indice Rivista trimestrale della Società nazionale degli operatori della prevenzione Il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ccm) e la rivista Snop collaborano per la diffusione e l’approfondimento dei temi contenuti nel Piano nazionale della prevenzione 2005-2007. Questa collaborazione è finalizzata a favorire la conoscenza, la riflessione critica e la partecipazione da parte degli operatori dei servizi di sanità pubblica. Editore: Snop • Società nazionale operatori della prevenzione • via Prospero Finzi, 15 - 20126 Milano www.snop.it Direttore responsabile: Claudio Venturelli Direttore: Alberto Baldasseroni Direttore editoriale: Eva Benelli Comitato scientifico di redazione: Alberto Baldasseroni, Roberto Calisti, Luca Carneglia, Emilio Cipriani, Maria Elisa Damiani, Giorgio Di Leone, Annunziata Giangaspero, Paolo Lauriola, Gianpiero Mancini, Luca Pietrantoni, Luigi Salizzato, Domenico Spinazzola, Domenico Taddeo, Claudio Venturelli, Luciano Venturi Redazione: Anna Maria Zaccheddu Progetto grafico e impaginazione: Corinna Guercini Copertina: Bruno Antonini Zadigroma, via Monte Cristallo, 6 - 00141 Roma tel. 068175644 e-mail: [email protected] Stampa: Tipografia Graffiti srl - Pavona (Roma) Numero 74 marzo 2008 • anno 23 Editoriale Sicurezza sul lavoro: facciamone un bene pubblico . . . . . . . . . . . . . . . . .03 Domenico Taddeo Dossier: in ricordo di Giorgio Ferigo … plens di te ma cença di te . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 06 Gian Paolo Gri Un cuore carnico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 08 Francesco Micelli Insieme contro l’inutilità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10 Paolo Pischiutti Le brigate di Giorgio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10 Carlo Bressan di Giorgio Ferigo Perinde ac cadaver . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14 Trenta semplificazioni – anzi, ventisette . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26 Sulla culinaria scolastica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32 Dal fronte dei libretti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 Lettera aperta al ministro dell’Interno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34 I Nas come volontà e rappresentazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 36 Il reato e il peccato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37 Patenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38 La regola del poliziotto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40 Il riposo del guerriero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41 Abbonamento annuale per 4 numeri 30,00 euro c/c postale n. 36886208 intestato a Snop Indicare causale del versamento e indirizzo Singolo numero: 10,00 euro Sacrificio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43 Kafka sui monti della Carnia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45 Quando anche Bersani era «corporativo» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 46 Tammurriata del certificato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47 Autoriz. Tribunale di Milano n. 416 del 25/7/86 Tariffa regime libero: Poste Italiane SpA sped. in abbonamento postale 70% DRCB Roma. L’editore Snop, titolare del trattamento ai sensi e per gli effetti del D.Lgs. 196/2003, dichiara che i dati personali degli abbonati non saranno oggetto di comunicazione o diffusione e ricorda che gli interressati possono far valere i propri diritti ai sensi dell’articolo 7 del suddetto decreto. Ai sensi dell’art. 2 comma 2 del Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, si rende nota l’esistenza di una banca dati personali di uso redazionale presso Zadigroma, via Monte Cristallo 6. Responsabile trattamento dati: Angelo Todone. I dati necessari per l’invio della rivista sono trattati elettronicamente e utilizzati dall’editore Snop per la spedizione della presente pubblicazione e di altro materiale medico-scientifico. IVA assolta dall’editore ai sensi dell’art. 74 lettera C del DPR 26/10/1972 n. 633 e successive modificazioni e integrazioni, nonché ai sensi del DM 29/12/1989. Non si rilasciano quindi fatture (art. 1. c. 5 DM 29/12/1989). Finito di stampare nel mese di marzo 2008 C’era una volta l’autorizzazione sanitaria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49 E il certificato, cacciato dalla porta, rientrò dalla finestra . . . . . . . . . 53 Cittadini del mondo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56 Alta definizione Lavorare in salute: un diritto globale? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58 Raul Harari, Homero Harari, Rocio Freire Alcol e droghe: quando la dipendenza è sul lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . 62 Emilio Cipriani Clima che muta, zanzara in arrivo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 65 Roberto Vallorani, Alfonso Crisci, Gianni Messeri, Bernardo Gozzini, Claudio Venturelli, Silvia Mascali Zeo, Paola Angelini Guadagnare salute: chi ben comincia… . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 70 Adriano Cattaneo Carissimi lettori, il 2008 si apre con un numero speciale di Snop, in ricordo di Giorgio Ferigo e della sua inimitabile penna: la redazione ripropone la raccolta completa dei suoi interventi pubblicati per noi in questi anni, sia sulla rivista cartacea, sia sulla newsletter associativa Snop InForma. L’anno parte inoltre con una versione completamente rinnovata del sito dell’associazione, www.snop.it , che vi invitiamo a visitare. Con questo primo numero dell’anno cogliamo l’occasione per ricordare a voi lettori che rappresentate la nostra ragion d’essere in quanto rivista: per questo vi chiediamo di continuare a fornirci contributi da pubblicare, ma anche commenti critici sul nostro lavoro o suggerimenti per nuovi argomenti da trattare. Inoltre, poiché la rivista è finanziata da voi abbonati, vi invitiamo a segnalarci il vostro consenso anche con il rinnovo dell’abbonamento, utilizzando il bollettino di c/c postale allegato al numero in spedizione. Vi ricordiamo che la quota dell’abbonamento è di 30,00 euro mentre il costo di ogni singolo numero è di 10,00 euro. Le coordinate per il versamento sono le seguenti: • c/c postale 36886208 o bonifico postale sullo stesso c/c (ABI 07601 - CAB 01600 - CIN U) • oppure bonifico bancario sul c/c 14537174 (ABI 03069 - CAB 20705 - CIN F) intestato a SNOP presso IntesaBci-Agenzia di Sesto S. Giovanni-p. IV Novembre 22 Un cordiale saluto a tutti La redazione Editoriale Sicurezza sul lavoro: facciamone un bene pubblico Domenico Taddeo l momento di chiudere questo numero di Snop il Governo ha varato il testo del decreto attuativo della delega in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Per i tempi tecnici di stampa e distribuzione della nostra rivista, chi leggerà queste righe saprà già se questo testo avrà compiuto il percorso di legge per la sua definitiva approvazione: A primo parere delle commissioni competenti di Camera parere delle Regioni seconda approvazione in Consiglio dei Ministri (che tenga conto dei pareri di Camera, Senato e Regioni) secondo parere delle commissioni competenti di Camera e parere del Consiglio di Stato terza e definitiva approvazione del Consiglio dei Ministri (che tenga conto degli eventuali ulteriori numero 74 pareri di Camera, Senato e Consiglio di Stato e Regioni) firma del Capo dello Stato pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Abbiamo voluto richiamare tutti i passaggi per sottolineare come tutto questo percorso dovrà compiersi durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008. Non è dunque garantito che il percorso possa essere davvero portato a termine. Ci è sembrata comunque positiva la scelta di presentare il testo dei decreti delegati al Consiglio dei Ministri il 6 marzo 2008. È indubbio che la tragica vicenda di Molfetta (la morte di cinque operai addetti al lavaggio industriale di una cisterna per il trasporto di sostanze chimiche, in questo caso zolfo) abbia fatto da acceleratore, vista anche l’enorme attenzione sociale al problema degli infortuni sul lavoro a partire dal caso della ThyssenKrupp in poi (vedi anche Snop 73, dossier “Testo unico e sicurezza sul lavoro”). Il decreto si compone in totale di 300 articoli e di oltre 50 allegati e norma una lunga serie di attività e settori, descritti dettagliatamente nella tabella sotto. Estende il campo di appli- Tabella. I temi trattati nel decreto Titolo I Titolo II Titolo III Titolo IV Titolo V Titolo VI Titolo VII Titolo VIII Titolo IX Titolo X Titolo XI Titolo XII disposizioni generali luoghi di lavoro attrezzature e dispositivi di protezione individuale (Dpi) cantieri temporanei e mobili segnaletica movimentazione manuale dei carichi videoterminali agenti fisici (rumore, ultrasuoni, infrasuoni, vibrazioni meccaniche, campi elettromagnetici, radiazioni ottiche, atmosfere iperbariche) sostanze pericolose (agenti chimici, cancerogeni o mutageni e amianto) agenti biologici atmosfere esplosive disposizioni transitorie e finali - da art. 298 a 301 - Modifiche al D.Lgs. 231/2001, art. 25-septies e abrobazioni norme precedenti 3 cazione, ricomprende tutte le normative già contenute nel Decreto legislativo 626 del 1994, abroga altre normative preesistenti, compresa quella degli anni Cinquanta. Prevede un rafforzamento delle prerogative di Rls, Rlst e Rls di “situ”. Introduce novità riguardo al coordinamento delle attività di vigilanza e definisce i ruoli degli organi centrali. Precisa i criteri di finanziamento di azioni promozionali private e pubbliche, definisce i ruoli e compiti degli istituti ed enti centrali (Inail, Ispesl, Ipsema). Aspettative future Se il percorso di approvazione del decreto andrà a buon fine (il condizionale è d’obbligo), verrà introdotto un sistema sanzionatorio rinnovato, graduale ma anche con qualche efficacia deterrente. In ogni caso, anche se (malauguratamente) il decreto non dovesse essere approvato, lo scenario normativo italiano non sarebbe vuoto: rimarrebbero comunque il Decreto legislativo 626/94 e le sue successive modifi- che, così come le norme contenute nella Legge delega 123/07, immediatamente prescrittive. Il tutto sarebbe accompagnato dai provvedimenti che il potere legislativo ha comunque già assunto e che orientano l’azione complessiva della Pubblica amministrazione: il Patto per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro stilato tra Governo e Regioni il decreto che regola i livelli di coordinamento tra ministero del Lavoro, Regioni e altri enti in materia di azioni e strategie per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (superando il ruolo affidato già alle Province nella Legge delega 123/07) il Patto per l’organizzazione del Sistema informativo nazionale per la prevenzione (Sinp). Gli aspetti normativi e sanzionatori da soli non bastano se non accompagnati da azioni di controllo, informazione, formazione e pianificazione (nazionale e locale) delle attività di prevenzione. Restano aperte diverse questioni: le risorse delle istituzioni preposte al controllo alla vigilanza e all’informazione, i percorsi di crescita culturale nella società orientata alla prevenzione, le responsabilità professionali delle aziende riguardo alla prevenzione. Il tragico infortunio collettivo di Molfetta racchiude in sé i vari aspetti del problema, perché è avvenuto in una piccola azienda e il titolare è una delle vittime dell’infortunio. Un fatto che evoca quindi i problemi delle piccole e delle microimprese, in particolare i criteri e le autorizzazioni in caso di attività a rischio. Inoltre, richiama l’attenzione sulla formazione che ogni piccolo imprenditore responsabile della propria attività dovrebbe ricevere, anche in termini di prevenzione di rischio occupazionale. Infine, il tragico episodio ci riporta anche alla questione del trasferimento del rischio: l’azienda di lavaggio industriale forniva infatti servizi alle grandi imprese responsabili del trasporto delle materie industriali, prime e seconde. In questo momento, è in corso la campagna elettorale. Riguardo alla sempli- ficazione delle procedure, prevale un atteggiamento che ribadisce la necessità di poter aprire e attivare un’impresa in pochi giorni. Certamente, per le aziende piccole o piccolissime questo può comportare un percorso celere, ma anche affrettato, a fronte di una non dimostrata capacità di gestire anche i rischi lavorativi. Le imprese si aprono in un giorno, ma purtroppo possono cessare tragicamente in pochi minuti, come è avvenuto a Molfetta. Di fronte alla rinnovata e tragica dimensione sociale e umana del problema degli infortuni professionali, crediamo che si debba intervenire sugli aspetti non solo del lavoro in sé, ma anche del mercato del lavoro, della produzione e della protezione della salute. Eventi di grande risonanza mediatica come quelli della ThyssenKrupp e di Molfetta, accanto a tutte le morti dovute alle patologie correlate al lavoro (note e meno note), ci portano a ribadire con forza che la salute nei luoghi di lavoro rimane e deve rimanere un interesse e un bene pubblico. 4 editoriale • numero 74 IN RICORDO DI GIORGIO FERIGO Il suo ingresso nella Snop è avvenuto in punta di piedi, quasi in sordina. Con un contributo spontaneo inviato alla redazione che ha colpito subito tutti come qualcosa di assolutamente nuovo: nessuno, infatti, aveva mai sospettato fino a quel momento che un argomento così poco letterario (per non dire soporifero) come i certificati dell’igiene pubblica potessero essere raccontati in maniera tanto acuta e avvincente. Era l’estate del 2000: dopo la pubblicazione di “Perinde ac cadaver. La certificazione medico-legale come presunto strumento di prevenzione” sulle pagine della nostra rivista, la collaborazione con Giorgio Ferigo non si sarebbe più interrotta. Per ricordarlo come merita, la redazione ha quindi deciso di lasciare la parola alla sua penna, riproponendo la raccolta completa dei suoi interventi, articoli, elzeviri pubblicati in questi anni sia in versione cartacea sulla rivista Snop, sia in formato elettronico sulla newsletter associativa Snop InForma. Apriamo questo dossier speciale dedicato a Giorgio Ferigo con il ricordo di alcune persone che lo hanno conosciuto e hanno avuto l’occasione di lavorare con lui: Gian Paolo Gri, dell’Università di Udine e Francesco Micelli, dell’Università di Trieste, che con lui hanno condiviso interessi, passioni e lavori in ambito storico e antropologico sulla Carnia; Paolo Pischiutti, medico del lavoro dell’Ass 3 “Alto Friuli”, che insieme a lui ha lottato per l’abolizione di pratiche inutili e obsolete in ambito sanitario; e infine Carlo Bressan, che lo ha conosciuto al suono delle sue canzoni in carnico, nel sogno comune di «cambiare il mondo con la poesia». … plens di te ma cença di te Gian Paolo Gri i sono tanti Giorgio Ferigo qui, in questo pomeriggio d’autunno che si è andato velando man mano che salivamo sul pruc dei suoi vecchi, accompagnandolo. Quello di Dina, Aldo, Antonietta, Fabrizio, Mario e degli altri familiari; quello che ognuno di noi ha nel cuore. Tutti diversi, tutti ugualmente importanti e veri, per quel che di lui si è impastato con le nostre vite. C’è Giorgio con il garofano rosso del primo Maggio all’occhiello, consapevole di un’eredità profonda e lontana, da non tradire. C’è il Giorgio esigente e puntiglioso dei saggi, delle poesie, dei volumi curati e dei libretti cesellati come gioielli. C’è Giorgio diventato medico facendo il garagista di notte; medico con la voglia di saperne sempre C 6 di più, fino all’ultimo, con le monografie più aggiornate sul cancro aperte sul comodino. C’è Giorgio medico-burocrate, che firma certificati sorridendo di se stesso. Giorgio con la fame di amicizia, che si presenta alla porta di casa col mazzo di fiori, con il pacchetto di dolci e la bottiglia, con il cd che tu non eri riuscito a trovare da nessuna parte e lui invece sì, sempre. Giorgio che canta, legge, scrive, discute e fuma; che manda a quel paese il supponente di turno, che annusa la bravura fra le pieghe e sussurra sotto i baffi: «Però!… a questo bisogna stargli dietro». Giorgio eretico e fedele. Giorgio impietoso, tagliente come un rasoio, e Giorgio tenerissimo. Amico, fratello, compagno, complice; mai collega e basta. Giorgio che sapeva e si è tenuto tutto per sé, per non disturbare, finché ha potuto. Le tante cose che era e le sue mille sfaccettature si riflettono nella diversità delle nostre memorie e dei nostri affetti. È una varietà che si ricompone quest’oggi, con i suoi amici insieme, tutti, per la prima volta e per l’ultima: una sorta di ultimo regalo che gli facciamo, inadeguato rispetto a ciò che ci ha dato. Aveva il dono dello scovare punti di vista inediti; ha messo testa e cuore in cento imprese, mai banali, e dove le sue mani si sono posate niente è stato come prima. Non vale elencare oggi quel che ha fatto; meglio ricordare da domani, cercando di mantenere vivo il suo fare e riprendendo almeno alcuni dei fili che ha lasciato spezzati. Ci metteremo la cura che merita l’im- speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo pegno con cui lui ha affrontato ogni lavoro, studiando ogni parola, discutendo ogni idea, amando il lavoro di gruppo, curando con scrupolo richiamo dopo richiamo, da lettore insaziabile e raffinato, e nota bibliografica dopo nota bibliografica. Ha giocato fino in fondo, come pochi, la scommessa che la storia della sua gente si dovesse e si potesse fare dal basso. Sia la storia reale, che si costruisce ogni giorno nell’organizzare e nel partecipare alla vita sociale, politica e culturale; sia quella che si indaga e si scrive passando per le carte d’archivio e per la memoria delle persone. Ci ha insegnato che senza filatrici e tessitori non si danno i Linussio di turno, che senza mistrùts non nascono mestris, che ricostruire la vicenda del più povero dei cramars esige lo stesso impegno che altri mettono nella storia dei ricchi e dei potenti, e anche di più perché la sfida della documentazione è più ardua e perché pesa su di noi il debito del risarcimento storico e morale. Ha mostrato che cantare in carnico con dei padovani può dare frutti migliori che cantare con gli udinesi. Ha creduto – ha saputo provarlo a se stesso e a noi attraverso la fatica di una comparazione larga e la chiarezza di uno sguardo lucido perché disinteressato – che la Carnia è diversa: di una diversità preziosa, da salvaguardare dal di dentro perché è difficile che possa essere compresa e tutelata dai palazzi della politica, dalle curie, dagli uffici e dalle cattedre di Udine, di Trieste e d’altrove. Della conoscenza e della tutela di questa diversità si è fatto carico, sapendo che i salvatori non vengono da fuori. In quest’ultimo periodo, vivendo con lui l’inquietudine degli ultimi mesi (per quel poco che si possono condividere esperienze del genere, tanto intime e personali), ho ripreso spesso in mano le cose che ha scritto e una volta di più ho constatato ciò che tanti altri qui hanno avvertito, incontrandolo penetrante, acuto, curioso: che è sempre stato un passo davanti a noi. Lo è stato anche nel morire, purtroppo. Rivedo il suo sguardo sornione anche quando era amichevole; immagino il suo sorriso ironico Che il dio ingort ch’al ti rosea al si lontani che la Polsa a ti abiti, che il Cidin al ti lengi che ’na man-buina a ti guidi e a ti strengi tal scûr arsinç dulà ch’i tu scuens lâ ch’a ti compàgnino pensîrs cussì norbis da no sveâti ch’a sêti pal to pas jerba e rasada ch’a si sfanti la tô not intun’albada e tu in nûla blancja par tornâ ploia lizera sul nuiâr e sui stocs e la pedrada e il cuviert da to cjasa e falusc sui parussats da l’invier e lûs aurada tai dîs ch’a sin laràn plens di te ma cença di te. anche per questo nostro metterci insieme, incontrarci e camminare con lui per l’ultima volta in salita, un po’ sfiatati, per raggiungere questo cjamp dai pierduts amôrs dove anni fa ha ambientato la sua spoon river cjargnela. Che direbbe della situazione di quest’oggi – lui di qua della cancellata e voi di là –, che ripropone un confine fra sacro e profano, fra accoglienza e rifiuto, di cui aveva altre volte sperimentato la terribilità e l’assurdità? E certo se la ride anche di questo mio dire, lui che ha cantato tante volte la parodia di corot con cui una volta i suoi vecchi dell’alta val di Gorto irridevano i lamenti funebri nei riti dell’ultima volta: «O-ra-ra la me gjalino/o-ra-ra il gno bon ’nemâl…». Per questo non dico di più. Gioco di rimessa e lo saluto con le sue stesse parole: con il corot che ha scritto e cantato per suo padre, vent’anni fa. Nell’ultima versione lo ha intitolato “Conzeit” (proprio così, fra virgolette come una citazione, a richiamare i versi del “congedo” di Pasolini dal Friuli) e oggi vale per lui, per un addio più lacerante e definitivo: Che il dio ingordo che ti consuma si allontani che il Riposo ti abiti, che il Silenzio ti allevii la pena che una mano buona ti guidi e ti stringa nel buio assenzio in cui devi andare che ti accompagnino pensieri così dolci da non svegliarti che vi sia per il tuo passo erba e rugiada che si dissolva la tua notte in un’alba e tu in nuvola bianca per tornare pioggia leggera sul noce e sugli stocchi e sul marciapiede e il tetto della tua casa e nevischio sulle cinciallegre dell’inverno e luce dorata nei giorni che se ne andranno pieni di te ma senza di te. Proprio così, Giorgio. Fra poco scenderemo giù di nuovo: senza di te, ma pieni di te. numero 74 7 Un cuore carnico Francesco Micelli ercoledì 6 novembre 2007, quanti amano le Alpi friulane e la Carnia specialmente sono saliti (almeno idealmente) dalla piazzetta di Comeglians fino alla Pieve di Gorto per accompagnare Giorgio Ferigo all’ultima dimora. Anche per frenare l’emozione, ricorderemo per cenni l’attività artistica, letteraria e scientifica del nostro socio, ripercorrendone da questa angolatura la vita operosa. Medico e umanista, Giorgio Ferigo dedicò la sua vita al benessere e alla salute dei suoi concittadini. I suoi versi e le sue canzoni in carnico stretto, una produzione storica che per livello scientifico e ricchezza culturale richiama la figura di Michele Gortani, hanno accompagnato la professione che esercitò senza risparmio di energia e con l’umanità che tutti gli hanno sempre riconosciuto. Sono i ragionamenti sulla prevenzione e la salute pubblica a sollecitare una conoscenza più profonda della società a cui si rivolgono, segnalando ritardi e anacronismi del legislatore. La riflessione ormai matura su igiene e paesaggio: il caso delle porcilaie (1995) anticipa dunque il suo libro Il certificato come sevizia. L’igiene pubblica tra irrazionalità e irrilevanza, del 2001. Secondo Ferigo, qualsiasi pratica burocratica diventa assurda e ridicola, qualora siano trascurate le caratteristiche attuali e la velocità di cambiamento del gruppo M 8 sociale a cui si riferiscono. In coerenza con queste conclusioni, le condizioni naturali e civili della Carnia si riconfermano campo privilegiato di indagine. Nello sforzo intellettuale, Ferigo non si isola mai: opera con la Società filologica friulana, per la quale cura i volumi collettanei Tumiec (1998), Enemonc, Preon, Raviei, Socleif (2005), con il Museo “Gortani”, con il Coordinamento dei circoli culturali della Carnia, con l’Associazione della Carnia amici dei musei e con il Circolo culturale fotografico carnico. Trascuro la quarantina di pubblicazioni di medicina sociale e le incisioni di cassette e cd, per riassumere la sua produzione in due note dedicate a Cramars (1997) e Mistruts (2006), per concludere con le parole della presentazione ufficiale di Enemonc, Preon, Raviei, Socleif , che egli consegnò nel 2005 alla rivista In Alto. Nel volume che raccoglie gli atti del Convegno sui cramars compare il saggio “Da estate a estate. Gli immigrati nei villaggi degli emigranti”. Ferigo, preso avvio dai Libri delle anime della Parrocchia di San Giorgio di Gorto, definisce con precisione l’incidenza dell’emigrazione temporanea all’estero dai villaggi di Comeglians, Povolaro, Maranzanis e Tavosc, Mieli, Tualis, Noiareto, Runchia e Calgareto nel periodo tra il 1599 e il 1634. Dimostra anzitutto la mobilità interna delle regioni alpine: uomini del Canal del Ferro, del Comelico, del Cadore, delle Prealpi carniche sostengono le attività agro-silvopastorali della parrocchia, sostituendo gli emigrati. Cedarchis, 30 novembre 1964: le “coscritte” portano la coetanea. Fotografia tratta dal saggio di Ferigo “Di alcune supersitizioni igieniche relative alla morte” (vedi box a pag. 12) speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo È il momento in cui l’emigrazione in foresto tocca livelli altissimi, superiori a quelli ipotizzati da Olinto Marinelli come carattere distintivo dell’emigrazione tradizionale. Le tecniche di ricerca raffinate, il rapporto tra fatti minutamente accertati e l’ampia visione di insieme, mentre scoprono la complessità della Carnia moderna, già peraltro adombrata da Gortani, concludono il ciclo di interventi innovativi e geniali che Ferigo stesso aveva impostato. Sono infatti da rileggere e meditare: “Le cifre, le anime. Un saggio di demografia storica” (Almanacco culturale della Carnia, 1985), “Morbida facta pecus… Aspirazioni e tentativi di Riforma nella Carnia del ‘500” (Almanacco culturale della Carnia, 1988), “Ancora di cifre e anime” (In Guart, 1994), “I debiti e i peccati. Estate 1608: i cramari dell’Alto But” (con Mario Flora, In Alto, 1996). La sua capacità di aggregare studiosi affermati e giovani di talen- to (cito tra quest’ultimi soltanto Alessio Fornasin, Marco Lepre, Cristina Cescutti, Claudio Lorenzini) garantisce anche il successo di Mistrùts, un successo quasi di scuola. Di nuovo anagrafi parrocchiali, archivi notarili, presenze settecentesche (chiese, case, immagini sacre e profane), esplorate sistematicamente, permettono di ricostruire una Carnia tuttora sconosciuta. Ritratti di donne e uomini che ci guardano dal Museo di Tolmezzo diventano momenti di un’energica vita sociale, di una regione che ha già relegato in secondo piano le attività agro-silvopastorali. Nei secoli diciassettesimo e diciottesimo, gli abitanti della Carnia non superano le 30 mila persone, ma di fatto innervano gli stati danubiani, frequentano Venezia, la terraferma e gli Stati da mar (soprattutto l’Istria). Non solo: sanno leggere e scrivere più degli altri montanari italiani, sono intraprendenti dentro e fuori «Nô i volin essi simpri e nomo tal nestri timp. Cussì, encje achì, nô no chialìn indevûr. Ma vîfs como chi sin, i si mescedin cun chei ch’a no son plui. Di mût che encje lôr a tornino trasformâts, che i muarts a tornino a vivi, che la lôr vôra a vêti compiment encjemò una volta cun nô… Münzer al è, prin di dut, storia feconda, al è dut ce ch’a la fat, e dut ce ch’al è stât al merta di essi achì contât par impegnânus, par sburtânus, par sustegnì simpri cun plui fuarça il nesti permanent projet». Gli amici che condividono da sempre questi pensieri cambiano istantaneamente quel riferimento a Münzer con il nome di Giorgio Ferigo e continuano la sua via. Infine, una nota personale: Giorgio Ferigo è stato il mio numero 74 della loro provincia, sono tessitori e sarti, cramari e muratori, artisti e preti. Quando diventano imprenditori, dimostrano persino notevoli abilità diplomatiche e straordinarie doti commerciali. Il “genere di vita” come mero rispecchiamento di imperativi ambientali o la passiva subalternità alle scelte della città diventano categorie pressoché inutili, del tutto sconfessate dai fatti. I carnici, per natura cosmopoliti, si dimostrano artefici di una civiltà originale, capace di affrontare i rischi di terre straniere, pronta a confrontare nuove esperienze, interessata sempre alla qualità dei prodotti. Nel trarre dall’ombra la Carnia che guardava al futuro con coraggio, Ferigo affermava che si può reagire allo spopolamento e respingere il turismo come unico destino. Questo povero ricordo chiude con la voce stessa di Ferigo, mentre traduce per noi le riflessioni di Ernst Bloch sulla ricerca storica: «Noi vogliamo essere sempre e soltanto del nostro tempo. Anche ora non guardiamo indietro. Ma, vivi come siamo, ci confondiamo con quelli che non ci sono più. Così anche loro ritornano trasformati , da morti tornano vivi, perché con noi la loro volontà di fare trova compimento. Muenzer è anzitutto storia feconda, è tutto quello che ha fatto, e tutto ciò che fece merita di essere raccontato per impegnare anche noi, per spingerci, per sostenere costantemente il nostro comune e permanente progetto». medico per quasi trent’anni. A me non ha mai prescritto una medicina, solo cure intelligenti per la mia anima e per tutti gli amicifratelli in difficoltà che io ho portato a lui e lui sempre ha ascoltato e consigliato. Negli ultimi anni non pubblicavo riga senza che lui l’avesse letta. Voleva smussare le asperità della mia scrittura e portare le mie idee alla massima chiarezza. Il senso dell’utopia non lo lasciò mai! La morte non mi separerà da lui. Ne sono certo. 