Madonna seduta col Bambino, Statua in maiolica policroma, prodotta a Pesaro o a Rimini, forse in una bottega di Almerico di Ventura fra il 1487 e la fine del secolo. Esposta alla Mostra “Maioliche del primo Rinascimento tra Marche e Romagna” presso la sala conferenze di Asset Banca di Dogana, la statua, alta 49 cm. «presenta la Madonna seduta su un seggio formato da due grandi arcate a mezzo fra Gotico e Rinascimento, dipinto con un acceso e luminoso giallo ocra, illeggiadrito da fiori tripetali azzurri. Ella tiene in braccio Gesù Bambino tutto nudo, con le gambine incrociate, che tiene in mano un uccellino, secondo un'iconografia cara ai ceramisti, legata alla leggenda apocrifa che voleva il bambino intento a plasmare in creta gli uccellini, a cui poi donava la vita. La madre, dal volto sereno in atteggiamento di offrire allo sguardo del fedele il figlio divino, ha una veste verde su cui un bellissimo mantello azzurro, che copre anche il capo, scende nella schiena a formare onde luminose. I capelli del bimbo a ricci riprendono l'acceso e brillante giallo ocra, mentre i tratti somatici di entrambi sono resi con semplici linee blu.».(Giuliana Gardelli) [email protected] Collaboratori del 1° numero, anno 2010/2011 Mario Alvisi - Giorgio Betti - Andrea Biondi - Pietro Giovanni Biondi Michela Cesarini - Eva Dulikova Frisoni - Franca Fabbri Marani Roberto Fambrini - Giuliana Gardelli - Mauro Gardenghi Mario Gori - Anna Graziosi Ripa - Mario Guaraldi - Anna Mariotti Biondi Augusto Mengozzi - Elisabetta Padovani Tura - Lily Serpa Allison Fabio Vergoni - Eberhard J. Wirfs Progetto grafico e impaginazione Anna Mariotti Biondi Fotografie Mario Alvisi Vita di Club Anno lionistico 2010 – 2011 Numero 1 Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta SOMMARIO: Incontri Conferenze Conviviali Servizi Viaggi Curiosità Novità Ricordi Arte Musica Poesia Amicizia Solidarietà Mostre Musei Gastronomia Posta Attualità Chiacchiere Pensieri Brevi Lionismo Anniversari Ospiti Atmosfere Nostalgie Progetti 4 5 6 10 11 12 15 21 22 24 26 28 31 La pagina del Presidente Mondo Lions Cultura d’estate Italia che vai Mondo Lions Rimini Città Viaggiando viaggiando Mondo Lions Curiosità alvisiane Intermeeting Inserto 33 Curiosità linguistiche 35 Mondo Arte 36 37 Cronache veterinarie 39 Saggio 44 Attualità&Giovani 48 Service 50 Rimini Città 52 Didattica&Infanzia 54 Intermeeting 57 Meeting 60 Operazione trentennale 63 Carissimi Lettera ai Lions Non solo notti rosa. 1. I venerdì di Scolca 2. Una mostra sospesa tra pittura e ricamo 3. Una sera di mezza estate 4 Sarsina tra sacro e profano Bello come… A gonfie vele… la solidarietà Una luce sull’Adriatico Barcelona: città europea Incontro d’autunno a Jesi Luoghi dell’anima Le distintive genialità dell’orgoglio riminese La riminesità Pensando alla lingua… a ritroso Rosso in sottovoce Valori tattili Un cane per amico Modello per una “sculptura picta” La fenomenologia del nerd Gregorio XII e Carlo Malatesta in un manoscritto del Tonini Giulio Cesare e il suggestum. Il modellino di Ercole Drei I sogni nel castello La forza della concretezza al servizio della comunità Panorami autunnali Amarcord… malatestiano La prima festa degli auguri LA PAGINA DEL PRESIDENTE Carissimi, Con queste poche righe voglio salutare i soci del club e gli amici della rivista. Anche quest’anno Vita di Club uscirà con tre numeri a cui cercheremo di dare una veste speciale per il trentennale. Sotto la mia presidenza infatti celebreremo questa importante ricorrenza per il club, essendo stato costituito il 30 giugno 1981 (data di ufficializzazione nazionale ed internazionale). Entriamo nell’anno del trentennale con un club che sta faticosamente, ma con profitto cambiando pelle. Chi scrive infatti è una “giovane” leva che è onorata di rappresentare il club in questa importante ricorrenza. Sono un giovane socio che ha alle spalle cinque anni di impegno diretto come tesoriere, anni in cui ho capito che quello di presidente è un ruolo sì importante, ma che è soprattutto la sintesi di un consiglio direttivo. Non credo che il presidente debba scindersi dal proprio consiglio, è bello pensare il contrario cioè che sia il consiglio direttivo dell’anno a rappresentare il club. Il ruolo del presidente è certamente faticoso, sicuramente impegnativo, ma se alle spalle ha un consiglio direttivo coinvolto, unito e disponibile, l’anno di presidenza diventa entusiasmante e pieno di gratificazioni. È chiaro che per il trentennale si è pensato a qualcosa che possa dare lustro al club: l’idea è di celebrarlo con un importante concerto aperto alla città che possa rappresentare tutta l’associazione e il nostro club in particolare, qualcosa di cui andare fieri. Non è una cosa facile organizzare un concerto e soprattutto non è facile trovare le risorse, ma è un obiettivo che ci siamo posti e cercheremo di condurlo in porto. Il programma di quest’anno è come sempre ricco di incontri e di iniziative: andremo a Talamello come meeting unendo al tradizionale pranzo in centro una bella gita a Sant’Agata Feltria, onoreremo la memoria di Enrico Alvisi con il tradizionale “premio Alvisi” e quella del nostro socio Vitale con il premio musicale portato avanti dalla socia Eugenia, realizzeremo un service culturale patrocinando la trascrizione e la pubblicazione dell’unico manoscritto inedito del Tonini che tratta di “tre papi e un Malatesta”, inviteremo la dottoressa Olga Mattioli a raccontarci della “Ariminum” che ancora non conosciamo e altri incontri di pari importanza. Un altro evento importante su cui puntiamo molto e a cui tengo personalmente è la gita a Milano con la visita al Centro Cani Guida di Limbiate. Molti soci sono nuovi e forse non conoscono la storia del club e l’impegno sempre rivolto verso questo service nazionale. È importante ogni tanto rinfrescarci la memoria e non c’è niente di meglio che un viaggio nel posto dove vengono addestrati i cani che tanto bene stanno facendo. Seguendo un percorso di continuità ideale la nostra idea è di donare, come service principale, un cane guida in onore di Chicco Gori dopo dieci anni da “Chicca”, il labrador color miele donato ad una non vedente in occasione della scomparsa di mio padre. Anche questo desiderio è gravoso in termini di risorse, ma amici Lions si sono già attivati a proposito. Vorrei proprio, in occasione della trentesima charter, ricordare tramite questa donazione, la memoria di mio padre che molti hanno voluto onorare proponendo la presidenza al sottoscritto. Il ricordo più bello e ricorrente di mio padre riguardo all’associazione era il suo forte desiderio di partecipare, il convinto orgoglio dell’appartenenza, quasi come un eterno innamoramento. Lo vedevo prepararsi per le serate dei meeting sempre con ampio anticipo per non arrivare in ritardo, cosa peraltro credo mai successa… È questo desiderio di stare insieme, di vivere il club con entusiasmo e coinvolgimento che vorrei trasmettere ai soci e che mi piacerebbe constatare nelle nostre serate. Il vostro presidente Mario Gori 4 Vita di Club n.1 MONDO LIONS LETTERA AI LIONS Così scrive Eberhard J. Wirfs, Presidente della Fondazione Lions Clubs International. C aro Lion, sono certo che anche tu, come me, hai seguito l’evoluzione della terribile alluvione in Pakistan. Il mio cuore va ai 20 milioni di persone colpite da questa calamità. Mentre il livello dell’acqua e il numero delle vittime continuano a salire, i Lions sono impegnati a prestare aiuto. I Lions hanno offerto assistenza fin dal 22 luglio, il giorno in cui l'alluvione è iniziata, e la LCIF sta offrendo 120.000 dollari per aiutare i Lions a offrire aiuti alle loro comunità. È noto che il punto di forza principale dei Lions Club è rappresentato dai volontari, ovvero da te e da 1,35 milioni di altri Lions in tutto il mondo. Dovunque emerga un bisogno, vi è un Lions club vicino, pronto a rispondere col cuore e con le braccia. In caso di calamità siamo i primi ad offrire aiuto, e gli ultimi ad andarsene. Mi ha commosso un video creato dai Lions in Pakistan. Sebbene illustri gli effetti del disastro, mostra anche la speranza: la speranza di giorni migliori a venire. Questa speranza esiste perché vi sono i Lions, che hanno messo da parte i loro personali bisogni per aiutare i propri vicini, offrendo le provviste e il riparo necessari. Abbiamo ricevuto molte richieste di informazioni da Lions che desiderano sapere come possono aiutare. I Lions norvegesi hanno donato 81.000 dollari, tre club nel Distretto 201-W1 Australia hanno donato un totale di 2.200 dollari e i Lions inglesi mi hanno informato che stanno inviando fondi alla LCIF a sostegno delle operazioni di soccorso. Si può offrire speranza anche attraverso una donazione designata alla LCIF destinata ai soccorsi in Pakistan. Il nostro impegno ad offrire soccorsi a lungo termine è molto solido, e Haiti è un esempio di nostri aiuti ancora in corso. I Lions di Haiti hanno svolto un ottimo lavoro vista la vastità della devastazione e i problemi esistenti a livello locale. Seicento famiglie haitiane avranno case nuove grazie ad una iniziativa tra LCIF, i Lions del MD 111 Germania, e HELP, una organizzazione non governativa (ONG) internazionale. Questo è il primo di molti progetti di ricostruzione che hanno ricevuto aiuti attraverso la LCIF grazie alla generosa risposta della famiglia internazionale dei Lions, in seguito al devastante terremoto che ha colpito Haiti. Grazie a tale progetto, le case verranno costruite direttamente sul terreno appartenente alla famiglia evitando, così, il disagio di un ulteriore spostamento e potenziali vertenze sulla proprietà. La costruzione di queste case è un importante primo passo per ristabilire una vita normale per le famiglie che hanno perso la loro abitazione e tanto altro a seguito del terremoto. Da Haiti al Pakistan, alla Cina al Tennessee, i Lions e la nostra fondazione stanno ricostruendo case e vite. I miei più cordiali saluti. 5 Vita di Club n.1 CULTURA D’ESTATE NON SOLO NOTTI ROSA A Rimini e dintorni… 1. I VENERDÌ DI SCOLCA di FRANCA FABBRI MARANI Vasari pièce n. 2 “[...] dietro a ogni risultato creativo ci sono una storia individuale che merita di essere raccontata, un'emozione che può essere condivisa, e tenacia, competenza, talento, coraggio, la capacità ostinata di lavorare duro affrontando il rischio costante di fallire. Sono qualità degne di essere riconosciute. Valori da promuovere e da trasmettere.” Annamaria Testa, La trama lucente, ed. Rizzoli il secondo anno che Don Renzo Rossi, abate parroco della chiesa di S. Maria Annunziata Nuova di Scolca, propone "I venerdì di Scolca", iniziativa volta a far rivivere tempi, situazioni, pensieri, personaggi che in altre epoche hanno animato questi luoghi che da sempre, come conferma il toponimo "Paradiso", hanno parlato all’uomo di sacralità. Quest’anno l’attenzione si accentra sulla bellissima tavola di Giorgio Vasari che si trova in fondo all’abside, raffigurante, come dice lo stesso autore, "la storia di quando i Magi vengono d’Oriente ad offerire et adorare il Nostro Signore Gesù Cristo". Si tratta di una grande tavola (m.3,40 x 2,50) a olio "capolavoro di smagliante bellezza, uno dei raggiungimenti più alti della maturità del Vasari pittore, oltre che un efficace manifesto della maturità del Manierismo italiano, per la raffinatezza dei colori, per l’inesausta ricerca di eleganze formali e decorative ...caratterizzata da un’atmosfera esotica e quasi magica che trova il suo elemento unificante nello splendido gruppo divino, perfettamente centrale e come illuminato da una luce diffusa che schiarisce tutto il primo piano. Attorno a quel gruppo si agita un mondo cosmopolita ...in cui si mescolano uomini e animali." (L. Liuzzi. P. A. Pasini, "Giorgio Vasari a Scolca" ). Annalisa Ciacci, la regista, un giorno, a Scolca È ha sentito riecheggiare nell’animo le note ammalianti della musica di Jordi Savall ascoltata ed interiorizzata tempo prima e sull’onda delle note di questa musica, ha visto staccarsi dal grande dipinto, posto nell’abside dietro l’altare settecentesco, la dolcissima figura di Maria che è scesa con armonica compostezza nella navata incontro ai fedeli da lei amati e protetti. Poi anche la folla dei personaggi circostanti, fortemente connotati nei loro ruoli e funzioni, ha preso vita, a movimentare e attualizzare questo momento straordinario in cui la madre presenta e 'offre' il figlio al mondo. È sull’universalità e sull’attualità di questo messaggio, sempre identico e sempre nuovo attraverso i secoli, che s’incentra l’azione scenica scaturita da quella primaria emozione-visione di Annalisa. Nel lavoro musica e azione, passato e presente si intrecciano e si fondono in maniera armoniosa senza soluzione di continuità a creare un continuo susseguirsi di quadri e suggestioni. Armonie e dissonanze di musiche, gesti, colori, luci, fusi in un gioco d’intenso impatto emotivo, attirano lo spettatore dentro l’azione in un percorso che è insieme fortemente unitario nel progetto e nettamente connotato e diversificato nei vari momenti. Gli stacchi voluti, che potrebbero al primo impatto creare 6 Vita di Club n.1 disorientamento, si ricompongono e si riarmonizzano immediatamente attraverso la magica azione unificante della musica a creare una ricaduta forte e coinvolgente di fascinosa meraviglia. Rivive, attualizzandosi e trasformandosi continuamente il mondo del Vasari che, sui gradini ai piedi del portico, seduto leggermente di sbieco come si è autoritratto nel dipinto, condivide e giudica (!?) lo snodarsi dell’azione articolata in due momenti: la prima, all’esterno, animata dai personaggi che nel dipinto si accalcano a fare da cornice all’evento; la seconda, all’interno della chiesa abbaziale, dove prendono vita i principali protagonisti dell’episodio narrato. Sul sagrato della chiesa, sotto il vigile occhio del Vasari, i personaggi complementari danno vita a un susseguirsi di quadri animati in una passeggiata rinascimentale nella quale ognuno viene coinvolto seguendo le istruzioni del passo. Sotto il portico le levatrici hanno abbandonato il dipinto per partecipare alla coralità gioiosa dell’evento da loro espressa con movenze di danza contemporanea. Due figure allegoriche, l’una addossata a una colonna in abito giallo, l’altra che si staglia contro la facciata della chiesa in abito rosso, ci ricordano il primato della religiosità olivetana e il potere temporale. Si muovono accennando passi di danza, per ricongiungersi con le altre figure come a voler gradualmente ricomporre la compattezza del gruppo. Dal portale della chiesa, quasi una oscura grande bocca spalancata, esce improvvisamente, in modo irruente e con ritmo incalzante, il folto gruppo dei musici che variamente si compongono e si scompongono in una sorta di gioco-danza, che continua con l’uscita vorticosa di una schiera di bambini che si insinua tra gli adulti creando una nota di sorridente leggerezza e freschezza. È il momento in cui l'azione si sposta dall’esterno all’interno: i personaggi iniziano ad avanzare con passo cadenzato, a seguire il ritmo della musica, per entrare in chiesa. Come rendere la presenza degli animali, esotici e non, in questo universo affollato e pittoresco ideato dal Vasari? La scelta è stata quella di utilizzare un flusso sonoro che, attraversando lo spettatore mentre entra nella chiesa, lo guidi a una dimensione altra. E ad accoglierlo c’è un buio intenso e compatto squarciato in un angolo da una bianca isola illuminata da vivida luce a contrastare il buio della notte: dalla calda e raffinata cromia si passa al linguaggio essenziale del contrasto del bianco e del nero. Le luminose bianche figure sono immobili, rivestite di fierezza e dignità, la dignità serena che proviene dalla certezza della fede e dell'amore di Dio, che si concretizza in questo momento della storia della salvezza, messaggio universale in ogni epoca e in ogni tempo. Il momento solenne è sottolineato dal suono struggente del violoncello, subito seguito da quello possente dell’organo che esegue il leitmotiv della musica di Savall prima in chiave moderna, quindi con passaggio graduale in chiave rinascimentale. Da questo momento la musica diventa protagonista nell’alternarsi del suono degli archi e del clarino, cui si aggiunge la suggestione di una limpida voce, che canta secondo i ritmi e gli schemi della musica antica. Durante l’esecuzione musicale la luce cresce gradualmente fino a illuminare in modo diffuso e totalizzante il dipinto sullo sfondo accentrando l’attenzione sulla dolce immagine della Vergine, nel rispetto di quanto scritto dal Vasari stesso: "la Vergine sembra collocata a modo di attrarre a sé l’interesse maggiore degli Ammiratori". Ella, in piedi davanti all’altare, recita il Magnificat, la mirabile preghiera di ringraziamento a Dio per essere stata prescelta quale madre di Gesù e a contrappunto il gruppo dei fedeli vestiti di bianco recita salmodiando la preghiera di lode "Ave Maris Stella". Si torna alla cromia con l’oro, l’azzurro e il rosso dell’abito della Vergine cui si aggiungono via via arricchimenti cromatici, ricchezza di tessuti e ricami, preziosità di oro, smalti e gemme attraverso l’entrata dei vari personaggi che piano 7 Vita di Club n.1 piano vanno a comporre il gruppo centrale del quadro. Per primo avanza, sulle note di una ninna nanna sefardita, il Re Magio nero paludato in ricchissime vesti a portare il suo dono racchiuso in un incensiere di raffinata preziosità. Giuseppe, modestamente abbigliato, entra in scena accompagnato dal suono del violoncello e sulle note del contrabbasso il Magio dall’elmo finemente cesellato procede portando in dono un’anfora d’oro di pregiata fattura. Infine, avanza dal fondo, imponente nell’incedere cadenzato, maestoso e solenne sulle note della "Paduana del Re", avvolto nel ricco manto rosso bordato di pelliccia, il Magio anziano recando in dono un cofanetto di mirra. Sull’eco di "Audi coelum" e delle evocative note di Savall, scende la Vergine sedendosi al centro della scena. L’arrivo del bambino, portato dalle levatrici, conclude il quadro che viene a ricalcare la grandiosa composizione del dipinto: tutti i protagonisti e i comprimari, ammassandosi come nel fitto schema compositivo ideato dal Vasari, contemplano con commosso stupore e trepida gioia lo straordinario evento che reca in sé il sigillo dell’infinito amore di Dio e che, realizzatosi in tempi lontani, torna vivo e continuamente presente nel palpito della nostra fede. Da una conversazione con Annalisa Ciacci. Intelletto d’amore N el secondo venerdì, 6 agosto, la proposta s’intitola “Intelletto d’amore. Musica e Parola con la Cappella Strumentale di Scolca”. I motivi ispiratori: bellezza – arte – cultura – spiritualità si traducono questa volta non in una articolata rappresentazione, modulata secondo le varie tecniche espressive, ma nell’esecuzione di brani musicali e poetici a ritmo alterno legati dal “fil rouge” dell’Amore, cantato in ogni epoca con passione ed intensità, in quanto sentimento forte e trasfigurante che scaturisce da un incontro magico e sorprendente. È l’incontro con una persona “unica”, di cui riusciamo noi soli a vedere il noumeno (νούμενον) al di là del fenomeno (ϕαινόμενον) secondo il concetto del mondo greco, una percezione che fa apparire bellissima ed unica, intensamente desiderata, la persona che incrocia il nostro cammino e fa sì che la si continui a vedere tale anche quando la bellezza esteriore sfiorisce e l’aspetto cambia, perché continuiamo a guardarla con occhi che sanno vedere, al di là dell’apparenza, l’essenza, che permane immutata ed immutabile. È da un accadimento avvenuto proprio nell’antica Ellade che trae spunto la proposta di questa sera. Nella casa del poeta Agatone nel 416 a. C. si svolge un banchetto per festeggiare il successo del padrone di casa in un agone tragico. Trent’anni più tardi Platone ci narra la vicenda nel suo Simposio1; uno degli 1 Il simposio, momento conclusivo del banchetto, nel mondo classico era il momento privilegiato per discutere e filosofeggiare su un argomento scelto da uno dei partecipanti (συμπόσιον da σύν = insieme e πίνειν = invitati propone come tema di discussione “Amore” ed immagina che gli ospiti intervengano in vario modo nell’agone a seconda del loro sentire, della loro cultura e della loro professione. La dissertazione si snoda sotto la guida sapiente di Socrate che con la sua maieutica2 porta i commensali ad individuare nell’Amore il “Bene ideale, il Bello in sé, immutabile ed imperituro”. In questo venerdì i linguaggi scelti per parlare dell’Amore sono due: quello musicale e quello poetico che si succedono a cadenza e si compenetrano in modo armonico, seppur molto vario, riuscendo a creare nell’ascoltatore una specie di fascinoso incantamento. Nel silenzio raccolto della bellissima chiesa di S. Maria Nuova Annunziata in Scolca, voluta da Carlo Malatesta in un’epoca in cui l’Umanesimo recuperava tra i vari ideali bere). A volte si ascoltavano invece poesie o canti conviviali. 2 Termine che originariamente fa riferimento alla tecnica della levatrice e, successivamente, nella filosofia socratica indica un metodo d’indagine filosofica consistente nell’interrogare e provocare l’interlocutore in modo da far scaturire da lui la verità che si sta cercando e che si nasconde nel suo spirito. 8 Vita di Club n.1 classici il tema dell’amore nell’ambito della filosofia neoplatonica, l’ascoltatore è stato trascinato in una specie di estatico ascolto che lo portava ad attingere, come percezione inespressa, ma intensa e quasi palpabile, all’espressione più alta e totalizzante dell’Amore stesso: Dio, amore incommensurabile, che assomma in sé, riscattandole, tutte le forme della finitezza dell’amore umano. Gli ascoltatori si sono sentiti quasi trasportare in un anticipo di Paradiso, dimensione ineffabile, ed il prolungato silenzio che ha preceduto l’interminabile battimani finale è stato espressione eloquente di questo modo di sentire dei presenti. Musica e poesia: i linguaggi che scaturiscono dalla parte più profonda e meno razionale delle nostre facoltà; in esse il sentire prevale sul ragionare, ma forse proprio per questo riesce a far attingere alla comprensione più profonda ed autentica del mondo che ci circonda, del creato, in una sorta di comunione priva di filtro e mediazione. I brani musicali, coinvolgenti e suggestivi, scelti con acume e sensibilità, sono stati eseguiti con grande maestria dalla Cappella Strumentale di Scolca, che vede Caterina Boldrini3 al violino, il prof. Mattia Guerra4 al pianoforte, David Palazzo al violoncello, il prof. Giulio Pinchi al contrabbasso, Alessandra Rinaldini alla viola ed Ivan Tiraferri al violino. È un complesso di giovani musicisti nato nell’estate del 2009 dal connubio tra l’idea di tre giovani e l’infaticabile opera di don Renzo che, fedele al suo motto “Riappropriamoci della tradizione”, non cessa di promuovere iniziative atte ad attirare i Riminesi sul Colle Paradiso non per futili e dispersive evasioni, ma per momenti di straordinario arricchimento culturale e spirituale che ci richiamino alla nostra storia, alla trama, tessuta instancabilmente dai nostri antenati, in cui noi viviamo, come dice Rilke. Già avevamo avuto modo di lasciarci emozionare dalla bella musica della Cappella nel Concerto di Natale e, più tardi, la domenica del 21 marzo 2009, 325° “compleanno” di Bach, durante la cosiddetta “maratona Bach” (dodici ore consecutive di musica di Bach, audace follia originale ed innovativa che si è trasformata in straordinario successo) con vero godimento per lo spirito. Anche questa volta l’attesa non è stata delusa e la Cappella di Scolca ha saputo nuovamente sorprenderci per la perfezione dell’esecuzione e la capacità di commuovere ed emozionare il pubblico. Durante le pause tra i brani musicali bravissimi attori dalla bella voce modulata nei toni ora caldi, ora suadenti, ora vivaci, ora intensi, ora dolenti (Marco Bianchini, Nadia Magnani, Emanuela Neri, Antonio Vanzolini) ci hanno regalato il fascino della parola recitando poesie che spaziavano da Dante a Montale, da Leopardi a Saba senza trascurare il mito greco e la poesia del bardo gaelico. La magia della parola scandita, sussurrata, accentuata, melodiosa, ironica, ammaliante ha fatto risuonare dentro di noi l’eco della molteplicità dei modi d’amare attraverso tempi e luoghi tanto lontani e diversi, in un modularsi delle infinite sfaccettature dell’amore che appartiene allo stesso nostro modo di amare, che tante pieghe, tante variazioni, tanti mutamenti conosce, eterno sentimento incantatore, sempre uguale e sempre diverso, capace di innalzare l’uomo alle vette più sublimi e sprofondarlo nello sconforto più profondo. “In questa città non ci sono solo notti rosa” – ci dice al termine dell’esibizione don Renzo, instancabile nel ripetere questo motto che, insieme alla volontà di recupero della tradizione, è all’origine delle sue tante iniziative che fanno salire al Covignano (Collis Vinearum, il colle delle viti) uno straordinario numero di persone affamate di cultura, pensieri, musiche ed emozioni che alimentino in loro la parte migliore e appaghino le esigenze più profonde del loro animo. Anche stavolta a Scolca la notte non è stata rosa, ma una notte di luce che irradiava bellezza, dolcezza, sentimento, cultura, emozione, spiritualità. 3 Deliziosa l’espressione della giovanissima Caterina che, quando porta il suo violino, dice di portare “le sue ali”. 4 Mattia Guerra e Caterina Boldrini sono stati premiati col Premio Vitale dal ns. Lions Club Rimini Malatesta. 