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Questo capitolo del romanzo
Ballata per la figlia
del macellaio
di Peter Manseau
è pubblicato per
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I edizione: novembre 2009
© 2008 Peter Manseau
© 2009 Fazi Editore srl
Via Isonzo 42, Roma
Tutti i diritti riservati
Titolo originale: Songs for the Butcher’s Daughter
Traduzione dall’inglese di Giuliano Bottali e Simonetta Levantini
www.fazieditore.it
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Peter Manseau
Ballata per la figlia
del macellaio
traduzione di Giuliano Bottali
e Simonetta Levantini
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Qui di seguito è riprodotto il primo capitolo della
Ballata per la figlia del macellaio.
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Le memorie di Itsik Malpesh
alef
C’è una grande distanza tra Kishinev e Baltimora. Per separare il luogo in cui ha avuto inizio la mia vita da quello probabile della mia
morte, il mare della storia ha inviato onde che
hanno costantemente minacciato di farmi affogare. Come sono riuscito a sopravvivere? Mi
sono aggrappato a una zattera di parole.
Le prime furono quelle della mamaloshn, le
dolci pietanze yiddish che mia madre utilizzava
per calmarmi quando piangevo. Erano parole
come cucchiai di legno, che ti nutrivano di zuppa calda nei giorni più freddi e che battevano
sulla pentola quando piccole mani avide cercavano il cibo prima che fosse pronto. Non molto tempo dopo, le mie prime parole si fusero
con quelle del loshn kodesh, la lingua sacra delle Scritture. Nei miei ricordi più lontani, quando mio padre mi avvolgeva nel suo scialle da
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preghiera e mi portava alla sinagoga ad ascoltare come parlano le preghiere, era come se io
stesso fossi un rotolo sacro portato tra le braccia del giusto per guidare la processione della
Simchat Torah. Mio padre non era particolarmente devoto e lo divenne ancora meno con il
passare degli anni, ma era un buon ebreo: recitò il qaddish per mia madre quando lei morì,
e fu felice di mandare il suo unico figlio maschio alla scuola di religione, dove io imparai a
scrivere le lettere dell’alfabeto.
E che lettere! La flessibilità delle ventidue
lettere dell’alef-beys mi stupisce ancora oggi.
Con esse potevo scrivere il mio nome in due
modi: il primo come lo sentivo pronunciare
ogni giorno in yiddish – yud tsadek yud kof – e
il secondo come veniva pronunciato nell’ebraico della Torah – yud tsadek khes kof – nello stesso modo in cui suonava quello del figlio del nostro patriarca Abramo. C’è solo una minima differenza tra Itsik e Isaac, ma per me era meraviglioso essere un ragazzo con due nomi – uno
per le strade e uno per la shul – come se chi ero
dipendesse dalle mura che mi circondavano.
Quello fu solo l’inizio di quanto avrei appreso dalle differenze tra le mie due prime lin6
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gue. Basta osservare come le stesse quattro lettere del loshn kodesh trovino nuova vita e significato nel dialetto:
alef yud vov beys
In ebraico significano Giobbe, il nome dell’uomo giusto, santo e torturato dei Libri dei
Profeti. In yiddish, se prendiamo la parola e
capovolgiamo il vov e lo yud, diventa semplicemente oyb, cioè un “se” dubitativo.
Riuscite a vedere come la lingua stessa spieghi i misteri dell’uomo? Solo nel rapporto tra
una lingua e l’altra riusciamo a capire che Dio
considera la vita di ogni creatura come una domanda; come un “se” che respira e cammina. I
rabbini vorrebbero che credessimo in un Dio
che sta in paradiso senza altro da fare che guardare giù alla Sua creazione chiedendosi di questa o quell’anima che Gli capiti sott’occhio.
Quali domande potrebbe porsi un simile Dio:
Se uccido il figlio di quello, continuerà poi lui a
pregare? Se distruggo il corpo di quell’altro per
mezzo di piaghe, continuerà a cantare le mie lodi? Che risponderemmo se Dio ponesse a noi
le stesse domande? Per alcuni è questa la reale
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sfida della vita: chi saremmo noi se ci accadesse quel che è accaduto a Giobbe? Saremmo capaci di accettare le nostre sofferenze così come
lui le ha sopportate?
