Venerdì 25 aprile 2008
RIGOLETTO
Melodramma in tre atti di
Giuseppe Verdi
Libretto di Francesco Maria Piave
COMUNE di BUDRIO
Rigoletto
Melodramma in tre atti
di Giuseppe Verdi (1813-1901)
libretto di Francesco Maria Piave
dal dramma Le roi s’amuse di Victor Hugo
Prima:
Venezia, Teatro La Fenice, 11 marzo 1851
Il soggetto di Rigoletto si ispirò a Le roi s’amuse , dramma in cinque
atti di Victor Hugo, andato in scena a Parigi nel novembre 1832.
L’opera, ambientata a Mantova e nei suoi dintorni nel secolo XVI,
inizia con una festa al palazzo ducale.
RIGOLETTO
Trama dellʼopera
Atto I
A Mantova, nel XVI secolo. Una festa in un salone del palazzo ducale. Il Duca di
Mantova (tenore) confida al cortigiano Matteo Borsa (tenore) che intende arrivare
presto alla conclusione dellʼavventura con la bella e sconosciuta fanciulla che da
tre mesi egli incontra tutte le domeniche in chiesa. Gli espone quindi, in una vivace
ballata, la sua concezione dellʼamore: per lui tutte le donne sono uguali, e non intende
concedere a nessuna il suo cuore per più di un giorno («Questa o quella per me pari
sono»). Riprendono le danze, ed a tempo di Minuetto il Duca si mette a corteggiare la
Contessa di Ceprano (mezzosoprano), la più bella della festa. Fa una breve comparsa
in scena Rigoletto (baritono), il gobbo buffone di corte, commentando le abitudini
goderecce del suo signore. Si balla quindi un Perigordino, una vivace danza francese,
ed il cortigiano Marullo (baritono) informa i presenti, con loro grande stupore, che
Rigoletto possiede unʼamante. Il buffone rientra quindi in scena, suggerendo al Duca
di liberarsi del geloso Conte di Ceprano, per poterne meglio insidiare la moglie:
potrebbe farlo incarcerare, esiliarlo, o addirittura fargli tagliare la testa. La pesante
ironia di Rigoletto suscita ovviamente le ire del Conte, e fa nascere un desiderio
di vendetta in tutti i cortigiani, da tempo infastiditi dai modi del buffone. Mentre i
cortigiani cantano in coro il loro odio per Rigoletto, questi si dice sicuro di essere
intoccabile come protetto del Duca, ed il Duca lo rimprovera bonariamente. La
tensione si risolve ben presto, comunque, ed il gaio spirito della festa prende di
nuovo il sopravvento. Improvvisamente irrompe in scena il Conte di Monterone
(baritono), venuto a chiedere ragione al Duca, che ha sedotto la sua giovane figlia.
Rigoletto si prende ferocemente gioco di lui, deridendolo, facendogli il verso, e
fingendosi il Duca per rispondere alle sue accuse. Il Duca fa arrestare Monterone,
e questi scaglia allora una solenne maledizione contro di lui e contro Rigoletto, che
ha osato ridere del dolore di un padre. Tutti i presenti, dapprima quasi sussurrando e
poi sempre più forte, uniscono le loro voci per invitare Monterone ad andarsene, ed a
temere le gravi conseguenze dellʼira del Duca; il Conte continua intanto a ripetere la
sua maledizione, e Rigoletto incomincia a meditare spaventato sul suo orribile gesto
(«Oh tu che la festa audace hai turbato»).
Quella sera stessa, in una strada buia. Rigoletto ripensa alla maledizione di
Monterone, temendo che le sue parole possano rivelarsi presaghe di sventura. Egli
incontra quindi il brigante Sparafucile (basso), che gli offre i suoi servigi: per denaro
egli è disposto ad uccidere qualsiasi nemico. Rigoletto rifiuta lʼofferta, ma gli chiede
comunque informazioni sul suo modo di agire, e si fa dire dove possa ritrovarlo
in caso di bisogno («Signor? Va, non ho niente»). Il buffone ripensa ancora alla
maledizione del vecchio, e medita sulla sua scellerata condizione: se egli è così
acido e crudele, la colpa non è sua, ma dei cortigiani che lo hanno reso tale («Pari
siamo!»). Da una casa della via esce in quel momento una fanciulla, gettandosi fra
le sue braccia: quella che i cortigiani credevano lʼamante di Rigoletto, è in realtà
sua figlia, Gilda (soprano). La ragazza vorrebbe sapere chi sia in realtà suo padre,
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quale vita conduca, e chi sia stata sua madre, che ella non ha mai conosciuto: ma
per paura che possa venirle fatto del male, Rigoletto la tiene allʼoscuro di tutto, e
le impedisce addirittura di uscire di casa se non per recarsi in chiesa, facendola
sorvegliare ed accudire dalla fida Giovanna (mezzosoprano). I due si scambiano a
lungo le espressioni del loro grande e reciproco amore; quindi il buffone raccomanda
ancora una volta a Giovanna di vegliare su sua figlia, e dato un ultimo abbraccio
a Gilda si allontana. Durante le ultime battute di Rigoletto, compare in giardino
il Duca, che ode non visto la conversazione tra i due, e capisce quindi che Gilda
è la figlia del gobbo buffone. Allontanatosi Rigoletto, Gilda confessa a Giovanna
di avere dei rimorsi, per non aver raccontato al padre del giovane che da tempo la
segue in chiesa. Proprio in quel momento il Duca, che era rimasto celato in giardino,
si fa avanti e dichiara a Gilda il suo amore, dicendo di essere uno studente povero
di nome Gualtiero Maldé («Tʼamo... È il sol dellʼanima»). Dopo lʼardente duetto
dʼamore il Duca si allontana, e Gilda, rimasta sola, canta il suo amore per lui («Caro
nome»). I cortigiani del Duca, intanto, hanno deciso di rapire la ragazza, credendola
lʼamante di Rigoletto. Il buffone proprio allora ritorna verso casa, ed i cortigiani lo
convincono che essi sono lì per rapire la Contessa di Ceprano: dopo averlo bendato,
senza che egli se ne accorga, essi fanno reggere proprio a lui la scala che servirà loro
per introdursi nella casa («Zitti, zitti, moviamo a vendetta»). Udite le urla di sua
figlia, e resosi conto della verità quando è ormai troppo tardi, Rigoletto cade a terra
privo di sensi.
Atto II
Un salotto nel Palazzo Ducale. Il Duca è in ansia per Gilda: spinto da uno strano
presentimento era infatti tornato sui suoi passi, e si era accorto che ella era stata
rapita («Ella mi fu rapita!... Parmi veder le lagrime»). Giungono frettolosamente i
cortigiani, e rivelano al Duca di aver rapito lʼamante di Rigoletto e di averla condotta
a Palazzo: il Duca capisce che si tratta di Gilda, e si precipita nella stanza in cui i
cortigiani lʼhanno rinchiusa («Possente amor mi chiama»). Entra quindi in scena
Rigoletto, fingendo indifferenza, ma in realtà attentissimo alle parole ed ai gesti
dei cortigiani, per cercar di scoprire dove essi abbiano condotto Gilda. I cortigiani,
naturalmente, fingono di non ricordare nulla di quella notte; ma quando entra un
paggio della Duchessa (mezzosoprano), venuto per cercare il Duca, dallʼimbarazzata
reazione dei cortigiani il buffone comprende immediatamente che sua figlia si trova
con il Duca nella stanza accanto. Rigoletto fa per slanciarsi verso la stanza, ma i
cortigiani lo trattengono, dicendogli di trovarsi unʼaltra amante. Rigoletto urla allora
che si tratta di sua figlia, e quindi impreca contro di loro, li minaccia; ma poi li prega,
li supplica di aiutarlo, addirittura piangendo e prostrandosi ai loro piedi («Cortigiani,
vil razza dannata»). In quel momento Gilda esce dalla stanza e si getta tra le braccia
del padre. Rigoletto allontana imperiosamente tutti i presenti per poter rimanere
solo con lei, e la ragazza gli narra del suo amore con il Duca, che ella credeva uno
studente, e della vergogna ora subìta. («Tutte le feste al tempio»). Mentre Rigoletto
consola amorevolmente la figlia, il Conte di Monterone attraversa la scena, condotto
al carcere da due guardie, e constata con amarezza che la sua maledizione non ha
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avuto alcun effetto sul Duca. Ma il buffone gli grida che anchʼegli desidera ora
vendicarlo, mentre Gilda - sedotta, ma ancora innamorata del Duca - cerca di calmare
la sua ira («Sì, vendetta, tremenda vendetta»).
Atto III
Una casa mezzo diroccata sulla riva destra del Mincio, un mese dopo. Rigoletto ha
condotto Gilda nei pressi della casa in cui Sparafucile abita con la sorella Maddalena
(contralto), per mostrarle che il Duca non lʼama affatto ed è invece sensibile alle
lusinghe della sorella del bandito. Non visti, i due odono infatti giungere il Duca,
che canta un allegro e sprezzante motivetto («La donna è mobile»). Sparafucile
esce intanto dalla casa e si avvicina a Rigoletto per chiedergli se vuole che il suo
uomo viva oppure muoia, ma il buffone gli dice di ritornare più tardi per avere
una risposta. Il Duca incomincia a corteggiare la ragazza, e nel quartetto che segue
odiamo mescolarsi le schermaglie amorose tra lui e Maddalena con il dolore di Gilda
e la determinazione di vendetta di Rigoletto («Bella figlia dellʼamore»).
Rigoletto ordina a Gilda di indossare degli abiti maschili e di partire subito per
Verona, dove egli la raggiungerà al più presto, e si incontra poi con Sparafucile per
perfezionare il suo contratto: in cambio di venti scudi questi ucciderà il Duca e gli
consegnerà il cadavere chiuso in un sacco, per gettarlo nel fiume. Canticchiando
il suo motivetto, il Duca va intanto a dormire, mentre si odono i primi tuoni di un
temporale che si avvicina. Maddalena, però, si è invaghita del giovane sconosciuto,
e prega il fratello di non ucciderlo («è amabile invero cotal giovinotto»). Il fratello
esita, perché non vuol venire meno alla parola data a Rigoletto, e soprattutto perché
non vuol perdere il denaro promessogli; alla fine, però, cede alle insistenti preghiere
della sorella, e decide di uccidere al suo posto il primo viandante che passerà per la
strada e busserà alla loro porta. Mentre il temporale si fa sempre più minaccioso,
Gilda, in abiti maschili, si avvicina alla casa, ed ode non vista i progetti dei due
briganti. Ella è ancora innamorata del Duca, e decide quindi di bussare alla porta,
sacrificando volutamente la sua vita per salvare quella del suo amato. Il temporale
giunge al suo culmine, e Gilda entra nella casa dove verrà uccisa dai due briganti. A
mezzanotte ritorna Rigoletto, per pagare il prezzo concordato e per ritirare il sacco
con il cadavere del Duca; ma mentre si allontana per gettare il sacco dove lʼacqua
è più profonda, ode in lontananza lo sprezzante motivetto del Duca. Terrorizzato,
apre il sacco, ed alla luce dei lampi scorge il volto di Gilda. Prima di esalare lʼultimo
respiro, ella trova ancora la forza di chiedergli perdono, e gli promette che pregherà
per lui dal cielo («Mia figlia!... Dio!... Mia figlia!...). Disperato, Rigoletto cade
svenuto sul corpo esanime della ragazza.
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Nella storia dellʼopera italiana Rigoletto ha curiosi precedenti, sicuramente ignoti a
Verdi, dal momento che gli studi sul melodramma del XVII secolo sono recenti. Ad
esempio la figura del buffone di corte compare in varie opere, a volte godendo una
certa libertà di linguaggio in senso satirico, come il Momo (basso) del Pomo dʼoro di
Antonio Cesti (Vienna 1668). Più singolare è che nel Giasone di Francesco Cavalli
(Venezia 1649) un personaggio, Oreste, canti una canzone sulla volubilità delle
donne (“Fiero amor lʼalma tormenta”) nella quale la seconda strofa inizia «È leggier
la piuma al vento», anticipando così «La donna è mobile/ qual piuma al vento» del
duca di Mantova.
Va ora ricordato che tra lʼ11 marzo 1851 e il 6 marzo 1853, cioè in due anni, Verdi
diede alle scene Rigoletto , Trovatore e Traviata , che sono, con tutta probabilità,
le sue opere più popolari. Ciò che colpisce del Rigoletto , rispetto alle precedenti
opere, è anzitutto la rapidità con la quale gli eventi si succedono, senza però che
questo pregiudichi la caratterizzazione dellʼambiente e dei personaggi. Osserverà
con amarezza Rigoletto nel secondo atto, dopo aver confortato Gilda ʻdisonorataʼ dal
duca: «E tutto un sol giorno cangiare poté». Colpisce in particolare il ritmo del primo
atto. Dopo il preludio, si susseguono la ballata “Questa o quella” e il duettino con
la contessa di Ceprano, che sono già una compiuta raffigurazione scenico-musicale
del duca. Analogamente, la prima frase di Rigoletto, «In testa che avete, signor di
Ceprano», esprime i provocatori atteggiamenti che il buffone di corte si consente a
spese dei cortigiani. A loro volta, con lʼarrivo di Marullo, i cortigiani apprendono che
in casa di Rigoletto vive una donna e, scambiandola per la sua amante, preparano
la vendetta. Tutto questo ha una incalzante raffigurazione melodica, il cui ritmo è
frenato soltanto dallʼingresso di Monterone e dalla sua fatale maledizione.
