DEL POPOLO ce vo /la .hr dit w.e ww musica An no II & il pentagramma • n. 8 6 200 e r b • Mercoledì, 25 otto De jeremiades et de frustrationis theatralis di Patrizia Venucci Merdžo Cari lettori, bisogna ammettere, che Internet, a volte, (specie quando funziona) è una gran cosa. Clic qua, clic là, ed eccoti il mondo sul palmo della mano! Per non dire della sensazione di onnipotenza che ti dà. (Sempre che non venga a mancare la corrente elettrica, o che l’Interintelligentone-cretino non venga fulminato). Per farla breve, sbircia di qua, clicca di là, in men che non si dica l’Internetto mi ha spifferato tutto quanto sulla vita teatrale in Croazia (leggere a pag. 8), o meglio sui programmi dei quattro Teatri Nazionali circa l’incipiente stagione 2006/2007. Ahi-ahi-ahi! E qui incominciano i dolori, i livori, le invidie, i travasi di bile, il mal di fegato e le frustrazioni! I confronti spesso fanno male. Ti dicono a che punto sei, dove stai, chi sei e, soprattutto cosa e come “non” sei. Dunque, pallottoliere alla mano, invochiamo ancora una volta le Scienze Matematiche. Stagione lirica: Teatro di Zagabria, 4 prime d’opera, 3 di balletto più 5 riprese da farti venire l’acquolina, (dalla danza moderna al grande repertorio classico); TN di Osijek 3 prime d’opera, sei riprese, e due riprese di balletto; TN di Spalato 2 prime d’opera, 1 prima di balletto e 4 riprese tra cui Lo schiaccianoci, Il lago dei cigni e il Don Chisciotte (!!), e per finire (tenetevi forte) 28! concerti tra sinfonici, d’occasione, da camera, solistici (“Nima Splita do Splita!”, o il potere del local patriottismo). Infine, “an sourdine”, il TN di Fiume, con …1 prima d’opera, l’inflazionata “Tosca” (certo, c’è stata la “Judita” di Parać; bell’avvenimento, che però rientra ne “Le giornate di Zajc”, le quali vengono finanziate a parte, e perciò non c’entrano con la stagione), 6 riprese, 3 serate di danza moderna (probabilmente dalla durata di un’oretta ciascuna; il repertorio classico ce lo possiamo scordare) e, ciliegina sulla torta, la ripresa di “Cirkus primitif”!, in compagnia dei simpatici scimmiotti in tutù. (E quello che ci meritiamo). Noi siamo moderni. Noi siamo superiori. Altro che le smancerie del mummificato balletto classico! Altro che “Il lago dei cigni”! (Quello indimenticabile di dieci anni fa - quando il Corpo di ballo di Fiume era il migliore in tutta l’ex Jugoslavia - me lo sogno ancora ad occhi aperti). Dichiaro fin d’ora che seguirò gli spettacoli di danza unicamente per dovere d’ufficio, e se trascinata per la collottola. Indi, alcuni concerti d’occasione e, iniziativa lodevole, una breve serata sinfonica (1 replica) per la gioventù. Motivo consolatorio rimane il Concorso “Belcanto”, unica competizione lirica internazionale in Croazia e i 3 concerti sinfonici che pure rientrano nell’ambito de “Le giornate di Zajc”; tuttavia la mancanza di un’attività lirica regolare e continua (nella stagione precedente abbiamo avuto complessivamente “addirittura!” 22 spettacoli lirici), come pure il fatto che nella scelta delle prime si rimescolino e riscaldino sempre i medesimi titoli (avremo mai l’occasione di sentire “Andrea Chenier”, “Manon Lescaut” o “Werther”, oppure opere di Stravinski, Prokofjev, Britten ecc.?) sta portando ad una “museificazione” dell’opera lirica a Fiume ed a un calo qualitativo dei cantanti, contrariamente a tutte le belle parole della dirigenza circa un teatro lirico moderno e, si suppone, dinamico. Si obietterà che i finanziamenti non sono sufficienti, ma, chiedo a chi di dove- re, come facevano nella stagione 1946/47 – quando si mancava di tutto – ad allestire ben sei première d’opera? Di concerti da camera e solistici di rilievo non se ne parla nemmeno, dal momento che l’Ufficio Concerti (e il Corpo di ballo) è stato abolito anni fa. (Abolire le istituzioni teatrali-musicali è una specialità tutta fiumana che la dice lunga su chi detiene le sorti cittadine). Ma la Provvidenza non si è dimenticata di noi!, e ci ha regalato la Comunità degli Italiani!, dove si può ascoltare della musica da camera, che viene regolarmente disertata dai ragazzi delle nostre scuole! Ordunque, dobbiamo esclamare assieme al Sommo Poeta “Non c’è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria (o quasi)”? Intanto porgo ossequiosi saluti ai gentilissimi lettori e mi ritiro nella mia cappella privata ad horare tre Requiem aeterna per il defunto Corpo di ballo (classico), per la dipartita dell’Ufficio Concerti ed un Miserere per l’agonizzante cast lirico fiumano. Devotamente Vostra 2 musica Mercoledì, 25 ottobre 2006 I NOSTRI VICINI - I vertici allineati alle maggioranze politiche regionali e nazionali...da Una stagione all’insegna della tradizio di Fabio Vidali TRIESTE – Malgrado le vessaLe caselle vuote zioni finanziarie governative, anche Il rapporto di 3 a 5 a favoquest’anno il sipario della Fondazione Teatro Verdi di Trieste si alzerà re della nuova “maggioranza” in puntualmente il 21 novembre. Ini- Consiglio di amministrazione è zierà così la nuova Stagione Lirica e (al momento, in realtà) solo vir- Il settore Sinfonico, come ben noto, rappresenta (accanto a quello Cameristico) l’élite dell’empireo di ogni settore di produzione musicale, oltrecché essere fondamentalmente “formativo” per l’evoluzione qualitativa di qualunque complesso strumentale. Ad un’orchestra “solo” operistica si chiede di adeguarsi a quanto avviene sulla scena, tanto da esporla al “contagio” dei “vizi” di palcoscenico, “vizi” che solo una ricorrente “sciacquata” nel repertorio sinfonico può correggere e togliere di Balletto per la tornata 2006-7. Si tratta d’una Stagione all’insegna della tradizione, palesamente alla ricerca d’un vasto concorso di pubblico che possa confortare gli esiti dello sbigliettamento, essendo quello finanziario il primo ed il più assillante problema di quest’Istituzione. Le “novità” non riguardano i titoli proposti in cartellone ma piuttosto il nuovo assetto ai vertici di questa Fondazione, adesso allineata alle attuali maggioranze politiche regionale e nazionale. La contemporanea scadenza degli organi statutari con l’ultimo responso delle urne ha portato ad un clamoroso rovesciamento negli equilibri politici interni: il centrodestra, che prima era maggioritario in Consiglio d’amministrazione, ora è “sotto” (3 a 5). Malgrado il Sindaco-Presidente di centrodestra sia stato riconfermato dal voto della città, egli potrà contare solo su due altri consiglieri del suo colore. Quattro quelli dello schieramento opposto, cui và aggiunto il nuovo Sovrintendente, dott. Giorgio Zanfagnin, eletto, fra l’altro, all’unanimità, su proposta e col voto dello stesso Sindaco di centrodestra, Dipiazza, anche se questi, in precedenza, aveva caldeggiato un altro nominativo (quello del direttore dello Stabile di Prosa Antonio Calenda) ipotizzando una specie di Autorità Unica per lo Spettacolo Regionale. Per fortuna, i “numeri” non glielo hanno permesso, evitando una pericolosa commistione di interessi, nonché il pericolo di eliminare il ruolo del Teatro Verdi quale Teatro di “produzione”, trasformandolo in “affittacamere” per compagnie “ospiti”. Quanto al nuovo Sovrintendente Zanfagnin, gli va dato atto di una lunga esperienza di amministratore (anche al Teatro Verdi) e di una profonda