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l giorno della protesta è arriI
vato. Tanti i cadorini, ampezzani, comeliani, e pure agordini
che si sono aggregati per solidarietà, che hanno sfilato in lungo
corteo silenzioso fino al ponte
“Cadore” scelto come simbolo di
unione-divisione fra due mondi
diversi: quello della pianura e
delle città dotato di servizi e mezzi e quello della montagna che
vede assottigliarsi anche i più
elementari diritti, come la garanzia alla salute e ai servizi pubblici. Una manifestazione di protesta dunque contro i continui tagli: sui servizi sanitari che fatalmente indeboliscono l’ospedale
del Cadore, sul trasporto pubblico che rende impraticabile servirsi dei treni alla stazione di Calalzo, sul futuro della Pretura e
dell’Agenzia Entrate di Pieve di
Cadore, sulla funzionalità del
servizio postale in molti paesi del
territorio. Tutte cose non di poco
conto che, aggiunte all’odierna
grave crisi del lavoro, rendono
sempre più problematico poter
continuare a vivere quassù.
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LA MONTAGNA PROTESTA
“VOGLIAMO I NOSTRI SERVIZI”
Grande e sentita
manifestazione
di protesta contro
i tagli dei servizi
pubblici
“Regione e governo
non hanno capito i
problemi del vivere
in montagna”
Domenica pomeriggio sul
ponte “Cadore” c’erano i sindaci
e i gonfaloni dei Comuni, c’era la
gente. Ma, protestare contro
chi? Gli organizzatori non hanno
dubbi: l’emarginazione del Cadore con il ridimensionamento
rovinoso dei servizi è stata attua-
ta dalla Regione Veneto e dal Governo centrale, proprio non hanno capito i problemi del vivere in
montagna. Da qui la marcia simbolica dei sindaci e amministratori, assieme alle associazioni di
categoria, ai sindacati, al volontariato, per pretendere quanto è
di diritto in una società civile e
dimostrare che il Cadore non si
arrende. Basterà? Temiamo proprio di no. E’ tutta l’Italia che arranca. Ma forse in questo momento, di voglia di rinascita, val
la pena di tentare. (segue a pag. 4
Renato De Carlo
S. STEFANO DI CADORE - Grande festa per gli atleti del Comelico e Sappada
LE SPERANZE DELLO SCI A “NEVE MONDIALE”
ingraziare i giovani atleti
R
che si sono resi protagonisti nella passata stagione invernale di eccellenti successi, come
Alba De Silvestro, Virginia e
Marina De Martin, Marcello
De Martin, Luana Quinz e
Marianna Sartor, Lisa Vitozzi
e Francesca Comarella, Francesco De Candido, celebrare i
campioni che hanno onorato l’Italia nel mondo, come Pietro
Piller Cottrer; ringraziare le società sportive del Comelico e
Sappada, “territorio dove i bambini vengono cresciuti a pane e
sport invernali”, lodare l’impegno e le capacità organizzative
di Michele Festini e collaboratori del gruppo Pitturina Ski
Race che hanno portato all’assegnazione al Comelico-Sappada della prova mondiale di sci alpinismo nel gennaio 2014.
Questa è stata l’occasione per
la grande manifestazione tenutasi al Cinema Piave di S. Stefano
di Cadore nel pomeriggio di sabato 20 aprile con grande partecipazione di sportivi e pubblico.
Applauditi e premiati giovani e La manifestazione “Neve
vecchi campioni dello sci Mondiale” è stata organizzata
dalla Comunità Montana
alpino, sci nordico, biathlon,
Comelico-Sappada e dal
sci alpinismo, snowboard
Una carica per future affermazioni Gruppo Pitturina Ski Race
E mentre scorrono sul grande
schermo le immagini che introducono i protagonisti mostrando
le loro imprese più memorabili,
il giornalista Giovanni Viel
chiama sul palco gli atleti, dai più
giovani ai grandi campioni, che
nei mesi passati “hanno portato
a casa titoli, medaglie, afferma-
CORTESIE DOMENICALI
zioni che appartengono a quella
che è la tradizione forte di questa
terra, lo sci da fondo e lo sci alpinismo”. A tutti, il cordiale saluto
di Mario Zandonella presidente della Comunità Montana Comelico-Sappada che con il gruppo della Pitturina Ski Race è l’organizzatore dell’evento. Tante
ottime ragioni per celebrare personaggi ed avvenimenti sportivi
e far sentire loro il calore degli
applausi e l’affetto di tutta la valle. I titoli che hanno messo insieme parlano da soli e guardando
questi giovani e giovanissimi è
visibile il sogno in fondo ai loro
SERVIZI A PAG.23
occhi.
In Magnifica Comunità
un riconoscimento
ufficiale ai neolaureati
SARANNO
PROTAGONISTI
D
i questi tempi, laurearsi per i
giovani è doppiamente importante: sia per mantenere lo standard
europeo di conoscenza, quanto per accedere a quelle opportunità di lavoro
qualificato che qui in Cadore ormai
non esistono. Per questo, la cerimonia
che è diventata un appuntamento annuale in Magnifica Comunità di Cadore assume la valenza significativa di riconoscimento dell’impegno scolastico
dei neolaureati e pure, sempre più, di
pressante richiesta a questi giovani di
mantenere il legame con questo territorio nonostante gli impegni che prevedibilmente assumeranno altrove.
Sullo sfondo infatti, con l’esodo dei nostri giovani più preparati, il rischio di
una crisi irreversibile per la nostra
“piccola patria”.
L’atmosfera nello storico salone della
Magnifica a Pieve di Cadore, gremito
di persone, era serena, decisamente di
festa, e ben 100 neolaureati nel 2012
provenienti da tutti i paesi del Cadore e
dall’Ampezzo sono stati chiamati dal
presidente Renzo Bortolot a ritirare il
“riconoscimento” dalle mani dei loro
sindaci o rappresentanti comunali. C’erano i giovani che nel corso dell’anno
passato hanno conseguito la laurea di
primo livello e altri che si sono ripresentati dopo aver conseguito la laurea
specialistica. A loro il saluto del presidente Bortolot, del vicepresidente
D’Andrea e dell’arcidiacono mons. Soravia. Non tutti i neolaureati hanno potuto essere presenti alla cerimonia poiché impegnati lontano, ma per quelli
che c’erano non è mancata la foto “storica” che è pubblicata in ultima pagina
e rimarrà negli archivi dell’antico Ente.
SERVIZIO A PAG. 3
Nuova sede per
la PROTEZIONE
CIVILE DI
AURONZO
DE CARLO A PAG. 7
BELLISSIMA CICLABILE. PER TUTTI DAL DIARIO DI CIAN
ARTIGLIERE NELLE
C
’è interesse e interesse, è innegabile
che ognuno abbia il suo.
Mettiamo. I ciclisti che
se ne vanno per la ciclabile da Calalzo, per Pieve
e Valle di Cadore e oltre,
lo fanno per loro divertimento e scelta sportiva:
li vedi sfrecciare ebbri di
velocità, soddisfatti; li vedi appaiati o a frotte mentre calibrano la pedalata
per conversare; i piccoli
si lanciano qua e là come
solo i bimbi sanno fare;
qualcuno arranca zigzagando conoscendo poco
la sua bici. Tutti però
hanno ben saldo un principio: sulla ciclabile, largo ai ciclisti!
Mettiamo. I pedoni che
se ne vanno per la ciclabile lo fanno scegliendo la
strada più idonea ad una
salutare passeggiata o ad
una impegnata corsa: vedi giovani che vanno spediti, spesso con l’ipod acceso; ci sono mamme con
tanto di carrozzella e frugoletti a traino; ci sono
gruppetti di amiche che
se la raccontano; ci sono
anziani spesso con accompagnatrice e spesso
taciturni. Tutti questi non
amano sentirsi le bici scivolare addosso senza alcuno scampanellio.
Mettiamo. Gli automobilisti che incrociano la ciclabile o che la percorro-
no per tratti lo fanno per
necessità: magari lì vicino
hanno la casa e la stretta
ciclabile è l’unica via per
raggiungerla, senza urtare alcuno, possibilmente.
L’interesse di tutti costoro è quello di poter disporre del bellissimo percorso oggi denominato
Lunga Via delle Dolomiti,
ma pochi amano ricordare che ci sono diritti altrui
e regole. Queste chiaramente ci sono, ma andrebbero adeguatamente
segnalate, praticate e controllate, affinché i brontolii e gli screzi non guastino il buon nome di una ciclabile che forse dovrebbe essere revisionata.
BATTAGLIE DʼAFRICA
MUSIZZA DE DONÀ A PAG. 13
40 OPERE DI
TIZIANO
ESPOSTE ALLE
SCUDERIE DEL
QUIRINALE
CASAGRANDE A PAG. 19
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l Museo dell’Occhiale di
I
Pieve di Cadore ha fatto
da palcoscenico alla finale
39 ragazzi provenienti da diverse scuole italiane si sono
sfidati allʼultima cometa in prove teoriche e pratiche
nazionale delle Olimpiadi
Italiane di Astronomia, regalando tre giorni (dal 20 al 22
aprile) all’insegna dell’astronomia, della storia e dell’arte
che hanno coinvolto l’intero
paese. La finale nazionale,
organizzata dall’Inaf (Osservatorio Astronomico di
Trieste) e dal Museo dell'Occhiale (con il contributo
del Comune di Pieve di Cadore e del Consorzio BIM
Piave), ha visto protagonisti
39 giovani ragazzi provenienti da diverse scuole italiane. I ragazzi, di età compresa tra i 13 e i 17 anni, hanno dato vita a una sfida all’ultima cometa, imbarcandosi
per viaggi interplanetari,
analizzando macchie solari e
cercando di venire a compromessi con stelle binarie
che si eclissavano davanti ai
loro occhi.
OLIMPIADI DI ASTRONOMIA
AL MUSEO DELLʼOCCHIALE
Nella giornata di Sabato, i
finalisti delle due categorie,
senior e junior, con accompagnatori e professori, sono
stati al Museo dell’Occhiale.
Dopo i saluti e l’apertura ufficiale delle Olimpiadi, i partecipanti sono stati accompagnati dal marinaio
Simbad in un Universo
da scoprire, conferenza
pubblica
dell’astronomo
Conrad Böhm dell’Inaf. Domenica, presso il Liceo
Scientifico E. Fermi di Pieve
di Cadore, i ragazzi hanno
affrontato la prova teorica
e la prova pratica, vivendo
un’esperienza che ha permesso loro non solo di approfondire la conoscenza
“La finale nazionale a
Pieve di Cadore è stata
unʼottima occasione per
far conoscere il territorio
- commenta la curatrice
Laura Zandonella - e il
Museo dellʼOcchiale ha
fatto unʼottima figura”
dell’astronomia, ma anche di
conoscersi e stringere legami, coltivando la medesima
passione. Mentre i ragazzi
erano impegnati nelle gare,
agli accompagnatori è stata
offerta una visita guidata a
Pieve di Cadore e ai suoi musei. Dopo le gare, tutti a godersi una cena tipica cadorina e, dopocena, il racconto
delle avventure di un
astronomo in Antartide,
conferenza pubblica dedicata alla cronaca vera della
spedizione di Mauro Dolci
dell’Inaf. Lunedì mattina,
dopo una notte di lavoro per
la Giuria Nazionale nominata dal Comitato Olimpico,
cerimonia di premiazione
presso il Museo dell'Occhiale, preceduta dalla conferenza del prof. Cesare Barbieri (Dipartimento di Astronomia Università di Padova)
su “Il nuovo Sistema Solare”.
Ad aggiudicarsi il podio
della finale nazionale delle Olimpiadi Italiane di
Astronomia sono stati:
Marco Codato (Venezia),
Silvia Neri (Reggio Calabria) e Marco Giunta (Catania) per la categoria Junior; Giovanni Barilla
(Reggio Calabria) e Giacomo Santoni (Macerata) per
la categoria Senior. Oltre ad
essi sono stati premiati altri
cinque ragazzi meritevoli,
Basso Simona Letizia (Sira-
5
fondato nel 1953
DIRETTORE RESPONSABILE
Renato De Carlo
VICE DIRETTORE
Livio Olivotto
REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE
Editrice
Magnifica Comunità di Cadore
Presidente
Renzo Bortolot
Cancelliere
Marco Genova
Segreteria
Annalisa Santato
Palazzo della Comunità - Piazza Tiziano 32044 Pieve di Cadore
tel. 0435.32262 fax 0435.32858
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Fotocomp.: Aquarello - Il Cadore
Stampa: Tipografia Tiziano Pieve di Cadore
Reg.Tribunale di Belluno ordinanza del 5.4.1956
COME ACQUISTARE “IL CADORE”
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La Direzione e l’Editore non rispondono delle opinioni degli articolisti.
Foto e articoli non pubblicati saranno restituiti solo a richiesta.
Resp. trattamento dati (ex D.lgs 30.6.03 n.196): Renato De Carlo
QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO AL 6.5.2013
cusa), De Leo Elisa (Reggio
Calabria), Altamura Edoardo (Macerata), Tripodi Roberta (Reggio Calabria) e
Da Vinchie Lisa (Domegge
di Cadore). A loro è stato offerto di partecipare a uno
stage estivo di preparazione
e di approfondimento presso
l’Osservatorio Astronomico
di Teramo. Al termine dello
stage sarà selezionata la
squadra che rappresenterà
l’Italia alle International
Astronomy Olympiad che si
terranno a Vilnius, Lituania,
dal 6 al 14 settembre 2013.
Irene Pampanin
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SARANNO I PROTAGONISTI
DELLE NOSTRE COMUNITAʼ
LA MAGNIFICA COMUNITAʼ CONSEGNA
ATTESTATO DI MERITO AI NEOLAUREATI
S
empre significativa la
cerimonia che da anni
si va svolgendo nell’antico
salone della Magnifica dove
il Consiglio della Comunità
rende soddisfazione ai giovani del Cadore laureatisi nel
2012, consegnando loro il
tradizionale attestato di merito. Dei 100 neo dottori chiamati sabato 27 aprile (vi si
sono aggiunti anche gli ampezzani), quasi tutti hanno
apprezzato volendo essere
presenti, personalmente o
tramite familiari, in questa
occasione che è sì simbolica,
ma vuol essere - come sottolinea il presidente Renzo
Bortolot nel saluto agli intervenuti - “un momento ufficiale di riconoscimento che
questo territorio vuole dare ai
giovani neolaureati”. “Vedo
con piacere - continua il Pre-
chiede pertanto sempre
maggiori conoscenze, anche se non ci si nasconde
che per i neolaureati e per
questo territorio è pur sempre una specie di emigrazione intellettuale. Lo ricorda il vice presidente
Emanuele
D’Andrea: no a disposizione una rete creazione di questa nostra che questi giovani hanno
“Avete raggiunto un tra- mondiale di collegamenti civiltà cadorina. Col passa- realizzato nel cammino uniguardo importante, ma se che consente loro di essere re degli anni, se sarete lon- versitario con impegno e faun lato lo striscione porta la pienamente nel mondo. Se tani, sarà sempre più pre- tica, lontani da casa, non
scritta ARRIVO, l’altro lato fisicamente sarete lontani vi ziosa per voi e per la vostra corrisponda un impoveriporta la scritta PARTEN- prego di non abbandonare futura famiglia.”
mento locale vedendoli scapZA. C’è chi partirà anche fi- la vostra terra trascurandoAi neolaureati gli “auguri pare dal Cadore. Possa invesicamente da qui e chi inve- la o peggio disprezzandola: di cuore” del nuovo arci- ce esserci un nuovo sviluppo
ce rimarrà con oneri e onori qui vivono i vostri familiari diacono mons. Diego dove questi giovani siano il
a vivere in un territorio non e sono vissuti i vostri avi, Soravia, che auspica: “Al- patrimonio futuro del nostro
facile. A chi rimane posso che hanno partecipato alla l’arricchimento culturale Cadore.”
RDC
augurare di saper apprezzare
UTTI I OMI DEI AUREATI NEL
tutto il bello che
Sono 100 i giovani del Cadore che nel 2012 si sono laureati al primo o al secondo livello:
frontare un mondo del la- dà il Cadore, e
voro divenuto competizio- aggiungo che og- AURONZO: Sara Monti, Katia Macchietto R., Valentina Corte DC., Filippo Da Corte Z., Veronica Righetne sempre più difficile e ri- gi i giovani han- ti, Giorgia Ronchi, Alessia Corte L., Irene Cecutti, Camilla Larese DS., Sarah Turi, Giulia Vianello, Stella
sidente - che siete tantissimi e
provenite da quasi tutti i nostri 22 Comuni e da Cortina
d’Ampezzo, che le vostre lauree e titoli di studio abbracciano una ampia gamma di
studi, sarebbe importante per
tutti noi sapere che in qualche
modo il vostro impegno avesse una ricaduta anche su queste nostre comunità che hanno assolutamente bisogno di
giovani protagonisti”. E ricorda il presidente come la
Magnifica da sempre curi il
rapporto con i giovani, anche conferendo ogni anno
premi di studio per studenti
delle scuole superiori e per
studenti universitari.
Sincero è l’augurio ai giovani che s’accingono ad af-
T
Foto T. Albrizio
N
L
2012
Roberta B., Rossana Franzese; BORCA: Vittoria Giordano; CALALZO: Alice Peverelli, Marilena Egitto,
Elisa Tarozzo; CIBIANA: Luca Da Col; COMELICO SUP.: Martina Festini P., Gianluca Maroè, Daniele
Zandonella, Francesca Cossu; CORTINA: Diletta Alberti, Lorenzo Gaspari, Antonella Matti, Ilaria Menardi, Marella Salvato, Elisa Zardini; DANTA DI C.: Elena Doriguzzi B.; DOMEGGE: Alice Da Vià, Tea
De Lotto, Christian Fedon, Marta Molinari, Giovanna De Carlo, Genea Misdariis; LORENZAGO: Gianni
De Donà, Francesco Melis; LOZZO: Silvia Del Favero, Tullia Zanella, Vittorio Lora, Angela Zanetti; PERAROLO: Germana Boito; PIEVE DI C.: Paola Ferro, Alvaro Rista, Giuseppe Misuracca, Patrizia De Pol,
Rita Krystel, Giordano Cargnel, Anita Da Rù, Roberto Da Vià, Sara Ferraù, Lidia Pellegrina, Massimo
Caltana; S. NICOLO’ COM.: Alexis Comis R., Alessandro De Bettin, Elena Ianese; S. PIETRO DI C.: Eleonora Pradetto B., Sara Pontil F., Fabio Casanova DM.; S. VITO DI C.: Elisabetta De Luca; S. STEFANO
DI C.: Federico Comis DR., Giulia Zandonella, Giovanni Molin P S., Anna Daria, Paola Bergagnin, Eleonora Costan Z., Mattia Da Rè, Daniela Fontana, Olga De Candido, Luana Zaccaria, Giulia Da Rin, Chiara De Monte P., Marco Zancanaro, Monica Comis DR.; SAPPADA: Elena Boccingher, Erika Boccingher,
Mauro Colle F.; SELVA DI C.: Marika Cazzetta, Emily Bonifacio; VALLE di C.: Sonia Marinello, Erika Del
Favero, Laura Del Favero, Giulia Da Corte, Giovanni Boldo, Gaspare Da Fies, Laura Soravia, Lisa Moretti, Eleonora Savaris, Chiara Rebeschini, Emanuele Del Favero, Chiara Agnoli; VIGO DI C.: Irene D’Andrea, Stefano D’Andrea, Cristina Vecellio, Silvia Piazza, Stefania De Michiel, Emanuele Dal Molin, Osvaldo Zanetto, Luana De Martin, Marianna De Martin.
CONCESSIONA
CONCESSIONARIA
ARIA RENAULT
RENAULLT E DACIA PER LA
L PROVINCIA DI BELLUNO
DAL PONT
PONTt7JB%FM#PTDPOt5FM
t 7JB%FM#PTDPOt 5FM
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PRIMO PIANO
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LA MONTAGNA
PROTESTA
dalla prima pagina
R. De Carlo
Servirà a qualcosa?
Gli organizzatori (una aggregazione spontanea) non
hanno dubbi: l’emarginazione del Cadore con il ridimensionamento rovinoso
dei servizi è stata attuata
dalla Regione Veneto e dal
Governo centrale, che proprio non hanno capito i problemi del vivere in montagna. Da qui la marcia simbolica dei sindaci e amministratori, del presidente della
Magnifica Comunità di Cadore e dell’arcidiacono, assieme alle associazioni di
categoria, ai sindacati, al volontariato, ai cittadini utenti,
per pretendere quanto è di
diritto in una società civile e
dimostrare che il Cadore
non si arrende.
Basterà? Temiamo proprio di no. E’ tutta l’Italia
che arranca. Il governatore
Veneto Zaia si dice amareggiato per la manifestazione
sul ponte Cadore, e pur rispettando le proteste e capendo le preoccupazioni,
bolla come inutile la protesta soprattutto per quel che
riguarda la sanità bellunese
che a suo dire sarà invece
potenziata. Vedremo.
Forse non basterà, ma in
questo momento, di voglia
di rinascita da parte di tutti,
val la pena di tentare. E la
manifestazione di domenica
scorsa quantomeno è servita per imparare ad essere
nuovamente uniti, determinati ad affrontare le cose assieme, a cercare di risolverle e non a procrastinarle, a
far parlare i media di questo
territorio che è allo stremo.
IN DUEMILA SUL PONTE CADORE
PER DIRE NO AI TAGLI DEI SERVIZI
COME IL TG REGIONE
HA PRESENTATO LA
MANIFESTAZIONE
anno bloccato per
“H
una decina di minuti il Ponte Cadore e spaccato
in due la statale Alemagna,
un gesto simbolico per dimostrare la spaccatura che esiste tra montagna e pianura.”
Inizia così il Servizio di Sara
Barovier mandato in onda su
TG R la sera stessa di domenica 5 maggio, a dimostrazione dell’interesse per la manifestazione sul ponte Cadore
a Pieve di Cadore e la serietà
I MANIFESTANTI: “Basta
tagli ai servizi e soprattutto
alla sanità, questo territorio
è allo stremo”
dei problemi sociali in essere. “Tutto ci tolgono, la maternità, l'ostetricia, tutto. Uno è
costretto a sorbirsi da Sappada a Belluno più di 100 km
per partorire”. A parlare accoratamente al microfono
della giornalista è una dei
2000 manifestanti che
hanno voluto esserci, sfidando i capricci del tempo.
“Isolati i cittadini di montagna, scordati e ignorati da
chi decide in pianura e a Roma, da chi taglia servizi vitali
come ospedali e trasporti. E
allora tutti insieme, famiglie,
sindaci e sacerdoti, associazioni di volontariato, il Cadore intero è sceso in strada
con striscioni, gonfaloni, in
abiti tradizionali, al grido Sal-
viamo la montagna. Una
questione di sopravvivenza.”
