Anno LXIII n. 1 - Aprile 2015- C.C.P. 13647714 - Spedizione in Abb. Post. Art. 2 comma 20/C legge 662/96 Filiale di Foggia Provincia di San Michele Arcangelo dei Frati Minori di Puglia e Molise C v n o e n o i er s Provincia di San Michele Arcangelo dei Frati Minori di Puglia e Molise s o m m a r i o 3 Editoriale di fr. Leonardo Civitavecchia, ofm ATTUALITà 4 La famiglia due: i fatti di Ignazio Loconte CHIESA 6 Anno Santo della Misericordia di Federico Cenci FRANCESCANESIMO Anno LXIII n° 1 aprile 2015 C.C.P. 13647714 Spedizione in Abb. Post. Art. 2 comma 20/C legge 662/96 Filiale di Foggia Direttore: fra Leonardo Civitavecchia [email protected] Dir. Resp.: Apollonio Giammaria Con approvazione dei Superiori dell’Ordine Autorizzazione Tribunale di Foggia n. 55 del 19.06.1953 Direzione e Amministrazione: CURIA PROVINCIALE O.F.M. Convento S. Pasquale 71121 FOGGIA Tel. 0881.615654 Fax 0881.613562 [email protected] www.fratiminoripugliamolise.it Progetto grafico e impaginazione: Silvia Brighenti 345.3902662 [email protected] Stampa: Falcone Grafiche 71043 Manfredonia (Fg) Tel. e Fax 0884.541962 e-mail:[email protected] In copertina: I frati minori di Puglia e Molise pellegrini a Santiago e Fatima 8 La gioia dell’apostolo di Francesco Armenti 10 Vita consacrata di sr. Maria Letizia Maggi 12 Panorama Francescano VITA DI FAMIGLIA 14 La nostra storia: Casa per anziani Sant’Antonio di fr. Leonardo Civitavecchia, ofm 18 Papa Francesco difende gli anziani “Abbandonarli è peccato” 20 Dire grazie con un sorriso a tutti voi di Stefania Ghe 21 Pellegrini a Santiago e Fatima di fr. Umberto Panipucci GI.FRA. 23 Cambiamento di Francesca di Lecce 24 Scuola di formazione nazionale Gi.Fra. ora X di Giada Balducci 25 La gioventù francescana in molise di Marzia Leccese OFS 27 Non abbiate paura di Maria Ranieri ESPERIENZA 29 Medaglia di riconoscimento a Padre Pio D’Andola L’affascinante esperienza in Germania di fr. Antonio Gelsomino, ofm FOCUS 30 Francesco e la sua “dolce pazzia” di Eleonora Russo POESIA 31 Le parole del cuore di Enza Daquino Editoriale Conversione Dalla Croce alla Risurrezione Care Lettrici e cari Lettori, felice Risurrezione a tutti. La gioia della Pasqua e della Risurrezione nasce da una vera Conversione del cuore. Tutto il tempo della quaresima è un costante invito a intraprendere tale cammino, il coraggio per attingere alla Sua grazia e risorgere con Cristo a vita nuova. Per noi Consacrati, in questo Anno di Grazia, sarà davvero una grande occasione per ricentrare la nostra vita su Cristo: saremo gioiosi solo se fedeli a Cristo e ai nostri fratelli, liberandoci dalla cultura dominante del sospetto e della menzogna. Quando c’è tristezza, turbamento e collera, non c’è il Signore. Non siamo convertiti, rifiutiamo la Grazia di Gesù. La bellezza della Consacrazione è la gioia - scrive il Papa - stare con Lui è fonte di gioia. Siamo chiamati a portare questo messaggio di speranza che dona serenità e gioia: la consolazione di Dio, la sua tenerezza verso tutti. Ma ne possiamo essere portatori se sperimentiamo noi per primi la gioia di essere consolati da Lui, di essere amati da Lui” (da Rallegratevi n.3). Dunque la vera Conversione - impegno continuo di tutti - sta nel cuore dell’uomo, perché tutto “viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo, che con il suo amore fa di noi una creatura nuova (2 Cor 5,1420). Ecco il nostro obbiettivo, essere creature nuove, passando per la via della Croce fino ad arrivare a gustare il dono della Risurrezione. Che bello vivere, sentirsi amati da Lui, cercati e perdonati dal Signore. Anche l’Anno straordinario della Misericordia - appena annunciato da Papa Francesco - sarà un dono in più per entrare nel Cuore misericordioso di Dio e aprirci al desiderio della Conversione quotidiana. “Il richiamo di Gesù spinge ognuno di noi a non fer- marsi mai alla superficie delle cose, soprattutto quando siamo dinanzi a una persona. Siamo chiamati a guardare oltre, a puntare sul cuore per vedere di quanta generosità ognuno è capace. Nessuno può essere escluso dalla misericordia di Dio; tutti conoscono la strada per accedervi e la Chiesa è la casa che tutti accoglie e nessuno rifiuta. Le sue porte permangono spalancate, perché quanti sono toccati dalla grazia possano trovare la certezza del perdono” (Papa Francesco). A Maria, Madre del Risorto, chiediamo la Conversione del cuore, per vincere la nostra mediocrità e ipocrisia, vivere con rinnovata fedeltà al Vangelo di Gesù, rimanere sotto la Croce, sempre, e indicarci il cammino della vita. Santa Pasqua di Risurrezione fra Leonardo Civitavecchia, ofm 3 Attualità LA FAMIGLIA due: di Ignazio Loconte Nella prima parte di questo intrattenimento sulla famiglia, infimo contributo al Sinodo che si terrà in ottobre, ho cercato di spiegare quanto l’idea di famiglia che abbiamo sia legata ad un astratto mitico. La famiglia tradizionale, ovvero, non era tutto questo paradiso in terra tanto decantato dai nostalgici della messa in latino. Ciò riassunto, invece di elucubrare teoremi avveniristici degni di film di fantascienza, cerco di descrivere famiglie che reputo innovativamente e coerentemente cristiane, conosciute in questi primi tre quarti della mia permanenza sul pianeta. FAMIGLIA A - estate 1984 o giù di lì, facevo l’autostop nei pressi di Palese (Bari) abbandonato dalla mia auto per 4 I FATTI sopraggiunta età pensionistica. Da esperto dell’on the road memorabile una scommessa vinta coi confratelli dell’ordine fratresco: se si arrivasse cioè alla meta prima con l’auto o con la Provvidenza autostradale. Vinse la Provvidenza, che trasportò me e fra Urbano a destinazione con la stessa velocità con la quale gli angeli spostarono dalla Palestina alle Marche (la santa casa di Loreto) camminavo pollice inverso costeggiando il guardrail al frinire assordante di cicale allegrotte quando deo gratias una station wagon dalle forme e logo sconosciuti in Italia si fermò pietosa a sottrarmi dall’incipiente insolazione. Era strapiena, ma il sorriso gioviale del conducente mi obbligò letteralmente a sistemarmi dietro in mezzo a tre figli ed un cane oltremodo bavoso. Purtroppo il viaggio durò poco, che a Molfetta mi depositarono alla stazione non senza avermi prima offerto un bicchiere di aranciata. Ma non tanto breve da non essere edotto sulla famigliola in questione. Trattavasi di una famiglia di cristiani evangelici che giravano l’Italia in tal guisa per portare, dove potevano, la parola di Dio e la lieta novella. Insisto su lieta perché tale era il clima che per qualche miglio respirai in quell’auto, dove tutti i componenti, compresa la bambina di 8 anni, apparivano sodali e coscienti della propria missione. Si fermavano dove capitava, presso una propria comunità o in albergo, sostenuti dai propri risparmi e dalla comunità inglese di appartenenza, non sdegnando nelle lunghe fermate di procurarsi piccoli lavori in loco. Durata della missione tre anni (quello era il secondo) poi ritorno a casa, o chissà che. Attualità FAMIGLIA B - estate sempre, credo del 1986. Si chiama Nomadelfia, la città dove la fraternità è legge. Serviva un luogo dove piantare le tende scouts e vivere un’esperienza di fede. È questa è stata. Nomadelfia era ed è un esperimento ed una realtà cristiana fondata da un tenace prete emiliano che, causa bancarotta per troppo amore, non diventerà mai santo, don Zeno Saltini. È una di quelle realtà di cui i preti non parlano mai, di cui non trovi manifesti ed inviti a pellegrinaggi e che non va di moda nei nostri ambienti. Perché? È troppo evangelica. Mi spiego: a Nomadelfia ci vanno uomini e donne che diventano, se lo vogliono, mamme e papà di vocazione, costruendo famiglie allargate nella quale entrano con pari dignità figli naturali, adottivi e affidatari. Questo perché per i nomadelfi (ed anche per il Vangelo) i figli appartengono a Dio, ergo gli uomini sono solo responsabili della loro crescita cristiana ovvero madri e padri putativi. Ognuno lavora e dà il proprio contributo, avendo come prima fonte di sostentamento la terra, e il ricavato va in cassa comune e di- stribuito sotto forma di cibo vestiario e quant’altro, secondo le esigenze di ciascun nucleo familiare. A tavola poi si parla del Vangelo, di Chiesa, di lavoro, e ciascuno esprime il proprio parere in una esegesi comune e sapiente del vivere assieme: come accadeva nella chiesa degli Atti. Un’utopia che esiste realmente e che pare sia pericoloso conoscere. Si va ad Assisi oppure a Medjugorje, così ognuno si becca la sua visione e resta nell’astratto delle belle intenzioni, condizione base per fare il convegno di turno e dedicare l’anno successivo a qualche bel tema da opuscolo ofs. FAMIGLIA C - Oggi: trattasi di due atei di mia conoscenza. Se comincio a parlar di Chiesa e di preti, vengono loro le bolle. Sempre allegri, anche quando lui ha perso per qualche tempo il lavoro, figli sereni e moderatamente obbedienti, casa sempre piena di gente che va e che viene, ogni tanto focaccia party, volontariato per Emergency e donatori di sangue… ma quando si guardano, nonostante due decadi di matrimonio, sembrano gli innamorati di Peynet. Dio li benedica. FAMIGLIA D - 50 dopo Cristo: Aquila e Priscilla, coppia forse senza figli che fugge da Roma sotto la persecuzione di Claudio. Fabbricano tende, ed hanno una caratteristica fondamentale, l’ospitalità. Accoglieranno in casa un famoso predicatore ed oratore, certo Apollo, che grazie a loro, di limitata cultura, conoscerà meglio il cristianesimo. Ma soprattutto daranno lavoro e tetto a Paolo, che sarà così libero di predicare nei territori limitrofi di Corinto, per arrivare poi addirittura a rischiare la vita per proteggerlo. Infine come il santo di Tarso si faranno apostoli itineranti tra i pagani nella nascente epopea cristiana. Ce ne sono altre, ma lo spazio è finito. Un pensiero finale alle famiglie di cristiani perseguitati nel mondo, verso le quali la nostra solidarietà si ferma alla preghiera dei fedeli. È il loro sangue, invece, che chiede a Dio la salvezza di tante famiglie occidentali, dal frigo pieno e la tavola orientata verso la tv ma delle quali, ahimè, in fondo, non c’è niente da dire. E di cui è saggio e pietoso nulla narrare! 