Estratto distribuito da Biblet
ROBERTO PROIA
IL MANUALE DEL PERFETTO
COMING OUT
Cosa fare e soprattutto non fare
quando si dice o ci si sente dire
“Io sono gay”
Il libro che ha ispirato il film
Estratto della pubblicazione
Estratto distribuito da Biblet
Roberto Proia
Come non detto
Il manuale del perfetto coming out
Estratto della pubblicazione
© 2012 by 4PO[PHOPEJMarsilio Editori® spa in Venezia
Prima edizione digitale 2012
In copertina: fotoHSBGJFEJ4UFGBOP.POUFTJF1IJMJQQF"OUPOFMMP
BSUXPSLCZ#JH+FMMZGJTI¥
ISBN 978-88-
www.TPO[PHOPeditori.it
[email protected]
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata
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COME NON DETTO
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A Tiziano Ferro
Quando Tiziano Ferro ha fatto coming out in pubblico, il suo
gesto è stato bollato, dai più, come non necessario («Chi se ne
frega di cosa fa in camera da letto?»), una mossa pubblicitaria
per vendere più libri, più cd, una trovata per avere la copertina
di «Vanity Fair» e così via. Io, invece, sono convinto che il suo
coming out, fatto all’apice della popolarità, abbia detto a milioni
di teenager in tutto il mondo: «Se siete gay va benissimo così,
non commettete il mio stesso errore, non sprecate tempo pre­
zioso sentendovi prigionieri della vergogna e, soprattutto, cerca­
te di volervi più bene e vedrete che anche voi sarete persone
migliori dopo che vi sarete accettati». E questo è lo stesso spirito
che ha animato, ben prima del suo gesto, la nascita di questo
libro e del film. Ho difeso strenuamente il gesto di Tiziano Ferro
dagli scettici, a volte con ottimi risultati e altre volte meno, e
questa dedica vuole essere anche un modo per chiarire il concet­
to una volta per tutte. E per dirgli grazie.
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Introduzione
Sorridete, siete sul red carpet!
(non su candid camera)
Il coming out. Tutti ne parlano: giornali, rete, tv, social
network... Di solito accade quando una star o un perso­
naggio celebre decide di fare il grande passo e di far sa­
pere al mondo qualcosa di molto, molto personale, ov­
vero che è gay. A guardarlo da lontano, il coming out
potrebbe persino sembrare un red carpet – parata di
star, flash di fotografi, fiumi d’inchiostro anche digitale
pronti a essere versati. Un party? Poco ci manca anche
se, come sappiamo, non tutti i party riescono bene.
Ma il coming out non si vive solo da lontano attra­
verso le lenti delle macchine fotografiche, le interviste
e il gossip. Anzi, per molti di noi, quel red carpet è
anche e soprattutto nostro. Solo che attorno non avre­
mo paparazzi, reporter, ammiratori e ammiratrici a
caccia di autografi, ma famigliari e amici, parenti e col­
leghi di lavoro, le persone che amiamo e quelle di cui
non c’importa molto. E magari quel red carpet ci sem­
bra terribilmente lungo e accidentato, in salita e pron­
to a farci inciampare. Soprattutto se lo sbirciamo dal­
l’armadio in cui ci siamo rinchiusi, per colpa delle cir­
costanze, della paura e della nostra vocina interiore
che ci diceva di stare attenti, che non era il momento
giusto e che gli altri non erano pronti, che in fondo
erano solo fatti nostri e che non c’era bisogno di uscire
di lì. Ma la verità è che vivere in un armadio non è di­
vertente neanche per chi non soffre di claustrofobia e
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non è allergico all’antitarme (e chi no?). Perché nell’ar­
madio siamo soli, al buio, se ci va bene ci annoiamo a
morte e, soprattutto, non riusciremo mai a prendere
una tintarella decente. E poi quel red carpet è così in­
vitante, sembra veramente steso lì davanti apposta per
noi. E infatti lo è. E anche se magari ci sembra ancora
lontano e irraggiungibile, quasi un miraggio, il fatto
che ci pensiamo, che lo desideriamo, che lo sogniamo,
significa che abbiamo già fatto il primo passo. Il primo
passo, certo. C’è una buona ragione per cui non do­
vremmo fare anche gli altri?
