IN QUESTO NUMERO Lo sviluppo dell'italianità nell'Adriatico orientale: di fronte a una storiografia tendente a rappresentarla come un unicum, Egidio Ivetic, in un saggio pubblicato sul numero XXXV degli Atti del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno (presentato a Montona la settimana scorsa) offre uno spunto a ripensare il percorso di queste "estreme parti della nazione italiana", tenendo conto delle differenti dimensioni di tale presenza, intimamente legata alla zona. Dall'esigenza di rivedere le ricostruzioni proposte nell'Ottocento-Novecento, si passa ai diversi "quadri" documentati nel corso dei suoi viaggi da appassionato "giramondo", in Istria e altrove: Giorgio Viezzoli, nato a Pirano e oggi presidente della "Famiglia Piranesa" a Trieste, nell'intervista concessa a Kristjan Knez (pagine 2-3), ripercorre anche alcuni studi compiti da Valvasor e da altri ricercatori. Al centro dell'Inserto, un "tuffo" nella memoria, nella storia di Pola: Carla Rotta (pagine 4-5), ha "preso in mano" il libro di Branko Perović sul Cimitero della Marina, il K.u.K Marinefriedhof, presentando questo monumento sui generis che, a volerlo leggere con attenzione, racconta la storia della città. Dalla città dell'Arena un "volo" sulla vicenda dell'aquila bicipite fiuma- na (pagine 6-7), simbolo di una città nei secoli gelosa del suo particolarismo. Roberto Palisca "scopre" un'iniziativa dell'associazione del Libero Stato Virtuale di Fiume, grazie alla quale su tutte le lettere e le cartoline imbucate a Fiume in occasione della festività dei Santi Patroni – Vito, Modesto e Crescenzia – saranno posti francobolli con lo storico e contestato simbolo della città. Questo numero dell'Inserto si conclude con un'immersione nei Balcani, un fenomeno che fa discutere (e di fronte al quale la comunità scientifica "storce il naso"): le "colline-piramidi" della Bosnia. SAGGI Pubblicato negli Atti numero XXXV, periodico del CRS di Rovigno Italiani di Istria, Quarnero e Dalmazia in uno studio di Egidio Ivetic M lare." Quali considerazioni spingono l'autore a porre all'attenzione della storiografia l'esigenza di rivedere le ricostruzioni finora architettate? Innanzitutto, la conoscenza precisa, critica, delle interpretazioni che sono state finora fornite sulla presenza italiana da Trieste all’Istria, da Gorizia e Fiume alla Dalmazia. A partire dalla "produzione" ottocentesca, risorgimentale, spesso influenzata e dettata da intellettuali fuoriurisciti, come Carlo Combi, Tommaso Lucani e Paolo Tedeschi (citati dall'Ivetic), che – nel desiderio di essere inclusi nel progetto dello stato nazionale italiano – determinarono a creare nell’opinione pubblica italiana l’immagine di ciò che era la nazionalità italiana dell’Adriatico orientale e di ciò che quest’area poteva rappresentare per l’Italia. In tale contesto, da una certa simpatia dimostrata per le loro aspirazioni alla libertà, si passò a vedere nelle popolazioni slave l'antagonista, il nemico che metteva in discussione la presenza italiana in queste terre. Segue a pagina 2 DEL POPOLO storia e ricerca ce vo /la .hr dit w.e ww olte sentenze, poche riflessioni ponderate, diverse interpretazioni riconducibili a congiunture politiche: è necessaria (anzi è quasi d’obbligo) una rilettura delle vicende degli italiani di questa sponda dell'Adriatico, la cosiddette estreme parti della naziona italiana. "Una comparazione matura, analitica e allo stesso tempo attenta agli aspetti generali – come rileva Egidio Ivetic in un interessante contributo pubblicato nell’ultimo, il 35.esimo volume degli Atti del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno – per riprendere e ripensare un discorso lasciato dalla storiografia italiana in un limbo di indeterminatezza. Si sente, ovviamente, in tale intento il bisogno di una collaborazione con le storiografie jugoslave, slovena, croata, serba, montenegrina. Soprattutto, si sente il bisogno del distacco della ricerca da responsabilità pesanti, come quella del tracciare (con preoccupazione) i destini nazionali su tali terre: i destini nazionali finiscono per risultare sempre schematici e semplicistici – conclude Ivetic in Ripensare lo sviluppo della nazionalità italiana nell’Adriatico orientale dell’Ottocento (pp. 309 – 317, con sunto in croato e sloveno a p. 318) nel volume del CRS presentato il 26 maggio scorso a Montona (nella foto sotto, di Zlatko Majnarić, uno scorcio della cittadina) –, mentre la realtà, si sa, è complessa, e quella delle zone di confine lo è in modo partico- An no II • n. 6 06 • Sabato, 3 giugno 20 2 storia e ricerca Sabato, 3 giugno 2006 L’INTERVISTA Franco Viezzoli da circa dieci anni si dedica all’Istria, alla dimensione Un piranese con la passione di Kristjan Knez F ranco Viezzoli, classe 1937, piranese di nascita e triestino d’adozione, attualmente presidente della "Famea Piranesa" del capoluogo giuliano, è una persona dai molti interessi. La passione per i viaggi lo ha portato in tutta Europa, che l’ha attraversata in lungo ed in largo, nonché sulle sponde africane ad asiatiche del Mediterraneo. Il contatto diretto con le testimonianze storiche, le "tracce" del retaggio delle epoche passate, lo hanno portato ad interessarsi a questi aspetti. Con il tempo le trasferte si sono trasformate in itinerari mirati, volti a scoprire gli angoli più suggestivi, e, spesso, meno noti ai turisti. Munito di macchine fotografiche, guide dettagliate e volumi vari, Viezzoli ha iniziato a documentare i suoi spostamenti. A partire dagli anni ’90 del secolo scorso ha iniziato a dedicarsi di più all’Istria ma anche alla dimensione dei castelli, e ad un erudito in particolare: Johann Weikard Valvasor. I lunghi viaggi, l’individuazione dei siti di rocche, fortezze o cittadelle – spesso solo rovine –, decine di migliaia di diapositive, che formano un ricchissimo archivio fotografico privato, e decine di documentari sono il risultato di anni di ricerche sul territorio, che Franco Viezzoli, da sempre attivo nel settore L’acquedotto romano a Zhagowan, Tunisia Franco Viezzoli della ristorazione, ha perseguito con costanza e veemenza. Viezzoli, i viaggi, la fotografia, la divulgazione della storia e della cultura, attraverso i documentari da lei realizzati, sono le sue grandi passioni. Ci spieghi come nasce questo interesse? "Direi che le tre cose sono legate perché il viaggio, per essere apprezzato, esige una preparazione culturale già prima della partenza. Io sono un appassionato fotografo e al ritorno dai miei viaggi mi trovavo con un sacco di fotografie e diapositive che poi avevo la necessità di commentare per creare i miei diari di viaggio e i documentari. Non saprei dire quale è stato il primo impulso che successivamente mi ha portato a realizzare il tutto. Probabilmente è stata la mia voglia di avventura assieme alla voglia del conoscere, del capire e di conseguenza del divulgare agli altri. Questi "itinerari di viaggio", chiamiamoli così, sottolineano in particolar modo l’aspetto Dalla prima pagina "L’irredentismo adriatico – scrive Ivetic–, divenne un punto fondamentale per riformulare la complessiva politica estera nel secondo decennio del Novecento sino all’interventismo del 1914-1915, e gli italiani dell’Adriatico orientale contribuirono non poco ad alimentare