LICEO STATALE “GIUSEPPE PEANO” TORTONA VOCI PER LA POESIA LITOCOOP SRL – TORTONA (AL) 2010 Carlo BUSCAGLIA Dirigente Scolastico IL PRESIDENTE della FONDAZIONE Rag. Carlo Boggio Sola La pubblicazione è stata realizzata grazie al contributo della YÉÇwté|ÉÇx Vtáát w| e|áÑtÜÅ|É w| gÉÜàÉÇt L’edizione 2010 di Voci per poesia ha confermato alcune linee di tendenza in atto da alcuni anni: la sezione dedicata agli emigranti piemontesi si conferma la più vitale e ricca: le testimonianze che provengono in particolar modo dal Sud America trasmettono un affetto per il nostro paese che commuove; le nuove generazioni, quelle dei figli e dei nipoti degli emigranti, si fanno importante e, forse, ultimo tramite dei ricordi, delle speranze, dei sogni, a volte, delle delusioni, di quelle persone che nel passato sono partite dall’Italia; le loro parole ci arrivano prevalentemente in forma di poesia, ma si deve registrare un notevole aumento dei racconti; da ultimo voglio spiegare i motivi che ci hanno spinto a collocare la poesia “Muse al vento” sull’ultima di copertina di questo libretto: essa, pur nellα semplicità dell’ispirazione e dei mezzi espressivi, si configura come un omaggio al nostro concorso, un segno di come esso sia percepito con simpatia e passione dalle persone che vivono all’estero; • gli autori dialettali che hanno proposto opere sono, ed accade ormai da anni, un numero piuttosto limitato; questo è dovuto sicuramente a difetti di comunicazione dell’iniziativa, ma anche alla debolezza che sempre più vive la realtà linguistica dialettale nella nostra Regione. Nonostante ciò e rimarcando una volta ancora i meriti del plurivincitore Tavella, autore dialettale colto e raffinato, vorrei sottolineare la presenza di due autori locali che per storia personale rappresentano dei punti di riferimento per il mondo dialettale Tortonese: l’ex sindaco di Viguzzolo Mario Marini e il tortonese Sergio Piccinini che, sono convinto, arricchiranno le poesie proposte con una lettura dal vivo, durante la serata della premiazione, capace di far entrare in sintonia con questa lingua antica anche le nuove generazioni; • la sezione musicale ha raccolto 5 proposte, di cui 4 con testo in inglese: colpisce come i giovani percepiscano questa lingua come strumento privilegiato per esprimere i propri sentimenti e raccontare delle storie • la novità dell’edizione 2010 è rappresentata dal concorso artistico, riservato agli studenti delle scuole superiori piemontesi, che aveva come tema l’ispirazione alla vita o all’opera di uno autore letterario italiano dal Novecento ad oggi. La particolarità del tema scelto, coerente con lo spirito che anima il concorso, ha forse rappresentato un freno alla partecipazione di un numero più cospicui di giovani artisti; • nel presente libretto non troverete l’indicazione dei vincitori della sezione artistica e di quella musicale poiché l’assegnazione dei premi avverrà nella serata finale. • le sezioni di poesia e racconto hanno fatto registrare un lieve calo di partecipanti, più sensibile nel racconto di autori over 19. Ecco dunque il riepilogo dei numeri dell’edizione 2010 di Voci per la poesia: per le poesie in italiano sez. A (fino a 19 anni): 14 autori con 33 testi; per le poesie in italiano sez. B (over 19): 16 autori con 39 testi; per le poesie in dialetto: 4 autori con 7 testi; Per la poesia di residenti all’estero: 51 autori con 86 testi; Per il racconto di residenti all’estero: 21 autori con 21 testi per il racconto in italiano sez. A (fino a 19 anni): 57 autori con 57 testi; per il racconto in italiano sez. B (over 19): 6 autori con 6 testi; per la sezione artistica: 2 autori con 2 opere; per la sezione musicale: 5 gruppi con 5 canzoni; Ed ora è tempo di ringraziare. In modo particolare le giurie della poesia, della narrativa e della musica per la pazienza, l’entusiamo e lo spirito con cui hanno svolto il loro (a volte ingrato) compito. Ιl Dirigente Scolastico del Liceo "Peano", dott. Carlo Buscaglia, per la sollecita disponibilità per ogni esigenza organizzativa. Ιl dott. Franco Pasino, la prof.ssa Bruna Balossino, la dot.sa Carla Maria Cervari Rivera , la sig.ra Rita Chiappella, il sig. Pietro Burroni, i docenti tutti del Liceo Peano e tutte le persone che a vario titolo si sono impegnate per la buona riuscita di un evento che ormai è entrato nel calendario delle manifestazioni del Tortonese. Un ringraziamento particolare va ancora alle istituzioni che sono state al nostro fianco: alla Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona e al suo Presidente, rag. Carlo Boggio Sola; alla Regione Piemonte, per aver reso possibile il viaggio transoceanico di un'emigrata di origini italiane, vincitrice della sezione "Emigrati Piemontesi", alla Provincia di Alessandria, alla Città di Tortona. GIACOMO PERNIGOTTI • COMMISSIONI GIUDICATRICI Poesia MEMBRI - Lucina Alice Maurizio Cabella Rosanna Dondo Giacomo Maria Prati Don Luigi Quaglini - Mario Giachero Luisa Iotti Francesco Bonicelli - Lorenzo Bianchi Marco Gilardone Gege Picollo Egidio Perduca Mauro Isetti Racconto breve MEMBRI Voci per il canto MEMBRI Artistica MEMBRI - Marina Buratti Caterina Tovagliari COMITATO DI REDAZIONE Carlo Buscaglia Giacomo Pernigotti Rita Chiappella Poesie Sezione A ODE ALLA LUNA Luna, perchè mi guardi così stasera? Dimmi, non sei tu, ipocrita sfera, a sussurrarci di sorridere quando la tua metà nel buio va urlando? In te mi vedo, o Luna, e il cuore mio soggiace, in un torpido sonno e, pago, scordo lo scorrer delle ore che conducono al laconico giorno. E quando giorno sarà, il mio sguardo volgerò, apatico, verso l'oriente; non considererò 'l sole, triste bardo: limpida luce inonda 'l cor dolente. Sei falsa Luna. Noi, condannati, non vedremo mai 'l tuo vero lato. Ecco, Noi, a cosa siam destinati: Amare ciò che saper non ci è dato. Andrea Suverato IL MATERIALISMO DEL MIO CUORE TI CHIAMA ANCORA CASA Luce che filtra fra le persiane illumina in lunghezza la mia stanza con buchi a intermittenza. Polvere illuminata si mostra con modestia nella sua spirale di danza verso il soffitto, incolonnata. Dolce profumo ormai dimenticato antico ricordo di giorni lontani, solo sfiorabili, quasi dimenticabili. Vecchie pareti rigate, sbiancate, segnate: tratti sottili vicini, buchi di chiodi staccati, solchi di vite vissute. Eco di parole già dette, labirinto di idee diverse, percorso di giorni normali. Vita che fu, che mai non sarà. Semplice materialismo necessario all'animo nostro, per identificarci nel concreto. Sensazioni contrastanti, rimpianti costanti, gesti clonati, di ricordi ancora conati. Sciocca incredulità, l'assurdità della realtà. Passo leggero sul marmo: rumoreggia ancora. E il mio cuore balbetta, soffre, stupito: domani cambierà casa, tana, rifugio. Domani non sarà più suo, questo. Domani sarà duro risveglio, vita di un altro, muro di un altro, eco di un altro, ricordo di un altro, rifugio di un altro. Non mi appartieni più. Ma ciò che fu casa, sempre sarà; la mia mente non ti lascia, crudele realtà. Il materialismo del mio cuore ti tiene ancora qua, accanto a me, per sempre. Anna Blasi DUALITA’ D’AMORE Quando ami, ogni cosa si duplica. Gioisci il doppio. Piangi il doppio. Vuoi il doppio. Cedi il doppio. Amo, e muoio il doppio. Ma vivo la metà… Riccardo De Rosa LA FINE È SEMPRE UN INIZIO Si infrange l’aurora, al dolce ritmo del tuo respiro… Quell’attimo ci appartiene, quel raro instante in cui anche il sole riesce a sfiorare la sua luna… Faccio miei i tuoi sogni, come se potesse bastare a dimenticare, dimenticare la nascita di quell’oscuro desiderio… La speranza che, questa, non sia l’ultima volta che ti ho abbracciato… Ludovica Enrietti BAGNATA DI LUCI E VIOLE Questa notte, gli occhi consumo ad il mondo osservare il sole tramonta, disco di fumo, e di altre stelle, altre notti, va a depredare Asciugate le lacrime del cielo, per la campagna ne rimane la rugiada e ritorna in me il pensiero della notte e della sua foschia rada Questa notte, tremo dal gelo, è bagnata di luci e viole e vorrei che fosse eterna, questa notte di persone sole Valeria Tanzi Poesie Sezione B SOLO CON LE MANI Ci parlavamo con le mani, in silenzio, per ore: non c’erano incomprensioni fra noi. Adesso, neppure gridando riusciremmo a sentirci. Maria Teresa Arbasino BALCONE SUL MARE Matriosche, i giorni Tracimano da una luce Polverosa di ringhiere E infervorata l'onda Si orienta: a tentoni, A rimbombo, a perdifiato. Controvoglia, per amore Di pace, il giallo Pesante, immaginoso Della sera ha ridotto All'osso quel vago Sentore d'altrove che Puntuale potrebbe Effondersi da un qualsiasi Sovrappensiero. E così, usurato dall'aria, Lo sguardo leggermente Si sporge da un parapetto Defilato, come a voler Ravvisare un assente, Profilarne la sagoma Intravista fra gli spifferi Luminescenti del mare. Valentina Incardona LA CIOTOLA Sotto il cielo liquido e quasi trasparente della lunga notte son tornato a sognare; mentre il mio gatto, anche lui stregato dalle mie illusioni, leccava nella ciotola il riflesso della luna credendolo latte. Sergio Piccinini AUSCHWITZ Lacrime ormai non ho più. Un pezzo di pane raffermo, nascosto, il bagaglio di soli ricordi (di quando ero ancora persona), avvinghiati, aggrappati, che graffiano l’anima per non soffocare nel fumo di chi non ha più ricordi. Di quando sembrava importante un otto nel compito in classe, la gonna più corta, il cappone a Natale, o per un gioco di sguardi rubati il cuore affittava le ali. Nemmeno più il nome mi resta: sul polso una cifra mi dice chi sono confusa fra numeri e occhi cerchiati, nel fango, fra mille fantasmi rasati. Attorno un confine di filo spinato. Nell’aria l’odore di numeri da ciminiere che pungono il cielo. Ennio Di Biase BREZZA DI MONTAGNA E così ogni mattino, quando la sterpa dirama blandamente verso il cielo e io montanaro ai frati bolsi, ai cani al laccio per non morire penso e anche il tempo si fa scuro come ad un addio su le volute d'asfalto rotolanti al piano. Di sopra, al nuovo giorno già si tace , si dissolve, piccolo guscio di sassi all'ombra querula del mondo, piccola Roma, scialbe ginestre e fumo al giro d'occhi, sospira una cicala e ferma il girasole senza Dio nel grigio che mi segue e mi sommerge fino a Scrivia, fino al limitare trepidio del cuore e dei ricordi. La foto in cartolina sulla gabbia (la torre, il municipio), riporta capriole l'ansioso protestar d'una campana, la forbice che sgronda gli zoccoli di sosta per sognare il tempo, quel ch'è perso, la mamma, la mestra, il Don, lardo e pane che non cerco nella scelta del self service o a quel limbo caro alle poltrone per sfamare il