SOMMARIO 3 7 9 11 15 23 29 31 35 37 51 53 57 61 65 75 79 81 97 99 103 105 107 109 113 115 119 Mario Mario -----------Hanne Lise ----------------------Mario Carlo Carlo -----------Milly Milly Milly Massimiliano Nicola Roberto Roberto Gianni ----------------------------------------------------------------------------------------Hanne Lise Fancello Fancello -------------Thomsen --------------------------Fancello Infante Infante -------------Barberio Barberio Barberio Bruzzone Bucci Guerrini Guerrini Milano --------------------------------------------------------------------------------------------------------Thomsen Rosso Fontana Note informative: Hanne Lise Thomsen Profilo biografico: Hanne Lise Thomsen Trascrizione dell’intervento Album fotografico: Hanne Lise Thomsen Estratti dal catalogo War Word World Note informative: Carlo Infante Estratto dall’intervento Performing Media Album fotografico: Carlo Infante Aube Butte Intervista ad Aube Butte Debutto de Il Gallerista La fantasia al potere Introduzione a Slavoj Žižek Linguaggio, linguaggi e formazione artistica Qualche riflessione sul tema della censura Donna? Giro e vago Puntaspilli La purezza della razza Vetrina Giudizi Efficientamenti Farfalle metropolitane Scheletri nell’armadio: Daniel Pennac Indizi Inside Out Cantarena Anno XIII – Numero 36 Gennaio – Aprile 2010 Aperiodico In copertina: Bottari Truck: Migrateurs, 2007, videoproiezione 9’17”. Courtesy the artist and Kewenig Galerie, Köln. Isole mai trovate, Genova, Palazzo Ducale, 13 marzo-13 giugno 2010 KIMSOOJA, Direzione e redazione Mario Fancello Silvana Masnata Rosangela Piccardo Mirella Tornatore Realizzazione grafica Mario Canepa Mauro Grasso Rosangela Piccardo Produzione e distribuzione in proprio Per contatti e informazioni Istituto Comprensivo San Giovanni Battista Via Andrea Del Sarto, 20 16153 Genova Tel. 0106045331 Fax 0106045565 e-mail [email protected] www.direzionesangiovanni.it Posta elettronica [email protected] In quarta di copertina: HANNE LISE THOMSEN, Inside Out, Copenaghen, 2009 videoinstallazione, 65 video e proiezioni di diapositive Stampato da La Xerografica s.r.l. - Genova nel mese di maggio 2010 Le fotografie raffiguranti la cronaca degli incontri alla Centurione sono di M. Fancello. 1 ROSSO FONTANA Quando, in absidi di chiese cristiane, esposti in permanenza, i Concetti Spaziali di Lucio Fontana? Tante le ragioni – e in linea con la Fede. Insensato esplicitarle. L’arte – quando è arte – parla da sé. Utopia d’un sogno? 3 NOTE INFORMATIVE HANNE LISE THOMSEN Grazie all’iniziativa di Gianfranco Pangrazio, mercoledì 19 ottobre 2005, la Scuola Media Centurione ha ospitato, nell’aula video della sede, l’artista danese Hanne Lise Thomsen. Hanne Lise sovrintende al lavoro di gruppo. 7 Il laboratorio, a cui hanno aderito le classi III E e II B,1 faceva parte del progetto war word world (Hiroshima Nagasaki 6-9),2 ideato e curato da Gianfranco Pangrazio e Marco Villani per Leonardi V-Idea. All’esperienza di lavoro, in orario 10-12, hanno assistito e collaborato le professoresse Marina Bovio, Raffaella Buscazzo, Maria Grazia Casanova e Gabriella Scussolini. Il nastro della registrazione audio è in nostro possesso. La ripresa in video dello svolgersi del lavoro è stata effettuata da Gianfranco ed è di sua proprietà. La trascrizione del testo riguardante l’introduzione all’attività didattica è stata letta e autorizzata da Gianfranco. 1 2 Oltre alla Centurione, sono state coinvolte la media Don Milani e l’elementare Daneo. war word world (HIROSHIMA NAGASAKI 6-9), Galleria Leonardi V-Idea, Genova, 2005, [catalogo della manifestazione]. 8 TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO HANNE LISE THOMSEN Legenda: GP HLT RP R RR - - - - - Gianfranco Pangrazio Hanne Lise Thomsen Rosangela Piccardo Alunno non individuato Voci di più allievi GP – […] si chiama Hiroshima Nagasaki perché è il sessantesimo anniversario dello sgancio delle bombe atomiche sul Giappone. Allora noi abbiamo pensato di fare questo progetto per stimolare le persone a riflettere sulla guerra e sui suoi significati e anche sul rapporto che intercorre tra guerra e i grandi mass media, cioè la televisione, i giornali, eccetera. Il 7 dicembre faremo una grande mostra a Genova in un edificio storico che si chiama la Commenda di Prè R – [Non ha capito dove e chiede di ripetere il nome del luogo]. GP – La Commenda di Prè, poi tu vai cercare dov’è e ti aspettiamo il 7 dicembre. Noi abbiamo invitato otto artisti di arte contemporanea. Hanne Lise, che viene dalla Danimarca, da Copenaghen, è uno degli artisti che esporrà all’interno di questo spazio, ha pensato ad un progetto da sviluppare con le scuole. Voi siete una delle scuole scelte per sviluppare questo progetto. Vi sono stati dati dei fogliettini colorati, quelli non servono per scrivere ma per fare altre cose. Adesso lascio la parola ad Hanne Lise che vi spiegherà che cosa vuole da voi. HLT – Sì. Io non parlo bene l’italiano, ma provo, eh. Io voglio che facciamo tanti tanti uccelli. Come facciamo? Forse è più facile che facciamo per terra, perché è troppo difficile. Ci proviamo. Prima facciamo uscire RR – [Chiacchiere da parte dei ragazzi e rumori vari dovuti all’organizzazione del lavoro]. 11 - - HLT – È importante che facciamo al contrario. GP – Rosangela, Rosangela, possiamo togliere le sedie e usare il pavimento? RP – [Risponde]. [Gran chiasso dovuto alla ridistribuzione dell’arredo nell’aula]. GP – […]. La bomba atomica era così potente che, appena cadde al suolo ed esplose, centomila persone – dico centomila – morirono all’istante, si trasformarono in polvere. Altri settantamila morirono nei giorni successivi, praticamente liquefatti, la pelle gli si staccava dal corpo. Era una bomba terribile. Ma non furono tutti morti. Dopodiché negli anni morirono altre sessanta settantamila persone per le conseguenze dell’esplosione della bomba, cioè venne a loro il cancro, il tumore, una malattia incurabile. Fra queste persone c’era una bambina che quando scoppiò la bomba aveva sei anni, si salvò perché era sufficientemente lontana dall’esplosione; sette anni dopo si ammalò irreversibilmente di cancro per conseguenza dell’esplosione della bomba. Questa bambina si chiamava Sadàko. Ora esisteva una leggenda in Giappone: che, se lei fosse riuscita a costruire mille delle cose che state facendo adesso, si sarebbe salvata. In realtà non andò così, Sadako morì dopo aver costruito seicentoquarantotto di questi uccelli che state voi costruendo. Gli altri, i rimanenti, li costruirono i suoi compagni di scuola affinché Sadako potesse essere seppellita con mille uccelli di carta. La storia è tanto risaputa nel mondo, che ancora oggi nelle scuole di tutto il mondo costruiscono uccelli da dedicare a Sadako. Hanne Lise pensa che questo sia un grande gesto di pace in un periodo – ahimè – che tutti sappiamo molto difficile invece dal punto di vista della guerra. Quindi quello che noi vogliamo fare, il 7 dicembre di cui vi raccontavo prima, e quello che vuole fare Hanne Lise è stimolare una riflessione su tutto questo. Quello di Hanne Lise è un grande gesto di pace? Possiamo chiamarlo così? Bon. Adesso sapete perché state costruendo questi uccelli, perché Hanne Lise vorrebbe fare costruire a voi questi uccelli. Buon lavoro. RR – [Intraprendono il lavoro: rumori vari e vociare fitto]. [Termina in questo modo la registrazione]. 12 13 14 L’artista Hanne Lise Thomsen, in aula video, presenta agli studenti la sua iniziativa. 17 Hanne Lise mostra una gru di carta. 18 Gianfranco Pangrazio documenta in video le fasi del laboratorio. 19 Hanne Lise alla guida d’uno dei gruppi di lavoro. Istantanea sul lavoro di gruppo. 20 La professoressa Maria Grazia Casanova collabora con gli allievi alla fabbricazione delle gru di carta. Frontespizio del catalogo della Mostra d’Arte Contemporanea war word world (Hiroshima Nagasaki 69), allestita a Genova presso la Commenda di Prè dal 07.12.2005 al 05.01.2006. 23 Genova 6 agosto 2005. Migliaia di volantini sono piovuti sulla città di Genova. Sui volantini l’immagine di Little Boy (la bomba sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945) integrata da frasi in tema, ideate dagli artisti coinvolti nella mostra alla Commenda di Prè […]. Anche Leonardi V-Idea ha voluto partecipare all’iniziativa con una propria frase, che è poi diventata il titolo della mostra. [Didascalia e dettaglio della foto tratti dal catalogo citato]. 24 Volantino integrato dalla frase di Hanne Lise. [Illustrazione tratta dal catalogo, p. 21]. Gli altri artisti coinvolti sono stati: Lorenzo Biggi, Sergio Capone, Mauro Folci, Pierluigi Fresia, Mauro Ghiglione, Fabio Mauri, Mattia Paganelli. 25 NOTE INFORMATIVE CARLO INFANTE Il dialogo didattico su Performing Media: L’interattività tra scena e nuovi media ha visto, venerdì 20 gennaio 2006, il massmediologo Carlo Infante impegnato – al mattino – in una lezione presso la sede della Scuola Media Centurione e – al pomeriggio – in una conferenza presso il Teatro Cargo di Voltri. Carlo Infante controlla al computer la proiezione dei video. 29 Le classi che hanno preso parte all’incontro sono state suddivise in due turni. Disponiamo di un’audioregistrazione di entrambi i momenti. Il testo, qui riprodotto, è un breve frammento della conversazione con gli allievi, ed è stato revisionato da Carlo stesso al fine di favorirne la lettura e la comprensione. Nelle pagine successive proponiamo uno scritto in cui Carlo espone alcune delle tappe del suo percorso di ricerca. La conferenza al Teatro Cargo ha avuto luogo alle ore 16. Di essa non abbiamo testimonianza registrata. 30 ESTRATTO DALL’INTERVENTO C A R L O I N F A N T E Legenda CI = R = 1 Carlo Infante Alunno (la sigla raggruppa interventi di allievi non identificati) - CI – Parliamo della velocità: è una delle condizioni del nostro tempo. Va agita e non subita. Se la sai pilotare, va bene; se non la sai pilotare, la velocità è pericolosissima. Fancello mi aveva chiesto (e mi incontro con alcuni vostri insegnanti oggi) 1 non tanto di parlare dell’arte ma della creatività diffusa che passa anche attraverso l'uso dei nuovi media interattivi che presuppongono un uso veloce della comunicazione. A proposito, avete presente Wikipedia, la famosa enciclopedia collaborativa nel web? Wiki, in hawaiano significa appunto “veloce”. - CI – Il dato sostanziale di questo ragionamento sulla velocità riguarda il fatto che nel web la comunicazione è di fatto vicina all'oralità, anche quando scriviamo. Quando si è in rete si agisce, la scrittura si fa azione, come nell'oralità. E le parole cambiano d'intensità. Pensiamo all'amore; amore è una parola che ha un senso particolare quando viene associata ad un’interazione, la parola amore ha senso quando ami qualcuno; se tu non ami mai nessuno, la parola amore non ha senso. Così la parola arte, così la parola sport; se lo sport non lo fai, sport rimane una parola astratta; idem per l’arte. Cosa vi voglio dire? Per me non ha nessun senso associare l’arte solo a dei quadri. Se andate nelle grandi manifestazioni dell’arte, tipo la Biennale di Venezia, possiamo capire che l’arte non è solo dipingere sulle tele, l’arte è, infatti, molto di più. L’arte è qualcosa che mette in relazione noi Si riferisce alla conferenza d’aggiornamento per gli insegnanti (programmata e finanziata dalla Centurione) tenuta al Teatro Cargo di Voltri. 31 con il mondo, con il mondo che cambia. L’arte è direttamente proporzionale all'evoluzione della nostra percezione. L’arte è interessante perché la possiamo guardare e la possiamo sentire. - E butto lì una battuta che può apparire provocatoria. Sbagliando s’impara. L’apprendimento, quello sostanziale, è legato all’esperienza diretta. Noi siamo abituati ad una scuola dove ci sono le materie ma questa cosa esiste da poco più di un secolo, un secolo e mezzo. In tutti i secoli precedenti la nostra specie ha appreso senza studiare. Le forme dell’apprendimento da sempre sono legate all’esperienza. Alcuni insegnanti (i vostri insegnanti) lo sanno, cercano di associare la pratica della lettura sui libri al fare teatrale, al vedere i film, al vivere le emozionalità al di fuori della materia scolastica. Questo è fondamentale, perché se non si fa così, la vostra mente diventa statica. Il modo migliore per apprendere è quello di associare l'informazione tratta dai libri con pratiche dirette che coinvolgano. Allora io vi farò vedere ora alcuni videogame. Sono degli esempi di videogame prodotti dagli enti pubblici; dei prodotti culturali (sì, culturali) che rendono evidente una cosa che a me interessa moltissimo. Associare la visione all'esperienza diretta, anche se con un mouse. Io, per tanti anni, mi sono occupato dell'innovazione nella scuola, ho formato insegnanti proprio per utilizzare le nuove tecnologie della comunicazione, per facilitare l’apprendimento. Quando dico facilitare si parte da un assunto. Ragazzi, leggere e scrivere è una delle cose più difficili in assoluto. Questo è il motivo per cui i ragazzi trovano difficoltà; bisogna aiutarli. La cosa più importante è liberare l’immaginario. Liberare la fantasia il più possibile e poi tradurla in scrittura; questo è il modo. Uno degli obiettivi massimi per il sistema formativo è quello di aiutare i ragazzi, i cittadini del futuro, a essere attivi. È questa la questione cardine. Inutile insegnare, dare informazioni a dei ragazzi che poi se le prendono – le informazioni – per usarle, se va bene, solo per un esame o per un’interrogazione. La cosa più importante di tutte del sistema formativo è formare cittadini attivi, cittadini che abbiano voglia di partecipare perché hanno capito che nel partecipare ci si guadagna qualche cosa. Di che guadagno sto parlando? La partecipazione alla cosa pubblica determina l'opportunità di condividere un bene comune. Sapete come si traduce cosa pubblica? Res publica, parola latina. L'idea stessa della repubblica è una conquista della società civile dai suoi albori. Questo è un bel concetto. Se la cosa diventa pubblica, diventa un bene comune. Arriviamo al punto. A me interessa concepire l’apprendimento (e anche l’apprendimento creativo) basato sulla percezione dinamica e condivisa. Cosa c'entra questo con la multimedialità? Attraverso l'interattività si agisce, si entra in relazione con le visioni e le informazioni. E con il web tutto questo si espande attraverso le opportunità di condivisione. R – [Tossisce]. CI – Cosa ti viene in mente? Un aggettivo... un sostantivo.... R – Il libro. CI – Il libro è importante ma sta fermo. Un artefatto multimediale e interattivo, come un CD Rom, o un videogame, o un sito internet ci viene incontro. R – Che dia delle informazioni. CI – Che dia delle informazioni? Ma anche il libro dà molte informazioni. R – La relazione. CI – La relazione, bene. Allora il termine esatto è: interattivo. Interagire presuppone una condizione dinamica. Il libro perché sia dinamico deve intervenire la nostra mente, elaborarlo psicologicamente, con la lettura no? Leggere è una cosa molto bella, ma anche molto complessa. Tu devi intervenire sempre, come se mangiassi del cibo; lo devi elaborare, metabolizzare. Nel multimediale vi sono le immagini che si esprimono da sole. Si potrebbe dire che è come la televisione. Solo che con la televisione stiamo lì, fermi; al massimo col telecomando cambiamo canale. Con l’interattività si entra dentro il percorso, si è in qualche 32 modo autori del percorso; ed è il motivo per cui i ragazzi come voi sono così spesso entusiasti dei videogame, perché si sentono veramente protagonisti; anche se poi è un’illusione. Anche se non è il termine giusto. C'è progettazione culturale (non in tutti i videogame, sia chiaro) gli autori dei videogame hanno concepito tutto quanto questo, il percorso interattivo che viene intrapreso, come in una partita a scacchi. E' un processo che trovo molto interessante. E' proprio per questo che voglio farvi vedere alcuni esempi di videogame educativi che dimostrano come le istituzioni possano intervenire sulla vostra generazione con prodotti culturali rivolti a ragazzi – più o meno – della vostra età. Ce ne è uno che sembra uno “sparatutto” ma dove non si spara a niente, si scattano fotografie per denunciare chi va veloce con il motoscafo nella Laguna di Venezia. È stato concepito dall'Assessorato all'Ambiente del Comune di Venezia e realizzato da SiLab: un prodotto culturale di educazione ambientale, dove un bambino veneziano, su una sorta di scooter d’acqua, deve fotografare chi va troppo veloce col motoscafo e deve raccogliere anche i rifiuti galleggianti, e così guadagna punteggi. Una cosa semplicissima che però dimostra come un ente pubblico si sia interrogato su come dei giovanissimi possano essere coinvolti, attraverso un videogame d'abilità manuale (sì, manuale, si agisce...) in un esercizio di coscienza civica. Lo vedremo, meglio lo navigheremo tra un po'. 33 PERFORMING MEDIA Il social networking come palestra di cittadinanza attiva in ambito educativo Lo sviluppo della nostra società riguarda l’evoluzione dell’idea di spazio pubblico, dall’invenzione del teatro nella polis greca alle piazze del rinascimento. E’ in questo quadro che s’inserisce la creazione di ambiti ludico-partecipativi nel web per promuovere nuovi format educativi. Questo approccio può diventare un’opportunità per coniugare il principio basilare del sistema educativo, quello di formare cittadini, con la pratica culturale nel nuovo spazio pubblico che sta emergendo, quello di Internet. In questo senso è importante la realizzazione di nuovi format culturali ed educativi di comunicazione interattiva per interpretare le potenzialità di ciò che viene definito il web 2.0, ovvero l’evoluzione della rete nel senso partecipativo, come il fenomeno dei blog e dei social networking ha reso evidente. La rete come spazio pubblico La scommessa principale in atto per quanto riguarda l’Innovazione è direttamente proporzionale alla capacità d’interpretare la Società dell’Informazione per ciò che può diventare: il nuovo spazio pubblico, quello di una polis fatta da informazioni prodotte dall’azione degli uomini che vivono e usano la rete come nuova opportunità di relazione sociale. L’evoluzione del social networking ( e ancor prima dei blog) rifonda il concetto d’informazione: non più solo prodotta dagli specialisti (giornalisti e autori) bensì dagli utenti dei sistemi informativi che, attraverso l’approccio interattivo, esprimono il loro diritto-dovere di cittadinanza nella società dell’informazione. Si tratta di condivisione dello spazio pubblico rappresentato dalle reti: l'infrastruttura della società in divenire. L’utente delle reti, a partire da quella generazione che rischia di crescere da sola, può trovare il modo per portare con sé, dentro la rete globale, la dimensione locale della propria soggettività e della propria comunità studentesca, per dare forma alla coscienza dinamica della propria partecipazione attiva. Educare dopotutto significa “tirar fuori” (dal latino “educere”). 