A R M A N D O HOD N IG * FIUME ITALIANA E LA SUA FUNZIONE ANTIGERMANICA # ATHENAEUM ROMA - MCMXVII '' • : ' N / ■C - ■ 5k * '- ■ ' -, ’ ’ v ,~ , ; ^ i - ■. ** \ •” ■%:. v v i ■ /■ ■r. . ■■ ■■<■ ■ JV- fvr. ■ i . ->W• : f"‘ U' " ' •'-•■ , v- jtt -, . 1 ........ . •* < ■■ ■ <u; S ^ Y. . ■ ' -■ • - ù ;S B r. . ., r v:& ' W .'. 4 :~ ^ y ' i ' -;U;:V ■ -, .• v_v V- *•' - / >. v v ; i ì %■ ' FIUME ITALIANA E LA SUA FUNZIONE ANTIGERMANICA ■ I B L I O T ECA " G I O V A N N I OJ O M O , SALERNO A R M A N D O HOD N IG FIUME ITALIANA E LA SUA FUNZIONE ANTIGERMANICA * Bi b l i o t e c a r i o — .0 L k_ Lfriotps. j| Bo b FOMOOCUOMO b ib l io t e c a «6I0VAM H1 C U O M O . ATHENAEUM ROMA - MCMXVII , di A t e n e o ^LSGE Agi — Rom a — T ipografia del S en ato di G. B ardi Se a taluno sembrasse esagerato l’assunto di pro iettare il problem a di Fiume nella vastità del con flitto europeo e di dim ostrare che la sorte degli Italiani del Q uarnaro contiene in potenza una parte dell’alleanza cem entata dalle aggressioni teutoniche, converrebbe rispondere che, anche 'in quel breve lembo di terra c’ è una legge e un dovere che aspettano il loro compimento. Nella questione di Fiume si tratta, anzitutto, del dovere italiano d ’ obbedire alla legge storica e mo rale che riconduce l’Italia dovunque abbia antica risonanza la sua lingua e splendore il lume del suo genio, e di far conoscere e pretendere, se occorra, il riconoscimento del diritto che le viene dalla sua legge. E ben vero che la possibilità dell’obbedienza, di pende, poiché siamo in guerra, da un presupposto che si chiama Vittoria. Ma di questo è logico che non si discuta. Gli Alleati, precisando i loro scopi di guerra al presidente degli Stati Uniti, han posto la vittoria fuori di discussione. Essi hanno dichiarato di com battere, fra l’altro, per la reintegrazione degli Stati invasi e per la liberazione delle nazionalità soggette, contro volontà, alla dominazione straniera, risoluti « a sopportare tutti i sacrifizi per condurre ad una vittoriosa fine un conflitto del quale essi sono convinti dipendere non solo la propria esistenza e prosperità, ma anche l’avvenire della civiltà stessa». Dopo parole così alte e ferme, nessun dubbio sa rebbe lecito ; ma se anche non fossero state pro nunziate, un com battente che dubiti della vittoria, dubita della bontà della propria causa ; cioè dell’« avvenire della civiltà stessa ». Ma poiché l’accordo sulle linee generali di un pro blem a non esclude divergenze di opinioni sui par ticolari, per ottenere il riconoscimento d ’ un diritto o mal noto o discusso, occorre illustrare i fatti che lo confermano. Nel caso concreto, il com pito è facile e grato, sia perchè chiara e netta è la natura del diritto, sia perchè è agevole dim ostrare che non si tra tta sol tanto d ’un interesse italiano. Della questione di Fiume s’è scritto poco. Pochis simo relativam ente alla sua enorme im portanza euro pea. S ’è detto che Fiume non dev’essere dim enticata perchè molto ha m eritato della P atria e della civiltà difendendo per più che un millennio la latinità del Q uarnaro ; s’è insistito sul danno grandissimo che da una separazione doganale da Fiume deriverebbe al valore economico di Trieste; s’è accennato alla sua im portanza nazionale per la difesa dell’italianità istriana, di cui costituisce, per cosi dire, il baluardo orientale; si son toccati insomma quasi tutti i sommi capi del complesso problem a ; ma forse troppo som mariam ente per toglier credito all’opinione ancora diffusissima che la questione di Fiume abbia u n ’ im portanza quasi soltanto locale. Non si può negare che Fiume sia italiana, ma si opina tuttavia che di fronte a interessi più vasti, una rinunzia, per quanto dolorosa e repugnante al sentimento, potrebbe di mostrarsi necessaria preveggenza politica. E si sog giunge che, in fin dei conti, l’Italia vittoriosa tro verebbe pur sempre il modo di difendere dall’an nientam ento nazionale i nuclei italiani che rim anes sero oltre frontiera, concedendo ad essi quell’aiuto morale di cui dianzi eran privi. Si am m ette pure il danno che a Trieste verrebbe dalla sua separazione politico - doganale da Fiume, ma si osserva che l’em porio triestino non sarà mai più che una parte, e non grande, dell’economia italiana, e si enum erano gl’ ipotetici vantaggi di cui sarebbe fonte a tu tta Italia la costruzione d ’una ferrovia tra il Danubio e l’Adriatico, ben altrimenti necessaria alla prospe rità dei traffici nazionali. Q uanto all’ italianità dell’Istria, non pare a molti che, privata del suo m ag gior centro orientale, si troverebbe comunque mi nacciata. M anca a costoro l’esperienza del passato di quelle terre, o la disdegnano come consigliera fallace, o ne rifuggono per timore eh’ essa tolga qualche pietra alle loro comode quanto inconsistenti costruzioni ideologiche. E se non sono Italiani, m a nifestano così le preoccupazioni della loro diffidenza. Perchè appare ovvio che l’atteggiam ento d ’uno stra niero alleato verso i nostri postulati adriatici, di pende quasi esclusivamente dal giudizio eh’ egli si fa del valore dell’alleanza italiana nell’avvenire. Nella questione dell’Adriatico, che è un problem a anzi tu tto italiano, gl’ interessi altrui sono inevitabilmente connessi al futuro riassetto europeo; e certe forme di slavofilia e di filellenismo hanno, per noi, un si gnificato che non può lasciar dubbi. — i o li vigore e 1’ im portanza sem pre maggiori della cooperazione italiana, oramai largam ente riconosciuti da tutti, han giovato a togliere di mezzo molti spia cevoli malintesi. Ma per quanto la voce del cannone sia ancor sempre la più persuasiva, non sembrerà inutile insistere, ripetendo che se l’Italia vuole l’ege monia nel m are che Roma e Venezia nom inarono Mare Nostrum e II nostro mare, indicandolo come parte integrante della Penisola, eli’ è ben risoluta a difenderla strenuam ente contro qualsiasi nemico, non soltanto perchè dalla sua forza adriatica dipendono la sicurezza e la prosperità del suo avvenire, ma ancora perchè dalle acque dalm atiche, dal Q uarnaro e dal golfo di Trieste le navi italiane sono chiamate a vietare il m are latino alle discese teutoniche. P er ciò, risolvere italianam ente il massimo problem a ita liano, vuol dire risolvere secondo gli alti scopi di guerra dell’ Intesa uno de’ più im portanti problemi europei. Disconoscerne la prevalente italianità si gnifica disconoscere l’ Italia e ritenerla impari al suo compito. O ra, la questione di Fiume assomma e, per cosi dire, esaspera in sè i peculiari caratteri della que stione adriatica, di cui è parte essenziale. Riconqui state alla latinità Trieste, l’Istria veneta (1) e la Dalmazia; concessi ai Serbi e ai Croati gli sbocchi necessari alla loro vita economica, Fiume rimane l’unico varco aperto nel gran baluardo latino, da cui il germanesimo (o direttam ente o per mezzo di quelle popolazioni che fino a ieri gli hanno servito, e ancor oggi gli servono, d ’avanguardia) possa riaffacciarsi al m are della storia. (1) Cosi si d istingue com unem ente l ’ Istria occidentale fino all ’A rsa, dall ’ Istria liburnica di là dall ’A rsa. V orrà l’Europa ch’esso rim anga a p e rto ? Noi vor remmo che ogni Latino e (se è vero che il primo e più fecondo seme della superba civiltà britannica fu romano) ogni Inglese, si persuadessero che l'a b bandono d ’una ròcca latina ancora valida e degna di soccorso, è delitto che si sconta. Q uanti di questi delitti sconta oggi l’E uropa in sanguinata? Noi vorremmo che ogni Latino e ogni Inglese si persuadessero che Fiume italiana è veram ente un ’o pera di difesa avanzata verso il germanesimo, e che il suo abbandono potrebbe avere conseguenze in commensurabili non soltanto per l’Italia, ma per la civiltà del mondo anglo - latino eh’ essa è chiam ata a difendere nell’Adriatico. Se questa guerra trem enda dovesse lasciare inso luto alcuno de’ suoi più gravi problemi, converrebbe disperare dell’um anità e delle sue sorti. Se non mancasse la lena di fornire l’immane fa tica impostaci a foggiarle secondo i comandamenti dell’anima nostra, ma soverchiasse l’ignavia, qual Dio potrebbe perdonarci il sangue necessario a ri cominciar da capo l’opera incom piuta ? . ________ — ________ _______ __________________ __________ _______________ __ _________ - - ___________ _______ FIUME ITALIANA I. — TARSATICA Q uando, or sono vent’ anni, a Fiume cominciò a rifiorire quella radiosa prim avera italica che ricon giunse in ispirito i suoi cittadini alla patria risorta, alcuni cultori di storia paesana sentirono, allora come non mai vivissimo, il desiderio di sapere se quel rapido rifiorire non fosse virtù della terra me more, oltreché dei nuovi germi venuti d ’Italia col Risorgimento nazionale. Il bisogno di sapere di più di quanto fosse noto fino allora intorno alle origini della propria terra natale, non era mai stato dianzi concepito come un dovere di carità del natio loco, come un dovere, più alto, della propria dignità na zionale. C ’ era tro p p a gente corriva a negare che Fiume fosse esistita prima del secolo XI, cioè prima del tem po indicato nei più antichi documenti storici che ne facciano menzione. T roppa gente trovava compiacenza e vantaggio a negare che il dialetto del paese, « l ’orgoglio d ’ogni fiu m a n » , avesse anti che radici nella latinità. Occorreva diradare le tenebre del passato più re moto : si voleva sapere ; e non già per semplice curiosità o per amore d ’ erudizione spicciola. La storia del passato, ripudiata dai novissimi teo rici del principio della nazionalità, acquistava un valore spirituale che pareva bastare a tener viva u n ’ idea. La vita dei padri risorge dal fondo della coscienza dei figli che la vogliono conoscere per nutrire i nuovi con gli affetti antichi e conferm are la volontà pre sente con la legge del passato. Chi non sa quel che sia difendere in sè l’anima della propria nazione contro le offese dello straniero, non può avere una idea del sentim ento del dovere che germ oglia dalla coscienza del passato ; nè del valore che acquista ogni fatto che quel dovere riconfermi. Come s’ è detto sopra, i documenti storici che fac ciano menzione di Fiume sono del secolo XIII e si riferiscono a fatti del secolo XI : prova sufficente, secondo alcuni, per negare che Fiume sia esistita al tem po di Roma. Nel fervore delle lotte tra Italiani e Croati a Fiume, questi ultimi reputavano necessario negare la rom a nità d ’una terra sulla quale dichiaravano dei diritti di possesso ; la dimostrazione delle origini latine dell’ italianità ancor viva e fiorente intorno al Q uar naro, avrebbe tolto il fondam ento storico del loro presunto diritto. I Croati e i loro sostenitori, difendevano la loro tesi con argom enti negativi. I geografi dell’ antichità, obiettavano essi, non conoscono Fiume. Tolomeo, enum erando i luoghi abitati per cui passava la grande strada rom ana di queste regioni, nom ina sol tan to Tarsatica. E Tarsatica, lo dice il nome stesso, non può essere altro che T e rsa tto (l), donde ogni traccia di rom anità è scom parsa pur dalle viscere (1) B o rg ata di poche migliaia d ’ ab itan ti, p o sta in cima a un m onte a sin istra della Fium ara, corso d ’ acqua che da secoli segna il confine politico tr a il te rrito rio di F ium e e la Croazia. della terra, e dove il croatismo ha da gran tem po sopraffatto l’italianità. La quale, a Tersatto come a Fiume, fu di tard a importazione, dovuta all’egemonia adriatica di Venezia. Dell’ antica Tarsatica, total mente distrutta nell’800 da Carlo Magno, l’odierna Tersatto non conserva che la radice del nom e: ra dice che non è neppure romana, ma celtica. Q uanto a Fiume, sorta intorno al 1000, cioè cinque secoli dopo la caduta dell’impero d ’occidente, altro non può essere stata in origine che una città croata. Non altro, perchè dal VII secolo, cioè dal tem po della prim a invasione slava, tu tta la Liburnia fu som mersa sotto 1’ onda de’ nuovi venuti, che vi cancel larono ogni traccia di romanità. Il fatto che nei do cumenti più antichi la città di Fiume sia indicata quasi soltanto con i nomi latini di Terra flum ini sancii Viti, e Terra, quae dicitur Flumen, oppure con i nomi italiani di S. Vito (1), Fiume S. Vito, ecc. bastava, se mai, a provare che il latino era allora in uso generale e che la terra contestata aveva sen tito assai presto l’influsso italico. Non altro. Argomentazioni poco persuasive, ma alle quali non si potevano opporre che altre argomentazioni e con getture, sia pure meglio costruite e più verosimili. Una prova decisiva sarebbe potuta essere un arco di grosse pietre connesse arditam ente senza calcina, vaneggiante tra due case della Città vecchia, dalla tradizione detto romano (2). Ma il tem po e gli uo (1) S. V ito è uno dei p atro n i della città (l ’ altro è S. Mo desto). A S. V ito è in tito lata la m aggior chiesa della città, rico stru ita al posto dell ’ antica (eh ’ esisteva gàà nel secolo XIII) nel 1638. (2) Non m ancavano veram en te anche altre prove ab b astan za persuasive: per esem pio il g ran d e vallo rom ano delle Giulie, mini 1’ avevano ridotto in uno stato miserando, la sciandogli appena qualche pallida traccia dei fregi che T ornavano: troppo poco, secondo alcuni, per stabilire con tu tta certezza la sua romanità. Nè p a reva prova sufficente il fatto che intorno all’antico m onum ento fosse fiorita una di quelle leggende che germogliano soltanto dai ruderi della grandezza ro mana. Raccontavano le nonne fium ane ai loro fi glioli, che l’arco romano era stato costruito, cosi come si vedeva, con certe grosse pietre appena sbozzate, che le Vile (1) serbe, agucchiando e can tando le loro nenie, recavano sul capo. Tre anni or sono, dei ruderi romani venuti in luce nella demolizione d ’ una casa, dovevano confermare che la leggenda era nata intorno a quello, come intorno a tanti altri m onumenti imperiali, dalla sua romanità. Ma già molto tem po prima, lo storico fiumano Giovanni Kobler (2) obiettava che, al tem po del dominio romano, stabilitosi in quelle terre circa mezzo secolo prim a dell’èra volgare, il sito dov’ è Fiume di cui ancora si vedono resti notevoli a o rien te della città. Ma del vallo gli o p p o sito ri dicevano che non p o tev a b a sta r a prov are l’ esisten za di una città, essendo sufficente, a difen derlo, dei p o sti di guardia. E di alcune lapidi sco p erte in vari tem pi dicevano, rip eten d o la fra se d ’ un di loro, che « le la pidi cam m inano ». (1) Le Vile o Villi sono fig u re m itologiche slave del periodo pagano. Il G u y o n (Balcanica, H oepli, 1916) in q u esti geni del bene e del male del m ito slavo, vede una co ntinuazione del m ito n atu ralistico pagano delle ninfe*. (2) Memorie per la storia della liburnica città di Fiume. L ’ o pera, in tr e volum i, è u n a g iudiziosa e u tile racco lta di do cum enti e d ’ osservazioni. F u p u b b licata dal m unicipio fium ano nel 1906, tre anni dopo la m o rte del K obler. dovess’ essere abitato ed avere un nome, « poiché quivi concorrevano dall’ Istria e dal Carso strade pubbliche, le quali proseguivano in una per Segna, e il sito dove concorrevano era propizio per farvi una stazione di riposo, essendo al m are e all’ im boccatura della Fium ara»; e ancora perchè « qui al mare e alla riva destra della Fiumara incominciava il vallo romano, continuato verso Nord fino all’Alpe Giulia, e questo sito era da natura indicato a te nervi un presidio militare, per il cambio delle guardie alle vedette del vallo » (1). Era opinione del Kobler che questo luogo abitato si chiamasse Tarsatica; che cioè Tarsatica fosse il nome antico di Fiume. Egli faceva notare (2) che « n ell’odierna Tersatto e su tu tto il colle cui so vrasta non vi è monumento anteriore al medio evo»; che « nell’ Itinerario di Antonino non vi è traccia che la strada militare rom ana fra Tarsatica, ad Tur res, Senia, allontanandosi dal mare si fosse diretta sulla sommità dov’è Tersatto »; che Tolomeo descri vendo la costa istriana e liburnica enum era progres sivamente « dopo Albona e Fianona, Tarsatica, le foci dell’ Eneo (3) Velcera Senia... » ; che in fine « 1' um anista Palladio Fusco Patavino (1509) dice espressam ente che Tarsatica si dice ora Fiume, e sul colle dirim petto ha un castello al quale è passato il nome della città ». (1) K o b l e r , op. cit. I, pag. 9, 10. (2) Nel giornale L ’Istria, del 3 novem bre 1879. (3) Il K obler, (op. cit. I, pag. 16) identifica l ’ E neo con la Fium ara, osservando che « questo litorale non ha a ltra cor rente... che m eriti il nom e di Fluvius ». L ’ enum erazione di To lomeo proverebbe che T arsatica era di qua dal corso d ’ acqua che passa tra Fium e e T e rsa tto ; cioè al p o sto di Fium