SOMMARIO
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Mario
Mario
-----------Hanne Lise
----------------------Mario
Carlo
Carlo
-----------Milly
Milly
Milly
Massimiliano
Nicola
Roberto
Roberto
Gianni
----------------------------------------------------------------------------------------Hanne Lise
Fancello
Fancello
-------------Thomsen
--------------------------Fancello
Infante
Infante
-------------Barberio
Barberio
Barberio
Bruzzone
Bucci
Guerrini
Guerrini
Milano
--------------------------------------------------------------------------------------------------------Thomsen
Rosso Fontana
Note informative: Hanne Lise Thomsen
Profilo biografico: Hanne Lise Thomsen
Trascrizione dell’intervento
Album fotografico: Hanne Lise Thomsen
Estratti dal catalogo War Word World
Note informative: Carlo Infante
Estratto dall’intervento
Performing Media
Album fotografico: Carlo Infante
Aube Butte
Intervista ad Aube Butte
Debutto de Il Gallerista La fantasia al potere
Introduzione a Slavoj Žižek
Linguaggio, linguaggi e formazione artistica
Qualche riflessione sul tema della censura
Donna?
Giro e vago
Puntaspilli
La purezza della razza
Vetrina
Giudizi
Efficientamenti
Farfalle metropolitane
Scheletri nell’armadio: Daniel Pennac
Indizi
Inside Out
Cantarena
Anno XIII – Numero 36
Gennaio – Aprile 2010
Aperiodico
In copertina:
Bottari Truck: Migrateurs, 2007,
videoproiezione 9’17”.
Courtesy the artist and Kewenig Galerie, Köln.
Isole mai trovate, Genova, Palazzo Ducale,
13 marzo-13 giugno 2010
KIMSOOJA,
Direzione e redazione
Mario Fancello
Silvana Masnata
Rosangela Piccardo
Mirella Tornatore
Realizzazione grafica
Mario Canepa
Mauro Grasso
Rosangela Piccardo
Produzione e distribuzione in proprio
Per contatti e informazioni
Istituto Comprensivo San Giovanni Battista
Via Andrea Del Sarto, 20
16153 Genova
Tel. 0106045331
Fax 0106045565
e-mail [email protected]
www.direzionesangiovanni.it
Posta elettronica
[email protected]
In quarta di copertina:
HANNE LISE THOMSEN,
Inside Out, Copenaghen, 2009
videoinstallazione, 65 video e proiezioni di diapositive
Stampato da La Xerografica s.r.l. - Genova
nel mese di maggio 2010
Le fotografie raffiguranti la cronaca
degli incontri alla Centurione
sono di M. Fancello.
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ROSSO FONTANA
Quando, in absidi di chiese cristiane, esposti in permanenza, i Concetti Spaziali di
Lucio Fontana?
Tante le ragioni – e in linea con la Fede.
Insensato esplicitarle.
L’arte – quando è arte – parla da sé.
Utopia d’un sogno?
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NOTE INFORMATIVE
HANNE LISE THOMSEN
Grazie all’iniziativa di Gianfranco Pangrazio, mercoledì 19 ottobre 2005, la Scuola Media
Centurione ha ospitato, nell’aula video della sede, l’artista danese Hanne Lise Thomsen.
Hanne Lise sovrintende al lavoro di gruppo.
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Il laboratorio, a cui hanno aderito le classi III E e II B,1 faceva parte del progetto war word world
(Hiroshima Nagasaki 6-9),2 ideato e curato da Gianfranco Pangrazio e Marco Villani per Leonardi
V-Idea.
All’esperienza di lavoro, in orario 10-12, hanno assistito e collaborato le professoresse Marina
Bovio, Raffaella Buscazzo, Maria Grazia Casanova e Gabriella Scussolini.
Il nastro della registrazione audio è in nostro possesso.
La ripresa in video dello svolgersi del lavoro è stata effettuata da Gianfranco ed è di sua proprietà.
La trascrizione del testo riguardante l’introduzione all’attività didattica è stata letta e autorizzata da
Gianfranco.
1
2
Oltre alla Centurione, sono state coinvolte la media Don Milani e l’elementare Daneo.
war word world (HIROSHIMA NAGASAKI 6-9), Galleria Leonardi V-Idea, Genova, 2005, [catalogo della manifestazione].
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TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO
HANNE
LISE
THOMSEN
Legenda:
GP
HLT RP
R
RR
-
-
-
-
-
Gianfranco Pangrazio
Hanne Lise Thomsen
Rosangela Piccardo
Alunno non individuato
Voci di più allievi
GP – […] si chiama Hiroshima Nagasaki perché è il sessantesimo anniversario dello sgancio
delle bombe atomiche sul Giappone. Allora noi abbiamo pensato di fare questo progetto per
stimolare le persone a riflettere sulla guerra e sui suoi significati e anche sul rapporto che
intercorre tra guerra e i grandi mass media, cioè la televisione, i giornali, eccetera. Il 7
dicembre faremo una grande mostra a Genova in un edificio storico che si chiama la
Commenda di Prè
R – [Non ha capito dove e chiede di ripetere il nome del luogo].
GP – La Commenda di Prè, poi tu vai cercare dov’è e ti aspettiamo il 7 dicembre. Noi
abbiamo invitato otto artisti di arte contemporanea. Hanne Lise, che viene dalla Danimarca,
da Copenaghen, è uno degli artisti che esporrà all’interno di questo spazio, ha pensato ad un
progetto da sviluppare con le scuole. Voi siete una delle scuole scelte per sviluppare questo
progetto. Vi sono stati dati dei fogliettini colorati, quelli non servono per scrivere ma per
fare altre cose. Adesso lascio la parola ad Hanne Lise che vi spiegherà che cosa vuole da
voi.
HLT – Sì. Io non parlo bene l’italiano, ma provo, eh. Io voglio che facciamo tanti tanti
uccelli. Come facciamo? Forse è più facile che facciamo per terra, perché è troppo difficile.
Ci proviamo. Prima facciamo uscire
RR – [Chiacchiere da parte dei ragazzi e rumori vari dovuti all’organizzazione del lavoro].
11
-
-
HLT – È importante che facciamo al contrario.
GP – Rosangela, Rosangela, possiamo togliere le sedie e usare il pavimento?
RP – [Risponde].
[Gran chiasso dovuto alla ridistribuzione dell’arredo nell’aula].
GP – […]. La bomba atomica era così potente che, appena cadde al suolo ed esplose,
centomila persone – dico centomila – morirono all’istante, si trasformarono in polvere. Altri
settantamila morirono nei giorni successivi, praticamente liquefatti, la pelle gli si staccava
dal corpo. Era una bomba terribile. Ma non furono tutti morti. Dopodiché negli anni
morirono altre sessanta settantamila persone per le conseguenze dell’esplosione della
bomba, cioè venne a loro il cancro, il tumore, una malattia incurabile. Fra queste persone
c’era una bambina che quando scoppiò la bomba aveva sei anni, si salvò perché era
sufficientemente lontana dall’esplosione; sette anni dopo si ammalò irreversibilmente di
cancro per conseguenza dell’esplosione della bomba. Questa bambina si chiamava Sadàko.
Ora esisteva una leggenda in Giappone: che, se lei fosse riuscita a costruire mille delle cose
che state facendo adesso, si sarebbe salvata. In realtà non andò così, Sadako morì dopo aver
costruito seicentoquarantotto di questi uccelli che state voi costruendo. Gli altri, i rimanenti,
li costruirono i suoi compagni di scuola affinché Sadako potesse essere seppellita con mille
uccelli di carta. La storia è tanto risaputa nel mondo, che ancora oggi nelle scuole di tutto il
mondo costruiscono uccelli da dedicare a Sadako. Hanne Lise pensa che questo sia un
grande gesto di pace in un periodo – ahimè – che tutti sappiamo molto difficile invece dal
punto di vista della guerra. Quindi quello che noi vogliamo fare, il 7 dicembre di cui vi
raccontavo prima, e quello che vuole fare Hanne Lise è stimolare una riflessione su tutto
questo. Quello di Hanne Lise è un grande gesto di pace? Possiamo chiamarlo così? Bon.
Adesso sapete perché state costruendo questi uccelli, perché Hanne Lise vorrebbe fare
costruire a voi questi uccelli. Buon lavoro.
RR – [Intraprendono il lavoro: rumori vari e vociare fitto].
[Termina in questo modo la registrazione].
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L’artista Hanne Lise Thomsen, in aula video, presenta agli studenti la sua iniziativa.
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Hanne Lise mostra una gru di carta.
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Gianfranco Pangrazio documenta in video le fasi del laboratorio.
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Hanne Lise alla guida d’uno dei gruppi di lavoro.
Istantanea sul lavoro di gruppo.
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La professoressa Maria Grazia Casanova collabora con gli allievi alla fabbricazione delle gru di carta.
Frontespizio del catalogo della Mostra d’Arte Contemporanea war word world (Hiroshima Nagasaki 69), allestita a Genova presso la Commenda di Prè dal 07.12.2005 al 05.01.2006.
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Genova 6 agosto 2005. Migliaia di volantini sono piovuti sulla città di Genova. Sui volantini
l’immagine di Little Boy (la bomba sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945) integrata da frasi in
tema, ideate dagli artisti coinvolti nella mostra alla Commenda di Prè […].
Anche Leonardi V-Idea ha voluto partecipare all’iniziativa con una propria frase, che è poi
diventata il titolo della mostra.
[Didascalia e dettaglio della foto tratti dal catalogo citato].
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Volantino integrato dalla frase di Hanne Lise.
[Illustrazione tratta dal catalogo, p. 21].
Gli altri artisti coinvolti sono stati: Lorenzo Biggi, Sergio Capone, Mauro Folci, Pierluigi Fresia,
Mauro Ghiglione, Fabio Mauri, Mattia Paganelli.
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NOTE INFORMATIVE
CARLO INFANTE
Il dialogo didattico su Performing Media: L’interattività tra scena e nuovi media ha visto, venerdì
20 gennaio 2006, il massmediologo Carlo Infante impegnato – al mattino – in una lezione presso la
sede della Scuola Media Centurione e – al pomeriggio – in una conferenza presso il Teatro Cargo di
Voltri.
Carlo Infante controlla al computer la proiezione dei video.
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Le classi che hanno preso parte all’incontro sono state suddivise in due turni.
Disponiamo di un’audioregistrazione di entrambi i momenti.
Il testo, qui riprodotto, è un breve frammento della conversazione con gli allievi, ed è stato
revisionato da Carlo stesso al fine di favorirne la lettura e la comprensione. Nelle pagine successive
proponiamo uno scritto in cui Carlo espone alcune delle tappe del suo percorso di ricerca.
La conferenza al Teatro Cargo ha avuto luogo alle ore 16. Di essa non abbiamo testimonianza
registrata.
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ESTRATTO DALL’INTERVENTO
C A R L O
I N F A N T E
Legenda
CI =
R =
1
Carlo Infante
Alunno (la sigla raggruppa interventi di allievi non identificati)
-
CI – Parliamo della velocità: è una delle condizioni del nostro tempo. Va agita e non subita.
Se la sai pilotare, va bene; se non la sai pilotare, la velocità è pericolosissima.
Fancello mi aveva chiesto (e mi incontro con alcuni vostri insegnanti oggi) 1 non tanto di
parlare dell’arte ma della creatività diffusa che passa anche attraverso l'uso dei nuovi media
interattivi che presuppongono un uso veloce della comunicazione. A proposito, avete
presente Wikipedia, la famosa enciclopedia collaborativa nel web? Wiki, in hawaiano
significa appunto “veloce”.
-
CI – Il dato sostanziale di questo ragionamento sulla velocità riguarda il fatto che nel web la
comunicazione è di fatto vicina all'oralità, anche quando scriviamo.
Quando si è in rete si agisce, la scrittura si fa azione, come nell'oralità. E le parole cambiano
d'intensità. Pensiamo all'amore; amore è una parola che ha un senso particolare quando
viene associata ad un’interazione, la parola amore ha senso quando ami qualcuno; se tu non
ami mai nessuno, la parola amore non ha senso. Così la parola arte, così la parola sport; se lo
sport non lo fai, sport rimane una parola astratta; idem per l’arte. Cosa vi voglio dire?
Per me non ha nessun senso associare l’arte solo a dei quadri. Se andate nelle grandi
manifestazioni dell’arte, tipo la Biennale di Venezia, possiamo capire che l’arte non è solo
dipingere sulle tele, l’arte è, infatti, molto di più. L’arte è qualcosa che mette in relazione noi
Si riferisce alla conferenza d’aggiornamento per gli insegnanti (programmata e finanziata dalla Centurione) tenuta
al Teatro Cargo di Voltri.
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con il mondo, con il mondo che cambia. L’arte è direttamente proporzionale all'evoluzione
della nostra percezione. L’arte è interessante perché la possiamo guardare e la possiamo
sentire.
-
E butto lì una battuta che può apparire provocatoria. Sbagliando s’impara. L’apprendimento,
quello sostanziale, è legato all’esperienza diretta. Noi siamo abituati ad una scuola dove ci
sono le materie ma questa cosa esiste da poco più di un secolo, un secolo e mezzo. In tutti i
secoli precedenti la nostra specie ha appreso senza studiare.
Le forme dell’apprendimento da sempre sono legate all’esperienza. Alcuni insegnanti (i
vostri insegnanti) lo sanno, cercano di associare la pratica della lettura sui libri al fare
teatrale, al vedere i film, al vivere le emozionalità al di fuori della materia scolastica. Questo
è fondamentale, perché se non si fa così, la vostra mente diventa statica.
Il modo migliore per apprendere è quello di associare l'informazione tratta dai libri con
pratiche dirette che coinvolgano.
Allora io vi farò vedere ora alcuni videogame. Sono degli esempi di videogame prodotti
dagli enti pubblici; dei prodotti culturali (sì, culturali) che rendono evidente una cosa che a
me interessa moltissimo. Associare la visione all'esperienza diretta, anche se con un mouse.
Io, per tanti anni, mi sono occupato dell'innovazione nella scuola, ho formato insegnanti
proprio per utilizzare le nuove tecnologie della comunicazione, per facilitare
l’apprendimento. Quando dico facilitare si parte da un assunto. Ragazzi, leggere e scrivere è
una delle cose più difficili in assoluto. Questo è il motivo per cui i ragazzi trovano difficoltà;
bisogna aiutarli. La cosa più importante è liberare l’immaginario. Liberare la fantasia il più
possibile e poi tradurla in scrittura; questo è il modo.
Uno degli obiettivi massimi per il sistema formativo è quello di aiutare i ragazzi, i cittadini
del futuro, a essere attivi. È questa la questione cardine. Inutile insegnare, dare informazioni
a dei ragazzi che poi se le prendono – le informazioni – per usarle, se va bene, solo per un
esame o per un’interrogazione. La cosa più importante di tutte del sistema formativo è
formare cittadini attivi, cittadini che abbiano voglia di partecipare perché hanno capito che
nel partecipare ci si guadagna qualche cosa. Di che guadagno sto parlando? La
partecipazione alla cosa pubblica determina l'opportunità di condividere un bene comune.
Sapete come si traduce cosa pubblica? Res publica, parola latina. L'idea stessa della
repubblica è una conquista della società civile dai suoi albori. Questo è un bel concetto. Se
la cosa diventa pubblica, diventa un bene comune. Arriviamo al punto. A me interessa
concepire l’apprendimento (e anche l’apprendimento creativo) basato sulla percezione
dinamica e condivisa. Cosa c'entra questo con la multimedialità? Attraverso l'interattività si
agisce, si entra in relazione con le visioni e le informazioni. E con il web tutto questo si
espande attraverso le opportunità di condivisione.
R – [Tossisce].
CI – Cosa ti viene in mente? Un aggettivo... un sostantivo....
R – Il libro.
CI – Il libro è importante ma sta fermo. Un artefatto multimediale e interattivo, come un CD
Rom, o un videogame, o un sito internet ci viene incontro.
R – Che dia delle informazioni.
CI – Che dia delle informazioni? Ma anche il libro dà molte informazioni.
R – La relazione.
CI – La relazione, bene. Allora il termine esatto è: interattivo. Interagire presuppone una
condizione dinamica. Il libro perché sia dinamico deve intervenire la nostra mente,
elaborarlo psicologicamente, con la lettura no? Leggere è una cosa molto bella, ma anche
molto complessa. Tu devi intervenire sempre, come se mangiassi del cibo; lo devi elaborare,
metabolizzare. Nel multimediale vi sono le immagini che si esprimono da sole. Si potrebbe
dire che è come la televisione. Solo che con la televisione stiamo lì, fermi; al massimo col
telecomando cambiamo canale. Con l’interattività si entra dentro il percorso, si è in qualche
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modo autori del percorso; ed è il motivo per cui i ragazzi come voi sono così spesso
entusiasti dei videogame, perché si sentono veramente protagonisti; anche se poi è
un’illusione. Anche se non è il termine giusto. C'è progettazione culturale (non in tutti i
videogame, sia chiaro) gli autori dei videogame hanno concepito tutto quanto questo, il
percorso interattivo che viene intrapreso, come in una partita a scacchi. E' un processo che
trovo molto interessante.
E' proprio per questo che voglio farvi vedere alcuni esempi di videogame educativi che
dimostrano come le istituzioni possano intervenire sulla vostra generazione con prodotti
culturali rivolti a ragazzi – più o meno – della vostra età.
Ce ne è uno che sembra uno “sparatutto” ma dove non si spara a niente, si scattano
fotografie per denunciare chi va veloce con il motoscafo nella Laguna di Venezia.
È stato concepito dall'Assessorato all'Ambiente del Comune di Venezia e realizzato da
SiLab: un prodotto culturale di educazione ambientale, dove un bambino veneziano, su una
sorta di scooter d’acqua, deve fotografare chi va troppo veloce col motoscafo e deve
raccogliere anche i rifiuti galleggianti, e così guadagna punteggi. Una cosa semplicissima
che però dimostra come un ente pubblico si sia interrogato su come dei giovanissimi
possano essere coinvolti, attraverso un videogame d'abilità manuale (sì, manuale, si
agisce...) in un esercizio di coscienza civica.
Lo vedremo, meglio lo navigheremo tra un po'.
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PERFORMING MEDIA
Il social networking come palestra di cittadinanza attiva in ambito educativo
Lo sviluppo della nostra società riguarda l’evoluzione dell’idea di spazio pubblico, dall’invenzione
del teatro nella polis greca alle piazze del rinascimento. E’ in questo quadro che s’inserisce la
creazione di ambiti ludico-partecipativi nel web per promuovere nuovi format educativi.
Questo approccio può diventare un’opportunità per coniugare il principio basilare del sistema
educativo, quello di formare cittadini, con la pratica culturale nel nuovo spazio pubblico che sta
emergendo, quello di Internet.
In questo senso è importante la realizzazione di nuovi format culturali ed educativi di
comunicazione interattiva per interpretare le potenzialità di ciò che viene definito il web 2.0, ovvero
l’evoluzione della rete nel senso partecipativo, come il fenomeno dei blog e dei social networking
ha reso evidente.
La rete come spazio pubblico
La scommessa principale in atto per quanto riguarda l’Innovazione è direttamente proporzionale
alla capacità d’interpretare la Società dell’Informazione per ciò che può diventare: il nuovo spazio
pubblico, quello di una polis fatta da informazioni prodotte dall’azione degli uomini che vivono e
usano la rete come nuova opportunità di relazione sociale.
L’evoluzione del social networking ( e ancor prima dei blog) rifonda il concetto d’informazione:
non più solo prodotta dagli specialisti (giornalisti e autori) bensì dagli utenti dei sistemi informativi
che, attraverso l’approccio interattivo, esprimono il loro diritto-dovere di cittadinanza nella società
dell’informazione. Si tratta di condivisione dello spazio pubblico rappresentato dalle reti:
l'infrastruttura della società in divenire.
L’utente delle reti, a partire da quella generazione che rischia di crescere da sola, può trovare il
modo per portare con sé, dentro la rete globale, la dimensione locale della propria soggettività e
della propria comunità studentesca, per dare forma alla coscienza dinamica della propria
partecipazione attiva. Educare dopotutto significa “tirar fuori” (dal latino “educere”).
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E' qualcosa che è già nell’aria da tempo nella cultura digitale ma che deve ancora compiersi
nell’assetto generale della res pubblica ed è per questo che è decisivo saper guardare alle nuove
generazioni. Sono loro i futuri soggetti attivi di una socialità nuova che darà forma e sostanza alla
figura che è ben definita da uno dei soliti neologismi: prosumer, il produttore-consumatore
d’informazione.
Palestre di cittadinanza attiva
Alcune azioni, come quella svolta a Casale Monferrato per l'inaugurazione del Castello
http://www.unita.it/news/83104/il_castello_espugnato_dai_guerrieri_del_web
hanno coinvolto
studenti delle scuole medie superiori con interventi definiti “palestra di cittadinanza attiva”.
E' nato così un laboratorio ludico-partecipativo basato sull'uso di Facebook
http://www.facebook.com/profile.php?id=728164080&ref=profile#/group.php?gid=51170598208,
sia per una campagna di viral communication sia per raccogliere proposte e videoritratti (pubblicati
su YouTube) per poi sviluppare un geoblog che ha permesso di “scrivere storie nelle geografie” del
territorio in cui si sono svolte le azioni.
Nel progetto di comunicazione sono state contemplate anche delle soluzioni particolari d’interaction
design, come l’uso del bluetooth e la realizzazione di mobtag, particolari codici grafici che possono
essere letti dagli smart-phone (su cui installare un apposito software) e da cui trarre dei testi o dei
link attivi che rimandano ai post pertinenti del geo-blog. L'insieme di queste pratiche d'innovazione
attraverso è ciò che viene definito Performing Media, una linea di ricerca che sottende una nuova
forma di creatività sociale delle reti che di fatto esprime valore educativo.
