Giovanni Baronzio, Scene della Passione di Cristo, tempera e oro su tavola, cm 70 x 110, Rimini, Collezione
della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini.
[email protected]
Collaboratori del 3° numero, anno 2006/07
Mario Alvisi – Alfredo Aureli - Ottorino Bacilieri - Pinuccia Benelli Liberati
Elio Bianchi - Pietro Giovanni Biondi - Vittoria Currò Dossi
Alessandro Giovanardi - Mario Giuliacci - Franca Fabbri Marani
Maurizio Focchi - Massimo Mancini - Anna Mariotti Biondi
Maurizia Mazza - Franco Palma - Sandro Piscaglia
Stefano Pivato - Loretta Raggini - Guido Zangheri
Progetto grafico e impaginazione
Anna Mariotti Biondi
Fotografie
Mario Alvisi
Vita di Club
Anno lionistico 2006 – 2007
Numero 3
Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta
SOMMARIO:
Incontri
Conferenze
Conviviali
Servizi
Viaggi
Curiosità
Novità
Ricordi
Arte
Musica
Poesia
Amicizia
Solidarietà
Mostre
Musei
Gastronomia
Posta
Attualità
Chiacchiere
Pensieri
Brevi
Lionismo
Anniversari
Ospiti
Atmosfere
Nostalgie
Progetti
4
5
8
11
11
15
18
21
24
30
31
La pagina del Presidente
Meeting
Intermeeting
Lions Tour
Arte in Mostra
33
35
37
38
38
40
42
45
47
49
54
55
55
56
58
59
62
Service
Meeting
Curiosità
Arte nella Storia
Viaggiando viaggiando
Poeti Riminesi
Itinerari
Meeting
Arte in Mostra
Meeting
Mondo Lions
Service
Charter
L’angolo dello sponsor
Il saluto
L’inno di Mameli
In cima al Titano
Nelle gite di Club
Silvestro Lega
Il Simbolismo
Il Verginese
Belriguardo
Tra le Regine
Poesie d’autunno
I luoghi sognati
Fotografie nell’inserto centrale
Musica in concerto
L’artista e il tiranno
Happy days
Le donne con capelli rossi
Un Pisolo in giardino
Il tappeto delle onde quiete
SCM GROUP
FOCCHI GROUP
Un mistero al femminile
La psicosomatica in sessuologia clinica
News
Campioni sull’erba
Premio “Morena Ugolini”
Giovani talenti
Premio “Vitale Vitale”
Notte di Stelle
Pubblicità
LA PAGINA DEL PRESIDENTE
Anno lionistico 2006 - 2007
IL SALUTO
D
urante l’anno di presidenza l’attenzione e l’impegno sono stati dedicati a progettare,
organizzare, comunicare, partecipare. L’anno, come sempre, è stato ricco di appuntamenti, di
occasioni di incontro, di rapporti. Essendo spesso le persone di riferimento, tutti hanno atteso
da noi iniziative, decisioni, fatti. Un anno quindi vissuto intensamente e con la tensione generata dalla
consapevolezza che ogni nostro atto avrebbe avuto riflessi sul Club, sul suo prestigio e sulla sua
immagine. Giunto alla fine del mandato, interpretando anche i sentimenti di mia moglie Franca, il
bilancio che spontaneamente mi sento di fare riguarda unicamente le sensazioni che l’esperienza
conclusa lascia in noi. La prima sensazione è di serenità: sappiamo di esserci impegnati al massimo; di
più non avremmo potuto fare. L’altra piacevole sensazione deriva dall’aver sentito attorno a noi
l’affetto e la simpatia del club: i soci ci hanno aiutati costantemente rendendo largamente condivisibile
ogni iniziativa e più agevole ogni attività. L’anno di presidenza ci ha consentito inoltre, incontrando
anche all’esterno del Club numerose persone, di renderci pienamente conto del prestigio e della
considerazione di cui il nostro Club gode; di qui l’orgoglio di appartenervi. Scrivevo nel mio primo
intervento su questa nostra bella rivista: “Il mio obiettivo è quello di arrivare alla conclusione del
mandato con la sensazione di aver contribuito a rendere forte e unita la nostra famiglia lionistica e
con l’orgoglio di essere stato utile al mio Lions Club”.
Con la speranza di non aver deluso nessuno, uniamo tutti voi in un caloroso abbraccio.
Grazie, cari amici Lions.
YÜtÇvt x `táá|ÅÉ `tÇv|Ç|
4 Vita di Club
MEETING
Il primo meeting del mese di marzo è stato
dedicato ad un tema che è sempre di
attualità dal momento che non esiste
occasione ufficiale che non abbia inizio con
l’inno nazionale cantato a volte da cori
stupendi, a volte pasticciato da bocche che
inciampano dopo i primi versi e si
ammutoliscono dopo la prima strofa. La
maggior parte della popolazione non
conosce il testo integrale o non capisce i
passaggi più ostici. A parlarci della sua
storia e dei suoi autori, il poeta Goffredo
Mameli e il musicista Michele Novaro,
spesso dimenticato, è un nome prestigioso,
lo scrittore e docente universitario Stefano Pivato, Assessore alla Cultura del Comune di Rimini.
Lo abbiamo pregato di sintetizzare per noi la bellissima dissertazione che ha suscitato tanto interesse.
CULTURA&SOCIETÀ
di STEFANO PIVATO
“Far nazioni” e “far canzoni”
L’INNO DI MAMELI
I
l 24 maggio 1862 all'Her Majesty's
Theatre di Londra, in occasione della
Esposizione Universale, viene eseguito
l'Inno delle Nazioni. Composto da
Giuseppe
Verdi,
l'inno
comprende
un'introduzione, un coro, un solo soprano e un
finale nel quale si sovrappongono God Save
the Queen, la Marsigliese e Fratelli d'Italia.
Vera e propria anticipazione di un inno
europeista, quella esecuzione suona non solo
come un omaggio del grande compositore di
Busseto alle nazioni liberali dell'Europa
ottocentesca, ma sancisce l'ormai avvenuta
adozione degli inni nazionali come parte
costitutiva dell'apparato rappresentativo e
simbolico delle nazioni. Gli inni nazionali si
diffondono a partire dalla fine del XVIII secolo
come espressione dell'idea di stato-nazione,
conseguenza dei processi politici e culturali
innescati dalla Rivoluzione francese, e fanno
parte di quell'apparato di simboli e di codici
che definiscono la rappresentazione estetica ed
emotiva dello stato nazionale: la bandiera, le
uniformi dell'esercito, i miti nazionali e l'inno.
In realtà, come afferma Eric Hobsbawm, uno
dei maggiori storici del Novecento, se
l'Ottocento può essere definito come il secolo
del "far nazioni", nondimeno è il secolo del
"far canzoni" che, come la letteratura, devono
in un certo modo rappresentare il sentimento
intimamente legato alla formazione delle
comunità nazionali. Gli inni costituiscono dei
preziosi documenti, non solo musicali, che ci
testimoniano
i
difficili
percorsi
dell'affermazione dello stato-nazione e delle
dialettiche politiche che si sviluppano al suo
interno. Esemplificativa a tale proposito è la
vicenda di Fratelli d'Italia, la cui storia inizia
l'8 settembre 1847 allorché l'autore stende in
poche ore le strofe del futuro inno nazionale
italiano. Il Canto degli italiani, questo il titolo
all'origine, comincia a circolare nel dicembre
5 Vita di Club
del 1847, stampato su fogli volanti e, qualche
mese più tardi, risuona sulle barricate delle
Cinque giornate di Milano. Autore di quei versi
è Goffredo Mameli, nato a Genova il 5
settembre 1827 e dunque all'epoca appena
ventenne. Fervente mazziniano, Mameli
sarebbe morto il 6 luglio 1849 a seguito delle
ferite riportate combattendo in difesa della
Repubblica Romana. La biografia politica del
giovane compositore non è elemento
secondario per comprendere la fortuna di quei
versi, che sarebbero stati riconosciuti come
inno ufficiale della nazione italiana solo un
secolo più tardi dalla loro originaria stesura. È
pur vero che quelle strofe godono di una certa
popolarità nei momenti più significativi che
precedono l'Unità d'Italia: vengono cantate in
occasione delle Cinque giornate di Milano,
vengono intonate durante la spedizione dei
Mille e nel corso delle guerre di indipendenza.
Tuttavia, al momento della proclamazione del
regno d'Italia è la Marcia Reale del capobanda
del Reggimento Savoia, Giuseppe Gabetti, ad
essere elevata al rango di inno nazionale. In
realtà, a partire dall'epilogo unitario, la Marcia
Reale e il Canto degli italiani convivono
secondo percorsi paralleli a esprimere le due
principali ispirazioni del Risorgimento. Se la
marcia del capobanda Gabetti continua ad
essere suonata nelle occasioni ufficiali, i versi
di Mameli sono invece cari a quanti non si
riconoscono nell'epilogo moderato del
Risorgimento italiano. E, fra questi, lo stesso
Giuseppe Verdi che, sia pure in maniera non
sempre coerente, aveva mostrato in più di una
occasione un'aperta simpatia per le idee
repubblicane. Da qui la preferenza del
compositore di Busseto per l'inserimento
nell'Inno delle Nazioni del Canto degli Italiani
anziché della Marcia Reale in occasione della
Esposizione Universale di Londra. Certo,
l'identificazione del suo autore con gli ambienti
del repubblicanesimo non deve aver giovato
alla fortuna dell'inno nel periodo monarchico.
Ma da dove traspariva l'impronta antimoderata
dell'inno di Mameli? A ben guardare, la cifra
del repubblicanesimo, o forse per meglio dire
del giacobinismo di Mameli, si coglie in una
serie di riferimenti più storici che
immediatamente politici. In definitiva, forse in
quei richiami ai modelli del classicismo che la
Rivoluzione francese aveva eletto a
rappresentazione non solo estetica degli ideali
rivoluzionari. Già nella strofa iniziale, secondo
uno schema della classicità allora assai in voga
nella simbologia repubblicana, la prima
citazione storica è dedicata alla figura di
Scipione l'Africano ("Dell'elmo di Scipio s'è
cinta la testa"). Con tutta evidenza si tratta del
richiamo ad un personaggio che non solo aveva
contribuito a rafforzare il primato di Roma, ma
aveva anche rappresentato un momento di
apertura ideale contro il tradizionalismo. In
questo senso l'evocazione di Scipione, secondo
l'uso della storia elaborato dai rivoluzionari
francesi, sta a significare l'elevazione
dell'epopea classica a modello di società
nuova. In particolare, Scipione simboleggia
non già la Roma dei Cesari ma, secondo la
vulgata del classicismo giacobino, la grandezza
e il riscatto del popolo romano nei confronti
dei Cartaginesi di Annibale. La citazione di
Scipione non costituisce l'unico debito di
Mameli nei confronti di quella cultura della
Rivoluzione francese cara agli eredi italiani del
giacobinismo. Fin troppo evidente è infatti nel
verso "Stringiamci a coorte…" l'evocazione
della Marsigliese ("Formez vos bataillons...").
Fin qui i debiti con il classicismo e il
rivoluzionarismo d'oltralpe di cui i seguaci di
Mazzini si proclamano eredi. Mal si adatta
dunque a rappresentare il sentimento dell'unità
nazionale, avvenuta sotto l'egida della
monarchia sabauda, un inno che contiene
riferimenti troppo evidenti a una rivoluzione
che aveva decapitato nobili e teste coronate.
Ma l'ispirazione repubblicana dell'inno si
coglie ancor più chiaramente nella quinta strofa
che costituisce un condensato di quei
riferimenti storici che l'idea e l'etica
repubblicana ottocentesca considerano come
gli antecedenti più significativi dell'idea di
italianità. Fuor di metafora i richiami sono alla
battaglia di Legnano che, con la sconfitta di
Federico Barbarossa nel 1176, segna una delle
premesse della affermazione politica dei
comuni italiani; e a Ferruccio Ferrucci, nel
testo "Ferruccio", il comandante della
repubblica fiorentina del 1530 celebrato come
uno dei precursori dell'idea di repubblica.
Quindi l'invocazione di Balilla che, il 5
dicembre 1746, dà inizio alla rivolta genovese
contro gli austriaci, per concludere con la
citazione di quei moti popolari che fra la fine
del Duecento e l'inizio del Trecento,
consentono la cacciata dei francesi dalla
Sicilia: i Vespri Siciliani. L'inno di Mameli
esalta dunque non già il ruolo delle dinastie,
ma, conseguentemente alla ispirazione
mazziniana, quello dei "popoli". Questo spiega
6 Vita di Club
perché, durante l'unificazione,
all'inno
ritenuto
troppo
rivoluzionario, fosse preferita
la Marcia reale del Gabetti,
vera e propria esaltazione della
dinastia sabauda: "Viva il
Re!Viva il Re! Viva il Re!
/Chinate o reggimenti le
bandiere al nostro re / […]Bei
figli d'Italia gridate evviva il
Re!". La "sfortuna" di Fratelli
d'Italia nel corso dell'Ottocento
non si limita alla sua mancata
adozione come inno nazionale,
ma anche alla sua scarsa
popolarità rispetto ad altri canti
risorgimentali. I motivi più
popolari che accompagnano le
guerre di indipendenza, la
spedizione dei Mille o le
Cinque giornate di Milano,
derivano per gran parte o dalla
citazione delle più popolari arie
del melodramma o dalla
tradizione
del
patrimonio
folcloristico regionale. Da
quest'ultimo filone provengono
infatti La bella Gigogin e Il
povero Luisìn. L'orecchiabilità
e il richiamo agli affetti
domestici dei due motivi
spiega la loro popolarità
rispetto all'inno di Mameli,
denso di riferimenti storici e
letterari e per questo forse di
non facile ricettività. La bella
Gigogin e Il povero Luisìn non
sono gli unici esempi, in
Europa, di canzoni che più
degli inni ufficiali si prestano a
esprimere
il
sentimento
dell'identità
nazionale;
o
comunque sono cantate più
frequentemente degli inni
stessi. È quanto avviene, ad
esempio, in Austria laddove,
almeno a partire dalla seconda
metà dell'Ottocento, la Marcia
di Radetzky gode di una
popolarità maggiore rispetto
all'inno imperiale Gott erhalte,
Gott beschuetze. Ancora oggi,
nella memoria collettiva degli
austriaci,
la
Marcia
di
Radetzky, vera e propria
Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta
Dell’elmo di Scipio1
S’è cinta la testa.
Dov’è la vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte2,
Siam pronti alla morte,
L’Italia chiamò.
Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam
popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera3, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte,…
Uniamoci, amiamoci;
L’unione e l’amore
Rivelano ai popoli
Le vie del Signore.
Giuriamo far libero
Il suolo natio;
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte,…
Dall’Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano4,
Ogn’uom di Ferruccio5
Ha il core, ha la mano;
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla6,
Il suon d’ogni squilla
I Vespri7 suonò.
Stringiamci a coorte,…
Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l’aquila d’Austria8
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
Il sangue polacco,
Bevé col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte,…
7 Vita di Club
rievocazione del glorioso
passato
dell'Impero
austroungarico, è certamente
più nota del meno eroico
Terra di montagne e di fiumi
che, dal 1947, è l'inno della
Repubblica austriaca. Il
Canto degli Italiani subisce
poi, sempre nell'Ottocento,
la rivalità di altri motivi di
intonazione politica come,
per esempio, l'Inno di
Garibaldi, il cui successo
deriva non solo dalla
mitizzazione dell'eroe dei
due Mondi, ma anche dalla
appropriazione politica da
parte degli internazionalisti
pronti
a
ravvisare
il
Garibaldi uno dei precursori
del
socialismo.
Troppo
radicale per gli ambienti
monarchici e moderati,
eccessivamente conservatore
per anarchici e socialisti,
l'inno di Mameli continua a
godere
di
una
certa
"sfortuna"
anche
nel
Novecento.
Nessuna
ufficialità è riconosciuta al
canto di Mameli e Novaro
neppure durante gli anni del
fascismo.
Anzi,
pur
mantenendo La marcia reale
come
inno
nelle
manifestazioni ufficiali, il
regime mussoliniano vieta
l'esecuzione di brani al di
fuori del repertorio fascista.
Di fatto in quegli anni
Fratelli
d'Italia,
pur
continuando
ad
essere
tollerato in patria, viene
cantato in certi ambienti
dell'antifascismo e più tardi
dai partigiani che lo intonano
insieme a Fischia il vento.
Dopo l'armistizio dell' 8
settembre
1943,
probabilmente per attenuare
nell'opinione pubblica una
presenza ingombrante come
quella della monarchia, rea
di aver consegnato l'Italia
nelle mani di Mussolini, il
governo Badoglio affida alla Leggenda del
Piave il ruolo di inno nazionale. Finalmente, il
Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro
della
Difesa
Cipriano
Facchinetti,
repubblicano, decreta il canto di Mameli e
Novaro come l'inno ufficiale del neonato stato
italiano e la messa in soffitto della Marcia
reale, sottolineando il definitivo passaggio dal
regime monarchico a quello repubblicano
sancito dal referendum istituzionale del 2
giugno 1946. Il Canto degli italiani diviene
dunque il nostro inno nazionale. La vicenda di
Fratelli d'Italia è esemplificativa della storia
degli inni nazionali, le cui fortune riflettono i
percorsi delle singole comunità verso il
faticoso processo dell'unità nazionale. Al pari
della bandiera, dei monumenti e dei vari
simboli che costituiscono la rappresentazione
dell'immagine e dell'identità patria, anche
l'inno è sottoposto ai mutamenti dei regimi e
dei climi politici.
1
L’elmo di Scipio di cui l’Italia, pronta alla guerra d’indipendenza, si è cinta la testa è quello di Scipione l’Africano
che difese Roma repubblicana dal cartaginese Annibale e lo sbaragliò a Zama nel 202 a.C.
2
La coorte cui gli Italiani sono invitati a stringersi è la decima parte della legione romana; la Patria chiama alle armi
il suo popolo.
3
Nel 1848 l’Italia è divisa in sette Stati, il tricolore diverrà il comune vessillo.
4
La battaglia di Legnano con cui la Lega Lombarda sconfisse Federico Barbarossa nel 1176.
5
La difesa di Firenze dall’assedio dell’imperatore Carlo V nel 1530 in cui si distinse il capitano Francesco Ferrucci
(che disse al suo infame assassino Maramaldo: “Tu uccidi un uomo morto”).
6
I moti genovesi contro l’Austria nel 1746, cui partecipò il mitico Balilla, il ragazzo del popolo che diede inizio
alla rivolta tirando un sasso contro gli Austriaci.
7
I Vespri siciliani contro i Francesi (dominazione angioina) nel 1282.
8
La quinta strofa annuncia il declino dell’Austria, simboleggiata dall’aquila asburgica; si serviva di truppe
mercenarie (spade vendute, ormai deboli come giunchi) e durante le repressioni (come nell’Italia del 1796, così in
Polonia nel 1831) si alleò con la Russia (il cosacco), ma si trovò davanti una durissima resistenza popolare (il
sangue dei due popoli brucia il cuore dell’aquila).
INTERMEETING
di ELIO BIANCHI
Vele ed off-shore…
IN CIMA AL TITANO
P
resa alla lettera, una siffatta
enunciazione potrebbe far pensare a
scenari fantascientifici mentre è
semplicemente la sintesi informativa di
un avvenimento lionistico nel corso del quale
abbiamo approfondito un intendimento in
avanzata fase realizzativa: San Marino non si
limita a guardare il mare dalle sue turrite cime
ma ama viverlo sia privatamente da parte dei
suoi cittadini, sia, e non da oggi, con atti
concreti, da parte delle proprie istituzioni. Il
Presidente del Lions Club Undistricted,
Marcello Bollini, velista “sfegatato” e ben
supportato da Paola, la sua gentile consorte
che ha col mare un rapporto di grande amore,
ha lanciato una sfida ai tre Club rivieraschi di
Rimini Riccione Host, Rimini Malatesta e
Riccione coinvolgendoli in un intermeeting che
ha avuto per oggetto proprio il mare, tenuto
conto della storia lionistica che li lega:
quest’anno il Club Rimini-Riccione Host
festeggia il 50°anniversario della sua nascita
ma la sua denominazione in sede costitutiva
era: Rimini - Riccione - San Marino;
quest’ultimo nel ’60 nasceva ufficialmente
quale Undistricted autonomo sponsorizzato dal
Distretto 108 A mentre il Rimini-Riccione
diveniva in seguito Host avendo sponsorizzato
la nascita nell’ ‘81 del Rimini Malatesta e nell’
‘86 del Riccione. Questa informazione l’ ha
data il Presidente Bollini aprendo la serata
organizzata dal suo Club per parlare di
“VECCHIA E NUOVA MARINERIA”. Su
questo argomento il 23 marzo scorso, nella
8 Vita di Club
grande sala del Palazzo dei Congressi di San
Marino Città abbiamo ascoltato le relazioni del
dott. Luca Ferrari, Dirigente Ferretti Group
Spa, dell’avv. Marino Fattori, Presidente
della Federazione della Vela della Repubblica
di San Marino, del dott. Davide Gasperoni,
Direttore
Generale
dell’Autorità
per
l’Aviazione Civile e la Navigazione Marittima
della Repubblica del Titano, alla presenza di
numerosi soci ed ospiti sia del Club
organizzatore che dei Club partecipanti. Dopo
la cerimonia di apertura, al saluto del
Presidente Marcello Bollini ha fatto seguito
quello dell’on. Paride Andreoli, Segretario di
Stato al Turismo e allo Sport di San Marino
che ha brevemente illustrato l’impegno del
Governo di cui fa parte affinché le aspettative
della cittadinanza di usufruire al meglio di
questa opportunità, che la vicinanza del mare le
offre, non siano deluse. Nella sua
presentazione della serata dopo la conviviale,
il Presidente Bollini ha citato, riguardo a
vecchia marineria, gli apprezzati scritti del
dott. Venturini, giornalista de La Voce, ospite
su invito del nostro Club, e ha precisato che qui
si intende parlare di marineria da diporto. Ha
dato la parola al dott. Luca Ferrari che, dopo
aver portato i saluti di Norberto Ferretti, ha
fatto un excursus sulla storia del Gruppo,
essendo fin da giovanissimo in varie posizioni
impegnato nella prestigiosa azienda di San
Giovanni in Marignano. È partito dalla
produzione innovativa, a metà degli anni ‘60,
di motor sailers con Franchini [titolare del
cantiere da cui è stata prodotta la barca di
Bollini], per poi illustrare l’evoluzione di quel
tipo di imbarcazioni che, con gli “Altura” a
fine anni ’70, erano ai vertici europei. Poi ai
primi degli anni ’80 le prime barche a motore,
l’acquisizione del prestigioso “Bertrand”,
marchio storico USA con Fisherman,
dell’altrettanto rinomato “Riva”, italiano ma
conosciuto in tutto il mondo, poi ancora del
Cantiere Navale dell’Adriatico, ora Pershing.
Produzione eclettica; manca solo, e Ferrari l’
ha detto con una punta di rammarico, la vela
ma non è detto che in avvenire… Una bella
fetta di mercato nelle mani del Gruppo che ha
cambiato la marineria portando, come altri
hanno fatto per le auto, grande innovazione con
enorme sviluppo delle dimensioni delle barche
da diporto, con moltiplicazione dei “gadgets” e
di innovazioni nel campo del comfort dei
naviganti come la “spiaggetta di poppa”, le
passerelle di vario genere, i verricelli elettrici;
più comfort ma anche tanta sicurezza in più
con un concetto di base: trasferire le
caratteristiche dei pescherecci alle barche da
diporto. Grande l’orgoglio dell’uomo Ferretti
per essere stati ai vertici nel campo delle
nautica
“off-shore”;
propedeutica
la
costruzione di scafi in “composito”, che
inizialmente, primi anni ’70, era in vetroresina
alla quale si è aggiunto poi il “kevlar” ed
infine, con altri rinforzi chimici alle fibre, si è
iniziato a gareggiare nella classe 3 con risultati
del tutto soddisfacenti grazie alla resistenza
degli scafi Ferretti alla potenza dei 6000 cc dei
motori, soprattutto in acque mosse. Nel 1990, il
passaggio in classe 2, dopo aver migliorato la
sicurezza dell’abitacolo, le cui carenze avevano
causato la tragica morte di Stefano Casiraghi,
con l’istallazione dei cupolini, caratteristici di
alcuni aerei a reazione, e aver prodotto per
primi gli scafi in carbonio, in quegli anni
utilizzato solo in formula 1 (mentre gli altri
utilizzavano l‘alluminio). Gli inizi non sono
sempre facili quando si innova; ma poi, subito
in classe 1 con uno scafo costruito nel cantiere
Tencara di Venezia dove si costruiva il Moro
di Gardini con la differenza che questo,
anch’esso in carbonio, doveva fare i 10 nodi
contro i 120 dell’off-shore ma i risultati
premiarono la scelta con
vittorie nei
campionati disputati in quel 1991 con
piazzamenti finali: 2° posto nel campionato
mondiale e in quello italiano, e 5° in quello
europeo; altre gare e altre vittorie negli anni
successivi fino a vincere il mondiale nel ’94,
unico costruttore ad utilizzare un cambio a due
marce passato a 4 marce due anni dopo.
Arriviamo al ’97, anno in cui Ferrari, sceso dal
bolide per problemi fisici, ha guidato via radio
i due giovani piloti che l’ hanno sostituito a
bordo, gara dopo gara, fino alla vittoria finale
nel mondiale grazie a tecnica, esperienza,
astuzia. Il Gruppo, uscito dall’esaltante
esperienza sportiva di alto livello, ha
continuato il suo lavoro di eccellenza a favore
di questa marineria in continua evoluzione; la
famiglia ha ceduto la maggioranza ma lo
zoccolo duro della dirigenza è quello di
sempre, integrato da new entry, con prospettive
di quotazione in borsa e brevetti da mettere in
produzione fra i quali un innovativo progetto di
carena. Ferrari ha concluso dicendo che si va
avanti restando ben svegli perché la
concorrenza è molto agguerrita ma come ben si
è fatto fin qui altrettanto si farà per il futuro.
Dalla velocità esasperata delle imbarcazioni a
9 Vita di Club
motore alla quiete di quelle a vela
nell’intervento dell‘avv. Marino Fattori,
Presidente della Federazione Sammarinese
della Vela. Innanzitutto il relatore ha tenuto a
precisare che se per data di nascita (1984)
l’ente che rappresenta può definirsi di nuova
marineria, in realtà la cultura che viene
coltivata è quella della marineria tradizionale,
quella dell’andar per mare come si fa da
millenni , quindi
vecchia marineria. La
Federazione è nata per iniziativa di alcuni
armatori e fra i soci fondatori cita il nostro
Maurizio Battistini che è il Vice Presidente
della Federazione, uno dei pionieri della vela
sammarinese come il dott. Renzi, Presidente
dello Yachting Club sammarinese. La sede è a
San Giuliano di Rimini e il livello raggiunto
dopo anni di attività, non sempre
soddisfacente, spesi a radunare le forze, è
finalmente in grado di impensierire i riminesi.
La prima uscita ufficiale lo stesso anno della
fondazione con una partecipazione alle
Olimpiadi di Los Angeles nel Surf e poi anche
a quelle di Seul per andare poi ad Atlanta otto
anni dopo nel Laser. Ha espresso gratitudine
per il Club Nautico e per il Circolo Velico di
Rimini per l’aiuto che hanno loro prestato ed
ora la situazione si è consolidata con una
scuola che dà soddisfazioni, e a livello
agonistico, c’è la speranza di ottenere a breve
un buon risultato a Monte Carlo, durante i
Giochi dei piccoli stati. Ha concluso ribadendo
il concetto di partenza sui canoni della vecchia
marineria, intesa come maestra di vita che aiuta
i ragazzi, che frequentano i corsi a San
Giuliano, a formarsi un forte carattere e ad
acquisire senso di responsabilità. Il Presidente
Bollini ha poi introdotto il terzo oratore, l’avv.
Davide Gasperoni, esprimendo soddisfazione
ed orgoglio per l’acquisito diritto da parte dei
cittadini sammarinesi di esporre la bandiera
bianca e blu della loro Repubblica sulle
imbarcazioni di recente immatricolazione, a
seguito dell’istituzione del Registro Navale
Sammarinese. L’avv. Gasperoni ha messo in
evidenza le difficoltà che nel tempo si sono
dovute superare per dare operatività alla legge
che il Consiglio Grande e Generale aveva
approvato fin dal 1946 per istituire il Registro
Navale Sammarinese, volto ad attività
mercantili , e anche le resistenze del governo
italiano alla concessione di aree portuali in
parte giustificate anche da dubbi sulla liceità
dei comportamenti di alcune società di
navigazione sorte in seguito. Nel ’57 ci si
riprova con l’appoggio di armatori italiani e
greci ma poi, dopo la crisi nei rapporti fra i due
stati (i fatti di Rovereta) e la posizione di
maggiore fermezza imposta in questo settore
dagli Stati Uniti a cui l’Italia si è uniformata, il
blocco è stato totale. Nel 2004, scaduta la legge
del ‘46, è stata approvata una nuova legge
orientata alla navigazione per diporto che apre
finalmente la via a maggiore collaborazione
con l’Italia e, con un recente decreto, alla
sperimentazione di nuove formule, praticate
all’estero ma non ancora in Italia. L’auspicio è
che siano soddisfatte le aspettative perché su
questa via del mare la Repubblica del Titano
veleggi rapida e sicura. Il Presidente Bollini, al
momento dei ringraziamenti e dei saluti finali,
ha rivolto un saluto particolare ad Elide Gori
ricordando i rapporti fraterni che l’ hanno
legato a Francisco in anni splendidi e gioiosi, a
partire da quello della loro contemporanea
presidenza dei rispettivi Club; questo m’ ha
dato grande emozione per esserne stato
fortunato partecipe.
