Registrazione al Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 - Redazione: C.so della Repubblica 343 - 00049 VELLETRI RM - 06.9630051 - fax 0696100596 - [email protected] Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri -Segni Anno 5 - numero10 (48) - Dicembre 2008 IN QUESTO NUMERO: Caritas Grandi Temi - La nostra povertà - Non toccate Caino, uccidete invece Abele - Servizio civile - Ripartire dai poveri Avvento Concilio Vaticano II - I diaconi - I Vangeli dell'Avvento /2 Anno Paolino - Vocabolario Paolino 4 - Autodifesa di Paolo davanti a Felice - Lettera di San Paolo ai Colossesi - I luoghi paolini, 5 Colossi - Autodifesa di Paolo davanti al re Agrippa - L’antica chiesa di S. Paolo in Velletri Vocazioni - Il dono del celibato 1: necessità pastorale Educare oggi - Emergenza educativa e rivoluzione culturale - IRC e il Natale Dicembre 2008 2 La nostra Chiesa vuole riflettere su un’aspetto fondamentale della propria esistenza: il “ricevere – trasmettere”, che nel nostro linguaggio cristiano si chiama “Tradizione”. ? Vincenzo Apicella, vescovo “In principio era il Verbo”: è il solenne inizio dell’Evangelo secondo S. Giovanni, che torneremo ad ascoltare la mattina del giorno di Natale. “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”: il Mistero dell’Incarnazione consiste essenzialmente in questo atto di un Dio che “è Amore” di manifestarsi e di comunicarsi alla sua creatura, a cui per amore ha donato l’esistenza e in cui per amore ha impresso la sua immagine. Dall’eternità il Padre ha consegnato tutto al Figlio nello Spirito Santo (Gv.16,15) ed ora consegna il Figlio agli uomini perché anch’essi ricevano e trasmettano la vita divina, infatti: “questa è la vita eterna, che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv.17,3). Infatti, “Dio nessuno l’ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”(Gv.1,18). In questo anno pastorale, come si è già detto, la nostra Chiesa vuole riflettere proprio su questo aspetto fondamentale della propria esistenza: il “ricevere – trasmettere”, che nel nostro linguaggio cristiano si chiama “Tradizione”. Ogni popolo ed ogni paese ha le sue tradizioni, che lo identificano e ne costituiscono si può dire “l’anima”, riguarda i valori, i modelli di comportamento, le istituzioni, che gli uomini trasmettono, di generazione in generazione, insieme ai cromosomi della nostra realtà biologica. Proprio come avviene per i cromosomi, anche l’uomo di oggi non può prescindere dalla tradizione che lo ha generato, se non con la conseguenza inevitabile di rimanere senza radici e senza punti di riferimento. E’ quanto sta avvenendo nella nostra Europa, che sembra non aver imparato molto dalla sua storia, in cui ogni “rivoluzione”, che abbia preteso di dar vita ad una società completamente “nuova”, si è trasformata in una forza cieca, causa di indicibili “vecchie” sofferenze. Se si vuole salire in alto, ha detto qualcuno, bisogna poggiarsi sulle spalle di chi ci ha preceduto e assumere seriamente la propria tradizione è la migliore garanzia di uno sviluppo ordinato. Il malinteso nasce quando si considera la tradizione come un deposito immutabile, di cui talvolta si perse il senso, che rischia di diventare una ripetizione vuota, chiusa in una visione angusta del mondo e della vita, come avviene nel caso di ogni “fondamentalismo”. Scriveva in modo arguto un grande scrittore cattolico inglese del secolo scorso, Gilbert Chesterton: “c’è una cosa che, fin da quando ero giovane, non sono riuscito a capi- re. Non ho mai capito perché la gente si è formata la convinzione che la democrazia contrasti, in qualche modo, alla tradizione. E’ ovvio che la tradizione non è che la democrazia estesa nel tempo… Tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi. E’ la democrazia dei morti. La tradizione rifiuta di sottomettersi alla piccola e arrogante oligarchia di coloro che per caso si trovano ad andare attorno. I democratici respingono l’idea che uno debba essere squalificato per il caso fortuito della sua nascita; la tradizione rifiuta l’idea della squalifica per il fatto accidentale della morte. La democrazia ci insegna a non trascurare l’opinione di un saggio, anche se è il nostro servitore, la tradizione ci chiede di non trascurare l’opinione di un saggio, anche se è nostro padre”. La tradizione, infatti, ci chiede di essere reinterpretata e rivissuta nella fedeltà e, insieme, nella libertà e nel coraggio delle scelte di fronte ai nuovi problemi ed ogni generazione è chiamata ad aggiungere il suo anello, che è “nuovo”, anche se saldamente ancorato ai precedenti. Questo avviene, in modo particolare, per la tradizione del Popolo di Dio, perché ciò che si trasmette, in questo caso, non è semplicemente un sistema di valori o un complesso di verità, ma è una storia fondante, attraverso la quale entro in rapporto col suo protagonista principale, che è Dio stesso. Egli si inserito nella tradizione umana, ma, alla stesso tempo, la trascende infinitamente e consente a quanto avvenne nel nostro passato di agire efficacemente e realmente nel nostro presente, perché possiamo costruire insieme con Lui il nostro futuro. “Il Verbo si fece carne”, ma diventa ogni giorno, in modo speciale nell’Eucarestia, carne della nostra carne e sangue del nostro sangue, affinché possa essere generato ancora nel cuore di ogni uomo, per condurlo dalle tenebre alla luce, dall’effimero all’eterno, dalla morte alla vita e dargli “il potere di diventare figlio di Dio” (Gv.1,12). Per operare tutto questo il Verbo viene consegnato a noi e trasforma la nostra vita, in modo che la nostra testimonianza possa trasmetterlo a quelli che vengono dopo di noi. E’ avvenuto, in modo unico per Maria, la fanciulla di Nazareth, ma, in modo altrettanto misterioso, avviene in ogni cristiano lungo i secoli, per cui il Verbo ha potuto dire: “mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc.8,21). Ecclesia in cammino Bollettino Ufficiale per gli atti di Curia Mensile a carattere divulgativo e ufficiale per gli atti della Curia e pastorale per la vita della Diocesi di Velletri-Segni Direttore Responsabile Don Angelo Mancini Collaboratori Stanislao Fioramonti Tonino Parmeggiani Gaetano Campanile Proprietà Diocesi di Velletri-Segni Registrazione del Tribunale di Velletri n. 9/2004 del 23.04.2004 Stampa: Tipolitografia Graphicplate Sr.l. Via delle Viti, 1 - Cancelliera di Albano Laziale Redazione C.so della Repubblica 343 00049 VELLETRI RM 06.9630051 fax 96100596 [email protected] A questo numero hanno collaborato inoltre: S.E. mons. Vincenzo Apicella, S Mons. Andrea Maria Erba, mon. Luigi Vari, Costantino Coros, don Dario Vitali, mons. Franco Risi, mons. Luciano Lepore, don Cesare Chialastri, don Roberto Mariani, Maria Pietroni, don Claudio Sammartino, don Fabrizio Marchetti, don Marco Nemesi, Dorina e Nicolino Tartaglione, F, Antonio Galati, , Mara Della Vecchia, Pier Giorgio Liverani, Antonio Venditti, Emanuela Ciarla, Valentina Fioramonti, AC, PG, Sr, Apostoline dell’Acero, Daniele Pietrosanti, Enrico Mattoccia, Graziano Comandini,Convento Sr. di Clausura Velletri, Patrizia Colizzi, Fernando Spigone, Paolo Tomassi, Alberto Manzini, Pietro Latini Sara Gilotta, Consultabile online in formato pdf sul sito: www.diocesi.velletri-segni.it DISTRIBUZIONE GRATUITA In copertina: Natività, Lorenzo Lotto 1523 Washington, National Gallery of Art Il contenuto di articoli, servizi foto e loghi nonché quello voluto da chi vi compare rispecchia esclusivamente il pensiero degli artefici e non vincola mai in nessun modo Ecclesìa in Cammino, la direzione e la redazione Queste, insieme alla proprietà, si riservano inoltre il pieno ed esclusivo diritto di pubblicazione, modifica e stampa a propria insindacabile discrezione senza alcun preavviso o autorizzazioni. Articoli, fotografie ed altro materiale, anche se non pubblicati, non si restituiscono. E’ vietata ogni tipo di riproduzione di testi, fotografie, disegni, marchi, ecc. senza esplicita autorizzazione del direttore. Dicembre 2008 Paolo Tomasi orte, solenne, accorato quanto inequivocabile, l’appello che Papa Benedetto ha rivolto, dalla Basilica di S. Pietro agli uomini di tutto il mondo, perché rispettino la libertà religiosa e di culto; intervengano, viceversa, a vigilare per evitare nuove forme di persecuzione, distruzione, violenze e stupri, sinanche alla morte di nuovi perseguitati, martiri di fedi antiche, in tutto il mondo e, in particolare in India ed in Iraq, dove da qualche tempo questi fenomeni si sono diffusi con un’inusitato quanto incredibile crescendo. Basti riflettere alle persecuzioni in corso nella regione irachena di Mosul e nello Stato indiano dell’Orissa. In quest’ultimo Paese (l’India è stata, guarda caso, la patria di Gandhi, che fece della pace e della tolleranza la “sua arma”, per guidare il popolo indiano alla conquista della propria indipendenza!), si sono avuti almeno 37 morti negli ultimi due mesi e la distruzione di varie chiese, villaggi, oltre a violenze fisiche su missionari e suore (anche fra le sorelle di Madre Teresa di Calcutta!), per non parlare della chiusura di campi di rifugiati, dove risiedevano numerosi cristiani; in Iraq, almeno duemila famiglie cristiane (pari alla metà circa della locale comunità) hanno dovuto abbandonare Mosul, per vagabondare, con i loro miseri stracci, alla ricerca di una vita, non agiata, solo libera nelle coscienze e nel rispetto altrui. Ma questi fenomeni persecutori non sono limitati ai due Paesi citati: basterebbe fare il giro del mondo (e non servono certo 80 giorni!) per rendersi conto come in africa (a cominciare dall’Eritrea, dove lo scorso anno sono stati cacciati ben 14 missionari e quest’anno stessa sorte la stanno F subendo altri 4 sacerdoti, per andare in Sudan, di qui spiccare il volo per l’Asia sino in Cina, che ha impedito ai vescovi locali di partecipare al recente Sinodo, ed alle Filippine, dove un sacerdote è stato assalito mentre stava recandosi a celebrare Messa!). L’intervento del Papa, occorso al termine del Sinodo dei vescovi, è stato accolto anche dai Patriarchi delle Chiese orientali, estendendo lo stesso appello alla comunità internazionale perché garantiscano “a livello legislativo” la libertà religiosa, superando ogni discriminazione. Riprendendo le parole del Papa, questi si è detto certo che le “antiche e nobili popolazioni” di quelle terre “hanno appreso nel corso dei secoli, sin dall’età «apostolica», il contributo delle minoranze cristiane alla crescita della patria comune”. Ma, mentre tutto ciò avviene, sembra quasi che noi risultiamo estranei, cose che sembra non ci riguardino, tanto il nostro orizzonte lo abbiamo limitato o per paura o per indifferenza o per “assenza della nostra libera coscienza”. Curioso osservare come siamo passati in poco più di 30 anni dalle mutande ascellari del Rag. Fantozzi, all’ombelico in vista delle “simil-veline”: è questa la nostra verità? E se lo fosse, p e r c h é ? Illuminante, al riguardo, quanto già scriveva lo stesso pontefice nel suo libro “l’Europa di Benedetto 3 nella crisi delle culture”, dove affianca la democratica accoglienza di popoli e culture diverse che un continente ricco della cultura grecoromana, ha saputo evolvere nella profondità nascosta del Medioevo, epoca che è stata successivamente in grado di intonare il ricco patrimonio del Rinascimento e, via via sino ai giorni nostri, in forme democratiche crescenti. Ma come mai ci siamo ridotti all’aver preso a riferimento il citato “centrovita”, rinunciando a cose più vere e profonde? Ce lo dice S. Paolo (la libera coscienza rimane testimonianza attuale, anche dopo millenni), nella Lettera ai Romani, dove in sintesi, rammenta che, quando l’uomo pone il suo egoismo, orgoglio e comodo al di sopra della verità, tutto viene capovolto; ciò che viene adorato non è più Dio, bensì le immagini, le apparenze, le opinioni, alterazioni che prendono il sopravvento in tutti gli ambiti della vita. Il legame tra uomo e donna, tra genitori e figli, si dissolvono ed a regnare non è più la vita, quanto la morte interiore: una civiltà della morte (Rm 1, 21-32). S. Paolo tratteggia in tal modo la decadenza e stupisce l’attualità delle sue parole; allo stesso modo dovrebbe allora stupirci la nostra assenza di fronte al presentarsi delle nuove persecuzioni, senza logica umana, culturale e religiosa. Per terminare, dunque, due morti assolutamente diverse. Infatti, mentre la morte interore di una persona, vittima dell’egoismo e dell’esteriorità, è buia e rinchiusa in sé stees (salvo un lumicino di speranza), la morte subita, per non rinnegare la Fede, diviene segno di ritorno a Dio, alla Verità infinita. Dicembre 2008 4 Stanislao Fioramonti S crivere spesso della povertà altrui, q u e l l a dell’Africa, dell’Est europeo, del cosidetto “Terzo Mondo” in genere, può dare l’impressione che la povertà stessa sia un problema degli altri, appunto, qualcosa che non ci riguarda direttamente. Ma un rapporto dell’Istituto Centrale di Statistica (ISTAT), reso noto il 4 novembre scorso e intitolato “La povertà relativa in Italia nel 2007”, toglie subito questa illusione e fa aprire bruscamente gli occhi sulla gravità del problema anche da noi. Si parla di povertà relativa rispetto ai criteri usati dall’ISTAT per la sua indagine, che sono i seguenti: l’ Istituto ha fissato a 986 euro di spesa mensili – per famiglie di due persone – la soglia di povertà relativa in Italia nell’anno 2007. Tutte le famiglie (di due persone) al di sotto di tale soglia sono considerate relativamente povere; se raggiungono al massimo l’80% di tale soglia (784 euro di spesa al mese) vengono definite sicuramente povere; se oltrepassano quella soglia solo del 10-20% (in pratica, 1100-1200 euro mensili di spesa) si considerano a rischio più o meno alto di povertà. Per definire la soglia di povertà di nuclei familiari composti da più di due persone sono state previste delle scale di equivalenza che elevano la soglia mensile a seconda del numero dei componenti della famiglia; ad esempio famiglie di quattro o sei persone si considerano relativamente povere se spendono ogni mese rispettivamente meno di 1607 o di 2130 euro. E già valutando la percentuale di famiglie povere per numero di componenti verifichiamo come la povertà aumenti con l’aumentare del numero dei familiari: il rapporto dice che si passa dall’8,1% di quelle con un membro, al 9,7% di quelle con due, all11,5% di quelle con tre, al 14,2% di quelle con quattro, al 22,4% di quelle con sei membri! Dunque la presenza dei figli e delle persone anziane nelle famiglie aumenta il rischio di indigenza. Ma passando ai valori assoluti presentati dal rapporto, vediamo che in Italia le famiglie povere sono quasi 2.700.000, cioè l’11,1% di tutte le famiglie residenti; il dato corrisponde a una popolazione di circa 7 mlioni e mezzo di persone, che è il 12,8% dell’intera popolazione italiana. Un altro 4,2% delle famiglie residenti, e cioè un altro milione circa di persone, è a rischio di povertà, cioè supera solo del 10-20% il valore soglia fissato dall’ISTAT; questo significa che il sopraggiungere di un elemento negativo qualsiasi – uno sfratto, un altro figlio, una separazione – riducendo il reddito e quindi i con- sumi della famiglia, può far ricadere quel milione di persone nell’ambito della povertà reale. Le famiglie relativamente povere, cioè al limite dei 986 euro di spesa al mese, sono in Italia 884.000 (3,7% del totale); quelle sicuramente povere sono invece 1.170.000 (4,9% del totale nazionale). A questa prima serie di dati è bene far seguire subito alcune considerazioni generali. La prima riguarda la presenza sempre più evidente nella nostra società di nuovi poveri come i “lavoratori poveri”, cioè quelle persone non disoccupate ma con impieghi a basso reddito che provocano difficoltà alle famiglie a raggiungere la fine del mese, e che spesso non consentono di arrivare nemmeno alla terza settimana del mese. La seconda considerazione, ben più importante, è che il rapporto ISTAT che discutiamo riporta i dati relativi all’anno 2007, quando cioè ancora non si presentavano gli effetti della bufera economico-finanziaria che sta ancora scuotendo l’Italia (e il mondo), effetti che presumibilmente renderanno molto più pesanti i dati del 2008. Quasi il 40% degli italiani si dice molto spaventato da questa crisi, e il 25% la teme più di una guerra. Una terza considerazione la prendiamo da Antonio Costa, presidente dei Pensionati CISL, secondo il quale il dato ISTAT di 7,5 milioni di poveri in Italia sottostima la situazione reale nel nostro Paese; secondo il Codacons infatti ad essi si dovrebbero aggiungere gli altri 15 milioni di quasi poveri, che non riescono ad arrivare alla terza settimana del mese: in questo modo il numero totale dei poveri in Italia raggiungerebbe addirittura i 22,5 milioni, quasi un terzo dell’intera popolazione! In effetti, quando l’ISTAT dice che le famiglie “sicuramente non povere” in Italia sono l’81% del totale nazionale, significa pure che quelle in situazioni critiche sono il 19%, il che non è poco. Se poi consideriamo la distribuzione geografica della povertà, vediamo che le famiglie “sicuramente non povere” stanno per il 90% al Nord e al Centro Italia e per il 64,7% al Sud; invece le famiglie “sicuramente povere” sono il 5,5% al Nord, il 6,4% al Centro e il 22,5% al Sud! Nel Meridione si trova- no dunque i 2/3 delle famiglie sicuramente povere italiane, e in quelle regioni l’incidenza della povertà è quattro volte più forte che nel resto d’Italia. Una conferma viene anche dall’analisi delle singole regioni, dove vediamo un’incidenza di povertà molto bassa in Veneto (3,3%) e in Toscana (4%), ma molto più alta in Basilicata (26,3%) e in Sicilia ( 2 7 , 6 % ) . Concludiamo con le reazioni del Governo. Commentando il rapporto l’on. Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche familiari, ha rilevato la necessità di potenziare le politiche di supporto: asili nido, tempi di conciliazione, equità fiscale basata sul quoziente familiare, attenzione ai nuclei numerosi liberandoli della sovrattassa e facilitandoli nel ricorso a prestiti bancari, utilizzo dei fondi per le famiglie. Tutto questo compatibilmente con i rischi (leggi carenza di fondi) legati alla crisi economica. Insomma, per ora solo vaghe promesse. Dicembre 2008 5 Sara Gilotta F inalmemte è arrivata la vittoria di Obama,una vittoria, , come molti hanno già affermato con soddisfazione, che sposta l’orologio della storia verso mete, che, pur apparentemente semplici e persino scontate, significano con certezza che gli States hanno messo da parte il loro rifiuto secolare nei confronti di coloro che Dio ha creato di pelle nera. Si tratta, dunque, di una vittoria eccezionale, che rimarrà nella memoria di tutti per lungo tempo, ma forse anche per questo nessuno deve pensare che il problema razzista sia stato completamente e del tutto risolto: infatti, se alla Casa Bianca è arrivato un nero, è importante non dimenticare che la sua vittoria è stata certamente favorita dalla grave crisi economica in cui l’America si dibatte e, forse ancor più, dal fatto che per molti motivi Maccain è apparso, da repubblicano, troppo pericolosamente vicino a Bush. E tuttavia, quali che siano stati i motivi della vittoria di Obama, che, dalla sua, ha saputo mostrare il fascino della giovane età e di una enorme fiducia nella possibilità che il miracolo fosse non solo possibile, ma realizzabile, è comunque vero che il mondo intero deve considerare la sua vittoria, una vittoria di tutti o almeno di tutti coloro che ritengono che il mondo abbia urgente bisogno di ritrovare pace, libertà e quel diritto, semplice e difficilissimo, che si chiama democrazia. E la democrazia pretende scelte e programmi , nei quali non vi sia ombra di discriminazioni razziali o di qualunque altro genere di atteggiamento o peggio di legge che, in qualche modo, possano far sentire anche il più piccolo dei suoi cittadini diverso e discriminato. Ebbene in questo si può ben essere certi che il prossimo presidente degli Usa non deluderà le enormi aspettative che si sono coagulate intorno al suo nome , anche se, ed è facile comprenderlo , il suo lavoro non sarà facile e certo non sarà facilitato da chi, comunque, non ha voluto né saputo mettere da parte la propria eredità “ genetica”, che lo ha condotto ancora una volta a considerare i neri non “adatti” ad uscire in senso proprio ed in senso metaforico dai ghetti in cui la società e le leggi l’hanno relegati per secoli, nonIL CONTRIBUTO DEL MLAC AL “LIBRO VERDE SUL FUTURO DEL MODELLO SOCIALE” Costantino Coros “Siamo pienamente consapevoli dei mutamenti radicali che stanno toccando la società italiana come conseguenza, anche, di modificazioni globalizzate; in particolare, in questi ultimi decenni, è andato via via cambiando anche il sistema di welfare. Ci teniamo a sottolineare che ogni possibile modifica al sistema di welfare in Italia deve essere fatta senza colpire le persone più deboli e le zone con maggiore difficoltà economica. Certamente ci sono sacche di inefficienza e malfunzionamento, ma non si deve cadere nell’errore di smantellare le garanzie sociali, rischiando di offrire come dono di carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia sociale in quanto diritto incondizionabile del cittadino. Una sussidiarietà senza diritti corre il rischio di trasformarsi non in una valorizzazione delle energie del mondo associativo ma, al contrario, in un decadimento delle forze sociali che ani- ostante i progressi evidenti che la questione razziale ha comunque dovuto registrare negli ultimi decenni, soprattutto dopo il sacrificio di Martin Luther King assassinato in Alabama da chi voleva, anzi pretendeva che i neri continuassero ad essere emarginati e segregati , per poter affermare la propria stupida superiorità di bianchi. Parlare dei delitti commessi dal Ku klux clan, così come di tanti altri gruppi razzisti, forse non è il caso, nel giorno in cui sembra davvero che la loro ideologia sia stata sconfitta, ma è certo che , affinché la storia di tutti i popoli possa progredire, a nessuno è concesso dimenticare o peggio voler celare quanto è stato perpetrato contro innocenti , la cui colpa talora fu solo quella di occupare in autobus il posto riservato ai bianchi. E allora non ci si può che augurare che il mondo e non solo gli Usa siano cambiati e vogliano continuare a cambiare, se non si vuol rischiare che anche in Italia il razzimano il Paese, strette tra i bisogni crescenti e la mancanza di risposte da parte delle Istituzioni”. Questo è l’incipit del contributo che il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica, condiviso con la Presidenza nazionale di AC, ha dato in merito alla consultazione pubblica, promossa dal Ministero del Welfare, sul “Libro Verde sul futuro del modello sociale”, che ha l’intenzione di tracciare le linee guida per le future politiche sociali e del lavoro. Il documento, recentemente presentato al Ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, è stato elaborato attraverso il coinvolgimento delle varie realtà territoriali del MLAC, cercando una lettura che fosse permeata dalla conoscenza/esperienza diretta di situazioni e aspirazioni dei propri iscritti. Una lettura di sintesi del documento del MLAC, riportata dal comunicato stampa ufficiale dell’AC nazionale, fotografa l’Italia, come il Paese dove, sempre più, le rigidità e i corporativismi limitano le capacità di crescita e di sviluppo, non garantendo il ruolo di garanzia e controllo che lo Stato deve esercitare. Paradossalmente, afferma il MLAC nel documento, i più garantiti sembrano essere proprio coloro i qua- smo diventi motivo di persecuzioni e di violenza, come purtroppo è già avvenuto. Ma l’elezione di Obama avrà ricadute anche di tipo economico, se è vero che il futuro presidente, come ha affermato, cercherà di aiutare la classe media che è quella che più ha risentito della crisi dei mutui, abbassando le tasse, per tentare, tra l’altro, di permettere a molti di mantenere la propria casa. Se una tale promessa, insieme a quella di migliorare l’istruzione e l’assistenza sanitaria sarà mantenuta, e se davvero i risultati riusciranno a migliorare sensibilmente l’attuale situazione, allora ancora una volta il mondo e l’Europa, potranno prendere esempio dall’America, per chiedere ai governi di “imitare” , finalmente per un ben serio motivo( e non più per fini bellici) , quanto viene realizzato nel paese , che a ragione, può di nuovo essere considerato un esempio di democrazia . Eppure nella lunghissima campagna elettorale, che si è conclusa con l’elezione di Obama, molti altri sono stati e forse sono ancora i fatti, su cui è importante, secondo me, continuare a riflettere, se si vuole che la vittoria di un nero non resti un caso isolato, magari da dimenticare tra quattro anni, quando le forze conservatrici avranno, per così dire, ripreso fiato: voglio dire che quanto avvenuto, non dovrà consentire più a nessuno e in nessuna parte del mondo , di ostacolare chi, per i suoi meriti e non certo per “demeriti” di sesso e di razza( come ancora accade alle donne ), tenterà di raggiungere mete importanti, a cominciare dal mondo del lavoro che in Italia, come in tante altri paesi, ha bisogno di scrollarsi di dosso un numero infinito di pregiudizi, che ancora offendono con il loro peso una società civile e progredita.Perché solo così si affermerà l’inutilità di tanti timori che fin qui hanno già suscitato molti ed anche gravi problemi, per convincersi tutti, che la diversità non può che costituire un bene e un vantaggio per l’intera società che ormai avverte un bisogno forte , di poter trovare nuovi e più chiari equilibri. li avrebbero meno bisogno di aiuto, lasciando nell’incertezza e nella precarietà i giovani e i poveri. Tale risultato è frutto spesso dell’azione di lobbies autoreferenziali sempre meno interessate al bene del Paese. Il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica, invita il Governo ad uscire da tali dinamiche e ad operare per riequilibrare i sistemi di tutele e di libertà, affinché l’orizzonte del bene comune diventi il vero punto di riferimento. Il documento contiene proposte concrete in riferimento al potenziamento della ricerca, al miglioramento della tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, e una maggiore attenzione alle famiglie. Ciò che il MLAC si augura, si legge nel comunicato dell’AC, è la costruzione di un nuovo Welfare visto dal basso, dove sussidiarietà e garanzie sociali trovino certezze ed equilibrio. Un nuovo Welfare da costruire riconoscendo la centralità della formazione culturale e professionale. Un nuovo Welfare che ha bisogno di una concreta azione riformatrice del sistema scolastico ed universitario. L’intero documento è consultabile nel sito www.azionecattolica.it sezione “lavoratori”. Dicembre 2008 6 di Pier Giorgio Liverani « Ripristinata in Italia la pena di morte»: con questo titolo un quotidiano ha commentato la sentenza definitiva con cui la Cassazione ha autorizzato a interrompere la nutrizione e l’idratazione di Eluana Englaro. «Ogni essere umano ha valore in se stesso», ha detto papa Benedetto XVI incontrando gli operatori sanitari riuniti in Vaticano. Sembrava un dialogo e, in qualche modo, lo era realmente, perché uno diceva polemicamente la verità fattuale, l’altro affermava il valore che quel fatto negava. Il titolo del quotidiano, tuttavia, era giusto e sbagliato allo stesso tempo. Giusto, perché un tribunale ha deciso, non si capisce in base a quale legge o a quale principio, che l’uccisione di un malato, sia pure nelle condizioni di quella povera ragazza, era giuridicamente ed eticamente lecita. Sbagliato, perché la pena di morte era già stata ripristinata in Italia nel 1978 con la legge 194 di aborto, che rendeva obbligatorio per lo Stato uccidere su richiesta un bambino nel grembo della propria madre. Ed era stata rafforzata con la legge 40 del 2004 che, sia pure, per fortuna, con molti limiti, autorizzava a lasciar morire i bambini concepiti artificialmente in sovrappiù o venuti male. Discorsi troppo duri questi? Qualcuno lo pensa e lo dice: vorrebbe almeno che non si usassero le parole “uccidere”, “omicidio”, ma è inutile giocare con le parole, anche se questo è un gioco con cui proprio con le parole, quando non sono sincere ed esplicite, cioè quando appartengono al lessico dell’Antilingua, si fa passare di tutto. Tra le altre cose – lo abbiano appena detto - proprio le uccisioni. Si dice “interruzione di gravidanza” invece di aborto, “diritto di morte” invece di eutanasia, “eutanasia” invece di uccisione del consenziente o di chi si pensa che possa essere consenziente. E si definisce di “pace” e di “liberazione” una decisione della magistratura che autorizza a far morire di fame e di sete una povera malata solo perché è (o perché sembra) incosciente definendola uguale a un vegetale. E allora vediamo quali e quanti tipi di pena di morte esistono in Italia nascosti sotto il cinico velo di definizioni implicite, ma che è doveroso esplicitare. Due li abbiamo già ricordati. Potremmo definire il primo tipo come pena di morte per falsa pietà o per inutilità del condannato (non è più in grado, dicono, di stabilire una relazione con nessuno) o per il vantaggio del morituro (morire – e a quel modo - sarebbe un giovamento per lui). Il second0 tipo (l’aborto procurato) è una pena di morte a proprio favore o per interesse dell’esecutore o per interessi privati in atti pubblici (l’aborto viene provocato in strutture pubbliche e a spese dello Stato). In questo stesso campo c’è anche la pena di morte scientifica ovvero terapeutica o di pubblica utilità, quale sarebbe quella inflitta agli embrioni mediante, appunto, la cosiddetta clonazione terapeutica. Quella decisa per Eluana sembra invece una pena di morte per cassazione, nell’esatto e duplice significato del termine (decisione della Corte di Cassazione e cassazione, cioè cancellazione di fatto della poveretta dal consorzio umano). «Una in quelle condizioni - ha detto un “giurista” - non è più un essere umano» (a mio parere si potrebbe dire la stessa cosa di chi la pensa così). Ma se ne potrebbe parlare anche come di pena di morte liberatoria o per dissacralità o dissacrazione, visto che un giornale dell’estrema sinistra ha affermato la «necessità di abolire il sacro», concetto, quest’ultimo, che comprende innanzitutto la vita dell’uomo. Oppure di pena di morte indiziaria, perché del suo consenso a farsi morire mancano le prove al di là di ogni ragionevole dubbio, come si dice nella terminologia tribunalizia degli Stati Uniti. Se poi dovesse passare il cosiddetto Testamento biologico o di vita nei termini in cui lo reclama il mondo “laico” (penso, per esempio, Piergiorgio Welby), ci troveremmo dinanzi a una pena di morte heautontimoroumena, parola greca che vuol dire “punitrice di se stessi” (è il titolo di due commedie una greca, di Menansdro (III e IV sec. a. C.), l’altra, un suo rifacimento, del latino Terenzio (II sec. a. C).Non accusatemi di cinismo. Questo è soltanto dire pane al pane e morte alla morte. 