9 Insieme contro l’inutilità Paolo Pischiutti arlare di Giorgio, anche se solo per uno degli aspetti della sua prolifica e poliedrica vita, è sicuramente problematico. Soprattutto se si è costretti a farlo in sole due o tre pagine. Oltre che medico, Giorgio è stato un musicista, un poeta, uno storico, un narratore, uno storico d’arte. Giorgio è stato (ed è) un punto P di riferimento per la cultura friulana e carnica in particolare. Lo stesso vale per la sanità pubblica. Anche in sanità, come in molti altri campi che lo hanno visto operare, era avanti di alcuni anni: era un’avanguardia, un anticipatore. Come succede a chi ha queste doti, creava scompiglio, pro- vocava dure reazioni, rompeva gli schemi (e a qualcuno anche qualcos’altro…). Ma questo suo pensiero e lavoro, che gli descrivevo (e lui ne rideva!) come un cuneo che pian piano entra nel tronco e lo spacca, era anche apprezzato e difeso da molti. Colleghi e categorie di lavoro vedevano infatti aprirsi uno spi- Le brigate di Giorgio Giorgio Ferigo nasce a Comeglians il 9 agosto 1949. Il padre è ferroviere e la madre casalinga. Studente brillante, entra in seminario: lo frequenta fino a quando non viene espulso, al termine di un processo di ripensamento, prima della maturità. Gli studi universitari proseguono a Padova, dove si laurea in medicina e chirurgia nel 1976, specializzandosi poi in medicina del lavoro e in igiene e medicina preventiva. Ma non solo: è proprio a Padova che incontra gli amici del “Povolar ensable”, il gruppo musicale che lo accompagnerà per tutta la vita, e non solo con le canzoni, scritte dallo stesso Giorgio in carnico. Da una parte la musica, quindi, dall’altra la sua professione di medico: ha sempre esercitato nella sanità pubblica in Friuli, prima a Udine come medico del lavoro (lavorando, fra l’altro, alle concerie Cogolo di Rugliano, dove ha ottenuto la fiducia e l’apprezzamento non solo dei lavoratori, ma anche dei vertici dell’impresa), poi nella sua Carnia, a Tolmezzo. Il mio incontro con lui è avvenuto a metà degli anni Settanta, quando il Canzoniere di Aiello metteva in musica le poesie di Leonardo Zanier e di Pier Paolo Pasolini e lui cantava le sue composizioni. Eravamo un folto gruppo di giovani, uniti nel folle progetto di cambiare il mondo con la poesia: un po’ velleitario forse, ma grazie a Giorgio ci siamo resi conto che era possibile cambiare il piccolo mondo delle persone con le quali si viveva e lavorava. In questo è stato un maestro, perché dedicava la massima cura e attenzione a chiunque entrasse in contatto con lui: l’opposto della superficialità che oggi caratterizza i rapporti umani e sociali. Ma proprio per questa sua disponibilità era altrettanto esigente nel chiedere attenzione e rigore alle persone con cui lavorava. Un ricordo su tutti, le “Brigate del fieno”. Nel 1978 ebbe l’idea geniale di radunare i giovani cittadini e portarli in Carnia a sfalciare i prati abbandonati. Un’iniziativa che può essere considerata un grido – ultimo e disperato, forse – di fronte alla perdita definitiva di un mondo fatto di antiche conoscenze e lavoro, forme di «culture popolari, che non sono ormai culture da capire 10 speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo raglio di buon senso, efficacia e utilità nell’agire quotidiano e una semplificazione del lavoro legata all’abbandono di pratiche inutili e dispendiose. Il destino, sotto forma di passione comune per la medicina del lavoro e la sanità pubblica, ma anche per la prevenzione come strumento di politica sanitaria, ci ha fatto incontrare più volte, per quanto abbiamo lavorato realmente insieme solamente negli ultimi dieci anni. Della sua attività di medico ricordo in particolare due momenti. Il primo risale agli inizi della sua carriera, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando lavorava come medico del lavoro presso il Centro di medicina preventiva dell’età lavorativa del Consorzio sanitario udinese, prima della riforma sanitaria del 1978, e successivamente nel settore di Igiene e prevenzione della patologia di lavoro dell’Usl 7 di Udine. Allora, anche grazie al suo contributo, è stato effettuato un lavoro d’indagine di igiene industriale e medicina del lavoro presso alcune tra le più importanti aziende dell’udinese attive in diversi comparti, dalla metalmeccanica alle con- cerie, dall’industria tessile all’edilizia (tra cui Officine Bertoli, Safau, Cascami di Bulfons, Lavanderia Lestuzzi, Fonderia Bertoli, Concerie Cogolo, Spav). Un’indagine che, come ricordato nell’introduzione di una di esse «trova pochi riscontri in Italia (e dunque scarsa bibliografia relativa)». La stagione era molto calda dal punto di vista politico e sindacale e queste indagini erano frutto di uno stretto collegamento tra sanità pubblica, lavoratori e loro rappresentanti: figlie di quel periodo di importanti riforme, avevano perciò come principale e dalle quali imparare, ma soltanto culture minori da sradicare il prima possibile». Un’anima e una creatività multiformi, quelle di Giorgio: basta guardare il lunghissimo e variegato elenco delle sue pubblicazioni, che vanno dalla storia alle tradizioni popolari, dalla medicina alla poesia, dalle canzoni alla musica. Per qualche tempo è stato anche direttore del Museo carnico delle arti popolari “Gortani” di Tolmezzo, organizzando tra l’altro il più importante convegno internazionale sui Cramars. Anche nel suo lavoro di medico e di operatore della sanità pubblica non ha mancato di far sentire la sua voce libera, e per questo scomoda: nel suo libro il Certificato come sevizia, edito dall’Università di Udine Forum, ha denunciato con acume le assurdità del Belpaese, che costringe i medici a certificare ciò che certificabile non è, impegnandoli in pratiche burocratiche infinite che costano tempo e risorse. E che vengono quindi sottratte all’attività che i medici dovrebbero esercitare: curare i cittadini. Nonostante l’aridità della materia, chi ha letto quelle pagine non ha potuto trattenersi da molte sane e grasse risate: la sua ironia e la profonda conoscenza della materia formavano un connubio irresistibile, tanto che successivamente è diventato anche consulente del ministero della Sanità. Un ricordo vivissimo di lui che voglio condividere con tutti risale alla fine degli anni Settanta, poco dopo l’esperienza delle “Brigate del fieno”, quando l’ho trascinato a Roma a un congresso dell’Arci sull’ambiente. Il salone era indicibilmente sporco e trascurato e, da bravi ragazzi di paese, ne abbiamo chiesto conto agli organizzatori. Ci hanno risposto che «c’era l’emergenza delle Brigate Rosse». A quel punto Giorgio, senza fare tanti discorsi, mi ha trascinato lontano da un ambiente così schizofrenico e mi ha portato a vedere la “Crocifissione di Pietro” del Caravaggio. «Almeno facciamo qualcosa di utile». Giorgio muore a Tolmezzo il 5 novembre del 2007. Carlo Bressan numero 74 11 obiettivo la tutela della salute dei lavoratori. Per molti, me compreso, hanno rappresentato un punto di partenza e un modello che, pur nella loro semplicità e talvolta limitatezza tecnica, oggi non potremmo eseguire. E forse non riusciremmo neppure a imitare per mancanza di molti presupposti, tra cui, oltre all’irripetibilità di quel periodo storico e sociale, il venir meno di molte delle motivazioni con cui a quel tempo un operatore della sanità pubblica, come Giorgio, affronta- morte e superstizioni igieniche Ex voto per la temporanea “resurrezione” dei gemelli morti senza battesimo (pag. 208 del volume) È il novembre del 2001: siamo a Dierico di Paularo, piccolo paese montano della Carnia. Un medico si appresta a fare una “visita necroscopica” in una casa: «il defunto è nella camera in penombra, già composto nella bara, calzato e vestito con l’abito delle feste». Il medico è Giorgio Ferigo che, mentre compila il certificato di morte, si chiede «perché abbiano velato gli specchi». I parenti gli rispondono che «si è sempre fatto così», poi gli offrono una tartina e un grappino. È con questo ricordo che comincia “Di alcune superstizioni igieniche relative alla morte”, saggio di Giorgio Ferigo contenuto all’interno di Cimiteri di montagna – ricerca fotografica in Carnia, volume pubblicato dal Coordinamento dei circoli culturali della Carnia. Un percorso della memoria fra scienza e tradizioni, tra rituali e filosofia, in cui Ferigo prova a rispondere a una domanda: «ma se – invertite le parti – fossero stati loro a chiedere a me qual era il motivo della mia presenza lì, quale il senso del mio certificato, quale la peculiarità del mio sguardo (“scientifico”, si suppone – a differenza del loro) sul morto e sulla morte, cos’avrei saputo rispondere?». 12 va il lavoro quotidiano. Io l’ho conosciuto in quel periodo, agli inizi degli anni Ottanta; dovevo fare la tesi di laurea, ovviamente su un argomento relativo alla medicina del lavoro (esposizione a piombo in una fonderia di seconda fusione). Il mio relatore era il professor Clonfero, di chiare origini friulane. Visto che provenivo dal Friuli, mi raccontò di un medico del lavoro laureato e specializzato a Padova che lavorava in Friuli e che avrebbe potuto seguirmi in loco, se io avessi trovato una fonderia da studiare. Tra le altre cose, mi raccontò che questo medico, carnico, aveva messo assieme un gruppo musicale con degli amici padovani. Fin qui nulla di strano, se non fosse che cantavano in carnico, anzi, nel dialetto di Comeglians, il paese di Giorgio. Una sorta di “canzoniere popolare” nato attorno alle liriche di Giorgio, musicate dal gruppo: una fusione tra musica e poesia ancora oggi attualissima nei contenuti. Così, un giorno mi sono presentato in via Manzoni, a Udine, e, davanti alle nuvole di fumo della sigaretta che stava fumando e dell’altra ancora accesa e dimenticata sul posacenere, gli ho spiegato il progetto. Si era subito dimostrato entusiasta, anche se devo dire che al primo impatto mi era sembrato un po’ caotico e dispersivo: sembrava interessato, ma nello stesso tempo occupato nei pensieri (e anche nel concreto, come scoprirò più tardi) su cento altri progetti. Alla fine, però, la collaborazione con lui per la mia tesi non è andata in porto per problemi di tempi e per alcuni disguidi con l’università. Per me si è comunque tratta- speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo to di un incontro molto importante, perché ho percepito la passione per un lavoro e per una disciplina, la medicina del lavoro, vista anche e soprattutto dalla parte dei lavoratori. Questo mi ha incoraggiato a proseguire gli studi sulla strada che avevo già scelto, optando per esami complementari relativi all’area della medicina del lavoro. Il nostro secondo incontro è avvenuto alcuni anni dopo, alla fine degli anni Ottanta: avevo fatto domanda per un incarico di assistente medico nel settore di Igiene pubblica di Udine e l’avevo vinto. Quando sono andato all’ufficio del personale, ho scoperto che il posto che avrei occupato era il suo, dato che lui era passato di grado, diventando “aiuto”, nello stesso settore. Anche in quel caso, però, non abbiamo lavorato insieme, perché sono stato inviato a fare il medico in un distretto. Proprio lì, però, ho iniziato ad accorgermi di alcune prestazioni insensate, inutili o comunque di scarso significato sanitario, che venivano effettuate negli ambulatori di quello che veniva definito ancora “ufficiale sanitario”. Quando ci siamo incontrati per la terza e definitiva volta, in cui finalmente abbiamo iniziato a lavorare assieme, questa consapevolezza ha fatto da legante e ci ha accomunato nelle attività a favore della semplificazione e della lotta alla burocrazia. Nel 1997, anche in questo caso fortuitamente, Giorgio decise di andare a lavorare in Alto Friuli, visto che si era trasferito anche come domicilio a Comeglians. Contemporaneamente, io avevo ricevuto un offerta per dirigere il numero 74 dipartimento di Prevenzione proprio dell’Alto Friuli: ci siamo così ritrovati sotto lo stesso tetto. Gli ho proposto di diventare responsabile dell’Igiene degli alimenti e lui ha accettato, diventando così un punto di riferimento per molti operatori pubblici, stanchi di lavorare come automi, basandosi solo normative vecchie e spesso assurde. Ma soprattutto per molti operatori del settore, che sentivano di essere capiti nelle proprie esigenze, come probabilmente lo erano stati gli operai degli anni Ottanta, e che per questo gli sono stati vicini, anche come categorie, nel sostenere le sue lotte alla burocrazia. Memori quindi delle giornate passate dietro le scrivanie degli ambulatori, costretti spesso a rilasciare certificati che, come dice nel suo libro Il certificato come sevizia, «non certificano nulla di certificabile; e costringono il medico che li rilascia ad illazioni, predizioni, previsioni, ed a un esercizio della prognostica che si rivela molto prossimo alla divinazione», abbiamo deciso di dedicarci allo studio di un percorso di semplificazione normativa. Partendo da quelle esperienze comuni abbiamo infatti deciso di proporre, a vari livelli, un percorso di “sburocratizzazione”. Abbiamo quindi organizzato degli incontri tra i colleghi delle categorie interessate e dibattiti pubblici, facendo lobbing per proporre leggi di abolizione dei certificati. Abbiamo capito che non eravamo soli e che qualcosa si stava muovendo contemporaneamente in molte altre parti d’Italia: da qui l’adesione al movimento dell’evidence based prevention, che si occupa di lavorare basan- dosi sulle evidenze di efficacia del proprio lavoro. Ma anche in questo caso Giorgio era una spanna sopra. La sua cultura, umanistica e scientifica, gli faceva trattare l’argomento con facilità e ironia; il lavoro era sempre accompagnato dalla rigorosa ricerca bibliografica e pertanto documentato in modo inoppugnabile. La sua testardaggine, unita alla consapevolezza di avere la ragione dalla sua, gli permettevano di affrontare discussioni interminabili su commi e codicilli, articoli e interpretazioni autentiche di leggi, di fronte a burocrati regionali, comunali, prefettizi, scolastici, statali e parastatali. Queste doti, mirabilmente comprese nel suo libro, lo hanno fatto conoscere a livello nazionale, tanto che è stato chiamato a far parte del comitato scientifico sull’Ebp creato dal ministero della Salute. Il suo lavoro ha contribuito a far licenziare dal Senato, il 12 dicembre scorso, il disegno di legge 1249 “Disposizioni per la semplificazione degli adempimenti amministrativi connessi alla tutela della salute” (vedi Snop 69). Nel provvedimento si cancellano, anche se non tutte, molte delle “sevizie” individuate da Giorgio nel suo libro, tanto da farlo passare, almeno in parte, come un libro di storia. Il suo contributo l’ha dato: ora, come mi ha detto pochi giorni prima di lasciarci, dobbiamo continuare noi. 13 Preludio virtuale ai contenuti del libro Il certificato come sevizia. L’igiene pubblica tra irrazionalità e irrilevanza, pubblicato l’anno successivo, questo articolo è stato il primo scritto da Giorgio Ferigo per la rivista Snop. Fu una vera sorpresa per la redazione: mai avremmo sospettato che si potesse scrivere in maniera tanto avvincente di un argomento così poco letterario come i certificati dell’igiene pubblica. Lo stile era inusuale per un operatore della prevenzione: parole usate con perfetta conoscenza del loro significato e disposte con cura a illustrare idee e fatti raccolti dal mondo reale. Perinde ac cadaver La certificazione medico-legale come presunto strumento di prevenzione Giorgio Ferigo olti dei certificati “sanitari” richiesti ai cittadini non hanno alcun significato sanitario. Spesso non certificano nulla di certifìcabile e costringono il medico che li rilascia a illazioni, predizioni, previsioni e a un esercizio della prognostica che si rivela molto prossimo alla divinazione. La cosinomanzia, cioè il sortilegio con le forbici e il crivello per scoprire i ladri, che tanta diffusione ebbe in Europa durante l’età moderna ha avuto certamente più dignità professionale di gran parte dell’attività certificatoria oggi prestata dai medici. Come dimostrerò in questo scritto, la possibilità che un certificato coincida o si approssimi alla M 14 realtà è eventualità remota. La sua efficacia è generalmente nulla: il suo scopo è la trasformazione del facile nel difficile tramite l’inutile. Ottenerne uno si risolve in: ingiustificata perdita di tempo, ingiustificati prelievi di liquidi organici, ingiustificato esborso di danaro da parte del certificando e ingiustificata umiliazione del certifìcatore. Gran parte dei certificati medici potrebbero senza danno alcuno essere sostituiti da conchiglie elicoidali, da foglie d’acero, da decalcomanie: portate al Provveditorato, al Collocamento, al Municipio, alla Questura, incluse nel fascicolo personale, esse testimonierebbero in modo altrettanto tangibile che l’indigeno si è sotto- posto alla prassi rituale, ha attraversato le forche, ha adorato gli idoli della tribù. Inutile come una Prefettura, inefficace come l’inzuccheramento dei pendenti, incongrua come i foglietti dei Baci Perugina, irrazionale come uno scongiuro, la certificazione ripetuta negli anni o addirittura richiesta più volte in un anno si configura come deliberata sevizia, nonché come tassa occulta, per il cittadino. Non c’è atto dell’italica vita umana (e nemmeno bovina a vero dire) che si sottragga alla certifica- Da Snop 54, settembre 2000; pagg. 8-14 speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo zione sanitaria. Essa principia ancor prima della venuta alla luce del Belpaese: c’è il certificato di gravidanza normale1, di gravidanza a rischio2, di aborto3, di assistenza al parto4, di nascita di bimbo malformato5. A quello di nascita di bimbo ben formato sopperisce il certificato di nascita semplice. Le puerpere non occupate (che perciò non beneficerebbero delle indennità di maternità) debbono esibire un certificato di gravidanza onde ottenere sussidi e sostegni per allevare il pargolo6: è un certificato, come dire, post eventum, a gestazione terminata, ad acque rotte, a secondine espulse. E si compila, ora per allora, in base all’assunto che se vi è nascita, vi è stata gravidanza: siamo in grado di smentire categoricamente la trottola delle cicogne. C’è il certificato di avvenuta vaccinazione, la diffida per mancate vaccinazioni, e il certificato cumulativo di eseguite vaccinazioni7. Il ragazzino che impara a fare le flessioni, oppure a stare ritto sugli sci, deve averne uno, il certificato di attività sportiva non agonistica8, che deve essere rinnovato annualmente. Se vuole gareggiare con la squadra di pallone del paese vicino, deve averne un altro, il certificato di attività sportiva agonistica9, anch’esso di durata annuale. Se poi diventa professionista, un altro ancora10, diverso però da quello che gli è necessario se intende esercitare come “sportivo professionista autonomo”11. Il maestro che insegna a sciare, deve avere il certificato di idoneità a svolgere la mansione di maestro di sci12, che però non è necessario se quel maestro insegna i rovesci del tennis, o il tiro in por- numero 74 ta paraboloide. Colui che aziona lo skilift, deve averne un altro, il certificato di idoneità alla conduzione degli impianti di risalita13. Ci è ignoto il motivo dell’accanimento nei confronti della neve e degli sport invernali. I bambinetti che sguazzano nella piscina bassa, gli olimpionici che fanno le quaranta vasche, il bagnino che li ammira fumando: tutti col loro bravo certificato. Di cui dev’essere fornito anche il pigrone che rifiuta la palestra, il nuoto, lo sci (certificato di esonero dalle attività ginniche). È ovvio che l’handicappato che vuole praticare uno sport dev’essere munito di certificato apposito14. C’è il certificato medico per guidare un automezzo terrestre15 (escluso per il momento il monopattino), quello per guidare un automezzo acquatico16 (escluso per il momento il pedalò) e, naturalmente, quello per guidare un aeromobile17 (compreso il deltaplano, escluso per il momento l’aquilone). Il volontario della Croce Rossa che si presta a guidare un’ambulanza della Croce Rossa, o il vigile del fuoco che intende sfrecciare con la rossa autobotte dei vigili del fuoco, hanno necessità di una seconda patente (oltre alla loro propria): benché i requisiti “fisici” per ottenere la prima siano esattamente identici a quelli per ottenere la seconda, le visite (o almeno gli attestati) devono essere due18. Tutti devono allacciare le cinture di sicurezza durante la guida, ma da quest’obbligo si può essere anche esonerati, naturalmente tramite certificato19. In questo modo gli esonerati possono legalmente fare a meno di indossare durante la guida quelle cinture che tutti gli altri italiani non indossano egualmente, ma illegalmente. Anche i portatori di un qualche handicap – ciompi e monchi, orbi e sordi, nani e piccoletti: quelli, insomma, che la norma definisce “mutilati minorati” di arti, vista, udito, e soma possono guidare20. La loro patente è speciale e si consegue, o si conserva, dopo attenta valutazione da parte della Commissione medica provinciale certificati medici. La patente speciale ha tre caratteristiche: dura di meno, costa di più e comporta “adattamenti” dell’auto come specchietti retrovisori laterali, comandi sul volante, frizione automatica, allungamenti del pedale, avvicinamenti del sedile: tutte quelle modifiche, insomma, che con ottima competenza possono essere suggerite da un buon meccanico, molto meglio che da un medico. Per quale motivo la durata di una patente speciale sia più breve della “normale” è insondabile mistero: non c’è alcuna evidenza che il residuo occhio sano del monorbo si deteriori con più velocità dei lumi dell’ambivedente. È invece dimostratissimo che un sordo carampane più di così non peggiora, che l’arto amputato non ricresce, che la bassa statura non si allunga. Dal 23 giugno 1988, il numero dei costretti a passare sotto le forche caudine della Dark Committee è aumentato a dismisura21. Sono ora chiamati all’appello i malati di cuore, i diabetici22, quanti patiscono di disturbi endocrini gravi (a cui ben altri pensieri premono, che non scarrozzare la morosa), quanti soffrono di malattie del sistema nervoso, centrale e periferi- 15 co, quanti presentano disturbi psichici, quelli con gravi malattie del sangue (?), i dializzati e infine quelli che fanno uso di sostanze psicoattive (le cosiddette droghe, inclusi vino e cannabis, esclusi zenzero e tabacco). Sono aumentati anche i componenti della Commissione (i tre medici base, un fisiatra, per gli arti, un ingegnere per le modifiche23, un diabetologo per il diabete, più altri vari ed eventuali). Parallelamente, è aumentato il costo della visita: a parlar pulito, le regalie che minorati e malati (a conti fatti, i sudditi) debbono versare per vedersi (a conti fatti) elargire quella che si configura (fatti i conti) come una Concessione Graziosa dello Stato Autocrate. I pubblici dipendenti devono esibire un certificato di Sana & Robusta Costituzione Fisica (non solo gli impiegati civili e militari dello Stato24, ma anche gli alunni che si iscrivono a scuola25, gli impiegati di Comuni, Province, consorzi…26), nonché un certificato di “idoneità fisica all’impiego”27 (ovvero “attestante l’idoneità fisica al servizio continuativo ed incondizionato nell’impiego al quale si riferisce il concorso”28). La Sana & Robusta è stata abolita per ben due volte, ma ancora impera29. Tutti questi idonei devono poi venir resi idonei una seconda volta, subito dopo o subito prima non importa, dal cosiddetto “medico competente” (essendo l’altro da considerarsi palesemente incompetente)30. Devono avere un certificato di idoneità alla mansione: il vigile del fuoco volontario31 e il pompiere professionista, il volontario della protezione civile, il guardia boschi, il guardiacaccia, il guar- 16 dia pesca. Se però il guardiacaccia va a caccia deve avere anche il certificato che lo rende idoneo ad andare a caccia32 (e a suo tempo deve essersi premunito di un certificato che lo rendeva idoneo a sostenere l’esame venatorio33). Ma anche chi non va a caccia e tiene il fucile lì, appeso al muro come ornamento, deve avere un certificato di idoneità a detenere il fucile appeso al muro, lì, come ornamento34. Anche per un archibuso seicentesco, una colubrina arrugginita, una piccola spingarda? Anche per quelle. Ci vuole un certificato per sparare al poligono e uno per trasportare l’arma al poligono dove si sparerà35. I fochini dediti al disgelamento delle dinamiti, al caricamento dei fori e al brillamento delle mine, nonché all’eliminazione delle cariche inesplose devono avere un certificato medico36. Naturalmente, gli utenti di fucili a cannemozze e di kalashnikov, le coppole storte e gli 007, usano dette armi senza certificato medico. E centrano il bersaglio (se lo centrano!). Con o senza attestato, di quel che è successo a Capaci e in via D’Amelio si sa. Con questo si dimostra che il certificato ne garantisce la mira, ne è mallevadore di pacificità. Ci vuole un certificato per andare a far la naja (durante la quale s’impara a sparare, però senza bisogno di porto d’armi). Poi ce ne vuole uno per essere esonerati dalla naja, imboscandosi come Capitan Nemo, e uno per essere autorizzati al servizio civile37, che comporta la rinuncia all’uso delle armi da fuoco per il resto della vita (non però del temperino o della scimitarra). Ce ne vuole uno, infine, al mo- mento del congedo illimitato o della prolunga della ferma: esso è subordinato all’esecuzione del famoso test sierologico per la lue, volto a dimostrare se il soldatino si sia dato o meno a rapporti mercenari durante la gavetta. Il test sierologico per la lue, a dire il vero, è richiesto a mezzo mondo: per un certificato di Sana & Robusta, per un attestato di idoneità fìsica e psichica a espletare un’attività (a non importa quale grado di castità), per le balie (la Nipiol ignora che esistano balie), per i minorenni da rieducare (la spirocheta, infatti, sa distinguere a occhi chiusi tra minorenni da rieducare e minorenni non da rieducare), per i nubenti, se lo richiedono (ma non lo richiedono)38. L’altro grande spettro ottocentesco che s’aggira torvo per l’Italia del Duemila è il bacillo di Kook [sic!]39. Per annientare il fetente, tutto il personale della scuola è tenuto a sottoporsi ogni biennio a una visita medica, con radiografia del torace e “occorrendo” esame dell’espettorato40. Una circolare suggerisce di sostituire la radiografia con la prova tubercolinica e, se proprio, con una radiografia41. Tutti coloro che producono, preparano, manipolano e vendono sostanze alimentari devono essere muniti di un certificato: è il celeberrimo libretto di idoneità sanitaria, che viene rilasciato dopo una “visita medica” e «accertamenti idonei a stabilire che [il tale] non sia affetto da una malattia infettiva contagiosa o da malattia comunque trasmissibile ad altri, o sia portatore di agenti patogeni»42. Esso dev’essere rinnovato una volta all’anno. Lo debbono avere colui che guida un camion speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo Requisiti visivi per ottenere l’idoneità al maneggio delle armi nel 1991, 1993, 1994 e 1998 per il porto d’armi per caccia o per tiro a volo anno visione binoculare 1991 «acutezza visiva non inferiore a 12/10 complessivi, con non meno di 5/10 per l’occhio che vede meno. Tale visus può essere raggiunto anche con l’uso di lenti» visione monoculare è considerata causa di inidoneità: «sono altresì considerati causa di non idoneità la ambliopia, la diplopia, l’insufficiente visione notturna e ogni altro difetto della vista che comporti una riduzione dei campi visivi, senza lente» per il porto d’armi per difesa personale visione binoculare visione monoculare idem idem anche i monocoli possono sparare, purché presentino «un’idonea certificazione medica attestante che, in speciali circostanze, la non idoneità a soddisfare una delle condizioni richieste… è tale che l’esercizio delle attività connesse al rilascio del porto d’armi non è compromettente per la sicurezza propria e altrui» 1993 idem 1994 «visus complessivo non inferiore a 10/10; acutezza visiva non inferiore a 8/10 per l’occhio che vede meglio». Questi requisiti sono ottenibili anche con lenti «visus naturale: 5/10 per ciascun occhio; «l’acutezza visiva deve esse- visus corretto: 10/10 com«visus naturale minimo: re di almeno 8/10» plessivi con non meno di 6/10; Questi requisiti sono otteni- 5/10 per l’occhio che vede visus corretto: 10/10». bili anche con lenti meno». Il visus corretto è ottenibile, ovviamente, con le lenti 1998 «acutezza visiva non inferiore a 8/10 per l’occhio che vede meglio». Questo requisito è ottenibile anche con lenti «l’acutezza visiva deve essere di almeno 8/10». Questo requisito è ottenibile anche con lenti «visus naturale minimo: 1/10 per ciascun occhio; visus corretto: 10/10 complessivi». Il visus corretto è ottenibile, ovviamente, con lenti «visus naturale minimo: 1/10; visus corretto: 9/10». Il visus corretto è ottenibile, ovviamente, con lenti Dati sugli esami sierologici per la lue eseguiti a Udine e dintorni, nel decennio 1982-1992 22.177 alimentaristi hanno dato 16 positivi (0,072%) 15.026 certificandi hanno dato 1 positivo (0,006%) 12.000 congedandi hanno dato 11 positivi (0,090%) numero 74 17 Omaggio funebre a una bambina nel cimitero di Collina (Forni Avoltri). Fotografia tratta dal già citato saggio di Ferigo “Di alcune supersitizioni igieniche relative alla morte” (vedi box a pag. 12) carico di frumento, o di scatole anche a triplo imballo di pelati Cirio, colui che va a dare una mano alla sagra del villaggio o alla festa di partito, perfino l’allevatore che munge le sue vaccherelle43. Serve un certificato per poter vendere sali e tabacchi (all’atto del rinnovo novennale della concessione44 oltre al libretto sanitario, per via delle mentine) e un certificato per poter vendere aspirine e Viagra45 oltre al libretto sanitario, per via degli omogeneizzati e dei biscotti Plasmon. Devono esibire il certificato di ammissione in comunità: lo scout che va in colonia46, il ginnasiale che va in collegio, la matricola che va in casa dello studente, il laureando che va a far pratica in reparto, il credulone che cerca benefici alle terme. E ancora, l’acrobata per fare le acrobazie, l’entraineuse per intrattenere i clienti, e la putana foresta della Udine-Portogruaro per puttaneggiare sulla UdinePortogruaro (ma all’ufficio stranieri della questura è schedata come “ballerina”, forse per via dei 18 pasdesdeux che peripatetizzando esegue)47. C’è un certificato che rende idoneo al lavoro il fanciullo, uno che rende idoneo l’adolescente, uno che rende idonea la donna minorenne, uno l’apprendista (minorenne o maggiorenne che sia)48, un altro ancora il lavoratore di mezza età49. C’è il certificato per l’iscrizione al registro dei portieri-custodi50: in questi casi, l’autorità «nel provvedere sulle domande per l’iscrizione nel registro dei portieri, valuta, con criterio discrezionale, l’idoneità morale e politica dell’aspirante e in particolare accerta se per età, condizioni di salute, intelligenza, egli sia in grado di spiegare la necessaria vigilanza e di opporsi efficacemente alla consumazione di azioni delittuose». Detto, e subito contraddetto, da un’opposta disposizione: quella che riserva «ai mutilati e invalidi almeno la metà dei posti disponibili di custodi, portieri, magazzinieri, ascensoristi […] guardiani di parcheggi per vetture, guardiani di magazzini […] Nell’assegna- zione di detti posti, dovrà essere data la precedenza […] agli amputati dell’arto superiore o inferiore»51. C’è il certificato per la condotta di generatori di vapore52 («Nessun generatore di vapore […] può essere posto e mantenuto in azione senza la continua assistenza di persona che abbia i seguenti requisiti: età non minore di 18 anni compiuti e non maggiore dei 65 anni; moralità e buona condotta; idoneità fisica; possesso del certificato di abilitazione per il tipo di generatore corrispondente»). Il rapporto tra moralità e ugello, la relazione tra buona condotta e valvola di sfiato, è materia di ponderosa riflessione dell’intera filosofia occidentale, da Anassimene a Schumpeter, che qui è oneroso anche soltanto delibare. Anche la definizione delle precise caratteristiche “fìsiche” del conduttore abita l’iperuranio, e non intende disvelarsi. C’è il certificato per l’impiego di gas tossici53, per utilizzare i quali ci vuole un fisico da arnoldschwarzenegger, ma sono sufficienti un certificato di studi elementari e un corso di formazione di almeno due mesi54 e c’è il certificato di idoneità all’esercizio dell’attività di autoriparazione (meccanica e motoristica, carrozzeria, elettrauto, gommista)55. Quest’ultimo prescinde dai requisiti morali, o anche soltanto psichici. Che debbono essere invece espressamente contemplati nel certificato che attesta l’idoneità fisica e psichica di un avvocato o notaio “anche in pensione” a fare il giudice onorario aggregato56: l’idoneità fisica si valuta con la capacità di trasportare per un corridoio giudiziario standard un’edizione sei- speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo centesca delle pandette senza accenno di fiatone, quella psichica con la capacità di leggere un semestre di Lex senza accenno di imborezzo. C’è il certificato di adattabilità al clima tropicale: esso è bilingue (“Well fitted for the tropicale climates”) ed è unico per qualunque clima tropicale, in qualunque stagione, in qualunque sito della grande Africa, della vasta Asia, dell’immenso Sudamerica, praticando qualunque lavoro, a qualunque grado di impegno muscolare. Ce n’è uno che colloca al lavoro l’impedito57, un altro che certifica che l’impedito reso collocabile una volta collocato non risulta pericoloso per i compagni di lavoro58, un altro che certifica che l’impedito troppo impedito è incollocabile al lavoro e un altro ancora che esonera il datore di lavoro dell’impedito dal pagamento di oneri fiscali59. Dei lavoratori in nero si tace. C’è un certificato che certifica che il tale è ammalato60 e quello che certifica che quel certificato di malattia è veridico61; se però durante una così certificata malattia, il medico “fiscale” non ha trovato a domicilio il lavoratore certifìcatamente malato, c’è il certificato che certifica dov’è che si trovava non trovandosi a domicilio. Naturalmente, c’è anche il certificato che certifica che l’ammalato non è più ammalato62. C’è il certificato di idoneità all’adozione (il Tribunale per i minorenni dispone indagini sui candidati genitori a riguardo della «situazione personale ed economica, la salute, l’ambiente familiare»)63; il certificato di interdizione dell’incapace; il certificato di accompagnamento al seggio di elettori numero 74 tisicamente impediti64. C’è il certificato che certifica che la casa in cui abita Eleuterio Maieron non ha servizi igienici e presenta un’umidità ineliminabile. Questo certificato fa acquisire ad Eleuterio Maieron punteggio per alloggiare nelle case popolari65. Esiste perfino un certificato per ottenere un prestito. Si chiama “cessione del quinto”66 e si basa sul seguente angoscioso interrogativo esistenzial-usurario: riuscirà Caio a restituire il danaro elargito prima di tirare lo scarpetto? (Le modalità per il suo rilascio sono accuratamente descritte in M. Aleff, “La predizione del futuro tramite carte”. In: Astra, anno XX, 1984; pagg. 72-84). Ci sono i certificati di vecchiaia: gran parte degli attestati d’invalidità civile sono, in realtà, certificati di vecchiaia: nei casi gravi attestano che il vecchietto è così vecchio che da solo non ce la fa a badare a sé medesimo e dev’essere assistito da qualcun altro (è la famosa “accompagnatoria”, miraggio di nipoti avidi e garanzia di viaggi esotici, alla dipartita del percettore)67. Com’è giusto, l’invalido, anche non vecchietto, ha diritto al posteggio nelle piazzole delimitate dalle apposite righe gialle: e, com’è giusto, tale diritto viene acquisito con il rilascio di un certificato68. Manca ancora il certificato di idoneità alla minzione, di idoneità a soddisfacente coito, di idoneità alla buona morte. C’è tuttavia già il certificato di constatazione di decesso, quello delle cause di morte e quello dello stato di morte, quello di verifica della chiusura della bara e quello di trasporto della salma, nazionale e internazionale (il trasporto, non la salma). Del carro funebre su cui la salma viene traslocata al camposanto dev’essere certificato lo stato di manutenzione (igienica, non meccanica), e per di più annualmente69. Così il ciclo sarebbe completo, se non ci fosse anche il certificato di esumazione e quello di estumulazione, vuoi ordinarie vuoi straordinarie, e quello di cremazione. Non hanno ancora inventato il certificato di escinerazione, ma lo faranno (oh, se lo faranno!), poiché questa è la mission: «addaveni’ a certificare i vivi e i morti amen». Soltanto per condurre un’automobile, un italiano “normale” tra i 18 e i 68 anni deve sottostare ad almeno sette visite mediche per certificazione. Se guida il camion, a tredici visite, se ha avuto da bimbo un “piccolo attacco” convulsivo, ventisei. Se il patentato è un insegnante, trentacinque visite e se ha