Giovanni Baronzio, Scene della Passione di Cristo, tempera e oro su tavola, cm 70 x 110, Rimini, Collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini. [email protected] Collaboratori del 3° numero, anno 2006/07 Mario Alvisi – Alfredo Aureli - Ottorino Bacilieri - Pinuccia Benelli Liberati Elio Bianchi - Pietro Giovanni Biondi - Vittoria Currò Dossi Alessandro Giovanardi - Mario Giuliacci - Franca Fabbri Marani Maurizio Focchi - Massimo Mancini - Anna Mariotti Biondi Maurizia Mazza - Franco Palma - Sandro Piscaglia Stefano Pivato - Loretta Raggini - Guido Zangheri Progetto grafico e impaginazione Anna Mariotti Biondi Fotografie Mario Alvisi Vita di Club Anno lionistico 2006 – 2007 Numero 3 Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta SOMMARIO: Incontri Conferenze Conviviali Servizi Viaggi Curiosità Novità Ricordi Arte Musica Poesia Amicizia Solidarietà Mostre Musei Gastronomia Posta Attualità Chiacchiere Pensieri Brevi Lionismo Anniversari Ospiti Atmosfere Nostalgie Progetti 4 5 8 11 11 15 18 21 24 30 31 La pagina del Presidente Meeting Intermeeting Lions Tour Arte in Mostra 33 35 37 38 38 40 42 45 47 49 54 55 55 56 58 59 62 Service Meeting Curiosità Arte nella Storia Viaggiando viaggiando Poeti Riminesi Itinerari Meeting Arte in Mostra Meeting Mondo Lions Service Charter L’angolo dello sponsor Il saluto L’inno di Mameli In cima al Titano Nelle gite di Club Silvestro Lega Il Simbolismo Il Verginese Belriguardo Tra le Regine Poesie d’autunno I luoghi sognati Fotografie nell’inserto centrale Musica in concerto L’artista e il tiranno Happy days Le donne con capelli rossi Un Pisolo in giardino Il tappeto delle onde quiete SCM GROUP FOCCHI GROUP Un mistero al femminile La psicosomatica in sessuologia clinica News Campioni sull’erba Premio “Morena Ugolini” Giovani talenti Premio “Vitale Vitale” Notte di Stelle Pubblicità LA PAGINA DEL PRESIDENTE Anno lionistico 2006 - 2007 IL SALUTO D urante l’anno di presidenza l’attenzione e l’impegno sono stati dedicati a progettare, organizzare, comunicare, partecipare. L’anno, come sempre, è stato ricco di appuntamenti, di occasioni di incontro, di rapporti. Essendo spesso le persone di riferimento, tutti hanno atteso da noi iniziative, decisioni, fatti. Un anno quindi vissuto intensamente e con la tensione generata dalla consapevolezza che ogni nostro atto avrebbe avuto riflessi sul Club, sul suo prestigio e sulla sua immagine. Giunto alla fine del mandato, interpretando anche i sentimenti di mia moglie Franca, il bilancio che spontaneamente mi sento di fare riguarda unicamente le sensazioni che l’esperienza conclusa lascia in noi. La prima sensazione è di serenità: sappiamo di esserci impegnati al massimo; di più non avremmo potuto fare. L’altra piacevole sensazione deriva dall’aver sentito attorno a noi l’affetto e la simpatia del club: i soci ci hanno aiutati costantemente rendendo largamente condivisibile ogni iniziativa e più agevole ogni attività. L’anno di presidenza ci ha consentito inoltre, incontrando anche all’esterno del Club numerose persone, di renderci pienamente conto del prestigio e della considerazione di cui il nostro Club gode; di qui l’orgoglio di appartenervi. Scrivevo nel mio primo intervento su questa nostra bella rivista: “Il mio obiettivo è quello di arrivare alla conclusione del mandato con la sensazione di aver contribuito a rendere forte e unita la nostra famiglia lionistica e con l’orgoglio di essere stato utile al mio Lions Club”. Con la speranza di non aver deluso nessuno, uniamo tutti voi in un caloroso abbraccio. Grazie, cari amici Lions. YÜtÇvt x `táá|ÅÉ `tÇv|Ç| 4 Vita di Club MEETING Il primo meeting del mese di marzo è stato dedicato ad un tema che è sempre di attualità dal momento che non esiste occasione ufficiale che non abbia inizio con l’inno nazionale cantato a volte da cori stupendi, a volte pasticciato da bocche che inciampano dopo i primi versi e si ammutoliscono dopo la prima strofa. La maggior parte della popolazione non conosce il testo integrale o non capisce i passaggi più ostici. A parlarci della sua storia e dei suoi autori, il poeta Goffredo Mameli e il musicista Michele Novaro, spesso dimenticato, è un nome prestigioso, lo scrittore e docente universitario Stefano Pivato, Assessore alla Cultura del Comune di Rimini. Lo abbiamo pregato di sintetizzare per noi la bellissima dissertazione che ha suscitato tanto interesse. CULTURA&SOCIETÀ di STEFANO PIVATO “Far nazioni” e “far canzoni” L’INNO DI MAMELI I l 24 maggio 1862 all'Her Majesty's Theatre di Londra, in occasione della Esposizione Universale, viene eseguito l'Inno delle Nazioni. Composto da Giuseppe Verdi, l'inno comprende un'introduzione, un coro, un solo soprano e un finale nel quale si sovrappongono God Save the Queen, la Marsigliese e Fratelli d'Italia. Vera e propria anticipazione di un inno europeista, quella esecuzione suona non solo come un omaggio del grande compositore di Busseto alle nazioni liberali dell'Europa ottocentesca, ma sancisce l'ormai avvenuta adozione degli inni nazionali come parte costitutiva dell'apparato rappresentativo e simbolico delle nazioni. Gli inni nazionali si diffondono a partire dalla fine del XVIII secolo come espressione dell'idea di stato-nazione, conseguenza dei processi politici e culturali innescati dalla Rivoluzione francese, e fanno parte di quell'apparato di simboli e di codici che definiscono la rappresentazione estetica ed emotiva dello stato nazionale: la bandiera, le uniformi dell'esercito, i miti nazionali e l'inno. In realtà, come afferma Eric Hobsbawm, uno dei maggiori storici del Novecento, se l'Ottocento può essere definito come il secolo del "far nazioni", nondimeno è il secolo del "far canzoni" che, come la letteratura, devono in un certo modo rappresentare il sentimento intimamente legato alla formazione delle comunità nazionali. Gli inni costituiscono dei preziosi documenti, non solo musicali, che ci testimoniano i difficili percorsi dell'affermazione dello stato-nazione e delle dialettiche politiche che si sviluppano al suo interno. Esemplificativa a tale proposito è la vicenda di Fratelli d'Italia, la cui storia inizia l'8 settembre 1847 allorché l'autore stende in poche ore le strofe del futuro inno nazionale italiano. Il Canto degli italiani, questo il titolo all'origine, comincia a circolare nel dicembre 5 Vita di Club del 1847, stampato su fogli volanti e, qualche mese più tardi, risuona sulle barricate delle Cinque giornate di Milano. Autore di quei versi è Goffredo Mameli, nato a Genova il 5 settembre 1827 e dunque all'epoca appena ventenne. Fervente mazziniano, Mameli sarebbe morto il 6 luglio 1849 a seguito delle ferite riportate combattendo in difesa della Repubblica Romana. La biografia politica del giovane compositore non è elemento secondario per comprendere la fortuna di quei versi, che sarebbero stati riconosciuti come inno ufficiale della nazione italiana solo un secolo più tardi dalla loro originaria stesura. È pur vero che quelle strofe godono di una certa popolarità nei momenti più significativi che precedono l'Unità d'Italia: vengono cantate in occasione delle Cinque giornate di Milano, vengono intonate durante la spedizione dei Mille e nel corso delle guerre di indipendenza. Tuttavia, al momento della proclamazione del regno d'Italia è la Marcia Reale del capobanda del Reggimento Savoia, Giuseppe Gabetti, ad essere elevata al rango di inno nazionale. In realtà, a partire dall'epilogo unitario, la Marcia Reale e il Canto degli italiani convivono secondo percorsi paralleli a esprimere le due principali ispirazioni del Risorgimento. Se la marcia del capobanda Gabetti continua ad essere suonata nelle occasioni ufficiali, i versi di Mameli sono invece cari a quanti non si riconoscono nell'epilogo moderato del Risorgimento italiano. E, fra questi, lo stesso Giuseppe Verdi che, sia pure in maniera non sempre coerente, aveva mostrato in più di una occasione un'aperta simpatia per le idee repubblicane. Da qui la preferenza del compositore di Busseto per l'inserimento nell'Inno delle Nazioni del Canto degli Italiani anziché della Marcia Reale in occasione della Esposizione Universale di Londra. Certo, l'identificazione del suo autore con gli ambienti del repubblicanesimo non deve aver giovato alla fortuna dell'inno nel periodo monarchico. Ma da dove traspariva l'impronta antimoderata dell'inno di Mameli? A ben guardare, la cifra del repubblicanesimo, o forse per meglio dire del giacobinismo di Mameli, si coglie in una serie di riferimenti più storici che immediatamente politici. In definitiva, forse in quei richiami ai modelli del classicismo che la Rivoluzione francese aveva eletto a rappresentazione non solo estetica degli ideali rivoluzionari. Già nella strofa iniziale, secondo uno schema della classicità allora assai in voga nella simbologia repubblicana, la prima citazione storica è dedicata alla figura di Scipione l'Africano ("Dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa"). Con tutta evidenza si tratta del richiamo ad un personaggio che non solo aveva contribuito a rafforzare il primato di Roma, ma aveva anche rappresentato un momento di apertura ideale contro il tradizionalismo. In questo senso l'evocazione di Scipione, secondo l'uso della storia elaborato dai rivoluzionari francesi, sta a significare l'elevazione dell'epopea classica a modello di società nuova. In particolare, Scipione simboleggia non già la Roma dei Cesari ma, secondo la vulgata del classicismo giacobino, la grandezza e il riscatto del popolo romano nei confronti dei Cartaginesi di Annibale. La citazione di Scipione non costituisce l'unico debito di Mameli nei confronti di quella cultura della Rivoluzione francese cara agli eredi italiani del giacobinismo. Fin troppo evidente è infatti nel verso "Stringiamci a coorte…" l'evocazione della Marsigliese ("Formez vos bataillons..."). Fin qui i debiti con il classicismo e il rivoluzionarismo d'oltralpe di cui i seguaci di Mazzini si proclamano eredi. Mal si adatta dunque a rappresentare il sentimento dell'unità nazionale, avvenuta sotto l'egida della monarchia sabauda, un inno che contiene riferimenti troppo evidenti a una rivoluzione che aveva decapitato nobili e teste coronate. Ma l'ispirazione repubblicana dell'inno si coglie ancor più chiaramente nella quinta strofa che costituisce un condensato di quei riferimenti storici che l'idea e l'etica repubblicana ottocentesca considerano come gli antecedenti più significativi dell'idea di italianità. Fuor di metafora i richiami sono alla battaglia di Legnano che, con la sconfitta di Federico Barbarossa nel 1176, segna una delle premesse della affermazione politica dei comuni italiani; e a Ferruccio Ferrucci, nel testo "Ferruccio", il comandante della repubblica fiorentina del 1530 celebrato come uno dei precursori dell'idea di repubblica. Quindi l'invocazione di Balilla che, il 5 dicembre 1746, dà inizio alla rivolta genovese contro gli austriaci, per concludere con la citazione di quei moti popolari che fra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento, consentono la cacciata dei francesi dalla Sicilia: i Vespri Siciliani. L'inno di Mameli esalta dunque non già il ruolo delle dinastie, ma, conseguentemente alla ispirazione mazziniana, quello dei "popoli". Questo spiega 6 Vita di Club perché, durante l'unificazione, all'inno ritenuto troppo rivoluzionario, fosse preferita la Marcia reale del Gabetti, vera e propria esaltazione della dinastia sabauda: "Viva il Re!Viva il Re! Viva il Re! /Chinate o reggimenti le bandiere al nostro re / […]Bei figli d'Italia gridate evviva il Re!". La "sfortuna" di Fratelli d'Italia nel corso dell'Ottocento non si limita alla sua mancata adozione come inno nazionale, ma anche alla sua scarsa popolarità rispetto ad altri canti risorgimentali. I motivi più popolari che accompagnano le guerre di indipendenza, la spedizione dei Mille o le Cinque giornate di Milano, derivano per gran parte o dalla citazione delle più popolari arie del melodramma o dalla tradizione del patrimonio folcloristico regionale. Da quest'ultimo filone provengono infatti La bella Gigogin e Il povero Luisìn. L'orecchiabilità e il richiamo agli affetti domestici dei due motivi spiega la loro popolarità rispetto all'inno di Mameli, denso di riferimenti storici e letterari e per questo forse di non facile ricettività. La bella Gigogin e Il povero Luisìn non sono gli unici esempi, in Europa, di canzoni che più degli inni ufficiali si prestano a esprimere il sentimento dell'identità nazionale; o comunque sono cantate più frequentemente degli inni stessi. È quanto avviene, ad esempio, in Austria laddove, almeno a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, la Marcia di Radetzky gode di una popolarità maggiore rispetto all'inno imperiale Gott erhalte, Gott beschuetze. Ancora oggi, nella memoria collettiva degli austriaci, la Marcia di Radetzky, vera e propria Fratelli d’Italia L’Italia s’è desta Dell’elmo di Scipio1 S’è cinta la testa. Dov’è la vittoria? Le porga la chioma, Ché schiava di Roma Iddio la creò. Stringiamci a coorte2, Siam pronti alla morte, L’Italia chiamò. Noi siamo da secoli Calpesti, derisi, Perché non siam popolo, Perché siam divisi. Raccolgaci un’unica Bandiera3, una speme: Di fonderci insieme Già l’ora suonò. Stringiamci a coorte,… Uniamoci, amiamoci; L’unione e l’amore Rivelano ai popoli Le vie del Signore. Giuriamo far libero Il suolo natio; Uniti per Dio Chi vincer ci può? Stringiamci a coorte,… Dall’Alpi a Sicilia Dovunque è Legnano4, Ogn’uom di Ferruccio5 Ha il core, ha la mano; I bimbi d’Italia Si chiaman Balilla6, Il suon d’ogni squilla I Vespri7 suonò. Stringiamci a coorte,… Son giunchi che piegano Le spade vendute: Già l’aquila d’Austria8 Le penne ha perdute. Il sangue d’Italia, Il sangue polacco, Bevé col cosacco, Ma il cor le bruciò. Stringiamci a coorte,… 7 Vita di Club rievocazione del glorioso passato dell'Impero austroungarico, è certamente più nota del meno eroico Terra di montagne e di fiumi che, dal 1947, è l'inno della Repubblica austriaca. Il Canto degli Italiani subisce poi, sempre nell'Ottocento, la rivalità di altri motivi di intonazione politica come, per esempio, l'Inno di Garibaldi, il cui successo deriva non solo dalla mitizzazione dell'eroe dei due Mondi, ma anche dalla appropriazione politica da parte degli internazionalisti pronti a ravvisare il Garibaldi uno dei precursori del socialismo. Troppo radicale per gli ambienti monarchici e moderati, eccessivamente conservatore per anarchici e socialisti, l'inno di Mameli continua a godere di una certa "sfortuna" anche nel Novecento. Nessuna ufficialità è riconosciuta al canto di Mameli e Novaro neppure durante gli anni del fascismo. Anzi, pur mantenendo La marcia reale come inno nelle manifestazioni ufficiali, il regime mussoliniano vieta l'esecuzione di brani al di fuori del repertorio fascista. Di fatto in quegli anni Fratelli d'Italia, pur continuando ad essere tollerato in patria, viene cantato in certi ambienti dell'antifascismo e più tardi dai partigiani che lo intonano insieme a Fischia il vento. Dopo l'armistizio dell' 8 settembre 1943, probabilmente per attenuare nell'opinione pubblica una presenza ingombrante come quella della monarchia, rea di aver consegnato l'Italia nelle mani di Mussolini, il governo Badoglio affida alla Leggenda del Piave il ruolo di inno nazionale. Finalmente, il Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro della Difesa Cipriano Facchinetti, repubblicano, decreta il canto di Mameli e Novaro come l'inno ufficiale del neonato stato italiano e la messa in soffitto della Marcia reale, sottolineando il definitivo passaggio dal regime monarchico a quello repubblicano sancito dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Il Canto degli italiani diviene dunque il nostro inno nazionale. La vicenda di Fratelli d'Italia è esemplificativa della storia degli inni nazionali, le cui fortune riflettono i percorsi delle singole comunità verso il faticoso processo dell'unità nazionale. Al pari della bandiera, dei monumenti e dei vari simboli che costituiscono la rappresentazione dell'immagine e dell'identità patria, anche l'inno è sottoposto ai mutamenti dei regimi e dei climi politici. 1 L’elmo di Scipio di cui l’Italia, pronta alla guerra d’indipendenza, si è cinta la testa è quello di Scipione l’Africano che difese Roma repubblicana dal cartaginese Annibale e lo sbaragliò a Zama nel 202 a.C. 2 La coorte cui gli Italiani sono invitati a stringersi è la decima parte della legione romana; la Patria chiama alle armi il suo popolo. 3 Nel 1848 l’Italia è divisa in sette Stati, il tricolore diverrà il comune vessillo. 4 La battaglia di Legnano con cui la Lega Lombarda sconfisse Federico Barbarossa nel 1176. 5 La difesa di Firenze dall’assedio dell’imperatore Carlo V nel 1530 in cui si distinse il capitano Francesco Ferrucci (che disse al suo infame assassino Maramaldo: “Tu uccidi un uomo morto”). 6 I moti genovesi contro l’Austria nel 1746, cui partecipò il mitico Balilla, il ragazzo del popolo che diede inizio alla rivolta tirando un sasso contro gli Austriaci. 7 I Vespri siciliani contro i Francesi (dominazione angioina) nel 1282. 8 La quinta strofa annuncia il declino dell’Austria, simboleggiata dall’aquila asburgica; si serviva di truppe mercenarie (spade vendute, ormai deboli come giunchi) e durante le repressioni (come nell’Italia del 1796, così in Polonia nel 1831) si alleò con la Russia (il cosacco), ma si trovò davanti una durissima resistenza popolare (il sangue dei due popoli brucia il cuore dell’aquila). INTERMEETING di ELIO BIANCHI Vele ed off-shore… IN CIMA AL TITANO P resa alla lettera, una siffatta enunciazione potrebbe far pensare a scenari fantascientifici mentre è semplicemente la sintesi informativa di un avvenimento lionistico nel corso del quale abbiamo approfondito un intendimento in avanzata fase realizzativa: San Marino non si limita a guardare il mare dalle sue turrite cime ma ama viverlo sia privatamente da parte dei suoi cittadini, sia, e non da oggi, con atti concreti, da parte delle proprie istituzioni. Il Presidente del Lions Club Undistricted, Marcello Bollini, velista “sfegatato” e ben supportato da Paola, la sua gentile consorte che ha col mare un rapporto di grande amore, ha lanciato una sfida ai tre Club rivieraschi di Rimini Riccione Host, Rimini Malatesta e Riccione coinvolgendoli in un intermeeting che ha avuto per oggetto proprio il mare, tenuto conto della storia lionistica che li lega: quest’anno il Club Rimini-Riccione Host festeggia il 50°anniversario della sua nascita ma la sua denominazione in sede costitutiva era: Rimini - Riccione - San Marino; quest’ultimo nel ’60 nasceva ufficialmente quale Undistricted autonomo sponsorizzato dal Distretto 108 A mentre il Rimini-Riccione diveniva in seguito Host avendo sponsorizzato la nascita nell’ ‘81 del Rimini Malatesta e nell’ ‘86 del Riccione. Questa informazione l’ ha data il Presidente Bollini aprendo la serata organizzata dal suo Club per parlare di “VECCHIA E NUOVA MARINERIA”. Su questo argomento il 23 marzo scorso, nella 8 Vita di Club grande sala del Palazzo dei Congressi di San Marino Città abbiamo ascoltato le relazioni del dott. Luca Ferrari, Dirigente Ferretti Group Spa, dell’avv. Marino Fattori, Presidente della Federazione della Vela della Repubblica di San Marino, del dott. Davide Gasperoni, Direttore Generale dell’Autorità per l’Aviazione Civile e la Navigazione Marittima della Repubblica del Titano, alla presenza di numerosi soci ed ospiti sia del Club organizzatore che dei Club partecipanti. Dopo la cerimonia di apertura, al saluto del Presidente Marcello Bollini ha fatto seguito quello dell’on. Paride Andreoli, Segretario di Stato al Turismo e allo Sport di San Marino che ha brevemente illustrato l’impegno del Governo di cui fa parte affinché le aspettative della cittadinanza di usufruire al meglio di questa opportunità, che la vicinanza del mare le offre, non siano deluse. Nella sua presentazione della serata dopo la conviviale, il Presidente Bollini ha citato, riguardo a vecchia marineria, gli apprezzati scritti del dott. Venturini, giornalista de La Voce, ospite su invito del nostro Club, e ha precisato che qui si intende parlare di marineria da diporto. Ha dato la parola al dott. Luca Ferrari che, dopo aver portato i saluti di Norberto Ferretti, ha fatto un excursus sulla storia del Gruppo, essendo fin da giovanissimo in varie posizioni impegnato nella prestigiosa azienda di San Giovanni in Marignano. È partito dalla produzione innovativa, a metà degli anni ‘60, di motor sailers con Franchini [titolare del cantiere da cui è stata prodotta la barca di Bollini], per poi illustrare l’evoluzione di quel tipo di imbarcazioni che, con gli “Altura” a fine anni ’70, erano ai vertici europei. Poi ai primi degli anni ’80 le prime barche a motore, l’acquisizione del prestigioso “Bertrand”, marchio storico USA con Fisherman, dell’altrettanto rinomato “Riva”, italiano ma conosciuto in tutto il mondo, poi ancora del Cantiere Navale dell’Adriatico, ora Pershing. Produzione eclettica; manca solo, e Ferrari l’ ha detto con una punta di rammarico, la vela ma non è detto che in avvenire… Una bella fetta di mercato nelle mani del Gruppo che ha cambiato la marineria portando, come altri hanno fatto per le auto, grande innovazione con enorme sviluppo delle dimensioni delle barche da diporto, con moltiplicazione dei “gadgets” e di innovazioni nel campo del comfort dei naviganti come la “spiaggetta di poppa”, le passerelle di vario genere, i verricelli elettrici; più comfort ma anche tanta sicurezza in più con un concetto di base: trasferire le caratteristiche dei pescherecci alle barche da diporto. Grande l’orgoglio dell’uomo Ferretti per essere stati ai vertici nel campo delle nautica “off-shore”; propedeutica la costruzione di scafi in “composito”, che inizialmente, primi anni ’70, era in vetroresina alla quale si è aggiunto poi il “kevlar” ed infine, con altri rinforzi chimici alle fibre, si è iniziato a gareggiare nella classe 3 con risultati del tutto soddisfacenti grazie alla resistenza degli scafi Ferretti alla potenza dei 6000 cc dei motori, soprattutto in acque mosse. Nel 1990, il passaggio in classe 2, dopo aver migliorato la sicurezza dell’abitacolo, le cui carenze avevano causato la tragica morte di Stefano Casiraghi, con l’istallazione dei cupolini, caratteristici di alcuni aerei a reazione, e aver prodotto per primi gli scafi in carbonio, in quegli anni utilizzato solo in formula 1 (mentre gli altri utilizzavano l‘alluminio). Gli inizi non sono sempre facili quando si innova; ma poi, subito in classe 1 con uno scafo costruito nel cantiere Tencara di Venezia dove si costruiva il Moro di Gardini con la differenza che questo, anch’esso in carbonio, doveva fare i 10 nodi contro i 120 dell’off-shore ma i risultati premiarono la scelta con vittorie nei campionati disputati in quel 1991 con piazzamenti finali: 2° posto nel campionato mondiale e in quello italiano, e 5° in quello europeo; altre gare e altre vittorie negli anni successivi fino a vincere il mondiale nel ’94, unico costruttore ad utilizzare un cambio a due marce passato a 4 marce due anni dopo. Arriviamo al ’97, anno in cui Ferrari, sceso dal bolide per problemi fisici, ha guidato via radio i due giovani piloti che l’ hanno sostituito a bordo, gara dopo gara, fino alla vittoria finale nel mondiale grazie a tecnica, esperienza, astuzia. Il Gruppo, uscito dall’esaltante esperienza sportiva di alto livello, ha continuato il suo lavoro di eccellenza a favore di questa marineria in continua evoluzione; la famiglia ha ceduto la maggioranza ma lo zoccolo duro della dirigenza è quello di sempre, integrato da new entry, con prospettive di quotazione in borsa e brevetti da mettere in produzione fra i quali un innovativo progetto di carena. Ferrari ha concluso dicendo che si va avanti restando ben svegli perché la concorrenza è molto agguerrita ma come ben si è fatto fin qui altrettanto si farà per il futuro. Dalla velocità esasperata delle imbarcazioni a 9 Vita di Club motore alla quiete di quelle a vela nell’intervento dell‘avv. Marino Fattori, Presidente della Federazione Sammarinese della Vela. Innanzitutto il relatore ha tenuto a precisare che se per data di nascita (1984) l’ente che rappresenta può definirsi di nuova marineria, in realtà la cultura che viene coltivata è quella della marineria tradizionale, quella dell’andar per mare come si fa da millenni , quindi vecchia marineria. La Federazione è nata per iniziativa di alcuni armatori e fra i soci fondatori cita il nostro Maurizio Battistini che è il Vice Presidente della Federazione, uno dei pionieri della vela sammarinese come il dott. Renzi, Presidente dello Yachting Club sammarinese. La sede è a San Giuliano di Rimini e il livello raggiunto dopo anni di attività, non sempre soddisfacente, spesi a radunare le forze, è finalmente in grado di impensierire i riminesi. La prima uscita ufficiale lo stesso anno della fondazione con una partecipazione alle Olimpiadi di Los Angeles nel Surf e poi anche a quelle di Seul per andare poi ad Atlanta otto anni dopo nel Laser. Ha espresso gratitudine per il Club Nautico e per il Circolo Velico di Rimini per l’aiuto che hanno loro prestato ed ora la situazione si è consolidata con una scuola che dà soddisfazioni, e a livello agonistico, c’è la speranza di ottenere a breve un buon risultato a Monte Carlo, durante i Giochi dei piccoli stati. Ha concluso ribadendo il concetto di partenza sui canoni della vecchia marineria, intesa come maestra di vita che aiuta i ragazzi, che frequentano i corsi a San Giuliano, a formarsi un forte carattere e ad acquisire senso di responsabilità. Il Presidente Bollini ha poi introdotto il terzo oratore, l’avv. Davide Gasperoni, esprimendo soddisfazione ed orgoglio per l’acquisito diritto da parte dei cittadini sammarinesi di esporre la bandiera bianca e blu della loro Repubblica sulle imbarcazioni di recente immatricolazione, a seguito dell’istituzione del Registro Navale Sammarinese. L’avv. Gasperoni ha messo in evidenza le difficoltà che nel tempo si sono dovute superare per dare operatività alla legge che il Consiglio Grande e Generale aveva approvato fin dal 1946 per istituire il Registro Navale Sammarinese, volto ad attività mercantili , e anche le resistenze del governo italiano alla concessione di aree portuali in parte giustificate anche da dubbi sulla liceità dei comportamenti di alcune società di navigazione sorte in seguito. Nel ’57 ci si riprova con l’appoggio di armatori italiani e greci ma poi, dopo la crisi nei rapporti fra i due stati (i fatti di Rovereta) e la posizione di maggiore fermezza imposta in questo settore dagli Stati Uniti a cui l’Italia si è uniformata, il blocco è stato totale. Nel 2004, scaduta la legge del ‘46, è stata approvata una nuova legge orientata alla navigazione per diporto che apre finalmente la via a maggiore collaborazione con l’Italia e, con un recente decreto, alla sperimentazione di nuove formule, praticate all’estero ma non ancora in Italia. L’auspicio è che siano soddisfatte le aspettative perché su questa via del mare la Repubblica del Titano veleggi rapida e sicura. Il Presidente Bollini, al momento dei ringraziamenti e dei saluti finali, ha rivolto un saluto particolare ad Elide Gori ricordando i rapporti fraterni che l’ hanno legato a Francisco in anni splendidi e gioiosi, a partire da quello della loro contemporanea presidenza dei rispettivi Club; questo m’ ha dato grande emozione per esserne stato fortunato partecipe. Disegno di Elio Bianchi. 