o t n o d r i o g n U con te! Lo scopo principale dell’associazione (formata da famiglie adottive e affidatarie e figli adottati/affidati) è quello di dare una famiglia, moralmente e materialmente uguale a quella naturale, ai bambini che ne sono privi, attraverso varie attività: promozione, studio giuridico ed istituzionale per il miglioramento delle leggi vigenti, verifica dell’applicazione delle leggi da parte degli organi preposti, formazione, ecc. L’associazione non ha qualificazione politica, sindacale o confessionale e, attraverso le sue strutture (nazionali, regionali e locali) è aperta all’apporto di tutti quelli che sono realmente impegnati a risolvere i problemi dei minori in difficoltà. La principale attività della sezione è legata ad incontri periodici di informazione/formazione e sostegno per famiglie adottive e/o affidatarie o in attesa dell’inserimento di un bambino ed ai percorsi didattici nelle scuole di ogni ordine e grado. Attraverso laboratori e corsi di formazione o aggiornamento sono stati realizzati quaderni con fiabe, racconti, storie vere, percorsi didattici, CDROM divulgativi e formativi. Ai grandi e piccini che ci leggono. I bambini per crescere hanno bisogno di cure, di affetto, di ascolto, di educazione adeguati ma alcuni di loro - per i motivi più vari - non possono avere tutto questo dalle loro famiglie. Ci sono famiglie che hanno “spazi nel cuore” e sanno dare ascolto ai bisogni di questi bambini rendendosi disponibili ad accoglierli per i periodi, brevi o lunghi, necessari alla loro crescita: mi riferisco all’affidamento familiare. Questo fascicolo vuole essere un aiuto per la comprensione dell’affido familiare e vi abbiamo incluso anche qualche racconto fiabesco nella convinzione che può essere un piccolo ma significativo strumento per capire meglio la realtà che ci circonda e per affrontare questo tema non facile, per spiegarlo e farlo conoscere anche ai bambini e ragazzi che stanno crescendo. Uno dei tanti obiettivi dell’ ANFAA è di rendere migliore il mondo dei bambini affinché possano vivere nel caldo abbraccio di una famiglia. Chissà che un giorno chi ci legge non possa accogliere nella propria casa e nel proprio cuore una bambina o un bambino (piccoli o grandi che siano) per aiutarli a crescere mentre i loro genitori cercano di risolvere i loro problemi con l’aiuto dei servizi sociali. Buona lettura. Emilia Pistoia Presidente di sezione Bianca e Ricciolo C’è fermento nella Cascina dell’Uva fragola: nella stalla che profuma di paglia fresca, l’aria è tiepida e all’intermo del suo recinto la pecora Feli sta per diventare mamma. Dopo un ultimo sforzo l’agnellino nasce: si chiama Ricciolo. Ricciolo è affamato e si avvicina alla mamma per nutrirsi ma Feli non sta bene, è affaticata e non ha il latte necessario, è disperata perché sa che il suo piccolo, senza il cibo, morirà in breve tempo. Il suo belato si leva alto e il fattore comprende la situazione: chiama il veterinario che dà le medicine necessarie per la nuova mamma e consiglia di far allattare Ricciolino da un’altra mamma perché ci vorrà del tempo prima che Feli guarisca. Il fattore sa che nella Cascina dei Glicini la capra Dora proprio qualche giorno fa ha dato alla luce la sua piccola Bianca. Pecore e capre di solito non vanno molto d’accordo, ma il fattore porta Ricciolo da Dora e, avvicinandolo piano piano, glielo fa ammusare così lei inizia ad accettarlo leccandolo sul musetto umido. Il glicine appena fiorito addolcisce l’aria intorno a Bianca e Ricciolo che cresceranno insieme per un po’ fintanto che Feli non sarà guarita e riuscirà a riprendere il suo piccolo. Le due famigliole non sono lasciate sole, infatti ogni lunedì il fattore porta