G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Nell’immaginario collettivo gli animali si dividono in buoni e cattivi, docili e pericolosi, rari, in via di estinzione e comuni. Per coloro che hanno attenzione e sensibilità gli animali rappresentano sempre un valore di naturalità riconosciuto e apprezzato. Sappiamo tutto sulle migrazioni dello gnu o sui branchi di leonesse del Serengeti (visti soprattutto nei documentari televisivi), ma sappiamo molto meno sugli animali “alieni” (specie introdotte al di fuori del loro areale originario), sugli animali “problematici” e ancor meno sui danni che entrambi causano, in termini ambientali ma anche economici. Ovviamente le cose si complicano quando i punti di vista sono diversi. Nelle risposte ai questionari somministrati agli agricoltori il cinghiale assume i contorni di un vero flagello; lo stesso questionario riempito da un cittadino “urbano”, dipinge questa specie come un elemento naturale connesso all’ambiente, tanto più bello e incontaminato se abitato da animali selvatici, magari di grossa taglia e meglio se facilmente osservabili. I punti di vista sono quindi essenziali per capire i problemi e per cercare di mitigarne gli effetti. In questo numero presentiamo un dossier dedicato agli animali “problematici”, curato da Andrea Monaco e Roberto Sinibaldi, che spaziando in un terreno di confine tra temi di carattere ambientale, sociale ed economico, affronta, senza perdere di vista il filo rosso del valore della biodiversità, le problematiche connesse con la presenza di alcune specie animali. Il quadro che ne emerge si caratterizza per la mancanza quasi assoluta di soluzioni universalmente valide, di formule sicure per la risoluzione dei problemi. In tutti i casi il delicato equilibrio tra presenza dell’uomo e degli animali, va cercato con pazienza, costruito con attenzione e sostenuto costantemente. Spesso caso per caso, luogo per luogo. Partendo dal “controllo faunistico”, vale a dire da quello che dovrebbe essere l’atto finale per la soluzione del problema del conflitto esistente tra fauna selvatica e uomo, ci accorgiamo subito che l’uso di tale strumento gestionale è complesso, costoso, di incerta attuazione e con implicazioni non solo pratiche, ma anche etiche ed emotive. Si genera così un conflitto sociale che contrappone punti di vista diversi, che arrivano a ideologizzare lo scontro. I risultati non sempre vengono adeguatamente monitorati e a volte si ottiene Aree protette La fauna problematica 5 6 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette solo una più o meno blanda riduzione numerica degli animali ritenuti in soprannumero, con effetti più sul contesto sociale che sull’ambiente naturale. Facendo un passo indietro ci si accorge che le invasioni di animali “alieni” sono un problema che ha origini remote. Tra gli innumerevoli e documentati esempi, basti ricordare il caso dell’estinzione del Dodo dalle Isole Mauritius, avvenuta nel XVII secolo anche a causa dell’introduzione di predatori da parte dell’uomo. L’introduzione di specie alloctone, oltre a costituire una delle principali minacce alla conservazione della biodiversità, è critica anche per gli ingenti danni economici e per la diffusione di malattie e parassiti che le specie aliene causano. Il nostro Paese non sfugge alla presenza di tale minaccia e molte delle specie considerate tra le 100 più “invasive” al mondo si sono già stabilite da noi e altre continuano ad arrivare, come la zanzara tigre, il gambero rosso della Luisiana o il punteruolo delle palme. Parlando di animali problematici, non si può non riferirsi con particolare attenzione al cinghiale, specie fortemente “manipolata” dall’uomo per motivi venatori e quasi sempre considerato in soprannumero. L’ammontare dei danni che causa all’agricoltura in Italia è stimabile in milioni di euro l’anno. Le Regioni assumono di volta in volta atteggiamenti di contrasto più o meno forti e, soprattutto nelle aree protette, il conflitto sociale si sente e produce tensioni che si trasformano in una specie di verdetto pro o contro il Parco. Ma i giudizi, i timori, le convinzioni sul cinghiale quanto e su che cosa sono basate? Un contributo specifico nel dossier chiarisce diversi elementi e smentisce quelle che per molti sono delle granitiche certezze. La storia recente del cinghiale, dagli studi morfometrici all’ampliamento degli areali ci è proposta sotto una lente di ingrandimento assai efficace, priva di quelle suggestioni che sconfinavano quasi nell’aneddotico. Probabilmente quella del cinghiale, specie “simbolo” che riassume in sé buona parte delle problematiche connesse con la fauna problematica, è una presenza con cui bisogna imparare a convivere, mettendo in atto tutte le mitigazioni del caso per ridurre danni ed incidentalità, ma assicurando contemporaneamente il mantenimento di spazi vitali alla sopravvivenza di una specie che ha “piena cittadinanza” nella fauna italiana e nei nostri ecosistemi. La convivenza tra uomo e fauna selvatica è l’unica strada percorribile per uscire realisticamente da una visione puramente antropocentrica e va percorsa con l’umiltà che deve scaturire dalla consapevolezza che alla radice della “problematicità” della fauna c’è sempre l’uomo che, con la sua azione, è stato in grado di scardinare il naturale equilibrio dinamico tra le componenti di un ecosistema. G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 di Silvano Toso Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - ISPRA Nell’ambito della gestione faunistica, con il termine “controllo” si indica un’azione o un insieme di azioni tese contrastare l’impatto indesiderabile che la popolazione locale di una determinata specie esercita su beni, attività economiche o altre componenti delle biocenosi. Il controllo può essere esercitato in maniera diretta diminuendo la consistenza della popolazione, oppure in modo indiretto agendo sui fattori limitanti che ne condizionano la dinamica. Il controllo è dunque di uno strumento di gestione che si concretizza attraverso interventi che potremmo definire di “polizia faunistica”. Con questo significato il controllo è previsto in tutte le normative nazionali e in molte di quelle sovranazionali che riguardano la conservazione e la gestione della fauna. Per quanto riguarda il nostro Paese i riferimenti normativi sono la Legge 11 febbraio 1992, n. 157 “Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il pre lievo venatorio”, art. 19 e la Legge 6 dicembre 1991, n. 394 “Legge quadro sulle Aree protette”, artt. 11 e 22. Il controllo di popolazioni faunistiche è anche normato dalla Convenzione di Berna “relativa alla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale in Europa” (art. 9) e dalla Direttiva 147/2009/CE “concernente la conservazio ne degli uccelli selvatici” (art. 9), entrambe recepite dall’Italia. Una lettura analitica del corpus normativo sopra citato evidenzia come il controllo rappresenti una deroga al generale regime di protezione accordato alla fauna. In questo senso il controllo si affianca, sia pure con motivazioni e modalità d’esecuzione diverse, ad altre due forme di deroga previste: il prelievo venatorio e la cattura di animali selvatici a scopo di studio o di ricerca scientifica. Le motivazioni del controllo Il controllo di una popolazione di animali selvatici può essere effettuato in funzione di diverse motivazioni: per prevenire o limitare danni ad attività economiche quali l’agricoltura, la forestazione, l’allevamento di animali domestici e l’itticoltura; per evitare il danneggiamento di edifici, manufatti ed infrastrutture (ad esempio le arginature dei canali); per motivi sanitari legati sia alla profilassi delle malattie che colpiscono gli animali domestici, sia alla lotta alla diffusione delle forme patogene che possono essere trasmesse dagli animali selvatici all’uomo (zoonosi); per eliminare specie alloctone che interferiscono negativamente con le biocenosi originarie delle regioni ove sono state introdotte; per attenuare l’impatto esercitato (ad esempio per predazione o competizione) su specie minacciate; Aree protette Il controllo faunistico come strumento di gestione dei conflitti tra animali selvatici e società umana 7 8 l a fa u n a p r o b l e m at i c a per ottimizzare la produttività di specie di interesse venatorio per le quali la predazione può rappresentare un fattore limitante. Aree protette Differenze tra controllo e caccia L’esame delle motivazioni che giustificano il controllo rende evidente come questo strumento di gestione si discosti sostanzialmente dall’attività venatoria, che è semplicemente una forma di utilizzo delle popolazioni di alcune specie di fauna intese come una risorsa naturale rinnovabile. Nell’attuale contesto socio-culturale, questo utilizzo è sostanzialmente giustificato dalla necessità di soddisfare richieste di carattere ludico, poiché il prelievo di animali selvatici ha perso generalmente il ruolo di elemento primario di un’economia di sussistenza. Lo stesso quadro normativo rispecchia bene la differenza concettuale tra le due attività. Un esempio per tutti può essere la già citata Legge n. 157/92 se si procede ad una lettura comparata del dettato degli artt. 1, 12 e 18, che evidenziano i principi su cui si deve basare l’attività venatoria, e dell’art. 19, dedicato al controllo. Risulta ben chiaro che, oltre alle diverse motivazioni, caccia e controllo si discostano profondamente anche per quanto concerne le specie che possono essere coinvolte, i mezzi ed i tempi utilizzabili, nonché per ciò che riguarda le persone destinate a svolgere le due attività. Mentre risultano cacciabili solo le specie elencate nell’art. 18, almeno dal punto di vista giuridico è possibile esercitare il controllo di qualsiasi specie appartenente alla fauna omeoterma, comprese quelle particolarmente protette di cui all’art. 2, comma 1. La caccia può essere esercitata esclusivamente con i mezzi elencati nell’art. 13, mentre il controllo può essere attuato con qualsiasi mezzo purché selettivo, vale a dire tale da non mettere in pericolo l’incolumità di individui appartenenti alle specie non bersaglio. Le attività di controllo possono essere condotte durante tutto l’anno e anche nelle ore notturne, superando in tal modo i limiti stagionali e di orario che caratterizzano la caccia in virtù di quanto disposto dal già citato art. 18. Infine, la caccia è consentita ai cittadini che desiderano praticarla e che rispondono ai requisiti previsti dall’art. 22 (abilitazione all’esercizio venatorio); il controllo è invece un’attività tendenzialmente riservata a personale d’istituto (agenti della polizia provinciale, guardie forestali, ecc.), eventualmente supportato, per esempio nel caso delle aree protette regionali, da personale coadiuvante, opportunamente formato e autorizzato, scelto preferibilmente tra i cacciatori residenti all’interno dell’Area protetta (art. 22 Legge n. 394/91). La dimensione umana del problema Il controllo delle popolazioni di animali selvatici suscita conflitti sociali; pochi altri aspetti della gestione faunistica vedono tra loro contrapposte in modo così netto sul piano ideologico e culturale categorie diverse di cittadini. Questa attività è spesso sollecitata da agricoltori, forestali e cacciatori, ognuno evidentemente per motivazioni diverse e spesso con una visione del tutto settoriale, ma è fieramente avversata da protezionisti ed animalisti. Evidentemente la percezione del valore relativo della fauna (a livello di specie, di popolazione o di singolo individuo) rispetto a quello dei beni (in senso lato) che essa può danneggiare, varia in misura notevole nelle diverse persone sulla base di pulsioni razionali e pratiche, ma anche etiche ed emotive. In una società complessa e governata da meccanismi democratici la mediazione tra interessi diversi è il compito di politici ed amministratori; i primi svolgono questa funzione nel momento della stesura delle leggi, i secondi quando devono applicarle G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Il controllo della fauna secondo la Legge n. 157/92 Come già accennato, nella legge cornice l’attività di controllo al di fuori delle Aree protette è normata dalla L. n. 157/92, art. 19, commi 2 e 3, ove sono previste le tipologie di danno che la giustificano e viene stabilita la selettività dei mezzi da utilizzarsi. In questo stesso articolo tuttavia il legislatore ha introdotto un concetto del tutto nuovo rispetto alle norme precedenti, vale a dire quello dei “metodi ecologici” con i quali di norma il controllo dovrebbe essere esercitato. Solo qualora i metodi ecologici risultino inefficaci possono essere autorizzati piani di abbattimento. Secondo un’accezione ormai consolidata, per metodi ecologici debbono intendersi tutti quelli che prescindono dalla sottrazione di individui alla popolazione oggetto di controllo; sostanzialmente si tratta di intervenire sui fattori limitanti che ne condizionano le dimensioni e la dinamica (fonti trofiche, siti di riproduzione, ecc.). Un’interpretazione ancora più estesa del concetto di “metodi ecologici” ascrive a questa categoria di azioni la predisposizione di fonti trofiche alternative (coltivazioni “a perdere” o stazioni di foraggiamento artificiale) a quelle offerte dalle risorse danneggiabili e la messa in opera di mezzi di protezione fisica di queste risorse (recinzioni fisse, reti mobili, pastore elettrico) o di strumenti dissuasivi (visivi, olfattivi, acustici, ecc.) in grado di ridurre la frequentazione dei siti critici da parte degli animali. In questo contesto rimane oggetto di interpretazioni diverse l’attribuzione alla categoria dei metodi ecologici della cattura e successiva traslocazione di individui in altre aree; su questo punto si contrappongono un’interpretazione letterale della norma e la considerazione che, dal punto di vista demografico e per le conseguenze sulla popolazione di origine, non esiste alcuna differenza tra cattura ed abbattimento, in quanto entrambe le azioni sortiscono lo stesso risultato. Per comprendere l’approccio che il legislatore ha tenuto nei confronti del controllo non è tuttavia sufficiente 1’esame dell’art. 19, ma è necessario rifarsi anche ai contenuti dell’ art. 10, comma 1, ove si afferma che mentre per la generalità delle specie la gestione è finalizzata “al conseguimento della densità ottimale e alla sua conservazione” per quanto attiene alle specie “carnivore” la gestione deve invece tendere “alla conservazione delle effettive capacità riproduttive e al contenimento naturale delle altre specie”. Questo passaggio della legge è passibile di molte critiche sul piano scientifico e tecnico. “Specie carnivore” è una definizione ambigua ed imprecisa: in un’accezione estensiva può riferirsi a qualsiasi specie predatrice o necrofaga, in un’accezione ristretta ai soli Mammiferi appartenenti all’ordine dei Carnivori. Qualunque significato si voglia dare al termine “carnivori” il senso della distinzione tra questi ultimi e le altre specie per ciò che concerne la pianificazione degli interventi di gestione risulta poco chiaro e oggetto di diverse interpretazioni. Questo passaggio della legge si presta invero ad una critica di fondo; i principi generali di conservazione della fauna selvatica andrebbero applicati indifferentemente a tutte le specie, salvo adottare le opportune scelte gestionali per ognuna di esse in Aree protette alla realtà territoriale e sociale che ricade sotto la loro giurisdizione. Nel processo istruttorio che porta alla decisione finale essi dovrebbero avvalersi di un’appropriata consulenza scientifica e tecnica come elemento di conoscenza dei diversi elementi che entrano in gioco e di previsione degli scenari che possono scaturire in seguito alle diverse opzioni che è possibile mettere in campo. Applicando questi concetti generali alla materia che stiamo trattando, cioè il controllo, diventa ancora una volta essenziale un’analisi ragionata del quadro normativa ed in particolare della Legge n. 157/92 che rappresenta un primo punto di mediazione tra i diversi interessi coinvolti. 9 10 l a fa u n a p r o b l e m at i c a funzione di alcuni parametri, come lo status giuridico (specie cacciabile o protetta) o la presenza nei diversi istituti faunistici previsti dalla legge (ambiti territoriali di caccia, zone di ripopolamento e cattura, oasi di protezione, ecc.) Aree protette L’interpretazione e l’applicazione data dall’ISPRA Secondo il dettato dell’art. 19 il compito di indicare i metodi ecologici di volta in volta più idonei e di verificare la loro eventuale inefficacia è affidato all’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (ora ISPRA) che rappresenta l’organismo scientifico e tecnico di ricerca e consulenza per lo Stato, le regioni e le province (art. 7, comma 1). Va ricordato che, in maniera più generale, lo stesso Istituto è chiamato dalla legge a “controllare e valutare gli interventi faunistici operati dalle regioni e dalle province autonome” (art. 7, comma 3) ed è stato inoltre individuato come l’autorità italiana abilitata a dichiarare che le condizioni stabilite per l’applicazione delle deroghe di cui all’art. 9 della Direttiva 147/2009/ CE sono realizzate e a decidere quali mezzi, impianti e metodi possono essere utilizzati, entro quali limiti e da quali persone. Di seguito vengono sintetizzate le linee direttrici alle quali l’ISPRA, in ottemperanza alle proprie funzioni, si attiene nell’espressione dei pareri richiesti dalla legge in merito al controllo delle popolazioni selvatiche. Le specie Nello stabilire se una specie risulta passibile di azioni di controllo viene valutato il rapporto tra il valore relativo della specie stessa e la natura ed entità del danno provocato. Il valore della specie si riferisce al suo stato di conservazione generale (riferito all’intero areale occupato) e locale (relativo all’area in cui viene richiesto l’intervento di controllo). Questo modo di procedere determina ovviamente una vasta gamma di casi diversi che si distribuiscono in un gradiente i cui estremi sono la completa eliminazione di una specie indesiderabile (ad esempio lo Scoiattolo grigio americano Sciurus carolinensis) e la mancata applicazione di qualsiasi forma di controllo per specie rare e minacciate (ad esempio molti Falconiformi ed alcuni Carnivori). La maggior parte delle richieste di controllo avanzate dalle amministrazioni locali riguardano la limitazione dei danni alle coltivazioni agricole prodotti da Ungulati, in primis il Cinghiale Sus scrofa, ed interventi su alcune specie di predatori cosiddetti “opportunisti”, che possono interferire con la produttività della piccola selvaggina stanziale. Vale la pena soffermarsi sull’approccio tenuto dall’ISPRA in quest’ultimo specifico contesto, che rappresenta un caso emblematico delle problematiche di ordine giuridico, tecnico, biologico e socio-culturale che debbono essere affrontate dagli organismi decisionali e da quelli gestori ai diversi livelli. Fermo restando che la motivazione del controllo appare entro certi limiti giustificata da quanto previsto dal già citato art. 10, comma 1 della legge cornice, le specie comunemente oggetto di controllo sono la Cornacchia Corvus corone, la Gazza Pica pica e la Volpe Vulpes vulpes. Si tratta di specie ad ampia diffusione geografica nel nostro Paese, caratterizzate in genere da popolazioni abbondanti e che in diverse regioni hanno mostrato una recente tendenza all’espansione del proprio areale e all’occupazione di tipologie ambientali in cui tradizionalmente non erano presenti o lo erano con densità assai più limitate. La predazione esercitata da queste specie sulla piccola selvaggina stanziale (Lagomorfi e Fasianidi) può rappresentare, a parità di altre condizioni, un fattore limitante della produttività, come è riscontrabile nella letteratura scientifica di settore. Un controllo anche diretto tramite piani di prelievo viene dunque considerato compatibile con il quadro normativo e con lo stato di con- G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Verifica dell’efficacia Un concetto generale che dovrebbe essere acquisito è quello per cui lo scopo ultimo del controllo è ridurre il danno, non la popolazione. Troppo spesso invece si assiste alla messa in atto di programmi di limitazione numerica di popolazioni selvatiche che non contemplano un’attenta verifica dei risultati ottenuti. Ciò è tanto più grave se si considera il fatto che non sempre densità di popolazione ed entità del danno sono strettamente dipendenti e che spesso la reale capacità operativa che un ente gestore può mettere in atto rende del tutto velleitarie ed inefficaci le campagne di controllo estese a territori molto ampi. In diversi casi queste operazioni vengono intraprese, più o meno consapevolmente, con lo scopo di ottenere una sorta di effetto placebo sul piano sociale ed avendo come obiettivo il mondo venatorio, ma indipendentemente dai risultati concreti prevedibili in termini di riduzione del danno. Esigenze di trasparenza e di onestà sia intellettuale sia amministrativa (le campagne di controllo costano!) impongono invece che il rapporto costi/benefici delle operazioni di controllo venga costantemente monitorato attraverso l’applicazione di tecniche d’indagine adeguate che l’ISPRA è in grado di suggerire, almeno per gli aspetti di propria competenza. Come in molti altri aspetti della gestione faunistica, anche in questo caso un approccio adattativo, che orienti progressivamente le scelte gestionali in funzione di una valutazione oggettiva del rapporto costi/ benefici delle azioni intraprese, appare ineludibile. I mezzi Come si è già accennato, le norme vigenti prescrivono che il controllo delle popolazioni selvatiche possa essere condotto esclusivamente con mezzi selettivi, ove per selettività si deve intendere la capacità di intervenire solo sulla specie bersaglio, evitando effetti negativi sulle altre componenti della zoocenosi. Tuttavia non va di- Aree protette servazione di queste specie, purché gli interventi relativi vengano attuati secondo precisi limiti di spazio, tempo e metodologie impiegate. In questa sede preme evidenziare la filosofia di fondo che caratterizza la posizione dell’Istituto e che può essere sintetizzata come segue: il controllo è culturalmente e socialmente accettabile: se non compromette la conservazione delle specie nella generalità del territorio, considerando una scala spaziale intermedia, ad esempio quella provinciale; se è esercitato per ottimizzare la produttività di popolazioni naturali di selvaggina solo nelle aree di produzione (Zone di ripopolamento e cattura, Centri pubblici e privati di riproduzione della fauna allo stato naturale, Aree di rispetto degli Ambiti territoriali di caccia). Naturalmente alcuni interventi di controllo potranno essere intrapresi in maniera puntuale e mirata, indipendentemente dalla tipologia degli istituti, qualora ciò risulti uno strumento efficace nell’ambito di programmi di conservazione di specie particolarmente vulnerabili di interesse conservazionistico o nelle prime fasi di attuazione di progetti di reintroduzione di specie minacciate. 11 12 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette menticato che, sia nel caso dei metodi indiretti, i cosiddetti metodi ecologici, sia in quello dei metodi diretti, cattura e/o abbattimento, la selettività in termini assoluti non è materialmente raggiungibile. Basti pensare a quante specie diverse possono essere influenzate dalla limitazione di una fonte alimentare tesa a controllare la dinamica di popolazione di una sola di esse. Lo stesso uso delle armi da fuoco, di per se tendenzialmente selettivo se affidato a personale esperto, non è del tutto scevro da possibili errori. L’obiettivo da raggiungere è quindi il massimo grado di selettività possibile considerando il rapporto tra efficacia ed effetti collaterali indesiderabili. Tra questi effetti, oltre alle probabilità di uccisione o danneggiamento di specie non bersaglio non va dimenticato il disturbo eventualmente arrecato a queste specie e, più in generale, all’ambiente naturale. Un caso particolare che merita di essere approfondito riguarda l’uso delle trappole, che in diversi casi risulta più efficace di quello dell’abbattimento con le armi da fuoco. Mentre debbono sicuramente essere bandite quelle che risultano scarsamente selettive e conducono all’uccisione o al ferimento degli individui catturati (tagliole, lacci, schiacce, ami, ecc.), l’uso di gabbie-trappola che catturano vivi gli animali ed assicurano la loro incolumità può essere di volta in volta ammessa, sia pure con determinati limiti e prescrizioni, soprattutto quando la loro selettività è fortemente accresciuta da un meccanismo di attrazione costituito da un richiamo conspecifico (ad esempio le trappole Larsen per la cattura della Gazza). Qualora, nell’ ambito di programmi di controllo, l’uso delle trappole sia supportato da un parere tecnico dell’ISPRA (che riguarda sia la tipologia costruttiva e di funzionamento, sia le modalità d’impiego) sembra possa essere superate le disposizioni di cui all’art. 21, comma l, lettere p) e z) (divieto di produrre, vendere e detenere trappole per la fauna selvatica e divieto di uso di richiami vivi fuori dai casi previsti dall’art. 5). Il personale La Legge n. 157/92 prescrive che i piani di controllo debbano essere attuati da personale d’istituto, coadiuvato dai proprietari o conduttori dei fondi interessati, purché muniti di licenza di caccia. Paradossalmente la Legge quadro sulle Aree protette (Legge n. 394/91, art. 11) risulta meno restrittiva, poiché prevede che i prelievi faunistici destinati a ricomporre squilibri ambientali possano essere realizzati da persone nominativamente designate, benché sotto il controllo dell’ente parco, ed una successiva modifica di questa norma (Legge 9 dicembre 1998, n. 426) stabilisce che nei parchi regionali tale compito venga svolto preferenzialmente dai cacciatori residenti nel parco e nei comuni limitrofi. Va ricordato che, nello stilare le proprie norme di applicazione della legge n. 157, alcune Regioni (ad es. Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Marche) hanno esteso la facoltà di eseguire i piani di controllo anche a cacciatori che risultino a ciò abilitati dalle province attraverso specifici corsi. Questa scelta è stata probabilmente dettata dalla constatazione che i servizi di polizia provinciale, cui sono affidati compiti sempre maggiori e diversificati, prevedono un organico spesso inadeguato per far fronte alle esigenze del controllo delle popolazioni faunistiche. Indipendentemente dagli aspetti squisitamente normativi sopra accennati, l’ISPRA ritiene della massima importanza che il personale che si dedica al controllo: operi sulla base di direttive e protocolli stabiliti dall’amministrazione locale o dall’ ente delegato e risponda sempre direttamente del proprio operato a questi soggetti; risulti adeguatamente preparato dal punto di vista professionale in merito agli aspetti biologici, tecnici e normativi dell’attività di controllo. G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Il procedimento autorizzativo Come avviene per molti altri aspetti della gestione faunistica, il controllo necessita di un’adeguata programmazione a diversi livelli. Ciò è particolarmente importante nel caso dei programmi che rivestono un carattere di continuità e di ripetitività, come quelli che riguardano ad esempio i predatori opportunisti a larga diffusione. In tal senso i programmi di controllo, che dovrebbero specificare gli obiettivi, le aree d’intervento, i metodi e le risorse umane e finanziarie impiegabili, dovrebbero trovare posto nei piani faunistico-venatori provinciali di cui all’art. 10, comma 7 della Legge n. 157/92 e nei piani di assestamento faunistico delle singole unità territoriali di gestione (Ambiti territoriali di caccia, Comprensori alpini, Aziende faunistico venatorie, ecc.), ma anche negli strumenti regolamentari e di programmazione delle aree protette istituite ai sensi della Legge 394/91. Una simile programmazione consentirebbe anche di migliorare il rapporto tra gli enti gestori e l’organismo tecnico-scientifico destinato ad esprimere il proprio parere sui piani, poiché la richiesta di parere potrebbe avere una valenza pluriennale, evitando in tal modo il reiterarsi di richieste annuali con il conseguente aggravio di lavoro sia per l’amministrazione richiedente, sia per l’ISPRA. Naturalmente ogni nuova richiesta di parere dovrebbe essere corredata da un’adeguata relazione sui risultati ottenuti e sull’efficacia dei metodi adottati. Di fatto negli ultimi anni questo modo di procedere si è concretizzato nella sottoscrizione congiunta da parte di ISPRA e di diverse amministrazioni provinciali di protocolli tecnici, generalmente di valenza quinquennale, con lo scopo di definire linee guida circa le modalità di controllo della fauna; essi sono pensati per consentire la necessaria rapidità di intervento nelle situazioni critiche secondo un approccio biologico e tecnico corretto e nel rispetto dello spirito delle norme che regolano questa attività. Aree protette A loro volta le amministrazioni dovrebbero: istituire un albo del personale non d’istituto (coadiutori) chiamato ad operare; preparare questo personale attraverso corsi specifici ed abilitarlo attraverso prove d’esame; abilitare solo il numero di persone necessario a far fronte alle concrete esigenze del servizio; assicurare il coordinamento ed il controllo dell’operato dei coadiutori. 13 14 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette Per gentile concessione del fotografo Marco Branchi dal sito www.marcobranchi.it. G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 di Riccardo Scalera Programme Officer, IUCN SSC Species Survival Commission ISSG Invasive Species Specialist Group Le invasioni biologiche sono un problema tanto antico quanto la storia dell’uomo. Già duemila anni fa Plinio il Vecchio narrava nella sua Naturalis Historia l’episodio in cui gli abitanti delle Baleari imploravano l’imperatore Augusto di mandare l’esercito affinché li liberasse dal flagello dei conigli (libro VIII, 218). Il coniglio, allora come oggi, è una delle specie aliene più temute nel mondo della conservazione della natura, e non solo. Inizialmente proprio i Romani contribuirono a diffondere questa specie endemica della Spagna meridionale - e forse del Maghreb - in altri Paesi europei, isole incluse. Successivamente, in altre epoche, il coniglio è stato introdotto in numerose altre parti del mondo, compresa un’infinità di isole oceaniche. Al punto che questa specie aliena – purtroppo non diversamente da molte altre - rappresenta ormai una delle minacce più insidiose per la biodiversità a livello globale. Il caso dell’Australia è forse il più eclatante: in questo continente non è stato lasciato nulla di intentato per liberarsi del coniglio, dalla diffusione di virus letali al dispiegamento di oltre 3.200 chilometri di recinzioni da un capo all’altro del continente: la famosa rabbit proof fence. Con risultati comunque mai definitivi. Un problema anche italiano In generale in Italia il coniglio non rappresenta una minaccia per la biodiversità. Anzi, nonostante le sue origini “esotiche” in alcune zone richiama addirittura un certo interesse “conservazionistico”. In Sicilia per esempio è considerato un’importante componente della dieta di specie minacciate, come l’aquila del Bonelli e il capovaccaio. Così, in virtù dell’antichità del suo insediamento, il coniglio è ormai diventato parte integrante del patrimonio culturale e “paesaggistico” italiano (uno status speciale dunque, che condivide con numerose altre specie introdotte nell’antichità, come il cipresso in Toscana, tanto per fare un altro esempio). Ma nonostante queste eccezioni, è evidente che anche la biodiversità italiana è seriamente minacciata dall’immissione di specie aliene. Solo tra i vertebrati, secondo uno studio ormai non troppo recente (cfr. Scalera 2001) nel nostro paese sono presenti almeno 60 specie di vertebrati di origine alloctona. Molte di queste sono relative a specie ben note per essere incluse nella lista delle 100 specie aliene più “invasive” al mondo redatta dall’ISSG – il gruppo specialistico sulle specie aliene dell’IUCN (http://www.issg.org/). Il visone americano (Neovison vison), il ratto nero (Rattus rattus), il surmolotto (Rattus norvegicus), il topolino domestico (Mus musculus), la rana toro (Rana catesbeiana), la gambusia (Gambusia affinis) sono solo alcune delle più emblematiche. Molte immissioni, soprattutto quelle effettuate a scopo alimentare, sono avvenute in tempi molto antichi. Ad esempio è noto che in Italia le immissioni di uccelli risalgano almeno al 250 d.C., epoca in cui il fagiano comune (Phasianus colchicus) veniva già utilizzato come risorsa alimentare e per immissioni finalizzate alla caccia. Da allora le introduzioni di uccelli si sono succedute con frequenza sempre maggiore e per i motivi più svariati. Anche il commercio delle testuggini di terra (Testudo ssp.) doveva Aree protette Specie aliene invasive: cosa sappiamo e cosa possiamo fare 15 16 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette Esemplari di Trachemys scripta. (Foto di Fabrizio Petrassi). essere molto frequente fin dai tempi degli antichi greci o dei romani, con il risultato che ora diverse specie sono presenti in numerose aree al di fuori del loro areale originario. Negli ultimi decenni invece, le svariate esigenze di mercato, soggette a dinamiche complesse, difficilmente controllabili e sempre più condizionate dalle richieste di animali da compagnia e da collezionismo, hanno contribuito ad aumentare la casistica delle introduzioni. Un tipico esempio è quello che riguarda i rettili, in particolare le testuggini d’acqua dolce, spesso abbandonate dai cittadini nei nostri fiumi e laghi, con gravi ripercussioni sugli ecosistemi nativi. L’esempio più eclatante è quello della Trachemys scripta, una specie molto invasiva di origine nordamericana. Ma recenti studi hanno evidenziato che nel nostro territorio sono ormai presenti numerose specie. In un solo laghetto in un parco di Roma ne sono state contate una decina, tutte potenzialmente pericolose per la nostra biodiversità. Ma non tutte le specie esotiche presenti in Italia vi sono state introdotte intenzionalmente: alcune hanno colonizzato l’Italia come conseguenza di un ampliamento spontaneo del loro areale, avvenuto dopo essersi insediate con successo in altri paesi limitrofi. È il caso del topo muschiato (Ondatra zibethicus) giunto spontaneamente in Italia attraverso i confini nord-orientali dopo essere stato introdotto nei paesi dell’Europa orientale. Ma sono gli invertebrati che contano il maggior numero di specie introdotte. Gli insetti, in particolare, sono protagonisti di vere e proprie invasioni. Basti pensare alla zanzara tigre (Aedes albopictus), il gambero rosso della Luisiana (Procambarus clarkii) o il punteruolo delle palme (Rhynchophorus ferrugineus). Anche tra le piante il problema delle specie non indigene è tutt’altro che trascurabile. Sono infatti note almeno 1023 specie e sottospecie non indigene, pari al 13,4% della flora italiana, di cui 163 sono considerati taxa invasivi (Celesti-Grapow et al. 2009). Le introduzioni di specie esotiche includono anche le specie oggetto di traslocazione faunistica. Si tratta in questo caso di un fenomeno che coinvolge le specie native di una certa area del nostro Paese, che sono spostate dall’uomo in altre aree, sempre all’interno del nostro paese, dove però con ogni probabilità non sarebbero mai giunte autonomamente. Un tipico esempio riguarda le numerose specie di pesci spostate da un bacino all’altro a scopo alieutico, purtroppo senza alcun criterio e senza tenere conto delle peculiarità di ogni singolo corpo d’acqua. Un altro caso particolare è quello delle isole – tra cui Sardegna, Sicilia, l’isola d’Elba, Montecristo, Pantelleria, le Eolie – che sono state ripetutamente interessate da immissioni di specie originarie della penisola, come volpi, ricci, donnole, faine, cervi, cinghiali, ghiri, quercini, gechi e lucertole. In Sardegna, ad esempio, la maggior parte dei mammiferi presenti sono di chiara origine alloctona, persino specie di G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Una minaccia globale non solo per la biodiversità Considerate le inevitabili difficoltà insite nel regolamentare opportunamente lo spostamento delle creature viventi al seguito dell’uomo, è prevedibile che negli anni a venire le problematiche legate alle invasioni biologiche siano destinate a farsi sentire con frequenza e intensità sempre maggiore. Infatti, un gran numero di introduzioni non intenzionali, rappresentano una conseguenza accidentale delle diverse attività umane legate al commercio, di cui il turismo rappresenta un caso particolare. Il commercio globale o locale ad esempio è stato ed è tuttora responsabile del trasporto passivo di molte specie all’interno di navi (es. nelle acque delle cisterne), aerei, autotreni e container, al sicuro tra carichi di frutta, legname, semi o altri generi di mercanzie e derrate alimentari provenienti da ogni angolo della terra. D’altra parte, le introduzioni intenzionali, sono legate soprattutto ad attività produttive quali l’agricoltura, il rimboschimento, l’acquacoltura, l’allevamento e, come caso particolare, il controllo biologico. Più complesse sono le motivazioni di carattere socio-economico, emozionale e politico, che hanno favorito e promosso l’introduzione e la conseguente diffusione di molte specie domestiche nell’ambiente naturale. Nel mondo sono soprattutto conigli, capre selvatiche, maiali, cani e gatti a minacciare in maniera più disastrosa e irreversibile molte comunità indigene. L’allarmante diffusione di specie aliene in regioni al di fuori del loro areale originario, rappresenta una delle principali minacce per la conservazione della biodiversità a livello globale. Ormai non è più possibile trascurare la presenza delle specie aliene e i danni provocati dal loro crescente impatto sulle delicate comunità ecologiche e sulle attività produttive dell’uomo. Quanto a pericolosità per la sopravvivenza delle specie indigene, questo fenomeno è secondo solo alla distruzione dell’habitat. Le Aree protette grande interesse conservazionistico come il cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus), il muflone (Ovis aries) e le testuggini di terra. Benché la maggior parte di queste immissioni non abbiano provocato evidenti danni significativi alle comunità indigene, altre hanno avuto conseguenze disastrose. Basti pensare al destino della lucertola delle Eolie (Podarcis raffonei), un endemismo unico al mondo, di cui rimangono pochissimi individui confinati in pochi “scogli” al largo delle isole principali ormai colonizzate dalla più versatile congenere – alloctona nell’area – lucertola campestre (Podarcis sicula). Anche nell’isolotto di Santo Stefano, l’omonima sottospecie endemica di lucertola campestre (P. s. sanctistephani) estinta tra il 1914 ed il 1954 per cause ancora poco chiare, è stata comunque “rimpiazzata” da altre sottospecie introdotte dalla penisola (Scalera 2003). In questo senso il fenomeno delle introduzioni può assumere contorni decisamente allarmanti, considerando che nei sistemi insulari le specie non indigene sono riconosciute a livello globale come la principale causa di estinzione di quelle native. Peraltro, il quadro generale delle immissioni in Italia, così come nel resto del mondo, è molto dinamico. Nuove specie aliene sono segnalate continuamente, come lo xenopo (Xenopus laevis), una rana sudafricana utilizzata spesso nei laboratori di ricerca per i test di gravidanza, ormai insediatasi in Sicilia (Lillo et al. 2005). Altre ancora sono entrate spontaneamente dai paesi limitrofi, come nel caso del cane procione (Nyctereutes procyonoides), un predatore originario dell’Asia orientale che è stato segnalato al confine con la Slovenia. Molte altre, infine, hanno semplicemente ampliato il loro nuovo areale italiano, come nel caso dello scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis) una specie di origine americana, fino a poco tempo fa presente solo in alcune regioni settentrionali, ma ormai insediatasi anche in Umbria. 