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il pentagramma
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• Mercoledì, 25 otto
De jeremiades et de frustrationis theatralis
di Patrizia Venucci Merdžo
Cari lettori,
bisogna ammettere, che Internet, a
volte, (specie quando funziona) è una
gran cosa. Clic qua, clic là, ed eccoti il
mondo sul palmo della mano! Per non
dire della sensazione di onnipotenza che
ti dà. (Sempre che non venga a mancare
la corrente elettrica, o che l’Interintelligentone-cretino non venga fulminato).
Per farla breve, sbircia di qua, clicca
di là, in men che non si dica l’Internetto mi ha spifferato tutto quanto sulla vita
teatrale in Croazia (leggere a pag. 8), o
meglio sui programmi dei quattro Teatri Nazionali circa l’incipiente stagione
2006/2007. Ahi-ahi-ahi! E qui incominciano i dolori, i livori, le invidie, i travasi
di bile, il mal di fegato e le frustrazioni!
I confronti spesso fanno male. Ti dicono a che punto sei, dove stai, chi sei e,
soprattutto cosa e come “non” sei. Dunque, pallottoliere alla mano, invochiamo
ancora una volta le Scienze Matematiche.
Stagione lirica: Teatro di Zagabria, 4
prime d’opera, 3 di balletto più 5 riprese
da farti venire l’acquolina, (dalla danza
moderna al grande repertorio classico);
TN di Osijek 3 prime d’opera, sei riprese,
e due riprese di balletto; TN di Spalato 2
prime d’opera, 1 prima di balletto e 4 riprese tra cui Lo schiaccianoci, Il lago dei
cigni e il Don Chisciotte (!!), e per finire
(tenetevi forte) 28! concerti tra sinfonici,
d’occasione, da camera, solistici (“Nima
Splita do Splita!”, o il potere del local patriottismo). Infine, “an sourdine”, il TN
di Fiume, con …1 prima d’opera, l’inflazionata “Tosca” (certo, c’è stata la “Judita” di Parać; bell’avvenimento, che però
rientra ne “Le giornate di Zajc”, le quali
vengono finanziate a parte, e perciò non
c’entrano con la stagione), 6 riprese, 3
serate di danza moderna (probabilmente
dalla durata di un’oretta ciascuna; il repertorio classico ce lo possiamo scordare)
e, ciliegina sulla torta, la ripresa di “Cirkus primitif”!, in compagnia dei simpatici scimmiotti in tutù. (E quello che ci
meritiamo). Noi siamo moderni. Noi siamo superiori. Altro che le smancerie del
mummificato balletto classico! Altro che
“Il lago dei cigni”! (Quello indimenticabile di dieci anni fa - quando il Corpo di
ballo di Fiume era il migliore in tutta l’ex
Jugoslavia - me lo sogno ancora ad occhi
aperti). Dichiaro fin d’ora che seguirò gli
spettacoli di danza unicamente per dovere d’ufficio, e se trascinata per la collottola. Indi, alcuni concerti d’occasione e,
iniziativa lodevole, una breve serata sinfonica (1 replica) per la gioventù.
Motivo consolatorio rimane il Concorso “Belcanto”, unica competizione lirica
internazionale in Croazia e i 3 concerti sinfonici che pure rientrano nell’ambito de “Le giornate di Zajc”; tuttavia
la mancanza di un’attività lirica regolare e continua (nella stagione precedente
abbiamo avuto complessivamente “addirittura!” 22 spettacoli lirici), come pure
il fatto che nella scelta delle prime si rimescolino e riscaldino sempre i medesimi titoli (avremo mai l’occasione di sentire “Andrea Chenier”, “Manon Lescaut”
o “Werther”, oppure opere di Stravinski,
Prokofjev, Britten ecc.?) sta portando ad
una “museificazione” dell’opera lirica a
Fiume ed a un calo qualitativo dei cantanti, contrariamente a tutte le belle parole della dirigenza circa un teatro lirico
moderno e, si suppone, dinamico.
Si obietterà che i finanziamenti non
sono sufficienti, ma, chiedo a chi di dove-
re, come facevano nella stagione 1946/47
– quando si mancava di tutto – ad allestire ben sei première d’opera?
Di concerti da camera e solistici di
rilievo non se ne parla nemmeno, dal
momento che l’Ufficio Concerti (e il
Corpo di ballo) è stato abolito anni fa.
(Abolire le istituzioni teatrali-musicali è
una specialità tutta fiumana che la dice
lunga su chi detiene le sorti cittadine).
Ma la Provvidenza non si è dimenticata
di noi!, e ci ha regalato la Comunità degli Italiani!, dove si può ascoltare della
musica da camera, che viene regolarmente disertata dai ragazzi delle nostre
scuole!
Ordunque, dobbiamo esclamare assieme al Sommo Poeta “Non c’è maggior
dolore che ricordarsi del tempo felice ne
la miseria (o quasi)”?
Intanto porgo ossequiosi saluti ai gentilissimi lettori e mi ritiro nella mia cappella privata ad horare tre Requiem aeterna per il defunto Corpo di ballo (classico), per la dipartita dell’Ufficio Concerti ed un Miserere per l’agonizzante cast
lirico fiumano.
Devotamente Vostra
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Mercoledì, 25 ottobre 2006
I NOSTRI VICINI - I vertici allineati alle maggioranze politiche regionali e nazionali...da
Una stagione all’insegna della tradizio
di Fabio Vidali
TRIESTE – Malgrado le vessaLe caselle vuote
zioni finanziarie governative, anche
Il rapporto di 3 a 5 a favoquest’anno il sipario della Fondazione Teatro Verdi di Trieste si alzerà re della nuova “maggioranza” in
puntualmente il 21 novembre. Ini- Consiglio di amministrazione è
zierà così la nuova Stagione Lirica e (al momento, in realtà) solo vir-
Il settore Sinfonico, come ben
noto, rappresenta (accanto
a quello Cameristico) l’élite
dell’empireo di ogni settore di
produzione musicale, oltrecché
essere fondamentalmente
“formativo” per l’evoluzione
qualitativa di qualunque
complesso strumentale. Ad
un’orchestra “solo” operistica
si chiede di adeguarsi a quanto
avviene sulla scena, tanto da
esporla al “contagio” dei “vizi”
di palcoscenico, “vizi” che solo
una ricorrente “sciacquata”
nel repertorio sinfonico può
correggere e togliere
di Balletto per la tornata 2006-7.
Si tratta d’una Stagione all’insegna della tradizione, palesamente
alla ricerca d’un vasto concorso di
pubblico che possa confortare gli
esiti dello sbigliettamento, essendo
quello finanziario il primo ed il più
assillante problema di quest’Istituzione.
Le “novità” non riguardano i titoli proposti in cartellone ma piuttosto il nuovo assetto ai vertici di questa Fondazione, adesso allineata alle
attuali maggioranze politiche regionale e nazionale.
La contemporanea scadenza
degli organi statutari con l’ultimo
responso delle urne ha portato ad
un clamoroso rovesciamento negli
equilibri politici interni: il centrodestra, che prima era maggioritario in Consiglio d’amministrazione, ora è “sotto” (3 a 5). Malgrado
il Sindaco-Presidente di centrodestra sia stato riconfermato dal voto
della città, egli potrà contare solo
su due altri consiglieri del suo colore. Quattro quelli dello schieramento opposto, cui và aggiunto il
nuovo Sovrintendente, dott. Giorgio Zanfagnin, eletto, fra l’altro, all’unanimità, su proposta e col voto
dello stesso Sindaco di centrodestra, Dipiazza, anche se questi, in
precedenza, aveva caldeggiato un
altro nominativo (quello del direttore dello Stabile di Prosa Antonio
Calenda) ipotizzando una specie di
Autorità Unica per lo Spettacolo
Regionale. Per fortuna, i “numeri”
non glielo hanno permesso, evitando una pericolosa commistione
di interessi, nonché il pericolo di
eliminare il ruolo del Teatro Verdi
quale Teatro di “produzione”, trasformandolo in “affittacamere” per
compagnie “ospiti”.
Quanto al nuovo Sovrintendente Zanfagnin, gli va dato atto
di una lunga esperienza di amministratore (anche al Teatro Verdi) e
di una profonda sensibilità per la
musica ed il teatro musicale che
costituiscono precisa garanzia delle sue intenzioni di potenziamento
delle produzioni e delle coproduzioni musicali.
tuale. Con la prematura scomparsa del neoconsigliere Orazio Bobbio, siamo al 3 a 4. E’ indubbio
che tale casella sarà riempita da
un esponente della stessa “area”,
ma… quando ciò avverrà? Intanportarono (dopo lunga vacanza)
alla nomina del citato Pacitti.