Ricciolo da Feli e permette che stia con lei tutto il giorno affinché non dimentichi il calore ed il buon odore della sua mamma. I due cuccioli, Bianca e Ricciolo, all’inizio giocano insieme ma poi cominciano le gelosie e Bianca vuole sapere dai suoi genitori perché deve dividere il recinto con quell’intruso! È Barba, il papà, a spiegare le necessità di Ricciolo ed i problemi di salute della sua mamma ma Bianca è ancora piccina e non è facile per lei capire così a volte - quando i piccoli escono col gregge sul prato - fa i dispetti a Ricciolo che è molto curioso. Prima di sera però tutto passa e la pace è fatta. Quando nella stalla si fa buio ed è l’ora della nanna il piccolo cuore dell’agnellino batte forte e non gli permette di abbandonarsi al sonno. Pensa alla sua mamma “È vero che mi ha lasciato perché sono stato cattivo?” Pensa a Dora e Barba che lo sgridano quando fa il birichino “E se anche loro mi lasciano che cosa ne sarà di me?” La paura lo fa agitare: Dora comprende e avvicina Ricciolo a sé coccolandolo per rassicurare il suo piccolo cuore. Ora Ricciolo e Bianca dormono vicini vicini a mamma Dora sulla paglia tiepida. A settembre, con la festa dell’Uva, il fattore avverte la famiglia delle Capre che è venuta l’ora per Ricciolo di tornare dalla sua mamma ormai ristabilita. Gli addii non sono mai facili, per questo il fattore lascia ancora qualche giorno di tempo alla famigliola di Dora per assorbire la notizia ed anche per sostenere Ricciolo nel distacco. È mattina presto, il sole inizia a spargere i suoi raggi nel cielo dietro alla collina ed il gregge di pecore già bruca l’erbetta ancora umida di rugiada. Feli guarda con ansia il sentiero davanti a lei ed ecco… là in fondo vede il fattore che arriva con un agnellino in braccio. È il suo Ricciolo che, appena posato sul prato, corre con le sue zampe già sicure (è stata Dora a insegnarli a camminare bene) verso la sua mamma. I loro musetti si incontrano e si annusano a vicenda, le code si muovono di felicità. Venuta la sera l’agnellino ancora fatica a dormire: sente la mancanza dell’odore di Dora e del respiro di Bianca ma poi si avvicina di più alla mamma che lo circonda con il suo corpo per scaldarlo così si rassicura e la nanna arriva. Sogna e nel sogno i grappoli d’uva si confondono con i grappoli di glicine che circondavano la casa di Dora al suo arrivo in Cascina. Ricciolo però sa che passato l’inverno si ritroverà sul prato grande che unisce le due cascine dove pecore e capre vanno a brucare l’erba nuova, rivedrà Dora e Barba che l’hanno aiutato a crescere in un momento difficile, giocherà ancora con Bianca e nella gioia di ritrovarsi si racconteranno gli avvenimenti del periodo in cui sono stati lontani. Affidamento e’ accogliere un bambino per il tempo necessario alla sua famiglia di risolvere - con l’aiuto dei servizi sociali - la situazione di disagio. Il minore affidato e’ il principale protagonista dell’affido. Puo’ essere neonato, bambino o adolescente, poiche’ il servizio dell’affidamento e’ previsto per l’infanzia, la preadolescenza e l’adolescenza, fino alla maggiore eta’. E’ possibile l’affidamento di bambini anche piccolissimi purche’ le condizioni siano chiare e ben definite. Camilla Non mi piaceva il mio nome, a scuola mi chiamavano “camomilla”, facevo molta fatica a leggere ed ero sempre rimproverata dalla maestra per il disordine dei quaderni (le letterine si confondevano e andavano su e giù…) in più non riuscivo a legare con nessuno (o forse erano loro a non volere la mia amicizia, dicevano che puzzavo…). A casa ero abituata a stare sola con la TV come costante compagnia, la mia mamma - Angela - era sempre fuori, e così spesso mi dimenticavo dei compiti. In terza