Segno evidente dellʼevoluzione di Verdi rispetto alle precedenti opere, in fatto
di ambientazione e, insieme, di tratteggio dei personaggi, è lʼincontro RigolettoSparafucile della scena successiva. La melodia dʼun violoncello e di un contrabbasso
- sommessa, in sordina - emerge sugli ʻstaccatiʼ dei fiati e sui ʻpizzicatiʼ degli
archi; ed è cupa, sinistra, come le frasi che i due personaggi si scambiano. Quanto
al “Pari siamo” di Rigoletto, che si sviluppa su continui mutamenti di tempo, è
evidente il gioco di un genere di declamazione melodica altrettanto cangiante. Qui
subentra tuttavia un contrasto tra ciò che per il pubblico era mitico e ciò che la
ʻtoscanizzazioneʼ dei direttori dʼorchestra ha sancito. Fino a tempi recenti i baritoni
erano soliti emettere un sol acuto su «follia», invece del dimesso mi naturale previsto
da Verdi. Lʼeffetto scenico era notevole, ma menomava un altro particolare effetto
previsto dal compositore, giacché gli applausi che premiavano lʼacuto del baritono
si sovrapponevano allo spettacolare scoppio dellʼAllegro vivo a piena orchestra, che
coincide proprio con la ʻaʼ di «follia» e con lo slancio con il quale Gilda, alla sua
prima comparsa in scena, si getta fra le braccia del padre. Il duetto che segue alterna
momenti di affannosa concitazione, come lʼAllegro vivo iniziale introdotto dalla
piena orchestra (“Figlia!”, “Mio padre”), ad altri di canto disteso e affettuoso: così
lʼAndante “Deh, non parlare al misero”, melodia nostalgica di Rigoletto alla quale
Gilda risponde con frasi trepidanti, allʼunisono con il primo oboe e il primo violino.
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Questo duetto procede con trapassi di tono, come il veemente “Culto, famiglia, patria/
il mio universo è in te”, la cui iperbolica enfasi faceva inorridire i cultori dellʼaulica
compostezza rossiniana. Ma Verdi mirava allʼeloquenza scenica, che dʼaltronde non
precludeva melodie ampie e di calda affettuosità come il “Veglia, o donna, questo
fiore” rivolto a Giovanna, la ʻcustodeʼ di Gilda. Ricompare a questo punto il duca,
che capovolge il principio romantico del tenore vittima del baritono (vale a dire del
giovane eroe, ricco di virtù, piegato dalla scaltra virulenza di un uomo maturo),
ergendosi per di più, data lʼampiezza della sua parte, quasi a coprotagonista. Monterone
prima, quindi Gilda e Rigoletto sono le sue vittime; consapevolmente, va aggiunto.
Quando il duca, introdottosi nella casa di Rigoletto con la complicità di Giovanna,
ascolta lʼultima parte del duetto baritono-soprano e apprende che Gilda è figlia del
suo buffone di corte, si limita a un solo laconico commento, «Sua figlia!». Malgrado
questo, il pubblico ha sempre prediletto il cinico gallismo del duca di Mantova, che
tra lʼaltro, a differenza del Don Giovanni mozartiano, esce sempre appagato dalle sue
avventure. Ma di Gilda il duca sembra, inizialmente, sinceramente invaghito. Anzi
lo è, tanto Gilda differisce dalle sue abituali conquiste. Di qui lʼappassionato “È il
sol dellʼanima, la vita è amore” e la candida risposta di Gilda (“Ah deʼ miei vergini
sogni son queste”). Lʼenfatica stretta finale (“Addio, addio, speranza ed anima”) pone
il problema che investe tanta parte dellʼoperismo verdiano. Apparente faciloneria
musicale, ma ciononostante aderenza allʼeffetto scenico; giacché il candore di Gilda
è come travolto dalla dialettica del duca. Segue il celebre “Caro nome” di Gilda. Qui
Verdi si rifà, concettualmente, ma con maggior sagacia, a un altro Allegro moderato,
quello dellʼaria “Lo vidi e il primo palpito” della protagonista di Luisa Miller (Napoli
1849). Anche qui le parole spezzate da pause evocano il battito tumultuoso del cuore.
Ma in “Caro nome”, a parte lʼinvenzione melodica più attraente, intervengono anche
trilli brevissimi, gioiosa espressione del primo amore di unʼadolescente. Nondimeno,
i gorgheggi e lʼornamentazione di “Caro nome” vanno verso i cosiddetti soprani
leggeri o di ʻcoloraturaʼ, mentre altri momenti richiederebbero maggior espansione
vocale. È una questione da tempo dibattuta e che chiama in causa, tra lʼaltro, la più
metodica preparazione tecnica dei soprani della metà del secolo scorso, nei cui ranghi,
sul puro piano vocale, la versatilità era abituale. Verdi compose la parte di Gilda per
Teresina Brambilla, che alternava Sonnambula e Puritani a Ernani , Nabucco , Attila
, e che proprio nel 1851, alla Fenice di Venezia, eseguì Lucia di Lammermoor e Luisa
Miller prima del Rigoletto .
Il Rigoletto vanta anche una parte corale di rilievo. Il “Zitti, zitti, moviamo a
vendetta” dei cortigiani che rapiscono Gilda è un Allegro fortemente ritmato, mentre
subito dopo, a conclusione del primo atto, è lʼorchestra a delineare la disperazione di
Rigoletto. La scena e aria del duca che apre il secondo atto si attiene, diversamente
dagli altri ʻassoliʼ di questo personaggio, alla struttura rituale: recitativo (“Ella mi fu
rapita”), Adagio (“Parmi veder le lacrime”) e cabaletta (Allegro “Possente amor mi
chiama”), dilazionata dal coro “Scorrendo uniti remota via” dei cortigiani. Anche se il
recitativo e lʼAdagio sono ragguardevoli e cari al pubblico (non così la cabaletta, che
il più delle volte è soppressa nelle normali esecuzioni), è evidente che si tratta dʼun
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omaggio al tenorismo, seguito tuttavia da scene fondamentali. Lʼiniziale, simulata
veemenza di “Cortigiani, vil razza dannata”, che poi si muta in unʼimplorazione
(“Miei signori, perdono, pietade”) iterata dal corno inglese accompagnato dai soli
archi; lʼentrata improvvisa di Gilda, mentre fiati e archi prorompono in un Allegro;
il patetico racconto “Tutte le feste al tempio”; il concitato “Solo per me lʼinfamia”
di Rigoletto, seguito dallʼaccorato “Piangi, piangi, fanciulla” si susseguono con
straordinaria continuità di ispirazione, per poi prorompere nellʼAllegro vivo “Sì,
vendetta, tremenda vendetta”: clamoroso, plateale, primordiale sotto certi aspetti,
ma teatralmente travolgente.
Il terzo atto è contrassegnato da unʼinventiva melodica grazie alla quale
ambientazione e avvenimenti procedono simultaneamente, pur con marcati contrasti
di tono. Allo sconsolato colloquio iniziale fra Rigoletto e Gilda segue lʼelettrizzante
cinismo della canzone “La donna è mobile” del duca, che Verdi tenne segreta ancora
a prove iniziate e che la sera della prima rappresentazione fu ʻtrissataʼ. Quindi un
breve, tetro dialogo Rigoletto-Gilda, ma subito dopo lo stupefacente quartetto GildaMaddalena-duca-Rigoletto, che armonizza e fonde quattro diversi stati dʼanimo.
Quindi la tempesta, con la singolare trovata del vento mimato a bocca chiusa dalle
voci maschili del coro, il dialogo Sparafucile-Maddalena e lʼestremo sacrificio,
mentre la tempesta sʼintensifica. Poi, mentre lʼuragano si smorza, lʼorgoglioso
soliloquio di Rigoletto, che crede
dʼaver annientato un uomo potente,
ma è richiamato alla realtà dal canto
del duca, che ancora una volta intona
“La donna è mobile”. Infine, lʼultima
melodia dellʼagonizzante Gilda
(“Lassù in cielo, vicino alla madre”) e
lʼestremo grido di Rigoletto, evocante
la maledizione di Monterone.
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Rigoletto
Opera in tre atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Francesco Maria Piave
Il Duca di Mantova Tenore
Rigoletto, buffone di Corte Baritono
Gilda, figlia di Rigoletto Soprano
Sparafucile, bravo Basso
Maddalena, sua sorella Contralto
Giovanna, custode di Gilda Mezzosoprano
Il Conte di Monterone Baritono
Marullo, cavaliere Baritono
Matteo Borsa, cortigiano Tenore
Il Conte di Ceprano Basso
La Contessa, sua sposa Mezzosoprano
Usciere di Corte Basso
Paggio della Duchessa Mezzosoprano
Cavalieri, Dame, Paggi, Alabardieri.
La scena si finge nella città di Mantova e suoi dintorni.
Epoca, il secolo XVI.
Atto Primo
Atto Primo - Scena I
Sala magnifica nel palazzo ducale, con porte nel fondo che mettono ad altre sale,
pure splendidamente illuminate.
Folla di Cavalieri e Dame che passeggiano nelle sale del fondo - Paggi che vanno e
vengono - Nelle sale in fondo si vedrà ballare. Da una delle sale vengono parlando
fra loro il Duca e Borsa.
DUCA: Della mia bella incognita borghese
Toccare il fin dellʼavventura io voglio.
BORSA: Di quella giovin che vedete al tempio?
DUCA: Da tre mesi ogni festa.
BORSA: La sua dimora?
DUCA: In un remoto calle;
Misterioso un uom vʼentra ogni notte.
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BORSA: E sa colei chi sia lʼamante suo?
DUCA: Lo ignora.
(Un gruppo di dame e cavalieri attraversano la sala)
BORSA: Quante beltà!... Mirate.
DUCA: Le vince tutte di Cepran la sposa.
BORSA: Non vʼoda il conte, o Duca...
DUCA: A me che importa?
BORSA: Dirlo ad altra ei potria...
DUCA: Né sventura per me certo saria.
Questa o quella per me pari sono
a quantʼaltre dʼintorno, dʼintorno mi vedo;
del mio core lʼimpero non cedo
meglio ad una che ad altra beltà.
La costoro avvenenza è qual dono
di che il fato ne infiora la vita;
sʼoggi questa mi torna gradita,
forse unʼaltra, forse unʼaltra doman lo sarà,
unʼaltra, forse unʼaltra doman lo sarà.
La costanza, tiranna del core,
detestiamo qual morbo, qual morbo crudele;
sol chi vuole si serbe fidele;
non vʼha amor, se non vʼè libertà.
Deʼ mariti il geloso furore,
degli amanti le smanie derido;
anco dʼArgo i centʼocchi disfido
se mi punge, se mi punge una qualche beltà,
se mi punge una qualche beltà.
Atto Primo - Scena II
Detti, il Conte di Ceprano che segue da lungi la sua sposa servita da altro
Cavaliere. Dame e Signori entrano da varie parti.
DUCA: (alla Contessa di Ceprano movendo ad incontrarla con molta galanteria)
Partite?... crudele!...
CONTESSA DI CEPRANO: Seguire lo sposo
mʼè forza a Ceprano.
DUCA: Ma dee luminoso
in Corte tal astro qual sole brillare.
Per voi qui ciascuno dovrà palpitare.
Per voi già possente la fiamma dʼamore
(con enfasi baciandole la mano)
inebria, conquide, distrugge il mio core.
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CONTESSA DI CEPRANO: Calmatevi...
DUCA: La fiamma dʼamore
inebria, conquide, distrugge il mio core.
CONTESSA DI CEPRANO: Calmatevi, calmatevi...
DUCA: Per voi già possente la fiamma dʼamore
inebria, conquide,
(dà il braccio alla Contessa ed esce con lei)
distrugge il mio core.
Atto Primo - Scena III
Detti e Rigoletto, che sʼincontra nel signor di Ceprano; poi Cortigiani
RIGOLETTO: (al Conte Ceprano) In testa che avete, signor di Ceprano?
(Ceprano fa un gesto dʼimpazienza e segue il Duca)
RIGOLETTO: (ai Cortigiani) Ei sbuffa! Vedete?
CORO: Che festa!
RIGOLETTO: Oh sì!..
BORSA: Il Duca qui pur si diverte!...
RIGOLETTO: Così non è sempre? Che nuove scoperte!
Il giuoco ed il vino, le feste, la danza,
battaglie, conviti, ben tutto gli sta.
Or della Contessa lʼassedio egli avanza,
(ridendo)
e intanto il marito fremendo ne va.
(esce)
Atto Primo - Scena IV
Detti e Marullo
MARULLO: (entra premuroso) Gran nuova! Gran nuova!
BORSA: Che avvenne? parlate!
MARULLO: Stupir ne dovrete...
BORSA: Narrate, narrate...
MARULLO: (ridendo) Ah, ah!... Rigoletto...
BORSA: Ebben?
MARULLO: Caso enorme!...
BORSA: Perduto ha la gobba? non è più difforme?
MARULLO: Più strana è la cosa!
(con gravità)
Il pazzo possiede...
BORSA: (con sorpresa) Infine?
MARULLO: Unʼamante!
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BORSA: (con sorpresa) Unʼamante! Chi il crede?
MARULLO: Il gobbo in Cupido or sʼè trasformato...
BORSA: Quel mostro? Cupido!
BORSA, MARULLO: Cupido beato!
Atto Primo - Scena V
Detti e il Duca, seguito da Rigoletto, poi da Ceprano
DUCA: (a Rigoletto) Ah, più di Ceprano importuno non vʼè...
La cara sua sposa è un angiol per me!
RIGOLETTO: Rapitela.
