IN QUESTO NUMERO
Lo sviluppo dell'italianità nell'Adriatico orientale: di
fronte a una storiografia tendente a rappresentarla come
un unicum, Egidio Ivetic, in un saggio pubblicato sul numero XXXV degli Atti del Centro di Ricerche Storiche di
Rovigno (presentato a Montona la settimana scorsa) offre uno spunto a ripensare il percorso di queste "estreme
parti della nazione italiana", tenendo conto delle differenti dimensioni di tale presenza, intimamente legata alla
zona. Dall'esigenza di rivedere le ricostruzioni proposte
nell'Ottocento-Novecento, si passa ai diversi "quadri"
documentati nel corso dei suoi viaggi da appassionato
"giramondo", in Istria e altrove: Giorgio Viezzoli, nato
a Pirano e oggi presidente della "Famiglia Piranesa" a
Trieste, nell'intervista concessa a Kristjan Knez (pagine
2-3), ripercorre anche alcuni studi compiti da Valvasor e
da altri ricercatori. Al centro dell'Inserto, un "tuffo" nella
memoria, nella storia di Pola: Carla Rotta (pagine 4-5),
ha "preso in mano" il libro di Branko Perović sul Cimitero della Marina, il K.u.K Marinefriedhof, presentando
questo monumento sui generis che, a volerlo leggere con
attenzione, racconta la storia della città. Dalla città dell'Arena un "volo" sulla vicenda dell'aquila bicipite fiuma-
na (pagine 6-7), simbolo di una città nei secoli gelosa del
suo particolarismo. Roberto Palisca "scopre" un'iniziativa dell'associazione del Libero Stato Virtuale di Fiume,
grazie alla quale su tutte le lettere e le cartoline imbucate a Fiume in occasione della festività dei Santi Patroni
– Vito, Modesto e Crescenzia – saranno posti francobolli
con lo storico e contestato simbolo della città. Questo numero dell'Inserto si conclude con un'immersione nei Balcani, un fenomeno che fa discutere (e di fronte al quale la
comunità scientifica "storce il naso"): le "colline-piramidi" della Bosnia.
SAGGI Pubblicato negli Atti numero XXXV, periodico del CRS di Rovigno
Italiani di Istria, Quarnero e Dalmazia
in uno studio di Egidio Ivetic
M
lare." Quali considerazioni spingono l'autore a porre
all'attenzione della storiografia l'esigenza di rivedere
le ricostruzioni finora architettate?
Innanzitutto, la conoscenza precisa, critica, delle
interpretazioni che sono state finora fornite sulla
presenza italiana da Trieste all’Istria, da Gorizia
e Fiume alla Dalmazia. A partire dalla "produzione" ottocentesca, risorgimentale, spesso
influenzata e dettata da intellettuali fuoriurisciti, come Carlo Combi, Tommaso Lucani e Paolo Tedeschi (citati dall'Ivetic),
che – nel desiderio di essere inclusi nel
progetto dello stato nazionale italiano
– determinarono a creare nell’opinione pubblica italiana l’immagine
di ciò che era la nazionalità italiana dell’Adriatico orientale e di ciò
che quest’area poteva rappresentare per l’Italia. In tale contesto, da
una certa simpatia dimostrata per
le loro aspirazioni alla libertà, si
passò a vedere nelle popolazioni
slave l'antagonista, il nemico che
metteva in discussione la presenza
italiana in queste terre.
Segue a pagina 2
DEL POPOLO
storia
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olte sentenze, poche riflessioni ponderate,
diverse interpretazioni riconducibili a congiunture politiche: è necessaria (anzi è quasi d’obbligo) una rilettura delle vicende degli italiani
di questa sponda dell'Adriatico, la cosiddette estreme
parti della naziona italiana. "Una comparazione matura, analitica e allo stesso tempo attenta agli aspetti
generali – come rileva Egidio Ivetic in un interessante contributo pubblicato nell’ultimo, il 35.esimo
volume degli Atti del Centro di Ricerche Storiche
di Rovigno – per riprendere e ripensare un discorso
lasciato dalla storiografia italiana in un limbo di indeterminatezza. Si sente, ovviamente, in tale intento il bisogno di una collaborazione con le storiografie jugoslave, slovena, croata, serba, montenegrina.
Soprattutto, si sente il bisogno del distacco della ricerca da responsabilità pesanti, come quella del tracciare (con preoccupazione) i destini nazionali su tali
terre: i destini nazionali finiscono per risultare sempre schematici e semplicistici – conclude Ivetic in
Ripensare lo sviluppo della nazionalità italiana
nell’Adriatico orientale dell’Ottocento (pp. 309 –
317, con sunto in croato e sloveno a p. 318) nel volume del CRS presentato il 26 maggio scorso a Montona (nella foto sotto, di Zlatko Majnarić, uno scorcio
della cittadina) –, mentre la realtà, si sa, è complessa,
e quella delle zone di confine lo è in modo partico-
An
no
II
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• Sabato, 3 giugno 20
2 storia e ricerca
Sabato, 3 giugno 2006
L’INTERVISTA Franco Viezzoli da circa dieci anni si dedica all’Istria, alla dimensione
Un piranese con la passione
di Kristjan Knez
F
ranco Viezzoli, classe
1937, piranese di nascita e
triestino d’adozione, attualmente presidente della "Famea
Piranesa" del capoluogo giuliano, è una persona dai molti interessi. La passione per i viaggi lo
ha portato in tutta Europa, che
l’ha attraversata in lungo ed in
largo, nonché sulle sponde africane ad asiatiche del Mediterraneo. Il contatto diretto con le testimonianze storiche, le "tracce"
del retaggio delle epoche passate, lo hanno portato ad interessarsi a questi aspetti. Con il tempo le trasferte si sono trasformate
in itinerari mirati, volti a scoprire
gli angoli più suggestivi, e, spesso, meno noti ai turisti. Munito di
macchine fotografiche, guide dettagliate e volumi vari, Viezzoli ha
iniziato a documentare i suoi spostamenti. A partire dagli anni ’90
del secolo scorso ha iniziato a dedicarsi di più all’Istria ma anche
alla dimensione dei castelli, e ad
un erudito in particolare: Johann
Weikard Valvasor. I lunghi viaggi, l’individuazione dei siti di rocche, fortezze o cittadelle – spesso
solo rovine –, decine di migliaia
di diapositive, che formano un
ricchissimo archivio fotografico
privato, e decine di documentari
sono il risultato di anni di ricerche
sul territorio, che Franco Viezzoli, da sempre attivo nel settore
L’acquedotto romano a Zhagowan, Tunisia
Franco
Viezzoli
della ristorazione, ha perseguito
con costanza e veemenza.
Viezzoli, i viaggi, la fotografia, la divulgazione della storia e
della cultura, attraverso i documentari da lei realizzati, sono le
sue grandi passioni. Ci spieghi
come nasce questo interesse?
"Direi che le tre cose sono legate perché il viaggio, per essere apprezzato, esige una preparazione culturale già prima della
partenza. Io sono un appassionato fotografo e al ritorno dai miei
viaggi mi trovavo con un sacco
di fotografie e diapositive che poi
avevo la necessità di commentare
per creare i miei diari di viaggio
e i documentari. Non saprei dire
quale è stato il primo impulso che
successivamente mi ha portato a
realizzare il tutto. Probabilmente
è stata la mia voglia di avventura
assieme alla voglia del conoscere,
del capire e di conseguenza del divulgare agli altri.