Si tratta di sperimentazioni che tendono a interpretare le potenzialità creative delle nuove
generazioni e che il sistema educativo può e deve contestualizzare per creare una connessione
culturale tra innovazione e tradizione.
Verso una società dei saperi e dei pareri
Senza questa attenzione qualsiasi portale web apparirà come uno di quei gran portali di ranch visti
nei film western degli anni Sessanta: una grande impalcatura con il deserto dietro. La fortuna delle
piattaforme di social networking dimostra quanto sia possibile rilanciare una strategia di
comunicazione pubblica che sia in grado di tradurre l’interattività in nuova forma d’interazione
sociale ed educativa. E' questo il web 2.0, un nuovo paradigma della comunicazione capace di
ridefinire nuovi modelli di socialità attiva.
Ciò potrà accostare all’auspicata società dei saperi anche una società dei pareri. Le strutture
relazionali della società di massa (amplificata dai mass-media) sono logore e necessitano un
radicale ripensamento a partire da un più preciso orientamento della comunicazione verso target
particolari, dai gruppi d’interesse alle diverse comunità della società multiculturale, fino alle diverse
fasce generazionali, pensionati o adolescenti che siano.
È da considerare però che non è solo una questione di nuove funzionalità. Non è infatti solo un fatto
di servizi più evoluti, di soddisfazione dei bisogni, bensì di strategia di comunicazione pubblica che
solleciti il desiderio di mettersi in gioco: di partecipare a piattaforme web che sappiano valorizzare
il feedback dei cittadini on line a partire dal contesto formativo. Perché si renda esplicito quanto la
rete possa essere spazio pubblico, vera e propria palestra di cooperazione educativa.
[email protected]
Carlo Infante
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Molti insegnanti non hanno ancora pensato di riconoscere lo statuto d’oggetto culturale non solo ai
libri, non solo alle sculture, non solo ai film, ma anche ai CD Rom, anche ai videogame, …..
Il videogame è un oggetto culturale alla cui realizzazione hanno collaborato sceneggiatori,
scrittori, disegnatori, musicisti.
Primo piano del visore della videocamera.
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Imparare Giocando: uno dei motti di Carlo Infante.
Edutainment significa imparare giocando. È una parola che mette insieme educational e
entertainment.
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Apprendere significa prendere con sé, mettersi in gioco, non significa trasformarsi solo in un
contenitore che riceve delle informazioni.
Carlo Infante in aula video.
A sinistra e a destra, alle pareti, sono visibili alcune massime sull’arte e sulla poesia.
41
Di là dalla spalla destra di Carlo, gli allievi della Centurione e, sul trespolo, il videoproiettore.
La vera educazione non sta nell’acquisire cognizioni, ma nel tirarle fuori.
Molti pensano, e io tra questi, che sia fondamentale rendere sempre più dinamica la modalità
educativa attraverso le forme del gioco.
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In paesi come la Francia, la Germania o l’Inghilterra c’è una produzione straordinaria di
videogame creati nelle scuole.
Anche il libro è tecnologia, anche l’alfabeto è tecnologia. Siamo portati a pensare che non siano
tecnologie perché ormai abbiamo un rapporto naturale con esse.
Sulla parete un’immagine di un videogame: l’interno d’una casa da esplorare.
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Allievi e professoresse in aula video.
La definizione di naturale e artificiale è legata al nostro cambiamento.
Il vero problema è la televisione, se ne vede troppa. È la televisione che indebolisce la coscienza
critica.
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A differenza del cinema e della televisione, il teatro richiede una maggiore interattività da parte
dello spettatore, perché gli permette di selezionare liberamente le immagini attraverso la
direzione dello sguardo. Sotto questo aspetto il videogame è più vicino al teatro che non al cinema
e alla TV.
A sinistra, con gli occhiali, la professoressa Sara Urgéghe.
Perdersi dentro lo schermo di un videogame è un apprendere per simulazione.
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Allievi della Centurione durante l’incontro con Carlo Infante.
A sinistra Antonello Campanella e, accucciata, mentre parla con una collega, Rosangela Piccardo.
Il telefonino è il medium più diffuso in Italia, ma non è affiancato da una strategia culturale che
concorra a educarne l’uso.
La multimedialità è fondamentale nel riattivare l’immaginario dei soggetti che interagiscono con
essa.
Nella pagina a fianco: locandina relativa all’incontro pomeridiano.
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Carlo Infante
Performing Media
L’Interattività tra Scena e Nuovi Media
Conferenza-Spettacolo per Insegnanti e Genitori
Venerdì 20 Gennaio 2006 Ore 16 Ingresso Libero
Foyer Teatro Cargo
Piazza Odicini, 9
Voltri
-
Milly
Barberio
Massimiliano Bruzzone
Nicola
Bucci
Roberto
Guerrini
Gianni
Milano
AUBE BUTTE
Pittrice genovese dagli innumerevoli interessi dalla poesia alla personalizzazione artistica di mobili
e infissi, dalle illustrazioni per il collezionismo editoriale alle scenografie per il teatro.
Da diversi anni è testimonial internazionale e i suoi lavori messi all’asta per campagne di
sensibilizzazione a missioni umanitarie e di solidarietà (EMERGENCY, EXODUS di Don Mazzi,
LIBERA di Don Ciotti, Ospedale Gaslini di Genova).
Alcune sue opere hanno illustrato plaquette di grandi artisti come Renato Zero, Alda Merini,
Bernard Noel, riviste di arte e cultura come “Icaro” e “Infonopoli” , copertine di dischi o locandine
per spettacoli di prosa e musica.
Nel 2006 il suo quadro “Farfalle in Libertà” è stato scelto come copertina per il Manifesto della
cultura europea per la pace intorno ad un messaggio di Mario Luzi .
La sua ultima retrospettiva risale a marzo 2007 presso la Fondazione Mattei di Roma promossa dal
comune di Roma. Il suo quadro “la poesia salverà il mondo” è stato scelto come simbolo della
libertà all’incontro tra le istituzioni genovesi e il Direttore della cultura al comune di Montevideo
(Uruguay)
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INTERVISTA:
AUBE BUTTE
Un carattere forte, estroso, diretto, una irriducibile della ribellione. Una donna che ha sempre
dipinto temi scottanti, donando quadri per grandi opere di volontariato e appelli di solidarietà e
pace. Abbiamo intervistato la pittrice Aube Butte prima della sua partenza per la Spagna, ormai
sua seconda patria.
Come definisce la sua pittura?
Per la verità non mi sono mai posta il problema: faccio pittura e basta, le definizioni le lascio
volentieri ai critici; c’è già poco lavoro ognuno faccia il proprio.
La crisi colpisce immagino anche i pittori…
Colpisce tutti indistintamente, forse l’artista capta con maggior forza il disagio di questo
drammatico momento. E pensare che si sente dire in televisione che la crisi è già alle spalle, una
vera vergogna.
Ci vogliono tranquillizzare?
No ci vogliono prendere come sempre per i fondelli, ma credo che questa volta la gente non sia così
cieca da non vedere cha abbiamo dei governanti da operetta, che stanno mandando letteralmente a
bagno tutto.
E i critici come la definiscono?
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I pareri sono discordanti, ma non c’è da stupirsi, il mondo della pittura e dell’arte in genere, è fatto
anche da tanti improvvisati, perciò è facile sentire ogni genere di corbelleria. La maggioranza
comunque mi definisce una espressionista.
Hanno scritto che certi particolari della sua pittura fanno pensare all’opera della Kalo, cosa
ne pensa?
Non condivido per niente questo paragone, amo la Kalo, sono chiaramente onorata del paragone,
ma questa similitudine non regge è una delle tante sciocchezze che si scrivono per riempire una
pagina. Una volta mi hanno persino detto che i miei quadri sono l’antipittura spinta sino alla follia.
Lei cosa ha risposto?
Di farsi una camomilla e comunque ho spiegato che questa definizione era già stata usata in un testo
dedicato a Georg Baselitz.
E’ vero che sta giorni interi a guardare la tela bianca sul cavalletto, prima di dare l’inizio al
quadro?
Sì, fisso la tela per molto tempo, anche per settimane intere. Ho bisogno di entrare completamente
dentro la creazione, fondermi con il pensiero, sentire la vibrazione, insomma vivere l’afflato
integralmente.
C’è la consapevolezza dell’azione?
No al contrario, nella fase di studio, ma anche durante le prime pennellate, non sono consapevole di
quello che sto facendo, la presa di coscienza matura lentamente.
Che effetto le fa non essere completamente padrona della situazione?
Un piacere che unisce il corpo e la mente, mi spreme totalmente, infatti finito il quadro la
stanchezza fisica mi colpisce con tutta la sua forza.
Le capita di cambiare qualcosa in corso d’opera?
A volte succede e sento il desiderio di virare, di imbroccare un'altra strada o addirittura di strappare
la tela come se la pennellata precedente fosse un insulto, un gesto stupido. Non ho paura di
offendere la mia mano, l’autoverifica è necessaria sempre.
Ha bisogno di silenzio e concentrazione per dipingere?
No, metto a manetta lo stereo con tanto rock, i volumi alti sono ossigeno ed energia.
Cosa ascolta?
Vasco, Doors, Led Zeppelin, Deep Purple ma anche Marley
Dove pensa di trarre le sue immagini?
Dagli incazzamenti della vita quotidiana e dall’inconscio, forse per questo ho una estetica primitiva
… e una visuale simbolica
Sì, anche.
La dipingono tutti con un carattere molto difficile, poco disponibile e completamente “fuori”
dai contesti pubblici, quanto c’è di vero?
Dico sempre quello che penso, senza frasi di comodo, detesto l’eccesso di diplomazia che non è
altro che falsità. Per quanto concerne i contesti pubblici dipende dalla serietà della proposta, certo
non sgomito per stare vicino all’assessore di turno.
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A Genova l’abbiamo ammirata in diverse collettive…
Vede non sono così difficile e poi queste collettive le curava una critica che stimo molto, e lavora
molto bene, Maria Galasso.
A Ottobre un suo quadro è stato il simbolo di un incontro molto importante con l’ex
tupamaros Mauricio Rosencof…
Una grande soddisfazione avere un personaggio di questo calibro a Genova, da parte mia
naturalmente sono stata molto lusingata. La sua testimonianza delle violenze subite durante la
dittatura in Uruguay mi hanno colpito molto. Ci sarebbe bisogno che i giovani sapessero molto di
più cosa è stata la dittatura sudamericana e il ruolo assassino che hanno avuto i governi americani.
Come trova la situazione culturale a Genova?
Perché esiste la cultura a Genova?
Poca…
Diciamo quasi niente, i soliti quattro imbonitori che si riciclano in diversi ruoli con le solite
spartizioni, i soliti incarichi, le solite vergognose cecità. Ci portiamo addosso vent’anni di
immobilismo e incapacità. Naturalmente le eccezioni non mancano, ho apprezzato molto il lavoro
fatto da Manuela Cappello alla Pubblica Istruzione della Provincia. L’organizzazione di una marcia
mondiale (del 10 novembre 2009, ndr) della pace a Genova con quelle dimensioni è difficile da
scordare, davvero brava a coinvolgere tanti ragazzi, ha sicuramente riportato l’entusiasmo tra i
giovani.
Non si può dire che lei non sia diretta eh?
Penso di essere solo realista, è sotto gli occhi di tutti questo scempio, ma in pochi lo diciamo a
chiare lettere. Siamo il paese dei distinguo, il paese di quelli che attendono e non prendono mai
posizione. Forse tanti miei colleghi sperano che leccando gli stivali del potere si abbia più facilità a
fare qualche mostra in più.
Lei non lo pensa?
Degli avanzi di alcuni politici non so cosa farmene, posso vivere tranquillamente senza la loro
pacca sulle spalle.
Lei ha donato molti quadri per la promozione di campagne di volontariato e di grandi
progetti di solidarietà…
Adoro Gino Strada, Don Ciotti, Don Gallo (la chiesa dei poveri, non quella delle alte sfere che
detesto perché squallido strumento di potere), penso che sia necessario nel nostro piccolo fare
qualcosa, non accettare che questa società marcisca del tutto. Credo ancora in una possibile
rinascita, in un nuovo risorgimento.
Con la pittura si può fare politica?
La politica si fa con tutto, nel pieno rispetto delle proporzioni.
Se le dicessi che vedo nei suoi quadri molta inquietudine, lei cosa mi risponderebbe?
Di guardare meglio, credo ci sia più ribellione che inquietudine, più rabbia che non inquietudine. Io
sono indignata con la società. Mi indigna vedere una televisione cloaca, mi indigna vedere una
politica indecorosa, mi indigna una gioventù senza valori, senza impegno, senza prospettive, mi
indigna il carrierismo dilagante, mi indigna la mancanza di memoria.
55
Facciamo un gioco, se dovesse indicare qualche persona di Genova, con la quale passare una
serata, chi indicherebbe?
Presto fatto: Don Gallo, Don Farinella, Maria Galasso, Eduardo Sanguineti,
Non ha avuto esitazione nel rispondere al mio gioco sulle persone positive di Genova?
Perché dovrei, sono persone che fanno molto per Genova, apprezzo molto il loro sforzo, nei loro
rispettivi ambiti.
Di cosa avrebbe bisogno Genova in ambito culturale?
Di persone ambiziose e competenti, con una volontà di far rinascere la città. Ma visto che è una
utopia, a mio avviso ci vuole una presa di posizione dei singoli artisti e associazioni culturali sul
territorio e tentare una unione. La forza d’urto dell’unione è l’unica possibilità che ci è rimasta.
Una sorta di forum delle associazioni culturali?
Precisamente, con un obiettivo unico, fare cultura, proporre cultura, senza accontentarsi degli
avanzi concessi dalle istituzioni. Insomma dire al caro politico o mi aiuti o vado avanti lo stesso ma
ricordati che siamo in tanti e controlliamo ogni tua leggerezza, hai la lente d’ingrandimento sul
groppone.
Non male…
Lo credo bene, fintanto che tremeremo davanti alle scale del potere non potremo mai fare niente,
quando avremo la dignità di parlare da pari non ci chiuderanno più la porta in faccia. E poi
ricordiamoci che la loro poltroncina è permessa dal nostro voto.
Milly Barberio
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DEBUTTO DE “IL GALLERISTA”
LA FANTASIA AL POTERE
Il 25 settembre c’è stata la prima nazionale, alla Galleria Immagine Colore di Genova, della
performance teatrale “Il Gallerista” (tratta dal libro omonimo di Maria Galasso e Ivano Malcotti
edito da Erga), per la regia e l’interpretazione di Antonio Carletti e la musica di Bruno Bregliano.
La produzione è della Associazione Culturale Città di Genova con la promozione della ANSAS
Liguria ex IRRE (Istituto Regionale per la ricerca educativa).
Il Gallerista è l'autoritratto amaro, contraddittorio e tragicomico dell'uomo moderno che si crede
potente, giunto all'appuntamento con la sua coscienza, con i ricordi, le speranze della propria
gioventù (molto forte la parte poetica dedicata a Piazza Fontana e la strage alla stazione di
Bologna). Il cinismo, la nevrosi della vita quotidiana e professionale, diventa l'occasione per
scoprire, tra cattiveria, nodi irrisolti, bugie e atti mancati, il potere salvifico della filosofia e l’amore
irrinunciabile per “l’idea” di cambiare ancora, nonostante tutto, il mondo, magari attraverso qualche
pagina di Adorno e della scuola filosofica di Francoforte.
Un testo veloce che svela il senso opprimente di una esistenza proiettata tutta verso l’interiorità
delusa, il rimpianto doloroso seppur celato con mille trovate. Il gallerista è maniacale, perdente,
vile, violento, una creatura a tratti turbata e spiantata, che si sente stretto tra la propria condizione
umana e il desiderio di possesso e potere. Il suo è immancabilmente un destino tragico e comico
allo stesso tempo.
L’azione si svolge tutta all'interno della Galleria Immagine Colore, dove si sta allestendo una
mostra, il protagonista logorroico trascorre la sua giornata convulsa in attesa di una battaglia
conclusiva (forse la mostra che lo consacrerà di fronte al mondo?), che però stenta a concretizzarsi.
L’aiutante (muto) è forse quello che mostra i connotati più interessanti. Questi è incapace di
stringere un contatto umano con i quadri e di andare oltre la mera superficie o apparenza delle cose
come fosse l’incarnazione della purezza.
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Dopo il debutto genovese lo spettacolo inizierà un lungo tour in numerose gallerie italiane, le prime
tappe saranno con il nuovo anno a Roma Galleria Horti Lamiani di via Giovanni Giolitti 163, a
Lucca Galleria Giò Art di Via dell'Anfiteatro 65, a Firenze nel Centro Studi Eielson. , 65
Abbiamo intervistato la coautrice Maria Galasso, esperta nel linguaggio artistico, per il quale ha
ricevuto significativi incarichi istituzionali a livello nazionale. Si occupa di progettazione formativa
attraverso anche sue nuove metodologie educative. Collabora a importanti riviste con pubblicazione
di saggi, articoli di ricerca e di didattica dei linguaggi della comunicazione.
Prof.ssa Galasso, arte e pedagogia in che rapporti sono?
Arte e pedagogia sono in stretto rapporto; il linguaggio artistico è uno dei tanti mezzi del processo
educativo che permette di rendere visibile ed operativo il pensiero.
Perché è tanto importante lo studio dell’arte dal punto di vista pedagogico?
L’arte è espressione di libertà, di creatività, permette di espandere il rapporto tra l’io e la realtà sia
fisica che metafisica. Dal punto di vista pedagogico è importante perché coniuga pensiero e azione.
Che finalità ha l’arte nella psiche dell’essere umano?
La finalità che ha l’arte nella psiche è molteplice, consente di esprimere il divenire compiuto e
latente dell’io e, al tempo stesso, consente di trasfigurarlo attraverso l’emozione che fa riappropriare
i soggetti dei suoi diversi modi di essere. L’identità in divenire valorizza l’autonomia delle persone.
Cosa significa “arte integrata” e quando possiamo affermare che un testo, in questo caso
teatrale sia di arte integrata?
L’arte come linguaggio visivo è trasversale ad ogni sapere, permette collegamenti strutturali con
altre forme espressive come ad esempio il teatro, in quanto l’immagine visiva richiama, per naturale
decodificazione, la parola sia orale che scritta.
Il codice del segno visivo, unito a quello verbale del teatro, apre ad una comunicazione allargata,
che la rende integrata nell’espressione generale.
Da quanti anni sta lavorando all’arte integrata? Ci sono state tappe intermedie che ritiene
fondamentali per lo sviluppo a tutto tondo del progetto?
E’ da molto tempo che mi occupo dell’arte come momento di incontro con altre conoscenze.
Ho sempre sostenuto nella mia ricerca che il percorso artistico sia parte di un sistema strutturale di
comunicazione in cui vari segni traducono finalità comuni. Vedere, parlare, scrivere, fare, per
presentare insieme una unitarietà comunicativa.
Le riflessioni che mi hanno condotto ad occuparmi di progettazione educativa circolare
scaturiscono dalla considerazione che le competenze umane sono diverse e queste, se collegate e
integrate, possono condurre ad una conoscenza ampia con maggiori opportunità di comprensione e
di elaborazione cognitiva da parte dei fruitori. Le tappe che hanno contribuito allo sviluppo a tutto
tondo del progetto vanno ricercate nella mia attività di docente che ho svolto in tutti gli ordini di
scuola. L’esperienza sulla continuità didattica mi ha consentito di capire i bisogni dei ragazzi, i loro
interessi e soprattutto mi ha fatto riflettere sul fatto che i ragazzi e le ragazze avevano bisogno di
motivazioni, di rapportarsi nel gruppo con azioni ludiche – gestuali concrete che potessero dare
senso e significato alla loro vita reale, quella di tutti i giorni.
Il testo Il Gallerista nasce a seguito di un suo progetto, ce ne vuole parlare?
Il testo de “Il gallerista” nasce come parte della mia progettazione di ricerca, in cui nulla si dà per
scontato. La voglia di mettere in discussione tutto, rappresenta l’apertura alla trasformazione delle
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persone e delle cose. I risultati richiamano sempre nuove domande, presentano nuovi dibattiti che
richiamano a grandi confronti discipline e soggetti, per spezzare omologazioni nel sapere ed
eccessivo protagonismo negli individui.
Cosa è la creatività? Da cosa nasce? Ve ne sono differenti forme?
La creatività è legata all’intelligenza critica della persona. Nasce dal desiderio di innovare, di
trovare forme nuove di pensiero e di azione. Molte sono le espressioni creative, spesso abbiamo
associato la creatività ad immagini perfette, assolute, gratificanti. Oggi la creatività, in ambito di
ricerca, si presenta anche attraverso forme espressive linguistiche non compiute o attraverso pause
ad esempio nel teatro o con attributi cromatici nell’arte.
Il protagonista della vostra piece (il testo è stato scritto insieme a Ivano Malcotti, ndr) è un
Gallerista, che genere di persona avete descritto?
Il gallerista è stato scritto con Malcotti, ci siamo integrati non solo con linguaggi diversi, ma con le
nostre riflessioni esperienziali che hanno costituito l’impalcatura dialettica della piece.
Credo sia soddisfacente raggiungere finalità comuni, partendo da competenze diverse e da una
lettura sociale della realtà, che in qualche modo ha commosso i nostri animi, tanto da non rimarcare
i nostri punti di vista. In realtà ogni cosa detta o immaginata da entrambi è stata funzionale alla
comunicazione generale dell’opera. Il nostro scopo primario è stato quello di condurre il lettore ad
un momento di autoverifica. In tale ottica il gallerista è l’uomo che, da egoista, riesce a liberare la
propria mente perché libera il proprio cuore … L’uomo libero, non condizionato dal potere, può
veicolare i suoi sogni verso ogni trasformazione reale…
Che ruolo ha la musica all’interno di questo lavoro?
