Luigi Piccioni Due opposte visioni dello sviluppo turistico nel Parco Nazionale d’Abruzzo (anni 1960-1980)1 1 Comunicazione presentata alla ESEH 2013 biennial conference “Circulating Natures: Water-Food-Energy” Munich 20-24 August 2013. Bozza informale: una versione più ampia e dotata di apparato critico è in corso di redazione e verrà pubblicata nella prima metà del 2014. 1 1. IL TURISMO SOSTENIBILE PRIMA DEL TURISMO SOSTENIBILE L’ecoturismo è stato definito solo una trentina di anni fa come “a form of tourism involving visiting fragile, pristine, and relatively undisturbed natural areas, intended as a lowimpact and often small scale alternative to standard commercial (mass) tourism”. A partire da quello stesso periodo, inoltre, “ecotourism has experienced arguably the fastest growth of all sub-sectors in the tourism industry. The popularity represents a change in tourist perceptions, increased environmental awareness, and a desire to explore natural environments”. il 1955 e il 1962 il progetto andò avanti del tutto indisturbato e i pochi politici locali che si opponevano alle irregolarità amministrative e alla distruzione dell’ambiente furono emarginati. Il direttore stesso dell’Ente Parco Nazionale fu esautorato nel 1963. L’interesse del caso che intendo presentare risiede soprattutto in tre elementi. In primo luogo si tratta di un esempio di ecoturismo estremamente precoce, sia nei suoi aspetti teorici che in quelli pratici. In secondo luogo è il frutto di un approccio consapevole, complesso e coerente. In terzo luogo esso si afferma come risposta strategica alla minaccia posta all’integrità di un’importante area protetta da forme turistiche “pesanti” ed esogene. 2. LA BATTAGLIA PER IL PARCO D’ABRUZZO TRA LIVELLO LOCALE, NAZIONALE E INTERNAZIONALE Il Parco Nazionale d’Abruzzo è una riserva naturale di 40.000 ettari posta al centro degli Appennini, dominata da estese faggete e ospitante due importanti rappresentanti della fauna selvatica europea: l’orso marsicano e il camoscio d’Abruzzo. Al pari di gran parte dei parchi nazionali dell’Europa occidentale, essa ospita diversi centri abitati e una popolazione di varie migliaia di abitanti. Tale riserva fu istituita nel 1923 e rimase in uno stato di relativo isolamento fino alla metà degli anni Cinquanta. A partire da questa data si formò un’alleanza tra imprenditori turistici romani e napoletani, amministratori locali e i forestali che gestivano il Parco per fare del principale villaggio del Parco, Pescasseroli, una località turistica di élite, con residences, ville, impianti di risalita. Tra Fig. 1. Le edificazioni degli anni Sessanta a Pescasseroli A partire dal 1962, tuttavia, alcune inchieste giornalistiche iniziarono a mettere sotto accusa sia il carattere illegale di molte operazioni, sia soprattutto lo stravolgimento delle norme che regolavano il funzionamento dell’area protetta. Ben presto questa campagna di stampa assunse carattere nazionale e persino internazionale cosicché il caso del Parco Nazionale d’Abruzzo rimase per molti anni al centro dell’attenzione. Già il 1964 fu un anno di svolta in quanto l’allargarsi dello scandalo impose un rallentamento alle attività edilizie, si formò una commissione ministeriale d’inchiesta e il dirigente del Corpo Forestale dello Stato che presiedeva l’Ente Parco fu sostituito con un collega più anziano e autorevole ma soprattutto non coinvolto nelle attività degli imprenditori turistici. quali le iniziative imprenditoriali romane e napoletane sembravano fornire l’unica alternativa all’emigrazione. Fig. 2. La campagna di stampa e lo scandalo del Pna 3. ITALIA NOSTRA E WWF: UNO SFORZO SISTEMATICO E POI UN RISULTATO STRATEGICO SEMICASUALE Quella che verrà poi chiamata la “guerra del Parco Nazionale