ADSI
GIORNATA DELLE DIMORE STORICHE ITALIANE
Sezione Emilia Romagna
CORTILI APERTI
BOLOGNA
23 MAGGIO 2009
Questa indovinata iniziativa è stata ideata dall’Associazione Dimore Storiche Italiane per fare conoscere al grande pubblico la
sua attività ed i problemi inerenti la tutela e la conservazione di
questi gioielli del passato, spesso poco noti, tutti da scoprire come
in una ideale caccia al tesoro del Bello. I visitatori di Cortili Aperti costituiscono un pubblico sensibile ed attento e tale da intuire
come le dimore storiche costituiscano una delle maggiori attrattive
del nostro Paese e da gratificare, con la sua presenza così numerosa, i proprietari che si occupano con cura e dedizione della gravosa manutenzione di questi edifici senza alterarne le caratteristiche
storiche.
Quest’anno, la manifestazione tradizionalmente chiamata Cortili
Aperti assume rilevanza e dimensione nazionale con la denominazione di GIORNATA ADSI e con l’apertura di ville, palazzi, castelli e giardini in tutt’Italia, dal Piemonte alla Puglia alla Sicilia,
e a Roma l’eccezionale esposizione del Mosè con le tavole della
legge del bolognese Guido Reni, della Galleria Borghese, appena
restaurato col sostegno ADSI, in mostra a Palazzo Pallavicini nella Casina dell’Aurora, affrescata dallo stesso Reni, accanto a La
Lussuria scacciata dalla Castità di Lorenzo Lotto, opera quest’ultima finora mai esposta al pubblico.
Anche questa edizione 2009 della nostra manifestazione bolognese è stata realizzata grazie ad un lavoro di gruppo. Ringraziamo
in primo luogo la BER Banca che, con il suo sostegno, l’ha resa
possibile, i proprietari che con grande disponibilità hanno aperto
le ville e - per ultima ma non certo ultima - il consigliere Paola
Galletti Lindsten che con solerzia ed entusiasmo ha coordinato
tutte le attività che hanno reso possibile questa giornata.
Francesco Cavazza Isolani
Presidente A.D.S.I. Sezione Emilia Romagna
In copertina: Villa Sampieri Talon, loggia: veduta con il palazzo e i cavalli
CORTILI APERTI 2009
VILLE
E GIARDINI NELLA CAMPAGNA BOLOGNESE
Guida alla visita a cura di Stefania Biancani
1
2
1) Villa Minelli
2) Villa Sampieri Talon
4
3
3) Villa Magnani
4) Villa Tanari
VILLA MINELLI
A
BAGNO
DI
PIANO
P
roveniendo dalla Strada Provinciale Padullese, che unisce Calderara a Castel
d’Argile, non appena superato il ponte sul Reno sulla destra si incontra un
piccola strada dal nome suggestivo di “Via Suore”.
L’insolito toponimo trova una corrispondenza nell’aspetto esterno della villa,
che è circondata da un alto muraglione tagliato all’altezza del cancello di ingresso.
Era questa, infatti la residenza
estiva di una comunità di religiose, le monache
del
monastero
bolognese di Santa Maria degli
Angeli,
situato
in via Nosadella
all’incrocio con via Ca’ Selvatica (il giardino del monastero, oggi di proprietà
Masetti Zannini, ha partecipato alle edizioni di Cortili Aperti 1996, 1997, 1998,
2006).
Il convento bolognese nacque nel 1567 per volontà di Andrea Bonfigli perché potesse ospitare le sue sei figlie Elena, Dorotea, Lavinia, Sulpizia, Vittoria
e Barbara, che sotto la guida del padre spirituale don Leone Bartolini avevano formato, già nella vita laicale, una comunità dai comportamenti conformi
all’esperienza monastica.
Ben presto il monastero agostiniano di Santa Maria degli Angeli sviluppò un
ruolo importante in città per la sua offerta educativa: vi venivano infatti mandate le giovani di buona famiglia perché potessero essere istruite dalle monache
all’interno della clausura, anche se in spazi separati dalle novizie e dalla comunità monastica vera e propria.