Ho scritto questo manuale assolutamente senza la
pretesa di mettere insieme un decalogo, un libretto
d’istruzioni o un corso intensivo alla fine del quale vi
verrà rifilato un attestato di frequenza da appendere
al muro (o, peggio, dentro l’armadio) per poi dimenti­
carsene; se mai questo libro vuole essere un compa­
gno di viaggio e di avventure, perché il coming out è
sia un viaggio che un’avventura. Come tutti i compagni
di viaggio che si rispettino, di certo non se ne sta sedu­
to in un angolo a guardare il panorama ma ha molto
da dire, non è un tipo taciturno e, soprattutto, conosce
bene l’argomento. Perché il compagno di viaggio ci è
già passato e conosce molti altri che ci sono già passa­
ti, sa che il coming out può essere tanto liberatorio
quanto divertente, sa che qualche volta le cose posso­
no essere difficili ma sa anche che, qualunque cosa ac­
cada, fuori dall’armadio staremo comunque meglio di
come siamo stati dentro, sa che il coming out è un mo­
mento di libertà e affermazione di sé a cui nessuno di
noi dovrebbe mai rinunciare.
In queste pagine troverete un po’ di tutto: dai tips &
tricks ai racconti di coming out celebri e non, dalle ci­
tazioni che possono essere d’ispirazione (si spera!) a
fatti strani e divertenti, e poi esercizi con cui “giocare”
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in preparazione al G-Day, il grande passo. Qui trove­
rete molti degli infiniti ingredienti di un perfetto co­
ming out, ma non la ricetta. Perché quella, davvero,
spetta a voi crearla.
Il mio coming out
Era il 1993, vivevo a San Francisco. Avevo vinto una
borsa di studio subito dopo la laurea in Lingue per fre­
quentare un master di un anno in una qualsiasi località
degli Stati Uniti. So che neanche voi mi crederete ma la
Golden Gate University di San Francisco è stata l’unica
università americana ad avermi accettato. Una coinci­
denza, quindi. E che coincidenza...
Già da un bel po’ di tempo avevo la matematica cer­
tezza di essere gay ma l’unica depositaria del mio segre­
to era la mia amica Stefania. Poverina, essendo lei l’uni­
co sfogo, se dopo oltre venti anni siamo ancora amici
deve volermi proprio bene.
Quindi ricapitolando, avevo ventiquattro anni, ero
andato a vivere a quattordici ore di volo dalla mia fa­
miglia, ero totalmente represso – ed ero vergine. A San
Francisco. Niente male come quadretto, eh?
Si stava avvicinando il capodanno, il mio primo capo­
danno gay. Mi ero fatto parecchi amici nei quattro mesi
che avevo passato lì e loro, sapendo che per me sarebbe
stata una festa importante, mi avevano organizzato un
capodanno che prometteva di essere a dir poco indi­
menticabile.
Sentivo la mia famiglia due-tre volte a settimana e
durante ogni telefonata per qualche minuto ero obbli­
gato a rimettermi i panni di “Roberto l’Etero”, che però
era troppo serio per cambiare fidanzata ogni due mesi.
Tanto l’operazione di maquillage mi impegnava circa
venti minuti a settimana. Ben poca cosa, tutto sommato.
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Un giorno mi chiama mio fratello, etero, di quattro
anni più grande che mi chiede se il 5 gennaio può ve­
nirmi a trovare. Enorme, enorme seccatura. Avrei do­
vuto studiare di nuovo la parte, assicurarmi che gli ami­
ci che gli avrei presentato fossero “insospettabili”, ma­
gari chiedere a quella ragazza che usciva spesso con noi
di fingere che tra di noi ci fosse in effetti qualcosa. Una
faticaccia, insomma. Però si sarebbe trattato di ripren­
dere per una settimana a recitare una parte che comun­
que avevo interpretato per anni. Di nuovo, ben poca
cosa mi dissi. Gli chiesi se sarebbe venuto con la fidan­
zata, il che, pur avendo lo svantaggio di avere il doppio
del pubblico da “intrattenere”, mi avrebbe però per­
messo di non avere mio fratello tra i piedi per tutto il
tempo. Nota a margine ma non così a margine: mio fra­
tello per anni ha beneficiato del fatto che portavo a casa
amiche molto carine, che magari erano cotte di me ma
(inevitabilmente) non ricambiate e che quindi erano per
lui uno straordinario terreno di caccia. Una in particola­
re, la più tenace di tutte, si chiamava Simona, una ra­
gazza milanese che non lo degnava di uno sguardo tan­
to era focalizzata sul suo obiettivo.
