Studi Biblici
Giovanni Leonardi
Pastore della Chiesa Cristiana Avventista del 7° giorno
( [email protected] )
“Santificali nella verità: la tua parola è verità.”
(Giovanni 17:17)
“Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli;
conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.”
(Giovanni 8:31,32)
Versione provvisoria e incompleta
Niente è mai veramente finito
ma questo aggiunge fascino ad ogni cosa.
Chi volesse segnalare errori e fare suggerimenti sarà il benevenuto.
21 novembre 2012
INDICE
I
1.
2.
3.
4.
5.
6.
Studi introduttivi
Alla ricerca della libertà: Sintesi della Bibbia e del senso religioso ...... 1:1
Dio esiste ............................................................................................... 2:1
Dio ci ama e possiamo stare bene con lui .............................................. 3:1
Gesù è il Figlio di Dio e il nostro Salvatore .......................................... 4:1
Lo Spirito Santo è Dio presente nella nostra vita .................................. 5:1
Dio ci parla attraverso la Bibbia ........................................................... 6:1
II
7.
8.
9.
10.
11.
12.
13.
14.
15.
16.
Storia della salvezza
Dio è il Creatore potente e amorevole ................................................... 7:1
Dio è innocente delle nostre sofferenze (il peccato) .............................. 8:1
Dio promette un Salvatore ..................................................................... 9:1
Gesù nostro Salvatore .......................................................................... 10:1
Isaia 53: Il vangelo dell’A.T. ............................................................... 11:1
Gesù, chi è? ......................................................................................... 12:1
Gesù ritorna ......................................................................................... 13:1
Quando ritornerà Gesù? ....................................................................... 14:1
La nostra esperienza celeste (Millennio) ............................................. 15:1
La nostra casa eterna nella nuova terra ................................................ 16:1
III
17.
18.
19.
20.
Dottrina dell’uomo
Cos’è l’uomo? ..................................................................................... 17:1
La nostra speranza di fronte alla morte ................................................ 18:1
Cos’è l’inferno? ................................................................................... 19:1
Purgatorio ............................................................................................ 20:1
IV
21.
22.
23.
24.
25.
Dottrina della chiesa
La chiesa cristiana ............................................................................... 21:1
Diventare membri della chiesa cristiana: il battesimo ......................... 22:1
La Cena del Signore ............................................................................ 23:1
Confessione ......................................................................................... 24:1
Pietro e il fondamento della chiesa cristiana........................................ 25:1
V
26.
27.
28.
29.
30.
31.
32.
33.
Dottrina della santificazione e dell’ubbidienza
Preghiera.............................................................................................. 26:1
Una vita santa ...................................................................................... 27:1
La legge e la grazia .............................................................................. 28:1
I dieci comandamenti........................................................................... 29:1
Il sabato nell’Antico Testamento ......................................................... 30:1
Il Sabato nel Nuovo Testamento.......................................................... 31:1
La domenica nella Bibbia .................................................................... 32:1
Leggi igieniche: principi generali ........................................................ 33:1
34.
35.
36.
Leggi igieniche: cibi ............................................................................ 34:1
Leggi igieniche: alcolici ...................................................................... 35:1
La nostra vita cristiana e il denaro (decima) ........................................ 36:1
VI
37.
38.
39.
40.
41.
42.
43.
44.
45.
Insegnamenti profetici
Il santuario di Dio: il luogo santo e il servizio continuo ...................... 37:1
Il santuario di Dio: il santo dei santi e il giorno del giudizio ............... 38:1
Daniele 2: Aprire la porta del futuro.................................................... 39:1
Daniele 7: il sorgere di una potenza speciale e il giudizio ................... 40:1
Daniele 8: Il tempo del giudizio .......................................................... 41:9
Daniele 9: Il Messia e il tempo del giudizio ........................................ 42:1
Apocalisse 12: La chiesa del rimanente ............................................... 43:1
Un profeta per il Rimanente ................................................................ 44:2
Apocalisse 10: La Chiesa Avventista e il messaggio segreto............... 45:1
VII
46.
47.
48.
49.
50.
51.
Varie
Seguire Gesù su tre monti .................................................................... 46:1
Matrimonio .......................................................................................... 47:1
Rapporti prematrimoniali .................................................................... 48:1
Gli angeli ............................................................................................. 49:4
Santi e miracoli .................................................................................... 50:1
La Maria del Vangelo e la Madonna della Chiesa ............................... 51:1
INTRODUZIONE
Questi studi nascono come sviluppo delle mie note personali e sono offerti così
come sono, senza nessuna pretesa di completezza e di organicità. Volendo
possono essere usati sia per rivedere la nostra stessa fede, sia per condividerla
con altri.
Quello che può renderli utili, così almeno spero, è soprattutto la sezione degli
approfondimenti. Nelle mie intenzioni, questa sezione va esposta sulla base
dell’interesse dell’interlocutore e dei problemi che potrebbero nascere nel corso
dello studio. Idealmente, le risposte ai vari problemi dovrebbero essere studiate
e assimilate prima personalmente per potere poi trasmettere il materiale qui
offerto con parole proprie. Poiché, comunque, le risposte sono date in forma
alquanto discorsiva, è possibile leggerla insieme e usarla come spunto di un
ulteriore dialogo. È importante che chi le usa, prima di offrirle ad altri, sia
convinto egli stesso, magari cercando altro materiale, se necessario.
Non tutti gli studi sono necessariamente da condividere così come sono e nello
stesso ordine in cui li offro io. Ognuno potrà adattarli alle sue esigenze e a quelle
degli altri. Importante è comunque che ogni studio sia preceduto dagli altri studi
che gettono le basi per la sua comprensione migliore. Più importante ancora è
che in ogni studio si colga il cuore di Dio, il bene che ci vuole fare con la
manifestazione della sua volontà e del suo insegnamento.
Non sarà male, studiando con degli amici, stampare e offrire loro le pagine
corrispondenti di questa raccolta di studi.
Per venire incontro alle esigenze di chi cerca qualcosa di più semplice, spero nel
futuro di offrire per ogni studio una scheda semplificata.
Spero anche di offrire in seguito delle brevi note su come si offre uno studio
biblico.
Per ora, sto cominciando a offrire questo manuale ai membri delle chiese del
mio distretto di Alessandria, Asti e Montaldo Bormida. Se risulterà utile,
potremo offrirlo anche ad altri, dopo averlo rivisto e completato. Per questo
gradirò ogni segnalazione di errori ed ogni suggerimento.
A chi volesse stampare questo materiale, consiglio di farlo impostando la
stampante in modo da avere due pagine su ogni foglio A4.
Il mio indirizzo e-mail è: [email protected]
Giovanni Leonardi
Introduzione:1
1. Alla ricerca della libertà: Sintesi della Bibbia
e del senso religioso
Scopo: Comprendere in sintesi 1) qual è la sostanza del messaggio biblico e 2)
qual è il senso della ricerca spirituale che stiamo cominciando?
Introduzione
Il cammino cristiano è un cammino affascinante ma impegnativo. Vale la pensa
di percorrerlo? Cosa cerchiamo veramente, e cosa ci offre la Bibbia? Un punto
iniziale per rispondere a queste domande è la famosa parabola del figlio prodigo
(sperperatore) che noi amiamo però chiamare «Parabola della libertà». La
troviamo nel Vangelo di Luca al cap. 15:11-32. Vogliamo leggerla insieme?
Vedremo che la possiamo capire in due prospettive diverse ma coincidenti.
Questa parabola racconta la storia di un giovane (lasciamo per ora da parte il
secondo figlio) che lascia la casa paterna che il testo biblico descrive come una
casa prospera e felice. In quella casa ci sono però delle regole che, a parere suo,
gli impediscono di essere veramente felice. La lascia quindi per cercare altrove
quella che lui considera, evidentemente, una vita più libera e gratificante. Per un
poco sta bene, il paese dove va a vivere è ancora in uno stato di vitalità e
benessere ed inoltre lui ha i soldi che gli ha dato il padre. Può quindi ben godere
della libertà che ha rivendicato. Ma, a poco a poco, i soldi finiscono e la
situazione del paese si deteriora. Ora alcuni sono ricchi anche se la loro
ricchezza è costruita su attività non conformi alla volontà di Dio (i porci sono
impuri nella Bibbia) ed altri che vengono ridotti in servitù (lo stesso giovane).
La gioia della sua libertà svanisce e si accorge di avere solo la scelta tra morire o
diventare servo di qualcun altro. Comincia allora a riflettere sul significato di
quanto sta vivendo e decide di provare a tornare a casa sperando nel perdono e
nell’accoglienza del padre. E così avviene. Il padre abbandonato non lo ha
dimenticato: è sulla soglia ad aspettarlo e quando lo vede gli corre incontro, lo
abbraccia, lo bacia, lo riporta a casa restaurandolo nella sua dignità di figlio
amato. Gli mette addirittura l’anello al dito che, a quel tempo, non era solo un
ornamento ma rappresentava, probabilmente, il sigillo di famiglia, l’equivalente
di una delega a rappresentare il capo famiglia e a gestire, lui che aveva
sperperato tutto, i beni comuni.
Prospettiva storica universale
Questa parabola può a ben ragione rappresentare la storia dell’umanità.
1) Il primo messaggio della Bibbia è che tutti noi siamo figli di Dio (il padre della
parabola) e che questo mondo è la casa che lui aveva preparato per noi (Gn 1:1).
1:1
2) Il mondo creato da Dio era buono (Gn 1:31), c’era armonia, pace e vita
abbondante per ogni creatura (Gn 1:27-30) (la casa felice della parabola).
3) Un tentatore spinge l’uomo a dubitare dell’amore del Padre e spinge l’uomo a
staccarsene intraprendendo una via di autonomia (il giovane che lascia la casa in
cerca di libertà).
4) All’inizio, l’uomo poteva ancora godere della vitalità e della perfezione della
creazione di Dio (l’eredità ricevuta dal Padre) e la vita era tutto sommato felice.
La vita umana raggiungeva durate lunghissime (Gn 5).
5) La situazione però cambiò ben presto. La terra diventò piena di violenza e la vita
un dramma (Gn 6-7, in particolare 6:11-13). (Il giovane finisce i suoi soldi e
diventa servo).
6) Nel cuore dell’uomo risuona sempre però il bisogno di Dio e della casa paterna.
Coloro che danno ascolto a questa voce hanno la possibilità di cominciare il
cammino del ritorno. La Bibbia chiama questa esperienza ravvedimento
(capacità di vedere le cose in un modo diverso) e conversione (cambiamento di
strada) (At 3:19). Essi scoprono allora che il Padre abbandonato non li ha
abbandonati, e li aspetta. Anzi, viene lui stesso verso di noi per accompagnarci e
sostenerci nel nostro ritorno (si pensi ai profeti, a Gesù, agli apostoli, all’opera
dello Spirito Santo. La Bibbia è fondamentalmente la testimonianza della ricerca
dell’uomo da parte di Dio). Questa è la fa fase della nostra vita presente, di tutta
la storia dell’umanità.
7) Alla fine, Dio ci riporta a casa restaurando la condizione di onore che avevamo
persa. Questa è la descrizione della nuova terra, con la descrizione della quale si
conclude la Bibbia (Ap 21:1-7), una terra in cui non ci saranno più lacrime, né
grido né dolore.
8) Per pensare insieme: Come potremmo dunque definire la Bibbia? Cosa ci
vuole veramente insegnare?
Prospettiva spirituale personale
1) Non desideriamo anche noi, come il giovane della parabola, libertà e
felicità? Non ci viene spesso in mente che se potessimo decidere da noi ogni
cosa, vivremmo meglio? Non è per questo che diventiamo ribelli ai nostri
genitori dopo averli da bambini considerati quasi come degli dèi? A volte
non ci sentiamo stretti dentro le responsabilità della vita e le leggi che Dio
stesso ci dà?
2) Ma cos’è, veramente, la libertà? È il capriccio di poter fare quello che
vogliamo o soprattutto la possibilità di essere veramente noi stessi? Ma chi
siamo noi veramente? La vita ci insegna che nessuno di noi vive da solo,
che tutti dipendiamo da altri e che è grazie agli altri che siamo noi stessi. La
Bibbia ci dice che siamo figli di Dio e che solo in Dio possiamo essere noi
stessi. Dio è il sostegno del nostro essere e della nostra libertà (Atti 17:28;
1:2
3)
4)
5)
6)
7)
8)
1:3
Gv 8:31-32). È con il Padre e nella casa del Padre, cioè, vivendo con lui e
facendo la sua volontà che siamo quello che dovremmo essere.
Il Tentatore ci convince però che la casa del Padre è troppo stretta, che le
sue mura (che Dio ha costruito per proteggerci) sono in realtà una prigione e
ci invita ad andarcene via, a cercare altre vie ed altre case.
Noi tutti abbiamo vissuto e forse viviamo ancora l’ebbrezza della libertà da
Dio, dalle norme, dal bene, senza pensare che comunque è grazie alla vita e
al dono che Dio ci dà che possiamo anche ribellarci a lui e abbandonarlo.
Siamo ribelli ma lo siamo vivendo sulle mani di Dio. Basterebbe che Dio le
aprisse e tutto crollerebbe, noi stessi e la nostra libertà.
Perché il figlio, lasciando il padre gli chiede la sua parte di eredità?
L’eredita la si ottiene quando il padre muore. Chiederla prima significa
chiedere al padre di morire, almeno per noi, fare come se non esistesse più.
E il Padre si lascia morire nel cuore del figlio, gi dà la sua eredità, continua
a dargli la vita, apre la braccia e lo lascia andare. Una casa ed una prigione
sono fatte degli stessi elementi. Tutte e due hanno mura, pavimenti, soffitti,
finestre, porte. L’unica differenza sta nella gestione della chiave. Nella
prigione sono altri che la tengono in mano, nella casa l’abbiamo noi stessi.
Dio ci dà la chiave della sua casa, ci lascia liberi e rispetta la nostra libertà,
anche quando lo lasciamo, sempre sperando in un nostro ritorno.
L’ebbrezza della libertà lontano da casa è però sempre limitata ed
evanescente. È una droga che ci fa sognare il paradiso per farci sprofondare
all’inferno. La nostra libertà lontana da Dio diventa autodistruzione di noi
stessi e della stessa libertà. Chi si droga può liberamente decidere di farlo,
ma poi non ha più la libertà di uscirne. La Bibbia chiama questo «schiavitù
del peccato» (Gv 8:34). Ha bisogno di un aiuto che venga dal di fuori: Dio
viene verso di noi e in Gesù ci riporta a casa (Gv 3:16), se lo vogliamo.
Quando diventiamo consapevoli del significato vero della vita
(ravvedimento), e desideriamo tornare a casa (conversione), allora perdiamo
il nostro orgoglio, la nostra presunzione e, come il pubblicano della
parabola, non osiamo neppure alzare gli occhi, ma ci dichiariamo peccatori
e invochiamo l’aiuto del Padre (Lc 18:13). Come il figlio della parabola
diventiamo consapevoli di non essere degni di essere chiamati figli di Dio e
invochiamo solo di essere accolti a casa come servi.
Il figlio, dunque, che ha lasciato la casa del padre per essere libero, vi
ritorna per essere servo. Ma cosa scopre? Che cercando la libertà lontano
dal Padre diventa servo, mentre decidendo di tornare a casa per essere servo
diventa veramente libero, signore e re (la Bibbia dice che quando Gesù
tornerà, saremo re insieme con lui: 2 Tm 2:12; Ap 20:6). La casa non era
una prigione e mancava solo la comprensione del suo vero significato e
valore per scoprirlo.
9) C’è però un altro figlio, il maggiore, che era rimasto a casa. Lui amava e
serviva il Padre, ma non aveva compreso il senso della sua esperienza. Lui è
geloso dell’amore del Padre per l’altro figlio che lo ha fatto soffrire, si
lamenta della festa in suo onore e confronta tutto con se stesso e con la
propria esperienza: «Io ho sempre lavorato, lui ha sprecato!», «a lui hai dato
a me non hai mai dato!». Neppure lui ha capito cosa significa essere a casa
del Padre, la vede solo come un dare e un avere e con questa mentalità vi ha
vissuto. Ha lavorato tanto e si aspetta un salario, e se sente di averlo
ricevuto si lamenta che è troppo basso («Neppure un capretto»). In fondo
anche lui ha vissuto da servo come il fratello: uno fuori casa e l’altro dentro
la casa. Anche lui deve acquistare consapevolezza che tutta la sua fatica non
è fatta per un datore di lavoro ma per se stesso. La casa nella quale lavorava
era la sua casa e avrebbe dovuto sentirsi padrone («Tutto il mio era tuo» gli
dice il Padre) libero e felice. Non aveva bisogno di ricevere nulla perché già
aveva ricevuto tutto, ma non se ne era mai accorto. Era libero a casa sua e
viveva come se fosse un servo a casa d’altri.
10) Il senso della esperienza cristiana non nasce soltanto da quello che facciamo
ma dalla consapevolezza del suo significato, del perché lo facciamo. La
vera libertà non è stare dentro o fuori, con Dio o senza Dio, ma nello stare
con Dio scoprendo il suo amore e amandolo. Da questa consapevolezza
nasce la libertà vera, che non è capriccio e indipendenza ma servizio libero
e totale nell’amore per Dio e per gli altri (Mt 22:36-40). Solo la
consapevolezza dell’amore di Dio ci fa scoprire la nostra dignità e ci aiuta
ad amare gli altri: solo chi ha scoperto di essere veramente ed
abbondantemente amato, impara ad amare generosamente gli altri. Solo chi
vive questo amore diventa un essere grande capace di accogliere nel suo
cuore anche i suoi fratelli. Solo chi vive questa esperienza è veramente
libero, perché torna ad essere parte di un progetto che percorre l’eternità e
include l’universo intero. Diventa veramente ciò che è chiamato ad essere
per natura: figlio di Dio e fratello di tutti gli altri.
11) Per riflettere: Sentiamo si essere anche noi dei figli che debbono
scoprire l’amore del Padre? La libertà è anche responsabilità verso Dio
e gli altri (Gal 5:13)? Siamo disposti a cercare la nostra libertà insieme
con Dio, nella Sua casa?
(Esiste anche una terza prospettiva, storico-ecclesiologica che vede nei due figli
una possibile immagine di Israele e dei popoli pagani, ma non ce ne occuperemo
qui.)
1:4
Gn 1:1ss
Gn 1:31; 29-30
Gn 5
Gn 6:11-13
Mt 22:36-40
Lc 15:11-32
Lc 18:13
Gv 3:16
Gv 8:31-32
Gv 8:34
At 3:19
Gal 5:13
2 Tm 2:12
Atti 17:28
Ap 21:1-7
1:5
Testi biblici
La prima creazione
Dio crea un mondo buono
Vita lunga rimane ancora
La terra piena di violenza e morte
Amare Dio e il prossimo
Parabola del figlio prodigo
Consapevoli del peccato come il pubblicano
Dio ci ama e ci salva in Cristo
Cristo e sua parola rendono liberi
Chi pecca è schiavo
Ravvedimento e conversione
Libertà non occasione per carne
Chiamati ad essere re con Cristo (Ap 20:6)
In Dio esistiamo, viviamo, ci muoviamo
Il rinnovamento finale della creazione
2. Dio esiste
Scopo: capire gli elementi fondamentali per affermare che Dio esiste e che è il
nostro creatore.
Introduzione
Chi siamo? Siamo figli del caso? Veniamo dal nulla e andiamo verso il nulla o abbiamo
un padre che ci ha creati e che ha un progetto per noi, un Padre che ci dà speranza in un
futuro migliore e che ci sostiene nel nostro vivere quotidiano? Esiste Dio? Si tratta di
una domanda fondamentale sul significato della vita e del senso religioso. Molti credono
in Dio anche se non sanno spiegare tutte le regioni della loro fede. Noi ci rendiamo
conto che farne un elenco significa in qualche modo banalizzarle, come se si cercasse di
spiegare perché si ama qualcuno. Tuttavia, anche il credente ha delle ragioni per credere
(1 Pt 3:15) e possiamo provare a coglierne almeno alcune.
1) La testimonianza della natura. Quando osserviamo lo spettacolo
meraviglioso della natura, la sua bellezza, la sua complessità e la sua potenza,
viene del tutto naturale comprendere che ci deve essere un creatore saggio e
potente. Questo è proprio quello che la Bibbia dice: Giobbe 12:7-12; Salmo
19:1-3; Romani 1:20-23.
Per riflettere: C’è qualcosa della natura che suscita la tua ammirazione?
2) La testimonianza del cuore umano. Ecclesiaste 3:11 (Alcune traduzioni
hanno «mondo», ma
«eternità» rimane il
termine migliore).
L’uomo sente di
essere chiamato a
qualcosa di
migliore e duraturo
rispetto alla vita
attuale. Accade
come quando, il 2
maggio del 1977,
gli americani
inviarono nello
spazio la navicella
Voyager, destinata
a viaggiare nello
spazio profondo, e
vi collocarono una targa di alluminio dorato (cm 15x23) con delle informazioni
2:1
su chi aveva costruito e lanciato la navicella, destinate ad eventuali suoi
scopritori. Dio ha fatto qualcosa di simile: Ha scritto nei nostri cuori che noi
veniamo da un Essere infinito e che siamo chiamati all’eternità. Come dice
Sant’Agostino: «Ci hai fatto per te, e il nostro cuore non può trovare riposo
finché non riposa in te.» (Confessioni, I:1).
3) La testimonianza della coscienza. Romani 2:14,15. Gli esseri umani non
sono solo realtà fisiche, ma anche spirituali e morali. Hanno una coscienza che li
rende consapevoli dell’esistenza della giustizia e dell’ingiustizia, del bene e del
male. Come «il pensiero dell’eternità» nei nostri cuori ci parla di un Creatore che ci
chiama a Sé, così la voce della coscienza ci chiama a vivere secondo la volontà di
un Dio giusto. Questa voce può certo essere corrotta dal peccato, ma tende
comunque sempre a un livello superiore a quello della nostra esistenza attuale.
4) La testimonianza della Bibbia. Isaia 46:9,10. La Bibbia è piena di elementi
che ci parlano della sua origine in un Dio personale che desidera condividere
con noi il suo amore e la sua saggezza. divina. Uno di questi elementi è dato
dalle profezie, la maggior parte delle quali si sono già realizzate. Ne
considereremo alcune in studi successivi.
5) La testimonianza di Gesù. 1 Corinzi 1:22,23. Cristo, la sua vita, il suo
insegnamento, la sua morte e la sua resurrezione, sono così straordinari da non
potere essere inventati da nessuno (né Giudeo né Greco). La sua resurrezione
prova che egli è veramente il Figlio di Dio e che quanto ci ha insegnato e
promesso è vero. Se Gesù è vero, anche il Dio di cui testimoniava lo è.
6) Perché alcuni non credono in Dio? Ognuno è diverso e le risposte debbono
essere molteplici. Alcuni non credono perché, come dice la Bibbia, sono stolti (Sal
14:1), il ché non significa che sono stupidi, ma solo che hanno scelto di vivere senza
preoccuparsi di Dio. Come dice Gesù, alcuni non credono perché non intendono
sottomettersi alla volontà di Dio (Gv 7:17): negano cioè Dio per non doversi
confrontare con lui. Altri possono onestamente avere delle difficoltà che non riescono
a risolvere (Sal 73:2-6). L’apostolo Paolo dice che la fede viene dalla conoscenza
della Parola di Dio (Rm 10:17). Questo ci incoraggia a studiare la Bibbia in modo
serio. Altri possono essere scoraggiati per la cattiva testimonianza resa da quanti si
proclamano credenti a parole ma disonorano la loro fede nei fatti (Rm 2:24).
Per riflettere: Qual è la tua esperienza? Se mai stato tentato di non credere?
Qual è la tua ragione più sentita per credere?
7) Cosa implica credere in Dio? (Giacomo 2:19,20; Matteo 22:36,37).
Credere in Dio non è come credere nell’esistenza di Giulio Cesare o Napoleone.
2:2
Questo non cambia il senso della nostra vita. Invece, credere in Dio significa
considerare la nostra vita, il nostro passato presente e futuro, in modo totalmente
diverso. Dio è colui che ci dà la vita, nostro Padre, il nostro Signore. Se Dio
esiste, allora siamo i figli dell’Essere più importante di tutto l’universo. Quali
conseguenze può avere questo fatto nella nostra vita?
Per riflettere: Perché è così importante credere in Dio?
Testi biblici
Gn 1:1
Gn 3
Gb 12:7-10
Sal 14:1
Sal 19:1-3
Sal 73:2-6
Eccl 3:11
Ger 22:15-16
Is 46:9-10
Gv 1:18
Mt 9:36
Mt 13:24-28
Mat 22:36,27
Rm 1:20-23
Rm 2:14-15
Rm 2:24
Rm 10:17
1Cor 1:22,23
Col 1:15
Col 1:17
1Pt 3:15
Gc 2:19,20
1Gv 4:8
Nel principio Dio creò i cieli e la terra.
Peccato provoca corruzione della vita e del mondo
Gli esseri viventi proclamano l’esistenza del Creatore.
Lo stolto non crede in Dio.
I cieli dichiarano la Gloria di Dio.
problemi che portano al dubbio.
nel nostro cuore Dio ha messo il pensiero dell’eternità.
Conoscere Dio è vivere con lui, essere uno con lui (cfr. Gn 4:1)
Solo Dio conosce il futuro
Nessun uomo ha mai visto Dio, Gesù lo rivela.
Senza Dio l’uomo è come pecora senza pastore.
Un nemico ha seminato la zizzania
Credere significa amare Dio e il prossimo.
La natura manifesta il potere e la perfezione di Dio ma …
La funzione della coscienza.
Cattiva testimonianza allontana da Dio.
La fede viene dall’ascolto della Parola di Dio.
Né Greci né Giudei avrebbero potuto inventare Gesù.
Gesù è l’immagine dell’invisibile Dio.
Dio è prima di ogni cosa e sostiene ogni cosa.
Pronti a dare ragione della speranza che abbiamo
Avere fede significa ubbidire.
Dio è amore.
Approfondimenti
Nota: Nella natura, evidentemente, non tutto è testimonianza di Dio. C’è anche
lotta, dolore e morte. Ma questo non distrugge la realtà della sua complessità e la
non spiegabilità al di fuori di un Dio creatore intelligente e potente. Il fatto che
la mia automobile mi lascia volte in panne, non dimostra che non sia stata
progettata e costruita da qualcuno intelligente. Dimostra soltanto che c’è spazio
per il decadimento e la corruzione. La Bibbia attribuisce questo fatto alla realtà
del peccato (Gn 3; Mt 13:24-28) che studieremo successivamente.
2:3
3. Dio ci ama e possiamo stare bene con lui
Scopo: capire la bontà e la potenza di Dio per avere fiducia e speranza in lui.
Introduzione
Religiosamente parlando, la più grande domanda che possiamo farci non è se noi
amiamo Dio ma se crediamo che Lui ami noi. Infatti, se abbiamo la certezza che
Dio ci ama, allora tutto cambia: abbiamo una dignità immensa, abbiamo
speranza in una vita migliore, abbiamo aiuto nella nostra vita quotidiana. Solo se
sappiamo che Dio ci ama possiamo amarlo e onorarlo a nostra volta, e affidarci
a lui. Per quanto strano possa sembrare, non sono molto quelli che si sentono
bene con Dio, non parliamo di chi non crede ma degli stessi credenti. E anche se
lo amano, molti ne sono quasi sempre un poco spaventati. Essi pensano che Dio
sia troppo alto, troppo potente, troppo santo perché possa accoglierci con
simpatia.
Molto probabilmente soffriamo anche a causa della nostra educazione. Molti
psicologi dicono che i bambini attribuiscono a Dio il carattere dei loro padri.
Succede che normalmente pensiamo alla mamma come all’esempio della bontà,
della pazienza, del perdono, mentre il papà suscita immagini di severità. Spesso,
quando un bambino sbaglia, la mamma dice: «Lo dovrò dire al papà!».
L’opposto è molto raro. Non è per caso che molti di noi, quando si trovano in
difficoltà, invocano il nome della mamma, non quello del papà. Ci abituiamo
così a pensare che Dio possa anche essere giusto, ma che certamente è severo e
distante. È difficile che si pensi a lui come a un papà gentile, tenero, amorevole.
Fortunatamente, la realtà di Dio è molto diversa e possiamo esserne felici.
Vedremo in questo studio che è possibile andare a lui sentendoci perfettamente a
nostro agio, certo che ci vuole bene e che farà tutto il possibile per aiutarci.
1) Noi siamo abituati a chiamare Dio, Padre. Possiamo considerarlo anche
come Mamma?
Isaia 49:15: «Una donna può forse dimenticare il bimbo che allatta, smettere di
avere pietà del frutto delle sue viscere? Anche se le madri dimenticassero, non io
dimenticherò te.»
2) Ci sono molte cose che possiamo dire di Dio, ma una ha un’importanza
del tutto particolare. Quale?
1 Giovanni 4:8: «Dio è amore.»
3) Dio quanto ci ama?
Giovanni 3:16: «Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito
Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.»
3:1
4) Come succede ai bambini in rapporto al papà o alla mamma, anche noi
potremmo pensare che Dio ci ama solo quando siamo buoni. È vero?
Romani 5:7-8: «Difficilmente uno morirebbe per un giusto; ma forse per una
persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra la
grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora
peccatori, Cristo è morto per noi.»
5) Quando due persone si amano, in genere uno ha cominciato per primo.
Tra noi e Dio chi ha cominciato ad amare l’altro?
1 Giovanni 4:19: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo.» Anche il
testo precedente ci offre lo stesso insegnamento.
6) Quando offendiamo qualcuno non ci sentiamo bene. Oltre che per il
senso di colpa, soffriamo anche per la paura che la persona offesa non
voglia perdonarci. Accade lo stesso con Dio?
1 Giovanni 1:9: «Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da
perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità.»
7) Dio è molto importante. Egli è il signore dell’universo. Possiamo
veramente pensare che si voglia occupare di ognuno di noi personalmente?
Matteo 10:29-30: «Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne
cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i
capelli del vostro capo sono tutti contati.»
8) Il Dio grande e potente, creatore signore del mondo, cosa ha fatto per
aiutarci a sentirci a nostro agio con lui?
Matteo 1:23: «La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto
nome Emmanuele», che tradotto vuol dire: «Dio con noi».» In genere ce ne
ricordiamo solo a Natale, ma il nome particolare che il vangelo attribuisce a
Gesù è vero sempre. Attraverso Gesù, il suo figlio eterno, Dio è diventato uno di
noi, perché lo potessimo sentire vicino e andare a lui con fiducia.
9) Attraverso l’incarnazione Gesù è diventato di noi. Egli condivise le
nostre gioie e i nostri dolori, e morì per noi. La Bibbia come descrive la
grandezza del suo sacrificio?
Filippesi 2:5-8: «Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo
Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio
qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma
di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo,
umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce.»
10) Quando capiamo la vera natura di Dio, come dovremmo sentirci
davanti a lui?
Ebrei 4:14-16: «Avendo dunque un grande sommo sacerdote che è passato
attraverso i cieli, Gesù, il Figlio di Dio, stiamo fermi nella fede che professiamo.
3:2
Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle
nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere
peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere
misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.» (Vedi anche
Mt 11:28-30).
Ger 31:3
Is 43:2-3
Is 49:15
Os 11:1
Mt 10:29-30
Mt 11:28-30
Mt 21:23
Mt 23:37
Gv 3:16
Rm 5:7-8
Filip 2:5-8
Eb 4:14-16
1Gv 1:9
1Gv 4:8
1Gv 4:19
3:3
Testi biblici
Dio ci ama di un amore eterno.
Dio è con noi quando attraversiamo i fiumi e il fuoco.
Dio ci ama più di una mamma.
Dio si cura teneramente del suo popolo anche se è infedele.
Dio si cura anche dei più piccoli e deboli.
Gesù invita ad andare a lui e avere riposo.
Gesù è «Dio con noi».
Gesù ci vuole proteggere come una chioccia i suoi pulcini.
Dio ci ha amato fino al punto da dare suo Figlio per noi
Dio ha dato suo Figlio per noi quando eravamo suoi nemici
Gesù ci ama fino ad umiliarsi ed annullarsi totalmente.
Attraverso Gesù possiamo andare a Dio con fiducia.
Se confessiamo il peccato Dio ci perdona veramente.
Dio è amore.
Dio ci ha amati per primo e noi impariamo da lui.
4. Gesù è il Figlio di Dio e il nostro Salvatore
Scopo: Imparare a comprendere la centralità di Cristo nella nostra fede ed
esperienza cristiana. In uno studio successivo approfondiremo in modo
particolare la natura divina di Gesù.
Introduzione
Dopo tutto, ci autodefiniamo cristiani perché consideriamo Gesù Cristo il
fondamento della nostra fede. Ma chi è Gesù? Quasi tutti lo ammirano per
qualche buon motivo. Alcuni credono che sia stato un grande uomo, un
filantropo, un moralista. Altri credono che sia stato una guida religiosa o un eroe
della fede. Altri credono che sia stato molto di più di un semplice uomo e lo
chiamano «Figlio di Dio».
Al tempo della sua stessa vita, la gente giunse a conclusioni diverse. Quando
Gesù chiese ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?»,
essi risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o
uno dei profeti» (Mt 16:13-14).
Gesù chiese però qualcosa d’altro, molto più importante: «E voi, chi dite che io
sia?» (v. 15). Alla fine, quello che importa non è quello che la gente dice di
Gesù, ma quello che ne pensiamo noi personalmente. Nessuno può eludere la
domanda e tutti dobbiamo rispondere: «Chi è Gesù per noi? Cosa rappresenta?»
1) Che cosa rispose Pietro?
Matteo 16:16: «Simon Pietro rispose: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio
vivente”».
2) Cosa vuole dire Pietro dicendo che Gesù è il «Figlio del Dio vivente»?
Pietro vide in Gesù molto più di un uomo o anche di un profeta. Gesù non era
una creatura di Dio ma «il Figlio di Dio». Questo significa che lui coglieva in
Gesù qualcosa che lo distingueva da tutti gli uomini (altrimenti avrebbe detto
che era «un» figlio di Dio) e lo avvicinava straordinariamente a Dio, in un modo
tale che nessuno poteva essergli paragonato. Gli altri vedevano in Gesù soltanto
un uomo, ma Pietro riuscì ad andare al di là dell’apparenza e vide in lui una
realtà divina. Pietro sottolinea anche che Gesù è il Figlio dell’Iddio vivente, cioè
del solo vero Dio che esiste, in contrapposizione con i tanti dèi in cui gli uomini
credevamo, ma che non erano nulla, non esistevano (1 Corinzi 8:5-6).
Per riflettere: 1) Possiamo anche noi andare al di là dell’apparenza umana e
vedere in Gesù la sua vera essenza divina? 2) Che differenza fa per noi sapere
4:1
che Gesù non è soltanto un uomo ma il Figlio di Dio? 3) Possiamo anche noi
affermare che c’è un solo Dio vivente? Cosa può significare questo per noi?
3) Cosa significa che Gesù era il «Cristo»?
La parola «Cristo» viene dal greco Christos ed è la traduzione dell’ebraico
Messiah che in italiano significa Unto. In Israele, re, sacerdoti e a volte anche i
profeti erano introdotti nella loro autorità attraverso un rito di unzione in cui
ricevevano dell’olio sulla loro testa. L’«unto» era dunque una persona che aveva
ricevuto dell’autorità da parte di Dio per rappresentarlo e per agire a suo nome a
favore del popolo, per guidarlo e proteggerlo. Tra i molti unti d’Israele uno
acquistò un’importanza del tutto speciale. Egli era stato annunciato dai profeti.
Sarebbe stato un re speciale (Is 9:5-6), un profeta (Dt 18:15-16) e un sacerdote
(Zac 6:11-14). Riassumeva quindi in sé tutti i ministeri di salvezza che Dio
aveva affidati ai singoli unti precedenti. Egli avrebbe dato libertà e salvezza al
suo popolo. In altre parole, sarebbe stato il loro Salvatore.
4) Pietro come riuscì a capire tutto questo di Gesù?
Matteo 16:17: «Gesù, replicando, disse: “Tu sei beato, Simone, figlio di Giona,
perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è
nei cieli”». Fu quindi per grazia di Dio che Pietro riuscì a vedere in Gesù il
Figlio di Dio e il suo Salvatore. Forse, quel momento, non riuscì neppure a
capire tutto quello che questo poteva significare, ma Dio lo avrebbe aiutato a
capire meglio e a crescere nella conoscenza e nella fede. Allo stesso modo, noi
non possiamo da soli capire la realtà di Gesù, ma se lo desideriamo, se apriamo
il nostro cuore a Dio, egli ci aiuterà.
5) Alcuni anni dopo, quando Gesù era già morto e risuscitato, cosa disse
Pietro riguardo alla sua importanza per la nostra esperienza cristiana?
1 Pietro 1:17-21: «E se invocate come Padre colui che giudica senza
favoritismi, secondo l’opera di ciascuno, comportatevi con timore durante il
tempo del vostro soggiorno terreno; sapendo che non con cose corruttibili, con
argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai
vostri padri, ma con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello
senza difetto né macchia. Già designato prima della creazione del mondo, egli è
stato manifestato negli ultimi tempi per voi; per mezzo di lui credete in Dio che
lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra
speranza siano in Dio.»
Per riflettere: Possiamo meditare un poco su questo testo così importante? Cosa
possiamo imparare su Dio e su Gesù?
4:2
Testi biblici
Lv 8:12
Dt 18:15-16
1Sam 16:13
1Re 19:16
Is 9:5-6
Zac 6:11-14
Mt 16:13-14
Mt 16:15
Mt 16:16-17
At 4:12
1Cor 2:2
1Cor 8:5-6
1Pt 1:17-21
Sacerdote viene unto.
Il Messia sarebbe stato un profeta.
Re Davide unto (Per altri, ad es. 2Re 9:3).
Elia mandato a ungere il re Jehu e il profeta Eliseo.
Il Messia sarebbe stato un re speciale.
Il Messia sarebbe stato un sacerdote.
Cosa dice la gente che Gesù è?
E noi cosa diciamo che Gesù sia?
Per la grazia di Dio, Pietro capisce chi Gesù è.
Solo nel nome di Gesù è salvezza.
Paolo vuole predicare solo Gesù.
Gi altri dèi sono nulla.
Salvati dal sangue di Gesù prima della creazione.
Approfondimenti
1) Il profeta annunciato da Mosè in Deuteronomio 18:15-16 era solo Gesù?
Probabilmente Mosè parla in primo luogo di qualcuno che lo avrebbe sostituito
alla guida del popolo, subito dopo la sua morte. Ma le sue parole trovano una
conferma ancora più grande nel Messia a venire. Egli, manifestando Dio in
modo velato dall’umanità, avrebbe permesso di accostarsi a Dio senza esserne
distrutti. Israele capì che la profezia indicava il Messia come il Profeta per
eccellenza e lo aspettava (Gv 1:21; 6:14; 7:40). Gesù realizza il senso finale
della promessa.
4:3
5. Lo Spirito Santo è Dio presente
nella nostra vita
Scopo: Comprendere che l’amore, la guida, il sostegno di Dio non si sono
esauriti con l’esperienza storica di Gesù ma continuano a manifestarsi lungo
tutta la storia e nella nostra vita attraverso l’opera dello Spirito Santo.
Introduzione
Un buon padre desidera sempre stare con i propri figli, per amarli e sostenerli.
Questo è il motivo per cui Gesù, il Figlio di Dio, diventò un uomo: per essere
l’Emmanuele, «Dio con noi» (Mt 1:23).
Tuttavia, Gesù non poté restare per sempre con noi fisicamente perché, dopo la sua
resurrezione, doveva ritornare dal Padre. Tuttavia, prima di andare, Gesù promise che
non avrebbe lasciato soli i suoi amici: «Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine
dell’età presente» (Mt 28:20). Con questa promessa Gesù desiderava confermarci il
suo amore e la sua cura. Anche se via, il suo cuore sarebbe sempre rimasto con noi. Egli
avrebbe sempre operato per noi: «Perciò egli può salvare perfettamente quelli che
per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per
intercedere per loro» (Eb 7:25).
Ma c’è un altro modo in cui Gesù si rende presente nella nostra vita: attraverso
la presenza e l’opera dello Spirito Santo.
1) Quando i discepoli erano tristi per la sua imminente dipartita, quale
promessa fece loro Gesù?
Giovanni 16:7: «E’ utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado,
non verrà a voi il Consolatore; ma se me ne vado, io ve lo manderò.»
2) Chi è questo «Consolatore»?
Giovanni 16:13: Lo Spirito Santo.
3) Lo Spirito Santo cosa avrebbe fatto per noi?
A. Ci aiuterà a capire che siamo peccatori, che c’è una giustizia e un giudizio (Gv
16:8-11). Così potremo ravvederci e andare a Gesù per essere salvati.
B. Ci aiuterà a capire ciò che è giusto o sbagliato agli occhi di Dio (Gn 16:12,13).
C. Darà gloria a Gesù aiutandoci a comprendere la sua volontà e a seguirla (Gv 16:14).
D. Ci aiuterà a cominciare una nuova vita come figli di Dio (Gv 3:3-8).
5:1
E. Ci aiuterà a servire Dio e il prossimo (1Cor 12:4-11)
F. Ci darà la certezza che Dio è un Padre che ci ama (Gal 4:6; Rm 8:15).
4) Come possiamo godere della presenza e dell’aiuto dello Spirito Santo?
Luca 11:13: Chiedendo la sua presenza in preghiera.
Mt 1:23
Mt 12:31-32
Mt 28:19
Mt 28:20
Lc 11:13
Gv 3:3-8
Gv 16:3,7,8,13
Gv 16:7-14
Gv 16:7,13
Gv 16:8-11
Gv 16:14
Rm 5:5
Rm 8:7-9
1Cor 12:4-11
1Cor 12:11
Gal 4:6
Gal 5:22-25
Eb 7:25
Testi biblici
Gesù è «Dio con noi».
Peccato contro spirito imperdonabile.
Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito.
Gesù è sempre con noi.
Dio concede lo Spirito a chi lo chiede.
Solo attraverso Spirito possiamo nascere di nuovo.
Spirito è essere personale (lui, non esso).
Aspetti dello Spirito come persona.
È utile che Gesù vada per mandarci il Consolatore/Spirito.
Spirito aiuta a capire peccato, giustizia, giudizio.
Spirito ci aiuta capire e fare volontà di Dio.
Amore di Dio sparso nei nostri cuori per lo Spirito
Spirito ci consente di ubbidire a legge di Dio.
Doni dello Spirito per servire Dio e prossimo.
Lo Spirito dà suoi doni come lui vuole (personalità e volontà).
Ci dà certezza che Dio è nostro Padre (Rm 8:15).
Il frutto dello Spirito.
Gesù intercede sempre per noi.
Approfondimenti
5) Alcuni credenti dicono che lo Spirito Santo è solo la potenza di Dio e non
una persona divina. La Bibbia conferma questa tesi?
La parola «Spirito» si dice ruah in ebraico e pneuma in Greco, e può significare
qualsiasi cosa dotata di movimento, vitalità, e che è invisibile: il vento, il
respiro, la mente, la realtà interiore dell’uomo. In molti testi dell’Antico
Testamento, «Spirito di Dio» significa semplicemente «Dio». Ma ci sono alcuni
fatti, soprattutto nel Nuovo Testamento, che mostrano come la frase «Spirito di
Dio» possa anche riferirsi a una realtà personale distinta all’interno della Deità.
A) Anche se in greco pneuma è un nome neutro (come le cose), vi sono testi in
cui è usato come se fosse un maschile (riferito a persone). Lo si vede, ad
esempio, dal fatto che il pronome usato riferendosi allo Spirito è il maschile
«Lui» invece del neutro «esso» (Gv 16:3,8,13). Allo stesso modo, quando Gesù
5:2
annuncia la venuta del Consolatore, usa il pronome maschile e non il neutro (Gv
16:7).
B) Lo Spirito di Dio è descritto come capace di compiere azioni possibili solo
per un essere personale, dotato di individualità, personalità, volontà,
intelligenza. Gesù dice di Lui che convincerà il mondo di peccato, di giustizia e
di giudizio; che è un Consolatore simile a se stesso (Vi darò «un altro»
Consolatore); che è lo «Spirito della verità», che guiderà i discepoli nella verità,
darà Gloria a Gesù annunciando quello che ha udito da lui, che annuncerà il
futuro (Gv 16:7-14). L’apostolo Paolo dice che «tutte queste cose le opera
quell’unico e medesimo Spirito, distribuendo i doni a ciascuno in particolare
come vuole» (1Cor 12:11). È così evidente che lo Spirito di Dio ha una volontà
personale.
C) Gesù pone lo Spirito Santo allo stesso livello del Padre e del Figlio: «Andate
dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28:19). Non sarebbe sciocco se Gesù volesse
dire, «nel nome del Padre, del Figlio e della potenza del Padre»?
D) Gesù dice che «ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini; ma la
bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parli contro il
Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma a chiunque parli contro lo Spirito Santo,
non sarà perdonato né in questo mondo né in quello futuro» (Mt 12:31-32).
Perché dovrebbe dire questo se lo Spirito fosse solo una energia impersonale?
La verità è che la Spirito è una persona divina, la stessa persona che opera per la
nostra conversione e la nostra crescita spirituale: sminuire la sua importanza
rischia perciò di mettere a rischio la nostra stessa identità cristiana e la nostra
salvezza.
5:3
6. Dio ci parla attraverso la Bibbia
Scopo: Conoscere la Bibbia come fondamento della fede cristiana.
Introduzione
La fede cristiana non è una filosofia, non nasce cioè da una ricerca intelligente
dell’uomo; non viene dall’uomo ma da Dio. Se venisse dall’uomo che vantaggio ne
avremmo? Seguendola, seguiremmo le nostre proprie fantasie, ma rimarremmo soli
nell’universo. Come possiamo sapere che quello che crediamo viene veramente da
Dio? Solo se Dio stesso ce lo dice! Esiste una tale “Parola di Dio”? Si: noi crediamo
che sia la Bibbia.
1) Fisicamente, cos’è la Bibbia?
La parola «Bibbia» viene dal greco Biblia che significa libri, e si chiama così
perché è una collezione di libri. È divisa in due parti normalmente chiamate
Antico Testamento (A.T.) che contiene 39 libri scritti prima dell’incarnazione di
Cristo, e il Nuovo Testamento (N.T.) che contiene 27 libri e lettere scritti dopo
la morte di Gesù. In tutto, quindi, 66 scritti.
2) Chi scrisse la Bibbia? Che tipo di persone erano?
2 Pietro 3:2: L’Antico Testamento fu scritto dai profeti o dai loro discepoli, il
Nuovo testamento dagli apostoli e dai loro discepoli.
Efesini 2:20: Apostoli e profeti costituiscono il fondamento della chiesa
cristiana. Questo vuol dire che noi possiamo essere cristiani solo se crediamo in
Gesù in accordo con la testimonianza data dagli apostoli e dai profeti (cfr. Ap
18:20).
Si tratta di persone molto diverse tra di loro. Alcuni erano dei condottieri
importanti come Mosè, o re come Davide e Salomone. Altri erano contadini
come Amos (7:14), o pescatori come Pietro and Giovanni (Matteo 4:18,21).
Luca era un medico (Colossesi 4:14), Ezechiele un sacerdote (1:3), Matteo un
esattore delle tasse (Luca 5:27).
3) Perché gli apostoli e i profeti sono così importanti?
Perché, a causa del peccato, l’umanità ha perso la sua relazione diretta con Dio e
non può ascoltare direttamente la sua voce. Gli apostoli e i profeti sono stati
scelti da Dio come suoi portavoce, per farci giungere la testimonianza della sua
volontà. «Profeta» significa, appunto, «colui che parla al posto di …», mentre
«apostolo» significa «inviato».
La differenza tra questi due tipi di persone è che i profeti ricevettero il loro
messaggio attraverso visioni e sogni (Nm 12:6), mentre gli apostoli lo
ricevettero prevalentemente attraverso la voce di Gesù (1Gv 1:1-4). Mosè è
un’eccezione, poiché Dio parlava con lui «faccia a faccia», cioè direttamente
(Nm 12:7,8).
6:1
Senza il loro ministero non saremmo in grado di conoscere Dio e la sua volontà;
non conosceremmo Gesù e la salvezza che ci offre.
4) Su che base crediamo che apostoli e profeti sono degni di fede?
1. La storicità del loro messaggio. Negli ultimi secoli molti studiosi hanno
messo in dubbio la veridicità storica della Bibbia. Essi pensavano che gran parte
del suo contenuto fosse leggenda o mito. Successivamente, però, l’archeologia
moderna ha dissepolto il mondo biblico antico ed ha provato come del tutto
affidabile quello che la Bibbia aveva detto migliaia di anni prima (Lc 19:40).
2. La loro esperienza unica. Erano persone straordinarie che rischiarono la loro
vita per dare testimonianza di Dio e del suo volere. Si schierarono sempre dalla
parte degli oppressi, della verità, della giustizia. Sfidarono l’abitudine sbagliata
del loro popolo. Non avevano paura dei re e dei potenti. Avevano una visione
chiara dei problemi spirituali, sociali, politici del loro tempo. Erano convinti che
Dio li avesse chiamati a parlare da parte sua (Geremia 4:3: «Così dice il
Signore».» Quest’affermazione si trova 280 volte nell’A.T.).
Dicevano la verità? Abbiamo già visto che erano persone oneste, che non erano
degli sciocchi che seguivano i loro propri sogni. Dobbiamo perciò pensare che
dicessero la verità e che Dio abbia veramente parlato loro e attraverso di loro.
Il profetismo biblico è un fenomeno unico in tutta la storia umana. Per farci
un’idea della loro esperienza, possiamo considerare quella di Natan con il re
Davide (2 Sam 11-12:10), di Geremia (20:7-12), di Amos con i sacerdoti del re
Geroboamo (Amos 6:12-17). Cerchiamo di comprendere le condizioni
particolari in cui predicavano e i rischi ai quali si esponevano.
3. L’unità e l’armonia del loro messaggio. Abbiamo visto che i profeti erano
persone molto diverse tra di loro. Non vissero insieme ma sparsi in un arco di
tempo di circa 1500 anni (Mosè visse verso il 1400 a.C. e l’apostolo Giovanni
fino a verso il 100 d.C.). Quasi tutti i profeti vissero in Palestina ma altri, come
Daniele ed Ezechiele erano tra gli esiliati in Babilonia. Gli apostoli, dopo la fase
iniziale, viaggiarono in vari paesi e scrissero da ovunque si trovassero. Tuttavia,
nonostante le loro differenze, il loro messaggio manifesta una straordinaria unità
e armonia che i credenti considerano segno del fatto che non stavano
esprimendo la loro opinione ma ciò che Dio aveva detto loro: essi hanno parlato
perché ispirati da Dio (2 Pt 1:19-21).
4. La natura non convenzionale del loro messaggio. Erano persone
pienamente inserite nel contesto della loro società, ma il messaggio che
predicavano aveva delle caratteristiche molto diverse, spesso opposte. In un
mondo predominato dal politeismo, predicavano l’esistenza di un solo Dio (Dt
6:4). In un mondo in cui la divinità era spesso identificata con la natura, essi
6:2
dichiarano che Dio è il creatore della natura (Gn 1:1). In un mondo in cui il sole
e la luna erano considerati gli dèi più importanti, essi arrivano ad affermare che
invece solo delle luci, lampade (Gn 1:16). In un mondo in cui la divinità era
rappresentata attraverso immagini materiali, essi ne proibivano l’uso (Es 20:4,5).
In un mondo in cui la religione aveva spesso un valore rituale, gli uomini della
Bibbia danno un messaggio in cui ciò che conta veramente è la nostra vita
morale e la fede (Is 58:1-11). È perciò evidente che questa comprensione delle
cose non può essere il prodotto della loro cultura umana ma viene da un essere
superiore, Dio.
5. Le loro profezie. Essi avevano una visione del futuro che nessun uomo
poteva e può avere. La Bibbia ci offre centinaia di profezie che hanno
felicemente superato il vaglio della storia. (Isaia 46:5-10; Daniele 2:26-28). Gli
uomini provano a fare gli indovini, ma nessuna esperienza umana e
lontanamente paragonabile alla realtà del profetismo biblico.
6. Il Cristo che hanno predicato. Quello che hanno detto riguardo a Gesù
Cristo è talmente straordinario che nessun uomo potrebbe averlo inventato. (1
Corinzi 1:22-25).
5) Cosa pensava Gesù delle Sacre Scritture? Giovanni 5:39.
In questo testo Gesù parla di quelle Scritture che noi chiamiamo «Antico
Testamento» (Il N.T. non esisteva ancora) e le considera degne di essere
studiate per scoprire Lui stesso e per avere salvezza. Con che attenzione
dovremmo dunque studiarle! E se questo è vero per l’A.T., dove Gesù era
rappresentato attraverso immagini o in modo velato (2 Cor 3:14), quanto
più è vero riguardo al Nuovo, in cui Gesù è pienamente rivelato!
6) Per l’apostolo Paolo qual è lo scopo delle Scritture? 2 Timoteo 3:16,17.
7) In ambito spirituale e morale, quale norme dovremmo seguire per
scoprire la verità?
Giovanni 17:17: Gesù dice che la parola di Dio è verità.
Atti 17:10,11: I Giudei di Berea sono lodati perché investigano le Scritture per
verificare se quello che hanno ascoltato dall’apostolo Paolo è vero.
8) Alcuni pensano che la Bibbia è troppo difficile e va lasciata nelle mai
degli specialisti. È vero?
Soprattutto nel passato, quando la Bibbia era poco conosciuta nel mondo
cattolico, alcuni pensavano in questo modo. Ma non è affatto vero.
Luca 10:21: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché
hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli!
Sì, Padre, perché così ti è piaciuto!»
6:3
La Bibbia non fu scritto per i professori ma per la gente comune. È vero che
alcuni testi sono difficili e richiedono umiltà e sforzo, ma la maggior parte della
Bibbia è così semplice che anche i bambini possono comprenderla: basta avere
voglia di farlo.
9) Che cosa dice Dio di coloro che leggono e ascoltano la Bibbia?
Apocalisse 1:3: «Beato chi legge e beati quelli che ascoltano le parole di questa
profezia e fanno tesoro delle cose che vi sono scritte, perché il tempo è vicino!»
Per riflettere: Le parole del testo appena letto sono rivolte, in modo particolare
ai lettori del libro dell’Apocalisse, il libro più difficile di tutta la Bibbia. Ma se
Dio benedice coloro che studiano questo libro, possiamo credere che la stessa
benedizione sia disponibile per chi legge tutta la Bibbia?
Testi biblici
Gn 1:1
Gn 1:16
Es 20:4,5
Nm 12:6-8
D7 6:4
2Sam 11-12:10
2Cr 20:20
Sal 119
Pr 2:1ss
Is 46:5-10
Is 58:1-11
Ger 4:3
Ger 20:7-12
Ez 1:3
Dn 2:26-28
Am 6:12-17
Am 7:14
Ml 3:6
Mt 4:18,21
Mt 15:1-9
Mc 3:14
Lc 5:27
Lc 10:21
Lc 19:40
Gv 5:39
Gv 14:17
Gv 17:17
Gv 20:30,31
6:4
Un solo Dio-Creatore.
Sole e luna sono lampade.
Dio diverso dalla natura: non immagini.
Dio parla ai profeti tramite sogni e visioni – a Mosè faccia a faccia.
Un solo Dio.
Natan affronta il re Davide.
Fiducia in Dio e suoi profeti.
Salmo sulla parola di Dio (v. 105: lampada e luce al nostro piede),
Ognuno deve prestare orecchio all’insegnamento di Dio.
Dio conosce e annuncia il futuro.
Valore etico del messaggio profetico.
Così dice il Signore.
La fatica di Geremia come profeta.
Ezechiele era un profeta sacerdote.
C’è un Dio che conosce i segreti.
Amos affronta i falsi sacerdoti di Israele.
Amos: un profeta che era agricoltore.
Dio non muta.
Pietro e Giovanni, apostoli che erano pescatori.
Non tradizione ma comandamento di Dio.
Gesù sceglie apostoli come testimoni (At 1:20,21).
L’apostolo Matteo era un ex esattore delle tasse.
Parola di Dio per i piccoli e non per gli intelligenti.
Le pietre grideranno.
Le Scritture (A.T.) parlano di me.
Spirito insegnerà tutto e ricorderà …
La tua parola (di Dio) è verità.
Non tutto quello che Gesù fece e disse fu scritto ma (Gv 21:25).
At 17:10,11
1Cor 1:22-25
1Cor 14:32
2Cor 3:14
1Tes 5:21
2Tm 3:16,17
Ef 2:20
Col 4:14
2Tm 3:16,17
2Pt 1:19-21
2Pt 3:2
2Pt 3:16
1Gv 1:1-4
Ap 1:3
Ap 18:20
Bereani lodati perché controllavano nelle Scritture.
Cristo crocifisso scandalo per Giudei e pazzia per i Greci
Spiriti dei profeti sottoposti ai profeti.
In Cristo il velo sul patto antico viene tolto.
Esaminate ogni cosa e ritenete il bene
Scritture utili per …
Apostoli e profeto come fondamento della chiesa cristiana.
Luca era un medico
Ogni scrittura è utile …
profeti hanno parlato da parte di Dio ispirati dallo Spirito.
Ricordatevi della parola dei profeti e degli apostoli.
Epistole di Paolo equiparate alle altre Scritture.
Apostoli hanno avuto contatto diretto/fisico con Gesù.
Beato chi legge.
Dio renderà giustizia alla parola e alla vita di apostoli e profeti.
Approfondimenti
10) Quando gli scrittori del Nuovo Testamento parlavano delle Scritture, a
cosa si riferivano? L’importanza dell’A.T.
Quando Gesù parlava delle Scritture si riferiva a quello che oggi chiamiamo
Antico Testamento (Giovanni 5:39). Lo stesso vale per gli Apostoli (2 Timoteo
3:16; 2 Pietro 3:16). A quel tempo, il Nuovo non era ancora stato scritto.
Quando cominciarono a scrivere le loro lettere e i loro libri, non sapevano
neppure di stare cominciando a comporre quello che oggi noi chiamiamo Nuovo
Testamento. Così anche loro, quando usavano il termine «Scrittura», pensavano
all’A.T.. Essi lo consideravano la loro Bibbia, la Bibbia di Gesù, degli Apostoli
e dei primi cristiani. Essi amavano le sue storie, il suo messaggio, le sue
profezie. Come cristiani, seguendo il loro esempio, non dovremmo pensare che
l’A.T. non ha valore per noi. Anche questo scritti sono scritti cristiani perché
vengono dallo stesso Dio che ha ispirato il Nuovo Testamento e al loro centro
c’è lo stesso Gesù. Non è perciò giustificabile la diffidenza di alcuni cristiani
verso l’A.T., quasi che fosse qualcosa che non li riguarda. È vero invece che,
venendo da un tempo e un mondo più antico e più diverso dal nostro, abbiamo a
volte più difficoltà a capirlo, ma questo è un ostacolo che si supera con lo studio.
Il primo scritto di quello che successivamente sarebbe diventato il Nuovo
Testamento, sembra essere la prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi scritta nel
51 d.C. La prima persona che cominciò a porre uno scritto neotestamentario allo
stesso livello delle Scritture antiche fu Pietro riferendosi a degli scritti di Paolo
(2Pt 3:15,16). Le lettere e i libri del N.T. furono in genere scritti per un gruppo
limitato di credenti, per una o più chiese di una certa zona. Le altre chiese
dovettero attendere del tempo prima di averne anch’esse una copia a
6:5
disposizione. Il processo che portò a raccogliere tutti questi scritti in un’unica
collezione riconosciuta universalmente prese almeno un paio di secoli.
11) Qual è la relazione tra la Bibbia e la tradizione?
La Chiesa Cattolica dà una grandissima importanza alla tradizione. Possiamo
certamente dire che molte credenze cattoliche sono fondate proprio su di essa.
Di cosa si tratta? Da dove viene? La Chiesa cattolica insegna che Gesù non
scrisse nulla e che il suo messaggio, all’inizio, fu trasmesso oralmente. Quando i
cristiani cominciarono a scrivere – i cattolici dicono - non scrissero tutto (Gv
20:30,31; 21:25). In questo modo, parte dell’insegnamento di Gesù sarebbe
rimasto in forma orale e ci sarebbe stato trasmesso attraverso la tradizione detta
appunto «orale». Questa tradizione sarebbe stata conservata dalla Chiesa
cattolica fino ai nostri tempi. Allo stesso modo si sarebbero conservati
insegnamenti degli apostoli. A ciò si deve aggiunge anche tutto quello che la
chiesa ha acquisito nel corso dei secoli avrebbe acquisito grazie alla guida dello
Spirito Santo.
In questo insegnamento ci sono cose giuste e cose sbagliate.
1. E’ vero che Gesù non scrisse nulla e che affidò ai suoi discepoli il compito di
darne testimonianza.
2. È anche vero che i suoi discepoli non scrissero tutto ciò che Gesù fece.
3. È però sbagliato pensare che non ci sia stato trasmesso tutto l’insegnamento di
Gesù. Giovanni scrive che non tutti i miracoli sono stati riportati, ma dice anche
che quello che racconta è sufficiente per credere e avere la vita eterna. Se solo il
suo scritto era già sufficiente, cosa dire quando pensiamo che abbiamo altri tre
Vangeli e molti altri scritti sull’insegnamento di Gesù? Certamente abbiamo
tutto ciò che ci serve anche senza alcuna tradizione orale.
4. È sbagliato basare la nostra fede su delle tradizioni orali perché possono
essere facilmente alterate.
5. Per essere certo che il suo insegnamento ci fosse trasmesso fedelmente, Gesù
non ne ha affidato la conservazione solo alle folle indistinte, ma ha scelto 12
testimoni oculari chiamati Apostoli (Mc 3:14; At 1:20,21). La loro
testimonianza ci è conservata nei libri che formano il Nuovo Testamento. Poco
tempo dopo la morte degli Apostoli, nella chiesa cominciarono a spargersi molte
storie e insegnamenti che non avevano nulla a che fare con la verità di Gesù e
degli stessi Apostoli. Per evitare che tali idee contaminassero la pura fede
cristiana, la Chiesa fece una cernita di tutti gli scritti che circolavano, scegliendo
quello che sicuramente provenivano dagli Apostoli e dai loro diretti discepoli. In
questo modo si sottomisero a una regola scritta: il Canone (= norma) del Nuovo
Testamento. Seguendo il loro esempio, noi rifiutiamo qualsiasi insegnamento
che contraddica gli scritti canonici.
Anche i Giudei credevano che Do aveva dato a Mosè molte leggi non incluse
nella legge scritta, e credevano che queste altre norme fossero state trasmesse
6:6
oralmente di generazione in generazione fino a giungere all’epoca di Gesù. In
realtà, queste norme non venivano affatto da Mosè ma erano il risultato di uno
sviluppo successivo delle loro credenze. Accadeva che molte volte questi
insegnamenti contraddicessero o alterassero ciò che si trovava nelle Scritture.
Gesù li rifiutò con decisione e insegnò a seguire le Scritture per sostenere e
predicare la volontà di Dio (Matteo 15:1-9). È molto meglio seguire l’esempio
di Gesù invece delle tradizioni umane.
Quanto alla guida dello Spirito Santo, dobbiamo notare che Gesù ha detto, non
che avrebbe insegnato cose diverse ma che avrebbe ricordato e aiutato a capire
ciò che Egli aveva già detto (Gv 14:17). Anche in ciò che può essere considerato
nuovo, lo Spirito non contraddice mai ciò che Egli stesso ha già dato mediante i
profeti e gli apostoli precedenti (1Cor 14:32; Mal 3:6).
12) Chi ha l’autorità di interpretare le Scritture?
La Chiesa Cattolica insegna che solo il Papa e i vescovi hanno l’autorità di
interpretare la Scrittura. I semplici credenti debbono sottomettersi al loro
insegnamento. In questo modo, la gerarchia assume un ruolo molto importante e
domina la fede di tutti i credenti. Questo non sembra però l’insegnamento
Biblico. Noi vediamo che le Scritture sono rivolte a tutto il popolo di Dio e non
solo ai suoi leader. Leggiamo anche che ogni membro della Chiesa è
personalmente responsabile per la sua fede e la sua vita (1Tes 5:21; At 17:10,11;
Pr 2:1ss).
Affermare la nostra responsabilità personale davanti alla Parola di Dio non significa
però che dobbiamo avere un atteggiamento individualistico. Gesù ha creato la Chiesa
in modo che ognuno potesse ricevere aiuto e darlo agli altri. La comunità cristiana è il
luogo in cui condividere lo studio e la comprensione della Parola di Dio, in modo
fraterno, umile e responsabile.
6:7
7. Dio è il Creatore potente e amorevole
Scopo: Mostrare l’importanza della dottrina della creazione anche per il nostro
tempo, e aiutare a comprendere il carattere filosofico e non scientifico della
teoria evoluzionistica.
Introduzione
Tutti i cristiani credono che Dio ha creato «i cieli e la terra» come dice Genesi
1:1. Non tutti credono però che Dio abbia creato un mondo buono e pacifico.
Molti credono che Dio ha creato la vita attraverso l’evoluzione. In questa
prospettiva, poiché l’evoluzione si sviluppa attraverso la violenza e la morte, a
ben pensarci Dio diventa responsabile di tutto il male che c’è nel mondo.
Possiamo accettare una tale comprensione? Possiamo armonizzare la Bibbia con
quello che dice l’evoluzionismo?
1) Per la Bibbia, da dove viene tutto?
Genesi 1:1. Dio ha fatto ogni cosa.
2) Dopo che Dio creò la terra, vi creò subito anche la vita?
Genesi 1:2. Ci sono diversi modo di comprendere i primi versi della Bibbia. La
possibilità migliore sembra essere che l’«inizio» di cui parla il v. 1 sia da
distinguere e non da identificare con la storia della creazione seguente. In questa
prospettiva, dopo avere creato l’universo e il pianeta terra, il nostro pianeta
sarebbe rimasto per un tempo imprecisato «informe e vuoto», senza vita. Questo
tempo potrebbe corrispondere approssimativamente all’età che gli astronomi
attribuiscono all’universo.
3) Quando Dio decise di preparare il nostro pianeta per crearvi la vita ed
essere la nostra casa, quanto tempo impiegò?
Genesi 1:31-2:2. In sei giorni la terra era pronta per accogliere l’uomo che fu
creato nel sesto giorno. (Vedi anche Esodo 20:11).
4) Che tipo di mondo era quello creato da Dio?
Genesi 1:4. Ogni cosa create da Dio era buona, completa, finita, e non aveva
bisogno di alcuna miglioria (Vedi Genesi 1:10,12,18,21,25). Non solo ogni
singola parte della creazione era «buona», corrispondeva ciò perfettamente al
progetto di Dio, ma l’insieme era «molto buono» (Gn 1:31). Questo significa
che proprio perché tutto era in armonia con Dio, ogni cosa era anche in armonia
con le altre parti della creazione. Una tale armonia è espressa dal fatto che
nessun essere vivente viveva a spese di un altro e che tutti erano vegetariani (Gn
1:29,30). Doveva essere veramente un mondo pacifico e straordinario, proprio
l’opposto di quello supposto e predicato dall’evoluzionismo.
7:1
5) La Bibbia come descrive il modo in cui Dio creò il mondo?
Genesi 1:1. I popoli antichi vedevano la creazione soprattutto come un
processo di lotta che avanzava attraverso un processo faticoso di guerra e di
morte. La visione biblica è completamente diversa: Dio non ha bisogno di lottare
perché tutto viene da Lui e nulla gli si oppone. Egli è totalmente sovrano e tutto
gli ubbidisce. Lui deve solo parlare, segno della sua volontà, perché la cosa
appaia. Per questo egli crea un modo di armonia, di pace e di vita.
6) Se Dio creò ogni cosa buona, come mai vediamo ovunque il male e la
corruzione?
Romani 8:20-23. Dopo la descrizione del mondo perfetto creato da Dio, la Bibbia
continua spiegando come quella perfezione sia stata corrotta dal male.
Genesi 3 dice che il peccato, cioè la sfiducia che porta alla ribellione e ad un
atteggiamento di indipendenza da Dio, provocò la corruzione di tutto. La
conseguenza finale del peccato è la morte (Gn 3:17-19; Rm 6:23). Il contrasto è
evidente: l’evoluzionismo dice che la violenza e la morte sono parte del mondo creato
da Dio, la Bibbia insegna l’opposto, che esse vengono dal peccato e che sono frutto di
una ribellione contro Dio. Non Dio ma il peccato è responsabile del male. Dio è un
creatore amorevole e noi abbiamo distrutto quello che lui ci aveva donato.
7) Che importanza ha tutto questo per la fede cristiana?
Il problema fondamentale non è tanto quello del possibile contrasto temporale
tra le due visioni (creazione in 7 giorni o in miliardi di anni). Anche se questo è
biblicamente importante, il problema fondamentale è che l’evoluzionismo
(anche quello teista) trasforma la persona e il carattere di Dio, il significato della
storia della salvezza, e il senso stesso della nostra speranza.
Bibbia
Dio crea con potenza assoluta e quindi
istantaneamente e senza fatica.
Dio crea un mondo immediatamente
perfetto perché totalmente
corrispondente al suo volere.
Il fatto che Dio sia capace di creare un
mondo perfetto ci dà speranza nel
futuro.
Dio non è responsabile del male, ma è
il nostro peccato che distrugge tutto.
7:2
Evoluzionismo teista
Dio crea dovendo tenere conto delle
leggi della natura, in un tempo
lunghissimo e con fatica.
Dio crea un mondo come attraverso
tentativi infelici e dolorosi. Il mondo
che crea non corrisponde dall’inizio al
suo volere.
Se Dio non è stato ancora capace di
creare un mondo perfetto, quale
certezza possiamo avere per il futuro?
Dio è responsabile del male presente
nella natura. Il peccato non esiste o
non è responsabile del disastro che
vediamo attorno a noi.
Gesù viene a salvarci, dal peccato e
dalle sue conseguenze, ricreando un
nuovo cielo e una nuova terra (Ap
21:1) simile a quello iniziale.
Gesù non può più essere visto come
colui che ci salva dal peccato, ma, al
massimo, come colui che porta avanti,
lo sforzo faticoso di Dio verso il
superamento dei limiti della
creazione.
Per riflettere: Oggi, tutta la nostra cultura è influenzata dall’evoluzionismo. In
che modo possiamo sostenere la nostra fede nel Dio Buono Creatore.
Testi biblici su Dio creatore
Gn 1:1
Gn 1:2
Gn 1:29-31
Gn 3
Gn 7:11
Es 20:11
Gb 12:7-9
Sal 19:1-6
Rm 1:20
Rm 8:18-24
Nel principio Dio creò il cielo e la terra.
Il tempo tra la creazione prima e l’ordinamento della terra.
Tutto era molto buono (vv. 4,10,12,18,21,25).
Il peccato corrompe il creato.
Diluvio dal cielo e dalle profondità della terra.
Dio crea in 6 giorni.
Tutti gli esseri viventi sanno che Dio ha fatto ogni cosa.
I cieli raccontano la Gloria di Dio.
La potenza di Dio è rivelata attraverso la creazione.
Speranza anche per la natura che soffre per nostro peccato.
Approfondimenti
8) I sei giorni della creazione possono essere compresi come un simbolo
delle lunghe ere richieste dall’evoluzionismo?
E’ vero che nella Bibbia, come probabilmente in tutte le culture, un giorno può
significare «una data situazione», «un’epoca». Ma ogni volta che la Bibbia
accompagna la parola «giorno» con un numerale significa sempre un giorno
letterale. La storia della creazione sottolinea questo fatto con l’espressione «fu
sera e fu mattina» (vv. 5,8 ecc). È un modo per dirci che lo scrittore intendeva
parare di giorni letterali.
9) Possiamo interpretare i giorni della creazione come se durassero 1000
anni, secondo quanto è detto in Pietro 3:8?
Questo testo dice: «Ma voi, carissimi, non dimenticate quest’unica cosa: per il
Signore un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno.» Si noti
come le due affermazioni «un giorno come mille anni» e «mille anni» come un
giorno si annullano l’un l’altro. È evidente che Pietro non vuole dire che «un
giorno vuol dire mille anni». Con lo stesso principio dovremmo dire che il
millennio di Apocalisse 20 dura solo un giorno, cosa che sarebbe assurda.
Quello che vuole dire è che «per il Signore», cioè per Dio che vive l’eternità, il
7:3
tempo che scorre assume un significato diverso da quello che gli diamo noi. Il
contesto parla dell’attesa paziente del ritorno di Gesù. Ai primi cristiani
sembrava che già troppo tempo fosse passato da quando questo evento
straordinario era stato promesso. Pietro invita a guardare le cose dal punto di
vista di Dio il quale ha propositi più ampi di quelli della nostra prospettiva
personale, e misura quindi il tempo con una scala diversa.
Allo stesso modo «sette anni» apparvero a Giacobbe come se fossero «solo
pochi giorni» a causa del suo amore per Rachele (Genesi 29:20), ma si trattava
tuttavia di sette anni veri e propri.
10) Un esempio di mitologia antica sulla creazione.
Dal mito mesopotamico della creazione Enuma Elish (Quando in alto)
«Intimiditi dai preparativi dì guerra fatti da Tiamat (la dea delle acque
salte) e dal suo nuovo sposo Apsu (Dio delle acue dolci), gli altri dei
accettano di rimettere il potere supremo a Marduk, figlio di Ea, se egli accetta
di affrontare Tiamat. In una campagna lampo Marduk vince e uccide
Tiamat, col cui corpo costituisce l’universo (quarta tavoletta, righe 128-140).
Ritornò verso Tiamat che aveva catturato; il Signore (Marduk) mise i piedi
sulla base di Tiamat e con la sua massa (la sua arma) inesorabile fracassò il
cranio; tagliò le arterie del suo sangue che lasciò trasportare dal vento del
nord in luoghi sconosciuti. Ciò vedendo i suoi padri furono pieni di gioia e di
giubilo; fecero portare, essi a lui, doni e regali. Calmatosi, il Signore esaminò
il suo cadavere; voleva dividere il mostro, formare qualcosa di ingegnoso; la
divise in due come un pesce a essiccare; ne dispose una metà come ciclo in
forma di soffitto; tese la pelle e insediò delle guardie, affidò loro la missione
di non lasciar uscire le sue acque.
Nella quinta tavoletta si narra come Marduk, dopo aver messo gli astri al
loro posto, prosegue nel dettaglio della sua opera formatrice,
disponendo per esempio delle montagne sulla testa (riga 53) e sulla
mammella (riga 57) dell’altra metà di Tiamat (riga 62) e facendo uscire
il Tigri e l’Eufrate dai suoi occhi (riga 5). Solo a partire dall’inizio della
sesta tavoletta viene narrato come e perché fu formata l’umanità:
Marduk, sentito ciò che dicevano gli dei, ha voglia di formare qualcosa
d’ingegnoso. Parla a Ea in questi termini e gli da come consiglio quanto ha
meditato nel suo cuore: «Voglio coagulare del sangue e far essere l’osso;
voglio erigere il lullu e che il suo nome sia "uomo"»;
voglio formare il lullu uomo; siano essi caricati del lavoro degli dei ed essi
[siano a riposo. Voglio cambiare l’organizzazione degli dei e farla con arte:
siano essi onorati insieme, ma siano divisi in due» Rispondendogli, Ea gli parla
in questi termini, quanto al riposo degli dei, ne modifica il piano: «Mi sia
consegnato uno dei loro fratelli; sia egli abbattuto e siano formati degli
7:4
uomini; si radunino qui gli dei grandi, il colpevole sia consegnato ed essi
siano confermati!»
Marduk, radunati gli dei grandi, comanda con bontà, dà delle istruzioni; gli
dei sono attenti a lui, a quanto esce dalla sua bocca.
II re parla agli Anunnaku in questi termini: «La vostra precedente affermazione
sia vera! Ditemi delle parole vere: chi è colui che ha causato il combattimento,
ha fatto rivoltare Tiamat e ha organizzato la battaglia? Mi sia consegnato
colui che ha causato il combattimento; gli farò portare il suo castigo; voi restate
a riposo». Gli Igigu, gli dei grandi, gli risposero, a lui, Lugaldimmerankia, il
consigliere degli dei, loro signore: «È stato Kingu a causare il combattimento,
Ha fatto rivoltare Tiamat e ha organizzato la battaglia!»
Catturatolo, stettero in presenza di Ea; gli imposero il suo castigo e gli
tagliarono il sangue; col suo sangue egli formò l’umanità; impose (ad essa) il
lavoro degli dei e liberò gli dei. Dopo che Ea la saggia ebbe formato
l’umanità, ebbe imposto ad essa il lavoro degli dei — Quest’opera è al di
sopra di ogni comprensione; fu grazie all’ingegnosità di Marduk che
Nudimmud formò! —
Marduk, il re degli dei, ripartì Gli Anunnaku, tutti, in alto e in basso.»
11) Attualmente molte chiese cristiane accettano l’idea che Dio abbia creato
attraverso l’evoluzione. Perché lo fanno?
Nessuno può rispondere per gli altri. Possiamo però avanzare due ipotesi
generali. 1) Siamo gli eredi dell’illuminismo, la filosofia che si diffuse in Europa
alla fine del XVIII secolo. I loro sostenitori insegnavano che non la fede ma la
ragione dovesse essere il solo mezzo per comprendere la realtà attraverso la
sperimentazione. Il positivismo, figlio dell’illuminismo, pone l’enfasi sul
tangibile, su ciò che si può vedere e toccare, come unica realtà possibile, e
sull’esperimento come unica via per conoscerne la natura. In questa prospettiva,
poiché non si può provare l’ispirazione della Bibbia o l’esistenza di Dio con
esperimenti scientifici, la Bibbia perse la sua autorità e la creazione fu relegata
al rango di un mito. 2) Nel passato, alcuni cristiani abusarono della Bibbia per
condannare la scienza, come avvenne con la condanna di Gaileo Galilei che
diceva che la terra ruotava attorno al sole e non viceversa come si pensava a
quel tempo. Ora, visto che la scienza ha dato prova di essere un buon metodo
per investigare la natura, molti abbandonano la Bibbia per seguire ciò che si
ammanta di scientificità, anche se si tratta di una teoria come l’evoluzionismo
che non è affatto una teoria veramente scientifica.
11) Gli Avventisti del 7° giorno rifiutano la scienza in nome della loro fede?
No! Rispettiamo e pratichiamo i metodi scientifici. Semplicemente non crediamo
che l’evoluzione sia un fatto scientifico, neppure secondo i criteri stabiliti dalla
stessa scienza. Ad esempio, l’evoluzionismo dice che la vita cominciò dalla
materia inorganica mentre ogni dato scientifico dice che la vita viene solo da un
7:5
essere vivente. L’evoluzionismo cerca di appoggiarci su dati oggettivi ma
interpretandoli alla luce di presupposti non scientifici e traendone spesso
deduzioni che i dati non profano affatto. La scienza ha per compito di studiare la
realtà, non di elaborare teorie sulla sua origine che in quanto poste in un tempo
lontano non possono mai essere oggetto di sperimentazione. Sia dire che il
mondo è stato creato da Dio, sia dire che il mondo viene dal caso, sono
affermazioni non scientifiche ma di fede. Oggi il problema si esprime attraverso
l’accettazione o il rifiuto dell’intelligent design, il «progetto intelligente», cioè
l’idea che dall’osservazione della natura si dedurrebbe la presenza di una realtà
che non può essere spiegata sulla base del caso ma di una intelligenza che
starebbe all’origine della natura. Scientificamente non si tratta di affermare la
verità del racconto biblico, ma di questo fatto minimo che può onorare, non una
religione ma l’osservazione obiettiva dei credenti, dei filosofi e degli scienziati.
Ognuno darà poi una identità specifica, se lo vorrà, a questa Intelligenza, anche
sulla base delle sue convinzioni religiose.
12) Gli Avventisti del 7° Giorno credono che tutti gli esseri viventi esistenti
attualmente siano stati creati tali e quali da Dio?
No, non abbiamo alcun motivo per credere questo. È infatti evidente che molti
animali o piante sono il risultato dell’alterazione di altri viventi vissuti
precedentemente o anche in contemporanea. Non potremmo neppure dire che molti
esseri viventi così come sono attualmente, siano così «buoni» come Dio li aveva
creati. Crediamo che alterazioni e diversificazioni siano fatti evidenti anche se entro i
limiti imposti dalla creazione che parla di «tipi», un termine da non usare certamente
in senso scientifico moderno. Questo significa comunque che un pesce non potrà mai
diventare un rettile, né un felce un pino. Gli esseri viventi sono realtà molto
complesse che vivono dell’armonia delle loro parti fondamentali. Perché un pesce
diventi un rettile, ha bisogno di una infinità di trasformazioni coordinate che
richiederebbero - anche se per assurdo questo fosse possibile - , secondo gli stessi
evoluzionisti, un tempo lunghissimo di milioni di anni. Nel frattempo non sarebbe né
un pesce né un rettile e non potrebbe sopravvivere né nelle acque né sulla terra ferma.
Gli Avventisti accettano, in altri termini, quella che viene chiamata microevoluzione,
abbondantemente provata, ma non la macroevoluzione che manca di qualsiasi
dimostrazione.
Quello che sappiamo dalla Bibbia e dalla natura ci permette di credere, in
termini generali, non nell’evoluzione, che significa progresso, ma in una
«involuzione», che significa «degradazione».
13) Come possiamo spiegare l’esistenza di miliardi di fossili? Non provano
l’esistenza dell’evoluzione?
I fossili sono una realtà e non ignoriamo la loro esistenza. Quello che neghiamo
è l’interpretazione che ne danno gli evoluzionisti. Due fatti debbono essere
considerati:
7:6
1) Gli evoluzionisti suppongono che, per la formazione delle rocce sedimentarie
dove si trovano i fossili, siano stati necessari miliardi di anni. In questo modo si
proverebbe, che la vita, contrariamente alla cronologia breve che ci dà la
Bibbia, esista da miliardi di anni. Per raggiungere queste conclusioni
suppongono che il processo di formazione delle rocce si sia sviluppato nel
passato alla stessa velocità di come si sviluppa attualmente nel presente in
condizioni di normalità (uniformismo). Contro questa teoria, notiamo che molti
elementi visibili nelle rocce sedimentarie suppongo l’esplosione improvvisa di
straordinarie energie e di fattori che hanno agito nel passato e che raramente o
con molta meno intensità si verificano nel presente. Questa seconda visione è
detta «catastrofismo». Quasi tutte le rocce sedimentarie, spesso alte diversi
chilometri, si formano in acqua, il ché presuppone una immensa quantità di
acqua. Noi crediamo che il diluvio biblico e gli eventi ad esso collegati (eruzioni
vulcaniche, sconvolgimenti della crosta terrestre ecc), ci offrano la migliore
spiegazione da dove sia venuta l’energia e l’acqua necessaria (Genesi 7:11). In
questa prospettiva, pochi anni basterebbero a spiegare la formazione di molti
strati geologici.
2) Gli evoluzionisti affermano che i fossili sono diversi nei diversi strati
rocciosi, più semplici in quelli inferiori e più antichi, più complessi, diversificati
ed evoluti man mano che si sale negli strati superiori. Questo proverebbe che i
fossili più in alto discendono da quelli più i baso attraverso un processo di
evoluzione durato milioni di anni. La realtà è però molto diversa. I fossili
provano che la vita apparve improvvisamente fin dall’inizio, con una
abbondanza straordinaria di esemplari e specie. Molti dei gruppi principali di
esseri viventi attuali sono presenti fin dall’inizio, contraddicendo così la
principale ipotisi evoluzionista. Dobbiamo tuttavia ammettere che tra uno strato
e l’altro ci sono delle differenze, ma possono essere spiegate in modo diverso.
Mentre gli evoluzionisti suppongono che le differenze siano la prova di tempi
diversi in cui questi esseri vissero, noi crediamo che siano segno dei diversi
ecosistemi in cui avevano trovato posto.
Nella prospettiva del diluvio, è evidente che i primi ad essere seppelliti siano
stati gli esseri marini non dotati di mobilità come i molluschi, poi i pesci. Un
fatto simile dovrebbe essere accaduto sulla terra ferma. Si deve notare che, come
ammettono anche gli evoluzionisti, a quel tempo il clima sulla terra era
abbastanza uniforme, e i vari tipi di animali trovavano il loro ecosistema ideale
non in base alla latitudine come avviene oggi, ma sulla base dell’altitudine. Man
mano che l’acqua saliva, le diverse specie erano trascinate e sepolte. Questo
modello può ben accordarsi con la successione dei fossili nei diversi strati.
7:7
8. Dio è innocente delle nostre sofferenze
(il peccato)
Scopo: Spiegare il significato del peccato. Comprendere come il male possa
nascere da una creazione perfetta e preparare la comprensione della salvezza e
della nostra fiducia in Gesù.
Introduzione
Troppe sofferenze, troppo disordine, troppa ingiustizia. Quante volte siamo
tentati di dire: «Perché, se Dio esiste, permette tutto questo?» Ma prima di
rimproverare Dio dovremmo chiederci: «Perché tutto questo? Siamo sicuri che
sia responsabilità di Dio?»
1) Che tipo di mondo era quello creato da Dio? Genesi 1:31.
La Bibbia afferma che Dio ha creato ogni cosa buona. C’era armonia, pace e vita
abbondante per tutte le sue creature. Come abbiamo già visto, questa pace era
così completa che a nessuno era consentito di mangiare un essere vivente se non
le piante (Gn 1:29,30).
Per comprendere perché la situazione sia cambiata, dobbiamo considerare
l’insegnamento dato in Genesi 2. Qui leggiamo che Dio aveva piantato un
giardino meraviglioso in Eden, con ogni sorta di alberi il cui frutto era buono da
mangiare (vv. 8,9). Al centro del giardino c’erano però due alberi speciali,
quello della vita e quello della conoscenza del bene e del male (v. 9).
Facciamoci alcune domande?
2) L’uomo poteva mangiare dell’albero della vita? Si! (Genesi 2:16,17)
Cosa significa l’albero della vita?
1. Un «albero della vita» rappresenta evidentemente la vita. Ci insegna che la
nostra vita viene da Dio, che il suo desiderio è che noi viviamo. L’albero è lì
perché il suo frutto sia liberamente mangiato.
2. Ci insegna anche che la vita non è qualcosa che possediamo naturalmente
(non siamo immortali per natura): l’albero della vita è fuori, non dentro di noi.
Tuttavia possiamo riceverla perché Dio ce la da. Un buon esempio per
comprendere il significato dell’albero della vita è in Apocalisse 22:1,2 dove
leggiamo che quest’albero, nel futuro regno di Dio, ha le sue radici nel fiume
dell’acqua della vita che sgorga dal trono di Dio e dell’Agnello (Gesù): la vita
viene da Dio.
8:1
3) Quale albero era invece vietato? Perché? Genesi 2:17.
Cosa significa quest’albero?
Comprendere il significato di questo secondo albero è più difficile. Sia che lo si
comprenda come un albero fisico o come una parabola letteraria, esso deve
rappresentare comunque qualcosa che Dio vuole riservare a se stesso. Di
conseguenza, mangiarne significa disubbidire a Dio, non fidarci di lui, arrogarsi
un diritto che non ci compete. Significa, in ultima analisi, peccare, e questo è il
motivo per cui questa storia è considerata la storia del peccato originale, nel
senso che fu il primo peccato, ma anche nel senso che questo peccato aprì la
porta a tutti gli altri peccati, ne fu la causa e ne rappresenta il modello (ogni
peccato, tranne quello fatto per ignoranza, significa non fidarsi di Dio e pensare
che siamo più saggi di lui).
Per comprendere meglio, dobbiamo sapere che ai tempi biblici l’idea di
«conoscenza» non si riferiva, come accade oggigiorno, soltanto ad una
conoscenza teorica come quella che acquisiamo leggendo un libro o guardando
la televisione. Nella Bibbia, «conoscere» significa non solo sapere qualcosa
riguardo alla realtà in oggetto ma soprattutto stabilire una relazione di unità con
essa. Per un uomo e una donna, conoscersi significa diventare uno (Gn 4:1).
Conoscere Dio significa amarlo e fare la sua volontà (Ger 22:15,16; 24:7). La
conoscenza di Dio e di Gesù è la fonte della vita eterna (Gv 17:3), non nel senso
che sappiamo che Gesù esiste (se così fosse, Satana sarebbe il primo ad essere
salvato visto che conosce Dio certamente meglio di chiunque altro - Gc 2:19),
ma nel senso che viviamo in Dio e in Gesù e che essi vivono in noi (Gl 2:20; Gv
15:4-5).
In questa prospettiva, mangiare del frutto della conoscenza del bene e del male,
significa molto di più che mangiare un «frutto». Significa anche molto di più che
conoscere ciò che è bene e male. Significa fondamentalmente diventare uno con
questa conoscenza, identificarci con la capacità di sapere ciò che è bene e è
male. Significa volere condurre la nostra vita non secondo l’insegnamento di
Dio ma secondo le nostre proprie idee e valori. Come il serpente dirà poco dopo
(Gn 3:5), significa pretendere di essere come Dio. Questo spiega perché Dio
desiderava riservare a se stesso questo albero, perché solo Dio, il Creatore, può
conoscere la vera differenza tra il bene e il male, e noi dovremmo imparare da
lui, e fare la sua volontà.
Per riflettere: In che modo possiamo pretendere di mangiare il frutto della
conoscenza del bene e del male?
4) La storia continua con la storia della tentazione ad opera del serpente.
Come possiamo capire la realtà di questa figura?
Nel mondo antico il serpente era considerato, o come fonte di vita (si rinnova
ogni anno cambiando pelle) e/o di paura e morte per il suo veleno e il suo modo
8:2
infido di accostarsi. Non a caso la Bibbia ce lo presenta come tentatore che
promette la vita eterna e nello stesso tempo ci procura invece la morte. Da cosa
viene questa vicinanza tra il linguaggio biblico e quello del mondo pagano? Si
può comprendere in due direzioni completamente opposte: o i pagani hanno
conservato (deturpandolo nel tempo) il ricordo di un vero serpente attraverso il
quale la tentazione fu fatta, o è lo scrittore biblico che usa l’immagine del
serpente proprio perché si trattava di una figura già piena di significato al suo
tempo. Qualunque sia la realtà, la Bibbia spiega chiaramente che dietro il
serpente (che sia un vero rettile reale o un simbolo letterario) si celava la figura
del Serpente per eccellenza, quella di Satana (Ap 12:9).
5) Qual è la natura della tentazione? (Genesi 3:1-5)
Notiamo tre elementi:
1. Messa in discussione di Dio. Satana cerca di creare dubbi sull’amore di Dio,
descrivendolo come un bugiardo egoista geloso del suo potere sulle sue creature
che vuole tenere sottomesse negando loro le loro vere potenzialità (Perché
altrimenti direbbe loro che senza ubbidirgli morirebbero?).
2. Autonomia dell’uomo sul piano della vita. Satana cerca di convincere
l’uomo che può vivere senza Dio perché è li stesso immortale.
3. Autonomia dell’uomo sul piano del come vivere. Satana cerca di
convincere l’uomo che non ha bisogno di Dio per sapere come condurre la sua
vita perché è lui stesso capace di conoscere il bene e il male.
In sintesi, il peccato originale, è una decisione di indipendenza da Dio, sia sul
piano della nostra natura, della possibilità di vivere (piano ontologico), sia del
modo di vivere (piano etico). È non accettare la differenza tra il Creatore e la
creatura.
6) Accettando il suggerimento di Satana, i nostri progenitori presero la loro
decisione di vivere indipendentemente da Dio. Le conseguenze furono ben
diverse da quelle che sognavano. Possiamo descriverle come una serie di
fratture che distruggono l’armonia originale. Una volta infranta la loro
relazione con Dio, ne consegue la corruzione di tutte le altre.
1. È infranta la loro armonia interiore (Gn 3:7). Adamo ed Eva erano nudi
già prima del peccato ma senza vivere questo fatto naturale con vergogna (Gn
2:25). Suggeriamo che la loro vergogna dopo il peccato sia segno di una
disarmonia interiore, dell’incapacità di accettare se stessi per quello che erano e
che erano diventati. Per risolvere il loro problema, invece di tornare umilmente
a Dio, cercarono di coprirsi con delle foglie di fico, segno delle nostre soluzioni
inappropriate a risolvere veramente il problema del peccato.
2. È rotta la loro relazione con Dio (Gn 3:9-10)
Dopo il peccato, invece di rallegrasi per la loro presunta divinità ponendosi
davanti a Dio su un piano di uguale dignità, ebbero invece paura di lui e si
8:3
nascosero quando andò a cercarli. L’amore (che è anche fiducia) toglie via la
paura (1Gv 4:18): una volta distrutto il loro amore per Dio non rimane che la
paura.
3. È rotta l’armonia uomo-donna (Gn 3:12). Per Adamo, Eva non è più ora
«ossa delle mie ossa e carne della mia carne» come prima del peccato (Gn 2:23).
Diviene invece qualcuno da cui prendere le distanze: «È per colpa sua che ho
sbagliato».
4. La violenza entra nelle relazioni umane (Gn 3:16). Invece di essere
compagni con lo stesso valore e la stessa dignità, il più forte avrebbe dominato il
più debole.
5. È rotta l’armonia tra l’uomo e la natura (Gn 3:17,18). Anche prima del
peccato l’uomo doveva lavorare (Gn 2:15) ma era un lavoro gioioso,
l’espressione della loro Signoria sulla natura (Gn 1:28). Dopo il peccato, invece,
la natura diventa una nemica da soggiogare con fatica.
6. La morte entra nel mondo (Gn 3:19). Satana aveva annunciato che non
sarebbero morti. Avrebbero invece scoperto che al di fuori di Dio non c’è alcuna
possibilità di vita: o l’albero della conoscenza o l’albero della vita; o la
comunione con il Dio della vita o l’assenza di vita.
7) In questa tragica situazione, quale speranza diede Dio?
1. Promise che un giorno sarebbe venuto un Salvatore. Egli avrebbe distrutto
il serpente (Gn 3:15). Questa profezia sarà compita da Gesù come detto in
Apocalisse 12.
2. Copre la nudità umana, simbolo del loro peccato, provvedendo loro un
abito migliore della loro cintura di foglie di fico (Gn 3:21). Le foglie di fico non
sono né efficaci né comode. Rappresentano l’inadeguatezza degli sforzi umani a
risolvere il problema del peccato, tutti i nostri sforzi sono inutili per questo.
Abbiamo bisogno di qualcosa di meglio rappresentato dalle due tuniche che Dio
offre loro. Anche se non è detto, capiamo che per queste tuniche debbono essere
stati sacrificati degli esseri viventi. In tal modo viene introdotta per la prima
volta la nozione del sacrificio di un essere innocente per la salvezza dell’umanità
colpevole. Veniamo introdotti alla visione di Gesù, l’agnello di Dio che dà la
sua vita per togliere i peccati del mondo e darci salvezza (Gv 1:29). Alla luce
della rivelazione neotestamentaria, le cinture di foglie rappresentano la salvezza
(presunta) ricercata attraverso le opere, le tuniche di pelle la salvezza per fede
nella grazia di Dio (Rm 3:27).
8) L’apostolo Giovanni come sintetizza la natura del peccato?
1 Giovanni 3:4: «Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato
è la violazione della legge.» In altre parole, il peccato è non fidarsi di Dio e
trasgredire la sua volontà.
8:4
9) L’apostolo Paolo come sintetizza l’argomento di questo studio?
Romani 6:23: «perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la
vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.»
10) Perché Dio ha permesso il sorgere e la manifestazione del male? Non
poteva impedirlo?
1 Giovanni 4:8; Galati 5:13,14. Questi due testi ci dicono che Dio è amore e
che ci chiama alla libertà. Si tratta di due concetti equivalenti. Se Dio è amore,
allora ci ha creato per amore ma l’amore chiede una risposta d’amore. L’amore
non si può costringere: o è libero o è solo finzione. Per amore Dio ci ha creati
liberi dandoci la possibilità di scegliere se accettarlo respingerlo, di scegliere tra
il bene e il male. Non avrebbe potuto fare altrimenti senza rinnegare il suo stesso
essere. Questo ha permesso anche la storia del peccato e del male, e della
sofferenza che ne consegue. Noi possiamo non capire tutti i dettagli di questa
storia, ma sappiamo che Dio vi cammina con noi, rallegrandosi e soffrendo con
noi, fino al punto da diventare uomo lui stesso e patire la nostra morte (Filip 2:58). La croce di Cristo è la risposta di Dio alla storia del dolore dell’uomo, perché
egli stesso lo condivide con noi, lo prende su di sé e ci offre la libertà e la vita
(Eb 2:14,15). Sta ora a noi, come dice Paolo, usare la libertà per fare il bene e
non il male.
Per riflettere: 1. Conoscendo le tragiche conseguenze del peccato, che
posizione dovremmo assumere di fronte alla legge di Dio? 2. Come possiamo
valutare l’atteggiamento di Dio che, offeso e respinto, continua comunque ad
amarci e a lavorare per la nostra salvezza? 3. Possiamo essere anche noi tentati
di dare a Dio la colpa della sofferenza? Come possiamo superarla e vincerla?
Testi biblici
Gn 2:9,15-17
Gn 2:15
Gn 2.23
Gn 2:25
Gn 3
Gn 4:1
Es 20:5,6
Gb 1:9
Sal 51:5
Ger 22:15,16
Ger 24:7
Is 11:7
Is 14:12-15
Is 54:56
8:5
Albero della vita e della conoscenza del bene e del male.
Lavoro prima del peccato.
Unità della coppia prima del peccato.
Erano nudi e non ne avevano vergogna.
Tentazione, peccato originale, conseguenze.
Adamo conobbe Eva che concepì.
Dio visita il peccato dei padri sui figli (D7 5:9,10).
Satana accusa Giobbe.
davide concepito nel peccato.
Conoscere Dio è essere giusti.
Conoscere Dio significa convertirsi a lui.
Tutta la nuova creazione sarà piena della conoscenza di Dio.
Come sei caduto dal cielo, Lucifero … (Cf 13:1).
Donna-popolo di Dio. Ez 16; 2 Cor 11:2; Ef 5:25-28; Ap 18:7; 21:2
Ez 18:20
Ez 28:1-19
Zac 3:1
Mt 2:16-18
Mt 19:14
Lc 1:38
Lc 8:27-33
Lc 10:18
Gv 1:29
Gv 8:44
Gv 10:18
Gv 12:31,32
Gv 17:3
Rm 3:27
Rm 6:23
Rm 8:19-23
Gl 5:13,14
Gl 2:20
Gl 4:4
Filip 2:5-8
Eb 2:14,15
1Gv 3:4
1Gv 4:8
1Gv 4:18
Ap 12:4,9
Ap 12:9
Ap 12:10
Ap 13:1-4
Ap 20:10; 21:8
Ap 22:1,2
L’anima che pecca è quella che morrà.
Eri un cherubino in Eden
Satana accusa sommo sacerdote Giosuè.
Erode cerca di mettere a morte Gesù.
regno di Dio è de piccoli fanciulli.
Maria serva di Dio, non signora.
Indemoniato di Cerasa.
Vedevo Satana cadere dal cielo. (Vittoria su Satana grazie alla
croce – Speranza dell’Uomo, pp. 679, 758).
Gesù è l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.
Satana omicida/bugiardo. Seguaci sua progenie. At 13:10; 1Gv 3:10.