elementare abbiamo iniziato un laboratorio sulle emozioni ed ho conosciuto Raffaella. Era lei a raccontarci piccole storie spesso accompagnate da musichette facili e noi disegnavamo, facevamo collage o altro che ci venisse in mente. Mi piaceva tutto questo, ero anche brava, e stavo bene con lei. Raffaella aveva tanti capelli ricci sulla testa che “scappavano” anche quando li legava, aveva un buon odore che mi ricordava i fiori di campo: mi piaceva pensare che fosse profumo di “camomilla”. Quell’anno quando la scuola era quasi finita ed io - al contrario delle mie compagne - ero triste perché non c’era gioia nelle mie vacanze, lei si era avvicinata chiedendomi: “Vuoi venire a casa mia per fare i compiti?” Non ricordo di avere risposto ma so di averle messo la mia mano nella sua con la fiducia di una bimba “troppo sola”. Ricordo ancora il calore della sua mano che stringeva la mia che forse un poco tremava. Sono sfocate nel mio ricordo le chiacchierate con l’assistente sociale e la psicologa anche se ora so che sono state fondamentali. Raffa (così avevo cominciato a chiamarla) abitava in un appartamento con ampie finestre da cui si vedeva la strada e - da un lato - il giardino del quartiere dove potevo andare a divertirmi sulle altalene quando i compiti erano finiti. Andavo da lei tutti i giorni dopo la scuola, restavo anche per la cena ma mai a dormire. Dopo cena Raffa mi riportava un po’ sul tardi così mamma era già a casa. Lei mi spiegò che non era colpa mia se non riuscivo a leggere e scrivere bene ma si trattava di “dislessia” che non è una malattia ma un disturbo che hanno avuto anche persone importanti. Parlò con le maestre e le cose andarono meglio. Ho conosciuto Enzo il figlio di Raffa, studiava in una università lontana e tornava a casa ogni quindici giorni. Di lui avevo un po’ di soggezione anche perché lo vedevo poco, infatti alla domenica io restavo con la mia mamma. Ma poi, durante le vacanze di Natale, mi aveva insegnato a giocare a dama e a carte: quante partite e quante risate! Enzo era simpatico e - giocando - mi spiegava anche quanto era importante “rispettare le regole” in casa, a scuola e con gli altri. Ricordo Raffa intenta a preparare i suoi laboratori ma ricordo anche il profumo delle sue torte… Qualche volta mi capitava di chiamarla mamma e allora lei si voltava a guardarmi e sorrideva senza alcun moto di rimprovero ma poi a me sembrava di fare un torto alla mia mamma. Verso la fine della seconda media siamo state chiamate (Raffa ed io) dall’assistente sociale: la mia mamma aspettava un bambino e in ottobre avrebbe avuto bisogno di me per aiutarla in questo compito. Durante l’estate però ho potuto restare a casa di Raffa anche a dormire perché la mamma doveva abituarsi alla sua nuova vita con il papà del piccolo che sarebbe nato. Tornavo a casa per il fine settimana così aiutavo nei lavori domestici e in cucina: Raffa mi aveva insegnato a fare alcune cose buone. La mamma mi lasciava usare i suoi trucchi ed io mi sentivo già grande con il rossetto, lo smalto colorato, il fard ecc. potevo anche stare fuori la sera a passeggiare con alcune ragazzine del quartiere… tutto ciò a Raffa non andava giù, diceva che ero troppo piccola per queste cose. Ma io mi sentivo importante e accettata in un gruppo così quando alla fine di ottobre mi è stato detto che era il momento di ritornare a casa definitivamente mi sono sentita sollevata: sarei andata comunque da Raffa una volta la settimana per i compiti. In realtà a casa è stato tutto abbastanza difficile e complicato. Luca, il compagno della mamma non aveva un carattere facile e anche lui mi sgridava se mi truccavo o stavo fuori la sera. Quando non ero a scuola aiutavo la mamma