RICERCHE
STORICHE
Ri vista · di storia della Resistenza reggiana
REGGIO EMILIA
Istituto per la Storia della Resistenza e della Guerra di Liberazione
1976
RICERCHE
STORICHE
quadrimestrale
dell'Istituto
per la storia della Resistenza
e della. guerra di Liberazione
in provincia di Reggio Emilia
SOMMARIO
Rivista
ANNO IX
N. 28 - LUGLIO 1976
Comitato di Direzione
Dino Felisetti
Annibale Alpi
Ermanno Dossetti
Aldo Magnani
Mons. Prospero Simonelli
Gismondo Veroni
Direttore Responsabile
Giannino Degani
Comitato di Redazione
Renzo Barazzoni, Ettore Borghi,
Carlo Galeotti, Sergio Morini,
Vittorio Franzon!
LAURA SPINABRLI
I partiti po·litid durante la Resistenza
a Reg'gi'O Emilia
GIANNINO DEGANI
L'opposizione a1 fas'cismo nella stampa reggiana (Hl) .
pago
3
45
DOCUMENTI E TESTIMONIANZE
EHCOI.:E CAiMURANI
Da'M'e carte di Meuooio tRlu~ni .
LINO FERHEHI
La tesit!imonli'anZ1a di un TuoHato .
7'3
NOTE E DISCUSSIONI
Segretario
Guerrino Franzini
Amministratore
Bruno Caprari
DIREZIONE, REDAZIONE,
AMMINISTRAZIONE
Piazza S. Giovanni, 4
Telefono 37.327
c.c.p. N. 25/21320
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FRANCE8CO BELLENTAlNI
Come Prampolin.i «difese.,
,giornale
il 'Suo
Altri dati sul'l'apporto reggiano a'I,la
gue,rra dii 'uihelraZ1i-one .
ATTI E ATTIVITA' DELL'ISTITUTO
L'Ass·emblela 'anlniua.I'e d~i socli
StLmpa
Tecnoslampa - Via G. Bodoni, 4
Editore proprietario
Istituto per la Storia della Resistenza
e della guerra di Liberazinne
in provincIa di Reggio Emilia
Registrazione presso il Tribunale di
Reggio E. n. 20 in data 18 marzo 1967
819
91
Lo statuto
La collaborazione alla rivista è fatta
solo per invito o previo accordo con
la direzione. Ogni scritto pubblicato
impegna politicamente e scientificamente l'esclusiva responsabilità dell'autore. I manoscritti e le fotografie
non si restituiscono.
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RECENSIONI
LLloi,ano B·er.gon:Zin'i, La fotta armata
(,in Emiill,ia-Romagn.a) (G. F.); Crisi
della cultura e dialettica delle idee
(in 'Emlill'ia-Romagna), (R. G.); Gilsmondo V,emni, Azione partigiana - Racconti
di tempid'Hficili, (A. Z.); Anatoilij la-
Sui monti d'Italia, memode di
un garibaldino .russo, (,G. F.); Isrte
Gagos's,i, Da piccola italiana a parUgiana combattente, (G. F.)
:ra,SSOV,
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I PARTITI POLITICI DURANTE LA RESISTENZA
A REGGIO EMILIA
Il presente studio di Laura Spinabelli è stato presentato al 3° Concorso
per studi storici inediti, lanciato nel 1973 dell'Istituto.
La Commissione lo ha giudicato meritevole del 3° premio.
Anch'esso, pertanto, viene pubblicato integralmente dalla nostra rivista. Sono stati omessi soltanto i documenti non inediti.
CAPITOLO I
La sera del 25 luglio anche a Reggio si apprese che Mussolini aveva ra,ssegnato le dimi,ssioni da capo del gov'etno: come in molte altre città ita:liane ~a
notiZlia provocò molto entuSlia'smo da parte della popolazione convinta che con
la caduta di Mus'Solini si 'Sarebbe conclusa non solo la triste epoca del tasdsmo,
ma la guerra stessa. A smorzare in parte l'entusiasmo generale contri'bul la consapevoilezza che l'allontanamento di MussoHni non era stato provocato direttamente da quei moti popolari ahe però sin dal marzo 43 ed anche prima (1)
avevano dimostrato che il popolo voleva uscire dalla guerra.
La classe operaia già alla fine del '42 si era resa conto che la guerra era
ormai persa, ohe non si poteva più andare ciecamente incontro alla catastrofe e
che bi.sognava perciò in qualche modo s'congiurarla. 11 regime di Mussolini non
godeva più a:lcuna fiducia lin quanto già ne'll'autunno del '42 era chiaro che tutte
le prospettive su11e quali si era fondato 1'intervenvo in guerra costituivano qualcosa di irreaHzzabNe: per questo il regime appariva sempre più basato solamente
sugli slogans e su massime prive di 'Ogni verità per cui veniva a mancare completamenne 1'adesione popolare (2).
Il completo disastro registrato sui campi di battaglia concretizzato neJ1a
distruzione del corpo di spedizione in Russia e nella capitoilazione in Tumsia,
aveva tivdato il vuoto completo e la mancanza asso:luta di preparazione dietro aMa
demagogia imperante (3).
Anche i reggiani non avevano voluto nella grande maggrroranza la guerra
ed avevano aocolto ila notizia senza slando ,alcuno: molti di essi pertanto si consideravano estranei aJIa pdlitica voluta da Mussolini e dal partito fascista consideratigiustamente i soli veri l1esponsabili di quanto ,era accaduto. Gran parte
degli italiani avevano palesemente dimostrato di volere la pace: nel '36 l'accordo
( 1) A Reggio, alla fine del maggio 1942 si ebbe il primo sciopero spontaneo, organizzato
dalle operaie della 3 M per riottenere il riconoscimento della giornata festiva domenicale.
Anche se represso immediatamente dalla polizia, lo sciopero significò una rottura clamorosa
di masse lavoratrici femminili con il regime fascista. (Confr. Ricerche Storiche, anno VI,
n. 16, mag~o 1972).
(2) F. W. DEAKIN, Storia della Repubblica di Salò, Torino, Einaudi, 1963, pago 7.
(3) L. SALVATORBLLI, Situazione interna e internazionale dell'Italia nel I semestre
del 1943, in: «Il Movimento di Liberazione in Italia », anno VII, n. 34-35, luglio 1955 pago 7.
4
di Monaco era stato accolto con entusiasmo e da ciò «emergeva chiar.amente la
volontà di pace del paese» (4).
Sin dall'inizio della guet<ra era stato possibile scorgere un certo malcontento,
ma la maggioranza aveva continuato a rimaneJ.1e molto mcerta su[ modo di comportarsi in quanto era evidente che un abbattimento violento del regime implicava direttamente il completo crollo militare e ciò lndubbiament'e significava una
immane catastrofe per tutti, ed era <perciò meglio evitanla nei limiti del possibile.
Ciò è possibile r.iscont,rare sino al 1942: questa consapevolezza aveva impedito una chiara presa di posizione contro 'la guer,ra e contro ,ili fascismo per cui
l'atteggiamento assunto dai più era stato simile a queUo dei socialisti di fronte
allo scoppio della prima guerra mondiale: «Né aderire né saJbotare» (5).
Tutto ciò però resse per poco in quanto Mus'solini, tutto preso da ambizioni
al di Jà delle effettive possibillità itaJiane, impegnandosi in nuove avventrure,
trascinava sempre più lontano il traguardo finale. Si andava perciò diffoodeooo
la convinzione che il popolo steslSo doveva conquistarsi da so[o, e con la lotta,
tutti quei diritti che aveva perso e che ~ntendevariavere.
A tal fine era necessario prooedere, seppure 1entamente, ad una opera di
riorganizzazione delle forze p01itiohe su nuove basi ed a11a richiesta della pace
separata immediata (6).
Gli sciopet>i del marzo-aprile 1943 ponevano proprio ['accento suHa necessità di una pace separata, ma soprattutto immediata: dalile gra:ndi città del nord
l'invito a:d opporsi al fascismo er'a stato accolto 'anche alle «Reggiane» proprio
nel reparto più direttamente Isorvegùiato in quanto Jegato alle necessità belliche e
cioé nel reparto avio.
Direttamente collegaue a rivendicazioni di carattere economico, apparivano
lampanti e precis'erivendicazioni politiche come la rottura dell'alleanza coi tedeschi,
la fine della guerra, il rovesoiamento del regime. Ciò dimostrava da un lato 1a
volontà delle forze operaie, in gran parte guidate dal partito comun1sta, di voler
uscire da quel baratro, da11'altro [a ormai chiara incapadtà del governo fascista
non solo di provenire, ma anche (mai successo prima) di reprimere quei moti che
al .regime apparivano rkchi di contenuti p01itici (7).
Proprio per questo non si può assolutamente dire che la Caduta di Mussalini sia stata solamente e semplioemente una rivoluzione di palazzo, guidata e
promossa dalle alassi conservatrici a:nche se per una serie di coincidenze proprio
~uesta classe precedette, seppure formalmente, Ja classe operaia ne'l rovesda:r'e il
ventennale capo del governo (8).
D'altro canto la consapevolezza della necessarietà della pace era penetrata
per motivi diversi al di là degli ambenti dell'opposizione tradizionale, anche neJla
classe militare, ndla stessa corte, persino in a:lcuni gerarohi fascisti come Ciano
e Grandi. In altre parole era penetrata a:nche nell'ambiente moderato, costituito
da quella vecchia classe dirigente che, pur av'endocontribuito alla salita e al
(4) G. MAMMARELLA, L'Italia dopo il fascismo, Bologna, 1970, pago 12.
(5) R. BATTAGLIA, Storia della Resistenza Italiana, Torino, Einaudi, 1953, pagg. 53-54.
(6) L. SALVATORELLI, op. cit., pago 11.
(7) P. SPRIANO, Storia del Partito Comunista Italiano, Torino, Einaudi, 1973
pagg. 186-189.
(8) ALDO FERRETTI, Le forze popolari nel risorgimento e nella resistenza a Reggio
Emilia, Reggio Emilia, Tecnostampa, 1974, pago 55.
5
cansalidamenta del fascismO', tentava ara di separare le proprie responsabilità da
quelle di Mussolini.
Era questa un tentativO' facilitato di malta dal quatidiana ritarnello di
radia Londra: «un uomO' e un uomO' sola era responsabile del falscis!lna» (9).
Queste forze eranO' però molto lontane dal considerarsi gli
organizzatori... di un profondo movimento politico e sociale di rinnovamento nazionale. Il
loro antifascismo non era mai andato oltre all'audacia di considerarsi semplicemente come un
gruppo dirigente di ricambio ... (lO).
Badaglio stessa si faceva portavace di queste forze: egli partava a conascenza degli inglesi che era dispasto ad una aziane diretta a rovesciare Mu'S'solini
pur senza ravesciare il si'stema: si trattava sastanzialmente di passare da un
fascismO' a favare dei tedesahi ad un «fascismO' senza MuS'solini» a favore degli
alleati (11).
Era infatti chi alta che Ja situazione in cui si travava l'Italia rendeva necessaria il passaggiO' da un campa all'iltro i:n quanto gli ailleati non avrebbero mai
accettato un'Italia neutrale.
I,ndubbiamente tutte queste eranO' manovre valte a salvare se stessi e la
manarchia, che aveva avuta pesanDi respansabillità, anche a costa di buttare a
mare Mussalini.
Era lampante però che es'se eranO' accettate can malte riserve da parte di
quelle fOltze ohe si proponevanO' non sola [a cacciata di Mussalini ma anche hl
canseguimenta di importanti rifarme di carattere sociale.
Lagicamente quindi nel mO'menta in cui al duce succes's'e il maresciallo
BadogliO', le farze popolari neU reggiana come aJvrove, dapa i primi mO'menti di
esultanza nan riuscironO' a convenere un prafanda malcantenta ed aspre reaziani.
Era chiara che il pragramma formUilata da BadogliO' nan rispandeva aille
esigenze di libertà, ma confermava pienamente il desideriO' di non mutare la sastanza delle cose.
La famiger,ata circalare Roatta non aveva bisagno di particolare commento:
diceva chiaramente e fina ID fonda, quali eranO' le finalità che si proponevano
dI raggiungere i nuovi gavernanti (12).
Indubbiamente ciò era per la mena assurda: dopa il silenziO' imposta per
vent'anni dal fascismO', il paese chiedeva di fare qualcasa: confronti democratici,
dibattiti palitici non fine a se stessi ma che costituissero una base notevole su
(9) E. BATTAGLIA, Op. cit., pago 158.
(la) c. FALASCHI, Gli ultimi giorni del fascismo, Roma, Editori Riuniti, 1973, pago 11.
(11) P. SPRIANO, Op. cit., pagg. 141-142.
(12) «Nella situazione attuale ( ... ) qualunque turbamento dell'ordine pubblico, anche
minimo e di qualsiasi tinta, costituirà tradimento e può condurre, ove non represso a conseguenze gravissime; ogni movimento deve essere inesorabi1mente stroncato in origine; siano
assolutamente abbandonati i sistemi antidiluviani dei cordoni, degli squilli, delle intimidazioni
e delle persuasioni; le truppe procedano in formazione di combattimento, aprendo il fuoco ( ... )
ma non si tiri mai in aria, ma colpire come in combattimento, e chiunque ( ... ) compia atti
di violenza contro le Forze armate venga immediatamente passato per le armi; mentre il militare ( ... ) che compia il minimo gesto di solidarietà coi dimostranti e non ubbidisca agli
ordini venga immediatamente passato per le armi ».
R. BATTAGLIA, op. cit., pago 85.
6
cui poggiare le prime azioni di oppoSIZIone. Appariva chiaro che il partito p1u
pronto alla lotta politica era quello comunista che era riuscito a mantenere in
piedi UI1l minimo di organizzazione ed era il sdlo collegato con una rete clandestina
a carattere nazionale.
Il P.c.r. era stato particolarmente attivo anche all'estero; anzi, si era
rafforzato proprio in terra straniera grazie ai numerosi~simi seguaci del partito
che, costretti ben presto ad e~patria:re, avevano mantenuto stretti coHegamenti.
La Francia soprattutto appariva, per [e sue affinità con l'Italia e per il
clima in cui si viv'eva, il rifugio delle forze democratiche antifasci!Ste. Anohe
molti reggi ani vi si rifugiarono ne1l1a convinzione che fosse un errore resistere
solamente in modo passivo: essi rifiutavano ogni posizione di attesa; se non era
possib11e operare ,adeguatamente in Italia ciò era possibile aE'estero.
Per questo ti comunisti erano stati fra i più energicipropugnatod di una
« concentrazione antifascista» ohe fosse più aniva possibile (13).
D'altro canto il1 P.c.r. era proprio sorto con una precisa funzione anti-atteslsta, in aperta polemica coi social-riformisti, anche se nel reggiano le forze comuniste si ricollegavano per la maggior parte proprio a quelle tradizioni sociwliste
ed alle loro istituzioni.
Amendola stesso conferma che
il partito era già presente nella realtà umana prima che politica nei rapporti di famiglia e di
amicizia nel tessuto sociale della provincia di Reggio, dove la vecchia base del socialismo prampoliniano era passata ai comunisti,
che dal canto loro si erano assunti l'impegno di raccogliere e ripl'endere la vecchia
tradizione sociwlis ta (14) .
La nascita del P .c.r. nella scissione di Livorno si era resa necessaria dal
fatto che il riformismo - secondo i comunisti - appariva ormai troppo legato a
schemi astratti e non più aderenti alla realtà (15) e le sue l'ivendicazioni di carattere innovatore apparivano desttnate a realizzarsi in un tempo troppo lontano.
Nel Reggiano era presente sempre l'eco di Prampolini, perciò la rivoluzione socialista era considerata possibiJe anche operando in seno ad una società capitaMstica.
L'organo del partito riassumeva così la propria posizione:
entro l'uovo socialista si matura il pulcino proletario che, giunto a maturazione... romperà col
becco il guscio che lo serra e inizierà piena e completa la sua vita autonoma ... non si sostituisce
di punto in bianco ... tutto il complesso di relazioni, di funzioni, di competenze ... che bene o
male rappresentano la struttura borghese elaboratasi attraverso i secoli (16).
Il partito socialista a Reggio si prefiggeva quindi riforme graduali e lente:
la rivoluzione russa lo lasciava ancora indifferente, ma più che altro era timoroso
che il popolo non fosse ancora maturo per accettare consapevolmente i programmi
che provenivano dall'V.R.S.S. (17).
(13)
(14)
(15)
(16)
(17)
C. CAMPIOLI, Cronache di Lotta, Parma, Guanda, 1965.
G. AMENDOLA, Lettere a Milano, Roma, editori Riuniti, 1973, pagg. 94-95.
P. TOGLIATTI, Ceto medio e Emilia rossa, Bologna, 1953, pagg. 39-40.
LA GIUSTIZIA, anno XXXV, n. 6836, 17 dicembre 1920.
LA GIUSTIZIA, anno XXXV, n. 6845, 25 dicembre 1920.
7
Queste riforme molto graduaili erano possibiili poiché praticamente ma:ncavano i forti gruppi di braccianti che !indubbiamente avrebbero richiesto una
maggiore energia.
La mancanza di forti nuclei di braccianti nelle campagne reggiane, se per un verso impregnò di spirito quietistico il socialismo di Prampolini, per un altro evitò che si producessero
gravi conseguenze di un equivoco dottrinario che in altre provincie contribuì a spingere i
braccianti contro il ceto medio agricolo (18).
A Reggio ciò non avvenne; le rivalità fra i due ceti si mantennero lievi per
cui non furono mai taM da rompere il fronte comune della lotta per il progresso
sociale ed economico. Infatti PrampoHni non invocava né violenze né rivoluzioni,
«invocava solamente giustizia per i lavoratori e riforme graduaH per le strutture
più arretrate» ( 19) .
Questa posizione era destinata inevitabilmente a portare un certo dissenso
in seno aJlo stesso partito socialista perciò era penetrata in molti la convinz:ione
che il partito socialista era destinato a subire delle scissioni interne.
La conv.i:nzione che il partito socialista, diviso in varie frazioni che in pratica costituivano tanVÌ palttiti in lotta fra di loro, non avrebbe pOTtato certamente
a qualcosa di positivo, era ormai diffusissima:
bisognava farla finita con il carrierismo, la confusione ... e fondare un nuovo partito, il P .cl.,
veramente rivoluzionario ... come indicavano le condizioni per l'adesione alla internazionale
comunista (20) .
mP.c.I. aveva ben presto radunato ne:Jle proprie file quanti consideravano
il sociaHsmo riformista incapace di opporsi, per la S'lla stessa ideologia, al fascismo.
I socialisti infatti consideravano U fascismo come un fenomeno dovuto alla
guerra e destinato a scompa1'Ì're da solo: ama violenza dei fascisti i socialisti rispondevano col principio della non vio[enza anche se non mancarono dudS\simi
scontri in quelle zone in cui prev,aleva la corrente mas'simalista ed in cui si ebbero
sin dall'inizio del '22 numerosi morti.
I comunisti invece, non accettavano il fatto di tlasciare agire i fascisti impunemen1:e: alla violenza essi rispondevano - potendolo - con la vio[enza. In
questo senso av'evano criticato il patto di tregua stipulato tra P.S.I. e il fascismo
nell'agosto 1921, in quanto esso, a lOTO avviso, non era nient'altro che una farsa:
in pratica chi disarmò fu ,il sociaHsmo mentre Je squadracce continuavano imperterrite nelle loro azioni.
Si trattava qu1ndi di un ulteriore cooimentodel P.S.I. nei confronti del
fascismo: gli agrari non nascondevano che 11 fascismo lo avevano in pugno e lo
(18) A. GJANOLIO, La Resistenza nelle campagne reggiane, in «Le «campagne emiliane nell'epoca moderna », Milano, Feltrinelli pago 357.
(19) L. F. OLIVA, La tradizione socialista agli inizi a Reggio Emilia e l'opposizione
al fascismo, in: «Ricerche storiche », anno III, n. 9, dicembre 1969.
.
(20) A.A.v.V., I compagni - La storia del partito comunista nelle storie dei suoi militanti, Roma, Editori Riuniti, pago 105.
8
guidavano indipendentemente da ogni accordo che venisse stipulato in sede parlamentare (21).
Il partito socialista, per tutti quest,i motivi uscì dal congresso di Livomo
molto debilitato e privo della stragrande maggioranza dei giovani (prevalentemente orientati verso ~l partito comunista); ed inoltre con i suoi capi più in
vista estremamente esposri alle vio~ente rappresaglie fasciste, culminate nelila
uccisione di Piccinini e can la costriziane all'esilio di Prampolini e degli altri capi
che indubbiamente avevano una importante funzione di guida e di orientamentO'.
Tutto ciò lasciava un vuoto di direzione spaventoso anche se le glariase tradizionisodailiste nonsébmpadranno mai comp:letarmente e costituiranno in un certo
senso,tl retaggio lasciato non solo ai comunisti, ma a tutte quante le forze di
sinistra, in ogni caso le for2!e più progres'slste.
Nonostante ciò il partito socialista in sé si sfa:1dò e per questo, nonostante
lo sdegno, l'efferato delitto Matteotti non spinse i socialisti ad alcuna azione per
ricostruire le file del partito e ricondurlo allila lotta (22).
A Reggio, dopo <il cedimento dei sociaJisti, iiI campo deJl'apposizione restava
aperto oltte che ai comunisti, che avevano svolto una energica propaganda nel
mondo operaio ed avevano fatto delle «Reggiane» una loro roccaforte, anche
a vari cattolici.
NeN'intervallo di tempo 1921-22 le forze giovanili del mO'ndo catto!tico
erano aJnch'esse in pieno fermento. Neffila condanna della violenza per principio,
essi si opponevano in pratica ai duri modi ed alla spietata energia usata dai fascisti: essi quindi porsero un deoisivo contributo al partito popolare, nelle elezioni
politiche del 1921 (23).
Tutto ciò avveniva a dispetto delle direttive prov,enienti daJ Vaticano che
appaJtivano completamente apposte: es'se predicavano una maggiore apolicità dei
cattolici anche se in quel tempo apolicità significava una aperta condiscendenza
al fascismo. In ciò 11 Vaticano faceva lo stesso gioco dei fascisti i quali predicavano che non era giusto confondere la re1igiane col partito, ben consapevoli che
senza 1'appoggio dell'azione cattolica, lo stesso partito popolare non sarebbe
neppure sorto (24).
I rapporti tra fascismo e forze cattol1che non erano stati sempre idilHaci;
nel 1927 e 28 lo scioglimento imposto dal regime di molte as'sociazioni cattdliche
aveva provocato una forte reazione del pontefice che rischiò perfino di mandare
a monte le trattative già avviate per il concomato. La firma del concordato riconosceva pertanto l'esistenza e la Jibertà dell'azione cattolica: es'Sa riconosceva
anche le organizza2!ioni dipendenti dall'azione cattolica purché svolges'Sero la loro
attività al di fuori di ogni partito politico e « sotto l'immediata dipendenza della
(21) A.A.V.V., Op. cit., pago 110.
(22) Origini e primi atti del CLN Provinciale di Reggio Emilia, I.S.R. Reggio E.
1974, pago 12.
(23) V. CENINI, La gioventù reggiana di azione cattolica dal 1918 al 1922, in
«Ricerche Storiche », anno IiI, n. 4, marzo 1968, pago 68.
(24) V. CENINI, Op. cit., pago 68.
9
gerarchia della chiesa per la diffusione e l'attuazione dei principi cattotlici» (25).
Ciò non ri"olveva certamente
!'insanabile conflitto fra la chiesa e il regime totalitario sul punto del reciproco diritto alla
educazione della gioventù. La conciliazione anzi rendeva in certo senso più aspro il potenziale
dissidio sull'azione cattolica: la chiesa vedeva in esso lo strumento legalmente protetto per
quell'opera di trasformazione dello stato in senso sempre più confessionale ... il regime non
poteva per le stesse ragioni non vedere nell'azione cattolica una delle più gravi minacce alla
sua integrità (26).
Nel 1931, anche a Reggio, la situazione peggiorò: la temuta poHticizzazione dell'azione cattolica, da s'empre osteggiata da MuS'soHni, provocò gravi
attriti non certamente sanati dagli accordi del settembre che se riappacificarono
un poco le coscienze non le sopirono del tutto (27).
Una dimostrazione di ciò è data ed appa're chiaramente dalla relazione prefettizia già citata. Da essa si rileva ohe il fasdsmo era consapevole che l'aziO!tle
cattolica non si limitava a svolgere quelle sole funzioni che 11 regime le attribuiva;
per questo tutte le organizzazioni cattoliche erano mantenute costantemente sotto
uno stretto controllo. Da ciò derivò con ogni probabilità l'atteggiamento relativamente consenziente al fasciJsmo, e di molti cattolici e del clero, certamente condizionato dailla curia romana.
Essa aveva accettato iiI f'aJScismo come iJ minore dei mali; piuttosto che
Stalin stimava preferibile, in ogni caso, Mussolini o Hitler. Questo atteggiamento
si consdlidò durante la guerra civile spagnola, ma lasciò i cattolici più aperti
molto perplessi ed incerti.
La posizione che trapelava chiaramente, nonostante la neutralità uff1ciale
mantenuta dalla' Santa Sede, era apertamente a favore di Franco: si può giustificare questo atteggiamento ailmeno in parte, col fatto che ,il regime franchista,
spalleggiato e appoggiato da Mussolini, appariva favorevole ad una ulteriocr:e
penetrazione cattolica in Spagna dopo il governo del fronte popolare (28).
A Reggio questo atteggiamento dehla Santa Sede fu accettato solamente
dopo molte esitazioni e dopo che la propaganda ecclesiastica aveva spesso battuto
il tasto della guerra spagnola come una lotta senza tr·egua tra «materiaHsmo bolscevismo e religione cattolica» (29).
Il Vaticano, dopo che il regime fascista approvò nel 1938 le leggi razziaH
avvicinandosi così maggiormente al regime hitleriano, fu portato a modificare il
proprio atteggiamento in quanto era chiarro che l'inasprimento delle misure antiebraiche trovava quasi tutto il popolo ostile e contrario.
C'è da considerare infatti che in Italia avevano trovato rifugio anche coloro
che erano stati colpiti dalle misure antisemitiche in Germania. La chiesa, in
questo periodo
(25) Relazione Prefettizia del 1934 sull'azione cattolica a Reggio Emilia in «Ricerche
Storiche », anno VI, n. 20-21, dicembre 1973.
(26) P. SCOPPOLA, La chiesa e il fascismo, Bari, Laterza, 1951, pago 255.
(27) C. GALEOTTI, Tempo Nostro, un'interessante testimonianza di giovani cattolici,
in: «Ricerche Storiche », anno I, n. I, aprile 1967, pago 57.
(28) P. SCOPPOLA, Op. cit., pago 320.
(29) C. GALEOTTI, I cattolici reggiani e la Resistenza, in: «Aspetti e momenti della
Resistenza Reggiana », Amministrazione Provinciale, Reggio Emilia, 1968, pago 12.
lO
fu portata a rivedere quanto si era fatto in passato, a pensare in termini più profondi e vitali,
non conformisti, diversi (30).
Il cambiamento di posizione della chiesa ufficiale si ripercosse molto favorevolmente negli ambienti più aperti e dinamici dell'azione cattolica che formulò,
in quel periodo, una pubblicazione aderente ai problemi del mondo giovani:le.
Ciò non significava una pubbaicazione antifascista in sé e per sé - non
si era ancora maturi per ciò e la situazione stessa del fascismo non lo permetteva ma era certamente un ulteriore passo verso una presa di coscienza vera e reale
e verso una maggiore responsahilità civile e sociale. In essa non era certamente
presente un programma politico, ma solamente il desiderio di rea[izzare concretamente iLmessaggioaristiano (31).
I fucini sopr·attutto erano molto attivi e sentivano in modo particolare la
necessità di un cJ:istianesimo diverso, che corrispondesse maggiormente alle necessità dellla situazione attuale: essi erano consapevoli che, anche se iscritti al1a
azione cattolica e come tali apolitici, non potevano assolutamente estr·aniarsi dalla
vita in quanto uomini facenti parte di una comunità. In un secondo momento
affiorò la consapevolezza che anche i cattolici dov,essero fare qualcosa in questo
senso; non si poteva più continuare senza un inquadramento adeguatamente
poli ticizza to.
A questa presa di posizione contribuì molto, anzi in modo determinante, l'annundo con cui Badoglio dichia'rava che la guerra continuava e per di più a
fianco dei tedeschi.
Erano indubbiamente molti i giovani che da questo momento dovevano
fare una scelta ben precisa, consapevoli della propria dignità umana e neLlo stesso
tempo, della necessità di essere tutelati in qua1che modo: se lo stato non si
preoccupava di ciò, era quanto mai necessario tutelars,i da sé.
Man mano che la guerra si protraeva, la situazione diveniva infatti sempre
più difficiJe: era neces!Sario stringere i tempi, ricostituire i partiti e dare vita a
manifestazioni per la cessazione immediata della guena onde responsablizzare
maggiormente Il 'opinione pubblica.
Soprattutto da pa'rte deNe sinistre si voleva a tutti i costi una soluzione che
ponesse fine al1e inutili sofferenze del popolo. A tale scopo era necessaria per
pr1ma cosa una energica propaganda per far troncare immediatamente que11'assurdo connubio che el.'a costituito dahl'alleanza itala-tedesca; la fine della guerra
sarebbe stata una logica conseguenza.
Chi vuole una pace onorevole, sappia che quanto più lungo sarà il nostro asservimento
alla Germania, tanto più a lungo divideremo con essa la responsabilità e l'ignominia delle
stragi che insanguinano l'Europa (32).
In verità il partito comunista si era reso cosciente de1la necessità della pace,
anche se separata, sin dal 1942: in un articolo dell'Unità clandelStina auspicava
(30) C. GALEOTTI, Tempo nostro, op. cit., pago 55,
(31) C. GALEOTTI, Tempo Nostro, op. cit., pago 63.
(32) L'UNITA', anno XX fio 12, 4 agosto 1943.
11
appunto la fine di questa guerra ingiusta e per i fini che si proponeva e per
i mezzi che richiedeva (33).
Logicamente questa propaganda trovava buona accoglienza in quanto faceva leva sugli interessi di classe: essa rilevava giustamente le terribiJ:i condizioni
di vita delle masse popolari.
La risposta fu quindi molto pronta ed energiJca in quanto sin dopo gli
scioperi derl marzo del '43 nel triangolo industriale, :la cui eco si era sparsa anche
a Reggio, la olass:e operaia diveniva Ja classe trainante della opposizione a un
governo che deludeva sempre più le aspettative di una popolazione che dalla caduta
del fascismo si era aspettata grandi cose, e che invece era la'sciata in reaJtà,
completamente abbandonata.
Proprio gli scioperi del marzo avevano dimostrato che il fascismo non
rispondeva alle esigenze di una popofazione troppo stanca di massime che non
eJevav·ano in alcun modo il tenore concreto di vita degli italiani; anche a
Reggio tali scioperi avevano avuto ooa certa ripercussione soprattutto alle «Reggiane» (circa il 70% delle maestran~e scioperò per lO minuti) e alla SARSA.
Le «Reggiane» infatti erano aa più antica e grande fabbrica di Reggio e,
come già è stato detto, costituivano il punto foc·ale del movimento operaio e
dello stesso partito comunista, sia per quanto riguaJ1dava la farmazione e l'orientamento sia per quanto riguaroava l'organizzazione vera e propria: da essa infatti
partivanO' e la stampa clandestina e tutta la propaganda antifascista.
Il P.c.I. dava molta importanza anche al movimento sindacale, sia can
le elezioni di commi'ssioni ~nterne, sia can elezioni sindacali vere e praprie.
Ciò però portò ben presto, e soprattutto negli elementi più responsabilizzati
da un punto di vista palitico, a un rus'sidio, se cos1 si può chiamare. In seno allo
stesso P.c.I. si giunse alla conclusione che eleziani sindacaLi, pur giuste in se
stes:se, richiedevano un notevole dispendio di energie e distoglievano preziosi individui dalla armai prossima [atta armata che era cansiderata giustamente prioritaria dalla maggioranza deg1i aderenti alla stesso partito.
Questo atteggiamento era coerente con la linea gener·aJe del P.c.I. che riteneva la arganizzazione operaia come il punta di partenza della ricastruziane che
necessariamente sarebbe sartita dilla cacciata e dallla scanfitta del nazifascismo
ad apera delle ma:Sse operaie e contadine.
Era quindi logico che dal1e «Reggiane» partisse l'invita ad un mutamentO'
radicale; era necess·ario procedere in moda da superare e vincere Je maderatissime
e in un certa sensO' reazianarie intenzioni del gaverno Badoglio; la mattina del
28 LugliO' le maestranze eranO' perciò pronte a seguire 1'esempia delle città
industdali del nard, incuranti dei divieti e delle minaoce gavemative. In precedenza, il 26, l'Unità era uscita lanciando fra gli operai la parola d'ordine «pace e
libertà », dimostrando can molta decisiane che il PiC.I. era cantraria a qualunque
compromessa badogliano con le forze della reazione.
Gli operai, come al solita nella nostra pravincia, erano stati i primi 00
accogliere questo invita e si preparavanO' ad uscire dai canceHi quando fu 10'1"0
intimata di ritornare ai pasti di lavoro.
(33) L'UNITA', anno XIX, n. 7, 27 dicembre 1942.
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La sparatoria, effettuata dai soldati, per ubbidire agli ordini, e l'eccidio
che ne seguì, erano destinati a far cadere, e per sempre, ogni ulteriore illusione
sul governo di Badog1lio, ogni fiducia nella casta militare e nella monaoohia.
La classe operaia, nonostante la tragedia che l'aveva coLpita, uscì da questo
terribiLe frangente più rinforzata e più consapevole dei compiti che essa sola
doveva e poteva sostenere; il 29 gli operai rimasero a braccia incrociate nel loro
atteggiamento di protesta e di contrasto con la classe dirigente.
Le notizie sulle «Reggiane », sulla tragedia delle nove persone uccise,
sullo sciopero, pur velate o riferite solo in parte dalla stampa looale per timore
di una reazione popolare, erano penet,rate anche nelle campagne dal momento
che buona parte degH operai era costituita da Hgli o parenti di contadini (34).
Da questo momento la classe contadina, investita da una propaganda a
favore della resistenza, assumerà un ruolo determinante e fondamentale sia per
quanto riguardava le case di latitanza, sia per l'opera più generale da svolgersi a
favore dei patrioti e più in partico[are dei gappisti che, dopo gli atti di sabotaggio,
sarebbero stati sicuri di trovare preslSo le case contadine un rifugio ftidato.
Non tutte le forze antifasciste però erano perfettamente organizzate: lo
stesso Pellizzi, rappresentante del ceto borghese, testimonia che alLa caduta del
fascismo egli non rappresentav,a che se steslso (35).
Ciò significa in pratica che la borghesia reggiana era molto divisa e sosteneva tesi diverse: essa non aveVia ancora assunto una precisa posizione: anche
se alouni elementi, singolarmente, si erano opposti al fascismo, come classe politica
era malto frazionata. Una parte aveva alssUl1lto un atteggiamento di attesa, un'altra
puntava su Badoglio, un'alnra ancora sui tedeschi; c'è da dire che quest'ultima
costituiva una frazione esigua ma estremamente decis·a in quanto, Jegata ai propri
interessi di chsse, per nulla al mondo vi aVlrebbe rinunciato. A'spettava con ansia
l'arrivo dei tedeschi convinta che essi avrebbero sistemato una volta per tutte
quella situazione un poco troppo fluida che lasciava adito alle soluzioni più
imprevedibili.
Questo aaeggiamento era spiegato in parte dal fatto che la classe borghese
reggiana, era prevalentemente di tipo agrario e dal fascismo aveva avuto indubbi
vantaggi in cambio solamente del proprio appoggio: essa ben presto si era
adattata completamente e incondizionatamente al regime. Il suo consolidamento
quale oppositore principale del boLscevismo sovietico aveva incontrato l'apertissimo favore delle forze borghesi, costantemente preoccupate dei propri interessi
di classe.
Il 25 luglio aveva trovato questa illasS'e volutamente assente: i pochi individui che non si erano adattati al regime avevano quindi sca'rsa possibilità di azione
ed erano privi completamente di quaJsiasi coHegamento.
A Reggio la posizione politiaa dei ceti medi differiva quindi, e di molto,
da quella che in altre città, particolarmente dell'Itcl.ia centro settentrionMe, era
apparsa, ed era realmente, 1n netta opposizione al regime.
(34) La particolare struttura economico-sociale a Reggio Emilia, vedeva la maggior
parte delle famiglie contadine non dedite esclusivamente all'agricoltura: generalmente i più
giovani integravano la rendita dei campi con il lavoro nelle fabbriche.
(35) Origini e primi atti del CLN Provinciale, op. cito pago 13.
13
A Milano con Parri e La Malfa attorno alla Banca CommerciaJe e a FIrenze
con Calamandrei, Ragghianti, Fumo - la cui attività antifascista sfocerà poi nel
partito d'azione - le forze borghesi erano dedsllJ'ffiente per un' aperta opposizione.
L'eccidio deNe «Reggiane» contiribuì a creare o mantenere da un lato,
negli elementi anche più qualificati delle forze borghesi, una profonda incertez:òa
(la maggioranza pensava che al momento attuale era meglio non impegnarsi nonostante tutto), da!l1'altro a respons-abilizzare maggiormente quei pochi !che,
assieme alla classe op'eraia, erano orientati verso la Ilotta antifascista senza quartiere. L'es'ecuzione passiva di quanto impartiva 1a famigerata circoIre Roatta, dimostrava come la classe militare fosse ancora sOJ.'da ed insensibile ad ogni esigenza
popolare e p1uttosto Jegata alle clas'si moderate.
Con ciò non si vuole fare certamente della dlasse militare l1Itl tutt'uno passivo ed apatico: gli innumerevoli episodi di valore e di eroismo comp1uti dahle
forze armate, in particolare dopo l'otto settembre, riscatteranno almeno 1n parte,
quel tr1stiss1mo episodio.
Anche la maggioranza delle forze cattciliche, subito dopo la caduta del
fascismo e per tutti i 45 giorni badogrriani, rimase pluttosto apatica anche se era
evidente che si attendeva solo il momento giusto per ilfitervenire nelJa lotta: era
lampante agli occhi di tutti che l'organizzazione pal1!acchiale costituiva una forza
determinante, se lo si fosse voluto, a favore dell'antifasdsmo, in quanto essa
influenzava direttamente le popolazioni della montagna. Di ciò erano consapevo[i
quanti, seppure non ancora a liveillo di organiz2Jazione partitica vera e propria,
si erano impegnati, pur con molte cautele, data la partkolaòssima posizione assunta dalla chiesa cattolioa. Esponenti cattolki si riunirono infatti una prima
volta in Ghiara; essi erano ormai consapevoli dell ruolo che dovevano sostenere e
della responsabilità che i cattollci stessi dovevano assumersi nella vita del paese.
E' importante notare che in campo nazionale i vecchi popolari si davano
da fare per la costituzione di un partito politico. A Reggio si attendevano notizie
da Roma che confermassero quanto gli esponenti dell'ex partito popolare - che
operavano per laricostituzione di un partito che raocogiliesse le forz-e cattoliohe
al fine di inquadr.arJe politicamente - , erano riusciti a fare.
E P.c.I. agiva senza risparmio di energie. Esso era un partito compatto
che non necessitava di un inquadramento maggiore, ma stava già orientando gli
aderenti verso la lotta armata vera e propria.
Nel reggiano il P.c.I. stava svolgendo un intenso lavoro per la costituzione,
in un futuro abbastanza prossimo, dei gruppi armati; e mentre i suoi vari esponenti erano impegnati al massimo in ogni campo, compreso, come già è stato
detto, quello sIDd3!cale, desiderava precise di'rettive per non cadere in atteggiamenti od azioni che risultassero poi in contrasto con le iniziative centrali del P.c.I.
Anche a tMe scopo il comunista Gombia ,si era recato a Roma per incontl'are i massimi dirigenti: Longo, Amendoh, Roveda, e Di Vittorio. A Roma
la direzione del partito aveva avuto sentore che qualcosa non anda'Va (si ventilava
inhtti Ja notizia dell'avvenuto armistizio): da ciò il b1sogno di Gombia di ritornare immediatllJ'ffiente a Reggio prima che i tedeschi, come era chiaramente prevedibile, bloccassero tutte le linee.
Da questo viaggio a Roma Gombia stesso aveva avuto la netta coscienza
14
che Badoglio e il suo stesso Governo erano molto staccati da11a realtà del paese,
lontanissimi dalla situazione venutaJsi a crerure nel reggiano. Di ciò si ha la conferma anche da esponenti di altri partiti; sin daJJ'agosto 1943, mentre a Reggio
si preannundava una masskcia calata delle truppe tedesche, a Roma si ignorava
completamente ogni questione concernente il reggiano.
Tutto ciò non era certamente moho incoraggiante: se la cosa si fosse
risaputa s3!rebbe intervenuta una defezione da parte di coloro che, pur decisi
nehl'antifascismo, erano però indecisi nei riguardi della lotta armata.
CAPITOLO II
Indubbill!tIlente però, alla notizia dell'avvenuto armls,tlzlO, mohi antifascisti
si orientarono più decisamente, dal momento che non si sentivano più legati in
alcun modo a Badoglio e alla corte, vetlSo :la lotta armata.
I capi stessi dell'esercito avevano lasciato i soldati senza adcuna direttiva e
senza il necessario atmamento per difendersi dwlla prevedibile reazione tedesca.
Indubbiamente questa fu una tragedia che toccò pressoché tutte le famiglie
italiane e che coinvolse direttamente le masse popolari, costrette a scelte in
condizioni molto difficili e per l'abbandono del governo e per la presenza massiccia dei tedeschi.
Ci 'Si può porre l'interrogativo se non era possibile in aloun modo evitate
quella immane catastrofe. Non era poss1bitle rovesciare prima dell'armistizio il
governo Badoglio, predisponendo ila lotna armata proprio contro Badoglio e il
goveJmo da lui presieduto, apparso sin dalll'inizio reazionario?
L'analisi fatta a questo proposito dal P.c.I. nel V Congresso, nella sua
veste di avanguardia dello schiemmento antifascista, è quanto mai esauriente.