d’Abruzzo” portò per la prima volta all’attenzione dell’opinione pubblica italiana la problematica delle aree protette e costituì una palestra decisiva per un gruppo di giovani ambientalisti che proprio in quegli anni stavano preparando un radicale rinnovamento dell’associazionismo italiano. Pur aderendo già all’associazione Italia Nostra, nel 1966 essi fondarono la sezione italiana del World Wildlife Fund, prima associazione ambientalista nazionale di tipo moderno. Il primo importante frutto dell’impegno di questo gruppo, realizzato mentre a Pescasseroli si costruivano ancora ville e residences, fu un ambizioso piano di riassetto del Parco, realizzato da una equipe di dodici esperti naturalisti, giuristi, urbanisti ed economisti. Questo fu il primo esempio realizzato in Italia e uno dei primi in Europa di un piano generale di un’area protetta, cioè di un piano al tempo stesso naturalistico, urbanistico e socio-economico. Gli autori del piano ritenevano infatti che non fosse possibile raggiungere un buon livello di protezione ambientale senza affrontare i difficili problemi economici delle popolazioni locali, alle Fig. 3. Il piano di Italia Nostra (1967) Il piano di riassetto del Parco partiva dal modello elaborato dalla stessa Italia Nostra in una proposta di legge quadro per i parchi nazionali presentata nel settembre 1964 e prevedeva una suddivisione dell’area protetta in quattro zone con livelli diversi di protezione, dalla zona “A” di riserva integrale alla zona “D” in cui era previsto uno sviluppo urbanistico ed economico controllato. In queste ultime zone doveva prevalere il recupero di edifici già esistenti mentre la costruzione di nuovi edifici avrebbe dovuto essere prevista solo nelle immediate adiacenze del centro storico. Il piano prevedeva inoltre investimenti pubblici per migliorare le 3 abitazioni esistenti, per dotare i villaggi di nuovi ambulatori, farmacie, biblioteche, impianti sportivi e scuole. Nel campo delle attività economiche il piano prevedeva infine un potenziamento su basi moderne dell’agricoltura e della zootecnia, un potenziamento dell’edilizia rivolta al recupero degli edifici esistenti ma soprattutto una radicale riconversione delle attività turistiche, che sarebbero dovute diventare il cuore dell’economia di tutti i paesi del Parco e non solo di Pescasseroli. Nelle stesse settimane in cui compariva il piano di riassetto si svolgevano i colloqui per selezionare il nuovo direttore dell’Ente Parco, carica rimasta vacante per ben cinque anni. Alle prove partecipavano diversi funzionari della Forestale e uno dei giovani fondatori del Wwf Italia, dotato di un curriculum estremamente brillante. Secondo il giudizio della commissione, che temeva una vittoria dell’esponente ambientalista, i forestali erano risultati migliori, e tuttavia nessuno di loro accettò il posto perché lo stipendio era troppo basso. Fu così che Franco Tassi, che tra l’altro era stato uno degli autori del piano di riassetto, divenne direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo. 4. IL QUADRO CONCETTUALE: UN TURISMO PESANTE ED ESOGENO CONTRO UN TURISMO LEGGERO E AUTOCENTRATO. E, AL CENTRO, LA NUOVA CATEGORIA DEL VISITATORE Appena insediato, il nuovo direttore iniziò immediatamente ad applicare le indicazioni del piano di riassetto riguardanti il turismo, sia perché i gravi problemi recenti del Parco erano sorti a causa del turismo sia perché il turismo - per quanto concepito in modo del tutto nuovo rimaneva in ogni caso la principale vocazione e la maggiore speranza di sviluppo economico dell’area. Il turismo che stava compromettendo l’integrità ambientale del Parco era un turismo di alberghi di lusso, di seconde abitazioni e di impianti di risalita. La sua prima caratteristica era una forte concentrazione