Questi "itinerari di viaggio",
chiamiamoli così, sottolineano
in particolar modo l’aspetto
Dalla prima pagina
"L’irredentismo adriatico – scrive Ivetic–, divenne un
punto fondamentale per riformulare la complessiva politica estera nel secondo decennio del Novecento sino all’interventismo del 1914-1915, e gli italiani dell’Adriatico
orientale contribuirono non poco ad alimentare particolari aspettative dal congiungimento con le regioni irredente". E prosegue: "Fissare i confini sullo spartiacque
del Nevoso, incuranti del fatto che si creava una grossa
minoranza slovena e croata nella Venezia Giulia, negare
sin quasi dall’inizio (dal 1919) i diritti d’espressione politica e culturale ai non italiani, cancellare le identità nazionali di gruppi e individui e infine sperimentare l’imperialismo giungendo a incorporare Lubiana come provincia e tutta la Dalmazia, furono tappe di un percorso che
oscurò la raggiunta integrità territoriale della nazione,
e più che un apogeo fu la premessa del disastro italiano
nell’Adriatico orientale, una débacle politica che si risolse con sfollamenti, uccisioni, esodi tra il 1943 ed il 1945,
quando solo Trieste, con la sua striscia di terra, fu salvata dinanzi all’ingrandirsi della nuova Jugoslavia. Dopo di
allora – ricorda Ivetic –, l’italianità dell’Adriatico orientale fu dimenticata, assieme alla gente che di lì era venuta
oppure che lì era rimasta”. Nella serie delle ricostruzioni delle vicende italiane lo studioso ha individuato fondamentalmente due "tipologie". Un primo gruppo che riflette la prospettiva (soggettiva) di chi fece parte dell’italianità adriatica orientale – le prime sintesi, i primi saggi,
culturale e storico oltre a quello
paesaggistico.
"È vero. Ho incominciato subito in maniera impegnativa perché uno dei primi viaggi che ho
ben documentato è stato quello
in Grecia del 1973, con macchina e roulotte. All’andata abbiamo viaggiato lungo la costa della Dalmazia fino quasi al confine
con l’Albania, poi abbiamo attraversato il Montenegro e la Macedonia per arrivare in Grecia, che
abbiamo visitato e documentato.
Al ritorno abbiamo attraversato
l’interno della Jugoslavia visitando anche qualche monastero del
Kosovo. Perciò in un colpo solo
ho messo le mani su contesti diversi con culture diverse. Ricordo l’emozione della prima volta
che sono entrato in una moschea
a Skopje ma anche in seguito: in
Turchia, in Marocco, in Tunisia,
in Persia, ecc. Sono stato sempre
attratto dal mondo islamico, dalle
sue forme religiose e dall’architettura che trova la sua massima
espressione nella moschea."
Ad un certo punto ha cominciato a interessarsi all'Istria e
alla Dalmazia, terre alle quali
ha dedicato tantissimo tempo e
impegno. Come mai ha deciso
di affrontare argomenti legati
alle nostre terre adriatiche?
"Nel primo documentario sull’Istria e la Dalmazia del 1990
spiego molto bene il perché di
questa decisione. È stato un po’
come il buon figliol prodigo che
dopo aver tanto viaggiato torna
alle sue origini e scopre quello
che aveva sotto gli occhi da sempre e che credeva di conoscere.
Invece avevo notato che più andavo avanti con la conoscenza dell’Istria, più mi accorgevo di non
saperne niente. Penso di aver fatto un buon lavoro anche dal lato
documentaristico anche perché in
questi ultimi 15 anni l’Istria e la
Dalmazia sono molto cambiate a
causa del turismo di massa, che
spesso non tiene conto della storicità dei luoghi e non li rispetta
come si dovrebbe."
Il suo è un lavoro certosino,
è un lavoro di scavo bibliografico e iconografico. I documentari, curati nei commenti, nelle
immagini e nella musica, spesso trattano argomenti che altrimenti nessuno ricorderebbe. Per poter lavorare pacatamente lei ha acquistato pure
decine di libri, molti presso le
librerie antiquarie e in questo
modo ha formato una ricca
biblioteca. Ci racconti questa
esperienza."
"Il libro è fondamentale, senza
il libro non si fa niente. Io questo
l’ho capito ancora prima di incominciare perché ho sempre avuto
una grande passione per i volumi, ho raccolto libri anche quando non mi occorrevano e così ho
avuto la fortuna di avere i libri
giusti quando effettivamente mi
servivano. Per quanto riguarda
l’Istria e la Dalmazia mi sono anche accorto che i testi di una volta
sono molto più affidabili di quelli di oggi, specialmente le guide e
gli opuscoli, che vengono distribuiti ai turisti non raccontano la
vera storia delle nostre terre."
Quali difficoltà ha riscontrato nel fare questo tipo di ricerche?
"La maggiore difficoltà è quella di trovare testi credibili. Secondo me bisogna avere molti testi a
disposizione per trovare la verità
storica. Consultare più testi, di
varie epoche, che dicono la stessa
cosa è l’unico mezzo per raggiungere questo obiettivo. Noi abbiamo perso in Istria e in Dalmazia
la nostra memoria storica perché
oggi nessuno scrive o racconta
ai turisti chi erano veramente gli
abitanti delle nostre belle città, chi
le ha costruite, chi ha costruito i
suoi monumenti e chi ha fatto la
storia di queste terre perdute. Alla
fine dei miei documentari non ho
sentito nessuno dire che i miei testi sono sbagliati, anzi sono convinto che a molti danno fastidio
proprio perché cercano di dire la
verità."
Frontespizio dell’opera “Die Ehre des Herzogthums Krain”
di J. W. Valvasor
la pubblicistica del secondo Ottocento prodotta da triestini, istriani e dalmati, "le grandi opere di persuasione del
1915-18", fino all’imponente mole della cultura dell’esodo – le cui tesi tendono a sottolineare la continuità della
presenza italiana, produttrice di una civiltà e una cultura, scontratasi nell'Ottocento con gli slavi che volevano
imporre la loro supremazia, mentre il Novecento "è stato
il secolo delle grandi speranze e delle grandi tragedie, che
hanno portato quasi alla scomparsa dell'elemento italiano su tali sponde", spiega Ivetic. Non coglie la dinamica e
la reale dimensione della presenza italiana nemmeno il secondo gruppo di interpretazioni, in cui l’Adriatico orientale è visto sullo sfondo della storia italiana in cui sono le
regioni d’Italia a fare da soggetto e ben poco si è fatto –
salvo alcuni studi (ad esmepio Elio Apih, Giulio Cervani,
Marina Catteruzza) – per analizzare a fondo le modalità
"con cui si spiegava la parte croata, slovena e serba sia la
storia di tale litorale sia la presenza italiana, come popolazione culturale, in tale area". Ivetic ha indicato anche ad
un altra "svista", ossia quella dell'omogenietà nel concepire il territorio (ma anche l’arco di tempo), senza i necessari distinguo tra i vari contesti (Trieste, l’Istria, Fiume, la
Dalmazia e Gorizia). Come osserva l'autore, ciascuna di
queste città e regioni ha avuto una propria vicenda in merito allo sviluppo dell’identità nazionale italiana in stretto
rapporto con lo sviluppo dell’identità nazionale antagonista, ovvero croata e slovena (e serba per un certo periodo). "Senza conoscere a fondo i motivi di determinate
scelte, di determinate azioni da parte dei nascenti nazionalismi slavi meridionali, strettamente vincolati alle dinamiche di potere su scala regionale e di città, non si possono
comprendere nemmeno i perché di certi atteggiamenti da
parte italiana." Infatti, spiega ancora Ivetic, "l’esperienza maturata in Dalmazia da parte italiana nel confronto
con i croati, la sostanziale perdita di potere a livello locale
e regionale, aveva influito sugli atteggiamenti dei ceti dirigenti italiani in Istria, per esempio nel caso della rigidità nel concedere la lingua amministrativa croata, nonostante tale diritto fosse sancito con la legge costituzionale
austriaca del 1867. Se in Dalmazia ci fu un arroccamento
italiano in pochi centri, a Zara e una minoranza a Spalato, un rapido tramonto della diffusione della lingua italiana – dai 50.000 italofoni presenti ancora nel verso il 1870 e
distribuiti per lo più in centri urbani si giunse ai 20-25.000
italofoni allo scoppio della prima guerra mondiale – in
Istria si era lottato per la 'nazionalizzazione' delle masse
con l’apertura di scuole e biblioteche popolari, con la diffusione dell’associazionismo, di banche e istituzioni culturali. Dunque, nell’insieme un fascio di esperienze distinte,
ma unite nell’effetto complessivo che ebbero sia sulla politica e opinione pubblica italiana sia in ambito slavo meridionale, dove solo attorno al programma dello jugoslavismo si compattarono, agli inizi del Novecento, le forze
politiche slovene, croate e serbe per scongiurare le mire
espansionistiche italiane e tedesche."