5 Chiesa Anno Santo della Misericordia inizierà dalla solennità dell’Immacolata Concezione, 8 dicembre 2015, e si concluderà il 20 novembre 2016, domenica di Nostro Signore Gesù Cristo Re di Federico Cenci CITTà DEL VATICANO, 13 Marzo 2015 (Zenit.org) - L’animo dei fedeli presenti oggi, 13 marzo 2015, presso la basilica di San Pietro è stato pervaso dal dolce suono della parola “misericordia”. Papa Francesco ha presieduto la Liturgia Penitenziale per la Riconciliazione dei penitenti trattenendosi per qualche tempo anche in confessionale. Al termine dell’omelia, ha inoltre indetto un Anno Santo che partirà dalla prossima solennità dell’Immacolata Concezione, 8 dicembre 2015, e si concluderà il 20 novembre 2016, domenica di 6 Nostro Signore Gesù Cristo Re. “Sarà un Anno Santo della Misericordia - ha annunciato il Pontefice -. Lo vogliamo vivere alla luce della parola del Signore: ‘Siate misericordiosi come il Padre’ (cfr Lc 6,36)”. Un Padre che - ha detto Francesco all’inizio della sua omelia - è “ricco di misericordia” e “la estende con abbondanza su quanti ricorrono a Lui con cuore sincero”. Pertanto “il Sacramento della Riconciliazione permette di accostarci con fiducia al Padre per avere la certezza del suo perdono”. E l’impulso che fa muovere i nostri passi verso il confessionale - ha quindi proseguito il Papa ricordando le parole dell’apostolo Paolo - “è anzitutto frutto della grazia” di Dio. È un suo “dono”, è “opera sua” (cfr Ef 2,8-10). Affidandosi a una perifrasi poetica, il Santo Padre ha aggiunto che “essere toccati con tenerezza dalla sua mano e plasmati dalla sua grazia ci consente, pertanto, di avvicinarci al sacerdote senza timore per le nostre colpe, ma con la certezza di essere da lui accolti nel nome di Dio, e compresi nonostante le nostre miserie”. Uscendo dal confessionale, “sentiremo la sua forza che ridona la vita e restituisce l’entusiasmo della fede”. Saremo “rinati”, scandisce a braccio il Papa. Un entusiasmo che possiamo percepire leggendo il brano dell’evangelista Luca proposto dalle Letture della Chiesa Messa. È l’entusiasmo della peccatrice che dapprima si “rannicchiò piangendo” ai piedi di Gesù e li bagnò con le sue lacrime, li asciugò con i suoi capelli e infine li baciò e li cosparse di olio profumato. “I baci - commenta il Papa - sono espressione del suo affetto puro; e l’unguento profumato versato in abbondanza attesta quanto Egli sia prezioso ai suoi occhi. Ogni gesto di questa donna parla di amore ed esprime il suo desiderio di avere una certezza incrollabile nella sua vita: quella di essere stata perdonata”. Una certezza che il Pontefice definisce “bellissima”. Certezza che Gesù le mostra “accogliendola”, dimostrando che “in Lui c’è misericordia e non condanna”. Mutuando Isaia (cfr 43,25), papa Francesco afferma che “grazie a Gesù, i suoi molti peccati Dio se li butta alle spalle, non li ricorda più”. Perché - soggiunge Francesco “quando Dio perdona, dimentica”. Questa donna “ha aperto il suo cuore”, “ha mostrato il pentimento per i suoi peccati” e “ha fatto appello alla bontà divina per ricevere il perdono”. E quindi “per lei non ci sarà nessun giudizio se non quello che viene da Dio, e questo è il giudizio della misericordia” ha commentato il Pontefice. Che ha aggiunto allora: “Il protagonista di questo incontro è certamente l’amore, che va oltre la giustizia”. Al contrario, Simone il fariseo “non riesce a trovare la strada dell’amore”, osserva il Papa. Poiché questi, vista la scena della peccatrice genuflessa dinanzi a Gesù, “pensò tra sé. ‘Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice’” (cfr Lc 7, 39). Simone il fariseo, il commento del Pontefice, “rimane fermo alla soglia della formalità”. Egli “non è capace di compiere il passo successivo per andare incontro a Gesù che gli porta la salvezza”. Anche se Simone ha invitato Gesù a pranzo, “non lo ha veramente accolto”. Poiché “il suo giudizio sulla donna lo allontana dalla verità e non gli permette neppure di comprendere chi è il suo ospite”. Francesco spiega che “dinanzi alla parabola di Gesù e alla domanda su quale servo abbia amato di più, il fariseo risponde correttamente: ‘Colui al quale ha condonato di più’”. Ragion per cui “Gesù non manca di farlo osservare: ‘Hai giudicato bene’ (Lc 7,43)”. Perciò “solo quando il giudizio di Simone è rivolto all’amore, allora egli è nel giusto”. Il perdono è il perno del messaggio evangelico. Il richiamo di Gesù - sottolinea il Papa - “spinge ognuno di noi a non fermarsi mai alla superficie delle cose, soprattutto quando siamo dinanzi a una persona”. Il Pontefice invita a “guardare oltre, a puntare sul cuore” delle persone per “vedere di quanta generosità ognuno è capace”. La Chiesa - ha quindi ribadito - deve essere “la casa che tutti accoglie e nessuno rifiuta”. E allora “più è grande il peccato e maggiore dev’essere l’amore che la Chiesa esprime verso coloro che si convertono”. E “per rendere più evidente” la missione della Chiesa di “essere testimone della misericordia”, il Papa ha deciso di indire questo Giubileo straordinario, che ha affidato alla Madre della Misericordia. “Sono convinto - ha concluso il Papa - che tutta la Chiesa, che ha tanto bisogno di ricevere misericordia perché siamo tutti peccatori, potrà trovare in questo Giubileo la gioia per riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare consolazione ad ogni uomo e ogni donna del nostro tempo”. 7 Francescanesimo La gioia dell’apostolo Vera e falsa gioia… tra identità e tentazioni di Francesco Armenti La gioia del cielo L’evangelista Luca racconta che un giorno i settantadue tornarono dalla missione, soddisfatti e «pieni di gioia» (Lc 10,17) per i successi apostolici conseguiti. Gesù li raggela: «Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). 8 Il Signore ci invita a rallegrarci perché i nostri nomi sono scritti in cielo. Che significa? Il nome nella concezione biblica indica l’identità profonda della persona. La gioia allora nasce da un’identità, dalla consapevolezza che la mia vita è “scritta nel cuore di Dio”, è sicura in Lui. Il cielo è stabilità e perennità non è precarietà e incertezza come la terra. Il cristiano, quindi, vive una gioia stabile, definitiva perché la sua esistenza è nelle mani sicure e certe di Dio, la sua vita è dal Padre custodita e curata. La gioia vera nasce dall’essere nascosti nel Padre assieme al Figlio (cfr. Col 3,3), dalla certezza di essere i prediletti di Dio di cui il Padre si compiace. La tentazione del plauso Gesù sta parlando con gli apostoli e i discepoli, con gli annunziatori del Vangelo. Pertanto, queste parole vanno accolte particolarmente dai ministri e predicatori del Vangelo e dalle persone consacrate, perché sappiano cercare, vivere e godere Francescanesimo della vera gioia distinguendola dalla falsa. La tentazione intacca anche la gioia dei cristiani, della Chiesa, dei suoi ministri e della vita consacrata illudendo di vivere una gioia che difatti non è autentica. Spesso leghiamo la felicità ai risultati del lavoro apostolico, all’applauso della gente, al numero dei partecipanti a questa o a quell’iniziativa, all’approvazione degli altri, all’efficienza e alla riuscita del ministero. Con le parole dette ai suoi (e quindi anche a noi) Gesù ci mette in guardia e insinua giustamente dubbi sulla gioia dipendente dai successi umani. La tentazione della statistica Siamo erroneamente convinti che la gioia dell’apostolo, del consacrato dipenda dal successo, dal fare carriera, dall’avere la chiesa, la mensa o la sala convegni sempre piena. Oppure dalla gestione di opere efficienti e funzionanti, dal numero delle case o dei membri dell’istituto e della congregazione. Spesso “misuriamo” la Chiesa in base al suo gradimento sociale, alla sua influenza sociopolitica, al grado di ammirazione di cui gode, al numero dei partecipanti ai raduni, alla sua capacità organizzativa e all’efficienza apostolica… Sembriamo essere come il re Davide che censì il popolo per valutare la potenza bellica di Israele e quindi la fattibilità della vittoria. Dio punì questa mentalità e scelta di Davide (cfr. 2Sam 24,1-9). Questa concezione dell’apostolato e della vita consacrata crea apostoli e consacrati depressi e insoddisfatti, lamentosi, nostalgici del passato e passivi e rassegnati nel e del presente. Eppure dovremmo riscoprire la gioia di chi ha il nome scritto nel cielo, gioia profonda, duratura e radicata nella relazione con Lui. è la gioia di Nazaret, del nascondimento e dell’essenzialità, la gioia del silenzio e la felicità dell’«ultimo posto» (cfr. Lc 14,10). è la gioia degli umili e dei semplici. La tentazione dello straordinario Alla tentazione del successo e della gloria dobbiamo affiancarne un’altra non meno subdola: la ricerca dello straordinario, dell’eclatante. Dio, la felicità non li trova nel grandioso, nello stupefacente ma nella quotidianità, nella ferialità della vita, nella semplicità, nella serenità che ti fa fare “sempre le stesse cose” con amore, che ti fa vivere l’ordinario con la straordinarietà dell’amore. Per il cristiano, gli apostoli e le persone consacrate, la gioia vera consiste nel fare la volon- tà del Padre, sempre e comunque a imitazione di Gesù la cui gioia, il cui gaudio è fare la volontà del Padre: «Allora ho detto: “Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo”» (Sal 40, 8-9). Il compiere la volontà divina procura pace, shalom, cioè pienezza di vita, felicità, gioia, giustizia, riconciliazione, perdono… La gioia e la non gioia Se, dunque, vi è una gioia autentica e una gioia falsa possiamo classificarne le caratteristiche: la gioia vera è donata da Dio per farci partecipi di tutto ciò che Egli è e possiede, è la gioia della creazione, una gioia profonda, radicata nell’essere persona, nel cuore. è un dono duraturo, stabile, certo, non cercato con ansia e ossessività. La gioia di Dio abita la creatura quando l’uomo vive nascosto nel cuore del Padre. è una gioia discreta, contagiosa, equilibrata. La gioia falsa, invece, è quella dipendente dai successi, dalla fortuna, è superficiale, debole e passeggera. Fondata sulle proprie capacità, sull’efficienza, sul consenso inganna e rende tristi, stressa e deprime, è chiassosa e nervosa. (cfr. Amedeo Cencini, La Gioia, San Paolo 2012, pp.43-51). Un cuore gioioso della gioia di Dio canta con il salmista: «Nella via dei tuoi insegnamenti è la mia gioia, più che in tutte le ricchezze. Voglio meditare i tuoi precetti, considerare le tue vie. Nei tuoi decreti è la mia delizia, non dimenticherò la tua parola» (Sal 119, 14-16). 