35 E' qualcosa che è già nell’aria da tempo nella cultura digitale ma che deve ancora compiersi nell’assetto generale della res pubblica ed è per questo che è decisivo saper guardare alle nuove generazioni. Sono loro i futuri soggetti attivi di una socialità nuova che darà forma e sostanza alla figura che è ben definita da uno dei soliti neologismi: prosumer, il produttore-consumatore d’informazione. Palestre di cittadinanza attiva Alcune azioni, come quella svolta a Casale Monferrato per l'inaugurazione del Castello http://www.unita.it/news/83104/il_castello_espugnato_dai_guerrieri_del_web hanno coinvolto studenti delle scuole medie superiori con interventi definiti “palestra di cittadinanza attiva”. E' nato così un laboratorio ludico-partecipativo basato sull'uso di Facebook http://www.facebook.com/profile.php?id=728164080&ref=profile#/group.php?gid=51170598208, sia per una campagna di viral communication sia per raccogliere proposte e videoritratti (pubblicati su YouTube) per poi sviluppare un geoblog che ha permesso di “scrivere storie nelle geografie” del territorio in cui si sono svolte le azioni. Nel progetto di comunicazione sono state contemplate anche delle soluzioni particolari d’interaction design, come l’uso del bluetooth e la realizzazione di mobtag, particolari codici grafici che possono essere letti dagli smart-phone (su cui installare un apposito software) e da cui trarre dei testi o dei link attivi che rimandano ai post pertinenti del geo-blog. L'insieme di queste pratiche d'innovazione attraverso è ciò che viene definito Performing Media, una linea di ricerca che sottende una nuova forma di creatività sociale delle reti che di fatto esprime valore educativo. Si tratta di sperimentazioni che tendono a interpretare le potenzialità creative delle nuove generazioni e che il sistema educativo può e deve contestualizzare per creare una connessione culturale tra innovazione e tradizione. Verso una società dei saperi e dei pareri Senza questa attenzione qualsiasi portale web apparirà come uno di quei gran portali di ranch visti nei film western degli anni Sessanta: una grande impalcatura con il deserto dietro. La fortuna delle piattaforme di social networking dimostra quanto sia possibile rilanciare una strategia di comunicazione pubblica che sia in grado di tradurre l’interattività in nuova forma d’interazione sociale ed educativa. E' questo il web 2.0, un nuovo paradigma della comunicazione capace di ridefinire nuovi modelli di socialità attiva. Ciò potrà accostare all’auspicata società dei saperi anche una società dei pareri. Le strutture relazionali della società di massa (amplificata dai mass-media) sono logore e necessitano un radicale ripensamento a partire da un più preciso orientamento della comunicazione verso target particolari, dai gruppi d’interesse alle diverse comunità della società multiculturale, fino alle diverse fasce generazionali, pensionati o adolescenti che siano. È da considerare però che non è solo una questione di nuove funzionalità. Non è infatti solo un fatto di servizi più evoluti, di soddisfazione dei bisogni, bensì di strategia di comunicazione pubblica che solleciti il desiderio di mettersi in gioco: di partecipare a piattaforme web che sappiano valorizzare il feedback dei cittadini on line a partire dal contesto formativo. Perché si renda esplicito quanto la rete possa essere spazio pubblico, vera e propria palestra di cooperazione educativa. [email protected] Carlo Infante 36 Molti insegnanti non hanno ancora pensato di riconoscere lo statuto d’oggetto culturale non solo ai libri, non solo alle sculture, non solo ai film, ma anche ai CD Rom, anche ai videogame, ….. Il videogame è un oggetto culturale alla cui realizzazione hanno collaborato sceneggiatori, scrittori, disegnatori, musicisti. Primo piano del visore della videocamera. 39 Imparare Giocando: uno dei motti di Carlo Infante. Edutainment significa imparare giocando. È una parola che mette insieme educational e entertainment. 40 Apprendere significa prendere con sé, mettersi in gioco, non significa trasformarsi solo in un contenitore che riceve delle informazioni. Carlo Infante in aula video. A sinistra e a destra, alle pareti, sono visibili alcune massime sull’arte e sulla poesia. 41 Di là dalla spalla destra di Carlo, gli allievi della Centurione e, sul trespolo, il videoproiettore. La vera educazione non sta nell’acquisire cognizioni, ma nel tirarle fuori. Molti pensano, e io tra questi, che sia fondamentale rendere sempre più dinamica la modalità educativa attraverso le forme del gioco. 42 In paesi come la Francia, la Germania o l’Inghilterra c’è una produzione straordinaria di videogame creati nelle scuole. Anche il libro è tecnologia, anche l’alfabeto è tecnologia. Siamo portati a pensare che non siano tecnologie perché ormai abbiamo un rapporto naturale con esse. Sulla parete un’immagine di un videogame: l’interno d’una casa da esplorare. 43 Allievi e professoresse in aula video. La definizione di naturale e artificiale è legata al nostro cambiamento. Il vero problema è la televisione, se ne vede troppa. È la televisione che indebolisce la coscienza critica. 44 A differenza del cinema e della televisione, il teatro richiede una maggiore interattività da parte dello spettatore, perché gli permette di selezionare liberamente le immagini attraverso la direzione dello sguardo. Sotto questo aspetto il videogame è più vicino al teatro che non al cinema e alla TV. A sinistra, con gli occhiali, la professoressa Sara Urgéghe. Perdersi dentro lo schermo di un videogame è un apprendere per simulazione. 45 Allievi della Centurione durante l’incontro con Carlo Infante. A sinistra Antonello Campanella e, accucciata, mentre parla con una collega, Rosangela Piccardo. Il telefonino è il medium più diffuso in Italia, ma non è affiancato da una strategia culturale che concorra a educarne l’uso. La multimedialità è fondamentale nel riattivare l’immaginario dei soggetti che interagiscono con essa. Nella pagina a fianco: locandina relativa all’incontro pomeridiano. 46 Carlo Infante Performing Media L’Interattività tra Scena e Nuovi Media Conferenza-Spettacolo per Insegnanti e Genitori Venerdì 20 Gennaio 2006 Ore 16 Ingresso Libero Foyer Teatro Cargo Piazza Odicini, 9 Voltri - Milly Barberio Massimiliano Bruzzone Nicola Bucci Roberto Guerrini Gianni Milano AUBE BUTTE Pittrice genovese dagli innumerevoli interessi dalla poesia alla personalizzazione artistica di mobili e infissi, dalle illustrazioni per il collezionismo editoriale alle scenografie per il teatro. Da diversi anni è testimonial internazionale e i suoi lavori messi all’asta per campagne di sensibilizzazione a missioni umanitarie e di solidarietà (EMERGENCY, EXODUS di Don Mazzi, LIBERA di Don Ciotti, Ospedale Gaslini di Genova). Alcune sue opere hanno illustrato plaquette di grandi artisti come Renato Zero, Alda Merini, Bernard Noel, riviste di arte e cultura come “Icaro” e “Infonopoli” , copertine di dischi o locandine per spettacoli di prosa e musica. Nel 2006 il suo quadro “Farfalle in Libertà” è stato scelto come copertina per il Manifesto della cultura europea per la pace intorno ad un messaggio di Mario Luzi . La sua ultima retrospettiva risale a marzo 2007 presso la Fondazione Mattei di Roma promossa dal comune di Roma. Il suo quadro “la poesia salverà il mondo” è stato scelto come simbolo della libertà all’incontro tra le istituzioni genovesi e il Direttore della cultura al comune di Montevideo (Uruguay) 51 INTERVISTA: AUBE BUTTE Un carattere forte, estroso, diretto, una irriducibile della ribellione. Una donna che ha sempre dipinto temi scottanti, donando quadri per grandi opere di volontariato e appelli di solidarietà e pace. Abbiamo intervistato la pittrice Aube Butte prima della sua partenza per la Spagna, ormai sua seconda patria. Come definisce la sua pittura? Per la verità non mi sono mai posta il problema: faccio pittura e basta, le definizioni le lascio volentieri ai critici; c’è già poco lavoro ognuno faccia il proprio. La crisi colpisce immagino anche i pittori… Colpisce tutti indistintamente, forse l’artista capta con maggior forza il disagio di questo drammatico momento. E pensare che si sente dire in televisione che la crisi è già alle spalle, una vera vergogna. Ci vogliono tranquillizzare? No ci vogliono prendere come sempre per i fondelli, ma credo che questa volta la gente non sia così cieca da non vedere cha abbiamo dei governanti da operetta, che stanno mandando letteralmente a bagno tutto. E i critici come la definiscono? 53 I pareri sono discordanti, ma non c’è da stupirsi, il mondo della pittura e dell’arte in genere, è fatto anche da tanti improvvisati, perciò è facile sentire ogni genere di corbelleria. La maggioranza comunque mi definisce una espressionista. Hanno scritto che certi particolari della sua pittura fanno pensare all’opera della Kalo, cosa ne pensa? Non condivido per niente questo paragone, amo la Kalo, sono chiaramente onorata del paragone, ma questa similitudine non regge è una delle tante sciocchezze che si scrivono per riempire una pagina. Una volta mi hanno persino detto che i miei quadri sono l’antipittura spinta sino alla follia. Lei cosa ha risposto? Di farsi una camomilla e comunque ho spiegato che questa definizione era già stata usata in un testo dedicato a Georg Baselitz. E’ vero che sta giorni interi a guardare la tela bianca sul cavalletto, prima di dare l’inizio al quadro? Sì, fisso la tela per molto tempo, anche per settimane intere. Ho bisogno di entrare completamente dentro la creazione, fondermi con il pensiero, sentire la vibrazione, insomma vivere l’afflato integralmente. C’è la consapevolezza dell’azione? No al contrario, nella fase di studio, ma anche durante le prime pennellate, non sono consapevole di quello che sto facendo, la presa di coscienza matura lentamente. Che effetto le fa non essere completamente padrona della situazione? Un piacere che unisce il corpo e la mente, mi spreme totalmente, infatti finito il quadro la stanchezza fisica mi colpisce con tutta la sua forza. Le capita di cambiare qualcosa in corso d’opera? A volte succede e sento il desiderio di virare, di imbroccare un'altra strada o addirittura di strappare la tela come se la pennellata precedente fosse un insulto, un gesto stupido. Non ho paura di offendere la mia mano, l’autoverifica è necessaria sempre. Ha bisogno di silenzio e concentrazione per dipingere? No, metto a manetta lo stereo con tanto rock, i volumi alti sono ossigeno ed energia. Cosa ascolta? Vasco, Doors, Led Zeppelin, Deep Purple ma anche Marley Dove pensa di trarre le sue immagini? Dagli incazzamenti della vita quotidiana e dall’inconscio, forse per questo ho una estetica primitiva … e una visuale simbolica Sì, anche. La dipingono tutti con un carattere molto difficile, poco disponibile e completamente “fuori” dai contesti pubblici, quanto c’è di vero? Dico sempre quello che penso, senza frasi di comodo, detesto l’eccesso di diplomazia che non è altro che falsità. Per quanto concerne i contesti pubblici dipende dalla serietà della proposta, certo non sgomito per stare vicino all’assessore di turno. 54 A Genova l’abbiamo ammirata in diverse collettive… Vede non sono così difficile e poi queste collettive le curava una critica che stimo molto, e lavora molto bene, Maria Galasso. A Ottobre un suo quadro è stato il simbolo di un incontro molto importante con l’ex tupamaros Mauricio Rosencof… Una grande soddisfazione avere un personaggio di questo calibro a Genova, da parte mia naturalmente sono stata molto lusingata. La sua testimonianza delle violenze subite durante la dittatura in Uruguay mi hanno colpito molto. Ci sarebbe bisogno che i giovani sapessero molto di più cosa è stata la dittatura sudamericana e il ruolo assassino che hanno avuto i governi americani. Come trova la situazione culturale a Genova? Perché esiste la cultura a Genova? Poca… Diciamo quasi niente, i soliti quattro imbonitori che si riciclano in diversi ruoli con le solite spartizioni, i soliti incarichi, le solite vergognose cecità. Ci portiamo addosso vent’anni di immobilismo e incapacità. Naturalmente le eccezioni non mancano, ho apprezzato molto il lavoro fatto da Manuela Cappello alla Pubblica Istruzione della Provincia. L’organizzazione di una marcia mondiale (del 10 novembre 2009, ndr) della pace a Genova con quelle dimensioni è difficile da scordare, davvero brava a coinvolgere tanti ragazzi, ha sicuramente riportato l’entusiasmo tra i giovani. Non si può dire che lei non sia diretta eh? Penso di essere solo realista, è sotto gli occhi di tutti questo scempio, ma in pochi lo diciamo a chiare lettere. Siamo il paese dei distinguo, il paese di quelli che attendono e non prendono mai posizione. Forse tanti miei colleghi sperano che leccando gli stivali del potere si abbia più facilità a fare qualche mostra in più. Lei non lo pensa? Degli avanzi di alcuni politici non so cosa farmene, posso vivere tranquillamente senza la loro pacca sulle spalle. Lei ha donato molti quadri per la promozione di campagne di volontariato e di grandi progetti di solidarietà… Adoro Gino Strada, Don Ciotti, Don Gallo (la chiesa dei poveri, non quella delle alte sfere che detesto perché squallido strumento di potere), penso che sia necessario nel nostro piccolo fare qualcosa, non accettare che questa società marcisca del tutto. Credo ancora in una possibile rinascita, in un nuovo risorgimento. Con la pittura si può fare politica? La politica si fa con tutto, nel pieno rispetto delle proporzioni. Se le dicessi che vedo nei suoi quadri molta inquietudine, lei cosa mi risponderebbe? Di guardare meglio, credo ci sia più ribellione che inquietudine, più rabbia che non inquietudine. Io sono indignata con la società. Mi indigna vedere una televisione cloaca, mi indigna vedere una politica indecorosa, mi indigna una gioventù senza valori, senza impegno, senza prospettive, mi indigna il carrierismo dilagante, mi indigna la mancanza di memoria. 55 Facciamo un gioco, se dovesse indicare qualche persona di Genova, con la quale passare una serata, chi indicherebbe? Presto fatto: Don Gallo, Don Farinella, Maria Galasso, Eduardo Sanguineti, Non ha avuto esitazione nel rispondere al mio gioco sulle persone positive di Genova? Perché dovrei, sono persone che fanno molto per Genova, apprezzo molto il loro sforzo, nei loro rispettivi ambiti. Di cosa avrebbe bisogno Genova in ambito culturale? Di persone ambiziose e competenti, con una volontà di far rinascere la città. Ma visto che è una utopia, a mio avviso ci vuole una presa di posizione dei singoli artisti e associazioni culturali sul territorio e tentare una unione. La forza d’urto dell’unione è l’unica possibilità che ci è rimasta. Una sorta di forum delle associazioni culturali? Precisamente, con un obiettivo unico, fare cultura, proporre cultura, senza accontentarsi degli avanzi concessi dalle istituzioni. Insomma dire al caro politico o mi aiuti o vado avanti lo stesso ma ricordati che siamo in tanti e controlliamo ogni tua leggerezza, hai la lente d’ingrandimento sul groppone. Non male… Lo credo bene, fintanto che tremeremo davanti alle scale del potere non potremo mai fare niente, quando avremo la dignità di parlare da pari non ci chiuderanno più la porta in faccia. E poi ricordiamoci che la loro poltroncina è permessa dal nostro voto. Milly Barberio 56 DEBUTTO DE “IL GALLERISTA” LA FANTASIA AL POTERE Il 25 settembre c’è stata la prima nazionale, alla Galleria Immagine Colore di Genova, della performance teatrale “Il Gallerista” (tratta dal libro omonimo di Maria Galasso e Ivano Malcotti edito da Erga), per la regia e l’interpretazione di Antonio Carletti e la musica di Bruno Bregliano. La produzione è della Associazione Culturale Città di Genova con la promozione della ANSAS Liguria ex IRRE (Istituto Regionale per la ricerca educativa). Il Gallerista è l'autoritratto amaro, contraddittorio e tragicomico dell'uomo moderno che si crede potente, giunto all'appuntamento con la sua coscienza, con i ricordi, le speranze della propria gioventù (molto forte la parte poetica dedicata a Piazza Fontana e la strage alla stazione di Bologna). Il cinismo, la nevrosi della vita quotidiana e professionale, diventa l'occasione per scoprire, tra cattiveria, nodi irrisolti, bugie e atti mancati, il potere salvifico della filosofia e l’amore irrinunciabile per “l’idea” di cambiare ancora, nonostante tutto, il mondo, magari attraverso qualche pagina di Adorno e della scuola filosofica di Francoforte. Un testo veloce che svela il senso opprimente di una esistenza proiettata tutta verso l’interiorità delusa, il rimpianto doloroso seppur celato con mille trovate. Il gallerista è maniacale, perdente, vile, violento, una creatura a tratti turbata e spiantata, che si sente stretto tra la propria condizione umana e il desiderio di possesso e potere. Il suo è immancabilmente un destino tragico e comico allo stesso tempo. L’azione si svolge tutta all'interno della Galleria Immagine Colore, dove si sta allestendo una mostra, il protagonista logorroico trascorre la sua giornata convulsa in attesa di una battaglia conclusiva (forse la mostra che lo consacrerà di fronte al mondo?), che però stenta a concretizzarsi. L’aiutante (muto) è forse quello che mostra i connotati più interessanti. Questi è incapace di stringere un contatto umano con i quadri e di andare oltre la mera superficie o apparenza delle cose come fosse l’incarnazione della purezza. 57 Dopo il debutto genovese lo spettacolo inizierà un lungo tour in numerose gallerie italiane, le prime tappe saranno con il nuovo anno a Roma Galleria Horti Lamiani di via Giovanni Giolitti 163, a Lucca Galleria Giò Art di Via dell'Anfiteatro 65, a Firenze nel Centro Studi Eielson. , 65 Abbiamo intervistato la coautrice Maria Galasso, esperta nel linguaggio artistico, per il quale ha ricevuto significativi incarichi istituzionali a livello nazionale. Si occupa di progettazione formativa attraverso anche sue nuove metodologie educative. Collabora a importanti riviste con pubblicazione di saggi, articoli di ricerca e di didattica dei linguaggi della comunicazione. Prof.ssa Galasso, arte e pedagogia in che rapporti sono? Arte e pedagogia sono in stretto rapporto; il linguaggio artistico è uno dei tanti mezzi del processo educativo che permette di rendere visibile ed operativo il pensiero. Perché è tanto importante lo studio dell’arte dal punto di vista pedagogico? L’arte è espressione di libertà, di creatività, permette di espandere il rapporto tra l’io e la realtà sia fisica che metafisica. Dal punto di vista pedagogico è importante perché coniuga pensiero e azione. Che finalità ha l’arte nella psiche dell’essere umano? La finalità che ha l’arte nella psiche è molteplice, consente di esprimere il divenire compiuto e latente dell’io e, al tempo stesso, consente di trasfigurarlo attraverso l’emozione che fa riappropriare i soggetti dei suoi diversi modi di essere. L’identità in divenire valorizza l’autonomia delle persone. Cosa significa “arte integrata” e quando possiamo affermare che un testo, in questo caso teatrale sia di arte integrata? L’arte come linguaggio visivo è trasversale ad ogni sapere, permette collegamenti strutturali con altre forme espressive come ad esempio il teatro, in quanto l’immagine visiva richiama, per naturale decodificazione, la parola sia orale che scritta. Il codice del segno visivo, unito a quello verbale del teatro, apre ad una comunicazione allargata, che la rende integrata nell’espressione generale. Da quanti anni sta lavorando all’arte integrata? Ci sono state tappe intermedie che ritiene fondamentali per lo sviluppo a tutto tondo del progetto? E’ da molto tempo che mi occupo dell’arte come momento di incontro con altre conoscenze. Ho sempre sostenuto nella mia ricerca che il percorso artistico sia parte di un sistema strutturale di comunicazione in cui vari segni traducono finalità comuni. Vedere, parlare, scrivere, fare, per presentare insieme una unitarietà comunicativa. Le riflessioni che mi hanno condotto ad occuparmi di progettazione educativa circolare scaturiscono dalla considerazione che le competenze umane sono diverse e queste, se collegate e integrate, possono condurre ad una conoscenza ampia con maggiori opportunità di comprensione e di elaborazione cognitiva da parte dei fruitori. Le tappe che hanno contribuito allo sviluppo a tutto tondo del progetto vanno ricercate nella mia attività di docente che ho svolto in tutti gli ordini di scuola. L’esperienza sulla continuità didattica mi ha consentito di capire i bisogni dei ragazzi, i loro interessi e soprattutto mi ha fatto riflettere sul fatto che i ragazzi e le ragazze avevano bisogno di motivazioni, di rapportarsi nel gruppo con azioni ludiche – gestuali concrete che potessero dare senso e significato alla loro vita reale, quella di tutti i giorni. Il testo Il Gallerista nasce a seguito di un suo progetto, ce ne vuole parlare? Il testo de “Il gallerista” nasce come parte della mia progettazione di ricerca, in cui nulla si dà per scontato. La voglia di mettere in discussione tutto, rappresenta l’apertura alla trasformazione delle 58 persone e delle cose. I risultati richiamano sempre nuove domande, presentano nuovi dibattiti che richiamano a grandi confronti discipline e soggetti, per spezzare omologazioni nel sapere ed eccessivo protagonismo negli individui. Cosa è la creatività? Da cosa nasce? Ve ne sono differenti forme? La creatività è legata all’intelligenza critica della persona. Nasce dal desiderio di innovare, di trovare forme nuove di pensiero e di azione. Molte sono le espressioni creative, spesso abbiamo associato la creatività ad immagini perfette, assolute, gratificanti. Oggi la creatività, in ambito di ricerca, si presenta anche attraverso forme espressive linguistiche non compiute o attraverso pause ad esempio nel teatro o con attributi cromatici nell’arte. Il protagonista della vostra