IN QUESTO NUMERO Primavera 1945, ultime operazioni di guerra. Le forze antifasciste si apprestano a scacciare i nazisti (e loro collaboratori) che hanno occupato il nostro territorio dopo l’armistizio del 1943. La regione è distrutta. A essere martorizzata (ma dalle bombe alleate) è in particolare la città dalmata di Zara. Neanche Fiume è risparmiata: i tedeschi l’hanno sventrata; i picconi (nella Cittavecchia) e l’esodo completeranno lo scempio. Le immagini – molte delle quali inedite – esposte dal Museo civico del capoluogo quarnerino rievocano con straordinaria efficacia la disperata situazione nella quale la città si risvegliò il 3 maggio del 1945. In mezzo alle macerie, si stavano consumando tanti, diversi drammi. Di alcuni si è parlato anche copiosamente – e, beninteso, è giusto continuare a parlarne, affinchè episodi talmente tragici non abbiano a ripetersi nel fu- turo –, altri si sono voluti tacere, nascondere, ignorare la natura, i contorni esatti di quello che è avvenuto. Domani, a Castua, la Società di studi fiumani a Roma onorerà la memoria dei caduti italiani durante la seconda guerra mondiale, di quei fiumani di cui si persero le tracce o che perirono nel maggio ’45. E con uno stralcio della Fiume di 62 anni fa apre questo numero dell’Inserto “Storia e Ricerca”: foto della città devastata (in basso, il plastico realizzato probabilmente da Romolo Venucci, salvato dal macero grazie all’intervento di un fiumano venuto a mancare qualche mese fa, Claudio Sever) e il ricordo di due fiumani scomparsi nel maggio ’45, a cui la su citata Società ha dedicato una pubblicazione in occasione del Giorno del Ricordo. Si resta a Fiume, ma il nostro tuffo nel passato si fa più profondo, “scende” verso la fine dell’Ottocento e gli inizi di quello che Hobsbawm, definì “il secolo breve”. Gianfranco Miksa illustra un progetto avviato dal Museo civico di Fiume, in collaborazione con altri enti museali di Trieste, Graz e New York, incentrato sui flussi migratori di sudditi della Monarchia austro-ungarica verso l’America. A fine anno, l’iniziativa dovrebbe tradursi in mostra. Di un’altra esposizione – “Quando piovevano bombe. I bombardamenti e la città di Barcellona durante la guerra civile”, allestita a Trieste – si occupa Kristjan Knez, con un approfondimento sul contesto storico, nelle pagine centrali. Nicolò Giraldi rievoca la triste pagina legata alla morte dei minatori di Arsia nel 1940 (a pagina 6), mentre Roberto Palisca “esplora” il patrimonio di Buccari (a pagina 7). In conclusione, un ritorno “alle origini”, all’opera darwiniana, ora disponibile anche online. Buona lettura. A proposito di perdite umane di nazionalità italiana durante e dopo la seconda guerra mondiale Fiume, maggio1945: i drammi di Ilaria Rocchi-Rukavina Q Segue a pagina 2 DEL POPOLO storia e ricerca ce vo /la .hr dit w.e ww ualcuno li ha definiti i “desaparecidos” di Fiume: uomini e donne che, dal 3 maggio 1945, con l’entrata in città della IV Armata popolare jugoslava, svanirono semplicemente nel nulla. Per sempre. Ricchi industriali e povera gente; italiani, croati e tedeschi; cattolici, ebrei e protestanti; autonomisti, irredentisti, fascisti e antifascisti: persone diverse per estrazione sociale, età, nazionalità, confessione religiosa e credo politico; avversari da mettere subito fuori gioco, da epurare; “nemici del popolo” (o presunti tali) da giustiziare per le nefandezze commesse durante la seconda guerra mondiale; malcapitati che in passato avevano commesso un qualche torto (o semplicemente ne avevano suscitato l’invidia) a qualcuno ora divenuto “potente” e assetato di vendetta... Fatto