Ilaria Rocchi Rukavina
storia e ricerca 3
Sabato, 3 giugno 2006
dei castelli e ai lavori di un erudito in particolare: J. W. Valvasor
per i viaggi e per la storia
Questa "caccia" al libro antico è nata proprio da questa esigenza?
"Sì, il libro antico mi dà maggiori certezze perché non è politicizzato e perciò è più affidabile.
Oggi è molto difficile trovare testi sull’Istria e sulla Dalmazia che
siano affidabili, salvo quelli fatti
dagli studiosi che si documentano negli archivi come dovrebbero
fare tutti, dalle nostre Associazioni Istriane e Dalmate o dai centri
di studio come il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, l’Istituto
Regionale per la Cultura Istriana
(IRCI) ed altri."
Un suo grande interesse è rivolto alla figura e all’opera di J.
W. Valvasor. Ci illustri i motivi
e ci racconti come ha conosciuto
questo grande erudito.
"Quando per realizzare i miei
documentari mi sono interessato dell’Istria centro orientale, ho
notato che le uniche illustrazioni,
sui testi che esaminavo per le mie
ricerche, erano di J. W. Valvasor.
Sono allora andato alla Biblioteca Civica di Trieste per vedere chi
fosse questo personaggio. È stato
come scoprire un universo perché il Valvasor ha fatto una serie
di opere impensabili, per un personaggio di quel tempo, che poi
è morto a soli 53 anni. Nella sua
opera maggiore 'La Gloria del Ducato di Carniola', del 1689, sono
illustrati 340 fra borghi e castelli
della Carniola, territorio al quale appartenevano anche Trieste e
il territorio centro orientale dell’Istria. Avere quei libri fra le mani
e pensare di andare a vedere oggi
ciò che è rimasto di quello che lui
ha disegnato più di 300 anni fa è
stata questione di un attimo. Questo è stato l’impulso che mi ha poi
portato a conoscere più a fondo la
sua opera e a conoscere, soprattutto, il territorio che il Valvasor ha
così ben documentato, che è quello dell’attuale Slovenia. Mi meraviglio che non ci sia maggiore
interesse per questo straordinario personaggio che meriterebbe
molta più attenzione. Amo avere
i libri a casa, a portata di mano, a
me il libro piace averlo e se posso
lo compero. Quando preparavo i
miei documentari sul Valvasor ho
avuto la fortuna di poter acquistare i suoi quattro libri 'La Gloria del
Ducato di Carniola' nell’edizione
del 1877, nonché la 'Topographia
Ducatus Carniolae Modernae' e la
'Topographia Archiducatus Carinthiae' in copia fotostatica perché
gli originali sono introvabili oltre a
un buon numero di libri in sloveno
e in tedesco che parlano del Valvasor e delle sue opere. A quanto mi
risulta è stata fatta un’unica traduzione parziale in italiano del prin-
cipale lavoro del Valvasor e si intitola 'Trieste Lubiana e la Carsia'
del 1995 a cura di Paolo G. Parovel e Ariella Tasso-Jasbitz.
Una cosa dalla quale mi separerei con più dispiacere è proprio
la mia biblioteca, come a suo tempo diceva il Valvasor. Alla fine,
però, lo stesso dovette venderla,
ricca di ben 10.000 volumi, ed anche il suo castello di Bogenšperk,
per far fronte alle spese sostenute per stampare la sua opera 'La
Gloria del Ducato di Carniola',
che non era stata ben accettata dai
suoi compatrioti mentre lui è morto praticamente in miseria.La sua
opera è stata rivalutata solo in seguito, come spesso succede."
A questi suoi documentari
ne seguono altri che riguardano i castelli di quella che era la
Bogliuno ai tempi del Valvasor
chiatriche, prigioni, allevamento
di cavalli e maneggio, allevamento di polli, ecc."
Quindi hanno varie funzioni?
"Quelli intatti hanno varie funzioni ed è interessante notare che
oggi sono ancora esattamente
come il Valvasor li ha disegnati
più di trecento anni fa."
Un discorso a parte merita
quella fascia di territorio fortificato che corrispondeva alle
Marche – Confini Militari e riportato dal Valvasor nel quarto
dei suoi libri.
"Anche quello è stato un bel lavoro perché mi ha portato fino in
Bosnia, a Bihać (Wichizch al tempo del Valvasor), e ho realizzato
un documentario sulle fortificazioni ai confini orientali degli AsburIl castello di Jablje, Trzin (Lubiana)
go. Erano castelli e borghi fortificati che pur non essendo in CarCarniola. A quanto pare i castel- di conoscere a fondo il territo- niola dipendevano dagli Asburgo
li sono un soggetto privilegiato rio della Slovenia e di una parte che stipendiavano le guarnigioni
del suo interesse?
della Croazia. Io ho adoperato i per avere una prima linea di di"Sì, può essere, anche se come suoi libri come una guida turisti- fesa anche fuori dal loro territocastello molte volte si intende un ca e i suoi disegni per conoscere rio e contrastare l’invasione turca.
borgo fortificato. Diciamo che se certi luoghi che altrimenti non Nel quarto libro si trova anche una
passo davanti ad un castello o ad mi sarei mai sognato di andare a grande tavola che raffigura la faun borgo fortificato non posso fare scoprire. In questo modo ho rea- mosa battaglia del 22 giugno 1593
a meno di fotografarlo, di entrarci lizzato dieci documentari di 50 fra le truppe carniolane e l’esere di documentarlo."
minuti e di 300 diapositive l’uno cito turco al comando di Hassan
Per oltre un decennio ha fo- per un totale di 3.000 diapositi- Basha. In quella occasione i Turtografato quasi ogni edificio esi- ve. Oltre al territorio che è stato chi subirono una clamorosa disfatstente nonché le rovine delle an- raffigurato dal Valvasor, ho do- ta soprattutto per merito degli artiche strutture, per un totale di cumentato la parte settentriona- chibugieri e moschettieri carniomigliaia di diapositive, quindi si le della Slovenia che confina con lani nonché dei cavalieri condotti
tratta di un’opera di cataloga- l’Austria e con l’Ungheria e che da Andrea Auesberg e Adamo von
zione non indifferente, batten- non è trattata nei suoi libri. Mi Rauber."
do le strade dell’intera Slovenia sembrava giusto completare la
Dato che molti di questi cae parte della Croazia, seguendo conoscenza di tutta la regione stelli sono stati restaurati, oggi
le indicazioni del Valvasor la cui e così ho realizzato altri tre do- come si presentano, ovvero, i
opera maggiore si trova nella cumentari che praticamente co- restauratori hanno rispettato le
sua biblioteca. Ci faccia un bi- prono tutto il resto della Slove- caratteristiche degli edifici?
lancio di quanto fatto finora.
nia. È stato un lavoro molto inte"Questo è anche un problema
"Le indicazioni del Valva- ressante sia per la parte storica perché mi sono reso conto che,
sor mi hanno dato la possibilità sia per quella geografica."
a distanza di pochi anni, certi caLe visite sono dovute sempre stelli hanno subito un restauro che
ad itinerari mirati?
ha cambiato il loro aspetto secola"Certo, ma poi è stato interes- re. Secondo il mio modesto parere
sante scoprire cosa ne è oggi di non si dovrebbe restaurare un caquei castelli. Dei 320 tra borghi stello e dipingerlo di bianco come
e castelli disegnati dal Valvasor si sta facendo ma si dovrebbe cernel terzo dei suoi libri, un 5 per care di mantenere il suo aspetto e
cento circa sono spariti comple- colore originali. Ho visto persotamente, un 10-15 p.c. sono pochi nalmente intonacare muri di matruderi mentre per una stessa per- toni che andrebbero lasciati a vicentuale stanno in piedi con mura sta."