particolari aspettative dal congiungimento con le regioni irredente". E prosegue: "Fissare i confini sullo spartiacque del Nevoso, incuranti del fatto che si creava una grossa minoranza slovena e croata nella Venezia Giulia, negare sin quasi dall’inizio (dal 1919) i diritti d’espressione politica e culturale ai non italiani, cancellare le identità nazionali di gruppi e individui e infine sperimentare l’imperialismo giungendo a incorporare Lubiana come provincia e tutta la Dalmazia, furono tappe di un percorso che oscurò la raggiunta integrità territoriale della nazione, e più che un apogeo fu la premessa del disastro italiano nell’Adriatico orientale, una débacle politica che si risolse con sfollamenti, uccisioni, esodi tra il 1943 ed il 1945, quando solo Trieste, con la sua striscia di terra, fu salvata dinanzi all’ingrandirsi della nuova Jugoslavia. Dopo di allora – ricorda Ivetic –, l’italianità dell’Adriatico orientale fu dimenticata, assieme alla gente che di lì era venuta oppure che lì era rimasta”. Nella serie delle ricostruzioni delle vicende italiane lo studioso ha individuato fondamentalmente due "tipologie". Un primo gruppo che riflette la prospettiva (soggettiva) di chi fece parte dell’italianità adriatica orientale – le prime sintesi, i primi saggi, culturale e storico oltre a quello paesaggistico. "È vero. Ho incominciato subito in maniera impegnativa perché uno dei primi viaggi che ho ben documentato è stato quello in Grecia del 1973, con macchina e roulotte. All’andata abbiamo viaggiato lungo la costa della Dalmazia fino quasi al confine con l’Albania, poi abbiamo attraversato il Montenegro e la Macedonia per arrivare in Grecia, che abbiamo visitato e documentato. Al ritorno abbiamo attraversato l’interno della Jugoslavia visitando anche qualche monastero del Kosovo. Perciò in un colpo solo ho messo le mani su contesti diversi con culture diverse. Ricordo l’emozione della prima volta che sono entrato in una moschea a Skopje ma anche in seguito: in Turchia, in Marocco, in Tunisia, in Persia, ecc. Sono stato sempre attratto dal mondo islamico, dalle sue forme religiose e dall’architettura che trova la sua massima espressione nella moschea." Ad un certo punto ha cominciato a interessarsi all'Istria e alla Dalmazia, terre alle quali ha dedicato tantissimo tempo e impegno. Come mai ha deciso di affrontare argomenti legati alle nostre terre adriatiche? "Nel primo documentario sull’Istria e la Dalmazia del 1990 spiego molto bene il perché di questa decisione. È stato un po’ come il buon figliol prodigo che dopo aver tanto viaggiato torna alle sue origini e scopre quello che aveva sotto gli occhi da sempre e che credeva di conoscere. Invece avevo notato che più andavo avanti con la conoscenza dell’Istria, più mi accorgevo di non saperne niente. Penso di aver fatto un buon lavoro anche dal lato documentaristico anche perché in questi ultimi 15 anni l’Istria e la Dalmazia sono molto cambiate a causa del turismo di massa, che spesso non tiene conto della storicità dei luoghi e non li rispetta come si dovrebbe." Il suo è un lavoro certosino, è un lavoro di scavo bibliografico e iconografico. I documentari, curati nei commenti, nelle immagini e nella musica, spesso trattano argomenti che altrimenti nessuno ricorderebbe. Per poter lavorare pacatamente lei ha acquistato pure decine di libri, molti presso le librerie antiquarie e in questo modo ha formato una ricca biblioteca. Ci racconti questa esperienza." "Il libro è fondamentale, senza il libro non si fa niente. Io questo l’ho capito ancora prima di incominciare perché ho sempre avuto una grande passione per i volumi, ho raccolto libri anche quando non mi occorrevano e così ho avuto la fortuna di avere i libri giusti quando effettivamente mi servivano. Per quanto riguarda l’Istria e la Dalmazia mi sono anche accorto che i testi di una volta sono molto più affidabili di quelli di oggi, specialmente le guide e gli opuscoli, che vengono distribuiti ai turisti non raccontano la vera storia delle nostre terre." Quali difficoltà ha riscontrato nel fare questo tipo di ricerche? "La maggiore difficoltà è quella di trovare testi credibili. Secondo me bisogna avere molti testi a disposizione per trovare la verità storica. Consultare più testi, di varie epoche, che dicono la stessa cosa è l’unico mezzo per raggiungere questo obiettivo. Noi abbiamo perso in Istria e in Dalmazia la nostra memoria storica perché oggi nessuno scrive o racconta ai turisti chi erano veramente gli abitanti delle nostre belle città, chi le ha costruite, chi ha costruito i suoi monumenti e chi ha fatto la storia di queste terre perdute. Alla fine dei miei documentari non ho sentito nessuno dire che i miei testi sono sbagliati, anzi sono convinto che a molti danno fastidio proprio perché cercano di dire la verità." Frontespizio dell’opera “Die Ehre des Herzogthums Krain” di J. W. Valvasor la pubblicistica del secondo Ottocento prodotta da triestini, istriani e dalmati, "le grandi opere di persuasione del 1915-18", fino all’imponente mole della cultura dell’esodo – le cui tesi tendono a sottolineare la continuità della presenza italiana, produttrice di una civiltà e una cultura, scontratasi nell'Ottocento con gli slavi che volevano imporre la loro supremazia, mentre il Novecento "è stato il secolo delle grandi speranze e delle grandi tragedie, che hanno portato quasi alla scomparsa dell'elemento italiano su tali sponde", spiega Ivetic. Non coglie la dinamica e la reale dimensione della presenza italiana nemmeno il secondo gruppo di interpretazioni, in cui l’Adriatico orientale è visto sullo sfondo della storia italiana in cui sono le regioni d’Italia a fare da soggetto e ben poco si è fatto – salvo alcuni studi (ad esmepio Elio Apih, Giulio Cervani, Marina Catteruzza) – per analizzare a fondo le modalità "con cui si spiegava la parte croata, slovena e serba sia la storia di tale litorale sia la presenza italiana, come popolazione culturale, in tale area". Ivetic ha indicato anche ad un altra "svista", ossia quella dell'omogenietà nel concepire il territorio (ma anche l’arco di tempo), senza i necessari distinguo tra i vari contesti (Trieste, l’Istria, Fiume, la Dalmazia e Gorizia). Come osserva l'autore, ciascuna di queste città e regioni ha avuto una propria vicenda in merito allo sviluppo dell’identità nazionale italiana in stretto rapporto con lo sviluppo dell’identità nazionale antagonista, ovvero croata e slovena (e serba per un certo periodo). "Senza conoscere a fondo i motivi di determinate scelte, di determinate azioni da parte dei nascenti nazionalismi slavi meridionali, strettamente vincolati alle dinamiche di potere su scala regionale e di città, non si possono comprendere nemmeno i perché di certi atteggiamenti da parte italiana." Infatti, spiega ancora Ivetic, "l’esperienza maturata in Dalmazia da parte italiana nel confronto con i croati, la sostanziale perdita di potere a livello locale e regionale, aveva influito sugli atteggiamenti dei ceti dirigenti italiani in Istria, per esempio nel caso della rigidità nel concedere la lingua amministrativa croata, nonostante tale diritto fosse sancito con la legge costituzionale austriaca del 1867. Se in Dalmazia ci fu un arroccamento italiano in pochi centri, a