Ma torniamo a noi. È il 28 di dicembre. Io ormai sono
così pronto allo scoccare del 1994 che dormo col cappel­
letto di cartone happy new year ormai da una settimana.
Arriva la solita telefonata dall’Italia. Anzi no. Non era
la solita. Mio fratello si è mollato con la tipa. È triste.
Ha bisogno di svago. Pensa che fare capodanno a San
Francisco gli risolleverà il morale. In quel momento mi
trasformo in Robert De Niro per fingere felicità invece
di urlare dentro un asciugamano qualche raffinata be­
stemmia. Mi comunica che arriverà il 30 pomeriggio e
mi chiede se lo vado a prendere.
Inutile dire che tutta la leggerezza che avevo guada­
gnato in quei mesi mi si stava ritorcendo contro. Avevo
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assaggiato la libertà e adesso anche sacrificarmi accet­
tando un “capodanno etero” per non dare alla farsa una
fine troppo brusca mi buttava giù. Non potevo mettere
in scena in due giorni quello che avrei dovuto prepara­
re in mesi e mesi con piccoli indizi, brevi frasi per tastare
il terreno in attesa del momento perfetto. Insomma non
avevo scelta.
Sono all’aeroporto. Mi faccio prestare l’auto da un
amico. Al gate sono funereo. Ok siamo onesti: sono in­
cazzato nero e fumante. Non è colpa di mio fratello, po­
verino, e non è giusto che la paghi lui e quindi mi devo
sfogare ribollendo per conto mio finché non si apriran­
no le porte e comparirà lui con tutte le sue aspettative di
dimenticare la sua ragazza. Il volo è atterrato. Bene. La
possibilità che venisse dirottato a Cuba anche solo per
una notte è svanita. Eccolo, è arrivato. Convenevoli. Io
sono bravissimo, reggo la parte da attore consumato.
Braccia rubate alla Notte degli Oscar. D’altronde l’espe­
rienza paga, e io ne ho da vendere, anche troppa. Salia­
mo in macchina. Ma che bella città... ti trovi bene... hai
fatto amicizie... mamma ti saluta e mi chiede di control­
lare che il frigo sia sempre pieno... a scuola come va... io
sento solo le vocali ma sorrido...
Poi: semaforo rosso.
«Senti, Armando, devo dirti una cosa importante. Io
sono gay.» L’avevo detto davvero oppure di nuovo lo
stavo pensando per immaginare le reazioni come avevo
fatto tante di quelle volte che ormai avevo perso il con­
to? La sua espressione mi confermò che, sì, lo avevo
detto. Eravamo entrambi molto molto sorpresi.
«In che senso?» chiede lui.
«Be’, non ci sono molti altri sensi.»
Lui: muto per quello che mi sembrò praticamente un
anno. Poi: «Senti, posso chiederti una cosa?». Natural­
mente, in virtù del fatto che mi sentivo schiacciato dal
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Estratto della pubblicazione
senso di colpa, avrebbe potuto chiedermi anche un re­
ne. E invece: «Lo diresti subito a Simona, così finalmen­
te si mette l’anima in pace?».
Scoppiammo a ridere insieme.
Quello fu l’unico capodanno che mi ricordo in ogni
minimo dettaglio.
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L’armadio, il cioccolatino
e il ballo delle debuttanti
In un armadio possiamo mettere qualunque cosa: ov­
viamente i vestiti e le scarpe, ma anche gli sci da fondo
che non abbiamo mai usato, l’orribile quadro che ci ha
regalato la prozia che vediamo esclusivamente alle fe­
ste comandate e tiriamo fuori solo se siamo certi che
passerà a trovarci, scorte di dolci per far fronte a fami
notturne improvvise e incontrollabili che non voglia­
mo rendere note agli altri e, all’occorrenza, uno sche­
letro. Insomma, un armadio serve a contenere (e a na­
scondere) davvero un sacco di cose. Ma per quanto
utile possa essere un armadio, è il caso di rinchiuderci
lì dentro a doppia mandata? Insieme a vestiti, scarpe,
sci da fondo, quadri inguardabili e tutti quei biscotti?