Nessuno obbliga Gesù a morire. Mt 26:53.
Giudizio di questo mondo e cacciata del suo principe.
Salvezza è conosce Dio e Gesù.
Non per opere ma per fede.
salario del peccato è la morte.
Tutti peccatori in Adamo.
Non usate la libertà per seguire la carne.
Non più io vivo ma Cristo in me. Gv 15:45.
Figlio di Dio si fa figlio di una donna.
Gesù si annulla per amore nostro.
Gesù diventa carne per distruggere signore della morte.
Peccato è trasgressione della legge.
Dio è amore.
Amore toglie via paura.
Satana trascina con sé un terzo degli angeli.
Il serpente antico che è chiamato Diavolo e Satana.
Satana è l’accusatore, vinto, dei fratelli.
La bestia con sette teste e dieci corna.
Poteri empi distrutti.
Fiume ed albero della vita nella nuova Gerusalemme.
Approfondimenti
11) Dio disse all’uomo che «nel giorno» in cui avesse mangiato il frutto
proibito sarebbe morto (Gn 2:17). Perché dunque non morì subito?
Quello che Dio intendeva dire era che se l’uomo avesse spezzato il legame vitale
con il Creatore, avrebbe automaticamente perso il suo legame con la vita.
Sarebbe stato come un albero tagliato che continua ancora a produrre per
qualche tempo foglie, fiori e anche qualche frutto sfruttando la linfa vitale già
ricevuta, ma che è destinato inesorabilmente alla morte totale.
8:6
12) Genesi 3:15 dice che il Salvatore futuro avrebbe «schiacciato» la testa
del serpente (Satana), mentre il serpente avrebbe «ferito» il suo calcagno.
Cosa significa?
Poiché i serpenti non possono reggersi in alto, attaccano generalmente le loro
vittime di una certa stazza nelle parti inferiori delle gambe. Nel nostro caso però
l’enfasi è posto sulla volontà del Salvatore di schiacciare la testa del serpente
anche se questo lo espone ad essere morso. Satana voleva mettere a morte il
Salvatore, ma questo non è una sua vittima passiva (Gv 10:18; Mt 26:53). Le
due azioni sono contemporanee. Gesù sconfigge il serpente facendosi mordere,
Satana è sconfitto proprio dalla stessa violenza che attua contro il Salvatore.
Quando Gesù si incarnò, già alla sua nascita, Satana cercò di ucciderlo
attraverso il re Erode (Mt 2:16-18) ma non vi riuscì. Ebbe invece successo
quando Gesù, già adulto, fu inchiodato alla croce per mano dei soldati di Roma.
Satana avrebbe potuto considerarsi vittorioso, ma non comprese che mettendo a
morte Gesù, innocente di ogni peccato, avrebbe smascherato se stesso come
sommamente ingiusto, mentre Gesù aveva accettato la morte con la
mansuetudine dell’agnello di Dio profetizzato dagli antichi profeti e dai rituali
del santuario diventando strumento per il perdono dei peccati del suo popolo e
della loro salvezza (Eb 2:14).
13) Chi è Satana?
La Bibbia lo descrive come un potente angelo caduto che condusse con se nella
perdizione una gran parte degli angeli (Ap 12:4,9. «Stelle» è qui un simbolo per
gli angeli), a che sta lavorando anche per la perdizione dell’umanità (Gn 3:1ss).
Gesù lo chiama «omicida» e «padre della menzogna» (Gv 8:44), con ovvio
riferimento alla storia del peccato originale nella quale è presentato come colui
che si oppone, mentendo, alla parola di Dio causando la morte dell’uomo.
Nell’A.T. appare come l’accusatore degli uomini davanti a Dio. Accusa Giobbe
di servire Dio solo per convenienza (Gb 1:9) e cerca di fare condannare il
sommo sacerdote Giosué a causa del suo stato di peccato (Zac 3:1): che ironia
che proprio colui che spinge gli uomini a peccare li accusi poi di essere
peccatori! Possiamo capire questo atteggiamento pensando che accusando
l’uomo Satana cerca di accusare lo stesso Creatore dell’uomo, come per
convincere Dio stesso e l’uomo di una presunta ingiustizia di fondo della
creazione stessa, dell’impossibilità per l’uomo di amare e sottomettersi a un Dio
impossibile. Per questo atteggiamento, il Nuovo Testamento lo qualifica come
«l’accusatore dei nostri fratelli» (Ap 12:10). Per questo motivo è chiamato
«satana», che vuol dire «accusatore», «avversario». Anche se questa definizione
lo avvicina alla figura del pubblico ministero in un tribunale legale, è da
respingere l’idea che questa funzione gli sia assegnata da Dio. Satana è sempre
descritto come avversario di Dio stesso, non come un suo collaboratore.
Il vangelo ci dice che mentre Satana prometteva libertà da Dio (Gn 3:5)
desiderava soltanto diventare il loro padrone (Lc 8:27-33). L’Apocalisse lo
8:7
descrive come un dragone, la fonte spirituale di tutti i poteri che combattono
contro Dio (Ap 13:1-4). Alla fine, però, sarà distrutto con tutti i suoi seguaci
nello «stagno di fuoco che è la morte seconda» (Ap 20:10; 21:8).
Come ha potuto un angelo di Dio diventare un avversario malvagio? La Bibbia
non lo spiega in modo chiaro e diretto. Abbiamo solo due testi dell’A.T. che
possono darci una qualche luce a riguardo. Sono testi non direttamente collegati
a Satana ma al re di Babilonia (Is 13:1; 14:12-14) e alla ricca città di Tiro (Ez
28:1-19). Tuttavia, la descrizione di questi due poteri è tale da spingere molti
studiosi a vedervi una esemplificazione umana di quello che è stato Satana
stesso. Se questo è vero, Satana era un angelo meraviglioso, il capo degli angeli,
con una gloria tale da farlo chiamare «Lucifero», cioè «portatore di luce».
Perfetto quando Dio lo aveva creato, pervertì se stesso non accontentandosi
della gloria datagli da Dio e desiderando porsi al di sopra della gloria di Dio. Lo
stesso orgoglio cercò di installare nel cuore dell’uomo («Sarete come Dio», Gn
3:3). All’opposto, Gesù, che era come Dio, rinunciò alla sua gloria e si fece
uomo per salvare l’umanità dal potere di Satana (Filip 2:5-8). Sta a noi decidere
se vogliamo seguire l’orgoglioso Satana o l’umile Gesù.
14) Chi sono la donna e il suo seme che distruggerà il serpente? Genesi
3:15.
1. In Genesi 3:15 la donna di cui si parla è Eva, la stessa persona che Satana
aveva appena spinto a peccare. Satana aveva avuto la meglio su di lei, ma la sua
vittoria non sarebbe durata per sempre. Nel cuore di Eva, l’amore e la verità di
Dio non sarebbero mai totalmente scomparsi, e Stana non sarebbe mai stato il
loro padrone assoluto. In Eva e nell’umanità, che da lei sarebbe venuta, ci
sarebbe sempre stata una lotta tra il bene e il male e una qualche forma di
resistenza a Satana sarebbe stata mantenuta. Un giorno, dal seme della donna,
dalla sua progenie, sarebbe venuto un liberatore e salvatore. Tutti i cristiani
concordano nel credere che il seme spirituale ultimo della donna sia Cristo, il
figlio di Dio fattosi figlio di donna (Gl 4:4), colui che vinse Satana portando
salvezza ai figli di Dio (Ap 12:1-15).
2. In una prospettiva biblica più ampia, la donna rappresenta anche il popolo di
Dio che nasce da Eva. Sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, il popolo di
Dio è rappresentato molte volte da una donna che Dio ama come sua fidanzata o
moglie (Is 54:5,6; Ez 16; 2 Cor 11:2; Ef 5:25-28; Ap 18:7; 21:2). Se il seme
della donna rappresenta il popolo di Dio, il seme del serpente rappresenta coloro
che ubbidiscono a Satana (Gv 8:44; At 13:10; 1 Gv 3:10).
3. Molti Cattolici credono che Maria sia la donna da cui viene Gesù e le
attribuiscono la gloria che Apocalisse 12:1 attribuisce alla donna da cui nasce
Gesù, una donna «rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e una corona di
dodici stelle sul capo.» Senza negare il valore di Maria come serva di Dio (Lc
1:38) e madre umana del Figlio di Dio incarnato, dobbiamo affermare che il
8:8
simbolismo di Apocalisse 12 non si applica a una singola persona e non può
riferirsi a Maria. Invitiamo a leggere nello studio sulla chiese del Rimanente i
motivi per rifiutare questa interpretazione.
15) la storia del peccato originale e il mito di Ghilgamesh
Il mito di Ghilgamesh racconta la storia di un antico re della città mesopotamica di Uruk,
vicina alla Ur dalla quale proveniva il patriarca Abramo (Gn 11:28,31). Gli ebrei
conoscevano certamente questo mito che era diffusissimo. La storia dice che
Ghilgamesh desiderava scoprire il segreto della vita eterna. Egli sapeva di un uomo,
Utnapishtim, che gli dèi avevano salvato dal diluvio mandato per distruggere gli altri
uomini che li infastidivano con il loro baccano. Sapeva anche che gli dèi gli avevano
donato l’immortalità. Pensò allora che avrebbe potuto aiutarlo e si mise alla sua ricerca.
Nel suo lungo e avventuroso viaggio, Ghilgamesh trova vari personaggi che gli
ricordano l’inevitabilità del destino di morte assegnato a tutti gli esseri umani: «Quello
che tu cerchi non lo troverai mai, perché quando gli dèi crearono l’uomo, assegnarono a
lui la morte e tennero la vita eterna solo per se stessi.»
Utnapstin fu alla fine trovato su una isola sperduta in mezzo all’oceano, lontano da tutti
gli altri uomini ma, con disperazione di Ghilgamesh, egli non aveva nessuna formula
magica da rivelargli o nessuna sostanza magica da donargli: viveva solo perché quello
era stato il volere degli dèi. Tuttavia, vedendo il dolore di Ghilgamesh, gli rivelò un
segreto: in fondo al mare esisteva una pianta, l’albero della vita, che gli dèi avevano
piantato laggiù perché nessuno potesse scoprirla e usarla. A questo punto, a rischio della
propria vita, Ghilgamesh si tuff nelle acque profonde e riesce a strappare un ramoscello
dell’albero della vita per donarlo all’umanità. Felice ritorna verso casa ma si ferma,
accaldato e stanco, accanto a un laghetto, sulla riva del quale depone le vesti e il
ramoscello tuffandosi poi nell’acqua per rinfrescarsi. Mentre è nell’acqua, viene un
serpente, prende il ramoscello e se ne nutre acquistando la capacità di rinnovare ogni
anno la sua pelle e la sua vita mentre Ghilgamesh, tornato a riva, scopre di essere stato
derubato del suo sogno di immortalità. Gli dèi avevano vinto e l’uomo doveva morire
per sempre.
Le somiglianze con la storia biblica sono numerose ed evidenti. Abbiamo l’albero della
vita, il serpente, il problema della vita e della morte, il diluvio, ed anche la persona di
Utnapistin che corrisponde al biblico Noè. Come spiegare queste somiglianze è oggetto
di dibattito. Molto probabilmente, i popoli mesopotamici avevano conservato qualcosa
del ricordo originale della storia mischiandola ai loro concetti corrotti su Dio e sulla
storia umana. È importante comunque notare le differenze sostanziali:
Mito
Gli uomini muoiono per volere degli
dèi.
L’albero della via è in fondo
8:9
Bibbia
Gli uomini muoiono perché
abbandonano Dio.
Dio pone l’albero della vita al centro
all’oceano, nascosto all’uomo.
Il serpente è uno strumento degli dèi
egoisti.
Il diluvio venne per sostenere
l’egoismo degli dèi.
del giardino e lo offre all’uomo perché
ne mangi.
Il serpente è il nemico del Dio
generoso.
Il diluvio venne come giudizio su
un’umanità violenta e corrotta.
Considerando questi fatti, possiamo immaginare come se Mosè stesse parlando
agli uomini del suo tempo: «Non pensate che il vero Dio sia egoista e crudele
come i vostri falsi dèi. Egli non vi ha creati per vivere come servi destinati alla
morte, ma come figli destinati alla vita. Egli è un padre amorevole e generoso
che desidera solo il vostro bene e la vostra gioia. Quello che chiede e solo che
siate onesti e buoni verso lui e verso gli altri.»
16) La storia del peccato originale deve essere compresa letteralmente o
simbolicamente?
Tutte le scritture siano ispirate da Dio (2 Tm 3:16) e ci dicano la verità. Di
conseguenza, crediamo che anche la storia del peccato originale sia vera e che si
riferisca ad un’esperienza realmente avvenuta: c’è stato un tempo in cui Dio creò
un mondo armonioso e una coppia umana perfettamente santa alla quale diede la
vita e la libertà. Tristemente essi ascoltarono però la voce di un tentatore e
rifiutarono Dio quale datore della loro vita e come guida del loro vivere. A causa
di questa distacco da Dio, la corruzione, la disarmonia e la morte riempirono il
nostro mondo condannando tutta la creazione alla sofferenza con la speranza
però che, grazie a un Salvatore, il male sarebbe stato un giorno vinto e l’Eden
perso restaurato. Questo è il messaggio fondamentale della storia biblica e
questo noi riceviamo come storicamente e spiritualmente vero.
Significa però questo che anche alcuni dettagli della storia, come il serpente o
gli alberi debbano essere intesi letteralmente? Opinioni diverse esistono anche
all’interno della Chiesa Avventista. Molti credono nella letteralità di ogni
dettaglio della storia anche se accettano che abbiano un valore simbolico. Ad
esempio, essi credono che l’albero della vita sia stato un albero vero che
rappresentava però il dono della vita da parte di Dio; il serpente sarebbe un
animale vero di cui però si è servito Satana per ingannare Eva. Altri considerano
invece questi elementi come delle figure letterarie usate per rappresentare una
realtà storica. L’estensore di queste note propende per questa seconda ipotesi.
Egli è incoraggiato a pensare in questo modo dallo stesso linguaggio usato a
proposito del serpente (era più intelligente degli altri animali e parlava) e grazie
all’interpretazione del testo che viene data in Apocalisse: il serpente è Satana
(Ap 12:9), e l’albero della vita rappresenta la vita che viene da Dio e
dall’Agnello, Gesù (Ap 22:1,2). Tuttavia, una volta compreso il significato
8:10
spirituale dell’insegnamento dato, crediamo che ognuno possa sentirsi a suo agio
con la comprensione che considera più credibile.
17) Ellen G. White è molto stimata nella Chiesa Avventista. Nei suoi scritti
lei interpreta la storia biblica sulla base di uno stretto letteralismo. Come
possiamo comprendere questo fatto?
Il suo desiderio non è quello di discutere la forma della storia ma di affermare il
valore storico e spirituale del suo messaggio. Per fare questo rimane sul piano
del linguaggio biblico sviluppandone il significato con una terminologia simile.
Di conseguenza, possiamo applicare al suo linguaggio gli stessi principi che
applichiamo per comprendere la storia biblica. Quando, alla fine, consideriamo
alla sostanza finale del suo messaggio, comprendiamo che abbiamo una stessa
comprensione.
18) Nella Chiesa cattolica si crede che il peccato originale di Adamo ed Eva
sia stato ereditato dai loro discendenti e che per questo nessuno può essere
salvato, neppure i neonati, se non sono prima battezzati e purificati da esso.
Come possiamo considerare questo fatto alla luce dell’insegnamento
biblico?
È evidente che nessuno di noi vive isolatamente dal resto dell’umanità e che quello che
ognuno fa influenza anche gli altri. Quando Adamo ed Eva peccarono, il mondo intero
che Dio aveva affidato loro si ritrovò al di fuori del controllo pieno del Creatore. Una
conseguenza fu che l’umanità tutta e tutta la natura sono entrati sotto il giogo della
corruzione (Rm 8:19-23).
Davide dice che - è questo è vero per tutti noi – è stato concepito nel peccato (Sal 51:5).
Questo non significa che siamo responsabili del peccato dei nostri genitori. Dio lo nega
chiaramente tramite il profeta Ezechiele: «La persona che pecca è quella che morirà,
il figlio non pagherà per l’iniquità del padre, e il padre non pagherà per l’iniquità
del figlio; la giustizia del giusto sarà sul giusto, l’empietà dell’empio sarà
sull’empio» (Ez 18:20). Di conseguenza, i bambini non hanno bisogno di essere
battezzati per essere purificati per i peccati dei genitori, soprattutto non significa che Dio
non li possa salvare per questo motivo. Quello che ereditiamo non è il peccato, ma una
natura debole e un ambiente ostile che porta noi stessi a peccare con più facilità. Una
donna infetta da AIDS può generare un figlio infetto. Egli non è responsabile degli errori
della madre, ma ne soffrirà comunque. Un ragazzo nato in una famiglia immorale non è
responsabile del male fatto dai genitori ma la situazione in vive lo influenzerà
negativamente più facilmente di come avverrebbe se fosse nato in una famiglia di gente
per bene. Non ereditiamo il peccato ma una maggiore predisposizione verso di esso e ne
saremo responsabile solo quando lo faremo nostro imitando il cattivo comportamento
dei genitori. Per questo motivo, in un modo antico di esprimersi, Dio invita il suo popolo
a osservare i suoi comandamenti, perché egli è «un Dio geloso; punisco [il testo
originale dice, «visito»] l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta
generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima
8:11
generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti» (Es
20:5,6; Dt 5:9,10). Significa che se facciamo qualcosa di sbagliato, molto probabilmente
i nostri figli potrebbero subirne direttamente delle conseguenze negative o che, qualora
essi imitino, com’è probabile, il nostro cattivo esempio, quando Dio li visiterà e scoprirà
il male fatto, dovrà punire anche loro. Dio sarebbe invece felice di poterli benedire, ma è
anche nostra responsabilità, con la nostra fedeltà, creare le condizioni perché questo
possa avvenire con più facilità (Dt 7:9,10, un evidente parallelo del testo che stiamo
discutendo, potrebbe aiutare a capire che il messaggio di Dio non è tanto sul fatto che
egli punisce i figli, quanto quello che la sua punizione è limitata nel tempo).
Per sostenere l’idea del peccato originale trasmesso a tutta l’umanità, l’ultimo
catechismo della Chiesa Cattolica (Ed. 1992, par. 402) cita Romani 5:12 dove si legge:
«Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per
mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché
tutti hanno peccato...». Tuttavia, questo testo può significare semplicemente, non
che portiamo in noi il peccato di Adamo (cosa che il testo non dice), ma che
siamo peccatori a causa delle condizioni che il peccato di Adamo ha creato.
Paolo continua infatti dicendo che «come per la disubbidienza di un solo uomo i
molti sono stati resi peccatori, così anche per l’ubbidienza di uno solo, i molti
saranno costituiti giusti» (v. 19). Possiamo dedurre che come la salvezza donata
da Gesù non passa automaticamente su tutti gli uomini ma solo su coloro che lo
accettano, così il peccato di Adamo non passa automaticamente su tutti ma solo
su coloro che lo fanno proprio. Non esiste un automatismo. Il peccato e la
salvezza, anche se in condizioni disuguali, implicano una libera scelta
dell’uomo. Questo non è però il caso dei piccoli non ancora dotati della facoltà
della scelta morale.
In ogni caso, l’amore di Dio non lo porterebbe mai a decidere il destino di un bambino
sulla base della decisione di altra gente o su un rito amministrato o meno da persone cui
il bambino non è in grado di chiedere o di rifiutare nulla. Gesù dice che il regno di Dio è
dei piccoli fanciulli (Mt 19:14). Il Vangelo è scritto per coloro che possono ascoltarlo e
comprenderlo, per noi adulti. Ma ci dice anche che Dio è amore e giustizia. Se il regno
di Dio è per i piccoli fanciulli, possiamo essere certi che Dio farà tutto il possibile perché
essi siano salvati, non in virtù di un rito, ma in virtù del Suo amore.
19) Ellen G. White dice che i bambini saranno salvati o perduti in
solidarietà con i loro genitori. È vero?
Quello che lei dice è questo: «Non appena i piccoli bambini risorgono immortali
dai loro letti di polvere, immediatamente trovano la loro via verso le braccia
della loro mamma. Si incontrano di nuovo per non lasciarsi mai più. Ma molti
piccoli non hanno la mamma lì. Invano cerchiamo di sentire il canto estasiato di
trionfo della mamma. Gli angeli ricevono i bimbi senza madre e li conducono
all’albero della vita.» Selected Messages, vol. 2, p. 260.
«Non possiamo dire nulla sul problema se i bimbi di genitori non credenti
saranno salvati, perché Dio non ci ha fatto conoscere il suo piano su questa
8:12
questione, e noi facciamo meglio a lasciare le cose dove Dio le ha lasciate, e
considerare invece quegli argomenti che ci ha resi comprensibili nella sua
Parola.» Selected Messages, vol 3, pp. 313-315.
Come si vede, Ellen White afferma in positivo la grazia di Dio sui bambini dei
credenti, ma si rifiuta di dire il contrario per i bambini dei non credenti. Lo
stesso facciamo noi e lasciamo all’amore e alla saggezza di Dio di risolvere il
problema, con la fiducia che lui salverà ogni anima che possa essere salvata.
8:13
9. Dio promette un Salvatore
Scopo: Comprendere l’amore di Dio che, abbandonato, non abbandona la sua
creatura. Capire come Gesù sia il Salvatore promesso fin dai tempi antichi.
Introduzione
Dopo il peccato, Dio avrebbe potuto abbandonare l’uomo ribelle al suo destino
di morte ma non lo fece perché lo amava e continuò a preoccuparsi per lui.
Doveva essere severo come severo è il peccato, ma Dio aprì per loro la porta
della speranza promettendo un Salvatore. Qui vedremo alcune profezie
messianiche nell’ordine cronologico in cui sono state fatte.
1) Dio quando fece la prima promessa?
Genesi 3:15. Appena dopo il peccato, mentre la prima coppia era ancora
nell’Eden, Dio promise loro la venuta di un Salvatore che avrebbe sofferto la
morte a causa di Satana che, proprio grazie a questa morte, sarebbe stato
sconfitto. Questo accadde con Gesù quando fu messo a morte sulla croce
diventando così il salvatore del mondo.
2) Quando Dio chiamò Abramo a seguirlo perché diventasse il primo padre
del Suo popolo, quale promessa gli fece Dio riguardo alla sua progenie?
Genesi 12:1-3: «In te saranno benedette tutte le nazioni della terra.» Il
Salvatore sarebbe venuto dal popolo di Abramo, Israele.
3) Abramo ebbe un figlio, Isacco, e Isacco Giacobbe, da cui vennero le 12
tribù d’Israele. Da quale tribù sarebbe venuto il Salvatore?
Genesi 49:10: «Lo scettro non sarà rimosso da Giuda, né sarà allontanato il
bastone del comando dai suoi piedi, finché venga colui al quale esso appartiene
e a cui ubbidiranno i popoli.» Quella di Giuda sarebbe stata la tribù regale fino a
quando una persona misteriosa sarebbe venuta con il diritto di governare il mondo
intero. Costui è chiamato Shiloh, o «Colui che ha il diritto.» Vale la pena notare che
Israele perse definitivamente la sua indipendenza quando Gesù venne e divenne il re
spirituale dei giudei e di tutta l’umanità (Gv 18:33-38). Egli verrà ancora una seconda
volta come il glorioso Re dei re e Signore dei Signori (Ap 19:16).
4) Tra le molte famiglie di Giuda, da quale sarebbe giunta la salvezza?
Isaia 11:1: Dalla casa di Iesse, padre del re Davide. Che il testo stia parlando
del Salvatore è chiaro grazie al fatto che i versi seguenti descrivono la nuova
creazione fatta da Dio (vv. 2-9) grazie a questa persona di cui si parla. Gesù era
conosciuto come il «Figlio di Davide» (Mt 1:1; 9:27; 21:9).
9:1
5) Il Messia sarebbe venuto per dare la sua vita per i peccati del suo popolo.
Isaia 53:5.
Isaia 53 merita uno studio più approfondito e sarà considerato in dettaglio nel
prossimo studio.
6) Il Profeta Daniele ci dice che il Messia sarebbe venuto verso la fine di un
periodo di tempo di 70 settimane simboliche, o di 490 anni letterali.
Questo periodo comincia con il decreto regale di restaurare Gerusalemme nel
457 a.C. (Daniele 9:24,25ss). La parte finale della profezia comincia nel 27 d.C.,
quando Gesù fu battezzato e, come aveva preannunciato il profeta, si manifesta
come il Messia atteso e comincia il suo ministero (Lc 3:23). Gesù aveva allora
circa 30 anni perché c’è un errore nel nostro calendario e Gesù nacque verso
l’anno 4 a.C. Anche questa profezia merita di essere studiata più
approfonditamente e lo sarà in un altro studio (Il Messia che viene, Daniele 9).
8) Un lungo tempo era passato dalla prima promessa, ma quando il tempo
fu maturo – nella pienezza del tempo – Gesù venne. (Galati 4:4). In Lui
abbiamo ora il nostro salvatore e in Lui ci rallegriamo.
Testi biblici
Gv 18:33-38
Gl 4:4
Ap 19:16
Io sono re, ma non di questo mondo.
Quando giunse la pienezza del tempo Gesù venne.
Il Re dei re e Signore dei signori.
Gn 3:15
Gn 12:1-3
Gn 49:10
Is 9:5
Is 11:1
Is 42:1-7
Is 52:13-53:12
Ger 23:5-6
Dn 9:24-27
Zac 11:12,13
Zac 12:10
Sal 22:16
Sal 110:1
Mic 5:1
Mal 3:1
Profezie messianiche
La progenie della donna schiaccerà il capo del serpente.
In te (tua progenie) saranno benedette nazioni della terra.
Le scettro rimarrà in giuda fino a colui che ne ha diritto.
Un fanciullo è nato … Dio potente, Padre eterno, principe della pace.
Dalla radice di Iesse, padre del re Davide (Mt 1:1; 9:27; 21:9).
Il servo dell’Eterno insegnerà la giustizia (Mt 18:18; Lc 4:18).
Il servo dell’Eterno dà la sua vita per il suo popolo. (1Pt 2:21-25).
Farò sorgere a Davide un re giusto, «l’Eterno nostra giustizia».
Il tempo e l’opera del messia. (Lc 3:23: Gesù battezzato a 30 anni)
Il pastore d’Israele pagato trenta sicli (Mt 26:15; 27:7-10).
Essi guarderanno a me, a colui che hanno trafitto.
M’hanno forato le mani e i piedi.
Siedi alla mia destra fino a quando (At 2:34).
Da te Betlemme sorgerà il liberatore.
Dio manda Giovanni e subito dopo l’Angelo del patto (Gesù).
Altre
Sal 2:7
Tu sei il mio figliuolo, oggi ti ho generato (Eb 5:5).
9:2
Sal 16:10
Sal 22:1,16
Sal 68:18
Is 7:14
Non abbandonerai l’anima mia nella morte (At 2:25-34).
Perché mi hai abbandonato … forato mani e piedi (Mt 27:46).
salito in alto hai portato prigioni (Ef 4:8).
La vergine partorirà e porrà nome Emmanuele. (Mt 1:23).
Approfondimenti
9) Tra le molte profezie messianiche è possibile che alcune, originariamente,
si riferiscano ad altre realtà diverse da Gesù?
Tutte le profezie citate nel corso dello studio sono sicuramente riferite ad una
realtà messianica futura e trovano il loro compimento in Cristo. Lo stesso è vero
anche per altre profezie riportate nella lista di testi biblici. È però anche vero che
alcuni testi normalmente considerati messianici, potrebbero avere acquistato
questo senso successivamente, guardando ad esse con gli occhi di chi ha già
conosciuto Cristo. Potrebbero essersi verificati due casi:
1. Alcuni testi potrebbero essere semplicemente espressione di una realtà che
riguarda lo scrittore o il popolo del suo tempo, ma che, per il linguaggio che
usano, sembrano portare ad altro, ad una realtà superiore, ad una salvezza che va
oltre la situazione specifica e aprono le porte sulla visione di una salvezza
superiore e globale. Il Nuovo Testamento coglie allora questo secondo aspetto e
lo applica a Gesù. Un esempio può essere dato dal testo di Isaia 7:14 «Perciò il
Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un
figlio, e lo chiamerà Emmanuele.» Il contesto chiarisce che questo figlio deve
essere un segno per il popolo incredulo del tempo del profeta e che si sarebbe
realizzato entro pochi anni. La «giovane» che partorisce viene dal termine
ebraico ‘almah che significa «giovane donna» e che in quanto tale può anche
essere vergine prima di sposarsi (il termine ebraico specifico per vergine è
bethulah). Nel contesto di Isaia si riferisce evidentemente ad una giovane donna
che partorisce un figlio in modo del tutto normale. Matteo 1:23 cita questo testo
usando il termine parthenos, che vuol dire vergine e che si trova nella traduzione
greca dei LXX: «“La vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà
posto nome Emmanuele”, che tradotto vuol dire: “Dio con noi”», e lo applica a
Maria e Gesù. Perché lo fa? Probabilmente vede nel bambino preannunciato da
Isaia il segno della volontà di salvezza di Dio per il suo popolo, e questo lo porta
a vedere in lui una anticipazione di quel bambino ancora più grande che sarebbe
diventato segno della salvezza finale del popolo. In questo modo una profezia
vera ma non messianica, viene usata come immagine del Messia futuro. La
nascita verginale di Gesù ha comunque valore indipendentemente dal rapporto
con il testo di Isaia. Non è il testo di Isaia che prova che Gesù sia nato da una
vergine ma il fatto che Gesù sia nato, di fatto, da una vergine (Mt 1:18,20; Lc
1:34,35), e che sia nato per dare salvezza al suo popolo, permette a Matteo di
9:3
accostare la nascita di Gesù alla profezia di Isaia. Al di là delle evidenti
differenze, i due contesti hanno delle indubbie somiglianze.
2. Il Nuovo Testamento vede tutto l’A.T., nel suo insieme, come testimonianza e
preparazione del Messia (Gv 5:39). I suoi scrittori, soprattutto Matteo, tendono
perciò a usare l’A.T. come una grande profezia su Gesù e lo citano come tale
ogni volta che la corrispondenza tra il linguaggio del testo e la realtà della vita di
Gesù lo consente. Si tratta comunque di un procedimento usato molto
sobriamente e senza mai cambiare la realtà che rimane valida anche al di là del
riferimento veterotestamentario. Un esempio di questo modo di procedere si può
trovare in Matteo 2:14,15 «Egli dunque si alzò, prese di notte il bambino e sua
madre, e si ritirò in Egitto. Là rimase fino alla morte di Erode, affinché si
adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta: “Fuori
d’Egitto chiamai mio figlio”». Il testo citato è quello di Osea 11:1 «Quando
Israele era fanciullo, io lo amai e chiamai mio figlio fuori d’Egitto.» Si vede
chiaramente che il testo di Osea non è una profezia messianica e se Matteo lo
usa in rapporto a Cristo è solo sulla base della corrispondenza del linguaggio
con una situazione. È come se dicesse: «Accadde a Gesù quello che era accaduto
anche a Israele. Entrambi furono costretti a rifugiarsi in Egitto per sfuggire alla
morte, ma Dio si prese cura di entrambi portandoli poi alla loro vera terra.» Si
potrebbe pensare ad una lettura tipologica dell’A.T.: Israele diventa tipo,
simbolo del Messia.
9:4
10. Gesù nostro Salvatore
Scopo: Comprendere l’importanza e l’unicità di Gesù come nostro salvatore.
Introduzione
Quando consideriamo la nostra vita e le condizioni del mondo, dobbiamo
onestamente ammettere che c’è qualcosa di sbagliato. La vita non è quella che
dovrebbe essere. Possiamo rallegrarci per molte cose buone, ma c’è anche
ingiustizia, sofferenza, lotta, malattia, morte. Ci sentiamo chiamati ad una vita
migliore ma non sappiamo come ottenerla. È come se fossimo stati trascinati
lontano da casa e non sapessimo come ritornarvi. La Bibbia descrive questa
nostra condizione come un «essere perduti» (Ez 34:16; Mt 15:24; 18:11; Lc
15:4,9,24; 19:10). Per questo abbiamo bisogno di qualcuno che ci riporti a casa.
La Bibbia chiama questo processo «salvezza» e colui che la attua «Salvatore».
1) Da cosa dobbiamo essere salvati? (Romani 6:23) Noi siamo peccatori, cioè
persone che hanno disubbidito al Padre, hanno lasciato la sua casa, e si sono
ritrovate immersi nella sofferenza e nella morte, conseguenza ultima del peccato.
La salvezza deve quindi fondamentalmente portarci fuori da questo stato di
peccato che è alienazione e morte.
2) Perché Gesù è il nostro salvatore? (1 Pietro 2:24) Perché ha preso su di sé
il nostro peccato dandoci il perdono, ed ha dato la sua vita per riconciliarci con
Dio, riportarci a casa.
3) Perché Gesù è il nostro solo salvatore? (Ebrei 2:14-18; 4:14-16) Questi
testi ci dicono che eravamo schiavi di qualcuno (Satana) e di qualcosa (la paura
e il peccato). Con il suo gesto di amore, Gesù ci dà testimonianza dell’amore di
Dio, sconfigge Satana e consente il perdono dei nostri peccati. Gesù può fare
tutto questo perché lui stesso non è stato sconfitto dal peccato.
4) Perché Gesù è il nostro solo mediatore? Almeno per due motivi. 1) Per la
sua natura: lui solo è, allo stesso, tempo, umano e divino, e lui solo può quindi
unire l’umanità alla divinità (1 Tm 2:5). 2) Per la sua santità: lui solo è senza
peccato e può offrire la sua vita al posto nostro (Eb 4:14-16).
5) Quando fu grande il sacrificio di Gesù per noi? (Filippesi 2:5-8) Gesù è il
Figlio di Dio, il Creatore e il Re dell’universo intero (Col 1:13-20). È stato
questo Essere supremo che si ridusse «a nulla» diventando un uomo e morendo
per noi sulla croce, la morte più vergognosa e infamante che gli uomini avessero
inventata.
10:1
Per riflettere: Considerando quello che Gesù ha fatto per noi, quanto e in che
modo possiamo apprezzarlo e amarlo?
6) Per salvarci, Gesù abbassò, umiliò se se stesso. Di conseguenza, come
dovremmo rispondere al suo amore e alla sua umiltà? (Filip 2:9-11)
Dobbiamo riconoscerlo come nostro Signore e dovremmo inchinarci con umiltà
e riconoscenza davanti a Lui. (Non dobbiamo fare questo per nessun altro essere
vivente, neppure per gli angeli: Ap 19:10; At 10:25,26.)
7) C’è qualcun altro, oltre a Gesù, che possa salvarci? (Atti 4:12) No, egli è
l’unico.
8) Possiamo conquistarci la salvezza grazie alle nostre buone opere?
(Romani 3:23,24) No, nessuno può salvare se stesso. La salvezza è un dono, è
per grazia di Dio e nessuno può pagarla in alcun mezzo.
Per riflettere: Possiamo pensare di pagare il sacrificio di Gesù in qualche
modo? Se lo pretendessimo non ne svaluteremmo il significato? Cosa possiamo
invece fare?
9. Chi può essere salvato? Che cosa dobbiamo fare per essere salvati?
Ognuno può essere salvato credendo in Gesù (Giovanni 3:16,36), con tutto il
nostro cuore confessando, cioè testimoniando, della nostra fede davanti agli altri
(Romani 10:9-11).
NOTA: Nel prossimo studio approfondiremo il significato del sacrificio di
Gesù.
Testi biblici
Gn 3:15
Is 53
Mt 24:13
Mc 16:16
Lc 15
Gv 3:16,36
Gv 14:6
At 4:12
At 10:25,26
At 10:43
Rm 3:23,24
Rm 6:23
10:2
Un discendente della donna distruggerà Satana (Ap 12:1-11).
Il Messia sofferente.
Chi persevera fino alla fina sarà salvato.
Chi crede ed è battezzato sarà salvato.
Perduti e salvati (Ez 34:16; Mt 15:24; 18:11; Lc 15:4,9,24; 19:10).
Chi crede nel Figlio ha la vita eterna.
Gesù è la via, la verità, la vita.
In nessun altro nome (oltre quello di Gesù) è la salvezza.
Inginocchiarsi solo davanti a Dio e Gesù (Ap 19:10).
Profeti annunciano la salvezza in Gesù.
Salvezza è dono gratuito in Cristo.
Salario del peccato è la morte.
Rm 10:9-11
1Cor 3:11
Gal 1:7-8
Col 1:21-23
Filip 2:5-8
Filip 2:9-11
1Tm 2:5
Eb 2:14-18
Eb 4:14-16
1Pt 2:24
1Gv 5:11,12
10:3
Confessare Gesù per essere salvati.
Gesù è il solo fondamento.
Rifiuta ogni altro vangelo.
Grazie a Dio in cui solo dobbiamo riporre la fede.
Immensità del sacrificio di Gesù.
Ogni ginocchio si pieghi e confessi che Gesù è il Signore.
Gesù solo mediatore.
Gesù incarnato e morto libera da schiavitù di peccato e di Satana.
Grazie a Gesù senza peccato abbiamo accesso fiducioso al Padre.
Gesù ha preso su di sé il nostro peccato sulla croce.
Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio non ha la vita.
11. Isaia 53: Il vangelo dell’A.T.
Scopo: Comprendere una delle più grandi e belle profezie dell’A.T. per
accrescere la nostra fiducia in Dio e comprendere meglio il senso eterno del suo
amore e il significato della morte di Gesù.
Introduzione
Sappiamo già tante cose importanti su Gesù come nostro Salvatore ma possiamo
scoprire molto altro ancora. Come abbiamo già studiato, Dio promise un
Salvatore fin dal primo momento in cui divenne necessario: subito dopo il primo
peccato dell’umanità (Gn 3:14,15). Successivamente questa promessa fu meglio
specificata e rinforzata. Uno dei momenti più alti dell’attesa messianica è quello
del profeta Isaia. La sua descrizione della salvezza offerta da Dio attraverso
Gesù è così profonda e chiara, che un lettore attento potrebbe chiedersi se invece
di un profeta non fosse stato direttamente uno dei discepoli del Signore, un
testimone oculare dei fatti. È infatti come se Isaia avesse visto con i suoi occhi
quello che successe a Gesù, e noi sappiamo che così è stato anche se gli occhi
non erano quelli fisici ma quelli spirituali illuminati dallo Spirito Santo. Isaia
ricevette una rivelazione profetica speciale da parte di Dio che conosce ogni
cosa prima ancora che accada (Is 42:9; 46:10). In questo studio considereremo il
cap. 53 del libro di questo profeta. È bene che ci avviciniamo a questo testo con
rispetto, in un atteggiamento di meditazione, per imparare cose nuove sull’amore
di Dio e per riporre in lui la nostra speranza. Qui seguiremo il testo della Nuova
Riveduta, ma qualsiasi versione può andare bene. È solo utile considerare che
trattandosi di un testo poetico, alcune traduzioni potrebbero rendere alcune
espressioni in un modo diverso.
Il capitolo 53 è, in realtà, la continuazione di una rivelazione già cominciata al
cap. 52. In questo capitolo si annuncia la salvezza che Dio offre al suo popolo, è
una salvezza che comincia con la liberazione da Babilonia (vv. 1-12), ma non si
ferma lì, va oltre verso la salvezza attraverso il Servo dell’Eterno, il Messia
Gesù (vv. 13-15). Di questo Servo, si sottolinea l’estrema umiliazione e insieme
l’immensa gloria. Si tratta di realtà apparentemente inconciliabili e proprio
questo desterà lo stupore delle genti, la loro meraviglia. Così dice il v. 15:
conclude: «i re chiuderanno la bocca davanti a lui, poiché vedranno quello che
non era loro mai stato narrato, apprenderanno quello che non avevano udito.» Il
profeta annuncia dunque la straordinarietà del suo messaggio, quasi
l’impossibilità di afferarlo e comprenderlo, come qualcosa che supera le
aspettative della ragione umana. Questo ci deve spingere ad un atteggiamento
umile e pronto alla meraviglia. L’apostolo Paolo così descriveva quello che Dio
ha fatto per noi in Cristo Gesù: « Le cose che occhio non vide, e che orecchio
11:1
non udì, e che mai salirono nel cuore dell'uomo, sono quelle che Dio ha
preparate per coloro che lo amano. A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello
Spirito» (1 Cor 2:9-10). Con questo in cuore possiamo ora affrontare il testo di
Isaia 53.
1) Come è introdotto il Salvatore? (Vv. 1-3)
«1 Chi ha creduto a quello che abbiamo annunziato? A chi è stato rivelato il
braccio del SIGNORE? 2 Egli è cresciuto davanti a lui come una pianticella,
come una radice che esce da un arido suolo; non aveva forma né bellezza da
attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci. 3 Disprezzato e
abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a
colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non
ne facemmo stima alcuna.»
NOTE:
V. 1. Attraverso due domande retoriche, il profeta chiarisce che quello che ha
già detto (vedi i versi 13-15 del capitolo precedente, dove questo brano
messianico comincia) e quello che sta per dire sul modo in cui Dio ha scelto di
salvare il suo popolo, è totalmente diverso da quello che l’umanità avrebbe
potuto immaginare e sperare. Il progetto di Do è così sorprendente da diventare
incredibile. Dobbiamo quindi rinunciare ad ogni nostra razionalità e concezione
per accogliere di cuore l’offerta di Dio.
V. 2a. Il Salvatore non ha vita facile fin dal suo primo apparire. Non c’è nulla in
questo mondo che ne favorisca l’ascesa e il successo. Il mondo è per lui come un
deserto ostile alla vita, e tuttavia egli accetta di venire tra di noi. Possiamo
pensare al tentativo di Erode di sopprimerlo appena nato (Mt 1:16-18) ma anche
all’ostilità complessiva del suo stesso popolo e del mondo (Gv 1:5,10-11).
V. 2b: Il Salvatore non cerca di conquistare il mondo con la sua appariscenza,
con la gloria umana troppo spesso inquinata dalla superficialità e dalla violenza.
Il Vangelo è sostanza che fa appello al cuore e forza d’amore capace di
trasformarlo.
V. 3: Il mondo non è capace di accogliere un tale Salvatore, lo rifiuta e questo lo
fa soffrire. Il testo può fare riferimento anche all’aspetto di Gesù durante la
crocifissione, quando ogni gloria, umana e divina, era totalmente assente e gli
uomini guardavano a lui con sgomento (i suoi discepoli) o con disprezzo (Lc
23:35-37). Come avremmo reagito noi di fronte alla croce di Gesù? Come
reagiamo ora?
2) In che modo incredibile, il Salvatore ci offrirà la sua salvezza? (Vv. 4-6)
«4 Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori
quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e
umiliato! 5 Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a
11:2
causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e
grazie alle sue ferite noi siamo stati guariti. 6 Noi tutti eravamo smarriti come
pecore, ognuno di noi seguiva la propria via; ma il SIGNORE ha fatto ricadere
su di lui l’iniquità di noi tutti.»
NOTE:
a) Pensiamo a come Gesù fu torturato e ucciso. Possiamo vedere la croce in
questi versi?
b) Nel passato, ma spesso anche ora, si pensava che un ricco benestante e felice,
una persona sana e di successo, fosse tale perché giusta e quindi benedetta da
Dio. Al contrario, qualcuno che soffrisse era considerato maledetto perché
peccatore (Gv 9:2; Gb 8). Così, il Messia, a causa delle sue sofferenze era
considerato rigettato e punito da Dio. Invece, dice il profeta, se egli soffre è per
colpa dei nostri peccati, non dei suoi.
c) Il vangelo è questo: noi meritiamo la morte a causa del nostro peccato, ma il
Messia offre la sua vita al posto della nostra. 1 Pietro 3:18: «Anche Cristo ha
sofferto una volta per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio.»
3) Che atteggiamento ebbe il Salvatore nella sua sofferenza? (V. 7)
«7 Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l’agnello condotto
al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la
bocca.»
NOTE: Gesù non fu costretto da nessuno. Il suo fu un sacrificio liberamente e
amorevolmente vissuto. Per questo non protestò (Confronta con Gv 10:18; Mt
11:29; 26:52-54; 27:12-14).
4) Quale sorte avrebbe dovuto subire il Messia dopo la sua morte? Cosa
accadde invece? (Vv . 8-9).
«8 Dopo l’arresto e la condanna fu tolto di mezzo; e tra quelli della sua
generazione chi rifletté che egli era strappato dalla terra dei viventi e colpito a
causa dei peccati del mio popolo? 9 Gli avevano assegnato la sepoltura fra gli
empi, ma nella sua morte, egli è stato con il ricco, perché non aveva commesso
violenze né c’era stato inganno nella sua bocca.»
NOTE: Questi versi preannunciano la morte ingiusta del Messia. La
crocifissione era una pena che i Romani riservavano agli schiavi e ai ribelli
stranieri. Era considerata la pena più vergognosa. Un cittadino romano non
poteva essere crocifisso (grazie a questo l’apostolo Paolo, cittadino romano (At
22:25-29), fu decapitato, una morte rapida e onorevole). Sulla croce si poteva
soffrire per giorni prima di morire. Non si moriva tanto per il dissanguamento
ma per le infezioni e per soffocamento. Ucciso come empio, era destinato ad
11:3
essere disonorato anche dopo la sua morte, forse sepolto lontano dagli altri, alla
meno peggio, tanto per toglierselo da davanti agli occhi.
5) Quale speranza permise a Gesù di accettare tutto questo? Cosa è
implicito nel testo esaminato? (Vv 10-11)
«10 Ma piacque al SIGNORE di stroncarlo con i patimenti. Dopo aver dato la
sua vita in sacrificio per il peccato, egli vedrà una discendenza, prolungherà i
suoi giorni, e l’opera del SIGNORE prospererà nelle sue mani. 11 Egli vedrà il
frutto del suo tormento interiore, e ne sarà saziato; per la sua conoscenza, il
mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro
iniquità. 12 Perciò io gli darò la sua parte fra i grandi, egli dividerà il bottino
con i potenti, perché ha dato sé stesso alla morte ed è stato contato fra i
malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i
colpevoli.»
NOTE:
V. 10a. Il linguaggio usato non deve essere compreso letteralmente secondo il
significato che avrebbe oggi. Non significa che Dio si rallegrò dei patimenti di
Gesù. Piuttosto Dio «accettò» che il Messia soffrisse se questo poteva portare
alla salvezza del suo popolo. Come Gesù, il Figlio di Dio, sarà «saziato» dai
frutti positivi del suo sacrificio (v. 11), così il Padre «gioisce» della salvezza che
sarebbe derivata per noi dal suo progetto di salvezza. Il Padre e il Figlio sono
solidali nel loro amore per noi.
V. 10b,11a. Se il Messia è morto, tutto questo può accadere solo presupponendo
la resurrezione di Gesù. Dalla sua morte nasce la nostra vita, dalla sua sofferenza
la nostra gioia, dalla sua apparente sconfitta il più grande successo. Isaia vide
che anche il momento di vittoria al di là del dolore della morte.
V. 11b, 12b. Il Messia giusto si carica dei peccati del popolo, ma grazie a questa
esperienza la sua giustizia diventa giustizia del peccatore. Avviene come uno
scambio totalmente favorevole a noi. La conoscenza di cui si parla è quella
dell’amore di Dio che egli condivide e che trasmette al peccatore. «Conoscere
Dio» significa essere uno con lui, condividere il suo carattere, la sua volontà, la
sua speranza.
V. 12. L’umiliazione viene sostituita dalla glorificazione, la sconfitta dalla
vittoria, il servizio dalla signoria. Paolo pensa probabilmente a Isaia 53 quando
descrive l’umiliazione del Signore seguita dalla sua glorificazione (Filip 2: 511).
Per riflettere. Perché Dio ha scelto di salvarci attraverso la sofferenza e la
morte di Gesù? Quali conseguenze ha questo nel nostro modo di vedere Dio e
vivere la nostra vita?
11:4
Altri testi biblici sul significato
e lo scopo della morte di Gesù
Atti 4:12: «In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun
altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo
essere salvati».
Romani 3: 23-25: «Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio-ma sono
giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in
Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la
fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza
verso i peccati commessi in passato.»
Romani 5:8: «Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in
questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.»
1 Corinzi 15:3: «Poiché vi ho prima di tutto trasmesso, come l’ho ricevuto
anch’io, che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture.»
2 Corinzi 5:21: «Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare
peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui.»
Galati 1:4: «Gesù dato sé stesso per i nostri peccati, per sottrarci al presente
secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre.»
Ebrei 9:15: «La sua morte è avvenuta per redimere dalle trasgressioni
commesse sotto il primo patto.»
Ebrei 9:28: «Così anche Cristo, dopo essere stato offerto una volta sola per
portare i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza peccato, a coloro
che lo aspettano per la loro salvezza.»
1 Pietro 1:18,19: «sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro,
siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai vostri padri, ma
con il prezioso sangue di Cristo, come quello di un agnello senza difetto né
macchia.»
1 Pietro 2:24: «Egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della
croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue
lividure siete stati sanati.»
1 Giovanni 2: 2: «Egli è il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati, e non
soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.»
1 Giovanni 4:10: «In questo è l’amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che
egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio
per i nostri peccati.»
11:5
12. Gesù, chi è?
Scopo: Comprendere la natura umano-divina di Gesù per comprendere meglio il
valore e la portata del suo amore, e accrescere la nostra fiducia in lui.
Introduzione
Noi siamo cristiani perché Cristo è al centro della nostra fede e della nostra
speranza. Dovremmo perciò conoscerlo molto bene. Ma chi è Gesù? C’è
qualcosa di straordinario nella sua natura. I suoi propri discepoli, un giorno.
Vedendo la manifestazione della sua potenza, esclamarono: «Chi è dunque
costui, al quale persino il vento e il mare ubbidiscono?» (Mr 4:41). Un’altra
volta, alla domanda di Gesù su cosa i suoi discepoli pensassero che lui fosse,
Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16:16). Dalla
replica di Gesù («Non carne esangue ti hanno rivelato questo ma il Padre mio
che è nei cieli») possiamo capire come la comprensione della vera natura di
Gesù si trova al di là della razionalità umana. Tuttavia, Dio stesso, nella Bibbia,
ci ha rivelato qualcosa per aiutarci a comprendere che in Gesù c’è molto di più
di un semplice santo uomo. Consideriamo alcuni testi. Se qualcuno di questi non
risultasse chiaro, si veda la sua analisi negli approfondimenti.
1) Gesù non è una creatura di Dio.
1. Egli è il creatore. Colossesi 1:13-16
2. Esisteva prima della creazione. Colossesi 1:17
3. Quando Dio creò, nel principio di ogni cosa, egli esisteva già. Giovanni
1:2,3
2) Gesù è Dio
1. Isaia chiama Dio il futuro Messia. Isaia 9:6
2. Gesù è Dio insieme con il Padre. Giovanni 1:1
3. Gesù è nel seno del Padre, è intimamente unito a lui, viene da lui, non da
fuori di lui come le creature. Giovanni 1:18
4. Gesù è il Dio che merita di essere lodato per l’eternità. Romani 9:5;
Ebrei 1:1-3
5. Gesù definisce se stesso come Yahveh, il solo Dio esistente. Giovanni
8:58 (Esodo 3:14).
3) Quale nome doveva essere dato a Gesù? (Matteo 1:22)
Gesù è l’Emmanuale – Dio con noi.
4) Gesù è l’Angelo di Yahveh - Dio
L’Antico Testamento presenta un essere misterioso chiamato «l’angelo di
Yahveh». Non si tratta di un angelo ma dell’Angelo di Yahveh come se si
trattasse di qualcosa di unico. La sua relazione con Yahveh (nome di Dio
nell’A.T.) è talmente stretta che è a volte egli stesso è identificato con Yahveh.
12:1
Appare a diverse persone ed è chiamato Dio e adorato come tale. Un angelo
normale rifiuterebbe una tale adorazione (Ap 19:19; 22:8,9). Poiché Giovanni
1:18 insegna che nessuno ha mai visto Dio (il Padre), e che il Padre si è sempre
rivelato attraverso il Figlio, dobbiamo concludere che questo Angelo di Yahveh
è Gesù, il Figlio eterno di Dio. Consideriamo questi testi.
Genesi 18:1,2,16-33, 19:1. Tre persone appaiono ad Abramo. Due vanno a
cercare Lot a Sodoma mentre la terza rimane con Abramo ed è identificata
come Yahveh.
Genesi 32:24-30. Dio appare a Giacobbe in un modo misterioso che non
può essere compreso (il suo «nome», cioè la sua natura, non è rivelato).
Esodo 3:1,2,4-14. L’Angelo di Yahveh, rivela se stesso come Yahveh a
chiede a Mosè di togliersi i sandali come segno di adorazione.
Giosuè 5:13-15. Gesù appare a Giosuè come il capo delle armate di Dio e
gli chiede di togliersi i sandali come l’Angelo di Yahveh aveva fatto con
Mosè.
Giudici 6:11-14,16,12-23. L’angelo di Yahveh appare a Gedeone e anche
qui, al v. 16) viene chiamato Yahveh (SIGNORE o Eterno, nelle traduzioni
moderne).
Giudici 13:3,15-23. L’Angelo di Yahveh appare ai genitori di Sansone che
lo riconoscono alla fine come una manifestazione di Dio. Si identifica con
il sacrificio offerto, cosa che può essere compreso solo alla luce di Gesù
come nostro sacrificio. Notiamo (v. 18) anche qui come il nome di questo
essere è dichiarato inesprimibile, ineffabile, meraviglioso: segno che la
natura di chi lo porta supera la possibilità della comprensione umana. Vedi
anche in Apocalisse 19:11-13: Gesù ha tanti nomi rivelati, ma ce n’è uno
che solo lui conosce: noi possiamo conoscere qualcosa di lui, ma c’è un
aspetto della sua natura che ci sfugge, probabilmente proprio la sua natura
divina.
Malachia 3:1. La profezia riguarda Giovanni il Battista come colui che
prepara la va davanti al Signore che viene (Mt 11:9,10; Gv 1:23). Questo
Signore è chiamato L’Angelo del patto e si dice che viene nel suo tempio. È
Gesù che viene, ed è Colui che ha stabilito il patto con Israele sul Monte
Sinai e che stabilirà il nuovo patto durante l’Ultima Cena, segno della sua
morte (Lc 22:20). Gesù entra nel tempio di Dio, ma questo tempio è suo
perché egli stesso è Dio (Es 25:8).
5) Essendo Dio, Gesù cosa accettò di diventare? (Giovanni 1:14; Filippesi
2:5-9; Ebrei 2:14)
Gesù, il Figlio eterno di Dio, accettò di diventare un povero essere umano.
Umiliò se stesso diventando quello che noi siamo, per manifestare il suo
amore e salvarci.
12:2
6) L’incarnazione di Gesù elimina la sua divinità? (Colossesi 2:9)
Per niente. In Gesù continua ad abitare corporalmente tutta la pienezza
della Deità.
7) Tommaso come chiamò Gesù dopo la risurrezione? (Giovanni 20:28)
Chiamando Gesù «Signore mio e Dio mio», Tommaso non esprime la
sorpresa di fronte a Gesù risorto, come se avesse detto «Mamma mia!»,
come alcuni erroneamente pensano. Un Ebreo non avrebbe mai usato il
nome di Dio in questo modo. Riconosce invece la sua divinità e la sua
signoria. Così facendo, Tommaso esprime quella che sarebbe diventata la
fede di tutta la chiesa cristiana.
8) Sapendo chi era Gesù e quello che divenne per noi, come possiamo
reagire di fronte al suo sacrificio? Possiamo fare nostra la convinzione
dell’apostolo Paolo? (1 Corinzi 2:1,2; Galati 2:20)
Testi biblici
Gn 18:1,2,6-33
Gn 25:30-34
Gn 32:24-30
Es 3:1-14
Es 4:16
Es 4:22,23
Es 21:6; 22:8,9
Dt 21:16,17
Gs 5:13-15
Gdc 6:11-23
Sal 82:1,6
Sal 89:20,27
Pr 8:22,23
Is 4:3 – Mt 3:3
Is 9:5,6
Mic 5:1
Mal 3:1ss
Mt 1:22
Mt 16:16
Mc 4:14
Lc 22:20
Gv 1:1-18
Gv 3:13
Gb 8:23
Gv 8:58
Gv 10:30-34
12:3
Gesù appare ad Abramo come Yahveh (cf. 19:1).
Giacobbe diventa primogenito.
Dio dal nome in conoscibile lotta con Giacobbe.
Angelo di Yahveh è Yahveh. Nome di Dio.
Mosè come Elohim per suo fratello Aronne (7:1 per faraone).
Israele primogenito di Dio.
Giudici sono Elohim.
Legge sui primogeniti.
Gesù appare come capo esercito di Dio e chiede adorazione.
Gesù appare come Angelo di Yahveh-Dio a genitori Sansone.
Angeli sono Elohim.
Davide il primogenito … il più eccelso dei re della terra.
Dio ebbe la sapienza prima della creazione.
Preparate la via del Signore (Yahveh-Gesù)
Fanciullo ci è dato … Dio potente, Padre eterno, principe pace.
Da Betlemme verrà colui le cui origine risalgono ai giorni eterni.
Signore nel suo tempio dopo messaggero (cf 11:9,10; Gv 1:23).
Sarà chiamato Emmanuele.
Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente.
Chi è costui al quale ubbidiscono il vento e il mare?
Gesù stabilisce nuovo patto.
Preesistenza, incarnazione. Creatore e rivelazione di Dio.
Nessuno è saluto ai cieli se non colui che ne è disceso.
Io non sono di questo mondo.
Prima che Abramo fosse io sono (Es 3:14).
Giudei accusano Gesù di farsi Dio (Lc 22:70,71).
Gv 14:7
Gv 17:8
Gv 8:24
Gv 20:28
At 20:28
Rm 1:20
Rm 9:5
1 Cor 2:1,2
1 Cor 8:6
2 Cor 13:13
Gal 2:20
Filip 2:5-9
Col 1:13-17
Col 2:9,10
1Tm 2:5
Eb 1:1-4
Eb 2:9,10
Conoscere Gesù è conoscere il Padre.
Sono proceduto da te.
La gloria che mi hai dato, mi hai amato prima di fondazione mondo.
Tommaso a Gesù: Signore mio e Dio mio.
Il Sangue di Gesù è il sangue di Dio.
Le qualità divine di dio si vedono attraverso la creazione.
Cristo secondo la carne è Dio benedetto in eterno.
Gesù crocifisso centro del messaggio cristiano.
Gesù unico Signore.
Grazia di Signore Gesù, amore di Dio e comunione Spirito.
Non più io che vivo ma Cristo in me.
Preesistenza, gloria e umiliazione di Gesù (vedi Eb 2:14).
Immagine di Dio invisibile, creatore, capo e scopo di creato e chiesa.
In Gesù incarnato abita pienezza deità.
Un solo Dio, un solo mediatore tra Dio e gli uomini: Gesù.
Figlio splendore della gloria di Dio, creatore, sostenitore …
Colui per il quale e grazie al quale esiste la creazione.
è fatto un poco (o «per un poco») inferiore agli angeli.
Giuda 20,21
Pregando per Spirito … amore di Dio …Signore Gesù Cristo.
Ap 1:17; 2:8
Il primo e l’ultimo (Is 44:6)
Ap 3:14
Il principio (colui che è all’origine) della creazione. Anche il
Padre è detto essere “il principio” (Ap 21:6, vedi il contesto
per l’identificazione).
Ap 19:19; 22:8,9 Angeli rifiutano adorazione.
Ap 20:6
Sacerdoti di Dio e di Gesù.
Ap 22:3
Il trono di Dio e dell’Agnello.
Approfondimenti
9) Alcuni titoli divini applicati a Gesù
* Il primo e l’ultimo (cf. Ap. 1:17; 2:8 con Is 44:6).
* Il Signore (cf. 1 Cor 8:6 con il fatto che gli Ebrei chiamavano Dio, Adonai
(Signore) ogni volta che parlavano di Lui per non nominare il nome
Yahveh.
10) Possiamo considerare più approfonditamente il testo di Giovanni 1:114?
(1) «La Parola» [Gesù (v. 14) è chiamato in questo modo perché, come la parola
manifesta l’interiorità di un essere, così Egli manifesta la realtà altrimenti
inconoscibile di Dio. Gesù può fare questo perché Egli è «nel seno del Padre» e
venendo a noi Lo rivela (v. 18)]. «Nel principio [quando Dio creò l’universo.
12:4
Gn 1.1)] era (imperfetto: indica uno stato già in atto dell’esistenza. Diverso dal
passato remoto “fu” che indicherebbe un inizio.) Questo testo ci dice, in poche
parole, che Gesù esiste prima del «principio» della creazione e quindi non ne fa
parte, non è una realtà creata. Dicendoci che esisteva prima del principio, ci dice
anche che non ha un principio ed è quindi eterna come Dio.
«La Parola era con Dio»: Dio sta qui per quello che in altro modo chiamiamo
«Dio il Padre». Se Gesù era con il Padre vuol dire che non va identificato con
Lui come alcuni eretici dicevano. «La Parola era Dio»: con questa seconda
affermazione, che sembrerebbe contraddire la precedente, in realtà Giovanni
nega un’altra eresia, che cioè Gesù fosse una semplice creatura. Questo non può
essere perché Gesù stesso, pur non essendo il Padre è tuttavia Dio, partecipa
cioè della natura divina essendo nel seno del Padre come dice al v. 18, e come
Paolo sottolinea in Colossesi 2:9.
(2) Egli era nel principio con Dio. [Dire che Gesù esisteva prima dell’inizio
della creazione è così importante per Giovanni che lo ripete.] (3) Ogni cosa fu
fatta per mezzo di Lei [Dio creò attraverso Gesù. Anche questa idea afferma che
Gesù è Dio, non una creatura.], e senza di lei neppure una cosa fatta è stata fatta
[Giovanni rinforza l’insegnamento precedente ripetendolo. Ma questa volta specifica
che non c’è nessuna creatura che non sia stata create da Gesù. Questo permette di
negare l’idea, anche oggi condivisa dai Testimoni di Geova, che Gesù abbia creato
tutte le cose dopo essere stato lui stato creato da Dio come la sua prima e più
importante creatura. Se Gesù fosse stato creato da Dio, non si potrebbe dire che
«neppure una» delle cose create sarebbe stata creata senza di lui, perché lui sarebbe
l’eccezione. Giovanni esclude invece qualsiasi eccezione.]. (10) Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di Lui, ma il mondo non lo ha conosciuto
[Giovanni enfatizza nuovamente il fatto che Gesù è il Creatore]. (11) E’ venuto a
casa sua [nel mondo che lui ha creato e di cui è il signore], e i suoi non lo
hanno ricevuto. (14) E la parola si fece carne [riferimento all’incarnazione di
Gesù. Nota: non che assunse una forma di carne come credevano gli eretici
gnostici, ma si fece, cioè assunse pienamente in sé la natura della carne, della
nostra umanità] e abitò con noi [la vita di Gesù], e noi abbiamo contemplato
la sua gloria, gloria come quella dell’unigenito del Padre [«Unigenito» non
significa necessariamente che è stato «generato» nel tempo e che quindi prima non
esisteva. Giovanni ha già abbondantemente negato questa possibilità. La parola greca
a volte tradotta «unigenito» è monogenēs, che fondamentalmente non significa
«unico generato», ma «unico nel suo genere, il solo», che cioè non ha uguale, proprio
perché lui è Figlio di Dio che viene dal seno del Padre mentre noi siamo creature di
Dio, esistiamo fuori della sua persona divina. La stessa parola è usata in Eb 11:17 in
rapporto ad Isacco, non perché fosse il solo figlio di Abramo (c’era anche Ismaele)
me perché lui era il «solo» figlio della promessa. Altri testi in Lc 7:11-15; 8:41,42;
9:38.], pieno di grazia e di verità. (15,16) Giovanni gli ha reso
testimonianza, esclamando: «Era di lui che io dicevo: "Colui che viene dopo
12:5
di me mi ha preceduto, perché era prima di me [Preesistenza alla sua
incarnazione]. Infatti, dalla sua pienezza [Confronta Col. 2:9, dove la stessa
idea di pienezza è usata per indicare la piena divinità di Gesù] noi tutti
abbiamo ricevuto grazia su grazia"».
(18) Nessuno ha mai visto Dio [Poiché “Dio” è qui distinto dal Figlio,
dobbiamo comprenderlo come “Dio Padre”.]; l’unigenito Dio [Monogenes
come al v. 14. Qui significa: l’unico ad essere Dio come Gesù], che è nel seno
del Padre [diversamente dalle creature che sono create da Dio, Gesù viene da
dentro il Padre, ne condivide la natura, l’essenza. Per questo è con il Padre e può
farcelo conoscere], è quello che l’ha fatto conoscere [Quando nell’A.T.
leggiamo di Dio che appare a qualcuno, dobbiamo quindi intendere che fosse
Gesù].
11) Cosa significa che Gesù è il «primogenito» di tutta la creazione?
(Colossesi 1:15)
Colossesi 1:15 dice che «Egli è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di
ogni creatura». Questo ha fatto pensare a qualcuno che Gesù sia stato il primo ad
essere stato creato. Questa comprensione è sbagliata perché (1) non considera
l’insegnamento complessivo della Bibbia sulla natura di Gesù, e anche perché
(2) non considera il contesto immediato. Infine perché (3) non considera i
diversi significati della parola primogenito.
1) Gesù non è una creatura ma l’eterno Creatore di ogni cosa creata senza
nessuna eccezione. Lo abbiamo visto nella risposte precedenti.
2) Il contesto immediate spiega cosa Paolo avesse in mente usando il termine
«primogenito». Leggiamo tutto il suo discorso: «15 Egli è l’immagine del Dio
invisibile, il primogenito di ogni creatura; 16 poiché in lui sono state create
tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni,
signorie, principati, potenze; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in
vista di lui. 17 Egli è prima di ogni cosa e tutte le cose sussistono in lui. 18 Egli
è il capo del corpo, cioè della chiesa; è lui il principio, il primogenito dai morti,
affinché in ogni cosa abbia il primato. 19 Poiché al Padre piacque di far
abitare in lui tutta la pienezza 20 e di riconciliare con sé tutte le cose per mezzo
di lui, avendo fatto la pace mediante il sangue della sua croce; per mezzo di lui,
dico, tanto le cose che sono sulla terra, quanto quelle che sono nei cieli.»
(Colossesi 1:15-20).
Note:
«L’immagine del Dio invisibile» significa molto di più del fatto che Gesù
rappresenti Dio (questo potrebbe essere detto di tutti i profeti e di tutti gli
apostoli e di molti altri uomini e angeli). Il testo ci dice che non solo nelle parole
di Gesù, ma nella sua stessa persona possiamo vedere la natura, il carattere,
l’operare di Dio. In altre parole, come vedendo la luce del sole vediamo il sole
12:6
stesso, così vedendo Gesù vediamo Dio. È lo stesso insegnamento che troviamo
in Giovanni 1:18; 14:7; Filippesi 2:5.
«Poiché» introduce la spiegazione del perché Paolo dice che Gesù è il
«primogenito di ogni creatura». Egli non dice che lo è perché è stato creato per
primo, ma perché è il creatore di ogni cosa e il suo sostentatore, il signore di
ogni creatura, lo scopo di ogni cosa esistente. Egli esiste prima di ogni cosa ed è
il capo della chiesa. Insomma, quello che l’Apostolo insegna è che Gesù è il
primogenito della creazione perché tutta la creazione dipende da Lui ed Egli
regna sopra essa tutta. In questo contesto dunque, «primogenito» non significa
«generato prima», ma che esiste prima e al di sopra di ogni cosa. Il termine non
ha a che fare con la nascita di Gesù ma con la sua funzione in rapporto alla
creazione e con la sua gloria.
«Poiché al Padre piacque di far abitare in lui tutta la pienezza.» Quest’idea
si trova anche in Colossesi 2:9,10: «perché in lui abita corporalmente tutta la
pienezza della Deità e voi avete tutto pienamente in lui, che è il capo di ogni
principato e di ogni potenza.» Insomma: in Gesù abbiamo tutto quello che esiste
nel Padre e non abbiamo quindi bisogno di nessun altro. Gesù è pienamente Dio.
3) La parola «primogenito», letteralmente significa «generato, nato per primo».
Tuttavia, a causa del contesto storico-sociale ha anche sviluppato un secondo
significato. In Israele il primogenito era il membro più importante della
famiglia, dopo il padre. Egli rappresentava il padre, era l’erede principale che
riceveva una porzione doppia dell’eredità rispetto agli altri figli (Dt 21:16,17).
A causa di questo, «primogenito» acquistò un significato relative alla dignità
della persona, non solo al fatto della cronologia del momento della nascita. Ad
esempio, Giacobbe diventò il primogenito di Isacco invece di Esaù (Gn 25:3034). Evidentemente che questo non significava che si falsificavano i documenti
per fare apparire Giacobbe come se fosse nato prima di Esaù. Significa
solamente che acquisiva la status, la dignità e le funzioni del primogenito.
Efraim che era il secondogenito di Giuseppe (Gn 41:50-52) e comunque non il
primogenito dei patriarchi è chiamato da Dio il suo primogenito (Ger 31:9). Un
altro esempio è dato dal Salmo 89:20,27 dove si parla del re Davide che Dio
dichiara «Io inoltre lo costituirò mio primogenito, il più eccelso dei re della
terra.» Davide non era il primogenito ma l’ultimo dei figli della sua famiglia (1
Sam 16:11-13), non era neppure il primo re d’Israele perché Saul veniva prima
di lui (1 Sam 9:17), e di certo non era il primo re esistente sulla terra. Allora, in
che senso Davide era il primogenito dei re della terra? Il testo lo spiega
chiaramente: perché Dio lo aveva elevato ad una dignità superiore a quella di
qualsiasi altro re. Il titolo non ha a che fare con una questione cronologica ma
con una questione di dignità. Si veda anche l’uso di primogenito applicato al
popolo d’Israele nella storia dell’esodo (Es 4:22,23). Lo stesso è per Gesù: Egli
è il primogenito, non perché è stato generato per primo, ma perché svolge una
funzione paragonabile a quella del primogenito: rappresenta il padre in tutto ciò
12:7
che concerne la vita della famiglia. Dopo il Padre, tutta la creazione dipende da
Lui; egli è il capo dell’universo e della chiesa … come in Colossesi 1:15.
12) Proverbi 8:22,23 può essere usato per dire che Gesù era stato creato da
Dio prima della creazione del mondo?
Proverbi 8:22,23 dice: «Il SIGNORE mi ebbe con sé al principio dei suoi atti,
prima di fare alcuna delle sue opere più antiche. Fui stabilita fin dall’eternità, dal
principio, prima che la terra fosse.» Questi versi e gli altri che seguono non si
riferiscono a Gesù ma alla sapienza poeticamente personificata (vedi il v. 1).
Questa «Sapienza» è il personaggio principale di tutta la prima parte del libro
dei Proverbi ed è rappresentata come una donna saggia che insegna a vivere con
saggezza. Per dare valore alla Saggezza, l’autore del libro dei Proverbi dice che
anche Dio ne ascoltò i consigli quando creò il mondo, la «ebbe» con lui.
Qualche versione della Bibbia traduce il verbo ebraico qanah come se
significasse «creare» e intende che Dio creò la sapienza al principio della
creazione. La parola può anche avere il significato di creare ma in questo
contesto difficilmente può essere così perché significherebbe che ci fu un tempo
in cui Dio non aveva creato la sapienza e quindi non era saggio neppure lui visto
che sarebbe poi stata la sapienza ad accompagnarlo durante la creazione. E come
potrebbe uno creare la sapienza se non ce l’ha già? Insomma, anche se non si
può pretendere una logica razionale da un testo poetico come il nostro, il sapore
sarebbe comunque paradossale e assurdo. Un altro significato del verbo è quello
di «possedere, avere» e questo si accompagna bene con il testo perché Dio aveva
sempre la saggezza anche nel momento in cui cominciò a creare.
Anche se qualcuno volesse usare il testo allegoricamente in rapporto a Gesù
(cosa che comunque non dovrebbe essere fatto senso un sostegno diretto del
Nuovo Testamento, sostegno che non esiste), per i motivi che abbiamo appena
detto non si potrebbe dire che Gesù sia stato creato. Oltre alle considerazioni già
espresse, si può anche notare che, al v. 23, la «Sapienza» di cui si parla è stata
«stabilita fin dall’eternità (‘olam)». Essa quindi, se è eterna, non ha principio e
non è stata creata in un tempo cronologico. Questo si applica bene sia alla
sapienza di Dio come immagine retorica, sia a Gesù come leggiamo in Giovanni
1:1 e negli altri testi paralleli nei quali si dice che Gesù esisteva prima del
principio della creazione.
13) Perché i Testimoni di Geova hanno fatto una loro propria traduzione
della Bibbia? In che modo questa traduzione influenza il loro modo di
capire la natura di Gesù?
I Testimoni di Geova sono oggi i principali avversari della divinità di Gesù. Essi
negano che Egli sia coeterno con il Padre. Lo onorano come un essere potente e
misericordioso ma lo considerano solo come la prima creatura di Dio attraverso
la quale poi Dio avrebbe creato le altre creature. Noi comprendiamo bene che la
natura di Dio, e quindi anche quella di Gesù, è troppo grande perché noi
12:8
possiamo comprenderla e spiegarla. È però evidente che la parola di Dio non
sostiene la loro interpretazione. Per sostenerla essi hanno dovuto quindi ricorrere
ad una traduzione di parte dove tutti i testi relativi alla divinità di Gesù sono stati
modificati in qualche modo. Riportiamo qui alcuni esempi.
La Bibbia insegna: Giovanni 1:1
I TdG traducono
«Nel principio era la Parola, la Parola Ed. 1961: «Nel principio era la Parola, e
era con Dio, e la Parola era Dio.»
la Parola era con il Dio e la Parola era
dio (ed. 1987: era un dio).»
Commento: Visto che i TdG non hanno problemi a usare la maiuscola per
onorare Gesù quando traducono «Parola», colpisce il fatto che usino la
minuscola davanti a «dio» quando si riferisce alla stessa persona, per giunta
preceduta dall’articolo indeterminativo «un» come se fosse un dio tra altri.
Ci sono due problemi: (1) I manoscritti greci originali non hanno la differenza
tra maiuscole e minuscole. Di conseguenza, scrivere «Dio» con la maiuscola
quando si riferisce al Padre e «dio» con la minuscola quando si riferisce a Gesù
non dipende dal testo originale ma da un pregiudizio del traduttore che vuole
squalificare la natura divina di Gesù. (2) Dicendo che Gesù [la Parola] era “un
dio”, ha il solo scopo di squalificare nuovamente la divinità di Gesù. La loro
interpretazione è che Gesù non è Dio relativamente alla sua natura, ma solo «un
dio» nel senso che è un «essere potente». Questa idea viene tratta dal Salmo
82:1,6 dove anche gli angeli sono chiamati «elohim», la stessa parola usata per
«Dio». «Alcuni studiosi associano questo termine al verbo arabo per “temere”
“riverire”. … La radice di questa parola implica “forza”, “potere”, “abilità”. …
Il termine
è qualche volta usato anche in rapporto a uomini che
occupano una posizione importante come portavoce di Dio. Per esempio, Dio
disse a Mosè che egli avrebbe occupato davanti a suo fratello Aaronne “il posto
di Dio [
]” (Es 4:16). Dio diede il suo messaggio a Mosè che lo passò ad
Aaronne che a sua volta lo trasmise a Faraone. Ciò è ulteriormente attestato in
Es 7:1 dove Dio dice a Mosè: “Vedi, io ti ho stabilito come Dio [‘Elohim] per il
faraone e tuo fratello Aaronne sarà il tuo profeta.” Tali uomini avevano la
responsabilità di rappresentare il solo vero
è anche usato
per indicare dei “giudici” (Es 21:6; 22:8, 9) in quanto svolgono questa funzione
come rappresentanti di Dio.»1
Nel Salmo 82, questo termine è applicato agli angeli proprio perché nel contesto
svolgono anch’essi la funzione di giudici e perché sono da riverire. Come
nessuno oserebbe dire che Mosè o i giudici umani siano da equiparare a degli
1
Nichol, F. D. (1978; 2002). The Seventh-day Adventist Bible Commentary,
Volume 1 (pagina 170). Review and Herald Publishing Association.
12:9
esseri potenti nel senso di farne dei semidei, così nessuno può farlo per gli angeli
e soprattutto nessuno può equiparare Gesù a queste creature come se anche lui
fosse nient’altro che un semidio. ‘Elohim è soprattutto usato per riferirsi a Dio
quale creatore e sostenitore del mondo, ed è in questo senso soltanto che la
Bibbia applica il titolo equivalente di Dio a Gesù.
Quanto alla presenza dell’articolo indeterminativo “uno” davanti a “Dio”, questo
è dovuto ad una lettura troppo formale del testo biblico. L’originale greco non
ha l’articolo determinativo, e quando questo avviene, normalmente ciò significa
che bisogna capire come se ci fosse quello indeterminativo. Tuttavia, i TdG
dimenticano due regole della grammatica greca che spiegano l’assenza
dell’articolo senza che «Dio» diventi «un dio». (1) La parola «Dio» è considerata
come se fosse un nome personale (come Giovanni o Andrea) e, in quanto tale
può ricevere l’articolo o meno senza che questo cambi automaticamente il
significato che deve invece essere compreso sulla base del contesto. (2) Quando
una parola è usata per qualificare un’altra alla quale è unita attraverso il verbo
essere o un altro verbo copulativo (che unisce) come avviene nel nostro caso
dove «Dio» qualifica «Parola» attraverso il verbo «era», allora non si può usare
l’articolo. Di conseguenza, tradurre come fanno i TdG che «La Parola era un
dio» è totalmente non necessario sulla base della grammatica greca, ed è
soprattutto contrario all’insegnamento biblico secondo il quale c’è un solo Dio
(Rm 3:30; 1 Cor 8:6; 1 Tim 2:5; Gia 2:9). Solo i pagani avrebbero potuto
pensare che Gesù fosse «un dio» accanto ad un altro dio poiché essi credono
nell’esistenza di molti dèi. La Bibbia non farebbe mai una cosa del genere: Gesù
non è un dio accanto a un altro dio, ma è Dio insieme con il Padre.
Una struttura linguistica identica si trova, ad esempio, nello stesso vangelo di
Giovanni al cap. 4 verso 24. I TdG, nell’edizione italiana del 1961 giustamente
traducono che «Dio è Spirito». Poi, come per riparare il colpo della possibile
obiezione, nelle edizioni successive (1970-1987) cambiano in «Dio è uno
Spirito».
La Bibbia insegna: Giovanni 8:58
«Gesù disse loro: “In verità, in verità vi
dico: prima che Abraamo fosse nato, io
sono”.»
I TdG traducono
Ed. 1961 «Gesù disse loro:
“Verissimamente vi dico: prima che
Abramo venisse all’esistenza io sono
stato (ed 1987: io ero)”.»
Commento: Il verbo greco è eimi alla prima persona singolare dell’indicativo
presente attivo e va tradotto con «io sono». È chiaro che, nel contesto, Gesù
sembrerebbe fare un errore grammaticale perché, se avesse voluto
semplicemente affermare la sua preesistenza rispetto ad Abramo, come se fosse
un angelo, ad esempio, avrebbe dovuto dire «Prima che Abramo fosse io ero». In
realtà, Gesù non sta facendo alcun errore grammaticale, ma sta identificando se
12:10
stesso con il grande «IO SONO», l’Iddio che con questo nome si è presentato a
Mosè e a tutto il popolo d’Israele. In Esodo 3:14 infatti, Dio chiama se stesso
EHYEH – IO SONO, mentre quando gli altri si riferiscono a lui diventa
YAHVEH – EGLI È. Da questo termine viene il moderno Geova, frutto di una
incomprensione del modo in cui i Giudei hanno trasmesso il nome di Dio. In
alcune versioni moderne, per rispetto della tradizione ebraica, viene tradotto
come SIGNORE con le lettere tutte maiuscole. La vecchia Riveduta lo traduceva
come l’Eterno. Identificandosi con Yahveh, Gesù affermava non solo la sua
preesistenza rispetto ad Abramo, ma la sua qualità divina che lo fa essere Dio
che esiste in eterno (Es 3:3:15; Dt 32:40). Capendo questo, e non per avere fatto
un errore grammaticale o per avere affermato di esistere prima di Abramo, i
Giudei che lo ascoltano lo vogliono lapidare come bestemmiatore (Giovanni
10:30-34; Luca 22:70,71). Traducendo «io ero» o «io sono stato» i TdG cercano
di risolvere quello che per loro è un semplice errore grammaticale ma non
rispettano né il testo né il suo contesto.
La Bibbia insegna: Colossesi 1:17
Gesù «è prima di ogni cosa e tutte le
cose sussistono in lui.»
I TdG traducono
Ed. 1961-1987: Gesù, «è prima di tutte
le [altre] cosa e per mezzo di lui tutte
le [altre] cose furono fatte esistere.»
Commento: Aggiungendo «altre» anche se tra parentesi per indicare che la
parola non si trova nel testo originale, si cerca di portare il lettore a capire che
Gesù non è il «Creatore di ogni cosa creata» come abbiamo visto in Giovanni
1:1-3, ma solo una (anche se la prima e la più importante) tra le creature. Infatti,
se Gesù ha creato «tutte le altre cose», allora vuol dire che esiste qualcosa creata
che non è stata creata da Gesù. I TdG pensano che questa altra cosa creta ma
non creata da Gesù, sia stato Gesù stesso. Ma il testo originale non contiene il
termine «altro» e non è onesto inserirlo per spingere la gente a credere qualcosa
di contrario a quello che il testo vuole dire.
La Bibbia insegna: Colossesi 2:9
In Gesù «abita corporalmente tutta la
pienezza della Deità».
I TdG traducono
Ed. 1961,1987: In Gesù «dimora
corporalmente tutta la pienezza della
qualità divina.»
Commento: Il testo Greco usa la parola theotes che significa «Divinità»,
«Deità», è un nome, non un aggettivo, e si riferisce alla sostanza di Dio, non solo
le qualità di Dio come lascia intendere la traduzione dei TdG. Se Paolo avesse
voluto parlare di qualità divine avrebbe potuto usare anche qui il termine simile
theiotes (un aggettivo), che si trova in Romani 1:20: «infatti le sue qualità
invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla
creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue». In ogni
12:11
caso, anche questo aggettivo è applicato solo a Dio e non ad una creatura.
Notiamo poi che in Colossesi 2:9, anche la traduzione dei TdG dice che in Gesù
abita corporalmente tutta la «pienezza» della qualità divina. Ora se in Cristo c’è
tutto ciò che appartiene a Dio, allora Gesù è pienamente Dio al di là della parola
usata. Oltre al termine usato, il contesto stesso spiega dunque che Gesù è
pienamente Dio.
La traduzione dei TdG trascura anche qual era l’obiettivo dell’apostolo Paolo.
Egli voleva controbattere l’idea gnostica-docetica seconda la quale Cristo si era
incarnato solo in apparenza perché Dio non poteva contaminarsi con la materia.
In questa prospettiva Paolo afferma che in Cristo tutta la pienezza della deità
abita corporalmente: in Gesù Cristo coesistono dunque sia la pienezza di dio che
quella dell’uomo. Fare dire a Paolo che in Gesù abitano solo delle qualità divine,
significa snaturare il senso e la forza di quello che sta discutendo.
14) Dire che Gesù è Dio significa accettare la dottrina della Trinità?
La parola «Trinità» non si ritrova nella Bibbia. Fu creata dai teologi cristiani per
esprimere la fede della comunità cristiana in un Dio che si esprimeva in tre
manifestazioni che noi chiamiamo «Persone» perché non abbiamo un termine
umano migliore per esprimere la realtà divina di Dio. Il fatto che non si trovi
nella Bibbia non vuol dire però che sia antibiblico anche se possiamo ammettere
che qualche teologo carica il termine con troppi significati non necessari. Anche
parole come teocrazia o millennio non si trovano nella Bibbia ma sono usate
normalmente e legittimamente perché corrispondono a insegnamenti biblici.
Personalmente, lo scrivente non ama usare la parola trinità, e preferisce usare lo
stesso linguaggio biblico. Ne riconosce però la legittimità e la onora come un
tentativo corretto di dare testimonianza della fede cristiana.
12:12
13. Gesù ritorna
Scopo: Spiegare il senso, l’importanza, il modo e le conseguenze del ritorno di
Gesù. Per guardare con fiducia al nostro futuro ed essere protetti da falsi
insegnamenti.
Introduzione
Quando diciamo che Gesù venne sulla terra per salvare l’uomo, non possiamo
trascurare il fatto che la sofferenza e la morte esistono ancora. Con la sua prima
venuta e la sua morte, Gesù ha gettato le basi per il nostro perdono, ci ha
trasformati in figli di Dio e ha cominciato l’opera che porterà alla nostra
salvezza. La salvezza è qualcosa che ci appartiene già spiritualmente parlando,
ma, la pienezza della sua realizzazione sta ancora davanti a noi, per noi e per
tutta la creazione che «geme ed è in travaglio» (Rm 8:22). Per questo egli dice
che per ora, «siamo stati salvati in speranza» (Rm 8:24) e la speranza è qualcosa
che ci spinge ad aspettare con «pazienza» qualcosa di ancora futuro (Rm 8:25).
Questa salvezza sarà pienamente realizzata quando Gesù tornerà nuovamente
per restaurare ogni cosa nella sua realtà migliore secondo il progetto d’amore di
Dio.
1) Gesù ritornerà
a) Lo annunciano gli angeli all’ascensione di Gesù (Atti 1:9-11)
b) L’apostolo Paolo lo aspettava (2 Timoteo 4:8)
c) Giacomo lo aspettava (Giacomo 5:7)
d) I primi cristiani si salutavano con «Maranatha»: Il Signore viene (1
Corinzi 16:22)
e) L’antico credo cristiano recita: «Verrà a giudicare».
f) Questo ritorno è la «beata speranza» di tutti i veri cristiani (Tito 2:13)
2) Perché Gesù ritornerà?
a) Per giudicare il mondo (Matteo 25:31-33; 2 Tim 4:1; Giuda 1:14,15)
b) Per portarci con lui (Giovanni 14:1-3)
c) Per rigenerare questo mondo corrotto dal peccato (2 Pietro 3:13)
d) Cosa significa tutto questo per noi?
3) Come ritornerà?
a) Inaspettatamente, come un ladro (2 Pietro 3:9,10; Matteo 24:44)
b) Visibilmente (Matteo 24:23-27)
c) Con potenza e gloria (Matteo 24:30)
d) Con gli angeli del cielo (Matteo 24:31)
c) Tutti lo vedranno, anche i peccatori (Matteo 24:30; Luca 21:26, Ap 1:7).
4) Cosa accadrà quel giorno?
a) Gli uomini reagiranno in due modi opposti:
13:1
1. I peccatori saranno spaventati (Isaia 2:17-21; Ap 6:15-17)
2. I fedeli si rallegreranno (Isaia 25:9)
b) Gli uomini riceveranno due diversi destini:
1. I peccatori saranno annientati (2 Tes 2:8)
2. I credenti andranno tutti con Gesù nei cieli (1 Tes 4:16-18).
5) Conclusione
a) L’ultima promessa che troviamo nella Bibbia riguarda il ritorno di
Gesù (Ap 22:20)
b) Possiamo rispondere come rispose Giovanni?
c) Nel Padre nostro Gesù ci insegna a pregare: «Venga il tuo regno»
(Mt 6:10).
d) Se desideriamo che il Regno di Dio venga, quali conseguenze avrà
questo nella nostra vita?
Col prossimo studio vedremo quando Gesù ritornerà.
Sintesi
Come cristiani crediamo che Gesù è morto per i nostri peccati, che è risuscitato e
asceso al cielo. Ma egli non ci ha abbandonato. Non solo ci ha promesso che
spiritualmente sarebbe stato sempre con noi (Mt 28:20), ma ci ha promesso che
sarebbe tornato a prenderci per farci stare eternamente con lui (Gv 14:1-4). Per
Paolo, questa è la «beta speranza» (Tito 2:13), una speranza che dà così tanta
gioia che i primi cristiani se ne ricordano fino a farne il loro saluto «Maràn-atà»
(1 Cor 16:21). La promessa del ritorno di Gesù è la promessa più importante del
vangelo poiché senza di essa non avremmo altra speranza: solo quando Gesù
tornerà potremo godere della pienezza della salvezza. Solo allora i cristiani
morti risusciteranno e con quelli ancora in vita saranno trasformati e portati con
Gesù (Mt 24:31; 1 Cor 15:51-55; 1 Tes 4:13-18).
Non dobbiamo fraintendere a natura del ritorno di Gesù. Mentre la prima volta
egli venne nell’umiltà della natura umana, al suo ritorno verrà come il Re dei re
e Signore dei signori (Ap 19:16). Verrà con potenza e grande gloria (Mt 24:30).
Mentre la prima volta si mostrò nell’umile stalla di Betlemme e poi in Palestina,
incontrando un numero tutto sommato molto scarso di persone, al suo ritorno
l’umanità intera lo vedrà (Mt 24:23-27). Non si tratta di un ritorno spirituale, di
qualcosa che si possa vedere solo con gli occhi della fede: lo vedranno infatti
anche coloro che lo trafissero (Ap 1:7) e i peccatori si rammaricheranno al
vederlo tornare (Mt 24:30).
La promessa è continuamente ripetuta nella Bibbia (At 1:11; Filip 3:20; 2 Tim
4:8; Eb 11:8-13; 2 Pt 3:9,10,13; 1 Gv 2:28 ...). È un peccato che molti cristiani
la ignorino. Se questo avviene, se il primo amore della chiesa cristiana per il
13:2
ritorno di cristo è scomparso, questo è accaduto probabilmente, sia per una certa
stanchezza che Gesù stesso aveva preannunciata (Mt 25:5) ma anche a causa
dell’insegnamento che i credenti vanno a incontrare Gesù al momento stesso
della morte? Tra non molto studieremo anche questo importante questione della
fede cristiana e vedremo quello che la Bibbia insegna.
Testi biblici
Is 2:17-21
Is 25:9
Mt 6:10
Mt 24:23-32
Mt 24:30,31
Mt 24:44
Mt 25:5
Mt 25:31-33
Gv 14:1-3
At 1:9-11
Rm 8:22-25
1 Cor 15:51-55
1 Cor 16:22
Filip 3:20
2 Tim 4:1
2 Tim 4:8
1 Tes 4:15-18
2 Tes 2:8
Ti 2:13
Eb 11:8-13
2Pt 3:9,10
2Pt 3:13
Gc 5:7,7
1Gv 2:28
Giuda 1:14,15
Ap 19:10-16
Ap 22:20
Empi si nasconderanno (Ap 6:15-17. Cf. Mt 24:30).
Santi esultano: Questo è il nostro Dio …
venga il tuo regno.
Torna visibilmente, con potenza e gloria, con angeli.
Tutti lo vedranno (Lc 21:26; Ap. 1:7). Angeli raccolgono santi.
Torna come un ladro.
Pericolo di stanchezza.
Viene per giudicare le pecore e i capri.
Viene per portarci con lui a casa.
Angeli annunciano ritorno visibile di Gesù.
Anche creazione aspetta liberazione.
Nell’ultimo giorno Gesù ritorna e noi trasformati.
Maranatà.
Dai cieli aspettiamo la salvezza del Salvatore e Signore.
Gesù appare per il regno e per giudicare il mondo.
Gesù «in quel giorno» darà a Paolo la corona di giustizia.
Ritorno in gloria e resurrezione-traslazione dei credenti.
Empio annientato dall’apparizione della sua gloria.
Aspettando la beata speranza.
Abramo aspettava la vera città.
Torna come un ladro.
Nuovi cieli e nuova terra nei quali abita la giustizia.
Aspettate con pazienza.
Prepariamoci per non essere coperti di vergogna quando verrà.
Enoc profetizzò che Signore viene a giudicare.
Il Signore dei Signori torna ad affermare il regno.
Ecco io vengo presto. Amen, vieni Signore Gesù.
Approfondimento
Alcuni credenti fanno precedere il ritorno in gloria di Gesù da un
rapimento invisibile dei credenti. Su che basi lo si pensa e perché gli
avventisti non accettano questa comprensione?
Descrivere la fede di altri è impresa difficile e delicata. Citiamo però almeno
quanto la «Ryrie Study Bible» (una edizione della Bibbia abbastanza diffusa in
lingua inglese) scrive in nota al testo di 1 Tessalonicesi 4:16,17: «Allora i
13:3
credenti viventi saranno “rapiti”. … Questo rapimento … dei credenti qui
descritto riguarda sia quelli che sono morti sia quelli che sono vivi quando il
Signore viene. La sua venuta è qui nell’aria, non sulla terra, e avverrà subito
prima del periodo di tribolazione (vedi Ap 3:10). Questo periodo si concluderà
con la sua venuta sulla terra (vedi Mt 24:29-30; Ap 19:11-16).» Si distinguono
quindi due venute di Cristo, e la prima corrisponderebbe al rapimento dei
credenti che viene poi descritto come qualcosa di segreto.
La nostra risposta è che …
1. La Bibbia non parla mai di un rapimento segreto.
2. Il testo di 1 Tessalonicesi 4:16,17 non parla affatto di qualcosa di
segreto.
3. La Bibbia non parla mai di due ritorni del Signore.
4. Tutti i testi biblici in cui si parla di Gesù che ritorna sulla terra e dei
santi che vanno in cielo, riguardano un unico e indistinguibile evento.
5. La Bibbia considera sempre il fatto che i santi siano presi in cielo e gli
empi puniti come due aspetti contemporanei di un unico grande evento.
13:4
14. Quando ritornerà Gesù?
Scopo: Comprendere che il ritorno di Gesù riguarda la nostra vita attuale, non
un tempo distante e indefinito. Anche se non conosciamo il giorno e l’ora,
possiamo capire che i segni dei tempi si stanno realizzando e che viviamo già
negli ultimi giorni. In ogni caso, in qualunque momento il Signore venga, noi
dobbiamo vivere come se venisse oggi. Coltivando la gioia della prossima
venuta, cerchiamo però di non farci sedurre da segni presunti.
Introduzione
Il ritorno di Gesù è così importante che vorremmo che venisse subito. Se
fossimo stati con i suoi discepoli sul Monte degli ulivi, anche noi gli avremmo
chiesto: «Dicci, quando avverranno queste cose e quale sarà il segno della tua
venuta e della fine dell’età presente?» (Mt 24:3). Gesù aveva appena annunciato
che del tempio che avevano ammirato non sarebbe rimasta «pietra sopra pietra».
Era un annuncio terribile che aveva sconvolto la loro mente. Il tempio era la casa
di Dio, come poteva essere distrutta? La loro mente andò probabilmente a
scenari «apocalittici» di fine del mondo. Così chiesero a Gesù sul tempo della
distruzione del tempio e della fine dell’età presente, cioè di questo mondo, come
se si fosse trattato di una stessa ed unica realtà. Gesù, naturalmente, sapeva che
si trattava di realtà diverse. Noi troviamo la sua risposta in Matteo 24 e Luca 21.
1) Possiamo sapere il momento quando Gesù tornerà?
Matteo 24:1 Nessuno conosce il giorno (vedi anche At 1:6,7).
2) Possiamo sapere qualcosa sul periodo in generale?
Matteo 24:32 Quando vedrete queste cose sappiate che io sono alla porta.
3) C’è il pericolo di cercare falsi segni dei tempi? (Matteo 24:4-11)
4) Quale segno specifico Gesù offre per capite quando la fine di questo
mondo sta per arrivare? (Matteo 24:14)
5) Quale segno specifico Gesù offre per indicare l’avvicinarsi della fine del
tempio e di Gerusalemme? (Matteo 24:15-20. Vedi la spiegazione in Luca
21:20)
6) Quali altri segni dà Gesù?
1. Segni nel sole, nella luna e nelle stelle (Matteo 24:29).
Il «Giorno oscuro» avvenne il 19 maggio 1780 su un’ampia zona della
Nuova Inghilterra (l’attuale Nord-Est degli USA); una straordinaria
caduta meteorica (le stelle che cadono) la notte del 13 novembre 1833 e
fu visibile nel Nord america e nel Nord Europa, i Paesi dove
maggiormente si stavano studiando le profezie sul ritorno di Gesù.
Queste date assumono una grande importanza in rapporto ai tempi
14:1
profetici che annunciano per il 1844 l’inizio del giudizio (Dn 8:14.
Studieremo più avanti questa profezia). Secondo questa profezia, noi
siamo ora nei tempi della fine, e i segni di cui parla Gesù hanno svolto il
compito di attirare l’attenzione dei credenti dell’epoca sul compimento
delle profezie. Niente impedisce naturalmente che tali segni siano
ripetuti su scala più vasta ad indicare più specificamente l’avvicinarsi
del ritorno di Cristo.
2. Matteo 24:37-39 Indifferenza per Dio (vedi anche Luca 18:8).
3. Matteo 24:12 Corruzione morale (vedi anche 2 Timothy 3:1-5).
4. Apocalisse 11:17,18 Distruzione ecologica-Rischi di guerra moderna.
7) Perché Gesù ha indicato dei segni ma non l’esatto momento del suo
ritorno?
1. Matteo 24:42:51 Dobbiamo essere pronti ogni giorno, non solo quando
costretti a farlo per la paura che Gesù stia venendo a giudicarci.
2. Capire che Gesù vicino ci incoraggia a prepararci per amore della Sua
persona.
8) Desideri essere pronto a incontrare Gesù? Cosa significa essere pronti?
Matteo 7:21-27: “Non chiunque mi dice Signore, Signore …”.
Pensiamo: Essere «Avventisti», aspettare il ritorno di Cristo è più che
aspettare Gesù per un tempo cronologicamente determinato. Questo è
importante, ma più importante è soprattutto vivere la propria vita come
attesa costante del Signore. Egli può tornare in qualsiasi momento, e in
qualsiasi momento noi desideriamo essere pronti. Usando una spiritualità
biblica molto diffusa, potremmo dire che «oggi è il giorno del ritorno di
Gesù» e lo ripeteremo al nostro cuore ogni giorno finché egli venga.
Testi biblici
Dn 12:4
la conoscenza aumenterà.
Mt 10:23 (11:1) Prima che abbiate finito di percorrere le città d’Israele.
Mt 7:21-27
Non chi dice «Signore, Signore» ma che fa la volontà di Dio.
Mt 16:28; Mc 9:1 Alcuni di voi mi vedranno nel regno prima di morire (Lc 9:27).
Mt 24-25 (Lc 21) Discorso sui segni dei tempi e l’attesa del Signore.
Mt 25:1
Lo sposo tarda a venire.
Lc 20:9
Signore torna dopo molto tempo.
At 2:17
Gli ultimi giorni (2 Tm 3:1ss; Eb 1:2; Gc 5:3; 1 Pt 1:5)
Rm 8:25
Siate pazienti.
Rm 13:12
Ritorno vicino (Filip 4:5; 1 Tes 4:17; Ap 1:3; 22:20).
Rm 14:17-19
Regno di Dio è pace, gioia, giustizia.
2Cor 4:16-18
Non scoraggiarsi ma guadare alle cose che non si vedono.
Gl 5:22
Frutto dello Spirito.
Gl 6:9
Non stanchiamoci di fare il bene … mieteremo a suo tempo.