Ach, questi pensieri sono materia per i filosofi. Il poeta, è risaputo, è un eretico e un
pragmatico per natura. Per quanto mi riguarda, se Dio, dall’alto del suo mistero, decidesse
di sottopormi alle tribolazioni del povero
Giobbe gli direi di andarsi a ficcare una pigna
su per il culo.
Ma forse sto correndo troppo. Perdonatemi, la mia penna cerca sempre le parole definitive. Odia l’inizio delle cose, i primi segni sulla
pagina vergine. Ma prima che vi narri cosa ho
fatto del mondo e cosa il mondo ha fatto di me,
devo raccontarvi come sono nato.
Se è vero quello che mi ha raccontato mia
madre, sono nato nella città ferita di Kishinev,
a tarda sera, una domenica di aprile mentre
bianche piume riempivano il cielo come fiocchi
di neve in primavera. Kishinev, a quei tempi,
apparteneva all’Impero Russo; prima e dopo di
allora, quella città ha conosciuto tante altre nazionalità, quasi quante ne abbiamo conosciute
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noi poveri ebrei. Sempre con il tacco di un nuovo stivale sul collo – ottomani, russi, rumeni –
la città giaceva con la faccia nel fango del suo
fiume paludoso, il Bic, al quale non importò
mai chi fra i goyyim si fosse autodefinito zar.
Secondo il racconto di mia madre, la mia nascita avvenne durante la Pasqua russa di quell’anno, il 1903 (quando, da ragazzo, le chiesi
come mai il mio compleanno non capitasse
sempre a Pasqua, lei mi spiegò che quella festività cristiana era mobile, mentre l’anniversario
della mia nascita era immobile come una tomba). Allora, la famiglia Malpesh – mia madre,
mio padre, le mie sorelle e mia nonna – viveva
nel centro di Kishinev, nei pressi di piazza Chuflinskii, a un isolato di distanza dal mercato di
via Aleksandrov. Mio padre faceva l’ebanista,
costruiva mobili e armadi, ma prima che io nascessi era diventato il direttore della fabbrica di
piumini d’oca della città e ora vivevamo da benestanti. Mia madre non aveva più bisogno di
andare a lavorare, ma continuava a dare regolarmente assistenza alla famiglia di cristiani della porta accanto. Le sue due figlie erano abbastanza grandi per prendersi cura di sé, ma la
madre che viveva nella casa accanto era a letto
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malata e non aveva figlie che potessero aiutarla:
dunque, diverse volte la settimana, mamma cucinava del cibo per l’inferma e per i suoi quattro figli. Era così che si faceva nella comunità in
cui allora viveva la famiglia Malpesh: gli ebrei e
i cristiani vivevano nella stessa strada e tutti i
bambini correvano dentro e fuori da ogni casa.
Anche quando ero ragazzo, dopo gli episodi di
violenza, i bambini cristiani venivano ancora a
bussare alla nostra porta per chiedere qualche
dolcetto.
Kishinev era ebrea per metà, mentre l’altra
metà era divisa in parti uguali tra russi e moldavi. I russi gestivano l’amministrazione locale, forti dell’autorità conferita loro dallo zar.
Speravano di trasformare in russi anche i moldavi, una popolazione rude che discendeva dagli abitanti originari della provincia della Bessarabia, di cui la nostra città era la capitale. Entrambi i gruppi erano convinti di rappresentare la metà della popolazione totale, per quella
che mio padre definiva la “matematica cristiana” dell’ufficio censimenti della Bessarabia:
noi ebrei eravamo cinquantamila in una città di
centomila anime, ma eravamo considerati una
minoranza molesta.
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Comunque, la mia famiglia viveva bene. Il
che forse necessita di una spiegazione visto che,
allora, non erano molti gli ebrei che a Kishinev
vivevano bene. Come avrebbero potuto? Vi erano infinite norme che impedivano loro di prosperare. Agli ebrei non era permesso vivere oltre i confini della città, quindi la maggior parte
di loro doveva ammucchiarsi in poche, misere
strade; non potevano votare alle elezioni che
stabilivano il governo della città in cui erano costretti a vivere; le loro opportunità lavorative
erano limitate da diverse corporazioni con precise connotazioni etniche. Perfino gli ebrei che
avevano avuto qualche successo sembravano essere visti come interessati solo a ingraziarsi il favore delle autorità. Di massima, la nostra vita
veniva circoscritta dagli antichi pregiudizi della
popolazione cristiana. Che il nostro numero
fosse in crescita, mentre il loro era in declino,
non suggeriva ai nostri vicini che noi rappresentavamo il futuro e la speranza di Kishinev ma, al
contrario, che eravamo una minaccia e che ne
avremmo causato l’imminente rovina.