17 18 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette specie non indigene possono infatti interagire con quelle tipiche del luogo attraverso complesse dinamiche di competizione o predazione, oppure favorendo processi di ibridazione tra entità affini. Inoltre possono contribuire alla diffusione di malattie e parassiti, in molti casi dai risvolti pericolosi anche per l’uomo, e talvolta sono responsabili di ingenti danni economici persino alle attività produttive e alle infrastrutture. Che le specie aliene invasive siano uno dei principali fattori di minaccia della biodiversità globale è ormai dimostrato da diversi studi (cfr. Genovesi et al. 2011). Esse rappresentano la seconda minaccia più importante per gli uccelli, dal momento che hanno un impatto sul 52% delle specie in “pericolo critico” e il 51% di tutte le specie minacciate. Per altro rappresentano il quarto fattore di minaccia più importante per gli anfibi, e il terzo per i mammiferi minacciati. Altri autori hanno messo in evidenza che in 170 delle 680 estinzioni conosciute nel regno animale per le quali sono note le cause, ben il 54% include le specie aliene, e in 1 caso su 5 (20%) le specie aliene invasive sono addirittura l’unica causa riportata (Clavero e Garcia-Berthou 2005). Altri studi condotti su scala europea hanno dimostrato che delle 174 specie incluse nella Lista Rossa dell’IUCN come in “pericolo critico”, 65 lo sono a causa delle specie aliene invasive (Shine et al. 2010). In numerose isole oceaniche ad esempio i danni ecologici derivati dalle introduzioni rappresentano spesso il principale fattore di estinzione di specie autoctone. Le invasioni biologiche, oltre a compromettere irreversibilmente il funzionamento degli ecosistemi originali, possono provocare gravi perdite alle attività agro-silvo-pastorali. Inoltre possono facilitare l’insorgenza e la diffusione di nuove malattie e parassiti: una minaccia dai risvolti sanitari pericolosi anche per l’uomo. Basti ricordare le tremende epidemie di peste che hanno tormentato l’Europa, causate dall’antica introduzione del ratto nero, una specie originaria del subcontinente indiano. Secondo molti esperti, gli effetti negativi provocati dalle introduzioni di specie aliene sugli ecosistemi e le attività dell’uomo sono addirittura paragonabili a quelli provocati dagli attuali tassi di disboscamento o di emissione di gas nocivi nell’atmosfera, se non addirittura a quelli dei disastri naturali, e come tali andrebbero gestite (Ricciardi et al. 2011). Sebbene le specie aliene con sufficiente probabilità di insediarsi con successo siano relativamente poche e benché solo una piccola parte di loro risulti invasiva e dannosa, diverse ricerche hanno dimostrato che in quei rari casi in cui ciò accada, il loro impatto potrebbe avere grandi probabilità di rivelarsi economicamente gravoso. Tuttavia, al pari di molte altre problematiche ambientali, le introduzioni non sono ancora adeguatamente considerate nell’ambito degli studi economici. Gli economisti considerano il loro impatto solo raramente e, comunque, senza tenere in debito conto l’effettivo “danno ambientale”. I costi imposti alla società dalle specie aliene sono generalmente stimati in base alle spese sostenute per la gestione delle problematiche da loro generate, mentre i danni vengono stimati soprattutto attraverso i costi associati agli eventuali programmi di controllo e gestione. Ad esempio, in termini economici, le perdite annuali provocate dalle specie aliene invasive negli USA, Gran Bretagna, Australia, Sud Africa, India e Brasile sono stati valutati in circa 300 miliardi di dollari all’anno. Solo in Europa, l’impatto economico delle invasioni biologiche è stimato in un minimo di 12 miliardi di Euro all’anno (Shine et al. 2010). In effetti, delle oltre 10.000 specie introdotte in Europa, la maggior parte non sembra causare alcun problema. Tuttavia, almeno un 15% di queste sono note per il loro impatto ecologico e/o economico. Una percentuale peraltro in difetto, considerata la mancanza di informazioni che caratterizza molte specie. Non meraviglia dunque che sempre in Europa, secondo un recente studio realizzato per conto dell’Agenzia eu- G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette ropea per l’Ambiente nell’ambito del progetto Streamlining European 2010 Biodiversity Indicators (SEBI 2010), negli ultimi 15 anni, la Commissione europea (CE) abbia contribuito a finanziare circa 300 progetti di gestione e ricerca incentrati su questa problematica, per un budget complessivo superiore ai 132 milioni di euro (Scalera 2008). Infatti, tra il 1992 e il 2006, nonostante l’assenza di una strategia ufficiale o di uno strumento finanziario specificamente rivolto alle specie aliene, il trend relativo al numero e al budget totale dei progetti finanziati è stato positivo. In media, il budget speso annualmente è stato di circa 10 milioni di euro, con punte di 15 milioni nel periodo 2004-2006. Sebbene sia difficile identificare con certezza i motivi che sottendono a queste tendenze, è possibile assumere che esse riflettano un generico aumento della sensibilità nei confronti del problema da parte dei tecnici impegnati nella gestione delle risorse naturali e delle istituzioni scientifiche, e in ultima analisi una maggiore inclinazione a finanziare interventi finalizzati a risolvere il problema delle specie aliene da parte della CE e dei cittadini in generale. Questi dati - relativi ai soli progetti finanziati nell’ambito del programma LIFE e del programma quadro per la ricerca e lo sviluppo tecnologico – contribuiscono a stimare l’impatto delle specie aliene in Europa in termini di costi per la riduzione e/o la prevenzione dei danni, e a supportare lo sviluppo di iniziative politiche e campagne di informazione sempre più mirate. Infine, l’evidente necessità di ottimizzare l’utilizzo delle risorse finanziarie disponibili sulla base di precise priorità, giustificano l’urgenza di una specifica strategia per le specie aliene a livello di Unione europea. In Italia non sono ancora state fatte analisi complessive sull’impatto economico delle specie aliene, ma esistono alcuni studi specifici, come nel caso della nutria e dell’ambrosia che possono dare un’idea dell’ordine di grandezza dei danni causati da questo fenomeno. La nutria, per esempio, oltre a danneggiare la vegetazione lungo gli argini di canali e corsi d’acqua, è causa di ingenti danni all’agricoltura. Complessivamente, secondo Panzacchi et al. (2007) tra il 1995 e il 2000, il suo impatto economico è stato di oltre 11 milioni di euro, senza contare i 2 milioni e 800 mila euro utilizzati per il controllo delle sue popolazioni selvatiche. E poi le previsioni per il futuro non sono delle più rosee: l’ammontare dei danni potrebbe raggiungere i 9-12 milioni di euro l’anno. Si tratta di cifre assai significative, che dovrebbero far riflettere sull’opportunità di sostenere sempre di più, anche economicamente, la ricerca di adeguate strategie di gestione per affrontare questa problematica. Un altro caso particolarmente eclatante è quello dell’Ambrosia artemisiifolia, una pianta infestante in grado di competere negativamente con la vegetazione nativa, nota soprattutto per le sue proprietà altamente allergeniche. Il polline di questa specie rappresenta un serio pericolo per la salute dell’uomo in quanto provoca allergie sotto forma di raffreddore da fieno, asma e orticaria. In Lombardia, ad esempio, le allergopatie da ambrosia nelle aree di maggior infestazione colpiscono il 10% della popolazione. Nella sola provincia di Milano le spese sanitarie sostenute per visite e trattamenti correlati alle allergopatie da ambrosia sono dell’ordine di grandezza dei 2 milioni di euro l’anno (cfr. Bonini 2009). Ma negli ultimi anni la specie si è rapidamente diffusa in tutta l’Italia settentrionale, e sta ora spingendosi anche verso le regioni centrali. A Roma, per esempio, per ora è nota in una sola località, dove peraltro sembra essere giunta al seguito di un circo (a ricordarci quanto diversificati possano essere i vettori che possono provocare, anche inavvertitamente, la diffusione di tali specie). Ma è fin troppo facile immaginare le conseguenze ecologiche, sanitarie ed economiche di una possibile diffusione dell’Ambrosia nel resto della penisola. 19 20 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Una sfida strategica per il nuovo millennio Aree protette Esemplare di Nutria a pelo d’acqua. (Foto di Alessandro Calabrese). Nonostante l’antichità di questo fenomeno, ancora oggi sembrano non esistere strategie efficaci per mettere la parola fine alla minaccia rappresentata dalla invasioni biologiche. Tutt’altro. Infatti, alla luce delle nuove dinamiche degli scambi commerciali a livello globale, questa problematica si sta riproponendo con rinnovata energia. Contrastare adeguatamente l’impatto delle invasioni biologiche nei confronti della conservazione della biodiversità rappresenta così una delle maggiori sfide ambientali del nuovo millennio. Il rischio di perdita di biodiversità provocato dall’introduzione di specie aliene e le varie problematiche di carattere economico, sanitario e socio-culturale che scaturiscono da questo genere di “inquinamento biologico” mettono in discussione molti aspetti delle società moderne, come le attuali politiche che regolano gli scambi commerciali e lo sfruttamento dell’ambiente, le strutture del sistema economico globale e soprattutto i fondamenti etici del nostro rapporto con gli altri organismi viventi. Molto spesso le conseguenze delle immissioni non sono immediatamente percepibili. Per questo motivo l’opinione pubblica, le amministrazioni e spesso anche il mondo accademico, non sempre si dimostrano preparati ad affrontare questa problematica con la necessaria determinazione. Le iniziative di prevenzione, così come quelle di gestione, sono spesso ostacolate da problemi tecnici ed economici di varia natura. Inoltre, soprattutto quando si comincia a parlare di azioni di controllo o eradicazione della fauna, entrano in gioco delicate questioni di ordine etico. È per questo che le azioni di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica dovrebbero essere considerate sempre prioritarie nell’ambito delle attività di conservazione della natura. Però negli ultimi anni qualcosa sta cambiando. Molti governi stanno prendendo atto delle gravi conseguenze che troppo lassismo nei confronti della minaccia delle invasioni biologiche potrebbe comportare. E così, anche a livello di Unione europea si stanno muovendo i primi passi verso la realizzazione di misure efficaci per contrastare il fenomeno, che si stanno concretizzando nello sviluppo di una legislazione ad hoc, prevista entro il 2012. Di fatto, una delle priorità a livello di Unione europea è lo sviluppo di un sistema di early war ning and rapid response (EWRR) volto ad assicurare un flusso di informazioni rapido, trasparente e affidabile per aiutare gli Stati membri (SM) a individuare e intraprendere tutte le misure necessarie ad affrontare il problema delle invasioni biologiche. Infatti, diversi studi hanno dimostrato che fino a G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette quando non sarà disponibile una strategia globale dell’UE in materia di IAS (invasive alien species), la capacità europea di rispondere a tale minaccia sarà limitata (Genovesi et al. 2010, Shine et al. 2010). I vantaggi di una risposta rapida alle invasioni sono piuttosto intuitivi: basti pensare a quante risorse finora investite per la loro gestione verrebbero risparmiate, per non contare costi relativi ai danni diretti. Poi ci sono studi che lo dimostrano chiaramente. Ad esempio è noto che l’eradicazione della nutria nel Regno Unito è costata 5 milioni di euro, a fronte di una spesa che in Italia è stata di 14 milioni di euro in 6 anni per il solo controllo sistematico della specie, quindi un’azione non risolutiva (Panzacchi et al. 2007). D’altra parte, oramai sono state messe a punto metodologie di eradicazione molto efficaci, a volte supportate dalla disponibilità di sofisticate tecnologie, che consentono elevati tassi di successo. Ad esempio, secondo uno studio recente nel mondo sono stati effettuati con successo oltre 1000 interventi di eradicazione (Genovesi 2011). D’altra parte le eradicazioni sono uno dei pochi interventi che garantisce risultati tangibili immediati nel campo della biologia della conservazione: un’analisi della lista rossa dell’IUCN ha mostrato che ben 11 specie di uccelli, 5 di mammiferi e una di anfibi hanno migliorato il loro stato di conservazione proprio a seguito dell’eradicazione di specie aliene invasive (McGeoch et al. 2010). L’urgenza di affrontare il tema delle invasioni biologiche è stata formalmente riconosciuta dalla Commissione europea nella comunicazione “La nostra assicurazione sulla vita, il nostro capitale naturale: strategia dell’UE sulla biodiversità fino al 2020” (COM (2011) 244 definitivo). L’obiettivo 5 di questa comunicazione è molto chiaro “Entro il 2020 individuare e classificare in ordine di priorità le specie esotiche invasive e i loro vettori, contenere o eradicare le specie prioritarie, gestire i vettori per impedire l’introduzione e l’insediamento di nuove specie”. Lo stesso messaggio è stato ribadito nella recente sessione del Consiglio “Ambiente” del 19 dicembre 2011, in cui i ministri hanno discusso e convenuto sulle conclusioni relative all’attuazione della strategia dell’UE sulla biodiversità approvata dal Consiglio il 21 giugno 2011. Inoltre, nella comunicazione “Arrestare la perdita di biodiversità entro il 2010 – e oltre – Sostenere i servizi ecosistemici per il benessere umano” (COM (2006) 216 definitivo), la CE ha sottolineato la necessità di un’azione coordinata per ridurre drasticamente l’impatto delle IAS sulla biodiversità della UE. Allo stesso modo, nella comunicazione “Verso una strategia comunitaria per le specie invasive” (COM (2008) 789 definitivo), la CE si è impegnata a sviluppare una politica specifica sull’argomento, e a istituire un sistema di rapida allerta. Questi impegni sono stati approvati anche dal Consiglio dei ministri europei nelle conclusioni adottate in occasione della 2953ª sessione del Consiglio Ambiente nella “Valutazione intermedia dell’attuazione del piano d’azione dell’UE sulla biodiversità e Verso una strategia dell’UE per le specie esotiche invasive – Conclu sioni del Consiglio” (Lussemburgo, 25 giugno 2009). Di fatto, anche il G8 Ambiente, nel 2009, ha sottolineato l’urgenza di combattere le specie aliene invasive, sollecitando la comunità internazionale a stabilire un sistema globale di rapida allerta. In questo contesto, un contributo importante è giunto anche dall’Agenzia europea dell’ambiente (AEA), la quale ha recentemente pubblicato un rapporto dal titolo “Towards an early warning and information system for invasive alien species (IAS) threatening biodiversity in Europe” (Genovesi et al. 2010). Questo studio analizza le possibili opzioni per sviluppare un sistema di EWRR volto a rispondere alle invasioni biologiche attraverso un sistema coordinato di azioni supportate da una strategia ben definita. Tali azioni comprendono: attività di sorveglianza e monitoraggio; elaborazione dei dati (compresa l’identificazione delle specie); 21 22 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette valutazione del rischio (risk assessment e/o quick screening); identificazione e definizione delle misure di gestione più adatte; coinvolgimento delle autorità competenti; applicazione delle misure di gestione individuate e monitoraggio/valutazione del successo delle azioni realizzate. L’efficacia del sistema nel suo complesso dipende fortemente da una efficiente circolazione delle informazioni, la quale a sua volta andrebbe garantita da un protocollo d’azione chiaro e condiviso, volto a definire le procedure necessarie. Tali procedure possono variare sia in base alle specie e ai paesi interessati, sia in base alle conoscenze e agli strumenti disponibili (sia tecnici sia legislativi). Al fine di garantire un valido sistema di EWRR è fondamentale sviluppare e mantenere un regolare scambio di informazioni, coordinato sia a livello europeo sia a livello nazionale/locale. Ciò consentirebbe di raccogliere, analizzare e circolare informazioni sulle specie aliene invasive e sulle relative strategie di gestione necessarie, dando modo agli organismi competenti di reagire alle invasioni biologiche in maniera rapida ed efficace. Tale sistema informativo andrebbe messo a disposizione delle autorità competenti per sostenere i processi decisionali e dare il giusto seguito al rilevamento di nuove invasioni. Esso andrebbe costituito dai seguenti elementi: banche dati e inventari nazionali di specie aliene; registro degli esperti di riferimento; manuali e guide di identificazione delle specie; alarm list. Ulteriori strumenti di fondamentale importanza per l’attuazione di un sistema di EWRR sono le liste nere (o bianche), e gli eventuali strumenti legislativi/giuridici di riferimento a livello europeo, nazionale e locale, così come tutti gli strumenti finanziari disponibili (cfr. Genovesi et al. 2010, Shine et al. 2010). In ogni caso, al fine di garantire un’azione coordinata a livello europeo, è necessario predisporre e armonizzare un sistema comune di scambio delle informazioni capace di supportare tutte le attività principali, dall’identificazione precoce delle specie invasive appena individuate (ovvero prima che si diffonda al punto da non essere più eradicabile) e alla valutazione delle misure più adatte per la loro definitiva rimozione. A questo scopo sarebbe necessaria una struttura europea dedicata specificamente al problema delle specie aliene invasive. Tale struttura potrebbe avere la forma di un comitato scientifico, un osservatorio o un’agenzia esecutiva. In alternativa – sarebbe questa l’opzione più semplice ed economica – si potrebbe istituire un semplice network di esperti e/o istituzioni scientifiche con rappresentanti dei singoli paesi europei, similmente a quanto finora sperimentato con il network NOBANIS (http://www.nobanis.org/). L’importante è che, a prescindere dalla forma, tale struttura sia in grado di garantire un efficace coordinamento di tutte le attività necessarie per gestire il sistema di EWRR. Per quanto riguarda la creazione di una struttura comunitaria dedicata alle specie aliene, il rapporto pubblicato dall’AEA (Genovesi et al. 2010) analizza cinque possibili opzioni. Tali opzioni tengono conto dei vari livelli di impegno da parte delle istituzioni comunitarie e degli Stati Membri, della disponibilità di bilancio e di personale, e di tutta una serie di analisi dei costi/benefici basati su iniziative caratterizzate da esigenze analoghe (ad esempio oltre a NOBANIS, l’EPPO, l’EFSA, e il Joint Research Centre - JRC). Il ruolo essenziale di un tale organismo di livello europeo sarebbe quello di fornire un punto di riferimento tecnico/scientifico in grado di garantire l’accesso a competenze di alto livello scientifico sui diversi aspetti di un EWRR, con il compito fondamentale G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Bibliografia • Bonini, M., (2009). Ambrosia. Relazione sull’attività di prevenzione Anno 2009. A.S.L. della Provincia di Milano N°1, Dipartimento di Prevenzione Medica - Unità Operativa Complessa Igiene e Sanità Pubblica. • Celesti-Grapow L., Alessandrini A., Arrigoni P.V., Assini S. , Banfi E., Barni E., Bovio M., Brundu G., Cagiotti M., Camarda I, Carli E., Conti F., Del Guacchio E., Domina G., Fascetti S., Galasso G., Gubellini L., Lucchese F., Medagli, Passalacqua N., Peccenini S., Pretto F., Poldini L., Prosser F., Vidali M., Villani M.C., Viegi L., Wilhalm T. & Blasi C., 2009. The inventory of the non-native flora of Italy. 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Insomma, i tempi sono ormai maturi per attuare una strategia moderna e affidabile per contrastare un fenomeno – quello delle invasioni biologiche – che da diversi secoli continua a causare ingenti danni sia al nostro patrimonio naturalistico sia alla nostra economia e al nostro benessere. 23 24 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette La reducción de los accidentes causados por la fauna en carreteras di Carme Rosell Minuartia, Departimento de Biologia animal - Universitat de Barcelona El conflicto La preocupación por el conflicto de los accidentes en las carreteras causados por colisiones con grandes mamíferos, y en particular con ungulados, ha aumentado de forma notable en los últimos años en toda Europa. Ahora ya no sólo es un problema que preocupe a los gestores de fauna, sino que también implica a los gestores de las infraestructuras de transporte ya que genera un problema de seguridad viaria. El aumento de extensión de la red viaria que fragmenta los hábitats y genera barreras a los desplazamientos de fauna es uno de los factores que intensifica el conflicto, pero en paralelo se ha producido una expansión de las poblaciones de ungulados que ha contribuido a aumentar el número de accidentes que se producen en las carreteras. En Europa se estimó que cada año se registran medio millón de accidentes causados por ungulados que comportan 300 muertos y más de 30.000 heridos con un coste total de más de 1 billon de dólares (Groot Bruinderink & Hazebroek 1996) aunque estimas más recientes cifran en cerca de un millón los accidentes causados por ungulados cada año en las carreteras europeas (Langbein et al 2011). Las consecuencias de los accidentes guardan relación con el tamaño de las especies implicadas, alcanzando costes mucho más altos en los países nórdicos en los que las colisiones se producen con grandes ungulados como el alce (Alces alces) o el ciervo (Cervus elaphus); en Suecia y en Alemania los costes de los accidentes causados por fauna se han estimado en 100 y 315 millones € anuales respectivamente (ver recopilación en Seiler & Helldin 2006). En los países mediterráneos, no disponemos de estimas de costes económicos globales, aunque seguro que son inferiores a los de los países nórdicos; no obstante los costes sociales son muy importantes, ya que se producen conflictos por la necesidad de recuperar animales heridos y de recoger, y dar un tratamiento adecuado, a los cadáveres de ungulados hecho que requiere la intervención de los equipos de mantenimiento de las vías. Además, otro aspecto que causa notables complicaciones son las reclamaciones de las compañías aseguradoras de los vehículos que demandan los costes de los daños a los gestores de carreteras, o de los terrenos cinegéticos (según la legislación de cada país y la casuística de cada accidente) y que requieren largos procesos jurídicos. Y todo ello, contando con el más grave de los aspectos que son las víctimas humanas que en España se estimó que se producen en alrededor del 13% del total de accidentes con fauna silvestre (Pulido 1999). Se trata, por tanto, de un problema que genera importantes costes económicos y sociales que justifican la inversión en medidas para prevenir o mitigar el conflicto. La especies causantes de un mayor número de accidentes en los países mediterráneos son el jabalí (Sus scrofa) y el corzo (Capreolus capreolus), aunque el ciervo (Cervus elaphus) y el gamo (Dama dama) también causan un importante número de colisiones en las zonas en las que hay poblaciones de esta especies. Los datos globales para toda España establecen que el jabalí es el causante del 60% de los accidentes 25 G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette causados por irrupción de fauna silvestre en las carreteras (Pulido 1999), aunque los datos varían según las regiones en consonancia con la abundancia de las especies de ungulados implicados en los accidentes; así, en el centro de España el jabalí supone el 35% del total de accidentes con fauna, superado por el corzo que supone el 38% (Malo et al 2004) mientras que en el noreste de la península ibérica, en Cataluña, el jabalí es el causante de hasta el 95% de los accidentes (Rosell & Navas 2010). La distribución de los accidentes causados por ungulados muestra en todas las áreas de estudio una marcada variación estacional, que está condicionada por el ciclo biológico de la especie y por otros factores que comportan mayor movilidad de los animales, como la caza o la dispersión de jóvenes (Groot Bruinderink & Hazebroek 1996). En el caso del corzo, el máximo de accidentes se produce entre abril y julio, mientras que en el jabalí el período crítico es en otoño e invierno, con un máximo concentrado en noviembre y diciembre (Markina 1999; Rosell et al 2003); en este período coincide el celo de la especie y, además, la época de caza, ambos factores que incrementan los desplazamientos de los grupos de jabalís, aumentando así el riesgo de accidentes. ¿Dónde se producen los accidentes? La identificación de los tramos conflictivos, en los que se producen una mayor concentración de accidentes es un paso indispensable para definir qué medidas de mitigación podemos aplicar. En las vías en funcionamiento, el registro y análisis de los datos de los accidentes causados por fauna permite identificar los tramos más problemáticos, en los que hay se produce un mayor frecuencia de colisiones. Pero ¿podemos prever dónde se producirá la concentración de accidentes en nuevas vías? Esto es fundamental para los proyectos de nuevas infraestructuras y su evaluación de impacto ambiental. A priori la respuesta a la pregunta puede ser fácil; los tramos de mayor concentración son esperables en lugares en los que la vía cruza hábitats que concentren altas densidades de población de ungulados. Así en un trabajo realizado en el centro de la península ibérica los datos de unos 2000 accidentes, en los que el 60% eran cérvidos (corzo y ciervo) concluyó que los tramos de carretera con mayor número de siniestros se asociaban a zonas con elevada cobertura forestal y alta diversidad de hábitats (Malo et al 2004). No obstante, cuando el causante de los accidentes es el jabalí no se aprecia este patrón y se produce concentración de accidentes en zonas sin cobertura forestal, especialmente con cultivos como maizales, muy atractivos para la especie, o incluso en humedales (Generalitat de Catalunya 2007; Generalitat de Catalunya 2007; Colino et al en prensa). Este efecto es debido a que se trata de zonas donde no se permite la caza y en las que el jabalí tiene una alta disponibilidad de alimento; por ello alcanza en estas zonas una alta densidad, especialmente durante el período de caza cuando estos sectores actúan como zonas-refugio para los grupos de jabalíes. Estos ejemplos ilustran la dificultad de predecir los lugares donde habrá mayor riesgo de accidentes. En todo caso, una buena base para el diseño de medidas será Foto 1 El corzo y el jabalí son las dos especies que causan el mayor número de accidentes en carreteras (Foto: Cos Agents Rurals. Generalitat de Catalunya). 26 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette el análisis particular de cada caso, teniendo en cuenta cuatro factores: la especie implicada (distribución, abundancia, ecología y comportamiento), el tráfico (intensidad y velocidad de circulación), el paisaje del entorno de la vía y las características locales de la infraestructura (Seiler & Helldin 2006). Medidas aplicables para la reducción los accidentes Foto 2 Manual europeo elaborado en el marco del proyecto COST 341 y prescripciones técnicas sobre diseño de pasos de fauna que se aplican en España. La reducción de los accidentes con ungulados puede abordarse desde distintas perspectivas según el tipo de vías en que se producen. La mayor parte de accidentes (un 92% en España según datos de Pulido 1999) tiene lugar en carreteras convencionales sin cerramiento perimetral y con intensidades de tráfico inferiores a los 10.000 vehículos/día o inferiores, mientras que en autovías y autopistas el porcentaje de accidentes es menor pero sus consecuencias son mucho más graves. Las medidas a aplicar en cada caso también son distintas. En autovías y ferrocarriles de alta velocidad, la prevención de accidentes con fauna se basa en la construcción de pasos de fauna combinados con cerramiento perimetral. La experiencia con la que ya contamos en relación a estos aspectos es notable. La construcción de pasos de fauna, en el Reino Unido y en Holanda, se remonta a la década de 1970, aunque se trataba de pequeños pasos para tejón (Meles meles) destinados a reducir la mortalidad de esta especie (Bekker 2009). A mediados de 1980 se llevó a cabo una de las actuaciones más emblemáticas a nivel mundial, la permeabilización de la autopista transcanadiense a su paso por el Parque Nacional de Banff, en Canada, donde los pasos de fauna fueron construidos con el objetivo de reducir los accidentes que causaban las colisiones con ungulados como los wapitis (Cervus elaphus canadensis) y los ossos grizzly (Ursus arctos); los exhaustivos seguimientos llevados a cabo en esta autopista también revelaron la efectividad de los vallados combinados con pasos de fauna (Clevenguer & Walto 2000; Clevenguer & Walto 2005). A partir de 1990 y especialmente en la última década, las medidas para reducir la fragmentación de hábitats ya se aplican de manera generalizada en toda Europa y se han ejecutado numerosos proyectos de seguimiento que revelan la efectividad de los pasos si estos se construyen de la manera y en el lugar adecuado. El manual Wildlife and Traffic (Iuell et al 2003), resultado del proyecto europeo COST341 (descargable en la web de IENE http://www.iene.info/cost341. php), sintetiza el conocimiento en la materia en Europa y a partir de una extensa revisión de estudios, proyectos y resultados de seguimiento, establece las recomendaciones básicas sobre medidas aplicables para reducir la fragmentación de hábitats causada por infraestructuras viarias; este documento se completo en el caso español con las Prescripciones técnicas para el diseño de pasos de fauna y vallados perimetrales (Ministerio de Medio Ambiente 2006 que se ha elaborado en el marco del grupo de trabajo español sobre Fragmentación de Hábitats causada por Infraestructuras de Transporte y que está integrado por administraciones de medio ambiente y de transporte y coordinado por el Ministerio de Agricultura, Alimentación y Medio Ambiente. En ambos documentos se puede encontrar información más detallada sobre las medidas que se describen a continuación y en ellos se basan las recomendaciones concretas que se aportan. 27 G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette El vallado es un elemento clave para reducir los accidentes ya que evita que los animales irrumpan en la calzada pero aumenta el efecto barrera de la vía; por ello deben diseñarse como un elemento de guía que conduzca a los animales hacía viaductos, túneles o pasos para la fauna por los que puedan cruzar las vías. Los cerramientos estándar para ungulados se recomienda que tengan una altura mínima de 1,80 m, y hasta 2,20 cm si la vía cruza una zona con poblaciones de ciervo. Además, para impedir la entrada del jabalí, las vallas deben su base enterrada, unos 20 cm. La expansión de las poblaciones de esta especie, y su habilidad para levantar la malla, comportan la aparición de puntos negros de accidentalidad en tramos de vías que ya disponen de cerramiento perimetral, pero sin la base enterrada; este problema se está resolviendo con éxito en distintas autopistas de Cataluña, instalando un refuerzo específico de malla electrosoldada de 50 cm de altura con malla rectangular de 30x5 cm que puede clavarse en el suelo en el tramo en el que los jabalís levantan la malla (Ministerio de Medio Ambiente 2006). Para facilitar el paso de fauna, las estructuras de permeabilización más adecuadas para la fauna silvestre son, sin duda alguna, los viaductos y los túneles; ambas tienen la ventaja de que ofrecen amplias superficies que pueden mantener la continuidad con los hábitats del entorno, ofreciendo zonas por las que la fauna puede cruzar la vía de manera completamente segura. Pero además de estas opciones, podemos permeabilizar la infraestructura con la construcción de pasos específicos para ungulados, y con la adaptación de pasos multifuncionales destinadas a otros usos como cruce de caminos forestales, vías ganaderas o drenajes. A continuación se comentan con más detalle algunas de estas estructuras. Los ecoductos, también denominados puentes verdes, son estructuras superiores a las vías que facilitan una superficie de conexión entre los hábitats situados a ambos lados de la infraestructura. Las dos características más destacables de este tipo de Foto 3 Paso superior que restablece la conexión de hábitats y facilita un paso seguro para la fauna. (Foto: Minuartia). 