10 Vita di Club LIONS TOUR di ANNA BIONDI Lionisticamente amici NELLE GITE DI CLUB M osso dal grido di dolore che da tanta parte d’Italia si leva… (no … quello era un re!). Ricominciamo… Sensibile alla gridata richiesta di alcuni (pochi o molti?) soci, il presidente ha voluto che si organizzassero “gite di Club”, ovvero gite per tutto il Club. Con grande dispendio di energie il Comitato Gite si è adoperato ipotizzando una partecipazione collettiva di almeno 40 – 50 persone, anziché le solite 25. Ed ecco confezionate in pacco regalo prestigioso nel contenuto e nell’involucro una capatina a Forlì, una gita a Ferrara di un giorno, una gita di due giorni a Monza-Milano, una tre giorni a Fiuggi in occasione del Congresso. Risultato: le prime tre bellissime gite sono state realizzate grazie all’adesione fedele e convinta dei soliti irriducibili del Rimini Malatesta, dei loro amici di altri Club e di amici esterni, e siamo qui a parlarne con entusiasmo nonostante non abbiano registrato una volta di più l’affollata presenza dei soci. L’ultima, quella più lionisticamente motivata, è andata a monte a causa di un Fiuggi Fiuggi generale… (che lapsus freudiano!), così il presidente s’incamminò con quattro volonterosi che non hanno voluto lasciarlo solo, garantendo almeno i canonici cinque voti… E allora ancora una volta ripetiamo in coro: chi vuol partecipare alle gite non ha bisogno di scrivere al presidente in carta bollata, basta che lo dica agli amici che si sono votati per garantire al Club sempre più numerosi strumenti di aggregazione, animazione e (perché no?) divertimento. Ed ora puntualissima la cronaca delle gite di Club! ARTE IN MOSTRA di ANNA BIONDI Non solo … macchie SILVESTRO LEGA L a Mostra d’arte oggi è di gran moda, mai come nella nostra epoca si è registrato questo fervore collettivo nei confronti degli artisti e noi non ci facciamo certo sfuggire l’occasione di conoscerli attraverso l’incontro ravvicinato con le loro opere. Così domenica 18 febbraio cominciamo il programma del 2007 dirigendoci a Forlì. Dopo il successo ottenuto dalla mostra dedicata a Marco Palmezzano, Forlì ha proposto un'ampia retrospettiva dedicata a Silvestro Lega nelle sale del restaurato complesso conventuale di San Domenico a Forlì, destinato a diventare nel prossimo futuro il pulsante cuore culturale della città in quanto a piano terra sarà allestito il Museo archeologico e il Museo delle Ceramiche e il piano superiore sarà destinato ad accogliere la Pinacoteca Civica. L’edificio ha una storia illustre, essendo stato un importante Convento domenicano con Monastero, Chiesa, due Chiostri (ne è rimasto uno che si affaccia sulla chiesa, come possiamo vedere dalle finestre del corridoio) fino a quando non vi irruppe arrogante e provocatorio Napoleone proprio nel giorno della Patrona di Forlì il 4 febbraio 11 Vita di Club 1797. Nell’imponente Refettorio possiamo capire l’antico prestigio del luogo dagli affreschi superstiti del Cinquecento opera di Ugolino da Forlì con una Crocifissione e Scene della vita di San Domenico come “Il miracolo dei pani” (dopo l’invocazione a Dio in piena carestia, due angeli scesero dal cielo con due ceste di pane). Nell’Ottocento il complesso fu sede dell’Accademia dei Filodrammatici. La Mostra intitolata “SILVESTRO LEGA, i Macchiaioli e il Quattrocento” è un evento culturale importantissimo che travalica le dimensioni regionali perché non solo espone i capolavori più celebrati e le opere meno note del grande pittore di Modigliana, ma prospetta una suggestiva trama di rimandi coi grandi maestri del Quattrocento che dilata il percorso fino a comprendere una quindicina di opere rinascimentali. Dall’alta scuola di Beato Angelico, Paolo Uccello, Sandro Botticelli, Piero di Cosimo, Domenico Ghirlandaio, Filippo Lippi, Bartolomeo di Giovanni, i Macchiaioli hanno desunto lezioni indimenticabili citandole spesso nelle loro tele, pur nella ricerca di una chiave espressiva assolutamente moderna; la memoria dell’antico è il loro imprinting culturale di base. Con uno sguardo diretto, franco, ma tutto sommato affabile, Silvestro Lega accoglie i visitatori dal suo piccolissimo autoritratto, l’unico che ha lasciato, all’inizio dell’itinerario della Mostra che si snoda nelle sale del piano superiore di cui le prime due originariamente appartenevano alla Biblioteca (pari alla Malatestiana, è purtroppo andata dispersa). Ma impariamo a conoscere quest’uomo che dedicò tutto se stesso alla sua arte senza averne grandi riscontri mentre era in vita, anzi conducendo sempre un’esistenza travagliata e misera, in cui fu fondamentale l’aiuto di alcune famiglie che lo sostennero e ospitarono. Nacque nel 1826 sulle colline di Forlì a Modigliana, in una Romagna toscana già brulicante di ideali repubblicani. Il padre Antonio aveva sposato una ricca proprietaria da cui aveva avuto quattro figli, ma alla morte di lei non seppe amministrare granché il patrimonio e per giunta il secondo matrimonio con la propria domestica fu allietato da ben quattordici figli; Silvestro faceva parte di questa nidiata. Ben presto dimostrò spiccate attitudini per lo studio e per la pittura e l’energica madre lo spronò a studiare prima presso gli Scolopi, poi, nonostante le ristrettezze economiche, presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze dove studiò per due anni, approdando poi nell’atelier di Luigi Mussini, esponente del Purismo, l’arte del vero. Contagiato dalle idee mazziniane fu molto attivo politicamente e partecipò alla prima guerra d’indipendenza nel 1848, ma fu amareggiato dagli esiti deludenti. Quando Mussini si trasferì a Parigi, frequentò l’atelier di Antonio Ciseri, da cui apprese importanti canoni, pur avendo già rivelato le sue qualità di pittore di razza con bellissimi ritratti. Nel 1857 a Modigliana, dove era tornato a vivere, ebbe la prima commissione importante da parte della Curia, quattro lunette per l’oratorio della Madonna del Cantone di fianco alla Cattedrale, rappresentanti La peste, La carestia, Il terremoto, La guerra; in mostra sono esposte le prime due accanto ad opere di Ciseri a dimostrazione dei legami col maestro. Le altre, dipinte sette anni dopo a causa di un contenzioso con la Curia, rivelano uno stile diverso. Una sezione della Mostra è dedicata alla guerra: indetto un concorso sulle guerre d’indipendenza, i Macchiaioli, questo grappolo di artisti controcorrente composto da ferventi patrioti, legati alla storia risorgimentale per avervi partecipato di persona (Cecioni, Costa, De Tivoli, Lega e Signorini combatterono nelle campagne del 1848 e del 1859; mentre Giovanni Fattori fece il “corriere” segreto per il Partito d' Azione), dipingono scene di guerra non convenzionali e retoriche, ma come le hanno viste realmente nel quotidiano, dalle retrovie. 12 Vita di Club In Imboscata di bersaglieri Lega dipinge un forte contrasto di luci e colori, la “macchia” è negli alberi e nei cespugli dai contorni non definiti, l’atmosfera rende l’allarmata attesa dell’azione. La parola “macchia” è una figura retorica ambivalente, un traslato a due facce; esprime infatti un doppio rifiuto: nei confronti della società e dell' Accademia. Nel solenne Ritratto di Garibaldi del 1861 (l’eroe dei due mondi passò un paio di volte a Modigliana e in un’occasione fu salvato dall’amico carissimo di Lega, don Giovanni Verità) la camicia rossa è un’unica macchia di colore, mentre nel fazzoletto compaiono con precisione fiamminga disegni che alludono alla bandiera uruguaiana. L’espressione corrucciata di Garibaldi sembra alludere al rammarico dell’artista di provata fede mazziniana nel vedere delusi gli ideali democratici all’indomani dell’unità. Silvestro Lega fece dunque parte di quella consorteria di artisti carbonari che a Firenze si incontravano al Caffè Michelangelo e compivano la loro rivoluzione artistica mentre cospiravano politicamente; in sostanza rifiutavano la forma a favore dell’effetto, osservavano e indagavano la realtà, ma non seguivano i contorni delle forme, solamente i loro colori, vedevano ma non copiavano, anzi non restituivano l’immagine vera, ma un’impressione interiore e personale della realtà. I macchiaioli non dipingevano en plein air come i Francesi, ma facevano bozzetti dal vero e poi dipingevano in studio. Una sala è riservata ai quadri dipinti a Piagentina, una località di campagna sulle rive dell’Affrico fuori porta Santa Croce dove per dieci anni Silvestro Lega – povero in canna - fu ospite dell’editore fiorentino Spirito Battelli. Dal ’60 al ’70 trascorse gli anni più sereni della sua vita, anche perché si innamorò di Virginia Battelli. Nei suoi quadri la rappresenta, trasmettendovi la sua intensa felicità: in Una veduta in Piagentina Virginia è ritratta mentre raccoglie fiori nel prato vicino alla sua casa in un tripudio di giochi di luce e macchie di colore. Villa Battelli sulla sinistra del quadro è resa nei particolari con un taglio prospettico che cita antichi saperi. Anche per l’arcinoto Il canto dello stornello, dove Virginia Battelli è al pianoforte con accanto le sorelle Cecchini Isolina e Maria, si parla di accostamenti quattrocenteschi; ha il formato di una pala d’altare e nel pavimento presenta la prospettiva ribaltata, metodo usato nel ‘400. La resa del vero è perfetta soprattutto nello spartito dove compaiono note su pentagramma. Ma due quadri soprattutto sono messi a confronto perché hanno un soggetto figurativo simile, l'incontro femminile in un paesaggio, e perché è sorprendente la contiguità stilistica: modulo rettangolare in entrambi i casi, semplicità compositiva, rigoroso bilanciamento delle figure sul proscenio, la cornice paesistica essenziale. Si tratta del comparto di predella della Annunciazione (1430–1440) (già nel convento francescano di Montecarlo (Ar), oggi nel Museo parrocchiale di San Giovanni Valdarno) del Beato Angelico in cui Maria ed Elisabetta, incinte rispettivamente di Gesù e di Giovanni il Battista, si incontrano e si abbracciano a significare teologicamente la conciliazione fra la Nuova Legge (Gesù) e la Vecchia Legge (Giovanni). Nella Visita di Silvestro Lega (Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma), capolavoro del 1868, quando il maestro era al culmine della stagione creativa, due donne della buona borghesia (ancora Virginia e Isolina) si incontrano e si salutano in giardino, accompagnate (come nella predella dell’Angelico) da presenze femminili di contorno (Maria e Maddalena Cecchini). I valori religiosi hanno lasciato il posto ad una assoluta laicità quotidiana, anche se c'è qualcosa di sacro nel gesto di affetto. Anche ne Il Pergolato, Lega rappresenta una scena quotidiana di ambiente borghese; nella 13 Vita di Club forte luce del caldo estivo evidente nelle grandi macchie di grano, una cameriera avanza nel giardino Battelli mentre le signore cercano refrigerio all’afa pomeridiana sotto la fresca pergola. I grandi maestri sono citati nella solennità delle ombre e nel piano prospettico dato dalle piante. Quando nel 1870 Virginia morì per tisi, Silvestro soffrì moltissimo e tornò a Modigliana e Tredozio, anche se fu spesso ospite della famiglia Bandini nella tenuta del Gabbro sulle colline livornesi, dove dipinse quadri stupendi per intensità e maturità stilistica: i ritratti che dal primato della forma passano alla sintesi impressionista, i paesaggi che esprimono lo stato d’animo («Qui io lavoro. La campagna splendida non fa che suggerirmi… i miracoli li vedo qui, come vidi ieri sera tramontare il sole» - 1887), l’universo femminile nelle attività quotidiane sia di ambiente contadino (le contadine del Gabbro che sopportano con fierezza il duro lavoro) sia borghese (Clementina Bandini e le sue cinque figlie impegnate nella pittura e nella lettura). Stupendo il quadro La lezione, acquistato nientemeno che dalla Regina Margherita; 2000 lire con cui pagò l’affitto. Nell’ultima parte della vita di Lega, in coincidenza con uno stato d’animo non sereno e con il sopraggiungere di una malattia agli occhi, le tinte si fecero sempre più scure, le pennellate sempre più sfaldate (anche per influenza dell’Impressionismo), i paesaggi più aspri. Morì nel 1895, povero e solo, com’era sempre vissuto, in un ospedale di Firenze. Usciamo dalla Mostra con la convinzione di aver conosciuto un vero poeta del pennello e, pregustando un altro tipo di menu a lui intitolato, ci sediamo a tavola. Il canto dello stornello, Una veduta in Piagentina, La Lezione, Il pergolato. 14 Vita di Club ARTE IN MOSTRA di PINUCCIA LIBERATI La mostra a Ferrara IL SIMBOLISMO I l Palazzo dei Diamanti di Ferrara ci ha abituato negli anni a mostre di ottimo livello artistico e culturale; anche questa importante retrospettiva “Il Simbolismo. Da Moreau a Gauguin a Klimt.” non disattende le aspettative ed attraverso un centinaio di capolavori provenienti da raccolte pubbliche e collezioni private permette un (ri)esame ed un approfondimento (per i colti, per gli altri come me una prima lettura) di questo intrigante e poco visitato movimento. Cos’è innanzitutto il “simbolismo”: una importante corrente artistica sviluppatasi in Europa tra gli anni Sessanta – Ottanta del XIX secolo, in reazione alla pittura accademica, ma anche al realismo ed all’impressionismo che andavano affermandosi. Quando nel 1886 Jean Moréas pubblica a Parigi “Il Manifesto del Simbolismo” il movimento è ormai diffuso in ogni ambito della creazione artistica. Sono anni di profondi rivolgimenti sociali e politici, di terremoti negli Stati europei e nel pensiero (a Vienna Freud inizia la sua ricerca sulla psiche umana), inevitabile dunque che anche nell’arte tutti questi fermenti sfocino in qualcosa di nuovo: in una nuova interpretazione della realtà e della natura attraverso l’indagine dell’interiorità, del sogno e dell’immaginazione. Il percorso espositivo segue un ordine cronologico, suddiviso in tre sezioni: i ”precursori”, la “generazione del Manifesto del 1886” ed infine le creazioni realizzate all’inizio del XX secolo. Subito nella I sala incontriamo Beata Beatrix di Dante Gabriel Rossetti suggestivo dipinto in cui l’autore nella dantesca Beatrice trasfigura l’amata moglie da poco scomparsa. Il quadro ha un’aura malinconica, come sospesa, i colori sono pastosi, scuri, solo una potente fonte di luce dorata colpisce il volto già angelicato di Beatrice-Elisabeth; la donnaBeatrice, suprema incarnazione dell’amore celeste, riconduce l’uomo alla purezza, come un messaggero celeste. Ben diversa è l’immagine della donna nei raffinati acquerelli di Gustave Moreau, l’indiscusso anticipatore del simbolismo con le sue citazioni mitologiche e bibliche. Nell’Apparizione egli rappresenta la vicenda di Salomè, bellissima e crudele “femme fatale” dell’antichità, peccatrice ed ammaliatrice, pericolosa avversaria dell’uomo che cade vittima del suo fascino sensuale e perverso. Questo capolavoro di Moreau, celebrato nel famoso romanzo “Controcorrente” di Huysmans, divenne un’icona del simbolismo e della sua stessa opera, che si caratterizza per la raffinatezza e la preziosità del segno e l’audacia visionaria della fantasia. Nelle opere ricche di simboli e di raffinate allegorie dei preraffaelliti Edward Burne-Jones, George Frederick Watts e Dante Gabriel Rossetti, di Gustave Moreau, di Pierre Puvis de Chavannes, di Arnold Böcklin i soggetti derivano spesso da suggestioni letterarie, rivisitando il mito ed usando il colore come strumento per evocare pensieri e stati d’animo, gli artisti si propongono di indagare le dimensioni dell’interiorità e del sogno. L’antichità è il tempo incorrotto in cui l’uomo viveva a contatto con una natura magicamente animata. In Sera di primavera di Alfred Böcklin Pan è intento a suonare la sua siringa a sette canne, simbolo dell’armonia cosmica, mentre due driadi nascoste fra gli alberi ascoltano rapite 15 Vita di Club la sua musica. Come sempre Bocklin preferisce i semidei alle divinità più nobili: qui Pan, incarnazione delle energie creatrici della natura, ridesta le driadi, personificazioni della terra e delle fronde, attraverso il suo afflato sonoro. L’erotismo è tema ricorrente nell’opera di molti artisti: l’appagamento del desiderio vede la donna dominare e distruggere l’uomo come nelle opere del belga Félicien Rops. Tuttavia nella pittura simbolista la donna è una creatura doppia e misteriosa: ora fragile (come le bellissime e malinconiche protagoniste dei quadri di Fernand Khnopff, emblemi dell’isolamento, del sogno e del silenzio come in Who shall deliver me?), ora angelicata, di una languida bellezza, messaggero celeste per la salvezza dell’uomo; ora peccatrice crudele come Salomè o Giuditta o come le sirene, creature ingannevoli che seducono l’uomo per trascinarlo negli abissi (Il bacio della sirena di Max Klinger). Alla metà degli anni Ottanta del XIX secolo la diffusa crisi del realismo e il ritorno di filosofie neoplatoniche e romantiche crea il terreno ideale per l’affermarsi del Simbolismo, che erige a proprie icone il poeta “maledetto” Charles Baudelaire ed il compositore Richard Wagner, profeta dell’opera d’arte totale. Nell’ultimo decennio del secolo l’estetica simbolista raggiunge la sua massima diffusione: il disegno e l’incisione contribuiscono prepotentemente alla divulgazione di temi ed idee, perché usati per l’illustrazione di testi e riviste. Odilon Redon, di cui sono presenti in mostra disegni, incisioni e litografie (come Sulla coppa, da Dans le rêve, tavola n. 10), penetra nei territori dell’inconscio e del fantastico, creando associazioni modernissime ed audaci con un segno essenziale e quasi surreale, di fatto introducendo il XX secolo; non a caso De Chirico ed i surrealisti saranno fortemente influenzati dalla grafica simbolista. In mostra troviamo anche opere di pittori che non avremmo creduto di trovarvi, perché approdati in seguito ad altri movimenti, parlo di Edvard Munch che utilizzò l’arte incisoria per realizzare creature fantastiche e mostruose tipiche dell’iconografia simbolista, e di Piet Mondrian, presente in questa sezione con un disegno di fanciulla: Primavera, dalla forte carica vitale. Dopo gli esordi impressionisti anche Paul Gauguin si rivolse ad una pittura fortemente simbolica, volendo tradurre il pensiero in forma e colore. Conversazione sembra essere una versione esotica del mito di Ercole al bivio: l’uomo, al centro, ritratto di spalle, si trova a dover scegliere fra vizio e virtù, qui impersonati da due figure femminili. Il forte cromatismo di Gauguin assume un evidente significato metaforico: Eva tentatrice ha un abito rosso ed un frutto in mano, l’altra fanciulla, incarnazione della purezza, è vestita di bianco e regge dei fiori. Sul finire dell’Ottocento nelle principali capitali europee nacquero molte associazioni di artisti alternative a quelle accademiche, con lo scopo di organizzare mostre che permettessero la libera circolazione delle varie tendenze del simbolismo in ogni parte d’Europa. In mostra sono presenti molte opere che ne testimoniano la vasta diffusione anche nel Nord. Malinconia di Munch nella versione del 1891 è considerata la prima opera simbolista della pittura norvegese. Questo straordinario dipinto mostra un uomo in primo piano, rivolto verso di noi, in atteggiamento assorto, la scena che si svolge alle sue spalle è la proiezione del suo stato d’animo, immagine di un dramma affettivo e di un conflitto fra i due sessi sempre presente 16 Vita di Club nella sua produzione. Gli artisti del gruppo dei Rosacroce propugnavano un’arte idealistica dai toni misticheggianti: Carlos Schwabe è presente in mostra con un grande dipinto ad olio, variante della più celebre tavola creata per l’illustrazione dei “Fiori del male” di Beaudelaire: lo Spirito cerca di liberarsi dalla stretta della materia, Ideale creatura alata simbolo di elevazione spirituale è soffocata dalle spire della sirena-serpente Spleen, è l’eterno e fatale abbraccio fra Amore e Morte. Lo stesso vertiginoso amplesso è proposto da Jean Delville ne L’amore delle anime, qui però inteso in senso positivo: i due corpi che si librano nell’aria in un trionfo di blu ed azzurro sono l’uomo e la donna che si fondono nell’abbraccio dell’amore assoluto. Nel nuovo secolo i temi ed i soggetti dell’immaginario simbolista continuano a stimolare gli artisti, che sperimentando tecniche nuove raggiungono traguardi di grande fascino. Fra gli italiani troviamo le belle opere di Giuseppe Pelizza da Volpedo, Gaetano Previati e Giovanni Segantini. A partire dal 1898 a Vienna la Secessione influenza un’importante stagione artistica, le mostre dell’associazione celebrano i più importanti esponenti del simbolismo e dal loro impulso nasce qui lo stile prezioso e ornamentale che ha in Gustav Klimt il massimo esponente e che rilancia l’estetica simbolista all’inizio del Novecento. Nell’estetismo raffinato di Klimt la preziosità delle decorazioni si fonde con un forte realismo delle figure: Le tre età della donna vuol rappresentare le fasi della vita, la tenera immagine della maternità e dell’infanzia sono metafora della speranza nel futuro, a fronte dell’incedere inesorabile ed impietoso del tempo. Le linee, il colore, i motivi ornamentali: tutto serve ad enfatizzare il messaggio fino a diventare una riflessione metafisica sull’universo femminile. Già in questo dipinto nella figura della vecchia si coglie un qualcosa d’altro, come nei due capolavori di Munch: Ragazze sul ponte, dai colori insolitamente luminosi, e l’incredibile Gelosia II, e nel bellissimo Fiore della passione di Mondrian si colgono segni del nuovo che avanza, per Mondrian l’evoluzione sarà l’astrattismo, per Munch l’espressionismo. Uscendo da questa impegnativa ed esauriente mostra è necessario riordinare un poco le idee: personalmente debbo confessare che se fra i quadri esposti solo pochi mi hanno fortemente emozionato, tuttavia molti sono quelli intriganti ed il percorso storico-artistico, che ho tentato qui di ripercorrere, si è rivelato di grande interesse culturale soprattutto quale importante ed indispensabile contributo per un approccio più consapevole all’arte del Novecento. Rimane da capire qual è la sorte del Simbolismo: sarà vero che è morto e sepolto con l’avvento del XX secolo? Secondo la provocazione di Alessandro Piperno non è così, poiché l’ “epidemia” simbolista è quasi una categoria della mente, essa non è “debellabile”, “al punto che la storia letteraria ed artistica del ‘900 potrebbe essere letta come una guerra fra coloro che hanno ceduto alle seduzioni del Simbolismo e coloro che le hanno combattute”. Non insisterò su questo complicato quesito e lascio a voi l’ “ardua sentenza”. Ma… Fellini dove lo vogliamo mettere? 