Zara e una minoranza a Spalato, un rapido tramonto della diffusione della lingua italiana – dai 50.000 italofoni presenti ancora nel verso il 1870 e distribuiti per lo più in centri urbani si giunse ai 20-25.000 italofoni allo scoppio della prima guerra mondiale – in Istria si era lottato per la 'nazionalizzazione' delle masse con l’apertura di scuole e biblioteche popolari, con la diffusione dell’associazionismo, di banche e istituzioni culturali. Dunque, nell’insieme un fascio di esperienze distinte, ma unite nell’effetto complessivo che ebbero sia sulla politica e opinione pubblica italiana sia in ambito slavo meridionale, dove solo attorno al programma dello jugoslavismo si compattarono, agli inizi del Novecento, le forze politiche slovene, croate e serbe per scongiurare le mire espansionistiche italiane e tedesche." Ilaria Rocchi Rukavina storia e ricerca 3 Sabato, 3 giugno 2006 dei castelli e ai lavori di un erudito in particolare: J. W. Valvasor per i viaggi e per la storia Questa "caccia" al libro antico è nata proprio da questa esigenza? "Sì, il libro antico mi dà maggiori certezze perché non è politicizzato e perciò è più affidabile. Oggi è molto difficile trovare testi sull’Istria e sulla Dalmazia che siano affidabili, salvo quelli fatti dagli studiosi che si documentano negli archivi come dovrebbero fare tutti, dalle nostre Associazioni Istriane e Dalmate o dai centri di studio come il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, l’Istituto Regionale per la Cultura Istriana (IRCI) ed altri." Un suo grande interesse è rivolto alla figura e all’opera di J. W. Valvasor. Ci illustri i motivi e ci racconti come ha conosciuto questo grande erudito. "Quando per realizzare i miei documentari mi sono interessato dell’Istria centro orientale, ho notato che le uniche illustrazioni, sui testi che esaminavo per le mie ricerche, erano di J. W. Valvasor. Sono allora andato alla Biblioteca Civica di Trieste per vedere chi fosse questo personaggio. È stato come scoprire un universo perché il Valvasor ha fatto una serie di opere impensabili, per un personaggio di quel tempo, che poi è morto a soli 53 anni. Nella sua opera maggiore 'La Gloria del Ducato di Carniola', del 1689, sono illustrati 340 fra borghi e castelli della Carniola, territorio al quale appartenevano anche Trieste e il territorio centro orientale dell’Istria. Avere quei libri fra le mani e pensare di andare a vedere oggi ciò che è rimasto di quello che lui ha disegnato più di 300 anni fa è stata questione di un attimo. Questo è stato l’impulso che mi ha poi portato a conoscere più a fondo la sua opera e a conoscere, soprattutto, il territorio che il Valvasor ha così ben documentato, che è quello dell’attuale Slovenia. Mi meraviglio che non ci sia maggiore interesse per questo straordinario personaggio che meriterebbe molta più attenzione. Amo avere i libri a casa, a portata di mano, a me il libro piace averlo e se posso lo compero. Quando preparavo i miei documentari sul Valvasor ho avuto la fortuna di poter acquistare i suoi quattro libri 'La Gloria del Ducato di Carniola' nell’edizione del 1877, nonché la 'Topographia Ducatus Carniolae Modernae' e la 'Topographia Archiducatus Carinthiae' in copia fotostatica perché gli originali sono introvabili oltre a un buon numero di libri in sloveno e in tedesco che parlano del Valvasor e delle sue opere. A quanto mi risulta è stata fatta un’unica traduzione parziale in italiano del prin- cipale lavoro del Valvasor e si intitola 'Trieste Lubiana e la Carsia' del 1995 a cura di Paolo G. Parovel e Ariella Tasso-Jasbitz. Una cosa dalla quale mi separerei con più dispiacere è proprio la mia biblioteca, come a suo tempo diceva il Valvasor. Alla fine, però, lo stesso dovette venderla, ricca di ben 10.000 volumi, ed anche il suo castello di Bogenšperk, per far fronte alle spese sostenute per stampare la sua opera 'La Gloria del Ducato di Carniola', che non era stata ben accettata dai suoi compatrioti mentre lui è morto praticamente in miseria.La sua opera è stata rivalutata solo in seguito, come spesso succede." A questi suoi documentari ne seguono altri che riguardano i castelli di quella che era la Bogliuno ai tempi del Valvasor chiatriche, prigioni, allevamento di cavalli e maneggio, allevamento di polli, ecc." Quindi hanno varie funzioni? "Quelli intatti hanno varie funzioni ed è interessante notare che oggi sono ancora esattamente come il Valvasor li ha disegnati più di trecento anni fa." Un discorso a parte merita quella fascia di territorio fortificato che corrispondeva alle Marche – Confini Militari e riportato dal Valvasor nel quarto dei suoi libri. "Anche quello è stato un bel lavoro perché mi ha portato fino in Bosnia, a Bihać (Wichizch al tempo del Valvasor), e ho realizzato un documentario sulle fortificazioni ai confini orientali degli AsburIl castello di Jablje, Trzin (Lubiana) go. Erano castelli e borghi fortificati che pur non essendo in CarCarniola. A quanto pare i castel- di conoscere a fondo il territo- niola dipendevano dagli Asburgo li sono un soggetto privilegiato rio della Slovenia e di una parte che stipendiavano le guarnigioni del suo interesse? della Croazia. Io ho adoperato i per avere una prima linea di di"Sì, può essere, anche se come suoi libri come una guida turisti- fesa anche fuori dal loro territocastello molte volte si intende un ca e i suoi disegni per conoscere rio e contrastare l’invasione turca. borgo fortificato. Diciamo che se certi luoghi che altrimenti non Nel quarto libro si trova anche una passo davanti ad un castello o ad mi sarei mai sognato di andare a grande tavola che raffigura la faun borgo fortificato non posso fare scoprire. In questo modo ho rea- mosa battaglia del 22 giugno 1593 a meno di fotografarlo, di entrarci lizzato dieci documentari di 50 fra le truppe carniolane e l’esere di documentarlo." minuti e di 300 diapositive l’uno cito turco al comando di Hassan Per oltre un decennio ha fo- per un totale di 3.000 diapositi- Basha. In quella occasione i Turtografato quasi ogni edificio esi- ve. Oltre al territorio che è stato chi subirono una clamorosa disfatstente nonché le rovine delle an- raffigurato dal Valvasor, ho do- ta soprattutto per merito degli artiche strutture, per un totale di cumentato la parte settentriona- chibugieri e moschettieri carniomigliaia di diapositive, quindi si le della Slovenia che confina con lani nonché dei cavalieri condotti tratta di un’opera di cataloga- l’Austria e con l’Ungheria e che da Andrea Auesberg e Adamo von zione non indifferente, batten- non è trattata nei suoi libri. Mi Rauber." do le strade dell’intera Slovenia sembrava giusto completare la Dato che molti di questi cae parte della Croazia, seguendo conoscenza di tutta la regione stelli sono stati restaurati, oggi le indicazioni del Valvasor la cui e così ho realizzato altri tre do- come si presentano, ovvero, i opera maggiore si trova nella cumentari che praticamente co- restauratori hanno rispettato le sua biblioteca. Ci faccia un bi- prono tutto il resto della Slove- caratteristiche degli edifici? lancio di quanto fatto finora. nia. È stato un lavoro molto inte"Questo è anche un problema "Le indicazioni del Valva- ressante sia per la parte storica perché mi sono reso conto