28 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette Foto 4 Imagen obtenida mediante un dispositivo de fototrampeo que muestra el paso de jabalíes utilizando un paso inferior específico para la fauna. (Foto: Minuartia). pasos son sus grandes dimensiones (se recomiendan 80 m de anchura como mínimo, aunque a partir de 50 m ya se consiguen muy buenos resultados), y que permiten restaurar la vegetación en su superficie con comunidades vegetales similares a las de su entorno. Aunque el coste de estas estructuras es muy elevado su uso está justificado cuando una infraestructura cruza un punto crítico para la conectividad ecológica. Los pasos específicos para grandes mamíferos, son estructuras destinadas exclusivamente al paso de fauna silvestre, que pueden ser de dos tipos: superiores a inferiores a la vía. Los seguimientos realizados muestran que ambos pueden ser efectivos y la elección vendrá determinada por las características del lugar en el que deba ubicarse el paso. Primero hay que elegir correctamente la localización de la estructura y a continuación, en función de la topografía del terreno, optar por un paso superior, si la vía discurre entre trinchera o a nivel del terreno, o por un paso inferior, si la vía discurre sobre terraplén. Para los pasos superiores específicos para la fauna se recomienda una anchura de 20 m, y es aconsejable revegetarlos e instalar pantallas laterales opacas que dan mayor tranquilidad al paso reduciendo las perturbaciones que genera la visión de los vehículos y las luces. En ambientes mediterráneos, con períodos de fuerte aridez, no siempre es fácil conseguir la supervivencia de la vegetación sobre los pasos de fauna y, por ello, a diferencia de los pasos de países centroeuropeos que muestran una frondosa cobertura vegetal, con frecuencia sólo se consigue mantener una cubierta de sustrato natural con comunidades herbáceas podo densas. Pero ello no impide que los ungulados utilicen estos pasos. En el caso de los pasos inferiores específicos para la fauna la dimensión óptima recomendada es de 15 m de anchura x 3,5m de altura, aunque hay que tener en cuenta también el denominado índice de apertura (sección/longitud): a mayor longitud puede ser necesaria mayor anchura. Distintos seguimientos han permitido constatar que algunas especies como el corzo y el jabalí usan pasos más pequeños y las prescripciones técnicas aplicadas en España establecen un mínimo de 7x3,5m para estas dos especies. El jabalí, como en tantos otros aspectos, es caso aparte, y en los últimos años está mostrando una espectacular adaptación, habituándose progresivamente a utilizar con mayor frecuencia los pasos de fauna. Buen ejemplo de este comportamiento adaptativo son los resultados obtenidos en una zona de humedales en Cataluña en el que se monitorizó mediante fototrampeo un paso inferior específico para fauna de 10 m de anchura en 2001 y en 2009; en el primer año de seguimiento, sólo se registró el cruce de un grupo de jabalíes (una hembra y sus rayones), mientras que ocho años después se registra una media de más de 2 grupos de jabalíes que usan el paso cada noche (830 cruces de grupos de jabalí detectados en un año) y se detecta el paso tanto de machos solitarios, como de grupos matriarcales o de subadultos (Rosell et al 2010). En el mismo seguimiento se observó además, y coincidiendo con otras G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette zonas de estudio, que el jabalí está aprendiendo a usar estructuras de menores dimensiones a las prescritas, incluso se ha detectado usando tubos de drenajes, pero, es importante tener en cuenta que las frecuencias de uso que se han observado en estas estructuras son considerablemente inferiores a la del paso inferior de 10 m de anchura. Por tanto, si tratamos de construir estructuras que garanticen su efectividad (con óptima relación coste/beneficio) no es recomendable recortar dimensiones porqué corremos el riesgo de reducir notablemente la efectividad del paso de fauna. Finalmente, y que destacar las oportunidades que ofrecen los pasos inferiores y superiores multifuncionales, que pueden combinar el paso de fauna con distintos usos como el drenaje, la restitución de caminos forestales o de paso de ganado (vías pecuarias). Normalmente hay muchas estructuras de este tipo en todas las vías de transporte y, si se adaptan correctamente, constituyen una magnífica oportunidad para facilitar el cruce de ungulados y evitar accidentes de tráfico. Los seguimientos han permitido observar que el paso de ganado, personas a pie o incluso de una baja intensidad de vehículos, son perfectamente compatibles con el uso de la estructura por la fauna silvestre. La aplicación de técnicas de fototrampeo, que registran la hora de cruce de las personas y de los animales ha permitido apreciar una correlación inversa entre las horas en que los humanos utilizamos estas estructuras (preferentemente durante el día) y las horas de cruce de fauna silvestre que cruzan en su mayoría, durante los crepúsculos y por la noche (Minuartia, 2011, datos inéditos). El coste moderado de la adaptación de estos pasos multifuncionales para la fauna es un argumento importante a favor de su aplicación, ya que en una determinada carretera o ferrocarril, hay un gran número de estas estructuras que con un bajo presupuesto moderado podemos acondicionar para que cruce por ellas la fauna. Para ello hay que dispensar atención a distintos aspectos; en primer lugar, y de igual manera que en los pasos específicos para la fauna son necesarias unas amplias dimensiones y una adecuada restauración del entorno, pero además, hay que tratar adecuadamente distintos aspectos del diseño de las superficies de estos pasos y del apantallamiento lateral, si se trata de pasos superiores. En general, cuando se proyectan pasos de fauna hay tres factores clave que requieren particular atención, porqué determinan la efectividad de la estructura y su balance coste/beneficio. Se trata de: La correcta elección de la ubicación de la estructura, teniendo en cuenta la configu ración de los hábitats a conectar, los sectores estratégicos para los desplazamien tos de la fauna y sus rutas de desplazamiento habitual. La correcta elección del tipo de paso de fauna, considerando las especies de refe rencia (target species), las características del hábitat del entorno (en particular la topografía) y además de las características concretas de la infraestructura viaria en el tramo de actuación. La correcta restauración de los accesos al paso, con un adecuado diseño y elemen tos (revegetaciones, hileras de materiales inertes, etc.) que conecten las entradas de los pasos con los hábitats del entorno. Este factor, junto con una adecuada in stalación de vallado perimetral, es fundamental para que los animales localicen los accesos de la estructura, y la utilicen para cruzar la vía. Pasos de fauna y cerramientos parecen la clave para resolver el problema de los accidentes causados por fauna, y lo son, pero sólo en las infraestructuras viarias de alta capacidad. En las vías convencionales este tipo de medidas son menos aplicables - aunque pueden ser útiles también par resolver algunos casos concretos - y debemos recurrir a otras medidas menos efectivas, con las cuales no conseguiremos 29 30 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette eliminar totalmente los accidentes pero si podemos conseguir una significativa reducción de la frecuencia de los mismos (véase las excelentes revisiones de métodos y evaluaciones de efectividad en Huijser & McGowen 2010 y en Langbein et al 2011). Básicamente las medidas aplicables en carreteras convencionales son de tres tipos: la gestión de los márgenes de la vía, el refuerzo de señalización advertidora y el uso de los llamados dispositivos disuasorios. Estos últimos se basan en la aplicación de estímulos (olfativos, visuales o auditivos) que ahuyentan o causan alerta en el animal y evitan que cruce la vía o, si lo hace, será con extrema cautela. La aplicación de estos sistemas, de los cuales existe una importante variedad, se ha testado en diversos estudios y seguimientos que siempre aportan resultados parecidos; en algunos casos no se detecta ningún efecto en el comportamiento de los animales, mientras que en la mayoría de casos se constata que en un primer momento y durante cierto tiempo, las medidas pueden ser efectivas hasta que los animales se habitúan a estos estímulos y dejan de reaccionar frente a ellos (véase Iuell et al, Reeve & Anderson 1993). Es decir, se trata de medidas de efectividad temporal, con fecha de caducidad. No obstante, ello no implica que no sean útiles en algunos casos; teniendo en cuenta que el conflicto tiene una marcada estacionalidad, es posible aplicar estos dispositivos en lugares y momentos concretos, y conseguir así cierto efecto, aunque sabiendo que la efectividad se reducirá a medida que transcurra el tiempo. La señalización advertidora reforzada, normalmente asociada a una reducción de la velocidad límite de circulación, es un amplio tema en el que no entraremos en detalle. En este caso los esfuerzos se dirigen a conseguir un cambio de comportamiento en las personas que conducen el vehículos, intentando mediante señalización horizontal, vertical sobre paneles reflectantes o de otros tipo, que las personas que circulan por los tramos conflictivos reduzcan la velocidad y mantengan la alerta. En realidad, la profusión de señalización viaria la convierten en un elemento poco efectivo. Queda no obstante un recurso interesante, que es el uso de señales advertidoras destellantes que se activan con sistemas de detección de fauna (ADS animal detection system) que se activan en el momento en el que un animal se aproxima a la calzada. Cuando la señal se ilumina, el riesgo es real, el animal está próximo a la via, y por ello, en este caso el sistema si puede conseguir mayor efectividad; estos sensores también pueden mandar el aviso a los navegadores de los vehículos situando el lugar se encuentra el animal. Estas medidas se han ensayado en Norte América y en algunos países europeos consiguiendo buenos resultados (reducciones de accidentes del 80 al 90%), pero cuentan con numerosas limitaciones de uso, especialmente en relación con el tipo de paisaje del entorno (véase Hujiser) que influye en las posibilidades de detección del animal. Otros elementos complementarios que se aplican para forzar la reducción de velocidad son el uso de pavimentos diferenciados y la aplicación de bandas rugosas o resaltes. Finalmente, el tema de gestión de márgenes abre posibilidades interesantes, aunque hay que tener en cuenta que cualquier actuación en estas zonas debe diseñarse considerando los aspectos relacionados con la seguridad vial, la confortabilidad de conducción, y factores estéticos y paisajísticos. La principal actuación consiste en mantener en los márgenes de los tramos con alto riesgo de accidentes, franjas desprovistas de árboles y arbustos, con el objetivo de mejorar la visibilidad y la posibilidad de detectar a los animales que puedan estar acercándose a la calzada. La aplicación de esta medida requiere, no obstante, un análisis de detalle de cada situación puesto que lo que es adecuado en algunos lugares, puede tener graves inconvenientes en otros; por ejemplo los márgenes con cobertura herbácea pueden facilitar 31 G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette la proliferación de topillos que atraerán a su vez a predadores (rapaces y carnívoros) aumentando así su riesgo de mortalidad, o, si la medida se aplica en un entorno de bosques densos, el margen herbáceo pueden atraer a cérvidos que acuden a pastar en estas zonas con el consecuente riesgo de colisión. En otros casos, en cambio, como en tramos conflictivos situados en entornos de mosaicos de bosques y cultivos, la medida se ha revelado efectiva y no se han observado efectos adversos. Por otra parte, algunos estudios apuntan que otras características de los bordes de carreteras se asocian con un menor riesgo de accidentes, como la existencia de guarda raíles o de taludes de más de 2 m de altura (Malo et al 2004); ello sugiere la posibilidad de Foto 5 La señalización de vías, aunque se refuerce con paneles reflectantes, es poco efectiva para reducir los accidentes, ya que los conductores se habitúan y no reducen la velocidad. (Foto: Minuartia). reducir los accidentes incorporando a los márgenes motas u otro tipo de barreras que, aunque no impiden el paso de ungulados, pueden contribuir a canalizar sus desplazamientos hacía zonas de cruce seguras (viaductos, túneles o pasos de fauna), aunque no contamos con resultados experimentales de la efectividad de esta medida. Prevenir el riesgo … o desfragmentar? Un aspecto importante para la reducción de los accidentes causados por fauna es el momento en que actuamos. El diseño e incorporación de medidas para reducir la fragmentación de hábitats de las infraestructuras viarias se realiza habitualmente en las fases de planificación y proyecto de una nueva vía, etapas en las que se lleva a cabo la evaluación de su impacto ambiental, pero también es posible actuar cuando la vía ya está en funcionamiento. Como pauta general, es importante tener en cuenta que cuanto antes se empiece a considerar la ‘infraestructura verde’ - la localización de los espacios naturales y los corredores ecológicos - mejor podemos aplicar la prevención de conflictos con la fauna silvestre. En este sentido es clave la fase de planificación de la infraestructura ya que un buen diseño del trazado, que evite cruzar tramos en los que sean previsibles los conflictos, reducirá los impactos y las inversiones necesarias en medidas para paliar el problema. Otra etapa importante es el momento en que 32 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette se elabora el proyecto, cuando se diseñan las medidas correctoras concretas que se incorporaran; es el momento para elegir correctamente el lugar y el tipo de medidas a aplicar. Pero en muchas ocasiones, el problema aparece en vías que están ya en funcionamiento, cuando empiezan a producirse una concentración de accidentes en un mismo tramo. Esta situación es muy habitual y incluso en esta fase de explotación tenemos un amplio margen para diseñar y aplicar actuaciones. Algunas de las medidas aplicables en vías convencionales no valladas (gestión de márgenes, pavimentos y señalización reforzada, por ejemplo) son claramente aplicables a esta etapa, pero además, también es posible aplicar actuaciones de ‘desfragmentación’ consistentes en la construcción de nuevos pasos de fauna o, más frecuentemente, la modificación de estructuras transversales ya existentes, que se adaptan para facilitar el paso de ungulados. Actuaciones de este tipo se han llevado a cabo ya en muchos lugares, normalmente aprovechando la realización de proyectos de ampliación o mejora de los tramos en los que se ubican los tramos de concentración de accidentes, o bien en el marco de medidas compensatorias de otros proyectos que se ejecutan en el mismo territorio. Una cosa es clara, hay amplias posibilidades de prevenir y reducir el conflicto de los accidentes causados por fauna silvestre. Los manuales y prescripciones técnicas nos facilitan descripciones detalladas de distintas medidas aplicables y la cooperación de los gestores de vías con los expertos en gestión de fauna permitirá analizar concretamente las condiciones de cada caso, elegir las medidas más adecuadas a cada situación y ubicarlas correctamente. Bibbliografía • Bekker, H. 2009. Defragmentation in the Netherlands. Process and results. Comunicación oral presentada en: IENE 2009 Open Day, Évora (Portugal), 24 de abril de 2009. Disponible en: http://www.cbm.slu.se/iene/ openday2009.php. • Clevenger, A.P., Waltho, N. 2000. Factors influencing the effectiveness of wildlife underpasses in Banff National Park, Alberta, Canada. Conservation Biology, 14: 47-56. • Clevenger, A.P., Waltho, N. 2005. Performance indices to identify attributes of highway crossing structures facilitating movement of large mammals. Biological Conservation, 121: 453-464. • Colino, V., Bosch, J., Reoyo, M.J., Peris, S. 2012 (in press). 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La crescente estensione della rete stradale, con conseguente frammentazione degli habitat e riduzione della circolazione della fauna selvatica, unitamente al considerevole incremento delle popolazioni di ungulati, sono le cause principali dell’incremento del numero degli incidenti. Secondo stime recenti in Europa avvengono circa un milione di collisioni all’anno con ungulati; una porzione non trascurabile di questi incidenti porta a conseguenze gravi, con costi economici e sociali considerevoli che giustificano gli investimenti in misure per prevenire o ridurre i conflitti. Nei Paesi del Mediterraneo le specie che causano un maggior numero di collisioni sono il cinghiale e il capriolo, ma anche cervo e daino possono localmente costituire un serio problema per la circolazione stradale. La distribuzione degli incidenti causati da ungulati mostra una marcata stagionalità, in funzione delle variazioni nella mobilità degli animali, talvolta casuate dall’uomo stesso (p. es. a causa della caccia). L’individuazione dei tratti in cui si verifica la maggiore concentrazione degli incidenti è un elemento essenziale per definire dove e quali misure di mitigazione possono essere applicate. Molto più complesso risulta invece prevedere quali saranno i tratti critici nel caso di nuovi progetti di infrastrutture. In entrambi casi i fattori da tenere in considerazione sono quattro: le specie coinvolte (distribuzione, abbondanza, ecologia e comportamento), il traffico (intensità e velocità), il paesaggio circostante alla strada e le caratteristiche locali dell’infrastruttura. Le soluzioni sono diverse a seconda dello specifico contesto. Per autostrade e ferrovie ad alta velocità, la prevenzione di incidenti con animali selvatici si basa sulla costruzione di passagi per la fauna selvatica (o l’adeguamento a tale funzione di passaggi esitenti) in combinazione con recinzioni perimetrali. Tali schermature sono la chiave di volta per ridurre le collisioni, ma aumentano l’effetto “barriera” dell’infrastruttura e quindi dovrebbero essere concepite come un elemento “guida” che conduce agli animali verso viadotti, gallerie e passaggi che permettano l’attraversamento. In generale sono tre i fattori che determinano l’efficacia e la sosteninbilità in termini di costi/benefici dei passaggi: la corretta ubicazione, la scelta funzionale alle specie traget, l’adeguata sistemazione degli accessi. Nelle strade convenzionali i passaggi per la fauna difficilmente costituiscono una soluzione praticabile e, pertanto, si adottano altre soluzioni, in grado di perseguire per lo meno una significativa riduzione della frequenza delle collisioni. Le misure applicabili sono di tre tipi: la gestione delle bordure stradali, la segnalazione di pericolo e l’uso di strutture/prodotti deterrenti. Quest’ultima categoria si basa sull’applicazione di stimoli (olfattivo, visivo o uditivo) che causano allarme negli animali evitandone l’attraversamento. Si tratta di misure con effetti temporanei che possono avere una loro efficacia nel caso di applicazioni limitate nel tempo (p. es. nei periodi di massimo rischio di impatto). Le tipologie di segnalazione stradale mirate ad indurre il conducente a rallentare e aumentare l’attenzione sono molteplici. Tra queste le più efficaci sono quelle che prevedono l’uso di segnalatori luminosi. In generale l’efficacia dei segnali stradali è inversamente proporzionale alla loro abbondanza. Le bordure stradali 35 G azzetta A mbiente n 1 / / 2 0 1 2 Sintesi in italiano Come regola generale è importante sottolineare che prima ci si pone il problema dei corridoi ecologici e delle collisioni con la fauna selvatica e più ampi sono i margini d’azione. È meglio intervenire in fase di progettazione dell’infrastruttura che su assi già costruiti e i manuali sviluppati in ambito europeo ci forniscono descrizioni dettagliate delle varie tecniche disponibili. Una buona progettazione, fatta con la collaborazione di zoologi e faunisti esperti, è in grado di prevenire in buona parte l’insorgenza di tale criticità e permettere il risparmio di ingenti risorse. Aree protette dovrebbero essere progettate e gestite anche in funzione della sicurezza stradale. In tal senso sarebbe prioritario privare di alberi ed arbusti i margini dei tratti ad alto rischio di incidenti, allo scopo di migliorare la visibilità e la capacità di rilevare animali che si avvicinano alla strada. L’applicazione di questa misura richiede, tuttavia, un’analisi dettagliata di ogni situazione per evitare che tali contesti possano divenire in tal modo attrattivi per specie diverse da quella target, a loro volta oggetto di collisioni (p. es un margine erboso in un contesto forestale potrebbe attrarre il pascolo dei cervi). Le sperimentazioni hanno dimostrato l’efficacia e l’assenza di controindicazioni della corretta gestione delle bordure in paesaggi caratterizzati da un complesso mosaico ambientale e alternanza di aree aperte e boscate. 36 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette Per gentile concessione del fotografo Marco Branchi dal sito www.marcobranchi.it. G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 di Beatrice Frank* e Jenny A. Glikman** *Biologa, esperta di Human Dimension, dottoranda presso il Dipartimento di Geografia della Memorial University, St. John’s, Terranova e Labrador (Canada) **Etologa, esperta di Human Dimension, dottorato presso il Dipartimento di Geografia della Memorial University, St. John’s, Terranova e Labrador (Canada) Il sucesso della conservazione e della gestione della fauna selvatica non richiede solo approfondite conoscenze biologiche ed ecologiche delle specie, ma necessita anche di un quadro conoscitivo delle caratteristiche socio-economiche e culturali delle popolazioni umane che condividono il territorio con tali specie (Riley et al., 2002; Mascia et al., 2003). Difatti, il contesto sociale e geografico in cui le persone incontrano la fauna selvatica gioca un ruolo fondamentale nel determinare atteggiamenti negativi o positivi verso le specie (Manfredo e Daye, 2004; Woodroffe et al., 2005). Lo studio delle interazioni tra uomini ed animali, a cui viene data sempre più enfasi nella pianificazione delle strategie di conservazione e gestione, ha dato vita ad una disciplina di ricerca denominata “Human Dimension” (HD) o dimensione sociale. La HD riconosce che le percezioni, le opinioni, gli atteggiamenti e i comportamenti delle persone verso le specie selvatiche sono una componente integrante per una gestione ottimale delle risorse naturali (Decker et al., 2001). Questa disciplina considera le componenti emotive, mentali, spirituali, culturali ed economiche che le popolazioni locali attribuiscono alle risorse naturali (Eagly e Chaiken, 1993; Verplanken et al., 1998; Bath e Enck, 2003). Capire ed integrare le opinioni delle persone nella gestione della fauna tramite la HD è fondamentale per prevenire e mitigare i conflitti, nonché per iniziare processi partecipativi sulla conservazione e gestione della fauna e delle risorse naturali (Decker et al., 2001; Madden, 2004; Mannigel, 2008). Le conoscenze ed informazioni aquisite tramite studi di HD sono necessarie per la progettazione di campagne di comunicazione, nonché per lo svolgimento di processi partecipativi con le comunità che interagiscono continuamente con la fauna selvatica (Bath e Enck, 2003). Spesso le indagini di HD si articolano su questionari o interviste che raccolgono le opinioni del pubblico sulla fauna (Glikman e Frank, 2011). Tali informazioni possono offrire, per esempio agli Enti gestori delle Aree protette, dati relativi al contesto sociale e culturale necessari a supportare le scelte gestionali sulla fauna selvatica. La HD è molto di più di un semplice sondaggio di opinione o di un’azione meramente conoscitiva (Glikman e Frank, 2011). Infatti, le indagini di HD rappresentano il primo passo per creare un rapporto di fiducia e rispetto tra i vari portatori di interesse e i soggetti deputati alla gestione della fauna selvatica (Decker et al., 2001; Bath e Enck, 2003; Madden, 2004; Mannigel, 2008). Inoltre, esplorando le opinioni delle comunità residenti, è possibile identificare quali strategie di gestione della fauna selvatica sono supportate dal contesto sociale che quotidianamente interagisce con essa (Kellert, 2000; Mech, 2001). In più, questa disciplina può essere usata per coinvolgere direttamente i portatori di interesse nei processi decisionali Aree protette La Human Dimension nella conservazione e gestione della fauna selvatica: l’esperienza italiana 37 38 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette sulla gestione della fauna tramite gruppi di lavoro facilitati. In base all’attenzione dimostrata dai portatori di interesse, i gruppi di lavoro facilitati possono portare all’identificazione di una visione comune di gestione della fauna, nonché alla raccolta di informazioni basilari per la stesura di strategie di conservazione e di piani di gestione sulla fauna che siano condivisi e supportati dal pubblico. La HD o dimensione sociale La HD è nata in America agli inizi del 1900. Aldo Leopold, considerato il patriarca della gestione della fauna selvatica, affermò nel 1943 che per gestire meglio il cervo bisognava in realtà gestire l’uomo in quanto, in molti casi, la gestione della fauna selvatica è più socio-economica che non biologica (Bath e Buchanan, 1989; Promberger and Schröder, 1992; Musiani et al., 2009). In Nord America, la HD è stata applicata in molti studi sulle relazioni tra uomini e fauna selvatica. Tali ricerche hanno spaziato dalla reintroduzione di specie come il lupo nel Parco nazionale dello Yellowstone (Bath 1989), allo studio del supporto/opposizione verso le soluzioni gestionali (controllo numerico, compensazioni o prevenzione) da adottare per ridurre gli impatti causati da specie problematiche quali il cervo nello Stato di New York (Decker e Chase, 1997). In Nord America, in meno di 50 anni, la HD è cresciuta a tal punto da raggiungere un riconoscimento accademico che la rende ad oggi una disciplina accreditata ed uno strumento di routine nella gestione della fauna selvatica (Manfredo et al., 2009). Lo sviluppo della HD al di fuori del nord America è iniziato solo dopo il 1990 e principalmente nei Paesi scandinavi (Bjerke et al., 1998, Ericsson and Heberlein, 2003; Ericsson et al., 2004; Kaltenborn et al., 1998). Da quei pochi studi svolti in nord Europa, questa disciplina si è diffusa nel resto del continente negli ultimi dieci anni. La maggior parte delle indagini di HD effettuate in Europa è stata svolta nella lingua nativa dell’area di studio, principalmente sui grandi carnivori (Glikman e Frank, 2011). In linea con il resto dell’ Europa, in Italia la HD è arrivata solo nel 2003 e gli studi sono stati condotti soprattutto in lingua italiana (Glikman e Frank, 2011). Al 2009, un totale di 32 studi di HD sono stati svolti nel territorio italiano. Da queste indagini sono stati prodotti due articoli scientifici (6%) (Panzacchi et al., 2007; Carrieri et al., 2008), 19 relazioni tecniche (59%) ed 11 tesi (35%). La maggior parte di questi studi ha avuto come soggetto principale i grandi carnivori (56%). Gli ungulati, con 10 studi (31%), sono risultati la seconda maggiore tematica. La HD sta rapidamente prendendo piede in Italia, anche se non é ancora affermata a livello accademico. HD per la conservazione di specie protette: il caso studio del lupo e dell’orso marsicano Nel 2006 è iniziato il progetto del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “Charles Darwin” dell’Università di Roma La Sapienza intitolato “Conservazione dei grandi carnivori in Abruzzo: un progetto di ricerca che integra specie, habitat e la dimensione umana”, svolto in collaborazione con l’Ente Parco Nazionale Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM) e la Memorial University (Canada) (Ciucci e Boitani, 2010). Focalizzato sull’orso marsicano (Ursus arctos marsicanus), sub-specie endemica e considerata a grave rischio d’estizione (IUCN, 2007; Gervasi et al., 2008; Ciucci e Boitani, 2008), e sul lupo appenninico (Canis lupus italicus), considerato “vulnerabile” (IUCN, 2007), questo progetto ha integrato lo studio approfondito della componente biologica delle due specie e quello della componente sociale del territorio del PNALM. L’impatto 39 G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette causato da queste specie protette sul bestiame e l’agricoltura all’interno del PNALM (Ciucci e Boitani, 1998), ha favorito un crescente conflitto tra gruppi di interesse (es. agricoltori, allevatori, ecc.) ed ente parco. Per tale motivo tra novembre 2006 e giugno 2007 i residenti del PNALM, inclusa la zona di protezione esterna circostante, sono stati coinvolti in un’indagine di HD per esprimere le loro opinioni, i loro sentimenti e le problematiche legate alla convivenza con il lupo e l’orso. Per questo studio di HD, 1611 residenti, casualmente selezionati, sono stati contattati direttamente nelle loro case oppure nelle piazze, per strada o nei bar (Miller et al., 1997). Ai residenti del PNALM e della zona di protezione esterna è stato chiesto di rispondere a 71 domande ed affermazioni riguardanti il lupo e l’orso al fine di esplorare attegiamenti, conoscenze di base sulla biologia delle specie e opinioni verso diverse opzioni gestionali. Una terza sezione del questionario ha riguardato il sistema di rimborso da danni causati da entrambe le specie. Per poter svolgere le 1611 interviste sono stati contattati 1933 residenti; 80% del campione selezionato ha acconsentito a partecipare all’indagine di HD. Il 40% del campione ricadeva nella categoria di età 40-65 anni, il 34% in quella di 18-39 anni ed il 26% in quella di più di 65 anni. In generale, più uomini (57%) hanno partecipato a questo studio. Su tuttto il territorio del PNALM, gli atteggiamenti dei residenti sono risultati molto positivi verso l’orso (85%) ed il lupo (70%). Più del 80% degli intervistati ha espresso il desiderio di mantenere protette queste due specie nel territorio del PNALM (81% lupo; 88% orso). La lunga coesistenza tra uomini e grandi carnivori ha favorito una predisposizione a tollerare queste due specie nel parco. Questi risultati indicano un supporto emotivo per la conservazione di queste specie da parte delle comunità locali del PNALM. Le conoscenze base sulla biologia delle specie da parte dei residenti sono risultate Esemplare di Orso bruno marsicano. (Fonte: per gentile concessione del fotografo Marco Branchi, dal sito www.marcobranchi.it). 40 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette mediamente basse per il lupo e lievemente migliori nel caso dell’orso. Poiché nel passato sono state realizzate diverse campagne educative sui grandi carnivori, la scarsa conoscenza rilevata in questa indagine suggerisce che i contenuti ed i canali di comunicazione precedentemente utilizzati non sono stati particolarmente efficaci. Per quanto riguarda le credenze sulla consistenza delle popolazioni di lupo ed orso, i residenti percepiscono entrambe le specie in diminuzione nel PNALM. Il recente ritrovamento di lupi ed orsi morti nel parco è molto probabilmente il motivo su cui sono basate tali credenze. Una elevata percentuale di residenti ha riconosciuto i bocconi avvelenati come fonte principale di tale fenomeno. Opinioni diverse sono state espresse dai residenti del PNALM riguardo ai danni al bestiame domestico da parte del lupo. Nella parte del parco che ricade nel Molise e nel Lazio, danni da lupo sono ritenuti molto frequenti (58% e 62% rispettivamente), mentre nell’Abruzzo i residenti sono risultati divisi a metà rispetto a tale affermazione. Per quanto riguarda l’orso, la visione è opposta. Mentre i residenti del Molise (77%) e del Lazio (56%) ritengono che questa specie non causi abbondanti danni, il 44% degli abruzzesi sostiene il contrario. Probabilmente tale credenza è dovuta all’incursione di orsi all’interno dei paesi nella porzione abruzzese del parco. Difatti, durante lo svolgimento dell’indagine di HD, un orso è entrato ed ha predato delle galline nel paese di Bisegna. Inaspettatamente, il cinghiale è stato riconosciuto da molti partecipanti (Abruzzo 64%, Molise 79%) come specie che causa i maggiori danni economici nell’area di studio. Nonostante la maggior parte dei residenti sia risultata lievemente più positiva verso l’orso che verso il lupo, nessuna differenza in indennizzi da danni da carnivori dovrebbe essere attuata dall’ente gestore secondo i partecipanti. Per quanto riguarda il pagamento di un sussidio per i danni da carnivori, i residenti si sono espressi contrari a questa pratica, preferendo di ricevere direttamente dei rimborsi o, come alternativa, capi di bestiame per compensazione. Inoltre, la maggior parte dei partecipanti ha puntualizzato che i tempi di rimborso dei danni sono troppo lunghi. Opinioni neutre sono invece state espresse riguardo alla quantità di soldi da rimborsare a chi ha subito un danno, in quanto il pubblico si reputa non abbastanza informato o esperto per esprimere un giudizio su questo quesito. La maggior parte dei residenti del Molise (64%), Lazio (72%) e dell’Abruzzo - area del Fucino (60%) ritiene che i pastori dovrebbero avere un assicurazione contro i danni da lupo ed orso. Tuttavia, in Abruzzo–area della Marsica, gli intervistati sono risultati a sfavore di questa idea, indicando la necessità di esplorare gli aspetti legati agli indenizzi, sussidi e assicurazioni contro i danni da carnivori in maggiore dettaglio e in maniera più specifica con i gruppi di interesse maggiormente colpiti da questo fenomeno. Implicazioni per la conservazione del lupo e dell’orso marsicano I risultati di questa indagine di HD sui grandi carnivori rappresentano un importante punto di riferimento per comprendere e caratterizzare gli atteggiamenti delle popolazioni locali verso lupo e orso. Questa indagine oltre ad essere stata una forma di coinvolgimento del pubblico, ha dato l’opportunità ai residenti di esprimere le loro opinioni su fondamentali temi di conservazione che riguardano il loro territorio. Tenere presenti questi risultati nella pianificazione degli interventi gestionali volti alla tutela dell’orso e del lupo rappresenta una maniera di ridurre i conflitti tra residenti ed ente parco, incrementando cosi la funzionalità ed efficacia della conservazione di queste due specie nel PNALM. Le informazioni ottenute tramite l’indagine di HD sono fondamentali per pianificare 41 G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Per gentile concessione del fotografo Marco Branchi, dal sito www.marcobranchi.it. La HD per la gestione della fauna selvatica: il caso studio del cinghiale In meno di 30 anni, l’aumento delle popolazioni di cinghiale (Sus scrofa) ha causato la quintuplicazione dell’home range di questo ungulato in Italia (Apollonio et al., 1988; Toso e Pedrotti, 2001; Monaco et al., 2003; Massei e Genov, 2004; Scillitani et al., 2010). Attualmente questa specie ha una distribuzione continua sul 64% del territorio italiano ed una popolazione stimata a 600.000 individui (Carnevali et al., 2009). L’incremento ed espansione della specie sul territorio italiano ha portato ad un aumento dei danni da cinghiale (es. impatti sugli ecosistemi e su altre specie selvatiche, danni all’agricoltura, incidenti stradali, ecc.), nonché a conflitti tra popolazioni locali ed enti gestori della fauna selvatica (Massei e Genov, 2004; Monaco et al., 2010; Scillitani et al., 2010; Massei et al., 2011). Tale situazione ha reso la gestione della specie problematica su tutto il territorio italiano e, in particolare, nelle aree protette (Monaco et al., 2003; Carnevali e Scacco, 2009; Monaco et al., 2010). La crescita dei conflitti sulla gestione del cinghiale dentro e fuori le Aree protette ha creato la necessitá di considerare le popolazioni locali, nonché di coinvolgere il publico nei processi decisionali riguardo a questa specie (Carnevali e Scacco, 2010; Monaco et al., 2010; Glikman e Frank, 2011). A tale proposito, un progetto quadriennale (2008-2011) di HD è stato messo in atto dall’Agenzia regionale Parchi Lazio (ARP) e la Memorial University, Canada. Questo progetto ha riguardato due aree pilota: il Parco Nazionale del Circeo (PNC) e la Riserva naturale regionale di Nazzano-Tevere-Farfa Aree protette un programma di comunicazione e di gestione che sia calibrato sull’eterogeneità delle opinioni dei residenti del parco. Tra i vari contenuti comunicativi che si possono estrapolare dall’indagine, merita particolare attenzione la necessità di fare meglio comprendere l’impatto dei bocconi avvelenati su queste specie a rischio d’estinzione, il potenziale impatto di un maggior sviluppo economico del territorio sull’orso e l’importanza di coinvolgere i portatori di interesse nella conservazione di queste due specie. Inoltre, le limitate conoscenze sulla biologia delle due specie rendono necessaria una rivisitazione dei materiali d’informazione esistenti, e dei vettori, delle finalità e delle strategie didattico - educative ad oggi impiegate ai fini della conservazione dei grandi carnivori su scala locale. 42 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette (RNRTF). Obiettivo principale della ricerca era quello di capire gli atteggiamenti ed il supporto/opposizione dei portatori di interesse verso il cinghiale e la sua gestione al fine di elaborare indicazioni utili sulla base delle quali definire il piano di gestione della specie. Caso studio 1: Parco nazionale del Circeo Istituito nel 1934 come primo Parco nazionale del Lazio, il PNC ha subito cambiamenti ambientali significativi nell’ultimo secolo. Difatti, la bonifica delle paludi pontine e la deforestazione della selva del Circeo ha favorito la creazione di un paesaggio rurale dentro e fuori al parco. L’aumento dei residenti da una parte, e degli impatti causati dal cinghiale dall’altra, stanno causando conflitti tra riserva e comunità locali, rendendo un’indagine di HD necessaria in quest’area protetta. Nel PNC sono state svolte 801 interviste al pubblico generico. In particolare, 399 interviste sono state somministrate dentro l’area protetta e 402 nella zona di protezione esterna del parco. Tutti i questionari sono stati svolti presso l’abitazione dei residenti tramite interviste dirette nel 2008. Per poter compilare gli 801 questionari, sono stati contattati 1469 residenti; 54% del campione selezionato ha acconsentito a partecipare all’indagine di HD. Il 46% del campione ricadeva nella categoria di età 40-65 anni, il 31% in quella di 18-39 anni ed il 23% in quella di più di 65 anni. In generale, più donne (53%) hanno partecipato a questo studio. In generale, i partecipanti all’indagine hanno espresso opinioni positive verso il cinghiale (62%). Tali atteggiamenti positivi sono ulteriormenti evidenziati dal fatto che il pubblico generico ha riconosciuto l’importanza dell’esistenza (92%) e della conservazione del cinghiale per le generazioni future (88%). Nonostante il cinghiale sia percepito come una specie che causa molti danni all’agricoltura nel territorio del parco, la maggior parte del campione ha affermato che la specie dovrebbe essere totalmente protetta all’interno del PNC (70%). La maggior parte dei residenti è risultata a favore di un aumento degli indenizzi da danno da cinghiale (53%). I partecipanti neutrali o a sfavore di questa pratica, hanno affermato che non c’era il bisogno di dare più rimborsi agli agricoltori in quanto questo gruppo di interesse tende a dichiarare danni maggiori rispetto a quelli realmente subiti. Per quanto riguarda il controllo numerico del cinghiale, i partecipanti sono risultati in generale contro la cattura e rimozione (58%) e l’abbattimento (60%) della specie dentro al PNC. I valori di conservazione associati alla specie, i diritti degli animali e la poca fiducia su come e chi svolge queste attività gestionali, sono le motivazioni principali per cui gli intervistati non hanno supportato il controllo numerico del cinghiale nel PNC. Caso studio 2: Riserva naturale regionale di Nazzano-Tevere-Farfa Negli ultimi 4 anni (2006-2009), circa il 17% del budget della RNRNTF è stato usato per pagare i danni da cinghiale ed un altro 5% è stato destinato alla fornitura di metodi preventivi agli agricoltori. Inoltre, circa 266 cinghiali sono stati catturati e rimossi nel 2009-2010 dalla riserva. Nonostante tale approccio abbia notevolmente ridotto l’impatto da cinghiale sull’agricoltura, i conflitti tra riserva e comunità locali non sono diminuiti, rendendo un’indagine di HD necessaria in quest’area protetta. Nella RNRNTF sono state svolte 452 interviste dirette tra il 2009-2010, di cui 289 sono state somministrate al publico generico, 56 ai cacciatori, 53 ai grandi agricoltori e 54 ai piccoli agricoltori. Il “pubblico generico” è stato definito come tutti coloro che non hanno particolari interessi verso la specie. I “piccoli agricoltori” sono stati G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette considerati tutti coloro che coltivano un appezzamento di terra inferiore all’ettaro, mentre nella categoria grandi “agricoltori” sono ricaduti tutti coloro che hanno uno o più ettari di terreno coltivato. Inoltre, incontri esplorativi sono stati svolti con i cacciatori e gli agricoltori nel 2010. Lo scopo di questi incontri è stato di iniziare un dialogo con i portatori di interesse e gettare le fondamenta per future collaborazioni tra riserva e comunità locali. Per poter svolgere le 452 interviste sono stati contattati 653 residenti; 69% del campione selezionato ha acconsentito a partecipare all’indagine di HD. Il 52% del campione ricadeva nella categoria di etá 40-65 anni, il 30% in quella di 18-39 anni ed il 18% in quella di più di 65 anni. In generale, più uomini (55%) hanno partecipato a questo studio. Le opinioni verso il cinghiale sono risultate molto differenti tra i partecipanti allo studio. I piccoli agricoltori hanno espresso opinioni molto negative verso il cinghiale (60%) in quanto questa specie è percepita come dannosa nell’area di studio. Anche se il pubblico generico e i grandi agricoltori definiscono il cinghiale come specie nociva, essi sono risultati meno negativi e piú inclini ad acccettare la presenza della specie nella riserva. Al contrario, i cacciatori hanno espresso opininoni molto positive (80%) ed una chiara volontà di coesistere con la specie. Esclusi i piccoli agricoltori, tutti i partecipanti hanno riconosciuto l’importanza dell’esistenza e della conservazione del cinghiale per le generazioni future. Tale diversità di opinioni dei gruppi di interesse rappresenta una problematica nella gestione della specie nella riserva. Tutti i partecipanti allo studio hanno affermato che il cinghiale è la specie che causa piú danni economici nel Lazio, nonché alle coltivazioni agricole, ai giardini e alle aiuole. Inoltre, secondo il campione intervistato, il cinghiale non necessita di speciali interventi di conservazione, in quanto la specie è numerosa ed in crescita. Nonostante tale omogeneità di opinioni, differenze di atteggiamenti sono emerse tra i diversi portatori di interesse riguardo alla gestione della specie. Mentre tutti i partecipanti sono risultati a favore degli indenizzi e della prevenzione da danno da cinghiale, discordanze sono emerse tra i gruppi di interesse per il controllo numerico della specie dentro la riserva. Specificamente, tutti gli agricoltori sono risultati a favore del controllo numerico, il pubblico generico è risultato neutrale-negativo e i cacciatori hanno espresso opinioni contrarie a qualsiai tipo di prelievo della specie dall’area protetta. Pertanto, il supporto/opposizione dei diversi gruppi di interesse, rispetto alle strategie di gestione proposte dalla riserva, dipende dagli interessi personali dei partecipanti rispetto al cinghiale. Non tener conto di tali interessi ha favorito e continua a favorire il conflitto tra comunità locali ed enti gestori della riserva. Durante gli incontri esplorativi condotti con i cacciatori e i grandi agricoltori, le controversie rispetto alla gestione della specie sono diventate ancora più evidenti. Entrambi i gruppi di interesse hanno espresso sentimenti di malcontento verso le attuali strategie di gestione della specie nella RNRNTF. Tematiche vivacemente dibattute sono state sia come accedere ed ottenere indenizzi, sia come beneficiare dei metodi preventivi forniti dalla riserva. La poca chiarezza su come funzionano le procedure di indennizzo rappresentano un motivo di preoccupazione, come anche la tempistica per ottenere tali risarcimenti. Inoltre, la mancanza di informazioni su come viene effettuato il controllo numerico della specie all’interno della riserva e quanti animali vengono prelevati per sessione di cattura, rappresentano una fonte di frustrazione per questi gruppi di interesse. Sfiducia verso l’ente gestore e la mancanza di trasparenza sulla gestione del cinghiale nella riserva, sono state le ragioni per cui i partecipanti degli incontri hanno espresso opinioni negative verso l’attuale tipologia di gestione specie nel RNRNTF. 