sta che un’ondata di violenza investì la città e il circondario. Colpì subito gli ex legionari dannunziani, gli irredentisti della prima guerra mondiale, gli ufficiali; si riversò sugli autonomisti fiumani che non avevano smesso di credere nel sogno dello Stato libero (già nella notte fra il 3 e il 4 maggio furono uccise due personalità di spicco quali Matteo Blasich e Giuseppe Sincich); non risparmiò nemmeno gli esponenti del Comitato di liberazione nazionale e altri membri della resistenza italiana (fra cui il noto antifascista Angelo Adam); ma si scatenò con episodi di inusitata efferatezza soprattutto nei confronti degli esponenti dell’italianità cittadina. Numerosi fiumani furono incarcerati, torturati, impiccati, lapidati, fucilati, strangolati, affogati, deportati, infoibati… qualcuno a ragione, altri a torto; in alcuni casi dopo un processo più o meno regolare, spesso invece con frettolose esecuzioni sommarie e senza dare all’“imputato” alcuna possibilità di difendersi. E, soprattutto, negandogli un’umana sepoltura. Tra i fiumani di cui si persero le tracce – furono subito uccisi – anche i senatori Icilio Bacci e Riccardo Gigante. Sono due delle tante “perdite umane di nazionalità italiana a Fiume e dintorni nel periodo che va dall’inizio della seconda guerra mondiale al trattato di pace di Parigi (1939-1947)”, come s’intitola un progetto di ricerca pluriennale, promosso congiuntamente da due istituzioni, una italiana e l’altra croata, ossia dalla Società di studi fiumani con sede a Roma e dall’Istituto croato per la storia (Hrvatski institut za povijest) – con tanto di patronato del presidente della Repubblica italiana Oscar Luigi Scalfaro e beneplacito del presidente della Repubblica di Croazia Franjo Tudjman – e con il coinvolgimento di una nutrita schiera di ricercatori e studiosi. An no IV • n. 5 08 • Sabato, 3 maggio 20 2 storia e ricerca Dalla prima pagina Nel 2002 è stato pubblicato, dal Ministero per i beni e le attività culturali – Direzione generale per gli archivi, il volume bilingue italiano-croato “Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)”, curato da Amleto Ballarini (presidente della Società di studi fiumani a Roma) e da Mihael Sobolevski (direttore dell’Istituto croato per la storia), consultabile gratuitamente online (w ww.archivi.beniculturali.it/DGAfree/Sussidi/Sussidi_12.pdf). Un lavoro di ricerca certamente non definitivo, da completare, forse anche da rivedere in alcune sue parti alla luce di nuovi archivi disponibili (mezzi finanziari permettendo). Tornando ai due senatori di Fiume, quest’anno, in occasione del Giorno del Ricordo 2008, a cura di Amleto Ballarini, la Società di studi fiumani – Archivio museo storico di Fiume (SSF) ha dato alle stampe “Infoibati nella storia proibita e dimenticata”, pubblicazione che, in 29 pagine (corre- tismo, si disse con un termine che bene dava l’idea della necessaria ‘redenzione’ di terre che erano italiane di cultura, di traffici, di storia, di lingua, di passioni, ma che erano ‘ancora’ sotto un dominio straniero”, spiega Parlato. E irredenti furono sia Bacci sia Gigante, schierati in prima linea, fin da giovani, su quel fronte che rivendicava l’annessione di Fiume all’Italia. In questa ottica, appare quasi naturale la conseguente individuazione del fascismo come del solo strumento politico in grado di difendere l’italianità, i confini del 1919 – 1924. Per Bacci e Gigante “fascismo equivaleva a Stato e Stato equivaleva a Italia. Nel 1945 pagarono questa equazione”, conclude lo storico. La pubblicazione di cui sopra ripercorre la vita, l’opera e gli scritti (la “loro fede”) dei due