indice
Rivista trimestrale della Società nazionale
degli operatori della prevenzione
Il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ccm)
e la rivista Snop collaborano per la diffusione e l’approfondimento dei temi contenuti nel Piano nazionale della prevenzione 2005-2007. Questa collaborazione è finalizzata a favorire la conoscenza, la riflessione critica e la partecipazione
da parte degli operatori dei servizi di sanità pubblica.
Editore: Snop • Società nazionale operatori
della prevenzione • via Prospero Finzi, 15 - 20126 Milano
www.snop.it
Direttore responsabile: Claudio Venturelli
Direttore: Alberto Baldasseroni
Direttore editoriale: Eva Benelli
Comitato scientifico di redazione:
Alberto Baldasseroni, Roberto Calisti, Luca Carneglia,
Emilio Cipriani, Maria Elisa Damiani, Giorgio Di Leone,
Annunziata Giangaspero, Paolo Lauriola, Gianpiero Mancini,
Luca Pietrantoni, Luigi Salizzato, Domenico Spinazzola,
Domenico Taddeo, Claudio Venturelli, Luciano Venturi
Redazione: Anna Maria Zaccheddu
Progetto grafico e impaginazione: Corinna Guercini
Copertina: Bruno Antonini
Zadigroma, via Monte Cristallo, 6 - 00141 Roma
tel. 068175644 e-mail: [email protected]
Stampa: Tipografia Graffiti srl - Pavona (Roma)
Numero 74 marzo 2008 • anno 23
Editoriale
Sicurezza sul lavoro: facciamone un bene pubblico . . . . . . . . . . . . . . . . .03
Domenico Taddeo
Dossier: in ricordo di Giorgio Ferigo
… plens di te ma cença di te . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 06
Gian Paolo Gri
Un cuore carnico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 08
Francesco Micelli
Insieme contro l’inutilità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10
Paolo Pischiutti
Le brigate di Giorgio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10
Carlo Bressan
di Giorgio Ferigo
Perinde ac cadaver . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
Trenta semplificazioni – anzi, ventisette . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26
Sulla culinaria scolastica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32
Dal fronte dei libretti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
Lettera aperta al ministro dell’Interno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34
I Nas come volontà e rappresentazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 36
Il reato e il peccato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37
Patenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
La regola del poliziotto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40
Il riposo del guerriero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41
Abbonamento annuale per 4 numeri 30,00 euro
c/c postale n. 36886208 intestato a Snop
Indicare causale del versamento e indirizzo
Singolo numero: 10,00 euro
Sacrificio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43
Kafka sui monti della Carnia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45
Quando anche Bersani era «corporativo» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 46
Tammurriata del certificato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47
Autoriz. Tribunale di Milano n. 416 del 25/7/86
Tariffa regime libero: Poste Italiane SpA sped. in abbonamento postale
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29/12/1989. Non si rilasciano quindi fatture (art. 1. c. 5 DM 29/12/1989).
Finito di stampare nel mese di marzo 2008
C’era una volta l’autorizzazione sanitaria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
E il certificato, cacciato dalla porta, rientrò dalla finestra . . . . . . . . . 53
Cittadini del mondo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56
Alta definizione
Lavorare in salute: un diritto globale? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58
Raul Harari, Homero Harari, Rocio Freire
Alcol e droghe: quando la dipendenza è sul lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . 62
Emilio Cipriani
Clima che muta, zanzara in arrivo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 65
Roberto Vallorani, Alfonso Crisci, Gianni Messeri, Bernardo Gozzini,
Claudio Venturelli, Silvia Mascali Zeo, Paola Angelini
Guadagnare salute: chi ben comincia… . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 70
Adriano Cattaneo
Carissimi lettori,
il 2008 si apre con un numero speciale di Snop, in ricordo
di Giorgio Ferigo e della sua inimitabile penna: la redazione
ripropone la raccolta completa dei suoi interventi pubblicati per noi
in questi anni, sia sulla rivista cartacea, sia sulla newsletter
associativa Snop InForma.
L’anno parte inoltre con una versione completamente rinnovata
del sito dell’associazione, www.snop.it , che vi invitiamo a visitare.
Con questo primo numero dell’anno cogliamo l’occasione per
ricordare a voi lettori che rappresentate la nostra ragion d’essere in
quanto rivista: per questo vi chiediamo di continuare a fornirci
contributi da pubblicare, ma anche commenti critici sul nostro
lavoro o suggerimenti per nuovi argomenti da trattare.
Inoltre, poiché la rivista è finanziata da voi abbonati,
vi invitiamo a segnalarci il vostro consenso anche con il rinnovo
dell’abbonamento, utilizzando il bollettino di c/c postale allegato al
numero in spedizione.
Vi ricordiamo che la quota dell’abbonamento è di 30,00 euro
mentre il costo di ogni singolo numero è di 10,00 euro.
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(ABI 03069 - CAB 20705 - CIN F) intestato a SNOP
presso IntesaBci-Agenzia di Sesto S. Giovanni-p. IV Novembre 22
Un cordiale saluto a tutti
La redazione
Editoriale
Sicurezza sul lavoro:
facciamone un bene pubblico
Domenico Taddeo
l momento di chiudere questo numero
di Snop il Governo
ha varato il testo del decreto attuativo della delega in
materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di
lavoro. Per i tempi tecnici di
stampa e distribuzione della nostra rivista, chi leggerà
queste righe saprà già se
questo testo avrà compiuto
il percorso di legge per la
sua definitiva approvazione:
A
primo parere delle commissioni competenti di
Camera
parere delle Regioni
seconda approvazione in
Consiglio dei Ministri
(che tenga conto dei
pareri di Camera, Senato
e Regioni)
secondo parere delle
commissioni competenti
di Camera e parere del
Consiglio di Stato
terza e definitiva approvazione del Consiglio dei
Ministri (che tenga conto
degli eventuali ulteriori
numero 74
pareri di Camera, Senato
e Consiglio di Stato e
Regioni)
firma del Capo dello
Stato
pubblicazione sulla
Gazzetta Ufficiale.
Abbiamo voluto richiamare
tutti i passaggi per sottolineare come tutto questo
percorso dovrà compiersi
durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008.
Non è dunque garantito
che il percorso possa essere
davvero portato a termine.
Ci è sembrata comunque
positiva la scelta di presentare il testo dei decreti delegati al Consiglio dei Ministri il 6 marzo 2008. È indubbio che la tragica vicenda di Molfetta (la morte di
cinque operai addetti al lavaggio industriale di una
cisterna per il trasporto di
sostanze chimiche, in questo caso zolfo) abbia fatto
da acceleratore, vista anche
l’enorme attenzione sociale
al problema degli infortuni
sul lavoro a partire dal caso
della ThyssenKrupp in poi
(vedi anche Snop 73, dossier “Testo unico e sicurezza sul lavoro”).
Il decreto si compone in
totale di 300 articoli e di
oltre 50 allegati e norma
una lunga serie di attività e
settori, descritti dettagliatamente nella tabella sotto.
Estende il campo di appli-
Tabella. I temi trattati nel decreto
Titolo I
Titolo II
Titolo III
Titolo IV
Titolo V
Titolo VI
Titolo VII
Titolo VIII
Titolo IX
Titolo X
Titolo XI
Titolo XII
disposizioni generali
luoghi di lavoro
attrezzature e dispositivi di protezione individuale (Dpi)
cantieri temporanei e mobili
segnaletica
movimentazione manuale dei carichi
videoterminali
agenti fisici (rumore, ultrasuoni, infrasuoni, vibrazioni meccaniche,
campi elettromagnetici, radiazioni ottiche, atmosfere iperbariche)
sostanze pericolose (agenti chimici, cancerogeni o mutageni e amianto)
agenti biologici
atmosfere esplosive
disposizioni transitorie e finali - da art. 298 a 301 - Modifiche al D.Lgs.
231/2001, art. 25-septies e abrobazioni norme precedenti
3
cazione, ricomprende tutte
le normative già contenute
nel Decreto legislativo 626
del 1994, abroga altre normative preesistenti, compresa quella degli anni
Cinquanta. Prevede un
rafforzamento delle prerogative di Rls, Rlst e Rls di
“situ”. Introduce novità
riguardo al coordinamento
delle attività di vigilanza e
definisce i ruoli degli organi centrali. Precisa i criteri
di finanziamento di azioni
promozionali private e
pubbliche, definisce i ruoli
e compiti degli istituti ed
enti centrali (Inail, Ispesl,
Ipsema).
Aspettative future
Se il percorso di approvazione del decreto andrà a
buon fine (il condizionale è
d’obbligo), verrà introdotto
un sistema sanzionatorio
rinnovato, graduale ma
anche con qualche efficacia
deterrente. In ogni caso,
anche se (malauguratamente) il decreto non
dovesse essere approvato,
lo scenario normativo italiano non sarebbe vuoto:
rimarrebbero comunque il
Decreto legislativo 626/94 e
le sue successive modifi-
che, così come le norme
contenute nella Legge delega 123/07, immediatamente
prescrittive. Il tutto sarebbe accompagnato dai provvedimenti che il potere
legislativo ha comunque
già assunto e che orientano
l’azione complessiva della
Pubblica amministrazione:
il Patto per la salute e
sicurezza nei luoghi di
lavoro stilato tra
Governo e Regioni
il decreto che regola i
livelli di coordinamento
tra ministero del Lavoro,
Regioni e altri enti in
materia di azioni e strategie per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (superando il ruolo
affidato già alle Province
nella Legge delega
123/07)
il Patto per l’organizzazione del Sistema informativo nazionale per la
prevenzione (Sinp).
Gli aspetti normativi e sanzionatori da soli non bastano se non accompagnati da
azioni di controllo, informazione, formazione e pianificazione (nazionale e
locale) delle attività di prevenzione. Restano aperte
diverse questioni: le risorse
delle istituzioni preposte al
controllo alla vigilanza e
all’informazione, i percorsi
di crescita culturale nella
società orientata alla prevenzione, le responsabilità
professionali delle aziende
riguardo alla prevenzione.
Il tragico infortunio collettivo di Molfetta racchiude
in sé i vari aspetti del problema, perché è avvenuto
in una piccola azienda e il
titolare è una delle vittime
dell’infortunio. Un fatto
che evoca quindi i problemi delle piccole e delle
microimprese, in particolare i criteri e le autorizzazioni in caso di attività a
rischio. Inoltre, richiama
l’attenzione sulla formazione che ogni piccolo imprenditore responsabile della
propria attività dovrebbe
ricevere, anche in termini
di prevenzione di rischio
occupazionale. Infine, il
tragico episodio ci riporta
anche alla questione del
trasferimento del rischio:
l’azienda di lavaggio industriale forniva infatti servizi alle grandi imprese
responsabili del trasporto
delle materie industriali,
prime e seconde.
In questo momento, è in
corso la campagna elettorale. Riguardo alla sempli-
ficazione delle procedure,
prevale un atteggiamento
che ribadisce la necessità
di poter aprire e attivare
un’impresa in pochi giorni.
Certamente, per le aziende
piccole o piccolissime questo può comportare un percorso celere, ma anche
affrettato, a fronte di una
non dimostrata capacità di
gestire anche i rischi lavorativi. Le imprese si aprono
in un giorno, ma purtroppo
possono cessare tragicamente in pochi minuti,
come è avvenuto a
Molfetta.
Di fronte alla rinnovata e
tragica dimensione sociale
e umana del problema
degli infortuni professionali, crediamo che si debba
intervenire sugli aspetti
non solo del lavoro in sé,
ma anche del mercato del
lavoro, della produzione e
della protezione della salute. Eventi di grande risonanza mediatica come
quelli della ThyssenKrupp
e di Molfetta, accanto a
tutte le morti dovute alle
patologie correlate al lavoro (note e meno note), ci
portano a ribadire con
forza che la salute nei luoghi di lavoro rimane e deve
rimanere un interesse e un
bene pubblico.
4
editoriale • numero 74
IN RICORDO DI GIORGIO FERIGO
Il suo ingresso nella Snop è avvenuto in punta di piedi, quasi in sordina. Con un contributo spontaneo
inviato alla redazione che ha colpito subito tutti come qualcosa di assolutamente nuovo: nessuno, infatti,
aveva mai sospettato fino a quel momento che un argomento così poco letterario (per non dire soporifero) come i certificati dell’igiene pubblica potessero essere raccontati in maniera tanto acuta e avvincente.
Era l’estate del 2000: dopo la pubblicazione di “Perinde ac cadaver. La certificazione medico-legale come
presunto strumento di prevenzione” sulle pagine della nostra rivista, la collaborazione con Giorgio Ferigo
non si sarebbe più interrotta. Per ricordarlo come merita, la redazione ha quindi deciso di lasciare la
parola alla sua penna, riproponendo la raccolta completa dei suoi interventi, articoli, elzeviri pubblicati
in questi anni sia in versione cartacea sulla rivista Snop, sia in formato elettronico sulla newsletter associativa Snop InForma.
Apriamo questo dossier speciale dedicato a Giorgio Ferigo con il ricordo di alcune persone che lo hanno conosciuto e hanno avuto l’occasione di lavorare con
lui: Gian Paolo Gri, dell’Università di Udine e Francesco Micelli, dell’Università di
Trieste, che con lui hanno condiviso interessi, passioni e lavori in ambito storico
e antropologico sulla Carnia; Paolo Pischiutti, medico del lavoro dell’Ass 3 “Alto
Friuli”, che insieme a lui ha lottato per l’abolizione di pratiche inutili e obsolete in
ambito sanitario; e infine Carlo Bressan, che lo ha conosciuto al suono delle sue
canzoni in carnico, nel sogno comune di «cambiare il mondo con la poesia».
… plens di te ma cença di te
Gian Paolo Gri
i sono tanti Giorgio Ferigo
qui, in questo pomeriggio
d’autunno che si è andato
velando man mano che salivamo
sul pruc dei suoi vecchi, accompagnandolo. Quello di Dina,
Aldo, Antonietta, Fabrizio, Mario
e degli altri familiari; quello che
ognuno di noi ha nel cuore. Tutti
diversi, tutti ugualmente importanti e veri, per quel che di lui si
è impastato con le nostre vite.
C’è Giorgio con il garofano rosso
del primo Maggio all’occhiello,
consapevole di un’eredità profonda e lontana, da non tradire.
C’è il Giorgio esigente e puntiglioso dei saggi, delle poesie, dei
volumi curati e dei libretti cesellati come gioielli.
C’è Giorgio diventato medico
facendo il garagista di notte; medico con la voglia di saperne sempre
C
6
di più, fino all’ultimo, con le monografie più aggiornate sul cancro
aperte sul comodino. C’è Giorgio
medico-burocrate, che firma certificati sorridendo di se stesso.
Giorgio con la fame di amicizia,
che si presenta alla porta di casa
col mazzo di fiori, con il pacchetto
di dolci e la bottiglia, con il cd che
tu non eri riuscito a trovare da nessuna parte e lui invece sì, sempre.
Giorgio che canta, legge, scrive,
discute e fuma; che manda a quel
paese il supponente di turno, che
annusa la bravura fra le pieghe e
sussurra sotto i baffi: «Però!… a
questo bisogna stargli dietro».
Giorgio eretico e fedele. Giorgio
impietoso, tagliente come un
rasoio, e Giorgio tenerissimo.
Amico, fratello, compagno, complice; mai collega e basta. Giorgio
che sapeva e si è tenuto tutto per
sé, per non disturbare, finché ha
potuto.
Le tante cose che era e le sue mille
sfaccettature si riflettono nella
diversità delle nostre memorie e
dei nostri affetti. È una varietà
che si ricompone quest’oggi, con i
suoi amici insieme, tutti, per la
prima volta e per l’ultima: una
sorta di ultimo regalo che gli facciamo, inadeguato rispetto a ciò
che ci ha dato.
Aveva il dono dello scovare punti
di vista inediti; ha messo testa e
cuore in cento imprese, mai banali, e dove le sue mani si sono posate niente è stato come prima. Non
vale elencare oggi quel che ha
fatto; meglio ricordare da domani,
cercando di mantenere vivo il suo
fare e riprendendo almeno alcuni
dei fili che ha lasciato spezzati. Ci
metteremo la cura che merita l’im-
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
pegno con cui lui ha affrontato
ogni lavoro, studiando ogni parola, discutendo ogni idea, amando
il lavoro di gruppo, curando con
scrupolo richiamo dopo richiamo,
da lettore insaziabile e raffinato, e
nota bibliografica dopo nota
bibliografica.
Ha giocato fino in fondo, come
pochi, la scommessa che la storia
della sua gente si dovesse e si
potesse fare dal basso. Sia la storia reale, che si costruisce ogni
giorno nell’organizzare e nel partecipare alla vita sociale, politica
e culturale; sia quella che si indaga e si scrive passando per le
carte d’archivio e per la memoria
delle persone.
Ci ha insegnato che senza filatrici
e tessitori non si danno i Linussio
di turno, che senza mistrùts non
nascono mestris, che ricostruire la
vicenda del più povero dei cramars esige lo stesso impegno che
altri mettono nella storia dei ricchi
e dei potenti, e anche di più perché
la sfida della documentazione è
più ardua e perché pesa su di noi
il debito del risarcimento storico e
morale. Ha mostrato che cantare
in carnico con dei padovani può
dare frutti migliori che cantare
con gli udinesi. Ha creduto – ha
saputo provarlo a se stesso e a noi
attraverso la fatica di una comparazione larga e la chiarezza di uno
sguardo lucido perché disinteressato – che la Carnia è diversa: di
una diversità preziosa, da salvaguardare dal di dentro perché è
difficile che possa essere compresa e tutelata dai palazzi della politica, dalle curie, dagli uffici e dalle
cattedre di Udine, di Trieste e d’altrove. Della conoscenza e della
tutela di questa diversità si è fatto
carico, sapendo che i salvatori non
vengono da fuori.
In quest’ultimo periodo, vivendo
con lui l’inquietudine degli ultimi
mesi (per quel poco che si possono
condividere esperienze del genere,
tanto intime e personali), ho ripreso spesso in mano le cose che ha
scritto e una volta di più ho constatato ciò che tanti altri qui hanno
avvertito, incontrandolo penetrante, acuto, curioso: che è sempre
stato un passo davanti a noi. Lo è
stato anche nel morire, purtroppo.
Rivedo il suo sguardo sornione
anche quando era amichevole;
immagino il suo sorriso ironico
Che il dio ingort ch’al ti rosea al si lontani
che la Polsa a ti abiti, che il Cidin al ti lengi
che ’na man-buina a ti guidi e a ti strengi
tal scûr arsinç dulà ch’i tu scuens lâ
ch’a ti compàgnino pensîrs cussì norbis da no sveâti
ch’a sêti pal to pas jerba e rasada
ch’a si sfanti la tô not intun’albada
e tu in nûla blancja par tornâ
ploia lizera sul nuiâr e sui stocs
e la pedrada e il cuviert da to cjasa
e falusc sui parussats da l’invier
e lûs aurada
tai dîs ch’a sin laràn
plens di te ma cença di te.
anche per questo nostro metterci
insieme, incontrarci e camminare
con lui per l’ultima volta in salita,
un po’ sfiatati, per raggiungere
questo cjamp dai pierduts amôrs
dove anni fa ha ambientato la sua
spoon river cjargnela.
Che direbbe della situazione di
quest’oggi – lui di qua della cancellata e voi di là –, che ripropone
un confine fra sacro e profano, fra
accoglienza e rifiuto, di cui aveva
altre volte sperimentato la terribilità e l’assurdità? E certo se la ride
anche di questo mio dire, lui che
ha cantato tante volte la parodia
di corot con cui una volta i suoi
vecchi dell’alta val di Gorto irridevano i lamenti funebri nei riti dell’ultima volta: «O-ra-ra la me gjalino/o-ra-ra il gno bon ’nemâl…».
Per questo non dico di più. Gioco
di rimessa e lo saluto con le sue
stesse parole: con il corot che ha
scritto e cantato per suo padre,
vent’anni fa. Nell’ultima versione
lo ha intitolato “Conzeit” (proprio
così, fra virgolette come una citazione, a richiamare i versi del
“congedo” di Pasolini dal Friuli) e
oggi vale per lui, per un addio più
lacerante e definitivo:
Che il dio ingordo che ti consuma si allontani
che il Riposo ti abiti, che il Silenzio ti allevii la pena
che una mano buona ti guidi e ti stringa
nel buio assenzio in cui devi andare
che ti accompagnino pensieri così dolci da non svegliarti
che vi sia per il tuo passo erba e rugiada
che si dissolva la tua notte in un’alba
e tu in nuvola bianca per tornare
pioggia leggera sul noce e sugli stocchi
e sul marciapiede e il tetto della tua casa
e nevischio sulle cinciallegre dell’inverno
e luce dorata
nei giorni che se ne andranno
pieni di te ma senza di te.
Proprio così, Giorgio. Fra poco scenderemo giù di nuovo: senza di te, ma pieni di te.
numero 74
7
Un cuore carnico
Francesco Micelli
ercoledì 6 novembre
2007, quanti amano le
Alpi friulane e la Carnia
specialmente sono saliti (almeno
idealmente) dalla piazzetta di
Comeglians fino alla Pieve di
Gorto per accompagnare Giorgio
Ferigo all’ultima dimora. Anche
per frenare l’emozione, ricorderemo per cenni l’attività artistica,
letteraria e scientifica del nostro
socio, ripercorrendone da questa
angolatura la vita operosa.
Medico e umanista, Giorgio Ferigo dedicò la sua vita al benessere
e alla salute dei suoi concittadini.
I suoi versi e le sue canzoni in carnico stretto, una produzione storica che per livello scientifico e ricchezza culturale richiama la figura di Michele Gortani, hanno accompagnato la professione che
esercitò senza risparmio di energia e con l’umanità che tutti gli
hanno sempre riconosciuto.
Sono i ragionamenti sulla prevenzione e la salute pubblica a sollecitare una conoscenza più profonda della società a cui si rivolgono,
segnalando ritardi e anacronismi
del legislatore.
La riflessione ormai matura su
igiene e paesaggio: il caso delle
porcilaie (1995) anticipa dunque
il suo libro Il certificato come sevizia. L’igiene pubblica tra irrazionalità e irrilevanza, del 2001.
Secondo Ferigo, qualsiasi pratica
burocratica diventa assurda e
ridicola, qualora siano trascurate
le caratteristiche attuali e la velocità di cambiamento del gruppo
M
8
sociale a cui si riferiscono. In coerenza con queste conclusioni, le
condizioni naturali e civili della
Carnia si riconfermano campo
privilegiato di indagine.
Nello sforzo intellettuale, Ferigo
non si isola mai: opera con la Società filologica friulana, per la
quale cura i volumi collettanei
Tumiec (1998), Enemonc, Preon,
Raviei, Socleif (2005), con il Museo “Gortani”, con il Coordinamento dei circoli culturali della
Carnia, con l’Associazione della
Carnia amici dei musei e con il
Circolo culturale fotografico carnico.
Trascuro la quarantina di pubblicazioni di medicina sociale e le
incisioni di cassette e cd, per riassumere la sua produzione in due
note dedicate a Cramars (1997) e
Mistruts (2006), per concludere
con le parole della presentazione
ufficiale di Enemonc, Preon,
Raviei, Socleif , che egli consegnò
nel 2005 alla rivista In Alto.
Nel volume che raccoglie gli atti
del Convegno sui cramars compare il saggio “Da estate a estate.
Gli immigrati nei villaggi degli
emigranti”.
Ferigo, preso avvio dai Libri delle
anime della Parrocchia di San
Giorgio di Gorto, definisce con
precisione l’incidenza dell’emigrazione temporanea all’estero
dai villaggi di Comeglians, Povolaro, Maranzanis e Tavosc, Mieli,
Tualis, Noiareto, Runchia e Calgareto nel periodo tra il 1599 e il
1634. Dimostra anzitutto la mobilità interna delle regioni alpine:
uomini del Canal del Ferro, del
Comelico, del Cadore, delle Prealpi carniche sostengono le attività
agro-silvopastorali della parrocchia, sostituendo gli emigrati.
Cedarchis,
30 novembre 1964:
le “coscritte”
portano la coetanea.
Fotografia tratta dal
saggio di Ferigo
“Di alcune
supersitizioni
igieniche relative
alla morte”
(vedi box a pag. 12)
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
È il momento in cui l’emigrazione
in foresto tocca livelli altissimi,
superiori a quelli ipotizzati da
Olinto Marinelli come carattere
distintivo dell’emigrazione tradizionale.
Le tecniche di ricerca raffinate, il
rapporto tra fatti minutamente
accertati e l’ampia visione di insieme, mentre scoprono la complessità della Carnia moderna,
già peraltro adombrata da Gortani, concludono il ciclo di interventi innovativi e geniali che Ferigo
stesso aveva impostato.
Sono infatti da rileggere e meditare: “Le cifre, le anime. Un saggio
di demografia storica” (Almanacco culturale della Carnia, 1985),
“Morbida facta pecus… Aspirazioni e tentativi di Riforma nella
Carnia del ‘500” (Almanacco culturale della Carnia, 1988), “Ancora di cifre e anime” (In Guart,
1994), “I debiti e i peccati. Estate
1608: i cramari dell’Alto But”
(con Mario Flora, In Alto, 1996).
La sua capacità di aggregare studiosi affermati e giovani di talen-
to (cito tra quest’ultimi soltanto
Alessio Fornasin, Marco Lepre,
Cristina Cescutti, Claudio Lorenzini) garantisce anche il successo
di Mistrùts, un successo quasi di
scuola.
Di nuovo anagrafi parrocchiali,
archivi notarili, presenze settecentesche (chiese, case, immagini
sacre e profane), esplorate sistematicamente, permettono di ricostruire una Carnia tuttora sconosciuta. Ritratti di donne e uomini
che ci guardano dal Museo di
Tolmezzo diventano momenti di
un’energica vita sociale, di una
regione che ha già relegato in
secondo piano le attività agro-silvopastorali.
Nei secoli diciassettesimo e diciottesimo, gli abitanti della Carnia
non superano le 30 mila persone,
ma di fatto innervano gli stati
danubiani, frequentano Venezia,
la terraferma e gli Stati da mar
(soprattutto l’Istria).
Non solo: sanno leggere e scrivere
più degli altri montanari italiani,
sono intraprendenti dentro e fuori
«Nô i volin essi simpri e nomo tal nestri timp. Cussì,
encje achì, nô no chialìn indevûr. Ma vîfs como chi sin, i
si mescedin cun chei ch’a no son plui. Di mût che encje lôr
a tornino trasformâts, che i muarts a tornino a vivi, che
la lôr vôra a vêti compiment encjemò una volta cun nô…
Münzer al è, prin di dut, storia feconda, al è dut ce ch’a
la fat, e dut ce ch’al è stât al merta di essi achì contât par
impegnânus, par sburtânus, par sustegnì simpri cun plui
fuarça il nesti permanent projet».
Gli amici che condividono da
sempre questi pensieri cambiano
istantaneamente quel riferimento
a Münzer con il nome di Giorgio
Ferigo e continuano la sua via.
Infine, una nota personale:
Giorgio Ferigo è stato il mio
numero 74
della loro provincia, sono tessitori e sarti, cramari e muratori, artisti e preti.
Quando diventano imprenditori,
dimostrano persino notevoli abilità diplomatiche e straordinarie
doti commerciali. Il “genere di
vita” come mero rispecchiamento
di imperativi ambientali o la passiva subalternità alle scelte della
città diventano categorie pressoché inutili, del tutto sconfessate
dai fatti. I carnici, per natura
cosmopoliti, si dimostrano artefici di una civiltà originale, capace
di affrontare i rischi di terre straniere, pronta a confrontare nuove
esperienze, interessata sempre
alla qualità dei prodotti.
Nel trarre dall’ombra la Carnia
che guardava al futuro con coraggio, Ferigo affermava che si può
reagire allo spopolamento e
respingere il turismo come unico
destino. Questo povero ricordo
chiude con la voce stessa di
Ferigo, mentre traduce per noi le
riflessioni di Ernst Bloch sulla
ricerca storica:
«Noi vogliamo essere sempre e soltanto del nostro tempo.
Anche ora non guardiamo indietro. Ma, vivi come siamo,
ci confondiamo con quelli che non ci sono più. Così anche
loro ritornano trasformati , da morti tornano vivi, perché
con noi la loro volontà di fare trova compimento.
Muenzer è anzitutto storia feconda, è tutto quello che ha
fatto, e tutto ciò che fece merita di essere raccontato per
impegnare anche noi, per spingerci, per sostenere costantemente il nostro comune e permanente progetto».
medico per quasi trent’anni. A me
non ha mai prescritto una medicina, solo cure intelligenti per la
mia anima e per tutti gli amicifratelli in difficoltà che io ho portato a lui e lui sempre ha ascoltato e consigliato. Negli ultimi anni
non pubblicavo riga senza che lui
l’avesse letta. Voleva smussare le
asperità della mia scrittura e portare le mie idee alla massima
chiarezza. Il senso dell’utopia non
lo lasciò mai! La morte non mi
separerà da lui. Ne sono certo.
9
Insieme contro l’inutilità
Paolo Pischiutti
arlare di Giorgio, anche se
solo per uno degli aspetti
della sua prolifica e poliedrica vita, è sicuramente problematico. Soprattutto se si è costretti a farlo in sole due o tre pagine.
Oltre che medico, Giorgio è stato
un musicista, un poeta, uno storico, un narratore, uno storico d’arte. Giorgio è stato (ed è) un punto
P
di riferimento per la cultura friulana e carnica in particolare.
Lo stesso vale per la sanità pubblica.
Anche in sanità, come in molti
altri campi che lo hanno visto
operare, era avanti di alcuni anni:
era un’avanguardia, un anticipatore. Come succede a chi ha queste doti, creava scompiglio, pro-
vocava dure reazioni, rompeva gli
schemi (e a qualcuno anche qualcos’altro…). Ma questo suo pensiero e lavoro, che gli descrivevo
(e lui ne rideva!) come un cuneo
che pian piano entra nel tronco e
lo spacca, era anche apprezzato e
difeso da molti.
Colleghi e categorie di lavoro
vedevano infatti aprirsi uno spi-
Le brigate di Giorgio
Giorgio Ferigo nasce a Comeglians il 9 agosto 1949. Il padre è ferroviere e la madre casalinga.
Studente brillante, entra in seminario: lo frequenta fino a quando non viene espulso, al termine
di un processo di ripensamento, prima della maturità. Gli studi universitari proseguono a
Padova, dove si laurea in medicina e chirurgia nel 1976, specializzandosi poi in medicina del
lavoro e in igiene e medicina preventiva. Ma non solo: è proprio a Padova che incontra gli amici
del “Povolar ensable”, il gruppo musicale che lo accompagnerà per tutta la vita, e non solo con
le canzoni, scritte dallo stesso Giorgio in carnico. Da una parte la musica, quindi, dall’altra la
sua professione di medico: ha sempre esercitato nella sanità pubblica in Friuli, prima a Udine
come medico del lavoro (lavorando, fra l’altro, alle concerie Cogolo di Rugliano, dove ha ottenuto la fiducia e l’apprezzamento non solo dei lavoratori, ma anche dei vertici dell’impresa),
poi nella sua Carnia, a Tolmezzo.
Il mio incontro con lui è avvenuto a metà degli anni Settanta, quando il Canzoniere di Aiello
metteva in musica le poesie di Leonardo Zanier e di Pier Paolo Pasolini e lui cantava le sue
composizioni. Eravamo un folto gruppo di giovani, uniti nel folle progetto di cambiare il mondo
con la poesia: un po’ velleitario forse, ma grazie a Giorgio ci siamo resi conto che era possibile
cambiare il piccolo mondo delle persone con le quali si viveva e lavorava. In questo è stato un
maestro, perché dedicava la massima cura e attenzione a chiunque entrasse in contatto con lui:
l’opposto della superficialità che oggi caratterizza i rapporti umani e sociali. Ma proprio per
questa sua disponibilità era altrettanto esigente nel chiedere attenzione e rigore alle persone con
cui lavorava.
Un ricordo su tutti, le “Brigate del fieno”. Nel 1978 ebbe l’idea geniale di radunare i giovani cittadini e portarli in Carnia a sfalciare i prati abbandonati. Un’iniziativa che può essere considerata un grido – ultimo e disperato, forse – di fronte alla perdita definitiva di un mondo fatto di
antiche conoscenze e lavoro, forme di «culture popolari, che non sono ormai culture da capire
10
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
raglio di buon senso, efficacia e
utilità nell’agire quotidiano e una
semplificazione del lavoro legata
all’abbandono di pratiche inutili e
dispendiose.
Il destino, sotto forma di passione
comune per la medicina del lavoro e la sanità pubblica, ma anche
per la prevenzione come strumento di politica sanitaria, ci ha fatto
incontrare più volte, per quanto
abbiamo lavorato realmente insieme solamente negli ultimi dieci anni.
Della sua attività di medico ricordo in particolare due momenti. Il
primo risale agli inizi della sua
carriera, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando lavorava
come medico del lavoro presso il
Centro di medicina preventiva
dell’età lavorativa del Consorzio
sanitario udinese, prima della
riforma sanitaria del 1978, e successivamente nel settore di Igiene
e prevenzione della patologia di
lavoro dell’Usl 7 di Udine.
Allora, anche grazie al suo contributo, è stato effettuato un lavoro
d’indagine di igiene industriale e
medicina del lavoro presso alcune
tra le più importanti aziende dell’udinese attive in diversi comparti, dalla metalmeccanica alle con-
cerie, dall’industria tessile all’edilizia (tra cui Officine Bertoli, Safau, Cascami di Bulfons, Lavanderia Lestuzzi, Fonderia Bertoli,
Concerie Cogolo, Spav). Un’indagine che, come ricordato nell’introduzione di una di esse «trova
pochi riscontri in Italia (e dunque
scarsa bibliografia relativa)». La
stagione era molto calda dal punto di vista politico e sindacale e
queste indagini erano frutto di
uno stretto collegamento tra sanità pubblica, lavoratori e loro
rappresentanti: figlie di quel periodo di importanti riforme, avevano perciò come principale
e dalle quali imparare, ma soltanto culture minori da sradicare il prima possibile».
Un’anima e una creatività multiformi, quelle di Giorgio: basta guardare il lunghissimo e variegato elenco delle sue pubblicazioni, che vanno dalla storia alle tradizioni popolari, dalla medicina alla poesia, dalle canzoni alla musica.
Per qualche tempo è stato anche direttore del Museo carnico delle arti popolari “Gortani” di
Tolmezzo, organizzando tra l’altro il più importante convegno internazionale sui Cramars.