Disegno di Elio Bianchi.
10 Vita di Club
LIONS TOUR
di ANNA BIONDI
Lionisticamente amici
NELLE GITE DI CLUB
M
osso dal grido di dolore che da tanta parte d’Italia si leva… (no … quello era un re!).
Ricominciamo… Sensibile alla gridata richiesta di alcuni (pochi o molti?) soci, il presidente
ha voluto che si organizzassero “gite di Club”, ovvero gite per tutto il Club. Con grande
dispendio di energie il Comitato Gite si è adoperato ipotizzando una partecipazione collettiva di
almeno 40 – 50 persone, anziché le solite 25. Ed ecco confezionate in pacco regalo prestigioso nel
contenuto e nell’involucro una capatina a Forlì, una gita a Ferrara di un giorno, una gita di due giorni
a Monza-Milano, una tre giorni a Fiuggi in occasione del Congresso. Risultato: le prime tre bellissime
gite sono state realizzate grazie all’adesione fedele e convinta dei soliti irriducibili del Rimini
Malatesta, dei loro amici di altri Club e di amici esterni, e siamo qui a parlarne con entusiasmo
nonostante non abbiano registrato una volta di più l’affollata presenza dei soci. L’ultima, quella più
lionisticamente motivata, è andata a monte a causa di un Fiuggi Fiuggi generale… (che lapsus
freudiano!), così il presidente s’incamminò con quattro volonterosi che non hanno voluto lasciarlo
solo, garantendo almeno i canonici cinque voti… E allora ancora una volta ripetiamo in coro: chi vuol
partecipare alle gite non ha bisogno di scrivere al presidente in carta bollata, basta che lo dica agli
amici che si sono votati per garantire al Club sempre più numerosi strumenti di aggregazione,
animazione e (perché no?) divertimento. Ed ora puntualissima la cronaca delle gite di Club!
ARTE IN MOSTRA
di ANNA BIONDI
Non solo … macchie
SILVESTRO LEGA
L
a Mostra d’arte oggi è di gran moda,
mai come nella nostra epoca si è
registrato questo fervore collettivo
nei confronti degli artisti e noi non ci
facciamo certo sfuggire l’occasione di
conoscerli attraverso l’incontro ravvicinato con
le loro opere. Così domenica 18 febbraio
cominciamo il programma del 2007
dirigendoci a Forlì. Dopo il successo ottenuto
dalla mostra dedicata a Marco Palmezzano,
Forlì ha proposto un'ampia retrospettiva
dedicata a Silvestro Lega nelle sale del
restaurato complesso conventuale di San
Domenico a Forlì, destinato a diventare nel
prossimo futuro il pulsante cuore culturale
della città in quanto a piano terra sarà allestito
il Museo archeologico e il Museo delle
Ceramiche e
il
piano
superiore
sarà
destinato ad
accogliere la
Pinacoteca
Civica.
L’edificio ha
una
storia
illustre, essendo stato un importante Convento
domenicano con Monastero, Chiesa, due
Chiostri (ne è rimasto uno che si affaccia sulla
chiesa, come possiamo vedere dalle finestre del
corridoio) fino a quando non vi irruppe
arrogante e provocatorio Napoleone proprio
nel giorno della Patrona di Forlì il 4 febbraio
11 Vita di Club
1797. Nell’imponente Refettorio possiamo
capire l’antico prestigio del luogo dagli
affreschi superstiti del Cinquecento opera di
Ugolino da Forlì con una Crocifissione e Scene
della vita di San Domenico come “Il miracolo
dei pani” (dopo l’invocazione a Dio in piena
carestia, due angeli scesero dal cielo con due
ceste di pane). Nell’Ottocento il complesso fu
sede dell’Accademia dei Filodrammatici. La
Mostra intitolata “SILVESTRO LEGA, i
Macchiaioli e il Quattrocento” è un evento
culturale importantissimo che travalica le
dimensioni regionali perché non solo espone i
capolavori più celebrati e le opere meno note
del grande pittore di Modigliana, ma prospetta
una suggestiva trama di rimandi coi grandi
maestri del Quattrocento che dilata il percorso
fino a comprendere una quindicina di opere
rinascimentali. Dall’alta scuola di Beato
Angelico, Paolo Uccello, Sandro Botticelli,
Piero di Cosimo, Domenico Ghirlandaio,
Filippo Lippi, Bartolomeo di Giovanni, i
Macchiaioli
hanno
desunto
lezioni
indimenticabili citandole spesso nelle loro tele,
pur nella ricerca di una chiave espressiva
assolutamente moderna; la memoria dell’antico
è il loro imprinting culturale di base.
Con uno sguardo diretto, franco, ma tutto
sommato affabile, Silvestro Lega accoglie i
visitatori dal suo piccolissimo autoritratto,
l’unico che ha lasciato, all’inizio dell’itinerario
della Mostra che si snoda nelle sale del piano
superiore di cui le prime due originariamente
appartenevano alla Biblioteca (pari alla
Malatestiana, è purtroppo andata dispersa). Ma
impariamo a conoscere quest’uomo che dedicò
tutto se stesso alla sua arte senza averne grandi
riscontri mentre era in vita, anzi conducendo
sempre un’esistenza travagliata e misera, in cui
fu fondamentale l’aiuto di alcune famiglie che
lo sostennero e ospitarono. Nacque nel 1826
sulle colline di Forlì a Modigliana, in una
Romagna toscana già brulicante di ideali
repubblicani. Il padre Antonio aveva sposato
una ricca proprietaria da cui aveva avuto
quattro figli, ma alla morte di lei non seppe
amministrare granché il patrimonio e per
giunta il secondo matrimonio con la propria
domestica fu allietato da ben quattordici figli;
Silvestro faceva parte di questa nidiata. Ben
presto dimostrò spiccate attitudini per lo studio
e per la pittura e l’energica madre lo spronò a
studiare prima presso gli Scolopi, poi,
nonostante le ristrettezze economiche, presso
l’Accademia di Belle Arti di Firenze dove
studiò per due anni, approdando poi nell’atelier
di Luigi Mussini, esponente del Purismo, l’arte
del vero. Contagiato dalle idee mazziniane fu
molto attivo politicamente e partecipò alla
prima guerra d’indipendenza nel 1848, ma fu
amareggiato dagli esiti deludenti. Quando
Mussini si trasferì a Parigi, frequentò l’atelier
di Antonio Ciseri, da cui apprese importanti
canoni, pur avendo già rivelato le sue qualità di
pittore di razza con bellissimi ritratti. Nel 1857
a Modigliana, dove era tornato a vivere, ebbe
la prima commissione importante da parte della
Curia, quattro lunette per l’oratorio della
Madonna del Cantone
di fianco alla
Cattedrale, rappresentanti La peste, La
carestia, Il terremoto, La guerra; in mostra
sono esposte le prime due accanto ad opere
di Ciseri a dimostrazione dei legami col
maestro. Le altre, dipinte sette anni dopo a
causa di un contenzioso con la Curia,
rivelano uno stile diverso. Una sezione della
Mostra è dedicata alla guerra: indetto un
concorso sulle guerre d’indipendenza, i
Macchiaioli, questo
grappolo di artisti
controcorrente
composto da ferventi
patrioti, legati alla
storia risorgimentale
per avervi partecipato
di persona (Cecioni,
Costa, De Tivoli,
Lega e Signorini
combatterono nelle
campagne del 1848 e
del 1859; mentre
Giovanni Fattori fece
il “corriere” segreto
per il Partito d'
Azione), dipingono scene di guerra non
convenzionali e retoriche, ma come le hanno
viste realmente nel quotidiano, dalle retrovie.
12 Vita di Club
In Imboscata di bersaglieri Lega dipinge un
forte contrasto di luci e colori, la “macchia” è
negli alberi e nei cespugli dai contorni non
definiti, l’atmosfera rende l’allarmata attesa
dell’azione. La parola “macchia” è una figura
retorica ambivalente, un traslato a due facce;
esprime infatti un doppio rifiuto: nei confronti
della società e dell' Accademia. Nel solenne
Ritratto di Garibaldi del 1861 (l’eroe dei due
mondi passò un paio di volte a Modigliana e in
un’occasione fu salvato dall’amico carissimo
di Lega, don Giovanni Verità) la camicia rossa
è un’unica macchia di colore, mentre nel
fazzoletto
compaiono
con
precisione
fiamminga disegni che alludono alla bandiera
uruguaiana. L’espressione corrucciata di
Garibaldi sembra alludere al rammarico
dell’artista di provata fede mazziniana nel
vedere
delusi
gli
ideali
democratici
all’indomani dell’unità. Silvestro Lega fece
dunque parte di quella consorteria di artisti
carbonari che a Firenze si incontravano al
Caffè Michelangelo e compivano la loro
rivoluzione artistica mentre cospiravano
politicamente; in sostanza rifiutavano la forma
a favore dell’effetto, osservavano e indagavano
la realtà, ma non seguivano i contorni delle
forme, solamente i loro colori, vedevano ma
non copiavano, anzi non restituivano
l’immagine vera, ma un’impressione interiore e
personale della realtà. I macchiaioli non
dipingevano en plein air come i Francesi, ma
facevano bozzetti dal vero e poi dipingevano in
studio.
Una sala è riservata ai quadri dipinti a
Piagentina, una località di campagna sulle rive
dell’Affrico fuori porta Santa Croce dove per
dieci anni Silvestro Lega – povero in canna - fu
ospite dell’editore fiorentino Spirito Battelli.
Dal ’60 al ’70 trascorse gli anni più sereni della
sua vita, anche perché si innamorò di Virginia
Battelli. Nei suoi quadri la rappresenta,
trasmettendovi la sua intensa felicità: in Una
veduta in Piagentina Virginia è ritratta mentre
raccoglie fiori nel prato vicino alla sua casa in
un tripudio di giochi di luce e macchie di
colore. Villa Battelli sulla sinistra del quadro è
resa nei particolari con un taglio prospettico
che cita antichi saperi. Anche per l’arcinoto Il
canto dello stornello, dove Virginia Battelli è
al pianoforte con accanto le sorelle Cecchini
Isolina e Maria, si parla di accostamenti
quattrocenteschi; ha il formato di una pala
d’altare e nel pavimento presenta la prospettiva
ribaltata, metodo usato nel ‘400. La resa del
vero è perfetta soprattutto nello spartito dove
compaiono note su pentagramma.
Ma due quadri soprattutto sono messi a
confronto perché hanno un soggetto figurativo
simile, l'incontro femminile in un paesaggio, e
perché è sorprendente la contiguità stilistica:
modulo rettangolare in entrambi i casi,
semplicità compositiva, rigoroso bilanciamento
delle figure sul proscenio, la cornice paesistica
essenziale. Si tratta del comparto di predella
della Annunciazione (1430–1440) (già nel
convento francescano di Montecarlo (Ar), oggi
nel Museo parrocchiale di San Giovanni
Valdarno) del Beato Angelico in cui Maria ed
Elisabetta, incinte rispettivamente di Gesù e di
Giovanni il Battista, si incontrano e si
abbracciano a significare teologicamente la
conciliazione fra la Nuova Legge (Gesù) e la
Vecchia Legge (Giovanni).
Nella Visita di Silvestro Lega (Galleria
Nazionale d'Arte Moderna di Roma),
capolavoro del 1868, quando il maestro era al
culmine della stagione creativa, due donne
della buona borghesia (ancora Virginia e
Isolina) si incontrano e si salutano in giardino,
accompagnate
(come
nella
predella
dell’Angelico) da presenze femminili di
contorno (Maria e Maddalena Cecchini). I
valori religiosi hanno lasciato il posto ad una
assoluta laicità quotidiana, anche se c'è
qualcosa di sacro nel gesto di affetto.
Anche ne Il Pergolato, Lega rappresenta una
scena quotidiana di ambiente borghese; nella
13 Vita di Club
forte luce del caldo estivo evidente nelle grandi
macchie di grano, una cameriera avanza nel
giardino Battelli mentre le signore cercano
refrigerio all’afa pomeridiana sotto la fresca
pergola. I grandi maestri sono citati nella
solennità delle ombre e nel piano prospettico
dato dalle piante. Quando nel 1870 Virginia
morì per tisi, Silvestro soffrì moltissimo e
tornò a Modigliana e Tredozio, anche se fu
spesso ospite della famiglia Bandini nella
tenuta del Gabbro sulle colline livornesi, dove
dipinse quadri stupendi per intensità e maturità
stilistica: i ritratti che dal primato della forma
passano alla sintesi impressionista, i paesaggi
che esprimono lo stato d’animo («Qui io
lavoro. La campagna splendida non fa che
suggerirmi… i miracoli li vedo qui, come vidi
ieri sera tramontare il sole» - 1887), l’universo
femminile nelle attività quotidiane sia di
ambiente contadino (le contadine del Gabbro
che sopportano con fierezza il duro lavoro) sia
borghese (Clementina Bandini e le sue cinque
figlie impegnate nella pittura e nella lettura).
Stupendo il quadro La lezione, acquistato
nientemeno che dalla Regina Margherita; 2000
lire con cui pagò l’affitto. Nell’ultima parte
della vita di Lega, in coincidenza con uno stato
d’animo non sereno e con il sopraggiungere di
una malattia agli occhi, le tinte si fecero
sempre più scure, le pennellate sempre più
sfaldate
(anche
per
influenza
dell’Impressionismo), i paesaggi più aspri.
Morì nel 1895, povero e solo, com’era sempre
vissuto, in un ospedale di Firenze. Usciamo
dalla Mostra con la convinzione di aver
conosciuto un vero poeta del pennello e,
pregustando un altro tipo di menu a lui
intitolato, ci sediamo a tavola.
Il canto dello stornello, Una veduta in Piagentina,
La Lezione, Il pergolato.
14 Vita di Club
ARTE IN MOSTRA
di PINUCCIA LIBERATI
La mostra a Ferrara
IL SIMBOLISMO
I
l Palazzo dei Diamanti di Ferrara ci ha
abituato negli anni a mostre di ottimo
livello artistico e culturale; anche questa
importante retrospettiva “Il Simbolismo.
Da Moreau a Gauguin a Klimt.” non
disattende le aspettative ed attraverso un
centinaio di capolavori provenienti da raccolte
pubbliche e collezioni private permette un
(ri)esame ed un approfondimento (per i colti,
per gli altri come me una prima lettura) di
questo intrigante e poco visitato
movimento.
Cos’è
innanzitutto
il
“simbolismo”: una importante corrente
artistica sviluppatasi in Europa tra gli anni
Sessanta – Ottanta del XIX secolo, in
reazione alla pittura accademica, ma anche
al realismo ed all’impressionismo che
andavano affermandosi. Quando nel 1886
Jean Moréas pubblica a Parigi “Il
Manifesto del Simbolismo” il movimento
è ormai diffuso in ogni ambito della
creazione artistica. Sono anni di profondi
rivolgimenti sociali e politici, di terremoti
negli Stati europei e nel pensiero (a
Vienna Freud inizia la sua ricerca sulla
psiche umana), inevitabile dunque che anche
nell’arte tutti questi fermenti sfocino in
qualcosa di nuovo: in una nuova
interpretazione della realtà e della natura
attraverso l’indagine dell’interiorità, del sogno
e dell’immaginazione. Il percorso espositivo
segue un ordine cronologico, suddiviso in tre
sezioni: i ”precursori”, la
“generazione
del
Manifesto del 1886” ed
infine
le
creazioni
realizzate all’inizio del
XX secolo. Subito nella I
sala incontriamo Beata
Beatrix di Dante Gabriel
Rossetti
suggestivo
dipinto in cui l’autore
nella dantesca Beatrice
trasfigura l’amata moglie
da poco scomparsa. Il
quadro ha un’aura malinconica, come sospesa,
i colori sono pastosi, scuri, solo una potente
fonte di luce dorata colpisce il volto già
angelicato di Beatrice-Elisabeth; la donnaBeatrice, suprema incarnazione dell’amore
celeste, riconduce l’uomo alla purezza, come
un messaggero celeste.
Ben diversa è l’immagine della donna nei
raffinati acquerelli di Gustave Moreau,
l’indiscusso anticipatore del simbolismo con le
sue citazioni mitologiche e
bibliche. Nell’Apparizione
egli rappresenta la vicenda
di Salomè, bellissima e
crudele “femme fatale”
dell’antichità, peccatrice ed
ammaliatrice,
pericolosa
avversaria dell’uomo che
cade vittima del suo fascino
sensuale e perverso. Questo
capolavoro di Moreau,
celebrato
nel
famoso
romanzo “Controcorrente”
di Huysmans, divenne
un’icona del simbolismo e
della sua stessa opera, che si caratterizza per la
raffinatezza e la preziosità del segno e
l’audacia visionaria della fantasia. Nelle opere
ricche di simboli e di raffinate allegorie dei
preraffaelliti Edward Burne-Jones, George
Frederick Watts e Dante Gabriel Rossetti, di
Gustave Moreau, di Pierre Puvis de
Chavannes, di Arnold Böcklin i soggetti
derivano spesso da suggestioni letterarie,
rivisitando il mito ed usando il colore come
strumento per evocare pensieri e stati
d’animo, gli artisti si propongono di
indagare le dimensioni dell’interiorità e del
sogno. L’antichità è il tempo incorrotto in
cui l’uomo viveva a contatto con una
natura magicamente animata. In Sera di
primavera di Alfred Böcklin Pan è intento
a suonare la sua siringa a sette canne,
simbolo dell’armonia cosmica, mentre due
driadi nascoste fra gli alberi ascoltano rapite
15 Vita di Club
la sua musica. Come sempre Bocklin preferisce
i semidei alle divinità più nobili: qui Pan,
incarnazione delle energie creatrici della
natura, ridesta le driadi, personificazioni della
terra e delle fronde, attraverso il suo afflato
sonoro. L’erotismo è tema ricorrente nell’opera
di molti artisti: l’appagamento del desiderio
vede la donna dominare e distruggere l’uomo
come nelle opere del belga Félicien Rops.
Tuttavia nella pittura simbolista la donna è una
creatura doppia e misteriosa: ora fragile
(come le bellissime e malinconiche
protagoniste dei quadri di Fernand
Khnopff, emblemi dell’isolamento, del
sogno e del silenzio come in Who shall
deliver me?), ora angelicata, di una
languida bellezza, messaggero celeste
per la salvezza dell’uomo; ora
peccatrice crudele come Salomè o
Giuditta o come le sirene, creature
ingannevoli che seducono l’uomo per
trascinarlo negli abissi (Il bacio della
sirena di Max Klinger). Alla metà degli
anni Ottanta del XIX secolo la diffusa crisi del
realismo e il ritorno di filosofie neoplatoniche
e romantiche crea il terreno ideale per
l’affermarsi
del
Simbolismo, che erige
a proprie icone il
poeta
“maledetto”
Charles Baudelaire ed
il compositore Richard
Wagner,
profeta
dell’opera
d’arte
totale.
Nell’ultimo
decennio del secolo
l’estetica simbolista
raggiunge
la
sua
massima diffusione: il
disegno e l’incisione
contribuiscono
prepotentemente alla divulgazione di temi ed
idee, perché usati per l’illustrazione di testi e
riviste. Odilon Redon, di cui sono presenti in
mostra disegni, incisioni e litografie (come
Sulla coppa, da Dans le rêve, tavola n. 10),
penetra nei territori dell’inconscio e del
fantastico, creando associazioni modernissime
ed audaci con un segno essenziale e quasi
surreale, di fatto introducendo il XX secolo;
non a caso De Chirico ed i surrealisti saranno
fortemente influenzati dalla grafica simbolista.
In mostra troviamo anche opere di pittori che
non avremmo creduto di trovarvi, perché
approdati in seguito ad altri movimenti, parlo
di Edvard Munch che utilizzò l’arte incisoria
per realizzare creature fantastiche e mostruose
tipiche dell’iconografia simbolista, e di Piet
Mondrian, presente in questa sezione con un
disegno di fanciulla: Primavera, dalla forte
carica vitale. Dopo gli esordi impressionisti
anche Paul Gauguin si rivolse ad una pittura
fortemente simbolica, volendo tradurre il
pensiero in forma e colore. Conversazione
sembra essere una versione esotica del mito di
Ercole
al
bivio: l’uomo,
al
centro,
ritratto
di
spalle,
si
trova a dover
scegliere fra
vizio e virtù,
qui
impersonati
da due figure
femminili. Il
forte
cromatismo di Gauguin assume un evidente
significato metaforico: Eva tentatrice ha un
abito rosso ed un frutto in mano, l’altra
fanciulla, incarnazione della purezza, è vestita
di bianco e regge dei fiori. Sul finire
dell’Ottocento nelle principali capitali europee
nacquero molte associazioni di artisti
alternative a quelle accademiche, con lo scopo
di organizzare mostre che permettessero la
libera circolazione delle varie tendenze del
simbolismo in ogni parte d’Europa. In mostra
sono presenti molte opere che ne testimoniano
la vasta diffusione anche nel Nord. Malinconia
di Munch nella versione del 1891 è considerata
la
prima opera simbolista della pittura
norvegese. Questo straordinario dipinto mostra
un uomo in primo piano, rivolto verso di noi,
in atteggiamento assorto, la scena che si svolge
alle sue spalle è la proiezione del suo stato
d’animo, immagine di un dramma affettivo e di
un conflitto fra i due sessi sempre presente
16 Vita di Club
nella sua produzione. Gli artisti del gruppo dei
Rosacroce propugnavano un’arte idealistica dai
toni misticheggianti: Carlos Schwabe è
presente in mostra con un grande dipinto ad
olio, variante della più celebre tavola creata per
l’illustrazione dei “Fiori del
male” di Beaudelaire: lo
Spirito cerca di liberarsi dalla
stretta della materia, Ideale
creatura alata simbolo di
elevazione
spirituale
è
soffocata dalle spire della
sirena-serpente Spleen, è
l’eterno e fatale abbraccio fra
Amore e Morte. Lo stesso
vertiginoso
amplesso
è
proposto da Jean Delville ne
L’amore delle anime, qui però
inteso in senso positivo: i due
corpi che si librano nell’aria
in un trionfo di blu ed azzurro
sono l’uomo e la donna che si
fondono
nell’abbraccio
dell’amore assoluto. Nel
nuovo secolo i temi ed i
soggetti
dell’immaginario
simbolista continuano a stimolare gli artisti,
che
sperimentando
tecniche
nuove
raggiungono traguardi di grande fascino. Fra
gli italiani troviamo le belle opere di Giuseppe
Pelizza da Volpedo, Gaetano Previati e
Giovanni Segantini. A partire dal 1898 a
Vienna la Secessione influenza un’importante
stagione artistica, le mostre dell’associazione
celebrano i più importanti esponenti del
simbolismo e dal loro impulso nasce qui lo
stile prezioso e ornamentale che ha in Gustav
Klimt il massimo esponente e che rilancia
l’estetica simbolista all’inizio del Novecento.
Nell’estetismo raffinato di Klimt la preziosità
delle decorazioni si fonde con un forte
realismo delle figure: Le tre età della donna
vuol rappresentare le fasi della vita, la tenera
immagine della maternità e dell’infanzia sono
metafora della speranza nel futuro, a fronte
dell’incedere inesorabile ed impietoso del
tempo. Le linee, il colore, i motivi ornamentali:
tutto serve ad enfatizzare il messaggio fino a
diventare
una
riflessione
metafisica
sull’universo femminile. Già in questo dipinto
nella figura della vecchia si coglie un qualcosa
d’altro, come nei due capolavori di Munch:
Ragazze sul ponte, dai colori insolitamente
luminosi, e l’incredibile Gelosia II, e nel
bellissimo Fiore della passione di Mondrian si
colgono segni del nuovo che avanza, per
Mondrian l’evoluzione sarà l’astrattismo, per
Munch l’espressionismo. Uscendo da questa
impegnativa ed esauriente mostra è necessario
riordinare un poco le idee:
personalmente debbo confessare
che se fra i quadri esposti solo
pochi mi hanno fortemente
emozionato, tuttavia molti sono
quelli intriganti ed il percorso
storico-artistico, che ho tentato
qui di ripercorrere, si è rivelato di
grande
interesse
culturale
soprattutto quale importante ed
indispensabile contributo per un
approccio
più
consapevole
all’arte del Novecento. Rimane
da capire qual è la sorte del
Simbolismo: sarà vero che è
morto e sepolto con l’avvento del
XX
secolo?
Secondo
la
provocazione di Alessandro
Piperno non è così, poiché l’
“epidemia” simbolista è quasi una categoria
della mente, essa non è “debellabile”, “al punto
che la storia letteraria ed artistica del ‘900
potrebbe essere letta come una guerra fra
coloro che hanno ceduto alle seduzioni del
Simbolismo e coloro che le hanno combattute”.
Non insisterò su questo complicato quesito e
lascio a voi l’ “ardua sentenza”. Ma… Fellini
dove lo vogliamo mettere?
17 Vita di Club
ARTE NELLA STORIA
di FRANCA MARANI
Alla ricerca di delizie…
IL VERGINESE
A
ggirandoci nella dolce
campagna ferrarese in un
luminoso
e
ventoso
pomeriggio
di
inizio
primavera, con l'atmosfera di gioiosa
amicizia che rende speciali tutte le
nostre gite, conciliati con la vita
anche grazie ad un pasto degno dei
duchi d’Este consumato presso la
locanda “La chiocciola” di Quartiere
di Portomaggiore, il 24 marzo siamo
gioia e l'appagamento dello
spirito. Delle numerose delizie
volute dai signori di Ferrara
molte restano soltanto un nome
nella memoria, di altre restano
solo alcuni ruderi sparsi per la
campagna, poche sono ancora
presenti e leggibili come
testimonianza di un passato
splendido e fastoso. Della
delizia
di
Belriguardo,
splendida residenza estiva della
corte
estense,
una
vera
Versailles
italiana,
tratta
nell'articolo successivo a questo
l'assessore alla cultura del
andati alla scoperta di due
di quegli straordinari
luoghi di ritiro, caccia ed
incontro
creati
dagli
Estensi
nella
pace
campestre del territorio di
cui erano signori, cui la
storiografia moderna ha
dato il nome di “delizie”.
È
una
definizione
evocativa che suscita nella
nostra mente immagini
cortesi di lieti conviti,
dotte
letture,
intrattenimenti musicali,
piacevoli
conversari,
momenti creati per la
18 Vita di Club
Comune di Voghiera, il professor Ottorino
Bacilieri, che molto cortesemente ci ha fatto
da guida (una guida assai colta e affascinante)
durante la nostra visita. Io parlerò del
Verginese, suggestivo edificio a forma di
piccolo castello che ci appare inaspettato,
brillante nel bianco totale dei volumi ornati
con stacco cromatico dal bugnato in laterizio
che incornicia porte e torri, in mezzo alla
verde campagna di Portomaggiore, in località
Gambulaga. In origine casale agricolo
circondato da una vasta proprietà, come
attestato da un atto notarile del 1481, si
trovava al centro di un territorio solcato da
una fitta rete di canali, di cui alcuni
navigabili, che lo rendevano facilmente
raggiungibile per via fluviale. Fu forse questa
dislocazione che lo rese appetibile per il duca
Alfonso I d'Este, che lo acquistò come
residenza suburbana, quindi lo donò pochi
giorni prima della morte il 26 ottobre 1532 a
LAURA EUSTOCHIA DIANTI, la donna di
origine borghese che era riuscita a fargli
dimenticare il lutto per la morte della seconda
moglie Lucrezia Borgia e lo aveva indotto ad
una stabile relazione extraconiugale grazie
alla sua bellezza, tramandataci da alcuni tra i
più famosi artisti dell'epoca come il Tiziano e
il Dosso. Laura, oltre che bella, era anche
persona colta e raffinata e al Verginese, già
sua residenza preferita, si ritirò alla morte del
duca creando una sua piccola corte privata
che contava sulla presenza di intellettuali,
artisti e musicisti. Probabilmente proprio ad
una poliedrica figura di pittore, scenografo ed
architetto, Gerolamo da Carpi, che già aveva
trasformato il Castello Estense da fortezza
militare in abitazione civile e cortese, affidò la
trasformazione del Verginese da casale
agricolo a residenza suburbana con le
caratteristiche della “delizia”. Questi amplia e
nobilita l'edificio preesistente apponendovi
quattro torri angolari a pianta quadrata,
abbellisce le finestre con eleganti
timpani e fa ricorso al bugnato rosso
in laterizio per creare un contrasto
cromatico che evidenzi porte e torri.