Quella del Direttore Artistico,
scelto e proposto dal Sovrintendente al Consiglio, non è la figura di un
“peone” in più o in meno, utile solo
alla “conta” dei voti, ma è quella
dell’ideatore “tecnico” dei programmi di produzione e del “giudice monocratico” super partes della validità (o meno) degli scritturati (dal direttore d’orchestra, al regista, allo
scenografo, ai singoli interpreti, al
complesso globale di ogni spettacolo) con peso determinante per risolvere ogni “disservizio” artistico che
si potrebbe verificare. Non si può
farne a meno per la stessa funzionalità del Teatro.
In merito, il nuovo Sovrintendente Zanfagnin è stato già interpellato da qualche intervistatore.
La sua risposta, disarmante per la
schiettezza, è stata: “lo sto cercando, ma, al momento, non avrei i
soldi per pagarlo”. Giustificazione
ineccepibile, guardando al bilancio, ma non dirimente, date le finalità della Fondazione che sono di
proporre spettacoli musicali. Se non
se ne individua il responsabile “tecnico”, non si potrebbero proporre
spettacoli. Donde la decadenza della legittimità della Fondazione che, a
proporre spettacoli, è espressamente
chiamata. Ciò se la logica ha ancora
cittadinanza. Va rimarcato che, sotto
questo profilo, anche il nuovo cartellone esce “orfano di padre e di chi
ne fa le veci”, essendo “parto” della
precedente dirigenza, pur essa priva
imposta dalla Legge e dallo Statu- di Direttore Artistico.
to, è quella del Direttore Artistico
che non può non esserci. Di fatMète e pericoli
to la Fondazione ne è priva dalE’ stato davvero consolante, in
l’uscita del precedente (M.° Pacitti) e già troppa acqua, da allora, è sede di conferenza stampa, sentipassata sotto i ponti. Vanno ricor- re l’Assessore regionale alla Culdati, al proposito, i perentori sol- tura, Roberto Antonaz, definire la
leciti del Ministero vigilante che Fondazione Teatro Verdi “la prin-
Il “no” perentorio della Vicepresidente della
Fondazione Verdi Donata Irneri Hauser alla musica
d’oggi è stato netto ed inequivocabile, a testimonianza
d’una congenita miopia culturale, propria della
generazione in estinzione che, refrattaria ad ogni
nuovo stimolo, ridurrà la frequentazione del Teatro
agli ultimi dinosauri sopravvissuti al loro ciclo
generazionale, fino ad annullarla del tutto
to, un malaugurato impedimento
ad “uno dei quattro” potrebbe rovesciare gli equilibri o rimandare a
lungo qualche decisione, dato che,
in caso di “parità”, è “dirimente”
il voto del Presidente-Sindaco; pericolo che la “maggioranza” eviterà certo con cura. Poi, la mancanza
di un componente priva, di fatto, il
consesso di parte della sua autorevolezza. Specie su scelte di particolare e vitale importanza per le
quali è auspicabile l’unanimità,
o, almeno, la “maggioranza qualificata”.
Ma non c’è solo questa “casella” da riempire al più presto.
Un’altra, irrinunciabile, in quanto
musica 3
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Verdi a Wagner a Poulenc... si rinuncerà alla storica stagione concertistica sinfonica?
ne con tanti (troppi?) artisti stranieri
quando non addirittura da “riscoprire” e far conoscere, che,
limitandosi alla sola “specializzazione” operistica, rischia di disperdersi. Trieste non è solo “Barcolana”, ma anche “serbatoio
d’emigrazione” di valori musicali che ha arricchito il patrimonio
musicale internazionale per oltre
due secoli. Una “merce” di qualità che non troverebbe indifferente il “turismo colto” ora in sensibile espansione. Questa una mèta
da additarsi al “nuovo corso” della Fondazione triestina. Questi gli
“eventi” da architettare.
Palestra, non
Museo
Renato Bruson inaugurerà la stagione nel ruolo di Rigoletto
ca Sinfonica? Un dubbio non dappoco, considerando il progressivo
sviluppo d’un’altra realtà, l’Orchestra Sinfonica Regionale, ulteriormente potenziata attraverso la
fusione con la Filarmonica di Udi-
Scorrendo i titoli del nuovo
cartellone, sarebbe troppo facile
ed ingeneroso tacciarlo di “passatismo popolareggiante”. Bisogna
considerare il particolare momento in cui è stato partorito ed il clima da “ragazzi non c’è una lira”
che oggi si respira. Un clima da
bancarotta che ha suggerito, per
esempio, al raffinato Teatro Regio
di Torino, di inscenare, per l’inaugurazione, una “Turandot” di Puccini senza scene e senza costumi,
con i protagonisti in abito da sera
ed i coristi in tuta blù, agenti sul
nudo palcoscenico.
Era stato previsto un allestimento “rivoluzionario” in una
Pechino d’oggi, con grattacieli e
biciclette in sostituzione delle tradizionali “ciabatte”. Sarebbe da
concludere che “non tutti i mali
vengono per nuocere”. Infatti,
meglio così che l’ennesimo gratuito e costosissimo travisamente
registico d’un capolavoro cui, con
grande “rompitura” del pubblico,
gli inscenatori rampanti d’oggi ci
hanno dolorosamente assuefatti.
Nel caso di Torino, ciò è stato
deciso come “protesta” per i tagli
del tutto. Come prospettiva per il
futuro, questa appare, perlomeno,
apocalittica ed in aperta contraddizione con la linea dell’assessore
Antonaz che, col Festival di Cividale e Villa Manin si dimostra
molto interessato a “svecchiare”
i repertori con nuovi ed attuali
stimoli.
Titoli e interpreti
Inaugurazione col “Rigoletto”
cui seguirà l’inflazionato “Lago
dei Cigni” con il Balletto Stanislavskij di Mosca. Poi “l’Olandese volante”, il ritorno “fotocopia”
della compagnia spagnola di Antonio Màrquez, “La Sonnambula”, il mozartiano “Don Giovanni”, un dittico “risparmioso” con
“La voix Humaine” di Poulenc e
“Suor Angelica” di Puccini, “Manon” di Puccini, “Don Pasquale” di Donizzetti. Ripristinato il
“blocco” di Duino?
Dell’”impermeabilità tergestina” al progresso non sembra scapitare però l’esterofilia, presente
con nutrite schiere di interpreti, alcuni “nuovi” per questo palcoscenico. Circa i direttori, ben tre spettacoli (inaugurazione, “Manon” e
chiusura “Don Pasquale”) saranno
affidati all’israeliano Daniel Oren
ed agli interpreti della sua scuderia. Si succederanno poi l’imberbe
moravo Tomas Netopil, il tedesco
Will Humberg, il francese Patrick
Fournillier, l’italiano (finalmente!)
Tiziano Severini, il giapponese Hiforumi Yoshida. Sul quadro scenico e registico agiranno l’argentino
Hugo de Ana, gli italiani Daniele
Abbado, Renzo Giaccheri, Walter
Pagliaro, Italo Nunziata, Giovanni Scandella, Giulio Ciabatti, Pasquale Grossi, Pier Paolo Bisleri e
Giovanni Carluccio.
Nei ruoli vocali principali, 17
sono gli italiani, fra i quali il “veterano” Renato Bruson, Giovanni
Ben otto serate (affidate a direttori stranieri) su
nove, sono un vistoso omaggio “economico”
offerto all’estero da un teatro italiano che,
sull’italico erario, basa la sua, se pur stentata
e difficile, sopravvivenza. Importazione ed
esportazione dovrebbero almeno “bilanciarsi”. È
una legge dell’economia che vale anche per la più
“antieconomica” delle attività umane: il gramo
mestiere della Musica
A Daniel Oren è stata affidata la direzione di tre titoli
cipale Istituzione culturale della
Regione” ed accreditarla come “il
Teatro Lirico della Regione che
avrà la Regione stessa sempre al
suo fianco”. Molto positiva anche
la sua intenzione di propiziare la
circuitazione degli spettacoli lirici
prodotti dal Teatro Verdi nei principali teatri regionali. Intenzione
che si sta già attuando con l’ospitalità di alcuni titoli di questa Stagione Lirica a Pordenone, Udine
e Gorizia. Analoga disponibilità
a sostenere anche una diffusione
più ampia con collaborazioni anche extra regionali e con le aree
contermini d’oltre confine, sia ad
est che ad ovest.