Determinata a dire basta ai
tagli, soprattutto della sanità,
Maria Antonia Ciotti, sindaco di Pieve di Cadore. “La
montagna sta franando, nel
senso che ci mancano i servizi
e la gente se ne va, rimane
uno spopolamento, la cosa è
peggiorata da qualche anno a
questa parte, manca il lavoro
e adesso con il nuovo piano
socio sanitario si rischia che il
nostro ospedale non sia più
ospedale.”
“E' difficile oggi vivere in
montagna e perché?” Risponde il sindaco di Lozzo di Ca-
dore Mario Manfreda. “E'
difficile perché non c'è lavoro,
i servizi vengono eliminati, le
risorse che ha la montagna ci
vengono prese e portate giù.
Dei 500 milioni di euro dalla
produzione di energia idroelettrica, se soltanto un 25% restasse ai nostri territori non
avremmo da piangere.”
“Stanno perdendo tutto i
cittadini del Cadore, i 22 Comuni sparsi fra le Dolomiti
stanno perdendo il diritto alla salute con l’ospedale di
Pieve ogni anno ridimensionato, che ora rischia il punto
nascite. E poi tagli: al Tribunale, all'Agenzia delle Entra-
re, alle Poste.” Amara la constatazione del sindaco di
Danta di Cadore Virginio
Menia. “Se ancora ci mettiamo a chiudere quel po’ di sanità per sopravvivere, mi pare che qua o non si capisce
niente di quella che è la vita
dell'uomo, o qualcuno fa a
suo caso e comodo determinate scelte.”
FOTO GALLERY su www.il-cadore.it
I SINDACI: “In Regione e a Roma proprio non hanno capito i problemi del vivere in montagna”
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letto nell’assemblea dei deleE
gati a Vodo di Cadore, Pierluigi Bergamo, di Calalzo, è il nuovo presidente della Sezione Ana
Cadore, ruolo già rivestito nel periodo 1969-1974, e succede al dimissionario Antonio Cason in carica dall’anno 2000.
La relazione morale del presidente uscente si è conclusa con un invito di grande spessore: "Forti dei valori e degli ideali di
coloro che ci hanno
preceduto, testimoniamo nella società
che ne ha tanto bisogno, il nostro
amore e il nostro
spirito di Italiani".
Un lunghissimo e
caloroso applauso
dei circa 100 delegati presenti ha salutato il termine
della
relazione.
Antonio Cason
era visibilmente
commosso e ha salutato così i suoi alpini dopo tredici
lunghi anni di presidenza. L'assemblea ha approvato con voti unanimi
l'articolata relazione che ha riportato non solo gli esiti della vita associativa del 2012, ma anche una sintesi dei quattro mandati di Cason,
come presidente sezionale. Particolare attenzione è stata dedicata
alla parte dedicata all'attività della
protezione civile e dello sport - di
rilievo in questo settore il secondo
posto della Sezione nella classifica
nazionale del Trofeo del Presidente. Per la parte economica il segretario Antonio Toffoli ha illustrato
un bilancio che per la prima volta
dopo molti anni segna un attivo di
circa 4000 euro. il momento più importante ha riguardato però l'elezione del nuovo presidente: con
una votazione quasi unanime (87
voti su 89) Pier Luigi Bergamo,
classe 1936. è il decimo presidente
della Sezione, dalla sua fondazione
nel 1922. Pierluigi Bergamo ha
spiegato con chiarezza i motivi della sua scelta. "Assumo questo incarico" - ha detto dopo la proclamazio-
5
Pierluigi Bergamo succede al dimissionario Antonio Cason
LA SEZIONE ANA CADORE ELEGGE
BERGAMO NUOVO PRESIDENTE
“Assumo questo incarico per puro spirito di sacrificio e
chiedo lʼaiuto di tutti voi per espletare al meglio il mio compito”
(nelle foto): il neo presidente
Pierluigi Bergamo; Antonio Cason
riceve la pergamena a conclusione
dei 13 anni di presidenza; delegati
all’assemblea della Sezione ANA
Cadore a Vodo di Cadore
ne - "per puro spirito di servizio.
Non ho certo ambizioni, né l'età per
grandi entusiasmi. Sento però il dovere di non lasciare la sezione senza
guida, in assenza di candidati più
giovani e motivati. La Sezione Cadore, con la sua
storia e il suo valore, non
poteva subire l'affronto di
un
commissariamento.
Chiedo però l'aiuto di voi
tutti per espletare al meglio
il mio compito e per costruire insieme un futuro possibile nei due anni del mio
mandato".
Le varie autorità presenti - tra le quali il vicesindaco di Vodo Eleonora Da
Vià, i rappresentanti delle
sezioni di Feltre Balestra,
di Belluno Dal Borgo e di
Valdobbiadene Baron - negli interventi di saluto hanno rivolto parole di stima e
di ringraziamento a Cason
e a Bergamo per l'impegno
profuso a favore dell'associazione. In particolare il
Fotoservizio di
Tommaso Albrizio
cap. Peri del 7° Alpini ha ringraziato l'Ana per il supporto dato agli
alpini in armi anche con donazioni
concrete a favore delle popolazioni
dell'Afghanistan, dove opera il re-
parto bellunese. In chiusura Onorio Miotto, consigliere nazionale
Ana, ha tracciato in breve il momento associativo con il prossimo
commiato del presidente Corrado
Perona, cui è stato tributato un lungo applauso. Simpatico finale di assemblea con il dono a Cason di tutti i consiglieri e dei capigruppo:
una pergamena con la gratitudine
degli alpini cadorini ed una bellissima bicicletta Bottecchia.
Livio Olivotto
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iuscita trasferta in terra
R
emiliana per il Coro Comelico diretto da Luciano Casanova Fuga. Nel fine settimana del 20 e 21 aprile il Coro si è
esibito a Carpi e Novellara, in
una zona che lo scorso anno era
stata colpita dal sisma di maggio, e i segni di questo evento
sono evidenti risultando inagibili gran parte degli edifici storici,
chiese e palazzi, dei paesi modenesi e reggiani.
Il gemellaggio tra Cadore ed
Emilia è stato reso possibile prima di tutto da Alberto Rustichelli, artista carpigiano che
da anni passa a Costalta le vacanze estive - amico e collaboratore del Coro cui ha donato
molte illustrazioni per i libri e i
CD - e da Mario Guaitoli, presidente del Coro Cai di Carpi. Nella serata di sabato il Coro
Comelico ha cantato nel Centro
Culturale “Gorizia” di Carpi davanti ad un pubblico folto e molto caloroso che ha particolarmente apprezzato sia i brani della tradizione popolare - come
“Merica, Merica” o “Sui monti
Scarpazi” - ma anche quelli originali creati o armonizzati da
Luciano Casanova – come “Torna piccina mia” o “Li columbis”
delicata poesia di Pier Paolo Pasolini per la quale Casanova ha
anche creato la musica.
A Carpi il Coro con il nutrito
seguito, ha visitato il centro storico con la fantastica piazza lunga circa 240 metri, una delle più
grandi d’Italia, e il “Museo dell’Internato” un tempio del ricor-
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Maggio 2013
Trasferta a Carpi e a Novellara,
zona colpita dal sisma di maggio,
nel segno dellʼamicizia
APPLAUSI IN EMILIA
PER IL CORO COMELICO
do con le tragiche testimonianze scritte dei condannati a morte nei lager nazisti. Nella giornata di domenica il Coro Comelico è stato ospite della comunità di Novellara, dove in frazione
Bonolda è stato realizzato da
Avio De Lorenzo, corista di
Costalta, un maestoso Cristo
scolpito in legno, alto quattro
metri. Davanti alla statua si è
svolta una breve cerimonia alla
presenza del sindaco di Novellara, del parroco di Bonolda e di
Silvano Di Pietri, l’artigiano locale che, assieme a De Lorenzo,
ha voluto donare la statua alla
comunità.
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Il Sindaco di Novellara
Raul Daoli ha voluto sottolineare l’importanza di questi incontri tra comunità diverse per
origini e provenienza, ma simili
nell’intendere l’amicizia e la collaborazione, come elementi fondanti della nostra società. E
questo ha tanto più valore in un
momento nel quale la crisi di valori etici, prima che la crisi economica, spingono le comunità
locali a stringersi per cercare di
superare insieme le difficoltà.
Avio De Lorenzo, ringraziando
per l’invito ricevuto dagli amici
emiliani, ha illustrato brevemente l’opera scolpita in legno
tek che sovverte i canoni classici dell’iconografia sacra. Infatti
il Cristo rappresentato ha solo
un braccio sulla croce, l’altro e
disteso al lato del corpo, quasi a
rappresentare un dolore ulteriore dato dal distacco. Scelta artistica che qualcuno ha anche criticato, ma che nel complesso è
stata accettata dalla comunità di
Bonolda ora orgogliosa della
scultura. Quindi il Coro Comelico ha accompagnato la Messa,
celebrata in canonica vista l’inagibilità della Chiesa. La trasferta si è chiusa con un magnifico
pranzo organizzato da Silvano
Di Pietri, che ha ringraziato il
Coro Comelico, Avio De Lorenzo, Luciano Casanova ed il presidente Luciano Da Rin, tra
canti, risate e qualche lacrima
di commozione.
Livio Olivotto
LA STORIA DEI GELATIERI
ATTRAVERSO LE VECCHIE
PAGINE DE “IL CADORE”
A ZOPPEʼ DI CADORE Seconda Parte
IL PIONIERE Eʼ STATO UN TOMEA
al 23 marzo al primo aprile
D
nelle scuole elementari di
Zoppè di Cadore si è tenuta la mostra fotografica e documentale sulla
storia dei gelatieri zoppedini, allestita con documenti forniti dai paesani
stessi. Dall’archivio di Pompeo Livan, è emersa una fotografia (che
pubblichiamo su questa pagina)
che, secondo alcune testimonianze,
raffigura un certo Bortolo Tomea
(sul carrettino a sinistra si legge infatti “B. Tomea”), il cui padre, Antonio Tomea, potrebbe essere stato il pioniere dei gelatieri di Zoppè di Cadore e, per alcuni, il
pioniere assoluto, sebbene la fotografia non riporti una data certa
(parrebbe essere stata scattata a
Vienna). Ci sono però dei fatti storici da cui si potrebbe partire per cercare di datare l’immagine e capire
se quella “B” sul carrettino stia veramente per “Bortolo” o significhi
qualcos’altro. Partiamo quindi
dalla ricerca sull’emigrazione
dell’Union dei Ladign de Zopè,
curata da Pompeo Livan, il quale
colloca nei primi decenni del 1800 le
prime notizie di una nuova emigrazione stagionale: quella dei venditori di dolciumi e castagne. Nel 1811
infatti un gruppo di zoppedini formò
una compagnia e si recò a Ferrara a
vendere castagne e pere cotte. Tra
questi vi era Antonio Tomea Bareta (si ricorda che alla fine del 1700
esistevano già dei venditori “ambulanti” che si recavano per le calli di
Venezia con un barilotto a tracolla a
vendere acqua e anice). Secondo lo
studio di Livan, sono stati proprio i
cosiddetti “miottari e castagnari” i
pionieri dei gelatieri attuali. Risale al
1873 una lettera firmata “Antonio
Tomea de Tone Bareta” (dunque figlio di un qualche “Antonio Tomea
Bareta”), nella quale lo zoppedino si
definiva responsabile di una compagnia di uomini di Zoppè che si trovavano a Vienna a vendere canditi e
sorbetti, già intorno al 1856. Nella
compagnia di Zoppè erano probabilmente presenti, oltre ad Antonio,
Giulio Mattiuzzi Piaza e Michele
Pampanin Duanuta. Antonio Tomea nel 1884 cedette la sua quota a
Giulio Mattiuzzi e lasciò Vienna per
recarsi a Lipsia con il figlio Bortolo,
dove in pochi anni sviluppò la sua attività fino ad arrivare ad avere una
ventina di carrettini di gelato. Nel
1890 suo figlio Bortolo Tomea Bareta assieme ad Antonio Pampanin Pelico si recò a Budapest. Dopo un paio di stagioni Pampanin si
ritirò dalla società e Bortolo Tomea
Bareta sviluppò la sua attività fino
ad avere 10 negozi, 63 carrettini e
un centinaio di dipendenti, assunti
prima in paese e poi a Zoldo e a Venas, dove aveva dei parenti, espandendo così il mestiere di gelatiere
anche ai paesi vicini. Con la prima
guerra mondiale perse tutto.
Altri dati ci vengono forniti dal
video del 1953 girato a Zoppè di
Cadore (curata da Florestano
Vancini con la consulenza di Dino Buzzati), dove compare una
breve intervista proprio a Bortolo
Tomea Bareta il quale parla della
sua esperienza di gelatiere: “Ho 79
anni, faccio il gelatiere da quando
avevo 13 anni. Mi insegnò mio padre (Antonio Tomea, ndr.) che fu il
primo a Zoppè di Cadore a fare i gelati. La prima volta sono andato a
Vienna dove mi sono perfezionato
nel mestiere, poi sono andato in
Germania dove ho impiantato un’industria di gelati che ho portato più
tardi anche in Ungheria, a Budapest. Con la guerra mondiale ho
perso tutto e ho dovuto ricominciare. Ora sono fisso a Vienna dove
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aglio del nastro con solenT
ne inaugurazione della sede COC (Centro Operativo Comunale) della Protezione Civile
di Auronzo. Una sede che, lo ha
sottolineato il presidente del
gruppo Adriano Zanella durante l’esauriente presentazione nella sala consiliare tenuta
davanti ad autorità e pubblico, è
stata realizzata grazie al lavoro
di tutti i volontari della stazione
di Auronzo e che fornisce oggi
larghi spazi per le attività, con
una centrale operativa che consente di monitorare il territorio.
Tanto che con una telecamera
mobile posizionata sul Monte
Agudo è possibile tenere sotto
osservazione quel che succede
in tutta la Val d’Ansiei e un ripetitore copre l’area da Misurina a
Monte Croce e fino al centro
Cadore.
Nel portare il saluto ai volontari del COC e alle autorità presenti in sala consiliare, dal consigliere regionale Dario Bond
alla senatrice Raffaella Bellot, a
Roberto Tonellato direttore della Protezione civile del Veneto,
ai sindaci intervenuti, ai rapresentanti dei Carabinieri e delle
Guardie Forestali, il sindaco
Daniela Larese ha ricordato
come la struttura inaugurata
era la vecchia caserma dei Vigili del Fuoco, ristrutturata grazie
all’intervento regionale e comunale e ai volontari che hanno
prestato la loro opera. Ora può
essere il giusto contenitore del
Centro Servizi Volontariato.
L’attività dei volontari della
Protezione Civile è preziosa ha continuato il sindaco -, come dimostrato il 30 luglio 2012
quando una specie di tornado
si è abbattuto su Auronzo, distruggendo alcuni boschi, abbattendo alberi anche in centro
abitato, provocando lo scoppio
di condotte d’acqua e fognature. L’opera dei volontari è preziosa anche in occasione di
grandi eventi, come la Tappa
del Giro d’Italia alle Tre Cime
del 25 maggio che li impegnerà
non poco.
Fra i momenti della mattinata
di sabato 4 maggio, la cerimonia di benedizione da parte
del parroco don Renzo Roncada di un nuovo automezzo
che si va ad aggiungere alla
consistente dotazione del Centro Operativo Comunale auronzano.
Foto antica di B. Tomea; Bortolo Tomea tratta da fotogramma
video del 1953; esposizione foto a Zoppè: bambini della Scuola
primaria di Zoppè in visita alla mostra (foto Giulio Mattiuzzi)
con il mio carrettino
faccio posteggio davanti al castello imperiale: parlo meglio il
tedesco dell’italiano”.
Giulio Mattiuzzi, nipote dell’omonimo Giulio Mattiuzzi sopra citato e attuale vicesindaco
di Zoppè di Cadore, ci fa vedere poi anche un documento
esposto in mostra datato 1887,
dove si attestano le capacità di
Mattiuzzi di svolgere il mestiere di gelatiere (una sorta di attuale “licenza”), un documento
prezioso e antico. “Dalle foto e
dalle testimonianze che ci hanno lasciato i nostri avi”, ci dice,
“deduciamo che il pioniere sia
stato un Tomea. Questa mostra
è comunque dedicata a tutti i
nostri avi che ci hanno aperto
una strada diversa da quella del
carbone: abbiamo voluto rendere omaggio a tutti loro”. “Ricordando anche che il mestiere del
gelatiere”, ha spiegato infine
Zeno Sagui, “ha avviato anche
un nuovo tipo di industria in
tutto il Veneto”.
Irene Pampanin
PROTEZIONE CIVILE
INAUGURATO
La sala operativa
IL CENTRO OPERATIVO
ha postazioni
radio per i
volontari e per COMUNALE DI AURONZO
gli esterni che
dovessero
servirsene
Daniela Larese ha lodato i volontari della
protezione civile per la loro opera in emergenze
come di supporto in occasione di grandi eventi
Adriano
Zanella ha
ricordato
lʼimportanza
della Scuola
di
Protezione
Civile
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Lettere & Opinioni • Lettere al Direttore • Lettere & Opinioni
DA CHICAGO UN SALUTO AI PARENTI
Egregio Direttore, abbiamo letto l'articolo, "Record di Centenari in Cadore" alla prima pagina nel
edizione del marzo 2013.
Cà a Chicago, anche abbiamo quasi un centenario
cadorino, è Barba Silvio
Da Rin Polenton che ha
tanti cugini a Vigo e le sue
frazioni, che compiera
l'anno 96smo il 22 giugno.
Ecco una foto con quattro generazione di Da Rin
Polenton: alla fronte: Jackson Richard Palmer, dieci
mesi, nelle braccia della
nonna Ann Therese DaRin
Polenton Palmer, 62; accanto: Barba Silvio, quasi
96; dietro: Justin DaRin
Polenton Palmer, 33, il papa di Jackson.
Cordiali saluti a duti i parenti a Lothe, Vigo, Laggio, Pelos, Danta, Lorenzago, Auronzo, e Valle.
Anticipiamo allora gli
Molte Grathie a Il Cadore! auguri di buon compleanAnn Therese no a barba Silvio e un
Chicago - USA grande “ciao” al piccolo
Marco Bassanello di
Casamazzagno - Comelico
Superiore, ha brillantemente conseguito il 23 marzo
Jackson che si affaccia alla
vita, contando che rispolveri questo numero de Il
Cadore a tempo debito.
FESTEGGIATI I 60 ANNI DI MATRIMONIO
DI ENZO TOFFOLI E ELENA PIAZZA
Una tappa significativa
della loro vita insieme
per Enzo Toffoli e Elena
Piazza di Calalzo di Cadore che il 18 aprile scorso
hanno felicemente festeggiato con figli e nipoti i 60 anni di matrimonio
in piena forma.
Gli auguri per tanti e
sereni anni futuri da parte di Ettore, Gioia e Giovanna e anche dalle colonne de Il Cadore, di cui
sono lettori.
LAUREE
scorso all’Università di
Bologna la laurea magistrale in Progettazione
e gestione dell’intervento educativo nel disagio sociale, discutendo la tesi: “Binge Drinking - l’uso di sostanze
alcoliche per contrastare la noia in adolescenza”. Relatore la Prof.
Roberta Biolcati e Prof.
Giannino Melotti.
Congratulazioni al
neo dottore da famigliari, parenti e amici.
Elisa Stabiner di
Auronzo di Cadore, si
è laureata il 25 marzo
scorso alla Facoltà di
Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna
conseguendo la laurea
in Economia e Gestione delle Imprese, discutendo la tesi: “I figli
della UMMA. Neo-fondamentalismo e revivalismo islamico in India
e nel Kashmir”.
Congratulazioni vivissime alla neo dottoressa dai famigliari, parenti e amici.
Letizia Zaccaria di
Costalissoio si è laureata alla Facoltà di Lingue
e letterature straniere
dell’Università di Udine, discutendo La tesi:
“L'uso delle varietà del
tedesco in Alto Adige Sudtirol: un'indagine”.
Relatrice Sonja Kuri,
Erica Del Favero di
Valle di Cadore ha conseguito il 28 novembre 2012
la laurea triennale in Lettere (Facoltà di Lettere e Filosofia) presso l'Università
di Udine, discutendo una
tesi sull'argomento “Educazione alla sostenibilità e
alla decrescita. Buone pratiche nel territorio cadorino”. Relatrice la prof.ssa
Alma Bianchetti.
Complimenti vivissimi
da parte dei genitori Giorgio e Antonella, la sorella
Chiara e amici
presidente della commissione Luigi Reitani.
Hanno festeggiato
per il traguardo raggiunto il papà Faustino,
la mamma Carmen, le
sorelle Gloria e Serena
e il fratello Samuele, e
anche tanti amici del
Comelico.
I BAMBINI DELLA SCUOLA DʼINFANZIA
DI PIEVE E LA MUSICOTERAPIA
l saggio conclusivo del corso di
I
“musicoterapia” che vede protagonisti i bambini della Scuola dell’Infanzia di Pieve di Cadore si terrà il
giorno 8 maggio alle ore 14.30 presso la sala del Cos.Mo.
L’iniziativa mira a sviluppare la capacità di ascoltare, riconoscere e discriminare i suoni/rumori, a sviluppare il coordinamento ritmico e motorio, ad ascoltare e riprodurre suoni/rumori attraverso il gioco e l’imitazione, a sviluppare la capacità di
comprendere e sfruttare il linguaggio musicale, ad aumentare la capacità di ascolto e di attenzione verso il
mondo sonoro che ci circonda. In
ambito musicoterapico preventivo,
gli obiettivi mirano a promuovere il
benessere e la qualità della vita, attivare e stimolare processi di conoscenza di sé e degli altri, ostacolare i
processi di emarginazione, favorire
la comunicazione e l’espressione
corporea, sonora e musicale, sviluppare le individualità ed accrescere
l’autostima, facilitare l’espressione e
la regolazione delle emozioni.
Un ringraziamento va all’Istituto
comprensivo di Pieve di Cadore, alla
Cassa Rurale ed Artigiana di Cortina
d’Ampezzo e delle Dolomiti e al Comune di Pieve di Cadore: grazie ai
loro contributi il corso è risultato essere completamente gratuito.
Sara Zandanel
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Comunicazioni
•
Ricorrenze
•
Celebrazioni
POSITIVI I RISULTATI DELLA COOP CELEBRAZIONE A S. FRANCESCO
MUTUO SOCCORSO DI AURONZO DʼORSINA DEL 25 APRILE NEL
RICORDO DELLA LOTTA PARTIGIANA
Assemblea e borse di studio a 4 giovani
distintisi nel conseguire i diplomi di laurea
Nata 140 fa nel lontano
1872, l’Ente Cooperativo di
Consumo di Mutuo Soccorso Società Cooperativa di
Auronzo di Cadore conta
oggi 762 soci, gran parte
delle famiglie di Auronzo.