In seguito alla morte del marito Andrea anche la madre delle sorelle Bonfigli,
Giulia Paselli, entrò nel monastero. Successivamente Paolo Bonfigli, unico figlio
maschio della coppia morto senza eredi nel 1611, lasciò alle monache i suoi beni.
Tra questi era anche il palazzo di Bagno di Piano.
I primi documenti che attestano la presenza di diversi terreni di proprietà
Bonfigli nella zona di Bagno di Piano risalgono al XVI secolo. Non è invece
nota la data di costruzione del palazzo, che è comunque riportato in un disegno
del 1578 attribuito al geografo Egnazio Danti: corredato dalla denominazione
“Buo(n)fio”, cioè Bonfiglio, il disegno rappresenta un edificio piuttosto semplice, a base quadrata o leggermente rettangolare, sul cui fronte si apre un portale
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architravato fra quattro finestre. In alto, sopra il portone si erge la torretta con
tre arcatelle per lato, la stessa ancora oggi visibile sulla sommità della casa padronale.
Oltrepassato il muro di recinzione, la struttura attuale si presenta certamente
variata rispetto al complesso cinquecentesco.
Al momento del passaggio della proprietà alle monache di Santa Maria degli
Angeli i terreni erano coltivati a canapa, vite, fagioli, miglio, melega. Le monache ereditarono la gestione del patrimonio agricolo, che potevano controllare
direttamente durante le permanenze estive a Bagno di Piano. Tutto il complesso
dovette quindi essere modificato per poterle ospitare, e venne così inglobato
all’interno di un ampio recinto in muratura.
Le monache mantennero il possesso dei beni fino al 1799, quando il monastero venne chiuso per le soppressioni napoleoniche. Tra il 1816 e il 1820 i
beni di Bagno di Piano furono acquistati dalla famiglia Masetti e nella seconda
metà dell’Ottocento passarono per discendenza ai Minelli, che ne rimangono
proprietari ancora oggi.
Alla fine dell’Ottocento questa
zona fu testimone di un evento
importante: il taglio della “volta”
del Reno, che proprio in corrispondenza dell’antica proprietà
delle monache formava una grande curva. Qui un tempo i barcaioli attraversavano il corso d’acqua
in un punto preciso chiamato
proprio “passo Suore” (e successivamente “passo Minelli”).
Reso rettilineo il tratto di fiume, tra il 1886 e il 1887 venne poi costruito il
ponte, che soppresse definitivamente i traghetti dei barcaioli.
Quanto oggi rimane ricorda ancora il tempo in cui la proprietà era residenza
estiva delle monache. Oltre all’antica torretta cinquecentesca, la casa padronale,
le scuderie ed altri edifici di servizio sono allineati lungo il muro di cinta.
Sul lato della casa padronale sono accessibili alcuni ambienti al pianterreno,
tra cui una cucina con camino e soffitto a travi ancora annerite per l’effetto di
un vecchio incendio, e una lunga stanza un tempo utilizzata come cantina e oggi
adibita a sala per ricevimenti. Qui sono visibili le testimonianze etnografiche
delle spedizioni in Amazzonia dell’équipe del professor Alberto Minelli, guidata
da interessi botanici, faunistici, antropologici.
Uscendo nuovamente nella corte, sul lato opposto agli edifici un’apertura nel
muro introduce ad un ambiente cintato, dalla forma ad esedra. Il muro che lo
cinge è costruzione recente, eretta appositamente nel 1975 in occasione delle
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riprese del film La mazurka del barone della santa
del fico fiorone, per la regia di Pupi Avati. Oggi il
fico fiorone è scomparso,
mentre sulla destra è visibile il piccolo cimitero
della famiglia Minelli, che
si estende sul retro dell’antica cappella.
La cappella risale ancora ai tempi della permanenza delle monache. Eretta
nel 1774, si apre lungo il muro di cinta esterno con una semplice facciata con
un medaglione che rappresenta l’Assunzione della Vergine, alla quale l’edificio è
dedicato. Al suo interno rimangono il pavimento in cotto, inginocchiatoi lignei
con un disegno a serliana, stucchi sulle porte laterali. Sull’altare è un dipinto
con l’Assunta.