Come riuscì la famiglia Malpesh a elevarsi al
di sopra di quelle condizioni? Come mi raccontò mia madre, accadde così: cinque anni pri11
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ma, dopo che aveva iniziato a lavorare alla locale fabbrica di piumini d’oca, una notte mio padre si svegliò all’improvviso, scosso da un incubo terribile. Nel sogno aveva visto un intero
stormo di uccelli bianchi col collo spezzato, le
lingue blu che pendevano dal becco nero come
l’inchiostro, infilzati a spiedi giganti collegati
tra loro da ruote meccaniche. Gli uccelli erano
appesi a testa in giù, con le due zampe palmate
rivolte al cielo come mani che chiedevano pietà.
Il fuoco divampava in una caldaia a carbone,
una macchina si era messa in moto cigolando,
mentre le carcasse degli uccelli avevano iniziato ad avanzare lentamente verso un uomo senza volto e con la barba imbrattata di sangue.
Freidl, la più piccola delle mie sorelle, più
tardi mi disse che nostro padre le aveva raccontato che il misterioso personaggio del sogno gli
era apparso «come lo shoykhet dell’inferno», e
lei giurò che non avrebbe mai più dimenticato
la sua descrizione. Freidl allora aveva solo cinque anni, ma una volta, nella capanna dietro alla sinagoga, aveva visto in azione Moishe
Bimko, uno dei macellai kosher di Kishinev. Alto quasi due metri e grosso come un bue, perfino come macellaio Moishe faceva paura a guar12
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darlo. L’uomo che svolgeva il suo stesso ruolo
nella Geenna era troppo terrificante anche solo
da immaginare.
Nonna gridò quando sentì il sogno di mio
padre, convinta che fosse dovuto a una fattura.
«Qualche vecchia strega ti ha fatto il malocchio», disse. Mio padre non era superstizioso,
ma dopo la reazione di sua madre ammise che
il sogno lo aveva turbato. Nonna lo assillò per
giorni: «Devi andare a parlare col rabbino. Ti
dirà lui il significato della tua visione».
Mamma non era d’accordo: «Il rabbino è
un servo del sindaco. Ti dirà che le due zampe
degli uccelli significano che devi pagare due
volte le tasse».
Invece di correre in sinagoga, suggerì a mio
padre di descrivere l’immagine degli uccelli in
movimento al signor Bemkin, il padrone della
fabbrica di piumini. Mio padre era riluttante;
non era orgoglioso del suo lavoro e trovava disdicevole qualsiasi legame con la fabbrica di
piumini d’oca di Bemkin. Aveva accettato l’impiego solo perché una nuova legge impediva
l’assunzione di ebanisti che non fossero iscritti
all’Associazione Falegnami della Bessarabia, e
l’iscrizione era preclusa agli ebrei. Alla fabbri13
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ca di piumini d’oca, mio padre non lavorava di
pialla e martello ma usava una pala per raccogliere la montagna di escrementi che erano il
sottoprodotto della macellazione su larga scala.
Tuttavia, per accontentare mia madre, mio
padre acconsentì a incontrare il signor Bemkin.
Ma prima fece un disegno di quello che ricordava del suo incubo: la macchina, le ruote
meccaniche, il nastro trasportatore e gli spiedi
ricurvi di metallo che reggevano le oche.
Non appena vide gli schizzi, il signor
Bemkin ne comprese immediatamente il potenziale. Era un cristiano ma anche un uomo
d’affari accorto, che reputava la possibilità di
maggiori guadagni più importante delle differenze religiose. La “macchina per le oche” di
mio padre, disse, era molto simile all’innovazione che aveva fatto la fortuna delle grandi
fabbriche di piumini d’oca di Odessa. Ma chi,
si chiedeva, avrebbe potuto costruire una macchina di quel genere a Kishinev?
