MAGGIO 1 2013 OK.QXD:FEBBR 1 8-05-2013 l giorno della protesta è arriI vato. Tanti i cadorini, ampezzani, comeliani, e pure agordini che si sono aggregati per solidarietà, che hanno sfilato in lungo corteo silenzioso fino al ponte “Cadore” scelto come simbolo di unione-divisione fra due mondi diversi: quello della pianura e delle città dotato di servizi e mezzi e quello della montagna che vede assottigliarsi anche i più elementari diritti, come la garanzia alla salute e ai servizi pubblici. Una manifestazione di protesta dunque contro i continui tagli: sui servizi sanitari che fatalmente indeboliscono l’ospedale del Cadore, sul trasporto pubblico che rende impraticabile servirsi dei treni alla stazione di Calalzo, sul futuro della Pretura e dell’Agenzia Entrate di Pieve di Cadore, sulla funzionalità del servizio postale in molti paesi del territorio. Tutte cose non di poco conto che, aggiunte all’odierna grave crisi del lavoro, rendono sempre più problematico poter continuare a vivere quassù. 16:11 Pagina 1 LA MONTAGNA PROTESTA “VOGLIAMO I NOSTRI SERVIZI” Grande e sentita manifestazione di protesta contro i tagli dei servizi pubblici “Regione e governo non hanno capito i problemi del vivere in montagna” Domenica pomeriggio sul ponte “Cadore” c’erano i sindaci e i gonfaloni dei Comuni, c’era la gente. Ma, protestare contro chi? Gli organizzatori non hanno dubbi: l’emarginazione del Cadore con il ridimensionamento rovinoso dei servizi è stata attua- ta dalla Regione Veneto e dal Governo centrale, proprio non hanno capito i problemi del vivere in montagna. Da qui la marcia simbolica dei sindaci e amministratori, assieme alle associazioni di categoria, ai sindacati, al volontariato, per pretendere quanto è di diritto in una società civile e dimostrare che il Cadore non si arrende. Basterà? Temiamo proprio di no. E’ tutta l’Italia che arranca. Ma forse in questo momento, di voglia di rinascita, val la pena di tentare. (segue a pag. 4 Renato De Carlo S. STEFANO DI CADORE - Grande festa per gli atleti del Comelico e Sappada LE SPERANZE DELLO SCI A “NEVE MONDIALE” ingraziare i giovani atleti R che si sono resi protagonisti nella passata stagione invernale di eccellenti successi, come Alba De Silvestro, Virginia e Marina De Martin, Marcello De Martin, Luana Quinz e Marianna Sartor, Lisa Vitozzi e Francesca Comarella, Francesco De Candido, celebrare i campioni che hanno onorato l’Italia nel mondo, come Pietro Piller Cottrer; ringraziare le società sportive del Comelico e Sappada, “territorio dove i bambini vengono cresciuti a pane e sport invernali”, lodare l’impegno e le capacità organizzative di Michele Festini e collaboratori del gruppo Pitturina Ski Race che hanno portato all’assegnazione al Comelico-Sappada della prova mondiale di sci alpinismo nel gennaio 2014. Questa è stata l’occasione per la grande manifestazione tenutasi al Cinema Piave di S. Stefano di Cadore nel pomeriggio di sabato 20 aprile con grande partecipazione di sportivi e pubblico. Applauditi e premiati giovani e La manifestazione “Neve vecchi campioni dello sci Mondiale” è stata organizzata dalla Comunità Montana alpino, sci nordico, biathlon, Comelico-Sappada e dal sci alpinismo, snowboard Una carica per future affermazioni Gruppo Pitturina Ski Race E mentre scorrono sul grande schermo le immagini che introducono i protagonisti mostrando le loro imprese più memorabili, il giornalista Giovanni Viel chiama sul palco gli atleti, dai più giovani ai grandi campioni, che nei mesi passati “hanno portato a casa titoli, medaglie, afferma- CORTESIE DOMENICALI zioni che appartengono a quella che è la tradizione forte di questa terra, lo sci da fondo e lo sci alpinismo”. A tutti, il cordiale saluto di Mario Zandonella presidente della Comunità Montana Comelico-Sappada che con il gruppo della Pitturina Ski Race è l’organizzatore dell’evento. Tante ottime ragioni per celebrare personaggi ed avvenimenti sportivi e far sentire loro il calore degli applausi e l’affetto di tutta la valle. I titoli che hanno messo insieme parlano da soli e guardando questi giovani e giovanissimi è visibile il sogno in fondo ai loro SERVIZI A PAG.23 occhi. In Magnifica Comunità un riconoscimento ufficiale ai neolaureati SARANNO PROTAGONISTI D i questi tempi, laurearsi per i giovani è doppiamente importante: sia per mantenere lo standard europeo di conoscenza, quanto per accedere a quelle opportunità di lavoro qualificato che qui in Cadore ormai non esistono. Per questo, la cerimonia che è diventata un appuntamento annuale in Magnifica Comunità di Cadore assume la valenza significativa di riconoscimento dell’impegno scolastico dei neolaureati e pure, sempre più, di pressante richiesta a questi giovani di mantenere il legame con questo territorio nonostante gli impegni che prevedibilmente assumeranno altrove. Sullo sfondo infatti, con l’esodo dei nostri giovani più preparati, il rischio di una crisi irreversibile per la nostra “piccola patria”. L’atmosfera nello storico salone della Magnifica a Pieve di Cadore, gremito di persone, era serena, decisamente di festa, e ben 100 neolaureati nel 2012 provenienti da tutti i paesi del Cadore e dall’Ampezzo sono stati chiamati dal presidente Renzo Bortolot a ritirare il “riconoscimento” dalle mani dei loro sindaci o rappresentanti comunali. C’erano i giovani che nel corso dell’anno passato hanno conseguito la laurea di primo livello e altri che si sono ripresentati dopo aver conseguito la laurea specialistica. A loro il saluto del presidente Bortolot, del vicepresidente D’Andrea e dell’arcidiacono mons. Soravia. Non tutti i neolaureati hanno potuto essere presenti alla cerimonia poiché impegnati lontano, ma per quelli che c’erano non è mancata la foto “storica” che è pubblicata in ultima pagina e rimarrà negli archivi dell’antico Ente. SERVIZIO A PAG. 3 Nuova sede per la PROTEZIONE CIVILE DI AURONZO DE CARLO A PAG. 7 BELLISSIMA CICLABILE. PER TUTTI DAL DIARIO DI CIAN ARTIGLIERE NELLE C ’è interesse e interesse, è innegabile che ognuno abbia il suo. Mettiamo. I ciclisti che se ne vanno per la ciclabile da Calalzo, per Pieve e Valle di Cadore e oltre, lo fanno per loro divertimento e scelta sportiva: li vedi sfrecciare ebbri di velocità, soddisfatti; li vedi appaiati o a frotte mentre calibrano la pedalata per conversare; i piccoli si lanciano qua e là come solo i bimbi sanno fare; qualcuno arranca zigzagando conoscendo poco la sua bici. Tutti però hanno ben saldo un principio: sulla ciclabile, largo ai ciclisti! Mettiamo. I pedoni che se ne vanno per la ciclabile lo fanno scegliendo la strada più idonea ad una salutare passeggiata o ad una impegnata corsa: vedi giovani che vanno spediti, spesso con l’ipod acceso; ci sono mamme con tanto di carrozzella e frugoletti a traino; ci sono gruppetti di amiche che se la raccontano; ci sono anziani spesso con accompagnatrice e spesso taciturni. Tutti questi non amano sentirsi le bici scivolare addosso senza alcuno scampanellio. Mettiamo. Gli automobilisti che incrociano la ciclabile o che la percorro- no per tratti lo fanno per necessità: magari lì vicino hanno la casa e la stretta ciclabile è l’unica via per raggiungerla, senza urtare alcuno, possibilmente. L’interesse di tutti costoro è quello di poter disporre del bellissimo percorso oggi denominato Lunga Via delle Dolomiti, ma pochi amano ricordare che ci sono diritti altrui e regole. Queste chiaramente ci sono, ma andrebbero adeguatamente segnalate, praticate e controllate, affinché i brontolii e gli screzi non guastino il buon nome di una ciclabile che forse dovrebbe essere revisionata. BATTAGLIE DʼAFRICA MUSIZZA DE DONÀ A PAG. 13 40 OPERE DI TIZIANO ESPOSTE ALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE CASAGRANDE A PAG. 19 MAGGIO 2 2013 OK.QXD:FEBBR 3 8-05-2013 16:12 Pagina 1 ANNO LXI Maggio 2013 2 l Museo dell’Occhiale di I Pieve di Cadore ha fatto da palcoscenico alla finale 39 ragazzi provenienti da diverse scuole italiane si sono sfidati allʼultima cometa in prove teoriche e pratiche nazionale delle Olimpiadi Italiane di Astronomia, regalando tre giorni (dal 20 al 22 aprile) all’insegna dell’astronomia, della storia e dell’arte che hanno coinvolto l’intero paese. La finale nazionale, organizzata dall’Inaf (Osservatorio Astronomico di Trieste) e dal Museo dell'Occhiale (con il contributo del Comune di Pieve di Cadore e del Consorzio BIM Piave), ha visto protagonisti 39 giovani ragazzi provenienti da diverse scuole italiane. I ragazzi, di età compresa tra i 13 e i 17 anni, hanno dato vita a una sfida all’ultima cometa, imbarcandosi per viaggi interplanetari, analizzando macchie solari e cercando di venire a compromessi con stelle binarie che si eclissavano davanti ai loro occhi. OLIMPIADI DI ASTRONOMIA AL MUSEO DELLʼOCCHIALE Nella giornata di Sabato, i finalisti delle due categorie, senior e junior, con accompagnatori e professori, sono stati al Museo dell’Occhiale. Dopo i saluti e l’apertura ufficiale delle Olimpiadi, i partecipanti sono stati accompagnati dal marinaio Simbad in un Universo da scoprire, conferenza pubblica dell’astronomo Conrad Böhm dell’Inaf. Domenica, presso il Liceo Scientifico E. Fermi di Pieve di Cadore, i ragazzi hanno affrontato la prova teorica e la prova pratica, vivendo un’esperienza che ha permesso loro non solo di approfondire la conoscenza “La finale nazionale a Pieve di Cadore è stata unʼottima occasione per far conoscere il territorio - commenta la curatrice Laura Zandonella - e il Museo dellʼOcchiale ha fatto unʼottima figura” dell’astronomia, ma anche di conoscersi e stringere legami, coltivando la medesima passione. Mentre i ragazzi erano impegnati nelle gare, agli accompagnatori è stata offerta una visita guidata a Pieve di Cadore e ai suoi musei. Dopo le gare, tutti a godersi una cena tipica cadorina e, dopocena, il racconto delle avventure di un astronomo in Antartide, conferenza pubblica dedicata alla cronaca vera della spedizione di Mauro Dolci dell’Inaf. Lunedì mattina, dopo una notte di lavoro per la Giuria Nazionale nominata dal Comitato Olimpico, cerimonia di premiazione presso il Museo dell'Occhiale, preceduta dalla conferenza del prof. Cesare Barbieri (Dipartimento di Astronomia Università di Padova) su “Il nuovo Sistema Solare”. Ad aggiudicarsi il podio della finale nazionale delle Olimpiadi Italiane di Astronomia sono stati: Marco Codato (Venezia), Silvia Neri (Reggio Calabria) e Marco Giunta (Catania) per la categoria Junior; Giovanni Barilla (Reggio Calabria) e Giacomo Santoni (Macerata) per la categoria Senior. Oltre ad essi sono stati premiati altri cinque ragazzi meritevoli, Basso Simona Letizia (Sira- 5 fondato nel 1953 DIRETTORE RESPONSABILE Renato De Carlo VICE DIRETTORE Livio Olivotto REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE Editrice Magnifica Comunità di Cadore Presidente Renzo Bortolot Cancelliere Marco Genova Segreteria Annalisa Santato Palazzo della Comunità - Piazza Tiziano 32044 Pieve di Cadore tel. 0435.32262 fax 0435.32858 EMail: [email protected] - Sito: www.il-cadore.it Spedizione in abbonamento postale - Pubblicità inferiore al 40% Fotocomp.: Aquarello - Il Cadore Stampa: Tipografia Tiziano Pieve di Cadore Reg.Tribunale di Belluno ordinanza del 5.4.1956 COME ACQUISTARE “IL CADORE” NELLE EDICOLE DEL CADORE: una copia € 2.10 - ARRETRATI: il doppio TARIFFE ABBONAMENTO ITALIA € 25,00 ESTERO € 25,00 PAESI EXTRAEUROPEI €34.00 SOSTENITORE € 50,00 - BENEMERITO da € 75,00 in su COME ABBONARSI UFFICIO: Segreteria Magnifica Comunità di Cadore, Pieve di Cadore POSTE: CONTO CORRENTE POSTALE: N. 12237327 intestato a “Il Cadore” - Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) VAGLIA POSTALE a ”Il Cadore” Piazza Tiziano - 32044 Pieve di Cadore (BL) - Italia BANCHE: BONIFICO presso Unicredit Banca Spa di Pieve di Cadore (BL) intestato a “Magnifica Comunità di Cadore”, causale “abbonamento” DALL’ITALIA: UNCRITM1D41 AG. 02090 Codice IBAN IT33Y 02008 61230 000110014839 DALL’ESTERO: UNCRITM1D41 AG. 02090 codice IBAN IT33Y 02008 61230 000110014839 TARIFFE INSERZIONI (per un centimetro di altezza, base una colonna): 12 inserzioni mensili € 13,00; 6 inserzioni mensili € 10.20; a 4 colori e in ultima pagina tariffa doppia. IVA sempre esclusa. La Direzione e l’Editore non rispondono delle opinioni degli articolisti. Foto e articoli non pubblicati saranno restituiti solo a richiesta. Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO AL 6.5.2013 cusa), De Leo Elisa (Reggio Calabria), Altamura Edoardo (Macerata), Tripodi Roberta (Reggio Calabria) e Da Vinchie Lisa (Domegge di Cadore). A loro è stato offerto di partecipare a uno stage estivo di preparazione e di approfondimento presso l’Osservatorio Astronomico di Teramo. Al termine dello stage sarà selezionata la squadra che rappresenterà l’Italia alle International Astronomy Olympiad che si terranno a Vilnius, Lituania, dal 6 al 14 settembre 2013. Irene Pampanin MAGGIO 3 5 2013 OK.QXD:FEBBR 3 8-05-2013 16:12 Pagina 1 ANNO LXII Maggio 2013 3 SARANNO I PROTAGONISTI DELLE NOSTRE COMUNITAʼ LA MAGNIFICA COMUNITAʼ CONSEGNA ATTESTATO DI MERITO AI NEOLAUREATI S empre significativa la cerimonia che da anni si va svolgendo nell’antico salone della Magnifica dove il Consiglio della Comunità rende soddisfazione ai giovani del Cadore laureatisi nel 2012, consegnando loro il tradizionale attestato di merito. Dei 100 neo dottori chiamati sabato 27 aprile (vi si sono aggiunti anche gli ampezzani), quasi tutti hanno apprezzato volendo essere presenti, personalmente o tramite familiari, in questa occasione che è sì simbolica, ma vuol essere - come sottolinea il presidente Renzo Bortolot nel saluto agli intervenuti - “un momento ufficiale di riconoscimento che questo territorio vuole dare ai giovani neolaureati”. “Vedo con piacere - continua il Pre- chiede pertanto sempre maggiori conoscenze, anche se non ci si nasconde che per i neolaureati e per questo territorio è pur sempre una specie di emigrazione intellettuale. Lo ricorda il vice presidente Emanuele D’Andrea: no a disposizione una rete creazione di questa nostra che questi giovani hanno “Avete raggiunto un tra- mondiale di collegamenti civiltà cadorina. Col passa- realizzato nel cammino uniguardo importante, ma se che consente loro di essere re degli anni, se sarete lon- versitario con impegno e faun lato lo striscione porta la pienamente nel mondo. Se tani, sarà sempre più pre- tica, lontani da casa, non scritta ARRIVO, l’altro lato fisicamente sarete lontani vi ziosa per voi e per la vostra corrisponda un impoveriporta la scritta PARTEN- prego di non abbandonare futura famiglia.” mento locale vedendoli scapZA. C’è chi partirà anche fi- la vostra terra trascurandoAi neolaureati gli “auguri pare dal Cadore. Possa invesicamente da qui e chi inve- la o peggio disprezzandola: di cuore” del nuovo arci- ce esserci un nuovo sviluppo ce rimarrà con oneri e onori qui vivono i vostri familiari diacono mons. Diego dove questi giovani siano il a vivere in un territorio non e sono vissuti i vostri avi, Soravia, che auspica: “Al- patrimonio futuro del nostro facile. A chi rimane posso che hanno partecipato alla l’arricchimento culturale Cadore.” RDC augurare di saper apprezzare UTTI I OMI DEI AUREATI NEL tutto il bello che Sono 100 i giovani del Cadore che nel 2012 si sono laureati al primo o al secondo livello: frontare un mondo del la- dà il Cadore, e voro divenuto competizio- aggiungo che og- AURONZO: Sara Monti, Katia Macchietto R., Valentina Corte DC., Filippo Da Corte Z., Veronica Righetne sempre più difficile e ri- gi i giovani han- ti, Giorgia Ronchi, Alessia Corte L., Irene Cecutti, Camilla Larese DS., Sarah Turi, Giulia Vianello, Stella sidente - che siete tantissimi e provenite da quasi tutti i nostri 22 Comuni e da Cortina d’Ampezzo, che le vostre lauree e titoli di studio abbracciano una ampia gamma di studi, sarebbe importante per tutti noi sapere che in qualche modo il vostro impegno avesse una ricaduta anche su queste nostre comunità che hanno assolutamente bisogno di giovani protagonisti”. E ricorda il presidente come la Magnifica da sempre curi il rapporto con i giovani, anche conferendo ogni anno premi di studio per studenti delle scuole superiori e per studenti universitari. Sincero è l’augurio ai giovani che s’accingono ad af- T Foto T. Albrizio N L 2012 Roberta B., Rossana Franzese; BORCA: Vittoria Giordano; CALALZO: Alice Peverelli, Marilena Egitto, Elisa Tarozzo; CIBIANA: Luca Da Col; COMELICO SUP.: Martina Festini P., Gianluca Maroè, Daniele Zandonella, Francesca Cossu; CORTINA: Diletta Alberti, Lorenzo Gaspari, Antonella Matti, Ilaria Menardi, Marella Salvato, Elisa Zardini; DANTA DI C.: Elena Doriguzzi B.; DOMEGGE: Alice Da Vià, Tea De Lotto, Christian Fedon, Marta Molinari, Giovanna De Carlo, Genea Misdariis; LORENZAGO: Gianni De Donà, Francesco Melis; LOZZO: Silvia Del Favero, Tullia Zanella, Vittorio Lora, Angela Zanetti; PERAROLO: Germana Boito; PIEVE DI C.: Paola Ferro, Alvaro Rista, Giuseppe Misuracca, Patrizia De Pol, Rita Krystel, Giordano Cargnel, Anita Da Rù, Roberto Da Vià, Sara Ferraù, Lidia Pellegrina, Massimo Caltana; S. NICOLO’ COM.: Alexis Comis R., Alessandro De Bettin, Elena Ianese; S. PIETRO DI C.: Eleonora Pradetto B., Sara Pontil F., Fabio Casanova DM.; S. VITO DI C.: Elisabetta De Luca; S. STEFANO DI C.: Federico Comis DR., Giulia Zandonella, Giovanni Molin P S., Anna Daria, Paola Bergagnin, Eleonora Costan Z., Mattia Da Rè, Daniela Fontana, Olga De Candido, Luana Zaccaria, Giulia Da Rin, Chiara De Monte P., Marco Zancanaro, Monica Comis DR.; SAPPADA: Elena Boccingher, Erika Boccingher, Mauro Colle F.; SELVA DI C.: Marika Cazzetta, Emily Bonifacio; VALLE di C.: Sonia Marinello, Erika Del Favero, Laura Del Favero, Giulia Da Corte, Giovanni Boldo, Gaspare Da Fies, Laura Soravia, Lisa Moretti, Eleonora Savaris, Chiara Rebeschini, Emanuele Del Favero, Chiara Agnoli; VIGO DI C.: Irene D’Andrea, Stefano D’Andrea, Cristina Vecellio, Silvia Piazza, Stefania De Michiel, Emanuele Dal Molin, Osvaldo Zanetto, Luana De Martin, Marianna De Martin. CONCESSIONA CONCESSIONARIA ARIA RENAULT RENAULLT E DACIA PER LA L PROVINCIA DI BELLUNO DAL PONT PONTt7JB%FM#PTDPOt5FM t 7JB%FM#PTDPOt 5FM F MAGGIO 4-5 4 2013 OK.qxd:FEBBR 4-5 8-05-2013 16:13 Pagina 2 PRIMO PIANO ANNO LXI Maggio 2013 5 LA MONTAGNA PROTESTA dalla prima pagina R. De Carlo Servirà a qualcosa? Gli organizzatori (una aggregazione spontanea) non hanno dubbi: l’emarginazione del Cadore con il ridimensionamento rovinoso dei servizi è stata attuata dalla Regione Veneto e dal Governo centrale, che proprio non hanno capito i problemi del vivere in montagna. Da qui la marcia simbolica dei sindaci e amministratori, del presidente della Magnifica Comunità di Cadore e dell’arcidiacono, assieme alle associazioni di categoria, ai sindacati, al volontariato, ai cittadini utenti, per pretendere quanto è di diritto in una società civile e dimostrare che il Cadore non si arrende. Basterà? Temiamo proprio di no. E’ tutta l’Italia che arranca. Il governatore Veneto Zaia si dice amareggiato per la manifestazione sul ponte Cadore, e pur rispettando le proteste e capendo le preoccupazioni, bolla come inutile la protesta soprattutto per quel che riguarda la sanità bellunese che a suo dire sarà invece potenziata. Vedremo. Forse non basterà, ma in questo momento, di voglia di rinascita da parte di tutti, val la pena di tentare. E la manifestazione di domenica scorsa quantomeno è servita per imparare ad essere nuovamente uniti, determinati ad affrontare le cose assieme, a cercare di risolverle e non a procrastinarle, a far parlare i media di questo territorio che è allo stremo. IN DUEMILA SUL PONTE CADORE PER DIRE NO AI TAGLI DEI SERVIZI COME IL TG REGIONE HA PRESENTATO LA MANIFESTAZIONE anno bloccato per “H una decina di minuti il Ponte Cadore e spaccato in due la statale Alemagna, un gesto simbolico per dimostrare la spaccatura che esiste tra montagna e pianura.” Inizia così il Servizio di Sara Barovier mandato in onda su TG R la sera stessa di domenica 5 maggio, a dimostrazione dell’interesse per la manifestazione sul ponte Cadore a Pieve di Cadore e la serietà I MANIFESTANTI: “Basta tagli ai servizi e soprattutto alla sanità, questo territorio è allo stremo” dei problemi sociali in essere. “Tutto ci tolgono, la maternità, l'ostetricia, tutto. Uno è costretto a sorbirsi da Sappada a Belluno più di 100 km per partorire”. A parlare accoratamente al microfono della giornalista è una dei 2000 manifestanti che hanno voluto esserci, sfidando i capricci del tempo. “Isolati i cittadini di montagna, scordati e ignorati da chi decide in pianura e a Roma, da chi taglia servizi vitali come ospedali e trasporti. E allora tutti insieme, famiglie, sindaci e sacerdoti, associazioni di