ADSI GIORNATA DELLE DIMORE STORICHE ITALIANE Sezione Emilia Romagna CORTILI APERTI BOLOGNA 23 MAGGIO 2009 Questa indovinata iniziativa è stata ideata dall’Associazione Dimore Storiche Italiane per fare conoscere al grande pubblico la sua attività ed i problemi inerenti la tutela e la conservazione di questi gioielli del passato, spesso poco noti, tutti da scoprire come in una ideale caccia al tesoro del Bello. I visitatori di Cortili Aperti costituiscono un pubblico sensibile ed attento e tale da intuire come le dimore storiche costituiscano una delle maggiori attrattive del nostro Paese e da gratificare, con la sua presenza così numerosa, i proprietari che si occupano con cura e dedizione della gravosa manutenzione di questi edifici senza alterarne le caratteristiche storiche. Quest’anno, la manifestazione tradizionalmente chiamata Cortili Aperti assume rilevanza e dimensione nazionale con la denominazione di GIORNATA ADSI e con l’apertura di ville, palazzi, castelli e giardini in tutt’Italia, dal Piemonte alla Puglia alla Sicilia, e a Roma l’eccezionale esposizione del Mosè con le tavole della legge del bolognese Guido Reni, della Galleria Borghese, appena restaurato col sostegno ADSI, in mostra a Palazzo Pallavicini nella Casina dell’Aurora, affrescata dallo stesso Reni, accanto a La Lussuria scacciata dalla Castità di Lorenzo Lotto, opera quest’ultima finora mai esposta al pubblico. Anche questa edizione 2009 della nostra manifestazione bolognese è stata realizzata grazie ad un lavoro di gruppo. Ringraziamo in primo luogo la BER Banca che, con il suo sostegno, l’ha resa possibile, i proprietari che con grande disponibilità hanno aperto le ville e - per ultima ma non certo ultima - il consigliere Paola Galletti Lindsten che con solerzia ed entusiasmo ha coordinato tutte le attività che hanno reso possibile questa giornata. Francesco Cavazza Isolani Presidente A.D.S.I. Sezione Emilia Romagna In copertina: Villa Sampieri Talon, loggia: veduta con il palazzo e i cavalli CORTILI APERTI 2009 VILLE E GIARDINI NELLA CAMPAGNA BOLOGNESE Guida alla visita a cura di Stefania Biancani 1 2 1) Villa Minelli 2) Villa Sampieri Talon 4 3 3) Villa Magnani 4) Villa Tanari VILLA MINELLI A BAGNO DI PIANO P roveniendo dalla Strada Provinciale Padullese, che unisce Calderara a Castel d’Argile, non appena superato il ponte sul Reno sulla destra si incontra un piccola strada dal nome suggestivo di “Via Suore”. L’insolito toponimo trova una corrispondenza nell’aspetto esterno della villa, che è circondata da un alto muraglione tagliato all’altezza del cancello di ingresso. Era questa, infatti la residenza estiva di una comunità di religiose, le monache del monastero bolognese di Santa Maria degli Angeli, situato in via Nosadella all’incrocio con via Ca’ Selvatica (il giardino del monastero, oggi di proprietà Masetti Zannini, ha partecipato alle edizioni di Cortili Aperti 1996, 1997, 1998, 2006). Il convento bolognese nacque nel 1567 per volontà di Andrea Bonfigli perché potesse ospitare le sue sei figlie Elena, Dorotea, Lavinia, Sulpizia, Vittoria e Barbara, che sotto la guida del padre spirituale don Leone Bartolini avevano formato, già nella vita laicale, una comunità dai comportamenti conformi all’esperienza monastica. Ben presto il monastero agostiniano di Santa Maria degli Angeli sviluppò un ruolo importante in città per la sua offerta educativa: vi venivano infatti mandate le giovani di buona famiglia perché potessero essere istruite dalle monache all’interno della clausura, anche se in spazi separati dalle novizie e dalla comunità monastica vera e propria. In seguito alla morte del marito Andrea anche la madre delle sorelle Bonfigli, Giulia Paselli, entrò nel monastero. Successivamente Paolo Bonfigli, unico figlio maschio della coppia morto senza eredi