piece (il testo è stato scritto insieme a Ivano Malcotti, ndr) è un Gallerista, che genere di persona avete descritto? Il gallerista è stato scritto con Malcotti, ci siamo integrati non solo con linguaggi diversi, ma con le nostre riflessioni esperienziali che hanno costituito l’impalcatura dialettica della piece. Credo sia soddisfacente raggiungere finalità comuni, partendo da competenze diverse e da una lettura sociale della realtà, che in qualche modo ha commosso i nostri animi, tanto da non rimarcare i nostri punti di vista. In realtà ogni cosa detta o immaginata da entrambi è stata funzionale alla comunicazione generale dell’opera. Il nostro scopo primario è stato quello di condurre il lettore ad un momento di autoverifica. In tale ottica il gallerista è l’uomo che, da egoista, riesce a liberare la propria mente perché libera il proprio cuore … L’uomo libero, non condizionato dal potere, può veicolare i suoi sogni verso ogni trasformazione reale… Che ruolo ha la musica all’interno di questo lavoro? La musica (Bruno Bregliano, ndr) ha un ruolo importante all’interno del lavoro perché il suono traduce l’immagine e la parola e, in questo caso, comunica il tutto attraverso forme innovative tecnologiche. Le note musicali rappresentano la traduzione del reale, ma anche del possibile, del rappresentato e delle nuove forme di future rappresentazioni. Il testo non manca di ironia corrosiva da un punto di vista sociale, che ruolo gioca l’impegno civile nel suo lavoro? L’ironia permette di dire molte cose, diceva Remo Borzini, grande intellettuale genovese. La vita va presa con ironia, per essere coscienti delle sue profonde contraddizioni… E quindi anche nel gallerista l’ironia gioca un ruolo importante. Essa supera gli schemi logici per aprire scenari più ampi, in quanto non classificabili, né sottoposti a giudizio. Naturalmente l’ironia è anche funzionale all’impegno civile che il gallerista sottende e che mette in luce le finalità sia di Malcotti che mie. Infatti valorizzando nel caso specifico, l’arte con il teatro della libertà, dell’onestà, della giustizia, si conferisce dignità all’uomo e alla donna, si dà un senso alla vita e alle responsabilità civili che essa richiama. Lei ha partecipato a numerosi lavori teatrali e musicali, da dove arriva questo suo amore per lo spettacolo? Considero importante la conoscenza aperta a più linguaggi e credo che lo spettacolo li possa comprendere tutti. Il teatro, l’arte, la musica sono le modalità espressive del sapere. Tanto più le amiamo, tanto più riusciamo a comunicare… L’amore per queste forme di spettacolo si ha dentro. La famiglia e la scuola potrebbero infonderlo attraverso esperienze dirette, ma credo che il vero amore nasca intuitivamente dall’esigenza di dire e di ascoltare gli altri, in fondo la vita nella sua complessità è il vero spettacolo. Naturalmente dobbiamo renderci conto di essere i protagonisti, questo credo sia possibile vivendo con partecipazione commossa i suoi eventi, che in realtà sono anche i nostri… 59 Quali sono i suoi prossimi progetti? Ho sempre desiderio di realizzare tanti progetti, forse perché la riflessione sui miei studi letterariartistici, teologici, che hanno occupato quasi tutto il mio tempo, mi ha permesso di progettare alcune possibilità per modificare alcuni risultati didattici, non più adeguati al cambiamento dei tempi. Per esempio attraverso l’arte contemporanea ho potuto delineare nuove metodologie finalizzate ai processi di incontro tra i popoli. E sto cercando di trasferire queste metodologie ai processi di apprendimento tecnologici informatici. L’innovazione rappresenta per me l’anima dei progetti che amo condividere non solo con i colleghi non settoriali in ambito cognitivo, ma anche con esperti esterni istituzionali e non. Sono infatti convinta che i progetti debbano avere una ricaduta qualitativa sul territorio, devono servire insomma e quindi essere proposta per altre nuove trasformazioni educative –sociali. (a cura di 60 Milly Barberio) INTRODUZIONE A SLAVOJ ŽIŽEK Ricercatore in sociologia presso l’Università di Lubjana e insegnante presso la svizzera European Graduate School e in svariati atenei americani, S. Z. è conosciuto soprattutto per i suoi testi, tradotti in tutto il mondo. È anche eminente filosofo, se filosofo è colui che sa porre i problemi, piuttosto che trovare (facili) soluzioni, secondo la definizione data dallo stesso Z. in uno dei suoi lavori principali, In difesa delle cause perse. Come tale, Z. sfoggia un arsenale teoretico, ricavato soprattutto dallo studio di Hegel, Marx e Lacan, per leggere e rileggere il quotidiano, che nel frattempo è divenuto Storia. Così accanto a testi impegnativi come quello appena citato, ne troviamo altri dedicati all’attualità: il terrorismo, il fondamentalismo, il mondo virtuale, i media, il cinema, a testimonianza del fatto che per Z. nulla di ciò che accade deve sottrarsi al pensiero, tutto merita di essere preso in considerazione, anche e soprattutto la cultura popolare. Ma ciò che colpisce è la maestria con cui Z. utilizza categorie prese in prestito da altri filosofi e operi su di queste torsioni sorprendenti, ovvero “perverte” (dal latino pervertire: sconvolgere, sovvertire, mettere sottosopra) in modo da ottenere associazioni inedite e nello stesso tempo mostrare come si verifichi tale perversione: c’è tutta una pedagogia in Z. che va al di là dei risultati cui di volta in volta perviene nei suoi testi. È per rendere l’idea del tipo di operazione effettuata da Z. che prenderemo in esame le pagine di un breve ma fondamentale testo di Z.: Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo. Z. prende spunto da un testo pubblicato di recente, Libro nero della psicanalisi, per affermare l’opposto suggerito nel titolo, ovvero che, in barba ai suoi detrattori, “il tempo della psicanalisi è giunto solo adesso”, intendendo dire che solo adesso siamo in grado di cogliere la portata delle intuizioni di Freud, ovvero che l’inconscio è strutturato come un linguaggio, cioè obbedisce a una logica e a una grammatica sue proprie: “l’inconscio parla e pensa”. Dall’immagine di un Es terra di impulsi irrefrenabili che l’Io dovrebbe tenere a bada, perveniamo a quella di un Es “dove una verità traumatica libera la propria voce”, una verità che mi appartiene personalmente non come Verità eterna, ma come “insopportabile verità con la quale devo imparare a convivere”, cosa che richiede coraggio, più che il desiderio di conquista espresso da Freud “l’Io dovrebbe conquistare l’Es”. Z. insomma rileva la peculiarità filosofica di Lacan nell’aver messo in luce che 61 nevrosi, psicosi e perversioni non costituiscono solo una malattia, ma “assumono la stessa dignità che caratterizza i fondamentali atteggiamenti filosofici nei confronti della realtà”, ovvero la psicanalisi “non si limita a rendere un essere umano capace di accettare la verità rimossa che lo riguarda; essa mostra piuttosto come la dimensione della verità emerga nella realtà umana”. La cosiddetta malattia è anche l’insieme degli atteggiamenti con cui la persona si pone nel mondo e lo costituisce come proprio, per cui lo scopo della terapia psicoanalitica “non coincide con il benessere del paziente, il successo nella vita sociale… bensì con il portare il paziente stesso a porsi di fronte a quelle che sono le coordinate elementari nonché i punti morti del suo desiderio”. Sin qui tutto lineare: ecco ora in che modo Z., seguendo Lacan, “perverte” il consueto rapporto tra Io e Super io ereditato da Freud: lo fa attraverso la categoria lacaniana di Grande altro. Con Grande altro Lacan intende lo sguardo nel confronto del quale l’individuo, senza esserne consapevole, si misura di volta in volta per ottenerne l’approvazione; ed essendo questo sguardo appiattito sui valori dominanti nella società, ne saremo tanto più gratificati quanto più riusciremo ad adeguarci ad esso. Si tratta insomma della versione benevola del Super io: quest’ultimo infatti è “vendicativo, sadico, punitivo”. Ora, cosa ci suggerisce oggi il Grande altro, che cosa ai tempi di Freud? Freud rilevava nei suoi pazienti nevrotici un conflitto tra i desideri inconsci perché non ammissibili dalla morale contemporanea e il Super io che tale morale incarnava. Ma oggi, dopo il verdetto di Nietzsche “Dio è morto”, tutto è permesso: l’uomo contemporaneo, nel momento in cui fa propria questa ipotesi, sente mancare il terreno da sotto i piedi, non ha già più il punto fermo con cui stabilire delle coordinate etiche certe: è qui che Z rileva il pervertimento del Super io o del Grande altro. Lungi dallo stabilire divieti, il Grande altro, incarnando i valori dominanti della nostra società edonista, impone l’eccesso, afferma perentorio “godi!”. Ma il Grande altro funziona anche come Super io, per cui l’imperativo di godere non è mai soddisfatto, si tratta sempre di godere di nuovo e alla fine subentrerà il senso di colpa per non aver goduto abbastanza. D’altra parte l’inconscio, un tempo terra di impulsi sfrenati, diventerà ora il luogo in cui si manifesta un’esigenza di pudore: “è la società ad essere edonista e sregolata, mentre è l’inconscio che regola”. Ma allora, se tutto è permesso, se non c’è un Dio che determina ciò che è lecito e ciò che non lo è, Lacan e con lui Z. concludono che non è vero che siamo più liberi: “se Dio non esiste, allora più niente è permesso”. L’eccesso comandato dal Grande altro sarà reiterato all’infinito senza poter trovare un ostacolo che lo definisca proprio come eccesso, l’individuo è condannato a dissolversi in un gesto compulsivo che sterile, si reitera per sempre. A meno che non torni ad ascoltarsi, a leggere con strumenti nuovi la voce più profonda di sé. Magari in compagnia di Z. Massimiliano Bruzzone 62 LINGUAGGIO, LINGUAGGI E FORMAZIONE ARTISTICA 1 Linguaggio e linguaggi. Come premessa generale, tenteremo innanzitutto di chiarire le ragioni del titolo della presente relazione. Perché linguaggio e linguaggi nella cornice di un convegno sull‟istruzione artistica, sulla sua funzione e il suo significato nella contemporaneità? Diciamo subito qualcosa di dirimente, per non dar adito a equivoci. Di fronte alla marginalizzazione se non alla soppressione alla quale sembrano destinati i licei artistici e gli istituti d‟arte dagli attuali decreti governativi, il fatto di parlare di linguaggio e linguaggi è sicuramente dettato dall‟esigenza, anzi dall‟urgenza, di ridefinire la peculiarità del campo e del dominio culturale dell‟istruzione artistica nell‟attuale società. Parlando di linguaggio e linguaggi, è opportuno premettere che, per quanto concerne l‟istruzione artistica, essa riguarda in primo luogo la sintassi di quei linguaggi che vengono indicati in senso lato come linguaggi non verbali, in modo affatto particolare la comunicazione visiva, e questo sicuramente fa la differenza tra l‟istruzione artistica e gli altri orientamenti, umanistici o scientifici, della scuola media secondaria. Se il principale obiettivo formativo dell'istruzione artistica è l'acquisizione delle più generali competenze linguistiche che riguardano la sintassi elementare della comunicazione visiva, allora il suo orizzonte culturale non può limitarsi a campi di sapere soltanto teorici, ma implica sempre un ambito d'esperienza e d'applicazione tecnico-pratica, che va dall'esperienza del disegno dal vero, come propedeutica alla visualizzazione dello spazio, al disegno architettonico o prospettico, quali basi della progettazione, alle tecniche plastiche. Fin qui, nessuna sostanziale differenza rispetto all‟antico modello ordinamentale, tradizionale, del Liceo Artistico, quello del 1923. 2 Nella nostra tradizione occidentale l‟arte é in origine sinonimo di tecnica. Partendo dall‟assunto banale che sapere è saper–fare, l'acquisizione di una tecnica comporta sempre un apprendistato, quindi l'apprendimento di una competenza specifica, che si acquisisce solo con l‟esercizio e la ripetizione (in questo senso può esserci un laboratorio di arti applicate, ma anche un laboratorio di matematica, di letteratura o un laboratorio di progettazione, dove si stempera, a mio modesto avviso, la pretesa distinzione tra un momento eidetico e un momento euristico del fare). La tecnica 65 è insieme una pratica e un sapere, ossia un'attività pratica governata da regole e criteri costitutivi che rimandano a un codice e una convenzione linguistica. La tecnica che possiamo apprendere ed esercitare è, in una certa misura, sempre una grammatica, nell'accezione wittgensteiniana. E‟ oggi evidente però che la tecnica non riguarda solo i prodotti dell‟uomo, ma la riproducibilità tecnica dell‟uomo stesso, come dimostrano le tecnoscienze umane contemporanee, e quale che sia la nostra posizione rispetto al problema, avremmo un senso ben limitato del concetto di tecnica, se trascurassimo questo dato storico epocale. Il problema pedagogico e didattico che dovremmo porci, al riguardo, proprio in quanto depositari di un sapere e di una esperienza che viene tradizionalmente indicata come “istruzione artistica”, è pertanto il seguente: se è possibile fare qualcosa di nuovo col linguaggio (ciò che viene etichettato in modo sovente equivoco come creatività), allora non possiamo ridurre tutto il linguaggio umano a uno strumento tecnico e comunicativo e l‟agire linguistico-espressivo dell‟uomo all‟agire tecnico-strumentale. 3 Si possono fare molte cose col linguaggio, come dimostra la teoria degli enunciati performativi. Vi sono atti come “giurare” “scommettere” che consistono nel pronunciare una serie di enunciati, appunto come “giuro”, “prometto”, “scommetto”, il cui significato è inseparabile dalla loro enunciazione. Wittgenstein, per rimarcare lo statuto pragmatico del linguaggio umano, ossia il fatto che il suo significato dipenda dall‟uso, ricorreva alla celebre similitudine della “cassetta degli attrezzi”. Non dobbiamo tuttavia trascurare che, già nell‟Etica a Nicomaco di Aristotele, il fare nel senso della poiesis è distinto dall‟agire nel senso della praxis. Proprio in quanto il primo è un fare in vista di un fine e della produzione di un‟opera che resta esterna al fare stesso, mentre il secondo è appunto un agire inoperoso che ha il fine unicamente in se stesso, e corrisponde, per esempio, all‟umana capacità di dare inizio a qualcosa, di prendere la parola e l‟iniziativa, di cominciare qualcosa di nuovo, che non si riduca a un„opera o un fine esterno all‟agire stesso, ma resti immanente al medium del suo processo. Se al centro dell‟istruzione artistica poniamo questa performatività del linguaggio, è indubbio allora che non si possono considerare i licei artistici e gli istituti d‟arte alla stregua degli istituti tecnici, non sono in questione solo le competenze tecniche o professionali, ma un virtuosismo linguistico del tutto trasversale. 4 Sarebbe pertanto assurdo dire che si parla il linguaggio, poiché si parla sempre e soltanto questa o quella lingua che abbiamo appreso, della quale abbiamo acquisito le regole di base, la sintassi e la grammatica, sia essa l‟italiano, l‟inglese, la prospettiva, la geometria descrittiva, la metodologia progettuale, la teoria del colore. I linguaggi sono – rispetto al Linguaggio - la pluralità delle lingue e dei codici che la facoltà del linguaggio rende possibile, ma della quale non può rendere ragione. Questa premessa potrebbe suonare criptica, se non si precisasse cosa voglia dire parlare una lingua. Da Wittgenstein, Searle riprende l‟idea che parlare una lingua è, come un qualunque gioco, un comportamento governato da regole. Ogni lingua è un sistema di regole e di segni affatto arbitrari e convenzionali. Non c‟è nessun legame naturale tra le parole e le cose, nessuna relazione biunivoca o isomorfica. Parlare una lingua è un‟attività governata da regole che sono volta per volta costitutive dei nostri giochi linguistici. Perciò Wittgenstein si è soffermato così a lungo su che cosa significhi seguire una regola. Da un lato il linguaggio implica la conformità a una regolarità che articola la virtualità indeterminata del possibile per cui sono sempre di nuovo rimesse in gioco nuove regole, dall‟altro si parla sempre una lingua, le cui regole sono date a livello del codice e non possiamo che seguirle ciecamente - come un automatismo - poiché tali regole non sono semplicemente regolative, ma costitutive volta per volta della molteplicità dei nostri giochi linguistici. E tuttavia non possiamo trascurare il paradosso, enunciato da Wittgenstein, nel paragrafo 201 delle Ricerche filosofiche, su cui si è basato il dibattito critico più radicale circa la teoria wittgenstaniana del “seguire una regola”: “Il nostro paradosso era questo: una regola non può determinare alcun modo di agire, poiché qualsiasi modo d‟agire può essere messo d‟accordo con la regola”. Sebbene questo problema, tra le altre cose, ponga in gioco la possibilità di concepire qualcosa come un‟azione 66 innovativa nel linguaggio, dobbiamo partire tuttavia dal presupposto che non si può insegnare la creatività, tranne che a partire dalla passione della regola e dalla padronanza di una tecnica, che sono alla base di qualunque virtuosismo. Ci si può limitare a mostrare che, nella prassi, il minimo di libertà che ci è dato a livello del codice – della langue – corrisponde al massimo di libertà a livello del messaggio – della parole. Si potrebbe parlare, al riguardo, di „sprezzatura”, concetto che Gombrich riprende da Baldassar Castiglione. La “sprezzatura”, per Castiglione, è la virtù propria tanto del “perfetto artista” quanto del “perfetto cortigiano” Un esempio di “sprezzatura” è la capacità del pittore di rendere con pochi rapidi tocchi di pennello la guarnizione dorata del mantello di Jan Six, come nel celebre ritratto di Rembrandt. Mentre l'artigiano si riconosce per un'abilità tecnica, in ultima istanza servile, e la sua opera è il risultato di una meticolosa perizia, l'artista è sprezzante nei confronti delle rigide prescrizioni della tecnica convenzionale. Egli non si affida a regole tramandate, ma cerca e sperimenta continuamente nuove soluzioni, inventa letteralmente nuove regole, per restituire nel modo più immediato l'idea che ha in mente. Con un ossimoro, la sprezzatura di Rembrandt, rispetto alla regola della buona rifinitura, dettata dalla corporazione, viene presentata da Gombrich come una “calcolata negligenza”. Essa non è, tuttavia, la premessa ma l‟esito di un lungo apprendistato. Se l'artista autentico si riconosce dall'immediatezza e dalla sublime semplificazione, dalla spontaneità e dalla facilità con cui giunge ai risultati più mirabili, trascurando lo zelo e la perizia tecnica nelle rifiniture, che caratterizza invece l'abilità servile dell'artigiano, non si deve tuttavia equivocare su questo punto cruciale della questione, poiché la negligenza misurata e la sprezzante disinvoltura dell'artista moderno sono anch'essi il risultato di un lungo apprendistato, di tentativi andati a vuoto, di continue sperimentazioni. Come hanno osservato sovente gli storici dell'arte, da Vasari a Gombrich, nello stile di un artista "la sublime semplificazione è possibile solo grazie a un'anteriore complessità". La semplicità è in ogni caso una conquista che suppone, alle spalle, una laboriosa ricerca, e un infaticabile esercizio tecnico. L'artista che fa un uso virtuoso della tecnica non è colui che non sa dipingere, nel senso che non ha pienamente acquisito, con l'esercizio, l'abilità e la perizia tecnica dell'artigiano. All'esatto contrario, l'artista perfetto è colui che, possedendo la tecnica – la sintassi e la grammatica della pittura – ne fa un libero uso, e il suo campo d'esperienza diventa un campo di ricerca e sperimentazione continua. 