Alla fine ci ritroveremmo con indosso abiti datati, ai
piedi scomodi e pesanti sci e pieni di biscotti fino a
scoppiare. Che razza di vita, nessuno con cui parlare.
A parte quello scheletro. E già, lo scheletro... Che stra­
namente tanto scheletro non è e, a ben guardare, as­
somiglia tantissimo a qualcuno che conosciamo molto
bene – a noi.
Diciamocelo: nell’armadio non è proprio vita, ma se
la vita è come una scatola di cioccolatini... No, questo
non c’entra. O forse sì, perché se nasciamo gay (e sot­
tolineo nasciamo), è quel cioccolatino che ci è capitato.
Ed è veramente squisito. Possiamo anche metterci in te­
sta di emulare Forrest Gump e correre quanto vogliamo
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(ma sarà il caso, poi?) ma quello è il nostro cioccolatino.
E un cioccolatino così favoloso e così irresistibile è pro­
prio il caso di chiuderlo, rinchiuderlo, segregarlo, con­
dannarlo a starsene dentro l’armadio? La risposta è no,
naturalmente. Nemmeno per sogno. O per incubo. O
per vie di mezzo. No.
Ma questo è uno sbaglio che, magari per un periodo
più o meno breve, commettiamo tutti. E a volte ci ritro­
viamo, per circostanze esterne o per ragionamenti,
elucubrazioni varie e per renderci la vita apparente­
mente più semplice, a costruire con le nostre mani l’ar­
madio, un’asse alla volta, uno scaffale alla volta, porta
e maniglia e serratura comprese. Le gioie della fale­
gnameria e del fai da te. Almeno potessimo aggiunger­
le come voce al nostro curriculum professionale! E in­
vece neanche questo. Perché è un segreto. L’armadio
stesso è un segreto. Nessuno, tranne noi, deve sapere
che c’è. È praticamente un segreto dentro un segreto,
matrioske di segreti.
A prima vista, una faccenda molto complicata, dav­
vero.
A prima vista. Perché possiamo sempre, in qualun­
que momento, decidere di darci un taglio con la fale­
gnameria e le bambole russe, soffiare sull’armadio co­
me il famoso lupo della casa dei tre porcellini e raderlo
al suolo (tra parentesi, per chi non lo avesse capito, io
tifavo per il lupo e detestavo quei tre fratellini petulan­
ti). Farlo svanire. Dissolverlo, per liberarci una volta per
tutte. E mettere una prima zampa, pardon, un piede sul
red carpet.
Forse la cosa più difficile di tutte non è farlo ma deci­
dere di farlo.
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Pellicola e carta
È nato prima l’uovo (il film) o la gallina (il libro)? Diciamo che è nata
prima l’idea. L’idea di raccontare, sia in pellicola che su carta, sia con
una storia che con un manuale, un evento davvero unico nel suo essere metà farsa e metà tragedia. L’idea di dare finalmente spazio alla
parte farsesca troppe volte eclissata dalla controparte tragica che ha
avuto così spesso un trattamento preferenziale, raccontando invece le
mille sfumature buffe e divertenti che precedono e, soprattutto, seguono un coming out.
Ma, come tutte le storie, anche questa inizia dal­l’inizio. Abbiamo nel
film un protagonista, Mattia Sberla, 25 anni e nessuna intenzione di
rivelare ai suoi che è gay. Sta per trasferirsi in Spagna dove andrà a
vivere col fidanzato Eduard, che è convinto che Mattia abbia detto tutto a tutti. Ma il castello di carte (e di equivoci) rischia di crollare quando Eduard annuncia che è arrivato a Roma per conoscere i “suoceri”.
Mattia, preso tra l’incudine e il martello, ha sette ore per decidere se
rivelare ai genitori che è gay o al fidanzato che gli ha mentito. Senza
rovinarvi il finale, diciamo che, come accade spesso, una minaccia si
rivela un’opportunità e viceversa...
Mamma, papà, devo dirvi una cosa: sono biondo!