Anche nel suo lavoro di medico e di operatore della sanità pubblica non ha mancato di far sentire la sua voce libera, e per questo scomoda: nel suo libro il Certificato come sevizia, edito
dall’Università di Udine Forum, ha denunciato con acume le assurdità del Belpaese, che
costringe i medici a certificare ciò che certificabile non è, impegnandoli in pratiche burocratiche
infinite che costano tempo e risorse. E che vengono quindi sottratte all’attività che i medici
dovrebbero esercitare: curare i cittadini. Nonostante l’aridità della materia, chi ha letto quelle
pagine non ha potuto trattenersi da molte sane e grasse risate: la sua ironia e la profonda conoscenza della materia formavano un connubio irresistibile, tanto che successivamente è diventato
anche consulente del ministero della Sanità.
Un ricordo vivissimo di lui che voglio condividere con tutti risale alla fine degli anni Settanta,
poco dopo l’esperienza delle “Brigate del fieno”, quando l’ho trascinato a Roma a un congresso
dell’Arci sull’ambiente. Il salone era indicibilmente sporco e trascurato e, da bravi ragazzi di
paese, ne abbiamo chiesto conto agli organizzatori. Ci hanno risposto che «c’era l’emergenza
delle Brigate Rosse». A quel punto Giorgio, senza fare tanti discorsi, mi ha trascinato lontano
da un ambiente così schizofrenico e mi ha portato a vedere la “Crocifissione di Pietro” del
Caravaggio. «Almeno facciamo qualcosa di utile».
Giorgio muore a Tolmezzo il 5 novembre del 2007.
Carlo Bressan
numero 74
11
obiettivo la tutela della salute dei
lavoratori.
Per molti, me compreso, hanno
rappresentato un punto di partenza e un modello che, pur nella
loro semplicità e talvolta limitatezza tecnica, oggi non potremmo
eseguire.
E forse non riusciremmo neppure
a imitare per mancanza di molti
presupposti, tra cui, oltre all’irripetibilità di quel periodo storico e
sociale, il venir meno di molte
delle motivazioni con cui a quel
tempo un operatore della sanità
pubblica, come Giorgio, affronta-
morte e superstizioni igieniche
Ex voto
per la temporanea
“resurrezione”
dei gemelli morti
senza battesimo
(pag. 208 del volume)
È il novembre del 2001: siamo a Dierico di Paularo, piccolo
paese montano della Carnia. Un medico si appresta a fare
una “visita necroscopica” in una casa: «il defunto è nella
camera in penombra, già composto nella bara, calzato e
vestito con l’abito delle feste». Il medico è Giorgio Ferigo
che, mentre compila il certificato di morte, si chiede «perché
abbiano velato gli specchi». I parenti gli rispondono che «si è
sempre fatto così», poi gli offrono una tartina e un grappino.
È con questo ricordo che comincia “Di alcune superstizioni
igieniche relative alla morte”, saggio di Giorgio Ferigo contenuto all’interno di Cimiteri di montagna – ricerca fotografica in Carnia, volume pubblicato dal Coordinamento dei circoli culturali della Carnia. Un percorso della memoria fra
scienza e tradizioni, tra rituali e filosofia, in cui Ferigo
prova a rispondere a una domanda: «ma se – invertite le
parti – fossero stati loro a chiedere a me qual era il motivo
della mia presenza lì, quale il senso del mio certificato, quale
la peculiarità del mio sguardo (“scientifico”, si suppone – a
differenza del loro) sul morto e sulla morte, cos’avrei saputo
rispondere?».
12
va il lavoro quotidiano.
Io l’ho conosciuto in quel periodo,
agli inizi degli anni Ottanta; dovevo fare la tesi di laurea, ovviamente su un argomento relativo
alla medicina del lavoro (esposizione a piombo in una fonderia di
seconda fusione). Il mio relatore
era il professor Clonfero, di chiare
origini friulane.
Visto che provenivo dal Friuli, mi
raccontò di un medico del lavoro
laureato e specializzato a Padova
che lavorava in Friuli e che avrebbe potuto seguirmi in loco, se io
avessi trovato una fonderia da
studiare. Tra le altre cose, mi raccontò che questo medico, carnico,
aveva messo assieme un gruppo
musicale con degli amici padovani. Fin qui nulla di strano, se non
fosse che cantavano in carnico,
anzi, nel dialetto di Comeglians, il
paese di Giorgio. Una sorta di
“canzoniere popolare” nato attorno alle liriche di Giorgio, musicate dal gruppo: una fusione tra
musica e poesia ancora oggi
attualissima nei contenuti.
Così, un giorno mi sono presentato in via Manzoni, a Udine, e,
davanti alle nuvole di fumo della
sigaretta che stava fumando e
dell’altra ancora accesa e dimenticata sul posacenere, gli ho spiegato il progetto. Si era subito
dimostrato entusiasta, anche se
devo dire che al primo impatto mi
era sembrato un po’ caotico e
dispersivo: sembrava interessato,
ma nello stesso tempo occupato
nei pensieri (e anche nel concreto,
come scoprirò più tardi) su cento
altri progetti.
Alla fine, però, la collaborazione
con lui per la mia tesi non è andata in porto per problemi di tempi
e per alcuni disguidi con l’università. Per me si è comunque tratta-
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
to di un incontro molto importante, perché ho percepito la passione per un lavoro e per una disciplina, la medicina del lavoro,
vista anche e soprattutto dalla
parte dei lavoratori.
Questo mi ha incoraggiato a proseguire gli studi sulla strada che
avevo già scelto, optando per
esami complementari relativi
all’area della medicina del lavoro.
Il nostro secondo incontro è avvenuto alcuni anni dopo, alla fine
degli anni Ottanta: avevo fatto
domanda per un incarico di assistente medico nel settore di Igiene
pubblica di Udine e l’avevo vinto.
Quando sono andato all’ufficio
del personale, ho scoperto che il
posto che avrei occupato era il
suo, dato che lui era passato di
grado, diventando “aiuto”, nello
stesso settore.
Anche in quel caso, però, non
abbiamo lavorato insieme, perché
sono stato inviato a fare il medico
in un distretto.
Proprio lì, però, ho iniziato ad
accorgermi di alcune prestazioni
insensate, inutili o comunque di
scarso significato sanitario, che
venivano effettuate negli ambulatori di quello che veniva definito
ancora “ufficiale sanitario”.
Quando ci siamo incontrati per la
terza e definitiva volta, in cui
finalmente abbiamo iniziato a
lavorare assieme, questa consapevolezza ha fatto da legante e ci
ha accomunato nelle attività a
favore della semplificazione e
della lotta alla burocrazia.
Nel 1997, anche in questo caso
fortuitamente, Giorgio decise di
andare a lavorare in Alto Friuli,
visto che si era trasferito anche
come domicilio a Comeglians.
Contemporaneamente, io avevo
ricevuto un offerta per dirigere il
numero 74
dipartimento di Prevenzione proprio dell’Alto Friuli: ci siamo così
ritrovati sotto lo stesso tetto.
Gli ho proposto di diventare
responsabile dell’Igiene degli alimenti e lui ha accettato, diventando così un punto di riferimento
per molti operatori pubblici, stanchi di lavorare come automi,
basandosi solo normative vecchie
e spesso assurde. Ma soprattutto
per molti operatori del settore,
che sentivano di essere capiti
nelle proprie esigenze, come probabilmente lo erano stati gli operai degli anni Ottanta, e che per
questo gli sono stati vicini, anche
come categorie, nel sostenere le
sue lotte alla burocrazia.
Memori quindi delle giornate
passate dietro le scrivanie degli
ambulatori, costretti spesso a
rilasciare certificati che, come
dice nel suo libro Il certificato
come sevizia, «non certificano
nulla di certificabile; e costringono il medico che li rilascia ad illazioni, predizioni, previsioni, ed a
un esercizio della prognostica che
si rivela molto prossimo alla divinazione», abbiamo deciso di dedicarci allo studio di un percorso di
semplificazione normativa.
Partendo da quelle esperienze
comuni abbiamo infatti deciso di
proporre, a vari livelli, un percorso di “sburocratizzazione”.
Abbiamo quindi organizzato
degli incontri tra i colleghi delle
categorie interessate e dibattiti
pubblici, facendo lobbing per proporre leggi di abolizione dei certificati. Abbiamo capito che non
eravamo soli e che qualcosa si
stava muovendo contemporaneamente in molte altre parti d’Italia:
da qui l’adesione al movimento
dell’evidence based prevention,
che si occupa di lavorare basan-
dosi sulle evidenze di efficacia del
proprio lavoro.
Ma anche in questo caso Giorgio
era una spanna sopra. La sua cultura, umanistica e scientifica, gli
faceva trattare l’argomento con
facilità e ironia; il lavoro era sempre accompagnato dalla rigorosa
ricerca bibliografica e pertanto
documentato in modo inoppugnabile. La sua testardaggine, unita
alla consapevolezza di avere la
ragione dalla sua, gli permettevano di affrontare discussioni interminabili su commi e codicilli, articoli e interpretazioni autentiche
di leggi, di fronte a burocrati
regionali, comunali, prefettizi,
scolastici, statali e parastatali.
Queste doti, mirabilmente comprese nel suo libro, lo hanno fatto
conoscere a livello nazionale,
tanto che è stato chiamato a far
parte del comitato scientifico
sull’Ebp creato dal ministero
della Salute.
Il suo lavoro ha contribuito a far
licenziare dal Senato, il 12 dicembre scorso, il disegno di legge
1249 “Disposizioni per la semplificazione degli adempimenti
amministrativi connessi alla tutela della salute” (vedi Snop 69).
Nel provvedimento si cancellano,
anche se non tutte, molte delle
“sevizie” individuate da Giorgio
nel suo libro, tanto da farlo passare, almeno in parte, come un libro
di storia.
Il suo contributo l’ha dato: ora,
come mi ha detto pochi giorni
prima di lasciarci, dobbiamo continuare noi.
13
Preludio virtuale ai contenuti del libro Il certificato come sevizia. L’igiene pubblica tra
irrazionalità e irrilevanza, pubblicato l’anno successivo, questo articolo è stato il
primo scritto da Giorgio Ferigo per la rivista Snop. Fu una vera sorpresa per la redazione: mai avremmo sospettato che si potesse scrivere in maniera tanto avvincente
di un argomento così poco letterario come i certificati dell’igiene pubblica. Lo stile
era inusuale per un operatore della prevenzione: parole usate con perfetta conoscenza del loro significato e disposte con cura a illustrare idee e fatti raccolti dal
mondo reale.
Perinde ac cadaver
La certificazione medico-legale come presunto strumento di prevenzione
Giorgio Ferigo
olti dei certificati “sanitari” richiesti ai cittadini
non hanno alcun significato sanitario. Spesso non certificano nulla di certifìcabile e costringono il medico che li rilascia
a illazioni, predizioni, previsioni e
a un esercizio della prognostica
che si rivela molto prossimo alla
divinazione.
La cosinomanzia, cioè il sortilegio
con le forbici e il crivello per scoprire i ladri, che tanta diffusione
ebbe in Europa durante l’età moderna ha avuto certamente più dignità professionale di gran parte
dell’attività certificatoria oggi
prestata dai medici.
Come dimostrerò in questo scritto, la possibilità che un certificato
coincida o si approssimi alla
M
14
realtà è eventualità remota. La
sua efficacia è generalmente nulla: il suo scopo è la trasformazione del facile nel difficile tramite
l’inutile. Ottenerne uno si risolve
in: ingiustificata perdita di tempo, ingiustificati prelievi di liquidi organici, ingiustificato esborso
di danaro da parte del certificando e ingiustificata umiliazione del
certifìcatore.
Gran parte dei certificati medici
potrebbero senza danno alcuno
essere sostituiti da conchiglie elicoidali, da foglie d’acero, da decalcomanie: portate al Provveditorato, al Collocamento, al Municipio, alla Questura, incluse nel
fascicolo personale, esse testimonierebbero in modo altrettanto
tangibile che l’indigeno si è sotto-
posto alla prassi rituale, ha attraversato le forche, ha adorato gli
idoli della tribù. Inutile come una
Prefettura, inefficace come l’inzuccheramento dei pendenti, incongrua come i foglietti dei Baci
Perugina, irrazionale come uno
scongiuro, la certificazione ripetuta negli anni o addirittura richiesta più volte in un anno si
configura come deliberata sevizia, nonché come tassa occulta,
per il cittadino.
Non c’è atto dell’italica vita umana (e nemmeno bovina a vero dire) che si sottragga alla certifica-
Da Snop 54, settembre
2000; pagg. 8-14
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
zione sanitaria. Essa principia ancor prima della venuta alla luce
del Belpaese: c’è il certificato di
gravidanza normale1, di gravidanza a rischio2, di aborto3, di assistenza al parto4, di nascita di
bimbo malformato5. A quello di
nascita di bimbo ben formato
sopperisce il certificato di nascita
semplice.
Le puerpere non occupate (che
perciò non beneficerebbero delle
indennità di maternità) debbono
esibire un certificato di gravidanza onde ottenere sussidi e sostegni per allevare il pargolo6: è un
certificato, come dire, post eventum, a gestazione terminata, ad
acque rotte, a secondine espulse.
E si compila, ora per allora, in base all’assunto che se vi è nascita,
vi è stata gravidanza: siamo in
grado di smentire categoricamente la trottola delle cicogne.
C’è il certificato di avvenuta vaccinazione, la diffida per mancate
vaccinazioni, e il certificato cumulativo di eseguite vaccinazioni7. Il
ragazzino che impara a fare le
flessioni, oppure a stare ritto sugli
sci, deve averne uno, il certificato
di attività sportiva non agonistica8, che deve essere rinnovato
annualmente. Se vuole gareggiare
con la squadra di pallone del
paese vicino, deve averne un altro,
il certificato di attività sportiva
agonistica9, anch’esso di durata
annuale. Se poi diventa professionista, un altro ancora10, diverso
però da quello che gli è necessario
se intende esercitare come “sportivo professionista autonomo”11.
Il maestro che insegna a sciare,
deve avere il certificato di idoneità a svolgere la mansione di
maestro di sci12, che però non è necessario se quel maestro insegna i
rovesci del tennis, o il tiro in por-
numero 74
ta paraboloide. Colui che aziona
lo skilift, deve averne un altro, il
certificato di idoneità alla conduzione degli impianti di risalita13.
Ci è ignoto il motivo dell’accanimento nei confronti della neve e
degli sport invernali. I bambinetti che sguazzano nella piscina
bassa, gli olimpionici che fanno le
quaranta vasche, il bagnino che li
ammira fumando: tutti col loro
bravo certificato. Di cui dev’essere fornito anche il pigrone che rifiuta la palestra, il nuoto, lo sci
(certificato di esonero dalle attività ginniche).
È ovvio che l’handicappato che
vuole praticare uno sport dev’essere munito di certificato apposito14. C’è il certificato medico per
guidare un automezzo terrestre15
(escluso per il momento il monopattino), quello per guidare un
automezzo acquatico16 (escluso
per il momento il pedalò) e, naturalmente, quello per guidare un
aeromobile17 (compreso il deltaplano, escluso per il momento l’aquilone).
Il volontario della Croce Rossa
che si presta a guidare un’ambulanza della Croce Rossa, o il vigile del fuoco che intende sfrecciare
con la rossa autobotte dei vigili
del fuoco, hanno necessità di una
seconda patente (oltre alla loro
propria): benché i requisiti “fisici”
per ottenere la prima siano esattamente identici a quelli per ottenere la seconda, le visite (o almeno gli attestati) devono essere
due18.
Tutti devono allacciare le cinture
di sicurezza durante la guida, ma
da quest’obbligo si può essere anche esonerati, naturalmente tramite certificato19. In questo modo
gli esonerati possono legalmente
fare a meno di indossare durante
la guida quelle cinture che tutti
gli altri italiani non indossano
egualmente, ma illegalmente.
Anche i portatori di un qualche
handicap – ciompi e monchi, orbi
e sordi, nani e piccoletti: quelli, insomma, che la norma definisce
“mutilati minorati” di arti, vista,
udito, e soma possono guidare20.
La loro patente è speciale e si consegue, o si conserva, dopo attenta
valutazione da parte della Commissione medica provinciale certificati medici.
La patente speciale ha tre caratteristiche: dura di meno, costa di
più e comporta “adattamenti”
dell’auto come specchietti retrovisori laterali, comandi sul volante,
frizione automatica, allungamenti del pedale, avvicinamenti del
sedile: tutte quelle modifiche, insomma, che con ottima competenza possono essere suggerite da
un buon meccanico, molto meglio
che da un medico.
Per quale motivo la durata di una
patente speciale sia più breve della “normale” è insondabile mistero: non c’è alcuna evidenza che il
residuo occhio sano del monorbo
si deteriori con più velocità dei lumi dell’ambivedente. È invece dimostratissimo che un sordo carampane più di così non peggiora, che l’arto amputato non ricresce, che la bassa statura non si allunga.
Dal 23 giugno 1988, il numero dei
costretti a passare sotto le forche
caudine della Dark Committee è
aumentato a dismisura21. Sono
ora chiamati all’appello i malati
di cuore, i diabetici22, quanti patiscono di disturbi endocrini gravi
(a cui ben altri pensieri premono,
che non scarrozzare la morosa),
quanti soffrono di malattie del sistema nervoso, centrale e periferi-
15
co, quanti presentano disturbi
psichici, quelli con gravi malattie
del sangue (?), i dializzati e infine
quelli che fanno uso di sostanze
psicoattive (le cosiddette droghe,
inclusi vino e cannabis, esclusi
zenzero e tabacco). Sono aumentati anche i componenti della
Commissione (i tre medici base,
un fisiatra, per gli arti, un ingegnere per le modifiche23, un diabetologo per il diabete, più altri vari
ed eventuali).
Parallelamente, è aumentato il
costo della visita: a parlar pulito,
le regalie che minorati e malati (a
conti fatti, i sudditi) debbono versare per vedersi (a conti fatti) elargire quella che si configura (fatti i
conti) come una Concessione
Graziosa dello Stato Autocrate. I
pubblici dipendenti devono esibire
un certificato di Sana & Robusta
Costituzione Fisica (non solo gli
impiegati civili e militari dello
Stato24, ma anche gli alunni che si
iscrivono a scuola25, gli impiegati
di Comuni, Province, consorzi…26), nonché un certificato di
“idoneità fisica all’impiego”27
(ovvero “attestante l’idoneità fisica
al servizio continuativo ed incondizionato nell’impiego al quale si
riferisce il concorso”28). La Sana &
Robusta è stata abolita per ben
due volte, ma ancora impera29.
Tutti questi idonei devono poi venir resi idonei una seconda volta,
subito dopo o subito prima non
importa, dal cosiddetto “medico
competente” (essendo l’altro da
considerarsi palesemente incompetente)30.
Devono avere un certificato di
idoneità alla mansione: il vigile
del fuoco volontario31 e il pompiere professionista, il volontario
della protezione civile, il guardia
boschi, il guardiacaccia, il guar-
16
dia pesca. Se però il guardiacaccia va a caccia deve avere anche il
certificato che lo rende idoneo ad
andare a caccia32 (e a suo tempo
deve essersi premunito di un certificato che lo rendeva idoneo a
sostenere l’esame venatorio33).
Ma anche chi non va a caccia e
tiene il fucile lì, appeso al muro
come ornamento, deve avere un
certificato di idoneità a detenere il
fucile appeso al muro, lì, come ornamento34. Anche per un archibuso seicentesco, una colubrina arrugginita, una piccola spingarda?
Anche per quelle.
Ci vuole un certificato per sparare al poligono e uno per trasportare l’arma al poligono dove si
sparerà35. I fochini dediti al disgelamento delle dinamiti, al caricamento dei fori e al brillamento
delle mine, nonché all’eliminazione delle cariche inesplose devono
avere un certificato medico36. Naturalmente, gli utenti di fucili a
cannemozze e di kalashnikov, le
coppole storte e gli 007, usano
dette armi senza certificato medico. E centrano il bersaglio (se lo
centrano!). Con o senza attestato,
di quel che è successo a Capaci e
in via D’Amelio si sa.
Con questo si dimostra che il certificato ne garantisce la mira, ne è
mallevadore di pacificità. Ci vuole un certificato per andare a far
la naja (durante la quale s’impara
a sparare, però senza bisogno di
porto d’armi).
Poi ce ne vuole uno per essere
esonerati dalla naja, imboscandosi come Capitan Nemo, e uno per
essere autorizzati al servizio civile37, che comporta la rinuncia all’uso delle armi da fuoco per il resto della vita (non però del temperino o della scimitarra).
Ce ne vuole uno, infine, al mo-
mento del congedo illimitato o
della prolunga della ferma: esso è
subordinato all’esecuzione del famoso test sierologico per la lue,
volto a dimostrare se il soldatino
si sia dato o meno a rapporti mercenari durante la gavetta.
Il test sierologico per la lue, a dire
il vero, è richiesto a mezzo mondo: per un certificato di Sana &
Robusta, per un attestato di idoneità fìsica e psichica a espletare
un’attività (a non importa quale
grado di castità), per le balie (la
Nipiol ignora che esistano balie),
per i minorenni da rieducare (la
spirocheta, infatti, sa distinguere
a occhi chiusi tra minorenni da
rieducare e minorenni non da rieducare), per i nubenti, se lo richiedono (ma non lo richiedono)38.
L’altro grande spettro ottocentesco che s’aggira torvo per l’Italia
del Duemila è il bacillo di Kook
[sic!]39. Per annientare il fetente,
tutto il personale della scuola è tenuto a sottoporsi ogni biennio a
una visita medica, con radiografia del torace e “occorrendo” esame dell’espettorato40.
Una circolare suggerisce di sostituire la radiografia con la prova
tubercolinica e, se proprio, con
una radiografia41.
Tutti coloro che producono, preparano, manipolano e vendono
sostanze alimentari devono essere muniti di un certificato: è il celeberrimo libretto di idoneità sanitaria, che viene rilasciato dopo
una “visita medica” e «accertamenti idonei a stabilire che [il tale] non sia affetto da una malattia
infettiva contagiosa o da malattia
comunque trasmissibile ad altri,
o sia portatore di agenti patogeni»42. Esso dev’essere rinnovato
una volta all’anno. Lo debbono
avere colui che guida un camion
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
Requisiti visivi per ottenere l’idoneità al maneggio delle armi nel 1991, 1993, 1994 e 1998
per il porto d’armi
per caccia o per tiro a volo
anno
visione binoculare
1991
«acutezza visiva non inferiore a 12/10 complessivi,
con non meno di 5/10 per
l’occhio che vede meno.
Tale visus può essere raggiunto anche con l’uso di
lenti»
visione monoculare
è considerata causa di inidoneità: «sono altresì considerati causa di non idoneità la
ambliopia, la diplopia, l’insufficiente visione notturna
e ogni altro difetto della
vista che comporti una riduzione dei campi visivi, senza
lente»
per il porto d’armi
per difesa personale
visione binoculare
visione monoculare
idem
idem
anche i monocoli possono
sparare, purché presentino
«un’idonea certificazione
medica attestante che, in
speciali circostanze, la non
idoneità a soddisfare una
delle condizioni richieste…
è tale che l’esercizio delle
attività connesse al rilascio
del porto d’armi non è compromettente per la sicurezza
propria e altrui»
1993
idem
1994
«visus complessivo non
inferiore a 10/10;
acutezza visiva non inferiore a 8/10 per l’occhio che
vede meglio».
Questi requisiti sono ottenibili anche con lenti
«visus naturale: 5/10 per
ciascun occhio;
«l’acutezza visiva deve esse- visus corretto: 10/10 com«visus naturale minimo:
re di almeno 8/10»
plessivi con non meno di
6/10;
Questi requisiti sono otteni- 5/10 per l’occhio che vede
visus corretto: 10/10».
bili anche con lenti
meno».
Il visus corretto è ottenibile,
ovviamente, con le lenti
1998
«acutezza visiva non inferiore a 8/10 per l’occhio che
vede meglio».
Questo requisito è ottenibile
anche con lenti
«l’acutezza visiva deve essere di almeno 8/10».
Questo requisito è ottenibile
anche con lenti
«visus naturale minimo:
1/10 per ciascun occhio;
visus corretto: 10/10 complessivi».
Il visus corretto è ottenibile,
ovviamente, con lenti
«visus naturale minimo:
1/10;
visus corretto: 9/10».
Il visus corretto è ottenibile,
ovviamente, con lenti
Dati sugli esami sierologici per la lue eseguiti a Udine e dintorni, nel decennio 1982-1992
22.177
alimentaristi
hanno dato
16 positivi
(0,072%)
15.026
certificandi
hanno dato
1 positivo
(0,006%)
12.000
congedandi
hanno dato
11 positivi
(0,090%)
numero 74
17
Omaggio funebre a una
bambina nel cimitero
di Collina (Forni Avoltri).
Fotografia tratta dal
già citato saggio di Ferigo
“Di alcune supersitizioni
igieniche relative alla morte”
(vedi box a pag. 12)
carico di frumento, o di scatole
anche a triplo imballo di pelati Cirio, colui che va a dare una mano
alla sagra del villaggio o alla festa di partito, perfino l’allevatore
che munge le sue vaccherelle43.
Serve un certificato per poter
vendere sali e tabacchi (all’atto
del rinnovo novennale della concessione44 oltre al libretto sanitario, per via delle mentine) e un
certificato per poter vendere aspirine e Viagra45 oltre al libretto sanitario, per via degli omogeneizzati e dei biscotti Plasmon.
Devono esibire il certificato di
ammissione in comunità: lo scout
che va in colonia46, il ginnasiale
che va in collegio, la matricola
che va in casa dello studente, il
laureando che va a far pratica in
reparto, il credulone che cerca benefici alle terme.
E ancora, l’acrobata per fare le
acrobazie, l’entraineuse per intrattenere i clienti, e la putana foresta della Udine-Portogruaro
per puttaneggiare sulla UdinePortogruaro (ma all’ufficio stranieri della questura è schedata
come “ballerina”, forse per via dei
18
pasdesdeux che peripatetizzando
esegue)47.
C’è un certificato che rende idoneo al lavoro il fanciullo, uno che
rende idoneo l’adolescente, uno
che rende idonea la donna minorenne, uno l’apprendista (minorenne o maggiorenne che sia)48,
un altro ancora il lavoratore di
mezza età49.
C’è il certificato per l’iscrizione al
registro dei portieri-custodi50: in
questi casi, l’autorità «nel provvedere sulle domande per l’iscrizione nel registro dei portieri, valuta, con criterio discrezionale, l’idoneità morale e politica dell’aspirante e in particolare accerta
se per età, condizioni di salute, intelligenza, egli sia in grado di
spiegare la necessaria vigilanza e
di opporsi efficacemente alla consumazione di azioni delittuose».
Detto, e subito contraddetto, da
un’opposta disposizione: quella
che riserva «ai mutilati e invalidi
almeno la metà dei posti disponibili di custodi, portieri, magazzinieri, ascensoristi […] guardiani
di parcheggi per vetture, guardiani di magazzini […] Nell’assegna-
zione di detti posti, dovrà essere
data la precedenza […] agli amputati dell’arto superiore o inferiore»51.
C’è il certificato per la condotta di
generatori di vapore52 («Nessun
generatore di vapore […] può essere posto e mantenuto in azione
senza la continua assistenza di
persona che abbia i seguenti requisiti: età non minore di 18 anni
compiuti e non maggiore dei 65
anni; moralità e buona condotta;
idoneità fisica; possesso del certificato di abilitazione per il tipo di
generatore corrispondente»).
Il rapporto tra moralità e ugello,
la relazione tra buona condotta e
valvola di sfiato, è materia di
ponderosa riflessione dell’intera
filosofia occidentale, da Anassimene a Schumpeter, che qui è
oneroso anche soltanto delibare.
Anche la definizione delle precise
caratteristiche “fìsiche” del conduttore abita l’iperuranio, e non
intende disvelarsi.
C’è il certificato per l’impiego di
gas tossici53, per utilizzare i quali
ci vuole un fisico da arnoldschwarzenegger, ma sono sufficienti un certificato di studi elementari e un corso di formazione
di almeno due mesi54 e c’è il certificato di idoneità all’esercizio dell’attività di autoriparazione (meccanica e motoristica, carrozzeria,
elettrauto, gommista)55. Quest’ultimo prescinde dai requisiti morali, o anche soltanto psichici. Che
debbono essere invece espressamente contemplati nel certificato
che attesta l’idoneità fisica e psichica di un avvocato o notaio “anche in pensione” a fare il giudice
onorario aggregato56: l’idoneità fisica si valuta con la capacità di
trasportare per un corridoio giudiziario standard un’edizione sei-
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
centesca delle pandette senza accenno di fiatone, quella psichica
con la capacità di leggere un semestre di Lex senza accenno di
imborezzo.
C’è il certificato di adattabilità al
clima tropicale: esso è bilingue
(“Well fitted for the tropicale climates”) ed è unico per qualunque
clima tropicale, in qualunque stagione, in qualunque sito della
grande Africa, della vasta Asia,
dell’immenso Sudamerica, praticando qualunque lavoro, a qualunque grado di impegno muscolare. Ce n’è uno che colloca al lavoro l’impedito57, un altro che certifica che l’impedito reso collocabile una volta collocato non risulta pericoloso per i compagni di lavoro58, un altro che certifica che
l’impedito troppo impedito è incollocabile al lavoro e un altro ancora che esonera il datore di lavoro dell’impedito dal pagamento di
oneri fiscali59. Dei lavoratori in nero si tace.
C’è un certificato che certifica che
il tale è ammalato60 e quello che
certifica che quel certificato di
malattia è veridico61; se però durante una così certificata malattia, il medico “fiscale” non ha trovato a domicilio il lavoratore certifìcatamente malato, c’è il certificato che certifica dov’è che si trovava non trovandosi a domicilio.
Naturalmente, c’è anche il certificato che certifica che l’ammalato
non è più ammalato62.
C’è il certificato di idoneità all’adozione (il Tribunale per i minorenni dispone indagini sui candidati genitori a riguardo della «situazione personale ed economica,
la salute, l’ambiente familiare»)63;
il certificato di interdizione dell’incapace; il certificato di accompagnamento al seggio di elettori
numero 74
tisicamente impediti64.
C’è il certificato che certifica che
la casa in cui abita Eleuterio
Maieron non ha servizi igienici e
presenta un’umidità ineliminabile. Questo certificato fa acquisire
ad Eleuterio Maieron punteggio
per alloggiare nelle case popolari65. Esiste perfino un certificato
per ottenere un prestito. Si chiama “cessione del quinto”66 e si basa sul seguente angoscioso interrogativo esistenzial-usurario: riuscirà Caio a restituire il danaro
elargito prima di tirare lo scarpetto? (Le modalità per il suo rilascio
sono accuratamente descritte in
M. Aleff, “La predizione del futuro tramite carte”. In: Astra, anno
XX, 1984; pagg. 72-84).
Ci sono i certificati di vecchiaia:
gran parte degli attestati d’invalidità civile sono, in realtà, certificati di vecchiaia: nei casi gravi attestano che il vecchietto è così
vecchio che da solo non ce la fa a
badare a sé medesimo e dev’essere assistito da qualcun altro (è la
famosa “accompagnatoria”, miraggio di nipoti avidi e garanzia
di viaggi esotici, alla dipartita del
percettore)67. Com’è giusto, l’invalido, anche non vecchietto, ha diritto al posteggio nelle piazzole
delimitate dalle apposite righe
gialle: e, com’è giusto, tale diritto
viene acquisito con il rilascio di
un certificato68.
Manca ancora il certificato di idoneità alla minzione, di idoneità a
soddisfacente coito, di idoneità alla buona morte. C’è tuttavia già il
certificato di constatazione di decesso, quello delle cause di morte
e quello dello stato di morte, quello di verifica della chiusura della
bara e quello di trasporto della
salma, nazionale e internazionale
(il trasporto, non la salma).
Del carro funebre su cui la salma
viene traslocata al camposanto
dev’essere certificato lo stato di
manutenzione (igienica, non meccanica), e per di più annualmente69. Così il ciclo sarebbe completo, se non ci fosse anche il certificato di esumazione e quello di
estumulazione, vuoi ordinarie
vuoi straordinarie, e quello di cremazione.
Non hanno ancora inventato il
certificato di escinerazione, ma lo
faranno (oh, se lo faranno!), poiché questa è la mission: «addaveni’ a certificare i vivi e i morti
amen». Soltanto per condurre
un’automobile, un italiano “normale” tra i 18 e i 68 anni deve sottostare ad almeno sette visite mediche per certificazione. Se guida
il camion, a tredici visite, se ha
avuto da bimbo un “piccolo attacco” convulsivo, ventisei.
Se il patentato è un insegnante,
trentacinque visite e se ha per soprammercato la passione per la
caccia, quarantadue. Se poi quest’insegnante patentato e cacciatore aiuta al pomeriggio la moglie
che gestisce un bar, novantaquattro visite. Se l’insegnante, patentato e cacciatore, che aiuta al pomeriggio la moglie al Roxy Bar,
ha avuto da bambino un “piccolo
attacco” convulsivo, centonove
visite. Se pratica anche la corsa
campestre, centosessantaquattro.
Si trascurano qui le varie le eventuali e le accidentali.
Tutto ciò, a esser sani; poi ci sono
visite per la colica renale, la fibrillazione atriale, l’ernia discale, a
cui gli umani prima o poi vanno
soggetti, com’è noto.
Nessuna meraviglia che gli italiani non producano, non prolifichino, non leggano Proust. Passano
la loro vita dal medico: da malati,
19
per farsi curare e da sani, per farselo certificare.
Jules Romains lo diceva con amara e scintillante ironia: «Les gens
bien portants sont des malades
qui s’ignorent»70. I buroestremisti
di centro del ministero l’hanno
preso alla lettera: ogni sano è un
malato che non sa di esserlo, perciò tutto dev’essere sottoposto all’occhiuto strologare del medico
cartomante: l’assenza di malattia
e lo stato di malattia, l’integrità e
l’handicap.
A tutela del singolo, a tutela della
banca, a tutela della società, ma
anche per un rischio generico (la
vita stessa!), per un rischio specifico, per un rischio effettivo, per
un rischio inesistente. Con inclusioni immotivate, con immotivate
esclusioni…
Il procedimento è quello di dichiarare sano un tale perché non si è
riusciti a provare che è malato,
come dire: sano per insufficienza
di prove. Quest’aberrazione si ha
quotidianamente. In un paese civile, tutti i cittadini sono innocenti fino a prova contraria (pare).
Sembra che il reciproco, vale a dire considerarli colpevoli fintantoché non dimostrino la loro innocenza, sia segno di barbarie giuridica e tratto distintivo di teocrazie e dittature.
Recentemente, in Italia si tenta
anche di considerare i cittadini
“sinceri” fino a prova contraria,
sino a che non vengano sbugiardati e si dimostri patentemente
che hanno dichiarato il falso.
Questo è il principio che informa
di sé l’autocertifìcazione.