volontariato, il Cadore intero è sceso in strada con striscioni, gonfaloni, in abiti tradizionali, al grido Sal- viamo la montagna. Una questione di sopravvivenza.” Determinata a dire basta ai tagli, soprattutto della sanità, Maria Antonia Ciotti, sindaco di Pieve di Cadore. “La montagna sta franando, nel senso che ci mancano i servizi e la gente se ne va, rimane uno spopolamento, la cosa è peggiorata da qualche anno a questa parte, manca il lavoro e adesso con il nuovo piano socio sanitario si rischia che il nostro ospedale non sia più ospedale.” “E' difficile oggi vivere in montagna e perché?” Risponde il sindaco di Lozzo di Ca- dore Mario Manfreda. “E' difficile perché non c'è lavoro, i servizi vengono eliminati, le risorse che ha la montagna ci vengono prese e portate giù. Dei 500 milioni di euro dalla produzione di energia idroelettrica, se soltanto un 25% restasse ai nostri territori non avremmo da piangere.” “Stanno perdendo tutto i cittadini del Cadore, i 22 Comuni sparsi fra le Dolomiti stanno perdendo il diritto alla salute con l’ospedale di Pieve ogni anno ridimensionato, che ora rischia il punto nascite. E poi tagli: al Tribunale, all'Agenzia delle Entra- re, alle Poste.” Amara la constatazione del sindaco di Danta di Cadore Virginio Menia. “Se ancora ci mettiamo a chiudere quel po’ di sanità per sopravvivere, mi pare che qua o non si capisce niente di quella che è la vita dell'uomo, o qualcuno fa a suo caso e comodo determinate scelte.” FOTO GALLERY su www.il-cadore.it I SINDACI: “In Regione e a Roma proprio non hanno capito i problemi del vivere in montagna” MAGGIO 4-5 5 2013 OK.qxd:FEBBR 4-5 8-05-2013 16:13 Pagina 3 ANNO LXI Maggio 2013 letto nell’assemblea dei deleE gati a Vodo di Cadore, Pierluigi Bergamo, di Calalzo, è il nuovo presidente della Sezione Ana Cadore, ruolo già rivestito nel periodo 1969-1974, e succede al dimissionario Antonio Cason in carica dall’anno 2000. La relazione morale del presidente uscente si è conclusa con un invito di grande spessore: "Forti dei valori e degli ideali di coloro che ci hanno preceduto, testimoniamo nella società che ne ha tanto bisogno, il nostro amore e il nostro spirito di Italiani". Un lunghissimo e caloroso applauso dei circa 100 delegati presenti ha salutato il termine della relazione. Antonio Cason era visibilmente commosso e ha salutato così i suoi alpini dopo tredici lunghi anni di presidenza. L'assemblea ha approvato con voti unanimi l'articolata relazione che ha riportato non solo gli esiti della vita associativa del 2012, ma anche una sintesi dei quattro mandati di Cason, come presidente sezionale. Particolare attenzione è stata dedicata alla parte dedicata all'attività della protezione civile e dello sport - di rilievo in questo settore il secondo posto della Sezione nella classifica nazionale del Trofeo del Presidente. Per la parte economica il segretario Antonio Toffoli ha illustrato un bilancio che per la prima volta dopo molti anni segna un attivo di circa 4000 euro. il momento più importante ha riguardato però l'elezione del nuovo presidente: con una votazione quasi unanime (87 voti su 89) Pier Luigi Bergamo, classe 1936. è il decimo presidente della Sezione, dalla sua fondazione nel 1922. Pierluigi Bergamo ha spiegato con chiarezza i motivi della sua scelta. "Assumo questo incarico" - ha detto dopo la proclamazio- 5 Pierluigi Bergamo succede al dimissionario Antonio Cason LA SEZIONE ANA CADORE ELEGGE BERGAMO NUOVO PRESIDENTE “Assumo questo incarico per puro spirito di sacrificio e chiedo lʼaiuto di tutti voi per espletare al meglio il mio compito” (nelle foto): il neo presidente Pierluigi Bergamo; Antonio Cason riceve la pergamena a conclusione dei 13 anni di presidenza; delegati all’assemblea della Sezione ANA Cadore a Vodo di Cadore ne - "per puro spirito di servizio. Non ho certo ambizioni, né l'età per grandi entusiasmi. Sento però il dovere di non lasciare la sezione senza guida, in assenza di candidati più giovani e motivati. La Sezione Cadore, con la sua storia e il suo valore, non poteva subire l'affronto di un commissariamento. Chiedo però l'aiuto di voi tutti per espletare al meglio il mio compito e per costruire insieme un futuro possibile nei due anni del mio mandato". Le varie autorità presenti - tra le quali il vicesindaco di Vodo Eleonora Da Vià, i rappresentanti delle sezioni di Feltre Balestra, di Belluno Dal Borgo e di Valdobbiadene Baron - negli interventi di saluto hanno rivolto parole di stima e di ringraziamento a Cason e a Bergamo per l'impegno profuso a favore dell'associazione. In particolare il Fotoservizio di Tommaso Albrizio cap. Peri del 7° Alpini ha ringraziato l'Ana per il supporto dato agli alpini in armi anche con donazioni concrete a favore delle popolazioni dell'Afghanistan, dove opera il re- parto bellunese. In chiusura Onorio Miotto, consigliere nazionale Ana, ha tracciato in breve il momento associativo con il prossimo commiato del presidente Corrado Perona, cui è stato tributato un lungo applauso. Simpatico finale di assemblea con il dono a Cason di tutti i consiglieri e dei capigruppo: una pergamena con la gratitudine degli alpini cadorini ed una bellissima bicicletta Bottecchia. Livio Olivotto MAGGIO 6-7 2013.qxd:FEBBR 6-7 8-05-2013 16:15 Pagina 2 6 iuscita trasferta in terra R emiliana per il Coro Comelico diretto da Luciano Casanova Fuga. Nel fine settimana del 20 e 21 aprile il Coro si è esibito a Carpi e Novellara, in una zona che lo scorso anno era stata colpita dal sisma di maggio, e i segni di questo evento sono evidenti risultando inagibili gran parte degli edifici storici, chiese e palazzi, dei paesi modenesi e reggiani. Il gemellaggio tra Cadore ed Emilia è stato reso possibile prima di tutto da Alberto Rustichelli, artista carpigiano che da anni passa a Costalta le vacanze estive - amico e collaboratore del Coro cui ha donato molte illustrazioni per i libri e i CD - e da Mario Guaitoli, presidente del Coro Cai di Carpi. Nella serata di sabato il Coro Comelico ha cantato nel Centro Culturale “Gorizia” di Carpi davanti ad un pubblico folto e molto caloroso che ha particolarmente apprezzato sia i brani della tradizione popolare - come “Merica, Merica” o “Sui monti Scarpazi” - ma anche quelli originali creati o armonizzati da Luciano Casanova – come “Torna piccina mia” o “Li columbis” delicata poesia di Pier Paolo Pasolini per la quale Casanova ha anche creato la musica. A Carpi il Coro con il nutrito seguito, ha visitato il centro storico con la fantastica piazza lunga circa 240 metri, una delle più grandi d’Italia, e il “Museo dell’Internato” un tempio del ricor- ANNO LXI Maggio 2013 Trasferta a Carpi e a Novellara, zona colpita dal sisma di maggio, nel segno dellʼamicizia APPLAUSI IN EMILIA PER IL CORO COMELICO do con le tragiche testimonianze scritte dei condannati a morte nei lager nazisti. Nella giornata di domenica il Coro Comelico è stato ospite della comunità di Novellara, dove in frazione Bonolda è stato realizzato da Avio De Lorenzo, corista di Costalta, un maestoso Cristo scolpito in legno, alto quattro metri. Davanti alla statua si è svolta una breve cerimonia alla presenza del sindaco di Novellara, del parroco di Bonolda e di Silvano Di Pietri, l’artigiano locale che, assieme a De Lorenzo, ha voluto donare la statua alla comunità. 5 Il Sindaco di Novellara Raul Daoli ha voluto sottolineare l’importanza di questi incontri tra comunità diverse per origini e provenienza, ma simili nell’intendere l’amicizia e la collaborazione, come elementi fondanti della nostra società. E questo ha tanto più valore in un momento nel quale la crisi di valori etici, prima che la crisi economica, spingono le comunità locali a stringersi per cercare di superare insieme le difficoltà. Avio De Lorenzo, ringraziando per l’invito ricevuto dagli amici emiliani, ha illustrato brevemente l’opera scolpita in legno tek che sovverte i canoni classici dell’iconografia sacra. Infatti il Cristo rappresentato ha solo un braccio sulla croce, l’altro e disteso al lato del corpo, quasi a rappresentare un dolore ulteriore dato dal distacco. Scelta artistica che qualcuno ha anche criticato, ma che nel complesso è stata accettata dalla comunità di Bonolda ora orgogliosa della scultura. Quindi il Coro Comelico ha accompagnato la Messa, celebrata in canonica vista l’inagibilità della Chiesa. La trasferta si è chiusa con un magnifico pranzo organizzato da Silvano Di Pietri, che ha ringraziato il Coro Comelico, Avio De Lorenzo, Luciano Casanova ed il presidente Luciano Da Rin, tra canti, risate e qualche lacrima di commozione. Livio Olivotto LA STORIA DEI GELATIERI ATTRAVERSO LE VECCHIE PAGINE DE “IL CADORE” A ZOPPEʼ DI CADORE Seconda Parte IL PIONIERE Eʼ STATO UN TOMEA al 23 marzo al primo aprile D nelle scuole elementari di Zoppè di Cadore si è tenuta la mostra fotografica e documentale sulla storia dei gelatieri zoppedini, allestita con documenti forniti dai paesani stessi. Dall’archivio di Pompeo Livan, è emersa una fotografia (che pubblichiamo su questa pagina) che, secondo alcune testimonianze, raffigura un certo Bortolo Tomea (sul carrettino a sinistra si legge infatti “B. Tomea”), il cui padre, Antonio Tomea, potrebbe essere stato il pioniere dei gelatieri di Zoppè di Cadore e, per alcuni, il pioniere assoluto, sebbene la fotografia non riporti una data certa (parrebbe essere stata scattata a Vienna). Ci sono però dei fatti storici da cui si potrebbe partire per cercare di datare l’immagine e capire se quella “B” sul carrettino stia veramente per “Bortolo” o significhi qualcos’altro. Partiamo quindi dalla ricerca sull’emigrazione dell’Union dei Ladign de Zopè, curata da Pompeo Livan, il quale colloca nei primi decenni del 1800 le prime notizie di una nuova emigrazione stagionale: quella dei venditori di dolciumi e castagne. Nel 1811 infatti un gruppo di zoppedini formò una compagnia e si recò a Ferrara a vendere castagne e pere cotte. Tra questi vi era Antonio Tomea Bareta (si ricorda che alla fine del 1700 esistevano già dei venditori “ambulanti” che si recavano per le calli di Venezia con un barilotto a tracolla a vendere acqua e anice). Secondo lo studio di Livan, sono stati proprio i cosiddetti “miottari e castagnari” i pionieri dei gelatieri attuali. Risale al 1873 una lettera firmata “Antonio Tomea de Tone Bareta” (dunque figlio di un qualche “Antonio Tomea Bareta”), nella quale lo zoppedino si definiva responsabile di una compagnia di uomini di Zoppè che si trovavano a Vienna a vendere canditi e sorbetti, già intorno al 1856. Nella compagnia di Zoppè erano probabilmente presenti, oltre ad Antonio, Giulio Mattiuzzi Piaza e Michele Pampanin Duanuta. Antonio Tomea nel 1884 cedette la sua quota a Giulio Mattiuzzi e lasciò Vienna per recarsi a Lipsia con il figlio Bortolo, dove in pochi anni sviluppò la sua attività fino ad arrivare ad avere una ventina di carrettini di gelato. Nel 1890 suo figlio Bortolo Tomea Bareta assieme ad Antonio Pampanin Pelico si recò a Budapest. Dopo un paio di stagioni Pampanin si ritirò dalla società e Bortolo Tomea Bareta sviluppò la sua attività fino ad avere 10 negozi, 63 carrettini e un centinaio di dipendenti, assunti prima in paese e poi a Zoldo e a Venas, dove aveva dei parenti, espandendo così il mestiere di gelatiere anche ai paesi vicini. Con la prima guerra mondiale perse tutto. Altri dati ci vengono forniti dal video del 1953 girato a Zoppè di Cadore (curata da Florestano Vancini con la consulenza di Dino Buzzati), dove compare una breve intervista proprio a Bortolo Tomea Bareta il quale parla della sua esperienza di gelatiere: “Ho 79 anni, faccio il gelatiere da quando avevo 13 anni. Mi insegnò mio padre (Antonio Tomea, ndr.) che fu il primo a Zoppè di Cadore a fare i gelati. La prima volta sono andato a Vienna dove mi sono perfezionato nel mestiere, poi sono andato in Germania dove ho impiantato un’industria di gelati che ho portato più tardi anche in Ungheria, a Budapest. Con la guerra mondiale ho perso tutto e ho dovuto ricominciare. Ora sono fisso a Vienna dove MAGGIO 6-7 2013.qxd:FEBBR 6-7 5 8-05-2013 16:15 Pagina 3 7 ANNO LXI Maggio 2013 aglio del nastro con solenT ne inaugurazione della sede COC (Centro Operativo Comunale) della Protezione Civile di Auronzo. Una sede che, lo ha sottolineato il presidente del gruppo Adriano Zanella durante l’esauriente presentazione nella sala consiliare tenuta davanti ad autorità e pubblico, è stata realizzata grazie al lavoro di tutti i volontari della stazione di Auronzo e che fornisce oggi larghi spazi per le attività, con una centrale operativa che consente di monitorare il territorio. Tanto che con una telecamera mobile posizionata sul Monte Agudo è possibile tenere sotto osservazione quel che succede in tutta la Val d’Ansiei e un ripetitore copre l’area da Misurina a Monte Croce e fino al centro Cadore. Nel portare il saluto ai volontari del COC e alle autorità presenti in sala consiliare, dal consigliere regionale Dario Bond alla senatrice Raffaella Bellot, a Roberto Tonellato direttore della Protezione civile del Veneto, ai sindaci intervenuti, ai rapresentanti dei Carabinieri e delle Guardie Forestali, il sindaco Daniela Larese ha ricordato come la struttura inaugurata era la vecchia caserma dei Vigili del Fuoco, ristrutturata grazie all’intervento regionale e comunale e ai volontari che hanno prestato la loro opera. Ora può essere il giusto contenitore del Centro Servizi Volontariato. L’attività dei volontari della Protezione Civile è preziosa ha continuato il sindaco -, come dimostrato il 30 luglio 2012 quando una specie di tornado si è abbattuto su Auronzo, distruggendo alcuni boschi, abbattendo alberi anche in centro abitato, provocando lo scoppio di condotte d’acqua e fognature. L’opera dei volontari è preziosa anche in occasione di grandi eventi, come la Tappa del Giro d’Italia alle Tre Cime del 25 maggio che li impegnerà non poco. Fra i momenti della mattinata di sabato 4 maggio, la cerimonia di benedizione da parte del parroco don Renzo Roncada di un nuovo automezzo che si va ad aggiungere alla consistente dotazione del Centro Operativo Comunale auronzano. Foto antica di B. Tomea; Bortolo Tomea tratta da fotogramma video del 1953; esposizione foto a Zoppè: bambini della Scuola primaria di Zoppè in visita alla mostra (foto Giulio Mattiuzzi) con il mio carrettino faccio posteggio davanti al castello imperiale: parlo meglio il tedesco dell’italiano”. Giulio Mattiuzzi, nipote dell’omonimo Giulio Mattiuzzi sopra citato e attuale vicesindaco di Zoppè di Cadore, ci fa vedere poi anche un documento esposto in mostra datato 1887, dove si attestano le capacità di Mattiuzzi di svolgere il mestiere di gelatiere (una sorta di attuale “licenza”), un documento prezioso e antico. “Dalle foto e dalle testimonianze che ci hanno lasciato i nostri avi”, ci dice, “deduciamo che il pioniere sia stato un Tomea. Questa mostra è comunque dedicata a tutti i nostri avi che ci hanno aperto una strada diversa da quella del carbone: abbiamo voluto rendere omaggio a tutti loro”. “Ricordando anche che il mestiere del gelatiere”, ha spiegato infine Zeno Sagui, “ha avviato anche un nuovo tipo di industria in tutto il Veneto”. Irene Pampanin PROTEZIONE CIVILE INAUGURATO La sala operativa IL CENTRO OPERATIVO ha postazioni radio per i volontari e per COMUNALE DI AURONZO gli esterni che dovessero servirsene Daniela Larese ha lodato i volontari della protezione civile per la loro opera in emergenze come di supporto in occasione di grandi eventi Adriano Zanella ha ricordato lʼimportanza della Scuola di Protezione Civile MAGGIO 8-9 2013.qxd:FEBBR 8-9 8-05-2013 16:16 Pagina 2 8 ANNO LXI Maggio 2013 5 Lettere & Opinioni • Lettere al Direttore • Lettere & Opinioni DA CHICAGO UN SALUTO AI PARENTI Egregio Direttore, abbiamo letto l'articolo, "Record di Centenari in Cadore" alla prima pagina nel edizione del marzo 2013. Cà a Chicago, anche abbiamo quasi un centenario cadorino, è Barba Silvio Da Rin Polenton che ha tanti cugini a Vigo e le sue frazioni, che compiera l'anno 96smo il 22 giugno. Ecco una foto con quattro generazione di Da Rin Polenton: alla fronte: Jackson Richard Palmer, dieci mesi, nelle braccia della nonna Ann Therese DaRin Polenton Palmer, 62; accanto: Barba Silvio, quasi 96; dietro: Justin DaRin Polenton Palmer, 33, il papa di Jackson. Cordiali saluti a duti i parenti a Lothe, Vigo, Laggio, Pelos, Danta, Lorenzago, Auronzo, e Valle. Anticipiamo allora gli Molte Grathie a Il Cadore! auguri di buon compleanAnn Therese no a barba Silvio e un Chicago - USA grande “ciao” al piccolo Marco Bassanello di Casamazzagno - Comelico Superiore, ha brillantemente conseguito il 23 marzo Jackson che si affaccia alla vita, contando che rispolveri questo numero de Il Cadore a tempo debito. FESTEGGIATI I 60 ANNI DI MATRIMONIO DI ENZO TOFFOLI E ELENA PIAZZA Una tappa significativa della loro vita insieme per Enzo Toffoli e Elena Piazza di Calalzo di Cadore che il 18 aprile scorso hanno felicemente festeggiato con figli e nipoti i 60 anni di matrimonio in piena forma. Gli auguri per tanti e sereni anni futuri da parte di Ettore, Gioia e Giovanna e anche dalle colonne de Il Cadore, di cui sono lettori. LAUREE scorso all’Università di Bologna la laurea magistrale in Progettazione e gestione dell’intervento educativo nel disagio sociale, discutendo la tesi: “Binge Drinking - l’uso di sostanze alcoliche per contrastare la noia in adolescenza”. Relatore la Prof. Roberta Biolcati e Prof. Giannino Melotti. Congratulazioni al neo dottore da famigliari, parenti e amici. Elisa Stabiner di Auronzo di Cadore, si è laureata il 25 marzo scorso alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna conseguendo la laurea in Economia e Gestione delle Imprese, discutendo la tesi: “I figli della UMMA. Neo-fondamentalismo e revivalismo islamico in India e nel Kashmir”. Congratulazioni vivissime alla neo dottoressa dai famigliari, parenti e amici. Letizia Zaccaria di Costalissoio si è laureata alla Facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università di Udine, discutendo La tesi: “L'uso delle varietà del tedesco in Alto Adige Sudtirol: un'indagine”. Relatrice Sonja Kuri, Erica Del Favero di Valle di Cadore ha conseguito il 28 novembre 2012 la laurea triennale in Lettere (Facoltà di Lettere e Filosofia) presso l'Università di Udine, discutendo una tesi sull'argomento “Educazione alla sostenibilità e alla decrescita. Buone pratiche nel territorio cadorino”. Relatrice la prof.ssa Alma Bianchetti. Complimenti vivissimi da parte dei genitori Giorgio e Antonella, la sorella Chiara e amici presidente della commissione Luigi Reitani. Hanno festeggiato per il traguardo raggiunto il papà Faustino, la mamma Carmen, le sorelle Gloria e Serena e il fratello Samuele, e anche tanti amici del Comelico. I BAMBINI DELLA SCUOLA DʼINFANZIA DI PIEVE E LA MUSICOTERAPIA l saggio conclusivo del corso di I “musicoterapia” che vede protagonisti i bambini della Scuola dell’Infanzia di Pieve di Cadore si terrà il giorno 8 maggio alle ore 14.30 presso la sala del Cos.Mo. L’iniziativa mira a sviluppare la capacità di ascoltare, riconoscere e discriminare i suoni/rumori, a sviluppare il coordinamento ritmico e motorio, ad ascoltare e riprodurre suoni/rumori attraverso il gioco e l’imitazione, a sviluppare la capacità di comprendere e sfruttare il linguaggio musicale, ad aumentare la capacità di ascolto e di attenzione verso il mondo sonoro che ci circonda. In ambito musicoterapico preventivo, gli obiettivi mirano a promuovere il benessere e la qualità della vita, attivare e stimolare processi di conoscenza di sé e degli altri, ostacolare i processi di emarginazione, favorire la comunicazione e l’espressione corporea, sonora e musicale, sviluppare le individualità ed accrescere l’autostima, facilitare l’espressione e la regolazione delle emozioni. Un ringraziamento va all’Istituto comprensivo di Pieve di Cadore, alla Cassa Rurale ed Artigiana di Cortina d’Ampezzo e delle Dolomiti e al Comune di Pieve di Cadore: grazie ai loro contributi il corso è risultato essere completamente gratuito. Sara Zandanel MAGGIO 8-9 2013.qxd:FEBBR 8-9 5 8-05-2013 16:16 Pagina 3 ANNO LXI Maggio 2013 9 Comunicazioni • Ricorrenze • Celebrazioni POSITIVI I RISULTATI DELLA COOP CELEBRAZIONE A S. FRANCESCO MUTUO SOCCORSO DI AURONZO DʼORSINA DEL 25 APRILE NEL RICORDO DELLA LOTTA PARTIGIANA Assemblea e borse di studio a 4 giovani distintisi nel conseguire i diplomi di laurea Nata 140 fa nel lontano 1872, l’Ente Cooperativo di Consumo di Mutuo Soccorso Società Cooperativa di Auronzo di Cadore conta oggi 762 soci, gran parte delle famiglie di Auronzo. Scopo preminente dell’Ente è quello di perseguire il miglioramento economico e morale dei propri soci, di soccorrerli