che, sor mi hanno dato la possibilità sia per quella geografica." a distanza di pochi anni, certi caLe visite sono dovute sempre stelli hanno subito un restauro che ad itinerari mirati? ha cambiato il loro aspetto secola"Certo, ma poi è stato interes- re. Secondo il mio modesto parere sante scoprire cosa ne è oggi di non si dovrebbe restaurare un caquei castelli. Dei 320 tra borghi stello e dipingerlo di bianco come e castelli disegnati dal Valvasor si sta facendo ma si dovrebbe cernel terzo dei suoi libri, un 5 per care di mantenere il suo aspetto e cento circa sono spariti comple- colore originali. Ho visto persotamente, un 10-15 p.c. sono pochi nalmente intonacare muri di matruderi mentre per una stessa per- toni che andrebbero lasciati a vicentuale stanno in piedi con mura sta." perimetrali e tetto ma con l’interQuali sono i prossimi lavori no in rovina e quindi non abitati. che ha in cantiere e che riguarPer il resto molti sono abbando- dano i castelli? nati anche se intatti e quelli abita"Ho in mente un grosso lavoro ti sono adibiti a vari usi: abitazio- che ricalca quello che ho già fatni private, musei, alberghi, sedi di to sulla Carniola. Si tratta di docurappresentanza, case di riposo per mentare tutti i castelli della Carinanziani o case di correzione per zia, sempre sulle tracce del libro L’Arco di Diocleziano a Sbeitla, Tunisia giovani, ospedali o cliniche psi- del Valvasor, la 'Topographia Ar- chiducatus Carinthiae' del 1688. In questo caso si tratta di un solo volume, abbastanza raro, dove sono rappresentati 220 fra borghi e castelli della Carinzia e sarebbe un lavoro interessante tanto e quanto lo è stato quello sulla Carniola. Sono anche convinto che in Carinzia i castelli sono molto ben conservati, conosciuti e frequentati. " Questo lavoro si svilupperà in più documentari? "Sì, anche qui bisogna vedere quando si incomincia dove poi si va a finire. Adesso, per la prima volta posso adoperare la fotografia digitale con un minor spreco di pellicole e una più facile gestione delle immagini." Si parla del digitale. Finora lei ha lavorato esclusivamente con le diapositive. Il digitale è quindi una scoperta che le permette di lavorare in maniera più serena e più tranquilla, con maggiore facilità? "Meno male che è arrivato questo sistema altrimenti non avrei più saputo dove mettere le diapositive perché in tutti questi anni ne ho raccolte a decine di migliaia. Adesso, mano a mano che passo i documentari in digitale, archivio le diapositive e incomincio ad avere degli spazi che prima non avevo e non ne occupo altri perché con le immagini digitali occupo memoria del computer. Per il momento scanarizzo le diapositive e metto in digitale i documentari già fatti. Ovviamente bisogna rifare le dissolvenze e i tempi di dissolvenza ma ho già completato qualche documentario con questo nuovo sistema ed ho visto che è molto semplice gestire il tutto ed arrivare al prodotto finale che è quello della proiezione." Visionando questi lavori realizzati con diapositive scanarizzate e riportate in digitale, possiamo dire che i risultati sono ottimi. "Sì, tanto è vero che recentemente ho fatto un documentario in diapositive su Cesare Dell’Acqua, famoso pittore nato a Pirano, e in seguito ho fatto alcune delle stesse immagini in digitale in modo da poterle confrontare ed eventualmente sostituire. Alla fine ho lasciato le diapositive ma penso che sarà l’ultimo documentario che ho fatto con questo sistema perché il futuro è del digitale. È una rivoluzione tecnologica impensabile fino a qualche anno fa ma questo è il futuro dell’immagine e il non adeguarsi non significa stare fermi ma andare indietro." 4 storia e ricerca Sabato, 3 giugno 2006 Sabato, 3 giugno 2006 PATRIMONIO Un volume, quello scritto da Branko Perović che ora meriterebbe di essere tradotto anche in italiano Il Cimitero memoriale della Marina da Guerra ovvero la storia della città di Pola in un libro di Carla Rotta L’ anno scorso la monografia su Pola, quest’anno il libro di Branko Perović sul Cimitero della Marina, il K.u.K Marinefriedhof, monumento sui generis che, a volerlo leggere con attenzione, racconta la storia della città. Municipio ha deciso di regalarsi e regalare libri per la sua Giornata (5 maggio). “L’autore – dice lo zupano Ivan Jakovčić nella prefazione di “Mornaričko spomen groblje Pula /Cimitero memoriale della Marina da Guerra Pola / K.u.K. Marinefriedhof Pola” – ci presenta questa tappa dimenticata della storia cittadina in modo piano, semplice: non monumenti, nel suo lavoro, bensì la gente, la loro vita, il loro tempo.” Sulla stessa scia il sindaco di Pola Walter Drandić. Volume onnicomprensivo, quello di Perović: non solo il K.u.K. Marinefriedhof, ma un’ampia introduzione per capire la nascita del cimitero, il contesto storico, le implicazioni sociali, la città stessa, i suoi abitanti. Iniziando da una visita su commissione, accompagnando alcuni amici austriaci in quello che era sì un monumento, ma del quale a prendersi cura, per dirla con una metafora, era la sterpaglia. “Mi sono sentito a disagio”, confessa l’autore. Bene, decenni dopo, liberate le lapidi dall’erba, sostituito l’incuria con la cura dignitosa che si deve ad un luogo così, il Cimitero della Marina è libro con pagine di storia dell’urbe. Prima pagina, 1862, probabilmente. L’anno dell’avvio della costruzione, sebbene alcuni autori l’anticipino al 1849; la pagina finale è datata 1956, anno dell’ultima sepoltura: da allora il capitano di corvetta Dagobert Muller von Tomammuhl riposa nella tomba di famiglia. Dove il cimitero? Il compito di scegliere la zona e occuparsi dei preliminari necessari era andato a Karl Moring. Scelse la vasta zona che sovrasta la baia di Valcane: il Ministero alla Marina, per i 4 mila metri quadri di terreno di proprietà di tale Giovanni Dobrovich, sborsò 1.977 fiorini. La consacrazione del camposanto, il 2 ottobre 1862, coincise con le prime (trenta) sepolture. Negli anni a seguire vennero acquistati altri lotti di terreno circostante la struttura, fino a raggiungere i 22.039 metri quadrati che il cimitero occupa oggi. Dall’ottobre 1862 agli Anni Sessanta, ci sono state, dice l’Autore citando altri “dalle 43 mila alle 100 mila sepolture, la cifra esatta probabilmente sta nel mezzo.” Tre i nominativi che Perović sottolinea da subito, tra i sepolti al Marina: il contrammiraglio Anton Bourguignon von Baumberg (1879, anno nel quale Pola si appresta a diventare il maggior porto militare dell’AU), il vice ammiraglio Karl graf Lanjus von Wel- Il Sacrario dei militari italiani L’entrata del Cimitero memoriale della Marina da Guerra lenburg (1913, epoca di massima crescita tecnologica della Marina) e Janko Vuković de Podkapelski (1918, la fine dell’Impero). È un cimitero, questo polese della Marina Militare, che ha accolto militari di tutte le guerre. Dice Perović “a Pola hanno trovato l’ultima dimora anche molti marinai francesi, inglesi, arabi, spagnoli, tedeschi, Famiglia Hueber turchi … in un’ala del cimitero sono sepolti i membri dell’equipaggio di una nave turca che assieme al loro ammiraglio sono morti di peste. Le sepolture sono consone alla loro religione. Nel mezzo c’è una cappella con un’iscrizione in arabo.” Ancora, da Lissa a Pola: i feriti dello scontro navale tra la