14:2
2Tes 2:2
2Pt 3:8,9
1Gv 3:3
Ap 6:10,11
Ap 11:17,18
Ritorno Signore non è imminente.
Per Signore mille anni come un giorno. Dio è paziente.
Chi ha questa speranza si purifica com’egli è puro.
Pazienza di Dio.
Il Signore viene a giudicare coloro che distruggono la terra.
Approfondimenti
9) Come valutare il fatto che molti cristiani hanno visto nel loro tempo la
realizzazione dei segni senza che però Gesù sia ancora tornato?
1) Il cuore tende a vedere quello che sogna. Questo è certamente un pericolo ma
è anche testimonianza di amore per il ritorno di Gesù. Dovendo scegliere è
meglio sbagliarsi per il troppo amore che essere tra coloro che non si sbagliano
perché pieni di disinteresse.
2) C’è anche da considerare che la Bibbia stessa prevede che la conoscenza del
messaggio profetico andrà crescendo verso la fine dei tempi (Dn 12:4). Senza
questa migliore comprensione era possibile fraintendere aspetti diversi
dell’attesa del Signore.
3) Una migliore conoscenza delle norme ermeneutiche permette ora di
comprendere che elementi che nel passato venivano considerati come Segni dei
Tempi, non lo sono affatto. Ad esempio, le guerre e i terremoti di cui parla Gesù
all’inizio di Matteo 24 venivano e vengono ancora oggi considerati da molti
come segni dell’avvicinarsi del suo ritorno. Ma Gesù sembra mettere invece in
guardia contro questa aspettativa, invitando a non turbarsi più del dovuto (v. 6),
e dicendo che nonostante il loro accadere «non sarà ancora la fine» (v. 6), e che
tutto quello che avverrà sarà solo un «principio di dolori». Si tratta solo di cose
che accadono nella storia umana, non segni specifici del ritorno. Non capire
questo significa che ad ogni grande motivo di dolore si pensa subito che ci si
trovi di fronte a un segno. Questo può dare consolazione, ma anche delusione.
4) Alcuni «segni» sono effettivamente indeterminati, come quelli sulla
corruzione morale o la mancanza di fede. In fondo, in questo mondo, la fede non
è mai abbastanza, e l’immoralità è sempre troppa. Tuttavia, di fronte alla
descrizione biblica della situazione del mondo, noi facciamo bene a sognare una
realtà diversa, senza scoraggiarci troppo per quello che vediamo attorno a noi e
cercando di dare una testimonianza affinché il mondo sia migliore di quello che
è.
10) L’attesa del regno dei cieli può estraniarci dal nostro impegno in questa
vita?
Certo, come molte altre cose, ma non deve farlo. È vero invece il contrario, che
la speranza cristiana diventa impegno per un presente migliore.
1)La speranza di un mondo nuovo è amore per i valori del regno: «perché il
regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia
14:3
nello Spirito Santo» (Rm 14:17). Questo riferimento ad una vita nello Spirito ci
ricorda anche quello che l’apostolo Paolo chiama il frutto dello Spirito: «è
amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine,
autocontrollo» (Gl 5:22). Di fronte a questa visione, che potremmo ampliare
sulla base di molti altri testi biblici, Paolo conclude: «Poiché chi serve Cristo in
questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di
conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione»
(Rm 14:18-19). La speranza cristiana, proprio perché fondata sull’amore dei
valori di Dio, può essere una speranza cristiana solo nella misura in cui questi
valori sono amati e quindi ricercati e vissuti nell’oggi. L’apostolo Giovanni
esprime la stessa idea con altre parole: «E chiunque ha questa speranza in lui, si
purifica com’egli è puro» (1 Gv 3:3). Il futuro della fede viene dunque reso
attuale nel presente, o non è affatto fede.
2) L’impegno nel presente per un mondo migliore è spesso soggetto allo
scoraggiamento. La certezza che Dio realizzerà comunque il suo regno e che ci
chiama ad essere suoi testimoni attivi, diventa per noi motivo di consolazione e
di incoraggiamento ad andare comunque avanti. 2 Corinzi 4:16-18; Galati 6:9.
11) Come capire il fatto che già nel N.T. si pensi di essere negli «ultimi
tempi»? (Atti 2:17; 2 Tm 3:1ss; Eb 1:2; Gc 5:3; 1 Pt 1:5 ecc)
La Bibbia ha come suo entro la persona di Gesù e l’opera della salvezza che egli
ha compiuto. Tutto l’Antico Testamento è attesa del Messia che viene. Con la
sua venuta si entra in una nuova fase della storia. Con Gesù, tutto ciò che doveva
essere fatto è stato fatto. Con lui il tempo si avvia già verso la fina, con lui si
entra negli ultimi giorni. Tutto il tempo che resta è solo attesa del compimento
finale.
12) Come valutare il fatto che nel Nuovo Testamento il ritorno di Gesù è
visto come vicino? (Rm 13:12; Filip 4:5; 1 Tes 4:17; Ap 1:3; 22:20)
Nel N.T. vi è sia la percezione di una vicinanza del ritorno di Gesù, sia la
consapevolezza di un tempo alquanto lungo che sorprenderà i credenti.
Pensiamo ad esempio alla parabola di Gesù sulle dieci vergini che si
addormentano nell’attesa dello Sposo che tarda a venire (Mt 25:1ss) o al fatto
che Gesù, nella parabola dei talenti dice che il Signore partito per un viaggio
tornerà «dopo molto tempo» (Mt 25:19). Lo stesso avviene per il Padrone della
vigna che parte per «molto tempo» (Lc 20:9). Paolo stesso, che pure si vede tra
coloro che sono vivi al ritorno di Gesù (ma questo può essere solo l’espressione
di una speranza più che di una convinzione) contrasta l’idea di alcuni che il
ritorno del Signore fosse «imminente» (2 Tes 2:2) e ricorda quello che lui aveva
già insegnato, e cioè che prima che questo accada si debbono realizzare delle
profezie (vv. seguenti): il tempo potrebbe essere quindi più lungo di quanto si
sospettasse. L’apostolo Pietro a sua volta dice che di fronte all’apparente ritardo
della parusia, vale la pena di ricordare che per Dio «un giorno è come mille anni
14:4
e mille anni sono come un giorno) (2 Pt 3:8) e aggiunge l’idea della pazienza di
Dio verso gli uomini (2 Pt 3:9), idea presente anche nell’Apocalisse (6:10-11.
Quest’ultimo testo fa anche appello alla pazienza dei credenti, come anche aveva
fatto Paolo in Romani 8:25). L’apocalisse, che pure presenta l’idea della
vicinanza della parusia, tuttavia lascia presupporre uno svolgimento di tempi
profetici alquanto complesso e quindi non immediato.
Esistono quindi entrambe le visioni, quella della prossimità e quella della
lontananza. Probabilmente, il nodo migliore di spiegarle è quella di distinguere
tra la speranza del cuore che vorrebbe tutto si realizzasse subito e la
consapevolezza della mente che conosce la difficoltà e la lunghezza del
cammino.
13) Come capire testi tipo quelli sulla missione dei Dodici in Matteo 10:23 e
quello sulla trasfigurazione in Matteo 16:28; Marco 9:1; Luca 9:27?
In Matteo 10:23 Gesù informa i discepoli che il «Figliuolo dell’uomo» sarebbe
venuto prima che essi avessero finito di predicare l’evangelo. Il contesto ci
informa che Gesù sta mandando i Dodici a predicare il vangelo, non al mondo
intero come avverrà successivamente (Mt 28:19) ma solo nei territori circostanti:
«Non andate tra i Gentili, e non entrate in alcuna città dei Samaritani, ma andate
piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele» (vv. 5-6). Il fatto che Gesù
sarebbe «venuto» prima che questa missione circoscritta fosse completata, ha
fatto pensare ad alcuni che qui il testo riporti un errore di Gesù perché le città
degli ebrei sono state certamente percorse tutte dagli annunciatori del vangelo
ma Gesù non è ancora «venuto», non è tornato.
Il problema nasce probabilmente dal fatto che l’evangelista ha incluso nel
discorso di Gesù su questa missione circoscritta, elementi di altri discorsi sulle
condizioni della predicazione in generale. Tuttavia, il contesto storico
immediato del brano rimane quello di una missione molto limitata che si sarà
probabilmente conclusa nell’ambito di qualche giorno o settimana. Non bisogna
quindi pensare alla venuta di Gesù nei tempi della fine. Infatti, il discorso di
Gesù su questa missione si conclude con l’annotazione che «quando ebbe finito
di dare le sue istruzioni ai suoi dodici discepoli, Gesù si partì di là per insegnare
e predicare nelle loro città» (11:1). Il modo più semplice, quasi banale, di
comprendere l’accenno al fatto che Gesù sarebbe ritornato prima che i discepoli
finissero il loro giro, è quello di pensare alla separazione che è avvenuta tra il
Maestro e i discepoli per questa missione limitata, separazione che si sarebbe
conclusa prima ancora che essi avessero finito perché Gesù sarebbe tornato a
continuare a stare con loro.
Quanto agli altri testi, il regno di Dio che alcuni dei discepoli avrebbero visto
prima di morire, non si riferisce al regno di Dio che si manifesterà al ritorno in
gloria di Gesù, ma a quella straordinaria anticipazione che si manifestò con la
trasfigurazione. Alla presenza di tre dei suoi apostoli Gesù fu trasfigurato e
apparve loro nella sua gloria divina, accompagnato da Mosè ed Elia,
14:5
rappresentanti di tutti i salvati, di quelli che andranno in cielo dopo essere morti
come Mosè, e di quelli che vi andranno mentre sono vivi come Elia. Non è un
caso che tutti e tre i testi che riportano il detto di Gesù siano seguiti dalla storia
della trasfigurazione, e non è un caso che tutti e tre i testi che la raccontano siano
introdotti con l’indicazione di un tempo specifico (detto in vari modi a seconda
del metodo cronologico usato) che è intercorso tra il detto di Gesù e la
trasfigurazione stessa. In altri termini, tutti e tre gli evangelisti ci dicono che la
visione della gloria del regno di Dio annunciata da Gesù per alcuni suoi
discepoli prima ancora che gustassero la morte si riferiva alla trasfigurazione
vista da Pietro, Giacomo e Giovanni.
14:6
15. La nostra esperienza celeste (Millennio)
Scopo: Capire cosa succede dopo il ritorno del Signore, eliminando false attese
millenaristiche (relative al regno millenario di Cristo) e comprendendo come il
millennio esprima l’amore e il rispetto di Dio per la libertà delle sue creature.
Introduzione
Finora abbiamo visto che quando Gesù ritorna tutti i credenti andranno in cielo
con lui. Ma cosa succederà sulla terra? I salvati cosa faranno in cielo,
rimarranno lì per tutta l’eternità? Troveremo le rispose a queste domande
studiando quello che la Bibbia dice in Apocalisse 20 su un periodo speciale di
tempo che noi chiamiamo «millennio». La cosa migliore da fare è quella di
leggere questo testo per intero e dopo ci faremo qualche domanda.
1) I salvati cosa faranno durante il millennio?
1. Regneranno con Gesù (v. 4).
2. Giudicheranno i malvagi (v. 4. Cf. con 1 Cor 6:2-3 e Mt 19:28).
Nota: Nei tempi antichi il re accentrava in sé tutti i poteri principali della Stato,
compreso quello di giudicare (1 Re 3:7ss; Ger 22:15-16). È così facile capire che
quelli che seggono su dei troni (seggi regali) per giudicare siano gli stessi che
regnano con Gesù. Adesso non è nostro compito giudicare alcuno e noi stessi
abbiamo bisogno di essere giudicati, ma quando saremo con Gesù, allora saremo
chiamati ad esercitare questa responsabilità per coloro che non sono stati salvati.
2) Che significato ha questo giudizio?
La Bibbia non lo spiega esplicitamente. Possiamo però immaginare che Dio voglia
aiutarci a comprendere le ragioni per cui non ha potuto salvare i perduti. Potrebbe
anche chiederci di accettare la bontà del suo giudizio sulla fiducia, e avremmo
molti motivi per fidarci di lui. Ma Dio è un padre amabile che desidera renderci
partecipi, farci capire. Consideriamo i testi di Giovanni 15:15 e Amos 3:7: Dio
vuole condividere i suoi pensieri con i suoi figli. In un cero senso, potremmo quasi
capire che, chiedendoci di giudicare gli empi, è come se Dio ci chiedesse di
giudicare se stesso e la sua propria giustizia. Ma, alla fine, come possiamo
aspettarci, potremo solo dire: «Alleluia! La salvezza, la gloria e la potenza
appartengono al nostro Dio, perché veritieri e giusti sono i suoi giudizi» (Ap
19:1,2; 16:7).
3) Quando comincia il millennio?
Alla seconda venuta di Gesù. Possiamo facilmente capire questo considerando
i fatti seguenti.
1. Il contesto. Se leggiamo Apocalisse 19 dal v. 11, possiamo vedere come il
millennio segua il ritorno di Gesù.
15:1
2. Il momento in cui i santi giudicano giunge quando il Regno di Dio viene
stabilito, al ritorno di Gesù. Vedi Matteo 19:28.
3. Il momento in cui i santi risorgono dai morti è quando Gesù ritorna (1 Tes
4:13-18). Così, quando Apocalisse 20:4 ci dice che i santi risuscitano all’inizio
del millennio, capiamo che il millennio comincia al ritorno di Gesù.
4) Cosa accadrà all’inizio del millennio?
Quando Gesù ritorna, gli uomini possono essere divisi in quattro gruppi:
1. I santi morti risorgono gloriosi e vanno in cielo (1 Tes 4:16,17).
2. I santi ancora viventi sono glorificati anch’essi e vanno in cielo insieme ai
risorti (1 Tes 4:17; 1 Cor 15:52).
3. Gli empi morti rimangono nei loro sepolcri (Ap 20:5).
4. Gli empi ancora viventi morranno (Ap 19:17,18,21).
5) Come sarà la terra durante il millennio?
Se i santi sono tutti in cielo e gli empi tutti morti, questo significa che sulla terra
sarà scomparsa ogni forma di vita umana. Solo Satana vi rimarrà legato da una
catena di circostanze. È solo con i suoi angeli in una terra ritornata ad essere
come un abisso (Ap 20:3), la stessa parola che troviamo nella traduzione greca
di Genesi 1:2 dove serve a descrivere la terra «senza forma e vuota» com’era
prima che Dio vi creasse la vita. Ma da questa desolazione, Dio saprà di nuovo
trarre un mondo pieno di vita come vedremo tra poco alla fine del millennio.
6) Cosa accadrà alla fine del millennio?
1. Gli empi risorgeranno dai morti (Ap 20:5).
2. Satana non sarà quindi più solo. Le sue «catene» sono sciolte ed egli può di
nuovo tentare gli uomini (vv. 7,8).
3. La nuova Gerusalemme con tutti i santi scende dal cielo (Ap 21:2).
4. Gli empi, guidati da Satana, cercano di conquistare la città santa ma sono
distrutti (Ap 20:9). Questa è la morte seconda, quella eterna (vv. 6 e 14sp).
7) Perché Dio riporta gli empi in vita alla fine del millennio visto che poi
muoiono di nuovo?
La Bibbia non risponde direttamente a questa domanda. Possiamo supporre vari
motivi:
1. Per rendere loro una punizione consapevole dei loro peccati.
2. Per mostrare, con la loro ribellione finale, in un momento in cui non hanno
più scuse per non credere, che Dio non poteva proprio salvarli perché non
avevano alcuna voglia di vivere secondo le norme dell’amore e della giustizia
che regolano il regno di Dio. La loro ribellione finale libererà definitivamente
Dio da ogni possibile sospetto sulla loro giustizia. Eliminerà quindi la radice del
peccato che, come ricorderemo, nacque dall’orgoglio ma anche dalla sfiducia
nella giustizia e nell’amore di Dio.
15:2
8) Come possiamo capire il giudizio universale e finale descritto in
Apocalisse 20:11-15?
Questa scena sembra spezzare il fluire logico della narrazione. Dopo avere letto
(vv 7-10) della punizione degli empi, ci aspetteremmo di andare direttamente ad
Ap 21 con la Nuova Gerusalemme che scende sulla terra restaurata. Perché
allora questo giudizio è posto tra queste due scene?
Probabilmente la sua narrazione è stata spostata dove la troviamo per (1) non
spezzare la scorrevolezza della storia recedente, e/o (2) per dargli più enfasi e
solennità. La scienza di questo giudizio rappresenta il momento in cui tutta
l’umanità, buona e malvagia, si ritroverà insieme di fronte al trono di Dio, subito
dopo la risurrezione degli empi e poco prima della loro punizione finale. Tutti i
santi saranno dentro la Nuova Gerusalemme, tutti gli empi attorno ad essa. Tutti
sono davanti al loro Creatore e ognuno riceverà la conferma del suo destino
eterno: vita o morte eterna. Questa scena è la sintesi del giudizio di Dio. Questo
è il momento in cui si adempie letteralmente la profezia: « Poiché tutti
compariremo davanti al tribunale di Dio; infatti sta scritto: “Come è vero che
vivo”, dice il Signore, “ogni ginocchio si piegherà davanti a me, e ogni lingua
darà gloria a Dio”. Quindi ciascuno di noi renderà conto di sé stesso a Dio.»
(Rm 14:10,11)
9) Cosa accadrà dopo il millennio?
«Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima
terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. E vidi la santa città, la nuova
Gerusalemme, scender giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa
adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il
tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi
popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni
lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né
dolore, perché le cose di prima sono passate». (Ap 21:3-4).
15:3
La Nuova
Gerusalemme
discende
Gesù ritorna
I santi morti
risorgono
I SANTI REGNANO CON GESÙ
E GIUDICANO GLI EMPI
1a risurrezione
Tutti i santi
vanno in cielo
Gli empi vivi
muoiono
a
1 morte
Gli empi morti
rimangono nella
tomba
15:4
Gli empi
risorgono
2a risurrezione
MILLENNIO
Satana sciolto
Ultima ribellione
LA TERRA È DESOLATA CON GLI EMPI
MORTI E SATANA LASCIATO SOLO,
LEGATO
Fuoco dal cielo
2a morte
Testi biblici
Gn 1:2
Sal 104:5,6
Is 24:17-23
Mt 19:28
Lc 18:8
Rm 14:10,11
1Tes 4:13-18
Ap 19:11-21:4
Il millennio della terra come l’abisso del principio.
Tu hai creato la terra … l’hai circondata dell’abisso
Dopo molto tempo dalla morte saranno puniti.
Santi giudicano al ritorno di Gesù.
Ma troverà fede quando verrà?
Ogni ginocchio si piegherà davanti a Dio.
Santi risuscitano al ritorno di Gesù e vanno in cielo. (1 Cor 15:52)
Sequenza dei fatti: ritorno di Gesù, millennio, nuova terra.
Approfondimenti
1) Ci sono altri testi biblici che descrivano il millennio?
Apocalisse 20 è il solo testo dove il millennio sia esplicitamente menzionato. Di
conseguenza, tale dottrina deve essere formulata soprattutto sulla base di quello che
questo testo dice. Naturalmente la nostra comprensione deve essere in armonia con
gli altri insegnamenti trovati nel resto della Scrittura.
C’è tuttavia almeno un altro testo in cui il millennio è probabilmente sottinteso: Isaia
24:17-23 dove leggiamo che negli ultimi tempi, quando la terra sarà «scossa» (v. 19)
e il sole «svergognato» (v. 23), un linguaggio molto utile a quello che Gesù usa per
descrivere i segni della fine prima del suo ritorno (Mt 24:29). Quel giorno, Isaia
continua, i ribelli saranno puniti da Dio: «In quel giorno il SIGNORE punirà nei
luoghi eccelsi l’esercito di lassù, e giù sulla terra i re della terra; saranno riuniti
assieme, come si fa dei prigionieri nel carcere sotterraneo; saranno rinchiusi nella
prigione e dopo molti giorni saranno puniti.» (v. 21-22). Il linguaggio e la situazione
descritta richiama quasi esplicitamente Apocalisse 20 con gli angeli (l’esercito di
lassù) e i potenti della terra puniti insieme. Essi staranno uniti insieme nel carcere
della terra desolata (gli empi umani, nel carcere del soggiorno dei morti) per ritornare
alla vita ed essere puniti dopo molti giorni (i 1000 anni del millennio).
L’interpretazione millenniale di questo testo viene rafforzato anche dalla
considerazione che i primi versi di questo capitolo, pur con delle differenze dovute
alla diversa prospettiva temporale del profeta Isaia e alla sua non ancora completa
rivelazione ricevuta, parlano di questi tempi come di tempi in cui la terra è desolata.
2) I cristiani interpretano il millennio tutti allo stesso modo?
No. Già nei primi secoli della storia cristiana alcuni compresero il millennio
come se si riferisse alla cosiddetta età della chiesa prima che Gesù ritornasse.
Sant’Agostino lo interpretò come se si riferisse al primo millennio della storia
della chiesa. A causa di questa interpretazione, alcuni pensarono che l’anno
1000 avrebbe segnato la fine del mondo. Agostino pensava che satana era stato
legato da Cristo ala sua prima venuta e che, a poco a poco, tutto il mondo
sarebbe diventato cristiano. Sfortunatamente, questa non è né la prospettiva
15:5
biblica che anzi presuppone un mondo che si allontana sempre di più dalla fede
(Lc 18:8), né ha avuto conferma nella storia del mondo.
Ai nostri giorni, alcuni cristiani credono che il Millennio sarà un’epoca di
prosperità sulla terra, prima che Gesù ritorni in gloria. Essi pensano che,
siccome satana sarà legato e non potrà tentare le nazioni, lo Spirito di Dio potrà
condurle alla conversione. Di conseguenza la terra diventerà come n nuovo
paradiso. Questa situazione finirebbe quando Satana sarà slegato e potrà
nuovamente tentare gli uomini. Dopo un poco di tempo ci sarà il giudizio e poi il
regno eterno di Dio sarà definitivamente stabilito.
Noi crediamo che questa interpretazione sia errata per molte ragioni:
1. Ignora il fatto che secondo Apocalisse 20-21 il millennio comincia al ritorno
di Gesù.
2. Ignora il fatto che nessun essere vivente sarà presente sulla terra.
3. Ignora che dopo il millennio, l’Apocalisse prevede solo sentenze di morte,
non di salvezza.
4. Crea inoltre un grande problema morale: Se senza Satana tutto il mondo diventa
buono, perché Dio dovrebbe rilasciarlo per fare di nuovo cadere gli uomini nel
peccato? Sembrerebbe come se Dio usasse Satana proprio per tentare le nazioni.
Satana diventerebbe quasi lo strumento di Dio per la perdizione di tante persone, cosa
che è totalmente al di fuori dell’insegnamento biblico. Nella nostra interpretazione,
invece, ciò che libera Satana non è la volontà specifica di Dio ma solo il cambiamento
delle circostanze. Vale la pena di notare come Apocalisse 20 eviti volutamente l’idea
che Dio voglia che Satana tenti gli uomini. Infatti, mentre si dice esplicitamente che
Dio lo fa legare perché non tenti le nazioni (v. 4), l’opposto non è detto quando viene
slegato: si dice invece che egli tenterà (vv. 4,7), per sua iniziativa, senza alcuna
intenzione da parte di Dio.
La vera ragione per la quale alcuni sostengono l’interpretazione che stiamo
discutendo non sta tanto nell’esegesi di Apocalisse 20, quanto sul presupposto che
ci deve essere un tempo perché alcune profezie relative al ristabilimento del regno
di Israele si realizzino in modo letterale e il millennio è visto come il momento più
adatto. Noi crediamo invece che il millennio biblico non abbia nulla a che fare con
l’Israele carnale perché la Bibbia lo collega esplicitamente con l’esperienza
cristiana della salvezza e al giudizio del mondo. E non dice nient’altro.
3) I 1000 anni sono da comprendere simbolicamente o allegoricamente?
Se dovessimo applicare il principio biblico secondo il quale, nelle profezie
apocalittiche un giorno equivale a un anno, contando 360 giorni per anno come
avviene nelle Scritture, avremmo un periodo di 360.000 anni. Ma a questo punto
non ha più alcuna importanza preoccuparci della lunghezza del tempo. Essa ha
importanza ora perché è un tempo di separazione e spesso di dolore. Ma quando
saremo con Dio 1000 o 360.000 anni saranno per noi solo il breve inizio
dell’eternità.
15:6
16. La nostra casa eterna nella nuova terra
Scopo: Mostrare la natura terrena del regno di Dio, dopo il millennio, come
realtà terrena restaurata. Capire la bellezza del progetto di Dio per i suoi figli e
prepararsi a farne parte.
Introduzione
Che tipo di vita avremo nel regno di Dio? Sarà un’esperienza di tipo solamente
spirituale, riempita solo di contemplazione, o sarà anche una vita pratica, attiva?
1) Che tipo di vita Dio aveva preparato per l’umanità prima del peccato?
Gn 1:26-28; 2: 8. Dio preparò per l’uomo un mondo meraviglioso dove tutto era
perfetto (Gen. 1:31). In questo mondo, l’uomo poteva vivere in armonia con la
natura e con se stesso. Egli vi agiva come rappresentante di Dio e se ne prendeva
cura. La sua vita era attiva e gioiosa.
2) C’è qualche motivo per pensare che sulla nuova terra la realtà sarà
diversa?
Rom. 8:18-25: La Bibbia non presuppone mai una realtà che potremmo definire
eterea. Continueremo a vivere in una nuova «terra», riportata alla sua originaria
bellezza e noi vivremo in questo mondo restaurato.
3) Il profeta Isaia come descrive la realtà dei salvati e il loro mondo?
Isaia 11:1-7. Una vita sicura in un ambiente restaurato.
NOTA: Che «la conoscenza del SIGNORE riempirà la terra» significa che non
ci sarà nulla che non sia in totale armonia con Dio e quindi con il resto della
creazione. Come abbiamo visto altrove, «conoscenza», nella Bibbia, si riferisce
ad una esperienza di profonda unità con ciò che si conosce (Gn 4:1,17; Ger
22:15,16).
Isaia 65:17-25. La vita sarà nuovamente attiva e gioiosa in un ambiente sicuro.
Lavorare non è un problema ma un modo per esprimere la nostra creatività come
collaboratori di Dio. Il peccato ha trasformato il lavoro in una esperienza spesso
penosa e alienante (Gn 3:17-19), ma nella terra rinnovata che Dio ci sta
preparando, non ci sarà nessun motivo di pena. Anche i bambini, attraverso i
loro giochi, lavorano molto ma ne sono felici e attraverso quello che fanno
imparano e crescono. Immagina cosa potremo imparare e diventare avendo tutta
l’eternità davanti a noi!
Isaia 35:1-10. Nessuna malattia, nessun motivo di paura, nessuna sofferenza.
NOTA: Il fatto che non ci siano leoni o bestie selvatiche non comporta la loro
non esistenza, ma il fatto che non saranno più feroci. (Vedi Is 11:6; 65:25).
4) Qual è la visione del Nuovo Testamento?
Matteo 8:11. Avremo una vita fisica che include il mangiare e il bere. (vedi
anche 26:29).
16:1
Apocalisse 21:1-5. Sappiamo già che al ritorno di Gesù tutti i salvati saranno
condotti in cielo dove trascorreranno 1000 anni. Scopriamo ora che dopo questo
lungo periodo di tempo, Dio scenderà dal cielo su questo nostro pianeta e
stabilirà il suo trono tra gli uomini. In un certo senso, la terra diventerà «il
cielo», il centro dell’universo. Il nostro pianeta ha conosciuto la tragedia del
peccato ma, per grazia di Dio, è stato anche il luogo in cui Dio ha mostrato il
massimo del suo amore. Un giorno, per la stessa grazia, la terra avrà il privilegio
di essere il luogo dove Dio manifesterà la gloria della sua presenza. Non è
veramente una grande ricompensa per tutte le nostre pene?
5) Cosa c’è di nuovo nella prospettiva del Nuovo Testamento?
In entrambi i Testamenti, la casa dei salvati è una realtà concreta, fisica, con
l’uomo che si prende cura del mondo in cui ogni cosa è in armonia con Dio e
con il resto. Il N.T. specifica semplicemente meglio e pone su un livello ancora
più elevato le promesse dell’A.T. L’unica vera novità è che mentre l’A.T. pensa
ad una vita prevalentemente agricola, il N.T. ci descrive la vita in una immensa,
gloriosa città (la Nuova Gerusalemme). La differenza è probabilmente dovuta al
diverso contesto sociale in cui Isaia e Giovanni vissero e Dio che trasmette la
speranza in modo che ognuno la potesse sentire vicina ai bisogni del suo cuore.
Quello che possiamo imparare è che non dobbiamo immaginare l’eternità solo
secondo alcuni schemi fissi e limitati. L’importante è che in qualunque modo si
viva, vivremo in comunione con Dio, amandoci gli uni gli altri, pieni di gioia e
di soddisfazione. Possiamo immaginare la nuova terra come l’opportunità che
Dio ci dà di realizzare i nostri desideri più belli, le cose che non abbiamo mai
potuto raggiungere a causa dei limiti della nostra vita attuale. Pensaci: cosa
vorresti fare nella nuova terra?
6) Possiamo comprendere pienamente come sarà la realtà? 1 Cor 2:9.
NOTA: Questo testo non si riferisce direttamente alle realtà future ma alla
grandezza straordinaria e incredibile di ciò che Dio ha già fatto per noi
attraverso Cristo (vedi il contesto). Tuttavia, possiamo certamente applicare
questo testo a tutto ciò che Dio fa per noi, perché i suoi pensieri sono sempre più
elevati dei nostri (Is 55:8,9) e la sua potenza e la sua fantasia superiore a
qualunque cosa noi possiamo immaginare.
7) Cosa dobbiamo fare per ereditare tutto questo?
Apocalisse 21:7. Solo i vincitori erediteranno queste cose, i vincitori sopra il
peccato, le difficoltà, le persecuzioni. Noi possiamo essere tra questi vincitori,
per la grazia di Dio. Possiamo esserlo se accettiamo con tutto il cuore Gesù e
diventiamo suoi discepoli (Rom 8:36-39).
16:2
Testi biblici
Gn 1-2
Gn 2:9; 3:22,24
Gn 3:17-19
Gn 4:1,17
Gn 25:8; 35:29
Gn 32:28
Es 25:8
Is 11:1-9
Is 25:8,9
Is 31:17,18
Is 35:1-10
Is 55:8,9
Is 65:17-25
Nah 1:9
Mt 8:11; 26-29
Gv 1:14
Gv 10:10
Gv 14:1-3
Gv 14:6
1Cor 2:9
1Cor 15:51,52
Rm 8:18-25
Rm 8:36-39
Ef 2:20
Ap 7:14
Ap 7:14
Ap 19:7,8
Ap 21
Ap 21:7
La prima creazione.
Albero della vita.
L’alienazione e corruzione della natura e dell’uomo.
«Conoscere» (Ger 22:15,16).
Morire sazi di giorni.
I 12 patriarchi.
Mi facciano un santuario perché io abiti in mezzo a loro.
Nuova terra dove il lupo abiterà con l’agnello.
Annienterà la morte. Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato.
Mura = sicurezza (Sal 18:2(
Il deserto fiorirà e la malattia scomparirà.
I miei pensieri più alti dei vostri pensieri.
Costruiranno case e le abiteranno … lupo e l’agnello …
La sventura non si abbatterà due volte.
Si mangerà e si berrà.
Figlio di Dio si fece carne ed abitò fra noi.
Io sono venuto perché abbiano vita … ad esuberanza.
Vado a prepararvi un luogo
Io sono la via la verità la vita.
Cose che occhio non ha mai visto.
Trasformati in un istante.
Tutta la creazione aspetta con ansia la liberazione.
Niente potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù.
Apostoli e profeti fondamento della chiesa.
I 144.000.
I salvati che vengono dalla grande tribolazione.
Paglia e legno non vi entreranno (1 Cor 3:9-13).
La nuova terra e la nuova Gerusalemme.
I vincitori erediteranno queste cose (Mt 24:13).
Approfondimenti
8) Per Isaia ci saranno ancora il peccato e la morte sulla terra?
Isaia 65:29 potrebbe dare l’impressione possano ancora esistere, anche se
marginalmente anche nella nuova creazione. Tuttavia, questa non sembra essere
l’intenzione di Isaia perché, in altri testi spiega chiaramente che non si farà
nessun danno sulla nuova terra (11:1-9) e non ci sarà nessuna morte (25:8).
Un tentativo di spiegazione può essere che mentre in questi ultimi testi il profeta
stia parlando della nuova terra quando sarà pienamente ristabilita, l’altro
potrebbe riferirsi ad una possibile ma solo ipotetica fase di transizione, come
quella che avrebbe potuto realizzarsi se Israele avesse accettato il Messia e il suo
16:3
insegnamento. In questo caso la situazione del mondo avrebbe potuto evolversi
gradualmente, man mano che cresceva la consapevolezza dell’insegnamento e
dell’amore di Dio, fino a giungere poi ad una realtà pienamente restaurata. Si
tratta naturalmente di nostre fantasie che valgono «quello che valgono».
Un’altra spiegazione, forse più complessa ma più vera, fa appello al linguaggio
umano: quando vogliamo comprendere qualcuno non dobbiamo tanto badare ai
dettagli ma allo scopo che vuole raggiungere. In questa prospettiva, Isaia vuole
semplicemente trasmettere la sensazione di una vita serena dove la vita è
descritta al meglio delle possibilità che oggi conosciamo, una vita in cui anche
morire è bello se si muore sazi di giorni (Gn 25:8; 35:29) e nulla impedisce
veramente il godimento della gioia che Dio dà ai suoi figli. Questo non significa
però che, di fatto, si morirà.
9) Come possiamo capire la descrizione della Nuova Gerusalemme in
Apocalisse 21-22:5?
Molto probabilmente (questa è la convinzione personale dell’autore di queste
note) possiamo comprenderla come una parabola del popolo di Dio e della loro
vita.
21:1. Il mare può rappresentare la realtà paurosa che esso rappresentava nel
mondo antico. Il fatto che non ci sia più il mare, significa che non ci sarà più
niente di pericoloso, forse anche nessuna divisione nel mondo dei figli di Dio. Il
testo potrebbe forse fare anche riferimento al fatto che, secondo la Bibbia, gli
oceani attuali sono il risultato del diluvio (Gen. 7). Non sappiamo come fosse la
terra prima di questo tragico evento, ma possiamo immaginare che i vasti oceani
attuali non esistessero. «Non più mare» può quindi riferirsi al superamento delle
condizioni attuali della terra condizionate dal disastro ecologico del diluvio: non
rimarrà nulla ad indicare il male passato: tutto sarà veramente nuovo.
21:2: Una bella sposa, l’immagine più tenera, affettuosa e gloriosa per
rappresentare la realtà del popolo glorificato dalla grazia di Dio e le condizioni
della loro vita. La chiesa è la fidanzata-sposa di Gesù (2 Cor 11:2).
21:3,22: C’è il santuario di Dio ma non il tempio. Perché? Offriamo una
possibile spiegazione cercando di capire l’intenzione di questi testi. Lo facciamo
anche sapendo che l’Apocalisse è piena di riferimenti impliciti ed espliciti
all’A.T. Il santuario, che era una tenda smontabile, simboleggiava la presenza di
Dio tra il suo popolo (Es 25:8), il suo desiderio di condividere il suo amore, di
guidarli, di assisterli. La radice della parola santuario in greco significa «abitare»
e Gesù venne per abitare con il suo popolo attraverso l’incarnazione (Gv 1:14).
Il concetto di «tempio» è invece legato all’idea di un luogo santo separato da ciò
che santo non è. In questo senso, nella nuova terra, dove tutto è santo, non c’è
posto per il concetto di tempio. Inoltre, il tempio poteva dare l’idea che Dio,
rinchiuso nella sacralità del luogo, fosse separato dal popolo che vi aveva
accesso solo attraverso i sacerdoti che operavano da mediatori. Nella nuova
16:4
terra, invece, tutti hanno una comunione perfetta e diretta con Dio senza bisogno
di alcun mediatore. In questo senso, il santuario che era legato al concetto di
comunione si dice che c’è, mentre il tempio, che era emozionalmente legato
all’idea di separazione, non c’era. In questo modo di capire, naturalmente,
quando parliamo di santuario e di tempio non dobbiamo pensare a qualcosa di
fisico ma alla rappresentazione di un concetto, di una realtà spirituale. Possiamo
capire ancora meglio pensando che in questa nuova realtà, Dio stesso sarà il
tempio. Cioè, l’incontro con Dio non è mediato ma diretto.
21:12-17: Non si pensi alla forma di un cubo. Molto più probabilmente si pensi
ad una piramide o ad una montagna come a volte è descritto il luogo dove Dio
abita (Is 11:9). Il numero 12 è enfatizzato moltissimo: 12 fondamenta, 12 porte,
12 angeli, ogni lato è di 12.000 stadi (circa 2.218 km, con lo stadio lungo 185
m.). Anche l’altezza delle mura (v. 17) è di 144 cubiti (12x12). Questo numero è
correlato al popolo di Dio e può rappresentare la pienezza del popolo di Dio che
è stato salvato (come i 144.000 di Ap 7:4; 14:1,3 che si riferisce al numero dei
salvati. 144.000=12x12.000 di ognuna delle tribù d’Israele). Il fatto che la città
abbia come misura base 12.000 può significare che tutto ciò che è legato al
popolo dei salvati e al popolo stesso (12) è qualcosa di grande (moltiplicato per
1000).
21:12,14: Le porte hanno i nomi delle 12 tribù d’Israele che derivano dai 12
patriarchi figli di Giacobbe-Israele (Gn 32:28), e le 12 fondamenta i nomi dei 12
apostoli dai quali nasce il popolo del nuovo patto. In questo modo la nuova
Gerusalemme è legata sia al popolo dell’antico patto che a quello del nuovo.
Essa rappresenta tutti i credenti di tutte le epoche.
21:14: Apostoli come fondamenta. Apostoli e profeti hanno un ruolo importante
per la fondazione della chiesa (Ef 2:20) perché è attraverso di essi che ci è
giunta la rivelazione della volontà di Dio. Poiché è attraverso gli apostoli che ci
è giunta la rivelazione cristiana più elevata e conclusiva, essi sono sempre
menzionati prima dei profeti (1 Cor 12:28; Ef 2:20; 3:5; 4:11; Ap 18:20. In
Luca 11:49 e 2 Pietro 3:2 l’ordine è capovolto perché sono menzionati in ordine
cronologico). Qui i profeti non sono menzionati probabilmente perché il loro
numero non era 12 e anche perché non sono, in quanto tali, all’origine del
popolo di Dio come i 12 patriarchi e i 12 apostoli. Il fatto che la nuova
Gerusalemme sia fondata sugli apostoli significa che la chiesa deve seguire
l’insegnamento che Gesù ci ha dato attraverso di loro.
21:12,25. Mura imponenti, fondamenta solide, porte che non hanno mai bisogno
di essere chiuse. Nei tempi antichi, la cinta muraria proteggeva la gente da
eventuali nemici. Ma nella nuova terra non ci sono nemici: perché allora queste
mura? Ancora una volta dobbiamo comprendere l’intenzione più che le parole
usate. Quando le città erano fortificate, più alte erano le mura più ci si sentiva al
sicuro. Inoltre, di notte le porte venivano chiuse e tutti potevano risposare
tranquilli. I primi cristiani vivevano soprattutto in città protette da mura. Essi
16:5
capivano quindi perché Giovanni descrive la nuova Gerusalemme come una città
fortificata: per dire loro che in essa si vivrà tranquilli e protetti. Ma per dire che
non ci sono nemici, si usa l’altro simbolo delle porte sempre aperte, proprio
perché non c’è nessuno di cui avere paura. Mura e porte sono il simbolo della
vita sicura che Dio garantirà al suo popolo (Is 32:17,18; Sal 18:2). Dio non
permetterà che alcun pericolo minacci il suo popolo (Nah 1:9). Si tratta quindi di
immagini che descrivono non un posto fisico ma una realtà morale, sociale,
spirituale.
21:11-21,27. Tutto è prezioso nella nuova realtà create da Dio. Tutto sarà bello
nella casa che Gesù ci sta preparando (Gv 14:1-3). Ma se questa nuova città
viene vista anche come simbolo di quello che è lo stesso popolo di Dio, allora la
sua preziosità, la nobiltà della sua natura, indica anche la preziosità del carattere
del popolo di Dio: noi siamo chiamati ad essere oro, argento e pietre preziose
perché paglia e legno non vi entreranno (Ap 19:7,8; 1 Cor 3:9-13).
22:1: L’albero della vita è al centro della santa città come era al centro
dell’Eden (Gn 2:9). Era stato perso a causa del peccato (Gn 3:22,24), ma ora,
nel nuovo Eden, è ritrovato. Ora possiamo capire la vera natura di questo
albero: esso riceve il suo potere dal fiume della vita che sgorga dal trono di Dio
e dell’Agnello (Gesù): la vita viene da Dio, da Gesù che la offrono al loro
popolo. Gesù disse: «Io sono la vita» (Gv 14:6) e solo grazia a Gesù questa vita
ci verrà data ora e per tutta l’eternità.
22:2: Dodici raccolti l’anno. Una continua, abbondante produzione di vita.
Giovanni 10:10: «io son venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in
abbondanza.»
22:2: Foglie per la guarigione delle nazioni. Avremo ancora bisogno di
guarigione nel regno di Dio? Sappiamo già ce malattia e imperfezioni non ci
saranno più. Perché allora il bisogno della guarigione? Può darsi che il testo
voglia semplicemente dirci che là ogni cosa sarà abbondantemente guarita.
Potrebbe anche significare che, nonostante al ritorno di Gesù, si sia
istantaneamente guariti da ogni male (1 Cor 15:51,52), Dio continuerà tuttavia la
sua azione restauratrice e glorificatrice fino a quando non avremo raggiunto la
gloria che l’umanità aveva in Eden. Se tutto questo avvenisse in un istante, ne
saremmo scioccati: il nostro senso di identità ne verrebbe scosso. Potrebbe
anche riferirsi direttamente ad un processo di armonizzazione delle «nazioni» in
quanto tali, ad una sorta di rinascita culturale dei popoli distanziati dal peccato.
Potrebbe ancora riferirsi al fatto che anche in un mondo restaurato, se siamo
dotati di un corpo, per quanto spirituale sia, potremo essere comunque sottoposti
ad una possibilità di «incidenti» e che in Dio avremo ogni guarigione necessaria.
E chiaro che non si po’ dare una risposta certa, e molto dipende dalle condizioni
che noi immaginiamo per la nostra nuova vita. Ma questa incertezza non è un
problema. Quello che conta è essere lì, e Dio ci mostrerà quello che il testo
vuole dire nella concretezza della nuova vita.
16:6
10) E’ vero che nella nuova terra non ci si ricorderà più delle cose di
prima?
Alcuni pensano che il ricordo del male e delle sofferenze della vita presente non
possa coesistere con la pace perfetta di cui godranno i redenti. Di conseguenza,
essi pensano, che non ci si ricorderà più delle tragedie di questa vita. Si
appoggiano, per questo al testo di Isaia 65:17: «Poiché, ecco, io creo nuovi cieli
e una nuova terra; non ci si ricorderà più delle cose di prima; esse non
torneranno più in memoria.» Bisogna però riflettere sul fatto che una perdita
della memoria significherebbe la perdita della nostra identità, che è legata alla
nostra storia, e la perdita anche della consapevolezza della salvezza che Dio ci
ha offerto attraverso Gesù. Non avrà più senso né la croce di Cristo né il suo
amore. Verrebbe quindi a cadere il senso di gratitudine che dobbiamo avere, e il
fondamento della nostra stessa fedeltà eterna.
E gli angeli, dovrebbero dimenticare anche loro o dovrebbero tenere segreta la
loro conoscenza?
Se Dio avesse potuto e voluto risolvere in questo modo il problema del male,
avrebbe potuto resettare la nostra mente in un istante non appena il male insorse
e non ci sarebbe stata nessuna storia del male e della salvezza. Ma Dio ci
attribuisce un valore molto più grande di quello che noi possiamo attribuire ad
un computer mal funzionante.
Quello che il testo vuole dire non è che non ci si ricorderà di nulla, ma che il
nostro ricordo sarà guarito, consolato perché Dio asciugherà le nostre lacrime
(Ap 7:17; 21:4). Il ricordo del male non influenzerà più negativamente il
godimento della vita. Una donna che partorisce soffre, e non dimentica che ha
sofferto, ma non soffre per il ricordo anzi se ne rallegra sapendo che grazie ad
essa ha avuto la gioia di stringere tra le braccia una nuova vita che ama. La
nostra consapevolezza della storia rimarrà, ma non ci opprimerà più. La visione
delle cose più belle ci farà pensare ad altro.
16:7
17. Cos’è l’uomo?
Scopo: Scoprire la bellezza e la coerenza del messaggio biblico sull’uomo.
Liberare la visione biblica dell’uomo dagli elementi derivanti dal paganesimo. A
causa delle conseguenze che questa dottrina ha in rapporto alla visione della
morte e della speranza della vita eterna (e a molte dottrine cattoliche, come
quella dei santi, della madonna, del purgatorio, dell’inferno ecc.),
comprendiamo le difficoltà che alcuni possono incontrare e ci identifichiamo
con le loro difficoltà. È importante notare che questa dottrina non esclude la
speranza della vita eterna ma la fonda sulla speranza della resurrezione come
vedremo nello studio successivo.
Introduzione
«Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu
hai disposte, che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo perché te
ne prenda cura?» (Sal 8:3,4). Si, di fronte all’universo, l’uomo è una realtà
piccolo e debole. Ma, allo stesso tempo, è così grande da potere pensare
all’universo intero e al suo Creatore. È la sola creatura, su questa terra, che
possa fare questo. «Cos’è l’uomo?», «Chi sono io?». Chissà quante volte ci
siamo fatti questa domanda! Alcuni dicono che siamo il risultato accidentale
dell’incontro di alcuni elementi chimici e che gli stessi elementi si dissolveranno
casualmente con la nostra morte. Molti altri dicono invece che ciò che conta non
è il nostro corpo materiale ma l’anima spirituale. La maggior parte delle
religioni (buddisti, indù, animisti, e anche molti ebrei, musulmani e cristiani)
credono questo. Mentre alcuni credono nella reincarnazione, altri credono che
alla morte, l’anima vada in paradiso o all’inferno. Altri aggiungono la possibilità
del purgatorio. Chi ha ragione? C’è qualche altra possibilità? Chi può saperlo
meglio del Dio che ci ha create. Rivolgiamoci dunque con fiducia alla sua
Parola.
1) La nostra natura dipende dal modo in cui siamo stati creati. In che modo
la nostra creazione è descritta nella Bibbia?
«Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici
un alito vitale e l’uomo divenne un essere [o «anima»] vivente» (Gn 2:7).
POLVERE DELLA TERRA
‘AFAR MIN¯HA’ADAMAH
ANIMA
VIVENTE
NEFESH HAJJA
17:1
ALITO VITALE
NISHMAT HAJJIM
2) Cosa viene dalla polvere?
Evidentemente la realtà fisica del nostro essere, il nostro corpo.
3) Cosa significa «alito vitale»?
L’ebreo tendeva a ragionare per termini concreti, non astratti come facciamo
noi. Per questo si parla di «alito vitale» invece che di «vita». Un altro modo
concreto di indicare la vita è il sangue (Gn 9:4): finche respiriamo e il sangue
circola in noi viviamo. Nella nostra traduzione, l’ebraico neshamah (nishmat) (o
l’equivalente greco pneuma) sono tradotti a volte con «respiro», «spirito». Si
riferisce a tutto ciò che non si vede ma che è dotato di vitalità, che si muove o fa
muovere, vive o dà vita. È solo sulla base del contesto che possiamo
comprendere il suo significato. Nel nostro caso, questo alito è messo nelle narici,
ed è quindi chiaro che si riferisce al respiro, alla vita, non a qualcosa di
intelligente, una realtà consapevole di sé come l’anima. Anche gli animali hanno
l’alito vitale (Gn 7:22).
IMMAGINE: Come l’elettricità è una realtà impersonale e produce diverse
conseguenze in base agli apparecchi che attraversa, così l’alito vitale è lo stesso
per tutte le creature viventi ma produce in ognuno di essi un risultato diverso ,
sulla base della natura di ognuno.
4) Cos’è l’essere vivente (o anima vivente)?
E’ la totalità dell’essere umano: il suo corpo, i suoi pensieri, il suo amore, i suoi
desideri ... Abitualmente nefesh si riferisce a un essere vivente senza alcun
bisogno di specificarlo. A volte si riferisce anche ad un morto (Lv 19:28). In
questo caso un’anima morta è opposta a un’anima vivente.
Nella prospettiva biblica, l’uomo non è una realtà composta ma una unità o,
come si usa dire oggi, una realtà olistica. Considera alcuni usi della parola
«anima-nephesh» (Gn 1:20; Nu 5:2).
PENSIAMO: Dovremmo dire che «abbiamo un’anima» o che «siamo
un’anima»?
5) Qual è la differenza tra gli uomini e gli animali?
L’uomo è creato ad immagine di Dio (Gn 1:26,27).
6) La prospettiva biblica riduce il valore dell’essere umano?
«Eppure tu l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio, e l’hai coronato di gloria e
d’onore» (Sal 8:5). Il valore dell’uomo non è calcolabile sulla base degli
elementi che lo compongono ma sulla base di quello che Dio è stato capace di
farne.
IMMAGINE: Pensa all’aspetto e al valore diverso che hanno un diamante o la
sottile mina di una matita. Entrambi sono fatti della stessa identica sostanza,
carbonio. La sola differenza consiste nel modo in cui i loro atomi sono
posizionati: nella mina casualmente, nel diamante secondo un ordine preciso.
17:2
7) Qual è il modo migliore di calcolare il valore di un essere umano?
Gesù, il Figlio di Dio, offrì la sua vita per salare anche un solo singolo uomo (1
Pt 1:18).
8) Qual conseguenze possiamo trarre dalla visione biblica dell’uomo?
* Maggiore coerenza che la moderna visione scientifica dell’uomo
(psicosomatica).
* Comprensione più moderna della relazione tra l’uomo e la natura (ecologia:
siamo parte dello stesso mondo).
* Rivalutazione del corpo umano in rapporto alla sua dignità, salute, sessualità
ecc.
9) Da dove viene la concezione dualistica abituale dell’uomo?
Non dalla Bibbia ma dalla filosofia pagana. Il filosofo greco Platone ne è une
migliori espositori. Egli pensava che l’anima fosse come un uccello chiuso nella
gabbia del corpo. La morte era il momento in cui la gabbia si dissolveva e
l’uccello poteva volare libero.
10) Un problema: se nella prospettiva biblica non abbiamo un’anima
immortale, cosa succede alla morte?
Considereremo questa importante questione con il prossimo studio.
Testi biblici
Gn 1:20
Gn 1:26,27
Gn 2:7
Gn 7:22
Gn 9:4
Gn 14:21
Lv 19:28
Nm 5:2
Dt 6:5
Gb 2:4
Sal 8:3-5
Pr 23:2
Mt 2:20
Mt 10:28
Mc 12:30
Lc 12:19
At 14:2
1Cor 2:13
1Cor 3:1
1Cor 15:45
Filip 1:27
17:3
Producano le acque esseri viventi (che hanno nefesh hajja)
Uomo differisce da animali perché creato a immagine di Dio.
Dio formò l’uomo dalla polvere della terra e …
Anche animali hanno alito vitale.
La vita (nefesh) è nel sangue.
Dammi le persone (nefesh).
Caso in cui nefesh si riferisce a un’anima morta.
Si mandi fuori accampamento impuro per un cadavere (nehesh)
Amerai Signore con tutta l’anima (nefesh) tua …
Uomo dà tutto per la sua vita (nefesh)
Cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? L’hai fatto di poco inferiore…
Se hai molto appetito (nefesh).
Coloro che cercavano la vita (psyché) del bambino sono morti.
L’anima (psychè) può essere «uccisa» nel fuoco della Geenna.
Ama il Signore con tutta l’anima (psyché) tua … (v. 23 intelletto).
Anima (psychè) mia mangia e bevi.
Inasprirono gli animi (psyché) dei pagani contro i fratelli.
Essere spirituali (pneumatikoi) (Gal 6:1).
Vi ho parlato non come spirituali, ma come carnali (sarkinoi)
«il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente.»
Combattendo insieme con medesimo animo (psyché).
1Tes 5:23
1Pt 1:18
Gd 1:9
Dio vi santifichi completamente, spirito, anima, corpo.
Uomo è così importante che Gesù dà sua vita per lui.
Essere istintivi (psychikoi).
Approfondimenti
11) Possiamo sapere qualcosa di più sul significato biblico di «anima»?
Sappiamo già che nell’A.T. la parola usata è «nefesh». Si tratta di una parola
ebraica come la lingua di quasi tutto l’A.T. (alcune poche parti sono in
aramaico). Il N.T. è invece scritto in Greco e la parola usata è «psychè». Greci
ed Ebrei avevano un modo diverso di comprendere l’essere umano, così la
parola «anima» può essere diverso se usata da un ebreo o da un greco. Ma il
N.T., anche se scritto in Greco, è stato scritto da Ebrei che credevano
nell’insegnamento biblico dell’A.T. Per questo motivo, anche quando troviamo
«psyché» nel N.T. non dobbiamo comprendere il suo significato secondo il
pensiero greco sull’uomo ma su quello ebraico. Scopriamo allora che l
significato della parola è lo stesso in tutta la Bibbia.
12) La parola «anima» significa solo la totalità dell’uomo?
Abitualmente questo è il suo significato. La «mia anima» significa
semplicemente «me stesso». «Io». Ma ci sono anche altri significati, sia
nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Ne riportiamo alcuni. Notiamo
comunque come nessun uso di questa parola si riferisca a qualcosa che esista
fuori dal corpo.
Persona intera
Il nostro essere interiore:
volere, intelligenza,
emozioni.
17:4
Antico Testamento
Genesi 14:21: «Dammi
le persone (nefesh). I
beni tienili per te.»
Deuteronomio 6:5: Tu
amerai dunque il
SIGNORE, il tuo Dio,
con tutto il cuore, con
tutta l’anima (nefesh) tua
e con tutte le tue forze.
Nuovo Testamento
Luca 12:19: «Anima
(psychè),, tu hai molti
beni ammassati per molti
anni; ripòsati, mangia,
bevi, divèrtiti.»
Marco 12:30: «Ama
dunque il Signore Dio
tuo con tutto il tuo cuore,
con tutta l’anima
(psyché) tua, con tutta la
mente tua, e con tutta la
forza tua".
Marco 12:23: «amarlo
con tutto il cuore, con
tutto l’intelletto (psychè),
con tutta la forza».
Filippesi 1:27: «Soltanto
… combattendo insieme
con un medesimo animo
(psyché) per la fede del
vangelo…».
Vita identificata col
sangue
Genesi 9:4: «ma non
mangerete carne con la
sua vita (nefesh), cioè
con il suo sangue.»
Vita
Giobbe 2:4: «L’uomo dà Matteo 2:20: «coloro
tutto quel che possiede
che cercavano la vita
per la sua vita (nefesh).» (psyché) del bambino
sono morti». (ND)
Desideri, passioni,
appetito.
Proverbi 23:2: «mettiti
un coltello alla gola, se
hai molto appetito
(nefesh).» (ND)
Atti 14:2: Ma i Giudei
che avevano rifiutato di
credere aizzarono e
inasprirono gli animi
(psyché) dei pagani
contro i fratelli.
13) Come capire 1 Tessalonicesi 5:23?
«Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere
vostro, lo spirito (pneuma), l’anima(psychè) e il corpo(soma), sia conservato
irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo.». Spirito, anima e
corpo non sono tre parti del nostro essere, altrimenti dovremmo rivedere la
divisione abituale in due parti. Il testo si riferisce piuttosto a tre aspetti del
nostro unico essere umani («l’intero essere vostro»): «spirito», la capacità di
concepire il significato religioso della nostra vita (1 Cor 2:13; 3:1; Gal 6:1);
«anima», la capacità di sentire e di capire come un essere umano (Gd 1:19);
«corpo», l’espressione della nostra capacità di stabilire relazioni con il resto
della natura (toccare, mangiare, camminare ecc). Essere carnali (1 Cor 3:1),
significa vivere come essere puramente animali, senza valori spirituali.
Citazioni
Da Roland De Pury (teologo riformato), Alle origini della libertà. Tentazione di
Gesù e condizione umana, Torino, Claudiana 1967.
17:5
«In opposizione a tutte le religioni, i salmisti ed i savi, i testimoni dell’Antico
Testamento sono unanimi: la morte non approda a nulla e tanto meno conduce a
Dio. Non è un luogo di comunione, ma di separazione; non è ritorno, ma
abbandono; non è una via d’uscita, ma una fossa.» (p. 101)
«la morte non offriva alcun compenso in Israele; che non era, come nelle altre
nazioni, una realtà consolatrice, un transito verso un mondo migliore, una liberazione
dell’anima che evade dal corpo come l’uccello in gabbia, ma al contrario un binario
morto, un vicolo cieco, un buco dal quale non si esce, un luogo di totale abbandono
dove ogni relazione con Dio è spezzata per sempre» (p. 101).
I discepoli di Gesù «non credono nell’immortalità dell’anima. L’uomo non è
metà mortale e metà immortale; forma un tutto. La morte è totale; anche la
salvezza non può che essere totale.» (p. 102)
«L’identità assoluta dell’uomo morto sulla croce e dell’uomo risorto a
Pasqua, sulla quale insistono fortemente tutti i racconti evangelici, significa che
il nostro essere è uno e indivisibile, che i verbi vivere e morire non possono
applicarsi che all’uomo intero …» (p. 118)
«L’illusione qui dissipata (quella della preesistenza e della sopravvivenza
dell’anima senza il corpo) era per l’appunto suggerita dal Tentatore ai nostri
progenitori: “Non morrete affatto, sarete come Dio!”
Essere un dio? Un dio non muore e ciò è molto seducente; perché non essere
un dio? Un immortale? Per dare un fondamento alla sua promessa e
addormentare la sua vittima, il Mistificatore scinde l’uomo e lo convince che una
parte del suo io sopravviverà alla morte e che, perciò, è come gli dèi.» (p. 121)
«Non siamo degli immortali ed eravamo prigionieri d’una menzogna; vivevamo
della parola del Tentatore.» Se l’anima è immortale, perché non credere nella
possibilità della reincarnazione? «Se l’anima è immortale, confesso di essere sedotto
da questa possibilità di soggiorni svariati in corpi e ruoli umani diversi, e ciò non può
dispiacere allo spirito vagabondo dell’uomo contemporaneo.»
Se non sono identico al mio corpo, se il mio corpo e la mia anima possono
essere separati, se il mio corpo è un costume teatrale intercambiabile, con cui
posso recitare varie parti successive, sia pure! Dal momento che ignoriamo o
voltiamo la schiena all’evento di Pasqua, cioè alla rivelazione dell’identità
corporea del Crocifisso e del Risorto, e tradiamo l’insieme della testimonianza
biblica, poco importa che la nostra credenza nell’anima immortale preveda uno
solo o parecchi punti di caduta, uno solo o parecchi soggiorni terrestri.» (p.
122,123)
«“L’immortalità dell’anima” … può avere solo un significato pagano. Essa
nega la creazione, la resurrezione, l’unità della creatura; nega il fatto elementare
che chi dà la vita possa riprenderla e che una vita creata sia immortale solo a
condizione che, nella sovranità e nella libertà della sua grazia, il suo creatore le
conferisca l’immortalità.» (p. 124)
17:6
18. La nostra speranza di fronte alla morte
Scopo: Scoprire la speranza biblica della resurrezione come processo inverso
alla morte e come vittoria su di essa.
Introduzione
La morte è una triste realtà. Dio non ci ha creati per essa ma per la vita: per
questo non possiamo amarla: essa è una nemica (1Cor 15:26). Tuttavia, per
vincere la paura della morte, a volte si rischia di negarne la realtà costruendo la
nostra speranza di vita su false fondamenta. Molti pensano che alla morte ciò
che muoia sia solo il corpo materiale mentre l’anima spirituale è immortale e
continui a vivere in una condizione diversa, in paradiso, inferno o purgatorio.
Altri credono anche nella reincarnazione. Ma Dio ci insegna qualcosa di diverso.
Abbiamo già visto che l’uomo è una unità indivisibile, e che non si può separare
l’anima dal corpo. Cosa accade allora alla morte, quando il corpo evidentemente
muore? C’è ancora speranza? Si, c’è, ma dobbiamo comprenderne la natura in
armonia con l’insegnamento di Dio.
1) L’uomo, o la sua anima, è immortale?
La Bibbia nega che l’essere umano o la sua anima siano immortali.
Romani 2:7: l’uomo cerca l’immortalità (quindi non la possiede ancora)
1 Timoteo 6:16: Dio solo possiede l’immortalità.
Matteo 10:28: l’anima (psychè) può essere «uccisa» nel fuoco della geenna.
2) Cos’è la morte senza Gesù? Genesi 2:7; 3:19; Ecclesiaste 12:7
Notiamo che il testo biblico non dice che solo il corpo ritorna alla polvere ma
«tu», cioè la nostra intera persona.
Ecclesiaste 9:5,10: inconsapevolezza e inattività: tutto ciò che costituisce la vita
dell’uomo scompare. La morte è assenza di vita.
Salmo 115:17: i morti non possono lodare Dio.
3) Cosa diventa la morte per chi crede in Gesù? Giovanni 11:11-15
Con Gesù la morte non è più la fine della vita ma un sonno, un riposo, dal quale
ci si sveglierà all’alba della resurrezione.
1 Tessalonicesi 4:13-18: i morti in Cristo dormono in attesa del ritorno di Gesù.
Daniele 12:2,3,13: la speranza della risurrezione nell’A.T.
4) Che natura avremo alla risurrezione? 1 Corinzi 15:42-44
Avremo un corpo spirituale, un corpo cioè che è in armonia con le leggi dello
Spirito, non un corpo evanescente.
Con questo corpo mangeremo e siederemo su dei troni (Luca 22:30). Ci
riconosceremo gli uni gli altri. Probabilmente saremo simili al Cristo risorto
(Filip 3:20-21; 1 Gv 3:2; Gv 20:26,27; Lc 24:41-43).
18:1
5) Come possiamo immaginare la risurrezione? Ezechiele 37:1-11
La risurrezione è un miracolo straordinario: il Creatore ricreerà il nostro corpo
glorioso e vitale.
6) L’apostolo Paolo come descrive la risurrezione dei giusti?
1 Corinzi 15:49-54: «E come abbiamo portato l’immagine del terrestre, così
porteremo anche l’immagine del celeste. … Ecco, io vi dico un mistero: non tutti
morremo, ma tutti saremo trasformati, in un momento, in un batter d’occhio, al suono
dell’ultima tromba. Perché la tromba squillerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e
noi saremo trasformati. Infatti bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità e
che questo mortale rivesta immortalità. Quando poi questo corruttibile avrà rivestito
incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la
parola che è scritta: “La morte è stata sommersa nella vittoria”».
7) I giusti quando saranno risuscitati?1 Tessalonicesi 4:16,17:
«Perché il Signore stesso, con un ordine, con voce d’arcangelo e con la tromba di
Dio, scenderà dal cielo, e prima risusciteranno i morti in Cristo; poi noi viventi, che
saremo rimasti, verremo rapiti insieme con loro, sulle nuvole, a incontrare il Signore
nell’aria; e così saremo sempre con il Signore.» (Vedi anche 1 Cor 15:52).
8) Proviamo a schematizzare l’intero processo della vita che abbiamo
studiato:
CORPO DALLA POLVERE
RESPIRO DA DIO
Creazione
ANIMA
VIVENTE
ALLA POLVERE
Morte
RESPIRO A DIO
ANIMA
MORTA
DALLA POLVERE
Risurrezione
RESPIRO DA DIO
ANIMA
GLORIFICATA
9) Chi fu il primo a negare la realtà della morte? Genesi 3:4
La prima bugia mai detta ha a che fare proprio con la natura dell’uomo e della
morte. Fu Satana a dirla, «il padre della menzogna» (Giovanni 8:44). Cercava
18:2
così di convincere l’umanità che la morte non esisteva, e dobbiamo ammettere
che ha avuto molto successo. La verità che abbiamo appena imparato ci protegge
da molti inganni e sofferenze. Allo stesso tempo abbiamo la certezza che in
Gesù la morte è vinta e presto il nostro essere mortale riceverà immortalità.
Potremmo sperare di più?
PENSIAMOCI: Quali conseguenze possiamo trarre dall’insegnamento biblico?
Quali altre dottrine possono essere cambiate una volta accolto l’insegnamento
biblico sullo stato dei morti? Che importanza assume, in questa prospettiva, il
ritorno di Gesù?
Testi biblici
Gn 2:7
Uomo tratto dalla polvere.
Gn 3:4,5
Satana nega esistenza della morte.
Gn 3:19
Alla morte, uomo torna alla polvere.
Lev 20:6,27
Chi evoca morti messo a morte (1 Sam 28:9).
Dt 18:11
Vietato andare da chi consulta i morti.
1Sam 28:6-20 Medium di Endor evoca «spirito» di Samuele.
1Sam 28:19;31:4 Saul dà a se stesso la morte annunciata da «Samuele».
Sal 115:17
I morti non lodano il Signore.
Sal 146:4
Il suo fiato se ne va ed egli torna nella polvere
Eccl 9:5,10
Nel soggiorno dei morti non c’è …
Eccl 12:7
Alla morte polvere torna alla terra e spirito (alito) a Dio.
Is 33:20
Salvezza come tenda che non viene più mossa.
Is 38:12
La ma tenda è divelta. Ho arrotolato la mia vita.
Ez 37:1-11
Le ossa secche tornano in vita.
Dn 12:2,3,13
Molti di quelli che dormono si sveglieranno
Mt 6:9
Padre nostro che sei nei cieli.
Mt 10:28
Anima può essere uccisa nella geenna.
Mt 22:32
Non Dio dei morti ma d’Abramo, d’Isacco, di Giacobbe.
Mt 28:18
Gesù riceve potere il giorno della risurrezione.
Lc 2:11
«Oggi» è il giorno in cui salvezza giunge con Cristo nato.
Lc 4:21
«Oggi» è giorno in cui si adempie profezia messianica.
Lc 22:30
Mangiare e bere alla tavola di Gesù nel suo regno.
Lc 23:42,43
Ricordati nel tuo regno. Ti dico oggi: Sarai con me in paradiso.
Lc 24:41-43
il Risorto chiede: «Avete qualcosa da mangiare?»
Gv 11:11-15
Lazzaro dorme ma Gesù va a svegliarlo.
Gv 11:25,26
In Gesù abbiamo e avremo la vita eterna.
Gv 20:17
Non sono ancora salito al Padre (Gesù non ci andò alla sua morte).
Gv 20:26,27
Gesù risorto ha un corpo e attraversa i muri.
Rm 2:7
Uomo cerca immortalità.
Rm 8:29,30
Essere sulla terra ed essere, in fede, già glorificati.
18:3
1 Cor 15:26
1 Cor 15:42-44
1 Cor 15:49-54
1 Cor 15:51-55
2 Cor 5:1-8
Filip 1:20-26
Filip 3:20,21
1Tes 4:13-18
1Tm 6:16
2 Tim 1:10
1Pt 3:18-20
2Pt 1:13,14
1Gv 3:2
Ap 6:9-11
Morte è l’ultimo nemico che sarà distrutto.
Questo corruttibile rivestirà incoruttibilità.
Come abbiamo portato l’immagine del terrestre … del celeste.
All’ultima tromba rivestiremo l’incorruttibilità.
Lasciare la tenda ed essere con Dio.
Desiderare di partire e di essere con Gesù.
Avremo un corpo simile a quello di Gesù risorto.
Chi dorme in Cristo si sveglierà al ritorno di Gesù.
Dio solo possiede l’immortalità.
Gesù ha distrutto la morte e manifestato la vita e l’immortalità.
Gesù va a predicare ai morti?
Lasciare la tenda (cf. Is 33:20; 38:12).
Saremo simili a lui perché lo vedremo com’egli è.
Anime sotto l’altare (Cf. Gn 4:10; 9:4; Gv 11:11-14; 1 Tes 4:16-17).
Approfondimenti
10) Come possiamo capire l’esperienza del re Saul che consulta lo spirito
del morto Samuele? (1 Samuele 28:6-20)
Molte volte la Bibbia narra delle storie così come appaiono senza esprimere un
giudizio. Il giudizio nasce dal confronto che il lettore stesso fa sulla base della
conoscenza dell’insegnamento di Dio. L’esperienza di Saul era contraria alla
volontà di Dio che proibiva ogni contato con chiunque pretendesse di essere in
contatto con i morti (Dt 18:11). La legge antica prescriveva addirittura che tali
persone fossero messe a morte (Lv 20:6,27. Saul stesso aveva precedentemente
eseguito un tale ordine, 1 Sam 28:9). Perché Dio è così severo? La sola possibile
risposta è che pensando di stabilire un rapporto con i morti si entra in realtà in
contatto con il Tentatore, con satana che cerca di convincere il popolo di Dio
che la morte non esiste (Gn 3:4,5).
Si noti che nella narrazione del fatto, Saul non vede nessuno e probabilmente
non sente nessuno. È la donna che racconta quello che lei vede e sente: fa da
medium, da tramite di Satana per convincerci che Samuele morto fosse in realtà
vivo.
Inoltre Satana conosceva molto bene quello che era accaduto e poteva ben
recitare la parte di Samuele. Lo fa però spingendo Saul verso l’ultimo stadio del
suo allontanamento da Dio e della sua disperazione: questo farà avverare la
profezia del falso Samuele che aveva annunciato la morte imminente di Saul.
Preso dalla disperazione, Saul stesso si dà la morte diventando egli stesso
realizzatore della profezia (1 Sam 28:19; 31:4).
18:4
11) Gesù cosa vuol dire quando afferma che Dio è «il Dio d’Abraamo, il Dio
d’Isacco e il Dio di Giacobbe» concludendo che «Egli non è il Dio dei morti,
ma dei vivi»? (Matteo 22:32).
Gesù stava opponendosi ai Sadducei (v. 31) che non credevano nella
«resurrezione». Le parole di Gesù non debbono essere comprese sullo sfondo
del problema dell’immortalità dell’anima ma della speranza nella resurrezione
che si realizzerà al suo ritorno. Nella prospettiva della resurrezione e della vita
eterna che ne consegue per i figli di Dio, la morte diventa solo una breve pausa,
un sonno, dal quale l’amore di Dio ci risveglierà e che la nostra fede ci porta a
superare già oggi. In questa prospettiva, anche se siamo morti, la vita eterna è
contemporaneamente una realtà futura e allo stesso tempo presente (Gv
11:25,26), il Signore è Dio di persone destinate alla vita. Vedi Romani 8:29,30
dove l’apostolo Paolo parla della realtà della future Gloria come se fosse già una
realtà della nostra vita presente. La fede e l’amore anticipano il futuro.
12) Cosa dire del «buon ladrone» crocifisso insieme a Gesù (Luca 23:43)?
Non andò in cielo lo stesso giorno della sua morte?
Giovanni 20:17 dice che tre giorno dopo la sua morte (la domenica della
risurrezione o, secondo il linguaggio biblico, il primo giorno della settimana,
Gesù non era ancora salito al Padre. Secondo il linguaggio biblico, siccome Dio
è in cielo (Mt 6:9) - nella mentalità del Nuovo Testamento sinonimo di paradiso
- andare dal Padre significa andare in cielo ma Gesù ci andò non prima di
domenica. Di conseguenza non poteva promettere al ladrone che quel giorno
(venerdì) sarebbe stato con lui in cielo-paradiso. Il problema nasce dal fatto che
gli antichi manoscritti non avevano la punteggiatura che oggi viene supplita dai
traduttori. Sfortunatamente, a causa dei loro preconcetti religiosi possono capire
male una frase ponendo la punteggiatura sbagliata. Il testo greco dice
letteralmente: «In verità a te dico oggi sarai con me in paradiso.» Se si mette un
segno di punteggiatura dopo «dico» o dopo «oggi» il significato cambia
radicalmente. La seconda possibilità elimina le difficoltà che abbiamo visto ed è
perciò da preferire: «In verità ti dico oggi: “Tu sarai con me in paradiso”.»
S noti che questa interpretazione è conforme a ciò che il ladrone desiderava. Egli
infatti non aveva chiesto di andare con Gesù quello stesso giorno ma quando
Gesù fosse «venuto nel suo regno» (v. 42), cioè al momento del suo ritorno in
gloria (Mt 24:30; Lc 21:27). Sfortunatamente non tutte le traduzioni rendono la
richiesta di quest’uomo allo stesso modo. La Nuova Diodati traduce «quando
verrai nel tuo regno»; la Nuova riveduta «quando entrerai nel tuo regno» e la
Paolina del 1955 «quando andrai nel tuo regno». C’è quindi il rischio di pensare
che questo «venire» «entrare» o «andare» nel suo regno possa coincidere, non
con il momento in cui Gesù «sarebbe venuto nel suo regno» come recitava la
Vecchia Riveduta ma con un ipotetico momento in cui Gesù entrerebbe nel suo
regno come se si trattasse di qualcosa che preceda il suo ritorno, col momento in
cui Gesù entra in cielo. Anche in questo caso però questo non potrebbe avvenire
18:5
il venerdì della crocifissione perché solo dopo la sua resurrezione Gesù può dire
«ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra» (Mt 28:18). La frase di Gesù
rimarrebbe dunque impossibile da intendere letteralmente. Bisogna dunque
capire anche la richiesta del ladrone come se si riferisse a quella che era la
speranza comune dei Giudei e di Gesù stesso, che la resurrezione dei salvati e il
loro ingresso nel regno di Dio avvenisse al momento non in cui Gesù «entra nel
suo regno», ma quando egli «viene nel suo regno», cioè con la gloria e la
potenza del suo regno. La particella greca «eis», usata nella domanda del ladrone
può infatti significare «in» come traducono alcune delle versioni citate, ma può
anche avere il concetto di «venire nella gloria del regno», come «esponente del
suo regno», cioè quando si manifesterà come re. E questo è il significato
coerente con il messaggio di Gesù stesso nei vangeli e con quello degli apostoli
nel resto del Nuovo Testamento.
Alcuni obiettano: Perché Gesù dovrebbe specificare che quello che sta dicendo
lo sta dicendo «oggi». A prima vista sembra un’informazione superflua ma non
lo è affatto nel contesto in cui parla: quello era un giorno di tenebre in cui
sembrava che ogni speranza fosse morta. La fede stessa dei discepoli era
distrutta e solo angoscia e sgomento rimanevano. Eppure, in quel momento, un
uomo inaspettatamente seppe esprimere fiducia in Gesù. In quello stesso «oggi»
Gesù gli conferma la validità della sua speranza. Quell’«oggi ti dico» parla
ancora a tutti i nostri «oggi» di sconforto e di tenebre: la luce esiste ancora,
anche se tutto sembra dirci il contrario, e alla fine essa risplenderà.
La parola «oggi», sh,meron, non si ritrova mai in Giovanni, mentre Marco la usa
una volta, Matteo 8 e Luca 12 volte. A differenza di Matteo, dove il termine ha
una connotazione prevalentemente cronologica, in Luca sembra assumere un
valore teologico particolare: «Oggi» è prevalentemente legato ad una
consapevolezza, ad una rivelazione della grazia e della potenza di Dio. «Oggi» è
il giorno in cui, con la nascita di Gesù, il Salvatore giunse al suo popolo (Lc
2:11). «Oggi» è il giorno in cui, nella sinagoga di Capernaum, si adempia la
scrittura sui tempi messianici (4:21). «Oggi» è il giorno in cui, con la guarigione
del paralitico, la gente ha la consapevolezza delle cose straordinarie di Dio
(5:26). «Oggi e domani» è tutto il tempo dell’opera di Cristo (13:32-33). «Oggi»
è il giorno in cui la salvezza entra in casa di Zaccheo (19:5,9). Ma «oggi» è
anche il giorno in cui Peltro rinnega il Maestro (22:34,61). «Oggi» è anche il
giorno in cui, nelle tenebre del mondo, Gesù e il ladrone intravedono la luce
della salvezza (23:43).
13) Cosa vuol dire Paolo quando parla del suo desiderio di lasciare la tenda
del suo corpo e di essere con Dio? (2 Corinzi 5:1-8)
Paolo usa in questo testo un linguaggio parabolico e simbolico che non deve
essere compreso alla lettera. Nota comunque come eviti attentamente di parlare
18:6
di un’anima che lascia il corpo per andare con Dio. Ciò contraddirebbe quello
che lui stesso crede e insegna in questo e in numerosi altri testi.
Il nostro testo è la continuazione del capitolo precedente: «Siccome abbiamo lo
stesso spirito di fede, che è espresso in questa parola della Scrittura: “Ho
creduto, perciò ho parlato”, anche noi crediamo, perciò parliamo, sapendo che
colui che risuscitò il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù, e ci farà
comparire con voi alla sua presenza. Tutto ciò infatti avviene per voi, affinché
la grazia che abbonda per mezzo di un numero maggiore di persone, moltiplichi
il ringraziamento alla gloria di Dio. Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il
nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di
giorno in giorno. Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un
sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo
intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le
cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono
eterne.» (2 Cor 4:13-18). Il testo chiaramente esprime la fede dell’apostolo che
la speranza cristiana è centrata sulla resurrezione, non sull’immortalità
dell’anima. Tutto il testo seguente deve dunque essere compreso nel contesto di
questa sua convinzione.
Quello che dice è che noi oggi viviamo in un corpo corruttibile e temporaneo
come una tenda, un’immagine molto comune nel mondo orientale antico dove
molti vivevano ancora una vita nomade. Quello che egli desidera è non vivere
più questa esistenza limitata e transitoria (tenda) per godere dell’esistenza
perfetta ed eterna che Dio ci sta preparando in cielo (casa stabile). La tenda è il
simbolo della nostra vita attuale destinata a passare. Essa è anche la vita che noi
viviamo in questo corpo mortale, anch’esso destinato a scomparire per essere
sostituito da un corpo rivestito di incorruttibilità e immortalità. La casa è il
simbolo della vita future stabile (eterna) che noi vivremo in un corpo spirituale,
glorificato. Confronta questo testo con 1 Corinzi 15:42-44, 51-54, dove
l’Apostolo oppone il corpo attuale corruttibile con il corpo futuro spirituale e
incorruttibile. Questo corpo, egli dice chiaramente, lo riceveremo al ritorno di
Cristo.
L’immagine della tenda nella quale abitiamo, spinge poi l’apostolo a usare quasi
un’altra immagine, quella di un vestito. Essere trovato «nudo» significa essere
trovato morto al ritorno di Gesù, perché a quel tempo il corpo sarà già distrutto,
scomparso. Essere trovato «vestito» significa essere ancora vivi quando Gesù
ritornerà. Paolo vorrebbe meglio essere traslato in cielo essendo «vestito», vivo,
che «nudo», morto. La sua speranza non è la morte, ma il ritorno di Gesù,
quando sarà «rivestito» o meglio di essere «sopravestito» come recitava la
precedente versione della Riveduta. Si tratta della stessa immagine che usa per
descrivere ciò che accadrà alla risurrezione in 1 Corinzi 15:53: «questo corpo
corruttibile deve rivestire l’incorruttibilità e questo corpo mortale rivestire
l’immortalità.» Questo accadrà alla ritorno di Gesù (mentre in 1 Cor 15:53 e
18:7
nello stesso 2 Cor 5:3 abbiamo il verbo enduo, vestire, in 2 Co 5:2 abbiamo il
verbo ependuo, essere vestito sopra. Si può dedurre quanto segue:
1) Oggi, se siamo vivi, siamo “vestiti” con l’abito della vita.
Se siamo morti, siamo “spogliati” “nudi”.
2) Al ritorno di Gesù, se siamo già morti, saremo vestiti nuovamente con
la vita nuova,
Se siamo ancora vivi, saremo sopravestiti. La nostra vita attuale, sarà
cioè ricoperta dalla vita gloriosa ed eterna.
Attenzione ai vv. 8-9. Nel contesto visto, Paolo non afferma di credere che ci sia
un’anima che possa lasciare il corpo e vivere disincarnata. Lui non parla mai di
«anima» ma del nostro io, del nostro essere personale. Questo essere può essere
legato al nostro corpo presente o lasciarlo per avere godere del nuovo corpo
spirituale, ma sempre di un corpo ha bisogno perché l’essere umano esiste solo
come essere indivisibile.
Ci può molto aiutare a capire il fatto che in Paolo, il corpo rappresenta la nostra
attuale natura peccatrice, fragile, mortale. Quando egli parla della carne, non
parla dei nostri muscoli, delle vene, delle ossa, ma della nostra non pefetta
unione con Dio. Noi, infatti, siamo spesso carnali mentre dobbiamo essere
spirituali (1 Corinzi 3:1; Galati 6:1). Questo non significa che gli spirituali non
hanno un corpo. Significa solo che la loro vita è guidata dallo Spirito e non dai
desideri della nostra natura peccaminosa (carne).
14) Cosa dire di Paolo che desidera partire e di essere con Gesù? (Filippesi
1:20-26)
Dobbiamo fare attenzione alla natura del linguaggio umano. Esso è molte volte
ambiguo e impreciso, e per comprendere quello che qualcuno ci dice dobbiamo
conoscere chi è che ci parla e qual è il suo pensiero globale sullargomento. Noi
stessi, pur non credendo nell’immportalità dell’anima, quando qualcuno muore,
diciamo che ci “ha lasciati”. Letterelmente pottrebbe significare che è andato da
qualche altra parte, ma quello che vogliamo veramente dire è che non possiamo
più godere della sua vicinanza. Per capire l’Apostolo dobbiamo stare attenti, non
solo a quello che dice, ma anche a quello che non dice. Non dice, ad esempio,
che desidera abbandonare il suo corpo o che la sua anima possa andare a stare
con Gesù. Come nel brano precedente, egli pone semplicemente in contrasto la
vita presenta con i suoi dolori, e la vita che un giorno godrà in Cristo. Paolo non
dice mai che alla morte ci sia un’anima che lasci il corpo per andare in cielo.
«Paolo qui non sta esponendo un insegnamento dottrinale di ciò che accade alla
morte. Sta spiegando il suo “desiderio”, che è quello di porre fine alla vita
travagliata presente e di ritrovarsi con Cristo senza porsi il problema di quanto
tempo ci possa essere tra i due eventi. Non vedeva l’ora, con tutta la forza della
18:8
sua natura passionale, di poter vivere con Colui che aveva servito così
fedelmente. La sua speranza era focalizzata su una comunione personale con
Gesù per tutta l’eternità.
I sinceri cristiani di ogni età hanno sempre avuto questo stesso desiderio, senza
tuttavia aspettarsi di essere introdotti alla sua presenza immediatamente dopo
avere chiuso gli occhi alla loro morte. Le parole di Paolo che stiamo esaminando
debbono essere considerate sullo sfondo delle sue alter affermazioni dove parla
chiaramente della morte come di un sonno (vedi 1 Cor 15:51; 1 Tes 4:13–15;
vedi anche Mc 5:39; Gv 11:11). Dal momento che non c’è consapevolezza di sé
nella morte, e quindi neppure la consapevolezza del tempo che passa, per colui
che è deceduto, il mattino della risurrezione sembrerà sorgere immediatamente
dopo la sua morte.» (SDABC)
Può essere utile confrontare questi modi di dire con 1 Tessalonicesi 5:10-11
dove Paolo, riferendosi all’attesa della resurrezione, invita ad avere fiducia in
essa, «sia che vegliamo sia che dormiamo», cioè sia che siamo vivi o che siamo
morti (vedi cap. 4:13-18).
15) Cosa dire di Gesù che va a predicare ai morti in 1 Pietro 3:18-20?
Non significa che Gesù sia andato a predicare ai morti mentre erano morti (nella
prigione). Il testo ci dice invece che Gesù andò a predicare a questi morti
quando erano vivi, al tempo di Noè. Dice anche che fu che fece questo non
personalmente ma «nello spirito», probabile riferimento al fatto che lo Spirito di
Dio stava predicando al mondo un messaggio di ravvedimento e salvezza
attraverso Noè, «predicatore di giustizia» (2 Pt 2:5). Si potrebbe anche capire
che Gesù abbia predicato agli uomini del tempo del diluvio nella sua esistenza
prima dell’incarnazione.
Lo scopo di questo riferimento è quello di affermare che la salvezza di Gesù non
è limitata ad un tempo particolare ad esclusione di altri: tutti hanno avuto una
possibilità di salvezza, prima e dopo la morte di Gesù.
16) Perché Pietro paragona la sua morte a un lasciare la sua tenda? (2
Pietro 1:13,14)
«Lasciare la mia tenda» significa semplicemente lasciare questa condizione di
vita transitoria, morire (ne abbiamo già parlato discutendo di 2 Corinzi 5:1-8).
Un buon parallelo è quello di Isaia 38:12: «La mia abitazione è divelta e portata
via lontano da me, come una tenda di pastore. Io ho arrotolata la mia vita, come
fa il tessitore; egli mi taglia via dalla trama; dal giorno alla notte tu mi avrai
finito.» Né Pietro né Paolo dicono che la distruzione di questa tenda mortale
significhi andare in cielo. L’immagine significa solo che si muore (Cf. Is 33:20
in cui la stabilità della salvezza è paragonata ad una tenda che non viene più
smossa).
18:9
17) Come mai Apocalisse 6:9-11 parla delle anime sotto l’altare che
pregano Dio?
L’Apocalisse si esprime prevalentemente tramite simboli. Queste anime dei
martiri non sono realtà coscienti. Il riferimento, in armonia con il linguaggio
biblico veterotestamentario al quale l’Apocalisse fa un riferimento continuo, è
invece al loro sangue:
1. Queste anime sono ai piedi dell’altare, riferimento all’altare degli olocausti
dove, nel santuario israelitico, ai piedi del quale venivano sacrificati gli
animali con il loro sangue che si spargeva nello stesso posto (Lv 4:7).
2. Nell’A.T. il sangue è la vita e la vita è, in ebraico, nefesh, la stessa parola
usata per «anima» (Gn 9:4).
3. Questo sangue parla a Dio allo stesso modo figurato in cui il sangue del
giusto Abele gridava a Dio dal suolo in cui era stato sparso dal fratello
Caino (Gn 4:10).
Si noti come queste «anime» siano invitate a «riposare» ancora un poco. Questo
riposo ci ricorda il riposo della morte di cui parlano sia Gesù (Gv 11:11-14) sia
Paolo (1 Tes 4:13). Per godere della vita eterna, debbono riposare ancora un
poco, rimanere ancora nel sonno della morte, fino al ritorno di Gesù quando essi
risorgeranno e saranno ricongiunti ai loro fratelli (1 Tes 4:16-17).
18:10
19. Cos’è l’inferno?*
Scopo: Mostrare come l’idea di un tormento eterno dei perduti nell’inferno
contrasti con la natura di Dio e il piano della salvezza. Mostrare come l’inferno
eterno non abbia un fondamento biblico anche se la forma di certi testi
potrebbero farlo supporre.
Introduzione
Molti pensano che, quando si muore, chi non è nella grazia di Dio va all’inferno dove
è tormentato per l’eternità. Nel medioevo molte raffigurazioni delle anime tormentate
nell’inferno intendevano spingere i peccatori alla conversione, ma abbiamo forti
dubbi che il nostro Dio, che diede suo Figlio per condurci alla comprensione del suo
amore potesse amare un tal modo di predicare la «buona notizia» della salvezza. Dio
non ama avere con sé figli terrorizzati dall’inferno, ma figli conquistati dal suo amore.
Attualmente, in un’epoca di liberalismo e relativismo come la nostra, molti rifiutano
di credere nell’esistenza dell’inferno. Molti ne sfumano il significato negando la
letteralità delle fiamme eterne e presentandolo come una realtà in cui l’anima soffre
per la lontananza da Dio. Ci chiediamo però perché dovrebbero soffrire di tale
lontananza se non amano Dio o, al contrario, se hanno imparato ad amarlo, perché
Dio dovrebbe continuare e rifiutarli e a non perdonarli? Alcuni, addirittura, rifiutano
di credere nell’esistenza di un Dio che possa immaginare un luogo di tortura come
quello dell’inferno: un tale Dio anche se esistesse non sarebbe certamente meritevole
di molto amore.
Insomma, la dottrina dell’inferno presenta dei seri problemi. Ma dobbiamo chiederci
in che misura essa venga veramente da Dio, in che misura corrisponda veramente
all’insegnamento biblico.
Cominciamo a considerare i fatti seguenti.
1) Da dove viene la vita? Giovanni 14:6; 1 Giovanni 5:11,12.
Poiché la vita nasce solo dalla nostra comunione con Gesù, gli empi non
possono goderne eternamente. Infatti, il loro destino è la morte (vedi anche Gn
3:19. Non ci si lasci ingannare da un linguaggio figurato come quello sull’essere
«morti nei nostri peccati» - Ef 2:1,5. «Morti», qui, include il senso di essere
destinati alla morte. Al presente la vita dei giusti e degli ingiusti va avanti allo
stesso modo: ma il risultato del loro cammino è diverso.).
2) La Bibbia come descrive il destino dei peccatori impenitenti? Malachia
4:1; Ap 20:9; Sal 73:19,20.
Morte, nel linguaggio biblico, significa annientamento totale. Solo nella
speranza della vita eterna alla risurrezione, la morte dei giusti viene descritta
come un sonno.
19:1
3) Che tipo di linguaggio usa la Bibbia riguardo al destino degli empi? «Eterna
rovina» (2 Tes 1:9. Cf. 2:8). Il termine per rovina ( o;leqron) è sinonimo di
distruzione, annientamento (1 Co 5:5; 1 Tm 6:9).
4) Perché Dio non punirà gli empi con una sofferenza eterna?
1. Perché non si rallegra nel punire (Ez 33:11. Mt 23:37 e Lc 19:41,42)
2. Perché una punizione eterna in cui l’uomo sia cosciente della sua pena, senza
speranza alcuna di redenzione e di salvezza avrebbe solo il valore di una
vendetta per ispirare paura mentre il regno di Dio è fondato sull’amore (Rm
14:17; Gl 5:22).
3. Perché la gioia dei salvati non potrebbe essere completa al pensiero della
sofferenza di persone che loro stessi hanno amato (Ap 21:1,4).
4. Perché, se la sofferenza dei perduti fosse eterna, la vittoria di Dio sul peccato
non sarebbe mai totale. La Bibbia insegna invece che tutto l’universo sarà
riconciliato con Dio. (Ap 21:4 ultima parte; 1 Cor 15:28; Is 11:9.)
Approfondimenti
Visto che abbiamo così tante ragioni per negare l’esistenza di un inferno eterno,
perché così tanti cristiani vi credono? Vi sono dei motivi storici ma anche biblici
perché alcuni testi, estrapolati dal contesto biblico generale, possono essere
facilmente equivocati. Consideriamoli insieme.
1) La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16:19-31).
1. Si tratta di una parabola e non di una storia letteralmente vera. Quale
cristiano potrebbe credere che l’inferno e il paradiso siano così vicini da
poter parlare da una parte all’altra?
2. Una parabola deve essere compresa, non solo sulla base degli elementi che
servono ad illustrarla ma soprattutto in rapporto ai suoi obiettivi. In questa
parabola ne abbiamo tre: (A) Il giudizio di Dio è diverso da quello degli
uomini (si credeva troppo facilmente che chi soffriva fosse maledetto da
Dio e chi godeva benedetto: Gb 8:4-6; 34:36-37; Gv 9:1-2. (B) Dopo morti
non possiamo cambiare il nostro destino. (C) Per prepararci
convenientemente al futuro eterno non abbiamo bisogno di miracoli: basta
accettare la Parola di Dio.
3. La parabola spiega le cause e il significato della punizione, non la sua
natura temporale o geografica. Come dice il teologo cattolico Joachim
Jeremias, lo scopo di questa parabola non è quello di dare «un
insegnamento sulla vita dopo la morte».
4. Raccontando questa parabola, Gesù sta certamente usando delle immagini
già usate dagli ebrei (Giuseppe Flavio, morto verso il 100 d.C., Discorso ai
Greci sull’Ade. Citato in S. Bacchiocchi, Immortality or resurrection? p.
175,176) ma non vuol dire che ne accetti il significato letterale. La
19:2
parabola non descrive un posto – neppure il paradiso – ma il «seno di
Abramo» che è la condizione di chi riposa nell’attesa della risurrezione.
Ritrovarsi nel «seno di Abramo» significa morire come parte del popolo dei
credenti, dei figli di Abramo, al quale il Signore aveva promesso la
salvezza. Noi stessi, come cristiani, abbiamo la fede di Abramo e quindi
siamo eredi, con lui della salvezza (Gl 3:29).
2) Il fuoco eterno di Apocalisse 14:10-11.
1. Il testo non dice che gli empi saranno tormentati nei secoli dei secoli ma che
il fumo del loro tormento sale nei secoli dei secoli. Perché l’idea di durata è
applicata no alla persona ma al fumo? Perché il fumo è il segno, il simbolo,
del fatto che sono stati distrutti e questa distruzione rimane tale per sempre.
2. Confronta questo testo con Isaia 34:9-11 (Apocalisse cita spesso l’A.T)
dove si usa la stessa immagine del lago di fuoco e di zolfo. In Isaia però,
tale immagine non si riferisce all’inferno, ma alla distruzione di Edom la cui
terra rimarrà desolata per sempre con gli animali selvaggi come suoi soli
abitanti. Non solo la storia e la realtà di questo luogo noto ancora oggi,
dove ognuno può vedere che non c’è alcun lago di fuoco, ma questo
semplice dettaglio degli animali selvatici che vi vivono fa capire che
neppure per lo scrittore originario (Isaia) quel lago di fuoco e zolfo era
qualcosa di reale. Si tratta semplicemente di una immagine tesa a
trasmettere l’idea di una distruzione totale ed eterna. Riprendendo questa
immagine, l’Apocalisse ci vuole semplicemente dire che come una volta
Dio punì Edom condannandolo a diventare un deserto, così avverrà degli
empi alla fine dei tempi: essi scompariranno del tutto e nessuno potrà
arrestare la loro completa distruzione (come nessuno riusciva a spegnere un
fuoco fatto di zolfo).
3. «Né giorno né notte» non significa «eternamente» ma «senza interruzione …
finché dura.» Vedi ancora una volta Isaia 34:10 dove questa espressione
significa che il «fuoco» dura fino a quando Edom è completamente
distrutto. Vedi anche Ap 12:10: non significa che Satana accusa i credenti
per tutta l’eternità, visto che lui stesso è vinto, ma che li accusa
ininterrottamente … finché gli è concesso di farlo.
3) Apocalisse 19:19-20; 20:10 dice che il diavolo, la bestia e il falso profeta
saranno «tormentati giorno e notte nei secoli dei secoli» in un lago di zolfo
fiammeggiante.
Considera tutti questi testi come sono veramente:
19:3
Punizione della trinità empia
«E vidi la bestia e i re della terra e i loro
eserciti radunati per far guerra a colui che
era sul cavallo e al suo esercito. Ma la
bestia fu presa, e con lei fu preso il falso
profeta che aveva fatto prodigi davanti a
lei, con i quali aveva sedotto quelli che
avevano preso il marchio della bestia e
quelli che adoravano la sua immagine.
Tutti e due furono gettati vivi nello
stagno ardente di fuoco e di zolfo.» (Ap
19:19,20)
«E il diavolo che le aveva sedotte fu
gettato nello stagno di fuoco e di zolfo,
dove sono anche la bestia e il falso
profeta; e saranno tormentati giorno e
notte, nei secoli dei secoli.»
(Ap 20:10)
Punizione degli uomini empi
«Il rimanente fu ucciso con la
spada che usciva dalla bocca di
colui che era sul cavallo, e tutti gli
uccelli si saziarono delle loro
carni.» (Ap 19:21)
«e uscirà per sedurre le nazioni
che sono ai quattro angoli della
terra, Gog e Magog, per radunarle
alla battaglia: il loro numero è
come la sabbia del mare. E
salirono sulla superficie della terra
e assediarono il campo dei santi e
la città diletta; ma un fuoco dal
cielo discese e le divorò.» (Ap
20:9)
Se dovessimo usare questi testi letteralmente dovremmo dire che solo Satana, la
bestia e il falso profeta verrebbero tormentati nei secoli dei secoli, mentre gli
uomini vengono «uccisi» «divorati dal fuoco». Ma dobbiamo ancora considerare
i fatti seguenti:
1.
La bestia e il falso profeta non sono due persone ma due realtà corporative, sociali e
religiose e in quanto tali non possono essere gettate nel fuoco se non nel senso di
essere distrutte.
2. Apocalisse 20:14 dice che «lo stagno di fuoco è la morte seconda», cioè
l’annichilimento finale come abbiamo visto per gli uomini. Questo stesso
testo ci dice che anche la morte e il soggiorno dei morti (Ade) vengono
gettati in questo stagno di fuoco e zolfo. Questo non vuol dire che saranno
tormentati ma che scompariranno, non ci saranno più. Lo stesso è vero
allora anche per Satana, la bestia e i falso profeta.
3. Probabilmente, il modo particolare in cui l’Apocalisse sottolinea il destino
di queste tre realtà vuole trasmettere il senso della gravità del loro peccato e
la responsabilità che hanno avuto nel male che si è sviluppato dalla loro
apostasia.
19:4
4) Gesù non parla degli empi che vengono gettati nella Geenna di fuoco
inestinguibile (Mt 5:22; Mr 9:43), «dove il loro verme non muore, e il fuoco
non si spegne» (Mr 9:48)?
1. La Geenna era la valle di Hinnon, sul pendio sud di Gerusalemme, dove dei re
empi avevano offerto sacrifici umani agli dèi pagani e che per questo era stata
maledetta (2 Re 16 e 21; 2 Re 23:10). Divenne così una sorta di immondezzaio dove
venivano bruciate le carcasse degli animali uccisi dentro Gerusalemme. Divenne
quindi un ottimo simbolo della sorte finale degli empi. Il fuoco che vi ardeva
continuamente diventò il simbolo della distruzione totale dei malvagi, una distruzione
alla quale era impossibile sfuggire. Questo non significa che i cadaveri vi bruciassero
eternamente ma solo fino a che non erano totalmente consumati. Siccome però nuovo
materiale vi veniva gettato ogni giorno, il fuoco andava avanti giorno e notte. Quello
che non era distrutto dal fuoco veniva distrutto da vermi che «non muoiono», cioè che
nessuno riesce a uccidere per sfuggire alla sua sorte di distruzione. Questo non
significa che il fuoco sia eterno e i vermi immortali, ma solo che nessuno può sfuggire
alla loro azione punitiva e purificatrice. Essi dureranno fin a che ci sarà qualcosa che
li nutrirà, poi scompariranno.
2) Il fuoco della geenna è «inestinguibile» o «eterno» non nel senso che dura
eternamente ma nel senso che nessuno lo può spegnere fino a che abbia portato a
termine la sua opera distruttiva. Vedi Geremia 17:27 dove lo stesso tipo di fuoco
è usato per bruciare le porte di Gerusalemme. È però ovvio che il fuoco
inestinguibile di Gerusalemme durò solo fino a quando le porte non furono
totalmente distrutte. In Giuda 7 il fuoco che distrusse Sodoma e Gomorra è
definito «eterno», ma anche qui è ovvio che esso non esiste più come ognuno
può vedere da se stesso andando a visitare quei luoghi. Ciò che ancora esiste è la
loro desolazione. Giuda 7 ci dice che lo stesso accadrà agli empi.
