Madonna seduta col Bambino, Statua in maiolica policroma, prodotta a Pesaro o a Rimini, forse in una bottega di
Almerico di Ventura fra il 1487 e la fine del secolo. Esposta alla Mostra “Maioliche del primo Rinascimento tra Marche e
Romagna” presso la sala conferenze di Asset Banca di Dogana, la statua, alta 49 cm. «presenta la Madonna seduta su un
seggio formato da due grandi arcate a mezzo fra Gotico e Rinascimento, dipinto con un acceso e luminoso giallo ocra,
illeggiadrito da fiori tripetali azzurri. Ella tiene in braccio Gesù Bambino tutto nudo, con le gambine incrociate, che tiene in
mano un uccellino, secondo un'iconografia cara ai ceramisti, legata alla leggenda apocrifa che voleva il bambino intento a
plasmare in creta gli uccellini, a cui poi donava la vita. La madre, dal volto sereno in atteggiamento di offrire allo sguardo del
fedele il figlio divino, ha una veste verde su cui un bellissimo mantello azzurro, che copre anche il capo, scende nella schiena
a formare onde luminose. I capelli del bimbo a ricci riprendono l'acceso e brillante giallo ocra, mentre i tratti somatici di
entrambi sono resi con semplici linee blu.».(Giuliana Gardelli)
[email protected]
Collaboratori del 1° numero, anno 2010/2011
Mario Alvisi - Giorgio Betti - Andrea Biondi - Pietro Giovanni Biondi
Michela Cesarini - Eva Dulikova Frisoni - Franca Fabbri Marani
Roberto Fambrini - Giuliana Gardelli - Mauro Gardenghi
Mario Gori - Anna Graziosi Ripa - Mario Guaraldi - Anna Mariotti Biondi
Augusto Mengozzi - Elisabetta Padovani Tura - Lily Serpa Allison
Fabio Vergoni - Eberhard J. Wirfs
Progetto grafico e impaginazione
Anna Mariotti Biondi
Fotografie
Mario Alvisi
Vita di Club
Anno lionistico 2010 – 2011
Numero 1
Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta
SOMMARIO:
Incontri
Conferenze
Conviviali
Servizi
Viaggi
Curiosità
Novità
Ricordi
Arte
Musica
Poesia
Amicizia
Solidarietà
Mostre
Musei
Gastronomia
Posta
Attualità
Chiacchiere
Pensieri
Brevi
Lionismo
Anniversari
Ospiti
Atmosfere
Nostalgie
Progetti
4
5
6
10
11
12
15
21
22
24
26
28
31
La pagina del Presidente
Mondo Lions
Cultura d’estate
Italia che vai
Mondo Lions
Rimini Città
Viaggiando viaggiando
Mondo Lions
Curiosità alvisiane
Intermeeting
Inserto
33 Curiosità linguistiche
35 Mondo Arte
36
37 Cronache veterinarie
39 Saggio
44 Attualità&Giovani
48 Service
50 Rimini Città
52 Didattica&Infanzia
54 Intermeeting
57 Meeting
60 Operazione trentennale
63
Carissimi
Lettera ai Lions
Non solo notti rosa. 1. I venerdì di Scolca
2. Una mostra sospesa tra pittura e ricamo
3. Una sera di mezza estate
4 Sarsina tra sacro e profano
Bello come…
A gonfie vele… la solidarietà
Una luce sull’Adriatico
Barcelona: città europea
Incontro d’autunno a Jesi
Luoghi dell’anima
Le distintive genialità dell’orgoglio
riminese
La riminesità
Pensando alla lingua… a ritroso
Rosso in sottovoce
Valori tattili
Un cane per amico
Modello per una “sculptura picta”
La fenomenologia del nerd
Gregorio XII e Carlo Malatesta in un
manoscritto del Tonini
Giulio Cesare e il suggestum. Il modellino
di Ercole Drei
I sogni nel castello
La forza della concretezza al servizio della
comunità
Panorami autunnali
Amarcord… malatestiano
La prima festa degli auguri
LA PAGINA DEL PRESIDENTE
Carissimi,
Con queste poche righe voglio salutare i soci del club e gli amici della
rivista. Anche quest’anno Vita di Club uscirà con tre numeri a cui
cercheremo di dare una veste speciale per il trentennale. Sotto la mia
presidenza infatti celebreremo questa importante ricorrenza per il
club, essendo stato costituito il 30 giugno 1981 (data di
ufficializzazione nazionale ed internazionale).
Entriamo nell’anno del trentennale con un club che sta faticosamente,
ma con profitto cambiando pelle. Chi scrive infatti è una “giovane”
leva che è onorata di rappresentare il club in questa importante
ricorrenza. Sono un giovane socio che ha alle spalle cinque anni di
impegno diretto come tesoriere, anni in cui ho capito che quello di
presidente è un ruolo sì importante, ma che è soprattutto la sintesi di un consiglio direttivo. Non credo
che il presidente debba scindersi dal proprio consiglio, è bello pensare il contrario cioè che sia il consiglio
direttivo dell’anno a rappresentare il club. Il ruolo del presidente è certamente faticoso, sicuramente
impegnativo, ma se alle spalle ha un consiglio direttivo coinvolto, unito e disponibile, l’anno di
presidenza diventa entusiasmante e pieno di gratificazioni.
È chiaro che per il trentennale si è pensato a qualcosa che possa dare lustro al club: l’idea è di celebrarlo
con un importante concerto aperto alla città che possa rappresentare tutta l’associazione e il nostro club
in particolare, qualcosa di cui andare fieri. Non è una cosa facile organizzare un concerto e soprattutto
non è facile trovare le risorse, ma è un obiettivo che ci siamo posti e cercheremo di condurlo in porto.
Il programma di quest’anno è come sempre ricco di incontri e di iniziative: andremo a Talamello come
meeting unendo al tradizionale pranzo in centro una bella gita a Sant’Agata Feltria, onoreremo la
memoria di Enrico Alvisi con il tradizionale “premio Alvisi” e quella del nostro socio Vitale con il
premio musicale portato avanti dalla socia Eugenia, realizzeremo un service culturale patrocinando la
trascrizione e la pubblicazione dell’unico manoscritto inedito del Tonini che tratta di “tre papi e un
Malatesta”, inviteremo la dottoressa Olga Mattioli a raccontarci della “Ariminum” che ancora non
conosciamo e altri incontri di pari importanza.
Un altro evento importante su cui puntiamo molto e a cui tengo personalmente è la gita a Milano con la
visita al Centro Cani Guida di Limbiate. Molti soci sono nuovi e forse non conoscono la storia del club e
l’impegno sempre rivolto verso questo service nazionale. È importante ogni tanto rinfrescarci la memoria
e non c’è niente di meglio che un viaggio nel posto dove vengono addestrati i cani che tanto bene stanno
facendo. Seguendo un percorso di continuità ideale la nostra idea è di donare, come service principale, un
cane guida in onore di Chicco Gori dopo dieci anni da “Chicca”, il labrador color miele donato ad una
non vedente in occasione della scomparsa di mio padre. Anche questo desiderio è gravoso in termini di
risorse, ma amici Lions si sono già attivati a proposito. Vorrei proprio, in occasione della trentesima
charter, ricordare tramite questa donazione, la memoria di mio padre che molti hanno voluto onorare
proponendo la presidenza al sottoscritto. Il ricordo più bello e ricorrente di mio padre riguardo
all’associazione era il suo forte desiderio di partecipare, il convinto orgoglio dell’appartenenza, quasi
come un eterno innamoramento. Lo vedevo prepararsi per le serate dei meeting sempre con ampio
anticipo per non arrivare in ritardo, cosa peraltro credo mai successa…
È questo desiderio di stare insieme, di vivere il club con entusiasmo e coinvolgimento che vorrei
trasmettere ai soci e che mi piacerebbe constatare nelle nostre serate.
Il vostro presidente Mario Gori
4 Vita di Club n.1
MONDO LIONS
LETTERA AI LIONS
Così scrive Eberhard J. Wirfs, Presidente della Fondazione Lions Clubs International.
C
aro Lion,
sono certo che anche tu, come me, hai
seguito l’evoluzione della terribile
alluvione in Pakistan. Il mio cuore va ai 20
milioni di persone colpite da questa calamità.
Mentre il livello dell’acqua e il numero delle
vittime continuano a salire, i Lions sono
impegnati a prestare aiuto. I Lions hanno offerto
assistenza fin dal 22 luglio, il giorno in cui
l'alluvione è iniziata, e la LCIF sta offrendo
120.000 dollari per aiutare i Lions a offrire aiuti
alle loro comunità. È noto che il punto di forza
principale dei Lions Club è rappresentato dai
volontari, ovvero da te e da 1,35 milioni di altri
Lions in tutto il mondo. Dovunque emerga un
bisogno, vi è un Lions club vicino, pronto a
rispondere col cuore e con le braccia. In caso di
calamità siamo i primi ad offrire aiuto, e gli
ultimi ad andarsene. Mi ha commosso un video
creato dai Lions in Pakistan. Sebbene illustri gli
effetti del disastro, mostra anche la speranza: la
speranza di giorni migliori a venire. Questa
speranza esiste perché vi sono i Lions, che hanno
messo da parte i loro personali bisogni per
aiutare i propri vicini, offrendo le provviste e il
riparo necessari. Abbiamo ricevuto molte
richieste di informazioni da Lions che desiderano
sapere come possono aiutare. I Lions norvegesi
hanno donato 81.000 dollari, tre club nel
Distretto 201-W1 Australia hanno donato un
totale di 2.200 dollari e i Lions inglesi mi hanno
informato che stanno inviando fondi alla LCIF a
sostegno delle operazioni di soccorso. Si può
offrire speranza anche attraverso una donazione
designata alla LCIF destinata ai soccorsi in
Pakistan. Il nostro impegno ad offrire soccorsi a
lungo termine è molto solido, e Haiti è un
esempio di nostri aiuti ancora in corso. I Lions
di Haiti hanno svolto un ottimo lavoro vista la
vastità della devastazione e i problemi esistenti a
livello locale. Seicento famiglie haitiane avranno
case nuove grazie ad una iniziativa tra LCIF, i
Lions del MD 111 Germania, e HELP, una
organizzazione
non
governativa
(ONG)
internazionale. Questo è il primo di molti
progetti di ricostruzione che hanno ricevuto aiuti
attraverso la LCIF grazie alla generosa risposta
della famiglia internazionale dei Lions, in
seguito al devastante terremoto che ha colpito
Haiti. Grazie a tale progetto, le case verranno
costruite direttamente sul terreno appartenente
alla famiglia evitando, così, il disagio di un
ulteriore spostamento e potenziali vertenze sulla
proprietà. La costruzione di queste case è un
importante primo passo per ristabilire una vita
normale per le famiglie che hanno perso la loro
abitazione e tanto altro a seguito del
terremoto. Da Haiti al Pakistan, alla Cina al
Tennessee, i Lions e la nostra fondazione stanno
ricostruendo case e vite. I miei più cordiali saluti.
5 Vita di Club n.1
CULTURA D’ESTATE
NON SOLO NOTTI ROSA
A Rimini e dintorni…
1. I VENERDÌ DI SCOLCA
di FRANCA FABBRI MARANI
Vasari pièce n. 2
“[...] dietro a ogni risultato creativo ci sono una storia
individuale che merita di essere raccontata, un'emozione
che può essere condivisa, e tenacia, competenza, talento,
coraggio, la capacità ostinata di lavorare duro affrontando il
rischio costante di fallire. Sono qualità degne di essere
riconosciute. Valori da promuovere e da trasmettere.”
Annamaria Testa, La trama lucente, ed. Rizzoli
il secondo anno che Don Renzo Rossi,
abate parroco della chiesa di S. Maria
Annunziata Nuova di Scolca, propone "I
venerdì di Scolca", iniziativa volta a far rivivere
tempi, situazioni, pensieri, personaggi che in
altre epoche hanno animato questi luoghi che da
sempre, come conferma il toponimo "Paradiso",
hanno parlato all’uomo di sacralità. Quest’anno
l’attenzione si accentra sulla bellissima tavola di
Giorgio Vasari che si trova in fondo all’abside,
raffigurante, come dice lo stesso autore, "la
storia di quando i Magi vengono d’Oriente ad
offerire et adorare il Nostro Signore Gesù
Cristo". Si tratta di una grande tavola (m.3,40 x
2,50) a olio "capolavoro di smagliante bellezza,
uno dei raggiungimenti più alti della maturità
del Vasari pittore, oltre che un efficace
manifesto della maturità del Manierismo
italiano, per la raffinatezza dei colori, per
l’inesausta ricerca di eleganze formali e
decorative ...caratterizzata da un’atmosfera
esotica e quasi magica che trova il suo elemento
unificante nello splendido gruppo divino,
perfettamente centrale e come illuminato da una
luce diffusa che schiarisce tutto il primo piano.
Attorno a quel gruppo si agita un mondo
cosmopolita ...in cui si mescolano uomini e
animali." (L. Liuzzi. P. A. Pasini, "Giorgio
Vasari a Scolca" ).
Annalisa Ciacci, la regista, un giorno, a Scolca
È
ha sentito riecheggiare nell’animo le note
ammalianti della musica di Jordi Savall ascoltata
ed interiorizzata tempo prima e sull’onda delle
note di questa musica, ha visto staccarsi dal
grande dipinto, posto nell’abside dietro l’altare
settecentesco, la dolcissima figura di Maria che è
scesa con armonica compostezza nella navata
incontro ai fedeli da lei amati e protetti. Poi
anche la folla dei personaggi circostanti,
fortemente connotati nei loro ruoli e funzioni, ha
preso vita, a movimentare e attualizzare questo
momento straordinario in cui la madre presenta e
'offre' il figlio al mondo. È sull’universalità e
sull’attualità di questo messaggio, sempre
identico e sempre nuovo attraverso i secoli, che
s’incentra l’azione scenica scaturita da quella
primaria emozione-visione di Annalisa. Nel
lavoro musica e azione, passato e presente si
intrecciano e si fondono in maniera armoniosa
senza soluzione di continuità a creare un
continuo susseguirsi di quadri e suggestioni.
Armonie e dissonanze di musiche, gesti, colori,
luci, fusi in un gioco d’intenso impatto emotivo,
attirano lo spettatore dentro l’azione in un
percorso che è insieme fortemente unitario nel
progetto e nettamente connotato e diversificato
nei vari momenti. Gli stacchi voluti, che
potrebbero
al
primo
impatto
creare
6 Vita di Club n.1
disorientamento, si ricompongono e si
riarmonizzano immediatamente attraverso la
magica azione unificante della musica a creare
una ricaduta forte e coinvolgente di fascinosa
meraviglia.
Rivive,
attualizzandosi
e
trasformandosi continuamente il mondo del
Vasari che, sui gradini ai piedi del portico,
seduto leggermente di sbieco come si è
autoritratto nel dipinto, condivide e giudica (!?)
lo snodarsi dell’azione articolata in due
momenti: la prima, all’esterno, animata dai
personaggi che nel dipinto si accalcano a fare da
cornice all’evento; la seconda, all’interno della
chiesa abbaziale, dove prendono vita i principali
protagonisti dell’episodio narrato. Sul sagrato
della chiesa, sotto il vigile occhio del Vasari, i
personaggi
complementari
danno vita a un susseguirsi di
quadri
animati
in
una
passeggiata
rinascimentale
nella quale ognuno viene
coinvolto
seguendo
le
istruzioni del passo. Sotto il
portico le levatrici hanno
abbandonato il dipinto per
partecipare alla coralità gioiosa
dell’evento da loro espressa
con movenze di danza
contemporanea. Due figure
allegoriche, l’una addossata a
una colonna in abito giallo,
l’altra che si staglia contro la
facciata della chiesa in abito
rosso, ci ricordano il primato
della religiosità olivetana e il
potere temporale. Si muovono
accennando passi di danza, per
ricongiungersi con le altre
figure
come
a
voler
gradualmente ricomporre la
compattezza del gruppo. Dal
portale della chiesa, quasi una
oscura
grande
bocca
spalancata,
esce
improvvisamente, in modo
irruente e con ritmo incalzante, il folto gruppo
dei musici che variamente si compongono e si
scompongono in una sorta di gioco-danza, che
continua con l’uscita vorticosa di una schiera di
bambini che si insinua tra gli adulti creando una
nota di sorridente leggerezza e freschezza. È il
momento in cui l'azione si sposta dall’esterno
all’interno: i personaggi iniziano ad avanzare con
passo cadenzato, a seguire il ritmo della musica,
per entrare in chiesa. Come rendere la presenza
degli animali, esotici e non, in questo universo
affollato e pittoresco ideato dal Vasari? La scelta
è stata quella di utilizzare un flusso sonoro che,
attraversando lo spettatore mentre entra nella
chiesa, lo guidi a una dimensione altra. E ad
accoglierlo c’è un buio intenso e compatto
squarciato in un angolo da una bianca isola
illuminata da vivida luce a contrastare il buio
della notte: dalla calda e raffinata cromia si passa
al linguaggio essenziale del contrasto del bianco
e del nero. Le luminose bianche figure sono
immobili, rivestite di fierezza e dignità, la
dignità serena che proviene dalla certezza della
fede e dell'amore di Dio, che si concretizza in
questo momento della storia della salvezza,
messaggio universale in ogni
epoca e in ogni tempo. Il momento
solenne è sottolineato dal suono
struggente del violoncello, subito
seguito da quello possente
dell’organo che esegue il leitmotiv
della musica di Savall prima in
chiave moderna, quindi con
passaggio graduale in chiave
rinascimentale.
Da
questo
momento la musica diventa
protagonista nell’alternarsi del
suono degli archi e del clarino, cui
si aggiunge la suggestione di una
limpida voce, che canta secondo i
ritmi e gli schemi della musica
antica.
Durante
l’esecuzione
musicale
la
luce
cresce
gradualmente fino a illuminare in
modo diffuso e totalizzante il
dipinto sullo sfondo accentrando
l’attenzione sulla dolce immagine
della Vergine, nel rispetto di
quanto scritto dal Vasari stesso: "la
Vergine sembra collocata a modo
di attrarre a sé l’interesse maggiore
degli Ammiratori". Ella, in piedi
davanti
all’altare,
recita
il
Magnificat, la mirabile preghiera
di ringraziamento a Dio per essere stata prescelta
quale madre di Gesù e a contrappunto il gruppo
dei fedeli vestiti di bianco recita salmodiando la
preghiera di lode "Ave Maris Stella". Si torna
alla cromia con l’oro, l’azzurro e il rosso
dell’abito della Vergine cui si aggiungono via
via arricchimenti cromatici, ricchezza di tessuti e
ricami, preziosità di oro, smalti e gemme
attraverso l’entrata dei vari personaggi che piano
7 Vita di Club n.1
piano vanno a comporre il gruppo centrale del
quadro. Per primo avanza, sulle note di una
ninna nanna sefardita, il Re Magio nero paludato
in ricchissime vesti a portare il suo dono
racchiuso in un incensiere di raffinata preziosità.
Giuseppe, modestamente abbigliato, entra in
scena accompagnato dal suono del violoncello e
sulle note del contrabbasso il Magio dall’elmo
finemente cesellato procede portando in dono
un’anfora d’oro di pregiata fattura. Infine,
avanza dal fondo, imponente nell’incedere
cadenzato, maestoso e solenne sulle note della
"Paduana del Re", avvolto nel ricco manto rosso
bordato di pelliccia, il Magio anziano recando in
dono un cofanetto di mirra. Sull’eco di "Audi
coelum" e delle evocative note di Savall, scende
la Vergine sedendosi al centro della scena.
L’arrivo del bambino, portato dalle levatrici,
conclude il quadro che viene a ricalcare la
grandiosa composizione del dipinto: tutti i
protagonisti e i comprimari, ammassandosi come
nel fitto schema compositivo ideato dal Vasari,
contemplano con commosso stupore e trepida
gioia lo straordinario evento che reca in sé il
sigillo dell’infinito amore di Dio e che,
realizzatosi in tempi lontani, torna vivo e
continuamente presente nel palpito della nostra
fede.
Da una conversazione con Annalisa Ciacci.
Intelletto d’amore
N
el secondo venerdì, 6 agosto, la proposta
s’intitola “Intelletto d’amore. Musica e
Parola con la Cappella Strumentale di
Scolca”. I motivi ispiratori: bellezza – arte –
cultura – spiritualità si traducono questa volta
non in una articolata rappresentazione, modulata
secondo le varie tecniche espressive, ma
nell’esecuzione di brani musicali e poetici a
ritmo alterno legati dal “fil rouge” dell’Amore,
cantato in ogni epoca con passione ed intensità,
in quanto sentimento forte e trasfigurante che
scaturisce da un incontro magico e sorprendente.
È l’incontro con una persona “unica”, di cui
riusciamo noi soli a vedere il noumeno
(νούμενον) al di là del fenomeno (ϕαινόμενον)
secondo il concetto del mondo greco, una
percezione che fa apparire bellissima ed unica,
intensamente desiderata, la persona che incrocia
il nostro cammino e fa sì che la si continui a
vedere tale anche quando la bellezza esteriore
sfiorisce e l’aspetto cambia, perché continuiamo
a guardarla con occhi che sanno vedere, al di là
dell’apparenza, l’essenza, che permane immutata
ed immutabile. È da un accadimento avvenuto
proprio nell’antica Ellade che trae spunto la
proposta di questa sera. Nella casa del poeta
Agatone nel 416 a. C. si svolge un banchetto per
festeggiare il successo del padrone di casa in un
agone tragico. Trent’anni più tardi Platone ci
narra la vicenda nel suo Simposio1; uno degli
1
Il simposio, momento conclusivo del banchetto, nel
mondo classico era il momento privilegiato per discutere e
filosofeggiare su un argomento scelto da uno dei
partecipanti
(συμπόσιον da σύν = insieme e πίνειν =
invitati propone come tema di discussione
“Amore” ed immagina che gli ospiti
intervengano in vario modo nell’agone a seconda
del loro sentire, della loro cultura e della loro
professione. La dissertazione si snoda sotto la
guida sapiente di Socrate che con la sua
maieutica2 porta i commensali ad individuare
nell’Amore il “Bene ideale, il Bello in sé,
immutabile ed imperituro”. In questo venerdì i
linguaggi scelti per parlare dell’Amore sono due:
quello musicale e quello poetico che si
succedono a cadenza e si compenetrano in modo
armonico, seppur molto vario, riuscendo a creare
nell’ascoltatore una specie di fascinoso
incantamento. Nel silenzio raccolto della
bellissima chiesa di S. Maria Nuova Annunziata
in Scolca, voluta da Carlo Malatesta in un’epoca
in cui l’Umanesimo recuperava tra i vari ideali
bere). A volte si ascoltavano invece poesie o canti
conviviali.
2
Termine che originariamente fa riferimento alla tecnica
della levatrice e, successivamente, nella filosofia socratica
indica un metodo d’indagine filosofica consistente
nell’interrogare e provocare l’interlocutore in modo da far
scaturire da lui la verità che si sta cercando e che si
nasconde nel suo spirito.
8 Vita di Club n.1
classici il tema dell’amore nell’ambito della
filosofia neoplatonica, l’ascoltatore è stato
trascinato in una specie di estatico ascolto che lo
portava ad attingere, come percezione
inespressa, ma intensa e quasi palpabile,
all’espressione più alta e totalizzante dell’Amore
stesso: Dio, amore incommensurabile, che
assomma in sé, riscattandole, tutte le forme della
finitezza dell’amore umano. Gli ascoltatori si
sono sentiti quasi trasportare in un anticipo di
Paradiso, dimensione ineffabile, ed il prolungato
silenzio che ha preceduto l’interminabile
battimani finale è stato espressione eloquente di
questo modo di sentire dei presenti.
Musica e poesia: i linguaggi che scaturiscono
dalla parte più profonda e meno razionale delle
nostre facoltà; in esse il sentire prevale sul
ragionare, ma forse proprio per questo riesce a
far attingere alla comprensione più profonda ed
autentica del mondo che ci circonda, del creato,
in una sorta di comunione priva di filtro e
mediazione. I brani musicali, coinvolgenti e
suggestivi, scelti con acume e sensibilità, sono
stati eseguiti con grande maestria dalla Cappella
Strumentale di Scolca, che vede Caterina
Boldrini3 al violino, il prof. Mattia Guerra4 al
pianoforte, David Palazzo al violoncello, il prof.
Giulio Pinchi al contrabbasso, Alessandra
Rinaldini alla viola ed Ivan Tiraferri al violino.
È un complesso di giovani musicisti nato
nell’estate del 2009 dal connubio tra l’idea di tre
giovani e l’infaticabile opera di don Renzo che,
fedele al suo motto “Riappropriamoci della
tradizione”, non cessa di promuovere iniziative
atte ad attirare i Riminesi sul Colle Paradiso non
per futili e dispersive evasioni, ma per momenti
di straordinario arricchimento culturale e
spirituale che ci richiamino alla nostra storia, alla
trama, tessuta instancabilmente dai nostri
antenati, in cui noi viviamo, come dice Rilke.
Già avevamo avuto modo di lasciarci
emozionare dalla bella musica della Cappella nel
Concerto di Natale e, più tardi, la domenica del
21 marzo 2009, 325° “compleanno” di Bach,
durante la cosiddetta “maratona Bach” (dodici
ore consecutive di musica di Bach, audace follia
originale ed innovativa che si è trasformata in
straordinario successo) con vero godimento per
lo spirito. Anche questa volta l’attesa non è stata
delusa e la Cappella di Scolca ha saputo
nuovamente sorprenderci per la perfezione
dell’esecuzione e la capacità di commuovere ed
emozionare il pubblico. Durante le pause tra i
brani musicali bravissimi attori dalla bella voce
modulata nei toni ora caldi, ora suadenti, ora
vivaci, ora intensi, ora dolenti (Marco
Bianchini, Nadia Magnani, Emanuela Neri,
Antonio Vanzolini) ci hanno regalato il fascino
della parola recitando poesie che spaziavano da
Dante a Montale, da Leopardi a Saba senza
trascurare il mito greco e la poesia del bardo
gaelico. La magia della parola scandita,
sussurrata, accentuata, melodiosa, ironica,
ammaliante ha fatto risuonare dentro di noi l’eco
della molteplicità dei modi d’amare attraverso
tempi e luoghi tanto lontani e diversi, in un
modularsi delle infinite sfaccettature dell’amore
che appartiene allo stesso nostro modo di amare,
che tante pieghe, tante variazioni, tanti
mutamenti
conosce,
eterno
sentimento
incantatore, sempre uguale e sempre diverso,
capace di innalzare l’uomo alle vette più sublimi
e sprofondarlo nello sconforto più profondo.
“In questa città non ci sono solo notti rosa” – ci
dice al termine dell’esibizione don Renzo,
instancabile nel ripetere questo motto che,
insieme alla volontà di recupero della tradizione,
è all’origine delle sue tante iniziative che fanno
salire al Covignano (Collis Vinearum, il colle
delle viti) uno straordinario numero di persone
affamate di cultura, pensieri, musiche ed
emozioni che alimentino in loro la parte migliore
e appaghino le esigenze più profonde del loro
animo. Anche stavolta a Scolca la notte non è
stata rosa, ma una notte di luce che irradiava
bellezza,
dolcezza,
sentimento,
cultura,
emozione, spiritualità.
3
Deliziosa l’espressione della giovanissima Caterina che,
quando porta il suo violino, dice di portare “le sue ali”.
4
Mattia Guerra e Caterina Boldrini sono stati premiati col
Premio Vitale dal ns. Lions Club Rimini Malatesta.
9 Vita di Club n.1
2. UNA MOSTRA SOSPESA TRA PITTURA E RICAMO
A Talamello nel Museo Gualtieri “pittura ad ago e ricamo a pennello”
di ANNA GRAZIOSI RIPA
S
abato 7 agosto, nel Museo Gualtieri di
Talamello, ora appartenente al Polo
Museale Riminese, è stata inaugurata
una piccola mostra, preziosa e veramente
particolare, che si potrebbe intitolare "pittura
ad ago e ricamo a pennello". Esiste infatti,
nelle vaste e poco conosciute letterature sul
merletto e sul ricamo, un genere di
straordinaria suggestione che viene definito
appunto "pittura ad ago" dove forme, luci e
colori creano immagini di rara bellezza con
effetto veramente pittorico; ora accanto a
questo si colloca un genere pittorico, non inedito
ma certamente raro, che possiamo chiamare
"ricamo a pennello" in cui Fernando Gualtieri
eccelle. Il pittore, di famiglia romagnola nato in
Francia dove vive per buona parte dell'anno, non
si può certo definire con brevi parole - ben altro
meritano infatti la sua straordinaria personalità, il
ricchissimo corpus delle sue opere, la vastissima
fama, ma è necessario tracciare un breve profilo
per comprendere a pieno l’originalità di questa
mostra speciale - che non è l’esposizione di
opere di Gualtieri, o almeno non è soltanto
questo. La poetica dell’artista può essere definita
con chiarezza dalle sue stesse parole "non
desidero deformare la natura, perfetta anche
nelle sue imperfezioni; non voglio neanche
copiarla servilmente, voglio semplicemente
ricercare un mondo diverso, illuminato dal sole,
a modo mio". Consapevole del suo talento,
sostenuto dalla fondamentale presenza della
moglie Yvette, "anima" della sua vita e della sua
pittura, orgogliosamente autodidatta, l’artista usa
le sue straordinarie abilità pittoriche con
inesausta passione. Gualtieri pratica generi
tradizionali: il paesaggio, il ritratto e la natura
morta anche in dimensioni grandiose ma con
attenzione minuziosa anche ai dettagli più
minuti. Fiori, frutti, animali, cristalli, tessuti,
merletti e ricami ne mettono in luce l’abilità
straordinaria. Le trasparenze luminose dei
cristalli, le superfici dei legni e dei marmi sono
resi con una capacità veramente sorprendente,
degna della più alta pittura antica. Ma dove
l’abilità tecnica e la sua profonda sensibilità
pittorica raggiungono il punto più alto è nell’uso
dei tessuti, dei merletti e dei ricami; lino, lana,
seta e cotone vibrano nelle trame, i merletti e i
ricami mostrano ogni punto e ogni segreto;
palpitano morbidi i velluti, scintillano le sete
cangianti, si snodano sulle tele i decori ad ago
con effetti plastici mirabili. Anche le pellicce
muschiate degli animali trasmettono il tepore ed
il piacere tattile attraverso gli occhi dello
spettatore; tutto è vivo, caldo e luminoso, è
appunto "lo splendore del reale". Yvette
Gualtieri sintetizza l’opera del marito, alla quale
porta un contributo fondamentale con il suo
amore e la sua dedizione, in un distillato
prezioso di "maturazione, riflessione, solitudine,
passione, sofferenza, gioia, pazienza". In questa
cornice splendente, fra i quadri che il pittore ha
donato a Talamello, amato paese natale della
madre e della nonna, l’associazione "Rimini
ricama" espone, in suggestivi allestimenti, ricami
e merletti di raffinate fattezze, tele stampate,
oggetti d’epoca, cristalli e porcellane, in alcuni
casi proprio gli originali che il pittore ha usato
per le sue nature morte. Le composizioni reali si
confrontano con quelle dipinte e vi si
rispecchiano per magia in un continuo rimando
di luminosa bellezza. Anche l’arte del merletto,
del tessuto e del ricamo ha radici antiche ma
l’intrinseca delicatezza di questi materiali e la
loro fragilità hanno permesso loro di giungere
fino a noi in casi particolari (come non ricordare
a questo proposito l’importanza del rinvenimento
dei tessuti villanoviani di Verucchio e il loro
straordinario stato di conservazione), ma la
pittura e la scultura hanno conservato una
documentazione ricca e preziosa che, colmando
10 Vita di Club n.1
le lacune, ci fornisce strumenti che mettono gli
studiosi nella condizione di far luce sulla storia
affascinante di questi prodotti. Questa storia
tuttavia ha avuto momenti oscuri e di oblio
profondo, ma gli ultimi decenni hanno portato la
gioia di una nuova, straordinaria e sorprendente
fioritura, anche nel nostro territorio e nella nostra
città, di scuole, associazioni, studi e ricerche
relative a questi preziosi manufatti. Il ricamo, il
merletto e il tessuto, infatti, non sono solo
tecnica ed abilità manuale ma cultura, sensibilità,
gusto e passione. Sono un filo sottile ma tenace
che lega le generazioni con uno straordinario
potere evocativo che intesse una trama raffinata
di sentimenti, amicizie e solidarietà, ed anche la
gioia di operare per gli altri e dar vita alla
bellezza. "Rimini ricama" è un esempio di tutto
questo e la manifestazione di Talamello è un
segno della sua vitalità ed è già in preparazione,
a Rimini dal 2 al 10 ottobre, una mostra di
merletti e ricami prodotti dall’associazione.