La musica (Bruno Bregliano, ndr) ha un ruolo importante all’interno del lavoro perché il suono
traduce l’immagine e la parola e, in questo caso, comunica il tutto attraverso forme innovative
tecnologiche. Le note musicali rappresentano la traduzione del reale, ma anche del possibile, del
rappresentato e delle nuove forme di future rappresentazioni.
Il testo non manca di ironia corrosiva da un punto di vista sociale, che ruolo gioca l’impegno
civile nel suo lavoro?
L’ironia permette di dire molte cose, diceva Remo Borzini, grande intellettuale genovese. La vita
va presa con ironia, per essere coscienti delle sue profonde contraddizioni…
E quindi anche nel gallerista l’ironia gioca un ruolo importante. Essa supera gli schemi logici per
aprire scenari più ampi, in quanto non classificabili, né sottoposti a giudizio. Naturalmente l’ironia è
anche funzionale all’impegno civile che il gallerista sottende e che mette in luce le finalità sia di
Malcotti che mie. Infatti valorizzando nel caso specifico, l’arte con il teatro della libertà,
dell’onestà, della giustizia, si conferisce dignità all’uomo e alla donna, si dà un senso alla vita e alle
responsabilità civili che essa richiama.
Lei ha partecipato a numerosi lavori teatrali e musicali, da dove arriva questo suo amore per
lo spettacolo?
Considero importante la conoscenza aperta a più linguaggi e credo che lo spettacolo li possa
comprendere tutti. Il teatro, l’arte, la musica sono le modalità espressive del sapere. Tanto più le
amiamo, tanto più riusciamo a comunicare… L’amore per queste forme di spettacolo si ha dentro.
La famiglia e la scuola potrebbero infonderlo attraverso esperienze dirette, ma credo che il vero
amore nasca intuitivamente dall’esigenza di dire e di ascoltare gli altri, in fondo la vita nella sua
complessità è il vero spettacolo. Naturalmente dobbiamo renderci conto di essere i protagonisti,
questo credo sia possibile vivendo con partecipazione commossa i suoi eventi, che in realtà sono
anche i nostri…
59
Quali sono i suoi prossimi progetti?
Ho sempre desiderio di realizzare tanti progetti, forse perché la riflessione sui miei studi letterariartistici, teologici, che hanno occupato quasi tutto il mio tempo, mi ha permesso di progettare
alcune possibilità per modificare alcuni risultati didattici, non più adeguati al cambiamento dei
tempi. Per esempio attraverso l’arte contemporanea ho potuto delineare nuove metodologie
finalizzate ai processi di incontro tra i popoli. E sto cercando di trasferire queste metodologie ai
processi di apprendimento tecnologici informatici. L’innovazione rappresenta per me l’anima dei
progetti che amo condividere non solo con i colleghi non settoriali in ambito cognitivo, ma anche
con esperti esterni istituzionali e non. Sono infatti convinta che i progetti debbano avere una
ricaduta qualitativa sul territorio, devono servire insomma e quindi essere proposta per altre nuove
trasformazioni educative –sociali.
(a cura di
60
Milly Barberio)
INTRODUZIONE
A
SLAVOJ ŽIŽEK
Ricercatore in sociologia presso l’Università di Lubjana e insegnante presso la svizzera European
Graduate School e in svariati atenei americani, S. Z. è conosciuto soprattutto per i suoi testi, tradotti
in tutto il mondo. È anche eminente filosofo, se filosofo è colui che sa porre i problemi, piuttosto
che trovare (facili) soluzioni, secondo la definizione data dallo stesso Z. in uno dei suoi lavori
principali, In difesa delle cause perse. Come tale, Z. sfoggia un arsenale teoretico, ricavato
soprattutto dallo studio di Hegel, Marx e Lacan, per leggere e rileggere il quotidiano, che nel
frattempo è divenuto Storia. Così accanto a testi impegnativi come quello appena citato, ne
troviamo altri dedicati all’attualità: il terrorismo, il fondamentalismo, il mondo virtuale, i media, il
cinema, a testimonianza del fatto che per Z. nulla di ciò che accade deve sottrarsi al pensiero, tutto
merita di essere preso in considerazione, anche e soprattutto la cultura popolare. Ma ciò che
colpisce è la maestria con cui Z. utilizza categorie prese in prestito da altri filosofi e operi su di
queste torsioni sorprendenti, ovvero “perverte” (dal latino pervertire: sconvolgere, sovvertire,
mettere sottosopra) in modo da ottenere associazioni inedite e nello stesso tempo mostrare come si
verifichi tale perversione: c’è tutta una pedagogia in Z. che va al di là dei risultati cui di volta in
volta perviene nei suoi testi. È per rendere l’idea del tipo di operazione effettuata da Z. che
prenderemo in esame le pagine di un breve ma fondamentale testo di Z.: Leggere Lacan. Guida
perversa al vivere contemporaneo.
Z. prende spunto da un testo pubblicato di recente, Libro nero della psicanalisi, per
affermare l’opposto suggerito nel titolo, ovvero che, in barba ai suoi detrattori, “il tempo della
psicanalisi è giunto solo adesso”, intendendo dire che solo adesso siamo in grado di cogliere la
portata delle intuizioni di Freud, ovvero che l’inconscio è strutturato come un linguaggio, cioè
obbedisce a una logica e a una grammatica sue proprie: “l’inconscio parla e pensa”. Dall’immagine
di un Es terra di impulsi irrefrenabili che l’Io dovrebbe tenere a bada, perveniamo a quella di un Es
“dove una verità traumatica libera la propria voce”, una verità che mi appartiene personalmente non
come Verità eterna, ma come “insopportabile verità con la quale devo imparare a convivere”, cosa
che richiede coraggio, più che il desiderio di conquista espresso da Freud “l’Io dovrebbe
conquistare l’Es”. Z. insomma rileva la peculiarità filosofica di Lacan nell’aver messo in luce che
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nevrosi, psicosi e perversioni non costituiscono solo una malattia, ma “assumono la stessa dignità
che caratterizza i fondamentali atteggiamenti filosofici nei confronti della realtà”, ovvero la
psicanalisi “non si limita a rendere un essere umano capace di accettare la verità rimossa che lo
riguarda; essa mostra piuttosto come la dimensione della verità emerga nella realtà umana”. La
cosiddetta malattia è anche l’insieme degli atteggiamenti con cui la persona si pone nel mondo e lo
costituisce come proprio, per cui lo scopo della terapia psicoanalitica “non coincide con il benessere
del paziente, il successo nella vita sociale… bensì con il portare il paziente stesso a porsi di fronte a
quelle che sono le coordinate elementari nonché i punti morti del suo desiderio”. Sin qui tutto
lineare: ecco ora in che modo Z., seguendo Lacan, “perverte” il consueto rapporto tra Io e Super io
ereditato da Freud: lo fa attraverso la categoria lacaniana di Grande altro. Con Grande altro Lacan
intende lo sguardo nel confronto del quale l’individuo, senza esserne consapevole, si misura di volta
in volta per ottenerne l’approvazione; ed essendo questo sguardo appiattito sui valori dominanti
nella società, ne saremo tanto più gratificati quanto più riusciremo ad adeguarci ad esso. Si tratta
insomma della versione benevola del Super io: quest’ultimo infatti è “vendicativo, sadico,
punitivo”. Ora, cosa ci suggerisce oggi il Grande altro, che cosa ai tempi di Freud? Freud rilevava
nei suoi pazienti nevrotici un conflitto tra i desideri inconsci perché non ammissibili dalla morale
contemporanea e il Super io che tale morale incarnava. Ma oggi, dopo il verdetto di Nietzsche “Dio
è morto”, tutto è permesso: l’uomo contemporaneo, nel momento in cui fa propria questa ipotesi,
sente mancare il terreno da sotto i piedi, non ha già più il punto fermo con cui stabilire delle
coordinate etiche certe: è qui che Z rileva il pervertimento del Super io o del Grande altro. Lungi
dallo stabilire divieti, il Grande altro, incarnando i valori dominanti della nostra società edonista,
impone l’eccesso, afferma perentorio “godi!”. Ma il Grande altro funziona anche come Super io,
per cui l’imperativo di godere non è mai soddisfatto, si tratta sempre di godere di nuovo e alla fine
subentrerà il senso di colpa per non aver goduto abbastanza. D’altra parte l’inconscio, un tempo
terra di impulsi sfrenati, diventerà ora il luogo in cui si manifesta un’esigenza di pudore: “è la
società ad essere edonista e sregolata, mentre è l’inconscio che regola”. Ma allora, se tutto è
permesso, se non c’è un Dio che determina ciò che è lecito e ciò che non lo è, Lacan e con lui Z.
concludono che non è vero che siamo più liberi: “se Dio non esiste, allora più niente è permesso”.
L’eccesso comandato dal Grande altro sarà reiterato all’infinito senza poter trovare un ostacolo che
lo definisca proprio come eccesso, l’individuo è condannato a dissolversi in un gesto compulsivo
che sterile, si reitera per sempre. A meno che non torni ad ascoltarsi, a leggere con strumenti nuovi
la voce più profonda di sé. Magari in compagnia di Z.
Massimiliano Bruzzone
62
LINGUAGGIO, LINGUAGGI
E
FORMAZIONE ARTISTICA
1 Linguaggio e linguaggi. Come premessa generale, tenteremo innanzitutto di chiarire le ragioni del
titolo della presente relazione. Perché linguaggio e linguaggi nella cornice di un convegno
sull‟istruzione artistica, sulla sua funzione e il suo significato nella contemporaneità? Diciamo
subito qualcosa di dirimente, per non dar adito a equivoci. Di fronte alla marginalizzazione se non
alla soppressione alla quale sembrano destinati i licei artistici e gli istituti d‟arte dagli attuali decreti
governativi, il fatto di parlare di linguaggio e linguaggi è sicuramente dettato dall‟esigenza, anzi
dall‟urgenza, di ridefinire la peculiarità del campo e del dominio culturale dell‟istruzione artistica
nell‟attuale società. Parlando di linguaggio e linguaggi, è opportuno premettere che, per quanto
concerne l‟istruzione artistica, essa riguarda in primo luogo la sintassi di quei linguaggi che
vengono indicati in senso lato come linguaggi non verbali, in modo affatto particolare la
comunicazione visiva, e questo sicuramente fa la differenza tra l‟istruzione artistica e gli altri
orientamenti, umanistici o scientifici, della scuola media secondaria. Se il principale obiettivo
formativo dell'istruzione artistica è l'acquisizione delle più generali competenze linguistiche che
riguardano la sintassi elementare della comunicazione visiva, allora il suo orizzonte culturale non
può limitarsi a campi di sapere soltanto teorici, ma implica sempre un ambito d'esperienza e
d'applicazione tecnico-pratica, che va dall'esperienza del disegno dal vero, come propedeutica alla
visualizzazione dello spazio, al disegno architettonico o prospettico, quali basi della progettazione,
alle tecniche plastiche. Fin qui, nessuna sostanziale differenza rispetto all‟antico modello
ordinamentale, tradizionale, del Liceo Artistico, quello del 1923.
2 Nella nostra tradizione occidentale l‟arte é in origine sinonimo di tecnica. Partendo dall‟assunto
banale che sapere è saper–fare, l'acquisizione di una tecnica comporta sempre un apprendistato,
quindi l'apprendimento di una competenza specifica, che si acquisisce solo con l‟esercizio e la
ripetizione (in questo senso può esserci un laboratorio di arti applicate, ma anche un laboratorio di
matematica, di letteratura o un laboratorio di progettazione, dove si stempera, a mio modesto
avviso, la pretesa distinzione tra un momento eidetico e un momento euristico del fare). La tecnica
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è insieme una pratica e un sapere, ossia un'attività pratica governata da regole e criteri costitutivi
che rimandano a un codice e una convenzione linguistica. La tecnica che possiamo apprendere ed
esercitare è, in una certa misura, sempre una grammatica, nell'accezione wittgensteiniana. E‟ oggi
evidente però che la tecnica non riguarda solo i prodotti dell‟uomo, ma la riproducibilità tecnica
dell‟uomo stesso, come dimostrano le tecnoscienze umane contemporanee, e quale che sia la nostra
posizione rispetto al problema, avremmo un senso ben limitato del concetto di tecnica, se
trascurassimo questo dato storico epocale. Il problema pedagogico e didattico che dovremmo porci,
al riguardo, proprio in quanto depositari di un sapere e di una esperienza che viene tradizionalmente
indicata come “istruzione artistica”, è pertanto il seguente: se è possibile fare qualcosa di nuovo
col linguaggio (ciò che viene etichettato in modo sovente equivoco come creatività), allora non
possiamo ridurre tutto il linguaggio umano a uno strumento tecnico e comunicativo e l‟agire
linguistico-espressivo dell‟uomo all‟agire tecnico-strumentale.
3 Si possono fare molte cose col linguaggio, come dimostra la teoria degli enunciati performativi.
Vi sono atti come “giurare” “scommettere” che consistono nel pronunciare una serie di enunciati,
appunto come “giuro”, “prometto”, “scommetto”, il cui significato è inseparabile dalla loro
enunciazione. Wittgenstein, per rimarcare lo statuto pragmatico del linguaggio umano, ossia il fatto
che il suo significato dipenda dall‟uso, ricorreva alla celebre similitudine della “cassetta degli
attrezzi”. Non dobbiamo tuttavia trascurare che, già nell‟Etica a Nicomaco di Aristotele, il fare nel
senso della poiesis è distinto dall‟agire nel senso della praxis. Proprio in quanto il primo è un fare in
vista di un fine e della produzione di un‟opera che resta esterna al fare stesso, mentre il secondo è
appunto un agire inoperoso che ha il fine unicamente in se stesso, e corrisponde, per esempio,
all‟umana capacità di dare inizio a qualcosa, di prendere la parola e l‟iniziativa, di cominciare
qualcosa di nuovo, che non si riduca a un„opera o un fine esterno all‟agire stesso, ma resti
immanente al medium del suo processo. Se al centro dell‟istruzione artistica poniamo questa
performatività del linguaggio, è indubbio allora che non si possono considerare i licei artistici e gli
istituti d‟arte alla stregua degli istituti tecnici, non sono in questione solo le competenze tecniche o
professionali, ma un virtuosismo linguistico del tutto trasversale.
4 Sarebbe pertanto assurdo dire che si parla il linguaggio, poiché si parla sempre e soltanto questa
o quella lingua che abbiamo appreso, della quale abbiamo acquisito le regole di base, la sintassi e la
grammatica, sia essa l‟italiano, l‟inglese, la prospettiva, la geometria descrittiva, la metodologia
progettuale, la teoria del colore. I linguaggi sono – rispetto al Linguaggio - la pluralità delle lingue e
dei codici che la facoltà del linguaggio rende possibile, ma della quale non può rendere ragione.
Questa premessa potrebbe suonare criptica, se non si precisasse cosa voglia dire parlare una lingua.
Da Wittgenstein, Searle riprende l‟idea che parlare una lingua è, come un qualunque gioco, un
comportamento governato da regole. Ogni lingua è un sistema di regole e di segni affatto arbitrari e
convenzionali. Non c‟è nessun legame naturale tra le parole e le cose, nessuna relazione biunivoca o
isomorfica. Parlare una lingua è un‟attività governata da regole che sono volta per volta costitutive
dei nostri giochi linguistici. Perciò Wittgenstein si è soffermato così a lungo su che cosa significhi
seguire una regola. Da un lato il linguaggio implica la conformità a una regolarità che articola la
virtualità indeterminata del possibile per cui sono sempre di nuovo rimesse in gioco nuove regole,
dall‟altro si parla sempre una lingua, le cui regole sono date a livello del codice e non possiamo
che seguirle ciecamente - come un automatismo - poiché tali regole non sono semplicemente
regolative, ma costitutive volta per volta della molteplicità dei nostri giochi linguistici. E tuttavia
non possiamo trascurare il paradosso, enunciato da Wittgenstein, nel paragrafo 201 delle Ricerche
filosofiche, su cui si è basato il dibattito critico più radicale circa la teoria wittgenstaniana del
“seguire una regola”: “Il nostro paradosso era questo: una regola non può determinare alcun modo
di agire, poiché qualsiasi modo d‟agire può essere messo d‟accordo con la regola”. Sebbene questo
problema, tra le altre cose, ponga in gioco la possibilità di concepire qualcosa come un‟azione
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innovativa nel linguaggio, dobbiamo partire tuttavia dal presupposto che non si può insegnare la
creatività, tranne che a partire dalla passione della regola e dalla padronanza di una tecnica, che
sono alla base di qualunque virtuosismo. Ci si può limitare a mostrare che, nella prassi, il minimo di
libertà che ci è dato a livello del codice – della langue – corrisponde al massimo di libertà a livello
del messaggio – della parole. Si potrebbe parlare, al riguardo, di „sprezzatura”, concetto che
Gombrich riprende da Baldassar Castiglione. La “sprezzatura”, per Castiglione, è la virtù propria
tanto del “perfetto artista” quanto del “perfetto cortigiano” Un esempio di “sprezzatura” è la
capacità del pittore di rendere con pochi rapidi tocchi di pennello la guarnizione dorata del mantello
di Jan Six, come nel celebre ritratto di Rembrandt. Mentre l'artigiano si riconosce per un'abilità
tecnica, in ultima istanza servile, e la sua opera è il risultato di una meticolosa perizia, l'artista è
sprezzante nei confronti delle rigide prescrizioni della tecnica convenzionale. Egli non si affida a
regole tramandate, ma cerca e sperimenta continuamente nuove soluzioni, inventa letteralmente
nuove regole, per restituire nel modo più immediato l'idea che ha in mente. Con un ossimoro, la
sprezzatura di Rembrandt, rispetto alla regola della buona rifinitura, dettata dalla corporazione,
viene presentata da Gombrich come una “calcolata negligenza”. Essa non è, tuttavia, la premessa
ma l‟esito di un lungo apprendistato. Se l'artista autentico si riconosce dall'immediatezza e dalla
sublime semplificazione, dalla spontaneità e dalla facilità con cui giunge ai risultati più mirabili,
trascurando lo zelo e la perizia tecnica nelle rifiniture, che caratterizza invece l'abilità servile
dell'artigiano, non si deve tuttavia equivocare su questo punto cruciale della questione, poiché la
negligenza misurata e la sprezzante disinvoltura dell'artista moderno sono anch'essi il risultato di un
lungo apprendistato, di tentativi andati a vuoto, di continue sperimentazioni. Come hanno osservato
sovente gli storici dell'arte, da Vasari a Gombrich, nello stile di un artista "la sublime
semplificazione è possibile solo grazie a un'anteriore complessità". La semplicità è in ogni caso una
conquista che suppone, alle spalle, una laboriosa ricerca, e un infaticabile esercizio tecnico. L'artista
che fa un uso virtuoso della tecnica non è colui che non sa dipingere, nel senso che non ha
pienamente acquisito, con l'esercizio, l'abilità e la perizia tecnica dell'artigiano. All'esatto contrario,
l'artista perfetto è colui che, possedendo la tecnica – la sintassi e la grammatica della pittura – ne fa
un libero uso, e il suo campo d'esperienza diventa un campo di ricerca e sperimentazione continua.
5 Mi capita sovente di ripetere, ai miei allievi, durante le lezioni di disegno dal vero, che questa
esperienza non è il fine ma il mezzo per l‟apprendimento di una sintassi e una grammatica della
visione, che mediante un tale esercizio non stiamo imparando a disegnare, ma a vedere. Ma che
cosa significa “saper vedere”, in che cosa consiste questo sapere e questa conoscenza che attiene
alla percezione? La questione non à affatto banale, dal momento che la nostra tradizione di pensiero
ha sempre riconosciuto un‟eterogeneità di principio tra sensibilità e intelletto. Ciò che può essere
solo sentito, non può essere conosciuto, e, viceversa, ciò che può essere oggetto di una conoscenza
non può essere un dato immediato di intuizione, a meno che non si ammetta qualcosa di alquanto
assurdo come un‟intuizione intellettuale. Si può apprendere un linguaggio, una tecnica, ma non è
affatto chiaro come si possa parlare di apprendimento riguardo all‟esercizio di una facoltà sensibile,
naturale, come la visione.
A questo punto ci proveremo a indicare un paradigma, ossia qualcosa di singolare che, a titolo di
esempio, possa fornire un‟idea, possa cioè valere come un universale. Quando vediamo un volto in
una nuvola o riconosciamo un paesaggio in una serie di macchie casuali su un muro bianco è
sicuramente in gioco una percezione sensibile, un vedere o non vedere che ha l'immediatezza
dell'intuizione empirica. Tale intuizione sensibile è possibile, però, solo se già abbiamo appreso a
vedere le cose in un certo modo, se abbiamo appreso quel gioco linguistico per cui leggiamo in una
serie di macchie la fisionomia di un paesaggio, se siamo cioè capaci di quell'operazione logica e
semantica per cui vedere è sempre un vedere-come. Non si tratta, beninteso, di limitare questa
esperienza all‟idea della raffigurazione in senso iconico, ma di mostrare al contrario che, se vi à una
vocazione illusionistica dell‟arte visiva (o visuale), questa mette capo a una peculiare forma logica,
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a una logica della visione e più in generale della sensazione che è indiscernibile dalla nostra
esperienza didattica. Alla base del “saper vedere‟ si pone pertanto sempre il problema di una
paideia della visione, di un‟educazione visiva, problema che può essere affrontato non solo con gli
strumenti teorici del gestaltismo, postulando cioè una sorta di isomorfismo tra strutture
neurobiologiche e strutture cognitive, ma secondo una prospettiva epistemologica ancora più
radicale, che ponga in questione le medesime strutture logiche e linguistiche della percezione, la
natura comunque linguistica dell‟umana attività cognitiva. La prospettiva della psicologia cognitiva,
dell‟ortdossia gestaltista, sempre oscillante tra neurobiologia e mentalismo, rischia di farci cadere
nell‟equivoco metafisico di concepire la mente come un‟attività solipsistica, misconoscendo la
pluralità delle dimensioni semantiche che qualificano la struttura pubblica e linguistica della nostra
stessa attività cognitiva (è evidente che non posso spiegare il teorema di Pitagora con gli strumenti
della neurobiologia, poiché il suo senso appartiene alla geometria).