5 Mi capita sovente di ripetere, ai miei allievi, durante le lezioni di disegno dal vero, che questa esperienza non è il fine ma il mezzo per l‟apprendimento di una sintassi e una grammatica della visione, che mediante un tale esercizio non stiamo imparando a disegnare, ma a vedere. Ma che cosa significa “saper vedere”, in che cosa consiste questo sapere e questa conoscenza che attiene alla percezione? La questione non à affatto banale, dal momento che la nostra tradizione di pensiero ha sempre riconosciuto un‟eterogeneità di principio tra sensibilità e intelletto. Ciò che può essere solo sentito, non può essere conosciuto, e, viceversa, ciò che può essere oggetto di una conoscenza non può essere un dato immediato di intuizione, a meno che non si ammetta qualcosa di alquanto assurdo come un‟intuizione intellettuale. Si può apprendere un linguaggio, una tecnica, ma non è affatto chiaro come si possa parlare di apprendimento riguardo all‟esercizio di una facoltà sensibile, naturale, come la visione. A questo punto ci proveremo a indicare un paradigma, ossia qualcosa di singolare che, a titolo di esempio, possa fornire un‟idea, possa cioè valere come un universale. Quando vediamo un volto in una nuvola o riconosciamo un paesaggio in una serie di macchie casuali su un muro bianco è sicuramente in gioco una percezione sensibile, un vedere o non vedere che ha l'immediatezza dell'intuizione empirica. Tale intuizione sensibile è possibile, però, solo se già abbiamo appreso a vedere le cose in un certo modo, se abbiamo appreso quel gioco linguistico per cui leggiamo in una serie di macchie la fisionomia di un paesaggio, se siamo cioè capaci di quell'operazione logica e semantica per cui vedere è sempre un vedere-come. Non si tratta, beninteso, di limitare questa esperienza all‟idea della raffigurazione in senso iconico, ma di mostrare al contrario che, se vi à una vocazione illusionistica dell‟arte visiva (o visuale), questa mette capo a una peculiare forma logica, 67 a una logica della visione e più in generale della sensazione che è indiscernibile dalla nostra esperienza didattica. Alla base del “saper vedere‟ si pone pertanto sempre il problema di una paideia della visione, di un‟educazione visiva, problema che può essere affrontato non solo con gli strumenti teorici del gestaltismo, postulando cioè una sorta di isomorfismo tra strutture neurobiologiche e strutture cognitive, ma secondo una prospettiva epistemologica ancora più radicale, che ponga in questione le medesime strutture logiche e linguistiche della percezione, la natura comunque linguistica dell‟umana attività cognitiva. La prospettiva della psicologia cognitiva, dell‟ortdossia gestaltista, sempre oscillante tra neurobiologia e mentalismo, rischia di farci cadere nell‟equivoco metafisico di concepire la mente come un‟attività solipsistica, misconoscendo la pluralità delle dimensioni semantiche che qualificano la struttura pubblica e linguistica della nostra stessa attività cognitiva (è evidente che non posso spiegare il teorema di Pitagora con gli strumenti della neurobiologia, poiché il suo senso appartiene alla geometria). 6 Il problema preliminare che un progetto didattico inerente la formazione e l‟istruzione artistica dovrebbe affrontare riguarda il rapporto tra percezione e linguaggio, il ruolo coestensivo, simultaneo e concomitante di queste due facoltà, sebbene eterogenee, nella nostra attività cognitiva. Non dovremmo esitare a definire estetica, in senso letterale, una tale questione di base, dal momento che essa insiste in quel campo semantico che, a partire dai greci, attiene al sentire, alla aisthesis, alla facoltà sensibile, e che determina le condizioni trascendentali di possibilità di ciò che il pensiero moderno ha definito “esperienza”. Ma che cosa significa, in questo senso che proprio nell‟apprendimento di una tecnica, di un saper-fare, è in gioco preliminarmente l‟esercizio di una facoltà? Che cosa possiamo intendere per facoltà se non una pura potenza – non un archivio di informazioni, ma una capacità? Se prendiamo in considerazione per esempio il vedere, non possiamo trascurare come l‟idea gestaltista del campo visivo come tabula rasa – o rasura tabulae – sia una ripresa letterale di quanto aveva scritto Aristotele, nel libro sull‟anima, e precisamente nel punto in cui, a proposito della facoltà sensibile, il filosofo si domanda che cosa vediamo quando non vediamo nulla, nessun oggetto attuale di percezione. A tale domanda Aristotele risponde infatti che nel punto in cui non vediamo più nulla, vediamo la nostra stessa potenza di vedere, che viene appunto paragonata a una tavoletta di cera in cui ancora non è scritto nulla – il foglio bianco, la potenza, il vuoto. 7 Se alla radice della nostra strategia didattica poniamo preliminarmente il rapporto tra percezione e linguaggio, non possiamo allora disattendere, oltre alla questione circa le strutture che governano le singole percezioni sensibili, nel senso formulato dalla psicologia della percezione, un altro problema, a questo strettamente intrecciato, circa il significato di quelle parole che, nel nostro linguaggio verbale, designano una sensazione, o un‟attività sensibile, come „vedere‟ „toccare‟, „sentire‟. Col solito acume, Wittgenstein ci ricorda che vi è un diverso impiego, e quindi un divesrso significato di queste parole che designano una percezione sensibile, a seconda del gioco linguistico in cui vengono usate, dal quale dipende altresì un afferramento modificato della percezione stessa. A questo proposito, Wittgenstein distingue due differenti usi del verbo "vedere" e intende due diverse modalità del vedere stesso: vedere qualcosa, avere una percezione, e vedere qualcosa come qualcosa, che significa, per esempio, esser capaci di vedere una somiglianza (un principio logico di raffigurazione per cui la forma logica è il tratto comune, l’immagine, tra un enunciato e lo stato di cose da esso descritto, ma anche l’aria di famiglia, la familiarità che posso riconoscere in un volto). Non a caso Wittgenstein, nelle Ricerche filosofiche, per venire in chiaro di questo rapporto paradossale tra percezione e linguaggio ha preso a modello proprio un‟immagine gestaltica, e precisamente la celebre figura ambigua dell‟anatra-coniglio. Il contesto in cui appare la figura ancipite della testa anatra-coniglio riguarda la distinzione tra due diversi impieghi del termine vedere, ossia tra il vedere tout court – vedere qualcosa – e vedere qualcosa come qualcosa. Wittgensein mostra che nella figura ambigua possiamo vedere volta per volta l‟anatra piuttosto che 68 il coniglio, vedere disgiuntivamente o l‟anatra o il coniglio, nel senso che nell‟istante puntuale della percezione immediata, quando vediamo il becco dell‟anatra scompaiono dal nostro campo visivo le orecchie del coniglio (qui si ritrova la centralità riconosciuta da Wittgenstein alle barre di Sheffer già nel Tractatus). Ma ciò suppone la nostra facoltà di vedere preliminarmente nel segno ambedue le possibilità, l‟anatra e il coniglio, senza la quale saremmo del tutto ciechi al significato dell‟immagine nella sua costitutiva ambiguità. In questione non è il dato immediato della percezione sensibile bensì la forma logica in virtù della quale posso vedere qualcosa come qualcosa, posso vedere per esempio una somiglianza, che è sempre di ordine sensibile ma affatto immateriale. La più comune capacità di identificare un volto o riconoscerlo come familiare, suppone appunto questa forma logica del vedere, che resta distinta dal vedere tout court, e costituisce una modificazione dell‟esperienza percettiva. Secondo l‟esempio di Wittgenstein, alla base di una tale esperienza è la capacità di vedere in un‟immagine ambigua volta per volta o un‟anatra o un coniglio, ma soprattutto la capacità di vedere – non disgiuntivamente – ambedue le possibilità, la coesistenza virtuale di entrambe le immagini. Che l'anatra-coniglio ci appaia, una volta come anatra, un'altra come coniglio, che ci sia una modificazione volta per volta assoluta, non solo del significato, ma della nostra percezione sensibile del significante, non comporta affatto una modificazione del segno stesso, che rimane invariato. Senza modificare nulla del segno, esso si mostra, nello spazio logico, nello spazio del linguaggio, come qualcosa che può essere così e altrimenti. L‟esperienza del suo significato attiene allo statuto ancipite della sua possibilità. Siamo di fronte a un afferramento modificato della percezione, a un sensismo di secondo grado, secondo l‟efficace formula di Bachelard, ossia in rapporto a qualcosa che ha la stessa evidenza e immediatezza della percezione empirica – lo vedi o non lo vedi - ma che suppone però delle specifiche competenze linguistiche. 8 L'istruzione artistica attiene a un campo del sapere che, sebbene conservi indubbiamente una sua peculiarità, può essere incluso in un orizzonte culturale più ampio di quello comunemente relegato alla specificità tecnico-operativa dell'attività grafica, pittorica o plastica. Da più di vent‟anni di esperienza, si sapeva, era già praticato, costituiva un paradigma condiviso, il primato della formazione – Bildung - l‟idea che il liceo artistico dovesse conservare una funzione eminentemente formativa e al di fuori di ogni equivoco specialistico o professionalizzante. La distinzione tra formazione professionalizzante e formazione propedeutica, ci pare, in questa cornice, alquanto equivoca e fuorviante. Un adolescente non può sapere se da grande farà il video-maker o il medico, il pittore o il filologo classico. Pensare che possa scegliere un indirizzo specializzante e professionalizzante a quell‟età sarebbe come precludergli l‟infinito campo di possibilità al quale potrà accedere soltanto in futuro, quando avrà maturato insieme alle sue competenze generiche anche i suoi criteri di scelta. D‟altronde, Bildung, nel significato tecnico hegeliano, si distingue da Beruf, con cui si intende la vocazione ma anche la professione e il mestiere. (È interessante osservare che Beruf è il termine con cui Lutero traduce letteralmente la chiamata, la klesis, nelle lettere di Paolo. Il lavoro – la professione – diventa da quel momento, come ha mostrato Max Weber, la forma secolarizzata di tale concetto teologico. Quando si lamenta la crisi vocazionale degli utenti dei licei artistici e degli istituti d‟arte, si dovrebbe tenere in debito conto questo punto della questione). Inutile ribadire che con formazione (Bildung) si intende, in primissima istanza, la costruzione del soggetto e della persona, non la specializzazione professionale, ma la dimensione storica dell‟ontogenesi del soggetto cosciente e parlante. Parlare poi di formazione propedeutica è altrettanto equivoco, dal momento che – come Hegel obiettava a Kant e alla sua propedeutica filosofica – sarebbe come pretendere di imparare a nuotare prima di gettarsi in acqua, magari studiando e mandando a memoria un manuale di nuoto, in cui vengano enunciate tutte le regole che governano tale attività. Se c‟è un tratto che distingue l‟istruzione artistica dagli altri indirizzi liceali à questa consapevolezza che l‟apprendimento comporta un‟esperienza e una pratica – un experimentum linguae – nel senso di ciò che gli psicologi cognitivi chiamano memoria procedurale. 69 Inoltre, questa vecchia distinzine tra formazione e professione ha deposto da tempo la sua vigenza, a partire proprio dalle trasformazioni sociali e economiche del nostro tempo. Si potrebbe, al contrario, parlare di formazione continua o permanente, dove la distinzione stessa tra formazione e lavoro è ormai del tutto venuta meno. Un progetto di riforma della scuola, che fosse davvero una riforma, dettata da criteri pedagogici e didattici, non dovrebbe disattendere una tale questione preliminare, prendendo definitivamente atto dell‟obsolescenza del modello gentiliano. L'assetto produttivo dell'attuale società della comunicazione rimette infatti totalmente in questione la distinzione gentiliana, nell'ambito dell'istruzione secondaria, tra licei e istituti professionali. Essa rifletteva una precisa distinzione interna alla società, tra la classe dirigente e quella immediatamente destinata a inserirsi nel mondo del lavoro, nella produzione sociale. Come i licei erano scuole eminentemente formative, fornivano cioè una formazione culturale di base e delle competenze linguistiche quanto più solide quanto più generiche, comunque non specialistiche o professionalizzanti, gli istituti professionali dovevano, all'esatto contrario, abilitare i soggetti a entrare, subito dopo la scuola, negli ambiti fortemente specializzati della produzione sociale, fornire loro una specifica professionalità, che in molti casi costituiva un destino ineluttabile. Se la distinzione tra formazione culturale e professionalità conservava un senso nella società industriale classica, essa viene tuttavia destituita di vigenza in una società in cui, per usare una formula sintetica, il sapere si professionalizza nella misura stessa in cui il lavoro si intellettualizza, e i requisiti, per così dire, professionali, lungi dal lasciarsi incardinare al modello classico del lavoro e allo stigma della specializzazione, vengono a coincidere con le più generiche attitudini comunicative, ossia con quelle competenze linguistiche che rimandano a una solida base formativa, non specialistica, ma, per così dire, virtuosistica. Sapersi districare nell‟indeterminato possibile del linguaggio – questione fondamentale legata a una precisa tendenza dell‟antropologia filosofica moderna a partire da Herder – significa altresì sapersi muovere con disinvoltura nell‟intrico dei molteplici linguaggi, capacità, questa, che nel mondo contemporaneo assume il senso di quell‟elasticità o flessibilità, come recita la vulgata, che costituisce il principale requisito professionale nelle attuali forme del lavoro e della produzione sociale. Detto per inciso e a scanso di equivoci, riteniamo che senza un‟analisi più radicale della tendenza della società post-moderna o post-industriale, la distinzione tra flessibilità e precarietà del lavoro – nell‟ordine dello slogan “flessibilità sì, precarietà no”, sbandierato da una certa sinistra progressista – sia del tutto destituita di efficacia e non risponda in alcun modo alla sfida e alla provocazione del presente. Evitando queste distinzioni di lana caprina, equivoche e spesso demagogiche, vogliamo invece tenere fermo il fatto che il linguaggio e la comunicazione costituiscono certamente il centro dell‟attuale produzione sociale e ciò ci chiama urgentemente a un ridefinizione del significato di termini come sapere, conoscenza, formazione. A partire da questa premessa e solo da essa può risultare fecondo discutere di linguaggio e linguaggi. Quando non è più il lavoro, in senso classico, ma il sapere che produce ricchezza, secondo quanto aveva profetizzato Marx, l‟attore della produzione sociale è l‟intelletto in generale, il sapere sociale diffuso. Di fronte alle nuove esigenze della produzione sociale, quel modello di formazione professionale fortemente specialistico, che conferiva un'identità rigida e, per così dire, destinale al soggetto della produzione, diventa obsoleto. A dimostrazione di ciò possiamo portare l'appello sempre più frequente a un modello di formazione fortemente individualizzato, molteplice, trasversale e flessibile. Ma per noi insegnanti, malgrado tutto, non si tratta di assecondare questa professionalizzazione dei linguaggi e dei saperi e questa intellettualizzazione del lavoro, cavalcando il cattivo nuovo, remando con la corrente, ma di alimentare, al contrario, quella zona socratica di non conoscenza, quella dotta ignoranza che da sempre alimenta il desiderio, lo stupore e l‟angoscia di fronte all‟insorgenza del senso nella nostra vita. 9 Ribadito il carattere formativo dell'istruzione artistica, essa suppone nondimeno una molteplicita di competenze specifiche, dalla geometria descrittiva alla prospettiva, dalla psicologia della forma 70 alla semiologia della comunicazione visiva. Detto ciò, si tratta tuttavia di precisare che a differenza del linguaggio animale che è in prima istanza uno strumento di comunicazione e può essere ricondotto al programma genetico di una specie, il linguaggio umano non è solo e in primo luogo comunicazione, ma costituisce la struttura stessa della nostra attività cognitiva, la forma logica del nostro pensiero e della nostra prassi. L‟uomo appena nato non parla, come l‟asino raglia. Il linguaggio non è soltanto uno strumento mediante cui l‟uomo comunica coi suoi simili, come accade per gli animali, ma conferisce preliminarmente una struttura alle forme logiche della nostra stessa attività cognitiva. Come si ricava da uno dei classici del pensiero pedagogico occidentale, il De Magistro di Agostino, prima di apprendere qualcosa, l‟uomo deve apprendere il linguaggio. L‟uomo è infans in senso etimologico, ossia è l‟unico animale, che – sebbene sia dotato della facoltà del linguaggio – non è già sempre parlante, ma deve apprendere a parlare, dall‟esterno, con l‟esercizio e la ripetizione, in quanto possiede il linguaggio soltanto in potenza. 10 Avviandoci alla conclusione, possiamo richiamare almeno un punto centrale del nostro approccio al problema dell‟istruzione artistica, che ci consenta una ricapitolazione. Parlando di linguaggio e linguaggi, intendiamo indicare, da un lato, la generica facoltà di parlare che esiste solo in potenza e, dall‟altro, la pluralità delle lingue, dei codici, volta per volta particolari e plurali che vengono concretamente appresi e mediante cui la generica facoltà del linguaggio passa dalla potenza all‟atto. Se il problema preliminare di ogni conoscenza e di ogni apprendimento è l‟apprendimento del linguaggio, non dobbiamo tuttavia trascurare il fatto che non si parla mai propriamente il linguaggio, ma volta per volta sempre e soltanto questa o quella lingua naturale o storica, l‟italiano, l‟inglese. Soprattutto non possiamo prescindere dal fatto che c‟è un campo d‟esperienza in cui i vari codici, nella loro pluralità, entrano in risonanza, c‟è una dimensione per così dire sinestetica del linguaggio e delle molteplici lingue o codici o grammatiche, esattamente nel senso di ciò che si intende oggi quando si parla di multimedialità. Per esempio: se funzione della memoria procedurale è tradurre le facoltà in competenze e quest‟ultime in automatismi, la capacità di leggere una sequenza lineare di fonemi è una dura conquista, non la premessa, ma l‟esito di un lungo e faticoso apprendistato. Non diversamente dalla formazione di quell‟intelligenza sinestetica a cui le nuove tecnologie da tempo ormai ci hanno, per così dire, addestrato. 