e. La persuasione di tale identità era generale, del re sto, tra i geografi del secolo XVI, com’è dim ostrato dalla carta dell’ Italia antica nella galleria geografica del V aticano; e più tardi lo stesso M uratori, nella carta annessa al primo volume dei Rerum italicarum scriptores, pose Tarsatica al posto di Fiume (1). Le discussioni sull’ esistenza di Fiume al tem po di Roma imperiale erano su per giù a questo punto, quando, il giorno 2 febbraio 1914, durante il lavoro di demolizione di due case lungo la linea della cinta medievale, furono messi a nudo degli avanzi di mu rature annerite e sgretolate : erano i resti di una costruzione romana. Intorno a quella prim a scoperta i lavori di sterro proseguirono febbrili per due o tre giorni, ed ecco affiorare prim a un grosso muro, poi un altro e tra questi a ogni colpo di piccone scaturire frammenti di cotto. « Una parte delle antiche m urature (2), doveva essere già stata scoperta nei secoli antece denti, perchè i muri delle case demolite poggiavano qua e là, come su fondam enta, sui ruderi romani. Però i Fiumani del Medio Evo non avevano scavato a fondo nè sconvolto il terreno. Sotto lo strato me dievale, non molto spesso, attraversato orizzontal m ente da un filone di carbonina e di resti d ’ una immane combustione, - forse i segni dell’ incendio appiccato dai Veneziani dopo l’espugnazione della città e il sacco del 1509 - il terreno archeologico era d ’un solo strato di terra grassa, ricca di detriti organici, commista a residui d ’ incendio. Tutte le (1) V. Ballettino della D eputazione Fium ana di Storia Patria, II, pag. 127, Fium e 1912. (2) Tolgo q u este notizie particolari da un m an o scritto ine d ito di R iccardo G igante, che a ssiste tte e d iresse gli scavi. m urature portavano i segni palesi d ’una distruzione violenta, non d ’un decadim ento progressivo, non d una rovina dovuta all’abbandono. Muri abbattuti e rovesciati, pietre calcinate dal fuoco, gocce di metallo fuso (monete o piccoli bronzi ?) e carbonina per tutto. Sotto a una specie di volta form ata da grosse pietre d’ un muro in parte rovesciato, cinque monete di Graziano, 1’ una sull’ altra, form avano il resto d una pila di danari. Per tutto poi fram menti di cotto, cocci di piatti aretini finissimi, d ’ anfore e orci, di scodelle e vasi di vetro e piccoli bronzi d ’uso femminile. Fra tutti questi avanzi, un numero conside revole di monete disseminate largam ente : 400 pezzi (escluse le venete e le patriarcali) in u n ’ area di set tecento metri quadrati ! » In quel « terreno sacro », come si diceva allora con un’esultanza che parrà inadeguata a chi non ha respirato l’ atm osfera politica di Fiume negli ultimi anni della sua lotta nazionale, erano state messe in luce le fondam enta d ’un grosso muro di cinta, for mato di due cortine parallele unite tra loro da muri trasversali, e, dietro alla cinta interna, m ura di altri edifizi di cui era difficile immaginare la forma, per chè, di completo, non rimanevano che una stanza rettangolare e uno stanzino. Tra i resti del maggior edifizio, si trovarono dei finimenti bronzei da cintura, una grossa fibula, un dado e una pedina da tria, frammenti di scodelle di vetro, un crinale e uno spillo con la capocchia incisa a cerchi concentrici, un cuc chiaino bronzeo da unguenti, un balsam ario e, più sotto, nella sabbia del greto, un gran num ero di monete d ’imperatori del IV secolo, Valentiniano, Graziano e Teodosio. Fuori del rettangolo, presso a un pozzo, l’insegna intatta d ’ un lupanare rivelava 1’ uso dell’ edifizio, e dim ostrava trattarsi veram ente dei resti d ’ una città, chè un semplice corpo di guar dia non avrebbe potuto perm ettersi il lusso di ta n ta com odità. Dai rinvenimenti si poteva anche stabilire appros simativamente qualche data. Le m ura di cinta della città dovevano essere state costruite intorno al sec. IV, perchè demolendole pietra per pietra, s’ erano rin venute nel cemento una ventina di monete, le più recenti delle quali recavano 1’ effigie di Costanzo II. Ma le m ura dim ostravano che un luogo abitato do veva sorgere in quel sito almeno qualche secolo prim a della loro erezione, perchè tra le pietre greggie o n d ’ erano costruite, s’ eran rinvenuti due coperchi d ’ urna, alcuni fram menti di stipiti, una piccola ara e parte d ’un sarcofago appartenenti, secondo il dotto archeologo triestino A lberto Puschi, al primo secolo (1). Infatti nell’ area degli scavi si trovarono monete più antiche, da Quintillo su su fino ad A u gusto; il che perm ette di far risalire le origini di Fiume al tem po della conquista della Liburnia o poco dopo ; cioè al tem po dei primi Cesari. T utto ciò non basterebbe a dim ostrare l’identità di Fiume con Tarsatica, per quanto non sembri ve rosimile che quest’ultima sorgesse di là dal vallo di cui doveva stare a guardia, estrem a vedetta latina sui confini dell’ Italia. Ma se da ciò che il segretario di Carlom agno, Eginardo (2), narra della vendetta imperiale com piuta nell’ anno 800 per la m orte del duca Erico del Friuli, ucciso a tradim ento dalla (1) Secondo il Puschi, che lo esam inò accu ratam en te quando fu chiam ato a F ium e p er visitare gli scavi, anche l ’A rco R o m ano è del I secolo. (2) M onum enta hist. Germaniae, t. I. popolazione di Tarsatica, è lecito dedurre che la città fu distrutta, come molti secoli più tardi descrisse un altro storico (1), i segni della devastazione e del l’incendio quali si videro allora tra i ruderi della città morta, sem brano la più efficace illustrazione alla parola dello storico. II. — IL “ LIMES ITALICUS ” La Tarsatica degli antichi itinerari sorgeva dunque, con tu tta probabilità, sul sito della medievale Terra di S. Vito al Fiume, la Fiume dei giorni nostri: terra che attraverso dure e oscure vicende di secoli ha potuto conservarsi latina, ed è perciò patrimonio inalienabile della latinità; la quale deve oggi ripor tare le insegne di civiltà sui termini a lei segnati dalla natura e dalla storia. Se non potesse, vor rebbe dire che la sua missione nella storia del mondo è finita. Ma qui, una leggiadra schiera di pedanti dottis simi, di Croati e di teorici della rinunzia, per i quali - Icd&o di dubbio pecca di tutti, il melius abundarè jfe* disobbedienza ai canoni * a^oKrtÌx]dèl]a dir stributiva, oppongono una ì^uova contestazione. Essi (esclusi naturalm ente i Croati, meno dotti, ma au striacam ente più coerenti) riconoscono all’ Italia il diritto di riscattare ciò che è storicam ente e geo graficam ente Italia', ma pongono in dubbio che il limes italicus dell’Impero giungesse mai oltre la linea (1) Friuli. Francesco Palladio degli Olivi (1660) nelle Historie del dell’Arsa, confine amministrativo della decim a regione augustea. D ubitano e si spaventano dell’ immane pe ricolo che potrebbe celarsi nel m etro quadrato di più. Citano essi, a proprio conforto, l’opinione del colonnello X, le affermazioni dell’ ammiraglio Y, le ispirate parole dello scrittore Z ; i quali, durante il periodo eroico dell’Italia in gestazione, dom andavano questo e non quest’ altro. Brava gente, che non può avere errato, perchè amavano la verità, non che la patria ; ed erano persone oneste. C ’ è poi quel be nedetto dantesco « Quarnaro che Italia chiude », dove non si capisce bene se D ante tenga conto del fatto che anche Fiume sta in riva al Q uarnaro ; e c’ è ancora qualche passo di Giuseppe Mazzini, dal quale è difficile argom entare se Fiume debba essere inclusa nei confini d ’ Italia o esclusa. In dubiis melius... lasciar andare; anche se Mazzini, come non pare ma potrebbe essere, non sia stato alieno, p a r lando di Fiume, da qualche riguardo per 1’ Unghe ria rivoluzionaria; la quale, anche oggi, seppure per ragioni un tantino diverse, può essere m entalm ente associata alla Giovine Germania antiaustriaca. I tempi m utano, ma la verità è sempre quella, e non soffre diversità di interpretazioni ! Giova sentire la parola d ’ un tedesco non troppo benevolo a noi. Teodoro Mommsen attesta che nei secoli successivi al riordinam ento amministrativo del1’ Impero, effettuato da O ttaviano A ugusto con la formazione della Regio decima (Venetia et Histria), probabilm ente ai tempi di Costantino, i territori di A lbona e Fianona, che già godevano il ius italicum, furono incorporati all’ Italia, ed ebbero per confine orientale la chiostra naturale dei monti digradanti al Q uarnaro. Carlo De Franceschi, in un suo pregevole scritto su II Quarnaro e il confine orientale d ’Italia nel poema di Dante (1), sostiene che il confine d ’Italia dopo Augusto non era sulla catena del Monte Mag giore, che precipita a mare sopra Fianona, ma più a oriente, lungo il vallo che dalle pendici dell’Albio scendeva a Fiume. E cita Paolo Orosio (V sec.), secondo il quale non l’Arsa, ma la cerchia delle Alpi segna il confine d ’ Italia ; e ricorda che Albona fi gura tra le città rappresentate nell’ 804 al Placito del Risano (2) ; e ricorda Edrisi (XII sec.), il geografo arabo che pone il confine tra Laurana e Buccari « prima fra le terre di Croazia », e il Diocleate (XII sec.) per il quale la Croatia Alba si stende usque ad Valde vino (3); e toglie fede a Porfirogenito (4), al quale non credono due dotti slavi dell’ autorità del Racki e del Safarik ; e contro agli scrittori del Rinasci mento che, appoggiandosi all’autorità dei classici, rim ettono in onore il confine dell’Arsa, afferma che la suddivisione territoriale della regione fiumana, quale si conserva tuttora, rispetta il confine segnato dai ruderi del limes italicus orientalis. Ma, senza seguitare a infilar citazioni, l’esistenza del grande vallo rom ano rimane tuttavia la prova più convincente. (1) C. D e F r a n c e s c h i , Il Quarnaro, ecc., in « M iscel lanea », in onore di A ttilio H ortis. Voi. II, p. 773. T rieste, 1910. (2) N ell ’ 804 g l ’ Istriani si radunarono sul R isano (fiumicello che sbocca presso C apodistria) p e r p ro te sta re p resso i missi dominici contro le usurpazioni slave delle te rre dei Latini, p ro m osse dal D uca G iovanni. (3) Vallis Vinearia, oggi Vinodol. Così si chiam a un tra tto della C roazia m arittim a, a m ezzodì e a oriente di Fium e. (4) P orfirogenito fa arrivare la C roazia m arittim a alla città di Albona. Q uesto vallo, di cui ancora si vedono resti m ae stosi nel sobborgo fiumano di Cosala (lat. ca sula ? ), scendeva al m are lungo il corso della Fium ara e, collegato con gli altri valli che chiu devano i passi delle Giulie, era parte di un formi dabile sistema di difesa delle porte orientali dell’Italia romana. Circa 1’ epoca della sua costruzione, i pareri sono discordi. Il dott. Kandler, dotto storico triestino, lo dice simile a quelli della Germania, dell’ Inghilterra e dei Pahnonici, costruito contro i Giapodi, proba bilmente tra il 178 e il 128 a. C. a difesa d ’Italia, quando i Romani già erano padroni dell’ Istria. E Lodovico Giuseppe Cimiotti, storico fium ano del principio del secolo scorso, in una sua dottissima dissertazione scritta in latino sul lungo muro esi stente presso la città di Fiume, dopo un accurato esame critico delle notizie e delle opinioni fino al lora note intorno al vallo, così conclude: « Q uando i Giapodi nell’anno 128 a. C. istiga rono i vicini Istriani a scuotere il giogo rom ano e insorsero contro questo con forze unite, essi pure vennero vinti in battaglia e dom ati; quindi i Romani vincitori, per tener lontani gl’ Istri da nuove eccita zioni da parte dei Giapodi, e per impedire i rapporti sediziosi e le congiure fra i due popoli, decisero di erigere un lungo vallo m urato e turrito che sepa rasse le due nazioni, il quale decorresse nel luogo opportuno, cioè sul confine tra le due stirpi, dalla stazione di N auporto in linea retta sino al Q uar nero e alla foce della Fiumara, e seguendo la costa destra di questo fiume, per più centinaia di passi si spingesse nel m are stesso ; e tosto costruirono l’opera decretata » (1) « . . . Q uesto nostro muro », conclude il Cimiotti, « che va dal mare a N auporto, quivi s’ incontra col lungo muro romano, col quale prosegue verso l’oriente, e forma, con le difese na turali dei monti, un vallo solo, e difende così l ’Italia contro le irruzioni nemiche ». Vedano gli oppositori che questa di m ettere i confini naturali d ’Italia sui monti a mezzodi e a oriente di Fiume non è, com ’ essi affermano, una trovata dell’ ultim’ ora. E non è tutto. Q uanto è risultato in proposito a chi, come il Cimiotti, conosceva a fondo l’argo mento per averne consultato tu tte le fonti reperibili, da Tito Livio in su, ha conferma da un fatto carat teristico, di grande valore significativo. Q uando il vallo, caduta la forza che poteva gio varsene, cessò d ’essere un argine contro le irruzioni nemiche, esso continuò tuttavia a segnare un confine. La Fiumara, nonostante 1’ esiguità del suo corso, fu linea divisoria non mai m utata, almeno dal decimo secolo in poi. Lo dimostrano, per la parte occidentale, oltreché il sistema feudale germanico, la dipendenza ecclesiastica. Il dott. Kandler, nei suoi Annali, scrive che il 1028 è verosimilmente l’anno del passaggio di Fiume e di Albona dalla diocesi di Segna a quella di Pola ; e il Kobler (2) osserva che per congetturare che sulla parte destra della Fiumara, e in generale sul pendio orien tale del Caldiero, abbia avuto giurisdizione un ve scovo della Croazia, manca qualsiasi fondam ento (3). (1) V ersione di G u i d o D e p o l i pubb licata nel Bullettino della D eputazione fium ana di Storia Patria. Voi. II, Fium e, 1912. (2) Op. cit. I, 52. (3) Un diplom a di re Bela IV d ’ U ngheria, d ell ’ anno 1260, la E nel secolo XV il vallo « era ancora cosi bene conservato da poter essere assunto tra i segni atti ad individuare un confine » (1). Così, per lungo verno di secoli, quasi conservas sero tra gli avanzi delle loro moli distrutte una parte della forza che le avevan create, le opere di Roma sem brano essere bastate da sole a difendere ciò che gli uomini parevano aver dimenticato di di fendere. Ma non avevano dimenticato. Incosciamente, istin tivam ente da prima, con rinnovato ardore e con in vitta fede più tardi, non cessarono mai di difendere i confini della Patria. Confini che, oggi, le nuove esigenze della tecnica militare e la geografia vogliono trasportare qualche chilometro più a sud - est, sul crinale del displuvio delle Giulie, che scendono dirim petto allo scoglio di S. Marco, bel nome augurale. Di questo scoglio, reso arido dalla bora, dove, in qualche angolo riparato, trovano scarso pascolo le capre, si narra che i Veneziani, occupatolo con l’i sola di Veglia nel 1480, lo battezzassero col nome del loro Santo e poi vi fabbricassero un forte per chiudere il passaggio ai pirati. Il compito dell’ Italia, che nell’A driatico vuol rein teg rata la gloria di S. Marco, è rimasto quel m ede simo: chiudere il passaggio ai pirati. in te sta tu ra dello S ta tu to del V inodol del 1280 e due conchiusi del S enato veneto dim ostrano che, alm eno nel XIII secolo, la F ium ara era confine tra 1’ Istria e la C roazia: V. K o b l e r . Mem. I, 50. (1) G u i d o D e p o l i , Il diploma di Bela IV, nel « B ullet tino » cit. I, 118. III. — L’ INVASIONE SLAVA Di Tarsatica, che alcuno propose di chiamare « la città del mistero », si sa che è esistita almeno per otto secoli. Il suo nome ricorre per la prima volta in Plinio il vecchio, intorno alla m età del primo se colo dell’ èra volgare, e ad esso accennano frequen tem ente i cronisti di Carlo Magno, perchè in T ar satica, o nelle vicinanze, fu ucciso il duca Erico del Friuli, che per Carlo M agno reggeva quelle pro vince. Il fatto della distruzione violenta di Tarsatica, è accertato dai più « come fatto storico indubitato » (1), per quanto il primo a farne esplicito cenno sia il Palladio nelle Historie del Friuli (2). « Essi (i Liburni) tenevano », scrive il Palladio, « la forte città di Tersaco, e al suo arrivo gli pro posero di farlo padrone se vi fosse entrato di notte, con alcuni de’ suoi. Erico s’ avviò con cento de’ suoi più valenti ; ma appena entrati s’ ebber chiusa la porta alle spalle, e assaliti a gran furore, ed egli sopraffatto dalla moltitudine dei nemici, ed oppresso dalle tegole scagliate dalle case, rimase estinto con tutti i suoi, e nella seguente m attina la sua testa fu gettata dalle, mura verso le tende foroiuliensi. Il re Carlo ne ricevette in A quisgrana l’annunzio, e si portò a gran passi in Italia, e con tan ta celerità (1) V. G i u s e p p e V a s s i l i c h , Tarsatica, nella «M iscella nea di studi in onore di A ttilio H o rtis », voi. I, p. 203. T rie ste, 1910. (2) V. cit. a p. 23. andò alla volta di Tersaco, che uditi furono colà prim a i gridi dell’ esercito, e