Oggi, finalmente, posso presentarmi a uno sportello e dichiararmi esistente in vita (fino a prova
contraria) e dunque nato, il giorno tale nel luogo tale, come d’al-
20
tronde mi ricordo benissimo e
senza certificati. Ma anche laureato (come so), innocente, militesente o assolto, celibe o monogamo (o bigamo, come accade), ecc.
Analogamente, dovremmo ritenere segno del livello della civiltà
sanitaria di una nazione che i suoi
cittadini vengano considerati sani, a meno che nel loro interesse,
principalmente, e anche nell’interesse della comunità, non si dimostrino malati.
Riteniamo dunque necessario che
si introduca nel nostro ordinamento il principio di “presunzione
di sanità”: principio ragionevole,
semplice, economico, distruttore
di infinite scartoffie. L’interesse
della comunità dovrebbe essere
basato sull’evidenza argomentativa e, meglio ancora, “scientifica”,
e non sugli arzigogoli.
Di conseguenza, un certificato o
qualsiasi atto “sanitario” dovrebbe essere innanzitutto razionale, in
secondo luogo di dimostrabile efficacia e infine, a parità di efficacia
con altro mezzo, maggiormente efficiente. Nessun certificato e nessun atto “sanitario” imposto per
legge dovrebbe essere introdotto o
mantenuto in vita se non risponde
a queste tre caratteristiche.
Dunque, nessuno dei certificati
descritti nella prima parte di quest’intervento dovrebbe essere
mantenuto in vita. Si provi ad applicarle, ad esempio, al cosiddetto
“libretto sanitario per gli alimentaristi”, inaugurato nel 1980. Esso
avrebbe dovuto essere razionale.
Si è dimostrato subito, e con estrema facilità, che non lo era.
La sua introduzione avrebbe dovuto comportare un crollo delle
tossinfezioni alimentari dal 1980
in poi. Il che non si è dato: a dire
il vero, poche cose sono risibili in
Italia quanto i dati sulle tossinfezioni. Le Regioni che notificano,
come il Friuli Venezia Giulia, contano ovviamente (e apparentemente) molte più tossinfezioni
delle Regioni che non notificano
affatto, come le Puglie, dove tuttavia l’epatite A è endemica, a ulteriore dimostrazione che la tutela della salute è secondaria alla
preminente produzione di carta.
Infine, nel determinare il crollo di
dette tossinfezioni, esso avrebbe
dovuto avere un’efficacia pari, ad
esempio, all’educazione sanitaria
dei cuochi, ma essere nel contempo più rapido, più economico, più
incisivo. Nessuna dimostrazione
di efficienza è stata esibita.
Offrono spunti di riflessione anche l’abrogazione nell’anno 1994
della “visita medica” per il rilascio del certificato di abitabilità
(e, in Friuli Venezia Giulia anche
del certificato di agibilità, dal
1998) e l’abolizione (dicembre
1997) della vaccinazione antitifica
per gli alimentaristi. Ebbene, nessun dimostrabile patatrac è seguito all’abrogazione di queste
due norme, così come nessun dimostrabile beneficio seguiva al
loro mantenimento in vigore.
Possono i dipartimenti di Prevenzione continuare ad adoperare
strumenti così arcaici e sputtanati? Franco Bassanini è, con tutta
evidenza, un galantuomo, il più
amato dagli italiani.
Avrà dunque avuto le sue buone
ragioni quando ha escluso dal novero dei certificati “sostituibili”
con dichiarazioni i “certificati medici, sanitari…”71.
In effetti, i certificati medici e sanitari e le annesse pratiche vessatorie non debbono essere sostituiti: debbono essere aboliti, puramente e semplicemente.
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
Note
1. Dpr 1026 del 25 novembre
1976, artt. 4 e 14.
2. Legge 1204 del 30 dicembre
1971, artt. 4 e 5.
3. Dpr 1026 del 25 novembre
1976, cit., art. 15, comma 2.
4. R Di 2128/1936, art. 18 (recentemente abrogato dal Dpr n.
403 del 20 ottobre 1998, art. 8).
5. Regio decreto 1265 del 27
luglio 1934, art. 139; Regio
decreto del 17 febbraio 1941 XIX, n. 1127 (“Approvazione
del regolamento per la denuncia dei nati deformi e delle
lesioni invalidanti”), ribadito
dal Dpr 163 del 7 marzo 1975,
art. 9, lettera b.
6. Legge regionale 49 del Friuli
Venezia Giulia del 24 giugno
1993 (“Norme per il sostegno
delle famiglie e per la tutela
dei minori”), art. 15: il termine
perentorio di consegna del certificato è di 180 giorni dopo la
nascita.
7. Comunicato
ministeriale
9/1991.
8. Decreto del ministero della
Sanità del 28 febbraio 1983
(“Norme per la tutela dell’attività sportiva non agonistica”),
art. 1.
09. Dm 18 febbraio 1982 (Gu 5
marzo 1982), Dm 28 febbraio
1983 (Gu 1983).
10. Dm 13 marzo 1995.
11. Legge 23.03.1981, n°. 91, art.
3 comma 2.
12. Legge regionale n. 16 del
Friuli Venezia Giulia del 18
aprile 1997 (“Ordinamento
della professione di maestro
di sci”), art. 8 (“idoneità
psico-fìsica all’insegnamento
dello sci attestata da un certificato rilasciato dalla compe-
numero 74
tente autorità sanitaria”). È
necessario un certificato
“attestante l’idoneità psicofisica” anche per essere
ammessi alla prova attitudinale (art. 6).
13. Dm 5 giugno 1985 (“Disposizioni per i direttori ed i responsabili dell’esercizio e relativi sostituti e per gli assistenti tecnici preposti ai servizi di pubblico trasporto effettuati mediante impianti
funicolari aerei e terrestri”),
art. 8, punto 5.
14. Dm 4 marzo 1993 (Gu 18
marzo 1993).
15. Dpr n. 995 del 23 settembre
1976 (“Sostituzione di articoli […] del Regolamento per
l’esecuzione del codice stradale”), art. l: «il richiedente
[…] risulti essere esente da
malattie fisiche o psichiche,
deficienze organiche o minorazioni anatomiche e/o funzionali, che possano comunque pregiudicare la sicurezza
della guida di quei veicoli ai
quali la patente abilita, tenuto anche conto dell’uso cui
essi sono destinati». Dm 263
del 23 giugno 1988, “Norme
di attuazione di articoli della
Lili, relative ai requisiti psicofìsici e psicotecnici per il
conseguimento, la conferma
e la revisione della patente di
guida”, art. 1: «risulti essere
esente da malattie fìsiche o
psichiche, deficienze organiche o minorazioni anatomiche e/o funzionali, che possano comunque pregiudicare la
sicurezza della guida di quei
determinati tipi di veicoli ai
quali la patente abilita;
Decreto legge 30.04.1992, n.
285 “Nuovo codice della stra-
da”, art. 3, 19: «il richiedente
[…] non risulti affetto da
malattia fisica o psichica,
deficienza organica e minorazione psichica, anatomica o
funzionale, tale da impedire
di condurre con sicurezza
quei determinati tipi di veicoli alla guida dei quali la
patente abilita».
16. Dpr n. 431 del 9 ottobre 1997
(“Regolamento sulla disciplina delle patenti nautiche”),
art. 5.
17. Dpr n. 404 del 5 agosto 1988,
art. 15.
18. Dl n. 285 del 30 aprile 1992,
art. 138. Questa regola vale
anche per i conducenti veicoli della «Polizia di Stato, della
Guardia di finanza, del
Corpo di Poli zia penitenziaria […] del Corpo forestale
dello Stato, dei Corpi forestali operanti nelle regioni a statuto speciale e nelle province
autonome di Trento e di
Bolzano e della Protezione
civile» (comma 11).
19. Dl 285/1992, art. 172; Dl
360/93, art. 89.
20. Id., art. 7 (minorati della
vista), art. 8 (minorati dell’udito), art. 9 (minorati degli
arti o della colonna), art. 10
(anomalie somatiche), art. 11
(coesistenza di minorazioni
invalidanti).
21. Dm n. 263 del 23 giugno
1988.
22. Dal 2000, però, la patente A e
la patente B vengono rilasciate anche ai diabetici da
un medico “specialista” dell’unità sanitaria locale, secondo la Legge n. 472 del 7
dicembre 1999 (“Interventi
nei settori dei trasporti”), art.
32. Quella parolina, “speciali-
21
sta”, è ovviamente fonte di
confusione senza uguali: sarà
il diabetologo lo specialista
del diabete? Sarà d’ora in
avanti la patente rilasciata
da tre organi: il dipartimento
di Prevenzione, la Commissione medica locale e il diabetologo? La confusione normativa è specchio della confusione mentale, così ben testimoniata dall’esilarante circolare in proposito di tale
Anna Maria Longo, capo del
dipartimento Trasporti terrestri del ministero dei Trasporti e della navigazione.
Alcune perle: n particolare, il
testo novellato dell’articolo I
19, «La norma attribuisce altresì ai predetti organi medici monocratici la competenza
[…] ad indicare l’eventuale
scadenza […]», «la disposizione di cui trattasi, quindi,
individua una nuova categortia di organo medico monocratico […] avente competenza esclusiva […] all’accertamento dei requisiti psicofìsici nei confronti dei soggetti
affetti da diabete, anche se in
trattamento insulinico, dato
che la norma non opera distinzioni», «qualora il medico accertatore ritenga che il
soggetto esaminato sia inidoneo alla guida, in modo temporaneo o definitivo, il giudizio finale dovrà essere demandato alla Commissione
medica locale», ecc. Questa
signora dovrebbe essere rimandata a frequentare le
scuole elementari, per tentare
di rimediare agli svarioni
grammaticali con cui sfrittella la sua prosa; per la supponenza e per i buroneologismi,
22
credo non ci sia rimedio.
23. Circolare DG n. 68 D.C. IV
A04I (prot. 3188/4635) del 20
maggio 1996: questa circolare dispone la presenza dell’ingegnere alle sedute delle
Commissioni mediche locali
in tutti i casi di accertamento
medico nei confronti di mutilati e minorati fisici. La presenza dell’ingegnere, utile
per valutare alcune complesse minorazioni degli arti (egli
può individuare la modifica
all’autoveicolo più adatta al
soggetto che esamina), non è
giustificata per quanto attiene i minorati della vista e dell’udito. Ma, poiché l’ingegnere (Carlo Emilio perdono!) è
di solito funzionario della
Motorizzazione civile, i suoi
colleghi non accettano il certificato se non porta anche la
sua inutile firma.
24. Rd n. 29603 del 30 dicembre
1923, art. 1.
25. Rd n.653 del 4 maggio 1925,
art. 2.
26. Rd n. 383 del 3 marzo 1934,
art. 221.
27. Dpr n. 16 del 1 gennaio 1956,
art.2; Dpr n. 3 del 10 gennaio
1957, art. 2.
28. Dpr n. 686 del 3 maggio
1957, art. 11.
29. Legge 104/1992, art. 22: «Ai
fini dell’assunzione al lavoro
pubblico e privato non è
richiesta la certificazione di
sana e robusta costituzione
fìsica». Legge n. 68 del 12
marzo 1999, “Norme per il
diritto al lavoro dei disabili”:
«salvi i requisiti di idoneità
specifica per singole funzioni, sono abrogate le norme
che richiedono il requisito
della sana e robusta costitu-
zione nei bandi di concorso
per il pubblico impiego».
30. D. lgs. n. 626 del 19 settembre
1994, citato.
31. Dpgr Friuli Venezia Giulia n.
OIOI6/Pres del 28 dicembre
1978, art. 15.
32. Decreto del ministero della
Sanità del 28 aprile 1998,
“Requisiti psicofisici minimi
per il rilascio ed il rinnovo
dell’autorizzazione al porto
di fucile per uso di caccia e al
porto d’armi per uso difesa
personale”, art. 1.
33. Dpgr Friuli Venezia Giulia n.
9/CP.
34. Tulps del 25 marzo 1987. Rd
n.773 del 18 giugno 1931, art.
35 («II questore può subordinare il rilascio del nulla osta
[…] alla presentazione di certificato del medico provinciale, o dell’ufficiale sanitario, o
di un medico militare dal
quale risulti che il richiedente non è affetto da malattie
mentali oppure da vizi che ne
diminuiscono, anche temporaneamente, la capacità di
intendere e di volere»).
35. Rd del 6 maggio 1940, art. 76.
Sembra che quest’articolo sia
stato abolito, all’interno di
una situazione peraltro complicatissima, descritta con
abbondanza di dettagli nella
circolare del ministero dell’Interno del 14 febbraio 1998
(“Trasporto di armi comuni
da sparo”), pubblicata sulla
Gu n. 48 del 27 febbraio 1998.
36. Dpr n. 302 del 19 marzo 1956,
art. 27.
37. Legge n. 772 del 15 dicembre
1972.
38. Dpr n. 2056 del 27 ottobre
1962 (che è regolamento di
esecuzione della Legge n. 837
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
del 25 luglio l956), art. 33.
39. Circolare n. 20, Prot. n. 500.4
del ministro della Sanità del
24 marzo 1979.
40. Dpr n. 1518 del 22 dicembre
1967 (“Regolamento per l’applicazione del titolo III del decreto del Presidente della Repubblica n. 264 del 1 febbraio
1961, relativo ai servizi di
medicina scolastica”), art. 49.
41. Circolare n. 20 del ministro
della Sanità del 24 marzo
1979, cit. È ben vero che il D.
Lgs. n. 230 del 17 marzo 1995
prescrive: «5. Gli esami radiologici individuali o collettivi effettuati a titolo preventivo […] devono essere effettuati soltanto se sono giustificati dal punto di vista sanitario. Tali esami debbono essere disposti dall’autorità sanitaria competente per territorio che ne da adeguata
informazione ai gruppi di popolazione interessati. 6. Particolare attenzione dev’essere
posta nella giustificazione
delle indagini radiodiagnostiche espletate su singole
persone o su particolari
gruppi di persone con fini
medico-legali o di assicurazione. Per questi esami e per
quelli di cui al comma 5 è
escluso l’impiego della radioscopia diretta. […] 8. Gli esami di cui ai commi 5 e 6 vengono effettuati con il consenso della persona interessata».
42. Dpr n. 327 del 26 marzo 1980,
art. 37: «anche coloro che manipolano temporaneamente
od occasionalmente oppure
vengono in contatto diretto o
indi retto con alimenti, debbono avere il libretto sanitario in regola. Questo “libret-
numero 74
to” deve essere “rinnovato”
una volta all’anno. Se manca,
se non viene “rinnovato”, se
non viene conservato sul posto di lavoro, fioccano le multe e “la sospensione della licenza per un periodo non superiore a 10 giorni».
43. Dpr n. 54 del 14 gennaio
1997, allegato A, cap. III/C.
44. Legge n. 1293 del 22 dicembre 1957 (“Organizzazione
dei servizi di distribuzione e
vendita dei generi di monopolio”), art. 6.
45. Dpr n. 1275 del 21 agosto
1971 (“Regolamento per l’esecuzione della L. 02.04.1968, n.
475, recante norme concernenti il servizio farmaceutico”), art. 12.
46. Circolare del ministero
Sanità n. 25 del 24 giugno
1992 (“Misure di profilassi
per l’ammissione nei centri di
vacanza per minori”).
47. Cm del 4 agosto 1988, n. 81
Prot. 7426/IR/A-74 del ministero del Lavoro. La circolare
riguarda i lavoratori extracomunitari dello spettacolo e si
basa sulla Legge 943/86, art.
14, comma 2; tuttavia le prostitute extracomunitarie vengono regolarmente registrate
in questura come “ballerine”:
dimodoché - ipocrisia sommandosi a ipocrisia - vengono accompagnate, assonnate
e sfatte, al mattino presto,
dopo una notte trascorsa a
“danzare”, negli ambulatori
di Igiene pubblica dai loro
macrò, e implorano quel certificato senza il quale il permesso di soggiorno non
verrà loro rinnovato.
48. Legge n. 653 del 26 aprile
1934 (“Tutela del lavoro delle
donne e dei fanciulli”); Legge
n.12 del 10 gennaio 1935
(“Istituzione del libretto di lavoro”); Legge n. 25 del 19 gennaio 1955 (“Disciplina dell’Apprendistato”), Dpr n.
1668 del 30 dicembre 1956
(“Regolamento applicativo”),
Dpr n. 303 del 19 marzo 1956
(“Norme generali per l’igiene
del lavoro”), Legge n. 977 del
17 ottobre 1967 (“Tutela del
lavoro dei fanciulli e degli
adolescenti”), Dpr n. 36 del 4
gennaio 1971 (“Determinazione dei lavori leggeri nei quali
possono essere occupati i fanciulli”), Dpr n. 479 del 17 giugno 1975 (“Regolamento sulla
periodicità delle visite mediche per minori”), Dpr n. 432
del 20 gennaio 1976 (“Determinazione dei lavori pericolosi, faticosi e insalubri”), ecc.
Alcuni articoli di queste leggi
sono stati di recente abrogati
dal D. Lgs. n. 345 del 4 agosto
1999 (“Attuazione della direttiva 94/33/CE relativa alla
protezione dei giovani sul lavoro”). Pur essendovi tra i firmatari l’ottimo Bassanini, la
legge è così logica e chiara da
aver avuto immediato bisogno di una circolare “applicativa” (Circolare del ministero
del Lavoro e della Previdenza
sociale, n. I /2000 del
05.01.2000, Prot. 801 - Segr./D). Nella circolare si può leggere, a mo’ d’esempio, la seguente castroneria: «In via
generale, l’art. 9 del nuovo decreto dispone, per i minori,
l’obbligo di una visita medica
preassuntiva e di visite mediche periodiche da effettuare,
a cura del datore di lavoro,
presso la Asl territorialmente
23
competente [dunque: la visita
dev’essere effettuata dal medico pubblico, ndr]. Fa eccezione il caso di attività lavorative per le quali la vigente
legislazione dispone la sorveglianza sanitaria disciplinata
dagli artt. 16 e 17 del citato D.
Lgs. 626/94 [in teoria, tutte le
attività sono sottoposte a sorveglianza sanitaria in base al
D. Lgs. 626/94, e quindi tutte
fanno eccezione, ndr]. In tali
fattispecie, le visite mediche
preventive e periodiche devono essere, quindi, effettuate
dal medico competente, pubblico e privato, scelto dal datore di lavoro [ma, per una decisione del garante della concorrenza che non ammette
medici competenti pubblici,
esistono soltanto medici competenti privati]. Pertanto, poiché l’articolo in questione ha
compiutamente e diversamente disciplinato la materia,
l’art. 9 del Dpr 1668/56 deve
ritenersi implicitamente abrogato nella parte in cui dispone per i minori, la visita medica a cura della struttura sanitaria pubblica (dunque la visita viene eseguita dal medico competente privato, che è
l’esatto contrario di quanto
scritto nella legge)». La mancata abrogazione delle norme
sanitarie sull’apprendistato,
tuttavia, configura egualmente il doppio controllo sui minori, avviati di solito al lavoro
nell’industria e nell’artigianato come apprendisti: un controllo “generico”, effettuato
dall’igienista pubblico, e un
controllo “specifico”, effettuato dal medico competente privato (la circolare citata, però,
24
afferma che la disciplina per
l’apprendistato dei minori è
stata abrogata “implicitamente”: e perché non abrogarla esplicitamente?). Inoltre, anche gli adulti-apprendisti sono sottoposti al doppio
regime descritto per i minoriapprendisti, benché non si
comprenda in che cosa gli
adulti-apprendisti siano diversi dagli adulti-non-apprendisti (in alcuni settori l’artigianato può prorogarsi fino
ai 29 anni d’età). Ministro e
ministero, quae te dementia
coepit? Considerazioni diverse, ma altrettanto caustiche,
avanza Alberto Baldasseroni
in “Minori e apprendisti. Una
partita chiusa?” (Snop 53,
2000; pagg. 43-44).
49. Dpr 303/1956; D. Lgs. n. 626
del 19 settembre 1994, citati.
50. Rd n. 773 del 18 giugno 1931,
art. 62, così come regolamentato dall’art.13 del Tulps.
51. Legge n. 482 del 2 aprile 1968
(“Disciplina generale delle
assunzioni obbligatorie presso le pubbliche amministrazioni e le aziende private”),
art. II.
52. Rd n. 824 del 12 maggio
1927, regolamento di esecuzione del Rd del 9 luglio l926,
art. 27.
53. Rd n. 147 del 9 gennaio 1927,
al capo VII, art. 26, comma 4.
Questi i requisiti: il soggetto
non è affetto da malattie fisiche o psichiche e non presenta deficienze organiche di
qualsiasi specie, che gli impediscano di eseguire con sicurezza le operazioni relative
all’impiego di gas tossici,
non presenta segni d’intossicazione alcoolica o da sostan-
ze stupefacenti, ha integri il
senso olfattorio e la pervietà
nasale, percepisce la voce
afona ad almeno otto metri di
distanza da ciascun orecchio,
possiede un visus complessivo non inferiore a 14/10 (tavola di Snellen), purché da
un occhio non inferiore a
5/10.
54. Ibid., art. 27, comma 3; il Rd
precisa: la terza elementare;
Ibid., art. 38.
55. Legge n. 122 del 5 febbraio
1992, art. 7, comma e.
56. Ministero di Grazia e giustizia, “Concorso per la copertura di posti di giudice onorario aggregato presso le sezioni stralcio dei tribunali ordinari”, pubblicato sulla Gu del
19 dicembre 1998.
57. Legge n. 482 del 2 aprile
1968, art. 20.
58. Legge n. 482 del 2 aprile
1968, art. 19.
59. Legge n. 104 del 5 febbraio
1992.
60. Legge n. 33 del 29 febbraio
1980 (conversione in legge,
con modificazioni, del Decreto legge n. 663 del 30 dicembre 1979), art. 2.
61. Legge n. 300 del 20 maggio
1970 (“Norme sulla tutela
della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale
nei luoghi di lavoro e norme
sul collocamento”), art. 5.
62. Dpr n. 1518 del 22 dicembre
1967, art. 42; Dpr n. 327 del
26 marzo 1980, art. 41,
comma 3.
63. Legge n. 184 del 4 maggio
1983 (“Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei
minori”), art. 22, comma 3
(“dell’affidamento preadotti-
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
vo”) e art. 57, punto a (“adozione in casi particolari”).
64. Dpr n. 361 del 30 marzo
1957, art. 55 e 56; Dpr n.
1518 del 22 dicembre 1967,
art. 42, comma 5; Dpr n. 327
del 26 marzo 1980, art. 41,
comma 3, il quale segue a un
incredibile comma 2 che recita così: «I titolari o conduttori dell’esercizio hanno
l’obbligo di segnalare immediatamente all’autorità sanitaria i casi sospetti di malattie infettive e contagiose del
personale dipendente per
l’adozione degli eventuali
provvedimenti consequenziali, ivi compresa l’eventuale sospensione dell’attività
lavorativa». Come si vede,
siamo alla delazione, nonché
numero 74
all’esercizio abusivo di professione sanitaria. Ci vorrebbe, invero, un certificato che
certificasse l’idoneità del titolare e del conduttore a fare
il titolare e il conduttore in
quanto in possesso, tra le altre peculiarità, dell’occhio
clinico e di elementi di patologia medica.
65. Dpr n. 1035 del 30 dicembre
1972, art.7, pag. 4, lett. b.
66. Legge n. 1224 del 19 ottobre
1956.
67. Legge n. 118 del 30 gennaio
1971; Legge n. 295 del 15
ottobre 1990. A queste vanno
aggiunte: la Legge n. 382 del
27 maggio 1970 sui ciechi
civili e la Legge 26 maggio
1970 sui sordomuti.
68. Dpr n. 495 del 16 dicembre
1992, art. 381; Dpr 506/1996,
art. 12.
69. Dpr n. 285 del 10 settembre
1990 (“Approvazione del regolamento di polizia mortuaria”), art. 1, p. 1 (denuncia
delle cause di morte), art. 4,
p. 4 (accertamento dello stato
di morte), art. 24-36 (trasporto di salma), art. 82-89
(esumazioni ed estumulazioni), art. 79, p. 4 (cremazione).
70. Jules Romains, Knock ou Le
triomphe de la Médecine.
Mondadori, Milano, 1924.
71. Dpr n. 403 del 20 ottobre
1998 (“Regolamento di attuazione degli articoli 1, 2 e 3
della Legge 15 maggio 1997,
n. 127, in materia di semplificazione delle certificazioni
amministrative”).
25
Presentato per la prima volta al convegno “L’epidemiologia per il dipartimento di
Prevenzione - Parte seconda. L’igiene pubblica”, che si è tenuto a Firenze il 23 gennaio 2002, questo articolo è notevole sotto molti punti di vista. Non solo per l’onestà
intellettuale con cui tratta l’argomento, ma anche perché fa una panoramica completa delle esperienze di semplificazione burocratica realizzate fino a quel momento a
partire dalle basi legislative esistenti, prima del referendum confermativo del settembre 2001, che ha fatto decollare il processo di autonomia regionale. Questo testo dà
un messaggio di speranza: quella di arrivare alla semplificazione delle pratiche inutili
ampiamente presenti nella sanità pubblica. Il tutto in una prosa originale, imprevedibile, accattivante, nonostante tratti un tema apparentemente arido. Certe cose si possono leggere solo se scritte con questa vivacità, altrimenti diventano soporifere.
Trenta semplificazioni – anzi, ventisette
Giorgio Ferigo
In questa relazione do conto
di alcuni tentativi che abbiamo fatto per accelerare la dipartita, o – se volete – per anticipare la
quiescenza dell’igiene pubblica,
nella convinzione, non da molti
condivisa, che essa si trovi in età
pensionabile, o addirittura in stato agonico.
Vi è stato distribuito un elenco di
ventisette “semplificazioni” che
abbiamo tentato. Ventisette sono
davvero poche. Nonostante la
scarsità del raccolto, il lavoro è
stato faticosissimo e per molti
versi sconsolante.
1.
26
Talvolta la semplificazione si è ridotta semplicemente a costringere chi di dovere a prendere atto di
abolizioni pervicacemente ignorate (ad esempio, farmacisti, poste, uffici di collocamento), in altri
casi a implorare il consiglio regionale di abrogare le sue stesse castronerie. O, in altri casi ancora, a
bloccare stupidaggini che stavano per essere legiferate.
Provo qui a illustrare le difficoltà
che abbiamo incontrato.
Vorrei che qualcuno mi raccontasse di tentativi analoghi, in modo da confrontarli gli uni con gli
altri – e da confortarci un po’ a vicenda.
Come potete vedere, alcuni
procedimenti di semplificazione riguardano l’intera Regione
Friuli Venezia Giulia, altri soltanto le tre Ass della provincia di
Udine e altri ancora soltanto l’Azienda in cui lavoro. Questo signi-
2.
Da Snop 58-59, marzo
2002; pagg. 21-24
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
fica che alcuni obbiettivi sono
stati condivisi da tutti, o da molti,
mentre su altri abbiamo proceduto da soli. Il giudizio sulle pratiche da semplificare, o da “svuotare”, non è stato unanime: questo
postula che non vi è nemmeno
identità di vedute sulla nostra disciplina, sui principi che la informano, sulle mete che si propone,
sui pregi che vanta, sulle crepe
manchevolezze o stupidità di cui
soffre.
Qui a Firenze, il 7 novembre scorso, Luigi Salizzato ha analizzato i
motivi del sospetto, e anche dell’ostilità, incontrati dallo slogan
“La prevenzione inutile”: conservatorismo dei servizi, insicurezza
degli operatori, desiderio di lavorare in positivo nel campo delle
proposte, piuttosto che in negativo, nel campo delle demolizioni.
Sono atteggiamenti che abbiamo
riscontrato anche noi del progetto
“Sburo”. Ce n’è un altro, che forse
è il principale.
Il medico, l’infermiere, il tecnico
dell’ospedale fondano il loro lavoro su un insieme di conoscenze
“scientifiche”, che hanno appreso
e che riapprendono ogni giorno
nel concreto del loro studio e del
loro operare. “Scientifico” non significa “vero”: significa verificabile, modificabile, e migliorabile
anche radicalmente, con decisioni assunte sulla base delle prove
disponibili e dell’esperienza maturata.
Invece, il medico, l’assistente, il
tecnico del dipartimento di Prevenzione fondano il loro lavoro su
un insieme di conoscenze “amministrative” o “legali” – non necessariamente né direttamente riconducibili a conoscenze scientifiche
– che non sono verificabili, falsificabili, modificabili, né migliorabi-
numero 74
li in corso d’opera, ma soltanto
obbedibili o trasgredibili.
Il livello culturale di un ospedale
può essere alto o basso, d’avanguardia o di retroguardia; le diagnosi e le cure efficaci o inefficaci,
o anche clamorosamente sbagliate: se ne possono calcolare gli indici di attrazione o di repulsione.
Insomma, alla fine, se ne può dare un qualche giudizio di merito.
Invece, non esiste alcun indice di
attrazione o di repulsione per un
Dip: semplicemente, tutti sono
obbligati a passare da lì – come ai
magazzini Gum di Mosca, quando regnava Leonid Breznev. Non
esiste un’efficacia, ovvero un’inefficacia del Dip: esiste soltanto
l’applicazione o la disapplicazione della norma. Sui Dip non si
può dare nessun giudizio.
Se si trattasse di essere formichine operose, ognuna delle quali
porta la sua minuscola bica all’ammasso nel granaio comune,
cui però sovrintende una mente
ordinatrice, che a fine anno (o decennio o secolo) ci ragguaglia dei
progressi salutari raggiunti grazie alla nostra azione, potremmo
starcene quieti.
Ma abbiamo mai veduto esibire
uno straccio di analisi del genere,
in tutti questi anni – un qualunque resoconto sull’efficacia o sull’appropriatezza dei certificati
per patente, di apprendistato o di
idoneità sportiva?
Alla fine arrivano soltanto statistiche descrittive: l’anodino elenco delle prestazioni fatte, bene o
male. Messo alle strette, qualche
luminare si irrita, e sbotta: se siamo uno tra i Paesi più longevi del
mondo, con una mortalità materno-infantile tra le più basse della
terra, i libretti sanitari saranno
ben serviti a qualcosa.
Si tratta di un pantano culturale:
i principi non vengono mai dichiarati e perciò mai discussi; le
applicazioni mai sottoposte a verifica, e perciò mai validate o confutate; perfino le parole che esprimono la nostra attività mai specificate, a cominciare dalla principale, quell’onnicomprensivo “prevenzione” che oggi include indifferentemente la diagnosi prenatale di fenilchetonuria e l’ingrasso
dei suinetti nel mantovano.
Non sono in discussione le competenze degli operatori, che giocoforza attingono all’intero scibile umano, visto che nessuno ha
mai tracciato i confini.
Manca invece l’analisi logica dell’insieme, latita l’esplicitazione
dei fini e dei mezzi per raggiungerli, si nega l’uso del “dubbio
metodico”, e fin della razionalità,
come paradigma del ragionare e
dell’agire.
Resta, ovviamente, il disagio.
Tuttavia, l’igiene pubblica è
arrivata al capolinea indipendentemente dal gradimento
degli operatori.
Le prestazioni vengono vanificate
non dalle nostre dimostrazioni di
inutilità o dalle nostre sensazioni
soggettive di utilità, ma semplicemente perché qualcuno, sulla base di ragionamenti extrascientifici o per fini di coerenza amministrativa, cassa le norme che le
producevano.
Come forse sapete, il Friuli Venezia Giulia è una Regione a statuto
speciale e ha competenza legislativa primaria in campo di pianificazione territoriale. Perciò, molto
tempo fa, abbiamo proposto di
semplificare la cosiddetta “igiene
edilizia” – il 220, il 222, il 231 del
3.
27
Tuls benemerito. Queste semplificazioni non sono passate, e non
perché le argomentazioni fossero
deboli, ma perché andavano a intaccare i piccoli interessi delle
piccole parrocchie – le risicate e
gelose autonomie operative.
Nell’ottobre scorso è stato pubblicato il Decreto legislativo
380/2001. L’articolo 20 recita: il
sindaco rilascia il permesso a costruire, se la documentazione è
accompagnata da «un’autocertificazione circa la conformità del
progetto alle norme igienico-sanitarie nel caso [di] interventi di
edilizia residenziale ovvero [nel
caso in cui] la verifica [di] tale
conformità non comporti valutazioni discrezionali».
Si tratta, né più né meno, dell’abrogazione del 220 del Tuls (come
da noi avevamo proposto tanto
tempo prima).
Ma questo articolo è stato approvato non in seguito a una discussione di utilità o di disutilità dei
pareri, della competenza o dell’incompetenza dei servizi a rilasciarli, di capacità o di incapacità
professionale, bensì dopo una decisione legislativa né discussa né
approvata dai Dip.
Per otto lustri, questa pratica è
stata gabellata come sanitaria e ci
abbiamo creduto. Ora ci dicono
che si tratta di un mero adempimento amministrativo e chiniamo
il capo. Così, prima fornivamo
per legge una prestazione di utilità salutifera non dimostrata,
mentre nei prossimi sei mesi (nel
frattempo c’è stata la proroga con
la Legge 463 del 31 dicembre
2001) la faremo ancora, benché la
sua inutilità salutifera sia stata
ormai sancita.
Riconoscere di aver sprecato
qualche decennio della propria vi-
28
ta professionale in scemenze è
certamente doloroso.
Ma essere costretti a continuare a
fare scemenze perché siamo stati
ridotti a funzionari, a domestici
della legge, a servi di un disegno
ormai insensato – questo è ancor
peggio.
Abbiamo tentato le “semplificazioni” delle nostre attività a vari livelli. Una delle strade
imboccate è stata quella dei “patti” con gli Enti – ad esempio, gli
enti scolastici.
Dal 1999, nel Contratto collettivo
della scuola sta scritto che l’istituzione scolastica “può disporre” il
controllo della malattia, in luogo
del “dispone” che c’era scritto nel
1995. Approfittando di questo
“può”, abbiamo invitato in riunione presidi e direttori didattici, abbiamo illustrato la sostanziale inconsistenza della visita fiscale e
abbiamo convenuto di utilizzarla
il più di rado possibile e soltanto
nei casi in cui fosse un deterrente
irrinunciabile (ahinoi, la sanità ridotta a deterrente). In questo modo, nel giro di due anni (tra il 1999
e il 2001) le visite fiscali richieste
dalle scuole sono scese da 1385 a
435, meno di un terzo. Contiamo
di scendere ancora.
Tuttavia, anche quando l’accordo
pare perfetto e sembra di veleggiare alla grande, si trova l’intoppo. Nell’agosto 1998 ci siamo accordati con il Provveditorato agli
studi di Udine per l’abolizione
della “Sana & Robusta” per gli
alunni, l’abolizione delle radiografie a tutto il personale della
scuola e per la validità triennale
del certificato di idoneità fisica
per gli insegnanti e per il personale “precario” della scuola.