giorno. Ah, paese mio di montagna che passo alla bonaccia di un'arida giornata nelle febbre di città.... E' cominciato prima il viaggio e frenano i minuti un calar d'ostie sull'eterno che s'invola per tornare a sera: un cinguettar di valli, la zolla pellegrina alta di bacche, coriandoli e farfalle e fare segno d'un arso come il sole, per quelle porte spalancate nel respiro dei camini. Risuonano i saluti, riso e volti, mi guarda il girasole e un tremulo libeccio di violini di tra le frasche curve di sudore mi riporta l'anima del mio mondo di montagna: grembiuli, odor di fungo e pace! Sergio Dotti LUNA BIANCA DI LATTE La luna, luce bianca di latte mi schiarisce la fronte e mi dona la pace. Un istante, la persiana socchiusa, nel risveglio di luce, nel risveglio di mamma, di culla, una lieve carezza, una calma presenza, un istante. Un istante soltanto, e la vita ritorna nella notte più chiara, a sorridere ancora. Bianco giglio ed un calice chiaro di stelle. Daniela Fava Poesie in dialetto 06/12/2009 Noi coma feuje Noi, coma feuje, a fà nassi ‘l temp dë ‘l fior la primavera, quand ch’ a chërso ‘l lòsne ëd sol Mimnermo ( Noi coma feuje ) *** Noi coma feuje …; ‘l care d’ un sol cërlich s’ ënfróbio coma cocai tra ij branch. Mèr e amèr son j arcòrd, a vòte com’ amel e a vòte coma ‘d tòssi a s’ ësmon-o, coèrcc a l’ ambra d’ un sol-sota ch’a vest den-a la gòi coma na plaja ‘d lèit. L’ é l’ épica d’ un di che ‘nt ël passé sò gàud a ‘m papòta ‘nt soa lus, ch’ am pòrta ‘nt un volé ëd buf na bëriajin-a ‘d n essi ch’ a l’ é vita, e a l’ é mùsica d’ arpe vronà, lingere, da na man ëd poeta. Noi coma feuje …; a l’ é ël passé ëd la vita coma s’ ale ‘d parpale ch’ a nasso con l’ ëvlù matiné e ‘nt la lus ëd la sèira as na van, mentre ‘n piasì o n’ angossa as dvento ‘n biàut, ën nòte ‘d na scòsta cirilanda. Pì che baston l’ é arson s’ arciam leugn ëd na ciòca; ël ghëddo sì ‘d n aluch a s’ ëncotiss; l’ é pion ës mar còti ‘d silombre, e magara ‘l prim top ënt un moment as gionta a la dosseur d’ un cèp ch’ i ‘ndoma ‘ncor sërcand. Noi coma feuje … i vnoma coma chile ciapà ‘nt un geugh ëd giovëntura e i sërcoma n avnì n pò pì leugn che na branca. L’ é l’ ànima ch’ a seugna na lèrma ‘d na rosà soagnà da ‘n ras ëd lun-a. L’ é ‘ncor la maravija dla nassensa ch’ a possa a ciusié un refren, ma a l’ é cheta la zitra, e a son fate ‘l munute ch’ a sbrolo coma ‘d ren-a portà da na bufera. Larga ‘d mànie miraco la neuit l’ é ‘nco ‘n poema d’ amor …; noi, come feuje … Antonio Tavella Note: 1) Noi coma feuje = Noi come foglie: inizio di verso di una composizione di Minermo, antico poeta della Grecia classica; 2) cërlich = bizzarro; 3) s’ ënfróbio = s’ intrufolano; 4) mèr e amàr = puro e aromatico: si dice di un buon caffè: 5) tòssi = veleno; 6) a s’ ësmon-o = si offrono; 7) ambra = anima ed ambra, in bisenso; 8) sol-sota = tramonto; 9) plaja = lieve pellicola; 10) gàud = gaudioso; 11) papota = coccola; 12) buf = ventate; 13) vronà = pizzicate; 14) as dvento = si mutano; 15) biàut = salti ( di luce ); 16) cirilanda = concertato di uccelli ( termine locale ); 17) arson = risonanza; 18) ghëddo = garbo, tono; 19) aluch = agonia ( del giorno ); 20) a s’ ëncotiss = si ammorbidisce; 21) pion = maestro; 22) silimbre = penombre (esiste pure il raro cognome Piemontese “ Silombra “ ); 23) top = buio ( parola del Biellese ); 24) cèp = tepore; 25) soagnà = ornata; 26) refren = motivo musicale, ritornello; 27) fate = insipide; 28) sbrolo = franano; 29) larga ‘d mànie = indulgente. TRADUZIONE Traduzione in italiano: Noi, come foglie, genera il tempo dei fiori la primavera, quando crescono in lampi di sole … Mimnermo ( Noi come foglie ) *** Noi come foglie …; le carezze di un sole bizzarro s’ intrufolano come uccelli tra i rami. Puri ed aromatici sono i ricordi, a volte come miele e a volte come del veleno si propongono, coperchi all’ anima ed all’ ambra di un tramonto che riveste subito la gioia come una sottile pellicola di latte. E’ l’ epica di un giorno che nel passare suo gaudioso mi coccola nella sua luce, che mi porta in un volare di ventate un tantino di un’ essenza che è vita, ed è musica di arpe pizzicate, leggere, da una mano di poeta. Noi come foglie …; è il passare della vita come ali di farfalle che nascono nel velluto mattutino e nella luce della sera se ne vanno, mentre un piacere o un’ angoscia si mutano in salti ( di luce ), in note di un non prossimo concertato di uccelli. Più che imposizione ( bastone ) è risonanza questo richiamo lontano di una campana; qui il tono di un’ agonia ( di giorno ) si ammorbidisce; è maestro questo soffice mare di penombre, e forse il primo buio in un momento si aggiunge al dolce sapore di un tepore che andiamo ancora cercando. Noi come foglie … veniamo come queste catturate in un gioco di gioventù e cerchiamo un avvenire un po’ più lontano di un palmo. E’ l’ anima che sogna una lacrima di una rugiada ornata da un raggio di luna. E’ ancora la meraviglia della nascita che porta a fischiettare un’ aria musicale, ma è silente la cetra, e sono insipidi i minuti che franano come della sabbia portata da una bufera. Indulgente forse la notte è ancora un poema d’ amore …; noi, come foglie … Antonio Tavella A RA CAMPAREIA (*) Na vota i paisän a ligavn'insum d'un pom o inchè int un pèer or int un muròn bei sëch bela pla set bei bastòn, tüti longh ugual e stagiunà; e pö, cun lêugn püsè pcinòt, (1) a sunavn'a camparèia per ten d'ôegg ar vgnòt (2) ch'u gh andas no quëch malincaminà a catas l'üva da fa 'r barlòt. (3) Na nota müsical par ogni bastón, una mageja! A ogni culp u surtiva un són: l’er di paişan ra meraveja: tich, toch, tach: do, re, mi, fa, sol, la si ch’us sintiv’in sa e in à (4), şa a bunura, int ar mesdì e inver sira, a l'imbrunì. Chi e ch'u va là in fond? s'al ciap agh al sprufond! u bragiav'ar paişan ad jater vòt; a ra vuùs a sa spangav'int tüf i cabanòt: e pröma dra vindümia, i'ultom vent dì anche s'à punsiva l'aria da bas, insum dna brasà 'd paja int ar casot, lü u stava là a drumì. E icsì (5) u pasav'u temp cmesiseja (6) sicur da fa ra guardia a hibjö, ma che guardia er la? Epura, che custänsa! L'era roba d'jater vot, l'era l'üsänsä. Mario Marini NOTE (1) più piccolo (2) per tenere d’occhio il vigneto inteso qui di modeste dimensioni (3) per farsi il barilotto di vino novello: era un modo di dire per indicare chi era costretto a vendemmiare un po’ in anticipo, perché era rimasto senza vino da bere (4) qua e là (5) e così (6) così, in qualche modo, come viene viene (*) Vero e proprio sistema di allerta e di allarme contro i ladri d’uva durante il periodo di maturazione delle uve e di vendemmia. Era una rudimentale suoneria installata su una pianta della vigna da cui si ricavavano arie e suoni, ma anche avvertimenti perentori ai ladruncoli ed ai malintenzionati. ME NONA “L’ARGINTENA” A ziva semper me nona, a ra fen dra smäna: “Stèi cuntent fjulen che dmän l’è festa.”Ma da mängià u ghera un po’ da mnestra E n’öv (per tri) tüt bela sfraghjà Int na pucia ‘d tumatich meşa brüsà“Me cari nud u bşogna pjala basa, i voster nonu son pover cuntaden ch’i viven cuna r grän dra Mujasa*, ra melga 'd San Tumaş e quël poch ven ch'u sorta da ra vigna dra Piaşera*, e qualche vota, l'è no na coşa rera, a riva ra timpesta a da 'r varşlà. E ades che vujater a sèi rivà a fav manten e ancura a tribülà”. E nui, tri fjöi sensa pü ra mama, cun noster par luntan a lavurà, stevma citu a sentì ra so lagna, magher cun tänta vöja da mangià e cu' ra pänsa ch'a smjava na cavagna. “A basta ra lumèna per fa ceer 'd sira int ra cüşena 'ndè ch'u var mängià; ra lüüş der lampadein l'è tropa cara e se vrì stüdià u-v basta ra cändila”. * Toponimi dialettali, senza adattamento italiano, presenti nel comune di Villaromagnano L'era stacia des an in Argintena per guadagnà dui sood da fas ra cà, e g'ava 'r visi d'impastà 'r dialët cun der parol spagnö' (per fa efet): “'Cagia la boca!”- per dì da no parlà“Adelante, vamos!”- ad cursa ven a cà“Basta da stà in patoja1, brüt aşnon!” S'a turnava no 'd cursa j' era paton. Erma tri pover fjöi sensa pü na mama mantnü' da quëi veg' nonu cuntaden, ma a sum gnü sü l'istës braav ed edücà, grasie anche a ra nona e au so bragià, parchè in fond in fond, insema a nonu Pen2 anche ra nona ai so tri nuud a-g vriva ben. Tänt e tänt j' aan d'inlura i son andac' via ma 'm turnen semper in ment cum nustalgia. […] Sergio Piccinini 1 Gironzolare 2 Giuseppe Poesie Sezione emigrati piemontesi SILENCIOSO ADIÓS Obstinado y abrumador, el silencio se adueña de la casa y de mi alma; secos los ojos, agotadas las lágrimas, el corazón destrozado. La mesa del desayuno compartido durante muchos y felices años.Las tazas en order. El periódico doblado, esperándote. Tu silla vacía. Angustiada, estreno un día inédito en mi vida. cominza a cubrirmr con sus negras alas de cuervo esa indeseada conpañera llamada soledad. Te marchaste de repente, sin un último abrazo, sin presentir el vacio doloroso que dejo tu ausencia. Como un mantra (1), solo puedo repetir: Te amo. Te extraño. Te amo. Teresita Bovio Dussin SILENZIOSO ADDIO Ostinato e opprimente il silenzio diventa padrone della casa e della mia anima; asciutti gli occhi, esaurite le lacrime, spezzato il cuore. Il tavolo da pranzo condiviso per molti e felici anni. Le tazze in ordine. Il giornale ripiegato, ti aspettano. La tua sedia vuota. Angosciata, inizio un giorno inedito nella mia vita. Comincia a coprirmi con le sue nere ali di corvo quella indesiderata compagna chiamata solitudine. All’improvviso te ne andasti, senza un ultimo abbraccio, senza presentire il vuoto doloroso che la tua assenza lasciò. Come un mantra (1), posso solo ripeterti: Ti amo. Mi manchi. Ti amo. Teresita Bovio Dussin Traduzione Don Luigi Quaglini “Pintar con el Corazón” Quien quiera pintarte con palabras no encontrárá sino en la paieta mágica del arco iris los colores que le brindarán las tonalidades maraviliosas que inundan tus colinas, tus tejados y tu cielo. Estas colinas confìeren encanto y carácier a este lugar y mágico misterio a sus castillos. La paz del corazón, verdadera, profunda y la perfecta tranquilidad del alma, que son io más importante después de la salud, solo se encuentran admirando tu paisaje. Al caminar por tus calles me crucé con personas mayores que albergan en su alma calma y serenidad. Ellos no necesitan de ruìdos ni estrépitos para sentir que existen. Su tesoro es el cùmulo de experiencias de vida que no sìempre fué tan bella. Pero no vacilan. Transìtan su camino con la vista en el cielo, envueltos en el saludable aire puro y se embriagan con su exquisito vino que libera a sus almas de las desventuras