Il tentativo di portare il movimento popolare sul piano della lotta armata per il rovesciamento del governo Badoglio e l'istaurazione di un governo democratico avrebbe urtato infatti contro il sentimento popolare che dopo il 25 luglio concedeva ancora, tranne che nei
principali centri operai, al re e a Badoglio una larga fiducia che solo la fuga del 9 settembre
doveva poi spazzare via: avrebbe rotto la nascente unità dei movimenti antifascisti, avrebbe
determinato un intervento tedesco a difesa del governo Badoglio ... politicamente ogni azione
intempestiva in questo senso avrebbe isolato il partito e la classe operaia proprio nel momento
in cui era necessario rafforzare tutti i legami unitari per affermarsi come forza nazionale,
nella difesa degli interessi nazionali (36).
Solo più tardi, quando avvenne la liberazione di Mussolini, l'azione non era
plU da considerarsi precipitosa in quanto apparve ohiaramente la possibilità della
guerra civile: (37) nei suoi dilscorsi da radio Monaco egli esponeva la sua decisa
1ntenzione di fondare un nuovo partito per rrprendere la guerra a fianco dei
(36) P. SPRIANO, op. cit., pago 305.
(37) E' però improprio parlare di guerra civile vera e propria in quanto, dopo la
fuga del re e di Badoglio, la popolazione in modo compatto prese apertamente posizione e
contro Mussolini ed il suo nuovo partito repubblicano, e contro la monarchia, appoggiando
in ogni modo possibile quanti operavano contro di essi.
15
tedeschi. Ciò provocò da un lato la volontà decisa di battersi per la cacciata definitiva e dei tedesohi e del neofascismo, dall'altro una profonda amarezZia sia a
livello dei partiti sia a livello delle singole pel1sone in quanto alle rovine e distruzioni provocate dalla guerra non voluta, al completo abbandono da parte del
governo, si aggiungeva la necessità di condurre una lotta armata non più contro i
soli tedeschi ma anche contro alt'ri italliani.
Questa situazione era molto grave ed imponeva quindi decisiO'ni e scelte
assai difficili: un regime neofascista che si appoggiava ane armi tedesche, anzi in
pratica era il più deciso camplice delle nefandez2ie e dei crimini nazisti, imponeva
a tutti quanti di prendere una decisione: pro o contro; le pO'ssibilità non eraltlo altre.
Apparve subito chiaro che la posiziO'ne dei militari era molto pericolO'sa: la
Germania, con la decisa collaborazione del riSOl1to fascismo, chiedeva sempre di
più: i soldati ina1iani non erano considerati altro che carne da macello da inviare
in Germania per ritarda're quello che ormai appariva chiaro anche se lontano
nel tempo e cioé ohe il terzo Reich non avrebbe v1nto Ila guerra. La situazione
internazionale appaTiva molto complicata: sul fronte italiano la guerra ristagnava:
la prevista risalita della penisola, che nei programmi alleati era definita come
facile e vittO'riosa, era ancora ben lontana da!hl'essere tale; irnoltre l'apertura del
II fronte veniva .rim3Jndata continuamente per oui, nonostante la vittoria sovietica
di Stalingrado, era chiaro che Ja Germania era al1!cora 1ungi dall'essere abbattuta.
Ora in questa situazione da cui appariva ia vittoria alleata ma solamente in una
prospettiva molto futura, 'erano ben poche quelle famiglie che non avevano da
prendere qualche decisione. In ogni caso i bandi per presentarsi aili1e caserme che
in quei tempi cominciarono ad apparire, le minacce in essi contenute di rappresaglie per i renitenti, implicavano purtroppo un rischio veramente notevole e
cioè l'invio in Germania con la consapevoJez2ia che da lì, ben difficilmente si
faceva ritorno (38).
Era chiaro che la maggioranza decideva di non presentarsi anche se la propaganda del «tradimento dell'alleato germanico» 11egata ailla necessità di salvare
« l' onotre nazionale» trovava ancora qualche accoglimento «specie nei giovaltli
educalti al nazionalismo dalla scuola» (39).
Nonost,ante ciò furono proprio i più giovani 3Jd essere maggiormente disposti
ad accettare il rischio di rimanere clandestini per tanto tempo e a richiedere in un
certo senso proteziO'ne, non ad un comando militare che si era dimostrato completamente impotente, ma ai cospiratori pal1tid, che erano i soli ad essere in
qualche mO'do organiz2iati e erano i soli che facev3Jno opera di propaganda e di
proselidsmo. Si cominciava a pattIare di interventi di mrattere unitario comprendenti le varie for2ie antifasciste: una testimonianza di quanto e.ra possibile fare
tutti insieme può essere considerava la compilazione e la diffusione, ancora prima
della costituzione a Reggio del CLN provirnciale, di giornaletti ciclastilati: i
Fogli Tricolore.
Bssi assunsero un significata ben preciso: ai più erano apparsi non sdlo
come un invito a combattere i nazifasdsti, e carne una testimonianza cancreta
(38) E. GORRIERl, La Repubblica di Montefiorino, Bologna, Il Mulino, 1966, pago 58.
(39) E. GORRIERI, op. cit., pago 58.
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che ciò era possibile, ma il primo segno concreto e tangibile di vita in mezzo aLlo
scoraggiamento ed al dstagno generale. I Fogli Tricolore andarono oltre le intenzioni stess·e degli autori che in realtà non si proponevano altro che di portare il
loro contr.iJbuto all1a lotta ohe s,i profilava durrssima.
Gli autori erano tre stUidenti di diversla estrazione sociale e di diverse tendenze politiche (ciò dimostra come la collaborazione fosse possibile anche se vi
erano diffico1tà e divergenze di ordine esclusivamente politico): dùe erano educati
al cattolicesimo, l'altro professava apertamente idee laiche; tutti quanti etlano
però animati da1 profondo desiderio di libertà ed erano stimolati da quella insofferenza al cosiddetto costume fascista che nell"ambiente della scuola si era andato
diffondendo. Nei Fogli tricolore appariva già chiaro che la salvezza dell'ItaJia
poteva avvenire solamente dall'unione e organizzazione di tutte te forze popolari,
segnatamente tra operai e st:l1'denti, cui era particolarmente rivolto l'invito di non
presentarsi ai continui richiami nazifa·scisti (40).
Tutto ciò agli occupanti appariva oltre le dimensioni reali: essi avevano
avuto la sensazione, o per lo meno erano convinti, che l'organizzazione fosse continua e numeros'a: la loro conv1nzione fu avvalorata dal fatto che, nonostante il
loro impegno, essi non trovarono mai i responsabili di questi Fogli tricolore che
furono distribuiti molto regolarmente e per mdlto tempo nonostante le varie
traversie.
La comparsa dei Fogli Tricolore era destinata a fare mutare anche J'atteggiamento stesso degli occupanti: ciò costituiva infatti una
beffa atroce verso il tracotante prestigio del rinato fascismo. E questo allora cominciò ad
allarmarsi: dall'irrisione e dal compatimento che accolsero i primi numeri si passò rapidamente
ad una irosa insofferenza, che si mutò in malcontenuta irritazione per l'impotenza in cui si
era di conoscere chi organizzava, chi scriveva, chi stampava e chi distribuiva quei maledetti
e fastidiosi fogli (41 ) .
Si aveva infatti la consapevolezza che l'eco suscitata da quei fogli era stata
notevole, tanto che gli stessi giornali fascisti non pOllerono nascondere l'importanza
al di là delIa effettiva portata dei fogli stessi. Negli articoli era espressa tutta la
rabbia per non riuscire a 'risolvere e a venire a CaJPO di quell' organizzazione che
continuava a non preoccuparsi minimamente delle minacce.
Nell'ultimo numero infatti la risposta del Varini a questi articoli fu piuttosto chiara: in essa si precisava inoltre la ferma volontà di reagire in ogni modo:
Si ricordi però qualche scalmanato facilone che quando lavoriamo non siamo precisamente nudi e cinque colpi per voi e magari l'ultimo per noi siamo sempre disposti a spararli (42).
Anche le forze anrtifasdste in genere s'volgevano una energica propaganda
presso i giovani invitandoli a non presentarsi ed a raggiungere le montagne: in
particolare il partito comUlnista si trovò a dover accogliere nelle sue file ,imponenti
forze, sopmttutto giovanili, che credevano il partito comunista, data la risoluTIeZza
(40) V. PELLIZZI, I fogli Tricolore, in «Ricerche Storiche» n. 3, Dic. 1967, p. 12.
(41) V. PBLLIZZI, I Fogli Tricolore, op. cit., pago 15.
(42) V. PELLIZZI, I Fogli Tricolore, op. ck, pago 18.
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con cui avevaaffmntato la dittattura, in grado non solo di battere il fascismo ma
di mutare rapidamente «1'aS'setto sociale ed economico del paese» (43).
E' chiaro che ciò imponeva un uilteriol.1e lavoro di riceroa ed un rigoroso
vaglio fra quanti chiedevano di entra're a far parte del partito, che senti ben presto
la necessità di dover chiarrre che niente poteva essere cambiato in un battibaleno.
Certamente el.1a questa una posizione molto consapevole che rischiava però di
essere f,raintesa come posizione di attesa o addirittura frenante nei riguardi della
lotta armata, che rimaneva in ogni caso l'unico mezzo da usarsi contro i nazifascisti.
In pratica era una ulteriore difficoltà in quanto si tttàttava di responsabilizzare maggiol.1mente quei giovani che avrebbero voluto arruolarsi subito credendo
forse di trovare in montagna una forte organizzazione.
In realtà S'ull'Appennino non c'erano che
alcuni preti coraggiosi e sorretti oltre che da una spinta patriottica, da spirito di carità cristiana,
attorno ai quali gravitavano alcune decine di uomini, e per di più male armati: vi erano anche
alcuni fiduciari comunisti che tentavano di trovare proseliti in quell'ambiente molto generoso
ma un po' difficile (44).
In ogni caso si poteva cantare suilla
generosa ospitalità dei montanari, già chiara nell'assistenza prestata ai prigionieri alleati liberati
dopo l'armistizio, e sulla autorevole opera caritativa dei parroci (45)
che d'a1tro canto, avevano visto le immense sofferenze degli sbandati dopo l'otto
settembre.
Al di là di aiuto morale, }e organizzazioni parrocchiali non potevano dare
altro: restava quindi aperto il problema delle armi, de11e mUlllizioni, dello stesso
sostentamento, che non poteva essere a [ungo a car:ko delle popolazioni montanare: ciò rendeva in pratica wlteriormente drfficile l'inquadramento delle forze
che inizialmente si erano raccolte sugli Appennini.
Bisogna tenere presente che le difficoltà reali erano aggravate dalla particolare e strana concezione che avevano gli alleati nei riguardi deHa Resistenza. Essi
non volevano in alcun modo un forte esercito popolare che avrebbe significato
un impegno troppo efficace per non dover essere ricompensato domani al tavolo della pace.
Gli alleati ritenevano che, anche se la cobelligeranza dava diritto all'Italia ad un trattamento migliore di quello che si riserba ad un nemico sconfitto, essa non doveva dimenticare la
sua posizione di nemico sconfitto e reclamare i privilegi di un alleato (46).
Da questo or,ientamento generale appare chiaro il motivo per cùi avevano
riohiesto con 1nsistenza un governo moho moderato: degli inglesi era noto il loro
sentimento filomonarchico, degli americani il doro timore nei riguardi dell'instaurazione del comunismo.
(43) V. PELLIZZI, Trenta mesi, Reggio Emilia, 1954, pago 131.
(44) Origini e primi atti del c.L.N., cit., pago 91-92.
(45) Origini e primi atti del C.L.N., cit., pago 87-88.
(46) G. FRANZINI, La resistenza reggiana e gli alleati in: «Aspetti e momenti della
Resistenza reggiana », Reggio Emilia, pago 196.
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Qu1ndi essi temevano che il movimento della 'resistenza sfociasse nel comunismo puro e semplice e da questo timore derivava restrema prudenza con
cui gli alleati accoglievano sia i principi de1la lotta armata, sia i postulati per [a
ricostruzione del futuro delJ'Imlia.
Si provvide da Reggio ad inviare un esponente democratico oltre r1 ftonte per
far presente alle autorità ,it~liane ed al[eate la situazione che si andava aggravando
sempre più e che richiedeva aiuti immediati. Don Domenico Orlandini, su consiglio di Pellizzi, espose la precisa richiesta «di aiutare la Resistenza del nord e
di stabilire dei collegamenti via radio con le autorità del sud» (47).
H c011131ndo di divisione alJeatoascoltò con ,interesse patticO'lare le richieste
di aiuto per i prigionieria11eati; assunse un atteggiamento molto più cauto quando
Don Orlandini chiese di appoggiare senza riserve il movimento resistenziale.
Le testimonianze di Don Orlandini dimostrano quanto oltr,e il fronte si
fosse 1nsens1bili ai problemi che si erano creati in quella parte delJ'Italia de[ Nord
in cui si doveva combatter,e contemporaneamente contro due avversari: i Tedeschie i fascisti. Da parte aReata fu risposto che se gli Italiani erano decisi a combattere non mancavano certamente f,ascisti e tedeschi da cui procurarsi le armi
con cui combatter'e; solo in seguito si sarebbe deciso il da farsi, «quando cioè
fosse stato accertata la vera natura dehla Resistenza» (48).
La notizia dell'incontro tra don Orlandini e iiI comando alleato fu dportata
al C.L.N. in forma meno brutale di quanto in effetti accadde.
A Reggio si tentò, almeno in un primo tempo, di minimizzare il sostanziale
fallimento della misslone,e cioè che il governo e il comando di divisione aHeato
in pratica rifiutavano ogni aiuto se non ad azioni ohe t!Otnassero a [oro esclusivo
vantaggio, come iJ fare varcar'e il fronte agH ex prigionieri alleati.
Le forze politiche furono le prime a rendersi conto della gravità deH'artteggiamento alleato: esse sosuanzialmente erano ancora deboli, anche se non più
isolate. Esse si erano raocolte nell'organisrmo prov1nciale del CLN per iniziativa
.
di allcuni individui fortemente responsabili.
Non si può certo dire che il CLN sia sarto improvvi'samente dai! nulla: in
realtà esso fu preceduto da una chial1a presa di posizione: tutti i partiti, ed in
particolare quelli di sinistra, sin dalla dichiarazione di guerra si erano spinti in
dichiarazioni formulanti l'ipotesi di una unione di tutti i partiti indipendentemente
da. una precisa ideologia politica.
Questo senso di responsabilità era quindi presente, e a maggior ragione,
date le circostanze, nelle nostre zone, in quanto con h situazione venutasi a creare
dopo l'otto settembre era necessario organizzarsi in modo vero e proprio. Era
quindi logico che ohi si impegnava non lo facesse in nome del proprio pa.rtito ma
in nome di una unione di forze decise e consapevoli. Nella nostra zona si era
infatti molto lontani dalla soluzione finale: mentre al sud l'arttività dei partiti antifascisti si concretizzava in azione poilitica e lotua per il potere, al nord si era
ancora molto Jontani (49).
(47) Origini e primi atti del CLN, cit, pago 86.
(48) Origini e primi atti del c.L.N., cit., pago 86.
(49) G. MAMMARBLLA, op. cit., pago 53.
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A Reggia durante 1e settimane che seguirono. l'armistizio., e che videro.
l'uscita graduale dagli equivoci, si concretizzò infatti l'organismo pravincia1e del
CLN comprendente i partiti antifascisti che si presentavano. ara came gli arganizzatari di un vasta movimenta il cui prima campita appariva quella di scuatere
la papolazione dalle iHusiani in cui era caduta. Si diradarana quindi
le vaghe e fallaci speranze concepite da molti ... che l'armistizio avrebbe in qualche modo estromesso l'Italia da quell'immenso urto, che sarebbe stata in qualche modo la pace, seppure una
pace da vinti, ma sempre preferibile ad una guerra avversata ...
invece si andava incantro ad una fase della guerra i cui obiettivi erano. più chiari
maturati «sulla base dei prapri ideali, delle proprie aspiraziani, della prapria
cascienza civile e sociale» (50).
L'unione di tutti i partiti nel C.L.N. sarretta dall'appoggia incandizianata
delle companenti saciali ed in particolare dei cantadini, cui era apparsa il vero
significata della latta armata e ciaè latta cantra le vuate e demagagiche pramesse
che il neafascisma praclamava a gran voce ma che erano prive di agni reale
cansistenza (51).
Nelle campagne era anco.ra malta sentita <la influenza che aveva esercitato
il partitosacialista e quella che il pal1tita camunista esercitava tuttara can maha
energia: per questa il partita sacialista e quella comunista, per una certa affinità
idealagica, si erano. canvinti da tempo. dell'utilità non sala deHa Jara unità d'aziane,
ma anche di un ampliamento. cansistente in pratica nell'estendere la base delia
schieramento. antifascista con una palitica di larghe alleanze, in cui i partiti moderati rinunciassero. alla polemica anticamunista ed i camunisti non si spingessero.
al di là di certe istanze di rinnavamento (52).
Lagicamente in questa larga mavimenta di masse, ogni partita nan perdeva
nulla della prapria fisionomia né doveva 1iquidare la prapria organizzaziane: si
trattava salamente di eliminare ogni settarismo. e di evitare le prese di pasizione
dattrinarie e le questiani di principia (53).
Tutta questa perché le necessità militari venivano. relativamente prima di
quelle prettamente idealagiche.
Una canferma di ciò poteva essere ricercata in campa internazianale, ma
destinata a ripercuotersi in campa lacale, nella sciaglimenta del Cam1ntern, che
assumeva un significata ben precisa nel cantesta genel1ale, in quanta accentuava
il carattere particolare dei mavimenti comunisti; in pratica si trattava di adeguare
l'idealogia del partito ai prablemi ed alta situazione prapri di agni singola zona.
Castituiva inoltre una garanzia il fatto che Mosca nan desiderava aHatto interferire
nella palitica interna degli <a<ltri stati il che costituiva certamente una manifestaziane
della buona volantà savietica. Ciò era molta impartante in quanta cantribuiva a
far cadere qualche pregiudizio. da parte delle farze cattoliche, a più semplicemente
(50) M.PACOR, L. CASALI, Lotte sociali e guerriglia in pianura, Roma, Editori
Riuniti, 1972, pago 75.
(51) A. GIANOLIO, op. cit., pagg. 364-365.
(52) E. COLLOTTI, La resistenza in Europa e in Italia, in: «Nuove questioni di
storia contemporanea », Milano, 1968, val. Il, pagg. 1316-13<17.
(53) F. CHABOD, L'Italia contemporanea, 1918-1948, Torino, Einaudi, 1961, pago 122.
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moderate, che vedevano in ogni atteggiamento delle sinistre l'influenz'a in modo
determinante e massiccio deLla politica sovietica. Giustamente quindi l'Unità
clandestina del dieci giugno 1943 aveva dato ampio r1lievo a questo fatto, consapevole che ,le altr,e componentiantifjasdste sarebbero state tranquillizzate circa
le intenzioni comuniste; si sarebbe lasciato ili problema del futuro dell'Italia
aUa decisoine del popolo italiano stesso.
Questo contribuiva anche a sciogliere altre riserve per quanto riguardaVla
l'azione immediata: il patltito comunista si era dichiarato pronto a intervenire
molto tempo prima di quanto in effetti avvenne poiché il P.c.I. era il ,solo convinto che se non fossero intervenute le forze di sinisttla, l'azione sarebbe stata
promossa dalle classi conservatrici con tutte le gravi conseguenze del caso.
Logicamente se da parte delle sinistre si 'era pronti ad animare effettivamente [a lotta armata, da parte degli rutri partiti vi era più prudenza in quanto
si voleva evitare ad ogni costo azioni e vendette a carattere esclusivamente personale.
Il prof. Marconi che ,pur non rappresentando ancora nessuna organizzazione, riteneva di rappresentare il pensiero dei cattdlid più aperti, manifestò
apertamente l'opinione che non si dovesse ricorr-ere ad attentati personali. Le
forze cattoliche si ponevano moltissimi interrogativi ciroa la Jiceità non solo
degli attentati, ma anche della lotta armata in sé e per 'sé in quanto era evidente
che i principi morali e religiosi di cui erano sostenitrici, in condizioni normali
impedivano tutto questo.
Si cominciavano quindi a manifestare le divergenze esistenti fra le componenti dei singoli partiti circa i problemi più urgenti e che pur dovevano essere
risalti.
L'azione era ritenuta importantissima per la risoluzione finale: c'era quindi
da combattere anche contro l'attesismo che era ancora, purtroppo, molto Dadicato.
Tanti si chiedevano se valesse la pena sopportare i sacrifici rich1esti e ricorrere a
qualunque mezzo pur di raggiungere gli scopi prefissi, quando gJi alleati emno
già vicini. I più erano convinti che il momento di agire sareibbe giunto dopo
«finita la guerra quando il popolo (sarebbe stato) veramente Hibeto» (54).
Essi quindi erano del parere che non occorresse intervenire in nessun modo,
neppure riguardo al governo Badoglio, che pure aveva deluso ogni aspettativa,
anzi si giustificava questo atteggiamento nella convinzione che fasse megJio lasciare che lo stesso governo si screditasse completamente.
Anche nel reggiano, da parte comunista, si tese ad una azione immediata
presso le masse popolari affinché la [oro pressione
si [facesse] sentire là dove una politica energica di pace, di libertà e di indipendenza nazionale
[acquistasse] quella decisione che è indispensabile alla salvezza della patria (55).
Era chiaro però che (l'azione immediata poneva gravi interrogativi fra gli
stessi comumst1: un conto eDa parlare di azioni al1mate astrattamente, tutt'altro
era uccidere un uomo anche se costui era indegno e colpevole di ogni più grave
(54) L. LONGO, Sulla via dell'insurrezione nazionale, Roma, Edizioni di cultura sociale, 1954, pago 36.
(55) L'UNITA', anno XX n. 12, 4 agosto 1943.
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nefandezza. Anche da parte dei più consapevoli esponenti comunisti, alcuni dei
quali avevano una cetta dimestichezza con Je tecniche di guerriglia, apprese sui
campi di batnaglia spagnoli o francesi, si ebbero all'inizio dubbi e tentennamenti.
A maggior ragione quindi il problema dell'azione armata si poneva in
termini più gravi nei riguaTIdi degli adtri partiti: esso provocò una profonda crisi
persino in s'eno al partito socialista. Il P.S.I., come già è stato viesto, si presentò
aMa caduta del fascismo fra;",ionato in due tron'Coni.
Uno era legato ancora aJ mito prampoliniano della non violenza, della non
provooazione e perciò rifiutava per principio ogni forma di lotta che non fosse
perfettamente legalitaria. Ma tale scelta prescindeva però dal fatto che la situazione di quei giorni non poteva essere certamente affrontata con metodi legali
poiché il nemico si comportava nel modo più illegale possibile. Con ogni probabilità questa ~razione non aveva ancora compreso la Jezione di vent'anni prima
che pure era stata alquanto dimostrativa.
L'altro troncone, che in realtà era il solo ,a concordare con [e direttive del
partito socialista italiano, presieduto in Emilia da Paolo Fabbri, si era quindi
trovato molto disorientato di fronte alla presa di posizione di Simonini e del suo
gruppo. Se l'indirizzo deJ partito socialisna fosse stato quello di Simon1ni era necessario che iJ partito socialista si astenesse dalla lotta con la grave conseguenza
di trovarsi poi alla f1ne in una posizione di netta minoranza; diverslamente era
necessario che la partecpiazione socialista avvenisse in forma strettamente personale.
Per quanto poi riguardava il partito d'azione, che proprio in quel periodo
iniziava, almeno nel reggiano, la propria vita, esso non 'si poneva patticolari problemi di oJ:1dine mora1e: le sue forze erano deci:samente laiche ed anche orientate
prevalentemente a sinistra. Esso portava l'importante tetaggio del1e varie esperienze antifasciste: da quella salveminiana del « Non mollar,e » a quella dei fratelli
Rosselli e dei gruppi di «Giustizia e Libertà ».
Erano esperienze a carattere preminentemente intdlettuwle e proprio per
questo al partito non fu possib~le t,are una vasta azione di proselitismo.
Per questo motivo al partito d'azione mancò una massiccia adesione popolare che andava piuttosto o verso posizioni di tipo classista o verso posizioni
conf.essionali anche se il partito d'azione, date le circostanze, non prese alcuna
posizione contro il Vaticano. Bisogna però ricordare che le formazioni gielliste,
nei tempi trascorsi, avevano reclamato con una certa insistenza l'annullamento
del concordato e ciò aveva contribuito a creare un forte pregiudizio ne.l!1'ambiente
cattolico nei riguardi delle intenzioni del P.d'A.
Anche per il partito d'azione era comunque necessario adeguarsi alle direttive generali del CLN e proprio per questo non ritenne opportuno fare dell'annullamento del concordato una pregiudiziale.
Per quanto concel'neva il govel'nO Badoglio il P.d'A. fu uno dei primi l1aggruppamenti politici a rendersi conto della fa1lacità del colpo di stato del 25 luglio
e del fatto che dietro di esso manovravano le forze più retrive.
E poiché il governo e la c~rona si disinteressavano delle condizioni in cui
22
veniva a trovarsi il popo[o, eta necessario non solo mutare governo, ma addirittura istituzioni (56).
E' indubbio però che la pregiudiziale repubblicana era destinata a provocate
attriti pur senza 1ncrinare né il patto di unità d'azione tra P.c.I. e P.S.I., né più
in generale io schiel1amento antifascista: nessun partito ritenne saggio abbandonare i programmi unitari.
Si ripeteva quindi seppure in termini diversi, quanto si era concluso a
Parigi nel 1934: in nome di una superiore unità di intenti si cercava soprattutto
quello che univa lasciando in disparte qUfrnto divirdeva.
I comunisti dal oanto loro, non costituivano più il partito settario e intransigente degli anni 20: l'esperienza dei fronti popolfrri e vicende come quella del
patto nazÌsovietico avevano profondamente inciso sugli orientamenti dello stesso
gruppo dirigente. Per vI P.C.I. :ta lotta contro il fascismo non era che uno dei tanti
episodi di un conflitto di ben altre proporzioni impegnato daH'Unione Sovietica
contro il capitalismo imperialista e di cui ognuno aveva l'obbligo di sostenere il
peso in unità d'intenti.
Non bisogna però dimenticare che i comunisti italifrni ed anche quelli reggiani avevano (o cominciavano d avere) la coscienza rivolta anche ai problemi
italiani (57).
I socialisti avevano una prospettiva diversa come diversa era la concezione
del fascismo considerato, dopo il tragico equivoco degli anni 20, un fenomeno
essenzialmente nazionale: proprio per questo essi erano maggiormente legati ai
problemi italiani e sentivano di meno le 1nfluenze straniere. Dal momento però
in cui si decise che anche i socialisti avrebbero contribuito, e nel miglior modo
poss1bile, alla lotta contro l'invasore (poiché tMi erano diventati i tedeschi) ogni
equivoco sembrò essersi chiarito. Ora il P.S.I. appariva più organizzato ed omogeneo dopo la riunificazione delle varie correnti: i qUfrdri del partito erano consfrpevoli della gravità della situazione e della necessità del loro contributo.
A tal fine diveniv,a importantissima la diffusione dell' Avanti come organo
di un partito che voleva riprendere il suo posto di primaria importanza. L'uscita
dell'Avanti dimostrava ['attuazione deli'unità di tutte ile componenti socialiste:
si chiudeva così, e per sempre, il periodo riformista che pur aveva trovato una
sua logica giustificazione in una società con necessità e problemi diversi, ma che
in ogni caso aveva d1mostrato di non oSfrpere resistere a causa del suo frazionamento.
Un partito socialista unito rispondeva alle esigenze di unità profondamente
sentite dalle masse popolari, che riohiedevano un partito forte e solido che superasse nella propria unità Je vecchie divisioni e non ripetesse le vecchie forme
mentali.
Ii partito si rendeva conto di non avere risposto alle esigenze delle masse
popolari e di raggiungere, proprio per questo, faticosamente quella generazione
che nel ventennio del fascismo si el1a formata e che credeva di t.rovare nel partito
socialista quel bfrgaglio di polemiche e di lotte intestine che l'avevano in precedenza caratterizzato.
(56) L. VALIANI, G. BIANCHI, E. RAGIONLERI, Azionisti e cattolici nella
Resistenza, Franco Angeli ed., Milano, 1971, pago 61.
(57) G. MAMMARELLA, Op. cit., pago 55.
23
Dal P.S.l. usciva quindi ~'invito ad una fusione tota[e con l'altro partito
che influenzava 1a g.ran massa deUa classe operaia e cioé il P.c.I.: a varie riprese
apparve espressa sull'Avanti, già subito dopo la caduta del fascismo, la convinzione che il partito socialista dovesse essere come il partito comunista, un centro
di raccolta per tutti coloro
che non credono ai vecchi schemi e alla mentalità del passato, che vogliono adoperarsi per la
fondazione del partito unico del proletariato (58).
In pratica si trattava di riuscire a svincolarsi sia dai dogmi dettati dail:la II
che dalla III internaziona1e, sia dal socialismo riformista che dal settarismo più
intransigente.
Il patto di unità d'azione veniva quindi considerato come un primo passo
verso la completa fusione e sembl1ava dimostrare quanto il partito socialista
avesse superato i tradizionali pregiudizi nei confronti del P.c.l., e quanto avesse
compreso, almeno nella sua maggioranza, gli errori del riformismo e deil'ideologia
prampo:liniana.
Dall'altra parte il patto impegnava i comunisti e cessare ogni ulteriore
polemica nei confronti degli errori commessi in passato per non incrinare le prime
prese di posizione da parte delle forze antifasciste (59).
E' importante sottolineare che con ogni probabilità questo patto aveva
suscitato al di fuori dei pa'ttiti di sinistra una profonda risonanza.
mondo cattolico 'e i suoi dirigenti, pur con molte esitazioni, cominciavano
a rendersi conto che nel reggiano la lotta contro i'l nazifascismo assumeva un
carattere decisamente laico e tutto ciò logioamente, andava a vantaggio esclusivo
dei movimenti marxist:i. Er,a ohiaro che chi si impe~nava maggiormente in questa
dura lotta avrebbe avuto anche maggior peso nella ricostruzione: il timore quindi
di una trasformazione in senso socialcomunista era uno sprone per una maggiore
iniziativa ed energia da parte dei cattolici i quali si andavano convincendo sempre
più che l'azione immediata avrebbe persino fatto il futuro interesse della chiesa.
Proprio a:HOl1a cominciava a sorgere un vero e proprio partito che raccogliesse
si i cattolici ma che contemporaneamente fosse costituito da componenti laici.
Le idee di De Gasperi riguardo alla ricostruzione della democ'tazia cristiana
cominciarono a trovare larga ,risonanza anche se la loro attuazione pratica risultava
piuttosto difficoltosa in quanto, al di fuori dei superstiti del vecchio partito popolare e del dotto Marconi, che si era presentato quale unico esponente laico a
rappresentare il movimento cattoaico «politicamente organizzato », non esistevano
ancora quadri politicamente preparati.
In ogni modo De Gasperi proponeva non tanto un programma di partito
quanto programmi a carattere ideologico ispirati alle tradizioni della democrazia
cristiana, e rivolti anche a una cerchia più ampia e più varia proprio perché le
idee della DC
m
(58) L'AVANTI, anno 47, n. I, 1 agosto 1943.,
.
(59) A. SAITTA; Dal fascismo alla Resistenza, Firenze, La Nuova Italia, 1961, pago 27.
24
nel tempo della ricostruzione possano diventare le idee-forza che animeranno la volontà libera
del popolo italiano (60).
De Gasperi, a name del sua partita, paneva came indispensabiJe l'instauraziane di una demacrazia rappresentativa fandata sull'eguaglianza dei diritti e dei
doveri e animata daLlo spirito di fr,aternità, che è fermento vitale dtil1a civiltà
cristiana: questa daveva essere il regime di domani (61).
De Gasperi, come anche i dirigenti lacali, sapevanO' bene ahe nan era passibile di punta in bianca far sorgere un partita palitica che si facesse campiane
di quei v:alari religiosi e sociali che il partita cattoJica, a megliO' Demac.razia
Cristiana, si propaneva di difendere dall'assalto delle 1deologie materiaHstiche.
Queste ultime eranO' cansiderate quali tutrici degli interessi delle classi
mena abbienti, d'altra canta 1a questione sociale era malta sentita anche a livello
ecolesiastica.
La chiesa però propaneva, came era prevedibile, una soluzione che seguisse
came sempre la linea additata da Leane XIII, e da Pio XII con l'enciclica Rerum
N ovarum, quindi la callabarazione delle classi in cantrappasizione alla lotta di
classe.
Per hl partita cattolka era valida solamente il metodO' della libertà e del
regime parlamentare; ed era appunta in nome della loro ricanquista piena e
incandizionata che anche i cattolici si batte~ano valorosamente nella lotta partigiana.
C'è da dire però che la DC, già d'allora, guardava al sua potenziale elettorato
che si prefigurava quale quella dei maderati del periodO' prefascista e che in pratica
aveva avvallata la palitica del r-egime pur respingendone gli eccessi. Un'altra difficoltà da superare, da parte dei cattalid, cons~steva nel fatta che le direttive ecclesiastiche avev:ana sempre predicato la apolkità del1e organizzazioni cattoliche ed
avevanO' espressa a varie riprese l'invito, estesa tanto ,alI clerO' quanta ai laici, a
mantenersi estranei ad ognicantesa politica.
Il bassa clero però, soprattuttO' quello della mantagna, che dopo 1'8 settembre '43 aveva visto il momentO' di mettere in pratica gli insegnamenti del
v,angelo, aveva assunta un atteggiamentO' diversa: dopa l'armistiziO', come è già
stato detto, erano numerosissimi i militari sbandati ohe chiedevano aiuto alla gente
e quindi anahe ai -sacerdati dell'Appennino. Talli sacerdati inalure, vivendO' a cantattO' continua con i mantanari, avevano imparata a canascere la vita piena di
stenti di quel1e papolaziani che cominciavanO' a ribellarsi alla laro miseria e a
desiderare qualcosa di meglio, pur essendo ancora lontane dalFideologia marX!ista.
I sacerdati ne candividevana le aspiraziani pur continuandO' a predicare i principi
che il cattolicesimO' difendeva: in tal moda il clero si assumeva una pesante respansabilità in quanta essa nan si mantenne affattO' neutrale nana stante le direttive
superiari. Per questo il basso clero della montagna salidarizzò senza riserva can
la resistenzaaffiancandasi alle popolaziani che già per conta laro si erano arientate
versa la latta di Liberazione.
Alcuni avvenimenti pO'i cantribuirona, alla fine del '43 e all'inizia del '44,
(60) Atti e Documenti della Democrazia Cristiana, 1943-1959, Roma, Edizioni Le
Cinque Lune, pago L
(61) Atti e Documenti della Democrazia Cristiana; Op. cit., pago 2.
25
ad una sempre maggiore ostilità al nazifascismo da parte dei cattolici e del clero:
particolarmente importanti furono i provvedimenti contro gli ebrei (e più precisamente l'obbligatorietà da parte degli stessi di denunciarè tutte le opere d'arte
da loro possedute) e la fucilazione di Don Pasquino Borghi.
Il primo provvedimento suscitò una decisa reazione che diede un forte
scossone al risorto fascismo.
Queste misure antiebraiche dimostrarono tra l'altro quanto poco indipendenti fossero i fascisti rispetto ai tedeschi: il fascismo infatti era stato, a differenza del nazismo, relativamente tallerante nei confronti degli ebrei che avevano,
almeno per un periodo di tempo abbastanza lungo, trovato addirittura ospitalità
in Italia. Tutto ciò era una chiara testimonianza di quanto Mussolini contasse
poco: nonosvante le altisonanti parole che pronunciava egli si faceva sempre più
servo dei nazisti. Con quale credito le sue parole, le sue promesse di un futuro
migiliore potevano esser'e accolte?
Evidentemente nessuno; e nel reggiano nessuno si preoccupò da aLlora più
di tanto né delle sue minacce né deHe sue rappresaglie.
L'uccisione di don Borghi fu ancora più gravida di conseguenze: essa impose
un profondo esame di coscienza non solo alle alte gerarchie, primo fra tutti il.
Vescovo mons. Br,ettoni, ma anche a tutti quei cattolici che erano rimasti netti
sul significato e sul valore della resistenza, bollata ingiustamente come un movimento socialcomunista che avrebbe instaurato poi una dittatura di tipo sovietico.
Dopo l'uccisione di don Borghi cadde pure ogni speranza neofascista ne]
movimento cattolico, che era rimasto passivo di fronte ai crimini sempre più
frequenti, come quello della fucilazione dei Cervi.
Essi si erano illusi che le parole di cordoglio pronunciate da mons. Brettoni
in occasione della uccisione del seniore Fagiani fossero state formulate in adesione
e in appoggio al risorto partito fascista. Le dure parole di condanna nei confronti
degli assassini del sacerdote avevano invece rivelato una sostanzia:le condanna
non solo dell'omicidio, ma anche dello stesso movimento che dell'omicidio e della
ingiustizia faceva i suoi perni principali.
Già in precedenza il vescovo aveva indirizzato parole di incoraggiamento
all' attività dei sacerdoti che dovevano essere al di sopra deHe parti, dovevano
padare di Cristo a tutti, ma quel che più importa è ohe dovevano accogliere chiunque venisse a bussare alla porta deUe loro canoniche:
la [loro] giustizia e la [loro] carità non potevano e non dovevano confondersi con alcuna giustizia e carità puramente umane (62).
Con queste parole veniva spiegata in un certo senso la apoliticità che dovevano sostenere i saoerdoti e i cattolici, ma veniva pure ad essere giustificato ogni
atto compiuto non solo da don Borghi ma da chiunque agisse e operasse in nome
della carità: non si faceva quindi distinzione fr,a quanti erano resistenti e quanti no.
L'atteggiamento del vescovo, più chiaro che in precedenza, provocò una
crescente rabbia fascista per l'importanza che ciò s1gnificava. Il solco fascista rile(62) C. GALEOTTI, I cattolici reggiani e la Resistenza, op. cit., pag_ 19.
26
vaV'a che la lettera non era che la piena e assoluta giustificazione del Borghi e
la esaltazione della sua opera che veniva quasi additata ad esempio per tutto
il clero della diocesi. C'è da dire che in quel periodo particolarmente denso di
incertezze, di titubanze per tutti, quelle parole volevano dire qualcosa di più: da
quel momento, col pieno consenso de[ vescovo e quindi della gerarchia ecclesiastica, il movimento cattolico a carattere laico si staccò da essa per assumere un
volto proprio e presentarsi in quei luoghi dove per decenni era stato pressoché
assente.
Nelle fabbriche, dove il movimento operaio era inquadrato e organizzato dai
comunisti, si cominciò a intravvedere un campo in cui anche un partito cristiano
poteva svoLgere la propria azione, facilitatla dal fatto che da parte socialcomunista
si era ben lontani dal volere attuare trasformazioni sociali e politiche in senso
marxista e' dal fatto che ,le stess·e agitazioni sindacali erano rivolte più che canuro
la classe padronale in sé, contro quei padroni che collaboravano con ili fascismo '( 63) .
Cominciava cioè ad apparire nitida quetla posizione sostenuta pubblicamente, un poco più tardi, da Togliatti: era necessario accantonare per il momento gli obiettivi massimaHstici, i motivi dichiaratamente classisti, per porre
come scopo prioritario non tl1asformazioni sociali o politiche ma la liberazione
nazionale e la distruzione del fascismo (64).
Bisogna però ricomare che buona parte dei comunisti, nelle nostre zone,
giunse a questa consapevolezza solo dopo l'intervento decisivo ed autorevole
di Togliatti, in quanto proprio le sinistre avevano fondato il loro antifa·scismo
anche in base al fatto che la dittatura musso1iniana si era sempre manifestata
tutrice inflessibile degli interessi delle classi padronaJi. Le prese di posizione
erano quindi apparse in aperto favore alla lotta di classe;
la società borghese presa nel gioco delle sue stesse contraddizioni, non può uscire da questa
crisi se non opprimendo ancora una volta i lavoratori (65).
Il partito socialista aveva da sempre riconosduto nella lotta di olasse i~
solo modo per abbattere la borghesia capitalistica, ed in se stesso l'organizzatore
politko deBe classi lavoratrici.
Si comprende quindi facilmente come sia stato lento e difficoltoso in questo
senso, l'adattamento dei componenti i partiti di sinistra a:Ile direttive che esplicitamente invitavano a cambiare metodi e conoezioni di lotta, per non infirmare
quell'atto di alleanze più vasto che si profilava.
In altri termini molti militanti di base rimanevano dubbiosi circa l'interrogativo: come era possibile giungere ano stesso fine, e cioè alla distruzione definitiva del fascismo, con metodo opposto a queLlo che si era ritenuto vaJido fino
ad allora? Non bisogna infatti dimenticare che le sinistre avevano da sempre
predicato la lotta di classe non fine a se stessa ma con un preciso contenuto
politico. Si correva cosÌ il rischio effettivo di non essere capiti totalmente da una
(63) A. GIANOLIO, Fascismo e classe operaia, in «Aspetti e momenti della Resistenza Reggiana », op. cit., pagg. 178-179.
(64) A. GIANOLIO, Fascismo e classe operaia, op. cit., pagg. 178-179.
(65) L'AVANTI, anno 47 n. 2, 22 agosto 1943 . .
27
certa parte degli iscritti al P.c.I. che dal canto suo, - secondo alcuni - pur di
realizzare l'unione ddie forze antifasciste, veniva a giustificare ogni tipo di compromesso, od anche ad assumere in tal senso un atteggiamento ecces'sivamente
spregiudicato (66).
L'azione di Togliatti appena giunto dall'U.R.S.S. accentuò il carattere
concreto dei programmi comunisti. Togliatti era consapevole della necessità di
entrare in un primo momento in un governo di coalizione di forze antifasciste
per risolvere i più gravi problemi immediati; solo in un secondo tempo sarebbe
stato possibile trasformare le strutture ddlo stato italiano in forma democratica
progressiva.