4.
L’accordo ha funzionato egregiamente per qualche tempo. Poi,
nel maggio 2001, ci siamo accorti
che arrivavano da noi precari che
avevamo già visto appena tre
mesi prima. Insomma, per qualche inspiegabile motivo, anziché
triennale, il loro certificato aveva
validità trimestrale. Chi, e perché, aveva confuso il triennio col
trimestre?
Cerca che ti cerca, litiga che ti litiga, troviamo la causa di questo
cambio di rotta.
La causa sta in un cortesissimo
funzionario – non di una scuola,
non del Provveditorato agli studi,
non dell’Assessorato all’istruzione. Cioè, non dove pensavamo che
fosse, ma della Ragioneria provinciale dello Stato, Ufficio registrazione decreti. Costui non era
stato avvertito del nostro “patto”
e pensava che una carta al trimestre lo mettesse più “in regola” di
una carta triennale.
Abbiamo imparato che lo Stato
italiano è grande e articolato (anzi, tentacolare), che conoscerne
tutte le articolazioni, le interconnessioni, i misteriosi passaggi segreti è un’impresa continuamente
in progress e che quel certificato
non serviva a stabilire un ipotetico “punto zero” nella salute del
dipendente, per successivi eventuali complicati contenziosi medico-legali, ma era semplicemente
precondizione (pleonastica) al pagamento dello stipendio.
È prevedibile che molte delle nostre semplificazioni si areneranno
in un qualche ufficetto di cui
ignoriamo l’esistenza.
Un secondo tentativo è stato
quello di abolire le richieste
“discrezionali” di certificati.
5.
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
Soprattutto d’estate, molti ragazzi vengono assunti alle poste come fattorini a tempo determinato.
Arriva loro un telegramma di immissione in servizio, e, tra gli altri
documenti, viene richiesto anche
un certificato medico «dal quale
risulti l’idoneità a svolgere tutte
le mansioni dell’Area Operativa».
Com’è noto, dal 3 marzo 1998 le
Poste sono diventate un Ente pubblico economico. Perciò ricadono
esclusivamente sotto il Decreto legislativo 626/94, e non più anche
sotto i Dpr del pubblico impiego.
Abbiamo avvisato le Poste che
non avremmo rilasciato più certificati del genere. Ma le Poste continuavano egualmente a inviarci i
ragazzi.
Così è cominciato il braccio di ferro. C’è stato un lungo e dotto
scambio di missive, dal giugno
1997 al giugno 1999. Nel luglio
1999 abbiamo segnalato il comportamento “anomalo” delle Poste
al Procuratore della Repubblica.
Una difficoltà aggiuntiva a far
prevalere la nostra tesi derivava
dal fatto che il vicino Veneto aveva adottato una linea sostanzialmente conciliante – i certificati li
facevano, loro e senza tante storie!
– come ci rinfacciavano a ogni piè
sospinto le Poste stesse.
Questo ci insegna che non solo
non si può fare “il socialismo in
un solo paese”, ma men che meno
la sburocratizzazione in una sola
Provincia, e che il dialogo e una linea uniforme tra operatori di varie Regioni è quantomai indispensabile. Alla fine, comunque, ce
l’abbiamo fatta e almeno in Friuli
questi certificati non vengono richiesti più.
Ma da dove nasce quest’idolatria
del certificato a ogni costo? Quali
meccanismi mentali sottintende –
numero 74
oltre all’ovvio, ma illusorio, desiderio di coprirsi le terga e di scaricare il barile?
Per rispondere a questa domanda, è molto istruttivo ricostruire
una conversazione con una sottoprefetta, dal piglio molto manageriale e in tailleur gessato di ottimo taglio. La sottoprefetta pretende che alle guardie giurate noi
rilasciamo contemporaneamente
due certificati: uno di idoneità al
porto d’armi e uno di idoneità a
fare la guardia giurata.
Le chiediamo la fonte normativa
di questa “idoneità a fare la guardia giurata”.
La sottoprefetta la ignora, ma dice che la cercherà. La sollecitiamo: non l’ha trovata, ma pretende
egualmente il certificato, per via
della “potestà discrezionale” della
Prefettura.
Le chiediamo allora che cosa dobbiamo certificare nel certificato.
Ci risponde che questo è affar nostro: lei mica è medico… Allora le
ribattiamo che - in tutta scienza e
coscienza – noi ignoriamo quali
sono le caratteristiche strettamente sanitarie che permettano a
un tale di fare la guardia giurata:
anzi, secondo noi, non esistono. Ci
risponde che ci devono essere. Le
chiediamo quali: ci risponde che è
affar nostro; lei mica è medico…
Dobbiamo quindi scrivere lettere
molto argomentate per rifiutare
quello che ci viene imposto senza
argomentazione alcuna, quasi che
l’onere della prova spetti a noi e
non, invece, a chi impone. Dobbiamo pazientemente argomentare
sul nulla, e rispondere raziocinando a quello che è, a tutti gli effetti,
un arbitrio e una prepotenza.
A proposito di certificati, su
Snop, Andrea Poggiali dell’Ausl
di Ravenna osserva, molto sensa-
tamente: «le finalità medico-legali non necessariamente coincidono con quelle della prevenzione:
quindi, il fatto che un certificato
medico risulti inutile ai fini della
prevenzione non significa automaticamente che esso sia da considerare superfluo.
Tra la proposta di abolizione totale dei certificati e la scelta di mantenere invece invariata l’attuale
(insoddisfacente) situazione, c’è
spazio per una posizione intermedia, che punti alla correzione delle incongruenze più vistose».
Tengo conto di questa osservazione, e provo a suddividere gli attestati in:
certificati che certificano qual-
cosa (ad esempio, una gravidanza, una menomazione, una
malattia)
certificati che predicono qualcosa (l’idoneità alla guida per i
prossimi dieci anni, alla caccia
per i prossimi cinque, al pubblico impiego per i prossimi
diciannove)
certificati che dicono, semplicemente, “chi è che comanda
qui”.
I certificati oggettivi, che descrivono qualcosa che c’è e si rilasciano nell’interesse del malato, del
menomato, della gravida hanno
senso e nessuno pretende di eliminarli. Ma si deve pretendere
senza indugio l’abolizione dei certificati “previsionali”, da aruspice
o da cartomante, e i certificati arbitrari, che definiscono “l’ambito
del dominio”.
Sarebbe già molto se riuscissimo
a imporre il principio che il Dip è
tenuto a rilasciare soltanto certificati esplicitamente richiesti da
leggi in vigore e che siano previ-
29
sti – per quanti si ostinano a esigere certificati extra o contra legem – divieti e sanzioni analoghi
a quelli contemplati nel Dpr 444
del 28 dicembre 2000 (art. 74
“Violazione dei doveri d’ufficio”)
per gli impiegati riottosi alla Bassanini.
Infine, c’è da dire che alcuni
tentativi sono riusciti.
Nella nostra piccola Ass abbiamo
eliminato del tutto le pratiche per
gli “inconvenienti igienici”.
Abbiamo proceduto così. Abbiamo analizzato alcune centinaia di
pratiche affrontate nella nostra
Ass nel corso di un quinquennio.
Dalle carte emergevano dati molto evidenti: che rarissimamente
6.
gli “inconvenienti igienici” attentavano alla salute, che spessissimo nascondevano rapporti di cattivo vicinato e che mai, o quasi
mai, trovavano soluzione con l’ispezione “igienico-sanitaria”.
Invece, sempre o quasi sempre
potevano trovare soluzione se affrontati dai soggetti istituzionalmente deputati.
Così, invece di accorrere, abbiamo
cominciato a rispondere: lettere
molto cortesi e il più possibile
chiare, in cui decliniamo la nostra
ma indichiamo l’altrui competenza a risolvere il problema, e talvolta anche lo strumento per arrivarci: un regolamento comunale,
una legge, il codice civile, o penale. Nei casi più paradossali, li indirizziamo a un idraulico o a un
muratore.
Tra lo scrivere una lettera e fare
un sopralluogo (a cui poi deve seguire la lettera) c’è almeno un risparmio: il sopralluogo. Intanto,
le segnalazioni hanno cominciato
a scemare.
È diminuita anche la litigiosità?
Affrontare il sindaco (con cui magari si è in cattivi rapporti), preventivare l’onorario dell’avvocato, sapere che non esistono vie
traverse, ma soltanto la via diritta, e che perciò è necessario affrontare il vicino, con la civiltà di
cui si dispone o con l’aggressività
che il vicino consente (prima di
afferrare il forcone) forse ha diminuito non la litigiosità, ma le occasioni di litigio.
Ma tutto sommato importa poco:
In rete
All’inizio del 2008 è nato anche un sito,
www.giorgioferigo.net, un «modesto tributo d’affetto, ma anche il primo passo di
un’associazione (il più informale possibile) che avrà lo scopo di riunire, ordinare
e conservare la produzione di Giorgio
Ferigo, di valorizzare e far conoscere la
sua attività di medico, storico, musicista,
poeta, narratore, storico d’arte».
Oltre alla segnalazione di eventi interessanti, il sito mette a disposizione numerosi materiali, tra cui il libretto commemorativo… e la cjasa a è codina, che fornisce una prima bibliografia ragionata e suddivisa per aree disciplinari della produzione di
Ferigo, che arriva a quasi 150 titoli.
Per ricevere informazioni o fare segnalazioni, si può scrivere a [email protected]
30
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
la litigiosità non rientra fra gli obbiettivi della prevenzione sanitaria. O sì?
Perché non è escluso che – in nome di una visione cosmica della
prevenzione – qualcuno ci venga
a spiegare che l’ispezione igienico-sanitaria lenisce le insonnie da
rancore, chiarifica l’atrabile, sbina il torcimento di budella e pertanto, magari, contribuisce a
“promuovere” la salute.
In ogni preambolo di budget, in ogni linea guida di
Agenzia regionale, in ogni documento nazionale, quando si arriva al capitolo “Dipartimento di
Prevenzione”, si legge la seguente
giaculatoria: «Il modello organizzativo e di funzionamento dei Dipartimenti di Prevenzione è ancora prevalentemente orientato su
attività di vigilanza/repressione
in una logica amministrativo-burocratica.
Deve proseguire la revisione del
modello, orientandolo allo sviluppo della sanità pubblica…». È
una frase che certamente avete
ascoltato anche voi. Ha un suono
strano e sgradevole.
Proviamo a immaginare che tutte
le leggi sceme cui siamo costretti
a obbedire improvvisamente spariscano, così, per incantamento.
Restano le migliaia di leggi che
sceme non sono, ma che al contrario sono utili e che regolamentano (alla rinfusa): le transazioni
commerciali, le frodi, le contraffazioni di contrassegni e sigilli, la
concorrenza leale (o sleale), i
pubblici esercizi, la vendita e l’uso di fitofarmaci, il “passaporto”
dei bovini, i sequestri cautelativi
o penali, la distruzione di gelati
perché è mancata la corrente, l’i-
7.
numero 74
spezione delle carni, l’inchiesta
su infortuni e malattie professionali, la produzione e il deposito
dei detersivi, gli esercizi di barbiere, parrucchiere ed estetista,
l’imballaggio e la classificazione
delle uova, la fabbricazione dei
film di polietilene, i cosmetici, i
distributori automatici di merendine, il pascolo vagante delle
greggi, i tetti delle baracche in
eternit, le farmacie e le strutture
sanitarie private, il tatuaggio dei
cani, i campioni fiscali di polveri
aereodisperse, i nulla osta per
serragli e circhi equestri, la lavorazione di penne, piume e piumini destinati all’imbottitura, la valutazione di impatto ambientale,
gli scarichi industriali e anche
domestici, la potabilità dell’acqua, l’impiego di apparecchi ionizzanti, il ruolino di marcia nei
trasporti animali. Si può continuare l’elenco fino a stasera dopocena.
Se tutte queste attività restano in
capo ai dipartimenti, allora i dipartimenti non potranno che continuare a essere orientati su attività di vigilanza o repressione
dentro logiche amministrativoburocratiche.
Se, al contrario, i dipartimenti dovranno orientarsi su logiche diverse, di sviluppo della sanità
pubblica, allora tutte queste attività non potranno rimanere in capo ai dipartimenti.
La vigilanza, la repressione e la
logica amministrativo-burocratica non derivano da un modello
organizzativo e funzionale deragliato, ma propriamente dalle
ideologie e dalle leggi fondative
della polizia medica, veterinaria o
sanitaria.
E non serve a nulla revisionare il
modello, aggiustare l’organizza-
zione, delimitare le sanzioni,
quando invece è necessario ridiscutere i fondamenti culturali e
normativi della disciplina – e il
fatto stesso che una disciplina
“scientifica” sia normata.
31
Dopo l’incontro folgorante, la redazione di Snop decise di affidare a Giorgio Ferigo un
vero e proprio elzeviro sui fatti e misfatti della cronaca di sanità pubblica. Apparso inizialmente sulla newsletter associativa virtuale Snop InForma e poi, nell’ultimo periodo, sulla rivista, questo appuntamento si chiamava “Il buratto grosso”: un nome evocativo di antichi strumenti contadini usati per setacciare la farina dalle impurezze. E il
setaccio di Giorgio Ferigo vagliava con rigore le vicende della sanità italiana, senza
indulgere a polemiche di forma, ma sempre scavando in profondità.
Sulla culinaria scolastica
Giorgio Ferigo
el menù scolastico, come
in un pasticcio o in un timballo, entrano vari ingredienti: l’abilità del cuoco, i tabù
alimentari, la disponibilità finanziaria del Comune, i sensi di colpa
delle mamme al lavoro, i sapori
sviliti e omologati del cibo industriale, e - naturalmente - la pubblica igiene. Per ovvi motivi, dunque, il menù non contiene il dentice e il Corvo di Salaparuta. Ma
non contiene nemmeno - chissà
perché - il cotechino, i crauti, la salama al sugo, le canoce, i sanguinacci, la milza e le erbette rosse.
Di suo, l’igienista ci aggiunge la
lattuga, per via della luteina che
previene la cataratta, e il pomodoro, per via del licopene che previene il cancro alla prostata. Elenca
minutamente le sostituzioni: l’arancia con il succo d’arancia, ma
non con la mela; la mela con la pe-
N
32
ra ma non con il kiwi. Proclama i
bandi: in primis, le patatine fritte.
Un po’ perché sono fritte, un po’
perché sono patate, infine perché
sono davvero buone e il menù deve essere un pochino quaresimale.
Poiché è abituato a sottostare alle
leggi e a manipolare le norme, l’igienista non sa far altro che dettare a sua volta regole e divieti, liste di prescrizione e liste di proscrizione, grammature e sforamenti dalle medesime; nonché minacciare sanzioni, beninteso (obesità, diabete, catastrofi). Come
quei soldatini che, avendo subito
i gavettoni ai primi mesi di naia,
una volta diventati veci la fanno
pagare alle nuove reclute.
I bambini - terrorizzati dalla prospettiva della cataratta e del cancro prostatico - dovrebbero consumare a chili luteina e licopene e
aborrire le patatine. Invece butta-
no nelle scovazze l’insalata e s’ingozzano con le chips. Devono essere sbagliati i bambini.
Insomma, il menù scolastico è così equilibrato da risultare in genere insipido, e spesso disgustoso.
Così, i bambini lo rifiutano. Un
medico compiacente trasforma il
rifiuto del bambino in “intolleranza alimentare” (alla bieta o al pollo lesso…), purché il certificato
sia gratis. Se è a pagamento, l’intolleranza diventa capriccio e si
risolve con un «mangia e taci».
Il clou della psicosi nutrizionale si
dà alle festine di compleanno,
quando sono ammesse in classe
le torte “confezionate” (sane,
Da Snop Informa 2,
“Il Buratto Grosso”;
aprile 2003, pag. 10
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
quelle!), ma non le crostate della
nonna o le creme della zia - chissà
quale contenzioso potrebbero
scatenare, in caso di innocente
ma susseguente cagottino (post
hoc, ergo…). Quando si dice: il
principio di precauzione.
Che l’abbandono dell’allattamento al seno sia stato favorito proprio dai medici (i medesimi che
accedono poi al finanziamento
per promuoverlo); che i nutrizionisti tedeschi abbiano sbagliato
in eccesso del 30% le tabelle dietetiche dell’infanzia - costringendo le mütter a ingozzare come
oche all’ingrasso i loro kinder salvo un tardivo, e per quei bimbi
inutile, atto di contrizione; che là
dove maggiormente si è propa-
gandata la “corretta” alimentazione sia maggiore la prevalenza
di adolescenti obesi, non è sufficiente a instillare dubbi nell’unità
operativa di Igiene degli alimenti.
Mangiare, ed educare a mangiare,
è una questione davvero molto
più complicata, e i fallimenti planetari dovrebbero indurre a battere altre strade.
Ma ormai è difficilissimo far ritorno dall’Isola delle Prescrizioni
Culinarie. È difficile abbandonare
la Baia del Divieto («È vietato fare il pan grattato grattando il pan
raffermo…»), lasciare alle spalle
l’Insenatura del Dettaglio («Mi
pregio compiegarLe l’acclusa ricetta delle crocchette di ricotta…»), spantanarsi dal Pelago
delle Minuzie («l’equilibrata composizione del minestrone prevede,
tagliate a dadini, le seguenti verdure…»).
È difficilissimo riapprodare alla
Riva del Buonsenso e dichiarare
in tutta semplicità: «Guardi, signor sindaco, che è compito professionale del cuoco preparare i
menù; io, di mio, farei il sanitario».
E tuttavia bisognerà provarci.
Anthony Cooper, terzo conte di
Shaftesbury potrebbe esserci faro
in questa navigazione. Ricordate?
“Sensus communis: an Essay on
the Freedom of Wit and Humour”, del 1711: «Uno degli strumenti naturali più importanti mediante i quali le cose vanno saggiate è il ridicolo».
Dal fronte dei libretti
Giorgio Ferigo
realistico attendersi che
l’abrogazione, o “sospensione”, dei libretti sanitari
non abbia successo pieno e immediato. Ventitrè anni di puntigliosa
e sistematica diseducazione sanitaria, impartita a milioni di persone, ripetutamente e capillarmente, non si cancellano con un colpo
di spugna.
Lo vedete, pur a settant’anni di
distanza, riaffiorano ancora sui
muri le scritte al bitume del duce
(l’aratro che traccia, il bagnasciuga, il “noi tireremo diritto”). A
sessant’anni dall’abolizione del
sussidiario unico, sono ancora de-
È
numero 74
positati nella memoria d’ognuno i
detriti eroici dello sciovinismo patrio (Gavinana, Balilla, la disfida
di Barletta, i martiri di Belfiore,
l’obbedisco) e, da cinquant’anni, a
ogni Venticinque Aprile qualche
imbecille tira fuori dal sacco della
malafede le scemenze postbelliche sui partigiani (i responsabili
di Marzabotto, i vili di via Rasella, i ladri di formaggio).
Perciò, nessuna meraviglia se in
Friuli - dove l’obbligo del “libretto
sanitario” è stato sospeso solo dal
23 ottobre 2002 - i Nas continuano imperterriti a verbalizzare:
«Libretti di idoneità sanitaria in
corso di validità», «in regola con
le date di rinnovo»... Nessuna meraviglia se i direttori di supermercato continuano a esigerlo, forse
credendo di essere così esonerati
dalla visita 626 (e magari la fanno
franca…). Nessuna meraviglia se
i produttori del prosciutto di San
Daniele lo implorano: l’hanno
messo nel loro faticato protocollo
commerciale con gli Usa, e adesso
Da Snop Informa 3,
“Il Buratto Grosso”;
luglio 2003, pag. 3
33
è difficilissimo far inghiottire agli
americani (che peraltro ingurgitano di tutto) una modifica delle
carte pattuite.
Nessuna meraviglia nemmeno
per la protesta della Triplice sindacale, sorta di riflesso pavloviano: poi ci si parla, e perfino il pischelletto delle fotocopie riesce a
comprendere che abolire le idiozie
della pubblica sanità non equivale ipso facto a voler abolire la pubblica sanità. E nessuna meraviglia infine per la protesta delle categorie, che ritengono di tutelarsi
dai marocchini e dai senegalesi
con l’usbergo del librettino: si
tratta di una credenza popolare,
proprio come lo scapolare che
proteggerebbe dalle pallottole e
dalle scontradure.
Queste obiezioni e resistenze non
sono preoccupanti e pericolose; il
modo per uscirne si è trovato, si
trova, si troverà. Ci vorrà pazienza astuzia fermezza: e in breve
anche il “sospeso” finirà. Che la
sua agonia non s’allunghi troppo,
che l’aria gli diventi rapidamente
stretta, che non tiri troppi calci al
vento, vedendo svanir la luce…
Preoccupante e pericoloso è inve-
ce il gran conto che di queste
obiezioni e resistenze si fa negli
assessorati regionali, quando si
discutono le proposte di abrogazione. Nemmeno qui c’è troppo da
meravigliarsi. La rassegnata cautela dei tiepidi abrogazionisti di
oggi fa seguito ai colpi di mano
dei reazionari di ieri (sventati per
un soffio: gli Snop ricordino Caserta) e al subdolo ostruzionismo
dei codini di sempre. Dicono che
si tratta di un cedimento alle superstizioni altrui. In realtà, le superstizioni popolari e quelle degli
assessorati regionali coincidono
assai esattamente
Da qui l’annegamento delle motivazioni tecniche nel mar frattale
delle compensazioni, sostituzioni
e concordi. L’eliminazione del “libretto” non si concorda con nessuno, così come non è stato concordato con le categorie l’abbandono della tecnica operatoria di
Billroth e non è stato chiesto il parere dei sindacati per introdurre
gli stent coronarici.
L’eliminazione del libretto non deve comportare nessuna sostituzione. Non si tratta di un’utile invenzione logorata dal tempo, ma di
robaccia indifendibile da subito.
La sostituzione con l’educazione
sanitaria degli addetti e l’attestato di fine corso è un miserabile
potaccio legale, un pessimo ossimoro che suona così: il “datore di
lavoro” è libero di scegliere a quale corso Asl è obbligato a mandare i suoi dipendenti. Ciò è oltretutto in contrasto con la legislazione
in vigore e col rischio reale che gli
addetti di corsi se ne debbano
sorbire due - è già accaduto, come
tutti ricordano.
Questi pastrocchi accadono anche perché negli assessorati vige
un’idea vagamente totemica delle
leggi. Ma leggete, benedetti figlioli, studiate! Prendete in mano
Diderot, una buona volta: «Ma si
vede da ciò che non c’è un solo
punto del codice la cui saggezza
possa essere eterna, e che bisogna di tempo in tempo sottoporre
le leggi a riesame» (Mémoires
pour Catherine II, XLVII: “De la
morale des rois”). Era il 1774.
E allora, donde e perché questo timore e tremore, per una manomissione che interviene dopo un
intervallo di tempo - rispettivamente - di 41 e di 23 anni?
Lettera aperta al ministro dell’Interno
Giorgio Ferigo
norevole Ministro,
non mi dia del maramaldo se Le ricordo la
davvero bloody prima decade di
questo maggio 2003: la strage di
Aci Castello, il 2 (cinque morti); il
O
34
massacro di Milano, il 6 (due
morti e tre feriti gravi); i due rapinatori freddati da un orefice a
Roma, i due banditi ammazzati
dai vigilantes alle poste di Boscotrecase, il 9.
E chissà quanti altri episodi nei
mattinali delle questure…
Lei, con Sollecita Tempestività,
proprio quel 9 maggio diramava
la Circolare con cui imponeva
«una revisione straordinaria delle
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
licenze [di porto d’armi] già rilasciate», chiedendo ai titolari di licenza con validità pluriennale di
esibire «una rinnovata certificazione sanitaria di idoneità psicofisica al maneggio delle armi».
I presupposti della Sua Circolare
sembrano essere: che soltanto un
“pazzo” si lascia andare a fatti di
sangue come quelli di via Carcano e di Aci Castello. Che la “pazzia” (se c’è) è svelabile dalla visita
medica necessaria al rilascio del
certificato. Che – se non c’è – potrebbe però comparire nel lasso
di tempo tra una certificazione e
la seguente (cinque anni per i cacciatori e gli sportivi). Dunque, è
necessario ravvicinare i controlli,
fino al termine minimo di un anno (come per la “difesa personale”). Che poi, se compare entro
l’anno, be’, siamo tutti nelle mani
di Dio.
Sono presupposti – mi consenta –
di gioconda fatuità.
Per obbedirLe, abbiamo “revisionato” migliaia e migliaia di cacciatori e di sportivi. Non Le riferisco gli insulti e i sacramenti. Ma
non abbiamo “revisionato” i porto d’armi per difesa personale
“annuali”. Non i vigilantes di Boscotrecase, né l’orefice di Roma.
Non l’ispettore di polizia che a
Genova, l’8 luglio, ha sparato a
moglie e figli (due) per poi suicidarsi con la pistola di ordinanza:
la normativa del porto d’armi
non riguarda l’arma d’ordinanza.
Non il giovanotto che a Rozzano,
il 22 agosto, ha fatto strage di
quattro persone: lui aveva la pistola, non il porto di pistola. E,
quand’anche, non si nega un certificato (medico, badi bene) a chi è
prepotente, aggressivo, spaccone,
frustrato.
Perché non si uccide solo in un
numero 74
raptus di follia. Si uccide anche
con fredda determinazione, oppure in un accesso d’ira, o per aver a
lungo covato vendetta, o agitati
da chissà quanti altri stati d’animo. Gli stati d’animo, i progetti di
morte, i comportamenti criminosi
abituali non sono sindromi cliniche. Non soltanto non sono certificabili, ma non sono nemmeno
prevedibili, né da qui a un lustro,
né da qui a un anno - ammesso
che ce li vengano a raccontare in
ambulatorio.
Inoltre, i “requisiti psico-fisici” da
attestare sono così dirimenti, perspicui, certi, che li avete cambiati
ben quattro volte tra il 1991 e il
1998. Ma non fate troppo affidamento nemmeno Voi del Viminale
su una visita di necessità breve e
“oggettiva”: e infatti, per ottenere
il certificato di idoneità bisogna
esibire un certificato propedeutico (l’anamnestico), rilasciato dal
medico di famiglia, che conosce
bene i suoi pazienti.
In dieci anni non ho mai veduto
un certificato anamnestico, men
che vergine. Al medico pubblico
arriveranno solo gli idonei – dirà
Lei –, i non idonei li avranno scremati prima. Ne dubito. Il medico
di famiglia è legato al suo paziente da un patto di fiducia e di segretezza. Non grida dai tetti quel
che ha saputo nelle camere. Se lo
fa, perde il cliente.
Non se ne esce, Signor Ministro.
Sono marchingegni di carta che
non servono a nulla. Nessuno mai
Da Snop Informa 4,
“Il Buratto Grosso”;
ottobre 2003, pag. 3
ne ha dimostrato l’utilità e confronti internazionali ne fanno
grandemente sospettare l’inutilità. Bisognerà dunque ripensare
queste strategie e i fondamenti
culturali che le sostanziano, che
discendono da Lombroso “per li
rami”, direttamente dalle pratiche
divinatorie de «L’uomo criminale» (1875), dalle semeiotiche fisiognomiche de «L’uomo delinquente» (1879).
Bisognerà che ognuno ricominci
a fare il suo mestiere. Noi la Sanità, come sappiamo; voi l’Ordine
Pubblico, come siete capaci. Non
ho la competenza per dare suggerimenti a Lei, quanto all’Ordine
Pubblico. Perché mai si dovrebbe
credere che Lei abbia la competenza di imporre adempimenti a
me quanto alla Sanità? O che la
Sanità possa servire all’Ordine
Pubblico?
Già dal 1958 il ministero della Sanità si è emancipato da quello degli Interni: non ritiene sia venuto
il momento di prenderne atto? Di
smetterla di considerarci ancillari
esecutori di qualunque ghiribizzo
viminalizio, di qualunque imposizione vi salti in mente senza motivo, né manico?
Mi creda, Signor Ministro,
Suo devotissimo.
35
I Nas come volontà e rappresentazione
Giorgio Ferigo
a cosa in sé. Si definisce
Nas un Corpo Speciale di
Carabinieri Dimezzati. Essi
sono competenti e volonterosi,
alacri e infaticabili. Cesellano di
fioretto, ma non sdegnano la scimitarra. Scattano all’augusto
Cenno del Ministro della Sanità,
come i Moschettieri del Re e gli
Sgherri del Cardinale nel romanzo di Dumas père. Incanalano i loro empiti in rigorosi palinsesti
settimanali, secondo minuziose
alte direttive.
I fatti. Quando le direttive latitano e il ministro pìsola, i Nas non
stanno con le mani in mano, ma
ispezionano bar, ristoranti, negozi di alimentari, magazzini all’ingrosso. Qui il loro sguardo penetra “massive formazioni di
muffa”, “tre piastrelle sbrecciate”,
“tracce di ruggine sulle scaffalature”. O anche “annerimenti presumibilmente causati da emissioni fumose continuate” (in malga,
in rifugio, nei bivacchi del Cai, a
2000 metri e passa, cosa si aspettavano: tenui tinte pastello?).
Inoltre: “materiale non inerente
ammassato in celle frigorifere
temporaneamente non in uso”
(appunto: non in uso). Infine:
“patate sporche di terriccio” (e di
che cosa, sennò?).
I Nas elevano le loro contravvenzioni, cortesi competenti incorruttibili, e lasciano regolarmente
il lavoro a metà. Che cosa blocca
il Nas-Milite al limite del Limine?
Volontà. La linea Gotica dei Nas
sono le competenze “igienico-
L
36
sanitarie”, o, addirittura, “preventive”. Ai Nas compete vedere le
“mancanze” di igiene, non
approntare i rimedi a quelle mancanze. Non dicono come il gerente, pagata la multa, dovrebbe
comportarsi, per non incappare
più nei loro strali. Non vogliono?
Non possono? Non sanno? Chi lo
sa? I Nas sono rigorosi. Non
vanno soprammercato, né orinano fuori dal boccale. Si fermano
al varco.
«Atteso quanto sopra, si richiede
di eseguire un sopralluogo alla
struttura oggettivata per l’adozione dei provvedimenti di competenza, da inviare - per conoscenza - anche a quest’ufficio».
Oltre il varco ci siamo noi.
Cosicché ogni bar, ristorante,
negozio di alimentari sa che l’ispezione dei Nas non vien mai
sola, proprio come le disgrazie.
Rappresentazione A. Tu provi a
spiegare ai Nas che è uno spreco
di tempo e di energie mandare
fuori i “vigili” a rifinire quel che
loro non hanno voluto terminare.
Che, oltretutto, diremmo quello
che avrebbero detto loro - se avessero deciso di dirlo. Che abbiamo
anche noi tempi e obiettivi.
Ascoltano, annuiscono, acconsentono; ma Misteriose Istruzioni
(Codice S = Scarlatto) sono giunte (via etere, col cablo, in ricetrasmittente) dall’Alto dell’Arma
(quasi dall’Alto dei Cieli). Sicché,
continuano imperterriti come
prima.
Le misteriose istruzioni riguarda-
no appunto l’igiene, di cui (esclusivamente) noi saremmo specialisti, e loro no. Ci vuole infatti la
laurea per dire che le “massive
formazioni di muffa” si tolgono
con la spazzola di saggina
(meglio se usata con vigore), l’antifungino, e una mano di calce;
che lo sbreccio delle piastrelle si
tampona con un po’ di stucco; che
lo scaffale va pitturato col minio e
la cappa pulita col detersivo. È
lavorando nei dipartimenti che si
imparano le competenze dell’edile, del decoratore, del piastrellista, dell’arredatore, dell’idraulico,
del serramentista.
Rappresentazione B. Tu allora
dici ai Nas: che si limitino alla
loro multa, e ci lascino in pace. Se
proprio il gestore è così mona da
non trovare rimedio alle sue
carenze, tornino una seconda
volta, a distanza di tempo, e gli
riappioppino un’altra multa.
Obbiettano: e se, intanto, la muffa
“massiva” provoca una strage per
via alimentare? Se le piastrelle
“sbrecciate” causano una tossinfezione? Se la ruggine esita in
botulismo? ( Lo vedi? Comunque
Arianna deve andare a Nas/so - o
a Canossa).
Rappresentazione C. Allora, chiedi ai Nas perché non si astengano
dal farle del tutto queste ispezio-
Da Snop Informa 5,
“Il Buratto Grosso”;
febbraio 2004, pag. 3
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
ni, che sanno a priori di non poter
concludere. Le lascino a noi: ci si
arrangerà, secondo i nostri tempi
e le nostre capacità. Ma non ci
costringano nella camicia di
Nes/so delle loro esigenze di servizio e delle loro competenze
dimidiate. Mai più. Misteriose
Istruzioni (Codice P = Pervinca)
sono giunte (via telex, col piccione viaggiatore, col motociclista
dedicato) dall’Alto dell’Arma
(quasi dall’Alto dei Cieli). Loro
sono Soldati, usi a obbedir tacendo. È tacendo e obbedendo che
ispezionano; trovano le muffe, le
piastrelle, il nerofumo e ci chiamano immantinente.
Rappresentazione D. Tu chiedi allora a Te stesso e ai tuoi colleghi:
perché non ci asteniamo noi dal
farle, queste ispezioni, col loro in-
congruo dispendio, l’incerto esito,
e la certa roteo-frantumazione di
didimi degli ispezionati? «Tutto il
potere ai Nas!», e noi a fare un altro mestiere, il nostro: potrebbe
non essere una subdola tentazione, ma una virtù. La via d’uscita,
la salvezza. È comunque uno degli argomenti capitali da discutere, se vogliamo fare i nuovi dipartimenti di Prevenzione.
Il reato e il peccato
Giorgio Ferigo
n cortese ma severo poliziotto sospende, con effetto immediato, la patente
al signor Giosuè Derossi, beccato
sulla Stradalta alla guida della
sua cabriolet, in evidente stato di
cimbali. Lo fa accompagnare a
casa e gli ingiunge di recarsi
quanto prima presso la Commissione medica provinciale patenti
(Cmpp) per la “visita”.
Giosuè Derossi ci si reca, supera
la barriera dell’accettazione, il
vaglio e il cipiglio della commissione, spergiura di essere astemio, ottiene il certificato di idoneità. Col certificato si reca in
Prefettura, dove gli ridanno la
patente, decurtata di 10 punti.
Ma le occasioni per festeggiare
sono molte e Giosuè Derossi sa
resistere a tutto, fuorché alle tentazioni. Così, al compleanno dell’ormai matura signorina Eulalia
Torricelli (che – sembra – lo corteggia un poco) alza di nuovo il
U
numero 74
gomito. Viene fermato sulla provinciale del Collio, poco fuori Cormons. La patente è sospesa immediatamente, un provvido tassista lo riporta a casa. E poi, visita
medica in commissione, dimostrazioni di sobrietà fin eccessiva,
ottenimento del certificato.