perimetrali e tetto ma con l’interQuali sono i prossimi lavori
no in rovina e quindi non abitati. che ha in cantiere e che riguarPer il resto molti sono abbando- dano i castelli?
nati anche se intatti e quelli abita"Ho in mente un grosso lavoro
ti sono adibiti a vari usi: abitazio- che ricalca quello che ho già fatni private, musei, alberghi, sedi di to sulla Carniola. Si tratta di docurappresentanza, case di riposo per mentare tutti i castelli della Carinanziani o case di correzione per zia, sempre sulle tracce del libro
L’Arco di Diocleziano a Sbeitla, Tunisia
giovani, ospedali o cliniche psi- del Valvasor, la 'Topographia Ar-
chiducatus Carinthiae' del 1688. In
questo caso si tratta di un solo volume, abbastanza raro, dove sono
rappresentati 220 fra borghi e castelli della Carinzia e sarebbe un
lavoro interessante tanto e quanto lo è stato quello sulla Carniola.
Sono anche convinto che in Carinzia i castelli sono molto ben conservati, conosciuti e frequentati. "
Questo lavoro si svilupperà
in più documentari?
"Sì, anche qui bisogna vedere quando si incomincia dove poi
si va a finire. Adesso, per la prima
volta posso adoperare la fotografia digitale con un minor spreco di
pellicole e una più facile gestione
delle immagini."
Si parla del digitale. Finora
lei ha lavorato esclusivamente
con le diapositive. Il digitale è
quindi una scoperta che le permette di lavorare in maniera più
serena e più tranquilla, con maggiore facilità?
"Meno male che è arrivato questo sistema altrimenti non avrei
più saputo dove mettere le diapositive perché in tutti questi anni ne
ho raccolte a decine di migliaia.
Adesso, mano a mano che passo
i documentari in digitale, archivio
le diapositive e incomincio ad avere degli spazi che prima non avevo
e non ne occupo altri perché con le
immagini digitali occupo memoria
del computer.
Per il momento scanarizzo le
diapositive e metto in digitale i
documentari già fatti. Ovviamente bisogna rifare le dissolvenze e
i tempi di dissolvenza ma ho già
completato qualche documentario
con questo nuovo sistema ed ho
visto che è molto semplice gestire
il tutto ed arrivare al prodotto finale che è quello della proiezione."
Visionando questi lavori realizzati con diapositive scanarizzate e riportate in digitale, possiamo
dire che i risultati sono ottimi.
"Sì, tanto è vero che recentemente ho fatto un documentario in
diapositive su Cesare Dell’Acqua,
famoso pittore nato a Pirano, e in
seguito ho fatto alcune delle stesse immagini in digitale in modo da
poterle confrontare ed eventualmente sostituire. Alla fine ho lasciato le diapositive ma penso che
sarà l’ultimo documentario che ho
fatto con questo sistema perché il
futuro è del digitale. È una rivoluzione tecnologica impensabile fino
a qualche anno fa ma questo è il
futuro dell’immagine e il non adeguarsi non significa stare fermi ma
andare indietro."
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storia e ricerca
Sabato, 3 giugno 2006
Sabato, 3 giugno 2006
PATRIMONIO Un volume, quello scritto da Branko Perović che ora meriterebbe di essere tradotto anche in italiano
Il Cimitero memoriale della Marina da Guerra
ovvero la storia della città di Pola in un libro
di Carla Rotta
L’
anno scorso la monografia su Pola, quest’anno il
libro di Branko Perović
sul Cimitero della Marina, il K.u.K
Marinefriedhof, monumento sui generis che, a volerlo leggere con attenzione, racconta la storia della città. Municipio ha deciso di regalarsi
e regalare libri per la sua Giornata
(5 maggio).
“L’autore – dice lo zupano
Ivan Jakovčić nella prefazione di
“Mornaričko spomen groblje Pula
/Cimitero memoriale della Marina
da Guerra Pola / K.u.K. Marinefriedhof Pola” – ci presenta questa
tappa dimenticata della storia cittadina in modo piano, semplice: non
monumenti, nel suo lavoro, bensì la
gente, la loro vita, il loro tempo.”
Sulla stessa scia il sindaco di Pola
Walter Drandić.
Volume onnicomprensivo, quello di Perović: non solo il K.u.K.
Marinefriedhof, ma un’ampia introduzione per capire la nascita del cimitero, il contesto storico, le implicazioni sociali, la città stessa, i suoi
abitanti. Iniziando da una visita su
commissione, accompagnando alcuni amici austriaci in quello che
era sì un monumento, ma del quale a prendersi cura, per dirla con
una metafora, era la sterpaglia. “Mi
sono sentito a disagio”, confessa
l’autore. Bene, decenni dopo, liberate le lapidi dall’erba, sostituito
l’incuria con la cura dignitosa che
si deve ad un luogo così, il Cimitero della Marina è libro con pagine di storia dell’urbe. Prima pagina,
1862, probabilmente. L’anno dell’avvio della costruzione, sebbene
alcuni autori l’anticipino al 1849;
la pagina finale è datata 1956, anno
dell’ultima sepoltura: da allora il capitano di corvetta Dagobert Muller
von Tomammuhl riposa nella tomba di famiglia.
Dove il cimitero? Il compito di
scegliere la zona e occuparsi dei
preliminari necessari era andato a
Karl Moring. Scelse la vasta zona
che sovrasta la baia di Valcane: il
Ministero alla Marina, per i 4 mila
metri quadri di terreno di proprietà
di tale Giovanni Dobrovich, sborsò 1.977 fiorini. La consacrazione
del camposanto, il 2 ottobre 1862,
coincise con le prime (trenta) sepolture. Negli anni a seguire vennero acquistati altri lotti di terreno
circostante la struttura, fino a raggiungere i 22.039 metri quadrati
che il cimitero occupa oggi. Dall’ottobre 1862 agli Anni Sessanta,
ci sono state, dice l’Autore citando
altri “dalle 43 mila alle 100 mila
sepolture, la cifra esatta probabilmente sta nel mezzo.”
Tre i nominativi che Perović
sottolinea da subito, tra i sepolti
al Marina: il contrammiraglio Anton Bourguignon von Baumberg
(1879, anno nel quale Pola si appresta a diventare il maggior porto militare dell’AU), il vice ammiraglio Karl graf Lanjus von Wel-
Il Sacrario dei militari italiani
L’entrata del Cimitero memoriale della Marina da Guerra
lenburg (1913, epoca di massima
crescita tecnologica della Marina)
e Janko Vuković de Podkapelski
(1918, la fine dell’Impero).
È un cimitero, questo polese della
Marina Militare, che ha accolto militari di tutte le guerre. Dice Perović
“a Pola hanno trovato l’ultima dimora anche molti marinai francesi,
inglesi, arabi, spagnoli, tedeschi,
Famiglia Hueber
turchi … in un’ala del cimitero sono
sepolti i membri dell’equipaggio di
una nave turca che assieme al loro
ammiraglio sono morti di peste. Le
sepolture sono consone alla loro religione. Nel mezzo c’è una cappella
con un’iscrizione in arabo.”
Ancora, da Lissa a Pola: i feriti
dello scontro navale tra la flotta italiana e quella AU vennero traspor-
tati all’ospedale di Pola. Quanti non
ce la fecero, vennero sepolti qui.
Poi, tra le specificità, una tomba
comune per František Koucki (“rodem čeh”) e Ljubomir Kraus (“rodem Jihoslovan”). Così la loro storia su pietra: “ribellatisi all’Austria
Ungheria parteciparono eroicamente alla rivoluzione. Furono fucilati a
Pola il giorno 11 maggio 1918.” Il
1918, dunque. L’anno dei morti: basti pensare alla terribile Spagnola e
ai milioni di morti che fece in tutta
Europa. In quell’anno, l’AU pianificò la costruzione di un altro cimitero. Servivano altri 23 mila metri quadri di terreno, ma nel 1918,
l’Impero aveva consumato il suo
tempo.