7 Dicembre 2008 Marta Pietroni << Il fenomeno “vita” nel suo dispiegarsi in varietà di forme nel mondo ha il suo vertice nella vita dell’uomo: l’uomo rappresenta, anche agli occhi del biologo e del naturalista, la forma più ricca, più autonoma, più attiva di vita, al di sopra del regno dei viventi e al culmine della 2 storia naturale dell’universo>> . La centralità della persona umana è caratterizzata proprio da quell’unità che ne rappresenta l’essenza: l’unità di spirito e corpo. La prima indagine dalla quale la stessa bioetica non dovrebbe prescindere è proprio quella sull’<<essenza>> dell’uomo ed essa diventa cruciale di fronte alla realtà della vita prenatale, della malattia, della morte e si pone costantemente all’attenzione del medico e della medicina. <<Ogni medico sa intuitivamente che avvicinandosi al corpo del malato in realtà si avvicina alla sua persona e che il corpo del malato non è propriamente “oggetto” dell’interven3 to medico o chirurgico, ma è “soggetto”>> .In alcune bellissime pagine della Summa Theologiae, S. Tommaso ci dice che la materia è unita sostanzialmente al principio spirituale dell’intelligenza ed è ontologicamente plasmata, informata dall’interno e nelle profondità più intime dell’essere, al fine di costituire quello che è il nostro corpo, vivente strumento dell’intelligenza. Ma della corporeità si possono avere diverse concezioni: la concezione dualistica o intellettualistica, la quale affonda le sue radici nel lontano pensiero greco, cosmocentrico, secondo la quale il corpo è la gabbia e l’ostacolo per l’anima – elemento eterno e divino. Seguendo questa linea, si arriverà poi ad un dualismo esasperato che rappresenterà lo stimolo per quel monismo materialistico che ha visto nei fenomeni definiti psichici o spirituali il riflesso dell’organizzazione corporea. A quest’ultima concezione si lega anche quell’interpretazione materialistica che da Marx in poi ha offerto del corpo una visione a volte riduzionistica e politica, che vedeva nel corpo esaurire la totalità dell’uomo e delle sue esperienze. Altra è concezione personalistica dell’uomo e della corporeità che ha una fondamentale importanza per tutta l’etica della corporeità e che, partendo dal Cristianesimo, deve molto alla sistemazione data da S. Tommaso d’Aquino al problema del rapporto anima-corpo. Secondo questa visione l’anima spirituale è forma sostanziale del corpo e ne rappresenta l’unica forma sostanziale. Il primo bene che si presenta quindi come essenziale per l’organismo è la vita. Essa porta inscindibilmete con sé da sempre i concetti di salute e malattia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dato questa definizione di salute: essa <<è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non consiste soltanto in un’assenza di malattie o di infermità>>. Essa si può ben comprendere se vista come equilibrio dinamico, risultato della compenetrazione di diverse dimensioni quali quella organica, quella psichica e mentale, quella ecologico-sociale e quella etica. I concetti di salute e di malattia sono ovviamente determinanti nell’universo della medicina, la quale ricopre attualmente varie aree di interesse: la ricerca scientifica, lo sviluppo tecnologico di supporto, l’organizzazione dei servizi sociali e il momento assistenziale vero e proprio. Sotto il profilo della bioetica è possibile però riconoscere nel momento pro- fessionale assistenziale, nel rapporto cioè tra medico e paziente, il filo d’unione e il punto di interesse fra i diversi aspetti suddetti. Negli ultimi conquant’anni abbiamo assistito ad una superspecializzazione della medicina che ha avuto di certo il vantaggio di accrescere il numero dei dati a disposizione, ma che allo stesso tempo richiede tutt’oggi maggiore impegno per comporre la sintesi della malattia, per far sostenere l’unità di coscienza nel paziente e la dualità del rapporto medico-paziente. Un’ulteriore e costante sfida interna a questa superspecializzazione della medicina è quella di non cadere in quel “riduzionismo scientifico” che si presenta oggi non solo come ideologia ma anche come metodo scientifico. Concepire la vita e l’uomo come macchina vuol dire porre la premessa perché l’uomo stesso sia trattato come macchina. <<Emerge così, sempre più nettamente, il perno della problematica etica: il rapporto medico-paziente inteso nella fedeltà subordinata del medico ai valori assoluti della persona umana intesa nel senso di una valorizzazione e rivalutazione 4 costante di questo rapporto>> . In quest’ottica il paziente è responsabile della sua vita e della sua salute, della sua corporeità ma non ne ha l’arbitraria facoltà morale di gestione e ha il dovere di custodire la propria vita e di promuovere la propria salute. Il medico è invece il professionista chiamato, scelto e accettato dal paziente per aiutare a prevenire la malattia o a curarla o a riabilitare le forze e le capacità del soggetto, in un rapporto di sinergia con il paziente. L’etica intrinseca alla prassi medica è ritornata oggi dalle aule universitarie e dagli studi dei moralisti, sul luogo della sua origine, il letto del malato. Proprio nel momento della decisione clinica infatti scaturisce l’istanza etica e la situazione concreta diventa proprio la sfida esistenziale e personale di coloro che 5 vi sono coinvolti . Come scritto nella Carta degli Operatori Sanitari, si tratta di un incontro tra una fiducia e una coscienza, una relazione interpersonale che è comunicativa di due libere esistenze. E proprio il discorso bioetico non può non considerare l’ampiezza dei valori che l’attenzione del medico dovrà considerare nel suo rapporto con il paziente, all’interno del quale il dialogo e la comunicazione diventano l’elemento indispensabile perché si crei un’imprescindibile e fondamentale fiducia. Il coinvolgimento del paziente nella gestione della propria malattia e negli schemi di trattamento sono perciò obiettivi che dovrebbero esse- re perseguiti in un’etica che guardi alla dignità della persona, che esalti l’umanizzazione della medicina e che voglia sostituire il modello paternalistico col modello di beneficialità fondato sulla fiducia e su un’idea di bene del paziente che fa riferimento ad un’idea di bene supremo ed ontologico, che deve scaturire da un vero dialogo e confronto tra medico e paziente. Il modello di riferimento è sempre più spesso quell’alleanza terapeutica in cui dovrebbero venire rispettate la professionalità del medico e l’autonomia del paziente stesso. <<L’io come corpo è “a portata di mano”, cioè è ciò che è violabile dalla volontà altrui: per questo nessuna tutela dell’io, della sua dignità e integrità può avvenire se non si tutela e rispetta anche la concreta corporeità altrui. Del resto, qualsiasi prassi medica che operi sul corpo umano si giustifica in quanto tende a salvaguardare l’esistenza e la salute di quell’io che, pur non essendo solo corpo, soffre con il suo corpo e per il suo corpo. Non sono mai le astratte qualità personali ad avere bisogno di interventi e di cure, ma le persone corporee, che concretamente esistono e si sviluppano, nasco6 no, crescono e muoiono>> . 1 Per approfondimenti sul tema trattato cfr E.Sgreccia, Manuale di bioetica. Vol. I, Vita e Pensiero, 2003 Milano, pp. 105-131, 193-223. 2 Ivi, cit., p. 105. 3 Ivi, cit., p. 112. 4 Ivi, cit., p. 206. 5 Per approfondimenti sull’etica clinica, cfr A. Jonsen, M. Siegler, W. Winslade, Etica clinica. Un approccio pratico alle decisioni etiche in medica clinica.Quinta edizione. Ed. italiana a cura di A. Spagnolo, McGraw-Hill, 2003 Milano. 6 A. Pessina, Bioetica. L’uomo sperimentale, Bruno Mondadori, 1999 Milano, cit., pp. 92-93 Dicembre 2008 8 i Don Dario Vitali* l capitolo III della Lumen Gentium sulla costituzione gerarchica della Chiesa si conclude con il n. 29, dedicato al diaconato. Il testo è di grande significato, perché segna il ripristino nella Chiesa cattolica del diaconato «come grado proprio e permanente della gerarchia». Infatti, dopo un primo periodo di presenza significativa nella Chiesa come collaboratori del vescovo, con la svolta costantiniana e la progressiva clericalizzazione della Chiesa i diaconi perdono presto di importanza e diventano figure di contorno nella liturgia; il diaconato si riduce a uno dei gradi attraverso i quali i chierici devono passare per arrivare al sacerdozio. La teologia latina aveva articolato un cursus in sette gradi: quattro minori (ostiario, esorcista, lettore, accolito) e tre maggiori (suddiacono, diacono, sacerdote). Come si può facilmente intuire, gli ordini erano disposti in una sequenza ascendente che avvicinava gradualmente i candidati al sacerdozio alla funzione di massimo onore nella Chiesa, quella di celebrare l’Eucarestia. Come si può facilmente immaginare, la differenza tra suddiacono e diacono non è sostanziale, ma fittizia: all’uno erano negate alcune funzioni concesse all’altro in ragione della progressione nell’avvicinamento al traguardo tanto ambito, che faceva del clericus un alter Christus. L’uno e l’altro erano comunque gradi «transeunti», cioè di passaggio, che non configuravano una condizione di servizio stabile e permanente nella Chiesa, ma erano finalizzati all’ordinazione sacerdotale. Paolo VI ha riformato la normativa relativa agli ordini minori, mantenendo unicamente il lettorato e l’accolitato e sganciandoli dal cammino di preparazione al ministero ordinato (anche se i candidati al diaconato e al presbiterato continuano a riceverli) e qualificandoli come «ministeri istituiti» (cfr Ministeria quaedam, 1973). Il diaconato invece, a partire dal dettato conciliare, è stato invece reintrodotto come «grado inferiore della gerarchia». La discussione su questo punto al concilio è stata vivace, e molti Padri – tra i quali mons. Carli, vescovo di Segni – hanno osteggiato il ripristino del diaconato permanente, soprattutto se conferito a uomini sposati. Il testo – probabilmente in ragione di tale resistenza – rivela una formulazione alquanto prudente e mostra un iter assai laborioso, che approda a due capoversi, nei quali si propone la dottrina tradizionale sull’ordine del diaconato, per poi stabilirne il ripristino come «grado proprio e permanente della gerarchia». Quanto al primo capoverso, la proposta di schema sottoposta ai Padri conciliari per la discussione in aula si limitava a dichiarare la dottrina consolidata nella tradizione e formulata al concilio di Trento: «In quanto grado inferiore del ministero gerarchico, i diaconi assistono il vescovo e i presbiteri: essi servono al sacrificio della messa, sono ministri straordinari del battesimo e della comunione e possono esercitare vari uffici attinenti la carità, la predicazione e il ministero, secondo come è stato loro assegnato dall’autorità competente». Il testo definitivo opera delle integrazioni importanti: «In un grado inferiore della Gerarchia stanno i diaconi (il testo muta assistunt in sistunt), ai quali sono imposte le mani “non per il sacerdozio, ma per il ministero”. Infatti, sorretti dalla grazia sacramentale, in comunione con il vescovo e con il suo presbiterio, servono il popolo di Dio nella “diaconia” della liturgia, della parola e della carità. Compete al diacono, secondo quanto gli sarà stato assegnato dall’autorità competente, amministrare solennemente il battesimo, conservare e distribuire l’Eucarestia, assistere e benedire il matrimonio a nome della Chiesa, portare il viatico ai moribondi, leggere la Sacra Scrittura ai fedeli, amministrare i sacramentali, presiedere al rito dei funerali e della sepoltura. Dediti alle opere di carità e di ministero, i diaconi ricordino il monito del beato Policarpo: “Misericordiosi, attivi, camminando nella verità del Signore che si è fatto servo di tutti». Le differenze balzano subito agli occhi: il ministero del diacono è sganciato dalla mera funzione di assistenza all’altare. Si chiarisce che si tratta di vero grado del sacramento dell’Ordine, in quanto si impongono le mani e si afferma che nell’esercizio della loro funzione sono «sostenuti dalla grazia sacramentale». Si precisa però che la destinazione del diacono non è ad sacerdotium, bensì ad ministerium. La formula è tratta da un testo dei primi secoli. Peraltro, la relazione in aula aveva precisato con esattezza la linea di distinzione dei diaconi dai presbiteri: mentre questi (secondo una formula felice di s. Ignazio) sono definiti “il senato del vescovo”, i diaconi sono ordinati «ad ministerium Episcopi». La formula esprime la stretta collaborazione che intercorreva tra il vescovo e i suoi diaconi, dei quali si serviva per le mansioni più varie nella Chiesa, attinenti ai tre ambiti della parola, della liturgia e della carità. Bella nel testo è la descrizione dei diaconi che «in diaconia liturgiae, verbi et caritatis Populo Dei inserviunt»: il verbo che nello schema definiva l’assistenza ai vescovi e presbiteri nella celebrazione della messa, ora espri- me più giustamente il servizio al Popolo di Dio. Si precisano meglio le funzioni che competono al diacono, forse in ragione del suo possibile ruolo di supplenza in terra di missione o in luoghi dove scarseggiano i sacerdoti; da precisare che la commissione ha rigettato l’emendamento che proponeva di subordinare l’esercizio di queste funzioni «soprattutto in caso di assenza del sacerdote». Si precisa opportunamente il modello che deve ispirare i diaconi: Cristo Signore, che si è fatto servo di tutti. Quanto al secondo capoverso, lo schema sosteneva che il diaconato «per il futuro potrebbe essere esercitato come un grado proprio e permanente della gerarchia, dove la Chiesa ritenesse di riproporlo, in certe regioni o anche dappertutto, per la necessità nella cura animarum». La motivazione è quindi di supplenza per la possibile scarsità dei preti in certe regioni: non è un caso che la richiesta più insistente salisse soprattutto da conferenze episcopali di paesi di missione. Il testo definitivo corregge la prospettiva, affermando che il possibile ripristino del diaconato, «per il fatto che, stando alla disciplina vigente della Chiesa latina, difficilmente si possono svolgere queste mansioni [quelle elencate nel testo], estremamente necessarie alla vita della Chiesa». La decisione se e dove istituire i diaconi anche per la cura delle anime – che rimane quindi un’eccezione – spetta invece alle conferenze episcopali, dietro approvazione della santa Sede. Infine, «con il consenso del Romano Pontefice, “questo” diaconato (per escludere quello dei candidati al sacerdozio) potrà essere conferito a uomini di età più matura anche viventi nel matrimonio, così pure a giovani idonei, per i quali però deve rimanere ferma la legge del celibato». Questo il testo del concilio. Il 17-19 novembre u.s. a Sassone la Conferenza Episcopale Italiana ha organizzato un Convegno su «Il diaconato nella Chiesa italiana oggi. Criteri di discernimento e itinerari di formazione». Con mia sorpresa ho constatato che, al di là di tanti discorsi sulla formazione dei diaconi, a più di quarant’anni dal concilio, il discorso più incerto è proprio la teologia del diaconato. *parroco e teologo Dicembre 2008 i 9 Don Claudio Sammartino* l Messico non è soltanto tequila, tortillas, sombreros y Pancho Villa che galoppa con i suoi peones. È anche una delle regioni del mondo dove migliaia di cattolici, perché tali, hanno scritto con il loro sangue una tragica pagina di storia, esaltante per la Chiesa, ma ahimè presto dimenticata e purtroppo ancora pressoché a noi sconosciuta. Tutto accadde nei primi decenni del Novecento, secolo che avrebbe dovuto godere di quella pace, benessere e giustizia sociale che il pensiero razionalista, illuminato e positivista (ah la Belle Epoque!) aveva promesso all’umanità liberata finalmente dai legami dell’oscurantismo ed infantilismo religioso. E proprio un eccesso di «furore» filantropico spinse, nel 1926, il presidente in carica della Repubblica del Messico, tal Plutarco Calles (di dichiarata appartenenza e militanza massonica) ad emanare delle leggi penali contro la libertà religiosa dei cattolici. La cosiddetta “Legge Calles” del 14 giugno 1926, approvata senza alcuna discussione, non riconosceva più alla Chiesa cattolica nessun diritto (le esigue presenze protestanti non furono minimamente sfiorate dalle restrizioni!), intimava l’allontanamento dei sacerdoti stranieri, designava ogni 15.000 fedeli un “officiante” prete e indipendente dal vescovo. Per legge si pretendeva di stabilire le funzioni religiose da celebrare, si proibiva l’esistenza di comunità religiose e di associazioni di cattolici e si minacciavano punizioni ai genitori che avessero educato i figli alla fede cattolica e ai laici che avessero continuato nelle opere di apostolato. Con una precisa norma si proibì addirittura l’uso della talare per i “ministri sacri” (chissà perché tanto odio verso la veste dei preti?). Queste disposizioni dichiaratamente anti cristiane non furono un fulmine a ciel sereno, ma rappresentano l’esplosione di sentimenti anti cattolici da sempre presenti nei ceti borghesi e benestanti messicani, culturalmente formatesi ai principi del giacobinismo, del liberalismo e del pensiero massonico (molto propenso alla diffusione delle ‘chiese’ protestanti). Non si sopportava minimamente, negli ambienti “importanti” e ormai succubi degli interessi statunitensi, che il popolo messicano si riconoscesse da secoli nella fede portata dai conquistadores e dai missionari spagnoli, ma accolte dalla stragrande maggioranza degli “indigeni” e vissute con serenità soprattutto, ma non soltanto, dai campesinos e dai peones attenti alla voce dei loro vescovi e sacerdoti. Ecco perché divampò questa tragica forma di persecuzione a cui i cattolici reagirono dapprima attuando una resistenza non violenta e passiva, consistente in preghiere, organizzazione del culto clandestino e concreto aiuto al clero e ai laici perseguitati. Inutile dire che i tentativi dei vescovi volti al dialogo con il governo furono del tutto inascoltati. Ed è strano (ma si, diciamo così!) rilevare che l’allora Società delle Nazioni, oggi conosciuta come O.N.U., non intervenne minimamente per la difesa dei cattolici messicani, anzi fu sdegnosamente respinta la loro richiesta di aiuto, che addirittura fu ignorata e “snobbata” da numerose nazioni civili sviate da una informazione tendenziosa e spudoratamente filogovernativa. L’unico intervento a favore della chiesa messicana fu quello del papa Pio XI con l’enciclica “Iniquis afflictisque” del 18 novembre 1926, in cui il pontefice espresse completo appoggio a chi reclamava il rispetto di fondamentali diritti umani calpestati in nome di una ragione sempre più accecata dalla presunzione e dalla intolleranza. Fu così che, falliti tutti i tentativi di dialogo e resistenza non violenti (che purtroppo provocavano abusi e rappresaglie governative), i cattolici costituirono nel gennaio 1927 l’Esercito Nazionale dei Liberatori, detto dei Cristeros perché si combatteva e si moriva, sul campo e davanti ai plotoni di esecuzione, al grido di “Viva Cristo Re!”. Non faccia meraviglia il fatto che la bandiera di questi eroici guerrieri e martiri armati fosse quella messicana, ma con al centro l’immagine della Vergine di Guadalupe. In breve, dal 1927 al 1929, divampò una vera e propria guerra civile che vide impegnati a difendere la propria vita, dignità e fede religiosa fino a cinquantamila cattolici in armi, guidati spesso da ufficiali improvvisati ma capaci di infliggere continue sconfitte alle truppe regolari (forti queste dell’appoggio economico e del continuo rifornimento di armi e munizioni attuati dagli U.S.A....). Per tre lunghi anni i Cristeros, cioè campesinos, peones insieme a borghesi, professionisti, molti studenti e anche donne del popolo (moltissime) e signore dei ceti medi resistettero con scarsi mezzi e senza aiuti stranieri ai continui attacchi dei governativi. E la cosa che più sorprende dell’intera vicenda, definita “Cristiada”, è che nel 1929 questi «ribelli per la fede» avevano buone probabilità di vittoria sul Golia federale. Purtroppo, in modo veramente diabolico, il presidente Calles propose gli Arreglos (accordi) in cui fissava i termini della pacificazione e del compromesso tra Stato e Chiesa. Purtroppo (dobbiamo ripeterlo) il desiderio di pace e di porre fine alla carneficina che aveva già visto circa 150.000 morti tra popolazione civile inerme e tra i cristeros e 40.000 caduti tra le truppe federali, spinse sia il Vaticano che l’Episcopato messicano ad accettare la proposta di pace e di rispetto avanzate dal Governo. I combattenti sul campo non erano invece convinti di un trattato che si sarebbe presto rivelato un vero “cavallo di Troia”. Si, perché non appena si giunse alla pace a si disarmarono i cristeros cominciò da parte governativa una vera e propria “pulizia etnica” verso chi aveva militato o appoggiato gli odiati cattolici. Dal 1929 (addirittura fino al 1940!) iniziarono, diluite nel tempo e volutamente ignorate dalla stampa filogovernativa e dai giornali statunitensi, ripetute «azioni mirate» (ricordano nulla questi termini?) volte ad eliminare fisicamente chiunque avesse avuto a che fare con la Cristiada (per queste prodezze la Massoneria internazionale elogiò il Presidente Calles!). e la gravità ripugnante di questi crimini <silenziati> spinse ancora una volta Pio XI ad intervenire giustificando la legittima difesa in armi dei cristiani di nuovo perseguitati, lo fece con l’enciclica Firmissimam Costantiam. Ma dalla tragica epopea dei cristeros (che sicuramente molti giudicano inverosimile) quello che più addolora è il toccare con mano come le vicende dei cattolici (quindi anche nostre!) subiscono spesso una forma di condanna al silenzio e anzi alla mistificazione, soprattutto quando, guarda caso, ci sono certe forze che “entrano in ballo”. Possiamo concludere affermando che, se tra i cristeros molti sono stati riconosciuti dalla Chiesa come martiri (Giovanni Paolo II ne proclamò ben 25 nel 1992), tutti indistintamente possono essere considerati vittime non soltanto dell’odio e della malafede dei nemici, ma ancor più della voluta distrazione e dimenticanza della Storia (anche nostra!), che troppo spesso ripete la “vulgata” dei vincitori e sembra, dico sembra, strizzare l’occhio alle ideologie “imperanti”. Dicembre 2008 10 Mons. Roberto Mariani* Terza Domenica di Avvento/B La liturgia di questa domenica, più delle altre, è all’insegna della gioia. L’antifona d’ingresso recita «Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi…»; poi la voce del profeta, detto convenzionalmente, Terzo Isaia porta il suo messaggio di gioia per il ritorno d’Israele dopo l’esilio babilonese «…mi ha mandato a portare il lieto annunzio» (Is 61,1), «Io gioisco pienamente nel Signore» (Is 61,10). Poi troviamo il “magnificat” di Maria, che costituisce il Salmo di quest’Eucaristia; infine arrivare all’apostolo Paolo che invita la sua comunità di Tessalonica alla gioia «…siate sempre lieti» (1Ts 5,16). Gioia perché il Signore si avvicina e viene a portare tutta la sua forza di liberazione, di resurrezione e di vita. È questo l’annuncio che noi oggi siamo chiamati a portare prima di tutto…eppure quanta fatica, noi cristiani, facciamo ad annunciare la gioia. In un mondo che propone gioie effimere destinate a sparire come i sogni allo spuntare del giorno, gioie che si possono comprare a prezzi a volte molto alti…noi stentiamo ad annunciare, vivere e portare la vera gioia, quella che il Signore vuole portare nel cuore dell’uomo. Ci siamo lasciati abbaiare dalle gioie del mondo da rimanere muti, come Zaccaria, dopo che l’arcangelo Gabrielle ha annunciato a lui la nascita del figlio Giovanni, incapaci di trovare parole. Annunciamo il lieto messaggio: l’uomo non è più solo, con l’incarnazione del Figlio di Dio, l’umanità è unita indissolubilmente alla divinità e questo è la fonte della nostra gioia. Il Padre, per mezzo del Figlio, ha voluto abbracciare tutta la nostra umanità, con le sue paure e angosce, con le speranze e attese non escludendo nulla. Una gioia che dobbiamo testimoniare con la nostra vita. Non si testimonia la gioia con i volti sempre tesi e affannati...regaliamo un sorriso. Di testimonianza parla anche il Vangelo di questa domenica, dove la parola dice tutto il coinvolgimento della persona a questo grande annun- cio della venuta del Signore. Giovanni è il testimone della luce, colui che, avendo chiara la sua identità « Io non sono il Cristo» (non si può essere testimoni se non siamo prima di tutto veri, con noi e con gli altri), non ha paura né si vergogna di affermare la verità e la verità su Gesù: «colui che viene dopo di me, a lui io non sono degno di slegare il legaccio del sandalo»…quanto bisogno ha il mondo di testimoni di verità, oggi soprattutto, in cui sembra prevalere il relativismo su tutti i campi. Questo Vangelo c’invita, c’esorta, o meglio ci ricorda che noi siamo testimoni, contro l’appassirsi dei credenti nel grigiore di una pratica arida, contro l’appiattimento nella società in cui vive, il fedele riceve oggi l’appello ad essere, come scriveva M.L. King non il “termometro” dell’ambiente in cui vive, accontentandosi di misurare le cose che non vanno, ma il “termostato” che riscalda il mondo freddo e incolore che lo circonda con la sua “bella, gioiosa, insostituibile testimonianza. Luca 1,26-38 1,26 In quel tempo l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret,_1,27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria._1,28 Entrando da lei, disse: «Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te»._1,29 A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto come questo._1,30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 1,31 Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù._1,32 Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre_1,33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine»._1,34 Allora Maria disse all’angelo: «Come è avverrà questo, poiché non conosco uomo»._1,35 Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio._1,36 Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile:_1,37 nulla è impossibile a Dio»._1,38 Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. Quarta Domenica di Avvento/B Il Vangelo di questa quarta domenica d’Avvento ci porta dentro una casa in un piccolo villaggio della Galilea, Nazaret. È nel silenzio, nell’intimità di una stanza che inizia il compimento del grande progetto di salvezza messo in opera dal Padre. È nella piccolezza che Dio si rivela e vuole irrompere con la sua potenza. È facile in questi giorni lasciarci prendere dalla “poesia” del Natale (tanto umano e poco spirituale), trascurando quest’aspetto molto forte. Il testo dice: « entrando da lei », Dio “entra” in Maria, nella sua vita…vuole entrare nella mia vita, vuole entrare nella mia storia, essere presente in tutto quello che io vivo. Spesso accade di tenerLo fuori della vita, o meglio gli chiediamo di esserci solo quando lo vogliamo noi…e magari deve pure risponderci. Nella prima lettura, al desiderio di Davide di possedere un tempio grandioso nella capitale appena conquistata, Gerusalemme, così da avere come cittadino della propria città il Signore stesso, il profeta contrappone la scelta inattesa di Dio. Il Signore più che essere inquadrato in uno spazio sacro ama essere presente nell’uomo nella sua storia: «Il Signore ti annuncia che farà a te una casa» (2Sam 7,11c). Il Signore vuole essere presente nella nostra vita…ma noi preferiamo la solitudine da Dio, o cerchiamo di riempirla con il correre affannoso senza un senso profondo, oppure stordendoci di cose o di altro per non pensare, riflettere…facciamo entrare il 11 Dicembre 2008 Signore nella nostra vita, lasciamo irrompere nelle nostre esistenze piene di paure, di vuoti, d’ansie e sarà la sua Parola a riempire di senso e di luce il nostro cammino. Lasciamoci sconvolgere anche, da un Dio che non è mai scontato o ripetitivo e anche la nostra vita toccherà, come quella di Maria le altezze del cielo. Un altro elemento che mi colpisce dell’incontro fra il Signore e la Vergine di Nazaret è la reazione di questa fanciulla. Maria mostra un’attenzione alle parole dell’Angelo e poi una presa di coscienza del loro significato straordinario. Maria non è superficiale nell’ascolto, ma ha una reazione. Dice il testo: « A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto ». Non allora un ascolto superficiale, un sentire e basta, ma un ascolto profondo che tocca l’intimo, il segreto della coscienza…quante volte la Parola di Dio è accolta superficialmente, e il più delle volte rimane inascoltata. Maria ci insegna a farla entrare nell’intimo della nostra vita, a lasciarci anche turbare da questa Parola…ancora Maria non rimane a livello d’impressione e basta, riflette «si domandava». Meraviglioso quello che avviene nell’intimo di questa donna, accolta la Parola, accolto Dio nella propria vita inizia la riflessione, il verbo usato è dialogizõ che ricorda la parola dialogo. Dio non vuole monologhi, ama i dialoghi…aiutaci, o Vergine Maria, ad entrare in dialogo con la Parola, a lasciarci guidare per i sentieri alti e anche noi saremo “servi del Signore”. Fabio Ciarla “Bisogna ravvivare il movimento cattolico, ricreare itinerari formativi seri per gruppi di persone che sappiano e vogliano acquisire i principi della dottrina sociale della Chiesa, mettere in relazione queste forze nuove e rifare base”, questa è la risposta di S.E. Mons. Gastone Simoni, Vescovo di Prato e presidente del ‘Collegamento Sociale Cristiano – Deleg. CEI Cultura e comunicazione’ alla domanda “Qual è il ruolo dei cristiani nella politica oggi?” dopo aver notato come a volte sia la mancanza di una struttura allargata e preparata il problema maggiore dell’impegno cristiano in politica. L’occasione per fare una completa disamina, dal Vecchio Testamento ad oggi, dell’insegnamento sociale della Chiesa e dei principi che Giovanni 1,6-8.19-28 1,6 Venne un uomo mandato da Dio : il suo nome era Giovanni._1,7 Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui._1,8 Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce…_1,19 Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «tu chi sei?»._1,20 Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo»._1,21 Allora gli chiesero: «Chi sei dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?», «No», rispose. 1,22 Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?»._1,23 Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete dritta la via del Signore,come disse il profeta Isaia»._1,24 Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei._1,25 Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?»