nel 1611, lasciò alle monache i suoi beni. Tra questi era anche il palazzo di Bagno di Piano. I primi documenti che attestano la presenza di diversi terreni di proprietà Bonfigli nella zona di Bagno di Piano risalgono al XVI secolo. Non è invece nota la data di costruzione del palazzo, che è comunque riportato in un disegno del 1578 attribuito al geografo Egnazio Danti: corredato dalla denominazione “Buo(n)fio”, cioè Bonfiglio, il disegno rappresenta un edificio piuttosto semplice, a base quadrata o leggermente rettangolare, sul cui fronte si apre un portale 5 architravato fra quattro finestre. In alto, sopra il portone si erge la torretta con tre arcatelle per lato, la stessa ancora oggi visibile sulla sommità della casa padronale. Oltrepassato il muro di recinzione, la struttura attuale si presenta certamente variata rispetto al complesso cinquecentesco. Al momento del passaggio della proprietà alle monache di Santa Maria degli Angeli i terreni erano coltivati a canapa, vite, fagioli, miglio, melega. Le monache ereditarono la gestione del patrimonio agricolo, che potevano controllare direttamente durante le permanenze estive a Bagno di Piano. Tutto il complesso dovette quindi essere modificato per poterle ospitare, e venne così inglobato all’interno di un ampio recinto in muratura. Le monache mantennero il possesso dei beni fino al 1799, quando il monastero venne chiuso per le soppressioni napoleoniche. Tra il 1816 e il 1820 i beni di Bagno di Piano furono acquistati dalla famiglia Masetti e nella seconda metà dell’Ottocento passarono per discendenza ai Minelli, che ne rimangono proprietari ancora oggi. Alla fine dell’Ottocento questa zona fu testimone di un evento importante: il taglio della “volta” del Reno, che proprio in corrispondenza dell’antica proprietà delle monache formava una grande curva. Qui un tempo i barcaioli attraversavano il corso d’acqua in un punto preciso chiamato proprio “passo Suore” (e successivamente “passo Minelli”). Reso rettilineo il tratto di fiume, tra il 1886 e il 1887 venne poi costruito il ponte, che soppresse definitivamente i traghetti dei barcaioli. Quanto oggi rimane ricorda ancora il tempo in cui la proprietà era residenza estiva delle monache. Oltre all’antica torretta cinquecentesca, la casa padronale, le scuderie ed altri edifici di servizio sono allineati lungo il muro di cinta. Sul lato della casa padronale sono accessibili alcuni ambienti al pianterreno, tra cui una cucina con camino e soffitto a travi ancora annerite per l’effetto di un vecchio incendio, e una lunga stanza un tempo utilizzata come cantina e oggi adibita a sala per ricevimenti. Qui sono visibili le testimonianze etnografiche delle spedizioni in Amazzonia dell’équipe del professor Alberto Minelli, guidata da interessi botanici, faunistici, antropologici. Uscendo nuovamente nella corte, sul lato opposto agli edifici un’apertura nel muro introduce ad un ambiente cintato, dalla forma ad esedra. Il muro che lo cinge è costruzione recente, eretta appositamente nel 1975 in occasione delle 6 riprese del film La mazurka del barone della santa del fico fiorone, per la regia di Pupi Avati. Oggi il fico fiorone è scomparso, mentre sulla destra è visibile il piccolo cimitero della famiglia Minelli, che si estende sul retro dell’antica cappella. La cappella risale ancora ai tempi della permanenza delle monache. Eretta nel 1774, si apre lungo il muro di cinta esterno con una semplice facciata con un medaglione che rappresenta l’Assunzione della Vergine, alla quale l’edificio è dedicato. Al suo interno rimangono il pavimento in cotto, inginocchiatoi lignei con un disegno a serliana, stucchi sulle porte laterali. Sull’altare è un dipinto con l’Assunta. Questa cappella dovette accogliere le preghiere delle monache per non più di venticinque