17 Vita di Club ARTE NELLA STORIA di FRANCA MARANI Alla ricerca di delizie… IL VERGINESE A ggirandoci nella dolce campagna ferrarese in un luminoso e ventoso pomeriggio di inizio primavera, con l'atmosfera di gioiosa amicizia che rende speciali tutte le nostre gite, conciliati con la vita anche grazie ad un pasto degno dei duchi d’Este consumato presso la locanda “La chiocciola” di Quartiere di Portomaggiore, il 24 marzo siamo gioia e l'appagamento dello spirito. Delle numerose delizie volute dai signori di Ferrara molte restano soltanto un nome nella memoria, di altre restano solo alcuni ruderi sparsi per la campagna, poche sono ancora presenti e leggibili come testimonianza di un passato splendido e fastoso. Della delizia di Belriguardo, splendida residenza estiva della corte estense, una vera Versailles italiana, tratta nell'articolo successivo a questo l'assessore alla cultura del andati alla scoperta di due di quegli straordinari luoghi di ritiro, caccia ed incontro creati dagli Estensi nella pace campestre del territorio di cui erano signori, cui la storiografia moderna ha dato il nome di “delizie”. È una definizione evocativa che suscita nella nostra mente immagini cortesi di lieti conviti, dotte letture, intrattenimenti musicali, piacevoli conversari, momenti creati per la 18 Vita di Club Comune di Voghiera, il professor Ottorino Bacilieri, che molto cortesemente ci ha fatto da guida (una guida assai colta e affascinante) durante la nostra visita. Io parlerò del Verginese, suggestivo edificio a forma di piccolo castello che ci appare inaspettato, brillante nel bianco totale dei volumi ornati con stacco cromatico dal bugnato in laterizio che incornicia porte e torri, in mezzo alla verde campagna di Portomaggiore, in località Gambulaga. In origine casale agricolo circondato da una vasta proprietà, come attestato da un atto notarile del 1481, si trovava al centro di un territorio solcato da una fitta rete di canali, di cui alcuni navigabili, che lo rendevano facilmente raggiungibile per via fluviale. Fu forse questa dislocazione che lo rese appetibile per il duca Alfonso I d'Este, che lo acquistò come residenza suburbana, quindi lo donò pochi giorni prima della morte il 26 ottobre 1532 a LAURA EUSTOCHIA DIANTI, la donna di origine borghese che era riuscita a fargli dimenticare il lutto per la morte della seconda moglie Lucrezia Borgia e lo aveva indotto ad una stabile relazione extraconiugale grazie alla sua bellezza, tramandataci da alcuni tra i più famosi artisti dell'epoca come il Tiziano e il Dosso. Laura, oltre che bella, era anche persona colta e raffinata e al Verginese, già sua residenza preferita, si ritirò alla morte del duca creando una sua piccola corte privata che contava sulla presenza di intellettuali, artisti e musicisti. Probabilmente proprio ad una poliedrica figura di pittore, scenografo ed architetto, Gerolamo da Carpi, che già aveva trasformato il Castello Estense da fortezza militare in abitazione civile e cortese, affidò la trasformazione del Verginese da casale agricolo a residenza suburbana con le caratteristiche della “delizia”. Questi amplia e nobilita l'edificio preesistente apponendovi quattro torri angolari a pianta quadrata, abbellisce le finestre con eleganti timpani e fa ricorso al bugnato rosso in laterizio per creare un contrasto cromatico che evidenzi porte e torri. In asse con i portali viene poi costruita una splendida colombaia, testimonianza della diffusione, già databile a metà del XV secolo, dell'allevamento dei colombi per garantire carne per le mense e concime organico per le colture. Essa svetta su un "brolo", ovvero un giardino di alberi da frutto piantato in grandi compartimenti inerbiti secondo una modalità corrente in questo territorio dal tardo medioevo, circondato su tre lati da un canale navigabile con piccole imbarcazioni. Tale brolo, semplificatosi nel tempo in semplice distesa erbosa, sta ora rinascendo nelle forme originarie grazie ad un intervento promosso dal Comune di Portomaggiore che ha in gestione il Verginese e dalla provincia di Ferrara che ne è proprietaria. Il Verginese conserva il suo splendore fino alla fine del ducato estense, quando il papa Clemente VII lo riporta sotto il dominio dello Stato della Chiesa, quindi decade gradualmente fino a quando nel 1771 viene acquistato dalla famiglia BARGELLESI. Questa lo trasforma notevolmente arricchendolo con uno scenografico portico ad arcate che unisce il castello alla piccola chiesa che viene costruita ed abbellendone il pianterreno con eleganti stucchi, tra cui spicca la coppia di telamoni che sorregge l'arcata che separa l'ingresso dal salone d’onore. Nel primo ‘900 vengono aggiunti alcuni affreschi floreali, di pieno gusto Liberty, che ornano le salette del piano nobile. Il Verginese, riconosciuto dall'Unesco patrimonio dell'umanità, ora viene utilizzato come spazio privilegiato per eventi culturali, mostre, concerti con una funzione che in certo qual modo si riallaccia allo splendore ed alla destinazione d'uso di un tempo. Attualmente l'edificio ospita la mostra "Mors inmatura1. I Fadieni e il loro sepolcreto", una mostra di notevole interesse che espone i reperti provenienti da due campagne di scavo 19 Vita di Club effettuate nella possessione Santa Caterina situata un poco a nord-est del Verginese, un tempo lambita da un ramo del Po. Tali reperti fanno riferimento ad un sepolcreto risalente al I secolo d.C., di eccezionale interesse, in quanto si tratta di una necropoli privata di un'agiata famiglia di possidenti terrieri, quella dei Fadieni, le cui sepolture riguardano tre generazioni: genitori - figli - nipoti. Le stele funerarie sono state rinvenute in buono stato di conservazione in quanto, essendo la necropoli situata vicino all'argine del ramo del Po, quando nel IV secolo d.C. avvenne una terribile alluvione, esse furono dapprima abbattute nel senso della lunghezza dalla violenza delle acque, quindi ricoperte da uno spesso strato di limo che ha funto da protezione. Queste stele ci accolgono e ci accompagnano nello spazio espositivo lungo un percorso che ripropone la collocazione originaria ai margini di una strada e così ci troviamo a percorrere idealmente la stessa via che avrebbe percorso un viandante di circa 2000 anni fa che le avesse ammirate in situ. Per ricreare maggiormente la situazione reale, è stata anche disegnata sul pavimento una mappa dello scavo che mostra i rapporti tra la collocazione delle lapidi e le sepolture ad esse riferentisi, situate negli spazi immediatamente retrostanti. Oltre le stele funerarie di pregevole fattura recanti i ritratti dei defunti, iscrizioni suggestive e melanconiche2, elementi che fanno riferimento al mito, simbologie allusive alla vittoria sulla morte, sono esposti gli oggetti dei corredi funerari: monete che hanno permesso la datazione del sepolcreto dall'età giulio-claudia sino agli inizi del II secolo, vasellame in vetro di squisita fattura, manufatti in bronzo, finimenti di un cavallo ed offerte quali datteri e fichi. I materiali esposti testimoniano l'avvenuto processo di romanizzazione del territorio deltizio avvenuto secondo il disegno dell'antica rete idrografica e gli usi, i costumi, l'abbigliamento, le acconciature e le credenze degli antichi abitanti del luogo, ma soprattutto attestano l'eterna ed incalzante aspirazione dell'uomo alla immortalità. Dicitura che compare nell’epigrafe funeraria in cui FADIENUS REPENTINUS, CAI FILIUS E CURSORIA SECUNDA, LUCI FILIA, piangono la prematura morte del figlio CAIUS FADIENUS VEGETUS, deceduto a 21 anni. 2 Nella quarta stele dedicata a Lucius Fadienus Actor morto a 17 anni si legge: Ti supplico, o lapide, di stare leggera sulle sue ossa e di non voler essere di peso per la sua giovane età. Quel che il figlio deve fare al genitore, la morte immatura fece sì che lo fece il genitore. Nella quinta stele dedicata a Lucio Pompennius Validus è scritto: Crudeli ombre rapiste un giovane acerbo nel suo 23° anno per l’ultima volta la lacrimevole ora verso le tenebre. 1 20 Vita di Club ARTE NELLA STORIA di OTTORINO BACILIERI La reggia estense di Voghiera BELRIGUARDO L a reggia estense di Belriguardo, a Voghiera, pochi chilometri a sud di Ferrara, nel secolo scorso, venne definita la Versailles degli Estensi, termine che ancor oggi viene talvolta usato, magari senza pensare che Belriguardo in realtà ebbe fama e splendori almeno tre secoli prima della celeberrima residenza dei reali di Francia. Infatti, il primo nucleo della costruzione risale al 1435 per volere del marchese di Ferrara Niccolò III d’Este su suggerimento del suo fattore generale Bartolomeo Pendaglia. Si può affermare che con Niccolò inizia quell’epopea estense che, per un paio di secoli, pose Ferrara all’attenzione europea per la qualità delle sue realizzazioni artistiche e letterarie, nonché per la sottile politica esercitata dai suoi governanti. Invece che rocche, come altrove, i signori estensi diedero vita ad una serie di residenze fastose che in seguito furono definite delizie, la più sontuosa delle quali fu Belriguardo, che in più aveva anche la funzione di reggia estiva. Decine di saloni affrescati dai maggiori artisti delle varie epoche ed incredibili giardini caratterizzavano questa vera oasi del lusso più sfrenato. Certo che, tornando a Versailles, il paragone - confrontando entrambe le realtà oggi non regge, ma è con un pizzico d’orgoglio, che trae radici dalla grande cultura Rinascimentale ferrarese, che ci permettiamo di affermare quanto segue. I favolosi giardini “all’italiana”, che occupavano oltre trenta ettari della reggia di Belriguardo, erano sicuramente gli antenati di quelli che in seguito avrebbero abbellito le più importanti residenze europee, visto che la corte Estense fu faro di cultura nel Rinascimento e che a quasi tutti gli altri non rimase che copiare. Per le loro residenze i Signori di Ferrara avevano scelto il meglio del meglio ed i più grandi artisti, architetti o progettisti vari erano al soldo dei signori ferraresi. Con Belriguardo, che, come ricordato, fungeva da sede della Corte Estense per tutto il periodo estivo, i vari Borso, Ercole o Alfonso intendevano stupire gli illustri ospiti (e come minimo questi erano marchesi, duchi, cardinali o re) e - a quanto si evince dalle cronache del tempo - ci riuscivano sempre. Il castello di Belriguardo era disposto attorno a due corti, con una pianta che ricorda molto da vicino la casa ideale dell’Età Classica; di fronte alla maestosa torre d’ingresso iniziava la cosiddetta alta corte, residenza del principe, interamente realizzata su due piani (oggi la vediamo a metà della sua altezza originale) con logge e portici ovunque, i muri erano intonacati e dipinti con le armi estensi e sul retro si aprivano sterminati giardini scanditi da perfetti ritmi geometrici con corsi d’acqua, fontane, ponticelli, piante esotiche e labirinti di siepi perrendere più ameno possibile il soggiorno degli ospiti. 21 Vita di Club Tanto per fare qualche esempio va ricordato che Ludovico il Moro chiese alla moglie, che soggiornava a Venezia, di raggiungerlo al più presto per godere delle amenità di Belriguardo; il principe Vincenzo Gonzaga venne appositamente da Mantova per nuotare nella peschiera (ancora esistente) ricavata sul fronte della reggia, dove i signori ed i loro ospiti organizzavano addirittura delle battaglie navali dal vero con navi da guerra; spettacoli cui assistevano dalla terrazza della torre d’ingresso del complesso. Ma, forse, il più bel complimento in assoluto venne da un Papa, quel Clemente VIII che, purtroppo, venne nel 1598 a riprendere possesso del feudo ferrarese dopo che Alfonso II non ebbe più eredi legittimi da presentare per il proseguimento del dominio estense su Ferrara. Il Papa, dunque, affermò che avrebbe gradito avere una simile residenza nei dintorni di Roma e, a quanto ci è dato di sapere, non è che mancassero luoghi di un certo richiamo e prestigio nella zona papalina, come Tivoli o Castelgandolfo, tanto per citarne due. Dunque Belriguardo, con le oltre duecento stanze “da fuoco et da letto” era un colosso architettonico in grado di svolgere compiti di accoglienza straordinari e risulta che ben tre corti al completo avessero potuto trovare asilo contemporaneamente tra le sue mura, cosa assolutamente inusitata per qualsiasi altra residenza europea del tempo. Si favoleggiava poi sui grandi giardini che stavano sul retro: oltre trenta ettari di verde percorso da canali geometricamente disposti, in cui il genio estense aveva convogliato le acque del fiume Sandalo tramite chiuse e sistemi idraulici assolutamente all’avanguardia, tanto che quella del “paraduro”(paratoia, chiusa idrica) fu una delle “imprese” araldiche nelle armi Estensi. I favolosi giardini di Belriguardo – documentati dettagliatamente da una pianta del 1598 - erano vere oasi d’acqua e di terra in cui era facile perdersi e perdere la cognizione del tempo e dello spazio, come avvenne per i grandi poeti di casa d’Este, dall’Ariosto al Tasso e dal Guarini al Lollio, per citarne alcuni alla rinfusa, che trascorrevano lunghi soggiorni creativi a Voghiera. Pochi anni or sono, dopo una lunga siccità estiva, ci trovammo di fronte ad una grande sorpresa: da una serie di foto aeree (scattate da chi scrive, a bordo di un piccolo aereo) ecco emergere prepotentemente i contorni e la strutturazione degli antichi giardini. Le foto evidenziavano netti disegni, disposti in rigide geometrie, che solcavano le campagne sul retro di Belriguardo, esattamente dove l’antica carta del 1598 indicava la presenza dei canali della grande area verde dei giardini; l’area, al momento delle foto, era occupata per metà da una coltura di granoturco alto due metri e dall’altra parte da un mare di erba medica. Tante altre ricognizioni avvenute nel passato non avevano mai evidenziato nulla e ci si interrogò sul motivo. La risposta non fu difficile. Un lungo, straordinario, periodo di siccità aveva prodotto la crescita differenziata delle colture della stessa specie: essendosi notevolmente abbassata la falda freatica le piantine che affondavano le radici negli antichi alvei dei canali, ancora ricchi di sostanze organiche, hanno potuto nutrirsi ugualmente e proseguire nella crescita, mentre le altre hanno subito un rallentamento, differenziando così le colorazioni degli individui più maturi e trasmettendo quindi all’esterno i segnali di quanto si trovava sotto terra. La pratica della foto aerea è piuttosto comune in archeologia, ma raramente le condizioni ambientali erano state così favorevoli ad una perfetta lettura del terreno come avvenne in quella estate, così, dalle foto e dalle antiche carte, il Comune di Voghiera realizzò uno splendido plastico ricostruttivo dei giardini ora visibile nella Sala della Vigna di Belriguardo ed è straordinario il 22 Vita di Club confronto tra la pianta del 1598, il plastico e le foto aeree: tutto corrisponde, persino uno stagno, utilizzato in passato come macero per la canapa, si rivela come il residuo di uno dei laghetti che deliziavano i giardini. I canali e gli specchi d’acqua erano collegati al fiume Sandalo tramite le grandi peschiere che delimitavano il Belriguardo sulla fronte e che dovranno giocoforza essere inserite in un futuro progetto di recupero dei giardini. Abbiamo citato la Sala della Vigna, prezioso elemento superstite alla foga devastatrice che ha pervaso per quattro secoli tutti coloro che hanno utilizzato il Belriguardo da quando la famiglia estense, nel 1598, fu costretta ad abbandonare mestamente il feudo ferrarese per restituirlo al Papa. La sala, interamente affrescata, è l’ultima testimonianza rimastaci delle oltre cinquanta che erano presenti nel complesso, come documentato dettagliatamente da una descrizione di Sabadino degli Arienti della fine del ‘400. Molte di queste sale e cappelle, decorate addirittura da artisti come Ercole de Roberti e Cosmè Tura, subirono poi trasformazioni e demolizioni all’inizio del secolo successivo ed altre furono realizzate. È il caso della Vigna, vasto ambiente di 18 x 9 metri, interamente affrescato, realizzato tra il 1536 ed il ’37 da Girolamo da Carpi, il Garofalo ed i fratelli Dossi. I molti “strappi” effettuati nell’ottocento hanno creato lacune incolmabili sulle pareti, che però sanno ancora raccontare in modo stupefacente la loro storia ed hanno mantenuto pressoché intatta l’antica suggestione. Il grande Girolamo da Carpi, pittore, scenografo ed architetto della corte di Ercole II, seppe creare l’illusione di trovarsi all’esterno, sotto un grande pergolato che ricopre una loggia sorretta da cariatidi in file di quattro. Le prospettive, magistralmente audaci, accompagnano lo sguardo del visitatore sino a paesaggi non privi di tratti surreali (e qui si può forse capire perché la metafisica sia nata proprio a Ferrara) ma affatto immaginari, come si è ritenuto sino pochi anni or sono. Si tratta, infatti, di pittoresche vedute di località trentine, vere “cartoline” che Dosso e Battista Dossi avevano portato con loro al ritorno dell’impresa decorativa al castello del Buon Consiglio di Trento. Le oltre cinquanta cariatidi monocrome, tutte singolarmente atteggiate e tutte sicuramente ritraenti figure femminili dell’epoca, seguono ogni passo del visitatore, così come le architetture dipinte si ridisegnano costantemente al variare del punto di osservazione, con un effetto generale veramente straordinario che trova pochissimi confronti coevi (Villa Imperiale di Pesaro e la Farnesina a Roma). Cinque secoli dopo, nonostante le ingiurie dell’uomo, la sala mantiene inalterato il suo fascino, sempre pronta a svelare i suoi segreti al visitatore, così come certamente la vollero Ercole II e sua moglie Renata di Francia, figlia di re Luigi XII. La Sala della Vigna è oggi parte del Museo 23 Vita di Club Civico di Voghiera e ne costituisce la Sezione Rinascimentale, con una serie di vetrine contenenti ceramiche dei secoli XV e XVI e le documentazioni su Belriguardo. Il complesso estense di Belriguardo, finalmente tornato dopo secoli a quel ruolo di produzione culturale che ad esso competeva nel Rinascimento, ospita anche le Sezioni Arte Moderna ed Archeologica del Museo, dotata questa di un particolare percorso tattile per essere fruita anche da non vedenti ed ipovedenti. La Sezione Archeologica, particolarmente importante, ospitata nei locali presso la torre d’ingresso di Belriguardo, espone i reperti della necropoli romana di Voghenza (I-III sec. d. C.), notevole testimonianza di quello che fu il centro amministrativo imperiale più importante di tutto il basso Po e quindi divenne la prima diocesi del territorio finale padano, sino al VII VIAGGIANDO VIAGGIANDO secolo, quando la cattedra vescovile fu trasferita nella allora nascente Ferrara. Ma questa è tutta un’altra storia. di ANNA BIONDI Nelle terre dei Longobardi… TRA LE REGINE L a prima è la regina delle regge lombarde, la neoclassica Villa Reale (del Piermarini, allievo di Vanvitelli), circondata da un parco strepitoso. C’è da chiedersi: Arte o Natura? Creazione umana o creazione naturale? A Monza è difficile decidere a chi assegnare l’aurea corona della vittoria. O dovrei dire la corona di ferro? Ma andiamo con ordine. In un parco meraviglioso dalle cifre sbalorditive (superficie Giardini della Villa Reale 35 ha, superficie Parco 685 ha, superficie a prato 137 ha, superficie a bosco 295 ha, alberi ad alto fusto 110.000, ecc. ecc.) comincia il nostro viaggio alla conoscenza di un angolo di paradiso lontano dal turismo convenzionale sabato 31 marzo. Col pullman entriamo nel parco immenso e percorriamo viali che sembrano non finire più, come la nostra immaginazione, che ci fa sentire nel mezzo di una Brianza ottocentesca: boschi, prati, coltivi, il Lambro, le cascine, le ville, i cavalli inseriti in un ambiente apparentemente naturale, ma attentamente progettato. Ci rendiamo conto di essere in un parco senza precedenti e unico nel suo genere, dove le distanze sono indicate da filari di alberi secolari, i lunghi “cannocchiali” verdi che invitano a camminare seguendoli l’uno dopo 24 Vita di Club l’altro. Questa immensa isola verde è una palestra en plein air dove c’è chi corre, chi va a cavallo, chi corre sui pattini o in bicicletta. La prima passeggiata a piedi in questo grande teatro vegetale fa da aperitivo a quello che vedremo in seguito. A Villa Mirabello (1656) celebrano un matrimonio e noi ci mescoliamo agli invitati per ammirare gli affreschi che ricoprono l’elegante sala municipale, poi raggiungiamo per il pranzo il ristorante Saint Georges Premier, edificio di nobili origini essendo stato dal 1836 La fagianaia, destinata all’allevamento dei fagiani utilizzati per le battute di caccia reali; l’enorme tavolo imperiale ci illude che sia un invito a corte. D’altra parte qui tutto parla savoiardo, dal momento che nel 1859 l’intero complesso divenne patrimonio dei Savoia che ristrutturarono villa e parco, tra loro Umberto I fu il re che amò di più la Villa Reale tanto da considerarla la sua casa (600 stanze!) e da ricevervi principi ed imperatori, con le favorite nelle ville annesse. I costruttori furono invece gli arciduchi Ferdinando IV d'Austria (figlio prediletto di Maria Teresa e destinato a governare la Lombardia) e Maria Beatrice che vi abitarono per una ventina d'anni fino alla Rivoluzione Francese. Durante gli anni della rivoluzione la villa ospitò il principe Eugenio di Beauharnais, che l'abbellì e l'arricchì di fabbricati nuovi e la collegò con Milano tramite un viale fiancheggiato da quattro filari di platani (l'attuale viale Cesare Battisti). Si deve a lui anche la creazione del parco, la cui progettazione venne assegnata a Luigi Canonica, un discepolo del Piermarini, che ne aveva preso il posto, quale Architetto di Stato, dopo l'arrivo a Milano di Napoleone, nel 1797. Dopo il regale pranzo visitiamo i giardini; ora col naso all’insù cercando la cima degli imponenti alberi testimoni di antiche passeggiate, ora con lo sguardo a terra per capire la varietà dell’enorme distesa di bulbi e piante del sottobosco, ora occhieggiando dai cancelli chiusi l’infinito roseto dove ogni anno si svolge il Concorso internazionale che premia le rose più belle. La Villa Reale, oggetto di restauro, è inesorabilmente tutta chiusa, anche il Teatrino descrittoci come una bomboniera di 100 posti con un fondale rappresentante Bacco fanciullo e una capra dipinto da Andrea Appiani, ma riusciamo a intrufolarci nella Cappella nell'ala sinistra del palazzo, nonostante siano in corso le prove di un concerto organistico. Musica barocca ci accoglie all’interno della preziosa cappella a croce greca, costruita su disegno del Piermarini; l'organo, costruito nel 1825 dai fratelli Serassi, famosi organari bergamaschi, ed appena restaurato è installato in fondo alla cappella in una tribuna balconata. Sopra i lati dell'altare maggiore, dominato dalla tela di Maria Immacolata, attribuita alla scuola dell’Appiani, si affacciano le due piccole balconate delle tribune reali con vetri di protezione. Splendidi stucchi di Giocondo Albertolli arricchiscono tutto l’interno. Ma è solo l’inizio della nostra visita a Monza, il cui cuore vitale è nel Duomo. Qui c’è la storia, qui ci sono le leggende, qui i capolavori del romanico e del gotico. La marmorea facciata ci abbaglia col 25 Vita di Club suo bianco splendore; lo stile è romanico nella struttura e gotico nell'ornamentazione. Entrando nel duomo, per prima cosa colpisce la ricchezza decorativa degli affreschi barocchi, poi si notano le colonne ottagonali con capitelli romanici e le colonne rotonde con capitelli barocchi. La chiesa è divisa in tre navate con cappelle laterali. In fondo, ampie, si aprono le absidi. Ma la storia, raccontata come una fiaba, con scene accostate l'una all'altra come su un grande rotolo, è nella Cappella di Teodolinda, la seconda regina che ci onoriamo di visitare. Sono scene di vita profana singolari in un luogo sacro e sorprendenti per gli abiti sfarzosi dell’epoca dei Visconti che gli innumerevoli personaggi vestono. Sono opera degli Zavattari, una famiglia di artisti-artigiani di cui si hanno notizie per cinque generazioni, dagli ultimi anni del '300 all'inizio del '500. La storia di Teodolinda è intrecciata con quella di Monza, dove fece costruire un palazzo e una cappella palatina che poi, nel tempo, sarebbe diventata il nucleo primario del Duomo di Monza. Secondo la tradizione, accreditata da Paolo Diacono e Bonincontro Morigia, Teodolinda, figlia di Garibaldo duca di Baviera, era cattolica e, avendo promesso di erigere un tempio a san Giovanni apostolo, aspettava un'ispirazione divina che le indicasse il luogo più adatto. Mentre cavalcava col suo seguito attraverso una piana ricca di olmi e bagnata dal Lambro, un giorno si fermò a riposare lungo le rive del fiume. In sogno vide una colomba che si fermò poco lontano da lei e le disse "Modo" (qui); prontamente la regina rispose "Etiam" (sì) e la basilica sorse nel luogo che la colomba aveva indicato. Dalle due parole pronunciate dalla colomba e dalla regina venne il primo nome della città di Monza. Gli affreschi raccontano la sua vita in 45 riquadri disposti in cinque registri, e si leggono orizzontalmente da destra a sinistra, dal registro più alto a quello più basso: dalla richiesta di matrimonio e dagli incontri tra il re Autari e Teodolinda, alle loro nozze, dalla morte di Autari in battaglia, al successivo matrimonio con Agilulfo, duca di Torino, e alla conversione di quest’ultimo al Cristianesimo. È dunque la favola bella della regina che converte i Longobardi alla vera fede. Gli affreschi sembrano enormi preziose miniature L'oro è dovunque: nei cieli, nelle corone, nei gioielli, ma anche nei capelli, negli elmi, sulle vesti, negli strumenti musicali, sulle tavole imbandite, negli scettri, sui paramenti sacri, nelle croci, nei candelabri, perfino nelle bardature dei cavalli. Il sarcofago con i resti di Teodolinda si trova dietro all'altare ottocentesco, dov’è custodita la Corona Ferrea, la cui leggenda è altrettanto affascinante. Un'antica tradizione vuole che contenga una lamina di ferro formata con uno dei chiodi della crocifissione di Gesù: il chiodo, ritrovato a Gerusalemme da Sant'Elena madre di Costantino, sarebbe stato donato a Teodolinda dal papa Gregorio Magno. Il prezioso cimelio, in lega di argento e oro all'80% circa, è composto di sei pezzi legati fra loro da cerniere verticali (in origine probabilmente erano 8 pezzi); ha il diametro di cm 15 e l'altezza di cm 5,5 ed è adornato di ventisei rose d'oro a sbalzo, ventidue gemme di vari colori e ventiquattro gioielli a smalto. Ma è già ora di pensare ad altro perché l’intensivo programma ci vuole a Milano per un appuntamento con il Teatro. Non manca mai uno spettacolo nel nostro zigzagare per l’Italia e questa volta ci aspettano al Piccolo, anzi non ci aspettano perché, essendo in ritardo di dieci minuti, Luca de Filippo va in scena senza di noi; guadagnato alla chetichella il 26 Vita di Club nostro posto in un buio pesto, ci gustiamo “Le voci di dentro”, ‘tarantella’ in tre atti di Eduardo de Filippo, un’opera del 1948 che rappresenta la famiglia come luogo di gelosie, di rancori, di odi nascosti. In una situazione paradossale, tra realismo e surrealismo, con echi pirandelliani si muove la figura di Alberto Saporito, che un bel giorno (si fa per dire) “sogna” un delitto commesso (a suo dire) da una famiglia di tranquilli borghesi e li denuncia. Gli accusati anziché allearsi in una difesa compatta del nucleo familiare, prendono a sospettarsi tra loro fino al delirio di progettare un delitto vero per coprirne uno immaginato. In una scenografia perfetta a rendere l’atmosfera caotica del dubbio e dell’incomunicabilità, va in scena l’ipocrisia e la corruzione di una società uscita dalla guerra priva di solidi valori di riferimento come se la guerra l’avesse contaminata per sempre, e profetico preludio di quella caotica di oggi. La serata finisce con una deliziosa cenetta alla milanese. Domenica 1° aprile si volta pagina, via da Milano, prua verso il Varesotto. Scoprire la provincia di Varese si rivela un viaggio sorprendente tra oasi naturalistiche, atmosfere medievali e centri urbani deliziosi. Nei pressi di Castelseprio visitiamo le rovine di Sibrium, l’antico castrum longobardo che un tempo sorgeva minaccioso a controllare le vie che fiancheggiavano l’Olona in quanto dalle sue imponenti mura si dominava una vastissima porzione di territorio tra la Lombardia e la Svizzera. Nell’VIII secolo, sotto Desiderio, ultimo