Col certificato, Giosuè Derossi si
reca in prefettura per farsi restituire la patente. E il prefetto
anche gliela restituirebbe, se
potesse. Ma i 20 punti perduti
impongono di ricominciare tutto
da capo: scuola guida, teoria,
foglio-rosa… La patente, quella
almeno, è perduta.
La prima visita aveva una parvenza di utilità; la seconda l’ha
del tutto perduta – almeno
riguardo agli effetti. Patente a
punti e Cmpp non stanno insieme, non quagliano, non c’entrano.
Sono due strategie opposte, fondate su ragionamenti opposti. La
vita dell’una è la morte dell’altra.
Ubriachezza occasionale, sistematiche ubriacature ebdomadarie, dipendenza cronica da alcol
sono situazioni molto diverse.
Una sbornia si smaltisce di solito
con una buona dormita; sbornie
ripetute richiedono talvolta una
solenne ramanzina. Nel caso della
dipendenza può essere utile l’intervento dell’alcoologo.
Invece, l’ubriachezza al volante –
occasionale, ebdomadaria o ripetuta – non richiede mai l’intervento del medico, poiché non è una
patologia, bensì un comportamento criminoso: né più né meno,
un attentato alla vita e all’integrità degli altri utenti della strada, con alte probabilità di esito
tragico.
Da Snop Informa 6,
“Il Buratto Grosso”;
maggio 2004, pag. 6
37
Per impedire questo delitto (in
senso tecnico) ci sono due strade
maestre: una rigorosa educazione
e una dura repressione. Questo
Paese non provvede all’educazione, ha cominciato da poco a praticare la repressione e continua imperterrito a esigere certificati da
parte di una commissione medica.
Cioè: sembrerebbe trattarsi di
una commissione medica, i cui
verdetti si basano su diagnosi.
Ma tra i suoi membri c’è anche un
ingegnere, che non è autorizzato
a diagnosticare alcunché. Inoltre,
il “periziando” si presenta a visita
del tutto sobrio: se diagnosi si
dovesse fare, sarebbe una diagnosi, in genere, di “sobrietà”.
Tuttavia, c’è un reato, e una prova
di reato: il test con l’etilometro.
Essendoci il reato e la sua prova,
la Cmpp sembrerebbe un tribunalino, che commina la pena adeguata. Ma no: la pena (meno 10
punti) viene comminata da altri
(il prefetto o il questore), automaticamente, senza discrezionalità.
Il nostro tribunalino procede a
inferenze e previsioni, estende
indebitamente quel dato striminzito ai comportamenti precedenti
e susseguenti del reo (che in
realtà gli sono del tutto sconosciuti) e ne deduce un’idoneità
che non è in grado di giustificare,
e che non influisce in alcun modo
sul possesso della patente.
Si tratterebbe dunque di una sorta di Sant’Offizio, che usa la pressione morale, confidando nell’umiliazione e vergogna del malcapitato (guai ai relapsi, beninteso,
ma la misericordia è grande e ripetibile). E che tuttavia può dare
soltanto una finta garanzia: garantisce qui e ora, non anche domani e nel tempo. E garantisce in
grazia di una non controllabile
promessa: di non rifarlo più, o perlomeno, di non farsi più beccare.
C’è ancora una differenza importante. La chimera CommissioneTribunale-Sant’Offizio non è in
grado di esibire prove che il suo
certificato sia efficace a modificare in senso virtuoso il comportamento alla guida. Anzi, molti
indizi depongono per una sua
sostanziale inutilità. La patente a
punti ha invece prodotto risultati
quantificabili: meno 16,7% gli
incidenti, meno 17,8% i morti,
meno 20,1% i feriti (luglio 2003febbraio 2004 vs. luglio 2002-febbraio 2003).
Ne bis in idem, dice il giure.
Derossi Giosuè non deve pagare
due volte per lo stesso reato: gli
tolgano i punti e lo lascino in pace
con le commissioni. La Sanità
avrà modo di occuparsi di lui, più
utilmente, prima e dopo, nell’educazione, nella rieducazione, nella
cura - se serve.
In un film (non memorabile) dei
primi anni Ottanta, intitolato “Il
più grande casino del West”, Burt
Reynolds pronunciava una frase
(questa sì) memorabile: «Mai
confondere il reato con il peccato». E se cominciassimo anche
noi a distinguere il reato dal peccato, la clinica dal codice penale,
la prevenzione dalle sciocchezze,
il ragionevole dall’irrazionale e
l’utile dall’inutile?
va tra le «attività la cui efficacia
è dubbia e non è mai stato verificato il rapporto costi/benefici»
anche «la necessità di una visita
medica per il rilascio della patente di guida al di sotto di un’età
soglia».
Forse quest’attività di dubbia
efficacia è ora eliminabile.
Il 30 settembre 3003 è stato
approvato un decreto del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti intitolato “Disposizioni
comunitarie in materia di patenti
di guida e recepimento della
direttiva 2000/56/CE”.
Patenti
Giorgio Ferigo
nche noi dell’Ebp - come
la Utet, come la Pléiade abbiamo i nostri classici.
Ad esempio, un classico è “La
prevenzione in una società complessa” (Snop 47-48, 1998; pagg.
7-11), in cui “il” Valsecchi (come
“il” Manzoni, “lo” Sterne) colloca-
A
38
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
Pubblicato dalla Gazzetta il 15
aprile 2004, è entrato in vigore il
giorno dopo.
Questo decreto riporta in allegato
III gli adempimenti sanitari per
ottenere o rinnovare la patente di
guida (“Norme minime concernenti l’idoneità fisica e mentale
per la guida di un veicolo a motore”) e cambia sostanzialmente le
regole ora in uso.
Ad esempio, «i candidati [alle
patenti A e B] devono essere sottoposti a esami medici se durante
l’espletamento delle formalità
richieste o durante le prove cui si
debbono sottoporre prima di ottenere la patente, risulta [risulta a
chi?] che sono colpiti da una o più
delle incapacità menzionate nel
presente allegato».
Cosicché, se un tale non risulta (a
chi?) colpito da nessuna delle
incapacità menzionate, non deve
fare la visita medica per il rilascio
di patente. La immagino così: il
candidato alla patente A e B si
presenta in autoscuola o in motorizzazione e dichiara (per iscritto?
a voce?) di essere sano come un
pesce, oppure di essere senza una
gamba (e anche si vede) o senza
un occhio (si vede anche quello).
Oppure, durante le prove, l’istruttore si accorge che non vede i
segnali o che non sente i clacson.
Dopodichè verrà o non verrà
inviato dal medico…
La bontà di questo ragionamento
sarebbe confermata anche dal
successivo punto 6: «il candidato
alla patente di guida dovrà sottoporsi ad esami appropriati per
Da Snop Informa 7,
“Il Buratto Grosso”;
settembre 2004, pag. 5
numero 74
accertare la compatibilità della
sua acutezza visiva con la guida
dei veicoli a motore. [La lettura
dell’ottometro in scuola guida, o
all’ispettorato, come fanno in
Inghilterra?*. Se c’è motivo di
dubitare che la sua vista sia adeguata, il candidato dovrà essere
esaminato da un’autorità medica
competente…».
Cambiano sostanzialmente anche
i parametri di acutezza visiva
(5/10 complessivi anziché 5/10
per occhio) e molto altro.
E cambiano anche i criteri per
l’invio in Commissione provinciale patenti. Il decreto distingue
“l’autorità medica competente” (il
medico del Dipartimento?) dal
“medico autorizzato” (la Commissione provinciale?). L’autorità medica competente si occupa di minorati della vista, monocoli, sordi, minorati degli arti, epilettici
(tutti casi oggi di competenza della Commissione provinciale). Il
medico autorizzato si occupa di
portatori di pacemaker, di sofferenti di angina a riposo, di diabetici, di malati neurologici, di ritardati mentali, di turbe della senescenza, di dipendenti da alcool,
droghe, medicinali, di dializzati.
Si noti il buon senso che trionfa al
punto 8.2: «La patente di guida
senza controllo medico regolare
può essere rilasciata o rinnovata
quando la minorazione [dell’apparato locomotore] si sia stabilizzata» ( e non i pleonastici controlli di oggidì).
Molto importante, la nota a conclusione dell’allegato IV, che recita: «In base alla sentenza n. 170
del 1984 della corte Costituzionale, il recepimento delle direttive
comunitarie produce l’effetto della disapplicazione delle norme interne con essa in contrasto. Dalla
data di entrata in vigore dei decreti di recepimento sono altresì
allineate a questi, tutte le norme
dell’ordinamento nazionale rientranti nel campo di applicazione
delle direttive recepite». Come dire: l’Italia ha fatto la furba, o la
gnorri, con la direttiva Cee del
1991; adesso deve recepire la Direttiva del 2000. Credo che ci siano state minacce di sanzioni.
Per quanto ci riguarda, le norme
che regolano l’attestato medico
oggi in uso (10/10, visita a tutti,
invio in commissione dell’amputato di arto, cui la patente viene
rinnovata per cinque anni, durata
di due anni per l’epilettico, anche
se ha avuto una crisi sola in vita
sua, ecc) in contrasto con il decreto del 30 settembre sono da disapplicare.
A un quesito posto al Dipartimento dei trasporti terrestri e per
i sistemi informativi e statistici
della Direzione generale della motorizzazione e della sicurezza del
trasporto terrestre, il direttore, la
dottoressa Liliana Scarpato, ha
risposto: «… si chiarisce che lo
stesso [decreto] non ha introdotto
alcuna innovazione, per quel che
concerne l’accertamento dei requisiti psicofisici dei conducenti.
Infatti, l’allegato III al D.M. 40/T
riporta lo stesso testo dell’allegato III al D.M. 8 agosto 1994, con
cui era stata recepita la direttiva
91/49/CEE […]. Di conseguenza,
si ribadisce che per l’accertamento dei requisiti psicofisici per condurre veicoli a motore i sanitari
competenti dovranno adottare le
stesse procedure utilizzate antecedentemente all’entrata in vigore del D.M. 40/T»
Ma la signora Scarpato trascura
due particolari: che le norme contenute nell’allegato III sono
39
oggettivamente in contrasto con
le norme ora in uso (in contrasto
sui numeri, non sulle opinioni, o
sulle interpretazioni; per esempio:
5/10 complessivi è oggettivamente diverso da 10/10 complessivi;
6/10 per il monocolo è oggettivamente diverso dagli 8/10 oggigiorno pretesi) e trascura quanto
riportato nella nota del loro stesso decreto, che rende decaduta la
legislazione in contrasto con il
loro stesso decreto.
Nessuno sa che fare. La Motorizzazione, la Prefettura, la Regione… Quelli che “estorcono” il denaro a inconsapevoli utenti siamo
però noi. Un amico medico legale
vorrebbe farsi denunciare da un
cliente, o dall’Adiconsum, o da
“Mi manda Raitre”, per ottenere
chiarezza (l’amico è un noto masochista).
Un’altra vaga idea è di porre un
quesito al ministero della Salute:
dicendo che, se non otteniamo
risposta chiarificatrice entro
luglio, dall’1 agosto applichiamo
il decreto così come sta. Ma sono,
ovviamente, velleità. Si può proporre una legge regionale applicativa?
Cosa ne pensate? Cosa proponete? Se ne può discutere? Possiamo
tentare un’azione comune?
Insomma: che fare?
La regola del poliziotto
Giorgio Ferigo
essun Paese come l’Italia
pretende di normare l’Ovvio, e ci riesce. Regolamenta lo sciamare dello sciame
d’api, la rotondità delle ruote delle automobili (che devono essere
“cilindriche, senza spigoli, sporgenze o discontinuità”), i fori delle case (casomai a qualcuno venisse in mente di costruirle senza). Nessuna meraviglia che detti
regole su come devono essere fatti i poliziotti.
E poiché, com’è noto, la vita imita
l’arte – e le leggi italiane la finzione televisiva – i poliziotti devono
essere fatti come Raul Bova e
Claudia Koll nei serial sulle
“squadre” di Polizia.
Il decreto del 2003 «concernente i
requisiti di idoneità fisica, psichica e attitudinale di cui devono essere in possesso i candidati ai
concorsi per l’accesso ai ruoli del
personale di Polizia di Stato» sta-
N
40
bilisce, naturalmente, che un poliziotto per fare il poliziotto deve
essere di sana e robusta costituzione fisica. E fin qui, niente di
eccezionale: il ministero degli Interni non rispetta le leggi dello
Stato italiano che hanno abolito
questo certificato, ma pretende
che le rispettino gli italiani. Deve
essere alto e slanciato – niente
tracagnotti o culi bassi in questura. «Il rapporto altezza peso, il tono e l’efficienza delle masse muscolari, la distribuzione del pannicolo adiposo e il trofismo devono rispecchiare un’armonia atta a
configurare la robusta costituzione e la necessaria agilità indispensabile per l’espletamento dei
servizi di polizia». Non deve avere «tatuaggi sulle parti del corpo
non coperte dall’uniforme o [che],
per la loro sede o natura, siano
deturpanti o per il loro contenuto
siano indice di personalità abnor-
me». Non deve soffrire di
«malformazioni e malattie della
bocca, ad incidenza funzionale ed
estetica, in particolare le malocclusioni dentarie con alterazione
della funzione masticatoria e/o
dell’armonia del volto», né di
«malformazioni ed alterazioni
congenite dell’orecchio esterno [o
medio, o interno (sic!)], quando
siano deturpanti…».
Quest’insistenza sull’armonia del
volto e delle membra, sulla beltà
e sulla proporzione, sullo slancio
e sull’estetica suscita una domanda: il ministro dell’Interno, che
firma il decreto, è il rude Beppe
Pisanu o il raffinato Giorgio
Armani?
Da Snop Informa 8,
“Il Buratto Grosso”;
gennaio 2005, pag. 6
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
Naturalmente, anche i poliziotti
hanno una psiche (honny soit qui
mal y pense). Questa psiche
dev’essere psichica, come tutte le
altre, e rispecchiare le caratteristiche dell’Homo sapiens. «Un
livello evolutivo che esprima una
valida integrazione della personalità», «fondato su significative
esperienze di vita, integrato dalla
consapevolezza di sé». Un “controllo emotivo” superiore, o almeno medio. «Una capacità intellettiva che consenta di far fronte alle
situazioni problematiche pratiche
[…] con soluzioni appropriate
basate su processi logici e su un
pensiero adeguato quanto a contenuti e capacità deduttiva, sostenuto in ciò da adeguate capacità
di percezione, attenzione, memorizzazione ed esecuzione».
Tutta questa insistenza sull’integrazione delle pulsioni e sulla
consapevolezza del Sé, sul controllo dell’Es e centralità dell’Ego,
pone un quesito: il ministro
dell’Interno, che ha firmato il
decreto, è Pisanu Giuseppe il
balente o Herr Sigmund Freud il
decadente?
Fosse anche Sigmund Freud in
persona, ecco cosa pensa la Società psicanalitica italiana - quella freudiana, per intenderci - dei
test attitudinali: qui a proposito
dei magistrati, ma varrà anche
per i poliziotti, immagino. «La
norma sembra proporre una forma di valutazione predittiva psicologico-psichiatrica, presupponendo una capacità “scientifica” e
tecnica di discriminare, attraverso test e colloqui, la specifica idoneità. È doveroso chiarire che
nessun tecnico, anche solo minimamente competente in materia,
saprebbe in coscienza avallare
una simile supposizione o presunzione. Ciò non per un’insufficienza dei nostri strumenti di indagine, ma in ragione di più cogenti
criteri metodologici che impediscono la costruzione di griglie riduttive attendibili, atte a testare
funzioni così complesse, che coinvolgono ideali, motivazioni, passioni, interessi, come se si trattasse di mere capacità oggettivamente standardizzabili».
Alla fine del decreto, un lungo
elenco di inidoneità, dalle tonsilli-
ti croniche alle emorroidi procidenti. Tra di esse, ci sono anche i
«disturbi sessuali e disturbi dell’identità di genere, attuali o pregressi». La frase è chiara: si
discriminano gli aspiranti poliziotti sulla base dell’orientamento
sessuale. In Francia, proprio in
questi giorni, si legifera, parificando l’omofobia al razzismo e
all’antisemitismo; in Italia l’omofobia si sancisce per legge, e si
avalla con certificato medico.
Il quesito, stavolta, è il seguente:
il ministro utilizza, là sul colle dei
vimini in fasci ritorti, nel suo alto
Ufficio quando decreta, l’epiteto
di Buttiglione o l’epiteto di
Tremaglia?
E segnalare quest’odioso atto di
discriminazione alla Corte Costituzionale, configurerà oppure no
una congiura anticristiana? mobiliterà oppure no Galli Della Loggia e Panebianco? Attirerà oppure no gli strali di Ferrara e di
Adornato? Ad ogni buon conto, il
decreto è datato 30 giugno 2003,
reca il numero 198 ed è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale
del 1 agosto 2003.
Il riposo del guerriero
Giorgio Ferigo
ella neve per verste e verste, con le scarpe rotte e la
mantellina zuppa: ogni
isba una trappola e ogni betulla
riparo di partigiani. Quando una
granata scoppiò a pochi metri,
N
numero 74
Mario Morassi ebbe la coscia
perforata dalle schegge e solo
trascinando la gamba riuscì ad
arrivare a casa. Un’osteomielite
fece il resto: e questo fu il regalino permanente dell’epica ritirata
dalle steppe del Don. Il caporale
Mario Morassi aveva allora 23
anni e si considerò fortunato:
adesso che di anni ne ha 84, non
riesce ancora a scordare i compagni lasciati sul ciglio della strada,
41
Da Snop Informa 9,
“Il Buratto Grosso”;
maggio 2005, pag. 7
a morire congelati. Negli incubi
notturni, gli rivolgono ancora
una muta richiesta di aiuto, un
muto rimprovero negli occhi: non
hanno la forza di gridare.
Mario Morassi non riesce a
dimenticare gli occhi dei suoi
compagni nella neve.
La Patria, memore e grata, lo ha
ricompensato con una pensione
di guerra: pochi denari, modesti
privilegi e, ogni anno, la possibilità di usufruire di «giorni ventuno» di cure climatiche o termali
«quale fattore terapeutico atto a
prevenire la riacutizzazione o
complicazione dell’infermità pensionata nonché di patologie
secondarie, ancorché non pensionate, connesse con l’infermità
principale». Può farsi le cure «climatiche e termali» al mare, al
lago, in collina, in montagna e in
pianura. In pratica: in tutt’Italia
salvo le città d’arte, che non sono
contemplate.
Per usufruire dei «giorni ventuno» deve sottoporsi ogni anno a
visita medica. A trenta, a quarant’anni, zoppicava soltanto; a
ottanta zoppica e ansima, e non ci
vede nemmeno più troppo bene.
Da mezzo secolo il medico scrive
«zoppica», «zoppica vistosamente», «zoppica e ansima», «zoppica, ansima e non ci vede nemmeno troppo bene». Strano a dirsi,
con l’età, non è affatto migliorato.
Ma c’è un ma.
Di recente, a certi intellettuali –
un’infima minoranza, grazie a
Dio – è venuto il buzzo di raddrizzar le zampe ai cani, di sottoporre
42
a verifica tutto e di saggiare e fondare su prove l’intero scibile
medico. È quell’insano movimento che ha per acronimo Ebm, o
anche Ebp o qualcosa di simile con quel tal Baldasseroni di
Firenze in testa e quel suo orribile vizio di pensare. Lasciassero il
mondo quieto, questi giacobini, e
si facessero i fatti loro...
Però i funzionari regionali, abilissimi ad annusare ogni giro di
vento, si sono detti: se così dev’essere, se così sarà, ci adeguiamo
sono sempre à la page, loro. E, più
realisti del re, hanno scritto nella
legge regionale che cure termali e
soggiorni terapeutici si concedono sì, ma «limitatamente alle prestazioni per le quali vi sia in letteratura scientifica evidenza di efficacia secondo i criteri della evidence based medicine».
Dunque adesso, nella visita, il
medico deve «accertare l’utilità
terapeutica della prestazione
sanitaria richiesta con riferimento alle finalità» citate.
Di effetti terapeutici di mare lago
collina montagna e pianura nel
Clinical evidence, una sintesi delle
migliori prove di efficacia, edizione italiana 2001, non c’è traccia.
Nessuna prova dell’influsso dell’aria salmastra e dell’acqua marina sulla zoppia e sul moncherino.
Tuttavia, è plausibile arguire che,
se la brezza di lago fa prosperare
le limonaie e gli ulivi, qualche
effetto ci possa essere anche sull’arto troncato e nessuno può
negare che, a Rimini d’estate, l’ipocondria si dissolva, nelle trattorie, nelle discoteche, e sulle
piste di ballo liscio…
Non resta che ricorrere al
Mantegazza (Paolo Mantegazza,
Dizionario d’igiene per le famiglie. Bemporad, 1901): «I vantag-
gi più importanti [dei bagni di
mare] sarebbero l’abbassamento
della temperatura cutanea, l’eccitamento della circolazione della
pelle, il ritardo della flosciezza
senile delle carni, l’attonamento
dei muscoli, l’aumento dell’appetito, l’aumento del sonno, l’aumento dei globetti rossi del sangue, il miglioramento della cosiddetta costituzione linfatica, la
guarigione della scrofola... I
danni sarebbero l’irritazione
soverchia della pelle... il catarro
gastrico con perdita dell’appetito,
l’irritazione dell’intestino con o
senza diarrea, la pletora, le veglie
ostinate» e altre prove provate del
genere.
Così, tra sonno che aumenta o si
perde, e appetito che cresce o scema, sulla base dell’Emm (Evidence Mantegazza’s Medicine) il medico manda in vacanza il sopravvissuto di Nikolajewka. Provasse
a negargli i ventun giorni, ci sarebbe sempre il ricorso alla Commissione provinciale, che - Mantegazza o non Mantegazza – spedisce l’eroe al solleone a spese
dello Stato. Com’è d’altronde giusto, dopo che a pro dello Stato si è
congelato in Russia. (Legge regionale n. 25 del Friuli Venezia Giulia, 27 novembre 2001, “Assistenza sanitaria integrativa per i mutilati e invalidi di guerra, per causa di guerra e per servizio”: e ogni
Regione ha la sua).
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
A partire dal 2006, la rivista Snop si presenta con una nuova veste grafica, ma la
penna di Ferigo ne rimane uno dei fiori all’occhiello. Continua infatti la rubrica “Il
Buratto Grosso”, in cui non viene risparmiato nessuno, dai veterinari ai cardiologi, dai
ministri ai medici del lavoro. Chiudono questa carrellata due articoli lunghi in cui
Ferigo, con il consueto mix di ironia e puntualità nei riferimenti, se la prende con certificati e autorizzazioni sanitarie inutili.
Sacrificio
Giorgio Ferigo
n quelle interminabili (ma ahinoi terminate) ore di latino e
greco, i professori ci raccontavano che gli antichi offrivano sacrifici di animali ai loro dei. Non
approfondivano più di così, né ci
aiutavano a capire di più i peplum
di Hollywood o di Cinecittà, con i
loro templi candidi di marmo pario, appena lavati col Bref.
Se l’avessero fatto, avrebbero dovuto raccontarci che “sacrificare”
significava macellare. Dunque,
nel giorno delle Bufonie il Partenone diventava una beccaria nella quale i preti e gli accoliti dell’epoca jugulavano, squartavano
evisceravano, dissezionavano il
manzo dedicato al dio.
Per il suovetaurilia, i templi dorici e dorati di Paestum si trasformavano in macello per il manzetto, la pecora, il porco rituali. Sulle aie e nei cortili si ammazzava
l’asinello, in onore del mentulatior Priapo, dio degli orti e dei
frutteti. Le exta (interiora) di que-
I
numero 74
sti animali venivano gettate sulle
braci, il fumo acre saliva al cielo,
di esso si pascevano i superni.
Cosicché quei preti erano anche
macellai, e, ci fossero ancora, i
tetti di quei templi mostrerebbero
un foro o camino per lasciar uscire il fumo, fino al palato degli dei.
Le carni arrostite sullo spiedo,
bollite nel pentolone, venivano
condivise tra i fedeli, che se ne cibavano ritualmente.
Chi vuole, può leggersi in proposito Homo necans, il grande libro
di Walter Burkert sul sacrificio
cruento nell’antica Grecia). Il clima tragico e festevole di quei riti
ci rimane inattingibile.
E tuttavia non doveva essere
troppo diverso dal clima che si
respira ancora oggi nel giorno in
cui, presso le famiglie che ancora
lo ingrassano, si uccide il maiale.
Ammazzare una bestia “di famiglia” è un evento denso di grumi
di colpa: il porco scappa nella neve, le sue urla stridono acute nel-
l’aria novembrina, il sangue
sprizza nel bacile, fuma la pignatta di acqua bollente che servirà a
togliere le setole e a lavare le budella mentre affilatissime lame disossano e tritano le carni. Poi la
tragedia si scioglie nel sentimento dell’abbondanza procurata,
mentre si srotolano le ghirlande
di salsicce, si appendono i cotechini, si portano a fumare i salami sulla pertica. Certo, i numerosi
boccali di vino e i bicchierini di
grappa aiutano.
A sera, uno sbracamento eccitato
e ilare prende tutti. (Chi non vi ha
mai partecipato può andare a riguardarsi l’intensa ricostruzione
che i contadini emiliani hanno allestito per Novecento di Bernardo
Bertolucci, o che i contadini lom-
Da Snop 66,
“Il Buratto Grosso”;
febbraio 2006, pag. 16
43
bardi hanno ricreato per L’albero
degli zoccoli di Ermanno Olmi).
Il purcit su pa brea
Dal 1928 anche un veterinario
partecipa (o dovrebbe) all’ammazzamento del porco di famiglia. Fa la visita ante mortem; la
visita post mortem; incassa i diritti di accesso (recte: prestazione
nell’interesse dei privati, che di
interesse non ne hanno alcuno, e
che non chiederebbero alcunché,
se potessero). Ripone nel bagagliaio il dono di sei rocchi di salsicce e quattro braciole.
L’uccisione del maiale si concentra in un tempo molto breve. Da
noi si dice: «Sant’Andrea / il purcit su pa brea» (30 novembre, il
maiale sull’asse); altri aspettano
il vecchio di luna; altri, che il freddo sia pungente, e così via.
Quando si danno queste evenienze e il norcino è disponibile, allora si macella. Il veterinario non fa
in tempo ad arrivare in tutte le case. E se arriva, spesso arriva a cose fatte. Se arriva a cose ancora
da fare, non riscontra mai alcun
problema. La sua è una visita pro
forma e non serve a nulla.
Intanto, i norcini lavorano. Sanno
benissimo quando una carne è
buona per farne insaccati e quando è da gettare ai porci (è il caso di
dirlo). Sanno benissimo che fare di
una carne maculata, di una cisti,
di un ascesso cronico. È nel loro
interesse che i prodotti riescano
gustosi, conservabili, commestibili, che la quantità di sale sia adeguata e che la pulizia sia massima.
Se una partita va storta, il padrone del maiale non li chiama più, li
affronta all’osteria, gli canta «la
porca» (è il caso di dire anche
44
questo). C’è una cultura tradizionale del saper fare, frutto di sperimentazione e di attenzione, di
errore e prova, di innovazione e
spiegazione (non scientifica, ma
provata, questa sì evidence based)
che la nostra cultura del sapere
non tiene in alcuna considerazione. La salatura delle carni si faceva prima di scoprire che il sale è
un batteriostatico.
L’essicazione si faceva prima di
scoprire l’attività dell’acqua. Questa cultura tradizionale ha garantito la sopravvivenza a milioni di
persone, per millenni, senza troppi
incidenti. Un giorno bisognerà riflettere davvero sul denominatore
delle cosiddette tossinfezioni alimentari (il numero dei pasti per
nazione? per tre volte al giorno?
per il numero di pietanze a pasto?)
onde ricalibrare quei pochi casi rilevati, e concludere: che il mondo
intero si è nutrito prima e senza di
noi e che in queste pratiche noi abbiamo introdotto soltanto cautele
marginali, procedure idiosincrasiche, superfetazioni e pleonasmi.
Norcini e mugugni
In Friuli Venezia Giulia, una delibera di Giunta dell’agosto 2005
ha praticamente abolito la visita
veterinaria prevista dal Regio Decreto del 1928. La relazione tecnica che la sostanzia, un davvero
importante lavoro di Ebp, costruito nel suo interesse e per legge, ovviamente dietro compenso.
Un passo soltanto di questa delibera non convince. Ed è là dove si
prescrive che il norcino debba
«essere formato» per continuare
a fare quello che ha sempre fatto,
ieri senza la tutela sostanziale,
oggi senza la tutela formale, del
veterinario.
Cosicché, sono partiti i corsi di
formazione (nuova panacea della
prevenzione), dove colui che sa
ma non sa fare (il veterinario) insegna a colui che sa fare (il norcino) cose che colui che sa fare non
ha alcuna intenzione di imparare
(il norcino non vuole diventare un
veterinario). E quando finalmente
colui con eccezionale onestà intellettuale e rigore scientifico dai nostri colleghi di Gorizia, si può leggere sul sito EpiCentro.
Naturalmente, ci sono stati mugugni da parte di un gruppo minoritario di veterinari e una raccolta di firme per abolirla.
I promotori della raccolta di firme
non hanno uno straccio di argomento da opporre alle dimostrazioni dei colleghi goriziani e un ragionevole motivo per continuare
questa pratica manca, salvo l’introito, che è motivo potente. Si tratta di un classico esempio della credenza generale che la gente esista
per giustificare i presunti servizi
che la burocrazia pretende di darle, che sa fare dimostra di sapere
ciò che colui che sa ma non sa fare
ritiene indispensabile per fare, allora con gran giubilo viene iscritto
all’Albo regionale dei norcini.
Servirà, non servirà tutta questa
formazione? E prima, al tempo
delle non-visite, serviva? Tutti lo
ignorano, a nessuno importa dimostrarlo.
Così, ancora una volta, un mantello che ha per trama la finzione
scientifica e per ordito un vero
autoritarismo, viene steso sulle
culture popolari, che non sono ormai culture da capire e dalle quali imparare, ma soltanto culture
minori da sradicare il prima possibile, e intanto da tenere sotto rigida pupillanza.
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
Kafka sui monti della Carnia
Giorgio Ferigo
fattori di rischio ineliminabili
c’erano tutti. Era maschio, era
di mezza età, aveva precedenti
familiari. E i fattori eliminabili,
non li aveva eliminati per tempo.
Indulgeva al fumo di tabacco,
conduceva una vita tra scrittoio e
scrivania, provava un trasporto
non estemporaneo per il fois gras,
i formaggi erborinati e i cibi sapidi. Questo gli aveva procurato un
po’ di trippetta e di ipertensione.
Il ramo circonflesso della sua coronaria sinistra si lardellò di grassi. Poi un giorno la placca si ruppe e il fibrinogeno lanciò la sua rete tridimensionale per intrappolare le piastrine, che fecero diligentemente la loro parte. Infine, un
bel trombo ostruì tutto il lume.
Cascò per terra come un pero (italice, una pera). Dopo l’angioplastica, il cardiologo riabilitatore gli
prescrisse camminate veloci
oppure nuoto ogni giorno. Fu
minuzioso: elencò il numero di
passi al minuto per le camminate
e il numero di bracciate al minuto
per lo stile libero. Parlò di costo
energetico, di cardiofrequenzimetro, di Mets. Fu molto convincente, velatamente minaccioso, vagamente menagramo.
Pioveva spesso là dove abitava,
così scelse il nuoto, che si poteva
praticare anche al chiuso. In
piscina gli chiesero un certificato
di buona salute per ammetterlo ai
corsi. Per ottenerlo andò al dipartimento di Prevenzione. Il medico
del dipartimento fu cortese (benché, a conti fatti, mona). Mentre
I
numero 74
gli descriveva la situazione,
cominciò ad attorcigliarsi le
punte dei baffi, a grattarsi la pelata, a succhiare, sbuffare, borbottare. Arrotando la erre disse che
no, che era spiacente, e fin desolato, ma dichiararlo in buona salute
non poteva proprio, visto il recente insulto cardiaco. Prima dell’infarto, ancora ancora, ma dopo,
come faceva a dichiararlo sano?
Tornò dal cardiologo. Che s’infuriò. «Perché il buon dio non chiamava a sé tutti i cialtroni del
globo?!», inveì. Glielo avrebbe fatto
lui il maledetto attestato. Lo sentirono per tutto il corridoio. Ma
nemmeno un illustre cardiologo
può affermare il falso, perciò scrisse: «Soggetto di anni 55, sovrappeso, esiti di Ima: necessita di almeno
30 minuti di attività natatoria quotidiana». Il bagnino chiese cosa
fosse quell’Ima. Gli fu chiarito l’acronimo. Sbottò che non aveva
nessuna intenzione di ripescar
cadaveri in vasca e che gli andasse
fuori dai freschi. Così, il nostro cardiopatico si adattò a saltuarie camminate col solicello. Quelle, non
avevano (ancora) bisogno di certificato. Con la pioggia, si aggirava
intorno alla piscina, ma veder nuotare gli altri non previene le recidive. O almeno non è descritto nei
manuali. Ebbe un secondo infarto
a tre anni dal primo.
Armi e coronarie
Il nostro cardiopatico aveva tre
figli. Il minore, dodicenne, si era
incapricciato del biathlon, disciplina nordica che i finlandesi avevano praticato per secoli e con
successo contro i russi in Carelia,
sul confine dei laghi. Si fa così:
l’atleta percorre più veloce che
può, sugli sci da fondo, un tratto
innevato. Quindi arriva alla posizione, si sdraia per terra, imbraccia la carabina, spara a un bersaglio. Poi di nuovo sugli sci per un
altro tratto – scia e spara, spara e
scia – fino a percorrere tutto il circuito. Meno tempo impiega, più
bersagli centra, più punteggio ha.
Per praticare il biathlon ci vuole il
porto d’armi. Se lo sportivo è
minorenne, il porto d’armi viene
rilasciato al genitore. Cosicché
colui che spara è persona diversa
da colui ha la licenza di sparare.
Un folto codazzo di genitori di
biathlonici segue i figli durante le
gare. Si dice “segue”, ma in realtà
il gruppo dei mezzaetà si assiepa
alla partenza, o al traguardo. Più
spesso, si intruppa al bar. I ragazzi gareggiano in proprio col porto
d’armi rilasciato a un altro, che
nemmeno è lì. I genitori dei biathlonici, durante le gare, bevono
tanto di quel vin brulé che bisognerebbe togliergli immediatamente il porto d’armi, e di conseguenza ritirare dalla competizio-
Da Snop 68,
“Il Buratto Grosso”;
settembre 2006, pag. 7
45
ne i piccoli campioni, ancorché
astemi, ai quali si estende l’idoneità paterna. Ma la polizia chiude un occhio, e ingolla vin brulé
pure lei.
