“Abbiamo già toccato il fondo,
per noi ci sarà un futuro migliore”
In una carrellata di pareri sulla situazione economica ticinese e sul suo futuro
non poteva mancare la voce di uno degli
imprenditori più brillanti del Cantone:
Silvio Tarchini. Un uomo che ha saputo
a più riprese leggere il futuro. Bastino gli
esempi di due intuizioni: aver previsto
oltre vent’anni fa le enormi potenzialità
della regione di Manno e la creazione
del FoxTown, che è diventato una delle
maggiori attrazioni turistiche della Svizzera italiana.
“Sono persuaso - afferma Tarchini - che
l’economia europea abbia toccato il fondo e in futuro non possa che migliorare.
Queste crisi, sebbene penose, non hanno solo conseguenze negative. Ripuliscono infatti il mercato dalle aziende
senza prospettive e permettono a quelle
solide di riorganizzarsi riducendo i costi
per essere più concorrenziali”. E a livello
di consumi, cosa sta cambiando? “La situazione si sta stabilizzando su livelli
GIÒ REZZONICO
ladomenica
tra noi
più bassi. Il mercato si sta ridimensionando. Scompaiono certe punte di consumo sfrenato e si approda a una situazione più normale e sostenibile”.
Un’altra intuizione di Silvio Tarchini,
una decina di anni fa, è stata quella di
offrire spazi logistici a grossi marchi in-
ternazionali, che dal Ticino smistano la
loro produzione verso le varie regioni
del mondo. Si sente sempre più spesso
parlare di grandi aziende che spostano
questa attività , e non la produzione, in
Ticino. La Gucci, che è stata acquistata
dai francesi, per esempio, sta costruendo 40 mila metri quadrati a Sant’Antonino. “Si tratta - afferma Tarchini - di una
nicchia di mercato molto interessante.
Con le ditte italiane questo genere di attività per il momento è sospesa, perché
il fisco del loro Paese non riconosce più
la fatturazione dall’Italia alla Svizzera.
Ma con marchi esteri il discorso rimane
aperto. Abbiamo appena concluso un
contratto con Bally, che appartiene a capitali austriaci e tedeschi e si stabilirà a
Contone. A Cadenazzo, inoltre, stiamo
costruendo 15 mila metri quadrati di
centro logistico per altre quattro o cinque ditte”.
Diverse industrie italiane, al contrario,
stanno trasferendo non la loro logistica
ma la produzione in Ticino. “Sì, questo
sta avvenendo, soprattutto per aziende
orientate verso il mercato dell’esportazione. Noi siamo in contatto con una
decina di industriali che intendono
sfuggire all’instabilità e alla burocrazia
italiana per portare la loro attività da
noi. Il nostro cantone è interessante
come sede di industrie innovative con
attività remunerative, non certo per produzioni basate sulla manodopera a basso costo”. E in questo senso la politica
che cosa può fare per favorire questa
evoluzione? “Si sta già facendo un buon
lavoro a livello di start up (ndr. per nuove aziende con elevati contenuti tecnologici). Stanno nascendo attività davvero interessanti in questo settore. D’altra
parte sarebbe opportuno creare un nuovo ‘parco tecnologico’ dotato di tutte le
infrastrutture necessarie per essere attrattivi sul mercato degli investitori high
tech”. E Tarchini, quando fa questa proposta, ne conosce certamente le potenzialità, perché la regione di Manno accoglie già molte aziende ad alta tecnologia.
Domenica
27 gennaio 2013
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Il Paese nel racconto popolare
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Tutti i santi giorni della famiglia Hofmann
Secondo noi...