re longobardo, fu un importantissimo centro giudiziario, amministrativo e religioso, ma nei secoli successivi perse via via importanza fino ad essere distrutto nel 1287 per ordine dell’arcivescovo Ottone Visconti, nemico giurato del conte Guido di Castiglione che qui governava. Tutto fu distrutto, tranne gli edifici sacri; a ricordo dell’antica potenza oggi restano poderose rovine circondate da un parco naturale rigoglioso e i grandi alberi sono vivi custodi di una storia troppo lontana. Visitiamo la zona archeologica immersa in un ambiente rorido della pioggia appena caduta, mentre esce un raggio di sole, protettivo come sempre nei nostri confronti, che rende ancora più brillante il verde primavera. Vediamo i resti del ponte d’accesso al Castrum, raggiungiamo per un sentiero i ruderi della Basilica paleocristiana di San Giovanni Evangelista (V-VI secolo) dietro la quale sono visibili i resti del Battistero dedicato a S. Giovanni Battista dello stesso periodo, le tracce dell’antico cimitero e le rovine di una grande cisterna che assicurava l’acqua al Castrum. Più a sud si ergono i resti della Chiesa di S. Paolo (XI-XII secolo), ma splendida testimone dei lontani fasti è la chiesa di Santa Maria foris portas (VIIVIII secolo), al cui interno incontriamo la terza regina. Terza solo in ordine cronologico in quanto è la Regina dei cieli, Maria dal volto dolcissimo e bellissimo che emerge da un antichissimo ciclo di affreschi sull'infanzia di Cristo sopravvissuto miracolosamente per sbalordire con la sua eccezionalità. La rappresentazione è su due registri, non tutti i riquadri sono integri, non segue i vangeli canonici, ma un vangelo apocrifo, fatto non comune nelle chiese della cristianità occidentale; c’è l'Annunciazione con 27 Vita di Club Maria intenta a filare (non a leggere un libro), la frammentaria Visitazione, la prova delle acque amare, il sogno di Giuseppe, il viaggio a Betlemme, con l'asino su cui siede Maria, la Natività, l'annuncio ai pastori, la prova della verginità di Maria con la levatrice dubbiosa a cui arde la mano e la presentazione al Tempio. Non è dato sapere chi sia il geniale artista, da dove sia venuto, quali strade abbia percorso, perché abbia deciso di fermarsi a Castelseprio e affrescare le pareti di una piccola e misera chiesa. Forse proveniva dall’Oriente, forse dalla stessa Bisanzio: è ispirato da un’armonia intima e vibrante, così deciso e leggero nel descrivere con immediatezza inventiva, quasi a ritmo di striscia di fumetto, la storia della nascita di Cristo che si rimane stupefatti, ma è una meteora che non ha lasciato seguaci e così il mistero e il fascino di Santa Maria suggestionano ancora di più. Visitiamo la quarta regina, lasciandoci alle spalle la boscosa collina su cui sorgeva il castrum e scendendo nella media valle dell’Olona. Qui troviamo una torre, una chiesa e una cascina che un tempo costituivano l’avamposto della fortezza di Castelseprio, ma divennero, intorno all’VIII secolo, la sede del Monastero di Torba, una piccola comunità di monache benedettine che ressero per lungo tempo al disagio dell’isolamento e dell’insalubrità del luogo, finché la povertà in cui versavano ebbe il sopravvento e nel 1481 si trasferirono a Tradate. Da allora l'antico convento fu utilizzato da famiglie contadine fino al 1970. Oggi il complesso monumentale è di proprietà del FAI, che ne ha curato il restauro. Qui ha lasciato traccia di sé una Badessa importante dal nome longobardo, Aliberga. Al primo piano della poderosa torre (V secolo), un tempo adibito a sepolcreto, ammiriamo il suo affascinante volto, tracciato ad affresco nello sguincio destro della finestrella, affiancata da una consorella, di cui restano solo tracce delle mani, e sovrastata da un vescovo di cui resta la veste. I caratteri stilistici del nome, tracciato in ocra giallo a cui è stato poi sovrapposto, in bianco, il nome Casta, fanno riferimento all’VIII secolo. La sala al secondo piano della torre, utilizzata in passato come oratorio, era completamente decorata con affreschi di età carolingia con richiami di vita monacale e immagini sacre; ci colpisce una teoria di monache dal volto dilavato dal tempo, ma con mani vivacissime che imprimono movimento all’intero gruppo. Una rumorosa battaglia di bambini in improbabili vesti storiche inseguiti da mostri… ‘fantagotici’, stile Il signore degli anelli, dà vita al piccolo borgo medievale, recuperato dal silenzio secolare. Incalzati dall’intenso programma e dal pranzo imminente, ci spostiamo a Castiglione Olona 28 Vita di Club e inoltrandoci nel centro storico per raggiungere il ristorante notiamo che è fatto di case a corte di antica origine su cui spicca il colore del cotto toscano dalle varie tonalità di rosso. Arriviamo in Piazza Garibaldi, una piccola piazza cuore dell'antico borgo e ancora oggi confluenza naturale di vie e vicoli. Gli edifici che la attorniano, pur restaurati nel tempo, restituiscono la visione di insieme di cinque secoli fa, quando Castiglione era la "cittadella ideale" voluta dal Cardinale Branda Castiglioni nel rispetto dei canoni urbanistici rinascimentali. Su tutto spiccano il sobrio Palazzo Castiglioni, già abitazione del Cardinale, e la Chiesa di Villa che guarda frontalmente il "palazzo dei signori". Fu proprio l’insigne prelato a trasformare l’intero borgo di Castiglione Olona, realizzando, a partire dai primi decenni del XV secolo, il primo esempio di umanesimo toscano in Lombardia. contendevano il papato. Ci piace immaginare che Branda Castiglione conobbe Carlo Malatesta che accompagnò a Costanza il papa Gregorio XII da lui difeso militarmente e giuridicamente. Su commissione del cardinale Branda Castiglione, mecenate intelligente ed appassionato, quasi negli stessi anni in cui gli Zavattari operavano a Monza, a Castiglione Olona operava Masolino da Panicale (1383 – 1440). Nella Cappella privata del Cardinale, oggi Battistero, presso la grande chiesa della Collegiata, nel 1435 creò il suo capolavoro affrescandone le pareti e le volte con “Il Battesimo di Cristo” e “Storie della vita di San Giovanni Battista”. Masolino era aggiornatissimo e conosceva le novità di prospettiva, di spazialità e di anatomia, ma anche legato al gotico internazionale, e comunque, ormai lontano dall’insostenibile confronto con Masaccio (cappella Brancacci nella chiesa del Carmine a Firenze), riprese a dipingere puntando sull’eleganza dei colori delicati e Fu un uomo molto importante per la storia della chiesa e della politica, anche se i libri di storia fornivano scarse notizie sul suo conto, fino a quando non si trovò, nel 1930, nella sua tomba una pergamena che raccontava la sua vita. Ambasciatore della Chiesa in Italia e in Europa, si diede particolarmente da fare per ricomporre i dissidi che la Chiesa stava vivendo durante lo Scisma d’Occidente, fu lui ad organizzare il concilio di Costanza, fu lui ad accompagnare in Italia il nuovo papa Martino V, eletto dopo vari papi ed antipapi, che, tra Avignone e Roma, si 29 Vita di Club sulla raffinatezza delle vesti e dei visi (ovali perfetti, occhi allungati, bocche piccoline), esprimendo così la sua visione serena e tranquilla. Negli stupendi affreschi scomparsi per diversi secoli sotto una mano di calce, riscoperti in parte nel 1843, ed in parte addirittura nel 1927, e oggi restaurati, prende vita una pagina di realtà quattrocentesca: vestiti con gli abiti del ‘400, il Cardinale Branda Castiglioni, il Re Sigismondo d’Ungheria, Filippo Scolari, il condottiero fiorentino al servizio del Papa Martino V nelle crociate POETI RIMINESI ungheresi contro gli eretici, Niccolò d’Este, lo stesso Masolino e Leon Battista Alberti sono i personaggi che recitano la parte di commensali al banchetto di Erode, dove incontriamo la quinta regina della nostra storia, l’imperturbabile Erodiade che riceve dalle mani di Salomé la testa spiccata del Battista. Il cardinale e l’artista – come attesta la critica hanno realizzato a Castiglione Olona le “grandi imprese che fanno di un paese un mondo”. E noi sottoscriviamo convinti! di SANDRO PISCAGLIA Un medico poeta POESIE D’AUTUNNO L’ Editore Panozzo ha pubblicato, con grande discrezione, un libro di cui è autore una persona conosciutissima in Rimini. Anche il titolo è sommesso: "Poesie d'autunno" del prof. Giancarlo Zaoli. Leggere questo libro è gradevole per la forma impeccabile e per la scorrevolezza dei versi ed è una grande sorpresa perché sono poesie ricche di pensieri profondi, completi, conclusi, ricche di osservazioni originali ed acute. La forma è sempre ineccepibile e c'è, intenso, il gusto per il bello, per ciò che è raffinato e, anche quando è estroso, mai sconcertante. L'autore è intelligente, capace, capacissimo di apprezzare in ogni circostanza il bello, di valutare il buono e di trovare la soluzione efficace ed elegante. In ogni situazione mantiene distacco, conserva l'aplomb, sa essere cortese ed efficiente e contiene l'emozione. Ha scritto solo per sé. Ora, però racconta anche ai nipotini e, nella felicità d'esser nonno, dona anche ai lettori. Dona rappresentazioni vive, vivide, esatte, preziose, piene di messaggio e di penetrazione psicologica. Lo stile è costante, inconfondibile anche quando, per dar prova a se stesso d'esser capace, cambia metro, cambia ritmo. È se stesso il poeta, contento di essere come è stato, perché se avesse voluto altro nella vita, ce ne dà una prova con i versi, avrebbe potuto e saputo esserlo. Zaoli sente la mestizia del tempo che corre ma non per questo teme la morte, vorrebbe soltanto da parte di lei un comportamento leale; sa che dovrà soccombere, ma vuol perdere ai punti, con onore. Sa portare abiti ricchi con la naturalezza di un bizantino, sa far versi perfetti e disporli in una teoria di poesie impeccabili in un libricino prezioso, senza esibizionismi. Le pietre preziose e la luce “adamantina” sono le tessere preferite di questo strano bizantino, razionale e passionale. Artista è, artista davvero, perché interpreta in maniera convincente la natura degli esseri viventi anche se lontanissimi da noi nella filogenesi ed è musicale. “Il crosciare dell’ acqua nel ruscello” pare che ci sussurri; il più comune: “lo scrosciare” avrebbe avuto impeto e sonorità non autentiche. È bello scoprire in un uomo di scienza un così ricco palpito di poesia. È bello constatare che a Rimini le sorprese non finiscono mai. G. Zaoli, Poesie d'autunno, ed. Panozzo. 30 Vita di Club ITINERARI di FRANCA MARANI La Valle di Antas nella Sardegna segreta I LUOGHI SOGNATI C i sono luoghi dell’anima, ignoti e sconosciuti, che hai già sognato senza saperlo perché, quando li scopri, è come se ti appartenessero da sempre, in quanto appagano pienamente un'istanza segreta del cuore, un bisogno nascosto che improvvisamente trova una sua compiuta risposta. La vita si ferma in quel tempo sospeso che è pura contemplazione, in quell'assenza di pensiero che lascia spazio alla perfetta armonia interiore, mentre l'animo attinge a qualcosa di sublime, facendo propria la perfezione e la bellezza del creato. Felicità? No, è qualcosa di diverso: è appagamento totale, serenità, dolcezza, annullamento nel cosmo, “atarassia” per dirla coi Greci, “nirvana” secondo la filosofia orientale; la felicità è empito del cuore, una grande onda che ti solleva in alto incalzandoti e facendoti intensamente emozionare e palpitare; l'appagamento interiore è incanto, è una musica dolce, priva di vibrazioni intense, che lascia spazio ad un progressivo dilatarsi dell'animo ad accogliere ed assolvere in sé quanto lo circonda. Questi sono i luoghi dell'anima, segretamente sognati e inaspettatamente trovati, luoghi che da sempre ti appartengono senza che tu lo sappia, luoghi che da sempre sono dentro di te e in te e che aspettano solo che tu li scopra. Nella Sardegna segreta, quella che amo ed ostinatamente ricerco, la Sardegna non toccata dal flusso turistico, dal chiasso arrogante, dalla falsità e dall'ostentazione di un mondo sopra le righe che ha perduto il senso autentico della vita, è dato trovare alcuni di questi luoghi atemporali e perfetti, sintesi armonica dei colori, suoni e profumi della natura e delle forme architettoniche createvi dall'uomo che ha saputo interpretare il Genius Loci senza far violenza all’ habitat preesistente. Uno di questi è l'area archeologica della valle di Antas nell’Iglesiente, un’area geografica quasi dimenticata dal turismo, dove puoi trovare dune ocra di tipo africano alte fino a dieci metri a ridosso di un mare blu cobalto, rilievi in cui la macchia mediterranea domina incontrastata coi suoi colori e profumi, strade polverose che si snodano curvilinee sulle alture, affiancate da scheletri di antiche miniere abbandonate, sentieri ancora segnati dalle traversine delle antiche ferrovie che portavano il minerale al mare, vie dissestate che ti costringono ad attraversare a guado fiumi rossi per i detriti del ferro, le cui acque intensamente colorate contrastano vivacemente con il verde pallido dei canneti e quello lucido e intenso degli arbusti di mirto. Nella valle di Antas, percorsa dal “ruscello dello Spirito Santo”, respiriamo un paesaggio naturalistico straordinario: boschi dal verde cupo e ininterrotto, che ti chiudono come pareti compatte, una vegetazione riparia dal verde più dolce e variegato, una macchia punteggiata da fiori ed arbusti di innumerevoli colori, ora teneri, ora brillanti, e, qua e là, affioramenti rocciosi presenti già 500 milioni di anni prima della comparsa dell'uomo. Lame di luce improvvisamente si aprono un varco tra l'intrico del fogliame del bosco accendendo la natura di straordinarie lumie prima che si arrivi a scorgere l'aperta distesa del sito archeologico, sovrastata da un cielo di un azzurro intatto e inondata di sole. "La valle di Antas offre al visitatore attento un paesaggio naturalistico che 31 Vita di Club va ben oltre l'aspetto storico e culturale; sensazioni mistiche e una sacralità quasi tangibile sono le emozioni che le popolazioni del passato avevano avvertito già a suo tempo" - leggiamo sull’opuscolo che viene dato all'ingresso. Nel luogo infatti è attestata una frequentazione fin dall'età nuragica; ed è ben vero che fin dai tempi remoti tale frequentazione è stata legata all'attività estrattiva e che fu la ricchezza dei giacimenti minerari ad attirare l'attenzione prima dei Cartaginesi poi dei Romani, ma è altrettanto vero che fin dal primo insediamento è testimoniata una presenza legata a pratiche religiose, sacrali e cultuali. Anche all'interno della grotta di Su Mannau, di notevole interesse archeologico, collegata all'area del tempio di Antas da un antico sentiero, chiamato strada romana, vi sono testimonianze legate alla religiosità: nella prima sala infatti resti di lucerne ad olio e navicelle votive attestano la pratica del culto delle acque dal periodo fenicio-punico a quello romano. Ma è nell'area archeologica vera e propria che respiriamo in modo più intenso la sacralità, là dove le maestose colonne del tempio romano dedicato all'adorazione del Dio eponimo dei Sardi, il Sardus Pater Babai, sono vegliate, come da sentinelle, da lentischi centenari. Sono colonne imponenti, alte circa 8 m., sovrastate da eleganti capitelli in stile ionico, costruite in blocchi di calcare di tipo poroso, estratto dalle vicine cave, dove sono ancora ben visibili le linee di taglio che venivano eseguite dagli antichi per effettuarne l'estrazione. Via via che ci muoviamo prendendone possesso, l'incanto del luogo, tutto armonia e luce, in una solitudine e un silenzio rotto appena dal ronzio sottile di insetti d'ogni tipo e colore, ci coinvolge a tal punto da farci dimenticare la realtà e da trasportarci in un tempo remoto che ora ci appartiene più di quello reale che stiamo vivendo. E siamo prima antichi abitatori del villaggio nuragico del Bronzo finale (1200-900 a.C.) intenti a propiziarci il Dio Sid Addir, grande dio delle acque e della vegetazione, quindi siamo cartaginesi che nello stesso luogo perpetuiamo il culto del Dio Sid Addir Babai costruendo prima un sacello nel 500 a.C. attorno all'affioramento calcareo considerato roccia sacra e successivamente abbellendolo con una serie di trasformazioni e l’aggiunta di decorazioni esterne nel 300 a.C. Infine siamo i romani che durante l’impero di Augusto riedifichiamo il tempio con lo stesso orientamento di quello punico, ma in una zona un poco più sopraelevata, facendolo precedere da una scalinata d'accesso, in forma rettangolare, diviso longitudinalmente in tre parti: pronao – cella – adyton bipartito. Il pronao è tetrastilo, con quattro colonne frontali e due laterali; la cella, cui è possibile accedere mediante due ingressi laterali, è pavimentata con un pavimento mosaicato a bordo nero; l’adyton, la parte più sacra, presenta nel primo vano due vaschette impermeabilizzate per le sacre abluzioni da eseguire prima delle cerimonie sacrificali, mentre nel secondo vano accoglie la statua colossale1 del Sardus Pater con il braccio destro alzato in segno di benedizione e una lancia nell'altra mano. A lui portiamo doni votivi come statuette in bronzo, monete e lance in ferro2, per propiziarcelo in una terra che ci è utile per i minerali che da lei possiamo estrarre, ma che non amiamo molto, perché troppo arida, rude e inaccessibile, troppo ostile alla nostra colonizzazione. Infine siamo i Romani che sotto l’imperatore Caracalla, nel III sec. d.C., lo restauriamo, come attestato dall’iscrizione posta sull’epistilio nel frontone. Alzando gli occhi, leggiamo la dedica datata 213-217 d.C.: “In onore dell'imperatore CESARE MARCO AURELIO AUGUSTO, PIO FELICE, il tempio del Dio SARDUS PATER BABAI, rovinato per l'antichità, fu restaurato a cura di QUINTO (?) CELIO (o COCCEIO) PROCULO”. Il riferimento cronologico ci riporta al presente, ma non cancella quel senso di malia sottile, di fascino segreto, l'incanto dei suoni, luci, colori, sussurri e ronzii che in ogni epoca hanno catturato l'anima dell’uomo, parlandogli di sacralità e magia in questa terra multiforme che Beppe Severgnini definisce “affollata di pietre e di misteri”. 1 L'ipotesi circa la statua andata perduta si basa sul rinvenimento di un dito di bronzo della mano lungo ben 15 cm. che fa presupporre una statua alta 3 m. e sull'analogia con una statuina rinvenuta in una delle tombe della necropoli antistante il tempio raffigurante un individuo ignudo, col braccio destro alzato in atto benedicente e nell'altra mano una lancia che si ritiene possa essere la più antica raffigurazione del Sardus Pater Babai. 2 Tali oggetti sono tra i ritrovamenti più significativi nell'area del tempio. 32 Vita di Club _t ätÄÄx w| TÇàtá I \ ÄâÉz{| áÉzÇtà| II ÇxÄÄt ftÜwxzÇt áxzÜxàt III YÉàÉzÜty|x w| ctÉÄÉ `tÜtÇ| IV SERVICE di ANNA BIONDI Quando la solidarietà è divertimento MUSICA IN CONCERTO V enerdì 13 aprile 2007 sulle rosse poltroncine del Teatro Ermete Novelli di Rimini c’era chi virtualmente ballava, accennando con le spalle e le gambe movimenti a ritmo di jazz, di swing, di samba. Gli over 60 con aria rapita sognavano di abbracciare l’amato bene come nel tempo che fu sull’onda della suggestione operata dalle musiche meravigliose che dal palcoscenico si irradiavano nella sala come… “Polvere di stelle” (di Carmichael). I magnifici artisti che hanno dato vita a tanta emozione erano su quel palco gratuitamente per tramutare la loro arte in strumento di solidarietà. Per raccogliere fondi allo scopo di all’Italia, un giro del mondo nel tempo e nello finanziare l’addestramento dei cani guida per spazio partendo dalle celeberrime “Rapsodia in ciechi si è mossa anche quest’anno la blu”, “Summertime” e “The man i love” di collaudata équipe che collabora con l’Officer George Gershwin a “Night and day” di Cole Distrettuale Pietro Giovanni Biondi (Pinuccia Porter, da “Caravan” di Duke Ellington a “New Benelli Liberati, Franca Fabbri Marani, Paolo York New York” di Kander, da “Les feuilles Giulio Gianessi del Lions Rimini Malatesta e mortes” di Kosma a “Memory” di Webber. Guido Zangheri del Lions Rimini Riccione Aveva ragione il trombettista jazz Host), adoperandosi per stampare locandine, afroamericano Dizzy Gillespie a dire “Alla sbrigare pratiche, distribuire inviti, vendere biglietti, ecc. ecc. Ma in testa a tutti ha preso a gente non importa se gli suoni un accordo di cuore la bella, quanto pressante finalità il tredicesima fratturata, purché lo possa ballare”. E i presenti infatti ballavano… maestro Benedetto Franco Morri, Lions del Quando i ritmi sono diventati brasiliani (“Tico Club Santarcangelo di Romagna, raffinatissimo Tico”), l’atmosfera si è fatta intrigante e pianista che ha formato per la singolare quando Nicoletta Menarini ha intonato occasione un complesso prestigioso con languidamente “Besame mucho”, molti hanno Gianni Esemplare alle percussioni, Onorino cantato con lei: “Besame, besame mucho / Tiburzi al contrabbasso, il giovanissimo Stefano Ravaioli alla chitarra e la voce solista Como si fuera esta la noche la ultima vez / Nicoletta Menarini, interprete suadente e Besame, besame mucho / que tengo miedo a perderte / perderte despues…”. La canzone di sensuale di melodie che fanno letteralmente Consuelo Velasquez non è molto allegra, ma, vibrare. Per emozionare il generoso pubblico poiché ha fatto innamorare il mondo intero, ha che ha risposto all’appello pro cani-guida sono il potere di mettere di buon umore, di far stati scomodati i grandi compositori del sentire giovani giovani. Il repertorio di Novecento e i loro capolavori. Dal Nicoletta è decisamente vario: bellissima la sua Nordamerica all’America latina, all’Europa e 33 Vita di Club “My Way” (“And now, the end is near / And so I face the final curtain / My friend, I'll say it clear / I'll state my case, of which I'm certain…”) di Claude François, che non ha fatto rimpiangere Frank Sinatra, così come un arrangiamento straordinario ci ha regalato una perfetta “Coimbra”, uno dei successi di Amalia Rodriguez, regina del fado. Ma arriviamo all’Italia. Per interpretare “Reginella” ci voleva un napoletano d.o.c., così Gianni Esemplare ha lasciato le percussioni, sorprendendoci con la sua bellissima voce a cui ha fatto immediata eco il coro del pubblico: “Te si' fatta na vesta scullata, / nu cappiello cu 'e nastre e cu 'e rrose... / stive 'mmiez'a tre o quattro sciantose / e parlave francese...è accussí?”. Per “La vita è bella” di Piovani la voce di Nicoletta è diventata dolcissima e generale la commozione, ma nessuno si aspettava il gran finale. Dopo una pirotecnica carrellata di motivi suonati al piano dal maestro Morri che ci ha portati fino al felliniano Amarcord di Nino Rota, un finale a sorpresa. È entrato in scena un gigantesco personaggio con il volto parzialmente mascherato: il Fantasma dell’opera (capolavoro di Andrew Lloyd Webber, il miglior musical britannico con incassi record) ha dato inizio ad un potente duetto con la cantante. Per il Phantom prestava la sua voce tenorile A.C., un alto funzionario cittadino in incognito; se la sua carica o la sua modestia non gli hanno permesso di rivelarsi al pubblico, è doppiamente lodevole per la sua generosa disponibilità. Fa tanto bene al cuore constatare quanta gente si muova per aiutare. Nel corso della serata, dopo la presentazione iniziale da parte dell’Officer Distrettuale, Andrea Martino, presidente del Centro Cani Guida per Ciechi di Limbiate (MI), ha spiegato le esigenze del Centro e la vastità del suo impegno; in rappresentanza dei Leo, il vice Presidente del Distretto Leo 108A Luca Dal Prato (Leo Club Faenza) e il delegato T.O.N. Pe Enrico Angelini (Leo Club Valle del Conca) hanno presentato il loro programma che prevede attività a favore del Centro, come una Maratona a Morciano di Romagna il 17 giugno p.v. Infine la Lions Silvana Rossi, socia del Club Santarcangelo, ha informato sulle iniziative per la Campagna Sight first 2, come l’imminente vendita di orchidee nelle piazze. Una volta di più, unendo l’utile al dilettevole, si è raggiunto l’obiettivo della solidarietà: circa 400 persone, tra cui il primo cittadino di Rimini, il sindaco Alberto Ravaioli, e numerosi soci dei Lions Club locali (Rimini Malatesta, Santarcangelo, RiminiRiccione Host, Riccione, Cattolica, Morciano), sono uscite dal teatro canticchiando felici. Andrea Martino e Pietro Giovanni Biondi consegnano ai musicisti la statuetta simbolo dei Cani guida. Il maestro Morri, Nicoletta Menarini (voce solista), Stefano Ravaioli (chitarra), Gianni Esemplare (percussioni). 