Scopo preminente dell’Ente è quello di perseguire
il miglioramento economico
e morale dei propri soci, di
soccorrerli in caso di malattia, concorrere al loro benessere materiale, intellettuale e morale.
E’ con questo spirito che
l’assemblea tenutasi il 27
aprile scorso presso la sala
consigliare del Municipio,
alla presenza di una ottantina di soci, ha iniziato i lavori
consegnando attraverso il
Presidente
dell’Ente,
rag. Osvaldo Vecellio del
Frate, una borsa di studio
del valore di 520 euro ciascuna a 4 giovani, figli di soci dell’Ente, che si sono distinti nel conseguire i diplomi di laurea. Trattasi di:
MACCHIETTO
RIODE
KATIA laurea di primo livello in “Lingue e letterature
straniere”; ZANDEGIACOMO BONEL CHIARA laurea specialistica in “Studi
europei”; CORTE DE
CHECCO VALENTINA laurea di primo livello in Dams
(discipline delle arti della
musica e dello spettacolo);
BUOITE STELLA ROBERTA laurea di primo livello in
“Economia e marketing internazionale”.
Passando all’esame del bilancio, il Presidente ha sottolineato come la situazione
patrimoniale ed economico/finanziaria dell’Ente presenti aspetti positivi nonostante il calo dei ricavi della farmacia (1.407.607 euro
con una riduzione del 5,20%
rispetto all’anno precedente) e la crisi economica che
frena i consumi.
Le azioni poste in essere
per il conseguimento degli
scopi statutari, hanno comportato ristorni sugli acquisti effettuati dai soci presso
la farmacia, sussidi per degenza ospedaliera dei soci,
premi di natalità ai figli di
soci e contributi per acquisto libri a figli di soci per
una somma di 75.082 euro.
Sono stati inoltre distribuiti contributi e sovvenzioni ad Enti ed Associazioni
del Paese per quasi 15.000
euro.
Sono stati acquistati e
concessi in comodato gratuito sedie e materiale sanitario alla Casa di Riposo
Beata Gaetana Sterni e alla
Fondazione Giovanni Maria
Molin che gestisce l’asilo ta-
voli.
Si è ritenuto di partecipare alle spese di rifacimento
del tetto della chiesa di Villagrande concedendo un
prestito alla Parrocchia di
100.000 euro per la durata
di sei anni senza interessi alcuno.
Con lo scopo di garantire
entrate che permettano il
raggiungimento degli scopi
statutari, nel corso del 2012
sono stati messi in opera sui
tetti dei fabbricati dell’Ente,
tre impianti fotovoltaici con
un intervento di oltre
120.000 euro: nel corso del
2012 hanno generato un introito per vendita di energia
per oltre 14.000 euro.
Sono stati effettuati altri
investimenti per oltre
200.000 euro con interventi
sulle strutture dei vari fabbricati di proprietà.
Fra le iniziative, è in fase
di conclusione un corso di
cucina tenutosi con successo a Cima Sappada cui hanno aderito una sessantina di
soci e famigliari tenutosi a
Cima Sappada, docente
Orietta Rotter Berton e collaborazione di Cristina Boccingher.
L’assemblea ha quindi approvato il bilancio 2012 ed il
regolamento sull’attribuzione dei ristorni ai soci.
Il sacrato di S. Francesco d’Orsina a Calalzo di
Cadore era gremito di
persone il 25 aprile, oltre
ai rappresentanti delle
istituzioni tanti cittadini e
soprattutto i famigliari dei
partigiani. Di questi era
presente
solamente
uno, Siro Forni da Pozzale "Antelao", il partigiano cadorino più giovane, classe 1929, aveva
15 anni quando è andato a
combattere i tedeschi.
Poiché in Cadore non lo
volevano per l'età, scappò
di casa e andò in Carnia
dove non lo conoscevano
e combattè col batt. "Carnia" al comando dello slavo Arko Mirko.
Gianni Monico ha
presentato la cerimonia, ha parlato Svaluto
che ha ricordato il significato di resistenza portando ad esempio la figura di
Renato De Zordo morto
sotto tortura nelle carceri
di Belluno nella primavera del '45. Poi ha preso la
parola De Donà che ha
tratteggiato la figura del
prof. Giampaolo Gallo, il
Comandante "Paolo", fratello di Alessandro Gallo
"Garbin" e secondo Comandante della Brigata
Calvi, di cui si è parlato ne
Il Cadore di gennaio.
Quindi Luca Valmassoi,
segretario dell'ANPI
Cadore ha consegnato
ai partigiani Siro Forni e
a Giuseppe De Don (ritirata dal figlio) le tessere
onorarie dell'ANPI. Peccato che non si sia potuto
dare le tessere a Luigi
Solagna "Fischio" e a Dino Quandel "Lampo" da
S. Stefano e alle staffette
Ida Zandegiacomo da
Auronzo e Antonietta De
Donà da Tai ancora viventi. Speriamo in futuro.
Infine il prof. Fiori ha
suonato con il violoncello
"Bella Ciao". Fra l’altro,
Enzo Soravia dell'ANEI
ha chiesto che in futuro
l'ANPI inviti al 25 aprile
anche l’Associazione Nazionale Famiglie dei Dispersi e Caduti in Guerra.
FOIBE, IL BUIO AD ORIENTE
E IL GIORNO DEL RICORDO
Trieste, 1° maggio del
'45, giornata piovosa: sono
quasi le nove del mattino
quando spunta la colonna
del IX Corpus jugoslavo che
scende dal Carso, con davanti un blindato al comando del tenente Bodo Mandac. Gli vanno incontro i
rappresentanti del CLN locale a portargli i saluti della
città. Noi siamo lì, in mezzo
a una folla silenziosa e incupita da foschi presagi, quella stessa che neanche due
anni prima ha visto sfilare
per quelle strade i soldati
della Wehrmacht, che ora
asserragliati sparano e si rifiutano di arrendersi ai partigiani comunisti (lo faranno ai neozelandesi arrivati
poco dopo). Noi non lo sappiamo ancora, ma sono cominciati i quaranta giorni
più tragici della storia già
così tormentata di una città
di frontiera, traversata da
eserciti stranieri e feroci nazionalismi: saranno i giorni
delle retate improvvise, degli arresti e delle sparizioni
di massa, del fascismo marchiato sull'italianità come
pretesto di morte. I giorni
delle foibe. Le voragini carsiche e istriane erano già
state le orrende sepolture
di una barbarie che solo dopo la guerra mostrerà tutto
il suo volto più terribile:
centinaia le vittime immolate sugli altari di una pulizia
etnica finalizzata a spianare
la strada alle rivendicazioni
territoriali di Tito e della
sua politica espansionistica
(almeno fino alla sconfessione del Cominform e al
distacco dall'Urss).
La storiografia ha scandagliato nella complessità delle ragioni prossime e remote che sono state all'origine
di una situazione in un certo momento pericolosa per
la stessa pace del mondo,
senza trascurare le reciproche responsabilità: una situazione che la guerra fredda e l'influenza di una certa
politica nazionale avevano
di fatto rimossa dalla conoscenza e dalla coscienza degli italiani. Ma da alcuni anni il vento della storia – e
della politica – è cambiato e
una nuova attenzione è stata ed è rivolta a quelle vicende, oggi rientrate nella memoria di un passato che, come tutti, serve a fare maggiore chiarezza sul presente.
Così è nato il giorno del
ricordo, soprattutto è nata
la volontà di mantenerlo vivo per le generazioni che
quelle vicende non le hanno
vissute. Così è successo che
un sindaco e la sua compagine – parliamo di Calalzo –
abbiano promosso una cerimonia di commosso e commovente significato: la voce
autorevole di uno storico e
dopo, l'intitolazione della sala consiliare al nome e alla
figura di Norma Cossetto,
la giovane torturata e uccisa
dai partigiani slavi nel '43,
un sacrificio emblematico
delle sofferenze subite da
una terra straziata dalla più
cieca violenza ideologica e
revanscista. Nel piccolo
paese del Cadore quella sofferenza si è per un momento rivissuta: una targa impedirà che resti l'unico.
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TESTIMONIANZE
ANNO LXI
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vevo vent’anni, una
A
qualifica di segretaria UNA STORIA CHE VALEVA LA PENA DI VIVERE
d’azienda e alle spalle due
esperienze lavorative: tre
anni presso un piccolo fabbricante di occhiali (che comunque aveva come terzista la Luxottica, azienda in
vertiginosa crescita) e un
anno presso un importatore
di sbozzi di vetro dalla Francia, che fondeva e lavorava
fino a ricavarne lenti da vista e da sole.
Dopo aver a lungo riflettuto, accettai infine un posto di
impiegata nell’ufficio commerciale estero di un’azienda locale che produceva
astucci per occhiali, compiendo così una scelta che
mi avrebbe cambiato la vita.
In quell’azienda, ben consolidata e tra le più grandi in
Cadore, aveva lavorato fino
alla vigilia del matrimonio
mia madre, e per un breve
periodo anche mio padre,
prima di intraprendere con
un cognato un’attività in proprio, impresa che durò ben
poco e che gli aprì la strada
dell’emigrazione.
IL PRIMO IMPATTO
Il 17 aprile del 1973 mi
presentai sul posto di lavoro
e feci conoscenza con la fabbrica: oltre ai grandi reparti
di produzione con i vetri
martellati, mi colpì il Centro
Elaborazione Dati, mostratomi con orgoglio dal titolare, all’interno del quale macchinari monumentali gestivano i dati tramite schede
perforate. Mi venne presentato il responsabile delle
vendite all’estero, un signore del mio paese coetaneo
dei miei genitori, che non ricordavo di aver mai visto
prima, il quale mi accolse
con cordialità e mi fece
prendere posto in un ufficio
adiacente al suo lasciato libero dall’impiegata che
avrei sostituito. Grande
amante dei viaggi, solitario
fino a sfiorare la misoginia,
viveva con un’anziana madre molto possessiva. Fu
Era il 1973 quando mi presentati alla Fedon di Domegge, azienda solida
Un piccolo grande riconoscimento per questa storia importante
una figura che influì non poco, nel bene e nel male, sulla
mia crescita e formazione.
Rispettoso nei mie confronti, anche quando ci trovammo in seguito a fare lunghi
viaggi insieme (sui quali né
la mia famiglia, né le donne
del paese, sorprendentemente, non trovarono mai
nulla da ridire), il primo
giorno di lavoro si rivolse a
me dandomi del “tu”; il secondo mescolando il “tu” al
“lei” per poi passare definitivamente al “lei” dal terzo
giorno.
La struttura dell’ufficio
commerciale estero della
ditta Fedon Astucci era, all’epoca, tutta qua.
I MERCATI ESTERI
L’Azienda aveva rapporti
consolidati con i maggiori
Paesi europei che estese
presto al resto dell’Europa,
agli Stati Uniti, al Centro e
Sud America, a una parte
dell’Africa, al Medio e Estremo Oriente, al Giappone, all’Australia. Ogni mercato
aveva abitudini d’acquisto
ed esigenze proprie, coerenti tutt’al più per macroregioni, ed era impensabile rivolgersi a loro con dei prodotti
standardizzati, come si sarebbe fatto in seguito, in un
mondo tendente sempre di
più all’omologazione.
In realtà il più delle volte i
potenziali clienti con i quali
entravamo in contatto non
sentivano particolare bisogno del nostro prodotto, e
non era compito facile stimolare il loro interesse e indurli ad affrontare complicate e costose procedure di
importazione, tanto più che
tra una cosa e l’altra il prodotto importato risultava solitamente più costoso rispetto a quello fabbricato localmente.
I concorrenti con i quali ci
confrontavamo operavano
solo, o quasi, a livello nazionale, con l’eccezione di un
produttore inglese che aveva il monopolio di un certo
articolo in metallo rivestito,
brutto ma funzionale, che
proponeva a un prezzo imbattibile, al punto che girava
voce venisse prodotto dai
carcerati, e che era tanto popolare in Germania e nei
Paesi del Nord Europa
quanto invendibile nell’area
Mediterranea. Le trattative
venivano portate avanti tramite scambio di lettere battute a macchina da scrivere
elettrica, con copia a carbone su carta riso (non ricordo
di aver avuto a disposizione
una fotocopiatrice); cataloghi che venivano stampati
ogni più anni, foto patinate,
un via vai di campioni inoltrati e ricevuti per posta, visite saltuarie e infine incontri alle fiere di settore, che
costituivano l’evento importante in cui maturavano trattative in corso, venivano presentate le nuove collezioni e
si stabilivano nuovi contatti.
La fiera più importante si
teneva ogni anno a Milano;
altre fiere avevano luogo in
Francia, in Germania e suc-
cessivamente anche negli
Stati Uniti e un po’ dappertutto.
Le telefonate all’estero, limitate allo stretto necessario, venivano fatte tramite
centralino internazionale e
comportavano prenotazioni,
lunghe attese e costi alti.
L’introduzione del telex fu
una vera rivoluzione alla
quale i più anziani faticarono
ad abituarsi, con le strisce
perforate da digitare e poi
trasmettere attraverso la linea telefonica. Negli anni
Ottanta il telex venne soppiantato dal fax - del quale ci
parlò per la prima volta un
cliente svedese - strumento
che nei primi anni utilizzava
carta chimica sulla quale nel
tempo l’inchiostro sbiadiva
progressivamente fino a
scomparire quasi del tutto,
con buona pace degli archivi. In tempi più recenti a sua
volta il fax è stato in parte
sostituito dalla posta elettronica.
IL PRODOTTO
Uno dei punti forti dell’Azienda era il prodotto, che
nella sua apparente banalità
costituiva il frutto di una
professionalità interamente
italiana e metteva in campo
fantasia, manualità e tecnica
fino a dar vita a dei piccoli
capolavori di buon gusto e
di stile.
Dietro a quegli oggetti vi
era un’equipe che lavorava
non solo meccanicamente
(come per esempio nell’industria cinese) ma si ingegnava, approfondendo il linguaggio della comunicazione e sviluppando la creatività: uno dei presupposti del
“Made in Italy”.
IL MIO LAVORO IN
AZIENDA
Il lavoro nell’ufficio estero
presupponeva la conoscenza di più lingue, in primo
luogo dell’inglese, che studiai seguendo un corso registrato su dischi a 45 giri che
ascoltavo da un mangiadischi azzurro. Del tedesco e
del francese avevo solo stentate basi scolastiche, ma mi
impegnai con entusiasmo, e
in breve riuscii ad esprimermi, anche per iscritto, in forma accettabile.
A una settimana dall’assunzione venni letteralmente catapultata in Belgio per
partecipare a una piccola fiera di settore, io che non avevo mai varcato il confine nazionale, che pur distava da
casa mia meno di cento chilometri. Furono 1.200 km attraverso strade e autostrade
d’Europa: un vero e proprio
battesimo. Iniziai a relazionarmi con un mondo che ai
miei occhi appariva - e in effetti era - infinito, complicato, misterioso; un’opportunità che io, timida e insicura
oltre misura, vivevo con apprensione, ma nella quale
mi buttai a capofitto.
Tra le mie motivazioni
profonde vi era probabilmente il bisogno di dimostrare a me stessa e a chi mi
dava fiducia che ero in grado di farcela, ma, al di là di
questo, la spinta a contribuire al buon funzionamento e
alla crescita dell’impresa da
cui dipendevano tanti operai
e le rispettive famiglie era
forte e spontanea.
Ero orgogliosa di lavorare
nell’export, e mano a mano
che i risultati arrivavano il
mio coinvolgimento nell’Azienda si fece sempre più
forte, in un processo di identificazione di tipo “giapponese”. Accumulare straordinari era pratica ordinaria, solitamente con una coda di lavoro a casa per finire o rifinire il lavoro. (Insopportabile)
stakanovista all’interno; portabandiera della mia Azienda e del mio Cadore all’esterno.
Per niente interessata a fare carriera, la “missione” di
cui mi sentivo portatrice
era “costruire relazioni” che
potessero durare e crescere
nel tempo, e da questo, e dai
rapporti umani che di volta
in volta si stabilivano, traevo
le mie maggiori soddisfazioni. Gli aumenti di fatturato,
di profitto, di stipendio furono per me la ricaduta positiva di un certo modo di agire
e di affrontare il lavoro, non
l’obiettivo primario: quasi la
ciliegina sulla torta. Relazioni d’affari basate sul rispetto, mantenendo un atteggiamento cordiale ma professionale; presentarsi con nome e cognome, usare il “lei“
piuttosto che il “tu”, il “noi”
piuttosto che l’”io”. Non ricordo se tutto questo mi
venne insegnato o se lo maturai da sola, ma sicuramente era nel clima aziendale.
Tutto perfetto? Certamente no, ma l’ambiente era
positivo e stimolante e concedeva spazi oggi inimmaginabili a chi aveva voglia di
fare.
I VIAGGI
Nel giro di pochi anni con
il volume d’affari crebbe anche la struttura dell’ufficio
estero e aumentò la frequenza e la durata dei viaggi, prima in coppia con il
mio capo e poi sempre più
spesso da sola, viaggi che
duravano fino a quattro-cinque settimane, con continui
spostamenti da un Paese all’altro, spesso da un continente all’altro. Una volta all’anno mettevamo in programma un giro attorno al
mondo con innumerevoli
tappe e decine di appuntamenti preparati con cura,
con pesanti valigie campionario al seguito. Ricordo
l’impegno richiesto prima di
ogni viaggio per la preparazione dei campionari, con
l’obiettivo di catturare l’attenzione e l’interesse dei
clienti; la concentrazione posta nel capire quali potevano
essere le loro aspettative o
5
esigenze allo scopo di individuare le proposte più mirate, trattenendo il fiato nei
momenti cruciali. La soddisfazione nel cogliere una loro espressione di apprezzamento o di stupore, a conferma di aver colpito nel segno.
E per stupire alle volte era
sufficiente una combinazione di colori azzeccata o un
dettaglio apparentemente di
poco conto che andasse a
toccare la loro sensibilità o
che si legasse in qualche
modo alla loro realtà.
In occasione dei miei frequenti viaggi approfittavo
dei fine settimana o delle
pause di lavoro per visitare
luoghi lontani pieni di fascino, non ancora meta del turismo di massa: i deserti
rossi dell’Australia, la sua
barriera corallina, la Cina
delle biciclette, i parchi del
Giappone, le città sacre dell’India, i souk dei paesi arabi
in prodigiosa crescita. Mi
mescolai tra le genti, feci
esperienze brevi ma intense.
LA GLOBALIZZAZIONE
Forse troppo coinvolta
per rendersene pienamente
conto, l’Azienda operava in
un mondo che si stava rapidamente aprendo alla globalizzazione, come trasportato
da un’onda potente e irrefrenabile che tutto travolgeva e
trasformava. Un processo
che di riflesso anch’io vissi,
in modo più o meno consapevole, in prima persona.
I mercati esteri, fino ad allora chiusi o protetti da licenze, dazi, formalità e paletti di ogni tipo aventi lo
scopo di limitare al massimo
gli scambi di beni non essenziali, si aprirono ai traffici internazionali, facendo
decollare vendite e fatturato
fino a raggiungere livelli prima impensabili. “Niente è
tanto potente quanto un’idea il cui tempo è venuto”:
questa affermazione di Victor Hugo ben si adatta alla
nostra storia, una storia comune a tante imprese che
hanno attraversato quel particolare momento.
Sta di fatto che la Fedon
era preparata ad affrontare i
grandi cambiamenti in atto
anche nel settore dell’occhialeria, e si trovò proiettata nel mondo, distanziando
la concorrenza che in larga
misura preparata non era.
Si trattava di un’azienda dalle fondamenta solide e ben
radicate sul territorio, per il
quale si sentiva investita, allora, di un forte senso di responsabilità; dalla struttura
leggera e dai processi decisionali semplici e veloci, con
un’attenzione particolare al
servizio.
Un’azienda orientata alla
ricerca e alla sperimentazione e capace di costruire dei
prodotti ad hoc (tanto più
importanti quanto più nell’occhiale si affermavano i
marchi di moda) basati sulla
conoscenza delle tecniche
di produzione, dei materiali
proposti dal mercato, delle
tecniche di personalizzazione e che per tutto questo, e
altro, venne riconosciuta come uno dei migliori (se non
il migliore) produttore al
mondo di astucci per occhiali, senza dubbio il più propositivo.
UN PICCOLO GRANDE
RICONOSCIMENTO
Io mi fermo qui, ma la sto-
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ANNO LXI
Maggio 2013
11
RACCONTo
T
utto cominciò una primavera del ‘64. Ricordo ancora con gratitudine il
primo libro che Ferruccio
mi regalò allora, quando
avevo 12 anni. Giornalista e
cultore di storia locale, Ferruccio Belli è oggi un paladino dei nostri tesori storicoculturali, grazie alle ricerche, agli articoli ed ai suoi libri dedicati alla storia del
Cadore ed Ampezzo, dei
quali mi ha fatto omaggio di
quando in quando, in segno
di amicizia. Ma quella volta
si trattava di un piccolo volume di argomento insolito,
dal titolo Uccelli d’Europa
del Brunner e fu per me come una illuminazione ed
una rivoluzione mentale. Ai
libri chiediamo di darci il
piacere della lettura ma anche la conoscenza. Ebbene
questo piccolo libro, risvegliando la mia curiosità, mi
conduceva per mano in
un’indagine avvincente del
mondo alato, verso cui mi
sentivo sospinto come da un
sentimento di familiarità
che quasi sconfinava con la
frenesia. Le splendide illustrazioni a colori del testo,
ancora vivide nella memoria, stimolavano una passione già accesa dai racconti di
mio padre che in Africa, negli anni anteguerra, aveva
visto all’ interno della Somalia animali selvaggi e paesaggi meravigliosi. Era un
bisogno di conoscenza che
avrebbe accompagnato poi i
miei passi anche nella vita,
mosso dalla curiosità di scoprire e conoscere le bellezze della natura.
Iniziarono così le scorribande per prati e boschi alla
scoperta delle molte specie
di uccelli allora ancora frequenti. Una miniera di ricordi brillano di nuovo come
pepite nella mia memoria ed
accendono ancora le stesse
emozioni di allora. Come
quando nell’inverno 1963
-64, tutta la valle del Boite venne invasa da stormi
di beccofrusoni provenienti dalla taiga russa.
B i rdw a t ch i n g d ' a l t r i t e m p i
“Iniziarono le scorribande... Avevamo
avvicinato due pavoncelle strisciando
bassi nascosti nei solchi dʼuna
mulattiera e ne avevamo presa una.