«L'arrivo di Togliatti dall'U.R.S.S., il 27 marzo, e la sua decisione di entrare nel ministero Badoglio [sconvolsero] non solo Napoli, ma tutta l'Italia e, in sommo grado lo schiera·
mento del C.L.N. L'avvenimento scoppiò come una bomba anche per il P.C.I.» (67).
Il governo Badoglio era infatti considel'ato in genere come un diaframma
che impediva ogni potente spinta delle masse verso un rinnovamento vero e
reMe. Secondo una rivista comunista, era proprio attorno al re e a Badoglio che
si erano raggruppate le forze reazionarie per impedire ogni ulteriore spinta
democratica (68).
La posizione di Togliatti però era senza dubbio avvalorata dalla stessa
posizione sovietica che aveva riconosciuto sin dall'inizio, ufficialmente, il governo
B3Jdoglio, le con esso, seppure implicitamente, aveva rkonosduto la stessa monarchia.
In realtà la questione deJJa monarchia in Italia era allora effettivamente
insolubile ed il rinvio fu ['unico modo possibi:le per evitare una ulteriore perdita
di tempo ed una spaccatura difficilmente sanabile in futuro tra nord e sud.
Non bisogna infatti dimenticare che al sud mancavano le premesse per
una diversa impostazione del problema: una chiara testimonianza può essere
dedotta dai risultati del rde.rendum istituzionale nel meridione: addirittura a
Napoli «bande armate di lazzari del re (dominano) la piazza ... » (69).
Un esponente comunista reggi,ano ha ricordato che prima della proposta
di T0'gHatti, al sud la sinistra ragionava in termini piuttosto astratti:
facciamo un governo democratico, creiamo una soluzione democratica per partecipare alla
guerra (70 ) .
Era una soluzione senza via d'uscita perché nel sud n0'n c'erano le forze
politiche per realizzarla, non c'era quel1a partecipazione di masse popolari della
città e della campagna che al nord sostenevano ,la lotta di liberazione.
L'iniziativa di portar'e i partiti antifascisti nel governo del re era ,J;a sola
posizione che poteva determinare, in quel momento, un collegamento tra nord e
(66) G. MAMMAiRELLA, op. cit., pago 57.
(67) E. LUSSU, Sul partito d'azione e gli altri, Milano, Mursia, 1968, pagg. 87:88.
(68) LA NOSTRA WTTA, anno II, n. 3, febbraio 1944.
(69) C. PILLON, I comunisti nella storia d'Italia, pago 926.
(70) A. MAGNANI, Introduzione per un dibattito a un seminario di giovani studenti
cattolici a Casola - Canossa il 13-9-1974, (dattiloscritto), pago 8.
.
28
sud nella guerra di liberazione, sventando il <rischio molto concreto, di una
spaccatura nelle formazioni partigiane del nord e dell'intero paese (71).
La posizione comunista, pur accolta con qualche incertezza, nel reggiano
non diede adito ad atteggiamenti di netta ostilità: per quanto rigua'rdava i rapporti
con glli altri partiti non vi erano stati atteggiamenti discordi.
I socialisti dal canto loro avevano rifiutlato in precedenza l'invito di Badoglio alla formazione di un governo che, seppure antifascista, si rivelava sostanzialmente filomonarchico e per di più favorevole alla difesa degli interessi
di quel ceto previlegiato che era riuscito in extremis a dividere le proprie responsabilità da quelle del fascismo. Il P.S.I. ribadiva ancora una volta che esso
era socialista e cioè «dialetticamente negatore e superatore della storia borghese,
di tutta la stor1a borghese », (72) pur senza portare questa conoezione all'esasperazione.
I socialisti infatti, anche se i comunisti partecipavano al governo, non
ritennero giusto, solo per questo motivo, rinunciare al patto di unità d'azione (73).
Essi, assieme agli azionisti, che tuttavia erano più intransigenti, considerarono giusto non entrare nel governo «per non avallare un colpo di mano politico che era grave e poteva avere conseguenze ancora più gravi» (74).
In campo nazionale, da parte del Partito d'Azione c'era a questo riguardo
una forte polemica:
nella realtà di quel tempo l'indirizzo esplicitamente repubblicano rispondeva a un orientamento
antifascista, e l'operazione Bonomi appariva, ed era, un compromesso, interpretabile come una
flessione verso la monarchia. In un certo senso si rompeva il fronte delle SInIstre unite rotto
per la prima volta con l'ingresso del P.C.I. nel secondo governo Badoglio e questa partecipazione al governo Bonami non ne era che una conseguenza (75).
Nel reggiano però da parte del Partito d'Azione si assunse un atteggiamento flessibile anche perché i dirigenti azionisti erano dell'avviso che lo spostamento del P.c.I. era stato più formale e tattko che reale e che le decisioni di
Togliatti avevano contdbuito a creare una certa distensione tra ,le forze antifasciste reggiane in quanto i comunisti stes'si si erano resi conto della necessarietà di
seguire queste direttive anche se ciò non era privo di rischio nei riguardi di
quei militanti che erano entrati nel partito con precisi mtenti rivoluzionari.
L'atteggiamento di questa minoranza costituiva certamente un handicapp
notato anche da Piero Secchia, secondo cui era proprio questa base mi[itante non
ancora completamente matura nel seguire le vere direttive del partito, che impediva un atteggiamento più sereno (76).
Pietro Secchia ravvisa in questo atteggiamento anche la causa o meglio una
delle cause, che impedì allo sciopero di marzo di andal'e a Reggio oltre « un certo
esito »: con ogni probabHità però P. Secchia non aveva completamente presente
(71) A. MAGNANI, op. cit., pago 8.
(72) L'AVANTI, Anno 48, n. 26, 20 marzo 1944.
(73) E. LUSSU, op. cit., pago 120.
(74) E. LUSSU, op. cit., pago 122.
(75) E. LUSSU, op. cit., pago 124-125.
(76) P. SECCHIA. Il Partito Comunista Italiano e la guerra di Liberazione, Milano,
Feltrinelli, 1973, pago 307.
29
la situazione del 'reggiano: nel gennaio 1944 un bombardamento aveva semidistrutto le « Re~giane » le cui maestranze si erano disperse. Veniva così a mancare
la forza trainante e cioè tutta ['organizzazione politica e sindacale delle «Reggiane », con grave pl1egiudizio per la buona riuscita dello sciopero.
Il non completo successo dello sciopero di marzo non diminuiva in ogni
caso il va'lore e l'importanza che lo sciopero stesso aveva avuto: se non altro era
stato un «movimento preparatorio dello sciopero insurrezionale », (77) ed era
valso a prendere atto di quelle deficienze e di quelle lacune che purtroppo si
erano manifestate nonostante la propaganda che l'aveva preceduto.
Il non felice esito dello sciopeto di marzo, d'altro canto, aveva cont'dbuito
notevo1mente a rialzare il mOllale degli occupanti e dei loro collahoratori, i quali
pensavano che ormai i partiti si fossero rassegnati alla situazione di fatto e che
avessero cessato ogni ,forma dLpwpaga;nda a Bavare degli sdoperi. A varie riprese,
sUil quot1diano fascista di Reggio, apparve allora la soddisfazione per quanto non
accadeva più: si affermava che anche le masse, le maestranze operaie» dopo gli
ultimi piccoli scioperi ora si rivolgevano contro gli stessi agitatori che le spingevano a sabotare la guerra» (78).
Da parte dei repubblichini si ribadiva di nuovo che gli operai si erano
convinti e resi coscienti dei sacrifici che la guerra richiedeva loro e che fosse perciò necessario non ostacolare la produzione bellica per condurre la guerra stessa
sino al termine ed a fianco dei tedeschi.
Ma il! primo maggio doveva essere una doccia fredda per costoro. Gli operai
socia1isti e oattolici erano, soprattutto alla Lombal'dini, a conoscenza delle agitazioni che si preparavano per quella data, e le appoggiarono incondizionatamente (79).
La federazione comunista reggiana aveva diffuso un volantino in cui l'invito a sciopenare non era neppure accennato: in esso si invitavano le forze sane
del popolo a prendere maggiormente coscienza degli imperativi del momento. In
proporzione a quanto si dava, si sarebbe poi ricevuto: inoltre sarebbe stato vergognoso attendere dagli eserciti ahleati e solo da essi, la liberazione:
l'Italia nella futura società avrà il posto che le appartiene a condizione che essa porti
alla lotta il proprio contributo, ed è in misura dei nostri sforzi e dei nostri sacrifici che noi
potremo rivendicare con dignità i nostri diritti (,gO).
A parte questo aspetto del problema, il partito comunista dava molto
rilievo, più che a tutto il resto, alla necessità di operare unitariamente.
I nazifascisti compresero l'enorme portata di quella propaganda, che si distingueva particolarmente per il suo contenuto diverso, che andava ben oltre le
riohieste a carattere immediato di tipo economico.
Bisogna però notare che se per i partiti cosiddetti di sinistra, oltre al partito
d'azione (ohe raccoglieva a Reggio uomini con orientamenti e concezioni geneml(77) P. SECCHIA, op. cit., pago 307.
(7,g) IL SOLCO FASCISTA, 22 aprile 1944.
(79) G, MAGNANINI, Lo sciopero del 1 maggio 1944 alla Lombardini, in: «Ricerche Storiche », anno VIII, n. 22, luglio 1974.
(80) Volantino a cura della Federazione Comunista Reggiana conservato all'Istituto
per la storia della Resistenza di Reggio Emilia.
30
mente aperte) lo sciopera era naturale, per i cattòlici, anche per quelli più avanzati,
l'acoettazione dei principi dello sciopero era condizionata al superamento del
caso di coscienza che implicava proprio il concetto in sé e per sé di sciopero. La
chiesa uHiciale infatti aveva avuto fino ad allora molte riserve nei riguardi dell'arma deLlo 'sciopero considerato un mezzo nelle mani del comunismo per attuare
lo scontro delle classi: a maggior ragione si erano espressi dubbi per l'attuazione
di scioperi a contenuto prevalentemente politico.
Comunque i nazifasdsti avevano preso ogni misura e dichiarato apertamente
che ogni dimostrazione inscenata il 10 maggio avrebbe rivestito UIl1 carattere
politico «a sfondo comunista o comunque antipatriottico» (81).
Da1:1a circolare prefettizia si può intravvedel'e come anche per i nazifascisti
fosse ormai chiaro ohe non più solamente i comunisti ma anche le altre forze
politiche agivano in funzione essenzialmente antifascista. Anche se i fa8cis,ti continuavano a minacciare, Ila popolazione aveva avuto la dimostrazione che le forze
democratiche erano pronte ad assumersi le proprie responsabilità.
La piena riuscita dello sciopero alla Lombardini aveva chiarito ancora una
volta quali fossero le rea:li intenzioni e dei neofascisti e contemporaneamente di
quanti contro di essi si battevano. L'unità che si cominciava a realizzare era indubbiamente una testimonianza della buona volontà di voler superare i motivi
di dissenso per il fine ultimo.
Gerto ogni partito oercava di esercitare
propria infLuenza dove era
possibile e soprattutto nelle montagne, dove la lotta di classe a;ncora non andava
oltre ,a1 desiderio, un po' vago per la verità, di migliorare.
L'enorme influenza del clero aveva contenuto entro limiti piuttosto angusti
i movimenti volti ad ottenere qualcosa di meglio utilizzando il sistema dello
scontro diretto. La popolazione era ancora molto legata aHe tradizioni religiose
anche perché il sacerdote el1a spesso una figura a carattere politico vero e proprio,
una guida che prderiva inf,luenzare egli stesso le popolazioni in direzione moderate; perciò la popolazione montanara diveniva tanto più cosciente quanto più
cosciente era l'azione del clero.
In altre parole le popolazioni montanal'e erano scarsamente responsabiHzzate a livello puramente politico, per cui subirono profondi rivolgimenti e crisi
di coscienza quando l'afflusso mas'siccio degli sbandati e dei partigiani con le Joro
convinzioni diverse, ma profondamente ra;dicate, si riversò sulle nostre montagne.
Ciò avveniva anche quando chi si rifugiava nelle montagne non aveva una
precisa coloritura politica o una precisa conoscenza di quello che occorresse fare:
aa
«ve ne sono molti però, specialmente i più giovani, che non ne hanno (di idee politiche), pur
essendo animati dalla decisione di sfuggire all'arruolamento repubblichino, di non cedere ai
tedeschi e ai fascisti» ,( 82 ) .
Bisogna però tenere conto che un atteggiamento apolitico era molto difficile:
soprattutto il P.c.I. e la democrazia cristiana oomrndavano allora ad avere un
(81) Circolare del 25 aprile 1944 in G. FRANZINI, op. cit., pago 132.
(82) C. GALEOTTI, I cattolici reggiani e la Resistenza... op. dt., pago 56. Cfr.
anche A. Gorrieri, op. cit., pago 73.
31
certo soontro in quanto entrambi premevano per avere il predominio ne:1le rormazioni partigiane.
Si è detto democrazia ctlstlana in quanto dopo vari tentennamenti, e la
partecipazione alla lotta avvenuta spesso a titolo personale, nel '44 la situazione
era matutta per una presa di posizione coraggiosa a :liveRo politico. Se i cattolici
si organizzavano
apertamente in un partito av,rebbero potuto coinvolgere, con la loro condotta, con gli eventuali
inevitabili errori, la condotta e la dignità della chiesa, che doveva essere [invece] madre di
tutti, superiore alle divisioni umane,
e ciò costituiva indubbiamente un grave rischio che però doveva essere corso (83).
Questo dubbio travagliava anche i cattolici di notevole apertura mentale,
come ad esempio Giuseppe Dossetti, che avevla sottolineato in precedenza proprio
l'esigenza che non venga costituito un partito di cattolici, ma che i cattolici abbiano la possibilità
in quanto cittadini di entrare e di assumere responsablità in partiti politici democratici (84).
E' questa una posizione molto particolare che però esprime i molti dubbi
esistenti ancora in seno ai cattolici reggiani. Sarà superata solamente quando il
leader più prestigioso in campo nazionale, e cioé De Gasperi, presenterà un chiarimento riguardo al nuovo partito della democrazia cristiana.
NeRa dichia:razione programmatica presentata a chiusura del convegno di
Napoli, erano rese note le 'finaHtà e gli scopi per cui era sorta ed agiva la democrazia cristiana.
Si puntualizzava che il partito democristiano rispondeva ad esigenze insopprimibili della vita politica: innanzi tutto la DC teneva a precisare già da allora
che quello della ricostruzione era considerato un problema es'senzialmente morale:
senza una ripresa della coscienza morale di tutte le classi del popolo italiano la ricostruzione
morale e civile è impossibile e, seppure fosse realizzabile, riuscirebbe opera effimera per la
corruzione interna che continuerebbe a rodere e a distruggere i tessuti dello stato nuovo (85).
Questa si configurava come La prima esigenza cui faceva riscontro una
seconda e cioè che la rivoluzione politica e sociale che si andava compiendo e che
gli stessi democristiani volevano per ragioni di giustizia
per portare tutto il popolo al governo di se stesso nella politica ... si [dovesse] attuare rispettando e salvando i diritti supremi della persona umana e tutte le libertà essenziali per il
suo sviluppo (86).
La DC quindi era certamente per la difesa delle Hbertà, pur rimanendo un
pairtito d'ordine estremo e quindi molto Jontano dalla concezione delle sinistre,
(83)
(84)
n. I, aprile
(85)
(86)
C. GALEOTTI, I
C. CORGHI, Una
1967, pago 54.
C. GALEOTTI, I
C. GALEOTTI, I
cattolici reggiani e la Resistenza, op. cit., pago 56.
nota di storia politica locale, in: «Ricerche Storiche» anno l
cattolici reggiani e la Resistenza... op. cit., pago 104.
cattolici reggiani e la Resistenza... op. cit., pago 104.
32
nel senso ohe essa non accettava in alcun modo iJ fatto che le sorti o le decisioni
fossero dovute ad insurrezioni di piazza.
Noi siamo partito d'ordine e di legge, facciamo opera di disciplina in tutto il paese e
alla necessaria solidarietà dei partiti antifascisti sacrifichiamo molte particolari esigenze.
Tuttavia nessuno si illuda; se domani la legge fosse minacciata o violata e si profilassero
volontà sopraffattrici e dittatoriali, non si ritenga di passare su di noi come su quello che una
volta si qualificava trepido pecorume clericale; non ci lasceremo sorprendere come... nel
1922 e alla minaccia che ci venisse da destra o da sinistra opporremo tutta la resistenza attiva
e passiva di cui il nostro popolo sarà capace (87) .
Da questa dichiarazione appariva come fossero in antitesi :le due concezioni:
quella democristiana, che già aveva visioni moderate di ricostruzione, e quella
degli altripartitiche'uel reggiano agiva:no in senso più aperto, in comunità di
idee e di intenti, anche se per il momento agiva:no con programmi meno lontani
ed in funzione sofamente antitedesca.
Per questo i partiti laici erano cons1apevoli che bisognava agire liberi da
preoccupazioni e da vincoli morali per agire immediatamente: nell'estate 1944
dopo i tragici avvenimenti della BetWla e le feroci rappresaglie naziste non si
poteva attendere oltre.
Nelle formazioni partigiane però la posizione divergente assunta dai partiti
di sinistra e dai cattolici si faceva, purtroppo, sendre enormemente: cominciavano
a:d apparire i gravi dissidi che, a tutto svanta:ggio della causa comune, porteranno
ad una scissione ed a:lJa formazione di un gmppo partigiano di pretto stampo
cattoli:co: il « Battaglione della montagna» denominato in 'seguito « Fiamme Verdi ».
Esse costituivano il frutto personale di Don Carlo Oi1landini, ma contemporaneamente erano legate a un vertice politico democristiano tanto che riconosceva:no i rappres,entanti DC come loro rappresentanti.
C'è però da porre come attenuante a questa soluzione che gli uomini costituenti le Fiamme Verdi erano per Jo più montanari e che, come nali, nutrivano
una buona dose di diffidenza nei confronti di quei partigiani che erano venuti
sulle montagne ma che, appena la situazione lo avesse permesso, sarebbero ritornati
in pianuba.
In buona parte erano legati ad ideali religiosi, a1la loro terra, alle loro
tradizioni, e male sopportavano quegli atteggiamenti un po' troppo spregiudicati
assunti da una parte es~gua di sed10enti comunisti, come la os1Jentazione dei simboli esteriori di partito: per questo un certo numero di montanari aveva seguito
con molto entusiasmo gli inviti di Don Carlo.
Da parte di questo sacerdote, ed anche di buona parte di cattolici che partecipavano a:11a lotta armata, c'era però il timore che i partigiani della pia:nura,
quasi tutti di idee progressiste, influenzassero di md1to le idee piuttosto conservatrici di cui la chiesa si era fatta e si manteneva aperta custode nelle nostre
montagne. Forse però i democristiani della montagna non ebano pienamente consapevoli del grave danno che la loro scissione aveva portato alla lotta partigiana
che pure 'sostenevano con energia.
(87) C. GALEOTTI, Idem. op. cit., pagg. 104-105.
33
D'.altro canto la SC1S'SlOne era appa'rsa anohe agli stessi COmUnisti come
l'unica soluzione possibile per superare i gravi contrasti di ordine ideodogico.
Non si può però considerare il problema solamente da questo angolo visuale:
la creazione delle FF.VV. era stata anche una caLcolata manovra politica.
Era chiaro che la DC in tal modo voleva mettere le mani avanti: essa era
consapevole che nelle sue fi:le, dopo la liberazione, sarebbero affluiti quanti ora
erano rimasti un poco in disparte e quanti temevano innovazioni di caTattere
socia,le che i comunisti non rivendicavano immediatamente, ma neppure, escludevano a priori.
Le pressioni per la costituzione delle fiamme verdi appariV'ano anche a
quanti non erano comunisti, ma militavano da tempo nelle formazioni uniche
una manovra dei democristiani volta a valorizzare la propria corrente alla vigilia della liberazione,
quando lo sforzo maggiore era già stato compiuto da altri (88).
La scissione comportava però, necessariamente, problemi diversi e pm
gravi: anche se le formazioni partigiane erano di due tipi, si imponeva ugualmente
il Comando Unico ed il comandante perciò doveva essere al di sopra delle parti:
indubbiamente ciò era giusto, ma sorgeva immediatamente un altro problema;
quand'anche foss,e stato possibile reperire un comandante politicamente non impegnato come sarebbe stato accolto un personaggio completamente sconosciuto
fino ad allora? avrebbe provocato sospetti e diffidenze? si rischiava in "tal modo
che la soluzione scelta come minor male possibile, provocasse difficoltà di molto
superiori a quelle pr,eviste.
D'altro canto la scissione del:1e forze partigiane portò pure ad un atteggiamento in un certo senso di autocritica da parte del partito comunista.
Già è stato detto di come nel reggiano, le direttive provenienti dal partito
stesso riguardanti l'unità di tutte le forze antifasciste, fossero state accohe in
teoria con entusiasmo, ma attuate con una certa difficoltà piuttosto comprensibile.
La circolare indirizzata ai soli membri del partito comunista in data 12
novembre 1944 e quindi posteriore agli avvenimenti, è ugualmente indicativa in
quanto in essa si invinavano i comunisti, o meglio una certa parte di essi, ad
assumere posizioni meno intransigenti (89).
Molti partigiani comunisti credevano di seguire le direttive di partito esulando completamente o in parte dalle direttive che provenivano dal CLN e comportandosi come 11 partito stesso aveva richiesto ma in ben ahre circostanze.
La stella rossa, la falce e il martello, erano simboli indubbiamente portati
con orgoglio da molti comunisti partigiani ma erano anche simboli di un partito
che potevano perciò urtare i sentimenti o :le convinzioni di aderenti ad altri partiti.
Da parte del P.c.I. si tendeva giustamente a rilevare che se mancanze vi
erano stiate, erano dovute più che altro all'aumento degli effettivi ed aUe difficoltà
di inquadrare e controLlare quanti chiedevano di entrare nelle file partigiane.
Giustamente il Franzini sottolinea che i democristiani osservavano i fatti
(88) G. FRANZINI, Storia della Resistenza ... op. cit., pagg. 285-286.
( 89) Circolare «Basta con il settari&mo» conservata all'Istituto per la storia della
Resistenza di Reggio Emilia.
34
e che i fatti, quali si presentavano nell'estate 1944, davano in parte ragione a
loro. I democristiani tuttavia non si presentavano su1la scena politica con le
carte molto in regola.
Su un piano strettamente e solamente politico la D.C. non avrebbe dovuto
avere neppure voce in capitolo: si eJ.1a costituita partito po'litico, ma ::lon era
propriamente un partito:
iI partito democristiano, appoggiato da una parte del clero e dell'Azione Cattolica, non riuscì
a caratterizzarsi come una organizzazione compiutamente politica.
Specialmente alla base, i contatti politici coi vari partiti venivano tenuti spesso da sacerdoti o da militanti dell'Azione Cattolica... Così dicasi per l'organizzazione femminile: le
dirigenti provinciali dei Gruppi di Difesa della Donna trattavano con donne di Azione Cattolica più che con rappresentanti del partito democristiano (90).
Anche il Pellizzi concorda nel sostenere che nell'estate del 1944 ia Democrazia Cristiana cominciava solo allora ad organizzarsi veramente, e perchè appoggiata al:1a potente organizzazione cattolica (91).
I democratici cristiani non mancavano a volte di mettere in discussione i
metodi della lotta partigiana.
Il partito demooristiano o meglio alcuni suoi esponenti, avevano assunto
il proprio atteggiamento di critica tenendo conto che se neH'Italia occupata c'erano
i tedeschi, nell'Italia libera c'erano gli a~1eati e da essi dipendevano in pratica
molte cose.
I DC erano ben consapevoli, forse piùreaJisticamente degli esponenti
delle sinistre, che gli anglo-americani conducevano la loro battaglia per la vittoria
di una democrazia di tipo occidentale ben lontana da quella popolare di tipo
sovietico.
Anche senza tener conto di ciò la DC si trovava perfettamente a proprio
agio in questa ideologia di tipo democratico occidentale e ribadiva Je sue idee a
questo riguardo energicamente e con piena convinzione. Sotto questo punto di
vista si può considerare anche l'atteggiamento critico assunto nei riguardi dei
caratteri puramente tecnici e miHtari, quali ad esempio la disciplina e l'organizzazione delle formazioni partigiane, che indulbbiamente valevano molto di più
agli occhi degli alleati di una chiara impostazione politica (92).
Nei rapporti con la DC non aveva sortito effetto alcuno di distensione la
piattaforma programmatica formulata esplicitamente dal Partito Comunista fin
dal giugno 1944.
L'insurrezione generale del popolo, che era un poco hl massimo punto di
scontro, era realizzabile solamente sul[a base della unità delle forze antifasciste
e nazionali: il P.C.I. voleva l'insurrezione non solo dei comunisti ma di tutto il
popolo e di tutti i partiti, pur con [a consapevolezza che i comuni:sti dovevano
pur sempre adempiete « la Jmo funzione di forza d'avanguardia nella preparazione
della 10tta e nella direzione di essa ». In altre parole ribadiva che l'insurrezione
non aveva lo scopo di imporre trasformazioni sociali e politiche in senso socialista
(90) G. FRANZINI, Storia della Resistenza ... , op. cit., pago 653.
(91) V. PELLIZZI, Trenta Mesi, op. cit., pago 126.
(92) C. GAiLEOTTI, I cattolici... op. cit., pago 62.
35
o comunista; anzi ogni trasformazione sarebbe avvenuta poi, solamente attraverso
una libera consuJtazione popolare. Le istruzioni di Togliatti proseguivano nell'invito a seguire queste direttive limitatamente a quanto ella necessario e possibile in campo locale.
Togliatti a nome del P.c.I. propugnava da parte sua ~a completa unità
delle forze antifasciste e poneva anch'egli l'<accento sull'importanza del fattore
puramente militare.
Anche Longo era un aperto sostenitore della validità di questa posizione:
la lotta armata doveva avere un carattere non solo unitario ma anche militare.
Noi lottiamo '" perché tutti i gruppi armati esistenti ... purché siano nel terreno della
guerra di popolo ... si uniscano in un'organizzazione armata unica con un comando militare
unico, che spetta ai più energici e decisi antifascisti e ai più esperti militarmente (93).
Indubbiamente però nel reggiano, queste dichiarazioni trovarono ampio
credito anche fra i militanti de'l partito d'Azione: quest'ultimo, dopo il convegoo
di Firenze cui aveva partecipato anche il più qualificato esponente reggiano, e
cioè l'avvocato Pellizzi, aveva raggiunto una posizione di importanza tutt'altro
che trascurabile nell'estate 1944.
La sua funzione era soprattutto di sostegno e di appoggio nei confronti dei
partiti di sinistra, <anche se sostanzialmente -raccoglieva alcuni degli elementi più
aperti della borghesia reggiana, la cui maggioranza peraltro continuava a dare
soprattutto platonici consensi e scarsi contributi effettivi.
Nel1e nostre zone il callattere laico dei tre partiti aveva favorito ben presto
l'instaurazione di un clima solidale e, cosa strana per quei tempi, corretto: nel
reggiano prima che in altre zone, gli azionisti erano stati infatti risoluti a posporre il problema deUa mona-rchia alla soluzione finale della guerra. Una dimostrazione di questa correttezza a livello politico può essere ricercata nell'atteggiamento del capitano Oliva che fu uno dei massimi esponenti azionisti: egli, pur
vincolato al giuramento di fedeltà alI re, aveva ben presto rinunciato non solo
ad ogni idea monarohica, ma anche conservatrice (94).
L'affiatamento era destinato ad aumentare: bisogna infatti ricordare che,
per quanto riguardava i metodi di lotta il P.d.A., non si proponeva la salvaguardia
di valori astrattamente morali, o limitazioni di altro genere: Pellizzi era a questo
riguardo molto intmnsigente. Era consapevole anch'egli che nella nostra zona così
ferocemente occupata, era necessario raggiungere il fine prefisso in ogni modo.
In pratica quindi, quando si patlla di partiti della sinistra, si possono comprendere, anche se con qualche riserva, i tre partiti a carattere esclusivamente laico
(! Cioè P.c.I., P.S.I.U.P., P.d'A.; 1a DC costituiva qualcosa di sostanzialmente
diverso: la sua condotta assumeva aspetti in un certo senso autonomi e in buona
parte polemici.
Come è già stato detto la DC puntava molto sugli alleati e sul loro contributo
per evitare una rivoluzione di tipo sovietico: questa tendenza era d'altro canto
perfettamente ricambiata.
(93) L. LONGO, Op. cit., pago 271.
(94) Origini e Primi Atti del GLN, op. cit., pago 181.
36
GH Alleati, sin dalla caduta del fasdsmo, avevano infatti c011dotro una politica
molto favorevole alle forze moderate; la missione inglese in particolare guardava
con molta fiducia alla componente democristiana ed alla formazione partigiana
da essa controllata.
Indubbiamente ciò creava gravi dissidi, superabili solamente con la buona
volontà con la consapevolezza di combattere per una giusta causa per cui, con
o senza gli Alleati, si doveva proseguire.
La polemka nei confronti delle FF.VV. e degli Alleati si riacutizzava di tanto
in tanto; il culmine si ebbe quando i partiti politici si resero conto che, terminata
l'estate, la campagna invemaJle si sarebbe manifestata in tutta la sua gravità, e
riaffiorarono allora i vecchi dubbi sulla parzialità della missione inglese a
favoJ.1e della D.C.-FF.VV.
In autunno gli aiuti alleati erano diminuiti: questa mossa non era affatto
passata inosservata, per cui si attendevano con ansia gli ulteriori sviluppi di
questo atteggiamento per lo meno incomprensib1le.
A questa amara constatlazione (da parte alleata c'era il segreto pensiero
che sarebbe statosUJfHciente l'inverno, sempre duro e terribi:le neJ:le condizioni
in cui si trovavano i partigiani, ed il riacutizzarsi dell'offensiva t.edesca sul passo
del Cerreto, per disperdere le forze della Resistenza) si aggiungeva la delusione
per la scarsa considerazione del movimento partigiano da parte alleata.
Se fosse avvenuta la smobiHtazione partigiana, gli alleati sarebbero entrati
per primi nei nostri paesi ed accolti come i soli veri liberatori, alla primavera
successiva: ciò non era un problema da poco.
Se si voleva evitarlo, occor.reva mantenere le formazioni in montagna per
non essere scavalcati e privati di ogni possibilità decisionale al momento della
liberazione.
In realtà iiI proclama Alexander era apparso poco chiaro, in quanto era
assurda, proprio in quel momento, una smobilitazione delle forze partigiane.
Una chiara ed esauriente risposta al proclama Alexander, si diede da parte
dei comunisti (ed in particolare di Longo).
Le direttive comuniste concordavano sUiI fatto che se il proclama Alexander
era per un necessario rinvio, ciò non implicava una smobilitazione completa: lo
stesso proclama aggiungeva infatti che era quanto mai necessario approfittare
ugualmente delle opportunità che si presentavano, se il ri·schio non era troppo
elevato, di nare azioni di sabotaggio. In pratica la battaglia continuava anche se
era necessario adeguare le operazioni partigiane al ritmo più lento, imposto dalle
diWcoltà invernali, degli eserciti alleati.
Esaminando poi il proclama dal punto di vista strettamente umano, era
inamissibile costringere i partigiani a ritornare a casa, pokhé ciò avrebbe significato esporli ad una chial1a rappresaglia nazifasdsta, non 'solo ma anche significava
un cedimento, un rinnegamento, in un certo senso, rispetto ad « un passato di lotta
e di onore» (95).
In ogni caso il proclama Alexander interveniva nel momento più favorevole
per assumere posizioni attesiste: gli alleati infatti el1ano aUe porte, mentre il
(95) L. LONGO, Op. cit., pago 341-345.
37
«generale inverno» appariva favorevole ai nazuascisti. C'è però da notare un
particolare molto significativo e cioé che il proclama AJeXiander favoriva il
piano inglese nel Reggiano. Gli aLleati della Missione, mentre erano dell'opinione
di un Tidimensionamento degli effettivi gar1baldini, erano meno decisi per quanto
riguardava le formazioni di orienMmento moderato.
CAPITOLO III
Si può dire che nonostante il suo contenuto, il proclama Alexander non
intaccò sostanzialmente le formazioni partigiane: quelle di sinistra, per l'est,rema
decisione ohe dimostravano nel voler continuale da 10tTIa, quelle democristiane,
per l'appoggio che avevano avuto da parte degli inglesi.
Chi passò la linea del fronte lo fece per ragioni diverse e sempre a livello
personale (96 ) .
C'è da tener presente che in concomitanza del proclama o meglio, poco
dopo, Mussolini fece un tentativo, d'altra parte piuttosto groS'soJano, per guadagnarsi le simpatie del mondo operaio, emanando un provvedimento che secondo
le intenzioni doveva suscitare enorme consenso e entusiasmo: si trattava di
quella socializzazione delle imprese che, dalla promulgazione della carta di Verona,
era rimasta lettera morta; il partito repubblichino ceroava di accompagnare in tal
modo, sul piano politico, l'azione militare dei tedeschi (97).
Date le circostanz.e era necessario da parte della Resistenza, assumere una
posizione ancora più energica e chiara a livello politico, senza creare eccessive
illusioni; era questo il solo modo possibile per smascherare le reali intenzioni
che si nascondevano sotto la consueta demagogia che aveva caratterizzato il fascismo per venti anni.
In tal senso era neces~ario porre val1de alternative, non tanto alle riforme
del fascismo repubblicano, che non trovavano più credito alcuno, ma a quelle
disposizioni che ad un attento esame si riversavano direttamente sul già basso
tenore di vita delle masse lavoratrici. Inf,atti le requisizioni a carico dei grossisti,
mentre superficialmente sembravano colpire i grossi commercianti, in r,ealtà colpivano non solo i dettaglianti (specialmente queLli più poveri), ma l'intero popolo
alle pres,e con il sempre più pressante problema dell'alimentazione quotidiana.
Giustamente quindi le organizzazioni femminili erano chiamate direttamente in causa ed esse furono le prime ad accorgersi che sotto sotto questa politica delle requisizioni colpiva le masse popolari nei loro bisogni più immediati
e ciò ad esclusivo profitto dell'esercito tedesco.
Le donne avevano appoggiato Hn dall'inizio il movimento resistenziaJe.
Dal giorno dell'armistizio ave~ano avuto la piena consapevolezza di essere
per la giusta oausa solo a fianco e a sostegno delle costituende formazioni partigiane in montagna e delle S.A.P. e dei G.A.P. in pianura.
(96) Le polemiche esistenti più a livello dirigenziale che a quello partigiano si risolsero
nel concedere il permesso per passare il fronte a quanti per motivi di salute o altro lo
desiderassero.
(97) G. FRANZINI, Storia della Resistenza Reggiana, op. cit., pago 477.
38
In effetti da questa consapevolezza nasceva il loro atteggiamento deciso e
duro nei confronti degli avversari: soprattutto da parte delle donne appartenenti
alle formazioni di sinistra si propagandava pelJfino lo sciopero a HnaHtà decisamente ed esclusivamente politica.
La politica per le donne, più che per gli uomini, non era qualcosa di ideale,
di astratto, ma si concretizzava in un tenore più elevato dell'esistenza ed in quei
tempi difficilissimi, nella possibi.Jlità di garantire nutrimento a sé ed ai familiari;
si concretizzava ne:l:l'avere il burro, lo zucchero per i piccoli ed i malati.
In questa prospettiva l'attività delle donne 'si affiancava, anche se in modo
diverso, alle ,rivendicazioni che gli uomini portavano avanti.
La costituzione dei gruppi di difesa della donna aveva contribuito in modo
notevole ad inquadrare le forze femmin~li che erano apparse orientate spontaneamente verso la resistenza.
La donna non doveva e non poteva più rimanere passiva attendendo l'esito
del conflitto in cui erano coinvolti i propri cari.
Essa, ora, 'tivendicava per sé un 'ruolo molto importante mai sostenuto
fino ad a:l:lora: da spettatrice diventava protagonista per difendere tutto quanto
era ancora possibile dalla furia selvaggia dei nazifascisti.
Le formazioni femminili inoltre rivendicavano assieme ai partiti politici
presenti nel CLN un maggiore poter'e decisiona'le in vista di quello che appariva
ormai imminente e cioè la caduta dei nazifasdsti con la conseguente necessità di
riorganizzarsi e preparare i programmi per Ja futura ristrutturazione del paese.
La «giornata insurrezionale» del 13 aprile nel Reggiano segnò una tappa
importante neI processo di evoluzione della donna quale protagonista della Resistenza quindi della futura vita democratica del Paese.
In campo nazionale l'inizio del '45 vide una enorme fioritura di dibattiti
politici in vista dell'immediato futuro; nel reggiano, pur essendoci la consapevolezza che i nazifascisti erano al punto finale della loro esistenza, si cercò una
ulteriore intesa da parte dei quattro partiti ciellenisti onde svolgere un' azione
veramente unitaria e per intenti e per metodi di lotta finale.
La primav,era del '45 fu un momento molto delicato e particolare per le
formazioni partigiane che cominciavano a rinsanguarsi dopo il terribile inverno.
Contemporaneamente la consapevolezza di essere alla fine induceva i nazifasdsti ad una ferocia disumana cercando di trascinare con sé, nella rovina e
nella distruzione, tutto e tutti.
D'altro canto era giustissima 1a posizione assunta da tutti e quattro i partiti
contro quanti ritenevano che essendo prossima la fine, era più giusto e umano
finirla con gli attentati ele conseguenti rappresaglie nazifasciste, ed attendere ia
liberazione dagli alleati.
Non si doveva dimenticare quindi quanto era già stato detto e cioè che il
futuro dell'Italia sarebbe dipeso dagli italiani ne:Jla misura in cui gli italiani stessi
avrebbero contribuito in questa fase finale della iotta contro il nazifascismo.
Proprio in questo periodo da parte comunista si ribadiva ancora una volta
la necessità, per gli appartenenti alle formazioni garibaldine, di essere i primi
all'attacco e gli ultimi nella ritivata, di operare ogni azione con la massima responsabilità. In un manifesto della Federazione comunista reggiana si rilevava la fun-
39
zione d'avanguardia che H P.c.I. doveva mantenere vanto più nel momento attuale,
anche se ciò sembrava pel'dere il suo valore dal momento che la liberazione era
imminente.
Mentre il nostro partito dice di essere, ed è, all'avanguardia di tutto il popolo, di tutti
gli organismi nei quali esso vive, abbiamo noi dimostrato di essere in queste ultime operazioni
di guerriglia all'avanguardia ,delle Formazioni combattenti? possibile che dopo tutto quanto
abbiamo detto e scritto sui nostri compiti di partigiani e maggiormente di comunisti, che ci
sia ancora qualche compagno che abbandoni le posizioni di combattimento e ceda il passo al
nemico dicendo che non è giusto morire ora che si vede la fine della guerra? (98)
La circolare faceva il punto sulla funzione di esempio e di stimolo che il
partito doveva sostenere in mezzo al popolo, che da parte sua era portato a
vedere nei comunisti
i migliori, i più coscienti combattenti, tutelatori dei suoi interessi. Cosa diranno i nostri av-
versari politici e compagni di lotta, se ci facciamo tacciare di simili accuse? certamente ci
attaccheranno e saranno sufficienti le minime colpe per intaccare noi comunisti e quindi
l'alto prestigio del P.
Noi comunisti abbiamo sempre detto, e lo confermiamo, che vogliamo essere all'altezza
dei compiti che il nostro P. ci indica, che vogliamo essere all'avanguardia di tutto il popolo
italiano, ma per essere tali dobbiamo mettere in pratica ... qual'é il senso del dovere che noi
sentiamo, qual'é lo spirito di sacrificio che noi affrontiamo per il raggiungimento della pace
e della prosperità del popolo italiano (99).
Da questa circolare appariva il desiderio del partito di andare oltre la funzione di guida e di esempio. iNdIa primavera del 1945 per il P.c.I. appariva già
necessario, ribadendo il peso del partito nelle file partigiane, cominciare a formuJare programmi concreti circaiJ futuro del paese. I due punti in sostanza si
possono unificare se si tiene conto del massiccio apporto del P.c.I. ne:11e brigate
di montagna, nelle S.A.P. e nei G.A.P.: i comun1sti infatti erano circa il 70%,
compresi i simpatizzanti, nelle S.A.P., ma costituh,1ano la totarHtà nei G.A.iP.; in
queste fOl1mazioni a,verv,ano dovuto supemre le posizioni a volte negative dei
cauoHci, che da:l canto loro erano contrari ai metodi di lotta usati dai gappisti,
definiti spesso atti di vessazione vera e propria.
L'apporto comunista presupponeva indubbiamente un apporto del partito
anche per quanto concerneva Ja ricostruzione: era quindi neces'sario, a tal fine,
eliminare ogni motivo di critica possibile 'se si voleva che il partito si presentasse
nell'immediato dopoguerra immune e alI di sopra di ogni polemica.
Si poneva intanto nella sua vera luce il partito democristiano: esso appariva un partito non tanto 'rioco di un 'COntenuto ideologico o di tradizioni vere e
proprie, quanto un organismo che aveva potenzialmente già conquistato i voti di
quanti temevano che, dopo la caociata dei nazifasdsti, i comunisti e i socialisti
potessero attuare mutamenti radicali ed assumere atteggiamenti persecutori nei
confronti della chiesa.
(98) Circolare «A tutti i compagni comunisti nelle formazioni partigiane ». Conservata
all'Istituto Storico per la resistenza di Reggio Emilia.
(99) Cicrcolare «A tutti i compagni comunisti nelle formazioni partigiane », op. cito
40
Ben presto una parte dell'opinione pubblica si orientò verso la D.C. come a quello tra
i quattro partiti nel CLN che sembrava potesse dare maggiori garanzie di custode dell'ordine
e della conservazione sociale; né valsero le smentite date dall'atteggiamento del Dossetti,
uomo dalle idee singolarmente moderne seppur nel campo cattolico, e dell'ing. Piani, decisamente orientato a sinistra.
C'era pur sempre il convincimento che un partito che si appoggiava alla chiesa non
potesse dar luogo a radicali riforme (100).
La D.C. infatti da un lato si qualificava perfetta paladina della chiesa e
si definiva perciò
Cristiana, perché (attingeva) i suoi motivi ispiratori da quei definitivi e insuperabili esemplari
di dignità personale, di libertà e di giustizia che sono la persona del Cristo, la libertà e la
giustizia del Cristo ... (101).