34 Vita di Club MEETING di FRANCO PALMA Piero della Francesca a Rimini L’ARTISTA E IL TIRANNO L a serata del 24 aprile è stata dedicata al tema “L'artista e il tiranno”, relatore un illustre riminese, il professor Antonio Paolucci, già ministro dei Beni Culturali tra il 1995 e il 1996, e sovrintendente ai Beni artistici di numerose città, docente universitario e giornalista. Presentato e festeggiato affettuosamente dai suoi ex compagni di Liceo, tra cui Anna Cavallari, Paolucci ha raccontato il contesto storico-culturale in cui è avvenuto l’incontro tra le due personalità d’eccezione, Piero della Francesca, l’artista, e Sigismondo Malatesta, il tiranno, che a Rimini hanno lasciato due capolavori che si integrano e si danno lustro l’un l’altro. Della presenza a Rimini di Piero i segni rimasti sono veramente pochi; se si considera poi che il ritratto di Sigismondo è a Parigi al Louvre, l'unica testimonianza è l'affresco del Tempio malatestiano. Il professore ha esordito dicendo che pochi sono i documenti che attestino la chiamata di Piero a Rimini da parte di Sigismondo. Esiste una lettera indirizzata a Giovanni de’ Medici nella quale si fa richiesta di un pittore "per decorare la cappella del tempio in costruzione prima che i muri fossero asciutti", ma non esistono prove di una pressione del signore di Firenze, visto che il pittore era sì a contatto con l'ambiente culturale fiorentino, ma non gravitava nell'orbita medicea. Più probabile è pensare che Piero della Francesca sia stato indirizzato a Rimini da Borso d'Este, data l'amicizia dei due signori e la presenza di Piero a Ferrara, dove eseguiva dei lavori. La sua permanenza a Rimini deve essere stata particolarmente prolungata a corte, perché gli ha dato la possibilità di compenetrare il carattere del signore di Rimini e renderlo leggibile nella sua opera nel Tempio. Sigismondo è in un periodo di grande euforia. Nel 1447 ha iniziato i lavori del Tempio, che trasformeranno il vecchio San Francesco gotico nel mausoleo rinascimentale che ospiterà lui e le ossa dei suoi avi. Egli lo dedica con due lapidi in greco, sulle pareti laterali, "a Dio immortale e alla città" in ringraziamento "degli scampati pericoli dalle guerre italiche". Sigismondo è un despota, intelligente, colto; è un uomo del suo tempo, mecenate per ambizione di gloria eterna e perciò proietta tutta la sua attività nell'opera del Duomo. Abbiamo detto "voto per gli scampati pericoli dalle guerre italiche", i pericoli corsi sono veramente pochi: dopo l'assedio di Gradara manda libero il Carmagnola suo nemico, schierato in campo avverso coi veneziani, anzi lo accompagna fuori dal territorio. La cosa porterà al condottiero un processo per tradimento ed una morte atroce e vergognosa. Sigismondo aveva anche chiesto in sposa la figlia del Carmagnola pretendendone la dote mai più restituita dopo i fatti. Quanto poi all'assedio di Piombino non si hanno notizie dei pericoli corsi dal Malatesta a meno che non si giudichi pericoloso il voltafaccia fatto ad Alfonso di Aragona e al Papa che in quella guerra era dalla stessa parte del re di Napoli. Ma torniamo a Piero e all’affresco giustamente famoso che era nella Cella delle reliquie del Tempio, raffigurante Sigismondo Malatesta con san Sigismondo, ora staccato ed esposto altrove. Se il tempio 35 Vita di Club malatestiano nasce da un voto, altrettanto vale per l'affresco riminese di Piero, opera in cui l'intento devozionale va colto nell'inginocchiarsi del donatore davanti all'omonimo santo protettore, e nell'iscrizione sottostante: SANCTUS SIGISMUNDUS, SIGISMUNDUS PANDULFUS MALATESTA. Come ho già accennato, la figura, il carattere e le aspirazioni del signore di Rimini sono ben note a Piero il quale si impegna a creare un'opera che sia alla pari del Tempio, testimonianza ai posteri della grandezza e nobiltà del committente. L'affresco era stato concepito per ornare non la cella delle reliquie ma bensì una cappella del Tempio. La figura di Sigismondo in ginocchio, centralizzata in maniera decisa, fa convergere su di lui anche le linee di fuga, per sottolinearne l'importanza: il principe è lui, tutto il resto gli gira intorno; centralissimo, di profilo, inginocchiato su un gradino più basso di quello dove è seduto San Sigismondo. Il signore di Rimini è con le mani giunte, in una posizione innaturale e crea una semicirconferenza ideale che va dalla testa al gomito. Sigismondo guarda lontano, non sembra colloquiare col santo, che è davanti a lui in posizione diagonale. Il suo sguardo è fisso, può essere di cinismo o di subdolo ammiccamento; così come le labbra sottilissime sembrano trattenere un sorriso o un ghigno, oppure aprirsi per pronunciare una sentenza. Ciò che catalizza i suoi pensieri, ciò su cui fissa la sua attenzione, gli è di fronte, ma in un punto lontano. Il santo che ha di fronte è in posizione arretrata e diagonale con in mano gli attributi del potere, seduto su uno scalino più alto. Aleggia un clima di suspence. San Sigismondo sembra pronto a conferire un riconoscimento di autorità ad un uomo segnato dalla storia, pronto a salire il gradino su cui è il santo; ci fa pensare o presentire l'investitura a marchesi di Rimini, assieme ad Isotta, sempre sognata e mai ottenuta. La presenza dei due cani dimostra che l'uomo ha i requisiti per l'esercizio dell'autorità. Attenti scrutatori uno del passato (cane nero), l'altro del futuro (cane bianco), rappresentano le virtù dell'uomo saggio che sa vivere con prudenza, sapienza, scaltrezza, ma anche con fortezza. Una fortezza rappresentata dal castello nell’oculo laterale a destra dell'affresco; queste virtù non sono estranee al comportamento di Sigismondo. Non tutto brillerà nella vita del signore di Rimini come auspica l'affresco di Piero. Sigismondo incontrerà un acerrimo nemico, più potente di Federico di Montefeltro duca di Urbino. Questi sarà Pio II Piccolomini, suo nemico politico giurato, che lo attaccherà per le sue ribalderie, gli spergiuri, per aver costruito un tempio pagano senza un segno della divinità, per aver preparato una sfarzosa tomba per la sua amante Isotta ancora in vita, mentre le ossa delle due mogli giacciono sotto lo scalino della cappella di fronte (Eleonora d'Este e Polissena Sforza, quest'ultima soffocata dai suoi bastardi). Non meno pesante l'angiolino che da un festone di questa cappella fa la pipì sull'altare. L'odio del Papa finirà con la condanna al rogo per spergiuro e assassinio e con la esecuzione in effigie. Contrariamente a ciò, osservare la sua effigie nel Tempio è come tornare indietro o assistere ad un restauro di un'opera precedente nel tempo. Il signore di Rimini, fedifrago, pasticcione, ladro di pietre e di marmi, è effigiato con l'immagine dei cani, legata come è al concetto di fedeltà, e serve a Piero per ricostruire attorno a Sigismondo l’aureola perduta, un alone di rispetto alla parola data, alla fedeltà ai padri. Piero non era venuto a Rimini per caso, ma per tradurre figurativamente la gloria e la grandezza di Sigismondo, in una immagine eterna che il tempo e la storia non potevano offuscare. Castello = fortezza, cani = fedeltà, l'affresco doveva essere deposto nella cappella di San Sigismondo, ma per motivi di logica e di spazio, venne posto nella cella delle reliquie, al suo posto c'è invece la statua di San Sigismondo. Nella predella sottostante c'era una serie di pannelli marmorei di cui uno solo superstite è al castello Sforzesco di Milano; sotto una lunga dedica in latino. Dalla cella venne aperta una finestra per mettere in comunicazione l'effigie con la cappella di San 36 Vita di Club Sigismondo. Alla consacrazione c'era tutto il clero e la Chiesa intera ad incontrare “lui” inginocchiato davanti a San Sigismondo. Per bolla di Papa Nicola, chi avesse pregato in quella cappella avrebbe lucrato anche un indulgenza. In questa meravigliosa stagione di Rimini Piero aveva vissuto da protagonista, incontrando un uomo che avendo intuito il suo ingegno gli aveva dato modo di esprimersi per essere poi raccontato e immortalato. A Rimini aveva finalmente dimostrato di quale meravigliosa magia fosse capace la sua straordinaria cultura, la padronanza della metafora e la sua arte logica e matematica. a cura di VITTORIA CURRÒ DOSSI (Traduzione dallo spagnolo) CURIOSITÀ FILOSOFICHE Dedicato alle persone nate prima del 1980 HAPPY DAYS… Q uesto scritto è dedicato alle persone che sono nate prima del 1980 e la verità è che non mi so capacitare di come siamo potuti sopravvivere. Siamo stati la generazione dell’“attesa”, abbiamo trascorso la nostra infanzia e la gioventù “aspettando”. Dovevamo aspettare due ore di digestione per non morire nell’acqua, dopo il pranzo ci aspettavano due ore di siesta per riposare; ci lasciavano a digiuno tutta la mattina della domenica fino al momento della comunione, le malattie si curavano “aspettando”. Guardando indietro nel tempo è difficile credere che siamo ancora vivi. Viaggiavamo in macchina senza le cinture di sicurezza e senza air bag, facevamo viaggi di 10/12 ore con 5 persone chiusi in una 600 e non soffrivamo della sindrome della classe turistica. Non avevamo porte, armadi o bottigliette di medicinali con i tappi a prova di bambino. Andavamo in bici senza casco, facevamo autostop e guidavamo le moto senza patente. Le altalene erano di metallo e con gli spigoli a punta. Passavamo ore a costruire carretti per scendere lungo i pendii e solo scendendo ci accorgevamo di aver dimenticato i freni. Uscivamo di casa al mattino, giocavamo tutto il giorno e tornavamo a casa solo al momento in cui le luci delle strade si accendevano. Nessuno sapeva dove eravamo. Non c’erano cellulari. Ci rompevamo denti e ginocchi e non esisteva alcuna legge per querelare i colpevoli. Ci aprivamo la testa giocando a guerra con le pietre, ma non era un problema, erano cose di bambini e ci curavano con mercromina e qualche punto. Nessuno da incolpare, solo noi stessi. Mangiavamo dolci e bevevamo bibite ghiacciate e tutto quello che si poteva bere, nessuno si è mai contagiato. Prendevamo i pidocchi a scuola e le nostre madri ci lavavano la testa con aceto bollente. Non ci davamo appuntamento con gli amici, semplicemente uscivamo in strada e lì ci incontravamo… Andavamo in bici senza chiedere il permesso ai genitori e noi là fuori soli nel mondo crudele, senza nessun responsabile. Ma come abbiamo fatto!!! Facevamo giochi coi bastoni e le nostre palle finivano sempre nel giardino del vicino che aveva puntualmente un brutto carattere. Cacciavamo lucertole e uccelli con il fucile “a pallini” senza essere maggiorenni e senza la presenza degli adulti. DIO MIO!!! A scuola durante la ricreazione non tutti venivano presi nei gruppi e chi era escluso imparava a lottare con la delusione. Andavamo in villeggiatura 3 mesi di seguito e stavamo ore sotto il sole senza crema protettiva, senza lezioni di vela, di surf o di golf, però sapevamo costruire fantastici castelli di sabbia e pescare con la fiocina. Sperimentavamo la libertà, l’insuccesso, la gloria e la responsabilità e dentro tutto questo diventavamo grandi. A tutti quelli che sono nati prima del 1980. FELICITAZIONI!!! Avete avuto la fortuna di crescere come bambini. 37 Vita di Club CURIOSITÀ METEOROLOGICHE di MARIO GIULIACCI Ricercate dai meteorologi… LE DONNE CON CAPELLI ROSSI! I mmaginate per un attimo di vedere un meteorologo che, con un paio di forbici in mano, si avvicina, quatto quatto, alle spalle di una signora con i capelli rossi. Penserete, ovviamente ed a ragione, che costui è senz’altro un maniaco sessuale animato da propositi omicidi. Certo il gesto sarebbe riprovevole e da condannare ma la motivazione potrebbe essere molto più semplice e addirittura… innocente. Ebbene dovete sapere che i nostri capelli sono molto sensibili all’umidità dell’aria tanto che più l’aria è secca più si accorciano. Al contrario, quanto più l’aria è vicina alla saturazione – come, ad esempio, in una giornata piovosa o nebbiosa o molto afosa - tanto più si allungano, fino a formare, in casi estremi, pieghe o riccioli. Lo sanno bene tutte le donne che appunto evitano di andare dal parrucchiere nelle giornate piovose onde evitare che una pettinatura “liscia” si trasformi in breve tempo in una pettinatura ”crespa”. Ma cosa c’entrano, mi direte, le donne con i capelli rossi? Ebbene, i capelli più sensibili all’umidità, ovvero quelli che variano di più la propria lunghezza al variare dell’umidità, sono quelli delle donne, meglio ancora se con i capelli biondi. Ma l’allungamento massimo si verifica con i capelli delle “rosse”. Ecco perché lo strumento “principe” impiegato in meteorologia per misurare l’umidità dell’aria è l’ “igrometro a capelli”, costituito appunto da un fascetto di capelli, possibilmente di donne con capelli rossi, i cui accorciamenti o allungamenti al variare dell’umidità, mettono in movimento le lancette dello strumento. Milano, Serata di beneficenza per il compleanno di Andrea Martino (AUGURI!) e incontro con il simpatico Colonnello, socio del Lions Club Segrate. CURIOSITÀ NAZIONAL-POPOLARI di MARIO ALVISI Quando anche il kitsch ha un senso UN PISOLO IN GIARDINO N ello scrivere gli articoli per la nostra rivista ogni tanto mi viene il desiderio di divagare sulle curiosità che ci circondano; vi ho già parlato di cioccolata, tappeti, bicchieri, orologi e così via. Serve per rompere con la serietà che ci contraddistingue o per fermarci un momento sulle piccole cose che sono attorno a noi e alle quali non sempre facciamo caso. D’altra parte stavolta si tratta di un fenomeno che ora appassiona anche scrittori e sociologi, se è vero che il 26-27 maggio si è svolto a Bagno a 38 Vita di Club Ripoli il Primo Convegno Nazionale sugli… gnomi: “Da Morgante a Mammolo: fenomenologia del nano da giardino”. Proprio di questo mi piace parlarvi stavolta: del Nano, o meglio, dei sette nani (a volte è compresa Biancaneve) che adornano i giardini di tante villette di periferia o di campagna. Tutte le mattine, salendo la superstrada per San Marino, mi trovo sulla destra un grandissimo spiazzo colmo di queste statuette multicolori, segno evidente della loro forte richiesta. Da recenti statistiche in Europa ne sono censiti 30 milioni. Ognuno di noi li ha notati, magari accompagnando lo sguardo con commenti negativi. Ebbene, in un’epoca come la nostra in cui esiste il MALAG (Movimento Autonomo per la liberazione delle anime da giardino) che sembra essersi esteso anche ai Babbi Natale da finestra – c’è anche chi, sul curioso argomento, ha scritto un libro1, come Raul Pantaleo, Un Pisolo in giardino (Elehutera), che ha attirato la mia attenzione in occasione di un regalo per mio nipote Tommaso, di nove anni. A sentire lo scrittore, che peraltro è l’architetto degli ospedali di Emergency, il nano Pisolo va fortissimo, soprattutto nelle ville dei novelli contadini industrializzati, non vi anticipo le ragioni. Tutti sappiamo dunque dove finiscono Pisolo e compagni. Ma forse non da dove vengano. Ebbene, incuriosito e sfruttando internet (sul web esistono 199.000 voci che li riguardano), ho scoperto che il paese natale dei nani è a Grafenroda, un villaggio al limitare della foresta Turingia in Germania. Qui è la culla dei nani, tanto è vero che il piccolo comune, prima chiuso entro la cortina di ferro e ora noto in tutto il mondo proprio per i nani, ha affiancato al proprio stemma uno gnomo, soprannominato “Martin le coquin” (il briccone o il birbante). Verso la metà del XIX secolo, quindi non molto lontano nel tempo, i ceramisti locali sfornavano teste di cervo in terracotta su cui i cacciatori della zona apponevano le corna della selvaggina abbattuta. Con il successo di queste terrecotte pensarono di ampliare la produzione sfornando le statuette dei personaggi tratti dalle fiabe dei fratelli Grimm. Così comparvero anche i nanetti da giardino. Ebbero un successo strepitoso per una singolare particolarità: essi imitavano persone reali. Infatti questi primi gnomi avevano le sembianze dei lavoratori delle cave della vicina foresta turingica. Addirittura, anziché provocare le rimostranze dei personaggi presi di mira, aumentarono le richieste proprio da parte dei minatori più abbienti che celebravano il loro successo economico facendosi ritrarre in miniatura. Ma siccome il lavoro della miniera, come tutti sappiamo, era un mestiere duro, quei minatori non avevano voglia di sorridere e, quindi, i nani avevano volti affaticati e barbe fuligginose. Purtroppo le guerre interruppero, fra le tante cose, anche la produzione dei nani che però ripresero ad invadere l’Europa con la caduta del muro di Berlino, non più con i visi truci del passato, ma con l’entusiasmo e la libertà dei tempi moderni. Cioè con il desiderio di fuggire dalla cruda realtà di ieri e rifugiarsi nel più piacevole immaginario del presente. Allora Pisolo e i suoi amici nani hanno una simbologia? Un significato connesso all’interiorità umana? Il Pantaleo dice che i nani rappresentano le forze oscure che sono in noi e quindi hanno sembianze mostruose. Oppure che personificano le manifestazioni incontrollate dell’inconscio, così come ai tempi delle fiabe, perché si sono sempre permessi libertà di linguaggio e di gesti presso i re e le dame del mondo antico. Inoltre il nano esorcizza la paura del diverso e serve ad anestetizzare le angosce per un futuro purtroppo sempre ignoto. Addirittura c’è chi pensa che siano un segnale di forte individualismo, dell’incapacità delle persone di condividere valori comunitari, o mettere a nudo le modalità più segrete del proprio essere. E poi - sentite l’ultima - per non continuare a tediarvi con motivazioni filosofiche: “i nanetti fanno pensare all’uomo contemporaneo, così tecnologico ed evoluto e che possiede l’ultimo ritrovato della tecnologia digitale o l’ultima auto super accessoriata, come immerso in una sorta di primitiva infanzia simbolica, da cui emerge un innocente e inconsapevole desiderio di relazione con l’ignoto”! Avreste mai pensato a tutto questo? 1 Margherita Oggero, Così parlò il nano da giardino, Einaudi; Bruno Sanguanini, Giardini e nanetti in Italia, microcultura di un gusto pop europeo, Cleup 39 Vita di Club CURIOSITÀ ARTISTICHE di MARIO ALVISI Una fusione di arte e natura IL TAPPETO DELLE ONDE QUIETE C astelli, rocche, storie del passato, funghi, tartufi, formaggi, accoglienti agriturismo, piacevoli locande e insoliti personaggi sono la grande attrattiva della Valmarecchia, uno dei posti più belli del nostro entroterra romagnolo (ormai di diritto con il referendum). Fra i personaggi, Tonino Guerra, che di queste terre è diventato il “gran cantore”, e proprio a proposito di Tonino Guerra, vorrei raccomandarvi di visitare un posto magico. Almeno a me ha fatto questa impressione, perché imprevedibile, inaspettato e legato a carissimi ricordi familiari. Forse l’avrete già visto tutti, ma è piacevole rammentarvelo. Dapprima, in una domenica di sole, andate a pranzo a Gattara, un minuscolo e grazioso paesino in fondo alla valle. Fatevi un lauto pasto con funghi e tartufi a volontà su tagliatelle indimenticabili e tenerissime fiorentine nella trattoria di Settimio. E poi, sulla strada del ritorno, dopo pochissimi chilometri, deviate a destra e salite al Castello di Bascio. Quattro case in pietra, di cui una nobile, poste ai lati di una ripida salita selciata che termina di fronte a una torre abbandonata posta sul cocuzzolo prospiciente la valle. Il paesaggio è incantevole. A dito potete individuare tutte le arcinote località che costellano la parte destra della valle; da Casteldelci a Torriana, Petrella Guidi, Talamello, Montebello. Una collana di paesi stupendi. Ma se solo per un attimo distogliete lo sguardo da quanto vi sta ammaliando e guardate dove mettete i piedi, perché è possibile scivolare in piccoli dirupi che attorniano la torre, vi accorgerete che in mezzo all’erba ci sono delle cose strane; sembrano detriti buttati in questo posto solitario da qualche muratore occasionale. Invece, guardando meglio, si distinguono dei riquadri fatti ad arte. Dei tappeti. Dei tappeti in cotto, curiosamente sparsi tutt’attorno, con strane forme indecifrabili, perché erose dal tempo e dall’incuria. Guardi esterrefatto e scopri che sono ceramiche, con motivi diversi, ma significativi, come si può dedurre dalle dediche poste in calce ad ogni opera. Che strano! Che senso può avere tutto ciò in questo posto solitario? Trovo la spiegazione alla base della torre dove su una lapide, sempre in ceramica, che non avevo notato perché attratto dal fantastico paesaggio, c’è la scritta “IL GIARDINO PIETRIFICATO – Idea di Tonino Guerra – Opere di Giò Urbinati – allestimento Rita Ronconi”. Con lettere blu 40 Vita di Club che risaltano sulla base beige, entro una cornice a spirale, sempre in ceramica. Purtroppo di giardino sono rimaste solo le erbacce che a malapena lasciano intravedere le opere posate attorno alla torre. Così scopri una manciata di semiovali di colore verde azzurro per rappresentare “Il tappeto delle onde quiete per ricordare Giotto che dal Montefeltro vide lontanissimo i primi bagliori azzurri dell’Adriatico”. Dei cunei piramidali dai colori gialli e azzurri quasi persi nel bianco per “Il tappeto delle piramidi sognate, dedicato a Buonconte di Montefeltro, perché le trentacinque piramidi siano tomba del suo valoroso scomparso nel fiume della battaglia”. Conchiglie, molto ben fatte e rese ancor più belle dalle abrasioni dell’acqua e del vento, rappresentano “Il tappeto delle conchiglie montanare per ricordare Uguccione della Faggiuola, grande capitano di ventura che da questi colli vedeva i confini dell’Italia e tanto fu ammirato da Dante che gli dedicò l’Inferno”. Forme geometriche simili ad un villaggio o un quartiere residenziale post moderno formano “Il tappeto delle cattedrali abbandonate, dedicato a Fra Matteo da Bascio, fondatore dei Cappuccini, il quale per tutto il mondo andava esclamando e riprendendo ogni sorta di persona gridando: “All’inferno, all’inferno i peccatori”. Disegni dalla simbologia a me sconosciuta, ma sicuramente ricolma di significati forse esoterici, misteriosi o tratti dalla Divina Commedia rappresentano “Il tappeto dei pensieri chiari, per ricordare Dante, che vide questa terra fuggendo da Firenze per raggiungere il rumore del mare a Ravenna”. Ultimo, ma non ultimo perché altri “tappeti” sono irriconoscibili, un bellissimo uccello galleggiante sulle onde chiamato “Il tappeto dell’anatra dal collo azzurro, dedicato alla contessa Fanino dei Borboni di Francia, la quale, pazza di solitudine in questo colle dov’era sposa del capitano dei Carpegna, di tanto in tanto saliva in cima alla torre per gridare al vento: “Paris, Paris, Aiuto!”. Io, più modestamente, volevo salire su questa torre solitaria ed abbandonata per fare delle fotografie, ma la scoperta di questi fantastici “tappeti” mi ha sorpreso e incantato. 41 Vita di Club MEETING L’incontro dell’ 8 maggio 2007 che ha avuto per tema Impresa e Solidarietà, ha rappresentato l’occasione per conoscere due importanti aspetti della vita riminese: quello legato all’attività economica, caratterizzata dalla presenza sul nostro territorio di realtà di spicco internazionale, e quello della solidarietà proveniente dal mondo dell’impresa. Ospiti eccellenti due notissimi personaggi riminesi: il dott. Alfredo Aureli ed il dott. Maurizio Focchi che hanno illustrato le rispettive interessanti esperienze. ECONOMIA&SOCIETÀ di ALFREDO AURELI Attività economiche e iniziative di solidarietà SCM GROUP P er parlare delle attività economiche del nostro territorio è necessario conoscere la loro storia, i principi ed i valori che sono all’origine delle aziende di successo. È fondamentale che i giovani e le nuove generazioni sappiano riconoscere gli stimoli che hanno indotto alcuni individui ad intraprendere, per saper poi reinterpretare in chiave manageriale, la formula imprenditoriale originaria. Le attività economiche sono in continuo divenire, sono mutevoli, ma i principi ed i valori imprenditoriali, morali ed umani rimangono. Spetta a noi saperli riconoscere e quindi valorizzarli e divulgarli, per salvaguardare le nostre radici industriali, la nostra cultura, le nostre tradizioni, la nostra identità e sentirci orgogliosi di essere i protagonisti dello sviluppo economico del nostro territorio, del nostro paese. A) ATTIVITÀ ECONOMICHE L’azienda originaria da cui poi nascerà SCM Group ha inizio nel 1932 dal fallimento della Negrini (serrande avvolgibili, aratri, fonderie) che sorgeva in Viale Valturio vicino al Lanificio di Lorenzo. La chiusura dell’azienda, visto che non c’erano altre industrie a Rimini che offrissero ai dipendenti uno sbocco occupazionale, ha stimolato alcuni di loro ad intraprendere una propria avventura industriale. Così Gemmani Nicola (Padre di Giuseppe scomparso lo scorso anno) Nicoletti Giovanni, Agostini Guido e Aureli Lanfranco intraprendono individualmente una propria attività artigianale, decidendo poi nel 1935 di farle confluire in un'unica società la “Gemmani-Nicoletti & C.” che sorgerà in fondo al Viale Valturio, in Via Marecchiese con una fonderia di ghisa e un’officina meccanica per la produzione di aratri, seminatrici, serrande avvolgibili. Poi la guerra, la distruzione, la miseria, ma successivamente la ricostruzione, la rinascita, il riscatto dalla povertà sono stati un forte stimolo alla crescita. Nel 1952 la grande svolta: la riconversione totale della produzione; viene abbandonata la produzione di macchine agricole e si iniziano a produrre macchine per la lavorazione del legno. Giuseppe Gemmani (Pippo), figlio di Nicola, si laurea in ingegneria meccanica e viene incaricato da mio Padre di progettare una macchina che aveva visto da Casadei, un cliente della nostra fonderia. “Non devi copiarla ma farne una più innovativa!”