11 Non solo vi sono linguaggi non verbali, visivi, gestuali, ma vi è un‟immagine, una dimensione gestuale o paraestetica del linguaggio stesso, del logos, del Verbum, che il Vangelo di Giovanni poneva en arché. Più sobriamente si potrebbe dire che non solo vi sono una pluralità di linguaggi non verbali (basti pensare al carattere multimediale e sinestetico che le nuove tecnologie hanno reso praticabile nelle attuali strategie comunicative) ma vi è un‟immagine, una dimensione paraestetica, anche del linguaggio verbale, vi è una sorta di fisiognomica delle parole, con la quale gli allievi dei licei artistici hanno sicuramente maggiore dimestichezza degli studenti dei licei classici o scientifici, in ragione proprio della familiarità con le immagini, col dominio del visuale, che la loro esperienza di formazione comporta. Se non si tiene fermo questo presupposto, non si coglie affatto la portata di quell‟insieme molteplice di tecniche e saperi che stanno alla base dell‟attività grafica, del disegno, per esempio, fermo restando che non possiamo per ciò stesso ridurre tutto il problema della grafica, per esempio, all‟acquisizione di un sapere tecnico-artigianale in senso tradizionale. Come ben sanno gli allievi dell‟indirizzo grafico-visivo, c‟è una gestualità e una fisiognomica delle parole, che costituisce una sorta di immagine del loro significato. Partendo da queste premesse, si potrebbe suggerire che l‟ambito dell‟istruzione artistica non è in primo luogo quello delle tecniche e delle tecnologie ma l‟ambito dei segni, l‟impero dei segni, per usare la brillante formula con cui Barthes indicava la società giapponese. Come appunto diceva Wittgenstein: “Il segno – potremmo dire il significante secondo l‟accezione saussuriana – è ciò che in un simbolo è percepibile mediante i sensi”. Nella teoria saussuriana, il lato sensibile del segno non riguarda tanto la consistenza acustica o grafica di ciò che è pronunciato o scritto, ma la sua natura significante. Il significante non 71 è altro che la potenza e la virtualità del significato, la sua dynamis, come diceva Aristotele. Quando Ferdinand De Saussure afferma che significato e significante non sono due entità distinte ma si presentano, nel segno, come il recto-verso di uno stesso foglio, mostra come la natura ancipite del segno rimandi ad una duplicità soltanto virtuale. In un qualunque segno non si dà mai, da un lato, l'elemento sensibile, acustico e grafico, dall'altro quello concettuale e immateriale, come se fossero due entità metafisiche distinte. Il significante non è altro che il volto o l'immagine – l'immagine acustica – del significato, senza di cui il significato non troverebbe né forma né espressione. Non vi è un significato immanifesto al di là del segno che lo rende visibile, perché il significato è ciò che compiutamente si incarna nel significante e non si può supporre qualcosa come un'entità immateriale o mentale che esista prima e al di fuori del segno in cui prende corpo e forma sensibile. In questo dominio, abbiamo sempre a che fare con grafemi, fonemi, con entità puramente differenziali e negative – A è non-B, non-C, etc. Se, parlando di segni, si tratta di relazioni differenziali e negative in una combinatoria virtualmente infinita, allora il significato non è che l‟effetto della nostra prassi linguistica. Il linguaggio, e la pluralità dei linguaggi, hanno una potenza performativa, in virtù della quale si possono fare molte cose con le parole, secondo la formula di Ausrtin, si possono compiere azioni reali mediante atti puramente simbolici, come oggi ci insegna anche l‟esperienza della rete. 12 Credo che l‟appello all‟importanza della tradizione delle Arti Belle, e il riconoscimento della funzione formativa di una cultura finalizzata alla tutela e alla conoscenza del patrimonio artistico tradizionale e nazionale, siano dotate di ottime ragioni. Penso che tali argomenti non possano tuttavia né esaurire la questione né fornire le parole ultime e decisive per una difesa dello statuto dell‟istruzione artistica e della sua peculiarità, in quanto queste posizioni, che si appellano alla gloria della tradizione artistica nazionale, trascurano un aspetto centrale e davvero ineludibile della nostra contemporaneità, ossia il graduale processo di estetizzazione della vita sociale che, nell‟attuale società di massa, come aveva profetizzato Benjamin già nel 1936, comporta la definitiva fuoriuscita dell‟opera d‟arte dalla sua terra estetica separata. Se non si tiene debitamente in conto il processo di estetizzazione e spettacolarizzazione della società nel suo insieme, nonché la trasformazione stessa del concetto di “arte” nell‟epoca della sua riproducibilità tecnica, la difesa della peculiarità e del prestigio dell‟istruzione artistica rischia di travisare il problema reale, di disattendere l‟urgenza storica alla quale siamo chiamati. Il dominio in cui ci muoviamo è in senso proprio il dominio dell‟immaginazione, e i nostri propri oggetti tematici sono le immagini, i modi di produzione delle immagini, ma anche la loro storia – la storia critica delle immagini – non solo quelle della tradizione, ma anche quelle mediatiche dell‟attuale società di massa. Sappiamo che l‟opera d‟arte nell‟epoca della sua riproducibilità tecnica perde la sua aura di unicità e autenticità, depone la sua sacralità, ma, come precisa Benjamin, acquista in compenso un valore d‟esposizione impresagito, che si estende al di là del campo artistico come dimensione estetica separata, e soprattutto revoca ogni distinzione tra unicità e molteplicità, tra l‟originale e la copia, come nella fotografia e nel cinema, per esempio. Questo valore d‟esposizione, accanto agli altri due corni del valore indicati da Marx nel feticismo della merce, valore d‟uso e valore di scambio, pone davvero l‟opera d‟arte di fronte alla merce, la cui sfida consiste nell‟ereditare dall‟opera d‟arte quello statuto paradossale di cosa insieme sensibile e immateriale che fa di essa un feticcio o un oggetto devozionale. Parlando di cultura artistica non bisogna dimenticare, infatti, che la tendenza attuale consiste nel vedere anche l'opera d'arte come una proposta comunicativa piuttosto che come un manufatto in senso artigianale. Difendere quindi la peculiarità dell'istruzione artistica significa in prima istanza collocare l'intero bagaglio tradizionale di questo sapere in una cornice culturale nel contempo più unitaria e globale, tenendo ferma in linea di principio la priorità della formazione culturale rispetto a ogni finalità immediatamente professionalizzante e specialistica. 72 13 Quando computer o videocamera entrano nelle nostre case come dei normali elettrodomestici come dei quotidiani strumenti operativi, bisogna certo combattere l'analfabetismo che in taluni casi ancora preclude il loro normale impiego, ma non si deve perdere di vista che essi sono innanzitutto strumenti di comunicazione, e alla base del loro uso devono perciò rimanere le regole logiche e sintattiche del linguaggio in generale, le più generiche competenze progettuali, ideative che garantiscono in primissima istanza la qualità estetica e la dignità culturale della comunicazione. Se, da un lato, deve essere riconosciuta come strutturale, nella formazione individuale, la conoscenza della sintassi elementare delle nuove tecnologie multimediali, specialmente in una scuola indirizzata alla comunicazione visiva, dall'altro deve essere tenuta ferma la funzionalità principalmente didattica e formativa di tali mezzi e ridimensionata la pretesa professionalizzante del loro impiego, al fine di non ricadere nell'equivoco di una scuola votata alla formazione professionale e specialistica, connotata dal primato di competenze unicamente pratico operative, secondo il consolidato modello degli istituti professionali. 14 Dire che oggi l‟opera d‟arte somiglia più a una proposta comunicativa che a un manufatto artigianale appare ovvio. Meno ovvio è il fatto che, nell‟attuale società mediatico spettacolare, sia messa a profitto proprio quella stessa performance che – articolando langue e parole in un discorso – rende in generale possibile il costituirsi stesso di un soggetto. Il soggetto che si presenta volta per volta come il locutore della presente istanza di discorso non è presupposto alla sua prestazione – alla sua performance – ma interamente costituito ed esposto in essa. Dal linguaggio dipende pertanto l‟antropogenesi del soggetto, di colui che può dire “io” e parlare in prima persona. Quando i dispositivi e i sistemi sociali si presentano come sistemi di linguaggio, anche il lavoro si pone, allora, come azione comunicativa (e come quell‟azione performativa per la quale ne va del soggetto stesso). Se si considera la svolta post-fordista, post-industriale della società contemporanea, che pone al centro della produzione sociale il linguaggio e i linguaggi, appunto nel senso che mobilita come risorse produttive le più generiche facoltà linguistiche e comunicative dell‟uomo, anche la formazione e il lavoro assumono un diverso significato. Sappiamo che nella società contemporanea il lavoro assume perfettamente i tratti di quel lavoro intellettuale che Marx chiamava improduttivo, il lavoro del maggiordomo, del cantante, del cameriere, che produce reddito e non capitale, in quanto non produce in senso proprio alcuna opera, ma si esaurisce nella performance, nella prestazione volta per volta unica e contingente dell‟esecutore. Almeno su questo punto, la tesi di Marx sembra oggi rovesciata, non la competenza tecnica e il saper-fare, ma il virtuosismo performativo sembrano caratterizzare la virtù del lavoro contemporaneo. Il lavoro si presenta, oggi, come un‟attività virtuosistica e non specialistica, in quanto è diventato del tutto evidente che non è la produzione di oggetti ma il carattere immediatamente sociale e pubblico dell‟attività umana che rende quest‟ultima un‟attività produttiva, traduce l‟attività sensibile umana in lavoro. La mancanza di specializzazione, anzi, rende più duttile il rapporto con la produzione nel suo insieme, esattamente come in biologia, la carenza di istinti specializzati rende più elastico e flessibile l‟adattamento di un animale a un ambiente. Dietro lo spettro della precarietà c‟è questa svolta decisiva che comporta, rispetto al lavoro fortemente specializzato della società industriale, una sempre maggiore elasticità e flessibilità dell‟attività produttiva, la quale non si riduce più allo stigma classico del lavoro come erogazione di fatica, ma tende a coincidere senza resti con la stessa performatività e con la stessa prassi linguistico-comunicativa dell‟animale umano. Il lavoro non è altro se non la prassi – l‟attività sensibile dell‟uomo – alienata nella forma della merce, separata da se stessa, proprio in forza della sua natura sociale, pubblica e comunicativa. Non dimentichiamo che il dominio della pubblicità si estende ormai all‟intero spazio pubblico e l‟istanza di visibilità e riconoscimento pone in gioco il soggetto stesso, individuo e persona, giacché la sua costituzione dipende unicamente dal credito pubblico che preliminarmente riesce a ottenere come attore comunicativo. Che la “formazione artistica”, debitamente ripensata, possa avere gli strumenti critici 73 privilegiati per gestire questa svolta storico-epocale ci pare il punto di forza della sua scommessa (solo, tuttavia, a condizione che sia disposta a rimettere in gioco il suo paradigma). Nicola Bucci 74 QUALCHE RIFLESSIONE SUL TEMA DELLA CENSURA. Se l’uomo, soprattutto l’uomo occidentale, fosse semplicemente onesto e ammettesse quindi la verificabilità umana delle cose, vivremmo in un mondo dove la realtà non sarebbe altro che una possibilità del reale, la politica rappresenterebbe una sorta di “arte del possibile”, l’arte rappresenterebbe la scienza della verità e la religione una seria opzione esistenziale. Invece, poiché onesti non siamo, nel nostro mondo, la religione costituisce ancora la ricerca della verità, l’arte, suo malgrado, anela nuovamente ad essere la scienza del bello, la politica è l’obbligatoria opzione al vero e al possibile e la realtà è unicamente rappresentata dai dettami della tirannia della maggioranza e del consenso. In uno scenario simile nulla di serio, escluso la censura, è realmente perseguibile. Parafrasando in modo scherzoso un famoso passo di Lao-Tzu potremmo dire: perduto il tao poi venne l’umanità, perduta l’umanità poi venne la giustizia, perduta la giustizia poi venne l’etichetta, perduta l’etichetta arrivò la censura e con essa l’inevitabile menzogna. L’intera vita pubblica è violentemente regolata da un sistema binario, impossibile da indagare, da sottoporre a critica, costituito da due poli apparentemente opposti rappresentati dalla “sacrosantizzata” corsa al diritto personale e dai tabù. Questa dicotomia manichea di fondo permette all’uomo una dimensione spirituale, intellettuale ed espressiva esclusivamente schizofrenica. Una dimensione perennemente oscillante in un opaco sfondo di scollamento tra forma e contenuto. E’ cosa ben misera la consolidata abitudine di scorgere le cifre censorie esclusivamente nel “controllo preventivo”, esercitato più o meno pesantemente dal potere costituito sulle 75 operazioni destinate ad una dimensione pubblica. In fondo, citando l’esempio della satira politica che in alcuni paesi gode di reale spazio propositivo e tangibile, essa non sortisce in sintesi effetti così dirompenti a favore della libertà! La censura è più radicata e contemporaneamente intangibile di quanto siamo portati a poter verificare o, addirittura, ad immaginare. Il suo esercizio è divenuto così sottile ed autonomo da non costituire più l’indice di quanto una società sia spaventata e voglia difendersi da qualcosa di sovversivo per gli ordini vigenti. La censura sembra rappresentare l’essenza stessa della società. Ad esempio la lingua, intesa come veicolo comunicativo ed espressivo, dovrebbe, come ambiguamente tentò di fare l’arte moderna, piegarsi alle esigenze del vero, non del bello. Purtroppo così non è, altrimenti non esisterebbero vincoli moraleggianti e aprioristici nell’approccio all’integrità, comunicativa ed espressiva, della parola. Altro esempio, il turpiloquio, esigenza fondamentale dell’integralità tecnica e poetica della lingua, è in realtà tendenziosamente bandito in base a regole di puro comodo. Soffocato, come accade per la sessualità, finisce per esplodere in alternativi e necessari ambiti espressivi, ma in forme totalizzanti, appiattite ed espressivamente logore, mettendo in mostra l’altra brutta faccia della medaglia della comunicazione all’insegna di un ostentata, quanto inutile, maleducazione e del più becero disimpegno. Qui è l’inconsapevole atteggiamento censorio a rappresentare la vera perversione, cioè l’incapacità di riconoscere alla comunicatività la totale possibilità di immergersi nel mondo così come è. Per amore del vero l’educazione alla lingua non dovrebbe avere preclusioni di sorta e neppure interferenze legate a tutto ciò che non è interno alla comunicazione stessa. Nel limbo delle espressioni verbali socialmente ed ipocritamente bandite vanno annoverate le bestemmie. Non è mia intenzione offendere la suscettibilità né, più seriamente, la sensibilità di nessuno, ma, da un punto di vista non censorio, che cosa significa bestemmiare? E’ sempre vero che il pio, il devoto osservante, soprattutto nel caso della nostra religione di stato sedicente cristiana, dimostra amore per il proprio dio? Non tenta piuttosto di rispettarlo, di sottomettersi ad esso per accaparrarsi, in quanto peccatore originale, il perdono? Questo nel migliore dei casi, altrimenti, nell’intimo della preghiera l’uomo finisce per avanzare richieste fortemente legate alla sfera del proprio ego. Se questo non è bestemmiare! La colossale ipostatizzazione della speranza, l’entificazione dell’Essere, hanno acquisito un’autonoma trascendenza divenendo un mistero della fede, che, umanamente tradotto, suona come una mistagogica censura. Dal punto di vista della debole, ma onesta verificabilità umana, la vita è un bene troppo prezioso per rischiare di sottoporla al giudizio divino. Inoltre, chi sostiene l’impossibilità di non riconoscerci cristiani, dovrebbe, senza censura, domandarsi seriamente cosa sia realmente rimasto di Cristo nella nostra società. Subire inconsapevolmente la parola, acquisirla anoeticamente, è terribile, disumano e costituisce l’infernale essenza della vergogna, di ogni miseria, di ogni reale perversione. E noi viviamo l’epoca dell’estrema perversione. Anzi, senza accorgercene, la stiamo istituzionalizzando. Viviamo un’epoca che si attesta oltre l’oscenità pornografica, facendola risultare sostanzialmente ingenua. L’epifania di ciò è conseguente al fatto che, come nella pornografia sessuale, anche se non con altrettanta evidenza, forma e contenuto si sono ulteriormente ed abissalmente allontanati e la loro totale separazione e divergenza sono indispensabili alla prosecuzione della vita pubblica. Viviamo in un’epoca in cui nessuna rivoluzione è più pensabile, poiché tutto è ormai scisso nella sua apparente unità. E’ come se l’utopia avesse raggiunto il suo luogo. Lo dimostra, ad esempio, una cosa seria quale dovrebbe essere una campagna elettorale. Cosa c’è di più osceno oggi, di una campagna elettorale? Anche in politica, come accade nella pornografia, le promesse vengono affidate a simulacri anatomici. Ma, mentre nella pornografia sessuale le promesse vengono costantemente, evidentemente e immutabilmente mantenute negli inevitabili rapporti sessuali, in politica le promesse affidate ai brutti faccioni monumentalizzati che ammiccano dai cartelloni propagandistici o dalle televisioni e computer, rimandano, in un gioco infinito, il momento in cui chi si propone dovrebbe almeno pagare il conto della propria responsabilità. E’ come se la politica partitica avesse messo a punto una manifestazione pornografica totalmente priva di amplessi. Il corpo politico ha dato un luogo all’utopia e in questo luogo, verità e menzogna sono divenuti indistinguibili. Tutti, forse, sappiamo, ma troviamo il modo di consolarci e di giustificare: si sa, 76 dopo il Machiavelli, la politica è cosa sporca… Ecco, se fossimo onesti e non degli inguaribili censori potremmo iniziare ad esigere, almeno formalmente, una verità. L’approccio alla verità (così come al linguaggio) non può avere vincoli a priori, né tabù di sorta. Altrimenti detto in una parola, non può essere censurato, altrimenti si è costretti comunque a mentire. La contemporaneità sembra averlo deterministicamente dimenticato, oppure fa finta di nulla per poter continuare a predicare bene e razzolare male, anzi, malissimo. In totale assenza di vocazione alla realtà, proviamo almeno a non censurare il disagio della nostra vergogna, poiché così facendo, c’è il rischio di mettere in pericolo un ultimo barlume di felicità. Roberto Guerrini 77 DONNA? Fu la modernità ad inaugurare una necessaria ridiscussione del ruolo della donna nella società. In epoche più vicine a noi, dopo il definitivo tramonto del tanto rivoluzionario, quanto elitario pensiero femminista, il mondo è tornato a più riprese ed in modo più globale a parlare ed argomentare su ciò che, per ora, è vanamente anche definita “l’altra metà del cielo”. Se ne parla abbastanza spesso e soprattutto in termini di par condicio. Certamente alcune cose sembrano essere migliorate, soprattutto per l’universo femminile occidentale, ma parlare di pari opportunità è, per il momento, quanto meno azzardato, se non del tutto falso. Almeno finquando esisteranno i vergognosi ed inequivocabili segni di una perdurante subalternità e secondarietà della donna nei confronti dell’uomo, sarebbe doveroso e rispettoso, almeno per onor del vero, parlare in modo meno entusiastico e trionfalistico del misconosciuto o fantasmatico pianeta donna. Ad esempio, finché esisteranno individui di sesso femminile costretti a lavorare, produrre, studiare e persino pensare con i tempi, i ritmi e i modi maschili, oltretutto percependo statisticamente remunerazioni percentualmente quasi sempre inferiori, non è proprio il caso di sostenere che la donna è pari all’uomo, oppure, finché esisteranno stupri, violenze e prevaricazioni di ogni genere, quasi mai puniti o punibili e spesso tacitamente giustificati, oppure 79 continuerà lo sfruttamento della prostituzione che, pur non essendo esclusivamente femminile, certamente rappresenta un fenomeno di consumo praticamente ad appannaggio del solo maschio, o, ancora, finché non verranno obbligatoriamente retribuiti i mestieri di mamma e casalinga, non si può certamente ancora parlare di parità dei diritti. Ma c’è di più. La questione non riguarda esclusivamente la manichea distinzione tra maschio e femmina e presuppone la volontà di provare a riorganizzare radicalmente una riflessione su tutto ciò che è sotteso alle sole, quanto evidenti, ragioni anatomiche ed attitudinali. E’ la storia, sociale e spirituale, a sancire con precisione cosa si intende con la parola uomo. Diverso è il discorso quando si parla di donna. Sia i maschi che le femmine dovrebbero sforzarsi di non cedere alle retoriche vigenti nel plurimillenario orientamento culturale, quando si apprestano ad affrontare qualunque argomento riguardante la donna, già a partire dal termine stesso. Infatti tutti sembrano certi circa il referente di questa parola. Si dà addirittura per scontato il pieno ed indipendente sviluppo di un’entità antropologicamente, ontologicamente e spiritualmente compiuta. Purtroppo tutto o quasi tutto ciò che si intende con la parola donna è fondato su di un colossale equivoco. Quando si parla o si tenta di parlare (spesso a sproposito) di donna, in realtà non si sa ciò che si dice. Ciò che a tuttoggi si intende significare con la parola donna altro non è che una globale proiezione di cultura maschile e maschilista, costantemente perpetuata dall’uomo su di uno schermo anatomicamente diverso dal suo. Pertanto non si può continuare a nascondersi dietro un dito, finché sarà il maschio a decidere direttamente o indirettamente come la donna deve apparire, comportarsi, pensare, godere, divertirsi, coprirsi, vestirsi o svestirsi; finché vi saranno religioni, chiese ed ideologie, totalmente maschili e maschiliste, ad occuparsi di cosa deve o non deve fare la donna (persino riguardo al parto); finché esisteranno donne non libere di scegliere il proprio marito, ma costrette a subirne l’imposizione attraverso contratti ed accordi definiti e decisi a sua insaputa; finché vi sarà spazio per prototipi maschili di femmine stupide che, pur di assecondare l’uomo e le sue esigenze, mettono a repentaglio le poche e rare conquiste femminili strappate attraverso una dura lotta di conquista ed emancipazione o a loro concesse; finché esisteranno femmine misteriose in grado di concedere opportunità erotiche e sessuali persino al moralmente più meschino degli uomini; finché i figli educati dalla madre continueranno ad assomigliare al padre e con tanto di