Ma un dubbio dovrebbe essere sciolto in partenza: il campo
d’azione, Il Teatro Verdi, nella
sua proiezione regionale ed extraregionale, dovrà solo limitarsi
alla produzione di spettacoli Lirici e di Balletto, rinunciando alla
sua storica funzione Concertisti-
ne, anch’essa sovvenzionata dalla
Regione e tesa a “coprire” la parte
Sinfonica su tutto il territorio regionale. Il settore Sinfonico, come
ben noto, rappresenta (accanto a
quello Cameristico) l’èlite dell’empireo di ogni settore di produzione musicale, oltrecché essere fondamentalmente “formativo”
per l’evoluzione qualitativa di
qualunque complesso strumentale. Ad un’orchestra “solo” operistica si chiede di adeguarsi a quanto avviene sul palcoscenico, tanto
da esporla al “contagio” dei “vizi”
di palcoscenico, “vizi” che solo
una ricorrente “sciacquata” nel repertorio sinfonico può correggere
e togliere. Altro è accompagnare
“La donna è mobile”, altro è “respirare” un Adagetto di Mahler ed
“animare” i monumenti dei Grandi Capolavori sinfonici della tradizione o del Novecento ad oggi.
C’è poi una tradizione sinfonica triestina da salvaguardare,
sovvenzionali.
Non vorremmo, però, che l’attuale delineazione del cartellone triestino sonasse come nuova
“norma” e non con la giustificazione dello “stato di necessità”.
Ad indurci il sospetto d’una voluta “rotta” d’imbalsamazione museale, le esplicite dichiarazioni
programmatiche della Vicepresidente della Fondazione, Donata
Irneri Hauser, delegata a tale ufficio dal Presidente-Sindaco Dipiazza e confermata dal Consiglio di amministrazione, oltrecché
proprietaria dell’emittente locale
Telequattro. Il suo “no” perentorio alla musica d’oggi è stato netto
ed inequivocabile, a testimonianza d’una congenita miopia culturale, propria della generazione in
estinzione che, refrattaria ad ogni
nuovo stimolo, ridurrà la frequentazione del Teatro agli ultimi dinosauri sopravvissuti al loro ciclo
generazionale, fino ad annullarla
Furlanetto, Eva Mei, Antonino Siragusa, Daniela Mazzucato, Amarilli Nizza, Fabio Previati, Serena
Gamberoni, Alberto Rinaldi. Ben
19 gli stranieri: praticamente tutta tedesca la compagnia del wagneriano “Olandese” ed arrivati da Romania, Cuba, California,
Corea, Armenia, Islanda, Polonia,
Francia, Slovacchia, Russia, Portogallo, Bulgaria, Cina, Lettonia,
Croazia, Spagna, gli altri, taluni
anche per il repertorio “italiano”.
Sommati ai direttori stranieri cui
sono affidate ben 8 serate su 9,
sono un vistoso omaggio “economico” offerto all’estero da un teatro italiano che, sull’italico erario,
basa la sua, se pur stentata e difficile, sopravvivenza. Importazione
ed esportazione dovrebbero almeno “bilanciarsi”. E’ una legge dell’economia che vale anche per la
più “antieconomica” delle attività umane: il gramo mestiere della Musica.
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musica
Mercoledì, 25 ottobre 2006
Mercoledì, 25 ottobre 2006
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IL PERSONAGGIO - Nel centenario della nascita del Maestro ripercorriamo la sua straordinaria parabola artistica e personale
Boris Papandopulo il grande e immaginoso cantore della vita
di Patrizia Venucci Merdžo
Boris Papandopulo si accomodò sulla sedia davanti al leggio - nel
suo camicione di flanella grigia – e,
rivolgendosi agli orchestrali, con
tono un po’ imbarazzato (facendo
spallucce) quasi volesse scusarsi
dell’omaggio’ che gli si tributava
, disse: ”Mah, mi hanno detto che
per il mio ottantesimo compleanno
dovrei dirigere un concerto sinfonico...”. Sorriso complice e significativo. Come dire: ”Boh, visto che ci
tengono... accontentiamoli”.
Altre immagini e senzazioni
affiorano dal bagaglio dei ricordi. Come quando l’Orchestra dell’Opera di Fiume provava nella
sala del Teatro la sua “Mantinjada”, un brano dal quale trapelavano la grande fantasia del Maestro,
il raffinatissimo senso del colore,
della narrazione carica di atmosfere che dall’immagine misteriosa del
Monte Maggiore dormiente avvolto nelle nebbie mattutine sfociava,
dopo un graduale crescendo in una
irrefrenabile e “dionisiaca” danza;
il tutto con un uso di elementi folcloristici elegantemente elaborati e
trasfigurati in maniera personalissima. Papandopuliana, per l’appunto.
A esecuzione terminata il Maestro
che stava in fondo alla platea, venne avanti, stupito e riconoscente, facendo: “Ma bravi ragazzi! Congratulazioni. Ottimo. (Come se il merito fosse stato di noi esecutori). ‘To
dobro zvuči’. Non sapevo di aver
scritto tutta sta roba. L’avevo già
dimenticato”.
O ancora, un’estate del 1986, un
concerto sinfonico in Piazza della
Risoluzione, con Papandopulo sul
podio e con Josip Klima che suonava lo stupendo concerto per violino
e orchestra del Nostro, questa volta
improntato a suggestioni musicali
orientaleggianti (era stato direttore
pure dell’Opera di Sarajevo), sempre trattati con quel finissimo gusto
del colore e con delle sviolinature
quasi tzigane, rapsodiche nella parte solistica rivelatrici di una estemporanea passionalità mediterranea
e della straordinaria immaginosità
del Maestro.
Oppure, Papandopulo che dirige la “Tosca” al Teatro all’aperto di
Abbazia - impeccabile nel suo smoking bianco con un gran fiocco di
seta nera alla Lavallier, svolazzante - mentre sembrava abbracciarci
tutti quanti con quelle sue bizzarre evoluzioni manuali, gli occhi
piccoli, lucidi, “malegnasi”, quel
sorriso lungo lungo con il quale ci
gratificava, spronava e se la godeva insieme a noi, i “suoi” orchestrali; che, con gran gusto, ci facevamo
in quattro.
Papandopulo era un mediterraneo, un uomo che amava la vita con
tutto ciò che di buono e meno buono essa comporta e con una grande
libertà ed autonomia interiore. Questa sua gioia di vivere, questo amore per la vita trapelano in modo evidente dalla sua musica, un vero diario dell’anima. “Ho avuto una vita
bella. Ho provato di tutto, ma non
ho nulla da rimproverare a me stesso o agli altri” dichiarò in un’occasione.
Greco per parte paterna, fiorentino-moravo da parte di madre, discendente di un illustre casato artistico ( la nonna era la grande attrice tragica Marija Ružička, la madre
Maja de Strozzi era cantante lirica
ammirata e ricordata in uno scritto
da Thomas Mann, lo zio era Tito
Strozzi, figura chiave per il teatro
zagabrese) e pure nobiliare, Pa-
pandopulo era davvero un cocktail
genetico e culturale raro, o meglio,
“un pezzo unico”. Magari in altri
tempi avremmo dovuto appellarlo
con il titolo di marchese Papandopulo de Strozzi (aveva a che fare
con il madrigalista Pietro Strozzi
appartenente alla Camerata fiorentina?), oppure Papandopulo conte di Stavropoli? Una nobiltà che,
visti anche i tempi che correvano,
erano per il Maestro motivo di bonari scherzi.
Più di quattrocento le opere
composte dal Maestro, spazianti dal
tardoromanticismo
all’atonalità,
comprendenti tutti i generi (musica
sinfonica, da camera, per strumenti solisti, opere, balletti, brani corali, musica sacra) che rappresentano
un’enorme eredità artistica e spirituale in gran parte ancora da valorizzare ed eseguire. Un (il?) gigante del Novecento musicale in Croazia il cui operato è stato segnato da
coerenza, fedeltà ed onestà nei confronti di se stesso e della musica.
Ma lasciamo che sia il Maestro
a raccontarsi, e incominciamo dall’inizio.