viste le fiamme le quali incenerivano il paese, che inteso il suo arrivo. Carlo fece troncare il capo ai più colpevoli, e concesse alla milizia il sacco della città, che poi fu distrutta ». Q uesto fu scritto nel 1660, cioè più che otto se coli dopo la distruzione, che sarebbe avvenuta nel1’ 800. Della storia di Tarsatica nulla, salvo due lapidi, che accennano, una a Duumviri, 1’ altra a un Sa cerdos augustalis. Le m onete rinvenute negli scavi del 1914 non vanno oltre Teodosio, e i cotti non sono posteriori al V secolo. Indizi insufficenti per arguire la data della distruzione della città. La distrussero i soldati di Carlo Magno, come narra lo storico friulano ? o fu distrutta prima, forse dai nuovi venuti del VII secolo? Com unque sia, una cosa è ben certa: che il seme piantato di qua dalla chiostra alpina durante la do minazione rom ana, non andò distrutto: fruttò. Q uando, intorno alla m età del VII secolo, le tribù slave calate dall’ antica Corvatia (1) nella regione della Sava, valicarono il vallo indifeso dilagando nel vestibolo liburnico e oltre, Veneti, Istriani e Liburni, gli aborigeni delle odierne popolazioni della Venezia Giulia, erano da tem po fusi in un ’ unica popolazione latinizzata da R om a; la quale, 150 anni dopo la conquista, aveva costituito la Regio de cima, e largiti diritti municipali ad A lbona e a Tarsatica. La storia non dice se l’invasione slava in questa estrem a parte d ’ Italia sia stata pacifica o violenta. (1) Cosi, prim a del VII secolo, si chiam ava l ’odiern a P olonia. I più propendono a crederla un ’ infiltrazione lenta e progressiva di carattere pacifico. Sia nell’ un modo o nell’ altro, i nuovi venuti si mescolarono agl’ indigeni romanizzati, e avvenne quivi quel che nell’ altre parti dell’ Italia invasa. Se nonchè la superiorità numerica era degl’ invasori, e non dappertutto essi poterono essere assimilati e trasform ati dalla trionfante civiltà dei vinti. Verosi milmente vi sarà stato un tem po che, nella Liburnia invasa, qualche piccola oasi soltanto emergeva a perpetuare il nome di Roma. La toponom astica della regione ce ne dà qualche indizio : Castua (l’antico Castra) e A priano e Al bona sui monti: Fianona, Laurana, Fiume, Portorè (Poriorium ?) sul mare. Si può anche am m ettere che, qualche secolo dopo l’ invasione, a Fiume e nelle terre vicine si parlasse un dialetto neo - latino note volmente diverso dall’ italiano d ’oggi, cioè più com misto di slavo, come il romeno (1): dialetto che nelle campagne deve essere andato via via cedendo allo slavo; rimondandosi invece, nei centri urbani, dagli elementi slavi che nel primo tem po gli si erano infiltrati corrom pendolo. Infatti, il dialetto veneto di Fiume, specialmente quello parlato dal popolo della città vecchia, è il meno puro tra i dialetti della regione Giulia, come quello che si trovò sempre a più stretto contatto con le parlate degl’ immi grati slavi. Ma in ben diversa misura sentirono l’influsso ita liano quest’ ultimi. (1) In qualche villaggio d ell ’ Istria, ai piedi del M onte Mag giore, poche centinaia di individui parlano ancora un d ialetto rom eno; ma dai più si p ropende a ritenerli discendenti da im m igrati rom eni, come quelli del Pindo. « La vitalità insita nell’idioma italiano » nota uno studioso dell’ argom ento (1), « non si limitò ad as similarsi la parlata dei nuovi immigrati nelle città, ma irradiando fuor dalle m ura di queste, iniziò una profonda modificazione dei dialetti slavi delle cam pagne. Gli abitatori di queste, divisi dal grande ceppo croato per l’ impervia natura dei nostri monti (appena da un secolo superati dalla tecnica costrut trice di strade), subirono profondam ente l’influenza italiana, tanto che il loro dialetto è incomprensibile ai Croati, nè quelli intendono il croato scritto ». Sono fatti, questi, che nessuno potrebbe negare ; nè reggono altrimenti le obiezioni che solitamente si fanno per negare la ininterrotta continuità dello idioma della popolazione autoctona della Liburnia dall’ epoca della dominazione rom ana ai giorni no stri ; chè se le immigrazioni slave avessero prodotto un tale rivolgimento etnografico da cancellare ogni traccia latina, bisognerebbe am m ettere che l’italia nità di Fiume sia importazione dovuta a influssi po steriori. Ma Fiume non ebbe mai dom inatori capaci d ’influire sulla lingua della sua popolazione: i si gnori feudali si accontentavano di mandarvi un capi tano lasciando alla città com pleta libertà di sviluppo, e Venezia non dominò che per un anno, dal 1508 al 1509, ed ebbe la popolazione ostile. Vero è che l’origine dell’italianità di Fiume non si spiega diversamente da quella di Trieste, della Dalmazia e di Venezia stessa. Basterebbe l’ affinità del tipo dei vari dialetti, per provare la loro unità di origine. Roma, che creò l’Italia, vive ancora in (1) G u i d o D e p o l i , Le origini dell ' italianità di Fiume, in « La V ed etta ». Fium e, 1905. ispirito sui confini d ’ Italia. E gl’ Italiani che difen dendo colà se stessi nella propria esistenza nazionale, difendono il term ine sacro, hanno ben diritto di do m andare che sia restituito alla patria ciò che essi, per cosi lunghe e aspre vicende di secoli, hanno conservato alla patria. IV. — IL COMUNE Nel 395 d. C., alla divisione dell’impero Romano fra Arcadio e Onorio, la Liburnia era rim asta a far parte dell’impero occidentale (1). C aduto questo era passata all’ Impero bizantino, al quale le città m a rittime rimasero anche quando Carlo M agno ebbe 1’ Istria, la Liburnia e la Dalmazia (2). Di Tarsatica o di quella qualsiasi città rom ana che fu 1’ antenata della Terra Fluminis, è dunque lecito congetturare che nel IX secolo, o prima, se la sua distruzione è anteriore all’ 800, appartenesse a Bisanzio. Se guono più di due secoli di impenetrabile oscurità, durante i quali la città distrutta risorge con altro nome. Q uando, come, non si sa. Le prime notizie non perm ettono di risalire oltre il 1028, data presum i bile del passaggio della terra di S. Vito dal vesco vato di Pedena a quello di Pola (3). Poi di nuovo nulla. I primi dati certi si desumono dal Liber Cìvilium del notaio modenese Antonio de Reno, che (1) V. Illyricum sacrum, t. I, 1750, del g esu ita Farlati. (2) Così lo storico E ginardo, nel capitolo XIV delle sue Memorie, e le Cronache del Dandolo. (3) V. pagg. 17, 23 e 50. fu cancelliere del comune di Fiume tra il 1436 e il 1461 (il libro contiene documenti tratti da quello d ’ un cancelliere anteriore), e da qualche altro do cumento del secolo XIV. Da questi sappiam o che la T erra Fluminis (1) di pendeva durante tu tto il secolo XIV dai dinasti di Duino, tranne che per lo spazio di trenta anni, in cui fu tenuta in pegno dai conti Frangipani ; che nel 1339 era stata ereditata dai conti di Valse, as sieme con gli altri possessi duinati; che nel 1465 l’ultimo dei Valse, Volfango, faceva testam ento no m inando suo erede universale l’im peratore Fede rico III d ’A sburgo; e che alla sua morte, tra il 1466 e il 1468, Fiume si liberava dal vassallaggio per di ventare possesso diretto del sovrano. E, su per giù, la storia di tu tte le Terre della re gione. Storia senza significato e senza im portanza, anche per il « diritto » storico degli Asburgo, che oggi, nella torbida ora del loro tram onto di sangue, contestano l’ Italia all’ Italia. Il carattere secolare dell’ umile storia latina di Fiume non m uta per m utar di signorie. Il dom ina tore non pesa ancora. Gli A sburgo sono lontani, non sono altro che un nome, un trono, una divi nità senz’odio e senza amore. Essi si accontentano di m andare un loro capitano, il quale lascia alle cose interne della città la più assoluta libertà di sviluppo. La lingua dei padri non è ancora un delitto. La città si regge liberam ente co’ propri statuti di tipo romano, provvede a’ suoi commerci, e, obbedendo a un suo istinto ancora oscuro e incosciente, difende (1) La denom inazione Terra indicava che F ium e non era an cora civitas ma feudo. * la propria anima dall’unico pericolo che la minacci : lo slavo. T utta la patria è quel che .serra il muro e la fossa; ma la sua vita è italica e tale si vuol che rimanga. Il piccolo comune medievale (1) ricorda, in tutte le sue istituzioni, il municipio latino. I D uum viri ri vivono nei due Giudici Rettori (2) ; lo statuto, che nel 1530 si traduce dal latino in italiano, ha per fon dam ento la legislazione rom ana ; e a quest’ultima si ricorre in tutti quei casi che lo statuto non prevede. Perciò tutti i legali chiamati all’ufficio del Vicario sono Italiani della Penisola, perchè occorrono per sone pratiche delle leggi e della procedura. Il Co mune è geloso custode de’ suoi diritti e delle sue leggi, e non tollera ingerenze che potrebbero me nomarli. L’aggregazione di nuovi Consiglieri spetta al Consiglio, che è assemblea legislativa, e il suo diritto di elezione è così ben tutelato, che nel 1437 si ricusa, con voti unanimi, d ’ accogliere una per sona raccom andata dal signore di Valse (3). Ma più gelosa ancora è la cura che i reggitori del comune si dànno per la tutela della lingua dei padri. Nell’Amministrazione e nella Chiesa si vuole che il patrimonio della lingua, oggetto di grande amore, per quanto forse più istintivo che cosciente, sia conservato intatto. I documenti che si cono scono ne sono la prova più convincente. Gli atti del(1) Dai nomi tro v ati nel Liber Civilium già m enzionato, si calcola che nel 1460 Fium e avesse circa 3000 ab. A l f r e d o F e s t : Fiume nel secolo X V . Fium e 1913. (2) « I Giudici erano gli esecu to ri dei conchiusi del con siglio. E rano due, forse ad im itazione dei D uum viri degli an tichi m unicipi». K o b l e r . op. cit. II. pag. 145, 146, (3) K o b l e r , op. cit. II. 169. l’archivio del convento di S. Girolamo, che vanno dal 1389 al 1786, sono tutti (comprese le patenti sovrane) o in latino o in italiano. Nei libri dei can cellieri, soltanto atti latini e tra questi, qua e là, qualche docum ento in volgare : di croati nessuno. La lingua ufficiale, almeno dal secolo XV in poi, è l’italiana. Chè se il latino seguita ad essere adope rato in tutti gli atti pubblici, accade spesso di do verlo tradurre, perchè sia inteso dal popolo. Cosi, il 10 gennaio del 1449 il Consiglio fa pubblicare in italiano una lunga tariffa sul prezzo delle varie q u a lità di pesce, chè in latino il popolo non la inten derebbe; così, in un atto di cessione di tutti i beni mobili della cattedrale, fatto nel 1475, l’inventario è scritto nel dialetto paesano. Q uesta necessità di scrivere in italiano per farsi intendere, è esplicita m ente dichiarata in un proclam a latino dei 1575, che accennasi spiegato in volgare « ad omnium claram inteiligentiam, adstanie magna populi multitu dine », perchè, presente la folla del popolo, riesca chiaro ed intelligibile a tutti. Lo stesso Consiglio ci vico del 1599, ordinava al m agistrato di scrivere in avvenire i suoi atti in lingua italiana anziché in latino, perchè ognuno li potesse com prendere (1). Certo, tra il popolo, non eran pochi gli originari croati. T ra seicento nomi riscontrati nei documenti del secolo XV, duecento hanno term inazione slava ; ma è pur certo che costoro o si naturalizzavano o erano considerati ospiti forestieri, se non addirittura nemici come i Croati dei luoghi, vicini, i quali « re cavano spesso disturbi fino a provocare il bisogno di rappresaglie » (2). Lo stesso Consiglio, per evi(1) K o b l e r , op. cit. I. 185. (2) K o b l e r , op. cit. II. 146. tare che il croatismo, come avvenne più tardi, s’in filtrasse col Clero, invitava il Capitolo, fin dal 1456, a non eleggere canonico un sacerdote ignaro del latino. Così Fiume, attraverso alle varie dominazioni, con servava intatto il suo carattere di libero comune italico. Entro il breve cerchio delle sue mura, la sua anima, inconsciamente latina, si nutriva di sè stessa respingendo da sè, o assorbendo, gli elementi estra nei che tendevano a snaturarla. Mirabile forza di istinto che nei Fiumani non era, come s’ è detto, alimentato dalla dominazione veneta. Venezia era ostile. Fin dal 1291 essa aveva dichiarato i Fiumani suoi nemici, e ordinato, allora, ai negozianti veneti di partire da Fiume. E poi, per tre volte, nel 1369, nel 1509 e nel 1511, la cittadina m arinara, presa a viva forza dalle milizie della Dominante, ne aveva esperim entata la collera e il vigore. Non dunque da Venezia. L’amore che a Fiume (anche quando la Patria era tu tta e soltanto all’om bra del campanile) voleva preservato e difeso da ogni contaminazione il patrimonio ideale della lingua d ’Italia, traeva alimento da radici antichissime e profonde nel suolo che la volontà di Roma aveva consacrato alla latinità. V. — IL NEMICO L’istinto indicava il pericolo, designava il nemico. Fin dal tem po della prim a invasione, pacifico o vio lento, esso era necessariamente il nemico. E tale, per tutti gl’italiani di Fiume, rimase sem pre; anche quando l’ Italia non era nell’anima di nessuno o di pochissimi ; anche quando, nel traviam ento d ’un’ora, la più grande patria parve poter essere 1’ Ungheria di Lodovico Kossuth ; anche quando un nuovo ne mico, più violento e risoluto, parve trarre contro di sè tu tte le energie difensive degli oppressi. Q uesto va detto senz’odio e senza passione, ma ferm am ente, a tutti coloro che oggi vorrebbero far violenza alla secolare volontà di un popolo e a tu tta la sua storia, sacrificandolo alla Croazia. Fiume croata sarebbe infamia non meno grande che Fiume un gherese. La città del Q uarnaro è « terra irredenta » da ven t ’anni ; cioè da vent’ anni appena i suoi figli han vólto gli occhi all’ Italia m adre a dom andarle aiuto e salvezza, poiché 1’ ingenua speranza d ’ averne da altrui, quando la Nazione ancora non poteva, ebbe incontrato la giusta derisione del dom inatore. Ma questo rimane ben fermo : che se nel 1776, quando M aria Teresa d ’A sburgo tolse con Fiume una gemm a alla sua corona, per farne un premio ai Nobili magiari che l’avevano soccorsa in un grave m omento della sua fortuna regale ; se allora ai Fiu mani parve vantaggioso per i loro commerci che Fiume diventasse l’unico porto d ’un grande S tato (1); di ap partenere alla Croazia essi non vollero saperne mai. Q uando M aria Teresa, col suo « rescrittto aulico » del 14 febbraio di quell’anno, stabilì di restituire alla Croazia i territori già posseduti dai Frangipani e dagli Zrinyi, e di riunire all’Ungheria la Croazia accre sciuta del territorio di Fiume, il Municipio protestò vivacemente contro il rescritto, dom andando che la (1) « Q u e sta notizia (scrive il K o b l e r , op. cit. III. 1) prò d u sse g ran gioia, p erch è si prevedeva che Fium e d iv errebbe il centro com m erciale p e r q u esti paesi ». città e il suo distretto fossero annessi al Regno di Ungheria come corpo separato, e non si confondes sero « in qualsiasi modo » con la Croazia, alla quale non avevano mai appartenuto. Le proteste erano state tali e cosi insistenti, che tre anni dopo, con un « rescritto » che annullava il precedente, l’im pera trice univa la città e il suo territorio direttamente all’Ungheria, come corpo separato (1). I Croati discutono ancora sulla validità del secondo decreto per negarla, e farsene così un... diritto sto rico su Fiume ! Che queste ed altre simili proteste non debbano ritenersi fatte soltanto per attaccam ento ai diritti autonomici della città, ma soprattutto per l’ istintivo bisogno di difendere in sè la Nazione difendendone la lingua, è provato assai dalla unanime risolutezza con ' cui i Fiumani s’ opposero alle sopraffazioni croate, durante quel torbido periodo della loro storia, che va dal 1848 al 1867. Ma prim a di ricordare sommariamente la storia di quei diciannove anni, i quali per Fiume segna rono il duro inizio di una lotta che ancora ferve, e aspetta soluzione dalla guerra; m ette conto di rife rire, per il grande valore significativo che hanno, alcuni caratteristici episodi dell’epoca della prima guerra napoleonica (2). (1) La form ula latina del decreto è « C orpus sep aratu m adnessum sacrae Regni C oronae ». (2) A l f r e d o F e s t , Fiume a ll ’ epoca della prim a guerra napoleonica (1797). Suppl. al II voi. del « B ullettino » citato . L ’originale ungherese fu p u bblicato nel periodico A Tenger (il mare) di B udapest 1912, fase. I-IV. Fino a pochi anni o r sono il F est dirigeva il ginnasio ungherese di Fium e. La fonte, com e si vede, non è so sp etta d ’ italofilia. Dopo le stupefacenti sconfitte austriache in Italia, uno dei generali di Napoleone, il D ugua, era entrato il 22 marzo 1779 in Trieste, « senza colpo ferire, perchè il com andante Pittoni, abbandonando la città alla sua sorte, s’era ritirato