con il piccolo Marco che era un bimbo bello e gioioso ma, come tutti i piccoli, aveva molte esigenze. Un’educatrice del servizio sociale veniva periodicamente a controllare che tutto andasse bene e questo mi rassicurava. Io ero molto attenta alle necessità del piccolo e riuscivo a nascondere anche le negligenze della mamma nei suoi confronti, non volevo che lui soffrisse. Spesso telefonavo a Raffa per consiglio ed anche per conforto. Avevo il grande desiderio di una “stanza tutta per me” un posto dove mettere le mie cose senza che nessuno potesse toccarle o spostarle, un posto dove poter “pensare”, dove poter “incontrare i miei sogni”. Dopo la terza media (passata sul filo di lana grazie a Raffa) ho scelto una scuola professionale per parrucchiera. Grazie ai servizi sociali ora abito con un’altra ragazza in un piccolo appartamento, faccio l’aiuto parrucchiera in un negozio del centro ma non dimentico il mio fratellino Marco. Quando sono libera lo porto con me, gli parlo e gli racconto tante cose, tutte quelle che mi ha insegnato Raffa. È lei che viene da me ora - tutti i giovedì - per farsi sistemare i sui riccioli ribelli e mentre le faccio lo shampoo e le passo il phon parliamo di lei (ha un compagno ed è diventata nonna) di me, dei miei sogni. Il lavoro che faccio mi piace, un giorno aprirò un negozio tutto mio, ci sarà un’insegna grande con scritto “da Milly” - così mi chiama il mio ragazzo - spero di farmi una famiglia e di vivere felice con lui e i bambini che verranno. Accogliere un bambino in affidamento vuol dire essere una famiglia in piu’, non una famiglia al posto di un’altra; e’ un percorso di solidarieta’ nel quale si accoglie nella propria vita e nella propria casa un bambino o un adolescente per un certo periodo di tempo. Possono offrire la propria disponibilita’: famiglie con figli; coppie unite in matrimonio o di fatto (con o senza figli); persone singole. La legge, diversamente dall’adozione, per l’affidamento non pone un limite alla differenza d’eta’ tra gli affidatari e il bambino affidato. Il progetto di affido e’ predisposto dai servizi sociali e puo’ essere: • a tempo pieno (affido residenziale), sono fatti salvi i rientri presso la famiglia di origine; • a tempo parziale (educativo), solo per alcune ore della giornata o per il fine settimana; • per il periodo delle vacanze. Ancora molti minori, provenienti da famiglie problematiche, vivono in strutture assistenziali, pochissimi di questi bambini e ragazzi sono adottabili, altri potrebbero essere accolti in affidamento in una famiglia diversa dalla propria. L'affido familiare e l'adozione sono due percorsi completamente diversi anche se entrambi sono strumenti attuati per risolvere situazioni di disagio e di sofferenza dei bambini. La fondamentale differenza tra l’affido e l’adozione e’ che quest’ultima si attua quando sia stata accertata per il minore la situazione di abbandono morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti; l’adozione e’ definitiva ed il bambino diviene a tutti gli effetti figlio acquisendo anche il cognome della nuova famiglia. L'affido, invece, mira ad accogliere e a fornire un aiuto non ad un minore senza famiglia, ma ad un minore che ne ha una in difficolta’; nell’affido i rapporti con la famiglia di origine vengono mantenuti, con differenti modalita’, in base alla situazione del minore e della famiglia di origine. L’affidamento familiare e’ disciplinato dalla legge n. 184/83 modificata dalla legge n. 149/01. È stato chiesto a Chantal - protagonista del racconto sull’adozione “Su e giù dal cielo”- di intervistare una famiglia affidataria composta da: Stefano il papà Giorgia la mamma Emanuele il figlio biologico Claudia e Sabrina (tra