y atrocidades de la guerra pasada. Sin embargo fueron capaces de soportar esa prueba y tienen confianza en el manana porqué han sufrido, trabajado y resurgieron. Es todo fan maravilloso que me siento satisfecha de estar donde hay un acuerdo perfecto entre mí y el entorno. Tomo conciencia que esas viñas, casonas, iglesias cusiodiadas por castilìos y sus balcones llenos de flores ya ìnundaron mis sentidos Hablé con tu gente y … Oh! Sorpresa! muchos de ellos, con la emoción que hace que sus ojos brillen y permitan que gotas de rocio acaricien sus mejillas, recordaron al amigo que después de la guerra partio para Argentina: Maggíorino Patrito quien hoy ya voló hacia las estrellas, pero durante su vida transmitió a mi corazón este amor que se parece a una bella sinfonía y que siento por tí maravilloso y querido: Barolo. Moreno Maria Emilia “DIPINGERE CON IL CUORE” Chi desidera dipingerti con parole, troverà nella magica tavolozza dell’arcobaleno i colori che gli offriranno le tonalità meravigliose che inondano le tue colline, i tuoi tetti e il tuo cielo. Queste colline donano incanto e carattere a questo paese e un magico mistero ai suoi castelli. La pace del cuore, vera, profonda e la perfetta tranquillità dell’animo, che sono la cosa più importante dopo la salute, si trovano solamente ammirando il tuo paesaggio. Camminando per le tue strade incontrai persone adulte che ospitano nelle loro anime calma e serenità. Non hanno bisogno di rumori né di strepito per sentire che esistono. Il loro tesoro è il cumulo di esperienze di vita che non fu sempre così bella. Però non vacillano. Continuano il loro cammino con lo sguardo rivolto al cielo, avvolti nell’aria salubre e pura, inebriati dal loro vino squisito che libera i loro animi dal ricordo delle sventure e atrocità della guerra passata. Tuttavia riuscirono a superare quella prova e oggi sono fiduciosi nel domani perché hanno sofferto, lavorato e risorsero. Tutto è cosi meraviglioso che mi sento felice dell’accordo perfetto tra me e l’ambiente. Riconosco che quelle vigne, i casolari, le chiese custodite dai castelli e i suoi balconi coperti di fiori, inondarono i miei sensi. Parlai con la tua gente … Che sorpresa! Molti di loro, con gli occhi lucidi per l’emozione e le guance rigate da gocce di rugiada, ricordarono l’amico che dopo la guerra partì per l’argentina: Maggiorino Patrito, che già volò verso le stelle, ma quando era in vita trasmise al mio cuore questo amore, simile ad una sinfonia e che sento verso di te meraviglioso e caro: Barolo. Moreno Maria Emilia Traduzione Don Luigi Quaglini PIENSO EN TI Los sueños que arrean mi destino Van de la vida a la muerte Se pliegan unos a otros Envolviendo la luna inùtil Que imagino en tu ausencia. Cesar Ignacio Barraco Marmol TI PENSO I sogni che rubano il mio destino Vanno dalla vita alla morte Si piegano uno sull’altro Avvolgendo l’inutile luna Che immagino nella tua assenza. Cesar Ignacio Barraco Marmol Traduzione Don Luigi Quaglini ESTIO Tarde de Verano. Tendida en la gramilla observo entre los árboles el limpido cielo. Un rayo de sol traspasando el follaje besa mi rostro y me enceguece. Con los brazos en cruz, las manos palpando la frescura del suelo, entre mis dedos resbala un macachín, lo Ilevo a mis labios y siento el dulce sabor de su raiz. zumban las abejas y mangangaes en las olorosas madreselvas. Mientras entre los árboles, escondida, canta la chicharra y la torcaza le responde. En esta tarde de verano, en este instante mágico, en este dulce letargo estival, mi alma, mi cuerpo todo, se atreve a soñar. Marta Falco ESTATE Sera d’estate. Sdraiata sull’erba osservo tra gli alberi il limpido cielo. Un raggio di sole trapassando il fogliame, bacia il mio volto e mi acceca. Con le braccia in croce, le mani che palpano la frescura del suolo, tra le mie dita scivola un macachín (1), lo porto alle mie labbra e gusto il dolce sapore della sua radice. Ronzano le api e le vespe Sugli odorosi caprifogli. Mentre sugli alberi, nascosta, canta la cicala e la colombella le risponde. In questa sera d’estate, in questo magico istante, in questo dolce letargo estivo, la mia , anima, tutto il mio corpo, si azzarda a sognare. Marta Falco Traduzione Don Luigi Quaglini (1) nota: macachín in latino “oxalis articulata” acetosella MI BARCA (Octubre de 2.008) Mi barca ha encontrado el camino. Mi barca ha encontrado su puerto. Aprendió a leer el mensaje que nos envía la vida. Escucha con paciencia infinita cada día la sinfonía, sin igual, del Universo. A babor o a estribor endereza su rumbo mientras su arboladura mantiene su firmeza. Mas, una vez y otra vez enfila la proa a nuevos desafíos. En nada se interponen las jarcias del pasado ni las olas bravias que jalonen su paso. Siempre habrá algùn buen puerto y una esperanza nueva que aguarde su llegada. Margherita Marta Yacamo LA MIA BARCA (Ottobre 2008) La mia barca ha trovato la strada. La mia barca ha trovato il suo porto. Imparò a leggere il messaggio che ci manda la vita. Ascolta con pazienza infinita Ogni giorno la sinfonía, senza eguale, dell’Universo. A babordo o a tribordo dirige la sua rotta mentre la sua alberatura mantiene la sua stabilità. Ma, una volta o l’altra drizza la prora a nuove sfide. Per nulla si frappongono le sartie del passato nè le onde selvagge che ne rallentano il suo passo. Ci sarà sempre un buon porto e una speranza nuova che aspetta il suo arrivo. Margherita Marta Yacamo Traduzione Don Luigi Quaglini FLOR DE PRIMAVERA Nació allí por ventura, sembrada quizàs en un delirio de apasionado vuelo, en una primavera. Donde la creación y la esencia fueron loadas, Al crecer la brisa la mecia era flor de primavera, flor de vida. se asemejaba a una ola que los vientos agita, tan suave, y tierna la llamaron Marina . En el jardin otras flores la admiraron. Los pàjaros cantaban las melodias mas dulces, entre sus nidos encantados. Pero en otra primavera, el silencio lloró los pájaros callaron, el sol no brilló La flor quedó dormida, sus pétalos cerraron, ya nunca despertó. En las noches sin luna cuando las estrellas son dueñas del imperio hay una que titila fulgurante bajo el oscuro cielo, es la flor que allá muy lejos emana sus destellos. Blanca Bonafede De Bertorino FIORE DI PRIMAVERA Nacque là per caso, seminato forse in un delirio di volo appassionato, in una primavera. Siano quindi lodate la creazione e la vita, Cresceva dalla brezza cullato era un fiore di primavera, un fiore di vita. Simile ad un’onda dal vento agitata, così soave e tenero, lo chiamarono Marina . Nel giardino altri fiori l’ammirarono. Gli uccelli cantavano, nei loro nidi incantati, le melodie più dolci. Ma in un’altra primavera, il silenzio pianse, gli uccelli tacquero, il sole non brilló Il fiore si addormentò, i suoi petali si chiusero, e non si svegliò più. Nelle notti senza luna, quando le stelle imperano Ce n’è una che scintilla sfolgorante,sotto l’oscuro cielo è il fiore che lassù, da molto lontano, emana il suo scintillio. Blanca Bonafede De Bertorino UNA MANITO SUCIA Terminada la Misa, bajaba por los rústicos escalones de piedra del Tempio centenario; .....y una manito sucia me pidió una limosna y yo puse en su palma una sucia moneda. Casi sin darme cuenta procuré no rozarle aquella pobre mano solo rica en miseria; dicen unos Higiene,...otros dirán escrúpulo, Yo sé que fui impiadoso, por no decir cobarde. Debi haberle besado su frente sin mañanas, O sus tristes mejillas por donde andan sus lágrimas. ....Y me alejé llorando un llanto arrepentido parecido a la lluvia abrupta del estío. ….Le conte a mis amigos que estaban esperándome donde siempre tomamos el café del domingo, .....Y ellos me perdonaron, pero yo me pregunto: Dios, me habrá perdonado? Erasmo Hugo Stivala UNA MANINA SUDICIA Terminata la Messa scendevo dai rustici gradini del Tempio centenario .....e una manina sudicia mi chiese l’elemosina, io misi nel suo palmo una sporca moneta. Senza quasi accorgermene cercai di non sfiorare quella povera mano ricca solo di miseria, alcuni dicono “per igiene”, altri “per scrupolo” io so di essere stato impietoso, per non dire codardo. Avrei dovuto baciare la sua fronte senza domani o le sue tristi guance su cui scorrono le sue lacrime… ....e, pentito, mi allontanai piangendo di un pianto Simile alla pioggia scrosciante dell’estate. ….Lo narrai agli amici che mi stavano aspettando dove sempre beviamo il caffè della domenica. .....Loro mi scusarono, io però mi chiedo: “ Dio m’avrà perdonato? …” Erasmo Hugo Stivala Traduzione Don Luigi Quaglini Racconto breve o pagina di diario Sezione A UNA VITA, RIFLESSA IN QUEGLI OCCHI GRANDI Sono stanco. Fuori, cavalli che galoppano liberi nelle praterie del Canada. I miei compagni ed io, invece, da nove ore siamo rinchiusi in un camion, alcuni calpestati da altri, i rimanenti semplicemente morti. I miei occhi spenti vedono due mondi opposti: all’esterno luce, alberi e ciò che più desidero in questo momento: un ciuffo di erba verde e profumata. All’interno di questa buia e polverosa prigione, invece, osservo la tranquillità della morte in contrasto col terrore dei “vivi”. Penso che qui per voi umani prevalga il rosso perché, pur non vedendo io questo colore, c’è sangue ovunque. So dove siamo diretti, ma forse mi sto sforzando di pensare ad un’altra meta, non un Paradiso, mi accontento solo di avere un posto nel cuore di qualcuno quando non ci sarò più, e di non essere dimenticato come tutti gli altri cavalli costretti a dare la vita per sfamare l’uomo. Credo di provare lo stesso terrore degli Ebrei nell’interminabile e snervante viaggio verso Auschwitz. C’è un luogo della Terra dove i sensi si perdono, al quale siamo inesorabilmente chiamati ma dal quale vorremmo fuggire una volta per sempre. E’ un’officina di dolori, una fornace di storie, un cimitero di speranze, desideri e significati. Noi siamo arrivati qui e finalmente, scendendo dal camion ho visto la luce accecante del sole, consapevole però che sarebbero state le ultime ore. In quel silenzio sento due signori discutere animatamente e dalle uniche parole che sono riuscito ad origliare ho capito che parlano di me e di una bambina. Il macellaio non vuole darmi via, trovando il pretesto che i cavalli con la coda mozzata (come avevamo io e i miei compagni) sono, per legge, solo da carne. Arriva correndo una bambina pallida, con un cappellino verde in testa: neanche lei ha i capelli. Non so come e non so perché il carnefice abbia rinunciato a me dicendo al padre di Lyn (così si chiama la bimba) che è pronto in ogni momento a riprendermi. A quelle parole un brivido mi ha gelato il sangue! Saluto per l’ultima