La tenemmo in una grande gabbia da
cui ci guardava con lo sguardo triste”
Questi leggiadri uccelli dal
variopinto piumaggio, si assiepavano in quell’inverno
sui sorbi dell’uccellatore
delle alberature stradali delle cui bacche erano ghiotti.
Erano molti i cacciatori della Valboite che sparavano a
questi uccelletti confidenti e
socievoli e per questo facili
bersaglio, e che portavano
poi le spoglie a Serdes da
Chino Nadalin, esperto imbalsamatore. Lui sapeva ridare forma e vita apparente
agli uccelli, fissandoli con
maestria, come piccole sculture, su piedistalli in legno
di radice.
Ancora più vivido è il ricordo dell’avvistamento di
due pavoncelle, una specie limicola della famiglia
dei caradridi, attualmente
molto rara, in pastura nei
prati intorno a Serdes, nell’autunno dei primi anni ‘60.
Era stata una apparizione
spettacolare ed inedita. Le
avevamo avvicinate strisciando bassi nascosti nei
solchi di una mulattiera di
campagna e poi con l’abilità
di frombolieri provetti, eravamo riusciti a prenderne
una con la fionda. La tenemmo per molto tempo in una
grande gabbia da cui ci
guardava con lo sguardo triste di chi ha perso la libertà.
Ignari allora di problemi
ecologici e di minacce all’’ambiente, anche noi ragazzini seguivamo un principio
predatorio, ispirati dalle avventure di caccia raccontate
con accento intrepido dai
cacciatori locali.
Nel mese di marzo c’era
l’immancabile appuntamento con la grande migrazione primaverile dei merli
dal collare. Questi turdidi
ria non finisce qui, anche perché
i cambiamenti indotti dal processo di
globalizzazione sono continuati con
un’accelerazione sempre più forte, travolgendo spesso quanto avevano reso
possibile, e imponendo negli altri casi di
“cambiare tutto perché nulla cambi”,
con tutti gli sconquassamenti che questo comporta.
Nel rivivere con serenità le fasi di questo recente passato, ricordo volentieri
un episodio al quale a suo tempo non
avevo prestato attenzione, ma che oggi,
in tempi dominati dall’incertezza, dalla
carenza di riferimenti validi e da comportamenti pubblici e privati che stanno
demolendo un patrimonio di immagine
e di identità faticosamente conquistato,
assume un significato profondo. Si tratta
di un commento espresso da un cliente
francese, una donna, commento che mi
venne riferito quasi casualmente da un
conoscente, e che riguardava l’azienda
per cui lavoravo, così com’era allora, e a
me, che ne ero il loro referente quotidiano: “Quella è gente che fa onore al suo
Paese”.
Un piccolo grande riconoscimento a
conferma che, in fondo, si è trattato di
una bella storia, di una storia importante, di una storia che valeva la pena di vivere.
Giovanna Deppi
provenienti dalle coste del
Nordafrica dove avevano
svernato sulle montagne
dell’Atlante, rimanevano per
settimane sui prati appena
liberi dalla neve, prima di risalire verso le praterie subalpine e le mughete per nidificare. Pasturavano saltellando in cerca di vermi che
sfilavano con abilita’ dal suolo e dalle zolle di letame
sparso come concime. All’imbrunire si radunavano in
grossi stormi, di molte decine di individui, lanciando caratteristici richiami secchi e
concitati, appollaiati sugli alti larici intorno al paese. Nei
miei ricordi riecheggia ancora il coro serale dei merli
dal collare, che si prolungava diventando sempre più
fioco con l’avanzare della sera fino a cessare al calare
delle tenebre.
I prati, concimati in primavera, d’estate erano ricchi di
alte erbe ed erano falciati a
scacchiera, permettendo così di mantenere sempre un
habitat ideale per lo stiaccino, piccolo uccelletto dei
prati, ora scomparso da
quando il taglio a raso, avviene su grande scala, eliminando improvvisamente la
possibilita’ di ricercare insetti tra le erbe. Nelle siepi
che contornavano i prati
era facile scorgere l’averla piccola anch’essa scomparsa con l’avanzata del bosco e la eliminazione di siepi
spinose. In tarda estate era
frequente scorgere lo zigolo muciatto ai margini dei
campi di patate appena raccolte. Anche questo uccello
è pressoché sparito insieme
ai campi coltivati.
Tra i nostri ricordi, è memorabile l’inseguimento di
RACCONTO
di Emi Boccato
di Osvaldo Palatini
1965
due picchi muraioli, bellissimi
uccelli
dalla
splendida livrea color cenere del collo e dorso, contrastante con le ali colorate
rosso vermiglio, su cui risaltano le remiganti nere ornate da macchie ovali bianche.
Erano comparsi fra i massi e
le rocce affioranti che circondano la casera di Prendera, nei pressi del Becco di
Mezzodì, simili in volo, a
due grosse farfalle variopinte, e subito ci eravamo messi all’inseguimento, incuranti dei cartelli collocati dagli
alpini, che segnalavano “PERICOLO BOMBE INESPLOSE” dopo le loro prove
di tiro con obici e cannoni.
Ma i picchi muraioli si dileguarono improvvisamente
come fantasmi fra le rocce,
lasciandoci a bocca asciutta.
L’avventura più affascinate era però la salita alla Costa oltre i boschi che fanno
da anfiteatro alla valle di Polentaia. Con Gianni Cuco
ed Andrea Muscio, amici
per la pelle, andavamo
ad esplorare il territorio
impervio che stava oltre il
contrafforte montuoso di
Muzilai. Si saliva per boschi
di abeti, aceri e faggi, attraversando le macchie di intenso verde chiaro dei prati,
da tempi immemorabili falciati fino alle pendici dei
monti. Le vestigia silenziose
del passato erano ancora
presenti nei segni delle opere degli avi che avevano disboscato, aperto sentieri e
creato mulattiere per il trasporto del fieno e del legname. Ma al tempo stesso
quei luoghi erano pervasi
dalla sacralità misteriosa di
una natura incontaminata e
noi ragazzi ci chiedevamo
quali arcani significati racchiudessero toponimi come
Arcogologna, Laes, Muzilai,
Staulin.
Superati i primi pendii boscosi e lasciato alle spalle il
bastione di Muzilai, si saliva
verso La Palù, sui dolci prati
a lariceto verso nord-est. La
grande facciata gotica della
croda Marcora compariva
improvvisamente, troneggiante di fronte a noi, quasi
a portata di mano. Sopra
svettava il profilo seghettato
delle Rocchette, dietro ai
contrafforti di Roan e dei
Ciampes. Ed ecco apparire
un luogo incantato: un grande rilievo boscoso, lussureggiante di latifoglie ad
aceri, ontani, faggi, dove varie tonalità di verde, iniziavano a screziarsi di rossiccio e bruno, preannuciando
U N A VA L I G I A D I
SPERANZE
Paolo partiva per Mannheim. Era un poʼ come quando i ragazzi
partivano per la naia, Paolo però partiva solo...
omani parto”. Paolo
“D
guardò la valigia,
appoggiata su una sedia accanto al letto, già piena, ma
ancora aperta, per controllare se non avesse dimenticato
qualcosa.
Riaprì per l’ennesima volta
il portafoglio: i soldi c’erano,
come pure la carta di identità, la tessera sanitaria e il biglietto del treno. Avrebbe dovuto affrontare lunghe ore di
viaggio dal Cadore a Mannheim in Germania. Era un
po’ come quando, un tempo,
i ragazzi della sua età partivano per la “naia”. Però erano
in tanti, c’era allegria, cameratismo, complicità fra loro,
era facile nascondere quel
vago senso di timore e disagio che si insinuava sottile
al pensiero di dover affrontare una nuova esperienza di
vita, lontano da casa e dagli
affetti. Paolo doveva partire
da solo: era la prima volta
che si allontanava dalla famiglia e avvertiva una sensazione come di vuoto, di inadeguatezza. Aveva diciannove
anni, un diploma di scuola alberghiera in tasca e tanta voglia di lavorare. “Masticava”
un po’di tedesco, giusto quello che si apprende a scuola,
ma era sicuro che avrebbe
imparato in fretta.
In Cadore non aveva trovato lavoro, così aveva pensato
di accettare, per una stagione, la proposta di impiego da
parte di uno zio di un suo
amico, che aveva una gelateria, appunto, a Mannheim.
Parecchi dei suoi amici più
grandi, come tanti cadorini,
avevano già fatto quell’esperienza e decantavano le città
tedesche come fossero il
paese dei balocchi: discoteche favolose, divertimenti,
ragazze belle e disponibili
(ma dove trovavano il tempo
se dovevano lavorare?). Però, dopo una, due stagioni, ritornavano a casa…
Aveva una fidanzatina Paolo e gli struggeva il cuore doverla lasciare, anche se per
pochi mesi. Giulia gli aveva
promesso che sarebbe andata a trovarlo almeno una volta, durante l’estate, e che
avrebbe fatto senz’altro il tragitto in macchina con lui fino
a Fortezza. Il padre di Paolo,
infatti, aveva proposto di ac-
l‘autunno imminente.
Spiccavano fra i vari alberi, i sorbi dell’uccellatore,
con vivaci bacche rosse, alcuni di dimensioni monumentali. La scena che si presentava era sempre inebriante. Fra le fronde si richiamavano con suoni
aspri, cesene e tordele,
gorgheggiavano merli e
tordi bottaccii. Al nostro
passaggio frullavano via dal
sottobosco pettirossi, peppole e fringuelli. E poi bigiarelle, passere scopaiole
e prispoloni. Dagli alberi di
sorbo mandavano il loro malinconico richiamo i ciuffolotti, ghiotti delle loro bacche. Ogni tanto piccoli stormi di crocieri ed organetti
si involavano improvvisamente dalla cima di un larice
e dopo brevi volteggi calavano a posarsi su un altro larice carico di pigne. Lo spettacolo era talmente emozionante da rimanere ogni volta
incantati ad osservare in silenzio: era il nostro santuario degli uccelli.
Questo mondo è scomparso. Serdes era un’ oasi incantata per la bellezza del paesaggio e la semplicità della
gente. Teatro di avventure e
di storie narrate dai vecchi,
che accendevano la nostra
fantasia. Era un richiamo alle proprie radici e al senso di
appartenenza ad una comunità, impresso da esperienze
vissute insieme, con gli occhi incantati dell’infanzia.
Ora sono quasi del tutto
scomparse le rondini ed i
balestrucci, e nei prati non
c‘è più lo stiaccino né lo zigolo, né più, fra i cespugli,
l‘averla piccola. Scomparsi
i prati concimati di letame,
non si vedono più i merli
dal collare. Anche il magico
santuario della Costa è stato
trasformato in monocoltura
di abete rosso e la fitta pecceta ha completamente sostituito il lussureggiante mosaico di latifoglie cancellando così anche i dolci declivi,
non più falciati.
compagnarlo fino a quella
stazione ferroviaria, per rendere meno triste il distacco.
Quella sera, prima di andare
a letto, gli aveva posato le
mani sulle spalle e, guardandolo fisso negli occhi, gli aveva semplicemente detto: “Sei
un uomo, tieni duro !” Sua
madre, tirando su con il naso
e asciugandosi, furtivamente, una lacrima, aveva ribattuto: “Beh, non parte mica per
l’America !” Poi l’aveva abbracciato stretto “Fa il bravo,
comportati bene.”
Doveva ancora partire e
già sentiva un’acuta nostalgia: bando alle malinconie,
era ora di dormire, doveva alzarsi presto l’indomani.
Paolo chiuse la valigia, la
valigia dei sogni, o meglio, la
valigia delle speranze e dei timori per questa esperienza
tutta nuova che avrebbe dovuto affrontare da solo, in un
paese straniero. “In fondo, in
fondo, così è la vita, devo pur
farmi le ossa.” Pensò. Si rannicchiò sotto le coperte, si fece il segno della Croce e
spense la luce.
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STORIA
er molti giorni sulla spiagP
gia di Valona il mare depositò decine di corpi straziati ed irriconoscibili che finirono sepolti fra
gli ulivi in un cimitero costruito ai
bordi della strada che dal mare sale verso Kanina. Ciò che non erano riuscite a fare le granate da 305
sulle rocce di M. Piana poté un
inopinato e fortunato siluro nelle
acque più profonde dell’Adriatico,
solcate da tanti soldati convinti solo di andare verso il riposo e le loro famiglie.
Il 1° giugno 1916, in una situazione strategica ormai deteriorata, era giunto l’ordine di rimpatrio
dall’Albania per il 55° Reggimento di Fanteria della Brigata “Marche”, ben noto per le operazioni
su Monte Piana nel 1915. Qui, sulle pietraie del monte santo e maledetto, erano state scritte innumerevoli pagine di lotta, di quell’assalto al cielo, come lo definì qualcuno, costellato di eroismi grandi
e piccoli, di cui il Maggiore Bosi,
il Capitano Gregori, il ten. De Simone, il s. ten. Matter e tanti altri
ancora sono i rappresentanti più
noti. Dopo essere stati spostati
nell’ottobre 1915 sul fronte isontino ed essere stati impegnati negli
attacchi al Sabotino, i fanti del 55°
erano stati mandati in Albania da
Taranto nel febbraio 1916 per andare a soccorrere, con la costruzione di un campo trincerato, i resti dell’esercito serbo in drammatica ritirata verso l’Adriatico. Per
la complessa operazione di rientro del 55° venne utilizzato un
convoglio navale formato anzitutto dal piroscafo Principe Umberto,
che aveva, come di consuetudine
nel periodo bellico, due comandanti, uno militare, il tenente di
vascello Nardulli, ed uno civile, il
capitano genovese Sartorio. Il piroscafo (prua verticale, due alberi
e due fumaioli, stazza 7838 tonnellate, propulsione a due eliche, velocità 16 nodi) era stato costruito
nel 1908 dai Cantieri Navali Riuniti di Palermo per conto della Società Navigazione Generale Italiana e venne impiegato soprattutto
sulle rotte dall’Italia verso il Sud
America e verso New York. Nel
1916 il piroscafo subì la sorte toccata a molte altre grandi unità
mercantili, ovvero quella di essere requisito dalle autorità italiane
per venir adibito al trasporto truppe.
A bordo il Comando del
Reggimento al completo (agli
ordini del Col. Ernesto Piano), il I e II Battaglione più 2
Compagnie del III (l’11a e la 12a).
Per la precisione il piroscafo imbarcava 2821 uomini, ovvero 2445
militari di truppa, 75 Sottufficiali,
58 Ufficiali, 216 persone fra equipaggio e Stato Maggiore borghese, 2 Ufficiali e 25 Marinai della
Regia Marina. Il convoglio era formato da altre navi più piccole, ov-
ANNO LXI
Maggio 2013
5
DALLE PIETRAIE DEL MONTE PIANA
AGLI ABISSI DEL CANALE DʼOTRANTO
I fanti del 55° Reggimento della Brigata Marche furono mandati in
Albania nel 1916 per soccorrere i resti dellʼesercito serbo in ritirata
giorni nostri, è stato
possibile reperire i nomi di 1728 vittime di
quel naufragio e il comune di provenienza.
Possiamo così riscontrare che la provincia
di Belluno pagò il tributo di 69 caduti. Tra
questi i cadorini Olindo Silvestro Cattaruzza Pino (sottotenente)
di Auronzo, Luigi De
Lorenzo Dandola di
Comelico Superiore,
Giovanni Benedet di
Il piroscafo “Principe
Umberto” utilizzato per
il rientro in Italia del
55° fu intercettato da
un U5 nemico e
affondato lʼ8 giugno
1916 al largo di Valona:
perirono più di 1900
persone, 69 i fanti
provenienti dalla provincia di Belluno, compresi 8 cadorini
vero i piroscafi Ravenna e Jonio ed i cacciatorpediniere Espero,
Pontiere, Insidioso, Impavido e l’esploratore
Libia.
Il Principe Umberto,
salpato verso le 19, stava navigando alla velocità di 16 miglia orarie,
quando alle 20.45, a 15
miglia per Sud Ovest
da Capo Linguetta, fu
intercettato da un sommergibile nemico, un
U-5 comandato dal
tenente di vascello
boemo
Friedrich
Schlosser
(18851959). Questi accostò
nella direzione di lancio ed eseguì, a distanza di 1000
metri, in condizioni di cattiva visibilità, il lancio dei due siluri con
impatto fortemente poppiero, ordinando poi l’immersione in profondità, dove giunse l’eco di due
esplosioni. Nell’affondamento, avvenuto in circa 7 minuti, perirono
più di 1900 persone: secondo alcune fonti 1926, secondo altre
1948. Sul luogo dell’affondamento, oltre alle navi del convoglio, si
diresse anche la nave Libia, ma si
poté ben poco, anche per il fatto
che la gran parte dell’equipaggio
si trovava sottocoperta. Si salvarono solo 895 uomini, tra ufficiali
e soldati.
Grazie al paziente lavoro di molti studiosi, durato in pratica fino ai
Perarolo, Riccardo Cesco Casanova e Giovanni De Villa Gobbo
di S. Pietro di Cadore, Antonio Da
Vià di Domegge, Liberale De Nicolò di Vigo e Paolo Zanvettor di
Ospitale. Nel dopoguerra le salme dei caduti furono traslate
dal cimitero di Valona al Sacrario Caduti d’Oltremare di Bari.
E l’U-5 che fine fece? Sappiamo
che il sommergibile, ritornato nel
golfo di Cattaro, fu fatto segno al
lancio di due siluri da parte di un
sommergibile nemico, nelle vicinanze di punta Platamone. Il primo siluro poté essere evitato con
la manovra, ma il secondo urtò
con il suo acciarino contro un pala
dell'elica dell' U5; però fortunatamente non esplose ed andò a picco. Il sommergibile non poté immergersi a causa di una avaria del
timone di profondità, cercò di reagire contro il suo avversario col
fuoco del suo cannone ed alla fine
riuscì a cacciarlo, dopo che, nel
frattempo, anche siluranti erano
state chiamate fuori dal golfo in
aiuto.
Il 16 maggio 1917 stava effettuando una crociera di formazione nel Canale di Fasana vicino a
Pola, quando venne colpito alla
poppa da una mina, affondando a
una profondità di 36 metri e subendo la perdita di 6 dei 19 uomini
a bordo. Dopo pochi giorni il mezzo fu recuperato e revisionato,
tornando in mare nel febbraio
1918, ma non si segnalò per altri
episodi e alla fine della guerra fu
trasferito a Venezia nel 1920 come
risarcimento di guerra, finendo
quindi demolito.
Un fatto curioso è che su qualche testo l’affondamento del Principe Umberto venne accreditato a
Georg Ludwig Ritter von Trapp
(Zara, 1880 - Stowe, 1947), capo
della famiglia di cantanti austriaca
illustrata nel noto musical The
Sound of Music che invero comandò l’U-5 prima di Schlosser. I
suoi successi nel corso della prima guerra mondiale in qualità di ufficiale della Marina dell'Impero austro-ungarico, gli valsero numerose decorazioni, compresa la prestigiosa insegna di Cavaliere dell’Ordine Militare di
Maria Teresa.
A chi volesse approfondire i
particolari di questa immane tragedia
consigliamo
il
sito
www.pietrila grandeguerra.it e il
recente libro di Enzo Raffaelli
“Quei fantastici biancoazzurri dalla Tre Cime di Lavaredo agli
abissi dell’Adriatico con il 55° Reggimento Fanteria sui campi di battaglia della Grande Guerra”, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano - Comitato di Treviso,
Collana “La linea della memoria”,
n. 4, 2008.
Walter Musizza
Giovanni De Donà
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iusto 70 anni fa, nel
G
maggio del 1943,
giungeva al suo epilogo la
La ritirata e la sconfitta delle forze italo-tedesche in Africa
settentrionale 70 anni fa nel diario di Giovanni Cian, convinto
dʼessersi salvato per un sogno fatto la notte prima dellʼattacco
campagna militare nell’Africa settentrionale con la
sconfitta definitiva
delle truppe italotedesche guidate
da Erwin Rommel.
Questi, dopo la
battaglia di El Alamein dell’ottobre
1942, disobbedendo agli ordini di
Hitler di resistere
sul posto, il 4 novembre si disimpegnò dal fronte,
abbandonando gli
italiani al proprio
destino. Il fronte
cedette e così per
le truppe dell’Asse, tallonate dagli
inglesi del Gen.
Montgomer y, iniziò la ritirata, durata 6 mesi, attraverso la Libia fino in
Tunisia, dove ci si
attestò sulla “Linea del Mareth”,
una serie di fortificazioni realizzate
qualche anno prima dai Francesi.
L’8 novembre inoltre erano sbarcati
in Marocco gli
Americani
del
Gen. Eisenhower
e la morsa diveniva esiziale.
Le varie fasi della ritirata nel deserto e delle drammatiche battaglie
che ne seguirono
sono raccontate
dal diario tenuto
dall’artigliere scelto Giovanni Cian
da Domegge, che
dal 19 maggio
1942 partecipò all’ultima fase della
campagna con il
132° Regg. Artiglieria della Divisione Corazzata
“Ariete”.
Giovanni, nato il
21 febbraio 1921, fu uno degli ultimi italiani a deporre le armi in
terra d’Africa, a seguito dell’ultima, terribile battaglia di Enfidaville e dopo che il 7 maggio 1943
era già caduta la città di Tunisi e
gli ultimi soldati dell’Asse erano
stati accerchiati dall’8a Armata
Britannica.
“Enfidaville - scrive Giovanni che fu la fossa degli italiani sarà
sempre nella storia la stella che
additerà a tutti come sanno combattere i soldati d’Italia, anche
quando non sono ben armati…
Era l’aprile del ’43 quando giunsi
in quel luogo e le posizioni che dovevamo occupare erano nelle vicinanze di un colle che per giorni
interi fu protagonista del più crudele teatro della lotta, il Taruna.
Poco lontano erano accampati i
bersaglieri, appena giunti dall’Italia ed ancora ignari di quanto
li attendeva. Quando ci videro arrivare, piantare i pezzi e fare i
primi tiri di aggiustamento, uno
di loro mi chiese: “E’ così vicino il
nemico?”. Ridendo gli risposi:
“Sarà qui domani”. Era della
classe 1923 e mi raccontò cosa
stava succedendo in Italia, come
tutta la popolazione fosse già a conoscenza della nostra caduta totale e in attesa che ci arrendessimo
per fermare questo massacro.
Tunisi fu occupata dagli inglesi
il giorno 7, per cui la l’Armata
italiana, di cui facevo parte, risultava accerchiata da una mas-
La notte prima dell’attacco finale riposai pochissimo, alla fine mi assopii un poco. Vinto dal
sonno, vidi come in un
sogno Amalia, la
mamma della mia
fidanzata Beppina,
morta un anno prima e che per me
era come una seconda
mamma.
Amalia mi guardava sorridendo e disse: “Giovanni, perché rimani qui?