Questa cappella dovette accogliere le preghiere delle monache per non più
di venticinque anni, cioè fino al momento della soppressione dell’istituzione
monastica bolognese.
All’interno dello spazio claustrale del muraglione, della storia antica sembrerebbe dunque restare soltanto la suggestione del ricordo. Ma i “fantasmi del passato” che rivivono nell’immaginazione del visitatore possono trovare un’espressione più “concreta” nella storia della presenza dello spirito inquieto di una
monaca, che pare abiti ancora la villa e che abbia manifestato la propria presenza
anche in tempi non lontani…
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Giampiero Cuppini, Anna Maria Matteucci, Ville del Bolognese, seconda edizione riveduta e ampliata, Bologna, Zanichelli, 1969, p. 351
Mario Fanti, Ville, castelli e chiese bolognesi da un libro di disegni del Cinquecento,
seconda edizione riveduta e aumentata, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1996,
n. 157
Pierangelo Pancaldi, Bagno di Piano - Sala Bolognese. Villa Minelli, in Pierangelo
Pancaldi, Alberto Tampellini, Le dimore dei Signori. Ville e castelli fra Anzola
dell’Emilia, Calderara di Reno, Crevalcore, Sala Bolognese, Sant’Agata Bolognese,
San Giovanni in Persiceto, a cura di Floriano Govoni, San Matteo della Decima,
Edizioni Marefosca, 2004, pp. 244-251 (con bibliografia)
www.palazzominelli.it
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VILLA SAMPIERI TALON
A
VOLTA RENO
L
’origine geografica dei Sampieri, in antico detti “de Sancto Petro”, è discussa, ma già nel Duecento questa famiglia è una presenza importante a
Bologna. A partire dall’età comunale i Sampieri assumono infatti ruoli politici
di rilievo, e successivamente incrementano il loro prestigio imparentandosi con
i Bentivoglio ed entrando a far parte del Senato cittadino nel 1478.
Divisi in vari rami familiari, i Sampieri hanno in città diverse abitazioni, tra
le quali si segnalano la casa di Strada Maggiore 24 (presente alla manifestazione
Cortili Aperti 1996), con il prezioso ciclo pittorico dei Carracci, e la residenza
senatoria di via Santo Stefano 1.
Nominati marchesi, il titolo sarà mantenuto insieme al cognome quando l’ultima esponente della famiglia, la marchesa Carolina Sampieri, nel 1849 sposerà Denis Gabriel Victor Talon. Nasce così la dinastia Talon Sampieri, frutto
dell’unione della celebre stirpe cittadina con la nobile famiglia francese.
Originari dell’Irlanda, i Talon si erano infatti stabiliti in Francia a partire dal
Cinquecento. Qui avevano ricoperto incarichi prestigiosi presso la corte parigina, rimanendo legati alla monarchia fino alla Restaurazione. Quando nel 1849
Denis Gabriel Victor Talon sposa, come si è detto, la marchesa Carolina Sampieri, i beni di famiglia comprendono anche la proprietà di Volta Reno, dominata dalla mole del grande palazzo.
In epoca medievale nella zona di Volta Reno esisteva un
castello, la cui esatta
ubicazione rimane
ignota, ma che studi
recenti non escludono che potesse occupare il sito dell’attuale palazzo. Gli
ambienti sotterranei
di
quest’ultimo,
unite alla presenza
del potente basamento a scarpa e di una pittura parietale nella loggia che raffigura il palazzo con un muro di cinta e torrette possono infatti far pensare che
esso sia stato costruito in corrispondenza di un antico maniero.
L’edificio attuale è comunque cinquecentesco. Un libro di disegni del 1578
attribuito al geografo Egnazio Danti reca l’interessante immagine del palazzo in
costruzione, con i ponteggi lignei addossati ai fianchi e la scritta “Del S(ignor)
Fran(cesc)o S. Pieri alla volta / si va fabbricando tuttavia”.