volta i miei amici ma mi allontano felice da questo brutto posto, ora con una nuova compagna che mi parla spesso, anche se non sempre riesco a comprendere ciò che sta cercando di dirmi. Passano giorni, settimane, qualche mese; la crisi economica della mia famiglia incomincia ad aggravarsi e purtroppo ho capito che se non trovo una soluzione al più presto verrò penalizzato io per primo. So che nelle scommesse si vince molto… e se gareggiassi io? Vincendo mi assicurerei un posto nel cuore di Lyn e dei suoi genitori, di conseguenza mi accudirebbero. Per ora mi hanno chiuso in garage (sempre meglio del macello), ma magari con una piccola parte della vincita mi potranno costruire un bel box spazioso e protetto dalle intemperie. Imparando ad aprire la maniglia del garage col labbro superiore ogni mattina, quando la piccola è a scuola e i suoi genitori al lavoro, vado a galoppare sulla spiaggia: tempo di allenamento! Tornando a casa sento la signora che piange, consolata dal marito: parlano di analisi, terapie, ospedale e argomenti del genere riguardanti la figlia. Cosa posso fare per la bambina? Mi ha fatto ritrovare me stesso, la mia forza, la mia esplosiva voglia di vivere senza cancellare il mio passato, la mia storia non solo legata alla brutta fine a cui ero destinato ma anche a tutte le sensazioni, a volte contrastanti, di cui sono stato preda. Ciò che le può meglio alleviare la sofferenza fisica e psicologica per la sua grave malattia è l’adrenalina, che la distrae divertendola, facendole provare emozioni forti. Ammetto di avere la giocosità di un bambino ma mi sento modestamente saggio come un anziano (ad un cavallo l’orgoglio non manca mai), perciò sono più affidabile di macchine da corsa, che non si fermano da sole di fronte a qualche inconveniente. Lyn ha il cancro, il caso ha fatto in modo di farci incontrare, lei ha salvato me e io voglio restituirle il favore. Sono nato sotto il segno del cancro e questo mi lascia perplesso. Dopo mesi di allenamento arriva la prova finale: correrò con altri cavalli da corsa, la differenza però è che loro sono nati per farlo. La bambina sapeva già andare a cavallo ma non ha mai osato salirmi in groppa; un giorno le mie preghiere sono state esaudite, non so da Chi e non so perché abbia ascoltato proprio uno come me, privo del dono della parola e uguale a tanti altri. Arriva una ragazza sulla trentina per vedermi, dato che i miei padroni le avevano parlato di me, e subito esclama di avere un’idea geniale, una scelta che avrebbe cambiato molte cose: farmi correre in pista. E’ stata un’istruttrice di terzo livello che ha smesso di insegnare quando suo figlio è rimasto ferito gravemente cadendo da cavallo; da quel momento hanno smesso entrambi di sognare, senza più avere un obiettivo: la loro vita si poteva considerare apparentemente finita. Il tempo della tranquillità è stato detronizzato da quello della competizione: la gara sta per avere inizio. Nella quiete delle notti precedenti il sonno mi mandava frammenti di vita passata, ora invece sono aggredito da flash e immagini mai visti prima, in cui Lyn ed io siamo sempre i protagonisti. Ritorno alla realtà quando sento il cognome della bambina chiamato nelle gabbie di partenza e mi dirigo tra quelle sbarre, dove il tempo prima dell’apertura mi sembra interminabile. La paura di non farcela, l’attenzione per non far cadere la bambina e l’aggressività che sale mettendomi in competizione con gli altri cavalli si concentrano sul traguardo, lontanissimo per ora. Le gabbie si aprono, lo scatto è quasi fulmineo, come antilopi inseguite da leoni affamati. Siamo quasi al traguardo, gocce di sudore mi fanno bruciare gli occhi, le gambe si fanno pesanti e il respiro è sempre più corto; anche Lyn è stanca, sento che non è più molto in equilibrio su di me. Sono davanti a un bivio: se tento di vincere galoppando più forte lei rischia di cadere, se rallento perdo la gara. Scelgo a malincuore di rallentare, permettendole di rimettersi meglio in sella e facendomi superare dagli altri ma ecco, sento parole che mi colmano il cuore di coraggio: “sono pronta”. Riprendo a galoppare veloce, la falcata diventa più ampia e gli occhi cominciano a brillare di speranza. Mancano pochi metri al traguardo e il fantino che è in testa è il migliore di queste zone, ma sono arrivato comunque secondo e la bambina, dal podio, sorride con le lacrime agli occhi, applaudita, felice. L’altissimo montepremi in palio sarebbe destinato tutto al primo classificato il quale però, complimentandosi con la mia famiglia e prendendo a cuore la malattia di Lyn, decide di donarne metà, permettendo a tutti noi, così, di vivere una vita in buone condizioni economiche e magari costruirmi un recinto in cui c’è solo erba alta, fresca e profumata. Insomma, questa gara ha davvero cambiato molte cose! Si è riaccesa la voglia dell’istruttrice di allenare cavalli da corsa, Lyn ora sorride sempre ed è migliorato anche il suo rendimento scolastico! Ormai è quasi passato un anno da quando lei ed io ci siamo conosciuti. Sono libero nel prato, vedo arrivare la mamma della piccola che piange, mi dice di avere qualcosa per me e che ha promesso di leggermi la lettera che ha lasciato sua figlia, convinta che io riesca a capirla. Tra i singhiozzi legge: “Vorrei dirti tante cose ma qui il tempo stringe! I medici dicono che mi sono aggravata molto nelle ultime settimane, ma incontrando te ho trovato la forza di vivere appieno i miei ultimi mesi di vita. Per questo devo ringraziarti! La mia paura più grande è quella di separarmi da te, ma prima o poi ti prometto che ci ritroveremo, e lì sarà per sempre. Nel frattempo portami con te ovunque andrai. Vedrò con i tuoi occhi. Un vecchio proverbio arabo dice che l’aria del Paradiso è quella che soffia tra le orecchie di un cavallo e che il cavallo è un dono di Dio agli uomini, e in effetti in quella gara è come se mi avessi regalato un paio d’ali. I miei genitori ti cureranno bene, me l’hanno promesso e questo per me è un enorme sollievo. Arrivederci dolce sogno.” Da quel momento la mia vita è come se fosse finita con la sua e smettendo di mangiare dopo giorni l’ho raggiunta, “e lì sarà per sempre”. Gaia Poggi UNA RISCHIOSA AVVENTURA Alcuni mesi fa avevo fatto un incubo: avevo sognato un cane che entrava a fare parte della mia famiglia. Ero stato veramente male dopo quel bruttissimo sogno in cui quel cagnaccio mi leccava tutto e mi bagnava con la sua saliva. Spero proprio di non fare più quell’incubo. A proposito, non mi sono ancora presentato, io sono un gatto e mi chiamo Manolo, o almeno così mi chiamano i miei padroni, e ho due anni. Ero entrato a far parte della mia famiglia quando ero ancora piccolino e mi ci ero affezionato subito. Adoro giocare con la pallina o rincorrere gli insetti per poi mangiarmeli, sono troppo buoni, hanno un gustino eccezionale. Non amo le coccole anche se preferisco sempre la compagnia dei miei padroni. Vivo in una grande casa ma amo anche restare all’aperto in giardino perché trovo tantissime leccornie da catturare e gustare. I miei padroni però, nonostante i miei lamenti continui, non mi mandano spesso di fuori. Le mie giornate preferite sono quelle calde con il sole poiché posso farmi delle lunghe passeggiate o andarmi a sdraiare nel giardino dei vicini. Quando è nuvoloso divento triste e assonnato infatti odio la pioggia e tutto ciò che è bagnato. Qualche volta mi portano in auto in un'altra casa, forse la casa dei nonni. Col tempo mi sono abituato ad andare là perché cambiare ambiente ogni tanto fa proprio bene! La mia vita procedeva tranquillamente finché un giorno…è arrivata la belva (questo è solo uno dei tanti soprannomi che le do). Un piccolo cane è entrato in casa mia; come hanno potuto i miei amati padroni far entrare nel MIO territorio un essere così? All’inizio ceravo di confortarmi dicendo tra me e me che prima o poi se ne sarebbe andata, ma…non è così. È stato un trauma. Mi veniva a stuzzicare cercando di saltarmi addosso anche se era più piccola di me. Io mi difendevo con le zampe ma i miei padroni me lo impedivano…perché? Io non capisco perché non posso usare i miei amati artigli contro un essere così fastidioso. I miei padroni stavano attaccati a lei e le davano molte attenzioni, io invece mi nascondevo e mi appostavo spesso sul tavolo, sul divano o sui davanzali dove lei non poteva arrivare. Non ci potevo credere, quel maledetto incubo si era avverato! È stato proprio un brutto colpo. Col tempo però il nostro rapporto è “migliorato” un pochino perché grazie a lei i miei padroni mi stanno meno addosso e non mi riempiono quasi più di bacini e tutte quelle smancerie che mi sporcano tutto il pelo. Ora gioco con Lilly anche se spesso la vorrei eliminare perché è veramente pesante, abbaia, mi vuole mordere le zampe posteriori e mi butta per terra per giocare. Ma nonostante tutto ora accetto questa situazione e cerco di difendermi come posso. Qualche giorno fa ho deciso di andare a farmi un bel giro: ho perlustrato un po’ i giardini dei vicini in cerca di qualche animaletto gustoso. Poi sono entrato in un garage con un atmosfera un po’ misteriosa ma interessante. Ho perlustrato la stanza e ad un certo punto vedo un insetto…ma all’improvviso la porta viene chiusa. In poco tempo l’insetto è sparito e inizio a preoccuparmi. A tal punto non so dove andare, corro dal portone e cerco qualche buco dove infilarmi per uscire ma non trovo niente. Allora continuo ad andare avanti e indietro in cerca di un uscita. Chiamo aiuto ma nessuno mi apre la porta. Intanto cala la sera: é buio, nessuno mi ascolta e sono solo. La fame e il freddo si fanno sentire sempre di più. Mi accuccio su uno scaffale e chiudo gli occhi. Sogno il caldo tepore della mia casa e la mia cuccia sopra il termosifone. Il giorno seguente sento dei rumori ma nessuno mi vuole aprire la porta. Ho freddo, fame e mi manca la mia famiglia. Sento la mia cagnolina abbaiare e io la chiamo per farmi aiutare. Ad un certo punto mi passano per la mente tutti i vecchi ricordi miei e di Lilly, quando mi rincorreva oppure quando giocavamo insieme: sento la sua mancanza e la tristezza mi assale. Il tempo trascorre lento, inizia a venirmi sempre più freddo e intuisco che sta nevicando. Senza la mia famiglia è tutto molto più triste e cupo e ho una tremenda voglia di ritornare a casa mia. Mi ricordo ancora quel giorno in cui ero andato a casa dei nonni e lì avevo trovato una gattina giovane: ero arrabbiato perché un altro essere era venuto ad indispettirmi oltre alla belva. Ma ora che sono solo e impaurito capisco che quello che rifiutavo ora mi manca di più. Ero egoista