L’infanzia
e gli studi musicali
“Honnef, la mia città natale è
una tipica, linda, piccola cittadina
renana. Si trova vicino a Wiesbaden e a nord ci sono i sanatori per
gli ammalati di polmoni. Mio padre, diplomatico, (russo di origine
greca) era gravemente ammalato di
tisi e viveva in uno di questi, quando conobbe mia madre che era stata
me dove aveva il compito di fondare il Teatro dell’Opera.
pianoforte e mollai tutto. Più tardi
ripresi a studiare grazie al cinema
muto e alle musiche che si eseguivano al pianoforte”.
Fondatore
del Teatro
dell’Opera di Fiume
Papandopulo si riteneva fortunato di aver studiato all’Accademia di Musica di Zagabria quando
vi insegnavano Dugan, Dobrinić,
Lhotka e Bersa “un’equipe di ottimi insegnanti e compositori. Bersa era eccezionale, come persona e
come compositore. Credo che oggi
non esistano più uomini di questo
genere. Lui riconosceva allo studente un modo personale di pensare e sentire. A differenza di Dugan che era estremamente rigido.
Ricordo molto bene quelle lezioni.
Erano collettive. Ognuno portava il
proprio brano e lo si analizzava tutti insieme. Bersa esigeva argomentazioni esaurienti, spiegazioni per
ogni armonia, per ogni passaggio e
se riuscivi a convincerlo, accettava.
Si iniziava alle dieci del mattino e
si concludeva alle cinque del pomeriggio. A pranzo si andava a mangiare il gulaš al ‘Jagerhorn’.
Tempi difficili in cui non c’era
nulla; nulla fuorché l’Arte, il Valore, l’Ingegno e anche la Genialità.
Tempi in cui il Teatro era una grande famiglia, dove tutti facevano tutto in uno spirito di collaborazione e
sintonia e che, unitamente agli artisti lirici di prima grandezza, fece
dell’Opera di Fiume la migliore in
tutta l’ex Jugoslavia, con spettacoli di livello europeo, i quali ancora oggi vengono ricordati con rimpianto dalle generazioni più anziane. Papandopulo, anima del Teatro
lirico fiumano del tempo, organizzò, formò, istruì e diresse la compagine, compose e allestì tra l’altro
l’opera “Rona”, scritta per il soprano bulgaro (e consorte del Maestro)
Jana Puleva, allora in forza nel teatro fiumano, come pure il balletto
“Dr.Atom”, ispirato ai galoppanti
progressi della scienza. Una figura
di direttore, e di personaggio amato
da tutti, il quale per molti anni fu, il
“Maestro” dell’Opera di Fiume per
antonomasia e, finanche da vivo entrò nella sua leggenda.
Il ruolo
di Igor Stravinski
ingaggiata dal Teatro di Wiesbaden.
Morì giovanissimo. Non ho nessun
ricordo di lui. A Wiesbaden c’è uno
splendido Camposanto dei russi,
con una chiesa tutta dorata. Lui è
stato sepolto lì. In Germania al tempo, c’erano molti russi. So che mio
padre era musicalissimo, suonava
ottimamente il pianoforte e si dilettava anche con la composizione.
Ho iniziato a suonare da bambino. Il mio primo maestro era un
ceco, un certo Marek che mi dava
le bacchettate sulle dita e parlava in
terza persona, ‘Hat er nicht geubt,
hat questo hat quell’altro’. Odiai il
Papandopulo aveva un’animo libero e odiava tutto quello che nella
musica era “quadrato”, premeditato, intellettualistico. Diceva che la
musica è libertà, il prodotto della li-
Il maestro riteneva che la musica
in Croazia e Jugoslavia stesse attraversando un periodo travagliato e
segnato da tensioni. “Mi pare che i
compositori siano un po’ troppo inclini all’Occidente e che molti, ‘per
stare al passo con i tempi’ cerchino
di imitare a tutti i costi e smaccatamente le varie correnti della cosid-
Il padre del Maestro, il diplomatico Konstantin
Papandopulo
lì che Stravinski compose ‘La storia
del soldato’, ‘Mavra’ e le ‘Quattro
liriche’ che egli dedicò a mia madre. Venne a casa nostra, a Zagabria
nel 1922 per un concerto. Doveva
accompagnare mia madre oltre che
suonare da solista. Stravinski era
contrario all’esternamento dei sentimenti nella musica; tutto doveva
essere molto ‘concreto’. A mia madre, che cantava in maniera estremamente sentita – ed è per questo
che era molto amata dal pubblico
- imputava un canto troppo ‘raffinato’. La esortava a cantare più
forte, in modo più rude, fino a che
Musicista
e uomo libero
le provare, coscientemente (balletto
“Beatrice Cenci”), pure nella dodecafonia “per dimostrare che anche la
musica seriale può essere piacevole
all’orecchio non meno di quella tonale. Io posso scrivere in maniera
dodecafonica, ma ritengo che questa sia prima di tutto ginnastica intellettuale, un fatto tecnico - costruttivo. Per es., senti che una certa linea melodica richiede di essere sviluppata in una certa direzione, però
non lo puoi fare perché te lo impediscono le ‘regole’ della dodecafonia.
E come se dalla tonalità maggiore
non potessi modulare in quella minore. Mi chiedo il perché?
Credo che ogni lavoro creativo sia essenzialmente un fatto di
ispirazione dell’animo, un modo
di sentire intimo e personale, e non
un’arido costrutto o delle combina-
La musica moderna
Per il proseguimento degli studi
a Vienna Papandopulo è debitore a
Stravinski.
“Era stato ospite a casa nostra.
Mia madre lo conobbe in Svizzera
nel 1917 a Morges, sul lago di Ginevra, mentre si stava preparando
per una grande tournèe in America, che poi non realizzò. Là vivevano pure Meštrović e Kljaković. E
Maja de Strozzi, la madre di Papandopulo, grande
interprete di “Madama Butterfly”
(musicali) veramente impossibili
che accadono in Occidente.
Si fanno troppi esperimenti, si
vuole essere originali a tutti i costi e
allineati con l’avanguardia cosmopolita, il che ci porta sempre più
lontano dal ‘profumo della nostra
terra. Io in realtà non appartengo
alla Biennale (della musica contemporanea di Zagabria). Non sono
un innovatore e non ho affinità per
questo genere di musica”.
mia madre a un certo punto sbottò:
’Senta, non posso mica abbaiare!’.
L’esperienza
viennese
Chiedemmo a Stravinski dove
potessi continuare gli studi, e lui
mi raccomandò a Dirk Foch, olandese, direttore principale della Filarmonica di Vienna. Aveva un caratteraccio. Dirigeva Beethoven a
modo suo. Per questo era in continuo conflitto con i filarmonici.
Vienna era tradizionalista, si sa,
e non era possibile cambiare una
virgola nell’interpretazione di
Beethoven senza che non succedesse una rivoluzione. Fu per questo che se ne dovette andare. Suo
padre era il governatore generale
di non so più quali colonie, ed erano ricchissimi.
A Vienna studiai dapprima
con Foch, privatamente, e quindi al Neues Wiener Konservatorium con Rudolf Nilius. Gli mostrai la partitura del ‘Laudamus/
Slavoslovlje’ in paleoslavo, per
coro orchestra e voci soliste che
fu eseguito con grande successo
nella Sala Grande del Musikverein. Da un lato ci si stupiva che
un giovane – avevo circa vent’anni - avesse composto un brano di
tale spessore e dall’altro, dall’altro lo spirito liturgico paleoslavo
della composizione aveva suscitato vivo interesse. Siccone il paleoslavo si era rivelato troppo ostico
per i coristi austriaci dovetti tradurre il brano in latino’.
Il ‘Laudamus’ fu eseguito in lingua originale appena alla sua prima
zagabrese, con mia madre nella parte di soprano solista.
Il debutto dopo
undici anni
di gavetta
“Nonostante gli studi accademici e la fama di ottimo pianista,
al teatro di Zagabria non mi volevano nemmeno come volontario.
Ci vollero undici anni prima che
venissi ingaggiato come direttore d’orchestra, e quando nel piccolo teatro in via Frankopan debuttai con l’operetta ‘La terra del
sorriso’, era al settimo cielo. Nel
frattempo ero stato a Spalato, città solare nella quale mi ero trova-
to benissimo e nella quale operavo
come direttore del coro Zvonimir,
insegnavo ad una Scuola di musica privata e, siccome a Spalato
non c’era nulla, istruivo la banda
d’ottoni di Sinj.