flotta italiana e quella AU vennero traspor- tati all’ospedale di Pola. Quanti non ce la fecero, vennero sepolti qui. Poi, tra le specificità, una tomba comune per František Koucki (“rodem čeh”) e Ljubomir Kraus (“rodem Jihoslovan”). Così la loro storia su pietra: “ribellatisi all’Austria Ungheria parteciparono eroicamente alla rivoluzione. Furono fucilati a Pola il giorno 11 maggio 1918.” Il 1918, dunque. L’anno dei morti: basti pensare alla terribile Spagnola e ai milioni di morti che fece in tutta Europa. In quell’anno, l’AU pianificò la costruzione di un altro cimitero. Servivano altri 23 mila metri quadri di terreno, ma nel 1918, l’Impero aveva consumato il suo tempo. Il K.u.K. Marinefriedhof diventa “Cimitero R. Marina di Pola” ed La tomba di Anton Bourguignon accoglierà i sodati italiani ed il personale civile in forza all’Esercito. Avrà sepoltura Nazario Sauro: prima da “traditore”, poi da eroe, sotto le palme di Gerusalemme che fanno ombra a quanti riposano entro le mura del Marina, lo sfortunato equipaggio dell’F-14 (una nota: l’Autore vuole al Marina anche l’equipaggio del sommergibile “Medusa” affondato a fine gennaio 1942 e recuperato nel giugno 1943: in effetti le sepolture si ebbero al Civile di Monte Giro: all’epoca, per i militari, eccezione e non regola). Trovò sepoltura al Marina qualche vittima dell’esplosione di Vergarolla (di nuovo, la maggior parte ebbe sepoltura a Monte Giro). E’ la storia di Pola, davvero, questo cimitero. Rima- La tomba di Nazario Sauro L’epigrafe dice: “Ai Caduti la Patria riconoscente ... qui saranno ricordati per sempre” sta tale per il divieto di sepolture piccole storie personali che hanno e quindi con i nomi e le date fissa- fatto la Grande Storia. Il raggiunti; con i messaggi che raccontano to grado di civiltà di un popolo lo le gesta eroiche e il dolore del di- si legge nella cura che ha del suo stacco. E’ un cimitero che va visi- passato e dei suoi morti. Il Marina tato. Non con la curiosità che so- non è più il cimitero che, in una litamente si dedica ad un monu- lontana visita aveva imbarazzato mento ma con la predisposizione l’Autore: è un monumento ordid’animo a leggere, sulle tombe, nato, dignitoso. Grazie anche alla František Koucky e Ljubomir Kraus: assieme nella rivolta, davanti alla Corte marziale, al plotone d’esecuzione. La loro prima sepoltura, come per Nazario Sauro, di lato nel cimitero, anonima: gli onori dopo il 1918 cura della Croce Nera Austriaca, ai corposi investimenti per strapparlo a quella che stava diventando un’agonia che è figlia dell’incuria. Dal 27 ottobre 1960 è cimitero memoriale Un contributo certamente valido a capire quella storia, a capire quei nomi, quegli eventi, a capire il perché di una babele entro quelle mura, lo dà, certamente il libro di Branko Perović. Edito dalla Digicolor – Tecnoline di Gallesano, si meriterebbe una (buona) traduzione in italiano. La tomba di un militare ebreo Le sepolture dell’equipaggio della nave turca: marinai e ammiraglio morirono di peste 5 6 storia e ricerca Sabato, 3 giugno 2006 INIZIATIVE In un ufficio del nucleo storico del capoluogo del Quarnero lo Stato Lib «Faremo risorgere l’aquila sulla Servizio e foto di Roberto Palisca E sattamente un secolo, fa, per l’esattezza il 15 giugno del 1906, in occasione della Festa dei patroni del capoluogo del Quarnero, San Vito, San Modesto e Santa Crescenzia, grazie all’intraprendenza delle donne di Fiume l’aquila bicipite, che era già da secoli simbolo della città, fu ricollocata sulla Torre civica fiumana. Investita dagli eventi della storia fino a venirne travolta, fu uno dei simboli di Fiume che ebbe purtroppo triste destino e vita breve. Tredici anni dopo esser stata issata “là sula Tore” fu decapitata. Trent’anni più tardi venne distrutta. In occasione del centenario dell’evento della sua collocazione in cima alla Torre dell’orologio, oggi un’associazione di cittadini si fa promotrice di tutta una serie di iniziative tese a ricordare la ricorrenza, ma anche a riproporre alle autorità cittadine attuali il ricollocamento della contestatissima aquila sulla Torre. Fino ad ottenerlo. È il Virtuale Stato Libero di Fiume: un gruppo di entusiasti che ha iniziato a portare avanti dall’agosto dell’anno scorso tutta una serie di attività tese a risvegliare l’identità fiumana. L'iniziativa era partita da un pugno di giovani che, avviando il progetto, desideravano dare un’iniezione rigenerativa all’identità dei cittadini del capoluogo quarnerino, con il fine di ridare agli abitanti di Fiu- me l’orgoglio che la città e il suo patrimonio storico-culturale meritano. Poi grazie anche al mondo di Internet, il progetto ha assunto dimensioni più ambiziose: tant’è che il “popolo virtuale” del VSLF conta oggi su un centinaio di adesioni, si è dato uno statuto e una costituzione ed i suoi “cittadini”, in cambio di una modica somma di 100 kune annue che i soci pagano a titolo di quota associativa, hanno diritto ad un passaporto virtuale e, se maggiorenni, al diritto di voto: hanno instaurato insomma, in un mondo virtuale, un vero e proprio sistema statale. E come ogni Stato che si rispetti anche il VSLF non manca di ricordare gli anniversari importanti. Dopo aver promosso l’anno scorso l’iniziativa di ricordare il 6 giugno come data in cui la città ottenne con diploma imperiale asburgico il suo simbolo, proclamando questa data Giornata dell’aquila fiumana ora, in occasione del centenario della collocazione dell’aquila sulla Torre civica, lo SLVF ripropone tutta una serie di nuove iniziative che culmineranno proprio a San Vito, il 15 giugno. Con lo scopo, ritorniamo a dirlo, di veder ricollocata sulla Torre civica una nuova aquila. Sarà fattibile? E se sì quando? Ora come ora è arduo dirlo. La simbologia, soprattutto quella legata a determinati periodi del passato, Il sito in internet dello SLVF Sull’abbattimento definitivo di quello che per tanti anni fu il simbolo della città, il 26 marzo del 1949, sotto il titolo “In frantumi l’Aquila della Torre Civica di Fiume”, in base a testimonianze raccolte dall’autore del testo, il giornale “Difesa Adriatica” riferiva: “...Poi due giovinastri furono veduti arrampicarsi, dal tetto di una casa lungo il cornicione della Torre e, con un sistema di corde e di altri sostegni, raggiungere faticosamente lo zoccolo su cui posava l’Aquila... Per una buona mezz’ora, gli operai o altro che fossero, si affaticarono a smuovere l’Aquila dalla sua base. Ma invano. Quei due primi uomini vennero sostituiti da altri due che recavano un apparecchio con la fiamma ossidrica...” E poi: “A ogni pezzo che cadeva, rimbal- Il 15 giugno, per la festa del Patrono, su tutte le lettere e le cartoline imbucate a Fiume, francobolli con lo storico e contestato simbolo della città Una foto più unica che rara delle orgogliose donne fiumane del 1906 La famiglia di parte materna di Ronald Fuciak costudisce gelosamente tra i ricordi di famiglia una foto più unica che rara, che ritrae la bisnonna di Ronald, Celesta Novelli (la quale come orgogliosamente tiene a sottolineare il pronipote era “de Monte Grappa”), insieme ad un nutrito gruppo di altre donne che fecero parte della folta rappresentanza di fiere signore che donò l’aquila della Torre civica alle autorità municipali il 15 dalle