per soprammercato la passione per la caccia, quarantadue. Se poi quest’insegnante patentato e cacciatore aiuta al pomeriggio la moglie che gestisce un bar, novantaquattro visite. Se l’insegnante, patentato e cacciatore, che aiuta al pomeriggio la moglie al Roxy Bar, ha avuto da bambino un “piccolo attacco” convulsivo, centonove visite. Se pratica anche la corsa campestre, centosessantaquattro. Si trascurano qui le varie le eventuali e le accidentali. Tutto ciò, a esser sani; poi ci sono visite per la colica renale, la fibrillazione atriale, l’ernia discale, a cui gli umani prima o poi vanno soggetti, com’è noto. Nessuna meraviglia che gli italiani non producano, non prolifichino, non leggano Proust. Passano la loro vita dal medico: da malati, 19 per farsi curare e da sani, per farselo certificare. Jules Romains lo diceva con amara e scintillante ironia: «Les gens bien portants sont des malades qui s’ignorent»70. I buroestremisti di centro del ministero l’hanno preso alla lettera: ogni sano è un malato che non sa di esserlo, perciò tutto dev’essere sottoposto all’occhiuto strologare del medico cartomante: l’assenza di malattia e lo stato di malattia, l’integrità e l’handicap. A tutela del singolo, a tutela della banca, a tutela della società, ma anche per un rischio generico (la vita stessa!), per un rischio specifico, per un rischio effettivo, per un rischio inesistente. Con inclusioni immotivate, con immotivate esclusioni… Il procedimento è quello di dichiarare sano un tale perché non si è riusciti a provare che è malato, come dire: sano per insufficienza di prove. Quest’aberrazione si ha quotidianamente. In un paese civile, tutti i cittadini sono innocenti fino a prova contraria (pare). Sembra che il reciproco, vale a dire considerarli colpevoli fintantoché non dimostrino la loro innocenza, sia segno di barbarie giuridica e tratto distintivo di teocrazie e dittature. Recentemente, in Italia si tenta anche di considerare i cittadini “sinceri” fino a prova contraria, sino a che non vengano sbugiardati e si dimostri patentemente che hanno dichiarato il falso. Questo è il principio che informa di sé l’autocertifìcazione. Oggi, finalmente, posso presentarmi a uno sportello e dichiararmi esistente in vita (fino a prova contraria) e dunque nato, il giorno tale nel luogo tale, come d’al- 20 tronde mi ricordo benissimo e senza certificati. Ma anche laureato (come so), innocente, militesente o assolto, celibe o monogamo (o bigamo, come accade), ecc. Analogamente, dovremmo ritenere segno del livello della civiltà sanitaria di una nazione che i suoi cittadini vengano considerati sani, a meno che nel loro interesse, principalmente, e anche nell’interesse della comunità, non si dimostrino malati. Riteniamo dunque necessario che si introduca nel nostro ordinamento il principio di “presunzione di sanità”: principio ragionevole, semplice, economico, distruttore di infinite scartoffie. L’interesse della comunità dovrebbe essere basato sull’evidenza argomentativa e, meglio ancora, “scientifica”, e non sugli arzigogoli. Di conseguenza, un certificato o qualsiasi atto “sanitario” dovrebbe essere innanzitutto razionale, in secondo luogo di dimostrabile efficacia e infine, a parità di efficacia con altro mezzo, maggiormente efficiente. Nessun certificato e nessun atto “sanitario” imposto per legge dovrebbe essere introdotto o mantenuto in vita se non risponde a queste tre caratteristiche. Dunque, nessuno dei certificati descritti nella prima parte di quest’intervento dovrebbe essere mantenuto in vita. Si provi ad applicarle, ad esempio, al cosiddetto “libretto sanitario per gli alimentaristi”, inaugurato nel 1980. Esso avrebbe dovuto essere razionale. Si è dimostrato subito, e con estrema facilità, che non lo era. La sua introduzione avrebbe dovuto comportare un crollo delle tossinfezioni alimentari dal 1980 in poi. Il che non si è dato: a dire il vero, poche cose sono risibili in Italia quanto i dati sulle tossinfezioni. Le Regioni che notificano, come il Friuli Venezia Giulia, contano ovviamente (e apparentemente) molte più tossinfezioni delle Regioni che non notificano affatto, come le Puglie, dove tuttavia l’epatite A è endemica, a ulteriore dimostrazione che la tutela della salute è secondaria alla preminente produzione di carta. Infine, nel determinare il crollo di dette tossinfezioni, esso avrebbe dovuto avere un’efficacia pari, ad esempio, all’educazione sanitaria dei cuochi, ma essere nel contempo più rapido, più economico, più incisivo. Nessuna dimostrazione di efficienza è stata esibita. Offrono spunti di riflessione anche l’abrogazione nell’anno 1994 della “visita medica” per il rilascio del certificato di abitabilità (e, in Friuli Venezia Giulia anche del certificato di agibilità, dal 1998) e l’abolizione (dicembre 1997) della vaccinazione antitifica per gli alimentaristi. Ebbene, nessun dimostrabile patatrac è seguito all’abrogazione di queste due norme, così come nessun dimostrabile beneficio seguiva al loro mantenimento in vigore. Possono i dipartimenti di Prevenzione continuare ad adoperare strumenti così arcaici e sputtanati? Franco Bassanini è, con tutta evidenza, un galantuomo, il più amato dagli italiani. Avrà dunque avuto le sue buone ragioni quando ha escluso dal novero dei certificati “sostituibili” con dichiarazioni i “certificati medici, sanitari…”71. In effetti, i certificati medici e sanitari e le annesse pratiche vessatorie non debbono essere sostituiti: debbono essere aboliti, puramente e semplicemente. speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo Note 1. Dpr 1026 del 25 novembre 1976, artt. 4 e 14. 2. Legge 1204 del 30 dicembre 1971, artt. 4 e 5. 3. Dpr 1026 del 25 novembre 1976, cit., art. 15, comma 2. 4. R Di 2128/1936, art. 18 (recentemente abrogato dal Dpr n. 403 del 20 ottobre 1998, art. 8). 5. Regio decreto 1265 del 27 luglio 1934, art. 139; Regio decreto del 17 febbraio 1941 XIX, n. 1127 (“Approvazione del regolamento per la denuncia dei nati deformi e delle lesioni invalidanti”), ribadito dal Dpr 163 del 7 marzo 1975, art. 9, lettera b. 6. Legge regionale 49 del Friuli Venezia Giulia del 24 giugno 1993 (“Norme per il sostegno delle famiglie e per la tutela dei minori”), art. 15: il termine perentorio di consegna del certificato è di 180 giorni dopo la nascita. 7. Comunicato ministeriale 9/1991. 8. Decreto del ministero della Sanità del 28 febbraio 1983 (“Norme per la tutela dell’attività sportiva non agonistica”), art. 1. 09. Dm 18 febbraio 1982 (Gu 5 marzo 1982), Dm 28 febbraio 1983 (Gu 1983). 10. Dm 13 marzo 1995. 11. Legge 23.03.1981, n°. 91, art. 3 comma 2. 12. Legge regionale n. 16 del Friuli Venezia Giulia del 18 aprile 1997 (“Ordinamento della professione di maestro di sci”), art. 8 (“idoneità psico-fìsica all’insegnamento dello sci attestata da un certificato rilasciato dalla compe- numero 74 tente autorità sanitaria”). È necessario un certificato “attestante l’idoneità psicofisica” anche per essere ammessi alla prova attitudinale (art. 6). 13. Dm 5 giugno 1985 (“Disposizioni per i direttori ed i responsabili dell’esercizio e relativi sostituti e per gli assistenti tecnici preposti ai servizi di pubblico trasporto effettuati mediante impianti funicolari aerei e terrestri”), art. 8, punto 5. 14. Dm 4 marzo 1993 (Gu 18 marzo 1993). 15. Dpr n. 995 del 23 settembre 1976 (“Sostituzione di articoli […] del Regolamento per l’esecuzione del codice stradale”), art. l: «il richiedente […] risulti essere esente da malattie fisiche o psichiche, deficienze organiche o minorazioni anatomiche e/o funzionali, che possano comunque pregiudicare la sicurezza della guida di quei veicoli ai quali la patente abilita, tenuto anche conto dell’uso cui essi sono destinati». Dm 263 del 23 giugno 1988, “Norme di attuazione di articoli della Lili, relative ai requisiti psicofìsici e psicotecnici per il conseguimento, la conferma e la revisione della patente di guida”, art. 1: «risulti essere esente da malattie fìsiche o psichiche, deficienze organiche o minorazioni anatomiche e/o funzionali, che possano comunque pregiudicare la sicurezza della guida di quei determinati tipi di veicoli ai quali la patente abilita; Decreto legge 30.04.1992, n. 285 “Nuovo codice della stra- da”, art. 3, 19: «il richiedente […] non risulti affetto da malattia fisica o psichica, deficienza organica e minorazione psichica, anatomica o funzionale, tale da impedire di condurre con sicurezza quei determinati tipi di veicoli alla guida dei quali la patente abilita». 16. Dpr n. 431 del 9 ottobre 1997 (“Regolamento sulla disciplina delle patenti nautiche”), art. 5. 17. Dpr n. 404 del 5 agosto 1988, art. 15. 18. Dl n. 285 del 30 aprile 1992, art. 138. Questa regola vale anche per i conducenti veicoli della «Polizia di Stato, della Guardia di finanza, del Corpo di Poli zia penitenziaria […] del Corpo forestale dello Stato, dei Corpi forestali operanti nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano e della Protezione civile» (comma 11). 19. Dl 285/1992, art. 172; Dl 360/93, art. 89. 20. Id., art. 7 (minorati della vista), art. 8 (minorati dell’udito), art. 9 (minorati degli arti o della colonna), art. 10 (anomalie somatiche), art. 11 (coesistenza di minorazioni invalidanti). 21. Dm n. 263 del 23 giugno 1988. 22. Dal 2000, però, la patente A e la patente B vengono rilasciate anche ai diabetici da un medico “specialista” dell’unità sanitaria locale, secondo la Legge n. 472 del 7 dicembre 1999 (“Interventi nei settori dei trasporti”), art. 32. Quella parolina, “speciali- 21 sta”, è ovviamente fonte di confusione senza uguali: sarà il diabetologo lo specialista del diabete? Sarà d’ora in avanti la patente rilasciata da tre organi: il dipartimento di Prevenzione, la Commissione medica locale e il diabetologo? La confusione normativa è specchio della confusione mentale, così ben testimoniata dall’esilarante circolare in proposito di tale Anna Maria Longo, capo del dipartimento Trasporti terrestri del ministero dei Trasporti e della navigazione. Alcune perle: n particolare, il testo novellato dell’articolo I 19, «La norma attribuisce altresì ai predetti organi medici monocratici la competenza […] ad indicare l’eventuale scadenza […]», «la disposizione di cui trattasi, quindi, individua una nuova categortia di organo medico monocratico […] avente competenza esclusiva […] all’accertamento dei requisiti psicofìsici nei confronti dei soggetti affetti da diabete, anche se in trattamento insulinico, dato che la norma non opera distinzioni», «qualora il medico accertatore ritenga che il soggetto esaminato sia inidoneo alla guida, in modo temporaneo o definitivo, il giudizio finale dovrà essere demandato alla Commissione medica locale», ecc. Questa signora dovrebbe essere rimandata a frequentare le scuole elementari, per tentare di rimediare agli svarioni grammaticali con cui sfrittella la sua prosa; per la supponenza e per i buroneologismi, 22 credo non ci sia rimedio. 23. Circolare DG n. 68 D.C. IV A04I (prot. 3188/4635) del 20 maggio 1996: questa circolare dispone la presenza dell’ingegnere alle sedute delle Commissioni mediche locali in tutti i casi di accertamento medico nei confronti di mutilati e minorati fisici. La presenza dell’ingegnere, utile per valutare alcune complesse minorazioni degli arti (egli può individuare la modifica all’autoveicolo più adatta al soggetto che esamina), non è giustificata per quanto attiene i minorati della vista e dell’udito. Ma, poiché l’ingegnere (Carlo Emilio perdono!) è di solito funzionario della Motorizzazione civile, i suoi colleghi non accettano il certificato se non porta anche la sua inutile firma. 24. Rd n. 29603 del 30 dicembre 1923, art. 1. 25. Rd n.653 del 4 maggio 1925, art. 2. 26. Rd n. 383 del 3 marzo 1934, art. 221. 27. Dpr n. 16 del 1 gennaio 1956, art.2; Dpr n. 3 del 10 gennaio 1957, art. 2. 28. Dpr n. 686 del 3 maggio 1957, art. 11. 29. Legge 104/1992, art. 22: «Ai fini dell’assunzione al lavoro pubblico e privato non è richiesta la certificazione di sana e robusta costituzione fìsica». Legge n. 68 del 12 marzo 1999, “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”: «salvi i requisiti di idoneità specifica per singole funzioni, sono abrogate le norme che richiedono il requisito della sana e robusta costitu- zione nei bandi di concorso per il pubblico impiego». 30. D. lgs. n. 626 del 19 settembre 1994, citato. 31. Dpgr Friuli Venezia Giulia n. OIOI6/Pres del 28 dicembre 1978, art. 15. 32. Decreto del ministero della Sanità del 28 aprile 1998, “Requisiti psicofisici minimi per il rilascio ed il rinnovo dell’autorizzazione al porto di fucile per uso di caccia e al porto d’armi per uso difesa personale”, art. 1. 33. Dpgr Friuli Venezia Giulia n. 9/CP. 34. Tulps del 25 marzo 1987. Rd n.773 del 18 giugno 1931, art. 35 («II questore può subordinare il rilascio del nulla osta […] alla presentazione di certificato del medico provinciale, o dell’ufficiale sanitario, o di un medico militare dal quale risulti che il richiedente non è affetto da malattie mentali oppure da vizi che ne diminuiscono, anche temporaneamente, la capacità di intendere e di volere»). 35. Rd del 6 maggio 1940, art. 76. Sembra che quest’articolo sia stato abolito, all’interno di una situazione peraltro complicatissima, descritta con abbondanza di dettagli nella circolare del ministero dell’Interno del 14 febbraio 1998 (“Trasporto di armi comuni da sparo”), pubblicata sulla Gu n. 48 del 27 febbraio 1998. 36. Dpr n. 302 del 19 marzo 1956, art. 27. 37. Legge n. 772 del 15 dicembre 1972. 38. Dpr n. 2056 del 27 ottobre 1962 (che è regolamento di esecuzione della Legge n. 837 speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo del 25 luglio l956), art. 33. 39. Circolare n. 20, Prot. n. 500.4 del ministro della Sanità del 24 marzo 1979. 40. Dpr n. 1518 del 22 dicembre 1967 (“Regolamento per l’applicazione del titolo III del decreto del Presidente della Repubblica n. 264 del 1 febbraio 1961, relativo ai servizi di medicina scolastica”), art. 49. 41. Circolare n. 20 del ministro della Sanità del 24 marzo 1979, cit. È ben vero che il D. Lgs. n. 230 del 17 marzo 1995 prescrive: «5. Gli esami radiologici individuali o collettivi effettuati a titolo preventivo […] devono essere effettuati soltanto se sono giustificati dal punto di vista sanitario. Tali esami debbono essere disposti dall’autorità sanitaria competente per territorio che ne da adeguata informazione ai gruppi di popolazione interessati. 6. Particolare attenzione dev’essere posta nella giustificazione delle indagini radiodiagnostiche espletate su singole persone o su particolari gruppi di persone con fini medico-legali o di assicurazione. Per questi esami e per quelli di cui al comma 5 è escluso l’impiego della radioscopia diretta. […] 8. Gli esami di cui ai commi 5 e 6 vengono effettuati con il consenso della persona interessata». 42. Dpr n. 327 del 26 marzo 1980, art. 37: «anche coloro che manipolano temporaneamente od occasionalmente oppure vengono in contatto diretto o indi retto con alimenti, debbono avere il libretto sanitario in regola. Questo “libret- numero 74 to” deve essere “rinnovato” una volta all’anno. Se manca, se non viene “rinnovato”, se non viene conservato sul posto di lavoro, fioccano le multe e “la sospensione della licenza per un periodo non superiore a 10 giorni». 43. Dpr n. 54 del 14 gennaio 1997, allegato A, cap. III/C. 44. Legge n. 1293 del 22 dicembre 1957 (“Organizzazione dei servizi di distribuzione e vendita dei generi di monopolio”), art. 6. 45. Dpr n. 1275 del 21 agosto 1971 (“Regolamento per l’esecuzione della L. 02.04.1968, n. 475, recante norme concernenti il servizio farmaceutico”), art. 12. 46. Circolare del ministero Sanità n. 25 del 24 giugno 1992 (“Misure di profilassi per l’ammissione nei centri di vacanza per minori”). 47. Cm del 4 agosto 1988, n. 81 Prot. 7426/IR/A-74 del ministero del Lavoro. La circolare riguarda i lavoratori extracomunitari dello spettacolo e si basa sulla Legge 943/86, art. 14, comma 2; tuttavia le prostitute extracomunitarie vengono regolarmente registrate in questura come “ballerine”: dimodoché - ipocrisia sommandosi a ipocrisia - vengono accompagnate, assonnate e sfatte, al mattino presto, dopo una notte trascorsa a “danzare”, negli ambulatori di Igiene pubblica dai loro macrò, e implorano quel certificato senza il quale il permesso di soggiorno non verrà loro rinnovato. 48. Legge n. 653 del 26 aprile 1934 (“Tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli”); Legge n.12 del 10 gennaio 1935 (“Istituzione del libretto di lavoro”); Legge n. 25 del 19 gennaio 1955 (“Disciplina dell’Apprendistato”), Dpr n. 1668 del 30 dicembre 1956 (“Regolamento applicativo”), Dpr n. 303 del 19 marzo 1956 (“Norme generali per l’igiene del lavoro”), Legge n. 977 del 17 ottobre 1967 (“Tutela del lavoro dei fanciulli e degli adolescenti”), Dpr n. 36 del 4 gennaio 1971 (“Determinazione dei lavori leggeri nei quali possono essere occupati i fanciulli”), Dpr n. 479 del 17 giugno 1975 (“Regolamento sulla periodicità delle visite mediche per minori”), Dpr n. 432 del 20 gennaio 1976 (“Determinazione dei lavori pericolosi, faticosi e insalubri”), ecc. Alcuni articoli di queste leggi sono stati di recente abrogati dal D. Lgs. n. 345 del 4 agosto 1999 (“Attuazione della direttiva 94/33/CE relativa alla protezione dei giovani sul lavoro”). Pur essendovi tra i firmatari l’ottimo Bassanini, la legge è così logica e chiara da aver avuto immediato bisogno di una circolare “applicativa” (Circolare del ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, n. I /2000 del 05.01.2000, Prot. 801 - Segr./D). Nella circolare si può leggere, a mo’ d’esempio, la seguente castroneria: «In via generale, l’art. 9 del nuovo decreto dispone, per i minori, l’obbligo di una visita medica preassuntiva e di visite mediche periodiche da effettuare, a cura del datore di lavoro, presso la Asl territorialmente 23 competente [dunque: la visita dev’essere effettuata dal medico pubblico, ndr]. Fa eccezione il caso di attività lavorative per le quali la vigente legislazione dispone la sorveglianza sanitaria disciplinata dagli artt. 16 e 17 del citato D. Lgs. 626/94 [in teoria, tutte le attività sono sottoposte a sorveglianza sanitaria in base al D. Lgs. 626/94, e quindi tutte fanno eccezione, ndr]. In tali fattispecie, le visite mediche preventive e periodiche devono essere, quindi, effettuate dal medico competente, pubblico e privato, scelto dal datore di lavoro [ma, per una decisione del garante della concorrenza che non ammette medici competenti pubblici, esistono soltanto medici competenti privati]. Pertanto, poiché l’articolo in questione ha compiutamente e diversamente disciplinato la materia, l’art. 9 del Dpr 1668/56 deve ritenersi implicitamente abrogato nella parte in cui dispone per i minori, la visita medica a cura della struttura sanitaria pubblica (dunque la visita viene eseguita dal medico competente privato, che è l’esatto contrario di quanto scritto nella legge)». La mancata abrogazione delle norme sanitarie sull’apprendistato, tuttavia, configura egualmente il doppio controllo sui minori, avviati di solito al lavoro nell’industria e nell’artigianato come apprendisti: un controllo “generico”, effettuato dall’igienista pubblico, e un controllo “specifico”, effettuato dal medico competente privato (la circolare citata, però, 24 afferma che la disciplina per l’apprendistato dei minori è stata abrogata “implicitamente”: e perché non abrogarla esplicitamente?). Inoltre, anche gli adulti-apprendisti sono sottoposti al doppio regime descritto per i minoriapprendisti, benché non si comprenda in che cosa gli adulti-apprendisti siano diversi dagli adulti-non-apprendisti (in alcuni settori l’artigianato può prorogarsi fino ai 29 anni d’età). Ministro e ministero, quae te dementia coepit? Considerazioni diverse, ma altrettanto caustiche, avanza Alberto Baldasseroni in “Minori e apprendisti. Una partita chiusa?” (Snop 53, 2000; pagg. 43-44). 49. Dpr 303/1956; D. Lgs. n. 626 del 19 settembre 1994, citati. 50. Rd n. 773 del 18 giugno 1931, art. 62, così come regolamentato dall’art.13 del Tulps. 51. Legge n. 482 del 2 aprile 1968 (“Disciplina generale delle assunzioni obbligatorie presso le pubbliche amministrazioni e le aziende private”), art. II. 52. Rd n. 824 del 12 maggio 1927, regolamento di esecuzione del Rd del 9 luglio l926, art. 27. 53. Rd n. 147 del 9 gennaio 1927, al capo VII, art. 26, comma 4. Questi i requisiti: il soggetto non è affetto da malattie fisiche o psichiche e non presenta deficienze organiche di qualsiasi specie, che gli impediscano di eseguire con sicurezza le operazioni relative all’impiego di gas tossici, non presenta segni d’intossicazione alcoolica o da sostan- ze stupefacenti, ha integri il senso olfattorio e la pervietà nasale, percepisce la voce afona ad almeno otto metri di distanza da ciascun orecchio, possiede un visus complessivo non inferiore a 14/10 (tavola di Snellen), purché da un occhio non inferiore a 5/10. 54. Ibid., art. 27, comma 3; il Rd precisa: la terza elementare; Ibid., art. 38. 55. Legge n. 122 del 5 febbraio 1992, art. 7, comma e. 56. Ministero di Grazia e giustizia, “Concorso per la copertura di posti di giudice onorario aggregato presso le sezioni stralcio dei tribunali ordinari”, pubblicato sulla Gu del 19 dicembre 1998. 57. Legge n. 482 del 2 aprile 1968, art. 20. 58. Legge n. 482 del 2 aprile 1968, art. 19. 59. Legge n. 104 del 5 febbraio 1992. 60. Legge n. 33 del 29 febbraio 1980 (conversione in legge, con modificazioni, del Decreto legge n. 663 del 30 dicembre 1979), art. 2. 61. Legge n. 300 del 20 maggio 1970 (“Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”), art. 5. 62. Dpr n. 1518 del 22 dicembre 1967, art. 42; Dpr n. 327 del 26 marzo 1980, art. 41, comma 3. 63. Legge n. 184 del 4 maggio 1983 (“Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”), art. 22, comma 3 (“dell’affidamento preadotti- speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo vo”) e art. 57, punto a (“adozione in casi particolari”). 64. Dpr n. 361 del 30 marzo 1957, art. 55 e 56; Dpr n. 1518 del 22 dicembre 1967, art. 42, comma 5; Dpr n. 327 del 26 marzo 1980, art. 41, comma 3, il quale segue a un incredibile comma 2 che recita così: «I titolari o conduttori dell’esercizio hanno l’obbligo di segnalare immediatamente all’autorità sanitaria i casi sospetti di malattie infettive e contagiose del personale dipendente per l’adozione degli eventuali provvedimenti consequenziali, ivi compresa l’eventuale sospensione dell’attività lavorativa». Come si vede, siamo alla delazione, nonché numero 74 all’esercizio abusivo di professione sanitaria. Ci vorrebbe, invero, un certificato che certificasse l’idoneità del titolare e del conduttore a fare il titolare e il conduttore in quanto in possesso, tra le altre peculiarità, dell’occhio clinico e di elementi di patologia medica. 65. Dpr n. 1035 del 30 dicembre 1972, art.7, pag. 4, lett. b. 66. Legge n. 1224 del 19 ottobre 1956. 67. Legge n. 118 del 30 gennaio 1971; Legge n. 295 del 15 ottobre 1990. A queste vanno aggiunte: la Legge n. 382 del 27 maggio 1970 sui ciechi civili e la Legge 26 maggio 1970 sui sordomuti. 68. Dpr n. 495 del 16 dicembre 1992, art. 381; Dpr 506/1996, art. 12. 69. Dpr n. 285 del 10 settembre 1990 (“Approvazione del regolamento di polizia mortuaria”), art. 1, p. 1 (denuncia delle cause di morte), art. 4, p. 4 (accertamento dello stato di morte), art. 24-36 (trasporto di salma), art. 82-89 (esumazioni ed estumulazioni), art. 79, p. 4 (cremazione). 70. Jules Romains, Knock ou Le triomphe de la Médecine. Mondadori, Milano, 1924. 71. Dpr n. 403 del 20 ottobre 1998 (“Regolamento di attuazione degli articoli 1, 2 e 3 della Legge 15 maggio 1997, n. 127, in materia di semplificazione delle certificazioni amministrative”). 25 Presentato per la prima volta al convegno “L’epidemiologia per il dipartimento di Prevenzione - Parte seconda. L’igiene pubblica”, che si è tenuto a Firenze il 23 gennaio 2002, questo articolo è notevole sotto molti punti di vista. Non solo per l’onestà intellettuale con cui tratta l’argomento, ma anche perché fa una panoramica completa delle esperienze di semplificazione burocratica realizzate fino a quel momento a partire dalle basi legislative esistenti, prima del referendum confermativo del settembre 2001, che ha fatto decollare il processo di autonomia regionale. Questo testo dà un messaggio di speranza: quella di arrivare alla semplificazione delle pratiche inutili ampiamente presenti nella sanità pubblica. Il tutto in una prosa originale, imprevedibile, accattivante, nonostante tratti un tema apparentemente arido. Certe cose si possono leggere solo se scritte con questa vivacità, altrimenti diventano soporifere. Trenta semplificazioni – anzi, ventisette Giorgio Ferigo In questa relazione do conto di alcuni tentativi che abbiamo fatto per accelerare la dipartita, o – se volete – per anticipare la quiescenza dell’igiene pubblica, nella convinzione, non da molti condivisa, che essa si trovi in età pensionabile, o addirittura in stato agonico. Vi è stato distribuito un elenco di ventisette “semplificazioni” che abbiamo tentato. Ventisette sono davvero poche. Nonostante la scarsità del raccolto, il lavoro è stato faticosissimo e per molti versi sconsolante. 1. 26 Talvolta la semplificazione si è ridotta semplicemente a costringere chi di dovere a prendere atto di abolizioni pervicacemente ignorate (ad esempio, farmacisti, poste, uffici di collocamento), in altri casi a implorare il consiglio regionale di abrogare le sue stesse castronerie. O, in altri casi ancora, a bloccare stupidaggini che stavano per essere legiferate. Provo qui a illustrare le difficoltà che abbiamo incontrato. Vorrei che qualcuno mi raccontasse di tentativi analoghi, in modo da confrontarli gli uni con gli altri – e da confortarci un po’ a vicenda. Come potete vedere, alcuni procedimenti di semplificazione riguardano l’intera Regione Friuli Venezia Giulia, altri soltanto le tre Ass della provincia di Udine e altri ancora soltanto l’Azienda in cui lavoro. Questo signi- 2. Da Snop 58-59, marzo 2002; pagg. 21-24 speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo fica che alcuni obbiettivi sono stati condivisi da tutti, o da molti, mentre su altri abbiamo proceduto da soli. Il giudizio sulle pratiche da semplificare, o da “svuotare”, non è stato unanime: questo postula che non vi è nemmeno identità di vedute sulla nostra disciplina, sui principi che la informano, sulle mete che si propone, sui pregi che vanta, sulle crepe manchevolezze o stupidità di cui soffre. Qui a Firenze, il 7 novembre scorso, Luigi Salizzato ha analizzato i motivi del sospetto, e anche dell’ostilità, incontrati dallo slogan “La prevenzione inutile”: conservatorismo dei servizi, insicurezza degli operatori, desiderio di lavorare in positivo nel campo delle proposte, piuttosto che in negativo, nel campo delle demolizioni. Sono atteggiamenti che abbiamo riscontrato anche noi del progetto “Sburo”. Ce n’è un altro, che forse è il principale. Il medico, l’infermiere, il tecnico dell’ospedale fondano il loro lavoro su un insieme di conoscenze “scientifiche”, che hanno appreso e che riapprendono ogni giorno nel concreto del loro studio e del loro operare. “Scientifico” non significa “vero”: significa verificabile, modificabile, e migliorabile anche radicalmente, con decisioni assunte sulla base delle prove disponibili e dell’esperienza maturata. Invece, il medico, l’assistente, il tecnico del dipartimento di Prevenzione fondano il loro lavoro su un insieme di conoscenze “amministrative” o “legali” – non necessariamente né direttamente riconducibili a conoscenze scientifiche – che non sono verificabili, falsificabili, modificabili, né migliorabi- numero 74 li in corso d’opera, ma soltanto obbedibili o trasgredibili. Il livello culturale di un ospedale può essere alto o basso, d’avanguardia o di retroguardia; le diagnosi e le cure efficaci o inefficaci, o anche clamorosamente sbagliate: se ne possono calcolare gli indici di attrazione o di repulsione. Insomma, alla fine, se ne può dare un qualche giudizio di merito. Invece, non esiste alcun indice di attrazione o di repulsione per un Dip: semplicemente, tutti sono obbligati a passare da lì – come ai magazzini Gum di Mosca, quando regnava Leonid Breznev. Non esiste un’efficacia, ovvero un’inefficacia del Dip: esiste soltanto l’applicazione o la disapplicazione della norma. Sui Dip non si può dare nessun giudizio. Se si trattasse di essere formichine operose, ognuna delle quali porta la sua minuscola bica all’ammasso nel granaio comune, cui però sovrintende una mente ordinatrice, che a fine anno (o decennio o secolo) ci ragguaglia dei progressi salutari raggiunti grazie alla nostra azione, potremmo starcene quieti. Ma abbiamo mai veduto esibire uno straccio di analisi del genere, in tutti questi anni – un qualunque resoconto sull’efficacia o sull’appropriatezza dei certificati per patente, di apprendistato o di idoneità sportiva? Alla fine arrivano soltanto statistiche descrittive: l’anodino elenco delle prestazioni fatte, bene o male. Messo alle strette, qualche luminare si irrita, e sbotta: se siamo uno tra i Paesi più longevi del mondo, con una mortalità materno-infantile tra le più basse della terra, i libretti sanitari saranno ben serviti a qualcosa. Si tratta di un pantano culturale: i principi non vengono mai dichiarati e perciò mai discussi; le applicazioni mai sottoposte a verifica, e perciò mai validate o confutate; perfino le parole che esprimono la nostra attività mai specificate, a cominciare dalla principale, quell’onnicomprensivo “prevenzione” che oggi include indifferentemente la diagnosi prenatale di fenilchetonuria e l’ingrasso dei suinetti nel mantovano. Non sono in discussione le competenze degli operatori, che giocoforza attingono all’intero scibile umano, visto che nessuno ha mai tracciato i confini. Manca invece l’analisi logica dell’insieme, latita l’esplicitazione dei fini e dei mezzi per raggiungerli, si nega l’uso del “dubbio metodico”, e fin della razionalità, come paradigma del ragionare e dell’agire. Resta, ovviamente, il disagio. Tuttavia, l’igiene pubblica è arrivata al capolinea indipendentemente dal gradimento degli operatori. Le prestazioni vengono vanificate non dalle nostre dimostrazioni di inutilità o dalle nostre sensazioni soggettive di utilità, ma semplicemente perché qualcuno, sulla base di ragionamenti extrascientifici o per fini di coerenza amministrativa, cassa le norme che le producevano. Come forse sapete, il Friuli Venezia Giulia è una Regione a statuto speciale e ha competenza legislativa primaria in campo di pianificazione territoriale. Perciò, molto tempo fa, abbiamo proposto di semplificare la cosiddetta “igiene edilizia” – il 220, il 222, il 231 del 3. 27 Tuls benemerito. Queste semplificazioni non sono passate, e non perché le argomentazioni fossero deboli, ma perché andavano a intaccare i piccoli interessi delle piccole parrocchie – le risicate e gelose autonomie operative. Nell’ottobre scorso è stato pubblicato il Decreto legislativo 380/2001. L’articolo 20 recita: il sindaco rilascia il permesso a costruire, se la documentazione è accompagnata da «un’autocertificazione circa la conformità del progetto alle norme igienico-sanitarie nel caso [di] interventi di edilizia residenziale ovvero [nel caso in cui] la verifica [di] tale conformità non comporti valutazioni discrezionali». Si tratta, né più né meno, dell’abrogazione del 220 del Tuls (come da noi avevamo proposto tanto tempo prima). Ma questo articolo è stato approvato non in seguito a una discussione di utilità o di disutilità dei pareri, della competenza o dell’incompetenza dei servizi a rilasciarli, di capacità o di incapacità professionale, bensì dopo una decisione legislativa né discussa né approvata dai Dip. Per otto lustri, questa pratica è stata gabellata come sanitaria e ci abbiamo creduto. Ora ci dicono che si tratta di un mero adempimento amministrativo e chiniamo il capo. Così, prima fornivamo per legge una prestazione di utilità salutifera non dimostrata, mentre nei prossimi sei mesi (nel frattempo c’è stata la proroga con la Legge 463 del 31 dicembre 2001) la faremo ancora, benché la sua inutilità salutifera sia stata ormai sancita. Riconoscere di aver sprecato qualche decennio della propria vi- 28 ta professionale in scemenze è certamente doloroso. Ma essere costretti a continuare a fare scemenze perché siamo stati ridotti a funzionari, a domestici della legge, a servi di un disegno ormai insensato – questo è ancor peggio. Abbiamo tentato le “semplificazioni” delle nostre attività a vari livelli. Una delle strade imboccate è stata quella dei “patti” con gli Enti – ad esempio, gli enti scolastici. Dal 1999, nel Contratto collettivo della scuola sta scritto che l’istituzione scolastica “può disporre” il controllo della malattia, in luogo del “dispone” che c’era scritto nel 1995. Approfittando di questo “può”, abbiamo invitato in riunione presidi e direttori didattici, abbiamo illustrato la sostanziale inconsistenza della visita fiscale e abbiamo convenuto di utilizzarla il più di rado possibile e soltanto nei casi in cui fosse un deterrente irrinunciabile (ahinoi, la sanità ridotta a deterrente). In questo modo, nel giro di due anni (tra il 1999 e il 2001) le visite fiscali richieste dalle scuole sono scese da 1385 a 435, meno di un terzo. Contiamo di scendere ancora. Tuttavia, anche quando l’accordo pare perfetto e sembra di veleggiare alla grande, si trova l’intoppo. Nell’agosto 1998 ci siamo accordati con il Provveditorato agli studi di Udine per l’abolizione della “Sana & Robusta” per gli alunni, l’abolizione delle radiografie a tutto il personale della scuola e per la validità triennale del certificato di idoneità fisica per gli insegnanti e per il personale “precario” della scuola. 