9 Vita di Club n.1 2. UNA MOSTRA SOSPESA TRA PITTURA E RICAMO A Talamello nel Museo Gualtieri “pittura ad ago e ricamo a pennello” di ANNA GRAZIOSI RIPA S abato 7 agosto, nel Museo Gualtieri di Talamello, ora appartenente al Polo Museale Riminese, è stata inaugurata una piccola mostra, preziosa e veramente particolare, che si potrebbe intitolare "pittura ad ago e ricamo a pennello". Esiste infatti, nelle vaste e poco conosciute letterature sul merletto e sul ricamo, un genere di straordinaria suggestione che viene definito appunto "pittura ad ago" dove forme, luci e colori creano immagini di rara bellezza con effetto veramente pittorico; ora accanto a questo si colloca un genere pittorico, non inedito ma certamente raro, che possiamo chiamare "ricamo a pennello" in cui Fernando Gualtieri eccelle. Il pittore, di famiglia romagnola nato in Francia dove vive per buona parte dell'anno, non si può certo definire con brevi parole - ben altro meritano infatti la sua straordinaria personalità, il ricchissimo corpus delle sue opere, la vastissima fama, ma è necessario tracciare un breve profilo per comprendere a pieno l’originalità di questa mostra speciale - che non è l’esposizione di opere di Gualtieri, o almeno non è soltanto questo. La poetica dell’artista può essere definita con chiarezza dalle sue stesse parole "non desidero deformare la natura, perfetta anche nelle sue imperfezioni; non voglio neanche copiarla servilmente, voglio semplicemente ricercare un mondo diverso, illuminato dal sole, a modo mio". Consapevole del suo talento, sostenuto dalla fondamentale presenza della moglie Yvette, "anima" della sua vita e della sua pittura, orgogliosamente autodidatta, l’artista usa le sue straordinarie abilità pittoriche con inesausta passione. Gualtieri pratica generi tradizionali: il paesaggio, il ritratto e la natura morta anche in dimensioni grandiose ma con attenzione minuziosa anche ai dettagli più minuti. Fiori, frutti, animali, cristalli, tessuti, merletti e ricami ne mettono in luce l’abilità straordinaria. Le trasparenze luminose dei cristalli, le superfici dei legni e dei marmi sono resi con una capacità veramente sorprendente, degna della più alta pittura antica. Ma dove l’abilità tecnica e la sua profonda sensibilità pittorica raggiungono il punto più alto è nell’uso dei tessuti, dei merletti e dei ricami; lino, lana, seta e cotone vibrano nelle trame, i merletti e i ricami mostrano ogni punto e ogni segreto; palpitano morbidi i velluti, scintillano le sete cangianti, si snodano sulle tele i decori ad ago con effetti plastici mirabili. Anche le pellicce muschiate degli animali trasmettono il tepore ed il piacere tattile attraverso gli occhi dello spettatore; tutto è vivo, caldo e luminoso, è appunto "lo splendore del reale". Yvette Gualtieri sintetizza l’opera del marito, alla quale porta un contributo fondamentale con il suo amore e la sua dedizione, in un distillato prezioso di "maturazione, riflessione, solitudine, passione, sofferenza, gioia, pazienza". In questa cornice splendente, fra i quadri che il pittore ha donato a Talamello, amato paese natale della madre e della nonna, l’associazione "Rimini ricama" espone, in suggestivi allestimenti, ricami e merletti di raffinate fattezze, tele stampate, oggetti d’epoca, cristalli e porcellane, in alcuni casi proprio gli originali che il pittore ha usato per le sue nature morte. Le composizioni reali si confrontano con quelle dipinte e vi si rispecchiano per magia in un continuo rimando di luminosa bellezza. Anche l’arte del merletto, del tessuto e del ricamo ha radici antiche ma l’intrinseca delicatezza di questi materiali e la loro fragilità hanno permesso loro di giungere fino a noi in casi particolari (come non ricordare a questo proposito l’importanza del rinvenimento dei tessuti villanoviani di Verucchio e il loro straordinario stato di conservazione), ma la pittura e la scultura hanno conservato una documentazione ricca e preziosa che, colmando 10 Vita di Club n.1 le lacune, ci fornisce strumenti che mettono gli studiosi nella condizione di far luce sulla storia affascinante di questi prodotti. Questa storia tuttavia ha avuto momenti oscuri e di oblio profondo, ma gli ultimi decenni hanno portato la gioia di una nuova, straordinaria e sorprendente fioritura, anche nel nostro territorio e nella nostra città, di scuole, associazioni, studi e ricerche relative a questi preziosi manufatti. Il ricamo, il merletto e il tessuto, infatti, non sono solo tecnica ed abilità manuale ma cultura, sensibilità, gusto e passione. Sono un filo sottile ma tenace che lega le generazioni con uno straordinario potere evocativo che intesse una trama raffinata di sentimenti, amicizie e solidarietà, ed anche la gioia di operare per gli altri e dar vita alla bellezza. "Rimini ricama" è un esempio di tutto questo e la manifestazione di Talamello è un segno della sua vitalità ed è già in preparazione, a Rimini dal 2 al 10 ottobre, una mostra di merletti e ricami prodotti dall’associazione. All’inaugurazione della mostra c’erano il sole splendente e la bellezza della Valmarecchia, il pittore Gualtieri e la moglie Yvette, le autorità (tra cui l’assessore alla Cultura Nicoletta Balducci e il direttore del Museo di Rimini Pierluigi Foschi) e tanti amici. La manifestazione, seppur brevissima (durata fino al 10 agosto) ha avuto un grande successo. 3. UNA SERA DI MEZZA ESTATE A Torriana tra musica e bel canto. di ANNA MARIOTTI BIONDI S chivando fortunosamente i temporali di un’estate climaticamente ballerina, il Club ha trascorso una piacevolissima serata a Torriana, una delle imprendibili roccaforti abbarbicate sugli scogli di roccia tipici della Valmarecchia, che hanno visto gli splendori della Signoria dei Malatesta e le aspre battaglie con gli eserciti del Montefeltro. La rocca aveva un ruolo strategico importante essendo posta a guardia dell’antica Via Maior, che, risalendo la Valmarecchia, rappresentava il collegamento principale con il Montefeltro e con la Toscana. Il suo nome antico era “Scorticata”, sinonimo dell’asprezza di un luogo che un tempo doveva essere più spoglio di quello che appare oggi. Come ogni castello che si rispetti ha la sua leggenda tenebrosa; nei sotterranei della fortezza di Torriana si favoleggia sia stato ucciso Gianciotto Malatesta che a vita spense sua moglie Francesca e suo fratello Paolo e per questo destinato ad un soggiorno eterno nel nono cerchio dell’inferno dove sono puniti i traditori dei congiunti (“Caina attende chi a vita ci spense”, If. V, 107). Dopo i Malatesti il castello passò anche per le mani di altre grandi casate come i Borgia e i Medici. Tanta storia ci circonda dunque e anche un panorama stupendo; dal giardino del ristorante Villa Chandon si domina un territorio immenso che, punteggiato dalle luci dei centri abitati, al calar della notte sembra un manto stellato dolcemente posato sui colli fino al mare. La musica ha preparato la calda atmosfera che caratterizza poi la cena e la conversazione; un quartetto d’archi ha eseguito abilmente musiche d’effetto e due potenti soprano hanno conquistato tutti con il fascino del loro bel canto. Ospite d’onore il cavalier Andrea Martino, presidente del Centro Addestramento Cani Guida per ciechi di Limbiate, che si è complimentato con il club e con l’officer distrettuale per il service cani guida perché il loro impegno, congiunto con quello di tanti club del Distretto 108 A, ha permesso che il Distretto fosse quest’anno al primo posto nelle donazioni al Centro di Limbiate sui diciassette Distretti italiani. All’officer Pietro Giovanni Biondi la nomina di socio onorario del Centro, al lions Antonio Battistini, protagonista del concerto che ha consentito la raccolta di fondi, una targa per attestare la sua benemerenza. 11 Vita di Club n.1 4. SARSINA TRA SACRO E PROFANO Non si può andare a Sarsina senza una visita alla Cattedrale di San Vicinio per la benedizione e l’imposizione del collare contro le infermità del corpo e della mente sempre più incombenti con gli anni. Oltre alla bellezza dell’imponente edificio romanico a pianta basilicale, risalente al X-XI secolo, affascina la storia del santo raccontata in un manoscritto anonimo del XII secolo, conservato alla biblioteca Gambalunga di Rimini, denominato “Lectionarium”, quasi sicuramente la trascrizione di precedenti scritti sulla vita di san Vicinio, databili almeno al secolo precedente. Ebbene già molto vivi oltre mille anni prima, la devozione ed il culto resistono ancora sette secoli dopo la morte del santo. All’Arena plautina di Sarsina il 13 agosto 2010 va in scena la catartica tragedia “Medea” di Euripide interpretata da Pamela Villoresi e David Sebasti e diretta da Maurizio Panici, che così la commenta: “una storia tremenda che le cronache recenti continuano a raccontarci suscitando orrore per un atto così orribile: ancora una volta la lezione dei classici ci fa riflettere sul nostro essere uomini di questo tempo, con l’immutata fragilità di sempre, e ci invita a partecipare al percorso doloroso della protagonista, percorrendo con lei tutta la gamma delle passioni e l’orrore per un gesto così tremendo e definitivo”. “ECCO MEDEA…. ECCO LA SVENTURA DI UNA DONNA” Medea: Su, dunque, armati, o cuor. Ché indugi? è vile non far ciò che bisogna, anche se orribile. Su, sciagurata mano mia, la spada, stringi la spada, e muovi a questo truce termin di vita, non esser codarda, né dei figli pensar che d’ogni cosa ti son più cari, e che li desti a luce. Questo sol giorno i figli tuoi dimentica, e poscia piangi. Anche se tu li uccidi, cari sono essi, e sciagurata io sono. di FRANCA FABBRI MARANI N el buio della notte un’esile figura fasciata in un abito rosso fuoco, mobile e sfuggente come una fiamma, si aggira incessantemente e tormentatamente in un paesaggio lunare, landa sterile, terra desolata, cratere senza vita, un’isola separata dal resto del mondo. È come una gabbia che la chiude e la costringe, dentro cui si muove con gesti convulsi e disarticolati, mentre la voce con tragici accenti racconta una storia di tradimenti, abbandono, delusione, dignità ferita, disperazione, amore e morte. Nessun elemento scenografico deve distogliere l’attenzione dello spettatore da questa intensa figura di donna: l’antica Medea che si fa donna di oggi e di ogni tempo nel conflitto di sentimenti, di passioni esasperate che porteranno a conseguenze estreme, ad una tragedia immane. Medea è una figura tragica per eccellenza: in lei si agitano, tumultuosi e contrastanti, molteplici moti del cuore: un amore totalizzante che le ha fatto rinnegare patria e parenti, una emarginazione desolata di donna diversa (straniera in terra straniera – maga sapiente), il deserto dell’abbandono e della perdita, il furore dissennato di una gelosia sfrenata, lo smisurato orgoglio della dignità ferita, il desiderio insaziabile di vendetta, una vendetta esemplare, che non arretra neppure di fronte al delitto più atroce: l’uccisione dei figli. Giasone, dopo l’impresa degli Argonauti1, ripara a Corinto con 1 Giasone con gli Argonauti (55 tra i più insigni eroi greci) con l’aiuto di Medea, nella Colchide, era riuscito 12 Vita di Club n.1 la moglie Medea e i due figli. Qui, allettato dalla proposta di Creonte, re della città, si fidanza con Glauce, figlia del re. Mentre fervono i preparativi per le nozze, Medea, condannata all’esilio coi figli, medita vendetta. Con abili parole riesce ad ottenere da Creonte di poter restare ancora un giorno nella città e durante questo giorno realizza il suo piano. Fingendosi riconoscente per la concessione, invia in dono alla sposa, in segno di ringraziamento, una veste ed una corona d’oro, che però con le sue arti magiche ha intriso di veleno. Glauce, appena la indossa, muore in modo straziante e la stessa sorte tocca al padre Creonte non appena la tocca quando cerca di liberarla dalla veste. Ma la vendetta non è ancora compiuta: ora bisogna punire il traditore, colui che le ha tolto il suo amore per realizzare il suo progetto ambizioso, quel Giasone nelle cui parole non ha trovato segno di dolore, rimorso, parvenza d’amore. Medea decide di farlo nel modo più atroce: uccidere i figli per condannare il fedifrago all’infelicità perpetua, ad un lutto senza fine. Compiuta la vendetta, fugge su un carro tirato da serpenti alati ad Atene, dal re Egeo, da cui precedentemente con l’astuzia si era fatta garantire diritto d’asilo. Immortale e modernissimo Euripide. Questo poeta tragico greco, nato a Salamina2 nel V sec. a. C., ci racconta una storia di oggi, una storia attualissima che ai nostri giorni spesso, troppo spesso, leggiamo sulle pagine dei quotidiani: madri e padri Medea che, dopo l’abbandono e la separazione, uccidono i figli innocenti, frutto di un amore finito. Immortale e modernissimo Euripide. Nei suoi versi il mito si sgretola, si dissolve, la presenza e l’intervento degli dei perdono significato, il protagonista passa dal piano eroico a quello umano; proprio in questa umanità sofferta il grande tragico scava per analizzare i moti dell’animo svelandone le pieghe più recondite e segrete. Un’antica affermazione fatta risalire ad Aristotele sui tre maggiori tragici greci recita: «Eschilo ha messo in scena eroi, Sofocle ha rappresentato gli uomini non come sono, ma quali dovrebbero essere, Euripide infine rappresenta gli uomini nell’impresa affidatagli dal re Pelia di impadronirsi del vello d’oro, vincendo il drago che lo custodiva. 2 Una curiosità: Euripide nacque nel 484 a. C., ma qualche fonte antica sposta la data al 480, il giorno della famosa battaglia di Salamina, per raggruppare la vita dei tre tragici intorno a questa vittoria: Euripide venuto alla luce, Eschilo partecipante alla battaglia, Sofocle capo del coro per ringraziare Apollo della vittoria. quali realmente sono». Come scrive il mio indimenticato professore Carlo Del Grande, nel suo “Filologia minore”, Euripide «mira il più possibile a distaccare l’uomo dalla sagoma eroica cui si era applicato… In altri termini, il mito è visto attraverso lo schermo della vita attuale e fatto aderire, nei limiti possibili, a condizioni comuni, controllabili.». Nelle tragedie euripidee il personaggio mitico ed eroico è un pretesto per rappresentare drammi e sentimenti dei comuni mortali, indagati e sottolineati anche mediante ampi brani corali, eseguiti da un coro dimesso, quasi popolare. Per narrare la vicenda di Medea e Giasone, Euripide rigetta tutti gli elementi favolosi tranne che nel finale, quando il dramma umano si è concluso e l’azione non ha più alcun interesse per lo spettatore. Immortale e modernissimo Euripide: il rapporto uomo-divinità nel vincolo dei tre momenti canonici: ‘ύβρις (insuperbirsi dell’uomo) – φθόνος θεω̃ν (invidia gelosa degli dei) καθάρσις (pentimento e rinsavimento dell’uomo) viene dimenticato; resta solo l’uomo nella sua nuda e sofferta umanità, nei suoi freudiani drammi e conflitti. Dal mito alla vicenda umana, dagli dei alla persona, dall’eroe all’uomo. Come si è detto, questo autore vissuto nel V sec. a. C. è di una sorprendente e sconcertante modernità, anche perché, in un mondo come quello greco tanto aperto in ogni campo dello scibile quanto chiuso nei confronti del ruolo della donna nella società (emblematico esempio Penelope, relegata nel suo gineceo a filare e tessere), ha scelto come protagonista delle sue tragedie tante figure femminili da indagare: Alcesti, Fedra, Andromaca, Ecuba, Elettra, Ifigenia si affiancano a Medea nel vivere fino in fondo il proprio dramma personale che Euripide analizza e rappresenta con acuta finezza psicologica. In un’interpretazione intensissima, in chiave più moderna rispetto a quelle che siamo soliti vedere, Pamela Villoresi si fa autentica Medea, donna atipica e sconvolgente, che per la prima volta mette in discussione il rapporto tra uomo e donna rivendicando per sé pari dignità ed uscendo vincitrice (a quale prezzo!) nel conflitto. Conflitto con Giasone che è soprattutto conflitto con se stessa, in un contrasto di sentimenti in cui l’orgoglio e la volontà di rivalsa e riscatto della propria dignità si scontrano e gradualmente prevalgono sull’intensità dell’amore più grande: quello per le creature che ha generato. Nel perseguire con testarda determinazione la rovina di Giasone, Medea colpisce con pari dolore e 13 Vita di Club n.1 rovina se stessa, ma non arretra, in un crescendo ineluttabile di passioni non controllate: non è la follia dell’Aiace sofocleo, burattino nelle mani di Atena, che lo porta là dove lei vuole, ma la lucida follia cui perviene l’essere umano attraverso i tormenti dell’animo, i dubbi, i conflitti, gli interrogativi, le contrastanti valutazioni, i dilemmi, in sostanza la sua fragilità, che , non accettata, si trasforma in ribellione, volontà di ribaltamento, volontà di potenza, volontà d’azione. Il conflitto che nella tragedia classica solitamente veniva proposto tra due personaggi (Oreste e Clitennestra, Creonte ed Antigone), in “Medea” viene assolto all’interno del personaggio, nella sua mente e nel suo animo; questo la Villoresi comunica con intensa autenticità e drammaticità in una interpretazione asciutta e incisiva dove ogni parola pare un proiettile scagliato nell’animo dello spettatore in modo violento e ineludibile. È un dissidio terribile che viene comunicato non solo coi tragici accenti, ma col coinvolgimento di tutta la persona rosso-fuoco; in quell’incedere senza posa, in quell’incessante muoversi senza scampo dentro il cerchio desolato che la isola da tutto e da tutti, dove solo a Giasone è dato entrare, per meglio evidenziare, nel contrasto delle parole, in un dialogo tra non udenti, la sua alterità, il suo calcolo, il suo meschino egoismo. In tal modo la figura di Medea grandeggia ancor di più nel confronto con la pochezza dell’uomo, dell’eroe non eroe. David Sebasti è un Giasone del tutto credibile: freddo, misurato, insensibile e sottilmente crudele, rende perfettamente la figura di questo eroe apparente, uomo egoista e calcolatore, che vede nell’amore solo un mezzo per la conquista di qualche suo vantaggio e che vuole confondere le acque trovandosi infinite giustificazioni attraverso l’abilità oratoria. I personaggi complementari della nutrice e del pedagogo accompagnano l’evolversi del dramma con accenti cadenzati, quasi inesorabili, l’una in modo più dolente e partecipe, l’altro in modo più distaccato e impersonale. La prima corifea, che da sola assolve le funzioni del coro, ha il ruolo di sottolineare l’azione e lo fa in modo non aulico, tendenzialmente dimesso e sodale con Medea, sollevandosi a toni più elevati solo quando evidenzia gli aspetti gnomici nei punti salienti del dramma. La scelta di non far comparire sulla scena i figli è originale, ma in linea con l’intento di Euripide che li aveva pensati continuamente presenti, ma sempre muti; qui si è voluto sottolineare ulteriormente questo aspetto di presenza-assenza portandolo ad una presenza del tutto non visibile, al fine di comunicare in modo più sottilmente inquietante il senso di catastrofe incombente, di tragica ineluttabilità della loro sorte. Compare, in questa tragedia, il contrasto tra νόμος e φύσις su cui allora i filosofi variamente discutevano: per il νόμος (la legge politica sancita dal popolo) la famiglia (γένος) è legittima solo se la sposa è greca, mentre la φύσις (legge di Natura) rivendica il naturale diritto all’amore. Euripide non suggerisce alcuna soluzione al problema; si limita ad una rappresentazione poetica e intensamente sentita che comunica allo spettatore non ragionamenti filosofico-politici, ma sconvolgenti moti del cuore. 14 Vita di Club n.1 ITALIA CHE VAI BELLO COME… Alla ricerca della bellezza perduta. di ANNA MARIOTTI BIONDI I n un tempo che sembra aver fatto ostinato e folle rifiuto della bellezza1, in un mondo che sembra aver affidato il culto del bello agli istituti di bellezza, alle palestre, alla chirurgia plastica, al consumismo di una forma ridotta all’apparenza, in un’epoca in cui i canoni artistici inseguono traguardi incomprensibili, noi partiamo alla ricerca della bellezza perduta, seguendo di volta in volta un percorso che mira alla conoscenza del bello. Nella convinzione che gli stimoli recepiti nel segno della bellezza ci rinvigoriscano l’animo e ritemprino il nostro corpo, che peraltro comincia ad avere una “bella età”, cerchiamo l’incanto delle bellezze naturali e il fascino dei monumenti (senza mai disdegnare le peculiarità della cucina), mai stanchi, mai annoiati, ma pronti ad assorbire come carta asciugante la vitalità che da essi promana. “La bellezza salverà il mondo” affermava Dostoevskij e noi ci lasciamo travolgere letteralmente dall’atmosfera magica che si respira a Como, l’incantevole città incastonata tra laghi e monti dove approdiamo a giugno. È l’incanto del romanico lombardo a farci assaporare la meraviglia davanti alla basilica di Sant’Abbondio (XI sec.), una delle massime affermazioni dei Maestri Comacini, a cinque navate molto slanciate e due campanili gemelli posti nella zona absidale, eccezionali in Italia. Edificata sul luogo di una preesistente chiesa paleocristiana fra il 1050 e il 1095, sorprende, oltre che per l’architettura, per il grandioso ciclo di affreschi trecenteschi che ornano le pareti e il catino dell’abside centrale. Rappresentano la Vita di Gesù e vi scopriamo la scena più unica che rara dei Magi dormienti. È poi la magnifica imponenza del blocco in cui sono congiunti il Duomo, il Broletto e la torre di città, e la sapiente fusione degli stili (gotico, rinascimentale e barocco che si susseguirono nei 1 “e mille volte avea ostinato e folle di sì rara beltà fatto rifiuto” (Ariosto) tre secoli e mezzo occorsi per il suo definitivo compimento a partire dal 1396) a farci sostare fino a mettere radici nella piazza principale con 15 Vita di Club n.1 dell’architettura di corte, realizzata nelle tinte sfumate dall’ocra al ruggine di antichi solidi mattoni. Siamo di fronte ad un vero castello, con tanto di fossato perimetrale, ponte levatoio e torri merlate; stentiamo a credere che non sia una creazione disneyana, tanto più che vediamo principesse in veste di spose allargare sete e veli fluttuanti nel parco, nel cortile, nei camminamenti da una torre all’altra. Crediamo di sognare, ma siamo in prossimità della strada che da Como va a Milano, in un piccolo borgo medievale sviluppatosi attorno all’imponente castello, Carimate. gli occhi ammaliati, mentre i comaschi indaffarati e distratti ci urtano frettolosamente, dimentichi del tesoro che possiedono. La maestosa cattedrale sul lago è lunga 87 metri, le navate, comprese le cappelle maggiori, sono larghe 36 e 58 metri, la cupola è alta 75 metri e la guglia della facciata è a 45 metri dal selciato della piazza. La cupola fu progettata da Filippo Juvara (1687-1736), architetto del re di Sardegna. Le vetrate ottocentesche sono state realizzate su disegno di Giuseppe e Pompeo Bertini. Le straordinarie sculture delle lunette dei portali narrano episodi della vita di Maria. Ai lati del portale maggiore le statue di Plinio il vecchio e Plinio il giovane, i grandi naturalisti romani nativi di Como. Ma la bellezza ha mille volti e al calar della sera si presenta sotto le magnifiche romantiche forme Fatto costruire nel 1345 da Luchino Visconti su un preesistente insediamento difensivo, rimase feudo dei signori di Milano fino al 1715, ricevendo nel corso del tempo una schiera di ospiti illustri tra cui nientemeno che l’imperatore 16 Vita di Club n.1 Massimiliano I d’Asburgo che vi soggiornò per ben sette giorni, riposando e cacciando cervi nei boschi circostanti; fu anche l’ultimo rifugio di Ludovico il Moro che, ormai sconfitto in patria, da qui riparò in Germania con famiglia e tesori appresso. Quando la dinastia rimase senza discendenti, il castello e i beni di Carimate passarono al pubblico demanio. Nel 1796 furono acquistati da Cristoforo Arnaboldi, cittadino comasco, che fece del castello la sua residenza. I conti Arnaboldi, suoi discendenti, vi abitarono ponte levatoio; in realtà siamo noi a trattenerci perché l’impulso ci porta a non voler lasciare il luogo. Un ultimo sguardo per imprimere nella memoria una forma di bellezza da sceneggiatura fiabesca. Costeggiando il lago siamo rapiti dalla perfezione dell’ambiente; lo scenario lacustre è splendido, sulle leggere increspature dell’acqua il cielo e il sole creano riflessi d’oro e d’argento, le innumerevoli ville sparse ovunque generosamente a pioggia danno un aspetto regale ed elegante all’abitato. A Laglio sbirciamo la villa di George Clooney, Villa Oleandra, per verificare se nello spettacolare panorama sia compreso l’attore… bello come un dio greco. fino al 1956 quando la vendettero ad una società immobiliare che diede al vecchio borgo l’attuale sistemazione. Dal 1990 il castello è un hotel che ci fa vivere una splendida serata nella suggestione di echi antichi ed eteree presenze che una sbrigliata fantasia suscita tra le poderose mura. Sembrano salutarci, seppur ruvidamente, gli enormi leoni di pietra posti a guardia del Quando arriviamo a Villa Olmo, dopo aver dapprima stentato a distogliere lo sguardo dal lago, ci basta vedere la facciata per essere trascinati all’ingresso come per ipnosi. Nella parte mediana della facciata principale, rivolta verso il lago, ritmata da colonne e da lesene e 17 Vita di Club n.1 sormontata da una terrazza con statue, e affiancata da due ali laterali, campeggia sulla castigata misura del neoclassico la forma esuberante del logo della mostra che stiamo per visitare, “Rubens e i fiamminghi”, ospitata nelle sale della settecentesca villa. Il nome le deriva da un olmo colossale, leggendariamente piantato da Plinio il Giovane, che abbelliva in passato il parco della villa. All’interno scopriamo, tra una profusione di ornamenti: stucchi, dorature, statue, affreschi di artisti dell’ultimo '700 e del primo '800, che decorano pareti e soffitti, l’infinita bellezza del mondo rappresentata dalla potenza grandiosa ed esuberante della pennellata di Peter Paul Rubens2. Il logo è la gigantografia di “Borea rapisce Orizia”, un monumentale olio su tavola (146 x 140 cm) che proviene dalla Galleria dell’Accademia di Vienna; le due figure totalmente distaccate da terra fluttuano nell’aria avvolte in un abbraccio, la gelida tempesta provocata dal volo di Borea si stempera nel divertimento dei quattro putti che lanciano palle di neve e cercano di acciuffare i chicchi di grandine sparsi nell’aria senza timore della irosa violenza del vecchio dio. Dalle plastiche 2 Definito da Federico Zeri “di gran lunga il più grande pittore di tutti i tempi, dal punto di vista della materia pittorica, del modo di adoperarla e della varietà del suo repertorio, Rubens è un esempio unico nell’intera storia dell’arte europea, avendo rielaborato e reso fruttuosa l’eredità artistica del Nord, quella dell’Italia e del mondo antico; è riuscito a fondere la tradizione religiosa del Medioevo (ad es. il ciclo di scene del Vecchio e del Nuovo Testamento collegate l’una all’altra alla maniera medievale per la chiesa dei Gesuiti ad Anversa), la cultura figurativa dell’Umanesimo (per il re di Spagna dipinse numerosissime tele con figurazioni mitologiche, tratte dalla poesia di Ovidio), l’idealizzazione allegorica cara alla Monarchia del suo tempo (per la Reggente di Francia creò una grandiosa apoteosi del suo potere) in un’unità che abbracciava tutti e tre gli elementi senza che nessuno di essi ne uscisse in qualche modo sminuito. forme di Orizia brilla l’incarnato iridescente come madreperla. La nostra personale ricerca del bello incontra un pittore la cui passione per la bellezza lo ha portato a creare una pittura che è festa per l’anima e per gli occhi, un inno alla gioia, una sorta di fiume, in cui “la vita fluisce e di continuo s’agita, come l’aria nel cielo e il mare dentro il mare” (Baudelaire). Bello come il sole – usiamo dire e scopriamo i raggi che trafiggono le nuvole, fonti di luce divina che illuminano il miracolo della nascita di Cristo ovvero della trasformazione del figlio di Dio in uomo; nella “Circoncisione di Cristo” la luce che giunge attraverso l’apertura fra le mura dell’antico tempio inonda Gesù bambino, adagiato sul lenzuolo bianco, fino a farlo splendere e, infine, lo segue nel gruppo di angeli che conducono il Bambino divino verso l’alto. Bello come un angelo – insistiamo e ammiriamo la “S. Vergine in gloria adorata dagli angeli” dove una moltitudine di angeli inginocchiati adora la Madonna dipinta in un quadro tabernacolo elevato al cielo da meravigliosi angioletti in volo. Bella come una dea – e intendiamo le soffici carni di Giunone, Minerva e Venere nel “Giudizio di Paride”, un raro esempio di olio su rame (34 x 45 cm); in modo agile e vaporoso Rubens ha trasformato quello che doveva essere uno schizzo3 in un autentico 3 Tutte le opere nascevano nella sua grande bottega di Anversa secondo un procedimento ordinatamente stabilito, che Rubens mantenne fino agli ultimi anni della sua attività. Egli fissava con uno schizzo a penna la prima concezione del quadro, poi eseguiva con il pennello, a mo' di bozzetto, uno schizzo ad olio, seguito infine da un vero e proprio «modello», cioè da una tavola di piccolo formato con uno schizzo ad olio degli elementi essenziali del dipinto. Questo «modello» veniva presentato al committente, perché fosse informato del piano dell'opera e generalmente finiva per restare in suo possesso. In seguito, 18 Vita di Club n.1 capolavoro dove con fluide pennellate le figure senza veli