in caso di malattia, concorrere al loro benessere materiale, intellettuale e morale. E’ con questo spirito che l’assemblea tenutasi il 27 aprile scorso presso la sala consigliare del Municipio, alla presenza di una ottantina di soci, ha iniziato i lavori consegnando attraverso il Presidente dell’Ente, rag. Osvaldo Vecellio del Frate, una borsa di studio del valore di 520 euro ciascuna a 4 giovani, figli di soci dell’Ente, che si sono distinti nel conseguire i diplomi di laurea. Trattasi di: MACCHIETTO RIODE KATIA laurea di primo livello in “Lingue e letterature straniere”; ZANDEGIACOMO BONEL CHIARA laurea specialistica in “Studi europei”; CORTE DE CHECCO VALENTINA laurea di primo livello in Dams (discipline delle arti della musica e dello spettacolo); BUOITE STELLA ROBERTA laurea di primo livello in “Economia e marketing internazionale”. Passando all’esame del bilancio, il Presidente ha sottolineato come la situazione patrimoniale ed economico/finanziaria dell’Ente presenti aspetti positivi nonostante il calo dei ricavi della farmacia (1.407.607 euro con una riduzione del 5,20% rispetto all’anno precedente) e la crisi economica che frena i consumi. Le azioni poste in essere per il conseguimento degli scopi statutari, hanno comportato ristorni sugli acquisti effettuati dai soci presso la farmacia, sussidi per degenza ospedaliera dei soci, premi di natalità ai figli di soci e contributi per acquisto libri a figli di soci per una somma di 75.082 euro. Sono stati inoltre distribuiti contributi e sovvenzioni ad Enti ed Associazioni del Paese per quasi 15.000 euro. Sono stati acquistati e concessi in comodato gratuito sedie e materiale sanitario alla Casa di Riposo Beata Gaetana Sterni e alla Fondazione Giovanni Maria Molin che gestisce l’asilo ta- voli. Si è ritenuto di partecipare alle spese di rifacimento del tetto della chiesa di Villagrande concedendo un prestito alla Parrocchia di 100.000 euro per la durata di sei anni senza interessi alcuno. Con lo scopo di garantire entrate che permettano il raggiungimento degli scopi statutari, nel corso del 2012 sono stati messi in opera sui tetti dei fabbricati dell’Ente, tre impianti fotovoltaici con un intervento di oltre 120.000 euro: nel corso del 2012 hanno generato un introito per vendita di energia per oltre 14.000 euro. Sono stati effettuati altri investimenti per oltre 200.000 euro con interventi sulle strutture dei vari fabbricati di proprietà. Fra le iniziative, è in fase di conclusione un corso di cucina tenutosi con successo a Cima Sappada cui hanno aderito una sessantina di soci e famigliari tenutosi a Cima Sappada, docente Orietta Rotter Berton e collaborazione di Cristina Boccingher. L’assemblea ha quindi approvato il bilancio 2012 ed il regolamento sull’attribuzione dei ristorni ai soci. Il sacrato di S. Francesco d’Orsina a Calalzo di Cadore era gremito di persone il 25 aprile, oltre ai rappresentanti delle istituzioni tanti cittadini e soprattutto i famigliari dei partigiani. Di questi era presente solamente uno, Siro Forni da Pozzale "Antelao", il partigiano cadorino più giovane, classe 1929, aveva 15 anni quando è andato a combattere i tedeschi. Poiché in Cadore non lo volevano per l'età, scappò di casa e andò in Carnia dove non lo conoscevano e combattè col batt. "Carnia" al comando dello slavo Arko Mirko. Gianni Monico ha presentato la cerimonia, ha parlato Svaluto che ha ricordato il significato di resistenza portando ad esempio la figura di Renato De Zordo morto sotto tortura nelle carceri di Belluno nella primavera del '45. Poi ha preso la parola De Donà che ha tratteggiato la figura del prof. Giampaolo Gallo, il Comandante "Paolo", fratello di Alessandro Gallo "Garbin" e secondo Comandante della Brigata Calvi, di cui si è parlato ne Il Cadore di gennaio. Quindi Luca Valmassoi, segretario dell'ANPI Cadore ha consegnato ai partigiani Siro Forni e a Giuseppe De Don (ritirata dal figlio) le tessere onorarie dell'ANPI. Peccato che non si sia potuto dare le tessere a Luigi Solagna "Fischio" e a Dino Quandel "Lampo" da S. Stefano e alle staffette Ida Zandegiacomo da Auronzo e Antonietta De Donà da Tai ancora viventi. Speriamo in futuro. Infine il prof. Fiori ha suonato con il violoncello "Bella Ciao". Fra l’altro, Enzo Soravia dell'ANEI ha chiesto che in futuro l'ANPI inviti al 25 aprile anche l’Associazione Nazionale Famiglie dei Dispersi e Caduti in Guerra. FOIBE, IL BUIO AD ORIENTE E IL GIORNO DEL RICORDO Trieste, 1° maggio del '45, giornata piovosa: sono quasi le nove del mattino quando spunta la colonna del IX Corpus jugoslavo che scende dal Carso, con davanti un blindato al comando del tenente Bodo Mandac. Gli vanno incontro i rappresentanti del CLN locale a portargli i saluti della città. Noi siamo lì, in mezzo a una folla silenziosa e incupita da foschi presagi, quella stessa che neanche due anni prima ha visto sfilare per quelle strade i soldati della Wehrmacht, che ora asserragliati sparano e si rifiutano di arrendersi ai partigiani comunisti (lo faranno ai neozelandesi arrivati poco dopo). Noi non lo sappiamo ancora, ma sono cominciati i quaranta giorni più tragici della storia già così tormentata di una città di frontiera, traversata da eserciti stranieri e feroci nazionalismi: saranno i giorni delle retate improvvise, degli arresti e delle sparizioni di massa, del fascismo marchiato sull'italianità come pretesto di morte. I giorni delle foibe. Le voragini carsiche e istriane erano già state le orrende sepolture di una barbarie che solo dopo la guerra mostrerà tutto il suo volto più terribile: centinaia le vittime immolate sugli altari di una pulizia etnica finalizzata a spianare la strada alle rivendicazioni territoriali di Tito e della sua politica espansionistica (almeno fino alla sconfessione del Cominform e al distacco dall'Urss). La storiografia ha scandagliato nella complessità delle ragioni prossime e remote che sono state all'origine di una situazione in un certo momento pericolosa per la stessa pace del mondo, senza trascurare le reciproche responsabilità: una situazione che la guerra fredda e l'influenza di una certa politica nazionale avevano di fatto rimossa dalla conoscenza e dalla coscienza degli italiani. Ma da alcuni anni il vento della storia – e della politica – è cambiato e una nuova attenzione è stata ed è rivolta a quelle vicende, oggi rientrate nella memoria di un passato che, come tutti, serve a fare maggiore chiarezza sul presente. Così è nato il giorno del ricordo, soprattutto è nata la volontà di mantenerlo vivo per le generazioni che quelle vicende non le hanno vissute. Così è successo che un sindaco e la sua compagine – parliamo di Calalzo – abbiano promosso una cerimonia di commosso e commovente significato: la voce autorevole di uno storico e dopo, l'intitolazione della sala consiliare al nome e alla figura di Norma Cossetto, la giovane torturata e uccisa dai partigiani slavi nel '43, un sacrificio emblematico delle sofferenze subite da una terra straziata dalla più cieca violenza ideologica e revanscista. Nel piccolo paese del Cadore quella sofferenza si è per un momento rivissuta: una targa impedirà che resti l'unico. Ennio Rossignoli Fontana Arreda Santo Stefano di Cadore Ambientazioni personalizzate anche su misura Via Medola, 21 - Tel. 0435.62377 Fax 0435.62985 - Cell. 338.9418974 e-mail: [email protected] MAGGIO 10-11 2013.qxd:FEBBR 10-11 10 8-05-2013 16:18 Pagina 2 TESTIMONIANZE ANNO LXI Maggio 2013 vevo vent’anni, una A qualifica di segretaria UNA STORIA CHE VALEVA LA PENA DI VIVERE d’azienda e alle spalle due esperienze lavorative: tre anni presso un piccolo fabbricante di occhiali (che comunque aveva come terzista la Luxottica, azienda in vertiginosa crescita) e un anno presso un importatore di sbozzi di vetro dalla Francia, che fondeva e lavorava fino a ricavarne lenti da vista e da sole. Dopo aver a lungo riflettuto, accettai infine un posto di impiegata nell’ufficio commerciale estero di un’azienda locale che produceva astucci per occhiali, compiendo così una scelta che mi avrebbe cambiato la vita. In quell’azienda, ben consolidata e tra le più grandi in Cadore, aveva lavorato fino alla vigilia del matrimonio mia madre, e per un breve periodo anche mio padre, prima di intraprendere con un cognato un’attività in proprio, impresa che durò ben poco e che gli aprì la strada dell’emigrazione. IL PRIMO IMPATTO Il 17 aprile del 1973 mi presentai sul posto di lavoro e feci conoscenza con la fabbrica: oltre ai grandi reparti di produzione con i vetri martellati, mi colpì il Centro Elaborazione Dati, mostratomi con orgoglio dal titolare, all’interno del quale macchinari monumentali gestivano i dati tramite schede perforate. Mi venne presentato il responsabile delle vendite all’estero, un signore del mio paese coetaneo dei miei genitori, che non ricordavo di aver mai visto prima, il quale mi accolse con cordialità e mi fece prendere posto in un ufficio adiacente al suo lasciato libero dall’impiegata che avrei sostituito. Grande amante dei viaggi, solitario fino a sfiorare la misoginia, viveva con un’anziana madre molto possessiva. Fu Era il 1973 quando mi presentati alla Fedon di Domegge, azienda solida Un piccolo grande riconoscimento per questa storia importante una figura che influì non poco, nel bene e nel male, sulla mia crescita e formazione. Rispettoso nei mie confronti, anche quando ci trovammo in seguito a fare lunghi viaggi insieme (sui quali né la mia famiglia, né le donne del paese, sorprendentemente, non trovarono mai nulla da ridire), il primo giorno di lavoro si rivolse a me dandomi del “tu”; il secondo mescolando il “tu” al “lei” per poi passare definitivamente al “lei” dal terzo giorno. La struttura dell’ufficio commerciale estero della ditta Fedon Astucci era, all’epoca, tutta qua. I MERCATI ESTERI L’Azienda aveva rapporti consolidati con i maggiori Paesi europei che estese presto al resto dell’Europa, agli Stati Uniti, al Centro e Sud America, a una parte dell’Africa, al Medio e Estremo Oriente, al Giappone, all’Australia. Ogni mercato aveva abitudini d’acquisto ed esigenze proprie, coerenti tutt’al più per macroregioni, ed era impensabile rivolgersi a loro con dei prodotti standardizzati, come si sarebbe fatto in seguito, in un mondo tendente sempre di più all’omologazione. In realtà il più delle volte i potenziali clienti con i quali entravamo in contatto non sentivano particolare bisogno del nostro prodotto, e non era compito facile stimolare il loro interesse e indurli ad affrontare complicate e costose procedure di importazione, tanto più che tra una cosa e l’altra il prodotto importato risultava solitamente più costoso rispetto a quello fabbricato localmente. I concorrenti con i quali ci confrontavamo operavano solo, o quasi, a livello nazionale, con l’eccezione di un produttore inglese che aveva il monopolio di un certo articolo in metallo rivestito, brutto ma funzionale, che proponeva a un prezzo imbattibile, al punto che girava voce venisse prodotto dai carcerati, e che era tanto popolare in Germania e nei Paesi del Nord Europa quanto invendibile nell’area Mediterranea. Le trattative venivano portate avanti tramite scambio di lettere battute a macchina da scrivere elettrica, con copia a carbone su carta riso (non ricordo di aver avuto a disposizione una fotocopiatrice); cataloghi che venivano stampati ogni più anni, foto patinate, un via vai di campioni inoltrati e ricevuti per posta, visite saltuarie e infine incontri alle fiere di settore, che costituivano l’evento importante in cui maturavano trattative in corso, venivano presentate le nuove collezioni e si stabilivano nuovi contatti. La fiera più importante si teneva ogni anno a Milano; altre fiere avevano luogo in Francia, in Germania e suc- cessivamente anche negli Stati Uniti e un po’ dappertutto. Le telefonate all’estero, limitate allo stretto necessario, venivano fatte tramite centralino internazionale e comportavano prenotazioni, lunghe attese e costi alti. L’introduzione del telex fu una vera rivoluzione alla quale i più anziani faticarono ad abituarsi, con le strisce perforate da digitare e poi trasmettere attraverso la linea telefonica. Negli anni Ottanta il telex venne soppiantato dal fax - del quale ci parlò per la prima volta un cliente svedese - strumento che nei primi anni utilizzava carta chimica sulla quale nel tempo l’inchiostro sbiadiva progressivamente fino a scomparire quasi del tutto, con buona pace degli archivi. In tempi più recenti a sua volta il fax è stato in parte sostituito dalla posta elettronica. IL PRODOTTO Uno dei punti forti dell’Azienda era il prodotto, che nella sua apparente banalità costituiva il frutto di una professionalità interamente italiana e metteva in campo fantasia, manualità e tecnica fino a dar vita a dei piccoli capolavori di buon gusto e di stile. Dietro a quegli oggetti vi era un’equipe che lavorava non solo meccanicamente (come per esempio nell’industria cinese) ma si ingegnava, approfondendo il linguaggio della comunicazione e sviluppando la creatività: uno dei presupposti del “Made in Italy”. IL MIO LAVORO IN AZIENDA Il lavoro nell’ufficio estero presupponeva la conoscenza di più lingue, in primo luogo dell’inglese, che studiai seguendo un corso registrato su dischi a 45 giri che ascoltavo da un mangiadischi azzurro. Del tedesco e del francese avevo solo stentate basi scolastiche, ma mi impegnai con entusiasmo, e in breve riuscii ad esprimermi, anche per iscritto, in forma accettabile. A una settimana dall’assunzione venni letteralmente catapultata in Belgio per partecipare a una piccola fiera di settore, io che non avevo mai varcato il confine nazionale, che pur distava da casa mia meno di cento chilometri. Furono 1.200 km attraverso strade e autostrade d’Europa: un vero e proprio battesimo. Iniziai a relazionarmi con un mondo che ai miei occhi appariva - e in effetti era - infinito, complicato, misterioso; un’opportunità che io, timida e insicura oltre misura, vivevo con apprensione, ma nella quale mi buttai a capofitto. Tra le mie motivazioni profonde vi era probabilmente il bisogno di dimostrare a me stessa e a chi mi dava fiducia che ero in grado di farcela, ma, al di là di questo, la spinta a contribuire al buon funzionamento e alla crescita dell’impresa da cui dipendevano tanti operai e le rispettive famiglie era forte e spontanea. Ero orgogliosa di lavorare nell’export, e mano a mano che i risultati arrivavano il mio coinvolgimento nell’Azienda si fece sempre più forte, in un processo di identificazione di tipo “giapponese”. Accumulare straordinari era pratica ordinaria, solitamente con una coda di lavoro a casa per finire o rifinire il lavoro. (Insopportabile) stakanovista all’interno; portabandiera della mia Azienda e del mio Cadore all’esterno. Per niente interessata a fare carriera, la “missione” di cui mi sentivo portatrice era “costruire relazioni” che potessero durare e crescere nel tempo, e da questo, e dai rapporti umani che di volta in volta si stabilivano, traevo le mie maggiori soddisfazioni. Gli aumenti di fatturato, di profitto, di stipendio furono per me la ricaduta positiva di un certo modo di agire e di affrontare il lavoro, non l’obiettivo primario: quasi la ciliegina sulla torta. Relazioni d’affari basate sul rispetto, mantenendo un atteggiamento cordiale ma professionale; presentarsi con nome e cognome, usare il “lei“ piuttosto che il “tu”, il “noi” piuttosto che l’”io”. Non ricordo se tutto questo mi venne insegnato o se lo maturai da sola, ma sicuramente era nel clima aziendale. Tutto perfetto? Certamente no, ma l’ambiente era positivo e stimolante e concedeva spazi oggi inimmaginabili a chi aveva voglia di fare. I VIAGGI Nel giro di pochi anni con il volume d’affari crebbe anche la struttura dell’ufficio estero e aumentò la frequenza e la durata dei viaggi, prima in coppia con il mio capo e poi sempre più spesso da sola, viaggi che duravano fino a quattro-cinque settimane, con continui spostamenti da un Paese all’altro, spesso da un continente all’altro. Una volta all’anno mettevamo in programma un giro attorno al mondo con innumerevoli tappe e decine di appuntamenti preparati con cura, con pesanti valigie campionario al seguito. Ricordo l’impegno richiesto prima di ogni viaggio per la preparazione dei campionari, con l’obiettivo di catturare l’attenzione e l’interesse dei clienti; la concentrazione posta nel capire quali potevano essere le loro aspettative o 5 esigenze allo scopo di individuare le proposte più mirate, trattenendo il fiato nei momenti cruciali. La soddisfazione nel cogliere una loro espressione di apprezzamento o di stupore, a conferma di aver colpito nel segno. E per stupire alle volte era sufficiente una combinazione di colori azzeccata o un dettaglio apparentemente di poco conto che andasse a toccare la loro sensibilità o che si legasse in qualche modo alla loro realtà. In occasione dei miei frequenti viaggi approfittavo dei fine settimana o delle pause di lavoro per visitare luoghi lontani pieni di fascino, non ancora meta del turismo di massa: i deserti rossi dell’Australia, la sua barriera corallina, la Cina delle biciclette, i parchi del Giappone, le città sacre dell’India, i souk dei paesi arabi in prodigiosa crescita. Mi mescolai tra le genti, feci esperienze brevi ma intense. LA GLOBALIZZAZIONE Forse troppo coinvolta per rendersene pienamente conto, l’Azienda operava in un mondo che si stava rapidamente aprendo alla globalizzazione, come trasportato da un’onda potente e irrefrenabile che tutto travolgeva e trasformava. Un processo che di riflesso anch’io vissi, in modo più o meno consapevole, in prima persona. I mercati esteri, fino ad allora chiusi o protetti da licenze, dazi, formalità e paletti di ogni tipo aventi lo scopo di limitare al massimo gli scambi di beni non essenziali, si aprirono ai traffici internazionali, facendo decollare vendite e fatturato fino a raggiungere livelli prima impensabili. “Niente è tanto potente quanto un’idea il cui tempo è venuto”: questa affermazione di Victor Hugo ben si adatta alla nostra storia, una storia comune a tante imprese che hanno attraversato quel particolare momento. Sta di fatto che la Fedon era preparata ad affrontare i grandi cambiamenti in atto anche nel settore dell’occhialeria, e si trovò proiettata nel mondo, distanziando la concorrenza che in larga misura preparata non era. Si trattava di un’azienda dalle fondamenta solide e ben radicate sul territorio, per il quale si sentiva investita, allora, di un forte senso di responsabilità; dalla struttura leggera e dai processi decisionali semplici e veloci, con un’attenzione particolare al servizio. Un’azienda orientata alla ricerca e alla sperimentazione e capace di costruire dei prodotti ad hoc (tanto più importanti quanto più nell’occhiale si affermavano i marchi di moda) basati sulla conoscenza delle tecniche di produzione, dei materiali proposti dal mercato, delle tecniche di personalizzazione e che per tutto questo, e altro, venne riconosciuta come uno dei migliori (se non il migliore) produttore al mondo di astucci per occhiali, senza dubbio il più propositivo. UN PICCOLO GRANDE RICONOSCIMENTO Io mi fermo qui, ma la sto- MAGGIO 10-11 2013.qxd:FEBBR 10-11 5 8-05-2013 16:18 Pagina 3 ANNO LXI Maggio 2013 11 RACCONTo T utto cominciò una primavera del ‘64. Ricordo ancora con gratitudine il primo libro che Ferruccio mi regalò allora, quando avevo 12 anni. Giornalista e cultore di storia locale, Ferruccio Belli è oggi un paladino dei nostri tesori storicoculturali, grazie alle ricerche, agli articoli ed ai suoi libri dedicati alla storia del Cadore ed Ampezzo, dei quali mi ha fatto omaggio di quando in quando, in segno di amicizia. Ma quella volta si trattava di un piccolo volume di argomento insolito, dal titolo Uccelli d’Europa del Brunner e fu per me come una illuminazione ed una rivoluzione mentale. Ai libri chiediamo di darci il piacere della lettura ma anche la conoscenza. Ebbene questo piccolo libro, risvegliando la mia curiosità, mi conduceva per mano in un’indagine avvincente del mondo alato, verso cui mi sentivo sospinto come da un sentimento di familiarità che quasi sconfinava con la frenesia. Le splendide illustrazioni a colori del testo, ancora vivide nella memoria, stimolavano una passione già accesa dai racconti di mio padre che in Africa, negli anni anteguerra, aveva visto all’ interno della Somalia animali selvaggi e paesaggi meravigliosi. Era un bisogno di conoscenza che avrebbe accompagnato poi i miei passi anche nella vita, mosso dalla curiosità di scoprire e conoscere le bellezze della natura. Iniziarono così le scorribande per prati e boschi alla scoperta delle molte specie di uccelli allora ancora frequenti. Una miniera di ricordi brillano