4. L’accordo ha funzionato egregiamente per qualche tempo. Poi, nel maggio 2001, ci siamo accorti che arrivavano da noi precari che avevamo già visto appena tre mesi prima. Insomma, per qualche inspiegabile motivo, anziché triennale, il loro certificato aveva validità trimestrale. Chi, e perché, aveva confuso il triennio col trimestre? Cerca che ti cerca, litiga che ti litiga, troviamo la causa di questo cambio di rotta. La causa sta in un cortesissimo funzionario – non di una scuola, non del Provveditorato agli studi, non dell’Assessorato all’istruzione. Cioè, non dove pensavamo che fosse, ma della Ragioneria provinciale dello Stato, Ufficio registrazione decreti. Costui non era stato avvertito del nostro “patto” e pensava che una carta al trimestre lo mettesse più “in regola” di una carta triennale. Abbiamo imparato che lo Stato italiano è grande e articolato (anzi, tentacolare), che conoscerne tutte le articolazioni, le interconnessioni, i misteriosi passaggi segreti è un’impresa continuamente in progress e che quel certificato non serviva a stabilire un ipotetico “punto zero” nella salute del dipendente, per successivi eventuali complicati contenziosi medico-legali, ma era semplicemente precondizione (pleonastica) al pagamento dello stipendio. È prevedibile che molte delle nostre semplificazioni si areneranno in un qualche ufficetto di cui ignoriamo l’esistenza. Un secondo tentativo è stato quello di abolire le richieste “discrezionali” di certificati. 5. speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo Soprattutto d’estate, molti ragazzi vengono assunti alle poste come fattorini a tempo determinato. Arriva loro un telegramma di immissione in servizio, e, tra gli altri documenti, viene richiesto anche un certificato medico «dal quale risulti l’idoneità a svolgere tutte le mansioni dell’Area Operativa». Com’è noto, dal 3 marzo 1998 le Poste sono diventate un Ente pubblico economico. Perciò ricadono esclusivamente sotto il Decreto legislativo 626/94, e non più anche sotto i Dpr del pubblico impiego. Abbiamo avvisato le Poste che non avremmo rilasciato più certificati del genere. Ma le Poste continuavano egualmente a inviarci i ragazzi. Così è cominciato il braccio di ferro. C’è stato un lungo e dotto scambio di missive, dal giugno 1997 al giugno 1999. Nel luglio 1999 abbiamo segnalato il comportamento “anomalo” delle Poste al Procuratore della Repubblica. Una difficoltà aggiuntiva a far prevalere la nostra tesi derivava dal fatto che il vicino Veneto aveva adottato una linea sostanzialmente conciliante – i certificati li facevano, loro e senza tante storie! – come ci rinfacciavano a ogni piè sospinto le Poste stesse. Questo ci insegna che non solo non si può fare “il socialismo in un solo paese”, ma men che meno la sburocratizzazione in una sola Provincia, e che il dialogo e una linea uniforme tra operatori di varie Regioni è quantomai indispensabile. Alla fine, comunque, ce l’abbiamo fatta e almeno in Friuli questi certificati non vengono richiesti più. Ma da dove nasce quest’idolatria del certificato a ogni costo? Quali meccanismi mentali sottintende – numero 74 oltre all’ovvio, ma illusorio, desiderio di coprirsi le terga e di scaricare il barile? Per rispondere a questa domanda, è molto istruttivo ricostruire una conversazione con una sottoprefetta, dal piglio molto manageriale e in tailleur gessato di ottimo taglio. La sottoprefetta pretende che alle guardie giurate noi rilasciamo contemporaneamente due certificati: uno di idoneità al porto d’armi e uno di idoneità a fare la guardia giurata. Le chiediamo la fonte normativa di questa “idoneità a fare la guardia giurata”. La sottoprefetta la ignora, ma dice che la cercherà. La sollecitiamo: non l’ha trovata, ma pretende egualmente il certificato, per via della “potestà discrezionale” della Prefettura. Le chiediamo allora che cosa dobbiamo certificare nel certificato. Ci risponde che questo è affar nostro: lei mica è medico… Allora le ribattiamo che - in tutta scienza e coscienza – noi ignoriamo quali sono le caratteristiche strettamente sanitarie che permettano a un tale di fare la guardia giurata: anzi, secondo noi, non esistono. Ci risponde che ci devono essere. Le chiediamo quali: ci risponde che è affar nostro; lei mica è medico… Dobbiamo quindi scrivere lettere molto argomentate per rifiutare quello che ci viene imposto senza argomentazione alcuna, quasi che l’onere della prova spetti a noi e non, invece, a chi impone. Dobbiamo pazientemente argomentare sul nulla, e rispondere raziocinando a quello che è, a tutti gli effetti, un arbitrio e una prepotenza. A proposito di certificati, su Snop, Andrea Poggiali dell’Ausl di Ravenna osserva, molto sensa- tamente: «le finalità medico-legali non necessariamente coincidono con quelle della prevenzione: quindi, il fatto che un certificato medico risulti inutile ai fini della prevenzione non significa automaticamente che esso sia da considerare superfluo. Tra la proposta di abolizione totale dei certificati e la scelta di mantenere invece invariata l’attuale (insoddisfacente) situazione, c’è spazio per una posizione intermedia, che punti alla correzione delle incongruenze più vistose». Tengo conto di questa osservazione, e provo a suddividere gli attestati in: certificati che certificano qual- cosa (ad esempio, una gravidanza, una menomazione, una malattia) certificati che predicono qualcosa (l’idoneità alla guida per i prossimi dieci anni, alla caccia per i prossimi cinque, al pubblico impiego per i prossimi diciannove) certificati che dicono, semplicemente, “chi è che comanda qui”. I certificati oggettivi, che descrivono qualcosa che c’è e si rilasciano nell’interesse del malato, del menomato, della gravida hanno senso e nessuno pretende di eliminarli. Ma si deve pretendere senza indugio l’abolizione dei certificati “previsionali”, da aruspice o da cartomante, e i certificati arbitrari, che definiscono “l’ambito del dominio”. Sarebbe già molto se riuscissimo a imporre il principio che il Dip è tenuto a rilasciare soltanto certificati esplicitamente richiesti da leggi in vigore e che siano previ- 29 sti – per quanti si ostinano a esigere certificati extra o contra legem – divieti e sanzioni analoghi a quelli contemplati nel Dpr 444 del 28 dicembre 2000 (art. 74 “Violazione dei doveri d’ufficio”) per gli impiegati riottosi alla Bassanini. Infine, c’è da dire che alcuni tentativi sono riusciti. Nella nostra piccola Ass abbiamo eliminato del tutto le pratiche per gli “inconvenienti igienici”. Abbiamo proceduto così. Abbiamo analizzato alcune centinaia di pratiche affrontate nella nostra Ass nel corso di un quinquennio. Dalle carte emergevano dati molto evidenti: che rarissimamente 6. gli “inconvenienti igienici” attentavano alla salute, che spessissimo nascondevano rapporti di cattivo vicinato e che mai, o quasi mai, trovavano soluzione con l’ispezione “igienico-sanitaria”. Invece, sempre o quasi sempre potevano trovare soluzione se affrontati dai soggetti istituzionalmente deputati. Così, invece di accorrere, abbiamo cominciato a rispondere: lettere molto cortesi e il più possibile chiare, in cui decliniamo la nostra ma indichiamo l’altrui competenza a risolvere il problema, e talvolta anche lo strumento per arrivarci: un regolamento comunale, una legge, il codice civile, o penale. Nei casi più paradossali, li indirizziamo a un idraulico o a un muratore. Tra lo scrivere una lettera e fare un sopralluogo (a cui poi deve seguire la lettera) c’è almeno un risparmio: il sopralluogo. Intanto, le segnalazioni hanno cominciato a scemare. È diminuita anche la litigiosità? Affrontare il sindaco (con cui magari si è in cattivi rapporti), preventivare l’onorario dell’avvocato, sapere che non esistono vie traverse, ma soltanto la via diritta, e che perciò è necessario affrontare il vicino, con la civiltà di cui si dispone o con l’aggressività che il vicino consente (prima di afferrare il forcone) forse ha diminuito non la litigiosità, ma le occasioni di litigio. Ma tutto sommato importa poco: In rete All’inizio del 2008 è nato anche un sito, www.giorgioferigo.net, un «modesto tributo d’affetto, ma anche il primo passo di un’associazione (il più informale possibile) che avrà lo scopo di riunire, ordinare e conservare la produzione di Giorgio Ferigo, di valorizzare e far conoscere la sua attività di medico, storico, musicista, poeta, narratore, storico d’arte». Oltre alla segnalazione di eventi interessanti, il sito mette a disposizione numerosi materiali, tra cui il libretto commemorativo… e la cjasa a è codina, che fornisce una prima bibliografia ragionata e suddivisa per aree disciplinari della produzione di Ferigo, che arriva a quasi 150 titoli. Per ricevere informazioni o fare segnalazioni, si può scrivere a [email protected] 30 speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo la litigiosità non rientra fra gli obbiettivi della prevenzione sanitaria. O sì? Perché non è escluso che – in nome di una visione cosmica della prevenzione – qualcuno ci venga a spiegare che l’ispezione igienico-sanitaria lenisce le insonnie da rancore, chiarifica l’atrabile, sbina il torcimento di budella e pertanto, magari, contribuisce a “promuovere” la salute. In ogni preambolo di budget, in ogni linea guida di Agenzia regionale, in ogni documento nazionale, quando si arriva al capitolo “Dipartimento di Prevenzione”, si legge la seguente giaculatoria: «Il modello organizzativo e di funzionamento dei Dipartimenti di Prevenzione è ancora prevalentemente orientato su attività di vigilanza/repressione in una logica amministrativo-burocratica. Deve proseguire la revisione del modello, orientandolo allo sviluppo della sanità pubblica…». È una frase che certamente avete ascoltato anche voi. Ha un suono strano e sgradevole. Proviamo a immaginare che tutte le leggi sceme cui siamo costretti a obbedire improvvisamente spariscano, così, per incantamento. Restano le migliaia di leggi che sceme non sono, ma che al contrario sono utili e che regolamentano (alla rinfusa): le transazioni commerciali, le frodi, le contraffazioni di contrassegni e sigilli, la concorrenza leale (o sleale), i pubblici esercizi, la vendita e l’uso di fitofarmaci, il “passaporto” dei bovini, i sequestri cautelativi o penali, la distruzione di gelati perché è mancata la corrente, l’i- 7. numero 74 spezione delle carni, l’inchiesta su infortuni e malattie professionali, la produzione e il deposito dei detersivi, gli esercizi di barbiere, parrucchiere ed estetista, l’imballaggio e la classificazione delle uova, la fabbricazione dei film di polietilene, i cosmetici, i distributori automatici di merendine, il pascolo vagante delle greggi, i tetti delle baracche in eternit, le farmacie e le strutture sanitarie private, il tatuaggio dei cani, i campioni fiscali di polveri aereodisperse, i nulla osta per serragli e circhi equestri, la lavorazione di penne, piume e piumini destinati all’imbottitura, la valutazione di impatto ambientale, gli scarichi industriali e anche domestici, la potabilità dell’acqua, l’impiego di apparecchi ionizzanti, il ruolino di marcia nei trasporti animali. Si può continuare l’elenco fino a stasera dopocena. Se tutte queste attività restano in capo ai dipartimenti, allora i dipartimenti non potranno che continuare a essere orientati su attività di vigilanza o repressione dentro logiche amministrativoburocratiche. Se, al contrario, i dipartimenti dovranno orientarsi su logiche diverse, di sviluppo della sanità pubblica, allora tutte queste attività non potranno rimanere in capo ai dipartimenti. La vigilanza, la repressione e la logica amministrativo-burocratica non derivano da un modello organizzativo e funzionale deragliato, ma propriamente dalle ideologie e dalle leggi fondative della polizia medica, veterinaria o sanitaria. E non serve a nulla revisionare il modello, aggiustare l’organizza- zione, delimitare le sanzioni, quando invece è necessario ridiscutere i fondamenti culturali e normativi della disciplina – e il fatto stesso che una disciplina “scientifica” sia normata. 31 Dopo l’incontro folgorante, la redazione di Snop decise di affidare a Giorgio Ferigo un vero e proprio elzeviro sui fatti e misfatti della cronaca di sanità pubblica. Apparso inizialmente sulla newsletter associativa virtuale Snop InForma e poi, nell’ultimo periodo, sulla rivista, questo appuntamento si chiamava “Il buratto grosso”: un nome evocativo di antichi strumenti contadini usati per setacciare la farina dalle impurezze. E il setaccio di Giorgio Ferigo vagliava con rigore le vicende della sanità italiana, senza indulgere a polemiche di forma, ma sempre scavando in profondità. Sulla culinaria scolastica Giorgio Ferigo el menù scolastico, come in un pasticcio o in un timballo, entrano vari ingredienti: l’abilità del cuoco, i tabù alimentari, la disponibilità finanziaria del Comune, i sensi di colpa delle mamme al lavoro, i sapori sviliti e omologati del cibo industriale, e - naturalmente - la pubblica igiene. Per ovvi motivi, dunque, il menù non contiene il dentice e il Corvo di Salaparuta. Ma non contiene nemmeno - chissà perché - il cotechino, i crauti, la salama al sugo, le canoce, i sanguinacci, la milza e le erbette rosse. Di suo, l’igienista ci aggiunge la lattuga, per via della luteina che previene la cataratta, e il pomodoro, per via del licopene che previene il cancro alla prostata. Elenca minutamente le sostituzioni: l’arancia con il succo d’arancia, ma non con la mela; la mela con la pe- N 32 ra ma non con il kiwi. Proclama i bandi: in primis, le patatine fritte. Un po’ perché sono fritte, un po’ perché sono patate, infine perché sono davvero buone e il menù deve essere un pochino quaresimale. Poiché è abituato a sottostare alle leggi e a manipolare le norme, l’igienista non sa far altro che dettare a sua volta regole e divieti, liste di prescrizione e liste di proscrizione, grammature e sforamenti dalle medesime; nonché minacciare sanzioni, beninteso (obesità, diabete, catastrofi). Come quei soldatini che, avendo subito i gavettoni ai primi mesi di naia, una volta diventati veci la fanno pagare alle nuove reclute. I bambini - terrorizzati dalla prospettiva della cataratta e del cancro prostatico - dovrebbero consumare a chili luteina e licopene e aborrire le patatine. Invece butta- no nelle scovazze l’insalata e s’ingozzano con le chips. Devono essere sbagliati i bambini. Insomma, il menù scolastico è così equilibrato da risultare in genere insipido, e spesso disgustoso. Così, i bambini lo rifiutano. Un medico compiacente trasforma il rifiuto del bambino in “intolleranza alimentare” (alla bieta o al pollo lesso…), purché il certificato sia gratis. Se è a pagamento, l’intolleranza diventa capriccio e si risolve con un «mangia e taci». Il clou della psicosi nutrizionale si dà alle festine di compleanno, quando sono ammesse in classe le torte “confezionate” (sane, Da Snop Informa 2, “Il Buratto Grosso”; aprile 2003, pag. 10 speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo quelle!), ma non le crostate della nonna o le creme della zia - chissà quale contenzioso potrebbero scatenare, in caso di innocente ma susseguente cagottino (post hoc, ergo…). Quando si dice: il principio di precauzione. Che l’abbandono dell’allattamento al seno sia stato favorito proprio dai medici (i medesimi che accedono poi al finanziamento per promuoverlo); che i nutrizionisti tedeschi abbiano sbagliato in eccesso del 30% le tabelle dietetiche dell’infanzia - costringendo le mütter a ingozzare come oche all’ingrasso i loro kinder salvo un tardivo, e per quei bimbi inutile, atto di contrizione; che là dove maggiormente si è propa- gandata la “corretta” alimentazione sia maggiore la prevalenza di adolescenti obesi, non è sufficiente a instillare dubbi nell’unità operativa di Igiene degli alimenti. Mangiare, ed educare a mangiare, è una questione davvero molto più complicata, e i fallimenti planetari dovrebbero indurre a battere altre strade. Ma ormai è difficilissimo far ritorno dall’Isola delle Prescrizioni Culinarie. È difficile abbandonare la Baia del Divieto («È vietato fare il pan grattato grattando il pan raffermo…»), lasciare alle spalle l’Insenatura del Dettaglio («Mi pregio compiegarLe l’acclusa ricetta delle crocchette di ricotta…»), spantanarsi dal Pelago delle Minuzie («l’equilibrata composizione del minestrone prevede, tagliate a dadini, le seguenti verdure…»). È difficilissimo riapprodare alla Riva del Buonsenso e dichiarare in tutta semplicità: «Guardi, signor sindaco, che è compito professionale del cuoco preparare i menù; io, di mio, farei il sanitario». E tuttavia bisognerà provarci. Anthony Cooper, terzo conte di Shaftesbury potrebbe esserci faro in questa navigazione. Ricordate? “Sensus communis: an Essay on the Freedom of Wit and Humour”, del 1711: «Uno degli strumenti naturali più importanti mediante i quali le cose vanno saggiate è il ridicolo». Dal fronte dei libretti Giorgio Ferigo realistico attendersi che l’abrogazione, o “sospensione”, dei libretti sanitari non abbia successo pieno e immediato. Ventitrè anni di puntigliosa e sistematica diseducazione sanitaria, impartita a milioni di persone, ripetutamente e capillarmente, non si cancellano con un colpo di spugna. Lo vedete, pur a settant’anni di distanza, riaffiorano ancora sui muri le scritte al bitume del duce (l’aratro che traccia, il bagnasciuga, il “noi tireremo diritto”). A sessant’anni dall’abolizione del sussidiario unico, sono ancora de- È numero 74 positati nella memoria d’ognuno i detriti eroici dello sciovinismo patrio (Gavinana, Balilla, la disfida di Barletta, i martiri di Belfiore, l’obbedisco) e, da cinquant’anni, a ogni Venticinque Aprile qualche imbecille tira fuori dal sacco della malafede le scemenze postbelliche sui partigiani (i responsabili di Marzabotto, i vili di via Rasella, i ladri di formaggio). Perciò, nessuna meraviglia se in Friuli - dove l’obbligo del “libretto sanitario” è stato sospeso solo dal 23 ottobre 2002 - i Nas continuano imperterriti a verbalizzare: «Libretti di idoneità sanitaria in corso di validità», «in regola con le date di rinnovo»... Nessuna meraviglia se i direttori di supermercato continuano a esigerlo, forse credendo di essere così esonerati dalla visita 626 (e magari la fanno franca…). Nessuna meraviglia se i produttori del prosciutto di San Daniele lo implorano: l’hanno messo nel loro faticato protocollo commerciale con gli Usa, e adesso Da Snop Informa 3, “Il Buratto Grosso”; luglio 2003, pag. 3 33 è difficilissimo far inghiottire agli americani (che peraltro ingurgitano di tutto) una modifica delle carte pattuite. Nessuna meraviglia nemmeno per la protesta della Triplice sindacale, sorta di riflesso pavloviano: poi ci si parla, e perfino il pischelletto delle fotocopie riesce a comprendere che abolire le idiozie della pubblica sanità non equivale ipso facto a voler abolire la pubblica sanità. E nessuna meraviglia infine per la protesta delle categorie, che ritengono di tutelarsi dai marocchini e dai senegalesi con l’usbergo del librettino: si tratta di una credenza popolare, proprio come lo scapolare che proteggerebbe dalle pallottole e dalle scontradure. Queste obiezioni e resistenze non sono preoccupanti e pericolose; il modo per uscirne si è trovato, si trova, si troverà. Ci vorrà pazienza astuzia fermezza: e in breve anche il “sospeso” finirà. Che la sua agonia non s’allunghi troppo, che l’aria gli diventi rapidamente stretta, che non tiri troppi calci al vento, vedendo svanir la luce… Preoccupante e pericoloso è inve- ce il gran conto che di queste obiezioni e resistenze si fa negli assessorati regionali, quando si discutono le proposte di abrogazione. Nemmeno qui c’è troppo da meravigliarsi. La rassegnata cautela dei tiepidi abrogazionisti di oggi fa seguito ai colpi di mano dei reazionari di ieri (sventati per un soffio: gli Snop ricordino Caserta) e al subdolo ostruzionismo dei codini di sempre. Dicono che si tratta di un cedimento alle superstizioni altrui. In realtà, le superstizioni popolari e quelle degli assessorati regionali coincidono assai esattamente Da qui l’annegamento delle motivazioni tecniche nel mar frattale delle compensazioni, sostituzioni e concordi. L’eliminazione del “libretto” non si concorda con nessuno, così come non è stato concordato con le categorie l’abbandono della tecnica operatoria di Billroth e non è stato chiesto il parere dei sindacati per introdurre gli stent coronarici. L’eliminazione del libretto non deve comportare nessuna sostituzione. Non si tratta di un’utile invenzione logorata dal tempo, ma di robaccia indifendibile da subito. La sostituzione con l’educazione sanitaria degli addetti e l’attestato di fine corso è un miserabile potaccio legale, un pessimo ossimoro che suona così: il “datore di lavoro” è libero di scegliere a quale corso Asl è obbligato a mandare i suoi dipendenti. Ciò è oltretutto in contrasto con la legislazione in vigore e col rischio reale che gli addetti di corsi se ne debbano sorbire due - è già accaduto, come tutti ricordano. Questi pastrocchi accadono anche perché negli assessorati vige un’idea vagamente totemica delle leggi. Ma leggete, benedetti figlioli, studiate! Prendete in mano Diderot, una buona volta: «Ma si vede da ciò che non c’è un solo punto del codice la cui saggezza possa essere eterna, e che bisogna di tempo in tempo sottoporre le leggi a riesame» (Mémoires pour Catherine II, XLVII: “De la morale des rois”). Era il 1774. E allora, donde e perché questo timore e tremore, per una manomissione che interviene dopo un intervallo di tempo - rispettivamente - di 41 e di 23 anni? Lettera aperta al ministro dell’Interno Giorgio Ferigo norevole Ministro, non mi dia del maramaldo se Le ricordo la davvero bloody prima decade di questo maggio 2003: la strage di Aci Castello, il 2 (cinque morti); il O 34 massacro di Milano, il 6 (due morti e tre feriti gravi); i due rapinatori freddati da un orefice a Roma, i due banditi ammazzati dai vigilantes alle poste di Boscotrecase, il 9. E chissà quanti altri episodi nei mattinali delle questure… Lei, con Sollecita Tempestività, proprio quel 9 maggio diramava la Circolare con cui imponeva «una revisione straordinaria delle speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo licenze [di porto d’armi] già rilasciate», chiedendo ai titolari di licenza con validità pluriennale di esibire «una rinnovata certificazione sanitaria di idoneità psicofisica al maneggio delle armi». I presupposti della Sua Circolare sembrano essere: che soltanto un “pazzo” si lascia andare a fatti di sangue come quelli di via Carcano e di Aci Castello. Che la “pazzia” (se c’è) è svelabile dalla visita medica necessaria al rilascio del certificato. Che – se non c’è – potrebbe però comparire nel lasso di tempo tra una certificazione e la seguente (cinque anni per i cacciatori e gli sportivi). Dunque, è necessario ravvicinare i controlli, fino al termine minimo di un anno (come per la “difesa personale”). Che poi, se compare entro l’anno, be’, siamo tutti nelle mani di Dio. Sono presupposti – mi consenta – di gioconda fatuità. Per obbedirLe, abbiamo “revisionato” migliaia e migliaia di cacciatori e di sportivi. Non Le riferisco gli insulti e i sacramenti. Ma non abbiamo “revisionato” i porto d’armi per difesa personale “annuali”. Non i vigilantes di Boscotrecase, né l’orefice di Roma. Non l’ispettore di polizia che a Genova, l’8 luglio, ha sparato a moglie e figli (due) per poi suicidarsi con la pistola di ordinanza: la normativa del porto d’armi non riguarda l’arma d’ordinanza. Non il giovanotto che a Rozzano, il 22 agosto, ha fatto strage di quattro persone: lui aveva la pistola, non il porto di pistola. E, quand’anche, non si nega un certificato (medico, badi bene) a chi è prepotente, aggressivo, spaccone, frustrato. Perché non si uccide solo in un numero 74 raptus di follia. Si uccide anche con fredda determinazione, oppure in un accesso d’ira, o per aver a lungo covato vendetta, o agitati da chissà quanti altri stati d’animo. Gli stati d’animo, i progetti di morte, i comportamenti criminosi abituali non sono sindromi cliniche. Non soltanto non sono certificabili, ma non sono nemmeno prevedibili, né da qui a un lustro, né da qui a un anno - ammesso che ce li vengano a raccontare in ambulatorio. Inoltre, i “requisiti psico-fisici” da attestare sono così dirimenti, perspicui, certi, che li avete cambiati ben quattro volte tra il 1991 e il 1998. Ma non fate troppo affidamento nemmeno Voi del Viminale su una visita di necessità breve e “oggettiva”: e infatti, per ottenere il certificato di idoneità bisogna esibire un certificato propedeutico (l’anamnestico), rilasciato dal medico di famiglia, che conosce bene i suoi pazienti. In dieci anni non ho mai veduto un certificato anamnestico, men che vergine. Al medico pubblico arriveranno solo gli idonei – dirà Lei –, i non idonei li avranno scremati prima. Ne dubito. Il medico di famiglia è legato al suo paziente da un patto di fiducia e di segretezza. Non grida dai tetti quel che ha saputo nelle camere. Se lo fa, perde il cliente. Non se ne esce, Signor Ministro. Sono marchingegni di carta che non servono a nulla. Nessuno mai Da Snop Informa 4, “Il Buratto Grosso”; ottobre 2003, pag. 3 ne ha dimostrato l’utilità e confronti internazionali ne fanno grandemente sospettare l’inutilità. Bisognerà dunque ripensare queste strategie e i fondamenti culturali che le sostanziano, che discendono da Lombroso “per li rami”, direttamente dalle pratiche divinatorie de «L’uomo criminale» (1875), dalle semeiotiche fisiognomiche de «L’uomo delinquente» (1879). Bisognerà che ognuno ricominci a fare il suo mestiere. Noi la Sanità, come sappiamo; voi l’Ordine Pubblico, come siete capaci. Non ho la competenza per dare suggerimenti a Lei, quanto all’Ordine Pubblico. Perché mai si dovrebbe credere che Lei abbia la competenza di imporre adempimenti a me quanto alla Sanità? O che la Sanità possa servire all’Ordine Pubblico? Già dal 1958 il ministero della Sanità si è emancipato da quello degli Interni: non ritiene sia venuto il momento di prenderne atto? Di smetterla di considerarci ancillari esecutori di qualunque ghiribizzo viminalizio, di qualunque imposizione vi salti in mente senza motivo, né manico? Mi creda, Signor Ministro, Suo devotissimo. 35 I Nas come volontà e rappresentazione Giorgio Ferigo a cosa in sé. Si definisce Nas un Corpo Speciale di Carabinieri Dimezzati. Essi sono competenti e volonterosi, alacri e infaticabili. Cesellano di fioretto, ma non sdegnano la scimitarra. Scattano all’augusto Cenno del Ministro della Sanità, come i Moschettieri del Re e gli Sgherri del Cardinale nel romanzo di Dumas père. Incanalano i loro empiti in rigorosi palinsesti settimanali, secondo minuziose alte direttive. I fatti. Quando le direttive latitano e il ministro pìsola, i Nas non stanno con le mani in mano, ma ispezionano bar, ristoranti, negozi di alimentari, magazzini all’ingrosso. Qui il loro sguardo penetra “massive formazioni di muffa”, “tre piastrelle sbrecciate”, “tracce di ruggine sulle scaffalature”. O anche “annerimenti presumibilmente causati da emissioni fumose continuate” (in malga, in rifugio, nei bivacchi del Cai, a 2000 metri e passa, cosa si aspettavano: tenui tinte pastello?). Inoltre: “materiale non inerente ammassato in celle frigorifere temporaneamente non in uso” (appunto: non in uso). Infine: “patate sporche di terriccio” (e di che cosa, sennò?). I Nas elevano le loro contravvenzioni, cortesi competenti incorruttibili, e lasciano regolarmente il lavoro a metà. Che cosa blocca il Nas-Milite al limite del Limine? Volontà. La linea Gotica dei Nas sono le competenze “igienico- L 36 sanitarie”, o, addirittura, “preventive”. Ai Nas compete vedere le “mancanze” di igiene, non approntare i rimedi a quelle mancanze. Non dicono come il gerente, pagata la multa, dovrebbe comportarsi, per non incappare più nei loro strali. Non vogliono? Non possono? Non sanno? Chi lo sa? I Nas sono rigorosi. Non vanno soprammercato, né orinano fuori dal boccale. Si fermano al varco. «Atteso quanto sopra, si richiede di eseguire un sopralluogo alla struttura oggettivata per l’adozione dei provvedimenti di competenza, da inviare - per conoscenza - anche a quest’ufficio». Oltre il varco ci siamo noi. Cosicché ogni bar, ristorante, negozio di alimentari sa che l’ispezione dei Nas non vien mai sola, proprio come le disgrazie. Rappresentazione A. Tu provi a spiegare ai Nas che è uno spreco di tempo e di energie mandare fuori i “vigili” a rifinire quel che loro non hanno voluto terminare. Che, oltretutto, diremmo quello che avrebbero detto loro - se avessero deciso di dirlo. Che abbiamo anche noi tempi e obiettivi. Ascoltano, annuiscono, acconsentono; ma Misteriose Istruzioni (Codice S = Scarlatto) sono giunte (via etere, col cablo, in ricetrasmittente) dall’Alto dell’Arma (quasi dall’Alto dei Cieli). Sicché, continuano imperterriti come prima. Le misteriose istruzioni riguarda- no appunto l’igiene, di cui (esclusivamente) noi saremmo specialisti, e loro no. Ci vuole infatti la laurea per dire che le “massive formazioni di muffa” si tolgono con la spazzola di saggina (meglio se usata con vigore), l’antifungino, e una mano di calce; che lo sbreccio delle piastrelle si tampona con un po’ di stucco; che lo scaffale va pitturato col minio e la cappa pulita col detersivo. È lavorando nei dipartimenti che si imparano le competenze dell’edile, del decoratore, del piastrellista, dell’arredatore, dell’idraulico, del serramentista. Rappresentazione B. Tu allora dici ai Nas: che si limitino alla loro multa, e ci lascino in pace. Se proprio il gestore è così mona da non trovare rimedio alle sue carenze, tornino una seconda volta, a distanza di tempo, e gli riappioppino un’altra multa. Obbiettano: e se, intanto, la muffa “massiva” provoca una strage per via alimentare? Se le piastrelle “sbrecciate” causano una tossinfezione? Se la ruggine esita in botulismo? ( Lo vedi? Comunque Arianna deve andare a Nas/so - o a Canossa). Rappresentazione C. Allora, chiedi ai Nas perché non si astengano dal farle del tutto queste ispezio- Da Snop Informa 5, “Il Buratto Grosso”; febbraio 2004, pag. 3 speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo ni, che sanno a priori di non poter concludere. Le lascino a noi: ci si arrangerà, secondo i nostri tempi e le nostre capacità. Ma non ci costringano nella camicia di Nes/so delle loro esigenze di servizio e delle loro competenze dimidiate. Mai più. Misteriose Istruzioni (Codice P = Pervinca) sono giunte (via telex, col piccione viaggiatore, col motociclista dedicato) dall’Alto dell’Arma (quasi dall’Alto dei Cieli). Loro sono Soldati, usi a obbedir tacendo. È tacendo e obbedendo che ispezionano; trovano le muffe, le piastrelle, il nerofumo e ci chiamano immantinente. Rappresentazione D. Tu chiedi allora a Te stesso e ai tuoi colleghi: perché non ci asteniamo noi dal farle, queste ispezioni, col loro in- congruo dispendio, l’incerto esito, e la certa roteo-frantumazione di didimi degli ispezionati? «Tutto il potere ai Nas!», e noi a fare un altro mestiere, il nostro: potrebbe non essere una subdola tentazione, ma una virtù. La via d’uscita, la salvezza. È comunque uno degli argomenti capitali da discutere, se vogliamo fare i nuovi dipartimenti di Prevenzione. Il reato e il peccato Giorgio Ferigo n cortese ma severo poliziotto sospende, con effetto immediato, la patente al signor Giosuè Derossi, beccato sulla Stradalta alla guida della sua cabriolet, in evidente stato di cimbali. Lo fa accompagnare a casa e gli ingiunge di recarsi quanto prima presso la Commissione medica provinciale patenti (Cmpp) per la “visita”. Giosuè Derossi ci si reca, supera la barriera dell’accettazione, il vaglio e il cipiglio della commissione, spergiura di essere astemio, ottiene il certificato di idoneità. Col certificato si reca in Prefettura, dove gli ridanno la patente, decurtata di 10 punti. Ma le occasioni per festeggiare sono molte e Giosuè Derossi sa resistere a tutto, fuorché alle tentazioni. Così, al compleanno dell’ormai matura signorina Eulalia Torricelli (che – sembra – lo corteggia un poco) alza di nuovo il U numero 74 gomito. Viene fermato sulla provinciale del Collio, poco fuori Cormons. La patente è sospesa immediatamente, un provvido tassista lo riporta a casa. E poi, visita medica in