perché credevo di fare una vita dura e complicata invece ora capisco cos’è veramente una vita complicata. Desideravo a tutti i costi tornare alla vita di prima perché era la cosa più bella che un gatto possa avere. Improvvisamente sento una voce chiamarmi: era la mia padrona, forse lei era venuta a salvarmi, la chiamavo anche io ma la voce era calata e non poteva sentirmi. Chissà se i miei padroni mi sarebbero venuti a salvare. Avevo passato tantissimo tempo in quel posto orrendo. Ero in una prigione, o forse peggio: non avevo cibo, acqua, coccole e il caldo di casa mia. Non potevo fare altro se non aspettare che qualcuno mi liberasse. Mi accucciavo su uno scaffale mi raggomitolavo su me stesso in cerca di pensieri felici. Il tempo non passava più finche una sera sento dei passi e ad un certo punto un grande frastuono. Qualcuno, non so chi e perché, era venuto a salvarmi. Apre il portone e scappo velocemente. Mi fiondo verso la porta di casa mia e dopo due miagolii la porta si apre. La belva mi salta addosso e io corro dai miei padroni tutto agitato. Finalmente sono ritornato a casa! Sono stato accolto con grande gioia da tutta la famiglia, sono stato rifocillato e coccolato; con lo sbalzo di temperatura le mie orecchie sono diventate bollenti e non riuscivo a tranquillizzarmi. Sono felice di essere ritornato a casa al calduccio, anche se molto agitato e un po’ scombussolato. Credo di aver imparato una lezione da questa esperienza: anche se all’inizio non si apprezzano molto le cose che si hanno, quando poi rischi di perderle, capisci veramente quali sono i veri valori. Io ho capito che la mia famiglia e il caldo di casa mia sono le cose più belle che io possa desiderare ed ho capito che in fondo ci tengo veramente a Lilly. E un’ altra cosa che ho imparato è…che non devo più infilarmi dentro i garage per rincorrere gli insetti perché potrebbe essere molto pericoloso. Alessandra Ferrari GRAZIE CLARA! Come tutti i sabati mattina Clara preparava la borsa, perchè avrebbe passato il weekend con il papà. La mamma la sgridava sempre, perché ogni volta dimenticava di prepararsela la sera prima, così, sistematicamente, arrivava tardi a scuola. Clara non si era ancora abituata all'idea che suo padre e sua madre non vivessero più insieme. Era successo tutto così velocemente, erano una famiglia unita, suo padre le diceva sempre che loro erano i quattro moschettieri, "uno per tutti e tutti per uno". Clara rimpiangeva tutte le vacanze insieme e i momenti felici. Non si era mai accorta della tensione che divideva i suoi genitori. Era suonata la campanella di fine delle lezioni, e la bambina moriva dalla voglia di vedere suo padre, aveva trascorso tutta la mattina a pensare come avrebbe potuto passare il weekend. Le sue amiche erano corse dalle mamme, che avevano tolto loro gli zaini dalle spalle e come al solito l'avevano invitata a casa loro ma lei le aveva risposto di no, perchè il sabato era un giorno speciale:quello del suo papà. Strano! Suo padre era sempre preciso e puntuale, eppure lo sapeva che la doveva venire a prendere a mezzogiorno e mezza! Non era ancora arrivato ed erano già passati tre quarti d'ora. La maestra Arianna, non si era nemmeno accorta che lei era lì sola ad aspettare. Ma Clara non se ne preoccupo:la maestra ultimamente era sempre pensierosa. La bambina decise che avrebbe fatto un giro per la città per cercare una cabina telefonica e chiamare suo padre, dopotutto lei aveva nove anni ed era sicura che non si sarebbe persa. Aveva attraversato la strada ed era convinta che dopo quell'ostacolo tutto sarebbe stato più semplice Camminando da sola, Torino sembrava diversa, enorme. Arrivata, si accorse di un piccolo particolare: la piazza in cui si trovava non era quella della cabina telefonica, non poteva credere che si fosse persa. Ormai pensava che nessuno l'avrebbe più trovata, nessuno si sarebbe ricordato di lei..."Oh no! Il mio vestito!". Clara si voltò di scatto, di fronte a lei vi era un a signora, sulla sessantina circa, vestita elegantemente, che cercava disperatamente di mettere in salvo un abito protetto dal cellophane ... ma ormai era troppo tardi, l'auto era passata e aveva macchiato l' abito con l'acqua delle pozzanghere. La bambina divertita dalla scena aveva emesso una leggera risatina, così la donna si volse e la vide. Subito le rivolse un sorriso, l'aveva vista così divertita che si era dimenticata di ciò che era accaduto al suo abito "Io mi chiamo Anna". Disse la donna. La bambina alzò gli occhi castani e disse: " Io sono Clara, ho nove anni e mezzo". La donna le chiese:"Sei di questa zona? Non ti ho mai vista ". " Veramente abito a qualche isolato da qui, ma sono venuta perchè stavo cercando una cabina telefonica per chiamare a casa... temo di essermi persa". Disse Clara. La donna le disse che vi erano due cabine dall'altra parte della piazza ma erano guaste, quindi gentilmente, le mise a disposizione il suo telefono, così girarono a destra. La donna infilò la chiave nella toppa di un portone di legno di un palazzo antico ed elegante. L'ascensore salì fino al terzo piano, il pianerottolo era illuminato dal sole che rifletteva dai due grandi finestroni. Entrata in casa Clara fu sopraffatta da un'essenza d'incenso pungente, ma allo stesso tempo rilassante. La signora le offrì un bicchiere di succo d'arancia e un pezzo di focaccia dolce, la preferita di Clara. La bambina si guardò intorno e vide che sulla poltrona accanto a lei giacevano due abiti meravigliosi protetti dal cellophane. La donna si accorse che Clara era incuriosita dagli abiti e glieli mostrò:" Questo è l'abito che indosserò nel mio nuovo spettacolo in cui interpreto una regina. Vedi come è sfarzoso, meraviglioso! Non trovi?" "Oh. Non ho mai visto un abito così bello ed elegante, sembra proprio quello di una regina !"- disse Clara esterrefatta dalla bellezza di quell'abito. " Se vuoi ti mostrerò altre foto di quando ero giovane, sai, facendo l'attrice di teatro ho avuto la fortuna di indossare abiti stupendi e sempre diversi , ma prima chiama a casa, perchè sicuramente saranno in pensiero!" Esclamò la signora. Così dicendo la bambina andò subito a telefonare, non vedeva l'ora di vedere quelle foto. Non ricordava più i numeri, ma le sembrava di sentire la voce della mamma che le ricordava come memorizzare il suo numero: " Ricorda il tuo anno di nascita, il tuo numero fortunato, il numero di..." La bambina aveva provato a telefonare, ma dall'altra parte della cornetta aveva risposto la voce di sua madre nella segreteria, era così buffa...Tornò nel salotto, Anna aveva tolto candele e centrini dal tavolino e vi aveva disposto alcune foto, certe in bianco e nero e certe a colori. Clara rimase colpita particolarmente da una foto. Anna avrà avuto venticinque anni, aveva i capelli ondulati, raccolti sulla nuca, indossava un peplo e aveva un'espressione drammatica da vera attrice. " Anche mia nonna era un'attrice di teatro ma è morta prima che io nascessi, non so molto di lei". Ma l'attenzione della bambina fu attirata da una cornice vuota disposta sul caminetto, a fianco di altre due cornici, in cui vi erano le foto di un bambino ed una bambina. Cercando di essere il meno invadente e sfacciata possibile chiese: " Come mai questa cornice è vuota?" La donna gentilmente rispose:" Sai una volta avevo tre figli, ma una, ormai, per me è come se non esistesse più, è scappata da casa a diciannove anni, dopo tutto questo tempo ho perso la speranza. Certo non è stata tutta colpa sua ed io da quel giorno sono tormentata dai rimorsi. La bambina l'ascoltava attentamente , a lei piaceva quando gli adulti la trattavano come una grande. La donna le raccontò che aveva provato a mettersi in contatto con i suoi vecchi amici, ma nessuno ne sapeva qualcosa. Una lacrima solcò il viso della donna, ma quel momento di tenerezza fu interrotto dallo squillare del telefono. La signora Anna rispose e dall'altra parte della cornetta udì una voce femminile che le disse : " Pronto? Chi parla? Ho ricevuto una chiamata da questo numero!". " Oh mi scusi lei deve essere la mamma di Clara, sa sua figlia si era persa e così ho pensato che sarebbe stato più sicuro che aspettasse qui i suoi genitori." La mamma disse:" Oh grazie. Lei è un angelo, mi dia l'indirizzo, per favore". La mamma suonò al citofono, salì fino al terzo piano; la porta era socchiusa, entrò. Clara l'abbracciò forte, era così contenta! Per un attimo la bambina notò una strana luce negli occhi della madre quando incrociarono quelli della sconosciuta. Ringraziò velocemente e se ne andarono...In macchina la mamma aveva un'espressione scioccata. Più tardi le spiegò che suo padre aveva ritardato poichè si era verificato un inconveniente sul lavoro ed era rimasto imbottigliato nel traffico. A cena Clara raccontò la storia della signora Anna, a cui era scappata una figlia che ormai non vedeva più da anni e anni e perciò era triste e anche lei come la nonna era un'ottima attrice di teatro. Il giorno dopo Clara insisistette perchè sua madre chiamasse la signora Anna per ringraziarla ancora. La donna rispose e disse: " Ciao Laura...". La bambina aveva notato che gli occhi della madre si erano gonfiati di lacrime. La mamma buttò giù il telefono e uscì di casa sbattendo la porta. Si ricordava ancora l'indirizzo. Suonò al citofono, salì al terzo piano , e questa volta la signora Anna era fuori dalla porta. Appena la vide scoppiò in lacrime e si strinsero in un abbraccio forte, pieno di amore, quello di una madre e di una figlia che non si vedevano da più di venti anni . Quel giorno le due donne piansero tanto, ma erano lacrime di gioia. Solo dopo Clara seppe perchè sua madre era fuggita . Laura era scappata da un futuro prestabilito: suo padre, come suo nonno prima, era stato un notaio, così anche lei- la primogenita- avrebbe dovuto fare il notaio, ma lei era sempre stata un 'artista, uno spirito libero. Negli anni aveva provato a mettersi in contatto con la sua famiglia ma, dopo la morte del marito la signora Anna si era trasferita e così fu il destino , o meglio Clara a farle rincontrare. Linda Mongiardini UN PRINCIPE ….FUORI MISURA Credo che l'India sia un paese davvero speciale, difficile da raccontare. Un viaggio in India è un'esperienza di vita anche per il più distratto e superficiale dei viaggiatori. I colori, l'atmosfera, le contraddizioni, il umore ma soprattutto le persone: sorrisi, sguardi,atteggiamenti... Senti che qui la ricerca dell'essere umano per trovare un senso alla vita sta nell'aria . Non ti senti diverso perchè la domanda non conosce confini di razza, di religione, di spazio. In India diverso