Guarda che domani ci sarà un altro
attacco molto più
potente di quello di
oggi, va’ anche tu
come tutti nella
galleria, oppure,
rimanendo qua,
fatti un rifugio. Mi
indicò con la mano
un punto poco lontano dalla fureria,
poi in silenzio, come m’era apparsa,
scomparve.
La mattina del
12 maggio mi svegliai prima dell’alba e subito, aiutato
da Donadel, mi
misi a scavare nel
Giovanni Cian e sposa
punto indicato, feci
una buca profonda
un metro e venti e
la coprii con assi e
terra. A tre metri
dalla buca appoggiai la corrispondenza che era giunta dall’Italia e sopra il tetto del ricovero poggiai le sigarette da distribuire ai soldati del
reparto. Ero appena entrato nella
nate, feci un salto in un burrone buca con l’amico sergente Cimino
di 8 metri senza farmi nemmeno quando udii più colpi secchi, senuno striscio. Qui ero al sicuro e za nemmeno il famoso fischio.
attesi che la smettessero per poi Rabbrividii tutto, l’odore acre deltornarmene tranquillo al mio la polvere bruciata mi venne alle
gruppo. Al momento del rancio narici ed ecco altri colpi che si faandai con le gavette per prenderlo cevano sentire, la terra del rifugio
per me e per i miei compagni… ci cadde addosso, le assi che la teAppena queste furono riempite, le nevano si spostarono e nel rifugio
artiglierie nemiche entrarono in entrarono sigarette, giornali di
azione e le granate caddero a po- contabilità, cartoline in franchica distanza. Le schegge fischiava- gia, mezzi toscani, pezzi di lettera
no sopra la mia testa con il loro stracciati… Mi avevano centrato
caratteristico ziii
ziiiioooo. in pieno la fureria, che stava bruQuando tutto cessò mi alzai, e vi- ciando…
di la marmitta forata in più punIl sergente Cimino chiese: “Sei
ti e già vuota: eravamo senza pa- ferito?” – “No, risposi, e tu?” –
sto.
“No, ma fatico a credere”. E si
Uno di Soligo, Donadel, una se- toccava con le mani. Finita la
ra, mentre si parlava dei pericoli sparatoria, di corsa andai alla
passati, mi disse: “Tu Cian, quan- galleria che era diventato l’unico
do ritorni a casa, metti davanti posto sicuro. Nel pomeriggio dello
alla Madonna tutte le candele che stesso giorno sopra le posizioni tetrovi, perché soltanto lei poteva nute dai tedeschi si vide la bansalvarti nei luoghi dove eri ed i diera bianca. Il Comando tedesco
pericoli passati non li potrai di- si era arreso, ma noi ancora si
menticare per tutta la vita. Se og- resisteva. Si vedevano le macchigi sei qui con noi è soltanto volon- ne che por tavano i prigionieri
tà del Signore, quante volte mi verso i campi di concentramento.
avevano detto che tu eri mor- Verso le 19 giunse anche a noi
to…”.
l’ordine di far saltare i pezzi e alNelle vicinanze del nostro grup- le ore 22 il Gen. Giovanni Messe
po furono costruiti dei piccoli ca- chiedeva la resa al Comando Alpisaldi, che dovevano servire nel leato.
caso le fanterie nemiche fossero
Il giorno dopo, 13 maggio, anpenetrate nel nostro schieramen- dai a vedere la mia fureria: il
to. Avevamo sempre con noi il fuoco aveva distrutto ogni cosa,
moschetto e le bombe a mano, le granate cadute la mattina pripronti a resistere ad oltranza. Il ma erano 4, una sopra il rifugio,
giorno 10 eravamo già stretti in una sulla fureria e 2 a qualche
un cerchio di fuoco, isolati, con la metro. L’avevo scampata bella, il
resistenza che si faceva sempre sogno era stato la mia salvezza.
più accanita. Per ripararsi dalle
Alle 13 i soldati inglesi già ci
artiglierie alcuni soldati avevano accompagnavano verso i campi
costruito una galleria in un colle di prigionia. La mia vita di guerlunga 20 metri, che poteva ospita- ra era terminata e la prigionia
re 100 uomini. Io invece mi ero non la racconto a nessuno… tanfatto una buca vicino alla mia to è stata dura”.
”.
Walter Musizza
tenda, che faceva da fureria, con
Giovanni De Donà
un tavolo e una sedia.
LA BATTAGLIA AFRICANA DI ENFIDAVILLE
Carro it. “Ariete”
Inglesi a Enfidaville
Quando Rommel, dopo la battaglia
di El Alamein, il 4 novembre 1942 si
disimpegnò dal fronte, abbandonando
gli italiani al proprio destino,
le truppe dellʼAsse iniziarono una
ritirata che durò sei mesi attraverso
il deserto della Libia e fino in Tunisia
“Iniziò una pioggia di granate di tutti i
calibri, i cannoni nemici sparavano con la
celerità di una mitraglia. Enfidaville che
fu la fossa degli italiani sarà sempre
nella storia la stella che additerà a tutti
come sanno combattere i soldati dʼItalia.”
Così scriveva Giovanni Cian di Domegge,
del 132° Regg. Artiglieria “Ariete”
perdite. Entrò
in gioco pure
l’aviazione, ma
in quella lotta
disperata le nostre difese non
furono mai superate. Allora
Prigionieri italiani
scesero in campo le grosse arsa d’acciaio e condannata a sicu- tiglierie, che cominciarono a batra morte. Per chi avrebbe avuto tere le nostre difese che meglio rela fortuna di sopravvivere al mas- sistevano e che impedivano l’asacro ci sarebbe stata la prigio- vanzata dei carri e delle fanterie.
nia. Ma sul fronte dove mi trovaIniziò una pioggia di granate di
vo nessuno, pur conscio della fine tutti i calibri, i cannoni nemici
che lo attendeva, voleva cedere se sparavano con la celerità di una
non dopo aver sparato fino all’ul- mitraglia: i colpi non erano mai
tima cartuccia.
staccati, tanto che si udiva un sol
Il giorno seguente infatti il ne- colpo e gli scoppi poi non si contamico faceva già sentire la sua pre- vano. Il Colonnello Comandante
senza con dei colpi di cannone di Reggimento disse che nei 20
che scoppiarono a poca distanza minuti che durò questa preparada noi. I bersaglieri erano già in zione d’artiglieria ben 6000 colpi
trincea e noi fummo spostati ver- erano caduti solo nella nostra zoso l’interno per proteggere la Divi- na…. Le piste che attraversavano
sione “Giovani Fascisti” e gli Ar- il terreno scoperto erano contiditi che occupavano le posizioni nuamente bombardate dall’aviapiù pericolose. Ci furono dei gior- zione e dall’artiglieria, non si fani di calma e arrivò la Pasqua: ceva un passo senza posare un
all’alba di quel santo giorno le piede sopra una scheggia o una
fanterie nemiche, appoggiate dai buca di granata o spezzone. Come
carri scattarono all’assalto. La poter resistere ancora per lungo
lotta fu dura, ma dopo sforzi so- tempo? Questo era impossibile, lo
vrumani il nemico dovette ripie- sapevamo già tutti.
gare: il fosso anticarro era ricolI rifornimenti dalla Patria armo di cadaveri e feriti che nessu- rivavano, ma le nostre navi,
no poteva aiutare perché le nostre quando erano nel porto di Tunisi,
artiglierie continuavano a batte- venivano affondate dagli aerei alre quella zona.
leati, cosicché le munizioni scarIl mercoledì della settimana che seggiavano e i viveri diminuivaseguiva la Pasqua un nuovo at- no. Alcuni incominciarono a datacco, più potente del primo, ven- re segni di pazzia, altri si sparane a suscitare nei nostri animi al- vano ai piedi e alle mani per essetri dolorosi pensieri: se il nemico re rimpatriati tramite la Croce
attaccava così in massa voleva di- Rossa… Andai a trovare l’amico
re che aveva la volontà di elimi- Frescura, che era a 2 km lontano
narci quanto prima. I suoi sforzi da me, e lo trovai dopo aver supeperò furono vani, ovunque le sue rato vari pericoli. Al ritorno, per
truppe vennero respinte con gravi ripararmi da una scarica di gra-
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n osservatorio priviU
legiato attraverso il
quale studiare la storia di un
determinato periodo è sicuramente quello offerto dalla
scuola. Documenti, relazioni e testimonianze tratte da
questo versante si traducono spesso in preziose informazioni per chi indaga sulla
storia di un territorio e le
condizioni della sua popolazione.
Casualmente, nel corso
delle nostre ricerche, ci siamo imbattuti nel “Giornale”
delle classi miste IV e V di
San Pietro di Cadore risalente all’anno scolastico
1928-29 e a colpirci è stata la
relazione stesa dalla maestra titolare Luigia Cesco, fu
Valentino. L’insegnante, diplomatasi a Venezia nel
1916 ed allora trentatreenne, aveva steso un dettagliato rapporto dell’esperienza
di lavoro svolto in quella
scuola elementare dal 18
settembre al 22 giugno. La
relazione finale, che porta la
data del successivo 25 giugno, era indirizzata all’ispettore scolastico Giovanni
Fabbiani, ben noto ai cadorini come uno dei grandi studiosi della loro storia.
A quanto si legge, portare
avanti quei ragazzi non era
oco più di un anno fa
(dicembre 2011) nel
P
Palazzo della Magnifica Comunità è stato inaugurato il
nuovo allestimento espositivo del Museo Archeologico
“Enrico De Lotto”. Nell'occasione si è commemorato
il centenario della nascita
(24.9. 1911) del non dimenticato “Medico umanista”,
come si è felicemente intitolato, ricorrendo il 25.mo anniversario della morte, il libretto edito dalla stessa Magnifica nel 1988.
Giunti ora a mezzo secolo
da quel primo maggio 1963,
in cui si è bruscamente interrotta, nella sua casa di
Domegge, dopo meno di
cinquantadue anni, un'intensa vita di studio e di lavoro, ne ricordiamo i passaggi
essenziali. Laurea in medicina e chirurgia (Padova
1937), abilitazione e servizio negli ospedali di Palmanova e di Udine; specializzazione in malattie tropicali e
assegnazione (1939) al Galla e Sidamo, in Etiopia; breve rientro, richiamo (1940)
e campagna d'Africa fino alla battaglia di Cheren (marzo 1941); prigionia e servizio, per cinque anni, negli
ospedali da campo in Sudan,
India e Inghilterra; rimpatrio nel 1946 e incarico della
condotta medica di Calalzo-
COMELICO - Da un “Giornale di classe” di oltre ottant’anni fa
GLI AFFANNI DELLA MAESTRA
Tra quei 45 scolari che la maestra
Luigia Cesco aveva nelle classi a
S. Pietro di Cadore, cʼerano “ dei
monelli celebri”. “Come andrà
a finire?” si chiedeva
stata fatica dappoco. “Non
mi spaventerei se non li conoscessi tutti e se non sapessi
che tra quei 45 (era il numero complessivo degli alunni
ndr) - scriveva la maestra - ci
sono dei monelli celebri che a
forza di spinte sono giunti
nella classe quarta. Intuisco
fin dal primo giorno che molti di quei ragazzi non mi seguiranno perché fisicamente
deboli e moralmente malati.
Difatti il risultato finale mi
dà ragione: su 23 frequentanti di quarta, uno escluso
dallo scrutinio per la condotta, e degli altri ventidue , undici promossi alla quinta!”.
A fronte del ben magro risultato Luigia Cesco recitava in parte il mea culpa:
“Ammetto di aver mancato
anch’io, di non aver saputo
toccare il cuore di quei ragazzi, di non averli compresi,
ma ammetto anche che ho
fatto il possibile per metterli
sulla buona strada, quella
che noi maestri insistentemente additiamo; che, a costo di ogni mio sacrificio,
non li ho allontanati dalla
scuola, sperando sempre che
mettessero giudizio e che ottenessero la promozione. Speranze vane, fatiche inutili!”.
E ricordava con nostalgia
(pure allora) il buon tempo
passato “quando i genitori
sapevano usare a proposito
la loro autorità”
Meglio era andata con la
classe quinta. “quantunque precisava - non la frequentassero scolari di grande intelligenza e di ottima volontà”.
Pur pronta ad ammettere
propri errori e mancanze,
Luigia Cesco non mancava
di fare osservare all’ispettore le condizioni in cui l’insegnante era costretto a lavorare: “Oggi il maestro è trop-
po occupato in cose estranee
o quasi estranee alla scuola.
Troppi incarichi lo distolgono dal lavoro scolastico, lo
obbligano a occupare il tempo ch’egli dovrebbe impiegare
a beneficio della sua cultura.
Ora per un’opera, ora per
un’altra, il maestro deve dare la sua adesione e rispondere sempre all’appello, a scapito della scuola, magari, o
della sua istruzione. Non si
può pretendere ch’egli possa
rifarsi la sua cultura se finite
le lezioni, lo si tiene occupato
in altre faccende”.
Ma le vere note dolenti ricadevano sull’ambiente domestico dei ragazzi. Altro
sfogo della maestra: “Non
parliamo, poi, delle famiglie,
che sono abituate a trattare i
figlioli come, o peggio delle
Cinquantenario della morte di Enrico De Lotto. A cinquantadue
anni di età aveva lasciato alle spalle un curriculum davvero eccezionale
DE LOTTO, IL MEDICO UMANISTA
Medico, studioso,
pubblicista, pubblico
amministratore.
La vita di Enrico
De Lotto
si è bruscamente
interrotta nella sua
casa di Domegge
il 1° maggio 1963
Domegge; specializzazioni
in clinica dermosifilopatica,
igiene, clinica oculistica.
All'impegno professionale
si affianca il lavoro di pubblicista, iniziato da universitario, proseguito in prigionia
sul “Corriere del sabato”, e
ripreso in patria, anche in
appoggio all'attività di ricerca archeologica. Quest'ultima, iniziata a Lagole con
Giovanni Battista Frescura,
sfocia nella inaugurazione
(estate 1950) del Museo
preromano, che espone i reperti veneto-euganei, e la
stampa di Una divinità sa-
nante a Lagole.
Collabora con la rivista del
C.A.I., narrando delle prime
guide alpine, tra cui il nonno
materno Luigi Cesaletti, e
pubblica la raccolta di leggende Gli spalti del dio
Thor. Nella ricorrenza centenaria (1957) dell'ascensione di John Ball al Pelmo,
considerata l'inizio dell'alpinismo sulle Dolomiti, promuove la celebrazione dell'evento al rifugio VeneziaAlbamaria De Luca, affidata
al primario ospedaliero prof.
Giovanni Angelini. Programma e dirige la “Mostra
dell'occhiale attraverso i secoli”, ospitata nel 1959 nel
Palazzo del Bo di Padova, in
occasione del 44° congresso della Società oftalmologica italiana, e scrive il saggio
“Dallo smeraldo di Nerone
agli occhiali del Cadore”.
Ottiene nel 1961 l'istituzione
della sezione per ottici nell'Istituto professionale di Stato
di Pieve, in cui insegna ana-
5
bestie, bestemmie e sferza sono i mezzi abituali di correzione. Pensando alla amoralità di certi genitori c’è da
inorridire e da piangere. Abbiamo nella scuola bambini
che conoscono il vizio e se ne
fanno vanto, ragazzi votati
alla galera! E di chi è la colpa? Dei genitori che non sanno il loro sacro dovere! E’
una piaga dolorosa, questa,
che mi tormenta e mi fa tristemente pensare che la scuola non basta a porre un argine al suo dilagare. E mi domando spesso: “Come andremo a finire?”.
Lo sfogo della maestra
Cesco ci pare possa ben attagliarsi al tempo presente.
Specie laddove osserva che
“sarebbe necessario che i rimproveri toccassero ai genitori, i soli responsabili della
corruzione e del disordine
odierni”. E siccome il buon
tempo andato appare sovente migliore del presente, la
conclusione non poteva che
essere volta al rimpianto:
“Quando i genitori sapevano
usare a proposito la loro autorità, nelle famiglie regnavano l’amore e la concordia,
raramente turbate dal disonore che oggi sembra una
norma di vita!”.
Bruno De Donà
tomia dell'occhio ed ottica
fisiologica.
Last but not least (infine),
il servizio di pubblico amministratore: dal 1956 consigliere comunale di San Vito,
che rappresenta nella giunta della Magnifica comunità.
Commemora l'insigne chirurgo, originario di Termine, Marcantonio De Marchi, il grande ortopedico auronzano Carlo Pais, il primario del Codivilla-Putti nonché podestà di Cortina Sanzio Vacchelli, l'amico-maestro sanvitese, professore di
medicina tropicale, Ernesto
Del Favero. Ultima fatica,
pubblicata postuma, lo studio su Andrea e Paolo Alpago, celebri medici bellunesi
del XVI secolo.
Dice Angelini: “... si stentava a capire come facesse a
badare a tante cose, avendo
una condotta medica, di
quelle di una volta, di grande impegno. Eppure continuava a scrivere, ad accrescere le proprie conoscenze,
la propria cultura, come un
vero medico umanista”. Il figlio Maurizio (Icio) ne spiega, con semplicità, il segreto: “Al louràa senpre, anche
de nuóte”. Il suo tempo, destinato a non durare, l'ha impiegato in pienezza.
Giuseppe De Sandre
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Laudi delle Regole
“I
di Candide, Lorenzago e San Vito in Cadore”, ultima opera di ben 584 pagine fitte, del professor Giandomenico Zanderigo Rosolo, nativo di Casamazzagno
ma residente a Lorenzago, è
un testo scritto in modo piano e discorsivo, che accoglie le tantissime domande
su quel mondo misterioso.
L’autore vi risponde con
l’autorevolezza guadagnata
con lo studio meticoloso dei
tre laudi e di tutti i documenti esistenti su quelle regole rappresentative dell’intero Cadore. Il laudo è il regolamento interno della regola nella quale trova la sua
origine. Poiché tutte le regole hanno il substrato comune nel territorio, ed essendo
governate dagli stessi principi di democrazia, dovrebbero essere simili invece
ogni regola è diversa dalle
altre, a motivo della molteplicità degli uomini che la
compongono. Così sono nello stesso modo sono diversi,
per quanto rassomiglianti
anche i loro laudi. I tre che
l‘autore ha scelto rispondono ad un criterio “geografico” più che storico: Candide
di Comelico ad est; Lorenzago, paese dell’Oltrepiave, al
centro; San Vito ad ovest, in
valle del Boite e ai confini
con le undici regole d’Ampezzo, anche se dal 1511
non fanno parte del Cadore.
I dubbi sorti soprattutto
negli ultimi decenni, cioè da
quando “i regolieri hanno
sempre meno rapporti di lavoro con i boschi, i pascoli e
gli altri beni comuni”, non
vengono controbattuti da
rimproveri ma solo da constatazioni e segnalazioni di
allarme. Lo confermano
d’altronde anche le parole
dell’editore il prof. Sergio
Sacco, studioso attento del
fenomeno, quando afferma
la necessità assoluta di “far
conoscere e difendere le Regole che dobbiamo trasmettere ai nostri successori in
una catena ininterrotta di
cura e di custodia”. Le prime pagine sugli “aspetti generali” contengono la summa del mondo regoliero.
Una splendida lezione di
storia nei loro “istituti” meno conosciuti; la vizza, la tavella, i visendieri, il piòvego,
le lavoranzìe, il rifabbrico, il
cuietro, gli usurpi, i beni allodiali, … eccetera. Rappresenta un volume a sé stante
di ben 168 pagine (un libro
nel libro!), indispensabile
per conoscere queste antiche associazioni. Con ciò il
lavoro di Zanderigo diventa
la risposta più completa, ancorché fitta di interrogativi e
commenti, ma l’uso dei testi
originali in latino, assieme a
quelli posteriori in italiano,
ovviamente annotati con
acribìa, rimuove ogni dubbio.
STRUTTURA E
CONTENUTI LIBRO
Vediamolo allora nel dettaglio partendo dalla indagi(Giandomenico Zanderigo Rosolo, I laudi delle
Regole di Candide, Lorenzago e San Vito in
Cadore, Istituto di Ricerche Sociali e culturali,
Belluno, 2013, pagine
584, euro 50)
15
Una monumentale ricerca di Giandomenico
Zanderigo Rosolo sui Laudi delle Regole
di Candide, Lorenzago e San Vito,
I LAUDI, LʼORDINAMENTO
INTERNO DELLE REGOLE
(sottoscrizione notarile in calce al laudo di San Vito
1434-1540)
capitoli. L’ottavo affronta ticati troppo presto. E’ la
finalmente l’argomento cru- “parte n. 45. Che tutti gli anni il marigo sia obbligato ad
offrire la colazione agli uomini d’Ampezzo, quando
vengono con le croci a San
Vito, come da antica consuetudine”.
A conclusione, e per comprendere lo spirito di cui è
intriso tutto il lavoro, ricopiamo l’assioma tratto da
uno di quei codici che è
stampato sulla contro copertina. “I laudi sono necessari
perché, componendo le liti,
aiutano a sciogliere le discordie e a conservare la pace fra
le regole”. In latino è ancora
più efficace: “lauda regularum dirimunt lites et discordias et tranquillitate res cuIl professor Giandomenico stodiunt”.