43 44 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette Implicazioni per la gestione del cinghiale Dalle indagini di HD svolte nel PNC e nella RNRNTF, risulta evidente, la necessità da parte degli enti parco di sviluppare strategie di comunicazione mirate ad incrementare la conoscenza dei residenti sulla consistenza delle popolazioni di cinghiale e sulle problematiche causate da questa specie agli ecosistemi naturali, nonché agricoli. Inoltre, gli enti parco dovrebbero condividere con le comunitá locali informazioni su che tipo di attività vengono svolte ed il motivo per cui tali metodi gestionali sono selezionati per l’area protetta. Maggiori informazioni dovrebbero essere fornite su come funziona il processo di compensazione/prevenzione, su chi può usufruirne, su come accedere a tali servizi e sui tempi necessari per ottenere compensazioni/ prevenzioni da danno da cinghiale. Informare i residenti sulla gestione del cinghiale effettuata nella specifica area protetta rappresenta il primo passo per creare un dialogo, per incrementare la fiducia tra parco e comunità locali e per coinvolgere i residenti nella gestione del cinghiale. Tenere presenti i risultati ottenuti tramite questa indagine di HD nella pianificazione degli interventi volti alla gestione del cinghiale può significare una maggiore condivisione su scala locale della gestione della specie, nonché una maggiore funzionalità ed efficacia della gestione del cinghiale nelle Aree protette. Riflessioni sulla HD nella conservazione e gestione della fauna selvatica I risultati dei casi studio sopra riportati rappresentano solo una parte del processo di HD necessario a coinvolgere il pubblico nel processo decisionale sulla conservazione e gestione della fauna selvatica. In particolare, per gli esempi riportati sono stati raccolti solo dati di base tramite interviste ed incontri esplorativi con i gruppi di interesse. Pertanto, queste indagini di HD si sono limitate ad essere un sondaggio di opinioni, contribuendo solo parzialmente alla conservazione e gestione della fauna selvatica. Un freno al completo svolgimento delle indagini di HD è stata la mancanza di pieno supporto da parte degli enti gestori nel condividere i risultati ottenuti con il pubblico e nell’applicare le raccomandazioni fornite da questi studi. Inoltre, il processo partecipativo inizialmente programmato tramite lo svolgimento di incontri facilitati con i portatori di interesse locali non è stato svolto o, se iniziato, non è stato portato a termine. Tale fenomeno non ha quindi favorito la risoluzione dei conflitti esistenti nelle aree pilota considerate; anzi ha contribuito all’aumento di frustrazione da parte delle comunità locali interpellate, ma non veramente coinvolte nella gestione della fauna selvatica. Conclusioni sullo stato dell’HD in Italia e su direzioni future La HD in Italia soffre della mancanza di un riconoscimento accademico, nonché della accreditata piena e diffusa accettazione come strumento di lavoro per la conservazione e gestione della fauna selvatica (Glikman e Frank, 2011). Nonostante gli enti gestori siano sempre più esposti alla HD, non la considerano ancora una effettiva metodica in grado di aiutare nella risoluzione o attenuazione dei conflitti con le comunità locali (Glikman e Frank, 2011). Inoltre, i gestori della fauna selvatica non sono disposti a delegare potere decisionale al pubblico. Nel caso delle aree protette, la mancanza di stabilità e continuità politica ed amministrativa mostrata da molti enti parco (riconducibile al veloce turnover delle cariche e degli organi dirigenziali), non permette di inserire negli strumenti di pianificazione gestionale delle aree protette G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Letteratura • Apollonio, M., Randi, E. e Toso, S. (1988). The systematics of the wild boar (Sus scrofa L.) in Italy. Italian Journal of Zoology 3: 213-221. • Bath, A.J. (1989). The public and wolf reintroduction in Yellowstone National Park. Society and Natural Resources 2: 297-306. • Bath, A.J. e Buchanan, T. (1989). Attitudes of interest groups in Wyoming towards wolf restoration in Yellowstone National Park. Wildlife Society Bulletin 17: 519-525. • Bath, A.J. e Enck, J.W. (2003). Wildlife-Human interactions in National Parks in Canada and the USA. 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Aree protette le raccomandazioni identificate dalle indagini di HD, né consente la pianificazione ed il coinvolgimento del pubblico a lungo termine, limitando l’utilizzo della HD come strumento operativo nella gestione della fauna selvatica (Glikman e Frank, 2011). L’Italia ha ancora molta strada da fare su come utilizzare al meglio le potenzialità della HD. È importante tuttavia che questo strumento venga utilizzato in modo appropriato, evitando le applicazioni improvvisate e affidandosi ad esperti del settore, preparati a pianificare e svolgere indagini di tipo sociologico. Utilizzare questo strumento senza una conoscenza appropriata della disciplina può peggiorare il rapporto tra comunità locali ed enti gestore, portando al fallimento di piani di conservazione e gestione della fauna selvatica. Se svolta in maniera corretta, la HD non solo garantirà la raccolta di dati utili e significativi per la conservazione e gestione della fauna selvatica, ma fornirà anche un concreto supporto per la pianificazione di strategie a lungo termine condivise con le comunità locali ed efficaci nel risolvere i conflitti tra uomini e specie selvatiche. 45 46 l a fa u n a p r o b l e m at i c a • Ericsson, G., Heberlein, T.A., Karlosson, J., Bjärvall, A. e Lundvall, A. (2004). Support for hunting as a means of wolf Canis lupus population control in Sweden. Wildlife Biology 10: 269–276. Aree protette • Gervasi, V., Ciucci, P., Boulanger, J., Posillico, M., Sulli, C., Focardi, S., Randi, E. e Boitani. L. (2008). A preliminary estimate of the Apennine brown bear population size based on hair-snag sampling and multiple data source mark–recapture Huggins models. Ursus 19 (2): 105–121. • Glikman, J.A. e Frank, B. (2011). Human dimensions of wildlife in Europe: the Italian way. 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G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 di Giovanna Massei The Food and Environment Research Agency, Sand Hutton, York, YO41 1LZ, United Kingdom La mitigazione dell’impatto della fauna selvatica sulle attività antropiche è stata tradizionalmente condotta attraverso il controllo letale delle popolazioni animali. Tuttavia, una crescente richiesta del pubblico per l’attuazione di metodi di controllo non-letale ha indirizzato la ricerca verso modelli alternativi di gestione dell’impatto della fauna selvatica (Barr et al. 2002; Deigert et al. 2003; Thornton e Quinn 2009). Fra questi ultimi, la traslocazione e il controllo di fertilità vengono considerati promettenti, soprattutto dal punto di vista del benessere animale e sono spesso attivamente promossi da vari gruppi interessati alla gestione faunistica. La traslocazione viene generalmente considerata l’opzione più rapida e umana per risolvere i conflitti uomo-fauna selvatica: si prelevano gli animali che creano problemi e si spostano in una nuova area dove sicuramente si ambienteranno quanto prima e riprenderanno la loro vita normale senza interferire con le attività umane. Problema risolto...oppure no? Da revisioni condotte sugli studi di traslocazioni di animali problematici (Bradley et al. 2005, Massei et al. 2010) è emerso che questo metodo è tutt’altro che privo di problematiche che, nella maggioranza dei casi, superano di gran lunga i vantaggi. Lo studio ha infatti evidenziato cinque punti fondamentali che dovrebbero essere considerati da chiunque si appresti a effettuare una traslocazione di fauna selvatica: 1. gli animali traslocati soffrono spesso di stress e traumi fisici legati alla cattura, se dazione, trasporto e rilascio in un’area sconosciuta e possibile aggressione da parte di altri animali che si trovavano già in questa area; 2. assieme agli animali vengono traslocati parassiti e agenti patogeni con conseguenze deleterie per altri individui e specie presenti nell’area di rilascio; 3. gli animali traslocati spesso si spostano per tornare nell’area nativa; 4. il costo delle traslocazioni, raramente riportato è spesso sottostimato; 5. in rarissimi casi gli studi riportano se e quanto a lungo il problema che ha causato la traslocazione è stato risolto. Il controllo di fertilità, che agisce sulla natalità anziché sulla mortalità, è ugualmente percepito come un metodo ben collaudato e relativamente facile da impiegare: dopo tutto milioni di persone lo usano nel mondo, quindi perché non impiegarlo anche per gli animali selvatici? Le note che seguono illustrano i recenti sviluppi e le applicazioni del controllo della fertilità nella fauna selvatica e mirano a fornire un quadro generale dei vantaggi di questo metodo ma anche degli ostacoli e delle problematiche che devono essere ancora superate prima che la contraccezione possa essere considerata uno strumento di gestione a pieno titolo. Aree protette Il controllo della fertilità nella fauna selvatica: una soluzione praticabile? 47 48 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Contraccettivi per la fauna selvatica Aree protette Nell’ultimo ventennio, grazie a un rinnovato interesse del pubblico per i metodi nonletali di controllo della fauna selvatica e grazie anche a significativi progressi della tecnologia, la ricerca sul controllo della fertilità ha compiuto passi da gigante. Se da un lato i primi contraccettivi non avevano dato i risultati sperati in termini di efficacia, effetti collaterali o applicabilità sul campo, una nuova generazione di prodotti ha superato gli ostacoli iniziali. Parallelamente, l’interesse per i contraccettivi come alternativa alla sterilizzazione chirurgica ha anche investito ovini, bovini e suini da allevamento, animali da compagnia e zoo, dando così un nuovo impeto alla ricerca e alla sperimentazione in questo campo. Fra i numerosi prodotti recentemente emersi, alcuni sembrano offrire eccellenti prospettive per il controllo della fauna selvatica. Dal punto di vista degli effetti sui singoli animali e delle applicazioni pratiche, un contraccettivo ideale per applicazioni alla gestione dei selvatici dovrebbe avere le seguenti caratteristiche: efficace se somministrato in una singola dose; privo di effetti collaterali indesiderati; capace di sterilizzare la maggioranza degli animali per uno o più anni consecutivi; in grado di inibire la riproduzione nelle femmine ma idealmente anche nei maschi; somministrabile in qualsiasi momento del ciclo riproduttivo, in gravidanza e in allattamento; relativamente poco costoso da produrre e da somministrare sul campo; efficace solo sulla specie target; privo di effetti collaterali per animali che si cibano di carcasse trattate con tale contraccettivo; stabile a temperatura ambiente e idealmente in una vasta gamma di condizioni ambientali. Nessuno dei contraccettivi attualmente disponibili in commercio o di quelli ampiamente sperimentati su animali possiede tutte le caratteristiche sopra menzionate ma alcuni prodotti ne riassumono una gran parte. Fra questi, i vaccini immunocontraccettivi sembrano offrire le migliori prospettive per la gestione dei selvatici. Un vaccino immuno-contraccettivo funziona come un normale vaccino che, una volta somministrato, conferisce immunità verso uno specifico agente patogeno (Delves 2002). I vaccini immuno-contraccettivi causano la produzione di anticorpi che attaccano proteine o ormoni essenziali per la riproduzione. L’efficacia e la durata dell’azione di questi contraccettivi sono in parte dovute alla presenza di nuovi adiuvanti, sostanze che stimolano la produzione di anticorpi negli animali vaccinati. Contrariamente ai vaccini contraccettivi degli anni ’90, che prevedevano la somministrazione di due dosi a poche settimane l’una dall’altra, gli immuno-contraccettivi (o vaccini contraccettivi) dell’ultima generazione causano infertilità per vari anni dopo l’inoculazione di una singola dose. I vaccini mono-dose rappresentano così un importantissimo passo avanti per le applicazioni pratiche del controllo della fertilità della fauna selvatica. Gli studi dell’ultimo ventennio si sono concentrati in particolare su due di questi contraccettivi: il vaccino PZP (porcine zona pellucida) e il vaccino GnRH (gonadotro pin-releasing hormone o ormone per il rilascio delle gonadotropine). Il vaccino PZP induce anticorpi contro la zona pellucida che è una membrana proteica che avvolge l’uovo nei mammiferi e che contiene i recettori per gli spermatozoi. Gli anticorpi G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette prodotti dal vaccino impediscono all’uovo di essere fecondato: l’ovulazione e il comportamento riproduttivo ad essa associato avvengono normalmente ma la femmina non è in grado di concepire. Il vaccino GnRH causa la produzione di anticorpi che neutralizzano il GnRH, che a sua volta controlla la produzione di ormoni necessari per l’ovulazione e la spermatogenesi. L’attività sessuale di un animale trattato con il vaccino GnRH viene dunque sospesa fino a quando la concentrazione di questi anticorpi rimane relativamente elevata. Fra i numerosi vaccini GnRH prodotti per animali da allevamento, da compagnia e per la fauna selvatica, il GonaConTM, messo a punto dal National Wildlife Research Center negli USA come vaccino mono-dose specifico per la gestione della fauna selvatica, è quello che ha ricevuto maggiore attenzione. Entrambi i vaccini, PZP e GnRH, diponibili in formulazioni iniettabili, sono in grado di causare infertilità per diversi anni in molte specie di mammiferi dopo una singola dose (Miller et al. 2008, Fagerstone et al. 2010, Kirkpatrick et al. 2011). I risultati di studi condotti con i vaccini PZP e con il GonaCon indicano che l’efficacia di questi contraccettivi, sia in termini di durata dell’effetto sulla riproduzione che della proporzione di animali resi sterili, varia in relazione alla specie, alla dose e alla formulazione (incluso il tipo di adiuvante impiegato) e probabilmente anche in relazione alle condizioni di salute degli animali (Miller et al. 2008 e 2009). La Tabella 1 riporta alcuni dei risultati ottenuti con entrambi i vaccini su animali in cattività e su popolazioni di selvatici allo stato libero e illustra tale variabilità. Il vaccino PZP, testato con successo in numerose specie, non è efficace in gatti, cani e roditori mentre il GonaCon ha sterilizzato la maggior parte delle femmine di tutte le specie sulle quali è stato impiegato (Fagerstone et al. 2010, Kirkpatrick et al. 2011). Studi a lungo termine hanno dimostrato che gli anticorpi prodotti da entrambi i vaccini diminuiscono con il tempo e che alcuni animali riprendono a riprodursi negli anni successivi alla vaccinazione. Alcuni di questi studi ha suggerito che l’efficacia dei contraccettivi, misurata come percentuale di individui resi sterili, sembra essere maggiore in cattività che in prove sul campo (Tabella 1) . Queste differenze potrebbero essere dovute alle migliori condizioni di salute in cui si trovano gli animali in cattività rispetto ad animali liberi: tali condizioni potrebbero influire sul sistema immunitario e quindi sull’efficacia e sulla durata della risposta immunitaria al vaccino (Gray et al. 2010). I fattori che influenzano la capacità dell’individuo di fornire un’adeguata risposta immunitaria a un vaccino includono specie, sesso, età, condizioni di salute, stato riproduttivo (animali in gravidanza o in allattamento), caratteristiche genetiche della popolazione e l’esposizione a vari agenti patogeni . Comprendere il ruolo che questi fattori giocano nel determinare la risposta di un individuo o di una specie al trattamento con immuno-contraccettivi aiuterà a ottimizzare le applicazioni di controllo della fertilità in termini di specie idonee, periodo ideale per la vaccinazione e tipo di contesto. Per esempio, se la gravidanza influenza la risposta a un vaccino contraccettivo, gli animali potrebbero essere trattati prima del picco riproduttivo; oppure,se le condizioni di salute peggiorano nel periodo dell’anno in cui il cibo scarseggia, gli animali possono essere vaccinati al di fuori di tale periodo. Nella maggior parte delle specie, la vaccinazione con GonaCon non ha avuto effetti collaterali sebbene il vaccino sia spesso associato con reazioni locali quali indurimento dei tessuti e gonfiore locale nel sito di inoculo, tipiche di altri vaccini. Ad esempio, due anni dopo la vaccinazione, 6 dei 20 gatti vaccinati con questo immuno-contraccettivo hanno mostrato un indurimento palpabile ma indolore nel sito di inoculo (Levy 2009). Sia GonaCon che il vaccino PZO, amministrati durante la gestazione non interferiscono con il parto e la nascita (Fagerstone et al, 2010). Uno 49 50 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette studio condotto al Food and Environment Research Agency di York (UK) per valutare l’efficacia ed i possibili effetti collaterali del vaccino GonaCon sul comportamento e sulla fisiologia di cinghiali in cattività ha stabilito l’assenza di qualsiasi effetto collaterale in questa specie (Massei et al. 2008, Massei et al. in stampa). Altri studi hanno confermato questi risultati su altre specie (Miller et al.2008, Fagerstone et al. 2010). L’unica eccezione è dovuta all’uso del GonaCon su maschi in specie di cervidi i cui palchi possono subire una crescita anomala in quanto il GonaCon influisce sul testosterone che, oltre alla riproduzione, regola anche il ciclo dei palchi. Un effetto collaterale del vaccino PZP è legato alla fatto che tale contraccettivo non previene l’ovulazione. Di conseguenza, in alcune specie gli animali trattati continuano ad entrare in estro, aumentando quindi la frequenza di contatti fra maschi e femmine (Miler et al. 2009). In situazioni in cui il controllo di fertilità viene attuato per evitare la trasmissione di malattie l’impiego di questo vaccino potrebbe quindi essere controproducente. Il GonaCon è registrato come contraccettivo per il cervo dalla coda bianca negli Stati Uniti mentre il PZP è stato preparato in vari istututi di ricerca per studi specifici. Entrambi i vaccini, se ingeriti, non hanno effetto sul sistema riproduttivo perché vengono distrutti dai succhi gastrici. In tal senso sia il GonaCon che il PZP non presentano rischi secondari per animali e persone che consumino animali vaccinati. Tabella 1 Studi condotti in cattività e sul campo utilizzando varie formulazioni del vaccino immunocontraccettivo PZP e del GonaCon su femmine di varie specie di mammiferi. Specie Numero animali Tipo di studio Cervo dalla coda bianca Odocoileus virginianus 5 per gruppo Cattività Cervo dalla coda bianca 24 Campo Cavallo selvatico Equus caballus 16 Cattività 12 Cavallo selvatico 17 Campo Cavallo selvatico 24 Campo 20 Vaccino Risultati GonaCon, GonaCon-KLH sterilizza il 100% degli animali nel varie formula- primo anno e il 60%, 50%, 50% e 25% nei 4 anni zioni successivi. GonaCon-Blu sterilizza il 100% degli animali nel primo e secondo anno e l’80% nei 3 anni successivi. GonaCon-KLH GonaCon-KLH sterilizza il 67% degli animali nel primo anno e il 44% nel secondo anno. Riferimenti Miller et al. 2008 Gionfriddo et al. 2011 GonaCon-KLH GonaCon-KLH sterilizza il 94% degli animali nel Killian et al. 2008 primo anno e il 60% , 60% e 40% nei 3 anni successivi. PZP PZP sterilizza il 100% degli animali nel primo anno e l’83 % nei 3 anni successivi. PZP PZP sterilizza il 95% degli animali nel primo anno e Turner et al. 2007 l’85 %, 68% e 54% nei 3 anni successivi. GonaCon-Blu GonaCon-Blu sterilizza il 39% degli animali nel Gray et al. 2010 primo anno e il 42% e 31% nei 2 anni successivi. PZP PZP sterilizza il 37% degli animali nel primo anno e il 50% e 44% nei 2 anni successivi. GonaCon-Blu sterilizza il 90% degli animali nel primo anno e il 75%, 50% e 25% nei 3 anni successivi. Cervo Cervus elaphus 10 Cattività GonaCon-Blu Cervo Cervus elaphus Due gruppi: 10 e 12 19 Cattività GonaCon-KLH GonaCon-KLH sterilizza il 90-100% degli animali nei Killian et al. 2009 3 anni successivi alla somministrazione. Campo PZP 12 Cattività 15 Cattività 10-22 Cattività Daino Dama dama Cinghiale Sus scrofa Gatto Felis catus Orso nero Ursus americanus Powers et al. in stampa PZP sterilizza il 100% degli animali per 3 anni Fraker et al. 2002 consecutivi. GonaCon-KLH GonaCon-KLH sterilizza il 92% degli animali nei 4-6 Massei et al. 2008 anni successivi alla somministrazione. e Massei et al. (submitted) GonaCon-KLH GonaCon-KLH sterilizza il 93% degli animali nel pri- Levy et al. 2011 mo anno e il 73%, 53% e 40% nei 3 anni successivi. PZP due dosi PZP sterilizza l’80%-100% degli animali nel primo anno. Lane et al. 2007 51 G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Gli effetti del controllo della fertilità sulla popolazione Aree protette I risultati positivi ottenuti sinora con la messa a punto dei vaccini contraccettivi rappresentano solo il passo iniziale verso un’applicazione pratica del controllo di fertilità nella fauna selvatica. Dal momento che tali vaccini sono disponibili solo come prodotti iniettabili, un primo problema riguarda la somministrazione di queste sostanze che deve per forza prevedere la cattura degli animali. I costi relativi alla cattura di alcune specie possono essere elevati ed è consigliabile che un piano di gestione della fauna basato sull’impiego dei vaccini contraccettivi abbia nel budget una voce relativa ai costi di cattura e rilascio degli animali. Numerosi gruppi di ricerca sono al momento impegnati nella sperimentazione di vaccini orali: la disponibilità di tali sostanze vedrà emergere un’altra serie di problemi, primo fra tutti quello del possibile impatto dei contraccettivi su specie non-target. In alcuni casi i vaccini orali potranno essere somministrati utilizzando distributori di esche messi a punto per una specie particolare. È questo il caso del BOS (Boar-Operated-System) concepito come sistema di distribuzione di esche ai cinghiali. Il BOS consiste in un palo di metallo, piantato a terra, lungo il quale scorre un cono la cui base poggia su un piatto metallico sul quale vengono poste le esche contenenti un qualsiasi vaccino. Il cono, che pesa circa 5 kg, protegge le esche e deve essere sollevato da un animale che voglia consumare tali esche (Figura 1). Esperimenti in cattività e sul campo hanno permesso di stabilire che il BOS consente ai soli cinghiali e non ad altre specie di cibarsi delle esche (Massei et al. 2010, Campbell et al. 2011). Un’altra sfida è rappresentata dall’individuazione di contesti e specie per cui il controllo di fertilità sia efficace, fattibile e relativamente economico rispetto ad altri metodi di gestione. In particolare l’efficacia del controllo di fertilità dipenderà dal tipo di contraccettivo impiegato, dalla frequenza con cui il vaccino viene somministrato ma anche dalla dinamica di popolazione della specie oggetto di studio e dalla possibile risposta compensativa della popolazione che puo’ risultare in un maggior numero di femmine che si riproducono o in un aumento della natalità. Un numero crescente di modelli teorici e di studi empirici sugli effetti del controllo della fertilità sulla dinamica di popolazione della fauna selvatica suggerisce che questo approccio potrebbe essere anche più efficace degli abbattimenti nel ridurre Figura 1 Il BOS (Boar-OperatedSystem), ideato per somministrare esche a cinghiali. Le esche possono contenere vaccini di vario tipo e il dispositivo impedisce ad altre specie di cibarsene. 52 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette il numero di animali presenti in un’area (Hobbs et al. 2000, Bradford e Hobbs 2008). Modelli teorici hanno evidenziato come, nel contesto del controllo delle malattie della fauna selvatica, l’impiego dei contraccettivi potrebbe rendere più efficace una campagna di vaccinazione contro malattie come la rabbia o la tubercolosi, riducendo la percentuale di animali che devono essere vaccinati, o riducendo la durata stessa della campagna di vaccinazione (Ramsey 2007; Carrol et al. 2010). Dal punto di vista applicativo, il controllo della fertilità si presta meglio a gestire popolazioni isolate che non animali presenti su vaste aree la cui distribuzione appare di fatto senza soluzione di continuità. Per una popolazione isolata infatti immigrazione ed emigrazione non contano ed è quindi relativamente più semplice valutare l’impatto del controllo della fertilità sul numero di effettivi che cambia solo in funzione della mortalità e della natalità. Le domande che dovrebbe porsi chiunque intenda utilizzare i contraccettivi per limitare il numero di animali di una specie sono molte, ad esempio, quale è la proporzione di femmine da vaccinare per ottenere una diminuzione predeterminata del numero di individui? Questo implica che il numero di animali presente su un’area sia noto o quanto meno stimato: nella pratica, tuttavia, ottenere stime attendibili delle popolazioni di selvatici è spesso complicato e costoso. Altre domande includono: è possibile vaccinare una determinata frazione di animali nei tempi previsti? Quali sono le conseguenze della vaccinazione di diverse porzioni della popolazione? è possibile riconoscere gli animali vaccinati dagli altri? Qualè la durata dell’efficacia del contraccettivo in quella particolare specie e in quel contesto? è prevedibile che la natalità delle femmine non vaccinate aumenti annullando l’effetto del controllo della fertilità? Qualè il costo previsto per l’attuazione di un tale metodo e quali sono i metodi alternativi e i relativi costi e benefici? Chi si assume la responsabilità di coprire tali costi? è possibile che l’immigrazione di nuovi animali limiti l’efficacia di un intervento di sterilizzazione? Nel caso poi si voglia utilizzare il controllo di fertilità per limitare l’impatto dellla fauna selvatica sulle attività antropiche, ad esempio i danni alle colture, è necessario tenere conto del fatto che, soprattutto per specie longeve, servono anni per acquisire i benefici di questo metodo, dato che, anche se la natalità viene fortemente diminuita, gli animali rimangono vivi. Ciò significa che questi animali continuano a rappresentare, almeno nel breve termine (3-5 anni), una potenziale fonte di danni all’agricoltura, di malcontento sociale e di possibili contrasti tra i diversi gruppi di interesse. Una soluzione praticabile? Nonostante le problematiche connesse con l’applicazione del controllo di fertilità per la fauna selvatica siano molte e complesse esistono contesti e specie in cui questo metodo rappresenta una soluzione praticabile e possibile. In tutti i casi di popolazioni isolate o di animali la cui gestione non può, per varie ragioni, essere condotta attraverso abbattimenti, ad esempio in molte aree protette, l’impiego dei contraccettivi rimane uno dei pochissimi metodi validi dal punto di vista dell’efficacia e del benessere ambientale e animale. In altri contesti, quale quello della gestione delle malattie della fauna selvatica, il controllo della fertilità è stato suggerito come possibile strumento per ridurre il tasso di contatto e di trasmissione di malattie tra gli individui. Diversi studi hanno infatti mostrato che l’abbattimento può portare a immigrazione, disgregazione sociale ed effettivamente dar luogo ad una maggiore frequenza di contatti in quanto gli animali compiono movimenti a lunga distanza, riempiono i vuoti lasciati da coloro che sono G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Bibliografia • Barr, J. J. F., Lurz, P. W. W., Shirley, M. D. F., and Rushton, S. P. (2002). 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Aree protette stati rimossi dalla popolazione o ristabiliscono i territori. Viceversa, il controllo della fertilità ha meno probabilità di influenzare il comportamento sociale e gli spostamenti degli animali selvatici. Le difficoltà pratiche che si riscontrano per utilizzare il controllo della fertilità nella gestione delle popolazioni di fauna selvatica possono essere superate e gli inevitabili errori iniziali possono essere corretti con l’esperienza, con l’impiego di modelli matematici per prevedere l’impatto della contraccezione sulla popolazione e con i primi risultati ottenuti sul campo che permettono di perfezionare il piano di gestione. La valutazione di costi e benefici dell’impiego del controllo della fertilità per mitigare i conflitti fra attività antropiche e fauna selvatica deve però essere basata su un serio studio preventivo che valuti la reale fattibilità dell’intervento, i costi e i tempi previsti per la realizzazione degli obiettivi, confrontata anche in funzione delle aspettative da parte dei vari gruppi di interesse. Troppo spesso il pubblico si entusiasma per un nuovo metodo che sembra avere tutte le risposte necessarie a risolvere un problema. Il compito della ricerca - e dei tecnici del settore - è quello di fornire gli elementi e le conoscenze di base per una visione più equilibrata, imparziale e realistica di costi e benefici di un nuovo metodo di gestione della fauna selvatica. 53 54 l a fa u n a p r o b l e m at i c a • Kirkpatrick, J.F., Lyda, R.O., and Frank , K.M.( 2011). Contraceptive vaccines for wildlife: a review. American Journal of Reproductive Immunology 66,40-50. Aree protette • Lane V. 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G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 di Antonino Morabito Responsabile nazionale Fauna, Legambiente L’inadeguato investimento negli ultimi trent’anni da parte delle pubbliche amministrazioni in risorse umane ed economiche per la gestione della natura, compresa ovviamente la fauna, sta facendo emergere diverse problematicità che, dal punto di vista tecnico-scientifico, erano già sufficientemente note e prevedibili. Una di queste difficoltà, che negli ultimi anni ha assunto dimensioni percepite da allarme sociale (almeno per alcune categorie), rientra sotto la generica definizione della cosiddetta “fauna problematica”, comprendendo in tale categoria tutte le specie animali autoctone e alloctone unite “soltanto” dalla comune difficoltà di soluzione, da parte della pubblica amministrazione, delle situazioni di conflitto con le attività antropiche. Per capirsi tanto il cinghiale quanto la nutria, sono due esempi delle medesime inadeguatezze. In questo contesto, la crescita negli ultimi 20 anni delle Aree protette, in termini numerici ma senza un innovativo ed adeguato investimento in termini umani ed economici, è divenuta involontario, facile, bersaglio su cui scaricare le colpe ed a cui addossare molte delle cause delle attuali maggiori conflittualità con alcune specie animali. Ovviamente una specie animale oggi non considerata problematica può divenirlo domani, per una serie complessa di cambiamenti (sociali, di uso del suolo, climatici, normativi, economici, ecc.) alcuni alla portata delle decisioni di livello nazionale e locale, altri ovviamente di scala superiore. Alla maggior parte degli studiosi delle specie oggi ritenute problematiche è ben noto quanto, nell’ambito delle decisioni di livello nazionale e locale, abbiano pesato e pesino l’intreccio degli aspetti sociali (ad esempio, di cacciatori o di animalisti), economici (ad esempio, di commercianti o di allevatori) e politici (ad esempio, di ricerca di un facile consenso o di corruzione) nelle mancate, ordinarie, risposte per la loro corretta gestione e prevenzione delle situazioni di potenziale, particolare, conflittualità tra l’abbondanza di queste specie e le attività umane. Due aspetti tecnico-sociali, senza il superamento dei quali sarà praticamente impossibile in Italia giungere alla efficiente gestione delle specie oggi considerate problematiche, sono: la netta separazione tra attività venatoria e attività di controllo faunistico; l’esclusione dell’illusoria ipotesi di eradicazione o di aree a obiettivo “densità zero”, in pratica quasi mai tecnicamente realizzabili in natura. Nel primo caso, il più frequente indirizzo politico-gestionale delle pubbliche amministrazioni (di qualsiasi orientamento e da molto tempo), infatti, partendo da una precondizione comune all’esercizio delle due attività, ossia l’abbondanza delle specie animali in questione, ha spinto, con superficialità e creando confusione, a mettere insieme due attività con finalità in totale contrasto: l’attività venatoria che, esercitata per passione, necessita del mantenimento un’alta densità delle popolazioni animali oggetto d’interesse venatorio non solo per poter continuare ad essere autorizzata Aree protette Regole chiare nelle Aree protette per il controllo della fauna 55 56 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette Nella foto a sinistra danni provocati da cinghiali su una coltivazione di sorgo; a destra una recinzione elettrificata per contrastare eventuali danni dei cinghiali. (Foto di Andrea Monaco). ma, soprattutto, per poter essere vissuta con soddisfazione da chi la pratica, e l’attività di controllo faunistico che, esercitata per dovere, necessita invece sulla base di un’ottima valutazione del rapporto costi/benefici esclusivamente dell’effettivo, stabile, contenimento delle specie oggetto di controllo nelle aree interessate. Che tali attività siano palesemente contrapposte è esemplificato dalla situazione presente in Italia nelle aree a maggior tradizione venatoria e presenza della specie per antonomasia oggetto di rivendicazioni per danni alle attività e produzioni agricole, anche pregiate: il cinghiale. In queste aree, a dispetto della fortissima pressione venatoria operante (in alcune zone, una sola squadra di cacciatori di cinghiali può arrivare ad abbattere anche più di 400 animali per stagione di caccia) la specie, negli ultimi 20 anni, invece di diminuire è cresciuta. Tale abbondanza viene frequentemente e superficialmente addebitata, come causa principale, alla presenza di numerose aree “rifugio”, quali le aree a divieto di caccia (parchi, oasi, riserve, ecc.), mentre invece l’abbondanza è prevalentemente il risultato di chi opera per il mantenimento della soddisfazione venatoria e del ricco mercato (spesso illegale) che sulla carne degli ungulati selvatici ormai prolifera (ad esempio, tramite l’impedimento sociale, ed in alcuni casi materiale, all’utilizzo di strumenti di cattura quali i chiusini che hanno un’altissima efficienza per il cinghiale, il permanere di illeciti rilasci di cinghiali, il mancato raggiungimento di piani di abbattimento, il foraggiamento illegale dei selvatici effettuato dalle squadre di caccia, ecc.). È di tutta evidenza, quindi, che il ritenere di poter risolvere il conflitto tra certificati e cospicui danni da cinghiale e le attività agricole con le attività di controllo senza escludere le medesime aree dalla destinazione ad aree di caccia (a cui serve invece mantenere alte densità) o, addirittura, assegnare alla caccia il compito di surroga della pubblica amministrazione nell’attività di contenimento delle popolazioni di cinghiali in quelle aree, continuerà a risultare perdente. Nel secondo caso, invece, l’esigenza di contenimento per esempio della nutria ben rappresenta quanto l’illusorio e dichiarato obiettivo di eradicazione, o di aree ad G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette obiettivo densità zero, ottiene come primo risultato una maggiore attenzione da parte di quella che può essere considerata il principale ostacolo alle attività di controllo: l’istanza animalista. La componente animalista oppone, infatti, un forte ostracismo a qualsiasi intervento di controllo di specie animali, ponendosi a difesa, indiscutibile, della vita di ogni singolo animale, anche