._1,26 Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 1,27 colui che viene dopo di me, a lui io non sono degno di slegare il legaccio del sandalo»._1,28 Questo avvenne in Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando. hanno guidato il rapporto tra poi inquadra il tutto in una concezione precisa di Dio cristianità e potere politico e degli uomini mentre la speranza ci indica che la è stato l’incontro organizzato presenza del Signore non è assicurata solo nelle cose a Velletri, nella Sala Micara del regno celeste ma anche, costantemente, in queldel complesso della Cattedrale le di questo mondo. di San Clemente, dal tito- Ciò non significa, ha chiarito Mons. Simoni, che una lo “La presenza dei cristiani qualsiasi realizzazione umana possa esaurire il regno nella vita sociale e politica”. di Dio perciò non si può puntare a fraternità perfetA fare gli onori di casa, lune- te ma solo a diminuire il dolore che c’è nel mondo. dì 1 dicembre, è stato il Sul ‘come’ i cristiani debbano partecipare a questo Vescovo della Diocesi di processo il Vescovo di Prato ha detto chiaramente Velletri-Segni S.E. Mons. la sua, ovvero ha esposto la necessità di formare una Vincenzo Apicella che ha poi nuova base di persone, di gruppi, di movimenti che lasciato la parola a Mons. conoscano la dottrina sociale della Chiesa e possano Simoni che ha chiarito essere la ‘base’ di una nuova espressione pubblica innanzitutto il significato dell’impegno nella società. del “bene comune” che non “Non si può prescindere dal sistema dei partiti ma va inteso come semplice som- forse si stanno aprendo spazi nuovi per chi non si matoria del benessere indi- riconosce nella dualità che vige ora in Italia, penso viduale degli individui ma piut- magari ad associazioni di persone motivate e comtosto come l’insieme delle petenti che possano recitare un ruolo politico di indicondizioni giuridiche, eco- rizzo”. nomiche, culturali e socia- Mons. Simoni ha quindi lasciato un’indicazione preli che permette a tutti noi di cisa anche sugli ambiti nei quali è necessario porvivere una vita tranquilla e tare, o riportare, l’insegnamento e i valori della Chiesa. serena. La ricerca del bene Di certo infatti l’attualità pone l’accento sulle bioteccomune in quanto dovere primario del potere politi- nologie e sulle tematiche legate all’inizio e alla fine co è stata poi esaminata dalle sue prime comparse della vita ma non vanno dimenticati altri ambiti come nel Vecchio testamento fino ai giorni nostri. Altro pre- il lavoro, la pace, il diritto. Aspetti troppo spessi dimensupposto chiarito fin dall’inizio è stata la “costituzio- ticati ma con effetti nale disponibilità della Chiesa ad interessarsi del bene devastanti sulla sociecomune”. “Siamo tutti responsabili di tutti – ha det- tà, nei quali i cristiato il Vescovo di Prato – e questo credo sia vero per ni devono tornare a dire ogni persona indipendentemente dal credo religio- la loro. Per il “bene so o politico. Per noi cristiani però c’è in più lo stru- comune” ovviamente. mento della carità corroborata dalla fede e dal- Cristiani e politica, ripartire la speranza”. Il disimpegno dalla formazione per creare per un cristiano signifiun movimento di persone ca non fare il bene e non essere caritatevole, la fede motivate e competenti Dicembre 2008 12 CONFERENZA NAZIONALE ENTI SERVIZIO CIVILE PRESENTATO IL “MANIFESTO PER LA DIFESA DEL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE” Presentato in conferenza stampa congiunta Cnesc, Forum del Terzo Settore e Rappresentanti dei Giovani Volontari del Servizio Civile Nazionale il “Manifesto per la Difesa del Servizio Civile Nazionale” (di seguito nel comunicato) contro i tagli previsti nella Finanziaria 2009. “Il servizio civile è e deve rimanere un diritto di tutti i giovani che ne facciano richiesta e non solo di un’esigua elite. E’ un’esperienza tutta italiana che l’Europa c’invidia e che non può essere mortificata da scelte finanziarie incoerenti” “E’ inaccettabile un taglio del 42% rispetto al 2008. L’attuale stanziamento previsto nella Finanziaria 2009 ammonta infatti a soli 171 milioni di Euro mentre la stima per permettere ad almeno 60mila giovani la partecipazione al servizio civile è di 400 milioni di euro”. Questo il messaggio che i promotori della conferenza stampa ed i relatori presenti hanno voluto lanciare. Lettera alla Caritas Oggi possiamo dire che un anno è passato. Come qualcuno ha detto<vola solo chi osa farlo> e noi abbiamo osato. Le parole per poter esprimere questa grande avventura ci sembrano limitate…in un tempo in cui tutto scorre velocemente, noi abbiamo avuto la grande occasione di fermarci ad assaporare la vita in tutte le sue sfaccettature. Partendo dal cucinare una frittata (che alla fine ci è venuta male!), siamo arrivate ad organizzare la nostra vita in direzione di uno scopo. Non nascondiamo le difficoltà incontrate, le delusioni e le amarezze, ma possiamo dire che anche questo ha contribuito ad una presa di coscienza; noi con umiltà e voglia di conoscere abbiamo messo a disposizione ciò che eravamo, “difetti” e “pregi”. Non sapremo mai ciò che abbiamo lasciato, ma sicuramen- Il manifesto contiene anche l’appello a firmare la petizione “Salviamo il servizio civile nazionale” presente nel sito www.firmiamo.it MANIFESTO PER LA DIFESA DEL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE 1. Se credi che il servizio civile nazionale sia un Istituto fondamentale per l’affermazione di un modello di cittadinanza fondato sulla partecipazione, sulla pace, sulla nonviolenza, sulla difesa della patria; 2. Se condividi che il servizio civile nazionale debba costituire una opportunità aperta a tutti i giovani e non un’esperienza riservata a fasce elitarie della popolazione; 3. Se vuoi che il patrimonio di valori, di cultura, di solidarietà, di tensione educativa maturato in 8 anni di servizio civile nazionale, ed ancora prima nell’esperienza dell’obiezione di coscienza, non vada disperso, e con esso gli investimenti e gli sforzi di quei soggetti che hanno aderito al sistema mettendo in campo energie, intelligenze, strutture, strumenti, risorse; 4. Se riconosci che i valori dell’uguaglianza sostanziale, del’inclusione, dell’impegno attivo nel superamento di ogni forma di dis- criminazione, dell’interesse collettivo, della promozione delle capacità ed abilità individuali, del sostegno alle formazioni sociali in cui trova espressione la personalità del cittadino, siano alla base di una società più giusta, coesa, equa, aperta e solidale; 5. Se vedi nel servizio civile un volano di cambiamento, un “luogo” in grado di costruire ponti e ridurre le distanze tra persone, generazioni, gruppi sociali, costruendo una cultura più ricca perché in grado di valorizzare le diversità attraverso la forza delle relazioni umane; ADERISCI A QUESTO APPELLO Chiedi anche tu che per il 2009 vengano stanziati 400 milioni di euro – contro i 171 milioni come al momento previsto in finanziaria - per garantire che 60.000 giovani partecipino ad un sistema di servizio civile nazionale in una dimensione effettivamente popolare e di reale impatto sulla società civile. ufficio stampa: Paola Scarsi 347 3802307 Alla Cnesc aderiscono: Acli, Aism, Anpas, Anspi, Arci Servizio Civile, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Caritas Italiana, Cenasca-Cisl, Cesc, Cnca, Confederazione Nazionale Misericordie d’Italia, Cong.P.S.D.P.Ist.don Calabria, Italia Nostra, Federsolidarietà / CCI , Focsiv, Legacoop, Scs/Cnos, Unpli, WWF Segreteria: c/o Caritas Italiana Via Aurelia 796 - 00165 Roma . Tel : 06/66177001 (centralino); Fax è 06/66177602 te sappiamo ciò che porteremo con noi. Le persone che abbiamo incontrato in questo percorso, hanno reso ogni giorno diverso, ci hanno fatto combattere con le nostre paure, con le nostre indecisioni, rivelandoci una parte di noi sconosciuta a noi stesse. Potremmo parlare per ore delle piccole e grandi conquiste apprese, e non a caso un anno fa (ottobre 2007) siamo arrivate (a Casa Nazareth-Gavignano) qui accompagnate in macchina, e ritorniamo a casa autonomamente. Le domande che ci siamo sempre poste è come rivivremo questa grande esperienza nella vita di tutti i giorni, per riuscire ad apprezzare al massimo tutto ciò che ci circonda e riconoscere le vere opportunità. Il nostro grazie è doveroso verso chiunque abbia condiviso con noi “un pezzo di strada”, ma soprattutto ad Emanuela che è stata la nostra guida e ci ha dato gli strumenti necessari per vivere questa avventura. GRAZIE!! Il Servizio Civile Volontario è ormai una realtà . Con la legge 64\2001 lo Stato italiano ha dato vita a questa nuova esperienza. “Figlia” di quel servizio civile degli obiettori di coscienza che dal 1972 ha permesso a tanti giovani di sperimentarsi in percorsi di servizio e di crescere nell’impegno per la pace. Per i giovani non ci sarà più l’obbligo che li solleciterà a dedicare un periodo della loro vita alla collettività ma saranno stimolati a farlo dalle loro motivazioni e dalle proposte che riceveranno. Motivazioni e proposte che meritano di essere approfondite perchè il servizio civile rimanga il luogo di una significativa esperienza di solidarietà e di maturazione civica, è un momento forte di formazione alla giustizia e alla solidarietà sperimentando l’accoglienza e la condivisione con chi è meno fortunato. La nostra esperienza è stata il trampolino di lancio per poter capire nel profondo cosa vuol significare la parola “vita”..grazie Sofia e Annalisa Annalisa Angelone Dicembre 2008 “Ripartire dai poveri” è il titolo dell’ottavo rapporto 2008 su povertà ed esclusione sociale in Italia della Caritas Italiana presentato mercoledì 15 ottobre. Tra i tanti temi trattati troviamo povertà in aumento, nuovi poveri, differenze strutturali del fenomeno fra nord e sud del paese con picchi di disagio soprattutto nelle periferie delle grandi città. Quest’ultimo “rapporto” rappresenta le prosecuzione naturale del lavoro fin qui svolto dalla Caritas per la lotta alla povertà. Se nel precedente rapporto l’interrogativo era posto sul doversi o meno arrendersi alla povertà in Italia e si denunciava l’assenza di politiche specifiche, questo nuovo rapporto traccia una prospettiva del piano di lotta alla povertà. All’interrogativo posto lo scorso anno cerca di rispondere l’attuale “rapporto” nel cercare di lavorare su alcuni elementi che possono costituire delle premesse a un impegno signi- ficativo delle parti per contrastare il fenomeno. Il “rapporto” si compone di una prima parte che evidenzia le premesse economico-giuridiche, e di una seconda parte della sezione che va a mettere le mani su alcuni elementi, come i limiti dei dati sulla povertà relativa che così come sono non danno una visione multidimensionale del fenomeno. C’è inoltre un tentativo di lettura di come la lotta alla povertà sia stata realizzata dai Comuni attraverso i Piani di Zona. E una panoramica complessiva di come i soggetti sociali abbiano avuto al centro delle proprie preoccupazioni il tema della povertà e il tentativo di contrastarlo. Il testo evidenzia un paese: l’Italia divisa in due, con un Nord ricco e un Sud povero. Il Centro-Nord non è soltanto più ricco in termini di redditi individuali ma soprattutto è ricco di servizi. Ha una rete di strutture, di servizi socio-sanitari che possono farsi carico delle diverse situazioni di povertà. Il Sud invece non è soltanto più povero in termini di redditività pro-capite ma, questo è il vero dramma, è più povero in termini di infrastrutture sociali. Possiede meno assistenti sociali, meno servizi territoriali, meno possibilità di opporsi significatamene alla povertà. Le grandi città, con le proprie periferie urbane, sono dei grossi conte- 13 nitori di disagio. Certamente abbiano un nord più ricco, ma con delle zone di disagio molto significative. Penso alle periferie di Milano, Roma, Torino dove il problema della povertà è fortemente concentrato e dovrebbe dare preoccupazioni di tipo sociale più alte di quello del dato complessivo regionale. Il Welfare non ha saputo dare sino ad ora una risposta in maniera strutturata. Se parliamo di un piano nazionale, più che regionale, abbiamo delle risposte a macchia di leopardo. Se facciamo un confronto con i paesi dell’Unione Europea, abbiamo soltanto 3 paesi che non hanno forme di sostegno al reddito nel caso di povertà delle famiglie e sono: Grecia, Ungheria e Italia. Questo non vuol dire che in altri paesi ci sono delle generose politiche di incremento al reddito, però se una famiglia diventa povera e non entra in una categoria sociale definita (non è disoccupato, non è disabile...) riceve comunque un sostegno. L’Italia, l’Ungheria e la Grecia non hanno nulla di tutto questo. Lo studio passa in rassegna le nuove emergenze confermando la tendenza che oltre alle categorie note si può parlare oggi di nuovi poveri. Ai centri di ascolto Caritas ormai non ci sono più le cosiddette povertà tradizionali, purtroppo si sono avvicinate anche delle famiglie con redditi insufficienti. C’è una fascia di disagio che è cresciuta in questi anni, non si tratta di povertà estrema ma di persone con una difficile situazione economica che non trovando risposte dalle istituzioni e si rivolgono alla Caritas. “Ricominciare dai poveri” come abbiamo visto è il titolo del rapporto sulla povertà, e vuole essere anche la scommessa da realizzare nel futuro prossimo. Per realizzarla ci si ispira ai due pilastri della nostra carta costituzionale, la democrazia da una parte e la riduzione della diseguaglianza dall’altra. Non è un invito ai buoni sentimenti ma un ritornare alle radici di un’idea democratica che è sicuramente: abbattere le disparità, fornire eguali possibilità e costruire nuove opportunità per ogni persona che cresce e nasce in questo paese. Dicembre 2008 14 e per servirlo e, come il Figlio, deve essere sempre rivolto verso il Padre. Ma è proprio questo stare con Dio e questo partecipare e percepire il Suo Amore che rivolge il presbitero al servizio costante e senza soste ai fratelli: perché quest’Amore di Dio è lo Spirito Santo che viene consegnato a coloro che sono chiamati ad annunciare la salvezza portata dalla mor9 te e risurrezione di Gesù . E come ci insegna l’epi10 sodio della Pentecoste , lo Spirito ricevuto ed accolto spinge a testimoniare la risurrezione come il compimento delle promesse del Padre e la salvezza dalla stretta della morte. Ora la salvezza portata da Cristo non è né astratta e non è neanche un evento che si realizzerà solo negli ultimi tempi. Ma è una salvezza che chiede di essere incarnata nell’oggi del11 Il «Pascete il gregge di Dio che vi è affidato» (1Pt 5, 2) Antonio Galati* na, dato dal Padre ad alcuni di votarsi a Dio solo più facilmente e con un cuore senza divisioni nella ver- uesta esortazione di Pietro ai presbiteri non è solo un consiglio, ma è per loro, e per coloro che si preparano a diventare presbiteri, un vero obbligo perché riecheggiano in essa le parole di Gesù dette a Pietro ginità e nel celibato» . Il Concilio ci descrive il dono del celibato come una grazia divina, cioè come un qualcosa che si aggiunge alla natura di colui che la riceve con uno scopo preciso: quello «di consacrarsi Q 1 dopo la risurrezione . In ascolto di Pietro e della Parola di Dio che ci giunge tramite lui potremmo dire che non c’è vocazione al presbiterato se non si sente nel cuore un’attrazione ed un’attenzione verso i fedeli a cui si è mandati o che si incontrano nel proprio percorso di vita. Quest’imperativo di Pietro ai presbiteri, quindi, chiede di essere messo in pratica nel miglior modo possibile da colui che si sente chiamato al presbiterato, cioè significa lavorare su di sé per rafforzare le caratteristiche positive del proprio essere e di smussare quelle negative. Tutto per «lasciarsi afferrare, quasi “mangiare”, dalle necessità e dalle esi2 genze del gregge» . In altre parole, il benessere dei fedeli deve essere ciò che spinge il presbitero ad essere tale, cioè ciò che gli chiede di conformarsi il più possibile a Gesù il Buon — e Solo — Pastore. Se il benessere a tutti i costi di tutti coloro che gli sono affidati deve essere l’obiettivo del presbitero, ciò significa che egli è chiamato a non risparmiarsi in niente: ogni secondo della sua vita deve essere speso con l’obiettivo del bene del gregge (lo studio, la preghiera, gli impegni pastorali, …). Si comprende allora perché la chiamata ad una vita così chiede di essere vissuta nel celibato. Infatti, non sarebbe corretto nei confronti degli eventuali «moglie e figli» avere tutta la mente occupata per le necessità del gregge senza rivolgere loro l’attenzione particolare che — per lo stretto legame che si andrebbe a creare — chiede di essere superiore rispetto all’attenzione per tutti quanti gli altri. E, al contrario, si verrebbe meno all’invito del papa di lasciarsi quasi “mangia3 re” dal gregge se si mette — come dovrebbe essere — la propria eventuale famiglia al primo posto. Tenendo come sfondo queste riflessioni possiamo allora ascoltare l’insegnamento i Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis, che cita la Lumen gentium del Concilio Vaticano II: «eccelle questo prezioso dono della grazia divi- 4 5 cioè a Dio solo e con cuore più facilmente indiviso» . A prima vista ciò sembrerebbe in contraddizione con quanto abbiamo detto sopra riguardo all’impegno del presbitero nella cura costante e disinteressata dei fedeli. E sembrerebbe in contraddizione anche con quello che si dice subito dopo aver affermato che il celibato è per il voto a Dio solo: questo servizio a Dio comporta un servizio agli uomini, perché esso diventa «sorgente di fecondità spirituale nel mon6 do» . Cioè qui il Concilio sembra affermare che l’unico scopo del dono del celibato è quello di servire Dio e solo lui e però, attraverso questo servizio, si reca un servizio agli uomini. È proprio così. E la chiave per scardinare l’apparente contraddizione e aprire la porta all’accoglienza del celibato non come un di meno, ma come una grazia aggiuntiva per la quale bisogna solo che ringraziare il Signore, è la carità. Infatti, proprio perché il presbitero è chiamato a donarsi pienamente e senza restrizioni al servizio a Dio solo, esso è chiamato al servizio pieno e senza distinzioni alle persone umane. Si ricordi cosa dice Giovanni nella sua prima lettera: «chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbia7 mo da lui: chi ama Dio ami anche il suo fratello» . Qui, l’autore della lettera mette in mostra due movimenti, che hanno sempre al centro la carità, ma che hanno punti di partenza e di arrivo complementari. Nel primo movimento descritto, infatti, il punto di partenza è l’amore per il fratello che porta all’amore per Dio; nel secondo movimento, l’amore per Dio diventa il punto di partenza e l’arrivo è l’amore per il fratello. Composti insieme i due movimenti danno un unico movimento circolare dove Dio, fratelli e carità fanno un tutt’uno inscindibile. In altre parole il presbitero, che ripresenta Cristo in mezzo ai suoi con i sacramenti e la sua stessa vita, è chiamato a rivolgere la sua esistenza a Dio solo, per stare con Lui 8 l’uomo . In sintesi, allora, il celibato è il mezzo con cui donarsi pienamente e senza distrazioni a Dio e, conseguentemente, ai fratelli, ai quali il presbitero deve annunciare la salvezza e fare tutto ciò che è in suo potere per attualizzarla nella loro storia. *seminarista diocesano 1 Cfr. Gv 21, 15-17. 2 GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, 28. 3 Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, 28. 4 Lumen gentium, 42, citato in GIOVANNI PAOLO II, Pastores dabo vobis, 29. 5 Lumen gentium, 42: Enchiridion Vaticanum 1, 399. 6 Lumen gentium, 42: Enchiridion Vaticanum 1, 399. 7 1Gv 4, 20-21. 8 Cfr. Mc 3, 14. 9 Cfr. Lc 24, 46-49. 10 Cfr. At 2, 1-36. 11 Cfr. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Dicembre 2008 Alberto Manzini * 15 I L N O V I Z I AT O : Q uante volte ci è capitato di sognare, di camminare per realizzare ideali che sentiamo nostri, di cercare, di rispondere alle domande della nostra vita. Quello che io e altri giovani stiamo vivendo, è un’esperienza proprio a questo scopo: capire e riflettere su ciò che siamo chiamati ad essere. Vorrei, dunque, raccontarvi la mia esperienza personale. Mi chiamo Alberto, ho vent’anni e sono nativo della città di Lecco. Da piccolo avevo un sogno, quello di diventare sacerdote, ma per molto tempo ho sognato e basta. Sono cresciuto con una solida educazione cristiana ricevuta dalla mia famiglia e con questo desiderio di ricerca, già noto alla più parte di coloro che quotidianamente frequentavano con me la scuola, l’oratorio e varie attività sportive. Rimandavo tutto ad un poi…. Divenuto un “cristiano adulto” con il sacramento della Cresima, ho iniziato a concedere meno spazio alla fantasia e, riflettendo concretamente su quale via percorrere per realizzare questo sogno, mi sono avvicinato al Seminario di don Orione di Erba (Co), che avevo già frequentato qualche volta per alcuni ritiri spirituali, chiedendo consiglio e aiuto ai sacerdoti orionini. Per due anni ho frequentato quell’ambiente e ho vissuto con altri ragazzi campi scuola vocazionali, ritiri, giornate con i seminaristi e, all’inizio delle scuole superiori, decisi di entrare in seminario. Dopo le scuole superiori ho continuato l’iter formativo qui a Velletri, a Villa Borgia, per un anno di discernimento e di verifica, al fine di approfondire l’autenticità di questa chiamata a seguire Cristo sulle orme di San Luigi Orione. Dall’ 8 settembre di quest’ anno ho iniziato l’anno di Noviziato presso il Seminario “don Orione” di Colle Giorgi. Cos’è il noviziato nel cammino formativo di un giovane? Il Noviziato ha la durata un anno, e questo è stabilito dalle leggi ecclesiastiche per chi si prepara a professare a Dio i tre voti di castità, povertà e obbedienza. È un anno che richiede silenzio interiore ed esteriore, per ascoltare la voce di Dio e accogliere la sua volontà. In questo clima, devo intendere se abbracciare una vita di totale consacrazione a Dio, secondo l’esempio E’ stato pubblicato a firma di S.E. Mons. Andrea Maria Erba vescovo emerito di Velletri-Segni, un volumetto per le edizioni EDIVI, sulla vita e l’opera della suora angelica Paola Antonia Negri (1508-1555), definita dai contemporanei “Divina Madre” per le eccellenti e straordinarie qualità di donna, religiosa, conquistatrice e direttrice di anime. Per il suo carisma, trasfuso in centinaia di lettere, è paragonabile alla schiera di IL SOGNO DI UN GIOVANE CHE VUOLE SEGUIRE CRISTO di don Orione, oppure verificare se è una mia fantasiosa percezione. Se fosse solamente una banale percezione, prima o poi, l’entusiasmo svanirebbe, i sogni si sgretolerebbero e non sarei nemmeno felice: questo è importante per i miei compagni e per me: essere certi di compiere la volontà di Dio e non la nostra. Per questo è necessario raccoglimento, silenzio, tranquillità, favoriti anche dalla collocazione topografica della nostra casa. C’è un po’ di distacco da coloro con i quali abbiamo vissuto la nostra infanzia e adolescenza, con la propria famiglia d’origine. Tutto è in funzione di una scelta, così importante e totale, per donare tutto a Dio e vivere come Gesù Cristo, vergine, povero e obbediente. In questo cammino ci prepariamo anche a testimoniare con la vita di fraternità quell’amore col quale Cristo ci ha amati. L’itinerario formativo ci impegna a lavorare sulle tre dimensioni inseparabili che costituiscono il nostro essere persona: corpo, psiche e spirito. Allo studio delle Costituzioni della nostra Congregazione, uniamo il lavoro manuale e lo sforzo di conoscerci come uomini e nello stesso tempo ci apriamo alla scoperta delle nostre doti e dei nostri doni, nell’ottica di un cammino di crescita. Nei vari ambiti della persona, siamo chiamati a correggere alcuni lati negativi che contrastano con un particolare stile di consacrazione. In questa esperienza siamo gui- dati ed aiutati dal nostro formatore, don Gianni e da un sacerdote sempre disponibile per la confessione, don Bruno. Un contributo importante lo svolge anche la scuola Internoviziale che frequentiamo con altri istituti religiosi a Marino. Tra preghiera, studio e lavoro ci prepariamo ad essere uomini di Dio, modellando noi stessi, anzi, lasciandoci modellare dallo Spirito Santo che riceviamo, in particolare, nell’ascolto Parola di Dio e dall’Eucaristia. Tutto questo impegno di crescita personale e comunitaria si svolge in un clima di gioiosa semplicità familiare, come voleva il nostro fondatore, per vivere in un vero spirito di famiglia, mangiando lo stesso pane e vivendo negli stessi ambienti. Provenienti da nazioni differenti (Italia, Romania, Albania, Giordania), da culture e lingue diverse, testimoniamo l’universalità della Chiesa. La nostra non è semplice convivenza, ma comunione di persone e di fratelli. Serviamo e amiamo Dio mediante il servizio e l’amore al prossimo, al compagno che ci sta accanto. Il noviziato si conclude con la libera scelta di donazione a Dio attraverso la Professione Religiosa, che consiste nell’accettare il suo invito a vivere con Lui, in un’ottica di Provvidenza. Pertanto, contiamo sulle preghiere di tutti, per essere generosi e accogliere con gioia la volontà di Dio!. donne che hanno lavorato per la riforma della Chiesa. L’opera di Mons. Erba racchiusa in questo piccolo volume, coniuga felicemente la sinteticità dell’immenso materiale a disposizione, per una lettura facile e gradevole e lo sguardo panoramico sulla vita della religiosa sr. Negri la quale ha saputo, in tempi difficili, indirizzare le due congregazioni maschili e femminili fondate da S. Antonio Maria Zaccaria, ovvero i chierici di San Paolo (Barnabiti) e le suore Angeliche. Ripercorre inoltre il tragitto che Sr. Negri ha compiuto da Castellana, paese natio a Milano, e come in questa grande città la sua sia stata un’opera veramente mirabile, un esempio per i giorni nostri, dove sembra difficile trovare figure di riferimento coraggiose e guide che fanno della promozione umana e spirituale la ragione della loro esistenza. *(novizio orionino) Dicembre 2008 16 Suore Convento di Clausura Velletri a santa Messa è il più grande atto d’amore a Dio che possiamo compiere su questa terra!, La risposta alla domanda “perché sia così” è tanto semplice quanto profonda, e ci spinge necessariamente a dare una risposta d’amore a Dio: la santa Messa è la ri-presentazione, l’attualizzazione del sacrificio di Gesù sulla croce, cioè l’atto più grande con il quale Iddio ha voluto manifestare il suo immenso amore per noi peccatori, redimendoci col suo sangue prezioso. La santa Messa è il memoriale incruento della passione di Nostro Signore Gesù Cristo, ciò significa Diac. Pietro Latini E ’ ormai trascorso un anno da che un gruppo di uomini ha intrapreso nella nostra Chiesa di Velletri-Segni un cammino vocazionale verso il diaconato in cui stanno maturando quel discernimento che li renderà, a Dio piacendo, candidati al ministero di Cristo Servo. Per La nostra Chiesa particolare l’avvenimento è sicuramente una ripresa della crescita di questa importante vocazione, che coinvolge ora gli interessati e le loro famiglie. Ma questo ministero a che punto è nella considerazione dei fedeli? E che posto occupa nella cultura di oggi? Il diaconato è una realtà antica e nuova nello stesso tempo: è antica perché la sua istituzione risale al tempo degli apostoli, come bene è documentato nella sacra scrittura (Atti, 6); è nuova perché il diaconato, come grado proprio e permanente della gerarchia, è andato a estinguersi nel corso dei secoli e solo recentemente è stato riscoperto dal Concilio Vaticano II. Dice infatti il documento del Concilio Lumen Gentium al n. 29: “In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi, ai quali sono impo- che la Messa e il sacrificio della croce sono il medesimo sacrificio, così lo ricorda il papa Giovanni Paolo II: “La Chiesa vive continuamente del sacrificio redentore, e ad esso accede non soltanto per mezzo di un ricordo pieno di fede, ma anche in un contatto attuale, poiché questo sacrificio ritorna presente, perpetuandosi sacramentalmente, in ogni comunità che lo offre per mano del ministro consacrato. In questo modo l’Eucaristia applica agli uomini d’oggi la riconciliazione ottenuta una volta per tutte da Cristo per l’umanità di ogni tempo” (Ecclesia de Eucharistia, 12) Nella Messa le nostre preghiere acquistano un valore infinito, perché Gesù prende su di se i nostri peccati per redimerci, e prende anche tutti i nostri pensieri, desideri, opere, dolori, gioie, speranze, fatiche, ecc, e li offre al Padre Eterno acquisendo per noi, per le nostre povere opere, un valore infinito, un valore d’eternità; ma anche noi dobbiamo imparare ad offrire e ad offrici nella santa Messa insieme a Gesù. E c’è di più, dobbiamo imparare a portare ad ogni Santa Messa tutti i “nostri giorni”, intendo con ciò dire, tutti i nostri problemi, allegrie, opere, progetti, dolori, ecc, perché la santa Messa, è la preghiera più perfetta che possiamo fare, non perché fatta da noi stessi bensì perché Gesù la offre a nome nostro, come nostro Dio e come Capo della Chiesa che siamo noi. Riflettiamo sul fatto che durante la celebrazione anche noi siamo veramente presenti e partecipi del dramma sul calvario nel momento della crocifissione, anzi per meglio dire è Gesù stesso che ci raggiunge, oggi, in questo tempo, rendendosi col suo sacrificio “contemporaneo ad ognuno di noi”, in ogni celebrazione della santa Eucaristia! Possiamo dunque fare a meno di rimanere meravigliate, stupite, e non rendere immensamente grazie per questo smisurato bene ste le mani <<non per il sacerdozio ma per il servizio>>”. Quella del servizio è una precisazione che il Concilio non spiega e che richiede approfondimenti dei concetti sacerdotium e ministerium. E’ importante notare che il Diaconato è grado proprio della gerarchia ecclesiale e che questo grado precede la volontà dei Padri conciliari. In caso contrario il testo reciterebbe: “i diaconi è bene che stiano…”. Quindi i padri conciliari hanno riscoperto, ma non istituito il diaconato. Ci sono tre motivi a sostegno di questa riscoperta. Il primo motivo è teologico. Si legge sempre in LG donatoci da Dio? Spesso, nella Messa ci ricordiamo di chiedere aiuto per le nostre necessità materiali e spirituali, e facciamo bene, perché così si deve fare, ma la Messa è stata istituita non soltanto per questo fine, non ha un valore esclusivamente “rimunerativo”, come siamo purtroppo abituati a credere noi, figli di questo secolo così materialista. La Messa è anche l’atto più perfetto di AZIONE DI GRAZIE E DI LODE A DIO! Anzi non dobbiamo mai dimenticare che la santa Messa è la preghiera più perfetta con la quale possiamo: RINGRAZIARE DIO per tutti i benefici ricevuti, LODARE IDDIO perché è Dio; CHIEDERE PERDONO a DIO per i nostri peccati; CHIEDERE L’INTERCESSIONE della Madonna e di tutti i santi FACENDO SUPPLICHE per le nostre necessità. Se pensiamo veramente che abbiamo uno smisurato tesoro di grazie nascoste nella santa Messa, abbiamo il dovere di chiederci se siamo coerenti con questa convinzione e pertanto frequentiamo abitualmente la messa. Dovrebbe essere infatti una illimitata gioia partecipare a un così grande atto di amore di Dio per noi. Quanti sacrifici hanno fatto e sempre fanno tanti uomini per partecipare alla Santa Eucaristia Domenicale, ci basti ricordare i martiri di Abitine, che furono martirizzati proprio perché hanno dichiarato che non era loro possibile vivere senza l’Eucaristia: “Noi non possiamo vivere senza la Domenica”. C’è da meravigliarsi se qualcuno desidera (magari tutti) che ogni giorno sia vissuto secondo la novità introdotta da Cristo con il mistero dell’Eucaristia? Maria Santissima, interceda per noi e ci ottenga la grazia di esseri uomini che vivano della Santa Messa e della Eucaristia. “La Chiesa vede in Lei, ‘Donna eucaristica’, la propria icona meglio riuscita e la contempla come modello insostituibile di vita eucaristica”. (Cf Sacramentum Caritatis,96 Benedetto XVI) 17 Dicembre 2008 Dorina e Nicolino Tartaglione genitori e figli. Un’occasione può essere offerta dai regali di natale, nonostante l’assalto della pubblicità e i condizionamenti che bambini e ragazzi ricevono dai coetanei. Il regalo è essenzialmente un mezzo per rinsaldare il legame con una persona, e , proprio a Natale, alcuni regali sono addirittura costituiti da cibi e bevande che si consumano nel pranzo, segno di condivisione con parenti ed ami- ci. Chiedersi allora “ Compriamo quello