anni, cioè fino al momento della soppressione dell’istituzione monastica bolognese. All’interno dello spazio claustrale del muraglione, della storia antica sembrerebbe dunque restare soltanto la suggestione del ricordo. Ma i “fantasmi del passato” che rivivono nell’immaginazione del visitatore possono trovare un’espressione più “concreta” nella storia della presenza dello spirito inquieto di una monaca, che pare abiti ancora la villa e che abbia manifestato la propria presenza anche in tempi non lontani… BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Giampiero Cuppini, Anna Maria Matteucci, Ville del Bolognese, seconda edizione riveduta e ampliata, Bologna, Zanichelli, 1969, p. 351 Mario Fanti, Ville, castelli e chiese bolognesi da un libro di disegni del Cinquecento, seconda edizione riveduta e aumentata, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1996, n. 157 Pierangelo Pancaldi, Bagno di Piano - Sala Bolognese. Villa Minelli, in Pierangelo Pancaldi, Alberto Tampellini, Le dimore dei Signori. Ville e castelli fra Anzola dell’Emilia, Calderara di Reno, Crevalcore, Sala Bolognese, Sant’Agata Bolognese, San Giovanni in Persiceto, a cura di Floriano Govoni, San Matteo della Decima, Edizioni Marefosca, 2004, pp. 244-251 (con bibliografia) www.palazzominelli.it 7 VILLA SAMPIERI TALON A VOLTA RENO L ’origine geografica dei Sampieri, in antico detti “de Sancto Petro”, è discussa, ma già nel Duecento questa famiglia è una presenza importante a Bologna. A partire dall’età comunale i Sampieri assumono infatti ruoli politici di rilievo, e successivamente incrementano il loro prestigio imparentandosi con i Bentivoglio ed entrando a far parte del Senato cittadino nel 1478. Divisi in vari rami familiari, i Sampieri hanno in città diverse abitazioni, tra le quali si segnalano la casa di Strada Maggiore 24 (presente alla manifestazione Cortili Aperti 1996), con il prezioso ciclo pittorico dei Carracci, e la residenza senatoria di via Santo Stefano 1. Nominati marchesi, il titolo sarà mantenuto insieme al cognome quando l’ultima esponente della famiglia, la marchesa Carolina Sampieri, nel 1849 sposerà Denis Gabriel Victor Talon. Nasce così la dinastia Talon Sampieri, frutto dell’unione della celebre stirpe cittadina con la nobile famiglia francese. Originari dell’Irlanda, i Talon si erano infatti stabiliti in Francia a partire dal Cinquecento. Qui avevano ricoperto incarichi prestigiosi presso la corte parigina, rimanendo legati alla monarchia fino alla Restaurazione. Quando nel 1849 Denis Gabriel Victor Talon sposa, come si è detto, la marchesa Carolina Sampieri, i beni di famiglia comprendono anche la proprietà di Volta Reno, dominata dalla mole del grande palazzo. In epoca medievale nella zona di Volta Reno esisteva un castello, la cui esatta ubicazione rimane ignota, ma che studi recenti non escludono che potesse occupare il sito dell’attuale palazzo. Gli ambienti sotterranei di quest’ultimo, unite alla presenza del potente basamento a scarpa e di una pittura parietale nella loggia che raffigura il palazzo con un muro di cinta e torrette possono infatti far pensare che esso sia stato costruito in corrispondenza di un antico maniero. L’edificio attuale è comunque cinquecentesco. Un libro di disegni del 1578 attribuito al geografo Egnazio Danti reca l’interessante immagine del palazzo in costruzione, con i ponteggi lignei addossati ai fianchi e la scritta “Del S(ignor) Fran(cesc)o S. Pieri alla volta / si va fabbricando tuttavia”. 