DUCA: È detto; ma il farlo?
RIGOLETTO: Sta sera.
DUCA: Non pensi tu al conte?
RIGOLETTO: Non cʼè la prigione?
DUCA: Ah no.
RIGOLETTO: Ebben... sʼesilia.
DUCA: Nemmeno, buffone.
RIGOLETTO: Allora... (indicando di farla tagliare)
allora la testa...
CONTE DI CEPRANO: (Oh lʼanima nera!)
DUCA: (battendo colla mano una spalla al Conte) Che dì, questa testa?...
RIGOLETTO: È ben naturale!
Che far di tal testa? A cosa ella vale?
CONTE DI CEPRANO: (infuriato brandendo la spada) Marrano!
DUCA: (a Ceprano) Fermate!
RIGOLETTO: Da rider mi fa.
MARULLO: In furia è montato!
DUCA: (a Rigoletto) Buffone, vien qua.
BORSA: In furia è montato!
MARULLO: In furia è montato!
CORO: In furia è montato!
DUCA: Ah sempre tu spingi
lo scherzo allʼestremo.
CONTE DI CEPRANO: (a Cortigiani) Vendetta del pazzo!
Contrʼesso un rancore di noi chi non ha?
RIGOLETTO: Che coglier mi puote? Di loro non temo.
DUCA: Quellʼira che sfidi, colpir... ti potrà...
CONTE DI CEPRANO: Vendetta! In armi chi ha core
BORSA, MARULLO Ma come?
RIGOLETTO: Del duca il protetto nessun... toccherà.
CONTE DI CEPRANO: doman sia da me. A notte.
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BORSA, MARULLO: Sì. Sarà.
DUCA: Ah sempre tu spingi
RIGOLETTO: Che coglier mi puote? Di loro non temo,
BORSA, MARULLO, CONTE DI CEPRANO: Vendetta del pazzo!
Contrʼesso un rancore
DUCA: Lo scherzo allʼestremo,
RIGOLETTO: Del duca il protetto nessun toccherà, no, no,
BORSA, MARULLO, CONTE DI CEPRANO: Pei tristi suoi modi di noi chi non ha?
DUCA: Ah sempre tu spingi lo scherzo allʼestremo,
RIGOLETTO: Nessun, nessuno, nessun, nessuno
CONTE DI CEPRANO: Vendetta! vendetta!
BORSA, MARULLO: Vendetta! vendetta!
DUCA: Quellʼira che sfidi,
quellʼira che sfidi, colpir ti potrà.
RIGOLETTO: nessun, nessuno
del duca il protetto, nessuno toccherà.
CONTE DI CEPRANO: Vendetta! Sta notte chi ha core sia in armi da me.
BORSA, Marullo: Vendetta! sì! a notte sarà.
DUCA: Ah sempre tu spingi
RIGOLETTO: Che coglier mi puote? Di loro non temo,
BORSA, MARULLO, CONTE DI CEPRANO: Vendetta del pazzo! Contrʼesso un rancore
DUCA: Lo scherzo allʼestremo,
RIGOLETTO: Del duca il protetto nessun toccherà, no, no,
BORSA, MARULLO, CONTE DI CEPRANO: pei tristi suoi modi di noi chi non ha?
DUCA: Ah sempre tu spingi lo scherzo allʼestremo,
RIGOLETTO: Nessun, nessuno, nessun, nessuno
CONTE DI CEPRANO: Vendetta! vendetta!
BORSA, MARULLO Vendetta! vendetta!
DUCA: Quellʼira che sfidi,
quellʼira che sfidi, colpir ti potrà.
RIGOLETTO: Nessun, nessuno del duca il protetto,
nessuno toccherà.
CONTE DI CEPRANO: Vendetta!
sta notte chi ha core sia in armi da me.
BORSA, MARULLO: Vendetta! sì! a notte sarà.
BORSA: Sì vendetta!
MARULLO: Sì, vendetta!
CEPRANO: Sì, vendetta!
(La folla dei danzatori invade la sala)
DUCA, RIGOLETTO: Tutto è gioja!
BORSA: Sì vendetta!
MARULLO: Sì, vendetta!
pag. 14
CEPRANO: Sì, vendetta!
DUCA, RIGOLETTO: Tutto è festa!
TUTTI: Tutto è gioja, tutto è festa;
tutto invitaci a godere!
Oh guardate, non par questa
or la reggia del piacere!
Oh guardate, non par questa,
oh guardate, non par questa
or la reggia del piacer!
Oh guardate, non par questa
or la reggia del piacer!
Atto Primo - Scena VI
Detti ed il Conte di Monterone
MONTERONE: (entro la scena) Chʼio gli parli.
DUCA: No!
MONTERONE: (presentandosi) Il voglio.
BORSA, RIGOLETTO, MARULLO, CEPRANO: Monterone!
MONTERONE: (fissando il Duca con nobile orgoglio) Sì, Monteron... la voce mia
qual tuono vi scuoterà dovunque.
RIGOLETTO: (al Duca contraffacendo la voce di Monterone) Chʼio gli parli.
(con caricatura) Voi congiuraste,
voi congiuraste contro noi, signore;
e noi, e noi, clementi in vero, perdonammo...
Qual vi piglia or delirio, a tutte lʼore
di vostra figlia a reclamar lʼonore?
MONTERONE: (guardando Rigoletto con ira sprezzante) Novello insulto!
(al Duca)
Ah sì, a turbare, ah sì, a turbare sarò vostrʼorgie...
verrò a gridare fino a che vegga restarsi inulto
di mia famiglia lʼatroce insulto;
e se al carnefice pur mi darete.
spettro terribile mi rivedrete,
portante in mano il teschio mio,
vendetta a chiedere,
vendetta a chiedere al mondo, al mondo, a Dio.
DUCA: Non più, arrestatelo.
RIGOLETTO: È matto!
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Quai detti!
MONTERONE: (al Duca e Rigoletto) Ah, siate entrambi voi maledetti!
pag. 15
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Ah!
MONTERONE: Slanciare il cane a leon morente
è vile, o Duca... e tu, serpente,
(a Rigoletto)
tu che dʼun padre ridi al dolore,
sii maledetto!
RIGOLETTO: (da sè colpito) (Che sento! orrore!)
DUCA, BORSA, MARULLO, CEPRANO: Oh tu che la festa audace hai turbato,
da un genio dʼinferno qui fosti guidato;
RIGOLETTO: (Orrore!)
DUCA, BORSA, MARULLO, CEPRANO: è vano ogni detto, di qua tʼallontana
va, trema, o vegliardo, dellʼira sovrana
è vano ogni detto, di qua tʼallontana
va, trema, o vegliardo, dellʼira sovrana
tu lʼhai provocata, più speme non vʼè,
unʼora fatale fu questa per te,
unʼora fatale fu questa per te, fu questa per te,
(Monterone parte fra due alabardieri, tutti gli altri seguono il Duca in altra
stanza).
Atto Primo - Scena VII
Lʼestremità più deserta dʼuna via cieca.
A sinistra una casa di discreta apparenza con una piccola corte circondata da
muro. Nella corte un grosso ed alto albero ed un sedile di marmo; nel muro una
porta che mette alla strada; sopra il muro un terrazzo praticabile, sostenuto da
arcate. La porta del primo piano dà sul detto terrazzo. A destra della via è il muro
altissimo del giardino, e un fianco del palazzo di Ceprano. È notte.
Rigoletto chiuso nel suo mantello. Sparafucile lo segue, portando sotto il mantello
una lunga spada.
RIGOLETTO: (Quel vecchio maledivami!)
SPARAFUCILE: Signor?...
RIGOLETTO: Va, non ho niente.
SPARAFUCILE: Né il chiesi... a Voi presente
Un uom di spada sta.
RIGOLETTO: Un ladro?
SPARAFUCILE: Un uom che libera
Per poco da un rivale,
E voi ne avete...
RIGOLETTO: Quale?
SPARAFUCILE: La vostra donna è là.
RIGOLETTO: (Che sento!)
E quanto spendere
Per un signor dovrei?
pag. 16
SPARAFUCILE: Prezzo maggior vorrei...
RIGOLETTO: Comʼusasi pagar?
SPARAFUCILE: Una metà sʼanticipa,
Il resto si dà poi...
RIGOLETTO: (Dimonio!) E come puoi
Tanto securo oprar?
SPARAFUCILE: Soglio in cittade uccidere.
Oppure nel mio tetto.
Lʼuomo di sera aspetto
Una stoccata, e muor.
RIGOLETTO: E come in casa?
SPARAFUCILE: È facile...
Mʼaiuta mia sorella...
Per le vie danza,.. è bella...
Chi voglio attira... e allor...
RIGOLETTO: Comprendo...
SPARAFUCILE: Senza strepito...
È questo il mio stromento,
(mostra la spada)
Vi serve?
RIGOLETTO: No... al momento...
SPARAFUCILE: Peggio per voi...
RIGOLETTO: Chi sa?...
SPARAFUCILE: Sparafucil mi nomino...
RIGOLETTO: Straniero?...
SPARAFUCILE: (Per andarsene) Borgognone...
RIGOLETTO: E dove allʼoccasione?...
SPARAFUCILE: Qui sempre a sera.
RIGOLETTO: Va.
(Sparafucile parte).
Atto Primo - Scena VIII
Rigoletto, guardando dietro a Sparafucile
RIGOLETTO: Pari siamo!... io la lingua, egli ha il pugnale;
Lʼuomo son io che ride, ei quel che spegne!...
Quel vecchio maledivami!...
O uomini!... o natura!...
Vil scellerato mi faceste voi...!
Oh rabbia!... esser difforme!... esser buffone!...
Non dover, non poter altro che ridere!...
Il retaggio dʼogni uom mʼè tolto... il pianto!...
pag. 17
RIGOLETTO
Questo padrone mio,
Giovin, giocondo, sì possente, bello,
Sonnecchiando mi dice:
Fa chʼio rida, buffone...
Forzarmi deggio, e farlo!... Oh, dannazione!...
Odio a voi, cortigiani schernitori!...
Quanta in mordervi ho gioia!..
Se iniquo son, per cagion vostra è solo...
Ma in altrʼuom qui mi cangio!...
Quel vecchio malediami!... tal pensiero
Perché conturba ognor la mente mia!.,.
Mi coglierà sventura?... Ah no, è follia.
(Apre con chiave, ed entra nel cortile.)
Atto Primo - Scena IX
Detto e Gilda chʼesce dalla casa e si getta nelle sue braccia.
RIGOLETTO: Figlia...
GILDA: Mio padre!
RIGOLETTO: A te dappresso
Trova sol gioia il core oppresso.
GILDA: Oh quanto amore!
RIGOLETTO: Mia vita sei!
Senza te in terra qual bene avrei?
(Sospira)
GILDA: Voi sospirate!... che vʼange tanto?
Lo dite a questa povera figlia...
Se vʼha mistero... per lei sia franto...
Chʼella conosca la sua famiglia.
RIGOLETTO: Tu non ne hai...
GILDA: Qual nome avete?
RIGOLETTO: A te che importa?
GILDA: Se non volete
Di voi parlarmi...
RIGOLETTO: (interrompendola) Non uscir mai
GILDA: Non voʼ che al tempio.
RIGOLETTO: Or ben tu fai.
GILDA: Se non di voi, almen chi sia
Fate chʼio sappia la madre mia.
RIGOLETTO: Deh non parlare al misero
Del suo perduto bene...
Ella sentia, quellʼangelo,
pag. 18
RIGOLETTO
Pietà delle mie pene...
Solo, difforme, povero,
Per compassion mi amò,
Moria... le zolle coprano
Lievi quel capo amato...
Sola or tu resti al misero...
O Dio, sii ringraziato!...
(Singhiozzando)
GILDA: Quanto dolor!... che spremere
Sì amaro pianto può?
Padre, non più, calmatevi...
Mi lacera tal vista...
Il nome vostro ditemi,
Il duol che sì vʼattrista...
RIGOLETTO: A che nomarmi?... è inutile!...
Padre ti sono, e basti...
Me forse al mondo temono,
Dʼalcuno ho forse gli asti...
Altri mi maledicono...
GILDA: Patria, parenti, amici
Voi dunque non avete?
RIGOLETTO: Patria!... parenti!... dici?...
Culto, famiglia, patria,
(con effusione)
Il mio universo è in te!
GILDA: Ah se può lieto rendervi,
Gioia è la vita a me!
Già da tre lune son qui venuta,
Né la cittade ho ancor veduta;
Se il concedete, farlo or potrei...
RIGOLETTO: Mai?... mai!... uscita, dimmi unqua sei?
GILDA: No.
RIGOLETTO: Guai!
GILDA: (Che dissi!)
RIGOLETTO: Ben te ne guarda!
(Potrien seguirla, rapirla ancora!
Qui dʼun buffone si disonora
La figlia, e ridesi... Orror!) Olà?
(Verso la casa)
Atto Primo - Scena X
Detti e Giovanna dalla casa.
pag. 19
GIOVANNA: Signor!
RIGOLETTO: Venendo, mi vede alcuno?
Bada, diʼ il vero...
GIOVANNA: Ah no, nessuno.
RIGOLETTO: Sta ben... la porta che dà al bastione
È sempre chiusa?
GIOVANNA: Lo fu e sarà.
RIGOLETTO: Veglia, o donna, questo fiore
(a Giovanna)
Che a te puro confidai
Veglia attenta, e non sia mai
Che sʼoffuschi il suo candor.
Tu dei venti dal furore
Ch ʻaltri fiori hanno piegato
Lo difendi, e immacolato
Lo ridona al genitor
GILDA: Quanto affetto!... quali cure!