. Nel 1961 mio Padre e Giuseppe Gemmani, diciannove anni più giovane di Lui, costituiscono una nuova 42 Vita di Club società, la SCM, liquidando gli altri due soci. L’azienda cresce e nel 1969 quando sono entrato contava già 200 dipendenti. Mio fratello Adriano era entrato alcuni anni prima e si occupava con successo di vendite sul mercato internazionale. In questi anni abbiamo continuato a svilupparci per crescita interna e attraverso acquisizioni di altre aziende che fabbricavano prodotti complementari ai nostri. Oggi abbiamo 25 stabilimenti produttivi (ubicati a Rimini, Verucchio, Pesaro, Siena, Vicenza, Bergamo, Monza, Piacenza, R.S.M., in Brasile) e 28 filiali e Joint-Venture commerciali di cui 5 USA, 2 Canada, 1 Messico, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Olanda, Gran Bretagna, Germania, Polonia, Romania, Russia, Singapore, Cina. Il nostro Gruppo conta oltre 3700 dipendenti di cui oltre 400 sono impegnati nella ricerca e sviluppo dove investiamo oltre il 5%del fatturato. Il fatturato a terzi nel 2006 è stato di € 660 M. e la posizione finanziaria netta +. Oggi le fonderie di getti in ghisa rappresentano un 7% del fatturato globale (nostri principali clienti Case New Holand, IVECO, Same trattori…) ma l’attività prevalente è nel settore delle macchine per la lavorazione del legno: i nostri clienti sono i falegnami e le industrie del mobile (Berloni, Scavolini, Valentini, IKEA ecc.); inoltre, produciamo anche macchine per la lavorazione della plastica e termoformati, per la nautica (Ferretti, Granci, Beneteau) e per altri settori, produciamo anche macchine per la lavorazione del marmo, del vetro, dell’alluminio (Boeing, Airbus…). SCM Group esporta il 70% della sua produzione ed è leader mondiale nel proprio settore con oltre 2 milioni di macchine installate nel mondo. Siamo un’azienda complessa ma i risultati ci dicono che abbiamo fatto le scelte giuste e che abbiamo una buona squadra. Ci riconosciamo tutti nei principi e nei valori imprenditoriali originari di mio Padre di cui siamo i portatori: ricordo le Sue parole: “Arcurdev bèin: Il cliente è al primo posto; L’azienda è al di sopra di tutti; La lealtà, la trasparenza, l’onestà pagano sempre; La motivazione e la gratificazione dei collaboratori sono la forza di una impresa; Dobbiamo essere leader nel mondo, il numero 1!” Robopac è un’attività industriale che fa capo alla mia famiglia. È stata avviata nel 1985 nel nostro territorio, produce macchine per l’imballaggio (packaging) e più precisamente per la stabilizzazione di carichi pallettizzati con film estensibile e macchine fardellatrici con film termoretraibile; in questi anni l’azienda è cresciuta e si è costituita una capogruppo AETNA Group che ha 4 stabilimenti, Verucchio (RN), S. Leo (PU), San Marino, Ozzano Emilia (BO). Ha filiali e Joint-Venture in USA, Francia, Germania, Gran Bretagna, India. Conta 380 dipendenti e sviluppa un fatturato di € 75 M. È leader mondiale nel proprio settore, esporta oltre l’80% della produzione. In questa attività sono attualmente impegnati i miei figli e mio genero dott. Federico Spallino. Nel Gruppo SCM sono da alcuni anni inseriti i figli di Giuseppe Gemmani: Giovanni e Linda e mio nipote Andrea, oltre a mio fratello Adriano naturalmente, e tutti fanno parte del Consiglio d’Amministrazione oltre a ricoprire incarichi operativi per i quali dipendono dal Direttore Generale dott. Adriano Celi. La particolarità di SCM Group è che le due famiglie Aureli/Gemmani sono socie fin dall’origine al 50%-50% e con orgoglio possiamo affermare che non è facile trovare due famiglie così unite anche nel succedersi delle generazioni - siamo per ora solo alla terza - forse perché… “Arcudev bèin: l’Azienda è al di sopra di tutti! è un patrimonio della collettività”... ci ha indotto ad essere sempre molto riflessivi e disposti al dialogo. B) INIZIATIVE DI SOLIDARIETÀ Ogni attività economica deve perseguire l’obiettivo di creare ricchezza nella consapevolezza che l’azienda è comunque un patrimonio della collettività coscienti che l’uomo, nella pienezza della sua dignità, è il vero fine. Ritengo necessario fare alcuni riferimenti storici che mi permettono di farvi conoscere da dove nasce la mia propensione per la solidarietà. Ricordo la vita del mio Borgo negli anni del dopo guerra. Il Borgo Sant’Andrea, dove sorgeva la parrocchia di San Gaudenzo, era fatto di gente umile, di operai, di gente legata alla terra, all’agricoltura, avvezza alle fatiche fisiche e dove la laboriosità, la manualità e la grinta non mancavano, la voglia di fare, di emergere, di sfondare era molto sentita e dove gli abitanti del borgo vivevano i problemi degli altri con forte spirito di mutualità, come se fossimo stati una grande famiglia! Erano gli anni del dopoguerra con tanta miseria, ma tanta voglia di fare, di ricostruire, di riscattarsi dalla condizione di povertà e disoccupazione, ma queste difficili condizioni furono di grande stimolo per intraprendere, per essere creativi e tanta era la voglia di emergere coscienti che era possibile vincere la sfida della rinascita solo con l’impegno, con molti sacrifici e tanta passione: possiamo farcela! L’orgoglio di ognuno era di poter dimostrare agli altri componenti della comunità che ce l’avevano fatta ad emergere e quindi potevano essere di esempio e di aiuto agli altri meno fortunati di loro. Il problema di uno era il problema di tutti e tutti si prodigavano per aiutare i più bisognosi. Io mi sento portatore dei valori di solidarietà della vita del Borgo. Lì, ho trascorso la mia infanzia e da queste origini, dove la chiesa di San Gaudenzo con Don Pippo era il punto di riferimento per tutti, è nata la mia propensione alla solidarietà: aiutare con l’esempio e avere grande attenzione e rispetto per la persona umana, 43 Vita di Club è la strada che abbiamo imparato a percorrere per migliorare la qualità della vita sia in termini economici che spirituali. Da queste esperienze giovanili e dagli insegnamenti di mio Padre Franco, di mia Madre e del mio socio Giuseppe Gemmani (è stato il mio padrino, mi ha visto nascere e mi ha sempre indicato la giusta via), ho avuto gli stimoli e gli insegnamenti per dedicare una particolare attenzione alla centralità dell’uomo nella vita lavorativa, nella società. Così ho seguito le orme di mio Padre e di Gemmani nella vita imprenditoriale ed in quella sociale con un’attenzione particolare alla solidarietà cercando di vedere ed ascoltare i meno fortunati di noi, per aiutarli ad emergere e dar loro quelle possibilità che una società sempre più consumistica ed arida non ha tempo di offrire. Ricordo quanto ci aiutarono le banche nel dopoguerra... Non avevamo garanzie da offrire se non i nostri talenti, la nostra voglia di lavorare e la nostra onestà. Quante, quante cambiali! Con questo animo ho cercato di intraprendere la difficile avventura nel settore bancario e costituendo “ETICREDITOBANCA ETICA ADRIATICA” ho condiviso, con tanti onorati Enti e imprenditori, il difficile cammino di coniugare l’etica e la finanza cercando di essere attenti a chi ha più bisogno, a chi non ha voce, a chi non ha nulla da offrire come garanzia oltre alla propria professionalità, ai propri talenti, alla propria volontà e dignità di uomo. Altre sono le iniziative di solidarietà che con SCM abbiano affrontato in questi anni in favore dei più bisognosi. Abbiamo costituito scuole e laboratori in vari paesi africani, in Brasile, in Argentina avvalendoci spesso del radicamento che le scuole salesiane hanno in quei paesi; in Bolivia abbiamo contribuito allo sviluppo di “FIGLI DEL MONDO” che oggi accoglie oltre 800 bambini e ragazzi di strada. Abbiamo fornito oltre ai macchinari anche la formazione che è indispensabile per lo sviluppo e per aiutare il prossimo ad affrancarsi dalla povertà imparando un mestiere ed essere a sua volta di aiuto a sé, alle famiglie e agli altri. Ringrazio mia moglie per essermi sempre stata vicina anche nei momenti più difficili, per avermi stimolato ad operare nel rispetto dei valori umani, di solidarietà e per avermi aiutato nella ricerca continua di un giusto equilibrio fra impresa – famiglia e spiritualità. Figli del Mondo Chi è: Figli del Mondo è un’ associazione di Promozione Sociale, nata nel 2002 da un gruppo di imprenditori e professionisti riminesi. La sua “mission” è volta a sensibilizzare il mondo economico locale sui temi della Responsabilità Sociale d'Impresa, al fine di creare una rete di aziende e professionisti che creano sistema e intraprendono un percorso fatto di azioni responsabili, coinvolgendo le proprie risorse gestionali, progettuali, umane ed economiche. E' iscritta dal 10 ottobre 2002 presso il Registro Prefettizio delle Persone Giuridiche di Rimini, e stata riconosciuta, mediante l'iscrizione nel Registro Provinciale della Provincia di Rimini il 24 luglio 2003 Cosa fa: Figli del Mondo sviluppa la propria mission in tre ambiti: - LA CREAZIONE DI RELAZIONI TRA PROFIT E NON PROFIT FdM sviluppa e sostiene partnership tra imprese e organizzazioni non-profit riminesi che operano su progetti, territoriali o internazionali, rivolti al disagio sociale e alla tutela dei minori in difficoltà. Lo scopo è quello di avviare un rapporto volontario, reciprocamente vantaggioso, attraverso l’integrazione di risorse e competenze, stimolando le imprese ad attivare concrete azioni di RSI. - L’APPLICAZIONE DELLA RESPONSABILITA' SOCIALE DI IMPRESA ALL’INTERNO DELL’IMPRESA FdM, attraverso un percorso di accompagnamento aziendale caratterizzato da buone pratiche e azioni concrete, propone l’integrazione della RSI alla gestione aziendale interna. - LA PROMOZIONE DELLA RSI SUL TERRITORIO L’azione di FdM è volta alla creazione di un network di collaborazioni e relazioni territoriali con enti, istituzione e organizzazioni al fine di contribuire al processo di sviluppo della cultura aziendale verso un’economia sempre più responsabile e sostenibile. Come lo fa: -Interventi in Cooperazione internazionale allo sviluppo La sua filosofia è quella di creare alleanze fra le imprese e le organizzazioni nonprofit del territorio riminese che operano in cooperazione internazionale attraverso Tavoli di Lavoro: -Tavolo Zambia (in collaborazione con l'Ass. Papa Giovanni XXII) (orfani di AIDS, bambini di strada, microcredito agricolo, formazione professionale) - Tavolo Bolivia (in collaborazione con l'Ass. Papa Giovanni XXII) (ragazzi di strada, formazione professionale e attività produttive) Sostiene inoltre direttamente con il suo Fondo di Solidarietà (alimentato dalle erogazioni liberali di Soci e simpatizzanti) altri progetti internazionali: - India (Vellore): Centro diurno per bambini affetti da malattie mentali (in collaborazione con Cittadinanza Onlus) - Albania (Berat): Centro diurno per bambini affetti da malattie mentali (in collaborazione con Cittadinanza Onlus) - Palestina (Striscia di Gaza): Progetto di clownterapia presso ospedali pedriatici (in collaborazione con Educaid Onlus) - Interventi sul territorio: Per realizzare una partnership proficua fra mondo profit e non profit, FdM favorisce la creazione di uno scambio reciproco di esperienze, risorse e dialogo per far conoscere le realtà disagiate presenti sul territorio. Per questo motivo FdM ha instaurato relazioni di aiuto creando una Banca dei Progetti Sociali territoriali. La collaborazione ha lo scopo di sostenere il welfare territoriale con micro interventi mirati a sopperire piccoli bisogni specifici non fronteggiati dai contributi pubblici. I progetti sono rivolti al disagio sociale e all’infanzia (in particolare: handicap psico-fisico, prima accoglienza, prima emergenza madri e bambini, attività educative per minori e socio-sanitarie assistenziali). Questa “Banca Progetti Sociali” viene messa a disposizione di Aziende, Associazioni, Enti e Privati che intendano effettuare erogazioni liberali a FdM da destinare specificamente ad un singolo progetto. Come la si può sostenere Associarsi Figli del Mondo propone una quota associativa annua di Eur 250,00 (Socio Ordinario), Eur 1.000,00 (Socio Sostenitore) ed Eur 2.500,00 (Socio Finanziatore). La quota associativa sostiene le attività dell'Associazione. Collaborare finanziando dei Progetti della Banca Progetti Sociali Figli del Mondo propone di sostenere finanziariamente uno o più progetti territoriali a favore dell'infanzia o del disagio, inseriti nella sua “Banca Progetti Sociali”. Organizzazione di una serata sulla Responsabilità Sociale di Impresa Figli del Mondo propone, nell'ambito delle attività statutarie del Lions Club Rimini Malatesta, di organizzare una serata tematica per presentare il tema della Responsabilità Sociale di Impresa e le attività sul territorio sviluppate in quest'ambito. 44 Vita di Club ECONOMIA&SOCIETÀ di MAURIZIO FOCCHI Da Rimini al mondo FOCCHI GROUP L ’azienda Focchi nasce nel 1914 come attività artigianale di fabbro. Fino agli anni ’50 si producevano da aratri a carpenterie varie, ma la vocazione alla produzione su commessa, nata allora, è quella che ancora oggi vive nell’azienda, pur con le caratteristiche di specializzazione tecnologica che i tempi hanno via via richiesto. All’inizio la produzione era incentrata su tralicci alta e media tensione, mensolame cabine elettriche di trasformazione per la Società Elettrica Romagnola, produzione di Silos per cemento sfuso e silos di stoccaggio nei maggiori porti italiani ed esteri per la società Ferruzzi. Poi la Focchi fu una delle prime ad appropriarsi delle tecnologie necessarie per la lavorazione dell’alluminio per le finestre, fatto assolutamente innovativo che diventerà tra l’altro la tecnologia determinante negli anni ’70. Quindi si intraprese la produzione di infissi, prima per abitazioni private e poi per complessi più importanti, nel contempo si sviluppò anche la lavorazione dei “monoblocchi” per il settore alberghiero, costituiti da portafinestra e finestra completi (tapparelle, spallette, vetri). L’azienda ottenne in tal modo uno sviluppo tale da trovarsi stretta nella vecchia sede di Via Tripoli, nel centro di Rimini e quindi, nel 1973, ci fu il trasloco nella nuova sede delle Celle. In maniera regolare l’Ufficio Tecnico interno cresceva di dimensioni e di esperienze e la progettazione divenne sempre più il fattore determinante nel soddisfacimento delle esigenze degli architetti più importanti. In questi anni si apre anche il mercato estero, in Arabia Saudita e a Montecarlo. Nel 1985 la Focchi introduce (prima in Italia e poi in Europa) la tecnologia del silicone strutturale: il primo progetto è l’Istituto di Credito Agrario a Bologna seguito dal Centro Fiere Lingotto a Torino (Progetto dell’Arch. Renzo Piano). Il primo progetto a silicone strutturale all’estero è a Vienna dopo una lunga selezione tra diverse imprese straniere (data la complessità tecnica di un progetto con vetri curvi): la Haas Haus dell’Arch. Hans Hollein. Poi seguono una lunga serie di progetti realizzati con architetti famosi in tutto il mondo: la Focchi è l’azienda che ha realizzato in assoluto più cantieri con la tecnologia del silicone grandi vetrate in alluminio e vetro nel settore navale, con la costruzione di 23 grandi navi da crociera Nel 1995 un'altra tappa fondamentale: nasce a Londra la Focchi Ltd che apre la sua attività con la realizzazione dell’American Air Museum a Duxford con lo studio Foster & Partner, una delle più prestigiose firme a livello 45 Vita di Club mondiale dell’architettura contemporanea. Nascerà poi la Focchi Singapore PTE ltd, satellite per il mercato asiatico. A Manchester progetta e costruisce il primo edificio con una facciata “bomb-blast” (edificio che era stato danneggiato da un attentato dell’Ira e che quindi la Committenza nella ricostruzione ha voluto dotare di una facciata anti-bomba), La stessa tecnologia sarà poi utilizzata in altri edifici, come quello per la Borsa di Londra in Parternoster Square. Mentre il mercato inglese diventa una realtà sempre più importante, anche il mercato italiano si consolida con progetti come Pirelli Headquarters a Milano (la più grande facciata “puntuale” in Italia) e il Centro Sviluppo Prodotto Ferrari a Maranello. Nel 2004 viene inaugurato il nuovo stabilimento produttivo Focchi S.p.A., tecnologicamente avanzato che, grazie alle sue grandi dimensioni, è adatto alla costruzione di “cellule” e qualsiasi tipo di prefabbricato leggero per involucri. Attualmente la Focchi realizza involucri esterni per architetture complesse utilizzando vari materiali come vetro, alluminio, pietra, ceramica, vetrocemento, ecc. Eticredito Banca Etica Adriatica Alcune realizzazioni: Lingotto a Torino - Arch. Renzo Piano Kansai International Airport Osaka - Arch. Renzo Piano Sede Barilla a Parma – Arch. Vico Magistretti Triangel - Check Point Charlie Berlino - Prof. Josef Paul Kleihues Haas Haus nella Stephenplatz a Vienna - Arch. Hans Hollein American Air Museum - Lord Norman Foster Europark a Salisburgo – Arch. Massimiliano Fuksas Manchester Airport - Arch. Nicolas Grimshaw Finsbury Square London - Lord Norman Foster Fiera di Rimini – GMP Hamburg Architekten Il Muro di Vetro a Torino – Arch. Massimiliano Fuksas London Stock Exchange – Archs. Eric Parry & Sheppard Robson Pirelli R&S Milano – Arch. Vittorio Gregotti Etnapolis Catania - Arch. Massimiliano Fuksas SBIM Banca Lombarda a Brescia – Arch. Vittorio Gregotti Baker Street London – Make Architect Cittadinanza onlus Chi è: Nata nel 1999, a Rimini, Cittadinanza sviluppa e sostiene, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), progetti di riabilitazione psichiatrica e di intervento psico-sociale nei Paesi in via di sviluppo, cercando di promuovere e difendere i diritti delle persone con sofferenze psichiche e dei loro familiari. Cosa fa: Questa duplice scelta (intervenire sulla malattia mentale, nei Paesi poveri) è riconducibile al fatto che la malattia mentale è presente ovunque e ovunque rappresenta una piaga sociale ed è causa di isolamento, emarginazione e abbandono sia per la persona che ne è colpita, sia per i suoi familiari. Nei Paesi poveri ci sono serie aggravanti di questa già difficile situazione: i disturbi mentali sono circa il doppio che nei Paesi ricchi e si collocano molto in basso nella lista delle priorità sanitarie dove hanno la precedenza malattie più immediatamente collegate alla sopravvivenza. Ne consegue che solitamente non esistono possibilità di cura e di aiuto, e i malati, bambini o adulti che siano, vivono in condizioni inimmaginabili, a volte istituzionalizzati in manicomi (spesso più simili a lager che a luoghi di cura), altre volte reclusi e nascosti tra le mura domestiche, dove la casa cessa di essere “luogo del vivere” per diventare “luogo dell’esclusione”, altre volte sulla strada vittime di ogni genere di abuso e violenza….. È degli ultimi degli ultimi che si sta parlando. I Progetti: Cittadinanza opera attualmente in Albania, Serbia e India con progetti di cooperazione allo sviluppo ispirati al rispetto delle culture locali, dei diritti umani e incentrati sulla formazione del personale locale. L'Associazione svolge inoltre una costante attività di formazione, sensibilizzazione e networking sul territorio mediante incontri, eventi e corsi. Da quest'anno inoltre, attraverso la collaborazione con l'Organizzazione Mondiale della Sanità, Cittadinanza organizzerà a Rimini un ciclo di tre "International Technical Meetings" sul tema della salute mentale, che si terranno annualmente nel 2008-09-10 e saranno volti a mettere in relazione istituzioni di 36 paesi a basso reddito (12 diversi ogni anno) con organizzazioni internazionali, enti e professionisti operanti nel settore. Come la si può sostenere: Per diventare soci di Cittadinanza si versa un contributo annuale di 52 €, oppure è possibile effettuare una donazione specificando il progetto che si vuole supportare. Chi è: Eticredito è una banca regolarmente autorizzata da Banca d’Italia che ha avviato la propria attività con l’apertura del primo sportello a Rimini nel mese di aprile del 2006. Si rivolge in particolare al territorio economico della provincia di Rimini e della Repubblica di San Marino con una priorità verso il tessuto economico del terzo settore ed ai privati in genere. È una banca etica nel senso che pone al centro del proprio agire i principi della finanza etica. La mission della banca si può riassumere nella volontà di favorire – attraverso l’esercizio dell’attività bancaria – uno sviluppo attento alla persona e all’ambiente, che sappia coniugare all’efficienza il rispetto di valori importanti come la salvaguardia dell’ambiente, la promozione umana, la cooperazione sociale e internazionale, lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello sport. Cosa fa: - La tradizionale attività bancaria di raccolta e impiego rivolta a privati, enti e associazioni ed aziende profit e non profit con trattamenti economici mediamente più vantaggiosi delle altre banche soprattutto sulla raccolta diretta (tasso di conto corrente, depositi, ecc.) - si propone con la massima trasparenza nelle condizioni dei propri contratti - esegue un’analisi etica sull’erogazione dei propri finanziamenti per verificare la compatibilità dei soggetti e delle azioni finanziate con i propri principi e valori - eroga prestiti a soggetti non bancabili in collaborazione con CARITAS Rimini - raccoglie denaro “dedicato” a particolari progetti di sviluppo sociale ed internazionale - promuove lo sviluppo di una cultura della finanza etica con incontri tematici presso scuole ed associazioni. Come lo fa: Realizza la comune attività bancaria con l’erogazione di prodotti e servizi necessari al privato, alla famiglia o all’azienda. (conto corrente e servizi collegati, prodotti di investimento e di finanziamento, servizi di incasso e pagamento , home banking, ecc) Come la si può sostenere - diventando cliente della banca aprendo un rapporto operativo di conto corrente o di deposito ordinario (scegliere Eticredito come propria banca) - sottoscrivendo – come investimento – il prestito obbligazionario in emissione che ha una scadenza inferiore a tre anni e un rendimento pari al T.U.R. vigente (oggi 3,75%) - sottoscrivendo depositi dedicati per sostenere un particolare progetto (indirizzando consapevolmente il proprio risparmio verso progetti condivisi) - finanziando (con mutui “etici”) i propri investimenti per le esigenze personali o famigliari come, ad esempio, eventuali installazioni di pannelli fotovoltaici o solari termici per la produzione di energia “pulita”. 46 Vita di Club ARTE IN MOSTRA di ALESSANDRO GIOVANARDI Le sculture di Angela Micheli a Verucchio UN MISTERO AL FEMMINILE T utta la scultura di Angela Micheli, senza poter operare una netta distinzione fra i densi bronzi e le vive, calde terrecotte, si compone in un equilibrio perfetto e positivamente contraddittorio fra confidenza e silenzio. Gli occhi chiusi o addirittura inesistenti, assorbiti, anzi, divorati, nella contemplazione del cuore, i volti arcaici che provengono dal Mediterraneo antico e che rimandano all’Egitto, all’Etiopia, all’Eritrea, le teste decise ma col collo incassato nelle spalle quale segno di timorosa riservatezza, i piedi ampi e nodosi che si aggrappano al suolo come radici, le mani forti ed ampie che accarezzano e proteggono ogni persona o cosa cara: ogni opera dell’Autrice è una piccola polifonia domestica, un dialogo privato o, meglio, un’unione d’opposti fra espressività e negazione della parola, fra energica volontà ed estrema delicatezza nell’essere presenti. Questa scultura nasce certo da un rito, il quale, tuttavia, si celebra nel nascondiglio di uno studio o di una camera. Per rubare un’invidiabile espressione del poeta Henry Vaughan, l’arte della Micheli vive ancora in un’età dei misteri: «La vigilano gli angeli e vi giuocano, / Gli angeli che gli sconci uomini scacciano». Ora, le eleganti e misteriose donne di Angela si dispongono per una mostra intitolata Le ore e i giorni delle donne (30 giugno-16 settembre 2007), e che accompagna l’omonima e bellissima esposizione di arte funeraria “villanoviana” del locale Museo Archeologico. Dei simboli religiosi, rituali e mitologici di tale cultura, le donne di Angela incarnano sia, a volte, le forme visibili, sia, più spesso, la sacralità femminile. Il bel catalogo, edito da Pazzini e a cura di Luca Cesari, raccoglie, tra l’altro, gli articolati studi critici di Cesari e del sottoscritto e s’impreziosisce degli interventi, luminosi e puntuali, di Antonio Paolucci e di Gerardo Filiberto Dasi. È vero che per la scultrice si deve parlare innanzitutto di un discorso piano e mai forzatamente concettuale. La sua, infatti, è una poetica della femminilità e del gioco pensoso, dell’infanzia e della maternità, dell’attesa e dell’abbraccio: tutti oggetti della meditazione e della creazione artistica che, usciti dalla sua mente e dalle sue mani, risultano di una limpidezza e di una semplicità commoventi. Tuttavia, questa chiara terrestrità, questa immediata comprensibilità del corpo e della sua postura, questa affabilità nel plasmare la terra e nel fondere i metalli, non sono, appunto, qualità prive di segreti e di stupori. Vi si scorgono, in vero, profondità formali e spirituali, che dovremmo descrivere con un termine, insieme estetico e teologico: grazia. Non vi è, però, in Angela una ricerca del sacro esplicita e voluta e i suoi pensieri e le sue dita incespicano in molti dubbi e perplessità quando deve affrontare, su commissione, un soggetto 47 Vita di Club volutamente religioso, un’immagine devota. Eppure i suoi angeli infanti, le sue madonne terrene, le sue imago pietatis sentite e dolorose, ci emozionano fortemente; e tutto ciò perché nessuno di essi si separa da quella tenera carnalità che unisce tutta intera la sua felice produzione. Allora cosa giustifica il soggiogante sentimento di dono e di gratuità, d’immediata illuminazione, di fiaba mistica delle sue composizioni? Si tratta probabilmente di una spiritualità inconsapevolmente trasmessa attraverso i gesti e le abitudini. Non mi pare inutile parlare della tradizione artigianale della sua terra d’origine a cui ha fatto recente ritorno: la Romagna, insieme viscerale e devota, del mondo verucchiese in cui è nata e che sente, ancora oggi che risiede a Rimini, come qualcosa di unito alle fibre più intime della sua anima. Vi è, inoltre, nel modus operandi di Angela qualcosa di monastico, ma acclimatato a quell’esperienza della riflessione solitaria femminile che comincia con le grandi ascete laiche dell’Ottocento e del Novecento: Emily Dickinson, Virginia Woolf, Marina Cvetaeva, Simone Weil, Cristina Campo. Molto si sa di queste immense narratrici e poetesse, filosofe e teologhe; di queste grandi evocatrici della parola efficace e del pensiero perfetto; molto meno di chi ha percorso strade affini nel mondo della pittura, del disegno o della scultura, pur avendo radici altrettanto antiche; si pensi solo all’infelice destino di Camille Claudel sorella del poeta Paul, discepola di Rodin e talentuosa scultrice. Anche il lavoro della Micheli, come dimostra la poetica dei corpi da lei plasmati, così duttili, timidi ed allo stesso tempo caparbi, è la conquista di «una stanza tutta per sé», di una dimensione di libertà e lontananza che la difende dalla volgarità dei tempi: un cerchio magico di fiabe del focolare che ha la potenza del sortilegio. Da qui promana quel distacco senz’affettazione e senz’arroganza delle sue bambine e delle sue fanciulle estive, chiuse nel sonno e nel gioco e a volte raffigurate come i santi stiliti del deserto, in cima a una colonna che rende la loro fragilità intemerata e venerabile. 