8 Secondo l’ipotesi di Cremonini-Ruggeri i lavori sarebbero iniziati sotto il senatore Giovan Battista Sampieri, raffigurato con la pianta del palazzo in un antico dipinto - oggi esposto nella loggia - nel quale è accompagnato da un ignoto architetto che si è supposto possa essere identificato con Pellegrino Tibaldi. Il cantiere è comunque certamente aperto nel 1578, quando nella proprietà di Francesco Sampieri si realizza un blocco architettonico regolare, compatto, che si innalza per due piani sulla massiccia scarpa. Come si desume dal disegno citato e dalle pitture parietali all’interno della loggia, nel tardo Cinquecento la costruzione doveva essere più bassa, con le finestre del primo piano nobilitate da una cornice a conci di bugnato simile alla decorazione visibile sugli spigoli dell’edificio. Questo è l’aspetto visibile anche nei disegni dei periti del Seicento, che riportano il palazzo affiancato dai blocchi simmetrici delle due caselle di servizio porticate. Risale forse agli inizi del Settecento, invece, la ristrutturazione che porta all’innalzamento di un ulteriore piano e a nuovi interventi decorativi all’interno. In epoca successiva il territorio è poi in parte modificato dal “taglio” del fiume Reno, che in questo luogo seguiva un percorso tortuoso, ricco di curve, mentre ora viene incanalato lungo un tracciato rettilineo. Spesso inondata dalle tracimazioni del Reno, la pianura che circonda il palazzo godeva della fertilità del terreno. Qui un tempo il fiume presentava una stretta ansa, una “voltata” nel punto chiamato “Botte del Canalazzo”. In antico il giardino del palazzo si protendeva verso il Reno con un lungo rettifilo che, partito dalla strada, attraversava l’asse della loggia tra i due portali dell’edificio e proseguiva su un ampio terreno adibito a zona ortiva. Il palazzo risultava così essere al centro del sistema geometrico di un vastissimo giardinocampagna, un tempo accompagnato nella sua linearità dai filari di pioppi e dai festoni di vite. Strutturata secondo uno schema regolare, la campagna veniva sfruttata con coltivazioni diverse: la canapa, il frumento, l’erba medica, la barbabietola, il tabacco, la vite. Per questi lavori si costruirono numerosi edifici di servizio, tra i quali emergono scenograficamente le due caselle porticate ai lati del palazzo, che in antico dovevano fungere da stalla, fienile e rimessa per le carrozze. 9 Oggi la nuova stalla occupa invece un altro edificio sul retro del palazzo, formato da un doppio corpo di fabbrica la cui parte anteriore è costituita da una sorta di torretta con loggia tamponata che presenta un singolare ingresso impreziosito da colonne con capitelli corinzi. L’allevamento dei cavalli purosangue diventa infatti attività principale per la tenuta Sampieri Talon di Volta Reno a partire dai primi del Novecento. Esercitato con passione dal marchese Artus Talon, l’allevamento porta alla selezione della “Razza Volta”, che rende celebre il casato in competizioni nazionali e internazionali. Lungo il Novecento lo stesso prato del palazzo diventa sede di gare che attirano il pubblico e tra i campioni resta celebre “Tarantella”, trionfatrice in decine di competizioni. Una passione importante, quella dell’allevamento dei cavalli, in passato documentata anche nelle pitture della loggia al piano terra dell’edificio, che presentano vedute della villa aperte sui prati circostanti dove pascolano gli splendidi animali. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Giampiero Cuppini, Anna Maria Matteucci, Ville del Bolognese, seconda edizione riveduta e ampliata, Bologna, Zanichelli, 1969, pp. 27, 42, 198-199 (ill.), 361-362 (con bibliografia) Lorenzo Cremonini, Piero Ruggeri, Antiche ville e palazzi della campagna di Argelato. Ricostruzione storica delle antiche architetture, degli arredi, dei giardini e delle tenute inserite nel paesaggio agrario della pianura emiliana, Bologna, Progetto Leonardo, 1992, pp. 195-238 Mario Fanti, Ville, castelli e chiese bolognesi da un libro di disegni del Cinquecento, seconda edizione riveduta e aumentata, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1996, n. 