sensibilità per la musica ed il teatro musicale che costituiscono precisa garanzia delle sue intenzioni di potenziamento delle produzioni e delle coproduzioni musicali. tuale. Con la prematura scomparsa del neoconsigliere Orazio Bobbio, siamo al 3 a 4. E’ indubbio che tale casella sarà riempita da un esponente della stessa “area”, ma… quando ciò avverrà? Intanportarono (dopo lunga vacanza) alla nomina del citato Pacitti. Quella del Direttore Artistico, scelto e proposto dal Sovrintendente al Consiglio, non è la figura di un “peone” in più o in meno, utile solo alla “conta” dei voti, ma è quella dell’ideatore “tecnico” dei programmi di produzione e del “giudice monocratico” super partes della validità (o meno) degli scritturati (dal direttore d’orchestra, al regista, allo scenografo, ai singoli interpreti, al complesso globale di ogni spettacolo) con peso determinante per risolvere ogni “disservizio” artistico che si potrebbe verificare. Non si può farne a meno per la stessa funzionalità del Teatro. In merito, il nuovo Sovrintendente Zanfagnin è stato già interpellato da qualche intervistatore. La sua risposta, disarmante per la schiettezza, è stata: “lo sto cercando, ma, al momento, non avrei i soldi per pagarlo”. Giustificazione ineccepibile, guardando al bilancio, ma non dirimente, date le finalità della Fondazione che sono di proporre spettacoli musicali. Se non se ne individua il responsabile “tecnico”, non si potrebbero proporre spettacoli. Donde la decadenza della legittimità della Fondazione che, a proporre spettacoli, è espressamente chiamata. Ciò se la logica ha ancora cittadinanza. Va rimarcato che, sotto questo profilo, anche il nuovo cartellone esce “orfano di padre e di chi ne fa le veci”, essendo “parto” della precedente dirigenza, pur essa priva imposta dalla Legge e dallo Statu- di Direttore Artistico. to, è quella del Direttore Artistico che non può non esserci. Di fatMète e pericoli to la Fondazione ne è priva dalE’ stato davvero consolante, in l’uscita del precedente (M.° Pacitti) e già troppa acqua, da allora, è sede di conferenza stampa, sentipassata sotto i ponti. Vanno ricor- re l’Assessore regionale alla Culdati, al proposito, i perentori sol- tura, Roberto Antonaz, definire la leciti del Ministero vigilante che Fondazione Teatro Verdi “la prin- Il “no” perentorio della Vicepresidente della Fondazione Verdi Donata Irneri Hauser alla musica d’oggi è stato netto ed inequivocabile, a testimonianza d’una congenita miopia culturale, propria della generazione in estinzione che, refrattaria ad ogni nuovo stimolo, ridurrà la frequentazione del Teatro agli ultimi dinosauri sopravvissuti al loro ciclo generazionale, fino ad annullarla del tutto to, un malaugurato impedimento ad “uno dei quattro” potrebbe rovesciare gli equilibri o rimandare a lungo qualche decisione, dato che, in caso di “parità”, è “dirimente” il voto del Presidente-Sindaco; pericolo che la “maggioranza” eviterà certo con cura. Poi, la mancanza di un componente priva, di fatto, il consesso di parte della sua autorevolezza. Specie su scelte di particolare e vitale importanza per le quali è auspicabile l’unanimità, o, almeno, la “maggioranza qualificata”. Ma non c’è solo questa “casella” da riempire al più presto. Un’altra, irrinunciabile, in quanto musica 3 Mercoledì, 25 ottobre 2006 Verdi a Wagner a Poulenc... si rinuncerà alla storica stagione concertistica sinfonica? ne con tanti (troppi?) artisti stranieri quando non addirittura da “riscoprire” e far conoscere, che, limitandosi alla sola “specializzazione” operistica, rischia di disperdersi. Trieste non è solo “Barcolana”, ma anche “serbatoio d’emigrazione” di valori musicali che ha arricchito il patrimonio musicale internazionale per oltre due secoli. Una “merce” di qualità che non troverebbe indifferente il “turismo colto” ora in sensibile espansione. Questa una mèta da additarsi al “nuovo corso” della Fondazione triestina. Questi gli “eventi” da architettare. Palestra, non Museo Renato Bruson inaugurerà la stagione nel ruolo di Rigoletto ca Sinfonica? Un dubbio non dappoco, considerando il progressivo sviluppo d’un’altra realtà, l’Orchestra Sinfonica Regionale, ulteriormente potenziata attraverso la fusione con la Filarmonica di Udi- Scorrendo i titoli del nuovo cartellone, sarebbe troppo facile ed ingeneroso tacciarlo di “passatismo popolareggiante”. Bisogna considerare il particolare momento in cui è stato partorito ed il clima da “ragazzi non c’è una lira” che oggi si respira. Un clima da bancarotta che ha suggerito, per esempio, al raffinato Teatro Regio di Torino, di inscenare, per l’inaugurazione, una “Turandot” di Puccini senza scene e senza costumi, con i protagonisti in abito da sera ed i coristi in tuta blù, agenti sul nudo palcoscenico. Era stato previsto un allestimento “rivoluzionario” in una Pechino d’oggi, con grattacieli e biciclette in sostituzione delle tradizionali “ciabatte”. Sarebbe da concludere che “non tutti i mali vengono per nuocere”. Infatti, meglio così che l’ennesimo gratuito e costosissimo travisamente registico d’un capolavoro cui, con grande “rompitura” del pubblico, gli inscenatori rampanti d’oggi ci hanno dolorosamente assuefatti. Nel caso di Torino, ciò è stato deciso come “protesta” per i tagli del tutto. Come prospettiva per il futuro, questa appare, perlomeno, apocalittica ed in aperta contraddizione con la linea dell’assessore Antonaz che, col Festival di Cividale e Villa Manin si dimostra molto interessato a “svecchiare” i repertori con nuovi ed attuali stimoli. Titoli e interpreti Inaugurazione col “Rigoletto” cui seguirà l’inflazionato “Lago dei Cigni” con il Balletto Stanislavskij di Mosca. Poi “l’Olandese volante”, il ritorno “fotocopia” della compagnia spagnola di Antonio Màrquez, “La Sonnambula”, il mozartiano “Don Giovanni”, un dittico “risparmioso” con “La voix Humaine” di Poulenc e “Suor Angelica” di Puccini, “Manon” di Puccini, “Don Pasquale” di Donizzetti. Ripristinato il “blocco” di Duino? Dell’”impermeabilità tergestina” al progresso non sembra scapitare però l’esterofilia, presente con nutrite schiere di interpreti, alcuni “nuovi” per questo palcoscenico. Circa i direttori, ben tre spettacoli (inaugurazione, “Manon” e chiusura “Don Pasquale”) saranno affidati all’israeliano Daniel Oren ed agli interpreti della sua scuderia. Si succederanno poi l’imberbe moravo Tomas Netopil, il tedesco Will Humberg, il francese Patrick Fournillier, l’italiano (finalmente!) Tiziano Severini, il giapponese Hiforumi Yoshida. Sul quadro scenico e registico agiranno l’argentino Hugo de Ana, gli italiani Daniele Abbado, Renzo Giaccheri, Walter Pagliaro, Italo Nunziata, Giovanni Scandella, Giulio Ciabatti, Pasquale Grossi, Pier Paolo Bisleri e Giovanni Carluccio. Nei ruoli vocali principali, 17 sono gli italiani, fra i quali il “veterano” Renato Bruson, Giovanni Ben otto serate (affidate a direttori stranieri) su nove, sono un vistoso omaggio “economico” offerto all’estero da un teatro italiano che, sull’italico erario, basa la sua, se pur stentata e difficile, sopravvivenza. Importazione ed esportazione dovrebbero almeno “bilanciarsi”. È una legge dell’economia che vale anche per la più “antieconomica” delle attività umane: il gramo mestiere della Musica A Daniel Oren