Zanderigo Rosolo
Complimenti all’autore
per aver messo a disposizio(stemma allegato allo
ne di tutte le persone di buostatuto della Regola di
na fede questo lavoro che
Lorenzago del 1949)
onora il Cadore. E grazie a
nome dei curiosi locali, ma
anche dei cosiddetti foresti,
quando chiedono che cosa
si celi dietro alle foreste e ai
pascoli montani, così sontuosi eppure aperti alla fruizione di tutti, che non apparciale, riportando integral- tengono ai Comuni, bensì a
mente i laudi di cui al titolo: quelle istituzioni dal nome
cominciando da quello di ambiguo di regole. Grazie
Candide del secolo XIII, di pure dagli uomini e dalle
Lorenzago del 1365 e di San donne che per nascita sono
Vito del 1239. Tutti e tre pri- consorti delle regole nel
ma nella stesura in latino e senso di essere in un conpoi, nei secoli più recenti, in sortium, ovvero in una attiitaliano.
vità civile, sociale ed econoCODICI PRIMITIVI
mica, e si sentono onorati di
Qui sbocciano in abbon- appartenervi. Essi ed esse
danza i fiori etnici prima che vi troveranno i motivi storici
giuridici. Tutti godibilissimi. del loro “diritto alla differenFra le centinaia e centinaia za”. Poi soprattutto grazie a
(migliaia?) di articoli e para- nome dei tanti che meritografi ne riportiamo alcuni, riamente collaborano con le
senza ordine di importanza, amministrazioni regoliere
unicamente per sollecitare del Cadore e di Ampezzo, i
la curiosità dei lettori. Un quali troveranno in questo
paio li prendiamo dal laudo volume l’aiuto, anzi il sussidi Candide: “N. 4 Che il ma- diario, che mancava. Lo sarigo il zorno che si va a San luteranno con gioia infine
Piero debba dare un pan per anche gli amici cosiddetti
ogni persona che accompa- verdi, perché si identificano
gnerà le croci et una scudella con la natura, nella positiva
di vino”; e il “N. 68 Che si certezza che i “valori di solidebbano montegar le piegore darietà di rispetto del territoet capre da late il giorno do- rio e dell’ambiente, insiti nelpo la festa de San Zuanne de le regole, sono il presupposto
zugno”. Un altro paio dal lau- per la sopravvivenza della
do di Lorenzago: “Capo II, montagna, come ecosisteChe il giorno di san Candido ma”. Lo studio del professor
si debba tenere faula”; oppu- Zanderigo è la prova docure il “Capo IV Per chi ricusas- mentata che le regole “manse la carica di marigo”. Per tengono importanza per l’eultimo dal laudo di San Vito cologia e per l’identità persodel 1434, citiamo un impe- nale e comunitaria”. Buona
gno tassativo che emoziona lettura!
e che, forse, ci siamo dimenMario Ferruccio Belli
Una lettura affascinante,
uno strumento prezioso
per gli operatori
(catasto dei regolieri di San Vito del 1751)
ne sugli strumenti, ovvero
dagli statuti e dai regolamenti, oltreché dai laudi, i
quali trovano poi l’indice
completo in 38 capitoli. Seguono via, via, gli ordinamenti più diffusi nel mondo
regoliero, dalla vizza alla
giurisdizione vicinale e comunale; dalla particolarità e
durata dei laudi a quelle ulteriori deliberazioni, dette
anche addizioni et correzioni, che nel vecchio latino
erano ” facere melioramenta”. Nel secondo capitolo si
entra nel mondo degli agri-
coltori e dei pastori, dove
s’incontrano la tavella, cioè
il territorio coltivato attorno
alle borgate, l’assemblea o
faula, il marigo, i laudadori, i
visendieri; i pastori, bifolco
se dei bovini, cuietro se degli ovini; i pascoli nelle varie
qualità, se di piano o di monte; i prati dei privati in prossimità dei villaggi e quelli di
alta quota, i celebrati e contesi colonelli. Ancora, le
strade vicinali, il rodolo e il
piòvego,che era il servizio
volontario e collettivo di un
regoliere per famiglia, fuo-
co; e i boschi comuni da zema, da dassa e da fuoia, tanto invidiati dai popoli vicini.
Chiudono tre argomenti pochissimo studiati: cioè i beni
delle chiese; la polizia urbana rappresentata dai giurati
in collaborazione con i saltari, sautai; le feste di tradizione per propiziare l’aiuto della divinità e le controversie
con le relative penalità.
FORESTI E
TERZO GENERE
La partecipazione e la successione dei titolari introducono il problema dei forestieri, tante volte affrontato
nei secoli e ancora in discussione oggi. Lo seguono
l‘inalienabilità e la non usucapibilità del territorio, con
l’interfaccia degli usurpi, degli affitti e delle proroghe.
La qualità dei beni, se comunali o allodiali, e vincolati
con l’omologazione dei laudi, occupano il terzo e quarto capitolo. La parte storica
dei regolamenti ottocenteschi e gli usi civici, assieme
ai miti e agli equivoci, ci portano al tertium genus, una
sorte di mostro giuridico
che tanto piace ai professori
accademici. Anche la conservazione degli archivi,
che spesso lasciano a desiderare, è esplorata nei successivi tre
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16
i sembra anche queC
sta una dimostrazione
di popolarità e, in definitiva,
di affettuosa riconoscenza.
Un po’ come oggi, quando il
successo di un artista o di
un politico si misura spesso,
a ragione o a torto, col suo
coinvolgimento nella satira
e nello spettacolo. Solo che
un secolo fa lo scherzo era
capace di fermarsi al limite
del buon gusto e la risata
non varcava quasi mai il discriminante della decenza.
Cosi anche il poeta-vate Carducci subì la sua bella presa
in giro, quasi che egli, divenuto il nuovo Omero cadorino, con la sua stessa enfasi e
retorica avesse servito su di
un piatto d’argento ingredienti e spunti per una gustosa parafrasi in versi tra
Pelmo e Peralba, come se
l’Iliade portasse seco tutti
gli stimoli ed i moventi per
una novella Batracomiomachia.
Il 20 settembre 1893, ad
un anno di distanza dalla
pubblicazione dell’ode carducciana, usci l’ode “Cadorucci” di Ausonio Montanaro. L’opuscolo in ottavo,
stampato a Tirano dalla tipografia di G. Bonazzi “a beneficio dei danneggiati dell’incendio di Costa del Cadore”, consta di una dozzina di
pagine e vanta lo stesso numero di strofe e la medesima tripartizione del modello
carducciano: l’autore, che si
nasconde sotto lo pseudonimo di Ausonio Montanaro, è
quasi sicuramente Gian Pietro Talamini, nato a Vodo
nel 1845 e fondatore nel
1887 del giornale Gazzettino.
Il giornalista invero si era
cimentato già in passato con
la poesia con lo stesso pseudonimo, pubblicando nel
1866, l’anno dell’annessione
del Veneto alla madrepatria,
un poema epico intitolato
“Italiade o le guerre dell’indipendenza italiana”, uscito
a Milano per i tipi dei Fratelli Borroni. Un’opera che
non passò inosservata e che
ricevette le lodi, non proprio
facili da ottenere, di scrittori
ed intellettuali del calibro di
GIAN PIETRO TALAMINI E LA
PARODIA CADORINA DEL CARDUCCI
Nel 1803, ad un anno dalla pubblicazione dellʼode “Cadore”,
uscì “Cadorucci” di Ausonio Montanaro, pseudonimo di Talamini
Riportiamo due passi della parodia,
che si riferiscono ai versi 69-80 e 157-164
dell’ode originale carducciana.
Nati di sotto al sole venite, figliuoli, venite
è giunto il verso barbaro:
da’ nevai che abitate sovente venite camosci.
marmotte deh ammiratelo!
Tale da monte a monte risuona la voce del canto
che i Zanichel stamparono
e via di villa in villa con curiosità crescente
taluni lo ricercano,
afferran l’ode e tosto gli uomini tizianeschi
metton gli occhiali e leggono
con le lor donne intorno, ma dopo aver letto
concludono
“Non ho capito un cavolo!”
(…)
Quando sull’Alpi risalga Enotrio
e guardi al doppio litro di Chianti
vuotato, discendi, o Cadore
la voce a udire del genio italico
là nella Roma di banche splendida
in Roma tutta nostra, intangibile,
che vuole sanata l’Italia
dal mal governo delle nuove genti.
Niccolò Tommaseo e Francesco Domenico Guerrazzi.
Il pregio della parodia carducciana risiede soprattutto
nella grande diligenza palesata dalla struttura dell’ode,
che ricalca non solo la metrica, ma pure gli stessi temi
fondamentali, dalla tavolozza tizianesca agli eroismi di
Calvi, dalle escandescenze
patriottiche alla contempla-
zione naturale, in un’onda
fluente di sentimenti diversi
e spesso contrastanti tra loro, fedele in definitiva all’enfasi stessa che permea e
contraddistingue l’originale.
Alcune espressioni poi sono
ripetute praticamente uguali, dimostrazione di quanto
popolari fossero divenuti, almeno in Cadore, certi versi
carducciani presso ogni ce-
to sociale.
Solo che
quelle immagini consacrate dalla fama ora qui
vengono
messe al servizio del sorriso, talvolta
della risata
grassa e plateale: così il
“Sei grande”
del celebre attacco non è riferito a Tiziano, ma allo stesso Carducci (chiamato Enotrio, in omaggio allo pseudonimo giovanile scelto dallo
stesso poeta non ancora Vate della III Italia), il legname
del Cadore viene visto come
mero ingrasso dei già ricchi
mercanti della pianura e dulcis in fundo - l’invito alla
lotta contro il barbaro si trasforma in augurio di eliminazione della stessa poesia
carducciana, vera barbara e
nemica del bello.
Non mancano naturalmente gli accenni al grande
amore del poeta per il Lambrusco e il Chianti, nonché
la polemica sul destino d’Italia, cui si augura non tanto
l’assunzione ad un ruolo più
dignitoso tra le nazioni euro-
pee, quanto la liberazione
dal malgoverno della burocrazia e dagli scandali delle
banche romane.
Osserviamo poi che, ridendo e scherzando, l’autore della parodia punta il dito
proprio su certi passi carducciani sui quali la critica
ufficiale avanzò subito riser-
5
ve: come lasciarsi sfuggire,
per esempio, quell’infelice
“miaulavan” che il grande
poeta chiama in causa come
onomatopea degli spari
echeggiati negli scontri del
1848 ad Acquabona e che
ora invece servono ad evocare i cori assai più prosaici
di un pubblico di gatti? O come non far riferimento alla
gentile lettrice che si sforza
di leggere e di capire il decantato componimento, senza peraltro riuscire nell’intento, vista l’obiettiva difficoltà di alcuni passaggi dell’ode?
Ognuno potrà apprezzare
poco o tanto i molteplici
spunti offerti dalla parodia,
per gustare la quale peraltro
risulta necessario conoscere bene il modello originale
e aver quindi ben presenti
tutti i singoli passaggi. Ma al
di là della contingente amenità, dello specifico sorriso,
il filo conduttore che regge
l’intera composizione è la visione della poesia carducciana come di una musica esagerata e sopra le righe, alimentata da una demagogia
di fondo un po’ propagandistica e perfino insincera.
E con tutto il rispetto per il
Carducci e per la stessa ode
“Cadore”, che certo non
manca di slanci lirici e di immagini felici, non ci sentiamo di dire che questo non
sia un difetto effettivo del
poeta, debolezza nel quale
egli inciampa ogni volta che
la tensione emotiva lascia il
posto all’artificiosità e alla
scolasticità più trita e scontata.
Walter Musizza
Giovanni De Donà
ALLA MOSTRA “VENE
IL MONDO DEI P
Una quarantina di
reperti provenienti
dal Cadore
allʼaffascinante
mostra
“Venetkens”,
un viaggio lungo
oltre trent’anni dalA l’ultima rassegna un millennio
espositiva, la civiltà degli antichi Veneti torna a Padova,
dal 6 aprile al 17 novembre
nella prestigiosa sede del Palazzo della Ragione.
L’evento, dal nome “Venetkens” - Viaggio nella terra dei
Veneti antichi”, si preannuncia
come una delle più grandi mostre italiane in assoluto per l’anno 2013. Un viaggio immaginario lungo coordinate spaziotemporali che consentono al visitatore di scoprire il mondo
dei Veneti antichi, di comprenderne l’evoluzione culturale nel
corso del I millennio a.C., dal
momento delle origini al contatto con il mondo romano, e di
percepirne l’espansione e l’adattamento a un territorio dalla
morfologia variegata corrispondente al Veneto, fino a lambire il Friuli e il Trentino.
L'iniziativa, promossa e organizzata dall’Assessorato alla
Cultura di Padova e dalla Soprintendenza per i Beni archeologici del Veneto si propone co-
me un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio,
volto a presentare la vita
quotidiana, il territorio, le attività commerciali, i cerimoniali funebri e le espressioni
artistiche del popolo che
abitò l’area del Nord-est italiano nel corso del I millennio a.C.
Alla mostra saranno esposti molti importanti reperti
provenienti dal Cadore che
testimoniano l’importanza
del territorio alpino nello
scenario archeologico regionale. Infatti sono ben 33
gli oggetti prestati dalle
collezioni del Marc, Museo Archeologico Cadorino di Pieve, gestito dalla
Magnifica Comunità di
Cadore, tutti provenienti
dal sito di Làgole, il cui
santuario, fulcro dei culti
antichi del Cadore, resta
unico fra i luoghi di culto
veneti. Tra i reperti in mo-
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La chiesa del villaggio
turistico a Borca di Cadore è
un capolavoro di architettura
sacra contemporanea
Eʼ stata costruita tra il 1958-61
dai famosi architetti Edoardo
Gellner e Carlo Scarpa
D E D I C ATA A
NOSTRA SIGNORA
DEL CADORE
l Cadore, ricchissimo
I
di testimonianze artistiche del passato, è anche caratterizzato da un capolavoro dell’architettura sacra
contemporanea. E’ la chiesa del villaggio turistico di
Borca, raggiungibile con
una breve salita che si stacca decisa dalla strada statale di Alemagna, nel punto
dove è ancora presente il
casello della vecchia ferrovia delle Dolomiti. Siamo dinanzi ad una presenza che
riesce a fondere l’equilibrio
architettonico con la realtà
circostante, favorendo non
solo la pienezza delle esigenze liturgiche, ma anche
orientando verso quel silenzio meditativo che diventa
preghiera.
La calma solennità del
bosco circonda la modernità della struttura, consacrata nell’estate del 1961 e oggetto di variegata curiosità,
soprattutto di visite, purtroppo destinate a rimanere
frequentemente deluse, dal
momento che la struttura è
quasi sempre malinconicamente chiusa.
Il vuoto in penombra suggerisce la maestà della luce. All’esterno si profilano
imponenti le masse rocciose dell’Antelao e del Pelmo,
in uno scenario di incomparabile, ravvicinata bellezza.
con sommessa discrezione.
Nel presbiterio emerge la
chiara centralità dell’altare,
mentre lateralmente è collocata una statua dedicata a
“Nostra Signora del Cadore”, alla quale la chiesa è
consacrata.
L’insieme ricorda la forma di una tenda, di una
provvisorietà (che diventa
anche protezione e rifugio)
nella quale si può leggere il
significato del “cammino”:
quel cammino inscindibile
da una visione esistenziale
orientata verso definitive dimensioni.
Le pareti della chiesa sono rivestite di legno e costellate dalla simmetria di eleganti “colonne” di cemento.
Quel cemento che, con la
sua compattezza, attraversa l’intero edificio e
del cui utilizzo in maniera plastica era maestro
Carlo Scarpa, l’architetto
che ha affiancato Edoar-
Posta solenne nella calma del bosco,
la chiesa mostra ogni dettaglio curato con
precisione e si caratterizza per la vastità degli
spazi, quasi un respiro spirituale dove
non vi è posto per il superfluo
NETKENS” DI PADOVA
I PALEOVENETI
Lʼimportante prestito da parte del
Marc di Pieve e del Museo di Auronzo
stra a Padova si segnalano: la
lamina bronzea con la riproduzione a sbalzo di un cavallo, alcuni straordinari bronzetti raffiguranti dei guerrieri, una serie di simpulum,
manufatti che dovevano ricoprire una funzione imprescindibile nel rituale legato
alle acque di Làgole e che diventano l’oggetto devozionale più diffuso nel sito, arricchiti da preziose iscrizioni in
alfabeto venetico, oltre che
ad oggetti comuni legati ai
guerrieri come una punta di
lancia, una spada, un coltello
e una serie fibule e delle mo-
nete romane.
In esposizione a Padova ci saranno anche una decina di
reperti provenienti
dal Museo Corte
Metto di Auronzo di
Cadore, risalgono
al periodo I sec
a.C. - IV sec d.C. e
provengono dagli
scavi archeologici
eseguiti in località
Monte Calvario, antico luogo di riferimento devozionale
per le popolazioni locali. Tra gli oggetti
prestati a Padova si
segnalano: una vasca
di simpula iscritta; un manico di
simpula iscritto; due lamine "a
pelle di bue" iscritte e una lamina bronzea a disco con figura
femminile oltre che a cinque
oboli norici in argento.
Nel complesso i reperti rinvenuti in Cadore e dal 6 aprile
esposi a Padova sono testimonianze di una realtà di grande
significato religioso, artistico,
culturale, una realtà autonoma
ma nello stesso tempo dialogante con le popolazioni circostanti, una realtà antica e ricca di
cultura, oggetto di ricerca e di
analisi a livello internazionale.
Marc
Il sagrato è raggiungibile
da una sorta di corridoio
coperto, che si trasforma in
moderno porticato. L’indicazione “turistica” è affidata ad una semplice scritta:
“1958-1961 architetti Edoardo Gellner e Carlo Scarpa”.
La facciata, con il suo disegno triangolare, ricorda le
modalità compositive del
gotico. E lo slancio rarefatto del campanile metallico,
che spicca agile tra gli abeti, è ben visibile anche sull’altro versante della vallata,
verso il Pelmo, dove è percepibile nitidamente il suono delle campane.
Entrando, la prima sensazione che si avverte è quel-
la di un sottile smarrimento. La parete di fondo, sulla
quale si impone la nudità di
un grande Crocifisso, si
presenta scabra e grigia, attraversata da una sorta di
ner vature orizzontali. Colpisce subito anche il pavimento, realizzato con rondelle ravvicinate di legno di
larice, che evocano la continuità esistente fra sacralità
dello spazio interno e natura circostante. Sulla destra,
dopo l’ingresso, vi è un’acquasantiera in marmo rosso, lo stesso elemento con
cui è stato realizzato il pulpito. In fondo, sulla sinistra,
la cappella dell’Eucaristia è
incuneata nella struttura
perfluo, per ogni distrazione
che possa ostacolare il calmo dilatarsi della preghiera.
Lungo le pareti laterali corre una lunga, ininterrotta finestra ad altezza d’uomo, lasciando trasparire, all’esterno, la frastagliata, rassicurante presenza dell’abete
rosso, dove lo sguardo può
riposare tranquillo.
Una volta tornati sulla statale di Alemagna è possibile
incontrare, a poca distanza
una dall’altra, due chiese di
particolare bellezza, appartenenti tuttavia a ben altra
epoca. Nella borgata di
Cancìa si trova l’edificio
dedicato a San Rocco, costruito nel ‘600 e ingrandito oltre due secoli dopo. All’interno esistono tre
altari intagliati, di ottima fattura: quello centrale con le
immagini di Rocco e Sebastiano, un tempo invocati
contro la peste. Sulla destra,
dopo l’ingresso, è collocato
Il pavimento è realizzato con
rondelle di legno di larice, nel
presbiterio emerge la centralità
dellʼaltare, sulla parete di fondo
un grande crocifisso
do Gellner, il geniale fiumano trasferitosi a Cortina d’Ampezzo, nella progettazione dell’edificio.
Sulla parete di fondo, invece, campeggia un organo di
originale impostazione prospettica. L’illuminazione è
affidata a sette lampadari,
che proiettano una luce dalle prevalenti tonalità arancione e verde. Il vuoto centrale, fra le due file di banchi, è molto ampio.
Ma l’intera struttura, nella
quale ogni dettaglio è curato
con precisione, si caratterizza per la vastità degli spazi,
quasi un respiro spirituale
dove non vi è posto per il su-
un sorprendente Crocifisso
dalle scure tonalità.
Più sotto si trova la bellissima chiesa parrocchiale
dedicata ai santi Simone
e Taddeo, che all’interno
conserva pregevoli opere
pittoriche e una statua della
Madonna Nera, ritenuta miracolosa e recuperata dopo
la frana che nel 1737 aveva
devastato il paese. Fra le altre preziosità della ricostruita chiesa di Borca, vi è un
organo Callido del 1791, dalle limpidissime sonorità, sul
quale si cimentano spesso
esecutori di fama internazionale.
Antonio Chiades
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RECENSIONI
Luigi Regianini
ANNO LXI
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ha dedicato molti suoi quadri al Comelico
IL SURREALISTA PLACATO
ALLʼOMBRA DEL MONTE ZOVO
edo un sole calante rosso cupo,
“
V
non ancora spento. Tra poco la
notte mi avvolgerà. E’ l’ora di tracciare
un segno, una testimonianza, un messaggio d’amore…”: così scriveva Luigi
Regianini presentando una corposa
monografia molte delle sue opere più
rappresentative (“Surrealismo di Regianini”, ed. Br.A.Ma. Arte, Milano).
Era il 1999, ben 14 anni fa, ma evidentemente l’artista avvertiva già un
presagio dell’incontro con quella fine
annunciata che in definitiva sottende
l’intera sua produzione surrealista,
dai corpi squarciati dalla malattia e
dalla guerra, ai palazzi veneziani e alle intere città metropolitane incancreniti dal tempo e dai vizi umani.
Se ne è andato il 27 marzo a Milano, dopo lunghi mesi di malattia che
lo avevano costretto a portarsi sempre accanto la bombola dell’ossigeno,
sei mesi dopo aver visitato per l’ultima volta il “suo” Comelico, cui ascriveva quel desiderio di semplicità,
onestà e coerenza che ha sempre sotteso il suo mondo fantastico permeato di lacerante dolore. Nato il 22 giugno 1930 a Milano, era figlio di Florinda Casanova Municchia, spentasi
non molto tempo fa all’età di 94 anni,
nativa di Costalta e moglie di Salvatore Regianini di Milano, morto giovanissimo. Sebbene l’artista abbia vissuto ed operato sempre a Milano, ritornava spesso a Costalta assieme alla moglie Angela De Villa e alla figlia
Ludovica, dove possedeva casa e dove amava trascorrere, fin dall’infanzia, tutte le sue vacanze.
E proprio a Costalta e alle Dolomiti
del Comelico sono dedicati molti suoi
quadri, nei quali lui stesso dichiarava
di voler cogliere “irte, granitiche presenze, dal capo nevoso, emergenti da
un mare di pini ed abeti, inumidite
dal pianto dei torrenti, mentre ai loro
piedi vigilano Cristi in legno e numerose baite, poste su verdi prati, riposano sicure”. Il crocifisso è in effetti un
tema ricorrente nella pittura di Regianini, che lo ha mutuato da quel grande fiume di religiosità e pietà popolare che permea da secoli il paesaggio
montano comelicese e in cui egli si è
inserito serenamente, con opere che
La madre Florinda e
la moglie Angela
sono di Costalta,
paese col quale
lʼartista milanese ha
mantenuto sempre
un profondo legame
Mario Ferruccio Belli
LA MADONNA
DELLA DIFESA
l dottor Mario
I
Ferruccio
Belli, attento cul-
Il Papa a Costalta - olio, 1993
Costalta, strada della segheria acrilico, 1995
appaiono meno tormentate rispetto
alle sue consuete, tanto che Lucio Eicher Clere sottolineava come qui la
pittura “esprime pace, serenità, delicatezza, con prati verdi, cieli azzurri e
bianchi di nuvole, le montagne che assumono le forme di vecchi saggi, che
narrano storie e leggende, come se Regianini volesse allontanare le oscurità
ed i contrasti per privilegiare il colore
e la varietà”. Una serenità che ha saputo mettere in secondo piano i fantasmi della morte e della paura soprattutto nella rappresentazione di Papa
Giovanni Paolo II a Costalta, dall’olio
su tela del 1983 a quello ben più recente che è stato collocato nella chiesa di S. Anna nel febbraio 2012.