Se questo fosse un mondo perfetto, annunciare all’uni­
verso mondo o a mamma e papà, o anche solo all’amica
del cuore (che 9 su 10 lo ha già capito ma aspetta che
siamo noi a parlarne) o all’edicolante sotto casa che sia­
mo gay sarebbe davvero come dire sono biondo, o peso
70 chili (magari) o, per restare in tema, sono etero. Una
cosa che in generale viene data per scontata o che ma­
gari risulta addirittura visibile a occhio nudo, dati di fat­
to di cui in teoria potremmo tranquillamente non parla­
re – dopo tutto nessuno convoca il parentado e gli ami­
ci per informarli che le lasagne non gli piacciono ma che
le tortillas, sì, eccome, giusto? (Forse per qualche mam­
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ma un po’ tradizionalista a tavola questa potrebbe per­
sino essere una notizia ferale e terribile, ma non entria­
mo nel merito...) Nessuno, ma proprio nessuno, ci pensa
e rimugina e riflette per settimane o per mesi prima di
rivelare al mondo che gli piace l’hockey sul ghiaccio
mentre il calcio, no, non gli interessa nemmeno tanto
così – e via discorrendo.
In un mondo perfetto, già.
Solo che, breaking news, questo è un mondo imper­
fetto. E per imperfetto intendo esclusivo e non inclusi­
vo, che prende in considerazione solo una parte e non
tutti, un modello unico che si applica senza pensarci e
senza porsi mezza domanda che sia mezza.
Banalmente, anche soltanto nelle pubblicità, per ven­
dere qualsiasi cosa, dalle auto agli aspirapolvere alle
polizze assicurative agli integratori di sali minerali ai
cracker, nel novantanove per cento dei casi viene usato
un immaginario etero fatto di famigliole e coppiette ete­
ro, felicissimamente etero. Tutto o quasi tutto ciò che ci
circonda è così inesorabilmente etero che non ci faccia­
mo neanche più caso. È un mondo bruno, non biondo.
Un mondo in cui i gay non comprano auto e non man­
giano cracker. Siamo abituati così, punto. Le nostre fa­
miglie e i nostri amici sono abituati così. E tra questo e il
momento in cui ci ritroviamo con in mano chiodi e mar­
tello, impegnati a costruire il nostro “caro” armadio, il
passo è veramente molto breve. E molto subdolo.
Magari ci sembra persino naturale o, se non naturale,
comunque in qualche modo inevitabile. Magari ci dia­
mo anche le pacche sulle spalle da soli per come sono
venute le ante (a prova di bomba, resistenti ai raggi X e
pure alla kryptonite, perché o le cose si fanno bene o
non si fanno, eh...) o le mensole o per il lucchetto che
abbiamo montato. Magari prima di entrarci guardiamo
l’armadio e ci diciamo che ci troveremo bene lì dentro,
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Estratto della pubblicazione
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che risolverà un sacco ma veramente un sacco di proble­
mi per noi, che renderà meno imperfetto il nostro mon­
do. Magari mentre chiudiamo le ante alle nostre spalle
non immaginiamo nemmeno che arriverà un giorno
speciale in cui vorremo uscire dall’armadio e saremo
pronti a farlo, un giorno speciale in cui vorremo dire al
mondo (imperfetto, okay, ma per una volta ascolterà)
che siamo biondi, ooops, gay, che il cioccolatino che ci è
capitato ci piace alla follia, ci fa bene, ci rende felici, non
ci fa ingrassare, è tutta salute. È quello giusto per noi.
Anzi, è giusto, punto e basta.
Non lo immaginiamo ma quel giorno c’è già.
È (sarà) il giorno del nostro coming out.
Lo scheletro nell’armadio e il ballo delle debuttanti
Che l’armadio non sia oggi (e non sia mai stato) un luo­
go ameno lo si evince anche dalle origini dell’espressio­
ne in the closet, “nell’armadio”, che prevede il prover­
biale scheletro ficcato lì dentro in modo che nessuno
possa anche solo sospettarne l’esistenza. Ma di più. Nel
caso non aveste ancora abbastanza orrore dell’armadio,
sappiate che, molto tempo fa, lo scheletro in questione
si riferiva a qualcosa di terribilmente reale e concreto,
non simbolico: si trattava infatti dei cadaveri che veni­
vano trafugati da personaggi senza scrupoli e venivano
poi venduti a medici e scienziati che se ne servivano per
ricerche ed esperimenti (tanto per capirci, il nome di
Viktor Frankenstein vi dice qualcosa?).