che nostro figlio ci ha chiesto? E’ veramente un regalo adatto a lui? Resterà sorpreso?” permette alla coppia di confrontarsi, di avere una relazione più significativa rispetto ai ritmi frenetici del quotidiano, cercando di non cadere nell’atteggiamento di fare bella figura con i figli magari per eliminare i sensi di colpa che talvolta accompagnano i genitori o di accattivarsi il loro affetto pensando che con un regalo costoso “farà il bravo o capirà che gli voglio bene”. Nello stesso tempo aiuta a preparare un Natale dove i figli possano sperimentare che la festa è vivere e condividere con la famiglia delle emozioni, tra cui anche la sorpresa per i regali ricevuti, provare felicità per questo, superando anche la delusione, piccola o grande, se magari il dono è diverso da quello richiesto. Se il regalo esprime un legame, dovrebbe contenere qualcosa di colui che dona e di colui che riceve, esprimendo una qualcosa di entrambi, una reciprocità che costruisce e rafforza i rapporti familiari. La trasmissione della fede, teme della nostra Chiesa Locale per il prossimo anno, in famiglia dipende molto dalla relazione, dove i genitori sono persone che abbiano la capacità di risvegliare nei figli una curiosità, un fascino ed un interesse particolare; che sappiano trasmettere la saggezza del loro vivere, imitando il modello vero dell’amore testimoniato da Gesù Cristo. chisti predicano la parola di Dio, o perché a nome del Parroco o del Vescovo sono a capo di comunità cristiane lontane, o perché esercitano la carità attraverso appunto le opere sociali e caritative, siano conformati e stabilizzati per mezzo della imposizione delle mani, che è tradizione apostolica, e siano più saldamente congiunti all’altare, per poter esplicare più fruttuosamente il loro ministero con l’aiuto della grazia sacramentale del diaconato” (Decreto conciliare sull’Attività Missionaria della Chiesa, n. 16). La sacramentalità del diaconato, l’unità dell’ordine sacro nei suoi distinti gradi di episcopato, presbiterato e diaconato; la partecipazione del diaconato al triplice munus di Cristo (annuncio, celebrazione e carità) e la collaborazione del diacono con il vescovo ed i presbiteri nell’esercizio del ministero sono i punti fermi e la novità del Concilio nella riflessione sul diaconato. Il rapporto speciale al ministero del vescovo, successore degli apostoli, come mostra chiaramente il rito dell’ordinazione nel quale è solo il vescovo che impone le mani all’ordinando, diversamente dalle ordinazioni sacerdotali nelle quali son tutti i presbiteri che impongono le mani, non è menzionato direttamente ma è sempre presente nei vari passi, perché è del vescovo la responsabilità di reintrodurre il diaconato nelle varie diocesi, perché è dal vescovo che discende il collegamento con gli apostoli ed è del vescovo la responsabilità dell’annuncio, della celebrazione e della carità. Questo legame potrebbe essere la chiave per spiegare la finalità ministeriale e non sacerdotale dell’ordinazione diaconale e la categoria nella quale la novità della riscoperta che il Concilio ci ha donato va letta. Riscoprire il diaconato per il Concilio significa rendere questo sacramento portatore di qualcosa di veramente nuovo per la chiesa. Continuare a pensarlo come centrato sulla figura del sacerdozio per la celebrazione del culto, un po’ come surrogato del sacerdozio e un po’ come super laico, significa non rendere onore alla sua sacramentalità e alla novità per cui il diacono è stato ordinato, che è l’essere ordinato per il ministero del vescovo e l’essere partecipe di questo ministero nelle varie forme del suo mandato. È una smentita di tanta religiosità tradizionale ed è un invito a far crescere quel dono che è stato affidato alla chiesa di oggi. M olto spesso lo sentiamo dire e, chissà se in fondo lo pensiamo anche noi, che il “Natale non si vive più come una volta”. Sotto molti aspetti è naturale, in quanto l’età, le situazioni di vita sono diverse ed anche noi come persone siamo cambiate, ma nello stesso tempo questa frase fa emergere un’esperienza positiva; la memoria di aver vissuto bene, in senso cristiano, anche un solo Natale dovrebbe spingere a rivivere la festa trasformando l’esperienza passata in gioia presente. Nell’attuale contesto sociale le feste natalizie diventano fonte di stress, le persone si sentono obbligate a sembrare più buoni, soprattutto a fare regali, percependo ancora di più la mancanza o la scarsità di rapporti umani significativi. Tuttavia ciò che sembra resistere è la gioia dei bambini nel vivere questa festa. Questa gioia può diventare occasione per ogni famiglia di riscoprire e vivere il senso del Natale, festa dell’incarnazione di Dio in Gesù Cristo, cercando di sperimentare nella festa la logica di un Dio che è pura relazione amorosa e che per rivelarsi agli uomini si riveste di un corpo materiale fatto di carne. Ecco allora provare ad impegnarsi perché si cerchi di vivere a livello di coppia ma soprattutto a livello genitoriale relazioni affettive serene e significative, che riempiano di “emozioni” (Lumen Gentium), 28: “Il ministero ecclesiastico di istituzione divina viene esercitato in diversi ordini, da coloro che già in antico vengono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi”. Come si può notare facilmente nel passo si parla di un unico ministero e di tre uffici come unica è la gerarchia e tre i gradi che la costituiscono. Nel diaconato si rende particolarmente visibile che il ministero è esercitato gerarchicamente e che la sacra gerarchia è voluta da Dio. Il secondo motivo è pastorale. Dice ancora LG al n. 29: “Spetterà alle competenti autorità episcopali decidere se e dove sia opportuno che tali diaconi siano istituiti per il bene delle anime”. Quindi il diaconato è riscoperto per il bene delle anime e non per ragioni cultuali o culturali: la finalità pastorale si aggiunge alla finalità teologica ed in un certo senso ne diventa l’incarnazione e la spiegazione. Il terzo motivo è quello di fatto: “dove le Conferenze Episcopali lo riterranno opportuno, si restauri l’Ordine del Diaconato come stato permanente, a norma della costituzione <<sulla Chiesa>>. È bene infatti che uomini, i quali di fatto esercitano il ministero del diacono, o perché come cate- Dicembre 2008 18 vascolare, oculare, il sistema nervoso centrale, i polmoni, la pelle ed i tegumenti. Il 25% dei pazienti sono casi sporadici cioè non hanno una storia familiare e sono portatori di una mutazione fresca. Le manifestazioni più evidenti della sindrome sono soprattutto scheletriche e includono scoliosi, deformazione del petto, statura alta con sproporzione tra segmento superiore ed inferiore del corpo, problemi alle giunture. Le persone affette inoltre sono generalmente miopi e almeno la metà è affetta da dislocazione della lente oculare. Non è facile diagnosticare la sindrome di Marfan poiché non esiste un test di laboratorio specifico. I sintomi inoltre variano da una persona all’ altra anche all’ interno della stessa famiglia. Non esiste ancora una cura e i malati devono sottoporsi annualmente o semestralmente ad un ecocardiogramma per verificare la funzionalità del cuore. Soprattutto durante l’ infanzia e l’ adolescenza anche il sistema scheletrico deve essere monitorato. E’ sconsigliata la pratica di strenuo esercizio fisico e sport traumatico che possono danneggiare o accelerare i danni oculari e scheletrici. Se qualcuno volesse diventare socio della Associazione o fare una donazione può versare un contributo da effettuarsi sul c.c.p.33471103 intestato a: “Associazione Vittorio” strada Mongreno 82- 10132 Torino oppure visitare il sito www.marfan.info. L’ altra associazione “Una vita…un sorriso” ha promosso l’ aiuto delle popolazioni in difficoltà del Brasile attraverso la vendita di eco gioie prodotte in Amazzonia. Tutti questi lavori sono stati confezionati da donne di São Luis che si sono unite per risolvere i problemi della loro comunità. Attraverso un contributo hanno ideato un corso di formazione per la realizzazione di accessori di bellezza con la fibra di “Buriti”, tipica palma del luogo. Il loro scopo ora raggiunto è stato quello di costruire delle scuole per i propri figli. Con l’ aiuto di sponsor e volontari è stata fondata una “Escolinha” attualmente frequentata da 46 bambini. L’Associazione Onlus continua l’ opera iniziata da padre Antonio Sinibaldi sacerdote nato a Segni che seguendo la sua vocazione, è partito per il nord-est del Brasile nello stato del Maranhão. Qui fu destinato alla parrocchia di São Francisco nella città di São Luis dove conobbe persone diseredate e stipate nelle “fave- Castagne e… solidarietà 51° Sagra del Marrone Segnino all’ insegna della beneficenza A nche per quest’ anno la Sagra del Marrone si è conclusa e nel rispetto della tradizione, come gli altri anni abbiamo potuto assistere a cortei, canti e grandi mangiate. Abbiamo assaporato specialità culinarie nostrane preparate dalle “fraschette” allestite nelle vie più conosciute del centro storico. Oltre all’ aspetto più goliardico e folkloristico, non sono comunque mancati l’ altruismo e la beneficienza ad opera di associazioni volontarie che si propongono ogni anno di aiutare le persone più sfortunate. Quelle che sono spiccate maggiormente anche per la loro centralità in Via San Vitaliano (la via “ritta”), sono state la “Associazione Vittorio” per la sindrome di Marfan e malattie correlate e l’ associazione Onlus “Una vita un… sorriso”. Per sostenere l’ Associazione Vittorio è stata organizzata una pesca di beneficienza e la vendita di oggetti artigianali. Il ricavato come negli anni precedenti, sarà devoluto all’associazione e alla ricerca per migliorare gli studi sulla malattia che si svolgono nel Policlinico di Tor Vergata. L’ associazione nasce nel gennaio del 1994 ad opera di persone colpite dalla malattia e dalle loro famiglie. E’ dedicata a Vittorio Salice portatore della sindrome, morto nel 1993, è volontaria e senza scopo di lucro La sindrome di Marfan è un’alterazione del tessuto connettivo a trasmissione autosomica dominante con prevalenza di 1:30005000 persone, coinvolge principalmente gli apparati cardio- las” private dei diritti fondamentali. Da quel giorno seguirono senza sosta le attività e le iniziative a favore di tutti quelli che ne avevano bisogno. I “meninos de rua”, le prostitute, i figli delle famiglie in estrema indigenza, i malati trovavano in lui un punto di riferimento, uno stimolo per superare le difficoltà. Antonio Sinibaldi morì proprio nel paese che lo aveva ospitato al largo dell’ isola del Timore per salvare dei giovani dall’annegamento. Il centro sociale a lui dedicato è una realtà molto consolidata a SãoLuis. La prima iniziativa dell’associazione nell’ottobre 2004, è stata quella di raccogliere i fondi necessari per la costruzione di una struttura per la fornitura e la riserva idrica del Centro Obras Sociais di São Luìs. Una cisterna di 5.000 litri posta alla base della struttura rifornisce un altro serbatoio di 5.000 litri posto nella parte superiore, consentendo al Centro di risolvere in modo definitivo l’emergenza idrica. All’indomani della costituzione l’associazione promuove un progetto triennale di adozione a distanza a favore dei Centri Obras Sociais e Casa do Ninho. La scelta di adottare un intero Centro e non singole famiglie o bambini è sembrata la più opportuna per garantire interventi più precisi ed oculati. Il centro è organizzato da sacerdoti, personale e volontari locali secondo l’ impostazione che “frei” Antonio aveva dato. Questo edificio ospita tutti i ragazzi in difficoltà dando loro la possibilità di frequentare corsi di formazione come sartoria, informatica, parrucchieri e lavorazione di materie prime. Per i piccoli invece sono attivi corsi di alfabetizzazione, musica e recitazione. Nei centri funzionano ambulatori medici a servizio di tutti. L’ “Obras sociaias Frei Antonio Sinibaldi” costituisce quindi un oasi felice dove vivere e crescere e dove trovano rifugio bambini spesso vittime di violenza. L’esito del progetto di adozione a distanza, grazie alle numerose adesioni, ha consentito di inviare ogni semestre circa € 4.150,00 a favore dei due Centri. Questo primo aiuto ha permesso all’ Obras Sociais di realizzare importanti lavori di ristrutturazione, mentre il sostegno dato alla Casa do Ninho ha consentito allo stesso di superare un periodo di difficoltà economica permettendogli di sostenere le spese giornaliere di gestione. Complessivamente, nel corso del triennio 2006-2008, i sei invii semestrali a fav 19 Dicembre 2008 LA CHIESA DI SANTA LUCIA lo di Valenzi, che ci permette di conoscere tante vicende, tante storie che, diversamente, sarebbero sprofondate nel silenzio e nell’indifferenza dell’oblio - . E ancora con quelle di Quirino Briganti, Presidente della XVIII Comunità Montana dei Monti Lepini: - L’attenzione certosina dedicata dall’autore a questo lavoro permetterà soprattutto ai più giovani di poter conoscere e riconoscere in “ queste” chiese, il perduto tempo e la moderna costruzione, una parte significativa della storia e dell’identità di Segni. Infine Franco Caporossi, Direttore della collana Documenti di Storia Lepina : - La chiesa doveva essere ricostruita e lo fu, ma non recuperò nulla del suo passato: Valenzi, da testimonianze sicure, lo fa rivivere perché ne resti almeno la memoria. Tutti d’accordo quindi nell’attribuire a Valeriano Valenzi il merito di aver fatto rivivere il tempio scomparso di Santa Lucia e di aver, attraverso una scrittura piana ed agevole, riportato all’attenzione dei giovani inclini alla ricerca storica, la nuova chiesa divenuta negli anni un centro importante della vita religiosa e civile di Segni. prima della distruzione provocata dal bombardamento del 7 mar4” di Valeriano Valenzi Alla Vetrina Letteraria della 51 Sagra del marrone segnino, ha fatto bella mostra di sé un opuscolo a prima vista poco appariscente, ma incisivo e significativo ad un riesame più oculato. E’ il testo di Valeriano Valenzi “ La chiesa di Santa Lucia a Segni prima della distruzione provocata dal bombardamento del 7 marzo 1944” collocato al numero 49 dei Documenti di storia lepina. In esso si ripercorre la storia del bel tempio di santa Lucia a Segni che oggi, dall’omonima piazza, svetta sul paesaggio circostante e veicola più che mai il suo messaggio di spiritualità e di elevazione verso il cielo. L’Autore descrive il monumento e la sua storia prima di quell’evento luttuoso che fece da spartiacque non solo nella vicenda esistenziale della Chiesa di santa Lucia ma nella memoria collettiva del popolo segnino: il bombardamento angloamericano del 7 marzo 1944. L’indagine storica di Valeriano Valenzi si sofferma sulla dimensione antecedente l’evento e va a disseppellire dalle macerie del tempo i reperti e le notizie che possono immortalare il tempio in realtà scomparso. Ed ecco, attraverso la voce velata del ricordo, prendere vita le arcate, l’antica cripta, la grande navata di stile romanico, la balaustra con sette colonne poligonali, l’edicola a cupola, la cella campanaria…e in questo sito, scomparso dalla vista ma presente e vivo nella “reggia del cuore” di molti, si muove tutto un popolo di fedeli, di oranti qui aggregatisi perché vi si celebra il rito per la canonizzazione di Tommaso Becket! La chiesa, ci informa Valenzi, fu danneggiata varie volte e non solo da vicende umane ma anche da fulmini perché era particolarmente esposta alle intem- LA V E T R I N A LE T T E R AR I A Un tempo, a Segni, i mesi di settembre ed ottobre si annunciavano nello sfolgorio campestre giallo dorato e rossiccio dei colori autunnali e nei canti dei vendemmiatori e dei raccoglitori di olive, noi ragazzi aspettavamo con trepidazione le ore sedici diciassette quando per via Tomassi tornavano i somari con i bigonci stracolmi di uva ed allora, malandrinamente, si carpivano i grappoli tracimanti. Nemmeno un rimprovero dal paziente contadino che, curvo, conduceva l’animale, anzi rivolgeva uno sguardo bonario a quell’infanzia che godeva dei frutti d’oro del suo lavoro. Oggi i mesi autunnali, soprattutto ottobre, si connotano per la grande kermesse della “sagra del marrone”, non sono più tanto i colori a drappeggiare questa trabordante signora allegra e godereccia, ma gli odori e i profumi. Per tutti i vicoli e le piazze palpitano di vita le antiche locande dai suggestivi nomi perie, per cui fu necessario ristrutturarla sia nel 1857 che nel 1937, dopo di chè si prostrò per sempre, come un angelo caduto, sotto la folgore terribile del bombardamento. La ricerca storica di Valeriano Valenzi è puntuale e precisa, affidata sia a documenti d’archivio e privati, dei quali dà una testimonianza fotografica nel testo, sia a ricordi personali di lui quale parrocchiano della Chiesa. Ed è in questa seconda dimensione che si apprezza lo storico di tipo vichiano che traccia amorevolmente il percorso, il declino,la rinascita di questo tempio e, come avrebbe detto Bruno Navarra, storico eccellente della città di Segni, intinge la propria penna “nell’inchiostro del cuore “. Mi piace concludere questa mia modesta recensione con le parole di Piero Cascioli, assessore alla cultura del Comune di Segni: - Un lavoro prezioso, quelpaesani..chissà perché mi frulla nella testa “ la locca d’oro”… antichi luoghi archeologici quali il criptoportico di via Lauri respirano effluvi di gustose e saporite ricette rusticane i cui irrinunciabili ingredienti ( abbondantissimi) riportano alla memoria i sapori proibiti, perché pochi, perché parchi, perché poveri, della nostra infanzia. Verso sera brume e nebbie dall’intenso profumo si alzano da griglie, calderoni e piastre, da bicchieri di buon vino che scorrono abbondanti nelle fraschette e colmano il cielo della sagra così come colmano il cuore della gente che si sente viva e felice, rassicurata dai respiri della carne arrostita e del rosmarino che avvolgono come una placenta. E la realtà si afferra, ci si impadronisce di essa attraverso i meravigliosi canali dei cinque sensi che vengono sollecitati da una miriade di sollecitazioni. In questa festa dei sensi tuttavia, quasi a voler rammentare che la leggerezza dell’essere non sempre è sostenibile, un percorso s’inerpica e si fa Fernanda Spigone Avviso: anche quest’anno la Parrocchia Santa Maria Assunta ripeterà il 21 e 25 dicembre, l’esperienza del Presepe Vivente. Vuol essere un momento di fede, di riflessione, di spiritualità, un modo per approfondire, nella suggestiva cornice delle vie del centro storico, il grande mistero del nostro Dio che si fa uomo. strada e viene battuto da molti: è la Vetrina Letteraria che si presenta presso la Biblioteca Comunale di Segni. Essa, già da molte edizioni, è una costante, un tocco di classe nella bagarre festaiola della Sagra, egregiamente curata dall’assessore alla cultura del Comune di Segni, dott. Piero Cascioli, e dalla responsabile della Biblioteca dott.ssa AnnaLisa Ciccotti contornati da uno staff di giovani che danno un significativo apporto organizzativo. La Vetrina Letteraria dell’attuale edizione 2008 ha visto la presentazione dei seguenti testi: “ Le donne di Segni si raccontano” lavori dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “P.L. Nervi” di Segni “ Un vescovo di Segni in un intrigo internazionale” di F.Caporossi ed E.Camaglia “La chiesa di Santa Lucia prima della distruzione provocata dal bombardamento del 7 marzo 1944” di V.Valenzi “Hollywood criminale” di D.Giuliani e S. Ramacci Dicembre 2008 20 “ Un paese ci vuole”di E. Scandurra “ Storie (non) comuni: i Lepini raccontati dagli ex sindaci” di P.Mastrantoni “ I quaderni dell’assessorato” che nell’edizione di quest’anno ospitano “la cronistoria immaginaria del viaggio di Giacomo Leopardi a Segni” di G.Fagiolo e i lavori degli alunni della Scuola Secondaria di I grado “Don Cesare Ionta” di Segni. La Vetrina Letteraria, come si prevedeva, è stata ampiamente seguita ed apprezzata da un folto e qualificato pubblico. Fernanda Spigone “UN VESCOVO DI SEGNI IN UN INTRIGO INTERNAZIONALE” di Franco Caporossi ed Elpidio Camaglia Scorrendo fra le maglie del XVIII secolo assistiamo alle lotte dinastiche per la successione nei regni di Polonia, Austria, Spagna, in Francia sorge e poi scorre copioso il fiume di sangue della rivoluzione, l’Inghilterra tende alla leadersheap dell’Europa, l’illuminismo propaganda la sua sconfinata fiducia nella ragione, nella penisola italica comincia a farsi strada quello spirito risorgimentale che esploderà ed arriverà a buon fine nel secolo XIX. Nell’arazzo di avvenimenti, di contrapposizioni politiche, conquiste militari del secolo in questione, si gioca una partita fra la declinante potenza di Genova, già splendida repubblica marinara,e la Corsica, isola povera ma di eccellente posizione strategica nel Mediterraneo,bene! L’attore principale della partita sarà proprio l’allora Vescovo di Segni, mons. Cesare Crescenzio de Angelis. Ma quali erano le situazioni in cui versavano i pro- uesta introduzione al Pentateuco vuole essere una sintesi degli studi recenti sull’ermeneutica, cioè stabilire con quali criteri debbono essere interpretati i testi sacri. La riflessione può essere di aiuto a “smantellare, distrug- Q tagonisti di questa storia? Genova aveva perduto l’importanza dei suoi commerci e, pur continuando ad essere un grande porto che assicurava un buon traffico con la Spagna, era in declino. In Corsica si lottava per l’indipendenza da Genova. Nel minuetto del giuoco delle parti si insinuò la Francia con l’intenzione manifesta di sedare i ribelli e con l’altra, malcelata, di impossessarsi dell’isola. Anche Papa Clemente XIII prese parte alla questione spedendo nell’isola un visitatore apostolico, per l’appunto il Vescovo di Segni, il quale, nella controversia scoppiata tra la repubblica di san Giorgio e gli insorti anelanti all’indipendenza, avrebbe dovuto far valere le ragioni della chiesa di Roma, ragioni che si riconnettevano al fatto che la Corsica, già dal 774, per opera di Carlo Magno, era stata inclusa nei territori del Ducato Romano del Patrimonio di San Pietro, per cui la chiesa di Roma si poneva protettrice dell’isola e i papi ne erano i diretti sovrani. Monsignor De Angelis compì, non senza ostacoli e contrasti la delicatissima missione, tuttavia non si riuscì ad impedire, tramite il successore nella trattativa diplomatica Tommaso Struzzieri, che l’isola fosse infine venduta ai Francesi e quindi sottratta all’autorità del Papa. Infatti nel 1779, con la morte di Struzzieri, il vessillo della Santa Sede fu ammainato per sempre sulla Corsica. Gli autori dell’opera, Franco Caporossi ed Elpidio Camaglia, hanno saputo ben delineare la microstoria, ovvero la storia con la s minuscola, dalla macrostoria, ovvero la Storia con la S maiuscola, guardando in controluce, quel tanto che basta per evidenziarne i dettagli e le varie sfaccettature, il grande palcoscenico europeo del XVIII secolo. Ed anche se viene dedicato un cenno particolare al gere e abbattere” modi antichi di leggere la S. Scrittura, metodo letterale, allegorico, anagogico e tropologico, e per “ricostruire e piantare” una nuova lettura secondo i criteri critico-storico e critico-letterario. La comunità cristiana (e non solo) deve liberarsi dalle sovrastrutture catechetiche dettate dalla famiglia tra- prestigio della Diocesi di Segni ed alle motivazioni che fecero cadere la scelta del mediatore su mons. De Angelis, i due storici si riconfermano per imparzialità ed onestà di giudizio, puntuali infatti tornano le coordinate che si ravvisano in tutte le opere precedenti: scrupolosità che oserei definire etica e analisi approfondita delle trame che intessono l’arazzo umano della storia. Fernanda Spigone dizionalista, da una Chiesa preconciliare e da catechisti e insegnanti di religione che continuano a presentare la Bibbia come documento storico e scientifico, senza prendere atto che essa contiene generi letterari che vanno interpretati. Il problema si pose a suo tempo nella disputa che intercorse tra Galileo e Bellarmino. Lo scienziato fiorentino affermò che “la Bibbia ci insegna come si va in cielo, non come va il cielo”. Galileo ebbe ragione del <<fondamentalismo>> esegetico del Card. Bellarmino e della sua epoca sia cattolica che protestante. La Bibbia non è un libro di scienza e di storia, ma una riflessione che, utilizzando le categorie scientifiche del proprio tempo, utilizza materiale pseudo-storico a scopo filosofico-teologico. Servendosi del passato, lo scrittore sacro intende rispondere agli interrogativi della comunità del suo tempo che si pone il problema non del <<come>>, ma del <<perché>> del creato e della storia. La Bibbia è, dunque, un condensato di esperienze di vita e di fede, trasmesse per mezzo di forme letterarie quasi sempre estranee alla nostra sensibilità letteraria. Ogni letteratura ha i suoi generi letterari e anche la nostra utilizza il genere fiabesco, giallo, rosa, poliziesco, thriller, storico, fantascientifico, criptico-religioso, ecc. La Chiesa, partendo dalla “Divino afflante Spiritu” di Pio XII (1943), ha preso coscienza della loro esistenza, partendo dal presupposto che l’agiografo ha inteso esprimere per mezzo di essi il pensiero religioso d’Israele (cfr. Dicembre 2008 “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa”, 1993). Il principio da cui si parte è che fin quasi ai nostri giorni l’umanità si è interessata più al messaggio dei fatti narrati (filosofia della storia) che alla sua veridicità. La storiografia, scienza moderna, nasce dall’applicazione delle categorie spazio-temporali ed eziologiche (studio delle cause) che stanno alla base del fatto e che permettono di interpretarlo nel modo più oggettivo possibile. In questo senso il mondo germanico distingue tra Geschehen (evento, fatto) e Historie (insegnamento veicolato dall’evento). L’Historie esprime l’interesse dell’umanità ai valori filosofici etico-religiosi (e non solo della Bibbia ); il Geschehen descrive l’evento in modo da “fotografare” l’evento. Si dà il caso che anche la fotografia è pregnante di soggettività e di relatività sia da parte di chi la scatta, sia da parte di chi l’analizza. In consonanza con il principio esegetico generale della Historie, un discorso a parte lo merita lo studio dei generi letterari che permettono di cogliere e di non travisare il messaggio veicolato da forme letterarie comuni alla cultura mediorientale. H. Gunkel e J. Begrich sono i primi studiosi che, analizzando i Salmi, ne hanno evidenziato le “forme letterarie”. Essi hanno stabilitono tre criteri che permettono di individuare i generi letterari di un salmo, di più salmi affini e di più generi letterari all’interno di un salmo: Prima di tutto va tenuto presente il Sitz im Leben, cioè il momento liturgico per il quale e nel quale il testo è stato composto. Il salmo spesso ha lo scopo di ricordare e di celebrare un evento sacro secondo il calendario liturgico in un contesto particolare della giornata, di mattina o di sera, in occasione della Pasqua, della Pentecoste o delle Capanne; talvolta descrive un contesto di guerra o di matrimonio, l’intronizzazione del re o l’esaltazione del Messia davidico, ecc. Si noti che non è semplice definire la liturgia dei templi periferici nel preesilio, mentre si conoscono meglio i rituali liturgici del culto dopo l’esilio nel tempio di Gerusalemme, quando i salmi preesilici sono stati riletti e adattati alle nuove situazioni dettate dall’influsso della cultura persiana. Il modo di pensare e lo stato d’animo della persona o della comunità che ha prodotto la composizione poetica: gioia o dolore, sofferenza fisica o morale, comprensione o persecuzione, atteggiamento di esaltazione o di umiliazione, condanna degli empi o esaltazione dei giusti, ecc. Le caratteristiche formali (stile, grammatica, sintassi, vocabolario, struttura chiastica, ecc.) che hanno conferito alla pericope la struttura letteraria peculiare che l’accomuna ad altre composizioni che hanno la stessa forma letteraria (Formkritik und Formgeschichte). L ‘intuizione di Gunkel può essere applicata a tutti i libri della Bibbia e della cultura dell’umanità, classica (e non). L’uomo, infatti, quando pensa, parla o scrive, lo fa attraverso schemi formali precostituiti appartenenti all’ambiente culturale nel quale vive. La critica delle forme fa parte di un movimento ermeneutico che, prima di fare teologia, si adopera a determinare l’aspetto formale che è propedeutico all’analisi contenutistica. Solo dopo la determinazione del genere letterario è possibile, in sintonia con l’esigenza scientifica, precisare il messaggio teologico e tradurlo in conformità alla sensibilità dell’uomo moderno e occidentale. La comprensione del messaggio non può prescindere dall’analisi letteraria, senza la quale si rischia di travisare il messaggio, attribuendo all’autore ciò che egli non ha inteso dire. Come conseguenza di quanto finora detto si pongono problemi sul valore da riconoscere alla storia di Israele, per lo più redatta dalla tradizione deuteronomica (Dtr). Che valore ha? Qual è l’interesse dell’autore? I fatti sono realmente accaduti come descritti? Quando è vissuto l’autore della narrazione? Ci sono strati all’interno del racconto? Se sì, qual è il più antico? Ecco un esempio. Il Dtr attribuisce l’origine dello scisma politico e religioso alla scelta di Geroboamo I che avrebbe fatto installare due vitelli d’oro a Bethel e a Dan per impedire ai suoi sudditi di frequentare il tempio di Gerusalemme (931-910 a.C.). Ciò avrebbe fatto deviare Israele dalla fede dei Padri, causando la fine della monarchia a Samaria (520 a.C.) e a Gerusalemme (586 a.C.) Ma i fatti non stanno proprio così. Il Sitz im Leben di questo racconto va individuato verso la fine del V sec., quando inizia lo scisma che porterà alla (ri)costruzione del tempio del monte Garizim al tempo di Alessandro Magno (336-323 a.C). I vitelli d’oro di Dan e di Bethel ricordano l’altro vitello, quello fatto fondere da Aronne ai piedi del Sinai, mentre Mosè sta sulla montagna (Es. 32, 1-10). I due racconti sono stati composti in un periodo in cui il sacerdozio, affamato di potere, è accusato di far deviare Israele dalla fede dei padri. E ciò è avvenuto dopo la riforma di Nehemia (445-425 a.C.), quando i leviti accusano il sacerdozio di essere causa di scandalo e di divisione all’interno della comunità. In conclusione, il racconto di Geroboamo I risente della situazione socio-politica venutasi a creare in piena epoca persiana. La teologia degli ’?n?wîm (poveri di JHWH) intende scovare la causa del peccato “originale” di Israele (Gen.2-3) e la situa durante la inventata ribellione di Geroboamo I al casato di David e nel presunto culto introdotto per impedire agli israeliti di recarsi a Gerusalemme. Storicamente il regno di Giuda si è formato dopo la caduta di Samaria di cui la Giudea era prima un feudo. In questo senso il racconto del Dtr è un midraš (saga, pseudo-storia) che adatta alcuni eventi passati, neanche certi, all’impostazione “ideologica” del nedio-postesilio. Che importanza ha tutto ciò per la fede? Nessuna, se si tiene presente il messaggio che l’autore intende trasmettere. Perciò si deve guardare con occhio critico a quanto scritto nella Bibbia, sforzandosi di distinguere le esigenze della fede da quelle della ragione: coniugarle sì, ma non confonderle (Fides et Ratio). Senza privilegiare il discorso della fede su quello della ragione, si chiede al credente di temperare