entusiastica benedizione; finché esisteranno i presupposti per gli edipici complessi; finché sarà il vigente pensiero, maschio, maschile e maschilista, a dominare anche le donne sedicenti emancipate e libere, perfino, finché esisteranno il tànga, la pornografia, vallette di ogni genere e foggia e la pillola anticoncezionale, nonostante i progressi della scienza, costituirà un prodotto di consumo quasi esclusivamente femminile; per questi e chissà quanti e quali altri motivi ancora, non è onestamente corretto parlare di donna alludendo ad un’identità pienamente sostanziata, fiorita, svelata ed esposta e che invece ancora non esiste. Forse lo sforzo definitivo per iniziare ad intraprendere un vero cammino per il pieno riconoscimento e rispetto della donna, passa anche attraverso la volontà di non perpetuare ipocritamente equivoci di fondo ed analizzare la realtà in modo serio ed obiettivo, finalmente attraverso un’ottica inedita. Roberto Guerrini 80 GIRO E VAGO a Dario Fotografia di August Sander Brucato All‟odore si assimila, al lamento, frugando inquieto e senza connessione . Mi sono impigliato in un‟immagine ricamata s‟una tenda della finestra. Di lì non riesco, o non voglio, uscire. Attònito, con scarse forze di movimento, quasi per dovere od abitudine, tento un gesto, l‟immagine si popola, s‟ingorga e approfondisce, a cannocchiale, e il senso, il paesaggio, com‟ulteriori fili da Lilliput, trasformano il mio trovarmi costì in un umido e capriccioso sprofondare, con interventi repentini ed altrettante rapide assenze di figure che ignoro ma di cui partecipo la sostanza più intima, quasi a dire “Già in qualche altrove ci rifilammo uno sguardo, tu, seduto al tavolino, in attesa del tempo, in attesa ch‟altro decida, io, faticosamente cercando di produrre realtà, corporea, intersecabile…”. I puntini, d‟obbligo, sono una truffa. In effetti nascondono qualcosa, non propriamente un inganno ma una conoscenza non partecipata. Ignoro quel ch‟è successo nello spazio dei puntini. Là, forse, avrei trovato un venditore di oroscopi, una sensitiva pronta a snocciolarmi il mio lacrimoso peregrinare, già sapendo in anticipo, giù avendo dimenticato tutto in anticipo, già coltivando il futuro nel passato, in una sorta di presente estatico, al tavolino di marmo, con il mio bicchiere metà pieno, d‟un liquido tremolante, forte del suo nome, figurinetta anonima per me. Se il mio occhio, però, non vacilla e non turba l‟iconico groviglio, percepisco di netto la recita che snoda i suoi pezzi ad effetto, in un‟arena posta nell‟incavo del ventre, prossima ai genitali, ai piccoli e turbolenti genitori a metà, asmatici ed ansiosi, perché „a metà‟, perché ciechi e sordi e muti, come treni carichi di carbone. D‟una recita senza soggetto, parlo, d‟una recita che recita la recita, in un rinvio ottuso di specchi al baraccone. Ma non sono io il burattinaio. Materia percepente, io. Destinatario di lettere anonime. Buca metafisica. La tendina non si muove. Infuria un temporale da Valchirie, fuori. Solo un vetro sottile separa la realtà minerale da questa storia in gestazione per secoli. Eppure la pioggia a me pare cartolina, meno reale del mio ventre che ospita gli attori. Pochissimo convincenti, tra l‟altro. Bidimensionali come figure egizie. Il ricamo è un percorso, una dolorosa sensazione di ferita, ma non so il coltello e conosco soltanto frammenti di parole convesse, irate, lacrime di pietra. Bianco e nero di piombo, che pretende il suo spazio nel tiepido e nel molle, nel vitale e nel canto. Vuoto d‟altri pieni: non più. E il rubinetto sgocciola, la scala sale a chiocciola, il davanzale è stretto, l‟albero ha mele cariche d‟un divieto mortale. Fuori è l‟esilio. Dentro, l‟immobile corsa. M‟affascina la storia che procede. In notti come queste. Leggendo e decifrando fantasie negli intonaci scrostati. Attendendo qualcuno. Attendendo se stessi. Attendendo una rivelazione o il grande abbraccio, di così totale inganno che vano è svincolarsi. Ritornare. In un posto che mai si conobbe. Procedere a ritroso. Camminare nel ricordo. Trovarsi, alfine, intrappolati nell‟immagine patetica che pare una madre che passi. Intrappolati e vivi. Perché è così, mi pare. °°°°°° 83 La rosa è la rosa è la rosa Immobile restava e senza volto. “Solo il dolore della rosa ho colto, la veste dell‟enigma non ho sciolto. L‟ampio silenzio dell‟autunno ascolto, lento, pacato: di tempo non ne ho molto. Per questo del mio dire vado assolto – dal corpo e dalla morte sono avvolto”. Nel silenzio di cristallo la ruota gira e la mota si trasforma in artificio, in instabile rappresentazione, pregna d‟anima e materia. Il tempo, forse, ricondurrà l‟argilla alla sua disponibile natura; ora la mano d‟un uomo la modella secondo la propria volontà. Talmente evidente la visione, in cornice atona, da parere reale. Troppo netta, però, senza le venature di morte, senza la tensione alla trasformazione, che delle cose vive caratterizzano l‟aspetto. Una metafora, allora? Un‟allegoria di Bosch? Una tentazione di Mefistofele? Su un tavolo spoglio di legno ruvido e scaglioso una mano grigia ruota un impasto in una conca di vetro. Frammenti di natura diversa vengono catturati dal moto centrifugo. A volte porziuncole di materia riescono a raggiungere i bordi alti e circolari del contenitore, ma è attimo, subito cancellato. Dal variegato deve nascere una pastella omogenea, una algida cornea senza pupilla, un prodotto metafisico, che pare non appartenere alla dimensione creaturale. L‟imperturbabilità è signora della metamorfosi, quasi una Parca o un automa vuoto, inetto alla discriminazione ed all‟opzione. Incernierata nel moto a spirale, ancora non comprendo se sia la mano ad agire o l‟azione a far vivere la mano. Dilemma nevrotico, ansia di castrazione, nascosto brano di Freud? °°°°°° Dalla finestra chiusa egli non percepiva il cinguettìo del passero: lo vedeva. Pareva un bussare al vetro di quella casa affranta, quasi stretta tra le proprie braccia, in attesa d‟una luttuosa notizia. Così attendevano le donne, sulle porte, congelate nella premonizione che il postino avrebbe suggellato con un telegramma del Ministero della Difesa. L‟uomo aveva elaborato un labirinto di difese, con trabocchetti dialettici, rassicurazioni culturali, disastri apocalittici, consolazioni creative. Non come la donna, che offriva le sue mammelle per dar vita e piacere, per chiedere pace e accoglienza, tutta estroversa e leggibile. 84 L‟uomo osservava il becco del passero. Si interrogava sul significato di quei suoni, su quale senso ci fosse nell‟ emettere suoni da parte di un passero, escrescenza di un ramo ormai calvo, nella bruma marrone dell‟autunno. Non come la donna, che conosceva nella carne il corso del vivere e raccattava spiccioli nell‟angusto mondo dell‟alloggio castano. Oltre la finestra era più complesso il lavoro di metter ordine. Ogni cosa, pur perfetta in sé, si muoveva nello spazio senza apparente intenzione, attratta o respinta, come affermavano gli antichi. Avrebbe potuto non esserci ed al calendario avremmo strappato un foglietto, così faceva il vento con la carta abbandonata sul marciapiede e pur essa segnata per destini di gloria. Oltre la finestra il mondo non si difendeva ma mostrava la sua dirompente nudità, eccessiva, secondo l‟uomo, che sulla camicia un poco lisa ai polsi portava una maglia grigia, da seminarista, e sopra ancora una giacca di velluto, volta ormai alla dissoluzione. “Sia fatta la volontà di Dio”, mormorava lo scuro individuo dalla barba nera, mentre faceva scorrere grani di un rosario tra le dita. “Nulla è fattibile se Lui non vuole, sia lode al Suo nome!”, proseguiva, mentre nella sua inutile armatura di velluto, nella sua torre di dubbio circondata dalla spiaggia degradante verso un mare di morte, lo smarrito e pallido compagno osservava incredulo il formarsi d‟una nuova presenza, potente, maiuscola e impronunciabile, accanto al passero ed alla povera carta strapazzata dal vento. Tentava di opporvi la sua radicata incredulità, ma, così facendo, dava corpo all‟evocazione, inventava un nemico, che voleva sorridergli, spianargli la strada, risolvergli i problemi. Scopriva il suo timore, la vulnerabilità, la fortezza fittizia di concetti che avrebbe dovuto escludere emozioni e sentimenti, quasi escrementi di piccioni sul davanzale della finestra. °°°°°° Nel water del gabinetto l‟acqua scende, ed il gorgo ingoia tutto, materia organica, tempo di vita, trasformazione. Un imbuto liquido, vorticando, toglie al dettaglio ogni possibilità di espressione. Con allegria e decisione il getto mira a ricondurre ogni diverso all‟uguale, come se le individualità fossero una distrazione colpevole della materia primigenia. L‟occhio vorrebbe farsi anguilla, attratto da quel rinvoltolarsi liquido, dalla caduta, forza di gravità che attira al basso, morale rovesciata e pur profondamente grave. Ma non così facile è scendere dal trespolo della propria individualità, disciogliere nell‟acido della perdita e dello smacco il cerone delle maschere sovrapposte. Non si entra gratuitamente negli Inferi, fossero anche le condotte delle fognature. “Terra alla terra”, pronuncia il prete sulla bara che cala nella fossa. L‟uomo ricorda il Dio di cui l‟amico marocchino parlava. “E allora? Dove stanno l‟onnipotenza e la compassione!”, reagisce, forse per coprire il singulto che gli sale in gola. La rabbia delle macerie gli secca la lingua. Il cielo coperto di nuvole non gli dice niente. E‟ parte d‟un linguaggio a lui vietato. Si è ripromesso la razionalità, scabra, affatto indulgente. Che vuoi riesca a concludere questo ritirarsi, quasi in un saio, possibilmente ruvido? Vorrebbe cancellare il formicolare di colori, forme e suoni attorno al cratere che si va riempiendo: ma per andare dove? La scelta lo condanna ad essere, o di qua o di là, ma sempre presente, sollecitato dalle nere presenze, formiche, scarafaggi, farfalline impazzite. La radice dell‟esistere succhia anche dalla morte. Inevitabile. La ruota fu messa in moto e solo chi fece il primo gesto può compiere l‟ultimo. A noi non resta che giocare una buona partita a scacchi. 85 Vincente e perdente, entrambi sono ombre, che nel salotto consunto si allungano sul muro, sorta di Golem imprigionati nella logica. Mentre i quattro „caballeros‟ caracollano verso Cordova, città-melograno, l‟immaginazione conquista il potere. Tosto, però, scoppia la contraddizione perché „immaginazione‟ e „potere‟ sono antitetici e la prima disintegra il secondo. Perciò Garcia Lorca lascia che Cordova sia miraggio per la ragazza che coglie olive. Il gesto concreto, la sensazione del contatto tra la pelle dell‟oliva e la pelle della mano, ahi che valgono quanto i sogni degli antichi califfi, e forse più, visto che la ragazza ha “il braccio grigio del vento / passato alla cintura”. L‟esorcismo del presente contro le tentazioni illusorie ha una formula secca, uno schioccare di dita, “arbolé, arbolé / secco e verdé”. Il ritmo del cuore si mescola alla danza dell‟immaginazione, la quale pare cantare “Non voglio lo splendore dei palazzi, il morganico riflesso dei pavimenti in lucidi mosaici; voglio essere il vento che cinge la ragazza, il succo dell‟oliva tra i denti, la luce del sole che rende più nero il nero, che uccide Ignazio Sanchez Mejias, „a las cinco de la tarde‟ ”. °°°°°° L‟uomo sosta davanti all‟edicola dei giornali, nella stazione fredda e fumosa. Sbuffi di fiato maculano l‟aria. Un mare di microbiche presenze porta alla deriva secchi pensieri, galleggianti, senza meta e costrutto. Alla stazione si va per partire, per raggiungere un obiettivo. L‟uomo rigira le mani nelle tasche del cappotto. Una provvida amnesia lo ha tolto, per un attimo, al sistema di relazioni: si è tratto fuori. In una bolla di dolorosa ambiguità, quasi in bilico su un arco inconsistente, assapora il paradosso del monaco giapponese, tagliente, pronto a negargli anche il supporto temporaneo. Sa che non può precipitare, dove?; ma sa pure che la sua attuale temporanea condizione è quella del nessun-luogo. Solo il palmo compassionevole d‟una resa totale può trasbordarlo verso morbide regioni di sollievo e quiete. Cerca nello sguardo dei passeggeri veloci, quasi piccioni spaventati, un segno di riconoscimento. Anch‟essi appartengono al dramma in cui egli si trova, o no? Potrebbe loro parlare oppure vedrebbe soltanto muovere labbra senza udire alcun suono? Già gli successe con il passero al di là della finestra. Nel vecchio monito greco, „tutto scorre‟, era la tristezza e la sua fine; ma se lo „scorrere‟ è dominante allora il „tutto‟ scompare, non può esistere come soggetto; e se il soggetto svanisce, con esso anche l‟azione di cui è causa. In verità era cattivo il caffè preso a l‟ hotel ed il muso del portiere sapeva di muffa e Milano è una città che vive della propria illusione. La stazione è un grumo di incongruenze. Il monaco giapponese continua a fissare il muro e fioriscono i crisantemi, ché il loro tempo è giunto: su questo non c‟è dubbio. Sul foglio bianco si formano lettere dell‟alfabeto, quasi graffiti di formiche. Ogni segno, preso per sé, non significa nulla. E‟ un sassolino, un frammento del grande sostegno della terra. La quale ha una coperta di parole scritte. Ma combinando i segni ecco che nascono Cordova e il cinguettìo del passero e l‟haiku del monaco giapponese. L‟uomo scandaglia il bianco della carta che è anche il bianco iniziale della sua mente. Attende che la materia gli cavi fuori la radice delle sue visioni. Manipolerà, poi, la grezza energia e la trasformerà, modulata, accettabile, in una consuetudine linguistica. Diverrà una scrittura, questo rapporto a due tra l‟uomo e l‟immaginazione. Non potrebbe essere possibile che il mondo fosse sogno e l‟uomo sogno del sogno? Alla memoria torna la breve composizione di Basho, quella che fa “Son io che sogno la farfalla oppure sono parte del suo sogno?”. Ed anche il Calderon non scherzava. Per lui “la vida es un sueño”. L‟uomo incomincia a sentirsi su un terreno franco. Ci sono confronti, rinvii, dialoghi. Dall‟oriente all‟occidente, sognanti o non sognanti, sognati o non sognati, ancora si scrive, ancora ci si muove nella rete delle parole, solleticati dalle zampine delle formiche alfabetiche. E questo aiuta dall‟alba al tramonto, 86 nonostante il caffè cattivo bevuto a l‟hotel ed il muso del portiere e la sagoma viola della puttana accanto alla stazione; e questo è il nostro pasto quotidiano, per alimentare il leone che è in noi, famelico ed ossessivo, che vuole conferme, certezze, pronto a sbranarsi da solo, a lacerare la propria carne se non gli giunge in ogni momento un piccolo „logos‟ che rimetta le cose a posto, che crei il posto ove ogni cosa possa stare. Pausa, anche se, giovane e straziato, Garcia Lorca ricorda che “la morte mi sta guardando / dalle torri di Cordova”. Berciano nere puttane nigeriane nel vagone, avvolto dalla notte che già si sfalda nel giorno. Le cinque. Ora d‟azzardo, quando l‟angelo di prima passa parola all‟angelo di dopo, e, se il momento è giunto, un infarto interrompe il circuito, la corsa. Le signore che vengono dall‟Africa per provocare erezioni nei curiosi uomini europei, poco hanno del nativo primitivo, poco paiono figlie di Mamma Africa. Lo scuro della loro pelle diviene grigio alle lampade del vagone e solo gli occhi, fori profondi, emettono piccoli fremiti di luce. Paiono gracchiare ma l‟uomo seduto, stanco, con un impercettibile movimento della sua sensibilità, trova una ragione. “Forse son io che non le capisco e la loro lingua mi pare cacofonìa”, rumina senza emettere suoni. Il vecchio senso di colpa dell‟europeo bianco! Prima le violentò, le selvatiche donne che vivevano sulla pancia del continente antico, poi ci pianse su e sviluppò giustificazioni, tolleranze, quasi a farsi perdonare le colpe dei padri. Per questo non fa caso a quella che si cambia le mutande, all‟altra che si netta tra le gambe con l‟acqua minerale. Si sa: questo è teatro, dell‟assurdo, se vuoi, in cui l‟unico intruso è la coscienza del civilizzato seduto ad osservare. Ci sono occhi di troppo e troppo seri e troppo permissivi. L‟uomo non si accorge che le donne l‟hanno visto ed ora recitano per lui una spontaneità erotica che, tale, pensano ecciti lo scolorito. Forse, dopo, ci sarà un incontro. Il lavoro è lavoro: va fatto senza sentimento. °°°°°° Urla la gente, giovani per lo più. Urlano gli strumenti amplificati elettronicamente. Urla il buio protagonista, che s‟infiltra in ogni angolo come una densa melassa. Urlano i fari che proiettano luci verdi, viola, gialle, su giovani transessuali di barriera. Il silenzio pare un provocatore. L‟anima s‟è spogliata ed è diventata urlo, in una sorta di miscellanea fraterna. La spirale del suono frantuma i nomi propri, rivela i corpi ed i loro colori , restituisce al kaos originale le degeneri discendenze articolate. Un uomo dipinge epidermidi, una fanciulla dondola nuda sull‟altalena, un giovane si annoda i lunghi capelli. L‟uomo d‟età, divenuto piccolo e grigio, sta accoccolato nella megamano di questi incontri. Egli rappresenta Cronos, dio importante ed instabile, tanto che, a volte, si fatica a credere che il tempo sia. Troppa psicologia insiste sulla sua percezione relativa ed individuale, ma l‟uomo d‟età testimonia il contrario. I suoi capelli sono divenuti bianchi, le sue ossa si sono ritirate, la sua donna lo chiama gnomo, ed ora egli è accolto come fragile umano venerabile, come testimone del trascorrere degli anni, come poeta. E, forse, solo la poesia ha concretezza, lamento delle cose, voce del vento. Attonito, accoglie gli aromi umani che provengono d‟intorno, e gli fanno caldo, come il the, come la giovinezza, come i versi del bardo Allen. Non chiedete se il racconto è invenzione. La vita si modula come crede e comprende l‟illusione. Può essere che l‟uomo fosse circondato da una informe congregazione di cannibali, può essere. Ma nel suo ricordare, così non è. La memoria fluttua. Lo spinge sul palco, nell‟ombellico del buio. Lo spintona affinché parli, mentre i musicisti gli accarezzano di suoni la schiena ed allora si getta nel volo. “Uomo nudo”, grida, “esclamazione del cielo che all‟inizio era il Verbo”, e dietro sempre più bum bum, sempre più dai che siamo con te, e lui continua ed i versi diventano stelle filanti, strazianti, brucianti, non più Io, non più privata proprietà del cogito. L‟applauso lo ricopre di petali. E‟ morto, 87 forse? E‟ sacrificio in onore di Cronos? E‟ bacio collettivo, accettazione della precarietà, foro da cui fluisce lentamente il sangue. Il fiume scorre arancio. Gioca la sua parte come può, tra due sponde che lo trattengono stretto, che lo designano come il nemico, l‟invasore di cantine e bassi fabbricati. Lungo il fiume, in città, alberi crescono indomiti. Dove trovino la forza è un mistero, ma ad ogni stagione recitano il cambio della guardia, meglio che le sentinelle con il colbacco a Londra. I piccioni muoiono e rimangono tra le foglie, a terra, con la pancia in su. Minacciosi biglietti incollati ai pali della luce annunciano, con il loro piccolo teschio, che sulle sponde è stato gettato veleno per i ratti, non toccare, non far mangiare ai cani. Forse i colombi non sanno leggere, forse il piccolo teschio, che ricorda all‟uomo le falangi naziste, non ha alcun senso per gli animali e il tempo, conformati diversamente, con destini paralleli. Una zaffata di vento smuove lo strato di vegetazione gialla e rossa. Un leggero e diffuso rumore, un crepitìo diresti, corre per un buon tratto di sponda. Poi l‟aria si avvita, diventa mulinello, ascende, e con sé trascina carta stracciata, foglie, rametti, polvere. L‟uomo s‟accorge che la spirale, sempre, appare nella sua vita. Sente di salire e scendere, lungo un‟invisibile scala a chiocciola, osservando prospettive diverse, a seconda dello scalino. Niente storia lineare, niente prima, che causa il poi. Turbinìo di frammenti epocali, quasi scrittura automatica, senza controllo consapevole. Carte, foglie, rametti, polvere e la Tour Eiffel e le oche sulla Loira e la frittata accanto al fiume di fondo valle. Frantumati paesaggi nei quali lo sguardo scorre veloce, sussultando. E, in fondo, la coscienza è un magazzino d‟oggetti trovati, concessi dal mistero, per breve periodo, alla percezione umana. Quella piazza di Salamanca, circondata tutta da edifici, che pare un‟arena, o Lucca, coperta da una lieve polvere di sole che la allontana dalle coordinate della modernità, quella piazza è immobile nell‟obiettivo, come la mano carpita nell‟atto di aprirsi a loto. L‟uomo si accomoda al tavolino di un bar. Vede tutto al rallentatore: la piazza, le persone che vi passeggiano, se stesso seduto su una seggiola di ferro, il tavolino, il cameriere che si avvicina, “Que quieres?”, le labbra che si muovono per formulare in cattivo spagnolo “The frio, por favor”. Si accorge, l‟uomo, di far parte d‟una vecchia cartolina animata e seppiata. Osserva il procedere degli eventi, riuscendo a sganciare le emozioni individuali dalle vicende in moto. Così, forse, Pessoa, in un altro bar, a Lisbona. Lo stentato arancione del cielo crea l‟illusione della realtà. Ma l‟illusione è illusione: dove sta la realtà? Il cameriere torna con un the nel quale galleggiano due cubetti di ghiaccio. La riflessione è interrotta dalla lingua a contatto con il liquido scuro. Nella pausa in cui il pensiero cede alla sensazione ecco che boccia la chiara risposta: questa è la realtà dell‟illusione! °°°°°° La ragazza rossa al tavolo del caffè (a Juliette Gréco) Borsetta occhiali carta nel cerchio di gesso confabulano di noi, senza di noi, e la tazza di caffè l‟umido della strada sigarette col filtro l‟Unità stropicciata 88 (un penny fuori corso fuori corso un penny? un penny fuori corso) e non c‟è molto da dire diceva non c‟è molto da dire ho detto io non ci capiamo il caffè si raffredda e la luce ci taglia in due la faccia, gialla l‟orecchia rossa la bocca azzurro il naso e vuoti gli occhi: non c‟è molto da dire sollevo un angolo della copertina sollevo la sottana d‟atmosfera sollevo pesi sollevo il sentimentale non c‟è niente di ammoniacale per superare il periodo anale ed il desiderio fecale e Freud che si gode l‟incesto tra due dita imbarazzate? non c‟è niente le mani flessibili del padrone del caffè „professore‟ mi dice, „professore!