Il K.u.K. Marinefriedhof diventa “Cimitero R. Marina di Pola” ed
La tomba di Anton Bourguignon
accoglierà i sodati italiani ed il
personale civile in forza all’Esercito. Avrà sepoltura Nazario Sauro: prima da “traditore”, poi da
eroe, sotto le palme di Gerusalemme che fanno ombra a quanti
riposano entro le mura del Marina,
lo sfortunato equipaggio dell’F-14
(una nota: l’Autore vuole al Marina anche l’equipaggio del sommergibile “Medusa” affondato a
fine gennaio 1942 e recuperato nel
giugno 1943: in effetti le sepolture
si ebbero al Civile di Monte Giro:
all’epoca, per i militari, eccezione
e non regola). Trovò sepoltura al
Marina qualche vittima dell’esplosione di Vergarolla (di nuovo, la
maggior parte ebbe sepoltura a
Monte Giro). E’ la storia di Pola,
davvero, questo cimitero. Rima-
La tomba di Nazario Sauro
L’epigrafe dice: “Ai Caduti la Patria riconoscente ... qui saranno ricordati per sempre”
sta tale per il divieto di sepolture piccole storie personali che hanno
e quindi con i nomi e le date fissa- fatto la Grande Storia. Il raggiunti; con i messaggi che raccontano to grado di civiltà di un popolo lo
le gesta eroiche e il dolore del di- si legge nella cura che ha del suo
stacco. E’ un cimitero che va visi- passato e dei suoi morti. Il Marina
tato. Non con la curiosità che so- non è più il cimitero che, in una
litamente si dedica ad un monu- lontana visita aveva imbarazzato
mento ma con la predisposizione l’Autore: è un monumento ordid’animo a leggere, sulle tombe, nato, dignitoso. Grazie anche alla
František Koucky e Ljubomir Kraus: assieme nella rivolta, davanti alla
Corte marziale, al plotone d’esecuzione. La loro prima sepoltura, come
per Nazario Sauro, di lato nel cimitero, anonima: gli onori dopo il 1918
cura della Croce Nera Austriaca,
ai corposi investimenti per strapparlo a quella che stava diventando un’agonia che è figlia dell’incuria. Dal 27 ottobre 1960 è cimitero memoriale
Un contributo certamente valido a capire quella storia, a capire
quei nomi, quegli eventi, a capire
il perché di una babele entro quelle mura, lo dà, certamente il libro
di Branko Perović. Edito dalla Digicolor – Tecnoline di Gallesano,
si meriterebbe una (buona) traduzione in italiano.
La tomba di un militare ebreo
Le sepolture dell’equipaggio della nave turca: marinai e ammiraglio morirono di peste
5
6 storia e ricerca
Sabato, 3 giugno 2006
INIZIATIVE In un ufficio del nucleo storico del capoluogo del Quarnero lo Stato Lib
«Faremo risorgere l’aquila sulla
Servizio e foto di Roberto Palisca
E
sattamente un secolo, fa,
per l’esattezza il 15 giugno
del 1906, in occasione della Festa dei patroni del capoluogo
del Quarnero, San Vito, San Modesto e Santa Crescenzia, grazie
all’intraprendenza delle donne di
Fiume l’aquila bicipite, che era
già da secoli simbolo della città, fu ricollocata sulla Torre civica fiumana. Investita dagli eventi
della storia fino a venirne travolta,
fu uno dei simboli di Fiume che
ebbe purtroppo triste destino e
vita breve. Tredici anni dopo esser
stata issata “là sula Tore” fu decapitata. Trent’anni più tardi venne
distrutta.
In occasione del centenario
dell’evento della sua collocazione in cima alla Torre dell’orologio, oggi un’associazione di cittadini si fa promotrice di tutta una
serie di iniziative tese a ricordare
la ricorrenza, ma anche a riproporre alle autorità cittadine attuali il ricollocamento della contestatissima aquila sulla Torre. Fino ad
ottenerlo. È il Virtuale Stato Libero di Fiume: un gruppo di entusiasti che ha iniziato a portare avanti
dall’agosto dell’anno scorso tutta
una serie di attività tese a risvegliare l’identità fiumana. L'iniziativa era partita da un pugno di
giovani che, avviando il progetto,
desideravano dare un’iniezione rigenerativa all’identità dei cittadini del capoluogo quarnerino, con
il fine di ridare agli abitanti di Fiu-
me l’orgoglio che la città e il suo
patrimonio storico-culturale meritano. Poi grazie anche al mondo
di Internet, il progetto ha assunto
dimensioni più ambiziose: tant’è
che il “popolo virtuale” del VSLF
conta oggi su un centinaio di adesioni, si è dato uno statuto e una
costituzione ed i suoi “cittadini”,
in cambio di una modica somma
di 100 kune annue che i soci pagano a titolo di quota associativa,
hanno diritto ad un passaporto virtuale e, se maggiorenni, al diritto
di voto: hanno instaurato insomma, in un mondo virtuale, un vero
e proprio sistema statale.
E come ogni Stato che si rispetti anche il VSLF non manca
di ricordare gli anniversari importanti.
Dopo aver promosso l’anno
scorso l’iniziativa di ricordare il
6 giugno come data in cui la città ottenne con diploma imperiale
asburgico il suo simbolo, proclamando questa data Giornata dell’aquila fiumana ora, in occasione
del centenario della collocazione
dell’aquila sulla Torre civica, lo
SLVF ripropone tutta una serie
di nuove iniziative che culmineranno proprio a San Vito, il 15
giugno. Con lo scopo, ritorniamo
a dirlo, di veder ricollocata sulla Torre civica una nuova aquila.
Sarà fattibile? E se sì quando? Ora
come ora è arduo dirlo. La simbologia, soprattutto quella legata
a determinati periodi del passato,
Il sito in internet dello SLVF
Sull’abbattimento definitivo
di quello che per tanti anni fu il
simbolo della città, il 26 marzo del 1949, sotto il titolo “In
frantumi l’Aquila della Torre
Civica di Fiume”, in base a testimonianze raccolte dall’autore del testo, il giornale “Difesa
Adriatica” riferiva:
“...Poi due giovinastri furono veduti arrampicarsi, dal tetto di una casa lungo il cornicione della Torre e, con un sistema
di corde e di altri sostegni, raggiungere faticosamente lo zoccolo su cui posava l’Aquila...
Per una buona mezz’ora, gli
operai o altro che fossero, si affaticarono a smuovere l’Aquila dalla sua base. Ma invano.
Quei due primi uomini vennero sostituiti da altri due che recavano un apparecchio con la
fiamma ossidrica...” E poi: “A
ogni pezzo che cadeva, rimbal-
Il 15 giugno, per la festa del Patrono, su tutte
le lettere e le cartoline imbucate a Fiume, francobolli
con lo storico e contestato simbolo della città
Una foto più unica che rara delle
orgogliose donne fiumane del 1906
La famiglia di parte materna di Ronald Fuciak costudisce gelosamente tra i ricordi di famiglia una foto più unica che rara, che ritrae la bisnonna di Ronald, Celesta Novelli (la quale come
orgogliosamente tiene a sottolineare il pronipote era “de Monte Grappa”), insieme ad un nutrito
gruppo di altre donne che fecero parte della folta
rappresentanza di fiere signore che donò l’aquila
della Torre civica alle autorità municipali il 15
dalle nostre parti purtroppo suscita ancora e troppo spesso molte polemiche e tanto scetticismo.
Ma i “funzionari” del Libero Stato
Virtuale di Fiume non si lasciano
perder d’animo e sono ottimisti.