i due modi di approcciarsi alla S. Scrittura in modo da recuperare quell’equilibrio che, spezzato al tempo 21 di Lutero, di Copernico e di Galileo, ha infranto l’unità fede-regione della cultura medioevale e, quel che è più grave, ha distrutto nell’uomo occidentale la capacità di far dialogare in modo sereno le due facoltà, specialmente quando si tratta di interpretare il testo che sta alla base del Cristianesimo e della cultura occidentale. Alla luce di quanto detto si deve pensare che alcuni personaggi sono stati costruiti a tavolino, magari prendendoli in prestito da altre culture, al fine di veicolare messaggi educativi sul piano etico-religioso. La non storicità del personaggio non sminuisce la validità della Bibbia che non si interessa all’oggettività del fatto, ma al messaggio veicolato in esso. È possibile che alcuni personaggi siano stati inventati, mitizzati, eroicizzati al fine di trasmettere concezioni che danno fondamento al senso della vita dell’umanità. La Bibbia, come ha detto di recente il Sinodo dei Vescovi, è il libro di fede nella quale una fetta significativa dell’umanità continua a riconoscersi, scoprendo in essa il progetto di Dio che dà significato all’esistenza. Essa va rimessa al centro della vita personale e comunitaria, ma dandogli una giusta interpretazione che tenga presenti le esigenze della fede e della ragione. Il dialogo interreligioso che faticosamente si tenta di avviare ineunte tertio millennio non può prescindere dal confronto tra la fede e la ragione. Tutte le fedi, compreso l’Islam, devono accettare le provocazioni provenienti dalla razionalità per adeguarsi alle esigenze di una sensibilità culturale impregnata fino alle midolla di razionalità e impegnata a penetrare nelle profondità del microcosmo alla ricerca delle origini della vita. Fermarsi all’ipse dixit, condannerebbe la Chiesa a un nuovo fallimento, come è accaduto a partire dal Rinascimento fin quasi ai nostri giorni. Il mettersi in discussione deve iniziare dal modo di leggere la Bibbia per abbeverarsi, al di là della Ragion Critica, alla sorgente di acqua viva che dà senso alla vita. La fede deve dialogare con gli atteggiamenti di una ragione serena, consapevole che, come esiste un fondamentalismo religioso, così esiste un fondamentalismo razionale, pericoloso per la scienza stessa che rischia di offrire sicurezze che non ha, né può avere. Lo studio della Bibbia deve essere affrontato con queste premesse di ordine ermeneutico in modo che si valorizzi appieno l’apporto della ragione che aiuta a purificare la fede e l’apporto della fede che arricchisce di stimoli la fredda ragione. Dicembre 2008 22 Patrizia Coalizzi* Consapevoli che oggi a scuola con i bambini… nulla è facile, accettiamo la sfida di poter conciliare l’“identità del Natale” e la sua “interculturalità”. Una cosa è certa: non è rinunciando alla nostra identità che si costruisce un futuro di pace e integrazione con culture diverse; per integrare infatti, è necessario conoscere: solo la reciproca conoscenza alimenta il dialogo e il rispetto. Gli alunni immigrati di religione non cristiana vengono rispettati di più se si cancellano i simboli della nostra tradizione e religione e, soprattutto, se non li priviamo di due grandi possibilità: quella di conoscere un pezzo della storia e della cultu- ra del Paese nel quale vivono e del quale sono (o saranno) cittadini e quella di poter essi stessi arricchire la nostra cultura, insegnandoci il modo in cui il Natale viene festeggiato nei loro Paesi di origine. Natale è la festa che ricorda l’evento storico della nascita di Gesù Cristo; evento che sta alla radice della nostra civiltà al punto tale che contiamo gli anni a partire da esso: a prescindere dall’adesione alla religione cattolica, negare il Natale di Gesù significa negare l’origine della nostra civiltà. A questo punto pare delinearsi da sè il filo conduttore che, a mio parere, ogni unità didattica di apprendimento sul Natale deve tener presente: Natale…è una festa da condividere! Rispettare le diversità non significa negare le differenze ma imparare a farle convivere in armonia e rispetto. A volte accade che nelle nostre scuole rispettare i non cristiani significhi discriminare noi, impedendoci di festeggiare il Natale attraverso la realizzazione di un semplice presepe, come se quel presepe imponesse a qualcuno di diventare cristiano. Il segno originario di amore e accoglienza, di pace e fratellanza, di pari dignità tra uomo e donna, diventa la base su cui fondare una non-integrazione se non addirittura una “disintegrazione” del rispetto reciproco, dei fondamenti dei valori universali propri di ogni essere umano: libertà, uguaglianza, condivisione fraterna… E’ bene rammentare sempre che la laicità è un metodo e non un contenuto: essere laici non significa essere anticristiani ma accostarsi in modo ragionevole alla realtà impedendo che una posizione prevalga in modo violento sulle altre. La vera laicità include e non esclude, apre al confronto, non chiude fuori dalla porta culture, religioni, tradizioni ma ne valorizza il meglio; al contrario è la “neutralità religiosa” ad offendere tutti: se si toglie dalla scuola il presepe e il riferimento alla nascita di Gesù, per logica conseguenza va tolto ogni riferimento a ricorrenze come il Ramadan o Halloween (che oltretutto è la contrazione di All Hallows Eve, ossia “vigilia di Tutti i Santi”). Per ogni ordine di scuola credo sia importante tener presente la correlazione tra l’esperienza didattica e chi la vive: solo la progettazione di un’esperienza formativa che comprende pensieri, emozioni ed azioni può produrre modifiche di atteggiamenti e/o comportamenti. L’unità didattica di apprendimento proposta può essere sviluppata in circa 3 lezioni nella scuola dell’Infanzia ed in quella Primaria, 4/5 in quella Secondaria di I e II grado. Gli obiettivi, espressi secondo l’ordine di scuola, ruoteranno intorno alla figura di Gesù Figlio di Dio nel Nuovo Testamento e Profeta nel Corano ( es: individuare/conoscere i segni del Natale, il significato dei termini Figlio di Dio e Profeta; distinguere e/o analizzare un brano del NT ed una sura del Qur’an…). I contenuti oggetto di apprendimento saranno: la nascita di Gesù nel Vangelo di Luca (Lc 1,26-38 e Lc 2,1-20); la nascita di Gesù nel Corano (Sura XIX,22-40); la nascita di Maria (Sura III, 42-51); il confronto tra le caratteristiche della nascita di Gesù nel Vangelo e nel Corano…). Le letture per la scuola dell’Infanzia e fino al primo biennio della scuola Primaria saranno quelle evangeliche relative alla nascita di Gesù ed i racconti di “attuazione” scelti accuratamente; solo in seguito si consiglia di integrarle con quelle provenienti da altra religioni. *Idr, Consulta Ufficio Scuola mente chiaro, la personalità del musicista: un religioso, sacerdote per scelta convinta, non per tradizione o convenienza , come spesso accadeva per musicisti a lui contemporanei. Egli viveva la sua condizione di vita consacrata come contemplazione e preghiera, colto a volte da un misticismo sofferente e tutto ciò è testimoniato dalla sua produzione artistica. Victoria compose una musica che è solo sacra in cui il testo non è semplice- mente rivestito di suono e abbellito da esso, ma è messaggio, reso attraverso la musica, più intenso e profondo. Nella dedica al cardinale Alessandrino della raccolta Cantica B. vergine per annum 1581, dichiara: “Nulla vi è di più utile di quest’arte che, esercitando la sua azione sullo spirito per mezzo dell’udito, investe tanto l’anima quanto il corpo. Considerando d’altronde l’antichità e lo splendore d’un’arte, ve ne è forse una più ammirevole di quella che ha per fine la lode del Signore, ed una più antica dei quella esistente degli spiriti celesti prima dell’uomo?...” Egli praticò la sua arte come espressione della sua fede e testimonianza della sua scelta di vita, sebbene accostato, dal punto di vista artistico ai grandi compositori della sua epoca, egli ne resta tuttavia distante, per la sua adesione agli ideali rinascimentali di pura e lineare bellezza che meglio potevano dare voce al suo desiderio di elevazione e contemplazione spirituale, quando questi stessi ideali stavano tramontando per lasciare posto all’arte ricca e sensazionale del periodo barocco. Tra le composizioni che maggiormente incarnano il suo ideale di bellezza ricordiamo i due mottetti a 4 voci Ave Maria e O magnum mysterium. Mara Della Vecchia V erso la metà del 1500 la Spagna attraversa un periodo di grande splendore con il regno di Carlo V, è l’epoca della controriforma, l’epoca di Giovanni della Croce, di Cervantes, di Gòngora, di el Greco. In questo così fecondo per l’arte iberica appare il grande polifonista spagnolo Tomàs Luis de Victoria che insieme al Palestrina e a Orlando di Lasso illumina l’ultima stagione della polifonia rinascimentale. Victoria nacque ad Avila, ma visse a lungo in Roma dove fu ordinato sacerdote nel 1575 e dove fu molto attivo come insegnante di musica nel Seminario Romano, come organista nelle chiese spagnole, e sempre a Roma, diventa amico di Filippo Neri, a lui dedica una raccolta di messe, pubblicata nel 1583 nella quale annuncia la sua intenzione di lasciare l’attività di compositore per dedicarsi alla vita religiosa. Dopo diversi viaggi tra Italia e Spagna, torna definitivamente a Madrid dove trascorre gli ultimi anni nel convento delle Descalzas Reales, ricoprendo l’incarico di organista fino alla morte avvenuto nel 1611. Da questi scarni dati anagrafici, che non rivelano nessun episodio particolarmente significativo, emerge tuttavia, in modo sufficiente- 23 Dicembre 2008 L ’Azione cattolica diocesana, nei settori adulti e giovani si è trovata domenica 30 novembre per un incontro formativo e spirituale in preparazione dell’Avvento, presso la parrocchia Regina Pacis, in Velletri. L’incontro, in cui si sono alternati nella conduzione dei vari momenti gli assistenti don A. Mancini e don C. Fanfoni, ha visto la partecipazione di un discreto numero di aderenti e simpatizzanti. Dopo l’accoglienza iniziale i partecipanti, riuniti nel grande salone, hanno “scorso passo passo” il lezionario delle domeniche di Avvento anno B, evidenziando temi, personaggi, contesti, luoghi, atteggiamenti che dalla Parola emergono come segnali per un cammino di conversione. Le indicazioni scritturistiche del vegliare, del convertirsi, del collaborare con Dio, dell’essere gioiosi nella speranza e dell’accoglienza hanno scandito la prima fase dell’incontro. In questo primo momento la Parola della seconda domenica, con il Battista che invita a preparare la via al Signore che viene, il salmo 84 (85) ha fornito ai presenti delle indicazioni pratiche per giungere a vivere e celebrare il Natale attraverso le vie della giustizia e della pace che devono incontrarsi. Dopo la Parola ascoltata è stato il momento della Parola che interpella, ovvero i partecipanti divisi in piccoli gruppi di studio, hanno discusso sul come applicare le indicazioni della Scrittura ma anche del magistero affinché il Natale. che a breve siamo chiamati a vivere e celebrare, realizzi, con i segni e gli impegni della giustizia e della pace, la presenza del Signore nella nostra vita. Subito dopo le risultanti di questi gruppi di studio hanno dato vita al terzo momento: La Parola accolta e condivisa, ovvero al momento di sintesi comunitaria, dove lo sforzo di ognuno diventa dono per tutti. Dopo un piccolo break si è passati al quarto momento: La Parola pregata: quegli stessi temi e testi sono stati la base per una liturgia con adorazione eucaristica. Così gli adulti e i giovani hanno dato inizio associativo al cammino di avvento, cammino che ora sono chiamati a percorrere all’interno delle singole comunità parrocchiali e nel luoghi di studio, lavoro e nelle famiglie. La serata si è conclusa con un momento conviviale che ha suggellato l’iniziativa in un clima di rinnovata amicizia e condivisione. Tra i partecipanti provenienti da diverse parrocchie della diocesi, la presidente Rossana Favale, i responsabili del settore adulti i sacerdoti Don Paolo Picca e Don Marco Nemesi. GRAZIE DI CUORE A TUTTI!!!!!!!! Velletri, Centro di Spiritualità S. Maria dell’Acero Entro il mese di novembreascerò la comunità del Centro di spiritualità S. Maria dell’Acero per andare in quella di Castelgandolfo. Ogni cambio comporta sofferenza per il distacco da persone, missione e cose che si lasciano, ma anche speranza e certezza che il Signore lo chiede per un bene maggiore e per farci dono di altre esperienze. Non posso però lasciare la Diocesi di Velletri-Segni, gli amici e la mia comunità senza esprimere un grande GRAZIE a ciascuno e a tutti. Grazie per l’accoglienza tanto fraterna di questi sei anni di cammino insieme; GRAZIE per la collaborazione con il Centro Diocesano Vocazioni, con l’USMI, con i sacerdoti, con le parrocchie, con le famiglie, con i giovani, i ragazzi e i bambini; GRAZIE per ogni persona che è passata al Centro e che ha condiviso con me e con la comunità delle suore Apostoline esperienze di preghiera, di incontri, di momenti di gioia e di fatica. Questo GRAZIE diventa PREGHIERA nell’Eucarestia di ogni giorno nella quale ritroverò ognuno di voi e per ognuno chiederò al Signore di continuare a benedire il cammino personale e di tutta la diocesi. Anch’io conto sulla vostra preghiera e spero che ci potremo rivedere ogni tanto per “raccontarci” i bei momenti vissuti insieme e “condividere” il cammino che continueremo a fare insieme pur essendo in luoghi diversi. Buona continuazione della vostra vocazione-missione, qualunque essa sia e arrivederci a…quando il Signore vorrà. Con affetto e gratitudine: sr.Letizia Suore Apostoline dell’Acero Un grazie affettuoso a Sr. Letizia lo dicono i sacerdoti e i tanti laici che frequentando il Centro S. Maria dell’Acero hanno conosciuto questa suora che, fedele al nome che porta, ha elargito generosamente simpatia, amicizia e appunto letizia, aggiungendo così al suo servizio un pizzico di sapore in più ad ogni incontro e per ogni evento. Accompagniamo con la preghiera l’inizio del suo nuovo servizio. Dicembre 2008 24 E ’ questa un’altra delle lettere dalla prigionia e forma un gruppo omogeneo con quelle a Filemone e agli Efesini. Molti hanno creduto che siano state scritte dalla prima prigionia romana, oppure da quella di Efeso; ma di quest’ultima non parlano gli Atti, quella mi sembra troppo “lontana”. Non si potrebbe pensare ai due anni di “fermo” a Cesarea, in attesa di partire per Roma? Che ne pensi? E qual è il motivo fondamentale per cui Paolo la scrisse? Paolo è certamente prigioniero, ma è difficile stabilire dove e quando lo fosse; dal tono della lettera sembra che i Colossesi sapessero bene dove si trovasse Paolo (v. 4,3 e 10 e 18). La sua prigionia è da lui stesso attribuita all’impegno per predicare il mistero di Cristo. Quanto al motivo della lettera, nella comunità di Colossi si stava creando l’idea di un’altra via della salvezza, diversa da quella predicata dagli apostoli: una strada che possiamo definire “cosmica”, nel senso che la conoscenza del mondo e delle potenze che lo governano, nell’idea di alcuni, equivalesse alla potenza del Vangelo. Questo rende la lettera attualissima, in quanto propone proprio la conoscenza come unica via di salvezza. Dopo essersi congratulato con i Filippesi (e i Laodicesi) per la saldezza della loro fede, Paolo comincia con un inno sul primato di Cristo, ed esprime preoccupazione per la possibilità che i suoi interlocutori vengano ingannati. Da quali errori viole metterli in guardia? L’errore è, come detto, quel sistema filosoficoreligioso che alcuni Colossesi avevano costruito, sistema che distraeva dal dirigersi verso Cristo. L’inno cristologico (1,1-20) si affianca all’altro inno cristologico di Fil 2 ed abbonda di un vocabolario completamente originale, che da una parte fa pensare a una preesistenza dell’inno, dall’altra indica anche la novità del problema al quale l’inno intende rispondere. Ai cristiani “distratti” da nuovi sistemi filosofici l’inno canta Cristo, che è il centro della creazione e il centro della salvezza, per cui tutto ciò che è nel mondo viene dopo di Lui, che l’ha voluto. Paolo sottolinea che la creazione, senza questo che è Cristo, sarebbe inconsistente; affidarsi alle creature significherebbe proprio disperdersi. Nell’inno poi si afferma che Cristo è centro non solo del creato, ma anche della Chiesa. Cristo è indicato come il primogenito dei risorti, la causa della riconciliazione anche del cosmo e il principio della pace, da lui ottenuta mediante il suo sangue. Pienezza (Plèroma) è la parola tecnica a cui questo inno famoso viene solitamente associato. Nel capitolo 3° l’Apostolo passa alla parenesi, all’esortazione dei Colossesi ; ricorda loro i precetti generali della vita cristiana e quelli di morale domestica (“Voi, donne, state sottomesse ai mariti… Voi, mariti, amate le vostre mogli…”). Ci chiarisci una buona volta se dobbiamo considerare l’Apostolo un maschilista ante litteram? A me sembra interessante che Paolo faccia dipendere il discorso parenetico dalla condizione di risorti. La vita morale non è una costruzione degli uomini, e in questo senso Paolo corregge l’idea dei Colossesi di costruirsi una religione fatta di regole e precetti. La vita morale invece è la risposta alla condizione creata da Cristo con la sua resurrezione, ed è il segno che noi siamo risorti con Lui. A far morire, come lui dice, tutto ciò che è morte, è il ringraziamento dell’uomo nuovo a chi lo ha rinnovato. I numerosi segni della morte sono elencati in 3,5-11 e tra questi Paolo comprende anche il peso dato alla diversità di razza e di religione. Per quanto riguarda il problema delle donne, è ormai evidente che solo una lettura disattenta di Paolo può spiegare l’accusa di misoginia a lui mossa. Paolo infatti, e lo vedremo meglio nella Lettera agli Efesini, non propone una regola cristiana, ma ripropone una usanza normale per la sua epoca; mette però un inciso che non viene quasi mai sottolineato: “… come conviene nel Signore” (v. 3,18). Noi certo non sappiamo cosa comporti questo inciso, ma evidentemente c’è una diversità rispetto alle consuetudini dell’epoca, e lo vedremo anche riguardo al problema del matrimonio (Efesini) e della schiavitù (Filemone). Nel capitolo 4° Paolo esorta i Colossesi alla preghiera e a un comportamento saggio, preannuncia loro la visita dei suo collaboratori Tìchico e Onèsimo, e chiude esortando i fratelli di Colossi e Laodicea a ricordare le sue catene. Che ci puoi dire di questo capitolo? Il quarto capitolo è uno di quei brani che ci propongono la quotidianità della Chiesa nascente, con il riferimento alla prigionia di Paolo a causa del Vangelo, i nomi di coloro che con lui faticavano ed erano imprigionati, il fatto che le lettere paoline venivano lettere in pubblico e poi dovevano passare alle chiese vicine, che probabilmente condividevano gli stessi problemi (v, 4,16). Qui inoltre è molto bella la fiducia di Paolo sul legame con la comunità a cui scrive, stabilito attraverso la preghiera che lui chiede per il suo ministero e che assicura alla comunità stessa. Nel v. 4,12 parla della preghiera come di una lotta, che in questo caso Epafra ha ingaggiato perché i cristiani di Colossi siano saldi, perfetti e sinceramente dediti a compiere la volontà di Dio. Un ultimo elemento interessante di questa lettera è il saluto (v. 4,18), che indica la probabile dettatura delle lettere paoline, autenticate poi dalla firma autografa dell’autore. 25 Dicembre 2008 Col 1, 13-20 E` lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio 14 diletto, per opera del quale abbiamo la reden15 zione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni 16 creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. 17 Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono 18 in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa;il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su 19 tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abi20 tare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli. Col 3,1-17 1 Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra 2 di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quel3 le della terra. Voi infatti siete morti e la vostra 4 vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria. 5 Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idola6 tria, cose tutte che attirano l`ira di Dio su colo7 ro che disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in 8 questi vizi. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca. 9 Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell`uomo 10 vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad 11 immagine del suo Creatore. Qui non c`è più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto 12 in tutti. Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e eletti, di sentimenti di misericordia, di bon13 tà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha per14 donato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della per15 fezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo 16 corpo. E siate riconoscenti! La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e can17 tici spirituali. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. Stanislao Fioramonti U na premessa: n e l Nuovo Testamento il termine Asia indica l’attuale Asia Minore, cioè il settore occidentale dell’odierna Turchia. La provincia romana di Asia aveva per capoluogo Efeso e comprendeva le altre sei città ricordate nell’Apocalisse (Smirne-Izmir, Pergamo, Sardi, Tiàtira, Filadelfia e Laodicea-Latakya), e inoltre Colossi, Gerapoli-Pamukkale e Mileto-Balat, porto sul mare Egeo. Colossi dunque era uno dei grossi centri dell’Asia, florido e popoloso, noto per il culto al dio del mare Poseidone e a quello del mondo sotterraneo Plutone. Situata nella valle del fiume Lico e ai piedi del monte Cadmo, era a metà strada tra Antiochia di Pisidia e la metropoli di Efeso (meno di 200 chilometri); del suo comprensorio facevano parte anche le vicine Laodicea (15 chilometri) e Gerapolo (Hyerapolis). Oggi la città è scomparsa e il suo sito, non ancora sottoposto a scavi archeologici, è indicato presso la località di Hornaz, nella regione della Frigia. Al tempo di Paolo aveva appena iniziato la sua decadenza, dopo che nell’anno 60, durante l’impero di Nerone, un violento terremoto l’aveva gravemente danneggiata insieme alle vicine Laodicea e Gerapoli; dopo la distruzione nei suoi pressi si sviluppò la città bizantina di Kona. La comunità cristiana di Colossi non fu fondata direttamente da san Paolo, che mai si fermò nella città: ai Colossesi scrive infatti (2,1): “Voglio che sappiate quale dura lotta io devo sostenere per voi, per quelli di Laodicea e per tutti coloro che non mi hanno mai visto di persona”. La comunità cittadina fu istituita dal suo discepolo Epafra, convertito colossese, che vi aveva predicato il vangelo nel triennio in cui Paolo soggiornò ad Efeso (54-57); e fu Epafra a manifestare a Paolo la sua apprensione per la minaccia dei falsi maestri, inducendolo a scrivere la famosa lettera ai suoi concittadini forse dalla prigionia di Cesarea (58-60). ? Andrea Maria Erba* i n una recente catechesi, il santo Padre ha parlato, da par suo, e con abbondanza di riflessioni teologico-pastorali, dell’insegnamento di san Paolo sulla Chiesa. Partendo dal vocabolo greco “Ecclesìa” ha spiegato ch’esso significa la nuova comunità dei credenti in Cristo, che si sentono assemblea di Dio. Solo Paolo usa questo termine, più volte nelle sue Lettere: all’inizio della rima lettera ai Tessalonicesi, ai Corinti, ai Galati, ecc. Quasi sempre la parola “Chiesa” appare con l’aggiunta “di Dio”. Tutte insieme le lettere formano la “Chiesa di Dio”, la quale precede le singole Chiese locali e si realizza in esse. Nella Lettera agli Efesini, l’Apostolo elabora il concetto di unità della Chiesa come popolo di Dio e presenta l’unica Chiesa come sposa di Cristo nell’amore. Ma è nel termine “corpo di Cristo”, esclusivamente paolino, l’originale concetto di Chiesa (cf. 1 Cor 12,12). La Chiesa non è nostra, è di Dio e di Cristo, e viene qualificata come “campo di Dio”, “edificio di Dio”, “tempio di Dio”. Un’altra originale definizione è nella prima Lettera a Timoteo, dove la Chiesa è chiamata “casa di Dio” (3,15), dove i battezzati sono accolti con affetto. Il “mistero” della Chiesa ha dunque molte dimensioni e san Paolo ci insegna ad essere tempio, casa, famiglia di Dio, luogo e segno della sua presenza nel mondo, nella storia, nella nostra vita. Teologicamente possiamo ancora concepire la Chiesa come “corpo mistico”, che ha Cristo come capo e lo Spirito Santo come anima; una, santa, universale, fondata sugli Apostoli, eterna, indefettibile, con il compito di santificare, di evangelizzare, di illuminare…Questa è la grandezza della “Ecclesìa” che Paolo – definito “il primo teologo della Chiesa” – ci illustra nella sua natura più profonda, ci infonde la gioia di appartenervi e di amarla come madre e maestra. * Vescovo Emerito di Velletri-Segni Dicembre 2008 26 A Stanislao Fioramonti bbiamo detto, parlando di Colossi, che Paolo non conosceva direttamente la comunità cristiana di quella città e che ne fu informato da colui che l’aveva fondata, il suo amico Epafra; ce lo narra Paolo stesso scrivendo ai Colossesi (1,6-17): “...dal primo giorno che avete ascoltato e conosciuto la grazia di Dio nella verità, che avete appresa da Epafra, nostro caro compagno nel ministero; egli ci supplisce come un fedele ministro di Cristo, e ci ha pure manifestato il vostro amore nello Spirito”. Più avanti (Col 4,12), inviando i saluti di Epafra “servo di Cristo Gesù, che è dei vostri”, Paolo aggiunge che egli “non cessa di lottare per voi nelle sue preghiere, perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio. Gli rendo grazia che si è impegnato a fondo per voi, come per quelli di Laodicea e di Gerapoli”; riconosce dunque a questo grande evangelizzatore il merito di aver annunciato per primo la buona notizia a tutta quella vasta area geografica. Nella Lettera a Filemone (23) l’Apostolo manda al notabile colossese i saluti di Epafra, “mio Stanislao Fioramonti (At 24, 10-21) “Quando il Governatore fece cenno a Paolo di parlare, egli rispose: ‘So che da molti anni sei giudice di questo popolo e parlo in mia difesa con fiducia. Tu stesso puoi accertare che non sono più di dodici giorni da quando mi sono recato a Gerusalemme per il culto. Essi non mi hanno mai trovato nel tempio a discutere con qualcuno o a incitare il popolo alla sommossa, né nelle sinagoghe, né per la città, e non possono provare nessuna delle cose delle quali ora mi accusano. Ammetto invece che adoro il Dio dei miei padri, secondo quella dottrina che essi PAOLO PRIGIONIERO A CESAREA MARITTIMA (Atti, capp. 24-26) Stanislao Fioramonti Custodito a Cesarea, nel pretorio di Erode, per ordine di Felice governatore romano della Palestina, Paolo fu processato cinque giorni dopo il suo arrivo, quando da Gerusalemme giunsero a deporre contro di lui il sommo sacerdote Anania, alcuni anziani e il loro avvocato Tertullo. compagno di prigionia in Cristo Gesù”; e proprio visitando Paolo prigioniero, non si sa bene se a Efeso, a Cesarea o a Roma, Epafra lo avrebbe informato della situazione della comunità di Colossi, inducendolo a scriverle la famosa lettera. Secondo la tradizione, Epafra fu ordinato da S. Paolo vescovo della sua città, nella quale subì il martirio verso l’anno 80; considerato santo, viene festeggiato il 19 luglio. Si indicano le sue ceneri nell’urna di porfido posta sull’altare maggiore della Basilica Liberiana (S. Maria Maggiore), ceneri portate a Roma da monaci fuggiti dalla Grecia al tempo dell’imperatore bizantino Leone Isaurico (cf. G. Sicari, Reliquie insigni e “corpi santi” a Roma). Oltre ad Epafra erano originari di Colossi anche altri compagni di san Paolo. Il principale è Filèmone, destinatario dell’omonima lettera paolina e ricco proprietario, convertito da Paolo e collaboratore dell’apostolo ormai “vecchio e ora anche prigioniero per Cristo Gesù” (Fm, 9). Nella sua casa si radunava una comunità di cristiani, alcuni dei Colossesi ai quali scrive Paolo; di essi l’apostolo ricorda Appia o Affia, forse moglie di Filèmone (Fm, 2), insieme a lui venerata dalla Chiesa cattolica il 22 novembre; e ricorda Archippo, forse loro figlio, celebrato anch’egli come santo alla data del 20 marzo. Paolo lo definisce “nostro compagno d’ armi” (Fm, 1) e, in Col 4,17 scrive di lui: “Dite ad Archippo: Considera il ministero che hai ricevuto dal Signore e vedi di compierlo bene”. Tra gli schiavi appartenuti a Filèmone c’era Onèsimo, convertitosi durante la prigionia di Paolo, che lo battezzò personalmente (“mio figlio generato nelle catene”, Fm 10); era fuggito, per motivi che ignoriamo, dal suo padrone e da lui tornerà recando il biglietto di Paolo che chiede il suo perdono. Paolo annuncia ai Colossesi (4,9) che con Tìchico andrà da loro anche Onèsimo, “il fedele e caro fratello, che è dei vostri. Essi vi informeranno di tutte le cose di qui”. La tradizione farà di Onesimo uno dei primi vescovi di Efeso, incontrato da Ignazio di Antiochia, che lo definisce “uomo di indicibile carità”; secondo il Martirologio Romano, che lo ricorda al 16 febbraio, avrebbe subito il martirio a Roma mediante lapidazione. Forse era colossese anche Dema, ricordato in Fm, 24, in Col 4,14 e in 2Tm 4,10, dove si dice: “Dema mi ha abbandonato avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica”. Della vicina città di Laodicea era invece Ninfa, nella cui casa si radunava la prima comunità cristiana della città: “Salutate i fratelli di Laodicea e Ninfa con la comunità che si raduna nella sua casa. E quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che venga letta anche nella Chiesa dei Laodicesi e anche voi leggete quella inviata ai Laodicesi” (Col 4,15). Di un’altra delle grandi città asiatiche, Tiàtira, era infine Lidia, della quale abbiamo parlato a proposito della città macedone di Filippi. chiamano setta, credendo in tutto ciò che è conforme alla Legge e sta scritto nei Profeti, nutrendo in Dio la speranza, condivisa pure da costoro, che ci sarà una resurrezione dei giusti e degli ingiusti. Per questo mi sforzo di conservare in ogni momento una coscienza irreprensibile davanti a Dio e davanti agli uomini. Ora, dopo molti anni, sono venuto a portare elemosine al mio popolo e per offrire sacrifici; in occasione di questi essi mi hanno trovato nel tempio dopo che avevo compiuto le purificazioni. Non c’era folla né tumulto. Furono dei Giudei della provin- cia d’Asia a trovarmi, e loro dovrebbero comparire qui davanti a te ad accusarmi, se hanno qualche cosa contro di me; oppure dicano i presenti stessi quale colpa han trovato in me quando sono comparso davanti al sinedrio, se non questa sola frase che gridai stando in mezzo a loro: A motivo della resurrezione dei morti io vengo giudicato davanti a voi”. Questi, dopo aver lusingato il governatore per la pace assicurata alla regione e le sue riforme in favore del popolo, espresse contro Paolo tre accuse ben precise: “Quest’uomo è una peste, fomenta continue rivolte tra i Giudei, ed è capo della setta dei Nazorei”; lo avevano arrestato, aggiunse, dopo un tentativo di profanazione del tempio. I Giudei venuti con lui confermarono quelle accuse. La difesa di Paolo, iniziata con una dichiarazione di fiducia sull’autorità