con la guarnigione a Lippa ». Ma anche a Lippa era rim asto per poco tem po, e al primo urto con un distaccam ento m an datogli incontro al com ando del colonnello Dago bert, aveva ripreso la ritirata in direzione di Fiume, col proposito di stabilire una nuova linea di difesa sulla sinistra della Fiumara, cioè in territorio croato. Il 4 di aprile, (scrive il Fest riferendo la tradi zione) i soldati austriaci (le tru p p e del Pittoni erano quasi esclusivamente com poste di Croati) « arriva rono affamati e stanchi in città, dove commisero i maggiori eccessi. Penetrarono nelle abitazioni, sac cheggiarono i forni e le botteghe dei pizzicagnoli, invasero un albergo, si precipitarono nella cantina, spillarono le botti e, ubriachi sfatti, si diedero a bac cani enormi ». Dopo tali eccessi « questi soldati prepotenti (Croati confinari), insieme con quelli tedeschi $ Assia - D arm stadt, di stanza a Fiume, passato il ponte della Fiu m ara si diressero per la via di C arlstadt » (1). Le autorità governative s’erano messe in salvo da parecchi giorni, e i cittadini, abbandonati alla mercè della soldataglia croata, si dom andavano quel che stesse per succedere aH’arrivo delle “ terribili ” truppe francesi, intorno alle quali erano state sparse voci da far trem are anche i più animosi. « In tale stato d ’ambascia crudele, un assem bra m ento di popolo pieno di spavento e di orrore, te (1) F e s t , op. cit. pag. 60. mendo grandi perigli e il generale macello, esterre fatto gridava aita al municipio, il quale, a salvezza del paese, deliberò d ’inviare al campo nemico una deputazione, ad oggetto di chieder grazia onde ri sparm iate fossero nella zuffa le vite dei cittadini e preservate le loro sostanze » (1). Senonchè avvenne tu tto il contrario di quel che si temeva. Le truppe francesi, entrate in città, tennero un contegno amichevole, « fraternizzando coi citta dini » ; m entre invece la deputazione inviata a im petrar grazia dal nemico, era stata arrestata da un picchetto di soldati croati e condotta al « grosso corpo au striaco », come rea « di delitto di lesa m aestà ». Il racconto tradizionale degli avvenimenti del 5 aprile - dice il Fest (2) - è anche più vivamente lumeggiato dalla deposizione di un testimonio, circa un fatto successo presso la Fiumara, dove soldati croati avevano fatto fuoco contro un gruppo di ope rai fiumani. « Verso le cinque del m attino del 5 aprile dell’anno corrente », narra il testimonio, « scesi da Tersatto per com perare olio e pesci. Chiesi al signor capitano Jessich se potevo scendere a Fiume e, ottenuto il permesso, andai fino al colle chiam ato Fortezza. Al l’altra sponda m ’attendeva il cognato Gregorio Cu cich ; vicino a lui era accatastato il legname da fuoco dell’ Erario. Gridò dunque il cognato al signor ca pitano Jessich : — « Signor capitano ! faccia trasportare costà que ste legna ! Meglio che le adoperino i suoi soldati che non i Francesi ! ». (1) Così, letteralm en te, il T o m s i c h nelle sue N otizie sto riche sulla città di Fiume, pag. 262, Fium e, 1886. (2) O p. cit., pag. 66. « A quella riva era legata una barca, e il capitano gridò al alcuni cordaiuoli che là oziavano : — « U o m in i! Portate qua codesta barca, ch’ io possa fa r trasportare qua le legna ! « Ripetè ben tre volte queste parole, ma gli ope rai non se ne diedero per intesi. Al che il capitano per spaventare quegli uomini disobbedienti, comandò a un fuciliere di far fuoco. Allora i cordaiuoli, riti randosi, m ostrarono al capitano, con vostro rispetto, il sedere, dandoci su una palm ata ». « Il contegno irriverente di questi operai » com m enta il buon Ungherese (1), « dim ostra quanto il po polo fosse demoralizzato dalle continue, sconfitte del nostro esercito ; non stim avano gran che i soldati che non osavano far fronte al nemico; e anche il trionfo continuo delle idee rivoluzionarie francesi do veva indubbiamente aver esercitato la sua influenza pure su quei rappresentanti delle classi inferiori, spe cialmente se essi pensavano agli eccessi commessi a Fiume, il giorno prima, dalla milizia croata. Eran le cinque del m attino, i Francesi non erano ancora en trati in città (vi giunsero appena la sera) ma le sim patie del popolino eran già tutte per loro ». T utte per loro, perchè « i soldati croati anche in questo frattempo, si eran dati ad eccessi sfrenati, come se si trovassero in paese nemico ». « I soldati francesi », prosegue il Fest, « non m o lestarono alcuno, anzi fraternizzarono con la popo lazione italiana di Fiume, in completo contrasto con le angherie dei Croati ». Sono piccoli episodi che dagli avvenimenti odierni acquistano un grande valore significativo. « I soldati (1) F e s t , op. cit., pag. 67-68. croati (1) già allora consideravano i Fiumani come loro nemici » ; e « le stesse idee, lo stesso sentimento era diffuso in tutto il campo, composto per la massima parte da Croati. Dobbiam supporre che già allora i soldati avessero sospetto delle simpatie del popolo fiumano per i Francesi e lo consideras sero traditore ». E il Fest conclude col dire che certo « una parte della cittadinanza si sentiva sinceram ente a ttratta dal m otto di « libertà, uguaglianza, fratellanza », e che i Croati, i quali si com portavano come se fos sero essi « i veri nemici di Fiume », « sin dal prin cipio guardavano con diffidenza gl’italiani di Fiume, sapendo che molte città italiane professavano aper tamente i loro sentimenti repubblicani, e volentieri avevano assunto le istituzioni della repubblica e la nuova form a di governo, considerando i Francesi loro maestri ». Ma i tempi m utano, e oggi, in Francia, c’è tan ta di quella brava gente che si commove e spende in chiostro e parole per il “ diritto ” croato su Fiume. Su Fiume, dove i giovani italiani leggevano trem ando, con la m orte nel cuore, le notizie dell’avanzata te desca su Parigi nell’agosto del 1914, perchè senti vano che la Francia difendeva in quel momento tutta la latinità. Anche la loro. Ai saccheggi e alle violenze della soldataglia croata prima dell’occupazione francese dell’aprile del 1797, erano seguiti altri saccheggi, altre violenze ; e la memoria ne durava ancora vivissima mezzo secolo più tardi, quando, il 31 agosto del 1848, Giuseppe Bunjevac (commissario delegato del Bano di Croazia (1) E sem pre il F e st che scrive ! sollevatosi contro l’Ungheria rivoluzionaria collegato con l’A ustria) passò la Fium ara e occupò Fiume manu militari. Il Bunjevac, valicando il confine, aveva sentito il bisogno di prom ettere, « che la libertà municipale, nel senso delle leggi patrie e le civili istituzioni re sterebbero in pieno vigore e sarebbe conservato l’uso della lingua italiana ». Egli riconosceva (migliore in questo di tanti Croati d ’oggi) che Fiume era, anche allora, una città nazionalmente italiana, la quale vo leva rispettate le patrie istituzioni e lingua. Ma ri conosceva soltanto ; chè, m entendo alle sue pro messe, in quello stesso anno aveva sciolto, con la sua autorità di commissario banale, la congregazione cittadina di o ttan ta membri, sostituendola con un com itato di quaranta membri e perseguitando con angherie poliziesche e incarcerando i cittadini che protestavano. Ma se anche si fosse contenuto diversamente, l’a nimo della popolazione non avrebbe potuto m utare. Nessuna convivenza era possibile coll’invasore: esso minacciava, comunque, l’anima della nazione. « Si scorge in piena luce », scriveva il municipio in un suo appello all’ Imperatore, « la fin ora palliata tendenza di voler in Fiume introdurre a viva forza nelle pubbliche scuole la lingua croata, onde così, sem inando nei cuori infantili zizzania contro la lingua italiana, che è pur quella che si parla sia da che Fiume esiste, form ar giovinetti nemici alla propria città nativa, per secondare poi incauti le altrui ar cane velleità. « M aestà sacratissima, non è questo il momento, e d ’ altronde ne sarebbe superfluo dim ostrare ciò che è universalm ente noto, esser cioè l’idioma italiano d a secoli in Fium e la lingua della scuola, del fòro, del com m ercio, di ogni pubblico e privato convegno ; insom m a essere la lingua del paese, ed uno dei p rin cipali veicoli a cui attrib u ire devesi il g ra d o di sua cu ltu ra e del suo p rogresso com m erciale e industriale. Q uindi g ra tu ita riesce la dim ostrazione di q u an to pregiudizio sareb b e ogni indisposizione con cui si ten tasse di d are il b a n d o od assegnare u n ’an g u sta cerchia alla lingua dell’attu ale istruzione in q ueste pubbliche scuole, sostituendovi la c ro ata ». A ll’ insidia che m inacciava l’anim a della razza, tu tta l’anim a della razza, dalla plebe al patriziato, reagiva. T u tta. D ue anni dopo l'occupazione, lo stesso Jelacic, in un ricevim ento stre tta m e n te ufficioso, era salu tato o sten tatam en te in lingua italiana. Incapaci di fa r fro n te all’ostilità della popolazione, un com m issario deve d a r posto all’ altro. Le condi zioni m igliorano un poco d opo la c a d u ta del mini stro Bach, in séguito alle disfatte del ’59, m a per to rn a re ben p re sto allo stato di prim a. La lo tta p ro segue senza treg u a. E m entre (siam o nel 1861) il m u nicipio rinnova gl’ indirizzi di p ro te sta al sovrano, rip eten d o che « Fium e non si è mai co n sid erata p a rte in teg ra n te della C roazia » e invocando « i sacri di ritti alla lingua italiana », il popolo m anifesta la p ro p ria insofferenza in continue dim ostrazioni pubbliche. D alla Gazzetta di Fiume si polem izza aspram ente coi giornali di Z agabria; nè basta, a fa r cessare le dim ostrazioni, la legge m arziale; nè giovano, a far tacere le p ro teste, i processi, le con d an n e e le in carcerazioni (1). Q u a n d o il vescovo cro ato S tross (1) E rcole R ezza, red attore della G azzetta di Fiume, su bì un anno di carcere per un articolo pu bb licato nel 1862. m ay er e il C onte S uprem o Zmaijc, d o p o aver b e n e d e tto sul cam po di G robnico, in mezzo a grandi festività, il « nuovo C o m itato di Fium e », to rn a n o a cap o d ’un corteo im b an d ierato in città, sono ac colti d a u n a g ra g n o la di sassi, in o n ta allo sta to d ’ assedio. I processi e le co n d an n e si m oltiplicano, m a invano. Col p ro p o sito di p o r rim edio a un tale sta to di cose, il C onte S uprem o fa com pilare, sulla b ase dello sta tu to com unale provvisorio, u n a nuova lista elettorale, e fa eleggere u n a n uova « ra p p re sen tan za » com unale di 52 m em bri. M a anche la « n u ova ra p p resen ta n za », nella sua prim a seduta, v o ta fiducia e ringraziam enti al C onsiglio an tece d en te p e r l’ energia d im o strata in difesa dei diritti cittadini, e delibera unanim e « di non p re n d ere p a rte in nessuna guisa negli affari del C om itato, m a di limitarsi p u ra m e n te ed esclusivam ente all’am m inistrazione com unale della città, non tralascian d o alcun mezzo p e r rid are a Fium e la sua antica a u tonom ia ». E due giorni dopo, all’ invito di m an d are q u a ttro d e p u ta ti alla D ieta di Z agabria, la R a p p re sen tan za risponde con un rifiuto. R isp o n d erà di no anche il p o p o lo ? Il C o n te S u p rem o se lo d o m an d a e decide di ricorrere al voto plebiscitario della cit tad in an za. Su 1222 elettori v o tan o 870; m a 840 schede p o rta n o la sc ritta : N essuno! Q u a ttro anni dopo, un nuovo ten tativ o del genere h a il risu ltato identico. Finalm ente, il 21 novem bre del 1867, si riesce a venire a un com ponim ento, e su 900 elet tori chiam ati alle urne, 135 rispondono all’ appello e d esignano i nomi dei d e p u ta ti : m a ogni scheda reca, oltre ai nomi, u n a prescrizione: perchè pro testi contro qualsiasi annessione e dipendenza dalla Croazia. I teorici del principio di nazionalità sono più o m eno concordi nell’ afferm are che esso principio ha fo n d am en to s o p ra ttu tto nel diritto che ogni ente n a zionale h a di d isp o rre di se stesso. D ato questo e quel che p reced e; d ato an co ra che a Fium e il nu m ero d eg l’ Italiani è più che doppio di quello dei C roati, sarà lecito d o m an d are p er via di quali la boriosi ragionam enti e di quali com plicate in terp re tazioni, ta n ti di quei teorici sostengono il diritto della C roazia o della « Jugoslavia » al possesso di F iu m e? VI. — L ’A U T O N O M IS M O M a a Fium e, osserva qualche difensore del “ di ritto ” croato, 1’ “ irredentism o ” è fa tto recente. Gli stessi Italiani di Fium e am m ettono che esso non ha più di v e n t’ anni di vita, e che le b attag lie politiche ivi co m b attu te p er la redenzione italica sono quasi esclusivam ente o p era dei giovani dell’ ultim a g en e razione. G iovani o ra m a i... non più giovani; m a è vero. E vero che l’ isolam ento in cui qu esto piccolo cen tro u rb a n o s ’era tro v ato p er ta n ta serie di secoli, aveva p e rp e tu a to n e’ suoi cittadini il sentim ento del particolarism o com unale. E vero che in quel m inu scolo m ondo chiuso in sè, p er lungo tem po non si riuscì a capire che l’ uom o potesse co m b attere e m orire p er qualco sa di più vasto del natio b orgo ; nè a ltra lib ertà gli parve desiderabile oltre quella del p ro p rio co m u n e; nè intese, p er lungo tem po, che la p a tria non fosse soltanto quella breve intorno all’ o m b ra del cam panile, e stranieri non fossero i nati fu o r delle m u ra cittadine, p u rch é dal seno m a tern o avessero succhiato u n a m edesim a arm onia di p arole. E d è anche vero che d u ra n te i diciannove anni dell’ occupazione cro ata, i Fium ani d o m an d a rono insistentem ente d ’ essere uniti all’U ngheria; e alla nazione un g h erese fecero entusiastiche dim o strazioni di sim patia. Chi negasse questi fatti ne esag erereb b e 1’ im portanza, a lteran d o il significato che hanno. 11 m ovente principale della lo tta era la difesa dell’ au tonom ia com unale e della lingua italian a; in tale rig u ard o la riannessione all’ U ngheria pareva, ai Fium ani d ’ allora, som m am ente desiderabile, non solo p erchè dal 1776 i M agiari avevano risp ettato le tradizioni locali, m a an c o ra p erch è ai loro occhi e al loro spirito l’ U ngheria ra p p re se n ta v a in quel tem p o la rivoluzione nazionale co n tro il dispotism o. L’ Italia era debole e lo n ta n a ; qualche giovane fiu m ano era a n d a to a co m b attere e a m orire p er la su a lib ertà (1), m a l’alito vivificatore del Risorgi mento era giu n to a Fium e trav e stito e affievolito attra v erso i m oti rivoluzionari dell’ U ngheria, che dell’ Italia sem brava allora sorella nelle arm i e nel1’ idea. Inoltre a Fium e i M agiari eran o in tu tto mezzo centinaio; an co ra non stridevano, non davano o m b ra. S alva l’ autonom ia cittadina, am orosam ente p re serv ata e difesa a ttra v erso i secoli, l’ U ngheria e ra il soccorso più vicino <e più p ro n to ; e pareva quasi bello che a Fium e le due “ nazioni sorelle ” (1) Cfr. L u p o d e l l a M o n t a g n a , Il Trentino, la Venezia Giulia e la D a lm a zia n el R isorgim en to italiano, p. 136, Mi lano, 1914. p o tessero stringersi la m ano e suggellare un p a tto di fra te rn a concordia p e r 1’ avvenire. Nè deve sem b rare stran o che i Fium ani, accor tisi che nel liberatore del 1867 an d av a crescendo, col num ero e l’albagia, un nuovo e più d u ro dom i n ato re, indugiassero qualche anno prim a d ’inten dere che alla salvezza della nazionalità più non p o tev a b astare, oram ai, l’au tonom ia; prim a d ’intendere che ad ogni nucleo nazionale diviso dal pro p rio ceppo, la sto ria aveva sem pre posto un reciso di lem m a: o ricongiungersi al p ro p rio ceppo o m orire. C ’è an co ra oggi della g en te che, in b u o n a fede, crede possibile la difesa nazionale di Fium e e delle cittad in e d alm ate p e r mezzo di u n ’ “ autonom ia g a ra n tita ” . C osto ro non capiscono oggi, ciò che i Fium ani com inciarono a capire v e n t’anni fa ; e non hanno, com e i Fium ani, la scusa dell’attaccam en to a u n a tradizione secolare. Fin dall’ epoca del suo vassallaggio ai dinasti di Duino, la città si reggeva con u n a certa indipen denza. I prim i docum enti noti atte sta n o che, assai prim a del secolo XIV, esisteva u n ’ am m inistrazione com unale che an d av a costantem ente allargando l’àm bito delle p ro p rie attribuzioni. Gli obblighi m ilitari verso il domino erano irrisori : il C om une provve deva d a sè alla difesa delle proprie m ura; ed aveva, certo assai prim a del 1530, statu ti propri (1); i quali, presen tati in q^ell^anno alla sanzione im periale, erano stati ap p ro v ati senza osservazioni contro if titolo di res publica, che i com pilatori avevano po sto alla città (2). ' '' (1) V. pagg. 34, 35. (2) T e o d o r o B o t k a , L ’ultim o stadio della questione fiu m ana, nel periodico B udapesti Szem le, B ud apest, 1868. 