All’inaugurazione della mostra c’erano il sole
splendente e la bellezza della Valmarecchia, il
pittore Gualtieri e la moglie Yvette, le autorità
(tra cui l’assessore alla Cultura Nicoletta
Balducci e il direttore del Museo di Rimini
Pierluigi
Foschi)
e
tanti
amici.
La
manifestazione, seppur brevissima (durata fino al
10 agosto) ha avuto un grande successo.
3. UNA SERA DI MEZZA ESTATE
A Torriana tra musica e bel canto.
di ANNA MARIOTTI BIONDI
S
chivando fortunosamente i temporali di
un’estate climaticamente ballerina, il Club
ha trascorso una piacevolissima serata a
Torriana, una delle imprendibili roccaforti
abbarbicate sugli scogli di roccia tipici della
Valmarecchia, che hanno visto gli splendori
della Signoria dei Malatesta e le aspre battaglie
con gli eserciti del Montefeltro. La rocca aveva
un ruolo strategico importante essendo posta a
guardia dell’antica Via Maior, che, risalendo la
Valmarecchia, rappresentava il collegamento
principale con il Montefeltro e con la Toscana. Il
suo nome antico era “Scorticata”, sinonimo
dell’asprezza di un luogo che un tempo doveva
essere più spoglio di quello che appare oggi.
Come ogni castello che si rispetti ha la sua
leggenda tenebrosa; nei sotterranei della fortezza
di Torriana si favoleggia sia stato ucciso
Gianciotto Malatesta che a vita spense sua
moglie Francesca e suo fratello Paolo e per
questo destinato ad un soggiorno eterno nel nono
cerchio dell’inferno dove sono puniti i traditori
dei congiunti (“Caina attende chi a vita ci
spense”, If. V, 107). Dopo i Malatesti il castello
passò anche per le mani di altre grandi casate
come i Borgia e i Medici. Tanta storia ci
circonda dunque e anche un panorama stupendo;
dal giardino del ristorante Villa Chandon si
domina un territorio immenso che, punteggiato
dalle luci dei centri abitati, al calar della notte
sembra un manto stellato dolcemente posato sui
colli fino al mare. La musica ha preparato la
calda atmosfera che caratterizza poi la cena e la
conversazione; un quartetto d’archi ha eseguito
abilmente musiche d’effetto e due potenti
soprano hanno conquistato tutti con il fascino del
loro bel canto. Ospite d’onore il cavalier Andrea
Martino, presidente del Centro Addestramento
Cani Guida per ciechi di Limbiate, che si è
complimentato con il club e con l’officer
distrettuale per il service cani guida perché il
loro impegno, congiunto con quello di tanti club
del Distretto 108 A, ha permesso che il Distretto
fosse quest’anno al primo posto nelle donazioni
al Centro di Limbiate sui diciassette Distretti
italiani. All’officer Pietro Giovanni Biondi la
nomina di socio onorario del Centro, al lions
Antonio Battistini, protagonista del concerto che
ha consentito la raccolta di fondi, una targa per
attestare la sua benemerenza.
11 Vita di Club n.1
4. SARSINA TRA SACRO E PROFANO
Non si può andare a Sarsina senza una visita alla Cattedrale di San Vicinio per la
benedizione e l’imposizione del collare contro le infermità del corpo e della mente
sempre più incombenti con gli anni. Oltre alla bellezza dell’imponente edificio
romanico a pianta basilicale, risalente al X-XI secolo, affascina la storia del santo
raccontata in un manoscritto anonimo del XII secolo, conservato alla biblioteca
Gambalunga di Rimini, denominato “Lectionarium”, quasi sicuramente la
trascrizione di precedenti scritti sulla vita di san Vicinio, databili
almeno al secolo precedente. Ebbene già molto vivi oltre mille
anni prima, la devozione ed il culto resistono ancora sette secoli
dopo la morte del santo.
All’Arena plautina di Sarsina il 13 agosto 2010 va in scena la
catartica tragedia “Medea” di Euripide interpretata da Pamela
Villoresi e David Sebasti e diretta da Maurizio Panici, che così
la commenta: “una storia tremenda che le cronache recenti continuano a raccontarci
suscitando orrore per un atto così orribile: ancora una volta la lezione dei classici ci fa
riflettere sul nostro essere uomini di questo tempo, con l’immutata fragilità di sempre, e ci
invita a partecipare al percorso doloroso della protagonista, percorrendo con lei tutta la
gamma delle passioni e l’orrore per un gesto così tremendo e definitivo”.
“ECCO MEDEA…. ECCO LA SVENTURA DI UNA DONNA”
Medea: Su, dunque, armati, o cuor. Ché indugi? è vile
non far ciò che bisogna, anche se orribile.
Su, sciagurata mano mia, la spada,
stringi la spada, e muovi a questo truce
termin di vita, non esser codarda,
né dei figli pensar che d’ogni cosa
ti son più cari, e che li desti a luce.
Questo sol giorno i figli tuoi dimentica,
e poscia piangi. Anche se tu li uccidi,
cari sono essi, e sciagurata io sono.
di FRANCA FABBRI MARANI
N
el buio della notte un’esile figura
fasciata in un abito rosso fuoco,
mobile e sfuggente come una
fiamma, si aggira incessantemente e
tormentatamente in un paesaggio lunare, landa
sterile, terra desolata, cratere senza vita, un’isola
separata dal resto del mondo. È come una gabbia
che la chiude e la costringe, dentro cui si muove
con gesti convulsi e disarticolati, mentre la voce
con tragici accenti racconta una storia di
tradimenti, abbandono, delusione, dignità ferita,
disperazione, amore e morte. Nessun elemento
scenografico deve distogliere l’attenzione dello
spettatore da questa intensa figura di donna:
l’antica Medea che si fa donna di oggi e di ogni
tempo nel conflitto di sentimenti, di passioni
esasperate che porteranno a conseguenze
estreme, ad una tragedia immane. Medea è una
figura tragica per eccellenza: in lei si agitano,
tumultuosi e contrastanti, molteplici moti del
cuore: un amore totalizzante che le ha fatto
rinnegare patria e parenti, una emarginazione
desolata di donna diversa (straniera in terra
straniera – maga sapiente), il deserto
dell’abbandono e della perdita, il furore
dissennato di una gelosia sfrenata, lo smisurato
orgoglio della dignità ferita, il desiderio
insaziabile di vendetta, una vendetta esemplare,
che non arretra neppure di fronte al delitto più
atroce: l’uccisione dei figli. Giasone, dopo
l’impresa degli Argonauti1, ripara a Corinto con
1
Giasone con gli Argonauti (55 tra i più insigni eroi greci)
con l’aiuto di Medea, nella Colchide, era riuscito
12 Vita di Club n.1
la moglie Medea e i due figli. Qui, allettato dalla
proposta di Creonte, re della città, si fidanza con
Glauce, figlia del re. Mentre fervono i
preparativi per le nozze, Medea, condannata
all’esilio coi figli, medita vendetta. Con abili
parole riesce ad ottenere da Creonte di poter
restare ancora un giorno nella città e durante
questo giorno realizza il suo piano. Fingendosi
riconoscente per la concessione, invia in dono
alla sposa, in segno di ringraziamento, una veste
ed una corona d’oro, che però con le sue arti
magiche ha intriso di veleno. Glauce, appena la
indossa, muore in modo straziante e la stessa
sorte tocca al padre Creonte non appena la tocca
quando cerca di liberarla dalla veste. Ma la
vendetta non è ancora compiuta: ora bisogna
punire il traditore, colui che le ha tolto il suo
amore per realizzare il suo progetto ambizioso,
quel Giasone nelle cui parole non ha trovato
segno di dolore, rimorso, parvenza d’amore.
Medea decide di farlo nel modo più atroce:
uccidere i figli per condannare il fedifrago
all’infelicità perpetua, ad un lutto senza fine.
Compiuta la vendetta, fugge su un carro tirato da
serpenti alati ad Atene, dal re Egeo, da cui
precedentemente con l’astuzia si era fatta
garantire
diritto
d’asilo.
Immortale
e
modernissimo Euripide. Questo poeta tragico
greco, nato a Salamina2 nel V sec. a. C., ci
racconta
una storia di oggi, una storia
attualissima che ai nostri giorni spesso, troppo
spesso, leggiamo sulle pagine dei quotidiani:
madri e padri Medea che, dopo l’abbandono e la
separazione, uccidono i figli innocenti, frutto di
un amore finito. Immortale e modernissimo
Euripide. Nei suoi versi il mito si sgretola, si
dissolve, la presenza e l’intervento degli dei
perdono significato, il protagonista passa dal
piano eroico a quello umano; proprio in questa
umanità sofferta il grande tragico scava per
analizzare i moti dell’animo svelandone le
pieghe più recondite e segrete. Un’antica
affermazione fatta risalire ad Aristotele sui tre
maggiori tragici greci recita: «Eschilo ha messo
in scena eroi, Sofocle ha rappresentato gli
uomini non come sono, ma quali dovrebbero
essere, Euripide infine rappresenta gli uomini
nell’impresa affidatagli dal re Pelia di impadronirsi del
vello d’oro, vincendo il drago che lo custodiva.
2
Una curiosità: Euripide nacque nel 484 a. C., ma qualche
fonte antica sposta la data al 480, il giorno della famosa
battaglia di Salamina, per raggruppare la vita dei tre tragici
intorno a questa vittoria: Euripide venuto alla luce, Eschilo
partecipante alla battaglia, Sofocle capo del coro per
ringraziare Apollo della vittoria.
quali realmente sono». Come scrive il mio
indimenticato professore Carlo Del Grande, nel
suo “Filologia minore”, Euripide «mira il più
possibile a distaccare l’uomo dalla sagoma
eroica cui si era applicato… In altri termini, il
mito è visto attraverso lo schermo della vita
attuale e fatto aderire, nei limiti possibili, a
condizioni comuni, controllabili.». Nelle tragedie
euripidee il personaggio mitico ed eroico è un
pretesto per rappresentare drammi e sentimenti
dei comuni mortali, indagati e sottolineati anche
mediante ampi brani corali, eseguiti da un coro
dimesso, quasi popolare. Per narrare la vicenda
di Medea e Giasone, Euripide rigetta tutti gli
elementi favolosi tranne che nel finale, quando il
dramma umano si è concluso e l’azione non ha
più alcun interesse per lo spettatore.
Immortale e modernissimo Euripide: il rapporto
uomo-divinità nel vincolo dei tre momenti
canonici: ‘ύβρις (insuperbirsi dell’uomo) –
φθόνος θεω̃ν (invidia gelosa degli dei) καθάρσις (pentimento e rinsavimento dell’uomo)
viene dimenticato; resta solo l’uomo nella sua
nuda e sofferta umanità, nei suoi freudiani
drammi e conflitti. Dal mito alla vicenda umana,
dagli dei alla persona, dall’eroe all’uomo. Come
si è detto, questo autore vissuto nel V sec. a. C. è
di una sorprendente e sconcertante modernità,
anche perché, in un mondo come quello greco
tanto aperto in ogni campo dello scibile quanto
chiuso nei confronti del ruolo della donna nella
società (emblematico esempio Penelope, relegata
nel suo gineceo a filare e tessere), ha scelto come
protagonista delle sue tragedie tante figure
femminili da indagare: Alcesti, Fedra,
Andromaca, Ecuba, Elettra, Ifigenia si
affiancano a Medea nel vivere fino in fondo il
proprio dramma personale che Euripide analizza
e rappresenta con acuta finezza psicologica. In
un’interpretazione intensissima, in chiave più
moderna rispetto a quelle che siamo soliti
vedere, Pamela Villoresi si fa autentica Medea,
donna atipica e sconvolgente, che per la prima
volta mette in discussione il rapporto tra uomo e
donna rivendicando per sé pari dignità ed
uscendo vincitrice (a quale prezzo!) nel conflitto.
Conflitto con Giasone che è soprattutto conflitto
con se stessa, in un contrasto di sentimenti in cui
l’orgoglio e la volontà di rivalsa e riscatto della
propria dignità si scontrano e gradualmente
prevalgono sull’intensità dell’amore più grande:
quello per le creature che ha generato. Nel
perseguire con testarda determinazione la rovina
di Giasone, Medea colpisce con pari dolore e
13 Vita di Club n.1
rovina se stessa, ma non arretra, in un crescendo
ineluttabile di passioni non controllate: non è la
follia dell’Aiace sofocleo, burattino nelle mani di
Atena, che lo porta là dove lei vuole, ma la
lucida follia cui perviene l’essere umano
attraverso i tormenti dell’animo, i dubbi, i
conflitti, gli interrogativi, le contrastanti
valutazioni, i dilemmi, in sostanza la sua
fragilità, che , non accettata, si trasforma in
ribellione, volontà di ribaltamento, volontà di
potenza, volontà d’azione. Il conflitto che nella
tragedia classica solitamente veniva proposto tra
due personaggi (Oreste e Clitennestra, Creonte
ed Antigone), in “Medea” viene assolto
all’interno del personaggio, nella sua mente e nel
suo animo; questo la Villoresi comunica con
intensa autenticità e drammaticità in una
interpretazione asciutta e incisiva dove ogni
parola pare un proiettile scagliato nell’animo
dello spettatore in modo violento e ineludibile. È
un dissidio terribile che viene comunicato non
solo coi tragici accenti, ma col coinvolgimento di
tutta la persona rosso-fuoco; in quell’incedere
senza posa, in quell’incessante muoversi senza
scampo dentro il cerchio desolato che la isola da
tutto e da tutti, dove solo a Giasone è dato
entrare, per meglio evidenziare, nel contrasto
delle parole, in un dialogo tra non udenti, la sua
alterità, il suo calcolo, il suo meschino egoismo.
In tal modo la figura di Medea grandeggia ancor
di più nel confronto con la pochezza dell’uomo,
dell’eroe non eroe. David Sebasti è un Giasone
del tutto credibile: freddo, misurato, insensibile e
sottilmente crudele, rende perfettamente la figura
di questo eroe apparente, uomo egoista e
calcolatore, che vede nell’amore solo un mezzo
per la conquista di qualche suo vantaggio e che
vuole confondere le acque trovandosi infinite
giustificazioni attraverso l’abilità oratoria. I
personaggi complementari della nutrice e del
pedagogo accompagnano l’evolversi del dramma
con accenti cadenzati, quasi inesorabili, l’una in
modo più dolente e partecipe, l’altro in modo più
distaccato e impersonale. La prima corifea, che
da sola assolve le funzioni del coro, ha il ruolo di
sottolineare l’azione e lo fa in modo non aulico,
tendenzialmente dimesso e sodale con Medea,
sollevandosi a toni più elevati solo quando
evidenzia gli aspetti gnomici nei punti salienti
del dramma. La scelta di non far comparire sulla
scena i figli è originale, ma in linea con l’intento
di Euripide che li aveva pensati continuamente
presenti, ma sempre muti; qui si è voluto
sottolineare ulteriormente questo aspetto di
presenza-assenza portandolo ad una presenza del
tutto non visibile, al fine di comunicare in modo
più sottilmente inquietante il senso di catastrofe
incombente, di tragica ineluttabilità della loro
sorte. Compare, in questa tragedia, il contrasto
tra νόμος e φύσις su cui allora i filosofi
variamente discutevano: per il νόμος (la legge
politica sancita dal popolo) la famiglia (γένος) è
legittima solo se la sposa è greca, mentre la
φύσις (legge di Natura) rivendica il naturale
diritto all’amore. Euripide non suggerisce alcuna
soluzione al problema; si limita ad una
rappresentazione poetica e intensamente sentita
che comunica allo spettatore non ragionamenti
filosofico-politici, ma sconvolgenti moti del
cuore.
14 Vita di Club n.1
ITALIA CHE VAI
BELLO COME…
Alla ricerca della bellezza perduta.
di ANNA MARIOTTI BIONDI
I
n un tempo che sembra aver fatto ostinato e
folle rifiuto della bellezza1, in un mondo
che sembra aver affidato il culto del bello
agli istituti di bellezza, alle palestre, alla
chirurgia plastica, al consumismo di una forma
ridotta all’apparenza, in un’epoca in cui i canoni
artistici inseguono traguardi incomprensibili, noi
partiamo alla ricerca della bellezza perduta,
seguendo di volta in volta un percorso che mira
alla conoscenza del bello. Nella convinzione che
gli stimoli recepiti nel segno della bellezza ci
rinvigoriscano l’animo e ritemprino il nostro
corpo, che peraltro comincia ad avere una “bella
età”, cerchiamo l’incanto delle bellezze naturali
e il fascino dei monumenti (senza mai
disdegnare le peculiarità della cucina), mai
stanchi, mai annoiati, ma pronti ad assorbire
come carta asciugante la vitalità che da essi
promana. “La bellezza salverà il mondo”
affermava Dostoevskij e noi ci lasciamo
travolgere letteralmente dall’atmosfera magica
che si respira a Como, l’incantevole città
incastonata tra laghi e monti dove approdiamo a
giugno. È l’incanto del romanico lombardo a
farci assaporare la meraviglia davanti alla
basilica di Sant’Abbondio (XI sec.), una delle
massime affermazioni dei Maestri Comacini, a
cinque navate molto slanciate e due campanili
gemelli posti nella zona absidale, eccezionali in
Italia. Edificata sul luogo di una preesistente
chiesa paleocristiana fra il 1050 e il 1095,
sorprende, oltre che per l’architettura, per il
grandioso ciclo di affreschi trecenteschi che
ornano le pareti e il catino dell’abside centrale.
Rappresentano la Vita di Gesù e vi scopriamo la
scena più unica che rara dei Magi dormienti. È
poi la magnifica imponenza del blocco in cui
sono congiunti il Duomo, il Broletto e la torre
di città, e la sapiente fusione degli stili (gotico,
rinascimentale e barocco che si susseguirono nei
1
“e mille volte avea ostinato e folle di sì rara beltà fatto
rifiuto” (Ariosto)
tre secoli e mezzo occorsi per il suo definitivo
compimento a partire dal 1396) a farci sostare
fino a mettere radici nella piazza principale con
15 Vita di Club n.1
dell’architettura di corte, realizzata nelle tinte
sfumate dall’ocra al ruggine di antichi solidi
mattoni. Siamo di fronte ad un vero castello, con
tanto di fossato perimetrale, ponte levatoio e torri
merlate; stentiamo a credere che non sia una
creazione disneyana, tanto più che vediamo
principesse in veste di spose allargare sete e veli
fluttuanti nel parco, nel cortile, nei
camminamenti da una torre all’altra. Crediamo
di sognare, ma siamo in prossimità della strada
che da Como va a Milano, in un piccolo borgo
medievale sviluppatosi attorno all’imponente
castello, Carimate.
gli occhi ammaliati, mentre i comaschi
indaffarati e distratti ci urtano frettolosamente,
dimentichi del tesoro
che possiedono. La
maestosa cattedrale sul
lago è lunga 87 metri,
le navate, comprese le
cappelle
maggiori,
sono larghe 36 e 58
metri, la cupola è alta
75 metri e la guglia della facciata è a 45 metri
dal selciato della piazza. La cupola fu progettata
da Filippo Juvara (1687-1736), architetto del re
di Sardegna. Le vetrate ottocentesche sono state
realizzate su disegno di Giuseppe e Pompeo
Bertini. Le straordinarie sculture delle lunette
dei portali narrano episodi della vita di Maria. Ai
lati del portale maggiore le statue di Plinio il
vecchio e Plinio il giovane, i grandi naturalisti
romani nativi di Como.
Ma la bellezza ha mille volti e al calar della sera
si presenta sotto le magnifiche romantiche forme
Fatto costruire nel 1345 da Luchino Visconti su
un preesistente insediamento difensivo, rimase
feudo dei signori di Milano fino al 1715,
ricevendo nel corso del tempo una schiera di
ospiti illustri tra cui nientemeno che l’imperatore
16 Vita di Club n.1
Massimiliano I d’Asburgo che vi soggiornò per
ben sette giorni, riposando e cacciando cervi nei
boschi circostanti; fu anche l’ultimo rifugio di
Ludovico il Moro che, ormai sconfitto in patria,
da qui riparò in Germania con famiglia e tesori
appresso. Quando la dinastia rimase senza
discendenti, il castello e i beni di Carimate
passarono al pubblico demanio. Nel 1796 furono
acquistati da Cristoforo Arnaboldi, cittadino
comasco, che fece del castello la sua residenza. I
conti Arnaboldi, suoi discendenti, vi abitarono
ponte levatoio; in realtà siamo noi a trattenerci
perché l’impulso ci porta a non voler lasciare il
luogo. Un ultimo sguardo per imprimere nella
memoria una forma di bellezza da sceneggiatura
fiabesca.
Costeggiando il lago siamo rapiti dalla
perfezione dell’ambiente; lo scenario lacustre è
splendido, sulle leggere increspature dell’acqua
il cielo e il sole creano riflessi d’oro e d’argento,
le
innumerevoli
ville
sparse
ovunque
generosamente a pioggia danno un aspetto regale
ed elegante all’abitato. A Laglio sbirciamo la
villa di George Clooney, Villa Oleandra, per
verificare se nello spettacolare panorama sia
compreso l’attore… bello come un dio greco.
fino al 1956 quando la vendettero ad una società
immobiliare che diede al vecchio borgo l’attuale
sistemazione. Dal 1990 il castello è un hotel che
ci fa vivere una splendida serata nella
suggestione di echi antichi ed eteree presenze
che una sbrigliata fantasia suscita tra le poderose
mura. Sembrano salutarci, seppur ruvidamente,
gli enormi leoni di pietra posti a guardia del
Quando arriviamo a Villa Olmo, dopo aver
dapprima stentato a distogliere lo sguardo dal
lago, ci basta vedere la facciata per essere
trascinati all’ingresso come per ipnosi. Nella
parte mediana della facciata principale, rivolta
verso il lago, ritmata da colonne e da lesene e
17 Vita di Club n.1
sormontata da una terrazza con statue, e
affiancata da due ali laterali, campeggia sulla
castigata misura del neoclassico
la forma esuberante del logo
della mostra che stiamo per
visitare,
“Rubens
e
i
fiamminghi”, ospitata nelle sale
della settecentesca villa. Il nome
le deriva da un olmo colossale,
leggendariamente piantato da
Plinio il Giovane, che abbelliva
in passato il parco della villa.
All’interno scopriamo, tra una
profusione di ornamenti: stucchi,
dorature, statue, affreschi di
artisti dell’ultimo '700 e del
primo '800, che decorano pareti e
soffitti, l’infinita bellezza del
mondo
rappresentata
dalla
potenza grandiosa ed esuberante
della pennellata di Peter Paul
Rubens2.
Il
logo
è
la
gigantografia di “Borea rapisce
Orizia”, un monumentale olio su
tavola (146 x 140 cm) che
proviene
dalla
Galleria
dell’Accademia di Vienna; le due
figure totalmente distaccate da
terra fluttuano nell’aria avvolte
in un abbraccio, la gelida
tempesta provocata dal volo di
Borea
si
stempera
nel
divertimento dei quattro putti che
lanciano palle di neve e cercano
di acciuffare i chicchi di
grandine sparsi nell’aria senza
timore della irosa violenza del
vecchio dio. Dalle plastiche
2
Definito da Federico Zeri “di gran lunga il più grande
pittore di tutti i tempi, dal punto di vista della materia
pittorica, del modo di adoperarla e della varietà del suo
repertorio, Rubens è un esempio unico nell’intera storia
dell’arte europea, avendo rielaborato e reso fruttuosa
l’eredità artistica del Nord, quella dell’Italia e del mondo
antico; è riuscito a fondere la tradizione religiosa del
Medioevo (ad es. il ciclo di scene del Vecchio e del Nuovo
Testamento collegate l’una all’altra alla maniera medievale
per la chiesa dei Gesuiti ad Anversa), la cultura figurativa
dell’Umanesimo (per il re di Spagna dipinse
numerosissime tele con figurazioni mitologiche, tratte
dalla poesia di Ovidio), l’idealizzazione allegorica cara
alla Monarchia del suo tempo (per la Reggente di Francia
creò una grandiosa apoteosi del suo potere) in un’unità che
abbracciava tutti e tre gli elementi senza che nessuno di
essi ne uscisse in qualche modo sminuito.
forme di Orizia brilla l’incarnato iridescente
come madreperla.
La nostra personale ricerca del
bello incontra un pittore la cui
passione per la bellezza lo ha
portato a creare una pittura che
è festa per l’anima e per gli
occhi, un inno alla gioia, una
sorta di fiume, in cui “la vita
fluisce e di continuo s’agita,
come l’aria nel cielo e il mare
dentro il mare” (Baudelaire).
Bello come il sole – usiamo dire
e scopriamo i raggi che
trafiggono le nuvole, fonti di
luce divina che illuminano il
miracolo della nascita di Cristo
ovvero della trasformazione del
figlio di Dio in uomo; nella
“Circoncisione di Cristo” la
luce che giunge attraverso
l’apertura fra le mura dell’antico
tempio inonda Gesù bambino,
adagiato sul lenzuolo bianco,
fino a farlo splendere e, infine,
lo segue nel gruppo di angeli
che conducono il Bambino
divino verso l’alto.
Bello come un angelo –
insistiamo e ammiriamo la “S.
Vergine in gloria adorata
dagli
angeli”
dove
una
moltitudine
di
angeli
inginocchiati adora la Madonna
dipinta in un quadro tabernacolo
elevato al cielo da meravigliosi
angioletti in volo.
Bella come una dea – e
intendiamo le soffici carni di
Giunone, Minerva e Venere nel
“Giudizio di Paride”, un raro
esempio di olio su rame (34 x 45 cm); in modo
agile e vaporoso Rubens ha trasformato quello
che doveva essere uno schizzo3 in un autentico
3
Tutte le opere nascevano nella sua grande bottega di
Anversa secondo un procedimento ordinatamente stabilito,
che Rubens mantenne fino agli ultimi anni della sua
attività. Egli fissava con uno schizzo a penna la prima
concezione del quadro, poi eseguiva con il pennello, a mo'
di bozzetto, uno schizzo ad olio, seguito infine da un vero
e proprio «modello», cioè da una tavola di piccolo formato
con uno schizzo ad olio degli elementi essenziali del
dipinto. Questo «modello» veniva presentato al
committente, perché fosse informato del piano dell'opera e
generalmente finiva per restare in suo possesso. In seguito,
18 Vita di Club n.1
capolavoro dove con fluide pennellate le figure
senza veli delle dee sono perfettamente fuse con
l’ambiente
circostante
in
una
unicità
indissolubile.
Bella come una rosa – amiamo dire e ci
riferiamo non solo alla leggiadria de “Le tre
Grazie”, voluttuosamente nude sotto impalpabili
veli trasparenti che lontani dal coprire attirano lo
sguardo sulle parti più intime dei floridi corpi,
ma al tripudio di rose che tracimano dal cesto
sorretto dalle dee, invadono il paesaggio
circostante, di un verde intenso, con il colore
sfumato dal bianco al rosa acceso dei loro petali
perfetti e diventano protagoniste infondendo
grazia, bellezza e allegria come Aglaia, lo
splendore, Eufrosine, la gioia, e Talia, la
prosperità. Un dipinto straordinario, vero
manifesto dell’ideale bellezza femminile del
tempo.