loro sorelle) accolte in affido in tempi diversi Domande alla mamma: Come hanno reagito gli amici e i parenti di fronte alla vostra scelta? I parenti con il primo inserimento sono stati accoglienti e ci hanno sostenuto moltissimo, approvavano la nostra decisione e ci hanno appoggiati in tutto. Il secondo inserimento è stato più complicato, i parenti (non tutti) non capivano completamente la nostra scelta, temevano che fosse azzardata e troppo faticosa emotivamente per la nostra famiglia e per i bambini. In alcuni momenti sono stati quasi più di intralcio che di aiuto, ma poi con il tempo hanno compreso e verificato che, malgrado le fatiche, era una scelta giusta ed ora sono tutti più sereni. Gli amici hanno avuto reazioni molto diverse in funzione del loro essere: c'è chi ci ha dato dei pazzi, chi di quelli che andavano in cerca di guai, ma c'è stato anche chi ci è stato vicino con un affetto e una disponibilità commovente. Come e’ stato il rapporto con la famiglia di origine? Non sempre idilliaco. Le relazioni interpersonali non sono mai semplici, spesso si hanno contrasti sull'educazione dei bambini anche all'interno di una coppia, figuriamoci doversi in qualche modo e forzatamente rapportare con persone che conosci poco e frequenti anche molto poco. Il legame fra gli adulti sono i bambini che spesso si ritrovano confusi da messaggi molto diversi, talvolta addirittura opposti. Ma i bambini hanno una forza incredibile, qualcuno la chiama resilienza, in psicologia è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. Non conosco l'origine etimologica della parola ma, se penso ai miei figli, direi che potrebbe derivare dalle parole: resistenza e anche pazienza. Domande al papà: Come e’ avvenuta e perche’ e’ stata fatta la scelta dell’affido? Desideravamo un secondo figlio che potesse crescere con Emanuele perciò decidemmo di intraprendere la strada dell’adozione, quando un’assistente sociale nostra conoscente ci fece conoscere l’esistenza dell’affido famigliare, fino ad allora a noi sconosciuto, proponendoci di dare una nostra disponibilità di accoglienza ai servizi sociali. Accettammo senza porci troppe domande ma semplicemente perchè “sapeva di buono” e fu così che dopo qualche mese i servizi ci proposero di occuparci di una bambina di circa due anni che aveva assoluto bisogno di una famiglia con cui crescere. Dopo circa 15 giorni Claudia divenne parte di noi e dopo circa tre anni, con una storia diversa, il cerchio si completò con l’arrivo di Sabrina. E’ stato difficile l’inserimento di Sabrina? Certamente si perchè la sua storia fino all’età di 7 anni è stata un susseguirsi di speranze ed abbandoni e quindi la sua fiducia negli adulti era oramai quasi totalmente scomparsa. Fu una decisione da prendere senza una benché minima alternativa possibile per il suo bene ma, evidentemente, anche questa volta ci è sembrata la cosa giusta da fare. Ciononostante la solidità dell’intera famiglia, in cui Claudia si era perfettamente integrata, fu seriamente messa in discussione dalla complessità del rapporto con Sabrina che, lo scoprimmo più tardi, ci mise tutti e quattro quotidianamente alla prova per circa 3 anni prima di decidere che poteva finalmente fidarsi di noi, diventando così, a tutti gli effetti, la sua famiglia. Sono passati oramai parecchi anni e credo si possa dire, senza ombra di dubbio, che l’intuito, l’ottimismo e un po’ di sana incoscienza miei e di mia moglie Giorgia di allora siano stati ampiamente ripagati oggi dai tre splendidi ragazzi che abbiamo la fortuna di veder crescere nel migliore dei modi. Ho chiesto a Emanuele, il figlio biologico della famiglia, di raccontare come ha vissuto l’esperienza di affido della sua famiglia. Ecco