Negli accoglienti ambienti dell’associazione, situati al secondo
piano della palazzina contrassegnata dal civico 2 di Calle dei Canapini e tutti decorati da simboli
di fiumanità (stemma con l’aquila
bicipite e bandiere a strisce amaranto, giallo e blu), ne abbiamo
discusso con Danko Švorinić,
presidente dello SLVF, Ronald
Fuciak, membro della presidenza e “ministro degli esteri” dello
SLVF e Vedran Adamec. Oltre a
loro dei servizi “politico amministrativi statali” fanno parte ancora
Denis Pešut, che ha l’incarico di
giugno del 1906. La foto rappresenta un prezioso
cimelio ed è effettivamente una rarità in quanto è
stata scattata in occasione della grande festa che
precedette il sollevamento dell’immenso bronzo
in cima alla Torre ed è forse l’unica in cui l’aquila si vede in tutta la sua imponenza e grandezza.
In tutte le altre cartoline e fotografie posteriori all’epoca, l’aquila infatti compare già al suo posto:
in cima al cupolotto della Torre civica.
L’insegna sul palazzo di Calle dei canapini in cui ha sede lo SLVF
vicepresidente, Robert Gerl, che
è responsabile per lo sport, Sergio
Kovačić, che è assessore per le finanze, Lucio Slama, attaché per la
cultura, Igor Linardić, funzionario
zando suli’asfalto, la folla degli spettatori dava in urli... la
folla protestava... molti andavano raccogliendo i frantumi
e se li portavano via come reliquie...”.
Alcuni dei membri più attivi dello SLVF
addetto al “rilascio” dei passaporti e Zlatko Moranjak che ha l’incarico di segretario. A onor di cronaca rileveremo ancora che sono
ambasciatori dello SLVF Saša
Vučinić (in Croazia), il dottor Tamas Kovacs (in Ungheria), Miran Šepić (in Azerbaigian), Vlado
Vivoda (in Australia), il fiumano
esule Furio Percovich (in Uruguay), Oskar Sundberg (in Svezia), Bojan Stančević (in Bosnia
ed Erzegovina), Maurizio BrizziCarposio, Igor Vrbljanac e Franco
Papetti (in Italia, rispettivamente
in Emilia Romagna, in Friuli Venezia Giulia e in Umbria), Slobodan Milošević – ma si tratta di
un puro caso di omonomia– (In
Gran Bretagna), Mojmir Krizan
(in Germania) ed Aris Slama (in
Svizzera).
“L’idea di riproporre il collocamento dell’aquila sulla Torre è
condivisa da tutti noi” – ci spiega il presidente dell’associazione
Danko Švorinić. “ È un’iniziativa
che fa parte del nostro programma fin dalla costituzione della no-
storia e ricerca 7
Sabato, 3 giugno 2006
ero Virtuale di Fiume cova ambiziosi progetti
Torre come l’araba Fenice»
La decapitazione
Il 5 novembre del 1919 il
quotidiano di Fiume “La Vedetta d’Italia” sotto il titolo
“Una testa di meno” scriveva
tra l’altro:
“...Due giovani impazienti,
stanchi di attendere un’autorizzazione qualunque, vollero ieri
procedere di “moto proprio”
alla decapitazione: arrampicatisi sino all’aquila - col rischio
di precipitare giù ad ogni istante - si diedero pieni di ardore a
segare il collo a una delle due
teste. Naturalmente una gran
folla di cittadini si radunò tosto sul Corso a guardare incantata, lassù, verso i due temerari
che lavoravano proprio di lena.
La testa finalmente si staccò e
sul tronco fu rizzato il tricolore italiano, che sventolò tra gli
applausi degli spettatori...”
A onor di cronaca ricorderemo che i due “temerari” che
decapitarono l’aquila erano i
tenenti Guglielmo Barbieri e
Alberto Tappari.
stra organizzazione. Per ora siamo riusciti a contattare un noto
scultore, di cui per il momento
non riveleremo il nome, che si
è dichiarato disposto a realizzare
un'aquila nuova, identica a quella scomparsa. L’artista comunque ci ha già fornito un preventivo dei costi. Purtroppo non siamo riusciti a reperire lo stampo
dell’aquila che venne fusa nelle
fonderie Skull, per cui anche per
quel che riguarda il calco si dovrà
rifare tutto daccapo”.
“Possiamo contare anche sul
sostegno della Società di studi
fiumani che ha sede a Roma e nel
cui Museo si conservano, come
molti sapranno, alcuni frammenti dell’aquila distrutta” – aggiunge Ronald Fuciak – “che nel caso
in cui il nostro progetto andasse
in porto, i fiumani esuli sarebbero disposti a riportare a Fiume in
modo da poterli reinserire nella nuova scultura di bronzo. C’è
anche un’organizzazione femminile che opera in città e che si è
già detta disposta a sostenere pienamente la nostra iniziativa, proprio come avevano fatto le donne
fiumane nell’ormai lontano 1906.
In seguito ad un restauro e alla
ricostruzione della cupola, nel
1890 la Torre civica restò priva dell’aquila di bronzo che l’abbelliva
fin dal 6 giugno del lontano 1659.
Conclusi i lavori di rinnovo, in
cima alla costruzione venne installata un’asta sulla quale – proprio
come avviene oggidì – in occasione delle feste cittadine veniva issato il simbolo del comune. I fiumani non sollevarono questioni finché
sul pennone veniva issata la bandiera della città ma nel momento
in cui si richiese che sulla Torre al
posto della bandiera fiumana sventolasse il vessillo della Monarchia
reagirono ritornando a pretendere
che sulla Torre ritornasse l’aquila.
Lo reclamavano anche nella lirica
popolare cantando:
Da tanto tempo là su la Tore
ghe stava el stemma de la città,
ma un bruto giorno,
non se sa come
via della Tore el xe svolà!
Qualchedun dixe che certi siori
de far un tanto la ga obligà.
Non steghe creder, xe tute flocce
l’aquila nostra ritornerà
Una foto con tanto di autografi, scattata il 4 novembre
del 1919, dopo la decapitazione dell’aquila, che ritrae
gli ufficiali Guglielmo Barbieri (a sinistra) e Alberto
Tappari con il “trofeo”
E tra queste ce n’è una che, grazie a influenti legami e conoscenze nel mondo politico e finanziario, sarebbe lietissima di venirci
incontro anche dal punto di vista
finanziario”.
Le spese di esecuzione dell’opera e del suo ricollocamento
sul cupolone della Torre civica
dunque non rappresenterebbero
Un volatile davvero «sfigato»
Dell’aquila della Torre civica, lo storico e studioso fiumano
esule, dottor Amleto Ballarini, presidente della Società di Studi
Fiumani con sede a Roma, ebbe a dire tra l’altro, in un suo noto
scritto intitolato “Breve storia di un volatile bicipite che guardava a levante: Gave(vi)mo l’aquila”:
“Un’aquila, insomma, quella di Fiume, che, pur apparendo e
pur sparendo, con alterne fortune e con molteplici interpretazioni
ideologiche, ora con una testa e ora con due, sotto e sopra la torre, in patria e fuori, mi sembra essere a buon diritto, soprattutto,
un’aquila “sfigata”. Le voglio bene lo stesso. Dipendesse da me,
creerei un’aquila bicorpo, sì da offrire spazio e quiete a entrambe le povere bestie, vittime ignare non di araldiche necessità, ma
di simbolismi ideologici eretti spesso su cumuli di cadaveri e di
umane imbecillità”.
“Quell’aquila, bicipite o monca che fosse – rileva Amleto
Ballarini nel suo scritto – faceva parte della storia di Fiume e dei
fiumani ben prima che d’Annunzio, il fascismo e Tito venissero a
interpretarla con idee, rituali e dottrine del tutto estranee alle sue
origini, essi cantavano per lei”.
Danko Švorinić, presidente (a destra) e Ronald Fuciak, membro
della presidenza e “ministro degli esteri” dello SLVF
un problema. Non entrerebbe in
causa allora neanche una richiesta di sostegno materiale a spese del bilancio municipale. Basterebbe un semplice sì da parte
della politica.