è stata affidata la direzione di tre titoli cipale Istituzione culturale della Regione” ed accreditarla come “il Teatro Lirico della Regione che avrà la Regione stessa sempre al suo fianco”. Molto positiva anche la sua intenzione di propiziare la circuitazione degli spettacoli lirici prodotti dal Teatro Verdi nei principali teatri regionali. Intenzione che si sta già attuando con l’ospitalità di alcuni titoli di questa Stagione Lirica a Pordenone, Udine e Gorizia. Analoga disponibilità a sostenere anche una diffusione più ampia con collaborazioni anche extra regionali e con le aree contermini d’oltre confine, sia ad est che ad ovest. Ma un dubbio dovrebbe essere sciolto in partenza: il campo d’azione, Il Teatro Verdi, nella sua proiezione regionale ed extraregionale, dovrà solo limitarsi alla produzione di spettacoli Lirici e di Balletto, rinunciando alla sua storica funzione Concertisti- ne, anch’essa sovvenzionata dalla Regione e tesa a “coprire” la parte Sinfonica su tutto il territorio regionale. Il settore Sinfonico, come ben noto, rappresenta (accanto a quello Cameristico) l’èlite dell’empireo di ogni settore di produzione musicale, oltrecché essere fondamentalmente “formativo” per l’evoluzione qualitativa di qualunque complesso strumentale. Ad un’orchestra “solo” operistica si chiede di adeguarsi a quanto avviene sul palcoscenico, tanto da esporla al “contagio” dei “vizi” di palcoscenico, “vizi” che solo una ricorrente “sciacquata” nel repertorio sinfonico può correggere e togliere. Altro è accompagnare “La donna è mobile”, altro è “respirare” un Adagetto di Mahler ed “animare” i monumenti dei Grandi Capolavori sinfonici della tradizione o del Novecento ad oggi. C’è poi una tradizione sinfonica triestina da salvaguardare, sovvenzionali. Non vorremmo, però, che l’attuale delineazione del cartellone triestino sonasse come nuova “norma” e non con la giustificazione dello “stato di necessità”. Ad indurci il sospetto d’una voluta “rotta” d’imbalsamazione museale, le esplicite dichiarazioni programmatiche della Vicepresidente della Fondazione, Donata Irneri Hauser, delegata a tale ufficio dal Presidente-Sindaco Dipiazza e confermata dal Consiglio di amministrazione, oltrecché proprietaria dell’emittente locale Telequattro. Il suo “no” perentorio alla musica d’oggi è stato netto ed inequivocabile, a testimonianza d’una congenita miopia culturale, propria della generazione in estinzione che, refrattaria ad ogni nuovo stimolo, ridurrà la frequentazione del Teatro agli ultimi dinosauri sopravvissuti al loro ciclo generazionale, fino ad annullarla Furlanetto, Eva Mei, Antonino Siragusa, Daniela Mazzucato, Amarilli Nizza, Fabio Previati, Serena Gamberoni, Alberto Rinaldi. Ben 19 gli stranieri: praticamente tutta tedesca la compagnia del wagneriano “Olandese” ed arrivati da Romania, Cuba, California, Corea, Armenia, Islanda, Polonia, Francia, Slovacchia, Russia, Portogallo, Bulgaria, Cina, Lettonia, Croazia, Spagna, gli altri, taluni anche per il repertorio “italiano”. Sommati ai direttori stranieri cui sono affidate ben 8 serate su 9, sono un vistoso omaggio “economico” offerto all’estero da un teatro italiano che, sull’italico erario, basa la sua, se pur stentata e difficile, sopravvivenza. Importazione ed esportazione dovrebbero almeno “bilanciarsi”. E’ una legge dell’economia che vale anche per la più “antieconomica” delle attività umane: il gramo mestiere della Musica. 4 musica Mercoledì, 25 ottobre 2006 Mercoledì, 25 ottobre 2006 5 IL PERSONAGGIO - Nel centenario della nascita del Maestro ripercorriamo la sua straordinaria parabola artistica e personale Boris Papandopulo il grande e immaginoso cantore della vita di Patrizia Venucci Merdžo Boris Papandopulo si accomodò sulla sedia davanti al leggio - nel suo camicione di flanella grigia – e, rivolgendosi agli orchestrali, con tono un po’ imbarazzato (facendo spallucce) quasi volesse scusarsi dell’omaggio’ che gli si tributava , disse: ”Mah, mi hanno detto che per il mio ottantesimo compleanno dovrei dirigere un concerto sinfonico...”. Sorriso complice e significativo. Come dire: ”Boh, visto che ci tengono... accontentiamoli”. Altre immagini e senzazioni affiorano dal bagaglio dei ricordi. Come quando l’Orchestra dell’Opera di Fiume provava nella sala del Teatro la sua “Mantinjada”, un brano dal quale trapelavano la grande fantasia del Maestro, il raffinatissimo senso del colore, della narrazione carica di atmosfere che dall’immagine misteriosa del Monte Maggiore dormiente avvolto nelle nebbie mattutine sfociava, dopo un graduale crescendo in una irrefrenabile e “dionisiaca” danza; il tutto con un uso di elementi folcloristici elegantemente elaborati e trasfigurati in maniera personalissima. Papandopuliana, per l’appunto. A esecuzione terminata il Maestro che stava in fondo alla platea, venne avanti, stupito e riconoscente, facendo: “Ma bravi ragazzi! Congratulazioni. Ottimo. (Come se il merito fosse stato di noi esecutori). ‘To dobro zvuči’. Non sapevo di aver scritto tutta sta roba. L’avevo già dimenticato”. O ancora, un’estate del 1986, un concerto sinfonico in Piazza della Risoluzione, con Papandopulo sul podio e con Josip Klima che suonava lo stupendo concerto per violino e orchestra del Nostro, questa volta improntato a suggestioni musicali orientaleggianti (era stato direttore pure dell’Opera di Sarajevo), sempre trattati con quel finissimo gusto del colore e con delle sviolinature quasi tzigane, rapsodiche nella parte solistica rivelatrici di una estemporanea passionalità mediterranea e della straordinaria immaginosità del Maestro. Oppure, Papandopulo che dirige la “Tosca” al Teatro all’aperto di Abbazia - impeccabile nel suo smoking bianco con un gran fiocco di seta nera alla Lavallier, svolazzante - mentre sembrava abbracciarci tutti quanti con quelle sue bizzarre evoluzioni manuali, gli occhi piccoli, lucidi, “malegnasi”, quel sorriso lungo lungo con il quale ci gratificava, spronava e se la godeva insieme a noi, i “suoi” orchestrali; che, con gran gusto, ci facevamo in quattro. Papandopulo era un mediterraneo, un uomo che amava la vita con tutto ciò che di buono e meno buono essa comporta e con una grande libertà ed autonomia interiore. Questa sua gioia di vivere, questo amore per la vita trapelano in modo evidente dalla sua musica, un vero diario dell’anima. “Ho avuto una vita bella. Ho provato di tutto, ma non ho nulla da rimproverare a me stesso o agli altri” dichiarò in un’occasione. Greco per parte paterna, fiorentino-moravo da parte di madre, discendente di un illustre casato artistico ( la nonna era la grande attrice tragica Marija Ružička, la madre Maja de Strozzi era cantante lirica ammirata e ricordata in uno scritto da Thomas Mann, lo zio era Tito Strozzi, figura chiave per il teatro zagabrese) e pure nobiliare, Pa- pandopulo era davvero un cocktail genetico e culturale raro, o meglio, “un pezzo unico”. Magari in altri tempi avremmo dovuto appellarlo con il titolo di marchese Papandopulo de Strozzi (aveva a che fare con il madrigalista Pietro Strozzi appartenente alla Camerata fiorentina?), oppure Papandopulo conte di Stavropoli? Una nobiltà che, visti anche i tempi che correvano, erano per il Maestro motivo di bonari scherzi. Più di quattrocento le opere composte dal