delle dee sono perfettamente fuse con l’ambiente circostante in una unicità indissolubile. Bella come una rosa – amiamo dire e ci riferiamo non solo alla leggiadria de “Le tre Grazie”, voluttuosamente nude sotto impalpabili veli trasparenti che lontani dal coprire attirano lo sguardo sulle parti più intime dei floridi corpi, ma al tripudio di rose che tracimano dal cesto sorretto dalle dee, invadono il paesaggio circostante, di un verde intenso, con il colore sfumato dal bianco al rosa acceso dei loro petali perfetti e diventano protagoniste infondendo grazia, bellezza e allegria come Aglaia, lo splendore, Eufrosine, la gioia, e Talia, la prosperità. Un dipinto straordinario, vero manifesto dell’ideale bellezza femminile del tempo. Sono proprio gli schizzi a colpirci di più; ci lascia stupefatti come si possa in così piccolo spazio (olio su tavola, 33 x 31,3 cm), “Ascensione di Cristo”, squarciare il cielo oltre la misura del quadro ed esaltare la salita verso l’aldilà celeste con una incredibile proiezione dal basso della figura; la sensazione di essere invisibili osservatori presenti nel quadro è fortissima. Con la brillante focosità della sua pennellata Rubens non ha confini e crea anche in piccolissimo spazio l’illusione dell’infinita vastità del mondo. il maestro disegnava a matita degli studi particolareggiati per le singole figure del dipinto e i discepoli li riportavano sul quadro - tavola o tela che fosse – e li coloravano. Ed era infine Rubens stesso a portare a compimento l’opera. Usciamo con la sensazione di aver assaporato la magnificenza della vita come nel presente raramente accade, ma un’altra esperienza straordinaria ci è riservata. Attraversiamo il lago in motoscafo e approdiamo sull’estremità di un promontorio a picco sul lago, quasi di fronte a Bellagio. Immediatamente il giardino di Villa Balbianello a Lenno ci cattura per le singolari caratteristiche: arrampicandosi di terrazza in terrazza, segue armoniosamente i sette livelli della villa tra siepi di lauro e di bosso che delimitano con geometrica precisione tappeti erbosi e aiuole fiorite, e alberi secolari sapientemente potati come il grande leccio tagliato a ombrello. Dalla superficie dell’acqua che lo lambisce tutt’intorno e ne fa un unicum in funzione del lago stesso, il giardino sale fino al 19 Vita di Club n.1 punto più alto dove le tre arcate della loggia settecentesca sono fittamente rivestite da un giocoso Ficus repens che, cominciato il suo abbraccio dalle colonne dell’attracco, prosegue sulle scale fino ad arrivare alla meravigliosa loggia che offre una duplice vista sul lago: la Tremezzina verso nord e il bacino dell’Isola Comacina sul lato opposto. La bellezza del panorama non ha eguali; il lago ti abbraccia e ti infonde una serenità dolce e inattesa. Proviamo un brivido estatico di fronte a quel quadro vivente. La villa, edificata per volontà del cardinale Angelo Maria Durini (amico e benefattore di Giuseppe Parini che gli dedicò l’ode “La gratitudine”) alla fine del XVIII secolo, oggi si presenta nella veste conferitagli dal suo ultimo proprietario, l’esploratore Guido Monzino, nonché grande imprenditore (la famiglia Monzino era socia fondatrice della Standa) e munifico mecenate che, alla sua morte nel 1988, lasciò al FAI, insieme a una cospicua dote, l’amata residenza sul lago per preservarla con le sue medesime cure. Ha voluto essere sepolto nella ghiacciaia del giardino come a voler eternare l’intimo legame che lo univa alla straordinaria dimora cui aveva impresso i segni della sua poliedrica personalità, facendone l’approdo finale. All’interno della villa la bellezza prende le forme della sobria eleganza e praticità dello stile inglese rispondente alle esigenze di un uomo d’azione che a partire dal 1974, tra una spedizione in Groenlandia e l’altra al Polo Nord o sull’Everest, volle rinnovarla radicalmente affinché rispecchiasse la sua vita, le sue imprese, le sue scoperte, riempiendola di magnifici arredi, ricordi e collezioni. Tutto è splendido nella sua austera raffinatezza; passando da una sala all’altra ammiriamo uno splendido tappeto indiano decorato a tutto campo con motivi vegetali (salici e cipressi descritti minuziosamente), una ricca collezione di stampe del lago della prima metà del XIX sec. nella stanza del cartografo, una raccolta di reperti delle culture mesoamericane di Olmechi, Maya, Atzechi e manufatti africani e asiatici nella sala delle raccolte d’arte primaria, una preziosa collezione di opere Tang, lo straordinario museo delle spedizioni ricavato nel sottotetto dov’è conservata la storia delle imprese geografiche di Monzino. Per non parlare dell’appartamento di Guido Monzino, con lo stupendo salotto verde e l’elegantissimo fumoir. La villa e tutto il promontorio sono effettivamente un luogo di pace e bellezza, un nido sicuro a protezione di quella serena fusione tra l’arte dell’uomo e le meraviglie della natura che si rinnova ogni giorno, come ha voluto e vorrebbe ancora l’appassionato proprietario. 20 Vita di Club n.1 MONDO LIONS A GONFIE VELE… LA SOLIDARIETÀ A Cattolica la seconda edizione della regata organizzata dal Lions di PIETRO GIOVANNI BIONDI « Lo scopo - dichiara il vulcanico presidente del Comitato organizzatore Ezio Angelini (Lions Club Morciano – Valle del Conca) - è unire allo spirito competitivo della regata, la divulgazione dei valori e dei principi lionistici fondati sull’amicizia, la comprensione e la solidarietà». Unendo dunque sport e solidarietà, lungo il percorso indicato come ‘bastone costiero orientato al vento’ nelle acque antistanti il porto di Cattolica, si è disputata il 26 settembre 2010 la regata per il Trofeo Lions “G. Marconi”, frutto della collaborazione tra il Circolo Nautico Cattolica, i distretti Lions 108Tb e 108A e Lions Club dei due distretti. Erano presenti i governatori dei due distretti, Roberto Olivi Mocenigo e Guglielmo Lancasteri, e, come madrina della manifestazione, la principessa Elettra Marconi, figlia del grande scienziato. Il ricavato sarà devoluto a favore del service nazionale ‘Due Occhi per chi non vede’ e un cane guida addestrato dal Centro Cani Guida Lions di Limbiate (MI) sarà donato a un cieco da individuarsi nel territorio dei due distretti. L’atmosfera creata dalla lunga teoria di barche che prendevano il largo con il loro carico di appassionati velisti e ospiti neofiti al primo giro era particolarmente entusiasmante. Sei le classi previste dalla Cat. 0 (Lunghezza fuori tutto fino a 6,99 metri) alla Cat. E (oltre i 13 metri). Armatori ed equipaggi erano soci Lions, Leo, ma anche non Lions. Oltre ai primi classificati nelle varie categorie, hanno ricevuto il Trofeo Città di Cattolica il primo classificato nella classe più numerosa: Morsiani - Piccaretta, C. N. Pesaro, Game On; il Trofeo Lions G. Marconi il primo LIONS classificato nella classe più numerosa: Tasini Maxi, Ryc Portoverde, Lions, Solaria; il Premio Speciale imbarcazione Lions prima classificata in tempo reale: San Marini Filiberto, C.N. Rimini, Lions Riccione, Orlanda. Campioni nello sport, campioni nella solidarietà. 21 Vita di Club n.1 RIMINI CITTÀ UNA LUCE SULL’ADRIATICO Il “fascino” del guardiano del faro. di MARIO ALVISI M i stavo accingendo a scrivere questo articolo quando mi è giunta la rivista The Lions con in copertina un faro preso a simbolo dal Presidente Internazionale dei Lions, Mr. Sid L. Scruggs, con il motto “A Beacon of Hope” (un faro per aiuto). O, meglio, un raggio di speranza! Una coincidenza incredibile per me che, attirato dal fascino che nell’immaginario collettivo esercita il tema del faro, avevo appena voluto intervistare “l’uomo del faro” di Rimini che governa la luce sulle coste del nostro Adriatico; faro che in passato ha animato una serrata discussione tra Stefano Cavallari e Giovanni Rimondini sul mistero della sua paternità (Vanvitelli il primo, Buonamici il secondo). La mia curiosità ha un antefatto: a Formentera, la bellissima isola dell’Arcipelago delle Baleari, in Spagna dove sono stato in vacanza l’estate appena trascorsa, due fari bianchissimi, posti su dirupi che sprofondano nel blu del mare sul quale volteggiano i gabbiani, sono, con i mulini a vento, le cose da vedere proposte al turista in vacanza. Sono veramente suggestivi e l’ambiente mozza il fiato. Il primo è il Far des Cap de Barberia, una sorta di missile, senza nulla attorno, in fondo ad un altopiano di sola pietraia che incombe sul precipizio: “Torreggiava, nudo e dritto, scintillando bianco e nero e si vedevano giù le onde che si frangevano in bianche schegge come frammenti di vetro sugli scogli” (Virginia Woolf). Il secondo è il Faro de La Mola, più imponente, anch’esso tutto bianco, con la casa del custode costruitagli tutt’intorno. Non ha nulla di “tempestoso”, forse perché invaso dai turisti. Illuminato dal sole, non mi ha fatto l’effetto che turbò Victor Hugo: “Contemplai per un istante quello spettacolo malinconico che per me era come l’immagine dello sforzo umano di fronte al potere divino”. Per carità! Qui cielo, terra e mare a me infondevano gioia, anche quegli scheletrici strapiombi rocciosi che dal faro cadevano nel mare. Mentre scrutavo il faro, nascosto dietro a grossi fichi d’india, ho scorto un uomo che lavorava il giardino. Gli ho dato un “buenas dias” tanto ‘per attaccare bottone’, come mia consuetudine. Era un po’ tozzo, su con gli anni, più un contadino che un uomo di mare. Volevo parlargli, chiedergli del faro o perché lì ci fosse una targa dedicata a Giulio Verne (“Los jovanes de espirito”). Ma io non conosco lo spagnolo e lui tanto meno l’italiano. Così lascio perdere risalutandolo con un altro “buenas dias” e un 22 Vita di Club n.1 italianismo Ciao! Però scatta in me la scintilla: chi sarà l’uomo del faro di Rimini? Tornato a casa chiedo aiuto a Stefano Cavallari che conosce tutto della nostra torre-faro. Ne scrisse anche sulla nostra rivista. Ma non mi sa dire come arrivarci. Mi suggerisce di parlarne con il Dott. Roberto Venturini, curatore della pagine “Uomini di Mare” pubblicate sul quotidiano La Voce. Esito positivo, non poteva essere diversamente. Mi suggerisce il nome dell’attuale farista e come contattarlo. Detto fatto. In un caldo pomeriggio di fine estate, suono al campanello della casa accostata alla torre-faro, che chiamerò così perché è più un monumento che il classico faro della nostra simbolica immaginazione. È uno dei più datati esistenti in Italia. Mi accoglie un uomo alquanto giovane, sorridente, sbarbato (chissà perché gli uomini di mare li vediamo sempre con la barba!), gentilissimo, ben vestito. Chiedo del Signor Vincenzo Colaci, il farista. È lui. Resto un attimo sorpreso. Mi aspettavo qualcun altro! Entro con la convinzione di ritrovarmi a casa sua. Invece mi fa accomodare in un ufficio, non grande, rivestito tutto in legno. Mi fa cordialmente sedere di fronte alla sua scrivania con computer, fax, telefoni, documenti vari. Un normalissimo ufficio di un impiegato della Pubblica Amministrazione. Che strano, Ma è proprio lui il farista? Sì. È a Rimini dal 1992, è di Santa Maria di Leuca, in Puglia, dov’è nato 48 anni fa. Gli brillano gli occhi nel ricordare la sua lontana terra. Ha fatto il servizio militare nella Marina Militare e, come sergente, è stato imbarcato sulla fregata Lupo. Mi spiega che, contrariamente al passato, ora i faristi vengono reclutati solo dalla Marina Militare. Prima di vincere il concorso per la nostra torre-faro, prestava servizio presso quello di Punta di Maistra, sulla parte più estrema delle terre alla foce del Po. Ha un viso giovanile, ma noto che ha la fede al dito. Solo una batteria che suona in qualche stanza della casa mi fa chiedere se ha figli. Certo. Stefano, quello che sta suonando, e Mattia. Ambedue studenti. Mi confida che, pur desiderando di tornare in Puglia, per loro preferisce restare a Rimini, che offre una possibilità di lavoro in più. Da buon padre di famiglia sacrifica la nostalgia! Naturalmente ho cercato di curiosare sulla sua vita da farista, sul funzionamento delle apparecchiature d’illuminazione, sulla sua operatività lavorativa e, in modo particolare, se aveva da raccontarmi episodi d’aiuto agli uomini in mare. Cioè le domande più logiche per “un oggetto utile, ma carico di significati, simbologie e di allusioni” (Giuseppe Scarafia). Ho scoperto che il progresso tecnologico ha tolto il fascino a “quello che ha dato il nome ai suoi discendenti e che era una delle meraviglie dell’antichità, una torre sull’isola di Pharos, di fronte ad Alessandria d’Egitto” (G.S.). Infatti anche la nostra torre-faro è governata elettronicamente e, quindi, il lavoro del Signor Vincenzo si riduce ai soli ed eventuali interventi tecnici in caso di guasti; e se si rompe l’illuminatore nessun problema: sono due e funzionano alternativamente nel caso che uno si guasti. Perciò, lui è praticamente presente nelle ore, direi, d’ufficio, cadenzate dai contratti di lavoro come i comuni dipendenti, e regolate dagli obblighi professionali dettati dal Coordinamento Fari dell’Alto Adriatico. che risiede a Venezia con competenze da Trieste a Vieste sul Gargano in Puglia. Un lavoro di responsabilità specificatamente tecnico, perché sulle difficoltà dei natanti e degli uomini in mare, di giorno e di notte, con il sole e le tenebre il compito d’intervento è della Capitaneria di Porto e della Guardia Costiera. E, poi, se il faro non funziona, cosa rara, ci pensa il servizio di segnalamento marittimo a diramare un comunicato ai naviganti. Ricorderete che una volta alla radio c’era un apposito bollettino giornaliero. Che tempi! Insomma nulla di immaginifico! La modernità ha tolto tutto il fascino a colui che sta dietro al gigantesco proiettore che trasmette “scaglie” di luce per trenta miglia marine a 360 gradi per mezzo di un cristallo fatto a zig zag, come mi dimostra con un disegno sul grande block notes posto sulla scrivania. Le mie domande tentano di scovare particolarità, emozioni, episodi sulla magica figura del farista. Ma lui, molto perspicacemente, mi guarda e dice: “Forse l’ho delusa!”. Mitigo la mia delusione con un flebile assenso. Purtroppo non “è più il classico faro nella tempesta!” (V.Wolf). Per confortare le mie aspettative allora mi racconta dei suoi cinque anni trascorsi sul Po, prima di venire a Rimini. Quelli passati veramente in solitudine, con i giorni che trascorrevano lentamente, in isolamento, con la sola compagnia di sua moglie. Laggiù sull’ultimo lembo di terra alla foce del grande fiume spesso avvolto dalla fitta nebbia. Lì sì esposto alle intemperie, sempre pronto, ventiquattro ore su ventiquattro, ad aiutare con la sua barca qualche disperso nei tanti canali che compongono il delta o in soccorso di qualche 23 Vita di Club n.1 natante in difficoltà! A tal proposito Curzio Malaparte scriveva: “il guardiano del faro è sempre al servizio, giorno e notte. È legge per lui ritirarsi in caserma, cioè nel faro. Non soltanto son prigionieri del mare, ma di un regolamento crudele che li mortifica, li avvilisce a esseri selvatici e reietti. Non esistono per loro né feste e né solennità, né fauste ricorrenze. La loro vita è tristezza e solitudine”! Un’immagine che, per fortuna, non s’addice assolutamente a quella simpatica, sorridente e bonaria di Vincenzo Colaci che parla con me, dentro la sua torre-faro, in un pomeriggio assolato che sicuramente non prefigura tregende marine. Può restarsene tranquillo alla sua scrivania! Mentre chiudevo quest’articolo mi è giunto l’ultimo numero della bella rivista Ariminum VIAGGIANDO VIAGGIANDO edita dal Rotary Club di Rimini, sulla quale è riportata l’ultima paternità della nostra torre-faro. Il professor Giovanni Rimondini questa volta l’assegna all’architetto vaticanista Sebastiano Cipriani, cosa documentata da disegni scovati nell’Archivio storico comunale di Ravenna. Rimondini dice “Piacerebbe certo a tutti noi che esistesse un faro o anche un fortino del Vanvitelli a Rimini, ma la verità dei fatti, chiara per quanto complessa, non ci permette di fantasticare…”. Chissà se quest’ultima è la vera verità? E che ne pensa, di rimando, Stefano Cavallari? Infine un ricordo: la nostra torre-faro fu presa a simbolo del Congresso Nazionale dei Lions italiani che si svolse a Rimini nel 1996, organizzato dal nostro Club e dal Club concittadino Rimini Riccione Host e che fu un grande successo. Chiesa di S. Maria del mar. BARCELONA: CITTÀ EUROPEA Barcelona, città amata dagli italiani, tanto che sulle “ramblas”, in plaza Catalunya, alla Sagrada Familia, alla Catedral o alla boqueria è più facile sentir parlare italiano che catalano. di ROBERTO FAMBRINI V ista dalla montagna del Tibidabo, Barcelona si presenta come una fitta trama di strade disposte sulla pianura estesa di fronte al mare, tra i fiumi Llobregat e Besòs. La storia ed il caso hanno determinato con paziente tenacia questo tessuto urbano che alterna spazi capricciosi ed ingarbugliati ad altri più rettilinei e razionali. L’orizzonte marino che da qui raggiungiamo si fonde con la storia mediterranea di questa città dalla calda luce, aperta, consapevole di essere un centro di culture diverse. Dalle sue origini iberiche, il contatto con il mondo greco e la rifondazione romana come colonia “Barcino”, oggi identificabile nel “barrio gotico”, Barcelona è divenuta la capitale della Catalogna fin dal X secolo. Il cuore di Barcelona corrisponde all’antico perimetro murato dell’epoca romana e alle posteriori amplificazioni medioevali, spazio addolcito dal fiume di vita delle “ramblas” e al limite marittimo del porto. Per secoli l’espansione commerciale dei barcellonesi nel mediterraneo ha favorito lo sviluppo economico e potenziato l’industria navale. L’edificio della Lonja, la chiesa di S. Maria del mar (esempio splendido di goticocatalano) e le “drassanes” (arsenali) ci parlano con l’eccezionalità della loro architettura unica di quei momenti di splendore. Il peculiare tracciato della città antica si snoda tra vicoli stretti e bui (in certi casi decadenti e degradati) e ampi spazi di rara bellezza con edifici di superba architettura. Fin dai tempi della fondazione romana, gli organi di governo si erano installati al centro del barrio dove ancora oggi troviamo, l’uno di fronte all’altro, il governo della città (ayuntamiento) e della Catalogna (La generalitat). Caratteristica della città moderna è “l’eixample”, pianificata e realizzata a fine ‘800 da Ildefons 24 Vita di Club n.1 Cerdà, con l’intenzione di razionalizzare lo spazio compreso tra la città vecchia ed i paesi vicini che sarebbero stati assorbiti dalla crescita. Il peculiare reticolato, risultato finale, forma un tessuto uniforme e spazioso che non ha paragone in Europa. Tre avvenimenti importanti marcano la crescita della città e simboleggiano il recupero di nuovi spazi: l’Esposizione Universale del 1888, l’Esposizione Internazionale del 1929 e le Olimpiadi del 1992. Nella prima gli architetti modernisti iniziavano la propria marcia, nella seconda l’architettura razionalista mostrava già le sue prime manifestazioni; tra queste due date numerosi artisti Domenech i Montaner, Gaudì, Picasso, Gargallo, Mirò, favoriti dall’aria rinnovatrice, completavano le loro opere, prodotto di un’epoca eccezionale. Nella terza gli amministratori di Barcelona hanno saputo costruire impianti sportivi efficienti ed ancora oggi perfettamente funzionanti e trasformare un’area depressa ed industriale abbandonata in uno splendido quartiere residenziale (la vila olimpica). Dopo la morte di Franco nel 1975, la Catalogna si è riappropriata di quel potere governativo che aveva posseduto prima del 1714, tanto che i Catalani considerano la loro regione una nazione nella nazione. Dal 1978 Barcelona e la Catalogna godono di uno statuto speciale che gli consente una notevole autonomia, che ha permesso loro di adottare quale lingua ufficiale il catalano, sia negli atti che nelle scuole (lo spagnolo viene insegnato come lingua coufficiale), di snellire in maniera determinante la burocrazia in favore del cittadino e delle imprese, di poter disporre di una imposizione fiscale equa e di poter trattenere parte delle imposte fiscali di stato. In questi ultimi anni una nuova Barcelona è emersa, con la realizzazione di importanti vie di comunicazione, la creazione di nuove piazze e parchi pubblici, e l’attuazione di una razionale ed efficiente rete urbana di trasporti pubblici (metrò, treno, autobus e taxi). Il risultato è una città rinnovata che si offre oggi al piacere dei cittadini e dei visitatori con una configurazione sempre più vicina al desiderio di tutti. Se a quanto sopraddetto si unisce la ricchezza della regione, l’intraprendenza, la cordialità dei catalani e la lungimiranza dei loro governanti, si capisce perché Barcelona rappresenta oggi una città sempre in movimento con una programmazione definita ed efficace, sempre più amata dai turisti perché in essa vedono il loro modello di città europea. 25 Vita di Club n.1 MONDO LIONS INCONTRO D’AUTUNNO A JESI La centralità del Club per “un Lionismo concreto, autentico, moderno, capace di giocare un ruolo costruttivo nella società” (Lancasteri). di PIETRO GIOVANNI BIONDI L a forza della concretezza al servizio della comunità è il motto e l’obiettivo del Governatore Guglielmo Lancasteri e il IV Incontro d’Autunno si svolge all’insegna del realismo e della concretezza. Siamo a Jesi presso l’Hotel Federico II il 2 ottobre 2010; il cerimoniere distrettuale, Carla Cifola, presenta la schiera di governatori in carica e di past governatori, nonché i presidenti delle tre Circoscrizioni del Distretto 108A, e il presidente del Club ospitante, Michele Campo, saluta tutti i convenuti, grato della scelta che coincide con la realizzazione di un service importantissimo per la città, il restauro del monumento1 a Giovan Battista Pergolesi nel trecentesimo anniversario della sua nascita. Dopo una breve introduzione da parte del Governatore Lancasteri, prendono la parola in successione i relatori cui è affidato il ruolo di benevoli provocatori del dibattito sul tema “La centralità del Club”. Il presidente della II Circoscrizione, Giuseppe Milazzo (LC San Benedetto del Tronto Truentum), affronta il problema della scarsa collaborazione tra i club, in particolare tra quelli della stessa città; su 84 club, di cui 2 di recente costituzione, 41, cioè quasi il 50%, hanno sede in sole 18 città. Sono molte le condizioni che hanno portato alla formazione di nuovi club: in primo luogo quando un club Host ha raggiunto i limiti dimensionali e 1 Realizzato un secolo fa dallo scultore carrarese Alessandro Lazzarini, è considerato una delle rare testimonianze del naturalismo liberty nelle Marche; alto 6 m. e largo 5, sorge su una base trasformata in vasca con getto d’acqua e rappresenta il musicista in piedi che, battendo il tempo con le dita, dirige le figure allegoriche del Canto (una figura femminile) e del Suono (un ragazzo che suona il violino). Nel retro un bassorilievo, che riporta le note dello Stabat Mater, allude all’Amore e alla Morte (un amorino veglia su una donna morta, probabilmente Teresa Spinelli morta d’amore per Pergolesi), mentre due piccoli mascheroni simboleggiano la Tragedia e la Commedia. territoriali, per garantire efficienza, flessibilità operativa, rapidità di interventi, ne crea un altro; in secondo luogo, quando alla fine degli anni ’80-90 fu ammessa nei club la componente femminile, non sempre essi si compattarono, anzi a causa dell’eccessivo tradizionalismo di alcuni, ne nacquero dei nuovi. Un terzo motivo si può ricondurre alle vicende interne ai club che generano scissioni, così sorgono piccoli club che rivendicano una presunta diversità da quello da cui si sono generati. Dietrologia, polemiche su vizi di origine, motivi vari fanno sì che spesso i club collaborino più facilmente con club gemelli di altre parti del mondo. L’invito pressante è di superare i motivi di divisione e collaborare; i club hanno il dovere di presentarsi alla cittadinanza in maniera unitaria e concertata, evitando l’egoistica arroganza di far prevalere ciascuno le proprie iniziative. “Il protagonismo non è tra i valori Lions”. Il presidente della I Circoscrizione, Carlo Simoncelli (LC Ravenna Romagna Padusa) intitola il proprio intervento: “Il club, cellula vitale dell’associazione Lions” ed esordisce ricordando una riflessione di Hafez, un antico poeta di Shiraz, città imperiale della Persia: “I figli degli uomini sono tutti legati gli uni agli altri, se il dolore degli altri non ti affligge, non sei un uomo”. Questa dovrebbe essere la motivazione più persuasiva per rimanere o diventare un Lions. Eppure nei club si registra una riduzione del numero dei soci, chiaro indicatore di un clima di malessere. Nella I circoscrizione in un anno sono mancate 90 unità, essendo venuti meno il coinvolgimento, la partecipazione, la capacità di gestire il rapporto generazionale. Si entra a far parte di Lions Club per impegno civile, per disponibilità al servizio, non per rango sociale o per svago. I soci devono tutti porre la propria intelligenza al servizio del club, operare con comunità di intenti, contribuire al progressivo rinnovamento del club, assicurare maggiore visibilità ai club dando informazione di 26 Vita di Club n.1 tutto ciò che viene fatto, convincere i giovani ad aderire, reclutare i Leo. Il club è il motore dell’azione concreta del Lionismo e ha autonomia decisionale pur nel rispetto delle regole; confrontandosi e collegandosi con altri può solo migliorare il proprio lavoro. “Smettere di auto-referenziarsi, fare e non dire”. Il presidente della III Circoscrizione, Alessio Carletti (LC Monte Silvano), affronta il tema “Lionismo, centralità del club e passaggio generazionale” e addebita il momento di smarrimento dell’associazionismo al ricambio generazionale che stenta a realizzarsi: i vecchi soci non capiscono i giovani e la loro diversa realtà sociale, i giovani non capiscono “i vecchi tromboni che si formalizzano su jeans e maglioncini”. Nella scelta dei soci bisogna puntare sulle loro qualità lionistiche (Ciò che rende simili gli uni agli altri è ciò che gli uni portano in sé degli altri). Ricordando l’imperativo di Melvin Jones “Non potrai andare lontano nella vita finché non farai qualcosa per gli altri”, bisogna evitare di fare entrare nel club chi non ha qualità come l’Amicizia, la Lealtà, la Tolleranza, l’Umiltà. L’amicizia non tanto come sentimento, ma come naturale corrispondenza, affinità di spirito e di intenti. La falsa amicizia è un tarlo corrosivo che mina le fondamenta di una comunità e solo una comunità sana può guarire una società malata. La lealtà è un valore assoluto, il giuramento al codice presuppone fedeltà. La tolleranza è il principio fondamentale per la comprensione dell’altro. L’umiltà è la forza non violenta che elimina l’egoismo e l’arrivismo. Il nuovo socio va informato perfettamente sul club, sull’associazione, sul tessuto connettivo dell’associazionismo e anche sugli impegni economici che richiede (ci sono soci che non pagano con regolarità). Socio può essere solo chi intende formarsi un’esperienza attraverso il servizio alla comunità e rappresentare una fonte di collaborazione per il club. Anche Franco Rasi (LC Piacenza Gotico), Governatore del Distretto IB3, si interroga sulle cause del lento, ma devastante depauperamento dei soci, partendo dall’analisi dei comportamenti che hanno inconsapevolmente svuotato i club delle loro prerogative. Il club è una stella cometa da cui tutto deve irradiarsi, ma il presidente non deve confezionare service ad personam per narcisismo, ritenendosi un dominus, custode di un lionismo fiabesco. Un club non deve farsi finanziatore di un service non voluto, ma confezionato da altri e mal digerito, né volere un’incisiva presenza sul territorio senza far nulla per realizzarla, magari assegnando contributi tolti dalle quote dei soci, soprattutto di quelli che pagano e non partecipano, non comprendendo che il club richiede l’implicazione di ciascun socio se vuole realizzare comunione di spirito e di servizio. Anche le serate in cui i relatori trattano argomenti dotti, ma lontani dalla realtà lasciano i soci delusi e amareggiati, inducendoli a darsi al volontariato per sentirsi utili. Il club non deve essere un arcipelago senza ponti né traghetti, ma, pur imponendo la propria autonomia, deve usare tutta la struttura del Distretto; se così fosse la LCIF potrebbe fare dieci pozzi in Burundi anziché uno. Èγειρε, svegliati dal sogno – dicevano gli antichi greci – e ricordiamoci con Shakespeare che “noi siamo fatti della stessa sostanza dei nostri sogni”. Il Governatore del Distretto TB, Roberto Olivi Mocenigo (LC Modena Host), puntualizza su “Il passaggio generazionale”. Il problema esiste in tutti i distretti dove l’età media è avanzata. Il lionismo italiano conta 60 anni, nel corso dei quali i club sono stati fondati da gruppi di giovani che hanno cooptato via via amici della stessa età ed ora sono composti da soci anziani cui mancano le forze e soci meno anziani che non riempiono le varie età generazionali. I troppo giovani non trovano sintonia con gli anziani oppure entrano in conflitto; per rinnovare i club bisogna far entrare i Leo che lavorano molto bene e convincere i giovani a creare club Leo laddove non ci sono. Il cambio generazionale deve essere condotto con intelligenza, allevando forze nuove e sfruttando le memorie storiche. Rispettare gli anziani, ma puntare sui giovani, dunque, imparare dal passato, lavorare nel presente, preparare il futuro, cementando il tutto con l’amicizia che è fondamentale perché deve farti sentire il lionismo come un piacere e una gratificazione, non come un dovere. È crescente in Cina la formazione di nuovi club Lions che si muovono in maniera concreta: non raccolgono soldi per fare una scuola, la costruiscono materialmente. Schweitzer diceva: “Se hai salute, talento, successo maggiore degli altri devi donarne una parte agli altri”. C’è di che riflettere per l’intero anno sociale 2010-11, sempre ricordando che, a quel che si dice, “il Lions è il segreto meglio custodito al mondo”. 