a dispetto dei noti impatti aggiuntivi causati da alcune specie alloctone su habitat e altre specie localmente e/o nazionalmente già gravemente minacciate. A ciò si aggiunga che spesso le pubbliche amministrazioni, al fine di contenere i costi e pensando di fare cosa gradita ai cacciatori, assegnano parte delle operazioni di controllo alla partecipazione volontaria dei cacciatori, i quali però non nutrono nei confronti della nutria alcuna passione venatoria ed hanno scarso interesse per catture e/o abbattimenti delle stesse. Risultato finale, ancora più intenso ostracismo da parte degli animalisti, anche a causa della “confusione” che il contenimento possa essere stato organizzato quale forma impropria di autorizzazione alla caccia. Questi due esempi, per quanto estremamente semplificati, mostrano quanto in generale le aree protette subiscano, molto più che causare, le difficoltà correlate ai conflitti legati alle specie definite problematiche e perciò quanto urgentemente debbano scollarsi di dosso ogni possibile falsa e strumentale accusa. È urgente quindi che nelle aree protette venga normato con chiarezza e limpidità l’attività di controllo della fauna, laddove necessaria, seguendo uno schema che fughi ogni dubbio su effettive finalità, modalità e sanzioni e diventi efficace. Di seguito i punti essenziali per definire le attività di controllo della fauna nelle Aree protette: Nelle aree protette il controllo della fauna, deve poter essere effettuato esclusivamente quale attività di interesse pubblico per la tutela della biodiversità, della salute e delle attività umane, ed essere disposto e organizzato dagli enti gestori delle aree protette medesime. Il controllo deve essere finalizzato a contenere il verificarsi di ingenti impatti alla biodiversità e/o di pericolo dichiarato, dalle autorità sanitarie, per la salute umana e/o di ingenti danni causati alle attività umane dalle specie selvatiche autoctone, nel rispetto del generale obiettivo di assicurare la conservazione delle specie animali mantenendo equilibrate strutture di popolazioni a livello nazionale e locale. Nel caso delle specie alloctone il controllo, coerentemente con la prioritaria finalità di tutela della biodiversità nelle aree protette e con le evidenze scientifiche che mostrano l’impatto di nuovi taxa sulla preesistente biocenosi per esclusione competitiva e/o inquinamento genetico e/o pressione predatoria, deve essere finalizzato ad un forte e stabile contenimento delle popolazioni eventualmente presenti in natura. Tali attività di controllo devono essere effettuate dagli Enti gestori delle aree protette, previa acquisizione del parere obbligatorio e vincolante dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA – struttura ex INFS), con metodi indiretti di contenimento delle popolazioni e/o di protezione dei beni che si intende tutelare, ovvero mediante cattura e/o abbattimento, con metodi che comunque escludano impatti sulle specie non oggetto di controllo, e secondo le seguenti modalità: per tutte le specie autoctone il controllo deve essere praticato in attuazione di un piano recante l’indicazione di documentati impatti da contenere, di credibili obiettivi da conseguire, di metodi da utilizzare e della tempistica da rispettare; per le specie particolarmente protette, indicate nell’articolo 2 della Legge n. 157 57 58 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette dell’11 febbraio 1992, il controllo deve poter essere praticato solo in casi eccezio nali, non reiterabili e su un numero massimo di esemplari estremamente conte nuto in rapporto alla popolazione tutelata; per le specie alloctone, il controllo deve essere effettuato in attuazione di un piano, recante l’indicazione dei metodi da utilizzare e la tempistica da rispettare, che abbia l’obiettivo di un forte e stabile contenimento di tali popolazioni animali, con la possibilità, per le specie e/o le popolazioni più impattanti sulla biodiver sità, di una progressiva, drastica riduzione della presenza di tali popolazioni in natura. Nei casi in cui la presenza in natura di specie alloctone riguardi piccole popolazioni isolate, in generale, è opportuna la tempestiva rimozione o, ove tec nicamente possibile, la sterilizzazione di tutti gli esemplari. Nelle Aree protette e, laddove presenti, nelle aree a queste contigue, come individuate dal piano del parco, le eventuali catture e/o gli abbattimenti previsti dal piano per il controllo faunistico devono avvenire per iniziativa e sotto la diretta responsabilità e sorveglianza dell’Ente Parco, essere attuati esclusivamente dal personale dipendente e di sorveglianza dell’Ente Parco e, se l’Ente attiva uno specifico albo per operatori faunistici a seguito di propri corsi di formazione e abilitazione svolti sulla base di protocolli formativi validati dall’ISPRA, anche da tali operatori espressamente autorizzati dall’Ente stesso. Nelle Aree protette deve essere vietata l’immissione di qualsiasi specie animale che non sia stata preventivamente autorizzata dall’Ente Parco e deve essere sempre tassativamente vietata l’immissione di specie alloctone, ad esclusione delle immissioni operate in strutture di contenimento che escludano rischi di fughe in natura. Nelle aree protette che attuino interventi di controllo su specie autoctone deve essere fatto divieto di immissione, per un periodo non inferiore ai 20 anni, delle medesime specie oggetto del controllo, ad esclusione delle immissioni operate in strutture di contenimento che escludano rischi di fughe in natura. Al personale degli Enti Parco e ai soggetti privati responsabili di interventi di controllo faunistico che risultassero non conformi a tali modalità, così come ai soggetti pubblici o privati responsabili dell’immissione in natura di specie alloctone e/o di specie autoctone soggette a piani di controllo e/o di strutture di contenimento da cui è comprovata la fuga in natura di dette specie e/o ai soggetti privati coinvolti in interventi di controllo che compissero azioni contrarie a quanto correttamente pianificato e richiesto, devono essere applicate le sanzioni previste al primo capoverso del comma 1 dell’articolo 30 della legge 394/91. Ai soggetti privati responsabili o coinvolti in interventi di controllo non conformi si applica, inoltre, l’immediata esclusione dalla partecipazione a qualsiasi intervento di controllo faunistico per un periodo non inferiore ai 10 anni. Queste, auspichiamo, siano le regole che vengano offerte alle aree protette per il controllo della fauna al fine di attivare un percorso fatto di competenza, serietà ed efficienza, allontanando definitivamente ogni falsa accusa rivolta alle aree protette spesso proprio da chi è fonte primaria delle cause dell’attuale conflitto tra alcune specie animali e le attività antropiche. G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 59 Prevenzione e monitoraggio Responsabile Specie del WWF Italia L’arrivo di specie aliene, nuovi abitanti dalle diverse “abitudini” alimentari ed ecologiche, spesso frutto di introduzioni sconsiderate e irresponsabili, è una delle maggiori minacce attualmente riconosciute, in grado di causare l’estinzione e rarefazione di molte specie animali e vegetali e pertanto, considerata dall’Unione Mondiale per la Conservazione (IUCN) tra le principali cause di perdita di biodiversità. Casi come quelli delle isole Hawai dove sono aliene metà delle piante oggi presenti, il 25% degli insetti e il 40% degli uccelli, sono stati ampiamente presentati e discussi su tavoli internazionali e sessioni a ciò dedicate. Gli esempi sono moltissimi, dalle paludi della Florida, dove da anni i pitoni asiatici sono sempre più numerosi, ai corsi d’acqua mediterranei invasi da tartarughine dalle guance rosse, nutrie o visoni americani. Questo è sempre più un problema comune, una minaccia da affrontare seriamente e responsabilmente, che richiede un impegno politico e di gestione, questo non comune, per i diversi e molteplici stakeholders interessati. Gli studi ci indicano come tali introduzioni non sono solo l’effetto di pura casualità, appare sempre più evidente come una forte spinta a queste presenze sia il commercio, l’offerta di specie esotiche e particolari che è alimentata da collezionismo, curiosità e da quell’atavico desiderio di possesso di altre forme di vita che ci contraddistingue. Ed ecco come migliaia e migliaia di specie animali e vegetali arrivano sui nostri mercati da paesi lontani, da habitat più diversi, importati con lo scopo di arricchire di colori e suoni la nostra vita, per donarci emozioni e consentirci di donare attenzione ad un’altra vita, un amore non sempre però veramente sano. La nostra domanda comporta la movimentazione di milioni di animali vivi e piante che la globalizzazione porta sui nostri mercati in poche ore di volo, che finiscono per arricchire con la loro presenza le vetrine di shop tra i più variegati, trasformatisi in quello che nel gergo comune intendiamo un pet ma che dopo pochi mesi o solo settimane la nostra irresponsabilità o indifferenza trasformerà in moltissimi casi in veri e propri pest. La “peste” del ventesimo secolo che si introduce nei nostri habitat, occupa le nicchie ecologiche delle nostre specie, sottrae risorse e spazi vitali alla nostra fauna e a volte inizia una competizione anche con l’uomo, con le nostre attività, con la nostra agricoltura. Questa minaccia richiede una gestione, richiede azione, ma anche la piena consapevolezza che oggi si sia persa ormai una occasione favorevole di poter eradicare alcune delle specie oramai introdotte sul nostro territorio. Ogni azione e la corretta gestione di queste problematiche va pianificata considerando la loro attuale diffusione numerica e spaziale, diversi interventi possono essere sviluppati per contenere e gestire queste popolazioni. Molteplici progetti sono stati portati avanti dalla Commissione europea negli ultimi anni per studiare, monitorare, analizzare la crisi e cercare e promuovere soluzioni. Banche dati sono state create per avere il polso della situazione, per cartografare questa avanzata silenziosa ma qualsiasi intervento, azione concreta, obiettivo che ci si prefigge rischia di scontrarsi con diverse culture e sensibilità, con una cattiva informazione, spesso voluta, o una incapacità istituzionale a fare comprendere il problema e a rispettare nelle proposte messe sul tavolo i diversi interlocutori. Chiunque conosca o si trovi a masticare i principi di Biologia della Conservazione sa cosa quest’invasione rappresenti, cosa questo possa significare, quali delicati equi- Aree protette di Massimiliano Rocco 60 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette Per gentile concessione del fotografo Marco Branchi, dal sito www.marcobranchi.it. libri tutto ciò possa compromettere, ma sa anche che per attivare azioni di contrasto non servono slogan o battaglie di posizione, ma razionalità e buon senso e prima di tutto quella prevenzione di cui le istituzioni si riempiono la bocca ma che non sanno o non vogliono mettere in pratica. La migliore strada per contrastare tutto ciò è prevenire l’introduzione, fermare all’origine il problema, questo significa studiare le specie potenzialmente pericolose, vietarne il commercio, fermarne la riproduzione per quelle già presenti, eventualmente accollarsi le spese di ricovero per quelle dismesse da cittadini che forse con troppa leggerezza li hanno acquistati e che oggi non riescono più a gestirli. Un approccio serio richiede che venga promossa un’attenta politica di prevenzione dell’immissione delle specie alloctone, nonché all’attuazione di un efficace monitoraggio dell’evoluzione della distribuzione e dell’abbondanza delle popolazioni di specie invasive già immesse, non dimenticandosi che la buona riuscita di ogni intervento parte da una sua condivisione e che solo la puntuale comunicazione e informazione può a noi tutti fare comprendere, e non mi riferisco ai soli addetti ai lavori, adeguatamente la dimensione del problema e la necessità degli interventi. G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 di Elio Tompetrini*, Roberta Emili** * Presidente di 394 Associazione nazionale Personale Aree protette ** Vice presidente di 394 Associazione nazionale Personale Aree protette L’Associazione 394 ha organizzato nel Parco dell’Appia antica a Roma, il 24 novembre 2011, l’incontro tecnico Conservazione e gestione della fauna a vent’anni dalla Legge quadro 394: risultati e prospettive, in occasione del quale accanto a interventi inerenti le esperienze di gestione in aree protette, si è svolto un dibattito sulle proposte di modifiche, depositate in Senato, alla Legge quadro 6 dicembre 1991 n. 394. Anche sulla base di tale esperienza, questo intervento sintetizza il pensiero dell’Associazione su un tema emblematico, prima che problematico, che nell’immaginario collettivo rimanda immediatamente la fauna selvatica ai parchi e alla tutela ambientale. Riflessioni generali sulla Legge quadro e sulle Aree protette. La fauna quale bene comune L’istituzione dei parchi nazionali, a partire da quelli storici, è una delle manifestazioni più importanti del diritto e della cultura ambientale, considerati elementi centrali della “conservazione della natura”. Ma è con l’approvazione della Legge quadro 394 del 1991 che si passa da un assetto normativo frammentario ad uno sistematico. Dall’entrata in vigore di tale legge sono decorsi 20 anni e tale ricorrenza ha offerto lo spunto per un rinnovato dibattito sulle aree protette italiane, rimasto, tuttavia, limitato quasi esclusivamente agli addetti ai lavori. E ciò deve far ulteriormente riflettere, in particolare, sul riconoscimento del ruolo delle aree protette e sull’importanza che le stesse dovrebbero assumere anche e soprattutto in relazione alla attuale gravissima crisi economica ed ambientale. I tentativi di coniugare l’imprescindibile azione di tutela con attività produttive e con la continua trasformazione dei territori, di affrontare da parte di un unico ente gestore le complesse relazioni fra ambiente e attività umane, ha favorito lo sviluppo di molteplici esperienze e la sperimentazione di modelli alternativi di sviluppo e di gestione sostenibile del territorio. Non si può negare che la cultura ambientale, nel nostro Paese, non è tenuta in grande considerazione. Accanto a risultati assai positivi, si evidenzia il perdurante contrasto fra politiche lungimiranti e ambientalmente e socialmente sostenibili, e istanze locali (anzi localistiche) che solo per opportunità condividono la tutela, ma talvolta in pratica sconfessano gli obiettivi primari della Legge a favore di progetti e interventi incompatibili. Non si tratta solo di grandi opere, ma spesso di interventi considerati “minori”, anche in nome di interessi pubblici, che tuttavia possono, sommati e nel tempo, ridurre i valori ambientali, interferire con le dinamiche ecosistemiche, frammentare le reti ecologiche, ma anche ridurre la qualità del territorio e minare l’attrattività stessa delle aree. Accanto ad una visione di tipo “mediatica” di ambiente, se ne è andata affermando un’altra, che identifica “la natura” tra i beni comuni, ovvero quei beni che soddisfano immediatamente bisogni umani fondamentali e sono strettamente collegati a Aree protette Esigenza di una strategia condivisa 61 62 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette diritti inviolabili dell’uomo1. Non a caso la normativa costituzionale, secondo il testo dell’art. 117, come riformulato dalla L. 18 ottobre 2001 n. 3, attribuisce allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materia di “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”, spettando allo Stato le determinazioni che rispondono ad esigenze meritevoli di disciplina uniforme sull’intero territorio nazionale2. Restano, tuttavia, una serie di materie, rilevanti sotto il profilo ambientale, attribuite alla competenza concorrente; trattandosi di competenza di carattere trasversale, infatti, l’ambiente non presenta i caratteri di una materia di estensione certa, ma quelli di una funzione esercitabile su diversi oggetti, in ordine ai quali si manifestano competenze diverse, che ben possono essere regionali. Coerente con il concetto di ambiente quale “bene comune” risulta quello della fauna proprietà dello Stato. La proprietà della fauna allo Stato risale per la prima volta al 1977, quando è stato introdotto il principio secondo cui la fauna appartiene al patrimonio indisponibile dello Stato (art. 1, Legge 27 dicembre 1977, n. 968, confermato dall’art. 1, Legge 157 del 1992) e perciò non è più res nullius come era sempre stata3. Con l’istituzione dell’area protetta, il cui territorio è sottoposto ad un “speciale” regime di gestione, all’ente parco viene affidato il compito di garantire in tale ambito territoriale la conservazione, tra l’altro, delle specie animali attribuendo, pertanto, il relativo potere di gestione proprio all’ente parco stesso. Gestione della fauna nelle Aree protette: una questione di diritto problematico! Una delle motivazioni fondanti l’istituzione delle aree protette è proprio l’applicazione del divieto di caccia in quei territori4, inserito nell’obiettivo generale di conservazione, però completamente differente da una riserva di caccia. Il divieto è innanzitutto posto nella Legge quadro del 1991. L’art 1 individua tra le finalità principali, appunto, la conservazione di specie animali o vegetali (…). Tale norma va letta in combinato disposto con l’art. 11 comma 3 che pone nella prima parte un divieto generale di porre in essere tutte quelle attività che anche solo potenzialmente sono idonee ad arrecare danno all’ambiente naturale e nella seconda parte, elenca una serie di attività vietate, fra cui il danneggiamento o uccisione delle specie animali. Le uniche deroghe consentite sono previste dallo stesso art. 11 comma 4, e disciplinate dal regolamento del parco che dovrebbe prevedere la possibilità di procedere a eventuali prelievi faunistici ed eventuali abbattimenti selettivi, necessari per ricomporre squilibri ecologici accertati dall’Ente parco. Prelievi e abbattimenti devono avvenire per iniziativa e sotto la diretta responsabilità e sorveglianza dell’ente parco e, relativamente ai parchi nazionali, essere attuati dal personale dell’ente parco o da persone all’uopo espressamente autorizzate dall’ente parco stesso. Il divieto di caccia nelle aree protette è inoltre ribadito dalla Legge 11 febbraio 1992 n. 157, art. 21, comma 1 lett. b); l’art. 19 della stessa legge disciplina altresì il controllo 1 P. Maddalena, L’ambiente e le sue componenti come beni comuni in proprietà collettiva della presente e future generazioni in www.dirittoambiente.net. 2 Sentenze n. 507 e 54/2000, n. 382/1999, n. 378/2007. 3 Dizionario delle Aree protette, a cura di R. Moschini, C. Desideri, voce “fauna” di C. A. Graziani, ove si trova una disamina del concetto di fauna sia in generale sia nell’ambito della legge quadro. 4 R.D.L. del 1922, istitutivo del Parco nazionale Gran Paradiso: art. 1 Allo scopo di conservare la fauna e la flora… art. 8 Nel territorio del Parco sono vietate la caccia e la pesca, comunque esercitate, nonché l’accesso con cani, armi ed ordigni che servano a tali scopi. Nella riserva reale, poi diventata Parco nazionale, già dal 1821 vigeva il divieto di caccia allo Stambecco. G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 5V. Stefutti, Prelievi faunistici, abbattimenti selettivi e parere ISPRA negli Enti Parco nazionali e regionali, in www.dirittoambiente.net. 6 A. Monaco, L. Carnevali, S. Toso, 2010 - Linee guida per la gestione del Cinghiale (Sus scrofa) nelle Aree protette. 2a edizione. Quad. Natura, 34, Min. ambiente – ISPRA. Aree protette numerico nelle zone vietate alla caccia, ma sembra riferirsi alle oasi di protezione e alle zone di ripopolamento e cattura e non già alle aree protette (le regioni ...provvedono al controllo della fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia. Tale controllo, esercitato selettivamente, viene praticato di norma mediante l’utilizzo di metodi ecologici su parere dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica. Qualora l’Istituto verifichi l’inefficacia dei predetti metodi, le Regioni possono autorizzare piani di abbattimento. Tali piani devono essere attuati dalle guardie venatorie dipendenti dalle amministrazioni provinciali.). Sulle relazioni fra la Legge 394/1991 e la Legge 157/1992 si è lungamente dibattuto da parte degli addetti ai lavori, ma la soluzione va risolta alla luce dei criteri generali di risoluzione delle antinomie normative, per cui la norma speciale, vale a dire quella di cui all’art.11 comma 4 ovvero quella di cui all’art. 22 comma 6 risulti indiscutibilmente prevalente su quella di cui all’art.19 (...). Ma nessun dubbio pare sussistere quanto alla sussistenza del concorso di norme5, in modo che il livello di tutela garantito nell’area protetta non sia inferiore a quello previsto nel resto del territorio nazionale. Così, ad esempio, va necessariamente acquisito il preventivo parere dell’Ispra. L’applicazione di tale norme ha posto delle problematiche in parte derivanti anche dalle difficoltà di coordinamento tra le competenze dei diversi livelli che, a volte, hanno comportato persino il blocco delle attività, cedendo il passo a pressioni politiche provenienti anche dal mondo venatorio. Peraltro, le azioni poste in essere dai parchi non avevano, almeno nei primi anni, consolidate prassi di riferimento; la maggior parte dei parchi nazionali sono stati istituiti all’inizio degli anni ‘90 ma non sono stati immediatamente operativi, e i primi piani di gestione del cinghiale, ad esempio, risalgono alla seconda metà degli anni ‘90. Di grande utilità è stato poi il lavoro di coordinamento svolto dal Ministero dell’ambiente e l’Ispra attraverso la redazione delle linee guida di gestione del cinghiale6. Ma restano ancora delle criticità. Innanzitutto, la mancata definitiva approvazione, nella maggior parte dei casi, del piano e del regolamento del parco. Una delle domande che più frequentemente ci si è posti è se, nelle more dell’approvazione di tali strumenti sia possibile intervenire con misure gestionali di controllo della fauna. Vi è da dire che spesso gli atti istitutivi dei parchi nazionali dettano norme transitorie che consentono di uscire dall’empasse e, in quanto compatibili, restano in vigore a mente dell’art. 35 comma 3 della legge quadro; a ciò si aggiunga che gli enti di gestione si sono per lo più dotati anche di regolamentazioni provvisorie relative ai diversi aspetti che attengono l’attuazione dell’art. 11 della Legge 394. Inoltre, per le Aree protette regionali, l’art. 22 della Legge quadro prevede che qualora non esista il regolamento, i prelievi e gli abbattimenti devono avvenire in conformità alle direttive regionali. In ogni caso, non si prescinde da un’adeguata programmazione attraverso la predisposizione di piani di gestione sui quali non solo si acquisisce il parere preliminare dell’Ispra ma, se interessano anche siti natura 2000, si procede altresì a valutazione di incidenza ai sensi del D.P.R. 357/1997, anche se su tale punto non vi è totale condivisione. La valutazione di incidenza, infatti, è prevista per gli interventi non direttamente connessi e necessari al mantenimento in uno stato di conservazione soddisfacente delle specie e degli habitat presenti nel sito, ma che possono avere incidenze significa- 63 64 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette tive sul sito stesso; è implicito come gli interventi di controllo faunistico nelle aree protette debbano necessariamente essere “direttamente connessi e necessari” alla conservazione del sito e consentiti solo al fine di ricomporre gli squilibri ecologici. In tal senso, l’organismo di gestione dell’area protetta nella predisposizione del piano non può esimersi dal fare comunque una valutazione degli effetti che il piano stesso può avere nel sito tenuto conto della valenza naturalistico-ambientale e della conservazione del sito stesso; mentre le Direttive 79/409 e 92/43 hanno come obiettivo la tutela e la conservazione limitata a taluni habitat specie floristiche e faunistiche, l’oggetto della tutela della Legge 394 è, infatti, ben più ampio, comprendendo tutti gli ecosistemi e tutte le specie autoctone. Gli squilibri ecologici Altro aspetto problematico dell’attuazione del controllo faunistico nelle aree protette riguarda la difficoltà di accertare gli “squilibri ecologici” di cui al citato art. 11 della Legge 394. La materia è stata ampiamente affrontata facendo riferimento alla definizione più evoluta di ecosistema, in cui vi rientrano anche gli ambienti agricoli tradizionali, gli “agroecosistemi”, ai quali sono legati non solo valori paesaggistici e culturali, ma anche habitat (si pensi ad esempio alle formazioni erbose secche seminaturali) e specie faunistiche e floristiche di notevole interesse conservazionistico anche a livello comunitario. Si è, inoltre, sottolineata la necessità di valutare tale concetto in relazione, oltre che al verificarsi degli squilibri, anche alla prevenzione degli squilibri stessi, nel rispetto degli obiettivi di conservazione (come ad esempio nelle fasi iniziali di colonizzazione da parte di specie aliene che, se lasciate incontrollate, potrebbero con il tempo formare consistenti popolazioni, tali da interferire negativamente con specie autoctone tutelate). Per completare questa breve disamina, vale la pena soffermarsi sul principio di precauzione, che trova nella normativa comunitaria un preciso riferimento nell’art. 174 del Trattato di Maastricht. Si tratta certamente di uno dei canoni fondamentali del diritto dell’ambiente7 in base al quale sussiste l’obbligo per le autorità competenti di adottare i necessari provvedimenti al fine di prevenire i rischi anche solo potenziali non esclusivamente per la sanità pubblica e la sicurezza, ma anche per l’ambiente. Si tratta di una tutela anticipatoria rispetto al consolidamento delle conoscenze scientifiche. È evidente, peraltro, che la portata del principio in esame può riguardare la produzione normativa in materia ambientale o l’adozione di atti generali ovvero, ancora, l’adozione di misure cautelari, ossia tutti i casi in cui l’ordinamento non prevede già parametri atti a proteggere l’ambiente dai danni poco conosciuti, anche solo potenziali.8 L’art. 174 rientra tra le disposizione del Trattato che esprimono i principi essenziali e che, pertanto, hanno valore costituzionale e sono vincolanti per gli Stati membri. Peraltro, si evidenzia come tale principio di carattere generale si ritrovi anche nella stessa Legge quadro 394, ed in particolare nella prima parte dell’art. 11 comma 3, alla luce del quale possono essere affrontate anche talune questioni che attengono alla prevenzione del possibile danno ambientale derivante dagli “squilibri ecologici”. 7 V. Stefutti Dell’applicazione del principio di precauzione e di proporzionalità. Breve nota alle ordinanze del TAR Veneto nn. 311 e 312/11 e TAR Lazio n. 1268/11 in www.dirittoambiente.net. 8 Tar Piemonte, I, n. 2294 del 3 maggio 2010. G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 65 Fauna problematica e conflittualità Aree protette La definizione di fauna problematica può in generale ricomprendere quelle specie faunistiche la cui gestione in relazione ai conflitti con le attività umane richiede un insieme di azioni particolarmente complesse e articolate. A seconda del livello locale di conflittualità, possono rientrare in questa categoria alcune specie di grandi mammiferi, tra i quali alcuni ungulati (principalmente cinghiale e in alcuni casi il cervo) e i grandi carnivori. Per quanto riguarda il cinghiale, nell’ambito delle aree protette è stata sperimentata un’ampia gamma di strategie gestionali, comprendenti vari sistemi di prevenzione dei danni alle colture nonché di controllo numerico, sia tramite catture sia mediante abbattimento selettivo. Le nuove linee guida per la gestione del cinghiale nelle aree protette, redatte dall’Ispra e dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, e pubblicate nel 2010, fanno tesoro di tali esperienze proponendo sistemi adattativi che, pur garantendo la massima coerenza con gli obiettivi della Legge 394/1991, tengono conto dei diversi contesti ambientali e socio-economici locali. Certo è che la problematicità della gestione della fauna è non solo connessa alla complessità degli interventi richiesti, ma deriva principalmente dal conflitto tra uomo e animale, posti spesso in alternativa quasi insanabile, come se nel tutelare la fauna si possa arrecare un danno all’uomo. Eppure proteggere l’ambiente non significa altro che salvaguardare l’uomo stesso. Basti pensare al lupo e all’orso bruno, i due più importanti grandi carnivori presenti nel territorio italiano, entrambi inseriti nell’allegato II della Direttiva “Habitat” 92/43/ CEE come specie di interesse comunitario prioritarie. La comparsa di queste due specie in territori da dove erano estinte da molto tempo suscita reazioni di vario genere, aprendo un acceso dibattito. Sempre più insistenti si fanno le voci di chi continua a sostenere che la presenza sul territorio di lupi e orsi possa essere una minaccia per le attività umane, e addirittura per la sicurezza pubblica, e propone come soluzione il loro abbattimento, ma è chiaro che non si tratta di una strategia per la soluzione del problema bensì una politica per la mera ricerca del consenso. Sul piano tecnico, infatti, tale proposta non appare giustificata, allo stato attuale, né in relazione all’entità dei danni né alla luce delle possibili soluzioni. I danni accertati a livello nazionale, anche in termini di indennizzi pagati, risultano tutt’altro che ingenti e, comunque, di gran lunga inferiori a quelli arrecati da altre specie, come ad esempio il cinghiale. Non vi è inoltre praticamente alcun rischio per l’incolumità pubblica non essendo documentata, ad esempio nel caso del lupo, alcuna aggressione nei confronti dell’uomo da almeno due secoli. La crescita della popolazione del lupo e la sua diffusione è da attribuire soprattutto all’aumento delle sua prede naturali (soprattutto cinghiali, caprioli e cervi) e, conseguentemente, la sua azione predatoria è svolta principalmente nei confronti degli ungulati selvatici, invece che del bestiame domestico, svolgendo in tal modo un importante ruolo non solo di regolazione ecologica ma in parte anche di controllo delle popolazioni di tali ungulati, riducendo conseguentemente i relativi danni alle colture. Il numero complessivo di lupi in Italia, stimato in circa 1200-1500 individui, è irrisorio se confrontato con il numero di cani vaganti (che comprendono anche quelli randagi e inselvatichiti) i quali possono svolgere significative azioni predatorie nei confronti del bestiame domestico e, a differenza del lupo, risultare oggettivamente pericolosi per l’uomo, come purtroppo non di rado viene raccontato dalla cronaca. Eppure l’atteggiamento nei confronti dei cani vaganti è di una tolleranza molto maggiore, tanto da non essere quasi mai presa in considerazione l’ipotesi di effettuare abbattimenti di cani vaganti. 66 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette Per quanto riguarda le soluzioni, diverse esperienze, molte delle quali compiute proprio nelle aree protette, dimostrano la possibilità di intervenire con grande efficacia, e con spese contenute, nella prevenzione dei danni e dei conflitti, attraverso una articolata strategia che, a seconda delle situazioni, mette in campo diverse azioni, quali recinzioni di vario tipo (fisse ed elettrificate), cani da guardiania adeguatamente addestrati, attività di informazione e partecipazione, accurate verifiche dei danni, indennizzi rapidi ed equi. Per quanto riguarda l’orso bruno valgono le stesse considerazioni, tenendo inoltre conto che il loro numero complessivo è ridotto ad appena un centinaio di individui e che è possibile intervenire in vari modi nei casi in cui si è in presenza di individui cosiddetti “problematici” o confidenti. Interventi interessanti si stanno sviluppando anche nell’ambito dei progetti Life: “Ex-tra” Miglioramento delle condizioni per la conservazione di grandi carnivori– Trasferimento delle migliori pratiche, coordinato dal Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e attuato anche dai Parchi nazionali dei Monti Sibillini e dell’Appenino Tosco-Emiliano; “Wolfnet” Sviluppo di misure coordinate di protezione del lupo appenninico promosso dal Parco nazionale della Majella e realizzato in partnership anche con il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, M. Falterone e Campiglia; “Arctos” Conservazione dell’orso bruno: azioni coordinate per l’areale alpino e appenninico, al quale partecipano anche il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e il Parco naturale Adamello Brenta. Gli indennizzi come sistema di mitigazione del conflitto Un fondamentale ruolo nella mitigazione del conflitto nelle aree protette può essere, inoltre, esercitato dagli indennizzi dei danni da fauna, consentendo un bilanciamento di interessi (rilevanti ai sensi della legge 394) che, a determinate condizioni, possono entrare in contrasto, ovvero la conservazione delle specie animali e la salvaguardia delle attività agro-silvo-pastorali. L’art. 15 comma 4 della legge quadro prevede, infatti, che “l’Ente parco è tenuto a indennizzare i danni provocati dalla fauna selvatica del parco”; le modalità di accertamento e di liquidazione dei danni sono stabiliti dal regolamento del parco. Nuovamente si pone, dunque, il problema della mancata approvazione del regolamento di cui all’art. 11 da parte di molti enti di gestione, anche se in questo caso, quasi tutti i parchi si sono dotati di disciplinari provvisori. Resta un limite oggettivo, dato che l’approvazione unilaterale di una regolamentazione provvisoria da parte del parco non consente quella partecipazione da parte dei soggetti interessati che, invece, la legge vuole garantire e ciò rende più complesso l’efficace svolgimento della funzione dell’indennizzo. Un correttivo può essere introdotto affrontando processi partecipativi con un confronto cosiddetto negoziale, in cui il parco tenti di sviluppare azioni condivise. Il tema della partecipazione, che il legislatore del ‘91 ha valutato e, giustamente, inserito nei diversi processi di approvazione dei principali strumenti di gestione, è più che mai di grande attualità. In tal senso, anche nell’ambito di alcuni progetti life, come quelli sopra citati, sono state inserite azioni di human dimension che prevedono il coinvolgimento dei portatori di interesse nei processi gestionali. Aree contigue Fra i ritardi nell’attuazione di quanto previsto della Legge quadro 394 vi è la delimitazione delle aree contigue, i cui confini dovrebbero essere determinati dalle regioni sul cui territorio si trova l’area naturale protetta, d’intesa con l’organismo di gestione G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Riflessioni sulle proposte di modifica della Legge 394/1991 Come è noto è all’esame della Commissione Ambiente del Senato il D.D.L. 1820, Nuove disposizioni in materia di aree protette; al D.D.L. si sono poi aggiunti una serie di emendamenti e subemendamenti, alcuni dei quali interessano la gestione faunistica e proprio mentre scriviamo la Commissione sta esaminando tali disposizioni. Viene innanzitutto introdotta all’art. 11, comma 3, alla lettera 0A) il divieto esplicito di attività venatoria nelle aree protette, sebbene ciò si evinca già in modo inequivocabile, come abbiamo sopra esposto. Si propone, inoltre, l’aggiunta dell’art. 11 bis, controllo della fauna selvatica; nella prima versione il subemendamento prevedeva che il controllo faunistico si potesse attuare anche per la tutela delle attività umane, rinviando, inoltre, tout court alla Legge 11 febbraio 1992, n. 157, art. 19. Tale articolo verrebbe altresì riformulato prevedendo che il controllo della fauna selvatica, quale attività di pubblico interesse per la tutela della biodiversità e delle attività umane, può essere effettuato anche per specie particolarmente protette indicate nell’art. 2 (tra i quali lupo e orso bruno) anche se praticato solo in casi eccezionali e previo parere obbligatorio dell’Ispra. È evidente, quindi, come il complesso di tali modifiche avrebbe comportato un considerevole affievolimento dell’attuale sistema di garanzie, modificando indirettamente anche le finalità della legge quadro. La nuova formulazione del subemendamento (2.0.400/8, testo 3 – Sen. Molinari), tuttavia, è molto articolata e contiene disposizioni non generali, come dovrebbe essere trattandosi peraltro di una legge quadro, ma di dettaglio. Le stesse paiono non sempre coerenti tra di loro e tendenti ad ampliare il novero delle possibili deroghe ai divieti di uccisione e disturbo delle specie animali. Si osserva, infatti, che se da un lato il comma 1 recupera il concetto di interventi di controllo faunistico effettuato ai fini della tutela della biodiversità – eliminando, appunto, il riferimento alle attività umane – dall’altra, il comma 2 prevede il controllo finalizzato a contenere i danni (evidentemente non solo all’ecosistema) causati, peraltro, da specie selvatiche autoctone (anche dal lupo dunque?). Le modalità del controllo, ma solo quello di cui al comma 1, sono disciplinate dal comma 4 dello stesso articolo, ove scompare il termine “selettivo” accanto ad abbattimento, aprendo, quindi, alla possibilità di utilizzare metodi non selettivi, come la braccata e la battuta. In ogni caso, il controllo del primo comma non può creare impatti significativi sulle specie non oggetto di intervento; ragionando a contrario si desume che tali impatti sono, invece, ammissibili nel caso degli interventi di cui al comma 2. Per quanto attiene, inoltre, le aree contigue, le proposte di modifica tendono a rafforzare la competenza regolamentare dell’ente gestore in tale ambito, al fine di assicurare la conservazione dei valori dell’area protetta. Sebbene tale obiettivo sarebbe condivisibile, il timore è che il potenziamento del ruolo del parco renderebbe ancor più arduo il cammino verso la delimitazione delle aree contigue. Aree protette dell’Area protetta (art. 32). Azioni faunistiche coordinate e integrate nelle aree esterne ai parchi sarebbero, invece, fondamentali per garantire l’efficacia delle azioni di tutela e gestione faunistica, anche in relazione alle specie problematiche. L’importanza dell’istituzione delle aree contigue per la tutela di specie particolarmente protette è stata anche ribadita nel Piano d’azione interregionale per la tutela dell’orso marsicano (PATOM), ove viene fissato tra gli obiettivi di livello prioritario per le aree protette dell’Appennino centrale. Ciò in relazione soprattutto ai notevoli rischi per la tutela dell’orso bruno connessi alle modalità di gestione venatoria del cinghiale nelle aree esterne ai parchi e quasi sempre rappresentate dalle battute e dalle braccate. 