commissione, dimostrazioni di sobrietà fin eccessiva, ottenimento del certificato. Col certificato, Giosuè Derossi si reca in prefettura per farsi restituire la patente. E il prefetto anche gliela restituirebbe, se potesse. Ma i 20 punti perduti impongono di ricominciare tutto da capo: scuola guida, teoria, foglio-rosa… La patente, quella almeno, è perduta. La prima visita aveva una parvenza di utilità; la seconda l’ha del tutto perduta – almeno riguardo agli effetti. Patente a punti e Cmpp non stanno insieme, non quagliano, non c’entrano. Sono due strategie opposte, fondate su ragionamenti opposti. La vita dell’una è la morte dell’altra. Ubriachezza occasionale, sistematiche ubriacature ebdomadarie, dipendenza cronica da alcol sono situazioni molto diverse. Una sbornia si smaltisce di solito con una buona dormita; sbornie ripetute richiedono talvolta una solenne ramanzina. Nel caso della dipendenza può essere utile l’intervento dell’alcoologo. Invece, l’ubriachezza al volante – occasionale, ebdomadaria o ripetuta – non richiede mai l’intervento del medico, poiché non è una patologia, bensì un comportamento criminoso: né più né meno, un attentato alla vita e all’integrità degli altri utenti della strada, con alte probabilità di esito tragico. Da Snop Informa 6, “Il Buratto Grosso”; maggio 2004, pag. 6 37 Per impedire questo delitto (in senso tecnico) ci sono due strade maestre: una rigorosa educazione e una dura repressione. Questo Paese non provvede all’educazione, ha cominciato da poco a praticare la repressione e continua imperterrito a esigere certificati da parte di una commissione medica. Cioè: sembrerebbe trattarsi di una commissione medica, i cui verdetti si basano su diagnosi. Ma tra i suoi membri c’è anche un ingegnere, che non è autorizzato a diagnosticare alcunché. Inoltre, il “periziando” si presenta a visita del tutto sobrio: se diagnosi si dovesse fare, sarebbe una diagnosi, in genere, di “sobrietà”. Tuttavia, c’è un reato, e una prova di reato: il test con l’etilometro. Essendoci il reato e la sua prova, la Cmpp sembrerebbe un tribunalino, che commina la pena adeguata. Ma no: la pena (meno 10 punti) viene comminata da altri (il prefetto o il questore), automaticamente, senza discrezionalità. Il nostro tribunalino procede a inferenze e previsioni, estende indebitamente quel dato striminzito ai comportamenti precedenti e susseguenti del reo (che in realtà gli sono del tutto sconosciuti) e ne deduce un’idoneità che non è in grado di giustificare, e che non influisce in alcun modo sul possesso della patente. Si tratterebbe dunque di una sorta di Sant’Offizio, che usa la pressione morale, confidando nell’umiliazione e vergogna del malcapitato (guai ai relapsi, beninteso, ma la misericordia è grande e ripetibile). E che tuttavia può dare soltanto una finta garanzia: garantisce qui e ora, non anche domani e nel tempo. E garantisce in grazia di una non controllabile promessa: di non rifarlo più, o perlomeno, di non farsi più beccare. C’è ancora una differenza importante. La chimera CommissioneTribunale-Sant’Offizio non è in grado di esibire prove che il suo certificato sia efficace a modificare in senso virtuoso il comportamento alla guida. Anzi, molti indizi depongono per una sua sostanziale inutilità. La patente a punti ha invece prodotto risultati quantificabili: meno 16,7% gli incidenti, meno 17,8% i morti, meno 20,1% i feriti (luglio 2003febbraio 2004 vs. luglio 2002-febbraio 2003). Ne bis in idem, dice il giure. Derossi Giosuè non deve pagare due volte per lo stesso reato: gli tolgano i punti e lo lascino in pace con le commissioni. La Sanità avrà modo di occuparsi di lui, più utilmente, prima e dopo, nell’educazione, nella rieducazione, nella cura - se serve. In un film (non memorabile) dei primi anni Ottanta, intitolato “Il più grande casino del West”, Burt Reynolds pronunciava una frase (questa sì) memorabile: «Mai confondere il reato con il peccato». E se cominciassimo anche noi a distinguere il reato dal peccato, la clinica dal codice penale, la prevenzione dalle sciocchezze, il ragionevole dall’irrazionale e l’utile dall’inutile? va tra le «attività la cui efficacia è dubbia e non è mai stato verificato il rapporto costi/benefici» anche «la necessità di una visita medica per il rilascio della patente di guida al di sotto di un’età soglia». Forse quest’attività di dubbia efficacia è ora eliminabile. Il 30 settembre 3003 è stato approvato un decreto del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti intitolato “Disposizioni comunitarie in materia di patenti di guida e recepimento della direttiva 2000/56/CE”. Patenti Giorgio Ferigo nche noi dell’Ebp - come la Utet, come la Pléiade abbiamo i nostri classici. Ad esempio, un classico è “La prevenzione in una società complessa” (Snop 47-48, 1998; pagg. 7-11), in cui “il” Valsecchi (come “il” Manzoni, “lo” Sterne) colloca- A 38 speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo Pubblicato dalla Gazzetta il 15 aprile 2004, è entrato in vigore il giorno dopo. Questo decreto riporta in allegato III gli adempimenti sanitari per ottenere o rinnovare la patente di guida (“Norme minime concernenti l’idoneità fisica e mentale per la guida di un veicolo a motore”) e cambia sostanzialmente le regole ora in uso. Ad esempio, «i candidati [alle patenti A e B] devono essere sottoposti a esami medici se durante l’espletamento delle formalità richieste o durante le prove cui si debbono sottoporre prima di ottenere la patente, risulta [risulta a chi?] che sono colpiti da una o più delle incapacità menzionate nel presente allegato». Cosicché, se un tale non risulta (a chi?) colpito da nessuna delle incapacità menzionate, non deve fare la visita medica per il rilascio di patente. La immagino così: il candidato alla patente A e B si presenta in autoscuola o in motorizzazione e dichiara (per iscritto? a voce?) di essere sano come un pesce, oppure di essere senza una gamba (e anche si vede) o senza un occhio (si vede anche quello). Oppure, durante le prove, l’istruttore si accorge che non vede i segnali o che non sente i clacson. Dopodichè verrà o non verrà inviato dal medico… La bontà di questo ragionamento sarebbe confermata anche dal successivo punto 6: «il candidato alla patente di guida dovrà sottoporsi ad esami appropriati per Da Snop Informa 7, “Il Buratto Grosso”; settembre 2004, pag. 5 numero 74 accertare la compatibilità della sua acutezza visiva con la guida dei veicoli a motore. [La lettura dell’ottometro in scuola guida, o all’ispettorato, come fanno in Inghilterra?*. Se c’è motivo di dubitare che la sua vista sia adeguata, il candidato dovrà essere esaminato da un’autorità medica competente…». Cambiano sostanzialmente anche i parametri di acutezza visiva (5/10 complessivi anziché 5/10 per occhio) e molto altro. E cambiano anche i criteri per l’invio in Commissione provinciale patenti. Il decreto distingue “l’autorità medica competente” (il medico del Dipartimento?) dal “medico autorizzato” (la Commissione provinciale?). L’autorità medica competente si occupa di minorati della vista, monocoli, sordi, minorati degli arti, epilettici (tutti casi oggi di competenza della Commissione provinciale). Il medico autorizzato si occupa di portatori di pacemaker, di sofferenti di angina a riposo, di diabetici, di malati neurologici, di ritardati mentali, di turbe della senescenza, di dipendenti da alcool, droghe, medicinali, di dializzati. Si noti il buon senso che trionfa al punto 8.2: «La patente di guida senza controllo medico regolare può essere rilasciata o rinnovata quando la minorazione [dell’apparato locomotore] si sia stabilizzata» ( e non i pleonastici controlli di oggidì). Molto importante, la nota a conclusione dell’allegato IV, che recita: «In base alla sentenza n. 170 del 1984 della corte Costituzionale, il recepimento delle direttive comunitarie produce l’effetto della disapplicazione delle norme interne con essa in contrasto. Dalla data di entrata in vigore dei decreti di recepimento sono altresì allineate a questi, tutte le norme dell’ordinamento nazionale rientranti nel campo di applicazione delle direttive recepite». Come dire: l’Italia ha fatto la furba, o la gnorri, con la direttiva Cee del 1991; adesso deve recepire la Direttiva del 2000. Credo che ci siano state minacce di sanzioni. Per quanto ci riguarda, le norme che regolano l’attestato medico oggi in uso (10/10, visita a tutti, invio in commissione dell’amputato di arto, cui la patente viene rinnovata per cinque anni, durata di due anni per l’epilettico, anche se ha avuto una crisi sola in vita sua, ecc) in contrasto con il decreto del 30 settembre sono da disapplicare. A un quesito posto al Dipartimento dei trasporti terrestri e per i sistemi informativi e statistici della Direzione generale della motorizzazione e della sicurezza del trasporto terrestre, il direttore, la dottoressa Liliana Scarpato, ha risposto: «… si chiarisce che lo stesso [decreto] non ha introdotto alcuna innovazione, per quel che concerne l’accertamento dei requisiti psicofisici dei conducenti. Infatti, l’allegato III al D.M. 40/T riporta lo stesso testo dell’allegato III al D.M. 8 agosto 1994, con cui era stata recepita la direttiva 91/49/CEE […]. Di conseguenza, si ribadisce che per l’accertamento dei requisiti psicofisici per condurre veicoli a motore i sanitari competenti dovranno adottare le stesse procedure utilizzate antecedentemente all’entrata in vigore del D.M. 40/T» Ma la signora Scarpato trascura due particolari: che le norme contenute nell’allegato III sono 39 oggettivamente in contrasto con le norme ora in uso (in contrasto sui numeri, non sulle opinioni, o sulle interpretazioni; per esempio: 5/10 complessivi è oggettivamente diverso da 10/10 complessivi; 6/10 per il monocolo è oggettivamente diverso dagli 8/10 oggigiorno pretesi) e trascura quanto riportato nella nota del loro stesso decreto, che rende decaduta la legislazione in contrasto con il loro stesso decreto. Nessuno sa che fare. La Motorizzazione, la Prefettura, la Regione… Quelli che “estorcono” il denaro a inconsapevoli utenti siamo però noi. Un amico medico legale vorrebbe farsi denunciare da un cliente, o dall’Adiconsum, o da “Mi manda Raitre”, per ottenere chiarezza (l’amico è un noto masochista). Un’altra vaga idea è di porre un quesito al ministero della Salute: dicendo che, se non otteniamo risposta chiarificatrice entro luglio, dall’1 agosto applichiamo il decreto così come sta. Ma sono, ovviamente, velleità. Si può proporre una legge regionale applicativa? Cosa ne pensate? Cosa proponete? Se ne può discutere? Possiamo tentare un’azione comune? Insomma: che fare? La regola del poliziotto Giorgio Ferigo essun Paese come l’Italia pretende di normare l’Ovvio, e ci riesce. Regolamenta lo sciamare dello sciame d’api, la rotondità delle ruote delle automobili (che devono essere “cilindriche, senza spigoli, sporgenze o discontinuità”), i fori delle case (casomai a qualcuno venisse in mente di costruirle senza). Nessuna meraviglia che detti regole su come devono essere fatti i poliziotti. E poiché, com’è noto, la vita imita l’arte – e le leggi italiane la finzione televisiva – i poliziotti devono essere fatti come Raul Bova e Claudia Koll nei serial sulle “squadre” di Polizia. Il decreto del 2003 «concernente i requisiti di idoneità fisica, psichica e attitudinale di cui devono essere in possesso i candidati ai concorsi per l’accesso ai ruoli del personale di Polizia di Stato» sta- N 40 bilisce, naturalmente, che un poliziotto per fare il poliziotto deve essere di sana e robusta costituzione fisica. E fin qui, niente di eccezionale: il ministero degli Interni non rispetta le leggi dello Stato italiano che hanno abolito questo certificato, ma pretende che le rispettino gli italiani. Deve essere alto e slanciato – niente tracagnotti o culi bassi in questura. «Il rapporto altezza peso, il tono e l’efficienza delle masse muscolari, la distribuzione del pannicolo adiposo e il trofismo devono rispecchiare un’armonia atta a configurare la robusta costituzione e la necessaria agilità indispensabile per l’espletamento dei servizi di polizia». Non deve avere «tatuaggi sulle parti del corpo non coperte dall’uniforme o [che], per la loro sede o natura, siano deturpanti o per il loro contenuto siano indice di personalità abnor- me». Non deve soffrire di «malformazioni e malattie della bocca, ad incidenza funzionale ed estetica, in particolare le malocclusioni dentarie con alterazione della funzione masticatoria e/o dell’armonia del volto», né di «malformazioni ed alterazioni congenite dell’orecchio esterno [o medio, o interno (sic!)], quando siano deturpanti…». Quest’insistenza sull’armonia del volto e delle membra, sulla beltà e sulla proporzione, sullo slancio e sull’estetica suscita una domanda: il ministro dell’Interno, che firma il decreto, è il rude Beppe Pisanu o il raffinato Giorgio Armani? Da Snop Informa 8, “Il Buratto Grosso”; gennaio 2005, pag. 6 speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo Naturalmente, anche i poliziotti hanno una psiche (honny soit qui mal y pense). Questa psiche dev’essere psichica, come tutte le altre, e rispecchiare le caratteristiche dell’Homo sapiens. «Un livello evolutivo che esprima una valida integrazione della personalità», «fondato su significative esperienze di vita, integrato dalla consapevolezza di sé». Un “controllo emotivo” superiore, o almeno medio. «Una capacità intellettiva che consenta di far fronte alle situazioni problematiche pratiche […] con soluzioni appropriate basate su processi logici e su un pensiero adeguato quanto a contenuti e capacità deduttiva, sostenuto in ciò da adeguate capacità di percezione, attenzione, memorizzazione ed esecuzione». Tutta questa insistenza sull’integrazione delle pulsioni e sulla consapevolezza del Sé, sul controllo dell’Es e centralità dell’Ego, pone un quesito: il ministro dell’Interno, che ha firmato il decreto, è Pisanu Giuseppe il balente o Herr Sigmund Freud il decadente? Fosse anche Sigmund Freud in persona, ecco cosa pensa la Società psicanalitica italiana - quella freudiana, per intenderci - dei test attitudinali: qui a proposito dei magistrati, ma varrà anche per i poliziotti, immagino. «La norma sembra proporre una forma di valutazione predittiva psicologico-psichiatrica, presupponendo una capacità “scientifica” e tecnica di discriminare, attraverso test e colloqui, la specifica idoneità. È doveroso chiarire che nessun tecnico, anche solo minimamente competente in materia, saprebbe in coscienza avallare una simile supposizione o presunzione. Ciò non per un’insufficienza dei nostri strumenti di indagine, ma in ragione di più cogenti criteri metodologici che impediscono la costruzione di griglie riduttive attendibili, atte a testare funzioni così complesse, che coinvolgono ideali, motivazioni, passioni, interessi, come se si trattasse di mere capacità oggettivamente standardizzabili». Alla fine del decreto, un lungo elenco di inidoneità, dalle tonsilli- ti croniche alle emorroidi procidenti. Tra di esse, ci sono anche i «disturbi sessuali e disturbi dell’identità di genere, attuali o pregressi». La frase è chiara: si discriminano gli aspiranti poliziotti sulla base dell’orientamento sessuale. In Francia, proprio in questi giorni, si legifera, parificando l’omofobia al razzismo e all’antisemitismo; in Italia l’omofobia si sancisce per legge, e si avalla con certificato medico. Il quesito, stavolta, è il seguente: il ministro utilizza, là sul colle dei vimini in fasci ritorti, nel suo alto Ufficio quando decreta, l’epiteto di Buttiglione o l’epiteto di Tremaglia? E segnalare quest’odioso atto di discriminazione alla Corte Costituzionale, configurerà oppure no una congiura anticristiana? mobiliterà oppure no Galli Della Loggia e Panebianco? Attirerà oppure no gli strali di Ferrara e di Adornato? Ad ogni buon conto, il decreto è datato 30 giugno 2003, reca il numero 198 ed è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1 agosto 2003. Il riposo del guerriero Giorgio Ferigo ella neve per verste e verste, con le scarpe rotte e la mantellina zuppa: ogni isba una trappola e ogni betulla riparo di partigiani. Quando una granata scoppiò a pochi metri, N numero 74 Mario Morassi ebbe la coscia perforata dalle schegge e solo trascinando la gamba riuscì ad arrivare a casa. Un’osteomielite fece il resto: e questo fu il regalino permanente dell’epica ritirata dalle steppe del Don. Il caporale Mario Morassi aveva allora 23 anni e si considerò fortunato: adesso che di anni ne ha 84, non riesce ancora a scordare i compagni lasciati sul ciglio della strada, 41 Da Snop Informa 9, “Il Buratto Grosso”; maggio 2005, pag. 7 a morire congelati. Negli incubi notturni, gli rivolgono ancora una muta richiesta di aiuto, un muto rimprovero negli occhi: non hanno la forza di gridare. Mario Morassi non riesce a dimenticare gli occhi dei suoi compagni nella neve. La Patria, memore e grata, lo ha ricompensato con una pensione di guerra: pochi denari, modesti privilegi e, ogni anno, la possibilità di usufruire di «giorni ventuno» di cure climatiche o termali «quale fattore terapeutico atto a prevenire la riacutizzazione o complicazione dell’infermità pensionata nonché di patologie secondarie, ancorché non pensionate, connesse con l’infermità principale». Può farsi le cure «climatiche e termali» al mare, al lago, in collina, in montagna e in pianura. In pratica: in tutt’Italia salvo le città d’arte, che non sono contemplate. Per usufruire dei «giorni ventuno» deve sottoporsi ogni anno a visita medica. A trenta, a quarant’anni, zoppicava soltanto; a ottanta zoppica e ansima, e non ci vede nemmeno più troppo bene. Da mezzo secolo il medico scrive «zoppica», «zoppica vistosamente», «zoppica e ansima», «zoppica, ansima e non ci vede nemmeno troppo bene». Strano a dirsi, con l’età, non è affatto migliorato. Ma c’è un ma. Di recente, a certi intellettuali – un’infima minoranza, grazie a Dio – è venuto il buzzo di raddrizzar le zampe ai cani, di sottoporre 42 a verifica tutto e di saggiare e fondare su prove l’intero scibile medico. È quell’insano movimento che ha per acronimo Ebm, o anche Ebp o qualcosa di simile con quel tal Baldasseroni di Firenze in testa e quel suo orribile vizio di pensare. Lasciassero il mondo quieto, questi giacobini, e si facessero i fatti loro... Però i funzionari regionali, abilissimi ad annusare ogni giro di vento, si sono detti: se così dev’essere, se così sarà, ci adeguiamo sono sempre à la page, loro. E, più realisti del re, hanno scritto nella legge regionale che cure termali e soggiorni terapeutici si concedono sì, ma «limitatamente alle prestazioni per le quali vi sia in letteratura scientifica evidenza di efficacia secondo i criteri della evidence based medicine». Dunque adesso, nella visita, il medico deve «accertare l’utilità terapeutica della prestazione sanitaria richiesta con riferimento alle finalità» citate. Di effetti terapeutici di mare lago collina montagna e pianura nel Clinical evidence, una sintesi delle migliori prove di efficacia, edizione italiana 2001, non c’è traccia. Nessuna prova dell’influsso dell’aria salmastra e dell’acqua marina sulla zoppia e sul moncherino. Tuttavia, è plausibile arguire che, se la brezza di lago fa prosperare le limonaie e gli ulivi, qualche effetto ci possa essere anche sull’arto troncato e nessuno può negare che, a Rimini d’estate, l’ipocondria si dissolva, nelle trattorie, nelle discoteche, e sulle piste di ballo liscio… Non resta che ricorrere al Mantegazza (Paolo Mantegazza, Dizionario d’igiene per le famiglie. Bemporad, 1901): «I vantag- gi più importanti [dei bagni di mare] sarebbero l’abbassamento della temperatura cutanea, l’eccitamento della circolazione della pelle, il ritardo della flosciezza senile delle carni, l’attonamento dei muscoli, l’aumento dell’appetito, l’aumento del sonno, l’aumento dei globetti rossi del sangue, il miglioramento della cosiddetta costituzione linfatica, la guarigione della scrofola... I danni sarebbero l’irritazione soverchia della pelle... il catarro gastrico con perdita dell’appetito, l’irritazione dell’intestino con o senza diarrea, la pletora, le veglie ostinate» e altre prove provate del genere. Così, tra sonno che aumenta o si perde, e appetito che cresce o scema, sulla base dell’Emm (Evidence Mantegazza’s Medicine) il medico manda in vacanza il sopravvissuto di Nikolajewka. Provasse a negargli i ventun giorni, ci sarebbe sempre il ricorso alla Commissione provinciale, che - Mantegazza o non Mantegazza – spedisce l’eroe al solleone a spese dello Stato. Com’è d’altronde giusto, dopo che a pro dello Stato si è congelato in Russia. (Legge regionale n. 25 del Friuli Venezia Giulia, 27 novembre 2001, “Assistenza sanitaria integrativa per i mutilati e invalidi di guerra, per causa di guerra e per servizio”: e ogni Regione ha la sua). speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo A partire dal 2006, la rivista Snop si presenta con una nuova veste grafica, ma la penna di Ferigo ne rimane uno dei fiori all’occhiello. Continua infatti la rubrica “Il Buratto Grosso”, in cui non viene risparmiato nessuno, dai veterinari ai cardiologi, dai ministri ai medici del lavoro. Chiudono questa carrellata due articoli lunghi in cui Ferigo, con il consueto mix di ironia e puntualità nei riferimenti, se la prende con certificati e autorizzazioni sanitarie inutili. Sacrificio Giorgio Ferigo n quelle interminabili (ma ahinoi terminate) ore di latino e greco, i professori ci raccontavano che gli antichi offrivano sacrifici di animali ai loro dei. Non approfondivano più di così, né ci aiutavano a capire di più i peplum di Hollywood o di Cinecittà, con i loro templi candidi di marmo pario, appena lavati col Bref. Se l’avessero fatto, avrebbero dovuto raccontarci che “sacrificare” significava macellare. Dunque, nel giorno delle Bufonie il Partenone diventava una beccaria nella quale i preti e gli accoliti dell’epoca jugulavano, squartavano evisceravano, dissezionavano il manzo dedicato al dio. Per il suovetaurilia, i templi dorici e dorati di Paestum si trasformavano in macello per il manzetto, la pecora, il porco rituali. Sulle aie e nei cortili si ammazzava l’asinello, in onore del mentulatior Priapo, dio degli orti e dei frutteti. Le exta (interiora) di que- I numero 74 sti animali venivano gettate sulle braci, il fumo acre saliva al cielo, di esso si pascevano i superni. Cosicché quei preti erano anche macellai, e, ci fossero ancora, i tetti di quei templi mostrerebbero un foro o camino per lasciar uscire il fumo, fino al palato degli dei. Le carni arrostite sullo spiedo, bollite nel pentolone, venivano condivise tra i fedeli, che se ne cibavano ritualmente. Chi vuole, può leggersi in proposito Homo necans, il grande libro di Walter Burkert sul sacrificio cruento nell’antica Grecia). Il clima tragico e festevole di quei riti ci rimane inattingibile. E tuttavia non doveva essere troppo diverso dal clima che si respira ancora oggi nel giorno in cui, presso le famiglie che ancora lo ingrassano, si uccide il maiale. Ammazzare una bestia “di famiglia” è un evento denso di grumi di colpa: il porco scappa nella neve, le sue urla stridono acute nel- l’aria novembrina, il sangue sprizza nel bacile, fuma la pignatta di acqua bollente che servirà a togliere le setole e a lavare le budella mentre affilatissime lame disossano e tritano le carni. Poi la tragedia si scioglie nel sentimento dell’abbondanza procurata, mentre si srotolano le ghirlande di salsicce, si appendono i cotechini, si portano a fumare i salami sulla pertica. Certo, i numerosi boccali di vino e i bicchierini di grappa aiutano. A sera, uno sbracamento eccitato e ilare prende tutti. (Chi non vi ha mai partecipato può andare a riguardarsi l’intensa ricostruzione che i contadini emiliani hanno allestito per Novecento di Bernardo Bertolucci, o che i contadini lom- Da Snop 66, “Il Buratto Grosso”; febbraio 2006, pag. 16 43 bardi hanno ricreato per L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi). Il purcit su pa brea Dal 1928 anche un veterinario partecipa (o dovrebbe) all’ammazzamento del porco di famiglia. Fa la visita ante mortem; la visita post mortem; incassa i diritti di accesso (recte: prestazione nell’interesse dei privati, che di interesse non ne hanno alcuno, e che non chiederebbero alcunché, se potessero). Ripone nel bagagliaio il dono di sei rocchi di salsicce e quattro braciole. L’uccisione del maiale si concentra in un tempo molto breve. Da noi si dice: «Sant’Andrea / il purcit su pa brea» (30 novembre, il maiale sull’asse); altri aspettano il vecchio di luna; altri, che il freddo sia pungente, e così via. Quando si danno queste evenienze e il norcino è disponibile, allora si macella. Il veterinario non fa in tempo ad arrivare in tutte le case. E se arriva, spesso arriva a cose fatte. Se arriva a cose ancora da fare, non riscontra mai alcun problema. La sua è una visita pro forma e non serve a nulla. Intanto, i norcini lavorano. Sanno benissimo quando una carne è buona per farne insaccati e quando è da gettare ai porci (è il caso di dirlo). Sanno benissimo che fare di una carne maculata, di una cisti, di un ascesso cronico. È nel loro interesse che i prodotti riescano gustosi, conservabili, commestibili, che la quantità di sale sia adeguata e che la pulizia sia massima. Se una partita va storta, il padrone del maiale non li chiama più, li affronta all’osteria, gli canta «la porca» (è il caso di dire anche 44 questo). C’è una cultura tradizionale del saper fare, frutto di sperimentazione e di attenzione, di errore e prova, di innovazione e spiegazione (non scientifica, ma provata, questa sì evidence based) che la nostra cultura del sapere non tiene in alcuna considerazione. La salatura delle carni si faceva prima di scoprire che il sale è un batteriostatico. L’essicazione si faceva prima di scoprire l’attività dell’acqua. Questa cultura tradizionale ha garantito la sopravvivenza a milioni di persone, per millenni, senza troppi incidenti. Un giorno bisognerà riflettere davvero sul denominatore delle cosiddette tossinfezioni alimentari (il numero dei pasti per nazione? per tre volte al giorno? per il numero di pietanze a pasto?) onde ricalibrare quei pochi casi rilevati, e concludere: che il mondo intero si è nutrito prima e senza di noi e che in queste pratiche noi abbiamo introdotto soltanto cautele marginali, procedure idiosincrasiche, superfetazioni e pleonasmi. Norcini e mugugni In Friuli Venezia Giulia, una delibera di Giunta dell’agosto 2005 ha praticamente abolito la visita veterinaria prevista dal Regio Decreto del 1928. La relazione tecnica che la sostanzia, un davvero importante lavoro di Ebp, costruito nel suo interesse e per legge, ovviamente dietro compenso. Un passo soltanto di questa delibera non convince. Ed è là dove si prescrive che il norcino debba «essere formato» per continuare a fare quello che ha sempre fatto, ieri senza la tutela sostanziale, oggi senza la tutela formale, del veterinario. Cosicché, sono partiti i corsi di formazione (nuova panacea della prevenzione), dove colui che sa ma non sa fare (il veterinario) insegna a colui che sa fare (il norcino) cose che colui che sa fare non ha alcuna intenzione di imparare (il norcino non vuole diventare un veterinario). E quando finalmente colui con eccezionale onestà intellettuale e rigore scientifico dai nostri colleghi di Gorizia, si può leggere sul sito EpiCentro. Naturalmente, ci sono stati mugugni da parte di un gruppo minoritario di veterinari e una raccolta di firme per abolirla. I promotori della raccolta di firme non hanno uno straccio di argomento da opporre alle dimostrazioni dei colleghi goriziani e un ragionevole motivo per continuare questa pratica manca, salvo l’introito, che è motivo potente. Si tratta di un classico esempio della credenza generale che la gente esista per giustificare i presunti servizi che la burocrazia pretende di darle, che sa fare dimostra di sapere ciò che colui che sa ma non sa fare ritiene indispensabile per fare, allora con gran giubilo viene iscritto all’Albo regionale dei norcini. Servirà, non servirà tutta questa formazione? E prima, al tempo delle non-visite, serviva? Tutti lo ignorano, a nessuno importa dimostrarlo. Così, ancora una volta, un mantello che ha per trama la finzione scientifica e per ordito un vero autoritarismo, viene steso sulle culture popolari, che non sono ormai culture da capire e dalle quali imparare, ma soltanto culture minori da sradicare il prima possibile, e intanto da tenere sotto rigida pupillanza. speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo Kafka sui monti della Carnia Giorgio Ferigo fattori di rischio ineliminabili c’erano tutti. Era maschio, era di mezza età, aveva precedenti familiari. E i fattori eliminabili, non li aveva eliminati per tempo. Indulgeva al fumo di tabacco, conduceva una vita tra scrittoio e scrivania, provava un trasporto non estemporaneo per il fois gras, i formaggi erborinati e i cibi sapidi. Questo gli aveva procurato un po’ di trippetta e di ipertensione. Il ramo circonflesso della sua coronaria sinistra si lardellò di grassi. Poi un giorno la placca si ruppe e il fibrinogeno lanciò la sua rete tridimensionale per intrappolare le piastrine, che fecero diligentemente la loro parte. Infine, un bel trombo ostruì tutto il lume. Cascò per terra come un pero (italice, una pera). Dopo l’angioplastica, il cardiologo riabilitatore gli prescrisse camminate veloci oppure nuoto ogni giorno. Fu minuzioso: elencò il numero di passi al minuto per le camminate e il numero di bracciate al minuto per lo stile libero. Parlò di costo energetico, di cardiofrequenzimetro, di Mets. Fu molto convincente, velatamente minaccioso, vagamente menagramo. Pioveva spesso là dove abitava, così scelse il nuoto, che si poteva praticare anche al chiuso. In piscina gli chiesero un certificato di buona salute per ammetterlo ai corsi. Per ottenerlo andò al dipartimento di Prevenzione. Il medico del dipartimento fu cortese (benché, a conti fatti, mona). Mentre I numero 74 gli descriveva la situazione, cominciò ad attorcigliarsi le punte dei baffi, a grattarsi la pelata, a succhiare, sbuffare, borbottare. Arrotando la erre disse che no, che era spiacente, e fin desolato, ma dichiararlo in buona salute non poteva proprio, visto il recente insulto cardiaco. Prima dell’infarto, ancora ancora, ma dopo, come faceva a dichiararlo sano? Tornò dal cardiologo. Che s’infuriò. «Perché il buon dio non chiamava a sé tutti i cialtroni del globo?!», inveì. Glielo avrebbe fatto lui il maledetto attestato. Lo sentirono per tutto il corridoio. Ma nemmeno un illustre cardiologo può affermare il falso, perciò scrisse: «Soggetto di anni 55, sovrappeso, esiti di Ima: necessita di almeno 30 minuti di attività natatoria quotidiana». Il bagnino chiese cosa fosse quell’Ima. Gli fu chiarito l’acronimo. Sbottò che non aveva nessuna intenzione di ripescar cadaveri in vasca e che gli andasse fuori dai freschi. Così, il nostro cardiopatico si adattò a saltuarie camminate col solicello. Quelle, non avevano (ancora) bisogno di certificato. Con la pioggia, si aggirava intorno alla piscina, ma veder nuotare gli altri non previene le recidive. O almeno non è descritto nei manuali. Ebbe un secondo infarto a tre anni dal primo. Armi e coronarie Il nostro cardiopatico aveva tre figli. Il minore, dodicenne, si era incapricciato del biathlon, disciplina nordica che i finlandesi avevano praticato per secoli e con successo contro i russi in Carelia, sul confine dei laghi. Si fa così: l’atleta percorre più veloce che può, sugli sci da fondo, un tratto innevato. Quindi arriva alla posizione, si sdraia per terra, imbraccia la carabina, spara a un bersaglio. Poi di nuovo sugli sci per un altro tratto – scia e spara, spara e scia – fino a percorrere tutto il circuito. Meno tempo impiega, più bersagli centra, più punteggio ha. Per praticare il biathlon ci vuole il porto d’armi. Se lo sportivo è minorenne, il porto d’armi viene rilasciato al genitore. Cosicché colui che spara è persona diversa da colui ha la licenza di sparare. Un folto codazzo di genitori di biathlonici segue i figli durante le gare. Si dice “segue”, ma in realtà il gruppo dei mezzaetà si assiepa alla partenza, o al traguardo. Più spesso, si intruppa al bar. I ragazzi gareggiano in proprio col porto d’armi rilasciato a un altro, che nemmeno è lì. I genitori dei biathlonici, durante le gare, bevono tanto di quel vin brulé che bisognerebbe togliergli immediatamente il porto d’armi, e di conseguenza ritirare dalla competizio- Da Snop 68, “Il Buratto Grosso”; settembre 2006, pag. 7 45 ne i piccoli campioni, ancorché astemi, ai quali si estende l’idoneità paterna. Ma la polizia chiude un occhio, e ingolla vin brulé pure lei. Nel caso del figlio dodicenne del nostro cardiopatico, il problema neanche si è posto. Com’è noto, un cardiopatico è malato di cuore e nessuno gli può rilasciare il porto d’armi. Così, una carriera atletica è stata stroncata senza scampo, perché il figlio sano di un padre malato seduto al bar non può gareggiare con i figli sani di