di nuovo come pepite nella mia memoria ed accendono ancora le stesse emozioni di allora. Come quando nell’inverno 1963 -64, tutta la valle del Boite venne invasa da stormi di beccofrusoni provenienti dalla taiga russa. B i rdw a t ch i n g d ' a l t r i t e m p i “Iniziarono le scorribande... Avevamo avvicinato due pavoncelle strisciando bassi nascosti nei solchi dʼuna mulattiera e ne avevamo presa una. La tenemmo in una grande gabbia da cui ci guardava con lo sguardo triste” Questi leggiadri uccelli dal variopinto piumaggio, si assiepavano in quell’inverno sui sorbi dell’uccellatore delle alberature stradali delle cui bacche erano ghiotti. Erano molti i cacciatori della Valboite che sparavano a questi uccelletti confidenti e socievoli e per questo facili bersaglio, e che portavano poi le spoglie a Serdes da Chino Nadalin, esperto imbalsamatore. Lui sapeva ridare forma e vita apparente agli uccelli, fissandoli con maestria, come piccole sculture, su piedistalli in legno di radice. Ancora più vivido è il ricordo dell’avvistamento di due pavoncelle, una specie limicola della famiglia dei caradridi, attualmente molto rara, in pastura nei prati intorno a Serdes, nell’autunno dei primi anni ‘60. Era stata una apparizione spettacolare ed inedita. Le avevamo avvicinate strisciando bassi nascosti nei solchi di una mulattiera di campagna e poi con l’abilità di frombolieri provetti, eravamo riusciti a prenderne una con la fionda. La tenemmo per molto tempo in una grande gabbia da cui ci guardava con lo sguardo triste di chi ha perso la libertà. Ignari allora di problemi ecologici e di minacce all’’ambiente, anche noi ragazzini seguivamo un principio predatorio, ispirati dalle avventure di caccia raccontate con accento intrepido dai cacciatori locali. Nel mese di marzo c’era l’immancabile appuntamento con la grande migrazione primaverile dei merli dal collare. Questi turdidi ria non finisce qui, anche perché i cambiamenti indotti dal processo di globalizzazione sono continuati con un’accelerazione sempre più forte, travolgendo spesso quanto avevano reso possibile, e imponendo negli altri casi di “cambiare tutto perché nulla cambi”, con tutti gli sconquassamenti che questo comporta. Nel rivivere con serenità le fasi di questo recente passato, ricordo volentieri un episodio al quale a suo tempo non avevo prestato attenzione, ma che oggi, in tempi dominati dall’incertezza, dalla carenza di riferimenti validi e da comportamenti pubblici e privati che stanno demolendo un patrimonio di immagine e di identità faticosamente conquistato, assume un significato profondo. Si tratta di un commento espresso da un cliente francese, una donna, commento che mi venne riferito quasi casualmente da un conoscente, e che riguardava l’azienda per cui lavoravo, così com’era allora, e a me, che ne ero il loro referente quotidiano: “Quella è gente che fa onore al suo Paese”. Un piccolo grande riconoscimento a conferma che, in fondo, si è trattato di una bella storia, di una storia importante, di una storia che valeva la pena di vivere. Giovanna Deppi provenienti dalle coste del Nordafrica dove avevano svernato sulle montagne dell’Atlante, rimanevano per settimane sui prati appena liberi dalla neve, prima di risalire verso le praterie subalpine e le mughete per nidificare. Pasturavano saltellando in cerca di vermi che sfilavano con abilita’ dal suolo e dalle zolle di letame sparso come concime. All’imbrunire si radunavano in grossi stormi, di molte decine di individui, lanciando caratteristici richiami secchi e concitati, appollaiati sugli alti larici intorno al paese. Nei miei ricordi riecheggia ancora il coro serale dei merli dal collare, che si prolungava diventando sempre più fioco con l’avanzare della sera fino a cessare al calare delle tenebre. I prati, concimati in primavera, d’estate erano ricchi di alte erbe ed erano falciati a scacchiera, permettendo così di mantenere sempre un habitat ideale per lo stiaccino, piccolo uccelletto dei prati, ora scomparso da quando il taglio a raso, avviene su grande scala, eliminando improvvisamente la possibilita’ di ricercare insetti tra le erbe. Nelle siepi che contornavano i prati era facile scorgere l’averla piccola anch’essa scomparsa con l’avanzata del bosco e la eliminazione di siepi spinose. In tarda estate era frequente scorgere lo zigolo muciatto ai margini dei campi di patate appena raccolte. Anche questo uccello è pressoché sparito insieme ai campi coltivati. Tra i nostri ricordi, è memorabile l’inseguimento di RACCONTO di Emi Boccato di Osvaldo Palatini 1965 due picchi muraioli, bellissimi uccelli dalla splendida livrea color cenere del collo e dorso, contrastante con le ali colorate rosso vermiglio, su cui risaltano le remiganti nere ornate da macchie ovali bianche. Erano comparsi fra i massi e le rocce affioranti che circondano la casera di Prendera, nei pressi del Becco di Mezzodì, simili in volo, a due grosse farfalle variopinte, e subito ci eravamo messi all’inseguimento, incuranti dei cartelli collocati dagli alpini, che segnalavano “PERICOLO BOMBE INESPLOSE” dopo le loro prove di tiro con obici e cannoni. Ma i picchi muraioli si dileguarono improvvisamente come fantasmi fra le rocce, lasciandoci a bocca asciutta. L’avventura più affascinate era però la salita alla Costa oltre i boschi che fanno da anfiteatro alla valle di Polentaia. Con Gianni Cuco ed Andrea Muscio, amici per la pelle, andavamo ad esplorare il territorio impervio che stava oltre il contrafforte montuoso di Muzilai. Si saliva per boschi di abeti, aceri e faggi, attraversando le macchie di intenso verde chiaro dei prati, da tempi immemorabili falciati fino alle pendici dei monti. Le vestigia silenziose del passato erano ancora presenti nei segni delle opere degli avi che avevano disboscato, aperto sentieri e creato mulattiere per il trasporto del fieno e del legname. Ma al tempo stesso quei luoghi erano pervasi dalla sacralità misteriosa di una natura incontaminata e noi ragazzi ci chiedevamo quali arcani significati racchiudessero toponimi come Arcogologna, Laes, Muzilai, Staulin. Superati i primi pendii boscosi e lasciato alle spalle il bastione di Muzilai, si saliva verso La Palù, sui dolci prati a lariceto verso nord-est. La grande facciata gotica della croda Marcora compariva improvvisamente, troneggiante di fronte a noi, quasi a portata di mano. Sopra svettava il profilo seghettato delle Rocchette, dietro ai contrafforti di Roan e dei Ciampes. Ed ecco apparire un luogo incantato: un grande rilievo boscoso, lussureggiante di latifoglie ad aceri, ontani, faggi, dove varie tonalità di verde, iniziavano a screziarsi di rossiccio e bruno, preannuciando U N A VA L I G I A D I SPERANZE Paolo partiva per Mannheim. Era un poʼ come quando i ragazzi partivano per la naia, Paolo però partiva solo... omani parto”. Paolo “D guardò la valigia, appoggiata su una sedia accanto al letto, già piena, ma ancora aperta, per controllare se non avesse dimenticato qualcosa. Riaprì per l’ennesima volta il portafoglio: i soldi c’erano, come pure la carta di identità, la tessera sanitaria e il biglietto del treno. Avrebbe dovuto affrontare lunghe ore di viaggio dal Cadore a Mannheim in Germania. Era un po’ come quando, un tempo, i ragazzi della sua età partivano per la “naia”. Però erano in tanti, c’era allegria, cameratismo, complicità fra loro, era facile nascondere quel vago senso di timore e disagio che si insinuava sottile al pensiero di dover affrontare una nuova esperienza di vita, lontano da casa e dagli affetti. Paolo doveva partire da solo: era la prima volta che si allontanava dalla famiglia e avvertiva una sensazione come di vuoto, di inadeguatezza. Aveva diciannove anni, un diploma di scuola alberghiera in tasca e tanta voglia di lavorare. “Masticava” un po’di tedesco, giusto quello che si apprende a scuola, ma era sicuro che avrebbe imparato in fretta. In Cadore non aveva trovato lavoro, così aveva pensato di accettare, per una stagione, la proposta di impiego da parte di uno zio di un suo amico, che aveva una gelateria, appunto, a Mannheim. Parecchi dei suoi amici più grandi, come tanti cadorini, avevano già fatto quell’esperienza e decantavano le città tedesche come fossero il paese dei balocchi: discoteche favolose, divertimenti, ragazze belle e disponibili (ma dove trovavano il tempo se dovevano lavorare?). Però, dopo una, due stagioni, ritornavano a casa… Aveva una fidanzatina Paolo e gli struggeva il cuore doverla lasciare, anche se per pochi mesi. Giulia gli aveva promesso che sarebbe andata a trovarlo almeno una volta, durante l’estate, e che avrebbe fatto senz’altro il tragitto in macchina con lui fino a Fortezza. Il padre di Paolo, infatti, aveva proposto di ac- l‘autunno imminente. Spiccavano fra i vari alberi, i sorbi dell’uccellatore, con vivaci bacche rosse, alcuni di dimensioni monumentali. La scena che si presentava era sempre inebriante. Fra le fronde si richiamavano con suoni aspri, cesene e tordele, gorgheggiavano merli e tordi bottaccii. Al nostro passaggio frullavano via dal sottobosco pettirossi, peppole e fringuelli. E poi bigiarelle, passere scopaiole e prispoloni. Dagli alberi di sorbo mandavano il loro malinconico richiamo i ciuffolotti, ghiotti delle loro bacche. Ogni tanto piccoli stormi di crocieri ed organetti si involavano improvvisamente dalla cima di un larice e dopo brevi volteggi calavano a posarsi su un altro larice carico di pigne. Lo spettacolo era talmente emozionante da rimanere ogni volta incantati ad osservare in silenzio: era il nostro santuario degli uccelli. Questo mondo è scomparso. Serdes era un’ oasi incantata per la bellezza del paesaggio e la semplicità della gente. Teatro di avventure e di storie narrate dai vecchi, che accendevano la nostra fantasia. Era un richiamo alle proprie radici e al senso di appartenenza ad una comunità, impresso da esperienze vissute insieme, con gli occhi incantati dell’infanzia. Ora sono quasi del tutto scomparse le rondini ed i balestrucci, e nei prati non c‘è più lo stiaccino né lo zigolo, né più, fra i cespugli, l‘averla piccola. Scomparsi i prati concimati di letame, non si vedono più i merli dal collare. Anche il magico santuario della Costa è stato trasformato in monocoltura di abete rosso e la fitta pecceta ha completamente sostituito il lussureggiante mosaico di latifoglie cancellando così anche i dolci declivi, non più falciati. compagnarlo fino a quella stazione ferroviaria, per rendere meno triste il distacco. Quella sera, prima di andare a letto, gli aveva posato le mani sulle spalle e, guardandolo fisso negli occhi, gli aveva semplicemente detto: “Sei un uomo, tieni duro !” Sua madre, tirando su con il naso e asciugandosi, furtivamente, una lacrima, aveva ribattuto: “Beh, non parte mica per l’America !” Poi l’aveva abbracciato stretto “Fa il bravo, comportati bene.” Doveva ancora partire e già sentiva un’acuta nostalgia: bando alle malinconie, era ora di dormire, doveva alzarsi presto l’indomani. Paolo chiuse la valigia, la valigia dei sogni, o meglio, la valigia delle speranze e dei timori per questa esperienza tutta nuova che avrebbe dovuto affrontare da solo, in un paese straniero. “In fondo, in fondo, così è la vita, devo pur farmi le ossa.” Pensò. Si rannicchiò sotto le coperte, si fece il segno della Croce e spense la luce. MAGGIO 12-13 12 2013 OK.qxd:FEBBR 12-13 8-05-2013 16:19 Pagina 2 STORIA er molti giorni sulla spiagP gia di Valona il mare depositò decine di corpi straziati ed irriconoscibili che finirono sepolti fra gli ulivi in un cimitero costruito ai bordi della strada che dal mare sale verso Kanina. Ciò che non erano riuscite a fare le granate da 305 sulle rocce di M. Piana poté un inopinato e fortunato siluro nelle acque più profonde dell’Adriatico, solcate da tanti soldati convinti solo di andare verso il riposo e le loro famiglie. Il 1° giugno 1916, in una situazione strategica ormai deteriorata, era giunto l’ordine di rimpatrio dall’Albania per il 55° Reggimento di Fanteria della Brigata “Marche”, ben noto per le operazioni su Monte Piana nel 1915. Qui, sulle pietraie del monte santo e maledetto, erano state scritte innumerevoli pagine di lotta, di quell’assalto al cielo, come lo definì qualcuno, costellato di eroismi grandi e piccoli, di cui il Maggiore Bosi, il Capitano Gregori, il ten. De Simone, il s. ten. Matter e tanti altri ancora sono i rappresentanti più noti. Dopo essere stati spostati nell’ottobre 1915 sul fronte isontino ed essere stati impegnati negli attacchi al Sabotino, i fanti del 55° erano stati mandati in Albania da Taranto nel febbraio 1916 per andare a soccorrere, con la costruzione di un campo trincerato, i resti dell’esercito serbo in drammatica ritirata verso l’Adriatico. Per la complessa operazione di rientro del 55° venne utilizzato un convoglio navale formato anzitutto dal piroscafo Principe Umberto, che aveva, come di consuetudine nel periodo bellico, due comandanti, uno militare, il tenente di vascello Nardulli, ed uno civile, il capitano genovese Sartorio. Il piroscafo (prua verticale, due alberi e due fumaioli, stazza 7838 tonnellate, propulsione a due eliche, velocità 16 nodi) era stato costruito nel 1908 dai Cantieri Navali Riuniti di Palermo per conto della Società Navigazione Generale Italiana e venne impiegato soprattutto sulle rotte dall’Italia verso il Sud America e verso New York. Nel 1916 il piroscafo subì la sorte toccata a molte altre grandi unità mercantili, ovvero quella di essere requisito dalle autorità italiane per venir adibito al trasporto truppe. A bordo il Comando del Reggimento al completo (agli ordini del Col. Ernesto Piano), il I e II Battaglione più 2 Compagnie del III (l’11a e la 12a). Per la precisione il piroscafo imbarcava 2821 uomini, ovvero 2445 militari di truppa, 75 Sottufficiali, 58 Ufficiali, 216 persone fra equipaggio e Stato Maggiore borghese, 2 Ufficiali e 25 Marinai della Regia Marina. Il convoglio era formato da altre navi più piccole, ov- ANNO LXI Maggio 2013 5 DALLE PIETRAIE DEL MONTE PIANA AGLI ABISSI DEL CANALE DʼOTRANTO I fanti del 55° Reggimento della Brigata Marche furono mandati in Albania nel 1916 per soccorrere i resti dellʼesercito serbo in ritirata giorni nostri, è stato possibile reperire i nomi di 1728 vittime di quel naufragio e il comune di provenienza. Possiamo così riscontrare che la provincia di Belluno pagò il tributo di 69 caduti. Tra questi i cadorini Olindo Silvestro Cattaruzza Pino (sottotenente) di Auronzo, Luigi De Lorenzo Dandola di Comelico Superiore, Giovanni Benedet di Il piroscafo “Principe Umberto” utilizzato per il rientro in Italia del 55° fu intercettato da un U5 nemico e affondato lʼ8 giugno 1916 al largo di Valona: perirono più di 1900 persone, 69 i fanti provenienti dalla provincia di Belluno, compresi 8 cadorini vero i piroscafi Ravenna e Jonio ed i cacciatorpediniere Espero, Pontiere, Insidioso, Impavido e l’esploratore Libia. Il Principe Umberto, salpato verso le 19, stava navigando alla velocità di 16 miglia orarie, quando alle 20.45, a 15 miglia per Sud Ovest da Capo Linguetta, fu intercettato da un sommergibile nemico, un U-5 comandato dal tenente di vascello boemo Friedrich Schlosser (18851959). Questi accostò nella direzione di lancio ed eseguì, a distanza di 1000 metri, in condizioni di cattiva visibilità, il lancio dei due siluri con impatto fortemente poppiero, ordinando poi l’immersione in profondità, dove giunse l’eco di due esplosioni. Nell’affondamento, avvenuto in circa 7 minuti, perirono più di 1900 persone: secondo alcune fonti 1926, secondo altre 1948. Sul luogo dell’affondamento, oltre alle navi del convoglio, si diresse anche la nave Libia, ma si poté ben poco, anche per il fatto che la gran parte dell’equipaggio si trovava sottocoperta. Si salvarono solo 895 uomini, tra ufficiali e soldati. Grazie al paziente lavoro di molti studiosi, durato in pratica fino ai Perarolo, Riccardo Cesco Casanova e Giovanni De Villa Gobbo di S. Pietro di Cadore, Antonio Da Vià di Domegge, Liberale De Nicolò di Vigo e Paolo Zanvettor di Ospitale. Nel dopoguerra le salme dei caduti furono traslate dal cimitero di Valona al Sacrario Caduti d’Oltremare di Bari. E l’U-5 che fine fece? Sappiamo che il sommergibile, ritornato nel golfo di Cattaro, fu fatto segno al lancio di due siluri da parte di un sommergibile nemico, nelle vicinanze di punta Platamone. Il primo siluro poté essere evitato con la manovra, ma il secondo urtò con il suo acciarino contro un pala dell'elica dell' U5; però fortunatamente non esplose ed andò a picco. Il sommergibile non poté immergersi a causa di una avaria del timone di profondità, cercò di reagire contro il suo avversario col fuoco del suo cannone ed alla fine riuscì a cacciarlo, dopo che, nel frattempo, anche siluranti erano state chiamate fuori dal golfo in aiuto. Il 16 maggio 1917 stava effettuando una crociera di formazione nel Canale di Fasana vicino a Pola, quando venne colpito alla poppa da una mina, affondando a una profondità di 36 metri e subendo la perdita di 6 dei 19 uomini a bordo. Dopo pochi giorni il mezzo fu recuperato e revisionato, tornando in mare nel febbraio 1918, ma non si segnalò per altri episodi e alla fine della guerra fu trasferito a Venezia nel 1920 come risarcimento di guerra, finendo quindi demolito. Un fatto curioso è che su qualche testo l’affondamento del Principe Umberto venne accreditato a Georg Ludwig Ritter von Trapp (Zara, 1880 - Stowe, 1947), capo della famiglia di cantanti austriaca illustrata nel noto musical The Sound of Music che invero comandò l’U-5 prima di Schlosser. I suoi successi nel corso della prima guerra mondiale in qualità di ufficiale della Marina dell'Impero austro-ungarico, gli valsero numerose decorazioni, compresa la prestigiosa insegna di Cavaliere dell’Ordine Militare di Maria Teresa. A chi volesse approfondire i particolari di questa immane tragedia consigliamo il sito www.pietrila grandeguerra.it e il recente libro di Enzo Raffaelli “Quei fantastici biancoazzurri dalla Tre Cime di Lavaredo agli abissi dell’Adriatico con il 55° Reggimento Fanteria sui campi di battaglia della Grande Guerra”, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Comitato di Treviso, Collana “La linea della memoria”, n. 4, 2008. Walter Musizza Giovanni De Donà MAGGIO 12-13 5 2013 OK.qxd:FEBBR 12-13 8-05-2013 16:19 Pagina 3 ANNO LXI Maggio 2013 13 iusto 70 anni fa, nel G maggio del 1943, giungeva al suo epilogo la La ritirata e la sconfitta delle forze italo-tedesche in Africa settentrionale 70 anni fa nel diario di Giovanni Cian, convinto dʼessersi salvato per un sogno fatto la notte prima dellʼattacco campagna militare nell’Africa settentrionale con la sconfitta definitiva delle truppe italotedesche guidate da Erwin Rommel. Questi, dopo la battaglia di El Alamein dell’ottobre 1942, disobbedendo agli ordini di Hitler di resistere sul posto, il 4 novembre si disimpegnò dal fronte, abbandonando gli italiani al proprio destino. Il fronte cedette e così per le truppe dell’Asse, tallonate dagli inglesi del Gen. Montgomer y, iniziò la ritirata, durata 6 mesi, attraverso la Libia fino in Tunisia, dove ci si attestò sulla “Linea del Mareth”, una serie di fortificazioni realizzate qualche anno prima dai Francesi. L’8 novembre inoltre erano sbarcati in Marocco gli Americani del Gen. Eisenhower e la morsa diveniva esiziale. Le varie fasi della ritirata nel deserto e delle drammatiche battaglie che ne seguirono sono raccontate dal diario tenuto dall’artigliere scelto Giovanni Cian da Domegge, che dal 19 maggio 1942 partecipò all’ultima fase della campagna con il 132° Regg. Artiglieria della Divisione Corazzata “Ariete”. Giovanni, nato il 21 febbraio 1921, fu uno degli ultimi italiani a deporre le armi in terra d’Africa, a seguito dell’ultima, terribile battaglia di Enfidaville e dopo che il 7 maggio 1943 era già caduta la città di Tunisi e gli ultimi soldati dell’Asse erano stati accerchiati dall’8a Armata Britannica. “Enfidaville - scrive Giovanni che fu la fossa degli italiani sarà sempre nella storia la stella che additerà a tutti come sanno combattere i soldati d’Italia, anche quando non sono ben armati… Era l’aprile del ’43 quando giunsi in quel luogo e le posizioni che dovevamo occupare erano nelle vicinanze di un colle che per giorni interi fu protagonista del più crudele teatro della lotta, il Taruna. Poco lontano erano accampati i bersaglieri, appena giunti dall’Italia ed ancora ignari di quanto li attendeva. Quando ci videro arrivare, piantare i pezzi e fare i primi tiri di aggiustamento, uno di loro mi chiese: “E’ così vicino il nemico?”