Sono proprio gli schizzi a colpirci di più; ci
lascia stupefatti come si possa in così piccolo
spazio (olio su tavola, 33 x 31,3 cm),
“Ascensione di Cristo”, squarciare il cielo oltre
la misura del quadro ed esaltare la salita verso
l’aldilà celeste con una incredibile proiezione dal
basso della figura; la sensazione di essere
invisibili osservatori presenti nel quadro è
fortissima. Con la brillante focosità della sua
pennellata Rubens non ha confini e crea anche in
piccolissimo spazio l’illusione dell’infinita
vastità del mondo.
il maestro disegnava a matita degli studi particolareggiati
per le singole figure del dipinto e i discepoli li riportavano
sul quadro - tavola o tela che fosse – e li coloravano. Ed
era infine Rubens stesso a portare a compimento l’opera.
Usciamo con la sensazione di aver assaporato la
magnificenza della vita come nel presente
raramente accade, ma un’altra esperienza
straordinaria ci è riservata. Attraversiamo il lago
in motoscafo e approdiamo sull’estremità di un
promontorio a picco sul lago, quasi di fronte a
Bellagio. Immediatamente il giardino di Villa
Balbianello a Lenno ci cattura per le singolari
caratteristiche: arrampicandosi di terrazza in
terrazza, segue armoniosamente i sette livelli
della villa tra siepi di lauro e di bosso che
delimitano con geometrica precisione tappeti
erbosi e aiuole fiorite, e alberi secolari
sapientemente potati come il grande leccio
tagliato a ombrello. Dalla superficie dell’acqua
che lo lambisce tutt’intorno e ne fa un unicum in
funzione del lago stesso, il giardino sale fino al
19 Vita di Club n.1
punto più alto dove le
tre arcate della loggia
settecentesca
sono
fittamente rivestite da
un
giocoso
Ficus
repens che, cominciato
il suo abbraccio dalle
colonne dell’attracco,
prosegue sulle scale
fino ad arrivare alla
meravigliosa
loggia
che offre una duplice
vista sul lago: la
Tremezzina verso nord
e il bacino dell’Isola
Comacina sul lato
opposto. La bellezza
del panorama non ha
eguali; il lago ti
abbraccia e ti infonde
una serenità dolce e
inattesa. Proviamo un
brivido estatico di
fronte a quel quadro
vivente.
La
villa,
edificata per volontà
del cardinale Angelo Maria Durini (amico e
benefattore di Giuseppe Parini che gli dedicò
l’ode “La gratitudine”) alla fine del XVIII
secolo, oggi si presenta nella veste conferitagli
dal suo ultimo proprietario, l’esploratore Guido
Monzino, nonché grande imprenditore (la
famiglia Monzino era socia fondatrice della
Standa) e munifico mecenate che, alla sua morte
nel 1988, lasciò al FAI, insieme a una cospicua
dote, l’amata residenza sul lago per preservarla
con le sue medesime cure. Ha voluto essere
sepolto nella ghiacciaia del giardino come a
voler eternare l’intimo legame che lo univa alla
straordinaria dimora cui aveva impresso i segni
della sua poliedrica personalità, facendone
l’approdo finale. All’interno della villa la
bellezza prende le forme della sobria eleganza e
praticità dello stile inglese rispondente alle
esigenze di un uomo d’azione che a partire dal
1974, tra una spedizione in Groenlandia e l’altra
al Polo Nord o sull’Everest, volle rinnovarla
radicalmente affinché rispecchiasse la sua vita, le
sue imprese, le sue scoperte, riempiendola di
magnifici arredi, ricordi e collezioni. Tutto è
splendido nella sua austera raffinatezza;
passando da una sala all’altra ammiriamo uno
splendido tappeto indiano decorato a tutto campo
con motivi vegetali (salici e cipressi descritti
minuziosamente), una
ricca collezione di
stampe del lago della
prima metà del XIX
sec. nella stanza del
cartografo, una raccolta
di reperti delle culture
mesoamericane
di
Olmechi,
Maya,
Atzechi e manufatti
africani e asiatici nella
sala
delle
raccolte
d’arte primaria, una
preziosa collezione di
opere
Tang,
lo
straordinario
museo
delle
spedizioni
ricavato nel sottotetto
dov’è conservata la
storia delle imprese
geografiche
di
Monzino.
Per
non
parlare
dell’appartamento
di
Guido Monzino, con lo
stupendo salotto verde e
l’elegantissimo fumoir. La villa e tutto il
promontorio sono effettivamente un luogo di
pace e bellezza, un nido sicuro a protezione di
quella serena fusione tra l’arte dell’uomo e le
meraviglie della natura che si rinnova ogni
giorno, come ha voluto e vorrebbe ancora
l’appassionato proprietario.
20 Vita di Club n.1
MONDO LIONS
A GONFIE VELE…
LA SOLIDARIETÀ
A Cattolica la seconda edizione della regata
organizzata dal Lions
di PIETRO GIOVANNI BIONDI
«
Lo scopo - dichiara il vulcanico
presidente del Comitato organizzatore
Ezio Angelini (Lions Club Morciano –
Valle del Conca) - è unire allo spirito
competitivo della regata, la divulgazione dei
valori e dei principi lionistici fondati
sull’amicizia, la comprensione e la solidarietà».
Unendo dunque sport e solidarietà, lungo il
percorso indicato come ‘bastone costiero
orientato al vento’ nelle acque antistanti il porto
di Cattolica, si è disputata il 26 settembre 2010 la
regata per il Trofeo Lions “G. Marconi”, frutto
della collaborazione tra il Circolo Nautico
Cattolica, i distretti Lions 108Tb e 108A e Lions
Club dei due distretti. Erano presenti i
governatori dei due distretti, Roberto Olivi
Mocenigo e Guglielmo Lancasteri, e, come
madrina della manifestazione, la principessa
Elettra Marconi, figlia del grande scienziato.
Il ricavato sarà devoluto a favore del service
nazionale ‘Due Occhi per chi non vede’ e un
cane guida addestrato dal Centro Cani Guida
Lions di Limbiate (MI) sarà donato a un cieco da
individuarsi nel territorio dei due distretti.
L’atmosfera creata dalla lunga teoria di barche
che prendevano il largo con il loro carico di
appassionati velisti e ospiti neofiti al primo giro
era particolarmente entusiasmante. Sei le classi
previste dalla Cat. 0 (Lunghezza fuori tutto fino
a 6,99 metri) alla Cat. E (oltre i 13 metri).
Armatori ed equipaggi erano soci Lions, Leo, ma
anche non Lions. Oltre ai primi classificati nelle
varie categorie, hanno ricevuto il Trofeo Città di
Cattolica il primo classificato nella classe più
numerosa: Morsiani - Piccaretta, C. N. Pesaro,
Game On; il Trofeo Lions G. Marconi il primo
LIONS classificato nella classe più numerosa:
Tasini Maxi, Ryc Portoverde, Lions, Solaria; il
Premio Speciale imbarcazione Lions prima
classificata in tempo reale: San Marini Filiberto,
C.N. Rimini, Lions Riccione, Orlanda. Campioni
nello sport, campioni nella solidarietà.
21 Vita di Club n.1
RIMINI CITTÀ
UNA LUCE
SULL’ADRIATICO
Il “fascino” del guardiano del faro.
di MARIO ALVISI
M
i stavo accingendo a scrivere
questo articolo quando mi è giunta
la rivista The Lions con in
copertina un faro preso a simbolo
dal Presidente Internazionale dei Lions, Mr. Sid
L. Scruggs, con il motto “A Beacon of Hope”
(un faro per aiuto). O, meglio, un raggio di
speranza! Una coincidenza incredibile per me
che, attirato dal fascino che nell’immaginario
collettivo esercita il tema del faro, avevo appena
voluto intervistare “l’uomo del faro” di Rimini
che governa la luce sulle coste del nostro
Adriatico; faro che in passato ha animato una
serrata discussione tra Stefano Cavallari e
Giovanni Rimondini sul mistero della sua
paternità (Vanvitelli il primo, Buonamici il
secondo).
La mia curiosità ha un antefatto: a Formentera, la
bellissima isola dell’Arcipelago delle Baleari, in
Spagna dove sono stato in vacanza l’estate
appena trascorsa, due fari bianchissimi, posti su
dirupi che sprofondano nel blu del mare sul
quale volteggiano i gabbiani, sono, con i mulini a
vento, le cose da vedere proposte al turista in
vacanza. Sono veramente suggestivi e l’ambiente
mozza il fiato. Il primo è il Far des Cap de
Barberia, una sorta di missile, senza nulla
attorno, in fondo ad un altopiano di sola pietraia
che incombe sul precipizio: “Torreggiava, nudo
e dritto, scintillando bianco e nero e si vedevano
giù le onde che si frangevano in bianche schegge
come frammenti di vetro sugli scogli” (Virginia
Woolf).
Il secondo è il Faro de La Mola, più imponente,
anch’esso tutto bianco, con la casa del custode
costruitagli tutt’intorno. Non ha nulla di
“tempestoso”, forse perché invaso dai turisti.
Illuminato dal sole, non mi ha fatto l’effetto che
turbò Victor Hugo: “Contemplai per un istante
quello spettacolo malinconico che per me era
come l’immagine dello sforzo umano di fronte al
potere divino”.
Per carità! Qui cielo, terra e mare a me
infondevano gioia, anche quegli scheletrici
strapiombi rocciosi che dal faro cadevano nel
mare. Mentre scrutavo il faro, nascosto dietro a
grossi fichi d’india, ho scorto un uomo che
lavorava il giardino. Gli ho dato un “buenas
dias” tanto ‘per attaccare bottone’, come mia
consuetudine. Era un po’ tozzo, su con gli anni,
più un contadino che un uomo di mare. Volevo
parlargli, chiedergli del faro o perché lì ci fosse
una targa dedicata a Giulio Verne (“Los jovanes
de espirito”). Ma io non conosco lo spagnolo e
lui tanto meno l’italiano. Così lascio perdere
risalutandolo con un altro “buenas dias” e un
22 Vita di Club n.1
italianismo Ciao! Però scatta in me la scintilla:
chi sarà l’uomo del faro di Rimini? Tornato a
casa chiedo aiuto a Stefano Cavallari che
conosce tutto della nostra torre-faro. Ne scrisse
anche sulla nostra rivista. Ma non mi sa dire
come arrivarci. Mi suggerisce di parlarne con il
Dott. Roberto Venturini, curatore della pagine
“Uomini di Mare” pubblicate sul quotidiano La
Voce. Esito positivo, non poteva essere
diversamente. Mi suggerisce il nome dell’attuale
farista e come contattarlo. Detto fatto. In un
caldo pomeriggio di fine estate, suono al
campanello della casa accostata alla torre-faro,
che chiamerò così perché è più un monumento
che il classico faro della nostra simbolica
immaginazione. È uno dei più datati esistenti in
Italia. Mi accoglie un uomo alquanto giovane,
sorridente, sbarbato (chissà perché gli uomini di
mare li vediamo sempre con la barba!),
gentilissimo, ben vestito. Chiedo del Signor
Vincenzo Colaci, il farista. È lui. Resto un attimo
sorpreso. Mi aspettavo qualcun altro! Entro con
la convinzione di ritrovarmi a casa sua. Invece
mi fa accomodare in un ufficio, non grande,
rivestito tutto in legno. Mi fa cordialmente
sedere di fronte alla sua scrivania con computer,
fax, telefoni, documenti vari. Un normalissimo
ufficio di un impiegato della Pubblica
Amministrazione. Che strano, Ma è proprio lui il
farista? Sì. È a Rimini dal 1992, è di Santa Maria
di Leuca, in Puglia, dov’è nato 48 anni fa. Gli
brillano gli occhi nel ricordare la sua lontana
terra. Ha fatto il servizio militare nella Marina
Militare e, come sergente, è stato imbarcato sulla
fregata Lupo. Mi spiega che, contrariamente al
passato, ora i faristi vengono reclutati solo dalla
Marina Militare. Prima di vincere il concorso per
la nostra torre-faro, prestava servizio presso
quello di Punta di Maistra, sulla parte più
estrema delle terre alla foce del Po. Ha un viso
giovanile, ma noto che ha la fede al dito. Solo
una batteria che suona in qualche stanza della
casa mi fa chiedere se ha figli. Certo. Stefano,
quello che sta suonando, e Mattia. Ambedue
studenti. Mi confida che, pur desiderando di
tornare in Puglia, per loro preferisce restare a
Rimini, che offre una possibilità di lavoro in più.
Da buon padre di famiglia sacrifica la nostalgia!
Naturalmente ho cercato di curiosare sulla sua
vita da farista, sul funzionamento delle
apparecchiature d’illuminazione, sulla sua
operatività lavorativa e, in modo particolare, se
aveva da raccontarmi episodi d’aiuto agli uomini
in mare. Cioè le domande più logiche per “un
oggetto utile, ma carico di significati, simbologie
e di allusioni” (Giuseppe Scarafia). Ho scoperto
che il progresso tecnologico ha tolto il fascino a
“quello che ha dato il nome ai suoi discendenti e
che era una delle meraviglie dell’antichità, una
torre sull’isola di Pharos, di fronte ad
Alessandria d’Egitto” (G.S.). Infatti anche la
nostra torre-faro è governata elettronicamente e,
quindi, il lavoro del Signor Vincenzo si riduce ai
soli ed eventuali interventi tecnici in caso di
guasti; e se si rompe l’illuminatore nessun
problema:
sono
due
e
funzionano
alternativamente nel caso che uno si guasti.
Perciò, lui è praticamente presente nelle ore,
direi, d’ufficio, cadenzate dai contratti di lavoro
come i comuni dipendenti, e regolate dagli
obblighi professionali dettati dal Coordinamento
Fari dell’Alto Adriatico. che risiede a Venezia
con competenze da Trieste a Vieste sul Gargano
in Puglia. Un lavoro di responsabilità
specificatamente tecnico, perché sulle difficoltà
dei natanti e degli uomini in mare, di giorno e di
notte, con il sole e le tenebre il compito
d’intervento è della Capitaneria di Porto e della
Guardia Costiera. E, poi, se il faro non funziona,
cosa rara, ci pensa il servizio di segnalamento
marittimo a diramare un comunicato ai
naviganti. Ricorderete che una volta alla radio
c’era un apposito bollettino giornaliero. Che
tempi! Insomma nulla di immaginifico! La
modernità ha tolto tutto il fascino a colui che sta
dietro al gigantesco proiettore che trasmette
“scaglie” di luce per trenta miglia marine a 360
gradi per mezzo di un cristallo fatto a zig zag,
come mi dimostra con un disegno sul grande
block notes posto sulla scrivania. Le mie
domande tentano di scovare particolarità,
emozioni, episodi sulla magica figura del farista.
Ma lui, molto perspicacemente, mi guarda e
dice: “Forse l’ho delusa!”. Mitigo la mia
delusione con un flebile assenso. Purtroppo non
“è più il classico faro nella tempesta!”
(V.Wolf). Per confortare le mie aspettative
allora mi racconta dei suoi cinque anni trascorsi
sul Po, prima di venire a Rimini. Quelli passati
veramente in solitudine, con i giorni che
trascorrevano lentamente, in isolamento, con la
sola compagnia di sua moglie. Laggiù
sull’ultimo lembo di terra alla foce del grande
fiume spesso avvolto dalla fitta nebbia. Lì sì
esposto alle intemperie, sempre pronto,
ventiquattro ore su ventiquattro, ad aiutare con la
sua barca qualche disperso nei tanti canali che
compongono il delta o in soccorso di qualche
23 Vita di Club n.1
natante in difficoltà! A tal proposito Curzio
Malaparte scriveva: “il guardiano del faro è
sempre al servizio, giorno e notte. È legge per
lui ritirarsi in caserma, cioè nel faro. Non
soltanto son prigionieri del mare, ma di un
regolamento crudele che li mortifica, li avvilisce
a esseri selvatici e reietti. Non esistono per loro
né feste e né solennità, né fauste ricorrenze. La
loro vita è tristezza e solitudine”!
Un’immagine che, per fortuna, non s’addice
assolutamente a quella simpatica, sorridente e
bonaria di Vincenzo Colaci che parla con me,
dentro la sua torre-faro, in un pomeriggio
assolato che sicuramente non prefigura tregende
marine. Può restarsene tranquillo alla sua
scrivania!
Mentre chiudevo quest’articolo mi è giunto
l’ultimo numero della bella rivista Ariminum
VIAGGIANDO VIAGGIANDO
edita dal Rotary Club di Rimini, sulla quale è
riportata l’ultima paternità della nostra torre-faro.
Il professor Giovanni Rimondini questa volta
l’assegna all’architetto vaticanista Sebastiano
Cipriani, cosa documentata da disegni scovati
nell’Archivio storico comunale di Ravenna.
Rimondini dice “Piacerebbe certo a tutti noi che
esistesse un faro o anche un fortino del
Vanvitelli a Rimini, ma la verità dei fatti, chiara
per quanto complessa, non ci permette di
fantasticare…”. Chissà se quest’ultima è la vera
verità? E che ne pensa, di rimando, Stefano
Cavallari? Infine un ricordo: la nostra torre-faro
fu presa a simbolo del Congresso Nazionale dei
Lions italiani che si svolse a Rimini nel 1996,
organizzato dal nostro Club e dal Club
concittadino Rimini Riccione Host e che fu un
grande successo.
Chiesa di S. Maria del mar.
BARCELONA: CITTÀ EUROPEA
Barcelona, città amata dagli italiani, tanto che sulle “ramblas”, in plaza
Catalunya, alla Sagrada Familia, alla Catedral o alla boqueria è più facile
sentir parlare italiano che catalano.
di ROBERTO FAMBRINI
V
ista dalla montagna del Tibidabo,
Barcelona si presenta come una fitta
trama di strade disposte sulla pianura
estesa di fronte al mare, tra i fiumi
Llobregat e Besòs. La storia ed il caso hanno
determinato con paziente tenacia questo tessuto
urbano che alterna spazi capricciosi ed
ingarbugliati ad altri più rettilinei e razionali.
L’orizzonte marino che da qui raggiungiamo si
fonde con la storia mediterranea di questa città
dalla calda luce, aperta, consapevole di essere un
centro di culture diverse. Dalle sue origini
iberiche, il contatto con il mondo greco e la
rifondazione romana come colonia “Barcino”,
oggi identificabile nel “barrio gotico”, Barcelona
è divenuta la capitale della Catalogna fin dal X
secolo. Il cuore di Barcelona corrisponde
all’antico perimetro murato dell’epoca romana e
alle posteriori amplificazioni medioevali, spazio
addolcito dal fiume di vita delle “ramblas” e al
limite marittimo del porto. Per secoli
l’espansione
commerciale
dei
barcellonesi nel mediterraneo ha favorito lo
sviluppo economico e potenziato l’industria
navale. L’edificio della Lonja, la chiesa di S.
Maria del mar (esempio splendido di goticocatalano) e le “drassanes” (arsenali) ci parlano
con l’eccezionalità della loro architettura unica
di quei momenti di splendore. Il peculiare
tracciato della città antica si snoda tra vicoli
stretti e bui (in certi casi decadenti e degradati) e
ampi spazi di rara bellezza con edifici di superba
architettura. Fin dai tempi della fondazione
romana, gli organi di governo si erano installati
al centro del barrio dove ancora oggi troviamo,
l’uno di fronte all’altro, il governo della città
(ayuntamiento) e della Catalogna
(La
generalitat).
Caratteristica della città moderna è “l’eixample”,
pianificata e realizzata a fine ‘800 da Ildefons
24 Vita di Club n.1
Cerdà, con l’intenzione di razionalizzare lo
spazio compreso tra la città vecchia ed i paesi
vicini che sarebbero stati assorbiti dalla crescita.
Il peculiare reticolato, risultato finale, forma un
tessuto uniforme e spazioso che non ha paragone
in Europa.
Tre avvenimenti importanti marcano la crescita
della città e simboleggiano il recupero di nuovi
spazi: l’Esposizione Universale del 1888,
l’Esposizione Internazionale del 1929 e le
Olimpiadi del 1992. Nella prima gli architetti
modernisti iniziavano la propria marcia, nella
seconda l’architettura razionalista mostrava già
le sue prime manifestazioni; tra queste due date
numerosi artisti Domenech i Montaner, Gaudì,
Picasso, Gargallo, Mirò, favoriti dall’aria
rinnovatrice, completavano le loro opere,
prodotto di un’epoca eccezionale. Nella terza gli
amministratori di Barcelona hanno saputo
costruire impianti sportivi efficienti ed ancora
oggi perfettamente funzionanti e trasformare
un’area depressa ed industriale abbandonata in
uno splendido quartiere residenziale (la vila
olimpica).
Dopo la morte di Franco nel 1975, la Catalogna
si è riappropriata di quel potere governativo che
aveva posseduto prima del 1714, tanto che i
Catalani considerano la loro regione una nazione
nella nazione. Dal 1978 Barcelona e la Catalogna
godono di uno statuto speciale che gli consente
una notevole autonomia, che ha permesso loro di
adottare quale lingua ufficiale il catalano, sia
negli atti che nelle scuole (lo spagnolo viene
insegnato come lingua coufficiale), di snellire in
maniera determinante la burocrazia in favore del
cittadino e delle imprese, di poter disporre di una
imposizione fiscale equa e di poter trattenere
parte delle imposte fiscali di stato.
In questi ultimi anni una nuova Barcelona è
emersa, con la realizzazione di importanti vie di
comunicazione, la creazione di nuove piazze e
parchi pubblici, e l’attuazione di una razionale ed
efficiente rete urbana di trasporti pubblici
(metrò, treno, autobus e taxi).
Il risultato è una città rinnovata che si offre oggi
al piacere dei cittadini e dei visitatori con una
configurazione sempre più vicina al desiderio di
tutti. Se a quanto sopraddetto si unisce la
ricchezza della regione, l’intraprendenza, la
cordialità dei catalani e la lungimiranza dei loro
governanti, si capisce perché Barcelona
rappresenta oggi una città sempre in movimento
con una programmazione definita ed efficace,
sempre più amata dai turisti perché in essa
vedono il loro modello di città europea.
25 Vita di Club n.1
MONDO LIONS
INCONTRO D’AUTUNNO A JESI
La centralità del Club per “un Lionismo concreto, autentico, moderno, capace di
giocare un ruolo costruttivo nella società” (Lancasteri).
di PIETRO GIOVANNI BIONDI
L
a forza della concretezza al servizio
della comunità è il motto e l’obiettivo
del Governatore Guglielmo Lancasteri
e il IV Incontro d’Autunno si svolge
all’insegna del realismo e della concretezza.
Siamo a Jesi presso l’Hotel Federico II il 2
ottobre 2010; il cerimoniere distrettuale, Carla
Cifola, presenta la schiera di governatori in
carica e di past governatori, nonché i presidenti
delle tre Circoscrizioni del Distretto 108A, e il
presidente del Club ospitante, Michele Campo,
saluta tutti i convenuti, grato della scelta che
coincide con la realizzazione di un service
importantissimo per la città, il restauro del
monumento1 a Giovan Battista Pergolesi nel
trecentesimo anniversario della sua nascita.
Dopo una breve introduzione da parte del
Governatore Lancasteri, prendono la parola in
successione i relatori cui è affidato il ruolo di
benevoli provocatori del dibattito sul tema “La
centralità del Club”. Il presidente della II
Circoscrizione, Giuseppe Milazzo (LC San
Benedetto del Tronto Truentum), affronta il
problema della scarsa collaborazione tra i club,
in particolare tra quelli della stessa città; su 84
club, di cui 2 di recente costituzione, 41, cioè
quasi il 50%, hanno sede in sole 18 città. Sono
molte le condizioni che hanno portato alla
formazione di nuovi club: in primo luogo quando
un club Host ha raggiunto i limiti dimensionali e
1
Realizzato un secolo fa dallo scultore carrarese
Alessandro Lazzarini, è considerato una delle rare
testimonianze del naturalismo liberty nelle Marche; alto 6
m. e largo 5, sorge su una base trasformata in vasca con
getto d’acqua e rappresenta il musicista in piedi che,
battendo il tempo con le dita, dirige le figure allegoriche
del Canto (una figura femminile) e del Suono (un ragazzo
che suona il violino). Nel retro un bassorilievo, che riporta
le note dello Stabat Mater, allude all’Amore e alla Morte
(un amorino veglia su una donna morta, probabilmente
Teresa Spinelli morta d’amore per Pergolesi), mentre due
piccoli mascheroni simboleggiano la Tragedia e la
Commedia.
territoriali, per garantire efficienza, flessibilità
operativa, rapidità di interventi, ne crea un altro;
in secondo luogo, quando alla fine degli anni
’80-90 fu ammessa nei club la componente
femminile, non sempre essi si compattarono,
anzi a causa dell’eccessivo tradizionalismo di
alcuni, ne nacquero dei nuovi. Un terzo motivo si
può ricondurre alle vicende interne ai club che
generano scissioni, così sorgono piccoli club che
rivendicano una presunta diversità da quello da
cui si sono generati. Dietrologia, polemiche su
vizi di origine, motivi vari fanno sì che spesso i
club collaborino più facilmente con club gemelli
di altre parti del mondo. L’invito pressante è di
superare i motivi di divisione e collaborare; i
club hanno il dovere di presentarsi alla
cittadinanza in maniera unitaria e concertata,
evitando l’egoistica arroganza di far prevalere
ciascuno le proprie iniziative. “Il protagonismo
non è tra i valori Lions”. Il presidente della I
Circoscrizione, Carlo Simoncelli (LC Ravenna
Romagna Padusa) intitola il proprio intervento:
“Il club, cellula vitale dell’associazione Lions”
ed esordisce ricordando una riflessione di Hafez,
un antico poeta di Shiraz, città imperiale della
Persia: “I figli degli uomini sono tutti legati gli
uni agli altri, se il dolore degli altri non ti
affligge, non sei un uomo”. Questa dovrebbe
essere la motivazione più persuasiva per
rimanere o diventare un Lions. Eppure nei club
si registra una riduzione del numero dei soci,
chiaro indicatore di un clima di malessere. Nella
I circoscrizione in un anno sono mancate 90
unità, essendo venuti meno il coinvolgimento, la
partecipazione, la capacità di gestire il rapporto
generazionale. Si entra a far parte di Lions Club
per impegno civile, per disponibilità al servizio,
non per rango sociale o per svago. I soci devono
tutti porre la propria intelligenza al servizio del
club, operare con comunità di intenti, contribuire
al progressivo rinnovamento del club, assicurare
maggiore visibilità ai club dando informazione di
26 Vita di Club n.1
tutto ciò che viene fatto, convincere i giovani ad
aderire, reclutare i Leo. Il club è il motore
dell’azione concreta del Lionismo e ha
autonomia decisionale pur nel rispetto delle
regole; confrontandosi e collegandosi con altri
può solo migliorare il proprio lavoro. “Smettere
di auto-referenziarsi, fare e non dire”.
Il presidente della III Circoscrizione, Alessio
Carletti (LC Monte Silvano), affronta il tema
“Lionismo, centralità del club e passaggio
generazionale” e addebita il momento di
smarrimento dell’associazionismo al ricambio
generazionale che stenta a realizzarsi: i vecchi
soci non capiscono i giovani e la loro diversa
realtà sociale, i giovani non capiscono “i vecchi
tromboni che si formalizzano su jeans e
maglioncini”. Nella scelta dei soci bisogna
puntare sulle loro qualità lionistiche (Ciò che
rende simili gli uni agli altri è ciò che gli uni
portano in sé degli altri). Ricordando
l’imperativo di Melvin Jones “Non potrai andare
lontano nella vita finché non farai qualcosa per
gli altri”, bisogna evitare di fare entrare nel club
chi non ha qualità come l’Amicizia, la Lealtà, la
Tolleranza, l’Umiltà. L’amicizia non tanto come
sentimento, ma come naturale corrispondenza,
affinità di spirito e di intenti. La falsa amicizia è
un tarlo corrosivo che mina le fondamenta di una
comunità e solo una comunità sana può guarire
una società malata. La lealtà è un valore
assoluto, il giuramento al codice presuppone
fedeltà. La tolleranza è il principio fondamentale
per la comprensione dell’altro. L’umiltà è la
forza non violenta che elimina l’egoismo e
l’arrivismo. Il nuovo socio va informato
perfettamente sul club, sull’associazione, sul
tessuto connettivo dell’associazionismo e anche
sugli impegni economici che richiede (ci sono
soci che non pagano con regolarità). Socio può
essere solo chi intende formarsi un’esperienza
attraverso il servizio alla comunità e
rappresentare una fonte di collaborazione per il
club. Anche Franco Rasi (LC Piacenza Gotico),
Governatore del Distretto IB3, si interroga sulle
cause del lento, ma devastante depauperamento
dei soci, partendo dall’analisi dei comportamenti
che hanno inconsapevolmente svuotato i club
delle loro prerogative. Il club è una stella cometa
da cui tutto deve irradiarsi, ma il presidente non
deve confezionare service ad personam per
narcisismo, ritenendosi un dominus, custode di
un lionismo fiabesco. Un club non deve farsi
finanziatore di un service non voluto, ma
confezionato da altri e mal digerito, né volere
un’incisiva presenza sul territorio senza far nulla
per realizzarla, magari assegnando contributi
tolti dalle quote dei soci, soprattutto di quelli che
pagano e non partecipano, non comprendendo
che il club richiede l’implicazione di ciascun
socio se vuole realizzare comunione di spirito e
di servizio. Anche le serate in cui i relatori
trattano argomenti dotti, ma lontani dalla realtà
lasciano i soci delusi e amareggiati, inducendoli
a darsi al volontariato per sentirsi utili. Il club
non deve essere un arcipelago senza ponti né
traghetti, ma, pur imponendo la propria
autonomia, deve usare tutta la struttura del
Distretto; se così fosse la LCIF potrebbe fare
dieci pozzi in Burundi anziché uno.
Èγειρε, svegliati dal sogno – dicevano gli antichi
greci – e ricordiamoci con Shakespeare che “noi
siamo fatti della stessa sostanza dei nostri sogni”.