27 Vita di Club n.1 CURIOSITÀ ALVISIANE LUOGHI DELL’ANIMA In Valdarno un’immersione nella natura e nell’arte. di MARIO ALVISI I l mare non è la mia passione; la montagna, che pur amo, mi è vietata per colpa delle mie deboli coronarie. E allora? Allora il consiglio che spesso ricevo è di andare in una coinvolgente SPA (salus per aquam), oggi di gran moda. Ieri si diceva: andiamo alla terme, ma io non ci andavo perché mi sapeva tanto di anziano, di vecchio, di malanni. Ora il loro nome è cambiato e così anche le mie destinazioni di viaggio, a parte che, nel frattempo, sono diventato anziano anch’io. Pazienza! Ora, non faccio fatica ad ammetterlo, di buon grado ho accettato di passare le nostre vacanze (non ci sono solo io, ma c’è anche mia moglie Graziella) in una di queste nuove ville ristrutturate a resort denominate con nomi floreali, amabili vezzeggiativi e nomi di antichi e nobili casati; hanno uno charme inconfondibile, per viaggiatori attenti e raffinati, accolti con ingredienti per il corpo, il palato e l’anima; “un soggiorno fuori dal tempo”, è la promessa! Dove? Ma in Toscana, in Valdarno, nel cuore del Chianti! C’è l’imbarazzo della scelta. Figline, San Giovanni, Montevarchi, Greve sono ormai località internazionali dove gli americani prima ed ora i russi stanno comprando di tutto, perché ubicate in una natura splendida, piena di “meraviglie”. Quelle meraviglie che il critico d’arte Vittorio Sgarbi, nella sua eccentricità, chiama “centrifughe del cuore”. In questo ambiente, come lui stesso suggerisce, ci siamo “messi in cammino” con la fortuna di scoprire gioielli insperati. Non vi parlerò di chiese, palazzi, castelli, piazze, ristoranti e mangiari, sono talmente tanti che il discorso sarebbe inesauribile. Invece vi descriverò le emozioni provate davanti a capolavori che, camminando per le strade di queste cittadine del Valdarno, non mi aspettavo di incontrare: opere di pittori come il Beato Angelico o Masaccio, il Maestro di Figline o il Ghirlandaio. Una sinfonia d’arte e di cultura che ho trovato in piccoli musei, poco noti, ma non privi di fascino e sorprendente bellezza. “Felicità ambulante” per dirla con il filosofo Rousseau! A San Giovanni Valdarno il richiamo più immediato delle guide turistiche è dato dal 28 Vita di Club n.1 Palazzo Pretorio, opera dell’architetto Arnolfo di Cambio, di cui vedemmo una mostra a Firenze, e, in secondo ordine, dall’originale basilica di Santa Maria delle Grazie posta su due piani. Ma nella piazza, di fianco alla basilica, c’è una “porticina” insignificante, con un cartello in cartone appoggiato ad uno spigolo della porta che indica il Museo della Basilica. Tu pensi che sia la classica raccolta di beni e tesori ecclesiastici, visti in altri simili musei. Comunque entriamo. Abbiamo tempo da perdere prima di andare a pranzo. Saliamo una ripida e stretta scala in mattoni e ci troviamo su un pianerottolo, come quelli di una comune casa di un tempo. Seduto ad un tavolino, naturalmente piccolo per il poco spazio, ci accoglie un ragazzo dal viso sorridente e quasi schivo al quale, dubbiosi, paghiamo il biglietto d’ingresso che pensavamo fosse gratuito. Ma ormai ci siamo e quindi paghiamo il biglietto. Naturalmente ridotto! Per anziani! Iniziamo la visita nella più totale solitudine. Inconsciamente pensiamo: ma chi vuoi che venga in un museo simile! Grazie a Dio niente di tutto quello che crediamo. Lasciata la prima saletta con un nutrito gruppo di tavole di scuola fiorentina del quattrocento fra cui spicca una Madonna col Bambino in trono di Giovanni di Ser Giovanni detto Scheggia, fratello minore del Masaccio, entriamo nella seconda saletta, leggermente oscurata. Alla parete, meraviglia delle meraviglie, una bellissima tavola dell’Annunciazione del Beato Angelico ci lascia stupiti e sorpresi: una stupenda tempera su tavola del frate domenicano (beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1984) in questo piccolo museo del chiantese!1 Delle caratteristiche pittoriche dell’opera non posso parlare perché privo di capacità critica artistica, ma posso dirvi che le siamo rimasti davanti un lunghissimo tempo, simile all’infinito. Con ammirazione, contemplazione e 1 Oltre all’Annunciazione di San Giovanni Valdarno, 1430-1432, Beato Angelico dipinse più volte il tema dell'Annunciazione: Annunciazione di Cortona, 1430 circa, tempera su tavola, Museo diocesano, Cortona; Annunciazione, 1433-1435, tempera su tavola, Museo del Prado, Madrid; Annunciazione della cella 3, 1431 circa, affresco, Museo nazionale di San Marco, Firenze; Annunciazione e Adorazione di Magi, 1430-1434, tempera su tavola, Museo nazionale di San Marco, Firenze; Annunciazione del corridoio Nord, 1450 circa, affresco, Museo nazionale di San Marco, Firenze; Annunciazione dell'Armadio degli Argenti, tempera su tavola, 1451-1453 circa, Museo nazionale di San Marco, Firenze. (ndr) continua meraviglia ci siamo soffermati sulle “figure celestiali” della Vergine avvolta nel suo manto blu in atto di ricevere lo Spirito Santo e dell’Angelo, vestito di rosso e oro, con le mani incrociate sul petto e leggermente inchinato di fronte alla Madonna in un gesto di incredula, ma devota sottomissione. La scena è racchiusa all’interno di un loggiato sfolgorante di simboli del Vangelo e di preziosi ori. Ripresici dall’ ‘estasi’, usciamo dal museo senza guardare altre cose, perché tutto il resto era ormai senza importanza. Pochi chilometri e ci troviamo a Reggello, posto agli inizi della strada che conduce all’Abbazia di Vallombrosa, zona di funghi e tartufi. Dopo un pantagruelico pasto consumato nel caratteristico ristorante “Da Archimede”, pluriforchettato Michelin, cerchiamo di smaltirlo facendo i classici quattro passi per il piccolo paese. Alla sua periferia si trova la Pieve romanica di San Pietro (VIII-IX sec.), con antistante un porticato con notevoli capitelli a motivi floreali, animali ed umani, che ritroviamo anche nel colonnato interno della chiesa, e con una torre campanaria di forma quadrata. Ma, come dice Sgarbi, “l’Italia delle meraviglie è inesauribile e lo è anche dove ci si aspetterebbe desolazione e distruzione, perfino nelle periferie”. Ebbene, chi mai immaginerebbe di trovare a Reggello, accanto alla Pieve, il minuscolo Museo d’arte sacra con esposto il prezioso Trittico di San Giovenale del grande Masaccio? La sorpresa era annunciata dalla locandina del Museo trovata dentro la Pieve, ma, pur sapendo già che cosa avremmo visto, non inferiore è la nostra meraviglia quando ci troviamo davanti alla tavola. È una tempera del 1422, prima opera nota del Masaccio, il cui vero nome era Tommaso di Ser Giovanni Cassai. Il Trittico nel suo comparto centrale rappresenta la Madonna con il Bambino in Trono, avvolta da un velo scuro e con due angeli ai suoi piedi. Il volto della Vergine è leggermente triste, privo di quel gioioso stupore colto nella Madonna del Beato Angelico. Nei due comparti laterali sono dipinti, con volti severi, i Santi Bartolomeo e Biagio in quello di sinistra e Giovenale e Antonio Abate in quello di destra. “Esemplare punto d’incontro fra la naturalezza contadina, padrona quasi per genio del senso del bello, e la nuova cultura rinascimentale”. “Opera che ci presenta Masaccio nel suo glorioso momento aurorale, al punto di snodo tra antico e nuovo linguaggio 29 Vita di Club n.1 espressivo. Si può ben dire che, in un certo senso, la grande pittura moderna dell’occidente ha il suo codice genetico in quest’opera difficile e quasi scontrosa dipinta da un principiante geniale per una parrocchia di campagna” (Antonio Paolucci). Ho citato questo giudizio perché espresso da un nostro importante concittadino, che è stato anche ospite in un nostro meeting sui Malatesta. Se devo dire il vero, a me il Trittico non ha detto tutte quelle cose, ma sicuramente mi ha generato emozioni come sanno sempre dare i “luoghi dell’anima”. E poi perché, come dice Tonino Guerra, “una vera opera d’arte non è mai chiara”! Il nostro “cammino” è poi continuato con il Convento rinascimentale di Montecarlo, fondato da San Bernardino da Siena per monache di clausura, fra boschi dai variegati colori verdi. Con l’imperdibile outlet di Prada. E alla fine su una deliziosa piazzetta ricavata fra i ruderi di un antico castello (XII sec.), dove un curioso cortigiano organizza un festival internazionale del teatro, e dalla quale si può godere un verdissimo panorama sul Valdarno e il Pratomagno, con “cipressi enormi che si drizzano in cielo come punte di lesina” (Goethe). Il viaggio potrebbe continuare senza fine, magari seguendo il consiglio che il filosofo Francis Bacon nel primo Seicento impartiva ad un suo giovane figlio: “trasformare ogni viaggio in una esperienza anche culturalmente e politicamente significativa”! Ah ! Dimenticavo. Non vi ho detto della Spa, del centro benessere, degli effetti benefici delle sue acque curative, dei massaggi avvolgenti, dei trattamenti sensoriali del viso e del corpo, e… Ma non ne vale proprio la pena! 30 Vita di Club n.1 INTERMEETING LE DISTINTIVE GENIALITÀ DELL’ORGOGLIO RIMINESE Quella del 12 ottobre 2010 presso l’hotel Holiday Inn di Rimini è stata un’ottima occasione per incentivare il dialogo cittadino nel suo più alto aspetto artistico, storico e culturale grazie all’appuntamento coordinato dalla Confartigianato di Rimini; è stata inoltre una piacevole occasione per festeggiare con i nostri amici "cugini" del Rotary Club Rimini Riviera il primo meeting del Lions Club Rimini Malatesta sotto la Presidenza del Dr. Mario Gori. Relatore della serata, nonché organizzatore della manifestazione, è stato il nostro amico e socio Dr. Mauro Gardenghi che nell’illustrare l’evento ha voluto puntualizzare il concetto comunque chiaro ed eloquente racchiuso nel titolo della stessa manifestazione "Rimin’essenza - le distintive genialità dell’orgoglio riminese". Come giustamente considerato dall’amico Gardenghi, il collante distintivo dell’anima identitaria di una popolazione è costituito dalla comunanza di valori, memorie ed usi che si sviluppano nel corso dei secoli su uno specifico territorio. Nella prefazione dell’opuscolo di presentazione lo stesso Gardenghi ha inoltre sottolineato come con questi appuntamenti si cerchi di creare un format mediatico di valenza artistica capace di generare un "libero ed aperto confronto nella Città e per la Città". Dal 16 al 24 ottobre all’interno di quella cornice che è il Palazzo del Podestà, come gioielli esposti all’interno di uno scrigno, si possono ammirare le opere di 50 artisti riminesi, alcuni dei quali ospiti nella serata intermeeting. Fra i tanti incontri a tema della manifestazione vogliamo focalizzare l’attenzione sulla tavola rotonda dedicata al Maestro "rimin'escente" per antonomasia; Federico Fellini, nonché quella in ricordo del giornalista Silvano Cardellini che della città di Rimini ha descritto umori e quotidianità, fino ad elaborare una teoria per cui il "Garbino" abbia influenzato la cultura del riminese nella sua essenza umorale. Lily Serpa Allison SENZA MEMORIA NON ESISTE FUTURO Riportiamo di seguito la prolusione del Segretario Provinciale della Confartigianato di Rimini e la sintesi della Mostra pittorica nell’inserto centrale. di MAURO GARDENGHI H o sempre considerato che i valori identitari costituiscano l’essenza fondativa di una stessa civiltà. Quel collante genetico, ma anche culturale, umorale e strutturale che può distinguere l’anima di una comunità di persone, sia essa di un popolo, di una nazione, di uno Stato ma, anche e soltanto, di una Città. Quel comune sentire di appartenenza ad una memoria ed una storia condivise. Quel "genius loci" che si sostanzia e si evidenzia nell’impersonare, rappresentare e trasfondere un unico patrimonio di idealità ed emozioni. Ma anche di tradizioni, credenze, usi e consuetudini, abitudini e costumi, leggende e folclore, suggestioni, attitudini, vocazioni, indoli e caratteri comuni, maturati e modulati nell’andare del tempo. E poi ancora, di sapori, di gusti e saperi dei nostri mangiari tipici locali. Di 31 Vita di Club n.1 lingue, linguaggi, accenti, cadenze, assonanze e dialetti parlati. Ma ancora di più, di espressioni, stili e forme artistiche, come di archetipi intellettuali. Oggi, invece, improvvisamente, ci ritroviamo a vivere come catapultati ed interconnessi ad un cosiddetto nuovo "villaggio globale". Quel mondo interattivo, dove il tempo, gli spazi e le distanze si annullano, si dilatano e si convertono e dove la cultura dei luoghi s’incontra, si confronta, si confonde, si scontra e, più spesso, si disperde, o peggio, si uniforma e viene omologata, senza mediazioni. Impreparati, spaventati, frastornati e smarriti, ci sentiamo, a volte, come naufraghi alla ricerca di quelle sorgenti esistenziali che possono ancora farci ritrovare e rivivere l’esperienza rassicurante di essere attori e testimonianza di una storia e di valori comuni che continuano e si affermano nel tempo. Questo tema è stato il "motore di ricerca" che, da tempo, ci ha ispirato, nell’ideazione, progettazione e programmazione delle "Mostre" che abbiamo organizzato nelle storiche e suggestive Sale riminesi del Palazzo del Podestà. Eventi originali o, più propriamente, un innovativo "format mediatico" di promozione artistica, che fosse anche strettamente interfacciato e collegato ad occasioni di un libero ed aperto confronto nella Città e per la Città. Un "Forum", che senza schematismi o pregiudiziali, fosse in grado di creare le condizioni per una riflessione, la più ampia possibile, su problematiche che la Confartigianato considera di assoluta attualità e priorità. Argomentazioni a cui fanno da suggestiva ed ispirata cornice le tele di tanti pittori riminesi contemporanei che, nella loro piena libertà tecnica, artistica ed espressiva, hanno scelto, di volta in volta, con opere inedite, di rappresentare anche la loro stessa sensibilità civica ed intellettuale. Artisti già noti, affermati e quotati, ma anche nuovi e giovani talenti ancora sconosciuti e che mai avrebbero avuto l’occasione di mostrare le loro opere, in una collettiva prestigiosa e di così grande successo di pubblico, ma anche di essere rappresentati su migliaia di cataloghi distribuiti e diffusi nelle edicole, in abbinamento ai nostri quotidiani locali. Nel promuovere, sostenere e valorizzare i nostri artisti la Confartigianato, intende pertanto, anche coltivare e rinnovare il sogno di ridare dignità e spessore culturale a quella nostra "città d'arte" mai abbastanza ed adeguatamente valorizzata. Non è un caso infatti, che nel nostro DNA si ritrovi la testimonianza storica di quel mitico "trecento riminese" protagonista allora, ed ancor oggi, di una scuola pittorica universalmente riconosciuta e celebrata. Abbiamo dunque, in questi ultimi anni, seguendo sempre un unico filo logico conduttore, dedicato le nostre migliori attenzioni agli stessi colori dell’artigianato, ai suoi valori ed alle sue profonde radici in quella nostra civiltà del lavoro e cultura d’impresa. il cui modello, ancora ci contraddistingue. Con artigiangusto, abbiamo inteso riscoprire e valorizzare i saperi, ed i sapori dei mangiari e l’eccellenza stessa dei prodotti tipici del nostro territorio. Abbiamo poi, ancor prima del "Piano strategico", immaginato e sognato una Rimini più bella, quella che ancora potrebbe essere. Nella continuazione di quel sogno, abbiamo creduto e contribuito, per primi, anche nella assoluta trascuranza e supina rassegnazione riminese, alla realizzazione di quell’insopprimibile aspirazione identitaria dei nostri amici dell’Alta Valmarecchia che volevano finalmente, come dicevano loro, ...tornare a casa. Con… un’estate al mare, abbiamo inteso ridare slancio e valore strategico al nostro "balneare", tuttora "core business" del nostro fatturato turistico, ancor più se adeguatamente supportato ed integrato da tutte quelle emozioni che potrebbero rendere la nostra tradizionale offerta turistica ancora più sinergica, interessante e competitiva. La Mostra di quest’anno ha come tema dominante e di assoluta attualità: "Rimin’essenza"... ovvero, la nostra essenza ed il suo intrigante e contraddittorio affermarsi, realizzarsi ed anche tradursi, per nulla scontato, anzi provocatorio, nelle "distintive genialità dell’orgoglio riminese". Vuole essere questa, sintesi ed epilogo di un lungo percorso che abbiamo tracciato nella appassionante e partecipata ricerca e valorizzazione della cultura del nostro territorio e di tutto ciò che ad essa è speculare, come l’avere un’anima e l’orgoglio di appartenere ad una stessa identità. Ma ecco, di nuovo, quel genio di un garbino riprende a soffiare, per farci sentire oltre... per una volta ancora. Michele Robertazzi, “L’ultimo saluto”, olio. 32 Vita di Club n.1 CURIOSITÀ LINGUISTICHE PENSANDO ALLA LINGUA… A RITROSO Le parole nascono, si trasformano (mutando nel tempo e nello spazio, secondo le classi sociali, la situazione, il mezzo, l’argomento, la funzione), muoiono; la forma più antica cui si possa risalire percorrendo a ritroso la storia di una parola si chiama etimo. di ELISABETTA PADOVANI TURA Il giovane di Mozia, 450-440 a.C., marmo conservato al Museo Whithaker, Mozia (Marsala). I E che dire poi del NEOn un tempo in cui la comunicazione è sempre più affidata alla tecnologia e NATO? Del νήπιος (népios)? sacrificata ad una sorta di auto Ecco un’altra occasione di riflessione ed annientamento, ridotta a sigle, approfondimento. Il termine νήπιος è composizioni convenzionali e fittizie di incisivamente composto dalla negazione suoni inarticolati e impronunciabili, greca forte νη2 (ne) che trova avulsi da ogni connessione logicocorrispondenza nel sanscrito NA, nel sintattica, di contro, mi sento sempre più latino NE, nel gotico NI e dal lessema di apprezzare e di amare il valore della πιος (pios) che rimanda a una radice lingua nella sua storicità, nella sua greca del verbo λέγω (lego = io dinamica evoluzione, nel mistero dell’etimo e dico): ′έπος (épos), ειπον (éipon aoristo3 = io del suo dispiegarsi nella molteplicità di accezioni dissi). Dunque il νήπιος è il latino infans (IN che fanno riferimento ad una radice o ad negativo + FANS part. pres. di faris = una’origine linguistica comune. Si scopre, parlare), colui che non parla, come se la infatti, che molti termini di uso quotidiano facoltà di parlare scandisse le varie fasi rimandano alla lontana genesi indoeuropea della vita: l’apprendimento, la e, pur innestandosi in ceppi linguistici consapevolezza, il ruolo sociale, l’età diversi, mantengono intatto ed evidente il avanzata, ma del tutto apprezzata e fascino di questa originaria appartenenza. valutata nel “De senectute” ciceroniano. Penso ad esempio al termine greco νέος Spontaneo viene il rimando in campo (néos = nuovo, giovane) che dall’etimo merceologico al marchio NIPIOL, che sanscrita1 NAVA – S si diffonde nel latino denomina una serie di prodotti NOVUS, quindi nel gotico NIVISIS. Mi nutrizionali riferiti alla prima infanzia, sembra del tutto affascinante sapere che in ricorrendo ad un termine in sé inusitato greco come in latino e in altre lingue la nel nostro vocabolario. radice di νέος (néos) – latino NOVUS è È significativo che il termine MADRE imparentata con quella di εννέa (ennéa) – (greco μήτηρ, méter) derivi dal sanscrito latino NOVEM in connessione con MATR, risalente ad una radice l’abitudine di contare sulle dita delle mani indoeuropea MA, che ha attinenza nelle escludendo i pollici, per cui, arrivando fino Idolo femminile sue alterazioni apofoniche4 (MA→ME) all’otto, il numero successivo risultava che nutre il con il verbo greco μετρέω (metréo = l’inizio di un nuovo calcolo. Lo stesso bambino, terra- misurare, calcolare). Questo termine si termine si perpetua nella nostra lingua in cotta, arte mice- irradia nel persiano MAD, nell’armeno numerosi nomi composti, in cui parte del nea, XIII sec. a.C. MAIR, nel gaelico MATHAIR, lessema è usato come prefisso; ed è proprio il nell’antico slavo MATI, nel tedesco MUTTER, valore semantico di questo prefisso, nel suo nell’inglese MOTHER. Dunque l’etimo nucleo primitivo, a precisare e determinare il suggerisce e suggella in sé il ruolo della madre: significato complessivo del termine. Parole quali ella è colei che calcola, pondera i molteplici e neofita (nuovo credente), neologismo (nuovo svariati bisogni del figlio, attinenti soprattutto al vocabolo linguistico), neoclassicismo (rinnovato cibo con le implicanze psico-affettive che la sua classicismo), ne sono un esempio evidente. 33 Vita di Club n.1 come dimenticare l’IDRA, piccolo animale costante presenza comporta. Analogamente il marino dotato di lunghi tentacoli che ci rimanda termine PADRE (gr. πατήρ, patér) riconducibile alla mente il ricordo mitologico dell’Idra di al sanscrito PITAR, diventa PATER in latino, Lerna, abitante delle acque limacciose della FADAR nel gotico, FATAR nell’antico alto palude, mostro dalle tante teste che, tagliate, tedesco, FAEDER nell’antico inglese (poi rinascevano, la cui uccisione costituì FATHERS), PATHAIR nell’antico una delle dodici fatiche di Ercole? E celtico, il tutto sull’originaria base da qui, sempre in ambito greco, verbale indoeuropea PA, che unisce a come non ricordare le numerose sé l’idea di proteggere e di nutrire. IDRIE, antichi recipienti in bronzo e Del resto non è difficile notare la 5 terracotta, destinati a contenere connessione, per translitterazione e 6 liquidi, tante volte ammirate nei apofonia , con il verbo latino musei? Talvolta, infatti, la PROTEGO (PRO = davanti e denominazione allude alla TEGERE = coprire) funzione dell’oggetto, equivalente al nostro rivelando una connessione proteggere. L’etimo, in questo quasi ideografica fra forma e caso, sottolinea la funzione destinazione d’uso come sociale, educativa del padre, deve essere accaduto per i cogliendone l’aspetto primi segni grafici peculiare della tutela, della Sopra: Portatori di idrie. Sotto: Frontone difesa del figlio nella dell'idra di Lerna. Atene, Museo dell'Acropoli. dell’alfabeto, di matrice fenicia secondo alcuni, relazione con il mondo micenea secondo altri. È il caso del termine esterno, per favorire la sua maturazione e ciotola (gr. Κοτύλη, cotùle) dal sanscrito consapevolezza. Se poi i termini che fanno CATVALAH, che allude a ciò che è cavo, riferimento al nucleo primitivo della società concavo, quindi destinato a contenere, come la rivelano una comune origine indoeuropea, ciotola, la coppa. Il termine, poi, definisce anche analogamente ciò che è attinente ai bisogni la misura corrispondente a circa ¼ di dell’uomo è denominato con vocaboli litro per liquidi e materie secche che evidenziano profondi legami con contenute in tale recipiente e infine, l’etimo originario. Così succede per il proprio per il suo significato, allude alla termine acqua, in greco ′ύδωρ (ùdor), cavità di una mano o di altre parti derivata dal sanscrito UDAN – UND anatomiche. È evidente, (bagnare), che diventa WADAR Kotile, VII sec. a. C., dunque, l’importanza nell’ittita, UNDA in latino, WATO nel argilla, arte fenicia in assai rilevante che l’etimo gotico, WASSER nell’antico alto tedesco, Spagna. ha per la conoscenza della WATER in inglese. Gli uadi non sono forse i lingua, dell’esatto significato di un termine, e corsi d’acqua, peraltro spesso asciutti, delle zone non credo si possa distruggere, con desertiche? Questa etimologia si riscontra, nella l’indifferenza, il disinteresse e la negligenza, un nostra lingua, in parecchi termini di uso tale inestimabile patrimonio di storia, di cultura, quotidiano quali il sostantivo IDRAULICO e di interrelazioni fra popoli ed etnie diverse, che l’aggettivo IDRICO, in termini che fanno in quei segni grafici da sempre riconoscono sé, il riferimento a discipline specifiche come loro passato, e proprio ad essi affidano il loro l’IDRAULICA ed in termini composti quali futuro attraverso il perpetuarsi delle generazioni IDROVORA, IDROFOBO, IDROFILO, secondo la legge incessante del divenire. IDROCARBURI oppure in riferimento a funzioni fisiologiche come l’IDRATAZIONE. E 1 Il sanscrito è un’antica lingua indiana della famiglia indoeuropea. Per la forma attenuata della negazione il greco usa “α” (il cosiddetto alfa privativo), αν (an), latino in, passato direttamente in italiano nei due prefissi di negazione: a – in. Es. afono (senza voce), amorale (senza morale), intonso (non tagliato), inopportuno (non opportuno) etc. 3 Tempo dei verbi greci che corrisponde al passato remoto. 4 Vedi nota 6. 5 Portare da una lettera ad un’altra. 6 Alternanza della qualità o della quantità nel vocalismo di una stessa radice. 