spaziale e stagionale in quanto riguardava soltanto Pescasseroli, le poche settimane di innevamento e i mesi di luglio e agosto. Si trattava inoltre di un turismo prevalentemente di élite, con un bacino di utenza ristretto e dalle possibilità di espansione molto limitate. Esso era infine promosso quasi totalmente da finanziatori e imprenditori non locali e quindi le sue ricadute economiche nella Valle erano relativamente scarse. Ogni ulteriore espansione di questo tipo di turismo, nella visione del piano di riassetto e poi in quella di Tassi, doveva essere immediatamente bloccata ed esso doveva sostanzialmente rimanere “congelato” nello stato in cui si trovava. Ad esso era necessario invece sostituire un modello turistico contraddistinto da caratteristiche sostanzialmente opposte: . a basso impatto ambientale . non più destinato a villeggianti o a residenti bensì alla categoria molto più ampia dei visitatori . rivolto di conseguenza a una gamma molto diversificata di fruitori, nazionale e internazionale . basato su una estrema varietà di strutture ricettive . destagionalizzato, secondo lo slogan “un parco per tutte le stagioni” Fig. 4. Franco Tassi con Filippo di Edinburgo nella sede del Parco a Pescasseroli . diffuso sul territorio, quindi capace di investire tutti i villaggi del Parco 4 . in grado di valorizzare la totalità delle risorse del territorio, dal paesaggio alle tradizioni popolari, dall’artigianato all’allevamento, dalla gastronomia all’educazione . promosso, realizzato e gestito essenzialmente da una fitta rete di piccoli imprenditori locali con la partecipazione attiva dei comuni e dell’Ente Parco Nella promozione di questo turismo l’Ente Parco doveva svolgere un ruolo strategico, operando in diversi modi. Facendo anzitutto conoscere in modo attivo e capillare le sue caratteristiche sia tra la popolazione che tra gli amministratori. In secondo luogo facendosi direttamente carico della conoscenza dell’area come meta turistica ad alto valore paesaggistico e naturalistico mediante attività promozionali specifiche. Quindi predisponendo una serie di infrastrutture proprie, sul tipo di quelle esistenti nei parchi statunitensi: osservatori, sentieri naturalistici, musei, aree faunistiche, aree da picnic, accessi, aree di campeggio, uffici di zona. Infine spingendo le amministrazioni locali a investire su un turismo leggero e autocentrato e incentivando gli abitanti dei villaggi a farlo. Queste linee guida - già presenti in embrione nel piano di riassetto del 1968 - vennero espresse in modo sempre più preciso e articolato in una serie di studi e di opuscoli a larga circolazione pubblicati dall’Ente Parco a partire dal 1971. Fig. 5. Quaderni del Pna: i problemi socioeconomici della Valle 5 5. LE REALIZZAZIONI DEGLI ANNI SETTANTA: IL BLOCCO DEGLI INTERVENTI PESANTI E LO SVILUPPO DI UNA RETE TURISTICA LEGGERA, DIFFUSA E FOCALIZZATA SUL PATRIMONIO NATURALISTICO E CULTURALE Il periodo in cui l’attività dell’Ente Parco per riconvertire il turismo dell’area da una modalità ambientalmente “pesante”, concentrata ed eterodiretta a una modalità ambientalmente “leggera”, diffusa e autocentrata si sviluppò con maggior energia e di creatività fu quello tra la fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta. Questi furono infatti sono gli anni in cui appariva indispensabile da un lato sventare per sempre le minacce di devastazione ambientale e da un altro lato fare in modo consolidare una nuova visione dello sviluppo economico locale. Tra il 1969 e il 1976 vennero anzitutto contrastati energicamente tutti i nuovi tentativi di edificazione in aree naturalisticamente delicate e vengono bloccati alcuni casi di edificazione già avviata. In realtà l’Ente Parco perseguì qualsiasi tipo di abuso edilizio