67 68 la fauna problematica In conclusione Aree protette La gestione della fauna problematica viene affrontata nelle diverse aree protette italiane con un approccio aperto e sulla base di esperienze piuttosto differenziate; gli enti di gestione, infatti, sono alla continua ricerca di un equilibrato bilanciamento dei diversi interessi rilevanti, adattando gli interventi ai diversi contesti ambientali e socio economici. Va tuttavia rilevato che tale disomogeneità negli approcci alla gestione faunistica dipendono non solo dalle diverse realtà locali, ma sono anche la conseguenza di un difficile coordinamento tra i diversi enti che hanno una competenza concorrente e le relative legislazioni, nonché di una carenza di unitarietà nella strategia nazionale di gestione faunistica nelle aree protette. Tale diversità, favorita peraltro da una elasticità normativa sulle aree protette (in particolare la Legge n. 394/1991), ha comunque stimolato la sperimentazione di innumerevoli soluzioni gestionali ma all’interno di un sistema di garanzie tali da impedire, almeno sul piano normativo, una deriva degli interventi di controllo faunistico verso forme di interventi assimilabili all’attività venatoria. E questo, malgrado la mancata definitiva approvazione (nella maggior parte dei casi) di piano e regolamento del parco. Lo sviluppo di progetti comunitari posti in essere in collaborazione tra più enti hanno rafforzato le sinergie e la diffusione di buone pratiche, anche sul piano della prevenzione dei danni, affrontando altresì il delicato tema dei conflitti mediante la partecipazione degli stakeholders. Sono stati insomma l’occasione che ha indotto i parchi a formare, più che in altre circostanze, un sistema su questioni che, sebbene specifiche e operative, abbracciano tematiche ben più ampie e complesse. Le proposte di modifica della legge quadro non paiono, invece, apportare un utile contributo alle principali problematiche esposte, ma rischiano, invece, di porre nuove e più complesse criticità. E paiono, per quanto riguarda la gestione faunistica, essere volte, soprattutto, a soddisfare la possibilità di controllo faunistico “ad ogni costo”, piuttosto che il perseguimento reale degli interessi tutelati dall’area protetta. Dobbiamo anche dare atto, però, che non sempre i risultati nella conservazione della fauna alle attuali condizioni sono confortanti (basti pensare ai continui e gravi atti di bracconaggio che si continuano a registrare e che restano per lo più impuniti), soprattutto dal punto di vista della cultura e della scarsa consapevolezza che la tutela di un bene comune, qual è la fauna, sia un investimento sul futuro dei nostri figli. Per gentile concessione del fotografo Marco Branchi, dal sito www.marcobranchi.it. G azzetta A mbiente n 1 // 2 0 1 2 di Andrea Monaco* e Laura Scillitani** *Agenzia regionale Parchi-Regione Lazio, settore Biodiversità, Reti ecologiche, Geodiversità **Biologa, esperta di ecologia animale Il cinghiale (Sus scrofa) è una specie tipica della fauna europea e italiana e da almeno un trentennio è in fase di esplosione demografica in tutto il continente, Italia compresa (Saez-Royuela e Telleria 1986). Il cinghiale è caratterizzato da una notevole adattabilità, un potenziale riproduttivo molto elevato e un’elevata capacità di movimento. Negli ultimi decenni la specie ha ampliato il suo areale, colonizzando aree geografiche e ambienti in cui era scomparsa da secoli (Monaco et al. 2007), favorita dal progressivo spopolamento delle aree montane e dall’abbandono delle zone rurali marginali che ha caratterizzato l’Italia negli ultimi 50 anni, con un conseguente incremento della superficie forestale (Falcucci et al. 2007). All’intrinseca capacità della specie di colonizzare nuovi ambienti si sono affiancate i numerosi rilasci a scopo venatorio operati a partire dagli anni ’50. Effettuati dapprima con cinghiali importati dall’estero, in un secondo tempo i rilasci sono proseguiti soprattutto con soggetti prodotti in cattività in allevamenti nazionali e ancora oggi tale pratica, anziché essere vietata sul territorio nazionale, continua in modo più o meno abusivo (Carnevali et al. 2009). Una tale espansione, apparentemente inarrestabile, ha comportato una serie di conseguenze, dirette ed indotte, dagli effetti contraddittori sul piano ecologico, gestionale e sociale. Ad un crescente interesse venatorio per la specie si contrappongo i danni alle colture, spesso considerevoli, e il conflitto sociale che fisiologicamente ne consegue; ad una aumentata ricchezza della comunità di Ungulati, capace di indurre effetti positivi sulla presenza del Lupo, si contrappongono i potenziali impatti su altre componenti della biocenosi, spesso vulnerabili o in precario stato di conservazione (Monaco et al. 2010). Il tema dell’impatto ecologico causato dal cinghiale assume, per le Aree protette, un ulteriore importante significato; il dettato della Legge n. 394/91 prevede che si possa ricorrere al controllo delle popolazioni unicamente in presenza di “squilibri ecologici accertati dall’Ente parco”, e solo un’interpretazione estensiva della suddetta norma ha reso possibile ricorrere a tale strumento gestionale anche in presenza dei soli danni consistenti e ripetuti alle attività agro-silvo-pastorali. In nessun caso o quasi le aree protette, prima di attivare il controllo, hanno accertato la presenza di “squilibri” causati dalla specie all’ecosistema, limitandosi, nel migliore dei casi, ad argomentare in merito alla loro esistenza sulla base di informazioni aneddotiche o riportate in letteratura per altri contesti ambientali, ma mai derivanti da seri studi di carattere scientifico realizzati in situ. E proprio il tema dell’impatto del cinghiale sulle biocenosi (“impatto ecologico”), spesso sottovalutato o trattato con superficialità, nonostante le importanti implicazioni dal punto di vista conservazionistiche e normative, sarà l’oggetto di questo approfondimento che, sintetizzando le conoscenze disponibili sulla specie, cerca di delinearne l’effettivo impatto, non sempre negativo, sull’ecosistema. Aree protette Il cinghiale: costruttore o distruttore di biodiversità? 69 70 la fauna problematica L’impatto del cinghiale sul suolo Aree protette Il suolo è una componente fondamentale per gli ecosistemi, perché supporta importanti processi ecologici come il ciclo dei nutrienti e i flussi di materia ed energia, essenziali per il sostentamento delle comunità biotiche. L’impatto sul suolo è legato soprattutto all’attività di scavo, denominata rooting, che il cinghiale pratica per cercare bulbi, radici, tuberi e invertebrati sotterranei di cui si nutre. Le aree scavate variano per estensione e profondità, in funzione della composizione del suolo e del tipo di ha bitat, e subiscono fluttuazioni stagionali ed annuali, da mettere in relazione probabilmente con la produttività di frutti forestali ed altre fonti alimentari che non richiedono attività di scavo (Baron 1982, Cahill et al. 2003, Genov 1981 a e b, Kotanen 1995, Welander 2000). In generale i terreni più umidi sono maggiormente impattati (Chavarria et al. 2007, Mitchell et al. 2007, Welander 2000) in quanto più facili da scavare. Per quanto riguarda le tipologie di habitat, diversi studi riportano un maggiore impatto nei boschi di latifoglie e i boschi misti (Bratton et al. 1982, Mohr et al. 2005). Le aree maggiormente impattate delle praterie sono quelle prossime alle aree di rifugio quali i cespuglieti e il bosco (Cocca et al. 2007). All’interno delle praterie, le comunità vegetali preferite sono in genere le praterie dense di erbe perenni (Bueno et al. 2009, Heimo 2010). Il rooting costituisce un elevato fattore di disturbo per il suolo in quanto ne altera sia la struttura fisica che la composizione chimica. Nella sua attività di alimentazione, il cinghiale provoca un rimescolamento degli strati del suolo (Bialy 1996, Lacki e Lancia 1983), rimuovendo la copertura vegetale superficiale (Bueno 2011, Massei e Genov 2004, Singer et al. 1984) e riducendo la sostanza vegetale sotterranea (Ford e Grace 1998, Sims 2005). Di conseguenza, nelle zone scavate si registra in genere una diminuzione della compattezza del suolo (Singer et al. 1984, Sims 2005). Come prima conseguenza i terreni impattati risultano maggiormente soggetti ad erosione, soprattutto in zone a forte pendenza (Bratton 1974). La perdita della copertura vegetale comporta inoltre una maggiore evaporazione dell’acqua, in quanto il terreno nudo si trova ad essere esposto direttamente alla radiazione solare, e pertanto nei terreni impattati diminuisce l’umidità del suolo ed aumentano la temperatura e l’aerazione (Bueno 2011). L’alterazione della struttura fisica del suolo comporta cambiamenti anche di tipo chimico. I nutrienti (calcio, magnesio, potassio, azoto) del suolo aumentano la loro mobilità con conseguente accelerazione dei processi di decomposizione della lettiera (Jezierski e Myrcha 1975, Lacki e Lancia 1983, Sims 2005). Nei terreni più esposti, l’azione di dilavamento delle piogge, riduce le concentrazioni di nutrienti negli strati più superficiali e finisce per alterarne i cicli e, indirettamente, i processi chimici. Gli effetti dell’azione di scavo sono spesso negativi, ma non sempre. Un paio di esempi possono aiutare a comprendere la complessità della situazione. In Australia nord-orientale, dove il cinghiale (più simile ad un maiale rinselvatichito) è stato introdotto dall’uomo, è stato studiato l’impatto del rooting sulle zone umide temporanee e sulle testuggini autoctone che vi abitano. Le zone impattate hanno mostrato una distruzione delle macrofite acquatiche e un aumento dei livelli di fosforo e azoto, che ha causato eutrofizzazione dell’acqua, anossia e acidificazione del pH e, pertanto, un generale deterioramento dello stato di conservazione dell’habitat (Burrows et al. 2010, Doupé et al. 2009). Per contro, uno studio condotto in Olanda in una foresta mista a predominanza di Pino silvestre (Pinus sylvestris), non ha evidenziato alcun tipo di modificazione della composizione della lettiera né del pH (Groot Bruinderink e Hazebroek 1996), nonostante la presenza di elevate densità di cinghiale. G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 71 L’impatto del cinghiale sulla vegetazione Aree protette Il cinghiale è una specie con una dieta di tipo onnivoro e altamente flessibile in termini di composizione. La componente vegetale è comunque sempre presente e rappresenta la maggior parte (spesso oltre il 90%) della dieta (Schley e Roper 2003). La composizione della dieta riflette la disponibilità alimentare, variando in relazione alla posizione geografica e alla stagionalità, tuttavia alimenti con un alto valore energetico come i frutti forestali (ghiande, faggiole e castagne) e, soprattutto, le piante coltivate sono preferiti e consumati non appena disponibili (Cellina 2008). Il consumo diretto delle piante o di parte di esse può causare un impatto negativo per le popolazioni. Navàs et al. (2010) riportano un drammatico calo numerico di diverse specie di orchidacee (l’87% in meno dal 2000 al 2008) in corrispondenza con il repentino aumento della densità di cinghiali nel Parco nazionale di Aiguamolls de l’Empordà (sito Natura 2000), un’area umida situata nel Nord Est della Catalogna. Altri autori riportano un effetto negativo del cinghiale sulle popolazioni di Hyacintoi des non-scripta, anche se il consumo non sembra impattare significativamente le popolazioni (Sims, 2005; Harmer et al. 2011). Più studiato è l’impatto del consumo di semi e frutti forestali sulla rigenerazione forestale (Campbell e Long 2009). Un esempio concreto ci viene ancora una volta dall’Olanda dove è stato valutato che Cinghiale può ingerire fino a 1,8 Kg di ghiande al giorno, che rappresentano circa lo 0,5% della produzione mediana di diverse specie di Quercia (Quercus spp.) e l’1% della produzione del Faggio (Fagus sylvatica), e di conseguenza, in aree dove la specie raggiunge elevate densità, ha un impatto negativo sulla rigenerazione delle foreste di latifoglie (Groot Bruinderink e Hazebroek 1996). L’impatto immediato del rooting è la rimozione della copertura vegetale superficiale. Tuttavia in breve si assiste ad una ricolonizzazione dell’area impattata da parte della vegetazione spontanea, anche se con variata composizione (Baron 1982, Bratton et al. 1982, Gatel 2010, Heimo 2010). La ricolonizzazione delle aree perturbate avviene in parte per via aerea, ma soprattutto per germinazione dei semi già presenti nel suolo che, portati in superficie, diventano in grado di germinare. Diversi autori riportano una maggiore diversità floristica nelle zone impattate da ro oting (Arrington et al. 1999, Bueno 2011, Cushman et al. 2004, Gatel 2010, Milton et al. 1997, Sims 2005, Welander 1995). Le comunità vegetali che si instaurano su una zona perturbata sono, tuttavia, solitamente composte da specie pioniere, generaliste, che sfruttano la mancanza di competitori per instaurarsi nel terreno nudo (Lavorel et al. 1998, Milton et al. 1997, Sims 2005). Nei pascoli subalpini francesi (Gatel 2010) gli effetti sono risultati diversi in funzione del tipo di formazione vegetale. Nei pascoli dominati da Festuca, dopo circa un anno il 90% dell’area scavata recupera la copertura vegetale, e si ha un aumento del numero di specie ma le piante ricolonizzatrici sono piante annuali e pioniere di scarso interesse conservazionistico (come Alchemilla vulgaris e Trifolium repens). Nelle praterie a Nardus stricta invece è stata osservata una riduzione del numero di specie e la successiva ricolonizzazione da parte di specie tipiche di altre formazioni, con conseguente sostituzione del nardeto (habitat di interesse comunitario ai sensi della Direttiva 92/43/CEE) con una prateria mista o nardo-festuceto. Anche una ricerca condotta negli Stati Uniti settentrionali (Bratton, 1974) riporta una perdita di biodiversità in termini di ricchezza specifica e un successivo aumento di specie velenose o comuni in seguito alle perturbazioni create dai maiali selvatici nel Parco nazionale delle Great Smoky Mountains. Inoltre, le zone impattate dallo 72 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette Scavi di cinghiale in alta montagna. (Foto di Andrea Monaco). scavo possono offrire un habitat favorevole anche all’insediamento di piante alloctone invasive, come mostrato da alcuni studi sull’impatto del maiale rinselvatichito in California (Cushman et al. 2004, Kotanen 1995, Tierney e Cushman 2004). Le alterazioni del suolo provocate dal rooting influiscono anche sulla rigenerazione forestale. La mortalità dei giovani alberi aumenta in genere a causa del danneggiamento diretto (Campbell e Long 2009). Gli alberi che sopravvivono si trovano a beneficiare della ridotta competizione con altre specie, sia arboree che erbacee, e pertanto hanno una fase di crescita migliore (Groot Bruinderink e Hazebroek 1996, Sieman et al. 2009). Allo stesso modo, diversi autori europei riportano un aumento nella crescita e nella sopravvivenza delle conifere legata all’attività di rooting (Andrezejewski e Jezierski 1978, Lacki e Lancia 1986) legati al rimescolamento del terreno, alla maggiore areazione del suolo e alla ridotta competizione. Le stesse condizioni che garantiscono una migliore sopravvivenza degli alberi autoctoni, possono, ancora una volta, agevolare l’insediamento di specie alloctone, come riportato per Triadica sebifera, un euforbiacea invasiva ormai naturalizzata negli Stati Uniti, presente in alte densità nelle zone impattate dal Maiale rinselvatichito (Sieman et al. 2009). Il Cinghiale agisce anche come vettore per la disseminazione delle diaspore (semi e frutti) contribuendo così alla diversificazione della composizione floristica e alla rigenerazione forestale e consentendo alle piante la migrazione tra habitat tra loro isolati. Diversi studi comparativi sulla quantità di diaspore rinvenute spazzolando il pelo di cinghiali e caprioli abbattuti nella stessa area, rivelano la grande importanza rivestita dal cinghiale in questo meccanismo di dispersione dei vegetali. Diversi studi effettuati in Germania (Heinken e Raudnitschka 2002, Schmidt et al., 2004) hanno rilevato fino a 30 diaspore (contro le 2,3 di un capriolo!) appartenenti fino a 9 specie diverse, trasportate in media da un cinghiale adulto. Questo fenomeno è legato alle caratteristiche del pelo del cinghiale, lungo e dotato di un folto sottopelo lanoso, e alla sua abitudine di fare bagni di fango, dove può raccogliere ulteriori semi, compresi quelli che non possiedono adattamenti particolari (quali uncini e spine) per agganciarsi ed essere diffusi dagli animali. Il cinghiale può agire anche come vettore per le specie delle quali consuma i frutti carnosi. I semi dei frutti ingeriti possono infatti passare intatti attraverso il sistema G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 L’impatto del cinghiale sulla fauna Le conoscenze sull’impatto del cinghiale sulla fauna risultano molto scarse: nella maggior parte dei casi l’impatto della specie sulla zoocenosi è solo supposto e non documentato sperimentalmente. La maggior parte degli studi sulla dieta fornisce, infatti, solo informazioni relative al contenuto degli stomaci o delle feci, senza quantificare l’entità del prelievo a carico delle diverse specie, né fare differenze tra consumo di carcasse o predazione attiva. In quanto onnivoro, il cinghiale si nutre anche di alimenti di origine animale, che vengono consumati soprattutto dagli individui più giovani (Groot-Bruinderink et al. 1994) e da quelli in un cattivo stato di nutrizione, che necessitano di un’alimentazione ad alto contenuto energetico (Wilcox e Van Vuren 2009). La frazione animale supera raramente il 10% della dieta, ma risulta essere sempre presente. Le specie ingerite sono soprattutto di invertebrati (es. insetti, lombrichi, molluschi), mentre i vertebrati compaiono nella dieta meno frequentemente (Giménez-Anaya et al. 2008, Herrero et al. 2006, Howe et al. 1981, Massei e Genov 2004, Pinna et al. 2007, Schley e Roper 2003). In Europa il consumo di rettili ed anfibi sembra essere piuttosto limitato. Al contrario gli uccelli sono presenti nella dieta piuttosto frequentemente (es. galliformi, passeriformi), come anche i piccoli mammiferi (es. roditori, talpe, lagomorfi). Occasionalmente si trovano nella dieta anche resti di cervidi (capriolo, cervo, daino). Nel caso dei rettili e degli anfibi, l’impatto del cinghiale può essere problematico se esercitato nei confronti di specie rare o in declino, come la testuggine di terra (Testu do hermanni, Mateo 2011) e la vipera dell’Orsini (Vipera ursinii, Filippi e Luiselli 2003). Uno studio australiano (Fordham et al. 2006) individua nel Maiale rinselvatichito un importante fattore di declino per la tartaruga dal collo di serpente (Chelodina ru gosa), mentre in Florida ha contribuito al declino di almeno 4 specie di anfibi rare. Nelle coste del sud degli Stati Uniti la specie costituisce una minaccia per i nidi di diverse specie di tartarughe marine (Seward et al. 2004). Il Cinghiale è una specie opportunista e sembrerebbe nutrirsi di altri animali vivi quando questi sono facili da prelevare. Particolarmente vulnerabili al consumo da parte del cinghiale sono le specie di uccelli nidificanti al suolo. Per quanto riguarda i galliformi, in Slovacchia centrale Saniga (2002) riporta la perdita del 9% delle uova di gallo cedrone (Tetrao urogallus) e francolino di monte (Bonasa bonasia) per predazione da parte del cinghiale. Anche in Slovenia (Čas 2010) il cinghiale preda i nidi di gallo cedrone e costituisce inoltre un fattore di disturbo nel periodo riproduttivo. La predazione sui nidi è stata riportata anche per la pernice rossa (Alectoris rufa), il fagiano (Phasianus colchicus) e il gallo forcello (Tetrao tetrix). In nuova Zelanda i maiali rinselvatichiti predano le uova nelle colonie di diversi uccelli marini (Challies 1975), e sono responsabili della estinzione locale della rara berta di Hutton (Puffinus huttoni), Aree protette digestivo ed essere espulsi con le feci. Nella Sierra Nevada, ad esempio, il cinghiale è implicato nella dispersione di Rubus spp., Rosa spp., uva ursina (Arctostaphylos uva-ursi) e biancospino (Crataegus monogyna). A fronte dell’elevato numero di spore rinvenute nelle feci di cinghiale raccolte in un querceto misto nel sud della Francia, è stato ipotizzato un importante ruolo del cinghiale nella dispersione dei funghi ipogei, a loro volta coinvolti nei processi di rinnovamento forestale (Génard et al., 1988). Anche in questo caso la specie può causare la dispersione specie vegetali alloctone invasive, come descritto per Opuntia spp. in Spagna (Gimeno e Vilà 2002), per l’Algarrobo (Prosopis pallida) in Australia (Lynes e Campbell 2000), e il Guava peruviano (Psidium cattleianum) nelle isole Hawai (Diong 1982 in Nogueira-Filho et al. 2009). 73 74 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette specie a rischio di estinzione globale (Cuthbert 2001). Il cinghiale è anche un predatore di nidi di uccelli acquatici nelle zone umide, come emerge chiaramente da uno studio effettuato in tre diverse aree protette in Lazio, in cui è stata misurata la predazione su nidi artificiali attraverso l’impiego di fototrappole (Bertolino et al. 2011). Anche in Spagna, nel parco nazionale di Aiguamolls de l’Empordà, il cinghiale preda i nidi di diverse specie di anatidi, ardeidi, tra cui il tarabusino (Ixobrychus minutus) e di rallidi, tra cui il pollo sultano (Porphyrio porphyrio), entrambe incluse nell’allegato I della Direttiva Uccelli (Navas et al. 2010). Non esistono informazioni certe sul Cinghiale come predatore attivo di micro mammiferi, anche se come già detto sono una componente frequente della dieta. Invece è documentata l’uccisione e il consumo di neonati di capriolo e daino; in Australia il Maiale rinselvatichito è un importante predatore di agnelli domestici (Choquenot et al. 1997). Il cinghiale può avere anche un effetto indiretto sulla fauna. Ad esempio Focardi et al. (2000) suggeriscono la presenza di una competizione trofica con i piccoli roditori nella tenuta presidenziale di Castelporziano in quanto la specie, soprattutto nel periodo dei parti, cerca attivamente alimenti energetici e consuma le riserve di ghiande create da diverse specie (soprattutto Apodemus spp.). Nel Parco nazionale delle Great Smoky Mountains, il rooting causa una modificazione dell’habitat idoneo per il toporagno americano dalla coda corta (Blarina brevicauda) e l’arvicola (Clethrionomys gapperi), causandone quindi una riduzione numerica (Singer et al. 1984). Una forma particolare di effetto indiretto del cinghiale (in questo caso positivo) sull’altra fauna, è legato al suo ruolo come preda d’elezione per molti grandi mammiferi. Nel nostro paese, per esempio, il cinghiale ha rivestito un ruolo cruciale nel determinare l’espansione del Lupo e la ripresa delle sue popolazioni osservata negli ultimi decenni (Mattioli et al. 2011, Meriggi et al. 2011). Uno sguardo di sintesi Quanto emerso dall’analisi delle informazioni disponibili permette di considerare il cinghiale come una sorta di “ecosystem engineer”, ovvero una specie che direttamente o indirettamente modula la disponibilità delle risorse per altre specie, causando cambiamenti fisici nelle componenti biotiche e abiotiche dell’ecosistema, e di conseguenza modificando, creando e mantenendo gli habitat (Jones et al. 1994). Dalla revisione bibliografica emerge chiaramente un dualismo del ruolo del cinghiale nei confronti dell’ecosistema: da un lato la specie causa un’importante degradazione di certi habitat, dall’altro contribuisce alla dispersione su lunghe distanze di molte specie di piante e contribuisce all’aumento della biodiversità. Va detto, tuttavia, che quella indotta dal cinghiale non sempre è una “buona” biodiversità, come nel caso della diffusione di specie vegetali aliene invasive. È interessante sottolineare che dei pochi studi intensivi e a lungo termine realizzati, la maggior parte è stata condotta negli Stati Uniti, in Australia e in Nuova Zelanda, dove la specie, spesso presente in forma di incrocio tra maiale e cinghiale (feral hog), è stata introdotta dall’uomo e, non a caso, è considerata tra le “peggiori cento specie aliene invasive” dall’IUCN. All’interno del suo areale di distribuzione naturale, le conoscenze sul ruolo del cinghiale sono ancora lacunose. La specie viene comunemente citata come una minaccia alla conservazione di diverse specie animali, ma dall’esame della bibliografia, emerge chiaramente la scarsità di studi che abbiano misurato il prelievo diretto. Se è vero che ci sono prove del consumo di alcune specie, dati dagli studi sulla composizione della dieta, manca però una quantificazione dell’impatto che tale consumo ha G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Bibliografia • Andrzejewski R. e Jezierski W. 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Diverso potrebbe essere il ruolo negli ecosistemi nel quale la specie è sempre stata presente; in questi casi tuttavia, ad essere alterate, ancora una volta dall’uomo, sono spesso le densità, aumentate in modo innaturale a causa dell’enorme disponibilità alimentare “artificiale” (dalle colture agricole al foraggiamento effettuato dalle squadre di caccia per “legare” gli animali alle loro zone di prelievo e per aumentarne il peso e, quindi, la prolificità). In conclusione le informazioni sul ruolo che il cinghiale riveste nell’ecosistema risultano lacunose, talvolta aneddotiche, e portano a conclusioni contraddittorie. Gli studi più consistenti sono stati svolti in aree in cui la specie è alloctona e invasiva. Nel nostro continente la maggior parte delle informazioni riguardano l’Europa centrale e solo recentemente sono aumentati gli studi effettuati nei paesi mediterranei. La necessità di acquisire nuove evidenze è notevole e non può che essere soddisfatta attraverso ricerche scientifiche rigorose e pluriennali, che pongano l’attenzione anche sulla scala alla quale si osservano gli impatti. Un esempio a tal proposito ci viene dal lavoro di Bueno (2011), che mostra come il disturbo arrecato al suolo, di per sé negativo, diventa positivo se si considera il cambiamento di composizione floristica e l’aumento di biodiversità floristica del sito impattato, e di nuovo negativo se si opera un confronto tra più siti misurando una consistente omogeneizzazione della flora. Infine, per quanto riguarda la minaccia che il cinghiale può esercitare sulle singole specie è necessario individuare l’impatto a livello di popolazione e non di singolo individuo, con un’attenzione particolare alle specie di elevato valore conservazionistico, rare o in cattivo stato di conservazione, dove anche un piccolo tasso di prelievo può costituire un importante fattore additivo di declino. Le molte manipolazioni alle quali è stato sottoposto dall’uomo hanno reso il cinghiale una presenza “problematica”, anche per la biodiversità. Non dimentichiamoci però che il cinghiale è a pieno titolo un rappresentante della fauna europea originaria e che i contesti i cui la “problematicità” della specie si esplica presentano condizioni di “squilibrio ecologico” causate dall’uomo che, con la sua azione, è stato in grado di scardinare quell’equilibrio dinamico che naturalmente si instaura tra le componenti di un ecosistema che evolvono insieme nel tempo. 75 76 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Smoky Mountains National Park. B. Torrey Bot. Club 101(4): 198-206. • Bratton S.P. (1975) The effect of the European wild boar, Sus scrofa, on Gray Beech Forest in the Great Smoky Mountains. Ecology 56(6): 1356-1366. Aree protette • Bratton S.P., Harmon M. E., White P.S. (1982) Patterns of European Wild Boar Rooting in the Western Great Smoky Mountains. Castanea 47 (3): 230-242. • Bueno C.G. (2011) Las pertubaciones de Jabalì en los pastos alpinos del Pirineo Central: una aproximación multiescalar. 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Fattori come la densità di popolazione, la pressione venatoria, la presenza di foreste ed in particolare di essenze quercine, la competizione con il bestiame domestico, la frammentazione degli habitat, l’istituzione di aree protette, l’abbondanza dei predatori e, non ultimi, i cambiamenti climatici hanno determinato nel tempo fluttuazioni demografiche e variazioni distributive della specie. In particolare, una progressiva contrazione dell’areale aveva portato il cinghiale all’inizio del XX secolo ad essere assente in vaste porzioni del nostro territorio, inclusa la fascia alpina e prealpina, la Pianura Padana, l’Appennino settentrionale e ampie zone del centro e del sud Italia, Sicilia compresa (Ghigi 1911). La ricolonizzazione dell’Italia settentrionale prese piede a partire dal 1919, con un immigrazione naturale dalla Francia attraverso due direttrici, la provincia di Imperia (Col di Tenda) a sud e la provincia di Torino (Frejus) a nord (De Beaux e Festa 1927). La distribuzione della specie descritta da Ghigi nel 1950 confermava una situazione di leggera ripresa a nord (con una presenza stabile nel nord-ovest) ma di ulteriore impoverimento al sud (con la completa scomparsa della specie nel Gargano). Stando ai resoconti forniti da questo autorevole zoologo (Ghigi 1911, 1917 e 1950), le maggiori roccaforti della specie in quella prima metà di secolo furono rappresentate, nella penisola, dalla Maremma toscana e laziale al centro e dal massiccio del Pollino ed i Monti dell’Orsomarso a sud (non casuale l’analogia con la sottospecie autoctona di capriolo). A queste due aree peninsulari è da aggiungere la Sardegna, con una popolazione sempre piuttosto prospera. Dal secondo dopoguerra in avanti si assistette in Italia come in molti altri Paesi europei (Sáez-Royuela e Tellería 1986) ad una progressiva ripresa della popolazione a cui concorsero una molteplicità di fattori, tra cui, in modo affatto trascurabile, l’azione diretta dell’uomo. Se la ricomparsa del cinghiale in alcune aree fu frutto di una naturale espansione della specie in presenza di condizioni ambientali favorevoli, in altre essa è spiegabile soltanto con translocazioni e reintroduzioni operate dall’uomo (Apollonio 2003, Monaco et al. 2007). Inoltre in molti casi le basse densità delle popolazioni superstiti sono state artificialmente alimentate con ripopolamenti eseguiti dalle associazioni venatorie o dalle amministrazioni locali (Masseti 2003). Purtroppo nella grande maggioranza dei casi di questi interventi non è rimasta una traccia scritta e per una capillare ricostruzione di quanto avvenuto non ci si può che avvalere di dati aneddotici raccolti per lo più in ambienti venatori. Anche in presenza di una documentazione scritta, spesso le informazioni circa i siti di immissione e la Aree protette C’era una volta il cinghiale maremmano… 79 80 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette provenienza dei capi rilasciati risultano frammentarie (Masseti 2003). Difficile quindi valutare quanto queste operazioni possano avere inciso sulla ripresa della specie. Fatto sta che negli ultimi decenni del XX secolo la popolazione italiana ha riconquistato gran parte dell’areale di un tempo, e solo alla fine degli anni ’80 si presentava estesa, senza soluzione di continuità, dalle Alpi Occidentali all’Aspromonte, con una maggiore presenza nella fascia costiera tirrenica rispetto a quella adriatica (Apollonio et al. 1988). Nell’ultimo ventennio questo ungulato è andato ulteriormente diffondendosi (Carnevali et al. 2009), raggiungendo consistenze preoccupanti in molte realtà rurali del nostro paese, avvicinandosi con maggiore frequenza ai centri abitati e venendo così annoverato tra i cosiddetti pest, ovvero le specie problematiche per l’uomo. Se grossi ed evidenti cambiamenti hanno riguardato questo suide dal punto di vista distributivo, altrettanto importanti ma meno vistose si ritiene siano state le variazioni della sua natura (morfologia, genetica, fisiologia e comportamento). Studi morfometrici condotti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo avevano portato alla descrizione di due sottospecie in Italia: il Sus scrofa meridionalis delle popolazioni insulari di Sardegna e Corsica e il Sus scrofa majori, sopravvissuto nella fascia tirrenica di Toscana e Lazio (Major 1885, De Beaux e Festa 1927).Quest’ultima è stata in seguito identificata in un ceppo maremmano, caratterizzato da taglia ridotta rispetto alla sottospecie nominale (S. s. scrofa), cranio più corto (340-385 mm) e da un’indole schiva. Poco importa che, in seguito, studi craniometrici più approfonditi come quelli di Groves (1981), Apollonio et al. (1988) e Genov (1999) abbiano invece attribuito le differenze di taglia ad un cline dimensionale legato alle caratteristiche climatiche e ambientali. Poco importa che nessuno, a quanto mi risulti, sia mai andato a verificare le eventuali omologie rispetto alle popolazioni sopravvissute in aree più meridionali. Il mito del “cinghiale maremmano” era ormai nato. Ed ancora oggi per descrivere la forma originaria che popolava un tempo la penisola, da nord a sud, si sente parlare di forma maremmana. Ma cosa è rimasto di questa forma (o più correttamente “ecotipo”) a seguito dei rilasci effettuati in lungo e in largo nel nostro Paese? A giudicare dall’opinione diffusa tra gli addetti ai lavori e nel mondo venatorio si direbbe ben poco. Una minaccia globale in un mondo globalizzato Per gli stessi popolamenti della Maremma, vari autori riferivano di immissioni con capi provenienti dal centro Europa e con soggetti di allevamento ibridati con il maiale domestico, avvenute negli anni 1950-1970 (Boschi 1984, Mori 1986, Massei & Genov 1993). Nel Parco naturale della Maremma si giunse addirittura a promuovere un programma di selezione artificiale, finalizzato a favorire il fenotipo autoctono rimuovendo i soggetti che non rispecchiavano morfologicamente lo stereotipo maremmano (Massei & Genov 1993). In effetti, Masseti (2003) riferisce di reintroduzioni effettuate un po’ in tutto il territorio toscano con capi provenienti dal centro-est Europa e pare che, almeno in alcuni casi, questi cinghiali d’importazione fossero stati incrociati localmente con cinghiali maremmani in cattività (Barsotti e Arcamone 1984). Si aggiunga al problema delle immissioni la possibilità, mai del tutto scomparsa, di locali incroci con maiali domestici allevati in condizioni brade o semi-brade. Si tratta di pratiche generalmente legate all’allevamento di razze rustiche (come la cinta senese) che si sono progressivamente ridotte (per lo più a causa di normative più restrittive circa la profilassi dei capi allevati), ma che nei decenni passati potrebbero aver causato localmente la comparsa di caratteri ibridi nelle popolazioni selvatiche. È sulla base di queste valutazioni (più che su effettive evidenze scientifiche), che in un 81 G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette autorevole report dell’IUCN (International Union for Conservation of Nature) del 1993 si scriveva che l’introduzione di cinghiali alloctoni fosse stata così estesa in Italia che l’unico stock autoctono superstite che potesse considerarsi puro era quello ospitato nella Tenuta Presidenziale di Castelporziano, vicino Roma (Oliver et al. 1993). Stando quindi a queste fonti sarebbe assolutamente giustificata la preoccupazione circa l’estinzione o quantomeno lo “snaturamento” dell’ecotipo autoctono. Ma, oltre agli avvenimenti che possono avere compromesso la natura del cinghiale nostrano, vi sono altri elementi che vengono solitamente addotti a supporto di questa impressione collettiva. Si riferisce in particolare di un incremento medio della massa corporea dei cinghiali, di una maggiore prolificità delle scrofe, di una sporadica presenza di anomalie nella colorazione del mantello, e di una maggiore tolleranza della presenza umana. Ma quali sono le evidenze scientifiche di tutto questo? E ci sono altre possibili ragioni che potrebbero spiegare questi cambiamenti? Il più evidente segno di un mescolamento con ceppi alloctoni e con maiali domestici dovrebbe essere una “diluizione genetica” della linea indigena. Sfortuna vuole che le analisi genetiche siano divenute uno strumento efficace di indagine a partire dalla fine degli anni ’80, quando si presume che la situazione del cinghiale nostrano fosse già severamente compromessa. A partire dai primissimi studi biochimici, basati sull’analisi di varianti enzimatiche, si è andati quindi alla ricerca di caratteri diagnostici che potessero essere associati alla forma originaria. Ad esempio il monomorfismo del locus 6PGD veniva considerato una caratteristica delle popolazioni pure di cinghiale, così come diagnostica appariva una variante allelica del locus LAP-Rbc riscontrata solo nelle Tenute presidenziali di Castelporziano e San Rossore (Randi et al. 1989). Tuttavia studi più recenti basati su sequenze del genoma mitocondriale e nucleare hanno confrontato popolazioni peninsulari con quelle di altre aree geografiche, inserendole in un contesto filogeografico su scala continentale (Eurasia). Il primo elemento di assoluto interesse scientifico è stata la scoperta di una linea mitocondriale (chiamata E2) presente soltanto nel nostro Paese e molto divergente dall’altra linea mitocondriale comune in tutta Europa (Giuffra et al. 2000, Larson et al. 2005). Oltretutto questa sequenza è stata riscontrata sia in campioni museali di cinghiali maremmani risalenti al XXVIII-XIX secolo, sia in campioni moderni di varie zone della penisola (Toscana, Lazio e Campania) e della Sardegna (Larson et al. 2005, Scandura et al. 2008).Viceversa essa è risultata assente nei maiali domestici, incluse le razze rustiche del nostro Paese (come la cinta senese o la casertana). Tra i cinghiali, la frequenza di individui E2 era molto elevata in soltanto due delle popolazioni campionate: quella del Parco regionale della Maremma e quella della Tenuta di Castelporziano. Studi condotti su molecole di DNA antico