6 Il problema preliminare che un progetto didattico inerente la formazione e l‟istruzione artistica
dovrebbe affrontare riguarda il rapporto tra percezione e linguaggio, il ruolo coestensivo,
simultaneo e concomitante di queste due facoltà, sebbene eterogenee, nella nostra attività cognitiva.
Non dovremmo esitare a definire estetica, in senso letterale, una tale questione di base, dal
momento che essa insiste in quel campo semantico che, a partire dai greci, attiene al sentire, alla
aisthesis, alla facoltà sensibile, e che determina le condizioni trascendentali di possibilità di ciò che
il pensiero moderno ha definito “esperienza”. Ma che cosa significa, in questo senso che proprio
nell‟apprendimento di una tecnica, di un saper-fare, è in gioco preliminarmente l‟esercizio di una
facoltà? Che cosa possiamo intendere per facoltà se non una pura potenza – non un archivio di
informazioni, ma una capacità?
Se prendiamo in considerazione per esempio il vedere, non possiamo trascurare come l‟idea
gestaltista del campo visivo come tabula rasa – o rasura tabulae – sia una ripresa letterale di
quanto aveva scritto Aristotele, nel libro sull‟anima, e precisamente nel punto in cui, a proposito
della facoltà sensibile, il filosofo si domanda che cosa vediamo quando non vediamo nulla, nessun
oggetto attuale di percezione. A tale domanda Aristotele risponde infatti che nel punto in cui non
vediamo più nulla, vediamo la nostra stessa potenza di vedere, che viene appunto paragonata a una
tavoletta di cera in cui ancora non è scritto nulla – il foglio bianco, la potenza, il vuoto.
7 Se alla radice della nostra strategia didattica poniamo preliminarmente il rapporto tra percezione
e linguaggio, non possiamo allora disattendere, oltre alla questione circa le strutture che governano
le singole percezioni sensibili, nel senso formulato dalla psicologia della percezione, un altro
problema, a questo strettamente intrecciato, circa il significato di quelle parole che, nel nostro
linguaggio verbale, designano una sensazione, o un‟attività sensibile, come „vedere‟ „toccare‟,
„sentire‟. Col solito acume, Wittgenstein ci ricorda che vi è un diverso impiego, e quindi un
divesrso significato di queste parole che designano una percezione sensibile, a seconda del gioco
linguistico in cui vengono usate, dal quale dipende altresì un afferramento modificato della
percezione stessa. A questo proposito, Wittgenstein distingue due differenti usi del verbo "vedere" e
intende due diverse modalità del vedere stesso: vedere qualcosa, avere una percezione, e vedere
qualcosa come qualcosa, che significa, per esempio, esser capaci di vedere una somiglianza (un
principio logico di raffigurazione per cui la forma logica è il tratto comune, l’immagine, tra un
enunciato e lo stato di cose da esso descritto, ma anche l’aria di famiglia, la familiarità che posso
riconoscere in un volto). Non a caso Wittgenstein, nelle Ricerche filosofiche, per venire in chiaro di
questo rapporto paradossale tra percezione e linguaggio ha preso a modello proprio un‟immagine
gestaltica, e precisamente la celebre figura ambigua dell‟anatra-coniglio. Il contesto in cui appare la
figura ancipite della testa anatra-coniglio riguarda la distinzione tra due diversi impieghi del
termine vedere, ossia tra il vedere tout court – vedere qualcosa – e vedere qualcosa come qualcosa.
Wittgensein mostra che nella figura ambigua possiamo vedere volta per volta l‟anatra piuttosto che
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il coniglio, vedere disgiuntivamente o l‟anatra o il coniglio, nel senso che nell‟istante puntuale della
percezione immediata, quando vediamo il becco dell‟anatra scompaiono dal nostro campo visivo le
orecchie del coniglio (qui si ritrova la centralità riconosciuta da Wittgenstein alle barre di Sheffer
già nel Tractatus). Ma ciò suppone la nostra facoltà di vedere preliminarmente nel segno ambedue
le possibilità, l‟anatra e il coniglio, senza la quale saremmo del tutto ciechi al significato
dell‟immagine nella sua costitutiva ambiguità. In questione non è il dato immediato della
percezione sensibile bensì la forma logica in virtù della quale posso vedere qualcosa come qualcosa,
posso vedere per esempio una somiglianza, che è sempre di ordine sensibile ma affatto immateriale.
La più comune capacità di identificare un volto o riconoscerlo come familiare, suppone appunto
questa forma logica del vedere, che resta distinta dal vedere tout court, e costituisce una
modificazione dell‟esperienza percettiva. Secondo l‟esempio di Wittgenstein, alla base di una tale
esperienza è la capacità di vedere in un‟immagine ambigua volta per volta o un‟anatra o un
coniglio, ma soprattutto la capacità di vedere – non disgiuntivamente – ambedue le possibilità, la
coesistenza virtuale di entrambe le immagini. Che l'anatra-coniglio ci appaia, una volta come
anatra, un'altra come coniglio, che ci sia una modificazione volta per volta assoluta, non solo del
significato, ma della nostra percezione sensibile del significante, non comporta affatto una
modificazione del segno stesso, che rimane invariato. Senza modificare nulla del segno, esso si
mostra, nello spazio logico, nello spazio del linguaggio, come qualcosa che può essere così e
altrimenti. L‟esperienza del suo significato attiene allo statuto ancipite della sua possibilità. Siamo
di fronte a un afferramento modificato della percezione, a un sensismo di secondo grado, secondo
l‟efficace formula di Bachelard, ossia in rapporto a qualcosa che ha la stessa evidenza e
immediatezza della percezione empirica – lo vedi o non lo vedi - ma che suppone però delle
specifiche competenze linguistiche.
8 L'istruzione artistica attiene a un campo del sapere che, sebbene conservi indubbiamente una
sua peculiarità, può essere incluso in un orizzonte culturale più ampio di quello comunemente
relegato alla specificità tecnico-operativa dell'attività grafica, pittorica o plastica. Da più di
vent‟anni di esperienza, si sapeva, era già praticato, costituiva un paradigma condiviso, il primato
della formazione – Bildung - l‟idea che il liceo artistico dovesse conservare una funzione
eminentemente formativa e al di fuori di ogni equivoco specialistico o professionalizzante. La
distinzione tra formazione professionalizzante e formazione propedeutica, ci pare, in questa cornice,
alquanto equivoca e fuorviante. Un adolescente non può sapere se da grande farà il video-maker o il
medico, il pittore o il filologo classico. Pensare che possa scegliere un indirizzo specializzante e
professionalizzante a quell‟età sarebbe come precludergli l‟infinito campo di possibilità al quale
potrà accedere soltanto in futuro, quando avrà maturato insieme alle sue competenze generiche
anche i suoi criteri di scelta. D‟altronde, Bildung, nel significato tecnico hegeliano, si distingue da
Beruf, con cui si intende la vocazione ma anche la professione e il mestiere. (È interessante
osservare che Beruf è il termine con cui Lutero traduce letteralmente la chiamata, la klesis, nelle
lettere di Paolo. Il lavoro – la professione – diventa da quel momento, come ha mostrato Max
Weber, la forma secolarizzata di tale concetto teologico. Quando si lamenta la crisi vocazionale
degli utenti dei licei artistici e degli istituti d‟arte, si dovrebbe tenere in debito conto questo punto
della questione). Inutile ribadire che con formazione (Bildung) si intende, in primissima istanza, la
costruzione del soggetto e della persona, non la specializzazione professionale, ma la dimensione
storica dell‟ontogenesi del soggetto cosciente e parlante. Parlare poi di formazione propedeutica è
altrettanto equivoco, dal momento che – come Hegel obiettava a Kant e alla sua propedeutica
filosofica – sarebbe come pretendere di imparare a nuotare prima di gettarsi in acqua, magari
studiando e mandando a memoria un manuale di nuoto, in cui vengano enunciate tutte le regole che
governano tale attività. Se c‟è un tratto che distingue l‟istruzione artistica dagli altri indirizzi liceali
à questa consapevolezza che l‟apprendimento comporta un‟esperienza e una pratica – un
experimentum linguae – nel senso di ciò che gli psicologi cognitivi chiamano memoria procedurale.
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Inoltre, questa vecchia distinzine tra formazione e professione ha deposto da tempo la sua vigenza,
a partire proprio dalle trasformazioni sociali e economiche del nostro tempo. Si potrebbe, al
contrario, parlare di formazione continua o permanente, dove la distinzione stessa tra formazione e
lavoro è ormai del tutto venuta meno. Un progetto di riforma della scuola, che fosse davvero una
riforma, dettata da criteri pedagogici e didattici, non dovrebbe disattendere una tale questione
preliminare, prendendo definitivamente atto dell‟obsolescenza del modello gentiliano. L'assetto
produttivo dell'attuale società della comunicazione rimette infatti totalmente in questione la
distinzione gentiliana, nell'ambito dell'istruzione secondaria, tra licei e istituti professionali. Essa
rifletteva una precisa distinzione interna alla società, tra la classe dirigente e quella immediatamente
destinata a inserirsi nel mondo del lavoro, nella produzione sociale. Come i licei erano scuole
eminentemente formative, fornivano cioè una formazione culturale di base e delle competenze
linguistiche quanto più solide quanto più generiche, comunque non specialistiche o
professionalizzanti, gli istituti professionali dovevano, all'esatto contrario, abilitare i soggetti a
entrare, subito dopo la scuola, negli ambiti fortemente specializzati della produzione sociale, fornire
loro una specifica professionalità, che in molti casi costituiva un destino ineluttabile. Se la
distinzione tra formazione culturale e professionalità conservava un senso nella società industriale
classica, essa viene tuttavia destituita di vigenza in una società in cui, per usare una formula
sintetica, il sapere si professionalizza nella misura stessa in cui il lavoro si intellettualizza, e i
requisiti, per così dire, professionali, lungi dal lasciarsi incardinare al modello classico del lavoro e
allo stigma della specializzazione, vengono a coincidere con le più generiche attitudini
comunicative, ossia con quelle competenze linguistiche che rimandano a una solida base formativa,
non specialistica, ma, per così dire, virtuosistica. Sapersi districare nell‟indeterminato possibile del
linguaggio – questione fondamentale legata a una precisa tendenza dell‟antropologia filosofica
moderna a partire da Herder – significa altresì sapersi muovere con disinvoltura nell‟intrico dei
molteplici linguaggi, capacità, questa, che nel mondo contemporaneo assume il senso di
quell‟elasticità o flessibilità, come recita la vulgata, che costituisce il principale requisito
professionale nelle attuali forme del lavoro e della produzione sociale. Detto per inciso e a scanso di
equivoci, riteniamo che senza un‟analisi più radicale della tendenza della società post-moderna o
post-industriale, la distinzione tra flessibilità e precarietà del lavoro – nell‟ordine dello slogan
“flessibilità sì, precarietà no”, sbandierato da una certa sinistra progressista – sia del tutto destituita
di efficacia e non risponda in alcun modo alla sfida e alla provocazione del presente. Evitando
queste distinzioni di lana caprina, equivoche e spesso demagogiche, vogliamo invece tenere fermo
il fatto che il linguaggio e la comunicazione costituiscono certamente il centro dell‟attuale
produzione sociale e ciò ci chiama urgentemente a un ridefinizione del significato di termini come
sapere, conoscenza, formazione. A partire da questa premessa e solo da essa può risultare fecondo
discutere di linguaggio e linguaggi.
Quando non è più il lavoro, in senso classico, ma il sapere che produce ricchezza, secondo quanto
aveva profetizzato Marx, l‟attore della produzione sociale è l‟intelletto in generale, il sapere sociale
diffuso. Di fronte alle nuove esigenze della produzione sociale, quel modello di formazione
professionale fortemente specialistico, che conferiva un'identità rigida e, per così dire, destinale al
soggetto della produzione, diventa obsoleto. A dimostrazione di ciò possiamo portare l'appello
sempre più frequente a un modello di formazione fortemente individualizzato, molteplice,
trasversale e flessibile. Ma per noi insegnanti, malgrado tutto, non si tratta di assecondare questa
professionalizzazione dei linguaggi e dei saperi e questa intellettualizzazione del lavoro, cavalcando
il cattivo nuovo, remando con la corrente, ma di alimentare, al contrario, quella zona socratica di
non conoscenza, quella dotta ignoranza che da sempre alimenta il desiderio, lo stupore e l‟angoscia
di fronte all‟insorgenza del senso nella nostra vita.
9 Ribadito il carattere formativo dell'istruzione artistica, essa suppone nondimeno una molteplicita
di competenze specifiche, dalla geometria descrittiva alla prospettiva, dalla psicologia della forma
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alla semiologia della comunicazione visiva. Detto ciò, si tratta tuttavia di precisare che a differenza
del linguaggio animale che è in prima istanza uno strumento di comunicazione e può essere
ricondotto al programma genetico di una specie, il linguaggio umano non è solo e in primo luogo
comunicazione, ma costituisce la struttura stessa della nostra attività cognitiva, la forma logica del
nostro pensiero e della nostra prassi. L‟uomo appena nato non parla, come l‟asino raglia. Il
linguaggio non è soltanto uno strumento mediante cui l‟uomo comunica coi suoi simili, come
accade per gli animali, ma conferisce preliminarmente una struttura alle forme logiche della nostra
stessa attività cognitiva. Come si ricava da uno dei classici del pensiero pedagogico occidentale, il
De Magistro di Agostino, prima di apprendere qualcosa, l‟uomo deve apprendere il linguaggio.
L‟uomo è infans in senso etimologico, ossia è l‟unico animale, che – sebbene sia dotato della
facoltà del linguaggio – non è già sempre parlante, ma deve apprendere a parlare, dall‟esterno, con
l‟esercizio e la ripetizione, in quanto possiede il linguaggio soltanto in potenza.
10 Avviandoci alla conclusione, possiamo richiamare almeno un punto centrale del nostro
approccio al problema dell‟istruzione artistica, che ci consenta una ricapitolazione. Parlando di
linguaggio e linguaggi, intendiamo indicare, da un lato, la generica facoltà di parlare che esiste solo
in potenza e, dall‟altro, la pluralità delle lingue, dei codici, volta per volta particolari e plurali che
vengono concretamente appresi e mediante cui la generica facoltà del linguaggio passa dalla
potenza all‟atto. Se il problema preliminare di ogni conoscenza e di ogni apprendimento è
l‟apprendimento del linguaggio, non dobbiamo tuttavia trascurare il fatto che non si parla mai
propriamente il linguaggio, ma volta per volta sempre e soltanto questa o quella lingua naturale o
storica, l‟italiano, l‟inglese. Soprattutto non possiamo prescindere dal fatto che c‟è un campo
d‟esperienza in cui i vari codici, nella loro pluralità, entrano in risonanza, c‟è una dimensione per
così dire sinestetica del linguaggio e delle molteplici lingue o codici o grammatiche, esattamente nel
senso di ciò che si intende oggi quando si parla di multimedialità. Per esempio: se funzione della
memoria procedurale è tradurre le facoltà in competenze e quest‟ultime in automatismi, la capacità
di leggere una sequenza lineare di fonemi è una dura conquista, non la premessa, ma l‟esito di un
lungo e faticoso apprendistato. Non diversamente dalla formazione di quell‟intelligenza sinestetica
a cui le nuove tecnologie da tempo ormai ci hanno, per così dire, addestrato.
11 Non solo vi sono linguaggi non verbali, visivi, gestuali, ma vi è un‟immagine, una dimensione
gestuale o paraestetica del linguaggio stesso, del logos, del Verbum, che il Vangelo di Giovanni
poneva en arché. Più sobriamente si potrebbe dire che non solo vi sono una pluralità di linguaggi
non verbali (basti pensare al carattere multimediale e sinestetico che le nuove tecnologie hanno reso
praticabile nelle attuali strategie comunicative) ma vi è un‟immagine, una dimensione paraestetica,
anche del linguaggio verbale, vi è una sorta di fisiognomica delle parole, con la quale gli allievi dei
licei artistici hanno sicuramente maggiore dimestichezza degli studenti dei licei classici o
scientifici, in ragione proprio della familiarità con le immagini, col dominio del visuale, che la loro
esperienza di formazione comporta. Se non si tiene fermo questo presupposto, non si coglie affatto
la portata di quell‟insieme molteplice di tecniche e saperi che stanno alla base dell‟attività grafica,
del disegno, per esempio, fermo restando che non possiamo per ciò stesso ridurre tutto il problema
della grafica, per esempio, all‟acquisizione di un sapere tecnico-artigianale in senso tradizionale.
Come ben sanno gli allievi dell‟indirizzo grafico-visivo, c‟è una gestualità e una fisiognomica delle
parole, che costituisce una sorta di immagine del loro significato. Partendo da queste premesse, si
potrebbe suggerire che l‟ambito dell‟istruzione artistica non è in primo luogo quello delle tecniche e
delle tecnologie ma l‟ambito dei segni, l‟impero dei segni, per usare la brillante formula con cui
Barthes indicava la società giapponese. Come appunto diceva Wittgenstein: “Il segno – potremmo
dire il significante secondo l‟accezione saussuriana – è ciò che in un simbolo è percepibile mediante
i sensi”. Nella teoria saussuriana, il lato sensibile del segno non riguarda tanto la consistenza
acustica o grafica di ciò che è pronunciato o scritto, ma la sua natura significante. Il significante non
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è altro che la potenza e la virtualità del significato, la sua dynamis, come diceva Aristotele. Quando
Ferdinand De Saussure afferma che significato e significante non sono due entità distinte ma si
presentano, nel segno, come il recto-verso di uno stesso foglio, mostra come la natura ancipite del
segno rimandi ad una duplicità soltanto virtuale. In un qualunque segno non si dà mai, da un lato,
l'elemento sensibile, acustico e grafico, dall'altro quello concettuale e immateriale, come se fossero
due entità metafisiche distinte. Il significante non è altro che il volto o l'immagine – l'immagine
acustica – del significato, senza di cui il significato non troverebbe né forma né espressione. Non vi
è un significato immanifesto al di là del segno che lo rende visibile, perché il significato è ciò che
compiutamente si incarna nel significante e non si può supporre qualcosa come un'entità
immateriale o mentale che esista prima e al di fuori del segno in cui prende corpo e forma sensibile.
In questo dominio, abbiamo sempre a che fare con grafemi, fonemi, con entità puramente
differenziali e negative – A è non-B, non-C, etc. Se, parlando di segni, si tratta di relazioni
differenziali e negative in una combinatoria virtualmente infinita, allora il significato non è che
l‟effetto della nostra prassi linguistica. Il linguaggio, e la pluralità dei linguaggi, hanno una
potenza performativa, in virtù della quale si possono fare molte cose con le parole, secondo la
formula di Ausrtin, si possono compiere azioni reali mediante atti puramente simbolici, come oggi
ci insegna anche l‟esperienza della rete.
12 Credo che l‟appello all‟importanza della tradizione delle Arti Belle, e il riconoscimento della
funzione formativa di una cultura finalizzata alla tutela e alla conoscenza del patrimonio artistico
tradizionale e nazionale, siano dotate di ottime ragioni. Penso che tali argomenti non possano
tuttavia né esaurire la questione né fornire le parole ultime e decisive per una difesa dello statuto
dell‟istruzione artistica e della sua peculiarità, in quanto queste posizioni, che si appellano alla
gloria della tradizione artistica nazionale, trascurano un aspetto centrale e davvero ineludibile della
nostra contemporaneità, ossia il graduale processo di estetizzazione della vita sociale che,
nell‟attuale società di massa, come aveva profetizzato Benjamin già nel 1936, comporta la
definitiva fuoriuscita dell‟opera d‟arte dalla sua terra estetica separata. Se non si tiene debitamente
in conto il processo di estetizzazione e spettacolarizzazione della società nel suo insieme, nonché la
trasformazione stessa del concetto di “arte” nell‟epoca della sua riproducibilità tecnica, la difesa
della peculiarità e del prestigio dell‟istruzione artistica rischia di travisare il problema reale, di
disattendere l‟urgenza storica alla quale siamo chiamati.
Il dominio in cui ci muoviamo è in senso proprio il dominio dell‟immaginazione, e i nostri propri
oggetti tematici sono le immagini, i modi di produzione delle immagini, ma anche la loro storia – la
storia critica delle immagini – non solo quelle della tradizione, ma anche quelle mediatiche
dell‟attuale società di massa. Sappiamo che l‟opera d‟arte nell‟epoca della sua riproducibilità
tecnica perde la sua aura di unicità e autenticità, depone la sua sacralità, ma, come precisa
Benjamin, acquista in compenso un valore d‟esposizione impresagito, che si estende al di là del
campo artistico come dimensione estetica separata, e soprattutto revoca ogni distinzione tra unicità
e molteplicità, tra l‟originale e la copia, come nella fotografia e nel cinema, per esempio. Questo
valore d‟esposizione, accanto agli altri due corni del valore indicati da Marx nel feticismo della
merce, valore d‟uso e valore di scambio, pone davvero l‟opera d‟arte di fronte alla merce, la cui
sfida consiste nell‟ereditare dall‟opera d‟arte quello statuto paradossale di cosa insieme sensibile e
immateriale che fa di essa un feticcio o un oggetto devozionale.