Maestro, spazianti dal tardoromanticismo all’atonalità, comprendenti tutti i generi (musica sinfonica, da camera, per strumenti solisti, opere, balletti, brani corali, musica sacra) che rappresentano un’enorme eredità artistica e spirituale in gran parte ancora da valorizzare ed eseguire. Un (il?) gigante del Novecento musicale in Croazia il cui operato è stato segnato da coerenza, fedeltà ed onestà nei confronti di se stesso e della musica. Ma lasciamo che sia il Maestro a raccontarsi, e incominciamo dall’inizio. L’infanzia e gli studi musicali “Honnef, la mia città natale è una tipica, linda, piccola cittadina renana. Si trova vicino a Wiesbaden e a nord ci sono i sanatori per gli ammalati di polmoni. Mio padre, diplomatico, (russo di origine greca) era gravemente ammalato di tisi e viveva in uno di questi, quando conobbe mia madre che era stata me dove aveva il compito di fondare il Teatro dell’Opera. pianoforte e mollai tutto. Più tardi ripresi a studiare grazie al cinema muto e alle musiche che si eseguivano al pianoforte”. Fondatore del Teatro dell’Opera di Fiume Papandopulo si riteneva fortunato di aver studiato all’Accademia di Musica di Zagabria quando vi insegnavano Dugan, Dobrinić, Lhotka e Bersa “un’equipe di ottimi insegnanti e compositori. Bersa era eccezionale, come persona e come compositore. Credo che oggi non esistano più uomini di questo genere. Lui riconosceva allo studente un modo personale di pensare e sentire. A differenza di Dugan che era estremamente rigido. Ricordo molto bene quelle lezioni. Erano collettive. Ognuno portava il proprio brano e lo si analizzava tutti insieme. Bersa esigeva argomentazioni esaurienti, spiegazioni per ogni armonia, per ogni passaggio e se riuscivi a convincerlo, accettava. Si iniziava alle dieci del mattino e si concludeva alle cinque del pomeriggio. A pranzo si andava a mangiare il gulaš al ‘Jagerhorn’. Tempi difficili in cui non c’era nulla; nulla fuorché l’Arte, il Valore, l’Ingegno e anche la Genialità. Tempi in cui il Teatro era una grande famiglia, dove tutti facevano tutto in uno spirito di collaborazione e sintonia e che, unitamente agli artisti lirici di prima grandezza, fece dell’Opera di Fiume la migliore in tutta l’ex Jugoslavia, con spettacoli di livello europeo, i quali ancora oggi vengono ricordati con rimpianto dalle generazioni più anziane. Papandopulo, anima del Teatro lirico fiumano del tempo, organizzò, formò, istruì e diresse la compagine, compose e allestì tra l’altro l’opera “Rona”, scritta per il soprano bulgaro (e consorte del Maestro) Jana Puleva, allora in forza nel teatro fiumano, come pure il balletto “Dr.Atom”, ispirato ai galoppanti progressi della scienza. Una figura di direttore, e di personaggio amato da tutti, il quale per molti anni fu, il “Maestro” dell’Opera di Fiume per antonomasia e, finanche da vivo entrò nella sua leggenda. Il ruolo di Igor Stravinski ingaggiata dal Teatro di Wiesbaden. Morì giovanissimo. Non ho nessun ricordo di lui. A Wiesbaden c’è uno splendido Camposanto dei russi, con una chiesa tutta dorata. Lui è stato sepolto lì. In Germania al tempo, c’erano molti russi. So che mio padre era musicalissimo, suonava ottimamente il pianoforte e si dilettava anche con la composizione. Ho iniziato a suonare da bambino. Il mio primo maestro era un ceco, un certo Marek che mi dava le bacchettate sulle dita e parlava in terza persona, ‘Hat er nicht geubt, hat questo hat quell’altro’. Odiai il Papandopulo aveva un’animo libero e odiava tutto quello che nella musica era “quadrato”, premeditato, intellettualistico. Diceva che la musica è libertà, il prodotto della li- Il maestro riteneva che la musica in Croazia e Jugoslavia stesse attraversando un periodo travagliato e segnato da tensioni. “Mi pare che i compositori siano un po’ troppo inclini all’Occidente e che molti, ‘per stare al passo con i tempi’ cerchino di imitare a tutti i costi e smaccatamente le varie correnti della cosid- Il padre del Maestro, il diplomatico Konstantin Papandopulo lì che Stravinski compose ‘La storia del soldato’, ‘Mavra’ e le ‘Quattro liriche’ che egli dedicò a mia madre. Venne a casa nostra, a Zagabria nel 1922 per un concerto. Doveva accompagnare mia madre oltre che suonare da solista. Stravinski era contrario all’esternamento dei sentimenti nella musica; tutto doveva essere molto ‘concreto’. A mia madre, che cantava in maniera estremamente sentita – ed è per questo che era molto amata dal pubblico - imputava un canto troppo ‘raffinato’. La esortava a cantare più forte, in modo più rude, fino a che Musicista e uomo libero le provare, coscientemente (balletto “Beatrice Cenci”), pure nella dodecafonia “per dimostrare che anche la musica seriale può essere piacevole all’orecchio non meno di quella tonale. Io posso scrivere in maniera dodecafonica, ma ritengo che questa sia prima di tutto ginnastica intellettuale, un fatto tecnico - costruttivo. Per es., senti che una certa linea melodica richiede di essere sviluppata in una certa direzione, però non lo puoi fare perché te lo impediscono le ‘regole’ della dodecafonia. E come se dalla tonalità maggiore non potessi modulare in quella minore. Mi chiedo il perché? Credo che ogni lavoro creativo sia essenzialmente un fatto di ispirazione dell’animo, un modo di sentire intimo e personale, e non un’arido costrutto o delle combina- La musica moderna Per il proseguimento degli studi a Vienna Papandopulo è debitore a Stravinski. “Era stato ospite a casa nostra. Mia madre lo conobbe in Svizzera nel 1917 a Morges, sul lago di Ginevra, mentre si stava preparando per una grande tournèe in America, che poi non realizzò. Là vivevano pure Meštrović e Kljaković. E Maja de Strozzi, la madre di Papandopulo, grande interprete di “Madama Butterfly” (musicali) veramente impossibili che accadono in Occidente. Si fanno troppi esperimenti, si vuole essere originali a tutti i costi e allineati con l’avanguardia cosmopolita, il che ci porta sempre più lontano dal ‘profumo della nostra terra. Io in realtà non appartengo alla Biennale (della musica contemporanea di Zagabria). Non sono un innovatore e non ho affinità per questo genere di musica”. mia madre a un certo punto sbottò: ’Senta, non posso mica abbaiare!’