Per sistemarla al suo posto
oggi basterebbero una potente gru o un elicottero. Anche a
quest’alternativa i ragazzi dello
SLVF hanno già pensato.
“Il restauro e la ricollocazione della statua di Sant’Eufemia
in vetta al campanile di Rovigno, che era stato eseguito anni
fa, rappresentano un esempio di
come si potrebbe eseguire l’intervento. Ovviamente” – ci spiega Ronald – nulla di tutto ciò si
potrà realizzare fino a che non
avremo il consenso e l’appoggio
delle autorità cittadine”.
“E qui dobbiamo dire che
purtroppo – aggiunge il presidente dello SLVF – nonostante gli
sforzi ed i tentativi che abbiamo
fatto, non siamo ancora riusciti a
ottenere molto. Abbiamo ripetutamente richiesto di avere un incontro con il sindaco ma non abbiamo ancora ottenuto nessuna
risposta”.
Ma gli intraprendenti ragazzi dello Stato Libero Virtuale di
Fiume non si perdono d’animo.
In paziente attesa di ottenere un
incontro con le autorità pubbliche ufficiali, si dedicano a tutta
una serie di altre iniziative che
rientrano nel loro programma di
attività.
In collaborazione con la Società filatelica di Fiume il prossimo 15 giugno, salvo imprevisti e previa l’autorizzazione delle
Poste di Stato (quello reale) tutte le cartoline e le lettere inviate
da Fiume avranno apposta un’affrancatura celebrativa: il francobollo già stampato, sul quale compare l’effigie dell’aquila,
sarà in tre tonalità di colore diverse: quelli della vecchia bandiera fiumana ovviamente, il cui
ripristino era stato richiesto alla
municipalità dai membri dello
SLVF in diverse occasioni già
l’anno scorso. Anche in questo
caso i membri dello Stato Libero Virtuale di Fiume sono ottimisti. Convinti che Fiume meriti di
avere una bandiera condivisa da
tutti i fiumani: da quelli che hanno oggi la fortuna di vivere nella propria città natale ma anche
da coloro che vennero costretti
ad abbandonarla. Una bandiera ed un simbolo che renda fieri tutti gli abitanti di questa città
della sua storia, delle sue ricche
tradizioni, spesso e volutamente
dimenticate, della vita delle migliaia e migliaia di concittadini
che la popolarono in passato e
che la fecero crescere rendendola grande, per lasciare ai posteri
l’orgoglio di poterne andare fieri
e orgogliosi.
In occasione di San Vito gli
attivisti del Virtuale Stato Libero
di Fiume contano di disporre già
il 14 di giugno anche di uno stand
in Corso presso il quale potranno
porre in vendita magliette gadgets, berretti con i simboli fiumani e, per l'occasione anche un Cd
registrato di recente, contenente
una compilation di canti popolari
fiumani. Il Cd sarà reperibile allo
stand e presso la sede dell’associazione, in Calle dei Canapini
2. Per l’occasione presso l’ufficio postale in Corso il 14 del
mese avrà corso legale un timbro
speciale del Virtuale Stato libero
di Fiume con raffigurata l'aquila
fiumana completo di una nota
che ricorderà il centenario.
Tutta la posta inoltrata in
quel giorno dall'ufficio postale
in Corso verrà dunque timbrata con questo timbro particolare realizzato per l'occasione in
collaborazione con la Società
filatelica. Inoltre sarà reperibile
anche una busta speciale e commemorativa del centenario dell'aquila e desterà indubbiamente
interesse sia tra gli appassionati
di raccolta di francobolli sia tra
i tanti veri fiumani (esuli e non)
che vorranno conservare busta
e francobolli commemorativi
per ricordo. Il tutto avrà validità
ufficiale postale soltanto in data
14 giugno.
Finché nell’aprile del 1906,
dopo aver organizzato in città una
vera e propria campagna di raccolta
di offerte fra tutte le donne di Fiume, un comitato di signore offriva
al Municipio la nuova aquila.
Nella lettera d’accompagnamento che inoltravano alla municipalità e che fu subito sostenuta dal
magistrato cittadino, le signore fiumane scrivevano:
“Desideriamo che l’emblema
civico rioccupi il suo posto e dall’alto di quello storico nostro edificio ricordi ognora ai fiumani l’amore ed il culto del natìo luogo”.
Nell’esposto che ne conseguì si
proponeva al Consiglio cittadino di
accettare il dono affinché l’aquila
“là, sulla cuspide di quella bruna
torre, documento di libero comune, spicchi luminosa, perché da lì,
proprio dove il raggio di sole è più
vivido, il simbolo del fiumanesimo
attiri gli sguardi di tutti i cittadini e
ne guidi e ne sproni le loro energie,
svegliando un tumulto di memorie e di affetti. Le gentili donne di
Fiume offrono questo dono perché
l’aquila nostra vegli superba sui
destini della nostra città, ed onde a
questa sia dato di riposare fidente
sotto l’ombra delle sue ali liberate
al volo verso un avvenire di luce e
di gloria.”
Su progetto dello scultore Vittorio de Marco, l’aquila venne fusa
nello stabilimento “Matteo Skull”
dal fonditore Giovanni Legan: era
un bronzo alto 2 metri e 20 centimetri con apertura alare pari a 3
metri, del peso complessivo di 2
tonnellate. Aveva due teste rivolte
a sud est con gli artigli che poggiavano su un’anfora con impressa la
scritta “Indeficienter”, dalla quale
sgorgava l’acqua e rispettava dunque lo stemma asburgico che Leopoldo I aveva assegnato con diploma imperiale alla città il 6 giugno
del 1659. L’aquila fu sollevata sulla
Torre, con grande solennità, la mattina del 15 giugno del 1906. Ebbe
vita serena fino al pomeriggio del
4 novembre del 1919, quando due
dei legionari di Gabriele D’Annunzio, come conseguenza di un discorso che il “vate” tenne alla vigilia delle elezioni amministrative la
sera del 24 ottobre del 1919 a teatro, la mutilarono di una delle due
teste. “Decapitata” l’aquila rimase
comunque in cima alla cupola della Torre civica fino al 1949, anno
in cui, marcata un’altra volta con
l’epiteto di simbolo antipopolare,
fu fatta a pezzi per disposizione del
regime comunista jugoslavo.
8 storia e ricerca
Sabato, 3 giugno 2006
CURIOSITÀ La regione fu una culla della civiltà?
LIBRI L’amnistia Togliatti
Visočica, le «colline-piramidi» Una pietra tombale
per pacificare il Paese
che fanno sognare la Bosnia
D
al mondo scientifico è
per il momento gelo sulla questione delle “piramidi” bosniache di Visoko, anche
se a sostegno del ricercatore Semir Osmanagić, 45enne bosniaco emigrato negli Stati Uniti, si è
schierato un geologo egiziano, Ali
Abd Barakat, secondo il quale le
colline sarebbero “vere piramidi,
con i lati orientati verso i quattro
punti cardinali, costruite con materiali naturali ma lavorati e posati dall’uomo”. All’equipe si è unita pochi giorni fa anche una ricercatrice greca, Athanasia Gallou e
alla metà di maggio, un team di
geologi dell’università di Tuzla,
compiuti alcuni sondaggi, ha dichiarato che si tratta di “una collina naturale costituita da sedimenti stratiformi di vario spessore”.
Altri tre geologi dell’università di
Sarajevo, invece, hanno replicato
che quelle dei colleghi di Tuzla
sono conclusioni affrettate, fatte
senza analisi approfondite. Intanto, però, le autorità di Visoko hanno autorizzato l’inizio degli scavi,
che andranno avanti fino al prossimo ottobre. E Osmanagić – che
viveva a Houston, dove gestiva
un piccolo negozio di ferramenta
– è diventato rapidamente un beniamino dei media. Soprattutto, è
riuscito a raccogliere, da privati,
fondi per migliaia di dollari, in attesa di uno sperato finanziamento dal governo centrale. A nulla
è servita dunque la lettera aperta,
inviata ai principali quotidiani nazionali, con la quale 21 autorevoli studiosi hanno demolito quelle
teorie. Spiegando che prima dell’ultima era glaciale – epoca alla
quale Osmanagić fa risalire le sue
piramidi – in quell’area non vi era
nemmeno un gruppo umano capace di costruire capanne.