Parlando di cultura artistica non bisogna dimenticare, infatti, che la tendenza attuale consiste nel
vedere anche l'opera d'arte come una proposta comunicativa piuttosto che come un manufatto in
senso artigianale. Difendere quindi la peculiarità dell'istruzione artistica significa in prima istanza
collocare l'intero bagaglio tradizionale di questo sapere in una cornice culturale nel contempo più
unitaria e globale, tenendo ferma in linea di principio la priorità della formazione culturale rispetto a
ogni finalità immediatamente professionalizzante e specialistica.
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13 Quando computer o videocamera entrano nelle nostre case come dei normali elettrodomestici
come dei quotidiani strumenti operativi, bisogna certo combattere l'analfabetismo che in taluni casi
ancora preclude il loro normale impiego, ma non si deve perdere di vista che essi sono innanzitutto
strumenti di comunicazione, e alla base del loro uso devono perciò rimanere le regole logiche e
sintattiche del linguaggio in generale, le più generiche competenze progettuali, ideative che
garantiscono in primissima istanza la qualità estetica e la dignità culturale della comunicazione. Se,
da un lato, deve essere riconosciuta come strutturale, nella formazione individuale, la conoscenza
della sintassi elementare delle nuove tecnologie multimediali, specialmente in una scuola indirizzata
alla comunicazione visiva, dall'altro deve essere tenuta ferma la funzionalità principalmente
didattica e formativa di tali mezzi e ridimensionata la pretesa professionalizzante del loro impiego,
al fine di non ricadere nell'equivoco di una scuola votata alla formazione professionale e
specialistica, connotata dal primato di competenze unicamente pratico operative, secondo il
consolidato modello degli istituti professionali.
14 Dire che oggi l‟opera d‟arte somiglia più a una proposta comunicativa che a un manufatto
artigianale appare ovvio. Meno ovvio è il fatto che, nell‟attuale società mediatico spettacolare, sia
messa a profitto proprio quella stessa performance che – articolando langue e parole in un discorso
– rende in generale possibile il costituirsi stesso di un soggetto. Il soggetto che si presenta volta per
volta come il locutore della presente istanza di discorso non è presupposto alla sua prestazione –
alla sua performance – ma interamente costituito ed esposto in essa. Dal linguaggio dipende
pertanto l‟antropogenesi del soggetto, di colui che può dire “io” e parlare in prima persona.
Quando i dispositivi e i sistemi sociali si presentano come sistemi di linguaggio, anche il lavoro si
pone, allora, come azione comunicativa (e come quell‟azione performativa per la quale ne va del
soggetto stesso).
Se si considera la svolta post-fordista, post-industriale della società contemporanea, che pone al
centro della produzione sociale il linguaggio e i linguaggi, appunto nel senso che mobilita come
risorse produttive le più generiche facoltà linguistiche e comunicative dell‟uomo, anche la
formazione e il lavoro assumono un diverso significato. Sappiamo che nella società contemporanea
il lavoro assume perfettamente i tratti di quel lavoro intellettuale che Marx chiamava improduttivo,
il lavoro del maggiordomo, del cantante, del cameriere, che produce reddito e non capitale, in
quanto non produce in senso proprio alcuna opera, ma si esaurisce nella performance, nella
prestazione volta per volta unica e contingente dell‟esecutore. Almeno su questo punto, la tesi di
Marx sembra oggi rovesciata, non la competenza tecnica e il saper-fare, ma il virtuosismo
performativo sembrano caratterizzare la virtù del lavoro contemporaneo. Il lavoro si presenta, oggi,
come un‟attività virtuosistica e non specialistica, in quanto è diventato del tutto evidente che non è
la produzione di oggetti ma il carattere immediatamente sociale e pubblico dell‟attività umana che
rende quest‟ultima un‟attività produttiva, traduce l‟attività sensibile umana in lavoro. La mancanza
di specializzazione, anzi, rende più duttile il rapporto con la produzione nel suo insieme,
esattamente come in biologia, la carenza di istinti specializzati rende più elastico e flessibile
l‟adattamento di un animale a un ambiente. Dietro lo spettro della precarietà c‟è questa svolta
decisiva che comporta, rispetto al lavoro fortemente specializzato della società industriale, una
sempre maggiore elasticità e flessibilità dell‟attività produttiva, la quale non si riduce più allo
stigma classico del lavoro come erogazione di fatica, ma tende a coincidere senza resti con la stessa
performatività e con la stessa prassi linguistico-comunicativa dell‟animale umano. Il lavoro non è
altro se non la prassi – l‟attività sensibile dell‟uomo – alienata nella forma della merce, separata da
se stessa, proprio in forza della sua natura sociale, pubblica e comunicativa. Non dimentichiamo che
il dominio della pubblicità si estende ormai all‟intero spazio pubblico e l‟istanza di visibilità e
riconoscimento pone in gioco il soggetto stesso, individuo e persona, giacché la sua costituzione
dipende unicamente dal credito pubblico che preliminarmente riesce a ottenere come attore
comunicativo. Che la “formazione artistica”, debitamente ripensata, possa avere gli strumenti critici
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privilegiati per gestire questa svolta storico-epocale ci pare il punto di forza della sua scommessa
(solo, tuttavia, a condizione che sia disposta a rimettere in gioco il suo paradigma).
Nicola Bucci
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QUALCHE RIFLESSIONE SUL TEMA DELLA CENSURA.
Se l’uomo, soprattutto l’uomo occidentale, fosse semplicemente onesto e ammettesse quindi la
verificabilità umana delle cose, vivremmo in un mondo dove la realtà non sarebbe altro che una
possibilità del reale, la politica rappresenterebbe una sorta di “arte del possibile”, l’arte
rappresenterebbe la scienza della verità e la religione una seria opzione esistenziale. Invece, poiché
onesti non siamo, nel nostro mondo, la religione costituisce ancora la ricerca della verità, l’arte, suo
malgrado, anela nuovamente ad essere la scienza del bello, la politica è l’obbligatoria opzione al
vero e al possibile e la realtà è unicamente rappresentata dai dettami della tirannia della
maggioranza e del consenso. In uno scenario simile nulla di serio, escluso la censura, è realmente
perseguibile. Parafrasando in modo scherzoso un famoso passo di Lao-Tzu potremmo dire: perduto
il tao poi venne l’umanità, perduta l’umanità poi venne la giustizia, perduta la giustizia poi venne
l’etichetta, perduta l’etichetta arrivò la censura e con essa l’inevitabile menzogna. L’intera vita
pubblica è violentemente regolata da un
sistema binario, impossibile da indagare, da
sottoporre a critica, costituito da due poli
apparentemente opposti rappresentati dalla
“sacrosantizzata” corsa al diritto personale
e dai tabù. Questa dicotomia manichea di
fondo permette all’uomo una dimensione
spirituale, intellettuale ed espressiva
esclusivamente
schizofrenica.
Una
dimensione perennemente oscillante in un
opaco sfondo di scollamento tra forma e
contenuto. E’ cosa ben misera la
consolidata abitudine di scorgere le cifre
censorie esclusivamente nel “controllo
preventivo”,
esercitato più o meno
pesantemente dal potere costituito sulle
75
operazioni destinate ad una dimensione pubblica. In fondo, citando l’esempio della satira politica
che in alcuni paesi gode di reale spazio propositivo e tangibile, essa non sortisce in sintesi effetti
così dirompenti a favore della libertà! La censura è più radicata e contemporaneamente intangibile
di quanto siamo portati a poter verificare o, addirittura, ad immaginare. Il suo esercizio è divenuto
così sottile ed autonomo da non costituire più l’indice di quanto una società sia spaventata e voglia
difendersi da qualcosa di sovversivo per gli ordini vigenti. La censura sembra rappresentare
l’essenza stessa della società. Ad esempio la lingua, intesa come veicolo comunicativo ed
espressivo, dovrebbe, come ambiguamente tentò di fare l’arte moderna, piegarsi alle esigenze del
vero, non del bello. Purtroppo così non è, altrimenti non esisterebbero vincoli moraleggianti e
aprioristici nell’approccio all’integrità, comunicativa ed espressiva, della parola. Altro esempio, il
turpiloquio, esigenza fondamentale dell’integralità tecnica e poetica della lingua, è in realtà
tendenziosamente bandito in base a regole di puro comodo. Soffocato, come accade per la
sessualità, finisce per esplodere in alternativi e necessari ambiti espressivi, ma in forme totalizzanti,
appiattite ed espressivamente logore, mettendo in mostra l’altra brutta faccia della medaglia della
comunicazione all’insegna di un ostentata, quanto inutile, maleducazione e del più becero
disimpegno. Qui è l’inconsapevole atteggiamento censorio a rappresentare la vera perversione, cioè
l’incapacità di riconoscere alla comunicatività la totale possibilità di immergersi nel mondo così
come è. Per amore del vero l’educazione alla lingua non dovrebbe avere preclusioni di sorta e
neppure interferenze legate a tutto ciò che non è interno alla comunicazione stessa. Nel limbo delle
espressioni verbali socialmente ed ipocritamente bandite vanno annoverate le bestemmie. Non è
mia intenzione offendere la suscettibilità né, più seriamente, la sensibilità di nessuno, ma, da un
punto di vista non censorio, che cosa significa bestemmiare? E’ sempre vero che il pio, il devoto
osservante, soprattutto nel caso della nostra religione di stato sedicente cristiana, dimostra amore
per il proprio dio? Non tenta piuttosto di rispettarlo, di sottomettersi ad esso per accaparrarsi, in
quanto peccatore originale, il perdono? Questo nel migliore dei casi, altrimenti, nell’intimo della
preghiera l’uomo finisce per avanzare richieste fortemente legate alla sfera del proprio ego. Se
questo non è bestemmiare! La colossale ipostatizzazione della speranza, l’entificazione dell’Essere,
hanno acquisito un’autonoma trascendenza divenendo un mistero della fede, che, umanamente
tradotto, suona come una mistagogica censura. Dal punto di vista della debole, ma onesta
verificabilità umana, la vita è un bene troppo prezioso per rischiare di sottoporla al giudizio divino.
Inoltre, chi sostiene l’impossibilità di non riconoscerci cristiani, dovrebbe, senza censura,
domandarsi seriamente cosa sia realmente rimasto di Cristo nella nostra società. Subire
inconsapevolmente la parola, acquisirla anoeticamente, è terribile, disumano e costituisce
l’infernale essenza della vergogna, di ogni miseria, di ogni reale perversione. E noi viviamo l’epoca
dell’estrema perversione. Anzi, senza accorgercene, la stiamo istituzionalizzando. Viviamo
un’epoca che si attesta oltre l’oscenità pornografica, facendola risultare sostanzialmente ingenua.
L’epifania di ciò è conseguente al fatto che, come nella pornografia sessuale, anche se non con
altrettanta evidenza, forma e contenuto si sono ulteriormente ed abissalmente allontanati e la loro
totale separazione e divergenza sono indispensabili alla prosecuzione della vita pubblica. Viviamo
in un’epoca in cui nessuna rivoluzione è più pensabile, poiché tutto è ormai scisso nella sua
apparente unità. E’ come se l’utopia avesse raggiunto il suo luogo. Lo dimostra, ad esempio, una
cosa seria quale dovrebbe essere una campagna elettorale. Cosa c’è di più osceno oggi, di una
campagna elettorale? Anche in politica, come accade nella pornografia, le promesse vengono
affidate a simulacri anatomici. Ma, mentre nella pornografia sessuale le promesse vengono
costantemente, evidentemente e immutabilmente mantenute negli inevitabili rapporti sessuali, in
politica le promesse affidate ai brutti faccioni monumentalizzati che ammiccano dai cartelloni
propagandistici o dalle televisioni e computer, rimandano, in un gioco infinito, il momento in cui
chi si propone dovrebbe almeno pagare il conto della propria responsabilità. E’ come se la politica
partitica avesse messo a punto una manifestazione pornografica totalmente priva di amplessi. Il
corpo politico ha dato un luogo all’utopia e in questo luogo, verità e menzogna sono divenuti
indistinguibili. Tutti, forse, sappiamo, ma troviamo il modo di consolarci e di giustificare: si sa,
76
dopo il Machiavelli, la politica è cosa sporca… Ecco, se fossimo onesti e non degli inguaribili
censori potremmo iniziare ad esigere, almeno formalmente, una verità. L’approccio alla verità (così
come al linguaggio) non può avere vincoli a priori, né tabù di sorta. Altrimenti detto in una parola,
non può essere censurato, altrimenti si è costretti comunque a mentire. La contemporaneità sembra
averlo deterministicamente dimenticato, oppure fa finta di nulla per poter continuare a predicare
bene e razzolare male, anzi, malissimo.
In totale assenza di vocazione alla realtà, proviamo
almeno a non censurare il disagio della nostra vergogna, poiché così facendo, c’è il rischio di
mettere in pericolo un ultimo barlume di felicità.
Roberto Guerrini
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DONNA?
Fu la modernità ad inaugurare una necessaria ridiscussione del ruolo della donna nella società.
In epoche più vicine a noi, dopo il definitivo tramonto del tanto rivoluzionario, quanto elitario
pensiero femminista, il mondo è tornato a più
riprese ed in modo più globale a parlare ed
argomentare su ciò che, per ora, è vanamente anche
definita “l’altra metà del cielo”. Se ne parla
abbastanza spesso e soprattutto in termini di par
condicio. Certamente alcune cose sembrano essere
migliorate, soprattutto per l’universo femminile
occidentale, ma parlare di pari opportunità è, per il
momento, quanto meno azzardato, se non del tutto
falso. Almeno finquando esisteranno i vergognosi
ed inequivocabili segni di una perdurante
subalternità e secondarietà della donna nei confronti
dell’uomo, sarebbe doveroso e rispettoso, almeno
per onor del vero, parlare in modo meno
entusiastico e trionfalistico del misconosciuto o
fantasmatico pianeta donna. Ad esempio, finché
esisteranno individui di sesso femminile costretti a
lavorare, produrre, studiare e persino pensare con i
tempi, i ritmi e i modi maschili, oltretutto
percependo
statisticamente
remunerazioni
percentualmente quasi sempre inferiori, non è
proprio il caso di sostenere che la donna è pari
all’uomo, oppure, finché esisteranno stupri, violenze
e prevaricazioni di ogni genere, quasi mai puniti o
punibili e spesso tacitamente giustificati, oppure
79
continuerà lo sfruttamento della prostituzione che, pur non essendo esclusivamente femminile,
certamente rappresenta un fenomeno di consumo praticamente ad appannaggio del solo maschio, o,
ancora, finché non verranno obbligatoriamente retribuiti i mestieri di mamma e casalinga, non si
può certamente ancora parlare di parità dei diritti.
Ma c’è di più. La questione non riguarda esclusivamente la manichea distinzione tra maschio e
femmina e presuppone la volontà di provare a riorganizzare radicalmente una riflessione su tutto ciò
che è sotteso alle sole, quanto evidenti, ragioni anatomiche ed attitudinali.
E’ la storia, sociale e spirituale, a sancire con precisione cosa si intende con la parola uomo. Diverso
è il discorso quando si parla di donna.
Sia i maschi che le femmine dovrebbero sforzarsi di non cedere alle retoriche vigenti nel
plurimillenario orientamento culturale, quando si apprestano ad affrontare qualunque argomento
riguardante la donna, già a partire dal termine stesso. Infatti tutti sembrano certi circa il referente di
questa parola. Si dà addirittura per scontato il pieno ed indipendente sviluppo di un’entità
antropologicamente, ontologicamente e spiritualmente compiuta. Purtroppo tutto o quasi tutto ciò
che si intende con la parola donna è fondato su di un colossale equivoco. Quando si parla o si tenta
di parlare (spesso a sproposito) di donna, in realtà non si sa ciò che si dice. Ciò che a tuttoggi si
intende significare con la parola donna altro non è che una globale proiezione di cultura maschile e
maschilista, costantemente perpetuata dall’uomo su di uno schermo anatomicamente diverso dal
suo. Pertanto non si può continuare a nascondersi dietro un dito, finché sarà il maschio a decidere
direttamente o indirettamente come la donna deve apparire, comportarsi, pensare, godere, divertirsi,
coprirsi, vestirsi o svestirsi; finché vi saranno religioni, chiese ed ideologie, totalmente maschili e
maschiliste, ad occuparsi di cosa deve o non deve fare la donna (persino riguardo al parto); finché
esisteranno donne non libere di scegliere il proprio marito, ma costrette a subirne l’imposizione
attraverso contratti ed accordi definiti e decisi a sua insaputa; finché vi sarà spazio per prototipi
maschili di femmine stupide che, pur di assecondare l’uomo e le sue esigenze, mettono a
repentaglio le poche e rare conquiste femminili strappate attraverso una dura lotta di conquista ed
emancipazione o a loro concesse; finché esisteranno femmine misteriose in grado di concedere
opportunità erotiche e sessuali persino al moralmente più meschino degli uomini; finché i figli
educati dalla madre continueranno ad assomigliare al padre e con tanto di entusiastica benedizione;
finché esisteranno i presupposti per gli edipici complessi; finché sarà il vigente pensiero, maschio,
maschile e maschilista, a dominare anche le donne sedicenti emancipate e libere, perfino, finché
esisteranno il tànga, la pornografia, vallette di ogni genere e foggia e la pillola anticoncezionale,
nonostante i progressi della scienza, costituirà un prodotto di consumo quasi esclusivamente
femminile; per questi e chissà quanti e quali altri motivi ancora, non è onestamente corretto parlare
di donna alludendo ad un’identità pienamente sostanziata, fiorita, svelata ed esposta e che invece
ancora non esiste. Forse lo sforzo definitivo per iniziare ad intraprendere un vero cammino per il
pieno riconoscimento e rispetto della donna, passa anche attraverso la volontà di non perpetuare
ipocritamente equivoci di fondo ed analizzare la realtà in modo serio ed obiettivo, finalmente
attraverso un’ottica inedita.
Roberto Guerrini
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GIRO E VAGO
a Dario
Fotografia di August Sander
Brucato
All‟odore si assimila, al lamento,
frugando inquieto e senza connessione .
Mi sono impigliato in un‟immagine ricamata s‟una tenda della finestra. Di lì non riesco, o non
voglio, uscire.
Attònito, con scarse forze di movimento, quasi per dovere od abitudine, tento un gesto, l‟immagine
si popola, s‟ingorga e approfondisce, a cannocchiale, e il senso, il paesaggio, com‟ulteriori fili da
Lilliput, trasformano il mio trovarmi costì in un umido e capriccioso sprofondare, con interventi
repentini ed altrettante rapide assenze di figure che ignoro ma di cui partecipo la sostanza più
intima, quasi a dire “Già in qualche altrove ci rifilammo uno sguardo, tu, seduto al tavolino, in
attesa del tempo, in attesa ch‟altro decida, io, faticosamente cercando di produrre realtà, corporea,
intersecabile…”.
I puntini, d‟obbligo, sono una truffa. In effetti nascondono qualcosa, non propriamente un inganno
ma una conoscenza non partecipata. Ignoro quel ch‟è successo nello spazio dei puntini. Là, forse,
avrei trovato un venditore di oroscopi, una sensitiva pronta a snocciolarmi il mio lacrimoso
peregrinare, già sapendo in anticipo, giù avendo dimenticato tutto in anticipo, già coltivando il
futuro nel passato, in una sorta di presente estatico, al tavolino di marmo, con il mio bicchiere metà
pieno, d‟un liquido tremolante, forte del suo nome, figurinetta anonima per me. Se il mio occhio,
però, non vacilla e non turba l‟iconico groviglio, percepisco di netto la recita che snoda i suoi pezzi
ad effetto, in un‟arena posta nell‟incavo del ventre, prossima ai genitali, ai piccoli e turbolenti
genitori a metà, asmatici ed ansiosi, perché „a metà‟, perché ciechi e sordi e muti, come treni carichi
di carbone.
D‟una recita senza soggetto, parlo, d‟una recita che recita la recita, in un rinvio ottuso di specchi al
baraccone. Ma non sono io il burattinaio. Materia percepente, io. Destinatario di lettere anonime.
Buca metafisica.
La tendina non si muove. Infuria un temporale da Valchirie, fuori. Solo un vetro sottile separa la
realtà minerale da questa storia in gestazione per secoli. Eppure la pioggia a me pare cartolina,
meno reale del mio ventre che ospita gli attori. Pochissimo convincenti, tra l‟altro. Bidimensionali
come figure egizie. Il ricamo è un percorso, una dolorosa sensazione di ferita, ma non so il coltello
e conosco soltanto frammenti di parole convesse, irate, lacrime di pietra.
Bianco e nero di piombo, che pretende il suo spazio nel tiepido e nel molle, nel vitale e nel canto.
Vuoto d‟altri pieni: non più. E il rubinetto sgocciola, la scala sale a chiocciola, il davanzale è stretto,
l‟albero ha mele cariche d‟un divieto mortale. Fuori è l‟esilio. Dentro, l‟immobile corsa.
M‟affascina la storia che procede. In notti come queste. Leggendo e decifrando fantasie negli
intonaci scrostati. Attendendo qualcuno. Attendendo se stessi. Attendendo una rivelazione o il
grande abbraccio, di così totale inganno che vano è svincolarsi. Ritornare. In un posto che mai si
conobbe. Procedere a ritroso. Camminare nel ricordo. Trovarsi, alfine, intrappolati nell‟immagine
patetica che pare una madre che passi. Intrappolati e vivi. Perché è così, mi pare.