. L’esperienza viennese Chiedemmo a Stravinski dove potessi continuare gli studi, e lui mi raccomandò a Dirk Foch, olandese, direttore principale della Filarmonica di Vienna. Aveva un caratteraccio. Dirigeva Beethoven a modo suo. Per questo era in continuo conflitto con i filarmonici. Vienna era tradizionalista, si sa, e non era possibile cambiare una virgola nell’interpretazione di Beethoven senza che non succedesse una rivoluzione. Fu per questo che se ne dovette andare. Suo padre era il governatore generale di non so più quali colonie, ed erano ricchissimi. A Vienna studiai dapprima con Foch, privatamente, e quindi al Neues Wiener Konservatorium con Rudolf Nilius. Gli mostrai la partitura del ‘Laudamus/ Slavoslovlje’ in paleoslavo, per coro orchestra e voci soliste che fu eseguito con grande successo nella Sala Grande del Musikverein. Da un lato ci si stupiva che un giovane – avevo circa vent’anni - avesse composto un brano di tale spessore e dall’altro, dall’altro lo spirito liturgico paleoslavo della composizione aveva suscitato vivo interesse. Siccone il paleoslavo si era rivelato troppo ostico per i coristi austriaci dovetti tradurre il brano in latino’. Il ‘Laudamus’ fu eseguito in lingua originale appena alla sua prima zagabrese, con mia madre nella parte di soprano solista. Il debutto dopo undici anni di gavetta “Nonostante gli studi accademici e la fama di ottimo pianista, al teatro di Zagabria non mi volevano nemmeno come volontario. Ci vollero undici anni prima che venissi ingaggiato come direttore d’orchestra, e quando nel piccolo teatro in via Frankopan debuttai con l’operetta ‘La terra del sorriso’, era al settimo cielo. Nel frattempo ero stato a Spalato, città solare nella quale mi ero trova- to benissimo e nella quale operavo come direttore del coro Zvonimir, insegnavo ad una Scuola di musica privata e, siccome a Spalato non c’era nulla, istruivo la banda d’ottoni di Sinj. Ritornato a Zagabria mi impiegai presso il Teatro dove per anni ed anni feci di tutto: suonavo le campane dietro le quinte, accompagnavo i cantanti al pianoforte, dirigevo la musica di scena, in orchestra suonavo l’organo, le percussioni. E’la gavetta, l’esperienza, la routine che ci vogliono per un direttore d’orchestra. Il diploma di per sé non significa nulla”. Caricatura del Maestro ... e me ne andai a fare il camionista Il periodo zagabrese fino al secondo dopoguerra fu per Papandopulo, professionalmente, uno dei più felici e fecondi che lo videro impegnato in un’intensa attività di direttore, compositore, critico. Nel secondo dopoguerra chiamato in giudizio dal tribunale d’onore per la sua attività di direttore dell’Opera di Zagabria sotto Pavelić, ossia ‘per aver collaborato con l’occupatore’, Papandopulo fu sospeso per quattro mesi dalla sua attività di direttore d’orchestra. “Io invece, per dispetto me ne andai in Dalmazia a fare il camionista. Trasportavo la merce dell’UNRA su un camion tedesco da cinque tonnellate. Uno di quelli che sotto Rommel avevano passato tutta l’Africa e che poi erano stati abbandonati vicino al lager di Salona, assieme a non so quanti milioni di litri di benzina. Diventai addirittura ‘šef’. Distribuivo la benzina. Vi- bertà interiore dell’uomo; un atteggiamento che trapelava dalla sua persona anche quando stava sul podio e si travasava in un qualcosa di liberatorio, elementare e trascinante, che ti stimolava, trasmettev e rivelava il senso, la vita, l’umanità, la gioia insite nella musica che in quel momento stavi suonando. Quando dirigeva, con quel suo modo ampio, vibrante, magnetico (ed elegantissimo) avevi l’impressione che interpretasse l’eterna e grandiosa danza della Vita. “Odio le esecuzioni ‘quadrate’. Preferisco una cattiva esecuzione ma fatta con lo slancio, con ‘l’improvvisazione’ del cuore”. Il Maestro negli anni ‘30 vevo con i camionisti. Dormivo assieme a loro e mangiavo alla loro mensa ‘i bilo mi je jako lijepo jer sam bio na moru’. E avrebbe continuato volentieri se, nel 1946, le autorità non lo avessero spedito a Fiu- detta avanguardia europea... In questa maniera purtroppo perdono la loro individualità, e la nostra musica la sua ‘originalità’ diventando il riflesso, per non dire la ‘copia’ più o meno riuscita di tutte quelle cose L’eclettismo di Papandopulo Dopo la prova Tuttavia, nonostante la sua natura di compositore estemporaneo ed instintivo e nonostante la sua estraneità sia all’espressionismo viennese che alla scuola di Darmstadt, nel suo eclettismo, nella sua sfaccettata personalità, Papandopulo si vol- zioni matematiche”. Nell’ambito de “Le giornate di Zajc” Fiume renderà omaggio a questo Grande con un concerto sinfonico ed un simposio incentrato sulla figura di Colui che tanta diede, artisticamente ed umanamente, alla Musica. 6 musica Mercoledì, 25 ottobre 2006 VITA NOSTRA - autori eccellenti misti a canti popolari istro-giuliani per una compa Coro della CI di Fasana, collante prezi FASANA – Si respira ancora aria di vernice fresca alla Comunità degli Italiani di Fasana, dove tutto è più o meno nuovo: la sede, le sezioni di attività (cori e filatelia), e pure la stessa CI, fondata solo nel so a dura prova dalla storia. Due sessioni di prove la settimana, una decina di concerti l’anno, qualche uscita fuori sede e tanto spirito di solidarietà, condito di appassionante e appagante amore per la musica, La corale della CI è l’unico coro del comune - se si esclude quello della chiesa - per cui a tutte le manifestazioni di rilevanza comunale ha un posto d’onore 1992, a 44 anni di distanza dalla soppressione dell’allora Circolo Italiano di Cultura, cancellato con un colpo di spugna dalla mappa delle istituzioni italiane del territorio in un’ondata di nazionalismo che fece sopprimere, qualche anno più tardi, anche la scuola degli italiani di Fasana. Tutto questo preambolo “fuori tema” per dire delle difficoltà di ritrovare “se stessi” che hanno avuto i connazionali del luogo. Oggi i due cori diretti in questa sede da Maria Grazia Crnčić Brajković sono collante prezioso per il fragile equilibrio comunitario di Fasana, mes- sono al contempo ragione, pretesto e fine ultimo della ritrovata unità. Un’unità sudata e quindi, a maggior ragione, molto apprezzata. Giovedì sera. Appuntamento in sala grande. Numericamente parlando, il coro misto della CI di Fasana – classe 1994 – è piuttosto piccolo, conta una ventina di elementi (23 al massimo, in tempi di “piena”), ma in compenso è molto affiatato e ben impostato. “Le voci sono ben assortite – ci spiega la direttrice –; c’è almeno un ottimo elemento per ‘categoria’, sia tra tenori e bassi, che tra soprani e contralti”. Il coro virile Una sinfonia di Alfonso Rega dedicata all’11 settembre CASALSERUGO – Villa Greggio, a Casalserugo (pochi chilometri a sud di Padova), è un luogo decisamente suggestivo. Tranquillo, circondato dal verde. Nata nel Settecento come villa padronale su una vasta estensione di terreno, la villa è passata di mano diverse volte; tra i suoi proprietari più noti va annoverato il barone Da Zara, uno dei primi piloti della storia dell’aviazione italiana. Nelle vicinanze della villa egli aveva allestito anche un campo d’aviazione, nella frazione Ronchi (che per questo prese il nome di Ronchi del Volo). Durante la guerra la villa fu presidio tedesco e poi a lungo abbandonata. Oggi la famiglia Greggio sta lavorando con entusiasmo per una riqualificazione dell’ambiente che si è esplicitata in feste, banchetti, matrimoni, ospitalità rurale, e nel settembre scorso anche nella prima incisione musicale. Due giorni di lavoro sereno e proficuo, inframmezzati dai memorabili coffee breaks di Liana Greggio, hanno portato alla prima in- barocca e classica, le successioni accordali proprie della musica leggera, una melodia continua piuttosto che un’architettura a sezioni, vari richiami alla strada segnata da Rota e da Morricone, ed altro ancora. Credo che il grosso pubblico non troverà ostacolo in ricercatezze linguistiche e tecnicismi compositivi (comprensibili di solito esclusivamente dagli La Camerata Musicale Vicentina al Teatro Olimpico di Vicenza Villa Greggio La compagine cameristica durante un concerto al Teatro Vicentino cisione di un’opera del compositore Alfonso Rega: una Sinfonia dedicata alla tragedia dell’11 settembre. Ascoltando le fasi del lavoro dalla consolle dell’ing. Matteo