Il nostro sogno
è una struttura
di accoglienza
madre-bimbo
C
i ha colpito molto il dramma della giovane mamma
di Lugano e del suo bebè, la
cui triste vicenda ancora questa
settimana ha trovato spazio sulla
stampa. Sollevati leggendo che il
piccolo ora sta bene, ci siamo
però chiesti: e adesso? I servizi sociali faranno il loro lavoro, e anche bene, ma i mezzi a disposizione sono quelli che sono. I problemi delle mamme in difficoltà hanno molte sfaccettature e spesso il
rimedio comporta il prossimo
dramma, silenzioso. Ovvero, l’allontanamento temporaneo o permanente del o dei figli con le
sofferenze che ne derivano.
Il nostro sogno? Una struttura mamma e bambino,
protetta, in grado di accogliere madri con difficoltà temporanee o
permanenti, accompagnandole e sostenendole sia nei loro problemi personali che nell'educazione dei figli.
I benefici sono evidenti.
Una mamma con depressione post parto troverebbe
l'appoggio necessario e potrebbe gradualmente riavvicinarsi alla
sua nuova creatura senza essere
sopraffatta dalle responsabilità e
dai timori. Normalmente in questi
casi la permanenza sarà relativamente breve, mentre in altri i problemi potranno richiedere un’assistenza a lungo termine. I vantaggi di una casa mamma- bambino
sarebbero l'assistenza competente nelle difficoltà specifiche e la
continuità del contatto tra madre
e figli, evitando le sofferenze causate dalla separazione. Non è
un'invenzione nostra, certo, ma
sarebbe bello avere una struttura
così anche in Ticino.
Siamo
Ti-Press
undiversi
clan,
ma uniti
PATRIZIA GUENZI
F
amiglie così se ne incontrano poche.
Non è la classica famiglia formata da padre, madre e un paio di figli. Tutt’altro.
Gli Hofmann, di Ponte Capriasca, somigliano più ad un clan, dove tutti i componenti si armonizzano molto bene e sono in perfetta sintonia. Malgrado differenze e contrasti. E
sono proprio questi a renderli tanto speciali e interessanti. Lo vedremo, a partire da questa domenica e per altre tre, perché saranno loro i protagonisti di questo spazio. Impareremo a conoscerli, a
condividere gusti, scelte, abitudini, difficoltà, progetti… Insomma, entreremo nelle loro vite e cercheremo di capire come vivono tutti i santi giorni
MONICA PIFFARETTI
tecnologiche, il bullismo… Temi
contenuti nel dischetto e trattati in
due forme: lo sketch e il reportage
dentro le aule del cantone. Non
tutti hanno gradito.
Un insegnante, visibilmente contrariato, mi ha detto di sentirsi preso in giro e svalutato: “Non sono
una macchietta. Ci mancava solo
questo”. Un padre, testuale, mi ha
detto: “Ma il Bertoli ha solo quelle
scemate lì da dare ai ragazzi!”. Per
la serie non c’è più religione, non
c’è più rispetto, solo battute e sbeffeggiamenti. Ci mancava che intonasse “Ai miei tempi noi…” e poi
c’era proprio tutto. Forse si aspettava che condividessi il suo disap-
Aveva bisogno di una presenza fissa, Joan e Adrien
all’epoca non vivevano ancora stabilmente da noi.
E questo andare e venire non era l’ideale. Nel giro
di dodici mesi abbiamo concluso le pratiche per
l’adozione ed è arrivato Bun. Mio marito parla un
po’ di thailandese per fortuna, ma il bimbo i primi
tempi stava sempre zitto”.
Intanto, da quattro anni Joan e Adrien vivono fissi
dagli Hofmann. “Sono molto amica della mamma
- spiega Cristina - e quando è capitata l’esigenza di
darli in affidamento ha chiesto a noi. Si sono inseriti molto bene e con Pascal e Bun c’è molta armonia. La famiglia è anche questo, aprirsi agli altri e
condividere, per un percorso di crescita comune”.
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Q@PatriziaGuenzi
La scuola si concede un “time out”
con l’ironia in formato familiare
la domenica
in famiglia
Fa ridere, ma in realtà è spietato.