che lo giudicava, puntò alla confutazione delle accuse e alla conferma del suo rispetto per la Legge e i Profeti (vedi il discorso completo nell’allegato 1). Il governatore Felice, buon conoscitore della nuova dottrina cristiana, decise di rinviare l’udienza a quando sarebbe venu- to il tribuno Claudio Lisia, che aveva arrestato Paolo a Gerusalemme, e ordinò al centurione di tenere Paolo sotto custodia, concedendogli però una certa libertà e la possibilità di essere assistito dai suoi amici. Giorni dopo Felice e la moglie Drusilla, ebrea, vollero ascoltare ancora Paolo sulla sua fede in Cristo Gesù, ma sentendolo parlare di giustizia, di continenza e di giudizio futuro si spaventarono e lo rimandarono; il governatore lo chiamava e gli parlava spesso perché, dice Luca negli Atti (24,26), sperava di ottenere del denaro dal prigioniero. Passarono due anni e Felice fu sostituito dal nuovo governatore Porcio Festo ma, per benevolenza verso i Giudei, lasciò Paolo in prigione. Dicembre 2008 27 Tonino Parmeggiani In un documento dell’anno 1065 (Pergamena n. 9, datata all’11 giugno, del Fondo Pergamene dell’Archivio Capitolare di Velletri) in cui l’allora regnante Papa Alessandro II confermava alcuni privilegi al clero veliterno, viene nominato, tra costoro, un «Stephanus Archipresbiter Sancti Pauli»(la trascrizione della stessa è riportata in Alessandro Borgia, Istoria della Chiesa e della Città di Velletri, Nocera, 1723, pp. 183-185). Questa è la prima testimonianza dell’esistenza, nella Diocesi e più precipuamente nella città di Velletri, di una chiesa con il titolo dell’Apostolo Paolo. Sulla presenza dell’Apostolo nel nostro territorio diocesano, nella fattispecie della tradizione nella località di “Tre Taberne” vedi, ad esempio, lo studio di Mons. Primo Gasbarri ripubblicato in quattro parti su Ecclesia “L’Apostolo Paolo nel 61 d.C., attraversò le nostre contrade”. Nella Diocesi di Segni non si è reperita alcuna testimonianza sulla presenza di una chiesa intitolata a S. Paolo. Bonaventura Teoli, nel suo “Theatro Historico di Velletri” dell’anno 1644, collocandola nell’elenco delle chiese demolite, a pagina 302, ci fornisce qualche altra informazione «La Chiesa di S. Paolo Apostolo, quale stava trà S. Francesco, e S. Giovanni in Plagis, nel M.CD.XXIX si trova in piedi con Chierici, e Rettore, il Sito di essa al presente è posseduto da gli Heredi della Fameglia Petrucci». La stessa notizia è ripresa dal Borgia, con l’aggiunta che gli eredi della famiglia Petrucci sono gli Adriani. Rimane quindi da definire, lungo questo arco cronologioco di due secoli, quando questa Chiesa abbia cessato ogni forma di culto. La risposta ce la dà la “Visita Pastorale” compiuta nella Diocesi dal Cardinale Alfonso Gesualdo. nell’anno 1595 (Archivio Diocesano di Velletri, Sez. I, Tit. I, Vis. Pas. 1) che, al foglio 108r., la descrive così: «Sancti Pauli dirutae. Visitavit Oratorium S. Pauli sive locum in quo positum erat dictum Oratorium quod est pene dirutum excepta parte parietis absque tum tecto et circumcirca dictum parietem exstat viridarium cum plantis florum et oleribus ac vitibus et arboribus quibusdam ad formam viridarij quod tenet de presenti Joannes Tesserus annua mercede iulios septem vel circiter enim conventa cum Titulari qui est R. Don Alphonsus Boiellus familiaris Ill.mi D. Cardinalis Gesualdi sub titulu chiericatus. Redditus annuus dicti chiericatus S. Pauli est scudorum 14 vel circa absque aliquo onere quod sciatur. Ecclesia ipsa fuit alias profanata à R.mo D. Quatrimano alias Suffraganeo. Est in confinibus [cancellato] Redditus praesumptus consistit in fructibus duarum vinearum ultra dictum viridarium. Dictum oratorium situm est in confinibus parochialis S. Angeli. fuit hoc beneficium pariter unitum seminario utique in praesentis visitae dictum fuit». Nella traduzione in italiano: «Sulla (Chiesa) diruta di San Paolo. Visitò l’Oratorio (una Chiesa di dimensioni contenute) di San Paolo ovvero il luogo in cui era situato il detto oratorio che è quasi diruto, tranne il lato della parete e senza il tetto da una parte e tutto all’intorno di detta parete è visibile un giardino con piante di fiori e olivi e viti e piante di tutto ciò che attiene ad un giardino, di cui si occupa al presente Giovanni Tesseri per l’annuo compenso di giuli sette o press’a poco in effetti convenuto con il Titolare che è Don Alfonso Boiello di famiglia (al servizio) dell’Illustrissimo Signor Cardinale Gesualdo con il titolo di Chierico (uno degli ordini minori che esistevano al tempo)». Il reddito annuale del detto chiericato di S. Paolo è di scudi 14 o press’a poco e senza alcuna altra spesa che si ignora. La stessa chiesa fu in altri tempi sconsacrata dal Revendissimo Signor Quatrimani in altri tempi (Vescovo) Suffraganeo. Il reddito presunto consiste nelle rendite di due vigne oltre il detto giardino. Il detto oratorio è situato nei confini parrocchiali di S. Angelo (S. Michele Arcangelo). Questo beneficio fu ugualmente (si riferisce al beneficio di un’altra Chiesa diruta, quella di S. Giorgio che ricadeva nella parrocchia di S. Lucia, e di cui tratta nel foglio precedente) unito al Seminario e nel modo di cui fu detto nella presente visita (si riferisce alle decisioni prese nel Sinodo dell’anno precedente e confermate “autoritate Apostolica confirmata” dal Papa Clemente VIII con Bolla dell’11 marzo 1595 (Pergamena n. 109 del Fondo Pergamene dell’Archivio Capitolare di Velletri). Di tutta l’operazione di trasferimento di rendite da altre chiese all’erigendo seminario vescovile, ne parla anche il Borgia. p. 463: «E nello stesso Sinodo eresse di nuovo il Seminario, al mantenimento del quale egli sempre contribui duecento scudi l’anno della sua Mensa, e ordinò che altri duecento dovessero contribuirsi dal Clero. E per dargli poi certa, e perpetua Dote gl’unì molti beneficij semplici tosto che fosser venuti a vacare, e per maggior fermezza di tali unioni, e applicazione de Beneficij, ottenne poi Bolla di conferma da Clemente VIII, data in Roma agl’11 Marzo 1595. Con queste, e con altre salubri ordinazioni providde allo stato della sua Diocesi, nella quale doppo la morte di Fra Agostino Butj Vescovo delle Smirne, ebbe per Suffraganeo Vincenzo Quadrimano col Titolo Vescovale di Nicea». Poiché da altri documenti sappiamo che il Vescovo Suffraganeo {Vescovo residente in diocesi, aiutante del Cardinal Vescovo nel svolgere il suo ministero} Vincenzo Quadrimani iniziò il suo ministero a Velletri nell’agosto dell’anno 1592, la sconsacrazione della Chiesa di S. Paolo deve essere stata fatta nel lasso di tempo di circa due anni e mezzo che intercorre fino alla visita pastorale. Sulle cause dell’abbandono, della demolizione di queste due chiese, sarebbe da indagare (eventi bellici, terremoti…) non dimenticando che già qualche storico locale del secolo scorso ha parlato di un arretramento medioevale dell’abitato del versante sudovest della città, dalle pendici verso l’alto; fino ad alcuni decenni orsono, prima della costruzione della nuova strada, c’era un viottolo che congiungeva il Convento di S. Francesco (poi confiscato, ridotto a Caserma e dal dopoguerra abbandonato) alla Chiesa di S. Giovanni in Plagis (sede della Confraternita del Gonfalone, distrutta da un terremoto agli inizi dell’ottocento). Tre giorni dopo il suo arrivo Festo salì a Gerusalemme, dove si fermò per otto-dieci giorni; i capi dei Giudei e i sommi sacerdoti lo sollecitarono a portare Paolo nella città santa, perché tramavano di ucciderlo durante il tragitto. Il governatore non acconsentì alle loro richieste, ma li invitò a tornare con lui a Cesarea per denunciarlo di fronte a lui. Essi così fecero, per cui Paolo dovette subire un terzo giudizio (dopo quelli del sinedrio e di Felice); anche stavolta si ripeterono le gravi e numerose accuse dei Giudei contro di lui, ma senza alcuna prova, mentre Paolo ribadiva la sua innocenza da colpe sia contro la Legge, sia contro il tempio, sia contro Cesare. Festo, per favorire i Giudei, chiese all’imputato se volesse essere giudicato da lui o a Gerusalemme; l’apostolo disse di voler essere giudicato nel tribunale di Cesare: il governatore – disse - sapeva bene che era innocente, ma se lo riteneva colpevole di morte, non rifiutava la morte; se invece le accuse dei Giudei erano false, nessuno poteva consegnarlo a loro, tanto più perché essendo cittadino romano egli decideva di appellarsi a Cesare. “Ti sei appellato a Cesare, concluse Festo, e a Cesare andrai”. Mentre l’autorità romana attendeva l’occasione per inviare il prigioniero a Roma, giunse a Cesarea il re Agrippa con la sorella Berenice; si fermarono parecchi giorni presso il governatore, che gli raccontò la vicenda di Paolo, le accuse dei connazionali e la Dicembre 2008 28 mancanza di imputazioni gravi contro di lui; c’erano tra loro, per Festo, solo “alcune questioni relative alla loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita”. Per esaudire il desiderio di Agrippa, che voleva ascoltare Paolo, Festo lo fece venire nuovamente di fronte ai reali, ai tribuni e ai notabili di Cesarea; lo presentò come un uomo del quale i Giudei avevano chiesto la morte ma nel quale non aveva trovato nulla meritevole di morte, e che per avere giustizia pie- Stanislao Fiuoramonti (At 26, 1-23) “Agrippa disse a Paolo: ‘Ti è concesso di parlare a tua difesa’. Allora Paolo, stesa la mano, si difese così: ‘Mi considero fortunato, o re Agrippa, di potermi discolpare da tutte le accuse di cui sono incriminato dai Giudei oggi qui davanti a te, che conosci a perfezione tutte le usanze e questioni riguardanti i Giudei. Perciò ti prego di ascoltarmi con pazienza. La mia vita fin dalla mia giovinezza, vissuta tra il mio popolo e a Gerusalemme, la conoscono tutti i Giudei; essi sanno pure da tempo, se vogliono renderne testimonianza, che, come fariseo, sono vissuto nella setta più rigida della nostra religione. Ed ora mi trovo sotto processo a causa della speranza nella promessa fatta da Dio ai nostri padri, e che le nostre dodici tri- na si era appellato a Cesare e doveva partire per Roma. Festo però non riusciva a trovare nulla di preciso da scrivere all’imperatore su di lui, e trovando assurdo inviare al sovrano un prigioniero senza indicare le accuse che gli si rivolgevano, sperava di trovare le motivazioni da quell’udienza con Agrippa. All’invito del re, Paolo pronunciò un bel discorso che riassumeva la sua vita di giudeo e di fariseo zelante, nemico dei cristiani fino all’esperienza di Damasco (vedi allegato 2). Festo alla fine lo interruppe dandogli del pazzo per troppa scienza, ma Paolo ribetté di non essere pazzo e di dire cose giuste, come il giudeo re Agrippa sapeva bene. Agrippa gli confessò che quasi lo stava convincendo a diventare cristiano. Paolo concluse augurando a tutti i presenti di diventare come lui, tranne che per le catene di prigioniero; tutti, lasciandolo, ammettevano che non meritava né la morte né la prigionia e Agrippa disse a Festo che, se non si fosse appellato a Cesare, avrebbe potuto essere liberato subito. bù sperano di vedere compiuta, servendo Dio notte e giorno con perseveranza. Di questa speranza, o re, sono incolpato dai Giudei! Perché è considerato inconcepibile fra di voi che Dio risusciti i morti? Anch’io credevo un tempo mio dovere lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, come in realtà feci a Gerusalemme; molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con l’autorizzazione avuta dai sommi sacerdoti e, quando venivano condannati a morte, anch’io ho votato contro di loro. In tutte le sinagoghe cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all’eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere. In tale circostanza, mentre stavo andando a Damasco con autorizzazione e pieni poteri da parte dei sommi sacerdoti, verso mezzogiorno vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio. Tutti cademmo a terra e io udii dal cielo una voce che mi diceva in ebraico: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo. E io dissi: Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: Io sono Gesù, che tu perseguiti. Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me. Pertanto, o re Agrippa, io non ho disobbedito alla visione celeste; ma prima a quelli di Damasco, poi a quelli di Gerusalemme e in tutta la regione della Giudea e infine ai pagani, predicavo di convertirsi e di rivolgersi a Dio, comportandosi in maniera degna della conversione. Per queste cose i Giudei mi assalirono nel tempio e tentaronodi uccidermi. Ma l’aiuto di Dio mi ha assistito fino a questo giorno, e posso ancora rendere testimonianza agli umili e ai grandi. Null’altro io affermo se non quello che i profeti e Mosè dichiararono che doveva accadere, che cioè il Cristo sarebbe morto e che, primo tra i risorti da morte, avrebbe annunziato la luce al popolo e ai pagani”. C R I T E R I P E R L A S C E LTA D E I C A N T I N E L L A CELEBRAZIONE EUCARISTICA Tra i giovani delle diverse parrocchie ci si scambiano canti per la messa e per le altre attività pastorali, si danno dei suggerimenti, si mettono a disposizione spartiti e mp3……. È bello “vedere” tanti ragazzi e giovani che si preoccupano per i canti della celebrazione, si danno da fare per rendere la celebrazione nella propria parrocchia sempre più viva, partecipata, gioiosa. Altre volte si nota un certo interessamento per Recitals o per Concerti di Cori Parrocchiali: ben venga questa attenzione, perché nella catechesi il canto ha un valore enorme e ci sono tante pubblicazioni in merito. Ma attenzione: quello che può andar bene per un Recital, o un Campo scuola, o un incontro di giovani non sempre va bene per la celebrazione liturgica. Ecco allora la prima, grande distinzione da fare: canti per la liturgia e canti per le innumerevoli attività e occasioni catechetiche e pastorali. Per esempio, il Magnificat di Frisina, un canto molto apprezzato e richiesto. Se è quello composto per la compilation di Mina, questo brano, molto bello, non è adatto per una celebrazione liturgica: lo ha esplicitamente affermato lo stesso don Marco Frisina in una conferenza tenuta qualche anno fa nella parrocchia di S. Bruno, a Colleferro perché la sua intenzione (l’intenzione dell’autore) era quella di comporre un brano per una compilation e non per la celebrazione liturgica, anche se il testo è pre- so dal vangelo. Classico è il famoso “Dolce è sentire” di R. Ortolani, tratto dal film di Zeffirelli Fratello sole e sorella luna: è bello, avvincente, espressivo….. ma è una colonna sonora di un film, non un brano per la liturgia. Va bene per un Recital, un Concerto spirituale, un incontro di giovani, ma non per la celebrazione. Ecco allora l’obiettivo che ci proponiamo: educare al canto per le celebrazioni liturgiche, aiutare a formare gli operatori liturgico-musicali che operano nelle nostre parrocchie. Anche la C.E.I., proprio in questi giorni, sta proponendo un Corso di Formazione Liturgicomusicale on-line per coloro che hanno la responsabilità del canto nelle celebrazioni. Ancora oggi, purtroppo, per i canti delle celebrazioni ci si muove a “ruota libera”, attingendo da raccolte e repertori dove capita, affidandosi all’improvvisazione o a criteri del tipo: “che bello, questo mi piace”, oppure “questo canto è del nostro autore preferito, è l’ultima novita”….. e via dicendo. È nostra intenzione dare un umile contributo per cercare di “mettere le cose al loro posto”, come è stato scritto, entrando in punta di piedi e con discrezione nelle attività che, grazie a Dio, già vengono svolte con tanto amore e passione, cercando di aiutare a eliminare gradualmente, senza troppi traumi, il rischio di assimilare e utilizzare canti non adatti alla liturgia. E questo, con spirito di servizio, senza giudicare o condannare nessuno, chiedendo un pizzico di coraggio per rinnovare noi stessi e il nostro gruppo, e un minimo di fiducia e di collaborazione. Poi ben vengano tutte le occasioni possibili e immaginabili per esprimere la nostra fede e la nostra gioia con il canto nella catechesi, nei Recitals, negli incontri di gruppi . Per la Liturgia, la Chiesa esige qualcosa di più e di diverso; si tratta infatti di dar “vita sonora” a un rito in maniera tale da contribuire a far emergere il senso del rito stesso e, nello stesso tempo, da rendere quel rito “parlante” per quell’assemblea, riunita in quel luogo, per quella occasione, e di renderlo significativo a un punto tale per cui tutti possano prendervi parte “attivamente” e “fruttuosamente”. (cfr. Sacrosanctum Concilium, 10). È un lavoro lungo, duro, difficile, ma importante, se vogliamo svolgere il ministero del canto così, come è nelle intenzioni della Chiesa. E non dimentichiamocelo mai, che “la riforma liturgica del Vaticano II è stata non solo un passaggio dello Spirito Santo nella Chiesa, ma un evento di rinnovamento spirituale e pastorale, un invito e uno stimolo per il popolo cristiano perché sciolga in preghiera beata e verace la muta sua lingua …. (Paolo VI nel Discorso per la promulgazione della Costituzione liturgica del 4 dicembre 1963). E prima di concludere questa introduzione sul Repertorio a cui attingere per il servizio liturgico-musi- 29 Dicembre 2008 Lunedì 24 novembre alle 16,30 si è tenuta presso la Sala del Consiglio del Palazzo Comunale di Velletri una conferenza multimediale con ospiti internazionali dal titolo Da Velletri al Québec: il pittore Ippolito ZAPPONI Graziano Comandini Sono state due date, il 1608 ed il 1858, a dare l’impulso a Luca Leoni per organizzare un evento culturale a Velletri all’insegna dell’arte e della Storia. Il 1608 è la data della fondazione della città di Québec, che poi ha dato il nome all’omonima regione francofona del Canada; il 1858 è la data d’inaugurazione della pala d’altare raffigurante San Geraldo, nella cattedrale di Velletri, eseguita dal pittore Ippolito Zapponi, nato a Velletri nel 1826 e morto a Roma nel 1895. Qual è il legame tra Velletri ed il Québec? Sono i dipinti, una decina, che Zapponi eseguì per chiese, istituti religiosi e collezioni private quebecchesi, senza mai uscire da Roma. La conferenza multimediale che si terrà nella Sala del Consiglio del Palazzo Comunale di Velletri illustrerà questo legame finora sconosciuto, con una sorpresa: la foto finora inedita del pittore Zapponi, rintracciata da Luca Leoni all’ultimo momento a Roma, presso parenti dell’artista. un cantiere celebre come quello della Basilica di San Paolo fuori le mura, l’Agricola ebbe modo d’istruire il giovane e promettente Zapponi sull’essenza e sull’infinita potenzialità dell’arte sacra. Quest’ultimo, tuttavia, non riuscì ad emergere, restando nell’anonimato. Fu allora che il municipio di Velletri, come a voler mostrare all’intera comunità cittadina il buon esito dei sacrifici affrontati da tutti per avviare un veliterno alla carriera artistica, lo incaricò di un’opera di grande responsabilità: la pala d’altare per la cappella seicentesca di San Geraldo, Protettore della città da secoli, in cattedrale, inaugurata solennemente nel 1858. A partire dal 1868, Zapponi varcò artisticamente i confini della penisola italica, destinando una decina di sue tele al Nuovo Mondo: dopo essere entrato in contatto con ecclesiastici, religiosi, politici e uomini d’affari del Québec, eseguì dapprima copie di dipinti celebri di soggetto sacro, poi seppe ritagliarsi sempre più una sua originalità stilistica, soprattutto nei ritratti. Dipinse la sua ultima opera, San Francesco in adorazione, nel 1878 per i francescani della provincia di Saint Joseph, presso Montreal. Poi il silenzio. Ippolito Zapponi era tornato in quello stesso anonimato degli inizi, quando era nello stuolo di apprendisti pittori al seguito di Filippo Agricola. Era stato dimenticato anche da quella sua Velletri che, nella persona dello stori- CHI ERA IPPOLITO ZAPPONI Il pittore ottocentesco Ippolito Zapponi ha avuto la sfortuna di vivere in un periodo storico durante il quale il “suo” Stato Pontificio subì – e trasmise - rapide, irreversibili trasformazioni. Gli eventi politici di quell’epoca andarono spesso di pari passo con azioni militari, ma l’artista Zapponi ebbe, in questo caso, la fortuna di conoscere tante battaglie da lontano, solo per sentito dire. Il suo talento innato per il disegno e la pittura, infatti, spinse le autorità municipali di Velletri, città nella quale era nato nel 1826, ad assegnargli una borsa di studio. Trasferitosi a Roma, lo Zapponi imparò il mestiere del pittore alla prestigiosa Accademia di San Luca, sotto la guida di Filippo Agricola, figura di primissimo piano nella scena artistica romana. Vero e proprio direttore dei lavori di cale, permettetemi di riportare la testimonianza autorevole di chi, da tanto tempo, opera in questo settore: LUCIANA LEONE, Segreteria Nazionale Rinnovamento dello Spirito (così è scritto), nell’articolo “L’impegno dei Gruppi e dei Movimenti ecclesiali a partire dalla pubblicazione del Repertorio Nazionale di Canti per la Liturgia”, apparso sulla rivista Liturgia, bimestrale del CAL, al n° 167 del sett./ott. , del 2001, testualmente dice: “ Il repertorio del RnS che si è andato configurando, dalla fine degli anni ’60 ad oggi, è rivolto primariamente agli incontri che caratterizzano la vita del movimento ….. Le produzioni musicali del Rinnovamento, comunque, non hanno mai avuto la pretesa di essere rivolte alla liturgia……. Come è accaduto anche all’Opera di Maria, segnatamente al Gen Rosso e al Gen Verde, ci siamo resi conto che il nostro repertorio ha travali- cato i confini del Movimento e si è attestato all’interno delle parrocchie, venendo spesso riproposto in maniera assolutamente pedissequa, senza sobrietà nell’uso degli strumenti o discernimento sull’opportunità del momento o del tempo liturgico o sull’espressione conferita all’esecuzione…”. LODE CIPRÌ, del Gen Rosso, in un’intervista su la rivista La vita in Cristo e nella Chiesa 3/2004, a cura di Aurelio Porfiri: “Purtroppo, avendo le nostre canzoni un contenuto evangelico, o riportando addirittura episodi del Vangelo, vengono utilizzate nelle parrocchie anche durante le Messe. Noi abbiamo distinto molto nettamente, fin dall’inizio della nostra attività, i due campi, incidendo canzoni per la Messa e, distintamente, quelle per i concerti ……… Questa confusione che spesso si fa fra i gruppi giovanili, ci ha fatto avere a volte delle critiche, come se noi volessimo usare indiscri- co dell’arte Basilio Magni, aveva pronunciato pubblicamente un elogio all’artista, poi dato alle stampe, in occasione dell’inaugurazione, nel 1858, della grande tela raffigurante San Geraldo mentre protegge i veliterni dai nemici. Un dipinto profondamente radicato nella memoria visiva dei fedeli di Velletri, che da un secolo e mezzo esatto vi dirigono inevitabilmente lo sguardo prima e dopo aver sostato in preghiera davanti all’immagine di Maria Santissima delle Grazie. Un’opera, il San Geraldo, che insieme ai deteriorati quattro Angeli con i simboli della Passione, affrescati sulla volta della chiesa ottagonale di Santa Maria del Sangue, costituisce uno dei beni lasciati dall’artista ottocentesco Ippolito Zapponi a Velletri, sua città natale, come una sorta di eredità artisticospirituale. In apertura il prof. Adeo Viti ha offerto una panoramica sulla storia del Québec. Era presente all’incontro la dott. Daniela RENOSTO, direttrice dell’Agenzia Culturale del Québec in Italia. minatamente le nostre canzoni nell’uno o nell’altro campo. Non è stata mai una nostra intenzione, né tanto meno lo sarà in seguito. In questo ci aiuta la stretta collaborazione che abbiamo stabilita con l’Ufficio Liturgico Nazionale della CEI ”. Cosa aggiungere? Con questo, non affrettiamoci a buttare all’aria tutto quello che abbiamo! Però, gradualmente, con pazienza e discrezione, cominciamo a discernere, a fare delle scelte mirate, che rispondano ai criteri voluti dalla Chiesa. Lo sforzo, sarà quello di presentare e cercare di spiegare le indicazioni che ci vengono dalla Chiesa per un migliore e più adeguato servizio liturgico-musicale nelle nostre comunità. L’ufficio Liturgico Diocesano curerà mensilmente questa rubrica per orientare le scelte dei canti per un servizio più consono alla liturgia Dicembre 2008 30 L a Chiesa esige reciproca implicanza del mistero, della comunione e della missione. Per questo la “Christifideles Laici” definisce si il contenuto del mistero ecclesiale ma soprattutto ripresenta la modalità operativada parte dei membri della Chiesa che è la modalità della compartecipazione, ossia la partecipazione piena e responsabile del laico alla vita della Chiesa. In realtà la missione della Chiesa si compendia e si risolve tutta nel Vangelo da annunziare e da vivere. Proprio questa prospettiva della missione della Chiesa aiuta a cogliere la responsabilità di tutti e di ciascuno nell’attuare la partecipazione al dinamismo missionario e apostolico della Chiesa. Questo concetto missionario della Chiesa è espresso chiaramente e in modo vigoroso all’inizio della “Cristifidelis Laici”: Situazioni nuove, sia ecclesiale sia sociali, economiche, politiche e culturali, reclamano oggi, con una forza del tutto particolare, l’azione dei fedeli laici” (CH.L.3). pensiero cosi esposto con chiarezza da Brunetti: “Il compito che viene cosi attribuito al laico non è dunque riducibile nell’ambito di un incarico particolare che può o meno essere individuato o concesso dalla gerarchia; è viceversa una radicale e indeclinabile partecipazione alla missione della Chiesa, una realtà che non può essere eliminata senza che ne soffra la costituzione stessa della sposa di Cristo, un complesso di «munera» e di «officia» che assurgono alla dignità di un vero e proprio ministero. Il laico è, quindi, al pari del sacerdozio ordinato, un ministero insopprimibile per la missione della Chiesa, attraverso cui essa assolve il suo servizio alle realtà terrene, interpretandone i segni che sono percepibili anche nella dimensione temporale e riconducendoli al piano salvifico del Redentore («universale sacramentum salutis» LG 48).[…]. Lo statuto ministeriale del laico non può ispirarsi, quindi, a moduli istitutivi o a contenuti funzionali esemplari su quelli del ministero ordinato, ne può ridursi a forme, pur necessarie ed opportune, di supplenza o di completamento rispetto a quest’ultimo (LG 36), ma gode di un proprio fondamento nella struttura essenziale e originaria 1 della Chiesa. La “Christifideles Laici” aggiunge che “i fedeli laici partecipano alla vita della Chiesa non solo mettendo in opera i loro compiti e i loro carismi, ma anche in altri modi. Tale partecipazione trova la sua prima e necessaria espressione nella vita e missione delle Chiese particolari, delle Diocesi, nelle quali «è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica» (Ch.L.25). Certamente nella “Cristifideles Laici” il verbo partecipare è sinonimo di essere: cioè essere membra del “Corpo di Cristo che è la Chiesa” (Col. 1.24). Lo affermava già nel 1946 Pio XII in un discorso chiaro in proposito: “I fedeli, e più precisamente i Laici, si trovano nella linea più avanzata della Chiesa; per loro la Chiesa è il principio vitale della società umana. Perciò essi, specialmente essi, devono avere una sempre più chiara consapevolezza non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere la 2 Chiesa […]. Essi sono la Chiesa”. Da ciò possiamo dedurre che la partecipazione alla vita della vita della Chiesa non è un passatempo di alcuni generosi ne un privilegio riservato ai migliori, cioè ai più dotati e capaci o disponibili, ma è un’esigenza di tutti i battezzati, anche dei fedeli laici che per vocazione vivono nelle condizioni comuni della vita ecclesiale. Questa è la condizione normale del fedele laico, mediante la quale egli esprime la sua piena partecipazione alla vita della Chiesa con una “sua modalità di attuazione e di funzione” (Ch.L. 15). Questa modalità specifica coinvolge quei fedeli che costituiscono di gran lunga la maggioranza dei membri della Chiesa. Il coinvolgimento di tutti i fedeli laici e la necessità di entrare dentro la vita ecclesiale porta a dividere e articolare la Diocesi in Parrocchie. Ed è qui, nella parrocchia, che la partecipazione dei fedeli prende concretezza: diventa immediata e ordinaria, cioè realmente vissuta. Non è senza motivo che la dottrina conciliare colloca una delle più felici descrizioni della Parrocchia proprio nel Decreto su l’Apostolato del Laici definendola come “cellula della diocesi” (AA 10). L’immagine della cellula vitale prende ancor più significato e valenza nella definizione che il documento post-sinodale da della parrocchia: “È l’ultima localizzazione della Chiesa, è in un certo senso la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie” (Ch. L. 26). C’è veramente bisogno di strutture alla portata di tutti i battezzati e, in particolare, in riferimento al laicato, della consapevolezza che per la fede siamo davvero una famiglia, che siamo la Chiesa. 1 Brunetti M., Laici nel Diritto Canonico, prime e dopo il Vaticano II, L.D.C., Leumann (TO) 1987, p.79. 2 Pio XII Discorso ai nuovi Cardinali (20.2.1946), AAS 38 (1946),149. 