9 Francescanesimo V ita consacrata ogni giorno specchiandoci in Gesù Cristo di sr. Maria Letizia Maggi Monastero Cuore trafitto di Gesù, Manduria In questa condivisione fraterna desidero comunicare la mia esperienza, seppur breve, di donna consacrata, francescana e sorella povera di S. Chiara, quindi in uno stato di consacrazione particolare quale è la vita contemplativa claustrale. Quando mi sono accostata al mondo della vita consacrata contemplativa ho letto molto sull’argomento, ho incontrato sorelle 10 che mi facessero capire il senso più profondo di questa vita: insomma mi sono costruita un’idea più che altro mentale di chi potesse essere una donna consacrata. L’esperienza diretta con questa forma di vocazione, una volta entrata in monastero, ha col tempo demolito tanta parte di queste idee a favore di un incontro, di una relazione concreta che cambia la vita, quella con il Signore Gesù. Quella che prima era una voce che mi invitava è diventato un volto familiare da conoscere e amare. Mi torna in mente una antifona: “ il Signore le diede una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito di lutto, canto di lode invece di un cuore mesto” (Ant. Al Benedictus della memoria del ritrovamento del corpo della Madre S. Chiara). Dice in verità quanto il Signore opera e sfata un mondo di Francescanesimo fantasia sulla vita claustrale alimentata da film e quant’altro si sia detto senza conoscere a fondo il soggetto. Dice che la sequela di Cristo, su cui si fonda la vita consacrata, è anzitutto risposta gioiosa e generosa ad una chiamata di fedeltà dell’uomo a Dio e viceversa, è letizia nella quotidianità e nella fraternità, è consapevolezza che lo sguardo misericordioso e benevolo di Dio ha reso SACRA la mia vita e mi ha fatto una promessa di grazia eterna. È in sostanza vivere la vita piena del credente profondamente radicati nel Vangelo e pronti a spendersi totalmente per il Regno di Dio che è già qui tra noi. È accogliere un Dio paziente e creativo che dà alla vita di ogni giorno un impulso nuovo e fa sperimentare l’amore gratuito che nulla chiede se non amore, che nella gioia mi fa sentire la responsabilità di un dono ricevuto e che ogni giorno viene restituito nella concretezza dei gesti e nella preghiera incessante. Come donna consacrata sperimento il pieno significato dei voti dei consigli evangelici nella fraternità che mi è stata donata, accogliendo tutte le differenze che caratterizzano ciascuna sorella e facendone, anche con sacrificio, punti di forza per testimoniare il Vangelo. La fraternità così diventa luogo di confronto, e di incontro (e a volte scontro) per crescere nella fede e nella donazione di sé. La mia consacrazione a Dio non è fine a se stessa, non può servire solo per la mia santificazione, non ha senso se non è inserita in una fraternità che fa parte di un tessuto ecclesiale più ampio, la vigna del Signore; ha valore se è un mattone per edificare e sostenere l’edificio della Chiesa a servizio dei popoli, senza autocelebrazioni ma nell’umiltà che il Signore Gesù stesso ci insegna nel Vangelo. Una sorella povera, ad esempio, non può essere povera per se stessa, ma lo è in comunione e accanto ai poveri che incontra ogni giorno, condividendone il travaglio umano e spirituale. Da questo punto di vista la vita consacrata in fraternità tipica del francescano è testimonianza forte contro l’individualismo e l’autoreferenzialità, mali che stanno minando le radici più profonde del vivere in società. Contro l’idea che l’uomo deve sopraffare l’uomo, l’idea del potere che si pone al di sopra di tutto e tutti quasi fosse Dio, una fraternità di sorelle povere offre la circolarità del servizio reciproco che, pur considerando l’autorità un elemento essenziale, non crea gerarchie e isolamenti, ma promuove la responsabilità e la crescita umana e spirituale. Ognuno di noi è responsabile della propria vocazione e dell’impegno che ci mette per maturarla. In questo senso è segno per chi si accosta ai nostri monasteri e in un certo modo spinta a rivalutare i propri atteggiamenti e comportamenti. Un aspetto fondamentale della crescita spirituale per una donna consacrata è la prospettiva della maternità spirituale che non è propria solo di chi esercita l’autorità, ma fa parte della maturazione nella fede e apre al dono di sé gratuito e totale. La castità per il Regno non è castrazione di affetti e desideri, ma fecondità, salto di qualità nell’amore come agape. Nessun dolore, nessuna gioia personale o altrui ci sono estranei, ma sono accolti, guardati e vissuti nella fede, restituiti nella preghiera. Questo è per me stupore continuo: sentirsi impotenti fisicamente davanti a tante situazioni e comunque raggiungerle e esserci con il cuore e l’anima. È l’esperienza dell’abbandono nella fede che a volte è dolorosa, ma col tempo dà frutti insperati di gioia. Ogni giorno la Madre S. Chiara ci invita a specchiarci in Gesù Cristo, ad avere i suoi stessi sentimenti, ad essere specchio l’una per le altre e per gli altri, specchi che riconducono allo Specchio che è il Crocifisso povero. Essere donna consacrata è oggi per me essere semplicemente una credente che è chiamata a rinnovare il suo SI, nella restituzione totale di un amore che mi ha voluta sin dall’eternità. In tutto questo c’è ben poco sentimento, c’è invece tanto cammino, tante cadute e riprese, ascolto della Parola, tanta fatica nel formarsi nella sequela di Cristo, tanta gratitudine per sentirsi amata così come si è. C’è gioia e letizia nel sapere che comunque Dio ha preparato per me “una corona invece di cenere, olio di letizia invece che abito di lutto, canto di lode invece che un cuore mesto”. 11 Francescanesimo panorama f panorama Capitolo generale 2015: Nella lettera di convocazione del Capitolo il Ministro generale ha richiamato l’importanza che tutto l’Ordine partecipi e cooperi, attraverso la preghiera, alla buona ri- uscita del Capitolo generale 2015: “Rinnovo caldamente a ciascun Fratello dell’Ordine l’invito a pregare intensamente, a riflettere sapientemente e a prepararsi responsabilmente per questo evento fondamentale della nostra vita e missione”. Oltre a scaricare dal sito dell’Ordine www.ofm.org il sussidio per la preghiera, seguiamo l’evolversi del capitolo che si terrà ad Assisi dal 10 maggio al 7 Giugno. Sinodo delle Famiglie Francescane: In cammino verso 12 l’8° Centenario del Perdono di Assisi (2016) ed il 5° Centenario della bolla di papa Leone X Ite vos detta anche “Bulla unionis” (2017), su invito di Papa Francesco all’unità, i frati delle famiglie francescane di Assisi trovandovi una conferma al loro desiderio sincero e profondo di camminare insieme e crescere nella comune vocazione e missione, si impegnano, in modo profetico, all’idea di un sinodo delle famiglie francescane. I Ministri Generali, a conferma della bontà di questa iniziativa, vogliono che coinvolga tutti i frati del mondo e considerarlo “un soffio dello Spirito”, una “chiamata nuova” per tutti noi che seguiamo Gesù, aiutati anche dalla stessa Regola di san Francesco d’Assisi. Una nuova Provincia Francescana in Spagna: Dal 29 Dicembre al 4 Gennaio è stato celebra- f francescano Francescanesimo francescano to il Capitolo fondativo della nuova Provincia francescana in Spagna che è chiamata Provincia dell’Immacolata Concezione ed è il risultato dell’unione di sei delle otto province ofm che c’erano fino ad ora in Spagna e della piccola Custodia di San Francisco Solano del Perù. La vita consacrata al tempo della precarietà: Il 2 marzo scorso è stato presentato il volume di Alceo Grazioli “Fragili e perseveranti: la vita consacrata al tempo della precarietà”. Nel corso della presentazione, organizzata dall’Istituto Francescano di Spiritualità della Pontificia Università Antonianum in collaborazione con la Provincia di San Francesco del Terz’Ordine Regolare, sono intervenuti Mons. Paolo Martinelli, Vescovo ausiliare di Milano, e i proff. Albert Sch- mucki e Salvatore Abbruzzese. Ha moderato l’incontro il prof. Alvaro Cacciotti, Decano della Facoltà di Teologia. L’OFS e la Gifra aprono le ali nei cieli della missione: il 2016 sarà uno speciale “anno missionario”. Lo racconta il numero di marzo di FVS, mentre la fraternità nazionale continua il percorso di preparazione al Convegno ecclesiale di Firenze nel prossimo autunno. L’obiettivo dell’Anno missionario è chiaro: non far nascere nuove fraternità, ma annunciare francescanamente il Vangelo. Ogni realtà regionale troverà occasioni e luoghi per permettere di incontrare la persona di Cristo, vivente e operante, attraverso un dialogo sincero e coerente. 13 Vita di famiglia La nostra storia Casa per Anziani Sant’Antonio Foggia “Insieme per costruire la città dell’Amore” di fra Leonardo Civitavecchia, ofm Direttore Casa per Anziani Sant’Antonio Se dovessi raccontare con uno slogan i miei primi due anni e mezzo nella Casa per Anziani Sant’Antonio in Foggia è una frase messa all’ingresso della nostro Istituto: “La nostra Casa in cui l’anziano è protagonista, ma soprattutto luogo in cui l’amore è re- 14 altà”. È questo l’impegno con il quale ho voluto intraprendere questo affascinante cammino con gli Anziani….È questa la nostra missione. La condizione anziana L’Italia sta divenendo sempre più una nazione di anziani. È innegabile, infatti, che il fenomeno d’invecchiamento della nostra popolazione è crescente con il risultato di un cambiamento radicale della nostra società e l’insorgenza di problemi nuovi ai quali dare adeguate risposte. I cittadini italiani che hanno superato i 60 anni sono il 21,5% della popolazione, vale a dire circa 12 milioni di persone con una presenza maggiore al Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno. A riguardo - secondo dati Istat - la Regione italiana con la più alta concentrazione Vita di famiglia “La nostra Casa in cui l’anziano è protagonista, ma soprattutto luogo in cui l’amore è realtà” over 60, 65 e 80 anni è la Liguria che registra, per contro, il livello più basso di natalità rispetto alla Campania, definita Regione più giovane d’Italia, con il più alto livello di fecondità. I grandi centri e le località con meno di due milioni di abitanti sono quelli che registrano il maggior numero di presenze di anziani, con l’evidenziazione di vantaggi e problematiche però diverse: i grandi centri urbani offrono sia i vantaggi dell’esistenza di un maggior numero di servizi sociali ma anche i disagi legati a spese maggiori, condizioni ambientali pessime e una pericolosità di vita maggiore connessa ad una criminalità che nei piccolissimi centri, assai più tranquilli e vivibili, ovviamente non esiste. Dei 12 milioni di anziani, 6 milioni e 200 mila sono donne e ciò è spiegabile con il tasso di mortalità maschile più alto di quello femminile, infatti, la percentuale delle donne di età superiore ai 75 anni è del 62,3%. Tali differenze comportano stili di vita, problemi e situazioni diversi tra uomo e donna. Le donne in età avanzata si trovano a vivere da sole più degli uomini i quali hanno una maggiore tendenza a ri- sposarsi una volta rimasti vedovi (è il 61,4% degli ultraottantenni contro il 14,8% delle ultraottantenni). “Onora la persona del vecchio” (Lv 19,32) Per comprendere a fondo il senso e il valore della vecchiaia bisogna aprire la Bibbia. Solo la luce della Parola di Dio, infatti, ci rende capaci di scandagliare la piena dimensione spirituale, morale e teologica di questa stagione della vita. La stima per l’anziano nelle scritture si trasforma in legge: “Alzati davanti a chi ha i capelli bianchi, e temi il tuo Dio”. E ancora: “ Onora tuo padre e tua madre”. Una delicatissima esortazione in favore dei genitori, specialmente nella loro età senile, si trova nel terzo capitolo del Siracide (vv. 1-16), che si conclude con un’affermazione di particolare gravità: “Chi abbandona il padre è come un bestemmiatore, chi insulta la madre è maledetto dal Signore”. Occorre adoperarsi per arginare la tendenza, oggi, diffusa, a ignorare