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Secondo l’ipotesi di Cremonini-Ruggeri i lavori sarebbero iniziati sotto il senatore Giovan Battista Sampieri, raffigurato con la pianta del palazzo in un antico dipinto - oggi esposto nella loggia - nel quale è accompagnato da un ignoto
architetto che si è supposto possa essere identificato con Pellegrino Tibaldi. Il
cantiere è comunque certamente aperto nel 1578, quando nella proprietà di
Francesco Sampieri si realizza un blocco architettonico regolare, compatto,
che si innalza per due piani sulla massiccia scarpa.
Come si desume dal disegno citato e dalle pitture
parietali all’interno della
loggia, nel tardo Cinquecento la costruzione doveva essere più bassa, con
le finestre del primo piano
nobilitate da una cornice a conci di bugnato simile alla decorazione visibile sugli
spigoli dell’edificio. Questo è l’aspetto visibile anche nei disegni dei periti del
Seicento, che riportano il palazzo affiancato dai blocchi simmetrici delle due
caselle di servizio porticate.
Risale forse agli inizi del Settecento, invece, la ristrutturazione che porta all’innalzamento di un ulteriore piano e a nuovi interventi decorativi all’interno.
In epoca successiva il territorio è poi in parte modificato dal “taglio” del fiume
Reno, che in questo luogo seguiva un percorso tortuoso, ricco di curve, mentre
ora viene incanalato lungo un tracciato rettilineo.
Spesso inondata dalle tracimazioni del Reno, la pianura che circonda il palazzo godeva della fertilità del terreno. Qui un tempo il fiume presentava una
stretta ansa, una “voltata” nel punto chiamato “Botte del Canalazzo”.
In antico il giardino del palazzo si protendeva verso il Reno con un lungo
rettifilo che, partito dalla strada, attraversava l’asse della loggia tra i due portali
dell’edificio e proseguiva su un ampio terreno adibito a zona ortiva. Il palazzo
risultava così essere al centro del sistema geometrico di un vastissimo giardinocampagna, un tempo accompagnato nella sua linearità dai filari di pioppi e dai
festoni di vite.
Strutturata secondo uno schema regolare, la campagna veniva sfruttata con
coltivazioni diverse: la canapa, il frumento, l’erba medica, la barbabietola, il
tabacco, la vite. Per questi lavori si costruirono numerosi edifici di servizio, tra i
quali emergono scenograficamente le due caselle porticate ai lati del palazzo, che
in antico dovevano fungere da stalla, fienile e rimessa per le carrozze.
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Oggi la nuova stalla occupa invece un altro edificio sul retro del palazzo, formato da un doppio corpo di fabbrica la cui parte anteriore è costituita da una
sorta di torretta con loggia tamponata che presenta un singolare ingresso impreziosito da colonne con capitelli corinzi.
L’allevamento dei
cavalli purosangue
diventa infatti attività principale per
la tenuta Sampieri
Talon di Volta Reno
a partire dai primi
del Novecento. Esercitato con passione
dal marchese Artus
Talon, l’allevamento
porta alla selezione della “Razza Volta”, che rende celebre il casato in competizioni nazionali e internazionali. Lungo il Novecento lo stesso prato del palazzo diventa sede di gare che attirano il pubblico e tra i campioni resta celebre
“Tarantella”, trionfatrice in decine di competizioni. Una passione importante,
quella dell’allevamento dei cavalli, in passato documentata anche nelle pitture
della loggia al piano terra dell’edificio, che presentano vedute della villa aperte
sui prati circostanti dove pascolano gli splendidi animali.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Giampiero Cuppini, Anna Maria Matteucci, Ville del Bolognese, seconda edizione riveduta e ampliata, Bologna, Zanichelli, 1969, pp. 27, 42, 198-199 (ill.),
361-362 (con bibliografia)
Lorenzo Cremonini, Piero Ruggeri, Antiche ville e palazzi della campagna di
Argelato. Ricostruzione storica delle antiche architetture, degli arredi, dei giardini e
delle tenute inserite nel paesaggio agrario della pianura emiliana, Bologna, Progetto Leonardo, 1992, pp. 195-238
Mario Fanti, Ville, castelli e chiese bolognesi da un libro di disegni del Cinquecento,
seconda edizione riveduta e aumentata, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1996,
n. 158
www.villatalon.it
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VILLA MAGNANI
ALLE
TOMBE
DI
ZOLA PREDOSA
L
’insolito toponimo di “Tombe” è legato al latino medievale “tumba”, che ha
il significato di terreno - o costruzione rurale - sopraelevato su una zona paludosa. La costruzione residenziale, detta anche “corte”, era generalmente cinta
da un fossato che la isolava dalla pianura circostante.