°°°°°°
83
La rosa è la rosa è la rosa
Immobile restava e senza volto.
“Solo il dolore della rosa ho colto,
la veste dell‟enigma non ho sciolto.
L‟ampio silenzio dell‟autunno ascolto,
lento, pacato: di tempo non ne ho molto.
Per questo del mio dire vado assolto –
dal corpo e dalla morte sono avvolto”.
Nel silenzio di cristallo la ruota gira e la mota si trasforma in artificio, in instabile rappresentazione,
pregna d‟anima e materia. Il tempo, forse, ricondurrà l‟argilla alla sua disponibile natura; ora la
mano d‟un uomo la modella secondo la propria volontà.
Talmente evidente la visione, in cornice atona, da parere reale. Troppo netta, però, senza le venature
di morte, senza la tensione alla trasformazione, che delle cose vive caratterizzano l‟aspetto. Una
metafora, allora? Un‟allegoria di Bosch? Una tentazione di Mefistofele?
Su un tavolo spoglio di legno ruvido e scaglioso una mano grigia ruota un impasto in una conca di
vetro. Frammenti di natura diversa vengono catturati dal moto centrifugo. A volte porziuncole di
materia riescono a raggiungere i bordi alti e circolari del contenitore, ma è attimo, subito cancellato.
Dal variegato deve nascere una pastella omogenea, una algida cornea senza pupilla, un prodotto
metafisico, che pare non appartenere alla dimensione creaturale.
L‟imperturbabilità è signora della metamorfosi, quasi una Parca o un automa vuoto, inetto alla
discriminazione ed all‟opzione. Incernierata nel moto a spirale, ancora non comprendo se sia la
mano ad agire o l‟azione a far vivere la mano. Dilemma nevrotico, ansia di castrazione, nascosto
brano di Freud?
°°°°°°
Dalla finestra chiusa egli non percepiva il cinguettìo del passero: lo vedeva. Pareva un bussare al
vetro di quella casa affranta, quasi stretta tra le proprie braccia, in attesa d‟una luttuosa notizia. Così
attendevano le donne, sulle porte, congelate nella premonizione che il postino avrebbe suggellato
con un telegramma del Ministero della Difesa.
L‟uomo aveva elaborato un labirinto di difese, con trabocchetti dialettici, rassicurazioni culturali,
disastri apocalittici, consolazioni creative. Non come la donna, che offriva le sue mammelle per dar
vita e piacere, per chiedere pace e accoglienza, tutta estroversa e leggibile.
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L‟uomo osservava il becco del passero. Si interrogava sul significato di quei suoni, su quale senso
ci fosse nell‟ emettere suoni da parte di un passero, escrescenza di un ramo ormai calvo, nella
bruma marrone dell‟autunno. Non come la donna, che conosceva nella carne il corso del vivere e
raccattava spiccioli nell‟angusto mondo dell‟alloggio castano.
Oltre la finestra era più complesso il lavoro di metter ordine. Ogni cosa, pur perfetta in sé, si
muoveva nello spazio senza apparente intenzione, attratta o respinta, come affermavano gli antichi.
Avrebbe potuto non esserci ed al calendario avremmo strappato un foglietto, così faceva il vento
con la carta abbandonata sul marciapiede e pur essa segnata per destini di gloria.
Oltre la finestra il mondo non si difendeva ma mostrava la sua dirompente nudità, eccessiva,
secondo l‟uomo, che sulla camicia un poco lisa ai polsi portava una maglia grigia, da seminarista, e
sopra ancora una giacca di velluto, volta ormai alla dissoluzione.
“Sia fatta la volontà di Dio”, mormorava lo scuro individuo dalla barba nera, mentre faceva scorrere
grani di un rosario tra le dita. “Nulla è fattibile se Lui non vuole, sia lode al Suo nome!”,
proseguiva, mentre nella sua inutile armatura di velluto, nella sua torre di dubbio circondata dalla
spiaggia degradante verso un mare di morte, lo smarrito e pallido compagno osservava incredulo il
formarsi d‟una nuova presenza, potente, maiuscola e impronunciabile, accanto al passero ed alla
povera carta strapazzata dal vento. Tentava di opporvi la sua radicata incredulità, ma, così facendo,
dava corpo all‟evocazione, inventava un nemico, che voleva sorridergli, spianargli la strada,
risolvergli i problemi. Scopriva il suo timore, la vulnerabilità, la fortezza fittizia di concetti che
avrebbe dovuto escludere emozioni e sentimenti, quasi escrementi di piccioni sul davanzale della
finestra.
°°°°°°
Nel water del gabinetto l‟acqua scende, ed il gorgo ingoia tutto, materia organica, tempo di vita,
trasformazione. Un imbuto liquido, vorticando, toglie al dettaglio ogni possibilità di espressione.
Con allegria e decisione il getto mira a ricondurre ogni diverso all‟uguale, come se le individualità
fossero una distrazione colpevole della materia primigenia. L‟occhio vorrebbe farsi anguilla, attratto
da quel rinvoltolarsi liquido, dalla caduta, forza di gravità che attira al basso, morale rovesciata e
pur profondamente grave. Ma non così facile è scendere dal trespolo della propria individualità,
disciogliere nell‟acido della perdita e dello smacco il cerone delle maschere sovrapposte. Non si
entra gratuitamente negli Inferi, fossero anche le condotte delle fognature.
“Terra alla terra”, pronuncia il prete sulla bara che cala nella fossa. L‟uomo ricorda il Dio di cui
l‟amico marocchino parlava. “E allora? Dove stanno l‟onnipotenza e la compassione!”, reagisce,
forse per coprire il singulto che gli sale in gola. La rabbia delle macerie gli secca la lingua. Il cielo
coperto di nuvole non gli dice niente. E‟ parte d‟un linguaggio a lui vietato. Si è ripromesso la
razionalità, scabra, affatto indulgente. Che vuoi riesca a concludere questo ritirarsi, quasi in un saio,
possibilmente ruvido? Vorrebbe cancellare il formicolare di colori, forme e suoni attorno al cratere
che si va riempiendo: ma per andare dove? La scelta lo condanna ad essere, o di qua o di là, ma
sempre presente, sollecitato dalle nere presenze, formiche, scarafaggi, farfalline impazzite. La
radice dell‟esistere succhia anche dalla morte. Inevitabile. La ruota fu messa in moto e solo chi fece
il primo gesto può compiere l‟ultimo. A noi non resta che giocare una buona partita a scacchi.
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Vincente e perdente, entrambi sono ombre, che nel salotto consunto si allungano sul muro, sorta di
Golem imprigionati nella logica.
Mentre i quattro „caballeros‟ caracollano verso Cordova, città-melograno, l‟immaginazione
conquista il potere. Tosto, però, scoppia la contraddizione perché „immaginazione‟ e „potere‟ sono
antitetici e la prima disintegra il secondo. Perciò Garcia Lorca lascia che Cordova sia miraggio per
la ragazza che coglie olive. Il gesto concreto, la sensazione del contatto tra la pelle dell‟oliva e la
pelle della mano, ahi che valgono quanto i sogni degli antichi califfi, e forse più, visto che la
ragazza ha “il braccio grigio del vento / passato alla cintura”. L‟esorcismo del presente contro le
tentazioni illusorie ha una formula secca, uno schioccare di dita, “arbolé, arbolé / secco e verdé”. Il
ritmo del cuore si mescola alla danza dell‟immaginazione, la quale pare cantare “Non voglio lo
splendore dei palazzi, il morganico riflesso dei pavimenti in lucidi mosaici; voglio essere il vento
che cinge la ragazza, il succo dell‟oliva tra i denti, la luce del sole che rende più nero il nero, che
uccide Ignazio Sanchez Mejias, „a las cinco de la tarde‟ ”.
°°°°°°
L‟uomo sosta davanti all‟edicola dei giornali, nella stazione fredda e fumosa. Sbuffi di fiato
maculano l‟aria. Un mare di microbiche presenze porta alla deriva secchi pensieri, galleggianti,
senza meta e costrutto. Alla stazione si va per partire, per raggiungere un obiettivo. L‟uomo rigira le
mani nelle tasche del cappotto. Una provvida amnesia lo ha tolto, per un attimo, al sistema di
relazioni: si è tratto fuori. In una bolla di dolorosa ambiguità, quasi in bilico su un arco
inconsistente, assapora il paradosso del monaco giapponese, tagliente, pronto a negargli anche il
supporto temporaneo. Sa che non può precipitare, dove?; ma sa pure che la sua attuale temporanea
condizione è quella del nessun-luogo. Solo il palmo compassionevole d‟una resa totale può
trasbordarlo verso morbide regioni di sollievo e quiete. Cerca nello sguardo dei passeggeri veloci,
quasi piccioni spaventati, un segno di riconoscimento. Anch‟essi appartengono al dramma in cui
egli si trova, o no? Potrebbe loro parlare oppure vedrebbe soltanto muovere labbra senza udire alcun
suono? Già gli successe con il passero al di là della finestra. Nel vecchio monito greco, „tutto
scorre‟, era la tristezza e la sua fine; ma se lo „scorrere‟ è dominante allora il „tutto‟ scompare, non
può esistere come soggetto; e se il soggetto svanisce, con esso anche l‟azione di cui è causa. In
verità era cattivo il caffè preso a l‟ hotel ed il muso del portiere sapeva di muffa e Milano è una città
che vive della propria illusione. La stazione è un grumo di incongruenze. Il monaco giapponese
continua a fissare il muro e fioriscono i crisantemi, ché il loro tempo è giunto: su questo non c‟è
dubbio.
Sul foglio bianco si formano lettere dell‟alfabeto, quasi graffiti di formiche. Ogni segno, preso per
sé, non significa nulla. E‟ un sassolino, un frammento del grande sostegno della terra. La quale ha
una coperta di parole scritte. Ma combinando i segni ecco che nascono Cordova e il cinguettìo del
passero e l‟haiku del monaco giapponese. L‟uomo scandaglia il bianco della carta che è anche il
bianco iniziale della sua mente. Attende che la materia gli cavi fuori la radice delle sue visioni.
Manipolerà, poi, la grezza energia e la trasformerà, modulata, accettabile, in una consuetudine
linguistica. Diverrà una scrittura, questo rapporto a due tra l‟uomo e l‟immaginazione. Non
potrebbe essere possibile che il mondo fosse sogno e l‟uomo sogno del sogno? Alla memoria torna
la breve composizione di Basho, quella che fa “Son io che sogno la farfalla oppure sono parte del
suo sogno?”. Ed anche il Calderon non scherzava. Per lui “la vida es un sueño”. L‟uomo incomincia
a sentirsi su un terreno franco. Ci sono confronti, rinvii, dialoghi. Dall‟oriente all‟occidente,
sognanti o non sognanti, sognati o non sognati, ancora si scrive, ancora ci si muove nella rete delle
parole, solleticati dalle zampine delle formiche alfabetiche. E questo aiuta dall‟alba al tramonto,
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nonostante il caffè cattivo bevuto a l‟hotel ed il muso del portiere e la sagoma viola della puttana
accanto alla stazione; e questo è il nostro pasto quotidiano, per alimentare il leone che è in noi,
famelico ed ossessivo, che vuole conferme, certezze, pronto a sbranarsi da solo, a lacerare la propria
carne se non gli giunge in ogni momento un piccolo „logos‟ che rimetta le cose a posto, che crei il
posto ove ogni cosa possa stare. Pausa, anche se, giovane e straziato, Garcia Lorca ricorda che “la
morte mi sta guardando / dalle torri di Cordova”.
Berciano nere puttane nigeriane nel vagone, avvolto dalla notte che già si sfalda nel giorno. Le
cinque. Ora d‟azzardo, quando l‟angelo di prima passa parola all‟angelo di dopo, e, se il momento è
giunto, un infarto interrompe il circuito, la corsa. Le signore che vengono dall‟Africa per provocare
erezioni nei curiosi uomini europei, poco hanno del nativo primitivo, poco paiono figlie di Mamma
Africa. Lo scuro della loro pelle diviene grigio alle lampade del vagone e solo gli occhi, fori
profondi, emettono piccoli fremiti di luce. Paiono gracchiare ma l‟uomo seduto, stanco, con un
impercettibile movimento della sua sensibilità, trova una ragione. “Forse son io che non le capisco e
la loro lingua mi pare cacofonìa”, rumina senza emettere suoni. Il vecchio senso di colpa
dell‟europeo bianco! Prima le violentò, le selvatiche donne che vivevano sulla pancia del continente
antico, poi ci pianse su e sviluppò giustificazioni, tolleranze, quasi a farsi perdonare le colpe dei
padri. Per questo non fa caso a quella che si cambia le mutande, all‟altra che si netta tra le gambe
con l‟acqua minerale. Si sa: questo è teatro, dell‟assurdo, se vuoi, in cui l‟unico intruso è la
coscienza del civilizzato seduto ad osservare. Ci sono occhi di troppo e troppo seri e troppo
permissivi. L‟uomo non si accorge che le donne l‟hanno visto ed ora recitano per lui una
spontaneità erotica che, tale, pensano ecciti lo scolorito. Forse, dopo, ci sarà un incontro. Il lavoro è
lavoro: va fatto senza sentimento.
°°°°°°
Urla la gente, giovani per lo più. Urlano gli strumenti amplificati elettronicamente. Urla il buio
protagonista, che s‟infiltra in ogni angolo come una densa melassa. Urlano i fari che proiettano luci
verdi, viola, gialle, su giovani transessuali di barriera. Il silenzio pare un provocatore. L‟anima s‟è
spogliata ed è diventata urlo, in una sorta di miscellanea fraterna. La spirale del suono frantuma i
nomi propri, rivela i corpi ed i loro colori , restituisce al kaos originale le degeneri discendenze
articolate. Un uomo dipinge epidermidi, una fanciulla dondola nuda sull‟altalena, un giovane si
annoda i lunghi capelli. L‟uomo d‟età, divenuto piccolo e grigio, sta accoccolato nella megamano di
questi incontri. Egli rappresenta Cronos, dio importante ed instabile, tanto che, a volte, si fatica a
credere che il tempo sia. Troppa psicologia insiste sulla sua percezione relativa ed individuale, ma
l‟uomo d‟età testimonia il contrario. I suoi capelli sono divenuti bianchi, le sue ossa si sono ritirate,
la sua donna lo chiama gnomo, ed ora egli è accolto come fragile umano venerabile, come
testimone del trascorrere degli anni, come poeta. E, forse, solo la poesia ha concretezza, lamento
delle cose, voce del vento. Attonito, accoglie gli aromi umani che provengono d‟intorno, e gli
fanno caldo, come il the, come la giovinezza, come i versi del bardo Allen. Non chiedete se il
racconto è invenzione. La vita si modula come crede e comprende l‟illusione. Può essere che
l‟uomo fosse circondato da una informe congregazione di cannibali, può essere. Ma nel suo
ricordare, così non è. La memoria fluttua. Lo spinge sul palco, nell‟ombellico del buio. Lo spintona
affinché parli, mentre i musicisti gli accarezzano di suoni la schiena ed allora si getta nel volo.
“Uomo nudo”, grida, “esclamazione del cielo che all‟inizio era il Verbo”, e dietro sempre più bum
bum, sempre più dai che siamo con te, e lui continua ed i versi diventano stelle filanti, strazianti,
brucianti, non più Io, non più privata proprietà del cogito. L‟applauso lo ricopre di petali. E‟ morto,
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forse? E‟ sacrificio in onore di Cronos? E‟ bacio collettivo, accettazione della precarietà, foro da cui
fluisce lentamente il sangue.
Il fiume scorre arancio. Gioca la sua parte come può, tra due sponde che lo trattengono stretto, che
lo designano come il nemico, l‟invasore di cantine e bassi fabbricati. Lungo il fiume, in città, alberi
crescono indomiti. Dove trovino la forza è un mistero, ma ad ogni stagione recitano il cambio della
guardia, meglio che le sentinelle con il colbacco a Londra. I piccioni muoiono e rimangono tra le
foglie, a terra, con la pancia in su. Minacciosi biglietti incollati ai pali della luce annunciano, con il
loro piccolo teschio, che sulle sponde è stato gettato veleno per i ratti, non toccare, non far
mangiare ai cani. Forse i colombi non sanno leggere, forse il piccolo teschio, che ricorda all‟uomo
le falangi naziste, non ha alcun senso per gli animali e il tempo, conformati diversamente, con
destini paralleli. Una zaffata di vento smuove lo strato di vegetazione gialla e rossa. Un leggero e
diffuso rumore, un crepitìo diresti, corre per un buon tratto di sponda. Poi l‟aria si avvita, diventa
mulinello, ascende, e con sé trascina carta stracciata, foglie, rametti, polvere. L‟uomo s‟accorge che
la spirale, sempre, appare nella sua vita. Sente di salire e scendere, lungo un‟invisibile scala a
chiocciola, osservando prospettive diverse, a seconda dello scalino. Niente storia lineare, niente
prima, che causa il poi. Turbinìo di frammenti epocali, quasi scrittura automatica, senza controllo
consapevole. Carte, foglie, rametti, polvere e la Tour Eiffel e le oche sulla Loira e la frittata accanto
al fiume di fondo valle. Frantumati paesaggi nei quali lo sguardo scorre veloce, sussultando. E, in
fondo, la coscienza è un magazzino d‟oggetti trovati, concessi dal mistero, per breve periodo, alla
percezione umana.
Quella piazza di Salamanca, circondata tutta da edifici, che pare un‟arena, o Lucca, coperta da una
lieve polvere di sole che la allontana dalle coordinate della modernità, quella piazza è immobile
nell‟obiettivo, come la mano carpita nell‟atto di aprirsi a loto. L‟uomo si accomoda al tavolino di un
bar. Vede tutto al rallentatore: la piazza, le persone che vi passeggiano, se stesso seduto su una
seggiola di ferro, il tavolino, il cameriere che si avvicina, “Que quieres?”, le labbra che si muovono
per formulare in cattivo spagnolo “The frio, por favor”. Si accorge, l‟uomo, di far parte d‟una
vecchia cartolina animata e seppiata. Osserva il procedere degli eventi, riuscendo a sganciare le
emozioni individuali dalle vicende in moto. Così, forse, Pessoa, in un altro bar, a Lisbona. Lo
stentato arancione del cielo crea l‟illusione della realtà. Ma l‟illusione è illusione: dove sta la realtà?
Il cameriere torna con un the nel quale galleggiano due cubetti di ghiaccio. La riflessione è
interrotta dalla lingua a contatto con il liquido scuro. Nella pausa in cui il pensiero cede alla
sensazione ecco che boccia la chiara risposta: questa è la realtà dell‟illusione!
°°°°°°
La ragazza rossa al tavolo del caffè
(a Juliette Gréco)
Borsetta occhiali carta nel cerchio di gesso
confabulano di noi, senza di noi,
e
la tazza di caffè l‟umido della strada sigarette
col filtro l‟Unità stropicciata
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(un penny fuori corso
fuori corso un penny?
un penny fuori corso)
e
non c‟è molto da dire diceva non c‟è molto da dire
ho detto io non ci capiamo il caffè si raffredda
e la luce ci taglia in due la faccia, gialla
l‟orecchia rossa la bocca azzurro il naso
e vuoti gli occhi: non c‟è molto da dire
sollevo un angolo della copertina
sollevo la sottana d‟atmosfera
sollevo pesi sollevo il sentimentale
non c‟è niente di ammoniacale per superare
il periodo anale ed il desiderio fecale
e Freud che si gode l‟incesto
tra due dita imbarazzate?
non c‟è niente
le mani flessibili del padrone del caffè
„professore‟ mi dice, „professore!‟ ho detto io
e la ragazza r o s s a, rossa come una macchia
su tela, rossa come un assurdo schiacciato,
rossa come il fegato, „un panino professore?‟,
al diavolo! almeno gengis kan ci affettasse veloce
o facesse lo strip-tease la smorfia di fronte
o il caffè m‟andasse di traverso
o mi venisse un‟idea o mi venisse il singhiozzo
e potessi e sapessi vivere
a vite vivere
cubitalmente sventolato sulle aste delle tricoteuses
ma la bomba è a cuccia
se ne dorme e partorisce nel sonno una ragazza
rossa
borsetta occhiali carta senza di noi
noi complici delle cose morte , evirati, divaganti
sul trampolino di lancio e le equazioni
zero sta a zero come zero sta a zero
e poi e poi e poi
BUUUM
In corso Galileo Ferraris si condensa lo spirito di Torino, soprattutto in autunno. Un impalpabile
scetticismo venato da improbabili furori morali, da desideri solamente formulati e mai soddisfatti.