2 34 Vita di Club n.1 MONDO ARTE ROSSO IN SOTTOVOCE Il rosso, che un tempo emergeva appena dai quaranta strati che sostanziavano la sua pittura, ora infiamma lo sfondo delle tele dell’ultimo Gualtieri, quasi a voler significare il fuoco di una passione che non cede agli anni. di ANNA MARIOTTI BIONDI S abato 9 ottobre si è tenuta presso l’Ambasciata d’Italia a San Marino l’inaugurazione della mostra “Rosso in sottovoce” di Fernando Gualtieri, che raccoglie le ultime opere dell’artista. «La mostra - si legge nella nota di presentazione -, realizzata anche con il sostegno di Andrea Minervino, vuole essere un omaggio alla straordinaria capacità di questo artista di rendere il visibile e l’invisibile attraverso la maestria dei suoi pennelli». Nel presentarla al numerosissimo pubblico Yvette Gualtieri, moglie di Fernando, ha detto: «Questa mostra “Rosso in sottovoce” potrebbe anche intitolarsi “Bellezza al crepuscolo”, dove la bellezza diventa diversa, sublime, emozionale. Così Fernando, in piena maturità dà un’altra svolta allo Splendore del Reale. La tecnica perfetta del tromp l’oeil diventa più poetica, meno oggetti con infiniti dettagli, meno cristalli multipli, pizzi e ricami punto per punto con il pennello. I colori sono più vivaci, gli oggetti si muovono e anche i personaggi. Il chiaroscuro, i beige, gli ambrati per non diventare più scuri sono rimpiazzati dai rossi, il fucsia, il turchese, l’oro con sempre il rosso in sottovoce, primo colore del fondo di ogni sua pittura. I fiori, poco dipinti fino ad ora, diventano dei soggetti palpitanti; la nebbia sopra un albero di cristallo, le rose con le foglie traslucide, le frange dei veli volteggiano. Gualtieri diventa un pittore d’atmosfera. Atmosfera calda, generosa. segreta, come lui, che irradia delle confidenze sulla bellezza e l’armonia. Il rosso domina, perché il rosso è il colore dell’amore, della passione; Fernando dipinge sempre con più passione e vuole trasmettere il suo amore per la vita con un sole porpora o un crepuscolo che non finisce mai. Il maggio scorso, passeggiando a Rimini lungo il Corso Papa Giovanni XXIII, abbiamo scoperto, nella vetrina di un negozio cinese, una bambola giapponese. Era così graziosa, così perfetta che ci ha colpito. Qualche giorno più tardi ripassando di fronte alla stessa vetrina, un’altra bambola blu e turchese ci ha sorriso. Ogni giorno della settimana il proprietario del negozio cambiava le bambole, ognuna di un colore nuovo. Noi ne abbiamo acquistate tante e ce ne siamo andati commossi con le nostre principesse. La festa era appena cominciata! Fernando ha trovato un tema per la bellezza “rosso in sottovoce”, le fa sposare con la purezza dei cristalli, l’arcobaleno dei tessuti, il profumo dei fiori. Ho visto Fernando felice, ringiovanito di venti anni con le sue bellezze giapponesi. Le bambole rigide camminavano in una marcia reale e diventavano muse, poetesse, musiciste, seduttrici... Fernando ha indovinato il crepuscolo dello Splendore del Reale, 35 Vita di Club n.1 trasportandoci in un mondo diverso, quello del sogno e della luce». Tra le opere più suggestive: “Il cammino verso la luce” (2010) dove le bamboline vestite di seta e di colori accesi si animano in un lungo cammino verso una lanterna dalla luce soffusa in un trionfo di rosso crepuscolare; “Coppa di frutta” (1956) già esposta al Grand’Hotel di Rimini per il novantesimo compleanno dell’artista; “Omaggio a Beethoven” (2009) dove il rosso, non più in sottovoce, esplode dalla passione creativa del grande musicista; “La mia vita a colori” (2004) che racconta in pittura la storia del giovane calciatore diventato artista, pittore e grande viaggiatore; “Piazza Cavour di notte”, donata all’Ambasciata, come segno dell’inguaribile amore di Gualtieri per l’Italia e soprattutto per Rimini (“piazza Cavour è la più bella d’Italia”). Grazie alla munificenza del Maestro, una nuova donazione costituita da dieci opere (nature morte, composizioni, pastelli) arricchisce dal 4 dicembre 2010 il Museo della Città di Rimini. MONDO ARTE - Ciotola Maiolica dipinta in tricromia: larga e bassa parete a "margherite e fior di loto" su fondo miniaturistico; in cavetto "Corona nobiliare". Verso: a "calza" 0 cm.16,5; h. cm.4. Rimini, sec. XV, metà e terzo quarto. VALORI TATTILI Maioliche del primo Rinascimento fra Marche e Romagna. - Boccale a pancia ovoide, collo svasato. Maiolica dipinta in policromia: al centro entro tondo a scaletta "Fiore quadripetalo e quadrisepalo"; nel collo linea spezzata; ai lati linee verticali. Sotto alla bocca a lato del manico è inserito un tondino di piombo con in rilievo la lettera "K", resa a miniatura, da riferire alla sigla di Carlo Malatesti (1368-1429), probabile misura di capacità. H. cm.20. Rimini, sec. XV, primi decenni. di AUGUSTO MENGOZZI P resso la sala conferenze di Asset Banca di Dogana, ad opera della sua Fondazione “Valori Tattili”, si é tenuta il 14 ottobre 2010 alle 20,30 l’inaugurazione di una mostra dedicata alle “Maioliche del primo Rinascimento tra Marche e Romagna”. Si tratta dell’esposizione di pezzi equamente suddivisi tra artistici, di fede, di uso e di potere. Una raccolta curata e presentata dalla prof.ssa Giuliana Gardelli che ha intrattenuto il pubblico di invitati con la sua ben nota competenza e passione. La Mostra è rimasta aperta fino al 22 ottobre. Tra i pezzi d’arte vi è una Madonna seduta con Bambino (del 1460 circa) proveniente dalla bottega di Almerico di Ventura, un atelier ceramico pesarese che si dice abbia influito anche sull’opera di Giovanni Bellini. Il fervore religioso si deduce poi dalle ceramiche di fede, sia di amor sacro che di amor profano, presenti con ciotole portanti i segni della Passio Christi, i boccali con croci e flagelli e le altre ciotole a palmetta persiana con le mani incrociate, simboli d’amore. Fra le ceramiche d’uso si distinguono i boccali decorati con foglie di querce, immagini di animali, rameggi, stemmi malatestiani, catini, tazze decorate a ventagli correnti, frulloni, boccali con tralci foliati, fiori aperti, ecc. Diverse, infine, le ceramiche di potere: molte brocche dalle varie forme tra cui un boccale con un tondino di piombo portante la lettera “K” riferibile alla sigla di Carlo Malatesti (1368 – 1429). Altri boccali decorati con tipologie araldiche, stemmi, disegni tratti da miniature e vari fiori. Poi, piatti a ventagli correnti, ciotole con margherite, fiori di loto e corone nobiliari. Vi è anche una mattonella con rosa quadripetala e quadrisepala portante sul retro vari riferimenti di antiche collezioni. Insomma, la mostra presso Asset Banca ha rappresentato un mondo artistico con il quale rievocare la storia attraverso l’uso ecumenico di una materia, la terra cotta, tipica delle nostre zone e che tanta parte ha avuto nella storia quotidiana medievale, e non solo. 36 Vita di Club n.1 CRONACHE VETERINARIE UN CANE PER AMICO Storie di professione, passione, missione… di FABIO VERGONI (Medico veterinario) BLACK E IL SUO PADRONE n giorno, tanto tempo fa, camminavo insieme a mio padre, lui mi teneva per mano e a me piaceva chiudere gli occhi, farmi trasportare, sentivo la sua mano forte guidarmi, stringermi, portarmi con dolcezza, mi sentivo sicuro. Il ricordo di questo momento mi è tornato alla mente, intenso come allora, quando ho visto Black entrare con il suo padrone nel mio ambulatorio. Black, un pastore tedesco di 6 anni, guida da tre anni il suo padrone che perse la vista in un brutto incidente stradale; erano venuti a trovarmi, così mi disse l’uomo, in quanto avevano saputo dell’apertura di un nuovo ambulatorio e volevano conoscermi. Parlava sempre al plurale e ben presto mi accorsi che in realtà di fronte non avevo due entità distinte, ma una sola, unite indissolubilmente non per necessità, ma per affetto, per devozione, per amore... credo vero amore. Non penso sia sufficiente l’addestramento, la routine, per formare un legame così forte dove sia il cane che il padrone devono rinunciare a qualcosa della loro vita, un sacrificio molto grande, definitivo... e questo solo l’amore lo può permettere. Black era seduto di fianco al padrone, lo guardava, seguiva i movimenti delle mani senza mai distrarsi, mani che spesso lo cercavano accarezzandolo sulla testa, e in quel momento chiudeva gli occhi in uno stato di assoluta felicità. Mi ricordo ancora le parole di affetto, di speranza, di gratitudine, di vita che sembrava finita ed invece rinata; il seme che vagava spinto dal vento si era finalmente fermato, al suo posto un bellissimo fiore. Black e il suo padrone sono tornati altre volte a trovarmi… sì, certo, il suo padrone... anche se la mano forte gli era stata donata da Black. U STELLA UN CANE FELICE i capita spesso d’incontrare cani felici, ma Stella è veramente un caso a parte, lei ha la capacità di trasmettere questa felicità, ti coinvolge con i suoi scodinzolamenti e baci, M senza però mai essere invadente. Conosco Stella da quando aveva 50 giorni e già si avvicinava ruotando su se stessa, mulinando la coda, cercando uno sguardo, un tono gentile. Al suo primo vaccino, mentre le facevo la puntura, mi leccava la mano e nei momenti di discussione con i suoi "padroncini" si calmava e se ne stava sulle mie gambe, fino a quando non si sentiva coinvolta, ed ecco allora sprizzare energia e felicità. Adesso Stella ha un anno e questa felicità verso tutto e tutti è rimasta intatta, con i suoi occhi e le sue orecchie dritte che ti catturano, ti ipnotizzano riempiendoti di buon umore. Fra qualche giorno Stella diventerà mamma e devo dire di essermi emozionato quando sul monitor dell’ecografo ho visto un cuoricino battere, mentre Stella, tanto per non smentirsi, scodinzolava e baciava ogni mano che le era a tiro. Ho chiesto ai proprietari di chiamarmi il giorno o la notte del parto a qualsiasi ora e loro si sono subito scuriti in volto dicendomi: "C'è qualche problema, dottore?"; gli ho risposto di non preoccuparsi, che andrà tutto bene, ma lo spettacolo di Stella che diventa mamma non me lo voglio proprio perdere. AMIAMOLI PER QUELLO CHE SONO on so spiegare perché amo gli animali, non so definire, delimitare questo amore, un amore cosi semplice ed improvviso che mi lascia senza fiato, senza difese. Loro entrano nella mia vita tutti i giorni e sanno offrirmi ogni volta una sensazione nuova, un momento che sento mio, che mi prende e mi porta ad accarezzarli, a tenerli fra le mie mani. Non ho un cane perché sarei egoista, ma sento miei tutti i cani, cerco di aiutarli, anche se poi mi accorgo che sono loro ad aiutare me, dandomi la forza, la grinta, insegnandomi a vivere semplicemente, N 37 Vita di Club n.1 facendomi ritrovare il gusto per le cose semplici. Eppure voglio trovare una ragione vera a questo amore, provo ad uscire dalla mia razionalità ed entro in un mondo dove non esistono limiti, m’immergo in questo amore, in questa semplicità e non ho più paura di soffrire, di non capire perché ci amano nonostante tutto, mi lascio trasportare dalla corrente e amandoli per quello che sono mi sento veramente felice. AMORE PER UNA VITA apete non ci si abitua mai... quando il nostro amico di una vita ci deve lasciare... non è facile... perché la sua vita ci è passata davanti e ci ha coinvolto totalmente, le nostre forze, i nostri desideri, i nostri sentimenti, i nostri progetti e non riusciamo a vedere che cosa sarà dopo, il vuoto non si può delimitare. Oggi è arrivato Axel in una cestina... la sua... da diversi giorni non riesce più a camminare, a mangiare, respira male e nonostante questo riesce ancora a scodinzolare quando la sua padroncina gli parla affettuosamente... ecco... sento di nuovo dentro di me crescere una sensazione di disagio che conosco bene, talmente bene che non cerco nemmeno di contrastarla, la lascio diffondere liberamente nel mio animo. Mentre lo visito, per l’ennesima volta oramai, mi accorgo che Axel è arrivato alla fine della sua vita; alzo gli occhi e incrocio quelli di Alessia. Ha la stessa età di Axel, 17 anni, e leggo in lei l’angoscia, la paura di quello che potranno essere le mie parole, ma non vuole credere che possa essere così, non si può perdere l’amore di una vita. Lo so, sono un medico e non dovrei farmi coinvolgere, dovrei rimanere distaccato e non liberare i miei sentimenti… ma non riesco ad avere un tono di voce sicuro e professionale, la voce mi si piega quando devo che non c’è più nulla da fare e… Alessia mi guarda... aspetta… e quando pronuncio la parola eutanasia, fa un balzo indietro e inizia a piangere; non mi chiede niente, né il perché, né se sono sicuro… piange e basta, seduta sulla sedia e in piedi davanti ad Axel con la sua cestina consumata... in silenzio. Spesso in queste situazioni i clienti tentano di giustificarsi dicendo "Ma guarda come mi sto comportando, mi scusi dottore... lo so, è solo un cane...", ma io riesco a capirli e a sentire che la loro è una sofferenza vera. Li prego di non scusarsi, di non preoccuparsi, perché non c'è nulla di male ad amare un cane... è meraviglioso S avere questa sensibilità, una ricchezza che non ha prezzo... anche se poi la si paga molto cara. Ora Alessia si alza dalla sedia e si avvicina ad Axel, non mi guarda più negli occhi e lo accarezza, mi dice che se lo aspettava; ma che subito non si sente pronta, vuole stare ancora un po’ con lui... mi richiamerà più tardi. Sapete, in questi momenti sto veramente male; è una sofferenza che mi coinvolge totalmente, capisco chi ama gli animali, anche perché per alcune persone, come Alessia, è Amore per una vita. EUTANASIA on so cosa hai pensato quando sei entrato e mi hai guardato negli occhi, non so se hai sentito il mio cuore fermarsi, il mio respiro crescere, il dolore e la rabbia della mia impotenza. Eppure i tuoi occhi mi fissano, mi scavano dentro, mi vogliono dire qualcosa e io continuo a guardarli cercando di vedere oltre... oltre il tuo corpo ormai inesistente... oltre il tuo dolore ormai insopportabile, cerco dentro di te, ma mi perdo. Non riesco a non pensare alla vita che ti sta per abbandonare e non riesco a non pensare che sarò io a portartela via, a strapparti da tutto e da tutti, non riesco e non voglio. Non voglio non soffrire, perché non voglio diventi una cosa naturale; è un mio dovere certo, ma lo ritengo un atto di umanità, di amore e di vita, è una scelta e il dolore la rende vera. Siamo soli adesso e tu mi segui nei miei movimenti, poi cerchi il mio sguardo, io ti rispondo e ritrovo quegli occhi così diversi ma così uguali, tu sai che stai per morire, non so il perché, ma tu lo sai... mi vuoi dire qualcosa. Anch’io vorrei dirti che mi dispiace, che forse potevo fare di più, darti ancora qualche giorno, qualche ora di vita in più con i tuoi cari, con i tuoi affetti. Non so il perché, ma mi siedo davanti a te e ti guardo negli occhi fino a non sentire più dolore, solo tranquillità e mi accorgo che sei proprio tu a donarmela; forse mi stai dicendo qualcosa, forse mi stai aiutando, forse era proprio questo che volevi dirmi. N 38 Vita di Club n.1 SAGGIO IL MODELLO PER UNA “SCULPTURA PICTA” Una terracotta di Raffaello dalla Casa natale in Urbino. di GIULIANA GARDELLI L a Casa natale di Raffaello Sanzio in Urbino, passata pressoché indenne attraverso tanti secoli, riserba ancora oggi sorprese ed enigmi. Due sono quelli che si cerca ancora di risolvere e che qui esaminiamo. Il primo riguarda l’affresco che ogni visitatore ammira lungo il percorso di visita; pur staccato dal muro, per motivi di salvaguardia dall’umidità, ancora è appeso nell’antica stanza. Si tratta di una splendida immagine femminile: una madre seduta che tiene in braccio il figlioletto (Fig. 1). Immagine mariana per eccellenza, essa tuttavia non appare in veste liturgica, ma nella accezione più universale di omaggio alla “maternità”. Considerato da alcuni opera di Giovanni Santi (14391494), padre di Raffaello, rappresenterebbe la moglie Magia con in braccio il figlio piccolo, Raffaello appunto (1483-1520). Per tale via, essa rappresenterebbe il capolavoro del Santi. Un’altra tesi vuole l’immagine affrescata da Raffaello stesso, come omaggio alla madre, morta nel 1491, quando il pittore aveva appena otto anni. Non è necessario pensare che egli abbia dipinto l’affresco quando era fanciullo, perché, anche dopo la morte precoce del padre, pur nel suo girovagare per apprendere i segreti dell’arte nelle varie città italiane, molti e frequenti furono i ritorni in Urbino, sia perché la bottega paterna, vero emporio legato alla pittura, rimase aperta ancora per anni, sia per motivi familiari ed anche legali, per le controversie ereditarie con la matrigna e la sorellastra. Per parte nostra, e per quanto verremo affermando, riteniamo l’opera di mano di Raffaello, in uno dei ritorni durante il periodo del soggiorno fiorentino, iniziato all’incirca nel 1504 e terminato nel 1508, quando l’Urbinate all’improvviso prese la via di Roma, chiamato dal conterraneo Bramante. Il secondo enigma, in qualche modo legato al primo, riguarda una terracotta che rappresenta un fanciullo- angelo rinvenuto nel 1962, durante lavori di restauro proprio nella Casa natale di Raffaello, in quella che allora era l’antica stalla Santi, sotto al pavimento in terra battuta. Purtroppo non vennero raccolti alcuni frammenti ceramici, ma fortunatamnete fu salvato un altorilievo con busto in terracotta di buone dimensioni. Anche se privo della testa e delle gambe, ma con segni di attacco per le ali, il corpo si presenta in un unico blocco e in discrete condizioni; la superficie qua e là rivela nella delicata “pelle” segni di abrasioni dovuti non all’usura, ma alla lunga permanenza nel sottosuolo, certamente umido, come erano le stalle di un tempo (dimensioni: cm. 41 x 28; spessore da cm.1,8 a cm.9; peso kg.5,5; colore camoscio chiaro, inv. n.116) (Fig. 2). Solo nel 1985, il prof. Walter Fontana dell’Accademia Raffaello pubblicò un documentato studio, che prendendo in esame il “moto di Raffaello” quale traspare dalle prime opere pittoriche, attribuì il busto di Angelo di Casa Santi al periodo giovanile dell’Urbinate. L’attribuzione, per quanto audace, si rivela ancor oggi molto esaustiva sotto vari aspetti, ma è caduta nel vuoto e il busto è rimasto fino ad ora malinconicamente appeso nella Casa nell’indifferenza degli studiosi e dei visitatori, privi quest’ultimi di un’adeguata informazione. Nel 2008 mi fu chiesto di studiare il reperto da esporsi in mostra a Roma, e per tale occasione intesi innazitutto fare eseguire su un piccolo campione un’analisi alla Termoluniscenza, esame che oggi permette di datare un oggetto in ceramica con buon margine temporale. Il risultato ha confermato senza ombra di dubbio l’attribuzione al Rinascimento nel lasso di tempo ±18 anni intorno al 1512, il che ha condotto a riesaminare 39 Vita di Club n.1 attentamente il busto per collocarlo nella giusta temperie artistica del primo Cinquecento. La scultura in terracotta, che già nel mondo classico era stata utilizzata a fianco di materiali più ricchi con pari dignità, aveva goduto di particolare fortuna fra Tre e Quattrocento, ad opera di grandi personalità, da Niccolò dell’Arca a Jacopo della Quercia, da Donatello a Ghiberti ed allo stesso Brunelleschi, ai quali si devono opere di rara bellezza, e non solo di carattere devozionale. Tuttavia proprio la grande capacità che ha la terracotta di offrire una visione immediata di quanto si vuole realizzare in materiali molto più costosi, marmo o bronzo, finì per relegarla in gran parte al ruolo di “modello”, specie nella prestigiosa bottega del Verrocchio, anche se, a detta del Vasari, l’artista “…lavorò cose di terra nel che era eccellente”. Perfino un grande pittore come Piero della Francesca, per studiare il rapporto spaziovolume nella resa bidimensionale, stante il Vasari, usava fare “… modelli di terra, ed a questi mettere sopra panni molli, con infinità di pieghe, per ritrarli e servirsene.” Ovviamente, per il loro stesso essere, nessuna di queste opere è rimasta. Ecco allora che il ritrovamento urbinate, oltre a donare piacere estetico di bellezza e perfezione, ci svela un inedito aspetto nel percorso artistico di Raffaello con i passaggi di studi, che gli hanno permesso di raggiungere in pittura l’armonia di grazia, dolcezza, umanità universalmente ammirata e tramandata già da Paolo Giovio, suo primo biografo, e che ancor oggi ci affascina. Il prof. Fontana aveva attribuito l’Angelo in esame a un giovanissimo Raffaello, un “ragazzo”, e, in una bella pagina, mise a confronto la scultura con molti Gesù Bambino sia dipinti sia disegnati negli innumerevoli studi preliminari. Partiamo allora dagli inizi. I putti dell’Urbinate giovanissimo, operante fra Marche ed Umbria, si rivelano rigidi, improntati ad un ductus ancora quattrocentesco, sulle orme artistiche del padre, Giovanni Santi, personaggio troppo a lungo trascurato dalla critica, e che godette invece di grande fama nell’ultimo quarto del secolo XV. Fu artista poliedrico, non solo pittore, ma anche scenografo e scrittore sia di teatro (ricordiamo Amore al tribunale della Pudicizia messo in scena del 1474) sia di un lungo componimento poetico sulla vita di Federico da Montefeltro (Cronica rimata, 1482-1494). Noto soprattutto come ritrattista, chiamato alla corte di Isabella d’Este Gonzaga, proprio a Mantova si ammalò, presumibilmente di malaria, e tornato in Urbino, morì. Raffaello non poteva esimersi dal tener conto della ricca ed ammirata personalità paterna, che aveva dato eccellenti prove pittoriche, dalla Sacra conversazione di Gradara a quella Tiranni, dalla Pala Mattarozzi a quella per la Cappella Oliva di Montefiorentino (Fig. 3), la più complessa e matura, vero capolavoro, firmato e datato 1489. Era stata commissionata da Carlo Oliva in memoria dei suoi genitori, qui sepolti nelle splendide arche marmoree di Francesco di Simone Ferrucci. Il Santi realizza un impianto architettonico ben elaborato, memore della pala con Incoronazione della Vergine di Giovanni Bellini a Pesaro; la nicchia richiama invece la Pala di Brera di Piero, ben noto a Giovanni, che l’aveva ospitato nella sua casa nel 1469. Interessanti sono in alto gli Angeli musicanti, alla Melozzo, ma improntati qui quasi come sagome teatrali. Effetti coloristici rivelano anche un gusto fiammingo, all’epoca di grande attualità e modernità; basti pensare alla pala urbinate con la Comunione degli Apostoli di Giusto di Gand (1473-74). Proprio nel gesto della Madonna Oliva che con grande tenerezza sorregge la testa del Bimbo, notiamo il passaggio dal Medioevo all’Umanesimo. Nella seconda figura a sinistra, in veste di Angelo si ravvisa, secondo molti, la figura del giovanissimo Raffaello. Notiamo ancora la bellissima cornice lignea, con le candelabre che si allungano e si stendono a formare un vero capolavoro dell’ebanisteria rinascimentale, con una ricca doratura che proprio l’emporio del Santi era in grado di procurare agli artisti. A questo punto occorre considerare un altro rapporto: quello con il Perugino, in quegli anni senz’altro stimatissimo, ed alla cui bottega, a detta del Vasari, Giovanni avrebbe indirizzato il figlio tanto promettente. Le opere del Perugino (ma anche del Signorelli) non si discostarono da un linearismo per così dire intellettivo, in un clichè immediatamente riconoscibile. Un documentato incontro fra i due artisti è avvenuto senz’altro a Fano, dove entrambi hanno lasciato opere nella Chiesa di S. Maria Nuova. La pala del Perugino con Madonna e Santi non si discosta dagli stereotipi perugineschi. Qualcosa 40 Vita di Club n.1 cambia invece nella predella dove nel Bimbo della Natività già si avverte un vigore naturalistico ed un movimento che oltrepassa Perugino e parrebbe convincere dell’attribuzione, almeno per la parte centrale, a Raffaello (Fig. 4). Comunque sia, non riteniamo si possa parlare di alunnato del giovinetto presso il più maturo maestro, e quindi il giudizio rimane sospeso. Interessa invece notare come l’influenza del padre si presenti ancora a molti anni di distanza, come si evince dal confronto tra il Gesù santiano della Pala di Frontino e quello di Raffaello della Pala Ansidei, già del 1505, quando ormai il giovine è aperto ad altre influenze, non ultime quelle di Leonardo (Fig. 5). A questo punto tuttavia occorre esaminare un’altra tappa dell’Urbinate. Secondo il Vasari, ai primi del ‘500 Pinturicchio avrebbe chiesto a Raffaello dei disegni per approntare la decorazione della Libreria Piccolomini nella Cattedrale di Siena. Non ci addentriamo nella difficile ed intricata storia dei rapporti Raffaello-Pinturicchio-Perugino, ma siamo convinti di un soggiorno a Siena di Raffaello, dove certamente non gli sfuggì l’arte di Jacopo della Quercia, che proprio nella città toscana aveva lasciato meravigliose prove del suo talento scultoreo. Qui vogliamo segnalare un’opera in terracotta recentemente a lui attribuita, Madonna col Bambino, che si trova nell’Oratorio di Santa Caterina a Siena (Fig. 6). Tuttavia la vera svolta nella costruzione anatomica della figura venne elaborata da Raffaello, quasi all’improvviso, come una folgorazione, durante il primo soggiorno a Firenze, dove ebbe modo di avvicinarsi all’arte dei grandi artisti del passato, e soprattutto del già celebre contemporaneo, Michelangelo. Il soggiorno, sicuramente fra il 1504 e il 1508, non fu continuativo, ma sappiamo con certezza che fu ospite di Taddeo Taddei, ricco signore fiorentino, nella cui casa dimorò, come, oltre al Vasari, scrisse lui stesso in una lettera allo zio Simone Ciarla del 21 Aprile 1508. Proprio in casa Taddei non potè non ammirare un tondo in marmo realizzato dal Buonarroti in quegli anni con Madonna, Gesù e San Giovannino, oggi alla Royal Academy di Londra (Fig. 7). Nel rilievo l’audace e totalmente inedita posa del Bambino scolpito da Michelangelo, che si allunga quasi a distendersi sul lenzuolo, volgendo indietro lo sguardo, con il corpo che ruota in movimento verso destra, dovette colpire molto il giovane urbinate tanto da costituire imprescindibile termine di riferimento per il busto di Urbino. Come folgorato dalla genialità del Buonarroti, Raffaello, in uno 41 Vita di Club n.1 dei suoi ritorni in patria, dove sicuramente fu presente nel 1507, volle fissare nella duttile creta quel gesto, proprio come avevano fatto e continuavano a fare gli scultori nel rendere concreta un’idea intellettiva, prima della realizzazione definitiva in altro materiale (Fig. 2). Famose e celebri erano in Urbino le fornaci dove i vasai sfornavano per principi e signori elitarie stoviglierie, né è necessario pensare che il Raffaele Ciarla, ceramista operante nel 1547 in borgo San Paolo, fosse un suo parente, perché egli non potesse trovare in Urbino una bottega che lo supportasse nel plasmare la creta. D’altronde non abbiamo nessuna notizia di un plasticatore locale del primo Cinquecento che sapesse realizzare una statua di questa qualità. Che Raffaello avesse, per così dire, nel sangue l’amore per l’arte figulinaria lo provano i resti dell’antico pavimento in maiolica delle Logge Vaticane, realizzato nel 1518 su suo disegno da Luca della Robbia, il Giovane, certamente da lui conosciuto a Firenze. Tornando al periodo fiorentino, formativo per il Sanzio, l’incontro con Michelangelo dovette segnare profondamente il giovane, ed è forse proprio da qui che ebbe origine quella rivalità, vera o presunta, tra i due artisti che ha riempito lungo i secoli pagine e pagine di critica d’arte. La ricordata lettera allo zio è indicativa sia delle speranze del Sanzio, che forse ambiva in cuor suo ad occupare il posto lasciato libero da Leonardo e Michelangelo nella pittura della stanza di Palazzo Vecchio, sia di quanto questi artisti abbiano influito sulla sua formazione. È probabile che abbia anche ammirato i tanti disegni di putti che Michelangelo andava fissando con la penna proprio durante i primi anni fiorentini di Raffaello (Fig. 8). Non si può tuttavia disconoscere che a sua volta l’artista di Caprese aveva a mente i precedenti artistici