è il modo di dare la risposta: qui sei dentro la natura, sei accanto alle varie forme viventi senza considerarle inferiori, senza considerarle come strumenti. A percepire questa dimensione si arriva prima attraverso una sensazione, “annusando l'aria, guardando i visi delle persone”. Devo dire che un grosso aiuto è venuto da un amico conosciuto da poco, indiano della casta dei Bramini, con un grande amore per la sua terra e la sua spiritualità; capace di far intravedere, al di là delle apparenze talvolta sconcertanti, la ricchezza e la profondità di un mondo. Un giorno, mentre passavano le immagini di strani personaggi colorati nel corpo e negli abiti, con capelli lunghi e fitti, con un pentolino in una mano e un bastone nell'altra, il nuovo amico sorride perchè vede un'espressione di meraviglia e di perplessità. Vuole raccontare una storia che, a suo dire, ci farà capire un po' di più l'atmosfera dell'India. In un paese lontano ed anche un po’ strano,per esempio l’India, c’è il regno di Bhaktapur. Il maharaja e la maharani,finalmente,realizzano il sogno di avere un erede per il trono;un figlio maschio. Lo chiamano SHAILENDRA: decidono che questo figlio debba avere una vita felice,che non conosca dolore,cattiverie,tristezza. SHAILENDRA cresce in una reggia bellissima giocando,studiando,facendo sport, in mezzo ad amici sani e felici. Incontra persino l’amore,in una bellissima fanciulla che sposa con una grandiosa cerimonia. Eppure quelle alte mura che circondano la reggia, a poco a poco, mettono dei dubbi nel cuore del principe. Un giorno, qualcuno lascia aperta una piccola porta e SHAILENDRA non resiste al desiderio di uscire... e vedere cosa c’è al di là di quelle mura. Incontra prima un vecchio che cammina a fatica,solo,appoggiato ad un bastone. Poi vede un uomo seduto in angolo scosso da brividi, con delle ferite sulle mani, sulle braccia e sul viso, evitato da chi passa per strada. Infine vede un piccolo corteo di persone, quasi tutte vestite di bianco. Piangono, si lamentano e camminano lentamente dietro un lettuccio di canne di bambù su cui è appoggiato un corpo rigido avvolto in un grosso lenzuolo colorato. Sconvolto da queste immagini, il principe torna di corsa a palazzo, dove nessuno si è accorto della sua breve scomparsa. Chiede spiegazione al suo amico e maestro che si vede costretto a dire la verità. SHAILENDRA a poco più di vent’anni ha scoperto la vecchiaia, la malattia, la morte: tre grossi punti di domanda a cui e difficile, sempre e per tutti, dare una risposta adeguata. Il principe decide di lasciare tutto,andare nel mondo reale, oltre le mura, per conoscere, capire e trovare un senso al dolore. Vaga dieci anni, mette a dura prova il suo corpo e la sua mente poi torna a Bhaktapur, convinto di aver trovato risposte alla sua angoscia di uomo:la comprensione,l’accettazione,l’elevazione dello spirito. Quando incontra il maharaja e la maharani,ormai vecchi e la moglie, che lo hanno aspettato, spiega loro il suo percorso spirituale e fisico e le conclusione a cui è arrivato. Si sente rivolgere una domanda: “ sei sicuro di aver fatto la scelta giusta quando hai abbandonato la tua famiglia per andare nel mondo?“ SHAILENDRA risponde: “ no, ho sbagliato”. Sua moglie commenta:” allora è proprio vero che sei diventato saggio”. Quando l'amico bramino finisce di raccontare ha gli occhi lucidi, l'espressione felice. E' quasi certo che attraverso la storia di Shailendra un po' della spiritualità della sua terra è arrivata al cuore e alla mente di un occidentale. Non è facile capire la storia di Shailendra ma non rinunciamo a lasciarci almeno incuriosire da un cuore e da una mente che, al di là di un oceano, non hanno avuto paura. Le mura, anche se costruite con le migliori intenzioni, separano, chiudono, isolano. Aprire una porta, varcarla.... al di là la vita...lasciamoci incantare, interrogare, conquistare. Luca Crivelli L’EROE DI RAMSAL Tempo fa nacque in un piccolo paese un bambino che sembrava essere come tutti gli altri, ma in realtà era destinato a salvare un mondo fantastico, ad essere un eroe. Il bambino si chiamava Lucas, trascorse un' infanzia normale, come gli altri bambini, tra giochi, studio e tutto il resto e, all'età di vent'anni,era diventato un ragazzo forte e di bell'aspetto. Era il giorno 20 marzo e dopo una giornata tranquilla, verso le 22:00 Lucas andò a letto. Ma non riuscì a dormire e tutto d'un tratto si alzò perché scorse dalla finestra della sua casa di campagna una luce che lo attirò; la seguì le giunse vicino ad un albero molto grande e molto vecchio. La luce sembrava indicare a Lucas la corteccia di quell'albero. All'improvviso si sentì una voce che disse:"Ehi! Finalmente sei arrivato Lucas! Ce ne hai messo di tempo mio caro ragazzo!" Lucas si spaventò perché non capì chi stesse parlando e con voce bassa esclamò:"Chi sei? Cosa vuoi da me? E come fai a conoscere il mio nome?" La voce misteriosa rispose:" Guarda quassù! Sono io che ti sto parlando." Il ragazzo alzò lo sguardo e vide sui rami dell'albero un gufo che disse:"Ce l'hai fatta a vedermi! Ora non ti spaventare perché io sarò la tua guida nel mondo di Ransal, un mondo fantastico che nessuno di voi uomini conosce! Quando saremo là ti spiegherò tutto e tu, mio caro ragazzo, conoscerai il tuo destino!". Dopo aver sentito queste parole Lucas incredulo e spaventatissimo svenne, e dal cielo arrivò un uccello stupendo, con tutte le piume color oro, che lo ghermì e i tre scomparvero in cielo in un bagliore di luce. Quando riaprì gir occhi il ragazzo si trovò in una stanza bellissima, si ricordò di quello che gli era successo e cercò subito di capire dove si trovasse. Quando si affacciò alla finestra della stanza ebbe una visione stupenda: un mondo ricco di vegetazione, fiumi limpidissimi che attraversavano la vallata, non si scorgevano uomini ma solo animali, pareva un mondo incantato. Ma egli scorse al di là delle montagne un cielo più scuro, nel quale si vedevano dei fulmini e Lucas non capiva cosa significasse. Stava per uscire dalla stanza ma sentì una voce:" Mia regina, il prescelto sembra essersi svegliato, è tempo di conoscerlo e spiegargli il suo compito!". Udita questa voce Lucas si rimise velocemente a letto e fece finta di dormire. Si aprì la porta e con gli occhi socchiusi il ragazzo vide che si trattava del gufo che aveva già incontrato nel mondo reale. Così prese coraggio, si alzò e gli chiese:" Ma dove siamo, come ho fatto ad arrivare fin qui?". Il gufo ridendo rispose:" Ti trovi a Ransal, il nostro mondo, qui viviamo solo noi animali, comunque il mio nome è Rufus, piacere di conoscerti dato che non mi ero ancora presentato!. E se mi permetti adesso ti presenterei la nostra regina, Clamidia, che ti spiegherà il tuo compito." Lucas annuì e dalla porta apparve un incantevole unicorno, avvolto in una luce bianca:" Ciao Lucas, io sono Clamidia, regina di questo mondo e ho bisogno del tuo aiuto. Mio fratello Ramsey, è invidioso di me e vorrebbe prendere il mio posto; ha rubato il medaglione con la gemma che mi permette di tenere a bada il regno; senza quell'oggetto tra due giorni il nostro mondo sarà distrutto da orribili catastrofi. Tu sei il prescelto per salvare il nostro mondo, ti prego aiutaci!" Lucas capì che il luogo in cui aveva visto i lampi era l'inizio della distruzione e delle calamità e così rimase commosso da queste parole, "lo mi fido di tè, ma sappi che non sono mai stato coraggioso e non so se ci riuscirò. Però giuro che farò qualsiasi cosa per riuscirci!". La regina lo ringraziò e dopo avergli offerto un succulento pranzo lo accompagnò in una stanza. " Lucas ecco la tua armatura, indossala e parti alla ricerca di mio fratello, questi sono i tuoi compagni di avventura!". La regina indicò Rufus, e Red un cavallo dall' aspetto molto fiero. Prima di farli partire Clamidia diede a Lucas un amuleto in grado di esaudire tre desideri nel caso si fossero trovati in pericolo. Così partirono ma non sapevano da dove incominciare. Proprio fuori dal castello, all'inizio di un bosco, trovarono un uccellino ferito che rivelò di essere stato colpito da Ramsey, il quale era fuggito verso i monti impervi. I tre si lanciarono all'inseguimento e finalmente riuscirono a scorgere tra le rocce la sagoma del loro nemico. Il problema era come raggiungerlo. Rufus propose di utilizzare la sua capacità di volo, ma poi cosa avrebbe potuto fare da solo? Allora Red disse:"Bisogna avviarsi per l'unico sentiero, disponibile, anche se è molto pericoloso. Dobbiamo muoverci!". I tre affrontarono il sentiero ma durante l'ultimo tratto a Red scivolò una zampa e iniziò a precipitare giù per la montagna. Subito Lucas utilizzò il primo desiderio a sua disposizione e Red fu salvo. Giunti alla fine del sentiero, però, di Ramsey non c'era più traccia e l'unico luogo in cui poteva essersi rifugiato era nella valle dei serpenti ai piedi della montagna. Bisognava perciò discendere l'altro versante. Giunti nella valle si diressero verso il castello e incontrarono il re serpente. L'animale disse:"Mi dispiace ma colui che cercate se n'è già andato dal nostro regno, ma voi per uscirne dovrete superare una prova!". Tra gli sguardi di disappunto di Rufus e Red il valoroso Lucas esclamò." Va bene, ma solo io affronterò la prova, non voglio mettere in pericolo i miei compagni." I serpenti inoltre lo obbligarono a consegnare tutto quello che aveva, quindi anche l'amuleto, perché doveva farcela con le sue sole forze e gli spiegarono che la prova consisteva nel superare un labirinto. Lucas vi entrò e grazie alla sua abilità ne uscì sano e salvo. I suoi due amici non ebbero il tempo di gioire con lui perché i rettili non mantennero la loro parola e li accerchiarono per ucciderli. A questo punto Lucas si riappropriò del ciondolo e utilizzò il secondo desiderio; si ritrovarono fuori dalla valle dei serpenti e davanti a loro scorsero l'ingresso di una grotta. Decisero di entrarvi certi di trovarvi il fuggiasco. All'interno scoprirono oggetti appartenenti a Ramsey, ma di lui non c'era traccia. Si nascosero aspettando il suo ritorno; dopo poco tempo udirono dei rumori: era proprio Ramsey. Non accorgendosi della presenza dei tre disse:" Non mi troveranno mai, qui sono al sicuro, loro saranno ancora prigionieri dei serpenti ed io potrò finalmente raggiungere il mio scopo e far calare le tenebre su tutto il regno". Dopo aver sentito queste parole, carico di rabbia, Lucas si gettò sul nemico senza riflettere ma ebbe la peggio. Fu allora che Rufus e Red intervennero per difenderlo ma furono sopraffatti e uccisi senza pietà sotto gli occhi sgomenti del ragazzo, il quale