Ritornato a Zagabria mi impiegai presso il Teatro dove per anni
ed anni feci di tutto: suonavo le
campane dietro le quinte, accompagnavo i cantanti al pianoforte,
dirigevo la musica di scena, in orchestra suonavo l’organo, le percussioni.
E’la gavetta, l’esperienza, la
routine che ci vogliono per un direttore d’orchestra. Il diploma di per
sé non significa nulla”.
Caricatura del Maestro
... e me ne andai
a fare il camionista
Il periodo zagabrese fino al secondo dopoguerra fu per Papandopulo, professionalmente, uno
dei più felici e fecondi che lo videro impegnato in un’intensa attività di direttore, compositore,
critico. Nel secondo dopoguerra
chiamato in giudizio dal tribunale
d’onore per la sua attività di direttore dell’Opera di Zagabria sotto
Pavelić, ossia ‘per aver collaborato con l’occupatore’, Papandopulo
fu sospeso per quattro mesi dalla
sua attività di direttore d’orchestra. “Io invece, per dispetto me
ne andai in Dalmazia a fare il camionista.
Trasportavo la merce dell’UNRA su un camion tedesco da cinque tonnellate. Uno di quelli che
sotto Rommel avevano passato tutta l’Africa e che poi erano stati abbandonati vicino al lager di Salona,
assieme a non so quanti milioni di
litri di benzina. Diventai addirittura ‘šef’. Distribuivo la benzina. Vi-
bertà interiore dell’uomo;
un atteggiamento che trapelava
dalla sua persona anche quando stava sul podio e si travasava in un qualcosa di liberatorio, elementare e trascinante, che ti stimolava, trasmettev
e rivelava il senso, la vita, l’umanità, la gioia insite nella musica che in
quel momento stavi suonando.
Quando dirigeva, con quel suo
modo ampio, vibrante, magnetico
(ed elegantissimo) avevi l’impressione che interpretasse l’eterna e
grandiosa danza della Vita. “Odio
le esecuzioni ‘quadrate’. Preferisco
una cattiva esecuzione ma fatta con
lo slancio, con ‘l’improvvisazione’
del cuore”.
Il Maestro negli anni ‘30
vevo con i camionisti. Dormivo assieme a loro e mangiavo alla loro
mensa ‘i bilo mi je jako lijepo jer
sam bio na moru’. E avrebbe continuato volentieri se, nel 1946, le autorità non lo avessero spedito a Fiu-
detta avanguardia europea... In questa maniera purtroppo perdono la
loro individualità, e la nostra musica la sua ‘originalità’ diventando il
riflesso, per non dire la ‘copia’ più
o meno riuscita di tutte quelle cose
L’eclettismo
di Papandopulo
Dopo la prova
Tuttavia, nonostante la sua natura di compositore estemporaneo ed
instintivo e nonostante la sua estraneità sia all’espressionismo viennese che alla scuola di Darmstadt, nel
suo eclettismo, nella sua sfaccettata personalità, Papandopulo si vol-
zioni matematiche”.
Nell’ambito de “Le giornate di
Zajc” Fiume renderà omaggio a questo Grande con un concerto sinfonico
ed un simposio incentrato sulla figura di Colui che tanta diede, artisticamente ed umanamente, alla Musica.
6 musica
Mercoledì, 25 ottobre 2006
VITA NOSTRA - autori eccellenti misti a canti popolari istro-giuliani per una compa
Coro della CI di Fasana, collante prezi
FASANA – Si respira ancora
aria di vernice fresca alla Comunità degli Italiani di Fasana, dove tutto è più o meno nuovo: la sede, le
sezioni di attività (cori e filatelia), e
pure la stessa CI, fondata solo nel
so a dura prova dalla storia. Due
sessioni di prove la settimana, una
decina di concerti l’anno, qualche
uscita fuori sede e tanto spirito di
solidarietà, condito di appassionante e appagante amore per la musica,
La corale della CI è l’unico coro
del comune - se si esclude quello
della chiesa - per cui a tutte
le manifestazioni di rilevanza
comunale ha un posto d’onore
1992, a 44 anni di distanza dalla
soppressione dell’allora Circolo
Italiano di Cultura, cancellato con
un colpo di spugna dalla mappa
delle istituzioni italiane del territorio in un’ondata di nazionalismo
che fece sopprimere, qualche anno
più tardi, anche la scuola degli italiani di Fasana.
Tutto questo preambolo “fuori
tema” per dire delle difficoltà di ritrovare “se stessi” che hanno avuto
i connazionali del luogo. Oggi i due
cori diretti in questa sede da Maria
Grazia Crnčić Brajković sono collante prezioso per il fragile equilibrio comunitario di Fasana, mes-
sono al contempo ragione, pretesto
e fine ultimo della ritrovata unità.
Un’unità sudata e quindi, a maggior ragione, molto apprezzata.
Giovedì sera. Appuntamento in sala grande. Numericamente
parlando, il coro misto della CI di
Fasana – classe 1994 – è piuttosto
piccolo, conta una ventina di elementi (23 al massimo, in tempi di
“piena”), ma in compenso è molto
affiatato e ben impostato.
“Le voci sono ben assortite – ci
spiega la direttrice –; c’è almeno un
ottimo elemento per ‘categoria’, sia
tra tenori e bassi, che tra soprani e
contralti”.
Il coro virile
Una sinfonia di Alfonso Rega dedicata all’11 settembre
CASALSERUGO – Villa Greggio, a Casalserugo (pochi chilometri a sud di Padova),
è un luogo decisamente suggestivo. Tranquillo, circondato dal verde. Nata nel Settecento
come villa padronale su una vasta estensione
di terreno, la villa è passata di mano diverse
volte; tra i suoi proprietari più noti va annoverato il barone Da Zara, uno dei primi piloti
della storia dell’aviazione italiana. Nelle vicinanze della villa egli aveva allestito anche
un campo d’aviazione, nella frazione Ronchi
(che per questo prese il nome di Ronchi del
Volo). Durante la guerra la villa fu presidio
tedesco e poi a lungo abbandonata. Oggi la
famiglia Greggio sta lavorando con entusiasmo per una riqualificazione dell’ambiente
che si è esplicitata in feste, banchetti, matrimoni, ospitalità rurale, e nel settembre scorso
anche nella prima incisione musicale.
Due giorni di lavoro sereno e proficuo, inframmezzati dai memorabili coffee breaks di
Liana Greggio, hanno portato alla prima in-
barocca e classica, le successioni accordali proprie della musica leggera, una melodia
continua piuttosto che un’architettura a sezioni, vari richiami alla strada segnata da Rota
e da Morricone, ed altro ancora. Credo che il
grosso pubblico non troverà ostacolo in ricercatezze linguistiche e tecnicismi compositivi
(comprensibili di solito esclusivamente dagli
La Camerata Musicale Vicentina al Teatro Olimpico di Vicenza
Villa Greggio
La compagine cameristica durante un concerto al Teatro Vicentino
cisione di un’opera del compositore Alfonso Rega: una Sinfonia dedicata alla tragedia
dell’11 settembre.
Ascoltando le fasi del lavoro dalla consolle dell’ing. Matteo Costa, uno dei più qualificati e sensibili tecnici del suono italiani ed
europei, me ne faccio un’idea: si tratta di una
composizione in sette tempi, tutti piuttosto
ampi (l’opera completa dura circa un’ora).
La scelta del linguaggio è coerente con la
tradizione: una scrittura tonale, consonante,
con “tormenti” interni di tipo romantico; vi
si possono cogliere, ad un ascolto anche superficiale, senza la partitura sott’occhio, vari
aspetti: la tensione espressiva mutuata dal
Romanticismo, riferimenti alla produzione
addetti ai lavori). Se non rischiasse di apparire definizione riduttiva, si potrebbe dire che
si tratta di opera facile all’ascolto, ma – che
sia chiaro - nel senso migliore che il termine
sottintende.