Mio padre si offrì di tentare. Dopo una consistente rielaborazione dei suoi schizzi iniziali,
finalmente ebbe un’idea geniale: usare cinque
spiedi di ferro per infilzare ogni oca al meccanismo. Quattro spiedi si limitavano a punzec14
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chiare il volatile sotto le ali, due per lato, per tenerlo sul nastro trasportatore, più per la paura
di essere punto che per una ferita reale. Un altro spiedo, che calava dall’alto, sarebbe stato
usato solo se l’oca non poteva essere immobilizzata in altro modo. Lo spiedo le avrebbe infilzato il collo, inchiodandola al nastro trasportatore permettendo, così, al sangue di raccogliersi nel canaletto che correva lungo tutto il meccanismo. Grazie a questo progetto, molte oche
sarebbero sopravvissute al procedimento di
spennatura e avrebbero continuato a produrre
piume fino al ciclo successivo; solo gli uccelli
che rallentavano la produzione sarebbero stati
uccisi.
La macchina ebbe un successo immediato.
Nel giro di sei mesi, mamma aveva fatto i bagagli e dalle stanze in affitto nel quartiere ebraico la famiglia si era trasferita in una casa a due
piani nei pressi di piazza Chuflinskii, con veduta sulla celebre giostra dalla finestra del secondo piano.
Per mio padre sarebbe stato impossibile
compiacersi ulteriormente per il cambiamento
di posizione sociale che tutto questo gli aveva
portato. Ora, in fabbrica, sotto la sua direzio15
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ne lavoravano squadre di operai russi e moldavi, e lui raccontava orgogliosamente a mia madre quanto quelli gli dessero ascolto. Quando
ordinava di aumentare il ritmo per soddisfare
un ordine urgente – «Spennate i pennuti con
brio, miei impiumati spennatori!», li incitava –
gli operai, che pochi mesi prima lo snobbavano come ebreo spalamerda, ora acceleravano o
rallentavano ai suoi comandi. Sembrava quasi
che non fossero più dei russi o moldavi, ma
semplici estensioni della sua volontà.
In realtà, per mio padre erano solo parti di
una grande macchina, o forse di un animale affamato. Sì, proprio così: erano gli organi di un
golem divoratore di oche. Come altro descrivere il comune sentire degli operai che sfacchinavano nel profondo ventre di una bestia? Con
tutto quel sangue che colava, l’aria della fabbrica era densa di una spessa caligine, e i rauchi
starnazzi delle oche trafitte suonavano, e puzzavano, come carne marcia e digerita.
Se a volte un operaio protestava per le condizioni di lavoro o per l’evidente crudeltà inflitta alle oche, mio padre era pronto a rispondere che non aveva niente di personale né contro le sue oche, né contro i suoi operai. Era so16
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lo una questione di domanda e di offerta. La
domanda di cuscini e di piumini esigeva una
quantità sempre maggiore di piume; il fine giustificava i mezzi.
«Infatti», aggiungeva, «dato che un quarto
degli abitanti di Kishinev dorme ogni notte sulle piume di Bemkin e solo, diciamo, un millesimo di un quarto della città lavora qui in fabbrica, oserei dire che siamo in vantaggio. È una
semplice questione matematica: se addizioniamo la sofferenza degli operai alla sofferenza delle oche spennate e poi dividiamo questa sofferenza totale per il piacere derivato dal dormire
sulle piume di Bemkin, a cui dobbiamo aggiungere il piacere delle oche non spennate che si
godono la vita ancora di più conoscendo il destino che hanno evitato, mi sembra evidente che
il nostro lavoro qui sia per il bene comune».
Una volta che i suoi operai ebbero accettato
il fatto di non potersi rivolgere al loro direttore
senza venire rimbambiti, il controllo di mio padre sulla fabbrica diventò totale. Adorava osservare gli uomini e la macchina che fervevano
di attività ogni mattino, ovviamente incurante
del sacrificio di vite aviarie che lubrificava l’intero meccanismo.
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Man mano che le oche avanzavano attraverso
le varie fasi di lavorazione, ogni uomo aveva il
compito di spennare una sola sezione – l’ala sinistra, l’ala destra, la parte superiore del petto o
quella inferiore: così, dopo essere passata tra le
mani di otto spiumatori, l’oca era spennata fino
alla nuda pelle. Prima, per spennare una sola oca
ci voleva mezz’ora; ora bastavano cinque minuti. Inoltre, poiché gli operai non dovevano più
lasciare il loro panchetto dopo aver finito di
spennare un uccello – fatto che per tradizione
comportava il fumare diverse sigarette durante
la breve passeggiata fino alla pila delle nuove
oche – si risparmiava ancora più tempo. Il che
era stato reso possibile mettendo un solo uomo
all’inizio della catena di montaggio. Questi stava
seduto tutto il giorno e infilzava un’oca dopo
l’altra con gli spiedi di ferro. Nel vecchio sistema, l’infilzatore era sempre lo spiumatore più
lento, un omone grande e grosso che cominciava a sudare al minimo sforzo. Ora gli operai non
dovevano più fermarsi per discutere o vantarsi
su chi fosse lo spiumatore più abile; lavoravano
come una squadra, verso un obiettivo comune.