estratto da reperti archeologici (Larson et al. 2007) hanno confermato l’e- Foto di Alessandro Calabrese 82 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette Ambiente della Tenuta presidenziale di Castelporziano. (Foto di Alessandro Calabrese). sclusività per l’Italia di questa linea mitocondriale anche nel passato (unico sito fuori penisola risalente a circa 11.000 anni fa in Croazia) ma hanno escluso che tali sequenze fossero le uniche presenti nella popolazione italica. Altri aplotipi (è così che si chiamano le varianti di una sequenza), oggi condivisi da altre popolazioni europee, erano già diffusi un tempo nella nostra penisola. La loro presenza attuale non è quindi interpretabile come un segno di contaminazione genetica. Lo è invece la presenza di sequenze di origine asiatica, riconducibili con ogni probabilità ad un’ibridazione con razze migliorate di suini domestici, dove l’introgressione di materiale genetico da razze asiatiche è ampiamente documentata (Scandura et al. 2011). Sequenze asiatiche sono state trovate in cinghiali del Cilento (Scandura et al. 2008), dove peraltro segni di ibridazione con maiali domestici erano già stati segnalati (Caliendo et al. 2003). Il DNA mitocondriale è però una molecola trasmessa esclusivamente per via materna, e pertanto una linea di discendenza autoctona può rimanere invariata anche in presenza di incroci con verri di origine diversa. Viceversa è il DNA nucleare che, venendo coereditato da entrambi i genitori, risente del mescolamento genetico tra ceppi di diversa provenienza. Studi condotti su regioni del genoma nucleare (i microsatelliti) hanno infatti dimostrato l’introgressione genetica avvenuta nei cinghiali della provincia di Firenze a seguito delle immissioni di cinghiali ungheresi, ed hanno altresì rivelato limitati segni di contaminazione anche nella popolazione di Castelporziano (Vernesi et al. 2003). Tuttavia, dal confronto di un campione della popolazione peninsulare con altre popolazioni in tutta Europa è risultato un netto differenziamento dei nostri cinghiali, che mostrano al contempo alti livelli di diversità genetica non ascrivibile soltanto ad una ibridazione con ceppi di diversa provenienza (Scandura et al. 2008). In definitiva quindi i dati genetici, se letti in chiave critica, dimostrano che la popolazione peninsulare conserva ancora caratteristiche genetiche peculiari e che queste sono più pronunciate nelle zone di presenza della presunta sottospecie maremmana (Maremma grossetana, Castelporziano); inoltre, se da un lato non escludono un’estesa introgressione di geni di provenienza alloctona (anzi in alcune aree sembrano confermarla), dall’altro essi sembrano escludere un massiccio contributo alla diversità genetica delle popolazioni selvatiche dovuto a eventuali incroci con i suini domestici. Pur sottolineando come i dati disponibili risultino insufficienti per qualunque tipo di generalizzazione e come campionamenti estesi ad un numero maggiore di aree sarebbero auspicabili, gli elementi fin qui emersi sono sufficienti ad insinuare un dubbio nella granitica convinzione dei più: siamo proprio sicuri che il pool genico G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette della popolazione autoctona sia andato definitivamente perso nel corso dell’ultimo mezzo secolo di storia? Se il cinghiale nostrano conserva ancora una buona porzione del proprio DNA originario, come si spiegherebbero allora le variazioni dimensionali e la maggiore prolificità delle popolazioni attuali? Per cominciare queste due variabili non sono assolutamente indipendenti. È infatti noto che il numero di feti che una scrofa è in grado di portare a termine della gravidanza cresce all’aumentare del suo peso corporeo (espressione questo dello stato nutrizionale e dell’età, Pedone et al. 1995). È prevedibile quindi che ad un semplice miglioramento delle disponibilità trofiche possa accompagnarsi un incremento delle dimensioni medie degli animali ed un conseguente aumento della produttività. Ma è davvero verosimile uno scenario in cui l’incremento di aree forestali idonee al cinghiale e conseguentemente delle disponibilità alimentari possa aver favorito un aumento generalizzato delle dimensioni corporee e del numero di piccoli nati? Se si prova a valutare come si è modificato il paesaggio dell’entroterra peninsulare nel corso dell’ultimo secolo (riduzione progressiva delle aree a pascolo e riforestazione delle aree collinari e montane), si direbbe che le precondizioni perché ciò potesse avvenire c’erano tutte. In effetti, dopo un minimo toccato negli anni ‘20 la superficie forestale del nostro Paese è aumentata di oltre 1.800.000 ha, e dal 1949 l’incremento è stato di circa il 22% (ISTAT, www.istat.it). In tale contesto, ha prevalso (con un aumento del 36%) l’espansione delle fustaie, che nel caso delle latifoglie (tra cui querce, castagno e faggio) costituiscono una ricca fonte di cibo per i cinghiali. Se quindi il cinghiale maremmano fosse divenuto lo stereotipo del cinghiale nostrano semplicemente perché è in queste aree (Maremma) che si sono rifugiate per molti decenni le ultime popolazioni relitte di cinghiale, è ipotizzabile che le caratteristiche di taglia corporea e scarsa prolificità possano essere legate proprio a quegli ambienti, tipicamente xerici e meno produttivi. Ancora oggi, in Europa, i cinghiali di minori dimensioni si trovano in aree con queste caratteristiche, come la Sardegna o alcune regioni della penisola iberica. Potrebbe essere stata quindi la ricolonizzazione di aree a maggiore produttività ambientale (come le foreste appenniniche) a favorire un maggiore accrescimento ponderale e migliori performance riproduttive. Non si dimentichi peraltro che le dimensioni corporee dei cinghiali subiscono variazioni anche in conseguenza della pressione venatoria, ed una forte selezione sugli adulti può indurre una diminuzione media della taglia in un numero relativamente breve di generazioni (Milkowski e Wojcik 1984). Non è quindi da trascurare il ruolo che potrebbe aver avuto viceversa un rilassamento della pressione venatoria nella penisola nel corso dell’ultimo secolo. Circa il fatto di assumere l’anatomia del cinghiale maremmano a campione di quella che deve essere stata in passato la struttura corporea della popolazione peninsulare di cinghiale, occorre anche qui essere prudenti. Come dimostrano approfonditi studi condotti su reperti storici e preistorici (Albarella et al. 2006, 2009), le dimensioni corporee del cinghiale hanno subito profondi mutamenti sia nel tempo che nello spazio. Cinghiali di dimensioni maggiori di quelli presenti all’inizio del XX secolo in Maremma sono esistiti nella penisola in varie epoche (Albarella et al. 2006, Apollonio et al. 1988) e ben prima che l’uomo iniziasse a traslocare animali con relativa facilità. Tuttavia, mentre un raffreddamento del clima in passato può essere stato alla base di incrementi dimensionali (regola di Bergmann), e più difficile immaginarlo come causa delle variazioni più recenti. Anche l’apporto in questo di un’eventuale ibridazione con i maiali domestici è difficile 83 84 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette da sostenere, considerato che le possibilità di incrocio tra le due forme in natura nei secoli passati erano ben maggiori di quelle attuali (dato il ricorso al pascolo brado) e verosimilmente maggiori degli attuali incroci effettuati intenzionalmente in cattività. Per finire, circa l’aumento di fertilità nelle scrofe, occorre constatare che il già citato Ghigi nel 1917 scriveva a proposito di queste: ‘la scrofa partorisce per solito da 4 a 6 porcellini ed anche più’. Il che non sembra discostarsi molto dal valore medio osservato nelle popolazioni contemporanee dell’Italia centrale (4,9-5,0 Apollonio 2003). In definitiva, trovare oggi le evidenze della scomparsa di una linea autoctona di cinghiale risulta quanto mai problematico, e certe posizioni (per non dire incrollabili certezze) andrebbero quanto meno limate sulla base di ragionevoli dubbi che ho qui cercato di rimarcare. Con ogni probabilità alla ripresa della popolazione italiana di questo suide ed alle eventuali variazioni anatomiche, fisiologiche e comportamentali, hanno concorso una serie di fattori, tra i quali non è sicuramente da escludere un afflusso di geni da altre popolazioni. Ma da qui a dire che i cinghiali che oggi prosperano nelle nostre foreste e che fanno capolino sempre più di frequente nelle periferie delle nostre città sono totalmente altro rispetto al fiero animale che popolava un tempo la nostra penisola... beh! ce ne corre. Bibliografia • Albarella U., Tagliacozzo A., Dobney K., Rowley-Conwy P. 2006. Pig hunting and husbandry in prehistoric Italy: a contribution to the domestication debate. Proceedings of the Prehistoric Society 72: 193-227. • Albarella U., Dobney K., Rowley-Conwy P. 2009. Size and shape of the Eurasian wild boar (Sus scrofa), with a view to the reconstruction of its Holocene history. Environmental Archaeology 14 (2): 103- 136. • Apollonio M. 2003. Sus scrofa (Linnaeus 1758). In: Boitani L., Lovari S., Vigna Taglianti A. (Eds.). Fauna d’Italia - Mammalia III: Carnivora - Artiodactyla. Bologna, Calderini. Pp. 261-273. • Apollonio M., Randi E., Toso S. 1988. The systematics of the wild boar (Sus scrofa L.) in Italy. 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Uno sguardo alla gestione del cinghiale oltre confine di Lucilla Carnevali Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale (ISPRA) Oggi il cinghiale è considerato da molti (agricoltori ed amministratori pubblici in pri mis) un vero e proprio flagello: si moltiplicano le notizie giornalistiche in tal senso e si acuisce sempre più da parte dell’opinione pubblica non solo la percezione negativa dell’impatto di questa specie sulle attività umane ma addirittura la paura, infondata, per la propria incolumità fisica. Ma come si è arrivati a questo punto? Quali sono, se ci sono, i dati scientifici su cui si basa questa percezione? Qual è la distribuzione, la consistenza e la gestione della specie nel nostro paese? E quale la situazione nel resto d’Europa? La situazione nel nostro Paese In Italia il cinghiale è l’Ungulato più diffuso, sia in termini distributivi che di consistenza. La specie è infatti presente, senza soluzione di continuità, dalla Liguria, attraverso gli Appennini, sino alla Calabria e in tutta la Sardegna nonché nella porzione alpina e prealpina, con popolazioni importanti e storiche nelle porzioni occidentale (Piemonte e Valle d’Aosta) e orientale (Friuli Venezia-Giulia), confermando una adattabilità alle condizioni ecologiche più varie, unica tra tutti gli ungulati. Dopo una fase di drammatica contrazione della distribuzione che, negli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra, aveva portato il suide praticamente all’estinzione lungo tutta la penisola, dagli anni ’60 ha preso avvio una fase di crescita definibile “esplosiva” per ampiezza e rapidità di occupazione del territorio che non si è ancor’oggi esaurita. A determinare questa crescita hanno concorso alcuni dei fattori responsabili dell’incremento del cinghiale anche nel resto d’Europa: oltre che, come ovvio, le caratteristiche intrinseche della specie quali gli elevatissimi tassi di incremento annuo (che possono superare il 200%), il recupero del bosco in zone precedentemente utilizzate per l’agricoltura e la pastorizia, il progressivo abbandono di vaste aree di media montagna e la conseguente diminuzione della persecuzione diretta. Non meno im portante si è rivelata, a partire dagli anni ‘50, la massiccia introduzione di cinghiali, inizialmente operata con soggetti catturati all’estero e, successivamente, con animali prodotti in allevamenti, che si sono andati progressivamente sviluppando in diverse Regioni italiane. Tali attività di allevamento ed immissione sono state condotte in maniera non programmata e senza tener conto dei principi basilari della pianificazione faunistica e della profilassi sanitaria. Inoltre, ai ripopolamenti effettuati dalle amministrazioni provinciali che continuano ad acquistare direttamente i cinghiali, si sommano spesso le immissioni abusive registrate da nord a sud dello stivale. A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono talvolta gli Enti gestori delle Aree protette quando destinano al rilascio in ambiti di caccia gli animali catturati durante le attività di controllo numerico (Monaco et al., 2010). G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 1 Il modello gestionale di riferimento è quello adattativo che prevede sulla base di conoscenze quanto più puntuali possibili della specie, del territorio, degli impatti sui coltivi..., la formulazione di obiettivi specifici. A questa deve seguire la calibrazione e l’attuazione di tutte le attività gestionali (caccia, controllo, indennizzo dei danni, prevenzione dei danni), anche in base al contesto socio-economico di riferimento. Il terzo ed ultimo passaggio è quello essenziale (e troppo spesso dimenticato) della verifica del raggiungimento o meno di tali obiettivi. Tale verifica, supportata da un aggiornamento delle conoscenze acquisite, rende possibile la definizione di nuovi obiettivi o, in caso di mancato raggiungimento, una loro migliore calibrazione (Monaco et al., 2003). Aree protette La più recente stima complessiva disponibile delle popolazioni di cinghiali presenti sul territorio nazionale, largamente approssimata perché basata sui dati relativi al numero di soggetti abbattuti annualmente (a loro volta spesso incompleti e sottostimati), è di non meno di 600.000 capi per un prelievo complessivo, sia in caccia che in controllo, di circa 115.000 capi (dati estratti dalla Banca Dati Ungulati dell’ISPRA, Carnevali et al. 2009). La specie rappresenta la risorsa venatoria di gran lunga più importante tra tutti gli ungulati presenti in Italia (per esempio i prelievi annuali di capriolo non arrivano a 50.000 unità). Inoltre la rilevanza della caccia al cinghiale non è legata solo a ragioni di tipo economico (la spesa annua sostenuta per cacciatore di cinghiale è stata stimata in circa 1300 euro – Monaco et al., 2003) ma anche sociali. Il cinghiale è infatti l’unico fra tutti gli ungulati ad essere tradizionalmente cacciato con il metodo della “braccata”, una forma di caccia collettiva in cui un certo numero di cacciatori muniti di cani (“canai”) ha il compito di identificare i covi dei cinghiali presenti in una certa area (l’area di braccata) e spingerli verso i tiratori della squadra (“poste”) posizionati in siti di passaggio degli animali lungo il perimetro dell’area di braccata. Questa forma di prelievo, come detto peculiare della specie, crea un legame particolare tra i membri di una squadra che trascorrono insieme l’intera giornata di caccia anche dopo la conclusione dell’azione e non di rado una motivazione importante nello scegliere e continuare ad appartenere ad una squadra di caccia al cinghiale è legata all’evidente valore della sua dimensione sociale. Molto rilevante è l’impatto del cinghiale sulle attività antropiche ed in particolare sull’agricoltura. Nel rapporto ISPRA già citato è stato calcolato che nel 2004 le amministrazioni competenti in merito (regioni e province e ambiti territoriali di caccia) hanno indennizzato per danni alle colture provocate da ungulati poco meno di 9.000.000 di euro di cui il 90% era a carico del cinghiale. Tale cifra rappresenta l’86% in media del danno effettivamente accertato sul campo: le amministrazioni infatti non sono tenute a rimborsare completamente il danno e spesso la cifra indennizzata è inferiore al 100% del danno accertato. Il calcolo è comunque un’approssimazione per difetto non essendo in alcun modo valutabile l’entità dei danni “sommersi”, ossia quelli per i quali risarcimenti gli indennizzi non vengono volontariamente richiesti. Gli strumenti a disposizione degli Enti competenti per tentare di contenere i danni provocati dal cinghiale, oltre agli abbattimenti durante il periodo della caccia (che in Italia sono compresi tra ottobre e gennaio di ogni anno), comprendono le attività di prevenzione tramite soprattutto la messa in opera di recinzioni fisse o elettrificate, e l’attività cosiddetta di “controllo” della specie. Tale attività, che le amministrazioni possono programmare di anno in anno a seconda delle necessità ovvero del livello di danni accertati sul territorio, permette l’abbattimento dei cinghiali durante tutto il corso dell’anno, anche nelle aree protette, previa formulazione di un apposito piano (da sottoporre ad approvazione), l’utilizzo di personale appositamente formato e di tecniche di prelievo selettive. Nell’ambito dell’attività di controllo del cinghiale la braccata non è consigliabile per la scarsa selettività e il notevole disturbo creato alle altre componenti faunistiche presenti nell’area di intervento. Gli Enti gestori faticano però ad applicare un modello gestionale1 efficace che, nel 87 88 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette caso del cinghiale, risulta particolarmente complesso visto anche il forte conflitto sociale che la presenza della specie crea. Oltre alle caratteristiche intrinseche della specie che, a differenza di tutti gli altri ungulati, può subire enormi fluttuazioni demografiche da un anno all’altro, gli interessi del mondo venatorio ad avere sempre più animali sul territorio e gli impatti della specie sulle coltivazioni che scatenano le proteste del mondo agricolo rendono la programmazione ancora più complicata. Infatti, da una parte il mondo venatorio continua, nonostante la diffusione della specie e le sue densità, ad immettere animali sul territorio o a foraggiarli per legarli alla propria area di caccia, d’altra il mondo agricolo persegue irrealisticamente l’idea che si possa e si debba eliminare completamente l’impatto sulle coltivazioni da parte del cinghiale, ma più in generale della fauna selvatica. Uno sguardo fuori dall’Italia Caccia al cinghiale. (Fonte: Archivio ISPRA). E nel resto dell’Europa cosa succede? Quali sono le similitudini e le differenze principali in merito agli argomenti appena trattati? Quali sono le soluzioni adottate? Come già accennato, gli andamenti in merito alla diffusione della specie negli ultimi decenni risultano molto simili in molti paesi europei con fenomeni di esplosione demografica e conseguente rapida ri-colonizzazione delle aree di presenza storica, registrati a partire dalla seconda parte del secolo scorso in tutta Europa. Attualmente, gli unici Paesi europei in cui la specie è praticamente assente sono i paesi scandinavi dove il clima e, soprattutto, la persistenza di neve al suolo limitano naturalmente la presenza della specie, l’Olanda e la Gran Bretagna, dove la specie è riapparsa negli anni 90, dopo oltre 200 anni di assenza, a causa di fughe dalla cattività (in particolare da allevamenti da carne) e i 3 nuclei oggi presenti allo stato selvatico sono tenuti sotto stretto controllo per impedirne la diffusione. Nel resto dell’Europa il cinghiale è ormai ampiamente diffuso per un totale di animali stimati in tutta Europa di poco inferiore ai 4 milioni di individui (Apollonio et al. 2010). Tale cifra è assolutamente indicativa, poiché non sono disponibili dati per alcuni paesi (es. Portogallo e Svizzera) e in molti altri casi (es. Italia, Germania, Austria, Spagna) i dati sono stati estrapolati sulla base del numero di animali abbattuti e di altri dati indiretti. L’Italia con i suoi 600.000 capi si colloca subito dietro a Germania e Francia (in cui sono stimati 1.000.000 di individui) in compagnia di Spagna e Austria ma, considerando i dati di densità, è seconda solo alla Germania con poco meno di 2 capi/ km2. Nonostante l’ampia diffusione, solo in Italia, tra tutti i paesi europei, il cinghiale è l’Ungulato oggi più numeroso. In tutti i paesi, l’andamento delle popolazioni risulta in netto incremento ad eccezio- 89 G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Stima di popolazione Prelievi Superficie stato (km2) Densità prelievi Trend delle popolazioni 60.000* 27.223 83.855 0,32 in aumento Belgio 21.000 14.370 30.528 0,47 in aumento Croazia 18.200 9.820 56.594 0,17 sconosciuto Stato Austria Francia 1.000.000* 443.578 674.843 0,66 in aumento Germania 1.000.000* 476.600 357.021 1,33 in aumento Italia 600.000* 114.800 301.338 0,38 in aumento Polonia 173.000 136.000 312.685 0,43 in aumento - 8.000 92.090 0,09 in aumento Repubblica ceca 44.000 121.000 78.866 1,53 in aumento Romania 53.123 10.714 238.391 0,04 in aumento Portogallo Slovakia 28.780 22.000 49.035 0,45 in aumento Spagna 600.000* 161.500 504.030 0,32 in aumento Svezia 40.000 20.000 449.964 0,04 in aumento Ungheria 78.143 79.519 93.030 0,85 in calo * cifre estrapolate dai dati di prelievo Aree protette ne dell’Ungheria in cui da pochi anni risulta in calo. In questo caso la specie è considerata un pest (specie nociva) e la consistenza del prelievo della specie in rapporto alle stime di consistenza risulta molto elevata (Tabella 1). Analizzando le modalità di monitoraggio delle popolazioni di cinghiale si nota che pochi paesi, geograficamente concentrati nell’Europa dell’est, raccolgono sistematicamente dei dati in merito: in Polonia, Romania, Ungheria, Slovakia, Repubblica ceca e nei paesi baltici sono annualmente stimati il numero di cinghiali presenti sul territorio, principalmente attraverso la tracciatura su neve o l’avvistamento su punti di foraggiamento. I risultati però sono spesso poco attendibili: in Repubblica ceca per esempio nel 2004 durante i censimenti primaverili furono stimati circa 44.000 animali per un piano di prelievo stabilito in poco meno di 38.000 capi e un piano realizzato di 120.000 ovvero doppio quasi il triplo degli animali stimati! La difficoltà nel dotarsi di stime affidabili sulle popolazioni di cinghiale, in particolare su larga scala, è quindi un problema comune in tutta Europa, tanto che nella maggioranza dei paesi si ricorre semplicemente al monitoraggio dei capi abbattuti, affiancato in alcuni casi (es. Austria) anche a dati di tipo indiretto come il numero di animali trovati morti o investiti. Ciò è reso possibile anche dal fatto che, a differenza di tutte le altre specie di ungulati, in molti paesi per il cinghiale non sono richiesti specifici piani di prelievo che definiscano a priori il numero di animali da prelevare per sesso e classe d’età. Da questa base di dati vengono poi estrapolati, se richiesto o necessario, delle stime di consistenza. La specie è cacciata in tutta Europa ad eccezione di Norvegia, Olanda, Gran Bretagna e Irlanda e complessivamente vengono prelevati annualmente circa 1.700.000 capi, con punte di poco inferiori ai 500.000 individui abbattuti in Germania e Francia. Nelle altre nazioni le cifre sono decisamente inferiori con poco più di 100.000 capi abbattuti in Polonia, Repubblica ceca, Italia e Spagna e meno di 100.000 capi nel resto d’Europa. Non avendo a disposizione l’estensione degli areali di presenza della specie è stata calcolata una densità di prelievo sulla base dell’intero territorio nazionale (Tabella 1) per dare un’indicazione di quali paesi esercitano la maggiore pressione venatoria sulla specie. E’ bene precisare che tra i paesi considerati, solo in Belgio e Svezia la distribuzione del suide è limitata ad una porzione minima del territorio nazionale. Tabella 1 Stime di consistenza, prelievi, densità di prelievo e trend delle popolazioni di cinghiali nei principali Paesi europei per cui i dati risultano disponibili. 90 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette In Germania e Repubblica ceca vengano abbattuti in media più di 1 capo/km2 mentre in tutte le altre nazioni i risultati sono compresi tra lo 0,04 capi/km2 e 0,85 capi/ km2. In questo elenco l’Italia si colloca circa a metà con 0,38 capi/km2. Per quanto riguarda le tecniche di caccia utilizzate, in tutti i paesi europei ad eccezione della Svezia la tecnica d’elezione per l’abbattimento del cinghiale è la braccata, in tutte le sue varianti (numero di cani utilizzati, numero di battitori ...). A questa sono spesso associate altre forme di caccia non collettiva come la caccia da appostamento da punti fissi o lungo percorsi. In quest’ultimo caso, a differenza dell’Italia, in alcune nazioni (es. Germania, Ungheria, Croazia) è permesso sfruttare punti di foraggiamento appositamente creati per attirare gli animali. In merito al periodo di caccia, i mesi autunno-invernali tra ottobre e febbraio sono dedicati alla caccia in braccata in tutti i paesi europei ma in moltissimi casi (Ungheria, Austria, paesi baltici, Portogallo, Belgio) il prelievo venatorio si protrae per molti altri mesi arrivando a coprire tutto il corso dell’anno, in particolare nei confronti di piccoli e giovani animali. Inoltre per tentare di rendere più efficace il prelievo, in diverse nazioni (es. Germania, Polonia, Svezia) è permesso cacciare la specie anche di notte. In Italia tale possibilità è prevista solo nel caso di prelievo in controllo anche se di fatto viene praticata solo di rado. Come ovvio la consistenza e le modalità di prelievo sono influenzate dagli obiettivi gestionali definiti per le singole specie. In Europa gli obiettivi gestionali per le popolazioni di cinghiale si caratterizzano per una certa variabilità, che riflette fondamentalmente le rilevanti differenze culturali (Putman et al. 2011). La conservazione della specie in sé non rappresenta mai l’unico obiettivo: a questa si associano, in un diverso gradiente di importanza a seconda della nazione considerata, il contenimento a livelli accettabili dei danni provocati dalla specie sui coltivi e le foreste ed il mantenimento della pratica venatoria come attività tradizionale profondamente radicata nella cultura europea. In Germania e numerose altre nazioni dell’Europa centrale, il controllo delle popolazioni ha lo scopo di mantenere un livello accettabile di danni ai coltivi e le foreste (dove spesso la tolleranza è molto bassa). In altre nazioni, tra cui il Belgio, la Finlandia e la stessa l’Italia, sebbene l’obiettivo a livello nazionale, oltre alla conservazione della specie, sia quello della riduzione dei danni causati dalla specie, l’applicazione a livello locale punta spesso più a massimizzare i prelievi venatori piuttosto che minimizzare i danni. In altre nazioni come Francia, Svezia, Romania, Svizzera, l’obiettivo gestionale dichiarato è quello di raggiungere un equilibrio (detto agro-silvo-cinegetico) tra interessi puramente conservazionistici e interessi umani di diversa natura. Infine nazioni quali l’Ungheria, la Spagna, il Portogallo, la Slovacchia fanno esplicito riferimento all’orientamento prettamente venatorio del modello gestionale. Ancora più spinta verso la componente venatoria la posizione della Polonia il cui obiettivo gestionale è “la conservazione delle specie, della tradizione della caccia e di trofei di caccia di alta qualità”. Infine in Inghilterra e in Vallonia (Belgio) l’obiettivo dichiarato tende all’eradicazione di alcune delle popolazioni presenti sul proprio territorio e il controllo sul lungo termine di quelle non più eradicabili. In tutta Europa si stima ammontino a più di 30 milioni di euro le perdite subite dalle attività agricole e forestali a causa del cinghiale (Apollonio et al., 2010) e il loro andamento è in continua crescita. Sebbene la riduzione dell’impatto della specie sulle attività antropiche è considerata (come appena visto) uno dei principali obiettivi gestionali da parte di molte nazioni, non sono disponibili cifre di sintesi sulle somme indennizzate annualmente dalle diverse nazioni europee se non in Italia (anche se i G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Quanto è più verde l’erba del vicino? La gestione del cinghiale si conferma, anche dal confronto con il resto d’Europa, un’attività particolarmente complessa che non può limitarsi a considerazioni di natura strettamente tecnica né può essere ridotta ad una formula matematica da esportare da un paese ad un altro. I problemi sono certamente più sentiti nelle nazioni in cui la gestione non è fortemente orientata verso la pratica venatoria e dove le produzioni agricole hanno una maggiore rilevanza sull’economia nazionale. Nella maggioranza di questi paesi, l’obiettivo principale è considerato il contenimento dei danni e la gestione attuale della specie non sembra possa essere definita di successo. Sebbene le soluzioni adottate si adattino agli specifici contesti socio-economici, alcune indicazioni gestionali di carattere generale possono essere evinte dall’analisi critica dei dati a disposizione per le diverse nazioni europee: Aree protette dati a livello nazionale non vengono raccolti in maniera sistematica) e Francia (più di 18 milioni di euro indennizzati nel 2004-2005 per danni da cinghiale), né dati si sintesi sugli investimenti fatti per le attività di prevenzione dei danni. Nel caso degli incidenti stradali, i dati sono invece disponibili per più nazioni (per esempio in Francia, Austria, Svezia, Ungheria) e, come già detto, a volte usati per monitorare l’andamento delle popolazioni. Su questo tema l’Italia non possiede una banca dati nazionale. Una pratica gestionale ancora oggi molta diffusa e che può avere importanti conseguenze sulla demografia della specie è quella del foraggiamento, detto supplementare o dissuasivo a seconda della finalità per cui è adottato. Nelle nazioni europee di influenza asburgica il foraggiamento supplementare è un’attività tradizionale, attuata durante l’inverno, per compensare la ridotta disponibilità alimentare naturale: in particolare in Austria, Germania, Polonia è ancora oggi ampiamente diffusa, così come nei paesi baltici in cui è utilizzato specificatamente nelle aree di caccia per aumentare le densità mentre in Romania, Slovacchia e Repubblica ceca è addirittura obbligatoria per legge al fine di contenere la mortalità invernale della specie. Considerate le densità di cinghiale ormai eccessive in molti di questi paesi, in diverse regioni tedesche la pratica è stata proibita e in alcune aree della Polonia e dell’Austria il foraggiamento viene utilizzato solo come attrattivo per rendere più efficace il prelievo all’aspetto. Negli altri paesi in cui è consentito il foraggiamento (es. Svizzera e Francia) è utilizzato come una tecnica di prevenzione indiretta dei danni alle coltivazioni (il cosiddetto foraggiamento “dissuasivo”). Per mezzo di questo foraggiamento si cerca di riproporre agli animali condizioni di elevata produttività del bosco il quale, offrendo anche protezione, può diventare un habitat frequentato in maniera esclusiva, contribuendo indirettamente al contenimento dei danni sui coltivi. Naturalmente quest’attività molto “delicata” per non essere controproducente deve essere condotta per brevi periodi concomitanti con la presenza di colture a rischio. In Francia per esempio è utilizzata tra aprile e ottobre per prevenire i danni ai cereali e tra luglio e settembre per prevenire i danni ai vigneti. In casi sporadici come in Belgio o in Slovacchia questa pratica viene usata per entrambi i motivi: da una parte la prevenzione dei danni ai coltivi e dall’altra l’aumento della sopravvivenza e/o produttività della specie. In Italia la pratica è permessa dalla legge nazionale ma proibita da molte leggi regionali e il suo utilizzo è legato principalmente alla limitazione dei danni all’agricoltura ma non è infrequente l’utilizzo (non sempre legale) della pratica da parte dei cacciatori per aumentare la produttività della specie e “tenere” nei propri territori di caccia gli animali prima dell’apertura della stagione venatoria. 91 92 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette una raccolta sistematica, standardizzata, regolare e protratta nel tempo di tutti i dati disponibili in merito alla gestione della specie (dai dati di prelievo a quelli di monitoraggio, dall’entità dei danni e della prevenzione agli incidenti stradali) è indispensabile per una corretta ed efficace azione gestionale; l’analisi dei risultati raggiunti dalle diverse attività gestionali impostate annualmente è essenziale per la valutazione dell’efficacia della strategia gestionale delineata e la mancanza di questo passaggio finale rende la raccolta dei dati una pratica sterile; l’immissione di animali anche in aree in cui il cinghiale non è ancora presente è assolutamente superflua se non del tutto controproducente: le capacità di espansione naturale così come le capacità riproduttive della specie sono notevoli, non è in alcun modo necessario, soprattutto per ragioni venatorie fornire aiuti artificiali in tal senso; nei contesti critici il foraggiamento deve essere evitato: il cinghiale è in grado di resistere a condizioni ambientali anche particolarmente severe e pertanto l’obiettivo di una corretta gestione deve essere anche quello di far accettare al mondo venatorio fluttuazioni annuali nei prelievi che seguano le naturali fluttuazioni delle popolazioni. Nel caso del foraggiamento applicato per prevenire i danni, è un’attività particolarmente difficile da programmare e applicare correttamente che se non adeguatamente programmata può anch’essa portare più svantaggi che vantaggi; la definizione e applicazione di modalità di monitoraggio (dirette o indirette) delle popolazioni su larga scala, che siano attendibili e possano contribuire in maniera efficace alla programmazione gestionale, rappresenta un problema comune non ancora risolto. In estrema sintesi, da tutta Europa emerge con chiarezza come la gestione del cinghiale richieda competenza e programmazione e non possa essere fatta in maniera approssimativa e parziale senza andare incontro a squilibri e conflitti sociali. Insomma, se in Italia si piange … nel resto d’Europa di certo non si ride! Bibliografia • Apollonio M., R. Andersen and R. Putman (a cura di) 2010. European Ungulates and their management in the 21st century. Cambridge University Press. • Carnevali L., F. 