Col passare del tempo, per estensione, lo scheletro
è diventato simbolo di vergogna che dev’essere tenuta
nascosta, segreto inconfessabile e così via. Quindi, in
un certo senso, quando ci attardiamo nell’armadio, ci
troviamo in pessima e lugubre compagnia – cadaveri,
scheletri, colpe e annessi e connessi. E, davvero, nem­
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meno il più sfegatato amante dell’horror ci si trovereb­
be a proprio agio.
Al contrario, l’espressione coming out rimanda a un
evento felice, una sorta di rito di passaggio che merita di
essere festeggiato. Infatti, ancora oggi, in alcuni ambien­
ti viene usata per indicare l’occasione in cui una fanciul­
la (ma noi non ci formalizziamo, vero?), debitamente
agghindata e imbellettata, fa il suo debutto in società. Si
capisce, i gusti sono gusti, e probabilmente a molti l’idea
del ballo delle debuttanti fa venire i capelli dritti in testa
quanto il pensiero di scheletri stipati in spazi angusti,
ma il punto è un altro – il punto è che il coming out è
una festa, è un momento di gioia e anche, come sopra,
di passaggio.
E adesso, sul serio, alzi la mano (fan dell’horror in­
clusi) chi di noi davvero preferirebbe starsene al buio in
un armadio insieme a uno scheletro piuttosto che uscire
per andare a un party strepitoso.
La verità è che non sei etero abbastanza
No, è che non lo sei per niente. Ma tutti – tua madre,
tuo padre, i tuoi nonni, i tuoi insegnanti, il commesso
che ti deve vendere lo spremiagrumi, il meccanico che ti
aggiusta l’auto, il panettiere (ah, no, lui no: giusto l’altra
sera lo hai visto in un locale gay), la baby-sitter dei tuoi
fratellini che implacabile ti fa gli occhi dolci – tutti si
aspettano che tu sia etero. Talmente tanto e talmente in
tanti che qualche volta (spesso, probabilmente) te lo sei
aspettato persino tu, pur sapendo benissimo che il tuo
cioccolatino non ha proprio niente che non va, anzi. O
lo hai desiderato.
Perché? Perché c’è un piccolo te etero in miniatura in
agguato nel tuo cuore dei cuori che aspetta solo che tu
ti accorga di lui e gli permetta di esprimersi?
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No, niente affatto.
Perché è – o sei convinto che sarebbe – tutto infinita­
mente più semplice, una vita in cui non devi spiegare a
nessuno che sei biondo, in cui hai pescato il cioccolatino
che hanno pescato anche gli altri, una vita in cui potrai
anche infilarti e chiuderti in altri armadi, e incontrare
altri scheletri, ma non in questo particolare armadio.
Non c’è niente di cui vergognarsi, non saresti il primo
gay, e nemmeno sarai l’ultimo, che va a dormire la sera
sperando di svegliarsi etero la mattina dopo (e magari
facendo, nel frattempo, sogni appropriatamente etero).
Però com’è come non è, di una delle più famose coppie
di Hollywood, Brad e Angelina, quello che ti consegna
senza vestiti il tuo inconscio è sempre ma proprio sem­
pre, puntuale e implacabile, il Brangelina sbagliato. O
meglio giusto. Ma non giusto per un etero. Ma giusto
per te. Ma non per un etero. Ma per te sì. E così via, fino
allo sfinimento...
Veniamo alle ragioni per cui ti ritrovi nell’armadio,
in mezzo agli ometti (si tratta solo di semplici ap­pen­di­
abi­ti in questo caso, purtroppo), stordito dall’odore del­
la naftalina e allucinato da certe giacche oscene che hai
comprato quando eri più giovane e ingenuo. Spesso ci
sono motivi decisamente seri. C’è la paura di affronta­
re un ambiente che magari è tutt’altro che gay friendly
o che tu percepisci così, tanto da spingerti a scegliere
l’armadio. C’è la paura di essere “sbagliato” (virgolette
d’obbligo, non servirebbe nemmeno dirlo), la paura di
ritrovarti a essere la pecora nera – anzi, rosa shocking –
in un gregge di pecore candide (oddio, candide candide
poi...), la paura di deludere le aspettative altrui, la paura
di non essere più accettati dai genitori, dalle persone a
cui vogliamo bene – paura di essere giudicati male dal
cane, dal gatto, dal pappagallino, dall’istruttore di tiro
con l’arco, paura che il mondo finisca, altro che profezie
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Estratto della pubblicazione
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maya e meteoriti in corsa contro la Terra, questa è l’uni­
ca vera apocalisse con noi in rotta di collisione con qua­
lunque cosa. E la paura è una forza potentissima, in gra­
do di influenzare le nostre decisioni, a scapito della no­
stra felicità, dei nostri desideri, della nostra identità.