Teneva però ad affermare nel contempo che
pur [restando] fermo il più deciso proposito di fedeltà a quei supremi principi ispiratori, la
democrazia cristiana [era] partito politico e soltanto partito politico. Perciò non [imponeva] ...
nemmeno ai suoi aderenti, una determinata pratica religiosa ... soprattutto [rivendicativa] per
sé come partito, piena libertà di scelta e d'azione, in tutto quanto non investiva la morale (102).
Nonostante questo dualismo, nel re~giano la costituziooe di un partito
democristiano forte e organizzato fu possibile in quanto le strutture sociaH preesistenti al fasdsmo avev:ano favorito fa formazione di tanti oattolici, di tanti
sacerdoti. Inoltre figure importantissime quali Giuseppe ed Ermanno Dossetti,
Pasquale Marconi e l'ing. Piani, diedero notevole impulso e prestigio al movimento cattolico.
Queste figure di primo piano avevano riconosciuto l'enorme portata deHe
sinistre nel movimento delila resistenza pur non ritenendo inutile o di secondo
piano l'apporto dato dai cattolici.
Ma non tutti i cattolici erano dell'apertura mentale e delle capacità del
Dossetti, e fu certamente anche merito suo se la situazione nelle nostre montagne,
dove era ancora molto vivo un risentimento violento nei confronti dei comunisti, non peggiorò.
D'altro canto le polemiche fra D.C. e P.c.I. non potevano non ripercuotersi
nelle nostre montagne (dove la lotta per il predominio era acces1ssima) e soprattutto in quelle zone dove si era ancora vincolati a tradizioni piuttosto rigide
e conservatrici.
Secondo Pietro Secchia, nel voler forzare un poco un mutamento a favore
delle sinistre, anche i comunisti durante la Resistenza avevano commesso un
errore lasciando dilaga're i distintivi di partito e il saluto con il pugno chiuso, in
quanto avevano dato il pretesto per la reazione da parte della D.C. con un conseguente' strascico di polemiche.
L'atteggiamento di quegli sparuti gruppuscoli non aveva certamente dato
il buon esempio comunista, ma la responsabilità maggiore di questo chiuso atteg(100) V. PELLIZZI, Trenta mesi, op. cit., pago 129.
(101) TEMPO NOSTRO, Anno I n. 1, lO giugno 1945.
(102) TEMPO NOSTRO, Anno I n. 1, lO giugno 1945.
41
gi:amento delle popolazioni montanare andava però al comportamento poco corretto
di alcuni sacerdoti. In queste zone il sacerdote tante volte era anche un'autorità
di carattere politico oltre che religioso: tante volte, troppe volte i,l sacerdote si
faceva forte della sua Cl}ltura superiore, del suo ascendente elevatissimo per
assumere un ruolo fortemente caratterizzato, di opposizione nei confronti del
comunismo.
Addirittura, come appare dalla testimonianza di Agide Manicardi (Cirillo).
alcuni sacerdoti tenevano lezioni di aperto anticomunismo; mentre ufficialmente
incitavano ad un assenteismo, ad una apolicità di principio, sotto sotto in realtà,
ed a volte anche esplicitamente, il loro Jinguaggio era di un anticomunismo aperto.
Incitavano soprattutto le donne a non partecipare in alcun modo a manifestazioni
in quanto organizzate dai comunisti, i quali miravano come fine ultimo ad una
presa violenta del potere.
Il P.c.I. puntualizzava ufficialmente in una lettera aperta la propria posizione a dispetto della propaganda «insultante» e «denigratoria» di certi parroci: esso ribadiva vra d'altro che ~a lotta contro gli oppressori non si sarebbe
mai rivolta contro :la chiesa e i suoi principi.
I comunisti sono i primi nella lotta contro il fascismo e il nazismo tedesco, muoiono
combattendo a fianco e con l'aiuto di tutti i cittadini antifascisti, parroci, religiosi ... i comunisti, partigiani o no non disprezzano il religioso... si sono riconosciuti fratelli e compagni di
lotta... i parroci o ex fascisti i quali predicano contro il comunismo o i comunisti, sono i
nemici nostri ed anche dei nostri amici, religiosi o no, parroci e democristiani (103).
La presa di posizione decisa del P .c.I. rivelava come le direttive del GLN
non erano seguite o seguite con difficoltà dalla parte più retriva e reazionaria
dei cattolici che intralciava un'azione più energica da parte delle forze partigiane.
Il primo a rendersene conto fu proprio un democristiano e precisamente
Giuseppe Dossetti.
Questi aveva una visione molto ampia e generale dei problemi: era anche
consapevole che questi dovevano essere risolti (e lo potevano essere certamente
a livello Jocale), con buona volontà f)l'a democristiani e comunisti, con a~ionisti e
socialisti in funzione di mediatori.
I rapporti non sempre lisci e piani fra democristiani e comunisti avevano
rivelato inoltre che da parte D.C., si manteneva una profonda frattura tra potere
politico e potere ecclesiastico; parte del clero voleva ad ogni costo interferire
anche a livello politico e confondeva nonostante tutto, il partito democristiano
con l'organizzazione di azione cattolica.
La D.C. continuava ad essere. un movimento confessionale volto ad ostacolare in ogni momento, ed anche nelle formazioni partigiane, non tanto ogni
eccesso vero o presunto che fosse, ma le stesse azioni di giustizia che si rivelavano
d'altro canto improrogabili.
Questo atteggiamento faceva della D.C. in montagna un partito molto
moderato e senza un profondo contenuto innovatore: l'atteggiamento di favore
( 103) Lettera aperta della Federazione comunista reggiana al movimento democristiano
della montagna reggiana in: G. FRANZINI, Storia della Resistenza ... op. cit., pago 843.
42
assunto anche da alcuni responsabili del partito nei confronti di gerarchi od autorità nazifasciste, lasciava molto dubbiosi circa i mutamenti che sarebbero dovuti avvenire dopo la liberazione.
Lo stesso Dossetti per questo ritenne giusto assumere una posizione risoluta
ed onesta: era necessario mettere certi parroci e democristiani di fronte alla necessità e improrogabillità di distinguere e precisare maggiormente i rapporti fra
partito da un lato e geral'chia ecclesiastica e azione cattolica dall'altro.
Ciò era necessario soprattutto' in montagna e lo stesso Dossetti influenzò
certamente, se non stilò, quella lettera che può essere considerata e la risposta
alle giuste critiche comuniste e un chiarimento per molti democristiani.
I punti più salienti di questa lunga lettera riguardano proprio vI limite
impost() .necessariamente ai parroci neLla Joro, attività .politka '. ed è riportata. integralmente in G. Fr'anzini,' op. cit., p. 844.
In pratica le direttive democristiane divergevano dalle concezioni clericali
e per superare questa ostHità era necess'ario che i sacerdoti non alimentassero pregiudizi e false giustificazioni nei confronti della cosiddetta politica: anche verso
i comunisti si doveva assumere non un atteggiamento settario o animoso ma un
atteggiamento relativamente sereno: nel1a lettera infatti si distinguevano nel rapporto dei democristiani coi comunisti due aspetti: uno teorico e uno pratico.
In un ulteriore documento democristiano si stabilivano anche i limiti e i
confini in cui i due partiti potevano spingersi e in esso si tentava di aprne di
nuovo un dialogo. Si precisava infatti che se anche sul terreno dottr1naJle esistevano fra D.C. e comunismo divergenze di principio, niente doveva impedire che
sul piano pratico si attuassero azioni di comune accordo.
Il documento proseguiva citando le affinità sotto certi aspetti dei due
partiti: i democristiani propugnav'ano uno stato democratico ma contemporaneamente forte e cosi i comunisti, che dal canto loro non aspiravano all'instaurazione
di una dittatura del proletariato, ma volevano uno stato forte che non lasciasse
spazio ad avventure totalitarie.
E' importante sottolineare che, oltre ad altri elementi contenuti nel documento, tra cui la posiizone dei due partiti nei confronti della proprietà privata,
dalla parte meno settaria e più indipendente rispetto alla chiesa ed alle gerarchie
ecclesiastiche della D.C., appariva il tentativo di cercare i punti di contatto
invece di quelli di divisione.
Da parte di questa frazione c'era la consapevolezza che il cammino da percorrere insieme arlle altre forze politiche democratiche fosse ancora lungo (104).
Si guardava concretamente aUe possibilità di ripresa e di ricostruzione di
un paese disseminato di cumuli di macerie non solo materiali ma anche morali:
gli odi e le rivalità avevano infatti lasciato un segno difificile a cancellarsi.
Dal canto loro i comunisti e i socialisti erano allora più che mal mtenzionati a concretizzare sull piano politico que1la unità di intenti che si era realizzata
con proficui risultati sul piano puramente miliTIare.
Si propugnava infatti la necessarietà di un partito unico che raccogliesse le
(104) «Democrazia Cristiana e Comunismo Italiano », in G. FRANZINI, Storia della
Resistenza Reggiana, op. cit., pagg. 677-678.
43
forze operaie che erano state le prime a rendersi conto dell'assurdità di due partiti
i quali con minime e non sosta,nziali differenze si ponevano come obiettivo la salvaguardia degli interessi della olasse operaia: i due partiti dovevano infatti sostenere di comune accordo una medesima politica, soprattutto nei riguardi de:lb
ricostmzione, che tenesse conto delle aspirazioni popolari.
Per questo nel reggiano fu diffusa integralmente e largamente la mozione
approvata dalle due direzioni che si erano incontrate nuovamente (dopo 11 rinnovo
dell'otto agosto '44 del patto d'unità d'azione), nel febbraio del '45; e in tal
sede avevano portato avanti precise rivendicazioni.
Esse chiedevano agli aHeati (105) una maggiore autonomia del governo
italiano, inoltre si prefiggevano il pareggio del bilancio con ogni mezzo possibile,
come ad esempio la confisca dei beni di quanti si erano arricc:qiti .•col fasd~mo.
e la guertà;òltreche la tiunionedel congresso nazionale del CLN aperta ai partigiani alle donne e alle organizzazioni sindacaH (106) .
Il P.c.l. si poneva davanti al problema della fusione con qualche esitazione:
Sarà opportuno riflettere specialmente nella situazione attuale, che il partito unico
della classe lavoratrice è un problema abbastanza importante e merita di essere affrontato con
la dovuta serenità, poiché in caso contrario, incorreremmo negli errori del passato.
Noi siamo completamente d'accordo coi compagni socialisti che il partito unico è
destinato al successo solamente se sapremo forgiarlo su solide basi, ma per arrivare a questo,
occorre sin d'ora preparare le condizioni necessarie (107).
Questi dubbi formulati esplicit'amente solo più tardi, erano però gla presenti aIla vigilia della liberazione e se i due partiti non effettuarono Ja fusione
pur con la consapevolezza che uniti avrebbero potuto raggiungere risultati più
clamorosi, probabilment,e fu perché entrambi si ritenevano in un certo senso superiori l'uno all'altro: il P.S.l. per la sua tradizione che risaliva a tempi remotissimi, il P.C.l. per l'enorme influenza che esercitava a livello popolare.
Quando finalmente si arrivò alla tanto desiderata liberazione, ogni polemica
sembrò assopirsi per dare spazio aUa volontà di ricostruire iI paese. Ogni partito
sembrò trovare una dimensione più aperta: il desiderio di costruire dal nulla
una società più giusta veniva espresso con vigore da tutti i rappresentanti politici
an tif ascis ti.
Il primo passo in questa direzione consisteva fn una epurazione in quanto
concol1demente si ritenne di non poter «iniziare seriamente un lavoro nuovo in
un ambiente infetto» (108).
Di questa necessità si facevano portavoce gli ambienti antifascisti che in(105) C'è da tener presente che i rapporti con gli alleati cominciavano a presentare
qualche incrinatura: sorgevano infatti le prime difficoltà da parte alleata sul modo di considerare i partigiani come parte integrante dell'esercito regolare italiano. Maggior consapevolezza era dimostrata in questa occasione da parte dei partigiani: «Noi marceremo in fratellanza
d'armi C0n gli alleati, noi ci prepareremo anche ad inscenare grandi festeggiamenti ai liberatori
e disciplinatamente ci atterremo a ciò che i nostri alleati ci suggeriscono e ci ordinano ». aro
L'ultima fase della lotta di liberazione in documenti inediti del P.c.I., Ricerche storiche,
anno V, n. 13-14, luglio 1971, pago 138-139.
(106) G. FRANZINl, Storia della Resistenza Reggiana, op. cit., pago 662.
(107) LA VEiRITA', Anno I, n. 12, 9 settembre 1945.
(108) IL VOLONTARIO DELLA LIBERTA' Anno I, 27 maggio 1945.
44
coraggiavano provvedimenti avanzati e decisi: La poS1Z10ne socialista rappresentava anche quella di tutti gli altri partiti antifascisti.
Il popolo attende ancora l'epurazione che non si fa o si fa troppo a rilento, con troppo
rispetto per papaveri e profittatori che infestano ancora certi uffici... vede in circolazione
gente su cui gravano pesantI responsabilità della prima e dell'ultima ora... tutto questo inquieta il popolo che vede mancare tutte le sue aspirazioni e tradite le sue speranze per le
quali si è battuto contro il fascismo e contro il tedesco (109).
L'atteggiamento dei partiti neR'Italia settentrionale dava però ugurumente
un forte impulso ad una soluzione che fos'se veramente democratica per tutto il
paese, anche per le zone più dimenticate del meridione.
La costituzione del governo Parri, saJutata come una vittoria della Resistenza e come «riconoscimento del peso che l'Italia del nord doveva avere sul
piano governativo» (110) diede indubbiamente l'avvio all'esercizio della libertà.
L'autorità e il prestigio di Parti favorivano il rista:bilimento dell'equilibrio
politico, condizione indispensab11e per la soluzione democratica dei problemi e
delle difficoltà che la liberazione aveva lasciato insoluti, nonostante la buona
volontà dei partigiani e dei mppresentanti politici più aperti che cozz'arono a
varie r1prese con il rigido conservatorismo degli alleati in un primo tempo, con
l'immobilismo dei ceti più abbienti e delle forze politiche più reazionarie poi.
LAURA SPINABELLI
(109) IL VOLONTARIO DELLA LIBERTA' Anno I, 13 maggio 1945.
(110) G. FRANZINI, Storia della Resistenza Reggiana, op. cit., pago 793.
L'OPPOSIZIONE AL FASCISMO
NELLA STAMPA REGGIANA
III
CAPITOLO IV
I PARTITI
1. - IL PARTITO SOCMUSTA
Il fasdsmo 'si presentò quando 'Sorse, al Partito socia:li:sta, come un fatto
nuovo che distruggev,a volutamente tutte le regole fin a quel momento accettate
di convivenza civile (63).
La mancata inizi,ale 'COmprensione teorioa del fascismo come lotta di classe
scatenata da1la classe possidente (industriali ed agrari) contro la classe lavoratrice,
determinò nei capi del sociaJl1smo reggiano· il convincimento che si trattasse di
una «psicosi di guerra» di cMattere transeunte ed impedl il formarsi di una
strategra e di una tattica di iotta.
Giovooni Zibordi pubblicava su La Giustizia del 7 giugno 1919 un artticoJo
dal titoi1o Aspettando che passi scrivendo «il fenomeno del fascismo non può
durare ». Gramsci condannava la posizione dei socialisti ribrmisti richiamando
la favola idel 'castol'o. Solo 1n seguito, Z:iJbolldi, moditflcò questa intenpretazione ed
in SGl'itti successivi (G. Bel'gamo - G. De FaJco, G. Zibordi - Il fascismo visto
da repubblicani e socialisti - Bdlo~a Gappel1i, 1922 - Pago 9 del III faJscicolo)
riconobbe ohe era un'espressione de:lla «borghesia » nei suoi vari strati ed il ceto
medio era la mass'a di manovra del fa,sdsmo e la sua base sociale.
I capi reggiani del socialismo si posero tuttavia questo probilema: petr combattere azioni illegali è lecito usare mezzi wltreutanto megali, mettendosi con ciò
sullo stesso piano dei fascisti?
Questo 'angosdoso dilemma pamlizzò la volontà dei capi del rifOltmilSffio
reggiano per coerenza politica e moraleailla Jaro dottJrina e determinò iil. loro dt'ira
dalla lotta aperta quando le masse erano già radicaliz2'Jate politicamente e sotltoposte aMa violenza fascista.
Il distacco dei capi da1:1e masse avvenne pertlanto quando le mas1se erano
disposte a combattere il fascismo, ma ~a vio1enza fascista disorganizzò queste
mass,e come partito.
n Prampolini paJtteci:pò tuttavia a d'llnioni di ,gruppi clandestini ,antifa(63 Luciana Catelli Note sulla stampa politica reggiana nel primo dopoguerra (1919-1922)
«Ricerche Storiche» 1974. A. VIU, n. 23-24, pago 35.
46
scisti e, Ida fine del 1924, tentò la il"ioostituzione delle Leghe operaie e delle sezioni del Pail"tito sodalista unitario nelle campagne.
Contro de illusloni di una !rapida fine dell fasc1smo, a chi si rivo'lgeva a lui,
Prampolini rispondeva: «Il fascismo è nato con una guerra, finirà con una
guerra» (64) .
Da un l'apporto del prefetto del 19 Jugilio 1921 la 'situazione della proviI11cia
risuha t'elativiamente ttanquIDa per id rallentarsi, da parte dei capi del partito
socialista e delJl'organo del partito La Giustizia, dell'opposizione al fascismo. Ciò,
coerentementeal:1a ,linea politioa deil pa;rtitcÌ, ma anche in vista di un patto di
pacificazione per 11 quale si stanno muovendo i parlamentari nell'estate dei 1921,
durante il Min1stero Bonomi.
Contrariamente aJll'atteggiamento dei socialisti reggi ani, appare un risveglio
dei ,giovani comunisti legato a:11a formazione di nuclei di «ADditi del Popolo ».
Le trattative di padficazione ~ra isodal1sti e fa'sosti, vengono condotte pur
non nutrendosi da parte delle lautJOrità costituite, fondate speranze '8utM',eslto. Tuttavia a Casailgrande, per 1ntervento di un funzionario della pt'efettura, viene concluso un aocordo verbaile .di rispetto r'eciprooo. A San Martino in Rio, per intervento del R. Commissario, sist1pula una tregua di 15 gianni, trascorsi i quaH si
riuniranno nuovamente le parti per prolungal'la. Nei comuni di Ca'stelnuovo
Sotto, Gattatico e Campegine i Commissari trattano per una durevo[e pacificazione. A Reggio EmHia nuna viene ,condluso sul patto di pacificazione perchè
contrari i dirigenti della Federazione fascista, ma 'aruspice la Camera di Commercio, non sono rotte le trattative per addivenire ,alla composizione di uffici
misti di collocamento di mano d'opera, con la rappresentanza dei partiti popolare,
social1sta e fascista (65).
Il patto di pacificazione fu stipulato iII 3 agosto 1921, ebbe l'appoggio del1a
Confederazione dd Lavoro e dei1lo stesso MuS'sdlini contro il quale si schiemrono
ail.runi ras del,suo partito. I comunisti non partecipaJl.'ono ,al patto il quale decadde
di fatto dopo qualche mese perché i fascisti ,ricomindarono le loro violenze
neHe province.
PARTITO SOCIALISTA UNITARIO
mprefetto in data 29 di:cembre 1924 'rif.eriva ail. M~nistero dell'Interno:
(66)
Pregiomi comunicare a codesto onorevole Ministero, che, da notizie confidenziali avute,
mI e risultato che l'ono Camillo Prampolini, Deputato del Partito socialista unitario, avrebbe
diramato istruzioni affinché, col 1925, sia intensificata la ricostituzione delle Jeghe operaie in
tutta la provincia in modo da ripristinare l'organizzazione con la stessa efrrcienza che aveva
nel 1919.
Ha pure stabilito che dovranno anche tornare in vita le sezioni del partito socialista
unitario nelle campagne, avendo cum di non ammettere a farne parte gli elementi comunisti
ed estremisti.
(64) Sulle elezioni politiche del 15 maggio 1921. La Giustizia q. del 3 maggio 1921
riporta brani tolti dagli articoli di inviati speciali dal Corriere della Sera, La Stampa, Il Secolo
(Marcello Prati).
(65) A.C.S.AA.GG.RR. 1925 b. 85A f. «Reggio E. ».
(66) A.C.S.AA.GG.RR. 1924 b. 105 f. «Reggio iE. ».
47
Avendo alcuni obbiettato e&Sere necessario, nell'organizzazione, anche di elementi di
a2lione, l'ono Prampolini vi si sarebbe opposto, ricordando che, appunto a tali elementi. si è
dovuto lo sfacelo e la sconfitta dei partiti socialisti. Raccomandò inoltre, la più rigorosa disciplina e ,l'assoluta obbedienza ai capi.
Il movimento verrà sorvegliato con tutta cura da parte di questo ufficio e dagli
uffici d1pendenti.
Riservomi, di comunicare, in seguito, altre notizie sulla attività del partito socialista
unitario in questa provincia.
Sul Partito Socialista Unitario il Segretario aggiunto del Partito naziona[e
fascista, ono Semfmo MazzoHni, inwavaaJ Ministro degli Interni Luigi Fwerzoni
la seguente 1ettera in data dello aprille 1925 n. 181: (67)
«Ci informano che il Partito Socialista Un~l'ario sta lavorando alacremente per la propria riorganizzazione, in provincia di Reggio Emilia. Nei giorni scorsi, frequenti sono state le
riunioni, presiedute dall'onorevole Camillo Prampolini.
Non meno interessante è il perfetto accordo che va delineandosi fra gli oppositori di
Reggio: giorni sono, infatti, presso quella Sezione Sooialista Unitaria, ha avuto luogo una
riunione presieduta dall'an/le ,Prampolini, ed alla quale parteciparono anche l'an/le Ottavio
Corg~ni e certo Dott. Cagnolati, noto mestatore popolare.
L'an/le Corgini sta tentando l'organizza2lione d'un gruppo di studenti antifascista.
Tanto ci siamo creduti in dovere di comunicare all'E.V. affinchè possa adottare
provvedimenti del caso.
Ossequi.
Del tentativo di riorganizzazione del Partito Socialista Unitario Italiano
nel 1925 fa fede una tessem rilasciata da questo partito nel 1925 a Menozm Luigi
firmata da F. Laghi (Avv. F'rancesco Laghi).
Nel 1942, in previsione dell'imminente sconfitta militare del fasdsmo, un
gruppo di ex dir1genri sociailisti si l'iunl clandestinamente per ricostruire la federazione socialista e per questo 'scopo furono visitati e presi contatti con sodailisti
sparsi nella provincia. La federazione non fu costituita, ma solo dopo il 25
luglio 1943 fu formato un comitato provvisorio.
Maria Federica Oliva. La tradizione socialista a Reggio Emilia e l'opposizione al fascismo. «Ricerche Storiche» 1%9. A. liI n. 9, pago 3.
LA FEDERAZIONE GIOVANILE SOCIALISTA
Diver:soatveggiamento da:! Partito Socialista Unitario nei confronti del
fasdsmoebbe la Federazione giovanile ,socialista dello stesso partito perché,
medial!lterucuni suoi ,componenti, 'Operò una vetae propria l1eS'istenZlllal1mata aI!lohe
con la partecipazione all'ol1ganizzazione degli «Al'diti del popolo ».
Anna Maria Parmeggiani. La Gioventù socialista nel primo dopoguerra. «Ricerche Storiche », 1967. A. I, n. 2, pago 39.
Il prefetto ,in data 30 dicembre 1924 davardazione al Ministero dell'Inter(67) A.C.S.AA.GG.RR. 1925 b. 70 f. «Reggio ;E, ».
48
no di un convegno regionalle dei segretari delle se2'Jioni del P,artito GiovanHe
Sociailista Unitario (68) .
... pregiomi inforInare Ono Ministero che nei locali della Federazione socialista di
questo Capoluogo ha avuto luogo, il 28 corrente, un convegno regionale dei segretari delle
sedoni del partito giovanile socialista unitario.
Sono intervenuti sette rappresentanti della provincia, nonché Spalla Giuseppe, per la
sezione giovanile di Milano, Goni Guido, per quella di 'Parma, Salvarani Orlando, segretario
della locale sezione giovanile, Bellentani Francesco, segretario della locale sezione adulti, ed
altri dieci giovani, tutti sui diciassette e diciotto anni, delle Ville di Reggio Emilia.
Venne svolto l'ordine del giorno seguente:
1) Relazione dei c.c.P. - 2) Movimento naZJionale - 3) Riorganizzazione - 4) Varie.
In complesso la riunione ha avuto per iscopo di raccomandare la riorganizzazione del
partito giovanile socialista unitario, con l'esclusione degli elementi comunisti od estremisti, la
più rigorosa disciplina ed un attento controllo dei sentimenti dei compagni per evhare tradimenti.
Vennero raccolte delle sottoscrizioni a favore del partito giovanile socialista e del suo
organo la «,Libertà ».
La lista di sottoscrizione della provincia di Reggio, ammontava a lire cinquecentoquarantasette.
Lo Spalla rassicurò infine, gli intervenuti, della libertà della loro propaganda, non
essendovi ormai più nulla da temere dai fascisti.
Non si ebbero a lamentare inconvenienti, soltanto V'erso le ore undici, un gruppo di
una decina di fascisti si presentava all'ingresso dello stabile, ove aveva avuto luogo la riunione,
con lo scopo di ostacolarla, ma desistettero dall'idea per il pronto intervento degli agenti
della forza pubblica.
L'organo della Federazione giovaniJ1e socia:Hsta fu inizialmente l'Avanguardia,
passato poi ai comunisti. Condnuò ad uscil'e quasi 'l'egolarmente, benché in modo
clatndestino, ogni mese dal 1927 ,al 1939. Oltre l'edizione nazionale vemvatno
stampate edizionireg1onaJi o ,addirittul'a provinciali ciclostilate o litogliafate. Non
mi lrisulta unaedizionereggiana. (A. Da:lpont. A. Leonetti M. Massara, Giornali
fuorilegge, Roma, AN.P.P.LA., 1964).
FRAZIONE MASSIMALISTA
Formatasi in seno al 'socialismo prampdliniano una oorl'ente massimal~sta,
la cui stampa venneacoolta da La Giustizia. Come {,l'azione pubblicò un numero
unico in due pagine, Frazione massimalista, uscito hl 17 [uglio 1922, sotto La responsatbilità di Antonio Piccin1ni. Contiene la mozione del1a fr:azione sociallisva
massimalista. La corrente mass1maHsta 'sostenne la necessità di mezzi ,rivoluzionari
nei confronti del fascismo.
La posizione della fra:ZJione massimalista in seno al partito Soda~1sta l'eggiano fu definita da colui che ne fu il capo, Antonio Pkdnini, con le seguenti
parole:
« In Italia, ove il fascismo è aiutato e ispirato dal governo e dalle autorità sen~a che
però, né queste né quelle abbiano il pudore di dirlo e ove pure sono aperte vie, per combatterlo legalmente, dire solo e sempre «resistere », può parere un'atroce derisione a coloro che
sanno quanto sangue e quante mortificazioni costi tale resistenza ... »
(68) A.C.S,AA.GG.RR.. 1924 b. 105 f. «Reggio E. ».
49
e dopo di aver esduso la possibillità di un aiuto da parte deII Partito Popolare
o di Nitti, conclude:
«questa è ingenuità se non ostinatezza. Ma in fin dei conti, il proletariato organizzato
e specialmente quello martirizzato, non chiede né la collaborazione, né altro; chiede solo che
gli enti direttivi gli indichino la via per cui possa sottrarsi a questo stato di cose e respLtare,
difendersi... sia insomma un'azione non una inazione» ( 69) .
Ma se la guida all'azione mancò da parte della corrente prampo1iniana, i
massimalisti non ebbero la forza e la capacità dicoooutte a· fondo le bro sollecitazioni rivo:1uziona:r1stiohe .
In data 21 gennaio 1924 il prefetto riferiva al Ministero degli Interni di
non es;servi «aloun dubbio cil1ca i propositi di ris'veglio del par,tito sodal1sta masslmalista ». Dava inoltre [ nomi dei membri della FedelJazione provinciail.e socialista
11 lavoro di riorrganizzazionevenne aJffidato all'onorevole Fabbri di Bologna dhe
si avvllilse del Hdudario di Parma .i\llberto Agnetti (70).
Questo è il documento:
R. PREFETTURA DI REGGIO NELL'EMILIA
21-1-1924
OGGETTO: Movimento sovversivo in provincia.
On.le Ministero Interno - Direzione generale P.S.
Pregiomi riferire a codesto On. Ministero che, non essendovi alcun dubbio circa
propositi di risvegli del partito socialista massimalista, che, specie in questa Provincia non è
tutt'ora fiaccato, ed anela sempre a provocare un movimento di riscossa, non si è mai, rallentata
la vigilanza sui principali esponenti di detto partito, nonostante che essi si circondino sempre
di ogni precauzione e lavorino alla riorganizzazione delle loro file con ogni mezzo garantito
da diligente cautela e dissimula2Jione.
Era cosa essenziale poter soprattutto conoscere i membri dell'attuale Federazione Provinciale ed il relativo Fiduciario, rappresentati da persone che spesso mutano, perché ogni
tanto qualcuno muta di residenza o si reca all'Estero o si ritira dalla vita politica.
I membri poi più conosciuti ed i maggiori esponenti del partito socialista hanno adottato il sistema di vivere in apparente tranquillità ed affettando il più completo disinteressamento per l'attuale stato di cose; ma ciononostante, con un lungo ed accurato servizio di
indagini si è riusciti ad avere notizie ed indicazioni utilissime ai fini del servizio politico.
I membri della Federazione Provinciale Socialista sono stati identificati nelle persone di:
Cavecchi Domenico di Stefano, di anni 46, falegname, da Cavriago, ex Stindaco di
detto comune.
Gualdi Giuseppe di Leandro di anni 38 da Reggio Emilia, calzolaio, domiciliato frazione
di S. Pellegrino.
Dehò Umberto di Eugenio di anni 28, da Reggio Emilia, ragioniere.
Marzi Giovanni di Pancrazio, di anni 41, da Reggio Emilia, domiciliato nella frazione
di Cavazzoli, muratore.
Piccinini Antonio di Luigi, di anni 40, da Reggio Emilia, domiciliato in frazione S.
Prospero Strinati (Gardenia) tipografo.
Marchi Sergio di Felice, di anni 24, da Correggio e domioiliato a Reggio Em1lia.
Tamagnini Ernesto di Cesare di anni 32, da Reggio Emilia verniciatore e certo Taglia'1m! Giuseppe, in via di identificazione, domiciliato nella frazione di Villa Argine, comune
di Cadelbosco Sopra.
Segretario di detta Federazione è il Marchi, giovane di una certa cultura, impiegato
(69) A.C.S.AA.GG.RR. 1924 b. 70 «Reggio E. ».
(70) A.CS.AA.GG.RR. 1924 b. 105 f. «Reggio E. »,
50
(Vice.Segretario) presso questa Camera di Commercio, mentre la carica di Segretario politico
e Fiduciario provinciale viene ricoperta dal Piccinini.
Sono quasi tutti sovversivi schedati, e parecchi di essi formarono già oggetto di rapporti
a codesto Ono Ministero.
Le riunioni della Federazione avvengono di rado e sempre in località diverse. Argomento principale delle discussioni è la riorganizzazione del Partito socialista-massimalista in
questa Provincia in relazione al lavoro analogo che viene svolto nelle altre Provincie Emiliane,
e principalmente a Bologna ed a Parma; giacché è intendimento della Direzione del Partito
di formare una Federazione Emiliana per una più efficace opera di riorganizzazione e di propaganda con la pubblicazione, occorrendo, anche di un settimanale di carattere regionale.
Dalle pazienti e laboriose indagini esperite è, in modo non dubbio risultato che la
direzione.di questo· vasto movimento riorganizzatore è affidato all'ono Fabbri di Bologna, che
si avvale .deWopera intelligente ed attiva del Fiduciario di Parma, tale Agnetti Alberto, colà
domiciliatò in Via Massimo d'Azeglio, 81; il cui nome è stato già segnalato a quella R. Questura.
Il lavoro di riorganizzazione, però, procede in questa Provincia tra difficoltà non lievi;
si può in sostanza affermare, che, malgrado l'attività spiegata dai membri della Federazione in
seguito agli incitamenti che continuamente provengono dagli organi q;ntrali, la maggior parte
dei comuni e frazioni sono ancora privi di fiduciari, che sono stati scelti solo in una trentina
di località.
Di essi si conoscono già i nomi, si seguono i movimenti per conoscere l'attività politica
che svolgono e per impedire che si ordiscano e si compiano azioni ostili al Governo Nazionale
e contrari alle fortune d'Italia.
In conclusione nulla di grave, di impreveduto e di allarmante, poiché dagli stessi socialisti Ja situazione loro viene definita spinosa e devono ammettere che molte delle loro
aspirazioni dovranno rimanere tali e sono obbligati a richiamare spesso i loro addetti alla
realtà ferrea della situazione nei riguardi della politica Governativa.
Il prefetto F.to Faretlo Guido
LA STMfPA
La Giustizia iniziò le sue pU!bblicazioni con il numero del 29 gennaio 1886.
Inizialmente :settimanale, il giornale divenne qU!otidiano ii lO gennaio 1904,
ruretto da Giovanni Zibordi, mentre ['edizione settimanale mndnruòad 'essere diretta da Camillo P-rampolirni.
Ma gli esponenti della OOl1rente socialista riformista furono costretti dalla
violenza f'ascista a trasferire a Milano la pubblicazione del giorna1e. Secondo
la comunicazione del pref'etto al Mini'Stero dell'Inte11tlo in data 30 giugno
1922 (71), risulta dhe La Giustizia
da domani (10 luglio 1922) verrà diretta dagli onorevoli Turati, Prampolini e Treves
con una redazione composta dagli onorevoli Mazzoni, Zibordi, Vacirca e Storchi.
N P,rampolini prestò scarsa ooillaborazione tanto che il 19 ottobre smenti
di far parte della direzione.
Il 7 ottobJ)e 1923, nei locali della J)edazlone de La Giustizia, aveva Jruogo
una 'riunione dei soci deMa Cooperativa stampa sociaJlstla (72). Del fatto dà notizia
il. pJ)elfetto in data 8 ottobJ)e 1923 al Ministem degli Interni.
Il direttorio del Fascio inviava sul posto quattro o cinque fascisti per accertare il vero
(71) A.C.s.AA.GG.RR. 1922 b. 49 f. «Reggio E. ».
(72) A.C.S.AA.GG.RR. 1923 b. 61 f. «iReggio E. ».
51
scopo dell'adunanza, tanto più che tempo addietro erasi sparsa voce che in quel locale convenivano elementi sovversivi.
L'on. Prampolini che era al suo ufficio essendosi accorto dell'intervento dei fascisti
protestava per l'atto arbitrario ed allora questi ultimi dopo breve discussione si allontanarono
senza conseguenze. L'on. Prampolini si è personalmente doluto con me di quanto sopra e
poiché si lamentava di perquisizioni illegalmente eseguite ho f.atto compiere una inchiesta da
un Funzionario di questa Questura, il quale accertava che i fascisti si erano limitati a domandare agli intervenuti se fossero o meno armati, e che salvo il loro inopportuno intervento,
nessuna violenza si era verificata.
Dopo :le elezioni del 1924 furono abbandonati gli uffki de La Giustizia
al prJmo plano di Via Gazzata per i:I. tra;sf·erimenro in Via De Amicis, 53 attuale
Via ROIma. La l'edazione reggiana invia'\Oa notiz1e ,ed articOili Costituivano la
redazione Manlio Bonaocioli ·e Francesco Bellentani (73).
La Giustizia) perché Isappl'eSSa, 'comparve con l'ultimo numero - 261
ili 5 dioembre 1925.
Riapparve a Roma col titolo Giustizia cOlme settimanale politico dei Lavoratori italiani il 14 marzo 1926; venne soppressa definitivamente il 31 ottobre
della stesso oono.
Un unica nUimera de La Giustizia clandestina comparve can la data del
15 aprile 1945 riprodatta nel prima numera de La Giustizia successiva ana
Liberaziane.
L'Avanti! stampato dandestinamentea Bologna, nel numelCO del gennaio
1944 pubblica un ,appello ai lavolJatoril'eggiani del Partito socia:l.ista italiano
di Unità praletaria. Oltre a Gal111'iiJùo Prampolini ri'corda i nami di Giovanni
Zibardi, Giuseppe Sog:lia, AdeLma Sichel, Massimo Samaggia, Damenico Roversl,
Francesco Laghi, Agost1no Zacca're11i ed Antonio Piccinini. Nella stesso numero
SOllO ricordati « I Nefasti del fascisma omicida », fra cui l'assassinio dei fratelli
Cervi (74).
Nel numero del 18 febbr-aio 1945 viene ,riferita ohe qualche giorno prima
di Natale, a Castelfranco, le S.S. tedesche llesidenti ,a Reggio, su delazione delle
spie fasciste GillUseppe Ludel'gnanie di due suoi figli, Giuseppe ed AblJamo e dell'ex
guardia civica Landini, facev,ano irruzione ne1la casa di tale Reverberi ed in sua
ass·enza departavano can .la vialenza la moglie Gabriella. Dopo altri arresti e
deportazioni venivana trovati successivamente a San Cesaria dieci corpi orrendamente mutilati.
Sulla diffusione dell'Avanti! clandestino, Gino Prandi, L'Avanti clandestino nel reggiano
dopo l' 8 settembre 1943. «Ricerche Storiche» 1968. A. II, n. 5, p. 71.
2. - IL PARTITO COMUNISTA
Il Partita Camwnist!a riconobbe fin dal suo sorgere nel f.ascismo lo strumenta deilJl'offensiva capitalistica cont'ra la alasse lavoratrice e pertanta i caratteri
di latta di classe nella sua forma più esasper,ata.
(73) Francesco Bellentani 1886-1945: date storiche per la nostra «Giustizia ». La Giustizia 31 novembre 1975.
(74) Dell'Avanti! clandestino nel periodo 1943-45 esiste una ristampa a cura di
Giulio Polotti - edizione a cura degli amici dell'Avanti!
52
Proclamò, fin dall'ini27io, :la necessità di mez27i adeguati per combatteruo
ed anche dopo che furono soppressi i partiti, mantenne l'organizzazione nella
clandestinità per tutta la durata deilila domÌtnazione fascista. Continuò la pubblicazione e la diffusione dell'organo del partito L'Unità e di ahri stampati
antifascisti.
Una storia del Partito comunista a Reggio Emilia non è ancora stata scritta, ma un
abbozzo è stato pubblicato da Giannino Degani Breve storia del movimento operaio su
L'Unità e specificatamente per il Partito comunista nei numeri 18-22-31 agosto, 4-8-28 settembre, 6-12-18-26 ottobre, 3-20 novembre, 8-27 dicembre 1956, 3-26 gennaio, 1-19 febbraio,
20 marzo, 23 aprile, 26 giugno 1957.
Per la gioventù comunista: Rolando Cavandoli La Gioventù comunista reggiana negli
anni venti. «Ricerche Storiche, 1968. A. II, n. 6, pago 9.
Come contributo aJ!la storia del Pa'ttito Comunista reggiano vengono pubblicati alcuni documenti inediti, di epoche varie, ed indicazioni bib1iografiche.
Sull'origine di una corrente comunista formatasi nel 1920 in seno al
Partito social1sta:
Anna Maria Parmeggiani, La Gioventù socialista nel primo dopoguerra, «Ricerche
Storiche» 1967. A. I, n. 2, pago 39. Rolando Cavandoli, La Gioventù comunista reggiana
negli anni 20, «Ricerche Storiche» 1968. A. LI, n. 6, pago 9.
Nel 1921 dalla scissione del XVII Congresso Socialista di LivolJno, nalsce
il Partito Comunista d'Itailia .
.Al Congl1es:so partecipò fraa1triJ:leggiani Arturo Bel1elli, il quale ,alritorno,
parlando con il maestro Bruto Monducci, non commentò tanto il Congresso,
quanto dis,se che si preparavano bruui tempi perché 11 fascismo si stava armando
e si 'sarebbe avverata la pr(xfezia di Mazzmi che ila bOl1ghesia sacrifica piuttosto i
propri figli che il proprio denaro.
Suill'intervento dei reggi ani al Congresso:
Resoconto stenografico del XVII Congresso Nazionale del Partito socialista italiano.
Livorno 15-20 gennaio 1921, Milano Edizioni Avanti! 1%2.
Nel Reggiano parecchi iscritti al Partito socialista passarono al Partito
comunista ed un numero maggiore, probabi:1mente, di giovani costituiTono la
Federa27ione giov'anile comunista.
Fin dali1a primav,era, oostr,etti dalle violenze fasciste, molti antifascisti formarono una corr·ente, che poi aumenterà di numero negli anni 'suooessivi, di emigra27ione politica interna ed es1Jera.
Anna Maria Parmeggiani, Lineamenti di una storia del fuoruscitismo reggiano. In «Ricerche Storiche» 1972. A. VlI, n. 16, pago 3.
Notizie su ,espa1Jrlati 'e tentativJ di espa1Jrio daUa provincia di Reggio
Emilia 'ri:suiltano da documenti deil prefetto di Reggio al Ministero degli Interni (75).
(75) A,C.S.AAJGG.RR. 1920-23-45 b. 51 f. «Reggio E.» A.CS.AA.GG.RR. 1938
b. 28 f. «Reggio E. ».
53
Nel 1922 ha luogo l'ultima celebrazione pubblica della festa del lO Maggio
al Teatro Municipale. Partecipanti da ogni parte della provincia gremi:scono il
Teatro re la piazza antistante; rsquadr,e fasciste, protette dalla polizia, si agitano
sotto i portici in un ,Iato della piazza. Sul palcoscenico sono presenti Cam1l:10
Prampolini, Ludov1oo d'.&ragona rper i sodali:sti; il repubblicano Schiatti di
Cesena e Gasperini per i Comun1sti, il quale afferma la necessità di una lotta
unitaria e rico!lda u'a celebrazione del lO maggio nel Paese ove è stato abolito lo
sfruttamento. A questo punto si aJza il canto dell'Internazionale ed il gruppo
dei giorvrani comunisti oheattol11lia gH oratori, innalza una bandiera rossa. Nei!.
pomeriggio e nella sera le squadracce fasciste in vrurie località della provincia
compiono atti di violenza e di vandalismo.