L’orchestrazione è piuttosto “densa”, dal
momento che Alfonso Rega preferisce quasi
sempre far suonare l’organico tutto insieme;
la differenza di colori avviene quindi soprattutto tra un movimento e l’altro, modificando
l’organico (alcuni movimenti sono destinati
solo agli archi, in altri compaiono flauti, clarinetti, trombe, un trombone, un’arpa, una tastiera), oppure inserendo delle sezioni vocali:
in un movimento c’è un coro femminile, in
un altro un coro misto, (sono le voci dell’ En-
semble Vocale Concentus Aponius , ben dirette con entusiasmo e grande slancio da Marica Fasolato); nell’ultimo tempo la grande
espressività della voce del soprano Stefania
Bellamio; melodie vocalizzate, senza testo:
le voci anch’esse strumenti. Solo nel quarto
movimento, Pietro Juvarra, il primo violino, ha una melodia struggente, intima e dolorosa, ed è forse, in tutta la composizione,
uno dei rari momenti in cui ci si imbatte in
un canto tipizzato e facilmente memorizzabile. L’ascoltatore in generale è avvolto da una
suggestiva “marea” sonora, assolutamente
coinvolgente, e si lascia trasportare nel mondo dei pensieri e delle emozioni.
Regista musicale dell’impresa è il maestro Heinrich Unterhofer, altoatesino, compositore, direttore d’orchestra, docente al conservatorio di Bolzano. E’ lui che ha assistito
Alfonso Rega anche in vista della stesura definitiva della partitura; è lui che ha diretto con
grande sensibilità l’orchestra. Camerata Musicale Vicentina è formata da ottimi professionisti, ha un suono morbido e suadente ed
ha assecondato le intenzioni del direttore con
estrema professionalità. Pur avendo già quindici anni di vita, è costretta a lavorare un po’ a
… spizzichi, ( il che significa che non si tratta di emanazione di un qualche ente stabile e
non gode di sovvenzioni pubbliche). Quando
riesce, dà vita a vari progetti concertistici: con
una certa continuità a livello locale, (la maggior parte dei suoi concerti hanno avuto luogo
nel vicentino, i più prestigiosi al teatro Olimpico), più saltuariamente extra moenia: tra gli
ambienti visitati più significativi, Praga (Ambasciata d’Italia), Padova (Palazzo del Bo),
Venezia (Palazzo Ducale e Basilica di San
Marco), Milano (Palazzo Visconti e Circolo
Filologico). L’orchestra, come mi dice il suo
presidente Enrico Professione, ha sempre valorizzato innanzitutto la gioia dello stare insieme a far musica, (gioia che a volte, in altre
realtà, gli stessi musicisti faticano a ritrovare,
persi nei meandri di ritmi professionali molto
spinti), e si è qualificata anche con iniziative
un po’ “informali” come i concerti all’aperto in luoghi montani sotto la denominazione
“Un’orchestra tra le cime”.
Nel suo repertorio Camerata Vicentina ha
capolavori che vanno dal Seicento ai giorni nostri, sia per orchestra sola che col coro
o con solisti. E per alcuni anni è stata anche orchestra/laboratorio ai corsi di direzione d’orchestra che il maestro Romolo Gessi
tiene a Vicenza.
Il prossimo impegno della Camerata Musicale Vicentina, sempre con la direzione di
Heinrich Unterhofer, sarà la realizzazione di
un DVD della stessa opera di Rega, la cui ripresa avverrà la sera del 31 ottobre prossimo
nella suggestiva cornice della Badia di Sant’Agostino in Vicenza; e probabilmente, la
collaborazione tra il maestro e la compagine continuerà pure in futuro con altre produzioni.
Alessandro Boris Amisich
musica 7
Mercoledì, 25 ottobre 2006
gine corale risorta dopo 44 anni di silenzio
oso per il fragile equilibrio comunitario
Armonia a quattro voci, dunque: la classica impostazione di
corale mista. Quanto basta, insomma, per un repertorio di musica classica che si rispetti. Tra
gli spartiti, infatti, solo firme di
compositori eccellenti: Bach,
Beethowen, Schumann. Indubbiamente un grande motivo di vanto
per la bacchetta di Maria Grazia
Crnčić Brajković (docente di strumentazione e didattica di cultura
musicale al Magistero di Pola),
La direttrice Brajković
ma anche fonte di… sofferenze
d’esercitazione per i coristi che di
tanto in tanto gradirebbero, e non
lo nascondono mica, farsi qualche
“cantada” meno impegnativa, da
cortile di casa per così dire…
“Guardi un po’ qua – ci dice
Anton –, guardi le canzoni che ci
fa cantare la maestra: ‘Non tardar,
o diva mia’! È del 1509, di Andrea Antico da Montona…” E sior
Toni, conciliante rispetto il collega, aggiunge: “Parlo per gli uomini, ovviamente, giacché le donne
sono più disciplinate: tutte le volte
che la maestra ci fa fare un nuovo
brano sono lacrime e dolori, e la
protesta infuria. Ma poi, una volta
appresa la canzone, non vogliamo
più lasciarla andare…” Se insomma la scelta del repertorio spettasse ai coristi, probabilmente si canterebbero solo canzoni popolari. A
due voci al massimo. Ma la direttrice non ne vuole sapere. E allora
si va avanti a suon di compromessi: la musica d’autore al misto, e
canti popolari (istriani, triestini,
trentini eccetera) al Coro maschile, ma anche qua con elaborazioni
d’autore, in prevalenza a cura di
Milotti e Donorà. Con quest’ultimo si collabora assiduamente. Il
coro virile è più giovane del misto
Il coro misto
di due anni. La sua formazione risale al 1996 e presenta a sua volta
un’impostazione standard (tenori
primi e secondi, baritoni e bassi).
A Fasana – c’informano infine i
nostri interlocutori – la corale del-
la CI è l’unico coro del comune
(se si esclude quello della chiesa,
beninteso). Questo significa che a
tutte le manifestazioni di rilevanza comunale ha un posto d’onore.
“Tutte le volte che c’è un inno da
intonare, chiamano noi – concludono i coristi all’unisono – e noi
di inni ne abbiamo tre in repertorio, uno per ogni occasione”. Più
preparati di così…
Daria Deghenghi
Commosso omaggio al popolo americano e la speranza
in un mondo migliore
LION DI ALBIGNASEGO –
E’ piacevole fare due chiacchiere
in maniera informale e finalmente rilassata quando il lavoro di registrazione è oramai finito e per
di più in una prosciutteria che in
zona è piuttosto nota.
In attesa delle fettuccine ai
funghi e dei bigoli al ragù di
prosciutto, (piatti che, detto per
inciso, si dimostreranno assolutamente memorabili), Alfonso
Rega, autore della Sinfonia 11
Settembre, e Heinrich Unterhofer, direttore musicale del progetto, mi raccontano in maniera
molto serena i loro punti di vista, le impressioni, le curiosità.
Partiamo dalla musica. Chiedo a
Rega da dove nasca l’idea di una
Sinfonia per celebrare, commemorare, l’11 settembre.
“Sono rimasto personalmente molto scosso dall’attentato
alle Twin Towers: un episodio
che ha improvvisamente reso più
oscuro il futuro del mondo, sia
per ciò che concerne gli aspetti sociali, politici ed economici,
sia per quanto invece riguarda
la pura quotidianità della gente.
Scrivere una pagina musicale in
segno di omaggio e di profondo
rispetto verso il popolo americano così duramente colpito mi è
venuto quasi naturale.
Interviene Unterhofer: “Impossibile rimanere indifferenti.
Ma voglio sottolineare, ed è a
mio avviso una cosa da non trascurare, il buon gusto e l’equilibrio del M° Rega, che non ha
usato nessun riferimento letterario, nessun testo di facile presa, per far sì che sia la musica,
e solo la musica, ad esprimere il
sentimento profondo questa tragedia”.
Noto immediatamente la sintonia tra i due artisti. Uno si
esprime, l’altro chiosa, completa
la spiegazione, in assoluta armo-
nia. Mi viene spontaneo indagare e provare a chiedere come sia
nata la loro collaborazione. Parla
dapprima Unterhofer.
“Il M° Rega mi aveva scritto
una lettera chiedendomi una collaborazione per la ‘realizzazione
di un suo sogno,’ per usare le sue
stesse parole. Questa espressione
mi ha colpito molto e così gli ho
risposto. Per farla breve, da qui
è scoccata una scintilla che oltre a farci lavorare insieme ha
dato origine anche a un’amicizia. Un’amicizia nel nome della musica.
“In effetti- aggiunge Rega –,
ho preferito avere l’appoggio di
un ‘vero’ compositore: io infatti
nella vita professionale mi occupo di tutt’altro: sono avvocato
specializzato in questioni di macroeconomia. La musica occupa
una parte importante della mia
vita, ma è un diletto: ho studiato il pianoforte e da alcuni anni
mi sono avvicinato alla composizione”.