3) Dobbiamo considerare che quello che Gesù vuole insegnare è la certezza del
loro castigo, non le sue modalità. Infatti, non usa sempre le stesse immagini
arrivando ad usare espressioni che, se prese alla lettera, sarebbero
contraddittorie. A volte parla di fuoco eterno e a volte di tenebre (Mt 8:12;
22:13; 25:30) che non possono esistere dove c’è fuoco.
5) Gesù insegna che gli empi riceveranno un tormento eterna (Matteo
25:46)?
Gesù non parla di «tormento» come alcune tradizioni riportano, ma di qualcosa
d’altro. Il testo oppone la punizione eterna degli empi alla vita eterna dei giusti,
non ad un loro premio eterno. Alla vita eterna non si può opporre una punizione
eterna cosciente ma una morte eterna. E infatti questo è il significato della parola
greca usata da Gesù, kolasys, che significa “essere potato”, “essere tagliato”.
Quello che Gesù sta insegnando non è un tormento eterno ma il fatto che gli
empi saranno tagliati via dalla fonte della vita e quindi morranno per l’eternità,
come i tralci secchi della parabola della vite (Gv 15:6) mentre i credenti
vivranno per l’eternità.
19:5
20. Purgatorio*
Scopo: Mostrare come l’idea del purgatorio non solo non è biblica ma
antibiblica. Essa contrasta con l’insegnamento biblico sulla natura della morte e
sulla grazia come unica via di salvezza. Aiutare invece a confidare nella grazia
di Dio in Cristo Gesù.
Introduzione
La Bibbia ignora totalmente un luogo equivalente a quello noto come
purgatorio, dove i morti espiano la pena dei loro peccati o vengono purificati,
come si usa spiegare adesso, dalle loro tendenze carnali prima di essere ammessi
alla presenza santa di Dio. Anzi, lo esclude implicitamente ma chiaramente.
È vero che la Bibbia insegna che siamo contaminati dal peccato e che abbiamo
bisogno di purificazione ma il modo in cui questo accade è totalmente diverso da
quello che il purgatorio comunemente inteso significa.
1) La Bibbia usa la parola «purgatorio»?
La Bibbia usa molte volte dei termini relativi al bisogno o alla realtà della
purificazione, ma mai in rapporto a un luogo dove si va dopo morti.
2) Se il purgatorio non esiste, come possiamo essere purificati da nostri
peccati?
1 Giovanni 1:7: «Ma se camminiamo nella luce, com’egli è nella luce, abbiamo
comunione l’uno con l’altro, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni
peccato.» Il purgatorio non è un luogo ma una Persona: Gesù, il Figlio di Dio
che ha dato la sua vita per liberarci dai nostri peccati.
Vedi anche:
Salmo 51:1-7. Dio ci purifica per la sua grazia.
Isaia 53:11-12. Il Messia porta i nostri peccati e ci riveste di giustizia.
Atti 15:8,9. Dio purifica i nostri cuori attraverso la fede.
Ebrei 10:19-22. Il sangue di Gesù ci purifica.
1 Giovanni 1:9. Se confessiamo i nostri peccati Gesù ci perdona e ci purifica.
3) Perché la dottrina del purgatorio contraddice il Vangelo?
a) Perché, supponendo una esistenza cosciente dell’anima disincarnata dopo la
morte, nega l’insegnamento biblico sulla natura dell’uomo e sullo stato dei
morti (Eccl 9:10).
b) Perché, supponendo che l’uomo possa essere purificato attraverso un
processo di sofferenza personale, nega l’insegnamento biblico sulla salvezza
solo per grazia attraverso la fede in Gesù (Rm 3:23,24; 5:1,2).
c) Perché, supponendo un lungo processo di purificazione, nega la dottrina
biblica sulla grazia di Gesù che ci purifica dai nostri peccati qui ed ora (1
20:1
Gv 1:7) e cambia istantaneamente la nostra natura corrotta con una
incorruttibile istantaneamente al suo ritorno (1 Cor 15:51-54).
d) Perché, supponendo che altri possano fare qualcosa per abbreviare il tempo
in cui un’anima deve stare in purgatorio (attraverso la messa per i morti o le
opere speciali fatte in occasione della concessione delle indulgenze) essa
nega l’insegnamento biblico sulla nostra responsabilità personale di fronte
alla salvezza (Ez 18:20). Si consideri inoltre che se l’opera di un uomo può
abbreviare la necessità della purificazione di un altro uomo, questo da una
parte contraddice il fatto che il tempo della purificazione sia necessario per
purificarci delle nostre tendenze al male, e dall’altro mette le opere
dell’uomo al di sopra della grazia di Cristo: se Dio può concedere l’uscita
dal purgatorio grazie all’opera buona di una sola persona umana, perché
non dovrebbe farlo subito e per tutti grazie all’opera di Gesù Cristo che vale
molto più di quelle di tutti gli uomini messi insieme?
4) Quali sono state le conseguenze della dottrina del purgatorio nella storia
della chiesa cristiana?
Questa dottrina ha causato enormi abusi e tragedie. Ne consideriamo alcuni:
a) Ha fatto della fede cristiana un commercio, incoraggiando la gente a pagare
la chiesa per potere uscire o fare uscire prima le anime dal purgatorio.
Invece il Vangelo dice che la salvezza è gratuita, non ottenibile attraverso
oro o argento, ma solo attraverso il sangue di Gesù (1 Pt 1:18-19). Gesù ha
insegnato che dobbiamo offrire gratuitamente quello che ci è stato dato
gratuitamente (Mt 10:8). Pietro maledice Simone il mago perché pensava di
potere pagare il dono di Dio con denaro (At 8:20).
b) La chiesa, pretendendo di avere il potere di lasciare le anime nel purgatorio
o di liberarle, lo ha usato per dominare la coscienza della gente.
c) Questa dottrina fu una delle cause principali per la divisione della cristianità
all’epoca della Riforma protestante, quando il papa usò il timore del
purgatorio per farne la base di un commercio indegno per ottenere denaro
per la fabbrica di San Pietro a Roma. Anche delle banche furono coinvolte.
20:2
21. La chiesa cristiana*
Scopo: Sottolineare il valore comunitario della fede cristiano, come segno del
ristabilimento dell’armonia della creazione e come anticipazione della pace del
Regno di Dio. Aiutare a capire che Cristo ci invita ad entrare in una comunità di
fede, di servizio, di speranza.
Introduzione
Nessuno può vivere da solo. Se esistiamo come esseri umani è perché siamo nati
da altri esseri umani e siamo cresciuti con loro. Dagli altri abbiamo imparato a
parlare, a prenderci cura di noi stessi, a comportarci come uomini e donne degni
di questo nome. Dagli altri deriva la maggior parte di quello che abbiamo. Prova
a togliere dalla tua vita quello che tu non hai scoperto e fatto personalmente e
vedrai che non rimarrà molto. Lo stesso vale per la nostra esperienza spirituale
ed è per questo che Gesù ha creato la chiesa, perché desse gloria a Dio e
costituisse un buon ambiente per la nostra esperienza di figli di Dio. In questo
studio considereremo che cosa la chiesa è e quello che dovrebbe essere.
1) Cosa significa la parola «chiesa»?
La parola «chiesa» viene dal greco ecclesia (da una radice che significa «essere
chiamati fuori»), cioè la comunità di coloro che sono stati chiamati a unirsi per
raggiungere uno scopo particolare. In un senso generale, anche una associazione
sportiva o un partito politico sono una «ecclesia». Ognuna di queste realtà ha dei
membri, una struttura, dei regolamenti e uno scopo. È evidente che anche la
chiesa cristiana debba avere dei membri, una struttura, dei regolamenti ed uno
scopo. La diversità sta soprattutto in Colui che costituisce la ecclesia, negli scopi
e nelle modalità attraverso le quali vengono attuati.
2) Gesù aveva l’intenzione di creare una sua propria chiesa?
Matteo 16:18: «E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la
mia chiesa, e le porte del soggiorno del morti non la potranno vincere.»
Considereremo successivamente quale dovesse essere il ruolo di Pietro. Per ora
consideriamo il fatto principale: Gesù voleva costruire una sua chiesa particolare
e ci rassicura sul fatto che nessuno avrebbe potuto vanificare questo suo progetto
perché sarebbe stato fondato su una «roccia» ben solida.
3) Il Nuovo Testamento a cosa paragona la chiesa?
Mentre consideriamo i testi seguenti, chiediamoci cosa Dio ci voglia dire sul
rapporto esistente tra la chiesa e la nostra esperienza cristiana.
Efesini 2:19. Questo testo paragona la chiesa a un popolo che include persone
di ogni nazione, razza, gruppi sociali (Col 3:11), una famiglia nella quale tutti
sono figli di Dio e si amano reciprocamente (Gv 13:35).
21:1
Efesini 2:20-22. Un tempio vivente le cui pietre sono i credenti, le
fondamenta gli apostoli e i profeti, mentre Gesù è la pietra angolare da cui tutto
prendo inizio e direzione.
NOTA: Apostoli e profeti hanno una caratteristica in comune: sono stati
chiamati da Dio per essere i suoi portavoce davanti agli altri uomini. Essere
edificati sul loro fondamento significa che la chiesa cristiana è tale solo quando
accoglie e onora il loro insegnamento come depositato nella Bibbia.
Consideriamo anche che le pietre viventi di questo edificio, per formare la
chiesa, debbono essere saldamente collegate le une alle altre e disposte in un
certo ordine, altrimenti abbiamo solo un mucchio di pietre e non un tempio (vedi
anche 1 Pietro 2:1-7). Gesù quale pietra angolare significa che egli deve
costituire l’elemento essenziale e centrale della chiesa cristiana. Gesù e nessun
altro deve essere il nostro punto di riferimento, il centro della nostra fede.
Dobbiamo ubbidire a lui e a nessuno che pretenda di insegnarci qualcosa di
diverso o di allontanarci da lui (At 4:19,20). Molte volte usiamo la parola chiesa
in rapporto all’edificio dove l’assemblea cristiana si incontra ma nel senso
originale della parola, quello che veramente conta, è che la chiesa è fatta dai
credenti che vivono insieme la loro fede.
1 Corinzi 12:12-27. Un corpo che ha per capo Gesù e nel quale i vari membri
hanno il dovere e il privilegio di sostenersi l’un altro.
2 Corinzi 11:1,2. Una fidanzata fedele che rimane pura per il suo sposo Gesù.
Gesù ci ha amati fino a dare la sua vita per noi: non dovremmo anche noi amarlo
allo stesso modo rimanendogli fedeli qualunque cosa accada? (Ef 5:25-27)
1 Timoteo 3:15,16. Una colonna per sostenere la verità. Se la chiesa non tiene
in alto la verità di Cristo, perde la sua stessa ragion d’essere. Cos’è la verità?
* Gesù stesso (Gv 14:6)
* La Parola di Dio (Gv 17:17).
PER RIFLETTERE: Hai pensato che anche tu, come un cristiano, sei chiamato
ad essere parte di questa comunità che proclama la verità di Cristo e la sua
Parola?
4) Quando grande dobbiamo aspettarci che sia la chiesa cristiana?
Luca 12:32. Gesù comandò di predicare il Vangelo al mondo intero (Mt 24:14;
Mt 28:19; Mc 16:15), ma insegnò anche che solo pochi lo avrebbero accolto (Mt
22:14). Tuttavia, un giorno, quando saremo con Gesù nel suo regno, i salvati
costituiranno un popolo innumerevole (Ap 7:9). Questo è un grande
incoraggiamento per noi perché, anche se, nel nostro cammino cristiano,
dovessimo camminare da soli o con pochi altri, tuttavia la famiglia di Dio è
grande ogni oltre immaginazione. (Vedi l’esempio di Elia e dei 7000 che non
hanno piegato le loro ginocchia a Baal in 1 Re 19:14,18).
21:2
5) La comunione con gli altri credenti è qualcosa di importante per noi o
possiamo vivere la nostra fede da soli?
Ebrei 10:25. Per questo motivo Gesù ha creato la chiesa, 1) perché ognuno di
noi possa dare e ricevere incoraggiamento. Un proverbio dice che «l’unità è
potere». Se siamo soli diventiamo deboli di fronte a Satana e alle difficoltà della
vita, ma insieme a coloro che condividono la stessa fede diventiamo più forti.
L’ambiente in cui viviamo non è molto favorevole per la nostra fede come
l’Antartide non lo è per vita. Un pinguino vi può sopravvivere solo se rimane
vicino al gruppo, soprattutto quando spira il vento.
Allo stesso tempo, 2) vivendo in comunione, diamo testimonianza dell’amore
che ci unisce ed è questo che mostra che siamo veramente cristiani (Gv 13:35).
Andare in chiesa non è un rito, ma un’esperienza vivente di amore per Dio e per
gli altri suoi figli. Come conseguenza di questo vivere insieme 3) il Signore
aggiungerà ai credenti altri fratelli e la chiesa crescerà (At 2:46,47).
6) Il libro dell’Apocalisse offre molti insegnamenti sulla realtà della chiesa
cristiana negli ultimi tempi. Qual è il principale?
Apocalisse 14:12. Il popolo di Dio osserva i comandamenti di Dio e la fede in
Gesù.
PER RIFLETTERE: Cos’è necessario perché anche tu possa fare parte di questo
popolo chiamato da Dio a confidare in Cristo e ad osservare la sua legge?
7) Quale appello speciale troviamo nel libro dell’Apocalisse?
Apocalisse 18:1-4. L’immagine di Babilonia è presa dalla storia dell’A.T.
Babilonia era una potenza religiosa e politica che combatté contro il popolo di
Dio. Israele fu portato prigioniero a Babilonia, ma Dio mandò Ciro, re dei
Persiani, a distruggere questa potenza e a liberare il suo popolo. Ciro è il
simbolo del Messia che doveva venire (Is 44:28; 45:1; 2 Cr 36:22,23). Anche
per la chiesa cristiana c’è una «Babilonia» che cerca di combatterla e farne un
popolo sottomesso alle sue leggi e alla sua religione. Ma Dio ci invita a lasciare
Babilonia e a ritornare alla vera città di Dio, Gerusalemme, simbolo del vero
popolo di Dio. Questo accade oggi quando lasciamo gli errori religiosi che ci
condizionano e aderiamo al popolo di Dio, ma avverrà pienamente quando
«Babilonia» sarà distrutta al ritorno di Cristo e saremo accolti nella nuova
Gerusalemme, la città celeste che Gesù ci sta preparando (Gv 14:1-3; Filip 3:20;
Eb 13:14). Cosa possiamo imparare da queste immagini bibliche?
21:3
22. Diventare membri della chiesa cristiana: il
battesimo*
Scopo: Mostrare che non si diventa automaticamente membri della chiesa
cristiana perché siamo nati in una società o in una famiglia cristiana, ma per una
scelta consapevole e libera. Il battesimo è il segno di questa scelta, e va praticato
dopo averne compreso ed accettato il senso.
Introduzione
Diventare parte della Chiesa cristiana è un atto di fede che richiede istruzione,
consapevolezza, amore, ubbidienza. Tutti i cristiani si trovano d’accordo nel
credere che il battesimo sia l’atto solenne attraverso il quale si compie e si
ufficializza questa realtà e diventiamo parte della famiglia di Dio.
Sfortunatamente non tutti i cristiani comprendono allo stesso modo il battesimo,
né la sua forma né il suo significato. Per questo dobbiamo andare alla Bibbia per
impapare quello che Dio ha insegnato riguardo a questo.
1) Cosa significa la parola «battesimo»?
Si tratta di una parola che viene dal Greco baptisma, immersione. Essere
«battezzati» significa, letteralmente, essere «immersi» nell’acqua venendone
totalmente ricoperti. Vedremo tra poco cosa questo significhi.
2) Il battesimo esisteva già nell’Antico Testamento?
No. Esistevano molti tipi di abluzioni, lavacri, che potevano essere parziali (Es
40:31) o totali (Lv 13:58; 15:19), ma non costituivano il momento d’ingresso nel
popolo di Dio. Nei tempi dell’A.T. si entrava a far parte del popolo di Dio
attraverso la circoncisione (Gn 17:10-12; Es 12:48; Lv 12:3). Chi era già stato
circonciso praticava le abluzioni per purificarsi da qualche sorta di
contaminazione igienica o rituale. Tuttavia, l’idea che attraverso l’acqua delle
abluzioni uno potesse ottenere una condizione di purità preparò certamente
l’idea del battesimo cristiano come strumento per ottenere la purificazione dai
peccati.
3) Nel Nuovo Testamento chi fu il primo a praticare il battesimo?
Matteo 3:1-11: Giovanni il Battista, il precursore di Cristo, fu colui che
introdusse il battesimo in epoca neotestamentaria. Andando da Giovanni per
essere battezzati, le persone esprimevano l’umile consapevolezza di essere
impuri, peccatori, e chiedevano che Dio li purificasse, li perdonasse (v. 6). In tal
modo si preparavano per l’epoca messianica che Gesù avrebbe inaugurato da lì a
poco. Gli ebrei praticavano il battesimo per i gentili convertiti al Giudaismo:
essendo considerati totalmente impuri essi avevano bisogno di essere totalmente
lavati. Giovanni dunque, chiedendo anche agli Ebrei di battezzarsi, chiedeva
22:1
loro di rinunciare ad una qualsiasi superiorità morale rispetto ai pagani e di
riconoscersi bisognosi di salvezza e di grazia come loro.
4) Quando Gesù giunse, praticò il battesimo?
Si, Gesù stesso andò da Giovanni per essere battezzato ( Mt 3: 13-15), anche se
non ne aveva personalmente bisogno, per identificarsi fin dall’inizio del suo
ministero con l’uomo peccatore (Eb 2:17) e forse per darci un esempio.
Cominciò poi a battezzare le persone che andavano a lui, anche se lo faceva
attraverso i suoi discepoli (Gv 4:1-2).
5) Il battesimo è un’esigenza cristiana?
Matteo 28:19-20: L’ultimo atto di Gesù, prima di ascendere al cielo fu quello di
mandare i suoi discepoli a predicare il suo insegnamento e di battezzare coloro
che lo avrebbero accettato: «Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli
battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando
loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate.»
6) Chi può essere battezzato?
Matteo 28:19-20: Gesù chiarisce che essere battezzato equivale a diventare un
suo discepolo, una persona che lo riconosce come maestro e lo segue. Il v. 20
specifica che bisogna anche essere ammaestrati «a osservare tutte quante le cose
che vi ho comandate.»
Marco 16:15-16 chiarisce ancora meglio che il primo ordine è quello di
predicare il vangelo, e solo quando è stato accolto, si può essere battezzati:
«Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura (1° passo).
Chi avrà creduto (2° passo) e sarà stato battezzato (3° passo) sarà salvato.»
È evidente che solo chi è consapevole del significato e del valore di Gesù, chi
conosce Dio e la sua volontà secondo «tutto» quanto Gesù ha insegnato, e crede
in lui … costui può e deve essere battezzato. Questa prospettiva esclude il
battesimo amministrato a bimbi ignari di quello che altri stanno facendo per loro
e su di loro. Quando l’eunuco etiope, dopo avere appreso che Gesù era il
salvatore promesso, chiese di essere battezzato, «Filippo disse: “Se tu credi con
tutto il cuore, è possibile”. L’eunuco rispose: “Io credo che Gesù Cristo è il
Figlio di Dio”» (Atti 8:37). Questo è un esempio del motivo per cui noi
definiamo il battesimo cristiano come un «battesimo dei credenti».
7) In quale forma il battesimo dovrebbe essere praticato?
I cristiani praticano il battesimo in due forme fondamentali: per immersione e
per aspersione.
I motivi per cui riteniamo valida sola prima forma sono i seguenti:
1) La stessa parola «battesimo» significa «immersione». Una traduzione letterale
del vangelo sarebbe: «Andate ed immergete la gente.»
22:2
2) Il fatto che in occasione di battesimi si sottolinei la presenza di molta acqua.
Per versare un po’ d’acqua sul capo del catecumeno, molta acqua non sarebbe
necessaria.
Matteo 3:6: La gente và al fiume Giordano per essere battezzata da Giovanni.
Matteo 3:16: Dopo essere stato battezzato, Gesù «uscì» fuori dall’acqua.
Giovanni 3:23: Giovanni battezzava a Enon perché lì c’era «molta acqua».
Atti 8:36-39: L’eunuco etiope aspettò per un posto dove ci fosse abbastanza
acqua per esservi battezzato e quando lo trovò entro nell’acqua. Per l’altra forma
di battesimo sarebbe bastata un poco dell’acqua da bere che certamente portava
con sé nel suo lungo viaggio.
3) Il significato che Paolo dà al battesimo, come segno del seppellimento con
Cristo, per rinascere ad una vita nuova (Romani 6:3,4). E’ evidente che solo se
si è totalmente immersi nell’acqua, questa può simboleggiare una tomba nella
quale si è sepolti.
4) Anche il significato fondamentale del battesimo, quello di essere
completamente lavati dai nostri peccati per rinascere ad una vita nuova, può
essere coerentemente rappresentato da una immersione totale nell’acqua (Lc 3:3;
1 Cor 6:11).
8) Cosa dire allora di tutti coloro che sono stati battezzati da bambini e per
aspersione?
Molti credenti, educati nella Chiesa cattolica o in alcune chiese protestanti dove
si pratica il pedobattesimo (battesimo dei bambini), quando scoprono il
significato e la forma del battesimo biblico, vivono un problema serio: debbono
considerarsi già battezzati o no? Debbono essere ribattezzati?
Noi non possiamo giudicare la coscienza altrui ma, secondo l’insegnamento
evangelico, essi non sono stati ancora battezzati, né in rapporto alla forma (non
sono stati «immersi») né alla sostanza (essi non hanno dichiarato la loro fede
attraverso il battesimo perché a quel tempo non erano consapevoli, né del loro
peccato, né della salvezza e del perdono loro offerti da Gesù). Altri decisero per
loro quand’erano bambini, ma la fede o l’obbedienza sono qualcosa di cui
dobbiamo appropriarci personalmente. Nessuno può credere e obbedire al posto
nostro. Di conseguenza, non dovrebbero riappropriarsi di questo privilegio di
obbedire personalmente al comando di Gesù una volta conosciuta la verità?
9) Il battesimo è, in se stesso, un mezzo di salvezza?
1 Pietro 3:21: «… battesimo (che non è eliminazione di sporcizia dal corpo, ma
l’impegno di una buona coscienza verso Dio)». No, in se stesso, il battesimo è
solo un rito che deve esprimere consapevolezza del nostro peccato e fiducia
nella grazia di Dio. Se questi elementi non fossero presenti, allora diventerebbe
solo un modo per togliere la «sporcizia del corpo», un bagno, potremmo dire.
22:3
10) Cosa succede se uno non è stato battezzato? può essere salvato?
Dipende dal motivo per cui qualcuno non è stato battezzato. Il ladrone sulla
croce ricevette la promessa della salvezza anche se non avrebbe mai potuto
essere battezzato. Quello che salva non è il battesimo ma la fede in Gesù che
esso esprime (Gv 3:16), e il ladrone aveva proprio questa fede. E tuttavia
dobbiamo pensare, che se egli avesse potuto scendere dalla croce e vivere una
vita normale, avrebbe certamente espresso la sua fede accettando il comando di
Gesù di battezzarsi come tutti gli altri.
In altre parole, se non possiamo essere battezzati a causa di situazioni non
dipendenti dalla nostra volontà (immagina una persona molto vecchia e malata),
questo non impedisce la salvezza. Ma se il non battesimo dipendesse dal rifiuto
consapevole di ubbidire a Gesù, potremmo dire ancora di avere fede in lui?
11) Cosa dovremmo fare? Un esempio di ubbidienza al vangelo.
Atti 2:37-39: «Udite queste cose, essi furono compunti nel cuore, e dissero a
Pietro e agli altri apostoli: “Fratelli, che dobbiamo fare?” E Pietro a loro:
“Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il
perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Perché
per voi è la promessa, per i vostri figli, e per tutti quelli che sono lontani, per
quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà”.» Se hai compreso l’amore di Dio
per te e il significato del battesimo, sei anche pronto a rispondere allo stesso
modo di questi primi uditori del vangelo? Se la tua risposta è positiva, allora la
promessa di perdono e quella del dono dello Spirito Santo vale anche per te.
Approfondimenti
12) Che cosa pensare dei bambini morti senza essere stati battezzati. Sono
perduti?
Molti credono che in caso di morte, se non sono stati battezzati, i bambini non
possono godere della piena salvezza. Il peccato originale, non consentirebbe
loro di essere accolti in paradiso alla presenza diretta di Dio. Non meritevoli
dell’inferno, essi sarebbero relegati nel limbo, un luogo non di sofferenza ma
senza la gioia della presenza di Dio. Oggigiorno, la stessa Chiesa Cattolica ha
dichiarato nulla la credenza nel limbo (3 maggio 2007). Vedi comunque una
discussione sul significato del peccato originale nello studio 8.
13) Possiamo trovare il caso di battesimo di bambini nella Bibbia?
Mai. Ci sono alcuni testi in cui leggiamo del battesimo di «famiglie», cosa che
ha portato alcuni ad ipotizzare che dei bambini dovessero esservi inclusi, ma
questi non sono mai menzionati. Al contrario, leggiamo di persone che sono in
grado di ascoltare e ricevere personalmente il vangelo. Atti ci riporta quattro
casi di persone battezzate insieme alle loro «famiglie»:
1. Il centurione Cornelio (10:48; 11:14)
2. La mercante Lidia (16:15)
22:4
3. Il custode della prigione di Filippi (16:31-34)
4. Crispo, il dirigente della sinagoga di Efeso (18:4).
In alcuni casi almeno, la parola «famiglia» si deve intendere nel senso grecoromano di famiglia allargata, compresi i servi e quanti altri vivevano in un
rapporto di dipendenza e di protezione col capo (vedi, ad esempio, Atti 10:7 a
riguardo dei due servi di Cornelio). A quel tempo, il pater familias, il capo della
famiglia, aveva una grande autorità, ed è altamente probabile che se uno di
costoro accettava il vangelo, gli altri lo avrebbero spontaneamente imitato. Ecco
perché leggiamo di persone battezzate con la loro «famiglia», ma è evidente,
sulla base del significato del battesimo biblico, che ci si riferiva solo a coloro
che potevano accettare consapevolmente la fede cristiana. In Atti 16:31-34, ciò è
chiaramente affermato: «Ed essi risposero: “Credi nel Signore Gesù, e sarai
salvato tu e la tua famiglia”. Poi annunziarono la Parola del Signore a lui e a
tutti quelli che erano in casa sua. Ed egli li prese con sé in quella stessa ora
della notte, lavò le loro piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi. Poi li
fece salire in casa sua, apparecchiò loro la tavola, e si rallegrava con tutta la sua
famiglia, perché aveva creduto in Dio (altra traduzione possibile: “si rallegrava
avendo creduto in Dio con tutta la sua famiglia”).»
Nota i tre elementi: 1) Il Vangelo fu loro annunciato, 2) tutta la famiglia fu
battezzata, 3) tutta la famiglia condivide la gioia della fede.
14) Qual è la differenza tra il battesimo di Giovanni il battista e quello di
Gesù?
Giovanni stesso lo spiega: «Io vi ho battezzati con acqua, ma lui vi battezzerà
con lo Spirito Santo» (Mc 1:8. Vedi anche Gv 1:33. Mt 3:11 e Lc 3:16
aggiungono, «e col fuoco»). Il battesimo di Giovanni era segno di pentimento
(Mt 3:11) in vista della salvezza di Dio, che stava per manifestarsi attraverso
Gesù. Solo in Gesù l’amore e la potenza salvifica di Dio avrebbero potuto
manifestarsi in tutta la loro pienezza, ed questo è il motivo per cui solo Gesù
avrebbe potuto battezzare con lo Spirito Santo, stabilendo cioè una piena
comunione tra Dio e gli uomini, perché solo con Gesù la separazione causata dal
peccato (Is 59:2) poteva essere eliminata e noi potevamo diventare nuovamente
e veramente «figli di Dio» (Rm 8:15,16; Gl 4:6), ricevendo tutta la sua grazia e i
suoi doni.
15) Quale relazione c’è tra il battesimo e la nuova nascita?
Giovanni 3:3-8. Gesù afferma che per «vedere» il regno di Dio, dobbiamo
nascere di nuovo, essendo battezzati «d’acqua e di Spirito». In altre parole, solo
chi abbandona la sua vecchia natura dedita al peccato potrà godere la salvezza di
Dio nel suo regno. Per il vangelo è come se in noi ci fossero due persone, la
vecchia e la nuova. La vecchia è quella abituata a vivere lontano da Dio,
seguendo i suoi propri desideri e le sue vie. Questa persona è condannata a
morte perché «il salario del peccato è la morte» (Rm 6:23). La nuova è quella
22:5
che ha accolto Gesù, rallegrandosi nella sua grazia (Ef 2:4,5) e obbedendo ai
suoi comandamenti (Gv 14:15). La sua ricompensa è la vita eterna (Rom. 6:23).
Il problema è che tutti siamo peccatori, e dobbiamo confessare la nostra
corruzione domandando perdono a Dio (questo è il significato di essere
battezzati «d’acqua»).
Un altro problema è che, anche se perdonati, non abbiamo comunque alcun
potere di vivere in armonia con la volontà di Dio, ed è per questo che abbiamo
bisogno di essere battezzati nello Spirito di Dio, illuminati dalla sua saggezza
(Ef 1:17; Gv 16:8) e resi capaci dalla sua potenza (Rm 8:1,5,6). Gesù dice che
senza di lui non possiamo fare nulla ma che con lui tutto ci è possibile (Gv 15:5;
Filip 4:13). Ora che Gesù è in cielo, lo Spirito funge da Consolatore, da Aiuto
che Dio manda per essere sempre con noi (Gv 14:16; in 16:7 è lo stesso Gesù
che lo manda). Attraverso lo Spirito siamo rinnovati e diventiamo nuove
creature abilitati a vivere nel regno incontaminato di Dio. Questo ò quello che
significa essere battezzati «nello Spirito».
16) Quando riceviamo il battesimo dello Spirito?
Gesù comandò di battezzare «nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito
Santo» (Mt 28:19). Possiamo quindi credere che quando siamo battezzati
nell’acqua, tale atto di fede sia onorato anche dalla presenza e dal battesimo
dello Spirito. Tuttavia, solo Dio conosce la realtà del nostro cuore, se abbiamo
veramente accolto Gesù, il suo insegnamento e la sua grazia. Dio, nella sua
saggezza e conoscenza, può addirittura anticipare il dono dello Spirito prima di
quello d’acqua, come accadde nel caso di Cornelio (At 10:44-48). A volte
invece, il battesimo dello Spirito può avvenire dopo quello d’acqua, come
accadde ai samaritani e ad alcuni cristiani già discepoli di Giovanni il Battista
(At 8:14-17; 19:1-6). Tuttavia, in quest’ultimi casi, il battesimo d’acqua non è il
vero battesimo cristiano, qualcosa manca: o la vera conoscenza di Gesù, o la
vera fede in lui e, se questo fosse anche il nostro caso, dovremmo chiederci
onestamente quale sia la realtà della nostra esperienza, e dovremmo chiedere a
Dio di aiutarci a colmare le nostre lacune.
17) Come possiamo sapere se siamo stati battezzati dallo Spirito Santo?
Atti 2:37-39. Il vangelo ci dà una risposta molto semplice. Alla Pentecoste,
Pietro annunciò che se si fossero pentiti e battezzati nel nome di Gesù. Allora
avrebbero ricevuto il dono dello Spirito Santo. In altre parole, se ci siamo
veramente pentiti dei nostri peccati e abbiamo veramente accolto Gesù Cristo
nella nostra vita, allora possiamo avere la certezza del battesimo dello Spirito,
perché dove c’è Gesù c’è anche lo Spirito.
Galati 4:6. Sappiamo che siamo figli di Dio, nati dallo Spirito, perché possiamo
andare con fiducia a Dio e chiamarlo «Padre». Se puoi vivere questa esperienza
di pieno convincimento che Dio ti ama veramente come un Padre, e se tu
22:6
desideri vivere veramente come un suo figlio, allora questo è segno che sei nato
dallo Spirito.
Galati 5:22-26. Se il frutto dello Spirito è in noi, se manifestiamo nella nostra
vita i segni della reale conversione cristiana, allora questo è segno che lo Spirito
di Dio è in noi.
18) Il battesimo dello Spirito deve essere associato a un dono specifico?
Alcuni credenti pensano che il battesimo nello Spirito si manifesta sempre
attraverso il dono delle lingue, il dono cioè di sapere parlare miracolosamente e
istantaneamente delle lingue sconosciute, siano esse umane o angeliche.
Per affermare questa convinzione ci si riferisce abitualmente a quanto accadde
alla Pentecoste, quando i discepoli cominciarono la loro predicazione pubblica
dopo avere ricevuto il dono delle lingue (At 2:4). Altri due casi sono menzionati
in Atti (Cornelio in 10:45,46; e i discepoli di Giovanni in 19:6).
Pur onorando le buone intenzioni dei sostenitori di questa idea, dobbiamo
dissentire per almeno tre motivi: 1) In tutti i casi menzionati in Atti, le lingue
sono lingue umane conosciute anche degli uditori visto che costoro
comprendono molto bene quello che si stava dicendo (alla Pentecoste, la gente
udì e accolse il vangelo che si stava predicando – vedi anche v. 8,11 -; Cornelio
e la sua famiglia stavano dando gloria a Dio di fronte ai giudei cristiani che
erano andati lì con Pietro, il che significa che questi potevano capire cosa veniva
detto; e i discepoli di Giovanni stavano «profetizzando», il ché significa che
stavano dando un chiaro messaggio da parte di Dio). 2) Paolo afferma
chiaramente che non tutti i cristiani ricevono lo stesso dono: quindi solo alcuni
ricevono il dono delle lingue (1 Cor 12:10, 11). Di conseguenza, tale dono non
può essere usato come test per sapere se uno ha ricevuto il dono dello Spirito.
Questa considerazione è valida anche in rapporto a 1 Corinzi 12, in qualunque
modo si interpreti il dono delle lingue di cui si parla in questo capitolo. 3) Uno
dei motive per cui il dono delle lingue è particolarmente sottolineato in Atti è
che esso permise ai primi discepoli di predicare il vangelo a tutte le genti, come
Gesù aveva comandato (At 1:18), o per provare che i pagani stavano ricevendo
lo stesso Spirito come i Giudei e che quindi dovevano costituire un solo popolo
rompendo i pregiudizi che i Giudei covavano verso gli altri (At 10:47; 11:15).
Considerare la Pentecoste come un modello per l’esperienza di tutti i cristiani è
non biblico e pericoloso. La prima Pentecoste rappresenta il momento in cui la
chiesa è equipaggiata con la potenza dello Spirito per cominciare la sua missione
(At 1:8), un momento in cui la gloria di Dio è manifestata con potere per attrarre
l’attenzione della gente. Alla Pentecoste non si manifesta soltanto il dono delle
lingue, ma la presenza dello Spirito si rivela con un forte suono come di vento e
anche con delle lingue di fuoco che scendono sui discepoli (At 2:2-4). Come
nessuno oserebbe dire che per avere la prova di avere ricevuto lo Spirito
22:7
dobbiamo udire quel vento e vedere il fuoco scendere su di noi, neppure si può
dire che bisogna parlare in lingue.
Un momento che può meglio essere considerato come modello per tutti i
cristiani è quello in cui Gesù apparve per la prima volte ai suoi discepoli dopo la
resurrezione dando loro lo Spirito, la certezza che egli era il vincitore sulla
morte e quindi il loro Salvatore, e la missione di annunciare il perdono dei
peccati (e la salvezza) nel suo nome (Gv 20:19-23). Questo è il momento in cui i
discepoli dubbiosi e spaventati divennero dei veri cristiani, così come accade a
noi stessi quando riceviamo Gesù con fede.
19) La fede in Gesù è tutto quello che serve per essere battezzati?
Si e no: dipende da cosa vogliamo dire. Come già sappiamo, Gesù chiese ai suoi
discepoli di convertire la gente in suoi discepoli, battezzandoli e insegnando loro
tutto quello che egli aveva comandato (Mt 28:19,20. Nell’originale greco il
verbo centrale è «fate discepoli» mentre gli altri due, «battezzandoli» e
«insegnando» sono due participi nello stesso tempo presente. Questo indica
come nella mente di Gesù le due azioni sono allo stesso livello e non vanno
disgiunte).
Questo non significa che abbiamo bisogno di conoscere perfettamente tutti i
dettagli della rivelazione biblica, altrimenti nessuno potrebbe mai battezzarsi.
Significa però certamente che dobbiamo avere una conoscenza degli elementi
fondamentali della fede cristiana. Per questo motivo gli Avventisti aiutano i loro
amici a prepararsi per il battesimo, condividendo con loro i principali
insegnamenti della Bibbia, così che la loro scelta di fede possa essere
consapevole e sicura.
Alcune esperienze bibliche possono dare l’impressione che alcuni siano stati
battezzati subito dopo avere udito parlare di Gesù, senza quindi tutto il tempo
necessario per una istruzione completa nella fede: il romano Cornelio, l’eunuco
etiope, il custode della prigione di Filippi, tutti furono battezzati entro poche ore
da quando avevano sentito parlare di Gesù. E tuttavia c’è qualcosa nella loro
esperienza che non permette di usare il oro esempio se non in casi eccezionali.
Cornelio conosceva già la fede giudaica e conosceva quindi la legge di Dio:
quello che gli serviva era la consapevolezza del significato di Gesù e questa gli
fu data dalla testimonianza dell’apostolo Pietro e confermata dal miracolo dello
Spirito (At 10). L’etiope era probabilmente un giudeo o un gentile che viveva la
fede giudaica (aveva fatto un pellegrinaggio di migliaia di chilometri per adorare
Dio a Gerusalemme). Anche lui aveva soltanto bisogno di sapere che Gesù era il
Messia e il suo Salvatore: Filippo, mandato miracolosamente, gli diede la
conoscenza di cui aveva bisogno (At 8:35). Il custode della prigione era un
pagano ma visse l’esperienza di un miracolo che loportò ad attribuire a Paolo
una grande autorità. E tuttavia l’apostolo si prese del tempo per spiegargli la
parola di Dio (At 16:31,32). Anche se breve, fu probabilmente un tempo
sufficiente perché potesse comprendere i rudimenti della fede. Data l’esperienza
22:8
che aveva vissuto, il suo cuore sarebbe rimasto aperto ad imparare ancora anche
dopo il suo battesimo.
Al tempo dei primi cristiani, ricevere Gesù era così difficile da richiedere un
sincero desiderio di servirlo per essere battezzati. Una volta che il desiderio di
Gesù era stato espresso, il resto era del tutto naturale e poteva essere specificato
successivamente. Dobbiamo anche considerare che l’autorità degli apostoli era
così grande da non essere messa in discussione: tutto quello che loro
insegnavano sarebbe stato fatto. Oggi la situazione è molto diversa:
Abitualmente, la gente non accetta il vangelo a causa di un miracolo, e se ce n’è
uno, probabilmente è un falso miracolo (2 Tess 2:9); l’insegnamento non è dato
da un apostolo con la sua indiscussa autorità ma da uno strumento umano molto
più umile; la cristianità è divisa e non tutti comprendono allo stesso modo né
Gesù né il suo insegnamento: bisogna quindi riflettere bene su cosa è vero e cosa
è falso, altrimenti, uno potrebbe sentirsi ingannato e manipolato su aspetti
importanti della fede cristiana, soprattutto quelli abbandonati o distorti dalla
tradizione umana. È quindi anche per onestà nei loro confronti che come chiesa
abbiamo scelto di non battezzare nessuno che non abbia avuto una presentazione
chiara e completa della nostra fede. Tutto ciò richiede un certo tempo, ma la
fatica sarà ricompensata dalla gioia di una conoscenza più ricca e di una fede più
solida.
22:9
23. La Cena del Signore*
Scopo: Comprendere il significato di questo rito cristiano, secondo solo a quello
del battesimo, come segno della grazia e della vita ricevuta da Cristo come
individui e come collettività.
Introduzione
Ogni essere vivente ha bisogno di mangiare e bere. Non possiamo vivere senza una
fonte esterna di energia. Nella vita spirituale è lo stesso: abbiamo bisogno di una
potenza esterna per diventare ed essere figli di Dio. Uno dei modi più belli ed efficaci
usati da Gesù per insegnarci questa lezione è quella che noi chiamiamo Santa Cena, o
Cena del Signore.
Accadde durante l’ultima sera della vita terrena di Gesù. Dopo poche ore Giuda lo
avrebbe consegnato nelle mani dei soldati per essere giudicato e ucciso. Si trattava di
un momento molto solenne e Gesù stava celebrando la Pasqua, una festa che
ricordava la liberazione miracolosa attraverso la quale Dio aveva condotto il suo
popolo fuori dalla schiavitù egiziana: stavano per morire lì ma Dio ne fece il suo
popolo donandogli un avvenire, una dignità, una speranza. Per obbligare gli Egiziani
a lasciarli liberi, Dio mandò loro alcune piaghe e quando queste si dimostrarono
inefficaci, Dio annunciò che i primogeniti degli Egiziani sarebbero morti se non
avessero lasciato libero Israele, il primogenito di Dio. Il solo modo di sfuggire a
questa morte era di porre se stessi sotto il segno protettore del sangue di una agnello
sacrificale (Es 11-13). Gesù è l’agnello di Dio (Gv 1:29), e sta andando ad offrire la
sua vita in sacrificio affinché il suo nuovo popolo possa essere liberato dalla schiavitù
del peccato e introdotto in una nuova esperienza di libertà e di vita. Per esprimere
questa realtà, Gesù istituisce la Cena del Signore. Cerchiamo di approfondirne il
significato.
1. Durante la cena pasquale si usavano del pane azzimo e del vino. Quale
significato speciale Gesù attribuì loro?
Matteo 26:26-28; Mc 14:22-25; Lc 22:15-20. Perché pensi che Gesù paragoni il
proprio corpo al pane e il proprio sangue al vino (succo d’uva, bevanda)?
2) Paolo come descrive il fatto che non possiamo vivere senza Gesù?
Galati 2:20. Credi anche tu che Gesù sia la nostra vita e che non possiamo vivere senza
di lui?
3) Perché Gesù comandò di celebrare la Cena del Signore?
Luca 22:19; 1 Cor 11:24,25. Perché non dovremmo mai dimenticare quello
che Gesù ha fatto per noi?
4) Con questo rito, Gesù cose intendeva istituire?
Luca 22:20. Il nuovo patto di grazia nella sua morte, cioè grazie al sacrificio
d’amore della sua vita.
23:1
5) Perché Gesù dice che il Patto che sta stabilendo con i suoi discepoli è
«nuovo»? Qual era il «vecchio»? Che differenza c’è tra i due?
Geremia 31:31-33. Perché pensi fosse necessario che Gesù morisse per stabilire
questo nuovo Patto? (Perché solo di fronte al sacrificio di Cristo possiamo
comprendere che Dio è amore, che la sua legge è segno di questo amore, e che
vale la pena di vivere in fedele ubbidienza a lui amandolo pienamente!)
NOTA: Il N.T. mette esplicitamente in rapporto il nuovo patto annunciate da
Geremia con quello stabilito da Gesù (vedi Ebrei 8:8-12; 10:16).
6) Quali sono i risultati del nuovo patto?
a. Comprendiamo meglio l’amore di Dio. Gv 3:16; 1 Gv 4:8-10.
b. Impariamo a ubbidire ai comandamenti di Dio. Gv 14:15; Ger 31:33.
c. I nostri peccati sono perdonati. Ger 31:34; Mt 26:28.
d. Impariamo ad amarci l’un l’altro e ad essere un solo corpo. 1 Cor 10:17.
7) Quale importanza questo nuovo patto dovrebbe avere per noi
personalmente?
8) Quale altro rito Gesù istituì prima della cena vera e propria?
Giovanni 13:1-15: La lavanda dei piedi, il rito dell’umiltà e della purificazione
continua.
Altri testi biblici
Gr 31:31-34.
Mt 26:26-29
Gv 6:22-65
Gv 6:63
Gv 10:9; 14:6
1 Cor 10:14-21
1 Cor 11:17-30
Il nuovo patto in Gesù.
Istituzione della Cena (Mr 14:22-25; Lc 22:15-20; 1Cor 11:23-25)
Gesù è il vero pane e la vera bevanda.
Nella Cena del Signore Gesù viene «mangiato» spiritualmente.
Gesù è porta, via (immagini fisiche per illustrare realtà spirituali)
Comunione col corpo di Gesù: unità dei credenti.
La cena del Signore è una esperienza santa.
Approfondimenti
1) Quando Gesù dice che il pane è il suo corpo e il vino il suo sangue,
dobbiamo intenderlo letteralmente?
Vi sono molti motivi per escludere questa interpretazione.
1. In Gv 14:6, Gesù dice chiaramente che le sue parole debbono essere intese
spiritualmente. Non è mangiando la sua carne con la nostra bocca che ci
nutriamo di Gesù e godiamo della salvezza, ma credendo in lui con tutto il
nostro cuore e facendogli posto nella nostra vita (Rm 10:9,10; Gv 3:16; 20:31).
2. Quando Gesù dice «questo è il mio sangue che è sparso per voi», non ha
ancora dato la sua vita. Così, almeno in tale momento, quel «questo è» ha un
valore non letterale ma simbolico.
23:2
3. Dopo avere detto, «questo è il mio sangue», Gesù aggiunge: «Vi dico che da
ora in poi non berrò più di questo frutto della vigna, fino al giorno che lo berrò
nuovo con voi nel regno del Padre mio» (Mt 26:29). La stessa frase è ripetuta in
Marco 14:27 e Luca 22:18. È quindi una frase ritenuta significativa da tutti gli
evangelisti sinottici. Questa frase ci dice che per Gesù, quel vino di cui aveva
detto «è il mio sangue» rimaneva del semplice vino (o succo d’uva: frutto della
vigna) che egli stesso avrebbe un giorno bevuto insieme ai suoi discepoli. Sulla
scia di questa riflessione, ci chiediamo anche che rapporto ci possa essere tra il
corpo reale (o celeste) di Gesù e il sangue e il corpo derivati dalla
trasformazione del pane e del vino. Anche credendo nel miracolo della
transustanziazione, sul piano della logica, la nuova carne e il nuovo sangue non
avrebbero nessun legame organico con il corpo celeste reale di Gesù. In che
senso quindi la Comunione metterebbe letteralmente in rapporto con il corpo del
Signore?
4. Gesù stesso dice che il rito serviva a ricordare lui (Lc 22:19: «in memoria di
me»). Senza volere giocare troppo con le parole, potremmo dire che si ricorda
ciò che non c’è: se il rito serve a ricordare Gesù, allora Gesù non è letteralmente
nel rito.
5. Marco 14:23,24 narra la storia in una forma diversa: Gesù dà prima il vino e
invita i discepoli a berlo. Solo dopo che essi hanno bevuto Gesù dice che esso «è
il sangue del patto». In questa successione di eventi, ogni prospettiva
sacramentale è vanificata. Nella prospettiva cattolica, infatti, sono le parole del
sacerdote che trasformano il vino in sangue. Ma questo sarebbe vero solo se le
parole fossero dette prima, non dopo che il vino è stato bevuto come invece ha
fatto Gesù per Marco. Riconosciamo che la differenza tra Marco e gli altri due
sinottici può essere casuale, ma il fatto mostra comunque che gli evangelisti non
si preoccupavano della forma perché evidentemente non la vivevano come
essenziale al rito: per loro, le parole di Gesù non hanno un valore sacramentale.
Conclusione: è evidente che le parole di Gesù debbono essere comprese
simbolicamente e non letteralmente.
2. Se la cena del Signore è simbolica, vuol dire che possiamo viverla con
superficialità, come se non avesse molta importanza? Per niente: anche i
simboli hanno importanza, soprattutto quelli donatici da Dio e noi li dobbiamo
considerare con ogni riguardo. Il pane e il vino che riceviamo rappresentano
Gesù ed egli è una realtà sacra che onoriamo anche solo parlandone e
pensandolo: tanto più quando ne celebriamo la morte attraverso il rito sacro
della Cena. Gesù è il nostro amico supremo, il nostro solo Signore e Salvatore.
Noi onoriamo dunque i simboli del suo sacrificio. Essi ci parlano del suo amore
e offendendoli offenderemmo Gesù stesso. L’apostolo Paolo sviluppa questo
insegnamento in 1 Corinzi 11: 26-30. Nota quanto attentamente l’apostolo evita
di dire che nella cena del Signore noi mangiamo il suo corpo e beviamo il suo
23:3
sangue. Quello che mangiamo è del pane e quello che beviamo è una coppa (v.
27), ma, attraverso essi, noi dobbiamo «discernere» il corpo del Signore (v. 29),
altrimenti offendiamo il sangue del Signore (v 27). Allo stesso modo noi
offendiamo una nazione se disprezziamo la sua bandiera. Ma questo non
significa che la bandiera «è» la nazione.
3. In Giovanni 6, perché Gesù insiste così tanto sul fatto che il suo corpo è
vero pane e il suo sangue vera bevanda? Perché avevano avuto del pane
materiale (Gv 6:26; vedi vv. 1-14) e ne volevano ancora (v. 30,31).
Desideravano un Messia che soddisfacesse i loro bisogni fisici. Invece Gesù
insegna loro che per avere la vita eterna avrebbero dovuto cercare un cibo
migliore: il dono della sua vita. Per questo Gesù afferma che il suo corpo è vero
cibo e il suo sangue vera bevanda, Ma, come dice, al v. 63, queste sue parole
vanno intese in senso spirituale. Egli è cibo per la vita spirituale non per quella
fatta di beni materiali.
4. Cosa significa il termine «transustanziazione»? Si tratta di una parola che
viene dal latino e che significa «andare oltre (trans) la sostanza». I teologi
cattolici la usano per indicare la loro credenza che quando il sacerdote pronuncia
la formula «questo è il mio corpo … il mio sangue», la vera natura del pane e del
vino cambia, andando oltre l’apparenza, per diventare carne e sangue di Gesù.
Solo l’apparenza esterna del pane e del vino rimarrebbe. In questa prospettiva,
attraverso il rito, il corpo e il sangue di Gesù sarebbero offerti nuovamente come
un sacrificio reale anche se incruento. La persona del sacerdote assume quindi
un’importanza straordinaria perché consente al credente di entrare in rapporto
fisico e diretto con Cristo, cosa che nessun altro può normalmente fare.
5. Giovanni 6 può sostenere l’idea della transustanziazione? Per niente. Il
linguaggio è molto diverso. In Giovanni 6, Gesù non sta parlando in rapporto
alla Cena. Non sta parlando di un pane che diventa suo corpo ma che il suo
corpo, quel corpo con cui si muoveva e parlava, era il vero pane, cosa che non
significa evidentemente che Gesù avesse un corpo di pane, come si dovrebbe
dedurre se si applicasse lo stesso valore letterale che i Cattolici danno al verbo
«è» in rapporto all’ultima cena. Per quel che riguarda il suo sangue, non dice
neppure che fosse vino ma solo che è «vera bevanda» (v. 55). Molto
probabilmente lo stava paragonando a dell’acqua (confronta con Giovanni 4:1014 dove dice che egli è l’acqua della vita).
6. Perché gli Avventisti e altri Protestanti rifiutano di considerare la Cena
del Signore come un sacrificio? 1. Perché come abbiamo visto, il pane e i vino
hanno una funzione simbolica e non diventano letteralmente carne e sangue di
Gesù. 2. Perché, come abbiamo visto, la cena del Signore era intesa non come
23:4
una ripetizione ma come un memoriale del sacrificio di Gesù. 3. Perché come
dice il vangelo, il sacrificio di Gesù non può essere ripetuto essendo stato offerto
una volta per sempre (Eb 7:27; 9:11,12,28).
7. La dottrina della transustanziazione quando fu stabilita come dogma
della chiesa cattolica? Solo nel 1215, nel corso del IV Concilio Laterano.
8. Prima di questa data, tutti i cristiani credevano nella transustanziazione?
Per nulla. Questa dottrina si è sviluppata nel corso dei secoli ed abbiamo prova
di una comprensione più vicina al vangelo nei primi secoli della chiesa cristiana:
«S. Agostino (verso l’anno 400), parafrasando le parole di Gesù scrive:
«Comprendete in senso spirituale quello che vi dissi. Non mangerete questo
corpo che vedete, e non berrete questo sangue che sarà sparso da quelli che mi
crocifiggeranno. Vi ho raccomandato un sacramento che vi darà la vita, se lo
intendete spiritualmente e, quantunque sia necessario celebrarlo in modo
visibile, bisogna tuttavia intenderlo spiritualmente»7. S. Giovanni Crisostomo
(344-407) : «Prima della consacrazione lo chiamiamo pane, ma poi... perde il
nome di pane e diventa degno che lo si chiami il Corpo del Signore, sebbene la
natura del pane continui in esso» (Enarrationes in Psalmos 98, 9).
Teodoreto, vescovo di Ciro (393-458) : «I simboli mistici [il pane e il vino] non
abbandonano la loro natura dopo la consacrazione, ma conservano la sostanza
e la forma in tutto come prima.» Il Papa Gelasio I scriveva: «II sacramento del
corpo e del sangue di Cristo è veramente una cosa divina; ma il pane e il vino
conservano la loro sostanza nella natura del pane e del vino, e la celebrazione
del santo mistero non è certo che una immagine o una similitudine del sacrificio
del corpo e del sangue di Gesù ». (De duabus naturis in Christo). (Tutti i
documenti sono citati in Robert Nisbet, Ma il Vangelo non dice così, Claudiana,
Torino 1982, pp. 67, 9).
9. Perché i Cattolici ricevono solo il pane ma non il calice? Essi credono che
nella Messa il vino sia stato trasformato nel sangue di Gesù ed assume quindi
una sacralità assoluta. Per evitare che delle gocce possano cadere a terra ed
essere profanate, se ne scoraggia un uso generalizzato riservandone l’uso ai
sacerdoti (ma in questi ultimi tempi c’è un lieve cambio di tendenza). Si trova
una soluzione a questo problema, ricorrendo all’idea che attraverso il panecorpo di Gesù, il credente riceve comunque anche il sangue. Questo contrasta
però con il comando di Gesù, «bevetene tutti», che evidentemente non aveva le
stesse preoccupazioni degli amici Cattolici.
10. Che tipo di vino si dovrebbe usare durante la Cena del Signore? La
Pasqua, di cui la Cena del Signore è l’ideale continuazione, coincideva con
l’inizio della festa degli azzimi (Es 12:1-21; Lv 23:5-8). In questa festa doveva
essere evitato ogni tipo di lievito. Al tempo di Gesù, la Pasqua era
23:5
organicamente considerate parte degli Azzimi (Mt 26:17; Lc 22:1,7). Il pane era
non lievitato perché la Pasqua è il simbolo di Cristo e niente di corrotto (così era
inteso il processo di lievitazione) poteva rappresentare il sacrificio puro di Gesù
(1 Cor 5:8). Gli Avventisti credono che queste leggi e questo principio si
applichino, non solo al pane ma anche al vino che deve essere non fermentato.
L’alcol è fortemente scoraggiato nella Bibbia (vedi lo studio su questo
argomento) e non crediamo che possa rappresentare il sacrificio di Gesù.
Soprattutto oggi, l’alcool è diventato una maledizione e uno strumento di
schiavitù e di morte. Gesù vuole invece essere libertà e vita. Per questo noi
usiamo puro succo d’uva non fermentato.
11. Gli Ebrei moderni possono insegnarci qualcosa sul vino da usare nella
cena del Signore?
No. Possono solo dirci quale tradizione seguono ma non quale sia la volontà di
Dio. La nostra fede è fondata sulla Bibbia ed essi non hanno nessun mezzo per
comprenderla meglio di come possiamo fare noi. Nessuno può avere una
certezza matematica su quale tipo di vino fosse usato durante la Pasqua, ma
sappiamo per certo che gli Esseni erano abituati a bere solo vino dolce non
fermentato. Poiché il loro scopo era quello di conservare incontaminati gli
antichi riti sacerdotali, la loro abitudine potrebbe avere un certo valore anche in
rapporto alla nostra domanda.
12. Qual è il significato della lavanda dei piedi? Giovanni 13:1-15.
a. Un primo significato è quello dell’umiltà di fronte agli altri. Nei tempi
antichi, lavare i piedi di qualcuno significava essere suo servo.
Lavandoci i pedi, ci dichiariamo servi gli uni degli altri con amore.
b. Un secondo significato, meno evidente, è quello della confessione del
nostro stato di peccato. Accettare che qualcuno ci lavi i piedi significa
riconoscere che siamo sporchi e bisognosi di purificazione e perdono.
Per questo motivo Gesù disse a Pietro che se non si faceva lavare i
piedi non avrebbe avuto niente da spartire con il suo Salvatore.
c. Un terzo significato è quello di rinnovamento del nostro battesimo.
Quando Pietro chiese di essere lavato – purificato – per intero, Gesù gli
rispose che era già lavato e che chi è lavato ha bisogno di lavare solo i
piedi. A quel tempo, nelle case della gente comune, i pavimenti erano
ricoperti di polvere e le strade ancora di più. Appena uscito dal bagno,
chiunque si sarebbe subito sporcati i piedi. Allo stesso modo, una volta
ricevuto il battesimo, la nostra vita viene continuamente toccata dal
peccato e abbiamo bisogno di ricevere sempre la grazia di Dio. Il rito
della lavanda dei piedi ci rassicura del dono continuo della grazia di
Dio e ci invita ad offrila continuamente agli altri.
23:6
13) Gli Avventisti come e quando celebrano la Cena del Signore?
Essi usano sia il pane (non lievitato) e il vino (non fermentato). Ogni volta che
celebrano la cena, la fanno precedere dal rito della lavanda dei piedi, uomini con
uomini e donne con donne. A causa della lavanda dei piedi, che richiede un
certo tempo, e anche per non fare cadere il tutto nella routine dell’abitudinarietà,
non la celebriamo ogni volta che ci incontriamo. Ogni comunità è comunque
libera si stabilire i tempi più convenienti. In genere la si celebra ogni tre mesi.
Alcune chiese cristiane pensano che la cena debba essere celebrata solo una
volta l’anno nel periodo della pasqua. Altri la celebrano ogni giorno o ogni
settimana. Noi non crediamo si possa stabilire una norma univoca sulla base del
vangelo. Se a Gerusalemme sembra che i cristiani la celebrassero ogni giorno
(At 2:46. Confronta con Mt 26:26; Lc 24:30,31; 1 Cor 11:24, dove l’espressione
«spezzare il pane» si riferisce alla Cena del Signore), si tratta più di una
abitudine legata alla loro situazione specifica che ad una legge del Signore. Per
questo lasciamo che ognuno si regoli sulla base delle proprie esigenze.
14) Chi può partecipare alla cena del Signore?
L’apostolo Paolo dice che ognuno deve esaminare la sua propria condizione
spirituale, non per rinunciarvi qualora ci sia qualcosa che non va, ma per
eliminare il problema e partecipare così onestamente alla celebrazione. Tuttavia,
il significato del rito presuppone che chi vi partecipa abbia già accettato Gesù
come suo Salvatore e sia stato battezzato per immersione. Noi non escludiamo
nessun membro di altre chiese cristiane una volta che abbiamo spiegato il
significato che attribuiamo al rito, se in coscienza essi lo condividono.
23:7
24. Confessione*
Scopo: Capire la necessità e il dovere spirituale della confessione dei nostri peccati
liberandola dalle incrostazioni della confessione auricolare.
Introduzione
Tutti noi portiamo nel nostro cuore dei pesi che ci opprimono, dei rimorsi, la
consapevolezza di un peccato o di un torto fatto. Se lasciamo che tutto rimanga nel
cuore, diventa come l’acqua di uno stagno che non scorre e diventa maleodorante e
nocivo. La parola di Dio ci invita invece a tirare fuori questo peso e a liberarcene per
ristabilire una condizione di serenità e di pace, per porre rimedio al male fatto ogni volta
che è possibile. La pratica della confessione risponde a questa esigenza, ma dobbiamo
liberarla da fraintendimenti e pratiche che le si sono associate nel corso dei secoli.
1) Cosa significa «confessione? Significa diventare consapevoli di qualcosa di ingiusto
che abbiamo fatto, di uno stato sbagliato del nostro cuore, e riconoscerlo per avere
perdono, aiuto, salvezza.
2) Abbiamo esempi di confessione nella Bibbia?
* Il profeta Daniele confessa a Dio i peccati del suo popolo (Dn 9:4-19)
* Il re Davide confessa a Dio il suo proprio peccato (Sal 51:1-10).
3) A chi bisogna confessare i propri peccati?
* A chi Daniele a Davide confessarono i loro peccati? (Sal 51:1; Dn 9:4)
* Si tratta di due eccezioni o riflettono un insegnamento biblico generale? (Esd 10:11)
4) Se la nostra confessione è onesta cosa dobbiamo fare dei nostri peccati? (Pr 28:13)
5) Se abbiamo fatto qualcosa di sbagliato contro qualcun altro, cosa dobbiamo
fare?
* Dobbiamo confessare quanto abbiamo fatto anche a lui (Gc 5:16; Mt 18:15)
* Dobbiamo fare ammenda del male fatto (Nm 5:7)
6) Siamo certi che se confessiamo i nostri peccati, Dio ci perdonerà? (1 Gv 1:5-2:2)
7) Grazie a chi possiamo ottenere il perdono di Dio? (1 Gv 1:7; Rm 3:23-24)
8) C’è qualche peccato che non possa essere perdonato? Solo quello contro lo Spirito
Santo (Mt 12:31). Non perché Dio non voglia perdonarlo, ma perché, rifiutando
l’azione dello Spirito di Dio, rifiutando la luce che Egli vuole dare alla nostra
coscienza (Gv 16:7,8), diventiamo inconsapevoli del nostro peccato e non andiamo a
Dio per avere perdono.
9) C’è qualche essere umano che possa fungere da mediatore presso Dio per
confessare il nostro peccato e farci avere il perdono? Come abbiamo visto, la
24:1
Bibbia insegna che dobbiamo confessare i nostri peccati a Dio e che solo lui ha il
potere di perdonarci (Mc 2:5-12). Solo Gesù è il nostro mediatore (1 Tm 2:5).
10) Chi dovrebbe confessare il suo peccato? (Rm 3:23)
11) Dovremmo avere timore di andare a Dio per chiedere perdono? Come ci
accoglierà se andiamo a lui nel nome di Gesù? (Eb 4:14-16)
Approfondimenti
1) Perché Gesù diede ai suoi discepoli il potere di perdonare e ritenere i peccati (Giovanni
20:23), o perché Gesù diede a Pietro il potere di legare e sciogliere (Matteo 18:18)?
Gesù non diede questo potere solo a Pietro o agli Apostoli ma a tutta a chiesa (Mt
18:15-19. Nota che qui, «chiesa» non si riferisce solo al clero ma a tutta la comunità
dei credenti), a tutti coloro che hanno ricevuto lo Spirito Santo (Gv 20:21,22).
Questa autorità non è quella di prendere il posto di Dio, ma di rappresentarne il
volere nell’applicazione della disciplina ecclesiastica (come accade in Matteo 18:1519) o predicando il vangelo della salvezza in Gesù (come accade nel contesto di
Giovanni 20:21): se il popolo lo accetta sarà salvato, se lo rifiuta sarà condannato.
Pietro o gli altri apostoli non hanno mai insegnato che i peccatori dovessero andare
da loro per avere perdono, ma solo da Dio (At 8:20-22).
(Per più informazioni sull’autorità della chiesa vedi lo studio successivo su
Pietro e il fondamento della Chiesa cristiana.)
24:2
25. Pietro e il fondamento della chiesa cristiana*
Scopo: Liberare la fede cristiana dall’idea che la chiesa possa essere fondata su un uomo
e riaffermare l’esclusiva posizione di Cristo come fondamento della chiesa.
Introduzione
Abbiamo così tanto in comune con i credenti cattolici ma ci sono anche molte differenze
che non possiamo onestamente ignorare. Una tra le più importanti riguarda l’autorità
all’interno della chiesa. La Chiesa cattolica insegna che Gesù ha dato alla chiesa un capo
visibile in Pietro e nei suoi successori (i vescovi di Roma) in quanto «roccia» sulla quale
si dovrebbe reggere tutta la cristianità. Noi crediamo invece che la pietra di fondazione
della chiesa non sia un uomo ma Gesù stesso, e che troviamo una guida affidabile nella
Parola di Dio. Vediamo cosa dice la Bibbia.
1) Gesù ha fondato una chiesa? Certo! (Mt 16:18)
2) Quando Gesù dice a Pietro, «tu sei Pietro (petros), e su questa pietra (petra)
edificherò la mia chiesa, e le porte del soggiorno dei morti non la potranno vincere,»
chi è la «pietra» su cui la chiesa sarà edificata? (Mt 16:18).
Il testo è complesso e ne offriamo qui una spiegazione tradizionale. Per comprendere ciò
che Gesù intendeva dire, dobbiamo considerare il contesto immediato e generale.
A. Gesù sta paragonando la Chiesa cristiana ad un tempio solido costruito sulla roccia.
B. L’apostolo Paolo, usando un’immagine simile, dice che questo tempio è fatto di
pietre viventi, di persone che accettano Gesù quale loro salvatore (Ef 2:18-22). Egli
dice anche che Gesù è la pietra angolare a partire dalla quale questo tempio è
costruito. L’apostolo Pietro offre lo stesso identico insegnamento (1 Pietro 2:2-8).
C. Sulla scia di questa immagine, usata sia da Cristo che dagli apostoli, una persona
diventa una pietra della chiesa quando accetta Gesù quale Salvatore che viene da
Dio. Pietro ha appena confessato questo (Mt 16:16), ed è questa sua testimonianza
di fede che permette a Gesù di definire Pietro un «petros», una pietra nella Sua
chiesa.
D. Questo non significa che Pietro sia la Roccia sulla quale la chiesa è fondata. Una tale
interpretazione conraddirebbe quanto abbiamo già visto, cioè che Gesù è il primo
elemento fondante della chiesa. D’altronde, se Gesù avesse desiderato dire questo,
avrebbe detto: «Tu sei petros e su questo petros edificherò la mia chiesa.» Dice
invece: «Tu sei petros (che significa «pietra, sasso») e su questa petra (che significa
«roccia solida») io costruirò la mia chiesa.» Perché Gesù cambia la parola? Perché
«petros» è un termine appropriato per Pietro che, attraverso la sua confessione di
fede, acquisisce il diritto di diventare pietra vivente nell’edificio spirituale che è la
chiesa cristiana, mentre «petra» è appropriata per rappresentare Gesù stesso, la
Roccia che tutto sostiene (per Gesù quale Roccia, vedi anche 1 Cor 10:4).
25:1
E. La conclusione è: la roccia su cui si regge la chiesa cristiana non è un uomo ma
Cristo stesso, che noi dobbiamo riconoscere e confessare, seguendo l’esempio di
Pietro, quale Messia, il Salvatore figlio dell’Iddio vivente.
3) L’interpretazione appena vista, è qualcosa di moderno inventato per contraddire
l’autorità papale?
No, è basata sulla Parola di Dio ed è esistita nella stessa Chiesa cattolica per più di mille
anni. L’arcivescovo Pietro Richard Kenrick, in un opuscolo preparato per il Concilio
Vaticano, elenca 5 interpretazioni date dai primi Padri della chiesa: 17 padri dicono che
la roccia è Pietro; 8 dicono che è formata da tutti gli apostoli; 44 dicono che è la fede di
Pietro, non la sua persona; 16 dicono che è lo stesso Gesù che Pietro aveva confessato;
altri dicono che è formata da tutti i fedeli che credono che Cristo è il Figlio di Dio e che
sono costituiti come pietre viventi nel tempio che è la chiesa (From An Inside View of the
Vatican Council, 1872, pp. 107-109). È facile vedere come, in un modo o nell’altro, la
stragrande maggioranza (44+16) di questi pareri sostengano la tesi che abbiamo
presentato.
Anche un papa, Gregorio VII (1073-85), sapeva che la Roccia era Gesù e non Pietro,
come si vede da una famosa scritta inviata con una corona a Rodolfo di Svevia: «Petra
dedit Petro, Petrus diadema Rudolpho.» Significa: «La Roccia (Gesù) (la) diede a Pietro,
e Pietro (nella persona del Papa) dà (ora) la corona a Rodolfo.» (Da Philip Shaff, History
of the Christian Church, 1902, Vol. 3, p. 303).
4) In Matteo 16:19, Gesù dà a Pietro le chiavi del regno dei cieli: «Io ti darò le chiavi
del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che
scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli.» Quest’autorità è data solo a Pietro o a tutti
quelli che come Pietro confessano Gesù e diventano parte della chiesa? Cosa sono
queste chiavi?
A. Gesù stesso insegna che ciò che apre la porta dei cieli è la conoscenza del vangelo (Lc
11:52). Comprendiamo così che le chiavi date a Pietro sono l’autorità e il privilegio
di predicare il vangelo di Gesù. (Vedi anche Gv 6:68; 1 Pt 1;23; Rm 10:13-17). A
coloro che accettano il vangelo viene aperta la porta del cielo, a coloro che lo
rifiutano viene chiusa.
B. La missione di predicare il vangelo fu affidata a Pietro, non perché fosse una persona
speciale ma perché aveva accettato Gesù. Accettando Gesù, diventiamo membri della
sua chiesa ma anche suoi testimoni. Questo vale per Pietro come per tutti i cristiani.
(Confronta Ef. 2:20-22 con 2 Cor 3:3; 1 Pt 2:5 con il v. 9).
C. A volte, sulla base della conoscenza del vangelo, la chiesa è chiamata a giudicare
l’adeguatezza di una persona al regno dei cieli. In questo caso, lo sciogliere o il
legare equivalgono a quella che chiamiamo «disciplina ecclesiastica». Tale disciplina
non è però affidata ad una persona singola, ma a tutta la comunità cristiana (Mt 18:1518).
25:2
D. Se la chiesa può essere uno strumento per aprire le porte del regno, solo Gesù è colui che
realmente tiene le chiavi nella sua mano (Ap 3:7) e la chiesa può solo cercare con umiltà di
interpretarne la volontà.
5) In Giovanni 20:19-23, il Risorto diede ai discepoli il privilegio di perdonare o di
ritenere i peccati. Questo non dà ai vescovi e ai sacerdoti un’autorità del tutto
speciale?
A. Noi non lo crediamo. Come per il testo di Matteo già considerato, notiamo anche qui
che Gesù non attribuisce alcun privilegio a una o a poche persone, ma a tutti quelli
che credono in lui. In questo testo di Giovanni, Gesù non si sta rivolgendo a Pietro o
agli apostoli soltanto, ma a tutti i discepoli riuniti nella stanza. Non sappiamo chi
altri c’era ma certamente vi erano altri oltre gli apostoli, compresi i due discepoli che
avevano incontrato Gesù sulla via di Emmaus (Lc 24:33).
B. Ancora una volta, come per i testi precedenti, quello che Gesù dice a proposito del
perdono dei peccati è correlato alla predicazione del vangelo (Gv 18:21).
Comprendiamo così che Gesù diede a tutti i discepoli, non il potere arbitrario di
decidere chi dovesse o non dovesse essere perdonato, ma il privilegio e la
responsabilità di condividere con gli altri la conoscenza del vangelo che solo può
salvare dalla condanna del peccato.
6) Possiamo trovare una prova di questo fatto? Si! Né Pietro né alcun altro apostolo ha
mai preteso di perdonare qualcuno per una propria autorità. Essi invitavano invece a
pentirsi e ad andare a Dio per ricevere perdono. (At 8:20-22; 2:38; 5:31; 10:43;
13:38; 26:15-18).
7) Dobbiamo allora dire che Pietro non ha alcuna autorità nella chiesa cristiana? No,
non diciamo questo. Ma la sua autorità è diversa da quella che i Cattolici gli
attribuiscono. Consideriamo i fatti seguenti.
A. Pietro fu scelto per rappresentare Gesù dando testimonianza della sua vita e del suo
insegnamento (Lc 6:13; At 1:21,22): gode cioè dell’autorità apostolica di essere un
testimone autorizzato di Gesù. Tuttavia, egli condivide questa autorità con gli altri
apostoli.
B. Questo insegnamento è confermato dall’apostolo Paolo quando dice che la Chiesa è
edificata sul fondamento degli apostoli e dei profeti, «essendo Gesù stesso la pietra
angolare» (Ef 2:20). Pietro viene posto allo stesso livello degli altri apostoli ai quali
sono affiancati anche i profeti. Tutti costoro condividono la funzione di fondamento
della chiesa perché erano diretti beneficiari dell’insegnamento di Dio. C’è, è vero, un
testo in cui Pietro è definito colonna della chiesa, ma condivide questo titolo con
Giacomo e Giovanni (Gal 2:9) e Apocalisse 3:2 lo dice di tutti coloro che vingono la
loro guerra spirituale per Cristo.
8) Se il Papa e i vescovi sono i successori degli apostoli, non significa questo che
dobbiamo essere loro sottomessi?
25:3
Ciò che rendeva gli apostoli speciali era la loro relazione particolare con Gesù. Come
sappiamo dalla loro stessa storia e dalla procedura adottata in Atti 1:21-26 per cercare un
sostitito di Giuda, essi dovevano 1) essere testimoni oculari del ministero di Gesù ed 2)
essere scelti direttamente da lui. Non chiunque poteva prendere il posto di Giuda se non
qualcuno che aveva seguito Gesù durante tutto il suo ministero. Due sole persone furono
trovate che soddisfassero questa condizione e non decisero loro stessi chi dovesse essere
il prescelto, ma lasciarono che fosse Dio. Né il papà né i vescovi presentano queste
caratteristiche e non possono essere considerati successori degli apostoli. La Bibbia non
prevede nessuna funzione quale quella papale e quanto ai vescovi, detti anche «anziani»
(At 20:17, 28; 1 Tim 4:14), il loro è un ministero diverso da quello apostolico.
9) in che modo possiamo allora edificare noi stessi sul fondamento degli apostoli e dei
profeti?
Lo scopo principale degli apostoli era quello di dare testimonianza dell’insegnamento di
Gesù. Stando così le cose, il loro ministero non si conclude con la loro morte. Il loro
insegnamento è stato messo per iscritto ed è a nostra disposizione ancora oggi. La Bibbia
è la parola dei profeti (Antico Testamento) e degli apostoli (Nuovo Testamento).
Ascoltando la Bibbia, noi onoriamo il ministero che il Signore ha affidato a queste
persone e diventiamo parte della vera chiesa di Gesù.
Approfondimenti
1) A riguardo della differenza tra petros e petra in Matteo 16:18.
La differenza tra petros e petra esiste sono nel testo greco usato da Matteo per raccontare
la storia, mentre la lingua originale di Gesù era l’aramaico e in questa lingua non c’è
alcuna differenza tra le due parole. Ne conseguirebbe, pensano alcuni teologi, che per
Gesù, Pietro-petros è identico alla roccia-petra sulla quale la chiesa sarebbe stata fondata.
La nostra risposta è che se Matteo, un apostolo di Gesù, perfettamente in grado di capire anche
lui l’eventuale aramaico usato dal Signore, ha scelto di distinguere le due parole, questo
significa che si rendeva conto della possibilità di un fraintendimento delle parole del maestro e,
guidato dallo Spirito Santo, ha evitato una tale possibilità dandoci l’esatto significato
dell’insegnamento di Gesù. Matteo è la sola realtà disponibile e sulla sua base soltanto
possiamo e dobbiamo sviluppare la nostra comprensione dell’insegnamento di Cristo e della
stessa chiesa cristiana.
2) Situazione storica della chiesa primitiva: collegialità e non episcopato monarchico.
Tutto il discorso sul primato di Pietro, su cui si regge il concetto di autorità papale,
presuppone che Pietro sia stato il primo papa e che in quanto tale abbia governato su
tutta la chiesa nella sua funzione di vescovo di Roma. Tale visione contrasta però con i
dati biblici e storici. Questi ci dicono che:
A. Ogni comunità cristiana era inizialmente guidata da un collegio di anziani o vescovi (At
15:6; 20:17,28; 1Tm 4:14; Tit 1:5; Gc 5:14) e che solo successivamente, dal secondo
secolo, tra questi anziani emerse la figura di un leader di cui gli altri diventavano assistenti.
25:4
B. Dopo la morte degli apostoli, per diversi secoli, ogni comunità era indipendente, sotto la
guida dei loro vescovi-anziani prima, e del vescovo dopo. Solo a poco a poco, i vescovi delle
chiese più grandi e rappresentative cominciarono ad estendere la loro influenza sulle comunità
più piccole che ruotavano attorno a loro. Ci volle dell’altro tempo perché, tra queste comunità,
emergesse quella di Roma con il suo vescovo, che a poco a poco, e non senza contrasti, diventò
il Papa.
Interpretare la figura e il ruolo di Pietro alla luce di questi sviluppi storici successivi è un
procedimento del tutto improprio.
Altri testi importanti
Mt 20:20-28
At 15:13
1Cor 3:11
Gl 2:9
Gl 2:11-14
Ap 21:14
25:5
I discepoli discutono su chi sia più importante.
Giacomo e non Pietro leader del primo concilio.
Nessuno può porre altro fondamento oltre … Cristo Gesù.
Pietro è colonna della chiesa, ma insieme a Giacomo e
Giovanni. (Mt 17:1; Mc 5:37; 14:33).
Paolo riprende Pietro pubblicamente.
Tutti gli apostoli sono fondamento della Gerusalemme celeste.
26. Preghiera
Scopo: Capire e vivere l’esperienza come dialogo umile con Dio per lodarlo, e
ricevere luce e aiuto.
Introduzione
Ellen G. White definiva la preghiera «il respiro dell’anima». Come non
possiamo vivere fisicamente senza respirare, così, spiritualmente, non possiamo
vivere senza pregare.
1) Cos’è la preghiera? Filippesi 4:6.
Un dialogo con Dio in cui apriamo a lui il nostro cuore e cerchiamo la sua voce.
Oltre ai nostri bisogni, la preghiera dovrebbe includere anche:
1. La lode (Sal 100:4; Ap 19:5)
2. La riconoscenza (Col 4:2)
3. La preghiera per gli altri (Col 4:3; Ef 6:18,19)
4. L’ascolto della voce di Dio. La preghiera non può essere solo un
parlare senza ascolto. L’ascolto si ha quando ci predisponiamo affinché
la risposta di Dio operi nella nostra vita con la nostra collaborazione,
quando la voce dello Spirito trova un cuore sensibile. Anche la
meditazione della Parola di Dio può essere considerata parte
dell’esperienza della preghiera.
2) A chi debbono essere rivolte le preghiere? Filippesi 4:6. Cosa ci insegnò
Gesù? Matteo 6:9.
Di fronte al cattolicesimo, con la sua schiera di mediatori, affermiamo che la
preghiera direttamente rivolta a Dio è il privilegio irrinunciabile che il Padre
celeste dà a tutti i suoi figli. Di fronte al secolarismo che entra nella cristianità,
affermiamo che la preghiera non è solo un esame psicologico interiore ma un
rapporto reale con un Altro al di fuori di noi, da non confondere con la ricerca
del proprio io comune nelle pratiche ascetiche orientali.
3) Quale esempio di preghiera ci diede Gesù? Matteo 6:9-14.
Non si tratta di una preghiera da imparare a memoria, per quanto possa essere
auspicabile. Essa non è mai ripetuta nell’esperienza della chiesa narrata nel N.T.
Si tratta piuttosto di un esempio di preghiera, caratterizzato dalla semplicità, da
un dialogare con il Padre diretto, fiducioso e altruista. Possiamo certamente
usarla in momenti liturgici comunitari. Possiamo anche usarla come preghiera
personale ma se ci limitassimo ad una recita a memoria faremmo il contrario di
quello che Gesù ci vuole insegnare. Perché non provare a commentare insieme
questa preghiera?
26:1
4) Molti hanno paura di non sapere pregare. Quale consolazione ci dà il
vangelo?
Matteo 6:7,8: Possiamo imparare. Cosa ci insegna sulle preghiere ripetute
meccanicamente? Romani 8:26: Lo Spirito ci sostiene e intercede per noi.
5) E’ possibile pregare gli uni per gli altri? Matteo 5:44; Efesini 6:18;
Colossesi 4:3. Pregare gli uni per gli altri è segno di amore e di responsabilità.
Chi prega per l’altro non è necessariamente migliore o più meritevole, ma si
appella all’amore perfetto di Dio. Tutti abbiamo il dovere di pregare per gli altri,
e tutti abbiamo il bisogno che gli altri preghino per noi. È un’esperienza umile e
reciproca.
6) Possiamo pregare i santi perché preghino Dio in nostro favore?
No! Come abbiamo visto, le nostre preghiere vanno rivolte direttamente a Dio.
In tutta la Bibbia non troviamo mai una preghiera rivolta ad altri se non a Lui.
Così non è per caso, ma perché questo è l’insegnamento che Dio ha dato.
7) Ma se Paolo chiede alla chiesa di pregare per lui perché non possiamo
chiedere ai santi di pregare per noi? Non sono anch’essi parte della chiesa?
Si, lo sono. Ma le persone che la gente considera Santi sono morte e i morti non
sanno nulla (Ec 9:19. Vedi lezione sullo stato dei morti). Un altro problema nasce
dal modo di concepire il ruolo dei santi: il loro aiuto è invocato perché si suppone
che essi siano più santi degli altri e che per questo abbiano acquistato dei meriti
speciali davanti a Dio, grazie ai quali possono conquistare la benevolenza di Dio a
nostro favore. In questa prospettiva noi siamo fuori della grazia di Dio (Rom 3:24)
e non Lo onoriamo. Nel vangelo siamo invitati a pregare gli uni per gli altri non
perché gli uni siano migliori degli altri, ma semplicemente perché siamo la famiglia
di Dio e la preghiera esprime l’amore reciproco, il nostro essere famiglia davanti al
Padre comune. Quando Paolo chiedeva alla chiesa di pregare per lui, a chiesa non
era spiritualmente più elevate di lui.
8) Nel nome di chi le preghiere debbono essere rivolte a Dio?
Nel nome di Gesù(Giovanni 14:13,14). Pregare nel nome di Gesù, significa (1)
riconoscere la nostra indegnità davanti a Dio, (2) fare appello a Dio in virtù
dello stesso amore che Dio ha espresso per noi attraverso Gesù. Non si tratta
quindi di considerare Gesù più benevolo del Padre ma espressione del suo
amore (Gv 14:7,9; 15:9).
9) Gesù che cosa ci ha insegnato riguardo ai mediatori quando preghiamo?
Giovanni 16:26,27. Noi preghiamo nel nome di Gesù, il nostro solo mediatore
(1 Tim 2:5). Gesù è il nostro «avvocato» presso Dio (Gv 2:1,2). Ma, allo stesso
tempo, Gesù dice che lui non ha bisogno di convincere il Padre ad essere
benevolo nei nostri confronti «perché il Padre stesso vi ama». L’immagine
dell’avvocato è lì, non per dirci che Dio ha bisogno di essere convinto ma per
26:2
convincere noi ad avere fiducia di essere accolti da Dio nonostante la nostra
indegnità. Ricorda che Gesù venne per manifestare l’amore già esistente di Dio
(Gv 3:16), non per convincere Dio ad amarci.
10) Con che sentimento dobbiamo presentarci davanti a Dio?
Ebrei 4:14-16. Dio ha mandato il Figlio per salvarci. Gesù è il creatore di tutto
l’universo (Gv 1:1-3), eppure si è fatto come noi, umiliandosi fino a morire della
morte infamante della croce (Filip 2:5-11). Così ha fatto, per convincerci del
fatto che Dio ci ama profondamente. Eppure, nonostante questo, se pensiamo di
avere bisogno di altri esseri umani per aiutarci davanti a Dio, allora perché Gesù
è morto? Ma se accogliamo Gesù come nostro Salvatore, Mediatore ed Amico,
allora, con lui, abbiamo tutto (Rm 8:17,32).
26:3
27. Una vita santa
1) Gesù ci ha salvati e grazie a lui abbiamo conquistato una nuova dignità,
abbiamo dei nuovi obiettivi, impariamo a vivere una vita nuova in un modo
nuovo. Tutto questo come può essere espresso in modo sintetico?
1 Pietro 1: 15: “Come colui che vi ha chiamato è santo, anche voi siate santi in
tutta la vostra condotta.”
2) Cosa significa essere santi?
La santità è la caratteristica principale di Dio come essere diverso e più elevato
di tutto quello che esiste nel nostro mondo attuale. Egli è giusto, amorevole,
altruista, veritiero, puro … Come Pietro dice in 1 Pietro 1:17, se Dio è nostro
Padre, noi dovremmo assomigliargli, vivendo la nostra vita in modo tale che
Dio possa esserne onorato in tutto quello che facciamo. Efesini 1:3-6 usa il
verbo santificare come sinonimo di essere “irreprensibili dinanzi a lui” a Lode di
Gesù.
3) L’apostolo Paolo in quale altro modo esprime lo stesso concetto?
Galati 2:20: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma
Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio
di Dio il quale mi ha amato e ha dato sé stesso per me.” Come possiamo
applicare questo principio alla nostra vita?
4) L’apostolo Giovanni come si esprime a riguardo?
1 Giovanni 2: 15-17 “Non amate il mondo né le cose che sono nel mondo. Se
uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. Perché tutto ciò che è nel
mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia
della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua
concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno.”
5) In che modo questi principi possono essere applicati al nostro modo di
vestirci? Questo riguarda solo le donne?
1 Pietro 3:3,4: “Il vostro ornamento non sia quello esteriore, che consiste
nell’intrecciarsi i capelli, nel mettersi addosso gioielli d’oro e nell’indossare
belle vesti, ma quello che è intimo e nascosto nel cuore, la purezza incorruttibile
di uno spirito dolce e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran valore.”
1 Timoteo 2:9,10: “Allo stesso modo, le donne si vestano in modo decoroso,
con pudore e modestia: non di trecce e d’oro o di perle o di vesti lussuose, ma di
opere buone, come si addice a donne che fanno professione di pietà.”
27:1
Quale principio generale possiamo applicare a questo argomento e ad altri
simili?
1 Corinzi 10:31: “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate
qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio.”
Altri testi
2 Pietro 3:10-12: Fine di questo mondo e santità di vita.
Isaia 3:16-24: Gioelleria e orgoglio.
Ezechiele 16:8: L’amore copre la nudità.
27:2
28. La legge e la grazia
Noi sappiamo già di essere salvati per grazia. Gesù ha dato la sua vita per questo
e noi non possiamo pagarlo in alcun modo per quello che ha fatto. Dobbiamo
solo ricevere il suo amore ed amarlo a nostra volta con piena fiducia. Accettando
Gesù, i nostri peccati sono perdonati e il nostro rapporto con il Padre celeste è
pienamente restaurato. Ma cosa succede una volta che abbiamo accettato la
grazia meravigliosa di Dio? Continueremo a disubbidire a Dio o impareremo ad
ubbidire proprio perché lo amiamo e abbiamo fiducia in lui?
1) Cos’è la grazia?
È un atto gratuito, un dono immeritato, che qualcuno offre a favore di un altro.
Dio è l’esemplificazione suprema della grazia:
Ebrei 4:16: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per
ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento
opportuno.» Per il cristiano tutto è grazia di Dio. Senza di lui non esisteremmo
neppure, non avremmo consapevolezza della nostra natura, non avremmo una
luce e una speranza.
2) Cosa insegna la Bibbia su come si ottiene la salvezza?
a. L’uomo è un peccatore condannato a morte: «Tutti hanno peccato e sono privi
della gloria di Dio» (Rm 3:23); «perché il salario del peccato è la morte, ma il
dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 6:23).
b. L’uomo non può diventare giusto con le sue forze (Ger 13:23).
c. La salvezza viene solo dalla grazia di Dio attraverso Gesù.
Romani 3:24: «… ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante
la redenzione che è in Cristo Gesù.».
Efesini 2:8: «Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò
non viene da voi; è il dono di Dio.»
3) È importante sapere che siamo salvati solo per grazia? Efesini 2:8
a. Elimina la presunzione umana. Come insegnava Gesù, dopo avere fatto tutto il
bene possibile dobbiamo dire: «noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che
eravamo in obbligo di fare» (Lc 17:7-10). In Romani 3:24 Paolo aggiunge che la
salvezza per grazia (v. 23) elimina ogni vanto da parte nostra.
b. Rende la salvezza certa perché fondata, non sull’incertezza della nostra
capacità, ma sulla certezza dell’amore di Dio.
Ebrei 4:16: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per
ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno.»
28:1
Ebrei 6:19: «Questa speranza la teniamo come un’àncora dell’anima, sicura e
ferma, che penetra oltre la cortina.» Vedi anche Ebrei 10:22.
c. Offre pace spirituale e fiducia per il futuro: «Giustificati dunque per fede,
abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore» (Rm 5:1).
d. Elimina molte distorsioni della fede cristiana come la dottrina dei meriti, il
bisogno del purgatorio, delle penitenze, dei santi, delle indulgenze, delle messe
per i morti.
4) Molte volte leggiamo che siamo salvati per grazia, ma molte volte che lo
siamo per fede? (Rm 1:7; 5:1; Gl 3:11; 3:24 ecc). Che rapporto c’è tra la
grazia e la fede?
La fede è la risposta umana alla grazia di Dio, la fiducia che abbiamo nel suo
amore, nella sua misericordia. La salvezza nasce per iniziativa di Dio che ci ha
amato e dato Gesù per noi quando noi eravamo peccatori e nemici (Rm 5:10; 1
Gv 4:19), quando erravamo lontani da lui e da ogni speranza. Conquistati
dall’amore, impariamo a fidarci di Dio e umilmente cominciamo a camminare
nuovamente con lui.
Nella Bibbia, avere fede è sempre avere fede in qualcuno, in Dio. Quando la
Bibbia ci dice che la salvezza è per grazia, ci invita a guardare all’amore di Dio,
unico fondamento della speranza, e quando ci dice che la salvezza è per fede, ci
invita a rispondere con fiducia e riconoscenza. Grazia e fede sono come le due
facce della stessa medaglia. L’apostolo Paolo le unifica nel testo seguente:
«Perciò l’eredità è per fede, affinché sia per grazia» (Rm 4:16).
Immagine: La grazia è la mano di Dio che offre, la fede la mano dell’uomo che
si tende per ricevere.
5) Il fatto che siamo salvati per grazia, elimina la necessità della nostra
ubbidienza alla legge di Dio?
No! Al contrario, il vangelo insegna che
 Gesù non ha abolito la legge ma l’ha confermata, estesa e purificata (Matteo
6:17-20)
 Noi non possiamo vivere nel peccato con la scusa della grazia (Rm 6:1,2.
Vedi anche 1 Gv 3:4).
 I cristiani non sono solo quelli che dicono di credere in Dio, ma coloro che
gli ubbidiscono. (Mt 7:21)
6) Qual è il motivo migliore per ubbidire ai comandamenti di Dio?
L’amore!
Gesù disse: “Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti.” (Giovanni
14:15)
28:2
Dobbiamo servire Dio perché Dio ci ama per primo (1 Gv 4:19), non per
conquistare dei meriti o la stessa salvezza.
Pensiamo insieme
Tutti i cristiani attribuiscono ai dieci comandamenti una grande
importanza, ma solo pochi cercano di onorarli veramente. Alcuni hanno
anche cambiato il loro contenuto. Altri li hanno semplicemente messi da
parte. Cosa faremo noi?
Amiamo Gesù abbastanza per fidarci di lui ed ubbidire ai suoi
comandamenti così come lui ce li ha dati?
Approfondimenti
1) Come mai i protestanti in genere vedono nell’Apostolo Paolo un
antagonista della legge? Qual era la sua vera posizione?
Il protestantesimo attuale è nato come reazione alla religiosità cattolica che
enfatizza ed enfatizzava ancora di più in passato una via di salvezza fondata
sulle opere dell’uomo. Per contrasto, riscoprendo il valore della grazia, hanno
reagito spesse volte assumendo un atteggiamento antinomistico, cioè contro la
legge (nomos). Siccome la riscoperta della salvezza per grazia è avvenuta sulla
base principale della riscoperta del messaggio di Paolo, l’apostolo è stato visto
anche lui come rappresentante di una posizione contraria alla legge. Oggi la
situazione è però notevolmente cambiata tra gli studiosi. Per comprendere Paolo
sono da evidenziare i seguenti fatti:
1) Paolo, fondandosi sulla sua sicurezza umana (opere della legge) aveva
perseguitato Cristo e la chiesa (At 7:59-8:3; 9:1; 1 Co 15:9 ).
2) La salvezza era arrivata a lui attraverso una rivelazione improvvisa e
inaspettata di Cristo e della sua grazia (At 9:3ss). Questo gli aveva fatto
capire che l’uomo non è in grado di trovare con le sue forze la via della
salvezza e che si vive solo della grazia di Dio attraverso Gesù.
3) Egli questo predica come vangelo di Cristo: che la salvezza è solo per
grazia senza le opere della legge (Rm 3:28).
4) L’enfasi posta sulla grazia rischia di creare dei fraintendimenti di cui
lui stesso (Rm 3:8) e l’apostolo Pietro (2 Pt 3:14-16) danno
testimonianza.
5) Per evitare fraintendimenti, egli chiede continuamente: visto che siamo
salvati per grazia, significa questo che dobbiamo fare a meno della
legge? La sua risposta è sempre un me genoito, così non sia, «no di
certo», un’espressione che si trova ben 13 volte nelle sue lettere
soprattutto in Romani (3:4,6,31; 6:2,15; 7:7,13; 9:14; 11:1,11), la
28:3
lettera per eccellenza sulla giustificazione per fede (), due in Galati
(2:17; 3:21) dove il tema viene ripreso e una volta in 1 Corinzi 6:15. la
maggior parte di questi testi vogliono evitare fraintendimenti legati alla
necessità di ubbidire alla legge.
6) Paolo ci tiene a confermare il valore della legge, la sua spiritualità e la
sua perpetuità (Rm 3:31; 6:2ss; 6:15; 7:12-16). Egli afferma che la
legge non può essere osservata dagli uomini carnali ma deve esserlo da
quelli rinnovati dallo Spirito (Rm 8:4). In 1 Cor 7:19, distingue tra le
leggi rituali di cui faceva parte la circoncisione e i comandamenti di
Dio che rimangono: «La circoncisione non conta nulla, e
l’incirconcisione non conta nulla; ma ciò che conta è l’osservanza dei
comandamenti di Dio.»
7) Paolo non è dunque contro l’osservanza dei comandamenti, anzi …
Egli è contro l’osservanza legalistica della legge, vissuta cioè per
acquistare meriti. Una volta chiariti questi fatti, si vedrà che Paolo non
presenta alcun problema se non quello di qualche modo di esprimersi
un poco complicato.
2) Come mai Giacomo 2:20-26 dice che la fede senza le opere è nulla e che
noi siamo salvato anche per opere? È forse contrario all’insegnamento di
Paolo?
No, non è in contrasto con Paolo ma con un modo sbagliato di comprendere la
salvezza per grazia (per fede). Mentre Paolo reagiva spesso contro coloro che si
fondavano sulle loro opere, enfatizzando la grazia come solo mezzo di salvezza,
Giacomo si oppone a quelli che fanno della grazia una scusa per non essere più
ubbidienti e sottolinea quindi la necessità delle opere. Ma entrambi riconoscono
che la grazia non esclude le opere e che le opere debbono essere frutto della
fede.
3) In Colossesi 2:13-14, Paolo dice: «Voi, che eravate morti nei peccati e
nella incirconcisione della vostra carne, voi, dico, Dio ha vivificati con lui,
perdonandoci tutti i nostri peccati; egli ha cancellato il documento a noi
ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l’ha tolto di mezzo,
inchiodandolo sulla croce». Significa questo che la legge è tolta via dalla
croce di Cristo e che come cristiani non siamo più tenuti ad osservarla?
Se così fosse, Paolo insegnerebbe un cristianesimo libertino e immorale che
giustificherebbe non solo l’adulterio, ma anche il furto, l’omicidio ecc. La parola
greca per «documento» (cheirografon) si trova solo qui in tutta la Bibbia e
questo permetteva una qualche incertezza sul significato. Molti hanno così
compreso che si trattasse della legge, probabilmente per la vicinanza dell’alra
parola «comandamenti», ma anche per il fraintendimento generale sull’apostolo
28:4
Paolo di cui abbiamo detto sopra. Lo studio della antica letteratura giudaica e la
scoperta di molta letteratura antica ha però aiutato a capire che tale cheirografon
era un documento di debito, una sorta di cambiale. Il vangelo dice che i nostri
peccati sono dei debiti (Mt 6:12; 18:15-35) e noi non abbiamo modo di pagarli.
È come se, peccando, avessimo firmato una cambiale che non possiamo pagare e
che reclama il nostra condanna. Solo il perdono di Dio può liberarcene e questo
avviene grazie alla morte di Gesù sulla croce (Mt 26:28; 1 Gv 4:14). Paolo usa
quindi questa immagine per dirci che il documento che ci condannava, la nostra
dichiarazione di colpevolezza, la nostra cambiale era stata distrutta con la croce
di Cristo. In questo modo i peccati di cui aveva subito prima di questa frase, ci
sono stati perdonati.
A cosa si riferisce il riferimento al fatto che il «documento» conteneva dei
«comandamenti» che ci condannavano? Sono i comandamenti della legge? La
frase greco è molto difficile da tradurre perché estremamente sintetica, molto di
più di quanto appaia nelle traduzioni che cercano di trovare un modo per
spiegarla. Il greco ha cheirografon tois dogmasin, dove i termini «documento» e
«decreti» sono uniti dall’artico tois in caso dativo. I «casi» indicano le varie
funzioni che una parola può avere. Il dativo semplice (senza l’aggiunta di
preposizioni) come nel nostro caso, potrebbe avere varie funzioni ma nel nostro
contesto, come riconosce il Kittel in TDNT (voce dogma, dogmatìzo), il
significato più probabile è quello di un dativo strumentale riferito al verbo
«avendo cancellato». In altre parole, Dio ci avrebbe liberati dalla condanna del
cheirografon, grazie al suo nuovo decreto della grazia in Gesù. Noi ci chiediamo
se non è possibile dare al dativo un valore causale e capire che Dio ci ha liberati
dalla condanna del cheirografon che era (stato scritto) a causa dei decreti
(comandamenti) (che erano stati trasgrediti con i nostri peccati). Riconosciamo
però che l’interpretazione del Kittel è più semplice. In entrambi i casi non è la
legge che viene cancellata ma la dichiarazione della nostra colpevolezza.
4) Come capire Efesini 2:14-16? Non si dice che la causa dell’inimicizia tra
Ebrei e Gentili è la legge fatta di comandamenti e che questa legge è stata
abolita da Gesù?
Leggiamo, per cominciare il testo intero: «Lui, infatti, è la nostra pace; lui che
dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto (luo) il muro di separazione
abolendo (catargeo) nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia, la legge
fatta di comandamenti in forma di precetti, per creare in sé stesso, dei due, un
solo uomo nuovo facendo la pace; e per riconciliarli tutti e due con Dio in un
corpo unico mediante la sua croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia.»