Il IV Congresso dell'Internazionale, tenuto si a Mosca neil norvembre del
1922,relativ:amente .alla quesdone italiana deltberrarva il 5 del!lo ,stesso mese, nonostante l'opposizione della mrug:gioranza bordighiana del partito hruliano, in seduta plenaria, la fusione immediata de1 P.G.l. e del P.S.l. in un nuovo raggruppamento
politico che avrebbe dovuto assumere il nome di Partito Comunista Unificato
d'Italia. Ma iniziata tra ~a diffidente ostilità dei due partiti, comunista e sociaJIista
(massimalista), la esecuzione del deliiberato, cioè larusione, verrà ded:ÌJnitivamente
resa impossibile daNa violenza fascista.
La Giustizia settimanale del 17 dkembTe 1922 così commenta:
La scissione di Livorno e di Roma hanno costituito i primi risultati di un fatale processo di chiarificazione, che ha avuto in questi giomi lo sfocio naturale e definitivo che noi
socialisti prevedevamo,
Il massimalismo italiano che non era che una appendice comunista rimasta nel Partito
Socialista col compito di paralizzarne l'attività e di sgretolarne le forze riceve dal Congresso
dell'Internazionale Comunista di Mosca l'ordine di fondersi col Partito Comunista, il quale
dovrà prendere il nome di «Partito Comunista Unificato d'Italia ».
E poiché i rappresentanti massimalisti e comunisti italiani a quel Congresso per quanto
discordi, hanno accettato disciplinatamente tale deliberato, è fuori dubbio che questa fusione
massimal-comunista sarà presto in Italia un fatto compiuto.
L'Avanti! che per quasi trent'anni da quando è stato fondato, si è sempre chiamato
giornale socialista, diventerà cosi uno degli organi ufficiali del nuovo partito comunista.
Questa decisione del Congresso moscovita, per quanto avversata dal gruppo VeRa, viene
a rompere necessariamente l'equivoco col quale si è freddata la buona fede di molti compagni
che hanno votato per il massimalismo senza comprendere l'insidia secessionista e la tendenza
comunista che esso nascondeva.
Specialmente nella nostra provincia, ci risulta che una grandissima parte dei novecento
voti riportati dalla mozione massimalista, volevano essere voti socialisti intransigenti e non
voti comun~sti ...
Oggi ai lavoratori socialisti si presenta questo preciso dilemma: o col socialismo o
col comunismo.
L'articolo afferma l'identiHçazione dei ma,s'simalisti con i comunisti.
L'argomento della fusione è rirpreso nei seguenti articoli I massimalisti e
Mosca (7 genna~o 1923), O dittatura o democrazia o bolscevismo o socialismo
(14 gennaio) Mosca e i massimalisti (21 gennaio), A proposito di complotti; plo,tone
di esecuzione (18:bebbraio). Il comment!o de La Giustizia quoddiana non ha mcontrato le rsimpatie dell' Avanti! e di Rinascita pubbHcazione locale fasdsta.
54
Sulle vicende della mancata fusione tra Comunisti e Socialisti, Spriano nella sua Storia
del partito comunista italiano Torino Einaudi 1%7 - VoI. I - pagg. 243-259.
I documenvi citati orlferivi da Spriano, sono documenti di partito.
Esiste pure un memoriale, lledatto da un agenne della polizia, che riferisce
in modo partko:1areggiato sulle <riunioni e gli incontri avvenuti tra i rappresentanti dei due partiti.
Questo il testo del memo:r1aJle che dà partkolari non risultanti dalle carte
del Par1'Ìto. E' senza data e senza 1ndirizzo (76) ma per i faui ,riferiti è snato
scritto nel gennaio 1923.
MEMORlIAiLE
Giunti a Roma la mattina del 9 corrente ci siamo immediatamente interessati per i
principi della nostra missione; all'uopo nelle prime investigazioni, ci recammo nei locali della
Camera del Lavoro Sindacale romana in Via Croce Bianca n. 42, ove abbiamo incontrati certi
MARGANTONIO, BRUNO PROCMIO, ONESTI, (comunisti) PIER SANTI, CALSARELLI,
e RAMBELLI - socialisti massimalisti - di Roma. Da costoro, dopo reciproco scambio di
comunicazioni sulla situazione della politica Nazionale ed Internazionale dell'attuale momento
abbiamo raccolto le informazioni seguenti:
1° Che una Commissione composta di un rappresentante per ogni Direttorio esecutivo
centrale delle Direzioni e Gruppi Parlamentari dei Partiti comunista e socialista massimalista
d'Italia si riunirono le sere dei giorni 7 e 8 corrente nella Segreteria della Camera del Lavoro
Sindacale Romana in Via Croce Bianca n. 42, in seduta segreta.
2° Che in quelle riunioni tali rappresentanti, esaminarono la situazione attuale dell'organizzazioni sindacali e delle forze inquadrate nei due partiti sovversivi.
3° Che, in seguito alle evidenze dei fatti che dimostrarono quotidianamente gli Esecutivi
dipendenti di ogni singola regione d'Italia, fatti di inesorabile persecuzione del fascismo e del
suo Governo, diretti a stroncare nel modo più radicale, ogni ordinamento di politica ed azione
rivoluzionaria, le file del proletariato lavoratori, constatarono che a por fine alle luttuose
rappresaglie della delinquenza fascista, sia intempestiva ogni azione, individuale o di singoli
gruppi di una data regione o zona, diretta ad attentati conuo la coalizzazione borghese, oggi
rappresentata e sostenuta dal fascismo e dal Governo di MUSSOLINI aggiogata materialmente
e spiritualmente agli scopi della borghesia· e dei trust commerciali Nazionali ed internazionali
della Francia, dell'Inghilterra e degli Stati Uniti d'America.
4° Che, in seguito a tali esami, costatazioni e riflessioni, i convenuti delle riunioni dei
giorni 7 e 8 deliberarono di impartire istruzioni alle singole sezioni comuniste e socialiste massimaliste dipendenti di tutta Italia, affinchè ogni azione primitiva di contro reazione, venga
immediatamente cessata da parte socialista massimalista non solo, ma di cedere senza alcuna
opposizione ad ogni e qualsiasi imposizione fascista e delle autorità, su quanto riguarda materialmente ed apparentemente le congetture della politica e del vecchio sistema rivoluzionario.
5" Che considerata fatalmente dannosa al nuovo orientamento e riassetto del Partito Comunista unificato d'Italia ogni azione sovversiva isolata da parte di gruppi d'azione di compagni delle singole regioni, gli stessi rappresentanti deliberarono di inviare un appello-monito
con documento segreto, a tutte le Commissioni esecutive dei capoluoghi di regione provincie
circondari e centri ove esistono nuclei di organizzati rossi d'Italia, affinché tutti i movimenti
politici e sindacali vengano limitati nelle ristrette istruzioni che impartiranno gli esecutivi
centrali. Le federazioni, Sezioni e Circoli giovanili comunisti e socialisti massimalisti di ogni
regione e singola località, dovranno in special modo tenersi rigorosamente disciplinati ai deliberati degli esecutivi centrali dei due partiti e poiché, malgrado la implacabile e funesta irruzione
fascista che ha seminato il terrore più immane su tutte le istituzioni del proletariato rivoluzionario Italiano, la parte più combattiva e pura è ancora rimasta e rimane, benché sbandata e
priva di comunicazione, le più elementari, al suo posto di fede e di speranza avvenire, i rap(76) A.C.SAA.GG.R:R. 1923 b. 71 f. «Reggio E. ».
55
presentanti mentre deliberano di inviare alle direttive di ogni singola sezione un saluto di
conforto e di incoraggiamento, fissarono le successive riunioni per l'esame e la ratifica del
qui riportato progetto di riordinamento dell'organismo rivoluzionario che si dovrà catechizzare
in seno al nuovo Partito Comunista Unificato d'Italia.
Nei giorni 9 e lO c.m. in via Scipione N. 175 a Roma ove ha sede la officina tipografica
per la stampa comunista e socialista, vennero effettuate altre tre riunioni nel modo più strettamente occulto, sia per l'importanza che gli intervenuti dettero allo scopo delle riunioni sia
perché corre in ogni sovversivo dirigente un senso di terribile paura per la continua instancabile
sorveglianza e persecuzione fascista.
Alle riunioni di cui sopra, presero parte due Rappresentanti per ogni gruppo Parlamentare socialista e comunista, due rappresentanti per ogni esecutivo centrale Nazioale dei
due partiti, nonché due rappresentanti delle Federazioni Nazionali socialista e comunista più
un rappresentante della Federazione Nazionale dei circoli comunisti e socialisti d'Italia, con
un delegato rappresentante le sezioni socialista e comunista di Roma; questi ultimi nelle persone di MARCANTONIO BRUNO e di PIERSANTI.
I convenuti dopo esaminata con esauriente discussione la grave situazione dei dirigenti
socialisti e comunisti di Torino, dopo i fatti degli ultimi giorni del dicembre scorso, votarono
un emendamento proposto da MARIANI e LUDIVISI rappresentanti della Direzione del
Partito socialista massimalista.
EMENDAMENTO
I rappresentanti dei direttori centrali dei partiti comunista e socialista d'Italia, presenti i rappresentanti dei corrispettivi gruppi Parlamentari, radunati a Roma in seduta
segreta nei giorni 9 e lO corrente per l'esame della situazione delle proprie forze combattive
:lazionali attualmente sbaragliate dall'immane terrorismo delle brigantesche irruzioni fasciste,
mentre valutano le gravi pericolose responsabilità che aHrontano i compagni dirigenti ed
organizzatori di ogni singola località, prodigano un saluto di incondizionata solidarietà e di
fraterna, immutabile fede agli scopi comuni per l'immancabile avvenire delle aspirazioni rivoluzionarie del comunismo Internazionale.
Ai compagni di Torino, esempio di fierezza e di forza combattiva, sprone di eccitamento e segno di principio veramente rivoluzionario, vada il saluto di conforto, di cordoglio
e di incoraggiamento per i recenti luttuosi fatti del dicembre.
Considerata però la importante situazione politica internazionale dell'inquadramento
rivoluzionario e la impossibilità di potere apertamente reagire con le forze proletarie d'Italia,
fanno monito alle direttive di ogni singola località, affinché ogni movimento di contro reazione
venga soppresso, considerando che oggi sarebbe rovinoso per tutto il nuovo riassetto del
Partito Comunista Unificato d'Italia, nei confronti degli accordi presi al quarto congresso
della Terza Internazionale comunista di Mosca.
Approvato all'unanimità il sudescritto EMENDAMENTO, i convenuti passarono allo
e~dme del progetto seguente; elaborato dagli Onorevoli BOMBACCI, REPOSSI, GRAZIADEI,
MAFFI, SERRATI, BORDIGA, GRAMSCI, PAGELLA, TUNTAR, BELLONE.
BROGETTO
1° L'unificazione del partito socialista massimalista col partito comunista dopo i congressi di Roma del novembre 1922 ed il deliberato del quarto Congresso di Mosca del dicembre scorso, resta intangibilmente un fatto compiuto.
2° La unificazione delle forze rivoluzionarie d'Italia, si dovrà con tutti i massimi sforzi
.:lei dirigenti al più presto concretare senza indugio o proroghe di sorta.
3° Ogni polemica, critica od osservazione a mezzo della stampa e nelle assemblee,
dovranno considerarsi superati, di fronte alla impellente necessità di procedere ad un rapido
concentramento in un fronte unico, tutto l'organismo sovversivo dei due partiti divisi soltanto
per questioni di forma e di vedute controverse fra i dirigenti.
4° Il partito comunista unificato d'Italia avrà un contingente organico di circa dueoentomila iscritti, ciò comprese le sezioni e i gruppi di sovversivi esistenti all' Estero. Che
dal primo gennaio 1923 con deliberato del quarto congresso della Terza Internazionale Comunista, tali sezioni e gruppi dovranno essere inquadrati nel Partito di origine Nazionalista
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e questo per migliorare e facilitare il funzionamento della politica internazionale del partito
in ogni suo particolare e riguardo.
5° I contingenti del partito comunista unificato d'Italia, saranno epurati; ogni elemento
sospetto, pericoloso e dubbio, di potere in qualsiasi modo intralciare e compromettere integralmente ed in parte una data azione o funzione del partito, verrà rigorosamente punito a
seconda delle responsabilità ed immediatamente espu!.so dal Partito e destituito dalla carica
qualunque essa sia.
6° Il partito avrà un Direttorio centrale composto dagli uomini predestinati dal Congresso della Internazionale Comunista di Mosca, questi in comune assumono la responsabilità
di Governo del Partito e di inquadramento delle masse sovversive in un solo fronte unico
internazionale.
7° Il Direttorio Esecutivo Centrale del Partito Comunista Unificato d'Italia dovrà
avere in permanenza, nella propria sede, non meno di due terzi dei componenti il Consiglio
Esecutivo, esso Direttorio oltre alle Commissioni esecutive delle sezioni dipendenti, di ogni
singola località d'Italia, dovrà immediatamente creare in ogni capoluogo di regione, un comitato
di polizia segreta, con pieni poteri e mandato esecutivo sul rioJ)dinamento e la disciplina delle
organizzazioni rosse aderenti ed incorporate nelle Sezioni del Partito Comunista Unificato.
go I comitati di polizia segreta che presiederanno nei capoluoghi di regione, saranno
composti di 'sette membri scelti fra i compagni di fede più provata, di buone condizioni oulturali, e possibilmente di uomini che nell'Esercito regolare abbiano raggiunto di grado di
Ufficiale, poiché, oltre alla cura della propaganda ed al controllo d'ogni azione politica nel
campo sovversivo, i componenti tali comitati, dovranno curare (coadiuvati da loro fiduciari)
l'inquadramento militare teorico dello elemento giovanile rivoluzionario, per una preparazione
tecnica e spirituale di contro reazione e per tutti quei movimenti insurrezionali che si dovranno
effettuare contro la coalizione Borghese.
9° In ogni capoluogo di provincia e centro ove esistono forti nuclei di elementi sovversivi ed organizzati rossi, aderenti al partito comunisti unificato, verranno per opera dei
suddetti comitati regionali istituiti singoli sottocomitati che funzioneranno a seconda le
istruzioni che verranno impartite dai comitati del capoluogo di regione i quali dovranno
disciplinatamente osservare e fare osservare gli ordini ed i deliberati dell'Esecutivo Centrale
Nazionale.
10° SINDACATI ROSSI
IL PARTITO COMUNISTA Unificato d''ltalia accoglie nel suo seno, tutti i sindacati
costituiti da lavoratori rossi di ogni mestiere e ramo d'industria.
11° Tutti i sindacati rossi dovranno inquadrarsi in una confederazione Nazionale Unione
sindacale rossa aderente all'Internazionale Sindacale di Mosca; tutte le forze politiche dei
sindacati rossi, verranno inquadrati nel partito comunista Unificato d'Italia, unico partito che
deve rappresentare le rivendicazioni di politica, di libertà, di difesa morale e materiale, d'ogni
interesse della classe lavoratrice e del proletariato italiano.
12° Constatato che il tradimento dei confederalisti, riformisti e socialdemocratici, hanno
(sic) gettato allo sbaraglio del pescecanismo e della Borghesia le masse lavoratrici d'Italia, incanalate, Icompatte e dirette nella via della rivoluzione e della dittatura del proletariato lavoratore italiano, e contingenti di compagni rimasti fedeli aRa tradizionale storia della rivoluzione internazionale delle masse lavoratrici dei produttori con lavoro degli oppressi di tutto il mondo,
sono oggi avida preda e terribile macello del brigantaggio fascista capitanato e diretto dal
Governo di MUSSOLINI, il quale si atteggia a sopprimere ogni elementare libertà di politica
e di pensiero imponendo la sua autorità di governante col terrore del macello umano, più
vergognoso.·e più obbrobrio so dei tempi d'inquisizione; il comitato elaboratore del presente
PROGETTO a nome dei direttori dei due partiti e dei gruppi parlamentari impegnati in alacre
e pericoloso lavoro, onde presto raggiungere la fraterna unificazione ed il concentramento di
tutte le energie rivoluzionarie del proletariato italiano, rivolge fervido saluto a tutte le vittime
della reazione, con il seguente appello di raccoglimento e di conforto alle sezioni socialiste e
comuniste di tutta Italia.
13° Alle due sezioni di ogni singola località d 1Italia, vada il fraterno saluto dei compagni
dei propri direttorii centrali; ogni compagno di fede coscientemente rivoluzionario, valuti la
responsabilità propria e dei compagni dirigenti, che si attraversa nell'attuale momento.
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14° Ogni compagno veramente devoto agli scopi ed ai principi rivoluzionari, resti al suo
posto di responsabilità e cooperi (senza provocazioni dannose, al riassetto, al raccoglimento
ed all'unione delle organizzazioni rosse nelle singole località, rudemente sbaragliate dal terrore
fascista) in seno al partito comunista unificato.
15" La discussione sulla unificazione dei due partiti dovrà in ogni singola sede ed in
ogni capoluogo di regione e provincia, procedere con la massima serenità e fratellanza, per
dimostrare agli avversari ai nemici mortali della rivoluzione comunista, che nei lavoratori
malgrado -tutte le immani persecuzioni, regna ancora intatto lo spirito e la forza di volontà
rivoluzionaria.
16° Ogni provocazione fascista dovrà essere evitata in questo periodo di riordinamento,
ogni imposizione violenta da singoli o da gruppi di compagni (proveniente da parte fascista)
dovrà subirsi senza reazione armata mentre se ne dovrà informare immediatamente il Direttorio Centrale.
17° Per evitare terribili per.secuzioni contro compagni dirigenti, tutti i sovversivi dovranno astenersi da ogni o quaLsiasi organizzazione di complotti o attentati individuali. La
esperienza avuta basta a chiarirne le ragioni dei risultati di tali tentativi.
18° Certi, che solo con la raccolta in un solo organismo politico delle forze rivoluzionarie, si potrà superare la terribile svolgente situazione, tutti i compagni dovranno immedesimarsi della gravità dell'ora e cooperare compatti come un solo uomo, al risanamento e
alla fortificazione delle forze rivoluzionarie, adoperando ogni mezzo il più efficace, anche
ricorrendo ad infiltrare dei compagni più fedeli alla tradizione rivoluzionaria, nelle file
fasciste, allo scopo di appurarne i piani, i mezzi di lotta e spiarne gli obiettivi politici ed
ogni materia di fatto che possa servire ai dirigenti del nuovo Partito Comunista Unificato, al
riordinamento delle proprie forze ed alla coltura di ogni azione politica rivoluzionaria.
19° I sottoscritti hanno formulato il presente progetto consci della generale grave situazione delle responsabilità che incombe ogni singolo compagno, mentre lo diramano allo studio
.clelle singole sezioni, rivolgono fraterno monito, affinchè dopo assennato studio venga preso in
considerazione, e messo gelosamente ed attivamente in buona pratica.
Con il più fervido saluto di VIVA iLA RIVOLUZIONE, VIVA IL PROLETARIATO
RIVOLUZLONARIO ITALIANO, VIVA ]iL PARTITO COMUNISTA UNIFICATO D'IT.ALIA,
Sezione della Terza Internazionale Comunista di Mosca, ci sottoscriviamo: BOMBACCI
RBPOSSI - GRAZIADBI - MAFFI - SBRiRATrI - BORDIGA - GRAMSCI - PAGELLA TUTAR - BBLWNE.
Tutti i convenuti approvarono con commossa .dimostrazione il presente PROGETTO,
deliberando di diramarne copia conforme ad ogni rappresentante le commissioni miste dei
capoluoghi regionali d'Italia.
Chiuse le riunioni del 9 e dellO corrente mese di Via Scipione alle ore 2 del mattino
del giorno Il corrente mese venne eletto un comitato preparatorio per organizzare le successive riunioni, composto di certi MARCANTONIO BRUNO - PROCARIO - CORSI PIERSANTI BOCCARDO di Torino e FABRIZI. Detto comitato prese convegno di trovarsi
alle ore 13 dell'l1 stesso in sala appartata nella trattoria, detta del Bersagliere in via Germanico n. 56-58 (ai Prati Roma). All'ora convenuta oltre ai suindicati, si trovarono anche
FIORITTO della Direzione del Partito Socialista Massimalista Italiano; GALETTI ARRIGO
dehl'Unione socialista romana; il Prof. EGIDIO GENNARI della Direzione del P.c.I. e PASTORE OTTAVIO Corrispondente della stampa comunista.
Dopo consumato una modesta colazione FIOJNTTO della Direzione del P.S. comunicò
ai presenti che il gruppo dello Onorevole VelIa, per mezzo dello stesso aveva fatto pervenire
alla Direzione, una mozione, con la quale si rivendica il nome del partito Socialista Italiano
anche aderendo con tutte le modalità di disciplina e di azione rivoluzionaria alla Terza Internazionale di Mosca, aggiungendo che il P. C. e S. Massimalista potranno essere unificati in
forza materiale e spirituale, mantenendo fermi i propri nomi e questo non solo per tener
conto di quanto concerne il passato storico del P.S.I., ma anche perchè nell'attuale situazione
politica intelJlla, diretta dal Governo Fascista, l'unificazione alla lettera, secondo i deliberati
del Quarto Congresso di Mosca, inasprirebbe la persecuzione sui dirigenti sovversivi ancor
più tali da rendere impossibile ogni ricostruzione combattiva del Partito stesso.
La mozione VelIa, raccogliendo i pensieri del suo Gruppo ritiene più proficua una
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azione di politica aleatoria, fra comunisti e socialisti massimalisti, e questo in precedenza di
una vera e solidale unificazione.
I presenti raccolta tale comunicazione si dimostrarono in dissidenza dal contenuto di
detta mozione e per discutere con maggior serenità l'atteggiamento del Gruppo Velia, le
condizioni attuali della politica interna dei due partiti è per un orientamento d'azione solidale ai compagni di Francia e di Germania di fronte alla minaccia di una nuova provocazione
di guerra europea; vennero fissati per la sera stessa alle ore 22 nella Casa del Popolo in
via Capo d'Africa n. 29 un'altra riunione segreta.
Come fu fissata alleor.e 22 in una delle sale della Casa del Popolo in Via Capo
d'Africa, alla spicciolata e con grande circospezione, intervennero tutti i principali dirigenti
le organizzazioni sovversive romane che secondo un appello nominale gli intervenuti corrisponderebbero con i seguenti nomi:
GALLETTI ENRICO - VESTRI - DE NliULO - CAPONETTI - PROCCARIO BOLPERANI - ONESTI - DE ANGEUS - GESCO - TERRANERA - MARI - CARELLATTI
- SANTACROCE - BOLLA - ANTONINI MARIA - RAPANAI - PANELLA - GUIDONI PUDDO - CASERTELLI - ViIILLA - BERTOZZI - CASATI - CLERI CI - ADANiI - CALCERATO - FABBRI - MASINI - GASPERIS - BRiENUILA - CAS'fRIIOTTA - BARONI GIORGETTI - GITTAiDINI - RONCACCI - R!AMSBLLI - PIERSANTI - il.JUZZI - DE
SAiNTIS - CIPRIANI - BONANNI - LUDIVISI - RAMAGNI - DE CI CCI - CRJMALA GAZZETTI - BRASCHI - MENOTTI - MAR,IANELLI - CONTE - PIROLI - BOLZANO
- VANNUCCHI - ZANZI - ZARATTI - BRANZANTI - CORSI - FABRIZI - CHIERICI DROGA - SULPIN - REDALFI - PERSI - MARINI - CONTI - BARDI - MOGGI CARATTI - GREGORI - GIOLITO - CALSARBLLI - FIORITTO - per la Direzione del
~artito Socialista Massimalista GEiNNAIRI con BOOCAiRDOe PASTORE di Torino per
il Direttorio del Partito Comunista.
Le discussioni furono aperte da Corsi e Marini ( eletti alla presidenza) sulla già
accennata mozione del gruppo dell'ono Vella.
Il dibattito più importante venne sostenuto da Pastore Ottavio e da CASATI, in
contradditorio sulla possibilità o no di poter ottenere un buon risultato da un'azione di
politica aleatoria, fra i due partiti in via di unificazione. .pASTORE contrario a tale forma
ed a tutta la mozione Vella, presentò un ordine del giorno, con il quale in attesa della convocazione dei prossimi congressi dei due Partiti demanda alla Commissione paritetica delle
due direzioni, il compito di esame, su di ogni e qualsiasi documento di singoli gruppi esponenti i propri punti di vista sulla unificazione dei partiti stessi.
L'ordine del giorno fu approvato per acclamazione di tutti i convenuti; Fioritto fece
una diligente relazione in merito ai dirigenti socialisti e comunisti, in preda alla persecuzione
fascista e di tutta la polizia inquisitoriale del Governo Mussolini.
Esso affermò che oggi in Italia la situazione dei dirigenti sovversivi è più grave di
quella dei compagni Ungheresi nel periodo della controrivoluzione dei bianchi, Mussolini è
più reazionario intemerato di HORTU' [HORTHYJ, la carneficina fascista s'inasprirà sui
compagni proscritti da ogni piccolo movimento sovversivo, la garanzia di vita e di libertà per
i dirigenti va rendendosi più impossibile che mai, certo di trovare pieno consenso su tutti i
compagni socialisti massimalistl e comunisti d'Italia, l'oratore si propone di elaborare un programma di organizzazione di appositi comitati di assistenza e previdenza da istituirsi in ogni
regione d'Italia ed anche all'Estero per raccogliere dei mezzi finanziari onde poter occultare
e mantenere al sicuro compagni di una data regione colpiti dalle persecuzioni fasciste, i quali
verranno costretti di volta in volta ad emigrare, durante gli attacchi nella località d'origine o
di residenza, in altre località più calme, e per i maggiori capi cercare la possibilità di passaggio
nelle frontiere e facilitarli ad emigrare all'estero.
GENNARI segui FIORITTO approvandone le sue iniziative e promettendone la incondizionata collaborazione del Partito Comunista. Crede però che l'azione del fascismo non
potrà dare dei buoni risultati di permanente dittatura in Italia, considera che il Governo e
l'autorità di Mussolini si estinguerà con la medesima velocità cui ha raggiunto il culmine alla
presa di possesso del potere e alla velocità su ogni dove della sua imposizione rivoluzionaria, -( sic).
Ritiene perciò anche condividendo il pensiero di tutte le forze dei due partiti, comunista
e socialista massimalista, che con la unificazione si possa effettuare al più presto un inqua-
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dramento di elementi combattivi tali da rintuzzare, in ogni suo proposito, l'azione fascista (:
combattere in ogni suo principio di reazione il Governo di Mussolini.
L'oratore pronostica i migliori auspici per il risorgimento e la emancipazione più forte
che mai delle masse lavoratrici, inquadrate nell'azione comune per il trionfo di tutte le
rivendicazioni degli sfruttati e perseguitati e per il raggiungimento della rivoluzione comunista
internazionale.
Gli intervenuti su proposta CARATTI - DE NlrLO - BONANNI e CIPRIANJ, demandarono con un ordine del giorno l'autorizzazione al FIORITTO e GENNARI per trattare
con pieni poteri, con la commissione paritetica dei due partiti, onde procedere alla elaborazione
di un programma atto ad effettuare tutti quei provvedimenti più urgenti di indole politica e
morale indispensabili alla tutela dei dirigenti, ed a salvaguardare gli interessi spirituali e vitali
dei contingenti rivoluzionari.
Dopo alcune dichiarazioni sulla innovazione degli Enti politici e sindacali operai romani,
fatto da alcuni convenuti, in conformità del nuovo ordinamento Nazionale del Partito Unificato,
CORSI a nome della Direzione del Partito Socialista Massimalista dichiarò che l'avvento della
azione francese nella Ruhr trascinerà l'Europa nella tragedia del 1914, in tale caso il proletariato delle Nazioni interessate, si troverà unito per sabotare tutti i Governi Imperialisti e si
congiungerà con i compagni russi per la causa comune della rivoluzione internazionale.
Dopo unanime applauso la seduta venne sciolta alle ore 2,45 del successivo giorno 12
ed i radunati si dileguarono aLla spicciolata per vie diverse.
Nel giorno 12 abbiamo raccolto altre informazioni presso elementi della Direzione del
Partito Comunista, ove ci risultò che fra i due gruppi parlamentari, vengono sostenute due
tesi diverse, sull'atteggiamento che si dovrebbe tenere per i fatti di Torino del dicembre,
nei dibattiti della prossima apertura della Camera.
La parte dei Deputati Comunisti e socialisti tendenti all'unificazione immediata del
partito, sosterrà la tesi di astenersi dalle riunioni parlamentari in segno di protesta contro iI
Governo e di solidarietà coi compagni caduti.
La frazione di difesa per la conservazione del nome del partito socialista massimalista,
sarebbe invece del parere di intervenire ai dibattiti parlamentari ed effettuare l'ostruzionismo
se il Governo non chiarirà prima di ogni altro problema le responsabWtà che assume, rendeildosi complice dei briganteschi luttuosi avvenimenti provocati dal fascismo.
Anche per accordare queste due tesi diverse, siamo stati informati che fra i due grupp~,
è stata eletta una commissione di studio.
Questo è quanto abbiamo potuto accertare nella nostra missione attraverso investig~
zioni fra elementi qui sopra citati, e compartecipando alle riunioni di Via Scipione ed ali"
Casa del Popolo in Via Capo d'Africa. Per maggior precisione, essendo da circa due anni
senza praticare gli elementi sovversivi romani, affermiamo che i nomi qui sopra riportati sono
stati presi alla rinfusa nelle riunioni e nelle presentazioni personali.
Fra i documenti sequesHati dalla pdlizia di MilanO' al Pa,rtita Camunista
d'I talia, esistonO' i s,e;guenti rapporti a fi1IDa Piccini (77).
Dopa un preambala BuNa situaziane generale del partita, Piccini per
Reggia Emi!1ia cl'iferisoe nel giugno 1923 per i:l s·e;gretariato n. 2: (78).
Gli elementi direttivi di cui disponiamo sono sufficienti per svolgere un discreto lavoro
di organizzazione interna, ma per l'esodo di numerosi e proprio dei migliori compagni, manchiamo di elementi adatti a svolgere una attività direttiva fra le masse. A Reggio sono rimasti
in piedi alcuni sindacati aderenti alla c.G.I!L. come quello dei metallurgici, degli edili, con
( 77) Piccini fu il nome assunto nella clandestinità da Gustavo Mersù. Il Mersù in
un tempo successivo, avendo assunto tendenze socialdemocratiche ed una posizione vicina
alla Concentrazione, venne espulso. Paolo Spriano. Storia del Partito comunista italiano Torino
Einaudi 1969 pago 185 n. 4.
(78) A.C.S. Min. Int. AA.GG.RR. Roma P.S. Atti sequestrati al Partito Comunista
d'Italia dalla Questura di Milano 1920-25 b. 2 f. 28.
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8.000-10.000 iscrltt1 In tutto. La direzione è naturalmente nelle mani dei riformisti. Noi
abbiamo i nostri gruppi sindacali, ma data l'assoluta assenza di una vita sindacale vera e
propria ad essi resta ben poca possibilità di lavorare. Il sindacato classista nelle attuali condizioni si ritrova ad essere più che altro una organizzazione di mutuo soccorso: assistenza
ai perseguitati, aiuto ai disoccupati più bisognosi, ecc. stante queste condizioni sta per formarsi
in seno all'organizzazione una situazione anzichè di opposizione e di lotta contro i dirigenti
da parte dei nostri nuclei, piuttosto di buon vicinato. Da un breve colloquio con un numero
ristretto di compagni non ho potuto trarre gli elementi necessari per giudicare fino a che
punto questo stato di cose sia giustificabile e dove comincino gli errori dei nostri, ma d'altra
parte credo non si possa pretendere che i nostri deboli gruppi facciano gran che. Nella C.I.
delle O .M. di Reggio avevamo due compagni i quali però dovettero emigrare ed ora la c.I.
è composta interamente di socialisti, anarchici e senza partito. Converrà che l'ufficio sindacale
si interessi un po' delle situazioni locali, si faccia fare dei rapporti e dia istruzioni, consigli,
suggerimenti.
La situazione politica generale mi sembra non tanto cattiva. La reazione legale ed
illegale è meno violenta che altrove. La disoccupazione minore che nel Bolognese, Ferrarese
e nella Romagna.
In una Jettera del Segl'etariato Interregionale n. 2 in dat·a 30 giugno 1923
venivano f,atti al Piccini questi rilievi (79).
Facciano quei compagni [,di Reggio] per ora del semplice lavoro organizzativo cercando
di esercitare azioni tra le masse con i gruppi comunisti. Invitali a questo proposito a farci
una relazione diretta essi stessi sulla situazione sindacale.
In un successivo llapporto del luglio 1923 veniva riferho daJ Piccini: (80)
Situazione abbastanza soddisfaciente. Nulla di nuovo. Il movimento femminile abbastanza notevole.
Una lettera in data 2 ,luglio 1923 del Segretariato Interregiona:1e N. 2,
veniva inviata alla F'ederazione di Reggio Emilia: (81)
Cari compagni,
dal compagno che voi conoscete, abbiamo avuto relazione del punto a cui è giunto il
vostro lavoro di riorganizzazione del movimento nella provincia. Egli ci ha fatto presente la
scarsità di elementi direttivi di cui soffre la vs. Federazione in conseguenza della emigrazione
forzata di molti buoni compagni, e come in questo modo si spiega la lentezza del vostro lavoro.
Temiamo che la nuova ondata di violenza ora abbattutasi sui vostri paesi non abbia
a rendere queste condizioni ancora più gravi. Occorrerà che voi vi opponiate alla emigrazione
dei compagni, sopprattutto di quelli che avevano cariche direttive negli organismi locali, in
tutti i casi in cui la necessità di emigrare non sia assolutamente evidente.
L'emigrazione ci priva infatti di quegli elementi intermedi che sono indispensabili per
mantenere i collegamenti tra i centri direttivi e le masse e per questo dobbiamo in ogni modo
ostacolarla. Sappiamo che il resistere sui posti della violenza può alle volte essere cosa terribile,
ma pensino i compagni che anche in questa sola resistenza passiva di chi non si allontana,
vi sono degli elementi che ci garantiscono per il domani possibilità di vendetta e di riscossa.
(79) A.C.S. Min. Int. AA.GG.RR. Roma p.s. Atti sequestrati al Partito Comunista
d'Italia dalla Questura di Milano 1920-25 b. 2 f. 28.
(80) A:C.S. Min. Int. AA.GGl\R. Roma P.S. Atti sequestrati al Partito Comunista
d'Italia, dalla Questura di Milano 1920-25 b. 2 f. 28.
(81) A:C.S. Siv. AA.GG.RR. 1920-1925 b. 4 f. 53-52.
61
Dagli ultimi fatti traete il più che potete elemento per mantenere vivace l'odio delle
masse contro i loro oppressori.
Per quanto riguarda le questioni di organizzazione vi consigliamo ancora una volta a
procedere con la massima sollecitudine nella distribuzione delle tessere del Partito. E' una
cosa non solo utile ma necessaria tanto a voi che a noi. Attendiamo che nelle nuove relazioni
che da voi avremo ci siano su questo punto riferiti buoni risultati concreti.
,Per il lavoro tra le masse e nel seno dei Sindacati riceverete presto le istruzioni sul
modo come debbono essere costituiti i gruppi nostri di officina. Nella vs. città tali norme
possono avere una buona applicazione e nelle fabbriche metallurgiche. Ricordate però che la
creazione di questi gruppi non deve portare alla soppressione e alla fine del funzionamento
dei gruppi che non nelle officine ma nel seno delle assemblee sindacali e dei Sindacati in
genere debbono continuare a funzionare per l'azione di propaganda e di conquista ai principi
rivoluzionari delle organizzazioni economiche di classe.
Su quest'ultimo punto anzi desideriamo farvi alcune osservazioni, in seguito a rilievi
che ci sono stati comunicati dal compagno che voi conoscete. La situazipne che è fatta.attualmente alle organizzazioni economiche di classe deve naturahnente ripercuotersi sull'interno di
esse, nel senso che anche le lotte interne tra le diverse frazioni del proletariato sono costrette
a subire un forzato affievolimento. Ciò deriva dalla necessità che nella opposizione ai nemici
del proletariato si trovino uniti tutti coloro che sono per la difesa del principio della lotta
di classe. Non bisogna però che noi dimentichiamo, anche quando svolgiamo azione comune
con altre frazioni o partiti proletari, quali sono i principi a cui specificamente (sic) noi ci
richiamiamo, e che tra le masse dobbiamo diffondere, e per i quali dobbiamo saperci differenziare. I nostri gruppi debbono quindi sia nelle officine che nelle Leghe continuare a sercitare anche una funzione di controllo sopra i dirigenti appartenenti ad altri partiti proletari,
e non perdere quella che è la nostra fisionomia di partito. Il mantenersi sopra queste direttive
vi sarà facile sppprattutto se riuscirete a dare solidità alla rete dei Gruppi e a tenerla saldamente collegata con gli organi direttivi della sezione.
Riceverete osservazioni e consigli su questo ultimo punto nonché dal comitato
centrale sindacale.
Saluti fraterni.
Altri rapporti del Piccini: in data 15 agosto 1923: (82)
Qui la situazione è abbastanza buona. Credo che si potranno distribuire da 200 a 300
tessere, per i giovani anche più di 300. iLo sviluppo del movimento è dovuto per la massima
parte all'instancabile attività del fiduciario compagno «Negro» [pseudonimo].
4 novembre 1923:
La situazione è invariata. Si è formato un comitato prov-v.p. [vittime politiche] misto,
che si è messo in contatto con l'ufficio di Roma.
Numero tessere distribuire a Reggio Emilia al 6 novembre 1923 n. 95.
7 novembre 1923 :
L'arresto di una cinquantina di compagni (ora in gran parte rilasciati) - arresto provocato dalla imprudente spavalderia d'un compagno di Correggio - ha interrotto l'attività di
questa federazione per quasi due mesi. Essendo stati arrestati i migliori dirigenti rimasti
senza collegamento. Ora le cose si sono messe a posto. Farò un sopraluogo.
In un rapporto non datato, ma presumib:ill!menlle precedente, il. Piccw
riferiva: (83)
(82) A.eS. Min. Int. AADG.RR. Roma P.S. Atti sequestrati al Partito Comunista
d'Italia dalla Questura di Milano 1920-25 b. 2 f. 28.
(83) A.C.S. Min. Int. AA.GG.RR. Roma p.s. Atti sequestrati al Partito Comunista
d'Italia dalla Questura di Milano 1920-25 b. 2 f. 28.
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Reggio Emilia: 7-8 sezioni con 90 iscritti. Buoni collegamenti. Scarsa diffusione della
stampa. Debole movimento sindacale nel capoluogo (metallurgici). Nessuna influenza dei
comunisti nei sindacati. Tendenza (iHeggibile) fra i compagni.
Rapporto suil sopraJIuogo a Reggio Emilia avvenuto il 16 novembre (84):
Reggio Emilia. Nella mia precedente relazione vi accennavo brevemente alla situazione
creatasi in questa provincia dopo l'ultima retata. La gravità del colpo della reazione non è
stata minore, del recente colpo nel Mantovano.
Vennero arrestati tutti i compagni di Correggio, la più forte sezione della provincia e
tutti i giovanili di Bagnolo (qui non esiste sezione adulta). Il pretesto fu dato da una imprudenza di un compagno di Correggio. A Reggio fu arrestato il più attivo elemento direttivo.
Però non essendo stata scoperta nessuna cosa compromettente all'infuori delle tessere tutti i
compagni vennero arrestati (si-recte riJasciati) dopo una detenzione di 3040 giorni. Ora la
situazione è questa. Con le sezioni di Correggio e Bagnolo non si è potuto ancora ristabilire i
collegamenti, ma si spera di riuscirvi fra breve.
Nelle altre sezioni si nota una certa rilassatezza. Per rimediare alla situazione occorre
innanzi tutto rinnovare gli organi direttivi della iFederazione. D'altronde segr. fed. verrà
deposto per scarsa attività. Non sarà tanto facile trovare un elemento adatto per sostituirlo.
Fin qui l'anima di tutto il movimento nel Reggiano è stato il fiduciario, ottimo elemento sotto
tutti gli aspetti. Ma egli non può coprire due cariche prescindendo dal fatto che dopo il suo
arresto la sua libertà di movimento è diventata più limitata. Egli continuerà però fino alla
costituzione di un nuovo Comitato, la sua funzione di factotum. Ho la fiducia che nonostante
questi ostacoli il nostro movimento nel Reggiano riprenda la sua efficienza.
Un quadro degli scritti tratti dall' Archivio del Partito Comunista dà le
seguenti cirfre riferite a1 1923. Devesi tenere presente che in quel1'anno già
molti 'COmunisti erano stati alilontanaDi dal1:1a violenza fascista dane proprie dimore
ed emno stati costretti llld emigrare ~t1l'estero.
Reggio E. 25; Cavazzoli 12; Mancasa:le 5; Cavriago 15; Correggio 18;
Ospizio 9; San Pellegr1no 3; San Maurizio 5; Barco 3.
Totale 95 iscritti in 9 sezioni.
Palmiro Togliatti La formazione del gruppo dirigente del Partito Comunista Italiano
Roma ed. Riuniti 1962 pago 366.
(Continua)
GIANNINO DEGANI
(84) A.C.S. Min. Int. AA.GG.RR. Roma p,s. Atti sequestrati al Partito Comunista
d'Italia dalla Questura di Milano 1920-25 b. 2 f. 28.
Documenti· e testimonianze
POSTILLE AL REPERTORIO
SULLA STAMPA ANTIFASCISTA DI DEGANI
DALLE CARTE DI MEUCCIO RUINI
Nell'« opposizione 311 fascismo sulla stampa reggiana» (1) Giannmo Degani ha ricordato il «Gruppo della dissidenza fascista» e 1'« Unione Nazionale
delle forze J.1berali e democratiche» ricostruendo il contributo reggiano ad
entrambi i movimenti.