48 Vita di Club MEETING Rimini, 22 maggio 3007 I Soci del Lions Club Rimini Malatesta chiamati dal Presidente a svolgere la funzione di relatori ad alcuni meeting dell’anno in corso hanno riportato un conclamato successo grazie alla loro professionalità nei vari campi e alla comunicatività con cui hanno affrontato i temi prescelti: alla dott. Maurizia Mazza, psicologa, psicoterapeuta, dirigente ASL di Bologna presso la quale coordina il Centro di Sessuologia Clinica, e al dott. Gianfranco Arseni, medico chirurgo specialista in Urologia, il merito di aver dissertato con straordinaria chiarezza “La psicosomatica in sessuologia clinica: aspetti psicologici e medici”, un tema rigorosamente scientifico, ma anche di larga attualità, considerate le problematiche emerse vistosamente nella società del nostro tempo in campo sessuale. MEDICINA&SOCIETÀ di MAURIZIA MAZZA A scuola di sessualità tra corpo e psiche LA PSICOSOMATICA IN SESSUOLOGIA CLINICA Q uello dell’essere umano è un sistema complesso in cui avvengono continuamente interazioni tra la BIOLOGIA e la PSICOLOGIA. Ogni mutamento che avviene ad un livello provoca modificazioni a tutta la rete, proprio come la tela costruita dal ragno che per ogni vibrazione che avviene in un punto qualsiasi di essa, vibra conseguentemente tutta. Nella risposta allo stress vediamo come sono coinvolti e strettamente interconnessi tra loro il sistema nervoso, il sistema endocrino e il sistema immunitario. Negli anni ’30 Hans Selye, la massima autorità nel campo dello studio dello stress parlò di "sindrome di adattamento generale", di cui distinse tre fasi. In una prima fase detta "di allarme" promossa dalla presenza di uno stimolo stressogeno (stressor), l’individuo riconosce il pericolo insito nello stimolo. Segue poi una fase detta "di resistenza", di estrema importanza nell’economia della risposta, nella quale assume un ruolo fondamentale l’attivazione dell’asse ipotalamoipofisi-surrene (asse HPA); viene messo in atto un complesso programma sia biologico che comportamentale che sostiene la risposta allo stressor. Questa fase può sconfinare in quella detta "di esaurimento" nella quale si verifica una 49 Vita di Club riduzione delle capacità adattattive dell’organismo, che predispone allo sviluppo di malattie. A livello fisiologico si è notato che le ghiandole ipotalamo-ipofisi-corticosurrenali reagiscono in seguito ad un gran numero di stimoli psicosociali, determinando una liberazione eccessiva di ormoni che agiscono in vario modo in organi diversi. Il sistema nervoso e quello endocrino agiscono sull’organismo attraverso la produzione di agenti che gli permettono di difendersi e di adattarsi agli stimoli stressanti. Un altro sistema importantissimo e indispensabile per la reazione adattiva dell’organismo è il sistema immunitario. L’agente stressogeno agisce prima sul sistema nervoso, poi sull’endocrino, quindi sull’immunitario. C’è un ininterrotto scambio d’informazioni tra la mente ed il corpo, tra il biologico e lo psicologico. Ed è ancora più interessante sapere come tra il corpo e la psiche ci sia una sorta di compensazione ed ogni individuo, per il tipo di personalità che ha, per le difese che mette in atto, etc…, ha una sua via preferenziale per manifestare uno stato di disarmonia, di conflitto: infatti spesso quando la mente viene intaccata, il corpo respira e viceversa. Il nostro corpo può essere visto come un “inconscio concretizzato”. Nell’adattamento dell’uomo all’elemento stressante un fattore sicuramente molto importante è la percezione soggettiva dell’evento stesso, cioè ogni individuo vive ed interpreta lo stesso avvenimento con un’intensità emotiva molto diversa da quella di chiunque altro. La risposta adattativa identificata da Selye vedeva tre elementi fondamentali, lo stressor, l’individuo e l’ambiente in cui essi interagiscono, sullo stesso piano. Secondo un modello oggi piuttosto attendibile lo stimolo e la risposta che ad esso consegue non sarebbero legati da un rapporto di tipo lineare. L’attivazione dello stress cioè avrebbe inizio con la percezione ed il riconoscimento dell’evento stressante da parte del SNC che, sulla base di precedenti esperienze, della struttura della personalità, quindi di caratteristiche strettamente individuali, darebbe inizio a modificazioni che non sarebbero legate strettamente allo stressor. Nell’arco della nostra vita andiamo incontro a diversi stimoli stressogeni: possono esserci stress fisici (uno shock elettrico, l’esposizione al freddo, ecc…), metabolici (riduzione dei livelli glicemici), psicologici (una prova d’esame), psicosociali come una perdita, od una minaccia di perdita di oggetti significativi quali persone amate, stato sociale, lavoro, beni personali, parti del corpo, abitazione… Ricordiamo che lo stimolo stressante ha una posizione nella scala dei valori emotivi che dipende dal soggetto. Soprattutto per quel che concerne la sessualità, espressione della nostra istintualità, non si possono certo mettere in secondo piano stimoli stressogeni interni come eventuali confitti fra le pulsioni interne, libidiche ed aggressive, risiedenti nell’inconscio dell’individuo. Se non si hanno le possibilità di affrontarlo psicologicamente, lo stress, la tensione scatenata e non riassorbita si può manifestare come un sintomo psicosomatico. In pratica sono determinanti nell’affrontare situazioni di stress il livello di attività del sistema nervoso e di quello immunitario e il profilo di personalità, lo strutturazione dell’io, la capacità di comunicazione tra la propria parte cosciente ed il proprio inconscio, l’interazione fra le pulsioni interne, l’io conscio ed il Super io (morale introiettata). Indubbiamente ci sono stimoli stressogeni (o stressor) esterni che possono minacciare la nostra salute psicofisica, ma fondamentale è la risposta individuale, quindi l’individuo con le sue capacità di adattamento e di fronteggiare nuovi eventi. L’essere umano impara a riconoscere, gestire e convivere con lo stress, mettendo in pratica quei meccanismi compensatori di controllo che gli permettono il mantenimento del proprio equilibrio psicofisico. Normalmente tutto deve stare in un sistema omeostatico di equilibrio, quando subentra uno stressor questo equilibrio si altera. Se un problema viene risolto, dopo lo stress si crea un altro equilibrio, vi è allora la risoluzione in positivo dell’esperienza stressante. Questo rappresenta un cambiamento in positivo nella vita del soggetto per cui aumenta la sua capacità di gestire i conflitti. Questo si chiama maturarsi e crescere. Sano allora può essere considerato l’uomo che presenta una robustezza flessibile nel mantenersi stabile, nel mantenere questo equilibrio psicofisico, nel resistere alle prove o a stimoli stressogeni, nel progredire, nell’adattarsi a situazioni nuove e nel superarle, chi dispone di un maneggevole potenziale elastico di strategie difensive e di adattamento. L’inclinazione alla malattia significa una riduzione di queste potenzialità. Da studi effettuati recentemente si è visto che gli individui incorrono più raramente nello stress cronico se sono messi nella condizione di esprimere verbalmente e dal punto di vista comportamentale la propria aggressività, il proprio disappunto, di poter manifestare apertamente il proprio malessere generale. Invece coloro che interiorizzano tutto, autosvalutandosi e crogiolandosi nel senso di colpa, non esprimono la propria contrarietà, non si sfogano, non riescono a scaricare le proprie tensioni interne, vanno più frequentemente incontro a stress cronico ed a maggiori probabilità di somatizzare. Secondo una riflessione psicoanalitica l’individuo che tende a psicosomatizzare ha avuto uno sviluppo del sé (il sé per Winnicott è la consapevolezza della propria identità psicofisica e della propria integrità e differenziazione) non del tutto riuscito, cioè ha potuto realizzare solo una separazione incompleta dalle figure genitoriali. Il processo d’individuazione e separazione non si è realizzato completamente portando l’individuo ad una 50 Vita di Club sufficiente autonomia e capacità di autodeterminazione. Si possono creare così le basi per l’insorgenza della malattia psicosomatica. La malattia nasce allora da una scissione tra psiche e soma e quindi si oppone alla naturale e progressiva tendenza all’integrazione, Il conflitto intrapsichico viene riversato sul soma come meccanismo di difesa dall’ansia che il conflitto interno procura. I disturbi sessuali si avvicinano molto più al concetto di disturbo psicosomatico, nel senso che è il risultato di componenti psicologiche anche molto profonde ed a volte organiche, per cui risulta fondamentale un approccio multidisciplinare, che tenga conto sia delle cause organiche che psicologiche. Il primo passo che dovrebbe fare un terapeuta è quello di escludere, tra le possibili cause, la presenza di disfunzioni organiche, la qual cosa si può accertare facilmente con esami medici specifici, andrologici o ginecologici, quando non già attraverso il semplice colloquio. Se la funzionalità fisica degli organi risulterà soddisfacente, come avviene in una grande percentuale di casi, il problema dovrà essere affrontato sul piano psicologico, ricercando cause attuali o pregresse del fenomeno disfunzionale. Normalmente una psicoterapia permette di superare questo tipo di problemi. Dal punto di vista tecnico, possiamo dividere i disturbi sessuali in tre categorie distinte: le disfunzioni sessuali vere e proprie, le deviazioni del desiderio sessuale (chiamati parafilie), i disturbi dell'identità di genere. Per disfunzioni sessuali si intendono quei disturbi, abbastanza noti anche al pubblico, che ostacolano o impediscono il rapporto sessuale. Il ciclo di risposta sessuale normale può essere diviso nelle seguenti fasi: 1. Desiderio 2. Eccitazione 3. Orgasmo 4. Risoluzione. I disturbi della risposta sessuale possono verificarsi in una o più di queste fasi. Sia nell'uomo che nella donna i disturbi della fase del desiderio sono il desiderio ipoattivo o l'avversione sessuale. Nell'uomo il disturbo più comune della fase dell'eccitazione è il disturbo dell’erezione (impotenza), mentre nella donna vi è la mancanza di eccitazione sessuale e di lubrificazione. Nell'uomo il disturbo più comune della fase dell'orgasmo è l'eiaculazione precoce, anche se esistono uomini che hanno eiaculazione ritardata, impossibile o anestetica, mentre nella donna è molto comune l'anorgasmia o frigidità (impossibilità di raggiungere l'orgasmo). Proviamo a cercare di capire, prendendo in esame i vari disturbi, quali sono le cause psicologiche più profonde nel vissuto personale che li possono innescare e mantenere, spesso le cause ultime sono di tipo inconscio, conflitti intrapsichici e relazionali. Proviamo ad analizzarle ma senza alcuna pretesa di esaustività, perché l’argomento è tanto interessante quanto vasto e complesso. Per quanto riguarda i disturbi del desiderio sessuale questi possono essere presenti in entrambi i sessi. Troviamo il desiderio ipoattivo che può essere di tipo primario, quando tutta la vita del soggetto è caratterizzata da assenza di desiderio sessuale, o di tipo secondario, quando la perdita di desiderio si ha solo dopo situazioni stressanti o di cambiamento che presentano un forte coinvolgimento emotivo (nascita di un figlio, lutto, depressione, menopausa, andropausa, licenziamento, problemi col partner…). Il desiderio sessuale riveste un ruolo fondamentale nella vita psichica, essendo la vera e propria espressione delle pulsioni istintuali. In genere nei disturbi del desiderio sessuale sono da valutare fattori quali: l’abbassamento del livello libidico in quei soggetti che in genere non si sentono attratti o interessati all’aspetto sessuale delle relazioni, la sublimazione, quando l’impulso sessuale si trasforma in una più alta attività mentale (come la carità, l’amore per l’arte, per la scienza, la religione…), la paura del piacere in soggetti che pensano di non meritarselo, che soffrono di sensi di colpa nei confronti di una loro aggressività repressa, per cui devono essere puniti e non possono concedersi di provare piacere e la paura degli affetti, paura a livello inconscio di lasciarsi prendere dalle emozioni, quando l’amore è vissuto come pericoloso, perché potrebbe risvegliare antichi conflitti psicologici legati a carenze affettive. Nel caso del disturbo da avversione sessuale l’ansia è legata ad una fobia per il sesso. Una volta che la reazione d’ansia si è condizionata a certi stimoli sessuali, la persona tende ad evitare questi ultimi ogni volta che si presentano, allo scopo di non provare l’attivazione ansiosa che viene percepita come soggettivamente spiacevole. I condizionamenti originari che danno origine a questa associazione possono avere diverse origini: atteggiamenti genitoriali negativi verso il sesso, derivanti da condizionamenti culturali, traumi sessuali (stupro), costanti pressioni subite nel corso di una relazione protrattasi a lungo, confusione circa la propria identità sessuale. Quando vi è una vera e propria fobia della penetrazione spesso sono donne che hanno subito degli abusi nell’infanzia che hanno rimosso od il ricordo parziale le blocca. Il pene viene identificato con un oggetto pericoloso e che quindi può ferire. Venendo ai disturbi nella fase dell’eccitazione abbiamo, per quanto riguarda gli uomini, il disturbo dell'erezione (impotenza) che è una persistente o occasionale incapacità di raggiungere, o di mantenere fino al completamento dell'attività sessuale, un'adeguata erezione. Ci sono diversi tipi di disfunzione dell'erezione (impotenza). Alcuni soggetti manifestano l'incapacità di avere l'erezione fin dall'inizio dell'esperienza sessuale. Altri hanno 51 Vita di Club un'adeguata erezione e poi perdono la tumescenza tentando la penetrazione. Altri ancora hanno un'erezione sufficientemente valida per la penetrazione, ma perdono la tumescenza prima o durante le successive spinte. Alcuni uomini possono riuscire ad avere l'erezione solo durante la masturbazione o al risveglio. Anche le erezioni masturbatorie possono venire meno, ma ciò è raro. Le difficoltà di erezione sono spesso associate ad ansia sessuale, timore di fallimento, preoccupazioni sulla prestazione sessuale e ad una ridotta sensazione soggettiva di eccitazione sessuale e di piacere. I disturbi dell'erezione sono molto frequenti; si parla di un 10% circa di diffusione nella popolazione generale, che può salire fino ad oltre il 50% con l'aumentare dell'età (70 anni). La presenza di erezioni spontanee notturne ed al risveglio, nonché la capacità di raggiungere e mantenere l'erezione durante la masturbazione, comunque, sono prove inequivocabili del fatto che non vi siano cause organiche, ma che il problema sia di natura psicologica e, come tale, vada affrontato. L’impotenza è per il 90% dei casi di origine psicogena, e solo per il 10% di origine organica. Esiste una Impotenza primaria in quegli uomini che non sono mai stati in grado di affrontare un rapporto sessuale completo, ed una Impotenza secondaria che s’instaura dopo una fase di sviluppo normale dell’attività sessuale, è spesso determinata da eventi traumatici che si presentano nella vita dell’individuo. Tra i tratti psichici che si riscontrano negli uomini che presentano difficoltà erettiva vi è un’aggressività repressa, per cui l’impotenza nasce dalla difficoltà a percepire il pene come una parte di sé positiva. Nella storia personale ci può essere stata un’incapacità del bambino di risolvere la propria aggressività verso la figura materna (madre vissuta come castrante), per cui l’uomo riversa sulla propria partner l’aggressività che aveva un tempo verso la madre. Si ha in questi casi un vissuto del femminile negativo, la donna è castratrice, ostile, o giudicante e non facilmente gratificabile. L’impotenza può assumere il carattere di una risposta inconsciamente aggressiva nei confronti delle donne, quindi la penetrazione è vissuta come un atto aggressivo e distruttivo. L’identificazione del pene come oggetto cattivo, distruttivo, porta ad un paradosso: più l’uomo ama la propria donna, più è riluttante ad offrire quell’organo che lui considera distruttivo. Ci può anche essere tra le cause dell’impotenza un’ansia da castrazione: come il bambino vive durante il complesso di edipo la paura di castrazione, così l’uomo teme di perdere il proprio pene nell’attività sessuale. Vi può essere tra le cause la paura dell’abbandono, l’ansia da prestazione, legata a problematiche edipiche di competizione con la figura paterna idealizzata, dove non ci si sente all’altezza di poterla eguagliare e superare, o con una figura paterna introiettata come troppo punitiva e castrante. Nell’impotenza secondaria possono entrare in gioco importanti caratteristiche di personalità e fattori ambientali: può presentarsi dopo un lungo periodo d’eiaulazione precoce, che provoca nel soggetto una forte preoccupazione per la riuscita della propria prestazione sessuale, perché si sente incapace di soddisfare la compagna, un’esperienza omosessuale nell’adolescenza può essere vissuta in maniera traumatica, malattie organiche che possono indurre difficoltà ad avere un’erezione, possono nel tempo determinare un vissuto psicologico d’insicurezza tale che può influenzare negativamente la propria prestazione sessuale. Si può avere paura dell’insuccesso dovuta ad un una sola esperienza d’insuccesso sessuale casuale. Spesso la paura di non riuscire è legata a timori più antichi, come quello di essere abbandonato o di non essere amato, o il non sentirsi adeguato. Possono esserci richieste di prestazioni sessuali della propria partner vissute come troppo esigenti, od incapacità di abbandonarsi, incapacità di vivere l’esperienza sessuale in modo naturale, lasciandosi andare e guidare dalle proprie sensazioni corporee, senza bisogno di controllare razionalmente tutto ciò che accade. Passando nella fase dell’orgasmo, la più comune delle disfunzioni sessuali nell’uomo è l'eiaculazione precoce che consiste nel presentarsi, persistente o occasionale, di eiaculazione in seguito a stimolazione sessuale anche minima, oppure prima, durante o poco dopo la penetrazione e comunque prima di quando il soggetto desidererebbe, rendendo il rapporto sessuale insufficiente ed insoddisfacente. Tipicamente, l'eiaculazione precoce viene osservata in uomini giovani, ed è presente fin dai loro primi tentativi di rapporto sessuale. Quando il disturbo esordisce dopo un periodo di funzionamento sessuale adeguato, il contesto è spesso quello di una diminuita frequenza di attività sessuale, di intensa ansia da prestazione con un nuovo partner, o di una perdita di controllo sull'eiaculazione legata alla difficoltà nel raggiungere o nel mantenere l'erezione. Nella maggior parte dei casi lo si può attribuire a cause psicologiche. È un sintomo nevrotico caratteristico degli uomini che hanno insicurezze a livello affettivo, e possono provare ansia, paura di non essere all’altezza o di essere abbandonati. L’uomo vive sentimenti ambivalenti verso la donna, un desiderio di relazionarsi, ma anche rabbia, con sentimenti sadici e punitivi inconsci. Un disturbo molto poco frequente è invece l’eiaculazione ritardata; è, psicodinamicamente parlando, l’espressione di paure inconsce di poter essere castrato o abbandonato se si deposita il seme in vagina. Più in generale sotto c’è una paura di lasciarsi andare. 52 Vita di Club L’eiaculazione anestetica è invece una parziale incompetenza eiaculatoria, nella quale rimane intatta la fase di emissione dello sperma, ma non quella eiaculatoria dell’espulsione del seme per mezzo di contrazioni muscolari, per cui questi uomini sperimentano la fase eiaculatoria senza che essa sia accompagnata ad un’esperienza di piacere. I fattori psicologici dominano questa disfunzione e vanno ricercati essenzialmente nell’inibizione dell’aggressività e nella paura di esplodere, cioè di perdere il controllo delle emozioni al momento dell’orgasmo. Veniamo ora ai disturbi che si possono presentare nella sessualità femminile. Abbiamo già visto i disturbi del desiderio (desiderio ipoattivo o l’avversione sessuale). Nella donna ulteriori fattori che possono portare a questi disturbi sono la depressione post-partum, per cui la difficoltà a far convivere il ruolo materno, vissuto come puro, con quello di amante-moglie, vissuto come sporco, quindi la donna identificata col ruolo di madre non si può concedere di fare sesso. Un altro caso è quello della menopausa, in cui si possono creare dei blocchi mentali, vivere male i cambiamenti del proprio corpo e vederlo come asessuato. La caratteristica fondamentale del disturbo dell’orgasmo femminile (anorgasmia o dispareunia) è un persistente o ricorrente ritardo, o assenza, dell’orgasmo dopo una fase normale di eccitazione sessuale, dovuta ad un’inibizione specifica della componente orgasmica della reazione sessuale. La donna soffre di disfunzione orgasmica primaria se non ha mai sperimentato un orgasmo; se viceversa il disturbo si è sviluppato dopo un periodo durante il quale la donna raggiungeva l’orgasmo normalmente, la disfunzione orgasmica si dice secondaria. Bisogna fare una distinzione ulteriore tra chi non ha mai provato l’orgasmo né la masturbazione ed ha difficoltà a toccare il proprio corpo, e chi invece prova l’orgasmo da sola, ma non in coppia. Le cause psichiche e comportamentali dell’anorgasmia possono essere superficiali come un’insufficiente stimolazione clitoridea durante il rapporto sessuale, o come “l’autosservazione ossessiva” durante il rapporto che può avere come causa più profonda una difficoltà a lasciarsi andare, una sfiducia nella figura maschile dovuta ad un complesso paterno, in cui il padre è stato dominante. Si può avere anche un senso di colpa verso il piacere per chi vive il sesso come un tabù, come sporco e quindi non può permettersi di viverlo con piacere. Il vaginismo si presenta come una reazione incontrollata di irrigidimento dei muscoli pelvici ai tentativi di penetrazione; è una reazione condizionata che probabilmente risulta dall’associazione di dolore e paura ai tentativi di penetrazione vaginale o anche alla sola fantasia di penetrazione. Lo stimolo negativo originario può essere stato dolore fisico o angoscia psicologica. La condizione dolorosa può in certi casi essere ancora attuale, ma in altri casi essa non è riscontrabile. Anatomicamente i genitali della donna vaginismica sono normali. Tuttavia, quando si tenta la penetrazione, l’accesso vaginale si serra talmente che l’atto sessuale è impossibile a causa di uno spasmo involontario dei muscoli che circondano l’accesso vaginale, che si verifica ogni volta che si cerca di introdurre il pene nella vagina. In alcune donne, perfino l’idea di introdurre qualcosa (medicine) in vagina può causare spasmo muscolare. In alcuni casi è impossibile la visita ginecologica. Le donne che soffrono di vaginismo presentano un forte bisogno di controllare la realtà, che corrisponde alla presenza di tratti fobici e isterici della personalità. A volte la paura di perdere il controllo può derivare da un legame molto forte con la figura di un padre vissuto come forte e dominante. Assumono a volte un atteggiamento mascolino, spesso sono donne che disprezzano tutto ciò che riguarda la femminilità che considerano perdente e si mettono invece in competizione con l’altro sesso a cui non vogliono cedere. Le cause organiche del vaginismo sono molto rare (non più del 10% dei casi), e le cause psicologiche possono essere ricercate anche nel rapporto con la propria madre. Se il legame materno è molto intenso, e la madre ha un ruolo dominante che tende a controllare la vita della figlia, questa faticherà a rendersi autonoma. Altri fattori psicologici e sociali che possono causare il vaginismo sono un’educazione rigidamente religiosa, una cattiva informazione sulla fisiologia dell’atto sessuale, poca confidenza ed intimità col partner… 53 Vita di Club MONDO LIONS di ELIO BIANCHI Dai Congressi… NEWS I l nostro Club ha onorato sia il Congresso Distrettuale di Primavera a Forlì il 12/13 Maggio che quello Nazionale a Fiuggi il 26/27 Maggio, con la presenza attiva dei 5 delegati designati. Nel corso del primo sono state approvate modifiche dello Statuto e Regolamento del Distretto per adeguarli alle norme internazionali. Di rilievo è la specificazione dell’inquadramento giuridico del Distretto in aderenza alla legislazione italiana sulle associazioni non riconosciute “no-profit”; altrettanto importante la norma che stabilisce unicità del Congresso distrettuale, quello che si svolge in Primavera ritornando alla denominazione di “Incontro Programmatico d‘Autunno“ per quello che era diventato il secondo Congresso. Ne discende un corollario di particolarità che porta, fra l’altro, ad una riduzione delle quote a carico dei Clubs previste per i Congressi. Sono state altresì apportate variazioni allo Statuto-tipo per Club per recepire indicazioni sul comportamento di alcuni organi che in quello precedente non erano contemplate; il Comitato espressamente designato per l’adeguamento dello statuto del nostro Club era in attesa di questa modifica per formulare pertinenti proposte per l’Assemblea. In precedenza erano stati approvati i Temi Distrettuali per il 2007/08: “Adottiamo il Villaggio di Wolisso” è rimasto quale Service, “Energia ed ambiente; sostenibilità del sistema“ il nuovo Tema di Studio Distrettuale, presentato dal Club Forlì Host. Dopo l’esposizione della sua relazione morale da parte del Governatore Angelini, il Congresso si è concluso, come di consueto, con la proclamazione dei risultati delle votazioni per l’elezione del Governatore e del Vice Governatore Distrettuali, rispettivamente Loredana Sabatucci del Club Val Vibrata e Achille Ginnetti del Club di Osimo. Il passaggio dei poteri fra i due Governatori è previsto in data 22 Luglio nei pressi di Nereto in Val Vibrata. Il Congresso Nazionale ci ha costretto ad una trasferta impegnativa in quel di Fiuggi, guidati (anche in senso automobilistico) dal nostro Presidente, ma ci ha permesso, soprattutto a coloro che non avevano mai vissuto l’atmosfera di questa importante manifestazione del lionismo italiano, di entrare nel vivo delle ombre e luci della nostra Associazione, ombre che non possono sminuirne l’eccezionale portata solidaristica, se si valuta con obiettività, senza preconcetti, il grande oceano di attività che nel mondo riusciamo a portare avanti e del quale dobbiamo essere fieri, nel quale dobbiamo navigare nonostante le minacce di “tsunami” che talvolta emergono, inevitabilmente, tenuto conto che è pur sempre l’Uomo, con il suo libero arbitrio, che governa il bene e il male del nostro navigare. Così abbiamo partecipato alle diverse votazioni che hanno investito problematiche diverse. Sono stati scelti, quale Tema di Studio Nazionale, “Dignità e diritti nel mondo dei minori: rischi ed abusi di internet e psicofarmaci”, quale Service: “Acqua per la vita - obiettivo Africa”, entrambi scaturiti da un “collage” di proposte pervenute da diversi Clubs. Services Permanenti Multidistrettuali accolti: “SO.SAN.”, Organizzazione di solidarietà sanitaria, costituita a Ravenna nel 2003, e “Progetto Sordità Vincere la sordità è possibile, occorre perseverare”. La Campagna Pubblicitaria Lions ha ottenuto il placet per un prelievo temporaneo dal fondo di dotazione; sono state anche approvate modifiche statutarie e regolamentari non particolarmente rilevanti, eccetto l’aver tolto limiti alla rieleggibilità del Direttore di The Lion, ad ogni scadenza triennale del suo mandato ed è stata scelta la sede dei prossimi due Congressi Nazionali che si svolgeranno a Caorle nel 2008 e a Ravenna nel 2009. L’elezione del Direttore Internazionale ha portato il PDG Ermanno Bocchini del Distretto YA a prevalere, in ballottaggio, sul nostro Peppino Potenza, mentre Presidente del Consiglio dei Governatori l’anno prossimo sarà Rocco Tatangelo IPDG del IB3. Infine, un bel momento lionistico l’ hanno vissuto gli Amici che hanno partecipato, a Pescara il 9 Giugno scorso, all’inaugurazione del fabbricato che ospiterà la “Fabbrica del Sorriso” e che conclude ufficialmente il service del Club Pescara Host, avviato nel 2002/2003 per festeggiare il 50° della fondazione ricevendo poi il risolutivo appoggio da tutto il 108A, Clubs e Distretto, con intervento anche della Fondazione dei Lions Clubs per la Solidarietà per assolvere alle incombenze giuridico-fiscali connesse ai rapporti con le istituzioni, con i fornitori e con gli sponsors. 