. Ridendo gli risposi: “Sarà qui domani”. Era della classe 1923 e mi raccontò cosa stava succedendo in Italia, come tutta la popolazione fosse già a conoscenza della nostra caduta totale e in attesa che ci arrendessimo per fermare questo massacro. Tunisi fu occupata dagli inglesi il giorno 7, per cui la l’Armata italiana, di cui facevo parte, risultava accerchiata da una mas- La notte prima dell’attacco finale riposai pochissimo, alla fine mi assopii un poco. Vinto dal sonno, vidi come in un sogno Amalia, la mamma della mia fidanzata Beppina, morta un anno prima e che per me era come una seconda mamma. Amalia mi guardava sorridendo e disse: “Giovanni, perché rimani qui? Guarda che domani ci sarà un altro attacco molto più potente di quello di oggi, va’ anche tu come tutti nella galleria, oppure, rimanendo qua, fatti un rifugio. Mi indicò con la mano un punto poco lontano dalla fureria, poi in silenzio, come m’era apparsa, scomparve. La mattina del 12 maggio mi svegliai prima dell’alba e subito, aiutato da Donadel, mi misi a scavare nel Giovanni Cian e sposa punto indicato, feci una buca profonda un metro e venti e la coprii con assi e terra. A tre metri dalla buca appoggiai la corrispondenza che era giunta dall’Italia e sopra il tetto del ricovero poggiai le sigarette da distribuire ai soldati del reparto. Ero appena entrato nella nate, feci un salto in un burrone buca con l’amico sergente Cimino di 8 metri senza farmi nemmeno quando udii più colpi secchi, senuno striscio. Qui ero al sicuro e za nemmeno il famoso fischio. attesi che la smettessero per poi Rabbrividii tutto, l’odore acre deltornarmene tranquillo al mio la polvere bruciata mi venne alle gruppo. Al momento del rancio narici ed ecco altri colpi che si faandai con le gavette per prenderlo cevano sentire, la terra del rifugio per me e per i miei compagni… ci cadde addosso, le assi che la teAppena queste furono riempite, le nevano si spostarono e nel rifugio artiglierie nemiche entrarono in entrarono sigarette, giornali di azione e le granate caddero a po- contabilità, cartoline in franchica distanza. Le schegge fischiava- gia, mezzi toscani, pezzi di lettera no sopra la mia testa con il loro stracciati… Mi avevano centrato caratteristico ziii ziiiioooo. in pieno la fureria, che stava bruQuando tutto cessò mi alzai, e vi- ciando… di la marmitta forata in più punIl sergente Cimino chiese: “Sei ti e già vuota: eravamo senza pa- ferito?” – “No, risposi, e tu?” – sto. “No, ma fatico a credere”. E si Uno di Soligo, Donadel, una se- toccava con le mani. Finita la ra, mentre si parlava dei pericoli sparatoria, di corsa andai alla passati, mi disse: “Tu Cian, quan- galleria che era diventato l’unico do ritorni a casa, metti davanti posto sicuro. Nel pomeriggio dello alla Madonna tutte le candele che stesso giorno sopra le posizioni tetrovi, perché soltanto lei poteva nute dai tedeschi si vide la bansalvarti nei luoghi dove eri ed i diera bianca. Il Comando tedesco pericoli passati non li potrai di- si era arreso, ma noi ancora si menticare per tutta la vita. Se og- resisteva. Si vedevano le macchigi sei qui con noi è soltanto volon- ne che por tavano i prigionieri tà del Signore, quante volte mi verso i campi di concentramento. avevano detto che tu eri mor- Verso le 19 giunse anche a noi to…”. l’ordine di far saltare i pezzi e alNelle vicinanze del nostro grup- le ore 22 il Gen. Giovanni Messe po furono costruiti dei piccoli ca- chiedeva la resa al Comando Alpisaldi, che dovevano servire nel leato. caso le fanterie nemiche fossero Il giorno dopo, 13 maggio, anpenetrate nel nostro schieramen- dai a vedere la mia fureria: il to. Avevamo sempre con noi il fuoco aveva distrutto ogni cosa, moschetto e le bombe a mano, le granate cadute la mattina pripronti a resistere ad oltranza. Il ma erano 4, una sopra il rifugio, giorno 10 eravamo già stretti in una sulla fureria e 2 a qualche un cerchio di fuoco, isolati, con la metro. L’avevo scampata bella, il resistenza che si faceva sempre sogno era stato la mia salvezza. più accanita. Per ripararsi dalle Alle 13 i soldati inglesi già ci artiglierie alcuni soldati avevano accompagnavano verso i campi costruito una galleria in un colle di prigionia. La mia vita di guerlunga 20 metri, che poteva ospita- ra era terminata e la prigionia re 100 uomini. Io invece mi ero non la racconto a nessuno… tanfatto una buca vicino alla mia to è stata dura”. ”. Walter Musizza tenda, che faceva da fureria, con Giovanni De Donà un tavolo e una sedia. LA BATTAGLIA AFRICANA DI ENFIDAVILLE Carro it. “Ariete” Inglesi a Enfidaville Quando Rommel, dopo la battaglia di El Alamein, il 4 novembre 1942 si disimpegnò dal fronte, abbandonando gli italiani al proprio destino, le truppe dellʼAsse iniziarono una ritirata che durò sei mesi attraverso il deserto della Libia e fino in Tunisia “Iniziò una pioggia di granate di tutti i calibri, i cannoni nemici sparavano con la celerità di una mitraglia. Enfidaville che fu la fossa degli italiani sarà sempre nella storia la stella che additerà a tutti come sanno combattere i soldati dʼItalia.” Così scriveva Giovanni Cian di Domegge, del 132° Regg. Artiglieria “Ariete” perdite. Entrò in gioco pure l’aviazione, ma in quella lotta disperata le nostre difese non furono mai superate. Allora Prigionieri italiani scesero in campo le grosse arsa d’acciaio e condannata a sicu- tiglierie, che cominciarono a batra morte. Per chi avrebbe avuto tere le nostre difese che meglio rela fortuna di sopravvivere al mas- sistevano e che impedivano l’asacro ci sarebbe stata la prigio- vanzata dei carri e delle fanterie. nia. Ma sul fronte dove mi trovaIniziò una pioggia di granate di vo nessuno, pur conscio della fine tutti i calibri, i cannoni nemici che lo attendeva, voleva cedere se sparavano con la celerità di una non dopo aver sparato fino all’ul- mitraglia: i colpi non erano mai tima cartuccia. staccati, tanto che si udiva un sol Il giorno seguente infatti il ne- colpo e gli scoppi poi non si contamico faceva già sentire la sua pre- vano. Il Colonnello Comandante senza con dei colpi di cannone di Reggimento disse che nei 20 che scoppiarono a poca distanza minuti che durò questa preparada noi. I bersaglieri erano già in zione d’artiglieria ben 6000 colpi trincea e noi fummo spostati ver- erano caduti solo nella nostra zoso l’interno per proteggere la Divi- na…. Le piste che attraversavano sione “Giovani Fascisti” e gli Ar- il terreno scoperto erano contiditi che occupavano le posizioni nuamente bombardate dall’aviapiù pericolose. Ci furono dei gior- zione e dall’artiglieria, non si fani di calma e arrivò la Pasqua: ceva un passo senza posare un all’alba di quel santo giorno le piede sopra una scheggia o una fanterie nemiche, appoggiate dai buca di granata o spezzone. Come carri scattarono all’assalto. La poter resistere ancora per lungo lotta fu dura, ma dopo sforzi so- tempo? Questo era impossibile, lo vrumani il nemico dovette ripie- sapevamo già tutti. gare: il fosso anticarro era ricolI rifornimenti dalla Patria armo di cadaveri e feriti che nessu- rivavano, ma le nostre navi, no poteva aiutare perché le nostre quando erano nel porto di Tunisi, artiglierie continuavano a batte- venivano affondate dagli aerei alre quella zona. leati, cosicché le munizioni scarIl mercoledì della settimana che seggiavano e i viveri diminuivaseguiva la Pasqua un nuovo at- no. Alcuni incominciarono a datacco, più potente del primo, ven- re segni di pazzia, altri si sparane a suscitare nei nostri animi al- vano ai piedi e alle mani per essetri dolorosi pensieri: se il nemico re rimpatriati tramite la Croce attaccava così in massa voleva di- Rossa… Andai a trovare l’amico re che aveva la volontà di elimi- Frescura, che era a 2 km lontano narci quanto prima. I suoi sforzi da me, e lo trovai dopo aver supeperò furono vani, ovunque le sue rato vari pericoli. Al ritorno, per truppe vennero respinte con gravi ripararmi da una scarica di gra- MAGGIO 14-15 2013 OK.qxd:FEBBR 16-17 8-05-2013 16:20 Pagina 2 ANNO LXI Maggio 2013 14 n osservatorio priviU legiato attraverso il quale studiare la storia di un determinato periodo è sicuramente quello offerto dalla scuola. Documenti, relazioni e testimonianze tratte da questo versante si traducono spesso in preziose informazioni per chi indaga sulla storia di un territorio e le condizioni della sua popolazione. Casualmente, nel corso delle nostre ricerche, ci siamo imbattuti nel “Giornale” delle classi miste IV e V di San Pietro di Cadore risalente all’anno scolastico 1928-29 e a colpirci è stata la relazione stesa dalla maestra titolare Luigia Cesco, fu Valentino. L’insegnante, diplomatasi a Venezia nel 1916 ed allora trentatreenne, aveva steso un dettagliato rapporto dell’esperienza di lavoro svolto in quella scuola elementare dal 18 settembre al 22 giugno. La relazione finale, che porta la data del successivo 25 giugno, era indirizzata all’ispettore scolastico Giovanni Fabbiani, ben noto ai cadorini come uno dei grandi studiosi della loro storia. A quanto si legge, portare avanti quei ragazzi non era oco più di un anno fa (dicembre 2011) nel P Palazzo della Magnifica Comunità è stato inaugurato il nuovo allestimento espositivo del Museo Archeologico “Enrico De Lotto”. Nell'occasione si è commemorato il centenario della nascita (24.9. 1911) del non dimenticato “Medico umanista”, come si è felicemente intitolato, ricorrendo il 25.mo anniversario della morte, il libretto edito dalla stessa Magnifica nel 1988. Giunti ora a mezzo secolo da quel primo maggio 1963, in cui si è bruscamente interrotta, nella sua casa di Domegge, dopo meno di cinquantadue anni, un'intensa vita di studio e di lavoro, ne ricordiamo i passaggi essenziali. Laurea in medicina e chirurgia (Padova 1937), abilitazione e servizio negli ospedali di Palmanova e di Udine; specializzazione in malattie tropicali e assegnazione (1939) al Galla e Sidamo, in Etiopia; breve rientro, richiamo (1940) e campagna d'Africa fino alla battaglia di Cheren (marzo 1941); prigionia e servizio, per cinque anni, negli ospedali da campo in Sudan, India e Inghilterra; rimpatrio nel 1946 e incarico della condotta medica di Calalzo- COMELICO - Da un “Giornale di classe” di oltre ottant’anni fa GLI AFFANNI DELLA MAESTRA Tra quei 45 scolari che la maestra Luigia Cesco aveva nelle classi a S. Pietro di Cadore, cʼerano “ dei monelli celebri”. “Come andrà a finire?” si chiedeva stata fatica dappoco. “Non mi spaventerei se non li conoscessi tutti e se non sapessi che tra quei 45 (era il numero complessivo degli alunni ndr) - scriveva la maestra - ci sono dei monelli celebri che a forza di spinte sono giunti nella classe quarta. Intuisco fin dal primo giorno che molti di quei ragazzi non mi seguiranno perché fisicamente deboli e moralmente malati. Difatti il risultato finale mi dà ragione: su 23 frequentanti di quarta, uno escluso dallo scrutinio per la condotta, e degli altri ventidue , undici promossi alla quinta!”. A fronte del ben magro risultato Luigia Cesco recitava in parte il mea culpa: “Ammetto di aver mancato anch’io, di non aver saputo toccare il cuore di quei ragazzi, di non averli compresi, ma ammetto anche che ho fatto il possibile per metterli sulla buona strada, quella che noi maestri insistentemente additiamo; che, a costo di ogni mio sacrificio, non li ho allontanati dalla scuola, sperando sempre che mettessero giudizio e che ottenessero la promozione. Speranze vane, fatiche inutili!”. E ricordava con nostalgia (pure allora) il buon tempo passato “quando i genitori sapevano usare a proposito la loro autorità” Meglio era andata con la classe quinta. “quantunque precisava - non la frequentassero scolari di grande intelligenza e di ottima volontà”. Pur pronta ad ammettere propri errori e mancanze, Luigia Cesco non mancava di fare osservare all’ispettore le condizioni in cui l’insegnante era costretto a lavorare: “Oggi il maestro è trop- po occupato in cose estranee o quasi estranee alla scuola. Troppi incarichi lo distolgono dal lavoro scolastico, lo obbligano a occupare il tempo ch’egli dovrebbe impiegare a beneficio della sua cultura. Ora per un’opera, ora per un’altra, il maestro deve dare la sua adesione e rispondere sempre all’appello, a scapito della scuola, magari, o della sua istruzione. Non si può pretendere ch’egli possa rifarsi la sua cultura se finite le lezioni, lo si tiene occupato in altre faccende”. Ma le vere note dolenti ricadevano sull’ambiente domestico dei ragazzi. Altro sfogo della maestra: “Non parliamo, poi, delle famiglie, che sono abituate a trattare i figlioli come, o peggio delle Cinquantenario della morte di Enrico De Lotto. A cinquantadue anni di età aveva lasciato alle spalle un curriculum davvero eccezionale DE LOTTO, IL MEDICO UMANISTA Medico, studioso, pubblicista, pubblico amministratore. La vita di Enrico De Lotto si è bruscamente interrotta nella sua casa di Domegge il 1° maggio 1963 Domegge; specializzazioni in clinica dermosifilopatica, igiene, clinica oculistica. All'impegno professionale si affianca il lavoro di pubblicista, iniziato da universitario, proseguito in prigionia sul “Corriere del sabato”, e ripreso in patria, anche in appoggio all'attività di ricerca archeologica. Quest'ultima, iniziata a Lagole con Giovanni Battista Frescura, sfocia nella inaugurazione (estate 1950) del Museo preromano, che espone i reperti veneto-euganei, e la stampa di Una divinità sa- nante a Lagole. Collabora con la rivista del C.A.I., narrando delle prime guide alpine, tra cui il nonno materno Luigi Cesaletti, e pubblica la raccolta di leggende Gli spalti del dio Thor. Nella ricorrenza centenaria (1957) dell'ascensione di John Ball al Pelmo, considerata l'inizio dell'alpinismo sulle Dolomiti, promuove la celebrazione dell'evento al rifugio VeneziaAlbamaria De Luca, affidata al primario ospedaliero prof. Giovanni Angelini. Programma e dirige la “Mostra dell'occhiale attraverso i secoli”, ospitata nel 1959 nel Palazzo del Bo di Padova, in occasione del 44° congresso della Società oftalmologica italiana, e scrive il saggio “Dallo smeraldo di Nerone agli occhiali del Cadore”. Ottiene nel 1961 l'istituzione della sezione per ottici nell'Istituto professionale di Stato di Pieve, in cui insegna ana- 5 bestie, bestemmie e sferza sono i mezzi abituali di correzione. Pensando alla amoralità di certi genitori c’è da inorridire e da piangere. Abbiamo nella scuola bambini che conoscono il vizio e se ne fanno vanto, ragazzi votati alla galera! E di chi è la colpa? Dei genitori che non sanno il loro sacro dovere! E’ una piaga dolorosa, questa, che mi tormenta e mi fa tristemente pensare che la scuola non basta a porre un argine al suo dilagare. E mi domando spesso: “Come andremo a finire?”. Lo sfogo della maestra Cesco ci pare possa ben attagliarsi al tempo presente. Specie laddove osserva che “sarebbe necessario che i rimproveri toccassero ai genitori, i soli responsabili della corruzione e del disordine odierni”. E siccome il buon tempo andato appare sovente migliore del presente, la conclusione non poteva che essere volta al rimpianto: “Quando i genitori sapevano usare a proposito la loro autorità, nelle famiglie regnavano l’amore e la concordia, raramente turbate dal disonore che oggi sembra una norma di vita!”. Bruno De Donà tomia dell'occhio ed ottica fisiologica. Last but not least (infine), il servizio di pubblico amministratore: dal 1956 consigliere comunale di San Vito, che rappresenta nella giunta della Magnifica comunità. Commemora l'insigne chirurgo, originario di Termine, Marcantonio De Marchi, il grande ortopedico auronzano Carlo Pais, il primario del Codivilla-Putti nonché podestà di Cortina Sanzio Vacchelli, l'amico-maestro sanvitese, professore di medicina tropicale, Ernesto Del Favero. Ultima fatica, pubblicata postuma, lo studio su Andrea e Paolo Alpago, celebri medici bellunesi del XVI secolo. Dice Angelini: “... si stentava a capire come facesse a badare a tante cose, avendo una condotta medica, di quelle di una volta, di grande impegno. Eppure continuava a scrivere, ad accrescere le proprie conoscenze, la propria cultura, come un vero medico umanista”. Il figlio Maurizio (Icio) ne spiega, con semplicità, il segreto: “Al louràa senpre, anche de nuóte”. Il suo tempo, destinato a non durare, l'ha impiegato in pienezza. Giuseppe De Sandre MAGGIO 14-15 2013 5 OK.qxd:FEBBR 16-17 8-05-2013 16:20 Pagina 3 ANNO LXI Maggio 2013 Laudi delle Regole “I di Candide, Lorenzago e San Vito in Cadore”, ultima opera di ben 584 pagine fitte, del professor Giandomenico Zanderigo Rosolo, nativo di Casamazzagno ma residente a Lorenzago, è un testo scritto in modo piano e discorsivo, che accoglie le tantissime domande su quel mondo misterioso. L’autore vi risponde con l’autorevolezza guadagnata con lo studio meticoloso dei tre laudi e di tutti i documenti esistenti su quelle regole rappresentative dell’intero Cadore. Il laudo è il regolamento interno della regola nella quale trova la sua origine. Poiché tutte le regole hanno il substrato comune nel territorio, ed essendo governate dagli stessi principi di democrazia, dovrebbero essere simili invece ogni regola è diversa dalle altre, a motivo della molteplicità degli uomini che la compongono. Così sono nello stesso modo sono diversi, per quanto rassomiglianti anche i loro laudi. I tre che l‘autore ha scelto rispondono ad un criterio “geografico” più che storico: Candide di Comelico ad est; Lorenzago, paese dell’Oltrepiave, al centro; San Vito ad ovest, in valle del Boite e ai confini con le undici regole d’Ampezzo, anche se dal 1511 non fanno parte del Cadore. I dubbi sorti soprattutto negli ultimi decenni, cioè da quando “i regolieri hanno sempre meno rapporti di lavoro con i boschi, i pascoli e gli altri beni comuni”, non vengono controbattuti da rimproveri ma solo da constatazioni e segnalazioni di allarme. Lo confermano d’altronde anche le parole dell’editore il prof. Sergio Sacco, studioso attento del fenomeno, quando afferma la necessità assoluta di “far conoscere e difendere le Regole che dobbiamo trasmettere ai nostri successori in una catena ininterrotta di cura e di custodia”. Le prime pagine sugli “aspetti generali” contengono la summa del mondo regoliero. Una splendida lezione di storia nei loro “istituti” meno conosciuti; la vizza, la tavella, i visendieri, il piòvego, le lavoranzìe, il rifabbrico, il cuietro, gli usurpi, i beni allodiali, … eccetera. Rappresenta un volume a sé stante di ben 168 pagine (un libro nel libro!), indispensabile per conoscere queste antiche associazioni. Con ciò il lavoro di Zanderigo diventa la risposta più completa, ancorché fitta di interrogativi e commenti, ma l’uso dei testi originali in latino, assieme a quelli posteriori in italiano, ovviamente annotati con acribìa, rimuove ogni dubbio. STRUTTURA E CONTENUTI LIBRO Vediamolo allora nel dettaglio partendo dalla indagi(Giandomenico Zanderigo Rosolo, I laudi delle Regole di Candide, Lorenzago e San Vito in Cadore, Istituto di Ricerche Sociali e culturali, Belluno, 2013, pagine 584, euro 50) 15 Una monumentale ricerca di Giandomenico Zanderigo Rosolo sui Laudi delle Regole di Candide, Lorenzago e San Vito, I LAUDI, LʼORDINAMENTO INTERNO DELLE REGOLE (sottoscrizione notarile in calce al laudo di San Vito 1434-1540) capitoli. L’ottavo affronta ticati troppo presto. E’ la finalmente l’argomento cru- “parte n. 45. Che tutti gli anni il marigo sia obbligato ad offrire la colazione agli uomini d’Ampezzo, quando vengono con le croci a San Vito, come da antica consuetudine”. A conclusione, e per comprendere lo spirito di cui è intriso tutto il lavoro, ricopiamo l’assioma tratto da uno di quei codici che è stampato sulla contro copertina. “I laudi sono necessari perché, componendo le liti, aiutano a sciogliere le discordie e a conservare la pace fra le regole”. In latino è ancora più efficace: “lauda regularum dirimunt lites et discordias et tranquillitate res cuIl professor Giandomenico stodiunt”. Zanderigo Rosolo Complimenti all’autore per aver messo a disposizio(stemma allegato allo ne di tutte le persone di buostatuto della Regola di na fede questo lavoro che Lorenzago del 1949) onora il Cadore. E grazie a nome dei curiosi locali, ma anche dei cosiddetti foresti, quando chiedono che cosa si celi dietro alle foreste e ai pascoli montani, così sontuosi eppure aperti alla fruizione di tutti, che non apparciale, riportando integral- tengono ai Comuni, bensì a mente i laudi di cui al titolo: quelle istituzioni dal nome cominciando da quello di ambiguo di regole. Grazie Candide del secolo XIII, di pure dagli uomini e dalle Lorenzago del 1365 e di San donne che per nascita sono Vito del 1239. Tutti e tre pri- consorti delle regole nel ma nella stesura in latino e senso di essere in un conpoi, nei secoli più recenti, in sortium, ovvero in una attiitaliano. vità civile, sociale ed econoCODICI PRIMITIVI mica, e si sentono