padri sani, egualmente seduti al bar. In compenso, figli malati di padri sani, per esempio ciechi o semiciechi, possono giustamente gareggiare: una guida li accompagna lungo la pista di fondo, e utilizzano un fucile elettronico a puntamento acustico. È in questo arguto modo che la prevenzione impedisce a se stessa di fare prevenzione. Quando anche Bersani era «corporativo» Giorgio Ferigo l 9 agosto 1745, i gastaldi dell’Arte dei Sartori di Venezia fecero un’ispezione «sotto il portico di Cà Dolfin al ponte dei Bareteri, alla botega di sartor di domino Antonio Capello» dove beccarono sul fatto «domino Antonio Biliani lavorante, che tagliava con misura una velada [di] pano blù, in contrafatione delle leggi dell’Arte nostra». La contrafatione riguardava il fatto che Antonio Billiani, pur essendo solo un lavorante sarto, stava eseguendo un’operazione da maestro sarto («tagliare con misura»): secondo le regole, avrebbe potuto soltanto imbastire e cucire quel che il maestro sarto aveva già tagliato, così come il garzone sarto poteva solo bordare asole e attaccar bottoni. È questo uno degli innumerevoli processetti presenti nell’Archivio di Stato di Venezia (nei fondi Arti, Militia da Mar, Giustizia Vecchia), che riguardano la complessa vita quotidiana delle corpora- I 46 zioni, le diatribe dell’una contro l’altra, i conflitti tra gli iscritti a una medesima corporazione (o arte o fraglia o scola o università). Le norme della mariegola, minuziose e talvolta dementi, ma scritte in elegante calligrafia e con i capilettera adorni, non comprendevano soltanto le tappe della carriera e le mansioni professionali. Per esempio riguardavano la difesa degli associati: basti pensare alla difesa dei sarti contro la «molteplicità delle done, che lavorano di sartore, ben note come contrafacienti nelle case…; Ebrei, che fano infinità di abiti nuovi, e li vendono; e strazzaroli, che fanno il medesimo…, tutti danni rilevantissimi all’Arte nostro». rasade schiette, con oro a opera e senza», ma non «le cordelle alla napolitana» né manufatti «che sia con seda et oro», oppure i tellaroli, che potevano tessere tele di lino e canapa, anche mischiate a lana, ma soltanto ai fustagneri era concesso di lavorare il «filo a bombaso, e la lana» (per i non veneti, il bombaso è il cotone). E come dimenticare gli standard di qualità: per esempio, i tintori «di cremese» non potevano «tenzer né di grana, né d’alchimia, ma puro cremese». Come a Venezia, le cose andavano allo stesso modo da Milano a Bruges a Manchester, da Bologna a Messina a Granada, da Udine a Berlino a Lubecca. Il sistema corporativo finì quando i «malfattori franzesi» esportarono la loro ri- Corporazioni senza fine Ancora, potevano regolare il tipo di prodotto: vedi i passamaneri, che potevano produrre «cordele Da Snop 69, “Il Buratto Grosso”; dicembre 2006, pagg. 33-34 speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo voluzione nelle contrade d’Europa e piantarono sulle piazze e nei broli l’Albero della Libertà (libertà che, prima di tutto, era economica e commerciale): ebbe fine dunque negli anni terribili ed esaltanti tra fine Settecento e inizio Ottocento. Solo in Italia il sistema corporativo non è mai terminato per davvero, se il 3 luglio 2006 è stato firmato il cosiddetto “decreto Bersani”, per tentare di sciogliere qualche lacciolo corporativo e di togliere qualche zeppa antiliberale di tassinari, avvocati, bancari, farmacisti, assicuratori. Sia lode a Bersani, dunque, e Dio l’abbia in gloria. Decreto vecchio fa buon brodo Tuttavia, neanche il ministro Bersani è senza peccato. Basti ricordate il celebre articolo 3 della Legge n. 85 del 22 marzo 2001, che imponeva che a rilasciare o rinnovare la patente ai diabetici fosse uno «specialista nell’area della diabetologia e malattie del ricambio»? Diabetologi a far patenti non se ne trovarono: da qui la caccia a preattestati da allegare, controfirme di specialisti da apporre a tergo, chiose cautelative da aggiungere in calce al modello A. Da qui, i richiami ministeriali ai riottosi (buon ultimo quello del direttore generale del dipartimento dei Trasporti terrestri del 19 dicembre 2005) e restituzioni di certificati incompleti agli utenti adirati. Ebbene, quel decreto fu proposto e firmato, tra gli altri, dal liberalizzatore Bersani, che trattava i comuni medici patentatori proprio come i gastaldi dell’Arte trattavano tre secoli fa la lavoranzìa di Antonio Billiani. E proprio in nome di un presunto standard di qualità, identico a quello che proibiva di far fustagni ai tellaroli, che magari erano in grado di produrne di ottimi, a pelo alto e a pelo basso, rasati e tempestini. La differenza è questa: un certificato di patente non è né una velada di panno blu, né un fustagno a pelo basso, ma soltanto un pezzo di carta. Non garantisce niente e nessuno, se non l’accesso al pezzo di carta successivo. Sia ben chiaro: non si contesta qui la lobby dei diabetologi per difendere quella dei medici legali o degli oculisti (che su un blog veneto hanno dato vita a un dibattito surreale a proposito di visite per patenti), ma l’esistenza stessa delle lobby mediche. Tuttavia, il buon Bersani farà presto a ravvedersi. Non serve nemmeno che scriva un decreto ad hoc, tanto meno in segreto. Il decreto c’è già, da quasi tre anni: è quello del 30 settembre 2003. Oppure, se preferite, da dodici anni: quello dell’8 settembre 1994. Bersani deve soltanto concertare con i suoi colleghi dei ministeri dei Trasporti e della Salute di farlo entrare finalmente in vigore. i Oltre ai sediai che eludono le tasse, non bisogna colpire anche i ministeri che eludono le leggi? Molti di noi saranno onorati di obbedire agli ordini. Certo, qualche medico tirerà giù porchi, come un tassinaro a fine turno. Qualcun altro avrà l’emicrania, come un farmacista senza Saridon, oppure architetterà nuovi introiti, come un bancario in astinenza da dobloni. Ma gli italiani saranno felici di entrare finalmente nell’Europa delle patenti di guida ragionevoli. E gli italiani, com’è stato autorevolmente detto, un po’ di felicità se la meritano. Tammurriata del certificato Giorgio Ferigo «Io nun capisco ‘e vvote che succere/e chello ca se vere nun se crere, nun se crere». numero 74 Il 28 luglio 2006 la Giunta regionale della Campania ha emanato gli “Atti di indirizzo per il rilascio del certificato medico legale di idoneità al lavoro per l’assunzione di soggetti non appartenenti 47 alle categorie protette”. In questo atto di indirizzo la certificazione medico legale è definita come «esito finale di una prestazione complessa che include l’esecuzione degli accertamenti diagnostici e clinici necessari alla formazione del giudizio medico legale». Quali siano gli accertamenti diagnostici e clinici è esemplificato in un elenco parziale e difettivo allegato, «fermo restando la facoltà del medico certificatore a richiedere accertamenti diversi in base alle proprie valutazioni cliniche». Per settanta anni, in Campania (e nell’Italia intera) sono stati rilasciati certificati “a vista” («basta sulo ‘na ‘uardata») a favore di persone mai prima conosciute da parte di medici che non avevano alcuna cognizione su di loro. È un’ammissione clamorosa: quei certificati erano fittizi. Ma ora i medici legali campani rimediano, e la guardata «nun basta ‘cchiù». Pratiche antiche e nuove Se oggi qualcuno vuol fare l’impiegato a Napule deve raccogliere nella cartellina: un certificato anamnestico del medico curante, un certificato dello psichiatra, una serie di esami di laboratorio (glicemia, azotemia, emocromo, transaminasi e quadro proteico), una reazione di Mantoux (ove previsto dalla normativa), nonché un’autocertificazione di possesso o meno di verbale di invalidità. La cartellina va portata al medico legale, che ora fa le cose “seriamente”: soltanto se la glicemia è nei limiti e lo psichiatra non rileva il minimo disturbo rilascia il suo certificato “finale” di idoneità a fare lo strascinafacenne. 48 E per un farmacista? L’elenco contempla gli stessi certificati di prima, più quello dell’esame tossicologico, incluse alcoolemia e Cdt, e l’elettrocardiogramma. A quel punto, anche il farmacista può finalmente andare dal medico legale, che tira le somme. Tira le somme anche ‘o speziale, alleggerito di 400-500 euro. Non gli costa niente, quindi, aggiungere mentalmente i tre euro per la cartuscella di stricnina in dose letale da somministrare al predetto… Settant’anni di certificati futili («seh, ‘na ‘uardata, seh!, seh, ‘na ‘mprissione, seh!») avrebbero dovuto generare il ditto parularo «Embè, aboliamoli!», come si fa da tante parti. Invece, questi alunni di Galliani e di Giannone, questi eredi di Calciopoli, questi frequentatori indefessi del Suor Orsola Benincasa preferiscono pensare che la somma di cinque cose futili (la visita psichiatrica preventiva o la glicemia ai barbieri!) faccia una cosa seria. Non è così: futile era e futile resta, ma quintuplicata. «Addò pastìn’’o grano, ‘o grano cresce/riesce o nun riesce, semp’ è grano chello ch’esce». La migliore letteratura meridionalistica ci ha descritto molte volte, con accenti accorati, questa scena di fine Ottocento e di inizio Novecento: all’alba, nell’aria pungente della notte che trascolora, il campiere scende sulla piazza del paese a tastare i bicipiti, a esaminare i molari dei cafoni in attesa sul paracarro, sul muretto, alla fontana. Tasta, palpa, esamina, e poi sceglie quelli da avviare a ‘ffaticà nel latifondo. Si trattava, in ogni senso, di una visita di idoneità fisica al lavoro. Non era una visita medica (ma quale visita di “idoneità fisica” lo è?), ma ne era l’archetipo: con un chiaro discrimine da usare (il mingherlino al suo tugurio, il muscoloso alla campagna), e con un chiaro interesse da tutelare (quello del barone, del priore, del padrone delle salme). Azotemia, emocromo, reazione di Mantoux sono soltanto modesti imbellettamenti, tenui ammodernature, travestimenti “scientifici” di quella pratica antica, che non si abbandona soltanto perché, a farla, nessuno rischia niente e a tutti rende qualcosa. «Va truvanno mo’ chi è stato/ch’ha cugliuto buono ‘o tiro». Comunque, una parte notevole dei lavoratori campani non usufruirà della nuova e “razionale” forma di certificazione: infatti, in Campania, il 21% della forza lavoro resta disoccupata (il 58% dei giovani dai 15 e i 24 anni), mentre, tra gli occupati, il 42,4% degli addetti agricoli, il 18,6% degli operai dell’industria, il 23,4% dei lavoratori dei servizi lavora in nero, senza bisogno di certificati di idoneità. Che si chiamino Giovanna Curcio o Annamaria Mercadante, asfissiate e arse vive nella “fabbrica” di materassi Bimaltex a Montesano sulla Marcellana il 5 luglio 2006, o che si chiamino Ciccio o ‘Ntuono, Peppe o Ciro, «chillo ‘o fatto è niro niro». (con la collaborazione di Ugo Dell’Aquila, Edoardo Nicolardi, E.A. Mario e Vincenzo Ronca) Da Snop 71, “Il Buratto Grosso”; giugno 2007, pagg. 32-33 speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo C’era una volta l’autorizzazione sanitaria Giorgio Ferigo el 2004 sono usciti quattro provvedimenti legislativi europei che vanno sotto il nome di “pacchetto igiene”: due rivolti agli imprenditori e agli operatori del settore alimentare (852 e 853) e due rivolti ai controllori (854 e 882). Si tratta di una rivoluzione copernicana nel sistema della produzione e del controllo degli alimenti: prima si credeva che il sistema girasse attorno ai permessi e all’obbedienza a regole date, mentre ora il sistema gira attorno all’autonomia e alla responsabilità dell’imprenditore. L’unica regola è quella di produrre alimenti sani, salubri e sicuri, a rischio prossimo allo zero e a pericolosità nulla. Questo è stato ribadito più volte, nelle linee guida europee: ma per capire come cambia il mondo, faccio un esempio. Milioni di italiani la conoscono. Tutti quelli che hanno aperto un bar o un ristorante, organizzato una sagra, inaugurato un prosciuttificio o un’industria conserviera, ma anche tutti quelli che fanno i formagrosso costituisce una condizione “ostativa” all’esercizio di questo diritto subiettivo. Tuttavia, la si può rimuovere, o quantomeno attenuare, grazie a particolari cautele di tipo strutturale, minuziosamente elencate nel Decreto del Presidente della Repubblica 327 del 1980. La pubblica amministrazione prima le scrutina su una relazione, poi le scruta durante un sopralluogo: se le piastrelle e i lavabi, il frigo e il bancone, le pignatte e i N numero 74 forchettoni e i mescoli, i batticarne i taglieri sono presenti e vengono riscontrati idonei, la spaventevole pericolosità connessa con la preparazione degli alimenti si ritiene rimossa o attenuata. Le condizioni ostative getti, il salame o il miele nella loro azienda si sono dovuti procurare un’autorizzazione sanitaria, una o più volte nella vita. Il fondamento teorico dell’autorizzazione sanitaria era questo: «l’autorizzazione toglie un limite all’esercizio di un diritto proprio del privato […] è una forma di controllo pubblico su attività private, che si esercita subordinando il loro svolgimento al consenso della pubblica amministrazione». Preparare cibo da somministrare al prossimo è diritto “subiettivo” di ogni cittadino che desideri esercitarlo, ma è nel contempo attività senza pari pericolosa. La pericolosità insita nella cottura dell’intingolo o nella mescita del vino scompaiono e il diritto subiettivo si ripristina, quindi, l’attività si autorizza: l’oste può finalmente preparare in tutta calma, nel suo laboratorio lindo e piastrellatissimo, le polpette all’arsenico da somministrare a causidici legulei e burocrati, per farne conveniente strage. zione sanitaria soffrono di almeno due importanti difetti. Innanzitutto, l’igiene non è uno stato, ma un processo, ovvero una serie di atti semplici ma ripetuti anche più volte al giorno, capaci di eliminare temporaneamente la sporcizia, la polvere, i batteri, che tuttavia un’ora dopo ricominceranno a depositarsi, ad accumularsi, a proliferare. Soltanto l’imprenditore può garantire che i locali, facilmente pulibili lavabili e disinfettabili (come voleva la legge) vengano davvero lavati puliti e disinfettati. In secondo luogo, la legge non distingue tra una multinazionale dello yogurt e un’osteria di villaggio o una macelleria di paese, né tra alimenti deperibili e sempiterni, tra cibi che possono essere consumati fra tre anni a mille chilometri di distanza e cibi che vengono consumati ancora bollenti e nella sala accanto alla cucina, tra alimenti che danno un rischio per la salute basso o nullo e altri che danno un rischio per la salute elevato o altissimo. La salubrità degli alimenti non dipende dai metri quadri di piastrelle e dall’acciaio inossidabile dei banconi, ma dall’uso ripetuto di detersivi e dalla cura nella loro preparazione e conservazione. Cercasi funzionari-poliziotti Da Snop 70, “Il Buratto Grosso”; marzo 2007, pagg. 5-8 I requisiti igienici e sanitari necessari per rilasciare l’autorizza- 49 L’utilizzo dei detergenti e la scelta degli ingredienti, dei tempi di cottura, delle temperature di conservazione non si possono verificare durante quel sopralluogo preventivo che fa la Asl per rilasciare l’autorizzazione sanitaria. Semplicemente perché durante il sopralluogo gli addetti non lavorano! Così l’autorizzazione sanitaria è una pratica di clamorosa inutilità. A meno di non mettere alle spalle di ogni cuoco un funzionariopoliziotto per verificare che le condizioni “ostative” siano davvero rimosse almeno una volta al dì. Milioni di poliziotti per milioni di esercizi. Dalla Nasa all’agriturismo È chiaro che bisognava cambiare direzione. La responsabilità effettiva non può che essere in capo all’imprenditore, che è insieme garante e responsabile della salubrità dei cibi che distribuisce e che paga il fio se sgarra. E non, invece, in capo alla pubblica amministrazione. Questo era già chiaro con il Decreto legislativo 155 del 1997 sull’igiene dei prodotti alimentari, quello dell’Hazard Analysis Critical Control Point (Haccp), che definisce «tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza e la salubrità dei prodotti alimentari » e che afferma che «il responsabile dell’industria alimentare è anche responsabile che tutte le fasi di preparazione del cibo siano effettuate in maniera igienica». Dunque, il processo igienico è affidato alla responsabilità del produttore. Il sistema è definito, pleonasticamente, come autocontrollo. Il produttore è autonomo nel- 50 l’individuare le soluzioni, anche tecnologiche, più consone al tipo e alle dimensioni della sua azienda. Le soluzioni che egli ha individuato, purché siano efficaci nel garantire la salubrità dei prodotti, vengono accettate dall’autorità che controlla l’autocontrollo. Tuttavia, anche questo sistema aveva due difetti. Il primo è che, a rigor di logica e date le premesse, si sarebbe dovuto dedurre che l’autorizzazione sanitaria, già dal 1977, era defunta. Questo, però, non è avvenuto, per il solito vizio italico di introdurre leggi nuove senza abrogare quelle vecchie, senza verificare la coerenza di queste con quelle e senza nemmeno eliminare le incongruenze (vedi Snop 69, dossier “Ebp e pratiche inutili”). L’imprenditore è quindi autorizzato a usare autonomamente la propria autonomia imprenditoriale, affinché possa autonomamente fare quello che l’autorità gli ha concesso di fare. Il risultato è che gli adempimenti si sono sommati e il produttore di alimenti, anziché farne uno, si è ritrovato a doverne fare due. Il secondo difetto è quello di cui soffriva già il regime autorizzativo, cioè prevedere obblighi uguali per situazioni anche abissalmente diverse: cosicché il sistema Haccp, inventato per mandare gli astronauti nello spazio (progetto di volo Mercury) è stato catapultato nell’agriturismo di Pradandons senza paracadute né attenuanti. Un confronto tra pari Grazie a Dio e a Bruxelles, però, le furbizie italiche non reggono a lungo. Il regolamento CE 852/ 2004, in vigore anche in Italia dal primo gennaio 2006, giustizia definitivamente ambedue questi difetti. Quello italiano è bruttino, ma il concetto è chiarissimo: la responsabilità principale per la sicurezza degli alimenti incombe all’operatore del settore alimentare. «Ogni operatore del settore alimentare notifica all’opportuna autorità competente, secondo le modalità prescritte dalla stessa, ogni stabilimento posto sotto il suo controllo che esegua una qualsiasi delle fasi di produzione, trasformazione e distribuzione di alimenti, ai fini della registrazione del suddetto stabilimento» (art. 6, p. 2). La notifica serve affinché la pubblica amministrazione, ovvero l’Asl in Italia, possa esercitare la dovuta vigilanza. Che si esercita sulle fasi di lavorazione, sui rischi e sui pericoli, ovvero dopo l’apertura dell’esercizio commerciale. L’autonomia dell’imprenditore è ribadita fin nei dettagli: «la nuova normativa [...] lascia all’operatore del settore alimentare uno spazio di discrezionalità: a questo scopo sono introdotti i termini “ove necessario”, “ove opportuno”, “adeguato” e “sufficiente (per esempio, deve essere disponibile un sufficiente numero di lavabi e la pulitura delle attrezzature deve avvenire con una frequenza sufficiente a evitare ogni rischio di contaminazione) ». Il numero dei lavabi non è una prescrizione impartita dall’Asl, così come la frequenza delle pulizie non è determinata dal medico dell’igiene degli alimenti. E ancora, le norme «sono formulate come un obiettivo per raggiungere il quale l’operatore del speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo settore alimentare deve dotarsi dei mezzi necessari». Anche la vigilanza non è più come prima, con la sua distanza, di status e di potere, tra controllore e controllato. Prima il controllato era soltanto un cittadino e aveva dalla sua soltanto l’esperienza (anche) secolare, il rigore professionale e magari l’evidente approvazione dei consumatori. Il controllore, invece, era un pubblico ufficiale, o addirittura un ufficiale di polizia giudiziaria, che aveva dalla sua le leggi, i regolamenti, i pregiudizi e le superstizioni igieniche, e alle spalle un intero Stato che la pensava come lui. Adesso la vigilanza vaglia le soluzioni proposte, le discute con l’imprenditore, ne valuta la congruenza con il fine dichiarato (che è quello di garantire prodotti salubri), tiene in conto l’esperienza e la tradizione. L’audit, che è un confronto tra le convinzioni tecniche dell’una e dell’altra parte, diventa un momento fondamentale della vigilanza, in cui le convinzioni tecniche devono essere dimostrate dall’una e dall’altra parte. È la procedura europea: razionale, efficace, semplice. Per la patria del diritto, però, troppo razionale, troppo efficace, troppo semplice. Dal cappello, compare la Dia Ecco infatti che, con l’Accordo Stato-Regioni del 9 febbraio 2006, i nostri soloni si inventano che la notifica si fa attraverso la cosiddetta “dichiarazione inizio attività differita (Dia)”. È ovvio che il titolare debba dichiarare il vero. Un altro tale ac- numero 74 quista il camion furgonato isotermico per trasportare carne. Si procura la vidimazione Atp, lo immatricola, stipula l’assicurazione e, quando tutto è in regola, inoltra la sua Dia. Da quel momento tiene il camion sul piazzale per 45 giorni a poltrire. Qual è la logica in tutto questo, chi e che cosa si vuole tutelare? Non la salute, quella si tutela in altro modo, in Europa e ovunque. Sorge quindi il sospetto che la pubblica amministrazione non si voglia arrendere al buon senso europeo e intenda perpetuare sotto forme nuove (e sadiche) le sue vecchie pantomime. Infatti, la Dia differita è una dichiarazione soggetta al consenso, muto o esplicito, della pubblica amministrazione, un’autorizzazione sanitaria larvata che ha cambiato nome, ma non natura. E che al cittadino costa non più i 100 euro di diritti sanitari, ma ben 45 giorni di mancato guadagno. Molti cervelli statali e regionali si sono dati da fare per partorire un tale obbrobrio. Ecco perché abbiamo chiesto che il Friuli Venezia Giulia aderisse alla normativa europea e parlasse di notifica e non di Dia. Forse ci hanno ascoltato, ma le confederazioni di categoria devono vigilare perché oneri impropri non cadano sulle spalle degli operatori alimentari per soddisfare i burocrati. D’altra parte, hanno dalla loro la legge. Infatti le norme, e a maggior ragione gli accordi, nazionali in contrasto con i regolamenti europei, o con le direttive comunitarie «Presupposto della Dia è che, al momento della presentazione della comunicazione, il titolare dichiari che l’esercizio possiede i re- quisiti minimi prestabiliti dalla norma in funzione dell’attività svolta». Dunque, la comunicazione si può fare soltanto quando l’esercizio alimentare è terminato e pronto ad aprire. Da quel momento, per aprirlo davvero al pubblico, devono trascorrere 45 giorni per far sì che «l’Asl, se lo ritiene necessario, effettui un sopralluogo di verifica ». Può anche non ritenerlo necessario, e perciò non andarci affatto. Può andarci e trovare tutto in ordine, oppure riscontrare lievi difformità e prescrivere gli adatti accorgimenti, ma anche dichiararlo del tutto inidoneo. Se l’imprenditore comincia la sua attività senza aspettare i 45 giorni commette un atto illegittimo e «va considerato alla stregua di un soggetto privo di autorizzazione sanitaria» (ma non era stata abrogata?). Se invece notifica prima che il bar sia completato, dichiara il falso. Così, chi per esempio intende aprire un bar, si fa preparare un progetto dal geometra, accende il mutuo, trova i muratori, chiama l’idraulico e il piastrellista, l’arredatore e l’elettricista. Quando il bar è pronto, rifinito a puntino, lustro e mondo, allora (e solo allora) il barista può notificare la sua intenzione di aprirlo. Da quel momento il bar resta chiuso agli avventori per 45 giorni, a disposizione di un’Asl che verrà oppure non verrà, a sua discrezione. Un altro tale acquista il camion furgonato isotermico per trasportare carne. Si procura la vidimazione Atp, lo immatricola, stipula l’assicurazione e, quando tutto è in regola, inoltra la sua Dia. Da quel momento tiene il camion sul piazzale per 45 giorni a poltri- 51 re. Qual è la logica in tutto questo, chi e che cosa si vuole tutelare? Non la salute, quella si tutela in altro modo, in Europa e ovunque. Sorge quindi il sospetto che la pubblica amministrazione non si voglia arrendere al buon senso europeo e intenda perpetuare sotto forme nuove (e sadiche) le sue vecchie pantomime. Infatti, la Dia differita è una dichiarazione soggetta al consenso, muto o esplicito, della pubblica amministrazione, un’autorizzazione sanitaria larvata che ha cambiato nome, ma non natura. E che al cittadino costa non più i 100 euro di diritti sanitari, ma ben 45 giorni di mancato guadagno. Molti cervelli statali e regionali si sono dati da fare per partorire un tale obbrobrio. Ecco perché abbiamo chiesto che il Friuli Venezia Giulia aderisse alla normativa europea e parlasse di notifica e non di Dia. Forse ci hanno ascoltato, ma le confederazioni di categoria devono vigilare perché oneri impropri non cadano sulle spalle degli operatori alimentari per soddisfare i burocrati. D’altra parte, hanno dalla loro la legge. Infatti le norme, e a maggior ragione gli accordi, nazionali in contrasto con i regolamenti europei, o con le direttive comunitarie recepite nell’ordinamento nazionale, vanno disapplicate, secondo la sentenza 170/1984 della Corte Costituzionale. Non è facoltà del cittadino abrogarle, ma sarebbe ora che i parlamentari si dessero una mossa. Tuttavia, è diritto del cittadino fare come se non ci fossero. Nel caso della Dia, la discrepanza con il Regolamento Europeo 852/2004, formale e sostanziale, è palese. 52 Saggezza europea Ma anche il secondo difetto di cui soffriva il regime autorizzativo, cioè quello di prevedere obblighi uguali per situazioni anche abissalmente diverse, è in qualche modo superato. Un prezioso vademecum del 21 dicembre 2005, intitolato “Documento di orientamento sull’applicazione di talune disposizioni del regolamento CE 852/2004 sull’igiene dei prodotti alimentari”, dice a chiare lettere, sebbene soltanto in via informativa, quello per cui molti di noi hanno lottato in questi anni: negli Stati membri, i prodotti alimentari possono essere fabbricati secondo procedimenti tradizionali che si sono dimostrati sicuri anche se non sempre sono pienamente conformi a certe prescrizioni tecniche del regolamento. Il regolamento riconosce la necessità di mantenere questi metodi di produzione tradizionale che sono espressione della diversità culturale dell’Europa, e prevede quindi la flessibilità necessaria per le imprese alimentari la metodologia Haccp è per sua natura flessibile, in quanto si basa su una serie limitata di principi e di procedure che perseguono l’obiettivo della sicurezza dei prodotti alimentari, senza imporre alle imprese alimentari di rispettare regole o di seguire procedure non pertinenti nel determinare se una prescrizione è necessaria, opportuna, adeguata o sufficiente per raggiungere gli obiettivi del regolamento, occorre considerare la natura del prodotto alimentare e dell’uso a cui è destinato il regolamento non si applica ai piccoli quantitativi di prodotti primari forniti direttamente dal produttore al consumatore locale o a dettaglianti locali che forniscono direttamente il consumatore finale. In generale, la nozione di “piccoli quantitativi” dovrebbe essere abbastanza ampia […] e le norme nazionali dovrebbero consentire il mantenimento delle pratiche in uso, purché garantiscano il conseguimento degli obbiettivi del regolamento esistono diverse possibilità di predisporre… la documentazione [necessaria]: i manuali di corretta prassi operativa possono contenere in parte o in tutto la documentazione necessaria; le imprese alimentari possono decidere di predisporre la documentazione specifica adatta alla loro situazione. Naturalmente, tutto questo sarà regolamentato: cosa non lo è in Italia? E sull’elaborazione dei regolamenti, ancora una volta, spetta a noi vigilare. speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo E il certificato, cacciato dalla porta, rientrò dalla finestra Giorgio Ferigo l 18 agosto 2005, il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia ha licenziato la Legge numero 21 dal titolo: «Norme di semplificazione in materia di igiene, medicina del lavoro e sanità pubblica». In questa legge, all’articolo 2, punto 1, si abolivano una ventina di certificati medici tra i più scombinati, esilaranti, privi di fondamento scientifico e di comprovata, sfolgorante, sesquipedale inutilità. Ma dentro la mela c’era il bau. Il bau stava in una frasetta (articolo 2, punto 3) che recitava così: «È fatto salvo il rilascio […] di certificazioni richieste da uffici periferici, ubicati nel territorio regionale, di enti o istituzioni aventi sede al di fuori del predetto territorio». E poiché tutti i certificati aboliti al punto 1 sono richiesti da «uffici periferici di istituzioni aventi sede» a Roma, là nei falansteri, tutti i certificati aboliti al punto 1 si devono rilasciare ugualmente in grazia del punto 3. Si trattava di una vera e propria trappola, tesa da qualche funzionario astuto e da qualche leguleio prono all’assessore. Tesa ai consiglieri regionali, ai medici proponenti, ai cittadini tutti del Friuli Venezia Giulia (la segnaliamo ai colleghi del Trentino, che, di fatto, ce l’hanno copiata pari pari). I numero 74 Caldaisti daltonici e fochini in difficoltà Questo comma ha subito scatenato la canea dei burocrati. Una specie di idolatria certificatoria aveva sorretto finora la loro esistenza. Ora i fondamenti della loro fede vacillavano, il dubbio si insinuava nelle loro «animule vagule e blandule». Come fantolini a cui sia stato tolto il pollice da succhiare o la coperta di Linus o come tabagisti senza più sigarette, avevano crisi di panico e di tremito. Quel comma sembrava loro la gomena nel pelago, lo spuntone sul baratro, l’appiglio salvifico al quale aggrapparsi. Così, a metà ottobre, una riunione ce ne mette davanti una rappresentativa delegazione. C’è la battagliera Ragioneria provinciale dello Stato, che ha già deciso che l’abrogazione del certificato di idoneità all’impiego non avrà corso. Così, ha già emanato un diktat e lo ha diffuso a pavidi «provveditori agli studi», o come si chiamano adesso, che lo hanno diffuso agli «autonomi» dirigenti scolastici. È un diktat molto pesante: minaccia di non dar corso ai contratti in mancanza del certificato. Così, gli insegnanti iniziano il loro piccolo calvario: si recano dal medico, che li informa dell’abolizione. Poi tornano alla scuola, che li informa della minaccia; ritornano quindi dal medico, poi a scuola, e via così. Alla fine i medici cedono, perché non si deve far correre la gente per un pezzo di carta. C’è l’ingegnere della Commissione per le caldaie a vapore che sostiene l’indispensabilità della visita medica, altrimenti il caldaista daltonico potrebbe premere il bottone del colore sbagliato e far saltare in aria la città (dice proprio così!). Non fa nemmeno l’ipotesi che i colori s’imparino a riconoscere da piccoli, alla scuola materna, con l’aiuto di una maestra o della mamma, oppure che il loro nome sia una convenzione condivisa. E che chiedere a un tale il colore di un maglione, di una matita o di una cartellina non configuri esercizio abusivo di professione medica: lo può fare perfino un ingegnere, e perfino l’ingegnere che interroga il caldaista per dargli il patentino. Se costui poi non riconosce il verde, lo mandi dal medico: chissà, forse è daltonico. La Questura, invece, non pone problemi. Il suo rappresentante, ingrugnato, annuncia di aver già pronta la sevizia alternativa per i fochini: una sevizia alternativa si trova sempre, questa stava in una Da Snop 69, “Il Buratto Grosso”; dicembre 2006, pagg. 24-26 53 legge del 1956 (o del 1931, o del 1913, o del 1883). Questo complicherà vieppiù la vita ai fochini, e nel contempo renderà chiaro a tutti che i semplificatori sono dei complicatori, e che la trafila non si tocca. L’incontro con le burocrazie lamentose finisce con una circolare che, in buona sostanza, sospende non la legge regionale (non può farlo), bensì la sua efficacia (e questo può farlo benissimo, e il risultato è lo stesso). Farina del diavolo, tutta crusca. La legge «correttiva» Nel frattempo, il 17 ottobre 2005, il presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, con «legale domicilio in Roma, via dei Portoghesi n. 12», aveva ricorso contro la Regione Friuli Venezia Giulia «per la declaratoria di incostituzionalità e conseguente annullamento» della Legge 21.Tra parentesi, presidente del Consiglio dei ministri era quel Silvio Berlusconi che aveva promesso di «rivoltare la burocrazia come un calzino»; così «prouvant qu’il n’avait guère de la suite dans les idées». L’avvocato contestava in particolare l’abolizione del certificato di idoneità al servizio civile, «censurabile in quanto invade una materia […] riservata alla legislazione esclusiva statale essendo riconducibile alla materia “difesa e sicurezza dello Stato”»; l’abrogazione del certificato di idoneità all’insegnamento che «incide illegittimamente nelle materie “ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti 54 pubblici nazionali”»; l’eliminazione del certificato per l’assunzione dei minori e degli apprendisti minori, che lede (udite!) «i diritti civili e sociali in materia di salute e di tutela e sicurezza del lavoro»; e infine l’eliminazione dei certificati per fochini, conduttori di caldaie a vapore e manipolatori di gas tossici perché (udite udite!) così si viola l’articolo 16 del Decreto legislativo 626/94, secondo il quale gli accertamenti sanitari dei lavoratori «comprendono esami clinici e biologici e indagini diagnostiche mirati al rischio ritenuti necessari dal medico competente». Obiezioni di forma, come si vede, relative alla competenza nel legiferare, se si eccettua lo svarione finale, sufficiente a confinare l’avvocato dietro la lavagna con le orecchie d’asino in capo e il cartello di “somaro” sulla schiena. Il presidente del Consiglio dei ministri successivo, Romano Prodi, ha ritirato il ricorso avverso alla Legge regionale 21. L’atto di rinuncia era «in corso di notificazione al 29.9.2006» e il ritiro era subordinato all’approvazione di alcuni aggiustamenti. Così, si arriva alla legge «correttiva», approvata dal Consiglio regionale (Legge regionale 19 del 26 ottobre 2006), che contiene, per quanto riguarda il nostro discorso, due soli articoli. Il primo abolisce l’abolizione del certificato di idoneità a svolgere il servizio civile, mentre il secondo recita: «Gli enti pubblici possono accertare il possesso dell’idoneità fisica o psicofisica all’impiego mediante una visita preassuntiva da parte di medici specialisti in medicina del lavoro o medicina legale dipendenti da enti pubblici e istituti specializzati di diritto pubblico convenzionati col datore di lavoro, che ne sopporta il costo». Possono, non devono: ma figuratevi se ne faranno a meno i feticisti del certificato, che nelle direzioni regionali, provinciali, comunali, consortili, frazionali sono legioni. E queste superstizioni le paghiamo noi. L’onere della prova Be’, è evidente: non si tagliano le unghie alla burocrazia col consenso, o addirittura con l’avallo, e men che meno col giubilo della burocrazia. Tuttavia, passi comunicativi, o anche soltanto lenitivi, dovrebbero essere compiuti nei loro confronti, nelle misure omeopatiche che sono in grado di sopportare. I sindacati dovrebbero convenire che il lavoro dei minori non si tutela in questo modo, così come i carabinieri dovrebbero conoscere la verace utilità del porto d’armi. Altro punto: il titolare della salute è il ministro della Salute e, nelle Regioni, l’assessore alla salute. Non gli stranamore della difesa, i geometri dell’edilizia, gli stradaroli dei trasporti, i cartomanti del pubblico impiego. Ministro della Salute e assessore alla Salute si devono riappropriare del loro potere, troppo spesso condiviso, spartito, devoluto a logiche non sanitarie. In particolare, è da ridefinire il rapporto col ministero dell’Interno, titolare antico della sanità pubblica della quale detiene ancora pezzi significativi. Terzo: nell’imporre un qualsiasi obbligo ai suoi concittadini, chiunque lo proponga è tenuto a speciale giorgio ferigo • numero 74 Speciale Giorgio Ferigo verificarne la razionalità, la ragionevolezza, la dimostrabile efficacia, la buona efficienza, l’effettiva utilità. Nello specifico, è tenuto a verificare che i certificati rispondano a fini di salute e non ad astratti postulati di diritto amministrativo. L’onere della prova non spetta solo a coloro che si battono per numero 74 l’abrogazione di queste scemenze, ma anche (e soprattutto) a coloro che si adoperano per mantenerle in vita. Noi di prove contro ne abbiamo portate a decine: siamo curiosissimi di conoscere le prove a favore addotte da quanti hanno voluto ripristinare il certificato di preassunzione per il pubblico impiego. Siamo curiosissimi di sapere come si svolgerà la cosiddetta visita medica necessaria per rilasciarlo, quali parametri esaminerà e quanto appropriati e congrui, completi, predittivi., ecc. In Friuli c’è ancora molto da fare. E mentre affoghiamo nel mare delle superstizioni ottocentesche, il resto del mondo corre, e ci supera perfino il Botswana. 