al fine di instaurare un clima di legalità e di imporre le proprie prerogative urbanistiche. Ciò comportò per molti anni una conflittualità assai acuta e diffusa in gran parte dei comuni dell’area, tra i comuni e il Parco ma spesso anche tra singoli cittadini e il Parco. Gran parte di queste controversie riguardavano abusi di lieve entità, ma alcune ebbero portata molto più vasta e implicarono delle svolte importanti nella storia del territorio. Possiamo ricordare in particolare tre di esse. La prima vittoria importante dell’Ente Parco fu il progressivo ma irreversibile arresto delle costruzioni turistiche fuori dall’abitato di Pescasseroli, che erano state al centro del grande scandalo degli anni Sessanta. La seconda vittoria fu il blocco dell’insediamento turistico della Cicerana, una serie di villini costruiti nel cuore di una delle aree più remote e selvagge dell’area protetta, nel territorio di Lecce dei Marsi. Fig. 6. Abbattimento delle villette abusive in località Cicerana Il terzo successo fu forse il più importante in quanto riguardò un vasto progetto di impianti di risalita in un’area esterna ai confini del Parco ma di grande pregio naturalistico, il Monte Marsicano. Si trattava di un vecchio progetto, elaborato negli anni Sessanta e appoggiato dalle amministrazioni comunali democristiane di Pescasseroli. Quando nel 1974 si insediò per la prima volta nel paese una giunta composta da amministratori di sinistra sembrò che il progetto dovesse essere abbandonato. Nei mesi successivi, tuttavia, la nuova amministrazione rilanciò l’idea, inaugurando così una battaglia durissima che presto si trasferì a livello nazionale. Tra il 1974 e il 1976 l’Ente Parco, il Wwf e Italia Nostra riuscirono infatti a convincere la direzione nazionale del Partito Comunista Italiano che l’amministrazione di Pescasseroli stava commettendo un grave errore e il ministro dell’agricoltura, il democristiano Giovanni Marcora, che i confini della riserva dovevano essere ampliati fino a comprendere tutto il Monte Marsicano. Questa battaglia combattuta vittoriosamente dall’Ente Parco contro avversari inediti, come alcuni tra i giovani amministratori di sinistra che avevano vinto per la prima volta le elezioni amministrative locali nel biennio 1974-75, segnò la fine della lunga stagione dell’assalto speculativo iniziato venti anni prima. 6 Fig. 7. Il simbolo della battaglia contro gli impianti sul Monte Marsicano L’altro fronte di iniziativa dell’Ente Parco - come si è detto - fu quello della proposta e della sperimentazione di un turismo alternativo. Abbiamo già visto come le linee di intervento dell’Ente in questo campo vennero fissate tra il 1969 e il 1971. Nello stesso periodo, tuttavia, fu anche adottata una nutrita serie di provvedimenti finalizzati ad attuare concretamente il progetto turistico del Parco. Fig. 8. Il nuovo logo del Parco Già nella prima metà del 1969 fu disegnato e introdotto il nuovo logo dell’ente, l’orsetto seduto destinato a divenire famoso nel mondo, e vennero prese misure contro l’abuso della denominazione “Parco Nazionale d’Abruzzo”. Fig. 9. La battaglia contro l'abuso della denominazione L’opinione pubblica infatti doveva poter collegare in modo corretto e univoco il nome e il simbolo del Parco con l’Ente che ne curava la protezione e la gestione e non con altri soggetti, sovente ostili all’Ente e alla sua azione. Per questo stesso fine furono ideate alcune parole d’ordine semplici ed efficaci che venivano replicate costantemente nel materiale promozionale e nella segnaletica: “un parco per tutte le stagioni”, “qui la natura è protetta”, “il parco pulito è più bello”, “il mio amico orso”. Nel corso del 1970, inoltre, fu promossa una migliore conoscenza del Parco grazie alla pubblicazione di una carta ufficiale recante l’indicazione della rete di sentieri turistici in via di allestimento, alla commercializzazione - per la prima volta dalla metà degli anni Venti - di una ricca serie di nuove cartoline e all’organizzazione di campi di lavoro volontari per ragazzi e ragazze provenienti da tutta l’Italia. 