Che temete, padre mio?
Lassù in cielo, presso Dio
Veglia un angiol protettor.
Da noi stoglie le sventure
Di mia madre il priego Santo;
Non fia mai divelto o infranto
Questo a voi diletto fior.
Atto Primo - Scena XI
Detti ed il Duca in costume borghese dalla strada.
RIGOLETTO: Alcuno è fuori...
(Apre la porta della corte e, mentre esce a guardar sulla strada, il Duca guizza
furtivo nella corte e si nasconde dietro lʼalbero, gettando a Giovanna una borsa la
fa tacere)
GILDA: Cielo!
Sempre novel sospetto...
RIGOLETTO: (a Gilda tornando) Alla chiesa vi seguiva mai nessuno?
GIOVANNA: Mai.
DUCA: (Rigoletto!)
RIGOLETTO: Se talor qui picchiano
Guardatevi da aprir...
GIOVANNA: Nemmeno al duca...
RIGOLETTO: Meno che a tutti a lui...
Mia figlia addio.
pag. 20
DUCA: (Sua figlia!)
GILDA: Addio, mio Padre.
(Sʼabbracciano e Rigoletto parte chiudendosi dietro la porta)
Atto Primo - Scena XII
Gilda, Giovanna, il Duca nella corte, poi Ceprano e Borsa a tempo sulla via.
GILDA: Giovanna, ho dei rimorsi...
GIOVANNA E perché mai?
GILDA: Tacqui che un giovin ne seguiva al tempio.
GIOVANNA: Perché ciò dirgli?... lʼodiate dunque
Cotesto giovin, voi?
GILDA: No, no, ché troppo è bello e spira amore...
GIOVANNA: E magnanimo sembra e gran signore.
GILDA: Signor né principe - io lo vorrei;
Sento che povero - più lʼamerei.
Sognando o vigile - sempre lo chiamo.
E lʼalma in estasi - gli dice tʼa...
DUCA: (esce improvviso, fa cenno a Giovanna dʼandarsene, e inginocchiandosi aʼ
piedi di Gilda termina la frase): Tʼamo!
Tʼamo ripetilo - sì caro accento,
Un puro schiudimi - ciel di contento!
GILDA: Giovanna?... Ahi misera! -non vʼè più alcuno
Che qui rispondami!... - Oh Dio!... nessuno!...
DUCA: Son io collʼanima - che ti rispondo...
Ah due che sʼamano - son tutto un mondo!...
GILDA: Chi mai, chi giungere - vi fece a me?
DUCA: Sʼangelo o demone - che importa a te?
Io tʼamo...
GILDA: Uscitene.
DUCA: Uscire!... adesso!...
Ora che accendene - un fuoco istesso!...
Ah inseparabile - dʼamore il dio
Stringeva, o vergine, - tuo fato al mio! È il sol dellʼanima, - la vita è amore,
Sua voce è il palpito - del nostro core...
E fama e gloria, - potenza e trono.
Terrene, fragili - cose qui sono.
Una pur avvene - sola, divina,
È amor che agli angeli - più ne avvicina!
Adunque amiamoci, - donna celeste,
Dʼinvidia agli uomini - sarò per te.
pag. 21
GILDA: (Ah deʼ miei vergini - sogni son queste
Le voci tenere - sì care a me!)
DUCA: Che mʼami, deh ripetimi...
GILDA: Lʼudiste.
DUCA: Oh me felice!
GILDA: Il nome vostro ditemi...
Saperlo non mi lice?
CEPRANO: Il loco è qui...
(A Borsa dalla via)
DUCA (pensando): Mi nomino...
BORSA: Sta ben...
(A Ceprano e partono)
DUCA: Gualtier Maldè...
Studente sono... povero...
GIOVANNA: (tornando spaventata) Romor di passi è fuore...
GILDA: Forse mio padre...
DUCA: (Ah cogliere
Potessi il traditore
Che sì mi sturba!)
GILDA: (a Giovanna) Adducilo
Di qua al bastione... ite...
DUCA: Diʼ mʼamerai tu?...
GILDA: E voi?
DUCA: Lʼintera vita... poi...
GILDA: Non più... non più... partite...
A 2 DUCA E GILDA: Addio... speranza ed anima
Sol tu sarai per me.
Addio... vivrà immutabile
Lʼaffetto mio per te.
(Il Duca entra in casa scortato da Giovanna. Gilda resta fissando
la porta ondʼè partito)
Gilda
Atto Primo - Scena XIII
GILDA: Gualtier Maldè!... nome di lui sì amato,
Scolpisciti nel core innamorato!
Caro nome che il mio cor
Festi primo palpitar,
Le delizie dellʼamor
Mi dêi sempre rammentar!
Col pensiero il mio desir
pag .22
GILDA A te ognora volerà,
E pur lʼultimo sospir,
Caro nome, tuo sarà.
(Entra in casa e comparisce sul terrazzo con una lucerna per vedere ancora una
volta il creduto Gualtiero, che si suppone partito dallʼaltra parte)
Atto Primo - Scena XIV
Marullo, Ceprano, Borsa, Cortigiani armati e mascherati dalla via. Gilda sul
terrazzo che tosto rientra.
BORSA (indicando Gilda al Coro): È là.
CEPRANO: Miratela...
CORO: Oh quanto è bella!
MARULLO: Par fata od angiol.
CORO: Lʼamante è quella
Di Rigoletto!
Atto Primo - Scena XV
Detti e Rigoletto concentrato.
RIGOLETTO: (Riedo!... perché?)
BORSA: Silenzio... allʼopra... badate a me.
RIGOLETTO: (Ah da quel vecchio fui maledetto!)
(Urta in Borsa)
Chi è là?
BORSA:(ai compagni) Tacete... cʼè Rigoletto.
CEPRANO: Vittoria doppia!... lʼuccideremo...
BORSA: No, ché domani più rideremo...
MARULLO: Or tutto aggiusto...
RIGOLETTO: (Chi parla qua?)
MARULLO: Ehi Rigoletto?... Diʼ?
RIGOLETTO: (con voce terribile) (Chi va là)
MARULLO: Eh non mangiarci!... Son...
RIGOLETTO: Chi?
MARULLO: Marullo.
RIGOLETTO: In tanto bujo lo sguardo è nullo.
MARULLO: Qui ne condusse ridevol cosa...
Torre a Ceprano vogliam la sposa.
RIGOLETTO: (Ohimè respiro!...)
Ma come entrare?
MARULLO: (piano a Ceprano) La vostra chiave?
(A Rigoletto)
Non dubitare
pag. 23
MARULLO: Non dee mancarci lo stratagemma..
(Gli dà la chiave avuta da Ceprano)
Ecco le chiavi...
RIGOLETTO: Sento il tuo stemma.
(Palpandole)
(Ah terror vano fu dunque il mio!)
(Respirando)
Nʼè là il palazzo... con voi son ʻio.
MARULLO: Siam mascherati...
RIGOLETTO: Chʼio pur mi mascheri
A me una larva?
MARULLO: Sì, pronta è già.
Terrai la scala...
(Gli mette una maschera, e nello stesso tempo lo benda con un fazzoletto, e lo pone
a reggere una scala, che avranno appostata al terrazzo)
RIGOLETTO: Fitta è la tenebra...
MARULLO: (ai compagni) La benda cieco e sordo il fa.
TUTTI: Zitti, zitti moviamo a vendetta,
Ne sia colto or che meno lʼaspetta.
Derisore sì audace costante
A sua volta schernito sarà!...
Cheti, cheti, rubiamgli lʼamante,
E la corte doman riderà.
(Alcuni salgono al terrazzo, rompon la porta del primo piano, scendono, aprono ad
altri chʼentrano dalla strada, e riescono, trascinando Gilda, la quale avrà la bocca
chiusa da un fazzoletto. Nel traversare la scena, ella perde una sciarpa)
GILDA (da lontano): Soccorso, padre mio...
CORO: Vittoria!...
GILDA: (Più lontano) Aita!
RIGOLETTO: Non han finito ancor!...
qual derisione!...
(Si tocca gli occhi)
Sono bendato!...
(Si strappa impetuosamente la benda e la maschera, ed al chiarore dʼuna lanterna
scordata riconisce la sciarpa, vede la porta aperta, entra, ne trae Giovanna
spaventata: la fissa con istupore, si strappa i capelli senza poter gridare;
finalmente, dopo molti sforzi esclama:
Ah!... la maledizione!!
(sviene)
pag. 24
Atto Secondo
Atto Secondo - Scena I
Salotto nel palazzo ducale. Vi sono due porte laterali, una maggiore nel fondo che
si chiude. Al suoi lati pendono i ritratti, in tutta figura, a sinistra del Duca, a destra
della sua sposa. Vʼha un seggiolone presso una tavola coperta di velluto e altri
mobili
(Entra il Duca agitatissimo)
DUCA: Ella mi fu rapita!
E quando, o ciel... neʼbrevi istanti, prima
che il mio presagio interno
sullʼorma corsa ancora mi spingesse!
Schiuso era lʼuscio!... e la magion deserta!
E dove ora sarà quellʼangiol caro?...
colei che prima potè in questo core
destar la fiamma di costanti affetti?...
colei sì pura, al cui modesto sguardo
quasi spinto a virtù talor mi credo!...
Ella mi fu rapita!
E chi lʼardiva?... Ma ne avrò vendetta
lo chiede il pianto della mia diletta.
Parmi veder le lagrime
scorrenti da quel ciglio,
quando fra il dubbio e lʼansia
del subito periglio,
dellʼamor nostro memore,
Il suo Gualtier chiamò.
Ned ei potea soccorrerti,
cara fanciulla amata,
ei che vorria collʼanima
farti quaggiù beata;
ei che le sfere agli angeli,
per te non invidiò.
(entrano frettolosi i cortigiani)
Atto Secondo - Scena II
Marullo, Ceprano, Borsa ed altri Cortigiani
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Duca, duca?
DUCA: Ebben?
pag. 25
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Lʼamante fu rapita a Rigoletto.
DUCA: Come? e donde?
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Dal suo tetto.
DUCA: Ah, ah! dite, come fu?
(siede)
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Scorrendo uniti remota via,
brevʼora dopo caduto il dì,
come previsto ben sʼera in pria,
rara beltà ci si scoprì.
Era lʼamante di Rigoletto,
che, vista appena, si dileguò.
Già di rapirla sʼavea il progetto,
quando il buffone vêr noi spuntò;
che di Ceprano noi la contessa
rapir volessimo, stolto credé;
la scala, quindi, allʼuopo messa,
bendato, ei stesso ferma tenè.
Salimmo, e rapidi la giovinetta
a noi riusciva quindi asportar.
Quandʼei sʼaccorse della vendetta
restò scornato ad imprecar, ad imprecar.
DUCA: (da sè) (Cielo! è dessa!..la mia diletta!)
(al coro)
Ma dove or trovasi la poveretta?
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Fu da noi stessi addotta or qui.
DUCA: (da sè) (Ah, tutto il ciel non mi rapì!)
(da sè, alzandosi con gioia)
(Possente amor mi chiama,
volar io deggio a lei;
il serto mio darei
per consolar quel cor.
Ah! sappia alfin chi lʼama,
conosca alfin chi sono,
apprenda chʼanco in trono
ha degli schiavi Amor)
(Esce frettoloso dal mezzo)
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Oh qual pensier or lʼagita,
come cangiò dʼumor!)
Atto Secondo - Scena III
Marullo, Ceprano, Borsa, altri Cortigiani, poi Rigoletto
MARULLO: Povero Rigoletto!
pag. 26
RIGOLETTO: (entro la scena)
La rà, la rà, la la, la rà, la rà, la rà, la rà la rà, la la, la rà, la rà.
TUTTI: Ei vien! Silenzio.
(Rigoletto entra in scena affettando indifferenza)
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Oh buon giorno, Rigoletto...
RIGOLETTO: (Han tutti fatto il colpo!)
CEPRANO: Chʼhai di nuovo, buffon?..
RIGOLETTO: (contraffacendo Ceprano) Chʼhai di nuovo, buffon?..
Che dellʼusato più nojoso voi siete.
BORSA, MARULLO, CEPRANO: (ridendo) Ah! ah! ah!
RIGOLETTO: (aggirandosi per la scena)
La rà, la rà, la la la rà, la rà, la rà, la rà.
(spiando inquieto dovunque)
(Ove lʼavran nascosta?)
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Guardate comʼè inquieto!
RIGOLETTO:
La rà, la rà, la rà, la rà, la rà, la rà, la rà, la rà, la rà, la rà, la rà.
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Sì! sì! guardate comʼè inquieto!
RIGOLETTO: (a Marullo) Son felice
che nulla a voi nuocesse
lʼaria di questa notte.
MARULLO: Questa notte!..
RIGOLETTO: Sì... Oh fu il bel colpo!..
MARULLO: Sʼho dormito sempre!
RIGOLETTO: Ah, voi dormiste!.. Avrò dunque sognato!..
(Sʼallontana cantarellando, e visto un fazzoletto lo afferra)
La rà, la rà, la la, la rà, la rà, la rà, la la.
BORSA, MARULLO, CEPRANO: (Veʼ, come tutto osserva!)
RIGOLETTO: (gettando il fazzoletto) Non è il suo. Dorme il Duca tuttor?
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Sì, dorme ancora.
Atto Secondo - Scena IV
Detti e un Paggio della Duchessa
PAGGIO: Al suo sposo parlar vuol la Duchessa.
CEPRANO: Dorme.
PAGGIO: Qui or or con voi non era?..
BORSA: È a caccia...