senatori fiumani. Ma illustra anche la lunga battaglia portata avanti dalla Società di studi fiumani per tenere in vita la memoria dei tragici eventi legati alla seconda guerra mondiale, un impegno Sabato, 3 maggio 2008 INIZIATIVE Il Museo civico di Fiume progetta una «Mamma mia dammi ce Per il momento si ignora l’esodo di Gianfranco Miksa L a presenza a Fiume dei direttori di alcuni musei civici e storici dell’Europa centrale – incontro organizzato in collaborazione con il Forum austriaco di Zagabria, nell’ufficio di Emil Brix, ambasciatore e direttore del Dipartimento per la politica culturale degli affari esteri della Repubblica d’Austria e presidente degli istituti culturali nazionali dell’UE – è servita a (ri)lanciare l’idea dello scambio culturale tra enti museali di Paesi confinanti. Le idee non mancano, tanto che sono già scaturite alcune iniziative comuni che potrebbero realizzarsi tra breve. “Per il Museo civico di Fiume è di fondamentale interesse questa partecipazione, poiché la nostra città e, più in generale, la nostra regione fanno parte geograficamente e storicamente all’Europa Centra- le, al mondo della Mitteleuropa. A mio avviso, quest’area è per noi di maggiore interesse rispetto forse a quella mediterranea, perché l’Alto Adriatico appartiene appunto a questa fetta d’Europa. Fiume è legata tradizionalmente e anche storicamente a questo territorio: la zona fino alla Fiumara, dove si trovava il confine, è stata legata per secoli alle sorti del Sacro romano impero di nazione germanica”, premette Ervin Dubrović, direttore del Museo civico del capoluogo quarnerino. “Le fonti d’archivio che documentano la storia della nostra città si trovano infatti a Budapest, Trieste e Lubiana; altri documenti si possono invece consultare nelle istituzioni di Roma e Belgrado e, in minor parte, di Zagabria. Grazie alla cooperazione, avremo diretta visione di documenti e fonti Visto che parliamo di spostamenti di popolazione: come stiamo con “l’emigrazione del 1947”? “Come direttore del Museo civico di Fiume cerco di evitare argomenti particolari e anche difficili come questo, anche perché è, ancora sempre, territorio di conflitti ideologici. Sono consapevole del fatto che per la componente italiana questo è un tema delicato e che va approfondito e studiato. Non è nostra intenzione eludere l’argomento, né tacere su queste tragedie, ma per il momento, noi, l’istituzione che dirigo e i miei collaboratori, abbiamo deciso di concentrare le nostre forze solo sulla prima grande ondata emigratoria, vale a dire quella dall’inizio del secolo scorso e fino alla Prima guerra mondiale. Si è parlato addirittura di istituire a Fiume un museo dell’emigrazione da questi territori. Un’idea promossa dalle istituzioni croate, intenzionate a raccontare la migrazione dei croati. L’esodo fiumano, ossia quello della popolazione italiana di Fiume – senza dimenticare quella dell’Istria – non ha trovato riscontro in questo progetto”. di cui necessitiamo per realizzare progetti attuali e futuri”, aggiunge Dubrović. Uno di questi progetti è intitolato “L’emigrazione in Iniziò il suo viaggio inaugurale il 5 maggio 1903 Tra Europa e Stati Uniti d’America con il transatlantico «Carpathia» date da immagini e illustrazioni) rievoca le figure di Icilio Bacci e Riccardo Gigante. Un’opera che “non ha nulla di retorico o di nostalgico”, come rileva nelle prime righe della Presentazione lo storico Giuseppe Parlato, rettore della Libera Università “San Pio V” di Roma. “Si tratta di un doveroso – e tardivo – riconoscimento di quanto questi due uomini delle istituzioni fecero dal punto di vista culturale e