4 Fium e non aveva avuto e non voleva avere vin coli provinciali. La sua pro p en sio n e all’ isolam ento politico era n a ta e cresceva anche p er ragioni eco nom iche; chè ogni aggregazione a un territo rio più vasto era co n sid erata pericolosa ag l’ interessi p a rti colari dei cittadini, quasi esclusivam ente dediti ai com m erci e alla navigazione, sia perchè avrebbe p o tu to d istrarre i traffici locali p e r altre vie, sia perch è av rebbe g rav ato sulla città coll « ingiusto peso d ’ u n ’ im posta provinciale » (1). E ra logico e um ano che 1’ autonom ism o, sostenuto ten acem en te d a tradizioni secolari e dal ricordo a n co ra fresco del suo valore econom ico nel p assato, sopravvivesse p er qualche tem p o alla sua ragion d ’essere. D ’ a ltra p arte , non era sta ta forse 1’ a u to nom ia, sin d a ’ prim i anni della storia del com une italico di S. V ito, la più sicura difesa della nazio n a lità ? N on sareb b e sta ta follia a b b a n d o n are u n a ròcca dove il fiore del sentim ento italiano era sta to cu sto d ito p er ta n ti secoli, com e in u n a serra, nel tem p o che il suo stelo p arev a an co ra tro p p o esile p er resistere a cielo a p e rto ? P erch è è b en vero che senza quella serra, la p ia n ta latina non av rebbe re sistito all’ intem perie dei secoli, non sareb b e rifiorita nella sacra o ra della prim avera italica. Ciò che p e r un m om ento p arve om broso p a rti colarism o di piccola g en te d ’ un piccolo m ondo, non era so ltan to attac cam en to a u n a tradizione o a un pregiudizio che facesse vedere g retti interessi m a teriali dove più non erano. E ra so p ra tu tto il geloso am ore del patrim onio ideale della razza e il tim ore che l’ardim ento dei più insofferenti lo esponesse alla dispersione e allo scem pio. (1) K o b l e r , op. cit. II, pag. 11. E q u an d o suonò l’o ra di uscire in cam po ap e rto p er co m b attere la b a tta g lia suprem a, l’autonom ism o fu ab b a n d o n ato dai m igliori com e un danno. L ’ autonom ia era s ta ta un mezzo di difesa ; non p o tev a essere fine a sè stessa. E ra sta ta u n a ròcca che il nem ico aveva dem olito ; bisognava uscirne. E ra s ta ta u n ’ arm e che il nem ico aveva sp u n ta to ; b isognava gettarla, afferrarn e altre più valide. La libertà, la redenzione eran o in cim a a un C alvario : g l’ Italiani di Fium e lo salirono p er non esserne in degni. V II. — “ IL C A L V A R IO D ’U N A C ITTÀ IT A L IA N A ’ T ra gli stranieri im m igrati a Fium e nel secolo XV, il libro del C ancelliere De R eno ricorda tale Paulus qd. Petri de Hungaria, il quale, giunto nel 1444, aveva preso in affitto p e r tre anni u n a vigna nel territo rio . E ra il prim o « ra p p re se n ta n te della n a zione m agiara » (1) che venisse, in umile veste di vignarolo, a p re n d ere possesso del « litorale u n g h e rese ». Q u a ttro secoli dopo, nel 1880, gli U ngheresi a Fium e eran o in tu tto trecentosettantanove, e a n cora non sem bravano ben co m penetrati della mis sione di co n q u istare la città italiana alla kultur m a giara. Nel 1910, le statistiche ufficiali ne an n o v era vano 6400 su 50 m ila abitanti, e nessun di loro d u b itav a più, che la m oltiplicazione dei M agiari, av v en u ta con la m oltiplicazione degli im pieghi gover nativi, non li avviasse alla fatale conquista del m are (1) F e s t , Fiume nel sec. X V , p. 113. latino. P e r il m are vigeva il d iritto storico delle fuggevoli apparizioni di qualche loro co n d o ttiero co ro n ato d u ra n te le lo tte con V enezia; p er la te rra il diplom a di M aria T e re sa ; sep p u re non si volesse risalire al diritto più antico, im personato in Paulus quondam Petri ; del quale la sto ria non dice se ab b ia co m p rato la vigna p resa in affitto, m a p o treb b e anche essere. C erto , quel « prim o ra p p re s e n ta n te » era tro p p o solo p er com inciare lui; e pochi eran o anche i 379 del 1880. M a « q u an d o d iv en taro n o 6400 », dice un opuscolo della vigilia (1), « il G overno, tro n c a to ogni indugio, dichiarò la g u erra di co n q u ista e sm ascherò senza ritegno tu tte le b a tte rie ». Fino a quel giorno, vicinissim o al trag ico epilogo della g u erra, Fium e aveva co m b attu to p er quasi v e n t’anni, s tre tta in un assedio senza uscita, e del suo m agnifico sforzo nessu n o in Italia sapeva nulla. Le prim e notizie precise into rn o alla « città asse d iata » eran o ven u te col grido d ’allarm e, con l’in vocazione d ’ aiuto ai fratelli dell’ a ltra sponda, lan ciato d a un italiano della te rra irred en ta. La lo tta era disp erata. P e r in ten d ere q u a n to fosse, b iso g n a ascoltare qu ell’ invocazione d ’aiuto, fa tta q u a n d o la g u e rra liberatrice, seg reta sp eran za di tu tti, p arev a incom m ensurabilm ente lontana, e la li b erazione un sogno. « La p erla del Q u a rn a ro », scriveva allora lo S pi nelli, « si direb b e u n a c ittà assediata, alla qu ale gli assalitori h an n o b ru talm en te tag liato i viveri e posto il dilem m a: o cap ito lare o m orire » . . . « C ap ito lare, (1) FI a m i n i o E. S p i n e l l i , Il C alvario d ’una città ita liana, B ergam o 1914. ossia p erm ettere a sei m ila ungheresi, che vi sono dom iciliati, su cin q uantam ila abitanti, il dom inio as soluto, l’egem onia in co n tra sta ta dell’antico com une italico : o m orire p er m ano di U ngheresi e C roati, ugualm ente, o ridursi a te rra di conquista alla v en tu ra d e ’ più audaci, alla balia d e’ più p re p o ten ti »... . . . « Fium e si riscosse anim osam ente : oppose il suo b u o n diritto ; o p p o se le sue leggi ; oppose i di plom i reali ; opp o se lo S ta tu to ; oppose le prom esse solenni avute dal p arlam en to e dal governo d ’U n g h eria nei giorni della riannessione di Fium e allo S ta to U ngarico. N iente! N on era più tem po d a p e r dere in discussioni simili. Il governo ungarico non discuteva più nem m eno se Fium e avesse o non avesse diritti legali; esso voleva la città p e r i suoi seimila u n g h eresi; p er essi aveva ungarizzato - com e ve d rem o - gli uffici, le scuole, creato banche, indu strie, sovvenzioni ; d ’ognuno di essi aveva fa tto un elettore, u n ’arm a politica, un elem ento aggressivo, un so ldato ; e adesso sm aniava di lanciarli all’assalto corazzati di tu tti i poteri dello S tato , contro i cit tadini italiani au toctoni, non più difesi dalla g a ra n zia del d iritto risp ettato , nè d a quella dell’ onestà pubblica ; sm aniava di lanciarli all’ assalto d a ogni p arte, d a vie lun g am ente p re p a ra te so tte rra e d a vie nuove, create alla vigilia, com e le opere guerresche di più im m ediata efficacia ; anelava di guidarli al l’assalto, fo rte d e ’ suoi poteri, risoluto a non rico scere niente, a non com m oversi, a non dare indietro ; fisso nel desiderio di riuscire, anche a costo di a n n ientare Fium e italiana non p er sè, m a p er i C roati che le sono in casa, e son dodici mila, e non a tte n dono che il m om ento della « vittoria ungherese », p er p resen tarsi a loro volta e dire ai novelli conqui stato ri: « A desso i conti li fa rete un p o ’ con noi ». A nzitu tto, 1’ assalto alle scuole. « Al G innasio », scrive lo Spinelli, « che dalla su a istituzione aveva p er lingua d ’insegnam ento l’italiano, il governo im p o n e la lingua d ’insegnam ento u n g h e re se ; all’A c cadem ia di C om m ercio fa lo stesso ; alla S cuola di nautica, idem . La m atem atica, la storia, la geografia, la chim ica, la fisica, le tte ra tu re e scienze, il. . . latino, tu tto s ’in segna in ungherese a s tu d e n ti... italia n i» . « R isultato : in pochi anni q u este scuole, d a ita liane d iv entano ungheresi, p er m odo che g l’italiani non possono più freq u en tarle. Se vi s ’ostinano sono perseg u itati. I program m i d idattici sono sn a tu ra ti ; n on im p o rta più creare buoni allievi, im p o rta creare dei giovani che parlino u n g h erese ; im p o rta snazio nalizzare. A ll’ « A ccadem ia di n au tica » s ’insegnano in u n g h erese persino i com andi di b o rd o ! »... E i castighi, le vessazioni agli scolari italiani del G in n asio - liceo vengono d a un d iretto re che p a rla 1’ Ita liano in un gro ttesco gerg o dialettale fium ano co n to rto in form e ungheresi. Egli proibisce l’uso dei cappelli a cencio, calabresi, com e dice lui ; p ro i bisce di p o rta re m arg h erite a ll’occhiello (1); obbliga gli stu d en ti allo spionaggio politico. E u n a rovina intellettuale e m orale. Le scuole perd o n o il loro scopo; div en tan o centro di agitazione, intristiscono e d a re b b ero p ro d o tti m iserandi se i genitori non s ’ a ffret tassero a provvedere, levando i figli dall’istituto, o se gli stu denti stessi non vi supplissero con l’ inge gno vivo che h an n o e che coltivano d a sè, privata (1) P erch è M argherita si chiam a la regina, madre di re V ittorio E m anuele III. m ente, salda serb an d o la fede nazionale, rinfocolan dola anzi viem m eglio com e reazione sp o n tan ea ai soprusi p atiti ». O p e ra v an a ; m a poiché il dom inatore non riesce a trasfo rm are g l’ Italiani in U ngheresi, affolla con q u e st’ultimi gl’ im pieghi regi : « senza m isura, fino alla p leto ra ». G l’ Italiani sono allontanati, d ep o rtati in U ngheria, e al loro po sto collocati M agiari che non conoscono u n a p aro la d ’italiano. Il G overno ne em pie « la P o sta, il T elegrafo, la D ogana, la Finanza, le Scuole, le Ferrovie, le im prese sovvenzionate, le b an ch e; crean d o reggim enti d ’U ngheresi ossessionati dalla missione di p ro p a g a re Videa dello Stato, chiusi in se stessi, ostili a g l’ Italiani, con i quali vengono a q u o tid ian o conflitto p er ragioni di servizio » non riuscendo a co m p rendere e a farsi com prendere. « Dalle scuole, d a g l’ im pieghi il G overno passa al com m ercio, all' industria, alle b anche ». P e r « inde bolire econom icam ente l’elem ento italiano, p er re n derlo m eno resistente e più facile preda, com incia coll’attrav ersarg li la strad a, col creargli la concor renza, col dim inuirgli le possibilità di guad ag n o , col tro n carg li ogni in iziativ a» ; sostenendo all’incontro « ogni pizzicagnolo ungherese calato a Fium e in cerca di facili guad agni, sovvenzionando industrie e com m erci ungheresi di ogni specie, anche se a p p a risca chiaro che sono volgari speculazioni ; creando b anche e m agazzini che diventano vere sanguisughe dei com m erci fium ani e finiscono col rovinare m olti italiani ». « O ra ecco il G overno di fro n te al popolo. Um i liata la borghesia, la resistenza non gli sem bra più cosi forte. Il popolo può essere, egli pensa, so p ra f fa tto più facilm ente ; ed egli lo ten ta. Gli n eg a an - zitu tto la scuola industriale italiana, dove p o tre b b e istruirsi ; n eg a a ’ suoi figli la possibilità d ’u n a p ro fessione libera, m agiarizzando g l’ Istituti superiori ; e n eg a loro la possibilità d ’u n a carriera negli uffici pubblici, che sono ap erti so ltan to agli U ngheresi ; ten ta, insom m a, di ridurlo a u n a piccola cosa, insi gnificante, che si può facilm ente d o m are ; te n ta di ridurlo uno sp o stato , o, alla m eno peggio, un im p ieg ato di classe inferiore, un artiere, un operaio, un b racciante, un servo... degli U ngheresi ». M a il popolo « si sareb b e o p p o sto com e u n a b a r riera a tu tte le insidie del governo, se, p er rim uovere l’ostacolo, i tribunali superiori, com plici i m inistri ungheresi, non avessero concepito la più g ra n d e in fam ia che uom ini di S ta to in E u ro p a osassero mai concepire : il fu rto del d iritto eletto rale ». « A Fium e, secondo lo S ta tu to , il d iritto eletto rale am m inistrativo è a c co rd a to a tu tti i cittadini pertin en ti al C om une, che pag h in o u n a d e te rm in a ta im posta, nonché ag l’im piegati di S ta to . Il G overno (ed ecco lo scopo dell’ irre g g im e n ta zio n eaF iu m e delle falangi d ’im piegati di S ta to ungheresi) li fece iscri vere nelle liste. M a erano pochi e b isognava au m entarli. In due m odi : riducendo gli elettori citta dini ed ingrossando gli ungheresi. Al prim o fine il governo pervenne im poverendo, com e ab b iam o visto, la città, che non p o tè più fornire elettori ad alto censo in m isura p ro p o rzio n ata. Al secondo p e r venne con u n a frode legale : facendo iscrivere nelle liste 700 ferrovieri ungheresi » ad d e tti alle linee che fan n o capo a Fium e. « Ne risultava che a Fiume, so p ra un corpo elettorale di duem ila trecen to elet tori, 700 fossero i ferrovieri e 400 gli altri im piegati di S ta to , ossia quasi la m età. V ale a dire, risultava che i seimila ungheresi immigrati a Fiume dispones sero di millecento elettori, e gli altri 44 mila abitanti di milleduecento » / « A rrivano », scrive lo Spinelli, « dalla C roazia e dall’ interno dell’ U ngheria treni che p o rta n o a cen tinaia gli elettori ungheresi, i quali, alla stazione ri cevono la scheda elettorale di cui ignorano il co n ten u to , e si recan o a v o tare senza sapere nem m eno dove si trovi il m unicipio, dove sia la sede dell’ele zione, guidati dai capi - ufficio com e m andre di p e co re; v o tan o e... rip arto n o coll’ a b b o n d a n te com p an atico fornito dalle tasse governative. I cittadini, in tanto, che sono m igliaia e sono spogliati del voto, devono frenarsi a g u ard are gli stranieri, le tu rb e di ignoti m uovere all’assalto del m unicipio italiano ». « 11 p o d està e il d e p u ta to », co n tin u a lo Spinelli, « che co rro n o a V ienna p er scongiurare la m inaccia della polizia di S tato , si vedono m ettere so tto il naso degli scartafacci volum inosi. S ono i ra p p o rti del G o vern ato re, i ra p p o rti delle spie false ; sono denuncie assurde, esagerazioni scandalose di fatti innocentis simi. A un pubblico concerto s’ap p lau d e a un coro de\Y E m ani? Ecco u n a prova di u n a ten d en za irre dentista. Al te a tro si applaude al coro del Nabucco ? Ecco u n a pericolosa dim ostrazione sep aratista. Si p o rta il cappello a cencio ? Si p o rta all’occhiello u n a m arg h erita ? Si è soci di un circolo italiano ? Si fan n o gite in Ita lia ? Si legge qu esto o quel gior n a le ? Sintom i, prove, docum enti d ’irredentism o. A l cune centinaia di giovani si recano a R avenna in sacro pellegrinaggio alla to m b a di D a n te ? Al ritorno sono processati p er alto tradim ento. Un cin em ato grafo p ro ietta u n a film francese di episodi della g u erra libica ? Il pro p rietario è accusato di p ro v o care dim ostrazioni contro lo S ta to . Le m ontature, su b itam en te gonfiate d a pennaioli prezzolati, acui scono la ca m p a g n a diffam ato ria dei giornali u n g h e resi : essi d o m an d an o provvedim enti repressivi, ra p presaglie, persecuzioni, processi ». E alle sollecita zioni il G overno non è sordo. O gni giorno reca un fa tto nuovo. O ggi è u n a disposizione di legge che ob b lig a i professori di lingua e di le tte ra tu ra italiana a legalizzare i loro diplom i con un esam e di lingua e le tte ra tu ra ungherese, a B u d ap est ! D om ani è lo stesso obbligo fa tto alle m aestre degli asili infantili ! P oi viene la polizia di S tato , poi la legge sui fo re stieri, in b ase alla quale « possono essere allontanati dalla città, e n tro 24 ore e senza m otivazione, tu tti coloro che non siano p ertin en ti al com une, anche se sono nati a Fium e ; anche se sono di passaggio, a n che se si recano al capezzale di un caro m orente ». N on si discute. I poliziotti di S ta to , che il popolo chiam a « sicofanti », h an n o invaso la città com e sol dati esasp erati d a un lungo assedio: provocano i c itta dini p asseggiando p e r le vie principali « coi fucile e la b a io n etta in astata, con le rivoltelle alla cintola, com e tr a ’ d ep o rta ti ; arrestan o gl’ Italiani per un n ien te ; in carcere li b asto n an o , li m altrattan o , li te n g o n o a digiuno ». La città è piena di spie trav e stite ; gli sfratti succedono agli sfratti, i sequestri ai sequestri. « P e r so sp etto d ’irredentism o la Voce del Popolo, il giornale d eg l’ Italiani, è seq u e strata ogni giorno; il p ro c u rato re del Re ed il giudice inquirente sono in piedi fin d all’alba p er firm are il d ecreto di seque stro, già p ro n to , già stam p ato , al quale devono ag giungere so ltan to il titolo degli articoli d a incrim i narsi. E ap p e n a il giudice h a firm ato il decreto, gli sgherri della polizia di S ta to , che a tte n d o