Cerca, Alfonso Rega, di accreditarsi come dilettante, ma è
comunque autore di circa quattrocento composizioni con conseguimento di vari premi prestigiosi: per quattro volte (nelle
edizioni che vanno dal 2003 al
2006) è risultato tra i premiati
del concorso IBLA di New York.
Ha scritto otto composizioni cicliche, che lui chiama indifferentemente Sinfonie o Poemi
sinfonici: quella dedicata all’11
settembre è la settima. Tutte hanno comunque più o meno un programma o un argomento di riferimento, (Nascita di Davide;
Nascita di Myriam; Nuovo Millennio; L’Olocausto; La nascita
dell’Universo; La Divina Commedia; L’11 settembre; Romeo
e Giulietta).
-E allora, com’è andata questa collaborazione?
“Bene, molto bene. Infatti
siamo arrivati fino all’incisione”.
Precisa
Unterhofer:”Qualche
momento meno ‘roseo’ lo abbiamo attraversato, come avviene in
tutte le imprese impegnative; ho
dovuto fare anche qualche scelta
che forse qua e là può aver un po’
infranto le aspettative dell’autore, il quale – ma ciò è perfettamente comprensibile – avrebbe
voluto veder sempre la propria
opera realizzata esattamente
come lui l’aveva concepita, senza alcun compromesso”.
Rega sorride, ma è evidente
che non vede l’ora di parlare della sua opera. E allora gli chiedo
di descrivermela.
“E’ un’opera complessa, in
sette tempi, in quanto ogni singolo episodio vuole affrontare
un momento, uno stato d’animo,
una sensazione legata alla nota
vicenda”.
Parliamone, allora. Ne parla
lui mentre noi, molto più prosaicamente, divoriamo i primi
piatti.
“Nel primo movimento ho
immaginato un mondo che, pur
con tutti i suoi innegabili problemi, era comunque molto più
pacifico rispetto a quanto sarebbe stato dopo l’11 settembre.
Il secondo episodio affronta il
momento dell’impatto: un atto
di una inaudita violenza contro
due edifici ma soprattutto contro
due simboli e quindi contro una
nazione, contro un intero popolo. La disperazione che segue, il
vagare tra le macerie, osservando
l’orrendo spettacolo è il nucleo
tematico del terzo movimento:
un coacervo disperato di incredulità, dolore, emozioni fortissime. Più ‘raccolto’ il clima del
quarto movimento, dedicato alla
fase in cui si inizia a quantificare
l’immane portata della tragedia e
contemporaneamente si riserva
Il Maestro Alfonso Rega
Il direttore Heinrich Unterhofer
un pensiero pietoso alle povere
vittime straziate. Tutti coloro che
hanno perso dei cari si lasciano
andare ai ricordi di quando questi
erano in vita, e tali pensieri costituiscono l’idea-guida del quinto movimento. L’angoscia e la
paura (sesto movimento) ormai
si sono inserite nel profondo degli animi e attanagliano tutti noi
in ogni giornata, ravvivandosi
ogniqualvolta riceviamo notizie
di nuovi attentati. Ma mi è sembrato opportuno chiudere con
una pagina di speranza: la speranza in un futuro e in un mondo
migliore, quella fiammella che
non si deve mai spegnere, quella
luce che sempre deve sostenerci
per creare nuovamente uno spirito di pace fra i popoli, per poter
aspirare a un futuro migliore.
Quest’ultimo episodio è affidato ad una melodia di soprano
(Stefania Bellamio) senza testo.
Anche gli interventi del coro in
altri due movimenti sono senza
testo, quasi a riconoscere che di
fronte a tali tragedie le parole rischiano di apparire banali, vuota
retorica”.
Unterhofer sposta per un attimo la sua attenzione agli esecutori e al clima estremamente
positivo che si è creato nei due
giorni di registrazione:”Ho avuto
molto piacere di realizzare questo progetto discografico insieme alla Camerata Musicale Vicentina, un’orchestra che vanta
al suo attivo ottime realizzazioni
nel campo della musica classica
e con cui spero di aver l’occasione di collaborare ancora; come
direttore d’orchestra vorrei ringraziare tutti i musicisti,il coro
Concentus Aponius (diretto da
Marica Fasolato) e in particolare il primo violino Pietro Juvarra: tutti si sono dimostrati ottimi
compagni di viaggio e professionisti assolutamente affidabili.
Il clima di serena collaborazione che si è venuto a creare fra
esecutori e compositore nella non
semplice regia di concertazione è
stato per me il segnale principale
dell’ottima qualità esecutiva che
nella musica nuova dovrebbe essere sempre in cima alla lista degli ingredienti per la realizzazione di ‘sogni compositivi’”.
- E adesso quali saranno i passi futuri?
“ Ora il mio sogno – è sempre Unterhofer a parlare - è quello di far conoscere questo componimento nella sua semplice
ma efficace comunicatività ad
un pubblico sensibile e ricettivo.
Penso che la realizzazione della
registrazione audio e video [quest’ultima prevista per fine ottobre a Vicenza] siano il mezzo
migliore per divulgare questo sogno che è diventato realtà”.
Rega
sorride
e
annuisce.Arriva la cameriera con
il prosciutto di San Daniele stagionato 24 mesi. Le chiacchiere, come per incanto, cessano
immediatamente.(aba)
STAGIONE TEATRALE
2006/2007
8 musica
Mercoledì, 25 ottobre 2006
TEATRO NAZIONALE CROATO
“IVAN DE ZAJC” - Fiume
STAGIONE LIRICA
Prime
JUDITTA - F. Parać (Le giornate di Zajc)
TOSCA - G. Puccini
Riprese
LA GIOCONDA - A. Ponchielli
JALTA JALTA - M. Grgić/A. Kabiljo
NIKOLA ŠUBIĆ ZRINSKI - I. de Zajc
NABUCCO - G. Verdi
CAVALLERIA RUSTICANA/ GIANNI
SCHICCHI - P. Mascagni, G. Puccini
STAGIONE DI BALLETTO
Prime
TANGO - Serata d’autore di E. Cluga
SIMPLE KULJERIĆ - I. Kuljerić
RED RUN - H. Goebbels
Riprese
CIRCUS PRIMITIF - J.M. Zelwer
CONCERTI
Concerto della FILARMONICA DI FIUME
Concerto dell’ORCHESTRA DELL’OPERA
Concerto NATALIZIO DEL CORO DELL’OPERA
Concerto di CAPODANNO
Concerto in occasione di SAN VALENTINO
Concerto PASQUALE
Concerto in occasione delle FESTIVITÀ DI SAN VITO
TEATRO NAZIONALE CROATO Zagabria
STAGIONE LIRICA
Prime
DON GIOVANNI - W. A. Mozart
QUIZ CHI SA CHI LO SA
1. Come si chiama il nuovo
album del noto gruppo istriano
“Gustafi”?
a) M.M.
b) F.F.
c) B.B.
2. Il chitarrista macedone
Vlatko Stefanovski fu leader
di quale popolarissimo gruppo
dell’ex Jugoslavia?
a) Leb i sol
b) Time
c) Korni grupa
6. Quali dei seguenti compositori hanno purtroppo finito i loro
giorni in manicomio?
a) Beethoven, Puccini, RimskiKorsakov
b) Rossini, Gluck, Mozart
c) Schumann, Donizetti, Smetana
3. S’intitola “Ta tvoja barka
mala” il grande hit degli Anni
‘70, all’epoca cantato da...
a) Ana Štefok
b) Ksenija Erker
c) Ljupka Dimitrovska
4. Louis Armstrong, famoso
musicista jazz americano, cantò
numerosi duetti con una delle
più grandi interpreti del genere. Lei è...
a) Diana Krall
b) Ella Fitzgerald
c) Diana Washington
5. Quale strumento suona il
famoso investigatore nato dalla
fantasia di A.C.Doyle e chiamato Sherlock Holmes?
a) il clarinetto
b) il pianoforte
c) il violino
STAGIONE DI BALLETTO
Prime
COPPELIA A MONTMARTE - L. Delibes/Y.
Vamos
LIRICHE D’AMORE E DI MORTE - G. Mahler/
M. Šparemblek
IL LAGO DEI CIGNI - P. I. Čajkovski
Riprese
MAESTRO - B. Papandopulo/N. Fabrio/P.
Gvozdenović
IL DIAVOLO NEL VILLAGGIO - F. Lhotka
LO SCHIACCIANOCI - P. I. Čajkovski
LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO - P.