31 Dicembre 2008 don Fabrizio Marchetti S vilupperemo in questo articolo la trattazione dei cc. 1066-1070 del CIC delineanti un complesso di adempimenti giuridici prenuziali, identificabile con il termine di indagine prematrimoniale: fine di tale indagine è l’accertamento dello stato libero dei contraenti e l’assenza di ostacoli alla valida e lecita celebrazione del matrimonio. Can. 1066: Prima di celebrare il matrimonio, deve constare che nulla si oppone alla sua valida e lecita celebrazione. Il can. 1066, il primo della serie a commento, nel ribadire la necessità della verifica dell’assenza di ostacoli alla celebrazione del matrimonio, manifesta un principio di prudenza applicabile alla celebrazione e convalidazione di qualsiasi matrimonio; laddove afferma che per procedere alla celebrazione dello stesso «deve constare che nulla si opponga». In primo luogo «deve constare» che nulla si opponga da parte degli interessati, e ciò significa non soltanto il compimento delle formalità, canoniche o canonizzate, recepite, cioè, dall’ordinamento civile di riferimento; ma anche, supposta la conoscenza, nelle parti, dei requisiti per la celebrazione, l’eliminazione di ogni tipo di abuso. In secondo luogo «deve constare» anche e specialmente a colui che ha la responsabilità dell’amministrazione del sacramento, secondo i cc. 1108, 1; 1113-1115, mediante il ricorso agli strumenti ordinamentali debitamente predisposti, che nulla si opponga alla valida e lecita celebrazione. L’espressione «deve constare» sottintende una verifica positiva dei fatti comprovabili in foro esterno, come ad esempio l’età o il battesimo dei contraenti, non essendo sufficiente la semplice opinione. Se si riscontrasse l’esistenza di un ostacolo eliminibale quale, ad esempio, un impedimento meramente positivo (stabilito, cioè, dal legislatore), tale ostacolo potrà essere rimosso attraverso la dispensa (lo si vedrà nella trattazione degli impedimenti); se altrimenti l’ostacolo fosse insuperabile, i richiedenti saranno obbligati a desistere dalla celebrazione ed il responsabile della sua preparazione la dovrà comunque impedire. Di conseguenza, trattandosi di un principio generale, dal quale nessuno può essere dispensato, da un lato non si può assistere al matrimonio se non consti che esso verrà celebrato validamente, perché dotato di tutte le condizioni di esistenza ed efficienza giuridica generale; e lecitamente, cioè conformemente ai requisiti imposti dalla normativa vigente; dall’altro lato chi dovrà ammettere i nubendi alle nozze, non potrà farlo senza aver prima verificato, con certezza, la sussistenza di tali condizioni. Relativamente alla procedura di ammissione alle nozze, proprio perché si tratta dell’esercizio di un diritto, in specie dello «ius connubii», ai sensi del can. 1058, come abbiamo visto, non si richiedono particolari formalità: basterà la celebrazione di un processicolo amministrativo, consistente in una serie di opportune domande da rivolgere ai nubendi, protese ad accertare il loro grado di conoscenza ed adesione alla dottrina magisteriale sul matrimonio e ad escludere prudentemente, da parte dell’istruttore, cioè con sufficienza certezza morale, il pericolo di errori. Va inoltre ricordato, secondo la prassi della previgente legislazione recepita in forza di un’interpretazione autentica del Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi, che ai cattolici obbligati alla forma canonica (cc. 1108 e ss.) che abbiano contratto matrimonio solo civile e, ottenuto il divorzio, desiderano sposarsi canonicamente con altra persona non si richiede, ai fini dell’accertamento del loro stato libero, altro processicolo oltre quello dell’indagine prematrimoniale condotta a tenore dei cc. 10661067. Can. 1067: La Conferenza Episcopale stabilisca le norme circa l’esame degli sposi, nonché circa le pubblicazioni matrimoniali e gli altri mezzi opportuni per compiere le necessarie investigazioni prematrimoniali, dopo la cui diligente osservanza il parroco possa procedere all’assistenza del matrimonio. Il principio enunciato nel precedente can. 1066 trova una prima applicazione nei mezzi indicati dal can. 1067 che stabilisce la competenza delle Conferenze Episcopali in materia di regolamentazione dell’indagine prematrimoniale. Si tratta di una norma prescrittiva cosi come indicato dal termine «stabilire» grazie alla quale il supremo legislatore attribuisce alle Conferenze Episcopali, il compito di predisporre l’opportuna normativa per portare a compimento l’esame di coloro che intendono contrarre matrimonio e disciplinarne le modalità di notifica (pubblicazioni). La norma precisa, altresì, la possibilità dell’istruttore (parroco) di ricorrere ad ulteriori mezzi idonei, pur non dettagliandoli in concreto, per il compimento di tale indagine. Dal momento che la norma in questione appare sprovvista di tassatività, sembra potersi dedurre che, se l’esame degli sposi resta obbligatorio, le pubblicazioni non lo sono e la Conferenza Episcopale potrebbe creare nuovi mezzi, o modificare quelli esistenti, qualora essi, dato il particolare contesto di riferimento, si rendessero meno idonei a verificare l’assenza di ostacoli alla celebrazione delle nozze: risulta, così, ribadito il carattere di necessità dell’indagine, non quello dei mezzi del suo sviluppo la cui scelta resta affidata alla discrezionalità della Conferenza e, quindi, alla sua capacità di valutarne l’impatto nel concreto contesto operativo. Dicembre 2008 32 Enrico Mattoccia A 30 anni dalla morte, Paolo VI Montini va acquistando pian paino il posto che gli spetta nella storia della Chiesa e dell’umanità. Fino a qualche anno fa sua figura è rimasta un po’ nell’ombra, specialmente se si guarda ai grandi mezzi di comunicazione, mentre mai è mancata l’attenzione degli studiosi. Ora la Rai ha annunciato già paio di volte che presto sarà diffuso un film sulla vita del Papa bresciano. Per quanto concerne l’indagine sull’insegnamento e l’opera del grande Papa, gli studiosi hanno seguito l’invito di Giovanni Paolo II, il quale così si rivolse loro il 26 gennaio 1980 : “Studiate Paolo VI…, studiatelo con la convinzione che la sua eredità spirituale continua ad arricchire la Chiesa e può alimentare le coscienze degli uomini di oggi, tanto bisognosi di parole di vita eterna”. Si sono moltiplicati i convegni internazionali specifici sull’insegnamento montiniano; a Brescia è sorto l’Istituto Paolo VI (Centro internazionale di studi e documentazione), che finora ha pubblicato 55 numeri di un notiziario sul quale viene riportato tutto ciò che riguarda Papa Montini, specialmente a livello scientifico; la bibliografia su Paolo VI, appena 13 anni dopo la morte aveva superato gli undicimila titoli, ora sarà certamente più che raddoppiata (Cfr. P. Aratò, Paulus VI, elencus biblio- graphicus, 1981). Il 4 dicembre, presso il Museo Diocesano, sotto il patrocinio della diocesi Velletri-Segni, l’associazione culturale “Mons. G. Centra”, con la collaborazione dell’ass. “La Vigna dei Poeti” di Velletri, ha presentato il volume di cui ci siamo già interessati su queste pagine: “Paolo VI, profeta del Terzo Millennio”, scritto dal dr. don Ernesto Broglioni . Alla manifestazione era presente anche il nostro Vescovo. Mons. Eugenio Gabrielli e il prof. Filippo Ferrara hanno offerto al pubblico alcune riflessioni, di carattere teologico il primo e di carattere sociologico il secondo. Torneremo sui loro interventi nel prossimo numero. L’Autore, indagando specialmente gli interventi papali nelle udienze generali e nei discorsi a gruppi speciali, senza dimenticare qualche riferimento ai documenti ufficiali, ha tracciato un cammino che parte dalla constatazione del bisogno di Dio nel mondo attuale per approdare alla adesione al Cristo e alla necessità di appartenere alla Chiesa come suo “prolungamento” nei secoli. Ne è nato una sorta di “breviario”, un “catechismo montiniano”che espone con linguaggio piano tutte le verità della fede cattolica, non solo secondo la “sana dottrina”, ma come risposta alle esigenze dell’uomo di oggi, di cui il Papa è profondo conoscitore, come dimostrano i frequenti riferimenti alla cultura, alle ansie ed alle inquietudini del tempo. Al volume possono fare riferimento sia i fedeli cattolici che vogliono approfondire e rafforzare la loro fede, sia coloro che ancora sono alla ricerca e sperano di approdare alla tranquillità e alla pace che non mancano, sia pure in mezzo alle difficoltà, ai veri discepoli del Cristo. Il libro è reperibile presso le librerie cattoliche e anche presso l’associazione culturale “Mons. G. Centra” – Rocca Massima. BOLLETTINO DIOCESANO Prot. VSCA 44/2008 DECRETO DI NOMINA DEL PARROCO DELLA PARROCCHIA DI SAN PAOLO APOSTOLO IN VELLETRI Al Reverendo Don Mauro DE GREGORIS del Clero della Diocesi di Velletri-Segni Salute nel Signore Il rev.do P. Clemente Stefano Messore, che con grande generosità e dedizione pastorale ha guidato la comunità di San Paolo in Velletri, raggiunti i limiti di età, lascia la conduzione della parrocchia. Ora desidero provvedere alla nomina del nuovo parroco nella persona di un sacerdote idoneo, affinché i fedeli ivi dimoranti non abbiano a mancare dei necessari aiuti spirituali e materiali. Pertanto, in ragione della tua esperienza, con animo di Pastore, responsabile della vita spirituale di ogni singola Parrocchia nell’unità della indivisibile Chiesa locale, fiducioso nelle Tue doti sacerdotali e nel Tuo spirito di comunione ecclesiale, con la certezza che saprai attenerti generosamente e fedelmente alle direttive pastorali diocesane, Ti nomino in virtù delle mie facoltà ordinarie PARROCO della suddetta Parrocchia di “San Paolo apostolo” in Velletri e dell’annesso territorio, a norma dei canoni 519-523 del Codice di Diritto Canonico. La nomina a Parroco è eseguita “ad tempus”, secondo le disposizioni della C.E.I. fissando il tempo nella misura di nove anni, trascorsi i quali l’ufficio del Parroco continuerà tuttavia “ad nutum episcopi”. A tale scopo, Ti concedo tutte le facoltà necessarie, mentre chiedo a tutti i fedeli di codesta parrocchia di riconoscerTi e di rispettarTi come Pastore. Ti accompagni nelle fatiche pastorali la mia personale benedizione,che in auspicio di celesti favori, imparto di cuore a Te, ai Tuoi Collaboratori e ai fedeli della Parrocchia Velletri, 15.10.2008 ? Vincenzo Apicella Prot. VSCA 45/2008 DECRETO DI NOMINA DEL RESPONSABILE DELLA PASTORALE SANITARIA NEI LUOGHI DI CURA PRIVATI IN VELLETRI Al Reverendo P. Clemente Stefano Messore o.f.m.capp. Salute nel Signore Nel territorio della città di Velletri insiste un grande numero di luoghi di cura privati di diverso genere e dimensioni che necessitano di una sollecita pastorale sanitaria. L’assistenza delle persone degenti o residenti in questi luoghi e nelle case-famiglia è normalmente curata dalle parrocchie, si avverte però la necessità di coordinare l’azione pastorale ed estenderla affinché nessuno né resti privato. Con questo intento desidero provvedere alla nomina di un responsabile nella persona di un sacerdote idoneo, affinché gli anziani e i malati non abbiano a mancare dei necessari aiuti spirituali e materiali. Pertanto, in ragione della tua esperienza, con animo di Pastore, responsabile della vita spirituale di ogni singola comunità nell’unità della indivisibile Chiesa locale, fiducioso nelle Tue doti sacerdotali e nel Tuo spirito di comunione ecclesiale, con la certezza che saprai attenerti generosamente e fedelmente alle direttive pastorali diocesane, Ti nomino in virtù delle mie facoltà ordinarie Responsabile della Pastorale Sanitaria Nei luoghi di Cura privati in Velletri A tale scopo, Ti concedo tutte le facoltà necessarie. In queste prezioso servizio Ti accompagni la mia personale benedizione, che in auspicio di celesti favori, imparto di cuore a Te, e agli ospiti dei luoghi che visiterai. Velletri, 15.10.2008 ? Vincenzo Apicella Il cancelliere vescovile Mons. Angelo Mancini Dicembre 2008 i 33 Antonio Venditti l Decreto legge 1 settembre 2008 n.137 – noto come “Riforma Gelmini” – è stato approvato in via definitiva dal Senato il 29 ottobre 2008, in un clima di forte contrasto tra maggioranza ed opposizioni non solo all’interno delle aule parlamentari. La protesta è divampata nelle piazze e nelle scuole di ogni ordine e grado, dalle primarie alle università. Se è vero che ad essere in parte “riformata” è soprattutto la scuola primaria, per quanto concerne l’istituzione del maestro “unico” , il ripristino della valutazione in voti si estende anche alla scuola media, mentre il rafforzamento delle norme di disciplina con il “cinque” in condotta che, al di là del profitto, può determinare la perdita dell’anno scolastico, produce un effetto di grande rilevanza per la scuola secondaria superiore. Il Decreto del Ministro, subito operante fin dall’inizio del presente anno scolastico ed ora integralmente approvato dal Parlamento, è collegato ad un complesso di norme soprattutto di natura finanziaria, con tagli rilevanti sul bilancio della pubblica istruzione, ben al di sopra della riduzione degli “spreghi”, del resto esistenti in ogni ramo dell’Amministrazione dello Stato, e che è bene eliminare senza ridurre le legittime attese degli operatori e degli utenti, anche per evitare l’acuirsi di pericolosi conflitti all’interno delle istituzioni scolastiche. Le questioni finanziarie hanno avuto, purtroppo, il sopravvento ed hanno determinato un iter di riforma alquanto anomalo. Si è di nuovo messo mano alle scuole del primo ciclo (primaria e media), già ampiamente riformate più volte, mentre ben più producente sarebbe stato mettere subito al centro dell’attenzione l’attuazione della riforma del secondo ciclo, alla quale poi far seguire l’ugualmente urgente riforma dell’Università, per garantire la qualità della formazione, nel sicuro raggiungimento di obiettivi di efficienza ed efficacia del sistema scolastico italiano, in linea con i livelli dei paesi più avanzati. Il recente Decreto è il primo passo di una davvero radicale riforma già configurata prima dell’inizio del presente anno scolastico nello “Schema di piano programmatico del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca di concerto del Ministro dell’Economia e delle Finanze, di cui all’art.64 del decreto legge 25 giugno 2008, n.112, convertito dalla legge 6 agosto 2008, n.133”. Nella “Premessa” si sottolinea che “il nostro sistema d’istruzione sta vivendo da anni una preoccupante crisi i cui effetti sono tra l’altro evidenziati da ricorrenti indagini nazionali ed internazionali” e si individuano i seguenti obiettivi della riforma : “qualità dell’istruzione,centralità della scuola quale sede privilegiata di formazione integrale della persona, di crescita umana, civile e culturale delle giovani generazioni e fondamentale fattore di sviluppo della società nel suo complesso”. Segue un giudizio su tutti i precedenti atti di riforma, comprendendo quindi anche la “Riforma Moratti” operata dalla stessa matrice politica nel 2003 : “Le riforme e le innovazioni introdotte negli ultimi decenni hanno conosciuto vicende alterne e spesso tormentate, spinte in avanti, ritorni al passato e rifacimenti che ne hanno impedito la completa attuazione, generando confusione e sensibili ritardi nel processo di modernizzazione”. Da ciò quindi scaturisce l’esigenza di “revisione, riordino ed essenzializzazione dell’intero quadro normativo, ordinamentale, organizzativo e operativo”. Si enuncia quindi la volontà di “realizzare contestualmente sia il riassetto della spesa pubblica sia l’ammodernamento e lo sviluppo del sistema”. Emerge quindi un progetto nuovo nell’impostazione, avente come protagonista, prima ancora che il Ministro della Pubblica Istruzione, il Ministro dell’Economia e delle Finanze che ha fissato prioritariamente i limiti entro i quali si deve operare la “riforma” ed anche le scelte propriamente scolastiche si configurano come necessità derivanti dal risanamento del bilancio e dalle politiche in atto per fronteggiare la preoccupante crisi economica. Deve ritenersi legittima e giusta l’indicazione di inesorabili “tagli” di spesa per eliminare subito le inefficienze, le situazioni di comodo, i privilegi, gli “spreghi”, individuando i responsabili interni alle istituzioni e stigmatizzando la loro “condotta” di servitori “infedeli” della Pubblica Amministrazione, ma anche ammettendo le colpe “politiche” che hanno prodotto o comunque permesso tali vergognose degenerazioni delle istituzioni “educative”. Opinabile, invece, è il condizionamento della riforma e l’imposizione della decretazione di urgenza per le scelte pedagogiche che non possono derivare dalle ragioni economiche ma devono corrispondere alle esigenze di sviluppo culturale della società. La crisi economica impone l’uso virtuoso delle risorse in ogni settore della Amministrazione Pubblica, ma non è certo che tale obiettivo si possa raggiungere con i semplici “tagli”, se prima non si rimuovono le cause che hanno determinato gli “spreghi” e li hanno perpetuati nonostante i meccanismi di controllo stabiliti dalle norme. Senza tale sforzo di moralizzazione, che deve coinvolgere tutti, in ogni grado di responsabilità, dai vertici alla base, si rischia di abbassare i livelli del pubblico servizio, e non ha senso parlare di “qualità”, di “modernizzazione”, di meritocrazia. Nella scuola queste parole chiave sono apparse più volte, senza che i fatti dimostrassero poi un cambiamento positivo. La stessa “riforma dell’autonomia”, legando la scuola alle esigenze del territorio, imponeva una “razionalizzazione” che, dopo essere stata faticosamente e non sempre “razionalmente” avviata, è poi stata vanificata da condizionamenti di logiche estranee e fuorvianti. Chi si è sforzato di perseguire gli obiettivi di “efficienza ed efficacia”, anche raggiungendo risultati di eccellenza, lungi dall’essere premiato, è stato spesso ostacolato e comunque ignorato, proprio perché in rottura con le logiche dominanti ad ogni livello, che hanno portato allo scadimento prevalente nella scuola, oggi constatato ancora una volta. Dicembre 2008 34 Invalidità civile: assegno d’invalidità e pensione d’inabilità Avv. Daniele Pietrosanti Continuiamo il nostro cammino nella materia dell’invalidità civile affrontando l’analisi di due tra le provvidenze economiche di maggiore interesse: l’assegno di invalidità e la pensione d’inabilità. L’assegno mensile d’invalidità stabilito con la legge 118/71 e successive modifiche è una prestazione economica che viene erogata agli invalidi civili di età compresa tra i 18 e 65 anni che abbiano una riduzione della capacità lavorativa in misura pari o SUPERIORE AL 74%. Per poter usufruire del suddetto beneficio è necessario che ricorrano alcune condizioni: Non superare un determinato limite di reddito. Non essere collocati in alcuna attività lavorativa. A tal proposito la Cassazione, con sentenza a Sezioni unite n.203/92, ha stabilito che il requisito dell’incollocamento si perfeziona solo con l’iscrizione nelle liste speciali di collocamento riservate agli invalidi. Nel recepire questo autorevole orientamento giurisprudenziale, il Ministero dell’Interno ha inoltre precisato che, per il periodo tra l’inoltro della domanda e la notifica del verbale sanitario, resta ferma la possibilità di dimostrare lo stato di incollocamento con la dichiarazione di responsabilità, in cui l’interessato stesso attesti di non aver svolto nel suddetto periodo alcuna attività lavorativa. Per quanto riguarda, invece, il periodo successivo alla notifica del verbale sanitario, il Ministero dell’Interno ha precisato che l’iscrizione nelle liste speciali del collocamento da parte degli interessati diventa un requisito indispensabile ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno. E’ per altro utile sottolineare che entro il 31 marzo di ogni anno, coloro che beneficiano dell’assegno mensile hanno l’obbligo di presentare una dichiarazione di responsabilità ai sensi delle leggi n. 15/68 e n. 45/86 sulla permanenza o meno del requisito di iscrizione nelle liste speciali di collocamento obbligatorio. La dichia- razione deve essere presentata su modulo prestampato che viene inviato a casa dell’interessato, che deve compilarlo e spedirlo alla Prefettura, al Comune o all’A.S.L. di residenza. Tale obbligo sussiste per le donne fino al 60° anno e per gli uomini fino al 65°. Chiariti i requisiti e le condizioni richieste dalla legge per l’erogazione dell’assegno di invalidità, è utile in questa sede affrontare anche il discorso in relazione alla cosiddetta Pensione di Inabilità che consiste in un beneficio previdenziale concesso ai sensi delle leggi n.118/71, n.33 del 29/02/80 e del D.lgs n.509/88 ai mutilati, agli invalidi civili e ai sordumuti di età compresa fra il diciottesimo ed il sessantacinquesimo anno, nei cui confronti, in sede di visita medico-sanitaria, sia accertata una totale inabilità lavorativa. Per totale inabilità lavorativa, secondo il più rigido concetto medico-legale, si intende l’assenza o la perdita completa della capacità lavorativa. Tuttavia dal momento che il fine delle suddette disposizioni legislative non può essere solo esclusivamente assistenziale ma deve tendere al recupero del minorato, il concetto di inabilità deve essere inteso in un’ottica più ampia, prestando attenzione non solo all’a- spetto medico-legale ma anche a quello medico-sociale. Lo stesso Ministero del Lavoro ha indirettamente confermato questa esigenza, quando in una sua circolare ha affermato che: “… anche i minorati ad altissima percentuale di invalidità (talora anche del 100%) possono (se oculatamente utilizzati) svolgere, sia pure eccezionalmente, determinate attività lavorative e quindi essere dichiarati collocabili.” Questo è possibile ovviamente solo quando vi sia una capacità lavorativa residua specifica. Anche per la pensione di inabilità sono previsti dei limiti reddituali mentre a nulla rileva il fatto che l’invalido sia ricoverato in istituto pubblico che provvede al suo sostentamento. Da ultimo bisogna sottolineare che la pensione di inabilità, al raggiungimento del 65° anno di età, è sostituita dalla pensione sociale a carico dell’INPS. Le domande di invalidità costituiscono una delle attività principali svolte dai Patronati.A tal proposito chiunque fosse interessato ad avere informazioni in merito o ad inoltrare la suddetta domanda potrà rivolgersi liberamente al Patronato ACLI, istituito dalla nostra diocesi a servizio dei bisogni del cittadino ed avente sede in Velletri, Via Privata Jori 17. Dicembre 2008 d.a.m. Domenica 16 novembre la Parrocchia di San Paolo ap. in Velletri, con il rito della presa di possesso canonico presieduto da S. E. Mons. Vincenzo Apicella, ha avuto il suo nuovo parroco nella persona del rev.do De Gregoris Don Mauro. Per circa undici anni la parrocchia è stata retta dall’amministratore P. Clemente Messore, cappuccino, che raggiunti i limiti di età ha rassegnato le sue dimissioni. A lui un grazie per quanto compiuto un questi anni. Al nuovo parroco giunga la preghiera, la solidarietà e l’augurio per un proficuo lavoro. Ai parrocchiani (ad alcuni) invece va ricordato che l’affetto personale, valore in sé molto importante ma soggettivo, non deve mai prendere il sopravento sui valori oggettivi ben più importanti, sui principi e le norme che ordinano la vita ecclesiale, né può essere usato come metro oggettivo per giudicare situazioni e persone. Tra i parrocchiani c’è stata qualche incomprensione dovuta a un “difetto nella comunicazione di questo cambio”. E’ bene allora chiarire che, la figura dell’amministratore parrocchiale, pur dovendo e potendo compiere tutto quanto compie un parroco, di fatto non è il parroco, ma una figura provvisoria che regge interinalmente una parrocchia in determinate circostanze. Nel compimento del suo ufficio all’amministratore non gli è lecito far nulla che possa recare pregiudizio ai diritti del parroco. La parrocchia di san Paolo si è trovata in passato nella situazione di perdere il parroco e la diocesi nella condizione di non avere pronti altri sacerdoti, ma anche a ragionare sulla distribuzione del clero e delle parrocchie sul territorio. Per tutti questi motivi fu nominato un’amministratore. Quindi aldilà dei raggiunti limiti di età di p. Messore, (per Cari giovani, Con note di tante melodie abbiamo tutti fatto l’esperienza di dare ritmo ai nostri passi, a volte per darci la forza di arrivare sino alla fine del nostro cammino, a volte perché questo poteva distrarre il cuore da tanti altri pensieri, ma il più delle volte quella musica serviva per dare il nome a quei passi che lasciavano orme importanti dietro di noi e cantavano la nostra vita con tutte le coloratissime sfumature di emozioni. E quando Lui è la metà del nostro andare il canto si fa preghiera,lode, ringraziamento, invocazione, e le sue modulazioni lasciano intuire che il ritmo di quella musica è scandito dal cuore. “Canta e cammina” diceva Agostino, proprio perché sapeva che quel dono che può farsi musica è racconto senza veli della nostra vita nel modo più semplice, nel modo più diretto, in modo unico. Anche quando ci sembra di essere disorientati, quando tutto sembra disarmonico, quando è più difficile prendere la nota giusta, il CJC al raggiungimento dei 75 anni bisogna dimettersi dagli uffici ecclesiastici) proprio la sua funzione di amministratore era destinata comunque ad esaurirsi. Per essere chiari il vescovo in qualunque momento può dire all’amministratore di lasciare la parrocchia, e se nel caso specifico Mons. Apicella non lo ha fatto è stato perché desiderava far coincidere la fine della situazione di amministrazione con il raggiungimento del 75° anno del p. Messore, per una forma di rispetto e gratitudine. Ma non è stato compreso. Bisogna aggiungere inoltre che p. Messore è un religioso, e la diocesi non ha affidato formalmente la parrocchia di San Paolo ad una congregazione religiosa, come altre presenti sul territorio diocesano. Questa verità non è stata fatta conoscere da parte dell’amministratore ai fedeli nel corso degli anni, né in vista della dimissioni e della nuova nomina. Da qui l’incomprensione e la reazione di alcuni parrocchiani, che lasciando trasparire una delusione ma anche una “certa spinta esterna” hanno pubblicamente fatto della facile dietrologia sulla nomina del nuovo parroco, quasi fosse un modo per estromettere l’amministratore. Da qui l’affetto per chi lascia e la freddezza per chi arriva sono stati mostrati senza ritegno alcuno. A farne le spese con una accoglienza dimessa è stato il parroco eletto don Mauro. A quanti si sono resi protagonisti di questi fatti, ricordiamo che hanno avuto in dono un sacerdote generoso, basti pensare che ha dato dieci anni della sua vita per le popolazione della Foresta Amazzonica, e prima ancora ha servito la chiesa questo specchio dell’anima ci dà la possibilità di ricomporre nuove armonie: il cuore canta e il canto del cuore ci racconta. Certo è difficile, in modo particolare per noi oggi, scorgere la presenza di Dio circondati da tanto rumore e tanta confusione. Ma Dio non disdegna neppure questi suoni per arrivare e comunicare con noi. Cosa cercate?Perchè vi portano qui i vostri passi?forse quello che canterete ci svelerà le coordinate del vostro viaggio. Non ci resta che darvi appuntamento il 13 DICEMBRE 2008 alle ore 18.00 presso il TEATRO DELL’IMMACOLATA di Colleferro…. Vi aspettiamo… 35 in Velletri, in diverse situazioni e luoghi, meritando la stima dei fedeli. Hanno avuto in dono un sacerdote rispettoso delle volontà della Chiesa, espresse nei documenti magisteriali, liturgici e normativi. Hanno avuto in dono un prete preparato e devoto che interpreta al meglio il suo ministero ovvero come servizio al popolo che è di Dio e non di questo o di quello, e che non si serve degli strumenti della Chiesa (sacramenti in primo luogo) per guadagnare un pizzico di simpatia in più. A quei fedeli don Mauro comunque vuole bene come a tutti gli altri. Insieme con lui speriamo che il Signore aiuti a ricomporre nella sua interezza la comunità di San Paolo per un cammino comune di fede e per traguardi sempre maggiori. Buon lavoro don Mauro! Dicembre 2008 36 Diario Veliterno dell’anno 1640 Da alcuni manoscritti di Eugenio Braconi, conservati nel Fondo Manoscritti della Biblioteca Comunale di Velletri: il MS-VII-25. per l’anno 1640 e, poiché dalla metà del mese di agosto questo presenta alcune lacune, si è integrato con il MS-VII-25 bis, dell’anno 1639. fino al mese di novembre e con il MS-VII23 per il mese di dicembre. NOVEMBRE Il sole si leva à h. 13. m. 44. {le nostre ore 7:01} Mezo di à h. 18. m. 43. P. 1. Giovedi turbato. Tutti i Santi. Entrano li nuovi Offitiali dell’Inclita Città di Velletri. Messa Episcopale nella Cathedrale. V. 2. Venerdi humido. Commemorazione dé Morti 3. Sabbato sereno. Mercato {nella piazza del Comune}. La Compagnia della Pietà {la Confraternita della Pietà aveva sede nella chiesa di S. Maria in Trivio} và al vespero {alla vigilia della festa di S. Carlo} à S. Maria in Via Lata {chiesa, non più esistente di cui rimangono dei ruderi, annessa al Monastero dei Basiliani, ordine religioso non più presente} P. 4. Domenica buono. S. Carlo {San Carlo Borromeo Vescovo, 1538-1584}. Si fa festa alla Cappella di detto Santo in S. Maria in Via Lata, dove il Magistrato presenta la solita cera. Fa festa parimente la Compagnia di S. Antonio di Padova nella sua Chiesa {era annessa alla chiesa di S. Francesco, ora non più esistente} * 5. Lunedi segue. * 6. Martedi vario. S. Leonardo {San Leonardo di Noblac in Gallia, Eremita, morto secondo la tradizione il 6 novembre di un anno della metà del VI secolo}. il Magistrato presenta la solita cera alla Chiesa di S. Martino dove si celebra detta festa {nella Cappella omonima}. Ultimo quarto 7. Mercordi bagnato V. 8. Giovedi segue 9. Venerdi turbato 10. Sabbato simile Si và al mercato P. 11. Domenica vario. S. Martino {San Martino di Tours Vescovo, 316-397} Chiesa {chiesa di S. Martino} dé Reverendi Padri Somaschi dove il Magistrato presenta la solita cera. In questo giorno la Compagnia della Carità {detta anche dell’Orazione e Morte} fa gli Offitiali {l’elezione delle cariche statutarie} in S. Martino {dove aveva una propria Cappella} per l’anno seguente. 12. Lunedi migliora V 13. Martedi vento. S. Homobono {Sant’Omobono di Cremona Laico, morto il 13 novembre dell’anno 1197; fu elevato agli altari da Papa Innocenzo III (nativo di Gavignano) il 13 gennaio 1199; è protettore dei sarti e dei lavoratori tessili}. La Compagnia dé Sartori fa festa nella sua Cappella in S. Francesco, e si fanno li nuovi offitiali dà essa. Il Magistrato gli presenta la solita cera. * luna nuova h. 22. m. 45. 14. Mercordi buono V 15. Giovedi turbato Il sole si leva à h. 14. m. 20. {le nostre ore 7:07} Mezo dì à h. 19. m. 13. 16. Venerdi migliora 17. Sabbato nubi. Si và al mercato P. 18. Domenica vario P. 19. Lunedi stabile. S. Pontiano papa, e martire Protettore della Città. festa nella Cathedrale, e si canta messa sotto l’Altare Maggiore, dove stà il Corpo del Santo, alla quale il Magistrato presenta la solita cera {nella Cappella di S. Eleuterio, detta anche ‘Cripta’, dove erano conservati i corpi di S. Eleuterio, Papa e Martire, e S. Ponziano Papa e Martire; il culto di S. Ponziano, uno dei quattro Patroni della città, Papa negli anni 230-235 e morto ai lavori forzati nelle miniere in Sardegna, è antichissimo a Velletri: già un affresco del sec. XIII-XIV, conservato nella Cappella omonima nella Cattedrale, ne rappresenta la traslazione del corpo, assieme a quello dell’ all’altro Patrono S. Eleuterio, vissuto nel II sec. d. C., dal Castello di Tivera presso Cisterna, in cui la tradizione vuole che fossero stati ritrovati i corpi, alla Cattedrale di S. Clemente in Velletri}. * 20. Martedi alterato. Primo quarto h. 17. m. 42. 21. Mercordi vario. Presentatione della Madonna {Presentazione della Beata Vergine Maria al tempio: il fatto non è narrato nei Vangeli ma dall’apocrifo Protovangelo di San Giacomo} festa [nella] Chiesa del Santissimo Salvatore alla Madonna del Soccorso {lo storico Teoliche scrive nell’anno 1644, racconta come fosse una immagine, situata nell’abside, di grande devozione popolare} dove il Magistrato presenta le solite cinque libre di cera in candele V. 22. Giovedi buono. S. Cecilia Vergine. festa nella Madonna del Sangue alla Cappella della Santa {nella Chiesa di S. Maria del Sangue, conosciuto anche come“Tempietto del Sangue”, l’affresco è conservato ancora oggi}, alla quale il Magistrato presenta la solita cera. In questo giorno comincia dal levar del sole, la franchigia {l’esenzione dal pagamento delle tasse sulle mercanzie vendute; anche il mercato del sabato era esente dalle tasse} della fiera per dieci giorni. Vespero Episcopale nella Cathedrale, alla quale il Magistrato interviene con li s[t]endardi, quali si consegnano al Capitano della Fiera {il Teoli ci informa come costui, nominato dai Priori ed aiutato da una squadra di soldati, doveva garantire la sicurezza giorno e notte dei mercanti e delle loro merci: il concorso della gente era molto grande}. Il sole entra in Sagittario {cioè nella costellazione astronomica del Sagittario}. P. 23. Venerdi cattivo. S. Clemente papa, e martire Protettore della Città. festa nella Cathedrale {di cui è il Titolare}, dove Monsignor Suffraganeo canta messa, e assiste il Magistrato, facendo anco il solito donativo della cera. Si mostrano le Reliquie, e finita la messa comincia la fiera, quale dura giorni otto. 24. Sabbato turbato P. 25. Domenica vario. S. Catarina Vergine e Martire {è Santa Caterina d’Alessandria Martire, decapitata, secondo la tradizione, nel novembre dell’anno 305}. festa nella Cathedrale alla Cappella di detta Santa dove il Magistrato presenta la solita cera 26. Lunedi migliora. 