Il Governatore del Distretto TB, Roberto Olivi
Mocenigo (LC Modena Host), puntualizza su “Il
passaggio generazionale”. Il problema esiste in
tutti i distretti dove l’età media è avanzata. Il
lionismo italiano conta 60 anni, nel corso dei
quali i club sono stati fondati da gruppi di
giovani che hanno cooptato via via amici della
stessa età ed ora sono composti da soci anziani
cui mancano le forze e soci meno anziani che
non riempiono le varie età generazionali. I
troppo giovani non trovano sintonia con gli
anziani oppure entrano in conflitto; per rinnovare
i club bisogna far entrare i Leo che lavorano
molto bene e convincere i giovani a creare club
Leo laddove non ci sono. Il cambio
generazionale deve essere condotto con
intelligenza, allevando forze nuove e sfruttando
le memorie storiche. Rispettare gli anziani, ma
puntare sui giovani, dunque, imparare dal
passato, lavorare nel presente, preparare il
futuro, cementando il tutto con l’amicizia che è
fondamentale perché deve farti sentire il
lionismo come un piacere e una gratificazione,
non come un dovere. È crescente in Cina la
formazione di nuovi club Lions che si muovono
in maniera concreta: non raccolgono soldi per
fare una scuola, la costruiscono materialmente.
Schweitzer diceva: “Se hai salute, talento,
successo maggiore degli altri devi donarne una
parte agli altri”. C’è di che riflettere per l’intero
anno sociale 2010-11, sempre ricordando che, a
quel che si dice, “il Lions è il segreto meglio
custodito al mondo”.
27 Vita di Club n.1
CURIOSITÀ ALVISIANE
LUOGHI DELL’ANIMA
In Valdarno un’immersione nella natura e nell’arte.
di MARIO ALVISI
I
l mare non è la mia passione; la montagna,
che pur amo, mi è vietata per colpa delle
mie deboli coronarie. E allora? Allora il
consiglio che spesso ricevo è di andare in
una coinvolgente SPA (salus per aquam), oggi di
gran moda. Ieri si diceva: andiamo alla terme,
ma io non ci andavo perché mi sapeva tanto di
anziano, di vecchio, di malanni. Ora il loro nome
è cambiato e così anche le mie destinazioni di
viaggio, a parte che, nel frattempo, sono
diventato anziano anch’io. Pazienza! Ora, non
faccio fatica ad ammetterlo, di buon grado ho
accettato di passare le nostre vacanze (non ci
sono solo io, ma c’è anche mia moglie Graziella)
in una di queste nuove ville ristrutturate a resort
denominate con nomi floreali, amabili
vezzeggiativi e nomi di antichi e nobili casati;
hanno uno charme inconfondibile, per
viaggiatori attenti e raffinati, accolti con
ingredienti per il corpo, il palato e l’anima; “un
soggiorno fuori dal tempo”, è la promessa!
Dove? Ma in Toscana, in Valdarno, nel cuore del
Chianti! C’è l’imbarazzo della scelta. Figline,
San Giovanni, Montevarchi, Greve sono ormai
località internazionali dove gli americani prima
ed ora i russi stanno comprando di tutto, perché
ubicate in una natura splendida, piena di
“meraviglie”. Quelle meraviglie che il critico
d’arte Vittorio Sgarbi, nella sua eccentricità,
chiama “centrifughe del cuore”. In questo
ambiente, come lui stesso suggerisce, ci siamo
“messi in cammino” con la fortuna di scoprire
gioielli insperati.
Non vi parlerò di chiese, palazzi, castelli, piazze,
ristoranti e mangiari, sono talmente tanti che il
discorso sarebbe inesauribile. Invece vi
descriverò le emozioni provate davanti a
capolavori che, camminando per le strade di
queste cittadine del Valdarno, non mi aspettavo
di incontrare: opere di pittori come il Beato
Angelico o Masaccio, il Maestro di Figline o il
Ghirlandaio. Una sinfonia d’arte e di cultura che
ho trovato in piccoli musei, poco noti, ma non
privi di fascino e sorprendente bellezza. “Felicità
ambulante” per dirla con il filosofo Rousseau!
A San Giovanni Valdarno il richiamo più
immediato delle guide turistiche è dato dal
28 Vita di Club n.1
Palazzo Pretorio, opera dell’architetto Arnolfo di
Cambio, di cui vedemmo una mostra a Firenze,
e, in secondo ordine, dall’originale basilica di
Santa Maria delle Grazie posta su due piani.
Ma nella piazza, di fianco alla basilica, c’è una
“porticina” insignificante, con un cartello in
cartone appoggiato ad uno spigolo della porta
che indica il Museo della Basilica. Tu pensi che
sia la classica raccolta di beni e tesori
ecclesiastici, visti in altri simili musei.
Comunque entriamo. Abbiamo tempo da perdere
prima di andare a pranzo. Saliamo una ripida e
stretta scala in mattoni e ci troviamo su un
pianerottolo, come quelli di una comune casa di
un tempo. Seduto ad un tavolino, naturalmente
piccolo per il poco spazio, ci accoglie un ragazzo
dal viso sorridente e quasi schivo al quale,
dubbiosi, paghiamo il biglietto d’ingresso che
pensavamo fosse gratuito. Ma ormai ci siamo e
quindi paghiamo il biglietto. Naturalmente
ridotto! Per anziani! Iniziamo la visita nella più
totale solitudine. Inconsciamente pensiamo: ma
chi vuoi che venga in un museo simile! Grazie a
Dio niente di tutto quello che crediamo.
Lasciata la prima saletta con un nutrito gruppo di
tavole di scuola fiorentina del quattrocento fra
cui spicca una Madonna col Bambino in trono di
Giovanni di Ser Giovanni detto Scheggia,
fratello minore del Masaccio, entriamo nella
seconda saletta, leggermente oscurata. Alla
parete, meraviglia delle meraviglie, una
bellissima tavola dell’Annunciazione del Beato
Angelico ci lascia stupiti e sorpresi: una
stupenda tempera su tavola del frate domenicano
(beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1984)
in questo piccolo museo del chiantese!1
Delle caratteristiche pittoriche dell’opera non
posso parlare perché privo di capacità critica
artistica, ma posso dirvi che le siamo rimasti
davanti un lunghissimo tempo, simile
all’infinito. Con ammirazione, contemplazione e
1
Oltre all’Annunciazione di San Giovanni Valdarno,
1430-1432, Beato Angelico dipinse più volte il tema
dell'Annunciazione: Annunciazione di Cortona, 1430
circa, tempera su tavola, Museo diocesano, Cortona;
Annunciazione, 1433-1435, tempera su tavola, Museo del
Prado, Madrid; Annunciazione della cella 3, 1431 circa,
affresco, Museo nazionale di San Marco, Firenze;
Annunciazione e Adorazione di Magi, 1430-1434, tempera
su tavola, Museo nazionale di San Marco, Firenze;
Annunciazione del corridoio Nord, 1450 circa, affresco,
Museo nazionale di San Marco, Firenze; Annunciazione
dell'Armadio degli Argenti, tempera su tavola, 1451-1453
circa, Museo nazionale di San Marco, Firenze. (ndr)
continua meraviglia ci siamo soffermati sulle
“figure celestiali” della Vergine avvolta nel suo
manto blu in atto di ricevere lo Spirito Santo e
dell’Angelo, vestito di rosso e oro, con le mani
incrociate sul petto e leggermente inchinato di
fronte alla Madonna in un gesto di incredula, ma
devota sottomissione. La scena è racchiusa
all’interno di un loggiato sfolgorante di simboli
del Vangelo e di preziosi ori.
Ripresici dall’ ‘estasi’, usciamo dal museo senza
guardare altre cose, perché tutto il resto era
ormai senza importanza.
Pochi chilometri e ci troviamo a Reggello, posto
agli inizi della strada che conduce all’Abbazia di
Vallombrosa, zona di funghi e tartufi. Dopo un
pantagruelico pasto consumato nel caratteristico
ristorante “Da Archimede”, pluriforchettato
Michelin, cerchiamo di smaltirlo facendo i
classici quattro passi per il piccolo paese.
Alla sua periferia si trova la Pieve romanica di
San Pietro (VIII-IX sec.), con antistante un
porticato con notevoli capitelli a motivi floreali,
animali ed umani, che ritroviamo anche nel
colonnato interno della chiesa, e con una torre
campanaria di forma quadrata.
Ma, come dice Sgarbi, “l’Italia delle meraviglie
è inesauribile e lo è anche dove ci si
aspetterebbe desolazione e distruzione, perfino
nelle periferie”. Ebbene, chi mai immaginerebbe
di trovare a Reggello, accanto alla Pieve, il
minuscolo Museo d’arte sacra con esposto il
prezioso Trittico di San Giovenale del grande
Masaccio? La sorpresa era annunciata dalla
locandina del Museo trovata dentro la Pieve, ma,
pur sapendo già che cosa avremmo visto, non
inferiore è la nostra meraviglia quando ci
troviamo davanti alla tavola. È una tempera del
1422, prima opera nota del Masaccio, il cui vero
nome era Tommaso di Ser Giovanni Cassai. Il
Trittico nel suo comparto centrale rappresenta la
Madonna con il Bambino in Trono, avvolta da
un velo scuro e con due angeli ai suoi piedi. Il
volto della Vergine è leggermente triste, privo di
quel gioioso stupore colto nella Madonna del
Beato Angelico.
Nei due comparti laterali sono dipinti, con volti
severi, i Santi Bartolomeo e Biagio in quello di
sinistra e Giovenale e Antonio Abate in quello di
destra. “Esemplare punto d’incontro fra la
naturalezza contadina, padrona quasi per genio
del senso del bello, e la nuova cultura
rinascimentale”. “Opera che ci presenta
Masaccio nel suo glorioso momento aurorale, al
punto di snodo tra antico e nuovo linguaggio
29 Vita di Club n.1
espressivo. Si può ben dire che, in un certo
senso, la grande pittura moderna dell’occidente
ha il suo codice genetico in quest’opera difficile
e quasi scontrosa dipinta da un principiante
geniale per una parrocchia di campagna”
(Antonio Paolucci). Ho citato questo giudizio
perché espresso da un nostro importante
concittadino, che è stato anche ospite in un
nostro meeting sui Malatesta. Se devo dire il
vero, a me il Trittico non ha detto tutte quelle
cose, ma sicuramente mi ha generato emozioni
come sanno sempre dare i “luoghi dell’anima”. E
poi perché, come dice Tonino Guerra, “una vera
opera d’arte non è mai chiara”!
Il nostro “cammino” è poi continuato con il
Convento rinascimentale di Montecarlo, fondato
da San Bernardino da Siena per monache di
clausura, fra boschi dai variegati colori verdi.
Con l’imperdibile outlet di Prada. E alla fine su
una deliziosa piazzetta ricavata fra i ruderi di un
antico castello (XII sec.), dove un curioso
cortigiano organizza un festival internazionale
del teatro, e dalla quale si può godere un
verdissimo panorama sul Valdarno e il
Pratomagno, con “cipressi enormi che si
drizzano in cielo come punte di lesina” (Goethe).
Il viaggio potrebbe continuare senza fine, magari
seguendo il consiglio che il filosofo Francis
Bacon nel primo Seicento impartiva ad un suo
giovane figlio: “trasformare ogni viaggio in una
esperienza anche culturalmente e politicamente
significativa”!
Ah ! Dimenticavo. Non vi ho detto della Spa, del
centro benessere, degli effetti benefici delle sue
acque curative, dei massaggi avvolgenti, dei
trattamenti sensoriali del viso e del corpo, e…
Ma non ne vale proprio la pena!
30 Vita di Club n.1
INTERMEETING
LE DISTINTIVE
GENIALITÀ
DELL’ORGOGLIO
RIMINESE
Quella del 12 ottobre 2010 presso l’hotel Holiday Inn di Rimini è stata
un’ottima occasione per incentivare il dialogo cittadino nel suo più
alto aspetto artistico, storico e culturale grazie all’appuntamento
coordinato dalla Confartigianato di Rimini; è stata inoltre una
piacevole occasione per festeggiare con i nostri amici "cugini" del
Rotary Club Rimini Riviera il primo meeting del Lions Club Rimini
Malatesta sotto la Presidenza del Dr. Mario Gori.
Relatore della serata, nonché organizzatore della manifestazione, è stato il nostro amico e socio Dr. Mauro
Gardenghi che nell’illustrare l’evento ha voluto puntualizzare il concetto comunque chiaro ed eloquente racchiuso nel
titolo della stessa manifestazione "Rimin’essenza - le distintive genialità dell’orgoglio riminese". Come giustamente
considerato dall’amico Gardenghi, il collante distintivo dell’anima identitaria di una popolazione è costituito dalla
comunanza di valori, memorie ed usi che si sviluppano nel corso dei secoli su uno specifico territorio. Nella
prefazione dell’opuscolo di presentazione lo stesso Gardenghi ha inoltre sottolineato come con questi appuntamenti
si cerchi di creare un format mediatico di valenza artistica capace di generare un "libero ed aperto confronto nella
Città e per la Città". Dal 16 al 24 ottobre all’interno di quella cornice che è il Palazzo del Podestà, come gioielli
esposti all’interno di uno scrigno, si possono ammirare le opere di 50 artisti riminesi, alcuni dei quali ospiti nella
serata intermeeting. Fra i tanti incontri a tema della manifestazione vogliamo focalizzare l’attenzione sulla tavola
rotonda dedicata al Maestro "rimin'escente" per antonomasia; Federico Fellini, nonché quella in ricordo del
giornalista Silvano Cardellini che della città di Rimini ha descritto umori e quotidianità, fino ad elaborare una teoria
per cui il "Garbino" abbia influenzato la cultura del riminese nella sua essenza umorale.
Lily Serpa Allison
SENZA MEMORIA NON ESISTE FUTURO
Riportiamo di seguito la prolusione del Segretario Provinciale della Confartigianato di Rimini e la sintesi della Mostra
pittorica nell’inserto centrale.
di MAURO GARDENGHI
H
o sempre considerato che i valori
identitari costituiscano l’essenza
fondativa di una stessa civiltà. Quel
collante genetico, ma anche culturale,
umorale e strutturale che può distinguere l’anima
di una comunità di persone, sia essa di un
popolo, di una nazione, di uno Stato ma, anche e
soltanto, di una Città. Quel comune sentire di
appartenenza ad una memoria ed una storia
condivise. Quel "genius loci" che si sostanzia e
si evidenzia nell’impersonare, rappresentare e
trasfondere un unico patrimonio di idealità ed
emozioni. Ma anche di tradizioni, credenze, usi e
consuetudini, abitudini e costumi, leggende e
folclore, suggestioni, attitudini, vocazioni, indoli
e caratteri comuni, maturati e modulati
nell’andare del tempo. E poi ancora, di sapori, di
gusti e saperi dei nostri mangiari tipici locali. Di
31 Vita di Club n.1
lingue, linguaggi, accenti, cadenze, assonanze e
dialetti parlati. Ma ancora di più, di espressioni,
stili e forme artistiche, come di archetipi
intellettuali. Oggi, invece, improvvisamente, ci
ritroviamo a vivere come catapultati ed
interconnessi ad un cosiddetto nuovo "villaggio
globale". Quel mondo interattivo, dove il tempo,
gli spazi e le distanze si annullano, si dilatano e
si convertono e dove la cultura dei luoghi
s’incontra, si confronta, si confonde, si scontra e,
più spesso, si disperde, o peggio, si uniforma e
viene omologata, senza mediazioni.
Impreparati, spaventati, frastornati e smarriti, ci
sentiamo, a volte, come naufraghi alla ricerca di
quelle sorgenti esistenziali che possono ancora
farci ritrovare e rivivere l’esperienza rassicurante
di essere attori e testimonianza di una storia e di
valori comuni che continuano e si affermano nel
tempo. Questo tema è stato il "motore di ricerca"
che, da tempo, ci ha ispirato, nell’ideazione,
progettazione e programmazione delle "Mostre"
che abbiamo organizzato nelle storiche e
suggestive Sale riminesi del Palazzo del Podestà.
Eventi originali o, più propriamente, un
innovativo "format mediatico" di promozione
artistica, che fosse anche strettamente
interfacciato e collegato ad occasioni di un libero
ed aperto confronto nella Città e per la Città.
Un "Forum", che senza schematismi o
pregiudiziali, fosse in grado di creare le
condizioni per una riflessione, la più ampia
possibile,
su
problematiche
che
la
Confartigianato considera di assoluta attualità e
priorità. Argomentazioni a cui fanno da
suggestiva ed ispirata cornice le tele di tanti
pittori riminesi contemporanei che, nella loro
piena libertà tecnica, artistica ed espressiva,
hanno scelto, di volta in volta, con opere inedite,
di rappresentare anche la loro stessa sensibilità
civica ed intellettuale. Artisti già noti, affermati e
quotati, ma anche nuovi e giovani talenti ancora
sconosciuti e che mai avrebbero avuto
l’occasione di mostrare le loro
opere, in una collettiva prestigiosa
e di così grande successo di
pubblico, ma anche di essere
rappresentati su migliaia di
cataloghi distribuiti e diffusi nelle
edicole, in abbinamento ai nostri
quotidiani locali. Nel promuovere,
sostenere e valorizzare i nostri
artisti la Confartigianato, intende
pertanto, anche coltivare e
rinnovare il sogno di ridare dignità e spessore
culturale a quella nostra "città d'arte" mai
abbastanza ed adeguatamente valorizzata. Non è
un caso infatti, che nel nostro DNA si ritrovi la
testimonianza storica di quel mitico "trecento
riminese" protagonista allora, ed ancor oggi, di
una scuola pittorica universalmente riconosciuta
e celebrata.
Abbiamo dunque, in questi ultimi anni, seguendo
sempre un unico filo logico conduttore, dedicato
le nostre migliori attenzioni agli stessi colori
dell’artigianato, ai suoi valori ed alle sue
profonde radici in quella nostra civiltà del lavoro
e cultura d’impresa. il cui modello, ancora ci
contraddistingue. Con artigiangusto, abbiamo
inteso riscoprire e valorizzare i saperi, ed i sapori
dei mangiari e l’eccellenza stessa dei prodotti
tipici del nostro territorio.
Abbiamo poi, ancor prima del "Piano strategico",
immaginato e sognato una Rimini più bella,
quella che ancora potrebbe essere. Nella
continuazione di quel sogno, abbiamo creduto e
contribuito, per primi, anche nella assoluta
trascuranza e supina rassegnazione riminese, alla
realizzazione di quell’insopprimibile aspirazione
identitaria
dei
nostri
amici
dell’Alta
Valmarecchia che volevano finalmente, come
dicevano loro, ...tornare a casa.
Con… un’estate al mare, abbiamo inteso ridare
slancio e valore strategico al nostro "balneare",
tuttora "core business" del nostro fatturato
turistico, ancor più se adeguatamente supportato
ed integrato da tutte quelle emozioni che
potrebbero rendere la nostra tradizionale offerta
turistica ancora più sinergica, interessante e
competitiva. La Mostra di quest’anno ha come
tema dominante e di assoluta attualità:
"Rimin’essenza"... ovvero, la nostra essenza ed il
suo intrigante e contraddittorio affermarsi,
realizzarsi ed anche tradursi, per nulla scontato,
anzi provocatorio, nelle "distintive genialità
dell’orgoglio riminese". Vuole essere questa,
sintesi ed epilogo di un lungo
percorso che abbiamo tracciato nella
appassionante e partecipata ricerca e
valorizzazione della cultura del
nostro territorio e di tutto ciò che ad
essa è speculare, come l’avere
un’anima e l’orgoglio di appartenere
ad una stessa identità. Ma ecco, di
nuovo, quel genio di un garbino
riprende a soffiare, per farci sentire
oltre... per una volta ancora.
Michele Robertazzi, “L’ultimo saluto”, olio.
32 Vita di Club n.1
CURIOSITÀ LINGUISTICHE
PENSANDO ALLA LINGUA… A RITROSO
Le parole nascono, si trasformano (mutando nel tempo e nello spazio, secondo le classi sociali,
la situazione, il mezzo, l’argomento, la funzione), muoiono; la forma più antica cui si possa
risalire percorrendo a ritroso la storia di una parola si chiama etimo.
di ELISABETTA PADOVANI TURA
Il giovane di Mozia, 450-440 a.C.,
marmo conservato al Museo
Whithaker, Mozia (Marsala).
I
E che dire poi del NEOn un tempo in cui la comunicazione è
sempre più affidata alla tecnologia e
NATO? Del νήπιος (népios)?
sacrificata ad una sorta di auto
Ecco un’altra occasione di riflessione ed
annientamento, ridotta a sigle,
approfondimento. Il termine νήπιος è
composizioni convenzionali e fittizie di
incisivamente composto dalla negazione
suoni inarticolati e impronunciabili,
greca forte νη2 (ne) che trova
avulsi da ogni connessione logicocorrispondenza nel sanscrito NA, nel
sintattica, di contro, mi sento sempre più
latino NE, nel gotico NI e dal lessema
di apprezzare e di amare il valore della
πιος (pios) che rimanda a una radice
lingua nella sua storicità, nella sua
greca del verbo λέγω (lego = io
dinamica evoluzione, nel mistero dell’etimo e
dico): ′έπος (épos), ειπον (éipon aoristo3 = io
del suo dispiegarsi nella molteplicità di accezioni
dissi). Dunque il νήπιος è il latino infans (IN
che fanno riferimento ad una radice o ad
negativo + FANS part. pres. di faris =
una’origine linguistica comune. Si scopre,
parlare), colui che non parla, come se la
infatti, che molti termini di uso quotidiano
facoltà di parlare scandisse le varie fasi
rimandano alla lontana genesi indoeuropea
della
vita:
l’apprendimento,
la
e, pur innestandosi in ceppi linguistici
consapevolezza, il ruolo sociale, l’età
diversi, mantengono intatto ed evidente il
avanzata, ma del tutto apprezzata e
fascino di questa originaria appartenenza.
valutata nel “De senectute” ciceroniano.
Penso ad esempio al termine greco νέος
Spontaneo viene il rimando in campo
(néos = nuovo, giovane) che dall’etimo
merceologico al marchio NIPIOL, che
sanscrita1 NAVA – S si diffonde nel latino
denomina una serie di prodotti
NOVUS, quindi nel gotico NIVISIS. Mi
nutrizionali riferiti alla prima infanzia,
sembra del tutto affascinante sapere che in
ricorrendo ad un termine in sé inusitato
greco come in latino e in altre lingue la
nel nostro vocabolario.
radice di νέος (néos) – latino NOVUS è
È significativo che il termine MADRE
imparentata con quella di εννέa (ennéa) –
(greco μήτηρ, méter) derivi dal sanscrito
latino NOVEM in connessione con
MATR, risalente ad una radice
l’abitudine di contare sulle dita delle mani
indoeuropea MA, che ha attinenza nelle
escludendo i pollici, per cui, arrivando fino Idolo femminile sue alterazioni apofoniche4 (MA→ME)
all’otto, il numero successivo risultava che nutre il con il verbo greco μετρέω (metréo =
l’inizio di un nuovo calcolo. Lo stesso bambino, terra- misurare, calcolare). Questo termine si
termine si perpetua nella nostra lingua in cotta, arte mice- irradia nel persiano MAD, nell’armeno
numerosi nomi composti, in cui parte del nea, XIII sec. a.C. MAIR,
nel
gaelico
MATHAIR,
lessema è usato come prefisso; ed è proprio il
nell’antico slavo MATI, nel tedesco MUTTER,
valore semantico di questo prefisso, nel suo
nell’inglese
MOTHER.
Dunque
l’etimo
nucleo primitivo, a precisare e determinare il
suggerisce e suggella in sé il ruolo della madre:
significato complessivo del termine. Parole quali
ella è colei che calcola, pondera i molteplici e
neofita (nuovo credente), neologismo (nuovo
svariati bisogni del figlio, attinenti soprattutto al
vocabolo linguistico), neoclassicismo (rinnovato
cibo con le implicanze psico-affettive che la sua
classicismo), ne sono un esempio evidente.
33 Vita di Club n.1
come dimenticare l’IDRA, piccolo animale
costante presenza comporta. Analogamente il
marino dotato di lunghi tentacoli che ci rimanda
termine PADRE (gr. πατήρ, patér) riconducibile
alla mente il ricordo mitologico dell’Idra di
al sanscrito PITAR, diventa PATER in latino,
Lerna, abitante delle acque limacciose della
FADAR nel gotico, FATAR nell’antico alto
palude, mostro dalle tante teste che, tagliate,
tedesco, FAEDER nell’antico inglese (poi
rinascevano, la cui uccisione costituì
FATHERS), PATHAIR nell’antico
una delle dodici fatiche di Ercole? E
celtico, il tutto sull’originaria base
da qui, sempre in ambito greco,
verbale indoeuropea PA, che unisce a
come non ricordare le numerose
sé l’idea di proteggere e di nutrire.
IDRIE, antichi recipienti in bronzo e
Del resto non è difficile notare la
5
terracotta, destinati a contenere
connessione, per translitterazione e
6
liquidi, tante volte ammirate nei
apofonia , con il verbo latino
musei?
Talvolta,
infatti,
la
PROTEGO (PRO = davanti e
denominazione allude alla
TEGERE
=
coprire)
funzione
dell’oggetto,
equivalente
al
nostro
rivelando una connessione
proteggere. L’etimo, in questo
quasi ideografica fra forma e
caso, sottolinea la funzione
destinazione d’uso come
sociale, educativa del padre,
deve essere accaduto per i
cogliendone
l’aspetto
primi
segni
grafici
peculiare della tutela, della Sopra: Portatori di idrie. Sotto: Frontone
difesa
del
figlio
nella dell'idra di Lerna. Atene, Museo dell'Acropoli. dell’alfabeto, di matrice
fenicia
secondo
alcuni,
relazione con il mondo
micenea secondo altri. È il caso del termine
esterno, per favorire la sua maturazione e
ciotola (gr. Κοτύλη, cotùle) dal sanscrito
consapevolezza. Se poi i termini che fanno
CATVALAH, che allude a ciò che è cavo,
riferimento al nucleo primitivo della società
concavo, quindi destinato a contenere, come la
rivelano una comune origine indoeuropea,
ciotola, la coppa. Il termine, poi, definisce anche
analogamente ciò che è attinente ai bisogni
la misura corrispondente a circa ¼ di
dell’uomo è denominato con vocaboli
litro per liquidi e materie secche
che evidenziano profondi legami con
contenute in tale recipiente e infine,
l’etimo originario. Così succede per il
proprio per il suo significato, allude alla
termine acqua, in greco ′ύδωρ (ùdor),
cavità di una mano o di altre parti
derivata dal sanscrito UDAN – UND
anatomiche. È evidente,
(bagnare), che diventa WADAR
Kotile,
VII
sec.
a.
C.,
dunque,
l’importanza
nell’ittita, UNDA in latino, WATO nel
argilla, arte fenicia in
assai rilevante che l’etimo
gotico, WASSER nell’antico alto tedesco,
Spagna.
ha per la conoscenza della
WATER in inglese. Gli uadi non sono forse i
lingua, dell’esatto significato di un termine, e
corsi d’acqua, peraltro spesso asciutti, delle zone
non credo si possa distruggere, con
desertiche? Questa etimologia si riscontra, nella
l’indifferenza, il disinteresse e la negligenza, un
nostra lingua, in parecchi termini di uso
tale inestimabile patrimonio di storia, di cultura,
quotidiano quali il sostantivo IDRAULICO e
di interrelazioni fra popoli ed etnie diverse, che
l’aggettivo IDRICO, in termini che fanno
in quei segni grafici da sempre riconoscono sé, il
riferimento a discipline specifiche come
loro passato, e proprio ad essi affidano il loro
l’IDRAULICA ed in termini composti quali
futuro attraverso il perpetuarsi delle generazioni
IDROVORA,
IDROFOBO,
IDROFILO,
secondo la legge incessante del divenire.
IDROCARBURI oppure in riferimento a
funzioni fisiologiche come l’IDRATAZIONE. E
1
Il sanscrito è un’antica lingua indiana della famiglia indoeuropea.
Per la forma attenuata della negazione il greco usa “α” (il cosiddetto alfa privativo), αν (an), latino in, passato direttamente in italiano nei
due prefissi di negazione: a – in. Es. afono (senza voce), amorale (senza morale), intonso (non tagliato), inopportuno (non opportuno) etc.
3
Tempo dei verbi greci che corrisponde al passato remoto.
4
Vedi nota 6.
5
Portare da una lettera ad un’altra.
6
Alternanza della qualità o della quantità nel vocalismo di una stessa radice.
2
34 Vita di Club n.1
MONDO ARTE
ROSSO IN SOTTOVOCE
Il rosso, che un tempo emergeva appena dai
quaranta strati che sostanziavano la sua pittura,
ora infiamma lo sfondo delle tele dell’ultimo
Gualtieri, quasi a voler significare il fuoco di una
passione che non cede agli anni.
di ANNA MARIOTTI BIONDI
S
abato 9 ottobre si è tenuta presso
l’Ambasciata d’Italia a San Marino
l’inaugurazione della mostra “Rosso in
sottovoce” di Fernando Gualtieri, che raccoglie
le ultime opere dell’artista. «La mostra - si legge
nella nota di presentazione -, realizzata anche
con il sostegno di Andrea Minervino, vuole
essere un omaggio alla straordinaria capacità di
questo artista di rendere il visibile e l’invisibile
attraverso la maestria dei suoi pennelli».
Nel presentarla al numerosissimo pubblico
Yvette Gualtieri, moglie di Fernando, ha detto:
«Questa mostra “Rosso in sottovoce” potrebbe
anche intitolarsi “Bellezza al crepuscolo”, dove
la bellezza diventa diversa, sublime, emozionale.
Così Fernando, in piena maturità dà un’altra
svolta allo Splendore del
Reale. La tecnica perfetta
del tromp l’oeil diventa più
poetica, meno oggetti con
infiniti
dettagli,
meno
cristalli multipli, pizzi e
ricami punto per punto con il
pennello. I colori sono più
vivaci,
gli
oggetti
si
muovono
e
anche
i
personaggi. Il chiaroscuro, i
beige, gli ambrati per non
diventare più scuri sono
rimpiazzati dai rossi, il
fucsia, il turchese, l’oro con
sempre il rosso in sottovoce, primo colore del
fondo di ogni sua pittura. I fiori, poco dipinti
fino ad ora, diventano dei soggetti palpitanti; la
nebbia sopra un albero di cristallo, le rose con
le foglie traslucide, le frange dei veli
volteggiano. Gualtieri diventa un pittore
d’atmosfera. Atmosfera calda, generosa. segreta,
come lui, che irradia delle confidenze sulla
bellezza e l’armonia. Il rosso domina, perché il
rosso è il colore dell’amore, della passione;
Fernando dipinge sempre con più passione e
vuole trasmettere il suo amore per la vita con un
sole porpora o un crepuscolo che non finisce
mai. Il maggio scorso, passeggiando a Rimini
lungo il Corso Papa Giovanni XXIII, abbiamo
scoperto, nella vetrina di un negozio cinese, una
bambola giapponese. Era così graziosa, così
perfetta che ci ha colpito. Qualche giorno più
tardi ripassando di fronte alla stessa vetrina,
un’altra bambola blu e turchese ci ha sorriso.