I. Čajkovski
GISELLE - A. Adam
TEATRO NAZIONALE CROATO Spalato
STAGIONE LIRICA
Prime
SIMON BOCCANEGRA - G. Verdi
LA BOHEME - G. Puccini
Riprese
NIKOLA ŠUBIĆ ZRINSKI - I. de Zajc
LUCIA DI LAMMERMOOR - G. Donizzetti
L’ELISIR D’AMORE - G. Donizetti
ERO LO SPOSO CADUTO DAL CIELO - J.
Gotovac
WERTHER - J. Massenet
LA PICCOLA FLORAMY - I. Tijardović
STAGIONE DI BALLETTO
Prime
CIPOLLINO - G. Rilov/K. Hačaturjan (secondo un
racconto di Gianni Rodari)
Riprese
MAGNUM - R. Be’er
IL LAGO DEI CIGNI - P. I. Čajkovski
DON CHISCIOTTE - L. Minkus
LO SCHIACCIANOCI - P. I. Čajkovski
STAGIONE CONCERTISTICA
Ciclo dell’orchestra dell’Opera
Concerto SINFONICO con M. LESKOVAR (violoncello)
Concerto per la GIORNATA DI OGNISSANTI
Concerto NATALIZIO
Concerto di CAPODANNO
IL VIOLINO VIVO - recital del violinista
STEFAN MILENKOVIĆ
Concerto SINFONICO
Concerto in occasione della GIORNATA DELLA CITTÀ
PIERINO E IL LUPO - S. Prokofijev
Ciclo del lunedì
LOVRO POGORELIĆ (pianoforte)
MIHOVIL KARUZA (violoncello) e JADRANKA
GARIN (pianoforte)
ŽELJKO MILIĆ e il COMPLESSO 3 + 1
PAVEL KANDRUŠEVIĆ (viola) e OLGA
CINKOBUROVA (pianoforte)
ZORAN VELIĆ
IL QUARTETTO DI ARCHI SPALATINO
CYNTIA HANSELL BAKIĆ (soprano) e MARIO
ČOPOR (pianoforte)
IRINA KEVORKOVA (violino) e GIANLUCA
MARCIANO (pianoforte)
IL COMPLESSO DI FIATI SPALATINO
NELLI MANUILENKO (mezzosoprano) e OLGA
CINKOBUROVA (pianoforte)
IL QUARTETTO ZAGABRESE DI SASSOFONI
IL QUARTETTO TARTINI
IL TRIO CHITARRISTICO ZAGABRESE
IL QUINTETTO DI FIATI SPALATINO
DUBRAVKA TOMŠIĆ (pianoforte)
Ciclo dell’orchestra da camera di Spalato
Serata dedicata ad ANTONIO VIVALDI
Serata dedicata a BARTOK, ŠOŠTAKOVIČ e
VERESS
Serata dei GIOVANI SOLISTI
Serata dei COMPOSITORI SPALATINI
Serata dei COMPOSITORI CROATI
Serata dedicato a MENDELSSOHN e DVORŽAK
TEATRO NAZIONALE CROATO Osijek
STAGIONE LIRICA
Prime
ERO LO SPOSO CADUTO DAL CIELO - J. Gotovac
LA VEDOVA ALLEGRA - F. Lehar
IL MACIGNO, I PAGLIACCI - J. Gotovac/R.
Leoncavallo
Riprese
L’ELISIR D’AMORE - G. Donizetti
NIKOLA ŠUBIĆ ZRINSKI - I. de Zajc
LUCIA DI LAMMERMOOR - G. Donizzetti
MARTHA - F. von Flotow
COSÌ FAN TUTTE - W. A. Mozart
Affermazione internazionale del duo
pianistico Trevisan-Zaccaria
Gaetano Donizetti
7. Come si chiama l’autore
del popolarissimo walzer “Sul
bel Danubio blu”?
a) Johann Strauss
b) Levi Strauss
c) Richard Strauss
8. All’età di 24 anni, Gioacchino Rossini compose la sua
opera più famosa nell’arco di
soltanto 15 giorni. Di quale
opera si tratta?
a) Guglielmo Tell
b) L’italiana in Algeri
c) Il barbiere di Siviglia
9. Chi è l’autore del ciclo
“Danze ungheresi”?
a) Johannes Brahms
b) Franz Liszt
c) Antonin Dvoøák
Gioacchino Rossini
UN BALLO IN MASCHERA - G. Verdi
I DIALOGHI DELLE CARMELITANE - F.
Poulenc
I PINGUINI, TRIBUNE, FABULARIUM
ANIMALE - Z. Juranić/M. Kagel/ S. Foretić
Riprese
ERO LO SPOSO CADUTO DAL CIELO - J.
Gotovac
IL FLAUTO MAGICO - W. A. Mozart
LA TRAVIATA - G. Verdi
NABUCCO - G. Verdi
NIKOLA ŠUBIĆ ZRINSKI - I. de Zajc
CAVALLERIA RUSTICANA, I PAGLIACCI - P.
Mascagni/R. Leoncavallo
BASTIEN E BASTIENNE - W. A. Mozart
IL TROVATORE - G. Verdi
IL BARBIERE DI SIVIGLIA - G. Rossini
10. All’inizio del XVIII secolo fu il compositore più stimato d’Europa. Parliamo di...
a) J.S.Bach
b) G.Ph.Telemann
c) G.F.Händel
TRIESTE - Che un “Duo pianistico”, della Regione Friuli-Venezia Giulia, su 63 concorrenti solisti
e 23 ensembles musicali di tutto il
mondo, sia l’unica formazione italiana ad aggiudicarsi la premiazione con “Menzione d’Onore” in un
importante Concorso internazionale negli USA, quale l’ottava “International Web Concert Hall Competition – 2006”, è una notizia da
salutare con viva soddisfazione,
particolarmente nel nostro plesso
territoriale, generalmente sottovalutato ingiustamente.
A conquistarsi questo alloro è
stato il “Duo pianistico” formato
da Teresa Trevisan e Flavio Zaccaria, entrambi docenti al Conservatorio “G. Tartini” di Trieste e già
detentori di importanti premi internazionali.
In più va rilevato che questi due
nostri concertisti non hanno gareg-
giato proponendo uno dei consueti
programmi antologici di “repertorio” ma due autentiche “chicche”,
per palati musicali colti, raffinati
e curiosi, quali degli “inediti” di
Max Reger (1873-1916): la Suite
op. 16 e i “Sechs Stücke op. 94”.
Già l’attenzione verso questi non
frequentati capolavori testimonia,
a monte un appassionato lavoro di
ricerca e di revisione, nonché una
profonda dedizione tesa a servire e
non a “servirsi” della Musica.
La “Web Concert Hall Competition” è un’istituzione che opera
nell’attualissimo campo del “Mondo Informatico” e garantisce una
capillare diffusione internazionale
“via Web” delle produzioni selezionate ad un bacino d’utenza senza confini, cui si sono accaparrati
l’esclusiva mediatica il “New York
Times” ed il “The Republics Magazine”. Tali produzioni, via ete-
re, vengono irradiate a tempo La copertina
indefinito, ma del CD realiznon per meno zato dal duo
di due anni. Una pianistico Tre“platea”
del- visan-Zaccaria
l’”utenza numerica” superiore a quella di tanti affollati stadi di calcio.
Il “vettore” sul quale si sono
presentati Teresa Trevisan e Flavio Zaccaria è un raffinato Compact Disc edito dalla Casa italiana
“Velut Luna”, di recente pubblicazione, corredato da un esauriente
opuscolo a stampa curato dal musicologo friulano Renato della Torre che puntualizza i tratti essenziali
della personalità di Reger e la genesi delle due raccolte. All’ascolto
emergono la dottrina e l’autorevole
impatto esecutivo di questo nostro
“Duo”, intimamente legato all’inquieta intimità di Reger. (fv)
Anno 2 / n. 8 25 ottobre 2006
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina
Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat
edizione: MUSICA
Redattore esecutivo: Patrizia Venucci Merdžo / Impaginazione: Željka Kovačić
Collaboratori: Alessandro Boris Amisich, Viviana Car, Daria Deghenghi,
Helena Labus e Fabio Vidali / Foto: Daria Deghenghi
Soluzioni: 1.b), 2.a), 3.c), 4.b), 5.c), 6.c), 7.a), 8.c), 9.a), 10.b)
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25.10.2006 - EDIT Edizioni italiane