7 al turismo di élite che aveva dominato la scena di Pescasseroli e dell’Alta Val di Sangro nei quindici anni precedenti. Fig. 10. Una nuova linea di materiali editoriali Il crescente flusso di visitatori, favorito da queste incalzanti iniziative, fu assistito e indirizzato mediante la creazione degli uffici di zona. Rompendo totalmente con il modello turistico precedente, che aveva ignorato tutti i piccoli comuni dell’area e si era concentrato sulla sola Pescasseroli, gli uffici di zona furono concepiti sin dall’inizio come agili strutture di informazione e promozione turistica da istituire in tutti i comuni del Parco, nei più grandi come nei più piccoli, in quelli più centrali come in quelli più periferici. Già nell’estate del 1970 vennero così attivati ben sei uffici, a Pescasseroli ma anche in paesi molto piccoli come Civitella Alfedena o in paesi del versante laziale - sempre piuttosto trascurato - come Picinisco. Ancora nel 1970, infine, fu per la prima volta adottato un regolamento delle attività di campeggio e dell’uso dei dodici rifugi di proprietà dell’Ente. Questo regolamento venne aspramente contestato perché ritenuto da molti troppo vincolistico, ma oltre a limitare gli abusi e le attività incompatibili con la protezione della natura esso era soprattutto finalizzato a potenziare e a razionalizzare la pratica del campeggio e l’uso delle strutture dell’Ente, coinvolgendo direttamente nella loro gestione i giovani dei paesi del Parco. Fig. 11. Campo di lavoro del Wwf di Avezzano per la ripulitura del fiume Sangro (1973) Tra il 1971 e il 1972 maturarono inoltre altre due importanti novità. La prima fu l’avvio della collaborazione tra Ente Parco e l’architetto fiorentino Carmelo Bordone. A partire dall’autunno 1971, quando progettò la ristrutturazione e l’ampliamento del museo e dello zoo di Pescasseroli, Bordone avrebbe inventato una sorta di corporate image architettonica e urbanistica del Parco nazionale d’Abruzzo disegnando oggetti di ogni tipo e dimensione tra cui aree faunistiche, ristrutturazioni di abitazioni civili, segnaletiche, aree da pic-nic, panchine, centri di visita, punti di avvistamento, bidoni per i rifiuti, uffici di zona, attrezzature ricreative e sportive, eccetera. Il primo anno della gestione di Franco Tassi pose insomma le basi di un’alternativa turistica visibile e credibile 8 dell’architettura vernacolare locale. Grazie alla ventennale opera di Bordone, il quale avrebbe finito poi per trasferirsi a vivere con tutta la famiglia a Civitella Alfedena, le infrastrutture turistiche dell’Ente Parco, ma anche gli edifici realizzati da molti comuni della Valle e da un gran numero di privati finirono con l’assumere un aspetto inconfondibile e straordinariamente sostenibile e col costituire una specie di marchio territoriale del Parco e dell’Alta Val di Sangro. La seconda novità, che si profilò nel corso del 1972, fu la costituzione di un nucleo di giovani intenzionati a intervenire attivamente nella vita politica ed economica di Civitella Alfedena. Fig. 12. Progetto di Carmelo Bordone per l'Ufficio di Zona di Pescasseroli Questo intenso e variegato impegno progettuale fu caratterizzato soprattutto da due elementi. Il primo era la sostenibilità ambientale, sia rispetto alla natura e al paesaggio sia rispetto alle tradizioni costruttive locali; il secondo era la riconoscibilità. Quest’ultimo fine venne perseguito da Bordone attraverso l’utilizzo sistematico e la combinazione