55 Cittadini del mondo Rubrica di sanità pubblica internazionale a cura di Patrizia Parodi della Direzione generale per i rapporti con l’Unione Europea e i rapporti internazionali del ministero della Salute Migrazione e salute nell’Unione europea Liberamente tratto da Euro Observer 2007, vol. 9 n. 4, www.euro.who.int/Document/Obs/EuroObserver_Winter2007.pdf Poco si sa sull’accesso alle cure sanitarie dei 35-40 milioni di migranti in Europa. La scarsa attenzione prestata sinora alla politica sanitaria per i migranti è tuttavia un fattore negativo sia dal punto di vista dell’integrazione europea, che dei diritti umani. A differenza del Nord America e dell’Australia, la maggior parte dei Paesi europei non raccoglie siste- dc maticamente i dati sanitari disaggregati per lo stato di migrante o il gruppo etnico. Uniche eccezioni l’Olanda, la Svezia e il Regno Unito. Per quanto i migranti non soffrano necessariamente di una salute peggiore del resto della popolazione, generalmente mostrano profili di rischio più alti. Diversi studi suggeriscono che i migranti siano sog- getti a un diverso accesso ai servizi, soprattutto in termini di utilizzo dei programmi di prevenzione come screening e vaccinazioni. Inoltre, le barriere all’accesso ai servizi causano spesso un ritardo nelle cure e, di conseguenza, un maggior uso di trattamenti d’emergenza più costosi. Il principale ruolo dell’Unione europea nella politica sanitaria dei migranti consiste nel facilitare lo sviluppo e il trasferimento delle evidenze scientifiche e delle infor- mazioni. In particolare, bisogna aumentare i fondi disponibili per nuove tecniche di ricerca, maggiore collaborazione a livello europeo fra centri di ricerca nazionali e maggiore attenzione alle barriere metodologiche per includere i dati relativi ai migranti nei rapporti sanitari nazionali ed europei. Di seguito, presentiamo focus specifici sulle politiche per la salute dei migranti in tre Paesi europei: Olanda, Spagna e Italia. Politiche per la salute dei migranti in Olanda L’Olanda si differenzia dagli altri paesi dell’Unione europea per l’attenzione sistematica che pone ai problemi della salute dei migranti. Programmi specifici prevedono attualmente l’uso di promotori di salute per gli immigrati che forniscono ai pazienti informazioni nella loro lingua e attuano da mediatori fra il personale sanitario e gli immigrati. Le loro attività sono coordinate dall’Istituto olandese per la promozione della salute e la prevenzione delle malattie. Un servizio di interpretariato gratuito (in circa cento lingue) è inoltre disponibile per i medici generici e il personale medico e infermieristico ospedaliero. Politiche statali più mirate includono il servizio sanitario di base per i richiedenti asilo. In riferimento agli immigrati illegali, nel 1998 è stata approvata la dura legge Koppelingswet, che non permette la loro iscrizione alle assicurazioni sanitarie. Gli ospedali possono scegliere di trattare solo i pazienti la cui vita è a rischio o le cui patologie possono costituire un rischio per la salute pubblica. Tuttavia i medici generici ricevono un rimborso per le cure non di emergenza che somministrano agli immigrati. Politiche per la salute dei migranti in Spagna In Spagna la salute dei migranti e l’assistenza sanitaria loro dedicata figurano nei piani nazionali e regionali per l’integrazione dei migranti. Il Governo spagnolo ha recentemente pubblicato il Piano strategico per la cittadinanza e la l’integrazione 2007-2010, basato su tre principi: equità, cittadinanza e interculturalità. Fra i dieci principali obiettivi, quelli relativi alla salute riguardano una migliore adesione ai bisogni degli immigrati delle diverse politiche sociosanitarie. Gli obiettivi specifici consistono nel garantire il diritto alle cure, nella migliore individuazione dei bisogni e nel fornire una formazione adeguata agli operatori sanitari. La maggior parte delle Regioni autonome ha inoltre sviluppato Piani regionali per l’immigrazione, che considerano la salute e l’assistenza sanitaria come aree prioritarie. 56 cittadini del mondo • numero 74 cittadini del mondo Politiche per la salute dei migranti in Italia In Italia, la politica italiana sulla salute dei migranti è iniziata con il Piano sanitario nazionale 1998-2000, che conteneva obiettivi generali per garantire l’accesso uniforme dei migranti all’assistenza medica e le vaccinazioni previste per la popolazione italiana. In quel periodo è stato inoltre approvato il programma “Salute degli immigrati”. Il Psn 2001-2003 ha poi individuato diversi gruppi di persone più vulnerabili, fra cui i migranti. Più recentemente, il Psn 2003-2005 ha introdotto un patto di solidarietà per garantire maggiore equità di accesso alle cure alle categorie più svantaggiate, fra cui i migranti. Nel Psn 2006-2008, che riprende i principi di quello precedente, vengono stabiliti i seguenti obiettivi per la salute dei migranti: aumentare i programmi di salute fra gli adolescenti e i giovani adulti promuovere studi sull’incidenza e prevalenza per l’infezione da Hiv, valutare le barriere di accesso alla prevenzione e alle cure per le malattie sessualmente trasmesse ridurre la crescita del tasso di aborto volontario promuovere programmi educativi in collaborazione con associazioni di volontariato e no-profit stabilire interventi per proibire la pratica delle mutilazioni genitali femminili prevenire gli infortuni sul lavoro che colpiscono maggiormente i lavoratori immigrati. La legislazione italiana prevede che tutti i migranti che necessitano di cure urgenti o essenziali abbiano il diritto di accedere ai servizi pubblici di emergenza e ricovero. I migranti regolari, come i cittadini italiani, hanno accesso a tutte le prestazioni offerte dal Ssn. I migranti irregolari (illegali o clandestini) possono usufruire di assistenza sanitaria se sono identificati e certificati come “stranieri temporaneamente presenti” (Stp). Secondo la legge, gli stranieri senza un documento d’identità ufficiale devono fornire il loro nome, data di nascita e nazionalità per ricevere il numero Stp e il codice fiscale. Generalmente l’accesso ai servizi sanitari non viene notificato alle autorità pubbliche. I migranti in possesso del numero Stp hanno il diritto all’assistenza sanitaria di base, all’ospedalizzazione in caso di urgenza o meno e i trattamenti dei pazienti non ospedalizzati. Il ministero della Salute ha poi attivato il nuovo Centro di riferimento nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto alle malattie della povertà presso l’Istituto San Gallicano di Roma. Il freddo devasta l’Afghanistan Liberamente tratto da www.fao.org/newsroom/en/news/2008/1000802/index.html a pesante ondata di freddo che ha colpito l’Afghanistan alla L numero 74 fine dello scorso dicembre ha causato la morte di oltre 800 persone e di circa 300 mila capi di bestiame. Inoltre, il gelo sta creando gravi problemi di sopravvivenza a causa del forte aumento dei prezzi del combustibile, dell’olio vegetale e dei cereali: in questo modo, infatti, l’accesso al cibo per i nuclei familiari più poveri è diventato quasi proibitivo. Molte persone, soprattutto i pastori e le loro famiglie, hanno dovuto sottoporsi ad amputazioni disabili- tanti, come conseguenza dei fenomeni di assideramento. Le scorte di alimenti e di medicinali scarseggiano nelle aree le cui strade sono rimaste bloccate dalle ingenti nevicate. I raccolti invernali sono stati gravemente danneggiati, in particolare gli ortaggi, che costituiscono uno degli alimenti più consumati nei mesi invernali. 57 Alta definizione Lavorare in salute: un diritto globale? Raul Harari, Homero Harari, Rocio Freire Traduzione dall’originale in spagnolo di Cristina Ciccarelli e Roberto Calisti Riprendiamo la seconda parte della traduzione in italiano dell’articolo “Ambiente di lavoro e ambiente di vita in Ecuador: quello che davvero serve per migliorare”, a cura di alcuni membri dell’Ifa di Quito, l’organo scientifico ecuadoriano che corrisponde al nostro Istituto superiore di sanità. Dopo la panoramica generale, presentata sul numero 73, sul divario esistente tra i Paesi in via di sviluppo e i Paesi industrializzati in termini di condizioni lavorative e salute sul lavoro, gli autori illustrano alcuni interessanti casi di studio che dimostrano come si siano sviluppate queste situazioni in Ecuador. aspecifico. I lavoratori soffrono spesso di intossicaQuito esiste un’azienda zioni, lievi ma acute: gli effetti dell’esposizione cronidel comparto dei fitofarmaci che importa gran- ca andranno invece studiati sul medio e lungo periodi quantità di pesticidi di diverso tipo (non esiste in- do. Da uno studio condotto sui lavoratori dell’impresa, fatti una produzione ecuadoriana di questi prodotti). sono emersi segni di espoL’attività dell’azienda si li- sizione elevata a pesticidi (organofosforici e carbammita al riconfezionamento dei preparati in contenitori mati), riduzione dei livelli molto piccoli, da vendere al di acetilcolinesterasi e alta dettaglio sul mercato loca- frequenza dei sintomi neurologici correlati. le. Le condizioni di lavoro sono del tutto precarie: non A causa delle perdite di materia prima durante il esistono garanzie di sicuprocesso di riconfezionarezza o di igiene e il controllo della salute dei lavo- mento, della mancanza di controllo dell’ambiente di ratori è minimo, formale, Confezionare pesticidi A 58 lavoro e della diminuzione complessiva della produttività (l’esterno delle confezioni che dovevano essere vendute rimaneva insudiciato dai pesticidi, la polvere dispersa nelle aree di lavorazione arrivava fino alle aree amministrative dello stabilimento), l’azienda ha realizzato di propria iniziativa una cabina aspirata che circoscrive l’area di processo. Fermo restando che gli addetti devono continuare ad accedervi per le messe a punto, la pulizia e la manutenzione, mentre la polvere estratta dalla cabina viene emessa all’esterno dello stabilimento, senza alcuna filtrazione. Attorno alla ditta ci sono scuole e quartieri abitati (barrios) in cui vivono alcune migliaia di persone. Uno studio successivo alla realizzazione della cabina condotto su di un campione di 39 persone del barrio situato di fronte all’impianto della macchina confezionatrice ha rivelato che più del 50% del campione considerato soffriva di depressione dell’acetilcolinesterasi e dei sintomi neurologici correlati (soprattutto i bambini). Inoltre, nelle urine di abitanti del quartiere che non alta definizione • numero 74 Alta definizione aree semiaperte. L’eliminazione degli scarti di produzione avviene attraverso i normali sistemi di raccolta dei rifiuti domestici. Nelle vicinanze di questo impianto vivono centinaia di persone, con case che si spingono fino a meno di venti metri dal perimetro della fabbrica. Parte dei lavoratori abita nelle vicinanze e le loro tute da lavoro, lavate a domicilio, vengono stese ad asciugare nei cortili insieme al resto degli indumenti. I lavoratori, per la maggior parte terziarizzati, tendono a rimanere in azienda per poco tempo e sono continuamente rimpiazzati. Il sindacato che esisteva in questa impresa è stato eliminato più di una decina di anni fa. Pur avendo firmato la convenzione 162 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (relativa alla sicurezza nell’utilizzo dell’amianto), l’Ecuador non ha sottoscritto alcuna convenzione per eliminare l’uso dell’asbesto. La company proprietaria dello stabilimento detiene la Certificazione Iso 14000 riguardo alla gestione ambientale, ma nel suo sito web non menziona il fatto che utilizza amianto. Quando si fanno domande al riguardo ai suoi funzionari, di solito ci si sente rispondere che viene utilizLastre zato “amianto non canceroin cemento-amianto geno”. I primi studi, realizzati nel Quito c’è anche uno 1985, hanno dimostrato già stabilimento che da all’epoca alcuni casi di più di trent’anni produce lastre in cemento-amianto e asbestosi tra i lavoratori ancora oggi mantiene alcu- dello stabilimento. Nel ne fasi lavorative (modella- 2006, fibre di crisotilo in tura e lucidatura) e le zone concentrazioni significative sono state rilevate in camdi discarica dei residui di materia prima (crisotilo) in pioni d’aria prelevati attor- lavoravano in azienda sono stati trovati composti organosfosforici. In definitiva, l’azienda ha scelto di mitigare i propri problemi interni esportando una parte del rischio all’esterno: le conseguenze erano prevedibili e avrebbero dovuto essere previste. Condizioni di lavoro deplorevoli sono andate a riflettersi direttamente in un deterioramento dell’ambiente circostante, senza che nemmeno i problemi dei lavoratori fossero realmente risolti. Non si sa quali regole di lavorazione abbiano imposto le ditte produttrici che esportano i pesticidi dai Paesi sviluppati, vendendoli alle imprese confezionatrici ecuadoriane. In ogni caso, non si ha traccia di garanzie di una produzione pulita e del mantenimento di condizioni ambientali adeguate nello stabilimento locale. I lavoratori dello stabilimento non hanno un sindacato e le autorità pubbliche nazionali e municipali non hanno finora adottato alcuna decisione riguardo al problema che abbiamo esposto, malgrado l’azienda sia obbligata a ottenere una licenza ambientale ecuadoriana per poter operare. A numero 74 no alle case vicine al perimetro dello stabilimento (tramite microscopia elettronica e microscopia ottica a contrasto di fase, con impiego della tecnica della dispersione cromatica). Una ditta la cui tipologia di attività è notoriamente pericolosa dovrebbe assicurare un controllo particolarmente forte dell’ambiente di lavoro e della salute dei lavoratori e, nello stesso tempo, evitare di esportare il rischio nell’ambiente esterno. Anche in questo caso, invece, ci troviamo di fronte a un’impresa transnazionale con un’immagine pubblica protetta da una certificazione ambientale. In realtà, non adempie nemmeno agli obblighi legati a questa certificazione che in teoria, pur non facendo esplicito riferimento alla salute delle persone, imporrebbe a chi la ottiene di responsabilizzarsi per tutto il ciclo di vita del prodotto. Lavanderie a secco egli ultimi anni le lavanderie a secco sono aumentate in maniera significativa in tutto l’Ecuador, e in particolare a Quito. Una di queste, tra le più grandi e attive da maggior tempo, utilizza solventi organici come il benzene, il tricloroetilene (Tce e il percloroetilene (Pce). I primi studi realizzati fra i lavoratori di alcuni reparti di questa azienda hanno messo in luce un presenza elevata di Tce e Pce nelle urine dei lavoratori, che presentavano anche effetti neurologici, tossicità epatica e leucopenia. Uno studio N successivo ha dimostrato poi che le emissioni di solventi dallo stabilimento verso l’ambiente esterno superavano di cinque volte i livelli consentiti in Paesi come la Svezia e che le persone che vivevano nei dintorni soffrivano di disturbi associabili a queste emissioni. Alcune recenti misurazioni ambientali hanno rilevato la presenza di benzene, TCE e PCE anche al di fuori del perimetro dello stabilimento. Nello stesso tempo, nelle urine di persone che abitano nei dintorni, ma che non lavorano in azienda, è stata rilevata una significativa presenza di benzene, Tce e Pce. Agli intenti di controllo da parte delle autorità municipali o nazionali sono seguite minacce di chiusura della fonte di lavoro. Si tratta di un’industria forte e radicata nel mercato locale, che fornisce servizi importanti. Può quindi mantenere il suo vigore a danno non solo dei lavoratori (che temono di essere licenziati e, data l’età, di avere difficoltà nel trovare un altro lavoro), ma anche delle persone che vivono nei dintorni che, nonostante protestino spesso, sono costrette a convivere con il problema. Tutto questo avviene nonostante, questa volta, in azienda ci sia un sindacato: questa circostanza da sola non basta gli autori Raul Harari, Homero Harari, Rocio Freire Ifa-Quito [email protected] 59 L’esposizione professionale ad asbesto è uno dei temi di indagine del progetto ExSol per garantire miglioramenti, perché la disoccupazione è una pressione o altrettanto forte della spinta dei lavoratori a difendere i propri diritti, soprattutto se le autorità pubbliche non li sostengono. Acqua “potabile”? acqua potabile di Quito è fornita da un’impresa di proprietà municipale dotata della certificazione Iso 9001 per la qualità totale. In un’area limitrofa al distretto municipale della città sono stati trovati, nelle falde acquifere, livelli di arsenico più alti dei limiti consentiti. Una popolazione che si stima superi le 50 mila persone ha consumato acqua attinta da queste falde per circa vent’anni. Alcuni studi hanno confermato un’elevata presenza di arsenico nell’acqua erogata in rete. Tra le persone che hanno consumato quest’acqua, sono stati evidenziati elevati livelli di arsenico in campioni di capelli e sono stati segnalati casi di diabete L’ 60 con una frequenza superiore a quella rilevata in altre aree non affette. Di fronte alla denuncia della gente, la risposta del governo locale è stata meramente difensiva e tutto si è esaurito in una polemica generica che non ha toccato il tema delle conseguenze per la salute dei consumatori. Sono state chiuse le prese d’acqua già note per contenere arsenico, ma non sono stati eseguiti controlli successivi, per cui non si è certi che questo basti per garantire la tutela delle persone e dell’ambiente. In questo caso, la popolazione si è lamentata da un lato della mancanza di uno studio adeguato per stimare gli effetti sanitari dell’acqua contaminata consumata in passato, dall’altro l’assenza di garanzie sulla potabilità dell’acqua, almeno da quel momento. Raccolta e riciclo dei rifiuti Quito il sistema di gestione dei rifiuti urba- A ni si basa su schemi antiquati: tutt’oggi, malgrado alcuni miglioramenti organizzativi introdotti di recente, dopo una raccolta indifferenziata si procede a una classificazione e suddivisione per tipologia di materiali, dopo di che i rifiuti industriali spesso si mescolano con quelli domestici. Il lavoro informale contribuisce in misura importante ad aumentare i volumi raccolti, dato che di norma le piccole aziende e gli artigiani eliminano i residui di produzione insieme alla spazzatura comune. Uno studio realizzato da poco tra i lavoratori che raccolgono, classificano e separano i rifiuti urbani di Quito ha rilevato valori elevati di piombo nel sangue, nonostante a Quito la benzina non contenga più piombo da dieci anni. Per la prima volta si è valutata l’esposizione a metalli pesanti in questi lavoratori. Si è scoperto che tra i rifiuti urbani erano presenti batterie elettriche, vernici motori e parti di macchine, che i lavoratori manipolavano senza mezzi di pro- tezione personale e soprattutto senza informazioni riguardo al pericolo a cui potevano essere esposti. Per la paura di perdere il lavoro, nessun reclamo né da parte delle organizzazioni sindacali dei raccoglitori dei rifiuti (che esistono tuttora), né dall’organizzazione corporativa a cui sono associati i riciclatori. Questo influisce in maniera determinante nell’indebolire le spinte per l’introduzione di regole di gestione di cui beneficerebbero non solo i lavoratori, ma anche l’organizzazione produttiva, la popolazione e tutto il sistema urbano. Piantagioni di banane a produzione di banane è molto importante in Ecuador e, di fatto, il Paese è il maggior esportatore di banane nel mondo. Le piantagioni sono gestite da un insieme di grandi, medi e piccoli agricoltori che hanno modernizzato la produzione, senza però eliminare molti processi dannosi per la salute e l’ambiente. L alta definizione • numero 74 Alta definizione Fumigazioni manuali vengono condotte con prodotti altamente nocivi come il mocap e il glifosato, le fodere di materiale plastico con cui si proteggono i caschi di banane contengono clorpyrifos, si utilizzano fungicidi come il carbofurano. Si realizzano anche fumigazioni aeree per 26 settimane all’anno, tra l’altro usando mancozeb. Spesso le case dei lavoratori si trovano dentro le stesse piantagioni o nelle zone immediatamente limitrofe. Dato che ci si trova in zone tropicali, le case sono fatte di canne e hanno bisogno di molta ventilazione, per cui le finestre rimangono aperte per molte ore al giorno, anche quando si cucina. Le scuole hanno permanentemente le finestre aperte e i bambini e le bambine giocano nei cortili durante la ricreazione. Questa vita all’aria aperta diventa un problema, perché le fumigazioni aeree avvengono senza preavviso, il che impedisce di adottare perfino le protezioni minime come chiudersi in un edificio a finestre chiuse. La terra, le vie d’acqua e le falde acquifere (anche quelle a cui attingono le popolazioni per uso domestico) sono pesantemente contaminate. Alcuni studi hanno documentato che i lavoratori delle piantagioni di banane ecuadoriane presentano frequenti sintomi di intossicazione da organofosforati e carbammati, così come del resto alcune persone che abitano in zone interne o vicine alle piantagioni. In questo comparto esiste una legislazione nazionale specifica in materia di prenumero 74 venzione, ma in pratica non si applica. Lo stesso vale per norme di base come la costituzione di comitati paritetici di sicurezza e l’elaborazione di regolamenti interni di sicurezza e salute nel lavoro. Nel 2004, di 6200 aziende ecuadoriane della produzione di banane solamente otto avevano adottato le norme di sicurezza e salute. Alcune delle aziende che non rispettano la normativa (per esempio, riguardo alle fumigazioni per via aerea) sono peraltro in possesso di certificazioni di qualità ambientale. La sindacalizzazione è molto bassa in questo settore (solo l’1% dei 280 mila lavoratori delle piantagioni di banane ecuadoriane ha un sindacato) e questo riduce notevolmente la capacità di difesa dei diritti dei lavoratori. In questo scenario, i grandi produttori ed esportatori condizionano i prezzi delle forniture di banane dei piccoli produttori e li spingono ad abbassare la qualità delle condizioni di lavoro per mantenersi sul mercato o ampliarlo. La recente decisione dell’Unione Europea di aumentare le tariffe d’ingresso delle banane in Europa potrebbe aumentare questa tendenza, denominata “fino in profondità”. La produzione di fiori ttualmente in Ecuador la produzione di fiori si realizza, oltre che nelle aree rurali, in zone considerate urbane, o quanto meno in zone che si considerano parte dei municipi. A In Ecuador ci sono più di 350 piantagioni di fiori, in cui operano circa 50 mila lavoratori diretti e più di 60 mila lavoratori indiretti. Sono stati condotti studi su lavoratori che sono stati esposti ad almeno venti diversi pesticidi delle classi degli organofosforici, dei carbammati e dei piretroidi, che si erogano due o tre volte alla settimana sia in serra sia nelle piantagioni aperte, molte volte mescolandoli fra loro. Sono emersi problemi dermatologici, neurologici e neuropsicologici e ci sono anche studi che dimostrano un’elevata frequenza di alterazioni cromosomiche fra questi lavoratori. Un altro studio ha segnalato che le lavoratrici delle floricolture hanno un rischio di aborto raddoppiato rispetto a un gruppo di donne di controllo. Recentemente, una ricerca ha dimostrato che i figli delle donne esposte a pesticidi nelle floricolture durante la gravidanza presentano alterazioni neuropsicologiche e aumento della pressione arteriosa sistolica rispetto a un gruppo di bambini le cui madri non siano state esposte a pesticidi durante la gravidanza. Alcune piantagioni di fiori confinano con aree in cui ci sono case, scuole, zone di ricreazione: da alcuni studi è emerso che le persone che rimangono in queste zone, soprattutto bambini e bambine, soffrono di disturbi correlati con la dispersione di pesticidi. Nelle vicinanze di alcune piantagioni si sono verificati conflitti socioambientali a causa delle fumiga- zioni di pesticidi che arrivavano a contaminare zone esterne al perimetro aziendale. Il più importante, giunto davanti alla Difensoria del Popolo in una città dell’interno dell’Ecuador, ha coinvolto un’impresa di origine svedese che possedeva cinque certificazioni di attenzione precauzionale all’ambiente, alla salute e alla qualità. Fra queste certificazioni una, denominata Flp (“Flower Label Program”, ovvero “Programma Etichette Fiori”), era avallata da imprese importatrici e sindacati tedeschi. Di fatto, non sono poche le imprese che rispettano a metà le norme di sicurezza e ricorrono alle certificazioni per dare di sé un’immagine positiva di fronte ai consumatori di altri Paesi: si potrebbe evitarlo se si consentissero ispezioni indipendenti e rigorose. Nel comparto floricolo ecuadoriano la sindacalizzazione è minima (meno dell’1%) e lo Stato effettua un controllo soltanto formale: ancora una volta, la salute dei lavoratori e delle popolazioni residenti è frequentemente minacciata e non garantita da alcun controllo. 61 Alta definizione Alcol e droghe: quando la dipendenza è sul lavoro Emilio Cipriani Nel novembre del 2007, il Governo, le Regioni e gli enti locali hanno firmato un’intesa “in materia di accertamenti di assenza di tossicodipendenza” per i lavoratori, che ha incluso, per la prima volta nel nostro sistema sanitario, autisti e magazzinieri nell’elenco di quelle mansioni da sottoporre a controlli sul consumo di droghe. Quest’articolo fa il punto sulle conseguenze del provvedimento per lavoratori e datori di lavoro, in attesa che una nuova intesa definisca chiaramente tutte le procedure diagnostiche, mediche e legali per attuare la sorveglianza sanitaria in ambito aziendale. dal 1956 che i lavoratori si sottopongono alle cosiddette “visite mediche periodiche” obbligatorie ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 303 del 1956. È risaputo, inoltre, che i lavoratori soggetti alla sorveglianza sanitaria, per effetto dello statuto dei lavoratori (Legge 300 del 1970, art. 5), devono essere individuati da specifiche norme di legge. Al primo elenco delle mansioni indicate negli anni Cinquanta dalle norme su apprendistato, igiene del lavoro, cassoni ad aria compressa, È 62 cave e miniere si sono aggiunte, nei decenni successivi, varie altre categorie di lavoratori con le norme su silicosi e asbestosi, fanciulli e adolescenti, rischi fisici, chimici e biologici, movimentazione manuale dei carichi, cancerogeni, videoterminalisti, radiazioni ionizzanti, lavoro notturno, ecc. Nella pratica comune, gli addetti al trasporto e alla movimentazione delle merci sono esclusi. Così almeno fino al 15 novembre 2007, quando è stata pubblicata l’Intesa del 30 ottobre 2007 tra il Governo, le Regioni e gli enti locali “in materia di accertamenti di assenza di tossicodipendenza” (Gazzetta ufficiale n. 266). Il Dpr 309 del 1990, testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti, prevede l’individuazione delle mansioni che comportano rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute dei terzi (art. 125). Dopo 17 anni, l’Intesa del 30 ottobre 2008, con la classica formulazione «per tali mansioni è obbligatoria la sorveglianza sanitaria ai sensi del combinato disposto degli articoli 16 e 17 del D.Lgs. 626/94», obbliga autisti e magazzinieri a sottoporsi improvvisamente a controlli per l’accertamento di assunzione di droghe. La Regione Veneto ha emanato un parere secondo cui il provvedimento è entrato in vigore a partire dal 16 novembre 2007 (giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta). Considerate le pesanti conseguenze lavorative in caso di positività all’accertamento, il datore di lavoro dovrà fornire ai lavoratori informazioni corrette e precise sull’argomento. Non solo, però. alta definizione • numero 74 Alta definizione Innanzitutto non si può trascurare che tra le prescrizioni contenute nell’Intesa del 16 marzo 2006 relative all’alcol (vedi Snop 68, “Quando la prevenzione passa per la bottiglia”, e Snop 71, “Alcol e lavoro, un bicchiere mezzo pieno?”) e queste relative alle droghe ci sono delle differenze sostanziali. In primis, le due liste delle mansioni che comportano rischi per la sicurezza allegate alle due intese sono differenti. Non solo alcune categorie di lavoratori sono soggette al controllo per l’alcol ma non per le droghe: per i lavoratori soggetti alla norma sulle droghe è chiaramente indicato l’obbligo della sorveglianza sanitaria, mentre per quelli inclusi nella norma sull’alcol non è prevista la sorveglianza sanitaria, ma solo la possibilità di un controllo alcolimetrico. Informazione per tutti Malgrado non siano ancora indicate le procedure diagnostiche e gli esami complementari tossicologici di laboratorio, in conseguenza della norma transitoria dell’articolo 13 che rimanda alle procedure del Decreto 186 del 1990, il datore di lavoro deve procedere alla valutazione del rischio. In questo caso, la valutazione consisterà nell’individuare i dipendenti che rientrano nelle «mansioni che comportano particolari rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute dei terzi» indicate nell’allegato (vedi il box sottostante). Il datore di lavoro è obbligato a riorganizzare le atti- Mansioni che comportano particolari rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute dei terzi 1) Attività per le quali è richiesto un certificato di abilitazione per l’espletamento dei seguenti lavori pericolosi: a) impiego di gas tossici (art. 8 del Regio Decreto 1927, e successive modificazioni) b) fabbricazione e uso di fuochi di artificio (di cui al Regio Decreto n. 635 del 6 maggio 1940) e posizionamento e brillamento mine (di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 302 del 19 marzo 1956) c) direzione tecnica e conduzione di impianti nucleari (di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 1450 del 30 dicembre 1970 e s.m.). 