IJ caso - o la volontà di un funzionario di P.S. - ha voluto che in una
stessa «busta» dell' Archivio centrale dello Stato (2) fossero conservate le carte
perquisite all'ono prof. Alfredo Misuri di Perugia, che fu l'animatore della dissidenza fascista, ed all'ono avv. Meuccio Ruini di Reggio Emilia, a sua vdlta animatore dell'opposizione liberale e democratica al fascismo.
L'Assodazione costituzionale Patria e Libertà era stata fondata in Roma
il 31 gennaio 1924 (3) dai fascisti dissidenti vicini all'Ono Misuri (4) ed all'ono
dr. Ottavio Corgini (5) di Reggio EmiJia; reggiani er3lno pure l'avv. Alberto
Morandi (6) ed il dr. Guido Saetti, membri del Comitato Promotore della «Patria e Libertà », col Corgini.
Nel «Comitato Nazionale Pro Costituente Democratica », antifascista, altrettanto viva era la presenza reggiana, animata dall'ono avv. Meuccio Ruini (7)
dalla riunione costitutiva a Milano del lO febbraio 1924 alla riunione del Comitato promotore del 26 aprile successivo. Ruini, quindi, seguì la trasformazione dell'Unione Meridionale in Unione Nazionale delle forze liberali e democratiche (8)
(1) In: Ricerche storiche, Reggio Emilia, a. 9, nn. 26-27, dicembre 1975, pp. [135]-163, in particolare
pp. [135]-142 e pp. 146-147.
(2) A.C.S., Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA.GG. e RR., Atti speciali (1898-1940), b. 4, fase. 34,
«Carte ritrovate in casa ono Ruini}) e «Patria e Libertà ».
(3) Associazione Costituzionale Patria e Libertà (Fondata in Roma il 31 gennaio 1924), Programmi e
Comitati. Roma, Stab. Tip. Via Mario dei Fiori, 1924, pp. 4.
(4) Del fascismo diverso che accusava il fascismo ufficiale della troppa sperequazione della libertà in
Italia, si ebbe il pronunciamento agli inizi del 1923, v. «Per le patrie libertà e per la ricostruzione nazionale,
Discorsi di S.E. Corgini e ono Misuri preparati per la seduta parlamentare dell'll dicembre 1923 e non pronunciati
per la chiusura della sessione. Alessandria, Tip. Spiga, 1924, pp. 47. Cfr. inoltre: MISURI, Alfredo. Rivolta
morale. Milano, Corbacelo, 1924, pp. XV- 278; è il II volume della collana «Res Pubblica », diretta da
Gerolamo Lazzari che in prefazione scrive come il delitto Matteotti illumini sinistramente l'ambiente e la
moralità del mussolinismo; all'impianto della collana collaborò Ruini, che le affidò un proprio volume. Misuri,
deputato nella XXVI legislatura, non si presentò alle elezioni del 1924, lanciando contro Mussolini un grave
atto d'accusa per i mezzi illegali usati dal fascismo, prima ancora del delitto Matteotti; v.: MISURI, Alfredo.
Per lasciare libere le vie dell'avvenire. Roma, stab. Tipografico, via Mario dei Fiori, 1924, pp. 16.
(5) CORGINI, Ortavio. La borghesia italiana.· Reggio Emilia, Poligrafici [1958], pp. 63, in parricolare
pp. 17-21 sui rapporti con Mussolini. Deputato nella XXVI legislatura.
(6) Ad Alberto Morandi è dedicato l'opuscolo di Corgini, V. n. 5.
(7) Meuccio Ruini, nato a Reggio nel 1877, Consigliere di Stato, eletto deputato nel 1913 nel collegio
di Castelnovo Monti, venne rieletto nel 1919; combattente; sottosegretario e ministro con Orlando e Nitti, presiedette l'Unione Nazionale, l'esecutivo dell'Aventino e curò la pubblicazione del «Mondo », seguendo la parte
editoriale, ma collaborando anche come pubblicista.
(8) Il resoconto della riunione del 19-20 agosto 1924 è pubblicato dal «Mondo» di Roma del 19-20
agosto: L'Organizzazione delle forze democratiche a Napoli e nel Mezzogiorno.
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il 19-20 agosto 1924 e sinO' alla fine del 1925 presiedette l'Unione Nazionale, lo
esecutiva del ComitatO' ddle Oppasiziani e seguì i problemi amministrativi del
Mondo.
Al Manifesta (9) castitutivo dell'Uniane 1'11 navembre 1924, oltre al
Ruini, aderironO' i reggi ani Giuseppe Giaroli (10) e Dante Dallara (11), che dell'Uniane fu il. segretaria palitico nazianale.
RiproduciamO' di seguito l'inventario in 7 ff. delle carte sequestrate a
Meuccia Ruini (12), assieme ad un elenca di «vecchi dettari» cui mandare « Il
Monda» ed una <lettera di Dallara a Ruini nella quale si fa cennO' a San PolO',
sa spirata tappa di pace, nell'incalzare di quell'attabre drammatica del '24 in cui
mai le appasiziani fUfana così vicine a ravesciare il fascismO', ma altrettanta divise, incapaci di farla.
Ripraduciama, infine, lettere di Maria Vindguerra, Manlia Brasio, Franca
Antoli:ni ed un pragetta di Casa Editrice, stesa a fine 1925, primi '26, che si riferiscanO' alla tenace cantinuità della battaglia politica di Ruini nei primi anni in
cui si pateva ancara aperar,e can la stampa, al di fuari e cantra il regime.
1 - Repertorio delle carte ritrovate zn casa dell'ono Ruini
Esaminati i documenti contenuti in 12 fascicoletti, si è potuto constatare la grande
attività organizzatrice di Meucci Ruini diretta, sovratutto, a costituire l'Unione Nazionale.
Tale attività raggiunge un massimo sviluppo verso gli ultimi mesi del 1924 per proseguire,
decrescendo, durante quasi tutto il 1925.
Nulla di importante è stato, però, rilevato come può controllarsi dai successivi riassunti
divisi per fascicoletti:
I. - GIOVANNI AMBNiDOLA A 1vIEUOCIO RrUINI (13)
1) lettera (.11-7-24) da Salsomaggiore. Rileva la incostituzionaHtà del decreto sulla
stampa e la necessità di un movimento nazionale. Lo invita ad affrettare la costituzione definitiva dell'Unione Nazionale.
2) lettera (18-8-24) da Capri, per comunicargli l'ottenuta assistenza nella pubblicità da
parte di Albertini. Aggiunge di essersi recato a Napoli per il comizio' che fu proibito. Accenna
a gravi tafferugli con morti: la milizia ed i fascisti spararono dinanzi alla forza pubblica
immobilizzata.
3) lettera (23-8-24) da Capri per insistere sulla costituzione dell'Unione Nazionale con
con varie personalità (Albertini, Turati, ecc.) anche per farle convinte che non basta l'azione
in grande sull'opinione pubblica: bisogna preparare la situazione e fare i sacrifici occorrenti.
4) lettera (31-8-25) Da Mont Dore (Alvernia). Gli da notizia delle sue peregrinazioni,
ma afferma che non sta ancora in gamba: ha la mano dolente e l'orecchio non è a posto.
5) lettera (12-9-25) Da Vichj per ringraziare ed approvare tanto lui quanto Vinciguerra
(9) Associazione Italiana del Controllo Democratico. La ricostruzione fascista (novembre 1924 - gennaio 1925). Bologna, Forni, 1976, pp. 220 [Ripetiz. dell'ediz. del 1925].
(10) Ruini, Dallara, Giaroli, aderirono al Manifesto costitutivo dell'Unione delle Forze democratiche
liberali dell'8 novembre 1924 ora in: SALVATORELLI, Luigi. MIRA, Giovanni. Storia d'Italia nel periodo
fascista. Torino, Einaudi, 1964, pp. 348-349. Testimonianza del periodo in: GIAROLI, Giuseppe. Per lo repubblica, discorso tenuto nel Teatro Municipale di Reggio Emilia lo sera del 30 maggio del 1946. Reggio Emilia,
Nironi e Prandi, 1946, pp. 31.
(11) V. la relazione politica di Dallara in: Per una nuova democrazia. Relazioni e discorsi al I Congresso dell'Unione Nazionale. Bologna, Forni, 1976, pp. 180 [rist. dell'Ed. del 1925].
(12) Lo stesso Ruini, con signorile distacco, annota: «Ebbi perquisizioni e sequestri di carte ... vent'anni di esilio in patria» p. 67, in: RUINI, Meuccio, Ricordi, Milano, Giuffrè, 1973, pp. XI-304, in particolare:
Terzo tempo; il fascismo e l'esilio in patria, pp. 55-68.
(13) DE FELICE, Renzo. Lettere inedite di Giovanni Amendola (1923-1925). In: CULTURA (LA),
1965, pp. 521 sego
65
delle bozze speditegli. Approva pure l'art. di Ruini contro l'istituzione del Podestà e cita
l'intervento di Acerbo, spiegando che è gente che vuoI tener il piede in tutte le staffe pur di
restare ben ferma su di un unica sella: il potere. Rileva il cataclisma storico del decennio e
conclude che bisogna «vivere e durare ». Considera che occorre conservare e stringere la
famiglia (politica). Finisce col dire che è uomo ormai provato e stanco, ma non morto e che
ha in corpo fiato sufficiente per dare al Regime assai più guai di quanto non ne abbia bisogno.
6 lettera (3-9-25) Per dargli istruzioni sulla linea di condotta circa i debiti con l'America
cui dovrebbe ricordarsi che non pagarono i prestiti francesi all'epoca della loro indipendenza.
Insomma nessuna manomissione del patrimonio italiano e nessun a""iamento ad essa attraverso
impegni non sostenibili. Accenna allo scacco subito col rifiuto di garantire il Brennero - da
ricordarlo sempre - ed all'interesse a non trovarci assenti nel patto di garanzia.
7) lettera (senza data) Con la quale gli propone di indire una riunione privata per
trattare sullo sciopero nei pubblici servizi.
II. - VARI A MEUCCIO RUINI
1) lettera (4-10-24) Da Roma, di Dante Dall'Ara per un appuntamento a Milano e
per un lavoro preparatorio allo scopo di scuotere gli amici e di raccogliere danaro.
2) lettera (17-11-24) Da Zurigo, di Nitti per invitarlo a rilevare sui giornali i punti
salienti del libro «La tragedia dell'Europa? ». Gli comunica di essersi rifiutato ad interviste
di stranieri per evitare l'acuirsi di antipatie che si diffondono ai danni del nostro Paese.
Preannunzia un suo viaggio in Scandinavia per conferenze, ma non si occuperà dell'Italia.
3) lettera (5-9-25) Da Milano, di Albertini. Lo avverte che non gli conviene essere
incluso nel comitato (dell'Unione Nazionale) per l'identico motivo pel quale Amendola ed
altri sono stati animati a non farne parte. Consiglio rivolgersi direttamente ad Einaudi per
simile invito anziché a suo mezzo.
4) lettera (senza data) Da Roma, di Abbiate. Gli preannunzia un viaggio in Breslavia
e Cracovia per l'arbitrato. Ritiene opportuno rinviare l'adunanza (dell'Unione) a fine mese,
tenuto conto che il Senato si riaprirà il 10 novembre.
giornali ed i due volumi di Amendola: «La nuova democrazia ».
6) lettera (27-8-25) Da Cinquale, di Sforza per congratularsi dell'articolo «Unioni ».
Gli suggerisce, per evidenti vantaggi tattici, l'inclusione di quel paio di gruppi popolari e gli
propone di autorizzarlo ad intromettersi quale intermediario con Cappellotto.
7) lettera (11-9-25) Da Roma, di Giuffrida. Accusa ricevuta dell'invito da parte dell'Unione Nazionale e si dichiara disposto a svolgere, al di sopra dei partiti, una sana e serena
opera di propaganda in favore della nostra situazione monetaria.
8) lettera (21-9-25) Da Parma, di Micheli, per scrivere un articolo, allo scopo di
sollecitare il disbrigo di una pratica di competenza del Ministero dei LL.PP.
9) lettera (16-2-25) Da Roma, di Canti (Preside R. Istituto Tecnico Vincenzo Gioberti)
per aderire all'Unione, posto che definisce di dovere e di onore.
10) lettera (5-4 e 4-7 senza anno) Di Calisse per dirgli, in una, di non preoccuparsi
della sua assenza nell'adunanza generale del Consiglio di Stato e, nell'altra, di riferire intorno
ad una pratica di Civitavecchia.
11) lettera (11-4-26) Da Roma, di Ett. Ciccotti per incaricarlo delle condoglianze alla
famiglia Amendola.
III. - GLUSTINO FORTUNATO A RUINf
1) lettera (8-8-26) Da Napoli, per congratularsi degli articoli in corsivo pubblicati nel
« Mondo» e riflettenti questioni di finanza. 10 ritiene autore degli articoli stessi e gli do-
manda, in caso negativo, l'indicazione dell'autore.
2) lettera (26-8-26) Da Napoli, per dolersi di non avere avuto risposta alla precedente
lettera.
IV. -ENRICO rumSUTTI A ltUINI
1) lettera (8-9-24) Da Bologna, per consigliarlo di non far coincidere la riunione con
il convegno degli arditi. Lo informa di avere incaricato Arangio Ruiz ed il Prof. Vincenzo
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Bellavista (Portico) Napoli, nonché l'Avv. Giovanni Pedone, fu Michele, agricoltore (Foggia)
per la propaganda in Puglia. Lo invita a scrivere direttamente ai suddetti per indicar loro il
luogo ed il giorno della riunione.
2) lettera (1-10-24) Da Campobasso, per dargli consigli come impiegare il miglior
raccolto. Propende per la pubblicazione di una Rivista.
3) lettera (senza date e località) Per informarlo sul conto di P. Allacevic di Zara allo
scopo di affidargli colà la propaganda per l'Unione. E' favorevole perchè buone sono risultate
le informazioni avute da una autentica medaglia d'oro.
4) lettera (4-9-25) Da Napoli. Esprime il proprio pensiero in questioni finanziarie:
cambio, rivalutazione lira, deflazione in rapporto all'azione di Governo che critica.
5) lettera (senza data e località). Su varie circostanze di lieve importanza.
V. - GIULIO ALESSIO A RUINI
1) lettera (23-4-25) Da Padova, per esporre tutto un programma da svolgersi in un
congresso da indirsi dai partiti avversi al regime. Lettera interessante sotto l'aspetto di profezie non verificatesi, come ad esempio quella di sfatare l'opinione molto diffusa che Mussolini
abbia dato all'Italia una posizione indipendente ed autonoma e l'altra che la situazione politica
odierna -è dannosa anche sotto l'aspetto economico, giacché nessuna riforma sarà possibile
finché avremo questo Governo.
2) lettera (19-5-26) Da Padova, per esprimere parole di cordoglio per la morte di
Amendola alla cui memoria tesse un. rapido elogio. E' d'accordo con Ruini su quanto quest'ultimo gli scrive riguardo all'Unione Nazionale e sul suo avvenire, mentre non ritiene opportuno
far sorgere nuove associazioni o ricostituire le antiche.
3) lettera (3-9-26) Da Padova, per dichiararsi solidale nell'azione diretta alla rivalutazione della lira, ma con indipendenza di pensiero, non condividendo le idee nè di Einaudi,
né di Capriati.
VI. - GUGLIJThMO FERRERO A RUINI
1) lettera (9-4-24) Da l'Ulivello, strada ai Chianti (Firenze), per sollecitarlo a non
perdere tempo nello stabilire il giorno della riunione, dato che con il moltiplicarsi degli
avvenimenti potrebbe rendersi più difficile l'opera di chiarire lo spirito della Nazione.
2) lettera (26-8-24) Da come sopra, per domandargli se ha ricevuto il manifesto da lui
redatto e per avere conferma o meno sulla indetta riunione a Milano pel successivo 9 settembre.
3) lettera (27-8-24) Da come sopra, per insistere nel conoscere la data precisa della
riunione e se ha ricevuto il manifesto.
4) lettera (3-9-24) Da come sopra, per dimostrarsi seccato della rinviata riunione e per
insistere che si tenga al più presto. Occorre trarre profitto del momento ed aggiungere allo
sdegno derivante dell'assassinio di Matteotti una orientazione di idee al pubblico smarrito per
impedire le mistificazioni e le confusioni degli avversari.
5) lettera (9-7-25) Da Firenze, per proporre una riunione nella sua casa a Firenze
(Viale Macchiavelli) invece che alla Villa per sopraggiunte circostanze di cui avrebbe informato a voce.
VII. - AVV. BARTOLOMEO (MEUCCIO) RUINI
contenente quattro documenti personali:
1) Specchietto militare relativo al servizio prestato;
2) minuta della domanda inviata al Prefetto di Roma per ottenere il permesso specia~e
per il porto della rivoltella;
3) assicurazione (20-2-1926) del Sottosegretario di Stato per i Lavori Pubblici riguardante l'invio dell'atto di servizio richiesto;
4) ringraziamento dei Ministero delle Finanze per l'opera prestata quale presidente
delle Commissioni arbitrali per le controversie fra il Consorzio per l'approvvigionamento dello
zucchero per usi industriali e le ditte consorziali.
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VIII. - DOCUMENTI RELATIVI ALL' ORGANIZZAZIONE
DBLL'UNIONE NAZIONALE DEMOGRATICO:
1) Bozze di stampa del discorso pronunziato da Ruini il 4 gennaio 1925 a Napoli in
occasione del primo convegno regionale dei segretari sezionali e dei fiduciari provinciali
del mezzogiorno;
2) 6 schede di domanda d'iscrizione all'Unione da parte di altrettanti ufficiali superiori
dell'Esercito in P.A.S.;
3) Elenco di 12 Senatori aderenti all'Unione;
4) elenco di 35 persone che si ritengono aderenti all'Unione stes,a;
5) Alcune circolari riguardanti informazioni e sviluppo dell'Unione;
6) Circolare con allegato l'estratto del verbale della riunione del Comitato Nazionale
pro costituente democratica tenuta a Milano il 26 aprile 1924.
IX. - GBROLAMO LAZZARI - EDITORiE - A RUJNI
Otto lettere per articoli, conferenze, libri d'indole politica contro il regime e di cui si
assumeva la pubblicità.
Il Lazzari stampava a Milano «Rassegna Internazionale» ed una Rivista, ora sospese
dall'interessato in attesa di «un'atmosfera più serena di questa nella quale viviamo ».
N. 32 lettere inviate da varie personalità a Ruini per raccomandazioni, pubblicazioni
nel Mondo, per esprimere opinioni di indole politica sul momento (1924) ritenuto grave, per
comunicare dettagli sulla propaganda pro «Unione Nazionale» e per altre cose di lieve
importanza.
1) lettera (23-12-1924) Da Ivrea, dell'Avv. Fausto Cavallo, per augurargli il trionfo
dei comuni ideali.
2) lettera (30-12-1924) Da idm. idm. per chiedergli la privativa della vendita ad Ivrea
del «Becco Giallo» e per comunicargli che è di sede a Novara. Termina la lettera con la
frase: «abbas'so il tiranno dei burattini ».
3) lettera (23-12-1925) Da Milano, di tal Milaneri, diretta a Ruini per ringraziarlo
del posto ottenuto di ispettore presso l'Enit e per terminate con una filippica' contro i
«saturnali della storia ed i villani rifatti della politica e degli affari» nonchè con l'augurio
che tornino alla ribalta uomini onesti come il Ruini ecc.
4) lettera (9-9-1924) Da Tale &endirocco da Sulmona, per ottenere da Ruini la sospensione o la revoca del trasloco da Aquila per Reggio Calabria dell'Ing. Francesco Moncelli
dell'Ufficio del Genio Civile, allontanato da colà in seguito alla sua azione politica antifascista.
5-6) lettera (16-6 6-12-24) Del Prof. Dott. Carlo Angela, docente di neuropatologia
nella R. Università di Torino, per dare al Ruini contezza della sua azione per la r.onversione
dei partiti all'Unione. In un punto dice: «ho scritto a Roma a palazzo Giustiniani per far
intervenire le Autorità a rompere la resistenza di qualche socio autorevole».
7-8-9) lettera (7"12-24 10-1 e 7-7-925) Da :S. Polo D'Enza di Enrico Rubaltelli, combattente, per comunicare al Ruini le pratiche svolte per iscriverlo tra i soci di quella sezione.
Nella seconda lettera adopera espressioni vivaci contro il regime.
X. - BOZZE MANOSCRITTE RELATIVE ALLA COSTITUZIONE
DELLO STATO REPUBBLICANO DELLA FINLANDIA
XI. - BOZZE DI STAMPA E MANOSCRITTE RIGUARDANTI LA GBNiESI
DBLLE NUOVE DEMOCRAZIE:
-
Germania;
Austria.
68
XII. - DOCUMENTI VARI GONCERNElNTI, SOV1RATUTTO,
LETTERE DI RACCOMANDAZIONE, DI PARERI, DI APPOGGI, DI AUGURI
Trovasi anche copia integrale del ricorso avanzato dal Generale Benvenga al Consiglio
di Stato in seguito allo scioglimento del Consiglio direttivo dell'Associazione della Stampa
periodica.
2 - «Vecchi elettori» associati al «Mondo»
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Sig.
Manin - GOVA (Villaminozzo) Reggio Emilia
Prati Giuseppe - Villaminozzo - Reggio Emilia
Novellani Ernesto - Novellano (Villaminozzo) Reggio Emilia
Secchi Celso - GAZZANO (Villaminozzo) Reggio Emilia
Rossi Luigi - ASTA (Villaminozzo) Reggio Emilia
Bianchi Giovanni - FEBBIO (Villaminozzo) Reggio Emilia
Ruffini Carlo - MONTEORSARO (Villaminozzo) Reggio Emilia
Fontana Paolo - CORIANO (Villaminozzo) Reggio Emilia
Milani Pietro (Villaminozzo) Reggio Emilia
Antichi Giovanni - MINOZZO (Villaminozzo) Reggio Emilia
MALAGOLI Alberto - SOLOONO (Villaminozzo) Reggio Emilia
Fontana Giuseppe - Cerrè Sologno (Villaminozzo) Reggio Emilia
Ugolini Francesco - Cervè Sologno(Villaminozzo) Reggio Emilia
Baroni Zeffirino - Carrù (Villaminozzo) Reggio Emilia
Caccialupi Silvio - COLLAGNA
Magliani AdoHo - LIGONaIIO (Cinquecerri)
Ferri Adeodato - VOLOONO (Castelnuovo Monti)
Romei Pietro - COSTA DE' GROSSI (Castelnuovo Monti)
Ghinoi Enrico - CARFAGNOLO (Castelnuovo Monti)
Triglia - FRASCARO (Castelnuovo Monti)
Ferrari Silvio - CAGNOLA (Castelnuovo Monti)
3 - Dante Dall'Ara a Meuccio Ruini
UNIONE NAZIONALE
delle forze liberali
e democratiche
ROMA, 4 ottobre '24
indirizzo provvisorio:
Avv. Carlo Cappelli - Via Stelletta n. l-A
Caro Meuccio,
ho subito riferito ad Am[endola] quanto mi hai scritto. Proprio questo momento D.T.
ha fatto sapere per telefono ad Am[endola] che parte stasera per Milano e ti attende colà
per martedì. Ieri venne da me Spello al quale dimostrai come da parte tua ci sia stato il
massimo interessamento alla conclusione del noto affare e come i contrattempi siano da
imputarsi a D.T.
Nell'occasione, raccomandai anch'io di non metter i carri dinanzi ai buoi, ad evitare
delusioni.
Lunedl 6 arriverà qui Vinc[iguerra], ed a lui parlerà anche Am[endola] nel senso
da te desiderato circa la rivista.
lo avrei intenzione di venire in su, partendo di qui, il giorno 8 mercoledl. Potrei
essere a Milano giovedl mattina per sottoscrivere l'atto, dato che tu riesca a convincere D.T.
e a fissare anche con Gium. l'appuntamento per tale giorno. Ad ogni modo io ho disponibili
per stare fuori di Roma, non più di 7 giorni dal giorno 8. Vedi pertanto di organizzare le
cose in modo che io possa, dopo Milano venire con te a Modena, Bologna, Parma ecc. per
scuotere gli amici e per iniziare la raccolta dei films per i bisogni del centro.
69
Se in mezzo a queste cose potessimo far entrare un giorno di quiete a S. Polo, sarei
ben contento. Altrimenti rinvieremo ad altra circostanza.
Abbiamo spedito le circolari raccomandate ai fiduciari regionali e qualche fiduciario
provinciale.
Ti accludo lO circolari, che potranno servirti per gli amici di Reggio e per qualcuno
che capitasse domenica a S. ·Polo.
Attendo tua conferma all'appuntamento che ti ho fissato per giovedì 9 ottobre a
Milano presso Mira, ed intanto abbiti cordiali saluti anche da Von Peter e Cappelli.
Ti abbraccio.
Tuo Dante [Dall'Ara]
4 - Mario Vinciguerra a Meuccio Ruini
Torino, 7-11-[1925]
Onorevole, le notizie che mi dà mi paiono confortanti. Le auguro di stabilirsi completamente ed auguro a me stesso di rivederla presto. Ieri sera vidi qui Lavagetto, il quale mi
dette notizie emiliane, anch'esse abbastanza buone.
Quanto al volume (14) resto inteso di tutto: ne parlerò oppure mi metterò comunque
d'accordo con Salvatorelli, per la Stampa, e parlerò a Gobetti perché non faccia dell'ipercritica
fuori di luogo. Però io non l'ho ricevuto ancora. Siccome mi pare che Lazzeri sia fuori di
quella Casa Editrice e non ha ricordato di lasciare il mio nuovo indirizzo, sarebbe bene, per
evitare disguidi, che avvertisse che facciano !'invio a Torino.
Saluti agli amici e vivi ossequi da Mario Vinciguerra.
5 - Luigi Albertini a Meuccio Ruini
MILANO, 5 settembre, 1925
Gentilissimo Ruini,
La ringrazio molto della Sua e dell'invito che mi rivolge.
Per la stessa ragione per la quale nel comitato non entrerebbero Amendola ed altri
credo che nemmeno a me convenga farne parte.
Tuttavia sarò a Roma giovedì e potremo discorrere della cosa.
A Einaudi intanto Le consiglio di scrivere direttamente perché io non ho occasione
di vederlo e val meglio che egli sia sollecitato da loro stessi. Casomai insisterò io perché non
manchi, per quanto la sua riluttanza a muoversi dal tavolo sia grandissima e abbia rifiutato
lo stesso invito che gli aveva fatto tempo fa il consiglio del Partito Liberale.
Arrivederci a presto e saluti cordiali.
Suo L[uigi] Albertini (15)
(14) Il volume di Meuccio Ruini nella collana Res Pubblica diretta da Girolamo Lazzeri per le edizioni
Corbaccio subì le vicende del tracollo della Casa Editrice che vide la rottura dei rapporti col Lazzeri che pubblicò
ancora per proprio conto una collana editoriale col nome della propria Rivista La Rassegna Internazionale. Il
volume di Ruini ebbe una cattiva distribuzione e non venne recensito da Gobetti. «La aristocrazia nuova di
Mussolini - aveva scritto Gobetti - ha molto da imparare dalla perizia di uomini come Ruini» da: Commemo,razione. In: La Rivoluzione Liberale, Torino, a. II, n. 37, 30 ottobre 1923, p. 133 [siglato p.g.]; in precedenza
Gobetti aveva citato in: La società delle Nazioni. In: Energie Nove, Torino, serie I, n. 5, 1_15 gennaio 1919,
pp. 65-67, un articolo di Ruini sull'argomento pubblicato sulla Rivista d'Italia nel 1918.
l'adesione positiva degli amici. Ritiene che l'atmosfera cominci a riscaldarsi. Lo im-ita a parlare
(15) Dopo una corrispondenza con Albertini per ottenere l'adesione dello stesso e di Einaudi all'Unione
Nazionale, Meuccio Ruini aveva nuovamente scritto il 28 agosto da Roma a Luigi Albertini invitandolo ad
aderire con Einaudi ad una sorta di Comitato d10nore per promuovere una «Settimana della moneta ». Un
appunto manoscritto a carte Ruini elenca per tale Comitato alcuni nominativi: Croce, Albertini, Ruffini, Einaudi.
I quattro avevano aderito al Partito Liberale, chi nel '24 chi nel '25, ritenendolo il luogo d'aggregazione delle
forze liberali; non condividevano dell'Unione l'atteggiamento aventinista, volendo condurre in aula, nel Parlamento, l'opposizione al fascismo: v. ALBERTINI, Luigi. Epistolario, 1911-1926. Vol. IV, Il fascismo al potere,
a cura di O. Barié. Milano, Mondadori, 1968, pp. 1905-1906.
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6 - Gerolamo Lazzeri a Meuccio Ruini
Milano, (31) Via Settembrini, 84
7 dicembre 1925
Caro ed illustre amico,
sono costretto a ritornanLe il manoscritto del Suo saggio sul compianto ono Sacchi (16),
non tanto perché dall'avv. Cremonesi non ebbi mai risposta, quanto perché in questi giorni
abbiamo deciso di sospendere l'attività delle Edizioni di «Rassegna Internazionale », unitamente alle pubblicazioni della rivista. Le ritorno pertanto qui compiegato il manoscritto, nel
caso Le possa tornare utile. Confido che in un avvenire non lontano, in un'atmosfera più
serena di questa nella quale viviamo, mi sia possibile riprendere la attività editoriale e
riavel'La tra i miei migliori e più apprezzati collaboratori.
Colgo l'occasione per ringraziarLa del costante appoggio da Lei datomi, e per stringerLe
cordialmente le mani.
Aff.mo Suo
A Sua Ecc. l'Ono Avv. Meuccio Ruini
Gerolamo Lazzeri (17)
Piazza Martiri di Belfiore, 2 - ROMA
7 - Programma editoriale di Mario Vinciguerra per Meuccio Ruini
ABPUNTI PER UNA IMPRESA EDITORIALE-LIBRARIA (18)
Modi pratici per concretarla, sulla base di un capitale approssimativo di L. 500.000:
In Roma (possibilmente con qualche associato a Milano ed un associato, oppure semplicem[nte] persona di fiducia, a Parigi) - La loro funzione dovrebbe essere quella di segnalatori del mercato librario (oltre quella solita di rappresentante ecc.).
[Per Parigi: Tilgher?]
Per Milano: ...
L'azienda sarebbe costituita come anonima, nelle solite forme ecc. [ci si potrebbe
servire di quella già costituita a Milano nel 1924?].
Per la sede di Roma:
Ricerca di un locale: In centro, ma non necessariamente in una via «mondana ». Potrebbe cercarsi:
a) intorno all'Università (Tenere conto che l'unica libreria Nardecchia non c'è più. Si
potrebbe trattare per una eventuale cessione della Libreria di scienze e lettere di Bardi
in Piaz. Madama? (attraverso Tilgher o Bonajuti?).
b) L'On. R.[uini] pensò anche a qualche locale appartenente a Cappelli (V.d. Stelletta).
(16) RUINI, Meuccio. Profili di storia, rievocazioni, studi, ricordi. Milano, Giuffrè, 1961, pp. XII-411 ,
su Ettore Sacchi V. pp. 175-197; il discorso s,"olto a Cremona il 17 novembre 1947, anche in: Profili storici.
Bologna, Cappelli, [1953], pp. VIII-155, in particolare pp. 21-62.
(17) Gerolamo Lazzeri, assumendo la direzione della collana Res Pubblica, il 17 marzo 1924 aveva
illustrato a Ruini il programma editoriale, che prevedeva la pubblicazione di opere di Amendola, Missiroli, Salvatorelli, Nitti, C,biati, Treves. Di nuovo il 27 marzo egli scrive: «iniziando la mia collana politica, pelL~ai
subito a lei ,> ringraziando Ruini per la promessa pubblicazione di una raccolta di scritti, già in bozze in agosto
e pubblicati a fine anno con data 1925 e titolo «La democrazia e l'Unione Nazionale ». Le difficoltà economiche
dello studio editoriale Corbaccio portarono in causa nel gennaio 1925 vari scrittori di Res Pubblica tra cui
Ruini, Amendola e Piazza, contro lo studio Editoriale da cui Lazzeri si era staccato.
(18) Impedita la vita delle associazioni, ormai ridotti alla clandestinità i partiti politici, sequestrati i
periodici e quotidiani, ridotte a diffusione familiare le riviste dell'opposizione culturale, tra il 1925 ed il 1926
alle piccole case editrici è affidata la manifestazione della libertà organizzata. E' la Doxa di Roma che pubblica
di M.M. Rossi. L'ascesi capitalistica; l'Edizione del Ciclope a Palermo pubblicano le pagine antidannunziane di
G. Sciortino; la Collana di Quaderni Critici a Rieti di Domenico Petrini pubblica per la Casa Editrice Bibliotheca
un volumetto di B. Croce: Contrasti di ideali politici in Europa dopo il 1870. Renato Angiolillo raccoglie per
Ceccoli di Napoli pagine di Massimo Rocca e Gustavo Ingrosso e la Modernissima di Milano gli scritti di
N.M. Fovel sul Cartello delle sinistre. Gobetti Editore e quindi le Edizioni del Baretti saranno il naturale punto
di riferimento per questa editoria minore, ma libera, organizzandola anche con la pubblicità e le recensioni prima
sulla Rivoluzione Liberale e quindi sul Baretti. Anche i progetti editoriali, di Case Editrici e di riviste
culturali, nascono come esigenza d'azione e di lotta, l'estremo rifugio del dissenso ancora organizzato: dalle
prospettive d'editoria europea a Parigi di Gobetti al progetto dell'Ottocento Nazionale di Minoletti e
Gallarati Scotti tra Genova e Milano; aIIa rivista filosofica e letteraria di Alfieri, Segre, Foa e Vinciguerra tra
Genova ancora e Roma; a questo progetto di Vinciguerra per Ruini, elaborato in collaborazione con Dall'Ara
e Lazzeri, travolto anch'esso dalle vicende di fine '25.
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Ci si potrebbe spingere anche verso il Corso Vitto Eman. privo di librerie, salvo la
vecchia e specializzata libreria Vallandi.
d) Si potrebbe vedere nei locali del Mondo; ma il rione è già saturo di librerie.
2) Tipo dell'azienda:
a) Come libreria pel gran pubblico, con sezione di libri usati, bene organizzata (sul tipo
dell'antica Nardecchia, difficile a ritrovarsi in Roma) magari con sezione di cartoleria
[ trattative eventuali con Manes].
b) Come Casa Editrice - questo secondo ramo dovrebb'essere sviluppato con cautela, ma
senza esitazioni, in campi ancora poco o male sfruttati.
Si potrebbero tentare due tipi di edizioni, tutti e due a prezzi non elevati (da scartare
a priori il tentativo delle cosidette edizioni d'arte, il più delle volte mediocri come arte, e
commercialmente rovinose):
a) Edizioni di letteratura contemporanea - a preferenza scrittori stranieri, tradotti decorosamente e ben presentati al pubblico, con prefazioni, riferimenti culturali ecc.
b) Edizioni correnti pel gran pubblico, per lo più di letterate ura] narrativa. Si potrebbero
fare riesumazioni di sicuro successo.
c)
UN PIANO COSI' CONCEPITO RICHIEDE:
1)
2)
3)
4)
5)
Un direttore amministrativo competente in materia e di piena fiducia [chiedere a
Della Torre?].
Un direttore tecnico-letterario.
Un buono gestore del negozio (con forma di cointeressenza?).
Un ristretto consiglio di amministrazione pel controllo della doppia gestione.
Alcune persone competenti (amici e promotori, senza responsabilità nell'azienda), ma
che oltre all'appoggio morale potrebbero offrire consigli tecnici, aiuto di aderenze,
soprattutto nei primi tempi ecc.
8 - Manlio Brosio a Mario Vinciguerra
LE EDIZIONI DEL BARETTI
Casella postale 472 Torino
Egregio Sig. Vinciguerra
Grazie della Sua.
L'aumento di capitale della Baretti è stato ormai deliberato e ci mancano appunto le
ultime sottoscrizioni; il suo aiuto per seimila lire ci sarebbe utilissimo e completerebbe il
necessario.
Penso perciò di sapere presto i nomi dei sottoscrittori per inviare loro una scheda
regolare da sottoscrivere; intanto unisco a Lei alcune di tali schede per il caso che le possa
senz'altro far sottoscrivere.
Venendo a Croce, gli abbiamo scritto e non abbiamo avuto risposta alcuna; siamo anzi
molto stupiti di ciò. Tenga conto di questo nel parIargli; e Le saremo doppiamente grati se
all'aiuto in generale che ci dà, potrà aggiungere il favore particolare di ottenere da lui una
sottoscrizione alla quale teniamo moltissimo anche e soprattutto per ragioni morali.
Per ora, grazie di cuore, e conto di leggerLa presto.
I miei migliori ossequi.
Torino, 28-5-n6
M.Tanlio] Brosio (19)
(19) Piero Gobetti pubblica il 23 dicembre 1924 il primo numero del Baretti supplemento quindicinale
e poi mensile letterario della Rivoluzione Liberale, che dirige sino al gennaio 1926, sino al volontario esilio a
Parigi ed alla morte. Piero Zanetti lo sostituisce alla direzione della rivista [a. III, n. 2, febbraio 1926], sino
alla fine, continuando la pubblicazione delle Edizioni del Baretti che dal gennaio 1926 hanno sostituito le
Edizioni Gobetti, il cui ultimo listino di cento titoli esce nel novembre 1925 [a. II, n. 15] sul Baretti. Nello
stesso mese chiude le pubblicazioni Rivoluzione Liberale [a. IV, n. 40, 8 novembre 1925], stampato nella Tipografia
Accame di Torino; lo stesso Accame pubblicherà alcuni volumi, pronti nel piano editoriale della Casa Gobetti,
prestando il proprio nome, prima dell'inizio dell'edizioni del Baretti. Il gruppo dei collaboratori del Baretti dà
vita a un centro culturale che diviene un momento di resistenza politica, d'organizzazione culturale nella tradizione liberale e non settaria del Foscolo e del Risorgimento. Piero Gobetti è ricordato in nn numero speciale
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9 - Franco Antolini a Meuccio Ruini
«PIETRE »
RIVISTA MENSILE
GBNOVA
Genova, 18 agosto 1926
Egregio onorevole,
la nostra rivista esce da qualche mese a Genova e Le viene inviata in omaggio. Spero
che Le sarà simpatico il Suo atteggiamento e che vorrà quindi rispondere al questionario che
Le sottopongo.
L'amico Rosina e l'avv. Delpino spero saranno sufficiente garanzia della nostra rivista.
E' nostra intenzione chiedere ai migliori teorici del fascismo e dell'opposizione una
interpretazione delle teorie di Stato sindacale.
Ci sembra che far vertere su poche, precise domande interpretazioni cosÌ discordanti,
possa essere utile alle nostre idee.
Le pare?
Comunque ecco il questionario:
1) Attribuite origini di genere culturale e sociale alla riforma statale che si va attuando?
2) Quali ritenete siano le dottrine o le condizioni sociali che hanno originato il corporativismo?
3) Qual'é, secondo Voi, il fine ultimo che esso si propone? Toccano le teorie sindacaliste
le basi dell'ordinamento liberale-capitalistico?
Le sarò ben grato se vorrà parlare anche ad Adriano Tilgher, cui scrivo oggi stesso,
della cosa.
OssequiandoLa, La ringrazio fin d'ora.
p. La Redazione
Franco Antolini (20)
[a. III, n. 3, 16 marzo 1926] dai suoi maestri Luigi Einaudi, Francesco Ruffini, Giustino Fortunato e degli
-amici Luigi Emery, Vincenzo Nitti e Giuseppe Prezzolini; l'edizione completa delle opere di Gobetti, curata da
Santino Caramella, inizia a settembre. A Giovanni Amendola è dedicata la commemorazione, che sfugge alla
censura, di Giustino Fortunato [a. III, n. 7, luglio 1926].
Manlio Brosio collaborò con Gobetti, come organizzatore dei Gruppi della Rivoluzione Liberale e
come legale; cenni a questa collaborazione in: BROSIO, Manlio. Riflessioni su Piero Gobetti. Torino, GLI, 1974,
pp. 72; dopo la scomparsa di Gobetti curò !'impianto amministrativo delle Edizioni del Baretti, per le quali
Santina Caramella pubblicò 1'« opera» di Gobetti.
(20) Il gruppo di Pietre di Genova, che presumibilmente aveva adottato il nome dal titolo del volume
di Luca Pignato pubblicato nelle edizioni Gobetti del 1925, collabora col gruppo del Baretti; abbonamenti cumulativi alle due riviste sono previsti col numero del 16 febMaio 1926, quello stesso della morte di Piero
Gobetti; una pubblicità nel settembre e infine una nota di plauso per la collaborazione nell'aprile del 1928, alla
vigilia del silenzio per entrambe, sottolinea la comunione delle due riviste resa ancora più stretta dall'uso
dello stesso indirizzario. Anche le piccole Case Editrici, quei tentativi individuali e generosi sparsi nella grande
provincia italiana, trovano sul Baretti e Pietre ospitalità e coordinamento.
Per la storia di Pietre si veda: PIETRE, Antologia _di una rivista, 1926-1928, a Cura di G. Mereenaro.
Milano, Mursia, 1973, pp. 346. La riedizione anastatica di Pietre è curata dall'Editore Forni di Bologna. Franco
Antolini aveva condotto [dall'a. I, n. 4] una polemica sulle origini della democrazia con contributi di Cecchi,
Basso, Dagnino che non toccò la questione dei rapporti con lo stato corporativo e cadde col n. 8 del novembre
1926. Non vi è traccia della collaborazione di Meuccio Ruini.
24 Aprile 1976
ERCOLE CAMURANI
LA TESTIMONIANZA 'DI UN FUCILATO
Pubblichiamo la drammatica testimonianza autobiografica di Lino Ferretti (Sergio), fucilato dalle Brigate nere nella notte tra il 27 ed il 28
settembre 1944.
Lino Ferretti, nato a Fabbrico nel 1926, apparteneva alla 37" Brigata
G.A.P. Attualmente lavora all'Azienda Gas Acqua Consorziale di Reggio. E'
segretario della Sezione aziendale del P.C.I.. Ricopre la carica di Economo
nel Consiglio provinciale dell'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra.
Fa parte del Comitato Direttivo provinciale dell'A.N.P.I.