nostre parti purtroppo suscita ancora e troppo spesso molte polemiche e tanto scetticismo. Ma i “funzionari” del Libero Stato Virtuale di Fiume non si lasciano perder d’animo e sono ottimisti. Negli accoglienti ambienti dell’associazione, situati al secondo piano della palazzina contrassegnata dal civico 2 di Calle dei Canapini e tutti decorati da simboli di fiumanità (stemma con l’aquila bicipite e bandiere a strisce amaranto, giallo e blu), ne abbiamo discusso con Danko Švorinić, presidente dello SLVF, Ronald Fuciak, membro della presidenza e “ministro degli esteri” dello SLVF e Vedran Adamec. Oltre a loro dei servizi “politico amministrativi statali” fanno parte ancora Denis Pešut, che ha l’incarico di giugno del 1906. La foto rappresenta un prezioso cimelio ed è effettivamente una rarità in quanto è stata scattata in occasione della grande festa che precedette il sollevamento dell’immenso bronzo in cima alla Torre ed è forse l’unica in cui l’aquila si vede in tutta la sua imponenza e grandezza. In tutte le altre cartoline e fotografie posteriori all’epoca, l’aquila infatti compare già al suo posto: in cima al cupolotto della Torre civica. L’insegna sul palazzo di Calle dei canapini in cui ha sede lo SLVF vicepresidente, Robert Gerl, che è responsabile per lo sport, Sergio Kovačić, che è assessore per le finanze, Lucio Slama, attaché per la cultura, Igor Linardić, funzionario zando suli’asfalto, la folla degli spettatori dava in urli... la folla protestava... molti andavano raccogliendo i frantumi e se li portavano via come reliquie...”. Alcuni dei membri più attivi dello SLVF addetto al “rilascio” dei passaporti e Zlatko Moranjak che ha l’incarico di segretario. A onor di cronaca rileveremo ancora che sono ambasciatori dello SLVF Saša Vučinić (in Croazia), il dottor Tamas Kovacs (in Ungheria), Miran Šepić (in Azerbaigian), Vlado Vivoda (in Australia), il fiumano esule Furio Percovich (in Uruguay), Oskar Sundberg (in Svezia), Bojan Stančević (in Bosnia ed Erzegovina), Maurizio BrizziCarposio, Igor Vrbljanac e Franco Papetti (in Italia, rispettivamente in Emilia Romagna, in Friuli Venezia Giulia e in Umbria), Slobodan Milošević – ma si tratta di un puro caso di omonomia– (In Gran Bretagna), Mojmir Krizan (in Germania) ed Aris Slama (in Svizzera). “L’idea di riproporre il collocamento dell’aquila sulla Torre è condivisa da tutti noi” – ci spiega il presidente dell’associazione Danko Švorinić. “ È un’iniziativa che fa parte del nostro programma fin dalla costituzione della no- storia e ricerca 7 Sabato, 3 giugno 2006 ero Virtuale di Fiume cova ambiziosi progetti Torre come l’araba Fenice» La decapitazione Il 5 novembre del 1919 il quotidiano di Fiume “La Vedetta d’Italia” sotto il titolo “Una testa di meno” scriveva tra l’altro: “...Due giovani impazienti, stanchi di attendere un’autorizzazione qualunque, vollero ieri procedere di “moto proprio” alla decapitazione: arrampicatisi sino all’aquila - col rischio di precipitare giù ad ogni istante - si diedero pieni di ardore a segare il collo a una delle due teste. Naturalmente una gran folla di cittadini si radunò tosto sul Corso a guardare incantata, lassù, verso i due temerari che lavoravano proprio di lena. La testa finalmente si staccò e sul tronco fu rizzato il tricolore italiano, che sventolò tra gli applausi degli spettatori...” A onor di cronaca ricorderemo che i due “temerari” che decapitarono l’aquila erano i tenenti Guglielmo Barbieri e Alberto Tappari. stra organizzazione. Per ora siamo riusciti a contattare un noto scultore, di cui per il momento non riveleremo il nome, che si è dichiarato disposto a realizzare un'aquila nuova, identica a quella scomparsa. L’artista comunque ci ha già fornito un preventivo dei costi. Purtroppo non siamo riusciti a reperire lo stampo dell’aquila che venne fusa nelle fonderie Skull, per cui anche per quel che riguarda il calco si dovrà rifare tutto daccapo”. “Possiamo contare anche sul sostegno della Società di studi fiumani che ha sede a Roma e nel cui Museo si conservano, come molti sapranno, alcuni frammenti dell’aquila distrutta” – aggiunge Ronald Fuciak – “che nel caso in cui il nostro progetto andasse in porto, i fiumani esuli sarebbero disposti a riportare a Fiume in modo da poterli reinserire nella nuova scultura di bronzo. C’è anche un’organizzazione femminile che opera in città e che si è già detta disposta a sostenere pienamente la nostra iniziativa, proprio come avevano fatto le donne fiumane nell’ormai lontano 1906. In seguito ad un restauro e alla ricostruzione della cupola, nel 1890 la Torre civica restò priva dell’aquila di bronzo che l’abbelliva fin dal 6 giugno del lontano 1659. Conclusi i lavori di rinnovo, in cima alla costruzione venne installata un’asta sulla quale – proprio come avviene oggidì – in occasione delle feste cittadine veniva issato il simbolo del comune. I fiumani non sollevarono questioni finché sul pennone veniva issata la bandiera della città ma nel momento in cui si richiese che sulla Torre al posto della bandiera fiumana sventolasse il vessillo della Monarchia reagirono ritornando a pretendere che sulla Torre ritornasse l’aquila. Lo reclamavano anche nella lirica popolare cantando: Da tanto tempo là su la Tore ghe stava el stemma de la città, ma un bruto giorno, non se sa come via della Tore el xe svolà! Qualchedun dixe che certi siori de far un tanto la ga obligà. Non steghe creder, xe tute flocce l’aquila nostra ritornerà Una foto con tanto di autografi, scattata il 4 novembre del 1919, dopo la decapitazione dell’aquila, che ritrae gli ufficiali Guglielmo Barbieri (a sinistra) e Alberto Tappari con il “trofeo” E tra queste ce n’è una che, grazie a influenti legami e conoscenze nel mondo politico e finanziario, sarebbe lietissima di venirci incontro anche dal punto di vista finanziario”. Le spese di esecuzione dell’opera e del suo ricollocamento sul cupolone della Torre civica dunque non rappresenterebbero Un volatile davvero «sfigato» Dell’aquila della Torre civica, lo storico e studioso fiumano esule, dottor Amleto Ballarini, presidente della Società di Studi Fiumani con sede a Roma, ebbe a dire tra l’altro, in un suo noto scritto intitolato “Breve storia di un volatile bicipite che guardava a levante: Gave(vi)mo l’aquila”: “Un’aquila, insomma, quella di Fiume, che, pur apparendo e pur sparendo, con alterne fortune e con molteplici interpretazioni ideologiche, ora con una testa e ora con due, sotto e sopra la torre, in patria e fuori, mi sembra essere a buon diritto, soprattutto, un’aquila “sfigata”. Le voglio bene lo stesso. Dipendesse da me, creerei un’aquila bicorpo, sì da offrire spazio e quiete a entrambe le povere bestie, vittime ignare non di araldiche necessità, ma di simbolismi ideologici eretti spesso su cumuli di cadaveri e di umane imbecillità”. “Quell’aquila, bicipite o monca che fosse – rileva Amleto Ballarini nel suo scritto – faceva parte della storia di Fiume e dei fiumani ben prima che d’Annunzio, il fascismo e Tito venissero a interpretarla con idee, rituali e dottrine del tutto estranee alle sue origini, essi cantavano per lei”. Danko Švorinić, presidente (a destra) e Ronald Fuciak, membro della presidenza e “ministro degli esteri” dello SLVF un problema. Non entrerebbe in causa