politico per sottolineare la comunanza tra Fiume e l’Italia, per rafforzare quell’antico legame che le vicende dell’ultimo Ottocento avevano messo in qualche modo in discussione. Irreden- pluridecennale teso a ricordare, anzi quasi rincorrere una verità storica che ancora oggi viene negata. Poco si sa della fine di Icilio Bacci, arrestato il 21 maggio 1945. Riccardo Gigante, preso in casa dalla polizia segreta di Tito nella notte tra il 2 e il 3 maggio 1945, fu trasportato in un luogo allora sconosciuto e ucciso. Dopo anni di ricerca, è stato possibile individuare a Castua la fossa comune in cui furono gettati i suoi resti. E ogni anni la Società di studi fiumani torna in questa località, per onorare la memoria di questi e degli altri caduti italiani durante il secondo conflitto mondiale. Icilio Bacci e Riccardo Gigante Il “Carpathia”, transatlantico che copriva la rotta Europa-America all’inizio del XX secolo, divenne famoso nel 1912 per aver tratto in salvo i naufraghi del “Titanic”. Varato nell’agosto del 1902, lungo 164 metri e largo 19 metri, fu silurato e affondato il 17 luglio 1918 al largo della costa irlandese dal sommergibile tedesco U-55, durante la prima guerra mondiale (Clive Cussler ritroverà il relitto nel 1999). Anche in questo tragico caso, come in quello del “Titanic”, l’equipaggio diede prova di sangue freddo evacquando la nave senza scene di panico e mettendo tutti i passeggeri in salvo (solo cinque le vittime) con l’aiuto della HMS “Snowdrop”. Insieme con le navi “Pannonia”, “Ultonia”, “Slavonia” e “Sassonia”, la “Carpathia” dell’ungaro-americana “Cunard line”, era stata progettata specificatamente per il trasporto degli emigranti che, dall’Ungheria, attraverso il porto di Fiume, volevano raggiungere New York. Iniziò il suo viaggio inaugurale da Liverpool alla Grande Mela il 5 maggio del 1903. Continuò a mantenere la rotta Liverpool – New York durante tutta l’estate, fino a novembre; poi, in inverno, tra novembre e maggio, si dedicò al trasporto degli emigranti (soprattutto ungheresi) da Trieste e Fiume in America. Vista la natura del servizio al quale era destinata, all’inizio fu sprovvista di prima classe: offriva posto a duecento passeggeri in seconda classe e a 1.600 in terza classe. La sistemazione era tutto sommato buona – c’erano anche camere per i passeggeri di terza classe e tutti i pasti erano inclusi nel biglietto –, forse anchea superiore a quella che potevano dare vascelli simili. In seguito, la “Cunard line” istituì una romantica “Crociera nel Mediterraneo” (per ricchi americani in vacanza), con tappe supplementari nei porti di Gibilterra, Genova e Napoli (ma anche Messina e Palermo). Fu per questo motivo che procedette a una risistemazione del “Carpathia”: nel 1905 fu dotato di un centinaio di posti in prima, 200 in seconda e 2.250 in terza classe. Il “Carpathia” salpava da Fiume con a bordo il suo “carico” di emigranti provenienti dall’Ungheria; toccava Napoli e Palermo, imbarcando anche emigranti italiani. Considerato l’elevato numero di passeggeri che non parlavano l’inglese, per questa particolare linea la “Cunard” impiegò medici di bordo sia italiani sia ungheresi. Questi non solo si prendevano cura di eventuali malati, ma verificavano lo stato di salute dei passeggeri prima della partenza. Del resto, se le autorità americane avessero riscontrato delle malattie, avrebbero respinto il visto d’ingresso e i disgraziati sarebbero dovuti tornarsene da dove erano venuti, a spese della “Cunard”. Il “Carpathia” continuò a espletare il suo servizio fino allo scoppio della Grande Guerra. Nel settembre del 1914 la “Cunard” fu multata