gli anziani, a emarginarli, “educando” le nuove generazioni all’abbandono, mentre giovani, adulti e anziani hanno bisogno gli uni degli altri. La nostra mission La Casa per Anziani “S. Antonio”, nata nel 2002, ospita persone anziane, autosufficienti e parzialmente autosufficienti, desiderose di soggiornare in un complesso sociale sereno e confortevole, creando condizioni di vita e un ambiente il più familiare possibile. Significativi sono i vari momenti dell’anno liturgico e il Santo Rosario e la Liturgia Eucaristica quotidiana. La struttura residenziale è costituita da un unico complesso di due piani, con ampi spazi esterni. Dispone complessivamente di 38 posti letto e impiega 13 operatori e due infermieri volontari. La nostra Casa, pur avvallandosi di una Carta servizi, non funziona secondo una formula rigida o burocratica, ma tende a percepirsi come una comunità ove si rispettino la dignità, la personalità ed i tempi di ciascuno, limitando i disagi connessi all’uscita di una persona anziana dal suo domicilio e dal suo abituale contesto sociale. L’organizzazione dei servizi e la gestione delle risorse professionali della struttura deriva da una visione d’insieme della persona umana e della condizione anziana, e mira a favorire 15 Vita di famiglia il benessere degli ospiti nelle diverse dimensioni: abitativa, ambientale, relazionale, socio-sanitaria, comunitaria. Ciascuno di noi esprime bisogni diversi, che possono essere ricondotti al bisogno di salute, al bisogno di sicurezza, al bisogno di essere riconosciuti nella nostra speciale identità. Il modello di gestione della residenza s’ispira ad una concezione “socio-centrica” dei servizi residenziali per anziani: la Casa di Riposo è un nodo della rete sociale e partecipa attivamente al sistema di relazioni e scambi con la comunità esterna, sostiene il coinvolgimento delle risorse del territorio per sviluppare l’integrazione sociale, la solidarietà, la partecipazione e per promuovere una considerazione positiva dell’anziano nella società. Per questo la Casa di Riposo si definisce una comunità aperta ed attua programmi di promozione sociale, in antitesi con l’idea - non sempre superata - che una casa di riposo sia un luogo staccato dalla società civile, dotato di regole proprie, che sia un luogo chiuso di ricovero. L’organizzazione della Casa di Riposo poggia su un progetto di gestione, rivisto periodicamente, che mette l’ospite al centro e assume come finalità e metodologie d’intervento i seguenti riferimenti: • Far sentire l’ospite a proprio agio, ascoltandolo e soddisfacendo i suoi mutevoli bisogni, valorizzando l’individualità di ciascuno nel rispetto delle regole del vivere comunitario; • Favorire il benessere sia fisico che psicologico degli ospiti, affinché mantengano il massimo grado di autonomia possibile; • Evitare l’isolamento dal contesto 16 • • • • sociale e affettivo, limitare le conseguenze derivanti dai cambiamenti nelle relazioni affettive, evitare che l’anziano si senta emarginato, abbandonato. Significativi i Laboratori Creativi (vedi riferimento di seguito). Consentire agli ospiti di mantenere le abitudini (specie per le persone autonome), pur in una dimensione comunitaria, rimanendo collegati al contesto familiare e sociale. Garantire all’ospite massima libertà, in relazione allo stato di salute. Proteggere, rassicurare e tutelare l’ospite anziano predisponendo un ambiente sicuro. Assicurare ai familiari tutte le informazioni sul funzionamento della struttura, sulle condizioni di vita e di salute dell’ospite, sia in fase di inserimento sia successivamente, ricercando la collaborazione dei familiari e promuovendone la partecipazione alla vita comunitaria ed alla gestione. Il Progetto assistenziale-educativo: obiettivi ed attività I servizi alla persona sono realizzati seguendo protocolli che danno indicazioni di comportamento al personale, sui modi di fare le cose e sulla qualità da garantire. Il piano ed i protocolli sono validati dai Medici di base degli anziani ospiti. I servizi erogati all’interno della struttura sono: • Assistenza, igiene e cura della persona; • Prestazioni infermieristiche; • Prestazioni residenziali (cambi, pulizie, lavanderia, guardaroba, ecc.); • Attività di animazione. Le prestazioni di medicina generale sono effettuate da due Medici di base e, in particolare, da due infermieri presenti per tutto l’arco della giornata. I familiari possono visitare gli ospiti quando lo desiderano e quando la loro presenza non reca disturbo ad altri ospiti. Coloro che sono in buone condizione di Vita di famiglia salute (autonomi) possono entrare ed uscire liberamente e possono ricevere visite e frequentare gli spazi comunitari come e quando vogliono. Lo sviluppo di un clima e di uno stile di vita familiare, facilita il conseguimento di un importante obiettivo della gestione: mantenere lo scambio tra la piccola comunità della Casa di Riposo e la più ampia comunità locale in cui è inserita. Per questo, sulla base delle condizioni di salute e degli interessi degli ospiti, vengono organizzate attività di animazione e di socializzazione (teatro, concerti, manifestazioni), profittando anche della collocazione della Casa di riposo nel centro della città di Foggia. Associazioni presenti nella struttura La Struttura ha accolto più volte, con grande profitto dei nostri Anziani, le proposte fatte da scuole, Gruppi parrocchiali, associazioni di volontariato, enti pubblici e/o privati. Grande impegno profuso in questi anni è l’Associazione di Volontariato dell’ACS ANTEAS. L’ANTEAS è un’associazione di anziani e pensionati che vogliono ancora essere utili alla comunità ed in particolare ai nostri anziani; una ricchezza in più in una comunità dove gli anziani non solo aumentano numericamente ma aumenta anche la loro età. Con loro molti i progetti in cantiere in questo nuovo anno 2015. I Laboratori ricreativi Dopo la bella ed entusiasmante esperienza dello scorso anno, significativi i Laboratori creativi per anziani promossi dalla direzione della Casa di Riposo per Anziani Sant’Antonio di Foggia, in collaborazione con i Volontari della ACS ANTEAS del capoluogo dauno. I laboratori vedono gli anziani ospiti della Casa protagonisti di un percorso di terapia occupazionale, ludica e per certi versi anche di recupero cognitivo. È noto come l’anziano sia tendenzialmente portato all’abitudinarietà, perché in tal modo le cose si semplificano. Il pericolo è però quello di perdere progressivamente la capacità di adattamento alle situazioni nuove e di conseguenza di emarginarsi. Lo stimolo alla creatività offre invece alla persona anziana il gusto del cambiare la realtà con accorgimenti estetici ed indirettamente comunica il gusto del nuovo. I laboratori di creatività sono perciò strumenti non solo per imparare nuove abilità, ma insieme sono stimolo per affrontare con interesse e senza paura la vita quotidiana. Quattro incontri settimanali, che possono aiutare ad affrontare l’età adulta con attività di promozione e di sviluppo delle capacità creative, che mirano a conservare l’autonomia e l’indipendenza dei nostri cari nonni. I laboratori costituiscono, perciò, un’occasione davvero speciale nella nostra Casa per Anziani e riaffermare il principio che ci contraddistingue da tempo e da molti riconosciuto: “La nostra Casa in cui l’anziano è protagonista, ma soprattutto luogo in cui l’amore è realtà”. Le attività promosse, dai lavori manuali alla lettura dei giornali, giochi e proiezioni di film e documentari, dal teatro alla musica e alla poesia, rappresentano dunque occasioni significative per contrastare la solitudine e l’isolamento, per coltivare le capacità relazionali e per costruire nuovi legami. Ampio spazio è stato riservato all’espressione creativa ritenendo che l’esercizio della creatività e lo sviluppo di capacità personali portino ad un rafforzamento dell’autostima. Vogliamo gestire la Casa per Anziani da Frati Minori con trasparenza e lealtà, e soprattutto ricordare alla Comunità Foggiana che esiste un posto, del quale spesso ci si ricorda solo in momenti particolari, che è invece un luogo complesso di vita, un luogo collocato in un territorio non come “contenitore” di bisogni, ma come servizio; un servizio che, per realizzarsi con completezza, necessita non soltanto dell’impegno e della professionalità di quanti vi operano all’interno ma anche dell’attenzione, della partecipazione, dell’energia di quanti ne vivono all’esterno, perché da come queste due realtà si integrano ed agiscono insieme dipende in larga misura la qualità della vita degli anziani di oggi e di domani. 17 Vita di famiglia Papa Francesco difende gli anziani: “Abbandonarli è peccato” Il Pontefice su la condizione dei nonni all’interno delle famiglie: “Non bisogna scartarli, sono una ricchezza” 4 marzo 2015 Cari fratelli e sorelle, buongiorno. La catechesi di oggi e quella di mercoledì prossimo sono dedicate agli anziani, che, nell’ambito della famiglia, sono i nonni, gli zii. Oggi riflettiamo sulla problematica condizione attuale degli anziani, e la prossima volta, cioè il prossimo mercoledì, più in positivo, sulla vocazione contenuta in questa età della vita. Grazie ai progressi della medicina la vita si è allungata: ma la società non si è “allargata” alla vita! Il numero degli 18 anziani si è moltiplicato, ma le nostre società non si sono organizzate abbastanza per fare posto a loro, con giusto rispetto e concreta considerazione per la loro fragilità e la loro dignità. Finché siamo giovani, siamo indotti a ignorare la vecchiaia, come se fosse una malattia da tenere lontana; quando poi diventiamo anziani, specialmente se siamo poveri, se siamo malati soli, sperimentiamo le lacune di una società programmata sull’efficienza, che conseguentemente igno- ra gli anziani. E gli anziani sono una ricchezza, non si possono ignorare. Benedetto XVI, visitando una casa per anziani, usò parole chiare e profetiche, diceva così: «La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune» (12 novembre 2012). è vero, l’attenzione agli anziani fa la differenza di una civiltà. In una civiltà c’è attenzione all’anziano? C’è posto per l’anziano? Questa civiltà andrà Vita di famiglia avanti se saprà rispettare la saggezza, la sapienza degli anziani. In una civiltà in cui non c’è posto per gli anziani o sono scartati perché creano problemi, questa società porta con sé il virus della morte. In Occidente, gli studiosi presentano il secolo attuale come il secolo dell’invecchiamento: i figli diminuiscono, i vecchi aumentano. Questo sbilanciamento ci interpella, anzi, è una grande sfida per la società contemporanea. Eppure una cultura del profitto insiste nel far apparire i vecchi come un peso, una “zavorra”. Non solo non producono, pensa questa cultura, ma sono un onere: insomma, qual è il risultato di pensare così? Vanno scartati. è brutto vedere gli anziani scartati, è una cosa brutta, è peccato! Non si osa dirlo apertamente, ma lo si fa! C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto. Ma noi siamo abituati a scartare gente. Vogliamo rimuovere la nostra accresciuta paura della debolezza e della vulnerabilità; ma così facendo aumentiamo negli anziani l’angoscia di essere mal sopportati e abbandonati. Già nel mio ministero a Buenos Aires ho toccato con mano questa realtà con i suoi problemi: «Gli anziani sono abbandonati, e non solo nella precarietà materiale. Sono abbandonati nella egoistica incapacità di accettare i loro limiti che riflettono i nostri limiti, nelle numerose difficoltà che oggi debbono superare per sopravvivere in una civiltà che non permette loro di partecipare, di dire la propria, né di essere referenti secondo il modello consumistico del “soltanto i giovani possono essere utili e possono godere”. Questi anziani dovrebbero invece essere, per tutta la società, la riserva sapienziale del nostro popolo. Gli anziani sono la riserva sapienziale del nostro popolo! Con quanta facilità si mette a dormire la coscienza quando non c’è amore!» (Solo l’amore ci può salvare, Città del Vaticano 2013, p. 83). E così succede. Io ricordo, quando visitavo le case di riposo, parlavo con ognuno e tante volte ho sentito questo: “Come sta lei? E i suoi figli? Bene, bene - Quanti ne ha? – Tanti. - E vengono a visitarla? - Sì, sì, sempre, sì, vengono. – Quando sono venuti l’ultima volta?”