Poiché era l’unica persona a sapere come
ogni parte si adattava alle altre, mio padre si
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aggirava tra gli operai e valutava il loro lavoro:
«L’ala sinistra, tirala su! La destra. La coscia.
Stai lasciando troppe piume sulla pelle! Testa e
collo. Questo lavoro ti serve o no?».
Sotto la sua supervisione il magazzino si
riempì di piume, e il signor Bemkin lo ricompensava bene per i suoi servigi. Naturalmente,
come mamma faceva notare, non era solo la nostra famiglia a beneficiarne. Mio padre trovava
sempre il modo di consegnare a Moishe Bimko
le oche con le piume troppo rigide così da sfamare i poveri della sinagoga. Grazie alla sua invenzione, il costo delle imbottiture calò a tal
punto che anche per gli ebrei più poveri divenne possibile dormire più comodamente. Molti
anni dopo, nel mio nuovo paese, avrei incontrato uomini che cantavano le lodi di mio padre
per via dei suoi cuscini e delle sue trapunte da
Baltimora a Brooklyn. Per qualche anno beato,
l’intera Kishinev dormì sui suoi sogni.
Fu così che venni concepito, in una calda
notte di shabbos, primo uccello dello stormo
dei Malpesh a iniziare l’interminabile migrazione della vita dalla comodità di un nido di piume. Dalla fabbrica, mio padre aveva portato a
mia madre un materasso pieno e gonfio come
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un challah di Capodanno e lei, per ricompensarlo, gli permise di condividerlo dalla festa di
Shavuot fino alla fine dell’estate.
Quello fu l’inizio dei miei guai. I guai, per il
resto di Kishinev, arrivarono subito dopo.
Non pretendo di suggerire che siano state le
prime avvisaglie del mio arrivo a scatenarli, ma
chi può contestare che i mesi che precedono la
nascita di un bambino siano un tempo in cui
ogni cosa appare possibile?
Ciò che accadde fu questo: a un giorno di
cammino verso nord, nella cittadina di
Dubăsary, si diceva che era stato trovato un cadavere. Non era una cosa insolita. Kishinev era
una città moderna, con marciapiedi, carrozze e
fabbriche come quella diretta da mio padre.
Ma Dubăsary, sebbene non fosse lontana, era
ancora campagna selvaggia. I contadini del posto zappavano la terra sassosa con il caldo e
con il gelo, come facevano da secoli, e a malapena ricavavano il necessario per restare in vita. Per consuetudine del luogo, i morti trovati
nei campi venivano seppelliti sul posto.
A Kishinev, quando il quotidiano «Bessarabets» riportava di questi macabri ritrovamenti,
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gli articoli suscitavano lo stesso interesse che
avrebbe suscitato il resoconto dei movimenti
intestinali dello zar. Meglio che accada nella
campagna di Dubăsary, amavano dire gli abitanti di Kishinev, che sulla giostra di piazza
Chuflinskii.
Ma quel corpo aveva causato delle preoccupazioni. Dal momento in cui era stato trovato
da un vagabondo pronipote di servi che si era
allontanato dalla strada per pisciare, fu evidente che quella era una morte di cui qualcuno
avrebbe dovuto rispondere. Innanzitutto era
solo un ragazzo, un fanciullo di circa quattordici anni, l’età di mia sorella Beylah. Era stato accoltellato più volte e aveva il volto e il collo coperti di lividi. Per di più, il ragazzo era un cristiano. Si diffuse la voce che fosse stato visto
per l’ultima volta mentre accompagnava i suoi
nonni alla messa ortodossa.
Chi può dire dove crescono meglio le menzogne? Al buio come le muffe? Alla luce del sole come i fiori? A Dubăsary crescevano ovunque. Mettevano radici al mercato, accudite dai
mercanti. Venivano curate nelle chiese, dove
erano mietute dai preti. Il ragazzo è stato ucciso
dagli ebrei, bisbigliava il popolino. Gli ebrei vo21
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levano il suo sangue, diceva l’antica leggenda,
per addolcire il loro matzo e rendere più denso
il loro vino; volevano il suo sangue per festeggiare la loro Pesach.