In asse con i portali viene poi
costruita una splendida colombaia,
testimonianza della diffusione, già
databile a metà del XV secolo,
dell'allevamento dei colombi per
garantire carne per le mense e
concime organico per le colture. Essa
svetta su un "brolo", ovvero un
giardino di alberi da frutto piantato in
grandi compartimenti inerbiti secondo
una modalità corrente in questo
territorio dal tardo medioevo,
circondato su tre lati da un canale navigabile
con piccole imbarcazioni. Tale brolo,
semplificatosi nel tempo in semplice distesa
erbosa, sta ora rinascendo nelle forme
originarie grazie ad un intervento promosso
dal Comune di Portomaggiore che ha in
gestione il Verginese e dalla provincia di
Ferrara che ne è proprietaria. Il Verginese
conserva il suo splendore fino alla fine del
ducato estense, quando il papa Clemente VII
lo riporta sotto il dominio dello Stato della
Chiesa, quindi decade gradualmente fino a
quando nel 1771 viene acquistato dalla
famiglia BARGELLESI. Questa lo trasforma
notevolmente
arricchendolo
con
uno
scenografico portico ad arcate che unisce il
castello alla piccola chiesa che viene costruita
ed abbellendone il pianterreno con eleganti
stucchi, tra cui spicca la coppia di telamoni
che sorregge l'arcata che separa l'ingresso dal
salone d’onore. Nel primo ‘900 vengono
aggiunti alcuni affreschi floreali, di pieno
gusto Liberty, che ornano le salette del piano
nobile. Il Verginese, riconosciuto dall'Unesco
patrimonio dell'umanità, ora viene utilizzato
come spazio privilegiato per eventi culturali,
mostre, concerti con una funzione che in certo
qual modo si riallaccia allo splendore ed alla
destinazione d'uso di un tempo. Attualmente
l'edificio ospita la mostra "Mors inmatura1.
I Fadieni e il loro sepolcreto", una mostra di
notevole interesse che espone i reperti
provenienti da due campagne di scavo
19 Vita di Club
effettuate nella possessione Santa Caterina
situata un poco a nord-est del Verginese, un
tempo lambita da un ramo del Po. Tali reperti
fanno riferimento ad un sepolcreto risalente al
I secolo d.C., di eccezionale interesse, in
quanto si tratta di una necropoli privata di
un'agiata famiglia di possidenti terrieri, quella
dei Fadieni, le cui sepolture riguardano tre
generazioni: genitori - figli - nipoti. Le stele
funerarie
sono
state
rinvenute in buono stato
di
conservazione
in
quanto,
essendo
la
necropoli situata vicino
all'argine del ramo del Po,
quando nel IV secolo d.C.
avvenne una terribile
alluvione, esse furono
dapprima abbattute nel
senso della lunghezza
dalla violenza delle acque,
quindi ricoperte da uno
spesso strato di limo che
ha funto da protezione.
Queste stele ci accolgono
e ci accompagnano nello
spazio espositivo lungo un
percorso che ripropone la
collocazione originaria ai
margini di una strada e
così ci troviamo a
percorrere idealmente la stessa via che
avrebbe percorso un viandante di circa 2000
anni fa che le avesse ammirate in situ. Per
ricreare maggiormente la situazione reale, è
stata anche disegnata sul pavimento una
mappa dello scavo che mostra i rapporti tra la
collocazione delle lapidi e le sepolture ad esse
riferentisi, situate negli spazi immediatamente
retrostanti. Oltre le stele funerarie di
pregevole fattura recanti i ritratti dei defunti,
iscrizioni suggestive e melanconiche2,
elementi che fanno riferimento al mito,
simbologie allusive alla vittoria sulla morte,
sono esposti gli oggetti dei corredi funerari:
monete che hanno permesso la datazione del
sepolcreto dall'età giulio-claudia sino agli
inizi del II secolo, vasellame in vetro di
squisita fattura, manufatti in bronzo, finimenti
di un cavallo ed offerte quali datteri e fichi. I
materiali esposti testimoniano l'avvenuto
processo di romanizzazione del
territorio deltizio avvenuto secondo
il
disegno
dell'antica
rete
idrografica e gli usi, i costumi,
l'abbigliamento, le acconciature e le
credenze degli antichi abitanti del
luogo, ma soprattutto attestano
l'eterna ed incalzante aspirazione
dell'uomo alla immortalità.
Dicitura che compare nell’epigrafe funeraria in cui FADIENUS REPENTINUS, CAI FILIUS E CURSORIA
SECUNDA, LUCI FILIA, piangono la prematura morte del figlio CAIUS FADIENUS VEGETUS, deceduto a 21
anni.
2 Nella quarta stele dedicata a Lucius Fadienus Actor morto a 17 anni si legge: Ti supplico, o lapide, di stare leggera
sulle sue ossa e di non voler essere di peso per la sua giovane età. Quel che il figlio deve fare al genitore, la morte
immatura fece sì che lo fece il genitore.
Nella quinta stele dedicata a Lucio Pompennius Validus è scritto: Crudeli ombre rapiste un giovane acerbo nel suo 23°
anno per l’ultima volta la lacrimevole ora verso le tenebre.
1
20 Vita di Club
ARTE NELLA STORIA
di OTTORINO BACILIERI
La reggia estense di Voghiera
BELRIGUARDO
L
a reggia estense di Belriguardo, a
Voghiera, pochi chilometri a sud
di Ferrara, nel secolo scorso,
venne definita la Versailles degli
Estensi, termine che ancor oggi viene
talvolta usato, magari senza pensare che
Belriguardo in realtà ebbe fama e splendori
almeno tre secoli prima della celeberrima
residenza dei reali di Francia. Infatti,
il primo nucleo della costruzione
risale al 1435 per volere del
marchese di Ferrara Niccolò III
d’Este su suggerimento del suo
fattore
generale
Bartolomeo
Pendaglia. Si può affermare che con
Niccolò inizia quell’epopea estense
che, per un paio di secoli, pose
Ferrara all’attenzione europea per la
qualità delle sue realizzazioni
artistiche e letterarie, nonché per la
sottile politica esercitata dai suoi
governanti. Invece che rocche, come
altrove, i signori estensi diedero vita
ad una serie di residenze fastose che
in seguito furono definite delizie, la più
sontuosa delle quali fu Belriguardo, che in più
aveva anche la funzione di reggia estiva.
Decine di saloni affrescati dai maggiori artisti
delle varie epoche ed incredibili giardini
caratterizzavano questa vera oasi del lusso più
sfrenato. Certo che, tornando a Versailles, il
paragone - confrontando entrambe le realtà oggi non regge, ma è con un pizzico
d’orgoglio, che trae radici dalla grande cultura
Rinascimentale ferrarese, che ci permettiamo
di affermare quanto segue. I favolosi giardini
“all’italiana”, che occupavano oltre trenta ettari
della reggia di Belriguardo, erano sicuramente
gli antenati di quelli che in seguito avrebbero
abbellito le più importanti residenze europee,
visto che la corte Estense fu faro di cultura nel
Rinascimento e che a quasi tutti gli altri non
rimase che copiare. Per le loro residenze i
Signori di Ferrara avevano scelto il meglio del
meglio ed i più grandi artisti, architetti o
progettisti vari erano al soldo dei
signori
ferraresi.
Con
Belriguardo,
che,
come
ricordato, fungeva da sede della
Corte Estense per tutto il periodo
estivo, i vari Borso, Ercole o
Alfonso intendevano stupire gli
illustri ospiti (e come minimo
questi erano marchesi, duchi,
cardinali o re) e - a quanto si
evince dalle cronache del tempo
- ci riuscivano sempre. Il castello
di Belriguardo era disposto attorno a due corti,
con una pianta che ricorda molto da vicino la
casa ideale dell’Età Classica; di fronte alla
maestosa torre d’ingresso iniziava la cosiddetta
alta corte, residenza del principe, interamente
realizzata su due piani (oggi la vediamo a metà
della sua altezza originale) con logge e portici
ovunque, i muri erano intonacati e dipinti con
le armi estensi e sul retro si aprivano sterminati
giardini scanditi da perfetti ritmi geometrici
con corsi d’acqua, fontane, ponticelli, piante
esotiche e labirinti di siepi perrendere più
ameno possibile il soggiorno degli ospiti.
21 Vita di Club
Tanto per fare qualche esempio va ricordato
che Ludovico il Moro chiese alla moglie, che
soggiornava a Venezia, di raggiungerlo al più
presto per godere delle amenità di Belriguardo;
il principe Vincenzo Gonzaga venne
appositamente da Mantova per nuotare nella
peschiera (ancora esistente) ricavata sul fronte
della reggia, dove i signori ed i loro ospiti
organizzavano addirittura delle battaglie navali
dal vero con navi da guerra; spettacoli cui
assistevano dalla terrazza della torre d’ingresso
del complesso. Ma, forse, il più bel
complimento in assoluto venne da un Papa,
quel Clemente VIII che, purtroppo, venne nel
1598 a riprendere possesso del feudo ferrarese
dopo che Alfonso II non ebbe più eredi
legittimi da presentare per il proseguimento del
dominio estense su Ferrara. Il Papa, dunque,
affermò che avrebbe gradito avere una simile
residenza nei dintorni di Roma e, a quanto ci è
dato di sapere, non è che mancassero luoghi di
un certo richiamo e prestigio nella zona
papalina, come Tivoli o Castelgandolfo, tanto
per citarne due.
Dunque Belriguardo, con le oltre duecento
stanze “da fuoco et da letto” era un colosso
architettonico in grado di svolgere compiti di
accoglienza straordinari e risulta che ben tre
corti al completo avessero potuto trovare asilo
contemporaneamente tra le sue mura, cosa
assolutamente inusitata per qualsiasi altra
residenza europea del tempo. Si favoleggiava
poi sui grandi giardini che stavano sul retro:
oltre trenta ettari di verde percorso da canali
geometricamente disposti, in cui il genio
estense aveva convogliato le acque del fiume
Sandalo tramite chiuse e sistemi idraulici
assolutamente all’avanguardia, tanto che quella
del “paraduro”(paratoia, chiusa idrica) fu una
delle “imprese” araldiche nelle armi Estensi. I
favolosi giardini di Belriguardo – documentati
dettagliatamente da una pianta del 1598 - erano
vere oasi d’acqua e di terra in cui era facile
perdersi e perdere la cognizione del tempo e
dello spazio, come avvenne per i grandi poeti
di casa d’Este, dall’Ariosto al Tasso e dal
Guarini al Lollio, per citarne alcuni alla
rinfusa, che trascorrevano lunghi soggiorni
creativi a Voghiera. Pochi anni or sono, dopo
una lunga siccità estiva, ci trovammo di fronte
ad una grande sorpresa: da una serie di foto
aeree (scattate da chi scrive, a bordo di un
piccolo aereo) ecco emergere prepotentemente
i contorni e la strutturazione degli antichi
giardini. Le foto evidenziavano netti disegni,
disposti in rigide geometrie, che solcavano le
campagne sul retro di Belriguardo, esattamente
dove l’antica carta del 1598 indicava la
presenza dei canali della grande area verde dei
giardini; l’area, al momento delle foto, era
occupata per metà da una coltura di granoturco
alto due metri e dall’altra parte da un mare di
erba medica. Tante altre ricognizioni avvenute
nel passato non avevano mai evidenziato nulla
e ci si interrogò sul motivo. La risposta non fu
difficile. Un lungo, straordinario, periodo di
siccità aveva prodotto la crescita differenziata
delle colture della stessa specie: essendosi
notevolmente abbassata la falda freatica le
piantine che affondavano le radici negli antichi
alvei dei canali, ancora ricchi di sostanze
organiche, hanno potuto nutrirsi ugualmente e
proseguire nella crescita, mentre le altre hanno
subito un rallentamento, differenziando così le
colorazioni degli individui più maturi e
trasmettendo quindi all’esterno i segnali di
quanto si trovava sotto terra. La pratica della
foto aerea è piuttosto comune in archeologia,
ma raramente le condizioni ambientali erano
state così favorevoli ad una perfetta lettura del
terreno come avvenne in quella estate, così,
dalle foto e dalle antiche carte, il Comune di
Voghiera realizzò uno splendido plastico
ricostruttivo dei giardini ora visibile nella Sala
della Vigna di Belriguardo ed è straordinario il
22 Vita di Club
confronto tra la pianta del 1598, il plastico e le
foto aeree: tutto corrisponde, persino uno
stagno, utilizzato in passato come macero per
la canapa, si rivela come il residuo di uno dei
laghetti che deliziavano i giardini. I canali e gli
specchi d’acqua erano collegati al fiume
Sandalo tramite le grandi peschiere che
delimitavano il Belriguardo sulla fronte e che
dovranno giocoforza essere inserite in un
futuro progetto di recupero dei giardini.
Abbiamo citato la Sala della Vigna, prezioso
elemento superstite alla foga devastatrice che
ha pervaso per quattro secoli tutti coloro che
hanno utilizzato il Belriguardo da quando la
famiglia estense, nel 1598, fu costretta ad
abbandonare mestamente il feudo ferrarese per
restituirlo al Papa. La sala, interamente
affrescata, è l’ultima testimonianza rimastaci
delle oltre cinquanta che erano presenti nel
complesso,
come
documentato
dettagliatamente da una descrizione di
Sabadino degli Arienti della fine del ‘400.
Molte di queste sale e cappelle, decorate
addirittura da artisti come Ercole de Roberti e
Cosmè Tura, subirono poi trasformazioni e
demolizioni all’inizio del secolo successivo ed
altre furono realizzate. È il caso della Vigna,
vasto ambiente di 18 x 9 metri, interamente
affrescato, realizzato tra il 1536 ed il ’37 da
Girolamo da Carpi, il Garofalo ed i fratelli
Dossi. I molti “strappi” effettuati nell’ottocento
hanno creato lacune incolmabili sulle pareti,
che però sanno ancora raccontare in modo
stupefacente la loro storia ed hanno mantenuto
pressoché
intatta
l’antica suggestione.
Il grande Girolamo
da Carpi, pittore,
scenografo
ed
architetto della corte
di Ercole II, seppe
creare l’illusione di
trovarsi all’esterno,
sotto
un
grande
pergolato che ricopre
una loggia sorretta da
cariatidi in file di
quattro.
Le
prospettive,
magistralmente
audaci,
accompagnano
lo
sguardo del visitatore
sino a paesaggi non
privi di tratti surreali
(e qui si può forse
capire perché la metafisica sia nata proprio a
Ferrara) ma affatto immaginari, come si è
ritenuto sino pochi anni or sono. Si tratta,
infatti, di pittoresche vedute di località trentine,
vere “cartoline” che Dosso e Battista Dossi
avevano portato con loro al ritorno
dell’impresa decorativa al castello del Buon
Consiglio di Trento. Le oltre cinquanta
cariatidi monocrome, tutte singolarmente
atteggiate e tutte sicuramente ritraenti figure
femminili dell’epoca, seguono ogni passo del
visitatore, così come le architetture dipinte si
ridisegnano costantemente al variare del punto
di osservazione, con un effetto generale
veramente straordinario che trova pochissimi
confronti coevi (Villa Imperiale di Pesaro e la
Farnesina a Roma). Cinque secoli dopo,
nonostante le ingiurie dell’uomo, la sala
mantiene inalterato il suo fascino, sempre
pronta a svelare i suoi segreti al visitatore, così
come certamente la vollero Ercole II e sua
moglie Renata di Francia, figlia di re Luigi XII.
La Sala della Vigna è oggi parte del Museo
23 Vita di Club
Civico di Voghiera e ne costituisce la Sezione
Rinascimentale, con una serie di vetrine
contenenti ceramiche dei secoli XV e XVI e le
documentazioni su
Belriguardo.
Il
complesso estense di
Belriguardo,
finalmente
tornato
dopo secoli a quel
ruolo di produzione
culturale che ad esso
competeva
nel
Rinascimento, ospita
anche le Sezioni Arte
Moderna
ed
Archeologica
del
Museo, dotata questa
di un particolare
percorso tattile per
essere fruita anche da
non vedenti ed ipovedenti. La Sezione
Archeologica, particolarmente importante,
ospitata nei locali presso la torre d’ingresso di
Belriguardo, espone i reperti della necropoli
romana di Voghenza (I-III sec. d. C.), notevole
testimonianza di quello che fu il centro
amministrativo imperiale più importante di
tutto il basso Po e quindi divenne la prima
diocesi del territorio finale padano, sino al VII
VIAGGIANDO VIAGGIANDO
secolo, quando la cattedra vescovile fu
trasferita nella allora nascente Ferrara. Ma
questa è tutta un’altra storia.
di ANNA BIONDI
Nelle terre dei Longobardi…
TRA LE REGINE
L
a prima è la regina delle regge
lombarde, la neoclassica Villa Reale
(del Piermarini, allievo di Vanvitelli),
circondata da un parco strepitoso. C’è
da chiedersi: Arte o Natura? Creazione umana
o creazione naturale? A Monza è difficile
decidere a chi assegnare l’aurea corona della
vittoria. O dovrei dire la corona di ferro? Ma
andiamo con ordine. In un parco meraviglioso
dalle cifre sbalorditive (superficie Giardini
della Villa Reale 35 ha, superficie Parco 685
ha, superficie a prato 137 ha, superficie a bosco
295 ha, alberi ad alto fusto 110.000, ecc. ecc.)
comincia il nostro viaggio alla conoscenza di
un angolo di paradiso lontano dal turismo
convenzionale sabato 31 marzo. Col pullman
entriamo nel parco immenso e percorriamo
viali che sembrano non finire più, come la
nostra immaginazione, che ci fa sentire nel
mezzo di una Brianza ottocentesca: boschi,
prati, coltivi, il Lambro, le cascine, le ville, i
cavalli inseriti in un ambiente apparentemente
naturale, ma attentamente progettato. Ci
rendiamo conto di essere in un parco senza
precedenti e unico nel suo genere, dove le
distanze sono indicate da filari di alberi
secolari, i lunghi “cannocchiali” verdi che
invitano a camminare seguendoli l’uno dopo
24 Vita di Club
l’altro. Questa immensa isola verde è una
palestra en plein air dove c’è chi corre, chi va a
cavallo, chi corre sui pattini o in bicicletta. La
prima passeggiata a piedi in questo grande
teatro vegetale fa da aperitivo a quello che
vedremo in seguito. A Villa Mirabello (1656)
celebrano un matrimonio e noi ci mescoliamo
agli invitati per ammirare gli affreschi che
ricoprono l’elegante sala municipale, poi
raggiungiamo per il pranzo il ristorante Saint
Georges Premier, edificio di nobili origini
essendo stato dal 1836 La fagianaia, destinata
all’allevamento dei fagiani utilizzati per le
battute di caccia reali; l’enorme tavolo
imperiale ci illude che sia un invito a corte.
D’altra parte qui tutto parla savoiardo, dal
momento che nel 1859 l’intero complesso
divenne
patrimonio
dei
Savoia
che
ristrutturarono villa e parco, tra loro Umberto I
fu il re che amò di più la Villa Reale tanto da
considerarla la sua casa (600 stanze!) e da
ricevervi principi ed imperatori, con le favorite
nelle ville annesse. I costruttori furono invece
gli arciduchi Ferdinando IV d'Austria (figlio
prediletto di Maria Teresa e destinato a
governare la Lombardia) e Maria Beatrice che
vi abitarono per una ventina d'anni fino alla
Rivoluzione Francese. Durante gli anni della
rivoluzione la villa ospitò il principe Eugenio
di Beauharnais, che l'abbellì e l'arricchì di
fabbricati nuovi e la collegò con Milano
tramite un viale fiancheggiato da quattro filari
di platani (l'attuale viale Cesare Battisti). Si
deve a lui anche la creazione del parco,
la cui progettazione venne assegnata a
Luigi Canonica, un discepolo del
Piermarini, che ne aveva preso il posto,
quale Architetto di Stato, dopo l'arrivo
a Milano di Napoleone, nel 1797. Dopo
il regale pranzo visitiamo i giardini; ora
col naso all’insù cercando la cima degli
imponenti alberi testimoni di antiche
passeggiate, ora con lo sguardo a terra
per capire la varietà dell’enorme distesa
di bulbi e piante del sottobosco, ora
occhieggiando dai cancelli chiusi
l’infinito roseto dove ogni anno si
svolge il Concorso internazionale che
premia le rose più belle. La Villa Reale,
oggetto di restauro, è inesorabilmente
tutta chiusa, anche il Teatrino
descrittoci come una bomboniera di
100 posti con un fondale rappresentante
Bacco fanciullo e una capra dipinto da
Andrea Appiani, ma riusciamo a
intrufolarci nella Cappella nell'ala
sinistra del palazzo, nonostante siano in
corso le prove di un concerto
organistico. Musica barocca ci accoglie
all’interno della preziosa cappella a
croce greca, costruita su disegno del
Piermarini; l'organo, costruito nel 1825
dai fratelli Serassi, famosi organari
bergamaschi, ed appena restaurato è
installato in fondo alla cappella in una
tribuna balconata. Sopra i lati dell'altare
maggiore, dominato dalla tela di Maria
Immacolata, attribuita alla scuola dell’Appiani,
si affacciano le due piccole balconate delle
tribune reali con vetri di protezione. Splendidi
stucchi di Giocondo Albertolli arricchiscono
tutto l’interno. Ma è solo l’inizio della nostra
visita a Monza, il cui cuore vitale è nel
Duomo. Qui c’è la storia, qui ci sono le
leggende, qui i capolavori del romanico e del
gotico. La marmorea facciata ci abbaglia col
25 Vita di Club
suo bianco splendore; lo stile è romanico nella
struttura e gotico nell'ornamentazione.
Entrando nel duomo, per prima cosa colpisce la
ricchezza decorativa degli affreschi barocchi,
poi si notano le colonne ottagonali con capitelli
romanici e le colonne rotonde con capitelli
barocchi. La chiesa è divisa in tre navate con
cappelle laterali. In fondo, ampie, si aprono le
absidi. Ma la storia, raccontata come una fiaba,
con scene accostate l'una all'altra come su un
grande rotolo, è nella Cappella di Teodolinda,
la seconda regina che ci onoriamo di visitare.
Sono scene di vita profana singolari in un
luogo sacro e sorprendenti per gli abiti sfarzosi
dell’epoca
dei
Visconti
che
gli
innumerevoli
personaggi vestono.
Sono opera degli
Zavattari, una famiglia
di artisti-artigiani di
cui si hanno notizie
per
cinque
generazioni,
dagli
ultimi anni del '300
all'inizio del '500. La
storia di Teodolinda è
intrecciata con quella
di Monza, dove fece
costruire un palazzo e
una cappella palatina
che poi, nel tempo,
sarebbe diventata il nucleo primario del
Duomo di Monza. Secondo la tradizione,
accreditata da Paolo Diacono e Bonincontro
Morigia, Teodolinda, figlia di Garibaldo duca
di Baviera, era cattolica e, avendo promesso di
erigere un tempio a san Giovanni apostolo,
aspettava un'ispirazione divina che le indicasse
il luogo più adatto. Mentre cavalcava col suo
seguito attraverso una piana ricca di olmi e
bagnata dal Lambro, un giorno si fermò a
riposare lungo le rive del fiume. In sogno vide
una colomba che si fermò poco lontano da lei e
le disse "Modo" (qui); prontamente la regina
rispose "Etiam" (sì) e la basilica sorse nel
luogo che la colomba aveva indicato. Dalle due
parole pronunciate dalla colomba e dalla regina
venne il primo nome della città di Monza. Gli
affreschi raccontano la sua vita in 45 riquadri
disposti in cinque registri, e si leggono
orizzontalmente da destra a sinistra, dal
registro più alto a quello più basso: dalla
richiesta di matrimonio e dagli incontri tra il re
Autari e Teodolinda, alle loro nozze, dalla
morte di Autari in battaglia, al successivo
matrimonio con Agilulfo, duca di Torino, e alla
conversione di quest’ultimo al Cristianesimo. È
dunque la favola bella della regina che
converte i Longobardi alla vera fede. Gli
affreschi sembrano enormi preziose miniature
L'oro è dovunque: nei cieli, nelle corone, nei
gioielli, ma anche nei capelli, negli elmi, sulle
vesti, negli strumenti musicali, sulle tavole
imbandite, negli scettri, sui paramenti sacri,
nelle croci, nei candelabri, perfino nelle
bardature dei cavalli. Il sarcofago con i resti di
Teodolinda
si
trova
dietro
all'altare
ottocentesco, dov’è custodita la Corona Ferrea,
la cui leggenda è altrettanto affascinante.
Un'antica tradizione vuole che contenga
una lamina di ferro formata con uno dei
chiodi della crocifissione di Gesù: il
chiodo, ritrovato a Gerusalemme da
Sant'Elena madre di Costantino, sarebbe
stato donato a Teodolinda dal papa
Gregorio Magno. Il prezioso cimelio, in
lega di argento e oro all'80% circa, è
composto di sei pezzi legati fra loro da
cerniere
verticali
(in
origine
probabilmente erano 8 pezzi); ha il
diametro di cm 15 e l'altezza di cm 5,5
ed è adornato di ventisei rose d'oro a
sbalzo, ventidue gemme di vari colori e
ventiquattro gioielli a smalto.
Ma è già ora di pensare ad altro perché
l’intensivo programma ci vuole a Milano per
un appuntamento con il Teatro. Non manca
mai uno spettacolo nel nostro zigzagare per
l’Italia e questa volta ci aspettano al Piccolo,
anzi non ci aspettano perché, essendo in ritardo
di dieci minuti, Luca de Filippo va in scena
senza di noi; guadagnato alla chetichella il
26 Vita di Club
nostro posto in un buio pesto, ci gustiamo “Le
voci di dentro”, ‘tarantella’ in tre atti di
Eduardo de Filippo, un’opera del 1948 che
rappresenta la famiglia come luogo di gelosie,
di rancori, di odi nascosti. In una situazione
paradossale, tra realismo e surrealismo, con
echi pirandelliani si muove la figura di Alberto
Saporito, che un bel giorno (si fa per dire)
“sogna” un delitto commesso (a suo dire) da
una famiglia di tranquilli borghesi e li
denuncia. Gli accusati anziché allearsi in una
difesa compatta del nucleo familiare, prendono
a sospettarsi tra loro fino al delirio di
progettare un delitto vero per coprirne uno
immaginato. In una scenografia perfetta a
rendere l’atmosfera caotica del dubbio e
dell’incomunicabilità, va in scena l’ipocrisia e
la corruzione di una società uscita dalla guerra
priva di solidi valori di riferimento come se la
guerra l’avesse contaminata per sempre, e
profetico preludio di quella caotica di oggi. La
serata finisce con una deliziosa cenetta alla
milanese.
Domenica 1° aprile si volta pagina, via da
Milano, prua verso il Varesotto. Scoprire la
provincia di Varese si rivela un viaggio
sorprendente tra oasi naturalistiche, atmosfere
medievali e centri urbani deliziosi. Nei pressi
di Castelseprio visitiamo le rovine di
Sibrium, l’antico castrum longobardo che un
tempo sorgeva minaccioso a controllare le vie
che fiancheggiavano l’Olona in quanto dalle
sue imponenti mura si dominava una
vastissima porzione di territorio tra la
Lombardia e la Svizzera. Nell’VIII secolo,
sotto Desiderio, ultimo re longobardo, fu un
importantissimo
centro
giudiziario,
amministrativo e religioso, ma nei secoli
successivi perse via via importanza fino ad
essere distrutto nel 1287 per ordine
dell’arcivescovo Ottone Visconti, nemico
giurato del conte Guido di Castiglione che qui
governava. Tutto fu distrutto, tranne gli edifici
sacri; a ricordo dell’antica potenza oggi restano
poderose rovine circondate da un parco
naturale rigoglioso e i grandi alberi sono vivi
custodi di una storia troppo lontana.
Visitiamo la zona archeologica immersa in
un ambiente rorido della pioggia appena
caduta, mentre esce un raggio di sole,
protettivo come sempre nei nostri
confronti, che rende ancora più brillante il
verde primavera. Vediamo i resti del ponte
d’accesso al Castrum, raggiungiamo per
un sentiero i ruderi della Basilica
paleocristiana
di
San
Giovanni
Evangelista (V-VI secolo) dietro la quale
sono visibili i resti del Battistero dedicato
a S. Giovanni Battista dello stesso periodo,
le tracce dell’antico cimitero e le rovine di
una grande cisterna che assicurava l’acqua
al Castrum. Più a sud si ergono i resti della
Chiesa di S. Paolo (XI-XII secolo), ma
splendida testimone dei lontani fasti è la
chiesa di Santa Maria foris portas (VIIVIII secolo), al cui interno incontriamo la
terza regina. Terza solo in ordine
cronologico in quanto è la Regina dei
cieli, Maria dal volto dolcissimo e
bellissimo che emerge da un antichissimo
ciclo di affreschi sull'infanzia di Cristo
sopravvissuto
miracolosamente
per
sbalordire con la sua eccezionalità. La
rappresentazione è su due registri, non tutti
i riquadri sono integri, non segue i vangeli
canonici, ma un vangelo apocrifo, fatto
non comune nelle chiese della cristianità
occidentale; c’è l'Annunciazione con
27 Vita di Club
Maria intenta a filare (non a leggere un libro),
la frammentaria Visitazione, la prova delle
acque amare, il sogno di Giuseppe, il viaggio a
Betlemme, con l'asino su cui siede Maria, la
Natività, l'annuncio ai pastori, la prova della
verginità di Maria con la levatrice dubbiosa a
cui arde la mano e la presentazione al Tempio.