Nel dopo-liberazione fu attivista sindacale e per 10 anni ricoprì l'incarico di Presidente della Commissione interna alla «Landini» di Fabbrico.
Per un certo periodo fu Segretario comunale della F.I.O.M. e componente
la Segreteria della C.C.d.L.
Dal 1961 al 1970 fu Sindaco del Comune di Fabbrico e dal '70 al '75
Capo del Gruppo consiliare comunista nello stesso Comune.
Penulvimo di 7 fratelli (5 maschi e 2 femmine) provengo da una famiglia
oper.aia e antifascista.
A Il anai cominciai a lavorare come apprendista artigiano, dopo aver
lasciato la scuola alla 5" elementare.
Mio padre era un vecchio militante socialista, da ragazzo non ave~a potuto frequentare le scuole. Era un diffusore della Giustizia, orga;,no del P.S.I.
di quel tempo.
AN'atto de11a costituzione del P.c.I., aderì a questo partito nella corrente bordighiana.
.
Il più anziano dei miei fratelli, Guerrino, tu Segretario del Gl'colo Giovanile Socialista ·e passò anche egli al Partito Comunrsta, all'atto della sua costituzione nel 1921.
Alla nascita del fascismo la persecuzione alla famiglia divenne fatto abituale.
Perciò in me il sentimento di ribellione al fascismo era un .fatto ereditario.
Alla caduta del fascismo partec1pai alle gl'andi manifestazioni di esultanza che si ebbero nella zona, diversamente dai miei fratelli più anziani che si
impegnarono immediatamente, dopo il 25 Luglio 1943, a:lJa organizzazione clandestina, per preparare la lotta partigiana.
Mio fratello Nino, che lavorò per il soccorso rosso fin dal 1936, partecipò
aduna riunione ,che si tenne nel teatJro viaggia;,nte dei frate'Ni Sarzi, in quei giorni,
a Fa:bbrico ed a cui prese pure parte uno dei fratelli Gel"Vi.
Fu nell'inverno-primavèra del 43-44 che 1'organizzazione olandestina aveva bisogno di un giovane per i collegamenti nella bassa; avevo 17 anni e fui
scelto per Je garanzie che potevo dare, prov·enendo da una famiglia di antifascisti già provati.
Il mio 1avoro consisteva nel tenere i collegamenti fra Correggio, Rolo, Reg-
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giolo, Fa:bbrko, Campagnola e Rio Saliceto: zona :in cui era responsaWle Gisberto Vecchi, Medaglia d'oro della Resistenza.
Di giorno giravo in bicicletta da un paese a11'altro; di notte partecipavo
a[[e 'azioni (sabotaggio 1inee e[ettrkhe, cabine, ecc.).
Facevo parte di un primo nucleo costituitosi a Fabbrico e composto da
5 o 6 persone (ai primi mesi del '44).
Devo fare presente che a quel tempo non potevo avere ancora una preparazione politica ed agivo, come prima accennato, per un sentimento di naturale ribellione al f.ascismo.
Nell'estate del '44 partecipai ad alcune azioni con la squadra del «Toscanino» e l'episodio che sto per narrare avvenne alla fine di tale stagione.
H movimento partigiano si era notevolmente sviluppato, dopo alcuneazioni condotte da gruppi di partigiani della 77" Brigata S.A.P. ed elementi delia
37' G.A.P., con attacchi a caserme, a colonne tedesche e con atti di sabotaggio
~e linee telefoniche.
Trascorsero alouni giorni di relativa tranquillità per i patrioti operanti
nella zona, senza tuttavia che venissero interrotti i contatti con elementi appartenenti alle formazioni fasciste (Brigata nera - G.N.R.) del posto e conosciuti,
al fine di convincerli a disertare con armi e bagagli.
Era un'attività che aveva già dato dei risultati.
Quel pomeriggio di Hne settimana e precisamente il 27-9-1944, avvenne
uno di questi contatti; furono presi degli aocordi e venne fissato un appuntamento per la sera stessa, in un luogo prestabilito per accogliere i disertori
(quanta buona fede e fiducia!!!).
Era una ,sera molto buia; eravamo all'inizio dell'autunno e da alcuni giorni pioveva; alle ore 21 iniziava il coprifuoco e la gente si ritirava nelle proprie
case e nessuno poteva circolare.
Sul luogo dell'appuntamento già alcuni compagni attendevano che arrivasse il disertore, per accompagnarlo in luogo sicuro; ma amara fu la sorpr'esaallorchè 'si vide irrompere nel locale un gruppo della Brigata nera, ohe
arrestò i nostri compagni presenti.
Quando arrivai sul luogo dell'appuntamento, proveniente dailla campagna, nessun elemento nei dintorni della zona lasciava sospettare quanto era avvenuto, tanto che mi avvicinai in compagnia di un amico (Gion Vez2Jani) e tutto
sembrava tranquillo.
SaJutai l',amko e mi avviai verso a'osteria «et Catoba », punto di riferimento in cui avremmo dovuto trovanci. Ero armato di rivoltella, ma non l'avevo
a portata di mano, non av,endo riscontrato nulla di anormaJle; vidno al portone
dell'osteria mi si pararono davanti due uomini armati di mitra: erano della
Brigata nera.
Mi fermarono e mi fecero delle domande; io rimasi perplesso, ma risposi
ugualmente, cercando di mantenere la caLma.
Alle mie spalle arrivarono due col mitra spianato e o1iclinarono «perquisitelo! », ma non trovarono nuhla ... ; mi rhl1olsero altre domande, mi perquisirono di nuovo: sentirono la pistola! Gridarono che ero armato ed immediata-
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mente cominciarono a riempirmi di botte: uno mi colpìaJ. viso con 11 carJ.cio deLla
pistola ed il sangue mi colava dalla ferita provocatami vicino aJ.l'oodhio swstro:
ferita della quaJ.e ancora oggi porto 1a cicatrice.
Mi portarono aLl'interno deLl'osteria, grondante sangue.
« Chi sei? », diedi un nome falso. Mi legarono le mani dietro la schiena
con la mia stessa cinghia. Uno di loro uscì e dentrò proniUll1ciando :hl. mio vero
nome: di nuovo botte a non finir,e. Il capitano Pilati, tenendo la rivolte1:la puntataa!lla mia :bronte, gridò: «Chi ti comanda? Chi sono i tuoi complici? »; non
risposi mai. La cosa durò più di un'ora: alcuni mi stavano davanti, altri aMe
spalle. Infine Pilati disse: «Portatdo via! ». Passammo nel retro, dove si trovavano altri compagni presi prima, e mi fecero sedere vicino al commissario
Bassoli, anch'egli trovato armato. Perdevo sangue ed un compagno mi aiutoò.
Ci scambiavamo occhiate desolate ... Uno di noi, ohe in seguito divenne
mio cognato, ironizzava e prendev,a in giro la Brigata nera.
Avevamo tutti le mani legate dietro la schiena; fumammo una sigaretta, passandocela l'un l'altro con una piccola acrobazia: 11 primo Fa'V,eva posata
sul banoone e gli altri via via Ja raccoglievano con la bocca chinandosi.
I cinque di noi più sospetti vennero condotti alla caserma GNR per ulteriori ai()certamenti - due a Reggio E. - il commissario di distaccamento Bassoli ed io fummo condotti fuori e già temevamo la fucilazione.
Era circa la mezzanotte e trenta tra 11 27 e 28 settembre: una notte
già autunnale, piovviginosa e buia per l'oscuramento in atto.
Lungo il viale, ora denominato Matteotti, un fascista ci teneva un braccio,
un altro ci stava dietro con il mitra puntato. Uno di loro esclamò: «Dobbiamo
trovare il luogo adatto! ». Di fronte alla Direzione deUa «Landini» il f,ascista
Barozzi diss'e in dialet1Jo: «Qui va bene »; un altro replicò: «No avanti, andiamo vicino al monumento dei caduti ».
Ci misero in riga davanti al monumento; io e Bassoli eravamo lucidi e
pienamente consapevoli; mi rendevo conto deLla situazione, ma, strano a dirsi,
mi sentivo tranquillo: sentivo con tutto me stesso ohe non sarei morto.
I fascisti avevano fretta: «Dai che s'despgnom» (dai che ci sbr1ghiamo),
disse uno.
Istintivamente, nel momento stesso in cui il plotone di esecuzione fece
fuoco, compii uno scatto, mettendomi di fianoo,dspetto al plotone; Bassoli mi
,i avvicinò e rimase coperto da me. Una raffica mi colpì al petto (seppi poi
:he erano cinque le paUotole che mi avevano 'raggiunto) ed ebbi la Isensazione
1i uno guappo, poi caddi svenuto.
Quando ripresi i sensi (erano passati pochissimi attimi) sentii alcune voci: «Dov'è l'altro? »: Bassdli, ferito solo di striscio al ventre, si era Tiparato dietro la stele del monumen1Jo ed era fuggito nel buio, su per le scale della chiesa,
entrando nel corti1e della canonica.
I militi si misero a sparare, ins,eguendo Bassoli, che nel frattempo si era
acquattato ne11'orticeLlo della canonica. Usd poi dal nascondiglio e, per la stessa via, fece ritorno e passò vicino al monumento, dove mi vide a terra esanime
e mi credett'e morto. Fuggì ed incontrò un camion di B.N. nello stesso momento
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in cui sopraggiungevano anche i suoi inseguitori; vi fu una certa confusione
in tutto quel buio. Qualcuno ordinò J'« alto là! », lo presero, ma egli !tiuscì a
fuggire di nuovo, mentre i fascisti sparavano alla cieca ed in tal modo si salvò.
(tutto questo mi fu raccontato dal Bassoli medesimo un mese dopo, allorchè ci
ritrovammo e ci abbracciammo piangendo).
Quando rinvenni, un attimo dopo essere stato colpito, sentii degli spari ed
un gran vociare. Sul petto sentivo solo calore; mi misi ventre a terra e guardai
intorno: sentendo dei passi, ritornai nella posizione di quando fui colpito, per
;embrare morto.
Vicino a me vidi delle ombre, udii delle parole, venni toccato da qualcuno, stiracchiato per le braccia e ricevetti anche dei calci.
«L'è incora fresch» (è ancora fresco) disse uno. Avvertii una vampata
ed un bruciore in faccia: il colpo di grazia mi aveva sfiorato una tempia, andando a colpire il lastrico sassoso della strada e facendo sprizzare le scheggie che
TIi ferirono il volto.
I miei «uccisori» se ne andarono subito, in gran fr,etta, senz'aJtro temendo il sopraggiungere di partigiani, dato che Bassoli era fuggito e poteva averli
.iVvertiti.
Ora dovevo pensare asalvarmi; sentii il rumore di un camion: erano an:ora i fascisti della B. N. che provenivano da Rolo. Mi sentivo di nuovo svenire
;: temevo che il camion mi schiacciasse; passò ad una spanna dal mio corpo.
Per quanto possa sembrare strano, quello per me fu il momento in cui
ebbi più paura in quella notte.
Ecco, ora non c'era più nessuno e mi alzai: vidi una persona nelle vicinanze e oredetti di ven1re raggiunto dalla raffica definitiva. Invece quella persona cadde letteralmente a sedere, terrorizzata per avere visto un «morto»
alzarsi.
Seppi poi che si trattava di un borsanerista in giro per i suoi traffici e
molto tempo dopo mi raccontò che da quella volta non era più andato in giro
di notte.
Mi incammi:nai, appoggianodomi al muro. con una spalla, poichè avevo
le mani legate; cadevo e mi rialzavo, il sangue scorreva da:1le ferite. (Quando
più tardi mi furono prestate le prime cure mi trovarono il polso a 62 battute).
Raggiunsi casa mia, alla fine della via principaLe del paes·e; il portone di
casa era soochiuso. Chiamai e, mentre col piede cercavo di aprire il portone, mia
madre, che sapeva delle mie attività, av'endo sentito gli spari, era sveglia in preda a tragici presendmenti e venne dalla camera da letto in cucina, sempre al
buio. Riavvitando la lampadina, la staazas'i ~lluminò e di colpo mia madre
mi vide davanti a lei pieno di sangue. Caddi lungo disteso e mia madre non ebbe
la forza di toccarmi, -impietriva.
Arrivò mio fratello minore e piangendo, gridava: «Li vado ad uccidere tutti! ».
Gli chiesi invece di Jiherarmi le mani ed in seguito chiamò aiuto.
Mia sorella mi portò i primi soccorsi; mi denudò il torace crivellato di
colpi, mi fasciò con bende, ottenute strappando lenzuola, e con l'aiuto degli
altri mi mise a Jetto.
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Nd frattempo venne avvertito mio fratello Nino, che s1]tb~to oJ:lganizzò
soccorsi, mandando un'infermiera che mi tamponò le ferite.
Nel delirio, parlavo: «Adolfo, Bassoli è morto ». L'infermiera, che aveva poco prima medicato lo stesso Bassdli, mi tranquillizzò.
Improvvisarono una barena e mi trasf.erirono in una casa di Jatitanza,
munita di apposito nascondiglio.
Tutti pensavano che sarei morto. Al mattino del 28 settembre venne
« Gora », comandante di Brigata, assieme ad un altro mio fratello, Guerrino,
membro del CLN, il medico Magnanini e altri compagni: Bonomi Igino e Bellesia Armando, Presidente del CLN.
Con una macchina del servizio pubblico fonmarono una autolettiga di fortuna e venni trasferito clandestinamente all'ospedale di Luzzara, dove si trovava il P,rof. Marani, un cattolico legato alla Resistenza.
Durante quel viaggioo, del quale ricoroo soolo la partenza, i miei accompagnatori mi credettero in punto di morte per due o tre volte.
Quaddo rinvenni vidi il Braf. Marani che mi tas1Java il petto e mi poneva delle domande. Non ero operabile. Mi appoggiarono 'sacchetti pieni di piombo (paf;lini) sulle fedte per impedire l'emorragia: l'aorta era lesa e, neihle coodizioni in cui mi trovavo, le 'speranze di salvarmi eJ:lano molto tenui.
Tutte queste notizie mi giungevano come da lontano, mentre il medico
parlava in mia presenza, ritenendomi incapace di intendere.
Grazie alla giovane età (18 'anni) ed amche per lo spirito di conservazione
che si trova in tutti noi, J.'Iipresi,seppur lentamente, le mie forze e superai i
momenti più atroci. Dopo una settimana il Prof. Marani diede la prima notizia
di speranza: ero fuori pericolo.
Plli'troppo, dopo 14 giorni dal ricovoero in ospedale, si sparse la voce
in quel comune (Luzzara) che all'ospedale si trovava un partigiano ferito; 1'icordo moMo bene quell giomo: verso mezzogiorno 'arrivò in fretta il Professore e
propose il mio trasferimento immediato in un luogo più sicuro.
Con mio ,cognato, Grbertoni Marino, e mio fratello, Nino, (che !in quei
giorni non mi aibbandonò un momento, 24 ore su 24 fu sempre accanto al mio
letto, dandomi, con l'amore fraterno che ci legava nella fede e nella lotta, tutta
l'assistenza necessaria) organizzò immediatamente la fuga.
Fu!i messo suMa canna di una bicicletta e partimmo dal1'ospedalle con la
staEfetta (Verzelloni Maddalena) avanti di 30-40 metri, per evitare cattivi incontri. Ci incamm1nammo per strade basse e carreggiate attraverso i campi e venni
portato in un primo tempo nelle vicinanze di Fabbrico.
Fui sistemato in un capanno nella Valle. Alla sera una squadra di partigiani mi venne ,a prelevare e mi portò in una casa di <latitanza al centro del paese.
CosÌ mia madJ.'le, che era distrutta dall'angoscia, ebbe la possibilità di
rÌ'vooermi. In seguito mi portarono a Rolo e poi di nuovo a Fa:bbrico.
Tra la fine di Ottobre ed i primi di Novembre fui nascosto in casa dei
Rratdli Bartoli, una famiglia di contadini che viveva .appena fuori del paese e
qui venni curato ed assistito per tutto il periodo de:hla 'Convalescenz'a.
L'amore e le CUl'e che mi furono prestate in quel periodo dalla madre dei
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Bartali e da vutta la famiglia mi riportarono ben presto a riprendere le forze
perdute. Di notte uscivo dal nascondiglio e mi aiutavano a f.are un po' di movimento; in quel periodo mi furono affiancati due compagni per maggior sicurezza (Benati Elios e Vezzani).
Ai priani di Gennaio del 45 ripresi il mio posto nel distaccamento e
partecipai di nuovo a1le stesse operazioni che precedettero le grandiose giornate
della liberazione.
La mia salvezza e la mia ripresa furono dovute al fatto che le cinque pallotole che mi colpirono non mi avevano leso organi vitali; infatti tre mi entrarono in corpo all' altezza del torace e fuoriuscirono, una mi colpì di striscio
sotto la mammella ed un'altra, sempre di striscio, al collo.
Diversamente fu per il Bassoli: dopo la vicenda non fu più lui stesso,
crollò psichicamente. Era stato 11 nostro Commissa'rio, 1:1 nostro animatore.
Dopo la fuga notturna si era rifugiato nella casa di latitanza di Menozzi
Cesare, dov'e ebbe un crollo, parlando a lungo di Giovachi (L. Ferretti) «che
era morto ». Riprese poi ugualmente :l.'attività clandestina; riuscì ad arrivare ai
giorni della liberazione, ma poco tempo dopo dovette essere ricoverato allo Istituto Pskhiatr1co di R.E., ave vive tuttora.
Ma non posso concludere senza accennare a quel che ,accadde agli altri
compagni dhe furono arrestati dalla Brigata nera nella stessa serata.
Bonomi Binda, Sacchetti Arturo, Sabatdni Dante, Menotti Nerio e Corradini Gianni vennero portati nella locale caserma e ·rinchiusi nelle celle di sicurezza in attesa di accertamenti sul loro conto. Altri due, il compagno Vezzani
e il civile Magnani vennero trasferiti a Reggio.
AJ1'ailba del giorno appresso, 28 settembre, la gente era costernata per
le fucilazioni e piena di apprensione per la sorte dei 5 compagni rinchiusi nella
caserma delia G.N.R. Era ~ogico pensare che i fascisti, lUna volta scoperta la
verità sul loro conto, li avrebbero passati per le armi.
L'organizzazione clandestina stava studiando pertanto come liberarli. Bisognava mandare una compagna v'erso mezzogiorno. Costei doveva portare da
mangiare ai prigionieri e nel contempo consegnare Iloto una pistola.
Il primo tentativo fallì. La donna pr,esceha ad un certo punto fu paralizzata dalla paura e non portò a termine l'operazione.
Una seconda compagna si avviò verso la caserma. In mano aveva i tegami
col cibo e nascosta nd seno fo,rmoso una pistola. R'iuscì a consegnare tutto
felicemente.
All'interno della ceHa i compagni elaborarono un piano di fuga.
Fecero di tutto per riempire ,11 buglialo poi Sabattini chiamò la guaroia
e chiese di poter us'Oire 'al fine di vuotarlo. Dietro a lui, un po' tin disparte, si
trovava Sacchetti con la pistola in pugno. Tutti gli altri erano in attesa.
La guardia tolse il catenaccio; neHo stesso istante una spinta fortissima spalancò 1a porta della cella e il milite finì a gambe all'aria. In un attimo uscirono
e si recarono nella sala dove gli altri fascisti stavano pranzando ed intimarono
loro di alzare le mani. Costoro, colti di sorpresa, non reagirono e furono subito
disarmati. Quindi, aperta la porta de1la Caiserma, i prigionieri usdrono sparando
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ili aria per la gioia, mentre la popolazione, affacciata aMa finestra, li festeggiava.
Con gente come quella del centro urbano di Fabbrico e con i solidali contadini dei dintorni, non fu poi così difficile ampliare su vasta scala Je formazioni
locali e dei paesi vicini e tl1asforma111e ,in ql\1ellosnrumento efficiente ohe il 27
febbraio 1945 l1iuscirà ad 'impegnare per lunghe ore e quindi a bat<tere damor.tsamente, reparti fascisti che intendevano compiere un massaoro di civili.
LINO PERRETTI
Note e discussioni
COME PRAMPOLINI «DIFESE» IL PROPRIO GIORNALE
Nell',rnteressanue rassegna dei giornali politici 'reggiani, sino alle leggi eccezionali fasdste che fecero ta/bUila ,rasa deilla libera 'stampa Italiana, - in R.S. nn. 2324 - Ludana Catelli è incol'sa in qualche inesattezza, non grave ma meritevole
tuttavia diretti~ka chiar,ilfi!catrke.
Giovanni Zibol1di non s'egul, ma precedette di circa un a:nno il trasferimento
a Milano del quot1diano « La Giustizia », di cui era 'stato a Reggio E. direttore sin
dalLa fondazione, nel lontano 1904. L'omonimo periodico ,settimanale non fu mai
trasferito da Reeggio e ces'sò le pubblicazioni nel diJcembre 1925 (anzidhé nel 1923),
cioè aHa vigilia delle famose leggi libertidde emanate dal ,regime contro la stampa
di oppolsizione (traendone pretesto dal primo attentato 'a Murssolini avveThU"to a Roma
durante un corteo celebrativo del 4 novembre: attentato mancato, per ilI tradimento di una spia e che portò all'attesto del deputato 'SocialIsta mantovano Tito
Zan1boni).
Per tutto il tJrtennio 1922-25 precedente la 'sospensione, il periodico anzidetto, ancora diretto e <compilato dal suo fondatore Camillo Pmmpolini, non ebbe
naturalmente una vita facile: sotto l'ai>petto politico nonché per ovvie conseguenti
difficoltà Hnanziarie. Durante ,il periodo in oui più infieriva la vioilenza contro uomini ,e istiruzioni, ·specialmente nei nostri pa'esi e villaggi di campagna, ritornavano
all'amministrazione pacchi interi del giornale destinato agli abbonati, con la parola
« reslprnto » .evidentemente Is!critta dalla 'stessa mano. IiI comm. Renzan1go - questore di Reggio nel periodo deUa grande r1sonanza del delitto Matteotti nel paese,
questore che non nascondeva lU1l!a certa defer.enz·a per Prampolini ed esprimeva un
pel1sonale grato r.icol'do 'Per A1berto S1monrni, avendone apprezzato il coraggio civHe
e la dirittUira mora,le a Pal11lla, nei! 1922,dUJrante i moti popolari in Oltretorrente prese atto bonariamente di quel documen1Jato sahota:ggio politico al nostro giornale
e ... esortò il sottoscritto ad avere f1ducia in un molto probabile .as'sestamento della
situazione del Paese, che avrebbe Iseco11ldo iui dovuto avvenire « nei pross]mi mesi ».
Una .profezia del gener,e era 'sta:ta ei>pres'sla, in quell'epoca, dall'ex capo del Gorverno
F.S. Nitti!
Altrettanto difficile 'era, a quei tempi, la prafes1sione giarnaHsti:ca: per i sociaHsti ed in genere per chi ,si ostinava a pensare <con illproprio cervello e non rinunciava al proprio buon diritto di oppO!<si, con l"al11lla civile deUa penna e della cri-
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tica, allle prepoten:z;e -ed, ingiustizie dei gerarohi neri e dei 10iro scherani.
(Durante il prinnoanno di dOlminazione fascista, dOlpo una pul.1ga forzata
inflittami in presenza di Colei che divenne la compagna della mia vita e aa madre
dei miei f1gli, gli squadr1sti regJgiani mi ammonirono: « ... E adesso racconta quanto
t'è successo sul tuo lercio giornale e ... ti daremo il resto ». Non potei naturalmente
appormi :aJl'irmposizione dell'dlio di 'ricino (che avrei pODutO fare, di f.ronte ad una
dozzina di ceffi, armati oltretutto di pugnali e di moschetti?); ma « La GiUlstizia »,
oltre alla cronaca delle -varie prodezze falsdste, pu8blicò un corsivo di commento
siglato dal Isottoscritto, tI <oui titolo - «Dopo l'olio di ricino» - fu s'lJlggerito
dallo s-tasiSO ,,direttore, ono Prnmpolini).
Prampoiini 'abitava a pochi minuti di strada dal1a sua stanza di 1avmo al
giornale; ma Zibondi, per mggmngere la propria abitazione, in via Cairoli, doveva
attraversa,re l'intera città (a piedi, come si usava allora specialmente nelle ore notnume).
I 'C01l1:P1latori del giomaile 'ervitarvano di firmare i propri scritti, oppure li con
l'rassegnavano con Isemplid Isigle, cOlme: A.S. (Amilcare Storchi), « l'amico dei lavoratori» (Arturo Bellelli), G.R. (Giovanni Rina'1di) SDreetman (Gino Baldesi), nel
periodo prepara:torio deHe dezioni politiche del '19,. ecc. Frabel (il sottoscritto) assunse la più vaga denOlminazione di DEiMOS, dopo diversi... infortuni sul proprio
modesto lavoro pulbblidstko.
Anche la semplice reg1strazione dei fatti (rubrica dal titolo « Cronache fasciste ») offrivaSlpes'so rupp1gli o pretesti 'contro i compiilatori del giornale. Se ci fu
un certo ri/spetto per wa pensona di HriVmrpo'lini, non gli f.urono risparmiate indicibili
sofferenze morali,!l!gJgmvatedltreché dall'età dalla !Sua ,particolare sensibilità d'animo.
Ricondo perfettamente quando ai r,adattori de « La Giustizia» f.u intimato,
con lettena del Isegretario del fruscio di Reggio, «di voler mantenere [a narrazione
dei ,fatti... nei limiti della più stretta verità ». Perché - aggiungeva il gerarca « ,se ,come al 'solito !saranno propalate notizie tendenziose o faLse, saremo costretti a
pr-endere nei [oro dguandi i 'provvedimenti che riterremo più opportuni ».
Con un linguaggio che non poteva es!s'ere più ch1aro, i giornali filJsdsti reggiani rpubbli:cavano moniti di questo tenore, cOlme nota R. Cavandoli nel 'suo volumetto Fascismo omicida: « Forsero un dif'etto della rivo1uzione fascisù l'aver evitato l'esecuzione sommaria dei dirigenti i parti'ti ,antinazionali, senza distinzione né
sfumature, 'si 'dhiaffiassero es'si IsocialIsti 'Unitari o comunisti, fossero mantenuti dagli
italiani o venduti :ilJgli :stranieri, polché tutti -ad una gui'sa, con maggiore o minore
vigHaJccheria, tentano oggi di minare le brusi dello Stato faJsdsta e nella loro opera
pers-everano fino a Iche non 'Si sia dato un esempio d<lJs'sico, inchiodando ad un
muro quaLche gaglioffo rubliHcato, con una ,s,carka :salutare di piombo, senza riguardo al1e baitbe o ai crini cal1!Uti ».
Il periodico di Prampalini, dopo iI di lui ,ritorno a MontelCitorio e d~o il delitto Matteotti, partecipò, nei limiti del,stUO modesto spazio, al temporaneo rilando
generale della strutlllpa antitfascilsta. Non va dimentioato che nelle due ,stame di via
De Amicis erano insieme riuniti direzione ed -amministrazione de «La Giustizia»
e segreteria della Federazione ipitov1nciale del p.s. Unitario. Vi lSi riuniv'ano, sotto
la pres'iJdenza di Prampolini, i rappresentanti della locaJle coalizione aventiniana. Vi
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fu compiuta aoche una pel.1qu1sizione poliziesca per lari'Cerca di manifestini antifasc1sti diramati dal Comitato Nazionale delle Opposizioni (con esito negativo). Il
giornale non registra~a, naturaLmente, talH attività, e neppure quella, semidandestina, dhe vi si Is~oLgeva nell'amlbito del Palttito. (Da dò l'attuale difficoltà di ricavare dal giornale, a ,tanti anni di distanza, notizie ma1ggiori che pOf>sano eSlsere di
legittimo interes's'e per gli studiosi di oggi).
* * *
Luciana Cate1li (a pago 47) osserva, un po' troppo schematicamente, che
« Praunpolini restò Isolo a difendere 11 proprio giornale devastato, nell'aprile 1921 ».
Anche di quel drammaticoepi'Sodio non lapparirà Isuperflua - penso - la
diretta e particolareggiata testimonianza che può es'sere aU'uopo recata daIlo
s'Cri~ente.
Non era trascorso un ;mese da quella serata (14 marzo) in cui Prampolini
e Zibordi fmono seguiti da un gruppo di facinorosi 'che pretendevano, per !'interessamento degli stes'si depu,ta:tisoc1aHsti ,reggiani, la revoca del provvedimento governativo con il qua1e 'iJ ministro dell'Interno, Giolitti, aveva fatto tra;sferire da Reggio
un commIssario di P.S. e un comandante dei c.c. notoriamente strumenti della
reazione antLsocialista in latto -aggressione <cui es'si 'Si 'sottrassero <riparando appena
in tempo nel portone deUa non lontana abitazione di Prampolini in via Porta Brennone, portone criveHato di 'colpi d'a,rmada fuoco - quando seguiva, la sera dell'8
aprHe, anche e Isapratvutto ~contro il quotidiano diretto da molti anni dallo stesso
Zibordi, ila glrande «npresa punit1va» per iI lcui compimento le squadr:acce di
Reggio-città avevano atteso Isoltanto il pretesto. T,raendo appunto pretesto da un
incidente toccato ad fU'no dei ilaro, dopo aver fraC3:'S'sato vetl.1ate e bottiglie al Club
sociail1sta, in via S. Rocco, e dati alle fiamme, 1n via Farini, tavoli, ,sedie, iscaffali,
registri e s'Chedari lasportati da alauni uIBfici deHa Ca:mera del Lavoro, nonché libri
e giornali lSottrattiaJ negozio della «Coop. Stampa ,socialista », gli squadristi si
diressero in via Gazzata.
Quella sera, lo ,slcrivente (da ciroa un anno segretario o.l.1ganizzativo della
Federazione ISOC. reggiana) si era trattenuto altre i'l conf>ueto orario per dare una
mano nella :col.1rezione di bozze al redattore Manlio Bonaocioli, il cui ,1avoro era notevolmente aumentato per la forzata assenza de'l dkettore. (L'allontanamento di
Zibordi da Reggio, 1n un primo tempo per le icordiali insi'stenze dei compagni, si
tramutò :ben presto in un vero e proprio bando imposto dai gerarchi neri), Prampolini, 11 cui Istudioera situato nella prima stamza a destra, era uscito, dopo 'aver saLutato come ogni sera, ma era poi r1salito, a nostra insaputa, dopo una sosta in tipografia (dove, al pianterreno insieme agli operai della Coop. Tipografi lavoravano i
compositori a mano del1a «domenicale»).
I t1pogra'Haddetti aIle due macchine !COmpositrici del quot1diano, nella stanza
dir,impetto allo studio del direttore Zibo~di,si erano uniti a noi uscendo da una
porta rnterna ,che immetteva nello scalone del contiguo Orfanotrofio maschile. Recadci poi in crusa Pl1ampolini, per 1nformarlo di quanto stava ruccadendo rn v.ia Gazzata, avemmo :la sgradita 'soupt'esa di apprendere ch'egli non era ancora ritornato.
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Come egli ,stes'so ci narrò poco più tardi, avev·a dovuto ,as'sistere all',inizio
de1:l'01'era vandalica 'contro i1 giornale, insieme all'operaio Attilio Fornili incontrato
sul pianerottolo. (Nel 'frattempo, ila nostra uscita di fortlUna era stata ch1usa druIl'interno, probabilmente dal direttore dell'Ilstituto, prof. Saochetti, abitante rn quello
stesso lO piano).
Forzata 1a porta d'ingresso suUa via Gazzata, la vurba dei fasdsti non aveva
tal1dato a porr,ernesecuzione il praprio pJano distruttivo, nonostante il'ammonimento di PrampoHni di tener presenti i . -pel'koli per il v~cino istituto di bambini
orfani. Cur3!1)Jdosi della 'vita altrui più che della propria, egli si era intromesso nel
gruppo che aveva cil1condato il ForniH con intenzioni minaJcciose. « RiJS[>ettate1o, è
un operaio ... Prendetevela con me - aggiunse - ma òsparmiate questo giornaile
che appartiene alla olrusse lavoraur'ke ».
Sfogata la loro i,ra còmiJnosa contro le due maochine tipogratfidhe, rendrodole
inservibili, distrusse1'O poi ogni cosa nella ,stanza di lavoro del direttore Z~bordi. (Il
contigJUo IStudio di Prampoltni 'Sarebbe stato co1nvalto neilila distruzione S'e, dopo la
partenza degli incendiari, foS's·e mancava la uempestiva O1'era di alcuni volenterosi
accol1si a domare l'iJncendio).
Fr,enati f.orse daNe parole di P,rampolini, o probaibilmente ormai paghi della
vendetta compiruta 'contro Il'odiato Ziibordi, g'lieroi dehla benzina u:iJsparmiarono
gli ,altri ruJifici :situati nell'interno. Si salvò anche l'amministrazione del 'settimanale
prampolinlano, iCOn gli schedari dei suoi (a1lora) cinrquemma a!hbonati.
Una Isottoscrizione 'Subito aperta tra i 1arvoratori iSociaJisti ,reggiani consentì
una trupida ripres·a del loro glorioso quotiJdiano «La Gilustizia », le cui pubblicazioni continua'rotÌo in ov'viamente non facili condizioni ambientali. Il direttore succeduto allo Zilbordi, Amilcare Storchi, pure residente a Mi1ano, dovette sobbarcarsi
ad una scomoda :spola non certo priva di rischio personale. Con H lO luglio 1922
avveniva poi il tralSferimento a Milano ddlo stesso quotidiano, divenuto più tardi,
oon la direzione di ClaUldio Treves, Ol1gano nazionale del ,P.S. Unitario, del qUruIe
Giacomo Matteotti fu il primo ls,egret3!rio. Facevano 'parte della redazione del nuovo
quotidiano mila:nese, con Giovanni Z~botdi, i deputati Nino MazzJOni e Vincenzo
Vacinca. Ma la batt3!gWa politica dei vari giornali di opposizione al U3!scente regime
veniva poi 'str011lcata, nel breve giTo di un triennio, ,darle leggi eccezionali fasdlSte.
Dapo il rogo ne1,suo !suudio di Reggio, 10 Zibol1di ,s,fogò nobilmente l'amarezza del suo ,cuore in un alCCOl'ato articolo, apparso 'Sul periodko prampoliniano
del 17 aprile '21, ,che 'riteniamo merivevole di essere conosciuto dai giovani di oggi.
« I fasdsti hoono incendiata e distl1utta la mia stanza di lavoro :negli uffici
de La Giustizia di Rceggio. Se Jo .stile è l'uomo, anche 'la stanza è l'uomo. La mia
stanza di lavoro - non faccio per vantarmi - aveva il 's'Uo modesto ear,attere. Era
alta, chiara, arios'a. Uno scrittoio, ,due mobili per la eoUezione del giornale, uno
scaJifa!le di Hbri, una ,specie di armadio 'stretto ed alto; qualche quadro ricordo di
pa:rtito, alcruni quadri meslsi 3!slsieme da me: di cartoline 'a ,colori, soggetti inglesi
di cavalli e di 'cacce. Dir1mpetto aHo 'scrittoio, in alto, una tricromia del Carducci,
veochio e triste, che mi Hs'saiva fiero e mi parea dicesse: «Tien fede alla tua fede,
ca:mmina diritto ». Tutto semplice, netto, ordinato come la 'coscienza d'un onesto uomo.
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«Quanta roba, quanto inchiostro! Molte pagine certo superflue, nes'suna
dannosa. Poco o molto che valeslse, era il meglio dell'an1ma mLa. Non scrrs,si mai
articolo, né pronunciai mai di'scorso alla ,più facile e modesta as~emblea di operai, che
non foslse fatto con co.sdenza v1gile, con prepar,azione meditata, 'COn 'appunti. Non
sorissi mai per scrivere, 'scris'si quando a'Vevo qua:lcosa da dire, 'su axgomento che
«santislsi »e ohe fosse adatto a:hle mIe forze, e con l'intento di convincere con mezzi
onesti, non con trappole rettoriche, e di farmi intendere anche dai più incolti, di
essere :sincero, 'setIl\Plice, chiaro. Quel poco che io sono 'come scrittore, Jo Isono per
questo. Trent'anni e più di fede e di Lavoro, in epoche e campi diversi, riuniti dà
un filo unico, aollegati da una 'continuità. In tutti questi scritti, nei più umili come
nei più elevati, nel:1a ,propaganda ai contadini, negli opus'coli per i fanciulli, nei
Hbri di 11etDura per le scuole, in lIDa raocolta di temi (già! c'erano anche quelli e me
n'ero scordato), .sempre, in forme diveJ.'lse, un intento: difendere le mgioni del
lavoro, il diritto dclla classe proletaria, l'idea socialista; guidare e incitare gli oppres'si alla lotta per il loro riscatto; 'sbestialire la gente, fartla ragionare invece che
impmcare, farla organizzare anziJché odiare. Cavare dalla bestia l'uomo e daH'uomo
i[ sodalista. Sempre! Questo a'V'ete bl1!]Ciato ».
FRANCESCO BELLENTANI
ALTRI DATI SULL'APPORTO REGGIANO
ALLA GUERRA DI LIBERAZIONE
Decorati omessi enroneamente da11'e1enco pubblicato sul
iIl.
27-28.
Medaglia d'Argento «alla memoria»
DaM'Aglio Renro
Lasagni Maltio
Neviani Guerrino
Sabbadini Soave
(PR)
76"
76"
37"
Medaglia di Bronzo «alla memoria»
R.ina1di Nino
Spaggiari Delmino
76"
76&
Miari Fcr:ancesco
37"
Medaglia di Bronzo al v. m.
Decorazioni concesse, suddivise per formazioni
Comando Unioo Zona di Reggio Emilia
26" Brigata Garibaldi «Enzo Bagnoli»
144" Brigata Galtibaldi «An1Jonio Gramsci»
145" Brigata Garibaldi «Franco Casoli»
284" Brigata Fiamme Verdi «Italo»
285" Br1gata S.A.P. Montagna
Battaglione AiJ1eato
Comando P1azza di Reggio Emilia
37" Brigata G.A.P. «Vittorio Saltini»
76" Brigata S.A.P. «Angelo Zanti»
77" Brigata S.A.P. «F.lli Manfredi»
Comando Militare Nord-Emilia
iIl.
111.
iIl.
iIl.
iIl.
111.
n.
iIl.
iIl.
n.
n.
iIl.
3
23
23
11
5
8
10
1
15
17
11
1
Decorazioni concesse a reggiani appartenenti a Comandi partigiani operanti in
altre province o all' estero
-
Comandi partigiaiJJIi di ahre provinJce
Comandi partigiani aM'estero
n.
n.
18
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Atti e attività delf Istituto
L'ASSEMBLEA ANNUALE DEI SOCI
Ha avuto luogo, il 26 febbraio 1976, l'Assemblea annuale dei soci deLl'Istituto. All'ordine del giorno vi era, tra l'altro, la elezione del nuovo Comitato
Direttivo che era giunto al termine del suo mandato.
Presiedeva J'on. avv. Dino Felisetti.
In apertura dei lavori, il Presidente onorario dell'Istituto, avv. Vittorio
Pellizzi commemorava brevemente il socio e Presidente del Collegio dei revisori
rag. comm. Virgilio Camparada, scomparso pochi giorni prima. Pellizzi ne ricordava la partecipazione attiva alla lotta di Liberazione, mettendone in evidenza
anche le doti di uomo e di cittadino. L'Assemblea ascoltava in piedi.
Subito dopo il rag. Bruno Caprari iUustrava il bilancio del 1975 e dava
notizia del controllo effettuato dai Sindaci revisori. Dopo breve discussione, il
bilancio veniva approvato.
Felisetti leggeva poi - allargandola in più punti - la relazione del Comitato uscente, che qui sotto si riporta in sintesi:
« Quello dei mezzi finanziari è un argomento che merita tutta la nostra attenzione. L'istituto è stato in crisi nel 1975. I contributi del Comune e delia Provincia ci sono stati liquidati con grave ritardo nell'ultimo biennio e molte sono
state le spese ingenti come quella del Concorso per studi storici, del libretto
« Origini e primi atti del C.L.N. Provinciale di Reggio Emilia» (seconda edizione),
del libto« Reggiani in Difesa della Repubblica Spagnola », della Rivista che in
parte grava sull'Amministrazione dell'Istituto.
I Contributi dei due Enti verranno aumentati. Inoltre la Regione sta predisponendo una legge sul finanziamento degli Istituti. Non ne sentiremo comunque i benefici entro il 1976.
I soci sono 98, ma gli attivi rimangono circa gli stessi ossia 75. Pare che i
giovani si trovino a Joro agio in veste di ricercatori e non in quella di soci, stando
allo scarsissimo numero del1e adesioni.
La biblioteca conta 1014 volumi. Siamo pertanto in possesso di uno strumento cultura1mente valido.
L'Archivio si è ulteriormente arricchito. Ci sono state donate dall'ANPI
13 buste di carteggio per complessivi 3.500 documenti circa. Si ringraziano i soci
Battini, Cavandoli, Franzini, Nino Prandi, Paterlini, ma. soprattutto l'avv. Pellizii
che ci ha consentito di acquisire in fotocopia una ventina di documenti, quasi tutti
verbali del C.L.N. provinciale nel periodo post-bellico.
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Il libretto «Fascismo Resistenza Repubblica », impostato nel 1975 è stato
portato a termine come testo. Sarà edito in 10.000 copie e distribuito ne1le scuole.
Ndl'aprile 75, in collaborazione con altri Enti, si è svolto 11 secondo ciclo
di documentari LUCE rigual'dante il «ventennio» fascista. Hanno partecipato
migliaia di studenti.
Il 24 aprile '75 ha avuto luogo in forma pubblica, nella Sala della Giunta
Comunale, la premiazione di coloro che sono stati proclamati vincitori del nostro
3° Concorso per studi inediti. I premi ammontavano ad 1.550.000 lire.
Sono regolarmente usciti un numero norma,le (il 25) e un numero doppio
(il 26-27) della RivIsta. Per quest'ultimo abbiamo chiesto un contributo alla Regione, trattandosi di una pubblicazione speciale dedicata al XXX della Resistenza.
Abbiamo collahorato attivamente con gli studiosi che hanno eIaborato i
saggi partecipanti al Convegno storico regionale. I saggi ora vengono pubblicati.