onorati di Qui sbocciano in abbon- appartenervi. Essi ed esse danza i fiori etnici prima che vi troveranno i motivi storici giuridici. Tutti godibilissimi. del loro “diritto alla differenFra le centinaia e centinaia za”. Poi soprattutto grazie a (migliaia?) di articoli e para- nome dei tanti che meritografi ne riportiamo alcuni, riamente collaborano con le senza ordine di importanza, amministrazioni regoliere unicamente per sollecitare del Cadore e di Ampezzo, i la curiosità dei lettori. Un quali troveranno in questo paio li prendiamo dal laudo volume l’aiuto, anzi il sussidi Candide: “N. 4 Che il ma- diario, che mancava. Lo sarigo il zorno che si va a San luteranno con gioia infine Piero debba dare un pan per anche gli amici cosiddetti ogni persona che accompa- verdi, perché si identificano gnerà le croci et una scudella con la natura, nella positiva di vino”; e il “N. 68 Che si certezza che i “valori di solidebbano montegar le piegore darietà di rispetto del territoet capre da late il giorno do- rio e dell’ambiente, insiti nelpo la festa de San Zuanne de le regole, sono il presupposto zugno”. Un altro paio dal lau- per la sopravvivenza della do di Lorenzago: “Capo II, montagna, come ecosisteChe il giorno di san Candido ma”. Lo studio del professor si debba tenere faula”; oppu- Zanderigo è la prova docure il “Capo IV Per chi ricusas- mentata che le regole “manse la carica di marigo”. Per tengono importanza per l’eultimo dal laudo di San Vito cologia e per l’identità persodel 1434, citiamo un impe- nale e comunitaria”. Buona gno tassativo che emoziona lettura! e che, forse, ci siamo dimenMario Ferruccio Belli Una lettura affascinante, uno strumento prezioso per gli operatori (catasto dei regolieri di San Vito del 1751) ne sugli strumenti, ovvero dagli statuti e dai regolamenti, oltreché dai laudi, i quali trovano poi l’indice completo in 38 capitoli. Seguono via, via, gli ordinamenti più diffusi nel mondo regoliero, dalla vizza alla giurisdizione vicinale e comunale; dalla particolarità e durata dei laudi a quelle ulteriori deliberazioni, dette anche addizioni et correzioni, che nel vecchio latino erano ” facere melioramenta”. Nel secondo capitolo si entra nel mondo degli agri- coltori e dei pastori, dove s’incontrano la tavella, cioè il territorio coltivato attorno alle borgate, l’assemblea o faula, il marigo, i laudadori, i visendieri; i pastori, bifolco se dei bovini, cuietro se degli ovini; i pascoli nelle varie qualità, se di piano o di monte; i prati dei privati in prossimità dei villaggi e quelli di alta quota, i celebrati e contesi colonelli. Ancora, le strade vicinali, il rodolo e il piòvego,che era il servizio volontario e collettivo di un regoliere per famiglia, fuo- co; e i boschi comuni da zema, da dassa e da fuoia, tanto invidiati dai popoli vicini. Chiudono tre argomenti pochissimo studiati: cioè i beni delle chiese; la polizia urbana rappresentata dai giurati in collaborazione con i saltari, sautai; le feste di tradizione per propiziare l’aiuto della divinità e le controversie con le relative penalità. FORESTI E TERZO GENERE La partecipazione e la successione dei titolari introducono il problema dei forestieri, tante volte affrontato nei secoli e ancora in discussione oggi. Lo seguono l‘inalienabilità e la non usucapibilità del territorio, con l’interfaccia degli usurpi, degli affitti e delle proroghe. La qualità dei beni, se comunali o allodiali, e vincolati con l’omologazione dei laudi, occupano il terzo e quarto capitolo. La parte storica dei regolamenti ottocenteschi e gli usi civici, assieme ai miti e agli equivoci, ci portano al tertium genus, una sorte di mostro giuridico che tanto piace ai professori accademici. Anche la conservazione degli archivi, che spesso lasciano a desiderare, è esplorata nei successivi tre MAGGIO 16-17 2013 OK.qxd:FEBBR 16-17 8-05-2013 16:20 Pagina 2 ANNO LX Maggio 2013 16 i sembra anche queC sta una dimostrazione di popolarità e, in definitiva, di affettuosa riconoscenza. Un po’ come oggi, quando il successo di un artista o di un politico si misura spesso, a ragione o a torto, col suo coinvolgimento nella satira e nello spettacolo. Solo che un secolo fa lo scherzo era capace di fermarsi al limite del buon gusto e la risata non varcava quasi mai il discriminante della decenza. Cosi anche il poeta-vate Carducci subì la sua bella presa in giro, quasi che egli, divenuto il nuovo Omero cadorino, con la sua stessa enfasi e retorica avesse servito su di un piatto d’argento ingredienti e spunti per una gustosa parafrasi in versi tra Pelmo e Peralba, come se l’Iliade portasse seco tutti gli stimoli ed i moventi per una novella Batracomiomachia. Il 20 settembre 1893, ad un anno di distanza dalla pubblicazione dell’ode carducciana, usci l’ode “Cadorucci” di Ausonio Montanaro. L’opuscolo in ottavo, stampato a Tirano dalla tipografia di G. Bonazzi “a beneficio dei danneggiati dell’incendio di Costa del Cadore”, consta di una dozzina di pagine e vanta lo stesso numero di strofe e la medesima tripartizione del modello carducciano: l’autore, che si nasconde sotto lo pseudonimo di Ausonio Montanaro, è quasi sicuramente Gian Pietro Talamini, nato a Vodo nel 1845 e fondatore nel 1887 del giornale Gazzettino. Il giornalista invero si era cimentato già in passato con la poesia con lo stesso pseudonimo, pubblicando nel 1866, l’anno dell’annessione del Veneto alla madrepatria, un poema epico intitolato “Italiade o le guerre dell’indipendenza italiana”, uscito a Milano per i tipi dei Fratelli Borroni. Un’opera che non passò inosservata e che ricevette le lodi, non proprio facili da ottenere, di scrittori ed intellettuali del calibro di GIAN PIETRO TALAMINI E LA PARODIA CADORINA DEL CARDUCCI Nel 1803, ad un anno dalla pubblicazione dellʼode “Cadore”, uscì “Cadorucci” di Ausonio Montanaro, pseudonimo di Talamini Riportiamo due passi della parodia, che si riferiscono ai versi 69-80 e 157-164 dell’ode originale carducciana. Nati di sotto al sole venite, figliuoli, venite è giunto il verso barbaro: da’ nevai che abitate sovente venite camosci. marmotte deh ammiratelo! Tale da monte a monte risuona la voce del canto che i Zanichel stamparono e via di villa in villa con curiosità crescente taluni lo ricercano, afferran l’ode e tosto gli uomini tizianeschi metton gli occhiali e leggono con le lor donne intorno, ma dopo aver letto concludono “Non ho capito un cavolo!” (…) Quando sull’Alpi risalga Enotrio e guardi al doppio litro di Chianti vuotato, discendi, o Cadore la voce a udire del genio italico là nella Roma di banche splendida in Roma tutta nostra, intangibile, che vuole sanata l’Italia dal mal governo delle nuove genti. Niccolò Tommaseo e Francesco Domenico Guerrazzi. Il pregio della parodia carducciana risiede soprattutto nella grande diligenza palesata dalla struttura dell’ode, che ricalca non solo la metrica, ma pure gli stessi temi fondamentali, dalla tavolozza tizianesca agli eroismi di Calvi, dalle escandescenze patriottiche alla contempla- zione naturale, in un’onda fluente di sentimenti diversi e spesso contrastanti tra loro, fedele in definitiva all’enfasi stessa che permea e contraddistingue l’originale. Alcune espressioni poi sono ripetute praticamente uguali, dimostrazione di quanto popolari fossero divenuti, almeno in Cadore, certi versi carducciani presso ogni ce- to sociale. Solo che quelle immagini consacrate dalla fama ora qui vengono messe al servizio del sorriso, talvolta della risata grassa e plateale: così il “Sei grande” del celebre attacco non è riferito a Tiziano, ma allo stesso Carducci (chiamato Enotrio, in omaggio allo pseudonimo giovanile scelto dallo stesso poeta non ancora Vate della III Italia), il legname del Cadore viene visto come mero ingrasso dei già ricchi mercanti della pianura e dulcis in fundo - l’invito alla lotta contro il barbaro si trasforma in augurio di eliminazione della stessa poesia carducciana, vera barbara e nemica del bello. Non mancano naturalmente gli accenni al grande amore del poeta per il Lambrusco e il Chianti, nonché la polemica sul destino d’Italia, cui si augura non tanto l’assunzione ad un ruolo più dignitoso tra le nazioni euro- pee, quanto la liberazione dal malgoverno della burocrazia e dagli scandali delle banche romane. Osserviamo poi che, ridendo e scherzando, l’autore della parodia punta il dito proprio su certi passi carducciani sui quali la critica ufficiale avanzò subito riser- 5 ve: come lasciarsi sfuggire, per esempio, quell’infelice “miaulavan” che il grande poeta chiama in causa come onomatopea degli spari echeggiati negli scontri del 1848 ad Acquabona e che ora invece servono ad evocare i cori assai più prosaici di un pubblico di gatti? O come non far riferimento alla gentile lettrice che si sforza di leggere e di capire il decantato componimento, senza peraltro riuscire nell’intento, vista l’obiettiva difficoltà di alcuni passaggi dell’ode? Ognuno potrà apprezzare poco o tanto i molteplici spunti offerti dalla parodia, per gustare la quale peraltro risulta necessario conoscere bene il modello originale e aver quindi ben presenti tutti i singoli passaggi. Ma al di là della contingente amenità, dello specifico sorriso, il filo conduttore che regge l’intera composizione è la visione della poesia carducciana come di una musica esagerata e sopra le righe, alimentata da una demagogia di fondo un po’ propagandistica e perfino insincera. E con tutto il rispetto per il Carducci e per la stessa ode “Cadore”, che certo non manca di slanci lirici e di immagini felici, non ci sentiamo di dire che questo non sia un difetto effettivo del poeta, debolezza nel quale egli inciampa ogni volta che la tensione emotiva lascia il posto all’artificiosità e alla scolasticità più trita e scontata. Walter Musizza Giovanni De Donà ALLA MOSTRA “VENE IL MONDO DEI P Una quarantina di reperti provenienti dal Cadore allʼaffascinante mostra “Venetkens”, un viaggio lungo oltre trent’anni dalA l’ultima rassegna un millennio espositiva, la civiltà degli antichi Veneti torna a Padova, dal 6 aprile al 17 novembre nella prestigiosa sede del Palazzo della Ragione. L’evento, dal nome “Venetkens” - Viaggio nella terra dei Veneti antichi”, si preannuncia come una delle più grandi mostre italiane in assoluto per l’anno 2013. Un viaggio immaginario lungo coordinate spaziotemporali che consentono al visitatore di scoprire il mondo dei Veneti antichi, di comprenderne l’evoluzione culturale nel corso del I millennio a.C., dal momento delle origini al contatto con il mondo romano, e di percepirne l’espansione e l’adattamento a un territorio dalla morfologia variegata corrispondente al Veneto, fino a lambire il Friuli e il Trentino. L'iniziativa, promossa e organizzata dall’Assessorato alla Cultura di Padova e dalla Soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto si propone co- me un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio, volto a presentare la vita quotidiana, il territorio, le attività commerciali, i cerimoniali funebri e le espressioni artistiche del popolo che abitò l’area del Nord-est italiano nel corso del I millennio a.C. Alla mostra saranno esposti molti importanti reperti provenienti dal Cadore che testimoniano l’importanza del territorio alpino nello scenario archeologico regionale. Infatti sono ben 33 gli oggetti prestati dalle collezioni del Marc, Museo Archeologico Cadorino di Pieve, gestito dalla Magnifica Comunità di Cadore, tutti provenienti dal sito di Làgole, il cui santuario, fulcro dei culti antichi del Cadore, resta unico fra i luoghi di culto veneti. Tra i reperti in mo- MAGGIO 16-17 2013 OK.qxd:FEBBR 16-17 5 8-05-2013 16:20 Pagina 3 ANNO LX Maggio 2013 17 La chiesa del villaggio turistico a Borca di Cadore è un capolavoro di architettura sacra contemporanea Eʼ stata costruita tra il 1958-61 dai famosi architetti Edoardo Gellner e Carlo Scarpa D E D I C ATA A NOSTRA SIGNORA DEL CADORE l Cadore, ricchissimo I di testimonianze artistiche del passato, è anche caratterizzato da un capolavoro dell’architettura sacra contemporanea. E’ la chiesa del villaggio turistico di Borca, raggiungibile con una breve salita che si stacca decisa dalla strada statale di Alemagna, nel punto dove è ancora presente il casello della vecchia ferrovia delle Dolomiti. Siamo dinanzi ad una presenza che riesce a fondere l’equilibrio architettonico con la realtà circostante, favorendo non solo la pienezza delle esigenze liturgiche, ma anche orientando verso quel silenzio meditativo che diventa preghiera. La calma solennità del bosco circonda la modernità della struttura, consacrata nell’estate del 1961 e oggetto di variegata curiosità, soprattutto di visite, purtroppo destinate a rimanere frequentemente deluse, dal momento che la struttura è quasi sempre malinconicamente chiusa. Il vuoto in penombra suggerisce la maestà della luce. All’esterno si profilano imponenti le masse rocciose dell’Antelao e del Pelmo, in uno scenario di incomparabile, ravvicinata bellezza. con sommessa discrezione. Nel presbiterio emerge la chiara centralità dell’altare, mentre lateralmente è collocata una statua dedicata a “Nostra Signora del Cadore”, alla quale la chiesa è consacrata. L’insieme ricorda la forma di una tenda, di una provvisorietà (che diventa anche protezione e rifugio) nella quale si può leggere il significato del “cammino”: quel cammino inscindibile da una visione esistenziale orientata verso definitive dimensioni. Le pareti della chiesa sono rivestite di legno e costellate dalla simmetria di eleganti “colonne” di cemento. Quel cemento che, con la sua compattezza, attraversa l’intero edificio e del cui utilizzo in maniera plastica era maestro Carlo Scarpa, l’architetto che ha affiancato Edoar- Posta solenne nella calma del bosco, la chiesa mostra ogni dettaglio curato con precisione e si caratterizza per la vastità degli spazi, quasi un respiro spirituale dove non vi è posto per il superfluo NETKENS” DI PADOVA I PALEOVENETI Lʼimportante prestito da parte del Marc di Pieve e del Museo di Auronzo stra a Padova si segnalano: la lamina bronzea con la riproduzione a sbalzo di un cavallo, alcuni straordinari bronzetti raffiguranti dei guerrieri, una serie di simpulum, manufatti che dovevano ricoprire una funzione imprescindibile nel rituale legato alle acque di Làgole e che diventano l’oggetto devozionale più diffuso nel sito, arricchiti da preziose iscrizioni in alfabeto venetico, oltre che ad oggetti comuni legati ai guerrieri come una punta di lancia, una spada, un coltello e una serie fibule e delle mo- nete romane. In esposizione a Padova ci saranno anche una decina di reperti provenienti dal Museo Corte Metto di Auronzo di Cadore, risalgono al periodo I sec a.C. - IV sec d.C. e provengono dagli scavi archeologici eseguiti in località Monte Calvario, antico luogo di riferimento devozionale per le popolazioni locali. Tra gli oggetti prestati a Padova si segnalano: una vasca di simpula iscritta; un manico di simpula iscritto; due lamine "a pelle di bue" iscritte e una lamina bronzea a disco con figura femminile oltre che a cinque oboli norici in argento. Nel complesso i reperti rinvenuti in Cadore e dal 6 aprile esposi a Padova sono testimonianze di una realtà di grande significato religioso, artistico, culturale, una realtà autonoma ma nello stesso tempo dialogante con le popolazioni circostanti, una realtà antica e ricca di cultura, oggetto di ricerca e di analisi a livello internazionale. Marc Il sagrato è raggiungibile da una sorta di corridoio coperto, che si trasforma in moderno porticato. L’indicazione “turistica” è affidata ad una semplice scritta: “1958-1961 architetti Edoardo Gellner e Carlo Scarpa”. La facciata, con il suo disegno triangolare, ricorda le modalità compositive del gotico. E lo slancio rarefatto del campanile metallico, che spicca agile tra gli abeti, è ben visibile anche sull’altro versante della vallata, verso il Pelmo, dove è percepibile nitidamente il suono delle campane. Entrando, la prima sensazione che si avverte è quel- la di un sottile smarrimento. La parete di fondo, sulla quale si impone la nudità di un grande Crocifisso, si presenta scabra e grigia, attraversata da una sorta di ner vature orizzontali. Colpisce subito anche il pavimento, realizzato con rondelle ravvicinate di legno di larice, che evocano la continuità esistente fra sacralità dello spazio interno e natura circostante. Sulla destra, dopo l’ingresso, vi è un’acquasantiera in marmo rosso, lo stesso elemento con cui è stato realizzato il pulpito. In fondo, sulla sinistra, la cappella dell’Eucaristia è incuneata nella struttura perfluo, per ogni distrazione che possa ostacolare il calmo dilatarsi della preghiera. Lungo le pareti laterali corre una lunga, ininterrotta finestra ad altezza d’uomo, lasciando trasparire, all’esterno, la frastagliata, rassicurante presenza dell’abete rosso, dove lo sguardo può riposare tranquillo. Una volta tornati sulla statale di Alemagna è possibile incontrare, a poca distanza una dall’altra, due chiese di particolare bellezza, appartenenti tuttavia a ben altra epoca. Nella borgata di Cancìa si trova l’edificio dedicato a San Rocco, costruito nel ‘600 e ingrandito oltre due secoli dopo. All’interno esistono tre altari intagliati, di ottima fattura: quello centrale con le immagini di Rocco e Sebastiano, un tempo invocati contro la peste. Sulla destra, dopo l’ingresso, è collocato Il pavimento è realizzato con rondelle di legno di larice, nel presbiterio emerge la centralità dellʼaltare, sulla parete di fondo un grande crocifisso do Gellner, il geniale fiumano trasferitosi a Cortina d’Ampezzo, nella progettazione dell’edificio. Sulla parete di fondo, invece, campeggia un organo di originale impostazione prospettica. L’illuminazione è affidata a sette lampadari, che proiettano una luce dalle prevalenti tonalità arancione e verde. Il vuoto centrale, fra le due file di banchi, è molto ampio. Ma l’intera struttura, nella quale ogni dettaglio è curato con precisione, si caratterizza per la vastità degli spazi, quasi un respiro spirituale dove non vi è posto per il su- un sorprendente Crocifisso dalle scure tonalità. Più sotto si trova la bellissima chiesa parrocchiale dedicata ai santi Simone e Taddeo, che all’interno conserva pregevoli opere pittoriche e una statua della Madonna Nera, ritenuta miracolosa e recuperata dopo la frana che nel 1737 aveva devastato il paese. Fra le altre preziosità della ricostruita chiesa di Borca, vi è un organo Callido del 1791, dalle limpidissime sonorità, sul quale si cimentano spesso esecutori di fama internazionale. Antonio Chiades MAGGIO 18-19 2013 OK.qxd:FEBBR 18-19 18 8-05-2013 16:21 Pagina 2 RECENSIONI Luigi Regianini ANNO LXI Maggio 2013 ha dedicato molti suoi quadri al Comelico IL SURREALISTA PLACATO ALLʼOMBRA DEL MONTE ZOVO edo un sole calante rosso cupo, “ V non ancora spento. Tra poco la notte mi avvolgerà. E’ l’ora di tracciare un segno, una testimonianza, un messaggio d’amore…”: così scriveva Luigi Regianini presentando una corposa monografia molte delle sue opere più rappresentative (“Surrealismo di Regianini”, ed. Br.A.Ma. Arte, Milano). Era il 1999, ben 14 anni fa, ma evidentemente l’artista avvertiva già un presagio dell’incontro con quella fine annunciata che in definitiva sottende l’intera sua produzione surrealista, dai corpi squarciati dalla malattia e dalla guerra, ai palazzi veneziani e alle intere città metropolitane incancreniti dal tempo e dai vizi umani. Se ne è andato il 27 marzo a Milano, dopo lunghi mesi di malattia che lo avevano costretto a portarsi sempre accanto la bombola dell’ossigeno, sei mesi dopo aver visitato per l’ultima volta il “suo” Comelico, cui ascriveva quel desiderio di semplicità, onestà e coerenza che ha sempre sotteso il suo mondo fantastico permeato di lacerante dolore. Nato il 22 giugno 1930 a Milano, era figlio di Florinda Casanova Municchia, spentasi non molto tempo fa all’età di 94 anni, nativa di Costalta e moglie di Salvatore Regianini di Milano, morto giovanissimo. Sebbene l’artista abbia vissuto ed operato sempre a Milano, ritornava spesso a Costalta assieme alla moglie Angela De Villa e alla figlia Ludovica, dove possedeva casa e dove amava trascorrere, fin dall’infanzia, tutte le sue vacanze. E proprio a Costalta e alle Dolomiti del Comelico sono dedicati molti suoi quadri, nei quali lui stesso dichiarava di voler cogliere “irte, granitiche presenze, dal capo nevoso, emergenti da un mare di pini ed abeti, inumidite dal pianto dei torrenti, mentre ai loro piedi vigilano Cristi in legno e numerose baite, poste su verdi prati, riposano sicure”. Il crocifisso è in effetti un tema ricorrente nella pittura di Regianini, che lo ha mutuato da quel grande fiume di religiosità e pietà popolare