158 www.villatalon.it 10 VILLA MAGNANI ALLE TOMBE DI ZOLA PREDOSA L ’insolito toponimo di “Tombe” è legato al latino medievale “tumba”, che ha il significato di terreno - o costruzione rurale - sopraelevato su una zona paludosa. La costruzione residenziale, detta anche “corte”, era generalmente cinta da un fossato che la isolava dalla pianura circostante. Nel territorio presso Zola Predosa già nel Trecento si parla di “Tombe dei Magnani”. Le proprietà della famiglia dovevano essere piuttosto estese, e si ampliano nel 1615, quando Lodovico Magnani, figlio del senatore Lorenzo, acquista anche un terreno presso il torrente Lavino sul quale si trova, tra gli altri edifici, un mulino “per macinare biade”. Morto senza eredi Lodovico nel 1625, la proprietà passa nelle mani del senatore Enea, appartenente al secondo ramo della famiglia. Questi si interessa particolarmente dei beni alle Tombe di Zola, sia per la loro produzione agricola che per la residenza, che diventa luogo di permanenza estiva della famiglia. La palazzina padronale viene così resa confortevole e abbellita con ricchi arredi. Nel 1674 i Magnani si imparentano con la famiglia Albergati: il senatore Enea Carlo Maria Magnani sposa infatti Maria Giulia, figlia di Girolamo Albergati, il committente della celebre villa presso Zola Predosa. Forse spinto dal prestigioso modello del suocero, anche Enea Magnani decide di trasformare la palazzina alle Tombe, costruendo una villa più consona alla dignità della famiglia. In realtà non si conosce con esattezza l’entità di questi lavori, che ebbero luogo principalmente tra il 1672 e il 1677. È probabile che più che della edificazione di un nuovo palazzo si sia trattato della ristrutturazione della residenza precedente, ora ampliata e ammodernata. Nel 1686 il palazzo non era ancora terminato: l’esterno non era rifinito e molto probabilmente si prevedeva di innalzare l’edificio di un ulteriore piano. La villa era poi accompagnata da una grande stalla e da altri edifici di servizio, con cortili, giardino e prato. Nel 1753 la perizia dell’agrimensore Bernardo Gamberini documenta accuratamente lo stato della proprietà: il palazzo aveva un piano sotterraneo con le cantine voltate, al pianterreno erano diversi appartamenti e logge con fregi decorativi, scalone e cappella, al primo piano altri appartamenti, sale, logge, un ultimo piano di servizio, due cortili con portico. Dalla descrizione settecentesca 11 si evince che il corpo di fabbrica a sinistra dell’attuale villa doveva essere ad essa collegato da un braccio con cortile porticato; simmetricamente, un altro edificio si collegava probabilmente sul lato destro. Il palazzo doveva così essere formato da tre elementi architettonici: un nucleo centrale e due bracci minori più bassi, per una lunghezza totale di circa novanta metri. Morto l’ultimo Magnani, il senatore Giacomo, nel 1797, la proprietà passa a Francesco Guidotti, che nel 1814 rende rettilinea la strada davanti alla villa e nel 1814 si occupa della demolizione del braccio di collegamento tra i due edifici ancora oggi separati. I fabbricati cambiano destinazione: il corpo centrale diventa ora casa fattorale, mentre l’edificio a nord si trasforma in una nuova comoda villa residenziale di gusto ottocentesco. L’antico edificio centrale (oggi è il palazzo a destra per chi proveniene dalla strada) testimonia comunque ancora le tracce dell’importante passato. Entrando dal lato sul giardino, la loggia passante reca, ben visibile, lo stemma della famiglia Magnani accoppiato a quello degli Albergati, simboli del prestigioso matrimonio del 1674 tra il senatore Enea e Maria Giulia. Al pianterreno è anche visibile, sul lato verso la strada, la cappellina. Notevole il doppio volume architettonico, con il primo ambiente che si apre in