Nel territorio presso Zola Predosa già nel Trecento si parla di “Tombe dei Magnani”. Le proprietà della famiglia dovevano essere piuttosto estese, e si ampliano nel 1615, quando Lodovico Magnani, figlio del senatore Lorenzo, acquista
anche un terreno presso il torrente Lavino sul quale si trova, tra gli altri edifici,
un mulino “per macinare biade”.
Morto senza eredi Lodovico nel 1625, la proprietà passa nelle mani del senatore Enea, appartenente al secondo ramo della famiglia. Questi si interessa
particolarmente dei beni alle Tombe di Zola, sia per la loro produzione agricola
che per la residenza, che diventa luogo di permanenza estiva della famiglia. La
palazzina padronale viene così resa confortevole e abbellita con ricchi arredi.
Nel 1674 i Magnani si imparentano con la famiglia Albergati: il senatore Enea
Carlo Maria Magnani sposa infatti Maria Giulia, figlia di Girolamo Albergati, il
committente della celebre villa presso Zola Predosa. Forse spinto dal prestigioso
modello del suocero, anche Enea Magnani decide di trasformare la palazzina
alle Tombe, costruendo una villa più consona alla dignità della
famiglia.
In realtà non si conosce con
esattezza l’entità di questi lavori, che ebbero luogo principalmente tra il 1672 e il 1677. È
probabile che più che della edificazione di un nuovo palazzo si
sia trattato della ristrutturazione della residenza precedente,
ora ampliata e ammodernata.
Nel 1686 il palazzo non era ancora terminato: l’esterno non era rifinito e
molto probabilmente si prevedeva di innalzare l’edificio di un ulteriore piano.
La villa era poi accompagnata da una grande stalla e da altri edifici di servizio,
con cortili, giardino e prato.
Nel 1753 la perizia dell’agrimensore Bernardo Gamberini documenta accuratamente lo stato della proprietà: il palazzo aveva un piano sotterraneo con
le cantine voltate, al pianterreno erano diversi appartamenti e logge con fregi
decorativi, scalone e cappella, al primo piano altri appartamenti, sale, logge, un
ultimo piano di servizio, due cortili con portico. Dalla descrizione settecentesca
11
si evince che il corpo di fabbrica a sinistra dell’attuale villa doveva essere ad essa
collegato da un braccio con cortile porticato; simmetricamente, un altro edificio
si collegava probabilmente sul lato destro. Il palazzo doveva così essere formato
da tre elementi architettonici: un nucleo centrale e due bracci minori più bassi,
per una lunghezza totale di circa novanta metri.
Morto l’ultimo Magnani, il senatore Giacomo, nel 1797, la proprietà passa a
Francesco Guidotti, che nel 1814 rende rettilinea la strada davanti alla villa e nel
1814 si occupa della demolizione del braccio di collegamento tra i due edifici
ancora oggi separati. I fabbricati cambiano destinazione: il corpo centrale diventa ora casa fattorale, mentre l’edificio a nord si trasforma in una nuova comoda
villa residenziale di gusto ottocentesco.
L’antico edificio centrale (oggi è il palazzo a destra per chi proveniene dalla
strada) testimonia comunque ancora le tracce dell’importante passato. Entrando dal lato sul giardino, la loggia passante reca, ben visibile, lo stemma della
famiglia Magnani accoppiato a quello degli Albergati, simboli del prestigioso
matrimonio del 1674 tra il senatore Enea e Maria Giulia.
Al pianterreno è anche visibile, sul lato verso la strada, la
cappellina. Notevole il doppio
volume architettonico, con il
primo ambiente che si apre in
alto su un oculo comunicante con un secondo ambiente al
piano superiore: da qui potevano affacciarsi i signori per assistere alle celebrazioni dai loro
appartamenti. Come testimoniano i documenti, gli autori delle decorazioni pittoriche, in parte perdute, sono
i fratelli Antonio e Giuseppe Maria Rolli, che dovettero operare qui durante i
lavori successivi al matrimonio Magnani-Albergati del 1674, presumibilmente
sul 1677-1680. Tra finti stucchi e ghirlande si muovono floridi angioletti, in un
felice esempio di pittura tardobarocca bolognese.