n o in istrad a, v an n o a bloccare la stam peria, corrono alla caccia dei rivenditori e degli strilloni, stra p p a n o il giornale di m ano a chi lo legge e p er poco non m inacciano di violare il domicilio privato degli ab b o n a ti p er ru b are le copie seq u estrate, m a sfuggite alla persecu zione poliziesca ». E p e r tro v a r p re te sto a nuove p e r secuzioni si organizzano falsi a tte n ta ti com e quelli delle b om be scoppiate nel palazzo del G o v ern a to re (1). Si capì più ta rd i che la polizia ungherese « di confine » (così si chiam ava la polizia di S ta to ) era u n a m isura p reventiva p er la sicurezza dei... confini della m onarchia che s’an d av a p re p a ra n d o alla guerra. E la g u erra era assai più vicina che lo stesso S pi nelli non so sp ettasse q u an d o diffondeva p er la p e nisola il suo grido di : Fratelli aiuto ! e supplicava il « G overno d ’ Italia e il generoso popolo italiano » d ’ intervenire consigliando « agli alleati di m u tare indirizzo a Fium e ». « E tem po », diceva, « che cessi l’assedio ». L ’assedio non è cessato ancora ; anzi s ’è fa tto più trem en d o . M a il G overno d ’Italia e il generoso p o polo italiano stan n o com piendo l’o p era invocata. E l’assedio cesserà. I (1) Lo scandalo dei falsi atten tati al palazzo del G over natore di F ium e furono diffu sam en te narrati dai giornali ita liani del regno. La polizia u n gherese aveva prezzolato due v o lte alcuni m alviventi, che fecero scoppiare due bom b e in nocue nel giardino del palazzo. N e seguirono arresti e pro cessi in cui furono im plicati dei cittadini. Il trucco fu rivelato con un pu bb lico atto d ’accusa scritto dal fium ano Riccardo G igan te in un fam oso num ero unico in titolato « La B om b a ». .... :■ ., ... - • .. •• Vili. — R E D E N Z IO N E E opinione diffusa anche oggi, che il sentim ento dell’ irredentism o nasca p er reazione alla violenza. E si suol dire che se a Fium e, a T rieste, a T rento, nell’ Istria e nella D alm azia i G overni d ’A u stria-U n gh eria avessero lasciato libero sviluppo all’ italianità, l’ irredentism o non sareb b e so rto ; perch è il bisogno della lib ertà non si sente se la lib ertà non manchi, e chi sta b en e non d esid era m utam ento. Ciò sareb b e vero se irredentismo fosse soltanto, com e si crede, desiderio di m u tam en to che nasca d a lib ertà m ateriale in sodisfatta. M a gli esempi che se ne p o rtan o , h an n o u n ’ a p p a ren z a di verità eh ’ è fo n te di nuovi errori. Si cita volentieri il caso d e gl’ Italiani del Ticinese, del N izzardo e della Corsica, dei F rancesi della V al d ’A o sta e degli Sloveni del N atisone. E si p a rla d ’ irredentism o slavo in C arniola e in C roazia, conseguenza ovvia dei m etodi del go vern o austriaco. E la confusione della sem plificazione. C om e la civiltà, che p e r tro p p o tem p o (e 1’ errore si sco n ta oggi nel sangue) fu confusa col progresso m ateriale, l’irredentism o è s o p ra ttu tto u n a cosa d ’a nim a. N on si m anifesta che nei popoli i quali, nel p u n to di rip ren d ere o di avverare le aspirazioni loro p ro p rie, si trovino im pediti e m ortificati dalla vio lenza di genti inferiori o avverse. Esso nasce, sempre, d alla n ecessaria inscindibilità p ra tic a dello spirito e della m ateria ; e sussiste in d ip en d en te d a ogni u ti lità m ateriale che non sia fru tto della giusta arm onia a cui aspira. Esso nasce dalla legge che vieta a un co rp o nazionale di accettare u n ’ anim a che non sia o a ltre tta n to o più ricca della sua, o com unque ad esso ad a tta b ile ; cioè tale che non im ponga freni al suo pro g resso e b asti a d a r lena a tu tto il vigore di cui è capace. E l’ interezza della vita in progresso che si vendica delle stasi im poste. I nostri nemici, p er n egare la latinità della n o stra lo tta e p areg g iarla a ogni altro caso di popolo in u rto coi dom inatori, ten ta ro n o di m ettere in dubbio il d iritto n o stro di sentirci figli di R om a; e fu com pito n o stro convincere noi stessi che il p assato e il p resen te non eran o che u n a realtà so la; e ta n to fu p atito e difeso, ed ebbe nom e irredentism o (1). La v erità è che se uno sloveno del N atisone non si sente irredento, ciò dipende dal fa tto che in lui non ap p a re il bisogno spirituale di so ttra rre quel q ualchecosa che può essere la cu ltu ra slovena alla civiltà italian a; e Còrsi e Nizzardi e V aldostani nulla vieta che respirino ugualm ente u n a stessa atm osfera di latin ità; e i Ticinesi son p a rte di uno S ta to neutro, e perciò neutri essi stessi com e i Francesi di G inevra e di L o san n a; e gli Slavi della C arniola e della C ro a zia, se p u r voglia, alcuno di essi, qualcosa che sia in contradizione con l’A ustria, non sono irredenti. Lo sono, e sanno essi q uanto, gli Alsaziani e i Lorenesi p er la nostalgia d ’ un bene vitale che il tallone g er m anico h a calp estato ; non mai p o tra n n o esserlo i contadini slavi dell’ Istria orientale e della Dalm azia. (1) Le considerazioni che facciam o sulla natura tu tta latina d ell ’irredentism o e la sua inconfondibilità coi casi diversi, si g nificati n ell ’ uso con la m edesim a parola, non esclu d on o as solu tam en te il sacrosanto diritto di ogni p op olo alla libertà di cui sa rendersi d egn o. V alga per tu tti il tragico caso del 1’ Arm enia. O g n i n ato di R om a m adre, sia di F rancia, d ’ Italia o di S p ag n a, d o v reb b ero sap e re perchè. A Fium e il G overno u n g h erese avrebbe p o tu to risp e tta re lo sta tu to e 1’ autonom ia ; e illudendosi di p erm e tte re il libero sviluppo della lingua italiana, non p o rre altre b arriere che quelle politiche e doganali tr a g l’ Italiani di Fium e e l’ Italia, necessaria alla vita del loro spirito ; non avrebbe, così facendo, im pedito, anzi, assai probabilm ente, av rebbe a ffrettato l’avvento dell’ irredentism o di poten za in a tto ; e all’ in d ag ato re della d a ta e delle responsabilità del conflitto sareb b e s ta ta più facile la via p er riconoscere le vere leggi di ogni ordine e di ogni libertà. Q u a n d o u n a stirpe diventi nazione (e soltanto se coli di sto ria vissuta e so ffe rta nella m ateria e nello spirito valgono a crearla tale) essa h a un cuore e un san g u e che dal cuore è im m esso in ogni sua p a rte . O g n i m em bro am p u tato , se tard i ad essere rico n g iunto al tu tto , m uore. E la necessità dell’ essere rico n g iu nto non am m ette relatività. P e r Fium e, com e p e r qualsiasi a ltra te rra irred en ta, lib ertà di vita italiana vuol dire faco ltà di tra rre ogni alim ento spirituale di cui abbisogni dal vivo cuore della nazione a cui ap p artien e. E ciò non è possibile senza tro p p o gravi contraddizioni e penosi conflitti, p e r un giovine italiano cittad in o di uno S ta to che non sia l’Italia e dom ani p o tre b b e p ren d ere le arm i co n tro l’Italia. Egli può ben confortarsi dicendo che n essuno gli vieta di parlare, di stu d iare la su a lin gua, di vivere, in ispirito, la storia della sua nazione. Lo S ta to a cui a p p a rtien e non può, com unque, esi m ersi dall’ im porgli l’osservanza di doveri che co n trad d ic o n o a quelli che gli sono im posti dalla n a zione. E che storia gli s’in s e g n a ? quella di R adeski 0 q u ella di G aribaldi ? D a « li Tedeschi turchi » di D an te a « / ’ imperator degl’ impiccati » del C arducci, gli può essere concesso di am are o di odiare libe ram en te co ’ suoi poeti ? No. O concepire il dovere com e un castigo, to rb id a divinità a s tra tta e im pla cabile, e accettarlo così ; o r iv o lta r g li contro. O rassegnato, o ribelle, o neutro. Il governo ungherese a Fium e può avere e rra to nei m etodi : non fu illogico. D ato che 1’ U ngheria esiste, ed è quello che è, cioè uno S ta to plurinazio nale che i M agiari, p u r essendo m en che la m età della popolazione com plessiva, si sono in testard iti a voler creare nazione; che altro potevano fare a Fium e 1 M agiari se non te n ta r di sostituirsi ag l’ Italiani ? Il m ale che alcuno cercava nei m etodi era nelle radici. Si te n ta v a di rim ediare all’ irrim ediabile, di conciliare 1’ inconciliabile. L ’ autonom ism o, valido aiuto alla difesa della nazionalità q u an d o an co ra la nazione non era, parve cosa pregevole p er se stessa e conciliabile con lo S tato . E ran più nel vero i m on goloidi della bu ro crazia di S ta to , della Polizia e del giornalism o aulico, che in D an te denunziavano un % irredentista, e in u n a m argherita, e nel siam o tu tti una sola fam iglia del coro dell’ Em ani, e nella ... patria si bella e perduta del Nabucco, scorgevano u n a m anifestazione contro Videa dello Stato ungherese. Non e r a ? E ra possibile essere Italiani senza sentirsi irre d e n ti? A o n o r del vero, i M agiari non fecero ag l’ Italiani di Fium e il to rto di crederlo, anche assai prim a che un anim oso g ru p p o di giovani, unitisi in u n ’ asso - ciazione che, dalla Giovine Italia dell’ apostolo g e novese, si chiam ò Giovine Fiume, venissero a dichia rarlo ap ertam en te. Il lievito era v enuto attra v erso alle mal g u ard ate frontieri coi poeti e col pensatori d ’ Italia; era ve n u to con la viva voce dei giovani reduci dalle uni v ersità italian e; era v enuto coi discepoli di G iosuè C ard u cci; e la sp eran za fu sen tita com e dolore e qu esto operò com e sforzo, solo p e r la particolare form a della costrizione stran iera: m a com e volontà verso uno scopo aveva un solo nom e : vita, di cui la lo tta non era che un m om ento. Ecco l’ irreden tism o che nella g u e rra s ’ è an n u llato e scom parso. E ra tem po oram ai, di co m b attere con la visiera alzata ; nè doveva im portare che 1’ Italia fosse senza esercito e paresse triplicista. E ra l’Italia. E chi d u b itasse era un vile ; chè 1’ o ra non po tev a essere lo n tan a. E q u an d o venne, trovò Fium e, che in pochi anni aveva com piuto in sè la p ro p ria purificazione spiri tuale, a p aro con le città sorelle che 1’ avevano p re ce d u ta nell’ ascesa del C alvario. E com e l’altre Fium e h a santificato il suo diritto col san gue sp arso sulle A lpi e sulla via di Trieste, e col m artirio a c cettato senza viltà nella te rra piena d ’ansie e di lutti dove an co ra im perversa la legge del dom inatore. P e r il san g u e sp arso e h ’ è m aled etto se non è feco n d o ; p e r il dolore che uccide o invilisce se non redim e, Fium e italiana d o m an d a oggi soltanto che l’ E u ro p a latina non com m etta, dim enticando, un delitto. LA FUNZIONE ANTIGERMANICA DI FIUME I. — FIUME E G L’INTERESSI E C O N O M IC I D ELL’ ITALIA Ci è p arso necessario dim ostrare an zitu tto la n a tu ra m orale del d iritto dell’Italia al possesso di Fium e italiana, p erch è crediam o che il rispetto, non del « diritto storico », com e generalm ente s’intende, m a della storia, che è la vita stessa delle nazioni e dei popoli, sia un dovere che com prende in sè ogni altro dovere, e illustra e chiarisce, chi ben veda, ogni necessità e ogni m ateriale convenienza. Ma se c’ è a chi dispiace sentir a dire che l’Italia d o vrebbe esigere il possesso di Fium e, anche se la città non fosse nella storia, cioè nella vita del p a s sato e del presente, te rra d ’ Italia ; se c’ è chi nega a u n a g ra n d e nazione il diritto di tutelarsi uscendo d a se stessa, q u an d o ciò che h a in se stessa non basti alla sua d ifesa; m olti sono coloro che inten dono assai meglio il concreto che l’astra tto . O ra il concreto, nella questione di Fium e, è che se il suo territo rio non p are im prescindibilm ente n e cessario p er la difesa dei confini orientali d ’ Italia, poiché il prim o arco delle Giulie, che scende al Q u a r naro col M onte M aggiore, sarebbe fro n tiera s tra te gica non cattiv a; se, ancora, p er la suprem azia mi- litare dell’A driatico, chi possieda P ola, l’arcipelago d alm ata e V allona, non h a assoluto bisogno del golfo di Fium e, il pro b lem a econom ico dell’A driatico non si risolve che con l’occupazione italian a di Fium e. Fium e è la chiave del possesso econom ico d el l’A d riatico; e a tale possesso l’ Italia non p o treb b e rinunziare senza re n d er vano in g ra n p a rte l’enorm e sforzo della su a guerra. Diciam o la chiave, perchè T rieste conserva il suo g ra n d e valore econom ico so ltan to finché a p p a rte n g a allo S ta to che possiede Fium e. « Fiume », scrive M ario A lberti in un opuscolo p u b b licato p rim a della partecip azio n e dell’ Italia alla g u erra (1), deve seguire le sorti di Trieste, poiché (a p a rte il diritto nazionale e le necessità strategiche), Fium e au stro -u n g arica - in m isura m inore Fium e serb a o c ro a ta - p o tre b b e d iv en tare se non la distruggitrice, p e r lo m eno la sm inuitrice della posi zione com m erciale di T rieste italiana, m enom ando così il valore e la p o rta ta della n o stra posizione nell’A driatico. E 1’ avv. Icilio Baccich, ex vice podestà, di Fium e, esprim e e illustra lo stesso concetto (2). « V o rrà l’Italia », scrive egli, « rinunziare in favore d ’ altri a quell’ im m ensa ricchezza e al poderoso stru m en to di dom inio eh ’ è ra p p re se n ta to dal p o s sesso del p o rto di Fium e ? E bbene, se lo facesse, i destini di Fium e e con essi quelli dell’Adriatico, sa reb b ero p er sem pre segnati : la bella città italiana o rim arreb b e all’U ngheria, o p asse reb b e agli Slavi. M a gli uni e gli altri se ne servirebbero per fo g giarsi u n ’ arm a m icidiale di concorrenza a d an n o ( 1 ) * * * La conquista di Trieste, Rom a, B on tem p elli, 1914. (2) Fiume, il Q uarnero e g l ’ interessi d e ll ’ Italia n e ll ’A driatico, Torino, 1914. dell’ Italia e p er co n tra sta rle il dom inio del m are più italiano. In q u esto in ten to sareb b ero p oderosam ente secondati dalla posizione n atu ra le di quel porto, che ha d ietro a sè tu tto un vasto “ h in terlan d ” e tn ica m ente e n atu ra lm e n te slavo al sud, m agiaro al n ord; dalla provvida rete di ferrovie che d a Fium e si ir rad ia p er Z ag ab ria e la C roazia verso B udapest, l’U ngheria, la R om ania, la Serbia, la B osnia-Erzegovina d a un lato ; p er mezzo del tro n co di raccordo con S. P ie tro verso L ubiana, G raz, V ienna, P rag a , la G erm ania, la Galizia, la P olonia dall’ altro. E sa reb b ero anche secondati dalla m aravigliosa cap acità del p o rto , ricco di moli, di banchine, d o ta to di m o derni mezzi, strum enti e m acchine atte ad accelerare il traffico. Insom m a tro v ereb b ero u n a su p erb a via ap erta, che ren d ereb b e loro estrem am ente agevole il com pito. La via di Fium e è la più ra p id a com u nicazione tra il regno d ’ Italia, la C roazia, 1’ U ngheria, la R om ania, la S erbia, la B ulgaria, la Russia, la T urchia. I percorsi ferroviari d a T rieste e d a Fium e p er V ienna, i centri dell’A u stria e della G erm ania, si equivalgono p e r d istanza di tem po ; e m inore è il percorso p er distanza e p er tem po d a Fium e a Z ag ab ria, a B u dapest, ai centri dell’ U ngheria, della S e rb ia , della B osnia - E rzegovina e della C roazia. E in tu itiv o che tu tto il traffico del vasto “ h in terlan d ” p ro flu ireb b e senza che n ep p u re vi fosse bisogno di deviam enti, p erch è la stra d a è fa tta , verso Fium e, con d an n o irrim ediabile di T rieste, che si tro v ereb b e co m p letam en te sv alutata, e alla m ercè dei dom ina to ri di Fium e. C onviene an c o ra considerare che Fium e è il m ercato di tu tti i p ro d o tti dell’ Istria orientale e delle isole del Q u a rn a ro , cui è legato d a rapide e com ode linee di navigazione. Fium e è, a un tem po, il loro cen tro di rifornim ento. O ve il suo possesso no n fosse assicurato all’Italia, l’Istria orientale e i e isole rim arreb b ero prive del loro m ercato n atu ra le con som m o discapito dei loro scam bi, giacché, p e r la d istanza che le se p a ra d a P o la - il possibile m er ca to più prossim o - non co n v erreb b e loro di deviarli, in co n tra n d o gravi sacrifizi di tem p o e danaro; e sa re b b ero perciò co stretti ad avviare i loro p ro d o tti di là d a quelli che p o tre b b e ro essere i nuovi confini, so v rac caricandoli di dazi, che ne re n d ere b b ero im possibile lo sm altim ento ai prezzi ordinari, e dov reb b ero fo r zatam en te com piere i loro rifornim enti in te rra s tra niera, ivi lasciando g ra n p a rte dei loro redditi e dei loro g u adagni, con g ra n d e nocum ento dell’econom ia nazionale. S o lta n to con il possesso di entram bi i p o rti principali dell’A driatico orientale, il pericolo di qualsiasi svalutazione sareb b