alto su un oculo comunicante con un secondo ambiente al piano superiore: da qui potevano affacciarsi i signori per assistere alle celebrazioni dai loro appartamenti. Come testimoniano i documenti, gli autori delle decorazioni pittoriche, in parte perdute, sono i fratelli Antonio e Giuseppe Maria Rolli, che dovettero operare qui durante i lavori successivi al matrimonio Magnani-Albergati del 1674, presumibilmente sul 1677-1680. Tra finti stucchi e ghirlande si muovono floridi angioletti, in un felice esempio di pittura tardobarocca bolognese. Ritornando nella loggia si sale lo scalone in arenaria, con un soffitto a cassettoni oltre il quale si apre illusivamente un cielo luminoso. Anche la loggia e la controloggia al piano superiore recano decorazioni pittoriche: la loggia è ornata dagli stemmi dei Magnani e delle famiglie ad essi imparentate; la controloggia presenta invece medaglioni dipinti con singolari vedute di soggetto marino. Ignoti ne restano gli autori, nonostante le fonti segnalino diversi nomi di artisti, ancora non indagati, attivi per i Magnani nella villa del Lavino. Nella controloggia è esposto anche il ritratto di Francesco Guidotti Magnani. 12 Nel lontano 1604 il senatore Lorenzo Magnani aveva redatto un testamento in cui indicava con minuzia di dettagli tutte le modalità per assicurare la successione dell’importante patrimonio familiare, che avrebbe dovuto passare intatto di primogenito maschio in primogenito maschio. Il fedecommesso di Lorenzo Magnani prevedeva anche che, nel caso fosse mancato un erede maschio secondo tutte le linee primogeniturali possibili, si sarebbe dovuto procedere a un sorteggio tra i figli dei senatori di Bologna. È ciò che avviene nel 1797 con la morte del senatore Giacomo, ultimo dei Magnani. Tra i dodici “putti” che, come voluto da Lorenzo, hanno “li più belli partiti” viene dunque sorteggiato Francesco Guidotti, figlio di Annibale Guidotti Mezzavacca, il quale, vincendo una lunga controversia giudiziaria, diventa il nuovo erede dei beni Magnani e l’iniziatore di una nuova linea di successione. Dopo i lavori di riammodernamento intrapresi da Francesco Guidotti, la villa vive poi un nuovo momento di prestigio con la progettazione del parco, che si estende intorno alla nuova casa padronale ottocentesca. Autore del nuovo parco è il conte piemontese Ernesto Balbo Bertone di Sambuy, zio di Barberina Guidotti Magnani, qui proprietaria dal 1894. Noto per aver disegnato i Giardini Margherita, influenzato da modelli anglosassoni Sambuy organizza i parterres con diverse specie di piante. Devastato dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, oggi il parco ha perso molte delle sue originarie caratteristiche, ma restano ancora diverse piante secolari, tra le quali emerge il doppio filare di querce farnie che si allineano là dove un tempo correva l’antico canale del mulino. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Giampiero Cuppini, Anna Maria Matteucci, Ville del Bolognese, seconda edizione riveduta e ampliata, Bologna, Zanichelli, 1969, pp. 347-348 (con bibliografia) Mario Fanti, Ville, castelli e chiese bolognesi da un libro di disegni del Cinquecento, seconda edizione riveduta e aumentata, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1996, pp. 15-16 AAVV, Villa Magnani alle Tombe di Zola Predosa, a cura di Paolo Senni Guidotti Magnani, “I Quaderni del Lavino”, 6, Zola Predosa (Bologna), 2003 13 VILLA TANARI A BAZZANO P resenti a Bologna dal Cinquecento e protetti da privilegi papali, i Tanari furono una famiglia importante in città, dove risiedevano nel palazzo di via Galliera 18. Appartenente da tempo alla famiglia Tanari, il possedimento detto “della Ca’ Rossa” nel Comune di Bazzano deve oggi la sua fama ai lavori voluti dal marchese Sebastiano, che intorno al 1790 affidò