27. Martedi buono. 28. Mercordi si muta luna piena h. 21 m. 54. V 29. Giovedi vario. Vigilia. P. 30. Venerdi segue S. Andrea Apostolo. festa nella Chiesa di S. Lorenzo alla Cappella del Santo dove il Magistrato presenta la solita cera. DICEMBRE Il sole si leva à h. 14. m. 50. {le nostre ore 7:25} Mezo dì à h. 19. m. 25. { } V * 1. Giovedì nubi. 2. Venerdi acqua primo quarto h. 16. m. 22. 3. Sabbato simile [Si và al mercato, dimenticanza dell’autore] 4. Domenica vario. Seconda dell’Advento. {la seconda domenica del tempo liturgico di Avvento} 5. Lunedì segue V 6. Martedì vario. S. Nicolò. {conosciuto anche come San Nicola} festa nella Chiesa del S.mo Salvatore P. 7. Mercordi vento S. Geraldo Vescovo è Confessore. Protettore della Città festa nella Chiesa Cattedrale alla Capella del SS.mo nome di Dio, Sotto la quale stà il corpo dì esso Santo. Ove il Magistrato presenta la solita cera. {San Geraldo è uno dei quattro compatroni della città di Velletri; già monaco benedettino dell’Abbazia di Cluny, venne creato Cardinale Vescovo di Ostia nell’anno 1072 (quindi prima dell’unione di questa diocesi con quella di Velletri, cosa avvenuta nel 1150) e morì a Velletri il 6 dicembre 1072. Il suo corpo venne incredibilmente ritrovato in un sarcofago di marmo nel 1656 a seguito del crollo del campanile della Cattedrale ed oggi è conservato nella Cappella omonima, costruita in suo onore dalla Comunità di Velletri nell’ultimo decennio del sec. XVII; nell’anno 1805 la sua festa liturgica venne anticipata al 6 febbraio} P. 8. Giovedì buono. Concettione della Madonna. {la solennità dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria} la Compagnia {Confraternita} della SSma Concettione fa festa alla sua Capella nella Cattedrale dove il Magistrato assiste alla messa con presentare la solita cera, è la detta Compagnia fa li novi officiali {elezione delle cariche statutarie} . * 9. Venerdi humido 10. Sabbato vario. [Si và al mercato, dimenticanza dell’autore] Luna piena h. 18. m 45. 11. Domenica segue 3a dell’Advento {la terza domenica del tempo liturgico di Avvento} 12. Lunedì migliora 13. Martedì buono S.ta Lucia. Festa nella sua chiesa alla quale il Magistrato presenta la solita cera 14. Mercordi aspro quattro tempora {nella settimana fra la terza e la quarta domenica di Avvento la Chiesa prevedeva tre giorni (mercoledì, venerdì e sabato) in cui era stabilito il digiuno e la preghiera} P. V 15. Giovedì mediocre Il sole si leva à h. 15. m. 2. {le nostre ore 7:31} mezo dì à h. 19. m 31. 16. Venerdi turbato quattro tempora. 17. Sabbato acqua quattro tempora. [Si và al mercato, dimenticanza dell’autore] Ultimo quarto h. 24. m. 21. 18. Domenica vario 4a. dell’Advento {la quarta domenica del tempo liturgico di Avvento} 19. Lunedì migliora. 20. Martedì buono vigilia 21. Mercordi si muta S. Tomasso Apostolo {San Tommaso Dicembre 2008 Apostolo oggi è festeggiato liturgicamente al 3 luglio}. La Compagnia della Pietà {eretta nella Chiesa di S. Maria in Trivio} fa li novi Officiali {il rinnovo delle cariche statutarie che, ad esempio, per questa Confraternita, come ci dice il Teoli, consistevano in 2 imbussolatori, il superiore, il camerlengo, 12 consiglieri, un procuratore, 2 sagrestani, 2 sagrestani per l’altra chiesa in via Lata, 2 visitatori per gli ammalati e due revisori dei conti; aveva anche il ramo femminile e per queste erano elette la superiora, la camerlenga e due visitatrici per gli ammalati} come anco la Compagnia della Madonna del Sangue {nella Chiesa omonima} Il sole entra in Capricorno {cioè nella costellazione astronomica del Capricorno} à h. 6. m. 25. N.S. facendo il Solstitio Hiemale {il solstizio d’inverno, in cui si ha ”il giorno più corto dell’anno” invero in cui si ha il minimo di ore di luce} V 22. Giovedì turbato 23. Venerdi tempo da neve * 24. Sabbato freddo vigilia. [Si và al mercato, dimenticanza dell’autore] Luna nova h. 19. m. 42. Vespero Episcopale {nella Cattedrale con la presenza del Vescovo Suffraganeo} P. 25. Domenica simile Natale di N. Sig. Messa Episcopale nella Cattedrale. Il Magistrato presenta la solita cera alla Chiesa del SS.mo Salvatore ove assiste alla messa dopo la quale si mostrano molte venerabili reliquie, quali se conservano in due cassette d’argento P. 26. Lunedì vento S. Stefano Protomartire festa nella Chiesa de RR. PP. Cappuccini {Santa Croce di Monte Calvario} ove il Magistrato presenta la solita cera. Li Parrocchiani di S.ta M. del Trivio fanno li novi officiali per la sacrestia come anco si raduna la Compagnia del Gonfalone {la Confraternita del Gonfalone che risiedeva nella Chiesa di S. Giovanni in Plagis, ora diruta} nella sua chiesa per fare li novi officiali. P.27. Marterdi sereno S. Giovanni Evangelista {San Giovanni Apostolo ed Evangelista} Il Magistrato presenta la cera alla Chiesa di S. Giovanni in Plagis {dove era festeggiato dalla Confraternita del Gonfalone} P. 28. Mercordi simile SS. Innocenti {Santi Innocenti Martiri} 29. Giovedì humido 30. Venerdi turbato 37 * 31. Sabbato simile. [Si và al mercato, dimenticanza dell’autore] S. Silvestro Papa Il Magistrato presenta la solita cera alla Chiesa di detto Santo della Compagnia de falegnami {la Chiesa di S. Silvestro, in seguito conosciuta anche come San Giuseppe} In S. Lorenzo da quelli RR. PP. {l’Ordine dei Frati Minori (Osservanti), ora non più presente} si espone sontuosamente il SS.mo Sacramento per il Gratis actione {il “Gratiarum Actione”, il ringraziamento a Dio per l’anno concluso}, è vi si sermoneggia. ToninoParmeggiani Dichiaratione de segni - {legenda} P Significa di Precetto D Di Devozione V Vacanza delli fori (sospensione dell’attività lavorativa nei tribunali) † Processioni, che si fanno L * Aspetto della Luna col’ sole N.S. Notte seguente Z Quando si dà la dote alle Zitelle Per esigenze compositive con le lettere L e Z abbiamo sostituito i segni originali della mezzaluna e della manina Velletri, 23 novembre: Festa di San Clemente I, p.m. del Patrono della Città, Festa per i cinquanta anni di sacerdozio del Cardinale Titolare S.Em.za Francis Arinze diocesi per la S. Messa presieduta dal Cardinale Titolare della nostra diocesi S. Em.za Francis Arinze nel giorno giubilare della sua ordinazione sacerdotale. Infatti il Cardinal Arinze fu ordinato sacerdote a Roma cinquanta anni fa proprio il 23 novembre. A quella celebrazione era presente un religioso, giovane professore, che rispondeva al nome di Andrea Maria Erba, poi divenuto vescovo di Velletri-Segni, che accolse come un dono di Papa Benedetto XVI, la nomina di Arinze e da vescovo emerito non è voluto mancare per celebrare con lui questo fausto evento. Per questa felice occasione il San Padre ha inviato al porporato una lettera, , di augurio e ringraziamento per l’opera svolta a favore della Chiesa, resa nota nella s. messa. In essa il Santo Padre ha tracciato il cammino di questi cinquanta anni di servizio in favore dei poveri, dei bambini bisognosi dell’Africa, alla Chiesa Africana e alla Sede Apostolica. Ha ripercorso tutto il curriculum sottolineando i momenti salienti della sua notevole formazione. La lettera si conclude con espressioni di ringraziamento e con fervide implorazione al Signore per una ulteriore effusione della grazia divina. Presenti alla celebrazioni molti sacerdoti, diaconi seminaristi, religiosi e religiose, membri delle confraternite nonché una da sinistra mons. Valerian Okeke, mons. Vincenzo Apicella notevole rappresentanza dei fedeli della diocesi. La Diocesi e la città di Velletri hanno ricordato con solenni liturgie la festa del Patrono san Clemente I, papa e martire, il 23 e 24 novembre. Nella cattedrale di Velletri, dedicata proprio al terzo successore di San Pietro, da sempre luogo della devozione per il santo, si sono succedute diverse celebrazioni, con la partecipazione di molti fedeli. Nei tre giorni precedenti la festa si è tenuto il tradizionale triduo, predicato dal Rev.mo Don Lorenzo Cappelletti, direttore dell’Istituto Teologico Leonino di Anagni. Domenica 23 vi è stata grande partecipazione in tutte le ss. messe della giornata in particolare al pontificale presieduto da S. E. Rev.ma Mons. Vincenzo Apicella. Affetto e partecipazione anche del clero della il Carinale Francis Arinze e mons. Andrea M. Erba Come già accennato era presente il vescovo emerito Mons. Erba ma anche ma anche S.E. rev.ma Mons. Valerian Okeke attuale vescovo della diocesi di Onitsha e il cerimoniere emerito pontificio e canonico della nostra cattedrale Mons. Angelo Di Pasquale. Mons. Vincenzo Apicella ha tenuto l’omelia e successivamente ha donato al Cardinale, una croce pettorale, riproducente la croce veliterna, con l’aggiunta delle immagini dei santi patroni e della Madonna delle Grazie, preziosa opera orafa di Velletri. Anche il Sindaco, Sig. Fausto Servadio, partecipe alla celebrazione ha voluto mostrare la gratitudine della città, consegnando al Cardinale una targa in argento con dedica e stemma cittadino. Anche i due infaticabili cultori di storia locale Bruno Pallotti e Luigi Bartelli ha fatto dono al porporato dell’edizione da loro curata della traduzione del testo del card. Borgia sulla Croce Veliterna. Dopo questi interventi il clima si è fatto ancor più familiare e pronto ad accogliere un altro piccolo dono arrivato direttamente da Papa Benedetto XVI, che per l’occasione ha concesso ai presenti l’indulgenza plenaria. Dicembre 2008 38 Emanuela Ciarla La lenticchia è una delle leguminose più antiche presente nella Mezzaluna fertile circa 7000 anni prima di Cristo, precisamente nella zona che oggi corrisponde alla Siria Settentrionale. Negli scavi archeologici della Turchia del 5500 a.C. e nelle tombe egizie nel 2500 a.C compaiono delle lenticchie, che con altre leguminose, come le fave e i piselli sono presenti da sempre nell’alimentazione dell’uomo, ma il grande uso che ne fecero i romani è testimoniato dai nomi di alcune famiglie illustri come i Lentuli, i Fabi, i Pisoni. La lenticchia è una piccola pianta con uno stelo rampicante che raggiunge i 50 cm. Il piccolo frutto può essere di diversi colori, dal giallo al verdastro al bruno, di dimensioni grandi, medie e piccole, ma le più gustose sono comunque quelle di piccole dimensioni. Da sempre sono considerate simbolo di abbondanza e prosperità e nel lungo periodo del Medioevo sono state considerate la carne dei poveri, in quanto hanno contribuito alla rinascita e al ripopolamento dei territori europei dopo i durissimi periodi delle carestie e delle epidemie. Le nostre lenticchie sono state da sempre l’alimento base dei nomadi fin dal Neolitico, perché nascevano spontanee nelle pianure dall’Asia centrale al Mediterraneo. Dal Nilo proveniva una forte produzione di questo prodotto e le navi rifornivano anticamente i porti della Grecia e dell’Italia. A questo proposito c’è un fatto singolare a riguardo : pare che l’obelisco egizio posto al centro di Piazza S. Pietro a Roma sia stato portato a Roma nel I sec. per volere di Caligola e attraversò il Mediterraneo su una nave “imballato” per essere protetto proprio da un gigantesco carico di lenticchie. Sempre di lenticchie si parla nella Bibbia, precisamente nella Genesi, quando si allude al primo piatto preparato dall’uomo. Se ne parla nell’episodio tra Giacobbe ed Esaù, in Genesi 25,34, quando egli stanco ed affamato cede il suo diritto alla primogenitura, cioè la condizione di essere lui la guida degli ebrei, a Giacobbe per un piatto di lenticchie, tanto che oggi si dice che ricevere un piatto di lenticchie corrisponde ad un valore infimo rispetto quello che si dà in cambio. Leggiamo nel testo: “ Giacobbe diede ad Esaù il pane e la mine- stra di lenticchie; questi mangiò e bevve, poi si alzò e se ne andò. A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura” Gli ebrei allora lo mangiavano, dopo quel fatto, quando erano in lutto, in ricordo di ciò che di più prezioso Esaù aveva perduto. Nel libro di Samuele le lenticchie compaiono tra le vettovaglie portate a Davide e la sua gente perché molto avevano patito nel deserto. (2Sam 17,28) e successivamente una grande vittoria contro i Filistei fu concessa da Dio ai seguaci di Davide proprio in un campo di lenticchie (2Sam23,11). Anche nel testo di Ezechiele ritroviamo il piccolo legume in quanto al profeta viene ordinato in vista dell’assedio di Gerusalemme: “Prendi intanto grano, orzo, fave, lenticchie, miglio e spelta, mettili in un recipiente e fattene del pane: ne mangerai durante tutti i giorni che tu rimarrai disteso sul fianco, cioè per centonovanta giorni.”(Ez 4,9). Il nostro umile prodotto abbiamo detto che non mancava mai a in Grecia e a Roma, non solo sulle tavole nobiliari, ma anche come cibo della plebe. Catone ci ha lasciato diverse ricette per cucinare le lenticchie al meglio, Galeno le impiegava nelle sue terapie e Plinio le esaltava per il loro valore nutritivo. I giorni di magro permettevano il loro utilizzo sulle tavole medievali, fino ai nostri giorni in cui, pur mangiandole tutto l’anno, non possono certo mancare nella cena dell’ultimo giorno dell’anno, perché secondo un’antica tradizione romana si regalava una scarsella, cioè una borsetta di pelle, di quelle usate comunemente per conservare i denari, ma in quel giorno andava riempita di lenticchie con il buon augurio che si trasformassero in soldi. Comunque vengono consumate e prodotte in tutto il mondo, dalle gialle e verdi del Mediterraneo e Medio Oriente, alle Nord americane, alle indiane a seme piccolo, di colori diversi, dall’arancio, al marrone al rosso. Naturalmente non dimentichiamo le nostre produzioni sicuramente tra le più pregiate, provenienti da Castelluccio, da Colfiorito, da Ventotene, da Ustica , solo per citarne alcune. Con l’augurio per un Felice Natale a tutti i nostri pazienti lettori ci diamo appuntamento al prossimo anno. Il VIS per Goma, Repubblica Democratica del Congo Il VIS, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, opera dal 1986 in cinquanta Paesi Poveri con progetti di sviluppo in appoggio ai Salesiani di Don Bosco. Grazie anche ai suoi volontari è testimone diretto di tante situazioni di povertà, sfruttamento, guerra. Il continente africano da sempre è terreno di scontri per interessi territoriali ed economici dei Paesi industrializzati, a volte mascherati dalle fonti di informazione occidentali sotto il luogo comune delle “guerre etniche”. Al solito, le prime vittime sono i bambini. Ogni giorno arrivano richieste di aiuto: per difendersi da malattie, per vincere la fame, per scavare pozzi, per case da ricostruire. La conoscenza e l’amicizia con le persone e le realtà coinvolte ci spinge ad inoltrare questa richiesta. 39 Dicembre 2008 di Valentina Fioramonti Vicky Cristina Barcelona, un film di Woody Allen, con Scarlett Johansson, Penelope Cruz, Javier Bardem, Rebecca Hall, Patricia Clarkson, Kevin Dunn, Chris Messina, Julio Perillán, Manel Barceló, Josep Maria Domènech. Commedia, 90 min. - USA, Spagna 2008, Medusa. Woody Allen timbra il cartellino anche quest’anno, regalandoci però un’opera ben fatta ma priva di luminosità, se non fosse per quella naturale luce che riscalda Barcellona, città dove è ambientata la storia. Vicky e Cristina sono buone amiche con visioni completamente differenti dell’amore. Tanto fedele e di sani principi Vicky (Rebecca Hall), quanto disinibita e continuamente alla ricerca di passione Cristina (Scarlett Johansson). Partono insieme per un’estate di vacanza a Barcellona e torneranno alle loro vite di sempre con una visione completamente diversa dell’amore. Il moto del cambiamento è innescato da un affascinante pittore catalano, Juan Antonio (Javier Bardem), finito di recente su giornali e televisione per un furibondo litigio con la moglie Maria Elena (Penelope Cruz). L’uomo farà conoscere alle due donne l’amore nelle sue più disparate declinazioni. Fine della storia. In questo film, come ha sempre fatto dai tempi di Io e Annie, Allen esplora i successi e i fallimenti delle relazioni sentimentali attraverso la psicologia dei personaggi senza ricorrere ad espedienti esterni come capita in tante storie d’amore hollywoodiane. “Le persone sono molto complicate ed è difficile mantenere in vita le relazioni sentimentali perché le persone hanno delle esigenze molto precise e complesse”, osserva Allen. Una commedia in pieno stile Alleniano, dunque, scandito da mille elucubrazioni sul tema principe di tutta la vita artistica del regista, l’amore appunto. Woody Allen ha dei temi e delle scelte narrative su cui periodicamente ritorna, peccando spesso di ripetitività. Vicky Cristina Barcelona conferma la regola, anche se si caratterizza per un approccio nuovo al tema: più fresco e solare, anagraficamente più giovane (è forse la prima volta che i protagonisti di un film di Woody siano ragazze in bilico tra l’adolescenza e la maturità). Un film dunque di cambiamenti per Allen, anche se lo spettatore non ne ha piena consapevolezza in quanto non vanno ad interessare né lo schema narrativo né i contenuti. Dopo aver già abbondantemente abbattuto il suo tabù principale (e cioè girare in una città che non sia New York) nei due precedenti film ambientati nella piovosa Londra, Woody ne abbatte un altro: girare un film in piena estate. Finora era successo rarissime volte (Una commedia sexy in una notte di mezza estate e qualche scena di Tutti dicono I love you). Si sarà senz’altro trattato di esigenze produttive, fatto sta che il calore della città catalana e la magia di Oviedo e Avilés (due città delle Asturie sulla costa settentrionale del paese) trasmettono al film quell’unica briciola di energia e un’ulteriore sensazione di novità. Vicky Cristina Barcelona è un film indelebilmente legato alla città nella quale è ambientato. “Quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura, pensavo solo a inventare una storia che fosse ambientata a Barcellona”, commenta Allen. “Desideravo rendere omaggio a Barcellona perché è una città che amo moltissimo, come del resto amo tutta la Spagna”, aggiunge il regista. “E’ una città bellissima dal punto di vista visivo ed è dotata di una sensibilità romantica. Una storia come quella raccon- tata nel mio film poteva succedere solo a Parigi o a Barcellona”. L’Europa è dunque il nuovo territorio di ispirazione per Woody. Londra e Barcellona sono diventate il surrogato perfetto di New York, Scarlett Johansson la nuova musa dopo Diane Keaton e Mia Farrow. È svanito il Woody Allen delle opere giovanili, quello dalle battute sarcastiche, l’umorismo intelligente, le scelte di regia perfette. Fermo restando la perfetta regia, magari il cinema di Allen è un po’ sbiadito, magari non sempre necessario e a volte superficiale, ma ugualmente non consente di essere sottovalutato. Se non altro per la sua capacità di scegliersi gli attori. Brava Scarlett Johansson, una costante ormai nei film di Woody. Bravissima Rebecca Hall, alla sua interpretazione più importante. Esplosivi Javier Bardem e Penelope Cruz, forse altrettanto efficace solo nelle mani di Pedro Almodovar. La loro ispanicità non fa che aumentare l’energia del film, così intrinsecamente spagnolo! Woody non è fra gli attori. Al suo posto, un narratore (Christopher Evan Welch), che commenta ciò che succede in Vicky Cristina Barcelona mano a mano che la storia va avanti. “Questo film si presta alla forma narrativa del racconto”, commenta Allen. “E’ la storia di quello che succede alle due ragazze che vanno in vacanza in Spagna. E credo che chiunque riesca ad immedesimarsi nella storia e nei personaggi del film. La presenza del narratore mi ha evitato tante scene noiose per spiegare quello che succede. Con il narratore invece, la storia va avanti più velocemente.” Ritmo e vivacità merito anche dell‘orecchiabile canzone Barcelona di Giulia y Los Tellarini, che ritorna spesso durante il film. Insomma, tutti gli elementi per un film di qualità ci sono. La firma è di Woody Allen, per cui dovrebbe essere una garanzia. Peccato che manchi proprio lui. Non c’è lui, non ci sono le sue battute brillanti, storia e filosofia personali. Nel complesso un film piacevole, ma abbastanza inutile. E’ ormai tempo che il newyorkese per eccellenza torni alla sua Manhattan e a quella sua cinica leggerezza che ci faceva accettare col sorriso le nostre débâcle sentimentali. Lorenzo Lotto, Natività 1523, Washington, National Gallery of Art Don Marco Nemesi L a Natività di Lorenzo Lotto è un quadro pensato per la devozione di una famiglia, come dicono le piccole dimensioni (cm 46x36). L’incarnazione si sposta dal luogo di culto, dove ci si reca a pregare, alle stanze di un palazzo in cui la giornata vorrebbe essere illuminata dalla memoria di Cristo. Il mistero lo si vuole prossimo, dentro le mura domestiche. È il desiderio credente che abita il nostro cuore in questo tempo di Avvento, affinché si capisca quello che la liturgia ci fa cantare “quell’ammirabile scambio che ci ha redenti”. Di fronte ad un’umanità che corre il rischio, di essere vittima di se stessa perchè ha la pretesa di fare da sola, è la descrizione del profeta Isaia: «tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento» (64,5b), un fatto è accaduto nella storia, Dio ha visitato il suo popolo. Nel dipinto i personaggi sono collocati in primo piano, tanto da porre l’osservatore, in una posizione privilegiata, siamo nella stalla! Non guardiamo dentro da fuori, ma la scena è vista dall’interno; dando una condizione d’intimità del fedele con il mistero che si rivela. Guardando il quadro troviamo subito un’iconografia a noi familiare, la stessa che utilizziamo quando allestiamo il presepe. Maria e Giuseppe inginocchiati davanti alla culla con un Gesù sorridente che allarga le braccia. Un’immagine classica. Eppure rappresenta una novità. La tradizione vedeva Giuseppe solitamente in disparte, un passo arretrato rispetto all’avvenimento che aveva al centro la Madre e il Figlio. Una figura passiva che, accovacciata, reclina il capo e lo appoggia su una mano, in un gesto di meditazione. Qui, invece, prega e un sorriso muove il volto: c’è gioia e commozione, c’è adorazione. Quel bimbo lo sente suo, lo ha accolto dando compimento alle Scritture e se ne prende cura accompagnandolo nella crescita. Il suo silenzio così partecipe disegna una sua speci- fica personalità che acquista la statura di una figura teologica ben caratterizzata: è il testimone della verginità di Maria e con Dio condivide la paternità. Siamo invitati a pregare nella contemplazione di Giuseppe offrendo a Dio nella docilità tutte le fatiche, le prove e gli affanni quotidiani nella fiduciosa consapevolezza che Dio non ci abbandona. L’artista rompe gli schemi tradizionali e valorizza Giuseppe, affiancandolo alla Madonna che ha gli occhi incollati su Gesù, osserva il bambino che le sta parlando con lo sguardo, con il movimento delle labbra, con i piedini che scattano e con le mani che si muovono in uno slancio di affetto. Si vuole aggrappare Lui che è Dio, a sua Madre. Comportamenti naturali di ciascun neonato, si direbbe… è vero uomo! Ma in questa rappresentazione assumono sfumature e significati che superano la contingenza per inscriversi dentro il linguaggio dell’eterno entrato nel tempo. Lotto non suscita semplici e amorevoli sentimenti. Non coinvolge solamente con la trama degli affetti. Lavora sui pensieri che iniziano a scorrere dentro di noi. Risveglia il nostro profondo, invitando a fermarci davanti alla capanna perchè quello è il mistero di Dio che si è fatto uomo. È il dialogo di sguardi tra Maria e Gesù a incantare. Le braccia conserte svelano delle dita che fremono, l’inclinazione del busto comunica un’attrazione, appena trattenuta, di un’umanissima coscienza della sproporzione tra se, l’umiltà della serva e il miracolo, l’Emmanuele, il Dio con noi. Tutto è compiuto. Ecco il Figlio dell’Altissimo, nudo e deposto sopra un cesto di paglia. Lì, per terra, a significare che è proprio venuto in questo mondo. La terra, che è madre perché nutre e veste la nostra permanenza, ora sostiene e mostra il senso ultimo della vita. L’incarnazione è una nascita in questo mondo e un’esistenza trascorsa su questa terra. La culla è un umile cesto perché Luca ricorda che il Figlio di Dio fu deposto in una mangiatoia. All’artista basta richiamare l’essenzialità della culla, ma anche la provvisorietà. Appoggiate a essa si trova un sacchetto di iuta annodato e una botticella. Il pane e l’acqua, quel poco che basta per sfamare chi dovrà presto mettersi in viaggio. Un rimando alla fuga in Egitto, ma anche una chiara allusione al messaggio di Cristo, segno di contraddizione: «Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv. 1-11). La scena è animata da una luce che gioca a illuminare una serie di particolari, per niente casuali: il crocefisso appeso alla parete di sinistra, gli angeli, la scala, le tortore, l’asino e il bue in lontananza quasi impercettibili, e la pialla o trappola per topi o semplice pezzo di legno da incastro nell’angolo a destra. Stupisce e balza immediatamente all’occhio il crocefisso. Perchè? A esami attenti s’è scoperto che si tratta di un intervento successivo di datazione incerta. La Natività, dicono i critici, ha comportato ripetuti aggiustamenti da parte dell’artista: ritocchi e inserimenti suggeriti più da una riflessione teologica in corso di definizione, che da un’incertezza pittorica. Lotto opera un doppio gioco di significati. Da un lato è attento alla descrizione di una stalla con i simboli religiosi della nostra fede; dall’altro il pittore diviene fine teologo e adombra nel mistero della nascita, il mistero della croce. Questa contem- poraneità ci mostra come la Natività di Lotto non cede a un certo sentimentalismo tipico del Natale, ma ci presenta la verità della Rivelazione evangelica. Cristo nasce con il destino di annunciare la salvezza sconfiggendo la morte sul Calvario. L’uomo di fede quando è davanti alla culla riflette e gusta la gioia della venuta del Salvatore, ma deve anche sapere che l’annuncio sarà chiarito nei suoi contenuti e sarà ripetuto dall’alto della croce, «scandalo per i Giudei e follia per i pagani», come ricorda Paolo nella Prima lettera ai Corinzi. Sopra la scena, l’artista ha posto tre angioletti che cantano esultanti, tenendo tra le mani un grande foglio di musica con visibile il pentagramma. Cristo porta rapporti nuovi e rifonda l’amore, principio della vita. La lettura delle note musicali rammenta che i canti e la gioia celeste stanno scritti nella vita che è appena nata e per ripeterli basta seguirne le indicazioni. Niente di più naturale in un ambiente contadino, la presenza di una scala appoggiata alla capanna, ma per i Padri della Chiesa la scala rappresenta la provvidenza di Dio che, attraverso i suoi angeli, fa conoscere il suo volere e sempre attraverso di loro, accoglie le invocazioni e le suppliche degli uomini. Anche i dettagli comunicano la verità, a essi Lotto affida il compito di completare l’annuncio evangelico. Sul dipinto appaiono come presenze discrete, al punto da non essere visti subito o di passare in secondo piano, quasi fossero state poste a corredo del lavoro finale. Eppure i particolari trasmettono concetti fondamentali. Prendiamo la coppia di tortore che sta appollaiata su di un bastone all’ingresso della capanna, richiamo alla simbologia cristiana medievale che vedeva nella tortora l’emblema della Chiesa nei suoi rapporti con il suo Sposo divino. La tradizione vuole inoltre l’asino e il bue. Lotto li colloca lontani, quasi invisibili, dentro la capanna e legati alla greppia. Le loro figure, di solito in primo piano, sono qui pressoché inesistenti. Sappiamo che il pittore era molto vicino ai Domenicani, un Ordine poco incline ai sentimenti e votato agli studi per affermare con gli strumenti della ragione i fondamenti della fede. Lotto conosce la teologia: i due mansueti animali, associati alla bontà e al calore che infondono, non compaiono nelle prime iconografie del Natale; sono un’aggiunta successiva e anche teologicamente esprimono poco. Da qui la loro presenza sfumata. Pialla o trappola per topi o semplice pezzo di legno da incastro quell’oggetto nell’angolo destro? La domanda ha tormentato a lungo i critici e li ha anche divisi. Per alcuni sarebbe una semplice pialla che ricorda la professione di falegname praticata da Giuseppe. Per altri, si tratterebbe di una trappola per topi. Per altri ancora un semplice pezzo di legno da incastro. Osserviamo la posizione della trappola: si trova sul lato opposto del crocefisso, ma in diretta corrispondenza con esso quasi fossero congiunti da un filo invisibile. In mezzo a questi due elementi, la figura del bambino Gesù. L’iconografia della trappola è poco diffusa, ma di fonte molto autorevole è sant’Agostino che, commentando la passione, afferma: «Il diavolo ha esultato quando Cristo è morto, ma per quella stessa morte di Cristo il diavolo è stato vinto, come la trappola prende l’esca. [...] La croce del Signore è la trappola del diavolo; la morte del Signore l’esca con la quale sarà preso». Ma ancora: in un dipinto tutto dedicato all’umiltà del servizio silenzioso di Giuseppe e di Maria, Lotto pone la sua firma in modo da farci comprendere il ruolo dell’artista. L’artista come Giuseppe nell’umiltà e nel silenzio del proprio lavoro contempla il mistero di Dio che si rivela, si lascia educare da esso e lo testimonia con il proprio lavoro. Nulla va escluso. Davanti a Lotto tutto diventa più chiaro. Le intuizioni del pensiero sembrano prendere forma umana. Il cristianesimo entra nella storia dell’uomo e la scompagina. I discorsi filosofici sul destino non reggono alla novità. Ben altra promessa porta il Figlio di Dio. L’attesa cede il passo a un rapporto concreto. «Non vi chiamo più servi perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). L’incarnazione ci appare per quello che è: un bambino che si stringe alla madre e che si muove sulla nuda terra. Quei movimenti esprimono tenerezza, risvegliando in ciascuno i sentimenti più profondi d’affetto e di gioia. La teologia dipinta fa parlare la verità e dà forma alle parole. Ma in quella adesione accurata al reale, serpeggiano ovunque indizi, sfumature, particolari che segnalano la presenza del Mistero. Il bambino, la madre, il padre sono come noi, eppure qualcosa li distingue. Non lo nascondono, ci invitano a scoprirlo stando davanti a loro a guardare. Chiedono una compagnia. Il tempo speso insieme con loro non è mai perso, perché regala il silenzio che rappacifica, rasserena le inquietudini del cuore, insegna la saggezza del vivere. La Natività offre ai nostri occhi l’umanità di Dio. L’Onnipotente si era manifestato “faccia a faccia” solo con Mosè. Nelle altre occasioni aveva fatto ricorso agli angeli e ai profeti per comunicare la sua volontà. Adesso decide diversamente. Lo fa con un gesto imprevedibile, una soluzione impensabile per l’uomo. Sceglie l’incarnazione nella storia, il Natale. È la misericordia che lo spinge a tanto. Il Padre decide di inviare sulla terra Gesù. Dio si presenta come un bambino, un essere indifeso che chiede di essere vestito, stretto tra le braccia, allattato, aiutato a crescere. Ogni bambino vuole crescere, è nato per crescere. Chi accoglie Cristo incontra una vita che cerca spazio per diventare grande con Lui e in Lui. Lo sguardo che si posa sulla mangiatoia scopre tanto affetto e avverte una domanda: che quei giorni di festa diventino la Festa dell’intera esistenza.