Naturalmente! Chi altri, o saggi uomini di
Dubăsary? Chi se non gli ebrei avrebbero ucciso un ragazzo lasciandolo a un lato della strada
per fargli pisciare addosso da un contadino cristiano? Chi se non gli ebrei avrebbero potuto
essere tanto furtivi nelle loro motivazioni e tanto trascurati nell’attuazione? Chi se non gli
ebrei si sarebbero costruiti la forca, legato il
cappio e ingaggiato il boia per farsi tirare il collo? Mi stupisce ancora, dopo tutti questi anni,
che gli ebrei sappiano come le stesse menzogne
sono state ripetute per migliaia di anni, mentre
i cristiani le ascoltano sempre come se fossero
una rivelazione. Essere giudicati e assassinati da
imbecilli simili è dolorosamente irritante. Con
lo stivale di un cosacco che gli schiaccia il collo, uno spalatore di letame moldavo si sforzerà
ancora di chiedere qual era l’ebreo che lo ha atterrato.
Ma così va il mondo. E così andavano le cose nel nostro angolo di terra ai tempi in cui le
provviste viaggiavano a fatica lungo le strade
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sconnesse, ma le parole si diffondevano come
le fiamme. Nei tre mesi successivi, mentre io
crescevo nel grembo di mia madre, le menzogne di Dubăsary impregnarono la nostra città e
crebbero anch’esse, in attesa del giorno in cui
sarebbero esplose tra le lacrime e il sangue.
Nel periodo di preparazione alla Pesach,
mamma si tenne occupata raccogliendo briciole dalla credenza. Raccolse tutte le cibarie che
la famiglia non poteva mangiare nei giorni del
pane azzimo e le portò ai suoi vicini cristiani,
che le accettarono con gratitudine. Mamma
imboccò la donna invalida con la farinata e, in
modo indiretto, si informò se di recente avesse
udito qualche notizia, o se uno dei suoi figli ne
avesse letta per lei qualcuna sul «Bessarabets»
di quel giorno.
«Il giornale dice che un gruppo di chimici
ebrei ha inventato un nuovo sistema per fare il
vino senza uva», disse mamma; poi, mentre portava il cucchiaio a quelle labbra malate, studiò il
viso della donna in cerca di una reazione che
potesse tradire una simpatia nascosta. Non vedendo nessuna reazione, mamma proseguì, come se stesse esplorando una ferita. «Sul giorna23
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le c’è scritto che questo nuovo vino è rosso come il sangue. Ma che gli ebrei tengono segreta la
ricetta. Hai mai sentito una cosa del genere?».
«Ho sentito solo sciocchezze», disse la donna cristiana. «Possono esserci state delle cose
spiacevoli là fuori, in campagna, ma non qui.
Kishinev è una città moderna». Poi sollevò con
fatica la mano per carezzare la guancia di mia
madre. «Guarda noi due», disse poi in tono
quieto, «due donne civili che discutono delle
notizie del giorno senza timore di ritorsioni.
Per quanti anni ti sei presa cura di noi? Quattro? Cinque? Da quando siamo vicine di casa.
Se questo è possibile, allora il mondo non è
certo malvagio quanto temi».
Mamma voleva crederle, specialmente ora
che era così prossima a mettere al mondo un
bambino. Il dottore le aveva detto che poteva
accadere ai primi di maggio, e lei pregava che
le tensioni in città finissero prima di allora. Nel
frattempo, cercare di interpretare l’umore dei
goyyim era diventato un passatempo abituale
quanto prevedere le variazioni del tempo. Ogni
giorno mio padre, tornando a casa dalla fabbrica, notava le strane occhiate che riceveva mentre attraversava la città. Era consapevole che
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ogni cristiano che si toccava il cappello e lo salutava con un «Buongiorno, direttore» aveva
una qualche opinione sul ragazzo che era stato
assassinato dagli ebrei.
In quella atmosfera, era prevedibile che quell’anno la festa di Pesach sarebbe stata piuttosto
triste, anche se iniziò senza incidenti. Il fratello
di mio padre, sua moglie e il loro figlio Zishe ci
avevano raggiunto dal quartiere ebraico per
condividere la nostra grande tavola e, tutti insieme, i membri della famiglia Malpesh cantarono
le antiche canzoni di schiavitù e di liberazione.