dal governo italiano con 111,500 lire perché lasciò New York senza il nullaosta del console italiano. Il “Carpathia” non fu mai convertito a scopi bellici. (ir) storia e ricerca 3 Sabato, 3 maggio 2008 mostra sull’emigrazione dalle province dell’Austria-Ungheria (1880 – 1914) ento lire che in America voglio andar» Mesti cortei di povera gente Un opuscolo informativo del 1911 elenca le seguenti partenze da Fiume verso New York: 31 gennaio – “CARMANIA” 14 febbraio – “CARONIA” 21 febbraio – “ULTONIA” 08 marzo – “SAXONIA” 18 marzo – “PANNONIA” 29 marzo – “CARPATHIA” 15 aprile – “ULTONIA” 22 aprile – “SAXONIA” 06 maggio – “PANNONIA” 20 maggio – “CARPATHIA” 10 giugno – “SAXONIA” 24 giugno – “PANNONIA” 08 luglio – “CARPATHIA” 29 luglio – “SAXONIA” 12 agosto – “PANNONIA” 26 agosto – “CARPATHIA” 09 settembre – “ULTONIA” 16 settembre – “SAXONIA” 30 settembre – “PANNONIA” 14 ottobre – “CARPATHIA” 28 ottobre – “SAXONIA” America, 1880 – 1914” e intende studiare, esplorare e presentare il flusso migratorio che, tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX secolo, portò migliaia di persone provenienti dalle province dell’allora Impero autro-ungarico intraprendere un viaggio, quasi sempre di sola andata, verso gli Stati Uniti d’America, in cerca di libertà, di fortuna. “Cercheremo di approfondire nello specifico il ‘movimento’ che avveniva attraverso il porto di Fiume. Devo qui precisare che quando si parla di emigrazione dal porto fiumano, non s’intende lo spostamento dei fiumani, poiché nella stragrande maggioranza dei casi i nostri concittadini del passato non avevano poi quel grande bisogno di espatriare che magari contraddistingueva gli altri abitanti della Monarchia, per il semplice fatto che la qualità della vita in città era più che buona”. Chi allora espatriava? “Per lo più la gente del contado, dell’entroterra croato. Individui, famiglie in cerca di un’esistenza migliore, di lavoro. Partivano dal territorio della Lika, dal circondario di Zagabria, di Karlovac, spesso anche dall’Ungheria, siccome Fiume era la seconda città per importanza, dopo Budapest, della Corona di Santo Stefano. Gli italiani, i dalmati e quarnerini, partivano da altri porti, da quello di Trieste e di Genova. Questa scelta è stata dettata da ostacoli amministrativi all’interno dell’Impero austro-ungarico che impediva ai cittadini con passaporto austriaco di partire dal porto di Fiume. Avevano facoltà di farlo solo quelli della ‘prima classe’, ossia i turisti. Coloro che si imbarcavano come emigranti potevano salpare dallo scalo fiumano solo se erano in possesso del passapor- to ungarico. Gli abitanti di Cantrida, di Castua non potevano dunque andarsene via Fiume, devono imbarcarsi a Trieste o in un terzo porto. Erano impossibilitati a farlo perché cittadini dell’Impero; mentre a Fiume c’era il monopolio degli ungheresi. A Fiume operavano diverse agenzie e compagnie le quali organizzavano i viaggi, come la ‘Cunard line’, che aveva riscosso dalle autorità ungariche la linea Fiume – New York. A Trieste poi c’erano addirittura tre società, tra le quali anche l’austro-americana ‘Cosulich’”. Una sconfitta dello stato “Il punto principale da cui la maggior parte degli emigrati se ne andò era attraverso la città di Brema, in Germania. Lontano per gli abitanti dell’attuale Croazia, ma vicino a quelli dell’Europa del Nord. Brema, con il suo porto marittimo sul fiume Weser, offriva un’organizzazione migliore e biglietti più economici. Solo da questo porto partirono, negli anni che interessano il nostro progetto, oltre un milione e mezzo di sudditi della Monarchia. Si stima che da Trieste e da Fiume