Ritornando nella loggia si sale lo scalone in arenaria, con un soffitto a cassettoni oltre il quale si apre illusivamente un cielo luminoso. Anche la loggia e la
controloggia al piano superiore recano decorazioni pittoriche: la loggia è ornata
dagli stemmi dei Magnani e delle famiglie ad essi imparentate; la controloggia presenta invece medaglioni dipinti con singolari vedute di soggetto marino.
Ignoti ne restano gli autori, nonostante le fonti segnalino diversi nomi di artisti,
ancora non indagati, attivi per i Magnani nella villa del Lavino.
Nella controloggia è esposto anche il ritratto di Francesco Guidotti Magnani.
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Nel lontano 1604 il senatore Lorenzo Magnani aveva redatto un testamento
in cui indicava con minuzia di dettagli tutte le modalità per assicurare la successione dell’importante patrimonio familiare, che avrebbe dovuto passare intatto
di primogenito maschio in primogenito maschio. Il fedecommesso di Lorenzo
Magnani prevedeva
anche che, nel caso
fosse mancato un erede maschio secondo
tutte le linee primogeniturali possibili, si
sarebbe dovuto procedere a un sorteggio
tra i figli dei senatori
di Bologna. È ciò che
avviene nel 1797 con
la morte del senatore Giacomo, ultimo dei Magnani. Tra i dodici “putti” che,
come voluto da Lorenzo, hanno “li più belli partiti” viene dunque sorteggiato
Francesco Guidotti, figlio di Annibale Guidotti Mezzavacca, il quale, vincendo
una lunga controversia giudiziaria, diventa il nuovo erede dei beni Magnani e
l’iniziatore di una nuova linea di successione.
Dopo i lavori di riammodernamento intrapresi da Francesco Guidotti, la villa
vive poi un nuovo momento di prestigio con la progettazione del parco, che si
estende intorno alla nuova casa padronale ottocentesca. Autore del nuovo parco è
il conte piemontese Ernesto Balbo Bertone di Sambuy, zio di Barberina Guidotti
Magnani, qui proprietaria dal 1894. Noto per aver disegnato i Giardini Margherita, influenzato da modelli anglosassoni Sambuy organizza i parterres con diverse
specie di piante. Devastato dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, oggi il parco ha perso molte delle sue originarie caratteristiche, ma restano
ancora diverse piante secolari, tra le quali emerge il doppio filare di querce farnie
che si allineano là dove un tempo correva l’antico canale del mulino.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Giampiero Cuppini, Anna Maria Matteucci, Ville del Bolognese, seconda edizione riveduta e ampliata, Bologna, Zanichelli, 1969, pp. 347-348 (con bibliografia)
Mario Fanti, Ville, castelli e chiese bolognesi da un libro di disegni del Cinquecento,
seconda edizione riveduta e aumentata, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1996,
pp. 15-16
AAVV, Villa Magnani alle Tombe di Zola Predosa, a cura di Paolo Senni Guidotti
Magnani, “I Quaderni del Lavino”, 6, Zola Predosa (Bologna), 2003
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VILLA TANARI
A
BAZZANO
P
resenti a Bologna dal Cinquecento e protetti da privilegi papali, i Tanari furono
una famiglia importante in città, dove risiedevano nel palazzo di via Galliera 18.
Appartenente da tempo alla famiglia Tanari, il possedimento detto “della Ca’ Rossa” nel Comune di Bazzano deve oggi la sua fama ai lavori voluti dal marchese Sebastiano, che intorno al 1790 affidò all’architetto Angelo Venturoli la ristrutturazione
della villa.
È difficile risalire allo stato precedente questi lavori, ma nel 1661 il Campione
dei beni della famiglia Tanari ricorda che qui era una “casa nobile”, con “colombaia,
casa per li contadini attaccata, teggia, pozzo, forno…”. Di queste preesistenze rimane il lungo edificio a destra del cancello di ingresso, da identificare con l’antica “casa
per li contadini”, che ancora oggi accompagna l’edificio padronale.