Costa, uno dei più qualificati e sensibili tecnici del suono italiani ed europei, me ne faccio un’idea: si tratta di una composizione in sette tempi, tutti piuttosto ampi (l’opera completa dura circa un’ora). La scelta del linguaggio è coerente con la tradizione: una scrittura tonale, consonante, con “tormenti” interni di tipo romantico; vi si possono cogliere, ad un ascolto anche superficiale, senza la partitura sott’occhio, vari aspetti: la tensione espressiva mutuata dal Romanticismo, riferimenti alla produzione addetti ai lavori). Se non rischiasse di apparire definizione riduttiva, si potrebbe dire che si tratta di opera facile all’ascolto, ma – che sia chiaro - nel senso migliore che il termine sottintende. L’orchestrazione è piuttosto “densa”, dal momento che Alfonso Rega preferisce quasi sempre far suonare l’organico tutto insieme; la differenza di colori avviene quindi soprattutto tra un movimento e l’altro, modificando l’organico (alcuni movimenti sono destinati solo agli archi, in altri compaiono flauti, clarinetti, trombe, un trombone, un’arpa, una tastiera), oppure inserendo delle sezioni vocali: in un movimento c’è un coro femminile, in un altro un coro misto, (sono le voci dell’ En- semble Vocale Concentus Aponius , ben dirette con entusiasmo e grande slancio da Marica Fasolato); nell’ultimo tempo la grande espressività della voce del soprano Stefania Bellamio; melodie vocalizzate, senza testo: le voci anch’esse strumenti. Solo nel quarto movimento, Pietro Juvarra, il primo violino, ha una melodia struggente, intima e dolorosa, ed è forse, in tutta la composizione, uno dei rari momenti in cui ci si imbatte in un canto tipizzato e facilmente memorizzabile. L’ascoltatore in generale è avvolto da una suggestiva “marea” sonora, assolutamente coinvolgente, e si lascia trasportare nel mondo dei pensieri e delle emozioni. Regista musicale dell’impresa è il maestro Heinrich Unterhofer, altoatesino, compositore, direttore d’orchestra, docente al conservatorio di Bolzano. E’ lui che ha assistito Alfonso Rega anche in vista della stesura definitiva della partitura; è lui che ha diretto con grande sensibilità l’orchestra. Camerata Musicale Vicentina è formata da ottimi professionisti, ha un suono morbido e suadente ed ha assecondato le intenzioni del direttore con estrema professionalità. Pur avendo già quindici anni di vita, è costretta a lavorare un po’ a … spizzichi, ( il che significa che non si tratta di emanazione di un qualche ente stabile e non gode di sovvenzioni pubbliche). Quando riesce, dà vita a vari progetti concertistici: con una certa continuità a livello locale, (la maggior parte dei suoi concerti hanno avuto luogo nel vicentino, i più prestigiosi al teatro Olimpico), più saltuariamente extra moenia: tra gli ambienti visitati più significativi, Praga (Ambasciata d’Italia), Padova (Palazzo del Bo), Venezia (Palazzo Ducale e Basilica di San Marco), Milano (Palazzo Visconti e Circolo Filologico). L’orchestra, come mi dice il suo presidente Enrico Professione, ha sempre valorizzato innanzitutto la gioia dello stare insieme a far musica, (gioia che a volte, in altre realtà, gli stessi musicisti faticano a ritrovare, persi nei meandri di ritmi professionali molto spinti), e si è qualificata anche con iniziative un po’ “informali” come i concerti all’aperto in luoghi montani sotto la denominazione “Un’orchestra tra le cime”. Nel suo repertorio Camerata Vicentina ha capolavori che vanno dal Seicento ai giorni nostri, sia per orchestra sola che col coro o con solisti. E per alcuni anni è stata anche orchestra/laboratorio ai corsi di direzione d’orchestra che il maestro Romolo Gessi tiene a Vicenza. Il prossimo impegno della Camerata Musicale Vicentina, sempre con la direzione di Heinrich Unterhofer, sarà la realizzazione di un DVD della stessa opera di Rega, la cui ripresa avverrà la sera del 31 ottobre prossimo nella suggestiva cornice della Badia di Sant’Agostino in Vicenza; e probabilmente, la collaborazione tra il maestro e la compagine continuerà pure in futuro con altre produzioni. Alessandro Boris Amisich musica 7 Mercoledì, 25 ottobre 2006 gine corale risorta dopo 44 anni di silenzio oso per il fragile equilibrio comunitario Armonia a quattro voci, dunque: la classica impostazione di corale mista. Quanto basta, insomma, per un repertorio di musica classica che si rispetti. Tra gli spartiti, infatti, solo firme di compositori eccellenti: Bach, Beethowen, Schumann. Indubbiamente un grande motivo di vanto per la bacchetta di Maria Grazia Crnčić Brajković (docente di strumentazione e didattica di cultura musicale al Magistero di Pola), La direttrice Brajković ma anche fonte di… sofferenze d’esercitazione per i coristi che di tanto in tanto gradirebbero, e non lo nascondono mica, farsi qualche “cantada” meno impegnativa, da cortile di casa per così dire… “Guardi un po’ qua – ci dice Anton –, guardi le canzoni che ci fa cantare la maestra: ‘Non tardar, o diva mia’! È del 1509, di Andrea Antico da Montona…” E sior Toni, conciliante rispetto il collega, aggiunge: “Parlo per gli uomini, ovviamente, giacché le donne sono più disciplinate: tutte le volte che la maestra ci fa fare un nuovo brano sono lacrime e dolori, e la protesta infuria. Ma poi, una volta appresa la canzone, non vogliamo più lasciarla andare…” Se insomma la scelta del repertorio spettasse ai coristi, probabilmente si canterebbero solo canzoni popolari. A due voci al massimo. Ma la direttrice non ne vuole sapere. E allora si va avanti a suon di compromessi: la musica d’autore al misto, e canti popolari (istriani, triestini, trentini eccetera) al Coro maschile, ma anche qua con elaborazioni d’autore, in prevalenza a cura di Milotti e Donorà. Con quest’ultimo si collabora assiduamente. Il coro virile è più giovane del misto Il coro misto di due anni. La sua formazione risale al 1996 e presenta a sua volta un’impostazione standard (tenori primi e secondi, baritoni e bassi). A Fasana – c’informano infine i nostri interlocutori – la corale del- la CI è l’unico coro del comune (se si esclude quello della chiesa, beninteso). Questo significa che a tutte le manifestazioni di rilevanza comunale ha un posto d’onore. “Tutte le volte che c’è un inno da intonare, chiamano noi – concludono i coristi all’unisono – e noi di inni ne abbiamo tre in repertorio, uno per ogni occasione”. Più preparati di così… Daria Deghenghi Commosso omaggio al popolo americano e la speranza in un mondo migliore LION DI ALBIGNASEGO – E’ piacevole fare due chiacchiere in maniera informale e finalmente rilassata quando il lavoro di registrazione è oramai finito e per di più in una prosciutteria che in zona è piuttosto nota. In attesa delle fettuccine ai funghi e dei bigoli al ragù di prosciutto, (piatti che, detto per inciso, si dimostreranno assolutamente memorabili), Alfonso Rega, autore della Sinfonia 11 Settembre, e Heinrich Unterhofer, direttore musicale del progetto, mi raccontano in maniera molto serena i loro punti di vista, le impressioni, le curiosità. Partiamo dalla musica. Chiedo a Rega da dove nasca l’idea di una Sinfonia per celebrare, commemorare, l’11 settembre. “Sono rimasto personalmente molto scosso dall’attentato alle Twin Towers: un episodio che ha improvvisamente reso più