. Ricordo un’anziana che mi diceva: “Mah, per Natale”. Eravamo in agosto! Otto mesi senza essere visitati dai figli, otto mesi abbandonata! Questo si chiama peccato mortale, capito? Una volta da bambino, la nonna ci raccontava una storia di un nonno anziano che nel mangiare si sporcava perché non poteva portare bene il cucchiaio con la minestra alla bocca. E il figlio, ossia il papà della famiglia, aveva deciso di spostarlo dalla tavola comune e ha fatto un tavolino in cucina, dove non si vedeva, perché mangiasse da solo. E così non avrebbe fatto una brutta figura quando venivano gli amici a pranzo o a cena. Pochi giorni dopo, arrivò a casa e trovò il suo figlio più piccolo che giocava con il legno e il martello e i chiodi, faceva qualcosa lì, disse: “Ma cosa fai? – Faccio un tavolo, papà. – Un tavolo, perché? – Per averlo quando tu diventi anziano, così tu puoi mangiare lì”. I bambini hanno più coscienza di noi! Nella tradizione della Chiesa vi è un bagaglio di sapienza che ha sempre sostenuto una cultura di vicinanza agli anziani, una disposizione all’accompagnamento affettuoso e solidale in questa parte finale della vita. Tale tradizione è radicata nella Sacra Scrittura, come attestano ad esempio queste espressioni del Libro del Siracide: «Non trascurare i discorsi dei vecchi, perché anch’essi hanno imparato dai loro padri; da loro imparerai il discernimento e come rispondere nel momento del bisogno» (Sir 8,9). La Chiesa non può e non vuole conformarsi ad una mentalità di insofferenza, e tanto meno di indifferenza e di disprezzo, nei confronti della vecchiaia. Dobbiamo risvegliare il senso collettivo di gratitudine, di apprezzamento, di ospitalità, che facciano sentire l’anziano parte viva della sua comunità. Gli anziani sono uomini e donne, padri e madri che sono stati prima di noi sulla nostra stessa strada, nella nostra stessa casa, nella nostra quotidiana battaglia per una vita degna. Sono uomini e donne dai quali abbiamo ricevuto molto. L’anziano non è un alieno. L’anziano siamo noi: fra poco, fra molto, inevitabilmente comunque, anche se non ci pensiamo. E se noi non impariamo a trattare bene gli anziani, così tratteranno noi. Fragili siamo un po’ tutti, i vecchi. Alcuni, però, sono particolarmente deboli, molti sono soli, e segnati dalla malattia. Alcuni dipendono da cure indispensabili e dall’attenzione degli altri. Faremo per questo un passo indietro?, li abbandoneremo al loro destino? Una società senza prossimità, dove la gratuità e l’affetto senza contropartita – anche fra estranei – vanno scomparendo, è una società perversa. La Chiesa, fedele alla Parola di Dio, non può tollerare queste degenerazioni. Una comunità cristiana in cui prossimità e gratuità non fossero più considerate indispensabili, perderebbe con esse la sua anima. Dove non c’è onore per gli anziani, non c’è futuro per i giovani. 19 Vita di famiglia L’affascinante esperienza di una badante Rumena nella nostra casa per Anziani Dire grazie con un sorriso a tutti voi di Stefania Ghe Quando sono partita dal mio paese ero tanto spaventata, iniziare un’altra vita, in un mondo nuovo e sconosciuto, con uno stile di vita diverso, però ero decisa a lottare per la mia vita, per la mia famiglia. Sa Dio quante volte ho avuto timore di non essere all’altezza, di non essere abbastanza forte per affrontare questo cambiamento e poter fare le cose per bene. Però ho avuto fiducia nel Signore, Lui è stato sempre il mio Pastore, è stato e sempre sarà la mia forza, la mia speranza, l’amico che non ti abbandona mai. Il Signore non delude, non ti chiede altro che amare il prossimo, ringraziarlo per il dono della vita e per ogni giorno che puoi vedere dall’alba al tramonto. Ho conosciuto tante persone e tante storie di vita, tante lacrime e tanti sorrisi, persone comuni ma così diverse, e ho imparato ad accettare la vita così com’è, ho imparato che è molto importante chiedere con umiltà un po’ di pace interiore, di pace con il prossimo. La cosa che ho sempre saputo, però, l’ho imparata sin da bambina: non giudicare l’altro, non accusare, cercando di capire e di comprendere. Reagire male al male porta alla rabbia e alla tristezza, e questo non serve a nessuno e a niente. Si sa che niente succede per caso nella nostra vita, così io ha avuto la fortuna di conoscere un mondo nuovo, diverso, il 20 mondo dove ho incontrato una grande famiglia, una famiglia che è diventata la mia, almeno per me, con tutto il mio cuore. Ho iniziato a lavorare in questo istituto, la Casa per Anziani S. Antonio in Foggia, un luogo pieno di tante storie di vita, e oggi dico grazie al Signore nostro con tutta l’anima mia per questa opportunità. Qui ho vissuto dei momenti veri di vita, ho imparato tante cose e io sento che la mia anima è cresciuta. Oggi non mi sento più sola, non mi sento estranea, anzi, sarò sempre grata al Signore che mi ha concesso di conoscere questa grande famiglia, perché so che tutto viene da lui. Non vivrò abbastanza a lungo per poter dire GRAZIE mio Signore per tutto, per tutti i sorrisi e anche per tutte le lacrime che non sempre sono state lacrime di tristezza, e grazie a tutti quelli che hanno avuto fiducia in me. Questi anziani a volte sono più giovani dei giovani sono nella sedia a rotelle e sanno sorridere e dare speranza a noi che a volte dimentichiamo quanto siamo fortunati. Per capire un po’ il mistero della vita cerchiamo di partire da loro, perché loro sono quelli che hanno dato una continuità alla vita, alla nostra vita. Non so come si viva negli altri istituti, ma qui nella Casa per Anziani S. Antonio ogni giorno c’è l’incontro con il Signore, c’è la Messa, ci sono incontri con amici volontari che vengono a trovare questa grande famiglia per stare insieme a questi nostri padri e nonni, queste madri e nonne. Se posso scrivere tutto questo oggi è grazie a quello che davvero ho vissuto qui, e tutto fa parte del mio cuore. Ho ancora il sorriso nell’anima perché mi sento parte di loro, ho dei ricordi che nessuno potrà togliermi e che terrò stretti al petto fino alla fine dei miei giorni. Ancora oggi quando vado a trovare i miei amici vedo le facce sorridenti, gli abbracci, le strette di mano, vedo che c’è l’amore, c’è l’amicizia, c’è vita nei loro occhi. Per stare vicino ad una persona anziana la devi guardare come fosse una tua parente, e vedrai che nascerà un rapporto bello, inaspettato, che ti aiuterà a conoscere di più il loro mondo. Ognuno di noi ha i suoi difetti, però tutti abbiamo anche tanto amore dentro di noi: basta aprire la porta del nostro cuore, della nostra anima, così potremo scoprire noi stessi, chi siamo, come siamo davvero, e poi decidere come vivere per noi e per gli altri. Oggi viviamo alla velocità della luce, andiamo su e giù senza sosta; cerchiamo di fermarci un po’, e proviamo a trovare i nostri padri, le nostre mamme, nonni e nonne, e regaliamogli un sorriso (non costa nulla), stiamogli vicino nel cammino che è rimasto da percorrere per loro. Dobbiamo imparare ad ascoltare di più, a capire il prossimo e a comprendere. GRAZIE a tutti gli anziani, a fra Leonardo Direttore e padre spirituale della Casa, agli operatori tutti: GRAZIE A TE SIGNORE NOSTRO GESù tu sei Vita, sei l’Amore, sei il nostro Salvatore, COLUI CHE NON CI ABBANDONA MAI. Vita di famiglia i Frati Minori di Puglia e Molise accompagnati dal Ministro Provinciale fra Giuseppe Tomiri …pellegrini a Santiago e Fatima di fra Umberto Panipucci Dal 22 al 28 febbraio i frati aderenti al pellegrinaggio programmato dalla provincia, a cui si sono aggiunti due sacerdoti diocesani, hanno vissuto un’esperienza fraterna e spirituale intensa che difficilmente sbiadirà dalla loro memoria. A Santiago come pellegrini abbiamo potuto ammirare la caratteristica architettura, fastosa ma solenne, che rende la città dei pellegrini d’occidente così affascinante e suggestiva. Tanta ricchezza artistica doveva riempire gli occhi e il cuore di quei tanti pellegrini i quali, nel corso dei secoli, hanno percorso il faticoso cammino: esso doveva portarli alla spoliazione del proprio io da tutti gli inutili orpelli che ne soffocano la libertà. Alla fine del percorso, una prova fisica e spirituale, potevano però bearsi davanti allo splendore artistico ed architettonico del capoluogo galiziano. La Basilica di San Giacomo Apostolo, l’Hospital Real, le piazze della Quintana e dell’Obridorio sono solo alcune delle bellezze che abbiamo potuto ammirare in questa splendida città. Non è mancato il tempo per le visite personali al famoso santuario che custodisce il corpo dell’apostolo, dove è stata anche celebrata la mes- sa comunitaria e ciascuno dei partecipanti ha potuto dare il tradizionale abbraccio alla statua del santo. Molto intensa è stata anche l’esperienza vissuta a Finisterre, il luogo più occidentale d’Europa, dove i pellegrini dopo aver raggiunto Santiago si recavano per cercare, lungo le coste atlantiche, la tradizionale conchiglia che doveva servir loro come testimonianza della loro impresa. Terminato il nostro itinerario in Galizia, con grande gioia siamo partiti alla volta di Fatima, lungo il percorso, abbiamo avuto modo di visitare velocemente, anche alcuni monumenti delle più importanti città del Portogallo 21 Vita di famiglia come Braga, dove abbiamo visitato il santuario del Buon Gesù, Porto che si fa ammirare per la bellezza del fiume che la attraversa: il Douro. Una grande gioia ha invaso il cuore di tutti quando finalmente, la sera del 25 febbraio, siamo finalmente giunti