Il contesto generale dell’epistola e di questo capitolo ci presenta il quadro
dell’evangelo di Cristo che diventa salvezza anche per i credenti di origine
pagana (tali sembrano essere in maggioranza i credenti di Efeso ai quali Paolo
28:5
scrive) superando le barriere che li escludevano dal patto salvifico tra Dio ed
Israele. Tali barriere erano ben rappresentate da un muro, il cosiddetto muro dei
gentili, che, al tempo di Gesù, consentiva ai pagani (anche ai proseliti non
ancora circoncisi) di entrare nella parte più esterna del cortile del tempio ma non
di superare questa barriera oltre la quale potevano andare solo gli israeliti. Delle
scritte in latino e greco ammonivano i gentili a non oltrepassarlo pena la loro
morte. Quel muro era certamente un «muro di separazione» segno dell’inimicizia
tra i giudei e i pagani. Esisteva anche un altro muro che vietava agli stessi
israeliti di accostarsi in un’altra parte ancora più interna del cortile, quella che
circondava il santuario vero e proprio, chiamato cortile dei sacerdoti. Paolo ci
dice che ora, in Cristo, tutti questi muri sono aboliti, che anche i pagani hanno
accesso al tempio e alla salvezza di Dio (ma anche gli stessi credenti giudei
hanno accesso diretto al trono di Dio superando le barriere che tenevano lontani
anche loro).
Il Fraintendimento viene quando si ha un pregiudizio di fondo contro la legge di
Dio. Paolo non dice, ad esempio che sia la legge ad essere «l’inimicizia». Come
potrebbe dirlo quando altrove dice che la legge e i comandamenti sono «buoni»,
«giusti», «santi» (Rm 7:12)? Quello che egli potrebbe dire è che il nostro modo
sbagliato di porci di fronte alla legge, con il nostro orgoglio, lo rende causa di
inimicizia. È il vanto che Cristo abolisce, non la legge (Rm3:27).
Contrariamente anche alla tradizione avventista che vede nella legge abolita un
riferimento alle leggi cerimoniali, l’impressione dello scrivente è che è meglio
vedere il discorso di Paolo, non sullo sfondo della distinzione tra un tipo di
legge e l’altra, ma su quello del modo sbagliato dell’uomo di porsi di fronte a a
se stesso, a Dio, alla legge.
Se non ci sono dubbi sul fatto che Gesù abbia abbattuto, distrutto il muro di
separazione come qualsiasi altra separazione (si veda per la cortina e in ebrei per
il velo) (sia quello tra gli uomini che quello tra gli uomini e Dio), questo non è
detto per la legge di Dio. Riguardo ad essa Paolo usa il verbo catargeo che in
certi contesti ha il significato di abolire, ma il cui significato base è quello di
rendere inoperativo (TDNT 1:453). In che senso? Il nostro modo di capire è che
Gesù ha eliminato qualsiasi ostacolo che si frapponesse tra gli uomini e Dio
diventando egli stesso, senza più simboli, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini
(1 Tim 2:5). Non serve quindi più, né il tempio (Gv 4:19-23), né i sacrifici che ci
si offrivano né i sacerdoti che lo facevano, perché Gesù è il vero sacrificio e
l’unico sacerdote (Ebrei). Gesù è la nuova via per Dio al di la del velo del
santuario (Ebrei 10:23). Non serve la saggezza umana (1 Corinzi 1:19-21) e
neppure la legge (cioè le nostre opere) ci può portare a Dio (Rm 3:27-31). Solo
Gesù, solo Gesù, solo Gesù ci dice tutto il N.T. ma questo, non significa che la
legge sia abolita. La legge non è via di salvezza, non ci condanna più (Rm
28:6
5:20,21), ma rimane sempre una indicazione della vita cristiana, illuminata
dall’insegnamento di Gesù e dalla guida dello Spirito. Per quanto strano possa
sembrare, molte volte Paolo più che ragionare secondo lo stile dei filosofi greci
le cui parole cercavano di avere un senso esclusivo, quasi scientifico,
razionaleggiante; ragione secondo lo stile ebraico che tende più a trasmettere
un’emozione d’insieme, che un ragionamento fondato su dettagli razionalmente
distinti e connessi.
5) Se «tutta la legge è adempiuta» nel comandamento dell’amore, allora a
cosa serve tutto il resto?
Il testo completo dice: «Perché, fratelli, voi siete stati chiamati a libertà;
soltanto non fate della libertà un’occasione per vivere secondo la carne, ma per
mezzo dell’amore servite gli uni agli altri; poiché tutta la legge è adempiuta in
quest’unica parola: “Ama il tuo prossimo come te stesso”» (Gl 5:13-14).
Tutto il resto serve semplicemente ad esprimere cos’è l’amore. Privo di una
manifestazione concreta, l’amore è solo emozionalismo sterile. Come aveva già
fatto Gesù (Mt 22:37-38), Paolo ci vuole semplicemente dire che l’amore è il
fondamento della legge ed è solo quando la legge viene osservata con amore,
che ci rende figli di Dio che è amore (1Gv 4:8,16). Ma l’amore non si può
esprimere senza osservare la legge: «Se voi mi amate, osserverete i miei
comandamenti» diceva Gesù (Gv 14:15). Come si può amare il prossimo
disubbidendo al comandamento che ci vieta di uccidere, rubare, commettere
adulterio ecc. ?
6) Possiamo distinguere tra comandamenti (i dieci comandamenti) e
consigli?
Questa distinzione vorrebbe probabilmente fare differenza tra i comandamenti
ritenuti importanti e obbligatori, e i consigli ritenuti meno importanti e
facoltativi. Un altro modo di fare questa distinzione è quella di pensare che il
primo termine si riferisca a qualcosa che dovremmo osservare perché necessario,
mentre i consigli avrebbero solo lo scopo di fornire all’uomo un aiuto ma che
Dio lascerebbe alla sua buona volontà, come se si dicesse: «Tanto, se non mi
ascolti se tu che ci perdi». Alcuni ancora vorrebbero limitare il termine
comandamento solo al decalogo mentre tutto il resto sarebbe consiglio.
Si tratta di distinzioni non bibliche.
a.
b.
28:7
I Dieci Comandamenti sono certamente importanti, ma nell’ambito del
resto della legge, il comandamento sull’amore per Dio non lo à da
meno.
Quando Dio parla, indipendentemente dalle parole che usa per
esprimersi, non lo si può ascoltare mettendosi a discutere con lui su ciò
c.
che dobbiamo osservare o quello che sta a noi decidere se osservare.
Questo significherebbe pensare che noi possiamo avere una saggezza
superiore a quella di Dio.
Quando Dio ci dice di consigliarci qualcosa, o ci pone davanti ad una
scelta, non lo fa su questioni facoltative o di minore importanza ma su
questioni dalle quali dipende la nostra vita o la nostra morte (Dt 30:19;
Ap 3:18).
Ci sono delle evidenti differenze all’interno della legge di Dio, ance per quel che
riguarda la loro osservanza, ma bisogna porsi di fronte ad esse esaminando ogni
cosa e cercandone di capire il valore che la bibbia stessa attribuisce loro, non
sulla base di criteri precostituiti come quelli esposti sopra.
28:8
29. I dieci comandamenti
La legge di Dio è una realtà molto complessa. Quando la Bibbia usa questo
termine lo può fare con riferimento a diverse parti della rivelazione.
Ci sono delle leggi di tipo morali ma anche cerimoniale, agricolo, igienico,
politico. A volte la Legge si riferisce ad un norma particolare a un gruppo
di norme, a volte ai cinque libri di Mosè a volte a tutta la rivelazione
dell’A.T. Ognuna di queste leggi ha un suo valore, ma non tutte hanno lo
stesso significato spirituale e la stessa portata. Ognuna di esse si deve
comprendere nella sua specificità.
Tra i comandamenti della legge di Mosè alcuni hanno evidentemente un
valore limitato e transitorio mentre altre hanno un valore universale ed
eterno. Si pensi ad esempio, ai comandamenti sull’amore per Dio e il
prossimo ripreso da Gesù come fondamento di tutta la legge (Mt 22:35-40;
Gl 5:14. Cf con Dt 6:5; Lv 19:18). Tra le varie leggi, l’insieme dei Dieci
Comandamenti assumono un valore del tutto particolare.
Tutti i cristiani considerano i dieci comandamenti particolarmente
importanti, spesso sono gli unici che conoscono. Da dove deriva la loro
importanza?
 Furono scritti direttamente da Dio (Esodo 31:18) mentre gli altri da Mosè
(Esodo 34:27).
 Erano conservati nell’arca del patto (Esodo 25:16; Ebrei 9:4) mentre gli altri
accanto ad essa (Deut 31:26).
 Essi hanno un valore eterno, mentre gli altri (come le leggi cerimoniali).
possono avere un significato temporaneo che deve essere stabilito sulla base
del loro contesto e del loro significato (1 Corinzi 7:19).
Invitiamo a leggere il Decalogo come contenuto in Esodo 20 e a
commentarlo insieme. Qui offriamo solo alcune note.
Introduzione
Dio è un Dio di libertà. La sua è una legge di libertà (Giacomo 1:25; 2:12). Non la
osserviamo perché obbligati da una forza esterna che ci fa violenza, ma perché Gesù ci ha
amati così tanto, stabilendo con noi un nuovo patto di grazia e di fedeltà (Confronta Luca
22:20 con Geremia 33:31,33). Attraverso questo patto di amore, la legge di Dio è ora scritta
nei nostri cuori e per amore noi la osserviamo (2 Corinzi 5:14).
I
Avere solo un Dio significa adorare e seguire solo il vero Dio. Ogni altra cosa, anche se
buona, può diventare un falso dio quando gli accordiamo più importanza che a Dio: denaro
(Matteo 6:24), genitori e figli (Matteo 10:35,37), cibo (Filippesi 3:19) ecc.
II
Molti non conoscono neppure questo comandamento. La Chiesa come avrebbe potuto insegnare a
non farsi immagini per adorarle quando i fedeli erano ovunque invitati a prostrarsi (questo significa
29:1
adorare” ) davanti alle immagini di cui erano piene le chiese? Il comandamento non è contro
l’immagine in sé, ma contro il loro uso nel servizio di Dio, per evitare che Dio fosse rappresentato
e concepito come qualcosa di materiale o che qualcosa d’altro prendesse il suo posto. Gesù insegna
ad adorare Dio spiritualmente e in verità (Giovanni 4:24). I profeti pronunciarono parole molto
forti contro gli idoli (Isaia 44:12-20). Teoricamente la gente dovrebbe distinguere tra immagini
come simboli e la realtà di Dio, ma le immagini hanno il potere di conquistare la nostra mente e l
nostro amore e di prendere il posto di Dio. Ciò accadde, ad esempio, con il serpente di rame che
pure Dio aveva comandato di erigere e che fu distrutto quando il suo uso fu pervertito (Numeri
21:9; 2 Re 18:4). Questo è il motivo per cui non abbiamo e non usiamo immagini sacre, e anche il
motivo per cui non portiamo addosso delle croci. Quando abbiamo la realtà di Gesù in noi (Matteo
20), non abbiamo bisogno di rappresentazioni materiali.
III
Dobbiamo rispettare Dio. Egli è il nostro Padre e lo amiamo. Ma se lo trattiamo come uno di
noi, cosa potrà fare di straordinario per noi? Come dice Gesù nel Padre nostro, Dio e il nostro
padre e ci ama, ma sta nei cieli e rimane più in alto di noi (Matteo 6:9).
IV
Studieremo questo comandamento in dettaglio in seguito. Per ora ci basti sapere che il giorno
di riposo vuole essere una benedizione per noi, per riconquistare la nostra libertà e dignità di
figli di Dio e fratelli degli altri in un mondo che è dono di Dio da amare e rispettare.
V
Dobbiamo onorare i nostri genitori, anche in modi concreti quando hanno bisogno di aiuto
(Matteo 15:4-6). La disubbidienza ai genitori è considerata segno di una corruzione morale (2
Timoteo 3:2). Tuttavia i genitori sono invitati a non assumere un atteggiamento dittatoriale e
oppressivo (Efesini 6:1-4). I genitori dovrebbero essere considerati come i rappresentanti di
Dio, ma se pretendono di assumere il posto di Dio, dobbiamo ubbidire a Dio e non ai genitori
(Matteo 10:35,37; Atti 4:19).
VI
Vedi Matteo 5:21,22, 38-48. Siamo invitati ad amare e perdonare. La non violenza
cristiana ci impedisce di accettare la pena di morte e l’uso di armi contro il nostro
nemico. La Chiesa Avventista del 7° Giorno è una chiesa non combattente.
VII
L’adulterio è la rottura di un patto eterno di amore e solidarietà. Chi ama non può essere
adultero. L’adulterio non è il solo peccato in rapporto alla sessualità. Dio lo vieta per la
sua gravità ma anche per ricordarci l’importanza della sessualità che deve essere vissuta
seconda i suoi propositi e con la sua benedizione. (Vedi Genesi 1:26; 2:21-25; Matteo
5:27,28; Malachia 2:14; 3:5).
VIII
Dobbiamo rispettare la proprietà degli altri, ma ci sono molti modi di rubare (vedi, ad
esempio, Giacomo 5:1-4).
IX
Siamo invitati a vivere in armonia con Gesù che è la verità (Giovanni 14:6) mentre i bugiardi
sono in armonia con Satana, il pare della menzogna (Giovanni 8:44). Ef. 4:25; 1 Giovanni 2.21.
X
Vedi 1 Timoteo 6:6-10: avendo quello che ci basta per vivere saremo soddisfatti.
29:2
I DIECI COMANDAMENTI COME DATI DA DIO
(Esodo 20:2-18)
IL DECALOGO CAMBIATO
(Catechismo di Pio X, 1935)
Introduzione
Io sono il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese
d’Egitto, dalla casa di schiavitù.
I
Io sono il Signore, il tuo Dio. Non avere altri
dèi oltre a me.
I
Non avere altri dèi oltre a me.
II
Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo
o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a
loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio
geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta
generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima
generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.
III
Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano; perché il
SIGNORE non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano.
II
Non pronunciare il nome del Signore tuo Dio,
invano.
IV
Ricòrdati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa’
tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al
SIGNORE Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo
figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo
straniero che abita nella tua città; poiché in sei giorni il SIGNORE fece i
cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno;
perciò il SIGNORE ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato.
III
Ricordati di santificare le feste.
V
Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati
sulla terra che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà.
IV
Onora tuo padre e tua madre.
VI
Non uccidere.
V
Non uccidere.
VII
Non commettere adulterio
VI
Non commettere adulterio.
VIII
Non rubare.
VII
Non rubare.
IX
Non attestare il falso contro il tuo prossimo.
VIII
Non attestare il falso contro il tuo prossimo.
X
Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la
moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il
suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo».
29:3
IX
Non desiderare la moglie del tuo prossimo.
X
Non desiderare i beni del tuo prossimo.
30. Il sabato nell’Antico Testamento
Quando amiamo qualcuno desideriamo dedicargli del tempo perché il tempo è
vita, e quindi molto più prezioso di qualsiasi regalo materiale. Lo stesso accade
con Dio: Egli ci ama e ci offre un tempo speciale quale segno del suo amore per
noi. Da parte nostra dedichiamo a lui questo tempo come segno del nostro amore
per Dio. Tra tutti i momenti che possiamo così dedicare a Dio, il giorno di
riposo ha una importanza del tutto speciale. In questo studio e nei prossimi due
considereremo i vari aspetti di questo argomento alla luce della Bibbia.
1. Dio considerò il giorno di riposo così importante da includerlo nel
decalogo. Molti non lo sanno neppure perché conoscono questa legge solo in
una versione modificata e popolarizzata dai vari catechismi. Leggiamolo
quindi così com’è nell’originale biblico in Esodo 20:8-11 e cerchiamo di
rispondere alle seguenti domande?
a. Questo è il solo comandamento che cominci con «ricordati».
Perché pensi che Dio lo abbia fatto?
b. Questo è il più lungo dei Dieci Comandamenti. Pensi che anche
questo fatto sia segno della sua importanza?
2. Qual è il significato del giorno di riposo?
c.
d.
Celebra Dio quale creatore del mondo e come nostro padre (Es
20:11).
È un segno dalla grazia santificatrice di Dio nei nostri confronti (Es
31:13; Ez 20:20). Il sabato, prima di essere un segno del nostro
amore per Dio, è un segno del suo amore per noi. Esso ci ricorda
che Dio ci ha creati perché ci ama e che ci ha scelti per essere il
suo popolo particolare: è il privilegio più grande che possiamo
ricevere. È come quando sposandoci ci scambiamo la fede come
segno di amore e dedizione reciproca.
3. Come dobbiamo osservare il giorno di riposo?
a.
b.
c.
30:1
Non lavorando, non dedicandoci alle nostre attività mondane (Es
20:8,9)
Dedicando questo tempo a Dio, alla sua ricerca e al suo servizio
(Es 20:8). «Santificarlo» significa che non si tratta solo di un tempo
di inattività, ma di una esperienza speciale con Dio.
Incontrando la famiglia di Dio per adorarlo quale sua famiglia che
onora il Padre comune. (Lv 23:3).
4. Quale giorno è quello che Dio ci chiede di santificare?
È il settimo giorno della settimana. Esso ricorda il fatto che Dio in sei giorni ha
creato il mondo e si è riposato (ha cessato dall’attività) il settimo. Riposandoci
nello stesso giorno celebriamo la sua creazione e ci rallegriamo in Lui (Es 20:7).
Questo giorno corrisponde al nostro moderno sabato: la moderna parola
«sabato» deriva dall’ebraico shabbat e vuol dire riposo.
5. La domenica può essere osservata come settimo giorno della settimana?
No. La domenica è il primo giorno della settimana come ogni persona bene
informata sa. Molti cristiani osservano la domenica invece del sabato perché
pensano che Gesù abbia comandato di fare così. Dedicheremo uno studio
specifico a questo argomento per vedere se questo è vero. Tutti ammettono
comunque che nella Bibbia, il settimo giorno è il sabato. Una prova si ha in Luca
23:54-24:2: si noti come Gesù sia stato crocifisso il giorno prima del sabato, il
venerdì, detto «la preparazione» e risuscita il primo giorno della settimana, la
nostra domenica, chiamato «primo giorno». Si comprende dunque che il sabato è
l’ultimo giorno della settimana, il settimo.
6. Come facciamo a sapere che il nostro sabato moderno corrisponde allo
stesso giorno di riposo che Dio ha comandato di osservare?
Gli antichi Ebrei sapevano quale giorno fosse quello di riposo già prima che Dio
desse i Dieci Comandamenti. Infatti, quando Dio diede loro la manna nel deserto
del Sinai per quaranta anni, e Mosè comandò loro di raccoglierne ogni giorno
quanto bastava per quel giorno, giunti al sesto giorno essi ne raccolsero
spontaneamente una doppia porzione in modo che bastasse anche per il giorno
successivo (Es 16:22-24). Dio stesso rese chiaro quale fosse il giorno di riposo
attraverso due miracoli:
a.
b.
Contrariamente a ciò che accadeva ogni giorno se essi ne
conservavano per il giorno seguente, la manna raccolta il sesto
giorno si conservava perfettamente anche per il giorno (vv. 20,24).
Il settimo giorno Dio non mandava nessuna manna. (v. 26).
Israele osservò il sabato per tutta la loro storia e Gesù, il Figlio di Dio, si univa a loro
nell’osservanza di questo giorno (Luca 4:15).
Dal tempo di Gesù noi conosciamo perfettamente tutti i cambiamenti che sono stati
apportati al calendario e sappiamo senza ombra di dubbio che nessuna alterazione è stata
introdotta nel ciclo settimanale. Anche ora, d’altronde, il settimo giorno è lo stesso sia
30:2
per i cristiani che per gli Ebrei, anche se indipendenti gli uni dagli altri, provando così
che non c’è stato alcun cambiamento.
7. Quand’è che il sabato fu dato all’umanità? Genesi 2:1-3
Alla creazione. Dio creò il mondo in sei giorni e si riposò il settimo giorno, dandoci così
un esempio. Questo testo non è in forma di comando, ma due fatti fanno chiaramente
capire che tale sabato fosse da osservare da parte dell’uomo:
a. Il sabato è benedetto. Esso contiene una speciale benedizione da parte di
Dio per coloro che, evidentemente, lo osservano. Chi, se non l’umanità?
b. Il settimo giorno è «santificato», è cioè messo da parte per un uso sacro.
Chi può fare questo se non l’uomo?
8. Il sabato è stato forse dato solo al popolo ebraico? Genesi 2:1-3
Quando Dio creò il mondo e diede il sabato il popolo ebraico non esisteva:
c’erano solo Adamo ed Eva, i progenitori di tutta l’umanità. Quando Dio chiamò
Israele ad essere il suo popolo particolare, Egli chiese loro di osservare i Dieci
Comandamenti incluso quello sul sabato. Nessuno oserebbe dire che il
comandamento sull’onore da rendere ai genitori o quello che vieta di rubare sia
solo per gli Ebrei. Non vediamo perciò perché lo si dovrebbe dire solo il
comandamento sul sabato. Inoltre, Dio non diede il Decalogo solo per Israele ma
sperava che attraverso Israele anche gli altri popoli imparassero a conoscere Dio
e la sua volontà (Dt 4:6; Is 43:10). Che il sabato fosse destinato a tutti i popolo è
chiaro anche dal messaggio di Isaia 56:6-7 dove si parla degli stranieri che
osserveranno il sabato e che per questo saranno accolti nel popolo di Dio.
9. Quando comincia il sabato? Levitico 23:32
La Bibbia non segue il modo artificiale moderno di contare i giorni da
mezzanotte a mezzanotte. Dio creò il sole, la luna e le stelle per aiutarci a
contare il tempo (Gn 1:16). Già nella storia della creazione i giorni erano
calcolati sulla base di «fu sera e fu mattina e fu il … giorno» (Gn 1:5, 8, 13 etc.).
L’insegnamento fu dato di cominciare il sabato al tramonto del venerdì (v. Neh
3:19). I primi cristiani obbedivano a Dio allo stesso modo come si vede dalla
storia della crocifissione: Gesù morì il venerdì pomeriggio, e poiché il sabato
stava per cominciare, dopo averlo deposto nel sepolcro, poiché il sabato stava
per cominciare al tramonto, le donne non finirono gli onori funebri, ma
tornarono a casa e tornarono poi dopo il sabato, all’alba del primo giorno della
settimana ( Luca 23:54-56).
10. Quale atteggiamento dovremmo avere di fronte a questo
comandamento?
a. Desideriamo obbedire a Dio perché lo amiamo. (Gv 14:15,21).
30:3
b.
c.
d.
Desideriamo obbedire a tutti i comandamenti perché infrangerne
uno significa infrangere la legge nel suo insieme (Gc 2:10). Non si
può essere ubbidienti solo in parte.
Noi osserviamo il sabato con gioia perché ci testimonia di Dio
come Padre che si prende cura di noi (Is 58:13-14).
Noi confidiamo nella benedizione di Dio perché Egli ha posto una
benedizione in questo giorno (Gn 2:3).
Approfondimenti
11) Cosa significa “non lavorare”? Nel nostro studio abbiamo visto come il
comandamento di Dio insegni che il sabato non è un giorno da dedicare al
lavoro ma a Dio. Lavorare non è però solo il lavoro stipendiato ma anche
qualsiasi attività corrispondete solo a interessi materiali, o che distrae dalla
ricerca dei valori spirituali (santificazione) caratteristica del giorno di riposo.
Nehemia 13:15-22, ad esempio, include in questo anche il comprare e il
vendere. Il profeta Isaia (58:13) usa l’espressione onnicomprensiva “fare i propri
affari”. Questo può indicare imbiancarsi la casa o, per una donna, fare il bucato.
Vedremo nello studio seguente come “Non lavorare” non significhi però essere
totalmente inattivi, ma riservare tempo a ciò che serve alla crescità spirituale
nostra e degli altri, e come testimonianza di amore per i deboli e i bisognosi.
12) Come comprendere il testo di Isaia 66:22,23 dove si parla
dell’osservanza del sabato e dei noviluni anche nella nuova terra? Possiamo
usare tale testo per affermare la perennità del sabato?
Il problema che questo testo pone è che il sabato è qui associato ai noviluni.
Usarlo a favore dell’uno significherebbe quindi rendere perenne anche l’altro,
cosa che non sembra valido dal punto di vista biblico alla luce della rivelazione
cristiana. Il testo sottolinea certamente l’importanza che il sabato aveva nella
speranza messianica giudaica ma l’enfasi non è tanto sul sabato in sé, o sul
novilunio, ma sulla perennità dell’adorazione al Signore.
Il Prof. Jacques B. Doukhan, scrive: “Il testo non parla tanto dell’osservanza di
questi due giorni in sé; sottolinea invece la continuità dell’adorazione, una
caratteristica della nuova terra. A questo scopo, l’autore biblico fa riferimento a
due estremi temporali: “Da … a” (Bibbia ed. Paoline). Qello che il testo sta
dicendo è che l’adorazione continua come una attività eterna: “Da novilunio a
novilunio” e “da sabato a sabato”, cioè da un mese all’altro e da una settimana
all’altra” (Should we observe the Levitical festivals? A Seventh-day Adventist
perspective”, in Ministry, aprile 2010 pp. 6-10, p. 8).
30:4
Tuttavia questo non nega il valore che il sabato e il novilunio avessero per il
profeta. E questo non significa che noi dobbiamo osservare i noviluni. Bisogna
concedere al profeta il diritto di essere più giudeo di quello che siano noi, perché
lui è vissuto prima di Cristo e noi dopo. È lo stesso problema che incontriamo in
Isaia 56:7, dove, pure in un contesto chiaramente messianico, quindi successivo
alla nascita e alla morte e risurrezione di Cristo, si continua a descrivere il
rapporto tra i neo convertiti alla fede e Dio, in termini di adorazione come quella
che si svolgeva nel tempio di Gerusalemme con tutti i sacrifici di animali
compresi. In un’ottica cristiana noi sappiamo e abbiamo capito che i sacrifici
dell’antico patto erano un’ombra dell’unico e vero sacrificio di Cristo e che
dopo che questo fosse stato realizzato, gli altri erano destinati a scomparire; ma
Dio non pretende che questo fosse il messaggio da dare a e attraverso Isaia. Per
quel momento bastava capire che l’alleanza sarebbe stata allargata anche ai
pagani senza mettersi a discutere sui dettagli di come si sarebbe realizzata. Allo
stesso modo, nel testo che stiamo considerando, quello che Dio voleva fare
capire è che anche nella nuova terra, i suoi figli avrebbero continuato ad
incontrare il Signore regolarmente, come avveniva sulla terra. Per fare capire
questo menziona i momenti di incontro più frequenti, quello settimanale del
sabato e quello mensile dei noviluni. Noi però sappiamo che mentre il sabato
settimanale fa parte della legge principale di Dio, il novilunio nasce come
iniziativa del popolo. Era un’abitudine comune a molti popoli, derivante dal
passaggio, indicato dalla luna, da un mese all’altro. Si trattava di una tradizione
sociale di Israele e in quanto tale non è obbligo per noi. È vero che nella Bibbia,
il Signore inserisce i noviluni tra le varie festività, ma lo fa solo perché accetta e
fa sua la tradizione di Israele, non perché Egli li abbia comandati. Possiamo
anche notare che quasi tutte le volte che i noviluni sono menzionati, essi hanno a
che fare con realtà cultuali e rituali. Essi non sono mai inseriti in un contesto
morale come il Sabato e sono quindi soggetti a scomparire insieme a tutti i
rituali legati al tempio terreno.
30:5
31. Il Sabato nel Nuovo Testamento
Il sabato fu dato alla creazione ed ha un valore eterno perché tale giorno celebra
Dio come nostro Padre-Creatore ed egli rimarrà tale per sempre. È quindi
normale che noi troviamo il sabato anche nel Nuovo Testamento.
1. Per comprendere quello che una persona dice, bisogna anche conoscere
la prospettiva generale in cui il suo pensiero si muove. Chiediamoci dunque
cosa Gesù insegnava sulla legge in generale: pensava dovesse essere abolita
o no?
Matteo 5:17-20. Alcuni interpretano questi versi come se Gesù avesse
adempiuto, finito, la legge e che quindi non avessimo più bisogno di
occuparcene noi. Se questo fosse vero dovremmo chiederci se non abbiamo
licenza di uccidere visto che Gesù ha perfettamente adempito il comandamento
«non uccidere». Ognuno può vedere l’assurdità di una tale comprensione che,
d’altra parte, contraddice una chiara affermazione di Gesù: «Non pensate che io
sia venuto per abolire … ma per compire». In greco, quest’ultimo verbo è pleroo
che significa «compiere, completare, portare a perfezione». Gesù ha certamente
ubbidito alla legge perfettamente (Gv 8:46; Eb 4:15), ha anche adempito
perfettamente iI simboli della legge cerimoniale relative ai riti del santuario che
preannunciavano la salvezza (Eb 8:1-6). Tuttavia, gli esempi che lui stesso fa
per aiutarci a capire in che senso egli ha pleroo la legge, ci porta a privilegiare
l’ultimo significato riportato (vedi Mt 5). In questo senso Gesù ha compito la
legge nel senso che l’ha portata a perfezione rivelandone il significato profondo
d’amore e di non violenza, e facendone un modello per tutta la nostra esistenza a
partire dai sentimenti del cuore. Come lui stesso dice, una tale comprensione
della legge ci deve portare a osservarla di più e meglio di quello che facevano i
pur scrupolosi farisei.
2. venendo al comandamento sul sabato, in che modo Gesù l’ha osservato.
Che abitudini aveva a suo riguardo? Luca 4:15.
Notiamo che Gesù non osservava il sabato come abitudine ebraica ma come sua
propria abitudine.
3. Cosa insegnò Gesù a proposito dell’osservanza del sabato? Luca 6:5.
Gesù è il signore del sabato e può quindi rivelarcene il vero significato e il modo
di osservarlo. In questo caso specifico (vv. 1-4), come in altri, Gesù mette via
tutte le sovrastrutture che la tradizione farisaica aveva aggiunto al
comandamento sul sabato e ne fa un giorno di gioia e di libertà. Non è per caso
che i vangeli sottolineino i miracoli fatti da Gesù in giorno di sabato (Mt 12:914; Giovanni 5:1-18), come per confermare che il sabato è il giorno dell’amore e
31:1
della benedizione di Dio, un Dio che si prende cura dei suoi figli e che desidera
restaurare per essi una possibilità di vita al meglio delle possibilità. Il sabato,
ricordandoci il mondo perfetto creato da Dio, ci dà speranza per un nuovo Eden
restaurato da Dio. A causa delle sue guarigioni in giorno di sabato, Gesù fu
accusato di trasgredire il sabato (i farisei vietano alcuna cura tranne che non si
fosse in pericolo di vita) (Gv 5:16,18) e, in effetti, con il suo agire, Gesù stava
infrangendo il riposo come visto dai farisei, ma non stava infrangendo il
comandamento dato da Dio, perché esso non proibiva l’amore e l’aiuto da dare
al prossimo.
Matteo 12:12. «È dunque lecito far del bene in giorno di sabato». Per Gesù, il
sabato non è inattività ma un giorno di amore durante il quale, libero dalle
preoccupazioni quotidiane e dalle attività mondane, possiamo meglio onorare
Dio amando i nostri fratelli e il nostro prossimo.
Marco 2:27-28: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato;
perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato». Dicendo questo, Gesù ci
ricorda il vero significato del sabato sullo sfondo della creazione (Genesi 2:1-3).
Dio aveva istituito il sabato perché fosse un suo dono, una benedizione, e come
tale lo amiamo e lo facciamo nostro. Non è possibile interpretare questo testo
come se, visto che il sabato è stato fatto per l’uomo, allora possiamo metterlo da
parte e trascurarlo, quasi che il dono di Dio fosse diventato per noi un peso e un
segno di schiavitù. Questo significherebbe capovolgere la prospettiva di Gesù.
Al contrario, le sue parole significano che se Dio ha fatto il sabato per l’uomo,
questo vuol dire che l’uomo ne ha bisogno. Ricollocando il sabato sullo sfondo
della creazione, le parole di Gesù ne fanno una realtà che riguarda tutti gli
uomini e non solo un popolo (Israele). Il fatto che il Figlio dell’uomo (Gesù) sia
«signore del sabato» significa che Gesù, come creatore del mondo, è anche il
creatore del sabato. Ci dice anche che è a Gesù che dobbiamo guardare per
comprendere il vero senso di questo giorno e il modo di osservarlo.
4. Gesù ha forse insegnato che dopo la sua morte il sabato sarebbe stato
abolito?
Alcuni pensano questo pensando che Gesù abbia preparato la via per
l’abolizione della legge. Tuttavia, non solo Gesù ha detto di non essere venuto
per abolire la legge (Mt 5:17), ma ha il vangelo ci dà testimonianza del
contrario.
Matteo 24:20. Parlando della prossima distruzione di Gerusalemme che sarebbe
avvenuta nel 70 d.C., quarant’anni dopo la sua morte, Gesù invita i discepoli a
pregare affinché la loro fuga non avvenisse «d’inverno né di sabato». Una guerra
31:2
è terribile in se stessa, ma essere obbligati ad abbandonare la propria casa
d’inverno, soprattutto nelle condizioni di vita di quel tempo, avrebbe aggiunto
sofferenza a sofferenza. Ma perché pregare perché la loro fuga non avvenisse di
sabato? Qualcuno dice che di sabato i giudei non avrebbero permesso la fuga,
ma Gesù non presuppone un impedimento qualsiasi alla fuga: egli presuppone
che la fuga possa avvenire solo che è meglio che non avvenga di sabato. Perché?
Il solo motivo che possiamo immaginare è che una fuga di sabato, per quanto
lecita, avrebbe impedito di onorare la sacralità e la gioia del sabato,
aggiungendo al disagio per la fuga anche questa tristezza spirituale. Possiamo
quindi vedere che Gesù suppone che i suoi discepoli osservino normalmente il
sabato durante e dopo il tempo della distruzione della città, molto dopo la sua
propria morte.
Luca 24:1. Dopo la crocifissione di Cristo, le donne che si presero cura del suo
corpo, non portarono a termine il loro compito ma, stando il sabato per arrivare,
al tramonto del venerdì, «si riposarono secondo il comandamento». È dunque
evidente che queste donne, tra le più assidue nel seguire Gesù, non videro nella
sua morte il limite dell’osservanza del sabato perché Gesù non aveva mai detto
nulla del genere. È anche importante notare che Luca, scrivendo questo fatto
dopo molti anni, non dice che le donne si riposarono perché seguivano ancora
una pratica giudaica o perché legate ad una vecchia comprensione della legge,
ma perché così diceva il comandamento di Dio. Siamo quindi certi che né Gesù
insegna ad abbandonare il sabato dopo la sua morte, né lo fece la prima
comunità di cristiani. Se oggi i cristiani lo fanno ciò è dovuto a motivazioni
estranee a Gesù e alla Bibbia.
5. Venendo ora più direttamente alla chiesa cristiana delle origini, che
testimonianza riceviamo? Menzioniamo tre semplici fatti:
a) In tutti gli scritti del N.T., il sabato è sempre chiamato con questo nome.
Sapendo che il suo significato è «riposo», se continuavano a chiamarlo in questo
modo significa che continuavano a considerarlo un giorno di riposo, almeno
nella prima comunità formata da credenti di origina giudaica che parlavano
l’ebraico o l’aramaico. Altrimenti si sarebbero inventati un diverso modo di dire
tipo, «il vecchio sabato», «il giorno una volta osservato come giorno di riposo»
ecc.
b) L’apostolo Paolo osservò il sabato regolarmente andando nella sinagoga per
predicare il vangelo (At 13:14,42,44; 16:13; 17:2). Si obietta in genere che
Paolo avrebbe fatto questo perché il sabato era il giorno abituale di incontro
nelle sinagoghe ebraiche, ma il libro degli Atti non ricorre mai a questa
spiegazione. Se l’attività religiosa nella sinagoga in giorno di sabato fosse stata
solo un’azione strategica per raggiungere i Giudei e non parte delle convinzioni
personali di Paolo, non appena alcuni della sinagoga diventavano cristiani
31:3
dovremmo trovare che cominciavano a staccarsi anche dall’osservanza del
sabato e a osservare, magari, un giorno diverso, ma così non è. Quello che il
libro di Atti ci dice chiaramente è che Paolo era abituato a lavorare per
sostenersi, sia da solo che insieme ad altri fratelli in fede. L’unica interruzione
che ci venga testimoniata è solo quella del sabato: «Dopo questi fatti egli lasciò
Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un ebreo, di nome Aquila, oriundo del
Ponto, giunto di recente dall’Italia insieme con sua moglie Priscilla, perché
Claudio aveva ordinato a tutti i Giudei di lasciare Roma. Egli si unì a loro.
3 Essendo del medesimo mestiere, andò ad abitare e a lavorare con loro. Infatti,
di mestiere, erano fabbricanti di tende. Ma ogni sabato insegnava nella
sinagoga e persuadeva Giudei e Greci» (At 18:1-4). Perché solo il sabato è
sempre menzionato se i cristiani osservavano la domenica? Evidentemente il
sabato era il loro solo giorno di riposo.
c) Apocalisse 14:6-13 descrive, nella prospettiva del giudizio finale, Dio come
«colui che ha fatto il cielo, la terra, il mare e le fonti delle acque» (vv. 6,7).
Dio è presentato come il creatore, usando però proprio il linguaggio usato nel
comandamento sul sabato in Esodo 20:11: «poiché in sei giorni il SIGNORE
fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo
giorno». Nonostante le lievi differenze, la sostanza della successione dei vari
elementi della creazione si ritrova, in tuta la Bibbia solo in questi due testi e nel
Salmo 146:6, anch’esso con una chiaro riferimento alla creazione. Per
convincerci che il testo di Apocalisse può (deve) essere visto sullo sfondo del
comandamento del sabato, si consideri il v. 12 dello stesso capitolo, dove i
fedeli vengono descritti appunto come osservatori dei comandamenti di Dio:
«Qui è la costanza dei santi che osservano i comandamenti di Dio e la fede in
Gesù.» Di conseguenza, ammonendoci ad onorare il creatore, l’Apocalisse ci
invita ad osservare il comandamento che ce lo presenta e ce lo ricorda come tale:
il sabato.
6. Quale conclusione possiamo trarre?
Gesù, il nostro signore e modello, osservò il sabato e insegnò i suoi discepoli a
fare altrettanto riscoprendone il significato originale, quale dono di Dio, segno
del suo amore, e riempiendolo del nostro amore per Dio e per gli altri. Questo è
quello che i primi cristiani hanno fatto e questo è quello che vogliamo
continuare a fare.
Approfondimenti
7. Possiamo considerare il «sabbatismos» che rimane per il polo di Dio
(Ebrei 4:9) come se si riferisse alla perpetuità del sabato nella chiesa
cristiana?
31:4
Ebrei 4:9 dice: «Rimane dunque un riposo sabbatico (sabbatismos) per il
popolo di Dio». Questo sabbatismos si riferisce al riposo del sabato settimo
giorno o a un riposo in Cristo, alla pace che abbiamo in lui? La risposta è molto
difficile perché il contesto è abbastanza complesso. Il contesto contiene il
riferimento possibile a tre tipi di «riposo»: il riposo in Canaan di cui Israele ha
goduto dopo il pellegrinaggio nel deserto (vv. 1-3,5), il riposo del settimo giorno
alla creazione (vv. 3,4), e il riposo della salvezza (vv. 6-8). La mostra opinione è
che non ci sia motivo di scegliere uno solo dei possibili significati di
sabbatismos sulla base di quale linea di pensiero si sceglie di seguire. a delle vie
tracciate per arrivare. Tutte possono essere viste come elementi che
contribuiscono a creare un quadro d’insieme in cui Dio è la fonte del riposo, sia
quella del sabato settimo giorno, sia quella della terra promessa di Canaan, sia
quella della pace in Cristo. Quello che può essere successo, ma non possiamo
esserne sicuri, è che, per lo scrittore della lettera, il sabato del settimo giorno
dato da Dio alla creazione diventi segno e modello dei tutti i riposi che Dio
vuole dare al suo popolo, compreso e soprattutto quello che abbiamo in Cristo.
Naturalmente, lo scrittore non avrebbe mai usato il sabato come immagine del
riposo in Cristo se tale giorno avesse perduto per lui qualsiasi significato o
addirittura lo rifiutasse.
8. Galati 4:10. Paolo sta forse rimproverando coloro che osservano il
sabato?
Se questo fosse vero per il sabato, lo sarebbe anche per la domenica. Il testo
dice: «Voi osservate giorni, mesi, stagioni e anni! Io temo di essermi affaticato
invano per voi.» E’ chiaro che Paolo veda qualcosa di sbagliato in questa
osservanza, quasi un rifiuto della fede cristiana. Perché? Il contesto chiarisce il
fatto che l’Apostolo non sta parlando di festività dell’A.T., per almeno due
motivi: 1) la lista offerta non corrisponde a nessuna seria festiva dell’A.T. Vi
troviamo il sabato, i mesi con i noviluni, e gli anni come l’anno sabbatico. Ma
non vi troviamo mai alcun tipo di osservanza di stagioni; 2) Paolo dice che
l’osservanza dei Galati li ha riportati indietro alle loro vecchie abitudini
religiose: «come mai vi rivolgete di nuovo ai deboli e poveri elementi, di cui
volete rendervi schiavi di nuovo?» (v. 9). Ma i Galati, precedentemente, erano
pagani e non ebrei: «In quel tempo, è vero, non avendo conoscenza di Dio, avete
servito quelli che per natura non sono dèi» (v. 8). È ora a questi vecchi falsi dèi
che stavano tornando osservando i loro giorni, mesi, stagioni e anni. Non si
tratta quindi di osservanze giudaiche ma pagane e idolatriche. Quali? Che
rapporto c’è tra queste osservanze temporali e gli dèi pagani? La sola
spiegazione è che Paolo si stia riferendo alle superstizioni astrologiche con i vari
dèi che controllano i cicli quotidiani, mensili, stagionali e annuali. Come molti
cristiani moderni stanno facendo, senza neppure valutare il senso di quello che
fanno, gli antichi Galati cercavano di conciliare la fede cristiana con le vecchie
31:5
superstizioni astrologiche. Così facendo, stavano però abbandonando il Creatore
per la creatura e l’assoluta signoria di Gesù nella vita dei suoi figli. Questo è
quello a cui Paolo pensa, non al sabato o alla domenica.
9. Romani 14:5-6. Paolo insegna che qualsiasi giorno può essere dedicato a
Dio come giorno sacro di riposo?
In questo testo, Paolo non dice si quali giorni sta parlando. Pensare che stia
riferendosi al giorno di culto della chiesa è solo una supposizione infondata che
creerebbe, tra l’altro, seri problemi pratici.
a. Se il problema fosse stato quello del giorno di riposo e di culto per la chiesa,
se ogni singolo credente (perché è della libertà individuale che Paolo parla, non
di quella di una comunità rispetto all’altra) potesse scegliere il giorno di riposo e
di incontro comunitario, ogni comunità potrebbe frantumarsi in numerosi gruppi
distruggendo, di fatto, l’unità della chiesa, che sta sempre, invece, al centro delle
preoccupazioni dell’Apostolo. Una tale interpretazione distruggerebbe quindi
molto di più della semplice osservanza del sabato (ma anche della domenica)
come giorno di culto comune. Cosa ce ne faremmo dell’ammonizione a non
abbandonare la «nostra comune adunanza» (Eb 10:25)?
b. Il contesto ci mostra che il problema dei giorni si accompagna a quella sul
problema del mangiare (vedi lo studio sull’alimentazione). Si tratta di due problemi
certamente diversi ma potrebbero essere collegati dall’idea dei giorni di digiuno.
Secondo la tradizione, alcuni Giudei usavano digiunare regolarmente. Anche il
fariseo pregava: «Io digiuno due volte la settimana» (Lc 18:12). La tradizione aveva
eletto il lunedì e il giovedì come giorni da dedicare a questa pratica. La prima
comunità cristiana aveva una forte componente ebraica che lottava per mantenere le
loro tradizioni cercando anche di imporle ai cristiani di origine pagana che a loro
volta potevano esserne infastiditi. La comunità rischiava di spaccarsi in due, proprio
quello che Paolo non voleva. Come al solito, quando non è questione del nocciolo
duro della fede in Cristo e dell’onore da rendere a Dio, l’apostolo è tollerante e invita
alla tolleranza. Ognuno può digiunare quando vuole, si tratta di una questione privata
vissuta nel corso normale della vita personale e familiare e non intacca l’unità della
comunità nel suo insieme. L’importante è che chiunque digiuni o non digiuni abbia
sempre Cristo come fine della sua esperienza.
10) Colossesi 2:16,17. Paolo insegna che nessuno ha il diritto di giudicare
altri credenti riguardo «a feste, a noviluni, a sabati». Si tratta solo di ombre
che non avrebbero più alcun significato per i cristiani. Significa questo che
ognuno è libero di osservare o di non osservare il sabato?
31:6
Paolo non dice che queste feste non abbiano più alcun significato per i cristiani.
Leggiamo il testo per intero: «Nessuno dunque vi giudichi quanto al mangiare o al
bere, o rispetto a feste, a noviluni, a sabati, che sono l’ombra di cose che dovevano
avvenire; ma il corpo è di Cristo.» Questo è il solo testo, usato contro l’osservanza
cristiana del sabato, in cui questa parola ricorre. Ma anche qui, se guardiamo
questo testo senza pregiudizi, vediamo che non c’è nulla contro di esso. Coda
significa «nessuno vi giudichi» riguardo a queste ricorrenze? Per amore di
discussione, avanziamo tre ipotesi possibili imitandoci alla questione del sabato:
a. Nessuno vi giudichi se osservate o non osservate il sabato.
b. Nessuno vi giudichi per il modo in cui osservate il sabato.
c. Nessuno vi giudichi a causa delle ragioni per cui osservate il sabato.
a. A nostro parere dobbiamo escludere la prima interpretazione per gli stessi
motive avanzati in rapporto al testo precedente: lasciare ad ogni membro la
decisione di osservare o non osservare il sabato significa distruggere l’unità
della chiesa e, aggiungiamo, sarebbe contro l’insegnamento dell’Apostolo sulla
legge. I sostenitori dell’idea che Paolo stia abolendo il sabato lo fanno sulla base
di una interpretazione erronea del v. 14 dove si dice che Gesù ha: «cancellato il
documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l’ha tolto di
mezzo, inchiodandolo sulla croce». Essi credono che, per Paolo, questo
documento ostile inchiodato alla croce fosse la legge di Dio. Di conseguenza,
insieme al resto della legge se ne sarebbe andato anche il comandamento sul
sabato.
In realtà, come abbiamo visto nello studio su La legge e la grazia, il documento
inchiodato sulla croce non è la legge ma la dichiarazione della nostra
colpevolezza e della nostra condanna a causa del nostro peccato che è la
trasgressione della legge di Dio (1 Gv 3:4). In questa prospettiva, Paolo non
vuole certamente dire che il sabato è stato abolito.
c. Dobbiamo anche escludere l’ultima ipotesi perché è importante capire perché
facciamo o non facciamo qualcosa. L’intenzione è importante, sia nel fare il
bene (1 Cor 13:1ss), sia nell’osservare la legge di Dio, perché lo si può fare per
amore e per fiducia, sia per arroganza e autosufficienza. La si può osservare
sminuendo l’importanza della grazia di Cristo o, al contrario, per esaltarla.
Neppure il sabato sfugge a questa logica e, non a caso, l teso ci vuole riportare
sempre alla centralità di Cristo che è il corpo, la sostanza di tutto (v. 17; vedi
anche 3:11). Al di fuori della grazia, anche l’osservanza del sabato sarebbe una
pratica legalistica che ci allontanerebbe dalla sostanza di Gesù. La sostanza della
nostra fede, di qualsiasi convinzione o osservanza, è Gesù e tutto deve venire da
lui e puntare a lui. Se osservassimo il sabato (o la domenica o qualsiasi altro
31:7
giorno) per metterlo al posto di Gesù, allora staremmo tradendo cristo stesso e
tutta la fede cristiana. Paolo non potrebbe essere tollerante di fronte a una tale
prospettiva.
b) Dobbiamo quindi considerare se Paolo non voglia proprio riferirsi al modo in
cui osservare il sabato. Come abbiamo detto precedentemente, la prima chiesa
cristiana era composta da giudei e gentili. Come poteva accadere per la
questione del digiuno, ancora di più per il modo di osservare il sabato potevano
nascere serie divergenze di opinioni. La tradizione giudaica aveva
sovraccaricato il sabato di una innumerevole serie di norme non presenti nel
testo biblico. Questo rendeva la sua osservanza una preoccupazione costante e
praticamente impossibile da parte dei fratelli di origine gentilizia, non abituati
alle minuzie della tradizione ebraica. Possiamo solo immaginare quante volte i
fratelli giudei abbiano accusato i fratelli gentili di essere ignoranti, superficiali e
trasgressori, e quante volte questi ultimi abbiano ricambiato con un «e voi siete
dei fanatici, intolleranti e prepotenti». È in un contesto del genere che Paolo
invita i credenti a non giudicarsi gli uni gli altri ma a mettere al centro della loro
fede Cristo alla luce del quale soltanto il sabato (e tutte le altre ricorrenze
religiose) assumono senso. Di fronte a Cristo, tutto il resto diventa «ombra», non
per dire che non vale nulla, ma per dire che ha valore solo come proiezione di
Cristo sul quale attira la nostra attenzione. In Cristo ritroviamo comprensione
reciproca e unità nell’amore, anche se le tradizioni sono diverse.
Questo modo di capire è in totale armonia con l’insegnamento si Paolo sulla
legge e la grazia. Siamo salvati solo per grazia senza la legge ma,,
nell’esperienza della grazia di Cristo, troviamo il vero significato e le vere
ragioni per osservare la legge, sabato incluso
31:8
32. La domenica nella Bibbia
Se l’osservanza del sabato è chiaramente insegnata in tutta la Bibbia, come mai
molto cristiani osservano la domenica? C’è qualche sostegno biblico per questa
pratica?
1. Nella Bibbia quante volte viene menzionata la domenica?
La si trova solo nel N.T. con le parole «primo giorno della settimana». Avviene
sei volte in rapporto al giorno in cui Gesù risorse dai morti (Mt 28:1; Mc 16:2,9;
Lc 24:1; Gv 20:1,19). Questo giorno non è mai qualificato come giorno di
riposo o di adorazione: accadde semplicemente che Gesù risorse dai morti il
primo giorno della settimana, punto e basta. I soli testi che potrebbero avere una
qualche rilevanza in rapporto al problema del giorno di riposo sono Atti 20:7 e 1
Corinzi 16:2, ma vedremo più avanti come tali testi non abbiano nulla a che fare
con il giorno di incontro della chiesa cristiana.
2. Giovanni 20:19 non prova che la domenica era diventata un giorno di
incontro in onore della risurrezione di Gesù.
Per niente. Il testo chiarisce che i discepoli non erano riuniti per celebrare la
risurrezione di Gesù nella quale non credevano ancora. Se vi avessero creduto
non avrebbero avuto «paura dei giudei». Quello era l’incontro di persone
smarrite che cercavano conforto e forza nell’amicizia comune. Erano lì per
interrogarsi insieme sugli eventi drammatici che li avevano sopraffatti.
3. In Atti 20:6-9 si celebra una cena del Signore durante il primo giorno
della settimana. Non è una prova che domenica era diventata un giorno di
culto per i cristiani?
Non sembra così. Il testo dice: «Trascorsi i giorni degli Azzimi, partimmo da
Filippi e, dopo cinque giorni, li raggiungemmo a Troas, dove ci trattenemmo
sette giorni. Il primo giorno della settimana, mentre eravamo riuniti per
spezzare il pane, Paolo, dovendo partire il giorno seguente, parlava ai
discepoli, e prolungò il discorso fino a mezzanotte. Nella sala di sopra,
dov’eravamo riuniti, c’erano molte lampade; un giovane di nome Eutico, che
stava seduto sul davanzale della finestra, fu colto da un sonno profondo, poiché
Paolo tirava in lungo il suo dire; egli, sopraffatto dal sonno, precipitò giù dal
terzo piano, e venne raccolto morto.»
Già ad un primo sguardo si vede che si tratta di un incontro non usuale. Non solo
ci viene detto che si tratta di un incontro notturno ma che avviene in questo
giorno e in questo momento perché Paolo doveva «partire il giorno seguente».
Se si fosse trattato di un incontro che avveniva abitualmente di domenica, non
sarebbe stato necessario specificarne la ragione. Ma possiamo andare ancora
32:1
oltre e notare che tale incontro avveniva nella parte notturna del primo giorno
della settimana. Ora, secondo la tradizione biblica, i giorni cominciano al
tramonto del giorno precedente (cf. Lv 23:32; Ne 13:19). Atti è considerato
come la continuazione del vangelo di Luca (Cf Lc 1:3; At 1:1) ed è da supporre
che l’autore usi la stessa terminologia in entrambi gli scritti, anche in rapporto al
modo di calcolare i giorni della settimana. In Luca 23:44 ci dice che Gesù morì
verso la sesta ora del giorno della preparazione, cioè verso le 3 del pomeriggio
di venerdì. Accordiamo qualche ora perché i soldati finiscano la loro opera e
perché Giuseppe d’Arimatea possa andare da Pilato per chiedere e ottenere il
corpo di Gesù. Concediamo ancora un poco di tempo perché lo portino nella
tomba. Questo consente a Luca di dire, al v. 54, che «il sabato stava cominciare»
perché il sabato comincia al tramonto. Se Luca, come dobbiamo supporre, segue
lo stesso sistema di contare i giorni in Atti, quando dice che la riunione a Troas
si svolge nella notte del primo giorno della settimana, questa notte dev’essere
quella che precede la parte luminosa del giorno, non quella che segue perché
allora avrebbe parlato del secondo giorno.
Paolo aveva speso la settimana precedente con la chiesa (v. 6) aspettando il
sabato per avere la possibilità di incontrare tutti loro insieme senza avere
problemi di tempo. Siccome il giorno dopo, cioè la domenica mattina, doveva
partire, i fratelli o lui stesso ne approfittano per prolungare il loro incontro
fraterno quanto più possibile. La riunione si prolunga quindi oltre il tramonto, ed
entrano così nel primo giorno, arrivando addirittura oltre la mezzanotte, fino
all’alba (v. 11). Non accadde così perché stavano onorando la domenica ma
perché stavano straordinariamente prolungando la riunione del sabato. Lo
schema seguente può aiutare a capire:
Incontro
normale
Venerdì – Sesto giorno
Prolungamento
straordinario
Paolo parte
Sabato – Settimo giorno Domenica – Primo giorno
4) 1 Corinzi 16:1-4 parla di una colletta da fare il primo giorno della
settimana. Non prova questo che la domenica era un giorno di incontro
comunitario?
Il testo dice: «Quanto poi alla colletta per i santi, come ho ordinato alle chiese
di Galazia, così fate anche voi. Ogni primo giorno della settimana ciascuno di
voi, a casa, metta da parte quello che potrà secondo la prosperità concessagli,
affinché, quando verrò, non ci siano più collette da fare. E le persone che
avrete scelte, quando sarò giunto, io le manderò con delle lettere a portare la
32:2
vostra liberalità a Gerusalemme; e se converrà che ci vada anch’io, essi
verranno con me.»
Come si vede, il primo giorno della settimana non c’era nessuna colletta e
nessuna riunione in chiesa. Come traducono quasi tutte le versioni, quello che
avveniva la domenica era che ognuno metteva qualcosa da parte a casa sua,
quindi ognuno per conto suo. Solo dopo del tempo, qualcuno inviato da Paolo
sarebbe passato per raccogliere quanto ognuno aveva destinato ai fratelli poveri
di Gerusalemme.
Come mai Paolo chiese ai fratelli di mettere da parte qualcosa proprio il primo
giorno della settimana? Nessuno può saperlo con certezza ma si possono
ipotizzare alcune risposte. La più convincente è quella che tiene conto
dell’antico modo di osservare il sabato sullo sfondo della tradizione giudaica.
Secondo la tradizione farisaica era vietato anche fare passare una moneta oltre la
finestra per darla in elemosina a un povero. Figuriamoci se era lecito andare in
gito con dei soldi. I primi cristiani, anche se con qualche difficoltà, tendevano ad
osservare il sabato secondo questa tradizione e possiamo supporre che quindi in
chiesa non facessero delle collette. Durante l’incontro sabato, però, il giorno in
cui si ricordavano delle benedizioni di Dio, i credenti venivano sensibilizzati ai
bisogni dei fratelli più bisognosi. Ma era dopo il sabato, il primo giorno della
settimana, che mettevano da parte quello che avevano deciso di offrire. In questa
prospettiva, la colletta del primo giorno invece di testimoniare a favore della
sacralità di tale giorno, testimonia a favore del giorno precedente, il sabato. Altri
modi di capire portano allo stesso risultato.
5. Apocalisse 1:9-10 parla di un giorno che alcune traduzioni chiamano
«domenica», cioè «giorno del Signore» e non solo «primo giorno». Non
prova questo che il primo giorno aveva assunto un valore sacro?
Il testo dice: 9,10 dice: «Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella
tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, ero nell’isola chiamata Patmos
a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. Fui rapito dallo
Spirito nel giorno del Signore, e udii dietro a me una voce potente come il
suono di una tromba, che diceva …».
Il testo Greco usa l’espressione «kuriaké (da kurios = Signore) heméra (giorno)»
che significa «giorno signoriale». Molti cristiani pensano che si riferisca alla
domenica che deriva questo nome dalla traduzione latina «dominica (dies)» di
«kuriaké heméra». Però la prima volta che abbiamo una indicazione certa del
fatto che il primo giorno della settimana avesse cominciato a essere chiamato
così accade molti anni dopo la morte di Giovanni (nel vangelo apocrifo di Pietro
9:12, scritto alla fine del II sec.). Al tempo in cui Giovanni scrisse l’Apocalisse,
l’espressione aveva però un altro significato. Non dobbiamo interpretare la
32:3
Bibbia alla luce del nostro linguaggio ma del modo di dire del tempo in cui fu
scritta.
a. Nell’impero romano il «giorno del Signore» era il giorno natale
dell’imperatore, ma Giovanni non si riferirebbe mai a li come al signore
perché per i cristiani c’è un solo Signore, Gesù (1 Cor 8:6).
b. Alcuni pensano che tale espressione sia l’equivalente del «giorno del
Signore» di cui parla l’A.T., cioè il giorno in cui il Signore giudica il suo
popolo o il mondo. In questa prospettiva, Giovanni vorrebbe dirci che nella
sua visione avuta sull’isola di Patmos, lo Spirito lo avrebbe condotto a
contemplare il momento in cui Dio si sarebbe rivelato a questo mondo con
il giudizio. Si obietta però: 1. Visto che Giovanni aveva appena descritto il
luogo (Patmos) dove si avviene la rivelazione, ci si aspetterebbe che
l’indicazione temporale si riferisse alla data della visione, non al suo
contenuto. 2. Nell’A.T. (nella versione greca dei LXX, quella usata dalla
chiesa cristiana antica), il «giorno del Signore» è detto in un modo diverso
dal «giorno signoriale» che troviamo nell’Apocalisse: «heméra (giorno) tou
(del) kurìou (Signore)» o «heméra kurìou” (giorno del signore), invece di
«kuriaké heméra», giorno signoriale. Di conseguenza, si deduce che
Giovanni non si stia riferendo al giorno del giudizio, altrimenti avrebbe
usato la nota espressione veterotestamentaria.
c. Rimane da vedere se non ci sia un giorno letterale che potrebbe essere
chiamato «giorno del Signore». Molti avventisti pensano che sia il sabato di
cui Gesù si è dichiarato Signore (Mt 12:8).
6. Se la domenica non ha alcun sostegno biblico, com’è diventata il giorno
di culto per la maggioranza dei cristiani?
Quando la chiesa cristiana cominciò a conquistare il mondo al vangelo, in tutto
l’impero romano i pagani dedicavano ogni giorno della settimana ai loro dèi
astrali: la domenica al sole (Sunday, giorno del sole, in inglese), il lunedì alla
Luna, il martedì a Marte, il mercoledì a Mercurio, il giovedì a Giove, il venerdì
a Venere e il sabato a Saturno (Saturday in inglese).
Quando il Sole cominciò ad essere adorato come il dio principale, la domenica
diventò il giorno più importante della settimana, e n giorno di festa. All’inizio, i
Cristiani osservavano il sabato e siccome la religione giudaica, dove si osserva il
sabato, era una «religio lecita», cioè riconosciuta legalmente, protetta, non c’era
alcun problema se i cristiani, osservando il sabato venivano presi per giudei.
Quando però gli Ebrei cominciarono a ribellarsi contro Roma persero i loro
privilegi. Essere confusi con loro divenne perciò un problema per i cristiani che
cominciarono a prendere le distanze dagli Ebrei e dal loro giorno di riposo.
Cominciarono così a osservare la domenica già osservato dai pagani, e
cercarono di giustificare il cambiamento con il fatto che Gesù era risorto il
primo giorno della settimana. Per lo stesso motivo il 25 dicembre, il giorno della
32:4
nascita del sole fu scelto come giorno natale di Gesù. Tuttavia, se il 25 dicembre
non contraddice nessun comandamento di Dio ed aveva il vantaggio di attirare
l’attenzione dei pagani su Gesù come il «sole di giustizia», la scelta della
domenica annulla un comandamento importante di Dio, cosa che la chiesa non
può fare e che noi non possiamo seguire. Questo processo non avvenne da un
momento all’altro ma prese un certo tempo. I documenti storici disponibili
mostrano che tale cambiamento avvenne soprattutto per l’iniziativa e l’influenza
della chiesa di Roma, quella più vicino alla sede e forse più sottoposta al
controllo dell’Impero.
7. La Bibbia parla mai della possibilità di cambiare il settimo giorno con il
un altro?
Probabilmente sì. Il profeta Daniele (7:25), circa 600 anni a.C., predisse l’arrivo
di un potere descritto come ribelle e iniquo, che avrebbe cercato di cambiare i
tempi e la legge di Dio. Egli è però descritto come nemico di Dio e noi non
possiamo certamente seguire il suo esempio. Al contrario, noi amiamo Gesù e
desideriamo perciò ubbidire ai suoi comandamenti (Gv 14:15,21).
32:5
33. Leggi igieniche: principi generali
Tutti conoscono il detto che «quando c’è salute c’è tutto». Tuttavia molti
soffrono per malattie e vari problemi di salute. Spesso avviene a causa
dell’ambiente non idoneo in cui viviamo o dal fatto che abbiamo ereditato un
corpo già corrotto dal peccato. A volte, però, la colpa è di abitudini sbagliate. In
ogni caso, acquistando abitudini più salutari, possiamo proteggere la nostra
salute e godere una vita migliore. Ti piacerebbe? Nei prossimi tre studi
scopriremo ciò che Dio ci ha insegnato sulla nostra salute. Già da ora, può essere
utile sapere che gli Avventisti godono in media di una vita più lunga di 4-7 anni
e sono meno colpiti da certe patologie. Se vuoi, questo privilegio può essere
anche tuo.
Scopriamo dunque quali principi Dio ci abbia insegnato per raggiungere questo
risultato.
1) Poiché tutta la nostra vita è un dono di Dio, quale principio generale
dovremmo rispettare? 1 Corinzi 10:31
2) Dio è interessato solo al nostro benessere spirituale o anche alla nostra
salute fisica? 3 Giovanni 2
PENSIAMOCI: Perché pensi ce Dio si interessi anche della nostra salute fisica?
3) Gesù aiutava la gente solo spiritualmente o anche fisicamente? Matteo
4:24
4) Abbiamo una qualche responsabilità riguardo al nostro corpo? 1 Corinzi
6:19-20; 3:16-17
PENSAMOCI: Cosa pensi del fumo? Possiamo considerarlo compatibile con la
vita cristiana? E cosa dire del caffè o del tè? Sai che sono delle vere e proprie
droghe.
PENSAMOCI: Cosa pensare degli eccessi nel mangiare? (Filippesi 3:19)
PENSAMOCI: Cosa pensare degli eccessi nell’uso di medicine non necessarie?
5) Se rispettiamo le leggi di Dio, qual vantaggi ne abbiamo? Esodo 15:26
6) Nei tempi antichi, in che modo Dio ha aiutato il suo popolo a godere di
una salute migliore? Vediamo alcuni esempi:
 Prescrivendo la quarantena in caso di malattie infettive (Lev. 13:1-6).
Sapendo che essi non possedevano le conoscenze per capire il valore della
quarantena, è straordinario trovare una tale legge scritta nella Bibbia circa
3500 anni fa.
 Vietando l’uso ciò che poteva essere contaminato (Lev. 13:47-52)
33:1




Insegnando ad avere case salubri (Lev. 14:34-45). Non dovremmo avere
anche noi case pulite in cui i germi non possano diffondersi? Acqua, luce,
aria sono tra gli strumenti naturali migliori per raggiungere questo scopo.
Chiedendo di lavarsi qualora avessero toccato qualche possibile causa di
infezione (Lev. 15:1-12).
Insegnando a non mangiare animali trovati morti (Deut. 14:21) (Nota: agli
stranieri, che non conoscono le sue leggi, Dio non impone né di mangiare né
di non mangiare questi animali. Ma al suo popolo offre qualcosa di meglio).
Insegnando a prendersi cura dei loro rifiuti organici. (Deut. 23:12,14). Per
apprezzare una legge così semplice, basta considerare che nella civile
Europa di alcuni secoli fa, la gente era ancora abituata a gettare questi rifiuti
per strada, anche in città come Firenze. Possiamo ben immaginare l’odore, e
possiamo capire come mai delle epidemie scoppiassero così spesso.
7) Come possiamo valutare tutte queste leggi?
Quando queste leggi furono scritte (circa 3.500 anni fa, la gente non sapeva
nulla di virus e microbi. Non sapevano come le epidemie si diffondessero. Con
loro, Dio non poteva usare un linguaggio scientifico. Per questo troviamo un
linguaggio religioso. Ma noi abbiamo i mezzi per capire il valore igienico di
queste norme, che sta dietro alle motivazioni religiose. A volte, il linguaggio
usato per descrivere queste malattie è così diverso dal nostro che abbiamo
qualche difficoltà a capire il suo significato. I principi generali sono tuttavia
molto chiari: Dio si preoccupa per noi, e ci insegna a prenderci cura della nostra
igiene per evitare ogni contato pericoloso che possa trasmettere delle malattie, o
a lavarci in caso sia necessario. Come possiamo applicare questi principi alla
nostra vita?
8) Cosa insegna la Bibbia sul bisogno di riposo? Marco 6:31
Gesù si prendeva cura dei suoi discepoli e li invitava spesso a riposarsi in un
posto tranquillo. Troppo spesso viviamo una vita stressante. Non abbiamo
bisogno di riposo solo per il nostro corpo, ma anche per la nostra mente e il
nostro cuore.
PENSAMOCI: Come possiamo rilassaci in modo cristiano?
9) Cosa ci insegna la Bibbia sul rapporto tra gioia e salute?
Proverbi 17:22: «Un cuore allegro è un buon rimedio, ma uno spirito abbattuto fiacca
le ossa.» La moderna medicina psicosomatica dimostra ampiamente la veridicità di
questo detto biblico. Sappiamo ora come la serenità e la gioia stimolino le difese
naturali del nostro organismo aiutandoci ad avere una salute migliore.
10) Essere felici no è così facile. Molte volte abbiamo così tanti problemi da
non riuscire ad essere veramente sereni. In che modo Gesù ci vuole aiutare?
Matteo 11:28: «Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi ed io vi darò
riposo.»
33:2
34. Leggi igieniche: cibi
Qualcuno ha detto che «noi siamo quello che mangiamo». Cosa dice Dio sui cibi
che mangiamo?
1) Quale dieta Dio aveva prescritto alla creazione?
Genesi 1:29-30. Era una dieta vegetariana, perché mangiare carne significa
uccidere delle creature e Dio non aveva tutto per la vita, non per la morte. La
morte è il risultato del peccato (Romani 6:23). Ala creazione, tutto era buono
(Genesi 1:31), e ciò significa che c’era armonia e pace fra tutte le creature.
2) Cosa successe a causa del peccato, e come reagì Dio a questa situazione?
Genesi 6:5-7,12. La terrà si riempì di violenza. Le creature di Dio cominciato a
uccidersi a vicenda. La pacifica dieta vegetariana fu abbandonata e si cominciò a
uccidere per nutrirsi di altre creature viventi. Cosa dovremo imparare dalla
reazione di Dio. Era felice di fronte a quello spettacolo di violenza?
3) Dio quando premise all’uomo di mangiare carne?
Genesi 9:2-3. Dio premise di mangiare carne dopo il diluvio, forse perché essi
erano già abituati a farlo e forse anche perché nel mondo post diluviano
sconvolto, i vegetali commestibili non sarebbero stati facilmente disponibili per
qualche tempo.
4) Pur mangiando carne, quale norma Dio chiedeva di rispettare?
Genesi 9:4. Non dovevano mangiare il sangue dell’animale. Questa norma fu
esplicitamente riconfermata anche per i cristiani al primo concilio di
Gerusalemme (Atti 15:20). Questo significa che un cristiano non deve mangiare
né sangue né carne con sangue. Praticamente significa che non dobbiamo
mangiare carne di animali uccisi per soffocamento.
5) Quale può essere il significato di questo divieto del sangue?
Offriamo due possibili spiegazioni. Una è igienica: è meglio non mangiare il
sangue perché contiene le tossine, i veleni prodotti dall’animale, soprattutto nel
momento in cui, spaventato, viene ucciso. La seconda è spirituale: chiedendoci
di non mangiare sangue perché è «la vita» dell’animale, Dio cerca di insegnarci
a rispettare la vita degli esseri viventi. In altre parole: Dio ci permette di
mangiare la carne ma ci insegna che non dovremmo considerarlo normale. Il
modo migliore per rispettare «la vita» dell’animale non è quello di non
mangiarne il sangue ma di non ucciderlo.
34:1
6) Poiché al diluvio Dio premise di mangiare carne, significa forse che la
dieta vegetariana originaria, segno di un mondo armonioso è stata
dimenticata?
Isaia 11:6-9. Non è così. Essa rimane implicita nell’attesa profetica di un mondo
restaurato dove il lupo e l’agnello staranno pacificamente insieme. Se i lupi
diventano non violenti, dovrebbero forse essere gli uomini a continuare a
uccidere? La Bibbia insegna che nella nuova terra, le creature di Dio non
faranno «né male né danno perché la conoscenza del Signore riempirà tutta la
terra». Questo significa che tutte le creature vivranno in piena comunione con
Dio e in armonia con il suo desiderio di amore e di pace per tutte loro, non
secondo la volontà del peccato che porta violenza e morte.
7) Come cristiani crediamo nella prossima venuta del regno di Dio. Questa
speranza quali conseguenze dovrebbe avere nella nostra vita presente?
2 Pietro 3:11-14 (Rom 14:17). Aspettare il regno di Dio non significa solo
aspettare qualcosa di futuro ma cominciare a vivere oggi secondo la speranza
che abbiamo per domani. Il regno di Dio, dove regna la pace e la giustizia, deve
diventare un modello anche per la nostra vita quotidiana attuale.
PENSIAMOCI: Sapendo che nel regno di Dio non mangeremo carne ci rende
tristi o felici? Potremo avere dei problemi a smettere di mangiare carne già
oggi? Come possiamo superarli?
8) Se non ci è possibile essere vegetariani, quali limiti dovremmo però
accettare?
Levitico 11. Dio, che conosce la natura di tutte le sue creature, insegna a
considerare alcuni animali, pesci e uccelli impuri, cioè dannosi per
l’alimentazione umana. Fidandoci di Dio, noi facciamo nostre questo
insegnamento. Questo significa che non mangiamo animali come il maiale, il
cavallo, il coniglio e tutti i loro derivati come il prosciutto, la pancetta ecc. Non
mangiamo neppure gatti, cani, topi ma questo non è un grosso problema per
nessuno, almeno nella nostra cultura. Non mangiamo i molluschi, i polpi e
nessuna creatura acquatica che non abbia insieme penne e squame. Nessuno ha
problemi con gli insetti, visto che nella nostra cultura non ne facciamo uso.
9) Come possiamo capire la differenza tra animali puri e impuri?
La Bibbia non spiega perché alcuni animali siano puri e altri impuri. Dio come
avrebbe potuto spiegarlo al tempo in cui diede queste leggi! Come abbiamo già
visto, essi erano chiamati ad un atto di fiducia e di ubbidienza, e lo stesso vale
per noi. Tuttavia, noi abbiamo qualche possibilità di capire. Alcuni animali
impuri possono più facilmente di altri trasmettere delle malattie (topi) o sono più
grassi (maiale). Tutti i molluschi sono come dei filtri depuratori delle acque e
trattengono nel oro colpo le impurità: mangiarli significherebbe avere un filtro
per l’acqua ai nostri rubinetti e poi farne un brodino quando è bello nero.
34:2
10) Qual è il modo migliore per comprendere Levitico 11? Matteo 19:3-9
Gesù insegna chiaramente che non tutte le leggi che troviamo nell’Antico
Testamento esprimono il perfetto volere originario di Dio. Alcune hanno un valore
provvisorio a causa dell’incapacità umana a vivere secondo un ideale più elevato.
Tra queste leggi dovute al peccato, c’è anche quella che consente di mangiare gli
animali puri. In Eden, prima del peccato, quando l’uomo era perfetto e viveva in
mondo incorrotto, Dio diede una legge perfetta in assoluto che prescriveva l’uso
alimentare dei soli vegetali. Nel regno perfetto di Dio che viene, si tornerà a usare
solo vegetali. In questa prospettiva, mangiare carni pure è permesso, ma
dovremmo cercare di onorare soprattutto l’ideale di Dio. Se non ci è possibile,
evitiamo almeno di mangiare i cibi impuri e il sangue, per tutelare meglio la nostra
salute e per educarci, a poco a poco, a vivere in modo tale da dare testimonianza
del nostro amore per l’ideale di Dio di un mondo di amore e di pace.
Approfondimento
1) In Israele la carne era mangiata abitualmente e a volte anche la legge di
Dio ne consentiva e ne prescriveva. Su quali basi bibliche possiamo dunque
sostenere il vegetarianesimo?
Noi non pretendiamo che ci sia un comandamento che dica: «Sarai vegetariano!».
Studiare la Bibbia in una prospettiva cristiana è molto di più che cercare un
comandamento. Noi non siamo più servi che fanno qualcosa sola se sono
comandati (legalisti), ma figli che amano il loro Padre celeste e guardano al suo
cuore e alla sua vita per imparare ad imitarlo. Se noi capiamo che a Dio piace
qualcosa, non abbiamo bisogno che ce lo comandi per farlo, perché lo amiamo e lo
onoriamo, e perché ci fidiamo che ciò che lui desidera e sempre il meglio per noi.
In questa prospettiva, lo abbiamo già visto, abbiamo scoperto due fatti importanti:
1. Il progetto perfetto di Dio per la vita delle sue creature era il vegetarianesimo.
(Genesi 1:29,30).
2. Il progetto di Dio per il prossimo mondo perfetto è ancora una volta il
vegetarianesimo (Isaia 11:6-9).
Come abbiamo visto, dopo il diluvio, Dio ha ufficialmente acconsentito a che il
suo popolo consumasse degli alimenti carnei, ma continuò comunque a offrire
elementi che incoraggiassero al vegetarianesimo:
3. Quando Dio fece un miracolo per dare cibo al suo popolo diede loro la manna,
un cibo vegetale (Esodo 16).
4. Insieme alla manna, Dio mando loro delle quaglie (Esodo16:13), ma, mentre le
quaglie durarono solo un giorno, la manna durò quaranta anni. Alcuni non furono
felici di questo fatto e cominciarono a lamentarsene chiedendo una dieta diversa,
34:3
ma quello che avevano veramente nel cuore era il desiderio di carne (Numeri 11:410). Questi contestatori erano una «accozzaglia d gente raccogliticcia» (v. 4),cioè
forestieri – probabilmente Egiziani - che si erano mescolati agli Israeliti. Si erano
associati al popolo di Dio colpiti dai miracoli che avevano visto fare, ma il loro
cuore rimaneva legato alle loro vecchie abitudini, e desideravano mangiare carne.
E Dio gliela diede, ma non appena l’ebbero accostata alle labbra (quindi ancora
prima di mangiarla) una epidemia colpì molti di loro facendone morire un grande
numero (Numeri 11:18-20,33). Possiamo dunque vedere come Dio stesso dia a
volte della carne al suo popolo, ma anche come, quando essa diventa un idolo che
comanda la nostra adorazione, egli esprima la sua condanna.
2) Quali sono alcune ragioni per essere vegetariani?
1. La nostra salute fisica. L’uomo non fu creato per essere un carnivoro. Anche
ora, dopo una lunga storia di peccato, la nostra struttura biologica è quella di un
vegetariano: si pensi alla lunghezza dell’intestino, per esempio, più lunga di quella
dei carnivori. Anche se possiamo mangiare carne, il nostro organismo non è
equipaggiato per digerirlo in modo innocuo: l’acido urico prodotto è nocivo al
nostro corpo. Pensiamo ai grassi animali che aumentano la quantità di colesterolo
nel nostro organismo con conseguenze spesso tragiche. Non trascuriamo neppure il
fatto che attraverso la carne possiamo essere infettati in molti modi.
2. I metodi di allevamento moderni. Il consumo di carne diventa ancora più
pericoloso nella nostra epoca a causa dei metodi usati nell’allevamento intensivo
che costringe gli animali ad una vita innaturale che si aggrava per l’uso di
medicinali, ormoni, cibi non naturali.
3. La nostra crescita spirituale e la nostra testimonianza. Mangiare carne
implica violenza sulla creazione di Dio e ci educa alla violenza. Chi ha nel cuore il
regno di Dio si educa all’amore e alla pace verso tutta la creazione. Il
vegetarianesimo è sempre più praticato nei nostri Paesi, anche al di fuori della fede
cristiana, sia per ragioni sanitarie che per ragioni morali e spirituali. Molti lo fanno
influenzati da filosofie e religioni non cristiane. Non è un peccato che i cristiani
non diano una testimonianza che esalti i valori profondi della rivelazione di Dio?
4. Tutela dell’ambiente e rispetto dei poveri. Per quanto strano possa sembrare,
la produzione di carne implica uno spreco enorme di risorse e questo rende il
nostro pianeta più povero. Se tutti fossero vegetariani ci sarebbe più terra e più
cibo disponibile per tutti.
3) Per essere un Avventista del 7° Giorno è obbligatorio essere un
vegetariano?
No. Il vegetarianesimo è un ideale che ciascuno dovrebbe cercare di vivere, ma
non una legge che possiamo imporre indiscriminatamente. Alcuni potrebbero avere
problemi fisici con una dieta vegetariana. Alcuni vivono in regioni dove è molto
difficile approvvigionarsi di vegetali. Anche nei nostri Paesi, una alimentazione
34:4
vegetariana richiede una certa conoscenza ed esperienza per evitare che una
alimentazione vegetariana sbagliata crei carenze e disordini alimentari.
4) Cosa dire del veganismo?
I vegetariani mangiano normalmente un poco di latte, del formaggio e delle uova.
Per questo motivo, la loro dieta è chiamata ovo-lacto-vegetariana. I vegani usono
invece solo vegetali. Ellen G. White scrisse che, a causa dell’inquinamento,
sarebbe venuto il momento per il popolo di Dio di evitare uova, latte e derivati.
Alcuni pensano che tale tempi siano già arrivati o sono comunque convinti che sia
meglio essere esclusivamente vegetariani (vegani). Ci sembra giusto che su una
questione che riguarda la va personale di ognuno, ognuno sia libero di decidere in
piena libertà. È però importante sapere, se si desidera essere vegani, che bisogna
fare attenzione al pericolo di venire a mancare di certi nutrienti.
5) Alcuni pensano che la legge sulle carni pure e impure fu data solo a
causa delle condizioni climatiche in cui viveva l’antico Israele, e che nei
nostri Paesi non c’è motivo di osservarle.
Potremmo capire una tale obiezione se la legge riguardasse solo il consumo di
carne di maiale, molto grassa e non adatta a regioni molto calde. Ma la legge di
Dio va molto oltre questo semplice problema. Se quello fosse stato il problema,
Dio avrebbe dato una semplice lista di animali locali da non mangiare. Distingue
invece gli animali in base a caratteristiche morfologiche che possono essere
applicate universalmente. Ad esempio, Dio proibisce di mangiare la foca, un
animale molto comune nei paesi freddi abitati dagli esquimesi. E non è un caso che
la durata media della vita di questo popolo è tra le più basse del mondo.
L’obiezione non può funzionare per niente, neppure riguardo al divieto degli
animali acquatici e degli insetti impuri.
Discussione di alcuni testi
Introduzione. I cristiani abituati a rispettare la distinzione tra carni pure e
impure sono molto pochi. Molti semplicemente non la conoscono, altri pensano
che Cristo e gli apostoli abbiano abrogato questa legge. È perciò utile
considerare i testi che proverebbero questa tesi per vedere se vengono compresi
correttamente, secondo l’intenzione di chi li ha scritti e il contesto in cui sono
posti. Il presupposto di tali incomprensioni è che Gesù abbia abolito l’Antico
Testamento come norma per i Cristiani, ma Gesù ha detto proprio il contrario
(Matteo 5:17-20). Per non fraintendere, bisogna applicare i seguenti principi:
1.
2.
Poni ogni testo sullo sfondo della prospettiva generale dell’insegnamento
biblico.
Considera sempre il contesto letterario immediate per vedere tutto quello
che dice.
34:5
3.
4.
Considera sempre il testo per quello che vuole effettivamente dire (di cosa
parla?) e non per quello che noi vorremmo fargli dire.
Cerca sempre di scoprire il contesto sociale e religioso dal quale la
problematica del testo potrebbe sorgere.
Applicando questi semplici principi vedremo che i testi in discussione non
parlano mai di Levitico 11 e si riferiscono a problematiche diverse.
Genesi 9:3. Dopo il diluvio, Dio permise all’uomo di mangiare ogni tipo di
carne? Il testo dice: «Tutto ciò che si muove e ha vita vi servirà di cibo; io vi do
tutto questo, come l’erba verde.» Considerando il testo al di fuori del suo
contesto potremmo ricavarne l’idea che ogni differenza tra gli animali sia
esclusa. Dobbiamo però notare che la storia del diluvio ci dice che Dio salvò
nell’arca una coppia di animali impuri e sette coppie di animali puri per
«mantenerne in vita la specie» (Genesi 7:3). Notiamo due elementi: 1) La
distinzione tra animali puri e impuri esisteva già all’epoca del diluvio. A che
scopo fare questa distinzione? L’unico motivo che la Bibbia ci offre e per fare
una differenza a scopo alimentare e/o per quel che riguarda i sacrifici (Gen
8:20). 2) Poiché gli animali impuri salvati erano solo una coppia per ogni specie,
se l’uomo ne avesse ucciso solo uno, la specie sarebbe stata distrutta e sarebbe
venuto meno lo scopo per cui erano stati salvati nell’arca. Possiamo perciò
concludere che subito dopo il diluvio, quando già l’ordine di Dio si applicava, si
supponeva che gli uomini mangiassero solo gli animali puri anche se Dio
«sembra» permettere di mangiare tutto. Perché allora si dice: «Tutto ciò che si
muove e ha vita vi servirà di cibo; io vi do tutto questo, come l’erba verde»? La
risposta più probabile è che il testo si esprima attraverso una generalizzazione
enfatizzata, come per dire: «Come alla creazione vi ho dato il permesso di
disporre del regno vegetale, ora vi do il permesso di disporre del regno
animale». L’ebreo era abituato a questo tipo di linguaggio e lo capiva benissimo.
Confronta, ad esempio, Esodo 9:6 in cui si annuncia la morte di «tutto» il
bestiame d’Egitto, eppure in Esodo 11:4 ci sono ancora degli animali.
Evidentemente quel «tutto» aveva un valore relativo, e voleva dire «una gran
quantità». Infatti, nello stesso racconto, al versetto 3, si dice semplicemente «ci
sarà una tremenda mortalità.» In ogni caso, anche se al tempo del diluvio Dio
avesse permesso di mangiare ogni carne, Levitico 11 viene dopo ed esprime la
reale volontà di Dio per il suo popolo.
2) Matteo 15:1-20; Marco 7:1-23. Gesù ha abolito la distinzione tra animali
puri e impuri di Levitico 11? Alcuni usano Matteo 15:1-20 e il parallelo di
Marco 7:1-23 per sostenere questa tesi. Però, se leggiamo il contesto vediamo
che Gesù non sta discutendo affatto Levitico 11, ma una tradizione farisaica che
imponeva di lavarsi le mani prima di mangiare. Dobbiamo anche notare con
34:6
forza che mentre Gesù prende le distanze dalle tradizioni farisaiche, afferma
invece la necessità di osservare i comandamenti di Dio. Egli fa questo anche nel
nostro caso specifico rimproverando i farisei di trasgredire i comandamenti di io
a causa della loro tradizione (Mt 15:3-9; Mc 7:6-13). Ora anche Levitico 11 è
per Gesù una legge di Dio, ed è assurdo presentarlo, contrariamente a quanto
egli stesso dice, come se stesse invitando a trasgredirla.
Dobbiamo anche notare che il problema di cui stavano discutendo non era di
tipo igienico ma spirituale, altrimenti dovremmo credere che Gesù condannava il
fatto di lavarsi le mani prima di mangiare. Per comprendere correttamente la
discussione tra Gesù e i Farisei dobbiamo conoscere alcuni fatti:
1. All’inizio, nel Pentateuco, anche se le motivazioni date erano rivestite di
valori spirituali, le leggi di purità avevano un valore esclusivamente igienico. Ad
esempio, se uno toccava il corpo di una persona morta diventava impuro
(Numeri 19:13) ma questo non significava che era vietato toccare un morto per
seppellirlo: dovevano semplicemente lavarsi. Si tratta evidentemente di una
regola igienica che noi stessi osserviamo anche senza farla risalire alla Bibbia.
Non è che una persona diventa cattiva perché ha toccato un cadavere. Possiamo
ben capire questa realtà quando notando ancora come, in Israele, il concetto di
impuro fosse messo in parallelo con quello di sacro e quello di puro con quello
di profano (Levitico 10:10). Significa che mentre il profano è puro, e quindi
l’uomo comune lo può maneggiare normalmente, il sacro è impuro, non perché
sia cattivo, ma perché può nuocere e non deve quindi essere maneggiato in modo
e da persone sbagliate: se un uomo non consacrato tocca l’arca sacra muore (1
Cronache 13:9-10). Allo stesso modo, è pericoloso toccare qualsiasi cosa che sia
impura.
2. Tuttavia, con il tempo, il concetto di puro e impuro fu associate a valori
morali e spirituali, per indicare ciò che era compatibile o incompatibile con la
comunione con Dio. Isaia, ad esempio, considera se stesso un uomo dalle
«labbra impure» che vive in mezzo a un popolo dalle «labbra impure» (Isaia
6:5). Questo non vuol dire che il profeta avesse le labbra sporche o che avesse
toccato, così per idre, un maiale. Era impuro perché era un peccatore, membro di
un popolo di peccatore, e sentiva perciò la sua indegnità a stare di fronte alla
santità di Dio.
3. Al tempo di Gesù, probabilmente, il significato igienico delle leggi levitiche
era stato sostituito dal significato morale e spirituale dei tempi successivi. Di
conseguenza, i farisei, che tra l’altro esasperavano ed estendevano
impropriamente la portata delle leggi bibliche, consideravano come se fosse
peccatore e quindi impossibilitato a godere di accoglienza presso Dio, qualsiasi
persona che avesse toccato qualcosa di «impuro». Gesù rifiuta questo credenza,
dicendo che moralmente, quello che rende l’uomo impuro, non è quello che uno
tocca o il cibo mangiato senza avere lavato le mani, ma lo stato del suo cuore
34:7
rispetto ai valori di amore, onestà, giustizia, fedeltà. Come si vede, la
discussione non ha nulla a che fare con le leggi di Levitico 11.
Naturalmente, tutta questa discussione non vuol dire che facciamo bene a non
lavarci le mani. Il problema non nasce dalla cosa in sé ma dal significato errato
che i farisei le davano.
La frase che troviamo in Marco 7:19, «Così dicendo dichiarava puri tutti i cibi»
va compresa nell’ambito della discussione suddetta. Tutti i cibi sono puri, non in
rapporto alla loro natura ma al modo in cui sono usati e in rapporto alla purità
del cuore dei figli di Dio. Nel caso specifico, un cibo non rende spiritualmente
impuri solo perché toccato con mani non lavate. Potremmo forse anche dire che
neppure mangiare il maiale fa dell’uomo un essere spiritualmente inferiore
(tranne che ciò non avvenga come segno di ribellione a Dio). Ma questo non
significa che si faccia male a lavarsi le mani o a evitare tutto ciò che può avere
un influsso negativo sulla nostra salute.
3) Atti 10:11-16. Molti pensano che la visione avuta da Pietro significhi che
dopo la morte di Gesù tutti gli animali sono puri e si possono mangiare. Si tratta
di una interpretazione inaccettabile per diverse ragioni:
 In che senso Dio avrebbe purificato gli animali impuri? Forse che Dio ha
cambiato la loro natura biologica e il loro modo di vivere per cui non
farebbero più male? E se conservarono la loro natura, se non erano adatto
per Israele, perché lo dovrebbero essere per i cristiani?
 Pietro stesso non comprende la visione come molti fanno oggi. All’inizio non
riesce a capacitarsi, ma quando vede arrivare i servi pagani del pagano
Cornelio, e sente le parole dell’angelo che lo invita ad andare con loro senza
farsi scrupolo (Atti 10:17-21) allora capisce che quegli animali impuri erano
il simbolo dei pagani, considerati impuri dagli Ebrei, ma che ora debbono
essere accolti senza discriminazioni nel seno della chiesa cristiana (Atti
10:28). Nota come la visione sia inserita all’interno della storia di Cornelio
che comincia poco prima e continua subito dopo.
 Il fatto che Pietro continui a non mangiare cibi impuri (Atti 10:14) anche
dopo avere ascoltato l’insegnamento di Gesù su ciò che contamina o non
contamina (Matteo 15:1-20), rafforza la spiegazione che abbiamo dato su
questo testo nella discussione precedente. Confronta Atti 10:14 con Matteo
15:15 dove si mostra come Pietro fosse ben attento a quello che Gesù stava
insegnando.
4) Romani 14. Non dice l’apostolo Paolo che mangiare o non mangiare cibi
impuri riguarda solo la scelta individuale?
34:8
Per niente. In questo capitolo non c’è nulla che possa farci pensare a Levitico
11. Quello che l’Apostolo dice è che alcuni fratelli pensano di mangiare solo
vegetali mentre altri pensano di mangiare di tutto (v. 2). A cosa si riferisce
questa discussione? Nessuno può dirlo con certezza, perché non conosciamo
quali questioni si stavano discutendo nella chiesa di Roma. Di certo c’è che non
si sta discutendo delle carni pure o impure perché altrimenti non si capirebbe
perché alcuni, in contrasto con quelli che vorrebbero mangiare di tutto, mangino
solo vegetali. Molto probabilmente, il problema è lo stesso che c’era nella chiesa
di Corinto dove alcuni credenti, per evitare di mangiare qualche carne
proveniente dai sacrifici agli dèi, non potendo sapere quale carne proveniva da
tali rituali e quale no, decidevano di non mangiare carne affatto (Vedi 1 Corinzi
8:13). In quel «di tutto» dobbiamo vedere quindi un riferimento a questo
problema, senza che questo ci autorizzi ad estenderlo anche alle carni impure di
Levitico 11. Al massimo si potrebbe supporre un riferimento ad una sorta di
ascetismo o di disciplina alimentare favorevole al vegetarianesimo. Questo,
potrebbe essere lasciato alla scelta individuale. La questione è diversa se si tratta
di ubbidire o no ad una legge divina.
5) 1 Corinzi 10:19-32. Paolo non dice forse che possiamo mangiare qualsiasi
cosa si venda al mercato o qualsiasi cosa che la gente ci offre?
Il contesto chiarisce che Paolo non sta parlando riguardo a mangiare o non
mangiare carne in sé. Il suo non è un problema alimentare. Sta solo dicendo che
se uno vuole mangiare carne, lo può fare senza preoccuparsi del fatto che
potrebbe provenire da sacrifici fatti agli idoli, tranne che un fratello, il cui cuore
potrebbe essere disturbato da questa scelta, ti informa esplicitamente sulla
provenienza ritualmente pagana di quelle carni. In questo caso, Paolo invita a
rispettare la sensibilità dell’altro. Neppure in questo testo c’è alcun riferimento a
Levitico 11 e non possiamo quindi far dire a Paolo qualcosa di cui non parla.
Vedi anche il cap. 8 per vedere come Paolo stesse parlando della questione delle
carni sacrificate agli idoli.
6) Colossesi 2:16,20-23. Non invita Paolo a non giudicarci reciprocamente
quanto al «mangiare e bere»? Non condanna forse chi insegna a «non toccare,
non assaggiare, non maneggiare»?
Invece di «mangiare e bere» alcune traduzioni hanno «cibo e bevanda» ma si
tratta di traduzioni sbagliate. Il testo greco non si riferisce a ciò che si mangia
(broma) ma all’atto del magiare (brosis), non si riferisce alla bevanda (poma)
ma all’atto di bere (posis). Non si parla quindi della natura di ciò che si mangia
o beve ma del modo e dei momenti in cui si mangia e si beve. Lo stesso
linguaggio «non toccare, non assaggiare, non maneggiare» non ha nulla a che
fare con le norme alimentari di Levitico 11. Tra l’altro nessuna legge levitica
34:9
vieta di bere qualcosa se non l’alcol in una circostanza specifica (Lev 10:9). Per
capire quale sia dunque l’oggetto della discussione bisogna fare riferimento a
realtà diverse da quelle bibliche.
Molto probabilmente, come molti studiosi riconoscono, il testo si riferisce ad
una tendenza ascetica incoraggiata dai cosiddetti maestri della filosia di Colosse
(vedi Col 2:8). L’Apostolo sta discutendo i loro falsi insegnamenti non biblici,
non quello che Dio insegna nel libro del Levitico. In altre parole, Paolo non sta
criticando chi rispetta le leggi levitiche sulle carni pure e impure, ma delle
persone che cercano di imporre restrizioni umane riguardo al mangiare e al bere
in quanto tale. Molto probabilmente desideravano imporre qualche sorta di
digiuno come segno di umiltà e disprezzo per il corpo (Col 2:23). Le leggi
levitiche, invece, avevano lo scopo di proteggere il corpo, non di umiliarlo.
7) 1 Timoteo 4:1-5. Questo testo non ha nulla a che fare con le leggi igieniche
de levitico. L’Apostolo non sta incoraggiando a mangiare qualsiasi cosa
possiamo mettere in bocca purché si preghi su di essa. Provare con qualche
fungo velenoso e si vedrà se funziona, o mangiamo eccessivamente e se ne
vedranno le conseguenze! Non sta neppure dicendo che i cristiani possono
mangiare liberamente di qualsiasi tipo di carne. Non desideriamo caricare le
parole dell’Apostolo di significati spuri, ma lui sta condannando persone che
vietano di mangiare «cibi che Dio ha creati perché quelli che credono e hanno
ben conosciuto la verità ne usino con rendimento di grazie» (v. 3). Se dovessimo
usare questa frase letteralmente, dovremmo pensare che Paolo voglia
incoraggiare a mangiare solo vegetali perché solo questi Dio creò per essere
usati come cibo (Gen 1:29-39). Risulta però chiaro da altri testi che Paolo non
parla di qualche dieta speciale ma di un principio generale secondo il quale tutto
ciò che Dio ha creato è buono (Gen 1:31).
Chi sono gli avversari con i quali si sta confrontando? La migliore risposta è che
si tratti di aderenti allo gnosticismo. Questi credevano che la creazione del
mondo fisico non venisse dal Dio rivelato da Gesù e la consideravano qualcosa
di malvagio. La materia era la prigione del corpo e il matrimonio tendeva ad
essere svalutato e rifiutato perché con la procreazione che comportava si
perpetuava la prigionia delle anime – considerate come particelle di Dio - in
questo mondo. In questa prospettiva, molti cibi erano considerati più pericolosi
di altri ed erano proibiti, non perché erano impuri secondo levitico 11, ma
perché venivano dalla creazione malvagia e impura in sé. Possiamo quindi
comprendere perché Paolo dice che «tutto quello che Dio ha creato è buono»:
non perché possiamo mangiare qualsiasi cosa possiamo mettere in bocca, ma
perché ogni cosa viene da Dio che ha creato tutto in modo perfetto e buono.
8) In Ebrei 13:9 veniamo invitati a non lasciarci «trasportare qua e là da
diversi e strani insegnamenti; perché è bene che il cuore sia reso saldo dalla
34:10
grazia, non da pratiche relative a vivande, dalle quali non trassero alcun
beneficio quelli che le osservavano.» A cosa si riferisce?
Non è possibile dirlo con certezza. Il fatto che si tratti d insegnamenti «diversi e
strani» esclude che si riferisca a insegnamenti biblici come quelli sui cibi puri e
impuri. I vv. successivi fanno riferimento alla carne dei sacrifici che mangiavano
i sacerdoti israelitici mentre i cristiani hanno un «altare» al quale questi non si
possono accostare, un probabile riferimento alla cena del signore in cui Gesù
diventa cibo e bevanda dei credenti. Chi sa che, in questo contesto, non si voglia
pensare a qualche pratica giudaizzante sostenuta da qualcuno che voleva
raggiungere una qualche elevazione spirituale, attraverso la partecipazione a
banchetti sacri di qualche tipo, quasi ad imitare i sacerdoti dell’antico patto!
Chissà che questi giudaizzanti non volessero mischiare tali pratiche alla cena del
Signore? Chissa he Paolo non si stia riferendo a ex sacerdoti che sentivano la
mancanza della loro partecipazione ai riti del santuario che includevano anche il
mangiare porzioni dei sacrifici? (Lv 6:16–18; 7:15, 16, 31–34; Nm 18:8–10; Dt
18:1,2). Come dicevamo, possiamo fare solo congetture. In questo senso, il
mangiare di qualsiasi cibo, non è di alcun giovamento perché è la grazia in
Cristo che ci sostiene.
A proposito di pratiche strane si veda 1 Timoteo 1:3-4 dove invita Timoteo a
«ordinare ad alcuni di non insegnare dottrine diverse e di non occuparsi di favole
e di genealogie senza fine, le quali suscitano discussioni invece di promuovere
l’opera di Dio, che è fondata sulla fede.» (Vedi anche Tito 3:9). Si vede come
Paolo sia preoccupato per insegnamenti che esasperano il significato e il valore
di leggi bibliche, deviandone il senso e l’impatto nella vita dei credenti.
34:11
35. Leggi igieniche: alcolici
L’alcol rappresenta uno dei problemi peggiori del mondo. Nazioni sono state
distrutte dal suo uso e centinaia di milioni di persone soffrono per causa sua
anche nelle nazioni moderne del nostro mondo. Molti lo considerano
giustamente una droga legalizzata, e se molti lo accettano è solo perché fa parte
di un patrimonio culturale che abbiamo ereditato dal passato. Per lo stesso
motivo, in Sud America, alcuni nativi americani sono abituati a masticare le
foglie do coca. Come cristiani dovremmo onorare Dio nel nostro corpo e nel
nostro cuore, e aiutare anche il nostro prossimo dando loro una buona
testimonianza con le nostre parole e il nostro esempio. Quale atteggiamento
dovremmo quindi assumere di fronte alle bevande alcoliche?