Pietro Micca dal suo monumento ripulito ricorda, in versione laica, il motto di Domenico Savio,
pupillo di don Bosco, “La morte ma non peccati”. Il Micca morì ma non lasciò penetrare i Francesi
in città, i Torinesi non fanno peccati. Alberi, aiuole, colori delle nuvole paiono assumere la cadenza
vecchiotta “Che scusi, neh…”. Quasi che il vivere, o semplicemente il respirare, fossero di disturbo
89
a quella mostruosa entità, un Baal subalpino, che nel tempo e nel dolore ha forgiato i caratteri, lo
spirito comprensivo non scevro da idiosincrasie, da rigetti irrazionali, quasi valvola di sfogo per
troppo autocontrollo. Il paesaggio, è vero, ne guadagna. Acquerello settecentesco, barocco
drammatico nelle viuzze scure tra Municipio e Consolata, diviene rococò e modernismo lieve nei
viali aperti. I monumenti sono superbi e compresi nel loro compito di rappresentare le virtù, ma
così rigidi che quasi pensi siano in posa e stia per scappargli la pipì. In corso Galileo Ferraris
l‟uomo fa sosta. Annusa gli odori dell‟autunno, osserva il cielo che il vento della valle di Susa ha
ripulito in parte, geme un poco per le doloranti giunture. Naso, occhi, ginocchi, gli tengono
compagnia, gli danno il senso del vivere. Se non ci fosse questa ingombrante fisicità, veramente si
penserebbe d‟essere entrati in una pièce dell‟assurdo, lindo, diomio, non truculento, ma
inconcepibile, come un pappagallo impagliato. L‟uomo è assorto. Scrolla il torpore la visione del
culo di Olivia, che passa veloce nell‟attimo temporale ma permane a lungo nell‟emozione
personale. Olivia, chi è? Immaginaria figura di signora degli anni giovani, quando le ragazze
crescevano in fretta, all‟università, ma mantenevano l‟incanto d‟una giovinezza messa nel cassetto o
tra i fogli dei libri da studiare. Un caffè, in piedi, nel bar fumoso ed umido, ed Edith Piaf cantante
nella testa. L‟Olivia si formava lentamente, si costituiva realtà, privata, non partecipabile, ma
morbida, come il suo culo catturato in corso Galileo Ferraris.
L‟uomo sale sul tram. Si porta dietro il corpo come una borsa della spesa. Sa che ci sono uova,
fragili cachi ed insalate croccanti. A quali sensazioni si apparentano questi prodotti? Che cosa è
l‟equivalente delle uova?, forse l‟avambraccio destro che a toccarlo fa male, sembra fragile come
guscio, e la moglie dice che probabilmente è tendinite ma che è meglio andare dal dottore: dottore
un corno! E le insalate, le verdi e bianche foglie di insalata che hanno vita breve ed in sostanza
svolgono la funzione di spazzine ?, agli occhi, potrebbero apparentarsi, che sempre più stanchi
vorrebbero chiudersi in un sonno pacificato, abbracciati ad una nuvola, offesi dagli schiaffi d‟un
lerciume quotidiano che invade strade ed aria. E i cachi, diomio, i cachi che sono sole d‟oriente,
promessa di dolce calore, invenzione fiabesca per gusti infantili, per cure alle ferite d‟una età
trascorsa da tempo e sedimentata come crosta, come registrazione un po‟ rauca e gracchiante? Ah i
cachi sono le guance che da tempo attendono carezze, perché guance rese pallide dalle ore
trascorse, sempre meno elastiche, modellate sul teschio, „interessanti‟, dice il fotografo, „con
personalità‟. La vecchiaia rivela il volto nascosto, l‟unico patrimonio che le è rimasto. I discendenti
catalogano l‟uomo sul tram, ormai, come un numero da statistica, uno che prende la pensione e, a
detta del governo, la ruba ai giovani, i quali ultimi chissà se nel profondo non condividono il losco
giudizio degli imbecilli al potere? Sul tram l‟uomo mima la zoppia. Niente da fare. Robusti
giovanotti, debordanti africane, sofisticate cinquantenni hanno occupato i posti a sedere, e non li
mollano. Nemmeno ti guardano onde evitare di doversi vergognare. “E pensare”, riflette l‟uomo,
“che vedevo nel divenire vecchio un mezzo per realizzare una maggiore cordialità e tenerezza! Se
in tram devo stare in piedi a che serve diventare vecchio?”.
°°°°°°
Trittico di Ulisse
1 . il Narrante
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“Me siento duradero y desvalido” – L. Borges
Tutto parrebbe fondersi nell‟ombra –
in atteso silenzio, una morte privata,
discesa lungo il tramite dell‟eco, onde sorelle
d‟aspirate note – e fluida la stanza si smemòra,
fianco dell‟anima dove cenere è il nome.
Ricongiunto col fine ch‟è la Fine –
disvelando le prove del testimone infante,
individuare la luce e il luogo proprio
dove l‟amore mùtasi in destino, pallori
di lenzuola: Ermete avvolge.
Non trémola la foglia sul ciliegio –
indifferente il rauco ripetersi del suono,
modella della tortora il richiamo, fòrmula
di mantica pulsione e cade il bacio, il fiato
si fa denso, consolidando in còpula l‟enigma.
Spargo di mano un tàttile fraterno –
sui labirinti della calce un segno, un percorso
ferito d‟altri strati, un vagabondo d‟epoche,
un minimale pigolìo d‟archetto dove s‟incanta
Ulisse, dove galleggia il fiore.
La Notte di lucignoli s‟asperge –
trame di sensi inducono a speranze
lungo i sentieri dell‟ascolto invano,
dalla luce alla guancia scivoleremo piano,
corpo di storia turbolento e insano.
2 . lo Smemorato
“Soy la carne y la cara que no veo” – L. Borges
Offrimmo: fu rifiuto – preferirono
i morti. Ora una voce mi percuote, avverte
che il vento avvolge il frutto e lo rapina.
Dolorante la storia si fa corpo, così gli spini,
così ciottoli aguzzi – ma le formiche, pure, il nero
scarabeo di minimi interstizi e il sole a picco.
L‟animo mio è il mare, che giace in fondo all‟occhio,
il turbine lo scuote, la nave si sbrindella –
onorate il mio nome ricomponendo un corpo.
91
Da queste membra, stanche, apprendete il messaggio,
dalla sua forma d‟uomo, dal transire straniero
dove il calcagno imprime evanescenti impronte.
“Chi fu che s‟intravede nella forgiata pietra?” –
un quarzo, un graffio, un foro: grafi d‟un alfabeto
che la mano comprende, sacrificando al tempo.
Liquido scorgo il volto, algato ed incombente,
com‟una voce assorta a modulare assenza, d‟un dio
dei sogni abisso, fanciullo vecchio e bianco.
Fatico nel mirare le stabili dimore: sempre un sospetto
smuove la tenda dell‟ingresso, sempre consente al dubbio
d‟involvere i fondali della nave presunta.
Mangiatori, tra i fiori: taglienti ed innocenti
come la lama e l‟onda, come s‟ostina il granchio
a fare il granchio. Lotofagi si nasce! Indubbiamente.
3. l‟Ospite
“Quizà del otro lado de la muerte
sabré si he sido una palabra o alguien” - L. Borges
Dalla fiumara, torbida e innocente,
assieme ai cenci dei passati orgogli,
in vortice trasposto ed impotente,
prima, mi vidi l‟ospite pregiato
cui chiesto fu l‟oracolo nei fogli,
ora, all‟ingresso, immemore e accosciato,
àfono aspetto d‟un‟architettura.
In questo turbinare assente è il Nome
che sigli e dia valore all‟avventura –
accedere alla stasi non so come.
Aridità dissecchi chi m‟ignora!
°°°°°°
Si scorge come gli amanti di Chagall, in obliqua ascendenza verso un cielo viola, a volte. In quel
caso è patetico, quasi volesse imitare Nembo Kid, con i dolori articolari, però, anch‟essi „super‟, e
gli occhiali che ballano sul naso. Non è una liberazione, la perdita di gravità, ma una sciagura.
Tanto più per chi, come lui, è allenato all‟auto-osservazione, e, di fatto, riesce a vedersi come in un
film, criticando, sovente, i comportamenti non coerenti con le intenzioni. “Hai notato quella nota
falsa?”, si dice. “Non potevi interrompere prima il tuo intervento, giacché non hai nulla da chiedere
o da dimostrare… e quelle effusioni, non ti paiono enfatiche? Ti guardi allo specchio in modo
92
disincantato? Tutt‟al più puoi aspirare alla parte di gnomo, come dice Ketty”. In altre occasioni si
vede camminare sul bordo del fiume, a scatti, come un Buster Keaton, o un Tati, nelle comiche
degli anni…troppo lontani per annetterli al calendario d‟oggi. L‟uomo affronta lo spazio a cottimo.
Non ti daranno uno spicciolo in più, nella vita. Per quanti kilometri tu faccia non troverai qualcuno
con un panno morbido per asciugarti il sudore né una cioccolata calda per scioglierti lo stomaco.
Devi fare tutto da solo. Devi badare a te stesso. Non devi nutrire aspettative. Succhia il grasso dei
ricordi, fin che la pila dura!
Con l‟età si rimpicciolisce. Le vertebre si schiacciano, le ossa s‟infragiliscono, la pelle, a causa di
ormoni di cui l‟uomo non ricorda il nome, diviene come quella dei bambini. “Si è come mele verdi
un poco avvizzite”, ci tiene a precisare. In effetti sempre più difficoltosa appare la scalata alla
libreria, ai piani alti, dove stanno le produzioni del passato. Nonostante la scaletta, che Enrico ha
accuratamente agganciato ad uno scorrevole, i libri si situano sempre più lontano, e divengono
sempre più pesanti. Perché leggere, allora! A qual fine, visto che gli scrittori raccontano quel che tu
sai, scrivono sulla scrittura della scrittura? La domanda non è peregrina. Si può valutare il pro e il
contro. Per quel tomo della seconda metà dell‟ottocento, sulla Cina, si può correre il rischio di
scivolare dalla scaletta e farsi male? E quei fogli sui quali hai lasciato pure tu le tue tracce
pedagogiche, per quale motivo trattenerli ancora? Abbiamo visto altre carte strapazzate dal vento in
mulinelli inverecondi. Perché opporsi al destino e mantenere ciò che è transeunte? Vale anche per i
sentimenti? Vale. Ma la scrittura è inganno magnetico. Rete di ragno. Quando ci si avventura,
passivi o attivi, non si smette. Ha ragione Borges. La Biblioteca è un incubo elevato all‟incubo. Per
questo motivo l‟uomo, che ritorna piccolo in statura, continua a realizzare testi, storie, memorie: per
mettersele sotto i piedi, per raggiungere coloro che non ci sono più, divenuti nomi tra nomi, carta
stampata tra carta stampata. Ma ogni anno il divario tra il livello raggiunto e quello richiesto
aumenta. Nemmeno l‟Enciclopedia saprà colmare il tempo che passa.
Gli hanno trasfuso in via endovenosa un flacone di calmanti. Ora l‟uomo è sdraiato su una barella e
la luce attenuata lo raggiunge obliqua. Ha superato i vari esami, non può essere morto! Gli hanno
detto che il cuore è giovane e baldanzoso, che dall‟analisi del sangue non risulta traccia di infarto.
Hanno, quindi, rinviato a data da destinarsi il timore di un evento prossimo. La barella non ha
sponde e l‟uomo deve fare attenzione a non cadere. Si concentra sul proprio corpo che, lentamente,
si distende, mano a mano che il dolore si attenua. Quel organismo, datato, sembra, nella riacquistata
pace, ringiovanire, quasi divenire corpo di bambino, teneramente accolto da persone benevoli,
abbigliate in bianco, come gli angeli, lo sguardo indagatore alla ricerca delle tracce che
inevitabilmente il male lascia nella sua scia di dolore. I rumori giungono attutiti. Fuori gli alberi
fanno massa oscura contro il cielo, qui tutto è minerale, e l‟anima ritrova il proprio basamento. Ogni
cosa si ricompone e l‟uomo intuisce che così deve essere se non si vuole che sia diversa. L‟urto,
che provoca sofferenza, scombina l‟armonia del reale. “Non intervenire,” pensa l‟uomo, “ questa è
la modalità più quieta. Osservare con compassione, senza desiderio di imporre nuovi ordini, nuovi
ritmi. Immaginarsi parte della piazza fuori dall‟Ospedale, visto con gli occhi degli alberi, percepito
dall‟ammicco dei semafori…”. Trovare l‟unità, tornare a casa, a quella dimora sempre immaginata
e forse inesistente, dove si cristallizza il gesto in uno scatto di foto.
Gianni Milano
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disegno di Gianni Milano
Puntaspilli
La purezza della razza
Vetrina
Giudizi
Efficientamenti
Farfalle metropolitane
Scheletri nell’armadio
Indizi
PUNTASPILLI
1. Il poeta Cesare Viviani, a proposito del dibattito innescato dall’Università di Oxford sulle
procedure più adatte da attivare per la nomina del docente di poesia, esprime alcune
considerazioni:
[…]: «Non aspiro a diventare docente universitario, ma voglio continuare a scrivere qualche
libro serio. Quando ero giovane, invece, mi sarebbe piaciuto insegnare agli studenti a
praticare la lettura, mi sarei astenuto però da fare commenti, la poesia non è razionalizzabile,
è il rapporto con l’indefinibile, non si può spiegare. Per amarla bisogna accedere ai testi,
praticare una lettura amorosa che manca nelle nostre scuole».
Il Rettore Deferrari: «Qui non funzionerebbe / C’è meno trasparenza», in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 17
dicembre 2009, p. 19.
2. Denunciando i malcostumi grammaticali dell’odierno italico eloquio, l’estensore
dell’articolo così prosegue:
[…].
Il disastro comincia sui banchi di scuola. Non a caso Leo Longanesi, con apparente
paradosso, sosteneva: «Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola». E, si badi, la scuola
dei tempi suoi non era ancora quella scalcagnata dei giorni nostri. […].
PAOLO ARMAROLI,
Italiano a catafascio? / Assolutamente sì, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 13 febbraio
2010, p. 48.
97
3. Monica Molfino, professoressa di liceo e membro del centro culturale genovese Peguy, al
termine di un’intervista, conclude in questo modo:
«[…]. Oggi più di un tempo i ragazzi vivono in un mondo loro, in cui manca l’attenzione per
quello che li circonda. Bisogna insegnare loro a guardarti. Bussando forte al loro mondo».
A.QUA.
1
, Il rischio? Tanti somari beneducati / «Le amebe non possono meritarsi il dieci», in Il Secolo XIX,
Genova, lunedì 1 marzo 2010, p. 7.
1
Alberto Quarati.
98
LA PUREZZA DELLA RAZZA
1. Il regista teatrale Pippo Delbono:
Durante certe repliche pomeridiane de “La menzogna”, al teatro Argentina di Roma, con la
platea e i palchetti pieni di abbonati, c’erano spettatori che protestavano, sbraitavano,
inveivano, non capivano. E allora un giorno, nell’intervallo che spezza lo spettacolo, ho
raccontato la storia di una cantante ebrea, che dopo la fine della guerra in Germania, di
fronte allo scandalo provocato da un suo nudo sulla scena, disse rivolta al pubblico: «Ma
come? È solo da due anni che sono finiti gli orrori dei campi di sterminio e nessuno dice
niente, e voi fate tutto questo chiasso perché io mi spoglio nuda in scena?»
Ho anche raccontato la storia dell’africano Abdul Abba, che a Milano venne massacrato a
bastonate per aver rubato dei biscotti. Quando andai al suo funerale non c’era nessuno, tutti i
politici e gli intellettuali se ne sono infischiati di quel delitto. La cosa è scivolata via come se
niente fosse, in modo osceno.
[…].
LEONETTA BENTIVOGLIO,
Pippo Delbono. Corpi senza menzogna, Barbès, Firenze, 2009, pp.20-21.
2. Posta a un quotidiano:
A Milano caso di razzismo ignorato da tutti
Nessun telegiornale e nessun quotidiano ha raccontato l’orribile vicenda di una signora nera
americana che lavora in Italia, che, in compagnia della sua bambina davanti a una scuola a
99
Milano, è stata colpita in faccia dal pugno di un ragazzo italiano, che mentre la colpiva
profferiva irriferibili insulti razzisti. Un vergognoso episodio di razzismo, anzi una
manifestazione del peggior odio razziale, consumato nel silenzio degli italiani presenti,
figlio di un’infezione che nasce dall’odio per il diverso predicato e diffuso con lavoro
capillare dal partito della Lega ed avvallato da questo governo che ha più volte mostrato
atteggiamenti xenofobi. E la cosa più singolare, che veste di un’ipocrisia ancor più rivoltante
la situazione, è che nessuna parola sull’episodio è venuta da parte di quei parlamentari
“credenti” che hanno orrore del testamento biologico e della procreazione assistita e che
hanno difeso a spada tratta la presenza del crocifisso nelle scuole. Si tratta di segni evidenti
di un pericoloso scivolamento del nostro Paese al di fuori del contesto civile, del rispetto per
la vita e la dignità delle persone, al solo scopo di cavalcare la paura del diverso per biechi
scopi di potere.
Giuseppe Dallemore e-mail
Ditelo al Secolo XIX, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 12 dicembre 2009, p. 26.
3. Relativamente ai fatti di Rosarno, don Pino De Masi, vicario generale della diocesi di
Oppido Mamertina-Palmi e responsabile regionale dell’associazione antimafia di don
Ciotti, così risponde a una delle domande del cronista:
[…].
- Il ministro Maroni ha detto che quello che è accaduto è il frutto dell’eccesso di
tolleranza per i clandestini …
- «Sono parole strumentali, che fanno male perché non inquadrano il problema, oltre ad
alimentare l’intolleranza. Noi non siamo per la politica del respingimento. Lo dico da
cittadino italiano, prima che da prete e da cristiano: è nella nostra Costituzione il dovere
della solidarietà e dell’accoglimento. Invece, c’è un clima politico a livello nazionale che
non è favorevole e rischia di contribuire alle derive schiaviste come quelle di Rosarno».
[…].
ILARIO LOMBARDO,
«Sfruttati e minacciati / alla fine si ribellano», in Il Secolo XIX, Genova, sabato 9 gennaio
2010, p. 3.
4. GLI ANTI-MOSCHEA INSULTANO STUDENTI USA
Genova. «Negri di merda, tornatevene al vostro paese». […].
Tutto succede nella popolarissima via Bari, quartiere del Lagaccio, […]. È un giorno di
tensione: c’è la manifestazione contro la costruzione della prima moschea di Genova, […].
I dieci ragazzi apostrofati in via Bari mentre tentano di raggiungere il centro della
manifestazione vengono dalla scuola di giornalismo del John J. College, ramo
dell’Università di New York. Accompagnati dal docente di Criminologia, sono in Italia
perché hanno presentato un progetto dedicato al razzismo e ai problemi di integrazione. […].
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«Abbiamo scelto il vostro Paese perché è un luogo dove il problema dell’integrazione è
molto caldo», spiega Cesarina, 26 anni, di origine peruviana […]. Mentre risaliva la
manifestazione […] si è sentita urlare «negra di merda». «Ci sono rimasta molto male –
confessa la ragazza, dal colore della pelle mulatto – Non pensavo di poter finire a essere un
bersaglio, negli Stati Uniti non mi è mai successo nulla di simile». Aggiunge l’amica Susi
Vel, 23 anni, mulatta anche lei, peruviana da anni stabilitasi nella Grande Mela: «Quando ci
siamo voltate a guardare quella signora ha aggiunto: tornatevene a casa vostra, non
vogliamo musulmani. Sono allibita. Non siamo nemmeno musulmane. Il clima qui da voi è
davvero rovente». […]. Riprende Cesarina: «Ho l’impressione che questo clima di odio
contro gli stranieri non sia del tutto spontaneo, ma sia alimentato dai media e da forze
politiche come la Lega». […].
– DANIELE GRILLO, Gli anti-moschea insultano studenti Usa, in Il Secolo XIX, Genova,
giovedì 14 gennaio 2010, p. 7.
MARCO GRASSO
5. Riportiamo qui e al punto successivo solo i titoli dell’articolo giornalistico:
POLEMICA A MANTOVA
Asilo aperto solo per i cattolici
A Goito passa la linea della Lega: iscrizione al nido riservata ai bimbi di famiglie cristiane
ILARIO LOMBARDO,
Asilo aperto solo per i cattolici, in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 24 febbraio 2010, p.
8.
6. Ecco i titoli di un articolo giornalistico:
MALASANITÀ A RAVENNA
«Napoletani, soliti piagnoni» / Ma poco dopo la bimba muore
Alla piccola di 3 anni era stata diagnosticata una tonsillite. Poi il coma.
VANNI ZAGNOLI,
Napoletani, soliti piagnoni / Ma poco dopo la bimba muore, in Il Secolo XIX, Genova,
mercoledì 24 febbraio 2010, p. 9.
7. CASERTA «GLI AUTISTI DEI BUS IGNORANO I NERI ALLE FERMATE»
I giovani del centro sociale Insurgencia denunciano che i conducenti dei mezzi del trasporto
pubblico della Ctp, nel Casertano, non effettuano le fermate lungo il percorso, quando
vedono gli immigrati.
Un gruppo di militanti si è recato nella sede dell’azienda per protestare con la direzione.
«Abbiamo mostrato un video al direttore generale – spiegano gli attivisti – frutto di una
settimana di riprese fatte dagli autobus e dalle fermate».
«Gli autisti dei bus ignorano i neri alle fermate», in Il Secolo XIX, Genova, martedì 2 marzo 2010, p. 5.
101
8. LA LEGA: «VIA DALLA LIGURIA PROF E PREFETTI DEL SUD»
GENOVA.
Insegnanti e buoi dei paesi tuoi. Il vento leghista torna a soffiare con veemenza
anche nella scuola e, più in generale, nella pubblica amministrazione. Troppi insegnanti
meridionali al Nord, ma anche troppi magistrati, troppi cancellieri, questori, prefetti: adesso
lo dice anche il Carroccio ligure. Annunciata con una intervista alla Padania, l’iniziativa
leghista produrrà una mozione nel consiglio regionale appena rinnovato. La linea tracciata è
quella del Friuli: graduatorie territoriali, precedenza ai friulani, freno all’ “invasione” di
docenti provenienti dal Sud.
[…].
VITTORIO DE BENEDICTIS,
La Lega: «Via dalla Liguria prof e prefetti del Sud», in Il Secolo XIX, Genova,
domenica 11 aprile 2010, p. 6.
9.