la sua testimonianza: Mi chiamo Emanuele e la mia esperienza con l'affidamento è iniziata quando avevo 5 anni. Ero figlio unico ai tempi e desideravo tanto avere un fratellino, così i miei genitori dopo vari tentativi decisero di prendere la via dell'affidamento. Me la ricordo quella sera, mia mamma aveva preparato la pizza e mi aveva detto che a cena ci sarebbe stata anche la mia nuova sorellina Claudia. Ero piccolo allora ma mi ricordo che dal momento in cui la vidi arrivare fui convinto anche io che si trattasse proprio di mia sorella. Con Claudia fu semplice crescere, eravamo piccoli tutti e due e pensavamo solo a giocare, non c'era tempo per rivalità affettive o cose simili. Claudia aveva una sorella, Sabrina, anche lei, dopo i primi quattro anni vissuti con i nonni e un anno passato in collegio, fu presa in affidamento da una famiglia, ma la sua esperienza non funzionò come quella di Claudia, così che la sua prima famiglia affidataria decise di non volersi più occupare di lei. A quel punto i miei genitori decisero di prendere in affidamento pure Sabrina. Allora io avevo nove anni e questa volta ci misi molto più tempo ad accettare una seconda sorella con cui condividere i miei spazi e l'affetto dei miei genitori, nonché quello dell'altra mia sorella. Il nostro rapporto fu parecchio difficile i primi anni ma col tempo abbiamo imparato a convivere, a parlarci, a venirci incontro e ora posso dire con orgoglio e certezza di avere due sorelle, Sabrina e Claudia... Per approfondimenti: Tel: 338 8032955 - www.anfaa.it - [email protected] Per dare la propria disponibilità all’accoglienza di un minore in affidamento familiare occorre rivolgersi ai Servizi Socio-Assistenziali. Aspetti psicologici dell’affido familiare L’affidamento familiare e’ un intervento che affianca alla famiglia d’origine un’altra famiglia, per dare al bambino riferimenti stabili, sicuri: una rete di scambi affettivi ed emotivi che gli permettano di crescere nel modo migliore possibile. E' una risorsa importante sia per il bambino che per la sua famiglia, certamente costituisce una sfida avvincente e complessa, un’esperienza impegnativa nella quale sono coinvolti piu’ protagonisti. La riuscita dell’affido e’ legata alla collaborazione tra i soggetti coinvolti, ognuno con un diverso ruolo. Il minore e’ il principale protagonista dell’affido. Si tratta di bambini o adolescenti con un grande bisogno di affetto e attenzioni; essi vivono una situazione di disagio piu’ o meno grave presso il proprio nucleo familiare; devono quindi essere accompagnati con gradualita’ a costruire un nuovo rapporto con la famiglia affidataria che li accogliera’. E’ importante avvicinarsi al bambino “in punta di piedi”, rispettando i suoi tempi. Il piu’ delle volte ci vuole tempo perche’ il bambino riesca a inserirsi nel nuovo ambiente e a trarre benefici da esso superando l’iniziale vissuto di “espulsione” dalla famiglia d’origine e di “estraneita’” nei confronti di quella affidataria. Il bambino va preparato, aiutato e sostenuto cosi’ che possa vivere l’esperienza dell’affido come positiva ed arricchente per la sua crescita e non come motivo di conflitto interiore e di divisione tra le due famiglie con conseguenti sensi di colpa. La famiglia affidataria e’ una famiglia aperta e solidale, l’affidamento e’ un atto di amore per la vita, di affetto per un bambino, ma anche di solidarieta’ concreta tra famiglie. La famiglia affidataria, accogliendo il minore, dovra’ essere capace di amarlo nel rispetto della sua cultura e tradizione di origine, nella comprensione della sua storia personale, ponendosi in una ottica di accoglienza, libera da ogni forma di giudizio. Il punto di partenza e’ la