Non è dato sapere chi sia il geniale artista, da
dove sia venuto, quali strade abbia percorso,
perché abbia deciso di fermarsi a Castelseprio
e affrescare le pareti di una piccola e misera
chiesa. Forse proveniva dall’Oriente, forse
dalla stessa Bisanzio: è ispirato da un’armonia
intima e vibrante, così deciso
e leggero nel descrivere con
immediatezza inventiva, quasi
a ritmo di striscia di fumetto,
la storia della nascita di Cristo
che si rimane stupefatti, ma è
una meteora che non ha
lasciato seguaci e così il
mistero e il fascino di Santa
Maria suggestionano ancora
di più.
Visitiamo la quarta
regina,
lasciandoci
alle spalle la boscosa
collina su cui sorgeva
il castrum e scendendo
nella media valle
dell’Olona.
Qui
troviamo una torre,
una chiesa e una
cascina che un tempo
costituivano l’avamposto della fortezza di
Castelseprio, ma divennero, intorno all’VIII
secolo, la sede del Monastero di Torba, una
piccola comunità di monache benedettine che
ressero per lungo tempo al disagio
dell’isolamento e dell’insalubrità del luogo,
finché la povertà in cui versavano ebbe il
sopravvento e nel 1481 si trasferirono a
Tradate. Da allora l'antico convento fu
utilizzato da famiglie contadine fino al 1970.
Oggi il complesso monumentale è di proprietà
del FAI, che ne ha curato il restauro.
Qui ha lasciato traccia di sé una Badessa
importante dal nome longobardo, Aliberga. Al
primo piano della poderosa torre (V secolo), un
tempo adibito a
sepolcreto,
ammiriamo il suo
affascinante volto,
tracciato ad affresco
nello sguincio destro
della
finestrella,
affiancata da una
consorella, di cui
restano solo tracce
delle
mani,
e
sovrastata da un
vescovo di cui resta
la veste. I caratteri
stilistici del nome,
tracciato in ocra giallo a cui è stato poi
sovrapposto, in bianco, il nome Casta, fanno
riferimento all’VIII secolo. La sala al secondo
piano della torre, utilizzata in passato come
oratorio, era completamente decorata con
affreschi di età carolingia con richiami di vita
monacale e immagini sacre; ci colpisce una
teoria di monache dal volto dilavato dal tempo,
ma con mani vivacissime che imprimono
movimento all’intero gruppo.
Una rumorosa battaglia di bambini in
improbabili vesti storiche inseguiti da mostri…
‘fantagotici’, stile Il signore degli anelli, dà
vita al piccolo borgo medievale, recuperato dal
silenzio secolare.
Incalzati dall’intenso programma e dal pranzo
imminente, ci spostiamo a Castiglione Olona
28 Vita di Club
e inoltrandoci nel centro storico per
raggiungere il ristorante notiamo che è fatto di
case a corte di antica origine su cui spicca il
colore del cotto toscano dalle varie tonalità di
rosso. Arriviamo in Piazza Garibaldi, una
piccola piazza cuore dell'antico borgo e ancora
oggi confluenza naturale di vie e vicoli. Gli
edifici che la attorniano, pur restaurati nel
tempo, restituiscono la visione di insieme di
cinque secoli fa, quando Castiglione era la
"cittadella ideale" voluta dal Cardinale Branda
Castiglioni nel rispetto dei canoni urbanistici
rinascimentali. Su tutto spiccano il sobrio
Palazzo Castiglioni, già abitazione del
Cardinale, e la Chiesa di Villa che guarda
frontalmente il "palazzo dei signori". Fu
proprio l’insigne prelato a trasformare l’intero
borgo di Castiglione Olona, realizzando, a
partire dai primi decenni del XV secolo, il
primo esempio di umanesimo toscano in
Lombardia.
contendevano il papato. Ci piace immaginare
che Branda Castiglione conobbe Carlo
Malatesta che accompagnò a Costanza il papa
Gregorio XII da lui difeso militarmente e
giuridicamente. Su commissione del cardinale
Branda Castiglione, mecenate intelligente ed
appassionato, quasi negli stessi anni in cui gli
Zavattari operavano a Monza, a Castiglione
Olona operava Masolino da Panicale (1383
– 1440). Nella Cappella privata del
Cardinale, oggi Battistero, presso la grande
chiesa della Collegiata, nel 1435 creò il suo
capolavoro affrescandone le pareti e le volte
con “Il Battesimo di Cristo” e “Storie
della vita di San Giovanni Battista”.
Masolino era aggiornatissimo e conosceva
le novità di prospettiva, di spazialità e di
anatomia, ma anche legato al gotico
internazionale, e comunque, ormai lontano
dall’insostenibile confronto con Masaccio
(cappella Brancacci nella chiesa del
Carmine a Firenze), riprese a dipingere
puntando sull’eleganza dei colori delicati e
Fu un uomo molto importante per la
storia della chiesa e della politica, anche
se i libri di storia fornivano scarse
notizie sul suo conto, fino a quando non
si trovò, nel 1930, nella sua tomba una
pergamena che raccontava la sua vita.
Ambasciatore della Chiesa in Italia e in
Europa, si diede particolarmente da fare
per ricomporre i dissidi che la Chiesa
stava vivendo durante lo Scisma
d’Occidente, fu lui ad organizzare il
concilio di Costanza, fu lui ad
accompagnare in Italia il nuovo papa
Martino V, eletto dopo vari papi ed
antipapi, che, tra Avignone e Roma, si
29 Vita di Club
sulla raffinatezza delle vesti e dei visi (ovali
perfetti, occhi allungati, bocche piccoline),
esprimendo così la sua visione serena e
tranquilla. Negli stupendi affreschi scomparsi
per diversi secoli sotto una mano di calce,
riscoperti in parte nel 1843, ed in parte
addirittura nel 1927, e oggi restaurati, prende
vita una pagina di realtà quattrocentesca: vestiti
con gli abiti del ‘400, il Cardinale Branda
Castiglioni, il Re Sigismondo d’Ungheria,
Filippo Scolari, il condottiero fiorentino al
servizio del Papa Martino V nelle crociate
POETI RIMINESI
ungheresi contro gli eretici, Niccolò d’Este, lo
stesso Masolino e Leon Battista Alberti sono i
personaggi che recitano la parte di commensali
al banchetto di Erode, dove incontriamo la
quinta
regina
della
nostra
storia,
l’imperturbabile Erodiade che riceve dalle
mani di Salomé la testa spiccata del Battista. Il
cardinale e l’artista – come attesta la critica hanno realizzato a Castiglione Olona le “grandi
imprese che fanno di un paese un mondo”. E
noi sottoscriviamo convinti!
di SANDRO PISCAGLIA
Un medico poeta
POESIE D’AUTUNNO
L’
Editore Panozzo ha pubblicato, con
grande discrezione, un libro di cui è
autore una persona conosciutissima
in Rimini. Anche il titolo è sommesso: "Poesie
d'autunno" del prof. Giancarlo Zaoli.
Leggere questo libro è gradevole per la forma
impeccabile e per la scorrevolezza dei versi ed
è una grande sorpresa perché sono poesie
ricche di pensieri profondi, completi, conclusi,
ricche di osservazioni originali ed acute.
La forma è sempre ineccepibile e c'è, intenso, il
gusto per il bello, per ciò che è raffinato e,
anche quando è estroso, mai sconcertante.
L'autore è intelligente, capace, capacissimo di
apprezzare in ogni circostanza il bello, di
valutare il buono e di trovare la soluzione
efficace ed elegante. In ogni situazione
mantiene distacco, conserva l'aplomb, sa essere
cortese ed efficiente e contiene l'emozione.
Ha scritto solo per sé. Ora, però racconta anche
ai nipotini e, nella felicità d'esser nonno, dona
anche ai lettori. Dona rappresentazioni vive,
vivide, esatte, preziose, piene di messaggio e di
penetrazione psicologica. Lo stile è costante,
inconfondibile anche quando, per dar prova a
se stesso d'esser capace, cambia metro, cambia
ritmo. È se stesso il poeta, contento di essere
come è stato, perché se avesse voluto altro
nella vita, ce ne dà una prova con i versi,
avrebbe potuto e saputo esserlo. Zaoli sente la
mestizia del tempo che corre ma non per
questo teme la morte, vorrebbe soltanto da
parte di lei un comportamento leale; sa che
dovrà soccombere, ma vuol perdere ai punti,
con onore.
Sa portare abiti ricchi con la naturalezza di un
bizantino, sa far versi perfetti e disporli in una
teoria di poesie impeccabili in un libricino
prezioso, senza esibizionismi. Le pietre
preziose e la luce “adamantina” sono le tessere
preferite di questo strano bizantino, razionale e
passionale.
Artista è, artista davvero, perché interpreta in
maniera convincente la natura degli esseri
viventi anche se lontanissimi da noi nella
filogenesi ed è musicale. “Il crosciare dell’
acqua nel ruscello” pare che ci sussurri; il più
comune: “lo scrosciare” avrebbe avuto impeto
e sonorità non autentiche.
È bello scoprire in un uomo di scienza un così
ricco palpito di poesia.
È bello constatare che a Rimini le sorprese non
finiscono mai.
G. Zaoli, Poesie d'autunno, ed. Panozzo.
30 Vita di Club
ITINERARI
di FRANCA MARANI
La Valle di Antas nella Sardegna segreta
I LUOGHI SOGNATI
C
i sono luoghi dell’anima, ignoti
e sconosciuti, che hai già
sognato senza saperlo perché,
quando li scopri, è come se ti
appartenessero da sempre, in quanto
appagano pienamente un'istanza segreta
del cuore, un bisogno nascosto che
improvvisamente trova una sua compiuta
risposta. La vita si ferma in quel tempo
sospeso che è pura contemplazione, in
quell'assenza di pensiero che lascia spazio
alla perfetta armonia interiore, mentre
l'animo attinge a qualcosa di sublime,
facendo propria la perfezione e la bellezza del
creato. Felicità? No, è qualcosa di diverso: è
appagamento totale, serenità, dolcezza,
annullamento nel cosmo, “atarassia” per dirla
coi Greci, “nirvana” secondo la filosofia
orientale; la felicità è empito del cuore, una
grande onda che ti solleva in alto incalzandoti e
facendoti intensamente emozionare e palpitare;
l'appagamento interiore è incanto, è una musica
dolce, priva di vibrazioni intense, che lascia
spazio ad un progressivo dilatarsi dell'animo ad
accogliere ed assolvere in sé quanto lo
circonda. Questi sono i luoghi dell'anima,
segretamente sognati e inaspettatamente
trovati, luoghi che da sempre ti appartengono
senza che tu lo sappia, luoghi che da sempre
sono dentro di te e in te e che aspettano solo
che tu li scopra. Nella Sardegna segreta, quella
che amo ed ostinatamente ricerco, la Sardegna
non toccata dal flusso turistico, dal chiasso
arrogante, dalla falsità e dall'ostentazione di un
mondo sopra le righe che ha perduto il senso
autentico della vita, è dato trovare alcuni di
questi luoghi atemporali e perfetti, sintesi
armonica dei colori, suoni e profumi della
natura e delle forme architettoniche createvi
dall'uomo che ha saputo interpretare il Genius
Loci senza far violenza all’ habitat
preesistente. Uno di questi è l'area archeologica
della valle di Antas nell’Iglesiente, un’area
geografica quasi dimenticata dal turismo, dove
puoi trovare dune ocra di tipo africano alte fino
a dieci metri a ridosso di un mare blu cobalto,
rilievi in cui la macchia mediterranea domina
incontrastata coi suoi colori e profumi, strade
polverose che si snodano curvilinee sulle
alture, affiancate da scheletri di antiche miniere
abbandonate, sentieri ancora segnati dalle
traversine delle antiche ferrovie che portavano
il minerale al mare, vie dissestate che ti
costringono ad attraversare a guado fiumi rossi
per i detriti del ferro, le cui acque intensamente
colorate contrastano vivacemente con il verde
pallido dei canneti e quello lucido e intenso
degli arbusti di mirto. Nella valle di Antas,
percorsa dal “ruscello dello Spirito Santo”,
respiriamo
un
paesaggio
naturalistico
straordinario: boschi dal verde cupo e
ininterrotto, che ti chiudono come pareti
compatte, una vegetazione riparia dal verde più
dolce e variegato, una macchia punteggiata da
fiori ed arbusti di innumerevoli colori, ora
teneri, ora brillanti, e, qua e là, affioramenti
rocciosi presenti già 500 milioni di anni prima
della comparsa dell'uomo. Lame di luce
improvvisamente si aprono un varco tra
l'intrico del fogliame del bosco accendendo la
natura di straordinarie lumie prima che si arrivi
a scorgere l'aperta distesa del sito archeologico,
sovrastata da un cielo di un azzurro intatto e
inondata di sole. "La valle di Antas offre al
visitatore attento un paesaggio naturalistico che
31 Vita di Club
va ben oltre l'aspetto storico e culturale;
sensazioni mistiche e una sacralità quasi
tangibile sono le emozioni che le popolazioni
del passato avevano avvertito già a suo tempo"
- leggiamo sull’opuscolo che viene dato
all'ingresso. Nel luogo infatti è attestata una
frequentazione fin dall'età nuragica; ed è ben
vero che fin dai tempi remoti tale
frequentazione è stata legata all'attività
estrattiva e che fu la ricchezza dei giacimenti
minerari ad attirare l'attenzione prima dei
Cartaginesi poi dei Romani, ma è altrettanto
vero che fin dal primo insediamento è
testimoniata una presenza legata a pratiche
religiose, sacrali e cultuali. Anche all'interno
della grotta di Su Mannau, di notevole
interesse archeologico, collegata all'area del
tempio di Antas da un antico sentiero,
chiamato strada romana, vi sono testimonianze
legate alla religiosità: nella prima sala infatti
resti di lucerne ad olio e navicelle votive
attestano la pratica del culto delle acque dal
periodo fenicio-punico a quello romano. Ma è
nell'area archeologica vera e propria che
respiriamo in modo più intenso la sacralità, là
dove le maestose colonne del tempio romano
dedicato all'adorazione del Dio eponimo dei
Sardi, il Sardus Pater Babai, sono vegliate,
come da sentinelle, da lentischi centenari. Sono
colonne imponenti, alte circa 8 m., sovrastate
da eleganti capitelli in stile ionico, costruite in
blocchi di calcare di tipo poroso, estratto dalle
vicine cave, dove sono ancora ben visibili le
linee di taglio che venivano eseguite dagli
antichi per effettuarne l'estrazione. Via via che
ci muoviamo prendendone possesso, l'incanto
del luogo, tutto armonia e luce, in una
solitudine e un silenzio rotto appena dal ronzio
sottile di insetti d'ogni tipo e colore, ci
coinvolge a tal punto da farci dimenticare la
realtà e da trasportarci in un tempo remoto che
ora ci appartiene più di quello reale che stiamo
vivendo. E siamo prima antichi abitatori del
villaggio nuragico del Bronzo finale (1200-900
a.C.) intenti a propiziarci il Dio Sid Addir,
grande dio delle acque e della vegetazione,
quindi siamo cartaginesi che nello stesso luogo
perpetuiamo il culto del Dio Sid Addir Babai
costruendo prima un sacello nel 500 a.C.
attorno all'affioramento calcareo considerato
roccia sacra e successivamente abbellendolo
con una serie di trasformazioni e l’aggiunta di
decorazioni esterne nel 300 a.C. Infine siamo i
romani che durante l’impero di Augusto
riedifichiamo il tempio con lo stesso
orientamento di quello punico, ma in una zona
un poco più sopraelevata, facendolo precedere
da una scalinata d'accesso, in forma
rettangolare, diviso longitudinalmente in tre
parti: pronao – cella – adyton bipartito. Il
pronao è tetrastilo, con quattro colonne frontali
e due laterali; la cella, cui è possibile accedere
mediante due ingressi laterali, è pavimentata
con un pavimento mosaicato a bordo nero;
l’adyton, la parte più sacra, presenta nel primo
vano due vaschette impermeabilizzate per le
sacre abluzioni da eseguire prima delle
cerimonie sacrificali, mentre nel secondo vano
accoglie la statua colossale1 del Sardus Pater
con il braccio destro alzato in segno di
benedizione e una lancia nell'altra mano. A lui
portiamo doni votivi come statuette in bronzo,
monete e lance in ferro2, per propiziarcelo in
una terra che ci è utile per i minerali che da lei
possiamo estrarre, ma che non amiamo molto,
perché troppo arida, rude e inaccessibile,
troppo ostile alla nostra colonizzazione. Infine
siamo i Romani che sotto l’imperatore
Caracalla, nel III sec. d.C., lo restauriamo,
come
attestato
dall’iscrizione
posta
sull’epistilio nel frontone. Alzando gli occhi,
leggiamo la dedica datata 213-217 d.C.: “In
onore dell'imperatore CESARE MARCO
AURELIO AUGUSTO, PIO FELICE, il
tempio del Dio SARDUS PATER BABAI,
rovinato per l'antichità, fu restaurato a cura di
QUINTO (?) CELIO (o COCCEIO)
PROCULO”. Il riferimento cronologico ci
riporta al presente, ma non cancella quel senso
di malia sottile, di fascino segreto, l'incanto dei
suoni, luci, colori, sussurri e ronzii che in ogni
epoca hanno catturato l'anima dell’uomo,
parlandogli di sacralità e magia in questa terra
multiforme che Beppe Severgnini definisce
“affollata di pietre e di misteri”.
1
L'ipotesi circa la statua andata perduta si basa sul
rinvenimento di un dito di bronzo della mano lungo ben
15 cm. che fa presupporre una statua alta 3 m. e
sull'analogia con una statuina rinvenuta in una delle
tombe della necropoli antistante il tempio raffigurante un
individuo ignudo, col braccio destro alzato in atto
benedicente e nell'altra mano una lancia che si ritiene
possa essere la più antica raffigurazione del Sardus Pater
Babai.
2
Tali oggetti sono tra i ritrovamenti più significativi
nell'area del tempio.
32 Vita di Club
_t ätÄÄx w| TÇàtá
I
\ ÄâÉz{| áÉzÇtà|
II
ÇxÄÄt ftÜwxzÇt áxzÜxàt
III
YÉàÉzÜty|x w|
ctÉÄÉ `tÜtÇ|
IV
SERVICE
di ANNA BIONDI
Quando la solidarietà è divertimento
MUSICA IN CONCERTO
V
enerdì 13 aprile 2007 sulle
rosse
poltroncine
del
Teatro Ermete Novelli di
Rimini c’era chi
virtualmente
ballava,
accennando con le spalle e le
gambe movimenti a ritmo di jazz, di
swing, di samba. Gli over 60 con aria
rapita sognavano di abbracciare l’amato
bene come nel tempo che fu sull’onda
della suggestione operata dalle musiche
meravigliose che dal palcoscenico si
irradiavano nella sala come… “Polvere
di stelle” (di Carmichael). I magnifici
artisti che hanno dato vita a tanta
emozione erano su quel palco
gratuitamente per tramutare la loro arte
in strumento di solidarietà. Per
raccogliere fondi allo scopo di
all’Italia, un giro del mondo nel tempo e nello
finanziare l’addestramento dei cani guida per
spazio partendo dalle celeberrime “Rapsodia in
ciechi si è mossa anche quest’anno la
blu”, “Summertime” e “The man i love” di
collaudata équipe che collabora con l’Officer
George Gershwin a “Night and day” di Cole
Distrettuale Pietro Giovanni Biondi (Pinuccia
Porter, da “Caravan” di Duke Ellington a “New
Benelli Liberati, Franca Fabbri Marani, Paolo
York New York” di Kander, da “Les feuilles
Giulio Gianessi del Lions Rimini Malatesta e
mortes” di Kosma a “Memory” di Webber.
Guido Zangheri del Lions Rimini Riccione
Aveva
ragione
il
trombettista
jazz
Host), adoperandosi per stampare locandine,
afroamericano Dizzy Gillespie a dire “Alla
sbrigare pratiche, distribuire inviti, vendere
biglietti, ecc. ecc. Ma in testa a tutti ha preso a
gente non importa se gli suoni un accordo di
cuore la bella, quanto pressante finalità il
tredicesima fratturata, purché lo possa
ballare”. E i presenti infatti ballavano…
maestro Benedetto Franco Morri, Lions del
Quando i ritmi sono diventati brasiliani (“Tico
Club Santarcangelo di Romagna, raffinatissimo
Tico”), l’atmosfera si è fatta intrigante e
pianista che ha formato per la singolare
quando Nicoletta Menarini ha intonato
occasione un complesso prestigioso con
languidamente “Besame mucho”, molti hanno
Gianni Esemplare alle percussioni, Onorino
cantato con lei: “Besame, besame mucho /
Tiburzi al contrabbasso, il giovanissimo
Stefano Ravaioli alla chitarra e la voce solista
Como si fuera esta la noche la ultima vez /
Nicoletta Menarini, interprete suadente e
Besame, besame mucho / que tengo miedo a
perderte / perderte despues…”. La canzone di
sensuale di melodie che fanno letteralmente
Consuelo Velasquez non è molto allegra, ma,
vibrare. Per emozionare il generoso pubblico
poiché ha fatto innamorare il mondo intero, ha
che ha risposto all’appello pro cani-guida sono
il potere di mettere di buon umore, di far
stati scomodati i grandi compositori del
sentire giovani giovani. Il repertorio di
Novecento e i loro capolavori. Dal
Nicoletta è decisamente vario: bellissima la sua
Nordamerica all’America latina, all’Europa e
33 Vita di Club
“My Way” (“And now, the end is near / And so
I face the final curtain / My friend, I'll say it
clear / I'll state my case, of which I'm
certain…”) di Claude François, che non ha
fatto rimpiangere Frank Sinatra, così come un
arrangiamento straordinario ci ha regalato una
perfetta “Coimbra”, uno dei successi di Amalia
Rodriguez, regina del fado. Ma arriviamo
all’Italia. Per interpretare “Reginella” ci voleva
un napoletano d.o.c., così Gianni Esemplare ha
lasciato le percussioni, sorprendendoci con la
sua bellissima voce a cui ha fatto immediata
eco il coro del pubblico: “Te si' fatta na vesta
scullata, / nu cappiello cu 'e nastre e cu 'e
rrose... / stive 'mmiez'a tre o quattro sciantose /
e parlave francese...è accussí?”. Per “La vita è
bella” di Piovani la voce di Nicoletta è
diventata
dolcissima
e
generale
la
commozione, ma nessuno si aspettava il gran
finale. Dopo una pirotecnica carrellata di
motivi suonati al piano dal maestro Morri che
ci ha portati fino al felliniano Amarcord di
Nino Rota, un finale a sorpresa. È entrato in
scena un gigantesco
personaggio con il volto
parzialmente
mascherato: il Fantasma
dell’opera (capolavoro di
Andrew Lloyd Webber,
il
miglior
musical
britannico con incassi
record) ha dato inizio ad
un potente duetto con la
cantante. Per il Phantom prestava la sua voce
tenorile A.C., un alto funzionario cittadino in
incognito; se la sua carica o la sua modestia
non gli hanno permesso di rivelarsi al pubblico,
è doppiamente lodevole per la sua generosa
disponibilità. Fa tanto bene al cuore constatare
quanta gente si muova per aiutare. Nel corso
della serata, dopo la presentazione iniziale da
parte dell’Officer Distrettuale, Andrea
Martino, presidente del Centro Cani Guida per
Ciechi di Limbiate (MI), ha spiegato le
esigenze del Centro e la vastità del suo
impegno; in rappresentanza dei Leo, il vice
Presidente del Distretto Leo 108A Luca Dal
Prato (Leo Club Faenza) e il delegato T.O.N.
Pe Enrico Angelini (Leo Club Valle del
Conca) hanno presentato il loro programma
che prevede attività a favore del Centro, come
una Maratona a Morciano di Romagna il 17
giugno p.v. Infine la Lions Silvana Rossi,
socia del Club Santarcangelo, ha informato
sulle iniziative per la Campagna Sight first 2,
come l’imminente vendita di orchidee nelle
piazze. Una volta di più, unendo l’utile
al dilettevole, si è raggiunto l’obiettivo
della solidarietà: circa 400 persone, tra
cui il primo cittadino di Rimini, il
sindaco Alberto Ravaioli, e numerosi
soci dei Lions Club locali (Rimini
Malatesta, Santarcangelo, RiminiRiccione Host, Riccione, Cattolica,
Morciano), sono uscite dal teatro
canticchiando felici.
Andrea Martino e Pietro Giovanni
Biondi consegnano ai musicisti la
statuetta simbolo dei Cani guida.
Il maestro Morri, Nicoletta
Menarini (voce solista), Stefano
Ravaioli
(chitarra),
Gianni
Esemplare (percussioni).
34 Vita di Club
MEETING
di FRANCO PALMA
Piero della Francesca a Rimini
L’ARTISTA E IL TIRANNO
L
a serata del 24 aprile è stata dedicata
al tema “L'artista e il tiranno”,
relatore un illustre riminese, il
professor Antonio Paolucci, già
ministro dei Beni Culturali tra il 1995 e il
1996, e sovrintendente ai Beni
artistici di numerose città, docente
universitario
e
giornalista.
Presentato
e
festeggiato
affettuosamente
dai
suoi
ex
compagni di Liceo, tra cui Anna
Cavallari, Paolucci ha raccontato il
contesto storico-culturale in cui è
avvenuto l’incontro tra le due
personalità d’eccezione, Piero della
Francesca, l’artista, e Sigismondo
Malatesta, il tiranno, che a Rimini
hanno lasciato due capolavori che si integrano
e si danno lustro l’un l’altro. Della presenza a
Rimini di Piero i segni rimasti sono veramente
pochi; se si considera poi che il ritratto di
Sigismondo è a Parigi al Louvre, l'unica
testimonianza è l'affresco del Tempio
malatestiano. Il professore ha esordito dicendo
che pochi sono i documenti che attestino la
chiamata di Piero a Rimini da parte di
Sigismondo. Esiste una lettera indirizzata a
Giovanni de’ Medici nella quale si fa richiesta
di un pittore "per decorare la cappella del
tempio in costruzione prima che i muri fossero
asciutti", ma non esistono prove di una
pressione del signore di Firenze, visto che il
pittore era sì a contatto con l'ambiente culturale
fiorentino, ma non gravitava nell'orbita
medicea. Più probabile è pensare che Piero
della Francesca sia stato indirizzato a Rimini
da Borso d'Este, data l'amicizia dei due signori
e la presenza di Piero a Ferrara, dove eseguiva
dei lavori. La sua permanenza a Rimini deve
essere stata particolarmente prolungata a corte,
perché gli ha dato la possibilità di
compenetrare il carattere del signore di Rimini
e renderlo leggibile nella sua opera nel
Tempio. Sigismondo è in un periodo di grande
euforia. Nel 1447
ha iniziato i lavori
del Tempio, che
trasformeranno il
vecchio
San
Francesco gotico
nel
mausoleo
rinascimentale che
ospiterà lui e le
ossa dei suoi avi.