in preda alla disperazione e al dolore per la morte degli amici estrasse la spada e con un colpo recise il corno di Ramsey: era l'unico punto vulnerabile, poiché senza non poteva vivere. Lo scopo era raggiunto ma Lucas era ancora disperato finché si ricordò di avere ancora un desiderio, grazie al quale riportò in vita i due amici. Recuperato il medaglione tornarono dalla regina, che felicissima premiò i tre eroi. Lucas finalmente poté riposare nella stanza in cui si era trovato all'inizio dell'avventura. Al suo risveglio si ritrovò nel mondo reale e pensò che fosse stato tutto un sogno; si affacciò alla finestra ripensando a quello strano sogno, finché gli sembrò di vedere in lontananza un cavallo al galoppo. Pensò di aver visto male e chiuse gli occhi per un attimo; quando li riaprì con sua enorme sorpresa vide sull'albero davanti alla casa un gufo, dall'aria felice, che sembrava fargli l'occhiolino e in un attimo sparì in un fascio di luce. Lucas sorrise e riprese la sua normale vita, con la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di straordinario. Mirko Zuccotti “UNA FINESTRA SUL MONDO” Marco era triste. Aveva quasi quindici anni ed era triste. Suo padre, cassaintegrato. Sua madre correva ad ore per spazzare le scale dei palazzi lì intorno. Che grigia Milano ! La sua Milano non era da bere … La casa era piccola, all’ultimo piano con vista sui tetti sempre più uguali. Che vuoto ! Ma meglio così, non sentire il lamento di una madre troppo stanca e di un padre sgomento. C’erano stati gli amici con cui giocare al campetto; ma ora correvano su rombanti due ruote e mostravano Iphone con cui sua madre faceva la spesa per tre settimane. Marco era triste, anche se la sua stanza s’apriva al cielo che quando era azzurro sembrava invitarlo a volare. Ma non poteva volare; non aveva le ali e quelle meccaniche, diceva suo padre, non erano per loro. Volare: che sogno ! Dimenticare per poco i suoi guai fatti di tutto ed anche di niente. Perché della vita era all’albore, ma sentiva, già, dentro un malessere che non sapeva sfogare e spiegare, come se il mondo parlasse con un codice a lui sconosciuto. Stava bene con il suo pesce perché non parlava, non chiedeva e lui non doveva rispondere; non pretendeva niente ma sapeva ascoltare. Marco ragionava così; rifletteva seduto sul letto con l’orecchio all’auricolare. Avrebbe voluto gridare ma un nodo gli stringeva la gola. Troppo aveva sognato, ma le illusioni si erano infrante ed ora capiva che crescere voleva dire basta utopie. Dalla finestra vedeva il treno sui binari là in fondo: desiderava prenderlo per andare lontano, fuggire, viaggiare, conoscere gente e non sentirsi già vecchio come suo padre che, a cinquant’anni, misurava i passi da casa al caffè. Lì era nato ma sentiva il quartiere non suo, buio, vuoto, fra gente inutile a lui sconosciuta. La nuova scuola professionale voluta da sua madre, «… così impari un mestiere …», era triste con le pareti sberciate e i compagni divisi fra chi dormiva sui banchi e chi torturava il docente. Ogni giorno uguale; la solita fila sul tram e il solito sei acchiappato senza far nulla e senza nulla da fare. In classe nulla di nuovo, rumore, chiacchiere insulse di gare ai tatuaggi e di gonne troppo corte per lasciare indovinare e sognare. Ma oggi è diverso: nel primo banco siede una nuova compagna, una ragazza diversa, dai lunghi capelli neri, dagli occhi a mandorla, che non sa parlare e non sa capire. Si guarda intorno smarrita, cerca un aiuto, vuole conoscere, cerca gli sguardi ed incontra il suo. Passano i giorni e Marco non è più così solo. Si avvicina, la prende per mano e con un sussurro le dice: «Ciao, sono Marco. E tu ?». «Atima». Si è fatto coraggio, si sente più forte, ha rotto la sua solitudine; ha fatto il primo passo verso un cammino, un volo da compiere in due. Lei gli sorride, lo guarda e non si sente più sola, in un paese straniero fra gente diversa, che non la conosce. Marco non è più triste, il suo viaggio è appena iniziato ma ora sa che, anche senza viaggiare lontano, due mondi lontani come Bangkok e Milano si sono appena incontrati. Marialba Mogni Racconto breve o pagina di diario Sezione B A.D.1155 Il notaio inclinò il libretto alla luce della candela e lesse le ultime righe. -Anno Domini 1155, Dies Cineris. Suburbium captum est a militibus. Cives se moenibus includunt. Martino rigirava il cappello tra le mani. Tutto in quello studio lo metteva a disagio: l’aria pesante di cera, la polvere sulla cartapecora dei libri, i documenti che custodivano nello studiato disordine degli scaffali chissà quali insondabili segreti. Il notaio stemperava nel silenzio la misurata lentezza con cui sfogliava il libretto. Di colpo alzò l’azzurro penetrante degli occhi su di lui. “Allora, buon uomo. Cosa dovrei scrivere io? Mi racconti con ordine, coraggio”. L’eloquenza del gesto invitava Martino a sedersi, ma lui l’ignorò perché riteneva che in piedi potesse vincere la soggezione. La mente tornò al freddo di quel giorno di febbraio... Il cigolio cadenzava i giri della ruota. Doveva avere ancora un po’ di grasso da qualche parte. Si fermò per controllare. Maledetta ruota... Beh, comunque camminava dal mattino, un po’ di pausa ci voleva. La nebbia leggera sospesa all’insistenza del vento imprigionava nel gelo la campagna. Che razza di giornata! Con una mano chiudeva la giacca vicino al collo a difesa dal freddo, nell’altra stringeva il barattolo di sugna. Era troppo dura per poterla spalmare sul perno. “Aria che scende dai monti di ghiaccio!” Lo sguardo puntò deciso verso nord, ma si perse nella galaverna che ricamava l’intreccio nudo dei rami. Beh, andiamo, dai. Il carretto era quasi vuoto. Contava di fermarsi ancora qualche giorno. Avrebbe venduto tutto. D’altra parte i tessuti colorati piacevano alle signore di Milano. E sua moglie era proprio brava, tesseva i teli più belli della zona. E che colori! Però le voci che aveva sentito non gli piacevano. Sì, aveva fatto bene a partire prima. Qualche campo arato nell’autunno offriva al gelo le zolle riverse e interrompeva la regolarità degli altri seminati a grano. La strada era quasi deserta. Ogni tanto incrociava il saluto appena accennato di un contadino o la miseria infagottata negli stracci di qualche poveraccio. Quando lo vide era già vicino. La nebbia velava i contorni della sagoma scura che si avvicinava incerta. “Ma non è... padre, siete voi! Ma dove andate?” Padre Clemente riempì degli ultimi avvenimenti il periodo che Martino aveva trascorso lontano da Terdona (nda: antico nome di Tortona). “Non sai cosa sta succedendo? Manchi da troppo tempo! Stanno distruggendo e incendiando la parte bassa. Ci siamo ritirati entro le mura, ma non so quanto potremo resistere.” “E mia moglie? E i bambini?” “Stanno bene. Siamo tutti ammassati nei fienili e nelle stalle. Finché ci restano viveri e Dio ci da la forza resistiamo, poi non so...” Milano aveva mandato una legione di fanti e cavalieri, ma non erano sufficienti a vincere l’assedio. Padre Clemente andava a denunciare la situazione critica della città, sperando che inviassero rinforzi. “Uccidono tutti quelli che catturano. Per questo vado io a cercare aiuto. Un prete anziano non fa paura! Ma tu non puoi certo entrare in città. Con il carro poi... Ti riempirebbero di frecce quando sei ancora lontano, pensando che porti viveri...” Fu allora che gli propose lo scambio. “Passa dalla collina, verso la fonte. Qualcuno ogni tanto esce per prendere l’acqua, anche se è rischioso. Lì c’è il campo dei pavesi. Magari non fanno caso ad un giovane prete...” Martino si ritrovò con una veste nera un po’ stretta per le sue spalle larghe e due libretti in latino fra le mani. Quando si incamminò padre Clemente disse solo ”Che Dio ti protegga...” Era la prima volta che lo vedeva senza la veste scura. Lasciò il carretto presso una famiglia che conosceva e si avviò veloce nel respiro pungente del gelo. L’odore del fumo appesantiva l’aria. Lo sentì prima di vedere la nebbia colorarsi di un bagliore giallastro sopra la città. Qualche filo di paglia in balia dei capricci del vento suggeriva che stava bruciando un fienile. Avevano scavato dei fossati tra le varie postazioni. Era impossibile avvicinarsi alle mura senza passare nei pressi del campo degli assedianti. Si fece il segno della croce e si avvicinò alle risate sguaiate per il vino dei soldati. Uno dei libretti di padre Clemente era una successione di date e appunti scritti fitti. L’altro era un breviario. Martino non sapeva leggere, ma finse di seguire col dito e il movimento delle labbra qualche preghiera. “Ehi prete, dove credi di andare?” Qualcuno lo chiamò tra battute grossolane, bestemmie e bottiglie vuote. Martino compreso nel ruolo impartiva benedizioni biascicando un improbabile latino “Pater noster... filius... peccatis tuis... gloria plena...” “Voi preti e il vostro latinorum! Non sai cosa succede a chi viene catturato?” Lo spinse per qualche metro dove la visuale si allargava sulle distruzioni della città bassa. Le fiamme che avvolgevano il fienile guizzavano scomposte fra le ombre che la sera allungava sulle case. Gli indicò qualcosa oltre il grigiore velato. Dai pali incrociati pendevano lugubri moniti appesi ai capestri. “Ecco cosa succede! Li vedi? Volevano scappare...” I corpi che penzolavano inerti gli rivoltarono lo stomaco mezzo vuoto. “Ma dai, lascia perdere e vieni a bere. Vogliono tutti scappare. Per uno che invece entra...” “Ma sì, uno in più. Così finiscono prima le scorte!” Fra battute e risate si disinteressarono a lui per lasciarsi irretire dal vino dell’ultima bottiglia piena. Martino comprese l’angoscia che traspariva dagli occhi di Padre Clemente. Terdona resisteva dal 13 febbraio, il Mercoledì delle Ceneri. Da sopra le mura si scorgevano le postazioni avversarie che accerchiavano la collina, pazienti come gatti immobili in attesa del topo. I giorni passavano svogliati sulla fame e la tenacia. Verso sud, dal campo dei tedeschi, arrivavano parole dal suono duro e incomprensibile nell’aria che ormai profumava di primavera. I capelli di quello che doveva essere il comandante si accendevano di biondo ramato ai raggi tiepidi del sole. Un giorno si sentì un gusto strano nell’acqua. Qualcuno portò la notizia. “Hanno gettato lo zolfo e i cadaveri nella fonte di Rinarolo! Hanno avvelenato l’acqua...” Il 18 aprile la città si arrese. Gli occhi di Martino tremolavano acquosi al ricordo delle fiamme che avvolgevano la città, mentre stremati si allontanavano in silenzio. Il notaio lo guardò paziente. “Buon uomo, conosco la vicenda. Milano vi sta aiutando a riedificare la città e il