1) L’alcol quanto può diventare pericoloso?
1 Corinzi 6:10. Per colpa dell’alcol possiamo arrivare addirittura a perdere il
regno di Dio. Vedi anche Corinzi 5:11.
2) Quale ammonizione diede Gesù ai suoi discepoli perché fossero pronti
per il suo ritorno? Luca 21:34.
3) Il libro dei Proverbi è un dei cosiddetti libri sapienziali, che cioè
insegnano a essere saggi. Quale consiglio vi troviamo a proposito dell’uso di
bevande alcoliche?
Proverbi 23:29-35. Nota che qui il problema non è solo quello di diventare
ubriachi ma quello di bere. Molti cristiani sono consapevoli che ubriacarsi è
contro la volontà di Dio, ma pensano che bere moderatamente vino o birra sia
cristianamente consentito. Dovremmo pensare che i milioni di alcolizzati hanno
cominciato tutti bevendo qualche bicchiere ogni tanto. Naturalmente questo
ragionamento non vale per i pericoli che si corrono anche quando si usa
qualcosa di buono, ma l’alcol non è qualcosa di buono che può comportare dei
pericoli: è semplicemente una droga e procura danni incalcolabili
IMMAGINE: È stato calcolato che ogni sette persone che usano alcolici
moderatamente, uno ne diventa schiavo. Terresti a casa un cane che ogni sette
ospiti che vengo a trovarti ne morde uno? E cosa dire dei danni prodotti anche
quando non si diventa alcolizzati?
4) È evidente che per Dio l’alcol è pericoloso. Possiamo trovare altre prove
per dire che Dio non desiderava che il suo popolo ne bevesse?
La Bibbia è molto chiara sul fatto che chiunque abbia una responsabilità
sociale e spirituale non dovrebbe assolutamente bere nessun tipo di alcolici
(a quel tempo no esistevano i superalcolici). Il motivo è che l’alcol ha la
capacità di influenzare la nostra mente riducendo o distruggendo la nostra
35:1
consapevolezza morale e spirituale, la nostra capacità di giudizio, e no ci
consente di onorare e di servire al meglio Dio e il nostro prossimo.
1. I re non debbono bere vino. (Proverbi 31:4-5)
2. I nazirei, persone dedicate a Dio, dovevano addirittura evitare ogni cosa
connessa con l’uva. (Numeri 6:2-3)
3. La madre di un futuro nazireo doveva evitare ogni sorta di bevanda alcolica
(Giudici 13:7). Nota come sia moderna la prospettiva biblica. È come se essi
sapessero che l’alcol può nuocere al feto attraverso la madre. Ora questo è
scientificamente provato ma a quei tempi, come facevano a saperlo?
4. I sacerdoti dovevano astenersi dall’alcol nell’ambito del loro servizio
sacerdotale per distinguere il puro dall’impuro e il profano da sacro (Levitico
10:9,10)
5. Gli anziani della chiesa cristiana dovevano essere «nephelios» (1 Timoteo
3:2-3). Questo termine è traducibile con «temperante», «sobrio», e si riferisce ad
una astensione dall’alcol.
5) Come possiamo applicare questi fatti a noi stessi?
Questi testi mostrano con chiarezza che il desiderio di Dio per coloro che
vogliono dedicarsi a lui al meglio e che sentono la loro responsabilità verso la
loro stessa vita e quella degli altri, è che si astengano totalmente dall’uso degli
alcolici. È per questo motivo che gli Avventisti del 7° Giorno, persone che
vogliono preparare loro stessi a entrare nel regno di Dio, e che sentono la
chiamata del Signore ad aiutare altri a prepararsi, hanno deciso di astenersi
anch’essi dagli alcolici.
PENSIAMO: Ci sono due diversi tipi di «spirito»: quello «divino» e quello «del
vino». Sembra che i due non siano compatibili. Qual è meglio scegliere?
Approfondimenti
6) Come norma generale, la Bibbia richiede l’astinenza dagli alcolici o la
moderazione?
Non tutti gli Avventisti capiscono allo stesso modo. Per alcuni la Bibbia richiede
una totale astinenza. Essi si appoggiano ai testi che abbiamo già considerato e
ritengono che altri testi, in cui sembra esserci un approccio più permissivo, si
riferiscano a bevande non alcoliche. In questo gioca una certa confusione
linguistica visto che sia in ebraico che in greco, la parola vino può riferirsi sia al
vino alcolico che al succo d’uva non fermentato. Altri pensano invece che la
situazione sia più incerta e che la Bibbia non richieda esplicitamente una
astinenza totale per tutti. Anche questi credono però che lo spirito della Bibbia
sia a favore di una totale astinenza e che questa si renda tanto più necessaria nel
35:2
nostro tempo a causa dei pericoli maggiori che gli alcolici comportano (facilità
di procurarsi gli alcolici e quindi di usarli più spesso che nel passato, presenza
dei superalcolici) e per l’insegnamento specifico che in questi ultimi tempi Dio
ci ha dato attraverso lo Spirito di profezia.
7) Perché gli Avventisti del 7° Giorno non usano alcun tipo di alcol?
1. Perché la Bibbia non incoraggia mai a usare alcolici. Al contrario mette in
guardia contro il loro consumo. Anche nella prospettiva della pazienza divina
manifestata nel passato a causa della durezza del cuore dell’uomo (Mat 19:8),
oggi dobbiamo andare oltre quella situazione. Nella Bibbia, Dio ha permesso al
suo popolo cose molto cattive come la guerra, la poligamia, la schiavitù. A
proposito di quest’ultima, dobbiamo dire che essa non è esplicitamente vietata
neppure nel Nuovo Testamento ma noi speriamo che per questo nessun cristiano
voglia dire che essa va bene. Per quel che riguarda l’alcol, Dio è molto chiaro
sui suoi pericoli e chiedendo l’astinenza a chi si vuole consacrare totalmente a
lui, ci fa capire quale debba essere oggi la nostra scelta se anche noi volgiamo
amarlo con «tutto il nostro cuore». Al di là degli aspetti rituali, noi volgiamo
essere consacrati a Dio come i dazieri, e siamo chiamati da Dio ad essere suoi re
e sacerdoti (1 Pietro 2:9; 2 Tim 2:12; Ap 5:10).
2. Perché il pericolo dell’alcol è ora molto più grande che ai tempi biblici. A
quei tempi il vino non era così alcolico come oggi, i superalcolici come il
whiskey e la vodka non esistevano. Forse perché il vino era una bevendo
costosa e quindi non così facile da ottenere per molti, o forse anche soltanto per
una questione di gusto, si amava berlo diluendolo con acqua o anche
riscaldandolo, cosa che faceva abbassare notevolmente il grado alcolico.
3. Perché gli Avventisti del 7° Giorno hanno una missione speciale da compire
nel nostro mondo, simile a quella di Giovanni il Battista che predicava l’avvento
del Messia. Come Giovanni preparava il popolo per la prima venuta di cristo, così noi
dobbiamo fare per la sua seconda venuta. Come Dio chiese a Giovanni, in vista
dell’importanza del suo compito, di essere un nazireo astenendosi quindi dall’alcol
(Luca 1:15), così noi crediamo di essere chiamati a fare altrettanto.
4. Perché Dio ci ha direttamente chiesto di fare così grazie agli insegnamenti
dateci attraverso il dono profetico di Ellen G. White, superando i limiti imposti
dai tempi antichi e protendendoci verso uno stile di vita migliore in cui non c’è
nulla che possa distruggere la nostra consapevolezza spirituale, come gli alcolici
e le altre droghe.
5. Perché solo se usiamo succo d’uva non fermentato possiamo permettere a
tutti, e specialmente agli ex alcolisti - che debbono evitare ad ogni costo l’uso
pur minimo di alcol - di partecipare alla cena del Signore.
35:3
Discussione di alcuni testi biblici
8) Giovanni 2. Gesù non fece il suo primo miracolo proprio trasformando
l’acqua in vino? Perché lo fece se il vino è pericoloso?
A Cana, Gesù trasformo l’acqua in vino «buono» (v. 10), ma questo non
significa che era alcolico. Gli Ebrei erano abituati a usare vino dolce, non
fermentato (si pensi, ad esempio, ad Atti 2:13 in cui i discepoli furono
ironicamente accusati di essere «pieni – cioè ubriachi – di vino dolce») e noi
crediamo che questo fosse il vino creato da Gesù. Al tempo di Gesù non esisteva
lo zucchero e il vino buono non era necessariamente quello forte come oggi, ma
quello dolce, il succo d’uva, una vera delizia per il palato. Abbiamo già visto
che molti usavano bere il vino mescolato con l’acqua (vedi il libro apocrifo di 2
Maccabei 15:39) e aromatizzandolo con erbe e addolcendolo con del miele. I
loro gusti e il metro del loro giudizio era decisamente diverso dal nostro.
Ellen G. White così commenta:
«Fu Cristo che nell’Antico Testamento, diede a Israele l’ammonimento: “Il vino
è schernitore, la bevanda alcolica è turbolenta, chiunque se ne lascia sopraffare
non è saggio.” Proverbi 20:1. Non fu lui a provvedere una tale bevanda. Satana
tenta gli uomini a cedere a pratiche che oscurano la ragione e paralizzano le
percezioni spirituali, ma Cristo ci insegna a sottomettere la nostra natura
inferiore. Egli non ci pone mai davanti a cose che costituirebbero una tentazione.
Tutta la sua vita fu un esempio di padronanza di sé. Fu per spezzare il potere
dell’appetito che digiunò per quaranta giorni nel deserto soffrendo così per noi
la prova più severa che l’umanità potrebbe sopportare. Fu Cristo che chiese a
Giovanni battista di non bere né vino né [altre bevande alcoliche]. Fu lui che
sottomise la moglie di Manoa a una simile astinenza. Cristo non contraddisse il
suo stesso insegnamento. Il vino non fermentato che procurò agli ospiti dello
sposalizio era una bevanda sana e rinfrescante. Questo è il vino che fu usato dal
Signore e dai suoi discepoli nel primo servizio di Comunione. Questo è il vino
che dovremmo sempre trovarsi sulla tavola dei nostri servizi di Comunione
come simbolo de sangue del Salvatore. Il servizio sacro vuole essere un ristoro
per l’anima e un dono di vita. Non deve esserci nulla in esso che possa offrire
una qualsiasi occasione di male.» (The Ministry of Healing, p. 333.)
9) 1 Timoteo 5:23. Perché Paolo chiese a Timoteo di bere un poco di vino?
Notiamo innanzitutto che Timoteo era abituato a bere solo acqua. Se Paolo gli
chiede di aggiungere un poco di vino all’acqua (questo è il significato delle sue
parole) è solo per un motivo particolare e non come un comando generale.
Dobbiamo ricordare che Paolo stesso aveva insegnato che gli anziani della
chiesa dovevano essere astemi (1 Timoteo 3:3). Come avrebbe potuto chiedere a
Timoteo, che aveva una responsabilità anche maggiore di quella di un anziano,
usare vino fermentato? Evidentemente, quello che Paolo sta chiedendo è di usare
35:4
un poco di succo d’uva. Questa comprensione è sostenuta dal fatto che, al tempo
di Paolo, molti usano vino non fermentato (a volte uno sciroppo) diluito con
acqua per curare dei disturbi dello stomaco. (Vedi Samuele Bacchiocchi, Il vino
nella Bibbia, p. 218).
«L’uso di vino fermentato spinse Nadab e Abihu a confondere il sacro con il
profane e pagarono questo errore con la morte. Dopo questo, delle restrizion
severe furono imposte in relazione al servizio sacro. Fu loro proibito di toccare
vino o di usare uve in qualsiasi modo, per evitare le conseguenze che nascerebbe
da una loro familiarità con il vino fermentato. Quando del cibo o delle bevande
che mettono a rischio il cervello sono introdotti nella nostra bocca, il Distruttore
trova la sua opportunità di entrare e di detronizzare la ragione. Siate certi che
Paolo mai ha consigliato a Timoteo di usare quello che il Signore aveva
proibito.» (E. G. White, Manuscript Releases Volume Ten, p. 200).
10) Gesù non ha usato forse del vino per l’ultima cena?
Si, lo ha fatto. Ma abbiamo buone ragioni per pensare che fosse vino non
alcolico.
1) Gesù chiamo quel vino «frutto della vigna» (Matteo 26:29; Marco 14:25;
Luca 22:18), un’espressione molto probabilmente da riferirsi al vino non
fermentato, come esce dal grappolo d’uva.
2) La legge non consentiva di usare niente che fosse fermentato durante la cena
pasquale (Esodo 12:15 proibisce qualsiasi sostanza fermentata, non solo pane).
Anche se parte dei giudei avevano abbandonato questa norma, possiamo credere
che Gesù la onorasse al meglio per rappresentare l’incorrotto sacrificio del suo
sangue (vedi in 1 Corinzi 5:7,8).
3) Ci sono alcune testimonianze sul fatto che alcune chiese cristiane antiche
usavano vino non fermentato (vedi Bacchiocchi, pp. 154-155). Da dove possono
avere attinto questa pratica se non dalla tradizione evangelica?
4) Al tempo di Gesù c’erano due diversi calendari religiosi in Israele. In
occasione dell’ultima cena Gesù celebra la Pasqua un giorno prima di quello
ufficiale, quello in cui Gesù steso sarebbe stato messo a morte come agnello
pasquale (Giovanni 13:1). E’ possibile che Gesù abbia fatto questo anche
favorito dalla presenza del calendario essenico. Comunque sia, è un dato di fatto
che in Israele, gli Esseni erano abituati a non usare mai vino fermentato.
Leggiamo nel loro libro, Regola della comunità (1QSa), par. 17-21: «E allorché
disporranno la tavola per mangiare o il vino dolce per bere …». Luigi Moraldi
commenta: «Il termine ebraico (tirôsh) tradotto con “vino dolce” significa
letteralmente “mosto” ed è totalmente diverso dalla parola ebraica per “vino”
(jaîn). Possiamo dunque dedurre che i membri della setta non bevevano vino
fermentato.» (Luigi Morali, I Manoscritti di Qumran, Vol 1, 1971, p. 151).
35:5
11) Proverbi 31:6,7 permette a chi sta per perire di bere vino. Perché?
Il significato del testo è ironico. I re non debbono bere vino affinché la loro
mente sia limpida e guidare convenientemente il loro popolo. Solo chi ha
bisogno di dimenticare può avere qualche giovamento a usarlo. Per quel che
riguarda noi cristiani, dobbiamo chiederci se sia saggio annegare le nostre pene
nell’alcol o se non dobbiamo invece chiedere aiuto allo Spirito di Dio (Efesini
5:18) e portare tutto ai piedi di Colui che ci invitò a portare a lui ciò che ci
angustia (Matteo 11:28).
12) Deuteronomio 14:26 non invita la gente a bere bevande forti alcoliche?
Se questo fosse il caso, dovremmo notare che il testo non esprimerebbe un
comando ma un permesso a ché la gente si rallegri come è abituata a fare.
Tuttavia dobbiamo notare che la traduzione «bevanda forte» è scorretta poiché
fa pensare che si riferisca ai nostri superalcolici frutto di distillazione, cosa che a
quei tempi non esisteva (cominciò a essere praticata solo 500 anni dopo Cristo).
La parola originale (shekar) si riferisce a ogni tipo di bevanda dolce diversa dal
succo d’uva (è dalla stessa radice di questa parola che viene la nostra parola
«zucchero»). Queste bevande, come succede a tutto ciò che è zuccherato,
potevano anche diventare alcoliche con il tempo, ma non era sempre il caso.
35:6
36. La nostra vita cristiana e il denaro (decima)
Dio è nostro padre e desideriamo onorarlo in tutti gli aspetti della nostra vita.
Come cristiani riconosciamo con gioia la grazia di Dio e le sue benedizioni. Non
dimentichiamo che tutto quello che abbiamo viene da Dio, come a volte si
rischia di fare: “Guàrdati dal dimenticare il SIGNORE, il tuo Dio, al punto da
non osservare i suoi comandamenti, le sue prescrizioni e le sue leggi che oggi ti
do; affinché non avvenga, dopo che avrai mangiato a sazietà e avrai costruito e
abitato delle belle case, dopo che avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto
moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento, il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, che
il tuo cuore si insuperbisca e tu dimentichi il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ha
fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù; che ti ha condotto
attraverso questo grande e terribile deserto, pieno di serpenti velenosi e di
scorpioni, terra arida, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te acqua dalla roccia
durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna che i tuoi padri non avevano
mai conosciuta, per umiliarti e per provarti, per farti, alla fine, del bene.
Guàrdati dunque dal dire in cuor tuo: La mia forza e la potenza della mia mano
mi hanno procurato queste ricchezze. Ricòrdati del SIGNORE tuo Dio, poiché
egli ti dà la forza per procurarti ricchezze, per confermare, come fa oggi, il patto
che giurò ai tuoi padri.” (Deuteronomio 8:11-18)
Un modo per riconoscere la grazia di Dio nella nostra vita è quello di essergli
fedele nella restituzione della decima. Vediamo di cosa si tratta.
1) Cosa comandò Dio a Israele? La decima di ogni guadagno è del Signore.
Levitico 27:30-32
2) Per quale scopo era usata la decima? Per sostenere il ministero spirituale della
tribù di Levi. Numeri 18:21-29. Levi era la tribù dedicata a Dio e al suo servizio.
3) I leviti quali condizioni preliminari dovevano adempiere? Non avevano
altri possessi tra le tribù d’Israele (Numeri 18:20). Noi applichiamo questo
principio al fatto che i ministri del vangelo che vivono grazie alla decima non
debbono dedicarsi ad altre attività regolarmente remunerate. Come Paolo
direbbe, se vivono del vangelo debbono dedicarsi totalmente al vangelo.
4) Dio come considera la non restituzione della decima? Come un furto a
Dio. (Malachia 3:7-10)
5) Il ministero cristiano deve essere sostenuto dai credenti? I ministri
ricevano di che vivere dal vangelo. (1 Corinzi 9:14)
36:1
6) Gesù cosa insegnava sulla decima? Non dev’essere abbandonata. Matteo
23:23 (vedi anche Matteo 5:17-20)
7) Nella Bibbia quand’è che troviamo la decima per la prima volta? Abramo
la dà a Melchisedec come sacerdote dell’Iddio altissimo. (Genesi 14:17-20)
8) Giacobbe che cosa promise a Dio? Gli avrebbe dato la decima di ogni
benedizione che avrebbe ricevuto. (Genesi 28:22)
9) Perché dovremmo restituire la decima al Signore?
1. Perché Dio lo ha comandato.
2. Perché esprime la nostra fedeltà a Dio come signore del mondo e della vita
(Salmo 50:12) di cui noi siamo solo amministratori.
3. Perché esprime il nostro desiderio di sostenere la Chiesa di cui siamo parte.
4. Rispetto agli antichi Ebrei, noi cristiani abbiamo un motivo in più per essere
fedeli anche in questo campo: per darci la vita eterna, Dio non ha risparmiato il
suo figlio Gesù Cristo.
10) L’uso della decima può essere decisa dal credente personalmente? No, deve
essere portata nella casa di Dio. (Malachia 3:10)
Tutti gli aspetti della nostra vita sono un dono di Dio e siamo quindi invitati ad
onorarlo anche in rapporto alle nostre ricchezze. La restituzione della decima e il
dono delle offerte è qualcosa che Dio ci chiede per riconoscere la sua sovranità e
il suo amore, e per essere suoi collaboratori a favore degli uomini.
Aspetti pratici
Dio è il padrone delle decime e delle offerte. Anche se sono usate per sostenere i
ministri, questo non significa che è la chiesa che paga i ministri. È Dio che sostenta i suoi
ministri perché le decime sono sue. La chiesa è solo lo strumento usato da Dio per
raggiungere questo scopo.
Per ragioni pratiche, e per evitare discriminazioni tra ministri, la decima non viene data
direttamente al pastore locale. Attraverso la tesoreria della chiesa locale esse viene
passata alla tesoreria dell’Unione che l’amministra in modo equo a favore di tutti i
pastori e delle attività evangelistiche.
Tutti i membri di chiesa dovrebbero essere fedeli nella restituzione della decima ma, per
evitare fraintendimenti e per non scoraggiare un membro in difficoltà, la Chiesa continua
ad amare un fratello inadempiente e riconoscerlo come fratello in Cristo e membro della
chiesa. Il solo limite posto è che un membro che si trovi in una tale situazione non
assuma incarichi ufficiali all’interno della comunità.
36:2
Quando chiediamo di essere battezzati, dovremmo cominciare ad esercitare a nostra
fedeltà in questo campo. Se nel momento del primo amore non siamo fedeli al Signore,
cosa può accadere dopo?
La restituzione della decima non esaurisce l’ambito della nostra fedeltà a Dio. La decima
è testimonianza che tutto quello che abbiamo viene da Dio e dobbiamo quindi
amministrarlo sempre per il bene.
Testi biblici
Ebrei 7:8 Anche Cristo, come Melchisedec, e con ancora più diritto dei sacerdoti
levitici riceve la decima.
Luca 10:7, Mt 10:10, cfr. 1 Tm 5:18: «l’operaio è degno della sua ricompensa».
 dell’Eterno (Gn 14:18-20, cfr. Eb 7:1-10);
 Giacobbe adotta la decima dopo aver scelto il Dio dei suoi padri come
suo Dio (Ge 28.19-22);
Ai tempi di Mosè la decima viene confermata:
 In Lv 27:30 non viene detto che il fedele deve dare la decima al Signore.
Viene detto molto di più: la decima «appartiene» al Signore. È sua, non
dell’uomo. In tal senso la decima si può solo restituire.
 Se l’israelita aveva bisogno dei prodotti della decima per qualsiasi
motivo (ad esempio del grano per la semina), poteva cambiarla in denaro
aggiungendo un quinto del suo valore (Lv 27:31).
 Le decime dovevano essere portate a Gerusalemme (Dt 12:5-6, 17-18).
Se l’offerente abitava molto lontano ed il trasporto era problematico,
poteva cambiarla in denaro senza aggiunte (Dt 14:22-27).
 Le decime sono date ai leviti «in cambio del servizio che svolgono» (Nm
18:21-24). A loro volta i leviti restituivano «la decima della decima»
(Nm 18.26) ai sacerdoti (Nm 18:28-29, cfr. Neh 10:39).
 Gli israeliti, inoltre, restituivano una seconda decima, usata per un
banchetto di ringraziamento a Dio, in cui erano invitati i leviti, gli
stranieri, gli orfani e le vedove (Dt 14:22-29 e 26:12).
Nel resto dell’A.T. la decima sarà menzionata nei periodi di apostasia a cui
fa seguito una riforma:
 Al tempo di Ezechia, con le varie riforme fu ripristinata anche la decima
(2 Cr 31:3-6,12);
 Dopo l’esilio Nehemia reintroduce l’istituzione della decima (Ne
10:29,37-38, 12:44-47, 13:10-12);
 Malachia denuncia l’infedeltà del popolo e lo sdegno di Dio «derubato»
delle decime (Ml 3:7-12).
36:3
Nel Nuovo Testamento
Nel N.T. troviamo una situazione particolare: da una parte i primi cristiani
erano ancora legati al tempio e alla sinagoga; dall’altra con gli sviluppi della
chiesa, la distruzione del tempio e la rottura con il mondo giudaico,
svilupparono gradualmente un sistema amministrativo autonomo. Gesù
confermò il principio della decima, considerandola tra le cose che «bisogna
fare», senza trascurare le altre (Mt 23:23).). Paolo dichiara l’equivalenza tra
i leviti dell’A.T. e i cristiani che predicano l’evangelo a tempo pieno (1 Cor
9:1-14). Anche se qualche volta ha rinunciato a questo diritto (2 Cor 11:7),
per Paolo il principio rimane (2 Tes 3:9)
36:4
37. Il santuario di Dio: il luogo santo e il servizio
continuo
Scopo: Aiutare a capire la dottrine dal santuario terreno come simbolo del piano
della salvezza centrato in Cristo. Mostrare come il Signore ha insegnato e offerto
questo piano anche prima dell’incarnazione e della morte di Gesù. In questo
studio esamineremo il servizio che si svolgeva nel cortile e nel luogo santo, il
servizio chiamato «il continuo», per preparare la via a capire il servizio annuale
del giorno delle purificazioni.
Introduzione
Non molti cristiani conoscono l’insegnamento biblico riguardo al santuario.
Eppure è qualcosa di talmente importante che, oltre a molti altri testi, ben due
libri della Bibbia sono quasi interamente dedicati ad esso (Levitico ed Ebrei).
Attraverso il santuario sappiamo come Dio manifestò la sua grazia ai peccatori
dell’Antico Testamento e qual è il significato della salvezza in Cristo. Il
santuario ci aiuta a guardare a Gesù come nostro sommo sacerdote e ci dà
fiducia e speranza.
Elementi introduttivi
1. La Bibbia insegna che la conseguenza del peccato è la morte. Romani
6:23.
2. La salvezza e la vita eterna sono offerte attraverso Gesù Cristo. Romani
6.23.
3. Questa salvezza come poteva essere rappresentata e offerta prima
dell’incarnazione e del sacrificio di Gesù?
Fin dall’inizio della storia umana, i credenti hanno imparato ad esprimere la loro
fede nella venuta di un Salvatore offrendo a Dio dei sacrifici.
Genesi 3:7,21 ci dice che dopo il primo peccato, l’uomo e la donna si sentirono
a disagio nel loro proprio animo e con il mondo che li circondava. Per rimediare
a questa situazione si coprirono con delle foglie di fico, un simbolo
dell’inadeguatezza delle soluzioni umane al problema del peccato. Quello di cui
avevano bisogno era qualcosa di più consistente delle foglie di fico, un «abito»
durevole che potesse veramente ricoprire la loro «nudità» fisica e spirituale. Per
raggiungere questo scopo, un animale fu sacrificato e la sua pelle usata come
tunica. Questo fu il primo sacrifico: la vita di un essere innocente fu offerta per
coprire la colpevolezza dell’uomo e ridargli speranza e sicurezza. Questo
sacrificio fu Dio stesso ad offrirlo e rappresenta il dono che Dio averebbe fatto
del Figlio suo sulla croce come sacrificio per la salvezza dai nostri peccati.
37:1
Abele offrì dei sacrificio animali a Dio (Gn 4:4) e i patriarchi continuarono
questa pratica (Gn 31:54). Molte volte questi sacrifici sono offerti come segno di
gratitudine a Dio, ma a volte il loro scopo è quello di chiedere il perdono di un
peccato commesso (Gb 1:5). All’inizio, ognuno poteva offrire il suo sacrificio
personalmente e ovunque si trovasse, ma quando Israele divenne il popolo di
Dio, Egli diede delle precise istruzioni su come e dove farlo. L’elemento
essenziale di queste norme era che il sacrificio poteva essere offerto solo in un
luogo, il santuario, che Dio comandò a Mosè di costruire (Es. 25:8).
Significato generale del santuario
4. Dopo averli liberati dalla schiavitù in Egitto, Dio chiese al suo popolo di
costruire un santuario, una tenda destinata ad un uso sacro. Qual era il suo
scopo fondamentale?
Esodo 25:8,9: Il santuario rappresentava il desiderio di Dio di condividere la
vita del suo popolo, di assicurarli della sua presenza e del suo amore. Visto che
a quel tempo Israele viveva in tende, anche il santuario era una tenda. Quando il
popolo si spostava, la tenda di Dio si spostava con loro, un simbolo
meraviglioso di Gesù che viene a stare con noi e a vivere la nostra vita.
Vale la pena di notare uno speciale significato di quella tenda: Dio stesso e non
il popolo decide come dev’essere: è Dio che decide come deve essere il suo
popolo e quale sia la via della salvezza. Quando Israele divenne sedentario e
politicamente stabile, Salomone costruì un tempio in muratura, ma la struttura di
base rimase la stessa. Tuttavia, anche Salomone era consapevole dei limiti di
quel tempio: per quanto splendido, quella costruzione non era che un pallido
riflesso della vera casa di Dio, il tempio in cielo (2 Cr 6:18-23). «Il SIGNORE è
nel suo tempio santo; il SIGNORE ha il suo trono nei cieli; i suoi occhi vedono,
le sue pupille scrutano i figli degli uomini» (Sal 11:4. Vedi anche 103:19; Is.
66:1).
5. Il N.T. come considera il santuario e i suoi riti?
Ebrei 8:1-5. La lettera agli Ebrei chiarisce il significato spirituale e simbolico
del santuario di Israele: era solo un’ombra, una parabola, un simbolo della realtà
celeste, e quello che vi accadeva era un simbolo di quello che Gesù avrebbe
fatto un giorno per la nostra salvezza.
37:2
6. Com’era il santuario?
La descrizione completa si trova in Esodo 25-27 ma Ebrei 9:1-5 ce ne offre una
sintesi (per l’incensiere si veda punto 3. del paragrafo a. che segue).
Era diviso in due locali: il primo era chiamato luogo santo, il secondo santo dei
santi o luogo santissimo (Esodo 26:30-34).
a)
Il luogo santo conteneva:
1. Il candelabro a sette bracci (Es 25:31-40; 26:35) che doveva
ardere perpetuamente (Es 27:20). Oltre ad uno scopo pratico, può
rappresentare la luce di Dio. Gesù è la luce del mondo (Gv 9:5).
2. La tavola dei pani sulla quale venivano posti dodici pani, una per
ogni tribù (Es 26:35; Lv 24:5-9). Può rappresentare il pane della
vita che è Gesù (Gv 6:48).
3. L’altare dei profumi subito prima del velo che separava il luogo
santo dal luogo santissimo (Es 30:1,6). Questi profumi
rappresentano le preghiere del popolo di Dio, accolte, appunto, come
un profumo soave (Ap 8:3). (In Ebrei 9:1 si dice che questo altare
apparteneva al santissimo. Questo può essere spiegato per il fatto
che, pur trovandosi nel luogo santo, il suo profumo si innalzava al di
sopra della cortina e penetrava nel santissimo, dove si manifestava
la presenza di Dio. Serviva quindi al santissimo anche se si trovava
nel santo.)
37:3
b) Il luogo santissimo conteneva:
1. L’arca (cassa) del patto (Es 26:33), che fungeva come da sgabello
del trono invisibile di Dio (1 Cr 28:2).
2. Dentro l’arca c’erano le due tavole dei dieci comandamenti (Es
25:16). I popoli antichi usavano porre i loro trattati, le loro leggi,
ai piedi dei loro dèi chiamandoli ad essere i loro custodi e i
testimoni della loro fedele osservanza. Questo significa che il
Decalogo era la legge fondamentale del patto tra Dio e Israele e
che Israele si impegnava a osservarlo fedelmente. Dio sarebbe
stato testimone di qualsiasi loro trasgressione. Il decalogo era per
questo chiamato la «testimonianza» (Es 25:21) e l’arca era
chiamata «l’arca della testimonianza» (Es 25:22).
3. L’arca era chiusa da un coperchio chiamato kapporet, tradotto in
genere come propiziatorio, ma che può significare semplicemente
«coperchio» (Es 25:21).
4. Sopra il propiziatorio c’erano due angeli rappresentanti la corte
angelica che adora Dio (Ed 25:17-21). Degli angeli erano ricamati
anche su tutte le cortine interne del santuario (Es 26:1).
5. Tra questi due angeli si manifestava la scekinah (un termine usato
nella letteratura rabbinica per indicare la presenza di Dio. Dalla
stessa radice del verbo «dimorare»), la gloriosa presenza di Dio
(Es 25:8,22).
Il cortile
7. Il santuario si trovava all’interno di un cortile riservato per il servizio di
Dio (Es 27:9)
Vi si trovavano:
1. Un altare per gli olocausti (olocausto significa «interamente bruciato»), per
bruciare parte dei sacrifici (Es 40:6). Ai suoi piedi si offrivano i sacrifici.
Esso costituiva la prima tappa nel cammino verso Dio: è grazie all’offerta di
un sacrificio, simbolo del sacrificio di Gesù che possiamo cominciare il
nostro percorso verso Dio e la salvezza che ci offre. Questi sacrifici sono il
simbolo, come vedremo, del sacrificio di Gesù che offre la sua vita al posto
nostro. Egli è la nostra via verso Dio (Gv 14:6).
2. Un bacino, una conca di rame per le purificazioni (Es 40:7) è il secondo
arredo, tra l’altare degli olocausti e il santuario vero e proprio. Esso
rappresenta la purificazione che ci viene offerta grazie a Cristo. È grazia a
questa purificazione che possiamo entrare nel santuario e godere della piena
comunione con Dio. Possiamo vedervi un simbolo del battesimo cristiano,
attraverso il quale abbiamo il perdono dei peccati nel nome di Gesù ed
entriamo a fare parte del suo popolo.
37:4
8) Quale significato spirituale possiamo attribuire al cortile nel suo insieme?
Mentre il santuario terreno rappresenta quello celeste e la mediazione che Gesù
vi svolge in nostro favore, il cortile può rappresentare l’esperienza che Gesù ha
vissuto per noi in questo mondo (la sua croce) e i benefici della sua grazia già in
questa nostra vita terrena.
I sacrifici per il peccato
9. Nel santuario venivano offerti molti tipi diversi di sacrifici. I più
importanti erano comunque quelli per il peccato.
a.
b.
c.
d.
Il peccatore doveva rendersi conto del suo peccato e offrire un
sacrificio (Lv 5:5,6).
Doveva confessare il suo peccato (Lv 5:5). Nota che il peccato non
veniva confessato a un sacerdote ma direttamente a Dio.
Doveva porre una mano sul capo del sacrificio (Lv 4:4,15,24,29). In
questo modo identificava se stesso con l’animale che moriva prendendo
il suo posto. Altri testi ci permettono di capire che questa imposizione
della mano coincideva con la confessione dei peccati (Lv 16:20-22).
Ogni volta che si impongono le mani su qualcuno è sempre per
trasferire su di lui qualcosa. Poteva essere una benedizione sui figli (Gn
48:14,20) o, nel caso di una consacrazione, l’autorità di compiere
l’ufficio assegnato (At 13:2,3). Nel caso della confessione del peccato
ciò che veniva trasmesso era il peccato stesso e l’animale moriva per il
peccato del peccatore.
Era il peccatore stesso che doveva uccidere l’animale. Applicando tutto
questo al nostro rapporto con Gesù, capiamo che il nostro Salvatore
non è stato messo a morte solo dai Giudei o dai Romani perché tutti noi
siamo moralmente responsabili della sua morte: i nostri peccati lo
hanno ucciso (Is 53:5; 1 Cor 15:3). PENSIAMOCI: Quando
comprendiamo questo fatto, cosa diventa il nostro peccare?
10. Su che basi possiamo dire, come abbiamo fatto, che il sacrificio per il
peccato rappresentava Gesù?
Giovanni 1:29. Gesù è il vero sacrificio per il peccato. Egli diede la sua vita per
il nostro perdono e la nostra salvezza. Anche i testi seguenti confermeranno
questa comprensione.
11. Quali differenze ci sono tra il sacrificio degli animali e quello di Gesù?
Ebrei 9:9,12; 10:1,4: I sacrifici animali erano solo dei simboli e non potevano
risolvere il problema del peccato. Solo quello di Gesù può farlo.
Ebrei 10:1,14: I sacrifici animali non possono cambiare la nostra vita, ma quello
di Gesù si.
37:5
Ebrei 9:26; 10:12: I sacrifici animali erano molti, quello di Gesù è unico e per
sempre. Per questo non possiamo considerare la messa cattolica come un
sacrificio e l’eucaristia come l’offerta ripetuta del suo corpo.
I sacerdoti
12. Chi aiutava il peccatore a presentare il suo sacrificio davanti a Dio?
Dopo che il sacrificio era stato offerto dal peccatore, doveva essere presentato
davanti a Dio nel santuario, ma il peccatore non poteva entrarvi. C’era perciò
bisogno di un mediatore e questo era il ruolo svolto dai sacerdoti. C’erano due
modi in cui il sacrificio per il peccato poteva essere presentato davanti a Dio:
a.
b.
Attraverso il sangue portato dentro il santuario (Lv 4:5,6,16). Questo
avveniva però solo nei casi più importanti; il popolo intero o il
(sommo) sacerdote che li rappresentava.
Per la maggior parte dei sacrifici, quelli individuali della gente comune,
il sacrificio veniva portato direttamente nel santuario dai sacerdoti che
ne mangiavano la carne nel luogo santo. (Lv 10:17,18).
13. Perché il sacrificio doveva essere portato dentro il santuario?
a. Una prima risposta è che questo doveva essere fatto semplicemente perché lo
si presentava a Dio la cui presenza si manifestava nel santuario.
b. Ma il testo di Levitico 10:17,18 sottolinea un altro aspetto. Se nel cortile era
lo stesso peccatore che offriva il sacrificio, questo era poi portato dentro il
santuario, alla presenza di Dio, da un mediatore: il sacerdote. In questo modo il
sacerdote si faceva carico del peccato che era stato perdonato e tolto dal
peccatore penitente. In qualche modo lo prendeva e lo portava su di sé dentro il
santuario per completare il processo di espiazione.
14. Il Vangelo quale relazione stabilisce tra i sacerdoti e Gesù?
Ebrei 8:1: Gesù è il nostro solo Sommo Sacerdote, il nostro unico mediatore (1
Tim 2:5), colui che offre se stesso come sacrificio per i nostri peccati. 1 Pietro
2:24: come gli antichi sacerdoti dovevano portare i peccati del popolo, così
Gesù ha portato i nostri peccati nel suo corpo.
15. Quali differenze esistono tra i sacerdoti dell’Antico Testamento e Gesù?
Ebrei 5:5,6: I primi erano umani, Gesù è il Figlio di Dio.
Ebrei 4:14-16; 5:8,9: I primi erano imperfetti, Gesù è perfetto.
Ebrei 7:23: I primi erano molti, Gesù è unico (NOTA: Questo è il motivo per cui
noi non chiamiamo sacerdoti i ministri del vangelo).
Ebrei 7:23-24: I primi vivevano solo per un breve tempo, Gesù ha un ministero
eterno.
Ebrei 9:11,12: I primi offrivano sacrifici animali, Gesù offre se stesso.
37:6
Il continuo
Tutto quello che abbiamo visto accadere finora nel santuario terreno e in quello
celeste ha un valore permanente. Ogni giorno gli Ebrei potevano confessare i
loro peccati e offrire i loro sacrifici, lo stesso possiamo fare noi stessi attraverso
Gesù che, nel santuario celeste, «vive sempre per intercedere» per noi (Eb 7:25.
Vedi anche 13:15).
Tutti questi servizi, insieme ad altri, come i sacrifici collettivi del mattino e della
sera (Nm 28:4), si svolgevano nel cortile e nel luogo santo, la prima stanza del
santuario (Eb 9:6).
Si stabilisce così una corrispondenza tra il cortile e il luogo santo con il servizio
che viene chiamato «continuo» (Tra questi riti continui c’era naturalmente altro,
come ad esempio gli olocausti del mattino e della sera, Es 29:38-42). Nel
prossimo studio vedremo che tipo di servizio si svolge invece nel luogo
santissimo e scopriremo la straordinarietà del suo significato che si riferisce a
qualcosa che invece accade una sola volta nella storia.
37:7
38. Il santuario di Dio: il santo dei santi e il
giorno del giudizio
Scopo: Comprendere come il giorno delle espiazioni corrisponda al giorno del
giudizio finale, quando il problema del peccato viene definitivamente risolto.
Introduzione
Nello studio precedente abbiamo imparato cos’era il santuario e quale scopo
aveva. Ma ci siamo concentrati soprattutto sui servizi che si svolgevano nella
sua prima parte e abbiamo definito tutto questo «servizio continuo» perché si
riferiva a qualcosa che avveniva tutti i giorni. Vedremo ora il servizio che si
svolgeva nel luogo santissimo e scopriremo cosa significava e cosa significa per
noi oggi.
1) Cosa c’era di speciale nel servizio svolto nel luogo santissimo?
Ebrei 9:6,7: Mentre tutti i sacerdoti potevano entrare continuamente nel luogo
santo, solo il sommo sacerdote poteva entrare una sola volta nel santissimo.
2) In quale occasione accadeva? Levitico 16:2,3,16; 23:27.
Nel giorno delle espiazioni (yom kippur), il giorno più solenne del calendario
ebraico, nel decimo giorno del settimo mese (Tishri) del calendario biblico, che
corrispondeva al nostro settembre-ottobre.
3) Cosa accadeva quel giorno?
Levitico 16 narra tutta la cerimonia. Vediamo prima i fatti. Cercheremo dopo di
comprenderne il significato.
a. Il sommo sacerdote doveva prima lavarsi e, indossando i suoi abiti
rituali, offriva un sacrificio per se stesso e per la propria famiglia. In
questo modo, puro d’ogni peccato, poteva svolgere convenientemente il
suo compito (vv. 1-4,6,11-14).
b. Venivano scelti due capri: uno doveva essere offerto in sacrificio per il
peccato, l’altro sarebbe stato mandato ad Azazel nel deserto (vv. 5-710). Cercheremo tra poco di comprendere chi fosse questo Azazel.
c. Veniva offerto il capro per il sacrificio (v. 15p.p.).
d. Il sangue del capro veniva portato nel luogo santissimo e spruzzato
sopra il coperchio dell’arca del patto. Quello che rimaneva veniva
spruzzato su tutti gli arredi del santuario e del cortile (vv. 15s.p.;
18,19).
e. Infine, il sommo sacerdote prendeva il capro per Azazel, poneva le
mani sul suo capo e confessava su di esso tutti i peccati e le
trasgressioni di Israele. Il capro veniva poi condotto via dal santuario,
38:1
con i peccati che portava, nel deserto, e lì abbandonato lontano dal
popolo. (vv. 20-22).
4) Da cosa si deduce l’importanza speciale di questo giorno?
In un certo senso possiamo dire che tutti gli altri giorni e i loro riti erano
preparazione per questo giorno straordinario. Il suo significato speciale lo si può
vedere dai fatti seguenti:
a. E’ il solo giorno in cui il sommo sacerdote entra nel luogo santissimo.
b. Era preceduto e annunciato dalle trombe che si suonavano dieci giorni
prima, all’inizio de mese (Lv 23:23-27).
c. È il solo giorno per il quale Dio richieda un atteggiamento di
umiliazione (Lv 23:29-32) che il popolo esprimeva attraverso il
digiuno (At 27:9).
d. La penalità per non vivere questo giorno con umiltà era l’esclusione dal
popolo di Dio (Lv 23:29).
E’ evidente che qualcosa di straordinario accadeva in tale giorno. Cosa?
5) Qual era lo scopo di questo giorno?
La Bibbia lo esprime in due modi diversi ma concordanti:
a. Da una parte si dice che serviva a fare l’espiazione per i peccati del
popolo (Lv 23:28; 16:17s.p.).
b. Dall’altra leggiamo che serviva a purificare il santuario da tutti i
peccati e dalle impurità del popolo (Lv 16:16, ,20).
6) Perché il santuario doveva essere purificato?
Se doveva esserlo «a causa» dei loro peccati e delle loro impurità, è evidente che
in qualche modo era stato contaminato da questi peccati. Come? La risposta può
essere trovata in quello che abbiamo visto nello studio precedente: quando i
peccati erano confessati attraverso il sacrificio, erano portati nel santuario
attraverso il loro sangue o la loro carne (Lv 10:17,18). Questo aveva un doppio
effetto: il peccato era perdonato al peccatore, veniva allontanato da lui ma, allo
stesso tempo, veniva portato nel santuario e lì lasciato. In questo modo, i
peccati, anche se perdonati, contaminavano il santuario che doveva, verso la fine
dell’anno religioso, essere purificato. Il giorno delle espiazioni (purificazione)
aveva proprio questo scopo.
7) Cosa significa che bisognava umiliarsi se non si voleva essere «tagliati
via» dal popolo? Levitico 23:29.
Questa espressione può avere un significato fisico: coloro che manifestamente
assumevano un atteggiamento irrispettoso, arrogante, contrario all’umiltà che
tale giorno richiedeva, venivano esclusi dal popolo di Dio ed essere forse uccisi
o semplicemente allontanati dalla comunità. Ma, poiché solo Dio può conoscere
38:2
la vera attitudine dei cuori, solo Dio poteva escludere spiritualmente questa
gente dall’opera di purificazione che il giorno delle espiazioni comportava. In
ultima analisi, essi rifiutavano la grazia di Dio, rimanevano nei loro peccati e per
questo non erano più considerati parte del popolo di Dio.
8) Gli Avventisti del 7° Giorno comprendono questo giorno come un giorno
di giudizio. Perché?
Sulla base di quanto abbiamo visto, il giorno delle espiazioni era la sintesi e la
conclusione di tutto il sistema sacrificale. Ogni giorno i peccatori potevano
ottenere il perdono dei loro peccati, ma questi non scomparivano totalmente: un
ricordo rimaneva davanti a Dio e questo richiedeva una soluzione. Questa
veniva offerta dal giorno delle espiazioni: il santuario e il popolo venivano
purificati e i loro peccati portati via ad Azazel nel deserto. Tuttavia, questo
beneficio valeva solo per coloro che manifestavano un atteggiamento umile, gli
altri erano essi stessi allontanati dal santuario e dal popolo. Sotto questo aspetto,
il giorno delle espiazioni operava una separazione tra il vero e il falso popolo di
Dio e questo equivale ad un’opera di giudizio. Considerato che i riti del
santuario sono una rappresentazione della storia della redenzione, questo
giudizio verso la fine dell’anno deve corrispondere a quello che noi chiamiamo
il giudizio finale.
In altri termini: tutto il santuario e i suoi riti è un’ombra, un simbolo, del
santuario celeste e della realtà cristiana (Eb 8:5). Come il servizio continuo
corrisponde all’intercessione continua di Cristo a favore del suo popolo nel
santuario celeste, così il giorno delle espiazioni rappresenta il giudizio finale
predicato da Cristo e dagli apostoli.
In questo giudizio finale, i peccati di coloro i cui nomi saranno rimasti nel libro
della vita saranno definitivamente tolti via e l’insieme del santuario celeste e del
popolo di Dio, è definitivamente purificato e la sua salvezza definitiva ed eterna
è proclamata (Dn 7:18 dove il giudizio è «a favore dei santi», non «dato ai
santi»; Ap 11:18).
9) Possiamo trovare altri elementi biblici su questa idea che una memoria
dei nostri peccati, anche di quelli perdonati, venga conservata fino al giorno
del giudizio?
a. La Bibbia dice che dei libri sono scritti per conservare la memoria di
tutta la nostra vita, e che questi libri sono aperti nel giorno del giudizio
(Dn 7:10; Mal 3:16; Ap 20:12).
b. La Bibbia dice che non basta confessare i nostri peccati per essere
salvati. Dobbiamo anche perseverare nella grazia di Dio fino alla fine
dei nostri giorni (Mt 24:13).
38:3
c.
La Bibbia dice che c’è un giudizio finale per tutti gli uomini, anche per
coloro che fanno parte del popolo di Dio (1 Pietro 4:17), cioè di quelli
che hanno già confessato il loro peccato e ricevuto perdono grazie a
Gesù. Pietro dice addirittura, che il giudizio di Dio comincia proprio da
questi ultimi, prima di passare agli altri, cosa che vedremo trova
riscontro in due fasi diverse del giudizio.
In altre parole, essere perdonati oggi non garantisce il nostro destino finale. Uno
può confessare oggi il suo peccato ed entrare nella salvezza, ma domani può
rinnegare Gesù: il perdono del peccato passato non basterà a fargli godere la
salvezza eterna. Ecco perché c’è un giudizio finale.
10) Qual è il significato del capro per Azazel?
Il significato della parola «Azazel» è sconosciuto. È chiaro comunque che si
riferisce a qualcuno o a qualcosa non in armonia con Dio. Dio è nel santuario
mentre Azazel è nel deserto; i peccati sono tolti via dalla presenza di Dio e dal
popolo e mandati ad Azazel che è solo nel deserto. È quindi facile pensare che
Azazel sia un modo per chiamare Satana, il primo responsabile per i peccati di
tutta l’umanità, al quale, alla fine, tutti i peccai dei figli di Dio saranno
rimandati. Sappiamo che dopo il giudizio e il ritorno di Gesù, Satana sarà
confinato per un tempo in un esilio solitario (vedi studio sul millennio). La
somiglianza con la realtà di Azazel è impressionante.
Più difficile è comprendere il ruolo del secondo capro sul quale tutti i peccati del
popolo vengono confessati. Molti cristiani credono che anche questo capro
rappresenti Gesù. Come Avventisti troviamo difficile questa interpretazione
perché, se è vero che Gesù è morto per i nostri peccati, non riusciamo a capire in
che senso egli si debba caricare nuovamente di tutti i nostri peccati dopo averlo
già fatto sulla croce, dopo che ha già fatto la purificazione del santuario, come
invece fa il capro per Azazel. Le funzioni dei due capri sono opposte: mentre
uno purifica l’altro contamina (Lv 16:26). Per questo, normalmente, gli
Avventisti si rifiutano di vedere anche in questo secondo capro un simbolo di
Gesù. Chi è dunque? Non è detto che debba per forza rappresentare qualcuno.
Può essere semplicemente un simbolo plastico che rende visibile il fatto che in
qualche modo, alla fine, Dio farà ricadere tutti i peccati sulla testa di Satana.
11) Come possiamo riassumere il significato del giorno delle espiazioni?
Santuario simbolico dell’A.T.
Lungo tutto l’anno, i peccati erano
confessati e perdonati grazie al
sacrificio di un animale, ma la loro
memoria rimaneva nel santuario
davanti a Dio.
38:4
Realtà in Cristo del N.T.
Lungo tutta l’era cristiana i peccati
possono essere confessati e perdonati
nel nome di Gesù. La loro memoria
rimane, come quella di tutta la nostra
vita, davanti a Dio nei libri celesti.
Un giorno di espiazionepurificazione era necessario per
liberare il santuario da ogni traccia di
contaminazione e decidere chi alla
fine rimaneva parte del popolo di
Dio.
Il capro per il Signore e il sommo
sacerdote erano l’elemento centrale
del giorno delle espiazioni.
Grazie al sangue del capro per Dio,
tutto il santuario e il popolo venivano
totalmente purificati.
Il sommo sacerdote, dopo essere
stato alla diretta presenza di Dio,
esce dal santuario dando
testimonianza del fatto che il suo
servizio è stato accolto da Dio e che
il popolo è salvo.
Tutti i peccati sono mandati ad
Azazel nel deserto, lontano dal
popolo di Dio, dove morirà.
Un giorno di giudizio è necessario
per chiudere definitivamente il
problema e la storia del peccato, per
purificare il popolo di Dio e le
realtà celesti. (Eb 9:23)
Il giudizio finale avrà la sua base in
Gesù, nostro sacrificio e mediatore
(Rm 2:16).
Grazie al sangue dei Gesù, tutti i
peccati del popolo vengono
cancellati dai libri celesti.
Dopo il giudizio, Gesù lascia il
santuario celeste e viene ad
annunciare la salvezza finale al suo
popolo.
Tutti i peccati sono mandati a
Satana, isolato in un mondo ridotto
a un deserto durante il millennio,
dopo il quale sarà distrutto (Ap 20).
12) Possiamo sapere quando ha luogo il giudizio finale simboleggiato dal
giorno delle espiazioni?
Si, perlomeno possiamo sapere quando comincia, ma non il momento in cui
finisce perché, come dice Gesù, solo il Padre sa il giorno del suo ritorno (Mt
24:36) con il quale la fine del giudizio coincide (Dn 7:9-10,13-14). Per
conoscere il momento iniziale dobbiamo rivolgerci al libro profetico di Daniele,
cosa che cominceremo a fare con il prossimo studio. Non sarà qualcosa di
semplice, perché anche Dio fece sapere al profeta che solo negli ultimi tempi, e
solo coloro che studieranno con cura questo libro, potranno capirlo (Dn 12:4),
ma se vogliamo capire veramente, Dio ci aiuterà certamente.
Approfondimenti
13) Gli Avventisti sono i soli a vedere nel giorno delle espiazioni un simbolo
del giudizio?
No. Gli stessi Ebrei fanno altrettanto: «Dio, seduto sul suo trono per giudicare il
mondo, giudice, avvocato, perito e testimone, apre il libro della vita; viene letto
il nome di ogni uomo che si trova scritto. Viene suonata la grande tromba; si ode
una voce ancora flebile; gli angeli rabbrividiscono, dicendo che questo è il
38:5
giorno del giudizio … Nel giorno dell’espiazione viene stabilito definitivamente
chi vivrà e chi morrà.» (Jewish Enciclopedia, «The Day of Atonement»)
14) Nel giorno delle espiazione perché non avviene nessuna confessione di
peccati sul capo per il Signore?
Perché i peccati che in questo giorno vengono tolti via dal santuario, erano già
stati confessati sul capo degli animali precedentemente offerti in sacrificio,
durante i giorni del «servizio continuo». Il sacrificio del capro, simbolo di Gesù,
durante il giorno delle espiazioni esprime quindi l’altro aspetto del sacrificio per
il peccato: da una parte il sacrificio-Gesù prende su di sé il peccato del peccatore
e ne muore, ma dall’altra ha il potere di purificare il peccatore: questo secondo
valore era già espresso nel sacrificio per il peccato, visto che il peccatore veniva
perdonato, ma ora viene applicato all’insieme del popolo come espressione del
fatto che nel giudizio finale, la purificazione viene sempre ottenuta grazie al
sacrificio di Cristo. Per questo motivo non c’è confessione dei peccati sul capro
per il Signore, mentre ci sarà, ma con un altro significato e con altre
conseguenze, sul capro per Azazel. Questo fatto ci aiuta anche a capire che i
peccati tolti via durante il giorno delle espiazioni, sono effettivamente i peccati
già precedentemente confessati e portati nel santuario attraverso i sacrifici per il
peccato, non altri peccati; altrimenti non si capirebbe perché a questo sacrificio
«per il peccato» (v. 9) non sia associato il rito dell’imposizione delle mani e
della confessione come avveniva solitamente.
15) In che senso il capro per Azazel serve a «fare l’espiazione» (Lv 16:10)?
Non è questo in contrasto con l’idea che esso non rappresenti Gesù?
Quando leggiamo il rituale comprendiamo che questo capro non ha alcuna parte
attiva nella purificazione del santuario. Solo attraverso il sangue del capro per il
Signore il santuario è purificato (v. 16-20). Solo alla fine del rituale, quando la
purificazione è già avvenuta, entra in scena il capro per Azazel, ma solo in modo
passivo, per ricevere sulla testa i peccati che erano tolti dal santuario e portarli
via. Solo in questo senso contribuisce alla purificazione.
IMMAGINE: Mentre il capro per il Signore è come un maggiordomo che
pulisce la casa, quello per Azazel e come il netturbino che prende lo sporco e lo
porta alla discarica. Entrambi sono utili per ottenere uno stato di pulizia, ma il
modo in cui operano è radicalmente diverso.
16) Quando leggiamo la lettera agli Ebrei, sembra che tutto quello che il
santuario dell’A.T. rappresentava si sia compito attraverso la morte e il
ministero attuale di Gesù nel santuario celeste. Questo non contraddice
l’idea che il giorno delle espiazioni rappresenti qualcosa di specificamente
distinto come il giorno del giudizio?
Non crediamo che sia così. Per comprendere la lettera agli Ebrei, dobbiamo
capire che il suo scopo principale è pastorale, non profetico. Lo scrittore
38:6
desidera semplicemente aiutare i cristiani, ancora legati al santuario terreno e ai
suoi riti, perché capissero che tutto era simbolo di Gesù Cristo e dell’economia
cristiana e che quindi, avendo la realtà, non dobbiamo avere nostalgia dei vecchi
simboli. Per raggiungere questo obiettivo, non analizza tutti i significati profetici
del santuario, ma solo ciò che può servire loro, in rapporto all’esperienza che
stavano vivendo, affinché potessero affidarsi a Gesù con piena fiducia. La
questione del giudizio finale è appena menzionata (6:2; 9:27; 10:27-30), ma non
è mai trattata per esteso.
Il giorno delle espiazioni non è mai menzionato e analizzato in quanto tale. Di
conseguenza non possiamo dire nulla dell’interpretazione profetica che lo
scrittore avrebbe potuto darne. È menzionato solo indirettamente attraverso la
menzione di capri o vitelli (Eb 9:12) che noi troviamo menzionati insieme in
Levitico 16:3,5; e in 9:24-28 dove Gesù viene contrastato al «sommo sacerdote,
che entra ogni anno nel luogo santissimo con sangue non suo» (v. 25). In
entrambi i casi, l’idea non è quella di analizzare il significato specifico del
giorno delle espiazioni, ma solo quella di affermare il fatto della ripetitività dei
riti ebraici, e quindi la loro non reale effettività, in opposizione al fatto che Gesù
offre se stesso una volta per tutte risolvendo definitivamente il problema del
nostro peccato. Per veicolare questo messaggio, paragona e contrappone Gesù a
tutti i sacrifici del santuario, senza fare distinzione tra quelli del servizio
continuo e quelli del giorno dell’espiazione perché questo non rientra negli
obiettivi che si propone di raggiungere.
L’autore di Ebrei menziona ogni tipo di sacrificio e di situazioni, mischiando
insieme (9:12,13) vitelli, capri, ma anche la vacca rossa (Nm 10:2) che non
aveva nulla a che fare con il giorno delle espiazioni. Può fare questo solo perché
non desidera discutere ogni tipo di sacrifici od ogni tipo di situazione in sé, ma il
fatto complessivo che tutto puntava a Gesù. La morte di Gesù è particolarmente
enfatizzata perché tutto il ministero di Gesù e la nostra salvezza sono fondati su
di essa.
Con lo scrittore di Ebrei, anche noi possiamo dire che tutto il santuario
veterotestamentaria puntava alla croce, perché senza la croce non c’è né
perdono, né salvezza, né purificazione del santuario, né giudizio finale, né
eternità per il popolo di Dio. La croce è presente nel giorno delle espiazioni e
nel giudizio finale, ma questo non significa che la croce e il giudizio finale siano
la stessa cosa. Questo è basato sulla croce ma viene molto tempo dopo di essa.
La stessa lettera agli Ebrei (9:27-28) (proprio alla fine del capitolo che comincia
con la distinzione tra luogo santo e luogo santissimo), distingue tra il momento
del sacrificio di Gesù, applicato a tutti i cristiani che vivono lungo tutto il corso
dell’era cristiana, e il futuro giorno del giudizio. È facile vedervi un cenno alla
distinzione che abbiamo provato a delineare. Tuttavia, per conoscere il tempo di
questo giudizio dobbiamo uscire dall’ottica pastorale di Ebrei e rivolgerci al
libro profetico di Daniele. Cosa che faremo nei prossimi studi.
38:7
17) Gli Avventisti del 7° Giorno credono che la distinzione tra luogo santo e
santissimo del santuario terreno corrisponda ad una distinzione nel
santuario celeste. Dicono infatti che, alla sua ascensione, Gesù è entrato nel
luogo santo e che nell’antitipico giorno delle espiazioni passerà nel luogo
santissimo. Se questo fosse vero, come si spiega quanto leggiamo in molti
testi del N.T. dove si dice che Gesù si è posto alla destra di Dio già lo stesso
giorno della sua risurrezione? (Marco 16:19; Atti 7:56; Romani 8:34;
Colossesi 3:1; Ebrei 1:3 …)
Il problema nasce solo a causa del linguaggio che usiamo. I primi Avventisti
desideravano enfatizzare la corrispondenza tra i due santuari. Per fare questo
usavano un linguaggio molto letteralistico fondato sulla struttura del santuario
terreno. Questo fatto può però creare qualche fraintendimento di cui forse non si
rendevano neppure conto perché la loro attenzione era attratta da altro. In realtà,
al di là del linguaggio usato, quello che desideravano esprimere non era una
corrispondenza spaziale ma funzionale. Dopo la risurrezione, Gesù cominciò un
ministero che corrispondeva a ciò che era rappresentato dal luogo santo. Verso
la fine dei tempi, comincia poi un ministero che era simboleggiato da ciò che
avveniva nel luogo santissimo. Era quindi facile esprimere il passaggio dal
primo al secondo ministero, come se corrispondesse al passaggio dal primo al
secondo locale del santuario. Tuttavia, in realtà, Gesù può fare tutto questo
stando alla destra di Dio perché, in realtà, tutto quello che avveniva nel
santuario, avveniva alla presenza di Dio, indipendentemente dal locale in cui
accadeva.
Nel santuario terreno, anche gli arredi del cortile (Lv 1:5,11; 16:18; 3:1: 4:4 …)
e del luogo santo (Lv 4:6,7 …), e i riti che vi si svolgevano erano «davanti al
SIGNORE». La cortina che separava il luogo santo dal santissimo era posta lì
come segno di separazione, di distinzione tra i due luoghi (Es 26:33) ma non per
isolare i due spazi. La cortina serviva a segnare le due fasi del servizio del
santuario, ma anche per esprimere il rispetto per la presenza del Signore che si
manifestava sopra l’arca posta nel santissimo (nel santuario celeste, non c’è
evidentemente bisogno di una tale distinzione perché nulla di peccaminoso
impedisce il diretto accesso alla santità e alla maestà di Dio). Possiamo
comprendere ancora meglio la consistenza di questa idea quando si considera il
tempio di Salomone: mentre tutto era in muratura solo la cortina rimaneva tale: i
due locali apparivano quindi come un’unica stanza. Tuttavia i due tipi di servizio
(«continuo» e «annuale») erano chiaramente distinti. Si consideri anche quanto
abbiamo visto a proposito dell’altare dei profumi che «apparteneva» al
santissimo anche se era posta nel santo (Eb 9:2).
Interessante anche il fatto che oltre ai due cherubini scolpiti posti sopra l’arca ()
e le figure che si trovavano sul velo di separazione (Es 26:31), tutte le cortine
del santuario erano ornate con tali figure (Es 26:1). Questi cherubini
rappresentano, evidentemente, la corte celeste di Dio. Il fatto che essi si trovino
38:8
su tutte le superfici del santuario significa che sia il luogo santo che il luogo
santissimo erano concepiti unitariamente come la corte del trono di Dio.
18) Come capire il fatto che Ebrei 9:12 parla di Gesù che è entrato nel
santissimo già alla sua risurrezione?
Alla luce di quanto abbiamo visto sulla natura della Lettera agli Ebrei e
sull’unità del santuario come corte di Dio, questo fatto non porrebbe alcun
problema. Il testo biblico, comunque, non dice questo. Se il problema nasce è
frutto solo di un fraintendimento di alcuni traduttori: siccome il testo menziona il
sangue di vitelli e capri che erano usati insieme nel giorno delle espiazioni,
alcuni traduttori (compresi quelli della Nuova Riveduta, mentre la Riveduta
tradizionale come la Nuova Diodati ed altre versioni, riporta correttamente
«santuario») hanno pensato che Ebrei volesse paragonare Gesù al sommo
sacerdote che, nel giorno delle espiazioni, entrava nel luogo santissimo e così
hanno tradotto. Le cose stanno diversamente: in 9:1-3 si usano tre diverse
parole in rapporto al santuario: skené che significa tenda ed è usata per l’intero
santuario; haghion (al singolare) o haghia (al plurale) che significa «cosa/e
santa/e» ed è usata sia per l’intero santuario (v. 1), sia solo per la prima stanza, il
luogo santo (v. 2). Haghia haghion, che letteralmente significa «le cose sante
delle cose sante», cioè «le cose santissime», è usata al v. 3 per descrivere il
luogo santissimo. Si vede dunque che Ebrei sa come distinguere il santo dal
santissimo quando vuole farlo, ma non usa mai questo ultimo termine per
descrivere il luogo dove Gesù svolge il suo ministero nel santuario celeste.
Questo fatto può semplicemente significare che lo scrittore desidera descrivere
Gesù come compitore dei simboli del santuario celeste nel suo insieme (lo
abbiamo già visto) senza sottolineare in modo specifico il significato particolare
del luogo santissimo. Così, in 9:12, Gesù non entra nel haghia haghion, ma
semplicemente nel haghia, i luoghi santi in generale. D’altra parte, anche nel
giorno delle espiazioni, il sommo sacerdote svolgeva il suo servizio in tutto il
santuario, in entrambi i locali e anche nel cortile, perché tutto doveva essere
purificato (Lv 16:15-19; Es 30:1,10). Allo stesso modo, Gesù svolge il suo
servizio in tutto il santuario, non solo nel luogo santissimo. Se Ebrei avesse
voluto accostare Gesù al compito specifico del sommo sacerdote nel giorno
delle espiazione, avrebbe potuto menzionare esplicitamente l’espressione hagia
haghion, cosa che non fa.
Per comodità riportiamo il contesto di Ebrei 9:12 fornendo i termini originali
greci: «8 Lo Spirito Santo voleva con questo significare che la via al santuario
(aghion) non era ancora manifestata finché restava ancora in piedi il primo
tabernacolo (skené). 9 Questo è una figura per il tempo presente. I doni e i
sacrifici offerti secondo quel sistema non possono, quanto alla coscienza,
rendere perfetto colui che offre il culto, 10 perché si tratta solo di cibi, di
bevande e di varie abluzioni, insomma, di regole carnali imposte fino al tempo
38:9
di una loro riforma. 11 Ma venuto Cristo, sommo sacerdote dei futuri beni, egli,
attraverso un tabernacolo (skené) più grande e più perfetto, non fatto da mano
d’uomo, cioè, non di questa creazione, 12 è entrato una volta per sempre nel
luogo santissimo (aghia=luoghi santi), non con sangue di capri e di vitelli, ma
con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna.»
19) Come possiamo capire Ebrei 9:8? Significa forse che solo il Santissimo
del santuario terreno rappresentava veramente il ministero celeste di Gesù?
Siccome nei versetti precedenti (6,7) Ebrei ha contrapposto il luogo santo, dove
i sacerdoti entrano continuamente, al luogo santissimo dove solo il sommo
sacerdote entra solo una volta l’anno, alcuni studiosi pensano che nel v. 8
Ebrei stia contrapponendo il luogo santo come un simbolo del vecchio patto,
mentre il luogo santissimo sarebbe il simbolo del nuovo patto di cui Gesù è
ministro.
Possiamo ammettere che la lettura dei soli vv. 6,7 potrebbe anche condurre ad
una tale conclusione, ma il contesto generale non ce lo permette. Ebrei chiarisce
sufficientemente che il contrasto è sempre fatto tra tutto il santuario dell’A.T. e
quello celeste.
a. Possiamo vederlo chiaramente in 8:1-5 dove leggiamo che Gesù è il nostro
ministro nel santuario celeste simboleggiato da tutto il santuario mosaico.
b. In 9:1-3 ci viene spiegato che il santuario mosaico era composto dal luogo
santo e dal santissimo. La discussione sul santuario in Ebrei 8 si conclude
con l’insegnamento che l’antico (tutto l’antico) sta per scomparire per
lasciare posto al nuovo (tutto il nuovo) (Per illustrare il significato
simbolico del santuario terreno come ombra di Cristo, si fa anche
riferimento all’ordine di costruzione dato da Dio, e quest’ordine,nei testi
veterotestamentari cui Paolo si riferisce, include tutto ciò che riguarda il
santuario israelita).
c. Allo stesso modo, in 9:8, Ebrei dice, dopo avere descritto l’intero santuario
antico, che tutto questo (non solo il luogo santo) stava per scomparire per
lasciare posto alla realtà del nuovo. In 9:8, il santuario, haghion, è l’intero
santuario celeste, come in 9:1 si riferisce all’intero santuario terreno.
Il primo tabernacolo, skene, di cui parla Ebrei 9:8, si riferisce dunque all’intero
santuario terreno e non ad una sua sola parte. Ebrei 8:9 chiarisce che skene e
haghion sono solo dei sinonimi, così che appare chiaro che come i sacerdoti
ebrei ministravano nell’insieme del santuario terreno (qualunque sia la parola
usata per riferirsi a questo fatto), così Gesù ministra nell’insieme del santuario
celeste.
20) In che senso gli Avventisti credono nell’esistenza di una santuario
celeste? Si tratta di una casa materiale in cui vive Dio?
La Bibbia insegna che Dio chiese a Mosè di costruire un santuario secondo il
modello che gli era mostrato (Es 25:9). Questo modello rappresenterebbe il
38:10
santuario celeste (Ebrei 8:5). Evidentemente, questo non significa che dobbiamo
immaginare il santuario celeste come se avesse le stesse dimensioni, la stessa
struttura, e fosse fatto con gli stessi materiali di cui era fatto quello terreno.
Neppure il magnifico tempio di Salomone poteva rappresentare la gloria del
santuario celeste (1 Re 8:27). Il «modello» era tale non in virtù della sua
rappresentazione fisica ma in virtù del significato spirituale che voleva
esprimere.
D’altra parte, anche se con Salomone possiamo dire che i cieli dei cieli non
possono contenere Dio, comprendiamo tuttavia che, nella sua grazia, Dio entra
in contatto con le sue creature; e poiché queste sono limitate nel tempo e nello
spazio, Dio deve manifestarsi nel tempo e nello spazio. Di conseguenza, ci
dev’essere un luogo nell’universo dove la presenza di Dio si manifesta alle sue
creature: noi possiamo chiamare questo luogo «santuario celeste» qualunque sia
la sua forma e la sua struttura, la sua sostanza e la sua gloria. Là Gesù ci
rappresenta davanti al Padre celeste e lì, in fede, noi possiamo già ora trovarci
insieme con lui.
21) Dicendo che il santuario celeste debba essere purificato, non si
trasferisce una qualità negativa nella perfezione del cielo? Come può il cielo
essere contaminato?
Il problema posto non si risolve negando una realtà chiaramente affermata nella
scrittura. Che il santuario terreno potesse essere contaminato dai peccati del
popolo è implicito nella realtà stessa del giorno delle purificazioni: se non ci
fosse una contaminazione non ci sarebbe neppure bisogno di una purificazione.
Che questo sia necessario anche per il santuario celeste è chiaramente affermato
nel N.T.: «Era dunque necessario che i simboli delle realtà celesti fossero
purificati con questi mezzi. Ma le cose celesti stesse dovevano essere purificate
con sacrifici più eccellenti di questi» (Eb 9:23). Nostro compito non è dunque
quello di discutere il fatto ma di comprenderne il significato.
Il problema della contaminazione del santuario celeste è in parte un problema di
linguaggio perché gli antichi comprendevano questo concetto in modo
parzialmente diverso da noi. Nell’ambito della fede, per noi, la contaminazione è
un fatto soprattutto morale anche se, in ambito medico conserva un significato
fisico («contaminato da un virus»). Questi due significati si trovano nel
linguaggio biblico con, in aggiunta, anche un significato rituale. Il concetto di
contaminazione può coesistere anche con una realtà moralmente buona che
tuttavia è sfiorata dal male e che potrebbe esserne indebolita. Ad esempio, un
uomo viene contaminato dal tocco di un rettile (Lv 11:44), un nazireo può essere
contaminato dal tocco anche incidentale di un morto (Nm 6:8,9): in genere un
lavacro risolve il problema. Se vogliamo capire, dobbiamo tradurre la sostanza
del linguaggio biblico in un linguaggio che ci sia più vicino.
38:11
A parere dello scrivente, la contaminazione delle realtà celesti può essere
compreso fondamentalmente in due modi:
a. La contaminazione del santuario consiste, non tanto nella contaminazione del
luogo in quanto tale, ma lo stato di contaminazione, di debolezza, di
imperfezione del popolo che il santuario rappresenta. Come la purificazione del
santuario celeste coincideva con la purificazione del popolo d’Israele, così la
purificazione del santuario celeste rappresenta quella del popolo di Dio di tutti i
tempi. Il cielo e la terra sono realtà collegate, e il popolo di Dio sulla terra,
attraverso la sua fede e la grazia di Dio, non è separato dal cielo. In fede, esso ha
accesso al trono celeste di Dio, dove va, grazie alla mediazione di Cristo, con i
suoi peccati e le sue imperfezioni (Eb 4:14). Questo non significa che il cielo sia
imperfetto, allo stesso modo in cui il fatto che Gesù sia vissuto per un tempo a
contatto con i peccatori non lo ha reso peccatore. Prima della morte di Cristo,
Satana stesso aveva accesso al cielo, ma questo non impediva di considerare il
cielo stesso puro e santo. Può forse aiutare a capire, il fatto che il sacrificio per il
peccato, che pure riceveva il peccato confessato, rimaneva comunque cosa
santissima (Lv 10:17).
b. La contaminazione del santuario come presenza della memoria del peccato.
Come nel santuario terreno rimaneva un ricordo dei peccati, così avviene nelle
realtà celesti attraverso i libri delle vicende umane. Queste memorie giuridiche
debbono essere tolte vie, ma la loro presenza non vuol dire che il cielo sia
imperfetto o malvagio. Pensiamo alla Bibbia. Il Signore avrebbe certamente
voluto darci una rivelazione totalmente esente da riferimenti al peccato e al
male. Le tante storie di peccato che vi sono narrate, «contaminano» in un certo
senso la sua purezza. Eppure essa continua ad essere santa. Lo stesso vale per il
Santuario celeste: la memoria dei nostri peccati priva anche il cielo della gioia di
una realtà totalmente santa, ma questo non rende il cielo meno santo. Il giorno
della purificazione non ha come scopo quello di rendere il cielo più santo e
perfetto, ma di rivelarne e riaffermarne l’immutata e mai venuta meno santità.
38:12
39. Daniele 2: Aprire la porta del futuro
Scopo: Cominciare a scoprire la realtà e il significato delle profezie bibliche
come testimonianza della esistenza di un Dio personale che conosce e
padroneggia la storia e la sa condurre a buon fine nonostante l’esistenza del
male. Lo studio di questa profezia specifica getterà le basi per la
comprensione del resto del libro di Daniele e del piano della salvezza.
Introduzione
Abbiamo finito l’ultimo studio chiedendoci se è possibile conoscere il momento
del giudizio finale simboleggiato dal giorno delle espiazioni. La risposta è si, ma
dobbiamo seguire un cammino un po’ lungo attraverso il messaggio del libro di
Daniele. Non sarà facile perché richiede una conoscenza storica e una cerca
attenzione. Non si tratta di uno studio per tutti, ma Dio promette la sua
benedizione a coloro che ascoltano la parola profetica di questo libro e di quello
successivo dell’Apocalisse (Dn 12:4; Ap 1:3).
1) Chie era Daniele?
Era un giovane ebreo condotto in Babilonia nel 606-5 a.C. come prigioniero
politico. A causa della sua nobile origine fu accolto nella corte di
Nabocodonosor, il re di Babilonia, che desiderava farne un servitore fedele,
forse un legame qualificato con il suo popolo d’origine. Là, con l’aiuto di Dio, il
ragazzo entrò a fare parte della cerchia dei savi di Babilonia, e Dio lo chiamò a
trasmettere dei messaggi al re stesso, a quelli successivi, e a scrivere parole di
incoraggiamento per il suo popolo e per noi.
2) Come successe che il futuro fu rivelato al re Nabucodonosor?
Si legga o si riassuma Daniele 2:1-28. Si noti come …
a. I magi babilonesi non potevano conoscere il futuro (v. 10).
b. Daniele non cerca di avere vantaggi sui magi che avevano deluso il re,
ma cerca di giustificarli (v. 27).
c. Daniele era una persona umile che desiderava solo dare Gloria a Dio
(v. 28,30).
3) Qual era lo scopo del sogno dato al re?
Daniele 2:29,30. Aiutare il re a comprendere l’obiettivo finale della storia di
questo mondo: il regno di Dio. Probabilmente perché non sopravvalutasse il
significato religioso delle sue vittorie sul popolo d’Isarele pensando che fosse
anche una vittoria sul loro Dio, ed anche per invitarlo ad una visione umile della
sua potenza e della sua funzione personale.
39:1
4) Sotto che forma, la storia del mondo è rivelata al re e a Daniele? (Dn
2:31-46)
Nota i seguenti fatti:
1) Cominciando da Babilonia, paragonata alla gloria dell’oro, abbiamo solo 4
imperi che si succedono direttamente uno all’altro. La storia ci insegna che si
tratta dei regni di Babilonia, Medio-Persia, Grecia, Roma.
2) Mentre la differenza dall’uno all’altro è descritta in termini di preziosità
(dall’oro al ferro), l’ultimo è certamente descritto in rapporto alla sua forza, alla
sua potenza: Roma corrisponde perfettamente a questa descrizione: il suo
impero è stato il più vasto e forte tra gli imperi descritti.
3) Il quarto impero non è seguito da un altro che ne prenda il posto. È invece
diviso in diversi regni che rimarranno fino all’avvento di un regno diverso ed
eterno, suscitato da Dio alla fine dei tempi. Questo è proprio quello che accadde
all’impero romano, ridotto in frantumi dai barbari che si erano infiltrati a poco a
poco nei suoi territori, venendovi anche assimilati e diventandone a volte l’asse
portante delle forze armate.
4) Diverse persone hanno cercato di riunificare l’impero romano ma, fino ad ora,
dopo circa 1500 anni dalla sua dissoluzione, nessuno ci è riuscito. Alcuni Paesi
europei stanno cercando ora di realizzare una unità politica, ma si tratta
comunque solo di una porzione dell’impero romano antico. Si può anche, forse,
avanzare l’ipotesi che, di questi regni, più che enfatizzare l’aspetto territoriale
dell’ex impero romano, si dovrebbe sottolineare l’aspetto umano. I popoli che li
componevano, sono ora sparsi in tutto il mondo, e la profezia potrebbe
semplicemente significare che il mondo che noi conosciamo, e in cui vive il
popolo di Dio, non sarà mai unito come era avvenuto per gli imperi che
anticamente controllavano l’antico Israele e poi la prima chiesa cristiana.
5) La sola parte della profezia non ancora adempiuta è quella relative alla pietra
che si stacca dal monte senz’opera di mano (quindi viene da Dio). Essa
rappresenta il regno di Dio che sarà manifestato al ritorno di Gesù. Tutte le altre
parti della profezia si sono adempiute perfettamente, e dopo 2600 anni possiamo
dire che nessuno ha potuto smentirla. Non ci rimane che attendere
fiduciosamente l’adempimento dell’ultima parte.
5) Cosa possiamo imparare attraverso questa semplice profezia?
a. La Bibbia è veramente la parola ispirata di Dio (v. 28) perché nessuno
avrebbe potuto rivelare il futuro in modo così chiaro e inequivocabile.
39:2
b.
c.
Se Dio conosce ogni cosa prima che accada, allora possiamo stare
tranquilli anche per il nostro futuro perché Egli conosce la nostra vita e
saprà condurla a buon fine, se gliela affidiamo.
Il mondo non continuerà per sempre come è adesso e non dobbiamo
neppure temere che finirà con una catastrofe naturale o uno sconvolgimento
creato dall’uomo. Sarà Dio a realizzare un cambiamento radicale e a
trasformare la nostra realtà in una immensamente superiore. Il regno di Dio
viene e noi possiamo guardare al futuro con fiducia.
Approfondimenti
6) Perché questa profezia biblica non parla di altri importanti realtà
storiche come la Cina o l’India antiche?
Lo scopo della profezia non è quello di prevedere la storia del mondo in quanto
tale. Per quello Dio avrebbe dovuto darci una enciclopedia, non solo poche
righe. Lo scopo è invece quello di dare al re babilonese un’idea del futuro del
suo regno, delineando quindi gli imperi che successivamente lo avrebbero
seguito, fino a quando non si instaurerà il regno di Dio. Questa storia comincia
con Babilonia perché a quel tempo questa era la potenza che controllava Israele,
il popolo di Dio, e Dio è interessato al suo popolo. Nazioni come la Cina o
l’India non avevano nulla a che fare con quanto stiamo vedendo.
7) Alcuni studiosi descrivono i 4 regni in modo diverso: Babilonia, Media,
Persia, Grecia, la divisione della Grecia e la venuta del Messia. Perché gli
Avventisti rifiutano questa interpretazione?
Alcuni motivi sono i seguenti:
a. Quando la Media e la Persia entrarono sulla scena profetica erano già
state unificate e non possono essere separate.
b. Lo stesso profeta Daniele, in un’altra profezia parallela, descrive la Media e
la Persia come un unico potere rappresentato da un solo animale (8:20).
c. L’interpretazione di cui sopra non corrisponde allo scopo ultimo della
profezia che è quello di chiudere la storia con la distruzione dei regni umani
ai quali si sostituisce in modo miracoloso il regno di Dio. La pietra che cade
non può riferirsi alla prima venuta di Gesù, che è stata pacifica, quasi non
notata, e i regni di questo mondo continuano ad esistere già da 2000 anni.
Daniele descrive la venuta del regno di Dio negli stessi termini in cui la
Bibbia descrive il ritorno di Gesù: un evento rapido e mondiale che tutti
vedono. Quando Gesù venne la prima volta non lo fece per giudicare e
distruggere le nazioni ma per annunciare la salvezza. Le nazioni
scompariranno al tempo del suo ritorno (Ap 19:15-21).
d. Verrebbe a mancare un cenno all’impero di Roma che pure esisteva già
nel momento della venuta di Gesù.
39:3
e.
Questa interpretazione non nasce da dati storici, ma dal fatto che molti studiosi
moderni, influenzati dal moderno razionalismo umanistico, rifiutano di credere
nell’ispirazione divina della Bibbia e la riducono a sola parola dell’uomo. Per
loro, Daniele non è stato un vero profeta vissuto alla corte di Babilonia, prima
che i fatti annunciati si realizzassero, ma un giudeo vissuto nel II secolo a.C.
che ha scritto, inventandosi la profezia per incoraggiare il suo popolo in un
momento difficile. In questo modo di capire, il messaggio di Daniele 2 deve
chiudersi alla sua epoca quando dominava il regno oppressivo dei seleucidi
erede dell’impero greco-macedone. La venuta di un salvatore diventa allora
solo una pura speranza umana fondata sulla fantasia, cosa che come credenti
non possiamo accettare.
605 a.C.
BABILONIA
539 a.C.
MEDO-PERSIA
331 a.C.
GRECIA
168 a.C.
ROMA
476 d.C.
ROMA DIVISA
?
REGNO DI DIO
39:4
40. Daniele 7: il sorgere di una potenza speciale
e il giudizio
Scopo: Comprendere come la storia abbia un valore altamente morale e religioso
e preparare a leggere, al di là dei tempi presenti, la storia del cristianesimo, non
secondo il modello datoci dalla tradizione della chiesa, ma nella prospettiva
della rivelazione di Dio. È uno studio che pone molti problemi di identità e
richiede molta compassione (capacità di sentire e condividere i sentimenti degli
altri) e preghiera.
Introduzione
In questo studio scopriremo come Dio descrive la nascita di una potenza
politico-religiosa del tutto particolare. Questa scoperta può creare disagio e
dolore nei nostri amici cattolici, perché si riferisce alla nascita e alla storia del
papato visto in un ottica tutt’altro che positiva. Noi non ci rallegriamo delle cose
che vedremo. Tutti, anche molti amici cattolici, sarebbero felici se la storia fosse
stata diversa, ma non possiamo cambiare la realtà. Pur riaffermando il nostro
amore per tutti e la nostra stima per ogni persona di buona volontà, senza
giudicare nessuno, siamo costretti a prendere atto della realtà storica e spirituale
verso la quale la profezia biblica attira la nostra attenzione.
1) La storia umana com’è presentata in Daniele 7: 2-7,17?
Daniele 2 e 7 hanno molto in comune.
a.
b.
c.
d.
Per cominciare, descrivono la storia dividendola in quattro regni.
Il quarto è in entrambi il più forte.
In entrambi i capitoli, il quarto regno viene diviso in diverse parti con un
denominatore numerico comune (piedi con 10 dita – 10 corni).
Vedremo più avanti come entrambe le visioni si concludono con
l’instaurazione del regno di Dio (la pietra in Daniele 2, il regno di Dio dato
ai santi in Daniele 8).
Una differenza è data dall’uso di simboli diversi. In Daniele 2, dove il
messaggio è rivolto al re pagano, i regni vengono descritti senza entrare nelle
questioni morali, in modo abbastanza neutrale, rappresentandoli con dei metalli
di un certo valore. In Daniele 7, invece, questi stessi regni vengono descritti
come animali selvaggi e violenti, così com’è la realtà delle potenze che hanno
costruito la storia umana.
40:1
2) Da dove vengono questi quattro animali?
Dal Mar Grande, cioè il Mediterraneo. Nei libri apocalittici, le acque tendono a
rappresentare i popoli (Ap 17:15. Cf Is 60:5 dove mare è in parallelo con
nazioni) e il fatto che questo mare fosse in tempesta, significa che i vari regni
sorti nascono da sconvolgimenti, guerre, violenze tra i popoli che dimorano nei
territori attorno a questo mare.
3) Com’è presentata Babilonia? V. 4.
Come, in Daniele 2, Babilonia era rappresentata dall’oro regale, qui è
rappresentata dal leone (il re degli animali) con due ali di aquila (la regina del
cielo). Tutto denota gloria e supremazia. In Mesopotamia le ali d’aquila erano
un simbolo della divinità e qui vengono usate in riferimento alle pretese divine
di Babilonia (Dn 3). Ma esse saranno strappate, e Babilonia diventerà una
normale realtà umana. Un altro regno ne prenderà il posto.
4) Com’è rappresentata la Medo-Persia? V. 5.
La Medo-Persia è rappresentata da un orso che sta in piedi rizzandosi su un lato.
Questo impero era composto da due popoli principali, imparentati tra di loro, i
Medi e i Persiani. All’inizio erano i Medi a predominare, ma poi la situazione si
invertì a favore dei Persiani (ecco perché stava ritto su un lato) che presero la
guida e si lanciarono alla conquista di Babilonia e di altri regni.
Il leone ben rappresenta Babilonia anche perché vive facilmente nel paesaggio
delle grandi pianure mesopotamiche di Babilonia, mentre l’orso è più
caratteristico delle montagne boschive dell’altopiano iranico da dove veniva la
Persia.
L’orso medo-persiano ha tre costole (in ebraico, la parola significa anche «lato»)
in bocca ed è invitato a mangiare molta carne. In altre parole, la Medo-Persia si
estenderà conquistando molti regni in tre direzioni. Dal capitolo 8:4 e dalla
storia sappiamo che queste tre direzioni sono il nord, il sud e l’ovest.
5) Com’è rappresentato l’impero Greco-macedone? V. 6.
La Medo-Persia era un gigante immenso afflitto, come tutti i giganti, dalla
lentezza. Fu così vinto dal piccolo ma agile regno di Macedonia guidato da
Alessandro il Grande che aveva già unificato la Grecia. La conquista fu fatta in
appena 13 anni (336-323 a.C.), ad una velocità straordinaria per quei tempi. Il
velocissimo leopardo che vola grazie alle quattro ali ben rappresenta questa
realtà. Le ali non sono qui non di aquila come per Babilonia, ed indicano dunque
solo la velocità. Lo stesso elemento della velocità è ripresentato per la Grecia in
Dn 8:5 dove si dice che l’animale corrispondente corre così veloce da non
toccare il suolo.
Le quattro teste ben rappresentano i quattro centri direttivi, i quattro regni in cui
alla morte inaspettata di Alessandro Magno (aveva 33 anni) si divise l’impero
appena creato. Questi quattro regni continuarono la cultura, la lingua, la
religiosità greca e sono visti quindi come parte organica della realtà Greco40:2
Macedone creata da Alessandro, come i piedi di ferro e di argilla, e qui le dieci
corna che vedremo tra poco, continuano ad essere espressione della cultura di
Roma e sono considerati come parte organica dell’ultimo regno umano descritto.
6) Com’è rappresentata Roma? Vv. 7,19,23.
L’ultimo regno, Roma, è rappresentato da un mostro con grandi denti di ferro
(confronta con le gambe di ferro della statua in Daniele 2), e dieci corna
(confronta con la statua che finisce con i piedi con le dieci dita) rappresentanti i
molti regni che vengono fuori dalla divisione dell’Impero. Come era già
avvenuto in Daniele 2, anche qui si sottolinea la potenza e la ferocia del quarto
impero.
7) Un undicesimo regno strano e malvagio. Vv. 8,19-26.
Fino a qui, anche se con maggiori dettagli, il quadro profetico di Daniele 7 è
uguale a quello del cap. 2. Ma a questo punto accade qualcosa di nuovo e
sorprendentemente importante, che costituirà il centro principale di interesse di
tutto il capitolo. Tra le dieci corna-regni ne appare un undicesimo con
caratteristiche del tutto speciali e inquietanti. Quale regno rappresenta? Molte
spiegazioni sono state date ma, a nostro modo di vedere, per essere onesti con il
testo e con la storia, solo uno corrisponde a tutte le caratteristiche indicate.
Triste e sorprendete a dirsi, noi crediamo che si tratti del potere politicoreligioso rappresentato dallo Stato della Chiesa, diventato ora il Vaticano.
Vediamo cosa ci spinge a questa identificazione:
Il corno
Il potere politico-religioso papale
1. È un regno come gli altri
dieci. Vv.8,24.
1. Lo Stato della Chiesa è stato ed è un vero e proprio
regno. Nel passato occupava una grande parte dell’Italia
centrale, aveva un esercito, ha combattuto delle guerre,
aveva una polizia, delle prigioni, un sistema giudiziario,
stabiliva alleanze ecc. Da quando (1860-1870) l’Italia ha
conquistato gran parte dei suoi territori, il fatto è meno
evidente, ma il Vaticano è ancora uno stato indipendente
con un suo proprio territorio, guidato da un sovrano
considerato tale per diritto divino.
2. Nessun dubbio che il regno papale sia diverso dagli altri,
non solo nel senso in cui ogni regno ha delle particolarità
che lo rendono diverso da qualsiasi altro, ma perché è
l’unico ad essere diverso per la sua stessa natura che è un
amalgama di potere politico e religioso. È il solo a
pretendere di avere una autorità divina autonoma e
assoluta.
3. Il regno papale ha la sua sede al centro stesso dell’antico
Impero, nella città di Roma.
2. È diverso dagli altri regni. V.
24.
3. Sorge «in mezzo alle dieci
corna», cioè all’interno del
territorio che formava il passato
impero romano. V. 8.
40:3
4. Sorge tra le 10 corna, quindi
quando già esistevano i vari
regni nati dalla dissoluzione
dell’impero romano nel 476
d.C.
5. Aveva «occhi simili a occhi
d’uomo». V. 8.
6. Dice parole arroganti,
pretende grandi cose davanti a
Dio e agli uomini. Vv. 8, 25.
7. Perseguita il popolo di Dio.
V. 25.
8. Pretende di cambiare i tempi
e la legge di Dio. V. 25.
9. Per sorgere sradica e abbatte
tre altre corna. V. 8.
40:4
4. La Chiesa non assunse la sua natura politica in un
momento. Ma, quando l’impero cadde, rimase il solo
potere organizzato, l’unico organismo civile esistente in
Europa. Il vescovo di Roma, a capo della chiesa più grande
e prestigiosa, proprio perché nella capitale dell’ex Impero,
assunse a poco a poco un grande prestigio e una grande
autorità sopra le altre chiese, diventando a poco a poco il
papa come è oggi conosciuto. La chiesa comincia anche ad
assumere funzioni amministrative diventando il regno di
cui abbiamo parlato.
5. Gli «occhi» possono ben rappresentare l’intelligenza del
potere papale che, non a caso, esiste anche oggi nonostante
le molte sfide e disastri che ha dovuto affrontare. Forse si
riferisce anche all’astuzia con cui ha affrontato e
perseguitato gli avversari religiosi e politici (Dn 8:25).
6. Solo il papa pretende di rappresentare direttamente Dio
sulla terra. Per questo pretendeva anche, nel passato, di
nominare e deporre re e imperatori. Solo il papa pretende
di essere infallibile. Contro il comandamento di Gesù (Mt
23:9) e l’esempio degli apostoli e degli angeli si fa
chiamare «santo padre» e la gente si inginocchia davanti a
lui (Mt 4:8-10; At 10:25,26; Ap. 19:9,10).
8. Ci rallegriamo del fatto che il papa parli oggi di dialogo,
di rispetto degli altri, di tolleranza, ma non possiamo
negare il fatto che, nel passato, il papato sia stato uno dei
persecutori più intolleranti dei dissidenti nell’ambito del
mondo cristiano, sia direttamente sia per mezzo del braccio
secolare.
8. Il papato ha cambiato molti comandamenti biblici. Il
comandamento che vieta di onorare le immagini sacre è
ampiamente disatteso (Es 20:4-6). In modo particolare, il
papato pretende di avere il diritto di spostare il giorno di
riposo dal settimo giorno, come aveva comandato Dio, al
primo (Es 20:8-11). Sapere come Dio giudica coloro che
cambiano i «tempi» stabiliti da Dio, non ci incoraggia ad
osservare la domenica al posto del sabato.
9. Alcuni regni barbarici erano cristiani (almeno
dottrinalmente) ma condividevano l’eresia ariana che
negava la divinità di Gesù. Ariani erano gli Eruli, i Vandali
e gli Ostrogoti. La loro presenza nei territori sotto
l’influenza religiosa del papato impediva a questi di
espandere il suo potere religioso e politico. Essi dovevano
cadere perché l’undicesimo corno potesse accrescere il suo
potere, e ciò accadde grazie alla politica dell’Impero
Romano d’Oriente ancora esistente. Gli Eruli furono vinti
dagli Ostrogoti, mandati dall’imperatore d’oriente Zeno,
nel 493; i Vandali nel 534; gli Ostrogoti stessi nel 538 (con
10. Esercita uno speciale potere
persecutorio per tre anni e
mezzo V. 25.
NOTA: Un tempo, dei tempi e
la metà di un tempo. Il plurale
tempi indica evidentemente il
numero plurale minimo, cioè 2.
11. Dura fino al tempo del
giudizio, e sarà distrutto solo
alla fine di questo giudizio. V.
26.
una seconda ma non più determinante sconfitta nel 540).
Nel 533, l’imperatore Giustiniano aveva riconosciuto il
vescovo di Roma come «il capo di tutte le sante chiese» e
«capo di tutti i santi sacerdoti di Dio» (Codice di
Giustiniano, libro 1, titolo 1). Egli lodò anche le azioni del
papa come correttore degli eretici (come questa correzione
si sarebbe manifestata è ben risaputo). Ma questo potere
divenne effettivo solo quando, nel 538, gli Ostrogoti
persero il loro potere.
10. Tutti gli elementi di questa profezia, anche i tre anni e
mezzo sono simbolici. Nelle profezie apocalittiche, un
giorno equivale ad una anno reale (Ez 4:5,6; Nm 14:34).
Poiché un anno, calcolato secondo il calendario ebraico
constava di 360 giorni, tre anni e mezzo equivale ad un
periodo reale di 1260 anni. Ritroviamo questo periodo in
Apocalisse 12:6,14; 13:5 dove si riferisce a un tempo di
persecuzioni subite dai credenti cristiani. Aggiungendo
1260 al 538, quando il papa acquisì definitivamente il suo
potere di «correttore degli eretici», giungiamo al 1798,
l’anno in cui il generale francese Berthier fece prigioniero
il papa e lo portò in esilio. Roma divenne una repubblica,
per la prima volta dopo oltre duemila anni. Era il tempo
della rivoluzione francese, una rivoluzione contro il potere
della nobiltà e del clero. Il papato recuperò
successivamente la sua indipendenza per un certo tempo,
ma il potere persecutorio era finito.
11. Il papato dura fino ad oggi.
8) Il giudizio di Dio e il regno dei santi. Vv. 9-10,13-14,26-27.
Un’altra scena nuova, non presente in Daniele 2, è quella del giudizio. Si notino
i fatti seguenti:
a. Questo giudizio si svolge in cielo, prima che il Figlio dell’uomo, Gesù (Mt
9:6), riceva il Regno e lo condivida con il suo popolo. Noi Avventisti siamo
abituati a chiamare questo giudizio «investigativo», ma con una espressione
più neutrale si comincia anche a chiamarlo «giudizio pre-avvento» e
corrisponde al giudizio rappresentato dal giorno delle espiazioni che
abbiamo giù studiato.
b. Questo giudizio si svolge davanti agli angeli e sulla base di quello che è
scritto nei libri. Questo ci fa ricordare quello che abbiamo detto in rapporto
ai peccati del popolo che rimangono davanti a Dio nel santuario fino al
giorno delle espiazioni.
40:5
c.
Come risultato di questo giudizio, i regni di questo mondo, e in particolare
l’undicesimo corno, sono distrutti e i santi ricevono il regno di Dio. Questo
corrisponde perfettamente alla pietra che in Daniele 2 veniva spinta da Dio
e distruggeva i regni di questo mondo diventando essa stessa un regno
eterno.
9) Quali insegnamenti possiamo trarre per noi stessi?
È sempre meglio stare dalla parte di Dio e osservare i suoi comandamenti, e
sperare nel suo regno invece che nella forza e nella potenza degli uomini. È
sempre meglio schierarsi con Dio che ci dà la sua Parola invece che con coloro
che pretendono di rappresentarlo e cambiano i suoi insegnamenti. Cosa ne
pensi?
Approfondimenti
10) In Daniele 7:12, cosa significa che «Le altre bestie furono private del
loro potere; ma fu loro concesso un prolungamento di vita per un tempo
determinato»? Significa che quando il regno di Dio si manifesterà, solo
l’undicesimo corno sarà distrutto mentre gli altri rimarranno ancora per
qualche tempo?
Questo contraddirebbe quanto abbiamo già visto su quanto che accadrà al
ritorno di Gesù. Il problema nasce solo dalla traduzione. I verbi ebraici non sono
come i nostri che indicano con precisione i tempi ai quali si riferiscono. Indicano
soprattutto la qualità dell’azione, se è finita, conclusa, o continuata. Per questo,
uno stesso verbo può riferirsi a tempi diversi. Basta allora tradurre in un modo
leggermente diverso: «Le altre bestie erano state private del loro potere anche se
era stato loro concesso un prolungamento di vita per un tempo determinato.» In
altri termini, quando i primi tre regni scomparvero dalla scena perdendo il loro
potere, tuttavia, in qualche modo, continuarono a sopravvivere nell’ambito degli
altri regni che li avevano conquistati. Roma invece, e in particolare il corno di
cui stiamo parlando, quando arriverà alla sua fine, scomparirà del tutto senza
altri momenti di persistenza. I primi regni sono stati vinti da altre realtà umane,
ma quest’ultimo sarà sconfitto direttamente da Dio in modo totale e definitivo, e
non ne rimarrà più traccia (v. 11).
11) In Daniele 7:22, alcune Bibbie leggono che il giudizio fu dato «ai santi
dell’Altissimo» (King James, Riveduta, Nuova Riveduta) come se a
giudicare fossero gli stessi santi che riceveranno il regno fossero in cielo
dove si svolge il giudizio (v. 27). Come può essere?
Difatti non può essere. Una traduzione migliore è che il giudizio fu dato «a
favore» dei santi come anche la revisione della King James traduce (NKJ). La
Nuova Diodati e la versione delle Paoline danno lo stesso senso con «fu resa
giustizia ai santi».
40:6
Questo significa che il giudizio celeste, da una parta comporta la condanna dei
violenti poteri umani e il corno, ma dall’altra anche la giustificazione e la
liberazione finale del popolo di Dio perseguitato e fedele. È come nel giorno
delle espiazioni, quando alcuni sono condannati e tolti via dal popolo di Dio,
mentre gli altri sono definitivamente purificati rimanendo parte della famiglia di
Dio.
12) L’identificazione dell’undicesimo corno con il papato significa che tutti
i cattolici saranno condannati?