che permea da secoli il paesaggio montano comelicese e in cui egli si è inserito serenamente, con opere che La madre Florinda e la moglie Angela sono di Costalta, paese col quale lʼartista milanese ha mantenuto sempre un profondo legame Mario Ferruccio Belli LA MADONNA DELLA DIFESA l dottor Mario I Ferruccio Belli, attento cul- Il Papa a Costalta - olio, 1993 Costalta, strada della segheria acrilico, 1995 appaiono meno tormentate rispetto alle sue consuete, tanto che Lucio Eicher Clere sottolineava come qui la pittura “esprime pace, serenità, delicatezza, con prati verdi, cieli azzurri e bianchi di nuvole, le montagne che assumono le forme di vecchi saggi, che narrano storie e leggende, come se Regianini volesse allontanare le oscurità ed i contrasti per privilegiare il colore e la varietà”. Una serenità che ha saputo mettere in secondo piano i fantasmi della morte e della paura soprattutto nella rappresentazione di Papa Giovanni Paolo II a Costalta, dall’olio su tela del 1983 a quello ben più recente che è stato collocato nella chiesa di S. Anna nel febbraio 2012. Il legame col Comelico non si è mai interrotto, scandito sempre da eventi importanti. Così nell’agosto del 2004 a Regianini è stato intitolato dalla Regola uno speciale museo a Costalissoio, che, ideato e curato da Guido Buzzo, risulta uno spazio davvero unico nel suo genere su tutto il territorio bellunese, vantando una quarantina di opere realizzate dall’artista in oltre 50 anni di attività. Nel 2005 l’artista ha inoltre illustrato il volume 5 “Meditazioni Poetiche” dell’amico maestro Silvio De Bernardin (ed. Gruppo Musicale di Costalta), nonché poi diverse pubblicazioni edite dal Coro Comelico per scandire gli anniversari più importanti della quarantennale attività del sodalizio. Dell’estate 2006 è l’opera “Papa Luciani”, che poi andò in dono al Centro spirituale di Col Cumano a Belluno, mentre del 2007 è il quadro “Entrati nel mito”, che si riferisce alla fase preparatoria del raid automobilistico d’inizio ‘900 Parigi-Pechino tenutasi in Val Visdende, con la figura del principe Borghese e la rappresentazione del Peralba. Nell’estate 2008 il pittore ha decorato per CostaltArte il piatto da collezione dell’VIII edizione della manifestazione “Una statua di legno, in una casa di legno, in un paese di legno”. E non possiamo dimenticare che nell’ottobre 2011 dall’artista venne la proposta di istituire a Costalta un “giorno della concordia” per sanare certi conflitti esistenti da decenni nel paese che tanto amava, suggerendo a tutti gli abitanti di buona volontà di radunarsi nella loro chiesa per assistere ad una Santa Messa dedicata specificatamente all’amore e alla fratellanza tra i locali. Visione surrealista? No, semplicemente amore pragmatico e pregnante per la propria gente. w.m. - g.d.d. tore della storia e delle storie del Cadore e d’Ampezzo, ha dedicato il suo lavoro più recente a una chiesa tanto antica e preziosa quanto poco nota: quella della Madonna della Difesa, nel centro di San Vito. Dalle sue ricerche è sortito il bel saggio “La Madonna della Difesa a San Vito di Cadore. Seicento anni di fede”, pubblicato per i tipi della Grafica Sanvitese con il supporto della Cooperativa e delle Regole di San Vito, dell’Union Ladina d’Oltreciusa e della Cassa Rurale ed Artigiana di Cortina d’Ampezzo e delle Dolomiti. Il volume si compone di tre parti e ventotto capitoli, sorretti dalla nutrita iconografia di Riccardo Angelo Belli e Alessandro Jeanteur. Nel generoso saluto d’introduzione, il Pievano di San Vito don Riccardo Parissenti ha presentato con orgoglio il lavoro di Belli, rilevando fra l’altro che “… la chiesa dedicata alla Vergine della Difesa è speciale nella misura in cui è la più vicina al cuore della gente non soltanto di San Vito, ma anche dei paesi dell’antica Pieve (Borca, Vodo, Vinigo, Selva, Pescul) e dei numerosi turisti.”. Nella prima sezione, l’autore ha inquadrato la storia e la disordinata cornice politica entro la quale sorse la chiesa, legata al soccorso assicurato dalla Vergine, “… colei che non delude chi la prega”, agli abitanti della valle, contro i cruenti fatti d’arme dell’inverno 1412. Nella seconda sezione è narrato l’adempimento del voto mediante l’edificazione di due chiese limitrofe intitolate alla “Regina Defensionis”. Premesso che la chiesa, oggi Santuario, di Cortina d’Ampezzo fu demolita e ricostruita nelle forme attuali nel 1750, mentre la parte originale gotica di quella sanvitese, che Belli chiama “il santuario dell’anima”, è rimasta intatta, l’autore illustra dettagliatamente gli affreschi che ne abbelliscono gli interni, rendendola un unicum dell’edilizia sacra del Cadore. I capitoli raccontano, quindi, di “San Pietro o San Vito?”, “San Rocco, il cane e la croce rossa”, “San Sebastiano e le frecce”, “L’af- Il Belli racconta la storia e le opere dʼarte di una chiesa tanto antica e preziosa a S. Vito di Cadore, quanto poco nota fresco degli indovinelli”, “Sant’Antonio dolce e tenace” e molto altro, offrendo spunti che possono indurre alla scoperta, o alla riscoperta di questo capitale d’arte e devozione. Nella terza sezione del volume, infatti, compare l’invito ad una visita accurata della chiesa, che potrebbe costituire una bell’offerta culturale e turistica per San Vito, magari con l’ausilio dell’autore del libro. Il merito dello studio, arricchito dalla bibliografia e dall’indice di nomi e località che consentono accurati approfondimenti, non è intaccato in alcun modo dalla fisiologica presenza di qualche svista testuale. Sperando nella benevolenza dell’autore, mi permetto di segnalarne un paio: la cappella di Campo d’Ampezzo, una delle più ricche della conca per arte e spiritualità, non è dedicata a San Tiziano, patrono di Goima di Zoldo, ma a San Candido; guardando dal Castello di Botestagno verso ovest in direzione della Val Travenanzes, il monte Valón Bianco non si scorge, ma emerge il meno noto, per quanto possente monte Taé. In conclusione, riporto la considerazione, posta in apertura del volume, di Aldo Menegus, Presidente della Regola Grande di San Vito: la salvaguardia di un bene di valore e di pregio come la Chiesa della Difesa di San Vito, custode di memorie e di testimonianze giunte a noi sostanzialmente inalterate dopo seicento anni, oggi è una questione di coscienza, dalla quale non si può prescindere. Ernesto Majoni MAGGIO 18-19 2013 OK.qxd:FEBBR 18-19 5 8-05-2013 16:21 Pagina 3 ANNO LXI Maggio 2013 19 LE OPERE DI TIZIANO AFFASCINANO E COMMUOVONO Quaranta opere del grande pittore cadorino Un “assaggio” della esposte alle Scuderie del Quirinale a Roma pittura di Tiziano si potrà vedere a a grandezza di Tiziano Vecellio lo avuto è stato rivoluzionario. Lo si L continua ad affascinare il mon- capisce fin da subito entrando negli Pieve dal 29 giugno do. A Roma alle Scuderie del Quirina- spazi dov’è allele ho visto una signora piangere davanti alla trionfale sinfonia del colore che accomuna le quaranta opere esposte del sommo pittore cadorino. Ho sentito un critico inglese parlare di Tiziano come di un rivoluzionario del linguaggio pittorico. E uno storico francese sostenere che una parte dei meriti del Rinascimento è suo. Alle Scuderie del Quirinale ho visto migliaia di persone di tutte le età e di tutti i continenti in fila per assaporare la luce e l’essenza pittorica delle opere di Tiziano Vecellio. E ho sentito tante persone chiederei se è vero che dopo questa mostra ce ne sarà un’altra, con altre opere, nel suo paese natale. E’ bello sentir parlare a Roma del grande evento cadorino, dell’esposizione che sarà inaugurata a Pieve sabato 29 giugno. Tiziano tornerà a casa sua, ai piedi delle amate Dolomiti, con un nuovo bagaglio di consensi e giudizi positivi che vanno ad aggiungersi a quelli raccolti negli ultimi 500 anni. A Pieve lo festeggerà il Cadore che non potrà esimersi dall’esprimere orgoglio e amore. Ma anche tanto riconoscimento per aver amplificato all’inverosimile il nome di Pieve e l’identità cadorina. La mostra di Roma consente di misurare la repentina crescita del grande artista. Ripercorre l’intera carriera dagli esordi quando frequentava le botteghe di Giovanni Bellini e del Giorgione fino alla realizzazione delle grandi opere ordinate dagli imperatori a cominciare da Carlo V e dai papi. L’esposizione è stata pensata e progettata come conclusione del vasto e articolato progetto che si è proposto di riflettere sul ruolo che ha avuto la pittura veneziana sul rinnovamento della cultura italiana ed europea. E dalle opere di Tiziano si capisce che il ruo- stita la mostra. In primo piano, proprio in apertura, c’è Il Martirio di san Lorenzo, pala d’altare della chiesa dei Gesuiti di Venezia. Un’immagine drammatica. Con un gioco sapiente di colori Tiziano esalta la figura del giovane martire che, grazie ad un ingegnoso contrasto di luci, sembra quasi muoversi. Qualcuno sostiene che con quest’opera il maestro ha travalicato i limiti dell’immaginario pittorico. Una rarità è rappresentata dal Cristo crocifisso arrivato a Roma dal Monastero dell’Escorial di Madrid dove lo si può vedere solo una volta l’anno. Ma la mostra non narra solamente la fondamentale dimensione di pittore religioso ma anche la sua enorme e complessa attività di ritrattista ricercato dall’intera nobiltà del suo tempo a cominciare da Carlo V con il cane e Paolo III con i nipoti Alessandro e Ottavio fino a Ranuccio Farnese. La mostra è grandiosa e il merito è di chi l’ha pensata ma soprattutto delle istituzioni museali italiane e straniere che hanno prestato i quadri. Insieme le quaranta opere consentono di far capire l’eccezionalità di un artista che ha saputo rappresentare paesaggi, scorci, volti, scene di vita esaltandone la semplice realtà con un magistrale uso dei colori della natura. E questo è presente anche nei due autoritratti esposti nella prima e nell’ultima sala. Tiziano li ha dipinti nell’ultimo perio- do della sua carriera. Il primo è come la foto di un vecchio signore con i lineamenti affilati. Il colore dominante è il nero. Colpisce come tiene ancora saldamente in mano il pennello. L’altro autoritratto è la sintesi di una pittura scabra, quasi essenziale. Le mani sono sfumate. Ma anche qui si impone lo sguardo fiero con occhi effervescenti e luminosi che guardano lontano. Nel suo insieme l’esposizione delle Scuderie del Quirinale è il trionfo del colore. Ed è in sintonia con la policromia delle opere che la mostra comunica anche gli esiti dell’ampia campagna di analisi scientifiche che ha interessato gran parte della produzione di Tiziano. Gli studi, che sono stati condotti dal Centro di Arti Visive dell’Università di Bergamo, hanno messo in evidenza i criteri per definire i rapporti tra opere autografe e opere di bottega e per documentare compiutamente l’evoluzione tecnica di Tiziano, a partire dai suoi anni di formazione che, almeno in parte, saranno i protagonisti della mostra che sarà allestita a Pieve di Cadore dal 29 giugno al 6 ottobre. Bepi Casagrande venerdì 26 aprile nella Chiesa ParrocIl numeroso pubblico presente, ha chiale di San Bartolomeo nel con- potuto apprezzare la perfetta intercerto di Primavera, organizzato pretazione musicale del repertorio di forte da Silvia Riva, che si è esibito dall’associazione “Pro Nebbiù”. musica sacra di questo gruppo vocale femminile che, seppur di recente costituzione, ha già saputo farsi conoscere proprie per le doti e l’impegno delle sue coriste oltre che per le capacità artistiche della sua direttrice. Il concerto si è chiuso con tutto il pubblico in piedi ad applaudire, gesto che ha ampiamente gratificato sia gli organizzatori che il coro a conclusione di una bellissima serata il cui ricavato era destinato alle necessità della locale parrocchia. Foto T. Albrizio olte sue opere figuraM no in collezioni private e pubbliche. Ha esposto in diverse rassegne nazionali conseguendo riconoscimenti e consensi. Così scrivono di lei: Enrica Toffoli, pittrice cadorina di Calalzo, sin da giovanissima rivela attitudine e sensibilità per il disegno e colore, attraverso un’accurata osservazione dell’essere umano. Compiuti gli studi artistici si dedica ad un intensa ricerca pittorica; i suoi lavori rispecchiano i canoni del figurativo più classico che la portano a rivolgere il suo interesse al mondo del visibile. APPLAUSI AL CORO VOLINVOCE anti gli applausi per il Coro VoT linvoce diretto da Gabriella Genova e accompagnato al piano- LʼETNICAL VERISMO DI ENRICA TOFFOLI Soggetti con espressioni di notevole impatto, equilibrati dalla ricerca gestuale ed a tratti monocromatici. Esprime e sottolinea la capacità intuitiva degli sguardi, attraverso la forza del segno ed i rapidi coinvolgimenti emozionali. Nei volumi plastici tradizionali, non vi è passato, né presente, proprio perché la sua operazione non è condotta con brada energia temporale, ma attraverso un’animazione silente, quasi un grido muto e quieto, che sorge dalle scaturgini della storia dell’arte e che non senza esaltazione, ma anche con sofferenza, libera per noi una tattile simbologia dell’intangibile bellezza della vita. “INNERKOFLER E GUIDE DI SESTO” Splendida lʼedizione del libro che però fa discutere: “Quelli di Sesto vogliono attribuirsi anche le ultime Dolomiti orientali” l libro “Michi Innerkofler e I guide di Sesto”, edito dalla “Nuovi Sentieri” di Bepi Pellegrinon, non è piaciuto allo scrittore e alpinista Italo De Candido Ciandon di Santo Stefano. E non tanto per l’edizione, che egli considera “splendida” quanto per le inesattezze, o peggio per una “falsità storica” che egli ha individuato all’interno del libro. Scrive Italo de Candido: “A pagine 13, di seguito al titolo “Sesto, il paese delle Tre Cime”, sta scritto che “gli abitanti di Sesto sono discendenti da immigrati bavaresi… gli antenati della gente del Comelico sono immigrati dal Veneto, hanno portato con sé tradizioni e cultura e parlano ladino”. De Candido confuta questa affermazione osservando che “il fatto di parlare ladino doveva indurre lo scrittore del brano a riflettere che nel Veneto non si è mai parlato ladino e che perciò gli insediamenti antropici in Comelico hanno un’altra provenienza”. E quindi, in base alle sue letture e conoscenze storiche, Italo ripercorre le vicende che avrebbero portato ai primi insediamenti in Pusteria, grazie all’annessione della Rezia e la costruzione della via Claudia Augusta Altinate, che collegava l’Adriatico alla Germania. I romani fondarono le città di Glorenza, Merano, Bauxina (Bolzano), Brixina (Bressanona) Sebatum (Brunico), Littanum (San Candido), Aguntum (Lienz) e altre. Per cinque secoli il territorio pusterese fu latino di lingua e costumi e se ne ha ancora riscontro nella toponomastica. Poi nel secolo settimo arrivarono i Baiuvari invasori e gtli abitanti della Pusteria fuggirono nelle valli discoste e isolate a sud, come Badia, Gardena, Fassa, Fodom, Ampezzo, Comelico. Quindi, secondo De Candido, gli abitanti di queste valli sono discendenti degli antichi latini e per questo si chiamano ladini. “Nel libro - prosegue De Candido - sembra che il Comelico sia circondato solo dalla Cresta Carnica e non dalle Dolomiti. Invece tutto il Gruppo del Popera, I Brentoni, le Tre Terze, i Clap, il Siera, il Chiadenis sono di dolomia purissima. Ma quelli di Sesto vogliono attribuirsi anche le ultime Dolomiti orientali. E questo non è serio”. Italo de Candido Ciandon ha scritto le sue critiche e rimostranze all’editore Pellegrinon e agli autori Rudolf Holzer, Herbert Summerer e Kurt Stauder. “Il mio intervento - dice- ha il solo scopo di auspicare che le genti delle nostre vallate limitrofe, pur nelle diverse origini, camminino in pace nei comuni sentieri delle nostre bellissime Dolomiti, oltre i vecchi reticolati che ancora spuntano dai ghiaioni, e aspirino quei profumi celesti, richiamando alla mente ed al cuore le comuni origini di figli di Dio. Il tutto però nella verità storica!”. Lucio Eicher Clere MAGGIO 20-21 2013.qxd:FEBBR 20-21 8-05-2013 16:22 Pagina 2 ANNO LXI Maggio 2013 20 Inte chesto sfoi se dora la grafia de l Istituto Ladin de la Dolomites a cura di FRANCESCA LARESE FILON Cadorins ANNA, NA FÖMNA DONA A DRIGE LA REGOLA D CIANPLONGO Ruggero Grandelis, capregola d inante, iné sto votò con 177 preferenze AL NUOU PRESIDENTE DE LA FEDERAZION NTRA I LADIN aspò 6 ane de presi- l é restou fora da la Fede- ciata pì laoro e i paesi pì D denza de Francesca razion. Chesto parché du- picui i é voite. La dente e i Larese Filon le sezion de te se pense che la Federa- dovin va via n zerca de na la Federazion ntra le union culural de i Ladin Dolomitan de la Region de l Veneto à votou Danilo Marmolada de Falciade, belo presidente de l Union Ladina Val Biois. La vecia presidente resta a fei la segretaria e come vicepresidente par idà Danilo Marmolada a bete apede i progete e la rendicontazion de la region. Se cambia pacrhé se vo’ fei girà la presidenza a dute i rapresentante de le sezion ladine: daspo’ tante ane de presidenza de Anpezo/Fodom é pasate le redene a una de l Cadore de Medo é ades a un de l Agordin che par tante ane zion no é fata solo de chi de Anpezo e Fodom ma che i Ladin de l Veneto i é dute chi che vive nte le val de l Cadore (co l Comelgo e Oltreciusa), Anpezo, l Aut Cordol, la Val Biois, l bas Agordin. Pì de 40000 ladins che vive da ane anorum nte le nostre val é che vo continuà a sta casù zercando de construì un doman par i so’ fioi. Ades i Ladin de l Veneto i vive senpre de pì la discriminazion de ese nte na region che no à la “specialità”. Dute i nostre comun i é stade perimetrade come de na mendranza linguistica storica ma ades avon de bisuoi de de avé algo de pì: la nostra dente no vita meo ndo o a l estero (su lisinpon) come che se fasea na ota, ma a calche chilometro da ca i nostre fardiei i à svilupou val floride che ciama dente da duto l mondo. Par chesto i Ladin de l Veneto domanda na autonomia par fei n modo che le risorse che avon le porte ntin de beneficio a la dente che sta casù e che à da presidià cheste val che le é bele solo se la dente le cura. A la Federazion Ladina i auguron la forza de bete apede dute i Ladin de l Veneto par domandà la specialità a chesta tera desnenteada scuerta da la neva par tante mes a l an. FLF STORIE DE NA OTA DA FEI PAURA uanche i none ne C contea tante storie dadasiera prima de dì a dormì. I é lontane ormai i ane de la me età cuanche ero piciola, ncora ades ei n mente le siere d inverno. Daspo’ avé zenou deo a saludià i me none che i stasea al pian de sora. El nono domandea: “Sesto stada na bona?”