Se nel suo aspetto
esterno appare elegante ma piuttosto semplice, al suo interno la
palazzina signorile rivela una delle migliori
realizzazioni
architettoniche di Angelo
Venturoli. Chiamato,
come si è detto, dal
marchese
Sebastiano Tanari, che si era
già avvalso della sua
collaborazione per la
ristrutturazione della
villa detta “La Cavallina” alla Croce del Biacco, a Bazzano Venturoli progetta infatti
un edificio che ha come perno centrale un grande salone a croce greca.
Precedono il salone altri ambienti: l’anticamera, a destra della quale si accede a
una stanza dove sono esposti i disegni relativi ad un’ulteriore ristrutturazione che
ebbe luogo nel 1903, quando la villa passò alla famiglia Müller, dalla quale discendono gli attuali proprietari. Nel 1903 vennero piantati i tigli del lungo viale d’accesso e vennero eseguite alcune modifiche interne, come l’elegante serliana ad arco
ribassato che divide la sala da pranzo, a sinistra dell’anticamera, o la creazione delle
cucine, fino ad allora esterne all’edificio.
Oltrepassata l’anticamera si accede dunque nel salone di Venturoli, unico esempio
rimasto di sala a pianta centrale con colonne della sua produzione architettonica.
Qui infatti otto colonne libere giganti di ordine ionico si innalzano per due piani,
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sostenendo un ballatoio mistilineo che spezza
e movimenta la geometria lineare dell’ambiente.
La potente scenografia architettonica è
conclusa, in alto, dalle
decorazioni pittoriche
di Petronio e Pietro
Fancelli: sono visibili
l’aquila, il drago e la
mezzaluna, emblema
araldico dei Tanari. La
mezzaluna ricorre anche sulla balaustra del
ballatoio, retta da puttini ornamentali.
Salendo la scala sulla sinistra un grande
ritratto accoglie il visitatore. Si tratta del Marchese Ferdinando Cavriani, signore
di Sacchetta, patrizio di Mantova, cavaliere dell’ordine del Redentore, colonnello
della milizia imperiale, cameriere dello zio dell’imperatore Leopoldo I, governatore
della cittadella di Porto, comandante generale delle milizie del Monferrato, primo
ministro del duca Carlo II di Mantova. Il suo legame con questa città è testimoniato
dalla presenza, nel dipinto, della facciata della chiesa mantovana di Sant’Andrea,
capolavoro rinascimentale di Leon Battista Alberti. Il dipinto giustifica la sua presenza nella villa di Bazzano per il legame di
parentela con i Cavriani di Mantova degli
attuali proprietari.
Ridiscesi, a sinistra è possibile uscire nel
giardino, che nei parterres a nord e a sud
della villa presenta un tracciato di vialetti
indicato già nei disegni di Angelo Venturoli.
Sul retro della palazzina, collegato ad essa
da un passaggio coperto, è quindi un edificio di servizio, ancora non restaurato, che si
presenta particolarmente interessante per le
pitture che ne decorano l’esterno: in contrasto con la nobiltà delle decorazioni del
salone, queste decorazioni a “trompe-l’œil”
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simulano infatti l’interno fatiscente di questa struttura, con pareti di graticci di assi
spezzate, muri lacerati, pezze di tovaglie quadrettate che pendono dalle aperture.
Prima di lasciare la villa, è infine consigliabile una visita alla cappella, che esternamente si appoggia al fianco dell’edificio. L’attribuzione dell’oratorio al Venturoli
è incerta, perché i documenti indicano la possibilità che fosse preesistente ai lavori
della fine del Settecento.
Al suo interno sono presenti alcune pitture parietali a monocromo, forse riferibili
all’epoca dell’intervento dei Fancelli, mentre l’altare è ornato da una tela di Gaetano
Gandolfi che rappresenta L’Angelo custode e Santa Giustina raccomandano l’anima di
un fanciullo alla Vergine.