Nel caso del figlio dodicenne del
nostro cardiopatico, il problema
neanche si è posto.
Com’è noto, un cardiopatico è
malato di cuore e nessuno gli può
rilasciare il porto d’armi. Così,
una carriera atletica è stata stroncata senza scampo, perché il
figlio sano di un padre malato
seduto al bar non può gareggiare
con i figli sani di padri sani,
egualmente seduti al bar. In compenso, figli malati di padri sani,
per esempio ciechi o semiciechi,
possono giustamente gareggiare:
una guida li accompagna lungo la
pista di fondo, e utilizzano un
fucile elettronico a puntamento
acustico.
È in questo arguto modo che la
prevenzione impedisce a se stessa
di fare prevenzione.
Quando anche Bersani era «corporativo»
Giorgio Ferigo
l 9 agosto 1745, i gastaldi dell’Arte dei Sartori di Venezia fecero un’ispezione «sotto il portico di Cà Dolfin al ponte dei Bareteri, alla botega di sartor di domino Antonio Capello» dove beccarono sul fatto «domino Antonio
Biliani lavorante, che tagliava
con misura una velada [di] pano
blù, in contrafatione delle leggi
dell’Arte nostra».
La contrafatione riguardava il
fatto che Antonio Billiani, pur essendo solo un lavorante sarto,
stava eseguendo un’operazione
da maestro sarto («tagliare con
misura»): secondo le regole,
avrebbe potuto soltanto imbastire e cucire quel che il maestro sarto aveva già tagliato, così come il
garzone sarto poteva solo bordare asole e attaccar bottoni.
È questo uno degli innumerevoli
processetti presenti nell’Archivio
di Stato di Venezia (nei fondi Arti, Militia da Mar, Giustizia Vecchia), che riguardano la complessa vita quotidiana delle corpora-
I
46
zioni, le diatribe dell’una contro
l’altra, i conflitti tra gli iscritti a
una medesima corporazione (o
arte o fraglia o scola o università).
Le norme della mariegola, minuziose e talvolta dementi, ma scritte in elegante calligrafia e con i
capilettera adorni, non comprendevano soltanto le tappe della
carriera e le mansioni professionali. Per esempio riguardavano la
difesa degli associati: basti pensare alla difesa dei sarti contro la
«molteplicità delle done, che lavorano di sartore, ben note come
contrafacienti nelle case…; Ebrei,
che fano infinità di abiti nuovi, e
li vendono; e strazzaroli, che fanno il medesimo…, tutti danni rilevantissimi all’Arte nostro».
rasade schiette, con oro a opera e
senza», ma non «le cordelle alla
napolitana» né manufatti «che
sia con seda et oro», oppure i tellaroli, che potevano tessere tele di
lino e canapa, anche mischiate a
lana, ma soltanto ai fustagneri
era concesso di lavorare il «filo a
bombaso, e la lana» (per i non veneti, il bombaso è il cotone). E come dimenticare gli standard di
qualità: per esempio, i tintori «di
cremese» non potevano «tenzer
né di grana, né d’alchimia, ma puro cremese».
Come a Venezia, le cose andavano
allo stesso modo da Milano a
Bruges a Manchester, da Bologna
a Messina a Granada, da Udine a
Berlino a Lubecca. Il sistema corporativo finì quando i «malfattori
franzesi» esportarono la loro ri-
Corporazioni senza fine
Ancora, potevano regolare il tipo
di prodotto: vedi i passamaneri,
che potevano produrre «cordele
Da Snop 69,
“Il Buratto Grosso”;
dicembre 2006, pagg. 33-34
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
voluzione nelle contrade d’Europa e piantarono sulle piazze e nei
broli l’Albero della Libertà (libertà che, prima di tutto, era economica e commerciale): ebbe fine
dunque negli anni terribili ed
esaltanti tra fine Settecento e inizio Ottocento.
Solo in Italia il sistema corporativo non è mai terminato per davvero, se il 3 luglio 2006 è stato firmato il cosiddetto “decreto Bersani”, per tentare di sciogliere qualche lacciolo corporativo e di togliere qualche zeppa antiliberale
di tassinari, avvocati, bancari,
farmacisti, assicuratori. Sia lode
a Bersani, dunque, e Dio l’abbia
in gloria.
Decreto vecchio fa buon
brodo
Tuttavia, neanche il ministro Bersani è senza peccato. Basti ricordate il celebre articolo 3 della
Legge n. 85 del 22 marzo 2001,
che imponeva che a rilasciare o
rinnovare la patente ai diabetici
fosse uno «specialista nell’area
della diabetologia e malattie del
ricambio»? Diabetologi a far patenti non se ne trovarono: da qui
la caccia a preattestati da allegare, controfirme di specialisti da
apporre a tergo, chiose cautelative da aggiungere in calce al modello A. Da qui, i richiami ministeriali ai riottosi (buon ultimo
quello del direttore generale del
dipartimento dei Trasporti terrestri del 19 dicembre 2005) e restituzioni di certificati incompleti
agli utenti adirati.
Ebbene, quel decreto fu proposto
e firmato, tra gli altri, dal liberalizzatore Bersani, che trattava i
comuni medici patentatori proprio come i gastaldi dell’Arte
trattavano tre secoli fa la lavoranzìa di Antonio Billiani. E proprio in nome di un presunto standard di qualità, identico a quello
che proibiva di far fustagni ai tellaroli, che magari erano in grado
di produrne di ottimi, a pelo alto
e a pelo basso, rasati e tempestini.
La differenza è questa: un certificato di patente non è né una velada di panno blu, né un fustagno a
pelo basso, ma soltanto un pezzo
di carta. Non garantisce niente e
nessuno, se non l’accesso al pezzo
di carta successivo. Sia ben chiaro: non si contesta qui la lobby
dei diabetologi per difendere
quella dei medici legali o degli
oculisti (che su un blog veneto
hanno dato vita a un dibattito
surreale a proposito di visite per
patenti), ma l’esistenza stessa delle lobby mediche.
Tuttavia, il buon Bersani farà
presto a ravvedersi. Non serve
nemmeno che scriva un decreto
ad hoc, tanto meno in segreto. Il
decreto c’è già, da quasi tre anni:
è quello del 30 settembre 2003.
Oppure, se preferite, da dodici anni: quello dell’8 settembre 1994.
Bersani deve soltanto concertare
con i suoi colleghi dei ministeri
dei Trasporti e della Salute di farlo entrare finalmente in vigore. i
Oltre ai sediai che eludono le tasse, non bisogna colpire anche i
ministeri che eludono le leggi?
Molti di noi saranno onorati di
obbedire agli ordini. Certo, qualche medico tirerà giù porchi, come un tassinaro a fine turno.
Qualcun altro avrà l’emicrania,
come un farmacista senza Saridon, oppure architetterà nuovi introiti, come un bancario in astinenza da dobloni. Ma gli italiani
saranno felici di entrare finalmente nell’Europa delle patenti di
guida ragionevoli. E gli italiani,
com’è stato autorevolmente detto,
un po’ di felicità se la meritano.
Tammurriata del certificato
Giorgio Ferigo
«Io nun capisco ‘e vvote che succere/e chello ca se vere nun se crere,
nun se crere».
numero 74
Il 28 luglio 2006 la Giunta regionale della Campania ha emanato
gli “Atti di indirizzo per il rilascio
del certificato medico legale di
idoneità al lavoro per l’assunzione di soggetti non appartenenti
47
alle categorie protette”. In questo
atto di indirizzo la certificazione
medico legale è definita come
«esito finale di una prestazione
complessa che include l’esecuzione degli accertamenti diagnostici
e clinici necessari alla formazione
del giudizio medico legale». Quali
siano gli accertamenti diagnostici
e clinici è esemplificato in un
elenco parziale e difettivo allegato, «fermo restando la facoltà del
medico certificatore a richiedere
accertamenti diversi in base alle
proprie valutazioni cliniche».
Per settanta anni, in Campania (e
nell’Italia intera) sono stati rilasciati certificati “a vista” («basta
sulo ‘na ‘uardata») a favore di
persone mai prima conosciute da
parte di medici che non avevano
alcuna cognizione su di loro.
È un’ammissione clamorosa: quei
certificati erano fittizi. Ma ora i
medici legali campani rimediano,
e la guardata «nun basta ‘cchiù».
Pratiche antiche e nuove
Se oggi qualcuno vuol fare l’impiegato a Napule deve raccogliere
nella cartellina: un certificato
anamnestico del medico curante,
un certificato dello psichiatra,
una serie di esami di laboratorio
(glicemia, azotemia, emocromo,
transaminasi e quadro proteico),
una reazione di Mantoux (ove
previsto dalla normativa), nonché
un’autocertificazione di possesso
o meno di verbale di invalidità.
La cartellina va portata al medico
legale, che ora fa le cose “seriamente”: soltanto se la glicemia è
nei limiti e lo psichiatra non rileva il minimo disturbo rilascia il
suo certificato “finale” di idoneità
a fare lo strascinafacenne.
48
E per un farmacista? L’elenco
contempla gli stessi certificati di
prima, più quello dell’esame tossicologico, incluse alcoolemia e
Cdt, e l’elettrocardiogramma. A
quel punto, anche il farmacista
può finalmente andare dal medico legale, che tira le somme. Tira
le somme anche ‘o speziale, alleggerito di 400-500 euro. Non gli
costa niente, quindi, aggiungere
mentalmente i tre euro per la cartuscella di stricnina in dose letale
da somministrare al predetto…
Settant’anni di certificati futili
(«seh, ‘na ‘uardata, seh!, seh, ‘na
‘mprissione, seh!») avrebbero
dovuto generare il ditto parularo
«Embè, aboliamoli!», come si fa
da tante parti. Invece, questi
alunni di Galliani e di Giannone,
questi eredi di Calciopoli, questi
frequentatori indefessi del Suor
Orsola Benincasa preferiscono
pensare che la somma di cinque
cose futili (la visita psichiatrica
preventiva o la glicemia ai barbieri!) faccia una cosa seria. Non è
così: futile era e futile resta, ma
quintuplicata. «Addò pastìn’’o
grano, ‘o grano cresce/riesce o
nun riesce, semp’ è grano chello
ch’esce».
La migliore letteratura meridionalistica ci ha descritto molte volte, con accenti accorati, questa
scena di fine Ottocento e di inizio
Novecento: all’alba, nell’aria pungente della notte che trascolora, il
campiere scende sulla piazza del
paese a tastare i bicipiti, a esaminare i molari dei cafoni in attesa
sul paracarro, sul muretto, alla
fontana. Tasta, palpa, esamina, e
poi sceglie quelli da avviare a
‘ffaticà nel latifondo. Si trattava,
in ogni senso, di una visita di idoneità fisica al lavoro. Non era una
visita medica (ma quale visita di
“idoneità fisica” lo è?), ma ne era
l’archetipo: con un chiaro discrimine da usare (il mingherlino al
suo tugurio, il muscoloso alla
campagna), e con un chiaro interesse da tutelare (quello del barone, del priore, del padrone delle
salme).
Azotemia, emocromo, reazione di
Mantoux sono soltanto modesti
imbellettamenti, tenui ammodernature, travestimenti “scientifici”
di quella pratica antica, che non
si abbandona soltanto perché, a
farla, nessuno rischia niente e a
tutti rende qualcosa. «Va truvanno mo’ chi è stato/ch’ha cugliuto
buono ‘o tiro».
Comunque, una parte notevole
dei lavoratori campani non usufruirà della nuova e “razionale”
forma di certificazione: infatti, in
Campania, il 21% della forza
lavoro resta disoccupata (il 58%
dei giovani dai 15 e i 24 anni),
mentre, tra gli occupati, il 42,4%
degli addetti agricoli, il 18,6%
degli operai dell’industria, il
23,4% dei lavoratori dei servizi
lavora in nero, senza bisogno di
certificati di idoneità. Che si chiamino Giovanna Curcio o
Annamaria Mercadante, asfissiate e arse vive nella “fabbrica” di
materassi Bimaltex a Montesano
sulla Marcellana il 5 luglio 2006, o
che si chiamino Ciccio o ‘Ntuono,
Peppe o Ciro, «chillo ‘o fatto è niro
niro».
(con la collaborazione di Ugo
Dell’Aquila, Edoardo Nicolardi,
E.A. Mario e Vincenzo Ronca)
Da Snop 71,
“Il Buratto Grosso”;
giugno 2007, pagg. 32-33
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
C’era una volta l’autorizzazione sanitaria
Giorgio Ferigo
el 2004 sono usciti quattro
provvedimenti legislativi
europei che vanno sotto il
nome di “pacchetto igiene”: due
rivolti agli imprenditori e agli
operatori del settore alimentare
(852 e 853) e due rivolti ai controllori (854 e 882). Si tratta di una rivoluzione copernicana nel sistema della produzione e del controllo degli alimenti: prima si credeva
che il sistema girasse attorno ai
permessi e all’obbedienza a regole date, mentre ora il sistema gira
attorno all’autonomia e alla responsabilità dell’imprenditore.
L’unica regola è quella di produrre alimenti sani, salubri e sicuri, a
rischio prossimo allo zero e a pericolosità nulla. Questo è stato ribadito più volte, nelle linee guida
europee: ma per capire come cambia il mondo, faccio un esempio.
Milioni di italiani la conoscono.
Tutti quelli che hanno aperto un
bar o un ristorante, organizzato
una sagra, inaugurato un prosciuttificio o un’industria conserviera,
ma anche tutti quelli che fanno i
formagrosso costituisce una condizione “ostativa” all’esercizio di
questo diritto subiettivo. Tuttavia,
la si può rimuovere, o quantomeno
attenuare, grazie a particolari cautele di tipo strutturale, minuziosamente elencate nel Decreto del Presidente della Repubblica 327 del
1980. La pubblica amministrazione prima le scrutina su una relazione, poi le scruta durante un sopralluogo: se le piastrelle e i lavabi,
il frigo e il bancone, le pignatte e i
N
numero 74
forchettoni e i mescoli, i batticarne
i taglieri sono presenti e vengono
riscontrati idonei, la spaventevole
pericolosità connessa con la preparazione degli alimenti si ritiene rimossa o attenuata.
Le condizioni ostative getti, il salame o il miele nella loro azienda
si sono dovuti procurare un’autorizzazione sanitaria, una o più
volte nella vita.
Il fondamento teorico dell’autorizzazione sanitaria era questo:
«l’autorizzazione toglie un limite
all’esercizio di un diritto proprio
del privato […] è una forma di
controllo pubblico su attività private, che si esercita subordinando il loro svolgimento al consenso
della pubblica amministrazione».
Preparare cibo da somministrare
al prossimo è diritto “subiettivo”
di ogni cittadino che desideri
esercitarlo, ma è nel contempo attività senza pari pericolosa.
La pericolosità insita nella cottura dell’intingolo o nella mescita
del vino scompaiono e il diritto
subiettivo si ripristina, quindi,
l’attività si autorizza: l’oste può finalmente preparare in tutta calma, nel suo laboratorio lindo e
piastrellatissimo, le polpette all’arsenico da somministrare a
causidici legulei e burocrati, per
farne conveniente strage.
zione sanitaria soffrono di almeno
due importanti difetti.
Innanzitutto, l’igiene non è uno
stato, ma un processo, ovvero una
serie di atti semplici ma ripetuti
anche più volte al giorno, capaci
di eliminare temporaneamente la
sporcizia, la polvere, i batteri, che
tuttavia un’ora dopo ricominceranno a depositarsi, ad accumularsi, a proliferare.
Soltanto l’imprenditore può garantire che i locali, facilmente pulibili lavabili e disinfettabili (come
voleva la legge) vengano davvero
lavati puliti e disinfettati.
In secondo luogo, la legge non distingue tra una multinazionale
dello yogurt e un’osteria di villaggio o una macelleria di paese, né
tra alimenti deperibili e sempiterni, tra cibi che possono essere
consumati fra tre anni a mille chilometri di distanza e cibi che vengono consumati ancora bollenti e
nella sala accanto alla cucina, tra
alimenti che danno un rischio per
la salute basso o nullo e altri che
danno un rischio per la salute elevato o altissimo.
La salubrità degli alimenti non
dipende dai metri quadri di piastrelle e dall’acciaio inossidabile
dei banconi, ma dall’uso ripetuto
di detersivi e dalla cura nella loro
preparazione e conservazione.
Cercasi funzionari-poliziotti
Da Snop 70,
“Il Buratto Grosso”;
marzo 2007, pagg. 5-8
I requisiti igienici e sanitari necessari per rilasciare l’autorizza-
49
L’utilizzo dei detergenti e la scelta
degli ingredienti, dei tempi di cottura, delle temperature di conservazione non si possono verificare
durante quel sopralluogo preventivo che fa la Asl per rilasciare
l’autorizzazione sanitaria.
Semplicemente perché durante il
sopralluogo gli addetti non lavorano! Così l’autorizzazione sanitaria è una pratica di clamorosa
inutilità. A meno di non mettere
alle spalle di ogni cuoco un funzionariopoliziotto per verificare
che le condizioni “ostative” siano
davvero rimosse almeno una volta al dì. Milioni di poliziotti per
milioni di esercizi.
Dalla Nasa all’agriturismo
È chiaro che bisognava cambiare
direzione. La responsabilità effettiva non può che essere in capo
all’imprenditore, che è insieme
garante e responsabile della salubrità dei cibi che distribuisce e
che paga il fio se sgarra. E non,
invece, in capo alla pubblica amministrazione.
Questo era già chiaro con il Decreto legislativo 155 del 1997 sull’igiene dei prodotti alimentari,
quello dell’Hazard Analysis Critical Control Point (Haccp), che definisce «tutte le misure necessarie
per garantire la sicurezza e la salubrità dei prodotti alimentari » e
che afferma che «il responsabile
dell’industria alimentare è anche
responsabile che tutte le fasi di
preparazione del cibo siano effettuate in maniera igienica».
Dunque, il processo igienico è affidato alla responsabilità del produttore. Il sistema è definito, pleonasticamente, come autocontrollo. Il produttore è autonomo nel-
50
l’individuare le soluzioni, anche
tecnologiche, più consone al tipo
e alle dimensioni della sua azienda. Le soluzioni che egli ha individuato, purché siano efficaci nel
garantire la salubrità dei prodotti, vengono accettate dall’autorità
che controlla l’autocontrollo.
Tuttavia, anche questo sistema
aveva due difetti. Il primo è che, a
rigor di logica e date le premesse,
si sarebbe dovuto dedurre che
l’autorizzazione sanitaria, già dal
1977, era defunta. Questo, però,
non è avvenuto, per il solito vizio
italico di introdurre leggi nuove
senza abrogare quelle vecchie,
senza verificare la coerenza di
queste con quelle e senza nemmeno eliminare le incongruenze (vedi Snop 69, dossier “Ebp e pratiche inutili”).
L’imprenditore è quindi autorizzato a usare autonomamente la
propria autonomia imprenditoriale, affinché possa autonomamente fare quello che l’autorità
gli ha concesso di fare. Il risultato
è che gli adempimenti si sono
sommati e il produttore di alimenti, anziché farne uno, si è ritrovato a doverne fare due. Il secondo difetto è quello di cui soffriva già il regime autorizzativo,
cioè prevedere obblighi uguali
per situazioni anche abissalmente
diverse: cosicché il sistema
Haccp, inventato per mandare gli
astronauti nello spazio (progetto
di volo Mercury) è stato catapultato nell’agriturismo di Pradandons senza paracadute né attenuanti.
Un confronto tra pari
Grazie a Dio e a Bruxelles, però,
le furbizie italiche non reggono a
lungo. Il regolamento CE 852/
2004, in vigore anche in Italia dal
primo gennaio 2006, giustizia definitivamente ambedue questi difetti. Quello italiano è bruttino,
ma il concetto è chiarissimo: la responsabilità principale per la sicurezza degli alimenti incombe
all’operatore del settore alimentare. «Ogni operatore del settore
alimentare notifica all’opportuna
autorità competente, secondo le
modalità prescritte dalla stessa,
ogni stabilimento posto sotto il
suo controllo che esegua una
qualsiasi delle fasi di produzione,
trasformazione e distribuzione di
alimenti, ai fini della registrazione del suddetto stabilimento»
(art. 6, p. 2).
La notifica serve affinché la pubblica amministrazione, ovvero
l’Asl in Italia, possa esercitare la
dovuta vigilanza. Che si esercita
sulle fasi di lavorazione, sui rischi e sui pericoli, ovvero dopo
l’apertura dell’esercizio commerciale. L’autonomia dell’imprenditore è ribadita fin nei dettagli: «la
nuova normativa [...] lascia all’operatore del settore alimentare
uno spazio di discrezionalità: a
questo scopo sono introdotti i termini “ove necessario”, “ove opportuno”, “adeguato” e “sufficiente (per esempio, deve essere disponibile un sufficiente numero
di lavabi e la pulitura delle attrezzature deve avvenire con una frequenza sufficiente a evitare ogni
rischio di contaminazione) ». Il
numero dei lavabi non è una prescrizione impartita dall’Asl, così
come la frequenza delle pulizie
non è determinata dal medico dell’igiene degli alimenti.
E ancora, le norme «sono formulate come un obiettivo per raggiungere il quale l’operatore del
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
settore alimentare deve dotarsi
dei mezzi necessari».
Anche la vigilanza non è più come prima, con la sua distanza, di
status e di potere, tra controllore
e controllato. Prima il controllato
era soltanto un cittadino e aveva
dalla sua soltanto l’esperienza
(anche) secolare, il rigore professionale e magari l’evidente approvazione dei consumatori. Il controllore, invece, era un pubblico
ufficiale, o addirittura un ufficiale
di polizia giudiziaria, che aveva
dalla sua le leggi, i regolamenti, i
pregiudizi e le superstizioni igieniche, e alle spalle un intero Stato
che la pensava come lui.
Adesso la vigilanza vaglia le soluzioni proposte, le discute con
l’imprenditore, ne valuta la congruenza con il fine dichiarato
(che è quello di garantire prodotti
salubri), tiene in conto l’esperienza e la tradizione. L’audit, che è
un confronto tra le convinzioni
tecniche dell’una e dell’altra parte, diventa un momento fondamentale della vigilanza, in cui le
convinzioni tecniche devono essere dimostrate dall’una e dall’altra
parte. È la procedura europea: razionale, efficace, semplice. Per la
patria del diritto, però, troppo razionale, troppo efficace, troppo
semplice.
Dal cappello,
compare la Dia
Ecco infatti che, con l’Accordo
Stato-Regioni del 9 febbraio 2006,
i nostri soloni si inventano che la
notifica si fa attraverso la cosiddetta “dichiarazione inizio attività differita (Dia)”.
È ovvio che il titolare debba dichiarare il vero. Un altro tale ac-
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quista il camion furgonato isotermico per trasportare carne. Si
procura la vidimazione Atp, lo
immatricola, stipula l’assicurazione e, quando tutto è in regola,
inoltra la sua Dia. Da quel momento tiene il camion sul piazzale
per 45 giorni a poltrire.
Qual è la logica in tutto questo,
chi e che cosa si vuole tutelare?
Non la salute, quella si tutela in
altro modo, in Europa e ovunque.
Sorge quindi il sospetto che la
pubblica amministrazione non si
voglia arrendere al buon senso
europeo e intenda perpetuare sotto forme nuove (e sadiche) le sue
vecchie pantomime.
Infatti, la Dia differita è una dichiarazione soggetta al consenso,
muto o esplicito, della pubblica
amministrazione, un’autorizzazione sanitaria larvata che ha
cambiato nome, ma non natura. E
che al cittadino costa non più i
100 euro di diritti sanitari, ma
ben 45 giorni di mancato guadagno. Molti cervelli statali e regionali si sono dati da fare per partorire un tale obbrobrio.
Ecco perché abbiamo chiesto che
il Friuli Venezia Giulia aderisse
alla normativa europea e parlasse di notifica e non di Dia. Forse
ci hanno ascoltato, ma le confederazioni di categoria devono vigilare perché oneri impropri non cadano sulle spalle degli operatori
alimentari per soddisfare i burocrati. D’altra parte, hanno dalla
loro la legge.
Infatti le norme, e a maggior ragione gli accordi, nazionali in
contrasto con i regolamenti europei, o con le direttive comunitarie
«Presupposto della Dia è che, al
momento della presentazione della comunicazione, il titolare dichiari che l’esercizio possiede i re-
quisiti minimi prestabiliti dalla
norma in funzione dell’attività
svolta». Dunque, la comunicazione si può fare soltanto quando l’esercizio alimentare è terminato e
pronto ad aprire.
Da quel momento, per aprirlo
davvero al pubblico, devono trascorrere 45 giorni per far sì che
«l’Asl, se lo ritiene necessario, effettui un sopralluogo di verifica ».
Può anche non ritenerlo necessario, e perciò non andarci affatto.
Può andarci e trovare tutto in ordine, oppure riscontrare lievi
difformità e prescrivere gli adatti
accorgimenti, ma anche dichiararlo del tutto inidoneo.
Se l’imprenditore comincia la sua
attività senza aspettare i 45 giorni commette un atto illegittimo e
«va considerato alla stregua di un
soggetto privo di autorizzazione
sanitaria» (ma non era stata abrogata?). Se invece notifica prima
che il bar sia completato, dichiara
il falso.
Così, chi per esempio intende
aprire un bar, si fa preparare un
progetto dal geometra, accende il
mutuo, trova i muratori, chiama
l’idraulico e il piastrellista, l’arredatore e l’elettricista.
Quando il bar è pronto, rifinito a
puntino, lustro e mondo, allora (e
solo allora) il barista può notificare la sua intenzione di aprirlo. Da
quel momento il bar resta chiuso
agli avventori per 45 giorni, a disposizione di un’Asl che verrà oppure non verrà, a sua discrezione.
Un altro tale acquista il camion
furgonato isotermico per trasportare carne. Si procura la vidimazione Atp, lo immatricola, stipula
l’assicurazione e, quando tutto è
in regola, inoltra la sua Dia.
Da quel momento tiene il camion
sul piazzale per 45 giorni a poltri-
51
re. Qual è la logica in tutto questo, chi e che cosa si vuole tutelare? Non la salute, quella si tutela
in altro modo, in Europa e ovunque. Sorge quindi il sospetto che
la pubblica amministrazione non
si voglia arrendere al buon senso
europeo e intenda perpetuare
sotto forme nuove (e sadiche) le
sue vecchie pantomime.
Infatti, la Dia differita è una
dichiarazione soggetta al consenso, muto o esplicito, della pubblica amministrazione, un’autorizzazione sanitaria larvata che ha
cambiato nome, ma non natura. E
che al cittadino costa non più i
100 euro di diritti sanitari, ma ben
45 giorni di mancato guadagno.
Molti cervelli statali e regionali si
sono dati da fare per partorire un
tale obbrobrio. Ecco perché abbiamo chiesto che il Friuli Venezia Giulia aderisse alla normativa
europea e parlasse di notifica e
non di Dia.
Forse ci hanno ascoltato, ma le
confederazioni di categoria devono vigilare perché oneri impropri
non cadano sulle spalle degli
operatori alimentari per soddisfare i burocrati. D’altra parte,
hanno dalla loro la legge. Infatti
le norme, e a maggior ragione gli
accordi, nazionali in contrasto
con i regolamenti europei, o con
le direttive comunitarie recepite
nell’ordinamento nazionale, vanno disapplicate, secondo la sentenza 170/1984 della Corte Costituzionale. Non è facoltà del cittadino abrogarle, ma sarebbe ora
che i parlamentari si dessero una
mossa.
Tuttavia, è diritto del cittadino fare come se non ci fossero. Nel caso della Dia, la discrepanza con il
Regolamento Europeo 852/2004,
formale e sostanziale, è palese.
52
Saggezza europea
Ma anche il secondo difetto di cui
soffriva il regime autorizzativo,
cioè quello di prevedere obblighi
uguali per situazioni anche abissalmente diverse, è in qualche
modo superato.
Un prezioso vademecum del 21
dicembre 2005, intitolato “Documento di orientamento sull’applicazione di talune disposizioni del
regolamento CE 852/2004 sull’igiene dei prodotti alimentari”, dice a chiare lettere, sebbene soltanto in via informativa, quello per
cui molti di noi hanno lottato in
questi anni: negli Stati membri, i
prodotti alimentari possono essere fabbricati secondo procedimenti tradizionali che si sono dimostrati sicuri anche se non sempre sono pienamente conformi a
certe prescrizioni tecniche del regolamento.
Il regolamento riconosce la necessità di mantenere questi metodi
di produzione tradizionale che sono espressione della diversità culturale dell’Europa, e prevede
quindi la flessibilità necessaria
per le imprese alimentari la metodologia Haccp è per sua natura
flessibile, in quanto si basa su
una serie limitata di principi e di
procedure che perseguono l’obiettivo della sicurezza dei prodotti
alimentari, senza imporre alle imprese alimentari di rispettare regole o di seguire procedure non
pertinenti nel determinare se una
prescrizione è necessaria, opportuna, adeguata o sufficiente per
raggiungere gli obiettivi del regolamento, occorre considerare la
natura del prodotto alimentare e
dell’uso a cui è destinato il regolamento non si applica ai piccoli
quantitativi di prodotti primari
forniti direttamente dal produttore al consumatore locale o a dettaglianti locali che forniscono direttamente il consumatore finale. In
generale, la nozione di “piccoli
quantitativi” dovrebbe essere abbastanza ampia […] e le norme
nazionali dovrebbero consentire
il mantenimento delle pratiche in
uso, purché garantiscano il conseguimento degli obbiettivi del
regolamento esistono diverse
possibilità di predisporre… la
documentazione [necessaria]: i
manuali di corretta prassi operativa possono contenere in parte o
in tutto la documentazione necessaria; le imprese alimentari possono decidere di predisporre la
documentazione specifica adatta
alla loro situazione. Naturalmente, tutto questo sarà regolamentato: cosa non lo è in Italia?
E sull’elaborazione dei regolamenti, ancora una volta, spetta a
noi vigilare.
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
E il certificato, cacciato dalla porta,
rientrò dalla finestra
Giorgio Ferigo
l 18 agosto 2005, il Consiglio
regionale del Friuli Venezia
Giulia ha licenziato la Legge
numero 21 dal titolo: «Norme di
semplificazione in materia di igiene, medicina del lavoro e sanità
pubblica».
In questa legge, all’articolo 2,
punto 1, si abolivano una ventina
di certificati medici tra i più
scombinati, esilaranti, privi di
fondamento scientifico e di comprovata, sfolgorante, sesquipedale inutilità.
Ma dentro la mela c’era il bau. Il
bau stava in una frasetta (articolo 2, punto 3) che recitava così:
«È fatto salvo il rilascio […] di
certificazioni richieste da uffici
periferici, ubicati nel territorio regionale, di enti o istituzioni aventi sede al di fuori del predetto territorio».
E poiché tutti i certificati aboliti
al punto 1 sono richiesti da «uffici periferici di istituzioni aventi
sede» a Roma, là nei falansteri,
tutti i certificati aboliti al punto 1
si devono rilasciare ugualmente
in grazia del punto 3.
Si trattava di una vera e propria
trappola, tesa da qualche funzionario astuto e da qualche leguleio prono all’assessore. Tesa ai
consiglieri regionali, ai medici
proponenti, ai cittadini tutti del
Friuli Venezia Giulia (la segnaliamo ai colleghi del Trentino,
che, di fatto, ce l’hanno copiata
pari pari).
I
numero 74
Caldaisti daltonici e fochini
in difficoltà
Questo comma ha subito scatenato la canea dei burocrati.
Una specie di idolatria certificatoria aveva sorretto finora la loro
esistenza. Ora i fondamenti della
loro fede vacillavano, il dubbio si
insinuava nelle loro «animule
vagule e blandule». Come fantolini a cui sia stato tolto il pollice da
succhiare o la coperta di Linus o
come tabagisti senza più sigarette, avevano crisi di panico e di tremito. Quel comma sembrava loro
la gomena nel pelago, lo spuntone
sul baratro, l’appiglio salvifico al
quale aggrapparsi. Così, a metà
ottobre, una riunione ce ne mette
davanti una rappresentativa delegazione.
C’è la battagliera Ragioneria provinciale dello Stato, che ha già
deciso che l’abrogazione del certificato di idoneità all’impiego non
avrà corso. Così, ha già emanato
un diktat e lo ha diffuso a pavidi
«provveditori agli studi», o come
si chiamano adesso, che lo hanno
diffuso agli «autonomi» dirigenti
scolastici. È un diktat molto
pesante: minaccia di non dar
corso ai contratti in mancanza del
certificato. Così, gli insegnanti
iniziano il loro piccolo calvario: si
recano dal medico, che li informa
dell’abolizione. Poi tornano alla
scuola, che li informa della
minaccia; ritornano quindi dal
medico, poi a scuola, e via così.
Alla fine i medici cedono, perché
non si deve far correre la gente
per un pezzo di carta.
C’è l’ingegnere della Commissione per le caldaie a vapore che sostiene l’indispensabilità della visita medica, altrimenti il caldaista
daltonico potrebbe premere il bottone del colore sbagliato e far saltare in aria la città (dice proprio
così!). Non fa nemmeno l’ipotesi
che i colori s’imparino a riconoscere da piccoli, alla scuola materna, con l’aiuto di una maestra
o della mamma, oppure che il loro nome sia una convenzione condivisa.
E che chiedere a un tale il colore
di un maglione, di una matita o di
una cartellina non configuri esercizio abusivo di professione medica: lo può fare perfino un ingegnere, e perfino l’ingegnere che
interroga il caldaista per dargli il
patentino. Se costui poi non riconosce il verde, lo mandi dal medico: chissà, forse è daltonico.
La Questura, invece, non pone
problemi. Il suo rappresentante,
ingrugnato, annuncia di aver già
pronta la sevizia alternativa per i
fochini: una sevizia alternativa si
trova sempre, questa stava in una
Da Snop 69,
“Il Buratto Grosso”;
dicembre 2006, pagg. 24-26
53
legge del 1956 (o del 1931, o del
1913, o del 1883).
Questo complicherà vieppiù la vita ai fochini, e nel contempo renderà chiaro a tutti che i semplificatori sono dei complicatori, e che
la trafila non si tocca.
L’incontro con le burocrazie
lamentose finisce con una circolare che, in buona sostanza, sospende non la legge regionale (non
può farlo), bensì la sua efficacia (e
questo può farlo benissimo, e il
risultato è lo stesso). Farina del
diavolo, tutta crusca.