PAGGIO: Senza paggi!.. senzʼarmi!..
BORSA, MARULLO, CEPRANO: E non capisci
che per ora vedere non può alcuno?..
pag. 27
RIGOLETTO: (che a parte è stato attentissimo al dialogo, balzando improvviso
tra loro prorompe) Ah! ella è qui dunque!.. Ella è col Duca!..
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Chi?
RIGOLETTO: La giovin che sta notte al mio tetto rapiste...
Ma la saprò riprender... Ella è la...
BORSA, MARULLO, CEPRANO: Se lʼamante perdesti, la ricerca altrove.
RIGOLETTO: Io voʼ mia figlia...
BORSA, MARULLO, CEPRANO: La sua figlia!..
RIGOLETTO: Sì... la mia figlia... Dʼuna tal vittoria...
che?.. adesso non ridete?..
(corre verso la porta, ma i cortigiani gli attraversano il passaggio)
Ella è la!.. la voglʼio... la rendete.
Cortigiani, vil razza dannata,
per qual prezzo vendeste il mio bene?
A voi nulla per lʼoro sconviene!..
ma mia figlia è impagabil tesor.
La rendete... o se pur disarmata,
questa man per voi fora cruenta;
nulla in terra più lʼuomo paventa,
se dei figli difende lʼonor.
(si getta ancora sulla porta che gli è nuovamente contesa)
Quella porta, assassini, assassini, mʼaprite,
la porta, la porta, assassini, mʼaprite.
(lotta alquanto coi cortigiani, poi torna spossato sul davanti della scena)
Ah! voi tutti a me contro venite!..
(piange)
tutti contra me!.. Ah!..
Ebben, piango... Marullo... signore,
tu chʼhai lʼalma gentil come il core,
dimmi tu dove lʼhanno nascosta?..
È là? non è vero? ... tu taci!.. ohimè!
(piange)
Miei signori.. perdono, pietate...
al vegliardo la figlia ridate...
ridonarla a voi nulla ora costa,
tutto al mondo è tal figlia per me.
Atto Secondo - Scena V
Detti e Gilda chʼesce dalla stanza a sinistra e si getta nelle braccia del padre
GILDA: Mio padre!
pag. 28
RIGOLETTO: Dio! mia Gilda!..
Signori... in essa... è tutta la mia famiglia...
Non temer più nulla, angelo mio...
(ai Cortigiani)
fu scherzo!.. non è vero? Io che pur piansi orrido...
(a Gilda)
E tu a che piangi?..
GILDA: Ah lʼonta, padre mio...
RIGOLETTO: Cielo! Che dici?
GILDA: Arrosir voglio innanzi a voi soltanto...
RIGOLETTO: (rivolto al Cortigiani con imperioso modo)
Ite di qua, voi tutti...
Se il duca vostro dʼappressarsi osasse,
chʼei non entri, gli dite, e chʼio ci sono.
(si abbandona sul seggiolone)
BORSA, MARULLO, CEPRANO: (tra loro) Coi fanciulli e coʼdementi
spesso giova il simular.
Partiam pur, ma quel chʼei tenti
non lasciamo dʼosservar.
(partono)
Atto Secondo - Scena VI
Rigoletto e Gilda
RIGOLETTO: Parla... siam soli...
GILDA: (Ciel dammi coraggio!)
Tutte le feste al tempio
mentre pregava Iddio,
bella e fatale un giovine
offriasi al guardo mio...
se i labbri nostri tacquero,
daglʼocchi il cor, il cor parlò.
Furtivo fra le tenebre
sol ieri a me giungeva...
Sono studente, povero,
commosso mi diceva,
e con ardente palpito
amor mi protestò.
Partì... il mio core aprivasi
a speme più gradita,
quando improvvisi apparvero
color che mʼhan rapita,
e a forza qui mʼaddussero
nellʼansia più crudel.
pag. 29
RIGOLETTO: Ah!
(da sè)
(Solo per me lʼinfamia
a te chiedeva, o Dio...
chʼella potesse ascendere
quanto caduto erʼio...
Ah presso del patibolo
bisogna ben lʼaltare!..
ma tutto ora scompare...
lʼaltare... si rovesciò!)
(a Gilda)
Piangi! piangi fanciulla, fanciulla piangi...
scorrer, scorrer fa il pianto sul mio cor.
GILDA: Padre, in voi parla un angel
per me consolator.
RIGOLETTO: Compiuto pur quanto a fare mi resta...
lasciare potremo questʼaura funesta.
GILDA: Sì
RIGOLETTO: (da sè) (E tutto un sol giorno cangiare potè)
Atto Secondo - Scena VII
Detti, un usciere e il Conte di Monterone che attraversa la scena fra gli alabardieri
Usciere: (alle guardie) Schiudete... ire al carcere Monteron dee.
MONTERONE: (fermandosi verso il ritratto del Duca)
Poichè fosti invano da me maledetto,
nè un fulmine o un ferro colpiva il tuo petto,
felice pur anco, o duca, vivrai!...
(esce fra le guardie dal mezzo)
RIGOLETTO: No, vecchio tʼinganni... un vindice avrai!
Atto Secondo - Scena VIII
Rigoletto e Gilda
RIGOLETTO: (con impeto volto al ritratto) Sì, vendetta, tremenda vendetta
di questʼanima è solo desio...
di punirti già lʼora saffretta,
che fatale per te tuonerà.
Come fulmin scagliato da Dio,
te colpire il buffone saprà.
GILDA: O mio padre, qual gioja feroce
balenarvi ne glʼocchi veggʼio!..
Perdonate, a noi pure una voce
GILDA: di perdono dal cielo verrà,
(Mi tradiva, pur lʼamo, gran Dio!
per lʼingrato ti chiedo pietà!)
(escono dal mezzo)
pag. 30
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Atto Terzo
Atto Terzo - Scena I
Deserta sponda del Mincio. A sinistra è una casa a due piani, mezzo diroccata,
la cui fronte, volta allo spettatore, lascia vedere per una grande arcata lʼinterno
dʼuna rustica osteria al pian terreno, ed una rozza scala che mette al granaio, entro
cui, da un balcone senza imposte, si vede un lettuccio. Nella facciata che guarda la
strada è una porta che sʼapre per dietro; il muro poi è sì pieno di fessure che dal
di fuori si può facilmente scorgere quanto avviene nellʼinterno. Il resto del teatro
rappresenta la destra parte del Mincio, che nel fondo scorre dietro un parapetto in
mezza ruina; al di là del fiume è Mantova. È notte.
Gilda e Rigoletto, inquieto, sono sulla strada. Sparafucile nellʼinterno dellʼosteria,
seduto sopra una tavola, sta ripulendo il suo cinturone senza nulla intendere di
quanto accade al di fuori.
RIGOLETTO: E lʼami?
GILDA: Sempre.
RIGOLETTO: Pure
tempo a guarirne tʼho lasciato.
GILDA: Io lʼamo.
RIGOLETTO: Povero cor di donna!.. Ah il vile infame!..
Ma ne avrai vendetta, o Gilda...
GILDA: Pietà, mio padre...
RIGOLETTO: E se tu certa fossi
chʼei ti tradisse, lʼameresti ancora?
GILDA: Nol so... ma pur mʼadora.
RIGOLETTO: Egli!
GILDA: Sì.
RIGOLETTO: (la conduce presso una delle fessure del muro, ed ella vi guarda)
Ebben, osserva dunque.
GILDA: Un uomo vedo.
RIGOLETTO: Per poco attendi.
Atto Terzo - Scena II
Detti e il Duca, che, in assisa di semplice ufficiale di cavalleria, entra nella sala
terrena per una porta a sinistra.
GILDA: (trasalendo) Ah padre mio!
DUCA: (a Sparafucile) Due cose, e tosto...
SPARAFUCILE: Quali?
DUCA: Una stanza e del vino...
RIGOLETTO: Son questi i suoi costumi!
SPARAFUCILE: Oh il bel zerbino!
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(entra nellʼinterno)
DUCA: La donna è mobile
qual piuma al vento,
muta dʼaccento e di pensiero.
Sempre un amabile
leggiadro viso,
in pianto o in riso, è menzognero.
È sempre misero
chi a lei sʼaffida,
chi le confida mal cauto il core!
Pur mai non sentesi
felice appieno
chi su quel seno non liba amore!
(Sparafucile rientra con una bottiglia di vino e due bicchieri che depone sulla
tavola, quindi batte col pomo della sua lunga spada due colpi al soffitto. A quel
segnale una ridente giovane, in costume di zingara, scende a salti la scala. Il Duca
corre per abbracciarla, ma ella gli sfugge. Frattanto Sparafucile, uscito sulla via,
dice a parte a Rigoletto)
SPARAFUCILE: È là il vostrʼuomo... viver dee o morire?
RIGOLETTO: Più tardi tornerò lʼopra a compire.
(Sparafucile si allontana dietro la casa lungo il fiume)
Atto Terzo - Scena III
Gilda e Rigoletto sulla via, il Duca e Maddalena nel piano terreno
DUCA: Un dì, si ben rammentomi,
o bella, tʼincontrai...
mi piacque di te chiedere,
e intesi che qui stai.
Or sappi, che dʼallora
sol te questʼalma adora.
GILDA: Iniquo!...
MADDALENA: Ah, ah!... e ventʼaltre appresso
le scorda forse a desso?
Ha unʼaria il signorino da vero libertino...
DUCA: (per abbracciarla) Sì... un mostro son...
GILDA: Ah padre mio!...
MADDALENA: Lasciatemi, stordito.
DUCA: Ih, che fracasso!
MADDALENA: Stia saggio.
DUCA: E tu sii docile,
non farmi tanto chiasso.
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DUCA: Ogni saggezza chiudesi
nel gaudio e nellʼamore...
(le prende la mano)
La bella mano candida!...
MADDALENA: Scherzate voi, signore.
DUCA: No, no.
MADDALENA: Son brutta.
DUCA: Abbracciami.
GILDA: Iniquo!
MADDALENA: Ebro!...
DUCA: (ridendo) Dʼamor ardente.
MADDALENA: Signor lʼindifferente,
vi piace canzonar?
DUCA: No, no, ti voʼsposar.
MADDALENA: Ne voglio la parola...
DUCA: Amabile figliuola!
RIGOLETTO: (a Gilda che avrà tutto osservato ed inteso) E non ti basta ancor?
GILDA: Iniquo traditor!
DUCA: Bella figlia dellʼamore,
schiavo son deʼvezzi tuoi;
con un detto sol tu puoi
le mie pene consolar.
Vieni e senti del mio core
il frequente palpitar.
Con un detto sol tu puoi
le mie pene consolar.
MADDALENA: Ah! ah! rido ben di core,
chè tai baje costan poco,
quanto valga il vostro gioco,
mel credete so apprezzar.
Sono avvezza, bel signore
Ad un simile scherzar.
GILDA: Ah così parlar dʼamore
a me pur lʼinfame ho udito!
Infelice cor tradito,
per angoscia non scoppiar,
Perché o credulo mio core,
un tal uomo dovevi amar!
RIGOLETTO: (a Gilda) Taci, il piangere non vale;
Chʼei mentiva or sei sicura...
Taci, e mia sarà la cura
la vendetta dʼaffrettar.
Pronta fia sarà fatale,
io saprollo fulminar.
RIGOLETTO: Mʼodì!... ritorna a casa...
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oro prendi, un destriero,
una veste viril che tʼapprestai,
e per Verona parti...
Sarovvi io pur doman...
GILDA: Or venite...
RIGOLETTO: Impossibil.
GILDA: Tremo.
RIGOLETTO: Va!
(Il Duca e Maddalena stanno fra loro parlando, ridendo e bevendo. Rigoletto va
dietro la casa, e ritorna con Sparafucile, contandogli delle monete)
Atto Terzo - Scena IV
Sparafucile, Rigoletto, il Duca e Maddalena
RIGOLETTO: Venti scudi hai tu detto?... Eccone dieci;
e dopo lʼopra il resto.
Ei qui rimane?
SPARAFUCILE: Sì.
RIGOLETTO: Alla mezzanotte ritornerò.
SPARAFUCILE: Non cale.
A gettarlo nel fiume basto io solo.
RIGOLETTO: No, no, il voʼ far io stesso.
SPARAFUCILE: Sia!... Il suo nome?
RIGOLETTO: Vuoi saper anche il mio?
Egli è Delitto, Punizion son io.
(Parte. Entro le scene si vedrà un lampo)
Atto Terzo - Scena V
Detti meno Rigoletto
SPARAFUCILE: La tempesta è vicina!...
più scura fia la notte.
DUCA: (per prenderla) Maddalena...
MADDALENA: (sfuggendogli) Aspettate... mio fratello
viene...
DUCA: Che importa?
MADDALENA: Tuona!
SPARAFUCILE: (entrando in casa) E pioverà fra poco.
DUCA: Tanto meglio!
(a Sparafucile)
Tu dormerai in scuderia...
allʼinferno... ove vorrai.
SPARAFUCILE: Oh, grazie.
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MADDALENA: (piano al Duca) Ah, no, partite.
DUCA: (a Maddalena) Con tal tempo?
SPARAFUCILE: (piano a Maddalena) Son venti scudi dʼoro.
(al Duca)
Ben felice dʼoffrirvi la mia stanza...
se a voi piace tosto a vederla andiamo.
(prende un lume e sʼavvia per la scala)
DUCA: Ebben! sono con te... presto... vediamo.
(dice una parola allʼorecchio di Maddalena e segue Sparafucile)
MADDALENA: Povero giovin!.. grazioso tanto!
Dio, qual notte è questa!