allora neanche una richiesta di sostegno materiale a spese del bilancio municipale. Basterebbe un semplice sì da parte della politica. Per sistemarla al suo posto oggi basterebbero una potente gru o un elicottero. Anche a quest’alternativa i ragazzi dello SLVF hanno già pensato. “Il restauro e la ricollocazione della statua di Sant’Eufemia in vetta al campanile di Rovigno, che era stato eseguito anni fa, rappresentano un esempio di come si potrebbe eseguire l’intervento. Ovviamente” – ci spiega Ronald – nulla di tutto ciò si potrà realizzare fino a che non avremo il consenso e l’appoggio delle autorità cittadine”. “E qui dobbiamo dire che purtroppo – aggiunge il presidente dello SLVF – nonostante gli sforzi ed i tentativi che abbiamo fatto, non siamo ancora riusciti a ottenere molto. Abbiamo ripetutamente richiesto di avere un incontro con il sindaco ma non abbiamo ancora ottenuto nessuna risposta”. Ma gli intraprendenti ragazzi dello Stato Libero Virtuale di Fiume non si perdono d’animo. In paziente attesa di ottenere un incontro con le autorità pubbliche ufficiali, si dedicano a tutta una serie di altre iniziative che rientrano nel loro programma di attività. In collaborazione con la Società filatelica di Fiume il prossimo 15 giugno, salvo imprevisti e previa l’autorizzazione delle Poste di Stato (quello reale) tutte le cartoline e le lettere inviate da Fiume avranno apposta un’affrancatura celebrativa: il francobollo già stampato, sul quale compare l’effigie dell’aquila, sarà in tre tonalità di colore diverse: quelli della vecchia bandiera fiumana ovviamente, il cui ripristino era stato richiesto alla municipalità dai membri dello SLVF in diverse occasioni già l’anno scorso. Anche in questo caso i membri dello Stato Libero Virtuale di Fiume sono ottimisti. Convinti che Fiume meriti di avere una bandiera condivisa da tutti i fiumani: da quelli che hanno oggi la fortuna di vivere nella propria città natale ma anche da coloro che vennero costretti ad abbandonarla. Una bandiera ed un simbolo che renda fieri tutti gli abitanti di questa città della sua storia, delle sue ricche tradizioni, spesso e volutamente dimenticate, della vita delle migliaia e migliaia di concittadini che la popolarono in passato e che la fecero crescere rendendola grande, per lasciare ai posteri l’orgoglio di poterne andare fieri e orgogliosi. In occasione di San Vito gli attivisti del Virtuale Stato Libero di Fiume contano di disporre già il 14 di giugno anche di uno stand in Corso presso il quale potranno porre in vendita magliette gadgets, berretti con i simboli fiumani e, per l'occasione anche un Cd registrato di recente, contenente una compilation di canti popolari fiumani. Il Cd sarà reperibile allo stand e presso la sede dell’associazione, in Calle dei Canapini 2. Per l’occasione presso l’ufficio postale in Corso il 14 del mese avrà corso legale un timbro speciale del Virtuale Stato libero di Fiume con raffigurata l'aquila fiumana completo di una nota che ricorderà il centenario. Tutta la posta inoltrata in quel giorno dall'ufficio postale in Corso verrà dunque timbrata con questo timbro particolare realizzato per l'occasione in collaborazione con la Società filatelica. Inoltre sarà reperibile anche una busta speciale e commemorativa del centenario dell'aquila e desterà indubbiamente interesse sia tra gli appassionati di raccolta di francobolli sia tra i tanti veri fiumani (esuli e non) che vorranno conservare busta e francobolli commemorativi per ricordo. Il tutto avrà validità ufficiale postale soltanto in data 14 giugno. Finché nell’aprile del 1906, dopo aver organizzato in città una vera e propria campagna di raccolta di offerte fra tutte le donne di Fiume, un comitato di signore offriva al Municipio la nuova aquila. Nella lettera d’accompagnamento che inoltravano alla municipalità e che fu subito sostenuta dal magistrato cittadino, le signore fiumane scrivevano: “Desideriamo che l’emblema civico rioccupi il suo posto e dall’alto di quello storico nostro edificio ricordi ognora ai fiumani l’amore ed il culto del natìo luogo”. Nell’esposto che ne conseguì si proponeva al Consiglio cittadino di accettare il dono affinché l’aquila “là, sulla cuspide di quella bruna torre, documento di libero comune, spicchi luminosa, perché da lì, proprio dove il raggio di sole è più vivido, il simbolo del fiumanesimo attiri gli sguardi di tutti i cittadini e ne guidi e ne sproni le loro energie, svegliando un tumulto di memorie e di affetti. Le gentili donne di Fiume offrono questo dono perché l’aquila nostra vegli superba sui destini della nostra città, ed onde a questa sia dato di riposare fidente sotto l’ombra delle sue ali liberate al volo verso un avvenire di luce e di gloria.” Su progetto dello scultore Vittorio de Marco, l’aquila venne fusa nello stabilimento “Matteo Skull” dal fonditore Giovanni Legan: era un bronzo alto 2 metri e 20 centimetri con apertura alare pari a 3 metri, del peso complessivo di 2 tonnellate. Aveva due teste rivolte a sud est con gli artigli che poggiavano su un’anfora con impressa la scritta “Indeficienter”, dalla quale sgorgava l’acqua e rispettava dunque lo stemma asburgico che Leopoldo I aveva assegnato con diploma imperiale alla città il 6 giugno del 1659. L’aquila fu sollevata sulla Torre, con grande solennità, la mattina del 15 giugno del 1906. Ebbe vita serena fino al pomeriggio del 4 novembre del 1919, quando due dei legionari di Gabriele D’Annunzio, come conseguenza di un discorso che il “vate” tenne alla vigilia delle elezioni amministrative la sera del 24 ottobre del 1919 a teatro, la mutilarono di una delle due teste. “Decapitata” l’aquila rimase comunque in cima alla cupola della Torre civica fino al 1949, anno in cui, marcata un’altra volta con l’epiteto di simbolo antipopolare, fu fatta a pezzi per disposizione del regime comunista jugoslavo. 8 storia e ricerca Sabato, 3 giugno 2006 CURIOSITÀ La regione fu una culla della civiltà? LIBRI L’amnistia Togliatti Visočica, le «colline-piramidi» Una pietra tombale per pacificare il Paese che fanno sognare la Bosnia D al mondo scientifico è per il momento gelo sulla questione delle “piramidi” bosniache di Visoko, anche se a sostegno del ricercatore Semir Osmanagić, 45enne bosniaco emigrato negli Stati Uniti, si è schierato un geologo egiziano, Ali Abd Barakat, secondo il quale le colline sarebbero “vere piramidi, con i lati orientati verso i quattro punti cardinali, costruite con materiali naturali ma lavorati e posati dall’uomo”. All’equipe si è unita pochi giorni fa anche una ricercatrice greca, Athanasia Gallou e alla metà di maggio, un team di geologi dell’università di Tuzla, compiuti alcuni sondaggi, ha dichiarato che si tratta di “una collina naturale costituita da sedimenti stratiformi di vario spessore”. Altri tre geologi dell’università di Sarajevo, invece, hanno replicato che quelle dei colleghi di Tuzla sono conclusioni affrettate, fatte senza analisi approfondite. Intanto, però, le autorità di Visoko hanno autorizzato l’inizio degli scavi, che andranno avanti fino al prossimo ottobre. E Osmanagić – che viveva a Houston, dove gestiva un piccolo negozio di ferramenta – è diventato rapidamente un beniamino dei media. Soprattutto, è riuscito a raccogliere, da privati, fondi