OMOFOBIA A ROMA
Gay aggredito su un bus e nessuno lo difende
ROMA.
Preso per il collo, schiaffeggiato e insultato a bordo di un autobus notturno nella
zona di Trastevere a Roma perché gay. Tra l’indifferenza di tutti. A fare le spese
dell’ennesima aggressione omofoba nella Capitale è stato Mattia, 22 anni, studente e
volontario di Arcigay. Sono stati in quattro ad aggredirlo, come racconta lui stesso. Mattia
ricorda anche che prima di lui i quattro avevano aggredito un uomo di colore. Poi hanno
preso di mira lui.
[…].
Gay aggredito su un bus e nessuno lo difende, in Il Secolo XIX, Genova, martedì 27 aprile 2010, p. 8.
102
VETRINA
1. Lo scrittore Paul Hoffman:
[…]. ‹‹Dal mio punto di vista,›› spiega lo scrittore, ‹‹nella vita vera capitano di continuo cose
fiabesche, ma capitano in modo vero e non inverosimile. […]. Il realismo ufficiale non è poi
così efficace […]: i due romanzi più realistici degli ultimi 150 anni sono “Alice nel paese
delle meraviglie” e “Il mago di Oz”. Il realismo semplicemente non ha gli strumenti
necessari a descrivere il reale››.
A.V., ‹‹Mi
2.
ha ispirato il collegio››, in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 31 dicembre 2009, p. 18.
Denuncia di Amnesty
«L’Italia vende strumenti di tortura»
ROMA. Alcune aziende di paesi europei, tra cui l’Italia, traggono profitto da un cono
d’ombra giuridico che consente loro di vendere strumenti utilizzati per infliggere torture in
almeno nove stati del mondo che utilizzano disumani metodi d’interrogatorio. Lo denuncia
un rapporto di Amnesty International, l’organizzazione per la difesa dei diritti dell’Uomo
con sede a Londra. Fra questi «strumenti di tortura» figurano manette per appendere persone
al muro, blocca-caviglie, batterie per somministrare scariche elettriche e «aerosol di prodotti
chimici».
«L’Italia vende strumenti di tortura», in Il Secolo XIX, Genova, giovedì 18 marzo 2010, p. 9.
103
GIUDIZI
1. […] in un Paese1 e in un’opinione pubblica che spesso chiede giustizia e chiarezza, ma che
poi non ha pazienza, dimentica, tralascia. E che, soprattutto, condanna o assolve con estrema
facilità. Talora con insopportabile leggerezza, per non dire con indifferenza.
[…].
DAVID BIDUSSA, Chiarezza
su Cucchi: non sia un nuovo Pinelli, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 7 novembre
2009, p. 19.
2. […]. L’extracomunitario è diventato quel “diverso da noi” che al limite dobbiamo “aiutare”
oppure “inserire” nel nostro modello culturale, quando non diventa quell’animale che può
anche marcire nei cosiddetti centri d’accoglienza o annegare in mare. Non rappresenta
quell’“altro da noi” la cui conoscenza è fondamentale per la nostra crescita.
LEONETTA BENTIVOGLIO,
3.
1
Pippo Delbono. Corpi senza menzogna, Barbès, Firenze, 2009, p.141.
[…].
In fondo, niente nella nostra società insegna ai giovani e ai meno giovani che verità e
coraggio sono valori importanti per vivere. A molti sembrano principi retorici, superati.
Sulla carta, chissà. Ma poi si devono fare i conti con la vita, con questo mistero circoscritto e
insieme insondabile che è la vita di ciascuno di noi. […].
L’Articolista si riferisce all’Italia.
105
GIUSEPPE CONTE,
Pietà per i ragazzi uccisi dalla paura di dire la verità, in Il Secolo XIX, Genova, venerdì 22
gennaio 2010, p. 1.
1. Lo scrittore (e giudice di Corte d’Assise) Giancarlo De Cataldo:
[…].
«La narcosi a cui il pubblico televisivo viene sottoposto da 30 anni di cattiva fiction, […]».
“Romanzo Criminale”, bis sull’Italia dei complotti, in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 14
aprile 2010, p. 42.
TIZIANA LEONE,
4. Lo scrittore islandese Einar Màr Gudmundsson:
[…] il mondo è rotondo, e un centro non esiste. Esistono i centri finanziari e di potere, ma
sono solo fittizi. La Natura sa meglio di noi come è fatta la Terra […]
EINAR MÀR GUDMUNDSSON,
«L’eruzione simboleggia la rivoluzione sociale», in Il Secolo XIX, Genova, sabato
17 aprile 2010, pp. 1,7.
5. Non mi meraviglia l’assalto alla Sindone. Noi italiani siamo per gli assalti, i pellegrinaggi,
gli eventi, i pullman per il mondo. A noi piacciono le Madonne lontane che esigono aerei,
treni e colpi di cuore.
[…].
Ma perché siamo così attratti da un volto fissato nel Sacro Telo e non riusciamo a lasciarci
interpellare dal volto del povero, dell’affamato, del perseguitato, dell’ultimo?
[…].
DON ANTONIO MAZZI,
Il volto della Sindone è quello di nostro fratello, in Gente, Milano, 27 aprile 2010, n. 17,
p.27.
106
EFFICIENTAMENTI
1. VINOVO (TORINO). Un giovane di 28 anni, Emanuele V., è stato trovato impiccato ieri
mattina all’interno di un magazzino a Vinovo, in provincia di Torino. La motivazione del
gesto potrebbe essere legata al rischio di perdere il posto di lavoro, considerata la situazione
critica in cui versava l’azienda in cui lavorava. […].
[…].
In Francia, intanto, altri due dipendenti di France Telecom si sono suicidati. Lo hanno fatto
negli ultimi giorni e fuori dal posto di lavoro, ha precisato l’azienda. Dal 2008 a oggi sono
quaranta i casi di suicidio nel gruppo. Cinque solo in questo primo scorcio dell’anno.
Lavoro a rischio / Si impicca nel magazzino, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 13 febbraio 2010, p.8.
2. PARIGI. Arriva il palazzo «zero-suicidi» di France Telecom: otto piani di vetro e acciaio,
con finestre bloccate, passerelle sicure e terrazze inaccessibili. […]. La direzione
dell’azienda mette le mani avanti: parlare di un palazzo anti-suicidi è ridicolo. «Sono solo
misure di sicurezza, in un edificio moderno, ecologico, che rispetta l’ambiente». […]. A
soprannominarlo “il palazzo anti-suicidi” è il quotidiano Le Parisien, ma anche dirigenti
interni lo avrebbero ribattezzato così.
France Telecom inaugura l’edificio a prova di suicidi, in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 10 marzo 2010,
p.10.
107
3. IN SOLI DUE MESI
Eurodisney, terzo suicidio tra i lavoratori
È il terzo suicidio in due mesi nel parco dei divertimenti Disney a Parigi. Franck Claret,
direttore di un ristorante, 37 anni, quattro figli, si è impiccato a casa sua. Doveva tornare al
lavoro dopo un periodo di malattia. I sindacati accusano le condizioni difficili sul lavoro. È
un’altra scossa dopo il caso France Telecom: 35 suicidi in due anni.
Eurodisney, terzo suicidio tra i lavoratori, in Il Secolo XIX, Genova, venerdì 2 aprile 2010, p.7.
108
FARFALLE METROPOLITANE
1. Lunedì 25 gennaio 2010, ore 15,10 circa. Linea d’autobus 47 in direzione Piazza De
Ferrari. Temperatura: due gradi sopra lo zero. Vettura affollatissima, passeggeri come
sardine in scatola. Una signora cerca inutilmente un appiglio a cui tenersi e manifesta
pubblicamente questo desiderio. Le risponde un uomo, in maniera assai divertita:
E come fa a cadere, signora!
Qui è l’unica cosa che non può accadere.
2. Venerdì 29 gennaio 2010. Genova. Sottopasso di Via S. Bartolomeo della Certosa:
… STANCO DI VEDERE LE PAROLE
CHE MUOIONO …
… STANCO DI VEDERE CHE LE COSE
NON CAMBIANO …
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3. Giovedì 4 febbraio 2010, Genova, Via Sant’Agnese:
4. Venerdì 5 febbraio 2010. Genova. Giornata meteorologicamente infelice: vento e pioggia,
pioggia e vento. Piazza Acquaverde: fermata autobus. Ore 15 circa. In attesa del mezzo
pubblico, una “giovin” signora, chiacchierando con me, a un certo punto dice:
[…].
Vede? Quest’ombrello, l’ho preso da un marocchino, l’ho pagato poco, ma è robusto e
indistruttibile! E, mi creda, nelle altre città d’Italia è così’. Ma a Genova no! Non dura
niente. Non c’è ombrello che tenga.
[…].
5. Venerdì 5 marzo 2010. Genova, Salita dell’Oro:
LA PASSIONE PER LA LIBERTÀ
È PIÙ FORTE DI OGNI AUTORITÀ
110
6.
Genova,Via Eugenia Ravasco, mercoledì 24 marzo 2010
111
7. Lunedì 29 marzo 2010. Genova, Via di Prè (muraglione di Palazzo reale).
8. Lunedì 12 aprile 2010. Genova, Piazza Stella.
112
SCHELETRI NELL’ARMADIO
D A N I E L P E N N A C
[…].
Conversazione con Ali (estratto)
“Sono ragazzini con gravi difficoltà scolastiche”, mi spiega, “il più delle volte la madre è sola,
alcuni hanno già avuti problemi con la giustizia, non vogliono sentire parlare degli adulti, si
ritrovano in classi speciali, qualcosa di simile alle tue classi differenziali degli anni settanta,
presumo. Prendo i capetti, i bulletti di quindici o sedici anni, li isolo temporaneamente dal gruppo,
perché è il gruppo a ucciderli, sempre, a impedirgli di costituirsi, gli metto in mano una
videocamera e gli faccio intervistare uno dei compagni, uno che si scelgono loro. Fanno l’intervista
soli in un angolo, lontano dagli sguardi, poi tornano e guardiamo il filmato tutti insieme, stavolta
con il gruppo. E va sempre allo stesso modo: l’intervistato fa il suo solito show davanti
all’obbiettivo, e quello che filma sta al gioco. Fanno i cretini, esasperano il loro accento, fanno i
ganassa con il loro lessico da quattro soldi berciando più che possono, come facevo io quando ero
ragazzino, la mettono giù pesantissima, come se si rivolgessero al gruppo, come se l’unico
spettatore possibile fosse il gruppo, e durante la proiezione i compagni si spisciano dal ridere.
Proietto il filmato una seconda, una terza, una quarta volta. Le risate si diradano, diventano meno
convinte. L’intervistatore e l’intervistato cominciano ad avvertire qualcosa di strano, che non
riescono a definire. Alla quinta o alla sesta proiezione, tra loro e il pubblico serpeggia un vero e
proprio imbarazzo. Alla settima o all’ottava (ti assicuro, mi è capitato di proiettare nove volte lo
stesso filmato!), tutti hanno capito, senza che io dovessi spiegarlo, che ciò che viene a galla nel
filmato è la posa, la buffonaggine, la recita, la loro commedia abituale, le loro mimiche di gruppo,
tutte le loro solite scappatoie, e che questo non ha alcun interesse, zero, alcuna realtà. Quando sono
giunti a questo stadio di lucidità, interrompo le proiezioni e li mando con la videocamera a rifare
113
l’intervista, senza ulteriori spiegazioni. Questa volta si ottiene qualcosa di più serio, che ha un nesso
con la loro vita reale: si presentano, dicono il loro nome, il loro cognome, parlano della loro
famiglia, della loro situazione scolastica, ci sono dei silenzi, cercano le parole, li vedi riflettere, sia
il ragazzo che risponde sia quello che fa le domande, e pian piano vedi apparire l’adolescente in
quegli adolescenti , smettono di essere dei giovani che giocano a fare i duri, tornano a essere ragazzi
e ragazze della loro età, quindici, sedici anni, la loro adolescenza sbuca dietro la loro apparenza, si
impone, i vestiti, i cappellini tornano a essere degli accessori, la loro gestualità si attenua,
istintivamente colui che filma stringe il campo, zooma, adesso ciò che conta è il volto, come se
l’intervistatore ascoltasse il volto dell’altro, e ciò che appare su quel volto è lo sforzo di capire,
come se per la prima volta si considerassero quali sono: fanno conoscenza con la complessità”.
DANIEL PENNAC,
Diario di scuola, Feltrinelli, Milano, 2008, pp. 191-192.
114
I
N
D
I
Z
I
pittura e scultura a Genova dal dopoguerra ad oggi
Aggiorniamo l’elenco di opere (dipinti, sculture, ecc.) presenti, dal secondo dopoguerra ad oggi,
nello spazio urbano di Genova.
115
Nome autori, titolo dell’opera, ubicazione
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Nr scheda fotografica
KOSTAS GEORGAKIS,
piazza Matteotti
0
0
.
ACCADEMIA LIGUSTICA DI BELLE ARTI, Largo Pertini, 4
BANCA CARIGE, collezione d’arte contemporanea, Via Cassa di Risparmio, 15
BANCA D’ITALIA, Via Dante, 3, (Reggiani F., Il varo, 1982, bronzo – fusione a cera
persa; Sirotti Raimondo, vari dipinti astratti esposti al piano ammezzato)
BANCA NAZIONALE DEL LAVORO, Largo Eros Lanfranco, 2 (2 mosaici: Rambaldi E.,
Colombo con caravella, Raccolta olive, Vasaio, Natura Morta; Maestro d’Ascia,
Collocamento Marinaio; Brancaccio G., Porto di Genova, Lanterna, Pescatori con
barche).1
BARBIERI VIALE MICHELANGELO, Parco di Villa Croce
BIFOLI ELSA(?), formelle
del battistero della chiesa di Cristo Re e statuetta del
Battista, via Magellano
BOSCO ALDO, Via San Leonardo, 18
BRANCACCIO G., Porto di Genova, Lanterna, Pescatori con barche, Banca Nazionale
del Lavoro, Largo Eros Lanfranco, 2
BUKER ANDRÉ, Parco di Villa Croce
2
CARLO FELICE, Teatro d’Opera, Largo Pertini
3
CAVALLINI, La nave umana ..., 1992, via Antonio Cecchi
4
CAVALLO ELENA Parco di Villa Gruber
CONTEMORRA LILIANA, Parco di Villa Croce
COSTANTINO (Padre) RUGGERO, Vetrate della chiesa Sacra Famiglia e San Giorgio,
1977, Via dell’Insurrezione 23- 25 aprile 1945
5
DEGLI ABBATI GIGI, Il mare nella storia, ’99-2000, Porto Antico
FIESCHI GIANNETTO, Santa Caterina che riceve la pace dalla Trinità, Santa Maria di
Castello, Via Santa Maria di Castello
FIESCHI GIANNETTO, s.t., 197(?), Istituto Comprensivo San Francesco da Paola, via
Bologna, 86.6
GALLERIA D’ARTE MODERNA, Villa Serra, Via Capolungo, 3
GALLETTI GUIDO, Genova e la Liguria al Padre Santo, 1968, Piazza delle Grazie
GAULAM VAL, Mahatma Gandhi, 22 giugno 2006, Porto Antico
LICEO SCIENTIFICO CASSINI, Via Galata, 34
LICEO SCIENTIFICO FERMI, Via Ulanowski, 56
LUZZATI LELE, Via San Vincenzo
LUZZATI LELE, Vetrate della sinagoga, Via Giovanni Bertora, 5
LUZZATI LELE, Scenografia scultorea, Porto Antico
LUZZATI LELE, “Sovrapporta” del negozio Lisifiori, 1962 (?), Galleria Mazzini, 49 r,
KAPOOR ANISH, (proprietà privata), Via XXV aprile, 12
MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA, Villa Croce, Via J. Ruffini, 3
MUSEO LUZZATI LELE, Porta Siberia
NANI CLAUDIO, Vetrate della chiesa di Cristo Re, Via Magellano
NEBIOLO MARIO, Interventi pittorici sul muraglione di Via Dino Col
PHASE II, 1996, Sottopasso di via Cadorna
1
Cartone Brancaccio. Mosaico. Salviati.
Fotografie tratte da The Carlo Felice Opera House, Genova, Sagep, 1994.
La presenza di questo monumento c’è stata segnalata da Mauro Ghiglione.
4
Courtesy Ellequadro.
5
ESEGUITO DA
MATTIA VIGO E FIGLI
MOSAICISTI IN GENOVA
6
La presenza di questo dipinto c’è stata segnalata da Teresa Parodi.
2
3
116
50
1
2
3
4
60
5
[3]
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
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
PIANO RENZO, Bigo, Porto Antico
PIANO RENZO, Sfera bioclimatica, Porto Antico
7
PICASSO ALESSANDRO, L’albero della vita, 2000, Porto Antico
PIOMBINO UMBERTO, San Tommaso d’Aquino, Santa Maria di Castello
POMODORO ARNALDO, Incontro fra industria e ricerca, 1992, Istituto per le

POMODORO GIÒ, Sole – agli italiani nel mondo, ’89 – 2001, Stazione Marittima, Ponte


QUARANTA ANTONIO, Sculture all’Expo – Porto Antico
biotecnologie – I.S.T., Largo R. Benzi
dei Mille
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





Bassorilievo, Via XII Ottobre (porticato del civico 12, presso il 186 r)
Bassorilievo in ceramica situato presso le scale mobili di Piazza Piccapietra, 83
Cimitero di Staglieno
Decorazioni della chiesa dell’Ospedale di Villa Scassi
Dipinto sul fronte della palazzina di Via Siena, 10
Installazione della Biennale di Venezia – Porto Antico
Monumento ai caduti del lavoro, Via Diaz
Monumento ai caduti della Resistenza, viale Brigata Bisagno
Nostra Signora della Neve, Via Bolzaneto




28
8
Colombo con caravella, Raccolta olive, Vasaio, Natura Morta; Maestro
d’Ascia, Collocamento Marinaio, Banca Nazionale del Lavoro, Largo Eros Lanfranco,
2
REGGIANI F., Il leudo, via Carducci (proprietà Banco Di San Giorgio)
REGGIANI F., Il varo,
* 1982, bronzo – fusione a cera persa, Banca d’Italia, Via Dante, 3
REPETTO FRANCO, Monumento a Guido Rossa, Largo XII Ottobre
ROSSETTI RICCARDO & STEFANO, Graffito situato all’ingresso della stazione
metropolitana di Principe, 1996
9
ROSSI MARCO, Fabrizio De André, 2001, Piazza del Campo, bassorilievo in ardesia
SERMENGHI SAURA, Fontana di Via San Sebastiano
SIROTTI RAIMONDO, Sant’Anna e San Gioacchino, SS. Annunziata del Vastato,
Piazza della Nunziata, 4
SIROTTI RAIMONDO
* , vari dipinti astratti esposti al piano ammezzato della Banca
d’Italia
10
SOMAINI, Mosaici pavimentazione Galleria Mazzini, 2001
SUSUMU SHINGU, Sculture eoliche al Porto Antico, 1992
TAMPIERI, Bassorilievi marmorei, Via di Sottoripa, 1°
TERRONE PIERO, Rapallo, 1976 (?), Accademia Ligustica di Belle Arti




23
42
25
26
27
RAMBALDI E.,
38
[3]
29
2
36
45
53
40
30
31
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46
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47
58
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37
55
35
56
PRIMA SCULTURA AD ENERGIA SOLARE FOTOVOLTAICA DEDICATA ALL’UNIONE EUROPEA
LA “GRANDI NAVI VELOCI”
E ALDO GRIMALDI
DONANO QUESTA OPERA
DI GIÒ POMODORO
A GENOVA LA “SUPERBA”
ED AL SUO PORTO
LUGLIO 2001
Le fotografie 31 e (31) sono tratte dall’opuscolo “Genoa - A Port on a Human Scale, a cura dell’Autorità portuale di Genova e della Stazioni
Marittime s.p.a.
9
Realizzato a cura della Fondazione Fabrizio De André
10
MOSAICI DONATI DA
CAMERA DI COMMERCIO
FONDAZIONE CARIGE
E CON IL CONTRIBUTO
DI TRAMETAL
7
8
117






Palazzo d’abitazione, Via Peschiera, 19, (rilievi)
Resti di piccola fontana, Via XII Ottobre
Scultura in Via Renata Bianchi, Campi, Cornigliano
Scultura situata in piazzale Marassi, antistante lo Stadio di Calcio Luigi Ferraris
Statua di Padre Pio, posta dinanzi alla chiesa dell’ Ospedale di Villa Scassi
Via Corsica, 9
33
48
43
44
62
57
Note.
-
-
La Fondazione Katinca Prini di Salita Dinegro, la cui citazione è apparsa in più numeri di Cantarena, è in realtà
non più disponibile al pubblico. Il numero d’elenco – 13 – con cui l’abbiamo contrassegnata non viene
sostituito.
Il modulo architettonico di Renzo Piano era stato temporaneamente esposto in Piazza Corvetto (già punto 24
dell’elenco).
POMODORO ARNALDO,
Incontro fra industria e ricerca, 1992,
Istituto per le biotecnologie – I.S.T., Largo R. Benzi
118
HANNE LISE THOMSEN,
Inside Out, Copenaghen, 2009, videoinstallazione, 65 video e proiezioni di diapositive.
HANNE LISE THOMSEN,
Inside Out, Copenaghen, 2009, videoinstallazione.
HANNE LISE THOMSEN,
Inside Out, Copenaghen, 2009, videoinstallazione.
HANNE LISE THOMSEN,
Inside Out, Copenaghen, 2009, videoinstallazione, 65 video e proiezioni di diapositive.
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A Milano caso di razzismo ignorato da tutti