di Leonardo, espressi in innumerevoli disegni dove i bambini sono rappresentati in infinite pose. Era già dagli anni ’80 del ‘400, proprio quando in Urbino nasceva il Sanzio, che Leonardo guardava con occhi nuovi, da uomo del Rinascimento, la fisicità del reale e la eternava in rapidi schizzi. Così i tanti disegni preparatori per la Madonna del gatto degli Uffizi (Fig. 9) già presentavano stilemi che sarebbero stati ripresi ai primi del ‘500 da Michelangelo nel Tondo Taddei. Raffaello fra il 1504 e il 1506 in Urbino, forse proprio nella bottega del padre, volle plasmare una terracotta che, riscoperta ancora in loco a distanza di secoli, ci svela il percorso dei suoi studi, del suo meditare su quasi un secolo di evoluzione dell’arte lungo il Quattrocento, da Jacopo della Quercia del soggiorno senese intorno alla metà secolo, a Leonardo degli ultimi decenni, per giungere a Michelangelo degli inizi del ‘500. Essa ha costituito per Raffaello poco più che ventenne l’ideazione di un modello volumetrico da trasferire con il pennello sulla tela, dopo averne studiato a fondo il rapporto luceombra, in modo da rendere il corpo in una reale fisicità, con le pieghe della pelle che si formano e si annullano ad ogni movimento. Ma prima della pittura definitiva veniva un altro passaggio, quello del disegno. Raffaello infatti fu maestro anche in questo aspetto della creazione artistica ed innumerevoli sono i disegni che ha lasciato a testimonianza della sua grande capacità di cogliere ogni particolare, iniziando da un veloce schizzo, come una semplice annotazione del pensiero, per giungere ad un prodotto autonomo. La gestualità del bambino dalla terracotta trapassa nella pittura di Raffaello in tutto il periodo fiorentino e si coglie già in molti disegni preparatori per le sue meravigliose Madonne col figlio (Fig. 10). Esaltata in massimo grado nella Bella Giardiniera del Louvre, è proprio nella Madonna del prato o del Belvedere, dove il fanciullo divino è reso in controparte, che cogliamo, oltre al fascino della pittura, l’essenza dell’animo gentile di Raffaello (Fig. 11). Eseguita intorno al 1506 per Taddeo Taddei, suo ospite, 42 Vita di Club n.1 dovendo trovarsi accanto al tondo michelangiolesco di poco precedente, col ruotare il corpo divino da destra, come era in Michelangelo, a sinistra, intese rendere un doveroso omaggio ai grandi e famosi maestri, ma senza plagio. Il dipinto, capolavoro fiorentino, non immemore di atmosfere leonardesche, rivela in tutta la sua pregnanza l’attento studio di chi l’aveva preceduto, ma nel contempo il superamento di una pura imitazione per raggiungere una personale dimensione dell’arte. Nell’Ottobre del 1508 Raffaello lasciò quasi all’improvviso Firenze per andare a Roma, chiamato da Bramante; nella città dei Papi riteneva finalmente di potere trovare quello spazio che andava da tempo cercando. Qui, nei primi lavori eseguiti nella villa della Lungara, oggi Farnesina, per il ricco banchiere Agostino Chigi, suo importante mecenate, in una piena maturità di linguaggio, non dimenticò il suo studio urbinate e, con una scioltezza ancora maggiore, il busto in terracotta si sostanziò nel Cupido alato nell’affresco con Galatea, dove la resa del rilievo corporeo, nel gioco di luci ed ombre, deriva proprio dallo studio concreto dell’altorilievo fittile ora al suo ultimo lirico approdo (Fig. 12 a,b). Nella terracotta di Urbino è appena visibile l’attacco delle ali, che qui si dispiegano in pieno volo. Rimpiangiamo che nello sterro della Casa natale non siano stati raccolti i frustuli di ceramica che forse avrebbero aiutato a ricostruire con più ampia visione la scultura, che ora manca di tante parti. È interessante notare come la figurazione alla Lungara, con Galatea che avanza in un tripudio di Tritoni, delfini, amorini su un mare quietamente ondoso, sia la più vicina al periodo fiorentino. Il tema mitologico infatti è desunto da Teocrito e Ovidio, ma era stato modernamente inserito dal Poliziano nell’atmosfera culturale neoplatonica di Firenze. Per tutti questi motivi, riteniamo che l’affresco non sia lontano dal suo arrivo a Roma, intorno al 1509. La pittura successiva di Raffaello acquista una diversa connotazione sia spirituale che artistica, e, così come era stato per Michelangelo, l’incontro con la classicità porterà l’Urbinate su altre e più complesse vie dell’arte. Bibliografia W. Fontana, Il moto di Raffaello e due saggi giovanili in Urbino, 1985. G. Cucco, Casa Natale di Raffaello. Urbino, Accademia Raffaello, Urbino 1997, p. 56. G. Gardelli, La scultura nel rapporto Raffaello - Michelangelo. Una terracotta di Raffaello dalla Casa natale in Urbino. Modello per la “sculptura picta”, «Accademia Raffaello. Atti e Studi», 2009/2, pp. 5-20. Didascalie delle foto Fig. 1 - Raffaello Sanzio (attr.), Madre col Figlio; affresco. Sec. XVI. Urbino, Casa natale di Raffaello. Fig. 2 - Raffaello Sanzio (attr.), Busto di Angelo, terracotta. 1506ca. Urbino, Casa natale di Raffaello. Fig. 3 - Giovanni Santi, Pala d’altare, part.,1489. Frontino, Convento di Montefiorentino, Cappella Oliva. Fig. 4 - Raffaello Sanzio, Nascita di Maria, part., 1497ca, dalla predella della Pala d’altare del Perugino per la Chiesa di Santa Maria Nuova in Fano. Urbino, Galleria Nazionale delle Marche. Fig. 5 - Raffaello Sanzio, Pala Ansidei. 1505, Londra, National Gallery. Fig. 6 - Jacopo della Quercia, Madonna col Figlio; terracotta, 1427-1429. Siena, Oratorio di San Bernardino. Fig. 7 – Michelangelo Buonarroti, Tondo Taddei; marmo. 1503-6, Londra, Royal Academy. Fig. 8 - Michelangelo Buonarroti, Disegni di putti. 1504-1505. Londra, British Museum. Fig. 9 - Leonardo da Vinci, Disegni per la “Madonna del gatto”. 1478-1483. Londra, British Museum; Firenze, Uffizi, Gabinetto dei disegni e delle stampe. Fig. 10 - Raffaello Sanzio, Studi di Madonne; disegni. 1506-1507. Londra, British Museum; Parigi, Louvre. Fig. 11 - Raffaello Sanzio, Madonna del Prato (o del Belvedere; Taddei).1506. Vienna, Kunsthistorisches Museum. Fig. 12 a,b - Raffaello Sanzio, Trionfo di Galatea (intero e part.); affresco. 1509-1511. Roma, Villa Farnesina 43 Vita di Club n.1 ATTUALITÀ&GIOVANI LA FENOMENOLOGIA DEL NERD Il termine inglese, usato in origine in senso denigratorio per ‘secchione’, quindi ‘sfigato’, ‘molto intelligente’, ma ‘socialmente goffo’, a partire dagli anni novanta ha assunto connotazioni positive nell'ambito della società della rete e dei tecnici dei computer, per descrivere orgogliosamente una persona tecnicamente preparata, che esprime un interesse superiore alla norma per argomenti complessi e spesso eccelle in materie che hanno a che fare con i computer e la tecnologia, i fumetti, i giochi di ruolo, la musica classica, gli scacchi, i film, la fantascienza, i giochi virtuali e la letteratura fantasy. Bill Gates è stato spesso definito un nerd; Peter Parker, ovvero Spider-Man, è un insegnante di scienze, e prima di diventare Spider-Man era il nerd dell'istituto superiore; Clark Kent, l'alter ego di Superman è stato visto come un nerd ante litteram. È un nerd anche l'Uomo dei fumetti nei Simpson, obeso, tecno maniaco ed appassionato di fumetti e di telefilm di fantascienza, come Star Trek e Star Wars. di ANDREA BIONDI (Dottore in Sociologia) O re 19.25 - la sera prima di partire. Mi sono appena seduto davanti al pc antidiluviano che mio padre utilizza come macchina da scrivere, la domanda che mi ha appena fatto continua a ronzarmi nella testa come una cimice in una stanza calda, senza un filo logico da seguire, semplicemente sbatte a destra e sinistra finché una misericordiosa ciabatta non dà un senso alla sua giornata. Sì, avete intuito bene, questa sera per una strana sequenza di eventi sono tornato a dormire a casa dei miei, e ho già mangiato. Poco male, in fondo dovevo comunque andare a letto presto, la partenza domattina è fissata per le 6, quindi se non voglio essere più intontito del solito mi conviene battere presto in ritirata. Sì, perché domani, per la prima volta da quando ho realizzato di essere profondamente, visceralmente Nerd, mi recherò nel più sacro e antico tempio dei Nerd, il Lucca Comics & Games1; oh, io ‘sto posto non l’ho mai visto, l’informazione ve la vendo così come l’ho comprata, quindi prendetela con il beneficio del dubbio. Certo, a mia discolpa potrei dire che non ci vado per i giochini di società con milioni di esagonini e regole tanto complesse da richiedere una laurea (alla faccia di chi dice che la laurea non serve a niente), o per vedere ragazze sovrappeso strizzate in completini da marinaretta 1 È il più antico appuntamento europeo del settore (secondo per importanza solo al francese Angouleme) e Rimini è presente con i suoi editori e autori di cartoon e con uno stuolo di appassionati che puntano su Lucca pronti a sfidarsi in giochi di ruolo e a travestirsi per incarnare il personaggio preferito.(ndr) o incoronate da lunghe orecchie da elfa, o "piccole emo crescono" coi capelli a massa compatta tipo colata di colla e con ‘sti occhi neri che nemmeno Rocky dopo la slavina di cazzotti di Apollo li aveva così. No, potrei dire ad esempio che quest’anno mi sono finalmente deciso a seguire i miei amici nerd, solo perché presentiamo il nostro film “Predatus” (altro sfogo nerd di trentenni in fuga, decisamente poco avvezzi al rimorchio e perciò dotati di tante 44 Vita di Club n.1 domeniche libere), certo potrei menarmela per ore ed essere anche abbastanza convincente, ma non servirebbe a cancellare il fatto che sono un Nerd. A questo punto, sempre che non vi siate già annoiati e abbiate fabbricato un attizza fuoco con la carta di questo articolo, vi starete chiedendo: sì, ma la domanda che ti hanno fatto a cena qual è? E soprattutto, cosa diavolo è un Nerd?! Allora la prima è presto detta: Padre: "Visto che domani vai a questa fiera (sottinteso "a perdere tempo") perché non scrivi un articolo per la nostra rivista? (e qui i casi sono due o mancano pagine o sta cercando di capire dove diavolo sto andando. Ovviamente la logica mi dice di dire di no, se non altro per rispetto verso il normale rapporto univoco genitori>figli, figli<genitori, notare che come la giri la freccia va sempre dalla stessa parte; figli chiedono, genitori danno, genitori chiedono, figli snobbano. È sempre stato così, chi sono io per contravvenire a queste regole millenarie? Tanto poi i figli diventano genitori e gli torna tutto indietro come un boomerang). Figlio, io: "Ah... va bene" (non ho mai detto di essere uno coerente). Archiviata questa cosa della domanda, beh c’è da spiegare cos’è un Nerd. Allora premetto che il significato dell’acronimo2 non me lo ricordo e non ho internet per andarmelo a cercare e fare il figo (pc antidiluviano/macchina da scrivere... cerchiamo di stare attenti), quindi cercatevelo voi. Io posso spiegarvi quello che realmente è, al di là del nome. I Nerd non sono solo i secchioni (altrimenti io sarei assolutamente fuori contesto), quei gracili, teneri esserini con le braccine magre e gli occhialoni neri scocciati di bianco… noooo, non fatevi ingannare dallo stereotipo3. Quelli sono un 2 N.E.R.D. sta per “Nuove Esperienze di Ricombinazione Digitale” ed è un programma che racconta le passioni e le idee dei NERD, non solo “smanettoni”, ma anche artisti della tecnologia digitale e critici della società attuale. (ndr) 3 Da Wikipedia: Lo stereotipo dell’immagine del nerd nei mass media consiste in un uomo giovane con grossi occhiali con la montatura nera (preferibilmente rotti e attaccati alla bell’e meglio con del nastro adesivo), un pocket protector nel taschino per evitare che le numerose penne (possibilmente stilografiche) che tiene perdano inchiostro e rovinino le camicie, pantaloni dall’orlo alto (i cosiddetti pinocchietti o capri, chiamati anche, con intento ironico, acqua alta in casa, casa allagata o saltafossi). Indossa camicie e in generale abiti troppo formali per le circostanze. Viene descritto come persona con scarsi rapporti con l’altro sesso; di solito è molto magro o molto grasso e comunque non ha cura della propria forma fisica. simbolo, una sorta di icona sacra che ci piace tenere lì, appoggiati in un angolo dei nostri pensieri e alla cui perfezione la maggior parte di noi non potrà mai arrivare, se questo papa fosse un po’ più tenero e un po’ meno blietzkrieg, potrei dire una specie di santino portafortuna, speriamo non giunga la scomunica. No, la verità è che la maggior parte dei nerd si rifiuta di accettare quello che è, un insieme di scoppiati che sanno a memoria le battute dei film anni 80 (quelli d’azione, gli altri non erano film), che si vedono una sera a settimana per impersonare personaggi inventati all’ombra di mondi poco reali, che si travestono da personaggi storici o fantastorici (questo termine non sono sicuro che esista) solo per il gusto di farlo... ben sapendo che non si vince niente, che confrontano il funzionamento di differenti programmi gestionali per computer intavolando furenti discussioni al limite del lecito, che guardavano Baywatch solo per la sigla dove le bagnine corrono, che sanno a memoria le sigle dei cartoni animati (beh ognuno quelli della sua epoca eh, c’è un limite a tutto), che giocano on line fino alle 2 del mattino e il giorno dopo si alzano alle 7… ma fa niente perché alle 14 ci si sente al telefono per commentare la giocata! Insomma una manica di scemi, diciamolo pure, che hanno vite più o meno regolari, insospettabili. Ma che sono ovunque e si riproducono come cavie. Tu puoi accettarlo e magari tentare di capirli, oppure ignorarli e fare finta di niente, almeno fino al giorno in cui, come è successo a me, te ne stai per i fatti tuoi a lavorare, entri in una azienda e te ne vai in produzione, passeggi tranquillo tra lamiere tagliate, scintille di saldatura che illuminano l’aria fumosa e decisamente poco C.E. con in testa il motivetto della sigla di Superman, ce l’avete presente, dai, tre strofe inimitabili, e inizi a fischiettarlo; d’un tratto un omone grosso e sudato con le braccia mulatte di olio fino ai gomiti si volta e ti fissa, arriccia le labbra e finisce il motivetto che avevi appena iniziato, poi il silenzio e i due volti distanti che si fissano e annuiscono fieri. Beh, quando quel giorno arriva, capisci che a volte non serve Si parla di un individuo con particolari difficoltà ad instaurare rapporti sociali. Il prendere parte in dibattiti o discussioni su argomenti tecnico-scientifici è una delle rare situazioni in cui si lascia volentieri coinvolgere. Attualmente il termine è associato non solo a uomini e ragazzi, ma anche a donne con interessi nella tecnologia, nelle scienze e nella matematica e in altri campi usualmente occupati dagli uomini. (ndr) 45 Vita di Club n.1 davvero vedere e capire come stanno esattamente circa un metro e ottanta, torreggia su di me tutte le cose del mondo per essere felici, a volte grazie ai due stivali in pelle bianca che le basta dargli un’occhiata un po’ sfocata, avvolgono le caviglie. Ha un lungo cappotto di… attraverso le lenti spesse di due begli occhialoni pelle? Pelliccia? Poco importa, comunque bianco neri scocciati di bianco, e fischiettando farci un e aperto sul davanti, minigonna… ovviamente, bel giro. top strizzato su un seno prosperoso… Giorno 1° – Arrivo. L’autostrada alle 7 del ovviamente, capelli neri e lisci che le ricadono mattino è esattamente quello che dovrebbe sulle spalle e cappello da cowgirl bianco, essere, una perfetta arteria ad alto scorrimento, perfetta. Fa un freddo boia e lei cammina come ce la godiamo tra le chiacchiere e le prime luci se fosse cresciuta in un ghiacciaio, totalmente dell’alba, attraversando il nodo autostradale più indifferente al tempo, mi passa davanti e importante e più temuto d’Italia…Bologna. I tre scompare dentro le porte della città. Silenzio. che sono con me (marito, moglie e amico) sono Sono le 10.30 del mattino e io ho appena veterani della manifestazione e mi trattano come imparato due nuove cose: 1. la direzione da fratelli maggiori al primo giorno di guerra, le prendere… dietro a lei, tutta la vita! 2. … che loro descrizioni variano tra l’ispirato e il presto “scoprirò quanto è profonda la tana del rassicurante ma io sento che non me la stanno bianconiglio”. dicendo tutta. Autogrill vicino a Lucca, caffè Camminiamo allegri, molto allegri, attorno a noi prima di arrivare, i primi contatti. Ho affinato i insospettabili geometri discutono del perché miei sensi per notarli, trovano impossibile credere l’ambiente grigio del piazzale alla teoria degli universi dell’autogrill con le sue paralleli, attraversiamo le vie pompe di benzina e i camion del centro storico punteggiato che fischiano non è tale da di quando in quando di turbare facilmente la mia tendoni bianchi, in seguito testa; eppure qualcosa noto. avrò modo di visitarli e Alcune, le prime, macchine capire cosa contengono. Ma con coppie di ragazzi e ovunque, c’è un clima di ragazze… normali per carità, leggera festa, non quella eppure c’è qualcosa che li rumorosa e opprimente del accomuna, lo so, lo sento. carnevale con quei tristissimi Quando si avvicinano capisco bambini dalla faccia dipinta e che cosa: “Sì, sì, quello era il giaccone che ne copre i esattamente lo stesso vestiti (se no prendi freddo!), personaggio della prima serie o quei carri giganti che a cui hanno modificato lanciano le caramelle con la l’aspetto per renderlo… no, stellina televisiva di turno no non esiste che tu possa (spesso quella del turno fare tre 204 di fila… ma la prima per la verità), no, no, prima serie era decisamente niente del genere. Qui vedi meglio, tutt’altro spessore, passeggiare la gente con gli delle tematiche sociali che occhi luminosi e sereni come Cartoon riminese: wwwbaradacomix.com non trovi nelle altre!”. se fosse il compleanno di Sono Nerds. Casello. Code. Parcheggio. Chiudo ognuno di loro. Gente vestita, gente travestita, la macchina e mi volto a guardare i bastioni di gente… beh gente svestita, cavolo! Io verso le 12 Lucca. La manifestazione si tiene all’interno del ho tolto il piumino ma ancora fa freschino eh… centro storico cinto di mura, da fuori la vista è arriviamo in una grande piazza leggermente in magnifica. Un pratino verde e perfetto circonda salita, che in seguito scoprirò essere uno degli le mura altrettanto perfette, sto per dire qualcosa snodi principali tra i tendoni e l’area Cosplay, e quando la vedo. La prima anomalia di due giorni tutto si moltiplica. I colori, le voci, la musica, i decisamente fuori dal normale. Arriva nel mio ricordi… sì, soprattutto quelli, che vedi rivivere campo visivo all’improvviso e da vicino, quindi nei costumi e nelle idee di altre persone, è come ho decisamente poco tempo per abituarmi: alta se tanti piccoli pezzi della tua vita prendessero 4 Fare il massimo con il dado da 20 punti. 46 Vita di Club n.1 forma e fossero reinterpretati da altre persone, l’effetto credetemi… è incredibile. Ma vediamo di fare una breve carrellata sull’evento, almeno sui primi due giorni, quelli che ho vissuto io. Come dicevo, vi sono tendoni sparsi in tutta la cittadella, ognuno con un argomento diverso, si va da quello sui giochi da tavolo (che gli autori presentano al pubblico), in cui sono allestiti decine di tavoli per provarli e giocare con chiunque voglia cimentarsi, dal risiko classico, ai giochi fantasy, steampunk, di logica, scacchi tridimensionali, horror, giochi di strategia militare con centinaia di soldatini schierati, insomma di tutto e di più. E per imparare a giocarli nessun manuale da leggere, oh no! Tu ti siedi e arriva celermente un responsabile a spiegarti il gioco e farti giocare, eccezionale. Poi ovviamente c’è l’area dei videogiochi, che per la verità ho frequentato poco, l’area con i pupazzi dei personaggi dei cartoni di ogni epoca, e qui ho fatto incetta per educare mia nipote. Giochi di ruolo, manuali e libri di ogni serie immaginabile. Tendoni di fumetti, di gadget degli anni passati… io ho trovato dei giochi anni ottanta da lacrime agli occhi… i micronauti, sì, avete capito bene i micronauti! Poi ci sono i tendoni con i costumi, e qui si tratta di vere opere d’arte, dal fantasy allo storico, dal vestito per la dama elfica, al tabarro per il brigante, dalla tenuta da piratessa al vestito da medico della peste, e poi armi, armature tutto rigorosamente da esposizione, quindi in ferro vero oppure da ‘Nerd’ riminesi festeggiano il utilizzare nei vari giochi loro film “Predatus” per la di ruolo dal vivo, e tecnica. quindi in gomma e lattice. Da riempirsi gli occhi a non finire… e svuotare le tasche… quello prima o poi a finire, purtroppo. Ora di pranzo? Ma no, non c’è tempo né voglia, soprattutto visto che dal nulla vedo apparire decine di ragazzi che mangiano spaghettini in brodo che vanno a pescare con le bacchette da un bicchiere… ancora una volta sembra di stare in un cartone animato. Li seguo e scopro l’esistenza dei Noodles, che altro non sono che spaghetti liofilizzati strizzati in un bicchiere (tipo quello di carta della coca cola) a cui va aggiunta acqua bollente (ecco cos’erano quei cilindri d’acciaio lì a fianco) e alcuni condimenti contenuti sotto il tappo (in pratica un “dado” in polvere per far diventare l’acqua…brodo). Oh, è vero che io sono di bocca buona, è vero che il clima era estremamente allegro, ma a me sono pure piaciuti. Il Cosplay, fenomeno a me del tutto sconosciuto, mi si presenta davanti e attorno, impetuoso e inarrestabile come una cascata. Decine e decine di ragazzi e ragazze (beh, ricordo soprattutto le ragazze ovviamente) vestiti come personaggi di film, cartoni animati, o qualsiasi soggetto o situazione degna di nota o che per loro ha rappresentato un momento speciale. Beh, ora voi direte (avendo letto la prima parte), “ma te lo aspettavi in fondo… lo sapevi che ci sarebbero state, le famose elfe sovrappeso, le ragazze emo/gotiche, e le altre categorie che in poche righe hai abilmente offeso”. Sì… va bene… lo sapevo. Quello che non immaginavo è che fossero belle! Ma proprio belle! Certi pezzi di fi…danzata (di qualcun altro), che non ve le immaginate, forse dovrei mettere qualche foto. Tanto che per non perderne nemmeno una abbiamo anche creato un codice… il primo che girando ne vedeva una da non perdere avrebbe dovuto gridare “YEHHBBOY!” e gli altri sarebbero subito accorsi per documentare l’incontro… no, non vi sforzate la parola Yeehbboy non significa nulla, è un’invenzione 1° premio assegnato al geniale di un mio amico, migliore realizzazione riunisce in sé la ritmica dell’esclamazione “accidenti!” e l’esortazione dell’esclamazione “e vai!”. Che fossero vestite da studentesse, da principesse delle fiabe, da Lara Croft, da dama dell’ottocento, da guerriera medievale, da elfa, da infermiera, da ogni maledettissimo e sconosciuto personaggio di cartoni animati recenti (che ignoro), una cosa le accomunava tutte… erano tutte belle! Orca boia (qui la battuta è sottile) era carina pure quella vestita da Fiona, la compagna dell’orco Shrek! Niente da fare, io e i miei compari abbiamo girato per due giorni 47 Vita di Club n.1 totalmente sopraffatti e impreparati ad affrontare, con la dignità e compostezza che ci contraddistingue, l’onda anomala di belle ragazze e sorrisi lucenti. Poi ovviamente c’erano anche ragazzi geniali che riproducevano personaggi eroici, tipo l’uomo tigre, Devilman, in modo altrettanto eroico, ovvero girando per giorni a petto nudo. Kenshiro che girava con tanto di personale al seguito munito di stereo e sigla del cartone animato. Altri vestiti da personaggi misconosciuti presi da lungometraggi divenuti famosi solo in rete, o da vecchie pubblicità. Avreste dovuto vedere la loro soddisfazione quando venivano additati e riconosciuti, l’unica moneta che il loro ego burlone avrebbe considerato davvero appagante. Insomma, due giorni davvero divertenti e difficilmente dimenticabili. Ora mentre vi scrivo, il nostro film Predatus (www.predatus.com) è in finale, pronto per essere giudicato da una giuria e, ancora meglio, dalla folla di nerd raccoltasi per vederlo. Che vinca o perda a questo punto è davvero marginale, sono andato a Lucca per conoscere meglio il mondo di cui credo di far parte e sono tornato con la consapevolezza di aver capito un po’ di più su me stesso. In realtà non è che abbia capito chissà cosa, ma quel poco che ho imparato vorrei condividerlo con voi: non giudicate mai una cosa finché non siete sicuri di averla guardata dalla giusta distanza, spesso siamo o troppo dentro o troppo fuori dalle cose nostre e dei nostri cari per poter essere obbiettivi, e soprattutto, se sentite qualcuno per strada gridare “YEEHBBOY!”, voi voltatevi… potrebbe valerne davvero la pena. SERVICE GREGORIO XII E CARLO MALATESTA Il Lions Club Rimini Malatesta sponsorizza parzialmente la pubblicazione di un manoscritto di Luigi Tonini, rimasto inedito, per dare lustro a personaggi ed eventi che hanno segnato non solo la storia riminese, ma anche la grande storia. La parola all’editore. Gregorio XII. di MARIO GUARALDI I l manoscritto di Luigi Tonini dal titolo "Papa Gregorio XII e Carlo Malatesta, ossia la cessazione dello scisma durato mezzo secolo nella Chiesa di Roma", conservato presso la Biblioteca Gambalunga di Rimini (segnatura SC-MS 1344) di 532 pagine, rimasto a tutt’oggi inedito, merita sicuramente di essere pubblicato oltre che per rendere omaggio al più grande storico che Rimini abbia mai avuto, anche per riportare l’attenzione su un periodo, quello compreso fra seconda metà del XIV e prima metà del XV secolo, pieno di discordie e di episodi non del tutto chiariti di cui sono stati protagonisti i due grandi personaggi citati nel titolo. Nel manoscritto che si sta per pubblicare, lo scisma che interessò la Chiesa cattolica e che vide fra i principali protagonisti il cardinale Angelo Correr (papa Gregorio XII) e Carlo Malatesta, signore di Rimini, è trattato più ampiamente che nei volumi IV e V della Storia di Rimini dello stesso autore. Carlo Tonini, nell’opera intitolata "Sulla vita e sulle opere di Luigi Tonini" afferma tra l’altro: "Quest'opera [...] fondata sulle prove dei documenti [...] e sulla sodezza e rettitudine dell'argomentazione, o, come sul dirsi, della critica, accoppia in se pur anco un'altra pregevole dote, quella di essere scritta e condotta nella maniera che oggi si richiede per farsi leggere. Non molte le citazioni, breve l'esame dei documenti, parcamente sparsa, ma non trascurata la salsa delle considerazioni e dei giudizi; sentito e, alcuna volta, ancora concitato lo stile per rapidità e concisione di narrativa, per movimento d'affetti, per vive descrizioni di personaggi, massime de' principali. Non vi manca [...] l'eloquenza storica, alla quale 48 Vita di Club n.1 l'autore in questa fece luogo perche ve n'era luogo e la sua qualità e natura la richiedeva". Sicuramente va ricordato che in quel periodo Rimini, ospitando il legittimo papa, tornò ad essere capitale della cristianità, un po’ come lo era già stata nel 359 d.C. quando era stata sede del concilio che vide la condanna dell’eresia di Ario*. Il lavoro di trascrizione del manoscritto è stato affidato ad un esperto archivista riminese, Luigi Vendramin. L’edizione avrà due versioni. Una prima versione, destinata Sigillo e stemma di Carlo. alla Biblioteca che ha consentito la riproduzione del manoscritto, sarà effettuata evidenziando la ripartizione del testo nelle singole carte, intervenendo minimamente sulla forma dello stesso (ortografia, punteggiatura, maiuscole non necessarie ecc.) allo scopo di fornire uno strumento che possa essere valido anche per eventuali futuri studi filologici. Una seconda versione, destinata alla stampa e soprattutto all’edizione digitale, sarà prodotta tralasciando la fogliazione data dal Tonini e con una normalizzazione grafica che la renderà più agevolmente leggibile dal più vasto pubblico. A corredo della trascrizione è previsto l'inserimento di un consistente numero di note redazionali aventi lo scopo di aiutare il lettore nella comprensione di parole oggi in disuso o erroneamente interpretabili, o anche contenenti brevi biografie di personaggi citati nel testo. Il tutto dovrebbe essere contenuto in 150-200 pagine di grande formato, cartonato con sovraccoperta e avrà un prezzo di copertina di € 100,00. *Alla morte di Gregorio XI, i cardinali italiani, benché in minoranza nel collegio cardinalizio, manovrarono con tale abilità da far eleggere a Roma nell’aprile 1378 l’arcivescovo di Bari, che prese il nome di Urbano VI. Allora un nutrito drappello dei cardinali francesi contrastò questa scelta e, riunitisi segretamente a Fondi (presso Roma) nel settembre, elessero un altro papa nella persona del cardinale Roberto di Ginevra (Clemente VII) che scelse la sede di Avignone. Fu lo Scisma definito d’Occidente per distinguerlo da quello d’Oriente che nel 1054 aveva separato da Roma la Chiesa greco-ortodossa. Così la cristianità si divise in due curie, due collegi cardinalizi e, in alcune grandi e meno grandi sedi vescovili d’Occidente, due arcivescovi, con gravi conseguenze sia per l’ordine pubblico che per la serenità dei fedeli, poiché l’uno e l’altro papa facevano a gara, senza badare ai modi, per accattivarsi l’amicizia dei potenti. L’Impero, l’Inghilterra, i signori dell’Italia centro-settentrionale tenevano per il papa romano; la Francia, il regno di Napoli e d’ Aragona per quello avignonese. Lo scandalo di due papi in guerra tra loro spinse le gerarchie ecclesiastiche ad indire un concilio (Pisa, 1409), in cui furono deposti sia il papa di Roma, Gregorio XII, sia il papa di Avignone, Benedetto XIII, e fu riconosciuto Alessandro V come unico pontefice. Non venendo accettata tale soluzione, il risultato fu che, dal 1409 al 1414, si ebbero tre papi, Gregorio XII (Angelo Correr), Alessandro V (Pietro Filargo) e Giovanni XXIII (Baldassarre Cossa), che si scomunicarono a vicenda, finché l’imperatore Sigismondo riuscì a far convocare un successivo concilio a Costanza (1414 –1418) dove venne eletto Martino V (Oddone Colonna). Per il Concilio di Costanza Gregorio nominò Carlo Malatesta e il cardinale Dominici di Ragusa come suoi delegati. Il cardinale convocò il concilio e autorizzò i suoi atti di successione, preservando così le formule del primato papale. Quindi Malatesta, agendo in nome di Gregorio XII, pronunciò l’abbandono di Gregorio, che i cardinali accettarono, ma, in base a precedenti accordi, accettarono anche di mantenere tutti i cardinali che questi aveva creato, dando così soddisfazione alla famiglia dei Correr. Nominando vescovo di Porto (Ostia) e legato pontificio ad Ancona, Gregorio spese il resto della sua vita, due anni, in una tranquilla oscurità ad Ancona. È sepolto nella cattedrale di Recanati; dopo di lui tutti i papi sono stati sepolti a Roma. Nel 1417, dopo la sua morte, il suo successore lo nominò Pontefice Emerito di Roma. - Gli antipapi Alessandro V, Benedetto XIII e, a destra con le ali, Angelo Correr, alias Gregorio XII; le due chiese indicano lo scisma in atto. - Il Concilio di Costanza. 