‟ ho detto io e la ragazza r o s s a, rossa come una macchia su tela, rossa come un assurdo schiacciato, rossa come il fegato, „un panino professore?‟, al diavolo! almeno gengis kan ci affettasse veloce o facesse lo strip-tease la smorfia di fronte o il caffè m‟andasse di traverso o mi venisse un‟idea o mi venisse il singhiozzo e potessi e sapessi vivere a vite vivere cubitalmente sventolato sulle aste delle tricoteuses ma la bomba è a cuccia se ne dorme e partorisce nel sonno una ragazza rossa borsetta occhiali carta senza di noi noi complici delle cose morte , evirati, divaganti sul trampolino di lancio e le equazioni zero sta a zero come zero sta a zero e poi e poi e poi BUUUM In corso Galileo Ferraris si condensa lo spirito di Torino, soprattutto in autunno. Un impalpabile scetticismo venato da improbabili furori morali, da desideri solamente formulati e mai soddisfatti. Pietro Micca dal suo monumento ripulito ricorda, in versione laica, il motto di Domenico Savio, pupillo di don Bosco, “La morte ma non peccati”. Il Micca morì ma non lasciò penetrare i Francesi in città, i Torinesi non fanno peccati. Alberi, aiuole, colori delle nuvole paiono assumere la cadenza vecchiotta “Che scusi, neh…”. Quasi che il vivere, o semplicemente il respirare, fossero di disturbo 89 a quella mostruosa entità, un Baal subalpino, che nel tempo e nel dolore ha forgiato i caratteri, lo spirito comprensivo non scevro da idiosincrasie, da rigetti irrazionali, quasi valvola di sfogo per troppo autocontrollo. Il paesaggio, è vero, ne guadagna. Acquerello settecentesco, barocco drammatico nelle viuzze scure tra Municipio e Consolata, diviene rococò e modernismo lieve nei viali aperti. I monumenti sono superbi e compresi nel loro compito di rappresentare le virtù, ma così rigidi che quasi pensi siano in posa e stia per scappargli la pipì. In corso Galileo Ferraris l‟uomo fa sosta. Annusa gli odori dell‟autunno, osserva il cielo che il vento della valle di Susa ha ripulito in parte, geme un poco per le doloranti giunture. Naso, occhi, ginocchi, gli tengono compagnia, gli danno il senso del vivere. Se non ci fosse questa ingombrante fisicità, veramente si penserebbe d‟essere entrati in una pièce dell‟assurdo, lindo, diomio, non truculento, ma inconcepibile, come un pappagallo impagliato. L‟uomo è assorto. Scrolla il torpore la visione del culo di Olivia, che passa veloce nell‟attimo temporale ma permane a lungo nell‟emozione personale. Olivia, chi è? Immaginaria figura di signora degli anni giovani, quando le ragazze crescevano in fretta, all‟università, ma mantenevano l‟incanto d‟una giovinezza messa nel cassetto o tra i fogli dei libri da studiare. Un caffè, in piedi, nel bar fumoso ed umido, ed Edith Piaf cantante nella testa. L‟Olivia si formava lentamente, si costituiva realtà, privata, non partecipabile, ma morbida, come il suo culo catturato in corso Galileo Ferraris. L‟uomo sale sul tram. Si porta dietro il corpo come una borsa della spesa. Sa che ci sono uova, fragili cachi ed insalate croccanti. A quali sensazioni si apparentano questi prodotti? Che cosa è l‟equivalente delle uova?, forse l‟avambraccio destro che a toccarlo fa male, sembra fragile come guscio, e la moglie dice che probabilmente è tendinite ma che è meglio andare dal dottore: dottore un corno! E le insalate, le verdi e bianche foglie di insalata che hanno vita breve ed in sostanza svolgono la funzione di spazzine ?, agli occhi, potrebbero apparentarsi, che sempre più stanchi vorrebbero chiudersi in un sonno pacificato, abbracciati ad una nuvola, offesi dagli schiaffi d‟un lerciume quotidiano che invade strade ed aria. E i cachi, diomio, i cachi che sono sole d‟oriente, promessa di dolce calore, invenzione fiabesca per gusti infantili, per cure alle ferite d‟una età trascorsa da tempo e sedimentata come crosta, come registrazione un po‟ rauca e gracchiante? Ah i cachi sono le guance che da tempo attendono carezze, perché guance rese pallide dalle ore trascorse, sempre meno elastiche, modellate sul teschio, „interessanti‟, dice il fotografo, „con personalità‟. La vecchiaia rivela il volto nascosto, l‟unico patrimonio che le è rimasto. I discendenti catalogano l‟uomo sul tram, ormai, come un numero da statistica, uno che prende la pensione e, a detta del governo, la ruba ai giovani, i quali ultimi chissà se nel profondo non condividono il losco giudizio degli imbecilli al potere? Sul tram l‟uomo mima la zoppia. Niente da fare. Robusti giovanotti, debordanti africane, sofisticate cinquantenni hanno occupato i posti a sedere, e non li mollano. Nemmeno ti guardano onde evitare di doversi vergognare. “E pensare”, riflette l‟uomo, “che vedevo nel divenire vecchio un mezzo per realizzare una maggiore cordialità e tenerezza! Se in tram devo stare in piedi a che serve diventare vecchio?”. °°°°°° Trittico di Ulisse 1 . il Narrante 90 “Me siento duradero y desvalido” – L. Borges Tutto parrebbe fondersi nell‟ombra – in atteso silenzio, una morte privata, discesa lungo il tramite dell‟eco, onde sorelle d‟aspirate note – e fluida la stanza si smemòra, fianco dell‟anima dove cenere è il nome. Ricongiunto col fine ch‟è la Fine – disvelando le prove del testimone infante, individuare la luce e il luogo proprio dove l‟amore mùtasi in destino, pallori di lenzuola: Ermete avvolge. Non trémola la foglia sul ciliegio – indifferente il rauco ripetersi del suono, modella della tortora il richiamo, fòrmula di mantica pulsione e cade il bacio, il fiato si fa denso, consolidando in còpula l‟enigma. Spargo di mano un tàttile fraterno – sui labirinti della calce un segno, un percorso ferito d‟altri strati, un vagabondo d‟epoche, un minimale pigolìo d‟archetto dove s‟incanta Ulisse, dove galleggia il fiore. La Notte di lucignoli s‟asperge – trame di sensi inducono a speranze lungo i sentieri dell‟ascolto invano, dalla luce alla guancia scivoleremo piano, corpo di storia turbolento e insano. 2 . lo Smemorato “Soy la carne y la cara que no veo” – L. Borges Offrimmo: fu rifiuto – preferirono i morti. Ora una voce mi percuote, avverte che il vento avvolge il frutto e lo rapina. Dolorante la storia si fa corpo, così gli spini, così ciottoli aguzzi – ma le formiche, pure, il nero scarabeo di minimi interstizi e il sole a picco. L‟animo mio è il mare, che giace in fondo all‟occhio, il turbine lo scuote, la nave si sbrindella – onorate il mio nome ricomponendo un corpo. 91 Da queste membra, stanche, apprendete il messaggio, dalla sua forma d‟uomo, dal transire straniero dove il calcagno imprime evanescenti impronte. “Chi fu che s‟intravede nella forgiata pietra?” – un quarzo, un graffio, un foro: grafi d‟un alfabeto che la mano comprende, sacrificando al tempo. Liquido scorgo il volto, algato ed incombente, com‟una voce assorta a modulare assenza, d‟un dio dei sogni abisso, fanciullo vecchio e bianco. Fatico nel mirare le stabili dimore: sempre un sospetto smuove la tenda dell‟ingresso, sempre consente al dubbio d‟involvere i fondali della nave presunta. Mangiatori, tra i fiori: taglienti ed innocenti come la lama e l‟onda, come s‟ostina il granchio a fare il granchio. Lotofagi si nasce! Indubbiamente. 3. l‟Ospite “Quizà del otro lado de la muerte sabré si he sido una palabra o alguien” - L. Borges Dalla fiumara, torbida e innocente, assieme ai cenci dei passati orgogli, in vortice trasposto ed impotente, prima, mi vidi l‟ospite pregiato cui chiesto fu l‟oracolo nei fogli, ora, all‟ingresso, immemore e accosciato, àfono aspetto d‟un‟architettura. In questo turbinare assente è il Nome che sigli e dia valore all‟avventura – accedere alla stasi non so come. Aridità dissecchi chi m‟ignora! °°°°°° Si scorge come gli amanti di Chagall, in obliqua ascendenza verso un cielo viola, a volte. In quel caso è patetico, quasi volesse imitare Nembo Kid, con i dolori articolari, però, anch‟essi „super‟, e gli occhiali che ballano sul naso. Non è una liberazione, la perdita di gravità, ma una sciagura. Tanto più per chi, come lui, è allenato all‟auto-osservazione, e, di fatto, riesce a vedersi come in un film, criticando, sovente, i comportamenti non coerenti con le intenzioni. “Hai notato quella nota falsa?”, si dice. “Non potevi interrompere prima il tuo intervento, giacché non hai nulla da chiedere o da dimostrare… e quelle effusioni, non ti paiono enfatiche? Ti guardi allo specchio in modo 92 disincantato? Tutt‟al più puoi aspirare alla parte di gnomo, come dice Ketty”. In altre occasioni si vede camminare sul bordo del fiume, a scatti, come un Buster Keaton, o un Tati, nelle comiche degli anni…troppo lontani per annetterli al calendario d‟oggi. L‟uomo affronta lo spazio a cottimo. Non ti daranno uno spicciolo in più, nella vita. Per quanti kilometri tu faccia non troverai qualcuno con un panno morbido per asciugarti il sudore né una cioccolata calda per scioglierti lo stomaco. Devi fare tutto da solo. Devi badare a te stesso. Non devi nutrire aspettative. Succhia il grasso dei ricordi, fin che la pila dura! Con l‟età si rimpicciolisce. Le vertebre si schiacciano, le ossa s‟infragiliscono, la pelle, a causa di ormoni di cui l‟uomo non ricorda il nome, diviene come quella dei bambini. “Si è come mele verdi un poco avvizzite”, ci tiene a precisare. In effetti sempre più difficoltosa appare la scalata alla libreria, ai piani alti, dove stanno le produzioni del passato. Nonostante la scaletta, che Enrico ha accuratamente agganciato ad uno scorrevole, i libri si situano sempre più lontano, e divengono sempre più pesanti. Perché leggere, allora! A qual fine, visto che gli scrittori raccontano quel che tu sai, scrivono sulla scrittura della scrittura? La domanda non è peregrina. Si può valutare il pro e il contro. Per quel tomo della seconda metà dell‟ottocento, sulla Cina, si può correre il rischio di scivolare dalla scaletta e farsi male? E quei fogli sui quali hai lasciato pure tu le tue tracce pedagogiche, per quale motivo trattenerli ancora? Abbiamo visto altre carte strapazzate dal vento in mulinelli inverecondi. Perché opporsi al destino e mantenere ciò che è transeunte? Vale anche per i sentimenti? Vale. Ma la scrittura è inganno magnetico. Rete di ragno. Quando ci si avventura, passivi o attivi, non si smette. Ha ragione Borges. La Biblioteca è un incubo elevato all‟incubo. Per questo motivo l‟uomo, che ritorna piccolo in statura, continua a realizzare testi, storie, memorie: per mettersele sotto i piedi, per raggiungere coloro che non ci sono più, divenuti nomi tra nomi, carta stampata tra carta stampata. Ma ogni anno il divario tra il livello raggiunto e quello richiesto aumenta. Nemmeno l‟Enciclopedia saprà colmare il tempo che passa. Gli hanno trasfuso in via endovenosa un flacone di calmanti. Ora l‟uomo è sdraiato su una barella e la luce attenuata lo raggiunge obliqua. Ha superato i vari esami, non può essere morto! Gli hanno detto che il cuore è giovane e baldanzoso, che dall‟analisi del sangue non risulta traccia di infarto. Hanno, quindi, rinviato a data da destinarsi il timore di un evento prossimo. La barella non ha sponde e l‟uomo deve fare attenzione a non cadere. Si concentra sul proprio corpo che, lentamente, si distende, mano a mano che il dolore si attenua. Quel organismo, datato, sembra, nella riacquistata pace, ringiovanire, quasi divenire corpo di bambino, teneramente accolto da persone benevoli, abbigliate in bianco, come gli angeli, lo sguardo indagatore alla ricerca delle tracce che inevitabilmente il male lascia nella sua scia di dolore. I rumori giungono attutiti. Fuori gli alberi fanno massa oscura contro il cielo, qui tutto è minerale, e l‟anima ritrova il proprio basamento. Ogni cosa si ricompone e l‟uomo intuisce che così deve essere se non si vuole che sia diversa. L‟urto, che provoca sofferenza, scombina l‟armonia del reale. “Non intervenire,” pensa l‟uomo, “ questa è la modalità più quieta. Osservare con compassione, senza desiderio di imporre nuovi ordini, nuovi ritmi. Immaginarsi parte della piazza fuori dall‟Ospedale, visto con gli occhi degli alberi, percepito dall‟ammicco dei semafori…”. Trovare l‟unità, tornare a casa, a quella dimora sempre immaginata e forse inesistente, dove si cristallizza il gesto in uno scatto di foto. Gianni Milano 93 disegno di Gianni Milano Puntaspilli La purezza della razza Vetrina Giudizi Efficientamenti Farfalle metropolitane Scheletri nell’armadio Indizi PUNTASPILLI 1. Il poeta Cesare Viviani, a proposito del dibattito innescato dall’Università di Oxford sulle procedure più adatte da attivare per la nomina del docente di poesia, esprime alcune considerazioni: […]: «Non aspiro a diventare docente universitario, ma voglio continuare a scrivere qualche libro serio. Quando ero giovane, invece, mi sarebbe piaciuto insegnare agli studenti a praticare la lettura, mi sarei astenuto però da fare commenti, la poesia non è razionalizzabile, è il rapporto con l’indefinibile, non si può spiegare. Per amarla bisogna accedere ai testi, praticare una lettura amorosa che manca nelle nostre scuole». Il Rettore Deferrari: «Qui non funzionerebbe / C’è meno trasparenza», in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 17 dicembre 2009, p. 19. 2. Denunciando i malcostumi grammaticali dell’odierno italico eloquio, l’estensore dell’articolo così prosegue: […]. Il disastro comincia sui banchi di scuola. Non a caso Leo Longanesi, con apparente paradosso, sosteneva: «Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola». E, si badi, la scuola dei tempi suoi non era ancora quella scalcagnata dei giorni nostri. […]. PAOLO ARMAROLI, Italiano a catafascio? / Assolutamente sì, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 13 febbraio 2010, p. 48. 97 3. Monica Molfino, professoressa di liceo e membro del centro culturale genovese Peguy, al termine di un’intervista, conclude in questo modo: «[…]. Oggi più di un tempo i ragazzi vivono in un mondo loro, in cui manca l’attenzione per quello che li circonda. Bisogna insegnare loro a guardarti. Bussando forte al loro mondo». A.QUA. 1 , Il rischio? Tanti somari beneducati / «Le amebe non possono meritarsi il dieci», in Il Secolo XIX, Genova, lunedì 1 marzo 2010, p. 7. 1 Alberto Quarati. 98 LA PUREZZA DELLA RAZZA 1. Il regista teatrale Pippo Delbono: Durante certe repliche pomeridiane de “La menzogna”, al teatro Argentina di Roma, con la platea e i palchetti pieni di abbonati, c’erano spettatori che protestavano, sbraitavano, inveivano, non capivano. E allora un giorno, nell’intervallo che spezza lo spettacolo, ho raccontato la storia di una cantante ebrea, che dopo la fine della guerra in Germania, di fronte allo scandalo provocato da un suo nudo sulla scena, disse rivolta al pubblico: «Ma come? È solo da due anni che sono finiti gli orrori dei campi di sterminio e nessuno dice niente, e voi fate tutto questo chiasso perché io mi spoglio nuda in scena?» Ho anche raccontato la storia dell’africano Abdul Abba, che a Milano venne massacrato a bastonate per aver rubato dei biscotti. Quando andai al suo funerale non c’era nessuno, tutti i politici e gli intellettuali se ne sono infischiati di quel delitto. La cosa è scivolata via come se niente fosse, in modo osceno. […]. LEONETTA BENTIVOGLIO, Pippo Delbono. Corpi senza menzogna, Barbès, Firenze, 2009, pp.20-21. 2. Posta a un quotidiano: A Milano caso di razzismo ignorato da tutti Nessun telegiornale e nessun quotidiano ha raccontato l’orribile vicenda di una signora nera americana che lavora in Italia, che, in compagnia della sua bambina davanti a una scuola a 99 Milano, è stata colpita in faccia dal pugno di un ragazzo italiano, che mentre la colpiva profferiva irriferibili insulti razzisti. Un vergognoso episodio di razzismo, anzi una manifestazione del peggior odio razziale, consumato nel silenzio degli italiani presenti, figlio di un’infezione che nasce dall’odio per il diverso predicato e diffuso con lavoro capillare dal partito della Lega ed avvallato da questo governo che ha più volte mostrato atteggiamenti xenofobi. E la cosa più singolare, che veste di un’ipocrisia ancor più rivoltante la situazione, è che nessuna parola sull’episodio è venuta da parte di quei parlamentari “credenti” che hanno orrore del testamento biologico e della procreazione assistita e che hanno difeso a spada tratta la presenza del crocifisso nelle scuole. Si tratta di segni evidenti di un pericoloso scivolamento del nostro Paese al di fuori del contesto civile, del rispetto per la vita e la dignità delle persone, al solo scopo di cavalcare la paura del diverso per biechi scopi di potere. Giuseppe Dallemore e-mail Ditelo al Secolo XIX, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 12 dicembre 2009, p. 26. 3. Relativamente ai fatti di Rosarno, don Pino De Masi, vicario generale della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi e responsabile regionale dell’associazione antimafia di don Ciotti, così risponde a una delle domande del cronista: […]. - Il ministro Maroni ha detto che quello che è accaduto è il frutto dell’eccesso di tolleranza per i clandestini … - «Sono parole strumentali, che fanno male perché non inquadrano il problema, oltre ad alimentare l’intolleranza. Noi non siamo per la politica del respingimento. Lo dico da cittadino italiano, prima che da prete e da cristiano: è nella nostra Costituzione il dovere della solidarietà e dell’accoglimento. Invece, c’è un clima politico a livello nazionale che non è favorevole e rischia di contribuire alle derive schiaviste come quelle di Rosarno». […]. ILARIO LOMBARDO, «Sfruttati e minacciati / alla fine si ribellano», in Il Secolo XIX, Genova, sabato 9 gennaio 2010, p. 3. 4. GLI ANTI-MOSCHEA INSULTANO STUDENTI USA Genova. «Negri di merda, tornatevene al vostro paese». […]. Tutto succede nella popolarissima via Bari, quartiere del Lagaccio, […]. È un giorno di tensione: c’è la manifestazione contro la costruzione della prima moschea di Genova, […]. I dieci ragazzi apostrofati in via Bari mentre tentano di raggiungere il centro della manifestazione vengono dalla scuola di giornalismo del John J. College, ramo dell’Università di New York. Accompagnati dal docente di Criminologia, sono in Italia perché hanno presentato un progetto dedicato al razzismo e ai problemi di integrazione. […]. 