Il legame col Comelico non si è mai
interrotto, scandito sempre da eventi
importanti. Così nell’agosto del 2004
a Regianini è stato intitolato dalla Regola uno speciale museo a Costalissoio, che, ideato e curato da Guido
Buzzo, risulta uno spazio davvero
unico nel suo genere su tutto il territorio bellunese, vantando una quarantina di opere realizzate dall’artista
in oltre 50 anni di attività. Nel 2005
l’artista ha inoltre illustrato il volume
5
“Meditazioni Poetiche” dell’amico
maestro Silvio De Bernardin (ed.
Gruppo Musicale di Costalta), nonché poi diverse pubblicazioni edite
dal Coro Comelico per scandire gli
anniversari più importanti della quarantennale attività del sodalizio.
Dell’estate 2006 è l’opera “Papa Luciani”, che poi andò in dono al Centro
spirituale di Col Cumano a Belluno,
mentre del 2007 è il quadro “Entrati
nel mito”, che si riferisce alla fase
preparatoria del raid automobilistico
d’inizio ‘900 Parigi-Pechino tenutasi
in Val Visdende, con la figura del
principe Borghese e la rappresentazione del Peralba. Nell’estate 2008 il
pittore ha decorato per CostaltArte il
piatto da collezione dell’VIII edizione
della manifestazione “Una statua di
legno, in una casa di legno, in un paese di legno”.
E non possiamo dimenticare che
nell’ottobre 2011 dall’artista venne la
proposta di istituire a Costalta un
“giorno della concordia” per sanare
certi conflitti esistenti da decenni nel
paese che tanto amava, suggerendo a
tutti gli abitanti di buona volontà di
radunarsi nella loro chiesa per assistere ad una Santa Messa dedicata
specificatamente all’amore e alla fratellanza tra i locali. Visione surrealista? No, semplicemente amore pragmatico e pregnante per la propria
gente.
w.m. - g.d.d.
tore della storia e
delle storie del
Cadore e d’Ampezzo, ha dedicato il suo lavoro
più recente a una
chiesa tanto antica e preziosa
quanto poco nota: quella della
Madonna della
Difesa, nel centro di San Vito.
Dalle sue ricerche è sortito il
bel saggio “La
Madonna della
Difesa a San Vito di Cadore. Seicento anni di fede”, pubblicato
per i tipi della
Grafica Sanvitese con il supporto della Cooperativa e delle Regole di San Vito,
dell’Union Ladina d’Oltreciusa e
della Cassa Rurale ed Artigiana
di Cortina d’Ampezzo e
delle Dolomiti. Il volume
si compone di tre parti e
ventotto capitoli, sorretti
dalla nutrita iconografia di
Riccardo Angelo Belli e
Alessandro Jeanteur.
Nel generoso saluto
d’introduzione, il Pievano di San Vito don Riccardo Parissenti ha
presentato con orgoglio il
lavoro di Belli, rilevando
fra l’altro che “… la chiesa
dedicata alla Vergine della
Difesa è speciale nella misura in cui è la più vicina
al cuore della gente non soltanto di San Vito, ma anche dei paesi dell’antica
Pieve (Borca, Vodo, Vinigo, Selva, Pescul) e dei numerosi turisti.”. Nella prima sezione, l’autore ha
inquadrato la storia e la
disordinata cornice politica entro la quale sorse la
chiesa, legata al soccorso
assicurato dalla Vergine,
“… colei che non delude chi
la prega”, agli abitanti della valle, contro i cruenti
fatti d’arme dell’inverno
1412. Nella seconda sezione è narrato l’adempimento del voto mediante l’edificazione di due chiese limitrofe intitolate alla “Regina
Defensionis”. Premesso
che la chiesa, oggi Santuario, di Cortina d’Ampezzo
fu demolita e ricostruita
nelle forme attuali nel
1750, mentre la parte originale gotica di quella sanvitese, che Belli chiama “il
santuario dell’anima”, è rimasta intatta, l’autore illustra dettagliatamente gli
affreschi che ne abbelliscono gli interni, rendendola un unicum dell’edilizia sacra del Cadore. I capitoli raccontano, quindi, di “San Pietro o San Vito?”, “San Rocco, il cane e
la croce rossa”, “San Sebastiano e le frecce”, “L’af-
Il Belli racconta
la storia e le opere
dʼarte di una chiesa
tanto antica
e preziosa
a S. Vito di Cadore,
quanto poco nota
fresco degli indovinelli”,
“Sant’Antonio dolce e tenace” e molto altro, offrendo spunti che possono indurre alla scoperta, o alla
riscoperta di questo capitale d’arte e devozione.
Nella terza sezione del
volume, infatti, compare
l’invito ad una visita accurata della chiesa, che potrebbe costituire una bell’offerta culturale e turistica per San Vito, magari
con l’ausilio dell’autore del
libro.
Il merito dello studio, arricchito dalla bibliografia e
dall’indice di nomi e località che consentono accurati approfondimenti, non è
intaccato in alcun modo
dalla fisiologica presenza
di qualche svista testuale.
Sperando nella benevolenza dell’autore, mi permetto di segnalarne un paio:
la cappella di Campo
d’Ampezzo, una delle più
ricche della conca per arte
e spiritualità, non è dedicata a San Tiziano, patrono
di Goima di Zoldo, ma a
San Candido; guardando
dal Castello di Botestagno
verso ovest in direzione
della Val Travenanzes, il
monte Valón Bianco non si
scorge, ma emerge il meno noto, per quanto possente monte Taé.
In conclusione, riporto
la considerazione, posta
in apertura del volume, di
Aldo Menegus, Presidente della Regola
Grande di San Vito: la
salvaguardia di un bene di
valore e di pregio come la
Chiesa della Difesa di San
Vito, custode di memorie
e di testimonianze giunte
a noi sostanzialmente inalterate dopo seicento anni,
oggi è una questione di coscienza, dalla quale non si
può prescindere.
Ernesto Majoni
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LE OPERE DI TIZIANO
AFFASCINANO E COMMUOVONO
Quaranta opere del grande pittore cadorino Un “assaggio” della
esposte alle Scuderie del Quirinale a Roma pittura di Tiziano
si potrà vedere a
a grandezza di Tiziano Vecellio lo avuto è stato rivoluzionario. Lo si
L
continua ad affascinare il mon- capisce fin da subito entrando negli Pieve dal 29 giugno
do. A Roma alle Scuderie del Quirina- spazi dov’è allele ho visto una signora piangere davanti alla trionfale sinfonia del colore
che accomuna le quaranta opere
esposte del sommo pittore cadorino.
Ho sentito un critico inglese parlare
di Tiziano come di un rivoluzionario
del linguaggio pittorico. E uno storico francese sostenere che una parte
dei meriti del Rinascimento è suo.
Alle Scuderie del Quirinale ho visto migliaia di persone di tutte le
età e di tutti i continenti in fila per
assaporare la luce e l’essenza pittorica delle opere di Tiziano Vecellio. E ho sentito tante persone
chiederei se è vero che dopo questa
mostra ce ne sarà un’altra, con altre
opere, nel suo paese natale. E’ bello
sentir parlare a Roma del grande
evento cadorino, dell’esposizione
che sarà inaugurata a Pieve sabato 29 giugno. Tiziano tornerà a casa
sua, ai piedi delle amate Dolomiti,
con un nuovo bagaglio di consensi e
giudizi positivi che vanno ad aggiungersi a quelli raccolti negli ultimi 500
anni. A Pieve lo festeggerà il Cadore
che non potrà esimersi dall’esprimere orgoglio e amore. Ma anche tanto
riconoscimento per aver amplificato
all’inverosimile il nome di Pieve e l’identità cadorina. La mostra di Roma consente di misurare la repentina crescita del grande artista. Ripercorre l’intera carriera dagli
esordi quando frequentava le botteghe di Giovanni Bellini e del Giorgione fino alla realizzazione delle grandi
opere ordinate dagli imperatori a cominciare da Carlo V e dai papi. L’esposizione è stata pensata e progettata come conclusione del vasto e articolato progetto che si è proposto di
riflettere sul ruolo che ha avuto la pittura veneziana sul rinnovamento della cultura italiana ed europea. E dalle
opere di Tiziano si capisce che il ruo-
stita la mostra. In
primo piano, proprio in apertura,
c’è Il Martirio di
san Lorenzo, pala d’altare della
chiesa dei Gesuiti
di
Venezia.
Un’immagine
drammatica. Con
un gioco sapiente
di colori Tiziano
esalta la figura
del giovane martire che, grazie ad
un
ingegnoso
contrasto di luci,
sembra quasi muoversi. Qualcuno
sostiene che con quest’opera il maestro ha travalicato i limiti dell’immaginario pittorico. Una rarità è rappresentata dal Cristo crocifisso arrivato a Roma dal Monastero dell’Escorial di Madrid dove lo si può vedere
solo una volta l’anno. Ma la mostra
non narra solamente la fondamentale
dimensione di pittore religioso ma
anche la sua enorme e complessa attività di ritrattista ricercato dall’intera
nobiltà del suo tempo a cominciare
da Carlo V con il cane e Paolo III
con i nipoti Alessandro e Ottavio
fino a Ranuccio Farnese.
La mostra è grandiosa e il merito è
di chi l’ha pensata ma soprattutto delle istituzioni museali italiane e straniere che hanno prestato i quadri. Insieme le quaranta opere consentono
di far capire l’eccezionalità di un
artista che ha saputo rappresentare paesaggi, scorci, volti, scene
di vita esaltandone la semplice
realtà con un magistrale uso dei
colori della natura. E questo è presente anche nei due autoritratti
esposti nella prima e nell’ultima sala.
Tiziano li ha dipinti nell’ultimo perio-
do della sua carriera. Il primo è come
la foto di un vecchio signore con i lineamenti affilati. Il colore dominante
è il nero. Colpisce come tiene ancora
saldamente in mano il pennello. L’altro autoritratto è la sintesi di una pittura scabra, quasi essenziale. Le mani sono sfumate. Ma anche qui si impone lo sguardo fiero con occhi effervescenti e luminosi che guardano
lontano. Nel suo insieme l’esposizione delle Scuderie del Quirinale è il
trionfo del colore. Ed è in sintonia
con la policromia delle opere che la
mostra comunica anche gli esiti dell’ampia campagna di analisi scientifiche che ha interessato gran parte
della produzione di Tiziano. Gli studi,
che sono stati condotti dal Centro di
Arti Visive dell’Università di Bergamo, hanno messo in evidenza i criteri
per definire i rapporti tra opere autografe e opere di bottega e per documentare compiutamente l’evoluzione
tecnica di Tiziano, a partire dai suoi
anni di formazione che, almeno in
parte, saranno i protagonisti della
mostra che sarà allestita a Pieve di
Cadore dal 29 giugno al 6 ottobre.
Bepi Casagrande
venerdì 26 aprile nella Chiesa ParrocIl numeroso pubblico presente, ha
chiale di San Bartolomeo nel con- potuto apprezzare la perfetta intercerto di Primavera, organizzato pretazione musicale del repertorio di
forte da Silvia Riva, che si è esibito dall’associazione “Pro Nebbiù”.
musica sacra di questo gruppo vocale femminile che, seppur di recente costituzione, ha già saputo
farsi conoscere proprie per le doti e l’impegno delle sue coriste oltre che per le capacità artistiche della
sua direttrice.
Il concerto si è chiuso con tutto il pubblico in piedi ad applaudire, gesto che ha ampiamente gratificato
sia gli organizzatori
che il coro a conclusione di una bellissima serata il cui ricavato era destinato alle
necessità della locale
parrocchia.
Foto T. Albrizio
olte sue opere figuraM
no in collezioni private
e pubbliche. Ha esposto in diverse rassegne nazionali conseguendo riconoscimenti e
consensi. Così scrivono di lei:
Enrica Toffoli, pittrice cadorina di Calalzo, sin da giovanissima rivela attitudine e sensibilità per il disegno e colore,
attraverso un’accurata osservazione dell’essere umano. Compiuti gli studi artistici si dedica
ad un intensa ricerca pittorica;
i suoi lavori rispecchiano i canoni del figurativo più classico
che la portano a rivolgere il suo
interesse al mondo del visibile.
APPLAUSI AL CORO VOLINVOCE
anti gli applausi per il Coro VoT
linvoce diretto da Gabriella
Genova e accompagnato al piano-
LʼETNICAL
VERISMO DI
ENRICA
TOFFOLI
Soggetti con espressioni di notevole impatto, equilibrati dalla
ricerca gestuale ed a tratti monocromatici. Esprime e sottolinea la capacità intuitiva degli
sguardi, attraverso la forza del
segno ed i rapidi coinvolgimenti emozionali.
Nei volumi plastici tradizionali, non vi è passato, né presente, proprio perché la sua
operazione non è condotta con
brada energia temporale, ma
attraverso un’animazione silente, quasi un grido muto e
quieto, che sorge dalle scaturgini della storia dell’arte e che
non senza esaltazione, ma anche con sofferenza, libera per
noi una tattile simbologia dell’intangibile bellezza della vita.
“INNERKOFLER
E GUIDE DI SESTO”
Splendida lʼedizione del libro che
però fa discutere: “Quelli di Sesto
vogliono attribuirsi anche le
ultime Dolomiti orientali”
l libro “Michi Innerkofler e
I
guide di Sesto”, edito dalla
“Nuovi Sentieri” di Bepi Pellegrinon, non è piaciuto allo
scrittore e alpinista Italo De
Candido Ciandon di Santo
Stefano. E non tanto per l’edizione, che egli considera
“splendida” quanto per le inesattezze, o peggio per una “falsità storica” che egli ha individuato all’interno del libro. Scrive Italo de Candido: “A pagine
13, di seguito al titolo “Sesto, il
paese delle Tre Cime”, sta scritto
che “gli abitanti di Sesto sono discendenti da immigrati bavaresi… gli antenati della gente del
Comelico sono immigrati dal
Veneto, hanno portato con sé
tradizioni e cultura e parlano
ladino”. De Candido confuta
questa affermazione osservando che “il fatto di parlare ladino doveva indurre lo scrittore
del brano a riflettere che nel Veneto non si è mai parlato ladino
e che perciò gli insediamenti antropici in Comelico hanno
un’altra provenienza”.
E quindi, in base alle sue letture e conoscenze storiche, Italo ripercorre le vicende che
avrebbero portato ai primi insediamenti in Pusteria, grazie
all’annessione della Rezia e la
costruzione della via Claudia
Augusta Altinate, che collegava l’Adriatico alla Germania. I
romani fondarono le città di
Glorenza, Merano, Bauxina
(Bolzano), Brixina (Bressanona) Sebatum (Brunico), Littanum (San Candido), Aguntum
(Lienz) e altre. Per cinque secoli il territorio pusterese fu latino di lingua e costumi e se ne
ha ancora riscontro nella toponomastica. Poi nel secolo settimo arrivarono i Baiuvari invasori e gtli abitanti della Pusteria fuggirono nelle valli discoste e isolate a sud, come Badia,
Gardena, Fassa, Fodom, Ampezzo, Comelico. Quindi, secondo De Candido, gli abitanti
di queste valli sono discendenti degli antichi latini e per questo si chiamano ladini.
“Nel libro - prosegue De Candido - sembra che il Comelico
sia circondato solo dalla Cresta
Carnica e non dalle Dolomiti.
Invece tutto il Gruppo del Popera, I Brentoni, le Tre Terze, i
Clap, il Siera, il Chiadenis sono
di dolomia purissima. Ma quelli di Sesto vogliono attribuirsi
anche le ultime Dolomiti orientali. E questo non è serio”.
Italo de Candido Ciandon ha
scritto le sue critiche e rimostranze all’editore Pellegrinon
e agli autori Rudolf Holzer, Herbert Summerer e Kurt Stauder.
“Il mio intervento - dice- ha il solo scopo di auspicare che le genti
delle nostre vallate limitrofe, pur
nelle diverse origini, camminino
in pace nei comuni sentieri delle
nostre bellissime Dolomiti, oltre
i vecchi reticolati che ancora
spuntano dai ghiaioni, e aspirino quei profumi celesti, richiamando alla mente ed al cuore le
comuni origini di figli di Dio. Il
tutto però nella verità storica!”.
Lucio Eicher Clere
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ANNO LXI
Maggio 2013
20
Inte chesto sfoi se dora la
grafia de l Istituto Ladin
de la Dolomites
a cura di FRANCESCA LARESE FILON
Cadorins
ANNA, NA FÖMNA DONA A DRIGE
LA REGOLA D CIANPLONGO
Ruggero Grandelis, capregola
d inante, iné sto votò con 177
preferenze
AL NUOU PRESIDENTE DE LA
FEDERAZION NTRA I LADIN
aspò 6 ane de presi- l é restou fora da la Fede- ciata pì laoro e i paesi pì
D
denza de Francesca razion. Chesto parché du- picui i é voite. La dente e i
Larese Filon le sezion de te se pense che la Federa- dovin va via n zerca de na
la Federazion ntra le
union culural de i Ladin Dolomitan de la Region de l Veneto à votou
Danilo Marmolada de
Falciade, belo presidente
de l Union Ladina Val
Biois. La vecia presidente
resta a fei la segretaria e
come vicepresidente par
idà Danilo Marmolada a
bete apede i progete e la
rendicontazion de la region.
Se cambia pacrhé se vo’
fei girà la presidenza a dute i rapresentante de le sezion ladine: daspo’ tante
ane de presidenza de Anpezo/Fodom é pasate le
redene a una de l Cadore
de Medo é ades a un de l
Agordin che par tante ane
zion no é fata solo de chi
de Anpezo e Fodom ma
che i Ladin de l Veneto i é
dute chi che vive nte le val
de l Cadore (co l Comelgo
e Oltreciusa), Anpezo, l
Aut Cordol, la Val Biois, l
bas Agordin. Pì de 40000
ladins che vive da ane
anorum nte le nostre val é
che vo continuà a sta casù
zercando de construì un
doman par i so’ fioi. Ades i
Ladin de l Veneto i vive
senpre de pì la discriminazion de ese nte na region
che no à la “specialità”.
Dute i nostre comun i é
stade perimetrade come
de na mendranza linguistica storica ma ades avon
de bisuoi de de avé algo
de pì: la nostra dente no
vita meo ndo o a l estero
(su lisinpon) come che se
fasea na ota, ma a calche
chilometro da ca i nostre
fardiei i à svilupou val floride che ciama dente da
duto l mondo.
Par chesto i Ladin de l
Veneto domanda na autonomia par fei n modo che
le risorse che avon le porte ntin de beneficio a la
dente che sta casù e che à
da presidià cheste val che
le é bele solo se la dente
le cura. A la Federazion
Ladina i auguron la forza
de bete apede dute i Ladin
de l Veneto par domandà
la specialità a chesta tera
desnenteada scuerta da la
neva par tante mes a l an.
FLF
STORIE DE NA OTA DA FEI PAURA
uanche i none ne
C
contea tante storie
dadasiera prima de dì a
dormì.
I é lontane ormai i ane de
la me età cuanche ero piciola, ncora ades ei n mente le siere d inverno. Daspo’ avé zenou deo a saludià i me none che i stasea
al pian de sora. El nono domandea: “Sesto stada na
bona?”. Io’ respondeo presto de sì parché saveo che
lui daspo’ me contaa tante
storie. Ale ote no tanto bele
che daspo’ te stentae a
ndormenzate!
Era na ota el Mazaruo’,
un on che vivea n tel bosco,
duto vestiu de ros el sautea
da n ramo a chel autro dei
pizuo’, el portea via i tosate
che l ciatea soli inze al bosco, che fifa!... Noi, n Auronzo, avon l lago artificial,
ma prima che i fasese la diga era solo el fiume Ansian
(Ansiei) e le femene le dea
a lavà le masarie. Forse por
spasemà noi tosate, me
nono el contea, che da la riva de l Ansian se sietia na
os roca che la disea: “Am,
Am, magno carne de cristian” E tante tosate no i
era pì tornade a ciasa.
N autra storia era chela
de la Reduoia, na vecia ntin
goba co n nas pezo come n
pero co i pele longhe, la girea co na pegnata granda
piena de aga e la boia i tosate triste e po’ lì dasea a
magnà a i gnome.
Senpro n tel bosco vivea
el mago da le sete teste che
magnea i tosate anche sete
a la ota.
Storie che ne spasemea e
con chesta scusa no deone
lontan da ciasa.
Cuante ricordi e cuanto
ben che voleo al me nono!
Ida Molin
Auronzo
5
a fömna ch vögna
N
votada zna Regola
dal Comelgo iné na nova
talmöinte nova, ch saraa
da signela zi libre dla pizla storia nostrana. E se indepì sta fömna iné dona e
ciapa i vote alolo dopo al
capregola iné na roba fora dal normal, almanco
cal normal ch à signó la
storia fata dai omin, gno
che l fömne è senpro stade tgnude dna banda zal
publico e zal drige la vita
paesana. Tance fa osservazion su cösto: pur ch la
Costituzion dla Republica
taliana scriva e inpona ch
duce iné conpains, senza
distinzion tra omin e fömne, el Regole, ch iné istituziogn aprovade da na
lege statal, continua a trasgredì la lege fondamental dlo Stato e lassa fora el
fömne dai derite d partecipazion, d voto, de trasmission dla cuota de
proprietà da mare a fi. A
Cianplongo sta discriminazioni né stada tlosta via
nasché ane fa e la elezion
de Anna De Zolt, 26 ane,
dimostra che bastaraa volöi e anche zun chelietre
Regole el fömne podaraa
ciapà spazio e sarvì a rende pi normai ste vece or-
ganisaziogn paesane. La
votazion d Anna De Zolt,
ch inà ciapó 152 preferenze su 308 regoliöre ch é
dude a votà, iné dimostrazion de stima e voia da
canbié cal sistema blocó
ncamò dal 1948, cuön che
l Regole è stade btude in
pes danovo, dopo 150 ane
da cuön ch Napoleone li
avee tloste via. Inclota cöi
ch à fato i nove statute,
inà desmantió che zla storia di secui passade inera
el famöi ch avee al so rapresentante dinze dla
senblea e godee di derite
anche cle famöi ch ne n
avee mas-ces ma snoma
fömne, e inà scrito che
zle Regole podee esse
snoma i omin e i fis masces.
L unica Regola, tra l 16
dal Comelgo, ch inà canbió sta roba fora dla lege
e fora dla storia iné stada
cöla d Cianplongo. Sarà
difizile ch etre Regole rive a föi conpagn, parcheche sui statute iné scrito
che par canbié un articul
bisogna ch söia dacordo
o la mité o i dòi terze di
regoliöre; ma sicome che
zle senblee n va mai nanche la mité d cöi ch iné
scrite zl anagrafe, iné inpossibil rivé a canbié algo. Dovaraa esse al Stato
o la Region a oblighé el
Regole a tol dinze anche
el fömne, co la pöna, s ni
lo fa, da tol via ogni contributo publico par i so
progetes. Ma sicome che
dle Regole dal Comelgo e
de chelietre valade n an-
taressa nente ai governantes d Venezia e d Roma, continuarà ncamò
par chissà cuanto ste Regole ch n respeta la regola dla parité tra omin e
fömne.