DUCA: (sul granaio) Si dorme allʼaria aperta? bene, bene!..
Buona notte.
SPARAFUCILE: Signor, vi guardi Iddio.
(il Duca depone la spada e il cappello)
DUCA: Breve sonno dormiam...
stanco son io.
(Depone il cappello, la spada e si stende sul letto, dove in breve addormentasi.
maddalena frattanto siede presso la tavola, Sparafucile beve della bottiglia lasciata
dal Duca. Rimangono ambidue taciturni per qualche istante, e preoccupati da
gravi pensieri)
MADDALENA: È amabile in vero cotal giovinotto!
SPARAFUCILE: Oh sì, venti scudi ne dà di prodotto.
MADDALENA: Sol venti?.. son pochi!.. valeva di più.
SPARAFUCILE: La spada, sʼei dorme, va... portami giù.
MADDALENA: (Sale al granaio e contemplando il dormiente) Peccato è pur bello!
(Ripara alla meglio il balcone e scende).
Atto Terzo - Scena VI
Detti e Gilda, che comparisce nel fondo della via in costume virile, con stivali e
speroni, e lentamente si avanza verso lʼosteria, mentre Sparafucile continua a bere.
Spessi lampi e tuoni.
GILDA: Ah, più non ragiono!..
Amor mi trascina!.. mio padre, perdono...
Qual notte dʼorrore!.. Gran Dio, che accadrà!
MADDALENA: (sarà discesa ed avrà posata la spada del Duca sulla tavola)
Fratello?..
GILDA: Chi parla?.. (osserva per la fessura)
SPARAFUCILE: Al diavol ten va...
MADDALENA: Somiglia un Apollo quel giovine... io lʼamo...
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ei mʼama...riposi... nè più lʼuccidiamo.
GILDA: (ascoltando) Oh cielo!
SPARAFUCILE: (gettandole un sacco) Rattoppa quel sacco...
MADDALENA: Perchè?
SPARAFUCILE: Entrʼesso il tuo Apollo, sgozzato da me,
gettar dovrò al fiume...
GILDA: Lʼinferno qui vedo!
MADDALENA: Eppure il danaro salvarti scommetto,
serbandolo in vita.SPARAFUCILE: Difficile il credo.
MADDALENA: Mʼascolta... anzi facil ti svelo un progetto.
Deʼscudi già dieci dal gobbo ne avesti;
venire coglʼaltri più tardi il vedrai...
Uccidilo e, venti allora ne avrai,
Così tutto il prezzo goder si potrà.
GILDA: Che sento! mio padre!
SPARAFUCILE: Uccider quel gobbo!... che diavol dicesti!
Un ladro son forse?... Son forse un bandito?...
Qual altro cliente da me fu tradito?...
Mi paga questʼuomo... fedele mʼavrà
MADDALENA: Ah, grazia per esso.
SPARAFUCILE: È duopo chʼei muoja...
MADDALENA: (va per salire) Fuggire il fo adesso.
GILDA: Oh buona figliuola!
SPARAFUCILE: (trattenedola) Gli scudi perdiamo.
MADDALENA: È ver!…
SPARAFUCILE: Lascia fare…
MADDALENA: Salvarlo dobbiamo.
SPARAFUCILE: Se pria chʼabbia il mezzo la notte toccato
Alcuno qui giunga, per esso morrà.
MADDALENA: È buia la notte, il ciel troppo irato,
Nessun a questʼora di qui passerà.
GILDA: Oh qual tentazione!… morir per lʼingrato!…
Morire!… e mio padre!… Oh cielo pietà!
(battono le undici e mezzo)
SPARAFUCILE: Ancor cʼè mezzʼora...
MADDALENA: (piangendo) Attendi, fratello...
GILDA: Che! piange tal donna!.. Nʼè a lui darò aita!..
Ah, sʼegli al mio amore divenne rubello,
io voʼper la sua gettar la mia vita...
(scoppio di fulmine, lampo, e tuono; colpi di battente Gilda batte all porta)
MADDALENA: Si picchia?
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SPARAFUCILE: Fu il vento...
(Gilda batte ancora)
MADDALENA: Si picchia, ti dico.
SPARAFUCILE: È strano!.. Chi è?
GILDA: Pietà dʼun mendico;
asil per la notte a lui concedete.
MADDALENA: Fia lunga tal notte!
SPARAFUCILE: (va a cercare nel credenzone) Alquanto attendete.
MADDALENA: Su, spicciati. presto, fa lʼopra compita
anelo una vita con altra salvar.
SPARAFUCILE: Ebbene... son pronto,
quellʼuscio dischiudi;
più chʼaltro gli scudi
mi preme salvar.
GILDA: Ah! presso alla morte, sì giovine, sono!
Oh ciel, per glʼempi ti chieggo perdono!
Perdona tu, o padre, questa infelice! ...
Sia lʼuomo felice - chʼor vado a salvar.
MADDALENA: Su spicciati, presto fa lʼopra compita
Anelo una vita - con lʼaltra salvar.
SPARAFUCILE: Bene.. son pronto
quellʼuscio dischiudi;
più chʼaltro gli scudi
mi preme salvar;
(fulmine, lampo, e tuono Gilda picchia di nuovo. Sparafucile va a postarsi con un
pugnale dietro la porta; Maddalena apre, poi corre a chiudere la grande arcata di
fronte, mentre entra Gilda, dietro a cui Sparafucile chiude la porta, e tutto resta
sepolto nel silenzio e nel bujo)
Atto Terzo - Scena VII
Rigoletto solo si avanza dal fondo della scena chiuso nel suo mantello. La violenza
del temporale è diminuita, nè più si vede e sente che qualche lampo e tuono
RIGOLETTO: Della vendetta alfin giunge lʼistante!
da trenta dì lʼaspetto
di vivo sangue a lagrime piangendo,
sotto la larva del buffon...
(esaminando la casa)
Questʼuscio è chiuso!..
Ah, non è tempo ancor!.. Sʼattenda.
Qual notte di mistero!
una tempesta in cielo!..
RIGOLETTO: in terra un omicidio!..
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Oh come in vero qui grande mi sento!..
(Lʼorologio suona mezzanotte)
Mezza notte!..
(batte alla porta)
Atto Terzo - Scena VIII
Detto e Sparafucile dalla casa
SPARAFUCILE: Chi è là?
RIGOLETTO: Son io...
SPARAFUCILE: Sostate.
(rientra e torna trascinando un sacco)
è qua spento il vostrʼuomo!..
RIGOLETTO: Oh gioja!.. Un lume!..
SPARAFUCILE: Un lume?.. No, il danaro.
Lesti, allʼonda il gettiam...
RIGOLETTO: (gli dà una borsa) No... basto io solo.
SPARAFUCILE: Come vi piace... Qui men atto è il sito...
più avanti è più profondo il gorgo... Presto,
che alcun non vi sorprenda... Buona notte.
(rientra in casa)
Atto Terzo - Scena IX
Rigoletto, poi il Duca a tempo
RIGOLETTO: Egli è là!.. morto!.. oh sì!.. vorrei vederlo!
ma che importa!.. è ben desso!.. Ecco i suoi sproni!..
Ora mi guarda, o mondo!..
Questʼè un buffone, ed un potente è questo!
Ei sta sotto i miei piedi!.. è desso! oh gioja!..
è giunta alfine la tua vendetta, o duolo!..
Sia lʼonda a lui sepolcro,
un sacco il suo lenzuolo!.. Allʼonda! allʼonda!
(fa per trascinare il sacco verso la sponda, quando è sorpreso dalla lontana voce
del Duca, che nel fondo attraversa la scena)
RIGOLETTO: Qual voce!.. illusion notturna è questa!..
(traselando) No, no!..egli è desso!..Maledizione!
(verso la casa)
Olà... dimon bandito?..
Chi è mai, chi è qui in sua vece?..
(taglia il sacco) Io tremo... è umano corpo!..
(lampeggia)
Atto Terzo - Scena ULTIMA
pag. 39
Rigoletto e Gilda
RIGOLETTO: Mia figlia!.. Dio!.. mia figlia!..
Ah, no!.. è impossibil!.. per Verona è in via!..
Fu vision!.. è dessa!..
(inginocchiandosi)
Oh mia Gilda!.. fanciulla... a me rispondi!..
lʼassassino mi svela... Olà?
(picchia disperatamente alla porta)
Nessuno!.. nessun!.. Mia figlia?.. mia Gilda?.. oh mia figlia?..
GILDA: Chi mi chiama?
RIGOLETTO: Ella parla!.. si move!.. è viva!.. oh Dio!
Ah, mio ben solo in terra... mi guarda, mi conosci...
GILDA: Ah... padre mio!..
RIGOLETTO: Qual mistero!.. che fu!.. sei tu ferita?.. dimmi...
GILDA: Lʼacciar...
(indicando il core)
qui... qui mi piagò..
RIGOLETTO: Chi tʼha colpita?..
GILDA: Vʼho lʼingannato... colpevole fui...
lʼamai troppo... ora muojo per lui!..
RIGOLETTO: (da sè) (Dio tremendo! ella stessa fu côlta
dallo stral di mia giusta vendetta!)
(a Gilda)
Angiol caro, mi guarda, mʼascolta...
parla, parlami, figlia diletta!
GILDA: Ah, chʼio taccia!.. a me... a lui perdonate!..
benedite... alla figlia... o mio padre..
lassù... in cielo, vicina alla madre...
in eterno per voi ... pregherò.
RIGOLETTO: Non morir... mio tesoro, pietade...
se tʼinvoli qui sol rimarrei...
non morire, o qui teco morrò!..
GILDA: Non più... A lui... perdonate...
mio padre... Ad... dio!
(Muore)
RIGOLETTO: Gilda! mia Gilda! è morta!..
Ah! la maledizione!!
(Strappandosi i capelli cade sul cadavere della figlia)
FINE
pag. 40
ALDO SALVAGNO,
direttore dʼorchestra
Nato a Salerno nel 1970 si è diplomato in composizione nel 1996 al conservatorio
“G.B.Martini” di Bologna e si è laureato con il massimo dei voti in Storia della
musica nel 1995 al Dams di Bologna con il prof. R.Di Benedetto.
Ha collaborato con la tv francese (TF 1) dirigendo nel 2001 un concerto al Palazzo
Reale di Milano in occasione del Centenario verdiano e nel 2002 un concerto a
Venezia in occasione della Mostra del Cinema.
Ha diretto concerti in Germania, Ungheria, Francia, Svizzera, Montecarlo (Forum
Grimaldi), Stati Uniti. Giappone e Australia lavorando con orchestre quali la Kyoto
Philarmonic Orchestra lʼAdelaide Symphomy Orchestra, la Melbourne Opera
Orchestra e lʼOrchestra Filarmonica di Torino.
Dal 2002 è direttore principale dellʼOrchestra Filarmonica del Piemonte mentre
dal 2003 al 2005 è stato anche direttore principale della stagione lirica del teatro
Civico di Vercelli dove ha diretto La Vedova Allegra , Il Trovatore , Don Giovanni,
Rigoletto, Tosca, La Traviata , Don Pasquale, Turandot, Lucia di Lammermoor,
lʼElisir dʼamore, Simon Boccanegra, La Sonnambula. Ha inoltre diretto La Serva
padrona di Paisiello ( Villa di Camerano, Rimini), Rigoletto, Tosca e Turandot,
Madama Butterfly (“Unʼopera per la vita”, Cuneo), La Traviata (Teatro Cagnoni
pag. 41
Vigevano) Il Barbiere di Siviglia,Bastien und Bastienne, La Boheme , Carmen e La
Traviata (Festival, Una provincia allʼopera, Alessandria) e Die Fledermaus e Eine
Nacht in venedig di J.Strauss (Teatro Consorziale di Budrio, Bologna.) LʼHistoire du
Soldat di Stravinsky (Bologna, Sala del Conservatorio G.B.Martini) e il Requiem di
Verdi (Chiesa di S.Maria delle Grazie a Milano), La Boheme, Cavalleria Rusticana,
Pagliacci, Falstaff, Un Ballo in maschera (Nichelino, teatro Superga).
Ha debuttato in Giappone con Il Tabarro di Puccini e Cavalleria Rusticana al Loft
Theatre di Nagoja nel 2002 e successivamente Madama Butterfly nel 2004 alla
Kyoto Concert Hall con la Kyoto Philarmonic Orchestra.
Ha inaugurato la stagione lirica nel marzo 2004 in Australia al “Her Majesty
Theatre” di Melbourne dirigendo, in prima assoluta per lʼAustralia, la prima versione
di Madama Butterfly in collaborazione con la Fondazione Puccini di Torre del Lago.
Nel dicembre 2004 ha inoltre diretto Carmen per lʼOpera de Chambre de France al
Palais de lʼEurope di Menton in Francia in collaborazione con il Teatro dellʼOpera di
Nizza. Dal luglio del 2005 è direttore principale del Teatro di Irun in Spagna dove ha
diretto finora Don Pasquale, Elisir dʼamore, La Traviata e Tosca Nozze di Figaro.
Ha diretto negli Stati Uniti nellʼaprile del 2005 la Dearborn Symphony Orchestra al
Performing Arts Center di Detroit nel Michigan. Nel 2006 ha diretto nuovamente in
Australia, alla State Opera of South Australia lʼ Adelaide Symphony Orchestra nella
Madama Butterfly al Festival Theatre di Adelaide.
Dal 2008 è direttore artistico del Concorso internazionale di Canto “Anselmo
Colzani” che si svolge annualmente al Teatro Consorziale di Budrio (Bo).