La legge «correttiva»
Nel frattempo, il 17 ottobre 2005,
il presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato,
con «legale domicilio in Roma,
via dei Portoghesi n. 12», aveva
ricorso contro la Regione Friuli
Venezia Giulia «per la declaratoria di incostituzionalità e conseguente annullamento» della Legge 21.Tra parentesi, presidente
del Consiglio dei ministri era quel
Silvio Berlusconi che aveva promesso di «rivoltare la burocrazia
come un calzino»; così «prouvant
qu’il n’avait guère de la suite dans
les idées».
L’avvocato contestava in particolare l’abolizione del certificato di
idoneità al servizio civile, «censurabile in quanto invade una materia […] riservata alla legislazione
esclusiva statale essendo riconducibile alla materia “difesa e
sicurezza dello Stato”»; l’abrogazione del certificato di idoneità
all’insegnamento che «incide illegittimamente nelle materie “ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti
54
pubblici nazionali”»; l’eliminazione del certificato per l’assunzione
dei minori e degli apprendisti
minori, che lede (udite!) «i diritti
civili e sociali in materia di salute
e di tutela e sicurezza del lavoro»;
e infine l’eliminazione dei certificati per fochini, conduttori di caldaie a vapore e manipolatori di
gas tossici perché (udite udite!)
così si viola l’articolo 16 del
Decreto legislativo 626/94, secondo il quale gli accertamenti sanitari dei lavoratori «comprendono
esami clinici e biologici e indagini
diagnostiche mirati al rischio
ritenuti necessari dal medico
competente».
Obiezioni di forma, come si vede,
relative alla competenza nel legiferare, se si eccettua lo svarione
finale, sufficiente a confinare l’avvocato dietro la lavagna con le
orecchie d’asino in capo e il cartello di “somaro” sulla schiena. Il
presidente del Consiglio dei ministri successivo, Romano Prodi, ha
ritirato il ricorso avverso alla
Legge regionale 21.
L’atto di rinuncia era «in corso di
notificazione al 29.9.2006» e il ritiro era subordinato all’approvazione di alcuni aggiustamenti.
Così, si arriva alla legge «correttiva», approvata dal Consiglio
regionale (Legge regionale 19 del
26 ottobre 2006), che contiene, per
quanto riguarda il nostro discorso, due soli articoli.
Il primo abolisce l’abolizione del
certificato di idoneità a svolgere il
servizio civile, mentre il secondo
recita: «Gli enti pubblici possono
accertare il possesso dell’idoneità
fisica o psicofisica all’impiego
mediante una visita preassuntiva
da parte di medici specialisti in
medicina del lavoro o medicina
legale dipendenti da enti pubblici
e istituti specializzati di diritto
pubblico convenzionati col datore
di lavoro, che ne sopporta il
costo».
Possono, non devono: ma figuratevi se ne faranno a meno i feticisti del certificato, che nelle direzioni regionali, provinciali, comunali, consortili, frazionali sono
legioni. E queste superstizioni le
paghiamo noi.
L’onere della prova
Be’, è evidente: non si tagliano le
unghie alla burocrazia col consenso, o addirittura con l’avallo, e
men che meno col giubilo della
burocrazia. Tuttavia, passi comunicativi, o anche soltanto lenitivi,
dovrebbero essere compiuti nei
loro confronti, nelle misure omeopatiche che sono in grado di sopportare. I sindacati dovrebbero
convenire che il lavoro dei minori
non si tutela in questo modo, così
come i carabinieri dovrebbero
conoscere la verace utilità del
porto d’armi.
Altro punto: il titolare della salute è il ministro della Salute e, nelle
Regioni, l’assessore alla salute.
Non gli stranamore della difesa, i
geometri dell’edilizia, gli stradaroli dei trasporti, i cartomanti del
pubblico impiego. Ministro della
Salute e assessore alla Salute si
devono riappropriare del loro
potere, troppo spesso condiviso,
spartito, devoluto a logiche non
sanitarie. In particolare, è da ridefinire il rapporto col ministero
dell’Interno, titolare antico della
sanità pubblica della quale detiene ancora pezzi significativi.
Terzo: nell’imporre un qualsiasi
obbligo ai suoi concittadini,
chiunque lo proponga è tenuto a
speciale giorgio ferigo • numero 74
Speciale Giorgio Ferigo
verificarne la razionalità, la
ragionevolezza, la dimostrabile
efficacia, la buona efficienza, l’effettiva utilità. Nello specifico, è
tenuto a verificare che i certificati
rispondano a fini di salute e non
ad astratti postulati di diritto
amministrativo.
L’onere della prova non spetta
solo a coloro che si battono per
numero 74
l’abrogazione di queste scemenze,
ma anche (e soprattutto) a coloro
che si adoperano per mantenerle
in vita. Noi di prove contro ne
abbiamo portate a decine: siamo
curiosissimi di conoscere le prove
a favore addotte da quanti hanno
voluto ripristinare il certificato di
preassunzione per il pubblico
impiego. Siamo curiosissimi di
sapere come si svolgerà la cosiddetta visita medica necessaria
per rilasciarlo, quali parametri
esaminerà e quanto appropriati e
congrui, completi, predittivi., ecc.
In Friuli c’è ancora molto da fare.
E mentre affoghiamo nel mare
delle superstizioni ottocentesche,
il resto del mondo corre, e ci supera perfino il Botswana.
55
Cittadini del mondo
Rubrica di sanità pubblica internazionale a
cura di Patrizia Parodi della Direzione generale per i rapporti con l’Unione Europea e i rapporti internazionali del ministero della Salute
Migrazione e salute nell’Unione europea
Liberamente tratto da Euro Observer 2007, vol. 9 n. 4, www.euro.who.int/Document/Obs/EuroObserver_Winter2007.pdf
Poco si sa sull’accesso alle
cure sanitarie dei 35-40
milioni di migranti in
Europa. La scarsa attenzione prestata sinora alla politica sanitaria per i migranti
è tuttavia un fattore negativo sia dal punto di vista
dell’integrazione europea,
che dei diritti umani.
A differenza del Nord
America e dell’Australia, la
maggior parte dei Paesi
europei non raccoglie siste-
dc
maticamente i dati sanitari
disaggregati per lo stato di
migrante o il gruppo etnico. Uniche eccezioni
l’Olanda, la Svezia e il
Regno Unito.
Per quanto i migranti non
soffrano necessariamente
di una salute peggiore del
resto della popolazione,
generalmente mostrano
profili di rischio più alti.
Diversi studi suggeriscono
che i migranti siano sog-
getti a un diverso accesso
ai servizi, soprattutto in
termini di utilizzo dei programmi di prevenzione
come screening e vaccinazioni. Inoltre, le barriere
all’accesso ai servizi causano spesso un ritardo nelle
cure e, di conseguenza, un
maggior uso di trattamenti
d’emergenza più costosi.
Il principale ruolo
dell’Unione europea nella
politica sanitaria dei
migranti consiste nel facilitare lo sviluppo e il trasferimento delle evidenze
scientifiche e delle infor-
mazioni. In particolare,
bisogna aumentare i fondi
disponibili per nuove tecniche di ricerca, maggiore
collaborazione a livello
europeo fra centri di ricerca nazionali e maggiore
attenzione alle barriere
metodologiche per includere i dati relativi ai migranti
nei rapporti sanitari nazionali ed europei.
Di seguito, presentiamo
focus specifici sulle politiche per la salute dei
migranti in tre Paesi europei: Olanda, Spagna e
Italia.
Politiche per la salute dei migranti in Olanda
L’Olanda si differenzia dagli altri paesi dell’Unione
europea per l’attenzione sistematica che pone ai problemi della salute dei migranti. Programmi specifici
prevedono attualmente l’uso di promotori di salute
per gli immigrati che forniscono ai pazienti informazioni nella loro lingua e attuano da mediatori fra il
personale sanitario e gli immigrati. Le loro attività
sono coordinate dall’Istituto olandese per la promozione della salute e la prevenzione delle malattie. Un servizio di interpretariato gratuito (in circa cento lingue)
è inoltre disponibile per i medici generici e il personale medico e infermieristico ospedaliero.
Politiche statali più mirate includono il servizio sanitario di base per i richiedenti asilo.
In riferimento agli immigrati illegali, nel 1998 è stata
approvata la dura legge Koppelingswet, che non permette la loro iscrizione alle assicurazioni sanitarie. Gli
ospedali possono scegliere di trattare solo i pazienti la
cui vita è a rischio o le cui patologie possono costituire un rischio per la salute pubblica. Tuttavia i medici
generici ricevono un rimborso per le cure non di emergenza che somministrano agli immigrati.
Politiche per la salute dei migranti in Spagna
In Spagna la salute dei migranti e l’assistenza sanitaria loro dedicata figurano nei piani nazionali e regionali per l’integrazione dei migranti.
Il Governo spagnolo ha recentemente pubblicato il
Piano strategico per la cittadinanza e la l’integrazione
2007-2010, basato su tre principi: equità, cittadinanza
e interculturalità.
Fra i dieci principali obiettivi, quelli relativi alla salute
riguardano una migliore adesione ai bisogni degli
immigrati delle diverse politiche sociosanitarie. Gli
obiettivi specifici consistono nel garantire il diritto
alle cure, nella migliore individuazione dei bisogni e
nel fornire una formazione adeguata agli operatori
sanitari.
La maggior parte delle Regioni autonome ha inoltre
sviluppato Piani regionali per l’immigrazione, che
considerano la salute e l’assistenza sanitaria come
aree prioritarie.
56
cittadini del mondo • numero 74
cittadini del mondo
Politiche per la salute dei migranti in Italia
In Italia, la politica italiana sulla salute dei migranti è
iniziata con il Piano sanitario nazionale 1998-2000, che
conteneva obiettivi generali per garantire l’accesso
uniforme dei migranti all’assistenza medica e le vaccinazioni previste per la popolazione italiana. In quel
periodo è stato inoltre approvato il programma “Salute
degli immigrati”.
Il Psn 2001-2003 ha poi individuato diversi gruppi di
persone più vulnerabili, fra cui i migranti.
Più recentemente, il Psn 2003-2005 ha introdotto un
patto di solidarietà per garantire maggiore equità di
accesso alle cure alle categorie più svantaggiate, fra
cui i migranti.
Nel Psn 2006-2008, che riprende i principi di quello
precedente, vengono stabiliti i seguenti obiettivi per la
salute dei migranti:
aumentare i programmi di salute fra gli adolescenti
e i giovani adulti
promuovere studi sull’incidenza e prevalenza per
l’infezione da Hiv, valutare le barriere di accesso alla
prevenzione e alle cure per le malattie sessualmente
trasmesse
ridurre la crescita del tasso di aborto volontario
promuovere programmi educativi in collaborazione
con associazioni di volontariato e no-profit
stabilire interventi per proibire la pratica delle mutilazioni genitali femminili
prevenire gli infortuni sul lavoro che colpiscono
maggiormente i lavoratori immigrati.
La legislazione italiana prevede che tutti i migranti che
necessitano di cure urgenti o essenziali abbiano il diritto
di accedere ai servizi pubblici di emergenza e ricovero.
I migranti regolari, come i cittadini italiani, hanno
accesso a tutte le prestazioni offerte dal Ssn. I migranti
irregolari (illegali o clandestini) possono usufruire di
assistenza sanitaria se sono identificati e certificati
come “stranieri temporaneamente presenti” (Stp).
Secondo la legge, gli stranieri senza un documento d’identità ufficiale devono fornire il loro nome, data di
nascita e nazionalità per ricevere il numero Stp e il
codice fiscale. Generalmente l’accesso ai servizi sanitari non viene notificato alle autorità pubbliche. I
migranti in possesso del numero Stp hanno il diritto
all’assistenza sanitaria di base, all’ospedalizzazione in
caso di urgenza o meno e i trattamenti dei pazienti non
ospedalizzati.
Il ministero della Salute ha poi attivato il nuovo Centro
di riferimento nazionale per la promozione della salute
delle popolazioni migranti e il contrasto alle malattie
della povertà presso l’Istituto San Gallicano di Roma.
Il freddo devasta l’Afghanistan
Liberamente tratto da www.fao.org/newsroom/en/news/2008/1000802/index.html
a pesante ondata di
freddo che ha colpito
l’Afghanistan alla
L
numero 74
fine dello scorso dicembre
ha causato la morte di
oltre 800 persone e di circa
300 mila capi di bestiame.
Inoltre, il gelo sta creando
gravi problemi di sopravvivenza a causa del forte
aumento dei prezzi del
combustibile, dell’olio
vegetale e dei cereali: in
questo modo, infatti, l’accesso al cibo per i nuclei
familiari più poveri è
diventato quasi proibitivo.
Molte persone, soprattutto
i pastori e le loro famiglie,
hanno dovuto sottoporsi
ad amputazioni disabili-
tanti, come conseguenza
dei fenomeni di assideramento.
Le scorte di alimenti e di
medicinali scarseggiano
nelle aree le cui strade
sono rimaste bloccate dalle
ingenti nevicate.
I raccolti invernali sono
stati gravemente danneggiati, in particolare gli
ortaggi, che costituiscono
uno degli alimenti più consumati nei mesi
invernali.
57
Alta definizione
Lavorare in salute: un diritto
globale?
Raul Harari, Homero Harari, Rocio Freire
Traduzione dall’originale in spagnolo di Cristina Ciccarelli e Roberto Calisti
Riprendiamo la seconda parte della traduzione in italiano dell’articolo
“Ambiente di lavoro e ambiente di vita in Ecuador: quello che davvero serve
per migliorare”, a cura di alcuni membri dell’Ifa di Quito, l’organo scientifico ecuadoriano che corrisponde al nostro Istituto superiore di sanità. Dopo la
panoramica generale, presentata sul numero 73, sul divario esistente tra i
Paesi in via di sviluppo e i Paesi industrializzati in termini di condizioni lavorative e salute sul lavoro, gli autori illustrano alcuni interessanti casi di studio
che dimostrano come si siano sviluppate queste situazioni in Ecuador.
aspecifico. I lavoratori soffrono spesso di intossicaQuito esiste un’azienda zioni, lievi ma acute: gli effetti dell’esposizione cronidel comparto dei fitofarmaci che importa gran- ca andranno invece studiati sul medio e lungo periodi quantità di pesticidi di
diverso tipo (non esiste in- do. Da uno studio condotto
sui lavoratori dell’impresa,
fatti una produzione ecuadoriana di questi prodotti). sono emersi segni di espoL’attività dell’azienda si li- sizione elevata a pesticidi
(organofosforici e carbammita al riconfezionamento
dei preparati in contenitori mati), riduzione dei livelli
molto piccoli, da vendere al di acetilcolinesterasi e alta
dettaglio sul mercato loca- frequenza dei sintomi neurologici correlati.
le. Le condizioni di lavoro
sono del tutto precarie: non A causa delle perdite di
materia prima durante il
esistono garanzie di sicuprocesso di riconfezionarezza o di igiene e il controllo della salute dei lavo- mento, della mancanza di
controllo dell’ambiente di
ratori è minimo, formale,
Confezionare pesticidi
A
58
lavoro e della diminuzione
complessiva della produttività (l’esterno delle confezioni che dovevano essere
vendute rimaneva insudiciato dai pesticidi, la polvere dispersa nelle aree di
lavorazione arrivava fino
alle aree amministrative
dello stabilimento), l’azienda ha realizzato di propria
iniziativa una cabina aspirata che circoscrive l’area
di processo. Fermo restando che gli addetti devono
continuare ad accedervi
per le messe a punto, la
pulizia e la manutenzione,
mentre la polvere estratta
dalla cabina viene emessa
all’esterno dello stabilimento, senza alcuna filtrazione.
Attorno alla ditta ci sono
scuole e quartieri abitati
(barrios) in cui vivono alcune migliaia di persone. Uno
studio successivo alla realizzazione della cabina condotto su di un campione di
39 persone del barrio situato di fronte all’impianto
della macchina confezionatrice ha rivelato che più del
50% del campione considerato soffriva di depressione
dell’acetilcolinesterasi e dei
sintomi neurologici correlati (soprattutto i bambini).
Inoltre, nelle urine di abitanti del quartiere che non
alta definizione • numero 74
Alta definizione
aree semiaperte. L’eliminazione degli scarti di produzione avviene attraverso i
normali sistemi di raccolta
dei rifiuti domestici. Nelle
vicinanze di questo impianto vivono centinaia di
persone, con case che si
spingono fino a meno di
venti metri dal perimetro
della fabbrica. Parte dei lavoratori abita nelle vicinanze e le loro tute da lavoro, lavate a domicilio, vengono stese ad asciugare nei
cortili insieme al resto degli indumenti.
I lavoratori, per la maggior
parte terziarizzati, tendono
a rimanere in azienda per
poco tempo e sono continuamente rimpiazzati. Il
sindacato che esisteva in
questa impresa è stato eliminato più di una decina di
anni fa. Pur avendo firmato la convenzione 162
dell’Organizzazione internazionale del lavoro (relativa alla sicurezza nell’utilizzo dell’amianto), l’Ecuador
non ha sottoscritto alcuna
convenzione per eliminare
l’uso dell’asbesto. La company proprietaria dello stabilimento detiene la
Certificazione Iso 14000
riguardo alla gestione
ambientale, ma nel suo sito
web non menziona il fatto
che utilizza amianto.
Quando si fanno domande
al riguardo ai suoi funzionari, di solito ci si sente
rispondere che viene utilizLastre
zato “amianto non canceroin cemento-amianto
geno”.
I primi studi, realizzati nel
Quito c’è anche uno
1985, hanno dimostrato già
stabilimento che da
all’epoca alcuni casi di
più di trent’anni produce
lastre in cemento-amianto e asbestosi tra i lavoratori
ancora oggi mantiene alcu- dello stabilimento. Nel
ne fasi lavorative (modella- 2006, fibre di crisotilo in
tura e lucidatura) e le zone concentrazioni significative
sono state rilevate in camdi discarica dei residui di
materia prima (crisotilo) in pioni d’aria prelevati attor-
lavoravano in azienda sono
stati trovati composti organosfosforici.
In definitiva, l’azienda ha
scelto di mitigare i propri
problemi interni esportando una parte del rischio
all’esterno: le conseguenze
erano prevedibili e avrebbero dovuto essere previste. Condizioni di lavoro
deplorevoli sono andate a
riflettersi direttamente in
un deterioramento dell’ambiente circostante, senza
che nemmeno i problemi
dei lavoratori fossero realmente risolti. Non si sa
quali regole di lavorazione
abbiano imposto le ditte
produttrici che esportano i
pesticidi dai Paesi sviluppati, vendendoli alle imprese confezionatrici ecuadoriane. In ogni caso, non si
ha traccia di garanzie di
una produzione pulita e del
mantenimento di condizioni ambientali adeguate
nello stabilimento locale. I
lavoratori dello stabilimento non hanno un sindacato
e le autorità pubbliche
nazionali e municipali non
hanno finora adottato alcuna decisione riguardo al
problema che abbiamo
esposto, malgrado l’azienda sia obbligata a ottenere
una licenza ambientale
ecuadoriana per poter operare.
A
numero 74
no alle case vicine al perimetro dello stabilimento
(tramite microscopia elettronica e microscopia ottica
a contrasto di fase, con
impiego della tecnica della
dispersione cromatica).
Una ditta la cui tipologia
di attività è notoriamente
pericolosa dovrebbe assicurare un controllo particolarmente forte dell’ambiente di lavoro e della salute
dei lavoratori e, nello stesso tempo, evitare di esportare il rischio nell’ambiente
esterno. Anche in questo
caso, invece, ci troviamo di
fronte a un’impresa transnazionale con un’immagine pubblica protetta da
una certificazione ambientale. In realtà, non adempie
nemmeno agli obblighi
legati a questa certificazione che in teoria, pur non
facendo esplicito riferimento alla salute delle persone,
imporrebbe a chi la ottiene
di responsabilizzarsi per
tutto il ciclo di vita del prodotto.
Lavanderie a secco
egli ultimi anni le lavanderie a secco sono
aumentate in maniera significativa in tutto l’Ecuador, e in particolare a Quito. Una di queste, tra le più
grandi e attive da maggior
tempo, utilizza solventi organici come il benzene, il
tricloroetilene (Tce e il percloroetilene (Pce).
I primi studi realizzati fra i
lavoratori di alcuni reparti
di questa azienda hanno
messo in luce un presenza
elevata di Tce e Pce nelle
urine dei lavoratori, che
presentavano anche effetti
neurologici, tossicità epatica e leucopenia. Uno studio
N
successivo ha dimostrato
poi che le emissioni di solventi dallo stabilimento
verso l’ambiente esterno
superavano di cinque volte
i livelli consentiti in Paesi
come la Svezia e che le persone che vivevano nei dintorni soffrivano di disturbi
associabili a queste emissioni. Alcune recenti misurazioni ambientali hanno
rilevato la presenza di benzene, TCE e PCE anche al
di fuori del perimetro dello
stabilimento. Nello stesso
tempo, nelle urine di persone che abitano nei dintorni,
ma che non lavorano in
azienda, è stata rilevata
una significativa presenza
di benzene, Tce e Pce.
Agli intenti di controllo da
parte delle autorità municipali o nazionali sono seguite minacce di chiusura
della fonte di lavoro. Si
tratta di un’industria forte
e radicata nel mercato locale, che fornisce servizi
importanti. Può quindi
mantenere il suo vigore a
danno non solo dei lavoratori (che temono di essere
licenziati e, data l’età, di
avere difficoltà nel trovare
un altro lavoro), ma anche
delle persone che vivono
nei dintorni che, nonostante protestino spesso, sono
costrette a convivere con il
problema. Tutto questo
avviene nonostante, questa
volta, in azienda ci sia un
sindacato: questa circostanza da sola non basta
gli autori
Raul Harari,
Homero Harari,
Rocio Freire
Ifa-Quito
[email protected]
59
L’esposizione professionale ad asbesto
è uno dei temi di indagine
del progetto ExSol
per garantire miglioramenti, perché la disoccupazione
è una pressione o altrettanto forte della spinta dei
lavoratori a difendere i propri diritti, soprattutto se le
autorità pubbliche non li
sostengono.
Acqua “potabile”?
acqua potabile di Quito è fornita da un’impresa di proprietà municipale dotata della certificazione Iso 9001 per la qualità totale. In un’area limitrofa al distretto municipale della città sono stati trovati, nelle falde acquifere,
livelli di arsenico più alti
dei limiti consentiti. Una
popolazione che si stima
superi le 50 mila persone
ha consumato acqua attinta da queste falde per circa
vent’anni. Alcuni studi
hanno confermato un’elevata presenza di arsenico
nell’acqua erogata in rete.
Tra le persone che hanno
consumato quest’acqua, sono stati evidenziati elevati
livelli di arsenico in campioni di capelli e sono stati
segnalati casi di diabete
L’
60
con una frequenza superiore a quella rilevata in altre
aree non affette.
Di fronte alla denuncia
della gente, la risposta del
governo locale è stata
meramente difensiva e
tutto si è esaurito in una
polemica generica che non
ha toccato il tema delle
conseguenze per la salute
dei consumatori. Sono
state chiuse le prese d’acqua già note per contenere
arsenico, ma non sono stati
eseguiti controlli successivi, per cui non si è certi che
questo basti per garantire
la tutela delle persone e
dell’ambiente.
In questo caso, la popolazione si è lamentata da un
lato della mancanza di uno
studio adeguato per stimare gli effetti sanitari dell’acqua contaminata consumata in passato, dall’altro l’assenza di garanzie sulla
potabilità dell’acqua, almeno da quel momento.
Raccolta e riciclo
dei rifiuti
Quito il sistema di gestione dei rifiuti urba-
A
ni si basa su schemi antiquati: tutt’oggi, malgrado
alcuni miglioramenti organizzativi introdotti di recente, dopo una raccolta indifferenziata si procede a
una classificazione e suddivisione per tipologia di materiali, dopo di che i rifiuti
industriali spesso si mescolano con quelli domestici. Il
lavoro informale contribuisce in misura importante
ad aumentare i volumi raccolti, dato che di norma le
piccole aziende e gli artigiani eliminano i residui di
produzione insieme alla
spazzatura comune.
Uno studio realizzato da
poco tra i lavoratori che
raccolgono, classificano e
separano i rifiuti urbani di
Quito ha rilevato valori elevati di piombo nel sangue,
nonostante a Quito la benzina non contenga più
piombo da dieci anni. Per
la prima volta si è valutata
l’esposizione a metalli
pesanti in questi lavoratori. Si è scoperto che tra i
rifiuti urbani erano presenti batterie elettriche, vernici motori e parti di macchine, che i lavoratori manipolavano senza mezzi di pro-
tezione personale e soprattutto senza informazioni
riguardo al pericolo a cui
potevano essere esposti.
Per la paura di perdere il
lavoro, nessun reclamo né
da parte delle organizzazioni sindacali dei raccoglitori
dei rifiuti (che esistono tuttora), né dall’organizzazione corporativa a cui sono
associati i riciclatori.
Questo influisce in maniera
determinante nell’indebolire le spinte per l’introduzione di regole di gestione di
cui beneficerebbero non
solo i lavoratori, ma anche
l’organizzazione produttiva, la popolazione e tutto il
sistema urbano.
Piantagioni di banane
a produzione di banane
è molto importante in
Ecuador e, di fatto, il Paese
è il maggior esportatore di
banane nel mondo. Le
piantagioni sono gestite da
un insieme di grandi, medi
e piccoli agricoltori che
hanno modernizzato la produzione, senza però eliminare molti processi dannosi
per la salute e l’ambiente.
L
alta definizione • numero 74
Alta definizione
Fumigazioni manuali vengono condotte con prodotti
altamente nocivi come il
mocap e il glifosato, le fodere di materiale plastico
con cui si proteggono i caschi di banane contengono
clorpyrifos, si utilizzano
fungicidi come il carbofurano. Si realizzano anche
fumigazioni aeree per 26
settimane all’anno, tra l’altro usando mancozeb.
Spesso le case dei lavoratori si trovano dentro le stesse piantagioni o nelle zone
immediatamente limitrofe.
Dato che ci si trova in zone
tropicali, le case sono fatte
di canne e hanno bisogno
di molta ventilazione, per
cui le finestre rimangono
aperte per molte ore al
giorno, anche quando si
cucina. Le scuole hanno
permanentemente le finestre aperte e i bambini e le
bambine giocano nei cortili
durante la ricreazione.
Questa vita all’aria aperta
diventa un problema, perché le fumigazioni aeree
avvengono senza preavviso, il che impedisce di
adottare perfino le protezioni minime come chiudersi in un edificio a finestre
chiuse. La terra, le vie d’acqua e le falde acquifere
(anche quelle a cui attingono le popolazioni per uso
domestico) sono pesantemente contaminate.
Alcuni studi hanno documentato che i lavoratori
delle piantagioni di banane
ecuadoriane presentano
frequenti sintomi di intossicazione da organofosforati e carbammati, così come
del resto alcune persone
che abitano in zone interne
o vicine alle piantagioni.
In questo comparto esiste
una legislazione nazionale
specifica in materia di prenumero 74
venzione, ma in pratica
non si applica. Lo stesso
vale per norme di base
come la costituzione di
comitati paritetici di sicurezza e l’elaborazione di
regolamenti interni di sicurezza e salute nel lavoro.
Nel 2004, di 6200 aziende
ecuadoriane della produzione di banane solamente
otto avevano adottato le
norme di sicurezza e salute. Alcune delle aziende
che non rispettano la normativa (per esempio,
riguardo alle fumigazioni
per via aerea) sono peraltro
in possesso di certificazioni
di qualità ambientale.
La sindacalizzazione è
molto bassa in questo settore (solo l’1% dei 280 mila
lavoratori delle piantagioni
di banane ecuadoriane ha
un sindacato) e questo
riduce notevolmente la
capacità di difesa dei diritti
dei lavoratori.
In questo scenario, i grandi
produttori ed esportatori
condizionano i prezzi delle
forniture di banane dei piccoli produttori e li spingono ad abbassare la qualità
delle condizioni di lavoro
per mantenersi sul mercato
o ampliarlo. La recente
decisione dell’Unione
Europea di aumentare le
tariffe d’ingresso delle
banane in Europa potrebbe
aumentare questa tendenza, denominata “fino in
profondità”.
La produzione di fiori
ttualmente in Ecuador
la produzione di fiori
si realizza, oltre che nelle
aree rurali, in zone considerate urbane, o quanto
meno in zone che si considerano parte dei municipi.
A
In Ecuador ci sono più di
350 piantagioni di fiori, in
cui operano circa 50 mila
lavoratori diretti e più di
60 mila lavoratori indiretti.
Sono stati condotti studi su
lavoratori che sono stati
esposti ad almeno venti
diversi pesticidi delle classi
degli organofosforici, dei
carbammati e dei piretroidi, che si erogano due o tre
volte alla settimana sia in
serra sia nelle piantagioni
aperte, molte volte mescolandoli fra loro. Sono emersi problemi dermatologici,
neurologici e neuropsicologici e ci sono anche studi
che dimostrano un’elevata
frequenza di alterazioni
cromosomiche fra questi
lavoratori.
Un altro studio ha segnalato che le lavoratrici delle
floricolture hanno un
rischio di aborto raddoppiato rispetto a un gruppo
di donne di controllo.
Recentemente, una ricerca
ha dimostrato che i figli
delle donne esposte a pesticidi nelle floricolture
durante la gravidanza presentano alterazioni neuropsicologiche e aumento
della pressione arteriosa
sistolica rispetto a un
gruppo di bambini le cui
madri non siano state
esposte a pesticidi durante
la gravidanza. Alcune
piantagioni di fiori confinano con aree in cui ci sono
case, scuole, zone di ricreazione: da alcuni studi è
emerso che le persone che
rimangono in queste zone,
soprattutto bambini e bambine, soffrono di disturbi
correlati con la dispersione
di pesticidi.
Nelle vicinanze di alcune
piantagioni si sono verificati conflitti socioambientali a causa delle fumiga-
zioni di pesticidi che arrivavano a contaminare zone
esterne al perimetro aziendale. Il più importante,
giunto davanti alla
Difensoria del Popolo in
una città dell’interno
dell’Ecuador, ha coinvolto
un’impresa di origine svedese che possedeva cinque
certificazioni di attenzione
precauzionale all’ambiente,
alla salute e alla qualità.
Fra queste certificazioni
una, denominata Flp
(“Flower Label Program”,
ovvero “Programma
Etichette Fiori”), era avallata da imprese importatrici e sindacati tedeschi.
Di fatto, non sono poche le
imprese che rispettano a
metà le norme di sicurezza
e ricorrono alle certificazioni per dare di sé un’immagine positiva di fronte ai
consumatori di altri Paesi:
si potrebbe evitarlo se si
consentissero ispezioni
indipendenti e rigorose.
Nel comparto floricolo
ecuadoriano la sindacalizzazione è minima (meno
dell’1%) e lo Stato effettua
un controllo soltanto formale: ancora una volta, la
salute dei lavoratori e delle
popolazioni residenti è frequentemente minacciata e
non garantita da alcun
controllo.
61
Alta definizione
Alcol e droghe:
quando la dipendenza è sul lavoro
Emilio Cipriani
Nel novembre del 2007, il Governo, le Regioni e gli enti locali hanno firmato
un’intesa “in materia di accertamenti di assenza di tossicodipendenza” per i
lavoratori, che ha incluso, per la prima volta nel nostro sistema sanitario,
autisti e magazzinieri nell’elenco di quelle mansioni da sottoporre a controlli
sul consumo di droghe. Quest’articolo fa il punto sulle conseguenze del provvedimento per lavoratori e datori di lavoro, in attesa che una nuova intesa
definisca chiaramente tutte le procedure diagnostiche, mediche e legali per
attuare la sorveglianza sanitaria in ambito aziendale.
dal 1956 che i lavoratori si sottopongono alle cosiddette
“visite mediche periodiche”
obbligatorie ai sensi del
Decreto del Presidente
della Repubblica 303 del
1956. È risaputo, inoltre,
che i lavoratori soggetti
alla sorveglianza sanitaria,
per effetto dello statuto dei
lavoratori (Legge 300 del
1970, art. 5), devono essere
individuati da specifiche
norme di legge. Al primo
elenco delle mansioni indicate negli anni Cinquanta
dalle norme su apprendistato, igiene del lavoro, cassoni ad aria compressa,
È
62
cave e miniere si sono
aggiunte, nei decenni successivi, varie altre categorie di lavoratori con le
norme su silicosi e asbestosi, fanciulli e adolescenti,
rischi fisici, chimici e biologici, movimentazione
manuale dei carichi, cancerogeni, videoterminalisti,
radiazioni ionizzanti, lavoro notturno, ecc. Nella pratica comune, gli addetti al
trasporto e alla movimentazione delle merci sono
esclusi. Così almeno fino al
15 novembre 2007, quando
è stata pubblicata l’Intesa
del 30 ottobre 2007 tra il
Governo, le Regioni e gli
enti locali “in materia di
accertamenti di assenza di
tossicodipendenza”
(Gazzetta ufficiale n. 266).
Il Dpr 309 del 1990, testo
unico delle leggi in materia
di disciplina degli stupefacenti, prevede l’individuazione delle mansioni che
comportano rischi per la
sicurezza, l’incolumità e la
salute dei terzi (art. 125).
Dopo 17 anni, l’Intesa del
30 ottobre 2008, con la
classica formulazione «per
tali mansioni è obbligatoria la sorveglianza sanitaria ai sensi del combinato
disposto degli articoli 16 e
17 del D.Lgs. 626/94»,
obbliga autisti e magazzinieri a sottoporsi improvvisamente a controlli per l’accertamento di assunzione
di droghe.
La Regione Veneto ha emanato un parere secondo cui
il provvedimento è entrato
in vigore a partire dal 16
novembre 2007 (giorno
successivo alla pubblicazione in Gazzetta).
Considerate le pesanti conseguenze lavorative in caso
di positività all’accertamento, il datore di lavoro
dovrà fornire ai lavoratori
informazioni corrette e precise sull’argomento. Non
solo, però.
alta definizione • numero 74
Alta definizione
Innanzitutto non si può trascurare che tra le prescrizioni contenute nell’Intesa
del 16 marzo 2006 relative
all’alcol (vedi Snop 68,
“Quando la prevenzione
passa per la bottiglia”, e
Snop 71, “Alcol e lavoro, un
bicchiere mezzo pieno?”) e
queste relative alle droghe
ci sono delle differenze sostanziali. In primis, le due
liste delle mansioni che
comportano rischi per la
sicurezza allegate alle due
intese sono differenti.
Non solo alcune categorie
di lavoratori sono soggette
al controllo per l’alcol ma
non per le droghe: per i lavoratori soggetti alla norma sulle droghe è chiaramente indicato l’obbligo
della sorveglianza sanitaria, mentre per quelli inclusi nella norma sull’alcol
non è prevista la sorveglianza sanitaria, ma solo
la possibilità di un controllo alcolimetrico.