Si· tratta di quattro importanti pubblicazioni. «La lona armata» di Luciano Bergonzini, «Azione operaia ,e contadina di massa »di Luigi Arbizzani, «Partiti politici e C.L.N. » di Pietro Alberghi e «Crisidella cultura e dibattito delle idee»
di Autori vari.
.
Localment'e è uscito .« Case di latitanza e Resistenza contadina nel Reggiano », edito dall'Amministrazione Provinciale.
Noi vi abbiamo contribuito mettendo a disposizione molte foto ed elaborando le didascalie. Il testo è di Gianetto Patacini.
Sempre con la nostra conaborazione, l'Ente Provinciale del Turismo ha
edito un pieghevole di larghe dimensioni intitolato « Itinerari della Resistenza ».
E' stata portata a tel'mine la schedatura della ,stampa periodica olandestina,
lavoro svolto su indicazione dél Comitato Nazionale; sono stati schedati e registrati i libri acquisiti nel 1Q75, abbiamo messo molte indicazioni sulle cartelle
dei documenti di Archivio reriderrdone più facile la consultazione. Intanto il nostro
ricerçatore ha continuato Jo stralcio delle notizie di carattere politico sociale economico da « Il Solco Fascista ». Il periodo è quello che va: dal 1928 al 1937.
. L'Istituto continua ad essere frequentato specialmente da laureandi e da
studenti, oltre che da persone che stanno compiendo studi di carattere comunale.
Segnaliamo vari s,tudi in COl'SO: su F'abbrico un gruppo di giovani; su
Luzzara e Ciano d'Enza Cavandoli; su Rio Saliceto GianoBo; su Bibbiano Barazzoni e Faietti, sulla V Zona SAP dapprima Lorenzelli e pOli FoNoni, .su Poviglio
Zambondli.
.
Quanto aI lavoro da svolgere, bisognerà tenere conto delle direttive dello
Istituto NazionaiJe e della Deputazione regionale. Questa in partkolare, <come dsu1ta
dall'ultima Assemblea del Consiglio generale, è interessata alla raccolta sistematica delle fonti, alle ricerche sugli anni ,della ricostrùzione, aÌÌa messa a punto di
ipotesi di studi sui processi ai partigiani e ai fascisti, sempre nel dopoguerra, e
sui processi conseguenti alle lotte sociali.
.
Ci sarà da portare a termine, in accoroo con l'Istituto nazionale, l'aggiornamento della guida archivistica sommariaaJ1'ArchiviQ.
Bisognerà preparare e dare alle stampe entro il 1976 almeno due numeri
di «Ricerche Storiche ».
Sarà anche opportuno dare inizio ailla raccolta organizzata di testimonianze
scritte o registrate da chiedersi a centinaia di protagonisti della Resistenza e della
91
guerra di Liberazione. E' questo un lavoro che richiede certo moltissimo tempo.
Poi ci sarà da condurre avanti la ricerca di documenti dell'epoca, la sistemazione interna dell'archivio e della biblioteca dopo l'acquisto di nuovi armadi e
scaffali, la ricerca delle categorie sociali dei partigiani suddivisi per Comune, ed
altre attività che possono considerarsi di ordinaria amministrazione.
L'Istituto infine, dovrebbe continuare ad interessarsi del mondo della
scuola, cosi come ha fatto in passato ».
Nella successiva discussione, intervenivano PeHizzi sulla eccessiva ampiezza del programma, sul riordinamento della biblioteca, sul contenuto della Rivista
ecc.; Franzini ancora in merito alla Biblioteca; Degani sulle ricerche di documenti
all'Archivio Centrale di Stato; Valent sulla opportunità di contatti tra Istituto e
Consigli di Quartiere, Veroni, Parenti, Alpi ed altri, su vari punti toccati da[1a
relazione.
Magnani, informava che le Associazioni partigiane avevano designato i loro
rappresetanti nel nuovo Comitato direttivo, cos1 come è previsto dallo statuto. I
presenti prendevano atto delle seguenti designazioni: Gismondo Veroni, ono Ivano
Curti ed Egimio Davoli per l'ANPI; prof. Enrico Cherubini, Prospero Simonelli
e avv. Casto Ferrarini per la FIVL; dotto Annibale Alpi, rag. Stefano Del Bue e
rag. Sergio Rivi per [a FIA<P.
Venivano poi eletti i quattro membri di competenza della Assemblea nelle
persone del rag. Bruno Caprari, dell'ono prof. Ermanno Dossetti, dell.'on. avv.
Dino Fdisetti e di Aldo Magnani, nonché i Revisori dei Conti nelle persone Guido
Varini, dotto Giuseppe Ferrari e cav. Mario Salsi.
LA ELEZIONE DELLE CARICHE SOCIALI
Il 22 marzo, il nuovo Comitato Direttivo soaturito dalla Assemblea annuale
dei soci si è riunito espressamente per procedere alla elezione delle cariche sociali.
Dell'organismo, oltre ai 9 designati dalle Associazioni ed ai 4 eletti dalla
Assemblea, fanno parte di diritto anche il Sindaco del Comune di Reggio e il
Presidente dell'Amministrazione provinciale.
Nella riunione, inoltre, è stato cooptato Vivaldo Salsi, in rappresentanza
dell' ANPPIA.
Sono risultati eletti Dino Felisetti, Presidente; Annibale Alpi, Aldo Magnani ed Ermainno DoS'setùi Vice Pres~dentJi; Gismondo Veroni Segretario.
I suddetti, assieme a Mons. Prospero Simondli, fanno parte, deLla Presidenza e costituiscono il Comivato di Direzione della rivista «Ricerche Storiche ».
Nella stessa sede, è stato eletto anche il Tesoriere nella persona del rag.
Bruno Caprari.
Guido Varini, veniva eletto a sua volta Presidente del Collegio dei Sindaci
revisori.
STATUTO
:-.,
Art. 1
E' costItUIto con sede in Reggio E~ilia l'Istituto per la storia della Resi.stenza. e ddla Gtterradi Liberazionepertaprovincia di Reggio' Emilia.
Esso fa parte, quale membro, dell'Istituto Nazionale per la Storia del
Movimento di Liberazione in Italia sedente in Milano e riconosciuto giuridicamente con L. 16 gennaio 1967 n. 3. Ai sensi dell'art. 3 dello statuto di detto
Ente, esso svolge la sua attività autonoma in collaborazione con la Deputazione
Emilia Romagna per la Storia della Resistenza e della Guerra di Liberazione e
con gli ahri Istituti provinciali deHa regione.
Art. 2
L'Istituto si propone di assicurare la più completa e ordinata documentazione della Resistenza e del1a Guerra di Liberazione in provincia di Reggio Em1lia
daille 'Sue origini antifasciste alla Liberazione e di p.VOlnUOvel1ne lo ,studio storico e
la conoscenza nell'ambito di una più generale considerazione della storia del fascismo e dell'Italia contemporanea a mezzo di periodici e di altre pubblicazioni,
nonché con l'indire convegni, e con qualsiasi altra iniziativa.
Art. 3
L'Istituto ha autonomia di gestione nel quadl'O deNe direttive dell'Istituto
Nazionale.
E' costituito su base associativa fra coloro che hanno partecipato alla Resistenza ed alla Lotta di Uberazione.
Art. 4
L'I'stituto potrà istituire uffici di corrispondenza nei centri maggiori della
provincia.
Art. 5
a)
b)
Sono organi dell'Istituto:
L'Assemblea generale dei soci;
Il Comitato Direttivo;
94
c)
d)
Il Presidente;
Il CoUegio dei revisori dei conti.
Art. 6
Possono essere soci dell'Istituto anche i cittadini di ambo i sessi di età
superiore agli anni 18 che dimostrino particolare interesse ai problemi storico
culturali della Resistenza e che ne accettino gli ideali antifascisti e democratici,
e le cui domande siano accolte dal Comitato Direttivo.
I soci sono: fondatori, sostenitori e ordinari.
I soci fondatori sono quelli che hanno partecipato aWassemblea costltUlva
dell'Istituto. Essi sono comunque tenuti al versamento della quota annua associativa nella misura determinata per i soci fondatori e per quelli ordinari. Hanno
diritto alla menzione della Joro distinzione sulla normll'le tessera.
I soci sostenitori sono quelli che versano la quota minima di associazione
in misura a norma di L. 5.000.
I soci ordinari sono quelli che versano la quota annua minima di L. 1.000.
La misura delle quote associative può essere variata dal Comitato Direttivo
secondo le esigenze associative.
Tutti i soci - fondatori, sostenitori e ordinari - hanno gli stessi diritti
e gli stessi doveri. Secondo 1e nOl'me del regolamento, essi possono consultare la
Biblioteca e l'Archivio. Anche studiosi non soci, che ne facciano domanda, hanno
facoltà di effettuare ricerche di archivio e consultazione di testi.
Art. 7
L'Associato cessa di essere tale per i seguenti mot1V1:
Dimissioni, che devono venire comunicate mediante lettera al Comitato
Direttivo;
Morosità nel pagamento della quota annua;
Espulsione per indegnità, sancita dal Comitato Direttivo a maggioranza
dei due terzi,· con decisione motivata.
Art. 8
Il patrimonio dell'Istituto è costltUltO: dane quote sociali, da contributi e
donazioni di persone e di Enti vari, da eventuaili proventi dell'attività sociale.
Art. 9
L'Assemblea è straol'dinar1a o ordinaria.
L'Assemblea straol'dinaria è convocata per decisione del Comitato direttivo
per trattare tutti gli argomenti per cui è richiesta ai sensi di legge o quando il
Comitato Direttivo lo ritenga opportuno o infine a seguito di richiesta motivata
di almeno un terzo dei soci. Essa è validamente costituita con la presenza della
95
metà più uno dei soci e, in seconda convocazione, di un terzo degli stessi. Tuttavia
per l'approvazione delle modifiche allo Statuto, proposte dal Comitato direttivo
o da un terzo dei soci, è necessaria indltre una maggioranza di due terzi dei
soci presenti.
L'Assemblea ordinaria avrà luogo almeno una volta all'anno. Quella per
deliberare sulla relazione finanziaria e morale dell'anno precedente dovrà essere
riunita entro il mese di febbraio e, alla scadenza del mandato, questa stessa
dovrà procedere ailla elezione con voto segreto dei quattro membri del Comitato
direttivo, di cui all'art. 11, e del Collegio dei revisori dei conti.
.Ad un tempo prenderà 'atto de!1la nomina dei nove membri del Comitato
direttivo designati dalle tre associazioni partigiane a base nazionale, ai sensi
dell'art. 11. Essa sarà validamente costituita in prima convocazione quando sia
presente la metà più uno dei soci e in seconda convocazione - che potrà aver
luogo neBo stesso giorno della prima - qualunque sia il numero dei presenti.
Le deliberazioni sono prese a maggioranza assoluta dei presenti.
L'Assemblea è convocata almeno dieci giorni liberi prima di quello fissato
per la riunione.
H Presidente designerà uno dei soci presenti alle funzioni di Segretario.
Per le assemblee straordinarie tali funzioni saranno assolte da un Notaio.
L'Assemblea ordinaria, su proposta del Comitato Direttivo, può nominare
un Presidente onorario a vita, per speciali benemerenze acquisite nella Resistenza
o nell'attività deB'Istituto. Il Presidente onorario può partecipare senza voto
deliberativo alle riunioni del Comitato Direttivo.
Art. lO
Il Comitato direttivo è composto da nove membri nominati in parti eguali
dalle tre associazioni partigiane su base nazionale, col rispetto della rappresentanza delle correnti politiche della Resistenza in provincia di Reggio Emilia;
da quattro membri eletti dall'Assemblea generale dei soci; dal Sindaco di Reggio
Emilia e dal Presidente dell'Amministrazione provinciale, quali soci di diritto,
o ciascuno da un loro delegato, ed eventualmente da rappresentanti di altri Enti
che il Comitato direttivo stesso ritenga opportuno di cooptare. Il Comitato
direttivo elegge nel proprio seno il Presidente e due o tre vice Presidenti, un
Segretario e un Tesoriere. Può altresì nominare nel proprio seno un esecutivo
di cinque membri. Designa i rappresentanti dell'Istituto a componenti del Consiglio generale della Deputazione Regionale.
Le decisioni saranno adottate a maggioranza semplice e, in caso di parità
dei voti, quello del Presidente sarà determinante nelle votazioni palesi. Le vot,azioni riguardanti persone saranno adottate con osservanza del segreto.
Il Comitato direttivo dura in carica tre anni, e viene convocato dal Presidente o su richiesta di almeno tre membri del Comitato direttivo.
96
Art. 11
Il Presidente:
a) ha la rappresentanza legale ddl'Istituto;
b) convoca e presiede le assemblee e ne fa eseguire le deliberazioni;
c) convoca e presiede le riunioni del Comitato direttivo;
d) sovraintende alla gestione ecbnomica' e amministrativa dell'Istituto ed attua
le decisioni del Comitato dir~ttivo;
e) firma gli atti ufficiali e gliàtti contabili, questi ultimi dopo che siano stati
firmati dal Membro del Comitato nominato per la trattazione della materia,
Art. 12
In caso di assenza o di impedimento del Presidente, questi è sostltuIto,
con le stesse funzioni e compiti, da quello dei Vice Presidenti che ha maggiore
anzianità di nomina e, in caso di parità di anzianità, da quello di anzianità maggiore;
in caso di indisponibilità o rinuncia del più anziano, gli subentrerà quel10 che lo
segue nell'ordine delle anzianità.
Art. 13
Il Collegio dei Revisori dei conti è composto da tre membri effettivi, che
eleggono fra di loro un Presidente, e da due membri supplenti.
Art. 14
L'eset1C1zio finanziario decorre dal 1. gennaio al 31 dicembre.
Recensioni
BERGONZINI LUCIANO
La lotta armata (l'Emilia Romagna nella
guerra di Liberazione vol. I.), De Donato
editore, Bari, 1975, pp. 695.
Il volume raccoglie gli atti del Convegno
tenuto sulla materia nell'aprile 1975 a Bologna, col patrocinio del Comitato regionale
per il XXX anniversario della Resistenza.
- Naturalmente la relazione di Bergonzini
costituisce la parte centrale e di gran lunga
più importante di tutti gli atti, anche se
alcune delle comunicazioni sono dei veri e
propri studi.
VogI1amo subito osservare che un volume
di quella mole ha costituito un impegno notevole per Bergonzini, il quale ha condotto
tutto l'immenso lavoro con la precisione e
lo scrupolo che gli conosciamo.
Dopo il Convegno infatti, prima di arrivare alla pubblicazione, egli ha condotto tutta
un'azione di verifica e di aggiornamento sul
piano regionale, sicché ha potuto avvalersi
anche delle fonti bibliografiche più recenti.
Il' suo, in sostanza, è un documento fondamentale per la storia della Resistenza nella
nOstra Regione; uno studio che per la prima
volta ci presenta una panoramica completa
di tutti i fatti d'arme di un certo peso, di
tutti gli eccidi, delle basi partigiane esistenti
particolarmente nel primo periodo di lotta;
e questo senza trascurare gli avvenimenti e
gli argòmenti di grande rilievo.
Ne scaturisce una raccolta così imponente
da stupire persino gli specialisti.
Dato quel che ora sappiamo, si può ben
dire che l'Emilia non è stata certamente nell'autunno del 1943 e nei primi mesi del 1944,
quella grande addormentata che taluno ha
tentato di far credere.
E' vero, vi fu chi credeva impossibile
condurre- la lotta partigiana sul nostro Appennino spoglio di grandi boschi e solcato da
-troppe strade. E' vero che, di conseguenza,
.dapprincipio e specialmente dal Solognese
vennero inv:iate numerose e combattive forze
!leI Veneto. Ma da 'un esa~e anche ~1,lperfi;
ciale del libro, appare subito chiaio che, contemporaneamente un po' in tutta l'Emilia, vi
furono una molteplicità ed una -simultaneità
'di iniziative ,( scelta di basi, proliferazione
di gruppi e fatti d'arme) tali da non lasciare
ombra di dubbio sulla esistenza nella nostra
regione, di un movimento vitale ed esteso.
Spontaneità o direzionismo? Quale fu la
molla che fece scattare questo enorme meccanismo che fu la Resistenza in Emilia Romagna? Bergonzini entra nel merito della
annosa questione, uscendosene sa1omonicamente, e giustamente a nostro avviso, con
l'affermazione che i due elementi coesistevano e formavano appunto il carattere di
fondo del moviinento.
Specie in una regione politicizzata per
tradizione come la nostra, se vi furono iniziative spontanee certo esse non - vennero
prese alla cieca, ma nella consapevolezza che
in quella situazione l'intero antifascismo organizzato dava quell'orientamento. E -infatti
i partiti; ben presto ovunque riuniti nei
C.LN., assunsero la direzione politica dellil
lotta.
Perché, si chiede l'Autore; anche negli
studi e nelle ricostruzioni di maggiore respiro, la Resistenza emiliana non appare nelle
sue caratteristiche di «rivolta globale, estesa
-e compiuta» specialmente per quanto attiene
l'insieme della lotta nelle campagne? E tenta
di individuare il motivo di questa ormai abituale omissione nel fatto che la storiografia
«-non sembra ancora essersi abituata a rinunciare, secondo i canoni della metodologia
tradizionale, all'abitudine di dedicare maggiore interesse ai fatti di vertice che non al
movimento reale delle masse ».
Certo quella dei fatti di vertice è la via
più facile da seguire.
__ Ma -il motivo _del silenzio, a nostro avviso, sta: anche nel fatto che gli studi organici sulla Resistenza emiliana hanno tardato
98
molto a nascere e ad affermarsi. Evidentemente, dopo il libro di Bergonzini e quello
prossimo di Arbizzani dedicato alle lotte di
massa, sarà impossibile che qualsiasi studioso
serio possa scrivere sulla materia continuando ad ignorare i caratteri peculiari della lotta di liberazione in Emilia-Romagna.
Questo ampio studio, basato su moltissime
ed ottime fonti, presenta delle curiosità e
delle novità anche per Reggio.
Ad esempio, non si era mai saputo (cotnunque non era mai stato scritto) che il
C.LN. di Reggio Emilia avesse preteso di ri·
conoscere il C.LN. di Parma come CL.N. del
Nord-Emilia. Viene riportato in proposito un
documento inoppugnabile del dicembre 1944.
E ne esiste un altro nel quale il CiLN. regionale polemizza con quello di Reggio Emilia per la posizione assunta.
CosÌ pure, se si sapeva genericamente
che il CUMER (Comando Unificato Militare
Emilia Romagna) aveva osteggiato la costituzione, avvenuta nell'estate del 1944, del
COllpo d'Armata Centro Emilia di cui facevano parte le forze reggiane e modenesi della montagna, è almeno per noi una specie di
bomba il documento con quale il massimo
organo militare regionale delle Brigate Garibaldi (Delegazione emiliana del Comando
Generale) ordinò al Comando della Divisione «Modena» di separare le forze modenesi da quelle reggiane, in quanto queste
ultime dovevano dipendere dal Comando
NOl1d-Emilia.
A ,sua volta il CUMER, in una. lettera
del luglio, precisò che le forze del Corpo
d'Armata «devono scindersi per rispondere
alle esigenze di carattere strategico le quali
consigliano di unire le forze modenesi ad un
blocco emiliano-romagnolo e quelle reggiane
àd un blocco del Nord Emilia ».
Dunque l'unificazione reggiano-modenese
contravveniva agli intendimenti degli organi
superiori ed era contraria agli interessi strategici della lotta in Emilia?
Basterebbe questo interrogativo per aprire
tutto un discorso sull'argomento. Ci limitiamo ad OSservare che queste forze unite venivano aiutate dagli inglesi di una unica
Missione militare e che, almeno nella valutazione loro e dei Comandi superiori alleati, la
zona libera di Montefiorino (e le forze che
la presidiavano) un interesse strategico doveva pure averlo, dato che era stato deciso di
lanciare in Zona il Battaglione paracadutisti
« Nembo» ,( truppe italiane) che allo scopo
stava addestrandosi al Sud.
Probabilmente il torto fu quello di aver
voluto credere in un mitico caposaldo da di·
fendere, mentre ancora era consigli~bile la
guerriglia con la conseguente mobilità delle
formazioni.
Sta il fatto che la grande battaglia estiva
segnò la fine automatica del Corpo d'Armata
Centro Emilia.
La vasta materia utilizzata da Bergonzini
nella sua Relazione, viene per alcuni aspetti
integrata ed approfondita da alcune comunicazioni che sono pubblicate nella parte
finale. Si tratta di contributi consistenti. In
particolare ci paiono utili Pianurizza:done della guerra di Liberazione nel Ravennate di A.
Boldrini e L. Martini, nel quale tra l'altro si
esaminano « alcune delle cause economico sociali che stimolano i contadini a collocarsi
su posizioni ostili al fascismo »; Tecnica della
guerriglia e organizzazione delle unità partigiane, tema svolto con acume e competenza
da un militare che ebbe grosse mansioni di
responsabilità nel Comando del Corpo d'Armata Centro Emilia; Le Missioni avanzate
inglesi e la battaglia degli Appennini di C.
Macintosh, che ci rivela tra l'altro il complicato meccanismo degli aiuti alleati ai partigiani, organizzati dal n. 1 Special force.
Concludono gli atti, vari interventi tra
cui quelli di Amerigo Clocchiatti, Mario Ricci
(Armando), Ezio Antonioni, Elio Cicchetti,
Renato Romagnoli ed altri.
Questo volume, insomma, specie per merito di Bergonzini, r,appresenta un notevolissimo sforzo di raccolta e di sistemazione di
notizie e dati riguardanti una intera regione.
Dopo il molto lavoro condotto specie nel
Bolognese per il reperimento e la edizione
delle fonti, il libro può essere considerato
un altissimo ed esemplare contributo di elaborazione storica che qualifica l'Emilia Romagna sul piano degli studi.
G. F.
Deputazione Emilia Romagna per la storia
della Resistenza e della guerra di liberazione,
L'Emilia Romagna nella guerra di liberazione
/ Crisi della cultura e dialettica delle idee,
di Anna Maria Andreoli, Luisa Avellini, Andrea Battistini, Cristina Bragaglia, Marilena
Ermilli, Ezio Raimondi (comunicazioni e discorsi conclusivi di Andreoli, Battistini, Bragaglia, Tito Carnacini, Paolo Fortunati e
Lino Marini), De Donato, !Bari, 1976, pp. 464.
99
Il 4° volume degli atti del convegno di
studi sulla Resistenza in Emilia-Romagna ri·
produce la relazione e le comunicazioni su
«Crisi della cultura e dialettica delle idee»,
nelle quali si raccolgono e si selezionano, praticamente per la prima volta, informazioni
fondamentali sugli apporti della cultura al
formarsi della contestazione e della rivolta
antifascista nella nostra Regione. Diretta da
Ezio Raimondi e costruita da un équipe di
giovani contrattisti, la relazione è articolata
per problemi e per territorio, svolgendosi
su due essenziali filoni: la consistenza e la
evoluzione dei gruppi intellettuali; il contributo del movimento reale dell'antifascismo
alla formazione e allo sviluppo del costume
e della dialettica ideale. Le fonti sono costituite in prevalenza da giornali e riviste, oltre
che da testimonianze di protagonisti. Le comunicazioni recano a loro volta alcune analisi degli strumenti di cultura e di propaganda; una di esse, quella del prof. Paolo
Fortunati, testimonia la formazione e l'attività del gruppo «Labriola », senz'altro il più
importante fra i circoli intellettuali emiliani
dell'antifascismo. Il disegno dell'opera, specialmente delineato nelle due parti della relazione, risponde a un'esigenza di ricostruzione complessiva dei fenomeni culturali emersi durante il regime e contro il regime.
Il formarsi di indirizzi contestativi nel capoluogo e nelle altre città universitarie come
anche, con mezzi più empirici e improvvisati,
nelle restanti provinoe, viene ampiamente
documentato e criticamente situato nel contesto (obiettivamente frammentario e discontinuo) del1a dialettica culturale della regione. Tuttavia stentiamo a riconoscere, nella
stesura dell'opera, quel taglio unificante che
l'avvertenza sembra promettere. Ma è pro·
prio la discontinuità delle basi oggettive di
ricerca, ossia la realtà stessa del mondo culturale emiliano nel ventennio, a pregiudicare un'attendibile sintesi, se si fa eccezione,
per la seconda parte dell'indagine, del complesso omogeneo costituito dalle due province romagnole. La mancanza di una possibile identità unitaria della cultura emiliana
riflette l'antecedente logico di una realtà
sociale e di una struttura disgregate, sulle
quali sarebbe forse stato utile condurre una
.indagine specifica per la ricostruzione dei
necessari rapporti con la formazione dei grurppi intellettuali. Il decadentismo della cultura nelle sue espressioni accademiche e istituzionali, come pure la manifesta pigrizia di
certe sue appendici laterali, non potevano come sistema complessivo - convertirsi dall'interno in quei fenomeni di contestazione
che. pure, come l'opera documenta, si sono
diffusi e articolati nella regione dando luogo a un embrionale movimento. La radice è
senz'altro esterna, individuabile in un processo r.ivoluzionario globale e di massa che,
coinvolgendo gruppi intellettuali, finisce per
produrre mutamenti nella stessa organizzazione della cultura e per tradursi .in un fatto
di partecipazione specifica alla lotta antifascista. Conclusione, questa, che la seconda
parte della relazione ci sembra correttamente autorizzare.
La documentazione, dicevamo, è ampiamente rappresentativa della produzione culturale e degli eventi di costume. Sono riscontrabili taluni anacronismi, forse dovuti a
un frettoloso esame di certe fonti disperse
nelle province. Troviamo ad esempio compromessa un'indagine forse utile sulle deliranti idee del fascio repubblichino reggiano,
dall'errata convinzione che Il Solco fascista
fosse definitivamente cessato il 25 luglio '43,
mentre il quotidiano riprese le pubblicazioni
con la fondazione della RSI e Diana repubblicana(poi Reggio repubblicana) costituiva
soltanto una testata fiancheggiatrice ,( settimanale). Si dice a un certo punto che la
pubblicistica socialista reggiana cessa «nel
1923 circa », mentre La Giustizia '(settimanaIe) si estingue in effetti nell' ottobre 1925.
Altra lacuna (non solo cronologica a nostro
avviso) è nella manoata ricognizione della
diretta filiazione dell'intelligenza fascista reggiana dalla vecchia classe agraria liberale;
circostanza, questa, che poteva essere documentata con l'esame del Giornale di Reggio,
espressamente fascista quando ancora recava
il sottotitolo quotidiano liberale, poi divenuto giornale del BNF e sopravissuto fino al
1928, l'anno stesso della fondazione del Solco.
Va anche detto che la documentazione sui
fenomeni del movimento intellettuale delle
province poteva risultare meno incompleta e
più articolata se alcuni elementi fondamentali della seconda parte fossero stati non sovrapposti ma fusi con le ricostruzioni contenute nella prima, che per qualche aspetto
riescono deboli e lacunose .
L'opera rappresenta tuttavia un attendibile punto d'arrivo, anche perché fornisce il
panorama di un aspetto inesplorato della
storia emiliana e dimostra, in definitiva, che
la legittimità di una prima identificazione uni-
100
taria della nostra realtà regionale risiede essenzialmente nel movimento rivoluzionario
e antifascista, quale nuova matrice di organizzazione e di unificazione delle idee.
R.C.
GISMONDO VERONI
Azione partigiana (racconti di tempi difficili),
Libreria Rinascita, R.E., 1975, pp. 392.
Sulla resistenza reggiana, a partire dall'ormai introvabile « Storie di montagna », di
Franzini, apparso nel 1946, per giungere alla
«Storia della Resistenza reggiana», dello
stesso Franzini, parecchio è già stato scritto
in questi trent'anni. Monografie su singoli
comuni della provincia, saggi su temi particolari, biografie dl antifascisti, hanno allargato l'orizzonte della ricerca e della documentazione in varie direzioni.
In tutte queste pubblicazioni, o nella
,maggior· parte di .esse, ~i tratta comunque
'sempr~ la Resistenza sul piano storico: il
documento, la testimonianza, vengono utilizzati entro uno schema espositivo in cui raramente trovano spazio la dimensione «privata », le sofferenze personali, i drammi, le
paure, che pure sono il terreno su cui si
costruiscono le vicende umane, ed un terreno particolarmente tormentato nei grandi
-momenti di rottura e di cambiamento.
Ora Gismondo Veroni, con i suoi 34 racconti, ci introduce appunto in questa dimensione personale e umana della guerra partigiana nella nostra provincia. Una sorta di
'« Resistenza vista dall'interno », dunque e
vista con l'occhio di chi, come Veroni, fu
protagonista di primo piano, ed in vari
luoghi del Reggiano, per incarico del Partito
comunista, della Resistenza stessa, fin dal
sorgere del movimento partigiano.
In un certo senso, questo libro di Veroni, coprendo un arco temporale che va dal
9 settembre '43 alla Liberazione, costituisce
una sorta di integrazione narrativa alla « Storia» di Franzini. Molte delle vicende che
nell'opera di Franzini sono rese col tendenziale distacco e con la mediazione scientifica
del documento, nei racconti di Veroru le riscopriamo nella loro corposità umana, nel
retroterra psicologico dei protagonisti ed
anche nella descrizione spesso assai felice
dei luoghi in cui riunioni, combatt1menti,
attacchi, sganciamenti, incontri, scontri, av-
venturose partenze, fortunosi arrivi, si sono
compiuti.
. Soprattutto, e questo è un dato da se:gnalare subito, nessuna visione retorica della
Resistenza; nessuna oleografica rappresentazione di masse che spontaneamente si sollevano, di militanti politici che sono tutti
d'accordo e tutti unanimi sui fini e sui mezzi
della lotta.
Fin dal primo racconto (Importante recupero) la Resistenza armata ci viene rappresentata nelle difficoltà che si dovettero
superare per costruire il movimento, nella
drammaticità del dover scegliere (Il dubbio),
e poi nel problematico rapporto unitario tra
le varie forze politiche (Il fico diplomatico)
e .tra le formazioni garibaldine e gli uomini
delle missioni inglesi (Furto necessario).
Non manca poi, in alcuni dei racconti, la
resa efficacissima, ricca a volte di una «suspence» che l'ex operaio Veroni non ha
letterariamente ricercato nascendo essa invece dalla verità delle vicende narrate, della
atmosfera avventurosa di -chi doveva spesso
'muoversi tra i nemici sotto mentite spoglie
(Commerciante di legnami) o addirittura portandosi appresso un carico d'armi (La valigia) , durante un viaggio in autobus in compagnia di militi repubblichini.
Con Ingiusto biasimo ci riportiamo in pie'no in una delle situazioni più drammatiche
( soggettivamente) della Resistenza armata
antifascista come di ogni resistenza contro
l'oppressione: fino a che punto si può accettare il condizionamento costituito dalla
~< legge di rappresaglia », nel condurre avanti
la lotta senza quartiere contro un nemico
feroce?
In alcuni racconti emerge con particolare
intensità l'atteggiamento di sofferta partecipazione con cui i combattenti della Resistenza vivevano il dramma provocato dal fascismo, così in Un bombardamento, dove si descrive il quadro spaventoso delle distruzioni
prodotte dagli aerei anglo-americani sulle
O,M.I. Reggiane, sulla stazione ferroviaria e
sui quartieri popolari adiacenti, il 7 e 1'8
gennaio '44. La narrazione. raggiunge qui il
massimo di intensità nella resa dello stato
d'animo del protagonista, combattuto tra la
necessità di osservare oggettivamente se gli
obbiettivi militari siano stati raggiunti (per
riferirne poi ai comandi superiori) ed un prepotente sentimento di ribellione per la intimità delle case e di tante vite umane cosi
improvvisamente e irrimediabilmente violate.
1'01
Ma ci sono poi le case di latitanza, l'umilecoraggio di tanti uomini e donne, vecchi e giovani.' e giovanissimi, che in ogni
modo diedero il loro contributo alla lotta
contro il nazifascismo. C'è la vecchia Enrichetta di Una madre partigiana, racconto sincero e commovente. Per Enrichetta, come per
altre figure legate all'infanzia dell'autore e
ritrovate nella lotta partigiana, Veroni raggiunge spontaneamente uno stile descrittivo
e narrativo di buona qualità; così per il vecchio solitario Simone de La casa dei gatti: in
una. favolosa baracca di legno pressai! greto
del Crostolo, il vecchio Simone accoglie per
lunghi mesi, circondato dai suoi gatti, di giorno e di notte, staffette, dirigenti politici e
comandanti partigiani.
«Al mattino lo si vedeva nel cortile, con
un vecchio cappello in testa, un tronco d'albero sul cavalletto e la sega fra le mani, che
facevfl ,sqJtrel;e' pIan pi\mino; avanti', e. indietro.
Preparava la legna, ma il suo occhio intelligente scrutava lontano ».
E come non ricord3!re Tvana, (Casa di latitanza) una bambina di 12 anni che nella
estate '44 custodisce il carteggio del Comando centrale delle Brigate S.A.P. reggiane, riuscendo perfino a salvarlo dalla perquisizione
fascista mentre i brigatisti neri percuotono
i suoi familiari?
E «Genova », il montanaro mezzo zingaro che funge da guida a Veroni e la cui
profezia funesta rimane sospesa su tutto il
racconto a lui dedicato creando un'atmosfera
fantastica e avvincente?
Ma ovviamente non possiamo, nello spazio di questa recensione, citare ogni racconto.
Oltre al piacere che offriranno ad ogni
lettore (anche ai ragazzi, diversi di questi
racconti potrebbero benissimo figurare in
qualche antologia per la scuola media ... ) le
narrazioni di Veroni, così tratte come sono
dal vero, offriranno non pochi motivi di in"
teresse anche allo storico. Di molti fatti, di
molte discussioni" delle battute scambiate in
importanti riunioni delle quali non si tenevano i ,verbali,abbiamo" qui testimonianza
diretta e preziosissima.
Quando scr'Ìsse di, getto queste che ora
sono diventate '-384 :'paginè a stampa, nel
1948, «nel corsòdi 52 gi6tnidi carcere preventivo» che dOvette:" subire nel pesante
clima di repressione antipartigiana seguito
alla rottura dell'unità antifascista, Veroni
aveva ancora fresca memoria degli accadi-
menti narrati. D'altra parte i molti anm llltercorsi tra la stesura e la pubblicazione,
hanno permesso all'Autore di preCisare ulteriormente circostanze, date e fatti, con lo
ausilio di coprotagonisti di quelle ormai lontane vicende.
Quanto al nostro giudizio complessivo, non
possiamo che convenire con Arrigo BoJdrini,
quando scrivè, nella puntuale Prefazione « Il
libro di Veroni ... , con il suo originale apporto, arricchisce la vastissima bibliografia
sul secondo risorgimento nazionale e in particolare ,di una regione e di una provincia
così ricche di tradizioni popolari e patriottiche. Un nuovo appuntamento dunque con la
cronaca e la storia di ieri per un rinnovato
impegno ideale, morale e civile di oggi ».
A. Z.
TARASSOV ANATOLI]
Sui monti d'Italia (memorie di un garibal~
dina russo), ANPI, Reggio Emilia, 1975,
pp. 124.
Il leningradese Tarassov, subito dopo
1'8 settembre 1943, si sottrasse alla prigionia
tedesca. Fu ospite dei Cervi, operò con' loro,
e con loro fu catturato il 25 novembre.
Dopo alcuni mesi fuggì da un carcere
veronese: 'e ' si' portò nuOvamente nella pi~~
nura reggiana, ove partecipò ad altre azioni
armate. Conobbe varie famiglie contadine
frequentando le case di latitanza ed ebbe
modo pertanto' di conoscere ed apprezzare
i veri sentimenti del nostro popolo.
Quindi, 'nell'estate, fece parte del «Battaglione russo» dipendente dal comando partigiano modenese della montagna. Con molti
suoi compatrioti e 'paùigiani italiani,attraversò in, autunno la «linea gotica ». Fu a
Firenze, a Salerno, a Roma. Qui le autorità
sovietiche lo incaricarono di tornare al Nord
con il compito di ricercare nelle nostre zone
f. suoi connazionall per favorirne iI rimpatrio
o !'inserimento nelle formazioni partigiane.
Nell'ultimo periodo di lotta, visse con
la formazione dei russi che erano incorporati
neL.« Battaglione Allèato»' di Reggio Emilia
e partecipò agli ultimi fatti d'arme di quel
reparto speciale. Quindi rimpatriò.
Quando Alcide Cervi andò nell'URSS,
Tarassov nOn potè incontrarlo, ma da allora
scrisse spesso a lui ed, a vari partigiani reggiani e modenesi. Si mise in tal modo a
coordinare i ricordi e ne nacque il libretto,
102
che fu edito a ,Leningrado nel 1960.
. Scopo dichiarato dello scritto, era quello
di contribuire a far conoscere nell'OOSS i
vincoli di amicizia e di fratellanza che durante la guerra di liberazione si instaurarono
tra il popolo italiano e i soldati russi sbandati.
Il testo apparve a puntate su «Ricerche
Storiche» tra il 1973 e il 1974, ma le ANPI
di Reggio e Modena, per farlo più largamente conoscere, lo fecero ristampare, completandolo con alcune pagine scritte dallo stesso
Tarassov ,dedicate in particolare ad Alcide
Cervi, cosi come egli lo rivide in Italia ad
oltre vent'anni di distanza.
Della parentesi straordinaria della sua
vita in Italia, 1'autore narra appunto nel libretto, ove parla tra l'altro dell'attività partigiana dei primi mesi e quindi dei Cervi, di
Don Borghi che conobbe a Tapignola, di varie famiglie che lo ospitarono; delle vicende
dei combattimenti di Montefiorino; delle sue
impressioni singolari sullà situazione dei
partigiani che si erano portati nell'Italia libera ecc.
L'autore, ovviamente, scrive tenendo conto degli interessi dei lettori sovietici ed anche della necessità di giovare alla causa di
quei soldati dell'Armata rossa che, finiti nelle mani dei nazisti e poi divenuti partigiani,
non sempre avevano trovato in patria una
piena. comprensione, almeno sino al sopraggiungere del «disgelo ».
Che la sua testimonianza sia di molto
interesse anche per noi, è dimostrato dal
fatto che il brano di straordinaria freschezza
dedicato alla cattura dei Cervi è stato a suo
tempo riportato su Storia della Resistenza
di Secchia e Frassati. Un altro brano è stato
utilizzato da Carlo Galeotti nel suo Don
Pasquino Borghi medaglia d'oro.
.Lo scritto di Tarassov contiene anche
qualche inesattezza essendo stato impossibile
per lui, straniero, conoscere in tutte le sue
pieghe la realtà che lo circondava. Ma qualche neo è comprensibile in un libro che è
soprattutto la testimonianza appassionata di
un protagonista di eccezione e non uno
studio storico.
. La traduzione è di Riccardo Bertani. Nelle
note, che sono state elaborate dall'Istituto
storico della Resistenza, da segnalare due
documenti (i cui originali si trovano all'Archivio Centrale di Stato) riferentisi ai disarmi dei Carabinieri di Toano e S. Martino
in Rio, operati dalla squadra di Aldo Cervi.
G. F.
CAGOSSI ISTE (Vampa)
Da piccola italiana a partigiana combattente,
STEM, Mucchi, Modena, 1976, pp. 127.
L'autrice militò nelle file della Resistenza in quel di Rio Saliceto e in altre località
del vicino Modenese.
La necessità di fornire una testimonianza che le era stata richiesta, coincise col
suo proposito di dedicare al figlio uno scritto in cui fossero narrate le vicende proprie
e della famiglia. Di qui l'origine del libretto, a:ppartenente alla narrativa, ma tutt'altro
che privo di interesse dal punto di vista
storico.
Si descdve ad esempio, nélle prime pagine, la scena di un assalto fascista alla Cooperativa di ,Rio Saliceto, avvenuto quando
ancora la Cagossi non era nata e che certo
apprese dai suoi familiari. Ma si tratta di
cosa niente affatto leggendaria. Tutto è corrispondente alla storia di quei tempi. La
violenza degli energumeni fascisti, le velleità
di resistenza di molti giovani, le direttive
dei capi di lasciar correre.
Cosi' come basati sulla realtà sono i successivi accenni alla miseria della popolazione, alla «cucina economica »(33.000 razioni in un anno solo a Rio), ecc.
Ovviamente nello scritto, un posto importante vengono ad assumere le vicende
della famiglia, le cui sorti hanno davvero
del romanzesco, sempre alla ricerca chimedca,come i suoi membri sono (specie il
padre), di lavoro, di tranquillità, di benessere.
Il tratto insolito è dato dall'autoritratto
tracciato dall'autrice nella fase in cui, giovanetta, era militante convinta di una organizzazione fascista. Interessante anche la descrizione del graduale abbandono di questa
sua ,posizione, che avviene gradatamente di
fronte ai risultati della dissennata politica del
« regime », come i terribili bombardamenti
di Genova, la miseria e la persecuzione. Le
sono di aiuto i contatti con la gente semplice della bassa reggiana e modenese che
lotta per la sopravvivenza e la pace.
Della fase partigiana, particolarmente nitidi appaiono nella narrazione i vari aspetti
angosciosi dell'occupazione nelle città e nelle
campagne: le retate, i rastrellamenti, le fucilazioni, 'le difficoltà degli spostamenti, la
fame ecc. Una realtà nella quale spicca tuttavia la diffusa' solidarietà popolare che, specie nelle campagne, stringe tra di loro le
103
famiglie; una solidarietà che si estende a
quanti cospirano e lottano per la pace, per
la libertà, per un mondo migliore, sfidando
i pericoli mortali che correva in quei tempi
chi aiutava i partigiani.
Quella della giovane «Vampa» è una
figura credibile, proprio perché è anche
quella di una ragazza normale che si trova
a vivere in un periodo drammatico ed epico
insieme, con tutti gli slanci, le ansie e le
paure che sono naturali in un essere semplice e generoso.
Nel momento in cui fervono le ricerche
sulla partecipazione femminile iùla Resistenza, l'uscita del libretto è opportuna, anche
perché il lavoro della Cagossi costituisce,
come schema, una esemplare testimonianza,
che oltre al resto ha il pregio di essere
redatta in forma dignitosa e scorrevole.
G. F.
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