. Io’ respondeo presto de sì parché saveo che lui daspo’ me contaa tante storie. Ale ote no tanto bele che daspo’ te stentae a ndormenzate! Era na ota el Mazaruo’, un on che vivea n tel bosco, duto vestiu de ros el sautea da n ramo a chel autro dei pizuo’, el portea via i tosate che l ciatea soli inze al bosco, che fifa!... Noi, n Auronzo, avon l lago artificial, ma prima che i fasese la diga era solo el fiume Ansian (Ansiei) e le femene le dea a lavà le masarie. Forse por spasemà noi tosate, me nono el contea, che da la riva de l Ansian se sietia na os roca che la disea: “Am, Am, magno carne de cristian” E tante tosate no i era pì tornade a ciasa. N autra storia era chela de la Reduoia, na vecia ntin goba co n nas pezo come n pero co i pele longhe, la girea co na pegnata granda piena de aga e la boia i tosate triste e po’ lì dasea a magnà a i gnome. Senpro n tel bosco vivea el mago da le sete teste che magnea i tosate anche sete a la ota. Storie che ne spasemea e con chesta scusa no deone lontan da ciasa. Cuante ricordi e cuanto ben che voleo al me nono! Ida Molin Auronzo 5 a fömna ch vögna N votada zna Regola dal Comelgo iné na nova talmöinte nova, ch saraa da signela zi libre dla pizla storia nostrana. E se indepì sta fömna iné dona e ciapa i vote alolo dopo al capregola iné na roba fora dal normal, almanco cal normal ch à signó la storia fata dai omin, gno che l fömne è senpro stade tgnude dna banda zal publico e zal drige la vita paesana. Tance fa osservazion su cösto: pur ch la Costituzion dla Republica taliana scriva e inpona ch duce iné conpains, senza distinzion tra omin e fömne, el Regole, ch iné istituziogn aprovade da na lege statal, continua a trasgredì la lege fondamental dlo Stato e lassa fora el fömne dai derite d partecipazion, d voto, de trasmission dla cuota de proprietà da mare a fi. A Cianplongo sta discriminazioni né stada tlosta via nasché ane fa e la elezion de Anna De Zolt, 26 ane, dimostra che bastaraa volöi e anche zun chelietre Regole el fömne podaraa ciapà spazio e sarvì a rende pi normai ste vece or- ganisaziogn paesane. La votazion d Anna De Zolt, ch inà ciapó 152 preferenze su 308 regoliöre ch é dude a votà, iné dimostrazion de stima e voia da canbié cal sistema blocó ncamò dal 1948, cuön che l Regole è stade btude in pes danovo, dopo 150 ane da cuön ch Napoleone li avee tloste via. Inclota cöi ch à fato i nove statute, inà desmantió che zla storia di secui passade inera el famöi ch avee al so rapresentante dinze dla senblea e godee di derite anche cle famöi ch ne n avee mas-ces ma snoma fömne, e inà scrito che zle Regole podee esse snoma i omin e i fis masces. L unica Regola, tra l 16 dal Comelgo, ch inà canbió sta roba fora dla lege e fora dla storia iné stada cöla d Cianplongo. Sarà difizile ch etre Regole rive a föi conpagn, parcheche sui statute iné scrito che par canbié un articul bisogna ch söia dacordo o la mité o i dòi terze di regoliöre; ma sicome che zle senblee n va mai nanche la mité d cöi ch iné scrite zl anagrafe, iné inpossibil rivé a canbié algo. Dovaraa esse al Stato o la Region a oblighé el Regole a tol dinze anche el fömne, co la pöna, s ni lo fa, da tol via ogni contributo publico par i so progetes. Ma sicome che dle Regole dal Comelgo e de chelietre valade n an- taressa nente ai governantes d Venezia e d Roma, continuarà ncamò par chissà cuanto ste Regole ch n respeta la regola dla parité tra omin e fömne. Ma al sögno ch é stó dó a Cianplongo co la elezion d Anna De Zolt, fia d Elviro e Elia Zampol, iné da tgnilo in bon conto e i regoliöre de sto pöis pö dì co so ció auto. Da la senblea eletoral d Cianplongo par al rinovo dal consilio d aministrazion dla Regola, iné stade votade: Ruggero Grandelis, capregola d inante, con 177 preferenze; Anna De Zolt, 152, Marcello Pomarè, 137; Celestino Marta, 121; Riccardo De Zolt, 121; Aldino Del Fabbro, 115; Francesco Pomarè Net, 108; Ezio de Bernardin, 123; Gianluca Pomarè, 120; Graziano Quattrer, 113; Valerio marta, 112, Massimiliano Pomarè 107. Sarà al consilio a elege al capregola e la Giunta per i prosme 5 ane d governo dla Regola. La elezion d Anna De Zolt, inpiegata al Caf dla Cgil, é la dimostrazion d come ch söia stó superó al pregiudizio contra el fömne dai regoliere masces. S al consilio, come ch à stablù i votes dla senblea, la votassa vice capregola, saraa confermada sta bela nova. Lucio Eicher Clere A FEI LEGNE e volon s’ciaudase S stinverno, i disèa, bisogna dì a fei legne. Lasù n'Dopieto aveone i tabià e anche n'bel tòco de bosco e era sempre calche pianta seca o co la ponta rota. Col siegon vidao el pare a taiale e le bore vignea sbreade n'quatro toche e beteste n'ciasèla a secase. El sol no s’ciaudaa pì tanto ma, meteste cusì, anche col aria le vignea seche. La ramada se la fasea su co la rinconela e i rame se dovea s’cusali da tre parte. I ne disèa chel sol dèa inte tel len e po el vignèa fora stinverno te cosina e fasèa pi ciaudo. Neteone el bosco cà e là, ma mai taieone na pianta bèla par fei legne. Deone sù, aute, a ciatà i barance. Taieone fora co la manèra sti ramoi longhe, pien de rasa, con profumo bon, forte da pin. Faseone le elme che, leade co la corda, tireone dò pal lavinà fin dò dai tabià. E anche che- ste restaa là a ciapà el saroeo. Anche le legne n'torno al fièn era da feise, ma cheste dovèa èse bèle drete. De solito se taiaa calche fagherola e se fasèa fora i sfeses che meteone là n'pè sote le ale del querto, comode par fèi le liode de fièn stinverno. Se stasèa cusì doe stemane sempre sù e dò, el viado era longo, ma dormì lasù tei tabià le nuote era longhe e po era fredo. Apena el tempo dasèa segno de cambià faseone i tasoi: doe stangie poeade su quatro père, doi pale de sote e subito a bétele ia. El pare era maestro, iò tosato spordeo. Sote meteone sempre chele pì grose, pian pian se vedèa chesto tason che cresèa. El pare ogni tanto el fasèa doi pas n'drio par vardà se lèra polito. A la fìn a s’cuerdelo se deramaa a bàs i pezoliè. Cheste rame piciole le servia a bètele davante la lioda stinverno parchè le legne no fasese mal te la s’chena. El pare se sentaa dò, el se empia la pipa de tabaco, e n'trà na tirada e lautra el disèa: “Aon fato n'bèl laoro!” E a sentìlo ero contento. Tita De Ina MAGGIO 20-21 2013.qxd:FEBBR 20-21 5 8-05-2013 16:22 Pagina 3 SPORT ANNO LXI Maggio 2013 i è conclusa un’altra S stagione ricca di successi per lo Sci Club Supercadore. Il sodalizio, nato nel 1975 e alla cui presidenza ormai da oltre vent’anni siede Marino Cassol, si è distinto durante l’inverno per gli ottimi risultati ottenuti in tutte le gare alle quali ha partecipato. Di grande prestigio il primo posto alla fase regionale del Trofeo delle Regioni sul monte Verena, in provincia di Vicenza, dove la truppa cadorina ha sbaragliato la concorrenza totalizzando quasi 3000 punti, ben 400 in più dello Sci Club Croce d’Aune, seconda società classificata. Una prova assolutamente dominata, dove il primattore è stato Stefano Larcher, capace di cogliere il miglior tempo assoluto nella categoria master A. Un’affermazione che ha permesso agli atleti del Supercadore di qualificarsi per le finali nazionali, che si sono svolte a Falcade a metà marzo. Qui, il team di Cassol, si è classificato al 9° posto su ben 27 sci Club provenienti da tutta Italia. Un buon risultato, anche se condizionato da una partecipazione ridotta, che ha portato comunque il Supercadore ad un passo dal 6° posto, sfuggito per una manciata di punti. La stagione invernale si è aperta con il campionato regionale Master di Auronzo dove il 12 gennaio il sodalizio ha trionfato in 3 categorie. I campioni regionali 20122013 rispondono al nome di Riccarda Floriani (categoria C8), Caterina Teston (C1) e Daniele Talamini (B8), bravi a imporsi sul tracciato di casa. Lo Sci Club, inoltre, ogni anno organizza un’intensa giornata Un gruppo dʼamici davvero unito che non ha perso la capacità di divertirsi e stare assieme 2013 2009 QUESTO Eʼ IL SUPERCADORE Nato nel 1975, una cinquantina fra soci e sostenitori, il sodalizio partecipa con successo a campionati e gare di sci 2013 Marino Cassol è alla guida da oltre ventʼanni di gare composta da due prove riservate ai Master regionali. Durante la mattinata del 20 gennaio, in Valzoldana, si è così tenuta la 6° edizione del "Memorial Gianni Martinoia", un trofeo dedicato alla figura dello storico consigliere scomparso tragicamente mentre sciava a Monte Elmo nel 2007. Nel pomeriggio, invece, si è disputata un’altra discesa, denominata "Trofeo Sci Club Supercadore", alla cui realizzazione collaborano tutti i componenti del circolo. La società partecipa poi ad altre gare Master nazionali ed al circuito Triveneto, composto da 4 gare in notturna, un’iniziativa organizzata dai colleghi dello Sci Club Mestre. Una competizione molto particolare, durante la quale il Supercadore ha saputo comunque essere protagonista piazzandosi al 4° posto. Oltre ai nomi già citati, vanno ricordati anche quelli di Giovanni Giopp, Ferruccio Valmassoi, Vit- torio Casagrande, Mario Da Pra, Mansueto Da Vià, Arrigo Fedon, Luciana Fedon, Giorgio Riva, Alex Da Deppo, Paolo Collavino, Biagio De Prato, Vittorio Foiera, Carmine Giacin, Simone Plozzer e Christian Zandonella, che compongono un gruppo affiatato e vincente. L’associazione sportiva, con sede a Pieve di Cadore in piazza Martiri della Libertà a ridosso dei campi da tennis (sede aper- ta ogni martedì sera, dalle ore 20.30 alle ore 21.30), comprende una cinquantina di tesserati tra soci e sostenitori simpatizzanti. Un nucleo di amici davvero unito, che negli anni si è forse ridotto nel numero ma che non per questo ha perso la capacità di divertirsi e saper stare insieme. Molti, infatti, sono anche i momenti in cui il gruppo di sciatori si ritrova al di fuori delle gare. Ogni anno lo Sci Club organizza per l’estate un’e- 21 scursione in bicicletta e alcuni raduni nei rifugi del Cadore dove gli atleti si ritrovano per trascorrere qualche felice giornata assieme per tener saldi l’amicizia, la passione e lo spirito sportivo. Alla guida della società da oltre vent’anni c’è Marino Cassol, tra l’altro anche vicepresidente del Comitato Veneto della Fisi (Federazione Italiana Sport Invernali), un nome e una garanzia. "E’ stata una stagione senz’altro positiva -afferma il leader del Supercadore durante la quale abbiamo saputo toglierci parecchie soddisfazioni. Devo ringraziare tutto il direttivo e i nostri tesserati che ci permettono di ottenere questi risultati. Siamo davvero un bel gruppo anche se con gli anni la partecipazione si è un pò ridotta. In questo complicato momento economico è difficile trovare degli sponsor o delle collaborazioni in grado di sostenere le nostre attività ma impegnandoci riusciamo comunque sempre ad organizzare tutto ciò che abbiamo in mente. Un importante momento conviviale è la cena sociale di inizio stagione alla quale invitiamo anche le autorità, dove consegnamo a tutti gli atleti il programma delle gare. Chiunque sia interessato a conoscere le nostre iniziative o chiunque voglia tesserarsi per la prossima stagione può recarsi presso la nostra associazione. Infine, ci tengo a ringraziare gli attuali sponsor per il loro fondamentale contributo". Non resta che complimentarci con il Supercadore per la brillante stagione appena conclusa e rinnovare un grosso in bocca al lupo per il prossimo anno!! Daniele Collavino nche quest’anno per le piccole e grandi atlete delA l’Aquilone danza di Valle di Cadore il concorso SI AGGIUDICA 4 PODI LA POLISPORTIVA regionale per le selezioni della DON BOSCO CUP 2013, tenutosi all’Altaforum di Campodarsego domenica 7 GIOVANILE SALESIANA DI VALLE DI CADORE aprile, ha portato i suoi buoni frutti: su 6 coreografie presentate, 4 podi conquistati. Sia la categoria Junder 13 che la categoria junder 17 si sono posizionate sul podio con due coreografie di carattere, “ PICCOLE ZINGARELLE” e “ TARANTELLA”. La danza di carattere è una danza popolare, può essere russa, polacca, ungherese, nel caso di AQUILONE DANZA, la coreografia è russa, in quanto l’insegnante Ivanna Greckul è di nazionalità russa. Riprende le danze popolari di un tempo, molti passi comprendono battiti di tacchi, di mani, o passi a coppie; lo stile russo è molto forte e deciso, per questo coinvolgente ed emozionante a vedersi, grazie anche agli originali costumi . Altro podio per le junder 17 nella sezione di danza classica, con la corografia “THE BEAUTY” e per la prima volta l’esordio delle Mini di 6 anni con la corografia “PRIMI PASSI” le più giovani della sezione di Danza Classica, il tutto realizzato grazie all’insegnante Ivanna Greckul e all’impegno delle atlete. … E non finisce qui, perché anche per la sezione di hip hop, con la coreografia “BANGARANG” dell’insegnante Laura Zidarich, un grintoso gruppo di junder 13 si è esibito con passione e impegno sul palco dell’Altaforum. La giornata è stata lunga ed impegnativa, ma la soddisfazione è di più…, nel vedere le nostre giovani atlete esibirsi su quel grande palco con la freschezza e la spensieratezza che come Polisportiva Giovanile Salesiana cerchiamo di trasmettere ai nostri giovani, accogliendo, operando come genitori volontari, insieme alle allenatrici ed alle suore salesiane di Valle di Cadore. Con i giovani e per i giovani attraverso lo sport si cerca di dare loro i contenuti principali del pensiero di Don Bosco, il senso della festa, la gioia di stare insieme, la vita di gruppo, la “sana” competizione, perché anche se non si vince, non importa, basta essere una vera squadra! Mamma Valeria AQUILONE DANZA MAGGIO 22-23 2013 OK.qxd:FEBBR 22-23 8-05-2013 16:23 Pagina 2 ANNO LXI Maggio 2013 22 uando gli organizzatori delQ l’evento “Neve mondiale” la Comunità Montana Comelico e Sappada, la Fondazione Centro Studi Transfrontaliero e il Comitato Pitturina Ski Race - stavano definendo l’elenco dei partecipanti, sembrava non dovesse mai finire. E’ incredibile come un comprensorio di meno di 9000 abitanti possa avere giovani risorse umane e tecniche di così grande spessore nazionale e internazionale. Nella stagione 2012 -2013 sono infatti ben 12 i giovani del Comelico e Sappada che hanno conquistato almeno un podio di categoria a livello di campionati assoluti o europei o mondiali, nelle discipline invernali (sci alpino, sci nordico, sci alpinismo, snowboard, biathlon). Tutti sono saliti sul palco del Cinema Piave per ricevere l’applauso e un piccolo omaggio del presidente della CM Mario Zandonella. Tra questi successi vanno segnalati in particolare il titolo assoluto di Marcello De Martin Bianco nel fondo allievi, i titoli in staffetta di Marlene e Arianna De Martin nel fondo giovani, il brillante argento ai mondiali giovani biathlon di Lisa Vittozzi. Uno spazio privilegiato nella festa al Cinema Piave, gremito di gente, è stato assegnato ad Alba De Silvestro, autrice di una impresa eccezionale con la vittoria di tre ori ed un argento ai mondiali junior di sci alpinismo che hanno avuto luogo in Francia. Successi cui si è aggiunta anche la vittoria in Coppa del Mondo. Accompagnata dal direttore tecnico della nazionale Oscar Angeloni, Alba è stata accolta da calorosi e meritati applausi. Dopo la presentazione della gara di coppa del mondi di sci alpinismo che il Comitato Pitturina Ski Race organizzerà in Comelico nel febbraio 2014, sono saliti sul palco i campioni affermati dello sci nordico. Marina Piller e Virginia De Martin, protagoniste nelle gare di coppa del mondo e ai mondiali in Val di Fiemme. Senza dubbio l’applauso più fragoroso della serata è andato ad un grandissimo campione che, dopo una carriera ricca di trionfi olimpici e mondiali ha deciso di ritirarsi per proseguire la sua attività come tecnico e istruttore di sci nordico: Pietro Piller Cottrer rappresenta un pezzo di storia del fondo azzurro. Sul palco assieme a lui anche Silvio Fauner direttore tecnico delle nazionali di sci nordico e Mario Zandonella, presidente della Comunità Montana che ha ringraziato tutti gli atleti intervenuti. I giovani premiati sono: Fabio Zannantonio Comelico Superiore (fondo), Emanuele Buzzi Sappada (sci alpino), Luana Quinz Sappada (biathlon), Marianna Sartor Sappada (fondo) Marlene e Arianna De Martin Pinter Padola (fondo), Davide Graz Sappada (fondo), Filiberto Piller Sappada (fondo), Francesco De Candido Santo Stefano di Cadore (sci alpino), Marcello De Martin Padola (fondo), Lisa Vittozzi Sappada (biathloni). Livio Olivotto 5 GIOVANI PROMES CAMPIONI COMELI FESTEGGIATI A S.ST Eʼ incredibile come un comprensorio di circa 9000 abitanti possa avere risorse umane e tecniche di così grande spessore nazionale ed internazionale GRAZIE RAGAZZI DI AVERCI FATTO SOGNARE “NEVE MOND n un territorio dove i bambi“I ni vengono cresciuti a pane e sport invernali, nel segno della cultura forte dello sci - ha esordito il presentatore Giovanni Viel -, questa manifestazione vuole essere un semplice momento per dire grazie a quei ragazzi, dai più giovani ai grandi campioni, che nei mesi passati sono stati assoluti protagonisti sui campi di gara d'Italia e del Mondo, portando a casa titoli, medaglie, affermazioni che appartengono a quella che è la tradizione forte di questo territorio. Questi atleti hanno dato grande prova di maturità agonistica perché i titoli che hanno messo assieme nello sci alpinismo e nello sci da fondo parlano da soli. Oggi vogliamo appunto ringraziare i giovani che sono stati eccel- lenti protagonisti in questa stagione, celebrare i campioni che hanno onorato l'Italia nel mondo, celebrare i vecchi atleti che sono stati un esempio in assoluto per lo sport italiano che questa terra ha generato e vogliamo pure presentare gli appuntamenti della prossima stagione”. “Dobbiamo ricordare qui il grande lavoro nel Veneto che è stato fatto per far crescere l'attività dello sci alpinismo e poi ci si è messo anche un direttore agonistico come Oscar Angeloni che in Italia è riuscito a dare una organizzazione, una strutturazione importante all'attività, e quindi quando oggi l'Italia gira il mondo per essere protagonista ci si trova davanti ad una formazione che rappresenta il meglio in campo mondiale”. FRANCESCA COMARELLA, Sappada - ARGENTO ai Camp. It. Aspiranti di Fondo, a Bosco Chiesa Nuova MARCELLO DE MARTIN, Comelico Sup. - ORO ai Camp. It. Allievi Km. 7,5 tc e ORO nella staffetta Allievi km 5x3, a Forni di Sopra DAVIDE GRAZ, Sappada ARGENTO ai Camp. It. Ragazzi di Fondo, a Cogne LISA VITOZZI, Sappada ARGENTO ai Camp. It. Giovani di Biathlon, a Obertilliach FILIBERTO PILLER, Sappada BRONZO ai Camp. It. Assoluti Snowboard, a Chiesa Val Malenco 1° Cat. Giovani FRANCESCO DE CANDIDO, S. Stefano di Cadore - BRONZO in discesa libera ai Camp. It. Giovani di Sci alpino, a S. Caterina Valfurva MAGGIO 22-23 2013 OK.qxd:FEBBR 22-23 5 8-05-2013 16:23 Pagina 3 ANNO LXI Maggio 2013 23 “Lʼapplauso va a SSE E AFFERMATI questi ragazzi che dato il meglio LIANI E SAPPADINI hannonello sci alpino, STEFANO DI CADORE nello sci nordico, I P R E M I AT I nello sci alpinismo, nello snowboard, nel biathlon” NDIALE” TANTE OTTIME RAGIONI PER CELEBRARE QUESTE IMPRESE SPORTIVE A ll’apertura, il saluto e le motivazioni della manifestazione sono di Mario Zandonella, presidente della Comunità Montana Comelico-Sappada. “Quando dalla Francia mesi fa giungevano le notizie delle medaglie strabilianti di Alba De Silvestro ai mondiali di sci alpinismo, ci eravamo proposti di celebrare le sue imprese a stagione fosse finita. Pochi giorni dopo in Val di Fiemme si svolgevano i mondiali di sci nordico dove seguivamo le prove di Virginia e Marina e degli altri azzurri, e proprio in quei giorni avevamo appreso dalla viva voce di Piller Cottrer la sua decisione di chiudere una lunga e sfolgorante carriera in azzurro sugli sci stretti. Abbiamo pensato allora ad una occasione utile per festeggiare il campione di Sappada e le due portacolori, azzurre. Qualche tempo dopo da Forni di Sopra il giovane Marcello De Martin portava il titolo italiano allievi di staffetta, la sappadina Lisa Vitozzi ai mondiali della vicina Obertilliach a sua e o - a Un grazie particolare a Pietro Piller Cottrer che ha chiuso una sfolgorante carriera e rappresenta un pezzo di storia del fondo azzurro volta si laureava campionessa giovanile, e più recentemente dalla Val Formazza dove si svolgevano le ultime prove degli italiani di fondo arrivava un nuovo titolo italiano da Virginia De Martin nella staffetta formata dalle sorelle Marlene e Arianna De Martin, infine da S. Caterina Valfurva Francesco De Candido arrivava con la sua medaglia al collo nello sci alpino. E mentre sulle nevi questi atleti tenevano alto il nome del Comelico e di Sappada, venivano premiati l'impegno e le capacità organizzative del gruppo Pitturine Ski Race di Michele Festini con l'assegnazione della prova mondiale di sci alpinismo che si svolgerà in Comelico e Sappada a fine gennaio 2014. Tutte queste sono delle ottime ragioni per celebrare personaggi ed avvenimenti in questa serata, per ricevere da parte loro l'applauso di tutta la nostra valle, per ricordare anche gli altri atleti che si sono impegnati a fare il loro meglio, molti dei quali sono qui in sala, molti giovani e giovanissimi. Alle società di appartenenza, ai tecnici, preparatori e collaboratori, famiglie, al loro impegno vogliamo dire grazie”. Ai Campionati Italiani di Nuoto AICS di Lignano oro, argento e bronzo ai due atleti cadorini G rande competizione e medaglie per i giovani atleti di nuoto della Sportivamente Belluno che anche quest'anno a Lignano hanno partecipato alle finali nazionali dei Campionati Italiani AICS. Durante i tre giorni di competizioni si sono distinti sia in acqua nelle loro gare che nello spirito di squadra. Confrontandosi con nuotatori provenienti da tutta Italia i ragazzi guidati dai tecnici Alberto Cassol e Thomas Lorenzi, hanno ottenuto ottimi piazzamenti siglando spesso i loro migliori tempi personali. I ragazzi provenienti dal Cadore che hanno raccolto importanti successi individuali sono: Martina DA RIN (1998) categoria juniores, campionessa italiana oro sia nei 50 che 100 delfino, migliorando ancora i tempi, argento anche nei 50 stile libero, bronzo nei 100 stile libero e ancora bronzo nella staffetta 4x100 stile. Ottimo piazzamento anche per il giovane Davide DE SILVESTRO (1999) che conquista nella gara 50 stile libero la medaglia di bronzo. Martina Da Rin REGINA NEL DELFINO FABIO ZANNANTONIO, Comelico EMANUELE BUZZI, Sappada Sup. - BRONZO ai Camp. It. Allievi di BRONZO ai Camp. It. Giovani di Slalom gigante, a Pampeago Fondo gimkana, a Forni di Sopra LUANA QUINZ, Sappada BRONZO ai Camp. It. Allievi di Biathlon, a Forni Avoltri MARIANNA SARTOR, Sappada BRONZO ai Camp. It. Ragazzi di Fondo a Cogne - 2 bronzi ai Camp. Ital. Biathlon a Chiusa Val Pesio ARIANNA DE MARTIN PINTER, Comelico Sup. ORO ai Camp. It. Giovani Staffetta 5X4 a Val Formazza MARLENE DE MARTIN PINTER, Comelico Sup. BRONZO ai Camp. It. Juniores 10 km - ORO ai Camp. It. Giovani Staffetta 5X4, a Val Formazza Servizio e foto RDC