Ogni giorno della settimana il proprietario del
negozio cambiava le bambole, ognuna di un
colore nuovo. Noi ne abbiamo acquistate tante e
ce ne siamo andati commossi con le nostre
principesse. La festa era appena cominciata!
Fernando ha trovato un tema per la bellezza
“rosso in sottovoce”, le fa sposare con la
purezza dei cristalli, l’arcobaleno dei tessuti, il
profumo dei fiori. Ho visto Fernando felice,
ringiovanito di venti anni con le sue bellezze
giapponesi. Le bambole rigide camminavano in
una marcia reale e diventavano muse, poetesse,
musiciste, seduttrici... Fernando ha indovinato il
crepuscolo dello Splendore del Reale,
35 Vita di Club n.1
trasportandoci in un mondo diverso, quello del
sogno e della luce».
Tra le opere più suggestive: “Il cammino verso la
luce” (2010) dove le bamboline vestite di seta e
di colori accesi si animano in un lungo cammino
verso una lanterna dalla luce soffusa in un
trionfo di rosso crepuscolare; “Coppa di frutta”
(1956) già esposta al Grand’Hotel di Rimini per
il
novantesimo
compleanno
dell’artista;
“Omaggio a Beethoven” (2009) dove il rosso,
non più in sottovoce, esplode dalla passione
creativa del grande musicista; “La mia vita a
colori” (2004) che racconta in pittura la storia del
giovane calciatore diventato artista, pittore e
grande viaggiatore; “Piazza Cavour di notte”,
donata
all’Ambasciata,
come
segno
dell’inguaribile amore di Gualtieri per l’Italia e
soprattutto per Rimini (“piazza Cavour è la più
bella d’Italia”).
Grazie alla munificenza del Maestro, una nuova
donazione costituita da dieci opere (nature
morte, composizioni, pastelli) arricchisce dal 4
dicembre 2010 il Museo della Città di Rimini.
MONDO ARTE
- Ciotola Maiolica dipinta in tricromia: larga e bassa parete a "margherite e fior di loto" su fondo miniaturistico; in cavetto "Corona nobiliare". Verso: a "calza" 0 cm.16,5; h.
cm.4. Rimini, sec. XV, metà e terzo
quarto.
VALORI TATTILI
Maioliche del primo Rinascimento fra Marche e
Romagna.
- Boccale a pancia ovoide, collo svasato. Maiolica dipinta in policromia:
al centro entro tondo a scaletta "Fiore quadripetalo e quadrisepalo"; nel
collo linea spezzata; ai lati linee verticali. Sotto alla bocca a lato del manico è inserito un tondino di piombo
con in rilievo la lettera "K", resa a
miniatura, da riferire alla sigla di
Carlo Malatesti (1368-1429), probabile misura di capacità. H. cm.20.
Rimini, sec. XV, primi decenni.
di AUGUSTO MENGOZZI
P
resso la sala conferenze di
Asset Banca di Dogana, ad
opera della sua Fondazione
“Valori Tattili”, si é tenuta il 14
ottobre
2010
alle
20,30
l’inaugurazione di una mostra
dedicata alle “Maioliche del primo
Rinascimento
tra
Marche
e
Romagna”.
Si
tratta
dell’esposizione di pezzi equamente
suddivisi tra artistici, di fede, di uso
e di potere. Una raccolta curata e presentata dalla
prof.ssa Giuliana Gardelli che ha intrattenuto il
pubblico di invitati con la sua ben nota
competenza e passione. La Mostra è rimasta
aperta fino al 22 ottobre. Tra i pezzi d’arte vi è
una Madonna seduta con Bambino (del 1460
circa) proveniente dalla bottega di Almerico di
Ventura, un atelier ceramico pesarese che si dice
abbia influito anche sull’opera di Giovanni
Bellini. Il fervore religioso si deduce poi dalle
ceramiche di fede, sia di amor sacro che di amor
profano, presenti con ciotole portanti i segni
della Passio Christi, i boccali con croci e flagelli
e le altre ciotole a palmetta persiana con le mani
incrociate, simboli d’amore. Fra le ceramiche
d’uso si distinguono i boccali decorati con foglie
di querce, immagini di animali, rameggi, stemmi
malatestiani,
catini,
tazze decorate a ventagli
correnti,
frulloni,
boccali con tralci foliati,
fiori aperti, ecc. Diverse, infine, le ceramiche di
potere: molte brocche dalle varie forme tra cui
un boccale con un tondino di piombo portante la
lettera “K” riferibile alla sigla di Carlo Malatesti
(1368 – 1429). Altri boccali decorati con
tipologie araldiche, stemmi, disegni tratti da
miniature e vari fiori. Poi, piatti a ventagli
correnti, ciotole con margherite, fiori di loto e
corone nobiliari. Vi è anche una mattonella con
rosa quadripetala e quadrisepala portante sul
retro vari riferimenti di antiche collezioni.
Insomma, la mostra presso Asset Banca ha
rappresentato un mondo artistico con il quale
rievocare la storia attraverso l’uso ecumenico di
una materia, la terra cotta, tipica delle nostre
zone e che tanta parte ha avuto nella storia
quotidiana medievale, e non solo.
36 Vita di Club n.1
CRONACHE VETERINARIE
UN CANE PER AMICO
Storie di professione, passione, missione…
di FABIO VERGONI (Medico veterinario)
BLACK E IL SUO PADRONE
n giorno, tanto tempo fa, camminavo
insieme a mio padre, lui mi teneva per
mano e a me piaceva chiudere gli occhi,
farmi trasportare, sentivo la sua mano
forte guidarmi, stringermi, portarmi con
dolcezza, mi sentivo sicuro. Il ricordo di questo
momento mi è tornato alla mente, intenso come
allora, quando ho visto Black entrare con il suo
padrone nel mio ambulatorio. Black, un pastore
tedesco di 6 anni, guida da tre anni il suo
padrone che perse la vista in un brutto incidente
stradale; erano venuti a trovarmi, così mi disse
l’uomo, in quanto avevano saputo dell’apertura
di un nuovo ambulatorio e volevano conoscermi.
Parlava sempre al plurale e ben presto mi accorsi
che in realtà di fronte non avevo due entità
distinte, ma una sola, unite indissolubilmente
non per necessità, ma per affetto, per devozione,
per amore... credo vero amore. Non penso sia
sufficiente l’addestramento, la routine, per
formare un legame così forte dove sia il cane che
il padrone devono rinunciare a qualcosa della
loro vita, un sacrificio molto grande, definitivo...
e questo solo l’amore lo può permettere. Black
era seduto di fianco al padrone, lo guardava,
seguiva i movimenti delle mani senza mai
distrarsi, mani che spesso lo cercavano
accarezzandolo sulla testa, e in quel momento
chiudeva gli occhi in uno stato di assoluta
felicità. Mi ricordo ancora le parole di affetto, di
speranza, di gratitudine, di vita che sembrava
finita ed invece rinata; il seme che vagava spinto
dal vento si era finalmente fermato, al suo posto
un bellissimo fiore. Black e il suo padrone sono
tornati altre volte a trovarmi… sì, certo, il suo
padrone... anche se la mano forte gli era stata
donata da Black.
U
STELLA UN CANE FELICE
i capita spesso d’incontrare cani felici, ma
Stella è veramente un caso a parte, lei ha
la capacità di trasmettere questa felicità, ti
coinvolge con i suoi scodinzolamenti e baci,
M
senza però mai essere
invadente. Conosco Stella da
quando aveva 50 giorni e già si avvicinava
ruotando su se stessa, mulinando la coda,
cercando uno sguardo, un tono gentile. Al suo
primo vaccino, mentre le facevo la puntura, mi
leccava la mano e nei momenti di discussione
con i suoi "padroncini" si calmava e se ne stava
sulle mie gambe, fino a quando non si sentiva
coinvolta, ed ecco allora sprizzare energia e
felicità. Adesso Stella ha un anno e questa
felicità verso tutto e tutti è rimasta intatta, con i
suoi occhi e le sue orecchie dritte che ti
catturano, ti ipnotizzano riempiendoti di buon
umore. Fra qualche giorno Stella diventerà
mamma e devo dire di essermi emozionato
quando sul monitor dell’ecografo ho visto un
cuoricino battere, mentre Stella, tanto per non
smentirsi, scodinzolava e baciava ogni mano che
le era a tiro. Ho chiesto ai proprietari di
chiamarmi il giorno o la notte del parto a
qualsiasi ora e loro si sono subito scuriti in volto
dicendomi: "C'è qualche problema, dottore?"; gli
ho risposto di non preoccuparsi, che andrà tutto
bene, ma lo spettacolo di Stella che diventa
mamma non me lo voglio proprio perdere.
AMIAMOLI PER QUELLO CHE SONO
on so spiegare perché amo gli animali, non
so definire, delimitare questo amore, un
amore cosi semplice ed improvviso che mi lascia
senza fiato, senza difese. Loro entrano nella mia
vita tutti i giorni e sanno offrirmi ogni volta una
sensazione nuova, un momento che sento mio,
che mi prende e mi porta ad accarezzarli, a
tenerli fra le mie mani. Non ho un cane perché
sarei egoista, ma sento miei tutti i cani, cerco di
aiutarli, anche se poi mi accorgo che sono loro
ad aiutare me, dandomi la forza, la grinta,
insegnandomi
a
vivere
semplicemente,
N
37 Vita di Club n.1
facendomi ritrovare il gusto per le cose semplici.
Eppure voglio trovare una ragione vera a questo
amore, provo ad uscire dalla mia razionalità ed
entro in un mondo dove non esistono limiti,
m’immergo in questo amore, in questa
semplicità e non ho più paura di soffrire, di non
capire perché ci amano nonostante tutto, mi
lascio trasportare dalla corrente e amandoli per
quello che sono mi sento veramente felice.
AMORE PER UNA VITA
apete non ci si abitua mai... quando il nostro
amico di una vita ci deve lasciare... non è
facile... perché la sua vita ci è passata davanti e
ci ha coinvolto totalmente, le nostre forze, i
nostri desideri, i nostri sentimenti, i nostri
progetti e non riusciamo a vedere che cosa sarà
dopo, il vuoto non si può delimitare. Oggi è
arrivato Axel in una cestina... la sua... da diversi
giorni non riesce più a camminare, a mangiare,
respira male e nonostante questo riesce ancora a
scodinzolare quando la sua padroncina gli parla
affettuosamente... ecco... sento di nuovo dentro
di me crescere una sensazione di disagio che
conosco bene, talmente bene che non cerco
nemmeno di contrastarla, la lascio diffondere
liberamente nel mio animo. Mentre lo visito, per
l’ennesima volta oramai, mi accorgo che Axel è
arrivato alla fine della sua vita; alzo gli occhi e
incrocio quelli di Alessia. Ha la stessa età di
Axel, 17 anni, e leggo in lei l’angoscia, la paura
di quello che potranno essere le mie parole, ma
non vuole credere che possa essere così, non si
può perdere l’amore di una vita. Lo so, sono un
medico e non dovrei farmi coinvolgere, dovrei
rimanere distaccato e non liberare i miei
sentimenti… ma non riesco ad avere un tono di
voce sicuro e professionale, la voce mi si piega
quando devo che non c’è più nulla da fare e…
Alessia mi guarda... aspetta… e quando
pronuncio la parola eutanasia, fa un balzo
indietro e inizia a piangere; non mi chiede
niente, né il perché, né se sono sicuro… piange e
basta, seduta sulla sedia e in piedi davanti ad
Axel con la sua cestina consumata... in silenzio.
Spesso in queste situazioni i clienti tentano di
giustificarsi dicendo "Ma guarda come mi sto
comportando, mi scusi dottore... lo so, è solo un
cane...", ma io riesco a capirli e a sentire che la
loro è una sofferenza vera. Li prego di non
scusarsi, di non preoccuparsi, perché non c'è
nulla di male ad amare un cane... è meraviglioso
S
avere questa sensibilità, una ricchezza che non
ha prezzo... anche se poi la si paga molto cara.
Ora Alessia si alza dalla sedia e si avvicina ad
Axel, non mi guarda più negli occhi e lo
accarezza, mi dice che se lo aspettava; ma che
subito non si sente pronta, vuole stare ancora un
po’ con lui... mi richiamerà più tardi. Sapete, in
questi momenti sto veramente male; è una
sofferenza che mi coinvolge totalmente, capisco
chi ama gli animali, anche perché per alcune
persone, come Alessia, è Amore per una vita.
EUTANASIA
on so cosa hai pensato quando sei entrato e
mi hai guardato negli occhi, non so se hai
sentito il mio cuore fermarsi, il mio respiro
crescere, il dolore e la rabbia della mia
impotenza. Eppure i tuoi occhi mi fissano, mi
scavano dentro, mi vogliono dire qualcosa e io
continuo a guardarli cercando di vedere oltre...
oltre il tuo corpo ormai inesistente... oltre il tuo
dolore ormai insopportabile, cerco dentro di te,
ma mi perdo. Non riesco a non pensare alla vita
che ti sta per abbandonare e non riesco a non
pensare che sarò io a portartela via, a strapparti
da tutto e da tutti, non riesco e non voglio. Non
voglio non soffrire, perché non voglio diventi
una cosa naturale; è un mio dovere certo, ma lo
ritengo un atto di umanità, di amore e di vita, è
una scelta e il dolore la rende vera. Siamo soli
adesso e tu mi segui nei miei movimenti, poi
cerchi il mio sguardo, io ti rispondo e ritrovo
quegli occhi così diversi ma così uguali, tu sai
che stai per morire, non so il perché, ma tu lo
sai... mi vuoi dire qualcosa. Anch’io vorrei dirti
che mi dispiace, che forse potevo fare di più,
darti ancora qualche giorno, qualche ora di vita
in più con i tuoi cari, con i tuoi affetti. Non so il
perché, ma mi siedo
davanti a
te e ti guardo negli
occhi
fino a non sentire
più
dolore,
solo
tranquillità e mi
accorgo che sei
proprio
tu
a
donarmela; forse mi
stai
dicendo
qualcosa, forse mi
stai aiutando, forse era
proprio questo che
volevi dirmi.
N
38 Vita di Club n.1
SAGGIO
IL MODELLO PER UNA
“SCULPTURA PICTA”
Una terracotta di Raffaello dalla Casa natale in Urbino.
di GIULIANA GARDELLI
L
a Casa natale di Raffaello Sanzio in Urbino,
passata pressoché indenne attraverso tanti
secoli, riserba ancora oggi sorprese ed
enigmi. Due sono quelli che si cerca ancora
di risolvere e che qui esaminiamo.
Il primo riguarda l’affresco che ogni visitatore
ammira lungo il percorso di visita; pur staccato dal
muro, per motivi di salvaguardia dall’umidità, ancora
è appeso nell’antica stanza. Si tratta di una splendida
immagine femminile: una madre seduta che tiene in
braccio il figlioletto (Fig. 1). Immagine mariana per
eccellenza, essa tuttavia non appare in veste liturgica,
ma nella accezione più universale di omaggio alla
“maternità”. Considerato da alcuni
opera di Giovanni Santi (14391494),
padre
di
Raffaello,
rappresenterebbe la moglie Magia
con in braccio il figlio piccolo,
Raffaello appunto (1483-1520). Per
tale via, essa rappresenterebbe il
capolavoro del Santi. Un’altra tesi
vuole l’immagine affrescata da
Raffaello stesso, come omaggio
alla madre, morta nel 1491, quando
il pittore aveva appena otto anni.
Non è necessario pensare che egli
abbia dipinto l’affresco quando era
fanciullo, perché, anche dopo la
morte precoce del padre, pur nel
suo girovagare per apprendere i segreti dell’arte nelle
varie città italiane, molti e frequenti furono i ritorni in
Urbino, sia perché la bottega paterna, vero emporio
legato alla pittura, rimase aperta ancora per anni, sia
per motivi familiari ed anche legali, per le
controversie ereditarie con la matrigna e la
sorellastra. Per parte nostra, e per quanto verremo
affermando, riteniamo l’opera di mano di Raffaello,
in uno dei ritorni durante il periodo del soggiorno
fiorentino, iniziato all’incirca nel 1504 e terminato
nel 1508, quando l’Urbinate all’improvviso prese la
via di Roma, chiamato dal conterraneo Bramante.
Il secondo enigma, in qualche modo legato al primo,
riguarda una terracotta che rappresenta un fanciullo-
angelo
rinvenuto
nel 1962,
durante
lavori di restauro proprio nella Casa natale di
Raffaello, in quella che allora era l’antica stalla Santi,
sotto al pavimento in terra battuta. Purtroppo non
vennero raccolti alcuni frammenti ceramici, ma
fortunatamnete fu salvato un altorilievo con busto in
terracotta di buone dimensioni. Anche se privo della
testa e delle gambe, ma con segni di attacco per le ali,
il corpo si presenta in un unico blocco e in discrete
condizioni; la superficie qua e là rivela nella delicata
“pelle” segni di abrasioni dovuti
non all’usura, ma alla lunga
permanenza
nel
sottosuolo,
certamente umido, come erano le
stalle di un tempo (dimensioni: cm.
41 x 28; spessore da cm.1,8 a cm.9;
peso kg.5,5; colore camoscio chiaro,
inv. n.116) (Fig. 2).
Solo nel 1985, il prof. Walter
Fontana dell’Accademia Raffaello
pubblicò un documentato studio,
che prendendo in esame il “moto di
Raffaello” quale traspare dalle
prime opere pittoriche, attribuì il
busto di Angelo di Casa Santi al
periodo giovanile dell’Urbinate.
L’attribuzione, per quanto audace, si rivela ancor
oggi molto esaustiva sotto vari aspetti, ma è caduta
nel vuoto e il busto è rimasto fino ad ora
malinconicamente
appeso
nella
Casa
nell’indifferenza degli studiosi e dei visitatori, privi
quest’ultimi di un’adeguata informazione. Nel 2008
mi fu chiesto di studiare il reperto da esporsi in
mostra a Roma, e per tale occasione intesi innazitutto
fare eseguire su un piccolo campione un’analisi alla
Termoluniscenza, esame che oggi permette di datare
un oggetto in ceramica con buon margine temporale.
Il risultato ha confermato senza ombra di dubbio
l’attribuzione al Rinascimento nel lasso di tempo ±18
anni intorno al 1512, il che ha condotto a riesaminare
39 Vita di Club n.1
attentamente il busto per collocarlo nella giusta
temperie artistica del primo Cinquecento.
La scultura in terracotta, che già nel mondo classico
era stata utilizzata a fianco di materiali più ricchi con
pari dignità, aveva goduto di particolare fortuna fra
Tre e Quattrocento, ad opera di grandi personalità, da
Niccolò dell’Arca a Jacopo della Quercia, da
Donatello a Ghiberti ed allo stesso Brunelleschi, ai
quali si devono opere di rara bellezza, e non solo di
carattere devozionale. Tuttavia proprio la grande
capacità che ha la terracotta di offrire una visione
immediata di quanto si vuole realizzare in materiali
molto più costosi, marmo o bronzo, finì per relegarla
in gran parte al ruolo di “modello”, specie nella
prestigiosa bottega del Verrocchio, anche se, a detta
del Vasari, l’artista “…lavorò cose di terra nel che
era eccellente”. Perfino un grande pittore come Piero
della Francesca, per studiare il rapporto spaziovolume nella resa bidimensionale, stante il Vasari,
usava fare “… modelli di terra, ed a questi mettere
sopra panni molli, con infinità di pieghe, per ritrarli
e servirsene.” Ovviamente, per il loro stesso essere,
nessuna di queste opere è rimasta. Ecco allora che il
ritrovamento urbinate, oltre a donare piacere estetico
di bellezza e perfezione, ci svela un inedito aspetto
nel percorso artistico di Raffaello con i passaggi di
studi, che gli hanno permesso di raggiungere in
pittura l’armonia di grazia, dolcezza, umanità
universalmente ammirata e tramandata già da Paolo
Giovio, suo primo biografo, e che ancor oggi ci
affascina.
Il prof. Fontana aveva attribuito l’Angelo in esame a
un giovanissimo Raffaello, un “ragazzo”, e, in una
bella pagina, mise a confronto la scultura con molti
Gesù Bambino sia dipinti sia disegnati negli
innumerevoli studi preliminari.
Partiamo allora dagli inizi. I putti dell’Urbinate
giovanissimo, operante fra Marche ed Umbria, si
rivelano rigidi, improntati ad un ductus ancora
quattrocentesco, sulle orme artistiche del padre,
Giovanni Santi, personaggio troppo a lungo
trascurato dalla critica, e che godette invece di grande
fama nell’ultimo quarto del secolo XV. Fu artista
poliedrico, non solo pittore, ma anche scenografo e
scrittore sia di teatro (ricordiamo Amore al tribunale
della Pudicizia messo in scena del 1474) sia di un
lungo componimento poetico sulla vita di Federico
da Montefeltro (Cronica rimata, 1482-1494). Noto
soprattutto come ritrattista, chiamato alla corte di
Isabella d’Este Gonzaga, proprio a Mantova si
ammalò, presumibilmente di malaria, e tornato in
Urbino, morì.
Raffaello non poteva esimersi dal tener conto della
ricca ed ammirata personalità paterna, che aveva dato
eccellenti prove pittoriche, dalla Sacra conversazione
di Gradara a quella Tiranni, dalla Pala Mattarozzi a
quella per la Cappella Oliva di Montefiorentino
(Fig. 3), la più complessa e matura, vero capolavoro,
firmato e datato 1489. Era stata commissionata da
Carlo Oliva in memoria dei suoi genitori, qui sepolti
nelle splendide arche marmoree di Francesco di
Simone Ferrucci. Il Santi realizza un impianto
architettonico ben elaborato, memore della pala con
Incoronazione della Vergine di Giovanni Bellini a
Pesaro; la nicchia richiama invece la Pala di Brera di
Piero, ben noto a Giovanni, che l’aveva ospitato nella
sua casa nel 1469. Interessanti sono in alto gli Angeli
musicanti, alla Melozzo, ma improntati qui quasi
come sagome teatrali. Effetti coloristici rivelano
anche un gusto fiammingo, all’epoca di grande
attualità e modernità; basti pensare alla pala urbinate
con la Comunione degli Apostoli di Giusto di Gand
(1473-74). Proprio nel gesto della Madonna Oliva
che con grande tenerezza sorregge la testa del Bimbo,
notiamo il passaggio dal Medioevo all’Umanesimo.
Nella seconda figura a sinistra, in veste di Angelo si
ravvisa, secondo molti, la figura del giovanissimo
Raffaello. Notiamo ancora la bellissima cornice
lignea, con le candelabre che si allungano e si
stendono a formare un vero capolavoro
dell’ebanisteria rinascimentale, con una ricca
doratura che proprio l’emporio del Santi era in grado
di procurare agli artisti.
A questo punto occorre considerare un altro rapporto:
quello con il Perugino, in quegli anni senz’altro
stimatissimo, ed alla cui bottega, a detta del Vasari,
Giovanni avrebbe indirizzato il figlio tanto
promettente. Le opere del Perugino (ma anche del
Signorelli) non si discostarono da un linearismo per
così dire intellettivo, in un clichè immediatamente
riconoscibile. Un documentato incontro fra i due
artisti è avvenuto senz’altro a Fano, dove entrambi
hanno lasciato opere nella Chiesa di S. Maria Nuova.
La pala del Perugino con Madonna e Santi non si
discosta dagli stereotipi perugineschi. Qualcosa
40 Vita di Club n.1
cambia invece nella predella dove nel Bimbo della
Natività già si avverte un vigore naturalistico ed un
movimento che oltrepassa Perugino e parrebbe
convincere dell’attribuzione, almeno per la parte
centrale, a Raffaello (Fig. 4).
Comunque sia, non riteniamo si possa parlare di
alunnato del giovinetto presso il più maturo maestro,
e quindi il giudizio rimane sospeso. Interessa invece
notare come l’influenza del padre si presenti ancora a
molti anni di distanza, come si evince dal confronto
tra il Gesù santiano della Pala di Frontino e quello di
Raffaello della Pala Ansidei, già del 1505, quando
ormai il giovine è aperto ad altre influenze, non
ultime quelle di Leonardo (Fig. 5).
A questo punto tuttavia occorre esaminare un’altra
tappa dell’Urbinate. Secondo il Vasari, ai primi del
‘500 Pinturicchio avrebbe chiesto a Raffaello dei
disegni per approntare la decorazione della Libreria
Piccolomini nella Cattedrale di Siena. Non ci
addentriamo nella difficile ed intricata storia dei
rapporti Raffaello-Pinturicchio-Perugino, ma siamo
convinti di un soggiorno a Siena di Raffaello, dove
certamente non gli sfuggì l’arte di Jacopo della
Quercia, che proprio nella città toscana aveva
lasciato meravigliose prove del suo talento scultoreo.
Qui vogliamo segnalare un’opera in terracotta
recentemente a lui attribuita, Madonna col Bambino,
che si trova nell’Oratorio di Santa Caterina a Siena
(Fig. 6).
Tuttavia la vera
svolta
nella
costruzione
anatomica della
figura
venne
elaborata
da
Raffaello, quasi
all’improvviso,
come
una
folgorazione,
durante il primo
soggiorno
a
Firenze,
dove
ebbe modo di
avvicinarsi
all’arte dei grandi
artisti del passato,
e soprattutto del
già celebre contemporaneo, Michelangelo. Il
soggiorno, sicuramente fra il 1504 e il 1508, non fu
continuativo, ma sappiamo con certezza che fu ospite
di Taddeo Taddei, ricco signore fiorentino, nella cui
casa dimorò, come, oltre al Vasari, scrisse lui stesso
in una lettera allo zio Simone Ciarla del 21 Aprile
1508. Proprio in casa Taddei non potè non ammirare
un tondo in marmo realizzato dal Buonarroti in
quegli anni con Madonna, Gesù e San Giovannino,
oggi alla Royal Academy di Londra (Fig. 7).
Nel rilievo l’audace e totalmente inedita posa del
Bambino scolpito da Michelangelo, che si allunga
quasi a distendersi sul lenzuolo, volgendo indietro lo
sguardo, con il corpo che ruota in movimento verso
destra,
dovette
colpire molto il
giovane urbinate
tanto da costituire
imprescindibile
termine
di
riferimento per il
busto di Urbino.
Come folgorato
dalla genialità del
Buonarroti,
Raffaello, in uno
41 Vita di Club n.1
dei suoi ritorni in patria, dove sicuramente fu
presente nel 1507, volle fissare nella duttile creta quel
gesto, proprio come avevano fatto e continuavano a
fare gli scultori nel rendere concreta un’idea
intellettiva, prima della realizzazione definitiva in
altro materiale (Fig. 2). Famose e celebri erano in
Urbino le fornaci dove i vasai sfornavano per principi
e signori elitarie stoviglierie, né è necessario pensare
che il Raffaele Ciarla, ceramista operante nel 1547 in
borgo San Paolo, fosse un suo
parente, perché egli non potesse
trovare in Urbino una bottega che
lo supportasse nel plasmare la
creta. D’altronde non abbiamo
nessuna notizia di un plasticatore
locale del primo Cinquecento che
sapesse realizzare una statua di
questa qualità. Che Raffaello
avesse, per così dire, nel sangue
l’amore per l’arte figulinaria lo
provano i resti dell’antico
pavimento in maiolica delle
Logge Vaticane, realizzato nel
1518 su suo disegno da Luca
della Robbia, il Giovane,
certamente da lui conosciuto a
Firenze.
Tornando al periodo fiorentino,
formativo
per
il
Sanzio,
l’incontro con Michelangelo
dovette segnare profondamente il
giovane, ed è forse proprio da qui che ebbe origine
quella rivalità, vera o presunta, tra i due artisti che ha
riempito lungo i secoli pagine e pagine di critica
d’arte. La ricordata lettera allo zio è indicativa sia
delle speranze del Sanzio, che forse ambiva in cuor
suo ad occupare il posto lasciato libero da Leonardo e
Michelangelo nella pittura della stanza di Palazzo
Vecchio, sia di quanto questi artisti abbiano influito
sulla sua formazione. È probabile che abbia anche
ammirato i tanti disegni di putti che Michelangelo
andava fissando con la penna proprio durante i primi
anni fiorentini di Raffaello (Fig. 8). Non si può
tuttavia disconoscere che a sua volta l’artista di
Caprese aveva a mente i precedenti artistici di
Leonardo, espressi in innumerevoli disegni dove i
bambini sono rappresentati in infinite pose. Era già
dagli anni ’80 del ‘400, proprio quando in Urbino
nasceva il Sanzio, che Leonardo guardava con occhi
nuovi, da uomo del Rinascimento, la fisicità del reale
e la eternava in rapidi schizzi. Così i tanti disegni
preparatori per la Madonna del gatto degli Uffizi
(Fig. 9) già presentavano stilemi che sarebbero stati
ripresi ai primi del ‘500 da Michelangelo nel Tondo
Taddei. Raffaello fra il 1504 e il 1506 in Urbino,
forse proprio nella bottega del padre, volle plasmare
una terracotta che, riscoperta ancora in loco a
distanza di secoli, ci svela il percorso
dei suoi studi, del suo meditare su quasi
un secolo di evoluzione dell’arte lungo
il Quattrocento, da Jacopo della
Quercia del soggiorno senese intorno
alla metà secolo, a Leonardo degli
ultimi decenni, per giungere a
Michelangelo degli inizi del ‘500.