A quel tavolo io ero senz’altro il più giovane della famiglia, ma ero ancora nel grembo di
mia madre, quindi le quattro domande toccarono a mio cugino Zishe. Il destino ha deciso
che io non lo avrei mai conosciuto, ma mi sembra quasi di sentire la sua voce come fosse un
ricordo: Perché questa notte è diversa da tutte le
altre notti? Le parole gli venivano a fatica, solo da poco aveva iniziato a studiare e non ne
comprendeva il significato.
Nel corso del Seder, mamma percepì la cupezza che proveniva dalla tavolata. Le sue due
figliole, di solito così attente, sedevano accigliate e distanti, non sorridevano neanche quando
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veniva chiesto loro di far cadere qualche goccia
di vino sul piatto per commemorare le piaghe
d’Egitto. Negli anni passati quello era stato un
momento di allegria per le bambine. Malgrado
la serietà dell’argomento, raramente veniva loro permesso di giocare a tavola con il cibo.
Ma quella sera fu davvero diversa da tutte
le altre, perché fu allora che, dopo aver lasciato cadere l’ultima goccia, che rappresentava la
piaga divina che provocò la morte dei primogeniti d’Egitto, Beylah, la mia sorella maggiore, quattordicenne e sfacciata, osò menzionare
la paura che serpeggiava tra le strade di Kishinev. Sicuramente, ciò che intendeva dire era:
Padre, sono confusa da ciò che sta accadendo.
Abbiamo una bella casa e qui siamo felici.
Mamma si prende cura dei cristiani della porta
accanto e io sono convinta che uno di quei ragazzi pensi che io sia carina. Ma quando scendo
in strada sento gli sguardi ostili da ogni finestra.
Puoi spiegarmi, ti prego, cosa succede?
Ma non furono queste le parole che lei pronunciò. Forse i poeti e i bambini sanno meglio
di noi quanto possa essere elusiva la nostra bella lingua. Come una poesia che non prende forma, i pensieri dei bambini sono spesso confusi,
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ostinati, espressi in modo sgradevole malgrado
l’intento più puro. Come si potrebbe spiegare
altrimenti perché, seduta alla tavola del Seder,
con la famiglia intorno, e in un momento di
grande ansietà, mia sorella maggiore Beylah abbia chiesto: «È vero ciò che dicono le ragazze
russe, che un ragazzo di Dubăsary è stato ucciso dagli ebrei? Che gli ebrei gli hanno tolto il
sangue per fare da mangiare?».
Il viso di mio padre avvampò sotto la barba.
Non era un uomo portato all’ira, ma in quell’occasione urlò: «Come puoi dire una cosa del
genere? È un’infamia!».
Gli altri bambini balzarono su con una serie
di domande simili, dando finalmente voce a
tutto quello che avevano dovuto sopportare da
parte dei loro coetanei cristiani, le cattiverie e
le calunnie che avevano tenuto nascoste fino ad
allora agli occhi dei genitori. Sarebbe nata una
vera disputa familiare, se il fratello di mio padre non avesse preso il controllo. Zio Leib era
un uomo tranquillo, mite di aspetto e con un
tono di voce costantemente serio. I bambini
spesso lo trovavano distante, ma ora lui parlò
direttamente alle loro ansie.
«Beylah, piccola mia, non avere paura di fa27
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re domande», disse. «Ciò che ti hanno raccontato le ragazze russe è quello che hanno sentito dire dai loro genitori, che a loro volta lo
hanno udito dai loro. È un’antichissima menzogna sul nostro popolo che alcuni insistono
ancora a ripetere. È una spudorata falsità. Capisci cosa sto cercando di dirti?».
«Sì», disse Beylah, «ma…».
«Ma, cosa? Hai aiutato la tua mamma a preparare il matzo sin da quand’eri bambina, no?
L’hai aiutata anche quest’anno?».
«Sì».
«E hai aggiunto del sangue alla pastella?».
Beylah abbassò lo sguardo e rispose sottovoce: «No».
«E hai mai visto qualcuno che aggiungeva
del sangue alla pastella del matzo?».