e rim osso; e l’uno e l’a ltro co n tin u ereb b ero a p ro sp erare, servendo il rispettivo territo rio che, d a ta la su a estensione, ali m en ta il traffico d ’ en tram b i ». La ragione p e r cui Fium e è necessaria all’econom ia nazionale italiana dipende dalla n a tu ra stessa del p ro b lem a econom ico dell’A driatico, il quale non soffre soluzioni parziali : o si risolve tu tto o non si risolve affatto . P e rd e n d o Fium e, dice l’A lberti (1), l’ Italia p erd ere b b e lo stru m en to p er la propulsione d e ’ suoi p ro d o tti nei B alcani e, s o p ra tu tto nel Le v an te, che sarebbe conservato all’espansione econo mica austro -germanica. E qui il p ro b lem a di italiano div en ta europeo ; non rig u ard a più so ltan to l’Italia, m a acq u ista u n ’ im portanza più v asta che to cca di re tta m e n te g l’interessi di tu tta l’intesa antigerm anica. (1) M a r i o A l b e r t i , Trieste e la sua fisiologia Rom a, 1916, pag. 12. econom ica. li. — FIUME, T R IESTE E L’O R IEN T E P rim a di illustrare questo lato più vasto del p ro blem a, non sarà inutile dim ostrare, anche col co n corso di qualch e cifra, l’id en tità della funzione eco nom ica dei due porti di Fium e e di Trieste. B asta dare u n ’occhiata alla c a rta geografica del n o stro continente, p er n o tare subito che Fium e e T rieste stan n o in fondo al braccio di m are che più p ro fo n d am en te p en e tra verso il cu o re dell’ E uropa, e che su am b ed ue i porti grav ita uno stesso re tro te rra econom ico. U n econom ista veneto del seicento n o ta che V enezia e Fium e assolvono 1’ identica fu n zione di Trieste, la quale « infert in Germaniam quidquid habet Oriens; infert in Italiam quidquid habet Germania » (1). Trieste, Fium e e V enezia (e rispetto all’ E u ro p a centrale assai più T rieste e Fium e che V enezia) sono a ltre tta n te p o rte a p e rte ai com m erci con l’O riente. « L’ im p o rtan za di Fium e nel secolo XVI », scri veva l’ un g h erese T eodoro B otka sul Budapesti Szem le nel 1868 (2) « d eriva anche dal fa tto che in quei tem pi Fium e era 1’ unico scalo per i viaggi in O riente. S ap p iam o infatti che diversi am basciatori (ungheresi) p resso la P o rta , p er recarsi a C ostantinopoli, p a s savano p er Fium e : così uno S ch ep p er il 28 aprile 1533 e un G iovanni B ariza ta n to nell’a n d a ta (m arzo 1536) che nel rito rn o (agosto 1536) ». ( 1 ) * * * L a conquista di Trieste, pag. 17. R om a, 1914. (2) B ullettino della D eputazione fiu m an a di Storia P atria, voi. I, pag. 152. Fium e, 1912, D ire che fosse Vunico scalo è forse e s a g e ra to : già allora T rieste assolveva identiche funzioni, e an d a v a acq u istan do sem pre m aggiore im portanza, ta n to che d a lungo tem po i suoi com m erci m arittim i col L e v an te e con l’O rie n te erano, non solo assolutam ente, m a anche relativam ente superiori a quelli di Fium e. Nel 1913, il 47.85 p e r cento delle q u an tità, e il 60.30 p e r cen to del valore com plessivo delle m erci im p o rtate ed e sp o rta te a e d a T rieste, ap p a rten ev a n o al traffico italico - levantino (Levante, G recia, M ar Nero, E gitto). L ’e n tità dei com m erci italico-levantini e con 1’ Estrem o O rien te del p o rto di Fium e, risulta dal se g u en te p ro sp e tto del 1911 (1): Importazione in corone Esportazione in corone I t a l i a ..................................................... 15,057,599 25,945,751 R u m e n ia ............................................... 5,532,569 101,632 B u lg a r ia ............................................... 578,954 400,134 M o n te n e g ro ......................................... 122,442 724,422 G recia..................................................... 1,137,204 861,466 T u r c h i a ............................................... 5,804,713 8,711,706 Indie o r ie n ta li................................... 48,508,116 10,609,360 G iappone............................................... 806,454 165,804 C i n a .................................................... 1,887,584 335,443 E g it t o ..................................................... 4,233,833 3,982,000 T u n is i..................................................... 1,024,544 299,219 A l g e r i a ............................................... 1,123,660 674,399 A m erica S. U ..................................... 26,699,022 12,008,761 A m erica del S u d ............................. 8,380,049 2,101,521 (1) L a conquista di Trieste, pagg. 35, 36. M a se oggi Fium e è m eno im p o rtan te di T rieste p er i traffici con l’ O riente, nulla im pedirebbe d o m ani alle potenze centrali di so stituire il p o rto mi nore al p o rto m aggiore. La cap acità di sviluppo del prim o è, p e r cosi dire, senza limiti. B asti co n siderare i progressi com piuti dal 1871 al 1912, quali ap p ariscono dai p ro sp e tti seguenti : VELIERI PIROSCAFI IN IN 1 Numero T onnellate Numero 1871 - 75 4,204 166,362 975 Tonnellate 165,700 1881 - 85 4,474 295,862 2,440 834,179 1891 - 95 5,184 243,421 8,030 1,698,486 1901 . 3,921 189,420 :17,447 3,503,634 1905. 3,293 149,137 22,580 4,603,364 1 910. 3,559 149,063 32,197 5,928,600 1911 . 3,472 149,182 31,939 5,836,838 1912. 3,489 161,699 29,544 6,222,096 VELIERI PIR O SCA FI TO TALE ANNI Quintali 1871 - 75 936 C orone 21,548 Quintali 717 C orone Quintali 14,456 1,653 C orone 36,004 1881 - 85 1,534 37,530 3,871 77,508 5,405 115,038 1891 - 95 3,916 103,454 5,353 121,280 9,269 224,734 1901 3,970 93,709 7,940 165,406 11,900 259,115 1905 6,111 127,332 7,853 168,386 13,964 295,718 1910 6,956 152,920 8,289 184,925 15,245 337,845 1911 7,751 186,156 8,538 185,865 16,289 372,021 1912 8,792 215,827 10,921 256,273 19,713 472,100 « Lo sviluppo di Fium e », n o ta l’A lberti (1), al q uale sono stati tolti i pro sp etti che precedono, « si c o n n ette alle congiunzioni ferroviarie con l’U ngheria» e non h a « im poverito affatto il com m ercio di Trieste, p erch è non si è tr a tta to di uno sp o stam en to di re tro te rra , m a dell’ a p e rtu ra ai com m erci m arittimi (p er mezzo delle ferrovie) di un nuovo retro terra polarizzantesi a Fium e. Il m onito di K o ssu th : « Ten gerre M agyar! (« U ngheresi al m are ») si avverò so ltan to nelle correnti com m erciali dell’ U ngheria m eridionale, che, a ttra v erso più cen tin aia di chilo m etri di te rra c ro a ta e coll’ interm ediazione di un p o rto esclusivam ente italiano, giunsero finalm ente al m are, p e r espandersi nel m ondo. L a massima p arte , però, delle esportazioni ungheresi presero la via dei canali e delle ferrovie dei p o rti nordici, cosi che i M agiari arriv aro n o bensì al m are, m a non tan to nell’A d riatico q u a n to nel M are del N o rd ». Q u e s t’ ultim o fa tto è p artico larm en te im portante p er risp o n d ere ad alcune obiezioni di cui diremo in seguito. Fium e, oggi è un p o rto di considerevole im por tanza, a cui qualche lieve im perfezione geografica non im pedirebbe, in alcun m odo, di diventare il m assim o p o rto adriatico, con irrim ediabile d anno p e r T rieste e p er l’Italia. L ’ am piezza del suo golfo, la ricchezza e l’ im p o rtan za delle sue industrie, re n d o n o Fium e m eravigliosam ente a d a tta a una tr a s form azione pericolosa ag l’ interessi nazionali italiani e ag l’ interessi antigerm anici dell’ Intesa nel M edi terran eo . (1) Op. cit. p agg. 41 e 94. III. — OBIEZIONI « T rieste e Fium e », avverte uno scritto re fra n cese (1), « so tto ap p aren ze austriache ed ungheresi, sono dei p o rti so p ra ttu tto tedeschi, organi m eridio nali d ’ u n a linea di dom inazione di cui A m b u rg o e B rem a sono i corrispondenti sul m are del N ord ». F a tto un simile accertam ento, si è te n ta ti subito di d o m andarsi se, n eg a re Fium e all’ Italia, non equi v alga a lasciare a p e rta all’espansione germ anica la via del M editerraneo. Il problem a, com e abbiam d etto dianzi, è bensì italiano, in q u an to che più d irettam en te tocca inte ressi italiani, m a è anche europeo. E uropeo nel senso più antigerm anico della parola, perchè nessuno si a tte n te re b b e di n egare che il m ovente econom ico della g u erra g erm anica è la conquista del m ercato d ’O riente, e, chiusa che fosse alla G erm ania, con la sco n fitta, la via di B ag d ad o di Salonicco, Fium e sa reb b e p u r sem pre u n a via a p e rta verso quel m ercato. Ma, a qu esto p ro posito, si fan n o d a talu n o stran e obiezioni, che non vanno lasciate senza risposta. P e r ciò che rig u ard a g l’ interessi italiani, si osserva che la divisione politica di Fium e d a T rieste, d a n n eggerebbe, sì, Trieste, m a ... gioverebbe a Fium e; m entre, al co ntrario, l’unione politica distru g g ereb b e irrim ediabilm ente la p ro sp e rità dei com m erci fiu mani, con grave nocum ento p e r g l’ interessi italiani, poiché u n a Fium e p ro sp e ra in m ani slave, sarebbe (1) H. L o r i n , La p a ix que nous voudrons, pag. 311, Paris, A lcan, 1915. o ttim o stru m en to p e r la co n q u ista del m ercato b a l canico, T erra P ro m essa o E ld o rad o della Terza Ita lia. O p p u re si dice che, com unque, Fium e e T rieste rim arran n o d an n eg g iate dalla costruzione della fe r rovia D anubio - S palato, n ecessaria all’econom ia ita liana non m eno che a quella jugoslava ; ragione p er cui c o n v e rre b b e ... lasciar an d a re. P e r ciò che rig u ard a g l’ interessi antigerm anici dell’ Intesa, si o b ietta che, vietare al territorio eco nom ico dell’ E u ro p a centrale uno sbocco al m are, è lo stesso che fa v o rire ... i p o rti nordici. L a risposta che un Italiano può d are alle prim e obiezioni, è ovvia. La p ro sp e rità di Fium e non ita liana a scapito di T rieste italiana, p u ò essere cosa desiderabile p er i nostri nemici di varia stirpe o p e r certi p atrio ti am m alati di q uella curiosa specie di altruism o politico, che insegna l’acquisto del b en e p e r mezzo delle rinunzie. Noi, m odestam ente, c re diam o che giovi m eglio alla p a tria rendere vani i loro desideri. Q u a n to all ’Eldorado o Jugoslavia che d ir si voglia, il ra g io n am en to h a colore di m inaccia ; m a di m inaccia nota, che non fa paura. Si vuole, in fondo, che un g ra n d e S ta to si com peri un p o ’ di benevolenza d a un piccolo S ta to che an co ra n o n esiste (e n ep p u re è certo se p o trà esistere), p a g a n d o con u n a p a rte del p ro p rio territo rio nazionale. P e r l’acq u iren te l’affare non sareb b e cattivo. P iù curiosa an co ra è l’obiezione che rig u a rd a gli interessi antigerm anici dell’ Intesa: cioè il tim o re che, ch iu d en do alla Mittel-Europa tu tti gli accessi m editerran ei, si favoriscano i p o rti del nord. Se l’ idea di concedere all’A u stria - G erm an ia sco n fitta u n p o rto ad riatico p e r fare un d isp etto ai negozianti di A m b u rg o e di B rem a, è d e tta ta d a am ore di giustizia d istributiva, i p reo ccu p ati possono m ettersi il cuore in pace. Il G overno germ anico favoriva i suoi porti del n o rd anche q u an d o di T rieste e di Fium e p o tev a servirsi quasi com e di porti propri. Nè ci son ragioni logiche p er su p p o rre che dom ani, anche ri m anen d o T rieste e Fium e all’ A ustria, non fareb b e altre tta n to . Ciò che p er i due porti adriatici, ricongiunti all’ Italia, avverrà certam en te dom ani, stava irrim edia b ilm ente com piendosi assai prim a che scoppiasse la gu erra. A vveniva cioè che u n a p arte sem pre più considerevole del re tro te rra econom ico di T rieste e di Fium e, an dasse so ttraen d o si alla forza di a ttra zione dei du e centri m arittim i, incanalandosi verso il n o rd p e r le vie fluviali, e p er effetto di tariffe ferroviarie di concorrenza. G ià abbiam o visto com e u n a p a rte considerevolissim a del com m ercio u n g h e rese pren d esse la via del n o rd anziché quella di Fium e (1). P ro v a, codesta, non ultim a, p er dim o strare che il p o rto di Fium e non h a mai costituito p er 1’ U n gheria u n ’ assoluta necessità. Nè diverso è il caso di T rieste, dove, anche dop o la costruzione della ferrovia dei T auri, la sfera d ’ influenza del p o rto non o ltrep assò mai il limite seg n ato d a u n a linea che va approssim ativam ente d a P ra g a oltre N o rim berga e M onaco fino al lago di C ostanza, n o n o stan te che i porti della G erm ania setten trio n ale siano d istanti d all’ istm o di Suez circa 2000 miglia di più che T rieste e Fiume. « La co n co rren za di A m burgo e di B rem a », scrive l’A ngelini (2), « forse avrebbe finito col p ro d u rre, (1) V. pag. 74. (2) M i c h e l e A n g e l i n i , N e l porto di Trieste, p. 40. A scoli P icen o, 1915. anche re sta n d o T rieste all’A ustria, l’ effetto di far p erd ere all’em porio triestino quella sesta p a rte dei suoi traffici ferroviari che provengono dalla zona si tu a ta di là dal suo re tro te rra im m ediato ». E l’A l berti (1) dice che « i canali che 1’ A u stria p en sav a di co struire in Galizia, avrebbero a rrec ato al com m ercio di T rieste, secondo sicuri com puti, u n a p e r d ita di circa 300,000 to n n ellate di m erce, p e r un valore di circa 183 milioni di corone ed u n a dim inu zione n e tta di g u a d a g n o di quasi tre o q u a ttro milioni all’anno, corrispondenti (capitalizzando al 4 p er cento) a un cap itale di 75 - 100 milioni di corone, che p er volere dello stesso governo austriaco sareb b ero state s o ttra tte a T rieste ». T u tti effetti, codesti, della p o litica ted esc a dei trasp o rti, che non h a mai risp ar m iato n eanche Fium e. Le ferrovie germ aniche acco r d avano, p. e. u n a speciale tariffa p er le spedizioni di gran o d all’ U ngheria in Inghilterra, via A m burgo : tariffa che, p e r carichi di 10,000 chilogram m i era inferiore di 115 m archi al nolo locale p e r la m ede sim a spedizione. Le preoccupazioni p e r i v an tag g i che d all’unione di T rieste e di Fium e all’Italia p o tra n n o derivare ai porti nordici sono d u n q u e p er lo m eno tardive. La G erm ania rinunzierebbe alla sua politica ta riffaria so ltan to se potesse realizzare il sogno lunga m ente accarezzato di possedere senza interm ediari u n p o rto sull’A d riatico o sull’E geo. in ta n to p erò si a d a tte re b b e anche all’interm edia rio. Il quale, fino a ieri si chiam ava A ustria-U ngheria, e dom ani, se dovesse avverarsi ciò che d a taluno si spera, p o tre b b e chiam arsi C roazia o Jugoslavia! (1) O p. cit., pag. 29. IV. — FIUM E E LA “ M IT T E L - E U R O P A ” . Fium e, p er la sua posizione g eografica e p er es sere (chiuse le vie di Trieste, di V enezia, e di S alo nicco) l’unica via d ’accesso dell’ E u ro p a centrale al M editerraneo, p u ò diventare, lasciata d irettam en te o in d irettam en te alla G erm ania, u n a form idabile arm a d ’offesa econom ica co n tro le potenze m editerranee, m en tre in possesso dell’ Italia sareb b e sicuro stru m en to di difesa an tigerm anica. La necessità di sacrificare Fium e p o treb b e essere u n a delle dolorose conseguenze di u n a v itto ria in com pleta. E le conseguenze del sacrifizio d areb b ero la m isura dell’ in an ità del sanguinoso sforzo che d u ra orm ai d a quasi tre anni; tre anni che non h a n n o gli uguali nella sto ria del m ondo ! Fium e so stitu ireb be T rieste com e stru m en to di p o ten za a u stro - g e rm a n ic a nel m are latino, e la sosti tuzione avverrebbe facilm ente e rapidam ente. L a facilità di deviare il traffico m arittim o d all’uno all’altro p o rto h a u n a interessante conferm a storica in du e p aten ti di F erd in an d o I d ’ A sb u rg o (27 lu glio 1530). « E ssendoché », dice la prim a p aten te , « p e r le freq u en ti invasioni dei Turchi e p er altre avversità i negozianti a b b a n d o n aro n o la s tra d a e il p o rto di Fium e, che eran o soliti freq u en tare, ed avendo Noi d a ciò sensibile d an n o per seguita dim inuzione di proventi ; ab biam o determ inato che v en g a a b b a n d o n a ta quella via di te rra e di m are, e che le m erci ven g an o d irette a Trieste, ove la n o stra d o g a n a esigerà il solito dazio di m erci, com e lo esigeva a Fium e ». E la seconda, dello stesso anno, rip etev a che tu tte le m erci d a esp o rtarsi dai dom ini austriaci nello S ta to veneto, dovevano p assare p er T rieste anziché p er Fium e : via, a quel che pare, p referita d a m olti n e gozianti. Se Fium e rim anesse aH’A u stn a - U n g h e ria , cioè d o g an alm en te e territo ria lm e n te divisa d a T rieste, d o m ani avverrebbe il co n trario di quel che avveniva nel 1520 p er le incursioni ottom ane. G iova rip etere che Fium