Essa ha costituito per Raffaello poco
più che ventenne l’ideazione di un
modello volumetrico da trasferire con il
pennello sulla tela, dopo averne
studiato a
fondo
il
rapporto
luceombra, in
modo da
rendere il
corpo
in
una reale
fisicità, con le pieghe della pelle che si formano e si
annullano ad ogni movimento. Ma prima della pittura
definitiva veniva un altro passaggio, quello del
disegno. Raffaello infatti fu maestro anche in questo
aspetto della creazione artistica ed innumerevoli sono
i disegni che ha lasciato a testimonianza della sua
grande capacità di cogliere ogni particolare, iniziando
da un veloce schizzo, come una semplice annotazione
del pensiero, per giungere ad un prodotto autonomo.
La gestualità del bambino dalla terracotta trapassa
nella pittura di Raffaello in tutto il periodo fiorentino
e si coglie già in molti disegni preparatori per le sue
meravigliose Madonne col figlio (Fig. 10). Esaltata in
massimo grado nella Bella Giardiniera del Louvre, è
proprio nella Madonna del prato o del Belvedere,
dove il fanciullo divino è reso in controparte, che
cogliamo, oltre al fascino della pittura, l’essenza
dell’animo gentile di Raffaello (Fig. 11). Eseguita
intorno al 1506 per Taddeo Taddei, suo ospite,
42 Vita di Club n.1
dovendo trovarsi accanto al tondo michelangiolesco
di poco precedente, col ruotare il corpo divino da
destra, come era in Michelangelo, a sinistra, intese
rendere un doveroso omaggio ai grandi e famosi
maestri, ma senza plagio. Il dipinto, capolavoro
fiorentino, non immemore di
atmosfere leonardesche, rivela
in tutta la sua pregnanza
l’attento studio di chi l’aveva
preceduto, ma nel contempo il
superamento di una pura
imitazione per raggiungere
una personale dimensione
dell’arte.
Nell’Ottobre
del
1508
Raffaello
lasciò
quasi
all’improvviso Firenze per
andare a Roma, chiamato da
Bramante; nella città dei Papi
riteneva finalmente di potere
trovare quello spazio che
andava da tempo cercando.
Qui, nei primi lavori eseguiti
nella villa della Lungara, oggi
Farnesina, per il ricco
banchiere Agostino Chigi, suo importante mecenate,
in una piena maturità di linguaggio, non dimenticò il
suo studio urbinate e, con una scioltezza ancora
maggiore, il busto in terracotta si sostanziò nel
Cupido alato nell’affresco con Galatea, dove la resa
del rilievo corporeo, nel gioco di luci ed ombre,
deriva proprio dallo studio concreto dell’altorilievo
fittile ora al suo ultimo lirico approdo (Fig. 12 a,b).
Nella terracotta di Urbino è appena visibile l’attacco
delle ali, che qui si dispiegano in pieno volo.
Rimpiangiamo che nello sterro della Casa natale non
siano stati raccolti i frustuli di ceramica che forse
avrebbero aiutato a ricostruire con più ampia visione
la scultura, che ora manca di tante parti. È
interessante notare come la figurazione alla Lungara,
con Galatea che avanza in un tripudio di Tritoni,
delfini, amorini su un mare quietamente ondoso, sia
la più vicina al periodo fiorentino. Il tema mitologico
infatti è desunto da Teocrito e Ovidio, ma era stato
modernamente inserito dal Poliziano nell’atmosfera
culturale neoplatonica di Firenze.
Per tutti questi motivi, riteniamo che
l’affresco non sia lontano dal suo
arrivo
a
Roma,
intorno al 1509. La
pittura successiva di
Raffaello
acquista
una
diversa
connotazione
sia
spirituale
che
artistica, e, così
come era stato per Michelangelo, l’incontro con la
classicità porterà l’Urbinate su altre e più complesse
vie dell’arte.
Bibliografia
W. Fontana, Il moto di Raffaello e due saggi giovanili in Urbino, 1985.
G. Cucco, Casa Natale di Raffaello. Urbino, Accademia Raffaello, Urbino 1997, p. 56.
G. Gardelli, La scultura nel rapporto Raffaello - Michelangelo. Una terracotta di Raffaello dalla Casa natale in Urbino.
Modello per la “sculptura picta”, «Accademia Raffaello. Atti e Studi», 2009/2, pp. 5-20.
Didascalie delle foto
Fig. 1 - Raffaello Sanzio (attr.), Madre col Figlio; affresco. Sec. XVI. Urbino, Casa natale di Raffaello.
Fig. 2 - Raffaello Sanzio (attr.), Busto di Angelo, terracotta. 1506ca. Urbino, Casa natale di Raffaello.
Fig. 3 - Giovanni Santi, Pala d’altare, part.,1489. Frontino, Convento di Montefiorentino, Cappella Oliva.
Fig. 4 - Raffaello Sanzio, Nascita di Maria, part., 1497ca, dalla predella della Pala d’altare del Perugino per la Chiesa di Santa
Maria Nuova in Fano. Urbino, Galleria Nazionale delle Marche.
Fig. 5 - Raffaello Sanzio, Pala Ansidei. 1505, Londra, National Gallery.
Fig. 6 - Jacopo della Quercia, Madonna col Figlio; terracotta, 1427-1429. Siena, Oratorio di San Bernardino.
Fig. 7 – Michelangelo Buonarroti, Tondo Taddei; marmo. 1503-6, Londra, Royal Academy.
Fig. 8 - Michelangelo Buonarroti, Disegni di putti. 1504-1505. Londra, British Museum.
Fig. 9 - Leonardo da Vinci, Disegni per la “Madonna del gatto”. 1478-1483. Londra, British Museum; Firenze, Uffizi,
Gabinetto dei disegni e delle stampe.
Fig. 10 - Raffaello Sanzio, Studi di Madonne; disegni. 1506-1507. Londra, British Museum; Parigi, Louvre.
Fig. 11 - Raffaello Sanzio, Madonna del Prato (o del Belvedere; Taddei).1506. Vienna, Kunsthistorisches Museum.
Fig. 12 a,b - Raffaello Sanzio, Trionfo di Galatea (intero e part.); affresco. 1509-1511. Roma, Villa Farnesina
43 Vita di Club n.1
ATTUALITÀ&GIOVANI
LA FENOMENOLOGIA DEL NERD
Il termine inglese, usato in origine in senso denigratorio per ‘secchione’, quindi ‘sfigato’, ‘molto intelligente’, ma
‘socialmente goffo’, a partire dagli anni novanta ha assunto connotazioni positive nell'ambito della società della rete e
dei tecnici dei computer, per descrivere orgogliosamente una persona tecnicamente preparata, che esprime un
interesse superiore alla norma per argomenti complessi e spesso eccelle in materie che hanno a che fare con i
computer e la tecnologia, i fumetti, i giochi di ruolo, la musica classica, gli scacchi, i film, la fantascienza, i giochi
virtuali e la letteratura fantasy. Bill Gates è stato spesso definito un nerd; Peter Parker, ovvero Spider-Man, è un
insegnante di scienze, e prima di diventare Spider-Man era il nerd dell'istituto superiore; Clark Kent, l'alter ego di
Superman è stato visto come un nerd ante litteram. È un nerd anche l'Uomo dei fumetti nei Simpson, obeso, tecno
maniaco ed appassionato di fumetti e di telefilm di fantascienza, come Star Trek e Star Wars.
di ANDREA BIONDI (Dottore in Sociologia)
O
re 19.25 - la sera prima di partire. Mi
sono appena seduto davanti al pc
antidiluviano che mio padre utilizza
come macchina da scrivere, la
domanda che mi ha appena fatto continua a
ronzarmi nella testa come una cimice in una
stanza calda, senza un filo logico da seguire,
semplicemente sbatte a destra e sinistra finché
una misericordiosa ciabatta non dà un senso alla
sua giornata. Sì, avete intuito bene, questa sera
per una strana sequenza di eventi sono tornato a
dormire a casa dei miei, e ho già mangiato. Poco
male, in fondo dovevo comunque andare a letto
presto, la partenza domattina è fissata per le 6,
quindi se non voglio essere più intontito del
solito mi conviene battere presto in ritirata. Sì,
perché domani, per la prima volta da quando ho
realizzato
di
essere
profondamente,
visceralmente Nerd, mi recherò nel più sacro e
antico tempio dei Nerd, il Lucca Comics &
Games1; oh, io ‘sto posto non l’ho mai visto,
l’informazione ve la vendo così come l’ho
comprata, quindi prendetela con il beneficio del
dubbio. Certo, a mia discolpa potrei dire che non
ci vado per i giochini di società con milioni di
esagonini e regole tanto complesse da richiedere
una laurea (alla faccia di chi dice che la laurea
non serve a niente), o per vedere ragazze
sovrappeso strizzate in completini da marinaretta
1
È il più antico appuntamento europeo del settore
(secondo per importanza solo al francese Angouleme) e
Rimini è presente con i suoi editori e autori di cartoon e
con uno stuolo di appassionati che puntano su Lucca pronti
a sfidarsi in giochi di ruolo e a travestirsi per incarnare il
personaggio preferito.(ndr)
o incoronate da lunghe orecchie da elfa, o
"piccole emo crescono" coi capelli a massa
compatta tipo colata di colla e con ‘sti occhi neri
che nemmeno Rocky dopo la slavina di cazzotti
di Apollo li aveva così. No, potrei dire ad
esempio che quest’anno mi sono finalmente
deciso a seguire i miei amici nerd, solo perché
presentiamo il nostro film “Predatus” (altro
sfogo nerd di trentenni in fuga, decisamente poco
avvezzi al rimorchio e perciò dotati di tante
44 Vita di Club n.1
domeniche libere), certo potrei menarmela per
ore ed essere anche abbastanza convincente, ma
non servirebbe a cancellare il fatto che sono un
Nerd. A questo punto, sempre che non vi siate
già annoiati e abbiate fabbricato un attizza fuoco
con la carta di questo articolo, vi starete
chiedendo: sì, ma la domanda che ti hanno fatto
a cena qual è? E soprattutto, cosa diavolo è un
Nerd?!
Allora la prima è presto detta: Padre: "Visto che
domani vai a questa fiera (sottinteso "a perdere
tempo") perché non scrivi un articolo per la
nostra rivista? (e qui i casi sono due o mancano
pagine o sta cercando di capire dove diavolo sto
andando. Ovviamente la logica mi dice di dire di
no, se non altro per rispetto verso il normale
rapporto univoco genitori>figli, figli<genitori,
notare che come la giri la freccia va sempre dalla
stessa parte; figli chiedono, genitori danno,
genitori chiedono, figli snobbano. È sempre stato
così, chi sono io per contravvenire a queste
regole millenarie? Tanto poi i figli diventano
genitori e gli torna tutto indietro come un
boomerang). Figlio, io: "Ah... va bene" (non ho
mai detto di essere uno coerente).
Archiviata questa cosa della domanda, beh c’è da
spiegare cos’è un Nerd. Allora premetto che il
significato dell’acronimo2 non me lo ricordo e
non ho internet per andarmelo a cercare e fare il
figo (pc antidiluviano/macchina da scrivere...
cerchiamo di stare attenti), quindi cercatevelo
voi. Io posso spiegarvi quello che realmente è, al
di là del nome.
I Nerd non sono solo i secchioni (altrimenti io
sarei assolutamente fuori contesto), quei gracili,
teneri esserini con le braccine magre e gli
occhialoni neri scocciati di bianco… noooo, non
fatevi ingannare dallo stereotipo3. Quelli sono un
2
N.E.R.D. sta per “Nuove Esperienze di Ricombinazione
Digitale” ed è un programma che racconta le passioni e le
idee dei NERD, non solo “smanettoni”, ma anche artisti
della tecnologia digitale e critici della società attuale. (ndr)
3
Da Wikipedia: Lo stereotipo dell’immagine del nerd nei
mass media consiste in un uomo giovane con grossi
occhiali con la montatura nera (preferibilmente rotti e
attaccati alla bell’e meglio con del nastro adesivo), un
pocket protector nel taschino per evitare che le numerose
penne (possibilmente stilografiche) che tiene perdano
inchiostro e rovinino le camicie, pantaloni dall’orlo alto (i
cosiddetti pinocchietti o capri, chiamati anche, con intento
ironico, acqua alta in casa, casa allagata o saltafossi).
Indossa camicie e in generale abiti troppo formali per le
circostanze. Viene descritto come persona con scarsi
rapporti con l’altro sesso; di solito è molto magro o molto
grasso e comunque non ha cura della propria forma fisica.
simbolo, una sorta di icona sacra che ci piace
tenere lì, appoggiati in un angolo dei nostri
pensieri e alla cui perfezione la maggior parte di
noi non potrà mai arrivare, se questo papa fosse
un po’ più tenero e un po’ meno blietzkrieg,
potrei dire una specie di santino portafortuna,
speriamo non giunga la scomunica. No, la verità
è che la maggior parte dei nerd si rifiuta di
accettare quello che è, un insieme di scoppiati
che sanno a memoria le battute dei film anni 80
(quelli d’azione, gli altri non erano film), che si
vedono una sera a settimana per impersonare
personaggi inventati all’ombra di mondi poco
reali, che si travestono da personaggi storici o
fantastorici (questo termine non sono sicuro che
esista) solo per il gusto di farlo... ben sapendo
che non si vince niente, che confrontano il
funzionamento
di
differenti
programmi
gestionali per computer intavolando furenti
discussioni al limite del lecito, che guardavano
Baywatch solo per la sigla dove le bagnine
corrono, che sanno a memoria le sigle dei cartoni
animati (beh ognuno quelli della sua epoca eh,
c’è un limite a tutto), che giocano on line fino
alle 2 del mattino e il giorno dopo si alzano alle
7… ma fa niente perché alle 14 ci si sente al
telefono per commentare la giocata! Insomma
una manica di scemi, diciamolo pure, che hanno
vite più o meno regolari, insospettabili. Ma che
sono ovunque e si riproducono come cavie. Tu
puoi accettarlo e magari tentare di capirli, oppure
ignorarli e fare finta di niente, almeno fino al
giorno in cui, come è successo a me, te ne stai
per i fatti tuoi a lavorare, entri in una azienda e te
ne vai in produzione, passeggi tranquillo tra
lamiere tagliate, scintille di saldatura che
illuminano l’aria fumosa e decisamente poco
C.E. con in testa il motivetto della sigla di
Superman, ce l’avete presente, dai, tre strofe
inimitabili, e inizi a fischiettarlo; d’un tratto un
omone grosso e sudato con le braccia mulatte di
olio fino ai gomiti si volta e ti fissa, arriccia le
labbra e finisce il motivetto che avevi appena
iniziato, poi il silenzio e i due volti distanti che si
fissano e annuiscono fieri. Beh, quando quel
giorno arriva, capisci che a volte non serve
Si parla di un individuo con particolari difficoltà ad
instaurare rapporti sociali. Il prendere parte in dibattiti o
discussioni su argomenti tecnico-scientifici è una delle rare
situazioni in cui si lascia volentieri coinvolgere.
Attualmente il termine è associato non solo a uomini e
ragazzi, ma anche a donne con interessi nella tecnologia,
nelle scienze e nella matematica e in altri campi
usualmente occupati dagli uomini. (ndr)
45 Vita di Club n.1
davvero vedere e capire come stanno esattamente
circa un metro e ottanta, torreggia su di me
tutte le cose del mondo per essere felici, a volte
grazie ai due stivali in pelle bianca che le
basta dargli un’occhiata un po’ sfocata,
avvolgono le caviglie. Ha un lungo cappotto di…
attraverso le lenti spesse di due begli occhialoni
pelle? Pelliccia? Poco importa, comunque bianco
neri scocciati di bianco, e fischiettando farci un
e aperto sul davanti, minigonna… ovviamente,
bel giro.
top strizzato su un seno prosperoso…
Giorno 1° – Arrivo. L’autostrada alle 7 del
ovviamente, capelli neri e lisci che le ricadono
mattino è esattamente quello che dovrebbe
sulle spalle e cappello da cowgirl bianco,
essere, una perfetta arteria ad alto scorrimento,
perfetta. Fa un freddo boia e lei cammina come
ce la godiamo tra le chiacchiere e le prime luci
se fosse cresciuta in un ghiacciaio, totalmente
dell’alba, attraversando il nodo autostradale più
indifferente al tempo, mi passa davanti e
importante e più temuto d’Italia…Bologna. I tre
scompare dentro le porte della città. Silenzio.
che sono con me (marito, moglie e amico) sono
Sono le 10.30 del mattino e io ho appena
veterani della manifestazione e mi trattano come
imparato due nuove cose: 1. la direzione da
fratelli maggiori al primo giorno di guerra, le
prendere… dietro a lei, tutta la vita! 2. … che
loro descrizioni variano tra l’ispirato e il
presto “scoprirò quanto è profonda la tana del
rassicurante ma io sento che non me la stanno
bianconiglio”.
dicendo tutta. Autogrill vicino a Lucca, caffè
Camminiamo allegri, molto allegri, attorno a noi
prima di arrivare, i primi contatti. Ho affinato i
insospettabili geometri discutono del perché
miei sensi per notarli,
trovano impossibile credere
l’ambiente grigio del piazzale
alla teoria degli universi
dell’autogrill con le sue
paralleli, attraversiamo le vie
pompe di benzina e i camion
del centro storico punteggiato
che fischiano non è tale da
di quando in quando di
turbare facilmente la mia
tendoni bianchi, in seguito
testa; eppure qualcosa noto.
avrò modo di visitarli e
Alcune, le prime, macchine
capire cosa contengono. Ma
con coppie di ragazzi e
ovunque, c’è un clima di
ragazze… normali per carità,
leggera festa, non quella
eppure c’è qualcosa che li
rumorosa e opprimente del
accomuna, lo so, lo sento.
carnevale con quei tristissimi
Quando si avvicinano capisco
bambini dalla faccia dipinta e
che cosa: “Sì, sì, quello era
il giaccone che ne copre i
esattamente
lo
stesso
vestiti (se no prendi freddo!),
personaggio della prima serie
o quei carri giganti che
a cui hanno modificato
lanciano le caramelle con la
l’aspetto per renderlo… no,
stellina televisiva di turno
no non esiste che tu possa
(spesso quella del turno
fare tre 204 di fila… ma la
prima per la verità), no, no,
prima serie era decisamente
niente del genere. Qui vedi
meglio, tutt’altro spessore,
passeggiare la gente con gli
delle tematiche sociali che
occhi luminosi e sereni come
Cartoon riminese: wwwbaradacomix.com
non trovi nelle altre!”.
se fosse il compleanno di
Sono Nerds. Casello. Code. Parcheggio. Chiudo
ognuno di loro. Gente vestita, gente travestita,
la macchina e mi volto a guardare i bastioni di
gente… beh gente svestita, cavolo! Io verso le 12
Lucca. La manifestazione si tiene all’interno del
ho tolto il piumino ma ancora fa freschino eh…
centro storico cinto di mura, da fuori la vista è
arriviamo in una grande piazza leggermente in
magnifica. Un pratino verde e perfetto circonda
salita, che in seguito scoprirò essere uno degli
le mura altrettanto perfette, sto per dire qualcosa
snodi principali tra i tendoni e l’area Cosplay, e
quando la vedo. La prima anomalia di due giorni
tutto si moltiplica. I colori, le voci, la musica, i
decisamente fuori dal normale. Arriva nel mio
ricordi… sì, soprattutto quelli, che vedi rivivere
campo visivo all’improvviso e da vicino, quindi
nei costumi e nelle idee di altre persone, è come
ho decisamente poco tempo per abituarmi: alta
se tanti piccoli pezzi della tua vita prendessero
4
Fare il massimo con il dado da 20 punti.
46 Vita di Club n.1
forma e fossero reinterpretati da altre persone,
l’effetto credetemi… è incredibile.
Ma vediamo di fare una breve carrellata
sull’evento, almeno sui primi due giorni, quelli
che ho vissuto io. Come dicevo, vi sono tendoni
sparsi in tutta la cittadella, ognuno con un
argomento diverso, si va da quello sui giochi da
tavolo (che gli autori presentano al pubblico), in
cui sono allestiti decine di tavoli per provarli e
giocare con chiunque voglia cimentarsi, dal
risiko classico, ai giochi fantasy, steampunk, di
logica, scacchi tridimensionali, horror, giochi di
strategia militare con centinaia di soldatini
schierati, insomma di tutto e di più. E per
imparare a giocarli nessun manuale da leggere,
oh no! Tu ti siedi e arriva celermente un
responsabile a spiegarti il gioco e farti giocare,
eccezionale. Poi ovviamente c’è l’area dei
videogiochi, che per la verità ho frequentato
poco, l’area con i pupazzi dei personaggi dei
cartoni di ogni epoca, e qui ho fatto incetta per
educare mia nipote. Giochi di ruolo, manuali e
libri di ogni serie immaginabile. Tendoni di
fumetti, di gadget degli anni passati… io ho
trovato dei giochi anni ottanta da lacrime agli
occhi… i micronauti, sì,
avete capito bene i
micronauti! Poi ci sono i
tendoni con i costumi, e
qui si tratta di vere opere
d’arte, dal fantasy allo
storico, dal vestito per la
dama elfica, al tabarro
per il brigante, dalla
tenuta da piratessa al
vestito da medico della
peste, e poi armi,
armature
tutto
rigorosamente
da
esposizione, quindi in
ferro vero oppure da ‘Nerd’ riminesi festeggiano il
utilizzare nei vari giochi loro film “Predatus” per la
di ruolo dal vivo, e tecnica.
quindi in gomma e lattice. Da riempirsi gli occhi
a non finire… e svuotare le tasche… quello
prima o poi a finire, purtroppo. Ora di pranzo?
Ma no, non c’è tempo né voglia, soprattutto visto
che dal nulla vedo apparire decine di ragazzi che
mangiano spaghettini in brodo che vanno a
pescare con le bacchette da un bicchiere…
ancora una volta sembra di stare in un cartone
animato. Li seguo e scopro l’esistenza dei
Noodles, che altro non sono che spaghetti
liofilizzati strizzati in un bicchiere (tipo quello di
carta della coca cola) a cui va aggiunta acqua
bollente (ecco cos’erano quei cilindri d’acciaio lì
a fianco) e alcuni condimenti contenuti sotto il
tappo (in pratica un “dado” in polvere per far
diventare l’acqua…brodo). Oh, è vero che io
sono di bocca buona, è vero che il clima era
estremamente allegro, ma a me sono pure
piaciuti.
Il Cosplay, fenomeno a me del tutto sconosciuto,
mi si presenta davanti e attorno, impetuoso e
inarrestabile come una cascata. Decine e decine
di ragazzi e ragazze (beh, ricordo soprattutto le
ragazze ovviamente) vestiti come personaggi di
film, cartoni animati, o qualsiasi soggetto o
situazione degna di nota o che per loro ha
rappresentato un momento speciale. Beh, ora voi
direte (avendo letto la prima parte), “ma te lo
aspettavi in fondo… lo sapevi che ci sarebbero
state, le famose elfe sovrappeso, le ragazze
emo/gotiche, e le altre categorie che in poche
righe hai abilmente offeso”.
Sì… va bene… lo sapevo. Quello che non
immaginavo è che fossero belle! Ma proprio
belle! Certi pezzi di fi…danzata (di qualcun
altro), che non ve le immaginate, forse dovrei
mettere qualche foto.
Tanto che per non
perderne nemmeno una
abbiamo anche creato un
codice… il primo che
girando ne vedeva una da
non
perdere
avrebbe
dovuto
gridare
“YEHHBBOY!” e gli altri
sarebbero subito accorsi
per
documentare
l’incontro… no, non vi
sforzate
la
parola
Yeehbboy non significa
nulla, è un’invenzione
1° premio assegnato al geniale di un mio amico,
migliore realizzazione riunisce in sé la ritmica
dell’esclamazione
“accidenti!” e l’esortazione dell’esclamazione “e
vai!”. Che fossero vestite da studentesse, da
principesse delle fiabe, da Lara Croft, da dama
dell’ottocento, da guerriera medievale, da elfa,
da infermiera, da ogni maledettissimo e
sconosciuto personaggio di cartoni animati
recenti (che ignoro), una cosa le accomunava
tutte… erano tutte belle! Orca boia (qui la battuta
è sottile) era carina pure quella vestita da Fiona,
la compagna dell’orco Shrek! Niente da fare, io e
i miei compari abbiamo girato per due giorni
47 Vita di Club n.1
totalmente sopraffatti e impreparati ad affrontare,
con la dignità e compostezza che ci
contraddistingue, l’onda anomala di belle
ragazze e sorrisi lucenti. Poi ovviamente c’erano
anche ragazzi geniali che riproducevano
personaggi eroici, tipo l’uomo tigre, Devilman,
in modo altrettanto eroico, ovvero girando per
giorni a petto nudo. Kenshiro che girava con
tanto di personale al seguito munito di stereo e
sigla del cartone animato. Altri vestiti da
personaggi misconosciuti presi da lungometraggi
divenuti famosi solo in rete, o da vecchie
pubblicità. Avreste dovuto vedere la loro
soddisfazione quando venivano additati e
riconosciuti, l’unica moneta che il loro ego
burlone avrebbe considerato davvero appagante.
Insomma, due giorni davvero divertenti e
difficilmente dimenticabili. Ora mentre vi scrivo,
il nostro film Predatus (www.predatus.com) è in
finale, pronto per essere giudicato da una giuria
e, ancora meglio, dalla folla di nerd raccoltasi
per vederlo. Che vinca o perda a questo punto è
davvero marginale, sono andato a Lucca per
conoscere meglio il mondo di cui credo di far
parte e sono tornato con la consapevolezza di
aver capito un po’ di più su me stesso. In realtà
non è che abbia capito chissà cosa, ma quel poco
che ho imparato vorrei condividerlo con voi: non
giudicate mai una cosa finché non siete sicuri di
averla guardata dalla giusta distanza, spesso
siamo o troppo dentro o troppo fuori dalle cose
nostre e dei nostri cari per poter essere obbiettivi,
e soprattutto, se sentite qualcuno per strada
gridare “YEEHBBOY!”, voi voltatevi…
potrebbe valerne davvero la pena.
SERVICE
GREGORIO XII E CARLO MALATESTA
Il Lions Club Rimini Malatesta sponsorizza parzialmente la pubblicazione di un
manoscritto di Luigi Tonini, rimasto inedito, per dare lustro a personaggi ed
eventi che hanno segnato non solo la storia riminese, ma anche la
grande storia. La parola all’editore.
Gregorio XII.
di MARIO GUARALDI
I
l manoscritto di Luigi Tonini dal titolo
"Papa Gregorio XII e Carlo Malatesta,
ossia la cessazione dello scisma durato
mezzo secolo nella Chiesa di Roma",
conservato presso la Biblioteca Gambalunga di
Rimini (segnatura SC-MS 1344) di 532 pagine,
rimasto a tutt’oggi inedito, merita sicuramente di
essere pubblicato oltre che per rendere omaggio
al più grande storico che Rimini abbia mai avuto,
anche per riportare l’attenzione su un periodo,
quello compreso fra seconda metà del XIV e
prima metà del XV secolo, pieno di discordie e
di episodi non del tutto chiariti di cui sono stati
protagonisti i due grandi personaggi citati nel
titolo. Nel manoscritto che si sta per pubblicare,
lo scisma che interessò la Chiesa cattolica e che
vide fra i principali protagonisti il cardinale
Angelo Correr (papa Gregorio XII) e Carlo
Malatesta, signore di Rimini, è trattato più
ampiamente
che nei volumi IV e V della Storia di Rimini
dello stesso autore.
Carlo Tonini, nell’opera intitolata "Sulla vita e
sulle opere di Luigi Tonini" afferma tra l’altro:
"Quest'opera [...] fondata sulle prove dei
documenti [...] e sulla sodezza e rettitudine
dell'argomentazione, o, come sul dirsi, della
critica, accoppia in se pur anco un'altra
pregevole dote, quella di essere scritta e
condotta nella maniera che oggi si richiede per
farsi leggere. Non molte le citazioni, breve
l'esame dei documenti, parcamente sparsa, ma
non trascurata la salsa delle considerazioni e dei
giudizi; sentito e, alcuna volta, ancora concitato
lo stile per rapidità e concisione di narrativa,
per movimento d'affetti, per vive descrizioni di
personaggi, massime de' principali. Non vi
manca [...] l'eloquenza storica, alla quale
48 Vita di Club n.1
l'autore in questa fece luogo perche ve n'era
luogo e la sua qualità e natura la richiedeva".
Sicuramente va ricordato che in quel periodo
Rimini, ospitando il legittimo papa, tornò ad
essere capitale della cristianità, un po’ come lo
era già stata nel 359 d.C.
quando era stata sede del
concilio che vide la
condanna dell’eresia di
Ario*.
Il lavoro di trascrizione
del manoscritto è stato
affidato ad un esperto
archivista riminese, Luigi
Vendramin. L’edizione
avrà due versioni. Una
prima versione, destinata Sigillo e stemma di Carlo.
alla Biblioteca che ha consentito la riproduzione
del manoscritto, sarà effettuata evidenziando la
ripartizione del testo nelle singole carte,
intervenendo minimamente sulla forma dello
stesso (ortografia, punteggiatura, maiuscole non
necessarie ecc.) allo scopo di fornire uno
strumento che possa essere valido anche per
eventuali futuri studi filologici. Una seconda
versione, destinata alla stampa e soprattutto
all’edizione
digitale,
sarà
prodotta
tralasciando la fogliazione data dal Tonini e
con una normalizzazione grafica che la
renderà più agevolmente leggibile dal più
vasto pubblico. A corredo della trascrizione
è previsto l'inserimento di un consistente
numero di note redazionali aventi lo scopo di
aiutare il lettore nella comprensione
di parole oggi in disuso o
erroneamente interpretabili, o anche
contenenti
brevi
biografie
di
personaggi citati nel testo.
Il tutto dovrebbe essere contenuto in
150-200 pagine di grande formato, cartonato con
sovraccoperta e avrà un prezzo di copertina di €
100,00.