Ma al sögno ch é stó dó
a Cianplongo co la elezion d Anna De Zolt, fia d
Elviro e Elia Zampol, iné
da tgnilo in bon conto e i
regoliöre de sto pöis pö
dì co so ció auto.
Da la senblea eletoral d
Cianplongo par al rinovo
dal consilio d aministrazion dla Regola, iné stade
votade:
Ruggero Grandelis, capregola d inante, con 177
preferenze; Anna De
Zolt, 152, Marcello Pomarè, 137; Celestino Marta,
121; Riccardo De Zolt,
121; Aldino Del Fabbro,
115; Francesco Pomarè
Net, 108; Ezio de Bernardin, 123; Gianluca Pomarè, 120; Graziano Quattrer, 113; Valerio marta,
112, Massimiliano Pomarè 107. Sarà al consilio a
elege al capregola e la
Giunta per i prosme 5
ane d governo dla Regola. La elezion d Anna De
Zolt, inpiegata al Caf dla
Cgil, é la dimostrazion d
come ch söia stó superó
al pregiudizio contra el
fömne dai regoliere masces. S al consilio, come
ch à stablù i votes dla
senblea, la votassa vice
capregola, saraa confermada sta bela nova.
Lucio Eicher Clere
A FEI LEGNE
e volon s’ciaudase
S
stinverno, i disèa,
bisogna dì a fei legne.
Lasù n'Dopieto aveone
i tabià e anche n'bel tòco de bosco e era sempre calche pianta seca o
co la ponta rota.
Col siegon vidao el
pare a taiale e le bore
vignea sbreade n'quatro toche e beteste n'ciasèla a secase. El sol
no s’ciaudaa pì tanto
ma, meteste cusì, anche col aria le vignea
seche. La ramada se la
fasea su co la rinconela
e i rame se dovea s’cusali da tre parte. I ne
disèa chel sol dèa inte
tel len e po el vignèa fora stinverno te cosina e
fasèa pi ciaudo.
Neteone el bosco cà e
là, ma mai taieone na
pianta bèla par fei legne. Deone sù, aute, a
ciatà i barance. Taieone
fora co la manèra sti ramoi longhe, pien de rasa, con profumo bon,
forte da pin.
Faseone le elme che,
leade co la corda, tireone dò pal lavinà fin dò
dai tabià. E anche che-
ste restaa là a ciapà el
saroeo. Anche le legne
n'torno al fièn era da
feise, ma cheste dovèa
èse bèle drete. De solito se taiaa calche fagherola e se fasèa fora i sfeses che meteone là n'pè
sote le ale del querto,
comode par fèi le liode
de fièn stinverno.
Se stasèa cusì doe
stemane sempre sù e
dò, el viado era longo,
ma dormì lasù tei tabià
le nuote era longhe e
po era fredo. Apena el
tempo dasèa segno de
cambià faseone i tasoi:
doe stangie poeade su
quatro père, doi pale de
sote e subito a bétele ia.
El pare era maestro,
iò tosato spordeo. Sote
meteone sempre chele
pì grose, pian pian se
vedèa chesto tason che
cresèa. El pare ogni
tanto el fasèa doi pas n'drio par vardà se lèra
polito. A la fìn a s’cuerdelo se deramaa a bàs i
pezoliè. Cheste rame
piciole le servia a bètele davante la lioda stinverno parchè le legne
no fasese mal te la s’chena.
El pare se sentaa dò,
el se empia la pipa de
tabaco, e n'trà na tirada
e lautra el disèa: “Aon
fato n'bèl laoro!” E a
sentìlo ero contento.
Tita De Ina
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SPORT
ANNO LXI
Maggio 2013
i è conclusa un’altra
S
stagione ricca di
successi per lo Sci Club
Supercadore. Il sodalizio,
nato nel 1975 e alla cui
presidenza ormai da oltre
vent’anni siede Marino
Cassol, si è distinto durante l’inverno per gli ottimi risultati ottenuti in tutte le gare alle quali ha partecipato.
Di grande prestigio il
primo posto alla fase regionale del Trofeo delle
Regioni sul monte Verena, in provincia di Vicenza, dove la truppa cadorina ha sbaragliato la
concorrenza totalizzando
quasi 3000 punti, ben 400
in più dello Sci Club Croce
d’Aune, seconda società
classificata. Una prova assolutamente dominata, dove il
primattore è stato Stefano Larcher, capace di cogliere il miglior tempo assoluto nella categoria master
A. Un’affermazione che ha
permesso agli atleti del Supercadore di qualificarsi per
le finali nazionali, che si sono svolte a Falcade a metà
marzo. Qui, il team di Cassol, si è classificato al 9° posto su ben 27 sci Club
provenienti da tutta Italia.
Un buon risultato, anche se
condizionato da una partecipazione ridotta, che ha portato comunque il Supercadore ad un passo dal 6° posto, sfuggito per una manciata di punti. La stagione invernale si è aperta con il
campionato
regionale
Master di Auronzo dove il
12 gennaio il sodalizio ha
trionfato in 3 categorie. I
campioni regionali 20122013 rispondono al nome di
Riccarda Floriani (categoria C8), Caterina Teston
(C1) e Daniele Talamini
(B8), bravi a imporsi sul
tracciato di casa. Lo Sci
Club, inoltre, ogni anno organizza un’intensa giornata
Un gruppo dʼamici davvero unito che non ha
perso la capacità di divertirsi e stare assieme
2013
2009
QUESTO Eʼ IL SUPERCADORE
Nato nel 1975,
una cinquantina
fra soci e sostenitori, il sodalizio
partecipa con
successo
a campionati
e gare di sci
2013
Marino Cassol
è alla guida da
oltre ventʼanni
di gare composta da due
prove riservate ai Master regionali. Durante la mattinata
del 20 gennaio, in Valzoldana, si è così tenuta la 6° edizione del "Memorial Gianni Martinoia", un trofeo dedicato alla figura dello storico consigliere scomparso
tragicamente mentre sciava
a Monte Elmo nel 2007. Nel
pomeriggio, invece, si è disputata un’altra discesa, denominata "Trofeo Sci Club
Supercadore", alla cui realizzazione collaborano tutti i
componenti del circolo. La
società partecipa poi ad altre gare Master nazionali ed
al circuito Triveneto, composto da 4 gare in notturna,
un’iniziativa organizzata dai
colleghi dello Sci Club Mestre. Una competizione molto particolare, durante la
quale il Supercadore ha saputo comunque essere protagonista
piazzandosi
al 4° posto. Oltre ai nomi già
citati, vanno ricordati anche
quelli di Giovanni Giopp,
Ferruccio Valmassoi, Vit-
torio Casagrande, Mario
Da Pra, Mansueto Da Vià,
Arrigo Fedon, Luciana
Fedon, Giorgio Riva, Alex
Da Deppo, Paolo Collavino, Biagio De Prato, Vittorio Foiera, Carmine Giacin, Simone Plozzer e
Christian Zandonella, che
compongono un gruppo affiatato e vincente.
L’associazione sportiva, con sede a Pieve di
Cadore in piazza Martiri
della Libertà a ridosso dei
campi da tennis (sede aper-
ta ogni martedì sera, dalle
ore 20.30 alle ore 21.30),
comprende una cinquantina
di tesserati tra soci e sostenitori simpatizzanti. Un nucleo di amici davvero unito,
che negli anni si è forse ridotto nel numero ma che
non per questo ha perso la
capacità di divertirsi e saper
stare insieme. Molti, infatti,
sono anche i momenti in cui
il gruppo di sciatori si ritrova al di fuori delle gare.
Ogni anno lo Sci Club organizza per l’estate un’e-
21
scursione in bicicletta
e alcuni raduni nei rifugi del Cadore dove gli
atleti si ritrovano per trascorrere qualche felice
giornata assieme per tener saldi l’amicizia, la passione e lo spirito sportivo.
Alla guida della società da oltre vent’anni
c’è Marino Cassol, tra
l’altro anche vicepresidente del Comitato Veneto della Fisi (Federazione
Italiana Sport Invernali),
un nome e una garanzia.
"E’ stata una stagione senz’altro positiva -afferma il
leader del Supercadore durante la quale abbiamo saputo toglierci parecchie soddisfazioni. Devo ringraziare
tutto il direttivo e i nostri tesserati che ci permettono di ottenere questi risultati. Siamo
davvero un bel gruppo anche
se con gli anni la partecipazione si è un pò ridotta. In
questo complicato momento
economico è difficile trovare
degli sponsor o delle collaborazioni in grado di sostenere
le nostre attività ma impegnandoci riusciamo comunque sempre ad organizzare
tutto ciò che abbiamo in
mente. Un importante momento conviviale è la cena
sociale di inizio stagione alla
quale invitiamo anche le autorità, dove consegnamo a
tutti gli atleti il programma
delle gare. Chiunque sia interessato a conoscere le nostre
iniziative o chiunque voglia
tesserarsi per la prossima stagione può recarsi presso la
nostra associazione. Infine,
ci tengo a ringraziare gli attuali sponsor per il loro fondamentale contributo".
Non resta che complimentarci con il Supercadore
per la brillante stagione appena conclusa e rinnovare
un grosso in bocca al lupo
per il prossimo anno!!
Daniele Collavino
nche quest’anno per le piccole e grandi atlete delA
l’Aquilone danza di Valle di Cadore il concorso SI AGGIUDICA 4 PODI LA POLISPORTIVA
regionale per le selezioni della DON BOSCO CUP 2013,
tenutosi all’Altaforum di Campodarsego domenica 7 GIOVANILE SALESIANA DI VALLE DI CADORE
aprile, ha portato i suoi buoni frutti: su 6 coreografie
presentate, 4 podi conquistati.
Sia la categoria Junder 13 che la categoria junder 17 si
sono posizionate sul podio con due coreografie di carattere, “ PICCOLE ZINGARELLE” e “ TARANTELLA”.
La danza di carattere è una danza popolare, può essere
russa, polacca, ungherese, nel caso di AQUILONE
DANZA, la coreografia è russa, in quanto l’insegnante
Ivanna Greckul è di nazionalità russa. Riprende le
danze popolari di un tempo, molti passi comprendono
battiti di tacchi, di mani, o passi a coppie; lo stile russo è
molto forte e deciso, per questo coinvolgente ed emozionante a vedersi, grazie anche agli originali costumi .
Altro podio per le junder 17 nella sezione di danza
classica, con la corografia “THE BEAUTY” e per la prima volta l’esordio delle Mini di 6 anni con la corografia
“PRIMI PASSI” le più giovani della sezione di Danza
Classica, il tutto realizzato grazie all’insegnante Ivanna
Greckul e all’impegno delle atlete.
… E non finisce qui, perché anche per la sezione di
hip hop, con la coreografia “BANGARANG” dell’insegnante Laura Zidarich, un grintoso gruppo di junder
13 si è esibito con passione e impegno sul palco dell’Altaforum.
La giornata è stata lunga ed impegnativa, ma la soddisfazione è di più…, nel vedere le nostre giovani atlete
esibirsi su quel grande palco con la freschezza e la
spensieratezza che come Polisportiva Giovanile Salesiana cerchiamo di trasmettere ai nostri giovani, accogliendo, operando come genitori volontari, insieme alle
allenatrici ed alle suore salesiane di Valle di Cadore.
Con i giovani e per i giovani attraverso lo sport si cerca
di dare loro i contenuti principali del pensiero di Don
Bosco, il senso della festa, la gioia di stare insieme, la vita di gruppo, la “sana” competizione, perché anche se
non si vince, non importa, basta essere una vera squadra!
Mamma Valeria
AQUILONE
DANZA
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ANNO LXI
Maggio 2013
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uando gli organizzatori delQ
l’evento “Neve mondiale” la Comunità Montana Comelico e
Sappada, la Fondazione Centro
Studi Transfrontaliero e il Comitato Pitturina Ski Race - stavano definendo l’elenco dei partecipanti,
sembrava non dovesse mai finire.
E’ incredibile come un comprensorio di meno di 9000 abitanti possa avere giovani risorse umane e
tecniche di così grande spessore
nazionale e internazionale. Nella
stagione 2012 -2013 sono infatti ben 12 i giovani del Comelico e Sappada che hanno
conquistato almeno un podio
di categoria a livello di campionati
assoluti o europei o mondiali, nelle discipline invernali (sci alpino,
sci nordico, sci alpinismo, snowboard, biathlon).
Tutti sono saliti sul palco del
Cinema Piave per ricevere
l’applauso e un piccolo omaggio del presidente della CM
Mario Zandonella. Tra questi
successi vanno segnalati in particolare il titolo assoluto di Marcello De Martin Bianco nel fondo allievi, i titoli in staffetta di Marlene
e Arianna De Martin nel fondo
giovani, il brillante argento ai
mondiali giovani biathlon di Lisa
Vittozzi. Uno spazio privilegiato
nella festa al Cinema Piave,
gremito di gente, è stato assegnato ad Alba De Silvestro, autrice di una impresa eccezionale
con la vittoria di tre ori ed un argento ai mondiali junior di sci alpinismo che hanno avuto luogo in
Francia. Successi cui si è aggiunta
anche la vittoria in Coppa del
Mondo. Accompagnata dal direttore tecnico della nazionale
Oscar Angeloni, Alba è stata accolta da calorosi e meritati applausi. Dopo la presentazione della gara di coppa del mondi di sci alpinismo che il Comitato Pitturina Ski
Race organizzerà in Comelico nel
febbraio 2014, sono saliti sul palco
i campioni affermati dello sci
nordico. Marina Piller e Virginia De Martin, protagoniste nelle gare di coppa del mondo e ai
mondiali in Val di Fiemme. Senza
dubbio l’applauso più fragoroso
della serata è andato ad un grandissimo campione che, dopo una
carriera ricca di trionfi olimpici e
mondiali ha deciso di ritirarsi per
proseguire la sua attività come
tecnico e istruttore di sci nordico:
Pietro Piller Cottrer rappresenta un pezzo di storia del
fondo azzurro. Sul palco assieme
a lui anche Silvio Fauner direttore tecnico delle nazionali di
sci nordico e Mario Zandonella,
presidente della Comunità Montana che ha ringraziato tutti gli atleti
intervenuti.
I giovani premiati sono: Fabio
Zannantonio Comelico Superiore
(fondo), Emanuele Buzzi Sappada
(sci alpino), Luana Quinz Sappada
(biathlon), Marianna Sartor Sappada (fondo) Marlene e Arianna De
Martin Pinter Padola (fondo), Davide Graz Sappada (fondo), Filiberto Piller Sappada (fondo), Francesco De Candido Santo Stefano di
Cadore (sci alpino), Marcello De
Martin Padola (fondo), Lisa Vittozzi Sappada (biathloni).
Livio Olivotto
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GIOVANI PROMES
CAMPIONI COMELI
FESTEGGIATI A S.ST
Eʼ incredibile come
un comprensorio di
circa 9000 abitanti
possa avere risorse
umane e tecniche
di così grande
spessore nazionale
ed internazionale
GRAZIE
RAGAZZI DI
AVERCI FATTO
SOGNARE
“NEVE MOND
n un territorio dove i bambi“I
ni vengono cresciuti a pane e
sport invernali, nel segno della cultura forte dello sci - ha esordito il
presentatore Giovanni Viel -, questa
manifestazione vuole essere un semplice momento per dire grazie a quei
ragazzi, dai più giovani ai grandi
campioni, che nei mesi passati sono
stati assoluti protagonisti sui campi
di gara d'Italia e del Mondo, portando a casa titoli, medaglie, affermazioni che appartengono a quella che
è la tradizione forte di questo territorio. Questi atleti hanno dato grande
prova di maturità agonistica perché
i titoli che hanno messo assieme nello sci alpinismo e nello sci da fondo
parlano da soli.
Oggi vogliamo appunto ringraziare i giovani che sono stati eccel-
lenti protagonisti in questa stagione,
celebrare i campioni che hanno onorato l'Italia nel mondo, celebrare i
vecchi atleti che sono stati un esempio in assoluto per lo sport italiano
che questa terra ha generato e vogliamo pure presentare gli appuntamenti della prossima stagione”.
“Dobbiamo ricordare qui il grande
lavoro nel Veneto che è stato fatto per
far crescere l'attività dello sci alpinismo e poi ci si è messo anche un direttore agonistico come Oscar Angeloni che in Italia è riuscito a dare
una organizzazione, una strutturazione importante all'attività, e quindi quando oggi l'Italia gira il mondo
per essere protagonista ci si trova davanti ad una formazione che rappresenta il meglio in campo mondiale”.
FRANCESCA COMARELLA,
Sappada - ARGENTO ai Camp. It.
Aspiranti di Fondo, a Bosco Chiesa
Nuova
MARCELLO DE MARTIN,
Comelico Sup. - ORO ai Camp. It.
Allievi Km. 7,5 tc e ORO nella staffetta
Allievi km 5x3, a Forni di Sopra
DAVIDE GRAZ, Sappada ARGENTO ai Camp. It. Ragazzi
di Fondo, a Cogne
LISA VITOZZI, Sappada ARGENTO ai Camp. It. Giovani di
Biathlon, a Obertilliach
FILIBERTO PILLER, Sappada BRONZO ai Camp. It. Assoluti
Snowboard, a Chiesa Val Malenco 1° Cat. Giovani
FRANCESCO DE CANDIDO,
S. Stefano di Cadore - BRONZO in
discesa libera ai Camp. It. Giovani
di Sci alpino, a S. Caterina Valfurva
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ANNO LXI
Maggio 2013
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“Lʼapplauso va a
SSE E AFFERMATI questi
ragazzi che
dato il meglio
LIANI E SAPPADINI hannonello
sci alpino,
STEFANO DI CADORE nello sci nordico,
I P R E M I AT I
nello sci alpinismo,
nello snowboard,
nel biathlon”
NDIALE”
TANTE OTTIME
RAGIONI PER
CELEBRARE QUESTE
IMPRESE SPORTIVE
A
ll’apertura, il saluto e
le motivazioni della
manifestazione sono di Mario Zandonella, presidente
della Comunità Montana
Comelico-Sappada. “Quando dalla Francia mesi fa giungevano le notizie delle medaglie strabilianti di Alba De Silvestro ai mondiali di sci alpinismo, ci eravamo proposti di
celebrare le sue imprese a stagione fosse finita. Pochi giorni
dopo in Val di Fiemme si svolgevano i mondiali di sci nordico dove seguivamo le prove di
Virginia e Marina e degli altri
azzurri, e proprio in quei giorni avevamo appreso dalla viva voce di Piller Cottrer la sua
decisione di chiudere una lunga e sfolgorante carriera in azzurro sugli sci stretti. Abbiamo
pensato allora ad una occasione utile per festeggiare il campione di Sappada e le due portacolori, azzurre. Qualche
tempo dopo da Forni di Sopra
il giovane Marcello De Martin portava il titolo italiano
allievi di staffetta, la sappadina Lisa Vitozzi ai mondiali
della vicina Obertilliach a sua
e
o
-
a
Un grazie particolare a
Pietro Piller Cottrer che ha chiuso una
sfolgorante carriera e rappresenta
un pezzo di storia del fondo azzurro
volta si laureava campionessa
giovanile, e più recentemente
dalla Val Formazza dove si
svolgevano le ultime prove degli italiani di fondo arrivava
un nuovo titolo italiano da
Virginia De Martin nella staffetta formata dalle sorelle
Marlene e Arianna De Martin, infine da S. Caterina Valfurva Francesco De Candido
arrivava con la sua medaglia
al collo nello sci alpino.
E mentre sulle nevi questi
atleti tenevano alto il nome
del Comelico e di Sappada, venivano premiati l'impegno e
le capacità organizzative del
gruppo Pitturine Ski Race di
Michele Festini con l'assegnazione della prova mondiale di sci alpinismo che si
svolgerà in Comelico e Sappada a fine gennaio 2014.
Tutte queste sono delle ottime ragioni per celebrare personaggi ed avvenimenti in questa serata, per ricevere da parte loro l'applauso di tutta la nostra valle, per ricordare anche
gli altri atleti che si sono impegnati a fare il loro meglio, molti dei quali sono qui in sala,
molti giovani e giovanissimi.
Alle società di appartenenza, ai tecnici,
preparatori e collaboratori, famiglie, al
loro impegno vogliamo dire grazie”.
Ai Campionati Italiani di Nuoto AICS di Lignano
oro, argento e bronzo ai due atleti cadorini
G
rande competizione e medaglie per i giovani atleti
di nuoto della Sportivamente
Belluno che anche quest'anno a
Lignano hanno partecipato alle
finali nazionali dei Campionati
Italiani AICS. Durante i tre giorni di competizioni si sono distinti
sia in acqua nelle loro gare che
nello spirito di squadra. Confrontandosi con nuotatori provenienti da tutta Italia i ragazzi guidati
dai tecnici Alberto Cassol e
Thomas Lorenzi, hanno ottenuto ottimi piazzamenti siglando
spesso i loro migliori tempi personali.
I ragazzi provenienti dal Cadore che hanno raccolto importanti
successi individuali sono: Martina DA RIN (1998) categoria juniores, campionessa italiana oro
sia nei 50 che 100 delfino, migliorando ancora i tempi, argento anche nei 50 stile libero, bronzo nei
100 stile libero e ancora bronzo
nella staffetta 4x100 stile.
Ottimo piazzamento anche per
il giovane Davide DE SILVESTRO (1999) che conquista nella gara 50 stile libero la medaglia
di bronzo.
Martina Da Rin
REGINA NEL DELFINO
FABIO ZANNANTONIO, Comelico EMANUELE BUZZI, Sappada Sup. - BRONZO ai Camp. It. Allievi di BRONZO ai Camp. It. Giovani di
Slalom gigante, a Pampeago
Fondo gimkana, a Forni di Sopra
LUANA QUINZ, Sappada BRONZO ai Camp. It. Allievi di
Biathlon, a Forni Avoltri
MARIANNA SARTOR, Sappada BRONZO ai Camp. It. Ragazzi di
Fondo a Cogne - 2 bronzi ai Camp.
Ital. Biathlon a Chiusa Val Pesio
ARIANNA
DE MARTIN
PINTER,
Comelico Sup. ORO ai Camp. It.
Giovani
Staffetta 5X4
a Val Formazza
MARLENE DE MARTIN PINTER, Comelico Sup. BRONZO ai Camp. It. Juniores 10 km - ORO ai Camp. It.
Giovani Staffetta 5X4, a Val Formazza
Servizio
e foto
RDC
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