«No», ripeté Beylah guardando il piatto, riluttante a incontrare lo sguardo serio di suo
zio. Era ancora l’inizio del Seder, nel suo piatto
c’era solo il simbolo liquido delle piaghe, le
dieci gocce di vino rosso che lei aveva fatto cadere. Intinse un dito nel fluido violaceo e lo
usò per disegnare fiori e spirali. Anni dopo, mi
disse che si era sentita trattata da bambina, non
come una giovane donna quattordicenne. Vo28
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leva ribellarsi a quell’affronto ricorrendo alla
sua audacia e alla sua permalosità.
«Ma non ho mai visto come fanno il nostro
vino», sbottò. «E le ragazze russe parlano anche di quello. Perché non dovrei credere a ciò
che dicono?».
Zio Leib stava per rispondere, ma mio padre alzò una mano. Le figlie si prepararono a
un’altra esplosione di collera, ma mentre il suo
paziente fratello parlava, mio padre aveva ritrovato la sua compostezza. Ora intuiva che
con quella spavalderia, sua figlia non chiedeva
risposte ma solo conforto. Voleva essere sicura
che, qualunque cosa dicessero le sue compagne
russe, la famiglia Malpesh sarebbe stata in grado di controllare il proprio destino e che gli
ebrei avrebbero potuto continuare a vivere come desideravano.
Mentre tutta la famiglia era in attesa di ascoltare le sagge parole che avrebbe pronunciato,
mio padre strizzò l’occhio alla mamma e chiese
con voce tonante: «Mamma, per favore, mi passeresti il sangue dei cristiani?».
Beylah alzò lo sguardo sconvolta. Zio Loeb,
disorientato, strizzò gli occhi fino a ridurli a una
fessura.
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«Sì, certo, padre», disse mia madre sorridendo. «Un bel bicchierone di sangue cristiano. Ho
letto sul “Bessarabets” che è molto nutriente».
Le sue figlie non riuscivano a crederci, ma
l’assurdità della cosa le faceva ridere loro malgrado. Dall’altro lato del tavolo, zio Loeb capì
la battuta e scoppiò in una risata: «Sì, dell’altro
sangue cristiano anche per me», e le ragazze,
sentendo il loro serio zio che si univa allo
scherzo, non si trattennero più.
«Anche a me, mamma», disse Beylah ridendo. «Mi versi un po’ di sangue?».
Il cugino Zishe prese il bicchiere del padre
e bevve una lunga sorsata.
Freidl canticchiò: «Voglio del sangue cristiano! Ancora sangue cristiano!».
Ma mamma la calmò: «No, no, piccola. Forse quando sarai più grande». E tutta la famiglia
scoppiò a ridere insieme come non faceva da
mesi.
Non tutti però ne furono divertiti. Nonna
era rimasta silenziosa quando Beylah aveva sollevato il problema, ma ora batté le mani sul tavolo con tale forza che le candele traballarono
fino a spegnersi. «Shah! Basta! Qualcuno vi
può sentire!».
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«Chi può sentirci?», disse mio padre ridendo.
«I cristiani!», sibilò mia nonna. «Sono sempre in cerca di scuse! Sarebbe stato meglio
per noi, se il bambino assassinato fosse stato
ebreo!».
«Ach, madre, ti prego», disse mio padre.
«Sono il direttore della più grande fabbrica
produttrice di piumini d’oca della provincia.
Ho inventato la macchina per trasportare le
oche, che ha permesso a tutti i letti di Kishinev
di essere ricoperti di piume! Pensi che non sia
al sicuro in casa mia?».
«Shah!».
«La famiglia Malpesh non può forse…».
«Shah!».
«…permettersi di divertirsi un poco a tavola durante le feste?».
«Shah!».
«Altro sangue cristiano per tutti!», gridò
mio padre.
Nonna si alzò bruscamente, urtando il tavolo mentre si dirigeva verso la scala. Il suo piatto urtò il coltello e il coltello colpì il bicchiere
e, prima che chiunque potesse raggiungerlo, il
calice di fine cristallo si rovesciò e si ruppe in
mille pezzi contro il piatto del Seder. Una chiaz31
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za rossa si allargò sulla tovaglia come una marea crescente.
Mio padre tentò ancora una volta di rallegrare l’atmosfera suscitando un’ultima risatina
mentre le gridava dietro: «Che peccato! Tutto
quel buon sangue sprecato!».
Ma l’orrore sul viso della nonna, unito alla
vista del cristallo frantumato, disse chiaramente ai bambini che lo scherzo era finito.
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