Informazione per tutti
Malgrado non siano ancora indicate le procedure
diagnostiche e gli esami
complementari tossicologici di laboratorio, in conseguenza della norma transitoria dell’articolo 13 che rimanda alle procedure del
Decreto 186 del 1990, il datore di lavoro deve procedere alla valutazione del rischio. In questo caso, la valutazione consisterà nell’individuare i dipendenti che
rientrano nelle «mansioni
che comportano particolari
rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute dei terzi» indicate nell’allegato
(vedi il box sottostante). Il
datore di lavoro è obbligato a riorganizzare le atti-
Mansioni che comportano particolari rischi
per la sicurezza, l’incolumità e la salute dei terzi
1) Attività per le quali è richiesto un certificato di
abilitazione per l’espletamento dei seguenti
lavori pericolosi:
a) impiego di gas tossici (art. 8 del Regio
Decreto 1927, e successive modificazioni)
b) fabbricazione e uso di fuochi di artificio (di
cui al Regio Decreto n. 635 del 6 maggio 1940)
e posizionamento e brillamento mine (di cui al
Decreto del Presidente della Repubblica n. 302
del 19 marzo 1956)
c) direzione tecnica e conduzione di impianti
nucleari (di cui al Decreto del Presidente della
Repubblica n. 1450 del 30 dicembre 1970 e
s.m.).
2) Mansioni inerenti le attività di trasporto:
a) conducenti di veicoli stradali per i quali è
richiesto il possesso della patente di guida
categoria C, D, E, e quelli per i quali è richiesto
il certificato di abilitazione professionale per la
guida di taxi o di veicoli in servizio di noleggio
con conducente, ovvero il certificato di formazione professionale per guida di veicoli che trasportano merci pericolose su strada
b) personale addetto direttamente alla circolazione dei treni e alla sicurezza dell’esercizio ferroviario che esplichi attività di condotta, verifica
materiale rotabile, manovra di apparati di sicurezza, formazione treni, accompagnamento
treni, gestione della circolazione, manutenzione
dell’infrastruttura e coordinamento e vigilanza
di una o più attività di sicurezza
c) personale ferroviario navigante sulle navi del
gestore dell’infrastruttura ferroviaria con esclusione del personale di camera e di mensa
d) personale navigante delle acque interne con
qualifica di conduttore per le imbarcazioni da
diporto adibite a noleggio
e) personale addetto alla circolazione e a sicurezza delle ferrovie in concessione e in gestione governativa, metropolitane, tranvie e
impianti assimilati, filovie, autolinee e impianti
funicolari, aerei e terrestri
f) conducenti, conduttori, manovratori e addetti
agli scambi di altri veicoli con binario, rotaie o di
apparecchi di sollevamento, esclusi i manovratori di carri ponte con pulsantiera a terra e di
monorotaie
g) personale marittimo di prima categoria delle
sezioni di coperta e macchina, limitatamente
allo Stato maggiore e sottufficiali componenti
l’equipaggio di navi mercantili e passeggeri,
nonché il personale marittimo e tecnico delle
piattaforme in mare, dei pontoni galleggianti,
adibito ad attività off-shore e delle navi posatubi
h) controllori di volo ed esperti di assistenza al
volo
i) personale certificato dal registro aeronautico
italiano
l) collaudatori di mezzi di navigazione marittima, terrestre e aerea
m) addetti ai pannelli di controllo del movimento nel settore dei trasporti
n) addetti alla guida di macchine di movimentazione terra e merci.
3) Funzioni operative proprie degli addetti e dei
responsabili della produzione, del confezionamento, della detenzione, del trasporto e della
vendita di esplosivi.
63
numero 74
64
nire le procedure diagnostiche, mediche e legali della
visita medica e gli esami
Emilio Cipriani
complementari tossicologiUlss 22 Veneto,
ci di laboratorio. Va sottolidipartimento
neato che l’Intesa (art. 3, 4
di Prevenzione, Spisal
e 5) distingue gli [email protected]
menti sanitari preventivi di
screening, in carico al medico competente, da quelli
di diagnosi di tossicodipenvità a rischio in modo che
denza, affidati alla struttunessun lavoratore possa
ra sanitaria competente
espletare queste mansioni
se non è stato inserito nella (più frequentemente i Sert).
lista dei lavoratori soggetti Il medico competente orgaalla sorveglianza sanitaria, nizza lo screening per individuare i lavoratori che asa prescindere dal tipo di
sumono anche sporadicacontratto di lavoro instaurato (art. 3, comma 2 e art. mente sostanze stupefacenti, affidandoli poi ai servizi
4, comma 1).
Tra le misure di prevenzio- specialistici per gli approfondimenti diagnostici.
ne che il datore di lavoro
deve adottare, c’è l’attività I lavoratori risultati positivi sono temporaneamente
di informazione, che deve
coinvolgere tutti i lavorato- (cioè fino alla definizione
diagnostica del Sert) non
ri dell’azienda e creare un
clima aziendale favorevole idonei a svolgere le mansioni a rischio e il datore di
che induca le persone con
dipendenza a seguire i per- lavoro ha il dovere di affidare loro immediatamente
corsi terapeutici offerti
altri incarichi. I lavoratori
dalla strutture specialistiche non si sottopongono
che. Gli indicatori per
agli accertamenti sono sanmisurare l’efficienza del
zionati con arresto fino a
sistema sono il numero di
15 giorni o con ammenda
soggetti a rischio individa 103 a 309 euro, mentre
duati e quello dei positivi
il datore di lavoro che non
ai test. Gli indicatori di
fa cessare la mansione al
risultato sono invece il
numero di soggetti avviati lavoratore inidoneo è sanzionato con 2-4 mesi di
ai percorsi terapeutici e,
arresto o con un’ammenda
con qualche difficoltà di
che può andare da 5.164 a
misura, il numero di lavoratori che hanno rinunciato 25.820 euro.
al consumo grazie alla poli- In attesa dell’accordo tra lo
Stato, le Regioni e le
tica aziendale adottata.
Province autonome (art. 8,
comma 2), che dovrà definire le procedure diagnostiLa sorveglianza
che, mediche e legali (comL’organizzazione della sor- prese le modalità di prelievo, conservazione e catena
veglianza sanitaria prevista dalla norma è comples- di custodia dei campioni
per l’accertamento di
sa, ma comunque praticaassunzione di sostanze stubile. Rimane il problema
della mancata emanazione pefacenti), alcune indicadell’accordo che dovrà defi- zioni utili possono venire
l’autore
dal Decreto ministeriale
186 del 12 luglio 1990 (pubblicato sulla Gazzetta
Ufficiale 163 del 14 luglio
1990).
In realtà, il Decreto 186/90
è stato in gran parte abrogato dal Dpr 171/93 e la
parte rimasta in vigore
riguarda le procedure clinico-anamnestiche, in verità
dettate a suo tempo per
l’accertamento dell’uso abituale di stupefacenti e non
per un’assunzione anche
sporadica, come è richiesto
nel nostro caso. Il medico
competente dovrebbe così
cercare elementi come trattamenti documentati, segni
di assunzione, sintomi fisici e psichici, sindrome da
astinenza, certamente poco
adatti all’individuazione
dei consumatori delle
sostanze stupefacenti in
uso oggi, ben diverse dall’eroina per endovena del
passato.
Quello che la legge, gli
imprenditori e i cittadini
vogliono evitare sono infortuni e incidenti causati dall’assunzione di stupefacenti. Per il momento i soggetti chiamati a intervenire
sono i datori di lavoro e i
medici competenti.
L’imprenditore deve valutare il rischio, informare i
lavoratori e comunicare al
medico competente l’elenco
dei soggetti da sottoporre
alla sorveglianza sanitaria.
Il medico dovrà invece istituire o aggiornare la cartella sanitaria e di rischio,
effettuando un’anamnesi
mirata, anche ricercando
gli elementi del Decreto
186/90, utilizzando nei confronti del soggetto l’approccio del colloquio motivazionale o counselling
breve.
Questa fase iniziale di ap-
plicazione della norma, in
cui non c’è indicazione degli accertamenti specifici
per l’accertamento dell’assunzione di sostanze stupefacenti, dovrebbe essere
sfruttata per ottenere i migliori risultati possibili nell’interesse della sicurezza.
La trasparenza delle procedure definite e l’affermazione che l’azienda intende osservare correttamente la
norma rappresentano di
per sé un forte deterrente
al consumo sporadico: anche i consumatori abituali,
che non siano ancora dipendenti, potrebbero quindi essere indotti a cambiare
le proprie abitudini.
alta definizione • numero 74
Alta definizione
Clima che muta,
zanzara in arrivo
Autori vari
Fra le specie animali recentemente introdotte in Italia la zanzara tigre è certamente una delle specie che ha avuto un impatto significativo. Nell’arco di un
decennio si è diffusa in modo formidabile, anche grazie al vantaggio ecologico
conferitole dalle recenti variazioni climatiche. È molto importante monitorarne la diffusione, vista anche la sua capacità di funzionare da vettore per diversi virus patogeni. In questo contesto si inserisce questo studio per lo sviluppo
di una modellistica di popolazione in grado di rapportare le condizioni meteoclimatiche alla diffusione della zanzara e al suo impatto sulla collettività.
egli ultimi quindici
anni, la scena climatica italiana ha
visto imporsi una forte
variabilità stagionale, in
termini sia di temperatura
sia di precipitazioni.
Questo ha avuto un forte
impatto ambientale su
tutto il territorio nazionale,
soprattutto a livello delle
comunità di specie animali
e vegetali presenti nei vari
biotopi italiani (ovvero,
nelle aree in cui le condizioni fisico-chimiche e
ambientali sono costanti).
Un ulteriore fattore di squilibrio ambientale è stato
l’ingresso in Italia di popo-
N
numero 74
lazioni di specie animali e
vegetali provenienti da territori extraeuropei (allogeni), grazie all’intensificazione degli scambi commerciali dovuti al processo di
globalizzazione in atto.
Uno degli esempi classici
per questo tipo di fenomeni
è certamente la straordinaria diffusione in ambito
urbano di Aedes albopictus,
più nota come zanzara
tigre.
Di origine asiatica, è stata
segnalata per la prima
volta nel settembre del
1990 a Genova. A distanza
di poco tempo è stata avvistata in provincia di
Padova e oggi ha colonizzato le Regioni italiane da
Nord verso Sud, spostandosi con rapidità inaspettata (vedi figura 1 nella pagina successiva).
La teoria più accreditata
ritiene che Ae. albopictus si
sia diffusa in gran parte
dei continenti attraverso il
commercio di copertoni
usati.
La femmina gravida depone le uova all’interno di
piccole raccolte temporanee di acqua stagnante. Le
uova vengono deposte
poco sopra il livello dell’acqua e sono in grado di
resistere anche a lunghi
periodi di disseccamento e
al rigore invernale.
Infatti, le uova del genere
Aedes sono in grado, gra-
L’ampia bibliografia di questo articolo, qui sacrificata
per motivi di spazio, può essere richiesta direttamente
agli autori, via e-mail, oppure si può scaricare dal sito
www.zanzaratigreonline.it
65
Figura 1
Aree di diffusione della zanzara tigre
in Europa (immagine di E. Sholte
e F. Schaffner, 2007,
modificata da C. Venturelli,
marzo 2008)
presunto
negativo
66
presunto
positivo
zie alla loro particolare
struttura, di resistere al
disseccamento ritardando
la schiusura anche di
parecchi mesi.
Durante l’estate, più favorevole allo sviluppo, la
maggior parte delle uova
schiudono appena sommerse dall’acqua. Con l’accorciarsi delle giornate e
quindi delle ore di luce
(fotoperiodo), le femmine
delle ultime generazioni
vengono indotte a ibernare
rimanendo in una sorta di
stato di quiescenza (diapausa embrionale). Le
uova riescono così a
sopravvivere anche a temperature molto basse.
L’induzione della diapausa
è fortemente influenzata
dalla temperatura: nelle
aree temperate, le femmine
di Ae. albopictus sono
indotte a produrre uova
diapausanti da un fotoperiodo inferiore alle 13-14
ore di luce e si riattivano
solo in presenza dello stesso numero di ore di luce.
Ulteriori studi condotti a
Roma tra il 1998 e il 2000
hanno evidenziato che il
positivo
specie
eliminata
ciclo biologico della specie
si riattiva in presenza di
11,5-12 ore di luce, con
temperature superiori ai
10 °C.
l’acqua che poi ristagna
per almeno una settimana:
bottiglie, barattoli, cavità
di alberi, lattine, bicchieri,
annaffiatoi, secchi, bacinelle, sottovasi, bidoni,
vasche, teli di plastica,
abbeveratoi per animali,
Casa dolce casa
grondaie otturate, piante
Nel paese di origine, i foco- in idrocoltura, pneumatici,
lai larvali di zanzara tigre anfore e rocce ornamentali.
In ambito urbano i luoghi
sono rappresentati da
maggiormente a rischio
cavità nel tronco degli
per lo sviluppo di zanzara
alberi, incavi delle ascelle
tigre sono le abitazioni con
foliari di grosse piante,
cavità dei bambù spezzati, cortile o giardino, i parchi
(giardini e spazi verdi di
piccole pozze tra le rocce.
ampie dimensioni), i vivai
Grazie alla sua grande
capacità di adattamento ad (inseriti in ambienti urbani), i piazzali con o senza
ambienti diversi, questa
verde (parcheggi privati a
zanzara è riuscita nel
tempo a colonizzare prima uso pubblico, zone di carico e scarico all’interno
gli insediamenti umani
delle aree produttive, ecc).
confinanti con la foresta,
poi gli ambienti suburbani A livello domestico, i maggiori focolai sono i tombini
e urbani: elemento deter(40,8%) e i sottovasi
minante, la presenza di
(30,8%).
piccoli contenitori legati
Le aree private contribuiall’attività umana.
scono in modo determinanOltre ai tombini (caditoie
stradali, pluviali del tetto) te alla colonizzazione e
all’insediamento della zanpredilige quei luoghi in
zara tigre, per quanto precui, grazie alla pioggia o
all’azione dell’uomo, si rac- senze massicce dell’insetto
coglie accidentalmente del- siano state riscontrate
anche in zone assolate e
prive di verde.
La presenza di zanzara
tigre sul territorio è oggetto di numerosi studi non
solo per il fastidio arrecato,
proporzionale alla densità
dell’insetto, ma soprattutto
per il fatto che Ae. albopictus è capace di trasmettere
verticalmente e orizzontalmente il virus della dengue
e altri importanti arbovirus agenti di malattie
umane.
Inoltre, il suo comportamento molesto nei confronti dell’uomo e l’attività
diurna (diversamente da
altre specie di Culicidi) lo
ha fatto rapidamente
diventare uno degli oggetti
di ricerca più interessanti.
L’aumento delle temperature medie e delle precipitazioni primaverili ed estive
in atto favorisce sempre di
più lo sviluppo e la persistenza di popolazioni di
zanzare, vettori di virus
tipici di Paesi centroafricani, dell’America centrale,
del Sudamerica e del
Sudest asiatico: aumenta
così il rischio sanitario non
alta definizione • numero 74
Alta definizione
solo a livello globale, ma
anche nei Paesi europei che
si affacciano sul
Mediterraneo. Ne è una
dimostrazione il focolaio
epidemico di febbre
chikungunya che si è sviluppato nella Provincia di
Ravenna, Forlì-Cesena e
Rimini durante l’estate del
2007 (vedi Snop 73). Il
virus, giunto sul territorio
italiano tramite un viaggiatore proveniente dal subcontinente indiano, ha contagiato attraverso il suo
vettore più probabile, ovvero la zanzara tigre, 214 persone (casi accertati con
esami di laboratorio).
Con la nota del 20 novembre 2007, il ministero della
Salute ha dichiarato conclusa l’epidemia: «in relazione all’epidemia di febbre
chikungunya occorsa nell’agosto 2007 in alcune aree
della Regione Emilia Romagna (province di Ravenna, Cesena-Forlì e Rimini),
gli autori
Roberto Vallorani,
Alfonso Crisci,
Gianni Messeri,
Bernardo Gozzini
Istituto di Biometerologia
del Cnr, Firenze
[email protected]
Claudio Venturelli,
Silvia Mascali Zeo
dipartimento di Sanità
pubblica, Ausl Cesena
cventurelli@
ausl-cesena.emr.it
Paola Angelini
Assessorato politiche
per la salute, Regione
Emilia Romagna
pangelini@regione.
emilia-romagna.it
numero 74
si comunica che, in accordo
con quanto condiviso con
l’Organizzazione mondiale
della sanità e il Centro europeo per la prevenzione e
il controllo delle malattie,
si dichiara la Regione Emilia Romagna non più a rischio di trasmissione per il
virus chikungunya, poiché
l’ultimo caso confermato risale al 28 settembre scorso.
Il ministero della Salute e il
Ccm stanno elaborando un
Piano nazionale per la lotta
all’Aedes albopictus, dal
momento che non si può
escludere la trasmissione
verticale del virus alla progenie di larve di zanzare
che si schiuderanno in primavera. La sorveglianza
dei casi rimane ancora in
corso».
Nel frattempo, l’Emilia
Romagna ha elaborato un
proprio protocollo operativo di lotta alla zanzara
tigre (sottoposto a un confronto con i maggiori
esperti europei il 21 e 22
gennaio 2008), per affrontare la problematica coinvolgendo le Ausl e i Comuni
regionali.
Entra in scena
la modellistica
Presso l’Isituto di
Biometeorologia del Cnr
(Ibimet) è stato sviluppato
il modello di dinamica
della popolazione basato
su ingressi meteorologici,
denominato BiTE
(Biometeorological Tiger
mosquitoes Estimator).
Questo modello è stato
mutuato e adattato per la
zanzara tigre a partire da
un lavoro fatto in
Argentina su una specie
vicina a questa.
Il modello fornisce l’evolu-
zione giornaliera di una
comunità di zanzare, che si
sviluppa a partire da un
determinato numero di
focolai larvali (BS breeding
sites), inseriti in un contesto ambientale omogeneo e
con uguali caratteristiche
fisiche, in termini di consistenza numerica di cinque
fenofasi (uova, larve, pupe,
adulti e uova deposte).
Nel modello, queste evolvono seguendo un approccio
deterministico-stocastico. I
tassi termodinamici di sviluppo, i processi regolatori
e l’evoluzione delle fenofasi
vengono modellati secondo
un processo aleatorio di
natura poissoniana e simulati attraverso un’opportuna tecnica numerico-statistica. In questo lavoro il
modello ha un dipendenza
meteo, data dalla temperatura media giornaliera.
Lo scopo di questo lavoro
è quello di verificare proprio con un approccio
modellistico se la bioclimate envelope, ovvero la componente climatica della
nicchia ecologica occupata
da Aedes, sarà capace di
sostenere lo sviluppo e l’insediamento stabile di questa specie. Inoltre si vuole
verificare se gli scenari climatici previsti per i prossimi anni sono tali da giustificare una maggiore o
minore diffusione di questa zanzara.
Sono state effettuate una
serie di simulazioni di popolazione, sia per ambienti
urbani a basso grado di colonizzazione (BS=50), sia
per quelli ad alta densità di
colonie di Ae. albopictus
(BS=150). Il periodo preso
in considerazione è stato il
decennio 1996-2006 e sono
state utilizzate le serie storiche dell’Ufficio centrale di
ecologia agraria (Ucea) di
alcune località rappresentative del clima del territorio
nazionale.
La scelta di questo decennio è stata principalmente
guidata dal fatto che i cambiamenti climatici osservati in questo periodo sono
evidenti e possono essere
utilizzati per verificare la
sensibilità climatica del
modello. Sono state anche
valutate le potenzialità di
sviluppo dell’insetto nei
prossimi decenni a partire
da un insieme di proiezioni
climatologiche (scenari climatici) ottenute nell’ambito
del programma Climagri
(Cambiamenti climatici e
dell’agricoltura), finanziato
dal ministero delle Politiche agricole e forestali.
Le serie di simulazioni
sono state ottenute con una
tecnica di downscaling statistico, a partire dai due
scenari Sres-Ipcc
(Rapporto speciale sugli
scenari di emissioni
dell’Intergovernmental
Panel on Climate Change):
uno con la prospettiva di
emissioni di gas serra
medio-alte (A2) e l’altro con
emissioni medio-basse (B2).
È emerso un evidente trend
di crescita, chiaramente più
marcato nella modalità con
BS=150 (figura 2 della
pagina successiva). Il
modello mostra quindi una
notevole sensibilità alle
variazioni termiche.
Scenari futuri
Da una prima analisi appare particolarmente critica
la scelta del numero di
focolai (BS), che descrive il
grado di ricettività ambientale. Infatti l’aumento del
numero medio di uova
67
numero medio di uova deposte
Roma - simulazioni con il modello BiTE alimentato da osservazioni
meteo Ucea 1996/2006
Infestazione di una popolazione omogenea di zanzara tigre a basso ed elevato grado
di colonizzazione
Figura 2
Simulazione
del numero medio
annuo di uova
deposte nel decennio
1996-2006
attraverso il modello
biometeorologico
BiTE
(linea continua nera:
BS =150;
linea continua
grigia: BS=50;
linee tratteggiate:
linea di tendenza)
anni osservazione
numero uova deposte
Roma - simulazioni con il modello BiTE su scenario climatico A2 Ipcc - 2010/2050
Infestazione di una popolazione omogenea di zanzara tigre a basso ed elevato grado
di colonizzazione
anni scenario
Figura 3
Previsione del numero medio annuo di uova deposte per il periodo 2010-2050, ottenuta
con il modello BiTE a partire dallo scenario Ipcc A2 (BS =150 e BS=50)
68
deposte è molto sensibile a
questo parametro, come
dimostra anche l’incremento di uova deposte previsto
per il 2003, decisamente
più evidente nella modalità
BS=150 (figura 2).
In definitiva, Ae. albopictus
si è dimostrata sensibile
all’aumento delle temperature soprattutto in aree,
come per esempio quelle
urbane, dove fattori antropici come il notevole
apporto idrico artificiale
garantiscono un’elevata
predisposizione all’infestazione.
Le successive simulazioni,
eseguite a partire da due
scenari Ipcc (A2 e B2),
hanno confermato le indicazioni ricavate dall’analisi
del decennio 1996-2006.
Nei prossimi 40-50 anni ci
possiamo attendere un’ulteriore diffusione di questa
specie, con un incremento
particolarmente marcato a
partire dagli anni successivi al 2035 (figura 3 e figura 4).
alta definizione • numero 74
Alta definizione
numero uova deposte
Roma - simulazioni con il modello BiTE su scenario climatico B2 Ipcc - 2010/2050
Infestazione di una popolazione omogenea di zanzara tigre a basso ed elevato grado di colonizzazione
anni scenario
Figura 4
Previsione del numero medio annuo di uova deposte per il periodo 2010-2050,
ottenute con il modello BiTE a partire dallo scenario Ipcc B2 (BS =150 e BS=50)
Questo lavoro preliminare
nasce dall’esigenza di verificare le potenzialità di sviluppo della Ae. albopictus
nei prossimi anni, considerando i cambiamenti climatici che potrebbero interessare gran parte del nostro
pianeta. Dall’attività di
ricerca svolta finora appare
evidente che la diffusione
di questa zanzara è sensibi-
le alle variazioni termiche e
che saranno proprio le aree
a maggior predisposizione
all’infestazione a subire
maggiormente gli effetti
dei cambiamenti climatici.
Questo dato è particolarmente rilevante se si considera che tra le aree a maggiore predisposizione ci
sono le zone urbane, densamente popolate.
La diffusione della zanzara
tigre è una variabile da
monitorare con cura,
soprattutto perché rappresenta un efficace vettore
nella diffusione di malattie
come la febbre di dengue.
In futuro verranno
approfondite tematiche inerenti i possibili siti di diffusione della Ae. albopictus e
di come le variazioni del
regime pluviometrico associati a quelli termici, possono condizionare l’espansione di questa zanzara.
Questi studi e previsioni
inoltre devono andare di
pari passo con il perfezionamento del modello di
dinamica delle popolazioni
di cui disponiamo e che al
momento è oggetto di verifiche con i dati osservati.
69
numero 74
Alta definizione
Guadagnare salute:
chi ben comincia…
Adriano Cattaneo
Promuovere un’alimentazione sana e un’attività fisica regolare sono tra i
principali obiettivi di “Guadagnare salute”, il programma approvato dal Governo nel maggio del 2007. Ma da quando bisogna cominciare a intervenire
per contrastare più efficacemente la diffusione dell’obesità? Secondo i dati più
recenti, sembra che i giochi siano quasi del tutto conclusi ben prima dell’età
scolare, già nel periodo fetale e neonatale: occorre quindi anticipare gli interventi al periodo della gravidanza e ai primi 2-3 anni di vita, coinvolgendo consultori, ostetriche, pediatri, asili nido, associazioni di genitori, mass media.
er prevenire l’obesità, il programma
di governo
“Guadagnare salute” propone, con un giusto
approccio intersettoriale,
alcune strategie e ipotesi di
intervento per promuovere
un’alimentazione sana e
l’attività fisica.
Fatta eccezione per la promozione dell’allattamento
al seno, tutte le altre strategie sono rivolte ai bambini
della scuola dell’obbligo
(gli asili sono citati solo
due volte, per la ristorazione e l’attività fisica), oltre
che agli adulti di ogni età.
“Guadagnare salute” preve-
P
70
de un programma specifico
in collaborazione con la
scuola, ma nessun intervento specifico con i consultori familiari, per esempio. Eppure ci sono prove
sempre più convincenti che
i giochi siano quasi del
tutto conclusi ben prima
dell’età scolare, già nel
periodo fetale e neonatale.
Esistono in fatti numerosi
fattori che in queste fasi
sembrano quasi “programmare” l’alimentazione nelle
età successive: l’indice di
massa corporea preconcezionale, la nutrizione della
gestante (cioè l’equilibrio
tra quello che mangia e
quello che consuma in gravidanza), il peso alla nascita in relazione all’età gestazionale, il tipo, la quantità
e le proporzioni relative di
carboidrati, grassi e proteine assunti dal feto e dal
neonato, il modo in cui il
neonato mangia e regola,
attraverso complessi meccanismi ormonali, il suo
appetito e la distribuzione
dei pasti, l’esclusività e la
durata dell’allattamento al
seno. È molto probabile che
un bambino più grande e
un adulto regolino la loro
alimentazione sulla base di
cosa, quanto e come mangiano al momento in cui
finiscono lo svezzamento
(anche se sarebbe meglio
parlare di alimentazione
complementare al latte
materno), integrandosi
nella dieta della famiglia.
Per quanto le prove siano
meno stringenti, è probabile che anche i livelli di attività fisica futura siano
“impostati” nello stesso
periodo. Ci sono infatti dei
comportamenti dei genitori
che possono influire negativamente sullo sviluppo
futuro di una sana attività
fisica del bambino: tenere il
neonato in posizione supina anche quando è sveglio,
impedendogli di inarcare il
alta definizione • numero 74
Alta definizione
tronco e sollevare la testa,
sdraiarlo in carrozzella
anche quando potrebbe
essere messo in condizione
di rotolare e muoversi liberamente al suolo, costringerlo in seggiolini e spazi
limitati invece di lasciarlo
libero di gattonare in spazi
aperti e sicuri, scarrozzarlo
su un passeggino impedendogli di muoversi e camminare autonomamente, parcheggiarlo davanti alla
televisione per calmarlo e
distrarlo.
Che fare, allora?
Se si devono anticipare gli
interventi al periodo della
gravidanza e ai primi 2-3
anni di vita, è evidente che
diventa necessario coinvolgere le persone e le istituzioni che si occupano di
queste fasi della vita: non
solo i già citati consultori
familiari, ostetriche e ginecologi, pediatri e infermieri, ma anche il personale
degli asili nido, le associazioni di genitori, i mezzi di
comunicazione, gli enti
locali. Purtroppo non è
chiaro quali siano gli interventi efficaci, sia perché
finora la ricerca si è concentrata (come anche
“Guadagnare Salute”) sui
bambini in età scolare, sia
perché, in ogni caso, è difficile condurre studi control-
l’autore
Adriano Cattaneo
Centro collaboratore
dell’Oms per la salute
materno-infantile,
Irccs “Burlo Garofolo”,
Trieste
[email protected]
numero 74
Guadagnare salute:
occhi puntati sui bambini
Nell’ambito di “Guadagnare salute” e
del Piano nazionale di prevenzione, il
Ccm e le Regioni hanno affidato al
Centro nazionale di epidemiologia,
sorveglianza e promozione della
salute dell’Iss il coordinamento di
“OKkio alla Salute”, progetto per la
realizzazione di un sistema di indagini sulle abitudini alimentari e sull’attività fisica dei bambini delle scuole
primarie.
Obiettivo generale del progetto sarà
orientare la realizzazione di iniziative
utili ed efficaci per migliorare le condizioni di vita e di salute dei ragazzi tra
i 6 e i 17 anni.
All’Iss-Cnesps spetterà il compito di
definire e mettere a regime un sistema nazionale di raccolta dati, coinvolgendo anche le Regioni, che consenta di acquisire informazioni su alcuni
parametri antropometrici, abitudini
lati rigorosi su questi temi.
La mancanza di prove d’efficacia, tuttavia, non giustifica l’inazione. È probabile
che anche alla prevenzione
dell’obesità in età prescolare si possano applicare
alcuni principi che, se non
garantiscono l’efficacia, per
la meno la favoriscono.
Innanzitutto, si potrebbero
allestire dei kit di buone
pratiche da usare per formare gli operatori e informare i cittadini sull’alimentazione e l’attività fisica in
gravidanza e nei primi tre
anni di vita. Per l’alimentazione, e soprattutto per l’allattamento al seno, non
manca certo la letteratura
sulle prove d’efficacia, mentre il buon senso e la fisiologia ci aiuteranno a inserire nel kit pratiche salutari
per la dieta della gestante e
l’alimentazione comple-
alimentari e attività fisica in
questa fascia
d’età.
Per sapere che cosa mangiano e
quanto si muovono i bambini, la scuola rappresenta certamente il luogo
ideale per la raccolta delle informazioni. In vista di una possibile evoluzione
del progetto verso un vero e proprio sistema di sorveglianza (cioè una raccolta continua nel tempo finalizzata all’azione) è stato quindi sviluppato un
sistema che permetta la raccolta dei
dati nelle scuole, che sia sostenibile
nel tempo ed efficace nel guidare gli
interventi di sanità pubblica.
Per maggiori dettagli, si possono consultare le pagine di EpiCentro dedicate al progetto:
www.epicentro.iss.it/okkioallasalute/
default.asp
mentare. Il lavoro è più
complesso riguardo all’attività fisica, ma grazie alla
collaborazione di esperti in
sviluppo motorio dei bambini piccoli si potrà identificare una serie di pratiche
da promuovere.
Le buone pratiche inserite
nei kit dovrebbero poi essere oggetto di un monitoraggio: occorrerà quindi trovare dei sistemi semplici e
fattibili, ma anche degli
indicatori antropometrici
in gravidanza e fino a tre
anni di età che ci permettano di seguire la distribuzione e la tendenza del
sovrappeso e dell’obesità.
Alcuni dei dati di questi
sistemi di monitoraggio
possono essere raccolti routinariamente, per esempio
dai pediatri di famiglia e
nei consultori familiari,
mentre altri dipenderanno
dalla realizzazione di
inchieste a campione.
Allargando lo sguardo, si
potrebbero istituire tavoli
intersettoriali nazionali,
regionali e locali che sottoscrivano dei “patti” con
obiettivi, contenuti e strumenti comuni, in modo che
operatori e utenti parlino la
stessa lingua e non vi siano
messaggi contradditori.
Inoltre, alle azioni di promozione andrebbero affiancati interventi di protezione, basati su politiche e
leggi che creino un ambiente favorevole all’adozione
di comportamenti salutari
(non a caso, nel paragrafo
dedicato all’allattamento al
seno “Guadagnare Salute”
sottoliena la necessità di
applicare integralmente il
Codice internazionale sulla
commercializzazione dei
sostituti del latte materno),
71
e interventi di sostegno,
per fornire agli operatori
competenze tecniche e di
counselling che permettano
di affrontare efficacemente
ostacoli e problemi a livello
individuale.
In definitiva, gli interventi
non dovranno limitarsi a
campagne generiche di
informazione, con spot
televisivi, diffusione di
poster, distribuzione di
opuscoli o iniziative simili,
soprattutto se non indirizzate a target di popolazione
specifici. Anche le migliori
campagne di questo tipo,
infatti, si sono spesso
dimostrate inefficaci e servono più a promuovere chi
le promuove che a modificare stili di vita salutari,
soprattutto quando questi
non sono oggetto anche di
protezione e sostegno.
Interventi per tutti
È ormai ben noto che l’obesità non si distribuisce in
maniera egualitaria e,
come molte altre condizioni, colpisce soprattutto i
più poveri, i meno istruiti,
quelli che vivono più a sud
(in Italia e nel mondo),
quelli che non si sanno
difendere dalla pubblicità,
quelli che non si possono
permettere le poche calorie
per euro fornite da frutta e
verdura, quelli che abitano
in quartieri dormitorio
dove fare una passeggiata
può essere un’impresa. Se
sappiamo poco dell’efficacia degli interventi per la
prevenzione dell’obesità,
sappiamo ancora meno di
quella degli interventi per
ridurre le diseguaglianze.
Ma anche in questo caso ci
aiutano il dovere di agire
anche senza prove d’efficacia e l’impianto fortunatamente equo (almeno in teoria) del sistema sanitario.
Per esempio, non è pensabile favorire cambiamenti
differenziali (che favoriscano maggiormente i meno
privilegiati) degli stili di
vita senza interventi strutturali e legislativi: sulle
abitazioni, sul traffico,
sulla separazione tra pedoni o ciclisti e mezzi motorizzati, sulla produzione e
sui prezzi, sul marketing,
sulle tasse, sulla distribuzione del reddito. Un altro
elemento su cui bisogna
sicuramente agire su quelle
barriere e quegli ostacoli
che rendono difficile adottare un’alimentazione sana
e una regolare attività fisica ai ceti sociali più svan-
taggiati: non solo i costi,
ma anche distanze, liste
d’attesa, restrizioni dei
benefici di maternità. Si
dovrebbero invece offrire
attivamente delle “occasioni di salute” alle fasce della
popolazione particolarmente difficili da raggiungere,
come gli adolescenti, i
disoccupati, gli immigrati,
i disabili, le famiglie molto
numerose. Evitando invece
quelle iniziative a cui accetteranno di partecipare solo
i più ricchi e istruiti.
“Guadagnare Salute” può
essere una buona base di
partenza. Ma si può e si
deve andare oltre, pensando soprattutto a gestanti e
bambini in età prescolare e
facendo sì che alla base di
qualsiasi intervento ci sia
sempre l’obiettivo di eliminare le diseguaglianze.
72
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Numero 74 marzo 2008