100 «Abbiamo scelto il vostro Paese perché è un luogo dove il problema dell’integrazione è molto caldo», spiega Cesarina, 26 anni, di origine peruviana […]. Mentre risaliva la manifestazione […] si è sentita urlare «negra di merda». «Ci sono rimasta molto male – confessa la ragazza, dal colore della pelle mulatto – Non pensavo di poter finire a essere un bersaglio, negli Stati Uniti non mi è mai successo nulla di simile». Aggiunge l’amica Susi Vel, 23 anni, mulatta anche lei, peruviana da anni stabilitasi nella Grande Mela: «Quando ci siamo voltate a guardare quella signora ha aggiunto: tornatevene a casa vostra, non vogliamo musulmani. Sono allibita. Non siamo nemmeno musulmane. Il clima qui da voi è davvero rovente». […]. Riprende Cesarina: «Ho l’impressione che questo clima di odio contro gli stranieri non sia del tutto spontaneo, ma sia alimentato dai media e da forze politiche come la Lega». […]. – DANIELE GRILLO, Gli anti-moschea insultano studenti Usa, in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 14 gennaio 2010, p. 7. MARCO GRASSO 5. Riportiamo qui e al punto successivo solo i titoli dell’articolo giornalistico: POLEMICA A MANTOVA Asilo aperto solo per i cattolici A Goito passa la linea della Lega: iscrizione al nido riservata ai bimbi di famiglie cristiane ILARIO LOMBARDO, Asilo aperto solo per i cattolici, in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 24 febbraio 2010, p. 8. 6. Ecco i titoli di un articolo giornalistico: MALASANITÀ A RAVENNA «Napoletani, soliti piagnoni» / Ma poco dopo la bimba muore Alla piccola di 3 anni era stata diagnosticata una tonsillite. Poi il coma. VANNI ZAGNOLI, Napoletani, soliti piagnoni / Ma poco dopo la bimba muore, in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 24 febbraio 2010, p. 9. 7. CASERTA «GLI AUTISTI DEI BUS IGNORANO I NERI ALLE FERMATE» I giovani del centro sociale Insurgencia denunciano che i conducenti dei mezzi del trasporto pubblico della Ctp, nel Casertano, non effettuano le fermate lungo il percorso, quando vedono gli immigrati. Un gruppo di militanti si è recato nella sede dell’azienda per protestare con la direzione. «Abbiamo mostrato un video al direttore generale – spiegano gli attivisti – frutto di una settimana di riprese fatte dagli autobus e dalle fermate». «Gli autisti dei bus ignorano i neri alle fermate», in Il Secolo XIX, Genova, martedì 2 marzo 2010, p. 5. 101 8. LA LEGA: «VIA DALLA LIGURIA PROF E PREFETTI DEL SUD» GENOVA. Insegnanti e buoi dei paesi tuoi. Il vento leghista torna a soffiare con veemenza anche nella scuola e, più in generale, nella pubblica amministrazione. Troppi insegnanti meridionali al Nord, ma anche troppi magistrati, troppi cancellieri, questori, prefetti: adesso lo dice anche il Carroccio ligure. Annunciata con una intervista alla Padania, l’iniziativa leghista produrrà una mozione nel consiglio regionale appena rinnovato. La linea tracciata è quella del Friuli: graduatorie territoriali, precedenza ai friulani, freno all’ “invasione” di docenti provenienti dal Sud. […]. VITTORIO DE BENEDICTIS, La Lega: «Via dalla Liguria prof e prefetti del Sud», in Il Secolo XIX, Genova, domenica 11 aprile 2010, p. 6. 9. OMOFOBIA A ROMA Gay aggredito su un bus e nessuno lo difende ROMA. Preso per il collo, schiaffeggiato e insultato a bordo di un autobus notturno nella zona di Trastevere a Roma perché gay. Tra l’indifferenza di tutti. A fare le spese dell’ennesima aggressione omofoba nella Capitale è stato Mattia, 22 anni, studente e volontario di Arcigay. Sono stati in quattro ad aggredirlo, come racconta lui stesso. Mattia ricorda anche che prima di lui i quattro avevano aggredito un uomo di colore. Poi hanno preso di mira lui. […]. Gay aggredito su un bus e nessuno lo difende, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 27 aprile 2010, p. 8. 102 VETRINA 1. Lo scrittore Paul Hoffman: […]. ‹‹Dal mio punto di vista,›› spiega lo scrittore, ‹‹nella vita vera capitano di continuo cose fiabesche, ma capitano in modo vero e non inverosimile. […]. Il realismo ufficiale non è poi così efficace […]: i due romanzi più realistici degli ultimi 150 anni sono “Alice nel paese delle meraviglie” e “Il mago di Oz”. Il realismo semplicemente non ha gli strumenti necessari a descrivere il reale››. A.V., ‹‹Mi 2. ha ispirato il collegio››, in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 31 dicembre 2009, p. 18. Denuncia di Amnesty «L’Italia vende strumenti di tortura» ROMA. Alcune aziende di paesi europei, tra cui l’Italia, traggono profitto da un cono d’ombra giuridico che consente loro di vendere strumenti utilizzati per infliggere torture in almeno nove stati del mondo che utilizzano disumani metodi d’interrogatorio. Lo denuncia un rapporto di Amnesty International, l’organizzazione per la difesa dei diritti dell’Uomo con sede a Londra. Fra questi «strumenti di tortura» figurano manette per appendere persone al muro, blocca-caviglie, batterie per somministrare scariche elettriche e «aerosol di prodotti chimici». «L’Italia vende strumenti di tortura», in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 18 marzo 2010, p. 9. 103 GIUDIZI 1. […] in un Paese1 e in un’opinione pubblica che spesso chiede giustizia e chiarezza, ma che poi non ha pazienza, dimentica, tralascia. E che, soprattutto, condanna o assolve con estrema facilità. Talora con insopportabile leggerezza, per non dire con indifferenza. […]. DAVID BIDUSSA, Chiarezza su Cucchi: non sia un nuovo Pinelli, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 7 novembre 2009, p. 19. 2. […]. L’extracomunitario è diventato quel “diverso da noi” che al limite dobbiamo “aiutare” oppure “inserire” nel nostro modello culturale, quando non diventa quell’animale che può anche marcire nei cosiddetti centri d’accoglienza o annegare in mare. Non rappresenta quell’“altro da noi” la cui conoscenza è fondamentale per la nostra crescita. LEONETTA BENTIVOGLIO, 3. 1 Pippo Delbono. Corpi senza menzogna, Barbès, Firenze, 2009, p.141. […]. In fondo, niente nella nostra società insegna ai giovani e ai meno giovani che verità e coraggio sono valori importanti per vivere. A molti sembrano principi retorici, superati. Sulla carta, chissà. Ma poi si devono fare i conti con la vita, con questo mistero circoscritto e insieme insondabile che è la vita di ciascuno di noi. […]. L’Articolista si riferisce all’Italia. 105 GIUSEPPE CONTE, Pietà per i ragazzi uccisi dalla paura di dire la verità, in Il Secolo XIX, Genova, venerdì 22 gennaio 2010, p. 1. 1. Lo scrittore (e giudice di Corte d’Assise) Giancarlo De Cataldo: […]. «La narcosi a cui il pubblico televisivo viene sottoposto da 30 anni di cattiva fiction, […]». “Romanzo Criminale”, bis sull’Italia dei complotti, in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 14 aprile 2010, p. 42. TIZIANA LEONE, 4. Lo scrittore islandese Einar Màr Gudmundsson: […] il mondo è rotondo, e un centro non esiste. Esistono i centri finanziari e di potere, ma sono solo fittizi. La Natura sa meglio di noi come è fatta la Terra […] EINAR MÀR GUDMUNDSSON, «L’eruzione simboleggia la rivoluzione sociale», in Il Secolo XIX, Genova, sabato 17 aprile 2010, pp. 1,7. 5. Non mi meraviglia l’assalto alla Sindone. Noi italiani siamo per gli assalti, i pellegrinaggi, gli eventi, i pullman per il mondo. A noi piacciono le Madonne lontane che esigono aerei, treni e colpi di cuore. […]. Ma perché siamo così attratti da un volto fissato nel Sacro Telo e non riusciamo a lasciarci interpellare dal volto del povero, dell’affamato, del perseguitato, dell’ultimo? […]. DON ANTONIO MAZZI, Il volto della Sindone è quello di nostro fratello, in Gente, Milano, 27 aprile 2010, n. 17, p.27. 106 EFFICIENTAMENTI 1. VINOVO (TORINO). Un giovane di 28 anni, Emanuele V., è stato trovato impiccato ieri mattina all’interno di un magazzino a Vinovo, in provincia di Torino. La motivazione del gesto potrebbe essere legata al rischio di perdere il posto di lavoro, considerata la situazione critica in cui versava l’azienda in cui lavorava. […]. […]. In Francia, intanto, altri due dipendenti di France Telecom si sono suicidati. Lo hanno fatto negli ultimi giorni e fuori dal posto di lavoro, ha precisato l’azienda. Dal 2008 a oggi sono quaranta i casi di suicidio nel gruppo. Cinque solo in questo primo scorcio dell’anno. Lavoro a rischio / Si impicca nel magazzino, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 13 febbraio 2010, p.8. 2. PARIGI. Arriva il palazzo «zero-suicidi» di France Telecom: otto piani di vetro e acciaio, con finestre bloccate, passerelle sicure e terrazze inaccessibili. […]. La direzione dell’azienda mette le mani avanti: parlare di un palazzo anti-suicidi è ridicolo. «Sono solo misure di sicurezza, in un edificio moderno, ecologico, che rispetta l’ambiente». […]. A soprannominarlo “il palazzo anti-suicidi” è il quotidiano Le Parisien, ma anche dirigenti interni lo avrebbero ribattezzato così. France Telecom inaugura l’edificio a prova di suicidi, in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 10 marzo 2010, p.10. 107 3. IN SOLI DUE MESI Eurodisney, terzo suicidio tra i lavoratori È il terzo suicidio in due mesi nel parco dei divertimenti Disney a Parigi. Franck Claret, direttore di un ristorante, 37 anni, quattro figli, si è impiccato a casa sua. Doveva tornare al lavoro dopo un periodo di malattia. I sindacati accusano le condizioni difficili sul lavoro. È un’altra scossa dopo il caso France Telecom: 35 suicidi in due anni. Eurodisney, terzo suicidio tra i lavoratori, in Il Secolo XIX, Genova, venerdì 2 aprile 2010, p.7. 108 FARFALLE METROPOLITANE 1. Lunedì 25 gennaio 2010, ore 15,10 circa. Linea d’autobus 47 in direzione Piazza De Ferrari. Temperatura: due gradi sopra lo zero. Vettura affollatissima, passeggeri come sardine in scatola. Una signora cerca inutilmente un appiglio a cui tenersi e manifesta pubblicamente questo desiderio. Le risponde un uomo, in maniera assai divertita: E come fa a cadere, signora! Qui è l’unica cosa che non può accadere. 2. Venerdì 29 gennaio 2010. Genova. Sottopasso di Via S. Bartolomeo della Certosa: … STANCO DI VEDERE LE PAROLE CHE MUOIONO … … STANCO DI VEDERE CHE LE COSE NON CAMBIANO … 109 3. Giovedì 4 febbraio 2010, Genova, Via Sant’Agnese: 4. Venerdì 5 febbraio 2010. Genova. Giornata meteorologicamente infelice: vento e pioggia, pioggia e vento. Piazza Acquaverde: fermata autobus. Ore 15 circa. In attesa del mezzo pubblico, una “giovin” signora, chiacchierando con me, a un certo punto dice: […]. Vede? Quest’ombrello, l’ho preso da un marocchino, l’ho pagato poco, ma è robusto e indistruttibile! E, mi creda, nelle altre città d’Italia è così’. Ma a Genova no! Non dura niente. Non c’è ombrello che tenga. […]. 5. Venerdì 5 marzo 2010. Genova, Salita dell’Oro: LA PASSIONE PER LA LIBERTÀ È PIÙ FORTE DI OGNI AUTORITÀ 110 6. Genova,Via Eugenia Ravasco, mercoledì 24 marzo 2010 111 7. Lunedì 29 marzo 2010. Genova, Via di Prè (muraglione di Palazzo reale). 8. Lunedì 12 aprile 2010. Genova, Piazza Stella. 112 SCHELETRI NELL’ARMADIO D A N I E L P E N N A C […]. Conversazione con Ali (estratto) “Sono ragazzini con gravi difficoltà scolastiche”, mi spiega, “il più delle volte la madre è sola, alcuni hanno già avuti problemi con la giustizia, non vogliono sentire parlare degli adulti, si ritrovano in classi speciali, qualcosa di simile alle tue classi differenziali degli anni settanta, presumo. Prendo i capetti, i bulletti di quindici o sedici anni, li isolo temporaneamente dal gruppo, perché è il gruppo a ucciderli, sempre, a impedirgli di costituirsi, gli metto in mano una videocamera e gli faccio intervistare uno dei compagni, uno che si scelgono loro. Fanno l’intervista soli in un angolo, lontano dagli sguardi, poi tornano e guardiamo il filmato tutti insieme, stavolta con il gruppo. E va sempre allo stesso modo: l’intervistato fa il suo solito show davanti all’obbiettivo, e quello che filma sta al gioco. Fanno i cretini, esasperano il loro accento, fanno i ganassa con il loro lessico da quattro soldi berciando più che possono, come facevo io quando ero ragazzino, la mettono giù pesantissima, come se si rivolgessero al gruppo, come se l’unico spettatore possibile fosse il gruppo, e durante la proiezione i compagni si spisciano dal ridere. Proietto il filmato una seconda, una terza, una quarta volta. Le risate si diradano, diventano meno convinte. L’intervistatore e l’intervistato cominciano ad avvertire qualcosa di strano, che non riescono a definire. Alla quinta o alla sesta proiezione, tra loro e il pubblico serpeggia un vero e proprio imbarazzo. Alla settima o all’ottava (ti assicuro, mi è capitato di proiettare nove volte lo stesso filmato!), tutti hanno capito, senza che io dovessi spiegarlo, che ciò che viene a galla nel filmato è la posa, la buffonaggine, la recita, la loro commedia abituale, le loro mimiche di gruppo, tutte le loro solite scappatoie, e che questo non ha alcun interesse, zero, alcuna realtà. Quando sono giunti a questo stadio di lucidità, interrompo le proiezioni e li mando con la videocamera a rifare 113 l’intervista, senza ulteriori spiegazioni. Questa volta si ottiene qualcosa di più serio, che ha un nesso con la loro vita reale: si presentano, dicono il loro nome, il loro cognome, parlano della loro famiglia, della loro situazione scolastica, ci sono dei silenzi, cercano le parole, li vedi riflettere, sia il ragazzo che risponde sia quello che fa le domande, e pian piano vedi apparire l’adolescente in quegli adolescenti , smettono di essere dei giovani che giocano a fare i duri, tornano a essere ragazzi e ragazze della loro età, quindici, sedici anni, la loro adolescenza sbuca dietro la loro apparenza, si impone, i vestiti, i cappellini tornano a essere degli accessori, la loro gestualità si attenua, istintivamente colui che filma stringe il campo, zooma, adesso ciò che conta è il volto, come se l’intervistatore ascoltasse il volto dell’altro, e ciò che appare su quel volto è lo sforzo di capire, come se per la prima volta si considerassero quali sono: fanno conoscenza con la complessità”. DANIEL PENNAC, Diario di scuola, Feltrinelli, Milano, 2008, pp. 191-192. 114 I N D I Z I pittura e scultura a Genova dal dopoguerra ad oggi Aggiorniamo l’elenco di opere (dipinti, sculture, ecc.) presenti, dal secondo dopoguerra ad oggi, nello spazio urbano di Genova. 115 Nome autori, titolo dell’opera, ubicazione Nr scheda fotografica KOSTAS GEORGAKIS, piazza Matteotti 0 0 . ACCADEMIA LIGUSTICA DI BELLE ARTI, Largo Pertini, 4 BANCA CARIGE, collezione d’arte contemporanea, Via Cassa di Risparmio, 15 BANCA D’ITALIA, Via Dante, 3, (Reggiani F., Il varo, 1982, bronzo – fusione a cera persa; Sirotti Raimondo, vari dipinti astratti esposti al piano ammezzato) BANCA NAZIONALE DEL LAVORO, Largo Eros Lanfranco, 2 (2 mosaici: Rambaldi E., Colombo con caravella, Raccolta olive, Vasaio, Natura Morta; Maestro d’Ascia, Collocamento Marinaio; Brancaccio G., Porto di Genova, Lanterna, Pescatori con barche).1 BARBIERI VIALE MICHELANGELO, Parco di Villa Croce BIFOLI ELSA(?), formelle del battistero della chiesa di Cristo Re e statuetta del Battista, via Magellano BOSCO ALDO, Via San Leonardo, 18 BRANCACCIO G., Porto di Genova, Lanterna, Pescatori con barche, Banca Nazionale del Lavoro, Largo Eros Lanfranco, 2 BUKER ANDRÉ, Parco di Villa Croce 2 CARLO FELICE, Teatro d’Opera, Largo Pertini 3 CAVALLINI, La nave umana ..., 1992, via Antonio Cecchi 4 CAVALLO ELENA Parco di Villa Gruber CONTEMORRA LILIANA, Parco di Villa Croce COSTANTINO (Padre) RUGGERO, Vetrate della chiesa Sacra Famiglia e San Giorgio, 1977, Via dell’Insurrezione 23- 25 aprile 1945 5 DEGLI ABBATI GIGI, Il mare nella storia, ’99-2000, Porto Antico FIESCHI GIANNETTO, Santa Caterina che riceve la pace dalla Trinità, Santa Maria di Castello, Via Santa Maria di Castello FIESCHI GIANNETTO, s.t., 197(?), Istituto Comprensivo San Francesco da Paola, via Bologna, 86.6 GALLERIA D’ARTE MODERNA, Villa Serra, Via Capolungo, 3 GALLETTI GUIDO, Genova e la Liguria al Padre Santo, 1968, Piazza delle Grazie GAULAM VAL, Mahatma Gandhi, 22 giugno 2006, Porto Antico LICEO SCIENTIFICO CASSINI, Via Galata, 34 LICEO SCIENTIFICO FERMI, Via Ulanowski, 56 LUZZATI LELE, Via San Vincenzo LUZZATI LELE, Vetrate della sinagoga, Via Giovanni Bertora, 5 LUZZATI LELE, Scenografia scultorea, Porto Antico LUZZATI LELE, “Sovrapporta” del negozio Lisifiori, 1962 (?), Galleria Mazzini, 49 r, KAPOOR ANISH, (proprietà privata), Via XXV aprile, 12 MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA, Villa Croce, Via J. Ruffini, 3 MUSEO LUZZATI LELE, Porta Siberia NANI CLAUDIO, Vetrate della chiesa di Cristo Re, Via Magellano NEBIOLO MARIO, Interventi pittorici sul muraglione di Via Dino Col PHASE II, 1996, Sottopasso di via Cadorna 1 Cartone Brancaccio. Mosaico. Salviati. Fotografie tratte da The Carlo Felice Opera House, Genova, Sagep, 1994. La presenza di questo monumento c’è stata segnalata da Mauro Ghiglione. 4 Courtesy Ellequadro. 5 ESEGUITO DA MATTIA VIGO E FIGLI MOSAICISTI IN GENOVA 6 La presenza di questo dipinto c’è stata segnalata da Teresa Parodi. 2 3 116 50 1 2 3 4 60 5 [3] 6 7 8 9 10 51 11 12 49 14 64 15 34 63 16 17 18 52 19 20 21 59 41 22 PIANO RENZO, Bigo, Porto Antico PIANO RENZO, Sfera bioclimatica, Porto Antico 7 PICASSO ALESSANDRO, L’albero della vita, 2000, Porto Antico PIOMBINO UMBERTO, San Tommaso d’Aquino, Santa Maria di Castello POMODORO ARNALDO, Incontro fra industria e ricerca, 1992, Istituto per le POMODORO GIÒ, Sole – agli italiani nel mondo, ’89 – 2001, Stazione Marittima, Ponte QUARANTA ANTONIO, Sculture all’Expo – Porto Antico biotecnologie – I.S.T., Largo R. Benzi dei Mille Bassorilievo, Via XII Ottobre (porticato del civico 12, presso il 186 r) Bassorilievo in ceramica situato presso le scale mobili di Piazza Piccapietra, 83 Cimitero di Staglieno Decorazioni della chiesa dell’Ospedale di Villa Scassi Dipinto sul fronte della palazzina di Via Siena, 10 Installazione della Biennale di Venezia – Porto Antico Monumento ai caduti del lavoro, Via Diaz Monumento ai caduti della Resistenza, viale Brigata Bisagno Nostra Signora della Neve, Via Bolzaneto 28 8 Colombo con caravella, Raccolta olive, Vasaio, Natura Morta; Maestro d’Ascia, Collocamento Marinaio, Banca Nazionale del Lavoro, Largo Eros Lanfranco, 2 REGGIANI F., Il leudo, via Carducci (proprietà Banco Di San Giorgio) REGGIANI F., Il varo, * 1982, bronzo – fusione a cera persa, Banca d’Italia, Via Dante, 3 REPETTO FRANCO, Monumento a Guido Rossa, Largo XII Ottobre ROSSETTI RICCARDO & STEFANO, Graffito situato all’ingresso della stazione metropolitana di Principe, 1996 9 ROSSI MARCO, Fabrizio De André, 2001, Piazza del Campo, bassorilievo in ardesia SERMENGHI SAURA, Fontana di Via San Sebastiano SIROTTI RAIMONDO, Sant’Anna e San Gioacchino, SS. Annunziata del Vastato, Piazza della Nunziata, 4 SIROTTI RAIMONDO * , vari dipinti astratti esposti al piano ammezzato della Banca d’Italia 10 SOMAINI, Mosaici pavimentazione Galleria Mazzini, 2001 SUSUMU SHINGU, Sculture eoliche al Porto Antico, 1992 TAMPIERI, Bassorilievi marmorei, Via di Sottoripa, 1° TERRONE PIERO, Rapallo, 1976 (?), Accademia Ligustica di Belle Arti 23 42 25 26 27 RAMBALDI E., 38 [3] 29 2 36 45 53 40 30 31 32 46 50 47 58 10 61 54 37 55 35 56 PRIMA SCULTURA AD ENERGIA SOLARE FOTOVOLTAICA DEDICATA ALL’UNIONE EUROPEA LA “GRANDI NAVI VELOCI” E ALDO GRIMALDI DONANO QUESTA OPERA DI GIÒ POMODORO A GENOVA LA “SUPERBA” ED AL SUO PORTO LUGLIO 2001 Le fotografie 31 e (31) sono tratte dall’opuscolo “Genoa - A Port on a Human Scale, a cura dell’Autorità portuale di Genova e della Stazioni Marittime s.p.a. 9 Realizzato a cura della Fondazione Fabrizio De André 10 MOSAICI DONATI DA CAMERA DI COMMERCIO FONDAZIONE CARIGE E CON IL CONTRIBUTO DI TRAMETAL 7 8 117 Palazzo d’abitazione, Via Peschiera, 19, (rilievi) Resti di piccola fontana, Via XII Ottobre Scultura in Via Renata Bianchi, Campi, Cornigliano Scultura situata in piazzale Marassi, antistante lo Stadio di Calcio Luigi Ferraris Statua di Padre Pio, posta dinanzi alla chiesa dell’ Ospedale di Villa Scassi Via Corsica, 9 33 48 43 44 62 57 Note. - - La Fondazione Katinca Prini di Salita Dinegro, la cui citazione è apparsa in più numeri di Cantarena, è in realtà non più disponibile al pubblico. Il numero d’elenco – 13 – con cui l’abbiamo contrassegnata non viene sostituito. Il modulo architettonico di Renzo Piano era stato temporaneamente esposto in Piazza Corvetto (già punto 24 dell’elenco). POMODORO ARNALDO, Incontro fra industria e ricerca, 1992, Istituto per le biotecnologie – I.S.T., Largo R. Benzi 118 HANNE LISE THOMSEN, Inside Out, Copenaghen, 2009, videoinstallazione, 65 video e proiezioni di diapositive. HANNE LISE THOMSEN, Inside Out, Copenaghen, 2009, videoinstallazione. HANNE LISE THOMSEN, Inside Out, Copenaghen, 2009, videoinstallazione. HANNE LISE THOMSEN, Inside Out, Copenaghen, 2009, videoinstallazione, 65 video e proiezioni di diapositive.