Tra i prossimi impegni: Rigoletto in Spagna e Turandot, nel luglio 2008, ad Adelaide,
State Opera of South Australia.
ORCHESTRA FILARMONICA DEL PIEMONTE
Lʼorchestra nasce in seno allʼassociazione “Amici della Musica “ di Cuneo.
Particolarmente intensa lʼ attività operistica che lʼOrchestra organizza al Teatro
Civico di Vercelli, al Teatro Nuovo di Torino e al Toselli di Cuneo, oltre ad essere
regolarmente invitata nella stagione lirica del Teatro Superga di Nichelino: ha
in repertorio Traviata, Trovatore, Tosca, Barbiere di Siviglia, Rigoletto, Vedova
Allegra, Boheme, Madama Butterfly, Don Pasquale, Carmen, La Bella Helene,
Nozze di Figaro, Turandot .
Ha effettuato diverse tournee in Germania (Simmern, Bad Kreutznach e Koblenz),
in Svizzera ( Basilea e Losanna) e in Cina (Pechino e Shayang).
Dal 1999 ha iniziato la collaborazione con lʼOperaʼ de Chambre de France di
Mentone per le opere: “La Bella Helene”, “Le Nozze di Figaro” , “Madame
Butterfly”, “Carmen” di Bizet e “Don Giovanni” di Mozart a dicembre del 2005.
Eʼinoltre invitata regolarmente nella stagione sinfonica della città francese.
Lʼorchestra è stata protagonista in diverse sedi concertistiche di prestigio tra le quali
si segnalano il Teatro Regio di Torino, Il Teatro Alfieri e il Carignano di Torino, il
Teatro Brancaccio di Roma ed il Forum Grimaldi di Montecarlo.
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EDOARDO SIRAVO
Attore e regista di teatro, cinema e televisione, nato a Roma nel 1957. Ha recitato
nelle compagnie teatrali più rilevanti del panorama nazionale in oltre 120 spettacoli,
e per la stagione 2008-2009 propone due spettacoli, uno con Vanessa Gravina, La
Signorina Giulia di August Strindberg, ed uno con Maurizio Panici, Giulio Cesare o
della congiura da William Shakspeare.
Ha lavorato, e lavora nel cinema, televisione e nel doppiaggio collaborando con
importanti registi e attori quali: S. Randone, P. Stoppa, V. Redgrave, L. Ulmann, A.
Lionello, V. Gassman, G. Lavia, G. Bosetti, L. Ronconi, L. Squarzina, R. Guicciardini,
G. Patroni Griffi, A. Pugliese, J. Lassalle, M. Sciaccaluga, M. Missiroli, W. Pagliaro,
G. Sbragia, G. Proietti, C. Verdone, M. Bolognini, D. Damiani, G. Capitani, S.
Martino, R. de Simone, A. Piccardi.
Svolge inoltre intensa attività di doppiatore ed ha prestato la sua voce, tra gli altri,
a G. Depardieu, C. Reewe, P. Veller, M. Keaton, P. Fonda, J. Irons, K. Richards e
Koji Yakusho. Eʼ stato assistente alla regia di Giancarlo Sbragia e quindi di alcuni
spettacoli con protagonisti, tra gli altri, Michele Placido, Ivana Monti, Anna Teresa
Rossini.
Per quanto riguarda la lirica, ha curato, nel 2003, la regia del Macbeth di Giuseppe
Verdi, con Marzio Giossi e Anna Valdetarra, per il Comunale di Vercelli e per
la stagione teatrale di Nichelino (TO). Eʼ sua la regia anche dellʼopera Simon
Boccanegra per Vercelli, Cuneo e Nichelino nel 2004. Ha inoltre collaborato con
lʼOrchestra Filarmonica di Torino e dal 2004, con il M° Gabriele Bonolis, come voce
recitante in numerosi concerti, tra cui PIERINO E IL LUPO di Prokofiev e EGMUND
di L. V. Beehtoven. Nel 2006 ha partecipato al Concerto di Gala La Signora delle
Camelie - Alexander Dumas incontra Giuseppe Verdi - musiche da La Traviata di
Giuseppe Verdi e testi tratti da La Dame aux Camelias di Alexander Dumas figlio,
con Danielle Streiff (soprano), Christian Ricci (tenore), Roberto Servile (baritono),
Caterina Ilardo (soprano), Alessandro Fantoni (tenore). Il Concerto si è tenuto al
Teatro “Massimo” Vincenzo Bellini di Catania. Tra i vari recital in suo repertorio, i
più richiesti ed apprezzati sono: Magia della Voce, con il baritono Roberto Servile, e
Fra … intendimenti dʼAmore, con Vanessa Gravina.
Eʼ stato per molti anni docente dellʼAccademia dʼArte Drammatica della Calabria e
collaboratore del Premio Letterario Città di Palmi gemellato con il Premio Viareggio.
Al Festival Internazionale di Casablanca consegue il premio per la migliore regia
e tre premi per i suoi allievi attori. Dal 2002 al 2006 è stato Direttore Artistico del
Festival “Il verso, lʼafflato e il canto” del Teatro Romano di Volterra; è inoltre nel
Comitato Artistico del Festival di Altomonte e di Sabbioneta e attualmente del
Festival Lario della Provincia di Como. Ha fondato la Compagnia Teatrale Molise
Spettacoli, di cui è Direttore Artistico. Nel 2007 ha conseguito lʼincarico di Direttore
Artistico del Festival del Teatro dei due Mari, con sede a Tindari e Taormina.
Eʼ uno dei volti più noti della Televisione Italiana che lo vede protagonista in molti
sceneggiati e dal marzo 1999 ad agosto 2007 è il Commissario Vincenzo Leoni, uno
dei personaggi principali, nella soap opera di Canale 5, Vivere. Eʼ anche uno dei coprotagonisti della serie Ho sposato un calciatore.
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FERNANDA COSTA, soprano
Inizia gli studi di canto presso il liceo Viotti di Vercelli, sotto la guida di Rosetta Noli,
diplomandosi successivamente al Conservatorio G. Verdi di Milano. Si perfeziona
con T. Illesberg e W. Roseta, risulta finalista in diverse competizioni internazionali.
Il suo debutto avviene nel 1983 con Don Pasquale a Lecce. Intraprende quindi
una brillante attività internazionale che la porta nei più prestigiosi teatri in Italia
e allʼestero. È ospite del Regio di Torino (Don Pasquale, Elisir dʼAmore, Italiana
in Algeri), del Teatro alla Scala di Milano (Doctor Faustus di Manzoni in prima
mondiale, Fedora con la direzione di G. Gavazzeni, Arabella con Wolfgang
Sawallisch), del Regio di Parma (Les Contes dʼHoffmann), del San Carlo di Napoli
(The Rape of Lucretia di Britten, Le Cantatrici villane di Fioravanti), del Bellini
di Catania (La Bohème), del Filarmonico di Verona (La Sonnambula, Lucia di
Lammermoor, Il Barbiere di Siviglia), del Comunale di Bologna (La Cenerentola) e
dellʼopera di Roma (Il Barbiere di Siviglia e Lucia di Lammermoor).
Si presenta con La Traviata nei teatri di Benevento, Bergamo, Cremona, Trapani,
Fano, Novara.
Viene invitata Dal Teatro Municipale di Rio de Janeiro, dal Massimo di Palermo per
la Messa di Incoronazione di Mozart, dal Festival di Puccini di Torre del Lago per La
Bohème e per LʼItaliana in Algeri, e subito dopo lo Staatsoper di Monaco di Baviera
la chiama sempre per LʼItaliana in Algeri.
Protagonista in Traviata e Lucia nei Teatri di Pretoria e Johannesburg (Sud Africa) e a
Tunisi presso le “Rovine di Cartagine”, nel Ratto del Serraglio al Festival di Buxton
(Londra), in Giappone a Tokyo e Osaka con Rigoletto e Cenerentola. Ha lavorato al
fianco di cantanti quali José Carreras, Leo Nucci, Enzo Dara, Giorgio Zancanaro,
Salvatore Fisichella, Alessandro Corbelli, Michele Pertusi, Agnes Baltsa, Ferruccio
Furlanetto, Mirella Freni, Giovanna Casolla e come direttori Bruno Campanella,
Riccardo Chailly, Stefano Ranzani, Gianandrea Gavazzeni, Wolfgang Sawallisch.
MARZIO GIOSSI, baritono
Bergamasco, ha iniziato gli studi nella città natale con Giuditta Paris
proseguendoli e perfezionandoli con la Professoressa Clotilde Ronchi a Bologna.
Si è imposto allʼattenzione del pubblico come vincitore di numerosi concorsi:
“Battistini” di Rieti, “Laboratorio Lirico” di Alessandria, “Bastianini” di Siena,
“Voci Verdiane” di Busseto.
Da anni svolge una brillante carriera in Italia e allʼEstero (Francia, Olanda, U.S.A.,
Belgio, Svizzera, Giappone, Irlanda) cantando come baritono protagonista nelle
opere: “Trovatore “, “LʼElisir Dʼamore”, “Don Pasquale”, “Rigoletto”, “Bohème”,
“Il Barbiere di Siviglia”, “Pagliacci”, “Traviata”, “Cavalleria Rusticana”,
“Fedora”, “La Gioconda”, “Madama Butterfly”, “La Forza del Destino”, “Lucia di
Lammermoor”, “Così fan tutte”, “Roberto Devereux”, “Turandot”, “Maria Stuarda”,
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“Don Carlo”, “Lʼamico Fritz”, “Falstaff” (Ford)”, “Aida”, “Nabucco”, “Ernani”,
“Carmina Burana”, “Il Cappello di Paglia di Firenze”, “Il Maestro di cappella”, “Un
ballo in maschera”, “Messa di Gloria” di Puccini.
Nella “Donna del quadro” di Carlo Boccadoro, è stato protagonista al
“Festival delle Novità” al Teatro Donizetti di Bergamo(prima mondiale).
Ha cantato nei principali teatri quali: La Scala di Milano, Regio di Parma, Regio di
Torino, Comunale di Firenze, Comunale di Modena, Comunale di Bologna, Massimo
di Palermo, Sferisterio di Macerata, Verdi di Trieste, Champs Elysées di Parigi, Opéra
de Toulon, Opéra de Avignon, Opéra de Toulouse, Ahoy di Rotterdam, Opéra di Osaka,
National Concert Hall di Dublino, City Hall Cork, Palm Beach Opera, Donizetti di
Bergamo, Opera di Montecarlo, Teatro Royal de Wallonie di Liegi, Filarmonico di
Verona, Opéra di Reims, Opéra de Nancy, Opéra de Massy(Parigi), Pergolesi di Jesi.
Ha lavorato con grandi direttori come: Abbado, Muti, Gavazzeni, Oren, Arena,
Guadagno, Renzetti, Ranzani, Guingal, Pidò, Veronesi, Mercurio, Steinberg, Carminati.
Ha lavorato con grandi registi come: Miller,Ronconi, Gregoretti, Samaritani, Joel,
Santicchi, Scaparro e Auvray.
In estate 2007 ha cantato “LʼElisir dʼamore” (Belcore), “Rigoletto” e “Il Trovatore”
(Conte) al Classic Openair di Solothurn, “La Rondine ( Rambaldo) e “La Boheme”
al Festival Puccini di Torre del Lago, “Un Ballo in Maschera” (Renato) al Teatro
dellʼUnione di Viterbo e “La Traviata” (Germont) a Vichy in trasferta con LʼOpéra
di Avignon.
Gli impegni proseguono con: “La forza del destino” ( Don Carlo) a Malta, “La
Traviata” ad Avignon e a Reims; nel 2008 “Lucia di Lammermoor” (Enrico) a
Solothurn e “Madama Butterfly” al Festival Pucciniano e nel 2009 “La Traviata” al
Festival estivo di Orange seguita da “Otello” (Jago) a Limoges e Reims, “Lucia di
Lammermoor”, Opéra de Avignon.
GIORGIO CARUSO, tenore
Giorgio Caruso nasce a Palermo nel 1975, intraprende fin da giovane la carriera di
cantante studiando con Pio Bonfante al Conservatorio di Trapani “A. Scontrino”
dal 1999 al 2003 e attualmente sta concludendo gli studi di perfezionamento lirico
vocale presso lʼ “Accademia lirica del Mediterraneo” sotto la guida del M° Pietro
Ballo.
Nel Maggio 2003 è risultato vincitore 1° premio assoluto “Voci Maschili” al
concorso europeo “A. Miserendino”. Nel 2005 è risultato vincitore del concorso
internazionale Città di Alcamo presso il Teatro “Cielo dʼAlcamo, del concorso
internazionale “Giuseppe Di Stefano” presso Luglio Musicale Trapanese e del 36°
concorso “Vincenzo Bellini” di Caltanissetta.
Nellʼottobre 2005 debutta al “Luglio Musicale Trapanese” nellʼopera La Rondine
di Giacomo Puccini con il ruolo di Ruggero sotto la direzione di Steven Mercurio.
Seguirà un concerto di musica sacra presso il Duomo di Monreale con LʼOrchestra
Sinfonica Siciliana direttore Alberto Veronesi; Nel 2006 canta in un concerto al
teatro lirico di Segesta con Orchestra Sinfonica Siciliana diretta da Alberto Veronesi
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e al Teatro “Della Fortuna” di Fano con lʼorchestra Rossini di Pesaro sotto la
direzione di Ponziano Ciardi.