oscuro il futuro del mondo, sia per ciò che concerne gli aspetti sociali, politici ed economici, sia per quanto invece riguarda la pura quotidianità della gente. Scrivere una pagina musicale in segno di omaggio e di profondo rispetto verso il popolo americano così duramente colpito mi è venuto quasi naturale. Interviene Unterhofer: “Impossibile rimanere indifferenti. Ma voglio sottolineare, ed è a mio avviso una cosa da non trascurare, il buon gusto e l’equilibrio del M° Rega, che non ha usato nessun riferimento letterario, nessun testo di facile presa, per far sì che sia la musica, e solo la musica, ad esprimere il sentimento profondo questa tragedia”. Noto immediatamente la sintonia tra i due artisti. Uno si esprime, l’altro chiosa, completa la spiegazione, in assoluta armo- nia. Mi viene spontaneo indagare e provare a chiedere come sia nata la loro collaborazione. Parla dapprima Unterhofer. “Il M° Rega mi aveva scritto una lettera chiedendomi una collaborazione per la ‘realizzazione di un suo sogno,’ per usare le sue stesse parole. Questa espressione mi ha colpito molto e così gli ho risposto. Per farla breve, da qui è scoccata una scintilla che oltre a farci lavorare insieme ha dato origine anche a un’amicizia. Un’amicizia nel nome della musica. “In effetti- aggiunge Rega –, ho preferito avere l’appoggio di un ‘vero’ compositore: io infatti nella vita professionale mi occupo di tutt’altro: sono avvocato specializzato in questioni di macroeconomia. La musica occupa una parte importante della mia vita, ma è un diletto: ho studiato il pianoforte e da alcuni anni mi sono avvicinato alla composizione”. Cerca, Alfonso Rega, di accreditarsi come dilettante, ma è comunque autore di circa quattrocento composizioni con conseguimento di vari premi prestigiosi: per quattro volte (nelle edizioni che vanno dal 2003 al 2006) è risultato tra i premiati del concorso IBLA di New York. Ha scritto otto composizioni cicliche, che lui chiama indifferentemente Sinfonie o Poemi sinfonici: quella dedicata all’11 settembre è la settima. Tutte hanno comunque più o meno un programma o un argomento di riferimento, (Nascita di Davide; Nascita di Myriam; Nuovo Millennio; L’Olocausto; La nascita dell’Universo; La Divina Commedia; L’11 settembre; Romeo e Giulietta). -E allora, com’è andata questa collaborazione? “Bene, molto bene. Infatti siamo arrivati fino all’incisione”. Precisa Unterhofer:”Qualche momento meno ‘roseo’ lo abbiamo attraversato, come avviene in tutte le imprese impegnative; ho dovuto fare anche qualche scelta che forse qua e là può aver un po’ infranto le aspettative dell’autore, il quale – ma ciò è perfettamente comprensibile – avrebbe voluto veder sempre la propria opera realizzata esattamente come lui l’aveva concepita, senza alcun compromesso”. Rega sorride, ma è evidente che non vede l’ora di parlare della sua opera. E allora gli chiedo di descrivermela. “E’ un’opera complessa, in sette tempi, in quanto ogni singolo episodio vuole affrontare un momento, uno stato d’animo, una sensazione legata alla nota vicenda”. Parliamone, allora. Ne parla lui mentre noi, molto più prosaicamente, divoriamo i primi piatti. “Nel primo movimento ho immaginato un mondo che, pur con tutti i suoi innegabili problemi, era comunque molto più pacifico rispetto a quanto sarebbe stato dopo l’11 settembre. Il secondo episodio affronta il momento dell’impatto: un atto di una inaudita violenza contro due edifici ma soprattutto contro due simboli e quindi contro una nazione, contro un intero popolo. La disperazione che segue, il vagare tra le macerie, osservando l’orrendo spettacolo è il nucleo tematico del terzo movimento: un coacervo disperato di incredulità, dolore, emozioni fortissime. Più ‘raccolto’ il clima del quarto movimento, dedicato alla fase in cui si inizia a quantificare l’immane portata della tragedia e contemporaneamente si riserva Il Maestro Alfonso Rega Il direttore Heinrich Unterhofer un pensiero pietoso alle povere vittime straziate. Tutti coloro che hanno perso dei cari si lasciano andare ai ricordi di quando questi erano in vita, e tali pensieri costituiscono l’idea-guida del quinto movimento. L’angoscia e la paura (sesto movimento) ormai si sono inserite nel profondo degli animi e attanagliano tutti noi in ogni giornata, ravvivandosi ogniqualvolta riceviamo notizie di nuovi attentati. Ma mi è sembrato opportuno chiudere con una pagina di speranza: la speranza in un futuro e in un mondo migliore, quella fiammella che non si deve mai spegnere, quella luce che sempre deve sostenerci per creare nuovamente uno spirito di pace fra i popoli, per poter aspirare a un futuro migliore. Quest’ultimo episodio è affidato ad una melodia di soprano (Stefania Bellamio) senza testo. Anche gli interventi del coro in altri due movimenti sono senza testo, quasi a riconoscere che di fronte a tali tragedie le parole rischiano di apparire banali, vuota retorica”. Unterhofer sposta per un attimo la sua attenzione agli esecutori e al clima estremamente positivo che si è creato nei due giorni di registrazione:”Ho avuto molto piacere di realizzare questo progetto discografico insieme alla Camerata Musicale Vicentina, un’orchestra che vanta al suo attivo ottime realizzazioni nel campo della musica classica e con cui spero di aver l’occasione di collaborare ancora; come direttore d’orchestra vorrei ringraziare tutti i musicisti,il coro Concentus Aponius (diretto da Marica Fasolato) e in particolare il primo violino Pietro Juvarra: tutti si sono dimostrati ottimi compagni di viaggio e professionisti assolutamente affidabili. Il clima di serena collaborazione che si è venuto a creare fra esecutori e compositore nella non semplice regia di concertazione è stato per me il segnale principale dell’ottima qualità esecutiva che nella musica nuova dovrebbe essere sempre in cima alla lista degli ingredienti per la realizzazione di ‘sogni compositivi’”. - E adesso quali saranno i passi futuri? “ Ora il mio sogno – è sempre Unterhofer a parlare - è quello di far conoscere questo componimento nella sua semplice ma efficace comunicatività ad un pubblico sensibile e ricettivo. Penso che la realizzazione della registrazione audio e video [quest’ultima prevista per fine ottobre a Vicenza] siano il mezzo migliore per divulgare questo sogno che è diventato realtà”. Rega sorride e annuisce.Arriva la cameriera con il prosciutto di San Daniele stagionato 24 mesi. Le chiacchiere, come per incanto, cessano immediatamente.