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G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 di Andrea Gennai Responsabile del Servizio Pianificazione e Gestione delle Risorse del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi Quando nel dicembre del 1991 venne approvata la Legge Quadro sulle Aree protette (L. 394/91), molti non si accorsero dell’enormità della sfida che l’Italia decideva di affrontare con quella importante normativa. Le finalità della legge, così come esplicitate all’articolo 1, sia per gli aspetti di conservazione della natura che per quelli relativi alla “integrazione tra uomo e ambiente”, nascondevano al loro interno obiettivi il cui raggiungimento sarebbe stato tutt’altro che scontato. Il lungimirante legislatore aveva inserito tra gli obiettivi delle aree protette non solo la conservazione di specie ed ecosistemi, ma anche quella dei processi naturali, ben sapendo che tali processi hanno tra le loro caratteristiche quella di non obbedire necessariamente alle aspettative umane ed alle regole della civile convivenza. L’esperienza dei Parchi nazionali storici, specificatamente Abruzzo e Gran Paradiso, era riferita soprattutto a territori ad elevata integrità ambientale e scarsa presenza umana, dove l’obiettivo prioritario di conservazione riusciva ad emergere positivamente senza conflitti troppo forti nei confronti della vita delle comunità locali. In quei territori orsi, lupi ma soprattutto cervi, stambecchi e camosci erano liberi di risollevare le proprie sorti, grazie all’attività dei Parchi, senza che i conflitti con le attività umane andassero oltre alle “normali” e fisiologiche situazioni locali. Il contingente di nuovi parchi nazionali, nato a seguito o a cavallo della Legge Quadro, e il grande numero delle altre Aree protette regionali e locali hanno portato le tematiche dell’interazione tra fauna protetta ed attività umane, in contesti socioeconomici obiettivamente diversi oltre che più vasti (si pensi al Parco delle Cinque Terre ed a quello del Cilento e Vallo di Diano), facendo esplodere le conflittualità in settori molto più vasti ed anche al di fuori dei confini delle Aree protette stesse. I Parchi, sotto il profilo sia politico che tecnico, spesso non hanno saputo prevedere, programmare e gestire adeguatamente alcuni di questi aspetti, forse anche perché lasciati sostanzialmente soli dal governo centrale a gestire tematiche più grandi di loro, trovandosi poi a dover intervenire in regime d’urgenza e quindi, necessariamente, in modo talvolta inopportuno. Quando, ad esempio, si affrontano temi di gestione della fauna selvatica nelle aree protette, è evidente che bisogna farlo secondo un approccio olistico, che tenga conto dei numerosissimi, probabilmente quasi infiniti, aspetti ecosistemici ma anche sociali, politici, economici. Il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi Tratteremo dunque qui del caso della gestione del cervo nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi senza mai dimenticare, pur nella necessaria sintesi, che il cervo è parte di un complesso e delicato ecosistema che non può e non deve Aree protette La difficile gestione della fauna selvatica nelle Aree protette: il cervo del Parco delle Foreste Casentinesi 93 94 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette essere gestito per settori, compresi quelli socioeconomici, che non siano tra loro in strettissima connessione. Alle Foreste Casentinesi il ritorno del cervo, estinto come in tutto l’Appennino, aveva tutte le premesse per essere caratterizzato da una corretta gestione fin dall’inizio. Il ritorno fu infatti realizzato dai gestori delle millenarie Foreste Casentinesi (prima la gestione granducale di Karl Siemon, poi negli anni ’50 del novecento lo stesso Corpo Forestale dello Stato), che ne assicuravano il mantenimento e che ritennero di doverle risarcire per la mancanza dei grandi ungulati che erano loro stati sottratti. La foresta tornava ad essere integra, non solo nella sua struttura vegetale ma anche dal punto di vista faunistico: un’azione, quella di tali uomini, obiettivamente meritoria. Col senno di poi però l’azione di questi gestori forestali diventa criticabile, e non poco, per l’assoluta assenza di una previsione degli effetti di tali rilasci faunistici (assieme al cervo furono rilasciati anche il daino, il muflone e, da parte del mondo venatorio, anche il cinghiale). All’epoca di questi rilasci, mancò la previsione dell’impatto di tali grandi erbivori sulla compagine forestale o, se questa previsione vi fu, non venne tradotta in un conseguente cambiamento delle strategie di gestione forestale. Si dette quindi il via all’insediamento di migliaia di ungulati pretendendo, e qui sta la gravità dell’errore, che le foreste continuassero ad essere gestite secondo gli schemi produttivistici di sempre, cosa che ovviamente si è dimostrata nel mediolungo periodo assolutamente non possibile. Nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi la popolazione di cervi ed in minor misura quella di daini, hanno determinato un crescente impatto sulla rinnovazione delle abetine pure coetanee, simbolo stesso della tradizione camaldolese di coltivazione della foresta, e sulla rinnovazione dei boschi cedui di quercia. Vi sono aree in cui tale rinnovazione è seriamente compromessa o addirittura completamente azzerata. Emerge cioè che la tradizionale coltivazione dell’Abete bianco non è più praticabile secondo l’antico metodo del taglio raso con rinnovazione artificiale posticipata. Lo stesso dicasi per il taglio dei boschi cedui di proprietà prevalentemente privata, la cui coltivazione diviene in certe zone sempre più antieconomica. Gli stessi ungulati hanno poi determinato un certo impatto anche sulle attività agricole, che nel parco nazionale, all’85 % coperto da foreste, sono molto ridotte ma che nell’area esterna sono in parte ancora presenti. Tali attività agricole sono fra l’altro piuttosto colpite soprattutto dal cinghiale e vedono negli impatti provocati dai cervidi la classica goccia che fa traboccare il vaso. Di fronte a situazioni come questa, comune del resto a molte aree protette nazionali e regionali, un serio soggetto gestore ed anzitutto il sistema nazionale delle aree protette, non dovrebbe certamente farsi trovare impreparato, cosa che invece è successa quasi ovunque. Questa assenza di previsione, di azioni e di strategie conseguenti, ha lasciato libero il campo alla reazione più scontata, istintiva ed elementare, nonché di bassissimo profilo dal punto di vista della governance: “se i cervi provocano danni alla foresta, la soluzione è quella di eliminare i cervi stessi o ridurli drasticamen te”. Questa soluzione appare francamente inaccettabile per contesti, quali le aree protette italiane ed in particolare i parchi nazionali, che dovrebbero invece far parte di complesse ed articolate strategie di conservazione di livello nazionale ed internazionale. Si tratta infatti di un approccio nessuno privo di spessore tecnico-scientifico che trova però spazio persino nei consigli direttivi degli enti parco, in sintonia col basso profilo delle politiche ambientali degli ultimi anni nel nostro Paese. Nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, la situazione vede oggi una popolazione di cervi che ha raggiunto, comprese le aree esterne, circa 4000 esemplari, 95 G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette affiancata ad una non quantificata ma comunque cospicua quantità di daini. A prescindere dal loro numero e densità, ciò che più conta sono però i loro impatti attuali sulle foreste, che come ricordato non sono trascurabili. Di tali cervidi sono infatti ormai ben noti gli impatti negativi, come detto soprattutto rivolti a certi soprassuoli forestali, utilizzati come motivazione per le proposte di intervento su tali animali per ridurne l’entità numerica. Per quanto scontato, merita comunque di essere ricordato, soprattutto ai molti che fingono di ignorarlo quando propongono semplicistiche soluzioni, il fondamentale ruolo ecologico svolto dal cervo in un territorio come quello delle Foreste Casentinesi. Paradossalmente infatti una delle problematiche ambientali che ha il Parco nazionale è quella della scomparsa, a causa dell’abbandono e della conseguente invasione della vegetazione forestale, delle poche aree aperte residuali, particolarmente rilevante per importanti specie animali e vegetali ad esse correlate. Il cervo, assieme agli altri pascolatori anche domestici, fornisce un contributo al rallentamento dell’evoluzione di tali praterie verso il bosco, salvaguardando la biodiversità complessiva dell’Area protetta. Importante infine è anche il ruolo del cervo nella catena alimentare, in quanto arricchisce la notevolissima gamma di prede per il lupo, così che questo predatore mantenga ai bassissimi livelli attuali la sua pressione sul bestiame domestico. L’economia del cervo Quelli che invece nessuno sta valutando e tantomeno misurando, sono gli impatti positivi della presenza di tali ungulati nell’area del Parco nazionale, ovvero in quel territorio la cui gestione deve tendere anche e soprattutto a che le componenti vegetali e faunistiche si sviluppino nel massimo della loro libertà, dando anche modo alle Un branco di cerve nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi. (Foto di Andrea Boscherini). 96 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette popolazioni locali di sfruttarne i benefici. Non c’è quindi cosa più normale che in un parco nazionale gli ungulati si sviluppino e diventino una presenza caratterizzante. È assolutamente normale anche che questi animali, verificando l’assenza di minacce da parte dell’uomo, sviluppino nei suoi confronti la stessa familiarità che hanno con altre specie non predatrici, lasciandosi osservare da sempre più vicino ed in orari anche diurni. Queste presenze faunistiche così massicce ed appariscenti sono una delle ricchezze caratterizzanti di un parco nazionale ed è obiettivamente paradossale verificare invece che vengono lette quasi esclusivamente come elementi negativi, da combattere o nella migliore delle ipotesi da tollerare. Le Foreste Casentinesi sono, invece, il chiaro esempio di come una popolazione di cervo esplichi un’azione positiva non solo in termini ambientali ma anche in termini socioeconomici: i gestori delle molte realtà ricettive (agriturismi, alberghi, rifugi) ben sanno quale potere attrattivo abbiano i cervi nei confronti dei visitatori, compresi quelli che, in occasione dell’epoca dei bramiti e dunque in bassa stagione turistica, visitano il parco attirati dal possente richiamo del maschio di cervo che echeggia in ogni angolo della foresta. La presenza di questi animali ha dunque sviluppato una vera e propria “economia del cervo”, trainata soprattutto dall’“economia del bramito”, che contribuisce, assieme ai molti altri fattori attrattivi della “natura del parco”, a portare benefici diretti in termini economici per tutto il territorio. Un ente gestore di parco nazionale dovrebbe dunque vedere nella presenza di un maestoso ungulato come il cervo, uno dei volani per l’economia locale piuttosto che un problema gestionale risolvibile solo ed esclusivamente con l’intervento venatorio, più o meno mascherato da ripristino di equilibri ecologici. L’esperienza del censimento del cervo al bramito, organizzata dall’Ente parco da svariati anni con l’approccio partecipativo, così da coinvolgere centinaia di persone di tutte le estrazioni e di tutte le provenienze, è a questo scopo altamente significativa. Il censimento, ovvero una delle normali azioni di gestione faunistica del parco, è diventato momento educativo, partecipativo, promozionale ed economico, attirando persone da tutta Italia che vengono al Parco per vivere, in due o tre suggestive notti trascorse in meravigliosi angoli di foresta, il fascino del cervo, scoprendo in tale occasione tutto il territorio che lo ospita e stabilendo con esso dei legami di particolare robustezza. La riduzione numerica Nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi i cervi vengono catturati vivi per essere trasferiti ad altre aree protette nelle quali vi sono in corso progetti di reintroduzione. Si tratta di attività che coinvolgono direttamente le aziende agricole che, subendo i danni provocati dai cervi stessi, affiancano l’Ente Parco nella realizzazione delle catture stesse, determinano una partecipazione attiva di tali aziende alla risoluzione dei loro problemi. Anche questo aspetto è risultato un enorme punto di forza, creando un legame fortissimo tra le aziende agroforestali e l’Ente Parco, che affrontano congiuntamente il problema alla ricerca della migliore soluzione. Alle catture partecipano attivamente studenti, ricercatori ed appassionati, che da questa esperienza traggono conoscenze, professionalità, esperienze di vita e passione per il territorio e le attività del Parco nazionale. La facilità di avvistamento degli ungulati che sempre più caratterizza le nostre aree protette, alle Foreste Casentinesi così come al Parco d’Abruzzo, costituisce un valore culturale ma anche un vero e proprio valore economico, che deve essere quantificato, valorizzato ed utilizzato anche comparativamente nel conteggio dei costi e dei benefici della presenza dell’ungulato nell’area protetta. In questo senso appaiono G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette davvero prive di ogni ponderazione tecnica, scientifica ed economica le proposte di intervento “armato” nei confronti di tali presenze faunistiche, perché in questo modo il tentativo di ricomporre uno squilibrio economico (i danni dei cervi alla foresta ed all’agricoltura) si ripercuoterebbe negativamente su altri aspetti economicamente assai rilevanti, come le attività turistiche nell’area protetta. Sparare ai cervi in un parco significa come minimo far diventare i branchi superstiti di tali animali estremamente diffidenti e di difficilissima osservabilità. Significa cioè presentare al visitatore – che nei parchi cerca legittimamente qualcosa di speciale, serenità e contatto anche spirituale con la natura – un territorio ostile, troppo simile a quello esterno al parco e per questo assolutamente non più attraente. Se proprio si valutasse la necessità, al netto di quanto più avanti proposto, di un controllo numerico della popolazione, certamente dovrebbero essere utilizzati metodi di minore impatto, quali le catture degli animali vivi tramite appositi recinti, che non incidono sul comportamento degli animali e preservano dunque i valori turistici della fauna dell’area protetta. In un Paese come l’Italia appare del resto davvero singolare che per cercare di aiutare i redditi agricoli nelle Aree protette si determinasse una riduzione di quelli del comparto turistico, settore sul quale i Parchi poggiano buona parte delle proprie ragioni di esistenza e nel quale possono e devono scommettere per un loro necessario ed urgente rilancio. Un parco che non lavori in questa direzione, rischia di perdere la sua stessa identità agli occhi del fruitore medio, che giustamente identifica nel cartello di confine dell’area protetta un confine anche mentale, talvolta spirituale, certamente gestionale. Un approccio serio, di fronte al problema dell’impatto dei cervi sugli ecosistemi agroforestali nell’area protetta, dovrebbe invece quantomeno individuare le seguenti priorità: valorizzazione dei benefici ecosistemici legati alla presenza dei cervi e loro valutazione anche in termini economici, relativamente all’azione di miglioramento degli equilibri naturali su vasta scala; quantificazione dei benefici, direttamente economici, prodotti dalla presenza dei cervi, soprattutto in termini di impatto positivo sulle attività turistiche nell’area protetta e sulla loro destagionalizzazione; valorizzazione delle potenzialità economiche correlate alle attività stesse di gestione della specie faunistica. Nel Parco delle Foreste Casentinesi sono diventate economicamente rilevanti le attività, organizzate direttamente dall’ente gestore, di censimento e monitoraggio della specie, nonché le stesse catture dei cervi per la loro traslocazione in zone di reintroduzione, che vedono coinvolti non solo studenti e ricercatori ma anche semplici appassionati, residenti, fotografi amatori o professionisti eccetera, la cui permanenza nell’area protetta innesca un circolo virtuoso di conoscenza e frequentazione del parco dalle caratteristiche economiche affatto irrilevanti; valutazione delle modifiche apportabili ai modelli di gestione forestale ed agricola, affinché sia incrementata la capacità di convivenza tra le varie componenti. In questo senso la graduale trasformazione dei boschi di origine artificiale (quali le abetine pure coetaneiformi, i cedui semplici o matricinati, i soprassuoli artificiali e puri di conifere alloctone, ecc.) in boschi a maggiore naturalità (boschi misti e disetaneiformi, gestiti e governati secondo modelli adattativi) potrà certamente ridurre fortemente i conflitti, rendendo le superfici forestali meno soggette ai danni da ungulati; impostazione di sistemi di redistribuzione dei benefici economici derivanti dalla 97 98 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette presenza del cervo, compensando con una parte di tali risorse quelle attività che invece risultano subire esclusivamente danni. Se il parco fosse in grado, con un serio ed ambizioso progetto, di convertire alcune aziende agroforestali verso attività miste che sappiano anche beneficiare, ad esempio attraverso attività di turismo rurale ed ambientale da loro stesse svolte, della presenza dei grandi ungulati, si tratterebbe probabilmente di uno dei più significativi successi nel panorama della gestione delle Aree protette del Paese. Gli obiettivi operativi Un cervo giovane. (Foto di Michele Riffaldi). Difendere le attività agroforestali introducendo forme di controllo effettuate sparando ai cervi nelle aree protette diventa, alla luce di quanto sopra accennato, una scelta assolutamente impraticabile ed ingiustificabile, sotto tutti i punti di vista. I parchi italiani devono invece spingere ancora di più nella difesa e valorizzazione delle loro peculiarità, perché solo una marcata caratterizzazione in questo senso li rende veramente rispondenti alle loro finalità e soprattutto attraenti verso quelle categorie di fruitori che possono determinare il rilancio socioeconomico di queste aree, più di quanto possa fare l’assistenzialismo statale e quello correlato alle politiche agricole comunitarie. I Parchi nazionali, assieme alle altre categorie di aree protette, sono territori speciali in cui il Paese tutto, a partire dagli amministratori degli enti di gestione, deve trovare la forza e la lucidità di attivare forme gestionali anche innovative, coraggiose, i cui risultati appaiano anche nel medio-lungo periodo. Per fare questo servono assolutamente linee guida nazionali, sviluppate ed emanate dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, da tempo fortemente e colpevolmente latitante su queste tematiche e che invece dovrà necessariamente accollarsi questa importante responsabilità. Il cervo diventa dunque, sia a livello di aree protette che nell’ambito della gestione faunistica su tutti i restanti territori, un banco di prova straordinario, nel quale gli esperti del settore, i gestori tecnici e i decision makers potranno dimostrare di saper trasformare un problema in un’opportunità. G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 di Gisella Monterosso*, Roberto Sinibaldi** e Alessandra Somaschini*** * Tecnico naturalista del Parco regionale di Veio ** Dirigente del Parco regionale Valle del Treja *** Direttore del Parco regionale di Veio Introduzione Il cinghiale rappresenta, senza dubbio, una delle specie italiane su cui si concentra maggiormente la discussione in merito alla gestione della fauna selvatica (Monaco et al., 2010; Ferri 1998, Massei & Toso, 1993). La storia recente di questa specie, condizionata dall’introduzione nel territorio italiano di popolazioni non autoctone per fini venatori, la sua grande prolificità e versatilità, l’aumento di densità e conseguentemente dell’entità dei danni provocati all’agricoltura e alla biodiversità, il suo potenziale ruolo di preda dei carnivori e l’interesse venatorio, sono solo alcuni degli aspetti che determinano un conflitto di interessi a livello sociale che rende difficile e controversa la pianificazione della sua gestione. Il tutto è poi accompagnato dalle difficoltà economiche e tecniche connesse alla stima quantitativa delle popolazioni. Chi ha avuto modo di lavorare o collaborare con il mondo dei Parchi italiani, entrando in contatto con la popolazione residente avrà certamente colto quanto sia sentito questo problema. Infatti, se nel territorio non protetto i danni provocati dai cinghiali sono in parte compensati dall’attività venatoria, all’interno dei Parchi, dove la caccia è vietata, si punta sempre il dito sugli enti di gestione che, in quanto custodi e protettori della biodiversità, rappresentano il facile bersaglio per chi subisce i danni o per chi è minacciato dalla presenza di questa specie. L’impatto provocato dalla presenza del cinghiale diventa ancor più difficile da gestire in quei parchi dove i grandi predatori sono assenti e dove, grazie alla prolificità e versatilità di questa specie, che ben si adatta alla presenza antropica, la coesistenza con l’uomo provoca un inasprimento del conflitto sociale. D’altra parte, se il compito dell’Ente Parco è quello di tutelare la biodiversità nel suo complesso, diventa essenziale riuscire a capire se, e in quale entità, un aumento della densità del cinghiale possa provocare alterazioni a carico della biodiversità che determinino a lungo termine un depauperamento di quest’ultima. I dati di letteratura affrontano il problema dell’impatto di questa specie sulle biocenosi in relazione all’alterazione della composizione delle comunità vegetali, alla riduzione dell’abbondanza di singole specie, all’alterazione della chimica del suolo, della pedofauna e dei cicli biogeochimici (Massei & Genov, 2004; Bratton et al. 1982; Filippi & Luiselli, Aree protette Il cinghiale nel Parco regionale di Veio. La gestione dei danni e le strategie di prevenzione 99 100 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette 2002; Mortellitti & Boitani 2011). Quanto poi queste alterazioni possano portare, nel tempo, ad una semplificazione delle biocenosi e delle reti trofiche, e come conseguenza ad una più generale instabilità e difficoltà di resilienza dei sistemi, ad oggi non è ancora stato dimostrato. L’unica certezza è che nel territorio italiano, dove la gestione della fauna viene spesso effettuata in ambiti variamente antropizzati, i danni che i cinghiali provocano al contesto socioeconomico dell’area protetta, hanno un peso decisivo nel determinare l’effettiva consistenza della popolazione sopportabile dal sistema. Il caso del Parco regionale di Veio Proprio in qualità di parco periurbano, che si estende ai margini della città di Roma, il Parco Regionale di Veio rappresenta una situazione tipo per affrontare il problema del cinghiale in un contesto densamente popolato e dove comunque esistono ancora ambiti di grande valore ambientale, paesaggistico e archeologico. Con i suoi 15.000 ettari il parco si estende tra le consolari Cassia e Flaminia, dal limite più settentrionale dell’abitato romano (Municipio XX di Roma) lungo un gradiente dove la decrescente antropizzazione è speculare a condizioni di maggiore naturalità. Il Parco ospita un Sito di Importanza Comunitaria nelle Valli del Sorbo dove si riscontrano valori di biodiversità comparabili con analoghi contesti avulsi dall’urbanizzazione (Somaschini & Monterosso, 2008). La diffusione del cinghiale all’interno del Parco è favorita dalla particolare morfologia del territorio dell’Agro Veientano, caratterizzato da forre, scavate dall’erosione dei fiumi, che incidono i pianori tufacei occupati da coltivazioni e allevamenti estensivi. Le forre, prevalentemente boscate, vengono utilizzate dalla specie come siti di ricovero e fungono da corridoi ecologici per gli spostamenti. La compenetrazione delle forre con le aree agricole, costituisce la condizione ambientale ideale per il cinghiale che, pertanto, ha la possibilità di spostarsi facilmente dai luoghi di alimentazione ai rifugi e penetrare nel contesto urbano. Un ulteriore elemento che ha un impatto importate, sia a livello sociale che economico, è la diffusa rete stradale presente all’interno del Parco che rende più probabile il verificarsi di sinistri. A questo proposito la normativa regionale (Legge Regione Lazio n° 1 del 13 Febbraio 2009 “Disposizioni urgenti in materia di agricoltura”) ha attribuito agli Enti Parco il compito di risarcire i danni a cose o persone provocati dalla fauna selvatica all’interno dell’area protetta. L’obbligo di garanzia che l’Ente Parco sembrerebbe acquisire nei confronti di chiunque transiti o risieda nel suo territorio rispetto alla fauna selvatica, viene meno qualora il Parco adotti una serie di sistemi di prevenzione volti a esplicitare la situazione di rischio ai conducenti in transito e a ridurre, pertanto, la possibilità di collisione (parere Ufficio centrale legale e contenzioso della Direzione regionale Ambiente Lazio del 5 dicembre 2011) Così, la grande varietà di contesti in uno stesso parco genera problematiche di rilievo per la conservazione degli equilibri ecologici e per l’integrazione tra uomo e ambiente naturale. Il cinghiale determina, infatti, impatti di diversa natura in funzione degli ambienti frequentati che possono essere aree naturali (danni alle biocenosi), contesti agricoli (danni alle colture) o contesti antropizzati (situazioni di allerta per la presenza della specie in zone residenziali, sinistri stradali). Per affrontare il problema nella sua complessità, l’Ente ha intrapreso un tipo di gestione adattativa individuando obiettivi specifici da raggiungere e monitorando gli effetti ottenuti, attraverso le azioni messe in campo. Gli strumenti di gestione sono di diversa natura e comprendono, oltre alle indagini G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 La creazione di un archivio di dati In attuazione della Legge regionale n° 29 del 6 ottobre 1997 (art. 34) dal 1999 ad oggi, l’Ente Parco ha proceduto all’indennizzo dei danni provocati dalla fauna selvatica alle produzioni agricole, spendendo quasi 300.000 euro. Con il fine di monitorare la spesa pubblica, a partire dal 1999, i dati relativi ai danni provocati dal cinghiale e da altre specie selvatiche alle produzioni agricole sono stati registrati ed archiviati in un data-base che raccoglie tutte le informazioni relative a ciascun episodio registrato: localizzazione con GPS, tipo di colture danneggiate, estensione della Superficie agricola danneggiata (SAD), causa del danno, importo stimato del danno, importo effettivamente liquidato nel rispetto del regolamento approvato dall’Ente con Deliberazione del Consiglio Direttivo dell’Ente, n. 27 del 3 aprile 2001 e ss.mm.ii. In questo modo, l’Ente si è dotato di uno strumento in grado di fornire un quadro dell’evoluzione del fenomeno nel tempo e nello spazio. I dati elaborati costituiscono lo strumento di base per individuare le corrette scelte gestionali. Con l’obiettivo di ridurre gli importi indennizzati e, nell’ottica di promuovere le azioni di prevenzione del danno, a partire dal 2004, l’Ente Parco ha avviato la concessione in comodato d’uso gratuito di recinzioni elettrificate agli agricoltori che ne facevano richiesta, creando nel tempo un archivio anche su questo aspetto. Per quanto riguarda, invece, il verificarsi di incidenti stradali, con i dati in possesso dell’Ente e quelli forniti dalle stazioni locali della Polizia municipale e dei Carabinieri, è stato costruito un archivio nel quale vengono registrati i sinistri provocati dalla fauna selvatica all’interno del territorio del Parco e nella fascia di confine; tali dati risultano particolarmente utili per individuare i tratti di strada a maggior rischio, lungo i quali mettere in campo i sistemi di prevenzione indicati a livello regionale (D.G.R. Lazio n. 406 del 9 settembre 2011). Infine, l’Ente Parco, per approfondire le conoscenze sulla biodiversità presente nel Parco, e in particolare sulla popolazione di cinghiali, ed individuare, così, una corretta strategia di gestione, ha avviato una serie di indagini in collaborazione con l’Università della Tuscia, l’Agenzia regionale Parchi (ARP), l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Lazio e Toscana ed alcuni esperti di settore. In particolare, con il fine di rilevare gli atteggiamenti della popolazione residente e dei gruppi di interesse (agricoltori, cacciatori, allevatori, ambientalisti) nei confronti del cinghiale, nonché le loro preferenze rispetto alle modalità di gestione della specie, nel corso del 2007 l’Ente Parco, in collaborazione con l’Istituto di Ecologia Applicata di Roma (IEA), ha realizzato uno studio di Human Dimension (Rulli e Savini, 2008). Per quanto riguarda l’impatto del cinghiale sulla biodiversità del Parco, l’attività di scavo (rooting) potrebbe in particolare provocare impatti sulle specie vegetali dotate Aree protette conoscitive e al monitoraggio, anche la creazione di archivi informatizzati per la gestione degli indennizzi, le azioni di prevenzione dei danni e la stesura di un piano di controllo. Le azioni avviate, rispettano la normativa vigente nel Lazio: Legge regionale n° 29 del 6 ottobre 1997 (art. 34) istitutiva del sistema dei Parchi del Lazio, Delibera di Giunta regionale n° 320 del 6 giugno 2006 “Direttiva per l’individuazione dei criteri di attuazione dei prelievi faunistici ed abbattimenti selettivi necessari per ricomporre squilibri ecologici all’interno delle Aree protette della Regione Lazio ai sensi della L.R. 29/1997”, e sono in accordo con le Linee guida per la gestione del cinghiale (Sus scrofa) nelle Aree protette (Monaco et al., 2010). 101 102 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette Figura 1 Andamento temporale dei fondi stanziati dall’Ente per i sistemi di prevenzione e per l’indennizzo dei danni da cinghiale in relazione al numero di episodi di danno alle colture. Anni 1999- 2010. di organi sotterranei (bulbose), che nel Parco sono rappresentate anche da alcune specie rare, minacciate o comunque di buon valore floristico come Colchicum neapo litanum, Crocus suaveolens, Galanthus nivalis, Lilium bulbiferum e Orchis provincialis (Lucchese & Di Domenico, 2008). Una recente indagine sullo stato di conservazione delle comunità di anfibi e rettili nel territorio del Parco di Veio (Filippi & Luiselli, 2008) nonostante abbia messo in evidenza delle generali condizioni di degrado, ha evidenziato la presenza di specie di interesse naturalistico e conservazionistico come la Salamandrina dagli occhiali (Sa lamandrina perspicillata) e la Testuggine di Herman (Testudo hermanni). In particolare, per quest’ultima, è stata segnalata la presenza di una popolazione senescente, con dominanza di individui con più di 16 anni e nell’ambito della quale sarebbe interessante valutare l’incidenza dell’impatto del cinghiale sulla mortalità degli individui più giovani. Infine, impatti negativi possono essere evidenziati anche sulle specie di uccelli che nidificano a terra. Tale fenomeno potrebbe interessare anche specie a priorità di conservazione che nidificano nel Parco (De Sanctis et al., 2008) come il Fanello (Carduelis cannabina), la Cappellaccia (Galerida cristata), l’Allodola (Alauda arvensis) e la Quaglia (Coturnix coturnix). Interpretazione dei dati e strategie di prevenzione Negli ultimi tre anni (2008-2010) l’Ente Parco ha liquidato circa 48.000 euro all’anno per indennizzare i danni e per finanziare i sistemi di prevenzione degli stessi (Fig. 1). Tale importo corrisponde a più del 25% del bilancio ordinario dell’Ente Parco che, negli ultimi tre anni, ha subito decurtazioni annuali del 25%, rendendo pertanto tale spesa difficile da sostenere. L’analisi della distribuzione dei danni provocati all’agricoltura (Fig. 2) ha consentito di individuare gli “appezzamenti a maggiore rischio” per i quali possono essere pianificate specifiche azioni di prevenzione che contemplino interventi sinergici (recinzioni elettrificate, piano di controllo numerico). Le coltivazioni più colpite, per il numero di eventi di danno registrati e gli indennizzi pecuniari erogati, sono quelle a carattere estensivo come gli erbai e le colture 103 G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette cerealicole (Fig.3 ). Tali colture rappresentano un’importante risorsa economica del territorio e costituiscono uno dei principali elementi caratteristici del paesaggio dell’Agro Veientano che il Parco ha il compito di tutelare e conservare. Ciononostante, a causa della notevole estensione, risultano difficili da difendere attraverso i tradizionali sistemi di prevenzione. Ad oggi, con la concessione in comodato d’uso di recinzioni elettriche, sono stati ottenuti ottimi risultati nella protezione dei fondi di dimensioni contenute (inferiori a 3 ettari) ed è in corso di sperimentazione la protezione di fondi più estesi che, in base ai dati elaborati per l’anno 2010, sta dando buoni risultati. Per quanto concerne la prevenzione dei sinistri stradali l’Ente Parco ha sollecitato gli Enti competenti la gestione delle strade a provvedere con urgenza all’installazione della necessaria segnaletica di avvertimento del “pericolo attraversamento fauna selvatica” lungo i tratti di strada più a rischio. Ad oggi, la segnaletica è stata posizionata in gran parte delle strade provinciali che attraversano il Parco. L’Ente Parco, di concerto con gli Enti gestori delle strade, intende inoltre realizzare un accordo finalizzato a mettere in atto una serie di interventi e soluzioni utili alla prevenzione dei sinistri. Tali interventi potrebbero comprendere: completamento della segnaletica di pericolo fauna selvatica vagante; realizzazione di recinzioni a protezione dei tratti di strada più a rischio posizionate in modo tale da far convergere la fauna nei tratti con maggiore visibilità. Questi ultimi dovranno essere opportunamente segnalati anche attraverso l’utilizzo di sensori in grado di avvisare della presenza di animali in carreggiata; utilizzo di dissuasori ottici da applicare ai paracarri stradali in grado di riflettere la luce dei veicoli lungo i bordi della carreggiata abbagliando e bloccando momentaneamente l’animale mentre si appresta ad attraversare. I risultati ottenuti dallo studio di Human Dimension hanno mostrato che la popolazione residente è divisa a metà tra coloro che ritengono complessivamente positiva la presenza del cinghiale e coloro che la percepiscono negativamente. Atteggiamenti particolarmente negativi sono emersi tra gli agricoltori ed in una percentuale piuttosto rilevante (38%) tra gli abitanti che considerano questa spe- Figura 2 Localizzazione dei danni all’agricoltura provocati dai cinghiali nel territorio del Parco classificati in base alla Superficie Agricola Danneggiata (SAD). Anni 1999-2009. 104 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette Figura 3 Composizione delle colture danneggiate. Anni 1999-2010. cie un pericolo per l’uomo. Il “fattore danno” è risultato determinante nell’influenzare l’atteggiamento negativo nei confronti della specie e nel far prevalere un orientamento volto alla riduzione della popolazione di cinghiali presente nel territorio. Recentemente, la crescente frequentazione di aree residenziali da parte dei cinghiali (zona di Roma interna al Grande Raccordo Anulare, zona residenziale “Le Rughe” nel Comune di Formello) ha fatto emergere una notevole preoccupazione, non solo da parte degli agricoltori, ma anche della popolazione residente. In diverse situazioni sono stati riscontrati numerosi segni di presenza della specie (attività di rooting) in prossimità della soglia di abitazioni private. Ciò fa supporre che il cinghiale sia divenuto sempre più confidente con l’uomo ed esperto nello sfruttare le risorse trofiche presenti nei giardini ed in aree a verde privato. Si può pertanto ritenere che il livello di potenziale rischio stia progressivamente aumentando. In base alle segnalazioni pervenute dai cittadini è stata costruita una mappa delle zone a rischio per la pubblica incolumità da utilizzare nella pianificazione delle azioni di prevenzione (Fig. 4). Il Piano di controllo L’analisi dei fattori precedentemente esaminati ha reso necessaria la stesura di un “Piano per la programmazione di interventi di controllo numerico del cinghiale nel Parco di Veio” che ha recentemente acquisito il parere favorevole della Regione Lazio e dell’ISPRA (ex INFS). Il piano, redatto in applicazione della D.G.R. n° 320 del 6 giugno 2006 ed in accordo con le Linee guida per la gestione del cinghiale (Sus scrofa) nelle Aree protette (Monaco et al., 2010), adotta un iter logico-decisionale esplicito, ripetibile e basato su elementi oggettivi. 105 G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Aree protette Per dare attuazione al Piano di controllo l’Ente, di concerto con le ASL competenti sul territorio, sta elaborando un percorso operativo dalla cattura alla macellazione dei capi che consenta di favorire l’imprenditoria locale attraverso la commercializzazione delle carni con il marchio regionale “Natura in Campo”. Questo percorso, tuttora in itinere, ha permesso di rilevare una difficoltà di gestione dei capi catturati che, a causa di un vuoto normativo, non risultano né inquadrabili come fauna domestica di allevamento, né come selvaggina di allevamento, né come cacciagione. La non appartenenza ad un allevamento riconosciuto ed autorizzato a livello provinciale, determina l’impossibilità di trasporto dei capi vivi al mattatoio ed imporrebbe, invece, la macellazione ed eviscerazione in situ. Questa pratica, però, rappresenta un obiettivo ostacolo per l’Ente Parco per un duplice motivo: da un lato la difficoltà etica di affrontare questo processo in situazioni ad elevata urbanizzazione; dall’altro la necessità di dover tutelare l’ambiente da possibili sorgenti di inquinamento. Ad oggi, il problema non è ancora risolto. Nel complesso, comunque, attraverso il Piano per la programmazione di interventi di controllo numerico del cinghiale, l’Ente si pone l’obiettivo di ridurre il conflitto sociale attraverso il raggiungimento di alcuni risultati specifici e quantificabili: riduzione dei danni in agricoltura quantificabile in: numero domande di indennizzo/anno <10 importi indennizzi/anno<30.000 euro/ anno superficie agricola danneggiata (S.A.D) <30 ha riduzione delle situazioni di rischio per la pubblica incolumità a isolate segnalazioni; riduzione del numero dei sinistri stradali a 1-2 sinistri/anno. Il raggiungimento di tali risultati sarà possibile attraverso una azione sinergica di tutti gli strumenti di prevenzione messi in campo dall’Ente. In base all’estensione dell’area interessata, alla concentrazione dei segni di presenza della specie sul territorio (danni, avvistamenti, attività di rooting) ed alle problematiche da risolvere nei diversi contesti di intervento il Piano stabilisce nell’anno un massimo di 260 ed un minimo di 120 capi da catturare e/o abbattere. La densità di prelievo, rapportata all’estensione dell’intera area protetta (150 km² circa), ri- Figura 4 Distribuzione delle situazioni di rischio per la pubblica incolumità e localizzazione dei sinistri stradali. 106 l a fa u n a p r o b l e m at i c a Aree protette sulta di poco superiore ad 1 individuo/km². Tale dato è in linea con i valori di densità di prelievo dei cinghiali in regime di controllo effettuati in altre Aree protette. Gli interventi del piano si concentreranno in quattro aree principali, che sono state individuate in base all’analisi della distribuzione geografica dei dati relativi agli impatti prodotti dal cinghiale nel territorio: danni all’agricoltura, situazioni di rischio per la pubblica incolumità, sinistri stradali (Fig.5). In tutte le situazioni in cui risulta applicabile, sarà preferita la tecnica della cattura con gabbie e chiusini mobili che oltre a garantire uno scarso impatto sulle zoocenosi, risulta anche efficiente e di facile applicazione. Tale tecnica, infatti, seleziona gli individui più giovani della popolazione e le femmine, ossia le classi sulle quali risulta prioritario agire per controllare la dinamica di una popolazione. In una sola area di difficile accesso e dove il posizionamento delle gabbie ed il loro controllo è piuttosto complicato, il piano prevede abbattimenti con arma da fuoco. Gli abbattimenti verranno svolti mediante tiro da appostamento fisso o con la tecnica della girata e saranno effettuati dai coadiutori al piano di controllo con la supervisione del personale dell’Area protetta. Conclusioni Figura 5 Localizzazione delle aree di intervento previste dal Piano di controllo numerico del cinghiale. Come indicato nelle linee guida nazionali per la gestione del cinghiale (Monaco et. al., 2003) il monitoraggio costante della distribuzione geografica e dell’entità degli impatti provocati dalla specie sul territorio costituisce un elemento essenziale nella strategia di gestione finalizzata alla riduzione del conflitto. La conoscenza accurata del fenomeno consente infatti di effettuare interventi mirati di prevenzione. La costruzione di un archivio di dati relativo alle diverse azioni messe in campo dall’Ente, ha permesso di osservare e quantificare nel tempo gli impatti provocati dalla presenza della specie. Il consolidarsi della presenza del cinghiale nel territorio del Parco ha determinato un acuirsi del conflitto con le attività agricole tradizionali e con la popolazione residente che percepisce un aumento delle condizioni di rischio, al punto tale da rendere necessaria la pianificazione di un’azione di controllo della popolazione. Tutte le iniziative per la prevenzione dei danni finora messe in campo dall’Ente sono state pubblicizzate presso la popolazione residente ed i fruitori del Parco attraver- G a z z e t ta A m b i e n t e n 1 // 2 0 1 2 Bibliografia • BRATTON S.P., HARMON M.E., WHITE P.S. (1982) Patterns of European wild boar rooting in the western Great Smocky Mountains National Park. Castanea, 47; pp:230-242. • DE SANCTIS E., SORACE A., CECERE J.C., SAVO E. (2008) - Il monitoraggio dell’avifauna del Parco Naturale Regionale di Veio. In Atti del Convegno La biodiversità del Parco di Veio a 10 anni dalla sua istituzione (19982008). I risultati degli studi e delle ricerche. 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Con l’attuazione del piano, il costante aggiornamento delle conoscenze degli impatti prodotti dal cinghiale sul territorio, consentirà la verifica dell’effettivo raggiungimento degli obiettivi. Nell’ottica di una gestione adattativa, l’analisi critica dei risultati permetterà la definizione di nuovi obiettivi, oppure, nel caso in cui questi non siano stati raggiunti, alla ricalibrazione della strategia e degli strumenti finora adottati. 107