all’architetto Angelo Venturoli la ristrutturazione della villa. È difficile risalire allo stato precedente questi lavori, ma nel 1661 il Campione dei beni della famiglia Tanari ricorda che qui era una “casa nobile”, con “colombaia, casa per li contadini attaccata, teggia, pozzo, forno…”. Di queste preesistenze rimane il lungo edificio a destra del cancello di ingresso, da identificare con l’antica “casa per li contadini”, che ancora oggi accompagna l’edificio padronale. Se nel suo aspetto esterno appare elegante ma piuttosto semplice, al suo interno la palazzina signorile rivela una delle migliori realizzazioni architettoniche di Angelo Venturoli. Chiamato, come si è detto, dal marchese Sebastiano Tanari, che si era già avvalso della sua collaborazione per la ristrutturazione della villa detta “La Cavallina” alla Croce del Biacco, a Bazzano Venturoli progetta infatti un edificio che ha come perno centrale un grande salone a croce greca. Precedono il salone altri ambienti: l’anticamera, a destra della quale si accede a una stanza dove sono esposti i disegni relativi ad un’ulteriore ristrutturazione che ebbe luogo nel 1903, quando la villa passò alla famiglia Müller, dalla quale discendono gli attuali proprietari. Nel 1903 vennero piantati i tigli del lungo viale d’accesso e vennero eseguite alcune modifiche interne, come l’elegante serliana ad arco ribassato che divide la sala da pranzo, a sinistra dell’anticamera, o la creazione delle cucine, fino ad allora esterne all’edificio. Oltrepassata l’anticamera si accede dunque nel salone di Venturoli, unico esempio rimasto di sala a pianta centrale con colonne della sua produzione architettonica. Qui infatti otto colonne libere giganti di ordine ionico si innalzano per due piani, 14 sostenendo un ballatoio mistilineo che spezza e movimenta la geometria lineare dell’ambiente. La potente scenografia architettonica è conclusa, in alto, dalle decorazioni pittoriche di Petronio e Pietro Fancelli: sono visibili l’aquila, il drago e la mezzaluna, emblema araldico dei Tanari. La mezzaluna ricorre anche sulla balaustra del ballatoio, retta da puttini ornamentali. Salendo la scala sulla sinistra un grande ritratto accoglie il visitatore. Si tratta del Marchese Ferdinando Cavriani, signore di Sacchetta, patrizio di Mantova, cavaliere dell’ordine del Redentore, colonnello della milizia imperiale, cameriere dello zio dell’imperatore Leopoldo I, governatore della cittadella di Porto, comandante generale delle milizie del Monferrato, primo ministro del duca Carlo II di Mantova. Il suo legame con questa città è testimoniato dalla presenza, nel dipinto, della facciata della chiesa mantovana di Sant’Andrea, capolavoro rinascimentale di Leon Battista Alberti. Il dipinto giustifica la sua presenza nella villa di Bazzano per il legame di parentela con i Cavriani di Mantova degli attuali proprietari. Ridiscesi, a sinistra è possibile uscire nel giardino, che nei parterres a nord e a sud della villa presenta un tracciato di vialetti indicato già nei disegni di Angelo Venturoli. Sul retro della palazzina, collegato ad essa da un passaggio coperto, è quindi un edificio di servizio, ancora non restaurato, che si presenta particolarmente interessante per le pitture che ne decorano l’esterno: in contrasto con la nobiltà delle decorazioni del salone, queste decorazioni a “trompe-l’œil” 15 simulano infatti l’interno fatiscente di questa struttura, con pareti di graticci di assi spezzate, muri lacerati, pezze di tovaglie quadrettate che pendono dalle aperture. Prima di lasciare la villa, è infine consigliabile una visita alla cappella, che esternamente si appoggia al fianco dell’edificio. L’attribuzione dell’oratorio al Venturoli è incerta, perché i documenti indicano la possibilità che fosse preesistente ai lavori della