siano partite in direzione dell’America oltre 500mila persone. Non dimentichiamo gli aspetti politici che comportava una tale emigrazione per gli stati interessati. Si tratta letteralmente di una vera e propria sconfitta dello stato sociale e politico. Un quarto degli espatriati nel Nuovo Continente proveniva dall’Austria, un quarto dal Regno d’Italia. Dunque, la metà degli immigrati negli USA arrivò da questi due stati, vicinissimi alla nostra realtà”. Quale sarà il percorso della mostra? “La mostra si avvarrà probabilmente della collaborazione del Museo dell’immigrazione di Ellis Island, a New York. Nel complesso americano di accoglienza per gli immigrati era impiegato Fiorello La Guardia. Da giovane lavorava a Fiume come agente diplomatico per immigrati. La Guardia ha migliorato alcuni servizi del corpo diplomatico a Fiume. Capitava che decine e decine di immigrati fossero respinte dalle autorità ad Ellis Island e quindi impossibilitate di entrare legalmente negli Stati Uniti d’America. Si trattava soprattutto di questioni burocratiche, di solito un’insufficienza di documenti. Era Agli albori del Novecento, il porto di Fiume – importante per i collegamenti dei Paesi europei, in particolare quelli danubiani, con le Americhe e l’Oriente (India e Giappone) – era segnato da un’attività “quasi febbrile”. Arrivavano in Europa cereali, carne, fosfati, concimi ed altri prodotti… Ma anche “un’altra merce abbondava a Fiume in esportazione in quegli anni: la merce umana. Erano centinaia, anzi migliaia gli emigranti che arrivavano dall’interno del vasto Impero Austro-Ungarico – si legge in “Una giovinezza a Fiume”, memorie raccontate da Giulio Dènes e scritte da Giulio Scala – inedito pubblicato su un sito internet (vedi www.rigocamerano.org) –. In prevalenza erano i meno fortunati fra i sudditi della Monarchia, che lasciavano la loro misera esistenza vissuta in Bucovina, Polonia russa, Slovacchia, e partivano con la speranza di crearsi una nuova vita, meno penosa, oltre l’Oceano. Emigravano allora in massa in Argentina – scarsa di mano d’opera – dove venivano accolti a braccia aperte, ricevendo gratuitamente terre da coltivare e da allevare il bestiame. A Fiume dovevano attendere l’arrivo della nave, alloggiando in un edificio a loro riservato: il Palazzo degli Emigranti, all’inizio della zona industriale, vicino al faro. Si vedeva questa povera gente portarsi dietro, in grossi fagotti, tutto il loro avere, per ripartire con speranza e fiducia verso il nuovo mondo. Per noi lo spettacolo non destava interesse alcuno: ci eravamo infatti ormai abituati al passaggio di questi mesti cortei di povera gente, silenziosa ed anche addolorata per dover lasciare il loro vecchio, seppure misero mondo.” Diverse davvero una tragedia trovarsi sbarrata la porta verso la fortuna, dopo aver trovato i soldi per pagare il biglietto, intrapreso il viaggio in condizioni tutt’altro che di comfort, giungere quasi a destinazione e poi, al momento di varcare l’ingresso, ricevere una risposta negativa. Si decise così di riversare parte delle questioni burocratiche ai consolati, cosa che accadde anche a Fiume. E il merito va attribuito anche a Fiorello La Guardia. Parlava diverse lingue, tra cui l’italiano, il croato e l’inglese. Lavorerà anche come traduttore a Ellis Island. La sua ambizione lo porterà a laurearsi in legge e diventerà più tardi sindaco di New York. È rimasto profondamente impresso nell’immaginario collettivo americano tanto che l’aeroporto della Grande Mela porta il suo nome”. navi, ricorda ancora Dènes “erano riservate al solo trasporto dei passeggeri per le Americhe. Appartenevano