Barbarossa è stato eletto re a Pavia e imperatore a Roma. Ormai sono passati molti mesi... Non capisco però cosa c’entro io.” “Sono venuto da voi perché io non so scrivere. Ho incontrato padre Clemente vicino alla città. Con la veste e i suoi libri sono riuscito a passare. Non ce l’avrei mai fatta... In seguito abbiamo saputo che ha incrociato una pattuglia che perlustrava la zona. Non era più vestito da prete, aveva la mia giacca, però l’hanno riconosciuto. L’avevano visto uscire dalla città. Hanno capito che andava a chiedere aiuto a Milano...” Le parole si incrinarono di commozione. “Siamo andati via tra le fiamme, senza portare quasi niente. Però questo l’ho conservato. E’ il libretto che mi ha dato lui. Aveva l’abitudine di tenere un diario degli avvenimenti locali. Vorrei che aggiungeste un’ultima riga. Quel giorno ha salvato la mia vita. La sua è rimasta in un fosso bianco di brina.” Il notaio intinse la penna d’oca nell’inchiostro: - Anno Domini 1155 ... Ennio Di Biase Voci per il canto Sezione unica “ Sometimes” Sometimes I heard this: “you musn’t do it” Sometimes I saw this: “people who aren’t people” Sometimes I do this: “stay out with my friend” RIT: Live your live Joking and cry Live your live Joking and cry On tv I see: “people who are disable” Oh no… And so I say: “Is this the real life The real life Today…” In this world Loking around, There are injustices, Critical periods, Everywhere…. But nothing stops you Nothing stops you! Nothing stops you To….. RIT: Live your life Joking and cry Live your life Joking and cry WIDESTORM Selene Perri Simone Daffonchio Andrea Mantelli Gianlica Perri Filippo Lanza DREAMS AND DOUBTS Lots of doubts in my mind I don't know if I do anything right It seems to be so hard to choose the best solution sometimes Thousands of things to do Don't allow me to stop and stare just a moment Teachers at school demand too much Chemistry's gonna drive me crazy Lots of friendships are often false And I can't trust anyone Of course it was easier when I was just a child And lots of us would like to return back to fìve But I have to grow up And hope to make my life As good as I can And not regret the past Sometimes I'm afraid Of failing to realize my dreams The chances are few and it's so hard to choose the right one Anybody can help me please Cause I am so afraid of being wrong again I think that you are the one Who can solve and take away my weakness I can trust in you without being hurt You will not disappoint me Of course it was easier when I was just a child And lots of us would like to return back to fìve But I have to grow up And hope to make my life As good as I can And not regret the past Sara Tamburelli BUONGIORNO AMORE MIO Good morning my love it's a beautiful day! Open your eyes and look up to thè sky! What do you see? It's something you can't tell, how much I love you... Now, tenderly, take my hand: it's you and me. Rit. Parli, sorridi e ridi... Scherzi, canti e balli... E mentre ti guardo penso sei l'unica importante per me. Tu fais une promenade en chantant ma chanson. Tu chantes à toute voix ma chanson pour toi toujours très doucement. Tu chantes, tu n'as pas honte, un sentiment très doux. Mon coeur chante avec toi notre melodie d'amour Rit. Parli, sorridi e ridi... Scherzi, canti e balli... E mentre ti guardo penso: sei l'unica importante per me. Gute Nacht mein Schatz! Das war ein schöner Tag! Schliess deine Augen, nun beginn zu träumen. An wen denkst du? Jetzt gib mir deine Hand, ich bin neben dir, Du bist so wunderbar, niemand anders als du. Rit. Parli, sorridi e ridi... Scherzi, canti e balli... E mentre ti guardo penso: sei l'unica importante... Parli, sorridi e ridi... Scherzi, canti e balli... E mentre ti guardo penso: sei l'unica importante per me. POINT OF VIEW Basone Patrizia Elisa Aguiari Luana Salerno Daniel Raina Riccardo Ferretti Davide Verna Mattia Albertelli Nicola Torlasco TRA SENTIERI IGNOTI AI PIÙ “Tra sentieri ignoti ai più sul fiume lui abitò; un Bello che non molto fu amato, né che amò. Tra le pietre un giglio che nascosto stava, lui; un astro che splendente c’è nei miei cieli bui. <<Visse infame; poi cessò di vivere>>. Anche se hai una tomba ora, oh: quanto manchi a me!” Questi versi leggerò in eterno qui: dove chi, ridir non so, un dì ti seppellì. “Tra sentieri ignoti ai più sul fiume lui abitò; un Bello che non molto fu amato, né che amò. PONDERA VERBORUM Nicola Damassino Cecilia Scaletta LET ME SMILE It was a dark november night when you said to me goodbye you ran away from my life and I didn’t even know why now your memory is too painful but I cannot give up again I must survive with my dreams rit. baby let me smile you will always be mine our love won’t ever and cause only you really know me now I’m trying to fill the gap that you left deep inside me I’ll never walk alone cause I’ll never forget your eyes and wherever you will go I hope you will think about us -chorus special and solobaby let me smile you will always be mine could you ever forget me could you ever forget me baby let me smile you will always be mine I won’t ever forget you I won’t ever forget you THE FAIT STORM Lorenzo Chiesa, Stefano Scotti, Matteo Mattioli, Francesco Taverna Eleonora Bruno Sezione Artistica Sezione unica Opera “Il destino di incontrarsi” (ispirato a Il barone rampante di I. Calvino) L’elaborato è ispirato all’opera di Italo Calvino “Il barone rampante” e vuole rappresentare i due incontri tra Violante e il barone, da bambini e poi da adulti. Egli guarda dall’alto Viola sull’altalena, ignaro del futuro che l’albero presagisce. E per opera del destino che i due si incontrano ed è l’albero a rappresentare questo destino (non solo simbolo, quindi, della scelta di vita del barone). Il tronco, nel contorcersi del legno, rappresenta l’intreccio delle vite dei due. Ma sarà sempre il destino a separarli: infatti, come sono separate all’inizio, alle radici, le due vite prendono direzioni diverse in corrispondenza dei rami. Ai lati abbiamo le figure di Violante e del barone ormai ragazzi. Lo stupore si dipinge sul volto di lui, mentre un sorriso appena abbozzato scaturisce dalle labbra di lei, sono i suoi occhi a sorridere con la loro luminosità. I loro destini saranno diversi, ma entrambi saranno l’uno per l’altra per sempre l’unico vero grande amore. ARIANNA CONCA Opera “La pioggia nel pineto” (ispirato a La pioggia nel pineto di G. D’Annunzio) L’elaborato si è ispirato a una poesia di Gabriele D’Annunzio “La pioggia nel pineto”. Tema della rappresentazione è il fenomeno del panismo, la graduale trasformazione del poeta e della sua compagna in esseri vegetali, che entrano così in armonia con la pineta toscana, bagnata da una pioggerella lievemente accennata, che fa da cornice all’intimo quadretto. Il paesaggio simbolico della pineta si apre intorno alle due figure sottolineandone la centralità. MARTA TORRE INDICE INTRODUZIONI COMMISSIONI GIUDICATRICI PREMIATI E SEGNALATI POESIE SEZIONE A ANDREA SUVERATO – Novi Ligure (AL) Ode alla luna (1° premio) ANNA BLASI – Bogliasco (GE) Il materialismo del mio cuore ti chiama ancora casa (2° premio) RICCARDO DE ROSA – Capriata d’Orba (AL) Dualità d’amore (3° premio) SEGNALATI LUDOVICA ENRIETTI – Alessandria La fine è sempre un inizio VALERIA TANZI – Novi Ligure (AL) Bagnata di luci e viole SEZIONE B MARIA TERESA ARBASINO – Tortona (AL) Solo con le mani (1° premio) VALENTINA INCARDONA – Mongiardino Ligure (AL) Balcone sul mare (2° premio) SERGIO PICCININI – Tortona (AL) La ciotola (3° premio) SEGNALATI ENNIO DI BIASE – Vocemola (AL) Auschwitz SERGIO DOTTI – Litta Parodi (AL) Brezza di montagna DANIELA FAVA – Novi Ligure (AL) Luna bianca di latte POESIE IN DIALETTO ANTONIO TAVELLA – Racconigi (CN) Noi coma feuje (1° premio) MARIO MARINI – Viguzzolo (AL) A ra campareia (2° premio) SERGIO PICCININI – Tortona (AL) Me nona “L’Argintena” (3° premio) POESIE SEZIONE EMIGRATI PIEMONTESI TERESITA BOVIO DUSSIN – Argentina Silencioso adiós (1° premio) MORENO MARIA EMILIA – Argentina Pintar con el corazón (2° premio) CESAR IGNACIO BARRACO MARMOL – Argentina Pienso en ti (3° premio) SEGNALATI MARTA FALCO – Uruguay Estio MARGHERITA MARTA YACAMO – Argentina Mi barca BLANCA BONAFEDE DE BERTORINO – Argentina Flor de primavera ERASMO HUGO STIVALA – Argentina Una manito sucia SILVIA LAMBERTI – Argentina Musas al viento RACCONTO BREVE O PAGINA DI DIARIO SEZIONE A GAIA POGGI – Tortona (AL) Una vita, riflessa in quegli occhi (1° premio) ALESSANDRA FERRARI – Tortona (AL) Una rischiosa avventura (2° premio) LINDA MONGIARDINI – Sale (AL) Grazie, Clara (3° premio) SEGNALATI LUCA CRIVELLI – Tortona (AL) Un principe fuori misura MIRKO ZUCCOTTI – Castelnuovo Scrivia(AL) L’eroe di Ramsal MARIALBA MOGNI – Tortona (AL) Una finestra sul mondo SEZIONE B ENNIO DI BIASE – Vocemola (AL) A.D. 1155 (1° premio) VOCI PER IL CANTO WIDESTORM (Selene Perri, Simone Daffonchio, Andrea Mantelli, Filippo Lanza, Gianluca Perri) Sometimes SARA TAMBURELLI Dreams and doubts POINT OF VIEW (Basone Patrizia, Elisa Aguiari, Luana Salerno, Daniel Raina, Riccardo Ferretti, Davide Verna, Mattia Albertelli, Nicola Torlasco) Buongiorno amore mio THE FAIT STORM (Lorenzo Chiesa, Stefano Scotti, Matteo Mattioli, Francesco Taverna, Eleonora Bruno) The faith storm PONDERA VERBORUM (Nicola Damassino, Cecilia Scaletta) Tra sentieri ignoti ai più SEZIONE ARTISTICA ARIANNA CONCA – Tortona (AL) Opera “Il destino di incontrarsi” (ispirato a Il barone rampante di I. Calvino) MARTA TORRE – Garbagna (AL) Opera “La pioggia nel pineto” (ispirato a La pioggia nel pineto di G. D’Annunzio) MUSAS AL VIENTO MUSE AL VENTO A Tortona... ciudad de poetas A Tortona... città di poeti Ciudad milenaria -cuna de poetassabores de antaño que el tiempo gestó, y el viento gitano abriendo sus alas cruzó el continente llevando tu voz. Città millenaria - culla di poeti sapori antichi creati nel tempo, Il vento gitano aprì le sue ali, attraversò il continente e la tua voce portò. Se embriagaron musas Al oír tu nombre y bebiendo savia en fuentes de sol, Si inebriarono le muse all’udire il tuo nome e bevvero energia alle fonti del sole, nacíeron las rimas nacíeron lòs versos y el loco poeta al cielo cantó. nacquero le rime nacquero I versi e l’estroso poeta al cielo cantó. y el viento gitano regresó a 'Tortona trayendo en sus alas voces de ilusión. Il vento gitano ritornò a Tortona recando sulle sue ali voci di illusioni. Con polen de estrellas se tiñe la noche ¡Voci per la poesia…! embrujo de Amor. Dal polline di stelle si tinge la notte: “Voci per la poesia…” incanto di Amore. Silvia Lamberti Traduzione Don Luigi Quaglini