49 Vita di Club n.3 RIMINI CITTÀ GIULIO CESARE E IL SUGGESTUM. IL MODELLINO DI ERCOLE DREI Dal 25 settembre al 25 novembre 2010 si è svolta all’Archivio di Stato di Rimini e in Biblioteca Gambalunga la mostra documentaria “Alea iacta est. Giulio Cesare in archivio”, a cura di Cristina Ravara Montebelli. Dedicata ai "segni" archeologici e monumentali che in Piazza Tre Martiri testimoniano ancora oggi la presenza di Giulio Cesare a Rimini, dopo il passaggio del Rubicone nel 49 a.C, l’esposizione ha ripercorso le vicende che fino ai nostri giorni hanno riguardato sia l’antico suggestum, sul quale la tradizione afferma che Giulio Cesare abbia tenuto l’allocuzione ai soldati, sia la statua bronzea donata da Mussolini nel 1933, già in piazza ed ora custodita nella Caserma Giulio Cesare di Rimini. Manoscritti, dattiloscritti, fotografie e disegni, rintracciati nei faldoni dell’archivio, sono stati esposti insieme ad una interessante scultura, di proprietà privata, che dà forma plastica al primitivo e mai realizzato progetto di collocamento della statua sull’antico suggestum. Inaugurata in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, la mostra è stata corredata da un corposo volume che approfondisce, anche con un ricco apparato fotografico, i diversi temi trattati dall’esposizione. Curato da Cristina Ravara Montebelli, il volume include contributi di Fabio Pesaresi, Michela Cesarini, Daniela Baroncini, nonché ricche appendici documentarie. di MICHELA CESARINI I l 10 settembre 1933 un’imponente celebrazione inaugurò la collocazione sotto la Torre dell’orologio della statua bronzea di Giulio Cesare donata da Mussolini. La partecipata cerimonia fu il brillante esito dell’attività di numerosi professionisti: architetti, geometri, scultori, fotografi, pittori, doratori, artigiani del ferro e marmisti, i cui nomi sono solo in parte ancora oggi noti. L’architetto Gaspare Rastelli (Rimini 1867 – Verucchio 1943) rivestì un ruolo fondamentale nella scelta degli artefici, in virtù della propria funzione di titolare dei lavori di restauro alla Torre dell’Orologio, seriamente danneggiata dal sisma del 1916. Avviati solamente nel 1931, i lavori si intrecciarono nel marzo del 1933 con la necessità di dare degna collocazione al rilevante simulacro bronzeo di Giulio Cesare, giunto da Roma e copia della statua del dittatore collocata in via dell’Impero, replica a sua volta di un originale di epoca traianea custodito in Campidoglio. Fu probabilmente l’architetto Rastelli a chiedere al valente scultore Ercole Drei (Faenza 1886 – Roma 1973) la piccola copia in gesso della statua bronzea romana. Drei abitava nella capitale, dove Rastelli è documentato nel marzo del 1933. Il contatto tra i due però potrebbe essersi più facilmente attuato a Bologna, dove Drei risiedeva qualche giorno alla settimana per insegnare scultura all’Accademia di Belle Arti e dove anche l’architetto riminese dimorava per buona parte dell’anno, essendo ivi iscritto all’ordine professionale ed esercitando nello studio di via Carducci 11. D’altro canto, lo scultore di origine romagnole aveva già intessuto relazioni con il territorio riminese fin dagli anni Venti: suo è il bel Monumento ai caduti per la patria di Savignano sul Rubicone, del 1924. La figlia dello scultore, Isabella, ricorda inoltre che tra il 1931 e il 1940, in seguito alla prematura morte della moglie, Ercole Drei soggiornava nei fine settimana estivi a Bellaria, dove le figlie trascorrevano le vacanze insieme alla nonna ed alla zia di Faenza. Giunta a Rimini, la statuetta plasmata sapientemente da Drei servì per capire che l’idea di porre la statua bronzea sull’antico suggestum (formato dal cippo commemorativo cinquecentesco e dal petrone romano), suggerita dal Duce, non era assolutamente praticabile. Le sproporzionate dimensioni della scultura rispetto 50 Vita di Club n.1 al cippo lapideo, macroscopicamente evidenti ponendola su un modellino di proporzioni reali (tuttora conservato insieme alla statua ed opera di Filogenio Fabbri), nonché la considerazione della pesantezza del bronzo, fecero scartare definitivamente l’ipotesi. Testimonianza della funzione del modellino sono due diverse fotografie della statuetta di Drei pubblicate nel 1933: in “Rimini e Giulio Cesare” è sul suggestum cinquecentesco, mentre nel «Popolo di Romagna» del 2 agosto 1933 è posta su un semplice basamento quadrangolare. Fu proprio questo ad essere eseguito nel luglio del 1933 dal marmista Giuseppe Tonini, basamento che è tuttora presente in piazza Tre Martiri, a sorreggere però un’ulteriore replica della statua bronzea di Giulio Cesare, fusa nel 1996. Un’altra opera d’arte documenta l’originaria idea di collocare la statua di Giulio Cesare sul cippo cinquecentesco ed è opera del noto pittore e giornalista Luigi Pasquini (Rimini 1897- 1977). La xilografia, pubblicata nel numero unico edito dal Comune di Rimini in occasione dell’inaugurazione della statua di Giulio Cesare nel settembre del 1933, curato dallo stesso autore, pone i due “segni” del passaggio riminese di Cesare in prossimità del Tempietto di Sant’Antonio. È poco lontano da lì che ancora oggi è possibile ammirare il cippo cinquecentesco, privo purtroppo, a causa dei devastanti bombardamenti del 1944, del petrone romano servito per innalzare Cesare sul foro al cospetto dei suoi commilitoni. Giulio Cesare sotto la Torre dell’orologio. Rastelli, Pasquini, Seghettini, Curoli e Maioli a S. Marino nel 1925. Drei-Fabbri, Modello di collocamento della statua secondo il desiderio del Duce, 1933. 51 Vita di Club n.1 DIDATTICA&INFANZIA I SOGNI NEL CASTELLO Se un bambino vuole volare, non limitiamoci a dire: “i bambini non possono volare”. Prendiamolo, invece, in braccio e portiamolo in alto sopra le nostre teste fino in cima all’armadio, cosicché senta di aver volato come un uccello fino al suo nido. Winnicott,1949 di EVA DULIKOVA FRISONI (Atelierista nelle scuole dell’Infanzia del Comune di Rimini) N proiezioni delle fiabe e soprattutto la ella scuola dell’Infanzia comunale drammatizzazione (entrare nei panni di un altro, “La Lucciola” è stato realizzato recitare una parte rappresenta un’esperienza di nell’a. s. 2009/2010 un progetto arricchimento, che contribuisce a rafforzare la ATELIER rivolto ai bambini dai 3 ai propria identità, ad identificarsi nelle emozioni 6 anni intitolato “I SOGNI NEL CASTELLO” degli altri e ad esercitare il controllo della che si collegava al progetto annuale della scuola propria emotività) sono serviti a introdurre le intitolato “Apro un libro... trovo un castello”. attività che hanno dato la possibilità ai bambini La prima infanzia è lo spazio privilegiato per la di vivere in prima persona diversi sentimenti, fantasia, il sogno, la creatività e nel mondo delle calandosi nel ruolo dei vari personaggi. La fiabe il fascino e il mistero del castello hanno scoperta dei castelli del territorio riminese ha sempre colpito l’immaginario dei bambini. colpito la loro immaginazione inducendoli a Il castello è un luogo - con le sue torri, i merli, le trasformare nel reale quanto precedentemente feritoie, i fossati, gli stemmi, il ponte levatoio introitato e a creare nuovi sogni, nuovi che accende la fantasia dei bambini e li aiuta a personaggi, nuove situazioni. Si è dato lo spazio sognare. Può essere abitato da principi e ai sogni dei bambini, al loro desiderare come principesse, da cavalieri, fate, maghi, draghi, vorrebbero essere e cosa vorrebbero fare, per poi streghe… e così via. Il progetto dell’atelier era immaginare di essere in quel luogo o di fare teso ad incrementare nei bambini il piacere quelle cose. Dare il tempo ai bambini di stare giocoso, emotivo e creativo del “sognare nel con i loro sogni o inventarne di nuovi è davvero castello”. Lo spazio atelier si è proposto dunque importante, soprattutto per i più come “contenitore castello” riservati e silenziosi che nel gioco dentro il quale far agire le varie dell’immaginario si aprono agli attività come: ascolto, racconto, altri con maggior facilità e sogno-desiderio, lettura animata, spontaneità. Varie e molteplici drammatizzazione, sono state le attività programmate rappresentazione fantastica del e realizzate e a tutte i bambini castello e dei sogni. Si sono poi hanno partecipato con grande programmate le uscite didattiche entusiasmo e coinvolgimento. Ne nei castelli di Rimini, Verucchio cito alcune per meglio illustrare e Gradara intesi come scrigni quanto sopra detto. Dopo il preziosi da dischiudere di volta racconto della storia “ Il drago in volta per mostrare cortili, sale, Al castello di Gradara. timido” è stato allestito, insieme oggetti del vivere quotidiano, ai bambini, l’atelier con gli oggetti delle fiabe, armature dei cavalieri, stanze dei re e delle col castello originale compresi i ritratti degli principesse. abitanti dei castelli. Ciò ha favorito la L’atelier è diventato un luogo di “sospensione conversazione sui sogni/desideri. Ogni bambino spazio-temporale” dove sperimentare, attraverso ha preso un sogno/brillante dal cuscino e lo ha la metafora e il sogno; dove tutto è possibile: il messo in tasca, così quando voleva poteva gioco della scoperta di sé e dell’altro, del reale e sognare quello che gli piaceva. Il personaggio del magico. I racconti, le letture animate e le 52 Vita di Club n.1 guida del progetto era il giullare Campanellino che ci invitava con i messaggi a svolgere varie attività. È stata realizzata dai bambini una maxistruttura/castello dove si svolgevano giochi cantati, conte e danze del castello. È piaciuto molto ai bambini il gioco “Teleracconto” del proprio sogno con l’ausilio della lavagna luminosa e il materiale di recupero. Le narrazioni delle fiabe erano animate dalle proiezioni. I bambini hanno drammatizzato la storia del draghetto scegliendo il personaggio preferito e indossando il simbolo che lo rappresentava accompagnati dalla musica medievale. Hanno “danzato i loro sogni” in presenza dei genitori durante gli auguri di Natale e hanno creato i castelli dei loro sogni. Anche i genitori sono stati coinvolti nel progetto con racconti di fiabe legate al castello del paese di provenienza, durante il mese di dicembre e gennaio e alla fine di maggio con la realizzazione di castelli di sabbia, insieme ai propri figli durante la festa di fine anno. Il loro messaggio, a conclusione del progetto, è stato: “grazie di averci fatto sognare insieme ai nostri figli”. Ci sono i castelli reali, immaginari, di carte, di sabbia, di aria… forse il castello fa parte non solo della nostra infanzia, ma della nostra vita in varie forme e in vari momenti (a proposito io mi sono sposata in un castello). Certo che i nostri bambini non dimenticheranno mai “ il castello” la via per entrare… nel mondo dei sogni. Da sin. a ds. Allestimento atelier Messaggio di Campanellino Cuscino dei sogni Realizzazione del castello maxistruttura Castello per entrarci dentro e giocare Racconto dei propri sogni Drammatizzazione della storia Castello dei sogni 3 anni, 4 anni, 5 anni Castello di sabbia 53 Vita di Club n.1 INTERMEETING LA FORZA DELLA CONCRETEZZA AL SERVIZIO DELLA COMUNITÀ Il Lions Club Rimini-Riccione Host e il Lions Club Rimini Malatesta celebrano la Festa della Bandiera Tricolore e delle Forze Armate nel 150° dell’Unità d’Italia. Relatore il colonnello pilota Ludovico Chianese, comandante del 15° Stormo “Stefano Cagna” dell’Aeronautica Militare di stanza presso l’aeroporto di Cervia. Ospiti d’onore: il ten. col. Daniele Telesca e il c.f. Nicola Attanasio. di GIORGIO BETTI C idealmente unita la grande famiglia del reare e stimolare uno spirito di Panathlon Club Rimini presente all’incontro con comprensione fra i popoli del mondo. una autorevole rappresentanza di soci Promuovere i principi di buon governo (Alessandro Giuliani, Giuseppe Tassani, Luigi e di buona cittadinanza. Prendere Fabbri, Giovanni Carluccio e Franco Magnoni). attivo interesse al bene civico, culturale, sociale A dare ulteriori significati all’evento è giunto il e morale della comunità. Unire i club con i saluto del Governatore del Distretto 108 A, vincoli dell’amicizia e della reciproca Guglielmo Lancasteri, e l’invito a perseverare comprensione. Stabilire una sede per la libera e nell’azione propositiva dei Lions con “La forza aperta discussione di tutti gli argomenti di della concretezza al servizio della comunità”. interesse pubblico, con la sola eccezione della Poi, dopo una introduzione sobria nei contenuti politica di parte e del settarismo confessionale. E di protocollo (inni nazionali degli Stati Uniti, ancora. Incoraggiare le persone che si dedicano europeo e italiano, cui hanno fatto seguito i nomi al servizio a migliorare la loro comunità senza degli ospiti d’onore: il tenente colonnello scopo di lucro ed a promuovere un costante Daniele Telesca e il capitano di fregata Nicola elevamento del livello di efficienza e di serietà Attanasio) sapientemente orchestrata dal morale negli affari, nelle professioni, negli cerimoniere Graziano Lunghi, che ha invitato la incarichi pubblici e nel comportamento in presidente Monica privato. Fin qui gli Sardonini a battere scopi del Lions il primo colpo di International, che martelletto sulla sono riecheggiati campana, simboli solennemente entrambi del potere martedì 9 novembre lionistico (“E 2010 in occasione della “Festa della allora, non chiedere bandiera” promossa per chi suoni la e organizzata dal campana. Essa Lions Club Riminisuona per te”. Ernest Hemingway), Riccione Host l’intermeeting è (presidente: Monica proseguito con il Sardonini) e dal saluto del primo Lions Club donna Malatesta Rimini Il Comandante Ludovico Chianese tra la presidente del Lions Club presidente della (presidente: Mario Rimini-Riccione Host Monica Sardonini e il presidente del Lions Roberto Club Rimini Malatesta Mario Gori con il segretario ultracinquantenaria Gori), ai quali si è Morbidi. 54 Vita di Club n.1 storia del service-club cittadino, che ha esordito dicendo: “La festa della bandiera che i Lions riminesi dedicano ogni anno alle nostre Forze Armate, al loro impegno, al loro spirito di servizio, al loro sacrificio, assume nell’occasione una connotazione di maggiore significato in quanto si iscrive nelle celebrazioni per il 150° dell'Unità Nazionale. Una ricorrenza storica di grande spessore che ha determinato la nascita della nostra identità nazionale. Una ricorrenza che merita di essere pienamente valorizzata e profondamente compresa da tutti gli strati della società civile”. Parole e musica, le sue, condivise e apprezzate – e non poteva essere altrimenti – dall’autorevole uditorio lionistico che le ha rivolto un caloroso applauso d’incoraggiamento a proseguire senza deflettere un attimo nell’applicazione del programma del suo club. Poi, con lo stile e l’eleganza che la caratterizzano, la presidente Monica Sardonini ha presentato il relatore della serata: il colonnello pilota Ludovico Chianese, comandante del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare di stanza all’aeroporto di Cervia. Un lungo quanto ricco Curriculum Vitae onusto di gloria, quello del comandante Chianese, che da un lato ha rivelato quanto sia importante il suo ruolo di soldato e - ci si perdoni l’invasione di campo nella sfera più intima, quella familiare – dall’altro quanto più grande sia la sua statura di uomo che, nell’occasione, ha palesato “debolezze” umane – chiamatele se volete emozioni! facendosi accompagnare dalla moglie Daniela e dalla giovanissima figlia, Laura Maria. Insomma: chi si aspettava di vedere in azione Rambo ha dovuto ricredersi. Il comandante Chianese, giocando sul filo di una sottile ironia, ha infatti saputo impersonare mirabilmente sia l’uomo d’azione in divisa cui spetta il difficile compito di intervenire con decisione laddove necessiti la presenza dei suoi uomini del 15° Stormo; sia l’uomo, il marito, il buon padre di famiglia, il cittadino capace di dialogare senza infingimenti e, quel che più conta, alla pari con gli altri. Il 15º Stormo “Stefano Cagna” – ha esordito Chianese - è uno stormo dell’Aeronautica Militare Italiana. Parte integrante del Comando delle Forze per la Mobilità ed il Supporto, il suo compito principale è quello di assicurare la ricerca e il soccorso degli equipaggi di volo, concorrendo, inoltre, ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di ammalati in pericolo di vita, nonché il soccorso di traumatizzati gravi. Tali missioni rientrano in ciò che in gergo militare viene definito in tempo di pace Search and Rescue - SAR e, in tempo di crisi, Combat SAR o C/SAR. Il 15º Stormo ha in ogni suo centro un elicottero dedicato al SAR pronto al decollo in 30 minuti di giorno ed in 120 minuti di notte per 365 giorni all’anno, il cui coordinamento è sotto l'autorità del Centro Coordinamento Soccorso del Comando Operativo Forze Aeree (COFA) di Poggio Renatico (FE). Poi, avvalendosi del supporto di immagini proiettate sullo schermo, il comandante Chianese con un rapido flash-back ha ripercorso la storia del 15° Stormo che, fondato a Ciampino il 1 giugno del 1931 come 15º Stormo Bombardamento Diurno, poi Stormo Bombardamento Terrestre (B.T.) composto dal 46º Gruppo (20ª e 21ª Squadriglia) e dal 47º Gruppo (53ª e 54ª Squadriglia); quasi subito fu trasferito a Ferrara da dove volò fino al settembre 1935 su velivoli B.R.3. per poi proseguire ad operare in operazioni durante la Seconda Guerra Mondiale fino allo scioglimento del reparto avvenuto nel 1943. Successivamente il 15º Stormo fu ricostituito alle dipendenze del Comando Trasporto e Soccorso Aereo il 1º ottobre 1965 sull'aeroporto di Ciampino, come Stormo SAR (Search and Rescue), composto dall'84º Gruppo velivoli (HU16°), con le sue squadriglie 140ª e 287ª e dall'85º Gruppo elicotteri (AB.47J, AB.47J. e AB.204B), nonché da due sezioni miste basate a Linate (1º Distaccamento SAR) e Grottaglie (3º Distaccamento SAR). Il 2º Distaccamento SAR di Ciampino si identificava con la sezione in turno d’allarme del 15º Stormo. Ciascun distaccamento contava su tre equipaggi di pronto impiego con gli HU-16 e di tre equipaggi di pronto impiego con elicottero. Complessivamente il reparto aveva a disposizione 5 HU-16 (3 efficienti), 5 AB.47J (4 efficienti), 7 AB.47J.3 (5 efficienti) e 7 AB.204B (5 efficienti). Dopo numerosi cambi di base e riorganizzazioni interne, lo Stormo spostò la sua sede dal 6 ottobre 1997 presso l'aeroporto di Pratica di Mare. A partire dal 5 55 Vita di Club n.1 Pisignano di Cervia, insieme al comando di ottobre 2010 lo Stormo ha trasferito il suo Stormo: 82º Centro C/SAR di Trapani, dotato di Comando presso l’aeroporto militare di Cerviaelicotteri HH-3F, attualmente sotto il comando Pisignano. Dal 1993 in poi, il 15º Stormo, oltre del maggiore pilota Giacomo Zanetti; 83º alle missioni di supporto alla popolazione civile Gruppo C/SAR sull'aeroporto di Cerviasvolte durante gli eventi calamitosi (terremoti ed Pisignano, dotato di elicotteri HH-3F, alluvioni) che hanno colpito l’Italia, è stato attualmente sotto il comando del tenente anche impegnato con compiti di ricerca e colonnello pilota Michele Martinelli (dal 21 soccorso nelle zone ostili delle varie operazioni ottobre 2010 dal maggiore pilota Andrea Nanni). all’estero condotte dalle Forze Armate Italiane Dal 5 ottobre 2010 l'83º Centro C/SAR è stato come quelle svolte in Somalia, Albania, Bosnia, trasferito dall'aeroporto di Rimini-Miramare Kossovo, Iraq. Dal 2001 allo Stormo è stato all'attuale sede di Cervia-Pisignano, sede dello assegnato anche il nuovo ruolo operativo di Slow Stormo, ed ha assunto la denominazione di 83º Mover Interceptor (SMI) nell’ambito della difesa Gruppo C/SAR; 84º Centro C/SAR di Brindisi aerea. Nel 2008 è stato avviato il programma per dotato di elicotteri HH-3F, attualmente sotto il la sostituzione degli HH3F con 12 nuovi comando del maggiore pilota Massimo Murri; elicotteri (630 milioni di euro, attraverso 85º Centro C/SAR di Pratica di Mare, dotato di stanziamenti tratti dal bilancio ordinario del elicotteri HH-3F, attualmente sotto il comando Ministero della difesa e dal bilancio del del maggiore pilota Diego Sismondini. Con il Ministero dello sviluppo economico sulla base trasferimento del comando del 15º Stormo a delle disposizioni di cui art. 2, comma 179 della Cervia, a partire dal 27 settembre 2010 l'85º legge n. 244/2007, legge finanziaria 2008). La Gruppo è stato riorganizzato in Centro C/SAR. durata prevista del programma è di sette anni, tra 615° Squadriglia Collegamenti di Pratica di il 2008 ed 2014, con la prima consegna di un Mare, dotato di elicotteri NH 500. Fin qui la elicottero prevista a metà del 2012, il lunga e onorata storia del 15° Stormo che, dal 5 conseguimento della piena capacità operativa a ottobre 2010, è passato sotto il comando del fine 2013 e la consegna dell’ultimo mezzo nel colonnello pilota 2015. Il candidato a Ludovico Chianese, che sostituire nel ruolo sollecitato a rispondere C/SAR gli HH-3F alla alle numerose domande fine della loro vita formulate dai soci lions, operativa è stato ha di buon grado individuato nell’elicottero soddisfatto le richieste pesante EH-101 con piena soddisfazione di (rinominato dal 2007 tutti. AW101), in apposita È stata una versione C/SAR. Come interessantissima serata sostituto dell'HH-3F nel destinata a rimanere nella ruolo SAR è invece in storia del lionismo considerazione l'opzione riminese; come si rappresentata dal Agusta conviene alle felici Westland AW139 o dal Agusta Westland AW149. Il colonnello Chianese riceve dal presidente Gori il tradizioni del service-club di casa nostra, la serata è Attualmente il 15º Stormo guidoncino del Lions Club Rimini Malatesta. stata ripresa dal cameraman Pasquale Giorgio è composto da 5 gruppi di volo sparsi nella per l’emittente televisiva VGA Telerimini. penisola italiana e da una squadriglia di Al termine i due presidenti, Monica Sardonini e collegamento: 81° Centro CAE (Centro Mario Gori (figlio dell’indimenticabile e Addestramento Equipaggi) sull'aeroporto di indimenticato “Chicco”), hanno donato al Pisignano di Cervia, dotato di elicotteri HH-3F e comandante Chianese e agli illustri ospiti i AB 212 attualmente sotto il comando del tenente guidoncini dei rispettivi club e alle signore un colonnello pilota Emilio Rossini. Dal 5 ottobre omaggio floreale. 