*Alla morte di Gregorio XI, i cardinali italiani, benché in minoranza nel collegio cardinalizio, manovrarono con tale abilità da far eleggere a
Roma nell’aprile 1378 l’arcivescovo di Bari, che prese il nome di Urbano VI. Allora un nutrito drappello dei cardinali francesi contrastò
questa scelta e, riunitisi segretamente a Fondi (presso Roma) nel settembre, elessero un altro papa nella persona del cardinale Roberto di
Ginevra (Clemente VII) che scelse la sede di Avignone. Fu lo Scisma definito d’Occidente per distinguerlo da quello d’Oriente che nel 1054
aveva separato da Roma la Chiesa greco-ortodossa. Così la cristianità si divise in due curie, due collegi cardinalizi e, in alcune grandi e meno
grandi sedi vescovili d’Occidente, due arcivescovi, con gravi conseguenze sia per l’ordine pubblico che per la serenità dei fedeli, poiché
l’uno e l’altro papa facevano a gara, senza badare ai modi, per accattivarsi l’amicizia dei potenti. L’Impero, l’Inghilterra, i signori dell’Italia
centro-settentrionale tenevano per il papa romano; la Francia, il regno di Napoli e d’ Aragona per quello avignonese. Lo scandalo di due papi
in guerra tra loro spinse le gerarchie ecclesiastiche ad indire un concilio (Pisa, 1409), in cui furono deposti sia il papa di Roma, Gregorio XII,
sia il papa di Avignone, Benedetto XIII, e fu riconosciuto Alessandro V come unico pontefice. Non venendo accettata tale soluzione, il
risultato fu che, dal 1409 al 1414, si ebbero tre papi, Gregorio XII (Angelo Correr), Alessandro V (Pietro Filargo) e Giovanni XXIII
(Baldassarre Cossa), che si scomunicarono a vicenda, finché l’imperatore Sigismondo riuscì a far convocare un successivo concilio a
Costanza (1414 –1418) dove venne eletto Martino V (Oddone Colonna). Per il Concilio di Costanza Gregorio nominò Carlo Malatesta e il
cardinale Dominici di Ragusa come suoi delegati. Il cardinale convocò il concilio e autorizzò i suoi atti di successione, preservando così le
formule del primato papale. Quindi Malatesta, agendo in nome di Gregorio XII, pronunciò l’abbandono di Gregorio, che i cardinali
accettarono, ma, in base a precedenti accordi, accettarono anche di mantenere tutti i cardinali che questi aveva creato, dando così
soddisfazione alla famiglia dei Correr. Nominando vescovo di Porto (Ostia) e legato pontificio ad Ancona, Gregorio spese il resto della sua
vita, due anni, in una tranquilla oscurità ad Ancona. È sepolto nella cattedrale di Recanati; dopo di lui tutti i papi sono stati sepolti a Roma.
Nel 1417, dopo la sua morte, il suo successore lo nominò Pontefice Emerito di Roma.
- Gli antipapi Alessandro V, Benedetto XIII e, a destra con le ali, Angelo
Correr, alias Gregorio XII; le due chiese indicano lo scisma in atto.
- Il Concilio di Costanza.
49 Vita di Club n.3
RIMINI CITTÀ
GIULIO CESARE E IL SUGGESTUM.
IL MODELLINO DI ERCOLE DREI
Dal 25 settembre al 25 novembre 2010 si è svolta all’Archivio di Stato di
Rimini e in Biblioteca Gambalunga la mostra documentaria “Alea iacta est.
Giulio Cesare in archivio”, a cura di Cristina Ravara Montebelli. Dedicata ai
"segni" archeologici e monumentali che in Piazza Tre Martiri testimoniano
ancora oggi la presenza di Giulio Cesare a Rimini, dopo il passaggio del
Rubicone nel 49 a.C, l’esposizione ha ripercorso le vicende che fino ai
nostri giorni hanno riguardato sia l’antico suggestum, sul quale la
tradizione afferma che Giulio Cesare abbia tenuto l’allocuzione ai soldati, sia la statua bronzea donata da Mussolini
nel 1933, già in piazza ed ora custodita nella Caserma Giulio Cesare di Rimini. Manoscritti, dattiloscritti, fotografie e
disegni, rintracciati nei faldoni dell’archivio, sono stati esposti insieme ad una interessante scultura, di proprietà
privata, che dà forma plastica al primitivo e mai realizzato progetto di collocamento della statua sull’antico
suggestum. Inaugurata in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, la mostra è stata corredata da un
corposo volume che approfondisce, anche con un ricco apparato fotografico, i diversi temi trattati dall’esposizione.
Curato da Cristina Ravara Montebelli, il volume include contributi di Fabio Pesaresi, Michela Cesarini, Daniela
Baroncini, nonché ricche appendici documentarie.
di MICHELA CESARINI
I
l 10 settembre 1933 un’imponente
celebrazione inaugurò la collocazione sotto
la Torre dell’orologio della statua bronzea
di Giulio Cesare donata da Mussolini. La
partecipata cerimonia fu il brillante esito
dell’attività di numerosi professionisti: architetti,
geometri, scultori, fotografi, pittori, doratori,
artigiani del ferro e marmisti, i cui nomi sono
solo in parte ancora oggi noti.
L’architetto Gaspare Rastelli (Rimini 1867 –
Verucchio 1943) rivestì un ruolo fondamentale
nella scelta degli artefici, in virtù della propria
funzione di titolare dei lavori di restauro alla
Torre dell’Orologio, seriamente danneggiata dal
sisma del 1916. Avviati solamente nel 1931, i
lavori si intrecciarono nel marzo del 1933 con la
necessità di dare degna collocazione al rilevante
simulacro bronzeo di Giulio Cesare, giunto da
Roma e copia della statua del dittatore collocata
in via dell’Impero, replica a sua volta di un
originale di epoca traianea custodito in
Campidoglio.
Fu probabilmente l’architetto Rastelli a chiedere
al valente scultore Ercole Drei (Faenza 1886 –
Roma 1973) la piccola copia in gesso della statua
bronzea romana. Drei abitava nella capitale,
dove Rastelli è documentato nel marzo del 1933.
Il contatto tra i due però potrebbe essersi più
facilmente attuato a Bologna, dove Drei
risiedeva qualche giorno alla settimana per
insegnare scultura all’Accademia di Belle Arti e
dove anche l’architetto riminese dimorava per
buona parte dell’anno, essendo ivi iscritto
all’ordine professionale ed esercitando nello
studio di via Carducci 11. D’altro canto, lo
scultore di origine romagnole aveva già intessuto
relazioni con il territorio riminese fin dagli anni
Venti: suo è il bel Monumento ai caduti per la
patria di Savignano sul Rubicone, del 1924. La
figlia dello scultore, Isabella, ricorda inoltre che
tra il 1931 e il 1940, in seguito alla prematura
morte della moglie, Ercole Drei soggiornava nei
fine settimana estivi a Bellaria, dove le figlie
trascorrevano le vacanze insieme alla nonna ed
alla zia di Faenza.
Giunta a Rimini, la statuetta plasmata
sapientemente da Drei servì per capire che l’idea
di porre la statua bronzea sull’antico suggestum
(formato
dal
cippo
commemorativo
cinquecentesco e dal petrone romano), suggerita
dal Duce, non era assolutamente praticabile. Le
sproporzionate dimensioni della scultura rispetto
50 Vita di Club n.1
al cippo lapideo, macroscopicamente evidenti
ponendola su un modellino di proporzioni reali
(tuttora conservato insieme alla statua ed opera
di Filogenio Fabbri), nonché la considerazione
della pesantezza del bronzo, fecero scartare
definitivamente l’ipotesi. Testimonianza della
funzione del modellino sono due diverse
fotografie della statuetta di Drei pubblicate nel
1933: in “Rimini e Giulio Cesare” è sul
suggestum cinquecentesco, mentre nel «Popolo
di Romagna» del 2 agosto 1933 è posta su un
semplice basamento quadrangolare. Fu proprio
questo ad essere eseguito nel luglio del 1933 dal
marmista Giuseppe Tonini, basamento che è
tuttora presente in piazza Tre Martiri, a
sorreggere però un’ulteriore replica della statua
bronzea di Giulio Cesare, fusa nel 1996.
Un’altra opera d’arte documenta l’originaria idea
di collocare la statua di Giulio Cesare sul cippo
cinquecentesco ed è opera del noto pittore e
giornalista Luigi Pasquini (Rimini 1897- 1977).
La xilografia, pubblicata nel numero unico edito
dal Comune di Rimini in occasione
dell’inaugurazione della statua di Giulio Cesare
nel settembre del 1933, curato dallo stesso
autore, pone i due “segni” del passaggio riminese
di Cesare in prossimità del Tempietto di
Sant’Antonio. È poco lontano da lì che ancora
oggi è possibile ammirare il cippo
cinquecentesco, privo purtroppo, a causa dei
devastanti bombardamenti del 1944, del petrone
romano servito per innalzare Cesare sul foro al
cospetto dei suoi commilitoni.
Giulio Cesare sotto la Torre dell’orologio.
Rastelli, Pasquini, Seghettini, Curoli
e Maioli a S. Marino nel 1925.
Drei-Fabbri, Modello di collocamento
della statua secondo il desiderio del Duce,
1933.
51 Vita di Club n.1
DIDATTICA&INFANZIA
I SOGNI NEL CASTELLO
Se un bambino vuole volare, non limitiamoci a dire: “i bambini non
possono volare”. Prendiamolo, invece, in braccio e portiamolo in alto
sopra le nostre teste fino in cima all’armadio, cosicché senta di aver
volato come un uccello fino al suo nido.
Winnicott,1949
di EVA DULIKOVA FRISONI (Atelierista nelle scuole dell’Infanzia del Comune di Rimini)
N
proiezioni delle fiabe e soprattutto la
ella scuola dell’Infanzia comunale
drammatizzazione (entrare nei panni di un altro,
“La Lucciola” è stato realizzato
recitare una parte rappresenta un’esperienza di
nell’a. s. 2009/2010 un progetto
arricchimento, che contribuisce a rafforzare la
ATELIER rivolto ai bambini dai 3 ai
propria identità, ad identificarsi nelle emozioni
6 anni intitolato “I SOGNI NEL CASTELLO”
degli altri e ad esercitare il controllo della
che si collegava al progetto annuale della scuola
propria emotività) sono serviti a introdurre le
intitolato “Apro un libro... trovo un castello”.
attività che hanno dato la possibilità ai bambini
La prima infanzia è lo spazio privilegiato per la
di vivere in prima persona diversi sentimenti,
fantasia, il sogno, la creatività e nel mondo delle
calandosi nel ruolo dei vari personaggi. La
fiabe il fascino e il mistero del castello hanno
scoperta dei castelli del territorio riminese ha
sempre colpito l’immaginario dei bambini.
colpito la loro immaginazione inducendoli a
Il castello è un luogo - con le sue torri, i merli, le
trasformare nel reale quanto precedentemente
feritoie, i fossati, gli stemmi, il ponte levatoio introitato e a creare nuovi sogni, nuovi
che accende la fantasia dei bambini e li aiuta a
personaggi, nuove situazioni. Si è dato lo spazio
sognare. Può essere abitato da principi e
ai sogni dei bambini, al loro desiderare come
principesse, da cavalieri, fate, maghi, draghi,
vorrebbero essere e cosa vorrebbero fare, per poi
streghe… e così via. Il progetto dell’atelier era
immaginare di essere in quel luogo o di fare
teso ad incrementare nei bambini il piacere
quelle cose. Dare il tempo ai bambini di stare
giocoso, emotivo e creativo del “sognare nel
con i loro sogni o inventarne di nuovi è davvero
castello”. Lo spazio atelier si è proposto dunque
importante, soprattutto per i più
come “contenitore castello”
riservati e silenziosi che nel gioco
dentro il quale far agire le varie
dell’immaginario si aprono agli
attività come: ascolto, racconto,
altri con maggior facilità e
sogno-desiderio, lettura animata,
spontaneità. Varie e molteplici
drammatizzazione,
sono state le attività programmate
rappresentazione fantastica del
e realizzate e a tutte i bambini
castello e dei sogni. Si sono poi
hanno partecipato con grande
programmate le uscite didattiche
entusiasmo e coinvolgimento. Ne
nei castelli di Rimini, Verucchio
cito alcune per meglio illustrare
e Gradara intesi come scrigni
quanto sopra detto. Dopo il
preziosi da dischiudere di volta
racconto della storia “ Il drago
in volta per mostrare cortili, sale, Al castello di Gradara.
timido” è stato allestito, insieme
oggetti del vivere quotidiano,
ai bambini, l’atelier con gli oggetti delle fiabe,
armature dei cavalieri, stanze dei re e delle
col castello originale compresi i ritratti degli
principesse.
abitanti dei castelli. Ciò ha favorito la
L’atelier è diventato un luogo di “sospensione
conversazione sui sogni/desideri. Ogni bambino
spazio-temporale” dove sperimentare, attraverso
ha preso un sogno/brillante dal cuscino e lo ha
la metafora e il sogno; dove tutto è possibile: il
messo in tasca, così quando voleva poteva
gioco della scoperta di sé e dell’altro, del reale e
sognare quello che gli piaceva. Il personaggio
del magico. I racconti, le letture animate e le
52 Vita di Club n.1
guida del progetto era il giullare Campanellino
che ci invitava con i messaggi a svolgere varie
attività. È stata realizzata dai bambini una
maxistruttura/castello dove si svolgevano giochi
cantati, conte e danze del castello. È piaciuto
molto ai bambini il gioco “Teleracconto” del
proprio sogno con l’ausilio della lavagna
luminosa e il materiale di recupero. Le narrazioni
delle fiabe erano animate dalle proiezioni. I
bambini hanno drammatizzato la storia del
draghetto scegliendo il personaggio preferito e
indossando il simbolo che lo rappresentava
accompagnati dalla musica medievale. Hanno
“danzato i loro sogni” in presenza dei genitori
durante gli auguri di Natale e hanno creato i
castelli dei loro sogni. Anche i genitori sono stati
coinvolti nel progetto con racconti di fiabe legate
al castello del paese di provenienza, durante il
mese di dicembre e gennaio e alla fine di maggio
con la realizzazione di castelli di sabbia, insieme
ai propri figli durante la festa di fine anno. Il loro
messaggio, a conclusione del progetto, è stato:
“grazie di averci fatto sognare insieme ai nostri
figli”. Ci sono i castelli reali, immaginari, di
carte, di sabbia, di aria… forse il castello fa parte
non solo della nostra infanzia, ma della nostra
vita in varie forme e in vari momenti (a
proposito io mi sono sposata in un castello).
Certo che i nostri bambini non dimenticheranno
mai “ il castello” la via per entrare… nel mondo
dei sogni.
Da sin. a ds.
Allestimento atelier
Messaggio di Campanellino
Cuscino dei sogni
Realizzazione del castello maxistruttura
Castello per entrarci dentro e giocare
Racconto dei propri sogni
Drammatizzazione della storia
Castello dei sogni 3 anni, 4 anni, 5 anni
Castello di sabbia
53 Vita di Club n.1
INTERMEETING
LA FORZA DELLA CONCRETEZZA
AL SERVIZIO DELLA COMUNITÀ
Il Lions Club Rimini-Riccione Host e il Lions Club Rimini Malatesta
celebrano la Festa della Bandiera Tricolore e delle Forze Armate nel 150°
dell’Unità d’Italia. Relatore il colonnello pilota Ludovico Chianese,
comandante del 15° Stormo “Stefano Cagna” dell’Aeronautica Militare di
stanza presso l’aeroporto di Cervia. Ospiti d’onore: il ten. col. Daniele
Telesca e il c.f. Nicola Attanasio.
di GIORGIO BETTI
C
idealmente unita la grande famiglia del
reare e stimolare uno spirito di
Panathlon Club Rimini presente all’incontro con
comprensione fra i popoli del mondo.
una autorevole rappresentanza di soci
Promuovere i principi di buon governo
(Alessandro Giuliani, Giuseppe Tassani, Luigi
e di buona cittadinanza. Prendere
Fabbri, Giovanni Carluccio e Franco Magnoni).
attivo interesse al bene civico, culturale, sociale
A dare ulteriori significati all’evento è giunto il
e morale della comunità. Unire i club con i
saluto del Governatore del Distretto 108 A,
vincoli dell’amicizia e della reciproca
Guglielmo Lancasteri, e l’invito a perseverare
comprensione. Stabilire una sede per la libera e
nell’azione propositiva dei Lions con “La forza
aperta discussione di tutti gli argomenti di
della concretezza al servizio della comunità”.
interesse pubblico, con la sola eccezione della
Poi, dopo una introduzione sobria nei contenuti
politica di parte e del settarismo confessionale. E
di protocollo (inni nazionali degli Stati Uniti,
ancora. Incoraggiare le persone che si dedicano
europeo e italiano, cui hanno fatto seguito i nomi
al servizio a migliorare la loro comunità senza
degli ospiti d’onore: il tenente colonnello
scopo di lucro ed a promuovere un costante
Daniele Telesca e il capitano di fregata Nicola
elevamento del livello di efficienza e di serietà
Attanasio) sapientemente orchestrata dal
morale negli affari, nelle professioni, negli
cerimoniere Graziano Lunghi, che ha invitato la
incarichi pubblici e nel comportamento in
presidente Monica
privato. Fin qui gli
Sardonini a battere
scopi del Lions
il primo colpo di
International, che
martelletto
sulla
sono
riecheggiati
campana, simboli
solennemente
entrambi del potere
martedì 9 novembre
lionistico
(“E
2010 in occasione
della “Festa della
allora, non chiedere
bandiera” promossa
per chi suoni la
e organizzata dal
campana.
Essa
Lions Club Riminisuona
per
te”.
Ernest Hemingway),
Riccione
Host
l’intermeeting
è
(presidente: Monica
proseguito con il
Sardonini) e dal
saluto del primo
Lions
Club
donna
Malatesta
Rimini Il Comandante Ludovico Chianese tra la presidente del Lions Club presidente
della
(presidente: Mario Rimini-Riccione Host Monica Sardonini e il presidente del Lions
Roberto
Club
Rimini
Malatesta
Mario
Gori
con
il
segretario
ultracinquantenaria
Gori), ai quali si è
Morbidi.
54 Vita di Club n.1
storia del service-club cittadino, che ha esordito
dicendo: “La festa della bandiera che i Lions
riminesi dedicano ogni anno alle nostre Forze
Armate, al loro impegno, al loro spirito di
servizio,
al
loro
sacrificio,
assume
nell’occasione una connotazione di maggiore
significato in quanto si iscrive nelle celebrazioni
per il 150° dell'Unità Nazionale. Una ricorrenza
storica di grande spessore che ha determinato la
nascita della nostra identità nazionale. Una
ricorrenza che merita di essere pienamente
valorizzata e profondamente compresa da tutti
gli strati della società civile”.
Parole e musica, le sue, condivise e apprezzate –
e non poteva essere altrimenti – dall’autorevole
uditorio lionistico che le ha rivolto un caloroso
applauso d’incoraggiamento a proseguire senza
deflettere un attimo nell’applicazione del
programma del suo club.
Poi, con lo stile e l’eleganza che la
caratterizzano, la presidente Monica Sardonini
ha presentato il relatore della serata: il colonnello
pilota Ludovico Chianese, comandante del 15°
Stormo dell’Aeronautica Militare di stanza
all’aeroporto di Cervia. Un lungo quanto ricco
Curriculum Vitae onusto di gloria,
quello del comandante Chianese, che da
un lato ha rivelato quanto sia
importante il suo ruolo di soldato e - ci
si perdoni l’invasione di campo nella
sfera più intima, quella familiare –
dall’altro quanto più grande sia la sua
statura di uomo che, nell’occasione, ha
palesato
“debolezze”
umane
–
chiamatele se volete emozioni! facendosi accompagnare dalla moglie
Daniela e dalla giovanissima figlia,
Laura Maria. Insomma: chi si aspettava
di vedere in azione Rambo ha dovuto
ricredersi. Il comandante Chianese,
giocando sul filo di una sottile ironia,
ha
infatti
saputo
impersonare
mirabilmente sia l’uomo d’azione in
divisa cui spetta il difficile compito di
intervenire con decisione laddove necessiti la
presenza dei suoi uomini del 15° Stormo; sia
l’uomo, il marito, il buon padre di famiglia, il
cittadino capace di dialogare senza infingimenti
e, quel che più conta, alla pari con gli altri.
Il 15º Stormo “Stefano Cagna” – ha esordito
Chianese - è uno stormo dell’Aeronautica
Militare Italiana. Parte integrante del Comando
delle Forze per la Mobilità ed il Supporto, il suo
compito principale è quello di assicurare la
ricerca e il soccorso degli equipaggi di volo,
concorrendo, inoltre, ad attività di pubblica
utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in
montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di
ammalati in pericolo di vita, nonché il soccorso
di traumatizzati gravi. Tali missioni rientrano in
ciò che in gergo militare viene definito in tempo
di pace Search and Rescue - SAR e, in tempo di
crisi, Combat SAR o C/SAR. Il 15º Stormo ha in
ogni suo centro un elicottero dedicato al SAR
pronto al decollo in 30 minuti di giorno ed in 120
minuti di notte per 365 giorni all’anno, il cui
coordinamento è sotto l'autorità del Centro
Coordinamento
Soccorso
del
Comando
Operativo Forze Aeree (COFA) di Poggio
Renatico (FE). Poi, avvalendosi del supporto di
immagini
proiettate
sullo
schermo,
il
comandante Chianese con un rapido flash-back
ha ripercorso la storia del 15° Stormo che,
fondato a Ciampino il 1 giugno del 1931 come
15º Stormo Bombardamento Diurno, poi Stormo
Bombardamento Terrestre (B.T.) composto dal
46º Gruppo (20ª e 21ª Squadriglia) e dal 47º
Gruppo (53ª e 54ª Squadriglia); quasi subito fu
trasferito a Ferrara da dove volò fino al
settembre 1935 su velivoli B.R.3. per
poi proseguire ad operare in operazioni
durante la Seconda Guerra Mondiale
fino allo scioglimento del reparto
avvenuto nel 1943. Successivamente il
15º Stormo fu ricostituito alle
dipendenze del Comando Trasporto e
Soccorso Aereo il 1º ottobre 1965
sull'aeroporto di Ciampino, come
Stormo SAR (Search and Rescue),
composto dall'84º Gruppo velivoli (HU16°), con le sue squadriglie 140ª e 287ª
e dall'85º Gruppo elicotteri (AB.47J,
AB.47J. e AB.204B), nonché da due
sezioni miste basate a Linate (1º
Distaccamento SAR) e Grottaglie (3º
Distaccamento
SAR).
Il
2º
Distaccamento SAR di Ciampino si
identificava con la sezione in turno
d’allarme del 15º Stormo. Ciascun distaccamento
contava su tre equipaggi di pronto impiego con
gli HU-16 e di tre equipaggi di pronto impiego
con elicottero. Complessivamente il reparto
aveva a disposizione 5 HU-16 (3 efficienti), 5
AB.47J (4 efficienti), 7 AB.47J.3 (5 efficienti) e
7 AB.204B (5 efficienti). Dopo numerosi cambi
di base e riorganizzazioni interne, lo Stormo
spostò la sua sede dal 6 ottobre 1997 presso
l'aeroporto di Pratica di Mare. A partire dal 5
55 Vita di Club n.1
Pisignano di Cervia, insieme al comando di
ottobre 2010 lo Stormo ha trasferito il suo
Stormo: 82º Centro C/SAR di Trapani, dotato di
Comando presso l’aeroporto militare di Cerviaelicotteri HH-3F, attualmente sotto il comando
Pisignano. Dal 1993 in poi, il 15º Stormo, oltre
del maggiore pilota Giacomo Zanetti; 83º
alle missioni di supporto alla popolazione civile
Gruppo C/SAR sull'aeroporto di Cerviasvolte durante gli eventi calamitosi (terremoti ed
Pisignano, dotato di elicotteri HH-3F,
alluvioni) che hanno colpito l’Italia, è stato
attualmente sotto il comando del tenente
anche impegnato con compiti di ricerca e
colonnello pilota Michele Martinelli (dal 21
soccorso nelle zone ostili delle varie operazioni
ottobre 2010 dal maggiore pilota Andrea Nanni).
all’estero condotte dalle Forze Armate Italiane
Dal 5 ottobre 2010 l'83º Centro C/SAR è stato
come quelle svolte in Somalia, Albania, Bosnia,
trasferito dall'aeroporto di Rimini-Miramare
Kossovo, Iraq. Dal 2001 allo Stormo è stato
all'attuale sede di Cervia-Pisignano, sede dello
assegnato anche il nuovo ruolo operativo di Slow
Stormo, ed ha assunto la denominazione di 83º
Mover Interceptor (SMI) nell’ambito della difesa
Gruppo C/SAR; 84º Centro C/SAR di Brindisi
aerea. Nel 2008 è stato avviato il programma per
dotato di elicotteri HH-3F, attualmente sotto il
la sostituzione degli HH3F con 12 nuovi
comando del maggiore pilota Massimo Murri;
elicotteri (630 milioni di euro, attraverso
85º Centro C/SAR di Pratica di Mare, dotato di
stanziamenti tratti dal bilancio ordinario del
elicotteri HH-3F, attualmente sotto il comando
Ministero della difesa e dal bilancio del
del maggiore pilota Diego Sismondini. Con il
Ministero dello sviluppo economico sulla base
trasferimento del comando del 15º Stormo a
delle disposizioni di cui art. 2, comma 179 della
Cervia, a partire dal 27 settembre 2010 l'85º
legge n. 244/2007, legge finanziaria 2008). La
Gruppo è stato riorganizzato in Centro C/SAR.
durata prevista del programma è di sette anni, tra
615° Squadriglia Collegamenti di Pratica di
il 2008 ed 2014, con la prima consegna di un
Mare, dotato di elicotteri NH 500. Fin qui la
elicottero prevista a metà del 2012, il
lunga e onorata storia del 15° Stormo che, dal 5
conseguimento della piena capacità operativa a
ottobre 2010, è passato sotto il comando del
fine 2013 e la consegna dell’ultimo mezzo nel
colonnello
pilota
2015. Il candidato a
Ludovico Chianese, che
sostituire
nel
ruolo
sollecitato a rispondere
C/SAR gli HH-3F alla
alle numerose domande
fine della loro vita
formulate dai soci lions,
operativa
è
stato
ha
di
buon
grado
individuato nell’elicottero
soddisfatto le richieste
pesante
EH-101
con piena soddisfazione di
(rinominato dal 2007
tutti.
AW101), in apposita
È
stata
una
versione C/SAR. Come
interessantissima serata
sostituto dell'HH-3F nel
destinata a rimanere nella
ruolo SAR è invece in
storia
del
lionismo
considerazione l'opzione
riminese;
come
si
rappresentata dal Agusta
conviene
alle
felici
Westland AW139 o dal
Agusta Westland AW149. Il colonnello Chianese riceve dal presidente Gori il tradizioni del service-club
di casa nostra, la serata è
Attualmente il 15º Stormo guidoncino del Lions Club Rimini Malatesta.
stata ripresa dal cameraman Pasquale Giorgio
è composto da 5 gruppi di volo sparsi nella
per l’emittente televisiva VGA Telerimini.
penisola italiana e da una squadriglia di
Al termine i due presidenti, Monica Sardonini e
collegamento: 81° Centro CAE (Centro
Mario Gori (figlio dell’indimenticabile e
Addestramento Equipaggi) sull'aeroporto di
indimenticato “Chicco”), hanno donato al
Pisignano di Cervia, dotato di elicotteri HH-3F e
comandante Chianese e agli illustri ospiti i
AB 212 attualmente sotto il comando del tenente
guidoncini dei rispettivi club e alle signore un
colonnello pilota Emilio Rossini. Dal 5 ottobre
omaggio floreale.
2010 l’81º Centro CAE è stato trasferito dalla
Ad maiora!
precedente sede di Pratica di Mare a quella di
56 Vita di Club n.1
MEETING
PANORAMI AUTUNNALI
Risalendo l’Alta Valmarecchia..
di ANNA MARIOTTI BIONDI
- Rocca Fregoso.
- S. Gerolamo.
A
ntesignani
sostenitori
della
‘riminesità’ dell’Alta Valmarecchia,
da decenni ci avventuriamo in
quest’area, seguendo i più svariati
itinerari; ora ci muoviamo alla scoperta di rocche
e castelli disseminati nel territorio, ora
viaggiamo alla scoperta di piatti tipici, di
produzioni locali dal fascino antico e
tradizionale. Abbiamo perlustrato questi luoghi
in lungo e in largo sia come investigatori
dell’antico sia come segugi dal
fiuto sottile. Dall’ardita fortezza di
San Leo, antica costruzione
ancorata alla roccia come se ne
facesse
parte,
sfidando
lo
strapiombo dello sperone, e resa
inespugnabile dalla ristrutturazione
quattrocentesca di Francesco di
Giorgio Martini, alla Rocca di
Maioletto, situata su una rupe di
roccia calcarea che un’enorme frana separò
dall’antico paese di Maiolo; dai ruderi della torre
di Maciano e dei Castelli di Penna e Billi, alla
Torre di Bascio e alle due torri (quella del
Monte, postazione circolare di vedetta del XIII
secolo, e la più alta Torre Campanaria) di
Casteldelci, l’antico Castrum Ilicis, dove sorgeva
il castello di Uguccione della Faggiola; dal borgo
di Petrella Guidi, la cui torre che si innalza
accanto ai resti delle mura del castello, sovrasta
il paese dalle altissime case in pietra antica,
circondate da vicoli stretti in ciottolato, ad
un’altra celebre fortezza di Francesco Martini, la
bizzarra Rocca Fregoso, che sorveglia il centro
abitato di Sant’Agata Feltria dall’alto della rupe
detta Sasso del Lupo. Proprio questa rocca
fiabesca è la meta di quest’anno, abbinata al
meeting a Talamello dove piombiamo il 21
novembre, novelli… predoni (si dice che
l’usanza di mettere il formaggio nelle fosse
risalga al medioevo quando gli allevatori della
zona dovevano nascondere i formaggi ai predoni
e ai ladri!!!), per la sagra del formaggio di fossa,
l’orgogliosa Ambra di Talamello, così
‘battezzata’ dal poeta Tonino Guerra, considerati
gli odori e i sapori con cui si arricchisce nei tre
mesi di stagionatura nelle fosse d’arenaria,
autentica miniera d’oro moderna. In autunno non
c’è paese di questa valle che non profumi di
prodotti unici e inconfondibili: il tartufo bianco
pregiato di Sant’Agata Feltria, il marrone del
Montefeltro, i formaggi di San Leo, il pane e le
spianate di Maiolo e dei suoi forni antichi.