Proprio quello che ci voleva per
mettere sul tavolo alcuni problemi
educativi diffusi fra i giovani adolescenti. Parliamo del Dvd distribuito dal Dipartimento dell’educazione, fatto in collaborazione
con Rete3. Spietato, perché non vi
è nulla più della satira che possa
mettere in luce le cose che non
vanno a scuola. Tutti ridono, tutti
si divertono vedendo questo o
quel personaggio, allievo o insegnante che sia. Ma qualcuno, forse, potrà anche pensare o discutere di tematiche di grande attualità:
come il rispetto, l’impegno, la
multiculturalità, le dipendenze
due genitori, Mattia, 56 anni, e Cristina, 52, un figlio dodicenne, Pascal, uno adottivo, Bun, 11
anni, e dal 2004 due fratelli in affidamento, Joan e
Adrien, di 12 e 15 anni. E, se proprio vogliamo
elencarli tutti, i componenti della famiglia Hofmann, ecco anche il cane Raku e i gatti Geronimo
e Lisette.
Un clan al maschile, decisamente. Mamma Cristina è la sola presenza femminile. “Sono un po’ la
regina - scherza -, anche se il lavoro è tanto”. Già,
badare a sei persone non è mica uno scherzo. “È
faticoso, certo, ma molto appagante - aggiunge -.
Comunque mio marito mi aiuta molto”. E torna indietro di qualche anno, quando ancora Bun viveva in un orfanotrofio di Bangkok. “Sette anni fa
sentivamo l’esigenza di dare un fratellino a Pascal.
punto. Invece a me l’idea e la sua
provocazione sono piaciute… un
sacco! E poi già conoscevo i vari
protagonisti, dallo Snozzi, alla
Franscini, ai vari prof, per aver
sentito diverse volte le battute di
Rete3 durante i viaggi in auto in famiglia. Ho tentato di smuovere
quel po’ di ironia che probabilmente tutti noi hanno dentro, dicendogli: “Dài, non è mica la fine
del mondo se prendono in giro un
po’ la scuola di oggi e anche i ragazzi stessi. E poi i tuoi due vanno
come una lettera alla posta. Non
finiranno certo come lo Snozzi e il
Quagliarulo, lo sai quali sono
no?”. “Ah, ma allora anche tu ridi di
quelle stupidate. Ma sai che poi le
copiano? A mio figlio ho proibito
di imitare quelle voci in mia presenza. È da due settimana che fa lo
Snozzi”. Peccato che era di fretta e
Temi da discutere
grazie al singolare
Dvd del Dipartimento
io anche. Anche se ho capito che
sull’argomento voleva tagliare decisamente corto, forse avrei potuto
tentare di dirgli che anche l’umorismo aiuta a far passare certi messaggi.
Magari più del solito predicozzo
che entra da un orecchio e esce
dall’altro, a seconda della frequenza. Perché i ragazzi che vedono la
caricatura di loro stessi nello specchio inventato da Rete3 hanno
modo di capire quanto certi atteggiamenti, certi linguaggi, certe alzate di spalle, certi fumi che girano, siano fuori posto. Ridono, sorridono e, chissà, pensano.
Pensano che loro non vogliono essere, né diventare come quelli. Capiscono meglio dove passa il confine. E poi, dài, se una volta la
scuola si concede un ‘time-out’
per far ridere un po’, perché no ?
Ma lo avete già alzato uno zainetto
di un ragazzo di scuola media ? Ma
le avete contate le materie di uno
che va al liceo? Se alla scuola chi
sta sui banchi vuole, magari esagero, anche un po’ di bene, perché
non significa solo il libretto di fine
semestre, ma è anche una palestra
di socializzazione e anche un Dvd
ricevuto dall’alto del Dipartimento
con un po’ di humour, non può
certo far male. Anzi, magari fa anche bene. Sì, perché le scenette
sono accompagnate da elementi
molto seri, con testimonianze in
scala 1 a 1 che potranno senza
dubbio servire per attivare tutta
una serie di dibattiti. Necessarissimi.
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