Quindi, eccoti qui, chiuso in un armadio fatto di
aspettative, giudizi e pregiudizi, cose date per scontate
che scontate non sono proprio per niente, paure che so­
no vere anche se sono vere solo per te. Ma c’è un ma.
Per fortuna c’è un ma. Ed è un ma grosso non come una
casa ma come un’anta. L’anta dell’armadio è fatta di
tutti i buoni motivi che hai per uscire di lì. E la puoi apri­
re in qualunque momento e trovarti finalmente sul red
carpet che è lì, srotolato e invitante, e non aspetta che te.
Il grosso ma
Sarebbe quasi inutile dirlo ma lo diciamo lo stesso: così
come non esiste una persona uguale all’altra, non esiste
un coming out uguale all’altro. Non esiste nelle moda­
lità, nelle circostanze e anche nelle motivazioni. La mia
esperienza la conoscete, per qualcun altro le ragioni che
portano a voler percorrere il red carpet possono essere
diversissime. Inoltre qualche volta siamo noi a trovare i
motivi per fare coming out, a volte sono i motivi che
trovano noi, che magari credevamo di non aver nem­
meno cominciato a cercarli.
La segretezza imposta (in minima parte) o autoimpo­
sta (in massima) è un peso che affligge, l’alienazione da
chi siamo veramente fa male, fingere è faticoso e logo­
rante e ci deruba di un sacco di energie che potremmo
usare per andare in palestra, farci nuovi amici (chi ha
orecchie per intendere, intenda ciò che vuole...), vivere
una vita piena, appassionante, la vita che vorremmo. Ma
anche: farsi dominare dalla paura non è mai una scelta
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Estratto della pubblicazione
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saggia, e avere rapporti onesti con le persone che conta­
no per noi è fondamentale. È giusto offrire agli altri la
possibilità di sapere chi siamo e di amarci come siamo
al cento per cento. Questo significa che quando dichia­
riamo di essere gay diventiamo un’altra persona, che il
nostro orientamento sessuale determina chi siamo? No,
ma fa parte di chi siamo e non dobbiamo vergognarce­
ne. Non si tratta di avere una doppia identità, quanto di
non averne una monca, amputata, parziale, incompleta.
Ma di più, chi in possesso di tutte le sue facoltà mentali
sceglierebbe consapevolmente una vita fatta di segre­
tezza, sotterfugi, scissione da sé, mille difficoltà sempre
più pesanti, situazioni imbarazzanti, invece di una vita
alla luce del sole, libera, integra, in cui si è sinceri con se
stessi e con gli altri, liberi da paura e timori?
Se sembra una domanda retorica è perché lo è e non
potrebbe essere che così ma nonostante tutto è impor­
tante e rende davvero l’idea. Ogni essere umano sulla
faccia della terra o in orbita intorno alla stessa dentro
qualche navicella spaziale – che sia un filosofo sufi ete­
ro, una spogliarellista lesbica, un capo di stato bisessua­
le, un taglialegna dell’Oregon trans, una scrittrice di best
seller asessuale, un bambino che guarda le stelle dalla
finestra della sua camera e non vuole essere nient’altro
o quello che volete voi – vuole più di ogni altra cosa es­
sere se stesso, essere libero di essere se stesso, essere
fiero di ciò che è.
Non in mondovisione, non tra dieci minuti
Ricapitolando: siamo chiusi nell’armadio, abbiamo le
idee più chiare riguardo a ciò che l’armadio è e rappre­
senta, e abbiamo fatto il punto sulle motivazioni per cui
fare il grande passo. (Se state leggendo questo libro,
molto probabilmente siete già attratti dall’idea di fare
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