e e T rieste h a n n o p re s soché il m edesim o re tro te rra econom ico ; e se, p er inconcessa ipotesi, l’A u stria - U n g h e ria conservasse con Fium e anche il nodo ferroviario di S. P ie tro sul C arso, essa non avrebbe n ep p u re il bisogno di co stru ire nuovi raccordi p er dirigere a Fium e tu tte le m erci che o ra p re n d o n o la via di Trieste. Il tro n co ferroviario F iu m e - S . P ie tro è lungo 62 chilom etri; quello T rie ste - S . P ie tro 67 : ne consegue che il p e r corso d a Fium e a V ienna h a cinque chilom etri di m eno di quello d a T rieste a V ienna. « Fium e », insiste a q u esto p ro p o sito l’A lberti nel suo studio su Trieste e la sua fisiologia economica più volte citato, « è in g ra d o di m uovere u n a con co rren za forte, rovinosa a T rieste, q u a lo ra lo S tato che possiede Fium e in ten d a - con m isure di tariffe ferroviarie (che nessuno può im pedire, p erchè pos so n o essere anche segrete) sviare il com m ercio d a T rieste a Fium e. I tra sp o rti ferroviari italiani da T rieste a S. P ie tro sul C arso p o tre b b e ro essere g ra tu iti co m pletam ente e cio nonostan te essere in con dizioni di non p o te r vincere la concorrenza in favore di Fium e, a favore del quale p o rto l’A ustria - U ngheria p o tre b b e non solo rinunziare a ogni com penso per il tra tto F iu m e - S . P ietro, m a altresì applicare delie ta riffe ferroviarie preferenziali, a favore delle prove nienze d a S. P ie tro via Fium e, e a d a n n o di quelle provenienti d a T rieste ». Q u e sto , se il n odo di S. P ie tro rim anesse all’A u stria - U n g h eria. M a anche in caso co n trario (cioè nel caso m eno inverosim ile, perchè non si può am m ettere che 1’ Italia term ini u n a g u erra com e q u e sta senza as sicurarsi alm eno il più interno degli archi delle Giulie, che include S. P ietro) il deviam ento dei traffici d a T rieste a F ium e - non p resen tereb b e notevoli difficoltà. Fin dal 1900 ferveva vivissima in tu tta l’U ngheria l’agitazione degli enti m ercantili p er la congiunzione delle ferrovie della C arniola alla rete ungherese, con la prosecuzione della linea L u b ian a - R u d o lfsw erth fino a C arlstad t, e della L u b ian a - G o ttsch ee fino a D elnice (« in co n correnza con la F iu m e-S an P ie tro L ubiana) am b ed u e d estin ate ad attiv are i traffici di Fium e verso il n o rd » (1). P e r in can alare la m assim a p a rte dei p ro d o tti della m o narchia a u stro - u n g a ric a verso Fium e, b a ste re b b e d u n q u e la costruzione di due brevi tronchi ferroviari, già p ro g e tta ti. E l’attuazione dei grandiosi p ro g e tti di navigazione in terna, onde il D anubio sareb b e co n giunto all’A d riatico p er la S ava e la C ulpa, fa reb b e il resto. Infine, va d a sè che g ran p a rte delle ricchis sime S ocietà di navigazione che p resen tem en te h an n o sede a T rieste em igrerebbero a Fium e, a ttra tte « dalle sovvenzioni del governo a u stro - u n g a ric o e dalla p o litica m arittim a dell’em igrazione seg u ita d all’A ustria U ngheria » (2). Nè b astereb b ero le sovvenzioni di (1) M a r a n e l l i , S u i rapporti econom ici con l ’altra sponda d e ll ’A driatico. V enezia, Ferrari, 1907. (2) A l b e r t i , op. cit., pag. 12. co n co rrenza del governo italiano a S o cietà italiane, p e r m igliorare u n a situazione d isastro sa. Q u e sto ac cad reb b e se Fium e dovesse rim anere all’A u stria - U n g h e ria , cioè alla Mittel-Europa ; e le co n seguenze non si risolverebbero so ltan to in un grave d an n o econom ico p er l’ Italia : il contraccolpo ne sareb b e d u ra m e n te sen tito d a tu tta VIntesa. V. — FIUM E E LA LA TINITÀ E C O N O M IC A D EL M ED IT ER R A N E O . P erc h è la n ecessità di conservare e di sviluppare l’efficenza econom ica deH’A driatico, non è so ltan to un in teresse italiano. N ell’a sp ra lo tta di concorrenza che si co m b atte tr a i p o rti germ anici del M are del N o rd e i porti latini del M editerraneo, è necessario che q u e s t’ultim i in ten d an o che tr a essi corre u n a s tre tta solidarietà d ’ interessi, e che non ten ern e co nto vuol dire indebolirsi di fro n te a un avversario esp erto e po ten te. T ra il 1907 e il 1911 la lo tta si svolse tu tta in fa vore dei porti settentrionali. In questi cinque anni la m edia dell’ increm ento di q u e st’ ultimi, esp ressa in milioni di quintali, fu di 3796. di fro n te a 2361 dei p o rti m editerranei, e a 653 dei po rti adriatici. Ma se è vero che m olti di quei naturali v an tag g i che fa voriscono p o ten tem en te la p ro sp erità dei p o rti set ten trio n ali co n tin u eran n o a sussistere, non è men vero che la sto ria va a poco a poco re stitu en d o al M editerraneo, che fu il suo m are, la forza d ’un tem po. « S ta n n o risorgendo a nuova vita », scrive l’ A l b erti (1), « a u n a g ra n vita, l’A sia M inore e la Me(1) ***; La conquista di Trieste, pag. 78. sop o tam ia (che le o pere di irrigazione trasfo rm era n n o in un im m enso nuovo bacino di rifornim ento e u ro peo, a tte a m odificare p o ten tem en te le g ran d i co r renti del traffico m ondiale) ; l’A frica setten trio n ale si p re p a ra ad en tra re con crescente vigoria nelle produzioni e nei com m erci internazionali ; i B alcani, v in ta nel T urco l’ inerzia dissolutrice di lavoro e di civiltà, che ne im pediva lo sviluppo, inizieranno un p eriodo di ascesa e di espansione nella loro sto ria econom ica ». La sto ria va restitu en d o al M editerraneo la sua forza: le sue rive, che fu ro n o culla alle più feconde civiltà stan n o p er rifiorire, e Italia e F ran cia e In g h ilterra, devono volere che (salve le necessarie con cessioni di n a tu ra econom ica agli alleati slavi) q u esta forza rinascente sia conservata, q u an to più è possi bile in tatta , alla latinità. A lla M edieuropa devono b astare i porti del N ord e i fiumi che la congiungono al m ar Nero. M arsi glia, G enova, Venezia, T rieste e Fium e devono co stituire, strettam en te unite dai com uni interessi, un solido argine di difesa econom ica del M ed iterran eo co n tro 1’ in vadenza germ anica. La G erm an ia so g n av a di rendere p e r sem pre v an a la m inaccia d ’ un tale argine, insediandosi a T rieste e a Salonicco. O ggi non pensa forse più nè a T rie ste nè a S alonicco; m a non dispera di potersi ap rire un a breccia a F ium e; e l’ aspirazione pare, m a sol ta n to pare, più m odesta. In re altà b a s ta u n a sola breccia, larg a ab b astan za perchè il nem ico vi penetri, p er ren d ere v an a u n a difesa. V o rrà l’Intesa ren d ere v an a la p ro p ria ab b a n d o n an d o Fium e italiana d iret tam en te o in d irettam ente al g e rm a n esim o ? C O N C L U S IO N E La soluzione italiana del problem a di Fium e d o vrebbe interessare, com e abbiam o visto, tu tti gli S ta ti d ’ E u ro p a alleati c o n tro la G erm ania. M a se anche la n a tu ra dell’ arg o m en to non fosse tale d a co n d u rre agevolm ente a un simile accertam ento, ad ogni uom o politico dell’ Intesa d o v re b b ’essere sufficente il fa tto , che si tra tta di u n a questione di giustizia storica. L’ afferm azione p o trà p arere ingenua a chi ha sm arrito il senso delle parole alte e semplici, o p p u re in ad eg u a ta p e r 1’ abuso di coloro che, nom inandole invano com e il nom e di Dio, le h an ritrite fino a farle sem b rare luoghi comuni. Agli osservanti rigorosi del principio di naziona lità, che la giustizia storica non in ten d o n o perchè neg an o il valore del passato, d ovrebbe b a sta re l’ a r gom entazione p u ra m e n te aritm etica delle statistiche. N o n o stan te le m anipolazioni governative, a Fium e anche le n u d e cifre provano il d iritto italiano (1). M a il principio di nazionalità è tu tta v ia qualcosa di (1) In cifra tonda a Fium e vivevan o, prima della guerra, circa 30 mila Italiani di fronte a 15 m ila Slavi e a 6000 Magiari. tro p p o nebuloso nella m ente stessa di coloro che ne sono i p atro c in ato ri più convinti ; e tro p p o spesso, nelle m ani di costoro, esso diventa, p e r effetto di v o lo n tà più o m eno cosciente, u n ’ arm e insidiosa co n tro il diritto della nazione , e h ’ è cosa b en più seria e concreta. Nè fareb b e m araviglia che alcuno chiedesse il sacrifizio d eg l’ Italiani di Fium e alla C roazia o all’ ip o tetica Jugoslavia, com e correspet tivo degli Sloveni cisalpini. Infatti, p e r i canonici del principio a stra tto , un italiano di Fium e, il quale dalla coscienza di un p assa to due volte m illenario tra e la forza spirituale e l’entusiasm o che ne fan n o un c o m b atten te o un m artire volontario della lati nità, p erch è anche lui sente col suo p o eta che . . . tu tto che al m ondo è civile, grande, au gu sto, eg li è rom ano ancora; un italiano di Fium e vale, qualitativam ente, un co n tad in o cro ato del C arso liburnico, che non d o m an d a nulla se il p re te o il m aestro di scuola non risve glino in lui 1’ istinto assopito degli avi nom adi e g u errieri. M a anche il signor Tisza, si dirà, co n tra p p o n e il diritto della nazione al principio della nazionalità ; ed h a to rto . M a è la stessa c o s a ? B astereb b e far n o ta re che il p residente del C onsiglio ungherese c o n tra p p o n e il d iritto della su a nazione non so ltan to a delle nazionalità senza storia, m a anche a nazioni più g ran d i della sua e di più nobile origine e di più an tica tradizione. Ma se in m olti casi è vero quel e h ’ egli afferm a, che la costituzione di uno S ta to in regioni g eog raficam en te b en determ in ate, dove gli eventi dei secoli ab b ian o m escolato genti diverse di lin g u a e di nascim ento, ap p a re u n a necessità poli tica e sto rica ; dom andiam ogli di dim ostrarci che i M agiari sono stati degni di ta n to com pito ; d o m an diam ogli di p ro v a re com e e q u a n to 1’ o p e ra loro sia s ta ta feconda. Q uel che ha fa tto R om a dom inando sul m ondo si chiam a Italia, si chiam a Francia, si si chiam a latin ità; e il sem e fru tta ancora. Q uel che h a fa tto 1' U ngheria che nom e h a ? Lasciam o la ri sp o sta ai Rom eni della T ransilvania. L ’ obbligo m orale dell’ Intesa di cancellare dalla c a rta d ' E u ro p a la m onarchia degli A sburgo, p iu t to sto che dal fa tto dell’ essere q u e st’ ultim a com posta di varie nazionalità, viene dal fallim ento crim inale di quella che sarebbe d o v u ta essere la funzione storica degli A sburgo. A bbiam o p arla to deH’A u stria - U n g h eria anche p e r chè la soluzione italiana della questione di Fium e è stre tta m e n te connessa al necessario sm em bram ento della m o narchia d an u b ian a. Senza questo, non è p o s sibile q u ella; e se in noi a p p a re ostilità alla C roazia o alla « Ju g oslavia », non è nè slavofobia nè rancore. S eriam ente crediam o che Fium e c ro ata equivalga a F ium e u n g arica o a u stro - u n g a ric a o germ anica, che in fondo è la stessa cosa. In possesso della C roazia, Fium e p erd ere b b e tu tto il suo valore antigerm anico, p er la sem plice ragione che la C roazia non è a n ti germ anica. E con la Jugoslavia sareb b e anche peggio, perchè oltre a quello di Fium e an d reb b e d istru tto a n che il valore antigerm anico della S erbia, dove la m iglior p a rte della nazione rim arreb b e so p ra ffa tta dai C ro ati e dagli Sloveni austrofili collegati con gli amici degli O brenovich, che non sono an co ra del tu tto scom parsi. C erto la C roazia non deve rim anere so g g e tta agli A sb u rg o e se non fosse p er il tim ore del pericolo che ne p o tre b b e derivare, o se qu esto si dim ostrasse in fondato, non ci sareb b e ragione di tem ere la sua agg reg azio ne alla S erbia. S e u n a tu te la è d a co n sigliare, nessuna m eglio a d a tta di quella serba... se tu te la p u ò essere. M a in ogni caso, sia che la C roazia costituisca un piccolo stato in d ip en d en te e n eu tro so tto la tu te la dell’ Intesa, sia che v en g a u n ita alla S erbia, il p o s sesso di Fium e non sareb b e mai giustificato d a un bisogno qualsiasi. A lla C roazia sola sareb b ero più che sufficenti i piccoli porti del litorale d a p u n ta D u b n o a O brovazzo ; alla C roazia u n ita alla S erb ia b astereb b ero gli sbocchi serbi. Fium e sarebbe c o m u nque un lusso, un di più, che altri in terv e rreb b ero a sfru ttare. M a so p ra ttu tto deve valere il co n cetto che Fium e è un p o ten te e delicato stru m en to di difesa eco n o m ica co n tro la M edieuropa, e che l’affidarlo a m ani deboli e m alsicure sareb b e erro re pericoloso e pieno d ’ im prevedibili conseguenze. G l’ Italiani del Q u a rn a ro , difendendo per quindici secoli la latinità del sacro term ine, h anno com piuto u n a funzione storica che in q u esta trem e n d a vigilia di san g u e a d d ita la via di salvazione. Se non la seguissim o tradirem m o la P a tria, la S toria e la Civiltà. INDICE F iu m e ita lia n a . I....... T a r sa tica ................................................................................... pag - 15 li......Il « Lim es italicus » . . ' ................................................ » 23 III__ L ’ invasion e s la v a ..................................................................» 29 IV.... Il C o m u n e ............................................................................» 33 V Il n e m i c o ............................................................................. » 37 V I .... L’ a u t o n o m is m o ................................................................ » 47 ....................... » 51 V ili.. R e d e n z io n e ............................................................................» 60 VII... « Il Calvario d ’ una città italiana » La fu n z io n e a n tig e r m a n ic a di F iu m e. I F ium e e g l ’ in teressi econom ici dell ’ Italia . . . II » 67 F ium e, T rieste e l ’ O r i e n t e ...........................................» 71 III— O b i e z i o n i ............................................................................» 75 IV.... Fium e e la « M ittel - Europa » 79 ................................... » V F ium e e la latinità econ om ica del M editerraneo C o n c l u s i o n e ..................................................................................» » 82 86 o c o s o 09U8?V !P n 2. o ; r* - k 2 1 T•-. t. AO CD CT o' ; ■n O Centro *5?. ■ ' " : : H .fi' X ;-V , VV ‘ ■■ v,;\ ■■; - v'- ■ ; V . .v . . . . /•A >'v.;- ' . \ V, ■ ■ . ■ ■■■. N ■ < ’ ■i ■ ■ •' »1 t ; .*. . »• ■ , . ••* : . ■ - -.:■ :. ' ' • - -■ s- ■■ ■ ■' ' . \ x VJ 1- ' ' ' > \ 'i : ‘ \ ' ' -, 1 ■( ■ ' ' V* n - < .'.V ■ :> /■ . . ; .■ ' v -f' '/ t ■' : i : . L ' ■: •. ' ; r > .' , ' ' - -• ;, ' ^ V', v . C r !. \■ V' •' . / , ' : r v ^ . - - ' ^ . " ,'V : ' - Società Editrice Athenaeum - Roma Opere storielle e iilosoìiflie, gioridiehe, ecoìioniiclie e di eullura Di attualità: Mario A lb erti, L ’economia del mondo prima, durante e dopo la guerra europea. U n volum e in - 16 di pag. 616 . . . . . . . . L. 5 — Filippo M eda, L ’Italia e la guerra. Un voi. in -16 di pag. 6 0 ......................................................... » 1 — — La causa del Belgio nel diritto delle genti. U n voi. in - 16 di pag. 7 6 .............................» 1 — Arturo L ab rio la, La conflagrazione europea e il socialismo. Un voi. in -16 di pag. VIìI-224. » 3.50 A ttilio T am a ro , Italiani e Slavi nell’Adriatico. U n voi. in - 16 di pag. VIII-364 . . . » 4— C ip rian o G iach etti, Civiltà francese e civiltà ger manica. U n voi. in - 16 di pag. 310 . . » 3.50 G. B. F u n aio li e C. Zani, Della riparazione dei danni di guerra. Un voi. in -8 di pag. 66 . » 2 — S avino A cqu aviva, Il problema libico e il senus2— sismo. Un voi. in -16 di pag. 136 . . . » — L ’avvenire coloniale d ’Italia e la guerra. Un voi. di pag. 1 2 7 ..............................................» 1.50 F. W inslow T aylor, L ’organizzazione scientifica del lavoro (Traduz. dall’inglese di F. G iannini e T. A . M asino). U n voi. in - 8 di pag. 173. » 2.50 L eg g i eccezionali. P rim a raccolta delle leggi eccezio nali em anate in Italia dal 4 agosto 1914 in poi, con indici tenuti al corrente. Il prim o volum e lire 4, ciascun supplem ento lire 1.50. Usciti fino ad oggi tre supplem enti. Di prossima pubblicazione: M eu ccio R u in i, Problem i del dopo guerra. A n to n io G ra z ia d e i, Idealità socialiste e interessi nazion ali nel con flitto europeo, Q uarta edizione aum entata. in ven d ita p resso i m ig lio ri lib ra i e p re sso la se d e della S o cietà in Roma, Via Caiam atta, 16. - Spedizion i contro assegno franco d i p o rto .