disponibilita’ a non competere, a non voler sostituire nessuno, ma a dare al bambino affetto disinteressato senza aspettarsi dei riconoscimenti. Le istituzioni, infine svolgono un ruolo indispensabile nell’analizzare la situazione del minore e della sua famiglia di origine, nel mettere a punto il progetto di affido, nel sostenere la famiglia affidataria in questo percorso. a cura della Dr.ssa Marella Basla psicologa forense L’affidamento familiare aiuta i bambini in difficolta’ a diventare grandi. Hanno collaborato: Testi coordinati da: Emilia Pistoia Disegni di: Claudia Barbera (Copertina), Noemi (Bianca e Ricciolo), Luz Maria Porta Fusero (Camilla) Impaginazione grafica: Valentina Pollero CHI SIAMO Il CSV di Novara è una delle tre associazioni che compongono l’Associazione dei Centri di Servizio per il Volontariato di Biella, Novara e Vercelli (A.CSV), realtà che opera sin dal 1997 per sostenere, qualificare e promuovere il volontariato e il cui operato è regolamentato dalla Legge Quadro sul volontariato n. 266/91 e dal D.M. 8/10/97. Il CSV di Novara offre servizi gratuiti alle organizzazioni di volontariato che rispondono ai requisiti previsti dalla legge 266/91, iscritte e non iscritte al registro provinciale del Volontariato in un’ottica di sinergia e ottimizzazione di risorse e conoscenze. Il CSV di Novara è finanziato dal Fondo Speciale per il Volontariato costituito presso la Regione Piemonte in base all’art. 15 della stessa L. 266/91; detto fondo deriva dall’1/15 degli utili delle fondazioni bancarie ed è gestito dal Comitato di Gestione del Fondo per il Volontariato in Piemonte (Co.Ge). COSA FACCIAMO I valori che ispirano A.CSV •Democrazia, intesa non solo come rispetto del principio di maggioranza, ma come ricerca di partecipazione attiva, di confronto, di processi che portano a decisioni consapevoli e comuni partendo da una condivisione della conoscenza e delle informazioni •Solidarietà, intesa come condivisione e corresponsabilità nella promozione del bene comune, dei legami sociali, della cittadinanza attiva, dell’attenzione ai più deboli I principi che ispirano A.CSV •Uguaglianza e non discriminazione, nel favorire l’accesso ai servizi a tutte le Organizzazioni di Volontariato del territorio, con un’attenzione particolare a quelle più piccole e meno raggiungibili •Trasparenza nei processi decisionali e completezza nella comunicazione •Rispetto e tutela delle prerogative delle Organizzazioni di Volontariato, evitando di sovrapporsi a esse nelle istanze di rappresentanza e difendendo le peculiarità della cultura della gratuità e del dono •Sobrietà, intesa come essenzialità nella realizzazione dei servizi soprattutto relativamente alle azioni di pubblicità e comunicazione Sosteniamo e qualifichiamo la tua organizzazione di volontariato Il CSV di Novara eroga servizi gratuiti in grado di sostenere l’abituale attività delle Organizzazioni di Volontariato e propone attività mirate a produrre un cambiamento e la crescita delle stesse. Per farlo, persegue le seguenti strategie: •supporto alla crescita e allo sviluppo delle Organizzazioni di Volontariato attraverso il trasferimento di conoscenze, competenze e altri ausili •sostegno a reti e coordinamenti •sostegno alla progettazione sociale Promuoviamo il volontariato e i suoi valori Il CSV di Novara progetta attività rivolte alla cittadinanza per promuovere il volontariato, nonché la cultura e i valori che ne sono l’essenza. Per farlo, persegue le seguenti strategie: •facilitazione dell’incontro tra Organizzazioni di Volontariato e cittadini •crescita della cultura della solidarietà Via Monte Ariolo, 12/d - 28100 Novara - Tel. 0321 33393 - Fax 0321 631007 - [email protected] - www.acsv.it