2010 l’81º Centro CAE è stato trasferito dalla Ad maiora! precedente sede di Pratica di Mare a quella di 56 Vita di Club n.1 MEETING PANORAMI AUTUNNALI Risalendo l’Alta Valmarecchia.. di ANNA MARIOTTI BIONDI - Rocca Fregoso. - S. Gerolamo. A ntesignani sostenitori della ‘riminesità’ dell’Alta Valmarecchia, da decenni ci avventuriamo in quest’area, seguendo i più svariati itinerari; ora ci muoviamo alla scoperta di rocche e castelli disseminati nel territorio, ora viaggiamo alla scoperta di piatti tipici, di produzioni locali dal fascino antico e tradizionale. Abbiamo perlustrato questi luoghi in lungo e in largo sia come investigatori dell’antico sia come segugi dal fiuto sottile. Dall’ardita fortezza di San Leo, antica costruzione ancorata alla roccia come se ne facesse parte, sfidando lo strapiombo dello sperone, e resa inespugnabile dalla ristrutturazione quattrocentesca di Francesco di Giorgio Martini, alla Rocca di Maioletto, situata su una rupe di roccia calcarea che un’enorme frana separò dall’antico paese di Maiolo; dai ruderi della torre di Maciano e dei Castelli di Penna e Billi, alla Torre di Bascio e alle due torri (quella del Monte, postazione circolare di vedetta del XIII secolo, e la più alta Torre Campanaria) di Casteldelci, l’antico Castrum Ilicis, dove sorgeva il castello di Uguccione della Faggiola; dal borgo di Petrella Guidi, la cui torre che si innalza accanto ai resti delle mura del castello, sovrasta il paese dalle altissime case in pietra antica, circondate da vicoli stretti in ciottolato, ad un’altra celebre fortezza di Francesco Martini, la bizzarra Rocca Fregoso, che sorveglia il centro abitato di Sant’Agata Feltria dall’alto della rupe detta Sasso del Lupo. Proprio questa rocca fiabesca è la meta di quest’anno, abbinata al meeting a Talamello dove piombiamo il 21 novembre, novelli… predoni (si dice che l’usanza di mettere il formaggio nelle fosse risalga al medioevo quando gli allevatori della zona dovevano nascondere i formaggi ai predoni e ai ladri!!!), per la sagra del formaggio di fossa, l’orgogliosa Ambra di Talamello, così ‘battezzata’ dal poeta Tonino Guerra, considerati gli odori e i sapori con cui si arricchisce nei tre mesi di stagionatura nelle fosse d’arenaria, autentica miniera d’oro moderna. In autunno non c’è paese di questa valle che non profumi di prodotti unici e inconfondibili: il tartufo bianco pregiato di Sant’Agata Feltria, il marrone del Montefeltro, i formaggi di San Leo, il pane e le spianate di Maiolo e dei suoi forni antichi. Poiché ormai sappiamo tutto sul piccolo ‘talamo’ dei Malatesti, avendo dedicato la nostra appassionata attenzione alla sua storia (storia di un ambito possedimento più volte passato di mano, nonché di briganti, contrabbandieri e mulini per la produzione di polvere da sparo) e al suo patrimonio culturale (patria del musicista Amintore Galli, autore dell’Inno dei Lavoratori) e artistico (il Crocefisso trecentesco, gli affreschi, datati 1437, di Antonio Alberti da Ferrara, il Museo Gualtieri), quest’anno, nonostante la pioggia battente, dopo il giro per gli acquisti di rito sulle bancarelle vestite a festa 57 Vita di Club n.1 con i colori locali e internazionali (le lane peruviane non mancano mai) e il ghiotto pranzo a Casa Tomasetti, ci dirigiamo alla volta di Sant’Agata1. Siamo guidati dal Presidente dei beni stabili, storici e culturali, Benito Nalin, nella visita al Teatro Angelo Mariani e dal Presidente del Museo delle arti rurali, Paolo Ugolini, nella visita al museo allestito all’interno dell’antico convento di San Girolamo. Fatto costruire nel 1560 dai Fregoso (la famiglia genovese, esiliata a Urbino, ebbe il rettorato del feudo di Sant’Agata2, succedendo a Federico di Montefeltro che nel 1463 lo aveva riconquistato per la Santa Sede, togliendolo ai Malatesta cui era stato dato in vicariato nel 1430, e lo governò fino al 1660; il nome ‘Feltria’ fu aggiunto in 1 Le origini di Sant'Agata Feltria, risalgono al periodo PreRomano quando nelle foreste che coprivano l’Appennino si insediarono tribù umbre e una tribù Sapinia, costituita da popoli Sarsinati e Solonati. Nel territorio della città di Solonia era compreso quello che ora costituisce il territorio del Comune di Sant'Agata Feltria. Solona fu distrutta completamente dai Goti. Agli inizi del sec. VIII, su una roccia arenaria staccatasi per una frana dal Monte Ercole verso il 600 d.C., sorse una chiesa dedicata a S.Agata e poi, man mano, un agglomerato di case, che in principio ebbe il nome di Pietra Arenaria, poi quello di Sant'Agata Feltria. Secondo una leggenda, la Chiesa fu costruita in ricordo di S. Agata, la quale insieme a S. Leone e S. Marino, risaliva un giorno la valle del Marecchia in cerca di luoghi solitari, ove stabilirsi. Per amore di quiete o per sfuggire alle tentazioni carnali, i tre si separarono: S. Marino salì sul Monte Titano, S. Leone sul Monte Feltro e S. Agata dapprima sul Monte di Perticara, poi negli anfratti di una roccia detta “Sasso del lupo”, che da lei si chiamò prima "Rocca di S. Agata", e successivamente quando l’abitato si ingrandì, "Pagus di S. Agata". (dal sito della Pro-Loco) 2 Sulla fine dell’ 800, per investitura ecclesiastica, tutto il territorio santagatese venne signoreggiato dai Cavalca, Conti di Bertinoro, i quali mantennero il feudo per quasi due secoli. Nel 1177, morto il Conte Cavalca, senza aver lasciato figli, il Rettorato di Sant’Agata che comprendeva molti castelli e varie località, fu dato dall’Imperatore Barbarossa ad Antonio Feltrio, Conte di Montecopiolo, cessione contrastata dalla Santa Sede. Nel 1296 era Signore di Sant’Agata Guido Tiberti di Petrella, da questi passò ai Faggiolani, poi nel 1334 ai Tarlati d’Arezzo, che nel 1335 furono scacciati da Uguccione della Faggiola (di dantesca memoria) a cui fu tolta dal Cardinale Egidio Albornoz. Dopo i Fregoso il Feudo tornò alla Santa Sede che lo passò sotto la giurisdizione della legazione di Urbino. Nell’età napoleonica fu capitale del dipartimento del Rubicone. Nel Risorgimento, dopo aver liberato gran parte delle Marche e della Romagna, proprio a Sant’Agata Feltria si sciolsero i Cacciatori del Montefeltro, depositando le armi nel "Teatro Angelo Mariani". (dal sito della Pro-Loco) Il Teatro Angelo Mariani è il più antico teatro interamente in legno esistente in Italia. Costruito nel 1605 per volere di Orazio Fregoso all’interno del 'Palazzone', attuale sede del municipio, venne adibito a sala-teatro per recite e spettacoli della gioventù santagatese. Nel 1690 fu avviato un intervento architettonico volto a separare il palcoscenico dal pubblico, ma i lavori furono contrastati dal clero locale che considerava teatranti e commedianti persone di facili costumi e di dubbia moralità. Ciò indusse il teatro a dotarsi di rigide regole comportamentali. Nel 1723 ad opera della Società Condomini ebbe inizio l’edificazione del primo ordine di palchi, completata fra il 1743 ed il 1753 da Giovanni Vannucci, che realizzò anche il secondo e il terzo ordine. L’ingresso del teatro fu ricavato eliminando il quarto palco del primo ordine: una soluzione piuttosto originale, che prevedeva un insolito accesso laterale alla platea invece del tradizionale ingresso centrale, sul lato opposto al palcoscenico, presente nella maggior parte dei teatri. Le balconate del secondo e terzo ordine, raffiguranti drappi e trine, furono decorate a tempera mentre nove medaglioni dipinti ad olio con le effigi di personaggi celebri della musica e del teatro o appartenenti alla storia locale (Pietro Metastasio, Carlo Goldoni, Vittorio Alfieri, Vincenzo Monti, Angelo Mariani, Ottaviano Fregoso, Uguccione della Faggiola, Dionigio Agatoni De' Maschi, Ranieri De' Maschi) ornavano i vertici della volta e l’architrave di proscenio. Il sipario, costituito da un dipinto raffigurante Sant’Agata Feltria, così come l’intero corredo scenico, di cui restano cinque fondali, sono opera del noto scenografo faentino Romolo Liverani, il quale appartenne a quel gruppo di pittori che si formarono alla scuola comunale di disegno di Faenza, istituita nel 1797, e per tutto l’Ottocento tennero viva la tradizione dell’arte scenica. Fra gli artigiani impegnati nel rinnovo delle decorazioni vanno ricordati anche lo stuccatore riminese Zanni, il doratore Rachele Cappellani e l’intagliatore Angiolini. Col tempo il teatro da luogo di divertimento aperto a tutti divenne un ambiente sempre più raffinato e colto, appannaggio esclusivo della nuova e ricca borghesia santagatese. Nel 1838 si formò una società musicale, poi denominata Accademia Filarmonica, che nell’aprile 1841 chiamò a Sant’Agata Feltria Angelo Mariani, ventenne maestro di musica di Ravenna, destinato a diventare il primo direttore d’orchestra italiano e uno dei più importanti, tra i maggiori interpreti delle opere di Verdi (finché, innamorati della stessa donna, non litigarono). E fu proprio con la presentazione di un’opera di Verdi, il Rigoletto, che il teatro toccò il proprio apogeo di fama negli anni Venti. Per l’occasione, le musiche furono eseguite dall’orchestra del Teatro La Scala di Milano. (dal sito della Pro-Loco) 58 Vita di Club n.1 onore di Feltria, figlia dei Conti d’Urbino, che andò sposa ad uno dei Fregoso) per essere dimora dei Padri della Congregazione di San Girolamo, nel 1800 quando i frati se ne andarono, fu lasciato all’Opera Pia, perché ne usufruissero i poveri; negli anni 1950-1970 ospitò orfani, disabili e diseredati, cui veniva insegnata l’arte contadina. Dal 2005 è adibito a sede museale per mantenere vive le origini e le tradizioni della civiltà rurale. Il Museo delle Arti Rurali si compone di due sezioni: la sezione di arte sacra, che riunisce le suppellettili e i paramenti, di notevole pregio artistico, provenienti dalla chiesa e dal convento di San Girolamo, e la sezione di arte rurale, che ha finalità sociali e rieducative. Infatti accanto alle sale dove sono esposti i manufatti realizzati dall’artigianato contadino locale, ci sono laboratori dove vengono insegnati gli antichi mestieri rurali trasmessi dalle vecchie generazioni: tutti, anche portatori di handicap, possono qui apprendere arti come l’ebanisteria, il restauro di mobili d’arte povera, la tessitura, effettuata con antichi telai, la stamperia decorativa con l’uso di stampi di legno e di colori naturali, la lavorazione dei cesti, del vasellame e del ferro battuto, la rilegatoria e la fabbricazione della carta con prodotti naturali. - Il Teatro Angelo Mariani. - (da ds.) Benito Nalin, Mario Gori, Paolo Ugolini. - Convento di S. Girolamo: il Presepe del ‘700, la Chiesa della Beata Vergine delle Grazie, le sale espositive. 59 Vita di Club n.1 OPERAZIONE TRENTENNALE AMARCORD… MALATESTIANO Quando ci battezzammo “Malatesta”. Il primo guidoncino. di MARIO ALVISI T rent’anni fa, grazie ad alcuni volenterosi soci del Lions Club Rimini Riccione Host, si costituiva a Rimini un secondo Lions Club. Per motivi di lavoro frequentavo l’Associazione degli Industriali della Repubblica di San Marino il cui direttore generale era il Comandante Giuseppe Cantoni. Allora non sapevo chi fosse un lions, anche perché, qualche rara volta, io frequentavo il Rotary sammarinese invitato da alcuni soci che conoscevo per motivi professionali. Con gli industriali sammarinesi e la mia azienda partecipavo a varie iniziative sociali a favore dei giovani e dei disabili di quello Stato. Non poteva essere diversamente, in quanto credevo che una industria importante come la mia dovesse dare un contributo alla vita sociale della comunità del territorio in cui aveva sede. Contemporaneamente, ma saltuariamente, frequentavo la comunità di Don Benzi, svolgevo attività in parrocchia e, in modo particolare, seguivo le squadre giovanili della pallacanestro riminese. Forse proprio in virtù di questo, Cantoni pensò di chiedermi se volevo partecipare ad una riunione dove si sarebbero illustrate le motivazioni e le finalità del Lions e si sarebbe parlato della possibilità di concretizzare aiuti per i meno fortunati, assieme a persone di diversa estrazione e cultura, ma unite dallo stesso fine sociale. Accettai con entusiasmo, anche perché era per me un ritorno alla vita riminese dalla quale mi ero allontanato, prima perché “relegato” in collegio a Santarcangelo e poi, come detto, perché occupato da mattina a sera a San Marino. L’appuntamento era per il 12 febbraio del 1981. Ci trovammo in tanti, dopo cena, presso l’Hotel Coronado di fronte all’aeroporto, nella tavernetta della pizzeria. Molti non li conoscevo, alcuni mi erano noti per nome come Stefano Cavallari, il cui padre incontravo per il “Corso” quando andavo a scuola, o come Arnaldo Bellucci che abitava vicino a casa mia. Altri, invece, li conoscevo abbastanza bene: Marcello Gorra, con cui frequentavo il basket (quante trasferte fatte insieme con le squadre!), Gianfranco Carasso noto giornalista e fratello del “mitico Gian Maria Carasso”, sempre della pallacanestro, Stefano Magnani, con il quale da giovane frequentavo lo stesso bar e che qualche volta aveva giocato a pallacanestro e, naturalmente, Paolo Marani con il quale lavoravo nella stessa azienda. Avevo poi conoscenze indirette come con Giorgio Paesani, attraverso l’amicizia con il fratello Carlo. Avevo occasione di incontrare spesso Paolo Spinalbelli a San Marino, dove la famiglia aveva un’attività industriale. Insomma non mi trovai spaesato, favorito anche dalla conoscenza di Cantoni che era uno degli organizzatori della serata. Ci sedemmo, come alunni a scuola, nei diversi tavoli della taverna per ascoltare chi ci aveva invitato. Dal mio diario di quegli incontri, da cui traggo le prossime note, leggo che c’erano con noi il professor Gino Magnani, che ci illustrò le finalità lionistiche e l’avvocato Gianfranco Costanzi, che enfatizzò lo spirito di amicizia che avrebbe legato i soci e, per toglierci qualche dubbio, ci rassicurò sulla semplicità organizzativa, la brevità delle cariche e la specifica attribuzione delle varie attività sociali. Il dottor Alfonso Pecci ci aprì al mondo internazionale raccontandoci episodi avvenuti in incontri con i club Lions di tutto il mondo. Non ultimo Antonio Maggioli che, con fare sereno e gioviale (ancora oggi lo ritrovo così) cercò di sdrammatizzare ogni possibile e plausibile preoccupazione che potesse ancora esserci nei presenti. Ci lasciammo con l’ovvia conclusione che la partecipazione a quella serata non comportava alcun impegno ad aderire all’iniziativa. Non ricordo se qualcuno lasciò perdere, d’altro canto non segnai i nomi dei primi partecipanti, perché non mi sembrava corretto farlo, anche se allora non c’era la privacy. 60 Vita di Club n.1 instaurò subito un clima di grande amicizia e Il 23 febbraio 1981, per la costituzione del nuovo fattiva collaborazione. Buone radici che ancora Lions club, ci ritrovammo in ventinove. Quella oggi danno vitalità trentennale al club! sera, con noi, a testimoniare l’importanza della La serata proseguì con l’assegnazione al nostro serata, era presente una delle massime cariche nuovo club di un Lion Guida, che ci avrebbe lionistiche nazionali, Giuseppe Grimaldi, poi assistito in tutte le varie problematiche sociali diventato Presidente internazionale. Si che noi novizi avremmo affrontare nel solco cominciava alla grande! Avemmo anche una delle regole e dello statuto lionistico. Fu scelto il madrina: la signora Cinzia Marina Isabella professor Gino Magnani, che sarebbe stato per Grimaldi. Dopi i saluti e i convenevoli di rito, si noi un grande consigliere, un amico gentiluomo, procedette alla raccolta delle adesioni definitive un amabile e comprensivo “padre”. Eravamo e all’assegnazione delle varie cariche sociali giovani un po’ vivaci e irruenti, ma lui seppe (mentre ci guardavamo incuriositi l’un l’altro). sempre trovare la giusta misura per ricondurci Affrontammo poi un argomento di grande nell’alveo delle norme e della buona convivenza. importanza: quale nome dare al nostro nuovo Così ebbe inizio la nostra vita sociale. Il primo lions club. Fu lo scoglio più grosso e più consiglio direttivo fu convocato per il 24 problematico; furono proposti Ariminum, febbraio 1981. Ci Spiaggia (!), Malatesta, trovammo in casa di Augusteo, Beach (!), Stefano Cavallari (ottime le Adriatico e nomi di riminesi frittelle e i cassoncini con la illustri come il Tonini o marmellata), per decidere i legati alla storia come primi provvedimenti Pandolfo. Un marasma di sociali. Non tutti noi voci e sovrapposizioni, con avevamo le idee chiare, e qualche presa di posizione molte erano le perplessità che, comunque, si smorzava sui comportamenti operativi in breve tempo mentre nomi e sul da farsi su nomi si accavallavano. concretamente, ma, per Alla fine, dopo varie fortuna, avevamo la nostra votazioni, si decise il nome: guida che ci aiutava nelle LIONS CLUB RIMINI varie scelte. MALATESTA! Per risolvere ogni dubbio, Per ricoprire la carica di facemmo precedere alla Presidente vennero fatti i prima assemblea sociale nomi di Spina, Bellucci e prevista per il 12 marzo Cavallari. Bellucci ottenne 1981, un secondo la maggioranza, ma Lettera di convocazione del primo direttivo. consiglio direttivo, rinunciò per motivi di sempre in casa di Stefano Cavallari (ci aveva lavoro. Allora, senza indugi e all’unanimità, si abituati bene!). Era il 9 marzo 1981. La elesse Stefano Cavallari, il nostro primo discussione fu vivace. Ci preoccupava la stesura Presidente! Non sbagliammo. dello Statuto e, in modo particolare, del Poi, via via (leggo sempre dal mio diario), in un regolamento. Comunque alla fine si posero le trambusto di spiegazioni, di rinunce, di basi per “dare un contributo alla società in cui spostamenti da una carica all’altra, di viviamo”. Si presero in esame varie idee e disponibilità non più esaudibili e di significativi proposte operative. La mia fu quella di silenzi si elesse il primo Consiglio Direttivo. Era organizzare un torneo di pallacanestro per così composto: accanto a Stefano Cavallari handicappati. Quella di Fernando Santucci, che presidente, Fernando Santucci primo vice suscitò pareri contrastanti (così trovo scritto) fu presidente, Gianni Gorra secondo vice di pensare agli anziani, con la costruzione di un presidente, Svano Pulga segretario, Luigi Centro gerontologico. Allora non lo capimmo, Dell’Omo tesoriere, Paolo Spinalbelli era un precursore; oggi è uno dei problemi più cerimoniere, Franco Palma censore, Giuseppe impegnativi per la nostra società. Parlando degli Spina ed io consiglieri. Alla luce delle esperienze anziani, “la cui vita è una scommessa”, emerse maturate nel tempo, posso affermare che furono la passione di Gorra e Santucci per le corse dei ottime scelte. Fra i ventinove nuovi soci si 61 Vita di Club n.1 cavalli. Non scandalizzatevi, parlavamo anche di questo. Naturalmente non mancarono torte e zuppa inglese offerte dall’Anna Cavallari. Una delizia! Infine si decisero, dopo conti e riconti, la quota d’iscrizione e la quota sociale, con la preoccupazione di non tenere alta la cifra; vennero fissate in 100.000 lire la prima e in 211.000 lire trimestrali la seconda. Si scelse l’Hotel Bellevue quale sede sociale e si stabilirono il 2° e 4° martedì del mese per i meeting. Infine si programmarono le date dei meeting, i loro contenuti e il loro svolgimento. Insomma compimmo il primo lungo passo. Dopo di che ci incamminammo con entusiasmo di meeting in meeting, di anno in anno, di service in service, sempre con nuovi amici, ben 126, alcuni per diversi anni, alcuni per poco tempo, altri, grazie a Dio pochi, ci hanno lasciato per sempre. Solo undici siamo rimasti dei ventinove fondatori. La cosa più importante è che dopo trent’anni il club ha ancora ben 49 soci, con molti volti nuovi, persone piene d’entusiasmo, nelle quali noi soci fondatori ritroviamo gli stessi ideali che condividemmo quando per la prima volta ci ritrovammo all’hotel Coronado di Miramare. Non furono solo ideali astratti, ma si concretizzarono in tanti interventi per aiutare gli altri, in validi contributi alla vita culturale e sociale della città, nell’attenzione alle persone diversamente abili, specialmente giovani. Voglio ricordare alcune straordinarie iniziative coordinate da Svano Pulga con i service Handyhelp e i corsi di alfabetizzazione per dare attrezzature telematiche ai ragazzi che altrimenti si sarebbero sentiti esclusi dall’apprendimento scolastico e l’impegno profuso per i non vedenti da Chicco Gori, il cui testimone è stato validamente raccolto da Nino Biondi con la donazione di diversi cani guida, il primo dei quali in memoria dello scomparso officer distrettuale. Importante fu la campagna televisiva per la prevenzione cardiovascolare promossa da Nando Santucci e quella per l’educazione stradale e l’uso del casco nelle scuole superiori sostenuta da Arnaldo Bellucci e Gianni Gorra. Il restauro del cippo di Giulio Cessare in piazza Tre Martiri fu realizzato per interessamento di Franco Palma e Giorgio Mevlya. Non ultimo il dono immenso, anche economicamente, scaturito dall’entusiasmo di Paolo Gianessi: un impianto cocleare per dare l’udito ad un ragazzo non udente. E tante e tante ancora, molte delle quali rivolte agli adolescenti per dare loro, con il nostro impegno costante, partecipato, intelligente un giusto e normale futuro. Non posso non ricordare la bellissima esperienza dell’orchestra sinfonica “Pro Musica” ideata da Stefano Cavallari, le borse di studio per i migliori neo diplomati dei corsi per geometra e i premi per giovani musicisti distintisi nella loro disciplina, l’iniziativa dei “Poster per la pace” nelle scuole medie della città. Impossibile enumerare i tanti service realizzati negli anni, comunque sto raccogliendo il materiale relativo alle varie attività, anno per anno, per regalare a noi soci “vecchi” un ricordo del passato ed offrire ai soci “giovani” idee per nuove gratificanti imprese. Dopo trent’anni di lionismo mi sorgono spontanee due domande finali. Noi siamo stati artefici di un grande progetto. Con orgoglio devo dire che il nostro Club è stato sempre elogiato perché sempre o quasi sempre fuori dell’ordinario. Lo siamo ancora? È vero che la società in cui oggi viviamo è completamente cambiata ed abbiamo qualche difficoltà ad occuparci degli altri, anche perché questi altri sono diventati tanti e sono sparsi in tutto il mondo, ma la mia risposta è ancora positiva, perché vedo che non mancano nei soci attuali del club la voglia e lo spirito di “solidarietà umana”. La seconda domanda fa parte di un questionario che tanti anni fa ci fu sottoposto per sapere se fossimo bravi lions e che anche ultimamente viene posta su tutte le nostre riviste sociali. “Il Club è una cellula viva?”. Capita spesso che ci annoiamo durante il cerimoniale burocratico, alla lettura dell’etica o della preghiera lions, ad alcuni noiosi meeting che ci vengono proposti, cosa che può far pensare ad una crisi d’identità. Ma allorché qualcuno di noi “comincia a lavorare per gli altri” scatta la nostra capacità, attraverso l’amicizia che ci lega anche se non sempre profondamente, di essere nuovamente attivi, propositivi, motivati da una nuova iniezione d’entusiasmo. Quindi la mia risposta a quella domanda è ancora positiva, nonostante i grandi mutamenti sociali, culturali, associativi e, non ultimi quelli dell’età. Io credo che ancora oggi abbiamo la capacità e la creatività per realizzare nuovi service che sono l’impegno centrale del Club e fanno sì che ogni socio diventi orgoglioso di appartenervi. Io ho creduto ed ho vissuto tutto questo, perché in questi trent’anni ho cercato assieme a tutti i soci, vecchi e nuovi, di lavorare per gli altri e non… per me stesso. Con grandi gratificazioni. 62 Vita di Club n.1 OPERAZIONE TRENTENNALE LA PRIMA FESTA DEGLI AUGURI Sono passati trent’anni e non sembra possibile. di FRANCA FABBRI MARANI I mmagini vivide, emozioni fresche, calore di rapporti autentici palpitano nel cuore come se l’allora fosse ora, l’hic et nunc. Che attesa per questa prima festa degli auguri del nostro club appena sorto, un’attesa come quella del primo Natale per un neonato: un’esperienza nuova, desiderata, immaginata, piena di aspettative. Aspettative non solo non deluse, ma superate per una ricchezza e varietà di proposte di momenti entusiasmanti che ci hanno consentito di avvertire che in questo nuovo club, felicemente intitolato “Rimini Malatesta”, palpitava un unico cuore nella spontaneità dei sorrisi, nella gioia dell’incontro, nella condivisione dei sentimenti. Eravamo tutti giovani allora, con i figli piccoli, e la festa degli auguri è diventata una festa delle famiglie all’insegna della sincerità di un’amicizia tra soci che si allargava a tutta la famiglia, mogli e bambini. I giochi di società realizzati nell’ampia sala a pianterreno dell’Hotel Bellevue in un clima di festosa competizione hanno contribuito a creare un clima caldo e informale, preparatorio ad un’esperienza indimenticabile. Al piano superiore ci aspettava un emozionante presepe vivente fatto dai nostri piccoli che, sulle note di una dolce musica, ci riconduceva, allo stupore estatico dei pastori nella notte santa. Una miriade di piccoli angioletti biancovestiti con una stellina dorata in fronte si assiepavano attorno ad una dolcissima Maria incorniciata dalle pieghe di un grande manto azzurro, ad un pensoso Giuseppe immerso nella contemplazione del piccolo Bambin Gesù che, al centro della scena, pareva attirarci tutti dentro al suo mistero. Con questa emozione del cuore anche la parte conviviale, i momenti d’intrattenimento successivi, i doni per grandi e piccini, indovinatissimi, scelti con grande attenzione, ed il giocoso trenino finale hanno acquistato un senso profondo di autentica amicizia e valori condivisi. Grazie, Stefano e Anna Cavallari, per averci regalato questo momento speciale, un’esperienza lontana indimenticabile, che ritorna nel ricordo ad ogni nostra festa degli auguri, la festa che tutti noi attendiamo e celebriamo ogni anno con particolare emozione e gioia. 63 Vita di Club n.1 Mattonella quadrata Maiolica dipinta in policromia con "Rosa quadripetala e quadrisepala", simbolo dei Malatesti, signori di Rimini, adottata in particolare da Sigismondo Pandolfo (1417 -1468). Nel retro nudo vari riferimenti ad antiche collezioni: timbri di difficile lettura e in cartiglio la sigla "B87". Lato cm. l2; h. cm. 4. Condizioni buone. Bibliografia: Asta Christie's, Word Ceramics, Londra, 1/11/2005, lotto 24. Rimini, sec. XV. La Riminesità Dalle origini alla contemporaneità Mostra d’arte di pittori riminesi contemporanei Rimini - Palazzo del Podestà 16-24 ottobre 2010 - Particolare del mosaico pavimentale della Rimini tardoantica dalla Domus del Chirurgo. - Giovanni Aureli, “Ritorno alla Domus: tornare ad essere, diventare di nuovo”, tecnica mista. - Paola Filipucci, “Frammenti della memoria”, mosaico. - Maria Grazia Diambrini, “Nei secoli concretamente… sognando”, mosaico. «un itinerario che assume i cromatismi di una tavolozza: il verde delle acque del fiume, il bianco dei resti romani, il rosso dei palazzi malatestiani, l’ocra della sabbia, il blu del mare, e in fine il nero del cappello e il bianco della sciarpa del grande Fellini, ultimo nostro orgoglio.» M.G. Diambrini I L’arte - Irena Balducci, “Il Portale”, olio. - Ivan Fiori, “Il Duomo”, olio. - Giuliano Maroncelli, “La piazza nel cuore”, acquarello. - Carlotta Piombini, “Riminiessenze d’oriente”, olio. «Ho cercato nella Rimini di oggi quei simboli eterni che ancora parlano a chi li sa ascoltare. Mi è piaciuto pensare a Rimini come città ideale, arrampicata su una collina, …e ripensare ai rapporti che aveva con l’Oriente, cercando quelle voci che ancora riecheggiano le gesta degli antichi signori…» C. Piombini II Il mare «Basta risalire il Porto Canale per entrare nella storia. Resta il sapore salmastro che ci fa sentire ancorati al territorio, lo viviamo con orgoglio e ci fa pensare al passato quando la nostra gente ‘partiva’ per mare e ‘tornava’ grazie anche a quella luce del faro che continua tuttora, ad intermittenza, a scandire il tempo e a segnalare il preciso punto d’approdo.» L. Quadrelli «Chiudo gli occhi e… rivedo con gli stessi occhi da bambino, la mia spiaggia, i tronchi portati dal mare, il rumore delle onde, l’odore di salsedine… e le vecchie barche arenate, quasi distrutte, ma colme ancora di segreti e di misteri. Storie di ognuno di noi, chi è nato qui e chi è partito ma… per ritornare». L. Filippi III Da sinistra a destra - Giancarlo Balzani, “Il beneaugurante”, olio. - Cecilia Martinez, “Nella vecchia cartolina”, olio. - Maurizio Minarini, “Rimin’essenza: il faro”. - Liliana Quadrelli, “Passato e futuro”, olio. - Luciano Filippi, “Memorie”, olio. - Mario Massolo, “Notturno con peschereccio”, olio. La gente «Sfidiamo il tempo. Ci reinventiamo sempre la vita. Inossidabili. Sopravviviamo una volta ai barbari, una volta alla caduta dei Malatesti, una volta alla guerra, una volta alle alghe. L’orizzonte è la storia.» Silvano Cardellini (dal libro “Una botta d’orgoglio”) Da sinistra a destra - Guido Acquaviva, “La piada dell’arzdora”, acrilico. - Antonio Costantini, “Radici”, olio. - Marco Berlini, “Notte jazz a Rimini”, olio. - Giorgio Grossi, “Ritrovarsi”, tecnica mista. - Enzo Maneglia, Fotogramma/“Veniamo da lontano e andiamo lontano”, acrilico. - Gianni Giulianelli, “Viva la Vita e l’Amore”, olio. IV