Egli lo dedica con
due lapidi in greco,
sulle pareti laterali, "a Dio immortale e alla
città" in ringraziamento "degli scampati
pericoli dalle guerre italiche". Sigismondo è un
despota, intelligente, colto; è un uomo del suo
tempo, mecenate per ambizione di gloria eterna
e perciò proietta tutta la sua attività nell'opera
del Duomo. Abbiamo detto "voto per gli
scampati pericoli dalle guerre italiche", i
pericoli corsi sono veramente pochi: dopo
l'assedio di Gradara manda libero il
Carmagnola suo nemico, schierato in campo
avverso coi veneziani, anzi lo accompagna
fuori dal territorio. La cosa porterà al
condottiero un processo per tradimento ed una
morte atroce e vergognosa. Sigismondo aveva
anche chiesto in sposa la figlia del Carmagnola
pretendendone la dote mai più restituita dopo i
fatti. Quanto poi all'assedio di Piombino non si
hanno notizie dei pericoli corsi dal Malatesta a
meno che non si giudichi pericoloso il
voltafaccia fatto ad Alfonso di Aragona e al
Papa che in quella guerra era dalla stessa parte
del re di Napoli. Ma torniamo a Piero e
all’affresco giustamente famoso che era nella
Cella delle reliquie del Tempio, raffigurante
Sigismondo Malatesta con san Sigismondo, ora
staccato ed esposto altrove. Se il tempio
35 Vita di Club
malatestiano nasce da un voto, altrettanto vale
per l'affresco riminese di Piero, opera in cui
l'intento
devozionale
va
colto
nell'inginocchiarsi del donatore davanti
all'omonimo santo protettore, e nell'iscrizione
sottostante: SANCTUS SIGISMUNDUS,
SIGISMUNDUS
PANDULFUS
MALATESTA. Come ho già accennato, la
figura, il carattere e le aspirazioni del signore
di Rimini sono ben note a Piero il quale si
impegna a creare un'opera che sia alla pari del
Tempio, testimonianza ai posteri della
grandezza e nobiltà del committente. L'affresco
era stato concepito per ornare non la cella delle
reliquie ma bensì una cappella del Tempio. La
figura
di
Sigismondo
in
ginocchio,
centralizzata in maniera decisa, fa convergere
su di lui anche le linee di fuga, per
sottolinearne
l'importanza: il principe
è lui, tutto il resto gli
gira
intorno;
centralissimo,
di
profilo, inginocchiato
su un gradino più basso
di quello dove è seduto
San Sigismondo. Il
signore di Rimini è con
le mani giunte, in una
posizione innaturale e
crea
una
semicirconferenza
ideale che va dalla testa al gomito. Sigismondo
guarda lontano, non sembra colloquiare col
santo, che è davanti a lui in posizione
diagonale. Il suo sguardo è fisso, può essere di
cinismo o di subdolo ammiccamento; così
come le labbra sottilissime sembrano trattenere
un sorriso o un ghigno, oppure aprirsi per
pronunciare una sentenza. Ciò che catalizza i
suoi pensieri, ciò su cui fissa la sua attenzione,
gli è di fronte, ma in un punto lontano. Il santo
che ha di fronte è in posizione arretrata e
diagonale con in mano gli attributi del potere,
seduto su uno scalino più alto. Aleggia un
clima di suspence. San Sigismondo sembra
pronto a conferire un riconoscimento di
autorità ad un uomo segnato dalla storia,
pronto a salire il gradino su cui è il santo; ci fa
pensare o presentire l'investitura a marchesi di
Rimini, assieme ad Isotta, sempre sognata e
mai ottenuta. La presenza dei due cani
dimostra che l'uomo ha i requisiti per
l'esercizio dell'autorità. Attenti scrutatori uno
del passato (cane nero), l'altro del futuro (cane
bianco), rappresentano le virtù dell'uomo
saggio che sa vivere con prudenza, sapienza,
scaltrezza, ma anche con fortezza. Una fortezza
rappresentata dal castello nell’oculo laterale a
destra dell'affresco; queste virtù non sono
estranee al comportamento di Sigismondo. Non
tutto brillerà nella vita del signore di Rimini
come auspica l'affresco di Piero. Sigismondo
incontrerà un acerrimo nemico, più potente di
Federico di Montefeltro duca di Urbino. Questi
sarà Pio II Piccolomini, suo nemico politico
giurato, che lo attaccherà per le sue ribalderie,
gli spergiuri, per aver costruito un tempio
pagano senza un segno della divinità, per aver
preparato una sfarzosa tomba per la sua amante
Isotta ancora in vita, mentre le ossa delle due
mogli giacciono sotto lo scalino della cappella
di fronte (Eleonora d'Este e Polissena Sforza,
quest'ultima soffocata
dai suoi bastardi). Non
meno
pesante
l'angiolino che da un
festone
di
questa
cappella fa la pipì
sull'altare. L'odio del
Papa finirà con la
condanna al rogo per
spergiuro e assassinio e
con la esecuzione in
effigie. Contrariamente
a ciò, osservare la sua
effigie nel Tempio è
come tornare indietro o assistere ad un restauro
di un'opera precedente nel tempo. Il signore di
Rimini, fedifrago, pasticcione, ladro di pietre e
di marmi, è effigiato con l'immagine dei cani,
legata come è al concetto di fedeltà, e serve a
Piero per ricostruire attorno a Sigismondo
l’aureola perduta, un alone di rispetto alla
parola data, alla fedeltà ai padri. Piero non era
venuto a Rimini per caso, ma per tradurre
figurativamente la gloria e la grandezza di
Sigismondo, in una immagine eterna che il
tempo e la storia non potevano offuscare.
Castello = fortezza, cani = fedeltà, l'affresco
doveva essere deposto nella cappella di San
Sigismondo, ma per motivi di logica e di
spazio, venne posto nella cella delle reliquie, al
suo posto c'è invece la statua di San
Sigismondo. Nella predella sottostante c'era
una serie di pannelli marmorei di cui uno solo
superstite è al castello Sforzesco di Milano;
sotto una lunga dedica in latino. Dalla cella
venne aperta una finestra per mettere in
comunicazione l'effigie con la cappella di San
36 Vita di Club
Sigismondo. Alla consacrazione c'era tutto il
clero e la Chiesa intera ad incontrare “lui”
inginocchiato davanti a San Sigismondo. Per
bolla di Papa Nicola, chi avesse pregato in
quella cappella avrebbe lucrato anche un
indulgenza. In questa meravigliosa stagione di
Rimini Piero aveva vissuto da protagonista,
incontrando un uomo che avendo intuito il suo
ingegno gli aveva dato modo di esprimersi per
essere poi raccontato e immortalato. A Rimini
aveva finalmente dimostrato di quale
meravigliosa magia fosse capace la sua
straordinaria cultura, la padronanza della
metafora e la sua arte logica e matematica.
a cura di VITTORIA CURRÒ DOSSI
(Traduzione dallo spagnolo)
CURIOSITÀ FILOSOFICHE
Dedicato alle persone nate prima del 1980
HAPPY DAYS…
Q
uesto scritto è dedicato alle
persone che sono nate
prima del 1980 e la verità
è che non mi so capacitare di
come siamo potuti sopravvivere.
Siamo stati la generazione
dell’“attesa”, abbiamo trascorso
la nostra infanzia e la gioventù
“aspettando”.
Dovevamo
aspettare due ore di digestione per
non morire nell’acqua, dopo il pranzo
ci aspettavano due ore di siesta per riposare; ci
lasciavano a digiuno tutta la mattina della
domenica fino al momento della comunione, le
malattie si curavano “aspettando”. Guardando
indietro nel tempo è difficile credere che siamo
ancora vivi. Viaggiavamo in macchina senza le
cinture di sicurezza e senza air bag, facevamo
viaggi di 10/12 ore con 5 persone chiusi in una
600 e non soffrivamo della sindrome della
classe turistica. Non avevamo porte, armadi o
bottigliette di medicinali con i tappi a prova di
bambino. Andavamo in bici senza casco,
facevamo autostop e guidavamo le moto senza
patente. Le altalene erano di metallo e con gli
spigoli a punta. Passavamo ore a costruire
carretti per scendere lungo i pendii e solo
scendendo ci accorgevamo di aver dimenticato
i freni. Uscivamo di casa al mattino,
giocavamo tutto il giorno e tornavamo a casa
solo al momento in cui le luci delle strade si
accendevano. Nessuno sapeva dove eravamo.
Non c’erano cellulari. Ci rompevamo denti e
ginocchi e non esisteva alcuna legge per
querelare i colpevoli. Ci aprivamo la testa
giocando a guerra con le pietre, ma non era un
problema, erano cose di bambini e ci
curavano con mercromina e qualche
punto. Nessuno da incolpare, solo
noi stessi. Mangiavamo dolci e
bevevamo bibite ghiacciate e tutto
quello che si poteva bere, nessuno si
è mai contagiato. Prendevamo i
pidocchi a scuola e le nostre madri
ci lavavano la testa con aceto bollente.
Non ci davamo appuntamento con gli
amici, semplicemente uscivamo in strada e
lì ci incontravamo… Andavamo in bici senza
chiedere il permesso ai genitori e noi là fuori
soli nel mondo crudele, senza nessun
responsabile. Ma come abbiamo fatto!!!
Facevamo giochi coi bastoni e le nostre palle
finivano sempre nel giardino del vicino che
aveva puntualmente un brutto carattere.
Cacciavamo lucertole e uccelli con il fucile “a
pallini” senza essere maggiorenni e senza la
presenza degli adulti. DIO MIO!!! A scuola
durante la ricreazione non tutti venivano presi
nei gruppi e chi era escluso imparava a lottare
con la delusione. Andavamo in villeggiatura 3
mesi di seguito e stavamo ore sotto il sole
senza crema protettiva, senza lezioni di vela, di
surf o di golf, però sapevamo costruire
fantastici castelli di sabbia e pescare con la
fiocina.
Sperimentavamo
la
libertà,
l’insuccesso, la gloria e la responsabilità e
dentro tutto questo diventavamo grandi. A tutti
quelli che sono nati prima del 1980.
FELICITAZIONI!!! Avete avuto la fortuna di
crescere come bambini.
37 Vita di Club
CURIOSITÀ METEOROLOGICHE
di MARIO GIULIACCI
Ricercate dai meteorologi…
LE DONNE CON CAPELLI ROSSI!
I
mmaginate per un attimo di vedere un
meteorologo che, con un paio di forbici in
mano, si avvicina, quatto quatto, alle spalle
di una signora con i capelli rossi. Penserete,
ovviamente ed a ragione, che costui è
senz’altro un maniaco sessuale animato da
propositi omicidi. Certo il gesto sarebbe
riprovevole e da condannare ma la motivazione
potrebbe essere molto più semplice e
addirittura… innocente. Ebbene dovete sapere
che i nostri capelli sono molto sensibili
all’umidità dell’aria tanto che più l’aria è secca
più si accorciano. Al contrario, quanto più
l’aria è vicina alla saturazione – come, ad
esempio, in una giornata piovosa o nebbiosa o
molto afosa - tanto più si allungano, fino a
formare, in casi estremi, pieghe o riccioli. Lo
sanno bene tutte le donne che appunto evitano
di andare dal parrucchiere nelle giornate
piovose onde evitare che una pettinatura
“liscia” si trasformi in breve tempo in una
pettinatura ”crespa”. Ma cosa c’entrano, mi
direte, le donne con i capelli rossi? Ebbene, i
capelli più sensibili all’umidità, ovvero quelli
che variano di più la propria lunghezza al
variare dell’umidità, sono quelli delle donne,
meglio ancora se con i capelli biondi. Ma
l’allungamento massimo si verifica con i
capelli delle “rosse”. Ecco perché lo strumento
“principe” impiegato in meteorologia per
misurare l’umidità dell’aria è l’ “igrometro a
capelli”, costituito appunto da un fascetto di
capelli, possibilmente di donne con capelli
rossi, i cui accorciamenti o allungamenti al
variare dell’umidità, mettono in movimento le
lancette dello strumento.
Milano, Serata di beneficenza per il compleanno di
Andrea Martino (AUGURI!) e incontro con il
simpatico Colonnello, socio del Lions Club Segrate.
CURIOSITÀ NAZIONAL-POPOLARI
di MARIO ALVISI
Quando anche il kitsch ha un senso
UN PISOLO IN GIARDINO
N
ello scrivere gli articoli per la nostra
rivista ogni tanto mi viene il
desiderio di divagare sulle curiosità
che ci circondano; vi ho già parlato
di cioccolata, tappeti, bicchieri, orologi e così
via. Serve per rompere con la serietà che ci
contraddistingue o per fermarci un momento
sulle piccole cose che sono attorno a noi e alle
quali non sempre facciamo caso. D’altra parte
stavolta si tratta di un fenomeno che ora
appassiona anche scrittori e sociologi, se è vero
che il 26-27 maggio si è svolto a Bagno a
38 Vita di Club
Ripoli il Primo Convegno Nazionale sugli…
gnomi: “Da Morgante a Mammolo:
fenomenologia del nano da giardino”. Proprio
di questo mi piace parlarvi stavolta: del Nano,
o meglio, dei sette nani (a volte è compresa
Biancaneve) che adornano i giardini di tante
villette di periferia o di campagna. Tutte le
mattine, salendo la superstrada per San Marino,
mi trovo sulla destra un grandissimo spiazzo
colmo di queste statuette multicolori, segno
evidente della loro forte richiesta. Da recenti
statistiche in Europa ne sono censiti 30 milioni.
Ognuno di noi li ha notati, magari
accompagnando lo sguardo con commenti
negativi. Ebbene, in un’epoca come la nostra in
cui esiste il MALAG (Movimento Autonomo
per la liberazione delle anime da giardino) che sembra essersi esteso anche ai Babbi
Natale da finestra – c’è anche chi, sul curioso
argomento, ha scritto un libro1, come Raul
Pantaleo, Un Pisolo in giardino (Elehutera),
che ha attirato la mia attenzione in occasione di
un regalo per mio nipote Tommaso, di nove
anni. A sentire lo scrittore, che peraltro è
l’architetto degli ospedali di Emergency, il
nano Pisolo va fortissimo, soprattutto nelle
ville dei novelli contadini industrializzati, non
vi anticipo le ragioni. Tutti sappiamo dunque
dove finiscono Pisolo e compagni. Ma forse
non da dove vengano. Ebbene, incuriosito e
sfruttando internet (sul web esistono 199.000
voci che li riguardano), ho scoperto che il
paese natale dei nani è a Grafenroda, un
villaggio al limitare della foresta Turingia in
Germania. Qui è la culla dei nani, tanto è vero
che il piccolo comune, prima chiuso entro la
cortina di ferro e ora noto in tutto il mondo
proprio per i nani, ha affiancato al proprio
stemma uno gnomo, soprannominato “Martin
le coquin” (il briccone o il birbante). Verso la
metà del XIX secolo, quindi non molto lontano
nel tempo, i ceramisti locali sfornavano teste di
cervo in terracotta su cui i cacciatori della zona
apponevano le corna della selvaggina
abbattuta. Con il successo di queste terrecotte
pensarono di ampliare la produzione sfornando
le statuette dei personaggi tratti dalle fiabe dei
fratelli Grimm. Così comparvero anche i
nanetti da giardino. Ebbero un successo
strepitoso per una singolare particolarità: essi
imitavano persone reali. Infatti questi primi
gnomi avevano le sembianze dei lavoratori
delle cave della vicina foresta turingica.
Addirittura, anziché provocare le rimostranze
dei personaggi presi di mira, aumentarono le
richieste proprio da parte dei minatori più
abbienti che celebravano il loro successo
economico facendosi ritrarre in miniatura. Ma
siccome il lavoro della miniera, come tutti
sappiamo, era un mestiere duro, quei minatori
non avevano voglia di sorridere e, quindi, i
nani avevano volti affaticati e barbe
fuligginose. Purtroppo le guerre interruppero,
fra le tante cose, anche la produzione dei nani
che però ripresero ad invadere l’Europa con la
caduta del muro di Berlino, non più con i visi
truci del passato, ma con l’entusiasmo e la
libertà dei tempi moderni. Cioè con il desiderio
di fuggire dalla cruda realtà di ieri e rifugiarsi
nel più piacevole immaginario del presente.
Allora Pisolo e i suoi amici nani hanno una
simbologia?
Un
significato
connesso
all’interiorità umana? Il Pantaleo dice che i
nani rappresentano le forze oscure che sono in
noi e quindi hanno sembianze mostruose.
Oppure che personificano le manifestazioni
incontrollate dell’inconscio, così come ai tempi
delle fiabe, perché si sono sempre permessi
libertà di linguaggio e di gesti presso i re e le
dame del mondo antico. Inoltre il nano
esorcizza la paura del diverso e serve ad
anestetizzare le angosce per un futuro
purtroppo sempre ignoto. Addirittura c’è chi
pensa che siano un segnale di forte
individualismo, dell’incapacità delle persone di
condividere valori comunitari, o mettere a
nudo le modalità più segrete del proprio essere.
E poi - sentite l’ultima - per non continuare a
tediarvi con motivazioni filosofiche: “i nanetti
fanno pensare all’uomo contemporaneo, così
tecnologico ed evoluto e che possiede l’ultimo
ritrovato della tecnologia digitale o l’ultima
auto super accessoriata, come immerso in una
sorta di primitiva infanzia simbolica, da cui
emerge un innocente e inconsapevole desiderio
di relazione con l’ignoto”! Avreste mai
pensato a tutto questo?
1
Margherita Oggero, Così parlò il nano da giardino, Einaudi; Bruno Sanguanini, Giardini e nanetti in Italia, microcultura
di un gusto pop europeo, Cleup
39 Vita di Club
CURIOSITÀ ARTISTICHE
di MARIO ALVISI
Una fusione di arte e natura
IL TAPPETO DELLE ONDE QUIETE
C
astelli, rocche, storie del passato,
funghi, tartufi, formaggi, accoglienti
agriturismo, piacevoli locande e
insoliti personaggi sono la grande
attrattiva della Valmarecchia, uno dei posti più
belli del nostro entroterra romagnolo (ormai di
diritto con il referendum). Fra i personaggi,
Tonino Guerra, che di queste terre è diventato
il “gran cantore”, e proprio a proposito di
Tonino Guerra, vorrei raccomandarvi
di visitare un posto magico. Almeno a
me ha fatto questa impressione, perché
imprevedibile, inaspettato e legato a
carissimi ricordi familiari. Forse
l’avrete già visto tutti, ma è piacevole
rammentarvelo. Dapprima, in una
domenica di sole, andate a pranzo a
Gattara, un minuscolo e grazioso
paesino in fondo alla valle. Fatevi un
lauto pasto con funghi e tartufi a
volontà su tagliatelle indimenticabili e
tenerissime fiorentine nella trattoria di
Settimio. E poi, sulla strada del
ritorno, dopo pochissimi chilometri, deviate a
destra e salite al Castello di Bascio. Quattro
case in pietra, di cui una nobile, poste ai lati di
una ripida salita selciata che termina di fronte a
una torre abbandonata posta sul cocuzzolo
prospiciente la valle. Il paesaggio è
incantevole. A dito potete individuare tutte le
arcinote località che costellano la parte destra
della valle; da Casteldelci a Torriana, Petrella
Guidi,
Talamello,
Montebello. Una collana di
paesi stupendi. Ma se solo
per un attimo distogliete lo
sguardo da quanto vi sta
ammaliando e guardate
dove mettete i piedi,
perché è possibile scivolare
in piccoli dirupi che
attorniano la torre, vi
accorgerete che in mezzo
all’erba ci sono delle cose
strane; sembrano detriti
buttati in questo posto
solitario
da
qualche
muratore occasionale. Invece, guardando
meglio, si distinguono dei riquadri fatti ad arte.
Dei tappeti. Dei tappeti in cotto, curiosamente
sparsi tutt’attorno, con strane forme
indecifrabili, perché erose dal tempo e
dall’incuria. Guardi esterrefatto e scopri che
sono ceramiche, con motivi diversi, ma
significativi, come si può dedurre dalle dediche
poste in calce ad ogni opera. Che strano! Che
senso può avere tutto ciò in questo posto
solitario? Trovo la spiegazione alla base della
torre dove su una lapide, sempre in ceramica,
che non avevo notato perché attratto dal
fantastico paesaggio, c’è la scritta “IL
GIARDINO PIETRIFICATO – Idea di
Tonino Guerra – Opere di Giò Urbinati –
allestimento Rita Ronconi”. Con lettere blu
40 Vita di Club
che risaltano sulla base beige, entro una
cornice a spirale, sempre in ceramica.
Purtroppo di giardino sono rimaste solo le
erbacce che a malapena lasciano intravedere le
opere posate attorno alla torre. Così scopri una
manciata di semiovali di colore verde azzurro
per rappresentare “Il tappeto delle onde quiete
per ricordare Giotto che dal Montefeltro vide
lontanissimo i primi bagliori azzurri
dell’Adriatico”. Dei cunei piramidali dai colori
gialli e azzurri quasi persi nel bianco per “Il
tappeto delle piramidi sognate, dedicato a
Buonconte di Montefeltro, perché le
trentacinque piramidi siano tomba del suo
valoroso scomparso nel fiume della battaglia”.
Conchiglie, molto ben fatte e rese ancor più
belle dalle abrasioni dell’acqua e del vento,
rappresentano “Il tappeto delle conchiglie
montanare per ricordare Uguccione della
Faggiuola, grande capitano di ventura che da
questi colli vedeva i confini dell’Italia e tanto
fu ammirato da Dante che gli dedicò
l’Inferno”. Forme geometriche simili ad un
villaggio o un quartiere residenziale post
moderno formano “Il tappeto delle cattedrali
abbandonate, dedicato a Fra Matteo da
Bascio, fondatore dei Cappuccini, il quale per
tutto il mondo andava esclamando e
riprendendo ogni sorta di persona gridando:
“All’inferno, all’inferno i peccatori”. Disegni
dalla simbologia a me sconosciuta, ma
sicuramente ricolma di significati forse
esoterici, misteriosi o tratti dalla Divina
Commedia rappresentano “Il tappeto dei
pensieri chiari, per ricordare Dante, che vide
questa terra fuggendo da Firenze per
raggiungere il rumore del mare a Ravenna”.
Ultimo, ma non ultimo perché altri “tappeti”
sono irriconoscibili, un bellissimo uccello
galleggiante sulle onde chiamato “Il tappeto
dell’anatra dal collo azzurro, dedicato alla
contessa Fanino dei Borboni di Francia, la
quale, pazza di solitudine in questo colle
dov’era sposa del capitano dei Carpegna, di
tanto in tanto saliva in cima alla torre per
gridare al vento: “Paris, Paris, Aiuto!”. Io,
più modestamente, volevo salire su questa torre
solitaria ed abbandonata
per fare delle
fotografie, ma la scoperta di questi fantastici
“tappeti” mi ha sorpreso e incantato.
41 Vita di Club
MEETING
L’incontro dell’ 8 maggio 2007 che ha avuto per
tema Impresa e Solidarietà, ha rappresentato
l’occasione per conoscere due importanti aspetti
della vita riminese: quello legato all’attività
economica, caratterizzata dalla presenza sul nostro
territorio di realtà di spicco internazionale, e quello
della solidarietà proveniente dal mondo
dell’impresa. Ospiti eccellenti due notissimi
personaggi riminesi: il dott. Alfredo Aureli ed il
dott. Maurizio Focchi che hanno illustrato le
rispettive interessanti esperienze.
ECONOMIA&SOCIETÀ
di ALFREDO AURELI
Attività economiche e iniziative di solidarietà
SCM GROUP
P
er parlare delle attività economiche del
nostro territorio è necessario conoscere la
loro storia, i principi ed i valori che sono
all’origine delle aziende di successo. È
fondamentale che i giovani e le nuove generazioni
sappiano riconoscere gli stimoli che hanno indotto
alcuni individui ad intraprendere, per saper poi
reinterpretare in chiave manageriale, la formula
imprenditoriale originaria. Le attività economiche
sono in continuo divenire, sono mutevoli, ma i
principi ed i valori imprenditoriali, morali ed
umani rimangono. Spetta a noi saperli riconoscere
e quindi valorizzarli e divulgarli, per
salvaguardare le nostre radici industriali, la nostra
cultura, le nostre tradizioni, la nostra identità e
sentirci orgogliosi di essere i protagonisti dello
sviluppo economico del nostro territorio, del
nostro paese.
A) ATTIVITÀ ECONOMICHE
L’azienda originaria da cui poi nascerà SCM
Group ha inizio nel 1932 dal fallimento della
Negrini (serrande avvolgibili, aratri, fonderie) che
sorgeva in Viale Valturio vicino al Lanificio di
Lorenzo. La chiusura dell’azienda, visto che non
c’erano altre industrie a Rimini che offrissero ai
dipendenti uno sbocco occupazionale, ha
stimolato alcuni di loro ad intraprendere una
propria avventura industriale. Così Gemmani
Nicola
(Padre
di
Giuseppe scomparso lo
scorso anno) Nicoletti
Giovanni, Agostini Guido
e
Aureli
Lanfranco
intraprendono
individualmente
una
propria attività artigianale, decidendo poi nel 1935
di farle confluire in un'unica società la
“Gemmani-Nicoletti & C.” che sorgerà in fondo al
Viale Valturio, in Via Marecchiese con una
fonderia di ghisa e un’officina meccanica per la
produzione di aratri, seminatrici, serrande
avvolgibili. Poi la guerra, la distruzione, la
miseria, ma successivamente la ricostruzione, la
rinascita, il riscatto dalla povertà sono stati un
forte stimolo alla crescita. Nel 1952 la grande
svolta: la riconversione totale della produzione;
viene abbandonata la produzione di macchine
agricole e si iniziano a produrre macchine per la
lavorazione del legno. Giuseppe Gemmani
(Pippo), figlio di Nicola, si laurea in ingegneria
meccanica e viene incaricato da mio Padre di
progettare una macchina che aveva visto da
Casadei, un cliente della nostra fonderia. “Non
devi copiarla ma farne una più innovativa!”. Nel
1961 mio Padre e Giuseppe Gemmani, diciannove
anni più giovane di Lui, costituiscono una nuova
42 Vita di Club
società, la SCM, liquidando gli altri due soci.
L’azienda cresce e nel 1969 quando sono entrato
contava già 200 dipendenti. Mio fratello Adriano
era entrato alcuni anni prima e si occupava con
successo di vendite sul mercato internazionale. In
questi anni abbiamo continuato a svilupparci per
crescita interna e attraverso acquisizioni di altre
aziende che fabbricavano prodotti complementari
ai nostri. Oggi abbiamo 25 stabilimenti produttivi
(ubicati a Rimini, Verucchio, Pesaro, Siena,
Vicenza, Bergamo, Monza, Piacenza, R.S.M., in
Brasile) e 28 filiali e Joint-Venture commerciali di
cui 5 USA, 2 Canada, 1 Messico, Portogallo,
Spagna, Francia, Belgio, Olanda, Gran Bretagna,
Germania, Polonia, Romania, Russia, Singapore,
Cina. Il nostro Gruppo conta oltre 3700 dipendenti
di cui oltre 400 sono impegnati nella ricerca e
sviluppo dove investiamo oltre il 5%del fatturato.
Il fatturato a terzi nel 2006 è stato di € 660 M. e la
posizione finanziaria netta +. Oggi le fonderie di
getti in ghisa rappresentano un 7% del fatturato
globale (nostri principali clienti Case New
Holand, IVECO, Same trattori…) ma l’attività
prevalente è nel settore delle macchine per la
lavorazione del legno: i nostri clienti sono i
falegnami e le industrie del mobile (Berloni,
Scavolini, Valentini, IKEA ecc.); inoltre,
produciamo anche macchine per la lavorazione
della plastica e termoformati, per la nautica
(Ferretti, Granci, Beneteau) e per altri settori,
produciamo anche macchine per la lavorazione
del marmo, del vetro, dell’alluminio (Boeing,
Airbus…). SCM Group esporta il 70% della sua
produzione ed è leader mondiale nel proprio
settore con oltre 2 milioni di macchine installate
nel mondo. Siamo un’azienda complessa ma i
risultati ci dicono che abbiamo fatto le scelte
giuste e che abbiamo una buona squadra. Ci
riconosciamo tutti nei principi e nei valori
imprenditoriali originari di mio Padre di cui siamo
i portatori: ricordo le Sue parole:
“Arcurdev bèin: Il cliente è al primo posto;
L’azienda è al di sopra di tutti; La lealtà, la
trasparenza, l’onestà pagano sempre; La
motivazione e la gratificazione dei collaboratori
sono la forza di una impresa; Dobbiamo essere
leader nel mondo, il numero 1!”
Robopac è un’attività industriale che fa capo alla
mia famiglia. È stata avviata nel 1985 nel nostro
territorio, produce macchine per l’imballaggio
(packaging) e più precisamente per la
stabilizzazione di carichi pallettizzati con film
estensibile e macchine fardellatrici con film
termoretraibile; in questi anni l’azienda è cresciuta
e si è costituita una capogruppo AETNA Group
che ha 4 stabilimenti, Verucchio (RN), S. Leo
(PU), San Marino, Ozzano Emilia (BO). Ha filiali
e Joint-Venture in USA, Francia, Germania, Gran
Bretagna, India. Conta 380 dipendenti e sviluppa
un fatturato di € 75 M. È leader mondiale nel
proprio settore, esporta oltre l’80% della
produzione. In questa attività sono attualmente
impegnati i miei figli e mio genero dott. Federico
Spallino. Nel Gruppo SCM sono da alcuni anni
inseriti i figli di Giuseppe Gemmani: Giovanni e
Linda e mio nipote Andrea, oltre a mio fratello
Adriano naturalmente, e tutti fanno parte del
Consiglio d’Amministrazione oltre a ricoprire
incarichi operativi per i quali dipendono dal
Direttore Generale dott. Adriano Celi. La
particolarità di SCM Group è che le due famiglie
Aureli/Gemmani sono socie fin dall’origine al
50%-50% e con orgoglio possiamo affermare che
non è facile trovare due famiglie così unite anche
nel succedersi delle generazioni - siamo per ora
solo alla terza - forse perché… “Arcudev bèin:
l’Azienda è al di sopra di tutti! è un patrimonio
della collettività”... ci ha indotto ad essere sempre
molto riflessivi e disposti al dialogo.
B) INIZIATIVE DI SOLIDARIETÀ
Ogni attività economica deve perseguire
l’obiettivo
di
creare
ricchezza
nella
consapevolezza che l’azienda è comunque un
patrimonio della collettività coscienti che l’uomo,
nella pienezza della sua dignità, è il vero fine.
Ritengo necessario fare alcuni riferimenti storici
che mi permettono di farvi conoscere da dove
nasce la mia propensione per la solidarietà.