di un piccolo nucleo di stylistic features tra cui primeggiavano quattro colori: il bianco, il marrone venato del legno di conifera, un rosso tendente all’arancione e soprattutto uno specifico verde prodotto dalla Max Meyer che prenderà presto il nome di “verde parco”. Oltre ai colori Bordone scelse di utilizzare sistematicamente alcuni materiali da costruzione e da decorazione che potevano efficacemente sostituire quelli più tipici della Valle, divenuti piuttosto rari da reperire. Infine, Bordone privilegiò in tutti i suoi progetti un piccolissimo numero di elementi formali - come ad esempio un arco molto aperto - dal carattere moderno ma che si armonizzavano perfettamente con i volumi e le forme Fig. 13. Civitella Alfedena Rispetto ad altri gruppi dell’area questo gruppo era particolarmente originale in quanto era guidato da un giovane e brillante dipendente dell’Ente Parco, Giuseppe Rossi, proveniente da una famiglia del paese che era stata sempre sensibile alla difesa della natura. Pur essendo all’opposizione in consiglio comunale, il gruppo aveva un notevole ascendente sul vecchio sindaco del paese e riuscì più volte a convincerlo a realizzare i propri progetti. Il gruppo costituiva d’altra parte la manifestazione locale di un fenomeno più vasto di mobilitazione di giovani di sinistra che in quegli anni interessava tutta l’area e che tra il 1974 e il 1975 avrebbe provocato la sostituzione di molte vecchie giunte comunali 9 democristiane con nuove giunte socialcomuniste composte soprattutto da ventenni e trentenni. Così, fin dal 1972 i giovani della Pro Loco di Civitella Alfedena proposero con successo al sindaco di collaborare con l’Ente Parco in un progetto di rinascita turistica del piccolo borgo (315 abitanti circa). Fig. 15. Civitella Alfedena prima e dopo. Fig. 14. Il lancio delle strutture di accoglienza di Civitella Alfedena Questa collaborazione fece in modo che il piccolo paese arroccato alle pendici dei dirupi della Camosciara divenisse il centro pilota di tutta la sperimentazione turistica del Parco, a partire da una complessa area attrezzata inaugurata nel 1975 e comprendente un ufficio di zona, un’area faunistica e un museo del lupo, un belvedere panoramico, un’area ricreativa con bar e un ostello ricavato in un antico edificio. 10 Per lunghi anni, e in parte ancor oggi, il minuscolo borgo montano divenne così l’emblema, noto a livello nazionale e internazionale, di una politica turistica di successo ma rispettosa tanto della natura quanto dell’integrità estetica e funzionale dei nuclei abitati tradizionali. L’esempio di Civitella Alfedena fu inoltre decisivo per “convertire” altre amministrazioni comunali dell’Alta Val di Sangro alla filosofia turistica dell’Ente Parco. 6. CONCLUSIONI Il tempo a disposizione non ci consente di andare oltre queste telegrafiche note che si limitano agli anni 1969-1976, quando il progetto turistico di Franco Tassi e dell’Ente Parco era ancora in gran parte da realizzare, ma chi visiti oggi i paesi dell’Alta Val di Sangro e li confronti con paesi analoghi dell’Abruzzo montano in cui il modello turistico “pesante” si è imposto senza ostacoli può constatare facilmente un doppio successo: quello di un’attività economica vivace e perfettamente competitiva e quello di un’ambiente naturale e antropico largamente salvaguardato. Per quanto riguarda la ricerca storiografica resta invece tutto da scavare un esperimento unico nel suo genere nell’Italia dei primi anni Settanta, caratterizzato da una consapevolezza e da una complessità eccezionali e capace di anticipare quasi tutti i temi centrali di quello che una ventina di anni dopo verrà definito l’ecoturismo. Fig. 16. La rete delle infrastrutture del Parco - realizzate e progettate - nel corso del 1971. 11