tutte alla Società di Navigazione inglese Cunard, ed erano lì pronte ad accogliere la schiera degli emigranti. Nessuno mi impediva di girare liberamente nei saloni, lungo i corridoi, fino a scendere nelle parti della nave dove si trovavano gli ambienti riservati ai viag- “Inoltre, prima di partire per l’America gli emigrati dovevano passare alcuni mesi e qualche volta anni nella città di partenza. Le navi di solito accoglievano attorno ai duemila passeggeri. Molte di queste prima di diventare imbarcazioni per gli immigrati erano state adoperate per il trasporto del bestiame. Esistono storie tragiche di numerosi passeggeri morti a causa delle precarie condizioni igieniche che spesso vigevano a bordo. Ricordiamoci che stiamo parlando di cento anni fa. Eppure si partiva… Fiume in quel tempo disponeva di diversi alberghi in centro città, ciò nonostante non riusciva a smaltire la marea delle persone che affluiva per partire verso l’America. Tantissimi si arrangiavano come potevano, dormivano nei parchi, nelle baracche e all’aperto. Per affrontare questo problema il Comune decise di costruire una ‘Casa degli emigranti’ oggi in via Milutin Barač. Non era un albergo di lusso, piuttosto un rifugio con condizioni igieniche accettabili”. Coinvolte pure Trieste, Graz e New York “L’emigrazione in America, 1880 – 1914”, è portato avanti in collaborazione con i Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste, con il Landesmuseum Joanneum di Graz giatori delle classi di lusso. La cucina, tutta decorata, era sistemata nel ponte più basso, ed accanto c’era la Sala di Ginnastica, con giochi ‘motorizzati’: c’era il cavallo a movimento progressivo (trotto, galoppo), del quale mettevo in azione il motore. C’era pure la Sala di Scrittura, dove approfittavo di qualche foglio di carta da lettere e busta intestata, per scrivere agli amici. Giravo, molto soddisfatto, in lungo e in largo sul ‘CARONIA’, ‘CARPATHIA’, ‘PANNONIA’. Una sola volta arrivò a Fiume il ‘LUSITANIA’, con i suoi quattro fumaioli rossi. Erano tutte navi della Cunard, che avevano appunto le ciminiere di colore rosso. (…) Sulle navi da me visitate si svolgeva pure un modesto commercio clandestino. Si saliva con addosso delle vecchie scarpe, ormai in sfacelo, e si comperavano a bordo le ricercate scarpe americane con la punta larga, allora di moda. Per evadere la dogana le scarpe venivano poi bene impolverate ed infangate. Del resto, lo stesso facevano i nostri vicini croati di Susak, riattraversando il ponte dopo l’acquisto di scarpe nuove a Fiume.” e con il Museo dell’immigrazione di Ellis Island a New York. Il museo americano ha messo a nostra disposizione i suoi archivi. Collabora al progetto Barry Moreno, che lavora al Museum Services Division alla Statua della Libertà ed è autore, tra le altre opere, del recente ‘Ellis Island’s Famous Immigrants’ (Arcadia Publishing, 2008). A Moreno è stato affidato il capitolo incentrato sull’emigrazione dall’Italia. La mostra sarà allestita verso la fine dell’anno, avrà carattere itinerante: si snoderà su panelli per facilitarne lo spostamento a Trieste, a Graz ed eventualmente a New York. Una “scenografia” sarà esclusivamente allestita per l’appuntamento fiumano. Il tutto sarà accompagnato da un’esauriente monografia illustrata, alla cui stesura partecipano 30 collaboratori, provenienti dall’Europa centrale e da New York. Ci sarà pure un catalogo “minore”, come anticipa il direttore del Museo civico di Fiume. Entrambe le pubblicazioni saranno bilingui, la prima croato-italiana, cofinanziata dai Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste; la seconda sarà croatoinglese