Ricordo la vita del mio Borgo negli anni del dopo
guerra. Il Borgo Sant’Andrea, dove sorgeva la
parrocchia di San Gaudenzo, era fatto di gente
umile, di operai, di gente legata alla terra,
all’agricoltura, avvezza alle fatiche fisiche e dove
la laboriosità, la manualità e la grinta non
mancavano, la voglia di fare, di emergere, di
sfondare era molto sentita e dove gli abitanti del
borgo vivevano i problemi degli altri con forte
spirito di mutualità, come se fossimo stati una
grande famiglia! Erano gli anni del dopoguerra
con tanta miseria, ma tanta voglia di fare, di
ricostruire, di riscattarsi dalla condizione di
povertà e disoccupazione, ma queste difficili
condizioni furono di grande stimolo per
intraprendere, per essere creativi e tanta era la
voglia di emergere coscienti che era possibile
vincere la sfida della rinascita solo con l’impegno,
con molti sacrifici e tanta passione: possiamo
farcela! L’orgoglio di ognuno era di poter
dimostrare agli altri componenti della comunità
che ce l’avevano fatta ad emergere e quindi
potevano essere di esempio e di aiuto agli altri
meno fortunati di loro. Il problema di uno era il
problema di tutti e tutti si prodigavano per aiutare
i più bisognosi. Io mi sento portatore dei valori di
solidarietà della vita del Borgo. Lì, ho trascorso
la mia infanzia e da queste origini, dove la chiesa
di San Gaudenzo con Don Pippo era il punto di
riferimento per tutti, è nata la mia propensione
alla solidarietà: aiutare con l’esempio e avere
grande attenzione e rispetto per la persona umana,
43 Vita di Club
è la strada che abbiamo imparato a percorrere per
migliorare la qualità della vita sia in termini
economici che spirituali. Da queste esperienze
giovanili e dagli insegnamenti di mio Padre
Franco, di mia Madre e del mio socio Giuseppe
Gemmani (è stato il mio padrino, mi ha visto
nascere e mi ha sempre indicato la giusta via), ho
avuto gli stimoli e gli insegnamenti per dedicare
una particolare attenzione alla centralità
dell’uomo nella vita lavorativa, nella società. Così
ho seguito le orme di mio Padre e di Gemmani
nella vita imprenditoriale ed in quella sociale con
un’attenzione particolare alla solidarietà cercando
di vedere ed ascoltare i meno fortunati di noi, per
aiutarli ad emergere e dar loro quelle possibilità
che una società sempre più consumistica ed arida
non ha tempo di offrire. Ricordo quanto ci
aiutarono le banche nel dopoguerra... Non
avevamo garanzie da offrire se non i nostri talenti,
la nostra voglia di lavorare e la nostra onestà.
Quante, quante cambiali! Con questo animo ho
cercato di intraprendere la difficile avventura nel
settore bancario e costituendo “ETICREDITOBANCA ETICA ADRIATICA” ho condiviso,
con tanti onorati Enti e imprenditori, il difficile
cammino di coniugare l’etica e la finanza
cercando di essere attenti a chi ha più bisogno, a
chi non ha voce, a chi non ha nulla da offrire
come garanzia oltre alla propria professionalità, ai
propri talenti, alla propria volontà e dignità di
uomo. Altre sono le iniziative di solidarietà che
con SCM abbiano affrontato in questi anni in
favore dei più bisognosi. Abbiamo costituito
scuole e laboratori in vari paesi africani, in
Brasile, in Argentina avvalendoci spesso del
radicamento che le scuole salesiane hanno in quei
paesi; in Bolivia abbiamo contribuito allo
sviluppo di “FIGLI DEL MONDO” che oggi
accoglie oltre 800 bambini e ragazzi di strada.
Abbiamo fornito oltre ai macchinari anche la
formazione che è indispensabile per lo sviluppo e
per aiutare il prossimo ad affrancarsi dalla povertà
imparando un mestiere ed essere a sua volta di
aiuto a sé, alle famiglie e agli altri. Ringrazio mia
moglie per essermi sempre stata vicina anche nei
momenti più difficili, per avermi stimolato ad
operare nel rispetto dei valori umani, di solidarietà
e per avermi aiutato nella ricerca continua di un
giusto equilibrio fra impresa – famiglia e
spiritualità.
Figli del Mondo
Chi è:
Figli del Mondo è un’ associazione di Promozione Sociale, nata nel 2002 da un gruppo di imprenditori e professionisti riminesi. La sua “mission” è volta a
sensibilizzare il mondo economico locale sui temi della Responsabilità Sociale d'Impresa, al fine di creare una rete di aziende e professionisti che creano
sistema e intraprendono un percorso fatto di azioni responsabili, coinvolgendo le proprie risorse gestionali, progettuali, umane ed economiche. E' iscritta dal 10
ottobre 2002 presso il Registro Prefettizio delle Persone Giuridiche di Rimini, e stata riconosciuta, mediante l'iscrizione nel Registro Provinciale della Provincia
di Rimini il 24 luglio 2003
Cosa fa:
Figli del Mondo sviluppa la propria mission in tre ambiti:
- LA CREAZIONE DI RELAZIONI TRA PROFIT E NON PROFIT
FdM sviluppa e sostiene partnership tra imprese e organizzazioni non-profit riminesi che operano su progetti, territoriali o internazionali, rivolti al disagio
sociale e alla tutela dei minori in difficoltà. Lo scopo è quello di avviare un rapporto volontario, reciprocamente vantaggioso, attraverso l’integrazione di risorse e
competenze, stimolando le imprese ad attivare concrete azioni di RSI.
- L’APPLICAZIONE DELLA RESPONSABILITA' SOCIALE DI IMPRESA ALL’INTERNO DELL’IMPRESA
FdM, attraverso un percorso di accompagnamento aziendale caratterizzato da buone pratiche e azioni concrete, propone l’integrazione della RSI alla gestione
aziendale interna.
- LA PROMOZIONE DELLA RSI SUL TERRITORIO
L’azione di FdM è volta alla creazione di un network di collaborazioni e relazioni territoriali con enti, istituzione e organizzazioni al fine di contribuire al
processo di sviluppo della cultura aziendale verso un’economia sempre più responsabile e sostenibile.
Come lo fa:
-Interventi in Cooperazione internazionale allo sviluppo
La sua filosofia è quella di creare alleanze fra le imprese e le organizzazioni nonprofit del territorio riminese che operano in cooperazione internazionale
attraverso Tavoli di Lavoro:
-Tavolo Zambia (in collaborazione con l'Ass. Papa Giovanni XXII) (orfani di AIDS, bambini di strada, microcredito agricolo, formazione professionale)
- Tavolo Bolivia (in collaborazione con l'Ass. Papa Giovanni XXII) (ragazzi di strada, formazione professionale e attività produttive)
Sostiene inoltre direttamente con il suo Fondo di Solidarietà (alimentato dalle erogazioni liberali di Soci e simpatizzanti) altri progetti internazionali:
- India (Vellore): Centro diurno per bambini affetti da malattie mentali (in collaborazione con Cittadinanza Onlus)
- Albania (Berat): Centro diurno per bambini affetti da malattie mentali (in collaborazione con Cittadinanza Onlus)
- Palestina (Striscia di Gaza): Progetto di clownterapia presso ospedali pedriatici (in collaborazione con Educaid Onlus)
- Interventi sul territorio: Per realizzare una partnership proficua fra mondo profit e non profit, FdM favorisce la creazione di uno scambio reciproco di
esperienze, risorse e dialogo per far conoscere le realtà disagiate presenti sul territorio. Per questo motivo FdM ha instaurato relazioni di aiuto creando una Banca
dei Progetti Sociali territoriali. La collaborazione ha lo scopo di sostenere il welfare territoriale con micro interventi mirati a sopperire piccoli bisogni
specifici non fronteggiati dai contributi pubblici. I progetti sono rivolti al disagio sociale e all’infanzia (in particolare: handicap psico-fisico, prima accoglienza,
prima emergenza madri e bambini, attività educative per minori e socio-sanitarie assistenziali).
Questa “Banca Progetti Sociali” viene messa a disposizione di Aziende, Associazioni, Enti e Privati che intendano effettuare erogazioni liberali a FdM da
destinare specificamente ad un singolo progetto.
Come la si può sostenere
Associarsi
Figli del Mondo propone una quota associativa annua di Eur 250,00 (Socio Ordinario), Eur 1.000,00 (Socio Sostenitore) ed Eur 2.500,00 (Socio Finanziatore). La
quota associativa sostiene le attività dell'Associazione.
Collaborare finanziando dei Progetti della Banca Progetti Sociali
Figli del Mondo propone di sostenere finanziariamente uno o più progetti territoriali a favore dell'infanzia o del disagio, inseriti nella sua “Banca Progetti
Sociali”.
Organizzazione di una serata sulla Responsabilità Sociale di Impresa
Figli del Mondo propone, nell'ambito delle attività statutarie del Lions Club Rimini Malatesta, di organizzare una serata tematica per presentare il tema della
Responsabilità Sociale di Impresa e le attività sul territorio sviluppate in quest'ambito.
44 Vita di Club
ECONOMIA&SOCIETÀ
di MAURIZIO FOCCHI
Da Rimini al mondo
FOCCHI GROUP
L
’azienda Focchi nasce nel 1914
come attività artigianale di
fabbro. Fino agli anni ’50 si
producevano
da
aratri
a
carpenterie varie, ma la vocazione alla
produzione su commessa, nata allora, è
quella che ancora oggi vive
nell’azienda, pur con le
caratteristiche
di
specializzazione
tecnologica che i tempi
hanno via via richiesto.
All’inizio la produzione era
incentrata su tralicci alta e
media tensione, mensolame
cabine
elettriche
di
trasformazione
per
la
Società
Elettrica
Romagnola, produzione di
Silos per cemento sfuso e silos di stoccaggio
nei maggiori porti italiani ed esteri per la
società Ferruzzi. Poi la Focchi fu una delle
prime ad appropriarsi delle tecnologie
necessarie per la lavorazione dell’alluminio per
le finestre, fatto assolutamente innovativo che
diventerà tra l’altro la tecnologia determinante
negli anni ’70. Quindi si intraprese la
produzione di infissi, prima per abitazioni
private e poi per complessi più importanti, nel
contempo si sviluppò anche la lavorazione dei
“monoblocchi” per il settore alberghiero,
costituiti da portafinestra e finestra completi
(tapparelle, spallette, vetri). L’azienda ottenne
in tal modo uno sviluppo tale da trovarsi stretta
nella vecchia sede di Via Tripoli, nel centro di
Rimini e quindi, nel 1973, ci fu il trasloco nella
nuova sede delle Celle. In maniera regolare
l’Ufficio Tecnico interno cresceva di
dimensioni e di esperienze e la progettazione
divenne sempre più il fattore determinante nel
soddisfacimento delle esigenze degli architetti
più importanti. In questi anni si apre anche il
mercato estero, in Arabia Saudita e a
Montecarlo. Nel 1985 la Focchi introduce
(prima in Italia e poi in
Europa) la tecnologia
del silicone strutturale: il primo progetto è
l’Istituto di Credito Agrario a Bologna seguito
dal Centro Fiere Lingotto a Torino (Progetto
dell’Arch. Renzo Piano). Il primo progetto a
silicone strutturale all’estero è a Vienna dopo
una lunga selezione tra diverse imprese
straniere (data la complessità tecnica di un
progetto con vetri curvi): la Haas Haus
dell’Arch. Hans Hollein. Poi seguono una
lunga serie di progetti realizzati con architetti
famosi in tutto il mondo: la Focchi è l’azienda
che ha realizzato in assoluto più cantieri con la
tecnologia del silicone grandi vetrate in
alluminio e vetro nel settore navale, con la
costruzione di 23 grandi navi da crociera Nel
1995 un'altra tappa fondamentale: nasce a
Londra la Focchi Ltd che apre la sua attività
con la realizzazione dell’American Air
Museum a Duxford con lo studio Foster &
Partner, una delle più prestigiose firme a livello
45 Vita di Club
mondiale dell’architettura contemporanea.
Nascerà poi la Focchi Singapore PTE ltd,
satellite per il mercato asiatico. A Manchester
progetta e costruisce il primo edificio con una
facciata “bomb-blast” (edificio che era stato
danneggiato da un attentato dell’Ira e che
quindi la Committenza nella ricostruzione ha
voluto dotare di una facciata anti-bomba), La
stessa tecnologia sarà poi utilizzata in altri
edifici, come quello per la Borsa di Londra in
Parternoster Square. Mentre il mercato inglese
diventa una realtà sempre più importante,
anche il mercato italiano si consolida con
progetti come Pirelli Headquarters a Milano (la
più grande facciata “puntuale” in Italia) e il
Centro Sviluppo Prodotto Ferrari a Maranello.
Nel 2004 viene inaugurato il nuovo
stabilimento produttivo Focchi S.p.A.,
tecnologicamente avanzato che, grazie alle sue
grandi dimensioni, è adatto alla costruzione di
“cellule” e qualsiasi tipo di prefabbricato
leggero per involucri. Attualmente la Focchi
realizza involucri esterni per architetture
complesse utilizzando vari materiali come
vetro,
alluminio,
pietra,
ceramica,
vetrocemento, ecc.
Eticredito Banca Etica Adriatica
Alcune realizzazioni:
Lingotto a Torino - Arch. Renzo Piano
Kansai International Airport Osaka - Arch. Renzo Piano
Sede Barilla a Parma – Arch. Vico Magistretti
Triangel - Check Point Charlie Berlino - Prof. Josef Paul Kleihues
Haas Haus nella Stephenplatz a Vienna - Arch. Hans Hollein
American Air Museum - Lord Norman Foster
Europark a Salisburgo – Arch. Massimiliano Fuksas
Manchester Airport - Arch. Nicolas Grimshaw
Finsbury Square London - Lord Norman Foster
Fiera di Rimini – GMP Hamburg Architekten
Il Muro di Vetro a Torino – Arch. Massimiliano Fuksas
London Stock Exchange – Archs. Eric Parry & Sheppard Robson
Pirelli R&S Milano – Arch. Vittorio Gregotti
Etnapolis Catania - Arch. Massimiliano Fuksas
SBIM Banca Lombarda a Brescia – Arch. Vittorio Gregotti
Baker Street London – Make Architect
Cittadinanza onlus
Chi è:
Nata nel 1999, a Rimini, Cittadinanza sviluppa e sostiene, in collaborazione
con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), progetti di riabilitazione
psichiatrica e di intervento psico-sociale nei Paesi in via di sviluppo, cercando
di promuovere e difendere i diritti delle persone con sofferenze psichiche e dei
loro familiari.
Cosa fa:
Questa duplice scelta (intervenire sulla malattia mentale, nei Paesi poveri) è
riconducibile al fatto che la malattia mentale è presente ovunque e ovunque
rappresenta una piaga sociale ed è causa di isolamento, emarginazione e
abbandono sia per la persona che ne è colpita, sia per i suoi familiari. Nei Paesi
poveri ci sono serie aggravanti di questa già difficile situazione: i disturbi
mentali sono circa il doppio che nei Paesi ricchi e si collocano molto in basso
nella lista delle priorità sanitarie dove hanno la precedenza malattie più
immediatamente collegate alla sopravvivenza.
Ne consegue che solitamente non esistono possibilità di cura e di aiuto, e i
malati, bambini o adulti che siano, vivono in condizioni inimmaginabili, a
volte istituzionalizzati in manicomi (spesso più simili a lager che a luoghi di
cura), altre volte reclusi e nascosti tra le mura domestiche, dove la casa cessa di
essere “luogo del vivere” per diventare “luogo dell’esclusione”, altre volte
sulla strada vittime di ogni genere di abuso e violenza…..
È degli ultimi degli ultimi che si sta parlando.
I Progetti:
Cittadinanza opera attualmente in Albania, Serbia e India con progetti di
cooperazione allo sviluppo ispirati al rispetto delle culture locali, dei diritti
umani e incentrati sulla formazione del personale locale.
L'Associazione svolge inoltre una costante attività di formazione,
sensibilizzazione e networking sul territorio mediante incontri, eventi e corsi.
Da quest'anno inoltre, attraverso la collaborazione con l'Organizzazione
Mondiale della Sanità, Cittadinanza organizzerà a Rimini un ciclo di tre
"International Technical Meetings" sul tema della salute mentale, che si
terranno annualmente nel 2008-09-10 e saranno volti a mettere in relazione
istituzioni di 36 paesi a basso reddito (12 diversi ogni anno) con organizzazioni
internazionali, enti e professionisti operanti nel settore.
Come la si può sostenere:
Per diventare soci di Cittadinanza si versa un contributo annuale di 52 €,
oppure è possibile effettuare una donazione specificando il progetto che si
vuole supportare.
Chi è:
Eticredito è una banca regolarmente autorizzata da Banca d’Italia che
ha avviato la propria attività con l’apertura del primo sportello a
Rimini nel mese di aprile del 2006. Si rivolge in particolare al
territorio economico della provincia di Rimini e della Repubblica di
San Marino con una priorità verso il tessuto economico del terzo
settore ed ai privati in genere.
È una banca etica nel senso che pone al centro del proprio agire i
principi della finanza etica.
La mission della banca si può riassumere nella volontà di favorire –
attraverso l’esercizio dell’attività bancaria – uno sviluppo attento alla
persona e all’ambiente, che sappia coniugare all’efficienza il rispetto
di valori importanti come la salvaguardia dell’ambiente, la
promozione umana, la cooperazione sociale e internazionale, lo
sviluppo dell’arte, della cultura e dello sport.
Cosa fa:
- La tradizionale attività bancaria di raccolta e impiego rivolta a
privati, enti e associazioni ed aziende profit e non profit con
trattamenti economici mediamente più vantaggiosi delle altre banche
soprattutto sulla raccolta diretta (tasso di conto corrente, depositi,
ecc.)
- si propone con la massima trasparenza nelle condizioni dei propri
contratti
- esegue un’analisi etica sull’erogazione dei propri finanziamenti per
verificare la compatibilità dei soggetti e delle azioni finanziate con i
propri principi e valori
- eroga prestiti a soggetti non bancabili in collaborazione con
CARITAS Rimini
- raccoglie denaro “dedicato” a particolari progetti di sviluppo sociale
ed internazionale
- promuove lo sviluppo di una cultura della finanza etica con incontri
tematici presso scuole ed associazioni.
Come lo fa:
Realizza la comune attività bancaria con l’erogazione di prodotti e
servizi necessari al privato, alla famiglia o all’azienda. (conto
corrente e servizi collegati, prodotti di investimento e di
finanziamento, servizi di incasso e pagamento , home banking, ecc)
Come la si può sostenere
- diventando cliente della banca aprendo un rapporto operativo di
conto corrente o di deposito ordinario (scegliere Eticredito come
propria banca)
- sottoscrivendo – come investimento – il prestito obbligazionario in
emissione che ha una scadenza inferiore a tre anni e un rendimento
pari al T.U.R. vigente (oggi 3,75%)
- sottoscrivendo depositi dedicati per sostenere un particolare progetto
(indirizzando consapevolmente il proprio risparmio verso progetti
condivisi)
- finanziando (con mutui “etici”) i propri investimenti per le esigenze
personali o famigliari come, ad esempio, eventuali installazioni di
pannelli fotovoltaici o solari termici per la produzione di energia
“pulita”.
46 Vita di Club
ARTE IN MOSTRA
di ALESSANDRO GIOVANARDI
Le sculture di Angela Micheli a Verucchio
UN MISTERO AL FEMMINILE
T
utta la scultura di Angela Micheli,
senza poter operare una netta
distinzione fra i densi bronzi e le
vive, calde terrecotte, si compone in
un equilibrio perfetto e positivamente
contraddittorio fra confidenza e silenzio. Gli
occhi chiusi o addirittura inesistenti, assorbiti,
anzi, divorati, nella contemplazione del cuore,
i volti arcaici che provengono dal
Mediterraneo antico e che rimandano
all’Egitto, all’Etiopia, all’Eritrea, le teste
decise ma col collo incassato nelle spalle
quale segno di timorosa riservatezza, i piedi
ampi e nodosi che si aggrappano al suolo
come radici, le mani forti ed ampie che
accarezzano e proteggono ogni persona o cosa
cara: ogni opera dell’Autrice è una piccola
polifonia domestica, un dialogo privato o,
meglio, un’unione d’opposti fra espressività e
negazione della parola, fra energica volontà
ed estrema delicatezza nell’essere presenti.
Questa scultura nasce certo da un rito, il
quale, tuttavia, si celebra nel nascondiglio di
uno studio o di una camera. Per rubare
un’invidiabile espressione del poeta Henry
Vaughan, l’arte della Micheli vive ancora in
un’età dei misteri: «La vigilano gli angeli e vi
giuocano, / Gli angeli che gli sconci uomini
scacciano». Ora, le eleganti e misteriose
donne di Angela si dispongono per una
mostra intitolata Le ore e i giorni delle donne
(30 giugno-16 settembre 2007), e che
accompagna
l’omonima
e
bellissima
esposizione di arte funeraria “villanoviana”
del locale Museo Archeologico. Dei simboli
religiosi, rituali e mitologici di tale cultura, le
donne di Angela incarnano sia, a volte, le
forme visibili, sia, più spesso, la sacralità
femminile. Il bel catalogo, edito da Pazzini e a
cura di Luca Cesari, raccoglie, tra l’altro, gli
articolati studi critici di Cesari e del
sottoscritto e s’impreziosisce degli interventi,
luminosi e puntuali, di Antonio Paolucci e di
Gerardo Filiberto Dasi. È vero che per la
scultrice si deve parlare innanzitutto di un
discorso piano e mai forzatamente
concettuale. La sua, infatti, è una poetica della
femminilità e del gioco pensoso, dell’infanzia
e della maternità, dell’attesa e dell’abbraccio:
tutti oggetti della meditazione e della
creazione artistica che, usciti dalla sua mente
e dalle sue mani, risultano di una limpidezza e
di una semplicità commoventi. Tuttavia,
questa chiara terrestrità, questa immediata
comprensibilità del corpo e della sua postura,
questa affabilità nel plasmare la terra e nel
fondere i metalli, non sono, appunto, qualità
prive di segreti e di stupori. Vi si scorgono, in
vero, profondità formali e spirituali, che
dovremmo descrivere con un termine, insieme
estetico e teologico: grazia. Non vi è, però, in
Angela una ricerca del sacro esplicita e voluta
e i suoi pensieri e le sue dita incespicano in
molti dubbi e perplessità quando deve
affrontare, su commissione, un soggetto
47 Vita di Club
volutamente religioso, un’immagine devota.
Eppure i suoi angeli infanti, le sue madonne
terrene, le sue imago pietatis sentite e
dolorose, ci emozionano fortemente; e tutto
ciò perché nessuno di essi si separa da quella
tenera carnalità che unisce tutta intera la sua
felice produzione. Allora cosa giustifica il
soggiogante sentimento di dono e di gratuità,
d’immediata illuminazione, di fiaba mistica
delle
sue
composizioni?
Si
tratta
probabilmente
di
una
spiritualità
inconsapevolmente trasmessa attraverso i
gesti e le abitudini. Non mi pare inutile
parlare della tradizione artigianale della sua
terra d’origine a cui ha fatto recente ritorno: la
Romagna, insieme viscerale e devota, del
mondo verucchiese in cui è nata e che sente,
ancora oggi che risiede a Rimini, come
qualcosa di unito alle fibre più intime della
sua anima. Vi è, inoltre, nel modus operandi
di Angela qualcosa di monastico, ma
acclimatato
a
quell’esperienza
della
riflessione solitaria femminile che comincia
con le grandi ascete laiche dell’Ottocento e
del Novecento: Emily Dickinson, Virginia
Woolf, Marina Cvetaeva, Simone Weil,
Cristina Campo. Molto si sa di queste
immense narratrici e poetesse, filosofe e
teologhe; di queste grandi evocatrici della
parola efficace e del pensiero perfetto; molto
meno di chi ha percorso strade affini nel
mondo della pittura, del disegno o della
scultura, pur avendo radici altrettanto antiche;
si pensi solo all’infelice destino di Camille
Claudel sorella del poeta Paul, discepola di
Rodin e talentuosa scultrice. Anche il lavoro
della Micheli, come dimostra la poetica dei
corpi da lei plasmati, così duttili, timidi ed
allo stesso tempo caparbi, è la conquista di
«una stanza tutta per sé», di una dimensione
di libertà e lontananza che la difende dalla
volgarità dei tempi: un cerchio magico di
fiabe del focolare che ha la potenza del
sortilegio. Da qui promana quel distacco
senz’affettazione e senz’arroganza delle sue
bambine e delle sue fanciulle estive, chiuse
nel sonno e nel gioco e a volte raffigurate
come i santi stiliti del deserto, in cima a una
colonna che rende la loro fragilità intemerata
e venerabile.
48 Vita di Club
MEETING
Rimini, 22 maggio 3007
I Soci del Lions Club Rimini Malatesta chiamati dal Presidente a svolgere la funzione di relatori ad
alcuni meeting dell’anno in corso hanno riportato un conclamato successo grazie alla loro
professionalità nei vari campi e alla comunicatività con cui hanno affrontato i temi prescelti: alla dott.
Maurizia Mazza, psicologa, psicoterapeuta, dirigente ASL di Bologna presso la quale coordina il
Centro di Sessuologia Clinica, e al dott. Gianfranco Arseni, medico chirurgo specialista in Urologia,
il merito di aver dissertato con straordinaria chiarezza “La psicosomatica in sessuologia clinica:
aspetti psicologici e medici”, un tema rigorosamente scientifico, ma anche di larga attualità,
considerate
le
problematiche
emerse
vistosamente nella società del nostro tempo in
campo sessuale.
MEDICINA&SOCIETÀ
di MAURIZIA MAZZA
A scuola di sessualità tra corpo e psiche
LA PSICOSOMATICA IN SESSUOLOGIA CLINICA
Q
uello dell’essere umano è un sistema
complesso
in
cui
avvengono
continuamente
interazioni
tra
la
BIOLOGIA e la PSICOLOGIA. Ogni
mutamento che avviene ad un livello provoca
modificazioni a tutta la rete, proprio come la tela
costruita dal ragno che per ogni vibrazione che
avviene in un punto qualsiasi di essa, vibra
conseguentemente tutta. Nella risposta allo stress
vediamo come sono coinvolti e strettamente
interconnessi tra loro il sistema nervoso, il sistema
endocrino e il sistema immunitario. Negli anni ’30
Hans Selye, la massima autorità nel campo dello
studio dello stress parlò di "sindrome di
adattamento generale", di cui distinse tre fasi.
In una prima fase detta "di allarme" promossa
dalla presenza di uno stimolo stressogeno
(stressor), l’individuo riconosce il pericolo insito
nello stimolo. Segue poi una fase detta "di
resistenza", di estrema importanza nell’economia
della risposta, nella quale assume un ruolo
fondamentale l’attivazione dell’asse ipotalamoipofisi-surrene (asse HPA); viene messo in atto un
complesso programma sia biologico che
comportamentale che sostiene la risposta allo
stressor. Questa fase può sconfinare in quella detta
"di esaurimento" nella quale si verifica una
49 Vita di Club
riduzione delle capacità adattattive dell’organismo,
che predispone allo sviluppo di malattie.
A livello fisiologico si è notato che le ghiandole
ipotalamo-ipofisi-corticosurrenali reagiscono in
seguito ad un gran numero di stimoli psicosociali,
determinando una liberazione eccessiva di ormoni
che agiscono in vario modo in organi diversi.
Il sistema nervoso e quello endocrino agiscono
sull’organismo attraverso la produzione di agenti
che gli permettono di difendersi e di adattarsi agli
stimoli stressanti. Un altro sistema importantissimo
e indispensabile per la reazione adattiva
dell’organismo è il sistema immunitario.
L’agente stressogeno agisce prima sul sistema
nervoso,
poi
sull’endocrino,
quindi
sull’immunitario. C’è un ininterrotto scambio
d’informazioni tra la mente ed il corpo, tra il
biologico e lo psicologico. Ed è ancora più
interessante sapere come tra il corpo e la psiche ci
sia una sorta di compensazione ed ogni individuo,
per il tipo di personalità che ha, per le difese che
mette in atto, etc…, ha una sua via preferenziale
per manifestare uno stato di disarmonia, di
conflitto: infatti spesso quando la mente viene
intaccata, il corpo respira e viceversa. Il nostro
corpo può essere visto come un “inconscio
concretizzato”.
Nell’adattamento
dell’uomo
all’elemento stressante un fattore sicuramente
molto importante è la percezione soggettiva
dell’evento stesso, cioè ogni individuo vive ed
interpreta lo stesso avvenimento con un’intensità
emotiva molto diversa da quella di chiunque altro.
La risposta adattativa identificata da Selye vedeva
tre elementi fondamentali, lo stressor, l’individuo
e l’ambiente in cui essi interagiscono, sullo stesso
piano. Secondo un modello oggi piuttosto
attendibile lo stimolo e la risposta che ad esso
consegue non sarebbero legati da un rapporto di
tipo lineare. L’attivazione dello stress cioè avrebbe
inizio con la percezione ed il riconoscimento
dell’evento stressante da parte del SNC che, sulla
base di precedenti esperienze, della struttura della
personalità, quindi di caratteristiche strettamente
individuali, darebbe inizio a modificazioni che non
sarebbero legate strettamente allo stressor.