La nostra analisi ha identificato un processo storico, una realtà istituzionale, non
delle persone. Una persona può essere onesta, sincera, buona, anche se
all’interno di una realtà istituzionalmente negativa. Dio non ci invita mai a
giudicare gli individui perché solo lui può farlo. Quello che dobbiamo capire è il
significato spirituale della storia per non lasciarcene trascinare ed essere fedeli a
Dio, nel nostro proprio tempo, ognuno sulla base della sua conoscenza e
coscienza.
13) Ma è proprio vero che il papato pretende di essere quello che abbiamo
visto?
Riportiamo, come esempio, un documento cattolico del 18° secolo:
«Il Papa ha una dignità così grande e così elevata che non è un semplice uomo,
ma come se fosse Dio, e il vicario di Dio. …
«Il Papa è coronato con una triplice corona, come re del cielo, della terra e delle
regioni sotterranee. …
«Il papa è come se fosse Dio sulla terra, il solo sovrano dei fedeli di Cristo, capo
dei re, avente pienezza di potere, al quale è stato assegnato dall’onnipotente Dio
la direzione non solo della terra ma anche del regno dei cieli. …
«Il papa ha una autorità e un potere così grandi che può modificare, spiegare o
interpretare anche le leggi divine. …
«Il papa può modificare la legge divina, perché il suo potere non viene
dall’uomo ma da Dio, ed agisce come vice reggente di Dio sulla terra con
ampissimo potere di legare e sciogliere il suo gregge.
«Qualunque cosa si dica che il Signore Dio stesso, e il Redentore, possano fare,
quello il suo vicario può fare, salvaguardato il fatto che non faccia nulla di
contrario alla fede.»
(Lucius Ferraris, “Papa” art. 2, in Prompta Bibliotheca (“Handy Library”), Vol.
6 (Venetiis [Venezia]: Gaspar Storti, 1772), p. 29. Vol. VI, pp. 25–29).
40:7
DANIELE 2 E 7 IN PARALLELO
605 A.C.
BABILONIA
539 A.C.
MEDO-PERSIA
331 A.C.
GRECIA
168 A.C.
ROMA
476 D.C.
ROMA DIVISA
?
40:8
REGNO DI DIO
Giudizio in cielo
contro il «corno» e a
favore dei santi.
Il Figlio dell’uomo
riceve il regno e lo
condivide con i santi.
41. Daniele 8: Il tempo del giudizio
Introduzione
In Daniele 7 abbiamo avuto molti più dettagli di quelli di Daniele 2. Ora, non
solo sappiamo che ci sarà un regno di Dio che prenderà il posto di quelli umani,
ma che sappiamo anche che la storia della chiesa cristiana avrà alcuni aspetti
terribili. Violenza e infedeltà si introdurranno nel popolo di Dio e questa
situazione durerà fino a quando non sarà instaurato il regno di Dio. Ma prima
che esso venga, ci sarà un giudizio in cielo, di fronte a Dio e agli angeli. In
questo Giudizio, il Figlio dell’uomo (Gesù) ha un ruolo del tutto speciale perché
è lui che, alla fine del giudizio, riceve il regno e lo condivide con il popolo di
Dio. La sola domanda che resta è: possiamo sapere quando verrà questo
giudizio? Daniele 8 comincerà a darci la risposta.
1) Qual è lo scopo della visione di Daniele 8?
Daniele 8:17: Riguarda ancora una volta il tempo della fine e dovremmo
prestarvi una particolare attenzione per capirla. È la prima volta che riceviamo
un invito a fare attenzione e a capire, come per dirci che la profezia deve avere
una importanza del tutto speciale per il popolo di Dio e che, allo stesso tempo,
non è facile da capire.
2) Chi viene ad aiutare Daniele a capire?
Daniele 8:15,16. Anche in Daniele 7 qualcuno aiuta il profeta a capire (Dn
7:16) ma il nome non è rivelato e tutto si svolge nell’ambito della visione stessa.
Qui, invece, un messaggero è (sembra quasi fisicamente) mandato e ci viene
detto il suo nome: Gabriele. È l’unica volta che questo accade in tutta la Bibbia
(neppure in Apocalisse, l’angelo che guida Daniele nella sua visione profetica è
menzionato per nome). Comprenderemo nel prossimo studio perché questa
particolarità assume una speciale importanza.
3) Anche in Daniele 8 i regni sono rappresentati da animali. Qual è il primo
e cosa rappresenta? Daniele 8:3,4,20.
Il primo regno ad essere menzionato, questa volta direttamente per nome, è
quello della Medo-Persia, rappresentato da un montone con due corna (simbolo
di potere) disuguali, il più alto dei quali, diversamente da come ci saremmo
aspettati in natura, viene su per secondo.
Si può facilmente vedere come in tutte le tre linee profetiche analizzate finora, la
Medo-Persia è rappresentata sempre modo duale: Il petto con le due braccia
(anche se il fatto non viene sottolineato) in Daniele 2, l’orso che si regge su uno
dei due lati al capitolo 7, e qui il montone con le due corna disuguali.
Il primo corno più corto rappresenta i Medi, il secondo più lungo i Persiani.
Insieme formano un’una entità politica, ed è per questo che anche in Daniele 2 e
7 la Medo-Persia deve sempre essere considerata come un unico regno.
41:9
Il montone estende le sue conquiste verso Ovest (Asia – l’attuale Turchia -,
Babilonia, Grecia), Nord (Armenia, Bactriana, ecc. ) and Sud (Palestina, Egitto,
Etiopia). Queste tre direzioni confermano l’interpretazione delle tre costole in
bocca all’orso in Daniele 7, che abbiamo dato nello studio precedente.
Notiamo anche che Babilonia non è più menzionata: tutto quello che sia doveva
dire a sua riguardo è già stato detto.
4) Già sappiamo che dopo la Medo-Persia viene la Grecia. Com’è
rappresentata? Daniele 8:5-8,21,22.
La Grecia è rappresentata da un capro che corre talmente veloce come se
volasse. Come in Daniele 7, la velocità è sottolineata per rappresentare la
rapidità delle conquiste di Alessandro. La Medo-Persia era descritta come
proveniente dall’Est, la Grecia viene dall’Ovest e si scontra furiosamente con la
Medo-Persia sconfiggendola.
Il primo grande corno rappresenta il primo re dell’impero, Alessandro il Grande,
che morì inaspettatamente all’età di 33 anni nel 323 a.C. In mancanza di eredi in
grado di prendere il suo posto (un figlio stava ancora per nascere e il fratello era
infermo di mente) il suo posto finì, dopo qualche tempo di tentativi di preservare
almeno una unità formale, per essere preso da alcuni generali che divisero
l’impero in quattro parti.
5) In Daniele 2 and 7, dopo la Grecia troviamo Roma che in Daniele 7 è
simboleggiata da un mostro feroce con 10 corna tra le quali sorge un
undicesimo corno blasfemo, arrogante e persecutore. Abbiamo visto come
questo corno riceva una grandissima attenzione. Sorprendentemente, in
Daniele 8 non troviamo una terza bestia con le sue corna, ma un unico
grande corno. Come mai? Dan. 8:9-12,23-26.
Questo corno ci ricorda inevitabilmente l’undicesimo corno di Daniele 7 e
rappresenta la Roma papale. In Daniele 7, il corno appare inizialmente piccolo
(v. 8) ma poi diventa maggiore delle altre corna (v. 20). Tuttavia, il corno di
Daniele 8 viene descritto come estremamente grande (v. 9), e già questo fa
nascere il sospetto che la sua realtà debba andare oltre la consistenza del corno
precedente. Analizzando le informazioni che ci vengono date, lo scrivente
giunge alla convinzione che esso debba rappresentare l’insieme della quarta
bestia di Daniele 7, cioè, sia la Roma imperiale che quella papale, ma con una
sottolineatura speciale del ruolo di quest’ultima. Molto probabilmente, il motivo
per rappresentare tutta la bestia come se fosse un unico immenso corno, sta nel
desiderio di considerare tutta la storia di Roma, non tanto dal punto di vista
politico ma da quello religioso caratteristico dell’azione del corno papale.
6) Quali elementi ci fanno capire che questo grande corno rappresenta sia
la Roma imperiale che quella papale?
Lo possiamo vedere, non solo esaminando quello che ci dice Daniele , ma anche
facendo un confronto con Daniele 7.
41:10
a.
b.
c.
d.
e.
f.
41:11
Il corno ci ricorda automaticamente il corno di Daniele 7 che si
riferisce alla potenza papale.
Al v. 9, il corno diventa grande verso Sud, Est, e verso il «paese
splendido», evidente sinonimo di terra d’Israele. Questo corrisponde
precisamente alle tre direzioni in cui si espanse l’impero di Roma nel
momento in cui entrò sulla scena della profezia biblica prendendo il
posto di ciò che rimaneva dell’impero greco-macedone: Grecia e Asia
Minore (Est), l’Egitto con il resto del Nord Africa (Sud), SiriaPalestina (Paese splendido). In rapporto a questo, il corno rappresenta
l’impero romano.
V. 10: « del cielo» può essere il popolo di Dio che Roma perseguita.
Roma imperiale perseguitò sia il popolo d’Israele che la chiesa, Roma
papale perseguitò i cristiani dissidenti.
V. 11. L’impero romano distrusse il tempio di Dio a Gerusalemme e i
servizi del sommo sacerdote (il principe) del patto antico. Ma uccise
anche Gesù, il principe sommo sacerdotale del nuovo patto, il nostro
Re dei re (Ap 19:16). La Roma papale, da parte sua, con la sua schiera
di sacerdoti e mediatori umani, con tutti i suoi papi che pretendono di
rappresentare Cristo, ha distrutto spiritualmente la consapevolezza del
popolo di avere in Cristo il solo sommo sacerdote, il solo mediatore, il
solo vero re. Attirando l’attenzione sul servizio sacerdotale umano
svolto nei santuari terreni, ha anche distolto l’attenzione della chiesa
dal servizio di Cristo nel santuario celeste vanificandolo: in un senso
spirituale si può ben dire che lo ha distrutto, annullato, almeno per quel
che riguarda la consapevolezza della chiesa.
V. 12. Il «continuo», cioè il sistema sacrificale quotidiano teso a
procurare grazia e perdono al popolo di Dio (vedi studi sul santuario),
fu tolto via dall’azione del corno. Distruggendo il tempio di
Gerusalemme, Roma imperiale, distrusse anche il servizio continuo
dell’antico patto, ma questo non aveva ormai più importanza dal punto
di vista di Dio. Con la sua opera, il papato ha però distrutto il continuo
che ci interessa, cioè il servizio di Cristo di cui abbiamo detto. Il
«continuo» offerto nelle chiese terrene dai sacerdoti cattolici, oscura il
«continuo» offerto da Gesù nel santuario celeste.
V. 12. Tutto questo è accaduto a causa della «ribellione», forse la
ribellione di Israele che non ricevette Gesù ribellandosi a Dio e forse
anche la ribellione che, a causa di questo, poi attuarono contro Roma
provocando la loro stessa catastrofe. Ma c’è ance la ribellione della
chiesa cristiana che a poco a poco ha abbandonato la dottrina biblica
aprendo così la via alla apostasia generale riguardo al ministero
sacerdotale di Gesù.
g.
h.
i.
j.
k.
V. 23. Il corno è descritto come un re «dall’aspetto feroce». Questo ci
ricorda la quarta bestia di Daniele 7, Roma, descritta come
«spaventosa, terribile» (v. 7), ma non esclude la natura del «piccolo»
corno con la sua arroganza e violenza.
V. 24. Il fatto che il corno prosperi e vinca i santi con un potere non
suo, può ricordarci il papato che perseguita i santi attraverso il «braccio
secolare», ma anche il fatto che, come dirà Apocalisse 13:2 è il
dragone, Satana, che dà forza ai regni di questo mondo che
perseguitano il popolo di Dio (con particolare enfasi su Roma).
V. 25. Il corno è descritto come «intelligente» «astuto». Questo ci
ricordo il piccolo corno che ha «occhi d’uomo».
V. 25 parla dell’orgoglio di questo grande corno, la qual cosa ci ricorda
le pretese arroganti del piccolo corno in Daniele 7:8,25.
V. 25. Il corno è «infranto senza intervento umano» (letteralmente, «senza
mano –umana-). Questo ci ricorda quanto detto sulla pietra di Daniele 2 che
viene scagliata sui regno di questo mondo distruggendoli, ma anche della
quarta bestia e del suo undicesimo corno che sono distrutti direttamente da
Dio, dopo il giudizio e il ritorno di Gesù (Dn 7:11-12).
7) Quale conclusione possiamo trarre da tutti questi dati?
Questo grande corno rappresenta l’insieme dell’azione di Roma, sia di quella
imperiale che papale, ma con una particolare enfasi su quest’ultima. Esso copre il
tempo che va dalla fine dell’indipendenza dei regni ellenistici, fino alla fine dei
tempi quando Gesù ritornerà. Include le opere persecutorie contro il popolo di Dio
del vecchio e del nuovo patto, contro il loro santuario e il loro capo, in modo
particolare contro Gesù il cui sacrificio e sacerdozio nel santuario celeste sono stati
lungamente oscurati da sacerdozio e dalle messe terrene nei santuari umani.
8) Come reagisce Dio a questa situazione? Daniele 8:13-14
Dopo 2300 sere e mattine, cioè 2300 giorni simbolici o anni letterali «il
santuario sarà purificato». Dopo 2300 anni, Dio porrà fine alle offese contro il
suo santuario e il suo sommo sacerdote, e lo purificherà. Questo ci ricorda il
giorno delle espiazioni che portava alla purificazione del santuario terreno, un
simbolo del giudizio finale che separerà il buono dal malvagio e riaffermerà la
giustizia e la maestà di Dio.
9) Quali elementi abbiamo per capire che questa «purificazione» del
santuario, corrisponde al giorno delle espiazioni, e al giudizio?
a. Parallelismo con le profezie precedenti. Abbiamo già visto che le tre grandi
serie profetiche dei capitoli 2,7 e 8 sono parallele con l’aggiunta di sempre
nuovo dettagli. Se confrontiamo le parti finali di ognuna di queste profezie,
otteniamo il parallelismo seguente dal quale emerge il fatto che la
purificazione del santuario in Daniele 8 corrisponde al giudizio di Daniele 7.
41:12
Daniele 2
La pietra distrugge
i regni umani e
diventa il regno di
Dio.
Al ritorno di Gesù,
le nazioni
periscono e il regno
di Dio sarà
manifestato.
b.
c.
41:13
Daniele 7
Il giudizio celeste contro
la quarta bestia e il
piccolo corno, e a favore
dei santi, si conclude con
il Figlio dell’Uomo che
riceve il regno, torna
sulla terra a distruggere
la bestia e il corno, e a
condividere il regno con i
santi.
Alla fine del tempo c’è
un giudizio celeste che
afferma la giustizia di
Dio contro i nemici del
popolo di Dio. Quando il
giudizio si conclude,
Gesù riceve il potere di
eseguire la sentenza
contro i nemici di Dio e a
favore del suo popolo
che viene salvato,
associato alla gloria e
alla potenza del regno.
Daniele 8
Dopo 2300 giorni-anni il
santuario viene purificato
contro le opera malvagie del
grande corno.
Alla fine del tempo, Dio
riafferma la sua sovranità e
il vero significato della
salvezza compiendo nella
realtà quanto simboleggiato
dal giorno delle espiazioni,
il giorno in cui il santuario
era purificato, giudicando il
suo popolo salvando tutti
coloro che sono rimasti
fedeli e umili fino alla fine,
e allontanando da esso tutti
coloro che hanno rinnegato
la vera fede.
Il contesto. Tutto il contesto richiede una soluzione finale al problema
della ribellione, del peccato, delle offese arrecate a Dio, alla sua legge,
alla sua salvezza. È quindi evidente, per la natura stessa della profezia,
che la purificazione del santuario deve corrispondere alla soluzione
definitiva che noi siamo costretti a chiamare «giudizio», così come
accade in Daniele 7.
Gli animali. Non per caso la Medo-Persia e a Grecia sono
rappresentate da un montone e un capro. Perché non riusare gli stessi
simboli usati al capitolo 7? Cosa aggiungono di nuovo, alla
comprensione della storia profetica, i nuovi simboli usati? È
impossibile pensare che si voglia mettere in evidenza una loro
pacificità, una loro avvenuta addomesticazione, in contrasto con la
natura selvaggia degli animali usati al capitolo 7: infatti anche al
capitolo 8, il comportamento degli animali usati e tutt’altro che
pacifico. L’unica ragione plausibile per l’uso dei nuovo simboli è che il
montone e il capro, a differenza dell’orso e del leopardo, erano
entrambi animali sacrificali (Lev. 4:23; 5:15) che richiamavano
automaticamente, a qualsiasi lettore ebreo, l’immagine del santuario
intorno al quale tutto il capitolo è costruito. È come se Dio dicesse:
«Desidero che tu capisca che questa rivelazione riguarda soprattutto il
mio santuario e i suoi servizi». Quando consideriamo quale tipo di
servizio del santuario possa corrispondere alla «purificazione del
santuario» di cui parla Daniele 8, l’unico che possa venirci in mente è il
giorno delle espiazioni perché solo questo ha a che fare con l’idea di
purificazione e di giudizio come richiesto dal contesto della profezia.
10) Possiamo sapere quando i 2300 anni si concludono e comincia quindi
l’antitipico (reale) giorno delle espiazioni?
Sì, ma dobbiamo chiedere aiuto al capitolo 9. Perché? Perché il capitolo 8 ci
dice dopo quando tempo si realizzerà la purificazione del santuario ma non ci
indica il momento di partenza di questo periodo di tempo. Il capitolo 9 ci fornirà
invece i dato che ci mancano.
11) In che modo i capitoli 8 e 9 sono correlati?
Confronta Daniele 8:26 e 9:22,23. Nel capitolo 8, l’angelo Gabriele viene
mandato a spiegare la visione che Daniele ha avuto (v. 16). Egli spiega ogni
dettaglio: il montone, il capro, il primo corno, le quattro corna, e il grande
corno. A sola parte che non spiega è quella che riguarda i 2300 giorni. Dice
soltanto la visione è vera e che deve rimanere sigillata (segreta, nascosta) perché
si riferisce a un tempo lontano (8:27). Nessuna spiegazione è però data anche se
le sue parole lasciano presupporre che ci deve essere il modo per capirla
altrimenti come potrebbe essere possibile nel futuro comprenderla?
Tuttavia, la promessa che il santuario sarebbe stato un giorno purificato non
lascia Daniele indifferente e si sforza di capire con il pericolo di fraintendere i
dati ricevuti. Al capitolo 9 vediamo il profeta alle prese con un altro dato
temporale, quello fornito da Geremia (25:11,12; 29:10), secondo il quale Israele
doveva essere liberato dalla deportazione babilonese dopo 70 anni. Questo
tempo si è appena concluso e Daniele prega che Dio possa realizzare la sua
promessa. Prega, in modo particolare, per Gerusalemme (9:16,18) e per il
tempio (9:17) che, a quel tempo, erano entrambe in rovina. Per il tempio,
Daniele usa la parola «desolato» (shamem), la stessa parola usata in 8:13 per
descrivere la situazione del santuario a causa della violenza blasfema del corno.
In altre parole, molto probabilmente Daniele aveva capito che la promessa di
purificare il santuario alla fine dei 2300 giorni doveva corrispondere alla
promessa fatta attraverso Geremia di restaurare lo stato d’Israele alla fine dei 70
anni di oppressione babilonese e applicò entrambe sia alla restaurazione della
città e del tempio della sua epoca.
41:14
Per evitare incomprensioni, Gabriele viene mandato nuovamente per aiutare
Daniele a comprendere la «visione» (9:23,23). Quale, visto che nel capitolo 9
non ce n’è nessuna? La sola visione che poteva spiegare era quella alla quale fa
riferimento esplicito lo stesso capitolo 9, al v. 21, quando dice che Gabriele era
lo stesso angelo che Daniele aveva visto «prima nella visione» del capitolo 8,
quella sui 2300 giorni. Tuttavia, Gabriele, spiegando questa visione, non parla
del montone, del capro, del corno, cose che aveva già spiegate al cap. 8.
Affronta invece una questione temporale, cosa che inevitabilmente deve avere a
che fare con l’unico elemento temporale del capitolo 8, cioè il periodo dei 2300
giorni, l’unico elemento che non aveva ancora spiegato. Non lo fa però
direttamente, perché, non dimentichiamolo, questa parte della profezia doveva
rimanere «sigillata» fino alla fine dei tempi. Lo fa però dando, in un linguaggio
velato ma abbastanza chiaro perché un serio ricercatore potesse capire.
Proviamo a considerare il suo messaggio: grazie ad esso Daniele viene
informato del tempo della venuta del Messia (9:24,27) e può capire che la
purificazione del santuario di cui si parlava non aveva a che fare con il tempio di
Gerusalemme del suo tempo, ma con una realtà molto distante ancora da venire.
12) Le informazioni contenute in Daniele 9 come possono aiutarci a
comprendere i 2300 giorni? Daniele 9:24.
Studieremo questa nuova rivelazione nel prossimo studio. Per quel che ci
interessa qui, consideriamo solo l’affermazione iniziale della rivelazione in
Daniele 9:24: «Settanta settimane sono state fissate riguardo al tuo popolo e alla
tua santa città, per far cessare la perversità, per mettere fine al peccato, per
espiare l’iniquità e stabilire una giustizia eterna, per sigillare visione e profezia e
per ungere il luogo santissimo.»
a. «Settanta settimane» corrispondono a 490 giorni simbolici o anni
letterali.
b. «sono state fissate per il tuo popolo». Il verbo ebraico tradotto
«fissato» (Hatak) significa, letteralmente «diviso», «tagliato», cioè
messo da parte da un periodo più lungo. Da quale se non da quello dei
2300 giorni-anni, il periodo di tempo che Gabriele era venuto a
spiegare?
Insomma, Gabriele dice che non tutti i 2300 giorni-anni hanno a che fare con il
popolo di Daniele, con Israele, la loro capitale e il loro santuario. Per questo
sono riservati 490 anni. Il resto ha a che fare con un’altra storia e un altro
popolo.
Come vedremo nel prossimo studio, i 490 anni cominciano nel 457 a.C., e
siccome essi sono la prima parte dei 2300 anni di Daniele 8:14, anche questi
debbono cominciare nello stesso anno.
La risposta ultima alla nostra ricerca è dunque che l’antitipico giorno delle
espiazioni, il giudizio pre-avvento, comincia nel 1844 d.C. Otteniamo questa
41:15
data sottraendo 457 anni del periodo prima di Cristo al totale dei 2300 anni: ci
rimangono così gli anni dopo Cristo, 1844 appunto.
Attenzione: facendo la sottrazione si arriva, in realtà, al 1843 ma questo risultato
sarebbe vero se il periodo di tempo comprendesse degli anni interi. La profezia
comincia invece ad anno 457 a.C. inoltrato. Di conseguenza, per contare 2300
anni interi, dopo essere arrivati all’ultimo giorno del 1844 bisogna proseguire
nell’anno seguente dello stesso numero di giorni che sono passati dall’inizio del
457 fino al punto iniziale del periodo profetico. Si entra così nel 1844.
Conclusione
La straordinaria notizia che ci dà il capitolo 9 di Daniele è che noi siamo già
nell’epoca del giudizio, la fase finale della storia umana. Quando questo giudizio
si concluderà, Gesù verrà a portare libertà e salvezza al suo popolo. Siamo
pronti per questo?
41:16
DANIELE 2,7,8 IN PARALLELO
605 A.C.
Babilonia
539 A.C.
Medo-Persia
331 A.C.
Grecia
168 A.C.
Roma unita
476 D.C.
Giudizio in cielo
contro il «corno» e a
favore dei santi.
Roma divisa
? Regno di Dio
41:17
“Senz’opera di mano.” V. 45.
Il Figlio dell’uomo
riceve il regno e lo
condivide con i santi.
“2300 sere e
mattine e il
santuario sarà
purificato.”
“Sarà infranto senz’opera di
mano.” V. 25.
Approfondimenti
13) Alcuni studiosi moderni pensano che le 2300 «sere e mattine» debbano
essere comprese come se corrispondessero a 1150 sere e a 1150 mattine, cioè
a 1150 giorni. Perché riteniamo inaccettabile questa comprensione?
Perché nel linguaggio biblico, la successione di sere e mattine rappresenta dei
giorni interi come accadde nella settimana creativa (Gn 1:5, 8, 13). Per questo
motivo, molte traduzioni rendono il testo direttamente con «2300 giorni». L’idea
di dividere per 2 le 2300 sere e mattine deriva dal bisogno di molti studiosi
moderni, influenzati dalla visione liberale che nega il valore profetico di
Daniele, che vogliono fare corrispondere questo periodo al tempo in cui il re
seleucida Antico IV Epifane perseguita il popolo d’Israele e profana il tempio,
come se il grande corno rappresentasse proprio lui. Tuttavia, noi conosciamo la
sua storia nei minimi dettagli, grazie ai libri apocrifi dei Maccabei e allo storico
Giuseppe Flavio, e non c’è nessun modo di armonizzare il periodo di 1150
giorno con quanto storicamente avvenne.
14) Come possiamo essere certi che la «purificazione» di cui parla Daniele
8:14 corrisponda veramente alla purificazione del santuario del giorno delle
espiazioni in Levitico 23:27?
Gli studiosi che non accettano la nostra comprensione sottolineano il fatto che la
parola usata nel testo ebraico di Levitico 23:27 è diverso da quella usata in
Daniele 8:14. Levitico usa il verbo corrispondente alla radice kappar, che
significa «coprire», «espiare»; mentre Daniele 8:14 usa il verbo nizdaq, che
significa «dichiarare giusto», «restaurare nei propri diritti». Noi rispondiamo:
a) Il Significato delle due parole non è incompatibile perché l’idea di
«espiazione» include quella di «essere giustificati», cioè «essere restaurati ad
uno stato di giustizia».
b) L’antica traduzione greca dei LXX traduce Daniele 8:14 con katharisthesetai
che significa «purificare» come il testo di Levitico 23:27. La versione Latina
vulgata ha mundabitur, che significa anch’esso «purificare». Appare dunque che
gli antichi traduttori, o disponevano di un testo ebraico diverso dal masoretico, o
hanno compreso i due verbi come se avessero lo stesso significato.
Vi sono comunque altre considerazioni non linguistiche che debbono essere
fatte:
c) Il giorno delle espiazioni, in quanto simbolo del giudizio, entra nell’ambito
della purificazione del santuario in Daniele 8:14 attraverso il parallelismo con la
scena del giudizio e della salvezza del popolo di Dio che abbiamo trovato in
Daniele 7. Come le prime linee profetiche di Daniele 2 e 7, anche la terza di
Daniele 8, deve concludersi con una azione giudiziale di Dio che pone fine alla
storia della ribellione umana e del peccato. Se si escludesse dalla purificazione
41:18
del santuario in Daniele 8, ci troveremmo di fronte ad una anomalia assurda. Se
abbiamo ragione, allora, siamo costretti a dire che questo giudizio deve
corrispondere con l’ultimo elemento temporale (e logico) di Daniele 8, cioè la
con la visione riguardo al santuario, come testimonia il riferimento esplicito ad
esso e gli stessi animali scelti come simbolo dei regni, e in modo del tutto
logico, con il giorno delle espiazioni.
15) I moderni studiosi liberali vedono nel corno di Daniele 8, il re Antioco
IV Epifane. Perché non accettiamo questa interpretazione?
Quando l’impero di Alessandro fu diviso, la maggior parte dei suoi territori
passò sotto il controllo dei Seleucidi. Antioco IV era uno di loro, e non il più
importante. Cominciò infatti a sentire il fiato di Roma sul suo collo e perse
molte battaglie contro i popoli a lui sottomessi avviandosi verso un notevole
declino. La sua stessa profanazione del santuario di Gerusalemme avvenne
infatti come segno di disperazione, avendo bisogno di denaro, dopo essersi
dovuto ritirare dall’Egitto su richiesta del legato romano che vi si trovava. La
debolezza del suo regno non potrebbe giustificare la descrizione fattane da
Daniele come «estremamente grande» (8:9), come il testo greco implica, cioè
ancora più grande di quanto fossero i quattro regni da uno dei quali egli
proviene, regni che erano semplicemente definiti «grandi» (v. 8). Neppure altri
elementi combaciano. Tra questi il fatto che il corno di cui si parla viene fuori
verso la fine degli altri quattro corni rappresentanti i regni ellenistici (Dn 8:23).
Antioco IV fa parte di questi regni e non può apparire come un ulteriore corno
che viene quando essi sono scomparsi o stanno per scomparire. Questo, invece,
si applica bene a Roma.
16) Secondo Daniele 8:8,9, da dove viene il corno?
Alcuni pensano che il grande corno nasca da uno dei quattro corni rappresentanti
le quattro suddivisioni dell’impero greco-macedone, altri pensano invece che
venga da uno dei quattro venti del cielo. Il problema
Come più coerente con i dati disponibili, riportiamo la spiegazione seguente:
Daniele 8:8-9 dice letteralmente: «al suo posto quattro grandi (corni) sorsero
verso i quattro venti del cielo. E fuori da uno di essi venne un piccolo corno che
diventò estremamente grande verso il sud, l’est e il paese splendido».
Così, il «nostro» corno, viene fuori dai precedenti corni (regni) o dai venti (cioè
da uno dei quattro punti cardinali)? Consideriamo la seguente schematizzazione
del testo che tiene conto della struttura poetica del testo ebraico fondato sul
parallelismo tra i vari versi:
v. 8.
v. 9
41:19
Femminile
Quattro corna verso i
quattro venti (ruhot)
Da uno (ha’ahat)
Maschile
dei cieli (shamayim)
tra essi (mehem)
“Uno” (al femminile) potrebbe riferirsi sia a corna che a venti (entrambi al
femminile), ma tra di essi (al maschile) può riferirsi solo a cieli. Di conseguenza,
dobbiamo pensare che il corno viene da uno dei quattro venti dei cieli, e non da
uno dei quattro corni precedenti.
17) Con la loro enfasi sul giudizio «investigativo», gli avventisti non
corrono il rischio di vivere una vita spirituale improntata alla paura invece
che alla gioia della salvezza in Cristo?
Si è vero, ma questo è vero per tutti i credenti che prendono sul serio l’esistenza
del peccato e del giudizio, che considerano la loro fragilità e la santità di Dio.
Avere consapevolezza del giudizio di Dio può essere una benedizione perché
libera dalla superficialità e dalla trascuratezza, è sinonimo di serietà spirituale e
di rispetto per Dio e la sua volontà. Può però anche diventare un fattore
destabilizzante della vita cristiana se tutto questo non si associa alla
consapevolezza dell’amore e della grazia di Dio che supera ogni nostra
debolezza e ogni nostro limite. Vivere il giudizio nell’ottica della grazia di
Cristo, significa avere la certezza che il male non sarà eterno e che Dio saprà
ricondurre al bene ogni cosa. Diventa quindi fondamento della speranza e della
gioia. Il giudizio di Dio è garanzia di bene e quindi causa di gioia per ogni
credente che dopo avere osservato se stesso onestamente, depone ogni peso
davanti alla croce di Cristo affidandosi con piena fiducia alla sua grazia.
41:20
42. Daniele 9: Il Messia e il tempo del giudizio
Sintesi degli studi precedenti
Lo studio di Levitico e Ebrei ha mostrato come il santuario dell’Antico
Testamento debba essere considerato come un simbolo, una parabola
dell’economia cristiana della salvezza.
Nell’A.T., verso la fine dell’anno religioso, c’era un giorno speciale chiamato
giorno delle espiazioni (Lv 16 e 23:26-32). Dopo avere ottenuto un perdono
personale per i peccati confessati attraverso il servizio quotidiano nel santuario,
il giorno delle espiazioni procurava la cancellazione finale di tutti i peccati
personali e del popolo collettivamente commessi e confessati nell’anno
precedente. Il giorno delle espiazioni era un giorno di giudizio e solo coloro che
avevano confessato i loro peccati ne ricevevano i benefici venendone
definitivamente liberati, e venendo essi stessi confermati come parte del popolo
di Dio. Gli altri, coloro che arrogantemente avevano rifiutato di confessarli oche
dopo averli confessati avevano cambiato atteggiamento, veniva «tagliati via»,
rimossi dal popolo. Allo stesso modo, nel sistema cristiano, possiamo ogni
giorno chiedere perdono nel nome di Gesù, ma alla fine ci sarà un giudizio
globale e collettivo che confermerà tutti i sinceri credenti nella grazia di Dio ma
cancellerà dal libro della vita coloro che hanno rinnegato la fede.
La certezza del giudizio è una delle principali dottrine cristiane. Per sapere
quando il giudizio comincia dobbiamo ascoltare il messaggio profetico del libro
di Daniele. Qui (8:14) ci viene detto che alla fine di un periodo di 2300 giorni,
cioè un periodo di 2300 anni secondo il principio biblico di un giorno uguale a
un anno, «il santuario sarà purificato». Questo ci riporta alla purificazione del
santuario che avveniva nel «giorno delle espiazioni», che era anche un giorno di
giudizio. La profezia sulla purificazione del santuario ci porta quindi al tempo
del giudizio.
C’è tuttavia un problema. Daniele 8 parla di molti fatti storici il cui significato è
spiegato dall’angelo Gabriele, tranne quello dei 2300 giorni. Gabriele dice
soltanto che si tratta di qualcosa di vero ma che riguarda un lontano futuro
(8:26).
Le parole dell’angelo Gabriele, probabilmente preoccuparono Daniele perché
non riusciva a capirle (lo stesso angelo gli dice che questa parte della profezia
doveva essere sigillata, che cioè non poteva essere compresa fino al momento
della fine). Al capitolo 9 troviamo Daniele che considerava la conclusione già
avvenuta del periodo profetico annunciate dal profeta Geremia, secondo il quale
42:1
Gerusalemme doveva essere ristabilita dopo un periodo di desolazione di 70
anni. Daniele prega quindi che Dio mantenga la sua promessa e Volga il suo
sguardo sulla sua città e sul santuario che erano in rovine. Anche la profezia
delle 2300 sere e mattine aveva a che fare con il santuario e, per il profeta era
facile collegare le due profezie come se si riferissero ad un unico evento. 2 Il
fraintendimento doveva essere evitato e Dio manda di nuovo l’angelo Gabriele
per spiegargli «la visione» (9: 23). Poiché in Daniele 9 non c’è alcuna visione,
questa doveva riferirsi alla visione descritta al cap. 8, visione che lo stesso
Gabriele aveva spiegato nei minimi dettagli tranne che per il periodo delle 2300
sere e mattine. Questa era dunque la visione che Daniele doveva capire. Per
evitare ogni fraintendimento, Gabriele conforta il profeta dicendogli che il
santuario e Gerusalemme sarebbero stati presto ricostruiti, ma che il
compimento delle 2300 s ere e mattine riguardava veramente un tempo lontano.
Glielo dice però non direttamente, ma spiegandogli cosa doveva succedere
prima di questo avvenimento. In una prima fase dei 2300 anni, in un tempo di
490 anni, Dio avrebbe fatto tutto quello che era possibile per il popolo di Israele,
la città e il tempio sarebbero stati ricostruiti e il Messia sarebbe venuto per dare
salvezza al suo popolo. Ma il Messia sarebbe stato respinto e dei nemici
avrebbero di nuovo distrutto il santuario. Questo avrebbe richiesto che il
santuario fosse di nuovo purificato alla fine dei 2300 anni. Cerchiamo quindi di
scoprire anche noi quanto annunciato in questo importantissimo testo delle
Scritture.
1) Riprendendo dunque il discorso dall’inizio, quanto tempo è riservato a
Israele? Daniele 9:24.
70 settimane, cioè 490 giorni simbolici che equivalgono a 490 anni reali.
2
Si tratta naturalmente di una supposizione che Daniele abbia frainteso, anche
se fondata sul fatto che spesso Daniele non capisce. Potrebbe anche darsi che
abbia capito che il tempo preannunciato dalla profezia delle 2300 sere e mattine
si riferisse veramente ad un tempo lontano. In questo caso l’angoscia di Daniele
verrebbe proprio dal fatto che ha capito giustamente facendo morire in lui la
speranza di una pronta soluzione del problema del suo popolo. In questo caso,
quello che Daniele non capirebbe più, è come conciliare quest’ultima profezia
con quella di Geremia. Preso dalla sua fede e dal suo amore per il suo popolo,
Daniele pregherebbe Dio perché attuasse la profezia di restaurazione di
Geremia, già arrivata al suo termine, e lasciasse perdere l’altra. In ogni caso,
Daniele aveva bisogno di capire e l’angelo gli annuncia che Gerusalemme
sarebbe stata effettivamente ricostruita presto e che l’altra profezia si riferiva ad
una realtà diversa.
42:2
2) Gabriele annuncia che il tempo profetico annunciate comincia quando
esce «l’ordine di restaurare e ricostruire Gerusalemme» (Dn 9:25). Cosa
significa?
Dobbiamo cercare un comando, un decreto, una legge (letteralmente, una
«parola») che consenta di riedificare Gerusalemme. Questa parola non può
essere la stessa profezia di Dan 8:14, che non si presenta come un ordine ma
solo come un annuncio, e deve riferirsi ad un decreto regale. Quale?
2) Possiamo individuare il decreto che dà inizio a questo tempo profetico?
Israele vive ora sotto l’impero persiano e dalla sua autorità che il decreto può
venire. La Bibbia ce ne presenta quattro riguardanti Gerusalemme ed Israele.
Re persiano
Ciro
Anno
538/537 a.C.
Dario I
519 a.C.
Testo biblico
Esdra 1:1-4;
2 Cronache
36:22,23.
Esdra 6:1-12
Artaserse I
457 a.C.
Esdra 7:6-28
Artaserse I
445/444 a.C.
Neemia 2:7,8.
Oggetto
Rimpatrio degli esiliati e
ricostruzione del tempio.
Conferma del decreto
precedente riguardo alla
ricostruzione del tempio.
Servizio del tempio con in
più libertà e potere
politico-amministrativo.
Conferma del decreto
precedente che permetteva,
di fatto, la ricostruzione di
Gerusalemme.
3) Tra questi quattro decreti, qual è quello che permise la ricostruzione di
Gerusalemme?
Quello del 457 a.C. I primi due decreti debbono essere esclusi perché riguardano
solo il tempio e non la città. Poiché il quarto è l’unico in cui si menziona
esplicitamente la ricostruzione della città, potremmo essere tentati di pensare che
sia quello giusto. Ma non corrisponderebbe che i dati profetici successivi che
troviamo in Daniele 9:25-27. In realtà, quello che successe, è che il terzo
decreto, che permetteva ad Esdra di amministrare la legge a Gerusalemme, di
avere una sorta di forza di polizia (per fare rispettare la legge), implicava una
autonomia decisionale politica che dava anche la possibilità di ripristinare la vita
normale del popolo, e quindi anche di ricostruire la capitale.
Questa ricostruzione doveva avvenire in «tempi difficili» (Dn 9:26) e, in effetti,
avvenne con l’opposizione dei popoli circostanti, gelosi della sua autonomia e
della sua rinascita. Possiamo leggere sulle difficoltà incontrate in Esdra 4:7-23
dove si parla della ricostruzione di Gerusalemme e non soltanto del tempio.
42:3
Esdra stesso dice che i re persiani avevano dato il permesso di ricostruire il
tempio e di innalzare un «recinto», cioè una muraglia di difesa in Giuda e in
Gerusalemme (Esdra 9:9) anche se decreti in nostro possesso non menzionino
direttamente quest’ultimo fatto: doveva essere quindi considerato implicito come
abbiamo detto per il decreto del 457. Lo stesso re che aveva emesso il decreto
del 457 aveva concesso ad Esdra «tutto quanto egli chiese» (Esdra 7:6), in altre
parole, egli ebbe pieni poteri e questo permise di cominciare le opere di
ricostruzione della città.
Quando Neemia entra in scena, da Gerusalemme gli giungono notizie che le
mura della città sono «in rovina e le sue porte … consumate dal fuoco» (Neemia
1:3). È improbabile che il messaggero si stia riferendo alle porte di
Gerusalemme bruciate dai Babilonesi nel 586 a.C., 144 anni prima: dopo tanto
tempo di quelle porte non sarebbe rimasta alcuna traccia. Inoltre, il testo ci
mostra un Neemia che rimane sconvolto a questa notizia, come se la cosa lo
sorprendesse, come se per lui le mura e le porte dovessero essere ormai state
rizzate al loro posto. In questa prospettiva, sembra chiaro che il decreto
precedente di re Artaserse I deve avere consentito di cominciare la ricostruzione
e di portarla a un buono stato, ma che l’opposizione dei nemici li aveva bloccati
e fatti arretrare. Neemia chiede dunque il permesso di andare per riprendere i
lavori e portarli a compimento. Questo è quanto previsto dal decreto del 445/444
a.C.
4) In quante altre parti è suddiviso il periodo globale delle 70 settimane?
Daniele 9:25-27.
Tre periodi vengono menzionati: sette settimane, sessantadue settimane, una
settimana divisa a sua volta in due metà. Sfortunatamente, la nuova riveduta
traduce il testo secondo l’antica punteggiatura masoretica (anch’essa
probabilmente fraintesa e che, comunque, non appartiene al testo originale) che
rende la comprensione impossibile: «… fino all’apparire di un unto, di un capo,
ci saranno sette settimane; e in sessantadue settimane essa sarà restaurata e
ricostruita». Secondo questa traduzione, il Messia (Unto, in ebraico) sarebbe
apparso dopo sette settimane, cioè dopo 49 anni dal decreto del 457, cioè nel
408 a.C. cosa che è assurda … non solo in rapporto alla vita del Messia inteso
come Gesù Cristo, ma anche per la logica interna alla profezia che, secondo
questa lettura del testo morirebbe dopo le 62 settimane successive, cioè dopo
434 anni, cifra che neppure l’inventore dotato della massima fantasia avrebbe
potuto immaginare.
In realtà il testo ebraico non ha quell’ «in» che precede «sessantadue» e il testo
va tradotto, come ben fa la nuova Diodati in altro modo: «fino al Messia, il
principe, vi saranno sette settimane e altre sessantadue settimane», cioè 69
settimane in tutto che equivalgono a 483 anni. Sottraendo a questi 483 anni, i
457 che si trovano prima di Cristo, ne rimangono 27, corrispondenti all’anno
42:4
d.C. in cui Gesù fu battezzato dando inizio del suo ministero messianico, proprio
come Daniele aveva profetizzato.
NOTA: In realtà, facendo la sottrazione suindicata arriveremmo all’anno 26 ma,
come abbiamo già visto per il calcolo del 1844, all’anno 26 completo dobbiamo
aggiungere il tempo corrispondente a quello che passò dall’inizio dell’anno al
momento in cui il decreto sulla ricostruzione di Gerusalemme fu effettivamente
emanato, e questo ci porta dentro l’anno 27. Si deve anche notare che quando
Gesù fu battezzato non aveva 27 anni, ma circa 30 (Lc 3:23). Questa differenza
è dovuta all’errore commesso da Dionigi quando stabilì il nostro calendario a
parterre dalla nascita di Cristo e non più dalla fondazione di Roma come
avveniva fin’ora. Sincronizzando i dati della vita di cristo con quelli della storia
di Roma commise un errore di circa 3-4 anni, che porta alla differenza che
abbiamo visto sopra. Insomma, nell’anno 26 dopo Cristo, Gesù aveva circa 30
anni.
5) Perché il tempo è diviso in 7+62 settimane invece di dire, più
semplicemente, 69 settimane?
Questa profezia cronologica è scritta con un linguaggio poetico che nella poesia
ebraica è fondato sull’accostamento parallelo (in questo caso alternato) dei versi.
Consideriamo lo schema seguente usando la versione della Nuova Diodati che
seguiremo fino al verso 27:
(1) da quando è uscito l’ordine di
restaurare e ricostruire Gerusalemme
(3) sette settimane,
(5) essa sarà nuovamente ricostruita
con piazza e fossato, ma in tempi
angosciosi.
(7) E il popolo di un capo che verrà
distruggerà la città e il santuario; la
sua fine verrà con un’inondazione, e
fino al termine della guerra sono
decretate devastazioni.
(2) fino al Messia, il principe, vi
saranno
(4) e altre sessantadue settimane;
(6) Dopo le sessantadue settimane il
Messia sarà messo a morte e nessuno
sarà per lui.
(8) Egli stipulerà pure un patto con
molti per una settimana, ma nel mezzo
della settimana farà cessare sacrificio
e oblazione
Si può vedere come il periodo di 7 settimane corrisponda al tempo necessario
per la ricostruzione della città, di cui poi si annuncia una nuova distruzione. Il
periodo delle 62 settimane porta invece al Messia di cui si annuncia poi anche la
morte e il patto che farà con il popolo.
Le sette settimane sono inserite in parallelo con tutto il discorso sulla città
(prima colonna), le 62 settimane sono messe in parallelo con tutto il discorso
riguardante il Messia (seconda colonna).
42:5
6) Cosa sarebbe avvenuto al Messia «dopo» le 62 settimane?
a. Il Messia (Unto) sarebbe stato ucciso. Il testo non dice che il Messia
sarebbe stato ucciso allo scadere delle 62 settimane, ma «dopo». Per
sapere il momento preciso dobbiamo andare al v. 27.
b. Al v. 27 troviamo menzionata l’ultima settimana per chiudere il ciclo di
70. Quest’ultima settimana è divisa in due parti di 3 anni e mezzo
perché si dice che «nel mezzo» della settimana, il Messia avrebbe fatto
cessare «sacrificio e oblazione», porrà cioè fine al sistema sacrificale
dell’Antico Testamento. Noi sappiamo già che questo avvenne grazia al
suo sacrificio sulla croce. Anche se il tempio giudaico e i suoi riti
continuarono ancora per qualche tempo, fino a quando i Romani non
distrussero tutto nel 70 d.C., per Dio essi non avevano più alcun valore
in quanto una via nuova e migliore era stata aperta per il trono di Dio
nel santuario celeste attraverso la carne di Cristo (Eb 10:20. Confronta
Mt 27:50-51). Daniele ci informa così, secoli prima dei fatti, che il
Messia sarebbe morto in condizioni di abbandono da parte degli altri,
dopo 3 anni e mezzo dall’inizio del suo ministero. Questo tempo
corrisponde meravigliosamente con i dati che abbiamo per la morte di
Cristo nel 31.
NOTA: Come facciamo a sapere che Gesù è morto nel 31? Nessun
testo biblico ci dice in che anno Gesù sia morto, ma il vangelo di
Giovanni menziona tre pasque celebrate da Gesù dopo il suo battesimo
(Gv 2:13; 6:4; 11:55). Questo fatto ci dice che il ministero di Gesù
deve essere durato tre anni e qualche altro tempo.
c. Il Messia fa un patto con il suo popolo durante l’intera ultima
settimana. In questo modo, Dio risponde positivamente alla preghiera
di Daniele a favore del suo popolo, compiendo quanto promesso
attraverso l’angelo Gabriele (vedi vv. 9, 16, 17-18, 24). Questo aspetto
della profezia diventa chiaro prendendo atto del fatto che Gesù si è
proposto innanzitutto come Messia d’Israele, per chiamare il suo
popolo alla salvezza (Mt 10:6; 15:24) e per potere poi estendere il
messaggio al mondo intero (Mt 28:19). Il solo problema è comprendere
come il Messia potesse stabilire il suo patto durante (l’intera) settimana
visto che sarebbe morto in mezzo alla settimana. La spiegazione sta nel
fatto che, dopo la sua ascensione, il vangelo continuò ad essere
predicato esclusivamente agli Ebrei, e quasi esclusivamente a
Gerusalemme. Ebrei erano anche le persone provenienti da varie parti
del mondo presenti alla prima grande predicazione di Pentecoste. Solo
dopo la lapidazione di Stefano, il primo martire cristiano, i cristiani
lasciarono Gerusalemme e cominciarono a predicare il vangelo altrove
e ad altre genti, in Samaria e altrove (At 8:1-4). Non abbiamo
indicazioni storiche specifiche per stabilire quanto tempo sia passato
42:6
dalla morte di Gesù ma, considerando tutto ciò che gli atti degli
Apostoli ci dicono, non è azzardato pensare come possibile un periodo
di circa tre anni come ci dice la profezia di Daniele. Non in modo
casuale, Atti ci dice che la lapidazione di Stefano fu guidata da Saulo
da Tarso, colui che da lì a poco sarebbe diventato l’apostolo delle genti
(At 7:58; 9:15). Con la lapidazione di Stefano dunque, il periodo di
tempo «tagliato via», riservato per il popolo di Daniele era concluso.
Problema: perché la Nuova Riveduta dice che il patto è stato stabilito
dall’invasore, invece che dal Messia?
Per quanto risulta allo scrivente, la Nuova Riveduta è l’unica versione tra quelle
che abbiamo potuto consultare che dica questo. Il testo ebraico del v. 27 non
specifica di chi si parla e il soggetto deve essere dedotto dal contesto. Il verso
precedente aveva parlato sia del Messia, sia del principe di un capo che sarebbe
venuto, e siccome questo è l’ultimo soggetto ad essere menzionato, i traduttori
avranno pensato che questo bastava a farne il soggetto del verso successivo. Ma
questo non tiene conto del parallelismo poetico di cui abbiamo parlato prima. Si
veda la struttura poetica del testo esaminato prima e si vedrà chiaramente che il
soggetto del verso 27 sta in parallelo con i testi riguardanti il Messia e questo è
in armonia che anche quest’ultima settimana deve essere vista come un tempo a
favore di Israele, non contro di esso.
7) Dopo questo tempo riservato ad Israele, cosa sarebbe successo alla città
di Gerusalemme e al tempio? Vv. 26 s.p., 27 s.p.
Sarebbero stati distrutti nuovamente per mano del popolo di un capo (principe)
straniero, fino a quando, alla fine, questo stesso popolo sarebbe stato distrutto.
Tito, figlio dell’imperatore romano vespasiano, distrusse Gerusalemme e il
empio nel 70 d.C., ma già sappiamo che Roma stessa sarà distrutta a sua volta
alla fine dei tempi, alla conclusione del giudizio celeste (Dn 7). Gesù cita la
profezia di Daniele sulla desolazione di Gerusalemme.
8) Perché la distruzione di Gerusalemme e del tempio ad opera di Roma è
menzionata?
Certamente perché questo aiutava Daniele a capire che la purificazione del
santuario che doveva avvenire alla fine dei 2300 anni, non riguardava il tempio
di Gerusalemme per il quale pregava ma un altro tempio, quello celeste.
9) Perché si menziona la fine del distruttore di Gerusalemme e del tempio?
In effetti questa menzione non sembra indispensabile, se non per assicurare
Daniele che l’ultima parola non l’avrebbero mai i persecutori del suo popolo ma
Dio. Un altro motivo, forse ancora migliore, è che in questo modo, il capitolo 9
di Daniele, copre lo stesso tempo coperto dal capitolo 8, portandoci dal tempo
del decreto di re Artaserse I nel 457 a.C. fino al tempo del giudizio di Dio sul
potere di Roma nelle sue fasi imperiale e papale. In altre parole, Daniele 9
42:7
rappresenterebbe una quarta serie profetica parallela a quella di Daniele 2,7,8,
solo che qui la prospettiva diventa più cristologia. I 490 anni sono veramente la
prima parte del periodo più lungo dei 2300, e il 1844 è veramente il tempo in cui
comincia il giudizio finale.
10) A quale scopo i 490 anni sono riservati a Israele? Cosa possiamo
imparare per noi da questo fatto? Daniele 9:24
Il capitolo 9 era cominciato con la confessione di Daniele riguardo allo stato
spirituale del suo popolo. Essi avevano meritato quello che avevano ricevuto, la
perdita della loro patria, della loro amata città, del tempio. Ma Dio
misericordioso darà loro un’altra opportunità: nonostante la loro ribellione un
altro tempo di grazia è riservata alla nazione d’Israele:
a. per far cessare la perversità
b. per mettere fine al peccato
c. per espiare l’iniquità e
d. per stabilire una giustizia eterna.
Chi deve realizzare tutto questo? Il popolo, il Messia che viene, o tutti e due per
la parte che compete loro? Cosa ne pensi? Possiamo risolvere il problema del
peccato da soli? E’ il tempo limitato per Israele o anche per noi?
11) Cos’è il «santissimo» (il testo ebraico ha solo «santo dei santi» senza la
parola «luogo») che deve essere unto al v. 24?
In Daniele 9:25, subito dopo questo verso in cui leggiamo del santissimo che
deve essere unto, si parla dell’Unto riferito al Messia che deve venire (Messia in
ebraico significa Unto, la stessa parola che in Greco si dice Christos, dal quale
viene il nostro Cristo). Per questo motivo alcuni interpreti pensano che questo
«santo dei santi» debba riferirsi a Gesù unto dallo Spirito Santo al suo battesimo
(Mt 3:16; Lc 4:18; At 10:38). Altri considerano invece il fatto che questa
espressione dell’Antico Testamento è usata in rapporto alla seconda stanza del
santuario (Es 26:33), all’altare degli olocausti (Es 40:10), alla prima stanza del
santuario o al santuario in generale (Nm 18:9,10. Confr. Con Lv 16:2; Eb 9:6).
Solo in 1 Cr 23:13 può riferirsi al sommo sacerdote, ma non tutti concordano
con questa comprensione (Shea, in 70 Weeks, Leviticus, Nature of prophecy, p.
83). Per questo motivo, pensiamo che questa unzione del «santo dei santi» si
riferisca all’inaugurazione del ministero sacerdotale di Gesù nel santuario
celeste dove si pose come nostro sacerdote dopo la sua resurrezione (Eb 9:2124).
12) Cosa significa che quanto annunciate in Daniele 9 sarebbe servito a
«sigillare visione e profezia»? V. 24.
Non significa certamente che Dopo Daniele non ci sarebbe stata più alcuna
profezia: dopo di lui ce ne furono infatti molti altri. Nello stesso libro di
Daniele, dopo il capitolo 9 troviamo altre profezie.
42:8
Deve quindi significare che ciò che è detto sarà come un sigillo (una sorta di
firma autenticativa, nel mondo antico) che proverà vero quanto detto con la
visione delle 2300 sere e mattine (sarebbe del tutto inutile che l’adempimento di
quanto è detto al cap 9 proverà ce quanto è stato detto è vero). L’inizio del
giudizio nel 1844, essendo una realtà celeste come si apprende dal cap. 7 di
Daniele, non può essere confermato dall’osservazione umana. Per noi, il solo
modo di essere sicuri su quanto accadde nel 1844, dipende dalla veridicità della
profezia in Daniele 9. Quanto Daniele dice su Gesù e Israele è storicamente
provato essere vero e questo conferma quanto detto al cap. 9 sui tempi del
giudizio finale. La nostra fede non è basata su una interpretazione fantasiosa di
realtà sconosciuta, ma sull’esperienza di Gesù che noi conosciamo molto bene.
13) Quale importanza ha la comprensione di questa profezia per la Chiesa
avventista?
La Chiesa Avventista nasce nel 1844, in seguito a un movimento di risveglio
centrato sull’imminente ritorno di Gesù. La scoperta del vero significato di
Daniele 8:14, precedentemente messo da William Miller in rapporto al ritorno di
Gesù, diede ai pochi credenti che continuarono a credere nella fondatezza del
1844 come punto cui tendeva la profezia, una nuova fiducia nella parola di Dio,
un nuovo senso della loro speranza. Li avrebbe poi condotti ad una forte identità
e ad una missione che fa oggi della Chiesa Avventista una comunità mondiale,
tesa al servizio del prossimo e all’annuncio del vicino avvento del regno di Dio.
Approfondimenti
13) Perché in Esdra 4:7-13 si parla della ricostruzione di Gerusalemme al
tempo di Esdra mentre il contesto parla della costruzione precedente del
tempio?
Il tempio fu finito durante il regno di Dario, nel 6° anno del suo regno (Esdra
6:15). Il cap. 4:7-13, parla invece della ricostruzione successiva di Gerusalemme
avvenuta durante il Regno di Artaserse I. Probabilmente avvenne che Esdra,
scrivendo la storia delle difficoltà incontrate nella costruzione del tempio, volle
anche menzionare le difficoltà incontrate nella costruzione della città
anticipando alcune vicende posteriori. Questo non è il solo caso in cui, nella
Bibbia si usa questo modo di narrare.
14) Perché in Daniele 9:26 il Messia è chiamato “un unto” e non “l’unto”?
Potrebbe essere dovuto a un fatto puramente estetico, formale. Forse si
sottintende che nella storia di Israele di “unti”, di “messia” ce ne sono tanti: i
sacerdoti e in modo particolare il sommo sacerdote (Es 40:15; Lev 4:3,5), i re (1
Sm 24:6; 2 Sm 19:21; 2 Cr 6:42) e anche, a volte i profeti (1 Re 19:17).
42:9
L’unzione conferiva alla persona l’autorità per esercitare il suo ministero in
nome e con la benedizione di Dio. Con il tempo Dio ha rivelato che sarebbe
venuto un personaggio speciale che avrebbe operato con la potenza di Dio per la
salvezza finale del suo popolo. L’angelo Gabriele, per la prima volta, lo chiama
Unto, e noi lo identifichiamo con Gesù che, proprio per questo, chiamiamo
Cristo. Egli è quindi non l’unico unto, ma questo non significa che sia un unto
come gli altri. Gesù è l’Unto per eccellenza, un unto che racchiude in sé tutte le
caratteristiche degli unti precedenti. Egli è sacerdote, re e anche rivelazione di
Dio, un profeta.
42:10
3,5
anni 3,5 anni
7 + 62 settimane fino al Messia = 483 anni
1 settimana=7anni
yearsill the
“SETTANTA SETTIMANE SONO MESSE DA PARTE PER IL TUO
Messiah = 483
POPOLO”
years
490 ANNI
La Chiesa Avventista nasce nel 1844
per annunciare al mondo l’avvento
del giudizio e il ritorno di Gesù.
“FINO A 2.300 GIORNI, POI IL SANTUARIO SARA’ SANTIFICATO ”
42:11
43. Apocalisse 12: La chiesa del rimanente
1) A cosa si riferisce il termine «Rimanente»? Romani 9:27
Noi sappiamo già quello che la chiesa cristiana dovrebbe essere: una comunità si
persone che ricevono la grazia di Dio in Gesù e, con l’aiuto dello Spirito,
vivono per fede, fidandosi di lui e ubbidendo ai suoi comandamenti.
Sfortunatamente la realtà non è sempre stata così. E’ accaduto infatti che molte
volte il popolo di dio si è ribellato al suo signore e lo ha abbandonato. Tuttavia,
dice la Bibbia, un «rimanente» è rimasto fedele e questo rimanente sarà salvato.
 All’epoca del diluvio, 8 persone furono salvate nell’arca (2 Pt 2:5)
 Al tempo di Elia, in un tempo di apostasia generale, ci fu un rimanente di
7000 fedeli che non piegarono le ginocchia davanti a Baal (1 Re 19:18).
 Di tutto Israele, solo una parte accettò Gesù.
Leggendo tutti i testi in cui si parla del «rimanente», scopriamo che si tratta di
persone che amano Dio e che, anche se non sono perfette, desiderano rimanere
leali e fedeli (Is 10:20). Non si tratta di persone che possano vivere da sé, grazie
alla loro forza, ma vivono per grazia di Dio che li protegge e li salva (Rm 11:5;
Is 25:8).
Sfortunatamente, ciò che accadde con l’antico Israele, avvenne anche all’interno
della chiesa cristiana. L’apostasia trascinò lontano dal Signore molti discepoli
(At 20:29,30). Per questo motivo, anche dentro la chiesa cristiana ci sono stati
dei «rimanenti» (Ap 2:24-25) e ce ne sarà anche alla fine dei tempi. Per
comprendere meglio quello che ciò vuol dire, studieremo Apocalisse 12 e alcuni
altri testi.
2) In Apocalisse 12 come è rappresentato il popolo di Dio? Vv. 1,2
Come una donna incinta che partorisce il suo bimbo: «Poi un grande segno
apparve nel cielo: una donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e una
corona di dodici stelle sul capo. Era incinta, e gridava per le doglie e il
travaglio del parto.»
Chi è questa donna? Ne abbiamo già parlato nello studio sul peccato originale.
Nella Bibbia, il popolo di Dio è molte volte rappresentato come la fidanzata o la
sposa di Dio (Ger 2:2; Ez 16:1-8; Os 2:19,20; 2 Cor 11:2; Eph. 5:22-32). Nel
nostro testo, questo popolo è rappresentato nell’atto di attendere la nascita di un
bimbo che, scopriremo, darò loro la salvezza. Questo ci ricorda la promessa di
Dio che annunciava la venuta dalla progenie di Eva di un salvatore che avrebbe
43:1
distrutto il serpente (Gen. 3:15). I versi che seguono ci diranno che proprio
questo è il compito del bambino: distruggere il dragone antico, chiamato Satana.
Così, questa donna è il popolo di Dio, discendente da Eva, dal quale e per il
quale viene il Salvatore promesso. La corona di 12 stelle sul capo della donna, è
anch’esso un richiamo alla natura comunitaria di questa donna (12 è il numero
caratteristico del popolo di Dio: per l’Antico Testamento le 12 tribù discendenti
dai dodici patriarchi figli di Giacobbe; per la chiesa i 12 apostoli (Vedi Ap
21:12,14). La luna sotto i piedi (all’inizio della storia del popolo di Dio) e il sole
che la riveste di una gloria maggiore, possono rappresentare la gloria del
vecchio patto con i suoi riti annuncianti la salvezza, e quella del nuovo con la
salvezza che si manifesta completamente in Cristo.
3) Com’è rappresentato Satana? Vv. 3,4,9.
Come un dragone (un grande serpente) che cerca di uccidere il bambino.
La nostra vita è una battaglia tra il bene e il male, siamo chiamati a schierarci o
per Dio o per Satana, a metterci dalla parte del popolo di Dio o dalla parte di
coloro che consapevolmente o inconsapevolmente seguono le vie di Satana.
Dopo che i primi versi ci hanno presentato il carattere positivo del popolo di Dio
sotto l’immagine della donna vestita di bianco, vediamo ora l’aspetto negativo: il
Maligno, rappresentato dal serpente antico che tentò Eva, ha introdotto nel
nostro mondo il peccato, la corruzione, la morte. Questo serpente, non
soddisfatto del male già fatto, di avere condotto al peccato i discendenti di Eva.
Il successo iniziale di Satana si è esteso inizialmente anche al cielo perché è
riuscito a trascinare nella sua ribellione la terza parte delle stelle (gli angeli del
cielo). Se riesce ora ad uccidere anche il Salvatore promesso, la sua vittoria
potrebbe diventare eterna.
4) Perché Satana è rappresentato come un dragone con sette teste e dieci
corna?
Le dieci corna ci ricordano la quarta bestia descritta in Daniele 7:7,24, bestia
che rappresenta Roma. Quando Gesù nacque, il re Erode cercò d ucciderlo(Mt
2:16-18) ma era Roma la super potenza che dominava la Palestina. Erode era il
re d’Israele solo grazie al favore di Roma e dovendo rispettare l’autorità romana.
Così è del tutto corretto descrivere Roma come la manifestazione del potere di
Satana che cerca di uccidere il bambino appena nato. Successivamente, il
Serpente sarebbe riuscito nel suo intento mettendo a morte Gesù attraverso le
armate romane. Ma la tomba non riuscì a trattenere Gesù perché risuscitò e
ascese al cielo. Come Dio aveva detto ad Eva, il Serpente sarebbe riuscito a
ferire il calcagno del Messia, ma ne avrebbe avuto la testa schiacciata (Gn 3:15).
Le 7 teste coronate rappresentano, molto probabilmente, il fatto che Roma non
era il solo potere ad agire da parte di Satana per opprimere il popolo di Dio. Già
nel passato, Satana si era servito dell’Egitto, dell’Assiria, di Babilonia, della
Medo-Persia, e della Grecia. Ora sta usando Roma e successivamente avrebbe
43:2
usato un altro potere (vedi Ap 17:9). In questa prospettiva, il gran dragone
rappresenta Satana che opera attraverso i regni umani per combattere contro il
popolo di Dio.
6) Com’è rappresentata la vittoria di Cristo? V. 5.
Nonostante le sue sofferenze, Gesù diventa un re vittorioso: «Ed ella partorì un
figlio maschio, il quale deve reggere tutte le nazioni con una verga di ferro; e il
figlio di lei fu rapito vicino a Dio e al suo trono.»
Come Dio aveva preannunciato, il serpente avrebbe morso il calcagno del
Messia, ma, allo stesso tempo, la sua testa ne sarebbe stata schiacciata (Gn
3:15). Gesù morì e fu sepolto, ma la tomba non poté trattenerlo. Egli, infatti,
risuscitò ed ascese al cielo. La morte di Gesù, provocata da Satana tramite le
mani dei soldati romani, avrebbe dovuto rappresentare la sua vittoria ma non fu
così. Essa rappresentò invece la vittoria di Gesù, perché egli liberamente accettò
di passare attraverso la morte (Gv 10:18), e attraverso il suo sacrificio, Gesù
diede dimostrazione della verità dell’amore di Dio, dell’infondatezza delle
accuse di Satana, e creò le condizioni per la nostra salvezza dal patere di satana,
dal peccato e dalla morte (Eb 2:14,15).
Gesù doveva essere sconfitto dalla potenza delle nazioni e invece, grazia alla sua
morte, acquistò il diritto di diventare loro re (Filip 2:8-11), e le dominerà non
con l’usuale verga del pastore proteggendole e guidandole (Sal 23:4), ma con
una «verga di ferro», cioè con il potere del giudizio e della condanna (Ap
19:15).
7) Dopo la vittoria di Gesù, cosa accade alla chiesa?
V. 6. «Ma la donna fuggì nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio, per
esservi nutrita per milleduecentosessanta giorni.»
La vittoria di Gesù pose le fondamenta per la salvezza del suo popolo, ma essi
avrebbero dovuto continuare a vivere in questo mondo e avrebbero dovuto
affrontare problemi e persecuzioni. Sappiamo già di un tempo di persecuzioni
preannunciato in Daniele 7:26 e Apocalisse 12:14; 13:5: questo periodo di 1260
anni letterali sarebbe cominciato nel 538 con il sorgere della potenza del piccolo
corno (Dn 7:8) e sarebbe finito nel 1798 con l’inizio della decadenza della
potenza politica del papato.
Dov’era il popolo di Dio durante questo tempo? La donna (cioè, la vera chiesa)
non godeva della gloria e della potenza di questo mondo, non era accolta alla
corte dei re, non poteva predicare apertamente il vangelo ma doveva nascondersi
nel «deserto». Cosa significa? In Apocalisse 17:15, le acque rappresentano i
popoli, la gente. Il deserto è dove non c’è acqua, cioè in luoghi lontani dalla
gente. La chiesa, per sopravvivere, doveva nascondersi in luoghi solitari, non
mostrarsi apertamente. È tragico che questo sia accaduto in mondo che chiamava
se stesso cristiano, come avvenne durante i tempi del medioevo e anche dopo.
43:3
Che tipo di cristianità era quella. Se il mondo non avesse costretto i veri credenti
a nascondersi, come sarebbe stata diversa la storia!
8) Se la vittoria di Gesù non eliminò subito i problemi della storia, quale
risultato ebbe comunque?
Vv. 7-11. “E ci fu una battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combatterono
contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e
per loro non ci fu più posto nel cielo. Il gran dragone, il serpente antico, che è
chiamato diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù; fu
gettato sulla terra, e con lui furono gettati anche i suoi angeli. Allora udii una
gran voce nel cielo, che diceva: «Ora è venuta la salvezza e la potenza, il regno
del nostro Dio, e il potere del suo Cristo, perché è stato gettato giù l’accusatore
dei nostri fratelli, colui che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio. Ma
essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello, e con la parola della
loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, anzi l’hanno esposta alla
morte.»
a. Guerra in cielo. Non si tratta di una guerra militare ma spirituale. Michele e i
suo angeli da una parte, e Satana con i suo angeli dall’altra. La guerra era già
cominciata in cielo quando Satana accusò Dio di ingiustizia e desiderò
appropriarsi della potere e della gloria di Gesù (Ellen White, Il gran conflitto,
pp. 494,5 ed. inglese. Isaia 14:12-14). In questa guerra spirituale, Satana ebbe
l’adesione di un terzo degli angeli e, grazia al peccato di Adamo ed Eva, diventò
anche il «principe di questo mondo» (Gv 12:31). Prima della croce, a Satana era
ancora permesso di frequentare il cielo e ne approfittava per accusare i figli di
Dio (Gb 2:1-5; Zac 3:1,2). «Satana» significa appunto questo, «accusatore». Era
il titolo che veniva dato al pubblico ministero, all’avvocato dell’accusa. Ora,
dopo l’esperienza della croce, Satana è vinto e scacciato dal cielo: nessuno può
più sopportarlo, la sua natura è stata finalmente rivelata e nessuno può più dargli
credito. Dio stesso può respingerlo senza più timore di essere frainteso dalle sue
creature. Egli non può più accusare nessuno: né Dio, né gli angeli, né gli uomini.
Il fatto che abbia messo a morte Gesù, nonostante la sua evidente innocenza,
mostra che il suo intento non era la giustizia ma il potere. Solo sulla terra c’è
ancora gente disposto ad ascoltarlo ed è per questo che è messo in condizioni di
stare solo sul nostro pianeta.
b. Michele. Chi è Michele, il capo degli angeli? Noi pensiamo che sa Gesù
stesso, per i seguenti motivi:
 Michele significa «Chi è come Dio?» e possiamo rispondere: «Gesù è come
Dio». Satana desiderava essere come Dio contro Gesù, ma Gesù è il
vincitore.
 Michele è «uno dei primi capi» (Dn 10:13) o semplicemente «il grande
capo» (Dn 12:1). Giuda lo chiama «l’arcangelo» (v. 9), cioè, il «capo degli
angeli». L’angelo Gabriele lo considera il capo d’Israele (Dn 10:21).
43:4
L’apostolo Paolo descrive Gesù che ritorna come uno che parla con «voce
d’arcangelo» (1 Ts 4:16). Nell’A.T., come il divino Angelo di Yahveh, è
colui che si prende cura di Israele (Gs 5:13-15; Sal 34:7; Is 37:36 ecc.). È
dunque facile capire che Michele è Gesù stesso, colui che guida il so popolo
in cielo e sulla terra contro l’Avversario.
 Il contesto richiede che Michele, coliche vince Satana, sia Gesù stesso
perché si dice che Satana è stato vinto grazie al sangue dell’Agnello, cioè di
Gesù.
c. La vittoria del santi. Se Gesù e i suoi angeli vincono Satana, noi possiamo
fare lo stesso grazie al sangue di Gesù, cioè, accettando la sua morte per noi.
Attraverso il sangue di Gesù riceviamo il perdono dei nostri peccati e Satana non
più alcun appiglio per accusarci (Rm 8:33,34; 1 Pt 1:18; 1 Gv 1:8,9). Dobbiamo
però capire che accogliere il dono di Gesù non è solo qualcosa di intimo,
personale, segreto. Siamo vincitori in Gesù solo se, conquistati dal suo amore,
ne diventiamo anche testimoni manifestando fede in lui e confessando il suo
nome di fronte agli altri, con le nostre parole e le nostre azioni. Questo implica
una vittoria sulla paura, anche quella di perdere la propria vita per amore di
Gesù. L’Apocalisse non è un libro per gente tiepida (Ap 3:16). In una guerra non
ci si può schierare con entrambe le parti coinvolte: bisogna scegliere ed essere
coerenti. A volte, bisogna anche accettare di morire, come Gesù ha accettato di
morire per noi.
9) Se da una parte la morte di Gesù (e la sua risurrezione) ha dato la
vittoria al suo popolo, dall’altra questo ha reso satana ancora più furioso.
In che modo la chiesa è protetta dai suoi attacchi?
Vv. 12-16: «Perciò rallegratevi, o cieli, e voi che abitate in essi! Guai a voi, o
terra, o mare! Perché il diavolo è sceso verso di voi con gran furore, sapendo di
aver poco tempo». Quando il dragone si vide precipitato sulla terra, perseguitò
la donna che aveva partorito il figlio maschio. Ma alla donna furono date le
due ali della grande aquila affinché se ne volasse nel deserto, nel suo luogo,
dov’è nutrita per un tempo, dei tempi e la metà di un tempo, lontana dalla
presenza del serpente. Il serpente gettò acqua dalla sua bocca, come un fiume,
dietro alla donna, per farla travolgere dalla corrente. Ma la terra soccorse la
donna: aprì la bocca e inghiottì il fiume che il dragone aveva gettato fuori dalla
sua bocca.»
Il periodo di persecuzione descritto qui («un tempo, dei tempi e la metà di un
tempo») è lo stesso di quello dei milleduecentosessanta giorni-anni descritto al
v. 6. Cacciato dal cielo, Satana rivolge tutta la sua rabbia contro i figli di Dio
che abitano sulla terra. La chiesa è perseguitata ma Dio ha cura di lei e le dà «le
due ali della grande aquila» perché possa andare nel deserto, in luoghi solitari,
dove sarà protetta e sostenuta da Dio. Questa scena ripete probabilmente quanto
avvenne ad Israele che, uscendo dall’oppressione dell’Egitto, fu portato dal
43:5
Signore nel deserto del Sinai. Il Signore li portò su delle ali d’aquila (Es 19:4);
Dt 32:11-12).
Oltre al deserto, però, si descrive un altro aspetto della protezione di Dio:
a. L’acqua gettata dalla bocca del serpente rappresenta la gente che Satana usa
per perseguitare i veri credenti.
b. La terra (l’idea è qui diversa da quella espresso con l’immagine del deserto)
che soccorre la donna, deve rappresentare luoghi scarsamente abitati (in
contrasto con le acque che rappresentano moltitudini di popoli). È molto
probabile che questa immagine rappresenti, in modo speciale, l’America
dove, poco dopo la sua scoperta (1492), molti credenti trovarono salvezza
dalle persecuzioni che infierivano in Europa e la libertà di adorare Dio
secondo la loro coscienza.
Pensiamoci: Può accadere anche a noi di dovere affrontare dei pericoli a causa
della nostra fede. Pensi che Dio si prenderà cura di noi?
10) Alla fine della storia, appare un rimanente. Di cosa si tratta?
v. 17: «Allora il dragone s’infuriò contro la donna e andò a far guerra a quelli
che restano della discendenza di lei (letteralmente: il rimanente del suo seme)
che osservano i comandamenti di Dio e custodiscono la testimonianza di Gesù.»
Abbiamo seguito la storia della vera chiesa dal tempo di Gesù fino alla fine dei
1260 anni che finiscono nel 1798. Durante tutto questo tempo la chiese dovette
affrontare delle persecuzioni ma, godette anche della grazia e del sostegno di
Dio.
Satana, però, non si ferma lì. Potremmo pensare che con la fine dei 1260 anni
finisce definitivamente l’era delle persecuzioni. Sfortunatamente non è così. C’è
una pausa ma non la loro fine. Se Satana non riuscì a distruggere la donna
durante il lungo tempo dei 1260 giorni-anni, riprenderà a farlo contro quello che
rimane della sua discendenza.
La parola «rimanente» ci porta a ciò che rimane della chiesa, e ci permette di
considerare la fede e l’esperienza del popolo di Dio, che vuole rimanere fedele
al suo Signore in questi ultimi giorni. Noi stiamo vivendo nel tempo del giudizio
che precede il ritorno di Gesù, e dobbiamo considerare attentamente questo
testo.
11) Su che base possiamo identificare questo «rimanente»? V. 17.
Apocalisse 12:17 ci offre due segni distintivi di queste persone:
a) Essi «osservano i comandamenti di Dio.» In un tempo di apostasia generale e
di immoralità come quello degli ultimi tempi (Mt 24:37; 2 Tm 3:1-5), c’è ancora
qualcuno che osserva i comandamenti di Dio, tutti i comandamenti, così come li
ha dati Dio stesso e non come sono stati cambiati dagli uomini.
43:6
Essi «custodiscono (letteralmente, hanno) la testimonianza di Gesù». Questo
significa che hanno ricevuto una particolare testimonianza da parte di Gesù. Gli
ultimi tempi saranno particolarmente difficili, non solo per l’immoralità ma
anche per la grande confusione teologica che regna in seno al mondo cristiano.
In simili circostanze abbiamo bisogno di una guida speciale da parte di Gesù.
L’espressione «testimonianza di Gesù» si riferisce proprio a questa guida. Come
avviene? In Apocalisse 19:10, un angelo dice all’apostolo Giovanni: «Io sono un
servo come te e come i tuoi fratelli che custodiscono la testimonianza di Gesù:
adora Dio! Perché la testimonianza di Gesù è lo spirito della profezia.» Questo
significa che Gesù dà la sua testimonianza alla chiesa attraverso lo spirito di
profezia che ispira i profeti. Insomma: Gesù guida la sua chiesa attraverso i
profeti, e il Rimanente degli ultimi giorni ha questo privilegio: gode dello spirito
di profezia.
Così, se desideriamo sapere dove trovare questo Rimanente, dobbiamo cercare
un gruppo di persone che osservano i comandamenti di Dio e godono di una
guida profetica. Conosci un gruppo di questo tipo? Di certo sappiamo che Dio
invita ognuno di noi a farne parte, per essere fedeli a lui e godere della sua
speciale guida in questi ultimi giorni.
c. Essi sono persone che perseverano nel loro cammino cristiano e che
«osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù» (Ap 14:12). Anche questo
testo si riferisce ai credenti fedeli degli ultimi giorni (si colloca infatti tra
l’annuncio del giudizio al v. 7 e la de iscrizione del ritorno di Gesù al v. 14).
Vediamo così che osservare i comandamenti di Dio e avere la fede in Gesù sono
due aspetti della stessa esperienza cristiana. Questa enfasi sulla «fede in Gesù»
può essere considerato come un terzo segno del Rimanente. Essi ubbidiscono ai
comandamenti di Dio, ma non con intenti legalistici. Obbediscono perché hanno
fede in Gesù, perché conquistati dal suo amore e perché hanno imparato ad
amarlo. Non pensi che Gesù stia chiamando anche te a fare parte di questo
popolo?
Approfondimenti
12) Avere la «testimonianza di Gesù» e la presenza di profeti.
a) «Testimonianza di Gesù» è un’espressione che si trova solo in Apocalisse
(1:2,9; 12:17; 19:10, and 20:4). In se stessa, l’espressione «testimonianza di
Gesù» può significare che questo popolo riceve una testimonianza da parte di
Gesù o che esso dà una testimonianza riguardo a Gesù. L’esame di altri testi
dell’Apocalisse ci aiuta a capire quale sia il suo significato corretto:
«Egli [Giovanni] ha attestato come parola di Dio e testimonianza di Gesù Cristo
tutto ciò che ha visto» (1:2).
43:7
«Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e
nella costanza in Gesù, ero nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di
Dio e della testimonianza di Gesù» (1:9).
«Io mi prostrai ai suoi piedi [dell’angelo] per adorarlo. Ma egli mi disse:
«Guàrdati dal farlo. Io sono un servo come te e come i tuoi fratelli che
custodiscono [hanno] la testimonianza di Gesù: adora Dio! Perché la
testimonianza di Gesù è lo spirito della profezia» (19:10).
«E vidi le anime di quelli che erano stati decapitati per la testimonianza di Gesù
e per la parola di Dio» (20:4).
È significativo il fatto che in tre di questi testi, la «testimonianza di Gesù» sia
accompagnata da un riferimento alla «parola di Dio» con una costruzione
sintattica uguale e una somiglianza di contenuti: le due espressioni portano a
pensare che come la «parola di Dio» sia tale perché viene da Dio, così la
«testimonianza di Gesù» sia tale perché viene da Gesù. Anche in 1:9 e 20:4,
dove si parla del fatto che la parola di Dio e la testimonianza di Gesù sono state
causa di persecuzione, e si potrebbe quindi pensare che si voglia dire che ciò è
avvenuto perché Giovanni e gli altri credenti hanno dato testimonianza della
Parola di Dio e di Gesù, la cosa non ci appare certa perché potrebbe dire
semplicemente che essi sono perseguitati perché hanno amato e predicato la
Parola di Dio e la testimonianza che Gesù ha dato loro. Potremmo cioè trovarci
nella stessa prospettiva in cui si trovò Giovanni quando fu invitato a mangiare il
libretto dolce come il miele diventato poi amaro come il fiele (Ap 10:9,10).
L’insieme dei quattro testi porta quindi a pensare che «testimonianza di Gesù» si
riferisca a un messaggio che Gesù ha dato alla chiesa oltre a quanto la chiesa
aveva ricevuto attraverso la «Parola di Dio», cioè la santa Scrittura. Lo stesso si
può dire di Apocalisse 12:17 riguardo alla chiesa degli ultimi giorni, nella quale
la «testimonianza di Gesù» è messa in parallelo con i «comandamenti di Dio».
Sfortunatamente dobbiamo attirare l’attenzione sulla traduzione «custodiscono»
della Nuova Riveduta, sia in 12:17 che in 19:10. Il testo greco ha echô il cui
significato base è «avere», «possedere». «Custodire» è un significato derivato e
secondario che non è affatto necessario qui, e che viene introdotto dal traduttore
probabilmente solo per considerazioni teologiche e non filologiche. «Custodire»
dà infatti l’idea che la «testimonianza di Gesù» sia qualcosa che essi abbiano
ricevuto dal passato, facendo così sospettare che possa trattarsi della stessa
«parola di Dio» (la Scrittura canonica), citata insieme ad essa. Ma così non è.
Che la nostra comprensione sia giusta lo si comprende dal fatto che l’Apocalisse
stessa spiega chiaramente, in 19:10 che la testimonianza di Gesù è lo «spirito
della profezia» che, a sua volta, al cap. 22:8,9, viene sostituito dalla espressione
equivalente «profeti»:
43:8
Ap 19:10
Io mi prostrai
ai suoi piedi
[dell’angelo]
per adorarlo.
Ma egli mi
disse:
«Guàrdati
dal farlo.
Ap.
22:8,9
«… mi
prostrai ai
piedi
dell’angelo …
per adorarlo.
Ma egli mi
disse:
«Guàrdati
dal farlo;
Io sono un
Perché la
servo come te e testimonianza
come i tuoi
di Gesù è lo
fratelli che
spirito della
custodiscono
profezia.
[hanno] la
testimonianza
di Gesù: adora
Dio!
io sono un servo come te e come i
tuoi fratelli, i profeti, e come
quelli che custodiscono [qui il
verbo è tereo, diverso da ekho, e
significa custodire] le parole di
questo libro. Adora Dio!
Il parallelismo è totale. La sola differenza formale è che, nel secondo testo,
«profeti» sta al posto della coppia «testimonianza di Gesù-spirito di profezia»
dandocene il vero significato.
L’espressione «spirito di profezia» era un normale modo di dire ebraico per
qualificare una persona. Avere uno «spirito di gelosia» significa essere gelosi
(Nm 5:14), ricevere «uno spirito di menzogna» (1 Re 22:22) significa dire bugie.
Avere lo «spirito di profezia» significa essere profeti. Troviamo questa
espressione anche in fonti extrabibliche. Di Giovanni Ircano viene detto che era
«un uomo giusto che Dio considerò degno di tre grandi onori: il governo della
nazione, il titolo di pontefice, e lo spirito di profezia visto che Dio usava parlare
con lui».1 Manaem, un esseno «ricevette da Dio lo spirito di profezia» e grazie a
questo aveva potuto predire a Erode che sarebbe diventato re.2
Uno studioso moderno conclude così la sua analisi di Apocalisse 19:10 e 22:9:
«Se hanno la martoria Iesou [la testimonianza di Gesù] essi hanno lo spirito di
profezia, sono cioè dei profeti». E specifica che «la martyria Iesou è la
testimonianza che hanno, non come cristiani ma come cristiani profeti».3
Per quel che riguarda il nostro discorso, questo significa che l’Apocalisse
caratterizza il popolo di Dio negli ultimi giorni come beneficiario di una speciale
rivelazione da parte di Dio attraverso il dono della profezia.
13) La presenza dello “Spirito di profezia” nella chiesa degli ultimi giorni
può significare che questa chiesa onora la Bibbia come data dallo Spirito di
Dio attraverso i profeti?
La Bibbia è certamente il risultato dell’opera dello Spirito di profezia ma, in Ap
19:20 2 22:8-9 lo Spirito di profezia non è identificato con il messaggio ma con i
43:9
profeti. Lo Spirito di profezia non è nel libro ma nei profeti lo scrivono, non è la
Bibbia, ma lo Spirito di Dio che ispira i profeti e gli apostoli. Così, la chiesa
degli ultimi giorni non ha solo un messaggio che viene da Dio (attraverso la
Bibbia o qualche altra fonte), ma un messaggero o dei messaggeri che parlano
nel nome di Dio attraverso l’ispirazione dello Spirito di Dio.
14) Apocalisse 12:9 dice che Satana è stato gettato sulla terra. Quando è
accaduto?
Abbiamo già risposto a questa domanda durante il nostro studio. Qui riferiamo
soltanto che alcuni pensano che questo accadde al tempo della prima ribellione
di Satana e pensano che per questo motivo poté tentare Eva. Chi credo così
tende ad accusare Dio di avere creato le condizioni per la tentazione e la caduta
nel peccato dell’umanità. Ma la Bibbia non dice questo: anche se la guerra tra
Satana e Gesù cominciò molto tempo prima della morte di Gesù, l’accesso di
Satana al cielo si concluse solo con la vittoria riportata da Gesù con la sua morte
e la sua resurrezione. Non è quindi vero che Satana poté tentare i nostri
progenitori perché fu Dio a metterlo sulla terra relegandovelo (sappiamo già che
aveva portato con sé 1/3 degli angeli). Grazie al ministero di Ellen White, gli
Avventisti credono che l’universo intero fu soggetto alla tentazione ma che solo
l’umanità vi cedette, non per volontà di Dio ma nostra scelta.
15) Molti Cattolici credono che la donna di apocalisse 12 sia la Madonna.
Perché gli Avventisti non accettano questa interpretazione. Non è da Maria
che nacque Gesù?
E’ vero che Gesù nacque da Maria ma non è vero che la donna di Apocalisse 12
sia lei, per le ragioni seguenti:
a) Ap. 12, come tutto il libro, si esprima attraverso dei simboli e non si
riferisce a nessun essere umano specifico. Esso parla di Gesù, della
chiesa, dell’umanità, di potenze.
b) Ap. 12 dice che la donna è stata perseguitata ma Maria non ha mai
subito alcuna persecuzione. Il dolore per la morte di Gesù nasce dal suo
amore per il figlio non da una persecuzione ricolta contro di lei.
c) Ap. 12 dice che la donna fuggì nel deserto per esservi protetta ma
questo non avvenne mai a Maria (il fatto che dovette andare in Egitto
quando Gesù nacque, non si può equiparare in alcun modo ad andare in
luoghi solitari, e la fuga non era comunque causata da una persecuzione
contro di lei ma contro Gesù).
d) Ap. 12 dice che la donna rimase nel deserto per 1200 anni, cosa che
naturalmente non ha alcuna corrispondenza con la vita di Maria. Non si
può neppure pensare che si tratti di un periodo letterale di 3 anni e
mezzo che potrebbero corrispondere al soggiorno in Egitto, perché nel
linguaggio di Daniele e Apocalisse, questo periodo si applica a periodi
43:10
di persecuzione subiti dal popolo di Dio, e non solo ad una donna.
D’altronde, il soggiorno in Egitto, sebbene causato da un motivo
doloroso, non deve essere stato quello che noi considereremmo un
periodo di persecuzioni. In Egitto, vivevano moltissimi ebrei che ci
andavano perché ci si trovavano bene.
e) Ap. 12 dice che la donna ha anche avuto una progenie diversa da Gesù,
cosa che non può essere, soprattutto dal punto di vista cattolico che
nega la presenza di fratelli di Gesù per parte di Maria.
f) Ap. 12 descrive la donna come ricoperta dello splendore della luna, del
sole, e con una corona di 12 stelle. Solo con molta fantasia, e
sovrastimando enormemente quello che la Bibbia ci dice di Maria, si
può applicare tutto questo alla donna che i vangeli descrivono come
una semplice donna che accetta solamente di essere serva del Signore.
g) Ap. 12 è da vedere in parallelo con Ap 17 dove un’altra donna, una
prostituta, è introdotta per rappresentare il popolo infedele a Dio. Le
due donne, quella pura del cap. 12 e quella infedele del cap. 17
rappresentano entrambe delle realtà collettive e non delle singole
persone. Entrambe sono figure simboliche.
h) Anche molti studiosi Cattolici si rifiutano di identificare la donna con
Maria.
La figura di una donna per indicare il popolo è molto frequente sia nell’Antico
Testamento in rapporto al popolo d’Israele (Is 54:5,6; Ger 6:2), sia nel Nuovo
Testamento in rapporto alla Chiesa (Ef 5:22-27).
In termini negativi, la stessa immagine viene usata per descrivere il popolo
infedele (Is 1:21; 57:1ss; Ger 2:20ss; 3:1ss; Ez 16:1ss; Os 2.1ss).
43:11
44. Un profeta per il Rimanente
Nello studio recedente, abbiamo visto che la chiesa del rimanente deve essere
caratterizzata da tre elementi:
a.
b.
c.
Osservano i comandamenti di Dio.
Hanno fede in Gesù
Hanno la testimonianza di Gesù che è lo Spirito di profezia. In altri
termini, debbono avere uno o più profeti.
Al di là delle nostre manchevolezze umane, noi possiamo onestamente dire che
la Chiesa Cristiana Avventista del 7° Giorno corrisponde ai due primi requisiti
poiché siamo il principale organismo cristiano che osserva tutti e dieci i
comandamenti e anche le norme igieniche insegnate attraverso la legge biblica.
Possiamo anche dire di possedere il terzo requisito grazie al ministero profetico
di Ellen G. White. Cerchiamo di conoscere chi era e perché la consideriamo un
profeta.
1) Chi era Ellen G. White?
Ellen era una semplice ragazza, spiritualmente molto sensibile, nata Nella Nuova
Inghilterra (USA) il 26 novembre del 1827. I suoi genitori, dei cristiani, erano
Eunice e Robert Harmon. Assumerà il cognome «White» quando, nel 1846, si
sposerà con James White, un giovane predicatore avventista. A quell’epoca
avevano, lei 18 e lui 24 anni.
Niente faceva supporre che sarebbe diventata un leader, un profeta e una
scrittrice apprezzata a livello mondiale. All’età di 9 anni fu gravemente ferita da
una pietra gettata da un compagno di scuola. Il suo naso fu rotto e rimase priva
di sensi per tre settimane. Tutti pensavano che sarebbe morta. Ripresi i sensi
pagò per molto tempo le conseguenze di quella esperienza e solo
occasionalmente poté andare a scuola. La sua istruzione si sviluppò attraverso le
sue letture, la sua esperienza personale e, possiamo ben dire, attraverso la luce
che Diede le diede.
Nel 1842, all’età di 14 anni, accettò Cristo e fu battezzata nella Chiesa
metodista. A quel tempo, Ellen e i suoi genitori avevano già accettato il
messaggio di William Miller e aspettavano con gioia il ritorno di Gesù, ritenuto
molto vicino, all’inizio per l’anno 1843 e poi per il 1844.
Quando la loro speranza non si realizzò, lo sconforto prese anche il cuore di
Ellen, ma non distrusse la sua fede. Con gli altri Milleriti, pregò per potere
capire i senso di quello che era successo e potere andare avanti.
44:2
«Un mattino di dicembre del 1844, in un tempo in cui molti Milleriti vacillavano
nella loro fede e altri stavano rigettando la loro recente esperienza, Ellen
Harmon si unì a quattro altre donne per il culto familiare a casa di una amica
intima, la Signora Haines, nella parte meridionale di Portland. Mentre il gruppo
pregava, ricevette la sua prima visione nella quale vide una rappresentazione del
cammino degli Avventisti verso la Città di Dio (EW 13–17; 1T 58–61; LS 64–
67)». Aveva solo 17 anni a quel tempo. «Quando raccontò quella visione al
gruppo di Avventisti di Portland, essi la accettarono come una luce data da Dio.
Rispondendo ad una visione successiva, anche se con riluttanza, Ellen cominciò
a viaggiare con degli amici e dei parenti quando se ne presentava l’opportunità,
per riferire alle gruppi di Avventisti sparsi qua e là quello che aveva visto nella
prima visione e in quelle che seguirono.» (SDAD, White, Ellen Gould Harmon.)
Da allora in poi, Ellen passò la sua vita viaggiando, scrivendo, predicando,
ammonendo e dando il suo contributo per costruire quella che sarebbe diventata
La Chiesa Avventista del 7° Giorno. Se, grazie a Dio, siamo diventati quello che
siamo, nel bene che abbiamo e che facciamo, questo è dovuto in gran parte al
ministero si questa donna.
Morì all’età di 87 anni, il 16 luglio 1915. La debole bambina che tutti si
aspettano che dovesse morire entro poco tempo, aveva svolto il suo ministero in
re continenti (America, Europa e Australia), aveva scritto più di 100.000 pagine
tra articoli e libri, aveva contribuito alla costruzione di ospedali, scuole, case
editrici. Era stata una riformatrice nel campo della salute, una leader spirituale,
una organizzatrice, una filantropa, una moglie affettuosa e una madre attenta
(aveva avuto quattro figli).
Aveva anche vissuto con profonda umiltà: «Non pretendo di essere infallibile, o
di avere raggiunto la perfezione del carattere cristiano. La mia vita non è priva
di errori e sbagli. Avessi seguito il mio Signore più da vicino, non avrei avuto da
piangere così tanto per la distanza che esiste tra me e la sua immagine.» (DG
272.6)
«Non considero mia neppure la più piccola parte di quello che posseggo.
Posseggo 20.000 dollari che ho preso in prestito per investirli nell’opera del
Signore. Negli ultimi anni, comparativamente pochi dei miei libri sono stati
venduti negli Stati Uniti. Ho bisogno di denaro per le spese correnti, e debbo
pagare chi lavora per me. Il denaro che dovrei altrimenti pagare per un affitto, lo
pago ora come interesse sul denaro che ho preso in prestito per assicurarmi
questa casa. Sono pronta a rinunciare alla mia proprietà non appena il Signore
mi mostri che questa è la sua volontà e che il mio compito qui è finito. (PM
28.2)
44:3
2) Come definì la sua missione?
Gli Avventisti considerano Ellen White come una serva di Dio che onorò il suo
Signore e il suo popolo usando fedelmente i doni e le opportunità che aveva
ricevuto. In un modo del tutto speciale, la Chiesa Avventista crede che lei abbia
ricevuto il dono della profezia (1 Cor 12:10; Ef 4:11). Non usò mai il titolo di
profeta per se stessa, non perché non si riconosceva tale o per una falsa umiltà
ma perché non voleva essere confusa con altre persone che, al suo tempo,
pretendevano di essere dei profeti anche se spesso disonoravano Dio e la sua
Parola.
Scrisse: «Alcuni hanno frainteso il fatto che io non abbia preteso di essere un
profeta, ed hanno chiesto perché. Non avevo pretese da avanzare, se non quella
che mi è stato insegnato che sono la messaggera del Signore; che mi ha chiamato
nella mia giovinezza per ricevere la sua parola, e per dare un messaggio chiaro
e deciso nel nome del Signore Gesù. Nei primi anni della mia giovinezza mi è
stato chiesto diverse volte: Sei una profetessa? Ho sempre risposto: Sono la
messaggera del Signore. So che molti mi hanno chiamato profetessa, ma non ho
preteso questo titolo. Il mio salvatore mi ha dichiarato che sono la sua
messaggera. “Il tuo compito”, mi è stato insegnato, “è quello di portare la Mia
parola. Sorgeranno delle strane cose, e nella tua giovinezza ti metto da parte per
portare il messaggio agli erranti, per portare la parola davanti agli increduli, e
per riprendere, con la penna e la voce, sul fondamento della Parola, ciò che non
è giusto”.» (1 Selected Messages, pp. 31,32). «Perché non ho preteso di essere
un profeta? Perché in questi ultimi tempi molti che spavaldamente pretendono di
essere dei profeti sono una vergogna per la causa di Cristo, e perché il mio
compito include molto di più di quello che la parola “profeta” significa» (1SM
32.4).
3) Come considerava la Bibbia?
Anche se considerava se stessa come una messaggera di Dio, non pensò mai di
dovere e potere ignorare la Bibbia o prenderne il posto. Al contrario, onorò con
tutte le sue forze la Bibbia come Parola di Dio e invitò continuamente ognuno a
fare altrettanto: «La Bibbia, così come si presenta, deve essere la nostra guida.
Niente è più adatto ad aprire la mente e rafforzare l’intelletto come lo studio
della Bibbia. Nessun altro libro eleverà l’animo e darà vigore alle nostre facoltà
come lo studio degli oracoli viventi.» (1MCP 93.2) Il suo ultimo messaggio
pubblico in occasione di una conferenza generale fu, riferendosi alle Scritture,
«Fratelli, vi raccomando questo libro».
4) Gli Avventisti del 7° Giorno perché la considerano un profeta?
Non tutti gli Avventisti, all’inizio, accettarono il suo dono ma, a poco a poco le
prove provenienti dal suo ministero e dalla Bibbia, li convinsero. I seguenti
possono essere le ragioni principali:
44:4
a.
b.
Manifestazione di un potere soprannaturale. Molte volte, mentre
era in visione, soprattutto all’inizio della sua esperienza, cassava di
respirare anche continuando a parlare e a respirare.
Conoscenza soprannaturale di fatti relativi ad esperienze di perone
e della chiesa altrimenti in conoscibili.
Fatti di questo tipo attrassero l’attenzione sul suo ministero, ma non possono
essere da soli segni di una origine divina del suo messaggio, perché anche
Satana può fare dei miracoli (2 Tes 2:9; 2 Cor 11:14). C’era dunque bisogno di
confrontare il suo ministero con le caratteristiche che la Bibbia attribuisce a un
vero profeta:
a.
b.
c.
d.
Adempimento di eventuali profezie (Ger 28:9; Dt 18:22).
Armonia con i profeti precedenti e con la legge di Dio (Is 8:20; 1
Cor 14:32).
Armonia con l’insegnamento di Gesù che troviamo nella Bibbia (1
Gv 4:2).
Frutti positivi del suo ministero (Mt 7:16,20).
Quando la chiesa vide come la sua vita personale e il suo insegnamento
corrispondessero a tutte queste caratteristiche, il suo ministero fu accettato come
un dono di Dio per il suo popolo in questi ultimi giorni.
5) Quale posizione ebbe nella chiesa?
Non occupò alcuna posizione istituzionale ufficiale nella chiesa. Non era la
presidente della chiesa o un pastore. Era una voce ascoltata per la sua autorità
morale e spirituale, non perché investita di un potere istituzionale.
Quando c’erano gli incontri della Conferenza Generale, lei vi partecipava come
un normale delegato. Dopo i tempi difficili degli inizi, sostenne se stessa e la
famiglia con i diritti che le derivavano dalla vendita dei suoi libri, guadagno che
spesso investiva a favore della chiesa stessa. Dopo la morte del marito nel 1881,
ricevette un salario equivalente a quello di un ufficiale della Conferenza
Generale.
6) Quali altri elementi sono degni di menzione?
a.
b.
c.
44:5
Contrariamente all’attitudine del falsi profeti del suo e del nostro
tempo, non cercò mai di diventare la padrona della chiesa ma
rimase sempre al suo servizio.