Ma ulteriori ricerche, secondo l’esperto egiziano forniranno
le prove e stabiliranno l’età precisa delle strutture nella valle di
Visoko, una trentina di chilometri a nord di Sarajevo, che nasconde, secondo le tesi di Semir
Osmanagić tre piramidi, da lui
chiamate del Sole, della Luna e
dei Draghi, costruite da una civiltà scomparsa, del tutto simile a quelle egiziane o del Messico. Tra le lastre di pietra portate alla luce nelle scorse setti-
Osmanagić, autore del libro “La
piramide del sole della Bosnia”,
sono iniziati poco più di un mese
fa dopo alcuni sondaggi e riprese aerospaziali compiute l’anno
scorso.
È emerso che i vertici delle tre
colline formerebbero un preciso
triangolo, e sarebbero collegate
tra loro da un sistema di gallerie
L’intraprendente ricercatore bosniaco, seguace della New Age
mane sul lato nord della collina
di Visočica, chiaramente opera
dell’uomo, e che formerebbero
la gradinata della Piramide del
Sole, è stato ritrovato un collante, ha detto il geologo egiziano,
dello stesso tipo di quelli usati
per la costruzione delle piramidi
in Egitto. Stesso collante e stesse
lastre di pietra arenaria rettangolari, posate con un ordine preciso,
sono state portate alla luce anche
sulla collina di Plješevica, che
nasconderebbe la Piramide della
Luna. Gli scavi, su iniziativa di
sotterranee rettangolari, anch’esse ora oggetto di ricerca perché
non sono, afferma Osmanagić, né
naturali né resti di miniere medievali, come afferma la storia
ufficiale. Secondo il ricercatore,
la collina Visočica presso Visoko, che racchiude i resti della città medievale di Vosoki, nasconde la prima piramide europea di
proporzioni monumentali. Questa struttura avrebbe una piana
d’accesso ampia 40 e lunga 200
metri costruita di lastre di pietra
che condurrebbe poi ad una gradinata e quindi all’entrata della
piramide. Osmanagić non è stato in grado di prevedere quando
la piramide vedrà la luce del sole,
aggiungendo che lo scavo di sezioni ulteriori della piramide dipenderà dall’erogazione di nuovi
finanziamenti.
Pacificare un paese che è
stato dilaniato dalla guerra civile, un compito difficile, che pochi stati sono riusciti a superare
senza provocare risentimenti,
rivalse, ondate di protesta. Ne
è una testimonianza il “caso
Bleiburg” in Croazia, complici
anche le continue rivisitazioni,
le polemiche alimentate da chi
affronta la storia in maniera dilettantistica e dai politici di turno. Le epurazioni che i comunisti jugoslavi condussero nei
confronti dei collaborazionisti
furono spesso contrassegnate
da processi sommari (o “montati”) e liquidazioni vere e proprie. Altri paesi europei – come
il Belgio, l’Olanda, la Norvegia, la Francia – si sono ripuliti della macchia nazifascista attraverso un severo processo di
eliminazione.
Invece l’Italia, che pure
aveva la responsabilità storica
di avere partorito il mostro fascista e che per giunta (diversamente dalla Germania e dal
Giappone, suoi ex alleati nell’Asse) era scampata a processi simbolicamente esemplari
come furono quelli di Norimberga e di Tokio, intraprese
da subito la strada dell’amnistia, varando un provvedimento che portò alla liberazione di
migliaia di ex fascisti. È la cosiddetta amnistia Togliatti, approvata il 22 giugno 1946, pochi giorni dopo la nascita della
Repubblica.
Da chi fu voluta? Furono i
due maggiori partiti della coalizione ciellenista, la Dc di De
Gasperi e il Pci di Togliatti, a
giudicare opportuno, contro
il parere dei socialisti e degli
azionisti, dare un colpo di spugna sui crimini del Ventennio e
della Repubblica di Salò, archiviando numerosi processi. Il famoso inchiostro verde della stilografica di Togliatti non si era
ancora asciugato in calce al decreto di amnistia (controfirmato
da De Gasperi nella sua qualità
di presidente del Consiglio), e
le carceri si aprirono per liberare quanti rinchiusi ai tempi
della Liberazione: pezzi grossi,
“ras” delle squadracce, segretari del Pnf, gerarchi del regime,
dirigenti dell’Ovra, giudici del
Tribunale speciale, capi politici e militari della Repubblica sociale, squallidi delatori di
quartiere, professori universitari svenduti al razzismo, donne
del collaborazionismo.
Il provvedimento sollevò
un’ondata di risentimenti e lasciò senza risposta molte domande. Per far luce sulla complicata vicenda dell’amnistia
del ‘46, Mimmo Franzinelli ha
analizzato un’imponente mole
di documentazione archivistica in gran parte inedita, e ha
pubblicato i risultati nel volume L’amnistia Togliatti. 22
giugno 1946: colpo di spugna
sui crimini fascisti (Mondado-
Palmiro Togliatti, che ha ricoperto anche la carica di Ministro di Grazia e Giustizia della Repubblica italiana
ri, 2006, pp. 392, euro 19). Storia scritta seriamente, entrando negli archivi, praticando la
critica delle fonti, storia fatta
con la dovuta onestà intellettuale. Franzinelli ha esaminato
le “carte Togliatti”, conservate
alla Fondazione Gramsci, trovando una testimoniaza sulla
diretta paternità del segretario comunista nella stesura del
decreto, smentendo la tesi che
il guardasigilli fosse caduto in
un tranello dell’apparato ministeriale. Le relazioni riservate di prefetti e comandanti dei
carabinieri sulle scarcerazioni consentono di accertare chi
beneficiò dell’amnistia, come
e per quali reati: dai magistrati
ai collaborazionisti, dagli stragisti ai delatori, dai torturatori
di partigiani ai “cacciatori di
ebrei”.
Le più significative sentenze della Corte di Cassazione
ci mostrano direttamente con
quali argomentazioni spesso
incredibili si decretò l’impunità
e perfino la riabilitazione giuridica della classe dirigente del
Ventennio e della Repubblica
sociale. Franzinelli affronta il
tema di fondo del trapasso dal
fascismo alla democrazia e dalla guerra alla pace analizzando
i fattori che concorsero a fare
dell’amnistia un provvedimento tanto discutibile: il mancato
ricambio dell’apparato statale,
lo strapotere dei vertici della
magistratura, la sottovalutazione dell’impatto che il decreto avrebbe avuto nel paese,
l’apertura di Togliatti agli ex
fascisti in vista dei nuovi equilibri politici.
L’amnistia si inserisce quindi nel quadro più ampio che in
quegli anni vide l’insabbiamento di molti procedimenti per
crimini di guerra nazifascisti e
garantì l’impunità agli italiani
colpevoli di crimini di guerra
in Africa, Iugoslavia ecc. Dopo
sessant’anni è dunque possibile ripercorrere per la prima
volta minuto per minuto l’itinerario di un evento, importante e spesso dimenticato, che ha
contribuito a definire nel bene e
nel male la fisionomia della Repubblica appena nata. (ir)
Anno II / n. 6 3 giugno 2006
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
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Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat
edizione: STORIA E RICERCA
Redattore esecutivo: Ilaria Rocchi Rukavina / Impaginazione: Annamaria Picco
Collaboratori: Kristjan Knez, Carla Rotta e Roberto Palisca
Foto: Zlatko Majnarić, Kristjan Knez e Graziella Tatalović
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3. 6.2006 - EDIT Edizioni italiane