Nell’arco della nostra vita andiamo incontro a
diversi stimoli stressogeni: possono esserci stress
fisici (uno shock elettrico, l’esposizione al freddo,
ecc…), metabolici (riduzione dei livelli glicemici),
psicologici (una prova d’esame), psicosociali come
una perdita, od una minaccia di perdita di oggetti
significativi quali persone amate, stato sociale,
lavoro, beni personali, parti del corpo, abitazione…
Ricordiamo che lo stimolo stressante ha una
posizione nella scala dei valori emotivi che dipende
dal soggetto. Soprattutto per quel che concerne la
sessualità, espressione della nostra istintualità, non
si possono certo mettere in secondo piano stimoli
stressogeni interni come eventuali confitti fra le
pulsioni interne, libidiche ed aggressive, risiedenti
nell’inconscio dell’individuo. Se non si hanno le
possibilità di affrontarlo psicologicamente, lo
stress, la tensione scatenata e non riassorbita si può
manifestare come un sintomo psicosomatico. In
pratica sono determinanti nell’affrontare situazioni
di stress il livello di attività del sistema nervoso e di
quello immunitario e il profilo di personalità, lo
strutturazione dell’io, la capacità di comunicazione
tra la propria parte cosciente ed il proprio
inconscio, l’interazione fra le pulsioni interne, l’io
conscio ed il Super io (morale introiettata).
Indubbiamente ci sono stimoli stressogeni (o
stressor) esterni che possono minacciare la nostra
salute psicofisica, ma fondamentale è la risposta
individuale, quindi l’individuo con le sue capacità
di adattamento e di fronteggiare nuovi eventi.
L’essere umano impara a riconoscere, gestire e
convivere con lo stress, mettendo in pratica quei
meccanismi compensatori di controllo che gli
permettono il mantenimento del proprio equilibrio
psicofisico. Normalmente tutto deve stare in un
sistema omeostatico di equilibrio, quando subentra
uno stressor questo equilibrio si altera. Se un
problema viene risolto, dopo lo stress si crea un
altro equilibrio, vi è allora la risoluzione in positivo
dell’esperienza stressante. Questo rappresenta un
cambiamento in positivo nella vita del soggetto per
cui aumenta la sua capacità di gestire i conflitti.
Questo si chiama maturarsi e crescere. Sano allora
può essere considerato l’uomo che presenta una
robustezza flessibile nel mantenersi stabile, nel
mantenere questo equilibrio psicofisico, nel
resistere alle prove o a stimoli stressogeni, nel
progredire, nell’adattarsi a situazioni nuove e nel
superarle, chi dispone di un maneggevole
potenziale elastico di strategie difensive e di
adattamento. L’inclinazione alla malattia significa
una riduzione di queste potenzialità. Da studi
effettuati recentemente si è visto che gli individui
incorrono più raramente nello stress cronico se
sono messi nella condizione di esprimere
verbalmente e dal punto di vista comportamentale
la propria aggressività, il proprio disappunto, di
poter manifestare apertamente il proprio malessere
generale. Invece coloro che interiorizzano tutto,
autosvalutandosi e crogiolandosi nel senso di colpa,
non esprimono la propria contrarietà, non si
sfogano, non riescono a scaricare le proprie
tensioni interne, vanno più frequentemente incontro
a stress cronico ed a maggiori probabilità di
somatizzare.
Secondo
una
riflessione
psicoanalitica
l’individuo
che
tende
a
psicosomatizzare ha avuto uno sviluppo del sé (il sé
per Winnicott è la consapevolezza della propria
identità psicofisica e della propria integrità e
differenziazione) non del tutto riuscito, cioè ha
potuto realizzare solo una separazione incompleta
dalle
figure
genitoriali.
Il
processo
d’individuazione e separazione non si è realizzato
completamente portando l’individuo ad una
50 Vita di Club
sufficiente
autonomia
e
capacità
di
autodeterminazione. Si possono creare così le basi
per l’insorgenza della malattia psicosomatica. La
malattia nasce allora da una scissione tra psiche e
soma e quindi si oppone alla naturale e progressiva
tendenza all’integrazione, Il conflitto intrapsichico
viene riversato sul soma come meccanismo di
difesa dall’ansia che il conflitto interno procura. I
disturbi sessuali si avvicinano molto più al concetto
di disturbo psicosomatico, nel senso che è il
risultato di componenti psicologiche anche molto
profonde ed a volte organiche, per cui risulta
fondamentale un approccio multidisciplinare, che
tenga conto sia delle cause organiche che
psicologiche. Il primo passo che dovrebbe fare un
terapeuta è quello di escludere, tra le possibili
cause, la presenza di disfunzioni organiche, la qual
cosa si può accertare facilmente con esami medici
specifici, andrologici o ginecologici, quando non
già attraverso il semplice colloquio. Se la
funzionalità
fisica
degli
organi
risulterà
soddisfacente, come avviene in una grande
percentuale di casi, il problema dovrà essere
affrontato sul piano psicologico, ricercando cause
attuali o pregresse del fenomeno disfunzionale.
Normalmente una psicoterapia permette di superare
questo tipo di problemi.
Dal punto di vista tecnico, possiamo dividere i
disturbi sessuali in tre categorie distinte: le
disfunzioni sessuali vere e proprie, le deviazioni del
desiderio sessuale (chiamati parafilie), i disturbi
dell'identità di genere. Per disfunzioni sessuali si
intendono quei disturbi, abbastanza noti anche al
pubblico, che ostacolano o impediscono il rapporto
sessuale. Il ciclo di risposta sessuale normale può
essere diviso nelle seguenti fasi:
1. Desiderio
2. Eccitazione
3. Orgasmo
4. Risoluzione.
I disturbi della risposta sessuale possono
verificarsi in una o più di queste fasi. Sia nell'uomo
che nella donna i disturbi della fase del desiderio
sono il desiderio ipoattivo o l'avversione
sessuale. Nell'uomo il disturbo più comune della
fase dell'eccitazione è il disturbo dell’erezione
(impotenza), mentre nella donna vi è la mancanza
di eccitazione sessuale e di lubrificazione.
Nell'uomo il disturbo più comune della fase
dell'orgasmo è l'eiaculazione precoce, anche se
esistono uomini che hanno eiaculazione ritardata,
impossibile o anestetica, mentre nella donna è
molto comune l'anorgasmia o frigidità
(impossibilità di raggiungere l'orgasmo). Proviamo
a cercare di capire, prendendo in esame i vari
disturbi, quali sono le cause psicologiche più
profonde nel vissuto personale che li possono
innescare e mantenere, spesso le cause ultime sono
di tipo inconscio, conflitti intrapsichici e
relazionali. Proviamo ad analizzarle ma senza
alcuna pretesa di esaustività, perché l’argomento è
tanto interessante quanto vasto e complesso.
Per quanto riguarda i disturbi del desiderio sessuale
questi possono essere presenti in entrambi i sessi.
Troviamo il desiderio ipoattivo che può essere di
tipo primario, quando tutta la vita del soggetto è
caratterizzata da assenza di desiderio sessuale, o di
tipo secondario, quando la perdita di desiderio si ha
solo dopo situazioni stressanti o di cambiamento
che presentano un forte coinvolgimento emotivo
(nascita di un figlio, lutto, depressione, menopausa,
andropausa,
licenziamento,
problemi
col
partner…). Il desiderio sessuale riveste un ruolo
fondamentale nella vita psichica, essendo la vera e
propria espressione delle pulsioni istintuali. In
genere nei disturbi del desiderio sessuale sono da
valutare fattori quali: l’abbassamento del livello
libidico in quei soggetti che in genere non si
sentono attratti o interessati all’aspetto sessuale
delle relazioni, la sublimazione, quando l’impulso
sessuale si trasforma in una più alta attività mentale
(come la carità, l’amore per l’arte, per la scienza, la
religione…), la paura del piacere in soggetti che
pensano di non meritarselo, che soffrono di sensi
di colpa nei confronti di una loro aggressività
repressa, per cui devono essere puniti e non
possono concedersi di provare piacere e la paura
degli affetti, paura a livello inconscio di lasciarsi
prendere dalle emozioni, quando l’amore è vissuto
come pericoloso, perché potrebbe risvegliare
antichi conflitti psicologici legati a carenze
affettive.
Nel caso del disturbo da avversione sessuale
l’ansia è legata ad una fobia per il sesso. Una volta
che la reazione d’ansia si è condizionata a certi
stimoli sessuali, la persona tende ad evitare questi
ultimi ogni volta che si presentano, allo scopo di
non provare l’attivazione ansiosa che viene
percepita come soggettivamente spiacevole. I
condizionamenti originari che danno origine a
questa associazione possono avere diverse origini:
atteggiamenti genitoriali negativi verso il sesso,
derivanti da condizionamenti culturali, traumi
sessuali (stupro), costanti pressioni subite nel corso
di una relazione protrattasi a lungo, confusione
circa la propria identità sessuale. Quando vi è una
vera e propria fobia della penetrazione spesso sono
donne che hanno subito degli abusi nell’infanzia
che hanno rimosso od il ricordo parziale le blocca.
Il pene viene identificato con un oggetto pericoloso
e che quindi può ferire.
Venendo ai disturbi nella fase dell’eccitazione
abbiamo, per quanto riguarda gli uomini, il
disturbo dell'erezione (impotenza) che è una
persistente o occasionale incapacità di raggiungere,
o di mantenere fino al completamento dell'attività
sessuale, un'adeguata erezione. Ci sono diversi tipi
di disfunzione dell'erezione (impotenza). Alcuni
soggetti manifestano l'incapacità di avere l'erezione
fin dall'inizio dell'esperienza sessuale. Altri hanno
51 Vita di Club
un'adeguata erezione e poi perdono la tumescenza
tentando la penetrazione. Altri ancora hanno
un'erezione sufficientemente valida per la
penetrazione, ma perdono la tumescenza prima o
durante le successive spinte. Alcuni uomini
possono riuscire ad avere l'erezione solo durante la
masturbazione o al risveglio. Anche le erezioni
masturbatorie possono venire meno, ma ciò è raro.
Le difficoltà di erezione sono spesso associate ad
ansia sessuale, timore di fallimento, preoccupazioni
sulla prestazione sessuale e ad una ridotta
sensazione soggettiva di eccitazione sessuale e di
piacere.
I disturbi dell'erezione sono molto frequenti; si
parla di un 10% circa di diffusione nella
popolazione generale, che può salire fino ad oltre il
50% con l'aumentare dell'età (70 anni). La presenza
di erezioni spontanee notturne ed al risveglio,
nonché la capacità di raggiungere e mantenere
l'erezione durante la masturbazione, comunque,
sono prove inequivocabili del fatto che non vi siano
cause organiche, ma che il problema sia di natura
psicologica e, come tale, vada affrontato.
L’impotenza è per il 90% dei casi di origine
psicogena, e solo per il 10% di origine organica.
Esiste una Impotenza primaria in quegli uomini
che non sono mai stati in grado di affrontare un
rapporto sessuale completo, ed una Impotenza
secondaria che s’instaura dopo una fase di sviluppo
normale dell’attività sessuale, è spesso determinata
da eventi traumatici che si presentano nella vita
dell’individuo.
Tra i tratti psichici che si riscontrano negli uomini
che presentano difficoltà erettiva vi è
un’aggressività repressa, per cui l’impotenza nasce
dalla difficoltà a percepire il pene come una parte
di sé positiva. Nella storia personale ci può essere
stata un’incapacità del bambino di risolvere la
propria aggressività verso la figura materna (madre
vissuta come castrante), per cui l’uomo riversa
sulla propria partner l’aggressività che aveva un
tempo verso la madre. Si ha in questi casi un
vissuto del femminile negativo, la donna è
castratrice, ostile, o giudicante e non facilmente
gratificabile. L’impotenza può assumere il carattere
di una risposta inconsciamente aggressiva nei
confronti delle donne, quindi la penetrazione è
vissuta come un atto aggressivo e distruttivo.
L’identificazione del pene come oggetto cattivo,
distruttivo, porta ad un paradosso: più l’uomo ama
la propria donna, più è riluttante ad offrire
quell’organo che lui considera distruttivo.
Ci può anche essere tra le cause dell’impotenza
un’ansia da castrazione: come il bambino vive
durante il complesso di edipo la paura di
castrazione, così l’uomo teme di perdere il proprio
pene nell’attività sessuale.
Vi può essere tra le cause la paura dell’abbandono,
l’ansia da prestazione, legata a problematiche
edipiche di competizione con la figura paterna
idealizzata, dove non ci si sente all’altezza di
poterla eguagliare e superare, o con una figura
paterna introiettata come troppo punitiva e
castrante. Nell’impotenza secondaria possono
entrare in gioco importanti caratteristiche di
personalità e fattori ambientali: può presentarsi
dopo un lungo periodo d’eiaulazione precoce, che
provoca nel soggetto una forte preoccupazione per
la riuscita della propria prestazione sessuale, perché
si sente incapace di soddisfare la compagna,
un’esperienza omosessuale nell’adolescenza può
essere vissuta in maniera traumatica, malattie
organiche che possono indurre difficoltà ad avere
un’erezione, possono nel tempo determinare un
vissuto psicologico d’insicurezza tale che può
influenzare negativamente la propria prestazione
sessuale. Si può avere paura dell’insuccesso dovuta
ad un una sola esperienza d’insuccesso sessuale
casuale. Spesso la paura di non riuscire è legata a
timori più antichi, come quello di essere
abbandonato o di non essere amato, o il non sentirsi
adeguato. Possono esserci richieste di prestazioni
sessuali della propria partner vissute come troppo
esigenti, od incapacità di abbandonarsi, incapacità
di vivere l’esperienza sessuale in modo naturale,
lasciandosi andare e guidare dalle proprie
sensazioni corporee, senza bisogno di controllare
razionalmente tutto ciò che accade.
Passando nella fase dell’orgasmo, la più comune
delle
disfunzioni
sessuali
nell’uomo
è
l'eiaculazione precoce che consiste nel presentarsi,
persistente o occasionale, di eiaculazione in seguito
a stimolazione sessuale anche minima, oppure
prima, durante o poco dopo la penetrazione e
comunque prima di quando il soggetto
desidererebbe, rendendo il rapporto sessuale
insufficiente ed insoddisfacente. Tipicamente,
l'eiaculazione precoce viene osservata in uomini
giovani, ed è presente fin dai loro primi tentativi di
rapporto sessuale. Quando il disturbo esordisce
dopo un periodo di funzionamento sessuale
adeguato, il contesto è spesso quello di una
diminuita frequenza di attività sessuale, di intensa
ansia da prestazione con un nuovo partner, o di una
perdita di controllo sull'eiaculazione legata alla
difficoltà nel raggiungere o nel mantenere
l'erezione. Nella maggior parte dei casi lo si può
attribuire a cause psicologiche. È un sintomo
nevrotico caratteristico degli uomini che hanno
insicurezze a livello affettivo, e possono provare
ansia, paura di non essere all’altezza o di essere
abbandonati. L’uomo vive sentimenti ambivalenti
verso la donna, un desiderio di relazionarsi, ma
anche rabbia, con sentimenti sadici e punitivi
inconsci. Un disturbo molto poco frequente è
invece
l’eiaculazione
ritardata;
è,
psicodinamicamente parlando, l’espressione di
paure inconsce di poter essere castrato o
abbandonato se si deposita il seme in vagina. Più in
generale sotto c’è una paura di lasciarsi andare.
52 Vita di Club
L’eiaculazione anestetica è invece una parziale
incompetenza eiaculatoria, nella quale rimane
intatta la fase di emissione dello sperma, ma non
quella eiaculatoria dell’espulsione del seme per
mezzo di contrazioni muscolari, per cui questi
uomini sperimentano la fase eiaculatoria senza che
essa sia accompagnata ad un’esperienza di piacere.
I fattori psicologici dominano questa disfunzione e
vanno ricercati essenzialmente nell’inibizione
dell’aggressività e nella paura di esplodere, cioè di
perdere il controllo delle emozioni al momento
dell’orgasmo.
Veniamo ora ai disturbi che si possono presentare
nella sessualità femminile. Abbiamo già visto i
disturbi del desiderio (desiderio ipoattivo o
l’avversione sessuale). Nella donna ulteriori fattori
che possono portare a questi disturbi sono la
depressione post-partum, per cui la difficoltà a far
convivere il ruolo materno, vissuto come puro, con
quello di amante-moglie, vissuto come sporco,
quindi la donna identificata col ruolo di madre non
si può concedere di fare sesso. Un altro caso è
quello della menopausa, in cui si possono creare
dei blocchi mentali, vivere male i cambiamenti del
proprio corpo e vederlo come asessuato. La
caratteristica
fondamentale
del
disturbo
dell’orgasmo
femminile
(anorgasmia
o
dispareunia) è un persistente o ricorrente ritardo, o
assenza, dell’orgasmo dopo una fase normale di
eccitazione sessuale, dovuta ad un’inibizione
specifica della componente orgasmica della
reazione sessuale. La donna soffre di disfunzione
orgasmica primaria se non ha mai sperimentato
un orgasmo; se viceversa il disturbo si è sviluppato
dopo un periodo durante il quale la donna
raggiungeva
l’orgasmo
normalmente,
la
disfunzione orgasmica si dice secondaria.
Bisogna fare una distinzione ulteriore tra chi non ha
mai provato l’orgasmo né la masturbazione ed ha
difficoltà a toccare il proprio corpo, e chi invece
prova l’orgasmo da sola, ma non in coppia. Le
cause psichiche e comportamentali dell’anorgasmia
possono essere superficiali come un’insufficiente
stimolazione clitoridea durante il rapporto sessuale,
o come “l’autosservazione ossessiva” durante il
rapporto che può avere come causa più
profonda una difficoltà a lasciarsi
andare, una sfiducia nella figura
maschile dovuta ad un complesso
paterno, in cui il padre è stato dominante. Si può
avere anche un senso di colpa verso il piacere per
chi vive il sesso come un tabù, come sporco e
quindi non può permettersi di viverlo con piacere.
Il vaginismo si presenta come una reazione
incontrollata di irrigidimento dei muscoli pelvici ai
tentativi di penetrazione; è una reazione
condizionata
che
probabilmente
risulta
dall’associazione di dolore e paura ai tentativi di
penetrazione vaginale o anche alla sola fantasia di
penetrazione. Lo stimolo negativo originario può
essere stato dolore fisico o angoscia psicologica. La
condizione dolorosa può in certi casi essere ancora
attuale, ma in altri casi essa non è riscontrabile.
Anatomicamente i genitali della donna vaginismica
sono normali. Tuttavia, quando si tenta la
penetrazione, l’accesso vaginale si serra talmente
che l’atto sessuale è impossibile a causa di uno
spasmo involontario dei muscoli che circondano
l’accesso vaginale, che si verifica ogni volta che si
cerca di introdurre il pene nella vagina. In alcune
donne, perfino l’idea di introdurre qualcosa
(medicine) in vagina può causare spasmo
muscolare. In alcuni casi è impossibile la visita
ginecologica. Le donne che soffrono di vaginismo
presentano un forte bisogno di controllare la
realtà, che corrisponde alla presenza di tratti fobici
e isterici della personalità. A volte la paura di
perdere il controllo può derivare da un legame
molto forte con la figura di un padre vissuto come
forte e dominante. Assumono a volte un
atteggiamento mascolino, spesso sono donne che
disprezzano tutto ciò che riguarda la femminilità
che considerano perdente e si mettono invece in
competizione con l’altro sesso a cui non vogliono
cedere. Le cause organiche del vaginismo sono
molto rare (non più del 10% dei casi), e le cause
psicologiche possono essere ricercate anche nel
rapporto con la propria madre. Se il legame
materno è molto intenso, e la madre ha un ruolo
dominante che tende a controllare la vita della
figlia, questa faticherà a rendersi autonoma. Altri
fattori psicologici e sociali che possono causare il
vaginismo sono un’educazione rigidamente
religiosa, una cattiva informazione sulla fisiologia
dell’atto sessuale, poca confidenza ed
intimità col partner…
53 Vita di Club
MONDO LIONS
di ELIO BIANCHI
Dai Congressi…
NEWS
I
l nostro Club ha onorato sia il Congresso
Distrettuale di Primavera a Forlì il 12/13
Maggio che quello Nazionale a Fiuggi il
26/27 Maggio, con la presenza attiva dei 5
delegati designati. Nel corso del primo sono state
approvate modifiche dello Statuto e Regolamento
del Distretto per adeguarli alle norme
internazionali. Di rilievo è la specificazione
dell’inquadramento giuridico del Distretto in
aderenza alla legislazione italiana sulle associazioni
non riconosciute “no-profit”; altrettanto importante
la norma che stabilisce unicità del Congresso
distrettuale, quello che si svolge in Primavera
ritornando alla denominazione di “Incontro
Programmatico d‘Autunno“ per quello che era
diventato il secondo Congresso. Ne discende un
corollario di particolarità che porta, fra l’altro, ad
una riduzione delle quote a carico dei Clubs
previste per i Congressi. Sono state altresì apportate
variazioni allo Statuto-tipo per Club per recepire
indicazioni sul comportamento di alcuni organi che
in quello precedente non erano contemplate; il
Comitato
espressamente
designato
per
l’adeguamento dello statuto del nostro Club era in
attesa di questa modifica per formulare pertinenti
proposte per l’Assemblea. In precedenza erano stati
approvati i Temi Distrettuali per il 2007/08:
“Adottiamo il Villaggio di Wolisso” è rimasto
quale Service, “Energia ed ambiente; sostenibilità
del sistema“ il nuovo Tema di Studio Distrettuale,
presentato dal Club Forlì Host. Dopo l’esposizione
della sua relazione morale da parte del Governatore
Angelini, il Congresso si è concluso, come di
consueto, con la proclamazione dei risultati delle
votazioni per l’elezione del Governatore e del Vice
Governatore
Distrettuali,
rispettivamente
Loredana Sabatucci del Club Val Vibrata e
Achille Ginnetti del Club di Osimo. Il passaggio
dei poteri fra i due Governatori è previsto in data
22 Luglio nei pressi di Nereto in Val Vibrata. Il
Congresso Nazionale ci ha costretto ad una trasferta
impegnativa in quel di Fiuggi, guidati (anche in
senso automobilistico) dal nostro Presidente, ma ci
ha permesso, soprattutto a coloro che non avevano
mai vissuto l’atmosfera di questa importante
manifestazione del lionismo italiano, di entrare nel
vivo delle ombre e luci della nostra Associazione,
ombre che non possono sminuirne l’eccezionale
portata solidaristica, se
si
valuta
con
obiettività,
senza
preconcetti, il grande oceano di attività che nel
mondo riusciamo a portare avanti e del quale
dobbiamo essere fieri, nel quale dobbiamo navigare
nonostante le minacce di “tsunami” che talvolta
emergono, inevitabilmente, tenuto conto che è pur
sempre l’Uomo, con il suo libero arbitrio, che
governa il bene e il male del nostro navigare. Così
abbiamo partecipato alle diverse votazioni che
hanno investito problematiche diverse. Sono stati
scelti, quale Tema di Studio Nazionale, “Dignità e
diritti nel mondo dei minori: rischi ed abusi di
internet e psicofarmaci”, quale Service: “Acqua per
la vita - obiettivo Africa”, entrambi scaturiti da un
“collage” di proposte pervenute da diversi Clubs.
Services Permanenti Multidistrettuali accolti:
“SO.SAN.”, Organizzazione di solidarietà sanitaria,
costituita a Ravenna nel 2003, e “Progetto Sordità Vincere la sordità è possibile, occorre perseverare”.
La Campagna Pubblicitaria Lions ha ottenuto il
placet per un prelievo temporaneo dal fondo di
dotazione; sono state anche approvate modifiche
statutarie e regolamentari non particolarmente
rilevanti, eccetto l’aver tolto limiti alla rieleggibilità
del Direttore di The Lion, ad ogni scadenza
triennale del suo mandato ed è stata scelta la sede
dei prossimi due Congressi Nazionali che si
svolgeranno a Caorle nel 2008 e a Ravenna nel
2009. L’elezione del Direttore Internazionale ha
portato il PDG Ermanno Bocchini del Distretto
YA a prevalere, in ballottaggio, sul nostro Peppino
Potenza, mentre Presidente del Consiglio dei
Governatori l’anno prossimo sarà Rocco Tatangelo
IPDG del IB3. Infine, un bel momento lionistico l’
hanno vissuto gli Amici che hanno partecipato, a
Pescara il 9 Giugno scorso, all’inaugurazione del
fabbricato che ospiterà la “Fabbrica del Sorriso” e
che conclude ufficialmente il service del Club
Pescara Host, avviato nel 2002/2003 per festeggiare
il 50° della fondazione ricevendo poi il risolutivo
appoggio da tutto il 108A, Clubs e Distretto, con
intervento anche della Fondazione dei Lions Clubs
per la Solidarietà per assolvere alle incombenze
giuridico-fiscali connesse ai rapporti con le
istituzioni, con i fornitori e con gli sponsors.
54 Vita di Club
SERVICE
di PIETRO GIOVANNI BIONDI
Quando la solidarietà è sport…
CAMPIONI SULL’ERBA
L
e vie della solidarietà sono infinite: la partita
di calcio ossia la partita del cuore è ormai un
classico e anche i Lions hanno affrontato la
difficile impresa. Il 5 maggio si è svolto nello
Stadio comunale di Sant’Arcangelo messo a
disposizione dal sindaco un incontro per
raccogliere fondi per il villaggio di Wolisso. Alla
presenza di un nutrito numero di sostenitori, sono
scese in campo la squadra capitanata da Paolo Del
Bello composta dai soci Lions e Leo delle zone C,
D, E e della 1ª Circoscrizione e la squadra dei
giornalisti, inviati delle maggiori testate provinciali
e nazionali. Nonostante l’appassionato tifo
lionistico, hanno vinto i bravissimi giornalisti, ma
al di là del risultato sportivo ha vinto la comune
finalità. Cos’è mancato per vincere la partita? I
giornalisti erano messi bene in campo, i Lions no, i
primi correvano tanto, noi no, si erano allenati, noi
no, hanno una grande confidenza con il pallone, noi
no! Eppure non abbiamo sfigurato, considerando
che l’età media della nostra squadra, pur abbassata
da due Leo, era molto più alta di quella dei
giornalisti e che la sconfitta è stata onorevole (4 a
2). Chi ha salvato l’onore dei canarini Lions è stato
quel furbacchione di David Giuliodori perché,
mentre nel primo tempo all’ala destra non è stato
proprio vivacissimo (il
ragazzo ha bisogno di
crescere),
nel secondo tempo si è
piazzato
davanti
al
portiere
avversario
come un vero rapinatore
d’area e gli ha
infilato due pallini alla
maniera
di
Paolo Rossi ai mondiali
del 1982. Il
merito va comunque distribuito perché tutti hanno
fatto il massimo sudando le proverbiali sette
camicie e rendendo lo spettacolo piacevole,
corretto, divertente. Dei tre campioni del Rimini
Malatesta due si sono visti poco, uno, Paolo
Gianessi, ha marcato visita e, nonostante le
amorevoli cure di Mauro Tercon, è sceso in campo
solo per fare la foto di gruppo; l’altro, Raffaelle
Petrilli, è sceso in campo dopo trent’anni con tanta
voglia di fare, ma per fare in fretta si è dimenticato
di mangiare e così è stato costretto a mangiarsi un
gol per mettere qualcosa nello stomaco. Ma David
ha salvato l’onore di tutti. Bel pomeriggio, buona
partecipazione, due past governatori, il governatore
in carica Ezio Angelini che ha dato il calcio
d’inizio, tre presidenti di Club e tanti officers
distrettuali. Viva lo sport al servizio della
solidarietà!
Premio “Morena Ugolini”
I
l Lions Club Rimini Malatesta, che ha contribuito al finanziamento del Concorso, si
congratula con tutti gli studenti partecipanti per la qualità delle loro opere rivelatrici
di talento, sensibilità e idee mai banali. Ai primi classificati l’onore della
pubblicazione.
55 Vita di Club
Il Presidente del Lions
Club Rimini Malatesta,
dott. Massimo Mancini,
premia il 3° classificato
nella Sezione Poesia,
Giovanni Ghinelli.
Il Dirigente Scolastico
dell’I.T.T.
“Marco
Polo”, prof. Umberto
Moretti, premia la 2ª
classificata ex aequo
nella Sezione Prosa,
Margherita Tercon.
PREMIO “MORENA UGOLINI”
di LORETTA RAGGINI
In onore di Morena
GIOVANI TALENTI
G
iovedì 3l maggio alle ore 21, presso
l’Aula Magna dell’Istituto Tecnico
per il turismo Marco Polo si è svolta
la
premiazione
del
Premio
"Morena Ugolini" che anche quest'anno ha
registrato la partecipazione numerosa degli
studenti delle scuole superiori della Provincia
di Rimini. La serata è sempre occasione
d’incontro fra studenti ed insegnanti delle
diverse scuole e stimolo per le specifiche
competenze, vuoi organizzative o di
sponsorizzazione o creative a dare il meglio di
sé proiettandosi in un prossimo futuro.
Per la sezione “Poesia” si sono classificati ai
primi 3 posti rispettivamente: Alberto Foscoli
con Senza Stagioni dell’ I.T.C. Valturio; Sara
Fattori con La storia infinita dell’ I.T.T.
M.Polo e Giovanni Ghinelli con Distacchi dell’
I.T.C. Valturio.