a Fatima, il santuario mariano tanto caro a Giovanni Paolo II. Nella terra dei tre pastorelli che nel 1917 hanno vissuto gli incredibili eventi legati alle apparizioni mariane, abbiamo avuto modo di concentrare maggiormente la nostra attenzione sulla dimensione interiore. La spiritualità di quel luogo, tanto sobria quanto intensa, ci ha subito rapiti, tanto che molti di noi, nonostante la stanchezza del viaggio si sono recati al Rosario notturno, esperienza intensa e suggestiva, che ha toccato tutti e che ci ha visti partecipi nel corso delle tre serate trascorse al santuario. Al nostro gruppo è stato dato il compito di celebrare la messa delle 08:00, nella cappella delle apparizioni, sia il 26 che il 27 febbraio, l’evento è stato trasmesso in diretta via internet attraverso la webcam del santuario. D’obbligo è stata la visita a Aljustrel, la frazione di Fatima in cui avevano dimora i piccoli e celebri veggenti, al pascolo del Cabeço, dove, tra 1915 e l 1916, l’angelo della pace è apparso ai tre pastorelli, al parco Valinhos, dove abbiamo celebrato la Via Crucis e, ovviamente, Cova da Iria (valle della pace), dove le apparizioni mariane sono state più numerose, che ospita il Grande complesso santuaristico. La soave presenza di Maria, la nostra mamma celeste, diffondeva una sensazione di pace e armonia che difficilmente i luoghi del mondo riescono a comunicare. La “valle della pace” è uno di quei “assaggi di paradiso” che l’Altissimo ha voluto donarci perché potessimo trovare ristoro in quel lungo e faticoso pellegrinaggio che è la vita stessa. Attraverso la Madonna, Dio viene a dirci che con la preghiera possiamo davvero cambiare il corso della storia, la catena del Rosario è fragile solo in apparenza, essa ha in realtà una forza che nessun’altro potere al mondo può concederci, la forza di chi, in uno sforzo costante e fiducioso reso lieve dall’amore, fa del suo cuore una fonte di grazia per il mondo. Nessuno di noi è tornato da questa esperienza senza aver sentito un personale messaggio di consolazione rivolto al propria anima. Tutti noi abbiamo portato al cospetto della nostra Madre premurosa, le intenzioni di coloro che non hanno potuto essere con noi, fiduciosi di aver annullato la distanza che ce ne separava. Pieni di gratitudine verso il cielo e lieti di aver vissuto questa esperienza con i fratelli, siamo partiti per la nostra ultima tappa, Lisbona, dove abbiamo avuto il privilegio di pregare sul luogo che ha visto i natali di S. Antonio, non di Padova, non di Lisbona ma del mondo come ha voluto precisare la nostra preziosa e preparata Guida Filipe Carreira, alla quale noi tutti abbiamo manifestato la nostra gratitudine per il servizio svolto con tanto amore e professionalità. 22 Gi.Fra. I Giovani Francescani di Puglia nel ritiro di quaresima invitati al di Francesca di Lecce Fraternità di Brindisi la Pietà Domenica 1 marzo è stata data la possibilità alla nostra fraternità di partecipare per la seconda volta al ritiro della Gi.Fra. di Puglia. Insieme alle altre realtà regionali ci siamo riuniti iniziando la giornata con una celebrazione eucaristica proseguendo con la catechesi di Fra Francesco sulla vita, sul cambiamento. Una catechesi che ci ha invitato a pensare a costruire la felicità con ciò che abbiamo, e non pensando che potremmo trovarla in un futuro con persone o cose che non abbiamo. È stato un momento fantastico, specialmente quando ha parlato delle sensazioni che proviamo, ponendoci tre semplicissime domande: “Cosa sento? Cosa voglio? Cosa decido?” … spiegando perfettamente il nostro stato d’animo facendo poi smuovere qualcosa in noi. Abbiamo visto anche un filmato, «Il Circo Della Farfalla», ma lo abbiamo visto non solo con gli occhi, ma con il cuore le tre domande, capendo che è sbagliato vivere una vita per i sogni dell’altro, ed è sbagliato essere il limite di noi stessi. Per questo la parola che si è presentata per tutta la giornata era: CAMBIAMENTO. Cambiamento perché, magari non possiamo cambiare il mondo, non possiamo cambiare vita, ma se cambiassimo decisione, se iniziassimo a vivere la vita che vogliamo, i nostri sogni, magari qualcosa la cambieremmo. Se iniziassimo a essere tutti più fratelli e sorelle, a capire che siamo figli di un unico Dio che ci ama nella nostra diversità e che non abbiamo bisogno di alcuna maschera per piacere alla gente, allora ci sarebbe il cambiamento! Durante i laboratori abbiamo appreso che non bisogna essere superficiali e tralasciare le cose, ma che bisogna osservare di più: dal nome del nostro compagno accanto a noi a ciò che ci circonda; e non stare sempre fissi sui social network ma che bisogna vivere la spontaneità di ogni giorno; altrimenti è un giorno sprecato / inutile; essere curiosi del mondo; andare alla ricerca di qualcosa di spettacolare e vantarcene per averlo visto con occhi veri, non attraverso un display; ed essere più amichevoli, non essere chiusi in noi stessi perché questo non porta nessun cambiamento. Poi abbiamo visto un altro filmato. Un filmato che riprendeva varie scene di vari film e/o cartoni animati e sembrava che fosse lui a guardare noi, a scavare dentro di noi per strapparci quell’emozione che abbiamo disegnato su una maschera senza identità. Il ritiro si è concluso molto allegramente: tra un momento di preghiera e una canzone dei Pentatonix: Mery did you know? (Lo sapevi, Maria?), molto suggestiva. Il ritorno è stato pieno di risate perché eravamo tutti felici di esser riusciti a creare una specie di legame tra noi e Dio, eravamo più uniti nonostante il fatto che non tutti ci conoscessimo; ma era come se quei visi, quelle risate, quelle parole le vivessi da sempre perché è questo che Dio riesce a fare. Riesce a farci sentire accettati ed è una cosa che bisogna provare nella vita. 23 Gi.Fra. SCUOLA DI FORMAZIONE NAZIONALE GI.FRA. ORA X ASSISI 6 - 8 MARZO di Giada Balducci Fraternità di Gravina in Puglia «Se un cristiano vuole conoscere la sua identità, non può starsene comodo in poltrona […] è necessaria quella inquietudine che lo stesso Dio ha messo nel nostro cuore e che ti porta avanti a cercarlo». È con le parole di papa Francesco che voglio iniziare questo articolo perché a mio parere racchiudono tutto il senso dello slogan di questo fine settimana di formazione nazionale ad Assisi: Ora X. Cos’è l’Ora X? Beh, “circa le quattro del pomeriggio”!!! È da questo primo capitolo del Vangelo di Giovanni (v. 35-39) che monsignor Giusti è partito per parlarci di quella che dovrebbe essere esperienza autentica e concreta di Gesù, la nostra Ora X. Quale modo migliore per fare esperienza di Gesù se non incontrare i gifrini di tutta Italia? Si sa che al ritorno di ogni viaggio i vestiti in valigia ci stanno stretti, perché si fa spazio a nuove esperienze, a nuove conoscenze e a 24 nuove emozioni che ti arricchiscono e ti permettono di donare qualcosa in più anche agli altri perché l’ora giusta è l’ora di amare. Sia la catechesi al Vangelo, quanto la testimonianza di Enrico Petrillo, hanno offerto ad ognuno di noi la possibilità di fermarci a riflettere su quello che è stato il nostro incontro con Cristo e su quanto concreta è la nostra relazione con Lui. La cosa sconcertante è stata rendermi conto di quanto facile sia il rischio di perderci in idee e filosofie che in realtà sono solo la punta dell’iceberg della nostra relazione con Gesù, perchè per essere veri cristiani è necessario fare esperienza di Cristo riconoscendolo nel volto di chi, Lui stesso, ci ha messo accanto. Credo che ognuno di noi possa avere più di un’ora X nella propria vita e personalmente in questa Ora X io ho avuto il mio incontro che definirei “scontro” con il Signore, perché Lui è così, se ti tocca il cuore, ti scuote. Ho riconosciuto tutto questo nella voce di Enrico mentre parlava di Chiara, è evidente quanto le loro vite siano sta- te scosse da un Dio che ha dovuto “graffiare” il loro amore per donare ad entrambi qualcosa di più grande di quello che già avevano: un amore vero, proprio perchè libero, un amore che permette la piena realizzazione di sé nel donarsi senza pretendere nulla in cambio. Mi è parso di leggere sul volto di Enrico qualcosa che noi francescani chiamiamo perfetta letizia ed è questa la testimonianza che sento di dover portare a chi non ha potuto vivere questa esperienza con me, un affidarsi totale e con gioia a chi ha per noi un progetto di amore ma, che costa fatica. Concludo ringraziando quanti hanno contribuito a rendere speciale questa esperienza che ha rafforzato il mio senso di appartenenza ad una fraternità che sa andare oltre i limiti di spazio e tempo e si incontra nell’amore per poter essere testimone di Lui. Adesso vi starete chiedendo che ora è, vero? Forza! È ora di alzarci e andare incontro ad un Padre buono e misericordioso che ci sta aspettando a braccia aperte! Gi.Fra. La Gioventù Francescana in Molise …si racconta di Marzia Leccese presidente regionale Pace e bene a tutti! È con grandissima gioia che ho accolto l’invito a partecipare a questo incontro nel quale, in spirito di fraterna condivisione –come avete già iniziato a fare in questi giorni- metteremo in comune bisogni e prospettive dell’intera Famiglia Francescana. Fantastico anche il tema scelto “Il servizio con fedeltà e perseveranza”, di cui parla tanto Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium…dimostrazione di una fraternità provinciale attenta e docile alle sollecitazioni del momento attuale e in perfetta comunione con la Chiesa. Può sembrare poco, ma ho apprezzato tantissimo questo bel segno di vicinanza ed interesse per noi. Penso sia la prima volta, nella nostra giovane vita di fraternità regionale GiFra, che veniamo convocati per un’Assemblea Provinciale. Auspicando un incontro congiunto interobbedenziale, vi ringrazio per quest’opportunità. È a mio avviso essenziale trovare occasioni per conoscerci ed incontrarci: sembra strano tante volte che all’interno della nostra Famiglia non si conosca né il nome né il volto dei fratelli, fondamentale invece per gettare le basi di una buona collaborazione. Apro questa mia riflessione con due precisazioni: la prima è che mi è stata affidata la cura della fraternità regionale da meno di un anno, per cui non parlo tanto in qualità di presidente, ma in quanto gifrina del Molise che ha vissuto appieno gli ultimi 3 anni di vita fraterna, anche all’interno del consiglio. E poi voglio sinceramente esprimervi il mio - anzi il nostro - semplice GRAZIE, dal profondo del cuore per il servizio e la disponibilità che offrite; innanzi- tutto al Padre Provinciale, ma anche a tutti gli assistenti spirituali, che ci vengono affidati quali “compagni speciali” di viaggio. La fraternità del Molise, per grazia di Dio, è piccina, ma ricca di talenti. È composta da 6 fraternità costituite: Campobasso S. Cuore, Campobasso S. Giovanni, Isernia, Sant’Elia, Termoli e Venafro. Negli ultimi anni, i frati minori