2) Mansioni inerenti le attività di trasporto: a) conducenti di veicoli stradali per i quali è richiesto il possesso della patente di guida categoria C, D, E, e quelli per i quali è richiesto il certificato di abilitazione professionale per la guida di taxi o di veicoli in servizio di noleggio con conducente, ovvero il certificato di formazione professionale per guida di veicoli che trasportano merci pericolose su strada b) personale addetto direttamente alla circolazione dei treni e alla sicurezza dell’esercizio ferroviario che esplichi attività di condotta, verifica materiale rotabile, manovra di apparati di sicurezza, formazione treni, accompagnamento treni, gestione della circolazione, manutenzione dell’infrastruttura e coordinamento e vigilanza di una o più attività di sicurezza c) personale ferroviario navigante sulle navi del gestore dell’infrastruttura ferroviaria con esclusione del personale di camera e di mensa d) personale navigante delle acque interne con qualifica di conduttore per le imbarcazioni da diporto adibite a noleggio e) personale addetto alla circolazione e a sicurezza delle ferrovie in concessione e in gestione governativa, metropolitane, tranvie e impianti assimilati, filovie, autolinee e impianti funicolari, aerei e terrestri f) conducenti, conduttori, manovratori e addetti agli scambi di altri veicoli con binario, rotaie o di apparecchi di sollevamento, esclusi i manovratori di carri ponte con pulsantiera a terra e di monorotaie g) personale marittimo di prima categoria delle sezioni di coperta e macchina, limitatamente allo Stato maggiore e sottufficiali componenti l’equipaggio di navi mercantili e passeggeri, nonché il personale marittimo e tecnico delle piattaforme in mare, dei pontoni galleggianti, adibito ad attività off-shore e delle navi posatubi h) controllori di volo ed esperti di assistenza al volo i) personale certificato dal registro aeronautico italiano l) collaudatori di mezzi di navigazione marittima, terrestre e aerea m) addetti ai pannelli di controllo del movimento nel settore dei trasporti n) addetti alla guida di macchine di movimentazione terra e merci. 3) Funzioni operative proprie degli addetti e dei responsabili della produzione, del confezionamento, della detenzione, del trasporto e della vendita di esplosivi. 63 numero 74 64 nire le procedure diagnostiche, mediche e legali della visita medica e gli esami Emilio Cipriani complementari tossicologiUlss 22 Veneto, ci di laboratorio. Va sottolidipartimento neato che l’Intesa (art. 3, 4 di Prevenzione, Spisal e 5) distingue gli [email protected] menti sanitari preventivi di screening, in carico al medico competente, da quelli di diagnosi di tossicodipenvità a rischio in modo che denza, affidati alla struttunessun lavoratore possa ra sanitaria competente espletare queste mansioni se non è stato inserito nella (più frequentemente i Sert). lista dei lavoratori soggetti Il medico competente orgaalla sorveglianza sanitaria, nizza lo screening per individuare i lavoratori che asa prescindere dal tipo di sumono anche sporadicacontratto di lavoro instaurato (art. 3, comma 2 e art. mente sostanze stupefacenti, affidandoli poi ai servizi 4, comma 1). Tra le misure di prevenzio- specialistici per gli approfondimenti diagnostici. ne che il datore di lavoro deve adottare, c’è l’attività I lavoratori risultati positivi sono temporaneamente di informazione, che deve coinvolgere tutti i lavorato- (cioè fino alla definizione diagnostica del Sert) non ri dell’azienda e creare un clima aziendale favorevole idonei a svolgere le mansioni a rischio e il datore di che induca le persone con dipendenza a seguire i per- lavoro ha il dovere di affidare loro immediatamente corsi terapeutici offerti altri incarichi. I lavoratori dalla strutture specialistiche non si sottopongono che. Gli indicatori per agli accertamenti sono sanmisurare l’efficienza del zionati con arresto fino a sistema sono il numero di 15 giorni o con ammenda soggetti a rischio individa 103 a 309 euro, mentre duati e quello dei positivi il datore di lavoro che non ai test. Gli indicatori di fa cessare la mansione al risultato sono invece il numero di soggetti avviati lavoratore inidoneo è sanzionato con 2-4 mesi di ai percorsi terapeutici e, arresto o con un’ammenda con qualche difficoltà di che può andare da 5.164 a misura, il numero di lavoratori che hanno rinunciato 25.820 euro. al consumo grazie alla poli- In attesa dell’accordo tra lo Stato, le Regioni e le tica aziendale adottata. Province autonome (art. 8, comma 2), che dovrà definire le procedure diagnostiLa sorveglianza che, mediche e legali (comL’organizzazione della sor- prese le modalità di prelievo, conservazione e catena veglianza sanitaria prevista dalla norma è comples- di custodia dei campioni per l’accertamento di sa, ma comunque praticaassunzione di sostanze stubile. Rimane il problema della mancata emanazione pefacenti), alcune indicadell’accordo che dovrà defi- zioni utili possono venire l’autore dal Decreto ministeriale 186 del 12 luglio 1990 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 163 del 14 luglio 1990). In realtà, il Decreto 186/90 è stato in gran parte abrogato dal Dpr 171/93 e la parte rimasta in vigore riguarda le procedure clinico-anamnestiche, in verità dettate a suo tempo per l’accertamento dell’uso abituale di stupefacenti e non per un’assunzione anche sporadica, come è richiesto nel nostro caso. Il medico competente dovrebbe così cercare elementi come trattamenti documentati, segni di assunzione, sintomi fisici e psichici, sindrome da astinenza, certamente poco adatti all’individuazione dei consumatori delle sostanze stupefacenti in uso oggi, ben diverse dall’eroina per endovena del passato. Quello che la legge, gli imprenditori e i cittadini vogliono evitare sono infortuni e incidenti causati dall’assunzione di stupefacenti. Per il momento i soggetti chiamati a intervenire sono i datori di lavoro e i medici competenti. L’imprenditore deve valutare il rischio, informare i lavoratori e comunicare al medico competente l’elenco dei soggetti da sottoporre alla sorveglianza sanitaria. Il medico dovrà invece istituire o aggiornare la cartella sanitaria e di rischio, effettuando un’anamnesi mirata, anche ricercando gli elementi del Decreto 186/90, utilizzando nei confronti del soggetto l’approccio del colloquio motivazionale o counselling breve. Questa fase iniziale di ap- plicazione della norma, in cui non c’è indicazione degli accertamenti specifici per l’accertamento dell’assunzione di sostanze stupefacenti, dovrebbe essere sfruttata per ottenere i migliori risultati possibili nell’interesse della sicurezza. La trasparenza delle procedure definite e l’affermazione che l’azienda intende osservare correttamente la norma rappresentano di per sé un forte deterrente al consumo sporadico: anche i consumatori abituali, che non siano ancora dipendenti, potrebbero quindi essere indotti a cambiare le proprie abitudini. alta definizione • numero 74 Alta definizione Clima che muta, zanzara in arrivo Autori vari Fra le specie animali recentemente introdotte in Italia la zanzara tigre è certamente una delle specie che ha avuto un impatto significativo. Nell’arco di un decennio si è diffusa in modo formidabile, anche grazie al vantaggio ecologico conferitole dalle recenti variazioni climatiche. È molto importante monitorarne la diffusione, vista anche la sua capacità di funzionare da vettore per diversi virus patogeni. In questo contesto si inserisce questo studio per lo sviluppo di una modellistica di popolazione in grado di rapportare le condizioni meteoclimatiche alla diffusione della zanzara e al suo impatto sulla collettività. egli ultimi quindici anni, la scena climatica italiana ha visto imporsi una forte variabilità stagionale, in termini sia di temperatura sia di precipitazioni. Questo ha avuto un forte impatto ambientale su tutto il territorio nazionale, soprattutto a livello delle comunità di specie animali e vegetali presenti nei vari biotopi italiani (ovvero, nelle aree in cui le condizioni fisico-chimiche e ambientali sono costanti). Un ulteriore fattore di squilibrio ambientale è stato l’ingresso in Italia di popo- N numero 74 lazioni di specie animali e vegetali provenienti da territori extraeuropei (allogeni), grazie all’intensificazione degli scambi commerciali dovuti al processo di globalizzazione in atto. Uno degli esempi classici per questo tipo di fenomeni è certamente la straordinaria diffusione in ambito urbano di Aedes albopictus, più nota come zanzara tigre. Di origine asiatica, è stata segnalata per la prima volta nel settembre del 1990 a Genova. A distanza di poco tempo è stata avvistata in provincia di Padova e oggi ha colonizzato le Regioni italiane da Nord verso Sud, spostandosi con rapidità inaspettata (vedi figura 1 nella pagina successiva). La teoria più accreditata ritiene che Ae. albopictus si sia diffusa in gran parte dei continenti attraverso il commercio di copertoni usati. La femmina gravida depone le uova all’interno di piccole raccolte temporanee di acqua stagnante. Le uova vengono deposte poco sopra il livello dell’acqua e sono in grado di resistere anche a lunghi periodi di disseccamento e al rigore invernale. Infatti, le uova del genere Aedes sono in grado, gra- L’ampia bibliografia di questo articolo, qui sacrificata per motivi di spazio, può essere richiesta direttamente agli autori, via e-mail, oppure si può scaricare dal sito www.zanzaratigreonline.it 65 Figura 1 Aree di diffusione della zanzara tigre in Europa (immagine di E. Sholte e F. Schaffner, 2007, modificata da C. Venturelli, marzo 2008) presunto negativo 66 presunto positivo zie alla loro particolare struttura, di resistere al disseccamento ritardando la schiusura anche di parecchi mesi. Durante l’estate, più favorevole allo sviluppo, la maggior parte delle uova schiudono appena sommerse dall’acqua. Con l’accorciarsi delle giornate e quindi delle ore di luce (fotoperiodo), le femmine delle ultime generazioni vengono indotte a ibernare rimanendo in una sorta di stato di quiescenza (diapausa embrionale). Le uova riescono così a sopravvivere anche a temperature molto basse. L’induzione della diapausa è fortemente influenzata dalla temperatura: nelle aree temperate, le femmine di Ae. albopictus sono indotte a produrre uova diapausanti da un fotoperiodo inferiore alle 13-14 ore di luce e si riattivano solo in presenza dello stesso numero di ore di luce. Ulteriori studi condotti a Roma tra il 1998 e il 2000 hanno evidenziato che il positivo specie eliminata ciclo biologico della specie si riattiva in presenza di 11,5-12 ore di luce, con temperature superiori ai 10 °C. l’acqua che poi ristagna per almeno una settimana: bottiglie, barattoli, cavità di alberi, lattine, bicchieri, annaffiatoi, secchi, bacinelle, sottovasi, bidoni, vasche, teli di plastica, abbeveratoi per animali, Casa dolce casa grondaie otturate, piante Nel paese di origine, i foco- in idrocoltura, pneumatici, lai larvali di zanzara tigre anfore e rocce ornamentali. In ambito urbano i luoghi sono rappresentati da maggiormente a rischio cavità nel tronco degli per lo sviluppo di zanzara alberi, incavi delle ascelle tigre sono le abitazioni con foliari di grosse piante, cavità dei bambù spezzati, cortile o giardino, i parchi (giardini e spazi verdi di piccole pozze tra le rocce. ampie dimensioni), i vivai Grazie alla sua grande capacità di adattamento ad (inseriti in ambienti urbani), i piazzali con o senza ambienti diversi, questa verde (parcheggi privati a zanzara è riuscita nel tempo a colonizzare prima uso pubblico, zone di carico e scarico all’interno gli insediamenti umani delle aree produttive, ecc). confinanti con la foresta, poi gli ambienti suburbani A livello domestico, i maggiori focolai sono i tombini e urbani: elemento deter(40,8%) e i sottovasi minante, la presenza di (30,8%). piccoli contenitori legati Le aree private contribuiall’attività umana. scono in modo determinanOltre ai tombini (caditoie stradali, pluviali del tetto) te alla colonizzazione e all’insediamento della zanpredilige quei luoghi in zara tigre, per quanto precui, grazie alla pioggia o all’azione dell’uomo, si rac- senze massicce dell’insetto coglie accidentalmente del- siano state riscontrate anche in zone assolate e prive di verde. La presenza di zanzara tigre sul territorio è oggetto di numerosi studi non solo per il fastidio arrecato, proporzionale alla densità dell’insetto, ma soprattutto per il fatto che Ae. albopictus è capace di trasmettere verticalmente e orizzontalmente il virus della dengue e altri importanti arbovirus agenti di malattie umane. Inoltre, il suo comportamento molesto nei confronti dell’uomo e l’attività diurna (diversamente da altre specie di Culicidi) lo ha fatto rapidamente diventare uno degli oggetti di ricerca più interessanti. L’aumento delle temperature medie e delle precipitazioni primaverili ed estive in atto favorisce sempre di più lo sviluppo e la persistenza di popolazioni di zanzare, vettori di virus tipici di Paesi centroafricani, dell’America centrale, del Sudamerica e del Sudest asiatico: aumenta così il rischio sanitario non alta definizione • numero 74 Alta definizione solo a livello globale, ma anche nei Paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo. Ne è una dimostrazione il focolaio epidemico di febbre chikungunya che si è sviluppato nella Provincia di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini durante l’estate del 2007 (vedi Snop 73). Il virus, giunto sul territorio italiano tramite un viaggiatore proveniente dal subcontinente indiano, ha contagiato attraverso il suo vettore più probabile, ovvero la zanzara tigre, 214 persone (casi accertati con esami di laboratorio). Con la nota del 20 novembre 2007, il ministero della Salute ha dichiarato conclusa l’epidemia: «in relazione all’epidemia di febbre chikungunya occorsa nell’agosto 2007 in alcune aree della Regione Emilia Romagna (province di Ravenna, Cesena-Forlì e Rimini), gli autori Roberto Vallorani, Alfonso Crisci, Gianni Messeri, Bernardo Gozzini Istituto di Biometerologia del Cnr, Firenze [email protected] Claudio Venturelli, Silvia Mascali Zeo dipartimento di Sanità pubblica, Ausl Cesena cventurelli@ ausl-cesena.emr.it Paola Angelini Assessorato politiche per la salute, Regione Emilia Romagna pangelini@regione. emilia-romagna.it numero 74 si comunica che, in accordo con quanto condiviso con l’Organizzazione mondiale della sanità e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, si dichiara la Regione Emilia Romagna non più a rischio di trasmissione per il virus chikungunya, poiché l’ultimo caso confermato risale al 28 settembre scorso. Il ministero della Salute e il Ccm stanno elaborando un Piano nazionale per la lotta all’Aedes albopictus, dal momento che non si può escludere la trasmissione verticale del virus alla progenie di larve di zanzare che si schiuderanno in primavera. La sorveglianza dei casi rimane ancora in corso». Nel frattempo, l’Emilia Romagna ha elaborato un proprio protocollo operativo di lotta alla zanzara tigre (sottoposto a un confronto con i maggiori esperti europei il 21 e 22 gennaio 2008), per affrontare la problematica coinvolgendo le Ausl e i Comuni regionali. Entra in scena la modellistica Presso l’Isituto di Biometeorologia del Cnr (Ibimet) è stato sviluppato il modello di dinamica della popolazione basato su ingressi meteorologici, denominato BiTE (Biometeorological Tiger mosquitoes Estimator). Questo modello è stato mutuato e adattato per la zanzara tigre a partire da un lavoro fatto in Argentina su una specie vicina a questa. Il modello fornisce l’evolu- zione giornaliera di una comunità di zanzare, che si sviluppa a partire da un determinato numero di focolai larvali (BS breeding sites), inseriti in un contesto ambientale omogeneo e con uguali caratteristiche fisiche, in termini di consistenza numerica di cinque fenofasi (uova, larve, pupe, adulti e uova deposte). Nel modello, queste evolvono seguendo un approccio deterministico-stocastico. I tassi termodinamici di sviluppo, i processi regolatori e l’evoluzione delle fenofasi vengono modellati secondo un processo aleatorio di natura poissoniana e simulati attraverso un’opportuna tecnica numerico-statistica. In questo lavoro il modello ha un dipendenza meteo, data dalla temperatura media giornaliera. Lo scopo di questo lavoro è quello di verificare proprio con un approccio modellistico se la bioclimate envelope, ovvero la componente climatica della nicchia ecologica occupata da Aedes, sarà capace di sostenere lo sviluppo e l’insediamento stabile di questa specie. Inoltre si vuole verificare se gli scenari climatici previsti per i prossimi anni sono tali da giustificare una maggiore o minore diffusione di questa zanzara. Sono state effettuate una serie di simulazioni di popolazione, sia per ambienti urbani a basso grado di colonizzazione (BS=50), sia per quelli ad alta densità di colonie di Ae. albopictus (BS=150). Il periodo preso in considerazione è stato il decennio 1996-2006 e sono state utilizzate le serie storiche dell’Ufficio centrale di ecologia agraria (Ucea) di alcune località rappresentative del clima del territorio nazionale. La scelta di questo decennio è stata principalmente guidata dal fatto che i cambiamenti climatici osservati in questo periodo sono evidenti e possono essere utilizzati per verificare la sensibilità climatica del modello. Sono state anche valutate le potenzialità di sviluppo dell’insetto nei prossimi decenni a partire da un insieme di proiezioni climatologiche (scenari climatici) ottenute nell’ambito del programma Climagri (Cambiamenti climatici e dell’agricoltura), finanziato dal ministero delle Politiche agricole e forestali. Le serie di simulazioni sono state ottenute con una tecnica di downscaling statistico, a partire dai due scenari Sres-Ipcc (Rapporto speciale sugli scenari di emissioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change): uno con la prospettiva di emissioni di gas serra medio-alte (A2) e l’altro con emissioni medio-basse (B2). È emerso un evidente trend di crescita, chiaramente più marcato nella modalità con BS=150 (figura 2 della pagina successiva). Il modello mostra quindi una notevole sensibilità alle variazioni termiche. Scenari futuri Da una prima analisi appare particolarmente critica la scelta del numero di focolai (BS), che descrive il grado di ricettività ambientale. Infatti l’aumento del numero medio di uova 67 numero medio di uova deposte Roma - simulazioni con il modello BiTE alimentato da osservazioni meteo Ucea 1996/2006 Infestazione di una popolazione omogenea di zanzara tigre a basso ed elevato grado di colonizzazione Figura 2 Simulazione del numero medio annuo di uova deposte nel decennio 1996-2006 attraverso il modello biometeorologico BiTE (linea continua nera: BS =150; linea continua grigia: BS=50; linee tratteggiate: linea di tendenza) anni osservazione numero uova deposte Roma - simulazioni con il modello BiTE su scenario climatico A2 Ipcc - 2010/2050 Infestazione di una popolazione omogenea di zanzara tigre a basso ed elevato grado di colonizzazione anni scenario Figura 3 Previsione del numero medio annuo di uova deposte per il periodo 2010-2050, ottenuta con il modello BiTE a partire dallo scenario Ipcc A2 (BS =150 e BS=50) 68 deposte è molto sensibile a questo parametro, come dimostra anche l’incremento di uova deposte previsto per il 2003, decisamente più evidente nella modalità BS=150 (figura 2). In definitiva, Ae. albopictus si è dimostrata sensibile all’aumento delle temperature soprattutto in aree, come per esempio quelle urbane, dove fattori antropici come il notevole apporto idrico artificiale garantiscono un’elevata predisposizione all’infestazione. Le successive simulazioni, eseguite a partire da due scenari Ipcc (A2 e B2), hanno confermato le indicazioni ricavate dall’analisi del decennio 1996-2006. Nei prossimi 40-50 anni ci possiamo attendere un’ulteriore diffusione di questa specie, con un incremento particolarmente marcato a partire dagli anni successivi al 2035 (figura 3 e figura 4). alta definizione • numero 74 Alta definizione numero uova deposte Roma - simulazioni con il modello BiTE su scenario climatico B2 Ipcc - 2010/2050 Infestazione di una popolazione omogenea di zanzara tigre a basso ed elevato grado di colonizzazione anni scenario Figura 4 Previsione del numero medio annuo di uova deposte per il periodo 2010-2050, ottenute con il modello BiTE a partire dallo scenario Ipcc B2 (BS =150 e BS=50) Questo lavoro preliminare nasce dall’esigenza di verificare le potenzialità di sviluppo della Ae. albopictus nei prossimi anni, considerando i cambiamenti climatici che potrebbero interessare gran parte del nostro pianeta. Dall’attività di ricerca svolta finora appare evidente che la diffusione di questa zanzara è sensibi- le alle variazioni termiche e che saranno proprio le aree a maggior predisposizione all’infestazione a subire maggiormente gli effetti dei cambiamenti climatici. Questo dato è particolarmente rilevante se si considera che tra le aree a maggiore predisposizione ci sono le zone urbane, densamente popolate. La diffusione della zanzara tigre è una variabile da monitorare con cura, soprattutto perché rappresenta un efficace vettore nella diffusione di malattie come la febbre di dengue. In futuro verranno approfondite tematiche inerenti i possibili siti di diffusione della Ae. albopictus e di come le variazioni del regime pluviometrico associati a quelli termici, possono condizionare l’espansione di questa zanzara. Questi studi e previsioni inoltre devono andare di pari passo con il perfezionamento del modello di dinamica delle popolazioni di cui disponiamo e che al momento è oggetto di verifiche con i dati osservati. 69 numero 74 Alta definizione Guadagnare salute: chi ben comincia… Adriano Cattaneo Promuovere un’alimentazione sana e un’attività fisica regolare sono tra i principali obiettivi di “Guadagnare salute”, il programma approvato dal Governo nel maggio del 2007. Ma da quando bisogna cominciare a intervenire per contrastare più efficacemente la diffusione dell’obesità? Secondo i dati più recenti, sembra che i giochi siano quasi del tutto conclusi ben prima dell’età scolare, già nel periodo fetale e neonatale: occorre quindi anticipare gli interventi al periodo della gravidanza e ai primi 2-3 anni di vita, coinvolgendo consultori, ostetriche, pediatri, asili nido, associazioni di genitori, mass media. er prevenire l’obesità, il programma di governo “Guadagnare salute” propone, con un giusto approccio intersettoriale, alcune strategie e ipotesi di intervento per promuovere un’alimentazione sana e l’attività fisica. Fatta eccezione per la promozione dell’allattamento al seno, tutte le altre strategie sono rivolte ai bambini della scuola dell’obbligo (gli asili sono citati solo due volte, per la ristorazione e l’attività fisica), oltre che agli adulti di ogni età. “Guadagnare salute” preve- P 70 de un programma specifico in collaborazione con la scuola, ma nessun intervento specifico con i consultori familiari, per esempio. Eppure ci sono prove sempre più convincenti che i giochi siano quasi del tutto conclusi ben prima dell’età scolare, già nel periodo fetale e neonatale. Esistono in fatti numerosi fattori che in queste fasi sembrano quasi “programmare” l’alimentazione nelle età successive: l’indice di massa corporea preconcezionale, la nutrizione della gestante (cioè l’equilibrio tra quello che mangia e quello che consuma in gravidanza), il peso alla nascita in relazione all’età gestazionale, il tipo, la quantità e le proporzioni relative di carboidrati, grassi e proteine assunti dal feto e dal neonato, il modo in cui il neonato mangia e regola, attraverso complessi meccanismi ormonali, il suo appetito e la distribuzione dei pasti, l’esclusività e la durata dell’allattamento al seno. È molto probabile che un bambino più grande e un adulto regolino la loro alimentazione sulla base di cosa, quanto e come mangiano al momento in cui finiscono lo svezzamento (anche se sarebbe meglio parlare di alimentazione complementare al latte materno), integrandosi nella dieta della famiglia. Per quanto le prove siano meno stringenti, è probabile che anche i livelli di attività fisica futura siano “impostati” nello stesso periodo. Ci sono infatti dei comportamenti dei genitori che possono influire negativamente sullo sviluppo futuro di una sana attività fisica del bambino: tenere il neonato in posizione supina anche quando è sveglio, impedendogli di inarcare il alta definizione • numero 74 Alta definizione tronco e sollevare la testa, sdraiarlo in carrozzella anche quando potrebbe essere messo in condizione di rotolare e muoversi liberamente al suolo, costringerlo in seggiolini e spazi limitati invece di lasciarlo libero di gattonare in spazi aperti e sicuri, scarrozzarlo su un passeggino impedendogli di muoversi e camminare autonomamente, parcheggiarlo davanti alla televisione per calmarlo e distrarlo. Che fare, allora? Se si devono anticipare gli interventi al periodo della gravidanza e ai primi 2-3 anni di vita, è evidente che diventa necessario coinvolgere le persone e le istituzioni che si occupano di queste fasi della vita: non solo i già citati consultori familiari, ostetriche e ginecologi, pediatri e infermieri, ma anche il personale degli asili nido, le associazioni di genitori, i mezzi di comunicazione, gli enti locali. Purtroppo non è chiaro quali siano gli interventi efficaci, sia perché finora la ricerca si è concentrata (come anche “Guadagnare Salute”) sui bambini in età scolare, sia perché, in ogni caso, è difficile condurre studi control- l’autore Adriano Cattaneo Centro collaboratore dell’Oms per la salute materno-infantile, Irccs “Burlo Garofolo”, Trieste [email protected] numero 74 Guadagnare salute: occhi puntati sui bambini Nell’ambito di “Guadagnare salute” e del Piano nazionale di prevenzione, il Ccm e le Regioni hanno affidato al Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell’Iss il coordinamento di “OKkio alla Salute”, progetto per la realizzazione di un sistema di indagini sulle abitudini alimentari e sull’attività fisica dei bambini delle scuole primarie. Obiettivo generale del progetto sarà orientare la realizzazione di iniziative utili ed efficaci per migliorare le condizioni di vita e di salute dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni. All’Iss-Cnesps spetterà il compito di definire e mettere a regime un sistema nazionale di raccolta dati, coinvolgendo anche le Regioni, che consenta di acquisire informazioni su alcuni parametri antropometrici, abitudini lati rigorosi su questi temi. La mancanza di prove d’efficacia, tuttavia, non giustifica l’inazione. È probabile che anche alla prevenzione dell’obesità in età prescolare si possano applicare alcuni principi che, se non garantiscono l’efficacia, per la meno la favoriscono. Innanzitutto, si potrebbero allestire dei kit di buone pratiche da usare per formare gli operatori e informare i cittadini sull’alimentazione e l’attività fisica in gravidanza e nei primi tre anni di vita. Per l’alimentazione, e soprattutto per l’allattamento al seno, non manca certo la letteratura sulle prove d’efficacia, mentre il buon senso e la fisiologia ci aiuteranno a inserire nel kit pratiche salutari per la dieta della gestante e l’alimentazione comple- alimentari e attività fisica in questa fascia d’età. Per sapere che cosa mangiano e quanto si muovono i bambini, la scuola rappresenta certamente il luogo ideale per la raccolta delle informazioni. In vista di una possibile evoluzione del progetto verso un vero e proprio sistema di sorveglianza (cioè una raccolta continua nel tempo finalizzata all’azione) è stato quindi sviluppato un sistema che permetta la raccolta dei dati nelle scuole, che sia sostenibile nel tempo ed efficace nel guidare gli interventi di sanità pubblica. Per maggiori dettagli, si possono consultare le pagine di EpiCentro dedicate al progetto: www.epicentro.iss.it/okkioallasalute/ default.asp mentare. Il lavoro è più complesso riguardo all’attività fisica, ma grazie alla collaborazione di esperti in sviluppo motorio dei bambini piccoli si potrà identificare una serie di pratiche da promuovere. Le buone pratiche inserite nei kit dovrebbero poi essere oggetto di un monitoraggio: occorrerà quindi trovare dei sistemi semplici e fattibili, ma anche degli indicatori antropometrici in gravidanza e fino a tre anni di età che ci permettano di seguire la distribuzione e la tendenza del sovrappeso e dell’obesità. Alcuni dei dati di questi sistemi di monitoraggio possono essere raccolti routinariamente, per esempio dai pediatri di famiglia e nei consultori familiari, mentre altri dipenderanno dalla realizzazione di inchieste a campione. Allargando lo sguardo, si potrebbero istituire tavoli intersettoriali nazionali, regionali e locali che sottoscrivano dei “patti” con obiettivi, contenuti e strumenti comuni, in modo che operatori e utenti parlino la stessa lingua e non vi siano messaggi contradditori. Inoltre, alle azioni di promozione andrebbero affiancati interventi di protezione, basati su politiche e leggi che creino un ambiente favorevole all’adozione di comportamenti salutari (non a caso, nel paragrafo dedicato all’allattamento al seno “Guadagnare Salute” sottoliena la necessità di applicare integralmente il Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno), 71 e interventi di sostegno, per fornire agli operatori competenze tecniche e di counselling che permettano di affrontare efficacemente ostacoli e problemi a livello individuale. In definitiva, gli interventi non dovranno limitarsi a campagne generiche di informazione, con spot televisivi, diffusione di poster, distribuzione di opuscoli o iniziative simili, soprattutto se non indirizzate a target di popolazione specifici. Anche le migliori campagne di questo tipo, infatti, si sono spesso dimostrate inefficaci e servono più a promuovere chi le promuove che a modificare stili di vita salutari, soprattutto quando questi non sono oggetto anche di protezione e sostegno. Interventi per tutti È ormai ben noto che l’obesità non si distribuisce in maniera egualitaria e, come molte altre condizioni, colpisce soprattutto i più poveri, i meno istruiti, quelli che vivono più a sud (in Italia e nel mondo), quelli che non si sanno difendere dalla pubblicità, quelli che non si possono permettere le poche calorie per euro fornite da frutta e verdura, quelli che abitano in quartieri dormitorio dove fare una passeggiata può essere un’impresa. Se sappiamo poco dell’efficacia degli interventi per la prevenzione dell’obesità, sappiamo ancora meno di quella degli interventi per ridurre le diseguaglianze. Ma anche in questo caso ci aiutano il dovere di agire anche senza prove d’efficacia e l’impianto fortunatamente equo (almeno in teoria) del sistema sanitario. Per esempio, non è pensabile favorire cambiamenti differenziali (che favoriscano maggiormente i meno privilegiati) degli stili di vita senza interventi strutturali e legislativi: sulle abitazioni, sul traffico, sulla separazione tra pedoni o ciclisti e mezzi motorizzati, sulla produzione e sui prezzi, sul marketing, sulle tasse, sulla distribuzione del reddito. Un altro elemento su cui bisogna sicuramente agire su quelle barriere e quegli ostacoli che rendono difficile adottare un’alimentazione sana e una regolare attività fisica ai ceti sociali più svan- taggiati: non solo i costi, ma anche distanze, liste d’attesa, restrizioni dei benefici di maternità. Si dovrebbero invece offrire attivamente delle “occasioni di salute” alle fasce della popolazione particolarmente difficili da raggiungere, come gli adolescenti, i disoccupati, gli immigrati, i disabili, le famiglie molto numerose. Evitando invece quelle iniziative a cui accetteranno di partecipare solo i più ricchi e istruiti. “Guadagnare Salute” può essere una buona base di partenza. Ma si può e si deve andare oltre, pensando soprattutto a gestanti e bambini in età prescolare e facendo sì che alla base di qualsiasi intervento ci sia sempre l’obiettivo di eliminare le diseguaglianze. 72 alta definizione • numero 74