per migliaia di dollari, in attesa di uno sperato finanziamento dal governo centrale. A nulla è servita dunque la lettera aperta, inviata ai principali quotidiani nazionali, con la quale 21 autorevoli studiosi hanno demolito quelle teorie. Spiegando che prima dell’ultima era glaciale – epoca alla quale Osmanagić fa risalire le sue piramidi – in quell’area non vi era nemmeno un gruppo umano capace di costruire capanne. Ma ulteriori ricerche, secondo l’esperto egiziano forniranno le prove e stabiliranno l’età precisa delle strutture nella valle di Visoko, una trentina di chilometri a nord di Sarajevo, che nasconde, secondo le tesi di Semir Osmanagić tre piramidi, da lui chiamate del Sole, della Luna e dei Draghi, costruite da una civiltà scomparsa, del tutto simile a quelle egiziane o del Messico. Tra le lastre di pietra portate alla luce nelle scorse setti- Osmanagić, autore del libro “La piramide del sole della Bosnia”, sono iniziati poco più di un mese fa dopo alcuni sondaggi e riprese aerospaziali compiute l’anno scorso. È emerso che i vertici delle tre colline formerebbero un preciso triangolo, e sarebbero collegate tra loro da un sistema di gallerie L’intraprendente ricercatore bosniaco, seguace della New Age mane sul lato nord della collina di Visočica, chiaramente opera dell’uomo, e che formerebbero la gradinata della Piramide del Sole, è stato ritrovato un collante, ha detto il geologo egiziano, dello stesso tipo di quelli usati per la costruzione delle piramidi in Egitto. Stesso collante e stesse lastre di pietra arenaria rettangolari, posate con un ordine preciso, sono state portate alla luce anche sulla collina di Plješevica, che nasconderebbe la Piramide della Luna. Gli scavi, su iniziativa di sotterranee rettangolari, anch’esse ora oggetto di ricerca perché non sono, afferma Osmanagić, né naturali né resti di miniere medievali, come afferma la storia ufficiale. Secondo il ricercatore, la collina Visočica presso Visoko, che racchiude i resti della città medievale di Vosoki, nasconde la prima piramide europea di proporzioni monumentali. Questa struttura avrebbe una piana d’accesso ampia 40 e lunga 200 metri costruita di lastre di pietra che condurrebbe poi ad una gradinata e quindi all’entrata della piramide. Osmanagić non è stato in grado di prevedere quando la piramide vedrà la luce del sole, aggiungendo che lo scavo di sezioni ulteriori della piramide dipenderà dall’erogazione di nuovi finanziamenti. Pacificare un paese che è stato dilaniato dalla guerra civile, un compito difficile, che pochi stati sono riusciti a superare senza provocare risentimenti, rivalse, ondate di protesta. Ne è una testimonianza il “caso Bleiburg” in Croazia, complici anche le continue rivisitazioni, le polemiche alimentate da chi affronta la storia in maniera dilettantistica e dai politici di turno. Le epurazioni che i comunisti jugoslavi condussero nei confronti dei collaborazionisti furono spesso contrassegnate da processi sommari (o “montati”) e liquidazioni vere e proprie. Altri paesi europei – come il Belgio, l’Olanda, la Norvegia, la Francia – si sono ripuliti della macchia nazifascista attraverso un severo processo di eliminazione. Invece l’Italia, che pure aveva la responsabilità storica di avere partorito il mostro fascista e che per giunta (diversamente dalla Germania e dal Giappone, suoi ex alleati nell’Asse) era scampata a processi simbolicamente esemplari come furono quelli di Norimberga e di Tokio, intraprese da subito la strada dell’amnistia, varando un provvedimento che portò alla liberazione di migliaia di ex fascisti. È la cosiddetta amnistia Togliatti, approvata il 22 giugno 1946, pochi giorni dopo la nascita della Repubblica. Da chi fu voluta? Furono i due maggiori partiti della coalizione ciellenista, la Dc di De Gasperi e il Pci di Togliatti, a giudicare opportuno, contro il parere dei socialisti e degli azionisti, dare un colpo di spugna sui crimini del Ventennio e della Repubblica di Salò, archiviando numerosi processi. Il famoso inchiostro verde della stilografica di Togliatti non si era ancora asciugato in calce al decreto di amnistia (controfirmato da De Gasperi nella sua qualità di presidente del Consiglio), e le carceri si aprirono per liberare quanti rinchiusi ai tempi della Liberazione: pezzi grossi, “ras” delle squadracce, segretari del Pnf, gerarchi del regime, dirigenti dell’Ovra, giudici del Tribunale speciale, capi politici e militari della Repubblica sociale, squallidi delatori di quartiere, professori universitari svenduti al razzismo, donne del collaborazionismo. Il provvedimento sollevò un’ondata di risentimenti e lasciò senza risposta molte domande. Per far luce sulla complicata vicenda dell’amnistia del ‘46, Mimmo Franzinelli ha analizzato un’imponente mole di documentazione archivistica in gran parte inedita, e ha pubblicato i risultati nel volume L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti (Mondado- Palmiro Togliatti, che ha ricoperto anche la carica di Ministro di Grazia e Giustizia della Repubblica italiana ri, 2006, pp. 392, euro 19). Storia scritta seriamente, entrando negli archivi, praticando la critica delle fonti, storia fatta con la dovuta onestà intellettuale. Franzinelli ha esaminato le “carte Togliatti”, conservate alla Fondazione Gramsci, trovando una testimoniaza sulla diretta paternità del segretario comunista nella stesura del decreto, smentendo la tesi che il guardasigilli fosse caduto in un tranello dell’apparato ministeriale. Le relazioni riservate di prefetti e comandanti dei carabinieri sulle scarcerazioni consentono di accertare chi beneficiò dell’amnistia, come e per quali reati: dai magistrati ai collaborazionisti, dagli stragisti ai delatori, dai torturatori di partigiani ai “cacciatori di ebrei”. Le più significative sentenze della Corte di Cassazione ci mostrano direttamente con quali argomentazioni spesso incredibili si decretò l’impunità e perfino la riabilitazione giuridica della classe dirigente del Ventennio e della Repubblica sociale. Franzinelli affronta il tema di fondo del trapasso dal fascismo alla democrazia e dalla guerra alla pace analizzando i fattori che concorsero a fare dell’amnistia un provvedimento tanto discutibile: il mancato ricambio dell’apparato statale, lo strapotere dei vertici della magistratura, la sottovalutazione dell’impatto che il decreto avrebbe avuto nel paese, l’apertura di Togliatti agli ex fascisti in vista dei nuovi equilibri politici. L’amnistia si inserisce quindi nel quadro più ampio che in quegli anni vide l’insabbiamento di molti procedimenti per crimini di guerra nazifascisti e garantì l’impunità agli italiani colpevoli di crimini di guerra in Africa, Iugoslavia ecc. Dopo sessant’anni è dunque possibile ripercorrere per la prima volta minuto per minuto l’itinerario di un evento, importante e spesso dimenticato, che ha contribuito a definire nel bene e nel male la fisionomia della Repubblica appena nata. (ir) Anno II / n. 6 3 giugno 2006 “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat edizione: STORIA E RICERCA Redattore esecutivo: Ilaria Rocchi Rukavina / Impaginazione: Annamaria Picco Collaboratori: Kristjan Knez, Carla Rotta e Roberto Palisca Foto: Zlatko Majnarić, Kristjan Knez e Graziella Tatalović