(aba) STAGIONE TEATRALE 2006/2007 8 musica Mercoledì, 25 ottobre 2006 TEATRO NAZIONALE CROATO “IVAN DE ZAJC” - Fiume STAGIONE LIRICA Prime JUDITTA - F. Parać (Le giornate di Zajc) TOSCA - G. Puccini Riprese LA GIOCONDA - A. Ponchielli JALTA JALTA - M. Grgić/A. Kabiljo NIKOLA ŠUBIĆ ZRINSKI - I. de Zajc NABUCCO - G. Verdi CAVALLERIA RUSTICANA/ GIANNI SCHICCHI - P. Mascagni, G. Puccini STAGIONE DI BALLETTO Prime TANGO - Serata d’autore di E. Cluga SIMPLE KULJERIĆ - I. Kuljerić RED RUN - H. Goebbels Riprese CIRCUS PRIMITIF - J.M. Zelwer CONCERTI Concerto della FILARMONICA DI FIUME Concerto dell’ORCHESTRA DELL’OPERA Concerto NATALIZIO DEL CORO DELL’OPERA Concerto di CAPODANNO Concerto in occasione di SAN VALENTINO Concerto PASQUALE Concerto in occasione delle FESTIVITÀ DI SAN VITO TEATRO NAZIONALE CROATO Zagabria STAGIONE LIRICA Prime DON GIOVANNI - W. A. Mozart QUIZ CHI SA CHI LO SA 1. Come si chiama il nuovo album del noto gruppo istriano “Gustafi”? a) M.M. b) F.F. c) B.B. 2. Il chitarrista macedone Vlatko Stefanovski fu leader di quale popolarissimo gruppo dell’ex Jugoslavia? a) Leb i sol b) Time c) Korni grupa 6. Quali dei seguenti compositori hanno purtroppo finito i loro giorni in manicomio? a) Beethoven, Puccini, RimskiKorsakov b) Rossini, Gluck, Mozart c) Schumann, Donizetti, Smetana 3. S’intitola “Ta tvoja barka mala” il grande hit degli Anni ‘70, all’epoca cantato da... a) Ana Štefok b) Ksenija Erker c) Ljupka Dimitrovska 4. Louis Armstrong, famoso musicista jazz americano, cantò numerosi duetti con una delle più grandi interpreti del genere. Lei è... a) Diana Krall b) Ella Fitzgerald c) Diana Washington 5. Quale strumento suona il famoso investigatore nato dalla fantasia di A.C.Doyle e chiamato Sherlock Holmes? a) il clarinetto b) il pianoforte c) il violino STAGIONE DI BALLETTO Prime COPPELIA A MONTMARTE - L. Delibes/Y. Vamos LIRICHE D’AMORE E DI MORTE - G. Mahler/ M. Šparemblek IL LAGO DEI CIGNI - P. I. Čajkovski Riprese MAESTRO - B. Papandopulo/N. Fabrio/P. Gvozdenović IL DIAVOLO NEL VILLAGGIO - F. Lhotka LO SCHIACCIANOCI - P. I. Čajkovski LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO - P. I. Čajkovski GISELLE - A. Adam TEATRO NAZIONALE CROATO Spalato STAGIONE LIRICA Prime SIMON BOCCANEGRA - G. Verdi LA BOHEME - G. Puccini Riprese NIKOLA ŠUBIĆ ZRINSKI - I. de Zajc LUCIA DI LAMMERMOOR - G. Donizzetti L’ELISIR D’AMORE - G. Donizetti ERO LO SPOSO CADUTO DAL CIELO - J. Gotovac WERTHER - J. Massenet LA PICCOLA FLORAMY - I. Tijardović STAGIONE DI BALLETTO Prime CIPOLLINO - G. Rilov/K. Hačaturjan (secondo un racconto di Gianni Rodari) Riprese MAGNUM - R. Be’er IL LAGO DEI CIGNI - P. I. Čajkovski DON CHISCIOTTE - L. Minkus LO SCHIACCIANOCI - P. I. Čajkovski STAGIONE CONCERTISTICA Ciclo dell’orchestra dell’Opera Concerto SINFONICO con M. LESKOVAR (violoncello) Concerto per la GIORNATA DI OGNISSANTI Concerto NATALIZIO Concerto di CAPODANNO IL VIOLINO VIVO - recital del violinista STEFAN MILENKOVIĆ Concerto SINFONICO Concerto in occasione della GIORNATA DELLA CITTÀ PIERINO E IL LUPO - S. Prokofijev Ciclo del lunedì LOVRO POGORELIĆ (pianoforte) MIHOVIL KARUZA (violoncello) e JADRANKA GARIN (pianoforte) ŽELJKO MILIĆ e il COMPLESSO 3 + 1 PAVEL KANDRUŠEVIĆ (viola) e OLGA CINKOBUROVA (pianoforte) ZORAN VELIĆ IL QUARTETTO DI ARCHI SPALATINO CYNTIA HANSELL BAKIĆ (soprano) e MARIO ČOPOR (pianoforte) IRINA KEVORKOVA (violino) e GIANLUCA MARCIANO (pianoforte) IL COMPLESSO DI FIATI SPALATINO NELLI MANUILENKO (mezzosoprano) e OLGA CINKOBUROVA (pianoforte) IL QUARTETTO ZAGABRESE DI SASSOFONI IL QUARTETTO TARTINI IL TRIO CHITARRISTICO ZAGABRESE IL QUINTETTO DI FIATI SPALATINO DUBRAVKA TOMŠIĆ (pianoforte) Ciclo dell’orchestra da camera di Spalato Serata dedicata ad ANTONIO VIVALDI Serata dedicata a BARTOK, ŠOŠTAKOVIČ e VERESS Serata dei GIOVANI SOLISTI Serata dei COMPOSITORI SPALATINI Serata dei COMPOSITORI CROATI Serata dedicato a MENDELSSOHN e DVORŽAK TEATRO NAZIONALE CROATO Osijek STAGIONE LIRICA Prime ERO LO SPOSO CADUTO DAL CIELO - J. Gotovac LA VEDOVA ALLEGRA - F. Lehar IL MACIGNO, I PAGLIACCI - J. Gotovac/R. Leoncavallo Riprese L’ELISIR D’AMORE - G. Donizetti NIKOLA ŠUBIĆ ZRINSKI - I. de Zajc LUCIA DI LAMMERMOOR - G. Donizzetti MARTHA - F. von Flotow COSÌ FAN TUTTE - W. A. Mozart Affermazione internazionale del duo pianistico Trevisan-Zaccaria Gaetano Donizetti 7. Come si chiama l’autore del popolarissimo walzer “Sul bel Danubio blu”? a) Johann Strauss b) Levi Strauss c) Richard Strauss 8. All’età di 24 anni, Gioacchino Rossini compose la sua opera più famosa nell’arco di soltanto 15 giorni. Di quale opera si tratta? a) Guglielmo Tell b) L’italiana in Algeri c) Il barbiere di Siviglia 9. Chi è l’autore del ciclo “Danze ungheresi”? a) Johannes Brahms b) Franz Liszt c) Antonin Dvoøák Gioacchino Rossini UN BALLO IN MASCHERA - G. Verdi I DIALOGHI DELLE CARMELITANE - F. Poulenc I PINGUINI, TRIBUNE, FABULARIUM ANIMALE - Z. Juranić/M. Kagel/ S. Foretić Riprese ERO LO SPOSO CADUTO DAL CIELO - J. Gotovac IL FLAUTO MAGICO - W. A. Mozart LA TRAVIATA - G. Verdi NABUCCO - G. Verdi NIKOLA ŠUBIĆ ZRINSKI - I. de Zajc CAVALLERIA RUSTICANA, I PAGLIACCI - P. Mascagni/R. Leoncavallo BASTIEN E BASTIENNE - W. A. Mozart IL TROVATORE - G. Verdi IL BARBIERE DI SIVIGLIA - G. Rossini 10. All’inizio del XVIII secolo fu il compositore più stimato d’Europa. Parliamo di... a) J.S.Bach b) G.Ph.Telemann c) G.F.Händel TRIESTE - Che un “Duo pianistico”, della Regione Friuli-Venezia Giulia, su 63 concorrenti solisti e 23 ensembles musicali di tutto il mondo, sia l’unica formazione italiana ad aggiudicarsi la premiazione con “Menzione d’Onore” in un importante Concorso internazionale negli USA, quale l’ottava “International Web Concert Hall Competition – 2006”, è una notizia da salutare con viva soddisfazione, particolarmente nel nostro plesso territoriale, generalmente sottovalutato ingiustamente. A conquistarsi questo alloro è stato il “Duo pianistico” formato da Teresa Trevisan e Flavio Zaccaria, entrambi docenti al Conservatorio “G. Tartini” di Trieste e già detentori di importanti premi internazionali. In più va rilevato che questi due nostri concertisti non hanno gareg- giato proponendo uno dei consueti programmi antologici di “repertorio” ma due autentiche “chicche”, per palati musicali colti, raffinati e curiosi, quali degli “inediti” di Max Reger (1873-1916): la Suite op. 16 e i “Sechs Stücke op. 94”. Già l’attenzione verso questi non frequentati capolavori testimonia, a monte un appassionato lavoro di ricerca e di revisione, nonché una profonda dedizione tesa a servire e non a “servirsi” della Musica. La “Web Concert Hall Competition” è un’istituzione che opera nell’attualissimo campo del “Mondo Informatico” e garantisce una capillare diffusione internazionale “via Web” delle produzioni selezionate ad un bacino d’utenza senza confini, cui si sono accaparrati l’esclusiva mediatica il “New York Times” ed il “The Republics Magazine”. Tali produzioni, via ete- re, vengono irradiate a tempo La copertina indefinito, ma del CD realiznon per meno zato dal duo di due anni. Una pianistico Tre“platea” del- visan-Zaccaria l’”utenza numerica” superiore a quella di tanti affollati stadi di calcio. Il “vettore” sul quale si sono presentati Teresa Trevisan e Flavio Zaccaria è un raffinato Compact Disc edito dalla Casa italiana “Velut Luna”, di recente pubblicazione, corredato da un esauriente opuscolo a stampa curato dal musicologo friulano Renato della Torre che puntualizza i tratti essenziali della personalità di Reger e la genesi delle due raccolte. All’ascolto emergono la dottrina e l’autorevole impatto esecutivo di questo nostro “Duo”, intimamente legato all’inquieta intimità di Reger. (fv) Anno 2 / n. 8 25 ottobre 2006 “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat edizione: MUSICA Redattore esecutivo: Patrizia Venucci Merdžo / Impaginazione: Željka Kovačić Collaboratori: Alessandro Boris Amisich, Viviana Car, Daria Deghenghi, Helena Labus e Fabio Vidali / Foto: Daria Deghenghi Soluzioni: 1.b), 2.a), 3.c), 4.b), 5.c), 6.c), 7.a), 8.c), 9.a), 10.b)