Poiché ormai sappiamo tutto sul piccolo ‘talamo’
dei Malatesti, avendo dedicato la nostra
appassionata attenzione alla sua storia (storia di
un ambito possedimento più volte passato di
mano, nonché di briganti, contrabbandieri e
mulini per la produzione di polvere da sparo) e al
suo patrimonio culturale (patria del musicista
Amintore Galli, autore dell’Inno dei Lavoratori)
e artistico (il Crocefisso trecentesco, gli
affreschi, datati 1437, di Antonio Alberti da
Ferrara, il Museo Gualtieri), quest’anno,
nonostante la pioggia battente, dopo il giro per
gli acquisti di rito sulle bancarelle vestite a festa
57 Vita di Club n.1
con i colori locali e internazionali (le lane
peruviane non mancano mai) e il ghiotto pranzo
a Casa Tomasetti, ci dirigiamo alla volta di
Sant’Agata1. Siamo guidati dal Presidente dei
beni stabili, storici e culturali, Benito Nalin,
nella visita al Teatro Angelo Mariani e dal
Presidente del Museo delle arti rurali, Paolo
Ugolini, nella visita al museo allestito all’interno
dell’antico convento di San Girolamo. Fatto
costruire nel 1560 dai Fregoso (la famiglia
genovese, esiliata a Urbino, ebbe il rettorato del
feudo di Sant’Agata2, succedendo a Federico di
Montefeltro che nel 1463 lo aveva riconquistato
per la Santa Sede, togliendolo ai Malatesta cui
era stato dato in vicariato nel 1430, e lo governò
fino al 1660; il nome ‘Feltria’ fu aggiunto in
1
Le origini di Sant'Agata Feltria, risalgono al periodo PreRomano quando nelle foreste che coprivano l’Appennino
si insediarono tribù umbre e una tribù Sapinia, costituita da
popoli Sarsinati e Solonati. Nel territorio della città di
Solonia era compreso quello che ora costituisce il territorio
del Comune di Sant'Agata Feltria. Solona fu distrutta
completamente dai Goti. Agli inizi del sec. VIII, su una
roccia arenaria staccatasi per una frana dal Monte Ercole
verso il 600 d.C., sorse una chiesa dedicata a S.Agata e
poi, man mano, un agglomerato di case, che in principio
ebbe il nome di Pietra Arenaria, poi quello di Sant'Agata
Feltria. Secondo una leggenda, la Chiesa fu costruita in
ricordo di S. Agata, la quale insieme a S. Leone e S.
Marino, risaliva un giorno la valle del Marecchia in cerca
di luoghi solitari, ove stabilirsi. Per amore di quiete o per
sfuggire alle tentazioni carnali, i tre si separarono: S.
Marino salì sul Monte Titano, S. Leone sul Monte Feltro e
S. Agata dapprima sul Monte di Perticara, poi negli
anfratti di una roccia detta “Sasso del lupo”, che da lei si
chiamò prima "Rocca di S. Agata", e successivamente
quando l’abitato si ingrandì, "Pagus di S. Agata". (dal sito
della Pro-Loco)
2
Sulla fine dell’ 800, per investitura ecclesiastica, tutto il
territorio santagatese venne signoreggiato dai Cavalca,
Conti di Bertinoro, i quali mantennero il feudo per quasi
due secoli. Nel 1177, morto il Conte Cavalca, senza aver
lasciato figli, il Rettorato di Sant’Agata che comprendeva
molti castelli e varie località, fu dato dall’Imperatore
Barbarossa ad Antonio Feltrio, Conte di Montecopiolo,
cessione contrastata dalla Santa Sede. Nel 1296 era
Signore di Sant’Agata Guido Tiberti di Petrella, da questi
passò ai Faggiolani, poi nel 1334 ai Tarlati d’Arezzo, che
nel 1335 furono scacciati da Uguccione della Faggiola (di
dantesca memoria) a cui fu tolta dal Cardinale Egidio
Albornoz. Dopo i Fregoso il Feudo tornò alla Santa Sede
che lo passò sotto la giurisdizione della legazione di
Urbino. Nell’età napoleonica fu capitale del dipartimento
del Rubicone. Nel Risorgimento, dopo aver liberato gran
parte delle Marche e della Romagna, proprio a Sant’Agata
Feltria si sciolsero i Cacciatori del Montefeltro,
depositando le armi nel "Teatro Angelo Mariani". (dal sito
della Pro-Loco)
Il Teatro Angelo Mariani è il più antico teatro interamente
in legno esistente in Italia. Costruito nel 1605 per volere di
Orazio Fregoso all’interno del 'Palazzone', attuale sede del
municipio, venne adibito a sala-teatro per recite e spettacoli
della gioventù santagatese. Nel 1690 fu avviato un
intervento architettonico volto a separare il palcoscenico dal
pubblico, ma i lavori furono contrastati dal clero locale che
considerava teatranti e commedianti persone di facili
costumi e di dubbia moralità. Ciò indusse il teatro a dotarsi
di rigide regole comportamentali. Nel 1723 ad opera della
Società Condomini ebbe inizio l’edificazione del primo
ordine di palchi, completata fra il 1743 ed il 1753 da
Giovanni Vannucci, che realizzò anche il secondo e il terzo
ordine. L’ingresso del teatro fu ricavato eliminando il
quarto palco del primo ordine: una soluzione piuttosto
originale, che prevedeva un insolito accesso laterale alla
platea invece del tradizionale ingresso centrale, sul lato
opposto al palcoscenico, presente nella maggior parte dei
teatri. Le balconate del secondo e terzo ordine, raffiguranti
drappi e trine, furono decorate a tempera mentre nove
medaglioni dipinti ad olio con le effigi di personaggi celebri
della musica e del teatro o appartenenti alla storia locale
(Pietro Metastasio, Carlo Goldoni, Vittorio Alfieri,
Vincenzo Monti, Angelo Mariani, Ottaviano Fregoso,
Uguccione della Faggiola, Dionigio Agatoni De' Maschi,
Ranieri De' Maschi) ornavano i vertici della volta e
l’architrave di proscenio. Il sipario, costituito da un dipinto
raffigurante Sant’Agata Feltria, così come l’intero corredo
scenico, di cui restano cinque fondali, sono opera del noto
scenografo faentino Romolo Liverani, il quale appartenne a
quel gruppo di pittori che si formarono alla scuola
comunale di disegno di Faenza, istituita nel 1797, e per
tutto l’Ottocento tennero viva la tradizione dell’arte scenica.
Fra gli artigiani impegnati nel rinnovo delle decorazioni
vanno ricordati anche lo stuccatore riminese Zanni, il
doratore Rachele Cappellani e l’intagliatore Angiolini. Col
tempo il teatro da luogo di divertimento aperto a tutti
divenne un ambiente sempre più raffinato e colto,
appannaggio esclusivo della nuova e ricca borghesia
santagatese. Nel 1838 si formò una società musicale, poi
denominata Accademia Filarmonica, che nell’aprile 1841
chiamò a Sant’Agata Feltria Angelo Mariani, ventenne
maestro di musica di Ravenna, destinato a diventare il
primo direttore d’orchestra italiano e uno dei più importanti,
tra i maggiori interpreti delle opere di Verdi (finché,
innamorati della stessa donna, non litigarono). E fu proprio
con la presentazione di un’opera di Verdi, il Rigoletto, che
il teatro toccò il proprio apogeo di fama negli anni Venti.
Per l’occasione, le musiche furono eseguite dall’orchestra
del Teatro La Scala di Milano. (dal sito della Pro-Loco)
58 Vita di Club n.1
onore di Feltria, figlia dei Conti d’Urbino, che
andò sposa ad uno dei Fregoso) per essere
dimora dei Padri della Congregazione di San
Girolamo, nel 1800 quando i frati se ne
andarono, fu lasciato all’Opera Pia, perché ne
usufruissero i poveri; negli anni 1950-1970
ospitò orfani, disabili e diseredati, cui veniva
insegnata l’arte contadina. Dal 2005 è adibito a
sede museale per mantenere vive le origini e le
tradizioni della civiltà rurale. Il Museo delle Arti
Rurali si compone di due sezioni: la sezione di
arte sacra, che riunisce le suppellettili e i
paramenti, di notevole pregio artistico,
provenienti dalla chiesa e dal convento di San
Girolamo, e la sezione di arte rurale, che ha
finalità sociali e rieducative. Infatti accanto alle
sale dove sono esposti i manufatti realizzati
dall’artigianato contadino locale, ci sono
laboratori dove vengono insegnati gli antichi
mestieri rurali trasmessi dalle vecchie
generazioni: tutti, anche portatori di handicap,
possono qui apprendere arti come l’ebanisteria, il
restauro di mobili d’arte povera, la tessitura,
effettuata con antichi telai,
la stamperia
decorativa con l’uso di stampi di legno e di
colori naturali, la lavorazione dei cesti, del
vasellame e del ferro battuto, la rilegatoria e la
fabbricazione della carta con prodotti naturali.
- Il Teatro Angelo Mariani.
- (da ds.) Benito Nalin, Mario Gori, Paolo Ugolini.
- Convento di S. Girolamo: il Presepe del ‘700, la Chiesa
della Beata Vergine delle Grazie, le sale espositive.
59 Vita di Club n.1
OPERAZIONE TRENTENNALE
AMARCORD… MALATESTIANO
Quando ci battezzammo “Malatesta”.
Il primo guidoncino.
di MARIO ALVISI
T
rent’anni fa, grazie ad alcuni
volenterosi soci del Lions Club Rimini
Riccione Host, si costituiva a Rimini
un secondo Lions Club. Per motivi di
lavoro
frequentavo
l’Associazione
degli
Industriali della Repubblica di San Marino il cui
direttore generale era il Comandante Giuseppe
Cantoni. Allora non sapevo chi fosse un lions,
anche perché, qualche rara volta, io frequentavo
il Rotary sammarinese invitato da alcuni soci che
conoscevo per motivi professionali. Con gli
industriali sammarinesi e la mia azienda
partecipavo a varie iniziative sociali a favore dei
giovani e dei disabili di quello Stato. Non poteva
essere diversamente, in quanto credevo che una
industria importante come la mia dovesse dare
un contributo alla vita sociale della comunità del
territorio in cui aveva sede.
Contemporaneamente,
ma
saltuariamente,
frequentavo la comunità di Don Benzi, svolgevo
attività in parrocchia e, in modo particolare,
seguivo le squadre giovanili della pallacanestro
riminese. Forse proprio in virtù di questo,
Cantoni pensò di chiedermi se volevo partecipare
ad una riunione dove si sarebbero illustrate le
motivazioni e le finalità del Lions e si sarebbe
parlato della possibilità di concretizzare aiuti per
i meno fortunati, assieme a persone di diversa
estrazione e cultura, ma unite dallo stesso fine
sociale. Accettai con entusiasmo, anche perché
era per me un ritorno alla vita riminese dalla
quale mi ero allontanato, prima perché
“relegato” in collegio a Santarcangelo e poi,
come detto, perché occupato da mattina a sera a
San Marino. L’appuntamento era per il 12
febbraio del 1981. Ci trovammo in tanti, dopo
cena, presso l’Hotel Coronado di fronte
all’aeroporto, nella tavernetta della pizzeria.
Molti non li conoscevo, alcuni mi erano noti per
nome come Stefano Cavallari, il cui padre
incontravo per il “Corso” quando andavo a
scuola, o come Arnaldo Bellucci che abitava
vicino a casa mia. Altri, invece, li conoscevo
abbastanza
bene:
Marcello Gorra, con cui frequentavo il basket
(quante trasferte fatte insieme con le squadre!),
Gianfranco Carasso noto giornalista e fratello del
“mitico Gian Maria Carasso”, sempre della
pallacanestro, Stefano Magnani, con il quale da
giovane frequentavo lo stesso bar e che qualche
volta aveva giocato a pallacanestro e,
naturalmente, Paolo Marani con il quale
lavoravo nella stessa azienda. Avevo poi
conoscenze indirette come con Giorgio Paesani,
attraverso l’amicizia con il fratello Carlo. Avevo
occasione di incontrare spesso Paolo Spinalbelli
a San Marino, dove la famiglia aveva un’attività
industriale. Insomma non mi trovai spaesato,
favorito anche dalla conoscenza di Cantoni che
era uno degli organizzatori della serata. Ci
sedemmo, come alunni a scuola, nei diversi
tavoli della taverna per ascoltare chi ci aveva
invitato. Dal mio diario di quegli incontri, da cui
traggo le prossime note, leggo che c’erano con
noi il professor Gino Magnani, che ci illustrò le
finalità lionistiche e l’avvocato Gianfranco
Costanzi, che enfatizzò lo spirito di amicizia che
avrebbe legato i soci e, per toglierci qualche
dubbio,
ci
rassicurò
sulla
semplicità
organizzativa, la brevità delle cariche e la
specifica attribuzione delle varie attività sociali.
Il dottor Alfonso Pecci ci aprì al mondo
internazionale raccontandoci episodi avvenuti in
incontri con i club Lions di tutto il mondo. Non
ultimo Antonio Maggioli che, con fare sereno e
gioviale (ancora oggi lo ritrovo così) cercò di
sdrammatizzare ogni possibile e plausibile
preoccupazione che potesse ancora esserci nei
presenti. Ci lasciammo con l’ovvia conclusione
che la partecipazione a quella serata non
comportava alcun impegno ad aderire
all’iniziativa. Non ricordo se qualcuno lasciò
perdere, d’altro canto non segnai i nomi dei
primi partecipanti, perché non mi sembrava
corretto farlo, anche se allora non c’era la
privacy.
60 Vita di Club n.1
instaurò subito un clima di grande amicizia e
Il 23 febbraio 1981, per la costituzione del nuovo
fattiva collaborazione. Buone radici che ancora
Lions club, ci ritrovammo in ventinove. Quella
oggi danno vitalità trentennale al club!
sera, con noi, a testimoniare l’importanza della
La serata proseguì con l’assegnazione al nostro
serata, era presente una delle massime cariche
nuovo club di un Lion Guida, che ci avrebbe
lionistiche nazionali, Giuseppe Grimaldi, poi
assistito in tutte le varie problematiche sociali
diventato
Presidente
internazionale.
Si
che noi novizi avremmo affrontare nel solco
cominciava alla grande! Avemmo anche una
delle regole e dello statuto lionistico. Fu scelto il
madrina: la signora Cinzia Marina Isabella
professor Gino Magnani, che sarebbe stato per
Grimaldi. Dopi i saluti e i convenevoli di rito, si
noi un grande consigliere, un amico gentiluomo,
procedette alla raccolta delle adesioni definitive
un amabile e comprensivo “padre”. Eravamo
e all’assegnazione delle varie cariche sociali
giovani un po’ vivaci e irruenti, ma lui seppe
(mentre ci guardavamo incuriositi l’un l’altro).
sempre trovare la giusta misura per ricondurci
Affrontammo poi un argomento di grande
nell’alveo delle norme e della buona convivenza.
importanza: quale nome dare al nostro nuovo
Così ebbe inizio la nostra vita sociale. Il primo
lions club. Fu lo scoglio più grosso e più
consiglio direttivo fu convocato per il 24
problematico; furono proposti Ariminum,
febbraio
1981.
Ci
Spiaggia (!), Malatesta,
trovammo in casa di
Augusteo,
Beach
(!),
Stefano Cavallari (ottime le
Adriatico e nomi di riminesi
frittelle e i cassoncini con la
illustri come il Tonini o
marmellata), per decidere i
legati alla storia come
primi
provvedimenti
Pandolfo. Un marasma di
sociali. Non tutti noi
voci e sovrapposizioni, con
avevamo le idee chiare, e
qualche presa di posizione
molte erano le perplessità
che, comunque, si smorzava
sui comportamenti operativi
in breve tempo mentre nomi
e
sul
da
farsi
su nomi si accavallavano.
concretamente, ma, per
Alla fine, dopo varie
fortuna, avevamo la nostra
votazioni, si decise il nome:
guida che ci aiutava nelle
LIONS CLUB RIMINI
varie scelte.
MALATESTA!
Per risolvere ogni dubbio,
Per ricoprire la carica di
facemmo precedere alla
Presidente vennero fatti i
prima assemblea sociale
nomi di Spina, Bellucci e
prevista per il 12 marzo
Cavallari. Bellucci ottenne
1981,
un
secondo
la
maggioranza,
ma
Lettera di convocazione del primo direttivo.
consiglio
direttivo,
rinunciò per motivi di
sempre in casa di Stefano Cavallari (ci aveva
lavoro. Allora, senza indugi e all’unanimità, si
abituati bene!). Era il 9 marzo 1981. La
elesse Stefano Cavallari, il nostro primo
discussione fu vivace. Ci preoccupava la stesura
Presidente! Non sbagliammo.
dello Statuto e, in modo particolare, del
Poi, via via (leggo sempre dal mio diario), in un
regolamento. Comunque alla fine si posero le
trambusto di spiegazioni, di rinunce, di
basi per “dare un contributo alla società in cui
spostamenti da una carica all’altra, di
viviamo”. Si presero in esame varie idee e
disponibilità non più esaudibili e di significativi
proposte operative. La mia fu quella di
silenzi si elesse il primo Consiglio Direttivo. Era
organizzare un torneo di pallacanestro per
così composto: accanto a Stefano Cavallari
handicappati. Quella di Fernando Santucci, che
presidente, Fernando Santucci primo vice
suscitò pareri contrastanti (così trovo scritto) fu
presidente, Gianni Gorra secondo vice
di pensare agli anziani, con la costruzione di un
presidente, Svano Pulga segretario, Luigi
Centro gerontologico. Allora non lo capimmo,
Dell’Omo
tesoriere,
Paolo
Spinalbelli
era un precursore; oggi è uno dei problemi più
cerimoniere, Franco Palma censore, Giuseppe
impegnativi per la nostra società. Parlando degli
Spina ed io consiglieri. Alla luce delle esperienze
anziani, “la cui vita è una scommessa”, emerse
maturate nel tempo, posso affermare che furono
la passione di Gorra e Santucci per le corse dei
ottime scelte. Fra i ventinove nuovi soci si
61 Vita di Club n.1
cavalli. Non scandalizzatevi, parlavamo anche di
questo. Naturalmente non mancarono torte e
zuppa inglese offerte dall’Anna Cavallari. Una
delizia! Infine si decisero, dopo conti e riconti, la
quota d’iscrizione e la quota sociale, con la
preoccupazione di non tenere alta la cifra;
vennero fissate in 100.000 lire la prima e in
211.000 lire trimestrali la seconda. Si scelse
l’Hotel Bellevue quale sede sociale e si
stabilirono il 2° e 4° martedì del mese per i
meeting. Infine si programmarono le date dei
meeting, i loro contenuti e il loro svolgimento.
Insomma compimmo il primo lungo passo.
Dopo di che ci incamminammo con entusiasmo
di meeting in meeting, di anno in anno, di
service in service, sempre con nuovi amici, ben
126, alcuni per diversi anni, alcuni per poco
tempo, altri, grazie a Dio pochi, ci hanno lasciato
per sempre. Solo undici siamo rimasti dei
ventinove fondatori.
La cosa più importante è che dopo trent’anni il
club ha ancora ben 49 soci, con molti volti
nuovi, persone piene d’entusiasmo, nelle quali
noi soci fondatori ritroviamo gli stessi ideali che
condividemmo quando per la prima volta ci
ritrovammo all’hotel Coronado di Miramare.
Non furono solo ideali astratti, ma si
concretizzarono in tanti interventi per aiutare gli
altri, in validi contributi alla vita culturale e
sociale della città, nell’attenzione alle persone
diversamente abili, specialmente giovani.
Voglio ricordare alcune straordinarie iniziative
coordinate da Svano Pulga con i service
Handyhelp e i corsi di alfabetizzazione per dare
attrezzature telematiche ai ragazzi che altrimenti
si sarebbero sentiti esclusi dall’apprendimento
scolastico e l’impegno profuso per i non vedenti
da Chicco Gori, il cui testimone è stato
validamente raccolto da Nino Biondi con la
donazione di diversi cani guida, il primo dei
quali in memoria dello scomparso officer
distrettuale. Importante fu la campagna televisiva
per la prevenzione cardiovascolare promossa da
Nando Santucci e quella per l’educazione
stradale e l’uso del casco nelle scuole superiori
sostenuta da Arnaldo Bellucci e Gianni Gorra. Il
restauro del cippo di Giulio Cessare in piazza
Tre Martiri fu realizzato per interessamento di
Franco Palma e Giorgio Mevlya. Non ultimo il
dono immenso, anche economicamente, scaturito
dall’entusiasmo di Paolo Gianessi: un impianto
cocleare per dare l’udito ad un ragazzo non
udente. E tante e tante ancora, molte delle quali
rivolte agli adolescenti per dare loro, con il
nostro impegno costante, partecipato, intelligente
un giusto e normale futuro.
Non posso non ricordare la bellissima esperienza
dell’orchestra sinfonica “Pro Musica” ideata da
Stefano Cavallari, le borse di studio per i
migliori neo diplomati dei corsi per geometra e i
premi per giovani musicisti distintisi nella loro
disciplina, l’iniziativa dei “Poster per la pace”
nelle scuole medie della città. Impossibile
enumerare i tanti service realizzati negli anni,
comunque sto raccogliendo il materiale relativo
alle varie attività, anno per anno, per regalare a
noi soci “vecchi” un ricordo del passato ed
offrire ai soci “giovani” idee per nuove
gratificanti imprese.
Dopo trent’anni di lionismo mi sorgono
spontanee due domande finali. Noi siamo stati
artefici di un grande progetto. Con orgoglio devo
dire che il nostro Club è stato sempre elogiato
perché sempre o quasi sempre fuori
dell’ordinario. Lo siamo ancora? È vero che la
società in cui oggi viviamo è completamente
cambiata ed abbiamo qualche difficoltà ad
occuparci degli altri, anche perché questi altri
sono diventati tanti e sono sparsi in tutto il
mondo, ma la mia risposta è ancora positiva,
perché vedo che non mancano nei soci attuali del
club la voglia e lo spirito di “solidarietà umana”.
La seconda domanda fa parte di un questionario
che tanti anni fa ci fu sottoposto per sapere se
fossimo bravi lions e che anche ultimamente
viene posta su tutte le nostre riviste sociali. “Il
Club è una cellula viva?”. Capita spesso che ci
annoiamo durante il cerimoniale burocratico, alla
lettura dell’etica o della preghiera lions, ad
alcuni noiosi meeting che ci vengono proposti,
cosa che può far pensare ad una crisi d’identità.
Ma allorché qualcuno di noi “comincia a
lavorare per gli altri” scatta la nostra capacità,
attraverso l’amicizia che ci lega anche se non
sempre profondamente, di essere nuovamente
attivi, propositivi, motivati da una nuova
iniezione d’entusiasmo. Quindi la mia risposta a
quella domanda è ancora positiva, nonostante i
grandi mutamenti sociali, culturali, associativi e,
non ultimi quelli dell’età. Io credo che ancora
oggi abbiamo la capacità e la creatività per
realizzare nuovi service che sono l’impegno
centrale del Club e fanno sì che ogni socio
diventi orgoglioso di appartenervi.
Io ho creduto ed ho vissuto tutto questo, perché
in questi trent’anni ho cercato assieme a tutti i
soci, vecchi e nuovi, di lavorare per gli altri e
non… per me stesso. Con grandi gratificazioni.
62 Vita di Club n.1
OPERAZIONE TRENTENNALE
LA PRIMA FESTA DEGLI AUGURI
Sono passati trent’anni e non sembra possibile.
di FRANCA FABBRI MARANI
I
mmagini vivide, emozioni fresche, calore di
rapporti autentici palpitano nel cuore come
se l’allora fosse ora, l’hic et nunc. Che attesa
per questa prima festa degli auguri del nostro
club appena sorto,
un’attesa come quella
del primo Natale per un
neonato: un’esperienza
nuova,
desiderata,
immaginata, piena di
aspettative. Aspettative
non solo non deluse, ma
superate
per
una
ricchezza e varietà di
proposte di momenti
entusiasmanti che ci
hanno consentito di
avvertire che in questo
nuovo club, felicemente
intitolato
“Rimini
Malatesta”, palpitava un
unico
cuore
nella
spontaneità dei sorrisi,
nella
gioia
dell’incontro, nella condivisione dei sentimenti.
Eravamo tutti giovani allora, con i figli piccoli, e
la festa degli auguri è diventata una festa delle
famiglie all’insegna della sincerità di
un’amicizia tra soci che si allargava a tutta la
famiglia, mogli e bambini. I giochi di società
realizzati nell’ampia sala a pianterreno
dell’Hotel Bellevue in un clima di festosa
competizione hanno contribuito a creare un
clima caldo e informale, preparatorio ad
un’esperienza
indimenticabile.
Al
piano
superiore ci aspettava un emozionante presepe
vivente fatto dai nostri piccoli che, sulle note di
una dolce musica, ci riconduceva, allo stupore
estatico dei pastori nella notte santa. Una miriade
di piccoli angioletti biancovestiti con una stellina
dorata in fronte si
assiepavano attorno
ad una dolcissima
Maria
incorniciata
dalle pieghe di un
grande
manto
azzurro,
ad
un
pensoso
Giuseppe
immerso
nella
contemplazione del piccolo
Bambin Gesù che, al centro
della scena, pareva attirarci
tutti dentro al suo mistero.
Con questa emozione del
cuore anche la parte
conviviale,
i
momenti
d’intrattenimento
successivi, i doni per grandi
e piccini, indovinatissimi,
scelti con grande attenzione,
ed il giocoso trenino finale
hanno acquistato un senso
profondo
di
autentica
amicizia e valori condivisi.
Grazie, Stefano e Anna Cavallari, per averci
regalato questo momento speciale, un’esperienza
lontana indimenticabile, che ritorna nel ricordo
ad ogni nostra festa degli auguri, la festa che tutti
noi attendiamo e celebriamo ogni anno con
particolare emozione e gioia.
63 Vita di Club n.1
Mattonella quadrata Maiolica dipinta in policromia con "Rosa quadripetala e
quadrisepala", simbolo dei Malatesti, signori di Rimini, adottata in particolare
da Sigismondo Pandolfo (1417 -1468). Nel retro nudo vari riferimenti ad antiche
collezioni: timbri di difficile lettura e in cartiglio la sigla "B87". Lato cm. l2; h.
cm. 4. Condizioni buone. Bibliografia: Asta Christie's, Word Ceramics, Londra,
1/11/2005, lotto 24. Rimini, sec. XV.
La Riminesità
Dalle origini alla contemporaneità
Mostra d’arte
di pittori riminesi contemporanei
Rimini - Palazzo del Podestà
16-24 ottobre 2010
- Particolare del mosaico pavimentale della Rimini tardoantica
dalla Domus del Chirurgo.
- Giovanni Aureli, “Ritorno alla Domus: tornare ad essere,
diventare di nuovo”, tecnica mista.
- Paola Filipucci, “Frammenti della memoria”, mosaico.
- Maria Grazia Diambrini, “Nei secoli concretamente… sognando”,
mosaico.
«un itinerario che assume i cromatismi di una tavolozza:
il verde delle acque del fiume, il bianco dei resti romani, il rosso dei
palazzi malatestiani, l’ocra della sabbia, il blu del mare, e in fine il
nero del cappello e il bianco della sciarpa del grande Fellini, ultimo
nostro orgoglio.» M.G. Diambrini
I
L’arte
- Irena Balducci, “Il Portale”, olio.
- Ivan Fiori, “Il Duomo”, olio.
- Giuliano Maroncelli, “La piazza nel cuore”, acquarello.
- Carlotta Piombini, “Riminiessenze d’oriente”, olio.
«Ho cercato nella Rimini di oggi quei simboli eterni che
ancora parlano a chi li sa ascoltare. Mi è piaciuto pensare a
Rimini come città ideale, arrampicata su una collina, …e
ripensare ai rapporti che aveva con l’Oriente, cercando quelle
voci che ancora riecheggiano le gesta degli antichi signori…»
C. Piombini
II
Il mare
«Basta risalire il Porto
Canale per entrare nella
storia. Resta il sapore
salmastro che ci fa sentire
ancorati al territorio, lo
viviamo con orgoglio e ci fa
pensare al passato quando la
nostra gente ‘partiva’ per
mare e ‘tornava’ grazie anche
a quella luce del faro che
continua tuttora, ad
intermittenza, a scandire il
tempo e a segnalare il preciso
punto d’approdo.»
L. Quadrelli
«Chiudo gli occhi e… rivedo con gli stessi occhi da bambino, la mia
spiaggia, i tronchi portati dal mare, il rumore delle onde, l’odore di
salsedine… e le vecchie barche arenate, quasi distrutte, ma colme
ancora di segreti e di misteri. Storie di ognuno di noi, chi è nato qui
e chi è partito ma… per ritornare». L. Filippi
III
Da sinistra a destra
- Giancarlo Balzani, “Il beneaugurante”, olio.
- Cecilia Martinez, “Nella vecchia cartolina”, olio.
- Maurizio Minarini, “Rimin’essenza: il faro”.
- Liliana Quadrelli, “Passato e futuro”, olio.
- Luciano Filippi, “Memorie”, olio.
- Mario Massolo, “Notturno con peschereccio”, olio.
La gente
«Sfidiamo il tempo. Ci reinventiamo sempre la vita.
Inossidabili. Sopravviviamo una volta ai barbari, una volta
alla caduta dei Malatesti, una volta alla guerra, una volta alle alghe. L’orizzonte è la storia.» Silvano Cardellini
(dal libro “Una botta d’orgoglio”)
Da sinistra a destra
- Guido Acquaviva, “La piada dell’arzdora”, acrilico.
- Antonio Costantini, “Radici”, olio.
- Marco Berlini, “Notte jazz a Rimini”, olio.
- Giorgio Grossi, “Ritrovarsi”, tecnica mista.
- Enzo Maneglia, Fotogramma/“Veniamo da lontano e andiamo lontano”, acrilico.
- Gianni Giulianelli, “Viva la Vita e l’Amore”, olio.
IV
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Madonna seduta col Bambino, Statua in maiolica policroma