hanno mostrato un interesse sempre crescente nei confronti delle realtà Gi.Fra., curandole con amore e costanza. Inoltre, proprio negli ultimi mesi abbiamo ricevuto la richiesta di formazione da parte della fraternità di Campobasso S.Antonio di Padova e, infine, seguiamo – seppur non più in prima persona – i passi delle ragazze della fraternità di Toro che, accompagnate dall’Ofs, guidano gli araldini. Nella mia personale storia di gifrina ho conosciuto da vicino diversi frati 25 Gi.Fra. della Provincia, solo per citare gli assistenti regionali: fra Roberto Palmisano, fra Francesco Cicorella, fra Giancarlo Li Quadri Cassini, fra Mimmo Scardigno e attualmente fra Vito Fiorentino, e poi tanti cari assistenti i locali. Ringrazio il Signore per averceli donati e loro per l’amore che hanno per noi giovani. Le difficoltà che ho riscontrato in questi anni penso siano riconducibili a due ragioni: in primis è difficile essere presenti come assistenti se occorre curare diverse realtà contemporaneamente e non sempre è semplice instaurare nuovi rapporti, personali e fraterni, se si susseguono più frati nel giro di poco tempo. Noi ci poniamo in atteggiamento di profonda empatia verso le difficoltà che quotidianamente incontrate, come il minor numero di vocazioni religiose e sacerdotali, da cui inevitabilmente scaturisce la presenza di pochi frati nei conventi e di frati spesso molto carichi e impegnati. Ma questa non vuole assolutamente essere una nota negativa, anzi sono io a ringraziare voi ancora una volta per averci dato modo di fermarci a riflettere su come adattarci e imparare ad essere più flessibili nei rapporti che instauriamo e più accoglienti nei confronti di chi entra a far parte della nostra famiglia. Voglio essere estremamente schietta e sincera: sentiamo forte l’esigenza di avervi accanto a noi. ABBIAMO BISOGNO DI VOI per camminare…e per camminare bene insieme! Abbiamo bisogno di assistenti semplici, ma consapevoli dell’importanza dell’impegno loro richiesto, di guide Ordinazione Presbiterale Fr. Michele Romano Domenica 7 Dicembre 2014 Chiesa Madre - Grumo “Servo per amore, sacerdote dell’umanità”… che tu possa seguire le orme di Gesù con passione e fede Auguri! 26 spirituali, fratelli maggiori e padri, che si prendano cura di noi: ci educhino con dolcezza, ma anche con la giusta autorità nelle scelte di fede, e a passare “dalla vita al Vangelo e dal Vangelo alla vita”, essenza della nostra vocazione francescana. Siamo fraternità di giovani in crescita, ricche di ragazzi cui occorre il vostro esempio e la vostra testimonianza, che hanno bisogno della vostra presenza e vicinanza, che ci aiutino a sentire ancora più vicino S. Francesco e il suo carisma. La giovinezza è un’età bellissima, dalle mille sfaccettature, piena di sogni, di aspirazioni e di speranza. Siamo (o dovremmo essere) capaci di incendiare d’amore il mondo, ma attraversiamo anche un periodo molto delicato, nel quale definiamo la nostra identità. Per tale motivo, sentiamo ancora più forte l’esigenza di avervi accanto a noi, in un cammino di discernimento che ci porterà a una vocazione o laica, nell’Ofs, o religiosa, nel Primo e nel Secondo Ordine. Il momento storico nel quale viviamo non è dei migliori: tante volte noi giovani ci sentiamo disorientati di fronte ad alcuni problemi della vita, alla mancanza di lavoro, alle famiglie che si dissolvono, alle relazioni e ai legami tante volte superficiali e d’apparenza; come tutti, avvertiamo forte la crisi. Una crisi non solo economica, ma soprattutto morale, culturale, dei valori, delle relazioni e dei sentimenti. Ed è proprio adesso che abbiamo bisogno di sostegno perché il Signore ci chiama ad andare nelle periferie e ad uscire fuori per essere le Sue mani, i Suoi piedi, la Sua voce. Ma per portare qualcosa (o meglio Qualcuno) agli altri, dobbiamo prima riempirci, dobbiamo farne esperienza per essere testimoni credibili e in questo gli assistenti svolgono un ruolo essenziale nel curare la nostra formazione spirituale. Padre Provinciale, ci affidiamo a Lei, che sperimenta la grazia e il peso di un servizio tanto complesso, perché possa continuare a sostenere i frati assistenti già nominati e valutare con cura quelli da nominare, affinché col loro luminoso esempio ci sollecitino a vivere secondo la forma del Santo Vangelo e prendano a cuore le necessità che Le abbiamo espresso. Ci auguriamo che, nonostante le nostre povertà e i nostri limiti, ognuno ritenga un privilegio particolare la chiamata a stare con la GiFra. Infine, nell’ottica che “riconoscere i propri sbagli mi sembra sia un principio di sapienza”, come qualcuno faceva notare in vista dell’anno della vita consacrata, ne approfitto per chiedere scusa per tutte le volte che noi non siamo stati in grado di comprendervi o di fare silenzio in alcune situazioni, per ogni volta che non vi abbiamo dimostrato quanto siate preziosi per noi e che noi abbiamo bisogno della vostra vicinanza. Grata al Signore per il dono della vostra presenza fraterna, concludo con l’augurio che da questa Assemblea possiamo imparare a crescere sempre di più, sull’esempio di S. Francesco, nella via della semplicità e dell’umiltà. Buon cammino a tutti! OFS “Non abbiate paura! È risorto, non è qui … Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che Egli vi precede in Galilea” (Mc 16,6-7) di Maria Ranieri Ministra Regionale Puglia Cari fratelli e sorelle, il Signore ci dia pace! Un’altra festa di Pasqua segna lo scorrere del tempo, che si connota, comunque nella ordinarietà del quotidiano e reca ad ogni giorno il suo tributo di pena o di letizia, ma il Signore risorto ci dona la fede e ci ha lasciato la sua Chiesa, dove impariamo, giorno dopo giorno, a vedere in ogni evento una opportunità di grazia, un mezzo per ritornare a Lui, un modo per illuminare gli anfratti della terra e per darvi un senso oltre gli insipidi appiattimenti della diffusa banalità. Viviamo il tempo di Quaresima, tempo forte di ‘preghiera, digiuno ed elemosina’. Essa è tempo di verifica e di riconoscimento delle colpe, quindi di verità e di penitenza. Forse senza pensar- ci, ci è capitato di aver voluto lasciare il Padre dei cieli alla ricerca di una strana e fascinosa felicità, alla ricerca smodata di una liberazione dai binari, che sembrano condizionarci, ma che in realtà assicurano stabilità al nostro cammino, lungimiranza alla nostra coscienza, fortezza di fronte ai pericoli. Sia questo per noi il tempo dell’autentica povertà, unica strada per il rinsavimento e la risalita verso la vita vera, nella dignità filiale, donataci del Padre celeste! Il mondo ci propina ogni giorno eventi, condizioni, situazioni, la cui assurdità ci lascia attoniti, ma spesso anche indifferenti. Inerti. È lo scotto da pagare alla pretesa autosufficienza, ma è dolore, è smarrimento, è rabbia. Ripensandoci, tutto comincia da una testarda ed infondata certezza di possedere la verità intera, che non è data alle creature. Alla presunzione segue la durezza, la solitudine, l’ostilità contro l’uomo diverso, vissuto come nemico. È il male che sembra vincere! Ma ci illumina la Parola di Dio, che guidò gli Israeliti nei quarant’anni del deserto e sostenne Cristo nelle tentazioni della sua quaresima. Essa è il pane di verità, ci rivela la fedeltà di Dio nella promessa antica ed è il canale della gioia vera, perciò ci immergeremo in essa, per farne “lampada dei passi … luce del cammino” (Sal 118,105). Nel silenzio del deserto e nell’ascolto orante, possiamo assimilarci al divino Maestro e seguirlo anche sulla stretta via dolorosa, che ci introduce alla santità. Quella pietra rotolata nel terzo giorno, quella tomba vuota, quell’uomo “vestito d’una veste bianca” danno la possibilità a ciascuno di noi di ‘vedere e credere’, di passare dal vedere al credere, perché la nostra fede ci rincuora e ci fa incontrare e riconoscere il Risorto. In questo incontro il timore si scioglie in gioia, lo smarrimento in speranza, la viltà in coraggio e scoppia dentro l’esigenza irrefrenabile di andare ,“senza indugio” e a qualunque co- 27 OFS sto, ad annunciare agli amici, alla città, al mondo di aver ‘visto’ Gesù risorto. Questo incontro dà senso alla mia vita e può darlo a quella di tutti. Sia questo il tempo di guardare coscienziosamente alla meta della nostra storia, di credere fermamente che ogni dolore, ogni sconfitta può confluire nella vita nuova, donataci in Cristo risorto dal Padre misericordioso! Con tale certezza auguriamoci di essere misericordia per gli uomini e di ‘rendere ragione della speranza che è in noi’ (1Pt 3,15). La Pasqua ci sollecita a spezzare il “globalismo dell’indifferenza”, quella mortale chiusura, afferma il Santo Padre, che è “una tentazione da superare, un’attitudine egoistica, un disagio da affrontare”, perché Dio non è indifferente a ciascuno di noi, anzi “Deus caritas est” per ognuno e ciò è motivo di pace interiore e comunitaria e di impegno missionario. Basta un po’ di vera povertà in spirito, per discernere l’essenziale, per restare liberi di fronte alle cose di questo mondo, per vivere la fraternità con tutte le creature, per essere felici di questa vita con tutti i suoi dilemmi, perché la vita è dono del Signore: essa è la nostra storia, è il laboratorio della ricercata pienezza, della eternità! Cari fratelli e sorelle, diamo fecondità a questo tempo magnifico! Possiamo fare nostro il cammino di Maria di Magdala e dell’altra Maria. Come in loro, crescano in noi l’attenzione e la premura per Gesù, ‘ispirato- 28 re e centro della nostra vita’ (Reg. Ofs 4), il quale rinnova anche oggi la sua passione per i poveri e gli emarginati! Per Lui sapremo veramente lenire i dolori, i lutti con delicata carità cristiana; sapremo essere disponibili alle richieste di aiuto ed andare incontro alle esigenze degli ultimi. …. L’intercessione dei celesti Patroni ci sostenga nella nostra missione di “curare le ferite, fasciare le fratture, richiamare gli smarriti”! (FF 1469). Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salòme, prime testimoni della Resurrezione ci aiutino ad accogliere la grazia divina per “camminare in una vita nuova” e guardare con occhi diversi il mondo! Nella preghiera anche noi – come le donne presso il sepolcro vuoto - incontreremo angeli consolatori, che indicano il Dio vivo e vero, che ci sostengono in una fede adulta e fanno rinascere in ciascuno lo stupore per le meraviglie che il Signore, nonostante tutto, continua a operare in questo mondo. E saremo capaci di vivere una “gioia grande” e di annunciare a chi incontriamo che il Signore è risorto e perciò per tutti c’è un futuro, una vita che non muore. Questa notizia è tanto grande che i mezzi umani non possono contenerla; è il vino nuovo che rompe gli otri vecchi e si riversa da tutte le parti, ma “Quantum potes, tantum audes” (Inno Lauda Sion): “Quanto puoi, tanto osa, perché essa è al di là di ogni lode, e noi non loderemo mai abbastanza”. Avvenga che ci colga il ‘brivido della resurrezione’! Possa la sua carica divina riempirci di ‘amore e terrore’, farci «ardere e rabbrividire insieme» (S. Agostino) e gridare a noi stessi “Svegliati mio cuor, svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora”! (Sal 57,9). La preghiera di ogni tempo alimenta in noi l’umiltà e la fede; essa ci apra allo Spirito, che ci aiuta a discernere se ci siamo realmente incamminati nella vita nuova, fonte di comunione tra gli uomini. Sarà vera pasqua per noi, se irradieremo Cristo, il crocifisso risorto nelle opere quotidiane, se vivremo da “risorti”, se faremo della comunione delle tre Persone divine la nostra comunione (Gv 1, 1-3). Auguro a tutti di essere radicati in Cristo, per agire con Lui nella realtà del nostro tempo, che ha bisogno di vederLo vivo, fondamento di giustizia e di pace tra tutti gli uomini del pianeta. La vita di carità evangelica è la nostra pasqua, che avanza nella storia; essa è per noi “la vita nuova”, che esprimiamo nell’“amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). E il Signore Dio accetterà questa vita in se stessa e la confermerà come vera, assumendola dentro l’«adesso» dell’eternità”. Con profondo e fraterno affetto, a tutti AUGURI DI UNA SANTA PASQUA DI RESURREZIONE! Esperienza 27 febbraio 2015 Conferimento della Medaglia Grato Animo a padre Pio D’Andola e Francesco Clemente Nella serata di venerdì 27 febbraio il Decano dello Studium Biblicum Franciscanum, padre M. Pazzini, ha consegnato a padre Pio D’Andola (Commissario di Terra Santa di Puglia e Molise) e al signor Francesco Clemente (benemerito dello Studium e della Custodia), da parte della Custodia di Terra Santa e dello SBF, la medaglia Grato Animo. I due volontari e amici stanno realizzando un desiderio di padre M. Piccirillo provvedendo alla digitalizzazione dei reperti in pellicola fotografica dell’Archivio archeologico dello Studium e della Custodia. Questo servizio è stato iniziato circa dieci anni fa da padre Pio; ma dallo scorso anno, dal mese di febbraio 2014, il team di lavoro è stato composto da Tonia Bocola e Daniele Baffoni, ambedue archeologi, e Francesco Clemente e Padre Pio d’Andola. Nel luglio dello stesso anno Francesco e padre Pio hanno continuato il lavoro di scansione per tutto il mese. Il loro volontariato si è rinnovato per tutto il mese di febbraio 2015. Il numero complessivo delle pellicole scansionate da Francesco e padre Pio in questo ultimo soggiorno è di n. 11.231, per un totale di circa 60.000 scansioni. Nel diploma che accompagna la medaglia Grato Animo si legge: “La Custo- dia di Terra Santa certifica e attesta che … è particolarmente benemerito dei Luoghi Santi e con questo Diploma di Benemerenza gli attribuisce, quale insigne Benefattore di Terra Santa, la medaglia Grato Animo”. I diplomi sono redatti in latino e firmati dal padre Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa. Tale onorificenza fu istituita in occasione della visita di papa Paolo VI presso i Luoghi Santi (1964). La medaglia costituisce un’onorificenza ufficiale della Custodia di Terra Santa; viene oggi conferita a consacrati o laici che con la loro opera abbiano contribuito a custodirne il patrimonio, distinguendosi come benefattori. l’affascinante esperienza in Germania di fra Antonio Gelsomino ofm è dal primo ottobre che mi ritrovo ad essere a servizio, come parroco, di una Comunita’ cattolica italiana in Germania, ed esattamente in Dreieich (a soli 12 km da Francoforte). Sono molto legato alla terra dove ora vivo, anche perché ci sono nato nel 1971 (esattamente a Pforzheim). è lì che ho vissuto i miei primi 13 anni di vita. Il desiderio di venire in Germania è maturato da un po di tempo, ma quest’anno si è finalmente concretizzato. Devo dire grazie al Signore che, attraverso il bene placido del ministro provinciale, mi ha reso possibile questo desiderio, dandomi la possibiltà di mettere a frutto questa mia specifica vocazione. è bello constatare che tutto ciò accade dopo tredici anni di servizio sacerdotale in Italia, i quali coincidono temporalmente (tredici) con la mia prima permanenza qui in Germania. Avrò l’opportunità di “restituire” alla Germania ciò che essa stessa ha dato a me in abbondanza. Sono forse l’unico, oltre ai pochissimi giovani, a tornare nella terra natale (verso la quale la mia famiglia è dovuta migrare) per servirla , ora, da sacerdote. è un’esperienza molto bella, ma che comunque non è esente da difficoltà. Sono in contatto con i frati della provincia tedesca, ma non per questo io senta meno la vostra presenza spirituale. Per la comunità garantisco la messa feriale in missione e quella domenicale in una chiesa della comunità parrocchiale tedesca. I rapporti con la vicaria ed alcuni rappresentati laici della comunità tedesca sono abbastanza buoni. Devo anche ammettere, però, che la conoscenza della lingua e della cultura di questo Paese ha svolto un ruolo alquanto importante nel mio inseri- mento qui sul territorio. La comunità è costituita da molte famiglie, giovani in particolar modo, ed il lavoro pastorale non manca. Garantisco a tutti voi la mia preghiera e chiedo a tutti di pregare per me il Signore, per intercessione della Beata Vergine Maria, affinchè possa riuscire al meglio nel servizio pastorale della comunità affidatami. 29 Focus Francesco e la sua “dolce Pazzia” di Eleonora Russo è tornata ad emozionare la storia del Santo di Assisi attraverso uno spettacolo teatrale interamente originale, “La dolce Pazzia”, promosso dall’Associazione Culturale “Prospettive Artistiche”, a San Nicandro Garganico (FG), riportato in scena in occasione del decennale dalla Prima Internazionale (16 dicembre 2004). “La dolce Pazzia” nasceva dieci anni fa dalla voglia di raccontare Francesco, “la sua santa assurdità, che gli valse spesso in vita l’attributo di pazzo, la sua santa pazzia, che non fu mai follia e che invece profumò il mondo di dolcezza”: questo quanto affermavano i due giovani ideatori del progetto, Michele Solimando (autore delle musiche) e Giuseppe Di Tullio (autore del soggetto e dei dialoghi). Un progetto che parte da lontano, quello di “Prospettive Artistiche”, che ha da subito riscontrato l’entusiasmo 30 del pubblico e l’encomio della critica. Ben 21 le repliche dello spettacolo, nei principali teatri di Capitanata e della Puglia, fino ad arrivare nel 2005 direttamente presso il sagrato della Basilica inferiore del Sacro Convento di San Francesco, ad Assisi. Oltre 18.000 gli spettatori che hanno applaudito la storia del Santo di tutti. Lo scorso 13 dicembre, nei Locali del “CineTeatro Italia”, le amorevoli parole di Francesco hanno riecheggiato attraverso le commoventi note di un musical che tocca l’anima, attraverso l’impegno umano e artistico di un ricco cast di giovani attori, cantanti e ballerini che hanno prestato il loro talento per dare voce alla storia di colui che si distinse per la sua Santa umiltà. Encomiabile la perfomance di tutto il cast, con una menzione particolare per il protagonista Leonardo Russo, che ha vestito i panni di Francesco, attraverso una commovente interpretazione e per la diciassettenne Rita D’Andrea, nel ruolo di Chiara, ottima attrice e cantante dalla vocalità mozzafiato. Vendite sold-out per lo spettacolo, rappresentato in due matinèe e una prima serata: il ricavato è stato devoluto alla Ricerca, grazie al sodalizio che vede ormai da anni “Prospettive Artistiche” in collaborazione con Telethon. Un’atmosfera di profonda commozione ha coronato la serata attraverso il consueto saluto a Nazario Squeo, cui lo spettacolo è dedicato, e Teresa Lallo, giovani amici prematuramente scomparsi. Forti le emozioni che puntualmente “Prospettive Artistiche” regala attraverso le sue prestigiose iniziative culturali, un sentito ringraziamento va ad Antonella Squeo, Michele Solimando, Antonio Torella, Mariagrazia Giordano, Raffaele Muscettola, Giuseppe Di Tullio, al cast e a tutti i collaboratori per il dono di tanta bellezza attraverso il loro impegno e la loro Arte, per averci parlato, ancora una volta tramite Francesco, di Amore. Poesia ❤ Le parole del cuore... Riflessione e Perdono di Enza Daquino Un tempo di qualche anno fa, un tumore al seno ha segnato per sempre la mia esistenza. Un fulmine al ciel sereno che ti spinge, pian piano, verso il baratro, verso la morte. Dopo aver pianto tanto, da allagare la casa - stavano per venire i pompieri - ho deciso di mettere in pratica i consigli del medico che mi ha operato: ridere, scherzare, uscire, viaggiare…e così ho fatto. Quando succedono queste cose ci vuole l’affetto di tutti: chi ha famiglia deve essere circondato da essi, chi non ce l’ha frequenta associazioni o farebbe meglio un po’ di volontariato; io non ho famiglia e l’associazione non mi andava. Ho avuto la fortuna di avere un’amica d’oro che mi è stata vicina, mi ha accompagnata in tanti posti per farmi svagare, poi per la cattiveria della gente ed una piccola lite, l’amicizia pura e semplice fatta solo di gesti come una telefonata, una passeggiata si è affievolita, procurando solo tanto dolore. Ci sono voluti mesi per riallacciare il rapporto, ma non più come prima. E in questi attimi di sofferenza e solitudine allora che mi sono chiesto: perché deve regnare la cattiveria? Cosa c’è di strano se due persone si vogliono bene? Telefonarsi, passeggiare, pranzare insieme, e poi rientrare ognuno nella propria casa facendo il bilancio della giornata. Oggi si vuole materializzare tutto, comprese le cose pure. Anche Gesù voleva bene a Giovanni l’Evangelista, alla Chiesa, a tutti noi. San Francesco a Santa Chiara. Così dovrebbero essere le persone: Amici! Il mondo sarebbe bello e accogliente, sparirebbero le liti e anche le guerre…anche quelle più piccole. Gesù ci mette sulla nostra strada l’amico, l’amica, perché tramite essi possiamo redimerci, ascoltarsi, lenire le sofferenze… Ma l’amica vera ti sussurra con dolci parole: lascia stare, perdona, avvicina la persona e dalle un bacio. L’amica è la mano di Gesù, le gambe dell’ammalato, gli occhi del cieco, il corpo leso e fragile di un povero che ti incoraggia e ti infonde la Speranza. Questi sono gli amici: coloro che sono testimoni di Gesù, che dal cielo sorride per il bene che fanno: Sempre! 31 Rallegriamoci ed esultiamo Santa Pasqua di Risurrezione fra Leonardo Civitavecchia, ofm Direttore Azione Francescana il fra Giuseppe Tomiri, ofm Ministro Provinciale 5x1000 del cuore ai francescani di Puglia e Molise 5x1000 1.Promozione e gestione di strutture di accoglienza 2.Assistenza sociale e socio-sanitaria 3.Beneficenza 4.Istruzione e formazione 5.Tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali d’interesse artistico, storico e ambientale Codice fiscale 92069530704 In caso di mancato recapito, rispedire al mittente, che si impegna a pagare quanto dovuto per legge. Grazie! Curia Provinciale OFM Convento San Pasquale - 71121 Foggia