54 Vita di Club SERVICE di PIETRO GIOVANNI BIONDI Quando la solidarietà è sport… CAMPIONI SULL’ERBA L e vie della solidarietà sono infinite: la partita di calcio ossia la partita del cuore è ormai un classico e anche i Lions hanno affrontato la difficile impresa. Il 5 maggio si è svolto nello Stadio comunale di Sant’Arcangelo messo a disposizione dal sindaco un incontro per raccogliere fondi per il villaggio di Wolisso. Alla presenza di un nutrito numero di sostenitori, sono scese in campo la squadra capitanata da Paolo Del Bello composta dai soci Lions e Leo delle zone C, D, E e della 1ª Circoscrizione e la squadra dei giornalisti, inviati delle maggiori testate provinciali e nazionali. Nonostante l’appassionato tifo lionistico, hanno vinto i bravissimi giornalisti, ma al di là del risultato sportivo ha vinto la comune finalità. Cos’è mancato per vincere la partita? I giornalisti erano messi bene in campo, i Lions no, i primi correvano tanto, noi no, si erano allenati, noi no, hanno una grande confidenza con il pallone, noi no! Eppure non abbiamo sfigurato, considerando che l’età media della nostra squadra, pur abbassata da due Leo, era molto più alta di quella dei giornalisti e che la sconfitta è stata onorevole (4 a 2). Chi ha salvato l’onore dei canarini Lions è stato quel furbacchione di David Giuliodori perché, mentre nel primo tempo all’ala destra non è stato proprio vivacissimo (il ragazzo ha bisogno di crescere), nel secondo tempo si è piazzato davanti al portiere avversario come un vero rapinatore d’area e gli ha infilato due pallini alla maniera di Paolo Rossi ai mondiali del 1982. Il merito va comunque distribuito perché tutti hanno fatto il massimo sudando le proverbiali sette camicie e rendendo lo spettacolo piacevole, corretto, divertente. Dei tre campioni del Rimini Malatesta due si sono visti poco, uno, Paolo Gianessi, ha marcato visita e, nonostante le amorevoli cure di Mauro Tercon, è sceso in campo solo per fare la foto di gruppo; l’altro, Raffaelle Petrilli, è sceso in campo dopo trent’anni con tanta voglia di fare, ma per fare in fretta si è dimenticato di mangiare e così è stato costretto a mangiarsi un gol per mettere qualcosa nello stomaco. Ma David ha salvato l’onore di tutti. Bel pomeriggio, buona partecipazione, due past governatori, il governatore in carica Ezio Angelini che ha dato il calcio d’inizio, tre presidenti di Club e tanti officers distrettuali. Viva lo sport al servizio della solidarietà! Premio “Morena Ugolini” I l Lions Club Rimini Malatesta, che ha contribuito al finanziamento del Concorso, si congratula con tutti gli studenti partecipanti per la qualità delle loro opere rivelatrici di talento, sensibilità e idee mai banali. Ai primi classificati l’onore della pubblicazione. 55 Vita di Club Il Presidente del Lions Club Rimini Malatesta, dott. Massimo Mancini, premia il 3° classificato nella Sezione Poesia, Giovanni Ghinelli. Il Dirigente Scolastico dell’I.T.T. “Marco Polo”, prof. Umberto Moretti, premia la 2ª classificata ex aequo nella Sezione Prosa, Margherita Tercon. PREMIO “MORENA UGOLINI” di LORETTA RAGGINI In onore di Morena GIOVANI TALENTI G iovedì 3l maggio alle ore 21, presso l’Aula Magna dell’Istituto Tecnico per il turismo Marco Polo si è svolta la premiazione del Premio "Morena Ugolini" che anche quest'anno ha registrato la partecipazione numerosa degli studenti delle scuole superiori della Provincia di Rimini. La serata è sempre occasione d’incontro fra studenti ed insegnanti delle diverse scuole e stimolo per le specifiche competenze, vuoi organizzative o di sponsorizzazione o creative a dare il meglio di sé proiettandosi in un prossimo futuro. Per la sezione “Poesia” si sono classificati ai primi 3 posti rispettivamente: Alberto Foscoli con Senza Stagioni dell’ I.T.C. Valturio; Sara Fattori con La storia infinita dell’ I.T.T. M.Polo e Giovanni Ghinelli con Distacchi dell’ I.T.C. Valturio. Per la sezione “Prosa” si sono distinti: Matilde Manzaroli, prima classificata con Vite parallele Liceo G.Cesare-M.Valgimigli; seconde classificate ex-equo Frammenti di memoria di Margherita Tercon, Liceo G.Cesare-M.Valgimigli e Fabiana Pochi con La ragazza di origini ebree, I.T.G. Belluzzi. Al terzo posto, sempre ex-equo, I miei sensi di Giulia Vergnani, I.T.G. Belluzzi e Il solaio di Serena Boschi, Liceo della Comunicazione Maestre Pie dell'Addolorata. Senza stagioni Bianca natura morta Non è inverno Acceso sole cocente Non è estate Terra imbevuta di acqua Non è primavera Tappeto colorato di foglie Non è autunno Tu soffri, ti spegni, muori. Io mi alzo ogni mattina e vado a scuola: indifferente Alberto Foscoli Per la sezione “Illustrazione” prima classificata Laura Casadei dell'I.S.A. Fellini di Riccione, seconda Valentina Mattei del Liceo artistico Serpieri e sempre da questo istituto anche la terza classificata Monia Antonini. Per le tre sezioni del concorso sono state evidenziate anche le opere segnalate ed è stato inoltre pubblicato un volume contenente tutte le opere presentate. Questo Premio, già alla IV edizione, prende spunto dalla figura di Morena Ugolini, morta di una grave malattia a soli 25 anni, studentessa dell’Istituto M.Polo e squisita poetessa che ha ridisegnato la sua condizione esistenziale tramite messaggi di positività e amore per la vita. E questo rimane come segnale positivo per i giovani che hanno inclinazione alla scrittura. L' Associazione noprofit che si affianca al suo nome e che si avvale del lavoro volontario dei suoi soci crede nella promozione e valorizzazione delle opere giovanili quale strumento per farsi ascoltare e valorizzare e intende il suo operare come piccolo argine al disagio e al disorientamento giovanili. Anche se poi tutto questo è anche un’ottima occasione per scoprire nuovi talenti e proprio per questo chi è affezionato a questa iniziativa cerca già di immaginare come sarà la V edizione. Laura Casadei 56 Vita di Club Vite Parallele Sembrava dormire profondamente ma, ormai, quel sonno perpetuava da sette lunghi anni e ogni giorno che passava le speranze si affievolivano. Lui non era a conoscenza della sua situazione; non sapeva che la sua vita era appesa ad un filo, un filo sottile che le Parche erano pronte a tagliare da un momento all'altro. * Camminava lungo la strada, era notte. Rincasava dopo una partita a bowling con gli amici quando, tutt'a un tratto, una forte luce lo abbagliò; da una decappottabile rossa scesero quattro uomini in nero. Contemporaneamente dal bar, alle sue spalle, uscirono sei persone. In una frazione di secondo capì di essere spacciato. Come due eserciti schierati su fianchi opposti, quegli uomini erano pronti a darsi battaglia e non avrebbero esitato a togliere di mezzo chi si fosse trovato sul loro cammino. Estrassero le pistole, uno di loro esplose un colpo e... Michael si svegliò di soprassalto, nel buio si sentivano solo i suoi respiri affannati. Aveva la fronte madida di sudore. Valentina Mattei Per un attimo aveva pensato di essere morto. Si toccò la fronte e con la punta dei polpastrelli sentì una piccola cicatrice in rilievo. Che strano! Non si era mai accorto di averla. * «Amore non piangere... sapevamo entrambi che questo giorno sarebbe arrivato.» «No! No, no, no... io so che si risveglierà. Me lo sento. Il mio cuore...» «Non possiamo... abbiamo preso una decisione dopo quello che è successo e dobbiamo rispettarla. Entrambi amiamo nostro figlio, ma, se non si fosse svegliato nell'arco di sette anni, avremmo dovuto lasciarlo andare. Questo è l'ultimo dono che ci è concesso fargli. Non possiamo tenere la sua anima legata a questo involucro fatto di carne ed ossa per sempre. Il ragazzo laggiù, steso su quel letto d'ospedale, non è mio figlio. Lui se ne è andato molto tempo fa. Ed ora continua a vivere solamente nel mio cuore.» «Lo so... ma non riesco ad abituarmi all'idea di dovergli dire addio. È mio figlio, dovrebbe essere lui a seppellire noi, non noi a seppellire lui.» * «Ultimamente faccio degli strani sogni.» «Secondo me, Mike, dovresti prenderti una vacanza.» «Non sono stressato, è solo che i miei sogni sono talmente vividi ultimamente... mi sembra quasi di vivere due vite e, a volte, quando sono sveglio, per un attimo credo di sentire le voci di un uomo e di una donna. Non mi guardare così, non sono pazzo! » «Lo continuo a ripetere che ti serve una vacanza, anzi una lunghissima vacanza...» «Ah ah ah! Molto divertente! La mia vita negli ultimi tempi è semplicemente assurda. Tutto Qui. Grazie di aver ascoltato le mie lagne. Ma adesso devo andare. Ti chiamo.» «Quando avrai voglia di parlare io sarò sempre qui, puoi contare su di me...» Michael scese in strada e voltandosi scambiò un ultimo sguardo con l'amico, entrambi sorrisero. * Vince salì in macchina. Aveva appena accompagnato sua figlia Elise a scuola. Come al solito avevano fatto tardi e, se non si fosse sbrigato, il capo lo avrebbe nuovamente chiamato nel suo ufficio. Nonostante l'imbottigliamento generale del mercoledì mattina, Vince aveva incontrato sulla sua strada molti semafori verdi e non pochi guidatori cortesi (cosa assai rara). Sfortunatamente, però, la strada in Lincoln street era stata chiusa, così fu costretto a passare in S. James street. Accadde tutto in una frazione di secondo. Quell'uomo sbucò all'improvviso. Fu impossibile evitarlo. Vince cercò di frenare ma ormai era tutto inutile. * Quel figlio, ormai dato per morto e legato ad un triste destino, improvvisamente aprì gli occhi. Matilde Manzaroli 57 Vita di Club SERVICE di GUIDO ZANGHERI Edizione 2007: Chitarra Classica PREMIO “VITALE” “L a musica non solamente gli animi umani indolcisce, ma spesso le fiere fa diventar mansuete; e chi non la gusta, si può tener per certo che abbia gli spiriti discordanti l’un dall’altro”. Così si esprimeva Baldassar Castiglione nel “Cortegiano” nel definire il profondo valore educativo e formativo dell’arte dei suoni. Il concetto è stato ripreso e riaffermato da una pregevolissima iniziativa del Lions Club Rimini Malatesta, inserita all’interno del suo primo meeting del mese di giugno, grazie alla grande sensibilità musicale del presidente Massimo Mancini. L’apertura e l’attenzione al mondo dei giovani e alla loro formazione, con particolare riferimento a quanti per talento e applicazione emergono in ambito cittadino nel coltivare lo studio della musica è divenuto da alcuni anni una delle scelte di campo del Lions Malatesta. Il premio istituito otto anni orsono con una generosa donazione da parte di Vitale ed Eugenia Vitale che si ripete nel tempo a favore del migliore studente del Lettimi, oltre a valorizzare e a segnalare un promettente musicista, rende merito alla più antica e accreditata Istituzione musicale della Provincia di Rimini favorendone la visibilità e l’apprezzamento fra la cittadinanza. L’ambito premio Vitale è dunque stato conferito quest’anno ad Emiliano Battistini, ventitreenne allievo della classe di chitarra del prof. Maurizio Cerqua, che è stato segnalato dalla direzione del Lettimi fra tutti gli studenti dell’Istituto. Assieme a Battistini ha ottenuto un riconoscimento di merito Raffaello Ravasio, anch’egli chitarrista, già a suo tempo vincitore del premio Vitale. Un breve bellissimo concerto dei due musicisti ha introdotto con le modalità più appropriate, alla cerimonia della consegna del premio. La suggestione prodotta dalle sonorità tenui ma suadenti della chitarra si è inizialmente sovrapposta alla magica atmosfera del crepuscolo sul mare: la pagina di Angelo Gilardino intitolata “Tenebrae factae sunt”, è stata eseguita da Emiliano Battistini con intensa partecipazione evocativa. A seguire, Raffaello Ravasio con “Le tre canzoni popolari catalane” di Miguel Llobet e “Granada” di Isaac Albéniz ha condotto con bravura la chitarra alle sue tipiche movenze spagnole intrise da melodie e da ritmi struggenti. A conclusione Battistini e Ravasio in duo hanno affrontato di slancio l’ “Allegro in sol maggiore” di Carulli, a cui ha fatto seguito come concessione di bis l’esecuzione del divertente brano sudamericano “Morenita do Brasil” di Eduardo Ferrando. È stata la stessa Eugenia Vitale, visibilmente emozionata e commossa nel ricordo del marito scomparso, a consegnare il premio ad Emiliano Battistini e a congratularsi vivamente con lui. La serata ottimamente condotta e coordinata dal cerimoniere Nevio Rossi, anch’egli raffinato cultore di musica, ha registrato un diretto e immediato coinvolgimento dell’uditorio, attestato da domande, annotazioni e da una 58 Vita di Club simpatica testimonianza personale di una significativa esperienza di approccio musicale in età adulta, che hanno fatto seguito agli interventi del prof. Maurizio Cerqua e del prof. Enrico Meyer, direttore dell’Istituto musicale “G. Lettimi”. Il primo ha sapientemente ha tratteggiato un excursus storico sulla chitarra volto a rivelarne le più remote origini di ascendenza orientale e a sottolinearne, in uno stretto connubio con il canto e con la danza, le caratteristiche peculiari, ora auliche, ora popolari, fino alla grande svolta prodotta dalla leggendaria figura di Andrés Segovia, capace di trasformarla in strumento da concerto a tutti gli effetti. Il secondo, CHARTER nel menzionare le più recenti iniziative ad alto livello realizzate dal Lettimi, quali l’organizzazione del “Quinto Incontro di Studio di Analitica” con la partecipazione di eminenti studiosi italiani e stranieri e le due master class di pianoforte di Giuseppe Andaloro e di Enrico Pace, ha comunicato altresì le ultime importanti affermazioni dell’Istituto: la certificazione di qualità ISO 9001:2000 rilasciata dal Tuv Italia e il riconoscimento della EUC (Erasmus University Charter) che permette di aderire a collaborazioni e scambi di insegnanti e allievi con altre Istituzioni di pari livello straniere. di PIETRO GIOVANNI BIONDI 23 giugno 2007 NOTTE DI STELLE V illa Mattioli ci ha regalato una serata particolarmente suggestiva col suo giardino odoroso di limoni, con la luna a far capolino tra le fronde degli alberi secolari e il panorama lontano della riviera illuminata a giorno. Una segreta regia ha dosato sapientemente tutti gli ingredienti fino ad ottenere un’armonia perfetta: ospiti eccellenti, compagnia piacevole, menu delle feste, musica in sottofondo e soprattutto un’atmosfera densa di programmi portati in porto con soddisfazione e di progetti sul punto di salpare con entusiasmo. Il Lionismo è questo: un’attività senza soste al ritmo di cuori che vivono per amore e amore si traduce in solidarietà, in amicizia, in cultura, in ideali… E quando le idee si coniugano coi fatti, ecco il risultato: un magnifico anno insieme, una charter intensa e animata. Alla presenza del Governatore Distrettuale entrante Loredana Sabatucci Di Matteo, dei Presidenti dei Club delle zone D e E, della Presidente e della Vice Presidente del Ladies Circle, del Presidente di Circoscrizione, del Delegato di Zona, del Segretario e del Tesoriere Distrettuale, del Presidente del Servizio Cani Guida dei Lions, di tantissimi soci ed ospiti, si è svolta la 26ª Charter Night del Lions Club Rimini Malatesta con il passaggio delle cariche tra il Presidente uscente, Massimo Mancini, e il nuovo, Mauro Tercon, l’evento più importante dell’anno lionistico, tempo di bilanci e di intenti insieme. A coronare un anno col vento in poppa e a dare alla Charter 2007 un valore aggiunto, la consegna della “Melvin Jones”, massima onorificenza Lions, a due cittadini riminesi che con i loro meriti speciali onorano la nostra città e il nostro paese: Giorgio De Luca e Giovanni Gentili, un uomo d’azione ed un uomo di cultura, il primo 59 Vita di Club ha fatto del Volontariato sociale la sua missione, il secondo dell’Arte la sua passione. Leggendo il rispettivo curriculum, si capisce perfettamente il motivo della scelta operata dal Presidente e dal Direttivo e si constata che queste persone, operando in campi diversi, hanno dimostrato alla massima potenza il Valore delle capacità umane finalizzate al Bene e al Bello. Applausi d’ammirazione accompagnano la cerimonia e si percepisce l’emozione dei premiati come dei premiandi. Il Presidente e il Cerimoniere, in perfetto sincronismo, hanno saputo agire nel loro ruolo sia rispettando le regole di una nutrita scaletta sia palesando il loro stato d’animo carico di emozione, soddisfazione e anche preoccupazione per la riuscita della serata. Ma andiamo con ordine. Dopo un lauto aperitivo che da solo bastava e l’intrecciarsi di allegre conversazioni, gli inni americano, europeo e italiano e la lettura dell’etica lionistica danno ufficialmente inizio alla serata. Dietro l’attenta regia di Nevio Rossi, il presidente consegna ai… senatori le Chevron di anzianità (25, 20 e 15 anni), mentre il futuro Governatore consegna agli officers gli attestati di benemerenza (il sottoscritto per il Service Nazionale Cani Guida, Elio Bianchi per la Giorgio De Luca Sessantenne, fino a pochi anni fa ha svolto l'attività di bagnino a Miramare di Rimini. È un uomo di modi semplici, genuini, che professa la virtù della modestia, ma chi lo ha visto prodigarsi come volontario, sempre senza mai chiedere nulla in cambio, animato da entusiasmo e senso di abnegazione nell'opera di solidarietà, prestata in occasione di calamità naturali come terremoti e alluvioni, dice di lui che è un uomo eccezionale. Per questo suo impegno costante, e personale sacrificio dimostrato nelle emergenze di questi anni, ha ricevuto attestati di benemerenza dal Ministero degli Interni e da sindaci di numerose città. Ha iniziato nel 1966, come militare, partecipando ai soccorsi durante l'alluvione di Firenze. Da allora questa voglia di poter essere utile gli è rimasta nel sangue: nel 1976 spontaneamente si è recato a prestare soccorsi ai terremotati del Friuli; nel 1980 era fra quelli che si sono prodigati in Irpinia; nel 1989, durante la rivoluzione in Romania, sempre di sua iniziativa ha organizzato e preso parte a tre consegne di medicinali, vestiario e generi di conforto destinati alla popolazione; Poi, come volontario della protezione civile e della Caritas : nel 1991 in Albania; nel 1994 per l'alluvione in Piemonte; nel 1997 per il terremoto in Serravalle in Chienti come responsabile dei soccorsi; nel 1999 nel Kossovo per la guerra nella ex Yugoslavia; nel 2000 per l 'alluvione in Valle d’Aosta, sempre tra i primi ad arrivare e fra gli ultimi a ripartire. vicepresidenza della Fondazione e David Giuliodori per lo sport e l’handicap) e il premio speciale (una ceramica di Guido Baldini raffigurante Isotta e Sigismondo) ad Anna Mariotti Biondi per la Rivista “Vita di Club” e a Franca Fabbri Marani per l’organizzazione di gite meravigliose. Ad Andrea Martino viene consegnato il frutto del Concerto “Da Gerswhin a Rota” (4000 Euro) che, sommato al contributo dei Leo, ci avvicina sempre di più all’assegnazione di un altro cane guida per ciechi. Mentre gli studenti del Liceo Musicale Lettimi esibiscono la loro bravura, si alternano momenti di cerimonia al proseguimento dell’ottima cena. A conclusione del suo mandato Massimo Mancini ha voluto ringraziare, senza dimenticare nessuno, coloro che in un modo o nell’altro hanno collaborato, rendendo vitale l’attività del club, e ci ha regalato un simpatico siparietto fotografico a ricordo di un anno insieme, un affettuoso “com’eravamo”, già carico di nostalgia. ⁄\Ä _|ÉÇá VÄâu e|Å|Ç| `tÄtàxáàt |ÇàxÇwx ÉÇÉÜtÜx |Ä á|zA Z|ÉÜz|É Wx _âvt ÑxÜ Ä:tàà|ä|àõ áäÉÄàt vÉÅx äÉÄÉÇàtÜ|É t áÉáàxzÇÉ wxÄÄx ÑÉÑÉÄté|ÉÇ| vÉ|ÇäÉÄàx |Ç vtÄtÅ|àõM |Ç v|´ áxÅÑÜx tÇ|ÅtàÉ wt xvvxé|ÉÇtÄx áÑ|Ü|àÉ w| tÄàÜâ|áÅÉ? 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È autore di numerosi scritti a carattere storico-artistico e archeologico. Sovrintende e coordina l’ideazione, la progettazione e la realizzazione di eventi espositivi di ampio respiro: nel 1995 è membro della segreteria scientifica di “Antiche genti d’Italia” diretta da Sabatino Moscati e Giancarlo Susini, Rimini, Palazzo dell’Arengo - Roma, Palazzo di Venezia, e della mostra “Il Trecento Riminese. Botteghe e pittori tra Romagna e Marche” diretta da Federico Zeri e Michele Laclotte, Rimini, Musei Comunali. Nel 1996 è membro della segreteria scientifica di “Dalla Terra alle genti. La diffusione del cristianesimo nei primi secoli” diretta da P.C. Thiede, Rimini, Palazzo dell’Arengo, e di “Cagnacci” diretta da Federico Zeri, Pierre Rosenberg e Everett Fay, Rimini, Musei Comunali - Roma, Complesso Monumentale di San Michele. Nel 1998 è coordinatore del comitato scientifico della mostra “Romana Pictura. La pittura romana dalle origini all’età bizantina”, curata da Fabrizio Bisconti e Angela Donati, Rimini, Palazzo dell’Arengo - Genova, Palazzo Ducale; nel 1999 è coordinatore del comitato scientifico della mostra “La forma del colore. Mosaici dall’antichità al XX secolo” curata da Marco Bona Castellotti, Rimini, Palazzo del Podestà, e del comitato scientifico della mostra “Gaetano Previati. Un simbolista europeo” curata da Fernando Mazzocca, Milano, Palazzo Reale. Nel 2000 è direttore scientifico delle mostre “Pietro e Paolo. La storia, il culto, la memoria” aperta a Roma presso il Palazzo della Cancelleria e della mostra “Ai confini della terra. Scultura e arte in Portogallo 13001500”, Rimini, Palazzo dell’Arengo e Lisbona, Museo Nacional de Arte Antiga, di cui cura il catalogo per i tipi di Electa. Nel 2001 è direttore scientifico dell’esposizione “Deomene. L’orante tra Oriente e Occidente”, insieme a Patrizia Martinelli, a Ravenna, Museo Nazionale, e ne cura il catalogo per l’Electa. Sempre nel 2001 è coordinatore scientifico della mostra “Realismi. Arti figurative, cinema e letteratura” curata da Luciano Caramel, Rimini, Palazzo dell’Arengo. Nel 2002 è coordinatore della direzione scientifica della mostra “Il Trecento Adriatico. Paolo Veneziano e la pittura tra Oriente e Occidente”, Rimini, Castelsismondo, e ne cura il catalogo, edito da Silvana Editoriale, con Francesca Flores D’Arcais. Nel 2003, con Francesco Buranelli, direttore dei Musei Vaticani, è direttore scientifico della mostra “La Sistina e Michelangelo. Storia e fortuna di un capolavoro”, Rimini, Castelsismondo Savona, Palazzo del Commissario, di cui cura la realizzazione del catalogo, edito da Silvana Editoriale. Tra 2004 e 2005 è direttore scientifico della mostra a carattere storico-archeologico “Costantino il Grande. La civiltà antica al bivio tra Occidente e Oriente”, aperta a Rimini fino al 4 settembre 2005, di cui cura il catalogo, per i tipi di Silvana Editoriale. Nell’anno in corso (2007), per conto del Comune di Como è curatore della mostra “Gli impressionisti, i simbolisti e le avanguardie. 120 capolavori dal Museo Nazionale di Belgrado”, aperta a Como, Villa Olmo, tra 25 marzo-15 luglio. È coordinatore scientifico e co-curatore del catalogo della mostra “Balkani. Antiche civiltà il Danubio e l’Adriatico”, che si aprirà ad Adria, Museo Nazionale Archeologico, tra 8 luglio 2008-13 gennaio 2008, promossa dalla Soprintendenza Archeologica del Veneto e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo insieme al Museo Nazionale di Belgrado. È direttore scientifico dell’esposizione “Arte per mare. Dalmazia, Titano e Montefeltro dal primo Cristianesimo al Rinascimento”, in aperura tra 22 luglio – 11 novembre 2007 a San Leo (PU), Palazzo Mediceo e a San Marino, RSM, Museo di San Francesco. La mostra è promossa dalla Diocesi di San Marino-Montefeltro ed è organizzata dalla Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II, RSM, in collaborazione con il Ministero della Cultura di Croazia. Per l’Associazione Meeting per l’amicizia tra i popoli è curatore della sezione storico-artistica della mostra “Lo spazio della Sapienza. Santa Sofia ad Istanbul”, che aprirà a Rimini, Castel Sismondo, tra 19 agosto-11 settembre 2007. È inoltre ideatore e co-curatore, con Fabrizio Bisconti, della mostra e del catalogo della medesima (Silvana ed.) “Arte paleocristiana. La rivoluzione dell’immagine da Roma a Bisanzio”, organizzata da Intesa-SanPaolo Beni Culturali in collaborazione con i Musei Vaticani, in apertura a Vicenza, Gallerie di Palazzo Leoni Montanari, tra 7 settembre-18 novembre 2007. \Ä _|ÉÇá VÄâu e|Å|Ç| `tÄtàxáàt |ÇàxÇwx ÜxÇwxÜx ÉÇÉÜx tÄ ÑÜÉyA Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Ä|? 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ÇxÄ ytÜx? Ät äÉvté|ÉÇx tÄÄËxvvxÄÄxÇét wxÄÄx ÉÑxÜx x tÄÄt áÉÄxÜé|t tÄ ÄtäÉÜÉ wtÇwÉ? vÉÄ áâÉ ÉÑxÜtàÉ? ÑxÜyxààt tààâté|ÉÇx tÄ ÇÉáàÜÉ vÉw|vx xà|vɤA e|Å|Ç|? EF z|âzÇÉ ECCJ 61 Vita di Club Il passaggio delle cariche tra Massimo Mancini e Mauro Tercon e il dono dei fiori da parte di Franca Mancini a Simonetta Tercon e al prossimo Governatore, Loredana Sabatucci. L’ANGOLO DELLO SPONSOR La pubblicazione di questo numero è stata possibile col contributo di: 62 Vita di Club 63Vita di Club Giovanni Baronzio, Storie di Cristo, tempera e oro su tavola cm 71,5 x 112, Roma Galleria Nazionale di Palazzo Barberini.