Nel 2007 è protagonista in diversi recital tra cui si segnalano il concerto di
capodanno al teatro Rossini di Pesaro (direttore Ponziano Ciardi), una serie di
recital a Roma e al teatro Politeama di Palermo con lʼOrchestra Sinfonica Siciliana
diretta da F. Ledda; un concerto ad Helsinky a chiusura della masterclass tenuta dal
M° Pietro Ballo ed un concerto di sette tenori svoltosi a Bagnara di Romagna per
ricordare il M° Luciano Pavarotti.
Nel Gennaio 2008 ha effettuato un concerto al teatro Politeama a Palermo nello
spettacolo “Happy New Year 2008” direttore Lidio Florulli. Debutta nel ruolo del
Duca di Mantova in Rigoletto a Budrio.
FRANCO DE GRANDIS, basso
Vincitore del concorso internazionale dellʼAs.Li.Co nel 1981 e premiato al concorso
“Maria Callas” nel 1983, Franco De Grandis comincia subito la sua carriera
debuttando nel medesimo anno nel ruolo di Timur in Turandot di Puccini alla Scala
di Milano sotto la direzione di Lorin Maazel. Da questo momento la carriera di
de Grandis è in costante ascesa. Ha infatti cantato nei piu grandi teatri del mondo:
Metropolitan di New York, Teatro dellʼOpera di Roma, Staatoper di Vienna, Festival
di Salisburgo, Arena di Verona, Teatro Regio di Parma e numerosi altri.
Ha cantato con artisti di fama internazionale come Pavarotti, Domingo, Araiza,
Nucci, Bruson, Dimitrova, Kabaivanska, Ricciarelli, Sutherland e numerosi altri
e sotto la direzione di maestri quali Karajan, Muti, Abbado, Maazel, Mehta,
Gavazzeni, Renzetti, Bartoletti. Santi, e Levine.
Ha inciso per le piu importanti case discografiche : Decca (Guglielmo Tell, 1990,
direttore Muti), Naxos (Il trovatore, 1996, Barbiere di Siviglia, 1997 e Falstaff,
1998, direttore W.Hambourg), Emi (Nozze di Figaro, 2000 direttore Muti) e per la
Philips e la Chandos.
BARBARA VIVIAN , Contralto
Nata a Pordenone nel 1969, consegue il diploma di canto presso il conservatorio
“B.Marcello” di Venezia. Segue il corso di perfezionamento con il soprano Rosetta
Noli. Frequenta un corso di perfezionamento tenuto da Gianni Raimondi, Eugenia
Ratti, Gabriela Cegolea, GianniTangucci e viene scelta per interpretare il ruolo di
Beppe nellʼAmico Fritz di Mascagni allestito a Voghera.
In seguito interpreta i ruoli di Rosina dal Barbiere di Siviglia e Cenerentola dalla
Cenerentola di Rossini. Dopo unʼaudizione eseguita al Teatro Rosetum di Milano,
ricopre il ruolo di Mercedes dalla Carmen di Bizet, al Teatro di Faenza ed il ruolo
di Suzuki da Madama Butterfly. Finalista di vari concorsi, risulta vincitrice al Primo
Concorso Internazionale della Lirica di Sanremo, quindi si esibisce al Teatro Piccolo
Regio di Torino ed al Carlo Felice di Genova.
Nel 1997 debutta nel ruolo di Leonora nella Favorita di Donizetti al Gran Teatro di
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Dijon. Nel 1998 è Maddalena nel Rigoletto di Giuseppe Verdi in una lunga tournee
(Austria, Germania, Inghilterra, Danimarca, Norvegia).
Nel 1999 interpreta il ruolo di Carmen in una tournee in Spagna: Siviglia, Alicante,
La Coruna, Almeria, Vigo, Burgos, Vitoria, Salamanca, Saragoza. Successivamente
interpreta il ruolo di Emilia nellʼOtello di Rossini per il prestigioso Festival di
Martina Franca. Eʼ tra le finaliste scelte per ricoprire il ruolo di Amneris nellʼAida di
Giuseppe Verdi al Teatro di Busseto, ed è Carmen al Teatro Sociale di Alba.
Riscuote grande successo per il Requiem di W.A. Mozart, per un recital tenuto allʼ
Auditorium di Torino, e per lʼinterpretazione di Suzuki nella Madama Butterfly al
Teatro Superga di Nichelino.
TULLIA BELLELLI - soprano
Intraprende gli studi sotto la guida del M° Franco Ballo. La sua attività concertistica
è da subito di notevole rilevanza esibendosi nei più importanti teatri Palermitani
e Siciliani accompagnata da Orchestre come la formazione da camera Siciliana,
lʼOrchestra Scarlatti, lʼOrchestra da camera Gino Marinuzzi, ecc.. Eʼ invitata a
numerose manifestazioni nazionali e internazionali. Nel 2005 è invitata dal Circolo
Lirico di Bologna dove esegue, tra gli altri, brani inediti di autori siciliani. Nel 2006
si esibisce per lʼinaugurazione, al teatro Politeama Garibaldi di Palermo, del 250°
anno dalla nascita di W. A. Mozart, dove esegue LʼExultate Jubilate, accompagnata
dallʼOrchestra Scarlatti e diretta dal M° Carmelo Caruso.
Eʼ invitata come soprano solista dallʼOrchestra Filarmonica Piemontese con la quale
si esibisce in un concerto di arie dʼopera diretta dal maestro Gianmaria Griglio. E
successivamente è invitata ad esibirsi come soprano solista dal Maestro Alberto
Veronesi.
Vince lʼaudizione tenuta dal Teatro Sociale di Rovigo per ricoprire il ruolo di Zerlina
nel Don Giovanni di Mozart in programma nei teatri di Rovigo e Mantova.
Debutta nel ruolo di Violetta ne La Traviata andata in scena nel marzo 2007 a
Palermo, e nel ruolo di Oscar in “Un Ballo In Maschera” a Nichelino (To) ricevendo
una critica positiva nel mensile “LʼOpera”. Debutta riscontrando lʼentusiasmo del
pubblico nei ruoli di Lola in “Cavalleria Rusticana” di P. Mascagni a Saluzzo (CN)
e di Micaela nella “Carmen” di Bizet a Cuneo. Si è esibita come soprano solista al
teatro di Mentone (Francia) per il concerto di Capodanno 2008.
BANFO LUCA, basso
Ha iniziato lo studio del canto a Modena nel 1996, allievo del maestro Arrigo Pola
e, proprio a Modena, ha vinto nello stesso anno una borsa di studio della Fondazione
Arturo Toscanini di Parma, finalizzata al perfezionamento di giovani cantanti lirici.
Ha debuttato nel 1997 al Teatro Comunale di Modena nellʼopera “Betly” di Gaetano
Donizetti. Ha sostenuto i ruoli di: Angelotti, Sagrestano e Sciarrone in “Tosca”
di Puccini, Sparafucile, Monterone e Marullo in “Rigoleto” di Verdi, Samuel nel
“Ballo in maschera” e del dottore nella “Traviata” di Verdi. Zio Bonzo in “Madama
Buttrefly” per il Teatro Coccia di Novara.
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MARCO SPORTELLI , basso-baritono
Inizia gli studi presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, e dopo poco tempo
debutta come vincitore del Concorso “Battistini” di Rieti nelle opera Traviata di
Verdi e Barbiere di Siviglia di Rossini.
Protagonista in molte produzioni del Circuito Lirico del Piemonte da alcuni anni
predilige il repertorio da basso buffo interpretando lʼElisir dʼAmore e Don Pasquale
di Donizetti, lʼItaliana in Algeri di Rossini, Don Giovanni e Nozze di Figaro di
Mozart. Dal 1985 è artista del Coro del Teatro Regio di Torino con il quale ha
partecipato a numerose produzioni anche in qualità di solista.
DAVIDE MALANDRA, tenore.
Diplomato in canto presso il Conservatorio “Cantelli” di Novara. Laureato in Lettere
Moderne allʼUPO di Vercelli. Ruoli principali: Ismaele nel ”Nabucco”, Danilo
in “Vedova Allegra”, Cecè Collura ne “Il Fantasma nella Cabina”, Filiberto in
“Capriccio Antico”. Comprimariato: Gastone e Giuseppe in Traviata; Abdallo in
Nabucco; Ruiz nel Trovatore; Goro e Yamadori nella Butterfly; Pang in Turandot;
Arlecchino nei Pagliacci; Giovane Eremita ne La leggenda di Sakùntala. Repertorio
concertistico : “Sette parole” Mercadante, “Carmina Burana” Orff, “Via Crucis”
Listz, “Missa Criolla” Ramirez. Collaborazioni principali coi direttori: De Bernart,
Gelmetti, Karabtchevsky, Lombard, Rota, Renzetti, Sisillo, Santi; ha collaborato
con i registi: Zeffirelli, Pizzi, Scaglione, Giacchieri, Curran, Mortelliti, Corradi; ha
lavorato nei teatri di: Roma, Milano, Piacenza, Reggio Emilia, Novara, Istambul,
Dresda.
PIER BURDESE, baritono.
Ha iniziato gli studi musicali nel 1984. Si è inizialmente dedicato al canto corale
polifonico in vari gruppi corali del cuneese ed ha partecipato a vari concorsi e
realizzazioni in Italia e allʼestero (Francia, Inghilterra, Germania, Repubblica Ceca e
Svizzera) fra le quali messe e cantate di Bach, Schubert, Haydn, il Requiem di
Mozart, la messa in Re di Dvorak, il Messia di Haendel, il Te Deum di Charpentier e
la Nona Sinfonia di Beethoven al Teatro Chiabrera di Savona. Ha abbandonato questi
impegni dal gennaio 1999. Ha iniziato lo studio del Canto nel 1996 presso lʼIstituto
Musicale di Savigliano (CN) con i MM. Guinis Lisandro, Lia Araujo e proseguito
poi con Maria Agricola, Alessandra Cordero, Antonio Bertola e Wally Salio. Ha
partecipato alla manifestazione “Settembre in Musica 1997” al Teatro Nazionale
di Roma con 7 repliche di Traviata (Barone) e 7 repliche di Rigoletto (Ceprano).
Collabora dal 2001 con la Compagnia “Il Nuovo carro di Tespi” e il direttore Claudio
Morbo con cui ha interpretato il ruolo di Figaro nel Barbiere di Siviglia, Carlo in
Addio Giovinezza, Belcore in Elisir dʼAmore ed il Conte dʼAlmaviva nelle Nozze
di Figaro. Collabora dal 2004 con lʼOrchestra Filarmonica del Piemonte e con il
direttore Aldo Salvagno.
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GIANLUCA FASANO, direttore
Si è diplomato in Musica Corale e Direzione di Coro presso il Conservatorio
di Alessandria e in Composizione presso il Conservatorio di Torino,
dove ha concluso gli studi diplomandosi in Direzione dʼOrchestra.
Si è perfezionato in Canto con Carlo De Bortoli ed Enrica Maffeo. Ha frequentato
i corsi di Musica Antica dellʼIstituto Stanislao Cordero di Pamparato con
Teresio Colombotto. Ha cantato e canta regolarmente come solista in numerosi
concerti in varie località del Piemonte e della Lombardia anche per la rassegna
“Piemonte in Musica”, esibendosi nel repertorio barocco, cameristico e
lirico. Ha sostenuto ruoli di comprimario in Rigoletto, Traviata, Trovatore, Il
barbiere di Siviglia, Il Flauto magico, Carmen, Pagliacci, La Forza del Destino.
Ha inoltre debuttato e dal 1998 collabora regolarmente come direttore del
coro, cantante e attore caratterista nella produzione di operette interpretando
numerosi ruoli in Cin-ci-là, Il Paese dei Campanelli, La Città rosa, Al Cavallino
Bianco, La Vedova allegra, La Principessa della Czardas, Acqua Cheta,
La Danza delle Libellule, Dedè, Lo Zingaro Barone, Una Notte a Venezia.
Dal 1997 svolge intensa attività come Direttore di Coro nelle produzioni di
numerose opere liriche con oltre 20 titoli in repertorio. Ha diretto il Coro
Incontrocanto di Torino e ha collaborato con la Corale Universitaria di Torino.
Eʼ direttore dellʼEnsemble Ars Novissima, che esegue musica cameristica per
voci e strumenti, dal barocco al contemporaneo. Eʼ direttore co-fondatore del
coro lirico “Mario Braggio”. Dal 2005 è direttore del Coro lirico Orpheus.
Dal 2002 collabora come assistente del direttore, maestro di palcoscenico e maestro
del coro al “Fondo Opera Festival” e con le produzioni operistiche dellʼOrchestra
Filarmonica di Trento.
CORO LIRICO DI TORINO
Il Coro Lirico di Torino nasce nel 1996 per volere del M° Elsa Oddone. Nellʼarco
di pochi anni si impone sul territorio regionale e nazionale andando ad esibirsi in
importanti teatri italiani tra cui: Teatro Regio di Torino, Teatro Nazionale di Roma,
Teatro Ente Musicale Trapanese, Teatro Alle Vigne di Lodi, Teatro dellʼarte di
Milano, Teatro Carignano di Torino, Teatro Civico di Vercelli, Teatro Romano di
Augusta Bagiennorum, Basilica dei Frari di Venezia … Collabora stabilmente con
lʼassociazione Amici della Musica di Cuneo e Sipario melodramma e dintorni per la
realizzazione degli spettacoli del Circuito Lirico del Piemonte . Ha collaborato con
artisti di fama internazionale quali Leo Nucci, Marzio Giossi, Fernanda Costa, Katia
Ricciarelli, Luciana Casolla … Dal 2004 il coro è diretto dal M° Sonia Franzese.
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rigoletto libretto PER SITO - Teatro Consorziale di Budrio