Datato da Biagi Maino intorno al 1792-1793, il dipinto si lega ai rapporti della
famiglia Gandolfi con i Tanari: il padre di Gaetano infatti era stato fattore del marchese Giovanni Nicolò Tanari proprio in questo luogo, e qui erano cresciuti i suoi
figli. Successivamente i giovani Gandolfi si trasferirono a Bologna, dove Gaetano e
il fratello Ubaldo, anch’egli pittore, furono ospitati dal marchese Tanari in una casa
di sua proprietà.
Nel dipinto Santa Giustina e un angelo presentano dunque un bambino alla Vergine. L’identificazione del piccolo non è avvenuta, ma è toccante apprendere che
lo stesso Gaetano nel 1765 era diventato padre di una bambina battezzata proprio
Giustina, che purtroppo morì in tenera età.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Giampiero Cuppini, Anna Maria Matteucci, Ville del Bolognese, seconda edizione
riveduta e ampliata, Bologna, Zanichelli, 1969, pp. 308-310 (ill.), 365 (con bibliografia)
Prisco Bagni, I Gandolfi. Affreschi dipinti bozzetti disegni, Bologna, Nuova Alfa Editoriale, 1992, pp. 1-3, 213-216, 286-288
Maria Luisa Palladini, Villa Tanari, in “Quaderni della Rocca”, 7, maggio 2000, pp.
39-62
Donatella Biagi Maino, Gaetano Gandolfi, Torino, Umberto Allemandi & C., 1995,
pp. 123, 399-400, tavv. 233-234
Anna Maria Matteucci, Nel segno di Palladio, in Nel segno di Palladio: Angelo Venturoli e l’architettura di villa nel Bolognese tra Sette e Ottocento, a cura di Anna Maria
Matteucci e Francesco Ceccarelli, Bologna, Bononia University Press, 2008, pp.
48-49
Silvia Medde, Villa Tanari, poi Müller, in Nel segno di Palladio: Angelo Venturoli e
l’architettura di villa nel Bolognese tra Sette e Ottocento, a cura di Anna Maria Matteucci e Francesco Ceccarelli, Bologna, Bononia University Press, 2008, pp. 151154 (con bibliografia)
16
A.D.S.I.
ASSOCIAZIONE DIMORE STORICHE ITALIANE
Da trent’anni esiste un’associazione che riunisce circa
tredicimilacinquecento proprietari di immobili
di interesse storico-artistico,
al fine di conservare e valorizzare l’eccezionale
patrimonio italiano di beni culturali.
È un’associazione che assiste i proprietari nella gestione
delle dimore storiche, che collabora attivamente con enti
pubblici o privati, con le Università e con altre
associazioni sensibili a questi temi, che cerca di
coinvolgere l’opinione pubblica promuovendo ricerche,
studi, convegni e pubblicazioni. Un’associazione libera
che si finanzia attraverso le quote associative ed alcune
sponsorizzazioni, che è attiva grazie all’opera
volontaria dei soci e che ha realizzato
importanti catalogazioni e convegni.
L’A.D.S.I. è riconosciuta Ente Morale della Repubblica
Italiana ed è membro della European Union
of Historic Houses Associations.
Il maggiore sodalizio nazionale di proprietari di beni
culturali, il più numeroso in Europa. Una grande
associazione che si batte per garantire un futuro al
patrimonio italiano dei beni culturali,
“l’unica ricchezza che ci vede primi nel mondo”.
A.D.S.I.
ASSOCIAZIONE DIMORE STORICHE ITALIANE
www.adsi.it
SEDE CENTRALE
Largo Fiorentini, 1 - 00186 ROMA
Tel. (06) 68307426 - Fax (06) 68802930
SEZIONE EMILIA-ROMAGNA
Via Santa, 1 - 40125 Bologna
Tel. e Fax (051) 225928
e-mail: [email protected]
REDAZIONE TESTI
Stefania Biancani
GRAFICA E STAMPA
Sogari Artigrafiche s.r.l. - San Felice sul Panaro (MO)
CON I PATROCINI DI
Direzione Regionale
per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia-Romagna
Comune di
Argelato
Comune di
Bazzano
Comune di
Sala Bolognese
CON IL CONTRIBUTO DI
Comune di
Zola Predosa
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