Per la sezione “Prosa” si sono distinti:
Matilde Manzaroli, prima classificata con
Vite parallele Liceo G.Cesare-M.Valgimigli;
seconde classificate ex-equo Frammenti di
memoria di Margherita Tercon, Liceo
G.Cesare-M.Valgimigli e Fabiana Pochi con
La ragazza di origini ebree, I.T.G. Belluzzi. Al
terzo posto, sempre ex-equo, I miei sensi di
Giulia Vergnani, I.T.G. Belluzzi e Il solaio di
Serena Boschi, Liceo della Comunicazione
Maestre Pie dell'Addolorata.
Senza stagioni
Bianca natura morta
Non è inverno
Acceso sole cocente
Non è estate
Terra imbevuta di acqua
Non è primavera
Tappeto colorato di foglie
Non è autunno
Tu soffri, ti spegni, muori.
Io mi alzo ogni mattina e vado a scuola:
indifferente
Alberto Foscoli
Per la sezione “Illustrazione” prima
classificata Laura Casadei dell'I.S.A. Fellini
di Riccione, seconda Valentina Mattei del
Liceo artistico Serpieri e sempre da questo
istituto anche la terza classificata Monia
Antonini. Per le tre sezioni del concorso sono
state evidenziate anche le opere segnalate ed è
stato inoltre pubblicato un volume contenente
tutte le opere presentate. Questo Premio, già
alla IV edizione, prende spunto dalla figura di
Morena Ugolini, morta di una grave malattia
a soli 25 anni, studentessa dell’Istituto M.Polo
e squisita poetessa che ha ridisegnato la sua
condizione esistenziale tramite messaggi di
positività e amore per la vita. E questo rimane
come segnale positivo per i giovani che hanno
inclinazione alla scrittura. L' Associazione noprofit che si affianca al suo nome e che si
avvale del lavoro volontario dei suoi soci crede
nella promozione e valorizzazione delle opere
giovanili quale strumento per farsi ascoltare e
valorizzare e intende il suo operare come
piccolo argine al disagio e al disorientamento
giovanili. Anche se poi tutto questo è anche
un’ottima occasione per scoprire nuovi talenti e
proprio per questo chi è affezionato a questa
iniziativa cerca già di immaginare come sarà la
V edizione.
Laura Casadei
56 Vita di Club
Vite Parallele
Sembrava dormire profondamente ma, ormai, quel sonno
perpetuava da sette lunghi anni e ogni giorno che passava le
speranze si affievolivano. Lui non era a conoscenza della
sua situazione; non sapeva che la sua vita era appesa ad un
filo, un filo sottile che le Parche erano pronte a tagliare da
un momento all'altro.
*
Camminava lungo la strada, era notte. Rincasava dopo una
partita a bowling con gli amici quando, tutt'a un tratto, una
forte luce lo abbagliò; da una decappottabile rossa scesero
quattro uomini in nero. Contemporaneamente dal bar, alle
sue spalle, uscirono sei persone. In una frazione di secondo
capì di essere spacciato. Come due eserciti schierati su
fianchi opposti, quegli uomini erano pronti a darsi battaglia
e non avrebbero esitato a togliere di mezzo chi si fosse
trovato sul loro cammino. Estrassero le pistole, uno di loro
esplose un colpo e...
Michael si svegliò di soprassalto, nel buio si sentivano solo
i suoi respiri affannati. Aveva la fronte madida di sudore.
Valentina Mattei
Per un attimo aveva pensato di essere morto. Si toccò la
fronte e con la punta dei polpastrelli sentì una piccola
cicatrice in rilievo. Che strano! Non si era mai accorto di
averla.
*
«Amore non piangere... sapevamo entrambi che questo
giorno sarebbe arrivato.» «No! No, no, no... io so che si risveglierà. Me lo sento. Il mio cuore...» «Non
possiamo... abbiamo preso una decisione dopo quello che è successo e dobbiamo rispettarla. Entrambi amiamo
nostro figlio, ma, se non si fosse svegliato nell'arco di sette anni, avremmo dovuto lasciarlo andare. Questo è
l'ultimo dono che ci è concesso fargli. Non possiamo tenere la sua anima legata a questo involucro fatto di
carne ed ossa per sempre. Il ragazzo laggiù, steso su quel letto d'ospedale, non è mio figlio. Lui se ne è andato
molto tempo fa. Ed ora continua a vivere solamente nel mio cuore.» «Lo so... ma non riesco ad abituarmi
all'idea di dovergli dire addio. È mio figlio, dovrebbe essere lui a seppellire noi, non noi a seppellire lui.»
*
«Ultimamente faccio degli strani sogni.» «Secondo me, Mike, dovresti prenderti una vacanza.» «Non sono
stressato, è solo che i miei sogni sono talmente vividi ultimamente... mi sembra quasi di vivere due vite e, a
volte, quando sono sveglio, per un attimo credo di sentire le voci di un uomo e di una donna. Non mi guardare
così, non sono pazzo! »
«Lo continuo a ripetere che ti serve una vacanza, anzi una lunghissima vacanza...» «Ah ah ah! Molto
divertente! La mia vita negli ultimi tempi è semplicemente assurda. Tutto Qui. Grazie di aver ascoltato le mie
lagne. Ma adesso devo andare. Ti chiamo.» «Quando avrai voglia di parlare io sarò sempre qui, puoi contare su
di me...» Michael scese in strada e voltandosi scambiò un ultimo sguardo con l'amico, entrambi sorrisero.
*
Vince salì in macchina. Aveva appena accompagnato sua figlia Elise a scuola. Come al solito avevano fatto
tardi e, se non si fosse sbrigato, il capo lo avrebbe nuovamente chiamato nel suo ufficio. Nonostante
l'imbottigliamento generale del mercoledì mattina, Vince aveva incontrato sulla sua strada molti semafori verdi
e non pochi guidatori cortesi (cosa assai rara). Sfortunatamente, però, la strada in Lincoln street era stata chiusa,
così fu costretto a passare in S. James street. Accadde tutto in una frazione di secondo. Quell'uomo sbucò
all'improvviso. Fu impossibile evitarlo. Vince cercò di frenare ma ormai era tutto inutile.
*
Quel figlio, ormai dato per morto e legato ad un triste destino, improvvisamente aprì gli occhi.
Matilde Manzaroli
57 Vita di Club
SERVICE
di GUIDO ZANGHERI
Edizione 2007: Chitarra Classica
PREMIO “VITALE”
“L
a musica non solamente gli animi
umani indolcisce, ma spesso le
fiere fa diventar mansuete; e chi
non la gusta, si può tener per certo
che abbia gli spiriti discordanti l’un dall’altro”.
Così si esprimeva Baldassar
Castiglione nel
“Cortegiano” nel definire il profondo valore
educativo e formativo dell’arte dei suoni. Il
concetto è stato ripreso e riaffermato da una
pregevolissima iniziativa del Lions Club Rimini
Malatesta, inserita all’interno del suo primo
meeting del mese di giugno, grazie alla grande
sensibilità musicale del presidente Massimo
Mancini. L’apertura e l’attenzione al mondo dei
giovani e alla loro formazione, con particolare
riferimento a quanti per talento e applicazione
emergono in ambito cittadino nel coltivare lo studio
della musica è divenuto da alcuni anni una delle
scelte di campo del Lions Malatesta. Il premio
istituito otto anni orsono con una generosa
donazione da parte di Vitale ed Eugenia Vitale che
si ripete nel tempo a favore del migliore studente
del Lettimi, oltre a valorizzare e a segnalare un
promettente musicista, rende merito alla più antica
e accreditata Istituzione musicale della Provincia di
Rimini favorendone la visibilità e l’apprezzamento
fra la cittadinanza. L’ambito premio Vitale è
dunque stato conferito quest’anno ad Emiliano
Battistini, ventitreenne allievo della classe di
chitarra del prof. Maurizio Cerqua, che è stato
segnalato dalla direzione del Lettimi fra tutti gli
studenti dell’Istituto. Assieme a Battistini ha
ottenuto un riconoscimento di merito Raffaello
Ravasio, anch’egli chitarrista, già a suo tempo
vincitore del premio Vitale. Un breve bellissimo
concerto dei due musicisti ha introdotto con le
modalità più appropriate, alla cerimonia della
consegna
del
premio.
La
suggestione
prodotta
dalle
sonorità tenui ma
suadenti
della
chitarra
si
è
inizialmente
sovrapposta alla
magica atmosfera
del crepuscolo sul
mare: la pagina di
Angelo Gilardino
intitolata
“Tenebrae factae
sunt”, è stata
eseguita
da
Emiliano
Battistini
con
intensa
partecipazione
evocativa.
A
seguire, Raffaello
Ravasio con “Le
tre
canzoni
popolari catalane”
di Miguel Llobet
e “Granada” di
Isaac Albéniz ha condotto con bravura la chitarra
alle sue tipiche movenze spagnole intrise da
melodie e da ritmi struggenti. A conclusione
Battistini e Ravasio in duo hanno affrontato di
slancio l’ “Allegro in sol maggiore” di Carulli, a
cui ha fatto seguito come concessione di bis
l’esecuzione del divertente brano sudamericano
“Morenita do Brasil” di Eduardo Ferrando. È stata
la stessa Eugenia Vitale, visibilmente emozionata e
commossa nel ricordo del
marito scomparso, a consegnare
il premio ad Emiliano Battistini
e a congratularsi vivamente con
lui. La serata ottimamente
condotta e coordinata dal
cerimoniere
Nevio
Rossi,
anch’egli raffinato cultore di
musica, ha registrato un diretto
e immediato coinvolgimento
dell’uditorio,
attestato
da
domande, annotazioni e da una
58 Vita di Club
simpatica testimonianza personale di una
significativa esperienza di approccio musicale in
età adulta, che hanno fatto seguito agli interventi
del prof. Maurizio Cerqua e del prof. Enrico Meyer,
direttore dell’Istituto musicale “G. Lettimi”. Il
primo ha sapientemente ha tratteggiato un excursus
storico sulla chitarra volto a rivelarne le più remote
origini di ascendenza orientale e a sottolinearne, in
uno stretto connubio con il canto e con la danza, le
caratteristiche peculiari, ora auliche, ora popolari,
fino alla grande svolta prodotta dalla leggendaria
figura di Andrés Segovia, capace di trasformarla in
strumento da concerto a tutti gli effetti. Il secondo,
CHARTER
nel menzionare le più recenti iniziative ad alto
livello realizzate dal Lettimi, quali l’organizzazione
del “Quinto Incontro di Studio di Analitica” con la
partecipazione di eminenti studiosi italiani e
stranieri e le due master class di pianoforte di
Giuseppe Andaloro e di Enrico Pace, ha
comunicato
altresì
le
ultime
importanti
affermazioni dell’Istituto: la certificazione di
qualità ISO 9001:2000 rilasciata dal Tuv Italia e il
riconoscimento della EUC (Erasmus University
Charter) che permette di aderire a collaborazioni e
scambi di insegnanti e allievi con altre Istituzioni di
pari livello straniere.
di PIETRO GIOVANNI BIONDI
23 giugno 2007
NOTTE DI STELLE
V
illa Mattioli ci ha regalato una serata
particolarmente suggestiva col suo
giardino odoroso di limoni, con la
luna a far capolino tra le fronde
degli alberi secolari e il panorama lontano della
riviera illuminata a giorno.
Una segreta regia ha
dosato sapientemente tutti
gli ingredienti fino ad
ottenere
un’armonia
perfetta: ospiti eccellenti,
compagnia
piacevole,
menu delle feste, musica in
sottofondo e soprattutto
un’atmosfera densa di
programmi portati in porto
con soddisfazione e di
progetti sul punto di
salpare con entusiasmo. Il
Lionismo è questo: un’attività senza soste al
ritmo di cuori che vivono per amore e amore si
traduce in solidarietà, in amicizia, in cultura, in
ideali… E quando le idee si coniugano coi
fatti, ecco il risultato: un magnifico anno
insieme, una charter intensa e animata. Alla
presenza del Governatore Distrettuale entrante
Loredana Sabatucci Di Matteo, dei
Presidenti dei Club delle zone D e E, della
Presidente e della Vice Presidente del Ladies
Circle, del Presidente di Circoscrizione, del
Delegato di Zona, del Segretario e del
Tesoriere
Distrettuale, del
Presidente del
Servizio Cani
Guida
dei
Lions,
di
tantissimi soci
ed ospiti, si è
svolta la 26ª
Charter Night
del Lions Club
Rimini Malatesta con il passaggio delle cariche
tra il Presidente uscente, Massimo Mancini, e
il nuovo, Mauro Tercon, l’evento più
importante dell’anno lionistico, tempo di
bilanci e di intenti insieme. A coronare un anno
col vento in poppa e a dare alla Charter 2007
un valore aggiunto, la consegna della “Melvin
Jones”, massima onorificenza Lions, a due
cittadini riminesi che con i loro meriti speciali
onorano la nostra città e il nostro paese:
Giorgio De Luca e Giovanni Gentili, un
uomo d’azione ed un uomo di cultura, il primo
59 Vita di Club
ha fatto del Volontariato sociale la sua
missione, il secondo dell’Arte la sua passione.
Leggendo il rispettivo curriculum, si capisce
perfettamente il motivo della scelta operata dal
Presidente e dal Direttivo e si constata che
queste persone, operando in campi diversi,
hanno dimostrato alla massima potenza il
Valore delle capacità umane finalizzate al Bene
e al Bello. Applausi d’ammirazione
accompagnano la cerimonia e si percepisce
l’emozione dei premiati come dei premiandi. Il
Presidente e il Cerimoniere, in perfetto
sincronismo, hanno saputo agire nel loro ruolo
sia rispettando le regole di una nutrita scaletta
sia palesando il loro stato d’animo carico di
emozione,
soddisfazione
e
anche
preoccupazione per la riuscita della serata.
Ma andiamo con ordine. Dopo un lauto
aperitivo che da solo bastava e l’intrecciarsi di
allegre conversazioni, gli inni americano,
europeo e italiano e la lettura dell’etica
lionistica danno ufficialmente inizio alla serata.
Dietro l’attenta regia di Nevio Rossi, il
presidente consegna ai… senatori le Chevron
di anzianità (25, 20 e 15 anni), mentre il futuro
Governatore consegna agli officers gli attestati
di benemerenza (il sottoscritto per il Service
Nazionale Cani Guida, Elio Bianchi per la
Giorgio De Luca
Sessantenne, fino a pochi anni fa ha svolto l'attività di
bagnino a Miramare di Rimini. È un uomo di modi
semplici, genuini, che professa la virtù della modestia,
ma chi lo ha visto prodigarsi come volontario, sempre
senza mai chiedere nulla in cambio, animato da
entusiasmo e senso di abnegazione nell'opera di
solidarietà, prestata in occasione di calamità naturali
come terremoti e alluvioni, dice di lui che è un uomo
eccezionale.
Per questo suo impegno costante, e personale sacrificio
dimostrato nelle emergenze di questi anni, ha ricevuto
attestati di benemerenza dal Ministero degli Interni e da
sindaci di numerose città. Ha iniziato nel 1966, come
militare, partecipando ai soccorsi durante l'alluvione di
Firenze. Da allora questa voglia di poter essere utile gli è
rimasta nel sangue:
nel 1976 spontaneamente si è recato a prestare soccorsi
ai terremotati del Friuli;
nel 1980 era fra quelli che si sono prodigati in Irpinia;
nel 1989, durante la rivoluzione in Romania, sempre di
sua iniziativa ha organizzato e preso parte a tre consegne
di medicinali, vestiario e generi di conforto destinati alla
popolazione;
Poi, come volontario della protezione civile e della
Caritas :
nel 1991 in Albania;
nel 1994 per l'alluvione in Piemonte;
nel 1997 per il terremoto in Serravalle in Chienti come
responsabile dei soccorsi;
nel 1999 nel Kossovo per la guerra nella ex Yugoslavia;
nel 2000 per l 'alluvione in Valle d’Aosta,
sempre tra i primi ad arrivare e fra gli ultimi a ripartire.
vicepresidenza della Fondazione e David
Giuliodori per lo sport e l’handicap) e il premio
speciale (una ceramica di Guido Baldini
raffigurante Isotta e Sigismondo) ad Anna
Mariotti Biondi per la Rivista “Vita di Club” e
a Franca Fabbri Marani per l’organizzazione di
gite meravigliose. Ad Andrea Martino viene
consegnato il frutto del Concerto “Da
Gerswhin a Rota” (4000 Euro) che, sommato al
contributo dei Leo, ci avvicina sempre di più
all’assegnazione di un altro cane guida per
ciechi. Mentre gli studenti del Liceo Musicale
Lettimi esibiscono la loro bravura, si alternano
momenti di cerimonia al proseguimento
dell’ottima cena. A conclusione del suo
mandato Massimo Mancini ha voluto
ringraziare, senza dimenticare nessuno, coloro
che in un modo o nell’altro hanno collaborato,
rendendo vitale l’attività del club, e ci ha
regalato un simpatico siparietto fotografico a
ricordo di un anno insieme, un affettuoso
“com’eravamo”, già carico di nostalgia.
⁄\Ä _|ÉÇá VÄâu e|Å|Ç| `tÄtàxáàt |ÇàxÇwx ÉÇÉÜtÜx |Ä á|zA
Z|ÉÜz|É Wx _âvt ÑxÜ Ä:tàà|ä|àõ áäÉÄàt vÉÅx äÉÄÉÇàtÜ|É t
áÉáàxzÇÉ wxÄÄx ÑÉÑÉÄté|ÉÇ| vÉ|ÇäÉÄàx |Ç vtÄtÅ|àõM |Ç v|´ áxÅÑÜx
tÇ|ÅtàÉ wt xvvxé|ÉÇtÄx áÑ|Ü|àÉ w| tÄàÜâ|áÅÉ? ÅxááÉ |Ç ÑÜtà|vt
vÉÇ wxw|é|ÉÇx x átvÜ|y|v|É ÑxÜáÉÇtÄxA `txáàÜÉ xáxÅÑÄtÜx ÑxÜ àâàà|
vÉÄÉÜÉ? áÑxv|tÄÅxÇàx | z|ÉätÇ|? v{x ytÇÇÉ wxÄ áxÇáÉ wxÄÄt
áÉÄ|wtÜ|xàõ äxÜáÉ |Ä ÑÜÉáá|ÅÉ âÇ Éuu|xàà|äÉ ÑÜ|ÉÜ|àtÜ|É äxÜáÉ vâ|
|Çw|Ü|éétÜx |Ä ÑÜÉÑÜ|É tz|ÜxA e|yxÜ|ÅxÇàÉ ÑxÜ àâàà| vÉÄÉÜÉ v{x
|ÇàxÇwÉÇÉ äÉÄxÜ áxÜä|Üx vÉÄ ytÜx x ÑxÜ ÖâxáàÉ |ÇàxÜÑÜxàx wxÄ Ñ|∞
tâàxÇà|vÉ áÑ|Ü|àÉ Ä|ÉÇ|áà|vɤA
e|Å|Ç|? EF z|âzÇÉ ECCJ
60 Vita di Club
Ma si volta pagina ed ecco distintivo e
martelletto passano a Tercon. Chiudono
ufficialmente il bellissimo incontro i
complimenti e gli auguri di Loredana Sabatucci
ad un club che gode di un’ottima salute.
Giovanni Gentili
Nato a Fano (PU) il 26 ottobre 1950, laureatosi presso l’Università di Urbino in Lingue e letterature straniere, ha frequentato la Scuola di Perfezionamento
in Storia dell’Arte presso la medesima università, sotto la direzione di Pietro Zampetti. È membro della Commissione per i Beni Culturali della diocesi di
Rimini e consulente del Museo del Tesoro del Duomo di Monza. È autore di numerosi scritti a carattere storico-artistico e archeologico. Sovrintende e
coordina l’ideazione, la progettazione e la realizzazione di eventi espositivi di ampio respiro: nel 1995 è membro della segreteria scientifica di “Antiche
genti d’Italia” diretta da Sabatino Moscati e Giancarlo Susini, Rimini, Palazzo dell’Arengo - Roma, Palazzo di Venezia, e della mostra “Il Trecento
Riminese. Botteghe e pittori tra Romagna e Marche” diretta da Federico Zeri e Michele Laclotte, Rimini, Musei Comunali. Nel 1996 è membro della
segreteria scientifica di “Dalla Terra alle genti. La diffusione del cristianesimo nei primi secoli” diretta da P.C. Thiede, Rimini, Palazzo dell’Arengo, e di
“Cagnacci” diretta da Federico Zeri, Pierre Rosenberg e Everett Fay, Rimini, Musei Comunali - Roma, Complesso Monumentale di San Michele. Nel 1998
è coordinatore del comitato scientifico della mostra “Romana Pictura. La pittura romana dalle origini all’età bizantina”, curata da Fabrizio Bisconti e
Angela Donati, Rimini, Palazzo dell’Arengo - Genova, Palazzo Ducale; nel 1999 è coordinatore del comitato scientifico della mostra “La forma del colore.
Mosaici dall’antichità al XX secolo” curata da Marco Bona Castellotti, Rimini, Palazzo del Podestà, e del comitato scientifico della mostra “Gaetano
Previati. Un simbolista europeo” curata da Fernando Mazzocca, Milano, Palazzo Reale. Nel 2000 è direttore scientifico delle mostre “Pietro e Paolo. La
storia, il culto, la memoria” aperta a Roma presso il Palazzo della Cancelleria e della mostra “Ai confini della terra. Scultura e arte in Portogallo 13001500”, Rimini, Palazzo dell’Arengo e Lisbona, Museo Nacional de Arte Antiga, di cui cura il catalogo per i tipi di Electa. Nel 2001 è direttore scientifico
dell’esposizione “Deomene. L’orante tra Oriente e Occidente”, insieme a Patrizia Martinelli, a Ravenna, Museo Nazionale, e ne cura il catalogo per
l’Electa. Sempre nel 2001 è coordinatore scientifico della mostra “Realismi. Arti figurative, cinema e letteratura” curata da Luciano Caramel, Rimini,
Palazzo dell’Arengo. Nel 2002 è coordinatore della direzione scientifica della mostra “Il Trecento Adriatico. Paolo Veneziano e la pittura tra Oriente e
Occidente”, Rimini, Castelsismondo, e ne cura il catalogo, edito da Silvana Editoriale, con Francesca Flores D’Arcais. Nel 2003, con Francesco Buranelli,
direttore dei Musei Vaticani, è direttore scientifico della mostra “La Sistina e Michelangelo. Storia e fortuna di un capolavoro”, Rimini, Castelsismondo Savona, Palazzo del Commissario, di cui cura la realizzazione del catalogo, edito da Silvana Editoriale. Tra 2004 e 2005 è direttore scientifico della mostra
a carattere storico-archeologico “Costantino il Grande. La civiltà antica al bivio tra Occidente e Oriente”, aperta a Rimini fino al 4 settembre 2005, di cui
cura il catalogo, per i tipi di Silvana Editoriale. Nell’anno in corso (2007), per conto del Comune di Como è curatore della mostra “Gli impressionisti, i
simbolisti e le avanguardie. 120 capolavori dal Museo Nazionale di Belgrado”, aperta a Como, Villa Olmo, tra 25 marzo-15 luglio. È coordinatore
scientifico e co-curatore del catalogo della mostra “Balkani. Antiche civiltà il Danubio e l’Adriatico”, che si aprirà ad Adria, Museo Nazionale
Archeologico, tra 8 luglio 2008-13 gennaio 2008, promossa dalla Soprintendenza Archeologica del Veneto e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di
Padova e Rovigo insieme al Museo Nazionale di Belgrado. È direttore scientifico dell’esposizione “Arte per mare. Dalmazia, Titano e Montefeltro dal
primo Cristianesimo al Rinascimento”, in aperura tra 22 luglio – 11 novembre 2007 a San Leo (PU), Palazzo Mediceo e a San Marino, RSM, Museo di San
Francesco. La mostra è promossa dalla Diocesi di San Marino-Montefeltro ed è organizzata dalla Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II, RSM, in
collaborazione con il Ministero della Cultura di Croazia. Per l’Associazione Meeting per l’amicizia tra i popoli è curatore della sezione storico-artistica
della mostra “Lo spazio della Sapienza. Santa Sofia ad Istanbul”, che aprirà a Rimini, Castel Sismondo, tra 19 agosto-11 settembre 2007. È inoltre ideatore
e co-curatore, con Fabrizio Bisconti, della mostra e del catalogo della medesima (Silvana ed.) “Arte paleocristiana. La rivoluzione dell’immagine da Roma
a Bisanzio”, organizzata da Intesa-SanPaolo Beni Culturali in collaborazione con i Musei Vaticani, in apertura a Vicenza, Gallerie di Palazzo Leoni
Montanari, tra 7 settembre-18 novembre 2007.
\Ä _|ÉÇá VÄâu e|Å|Ç| `tÄtàxáàt |ÇàxÇwx ÜxÇwxÜx ÉÇÉÜx tÄ
ÑÜÉyA Z|ÉätÇÇ| ZxÇà|Ä|? ÑÜÉyÉÇwÉ áàâw|ÉáÉ x w|äâÄztàÉÜx |Ç vtÅÑÉ
tÜà|áà|vÉ? v{x {t ÑÉáàÉ Ät áât xÄxätàt ÑÜÉyxáá|ÉÇtÄ|àõ tÄ áxÜä|é|É wxÄÄt
vÉÇÉávxÇétA VÉÅx wÉvxÇàx w| ávâÉÄt áâÑxÜ|ÉÜx? á| ¢ áxÅÑÜx
twÉÑxÜtàÉ ÇxÄ ÑÜÉzxààÉ xwâvtà|äÉ áâÄÄt utáx w| vÉÅÑxàxÇéx w|áv|ÑÄ|ÇtÜ|
á|vâÜx x ÑÜÉyÉÇwx x w| |ÇÇtàx vtÑtv|àõ vÉÅâÇ|vtà|äx v{x ÄÉ {tÇÇÉ
ÜxáÉ ä|v|ÇÉ tzÄ| tÄÄ|xä| xw tÄÄx ÄÉÜÉ xá|zxÇéxA VÉÅx áàÉÜ|vÉ wxÄÄ:tÜàx?
¢ tÑÑÜxéétàÉ tâàÉÜx w| ÇâÅxÜÉá| ávÜ|àà| t vtÜtààxÜx áàÉÜ|vÉ tÜà|áà|vÉ x
tÜv{xÉÄÉz|vÉAVÉÅx w|ÜxààÉÜx áv|xÇà|y|vÉ? ¢ áàtàÉ vâÜtàÉÜx w| ÅÉáàÜx
áàÜtÉÜw|ÇtÜ|x w| ätáàt xvÉ ÇÉÇ áÉÄÉ |Ç tÅu|àÉ Çté|ÉÇtÄx? v{x {tÇÇÉ
tàà|ÜtàÉ t e|Å|Ç| ä|á|àtàÉÜ| wt ÉzÇ| ÑtÜàx w:\àtÄ|t x wxÄ ÅÉÇwÉ?
ätÇàtÇwÉ vÉÇ v|´ ÑÜÉyÉÇwt áà|Åt ÇxÄÄt ÇÉáàÜt v|ààõA TÅ|vÉ wx|
_|ÉÇá? xw |Ç ÑtÜà|vÉÄtÜx wxÄ _|ÉÇá VÄâu e|Å|Ç| `tÄtàxáàt?
äxÜáÉ vâ| á| ¢ áxÅÑÜx w|áà|ÇàÉ ÑxÜ Ät ÑâÇàâtÄx w|áÑÉÇ|u|Ä|àõ vÉÇ vâ| {t
ÑÜxáàtàÉ Ät áât xÇàâá|táà|vt vÉÅÑxàxÇét vâÄàâÜtÄx x Ät áât àÜtáv|ÇtÇàx
w|tÄxàà|vt ÑxÜ zâ|wtÜÄ| ÑxÜáÉÇtÄÅxÇàx tÄÄt vÉÇÉávxÇét áàÉÜ|vÉ@
tÜà|áà|vt? {t átÑâàÉ |ÇàxÜÑÜxàtÜÇx? ÇxÄ ytÜx? Ät äÉvté|ÉÇx
tÄÄËxvvxÄÄxÇét wxÄÄx ÉÑxÜx x tÄÄt áÉÄxÜé|t tÄ ÄtäÉÜÉ wtÇwÉ? vÉÄ áâÉ
ÉÑxÜtàÉ? ÑxÜyxààt tààâté|ÉÇx tÄ ÇÉáàÜÉ vÉw|vx xà|vɤA
e|Å|Ç|? EF z|âzÇÉ ECCJ
61 Vita di Club
Il passaggio delle cariche tra Massimo Mancini e Mauro Tercon
e il dono dei fiori da parte di Franca Mancini a Simonetta
Tercon e al prossimo Governatore, Loredana Sabatucci.
L’ANGOLO DELLO SPONSOR
La pubblicazione di questo numero è stata possibile col contributo
di:
62 Vita di Club
63Vita di Club
Giovanni Baronzio, Storie di Cristo, tempera e oro su tavola cm 71,5 x 112, Roma Galleria Nazionale di
Palazzo Barberini.
Scarica

Giovanni Baronzio, Scene della Passione di Cristo, tempera