Non usò mai la sua influenza per arricchire se stessa o i suoi figli.
Contrariamente all’atteggiamento dei falsi profeti, non
monopolizzò mai la vita spirituale delle singole persone e della
chiesa, ma incoraggiò tutti a usare la propria mente e ad avere una
relazione personale con Dio e con la Bibbia.
7) Come dovremmo reagire di fronte al suo ministero?
 Fiducia in Dio. Molti si chiedono come mai Dio parlasse solo ai
tempi biblici ma non oggi. Il ministero profetico di Ellen White
prova che Dio è ancora un Dio vivente che ha qualcosa da dire ai
suoi figli. Dio è ancora interessato a noi e all’umanità. Non è
cambiato e si prende cura di noi. Come Dio liberò una volta Israele
e lo custodì attraverso un profeta (Osea 12:13), così ha fatto e farà
per il suo popolo degli ultimi giorni.
 Fiducia nella nostra chiesa. Vi sono migliaia di chiese cristiane.
Qualcuna è stata creta per motivi indegni. Molte sono nate dal
desiderio onesto di onorare Dio e la sua Parola. Tuttavia, la gran
parte di loro ha origine da una iniziativa umana. La presenza del
ministero profetico da alla Chiesa Avventista la convinzione di non
esistere solo come conseguenza di vicende storico sociali o
religiose, ma grazie ad un intervento divino; che non esiste solo per
aumentare la frammentazione del mondo cristiano ma perché Dio
aveva un messaggio speciale da rivolgere al mondo e noi siamo
chiamati a proclamarlo. In altre parole, Ellen White contribuisce
alla formazione della nostra identità e della nostra missione. Senza
l’aiuto che Dio ci ha dato attraverso di lei, saremmo stati un aborto
della storia, non saremmo mai diventati – al di là delle nostre
debolezze umane - quello che siamo.
 Fiducia nella messaggera del Signore. Siamo invitati a ricevere il
suo ministero come una benedizione: Credete nel SIGNORE,
vostro Dio, e sarete al sicuro; credete ai suoi profeti, e trionferete!»
(2 Cr 20:20)
 Fiducia nella nostra vita. Il ministero profetico di Ellen White
fornisce una guida per la nostra vita in tempi difficili, e diventa un
incoraggiamento a pensare che Dio non è lontano da noi.
Approfondimenti
8) È Ellen White la sola profetessa chamata da Dio?
No. La Bibbia ci parla di Miriam, la sorella di Mosè e Aaronne (Es 15:20);
Debora, la giudice e guida di Israele (Gdc 4:4); Hulda, al tempo dei re Giosia (2
Re 22:14), Anna, la vecchia donna che diede la sua testimonianza sul bambino
Gesù quando fu portato al tempio (Lc 2:36); le Quattro figlie di Filippo, il
diacono (At 21:8,9). La Bibbia ci dice che «Dio non ha riguardi personali» (At
10:34), che in Cristo non c’è più, «né maschio né femmina» (Gl 3:28).
44:6
9) Ellen White fu il solo profeta del Movimento Avventista?
No. Almeno due altre persone furono chiamate da Dio al ministero profetico, ma
non compirono totalmente la loro missione. Ciò avveniva anteriormente al 22
ottobre 1844, nell’ambito del Movimento Millerita.
 William Foy, un millerita mulatto, aveva avuto due visioni nel 1842 riguardo
al prossimo ritorno di Cristo, ma aveva inizialmente avuto timore e renderle
pubbliche perché temeva di non essere preso sul serio, anche a causa dei
pregiudizi verso gli uomini di colore. Tuttavia, lui che era stato finora quel
momento un oppositore della vicinanza del ritorno di Gesù, si unì al
Movimento Millerita e diede la sua testimonianza di fronte ad un’ampia
udienza. Difficoltà successive lo scoraggiarono dal riferire una terza visione.
Ellen White lo aveva incontrato da ragazza e ne parla con stima.
 Hazen Foss, aveva ricevuto una visione molto simile a quella poi avuta da
Ellen, ma si rifiutò di trasmetterla perché non corrispondeva alla loro
speranza, e perché temeva la critica degli altri credenti. Una ulteriore
ammonizione gli fu rivolta: se si fosse ancora rifiutato di trasmettere il
messaggio, esso sarebbe stato dato alla «più debole dei deboli». In seguito al
suo ulteriore indurimento, una voce gli parlò: «Hai rattristato lo Spirito del
Signore.» Impaurito cercò di raccontare la visione ad alcuni fratelli, ma
quando cominciò a parlare, non ricordava più niente. Fu quando, ascoltando
da dietro la porta, ebbe occasione di ascoltare il messaggio di Ellen, che se
ne ricordò nuovamente. Il giorno dopo confessò a Ellen la sua storia e la
incoraggiò ad essere fedele al Signore.
10) Perché non c’è contraddizione tra il ministero di Ellen White e il
principio di «Sola Scriptura»?
Insieme a tutti i Protestanti, la Chiesa Avventista sostiene fermamente il
principio di «Sola Scriptura», il principio, cioè, secondo il quale, solo la Bibbia
costituisce il fondamento della fede cristiana. Il fatto che essi accettino il
ministero profetico di Ellen White non significa che essi rinuncino al suddetto
principio. Infatti:
 La stessa Scrittura dice che la profezia è uno dei doni dello Spirito (1 Cor
12:10; Ef 4:11). L’apostolo Paolo, i cui scritti fanno parte delle Scritture,
incoraggia a pregare per ricevere il dono di profezia (1 Cor 14:1). È evidente
allora che, visto che la Scrittura incoraggia a ricevere questo dono, che poi lo
si rifiuti in nome della Scrittura. Il problema nasce se un presunto profeta
contraddica la Scrittura, ma questo, lo abbiamo visto, non è il caso di Ellen
White.
 La Bibbia ci dice che, negli ultimi giorni, Dio assicurerà al Rimanente della
sua Chiesa, il dono della profezia (Ap 12:17; 19:10. Vedi anche Giole 2:28.
44:7
Nota: Una prima realizzazione di questa profezia avvenne nella chiesa
primitiva – At 2:17-21– ma i segni dei tempi che essa menziona obbligano a
pensare anche ad una sua realizzazione alla fine dei tempi. A questa
conclusione può portare anche il messaggio del profeta Gioele sulla
«pioggia» della prima e della seconda stagione - Gioele 2:23.).
 Ellen White ha sempre manifestato rispetto per la Bibbia e l’ha esaltata come
nostra regola di fede. Il suo ministero viene accettato perché in armonia con i
criteri biblici per riconoscere un vero profeta e perché onora l’insegnamento
biblico. Noi accettiamo lei grazie alla Bibbia, non la Bibbia grazie a lei.
11) Dopo la chiusura della Bibbia, dovremmo considerare chiusa anche
l’epoca del dono di profezia?
La Bibbia non dice mai questo. Oltre a quello che abbiamo già visto sul dono
della profezia nella chiesa degli ultimi giorni, aggiungiamo qui altre
considerazioni generali. Il dono di profezia è uno tra molti altri. Come nessuno
affermerebbe che il dono di guarigione o quello della saggezza non abbiano più
posto nella chiesa cristiana dei secoli posteriori alla chiusura della Bibbia, così
nessuno dovrebbe dirlo per il dono di profezia. La Bibbia non è la museruola di
Dio. Dio resta sempre un Dio vivente che ha qualcosa da offrire e da dire al suo
popolo. Dio è sempre libero di parlare al suo popolo in qualunque momento
decida di farlo.
Alcuni citano Apocalisse 22:18-19 per dire che non bisogna aggiungere o
togliere nulla dalla Bibbia. Ma la fase non si riferisce alla rivelazione di Dio in
genere, come se non potesse esistere più alcun profeta. Si riferisce invece
esplicitamente al libro dell’Apocalisse, definito «questo libro». Deuteronomio
4:2; 12:32 usano espressioni simile e nessuno le interpreta come se volessero
dire che dopo la chiusura del Pentateuco, non potesse esistere alcun’altra
rivelazione.
12) Il fatto che Ellen White parlasse da parte di Dio significa che tutti i suoi
scritti debbono essere totalmente originali?
No. Altrimenti anche buona parte della Bibbia non avrebbe motivo di esistere.
Ad esempio, molta parte dei libri storici della Bibbia riportano materiali
precedenti al di fuori della Bibbia (ad es. Gs 10:13; 2 Sam 1:18; 1 Re 11:41), i
tre vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca, hanno materiali simili e molti
pensano che abbiano attinto a raccolte precedenti di parole di Gesù, Luca stesso
dichiara di avere fatto delle ricerche prima di scrivere il suo vangelo (Lc 1.1-3).
Per questo alcuni l’hanno accusata di avere commesso plagio (uso non
dichiarato di materiali altrui). I fatti sono i seguenti.
1. La stessa White ha dichiarato di usare materiale di altri senza citarli
esplicitamente. Secondo le nostre norme attuali questo sarebbe illegale, ma non
era così al suo tempo: molti scrittori usavano materiali di altri e gli studi recenti
44:8
hanno mostrato che gli scrittori usati da Ellen White, aveva a loro volta usato
materiali di altri primo di loro.
2. Come lei ha dichiarato, era consapevole di non essere una letterata. Per
questo, quando trovava che qualcuno aveva espresso quanto lei pensava in un
modo migliore, se ne avvantaggiava per comunicare il messaggio di Dio (Ellen
G. White, vol. 3, p. 378).
3. È evidente che non desiderava ingannare nessuno perché dichiara
esplicitamente il fatto di prendere in prestito materiale altrui, ad esempio
nell’introduzione 1888 del Gran Conflitto. A volte arrivò persino a incoraggiare
i suoi lettori affinché leggessero lo stesso libro dal quale prende dei prestiti. Un
esempio è dato dal fatto che il libro The Life and Epistle of St. Paolo, (La vita e
le epistole di San Paolo) scritto Conybear and Howson, e che lei usò nella
redazione di Sketches from the Life of Paolo, fu offerto in dono ai lettori delle
nostre riviste Review and Herald, e Signs of the Times. Su quest’ultima rivista,
Ellen White stessa scrisse lodando questo libro (Feb. 1883). Non c’era quindi
nessuna intenzione di ingannare i gli autori o l’editore dell’altro libro che invece
ricevettero una buona pubblicità e anche dei vantaggi economici. Non c’era
neppure l’intenzione di ingannare i propri lettori visto che, ricevendo in dono
anche l’altro libro, potevano fare il confronto tra le due opere.
3. Si deve aggiungere che, anche quando usava materiale altrui, operava delle
scelte per evitare di fare propri errori contenuti nelle fonte originale. Inoltre, il
contesto in cui tali materiali venivano usati, dava loro una prospettiva spesso del
tutto nuova. Essi esprimevano una visione e una potenza spirituale che non
esistevano nelle opere alle quali poteva avere attinto. La sostanza degli scritti di
Elle White è dunque certamente originale ed ispirata.
13) Il caso di Anna Phillips
Mentre si trovava in Australia, giunsero alla signora White delle voci che in
America, una sorella in fede, Miss Anna Phillips (o Rice) pretendeva di avere
ricevuto dei messaggi speciali da parte di Dio mentre, invece, derivavano dalle
sue proprie emozioni. Alcuni degli anziani di Battle Creek, non solo
incoraggiarono lei ma anche la chiesa a ricevere i messaggi di Anna come
provenienti dalla stessa fonte di quelli di Ellen. Ellen G. White scrisse alcune
lettere per scoraggiare questa situazione. È particolarmente interessante quella
scritta all’anziano [Elder, in inglese viene però usato anche per i pastori] Jones.
Si consideri che, a quel tempo, una lettera impiegava almeno un mese per
arrivare in America.
W. M. Adams, studente a Batte Creek nel 1894, ha raccontato questa esperienza.
Egli sentì l’anziano Jones predicare nella chiesa di Battle Creek [Battle Creek
Tabernacle]. Inframezzava alcuni messaggi di Anna Philips con altri che leggeva
dalle testimonianze [di Ellen G. White] e chiedeva alla congregazione se non
stessero sentendo la stessa voce in ognuna delle due. La gente rimase confusa.
44:9
Il mattino seguente Adams si trovava all’ufficio postale nell’edificio della
Review and Herald mentre scriveva una cartolina da mandare a casa. Jones
arrivò è chiese la sua posta. Gli fu consegnata una lunga busta con il nome e
l’indirizzo di Elle White come mittente. Si sedette sulla panca, aprì la busta e
cominciò a leggere. Adams riporta che man mano che Jones leggeva, lacrime
cominciarono a cadere dai suoi occhi finendo sui fogli della lettera. Subito A. O.
Tait si avvicinò, e Jones gli disse:
«Oscar, vieni qui. Siediti. Mi hai sentito predicare quel sermone ieri?»
«Si,» rispose l’anziano Tait.
«Bene, leggi questo,» disse Jones, mettendogli in mano la testimonianza che
aveva appena ricevuta da Ellen White.
Dopo che Tait ebbe finito di leggere, l’anziano Jones chiese, «Chi ha detto alla
sorella White che stavo per predicare quel sermone riguardo ad Anna Philips
come profetessa?»
«Oh, to lo sai, Alonzo,» rispose Tait nel suo modo calmo e fermo.
«Si, lo so. Dio sapeva che stavo per farlo e ha spinto la sorella White un mese fa,
primo che io predicassi il sermone, a mandarmi la sua testimonianza sul mio
errore. Guarda la data.»
Quella fu una settimana di profonda riflessione per il brusco e impulsivo A.T.
Jones. Adams raccontò che il sabato successivo predicò di nuovo nel
tabernacolo e che lesse parti della testimonianza che aveva ricevuto la domenica
mattina. Disse, «So di essere in errore e lo confesso. Ora sono nel giusto.» (RH,
7 luglio, 1949).
14) La prima visione (narrata in Life Sketches of Ellen G. White).
Fu non molto tempo dopo la fine del tempo [della nostra attesa] nel 1844, che mi
fu data la mia prima visione. Stavo facendo visita alla Signora Haines a
Portland, una cara sorella in Cristo, il cui cuore era intimamente legato al mio;
cinque di noi, tutte donne, eravamo serenamente in ginocchio all’altare familiare
[cioè, per un momento di culto familiare]. Mentre pregavamo, il potere di Dio
venne su di me come non avevo mai sentito prima.
Mi sembrò di essere immersa nella luce, e di sollevarmi sempre più in alto
lontano dalla terra. Mi girai per osservare gli avventisti che stavano nel mondo,
ma non riuscii a vederli. Allora una voce mi disse, «Guarda di nuovo, e guarda
un po’ più in alto.» A queste parole alzai gli occhi, e vidi un sentiero diritto e
stretto, situato in alto al di sopra del mondo. Su questo sentiero, gli avventisti
stavano viaggiando verso la città situata all’estremità opposta. Dietro di loro,
all’inizio del sentiero, c’era una luce splendente che l’angelo mi disse era il
«grido di mezzanotte». Questa luce illuminava tutto il sentiero, e dava luce ai
loro piedi, in modo che non inciampassero.
Se fissavano gli occhi su Gesù, che stava proprio davanti a loro, conducendoli
verso la città, erano al sicuro. Ma subito alcuni cominciarono a stancarsi e
dissero che la città era troppo lontana, e che si aspettavano di potervi entrare
44:10
prima. Allora Gesù li incoraggiava sollevando la suo potente braccio destro, e
dal suo braccio veniva una luce che ondeggiava sopra il gruppo di avventisti, ed
esclamavano «Alleluia!» Altri rinnegarono avventatamente la luce che stava
dietro di loro, e dissero che non era stato Dio a guidarli fino ad allora. La luce
dietro di loro scomparve, lasciando i loro piedi in un buio totale, ed essi
inciamparono e persero di vista il segno di Gesù, e caddero fuori dal sentiero giù
nel mondo tenebroso e malvagio che stava al di sotto di loro.
Udimmo subito la voce di Dio come voce di molte acque, che ci annunciava il
giorno e l’ora della sua venuta. I santi viventi, in numero di 144.000,
riconobbero e compresero la voce, mentre i malvagi pensarono che fosse un
tuono e un terremoto. Quando Dio disse il tempo, sparse su di noi lo Spirito
Santo, e i nostri volti cominciarono a illuminarsi e a brillare della gloria di Dio,
come accadde a Mosè mentre scendeva dal Monte Sinai.
I 144.000 furono ricevettero tutti il sigillo ed erano perfettamente uniti. Sulle
loro fronti c’era scritto, «Dio, Nuova Gerusalemme», e una stella gloriosa che
conteneva il nuovo nome di Gesù.
Alla vista della nostra condizione di gioia e di santità, gli empi erano adirati e
sarebbero corsi violentemente a mettere le loro mani su di noi per gettarci in
prigione. Ma noi ci stringemmo le mani nel nome del Signore, ed essi caddero
inesorabilmente a terra. Fu allora che la sinagoga di Satana seppe che Dio ci
amava, amava noi che potevamo lavarci i piedi gli uni gli altri, e salutarci con un
santo bacio, e caddero ed adorarono ai nostri piedi [Nota del compilatore di
questa collezione di studi biblici: Molto probabilmente, quello che Ellen
intendeva dire, nel semplice linguaggio della sua giovinezza, era che accadrà
quello che era accaduto a Paolo e Sila quando, in prigione per la loro fedeltà a
Dio, fecero l’esperienza della liberazione miracolosa di Dio e, come risultato,
quando il guardiano della prigione vide la protezione di dio e la loro onestà, si
gettò ai loro piedi (At 16:29). Non significa che essi accettarono di essere
adorati.].
Subito il nostro sguardo fu attratto verso l’est, perché era apparsa una piccola
nube scura, grande come metà di una mano, e noi sapevamo che era il segno del
Figlio dell’uomo. In solenne silenzio, noi tutti fissavamo la nube come si
avvicinava e diventava più luminosa e sempre più gloriosa fino a quando diventò
una grande nube bianca. Il suo fondo appariva come un lago di fuoco, mentre
intorno c’erano diecimila angeli che cantavano un canto dolcissimo. Nella sua
parte alta sedeva il Figlio dell’uomo. I suoi capelli erano bianchi e ondulati e
cadevano sulle sue spalle. Sul suo capo c’erano molte corone. I suoi piedi
avevano l’apparenza del fuoco. Nella sua mano destra stava una falce affilata.
Nella sua sinistra una tromba d’argento. I suoi occhi erano come una fiamma di
fuoco che scrutava approfonditamente i suoi figli. Allora ogni volto perse il suo
colorito e quelli di coloro che Dio aveva rigettato divennero scuri. Allora tutti
gridammo: «Chi potrà sussistere? È il mio abito immacolato?» Allora gli angeli
44:11
cessarono di cantare, e ci fu un momento di terribile silenzio: Gesù parlò:
«Quelli che hanno mani pure e puri cuori potranno sussistere; la mia grazia vi
basta.» A queste parole i nostri volti si illuminarono, e la gioia riempì i nostro
cuori. Gli angeli intonarono una nota più alta e cantarono di nuovo, mentre la
nube si avvicinava sempre di più.
Allora la tromba d’argento di Gesù suonò, mentre scendeva dalla nube, avvolto
in fiamme di fuoco. Poi fissò le tombe dei santi che dormivano, alzo i suoi occhi
e le sua mani al cielo e gridò: «Svegliatevi! svegliatevi! Svegliatevi, voi che
dormite nella polvere e alzatevi!»
Ci fu allora una potente terremoto. Le tombe si aprirono, e i morti ne uscirono
rivestiti di immortalità. I 144.000 gridavano «Alleluia!» man mano che
riconoscevano i loro amici che erano stati strappati loro dalla morte, e,
contemporaneamente, venivamo trasformati a sollevati in alto insieme ad essi
per incontrare il Signore nell’aria.
Tutti noi entrammo insieme nella nuvola, e impiegammo sette giorni per ascendere
verso il mare di vetro, quando Gesù portò le corone e le pose sul nostro capo con la
sua stessa mano destra. Ci diede delle arpe e le palme della vittoria. Qui, sul mare di
vetro, i 144.000 stavano in un quadrato perfetto. Alcuni avevano delle corone molto
luminose, altri di meno. Alcune corone erano ricche di stele mentre alter ne avevano
poche. Tutti erano perfettamente soddisfatti delle corono che avevano ricevuto. Tutti
erano anche vestiti con un manto glorioso che andava dalle loro spalle ai loro piedi.
Tutto intorno a noi c’erano degli angeli mentre marciavamo sul mare di vetro per
andare alla porta della città. Gesù alzò la sua potente e gloriosa mano, afferrò la porta
perlacea, la fece ruotare indietro sui suoi cardini rilucenti e ci disse: «Voi avete lavato
i vostri abiti nel mio sangue, vi siete schierati fermamente per la mia verità, entrate.»
Tutti avanzammo dentro e sentimmo di trovarci perfettamente a nostro agio [we had
a perfect right] nella città.
Al suo interno vedemmo l’albero della vita e il trono di Dio. Dal trono sgorgava un
fiume di acqua pura, e su entrambi i lati del fiume c’era l’albero della vita. Su una
sponda del fiume c’era un tronco dell’albero, e un tronco stava sull’altra sponda del
fiume, entrambi d’oro puro e trasparente. All’inizio mi sembrava di vedere due alberi.
Guardai ancora e vidi che erano uniti nella parte alta dell’albero. Così era l’albero
della vita su entrambi i lati del fiume della vita. I suoi rami si inarcavano verso il
luogo dove ci trovavamo, e il frutto era glorioso; sembrava come oro mescolato con
argento.
Andammo tutti sotto l’albero, e ci sedemmo per ammirare la gloria del posto, quando
i fratelli Fitch e Stockman, che avevano predicato il vangelo del regno, e che Dio
aveva posto nella tomba per salvarli, si avvicinarono a noi e ci chiesero cos’era
successo dopo che si erano addormentati. Cercammo di richiamare alla mente le
nostre prove più pesanti, ma ci apparvero così piccole in confronto al più che
44:12
straordinario ed eterno peso di gloria che ci circondava, che non riuscimmo neppure
a parlarne: e tutti esclamammo a gran voce: «Alleluia! Il cielo è fin troppo a buon
mercato!». Sfiorammo le nostre arpe gloriose e facemmo risuonare gli archi celesti.
Quando venni fuori dalla mia visione, tutto mi sembrava diverso: una tristezza
ricopriva tutto quello che vedevo. Oh, come mi sembrò buio questo mondo! Piansi
quando mi ritrovai qui, e sentii nostalgia della mia casa. Ero stata in un mondo
migliore e al suo confronto questo aveva perso ogni attrattiva.
Raccontai questa visione alle credenti di Portland, che l’accolsero con piena fiducia
che venisse da Dio. Tutte cedettero che Dio aveva scelto questa via, dopo la grande
delusione di ottobre, per confortare e rafforzare il suo popolo. Lo Spirito del Signore
era presente mentre davo la mia testimonianza, e la solennità dell’eternità si posava su
di noi. Un indicibile timore mi riempì all’idea che io, così giovane e debole, fossi
stata scelta per essere lo strumento attraverso cui Dio avrebbe dato luce al suo popolo.
Mentre ero sotto il potere del Signore ero ripiena di gioia, mi sembrava di essere
circondata dai santi angeli nei cortili gloriosi del cielo, dove tutto è pace e felicità; e fu
un cambiamento triste e amaro svegliarmi e riprendere coscienza delle realtà della
vita mortale.
44:13
45. Apocalisse 10: La Chiesa Avventista e il
messaggio segreto
Sappiamo già che l’Apocalisse ha un messaggio speciale per il popolo di Dio
negli ultimi giorni. Esso è la chiesa del rimanente che osserva i comandamenti di
Dio, ha la presenza dello Spirito di profezia e la fede in Gesù. Ma Dio ha
qualcosa di più da dirci, in questo libro, sulla chiesa del rimanente: il cap. 10 ci
descrive gli inizi della sua storia e la sua missione.
1) Come sappiamo che Apocalisse 10 si riferisce al tempo della fine?
Lo sappiamo grazie al contesto e e al suo stesso contenuto.
a) Il contesto. Questo capitolo fa parte di una lunga serie di quadri profetici (le
7 trombe) che cominciano al capitolo 8 e si concludono al capitolo 11:15-19. Il
Messaggio del capitolo 10 si trova a metà tra la sesta e la settima tromba che
rappresenta il momento dell’instaurazione del regno di Dio (v. 15). È quindi
altamente probabile che il messaggio del capitolo 10 si riferisca a qualcosa che
deve accadere nel tempo che precede immediatamente quanto descritto con la
settima tromba.
b) Il contenuto. Apocalisse 10:6.6 dice con chiarezza che il tempo prima che si
instaurato il regno di Dio è molto breve. Dobbiamo perciò trovarci negli ultimi
tempi.
2) I vv. 1-2 parlano di un angelo glorioso che dà un messaggio stando con
un piede sul mare e con uno sulla terra. Cosa significa?
Il mare e la terra rappresentano in genere la terra intera (Es 20:4,11; Sal 69:34).
In questa prospettiva può rappresentare l’universalità del potere dell’Angelo e
del suo messaggio. Tuttavia, i libri profetici di Daniele e Apocalisse, usano
l’immagine del mare (Ap 12:15,16; 17:5; Dn 7:2,3) come simbolo dei popoli che
vivono nelle terre attorno al Mare Mediterraneo dove si sviluppò la gran parte
della storia del popolo di Dio. Abbiamo anche visto che, per contrasto, la terra
deve rappresentare una terra con poca gente dove il popolo di Dio perseguitato
poté trovare rifugio durante il periodo di persecuzioni (Ap 12:16). In questa
prospettiva la visione può riferirsi al fatto che il messaggio del secondo avvento
sarebbe stato predicato sia nel vecchio che nel nuovo mondo, come avvenne tra
il XVIII e il XIX secolo.
3) Il v. 2 dice che l’angelo aveva in mano un piccolo libro (letteralmente, un
rotolo) aperto. Evidentemente contiene il messaggio che deve essere
proclamato. Di cosa si tratta?
Paragoniamo questo testo con Daniele 12:4 dove Daniele riceve questo
messaggio: «Tieni nascoste queste parole e sigilla il libro sino al tempo della
fine. Molti lo studieranno con cura e la conoscenza aumenterà». In Daniele 8:26,
l’angelo Gabriele applica questa necessità di «nascondere la visione», in modo
45:1
particolare al tempo profetico delle 2300 sere e mattine, cioè ai 2300 anni che si
concludono nel 1844, con l’inizio del tempo del giudizio celeste. Ben sapendo
che Apocalisse si riferisce continuamente al libro di Daniele, possiamo
facilmente capire che questo piccolo rotolo aperto che ha a che fare con un
messaggio particolare per il tempo della fine deve avere a che fare proprio con il
messaggio profetico del libro di Daniele che doveva rimanere nascosto fino al
tempo della fine, in modo particolare alla profezia che porta al 1844. Il
messaggio dell’angelo di Apocalisse 10, contenuto nel piccolo rotolo aperto, si
riferisce all’esperienza della proclamazione dell’arrivo del tempo del giudizio.
Deve quindi avere anche a che fare con il popolo che proclama l’arrivo del
giudizio nel 1844, il popolo avventista, appunto. Vedremo come tutti gli altri
elementi di questa profezia concordano perfettamente con questa
interpretazione.
4) I vv. 3-4 parlano di un importante messaggio (i sette tuoni) che Giovanni
stava per scrivere ma che l’angelo comandò di non scriverlo. Perché Dio
dovrebbe dare un messaggio relative agli ultimi giorni ma non lasciare che
il suo popolo lo conosca?
Molto probabilmente, questo messaggio si riferisce all’esperienza di gioia e
delusione che i primi avventisti vissero. Nella sua saggezza, Dio preferì non
dirla loro per lasciarli liberi e non condizionati nella loro esperienza storica.
5) Se Dio non desidera che sappiano in anticipo l’esperienza che avrebbero
vissuto, perché ci fa tuttavia sapere c’era un messaggio nascosto che ci
riguardava?
Molto probabilmente, il motivo è che non era utile che essi sapessero in anticipo
cosa serbe successo, ma tuttavia, sapere che Dio conosceva ogni cosa avrebbe
dato poi loro fiducia nella guida del Signore: egli rimaneva sempre in controllo
della storia e avrebbe fatto ogni cosa necessaria per i loro bene.
6) I vv. 5-7 contengono una promessa. Come può essere collegata
all’esperienza avventista?
In questi versi troviamo l’assicurazione che al tempo stabilito il «mistero di Dio»
sarà certamente manifestato: quello che Dio ha annunciate attraverso i profeti
accadrà. Questo adempimento finale del «mistero di Dio» avverrà al tempo della
settima tromba (Ap 11:15-19), e si riferisce con chiarezza al tempo quando Gesù
assumerà il regno e verrà per punire «quelli che distruggono la terra».
Quale potrebbe essere il motivo per dare agli avventisti l’assicurazione che Gesù
verrà certamente? Non lo sanno già? Quando abbiamo bisogno di essere
rassicurati su qualcosa? Non è quando è successo qualcosa che rischia di
indebolire la nostra speranza? Ebbene, questo è proprio quello che successe ai
primi avventisti. Essi credevano che il 1844 era il tempo in cui avrebbero
finalmente visto faccia a faccia il loro Salvatore. Il loro studio della parola di
Dio era stato ben accurato e la loro fede era ben fondata. E tuttavia sembrava
45:2
che nulla fosse accaduto. Quello che doveva accadere (Dn 8:14) accadde in
cielo, lontano dai loro occhi, e non poteva arrecare loro nessun tipo di aiuto.
Alcuni persero la loro fede, tutti erano confusi e anche in dubbio. Avevano
veramente bisogno di essere riconfermati nella loro fede che Gesù sarebbe
veramente tornato: dovevano solo aspettare che il momento fissato venisse,
quando la settima tromba sarebbe risuonata.
Una conferma di questa interpretazione viene dal fatto che questa promessa è
fatta dicendo: «non ci sarebbe stato più» (letteralmente) «tempo». Alcuni
intendono come se la frase volesse dire che non ci sarebbe stato più «indugio» o
«ritardo». L’esperienza del «ritardo» si verifica quando ci si aspetta che qualcosa
accada prima di quando poi accadrà. Questa fu appunto l’esperienza dei primi
avventisti. Se questo è il significato, il testo ben descrive la condizione della loro
esperienza e del loro stato d’animo e ci fa ben comprendere perché il Signore
rivolga loro queste parole: avrebbero dovuto aspettare più di quanto
prevedevano, ma alla fine la loro speranza si sarebbe compiuta, molto prima di
quanto, dopo lo sbandamento della delusione, avrebbero potuto sospettare.
Il messaggio di fiducia si mantiene anche se si pensa che il «tempo» di cui si
parla, sia (come dice il Commentario Avventista) il tempo profetico delle 2300
sere e mattine, che essi avevano applicato al ritorno vicino del Signore mentre si
riferiva al tempo del giudizio. In questo caso, l’espressione darebbe la certezza
che dopo il 1844 non ci sarebbero stati altri tempi profetici da attendere e che
presto il Signore sarebbe tornato.
7) I vv. 8-10 ci parlano del rotolo mangiato. Cosa significa la dolcezza e poi
l’amarezza che dà?
Sappiamo già che il rotolo aperto è il libro di Daniele, soprattutto la parte
relative alle 2300 sere e mattine e la purificazione del santuario. I primi
avventisti, guidati da William Miller, compresero correttamente che le 2300 sere
e mattine portava al 1844. Applicarono però erroneamente la profezia al ritorno
di Gesù. Quando il libretto aperto fu mangiato, quando, cioè, il suo messaggio fu
attentamente studiato ed accolto, provocò una grande gioia (Giovanni diventa
qui il simbolo dei credenti). Quando però Gesù non tornò come loro si
aspettavano, quella profezia diventò motivo di grande amarezza. Poteva Dio
spiegare più chiaramente l’esperienza che avrebbero vissuto questi credenti?
8) Il v. 11 dà un comandò e assegna una missione. Cosa significano?
Chi avrebbe potuto immaginare che quella gente confusa, delusa, scoraggiata
avevano ancora una missione da compiere da parte di dio? Umanamente
parlando, chiunque avrebbe potuto pensare che il movimento avventista sarebbe
scomparso immediatamente come un aborto della storia. Tutto ciò in cui
speravano non si era realizzato. I loro cuori erano pieni di tristezza. I loro vicini
li deridevano. Molti abbandonarono la loro fiducia in Dio e nella sue promesse.
Altri continuarono a credere e a sperare. A loro Dio disse: Non scoraggiatevi, la
45:3
vostra esperienza non è stata inutile. Alzatevi e profetizzate nuovamente,
predicate, cioè, un messaggio profetico di cui il mondo ha ancora bisogno. Ora
avete capito cosa la profezia di Daniele 8:14 significa, il giudizio è già
cominciato, presto il Signore Gesù che avete aspettato tornerà.
Questo messaggio è lo stesso dato dal primo angelo di Apocalisse 14:7 che
annuncia la venuta del giudizio di Dio e il fatto che la gente deve prepararsi ad
incontrare il suo Signore. Apocalisse 11:19 dice, in rapporto al ritorno di Gesù,
che «l’arca del patto» che contiene i dieci comandamenti fu mostrata nel luogo
santissimo del tempio di Dio. Gesù viene anche a rivendicare la giustizia della
legge di Dio. Che tutto il mondo lo sappia. Questa è la missione affidata. È la
nostra missione?
10) In che modo Dio rinnovò la fede di queste persone?
Come non pensare, in modo particolare, al messaggio e all’aiuto che Dio diede
attraverso il ministero profetico di Ellen White?
Approfondimenti
11) Chi era William Miller?
Miller (1782-1849) era un agricoltore americano che attraverso lo studio e
personale e la sua onestà, godeva della stima di chi lo conosceva. Nato in una
famiglia cristiana, aveva perso la fede per colpa dei suoi deisti (il deismo
presuppone l’esistenza di un Dio creatore ma afferma la sua non partecipazione
alla vita degli uomini. Non ci sono quindi miracoli o salvezza, e la Bibbia non è
la parola di Dio. Questa vita è l’unica che ci rimane e dobbiamo viverla in
accordo con le leggi di natura e le regole sociali).
«Nella Guerra del 1812 (contro l’Inghilterra) Miller combatte come
luogotenente e capitano. Alla fine della guerra, la sua famiglia si trasferì a Low
Hampton, dove sperava di vivere tranquillamente come agricoltore gli anni che
gli rimanevano. In diversi momenti servì la sua comunità come vice sceriffo e
giudice di pace. Ma Miller non era in pace con se stesso perché nel suo cuore
rimaneva un uomo religioso.» Fu nel 1816 che visse la sua conversione a Gesù e
cominciò a studiare la Bibbia con molta attenzione.
I suoi studi lo portarono a scoprire le profezie bibliche sul ritorno di Gesù. Fu
specialmente impressionato da Daniele 8:14 che annunciava la purificazione del
santuario dopo un periodo di 2300 giorni. I suoi calcoli lo portarono a
comprendere che questo evento doveva accadere nel 1843 e successivamente nel
1844. Egli capì il testo come se il tempio che doveva essere purificato fosse la
chiesa (il tempio spirituale – Ef 2:20-21) e pensava che questo poteva accadere
solo al ritorno di Gesù, quando ogni male sarebbe stato tolto via dal suo popolo.
Fu nel 1818 che giunse a questa conclusione, solo venticinque anni prima del
tempo atteso. Cosa fare di questa scoperta? Miller non era uno che amava farsi
45:4
avanti e lottò con Dio per degli anni prima di condividere la sua convinzione con
altri. Solo nel 1831, dopo avere fatto un patto con Dio, per avere la certezza che
quella fosse la Sua volontà che egli predicasse sul ritorno di Cristo, cominciò la
sua missione, con molta umiltà ma incontrando un progressivo e inaspettato
successo.
Molti predicatori di diverse chiese si unirono a lui e si formò un largo
movimento. Quando il tempo atteso passò senza che nulla di visibile fosse
accaduto, il Movimento Millerita (come gli altri lo chiamavano) si frantumò.
Miller confessò il suo evidente errore ma riaffermò la sua fiducia in Dio e,
pensando che ci dovesse essere qualche errore nei suoi calcoli cronologici,
continuò ad aspettare il ritorno del Signore fino alla fine della sua vita nel 1849.
Uomo di profonda fede, Miller onorò Dio in tutta umiltà e con onestà. Non
pretese mai di essere un profeta o qualcosa del genere. Non pensò mai di
fondare una sua chiesa o di diventare un leader carismatico. Il suo solo desiderio
fu quello di aiutare le persone ad accettare Gesù come il loro Salvatore e
prepararsi ad incontrarlo quando sarebbe venuto nella sua gloria. Egli fu uno di
quelli che accolsero il libro di Daniele come se fosse miele, e soffrì l’amarezza
della delusione. Altri, edificando sulla sua eredità spirituale avrebbero ricevuto
l’invito a non scoraggiarsi e a continuare la sua missione di dare il messaggio
della speranza al mondo (Ap 10). Da loro sarebbe nata la Chiesa Avventista del
7° Giorno.
12) Qual è la relazione tra Miller e la Chiesa Avventista del 7° Giorno?
Miller non fu un fondatore o un membro della nostra chiesa, ma lo onoriamo
come un uomo di Dio chiamato a cominciare un cammino che noi siamo
chiamati a continuare. Con Miller rimasero la maggior parte dei Milleriti e
diversi predicatori che lo avevano sostenuto. Si organizzarono in chiesa con il
nome di Advent Christian Church (Chiesa cristiana dell’avvento) ed esistono
ancora oggi raggiungendo il numero di circa 100.000 persone. La Chiesa
Avventista del 7° Giorno, invece, pur partendo da una manciata di uomini (una
cinquantina di persone) e senza grandi predicatori sarebbe diventata, nonostante
il messaggio più difficile che porta avanti (osservanza dei comandamenti,
riforma sanitaria ecc) è diventata un movimento mondiale in rapida crescita e
apprezzato anche per il servizio umanitario e sociale che rende al mondo. Questa
diversa storia è dovuta, noi crediamo, al fatto che noi abbiamo accolto la guida
profetica dataci da Dio attraverso Ellen G. White, e loro no.
13) Miller fu il solo a predicare il ritorno di Gesù per il 1844?
No, fu solo il più conosciuto ma ce ne furono altri, sia in Europa sia in America.
Miller fu parte, in parte inconsapevole, di un movimento spirituale formato da
credenti che studiavano la Bibbia e che riscoprirono la promessa del ritorno di
Gesù in gloria visto come imminente. «A quel tempo la maggioranza dei
Protestanti o erano indifferenti riguardo al ritorno di Gesù, o aspettavano che
45:5
venisse dopo un periodo di 1000 (o 365.000) anni di un regno spirituale,
attraverso il trionfo della chiesa. Fu contro quest’ultima comprensione chiamata post-millennialismo, che i pre-milenialisti del XIX secolo lottarono
con la loro insistenza sul fatto che Cristo sarebbe ritornato prima del millennio, e
presto. Tra di loro c’erano Petri in Germania (prima del 1800), Gaussen in
Svizzera, Irving e altri in Inghilterra, Wolff in Asia, e altri in altri luoghi.» (SDA
Encyclopaedia). Tra questi anche il gesuita cileno Manue Lacunza.
14) perché l’angelo definisce «mistero» il piano della salvezza? Ap 10:7)
«nell’uso del primi cristiani, il termine “mistero” non significava qualcosa che
non potesse essere compreso, come avviene oggi, ma qualcosa che poteva
essere compreso solo da coloro che erano iniziati, che cioè ne avevano il diritto.
Così Gesù disse ai suoi discepoli che a loro era “dato” di conoscere i misteri del
regno dei cieli”, ma non alla folla (vedi Mat 13:11). Paolo parla della
resurrezione come di un “mistero” (1 Cor 15:51) e spesso si riferisce allo stesso
piano della salvezza (vedi Rm 16:25, 26).» «Paolo parla anche del “mistero di
Dio” (Col 2:2) e del “mistero di Cristo” (Col 4:3). Il mistero di Dio, quello che
egli rivela ai suoi figli, è il suo progetto per loro, il piano della salvezza. Cfr 1
Tm 3:16; 6T 19.» (Commentario avventista)
15) Chi è l’angeo che appare in Apocalisse 10?
In Apocalisse appaiono molti angeli ma non sono né descritti né chiamati per
nome. Ci sono solo due eccezioni: il Michele che guida le armate angeliche
contro Satana, e l’angelo potente del cap. 10. In entrambi i casi abbiamo buone
ragioni per supporre che si tratti di Gesù. Vediamo le caratteristiche dell’angelo
di Apocalisse 10:
Apocalisse 10
Quest’angelo potente «scendeva dal
cielo, avvolto in una nube».
«sopra il suo capo vi era
l’arcobaleno».
«La sua faccia era come il sole».
45:6
Altri testi
Gesù è spesso associato a delle nubi:
Dn 7:13; At 1:9; Ap 1:7; 14:14; cf.
Sal 104:3; 1 Tes 4:17.
In Ap 4:3 e Ez 1:28, un arcobaleno
circonda il trono di Dio. Giovanni non
avrebbe mai usato questo simbolo per
una qualsiasi creatura. Ben si presta
invece per Gesù, il Figlio di Dio
stesso. Nella Bibbia, l’arcobaleno è il
simbolo di perdono, pace (Gn 9:1317). Chi meglio di Gesù può incarnare
tutto ciò?
In Ap 1:16 Gesù è descritto come
avendo il volto «come il sole quando
risplende in tutta la sua forza.»
«i suoi piedi erano come colonne di
fuoco.»
In Ap 1:15, i piedi di Gesù sono
descritti come «simili a bronzo
incandescente, arroventato in una
fornace».
L’identificazione di Gesù con un angelo, per quanto potente, non significa che
sia una creatura come gli angeli. Significa soltanto che Gesù è «l’Angelo di
Yahveh» che conosciamo dall’Antico testamento, la manifestazione gloriosa di
Dio. Può essere degno di attenzione il fatto che Gesù appare nella stessa forma
gloriosa al cap. 1:10-20 dove si presenta come colui che ha a che fare con la
storia della sua chiesa, e al cap. 10 dove si occupa della parte conclusiva di
questa storia. Come se dicesse: «Mi prenderò personalmente cura della mia
chiesa, e non la dimenticherò mai. La seguirò fino alla fine»
45:7
46. Seguire Gesù su tre monti
Cosa significa essere cristiani? Si può rispondere in molti modi. Una risposta
può essere: «I cristiani sono coloro che seguono Gesù». Molte volte Gesù
invitava la gente a seguirlo (Mat 9:9; 28:19,20 – Il verbo principale di questo
testo è «fate discepoli». I discepoli non sono solo persone che credono in Gesù,
ma lo seguono, lo ascoltano, lo imitano).
Per aiutarci a capire meglio e a ricordare, possiamo dire che i cristiani sono
coloro che seguono Gesù su tre monti.
1) Il monte delle beatitudini (Matteo 5-7)
a. Qui riceviamo la sua benedizione, il suo conforto e il suo insegnamento.
b. E’ importante conoscere l’insegnamento di Gesù? (Gn 20:30,31; Ro
10:16,17)
c. Maria e Marta: un esempio dell’importanza di ascoltare Gesù (Lc 10:38-42)
2) Il monte della trasfigurazione (Luca 9:28-36)
a. La seconda tappa del nostro cammino con Gesù è quello che ci porta a
vedere Gesù, non solo come un buon maestro, ma come l’incarnazione della
gloria e della potenza di Dio. Solo comprendendo questo, possiamo avere
speranza che egli possa portarci ad una vita e a un mondo migliore.
b. La promessa di Gesù di una vita eterna nella salvezza di Dio. (Gn 3:16;
Rm 8:18-25)
3) Il monte del Golgota (Matteo 27:33)
a. Gesù invita i suoi discepoli a seguirlo anche sul Golgota (Mat 16:24)
b. Questo è il monte del sacrificio, del dono totale di sé (Mat 10:38,39;
16:25)
Domande per il dialogo
1) Quale monte ami di più? Perché?
2) Possiamo saltare uno di questi monti e continuare ad essere dei cristiani?
3) In quale ordine dobbiamo salire su questi monti? Perché?
4) Cosa potrebbe scoraggiarci dal seguire totalmente Cristo su uno di questi
monti. Come possiamo riuscirci? (Gv 10:27-29; Rm 8:35-39)
46:1
47. Matrimonio
Il matrimonio è probabilmente l’istituzione umana e cristiana più importante. Da
esso dipende la stessa vita del genere umano e gran parte delle gioie o,
sfortunatamente, dei dolori che sperimentiamo individualmente. Anche da un
punto di vista spirituale, un buon matrimonio costituisce un fondamento
importante del nostro successo. Sfortunatamente, nella nostra società, il
matrimonio rischia di perdere il suo significato originale e la sua importanza.
Come cristiani dobbiamo considerarlo con molta attenzione, pregando Dio di
aiutarci a comprendere e a vivere questa esperienza in armonia con la sua
volontà.
1) Matrimonio in Eden
Genesi 1:26-28
a) Il matrimonio è la prima istituzione creata da Dio e parte di una
realtà perfetta.
b) L’uomo e la donna sono entrambi creati ad immagine di Dio.
c) Il maschio e la femmina sono entrambi «uomo», essere umani.
d) Il matrimonio è il quadro della procreazione (vedi Gn 2:24).
e) In sintesi: Dio crea la coppia umana dando ad entrambi uguale
dignità e chiamando entrambi ad essere suoi collaboratori nella gestione
della creazione.
Genesi 2: 18-25 insegna, con una immagine diversa ma compatibile,
che
a) Tra uomo e donna c’è un legame unico incomparabile con tutti gli
altri.
b) La donna rappresenta un aspetto («costola» in ebraico significa
anche «lato, aspetto») dell’essere umano: è ossa delle sue ossa e carne della
sua carne. In quanto tale, la donna deve essere amata e onorata, non
sfruttata.
c) La vita sessuale è l’espressione dell’unità della coppia, non solo un
mezzo di procreazione.
d) Il matrimonio costituisce la creazione di un nuovo nucleo sociale
attraverso la separazione dai genitori (non il loro abbandono).
Elementi fondamentali del matrimonio cristiano
a) Relazione con Dio, creatore del matrimonio (aspetto religioso).
b) Relazione tra i due partner (aspetto affettivo e sessuale).
c) Relazione con la società (aspetto sociale).
2) Il matrimonio dopo il peccato
Genesi 3:12,16 (conseguenze del peccato)
a) Divisione invece di unità, forza e potere invece di amore.
47:1
b) La subordinazione della donna al marito non deve essere compresa
necessariamente come espressione di un volere di Dio, ma probabilmente
come conseguenza logica dello stato di corruzione dei rapporti umani che
abbiamo visto nel punto precedente. Possiamo però anche supporre che, in
uno stato di anormalità, c’era bisogno di un ordine e Dio ne stabilisce uno
partendo dalla situazione di fatto.
Deuteronomio 24:1 (Divorzio)
a) La prepotenza dell’uomo fa della donna qualcosa da sfruttare e, a
volte, abbandonare.
b) La legge di Dio non legittima questa situazione ma cerca di
controllarla e limitarla, dando alla donna almeno il diritto ad un documento
legale che sancisse la sua libertà di fronte al vecchio marito. La redazione
di un tale documento implica anche il ricorso a delle autorità e pone l’uomo
nelle condizioni di dovere ripetere prima di attuare il suo proposito.
Esodo 34:15-16 (matrimoni misti)
a) Dio è contro i matrimoni con non credenti perché questo mina la
nostra fede ed è fonte di infelicità (vedi anche Esdra 9).
b) Seguendo l’antico modello biblico, la Chiesa Avventista, pur
rispettando la coscienza dei suoi membri, scoraggia il matrimonio con
membri di una fede diversa, anche se cristiani. Il matrimonio dovrebbe
rappresentare un legame di totale unità e comunione: come potrebbe una
coppia essere unita senza condividere la stessa fede, l’elemento più
importante della vita di un credente sincero? Questo può accadere quando
le differenze tra una fede e l’altra sono solo formali, ma le differenze
sostanziali tra un avventista e un altro credente sono tali a tante da creare
delle inevitabili difficoltà al godimento di una totale felice unità.
3) Il matrimonio nei libri profetici
a) Il matrimonio è usato come immagine della relazione tra Dio e il suo
popolo (Ez 16:4-15; Ger 2:2)
b) Sottolineano la necessità del perdono (Os 2:13-15).
c) Sono contro ogni forma di sfruttamento reciproco (Mal 2:14)
4) Falsi aspetti del matrimonio
a) Adulterio (Es 20:14)
b) Sesso pre-matrimoniale (1 Cor 7:2)
c) Convivenza
d) Perversioni sessuali (Rm 1:22-27)
e) Perché queste realtà sono contrarie al progetto di Dio per il nostro
matrimonio?
1. L’adulterio rompe la solidarietà della coppia.
47:2
2. I rapporti pre-matrimoniali implicano una unità fisica priva di quella
solidarietà responsabile e socialmente affermata e riconosciuta che il
matrimonio implica.
3. La convivenza non è neppure prevista come possibilità negativa nella
Bibbia. Essa rappresenta una forma di timore, di dubbio, di fronte al
legame matrimoniale che invece presuppone un amore totale verso l’altro
(finché morte non separi).
4. Le perversioni distruggono la natura creata da Dio.
5) Gesù e il matrimonio
a) Onora il matrimonio compiendo per esso il suo primo miracolo (Gv
2:1-11).
b) Invita la gente a ritornare al valore edenico del matrimonio, prima
che la durezza del cuore dell’uomo corrompesse il rapporto tra gli esseri
umani e spiega quale sia la sola causa possibile di divorzio: l’adulterio, cioè
il fatto che sia l’altro a interrompere il legame di solidarietà (Mt 19:1-9).
c) Per contrastare la tendenza al divorzio facile presenta l’anomalia di
una donna abbandonata che si risposa (Mt 5:30-32). Suggeriamo, a titolo
personale, che tale detto di Gesù possa essere compreso alla luce di Numeri
30:10-15, dove una donna può essere considerata in stato di peccato non
avendo onorato un voto a causa dell’opposizione del marito, ma non ne
porta la responsabilità che ricade invece sul marito stesso.
6) Cause legittime di divorzio
a) Matteo 19:9 (fornicazione o adulterio)
b) 1 Corinzi 7:15 (abbandono da parte del partner).
7) Paolo e il matrimonio in Efesini 5:22-33
a) In Cristo il marito deve essere onorato come capo della famiglia.
b) In Cristo la moglie deve essere onorata e amata come Cristo ha
amato la chiesa.
In sintesi: nel matrimonio cristiano si rispettano i rapporti sociali che
derivano dalla nostra cultura, ma li si riempie di amore e di servizio
reciproco.
8) Grazia
a) Il matrimonio e, in se stesso, grazia, un dono di Dio che deve essere
vissuto con riconoscenza e gioia.
b) Grazia, in un mondo di peccato, diventa perdono in caso di errori:
«Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: “Donna, dove sono
quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?” Ella rispose: “Nessuno,
Signore”. E Gesù le disse: “Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più”.»
(Gv 8:10-11). Senza una tale disponibilità al perdono, nessun matrimonio può
durare.
47:3
48. Rapporti prematrimoniali
Scopo: Capire la bontà di Dio nel proteggere la sessualità fino al suo godimento
pieno nell’ambito del matrimonio.
Introduzione
La sessualità viene oggi considerata quasi come un bene di consumo qualunque
da godere quanto prima possibile. Tutta la nostra cultura tende ad incoraggiare
l’attività sessuale come fatto normale anche al di fuori e prima del matrimonio,
con la sola condizione che non sia frutto di violenza e che possibilmente ci si
protegga da conseguenze negative come malattie e gravidanze indesiderate ( a
questo mira molta della cosiddetta educazione – o diseducazione – sessuale).
Oggi i ragazzi si sentono liberi e grandi solo perché iniziano ad avere rapporti
sessuali in tenerissima età (già verso i tredici anni). Bisogna però vedere se
questo è segno di maturità o, al contrario, di immaturità; se contribuisce
veramente alla gioia che vorrebbe dare o se non ne distrugge le stesse premesse?
Come cristiani cerchiamo di comprendere il senso della realtà, sulla base della
ragione ma anche e soprattutto della parola di Dio.
1) La sessualità è un elemento di cui vergognarsi?
Genesi 1:27,29: «Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio;
li creò maschio e femmina. Dio li benedisse; e Dio disse loro: “Siate fecondi e
moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del
mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra”.»
La sessualità nasce dalla volontà di Dio e buona come parte legittima della
creazione (Genesi 1:31).
2) Il rapporto sessuale di cosa è segno nella Bibbia?
Genesi 2:24: «Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua
moglie, e saranno una stessa carne.» Unirsi in una sola carne è segno
dell’essere una sola realtà solidale destinata a sopravvivere per sempre:
«“Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due
saranno una sola carne?” Così non sono più due, ma una sola carne; quello
dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi» (Matteo 19:5,6).
È quindi chiaro che il rapporto sessuale è segno e privilegio di una decisione
di unità totale e definitiva: questo si chiama matrimonio.
Da cosa è costituito un matrimonio? Lo si può intendere come la decisione
personale di amarsi? Può quindi la presenza dell’amore giustificare i
rapporti sessuali senza che sia stato contratto un matrimonio legale?
In tutte le culture, il matrimonio è considerato come l’elemento costitutivo di
una nuova cellula sociale e per questo riveste una importanza fondamentale per
48:1
la società stessa ed è regolamentato da usi e leggi precise. Vi si ritrovano sempre
i seguenti elementi:
a.
b.
c.
d.
Decisione/accettazione del matrimonio da parte dei due
nubendi (lasciamo da parte i matrimoni obbligati).
Legittimazione sociale. La società è chiamata ad essere
testimone della decisione degli sposi e a garantire il rispetto
delle regole condivise.
Godimento della sessualità.
La Bibbia considera anche l’aspetto spirituale del matrimonio
come dono proveniente da Dio e che richiede la sua
benedizione: «Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate
fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela
soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo
e sopra ogni animale che si muove sulla terra» (Genesi 1:28).
È quindi chiaro che senza uno di questi quattro elementi non esiste matrimonio e
una dichiarazione al chiaro di luna non gli si può sostituire.
3) Esistono delle leggi specifiche relative ai rapporti prematrimoniali?
No, essi erano semplicemente ritenuti non concepibili. Esistono però delle leggi
che li presuppongono negativamente. Ad esempio, secondo una cultura che non
ci è più propria, si conservavano i segni della verginità con cui una ragazza era
arrivata al matrimonio, come cosa di gran valore. La non verginità scoperta al
momento del matrimonio lo inficia e richiede punizione (Deuteronomio 22:1321). Si ricordi anche lo scrupolo di Giuseppe per Maria rimasta incinta prima di
andare a vivere con lui (Mt 1:18,19). Evidentemente, il testo presuppone che
Giuseppe e Maria non avessero avuto nessun tipo di rapporto sessuale.
Nel caso una fanciulla vergine promessa sposa violentata (Dt 22:23-27) da un
uomo diverso dal fidanzato saranno lapidati entrambi se il fatto avviene in città
perché corresponsabili, solo lui se in campagna (presunzione di innocenza).
Nel caso di violenza a fanciulla vergine non promessa (Dt 22:28-29) dovrà
sposarla e non la potrà rimandare mai via.
Tuttavia, il padre di una fanciulla sedotta è libero di non dargliela in sposa, il
seduttore pagherà lo stesso la dote (Esodo 22:16,17).
4) A volte, l’impegno a preservare la verginità prima del matrimonio
diventa ossessione e motivo di segregazione tra i ragazzi. Questa non è
però la prospettiva della cultura biblica e le ragazze potevano godere di
una certa libertà di movimento.
Deuteronomio 22:23ss prevede che la fanciulla possa andare da sola ai campi.
48:2
Esodo 2:16 ci parla delle figli di Ietro che pasturano le greggi e competono con i
pastori maschi.
Ruth 2:5,6 ci parla di Ruth che va a spigolare dietro i mietitori e mangia con
loro.
Altri testi parlano delle fanciulle che vanno ai campi.
5) Nel Nuovo Testamento troviamo delle indicazioni su questo tema?
1 Corinzi 7:1,2: «Or quanto alle cose di cui mi avete scritto, è bene per l’uomo
non toccar donna; ma, per evitare le fornicazioni, ogni uomo abbia la propria
moglie e ogni donna il proprio marito.» Fornicazione è qualsiasi rapporto
sessuale anomalo, quindi anche la prostituzione e i rapporti prematrimoniali.
Modello per la chiesa:
2 Corinzi 11:2: «Infatti sono geloso di voi della gelosia di Dio, perché vi ho
fidanzati a un unico sposo, per presentarvi come una casta vergine a Cristo.»
6) Oltre a quello che ci dice la Bibbia, per quali motivi bisogna astenersi
dai rapporti prematrimoniali?
 Educazione alla responsabilità verso se stessi e l’altro.
 Protegge meglio da inganni e decisioni emotive premature (Amnon e Tamar
in 2 Sam 13).
 Valorizzazione della sessualità come segno di amore responsabile.
 Evitare la banalizzazione di un gesto così importante per riceverne tutta la
gioia che può offrire.
 Evitare sensi di colpa che possono portare a future problematiche.
 Evitare imbarazzo di fronte al futuro partner.
 Evita di dare l’impressione di persona facile e poco affidabile anche dopo.
 Evitare nascite indesiderate in momenti non in grado di accettarle
responsabilmente e positivamente.
 Vivere tale gesto come segno di un amore esclusivo e totale.
 Dono di amore verso la persona che ci amerà e ameremo per tutta la vita.
Una casa costruita troppo in fretta sarà piccola.
Una mela mangiata immatura è aspra.
9) Come sentirsi se accade? Grazia di Dio.
48:3
49. Gli angeli
Siamo soli nell’universo? Niente affatto! Non perché crediamo nei cosiddetti
UFO (la cui filosofia e i messaggi che offrono sono una chiara contraffazione
satanica, quando non sono frutto di semplice fantasia) ma perché la Bibbia ci
dice che Dio ha creato altre creature che noi chiamiamo angeli. Cosa possiamo
sapere su di loro?
1) Dio li ha creati prima o dopo dell’uomo? Giobbe 38:4-7 (qui sono chiamati,
«filgi di Dio».)
2) Che tipo di natura hanno? Luca 20:34-36 (alla risurrezione, noi saremo come
gli angeli avendo un corpo spirituale. (Vedi 1Corinzi 15:42,44)
3) Oltre ad essere esseri spirituali, quali altri caratteristiche posseggono? Salmo
103:20.
4) Anche se sono così potenti, come si comportano verso di noi? Eb 1:13-14.
5) Giacobbe come percepì il loro servizio? Gen 28:10-16. In che modo possono
aiutare anche noi?
6) Gli angeli poterono confortare Giacobbe perché c’è una scala che unisce il
cielo e la terra. Chi rappresenta questa scala? Gv 1:51.
7) Chi è il capo degli angeli? Giosuè 5:13-15. Confronta questo testo con Esodo
3:2-6 (Questo è un «angelo» del tutto speciale. E’ chiamato «L’angelo di Dio» e
chiede di essere adorato come Dio. Egli è Gesù, il figlio di Dio e Dio egli stesso.
È sempre chiamato l’angelo e non un angelo di Dio perché è unico. È chiamato
«angelo» perché questa parola significa «messaggero» e Gesù è il Messaggero
per eccellenza di Dio, la sua stessa parola (Gv 1:1).
8) Possiamo adorare gli angeli? Ap 19:9-10pp; 22:8,9.
9) Possiamo pregarli? Essi sono i nostri amici ma, per evitare di trasformarli in dèi,
cosa che non desiderano affatto, noi rivolgiamo le nostre preghiere solo a Dio, il loro
e il nostro Signore. Filippesi 4:6. Nella Bibbia, gli angeli non sono mai l’oggetto di
una preghiera. È bene che noi stessi seguiamo questo modello. Se Dio vorrà sarà Dio
a mandare i suoi angeli ad aiutarci come fece con Daniele (Dn 9:21-23).
10) Cosa faranno gli angeli quando Gesù ritornerà? Matteo 24:30,31.
49:4
PENSIAMO: Possiamo immaginare il momento in cui gli angeli ci porteranno in
cielo a incontrare Gesù?
49:5
Approfondimenti
1) Storie speciali sugli angeli
2 Re 6:8-23 Proteggono Eliseo e il suo servo dall’armata siriana.
Daniele 10:4-14 Un angelo aiuta Daniele a conoscere il piano di Dio per Israele.
Luca 1:26 Gabriele è mandato da Maria per annunciare la nascita di Gesù.
Luca 2:8-14 Gli angeli annunciano ai pastori la nascita di Gesù.
Atti 5:17-20 Un angelo libera gli apostoli dalla prigione.
Atti 12:7 Un angelo libera Pietro dalla prigione.
7) C’è un angelo che si prende cura di noi? Ebrei 1:14 permette di pensare
questo. I primi cristiani lo pensavano: Atti 12:15.
Altri testi biblici
Galati 3:19 Legge promulgata per mezzo di angeli. (At 7:53)
1 Pietro 1:12 Bramano comprendere il piano della salvezza.
49:6
50. Santi e miracoli
Santi e miracoli sono parte dell’insegnamento biblico ed hanno una importanza
speciale per gran parte del mondo cristiano, ma ci sono alcuni problemi: non
tutti infatti comprendono la loro realtà allo stesso modo e una comprensione
sbagliata può provocare dei seri danni alla nostra vita. In questo studio
scopriremo ciò che Dio dice su questo argomento e come evitare alcuni pericoli.
1) Cosa significa essere santi?
«Santo» significa «dedicato, consacrato a Dio». In questo significato sono
impliciti due elementi. 1 Corinzi 1:2 li contiene entrambi: «alla chiesa di Dio che
è in Corinto ai santificati in Gesú Cristo, chiamati ad essere santi» (ND).
a. Santificati in Cristo Gesù. Questo significa che non diventiamo santi per
qualcosa che facciamo, ma per quello che Gesù ha fatto per noi (vedi anche 1
Cor. 6:11; 1 Pietro 1:19; 2:9,10). Poiché Gesù perdona i nostri peccati,
possiamo apparire davanti a dio come totalmente puri. I teologi chiamano questa
esperienza «giustificazione».
b. Chiamati ad essere santi. Gesù ci ha conquistati a Dio, ma quando viviamo
con Dio impariamo ad essere e a vivere come lui (Lev 11:44; 1 Pet 1:15,16). I
teologi chiamano questo processo «santificazione».
In sintesi: un «santo» è una persona che ha accettato Gesù come suo Salvatore, e
che, vivendo con Gesù, impara ad assomigliargli: «Siate miei imitatori, come
anch’io lo sono di Cristo» (1 Cor 11:1. Vedi anche Ef 4:13).
2) Molti Cristiani considerano «santo» una persona che si suppone sia
andata in cielo dopo essere morta. Il segno della sua santità sarebbe l fatto
che faccia dei miracoli. È questo che la Bibbia dice sui santi?
a. Atti 9:32; 2 Corinzi 1:1. La Bibbia chiama santi tutti i cristiani, non solo un
gruppo. E si tratta di persone, non necessariamente morte.
b. 1Corinzi 12:8-11. Il dono di fare miracoli è uno tra i tanti. La Bibbia non dice
mai che i santi, per essere tali, debbono fare dei miracoli.
3) Come si diventa santi?
Il primo significato di santità (giustificazione) è il risultato della grazia di Gesù
nella nostra vita. Grazie a Dio non dipende dalle nostre capacità ma da Lui:
«Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da
voi; è il dono di Dio» (Ef 2:8).
Anche il secondo significato dipende soprattutto dal potere di Dio di operare in
noi attraverso lo Spirito Santo (Filip 2:13; Rm. 8:11-13).
4) Il privilegio della santità è riservato ad alcuni cristiani o è per tutti loro?
Ebrei 12:14. Senza la santità non posiamo vedere Dio, non possiamo essere
salvati. Tutti i cristiani debbono perciò essere santi, altrimenti non sono cristiani
per niente.
50:1
5) Molti sono abituati a pensare che uno diventa cristiano grazie ai suoi
meriti. Essi credono anche che un santo abbia acquisito dei meriti extra noj
necessari alla sua salvezza, e che essi possono essere usati a favore della
salvezza di altri. Si tratta di una dottrina biblica?
No. Come abbiamo visto nello studio su La legge e la grazia, il Vangelo rifiuta
chiaramente ogni sorta di meriti.
a. I meriti sono basati su qualcosa che noi facciamo mentre la salvezza è offerta
per grazia che è un dono di Dio (Ef 2:8).
b. Se nessuno ha meriti per se stesso, allora non può neppure passarli agli altri.
Ognuno è salvato per la sua relazione personale con Dio. Nessuno può essere
salvato grazie alla santità di un altro (Ez. 14:13,14; 18:28).
6) Possiamo pregare i santi per ricevere una grazia?
No, e per diversi motivi.
a) Dobbiamo pregare solo Dio (Mat. 6:9).
b) I santi sono morti e non possono ascoltarci (Eccl. 9:10; Isaia 8:19).
c) Gesù è il nostro solo mediatore (1 Tim. 2:5)
d) I santi, non hanno, alcun merito speciale per intercedere per noi.
7) I miracoli sono una prova che i santi sono con Dio e intercedono per noi?
a. Non i miracoli ma la verità e la fedeltà agli insegnamenti di Dio provano che
uno è con Dio (Dt 13:1-5). Poiché i miracoli attribuiti a persone morte
contraddicono l’insegnamento della Parola di Dio sullo stato dei morti, è meglio
credere Dio piuttosto che a quello che dice la gente.
b. Anche Satana può compiere dei miracoli come se fossero fatti da Dio e così
ingannare la gente (Mt 24:24; 2 Cor 11:4; 2 Tes 2:9,10; Ap 16:13,14).
c. Il Vangelo di Giovanni sottolinea un fatto importante: malti seguono Gesù per
i miracoli che fa, ma Gesù non ne è felice (Gv 2:23). Dopo il miracolo della
moltiplicazione dei pani, molti erano così entusiasti che desideravano incoronare
Gesù come loro re, ma quando egli cominciò a parlare loro della salvezza come
una via che richiedeva il suo sacrificio, la sua morte, tutti lo abbandonarono (Gv
6:14,15,58-60, 66). La vera fede non è basata sui miracoli che vediamo, ma su
una nostra sincera e profonda relazione di fiducia con Dio anche senza vedere
(Gv 20:29).
8) Perché la gente sente il bisogno dei santi?
Non è nostro compito giudicare il cuore degli altri, ma c’è un problema comune
dietro tutto ciò. Alcuni cristiani pensano che Dio sia troppo glorioso, potente, e
distante. Alcuni hanno anche paura di lui. Alcuni pensano di non essere degni
della sua attenzione personale, di non meritare la sua grazia. Essi cercano perciò
qualcuno che sia più vicino a Dio di quanto non lo siano loro stessi perché operi
come loro intercessore. I santi corrisponderebbero a questo bisogno.
50:2
9) Quale problema comporta questa visione?
Ebrei 4:14-16. Tutto questo nasce da una incomprensione del vangelo come la
«buona notizia» sull’amore di Dio. Quando capiamo che Dio ci ama, e come
questo amore si sia manifestato attraverso Gesù, allora capiamo che per quanto
noi possiamo essere indegni, Dio rimane tuttavia un padre misericordioso. Egli è
pronto ad ascoltarci e accoglierci. Come il padre del figlio prodigo, egli è lì che
ci aspetta e non vede l’ora di riabbracciarci. Come il figlio, dobbiamo solo fare
una cosa: chiedere perdono e accettare l’amore del Padre (Lc 15:18-22). La
ricerca dei santi crea molti problemi perché contraddice molte dottrine bibliche
(stato dei morti, salvezza solo per grazia, preghiera …). Tuttavia, il problema
più grande è che riduce l’importanza di Gesù nella nostra vita, come colui che
solo può aiutarci in modo sufficiente per la vita presente e per la salvezza eterna:
(Ef 1:3-8; Col 1:13:20; 2:8-10).
Approfondimenti
10) Essere santi significa essere perfetti?
Il vangelo dice che siamo salvati solo per grazia. Allo stesso tempo ci invita a
ubbidire ai comandamenti di Dio e a vivere una vita santa. Entrambi questi
elementi sono importanti. Senza la grazia nessuno potrebbe essere salvato in
virtù delle sue opere (Rm 3:20). Però, grazia senza ubbidienza diventerebbe
licenza, cosa che distruggerebbe offenderebbe la nostra dignità di figli di Dio e
distruggerebbe la speranza cristiana in un mondo migliore. Abbiamo certamente
bisogno sia della grazia che dell’ubbidienza, ma la loro funzione è diversa: la
grazia ci salva, l’ubbidienza onora e manifesta la salvezza che abbiamo ricevuta.
In questa prospettiva noi desideriamo essere perfetti come Dio è perfetto, perché
siamo i suoi figli e volgiamo assomigliargli, perché amiamo il suo regno e la sua
volontà. Giorno dopo giorno cresceremo nella grazia di Dio (Ef 4:13). Giorno
dopo giorno il peccato perderà la sua forza nella nostra vita, ma noi vivremo
questo processo di crescita come segno della grazia di dio che opera in noi (Rm
8:3-11), e se capiterà di peccare, allora la grazia di Dio continuerà a perdonarci
e a rialzarci per continuare il nostro cammino verso la perfezione. Quando
raggiungeremo questo traguardo, se al ritorno di Gesù quando saremo
trasformati istantaneamente (1 Cor. 15:51,52), o mentre siamo ancora in vita su
questa terra, questo non importa e non ci compete. Il problema non è quando
saremo perfetti, ma se desideriamo esserlo. Nella vita cristiana non importa tanto
dove siamo arrivati ma dove volgiamo arrivare (Filip 3:12). In questa ricerca
della perfezione, noi manifestiamo forse al meglio il fatto che la stiamo vivendo
già ora, anche se nella nostra condizione di debolezza.
50:3
11) Se dobbiamo rifiutare l’intercessione dei santi, perché la Bibbia ci invita
a pregare gli uni per gli altri?
Giacomo 5:6. La Bibbia ci invita a pregare gli uni per gli altri come segno di
amore fraterno e di unità. Siamo i figli di Dio e il Padre è sempre felice di
vedere i propri figliuoli uniti e pieni di amore gli uni per gli altri. Ma questo non
significa che chi prega per il fratello sia più santo o abbia più meriti di lui. Al
contrario, vediamo il grande apostolo Paolo che invita i semplici credenti a
pregare per lui (2 Tes 3:1). Addirittura Gesù stesso invita i suoi discepoli a
vegliare in preghiera con lui come segno di solidarietà affettuosa e di conforto
(Mt 26:36-41). Possiamo anche pregare che persone al di fuori della chiesa (1
Tm 2:1,2) perché li amiamo o anche perché abbiamo bisogno del loro aiuto, ma
questo non significa che pretendiamo di avere un qualche merito davanti a Dio.
In sintesi: preghiamo gli uni per gli altri perché ci amiamo e perché questo onora
il Padre comune. Non preghiamo confidando nella nostra santità ma nella grazia
di Dio che si manifesta verso tutti con pari amore (Mt 5:45).
12) Se Satana può compiere miracoli per ingannare la gente, significa che
tutti i miracoli fatti attraverso persone che non conoscono o non onorano
totalmente la volontà d Dio vengono dal diavolo?
Dobbiamo essere consapevoli del pericolo e non lasciarci mai trascinare lontano
dal terreno biblico a causa di un miracolo. Ma questo non significa
necessariamente che Dio, nella sua misericordia, non possa ascoltare la
preghiera di una persona che, pur nella sua onestà, non conosce ancora
pianamente la Sua volontà.
13) Come capire la religiosità popolare riguardo ai santi?
Triste a dirsi, la gran parte della religiosità popolare ripercorre i sentieri
dell’antico paganesimo. I pagani avevano uno o piè dèi come protettori di una
città o di una professione. Dopo il periodo delle persecuzioni, quando essere
cristiani divenne semplice e anche conveniente, molti aderirono nominalmente al
cristianesimo conservando però nel cuore queste pratiche, con la differenza che
al posto degli dèi pagani furono messi i martiri che a poco a poco diventarono i
santi.
Se per i teologi i santi dovrebbero essere una manifestazione della grazia e del
potere di Dio (anche sotto questo aspetto ci sono però diversi aspetti criticabili),
per la gente comune, essi diventano quasi indipendenti da Dio, come se avessero
un loro potere personale.
Nella Bibbia, quando accade un miracolo, i credenti non dicono mai che è Mosè
o Paolo che lo fanno: il miracolo viene sempre attribuito a Dio e l’onore va a lui
solo (At 3:12-13; 12:8-15). Nella religiosità popolare, invece, la gente non dice
mai che Dio gli ha fatto il miracolo: è sempre il santo ad essere menzionato, ad
essi vengono eretti santuari e dove il miracolo è avvenuto si va in pellegrinaggio.
Nella Bibbia non troviamo mai niente del genere. Non ci sono feste organizzate
50:4
per i profeti o per gli apostoli, in loro nome non vengono eretti monumenti e non
ci sono pellegrinaggi se non quelli al tempio di Gerusalemme, l’unico tempio
che rappresentava la presenza di Dio tra il suo popolo. Solo Dio è lodato.
I pellegrinaggi hanno un’importanza particolare nella religiosità popolare, ma, in
una prospettiva biblica, non si riesce a capire perché bisogna andare in un posto
particolare per ricevere un miracolo da parte di Dio: non è Dio lo stesso in
qualsiasi luogo? La sola spiegazione possibile al pellegrinaggio nasce dal
sentimento che la presenza del santo e del suo potere miracoloso in un posto
abbia reso il luogo pieno di sacralità e potenza. Ma anche questo è un elemento
caratteristico della religiosità pagana.
È anche triste vedere, nella religiosità popolare, elementi religiosi mischiati con
elementi totalmente profani il cui unico scopo è quello di divertire la gente.
Bande che suonano canzoni a volte in totale opposizione alla fede cristiana, il
commercio, i fuochi d’artificio, la competizione che accompagna molte di queste
manifestazioni, non sono certo un segno appropriato di una religiosità
consapevolmente cristiana.
La potenza sacrale del luogo arriva a volte quasi a sdoppiare e moltiplicare la
stessa persona santa. Avviene specialmente con la Madonna: alcuni sono
particolarmente devoti, per fare un esempio, alla Madonna di Pompei mentre
altri onorano soprattutto la Madonna di Fatima, come se ci fossero diverse
Madonne. E questo il cristianesimo?
14) Possiamo accettare la differenza fatta tra adorazione rivolta solo a dio e
venerazione rivolta ai santi?
La Chiesa cattolica distingue tra «latria», adorazione, che va rivolta solo a Dio,
adorazione e «dulia», venerazione, che va bene per i santi. Accettano anche la
«iperdulia» nei riguardi della Madonna. In questo modo si insegna che la gente
può inginocchiarsi davanti a degli esseri umani, purché questo gesto rimanga
dentro i confini della venerazione e non diventi adorazione. Per dire «adorare»,
l’A.T. usa il verbo shachah che significa «inchinarsi». Il N.T. usa il verbo
proskuneo che ha lo stesso significato. Ma come si distinguono i due
atteggiamenti e i sentimenti dai quali nascono? Insomma, l’adorazione si
esprime proprio attraverso un atteggiamento, attraverso il gesto di inchinarsi,
inginocchiarsi davanti a qualcuno in un contesto religioso. Per questo motivo il
secondo comandamento del Decalogo (Es 20:5) proibisce di adorare (inchinarsi)
davanti a qualsiasi cosa. Per questo motivo, nel Vangelo, a nessuno è consentito
di inginocchiarsi davanti a una creatura. L’apostolo Pietro chiede a Cornelio di
alzarsi dicendogli: «Anch’io sono un uomo» (At 10:26). Cornelio era un
timorato di Dio (v. 2). In quanto tale sapeva che non si doveva adorare nessun
uomo ma solo Dio. Di conseguenza, inginocchiandosi davanti a Pietro, non
intendeva certamente equipararlo a Dio. Il suo era un gesto di rispetto, di
venerazione diremmo con la terminologia cattolica. Ma Pietro rifiuta anche
questo perché quel gesto va riservato solo a Dio. Per Pietro non c’era nessuna
50:5
sottile distinzione tra dulia e latria se le si esprime attraverso lo gesto
dell’inginocchiarsi: ci si inginocchia solo davanti a Dio.
L’apostolo Giovanni, sapeva certamente che bisognava adorare solo Dio,
eppure, conquistato dalla meraviglia per la gloria dell’angelo che lo guidava
nelle sue visioni gli si inginocchiò davanti. Lo fece per due volte e per due volte
l’angelo lo riprese: «Io mi prostrai (proskuneo) ai suoi piedi per adorarlo. Ma
egli mi disse: “Guàrdati dal farlo. Io sono un servo come te e come i tuoi fratelli
che custodiscono la testimonianza di Gesù: adora (proskuneo) Dio!”» (Ap
19:10). «… mi prostrai (proskuneo) ai piedi dell’angelo che me le aveva
mostrate, per adorarlo. Ma egli mi disse: “Guàrdati dal farlo; io sono un servo
come te e come i tuoi fratelli, i profeti. Adora (proskuneo) Dio!”» (Ap 22:9).
Il messaggio è chiaro: nella Bibbia, il gesto del piegarsi davanti a qualcuno è
considerato adorazione e va riservato solo a Dio. Vedi anche Atti 8-15 per la
reazione di Paolo e Barnaba di fronte a dei pagani che cercavano di onorarli in
un modo che doveva essere riservato a Dio.
NOTA: Se la latria fosse da riservare a Dio e la dulia alle creature umane,
perché alla Madonna spetterebbe una iperdulia, una super dulia. È forse una via
di mezzo tra una donna e Dio?
50:6
51. La Maria del Vangelo e la Madonna della
Chiesa
La Madonna occupa un posto molto importante nella fede cattolica. E’ chiamata
“Madre di Dio”, “Madre della Chiesa”, “Regina del cielo”. Inni sono scritti in
suo onore, molte feste sono organizzate per onorarla. Ben tre dogmi hanno lei
per oggetto: quello sulla sua perpetua verginità, quello della sua nascita
immacolata, e quello della sua assunzione corporale in cielo. Recentemente si è
cominciato a considerarla e a proclamarla corredentrice, affermando con questo
che non siamo salvati solo grazie a Gesù, ma anche grazie a lei. Papa Giovanni
Paolo II ha consacrato il mondo a lei. Nel rosario siamo invitati a recitare dieci
Ave Maria per ogni Padre nostro. Le sue immagini e i suoi altari si trovano
dappertutto.
Tutto ciò ci obbliga a esaminare con attenzione il ruolo della Madonna nel
mondo cristiano attuale, per vedere in che misura corrisponde all’insegnamento
del Vangelo su Maria.
1) Nel Vangelo com’è considerate Maria?
Luca 1:28: “Favorita dalla grazia” o “altamente favorita”. La Vulgata latina
traduce con “gratia plena”, piena di grazia, cosa che ha spinto molti a pensare
che Maria abbia in se stessa il dono di dispensare ogni grazia. In realtà, quello
che l’angelo dice a Maria non è che lei abbia una grazia da dispensare ad altri,
ma che lei stessa ne sta ricevendo una straordinaria, quella di essere lo strumento
umano di cui Dio si servirà per fare nascere tra gli uomini il salvatore Gesù. Se
questo avviene come “grazia”, allora significa che Maria, in quanto anche lei
una creatura limitata, non avrebbe meritato di diventare la madre umana di Gesù
(nessun essere umano lo sarebbe) e che solo per grazia di Dio, cioè
immeritatamente, questo diventa possibile.
Se Dio scelse Maria per questo compito, ciò significa certamente che lei deve
avere avuto alcune qualità essenziali quali l’onestà e l’amore per Dio, senza le
quali non avrebbe potuto adempiere al suo compito. Tuttavia, l’angelo fa
menzione solo della grazia di Dio, e non di queste qualità: è per la grazia di Dio
che siamo salvati, e non per le virtù delle creature umane, altrimenti dovremmo
dire lo stesso di ogni servitore di Dio attraverso cui ci giunge la conoscenza
della salvezza.
2) Maria come considerava se stessa di fronte alla grazia di Dio che stava
ricevendo?
Luca 1:38: “La serva del Signore.” Umile com’era, Maria considerava se
stessa come una semplice serva di Dio, desiderosa soltanto di ubbidirgli. Non
vede se stessa come una regina o come la madre di Dio. Lei sa che il bimbo che
verrà in lei non le appartiene: viene da Dio (vv. 30-35). Maria è grande esempio
51:1
proprio nella sua umana umiltà, non nella gloria divina che si tende ad
attribuirle.
3) Non dice il Vangelo che Maria è “benedetta tra le donne”?
Alcune versioni aggiungono in Luca 1:28 la frase “benedetta sei tu fra le donne”,
ma i più importanti manoscritti del vangelo non l’hanno, e le versioni moderne
giustamente rifiutano questa frase.
In ogni caso, la frase in sé non attribuirebbe a Maria nessun motivo particolare
di gloria che non venga dalla grazia di Dio. Elisabetta (Luca 1:42) la chiama
“benedetta tra le donne”, e un’altra donna dice di lei, “Beato il grembo che ti
portò e le mammelle che tu poppasti!” (Luca 11:27). Nota come, nell’intenzione
di questa donna, la beatitudine di cui parla, non derivi da una virtù di Maria,
quanto invece da una virtù di Gesù che dà gioia e onore alla sua mamma. Lo
scopo dell’affermazione non è tanto quella di onorare Maria ma Gesù. Gesù
risponde comunque: “Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la
mettono in pratica!” (Luca 11:28). Così, se noi accettiamo Gesù come nostro
salvatore, potremo noi stessi godere di una beatitudine non inferiore a quella che
ebbe Maria quando accolse Gesù come un bambino.
4) Che atteggiamento ebbe Gesù di fronte a Maria? Il suo atteggiamento
alle nozze di Cana è un buon esempio dell’ubbidienza che Gesù porta di
fronte a lei anche quando lei intercede presso di lui in nostro favore?
Giovanni 2:1-5: Letteralmente: “Donna, che cosa a te e a me?” L’espressione
implica che colui al quale viene rivolta è andato oltre i suoi limiti naturali (vedi
Giudici 11:12; 2 Sam. 16:10; 1 Re 17:18; 2 Re 3:13; 2 Cron. 35:21; Matt. 8:29;
Marco 1:24; Luca 8:28; etc.). Con queste parole Gesù afferma la sua
indipendenza di fronte alla sua madre terrena; e tuttavia, per l’amore che aveva
per lei e per i suoi parenti, Gesù compie dell’acqua mutata in vino.
Se dunque Maria ha un ruolo in questo miracolo, esso non poggia sulla sua
autorità ma sul suo bisogno. Maria riceve la grazia di essere ascoltata quando
con umiltà presenta il problema della famiglia, e quando con piena fiducia invita
i servitori a fidarsi di Gesù, “Fate tutto quello che (lui) vi dirà.”
Certamente, come bambino e come ragazzo, lo stesso Gesù che aveva
comandato di onorare il padre e la madre (Es. 20:12) avrà anche onorato lui
stesso i genitori terreni che si era scelto e avrà ubbidito loro. Ma egli ha anche
affermato sempre la sua indipendenza di giudizio e la sua autorità assoluta.
 All’età di dodici anni li lasciò rimanendo nella casa del suo Padre
celeste (Luca 2:49).
 A Cana onorò sua madre, ma affermò la sua indipendenza (Giovanni
2:4).
 Quando Maria e gli altri fratelli di Gesù andarono per portarlo a casa,
pensando che fosse uscito fuori di senno, lui disse: “«Chi è mia madre,
e chi sono i miei fratelli?» E, stendendo la mano verso i suoi discepoli,
51:2
disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Poiché chiunque avrà fatto la
volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre».”
(Mat. 12:48-50; Marco 3:32-35; Luca 8:19-21). Gesù ci sta dicendo qui
che la sua vera famiglia non è basata sulla sua nascita fisica da Maria,
ma su quella spirituale derivante dal suo rapporto con Dio. Maria non
aveva perciò alcun potere su Gesù, se non quello che può avere
qualsiasi credente che in fede e sottomissione a Dio si richiama al suo
rapporto spirituale con Gesù e con il Padre celeste (Giovanni 14:13,14;
15:16; 16:26).
5) Quando, sulla croce, Gesù affidò Maria a Giovanni dicendo, “Ecco tua
madre” (Giovanni 19:27), significa questo che intendeva fare di Maria la
madre di tutti i cristiani?
E’ un principio di saggezza quello di non capire un testo al di fuori
dell’intenzione dello scrittore originario. Nel N.T. la chiesa è menzionata
centinaia di volte, ma è sempre menzionata in rapporto al Padre, a Gesù, allo
Spirito, ma mai in rapporto a Maria.
Inoltre, dopo il primo capitolo di Atti (1:14), Maria non è mai menzionata. Non
lei ma Gesù era importante per la fede e la vita della chiesa. Dicendo quelle
parole, l’intenzione di Gesù era semplicemente quella di provvedere una nuova
casa alla sua madre terrena che amava. Per questo chiese al suo discepolo più
intimo, Giovanni, di prendersi cura di lei. Giovanni infatti, dopo quelle parole,
non si inchinò davanti a Maria ma, semplicemente, “da quel momento … la
prese in casa sua” (v. 27).
6) Se dopo Atti 1:14 Maria non appare più nel N.T., cosa dire della donna
di Apocalisse 12?
Quella donna non rappresenta una donna individuale come Maria, ma una realtà
collettiva come quella del popolo di Dio all’interno del quale viene il Salvatore e
che sussisterà fino alla manifestazione del regno di Dio. Molti studiosi cattolici
condividono questa opinione. Per favore, veda lo studio specifico su Apocalisse
12 per maggiori dettagli.
7) Si dice che la Madonna sia sempre vergine. Perché non può essere?
Mat. 1:25 dice che Maria era sicuramente vergine fino alla nascita di Gesù
perché Giuseppe “non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe
partorito un figlio.”
Gli studiosi cattolici dicono che il fatto che Giuseppe non abbia “conosciuto”
Maria fino alla nascita di Gesù non significa con certezza che l’abbia
“conosciuta” dopo. Se fosse così, perché l’evangelista dovrebbe precisare che
non la conobbe fino a …”? Perché non dire invece che “non la conobbe mai”?
Contro il senso ovvio della frase, potremmo tuttavia acconsentire all’opinione
cattolica se ci fossero reali motivi perché Maria e Giuseppe non potessero avere,
dopo la nascita di Gesù, una normale vita coniugale … solo se ci fossero motivi
51:3
biblici e spirituali forti per mettere in dubbio il significato ovvio della frase in
esame, ma non ce n’è nessuno se non quelli nati dalla riflessione successiva della
tradizione cattolica.
Escludere una vita sessuale in Maria non ha alcuna ragione biblica o spirituale.
L’unico appiglio è extra biblico e deriva dall’eresia gnostica che considerava
Erano certi gruppi eretici che consideravano impuri i rapporti sessuali (vedi 1
Tim. 4:1-3). La Bibbia, invece, afferma che Dio ha creato e benedetto il
matrimonio (Gen. 1:28), che tutto quello che Dio ha creato è buono (Gen. 1:31),
compresa la sessualità quindi. Non c’è quindi nessuna ragione perché Maria e
Giuseppe non avessero delle normali relazioni coniugali essendo legalmente
sposati.
8) Qual è allora l’origine della credenza nella perpetua verginità di Maria?
Escludere che Maria e Giuseppe abbiano avuto delle relazioni sessuali fino alla
nascita di Gesù, serve a testimoniare il fatto che Gesù non è figlio loro nel senso
normale del termine, ma di Dio; serve quindi ad affermare la divinità di Gesù,
non un particolare motivo per cui Maria dovesse essere vergine in sé. Non c’è
quindi alcun motivo perché dovesse rimanere vergine una volta che Gesù è nato.
In ogni caso, la perdita della verginità non ha un valore morale o spirituale ma
solo fisico: essa consiste nella lacerazione di una parte dell’organo sessuale
femminile. La verginità si perde normalmente con il primo rapporto sessuale, ma
si perderebbe comunque per lo stesso processo della nascita di un bambino.
Gesù era fisicamente un normale bambino e il suo passaggio attraverso il corpo
della mamma le avrebbe inevitabilmente prodotto delle lacerazioni equivalenti
alla perdita della verginità. Cosa ci sarebbe di spirituale in un miracolo che
proteggesse Maria da una tale esperienza, se non quella di allontanare Gesù
dall’umanità con la quale ha invece voluto identificarsi (Ebrei 2:17)? Quale
necessità ci sarebbe?
L’idea della perpetua verginità di Maria, trova la sua prima origine nell’eresia
gnostica e negli scritti apocrifi con cui cercavano di veicolare le loro
convinzioni. Gli gnostici volevano convincere la gente che il Cristo non era mai
diventato carne come invece afferma Giovanni 1:14. Per loro, egli era uno
spirito incontaminato. In questa prospettiva, il Protovangelo di Giacomo ci
racconta la storia della nascita di Gesù come se egli fosse una luce che,
evidentemente, non aveva motivo di creare nessun tipo di trauma nel corpo di
Maria. Per sostenere la sua tesi, questo vangelo eretico inventa la storia di una
levatrice che non credendo alla nascita verginale di Gesù ispeziona con la sua
mano il corpo di Maria ritraendola colpita dalla lebbra.
La chiesa cristiana respinse questo scritto come eretico ma, in virtù della
tradizione, ne ha conservato la dottrina proprio attraverso la credenza che stiamo
considerando.
51:4
9) Qual è l’origine del dogma dell’assunzione fisica in cielo di Maria?
La Bibbia non dice assolutamente nulla su questa credenza e non offre alcun
elemento per sostenerla. Per secoli i cristiani l’hanno totalmente ignorata. Solo
nel V secolo alcuni scrittori cominciarono a insegnare il transitus, il passaggio,
di Maria dalla terra al cielo. Questi scritti, pieni di fantasie contrastanti, furono
condannati da papa Gelasio (492-496), così che la fede attuale della chiesa
cattolica è basata su un qualcosa che la chiesa stessa ha precedentemente
condannato.
10) Qual è l’origine del dogma dell’immacolata concezione di Maria?
Questo dogma suppone che Maria abbia ricevuto la grazia speciale di essere
esentata dal peccato originale, così che la sua nascita avvenne pura da ogni
macchia, “immacolata”. Alcuni aggiungono che lei non peccò di sua iniziativa
neppure nella sua vita.
Si tratta di un insegnamento sconosciuto ai testi biblici e fu contrastato dai
cristiani dei primi tre secoli. Contraddice inoltre il vangelo che dice: “Tutti
hanno peccato e sono privi della Gloria di Dio, e sono giustificati gratuitamente
per la sua grazia attraverso la redenzione che è in Cristo Gesù (Rom. 3:23,24).
Solo nel IV secolo cominciamo a leggere di Maria come essendo stata esentata
dalla macchia del peccato. Ma, si diceva, ciò accadeva “per grazia” (Ambrogio).
Con ciò si voleva dire che Maria era santa in un senso generale, non che fosse
stata esentata specificamente dal peccato originale. Sant’Agostino dice che
Maria ricevette una grazia speciale per vincere completamente il peccato ma,
insegna, che non era senza il peccato originale perché anche lei discendeva dal
peccatore Adamo. Egli dichiarava che Gesù era nato senza peccato “dalla carne
materna contaminata dal peccato” (De peccatorum meritis and remissione, II,
24).
Solo dal IX secolo troviamo dei riferimenti espliciti all’idea che Maria fosse
stata santificata fin dal grembo materno per una grazia speciale di Dio. A causa
di questa comprensione, si pensava (San Bernardo, Tommaso d’Aquino, San
Bonaventura) che fosse nata (ma non ancora concepita), senza il peccato
originale. Tuttavia, anche questa idea non era accolta senza qualche
opposizione.
Solo dopo il secolo XIII, l’idea che Maria fosse stata santificata fin nel senso
materno, fu anticipata fino al momento stesso del suo concepimento. Nacque
così l’ “immacolata concezione”, come noi la conosciamo.
Solo nel concilio di Basilea nel 1438, questo insegnamento fu dichiarato “pio e
conforme al culto della chiesa, alla fede cattolica, alla retta ragione e alla Sacra
Scrittura.” Sfortunatamente, questo concilio fu condannato dal papa per le sue
posizioni anticuriali. Nel 1476, Papa Sisto IV ufficializzò la festa
dell’immacolata concezione. Il dogma fu invece proclamato nel 1854 dal papa
Pio IX, anche se un terzo dei vescovi consultati si erano dichiarati contrari.
51:5
11) Perché non abbiamo bisogno di questo dogma?
Semplicemente perché la Bibbia non ne parla e non lo presuppone.
Perché è fondato su una comprensione non biblica del peccato originale (per
favore, si veda lo studio sul peccato).
Perché contraddice il messaggio biblico sulla universalità del peccato.
Perché crea problemi enormi senza risolverne alcuno. Ad esempio, se Dio
potesse risolvere il problema del peccato esonerandone una persona con una sua
decisione personale, perché non dovrebbe fare lo stesso per tutti gli uomini?
Perché pur accettando che in Gesù non ci fosse nessuna propensione istintiva al
peccato, non c’è nessun bisogno di supporre che la sua santità avesse bisogno di
non essere toccato fisicamente dal peccato e dall’impurità: Egli stesso si lasciò
toccare da una prostituta ed egli stesso toccò il lebbroso senza esserne per
questo contaminato (Matteo 8:1-3). Egli stesso fu realmente sottoposto alla
tentazione ma non cedette (Ebrei 4:15).
Perché, se per permettere a Gesù di non essere contaminato dal peccato dei
genitori, questi dovevano essere esentati dal peccato, allora anche i genitori di
costoro avrebbero dovuto esserne esentati, e così via fino ad Adamo. Se d’altra
parte, Gesù avesse dovuto essere protetto, Dio avrebbe potuto farlo agendo
direttamente lui senza bisogno di farlo con Maria, così come fece con Maria
nonostante i suoi genitori peccatori. Insomma, anche filosoficamente parlando,
tale dogma non è una necessità e crea solo dei problemi.
12) Cosa dire del titolo “Madre di Dio”?
Non sappiamo chi per primo abbia usato questo titolo, ma lo troviamo nel IV
secolo, non tanto per glorificare Maria, quanto per esprimere la convinzione che
Colui che era nato da una creatura umana non era un semplice uomo ma Dio
stesso, nella persona del Figlio.
Si tratta comunque di un modo di dire infelice perché, a dispetto della buona
intenzione, a poco a poco, divenne una delle ragioni per esaltare Maria in quanto
tale.
Possiamo solo dire che Maria fu lo strumento consenziente di Dio per la nascita
di Gesù incarnato. Gesù, in quanto Figlio di Dio, esisteva però già prima di
Maria, fin dall’eternità, e Maria non può quindi essere sua madre in senso
proprio, soprattutto per quel che riguarda la realtà divina del Cristo. In realtà è
Gesù, in quanto Dio creatore di tutte le cose (Giovanni 1:3), che può a maggior
ragione essere definito Padre di Maria e non Maria madre di Dio.
13) Si può accettare il titolo di “Corredentrice”?
A quanto sembra, il titolo di “Corredentrice” si avvia a diventare il prossimo
dogma mariano. Il significato sarebbe che Maria, in qualche modo, abbia preso
consapevolmente ed efficacemente parte al processo della nostra redenzione. Per
questo motivo dovremmo esserle grati per la nostra salvezza e riconoscerla come
nostra redentrice insieme a Gesù. Per sostenere questa credenza si sostiene che lei
51:6
avrebbe offerto Gesù sulla croce per la nostra salvezza, ma la realtà è molto
diversa. I vangeli ci raccontano che i discepoli di Gesù non capirono e persino
rifiutarono inizialmente l’esperienza e il significato della morte di Gesù sulla croce:
niente ci consente di pensare che Maria fosse un’eccezione. Lei era lì, preda di una
sofferenza indicibile come può essere quella di una madre che vede il proprio figlio
morire in modo atroce, e come può essere quella di una credente che vive
quell’esperienza come il crollo di tutte le sue speranze. Non era ai piedi della croce
come colei che offriva un sacrificio per la nostra salvezza, ma come vittima della
disperazione e della confusione dell’animo. La Bibbia ci parla di qualcuno che
offrì Gesù per la nostra salvezza, ma è il Padre celeste (Giovanni 3:16).
Alcuni dicono che sulla croce, il sangue di Gesù sparso per noi era anche il
sangue di Maria, visto che Gesù aveva ereditato la natura fisica da lei. Ma con
questi tipi di ragionamento, dovremmo associare nell’opera della nostra salvezza
anche i genitori di Maria perché da essi lei aveva ereditato il sangue che poi
passò a Gesù e così via fino ad Adamo: insomma, l’umanità intera sarebbe
corredentrice di se stessa. La verità è che quello che ci salva non è il sangue di
Gesù in quanto tale, ma la persona di Gesù che, per il grande amore che aveva
per noi, offrì la sua vita per noi. Maria non ha mai fatto, né avrebbe mai potuto
fare niente del genere perché anche lei era un essere umano imperfetto. Il
Vangelo dichiara con decisione e chiarezza che c’è un solo salvatore, Gesù (Atti
4:12) e nessun ragionamento umano può cambiare questa realtà.
Un elemento a sostegno dell’idea di Maria corredentrice è tratto dalla promessa
riguardante la progenie della donna che avrebbe distrutto il Serpente
(Gen. 3:15). In realtà, questa progenie non è Maria ma Gesù stesso come si vede
da Ap. 12:11 dove si dice che se abbiamo vinto il Serpente ciò è accaduto grazie
al “sangue dell’Agnello”, Gesù.
L’espressione “sotto i piedi” non è mai usata in rapporto a Maria. La troviamo
invece, una volta in rapporto a tutti i redenti sotto i cui piedi Dio schiaccerà
presto Satana (Romani 16:20), e molte altre volte direttamente in rapporto a
Gesù come colui che vince i suoi nemici (Satana non è il nemico per
eccellenza?) (Mat. 22:44; 1 Cor. 15:25; Ef. 1:22; Eb. 2:8). Non si dice mai che
Maria fosse la “progenie della donna”. Si dice invece che Gesù è la progenie di
Abramo, e Abramo è nella linea della storia della salvezza che comincia con Eva
e si conclude con Gesù (Gal. 3:6).
14) Come accadde che Maria, da umile donna che vediamo nei vangeli,
divenne la Madonna?
“Madonna” significa “Mia Signora”. Questa parola divenne molto familiare in
Italia intorno all’anno 1000, ed era usata come segno di rispetto di fronte ad una
donna. Fu quello un tempo in cui la donna cominciò ad essere idealizzata come
una creatura angelica, e Maria divenne la donna ideale per eccellenza, la
Madonna, appunto.
51:7
Sfortunatamente il culto mariano non ha alcun fondamento biblico. Volendone
ricercare l’origine, si giunge facilmente al culto pagano di dee madri come
l’egiziana Isis che divenne molto popolare nei paesi mediterranei qualche secolo
dopo Cristo. La cristianità, avendo abbandonato l’insegnamento su Dio come un
padre tenero e amorevole (ad es. Is 49:15), sentì il bisogno di affiancargli una
figura più materna che potesse smussare i contorni troppo rigidi e severi
attribuiti alla figura “maschile” di Dio e dello stesso Gesù. Poco a poco, Maria
assunse questo ruolo, diventato talmente rilevante da fare sospettare che gran
parte della religiosità cattolica attuale sia oggi più “mariana” che “cristiana”.
51:8
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