fine del Settecento. Al suo interno sono presenti alcune pitture parietali a monocromo, forse riferibili all’epoca dell’intervento dei Fancelli, mentre l’altare è ornato da una tela di Gaetano Gandolfi che rappresenta L’Angelo custode e Santa Giustina raccomandano l’anima di un fanciullo alla Vergine. Datato da Biagi Maino intorno al 1792-1793, il dipinto si lega ai rapporti della famiglia Gandolfi con i Tanari: il padre di Gaetano infatti era stato fattore del marchese Giovanni Nicolò Tanari proprio in questo luogo, e qui erano cresciuti i suoi figli. Successivamente i giovani Gandolfi si trasferirono a Bologna, dove Gaetano e il fratello Ubaldo, anch’egli pittore, furono ospitati dal marchese Tanari in una casa di sua proprietà. Nel dipinto Santa Giustina e un angelo presentano dunque un bambino alla Vergine. L’identificazione del piccolo non è avvenuta, ma è toccante apprendere che lo stesso Gaetano nel 1765 era diventato padre di una bambina battezzata proprio Giustina, che purtroppo morì in tenera età. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE Giampiero Cuppini, Anna Maria Matteucci, Ville del Bolognese, seconda edizione riveduta e ampliata, Bologna, Zanichelli, 1969, pp. 308-310 (ill.), 365 (con bibliografia) Prisco Bagni, I Gandolfi. Affreschi dipinti bozzetti disegni, Bologna, Nuova Alfa Editoriale, 1992, pp. 1-3, 213-216, 286-288 Maria Luisa Palladini, Villa Tanari, in “Quaderni della Rocca”, 7, maggio 2000, pp. 39-62 Donatella Biagi Maino, Gaetano Gandolfi, Torino, Umberto Allemandi & C., 1995, pp. 123, 399-400, tavv. 233-234 Anna Maria Matteucci, Nel segno di Palladio, in Nel segno di Palladio: Angelo Venturoli e l’architettura di villa nel Bolognese tra Sette e Ottocento, a cura di Anna Maria Matteucci e Francesco Ceccarelli, Bologna, Bononia University Press, 2008, pp. 48-49 Silvia Medde, Villa Tanari, poi Müller, in Nel segno di Palladio: Angelo Venturoli e l’architettura di villa nel Bolognese tra Sette e Ottocento, a cura di Anna Maria Matteucci e Francesco Ceccarelli, Bologna, Bononia University Press, 2008, pp. 151154 (con bibliografia) 16 A.D.S.I. ASSOCIAZIONE DIMORE STORICHE ITALIANE Da trent’anni esiste un’associazione che riunisce circa tredicimilacinquecento proprietari di immobili di interesse storico-artistico, al fine di conservare e valorizzare l’eccezionale patrimonio italiano di beni culturali. È un’associazione che assiste i proprietari nella gestione delle dimore storiche, che collabora attivamente con enti pubblici o privati, con le Università e con altre associazioni sensibili a questi temi, che cerca di coinvolgere l’opinione pubblica promuovendo ricerche, studi, convegni e pubblicazioni. Un’associazione libera che si finanzia attraverso le quote associative ed alcune sponsorizzazioni, che è attiva grazie all’opera volontaria dei soci e che ha realizzato importanti catalogazioni e convegni. L’A.D.S.I. è riconosciuta Ente Morale della Repubblica Italiana ed è membro della European Union of Historic Houses Associations. Il maggiore sodalizio nazionale di proprietari di beni culturali, il più numeroso in Europa. Una grande associazione che si batte per garantire un futuro al patrimonio italiano dei beni culturali, “l’unica ricchezza che ci vede primi nel mondo”. A.D.S.I. ASSOCIAZIONE DIMORE STORICHE ITALIANE www.adsi.it SEDE CENTRALE Largo Fiorentini, 1 - 00186 ROMA Tel. (06) 68307426 - Fax (06) 68802930 SEZIONE EMILIA-ROMAGNA Via Santa, 1 - 40125 Bologna Tel. e Fax (051) 225928 e-mail: [email protected] REDAZIONE TESTI Stefania Biancani GRAFICA E STAMPA Sogari Artigrafiche s.r.l. - San Felice sul Panaro (MO) CON I PATROCINI DI Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia-Romagna Comune di Argelato Comune di Bazzano Comune di Sala Bolognese CON IL CONTRIBUTO DI Comune di Zola Predosa