e uscirà con il contributo dello State Department, rispettivamente dell’Ambasciata americana a Zagabria. Quest’ultima, avrà cento pagine con tabelle, storie e immagini. Probabilmente ci sarà anche una versione in lingua tedesca. Sabato, 3 maggio 2008 Sabato, 3 maggio 2008 5 MOSTRE Gli attacchi dal cielo che investirono il capoluogo catalano, illustrati in un’esposizione alla Biblioteca Statale di Trieste, provocarono circa 670 morti «Quando piovevano bombe»: Barcellona durante la guerra civile spagnola L’azione violenta, con martellamento diluito nel tempo, iniziò fra le 22.08 del 16 e le 15.19 del 18 marzo. Per 41 ore, la città venne sottoposta a dodici incursioni anticlericale, rosso separatista di un’idea di Spagna in cui non si riconoscevano”. Già nel luglio 1936 il generale Franco chiese a Hitler e a Mussolini il supporto aereo, indispensabile per il trasferimento in Andalusia delle sue truppe presenti in Marocco, dato che l’Aviazione e la Marina avevano dichiarato la loro fedeltà al governo repubblicano. Il duce, però, non si limitò alla sola fornitura di armi ed equipaggiamento – come richiesto dal caudillo, dato che desiderava mantenere l’assoluto controllo della guida delle operazioni –, bensì inviò pure il Corpo truppe volontarie e un ingente quantitativo di mezzi e bocche da fuoco. Il capo del fascismo considerava il conflitto spagnolo come una buona occasione per rilanciare all’interno la propaganda anticomunista, ma anche per dimostrare alla comunità internazionale il ruolo ed il peso dell’Italia nell’area mediterranea. Lo scacchiere iberico diventò altresì un laboratorio per l’aviazione fascista, e al contempo vennero sperimentati gli armamenti navali e le altre armi in dotazione all’esercito. Ed altrettanto fecero i nazisti. di Kristjan Knez I conflitti degli anni Trenta del ventesimo secolo, che si accesero in vari punti del globo, si caratterizzano per l’uso massiccio dell’aviazione nelle operazioni belliche. I bombardieri rappresentarono un’arma efficace e, sovente, decisiva per le sorti delle campagne militari. Durante la guerra italoetiopica (1935-1936), che fin dall’inizio fu uno scontro di forze impari, vi fu un impiego considerevole di aerei, che colpirono sia le difese del Negus sia la popolazione civile, e vennero utilizzate pure le armi chimiche (gas), vietate dalle convenzioni internazionali. Negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale, si annovera altresì l’azione indiscriminata dei bombardieri sulle città. Il 26 aprile 1937 gli apparecchi della Legione nazista Condor – inviata in Spagna a sostegno di Francisco Franco –, assieme a quelli italiani, lanciarono il loro carico di morte sulla cittadina di Guernica, che venne distrutta completamente. La tragedia venne immortalata nella celeberrima opera omonima di Pablo Picasso. A distanza di qualche mese (settembre), questa volta nel continente asiatico, anche l’Impero del Sol Levante, nel corso della guerra contro la Cina, fece ampio uso dell’aviazione. Funeste furono le incursioni sulla città di Shangai, densamente popolata e con una notevole presenza di cittadini stranieri. Scontro tra fascismo e antifascismo La guerra civile spagnola ebbe inizio dal fallito tentativo di colpo di stato contro la Repubblica, e, come ricorda la mostra, “si trattò della prima guerra in cui si scontrarono in armi il fascismo e l’antifascismo”. Rammentiamo che dopo il 28 dicembre 1936, a seguito del programmato intervento esterno, nacque ufficialmente l’Aviazione Legionaria la quale svolse un ruolo determinante nel corso del conflitto e favorì la vittoria franchista. Con l’occupazione dell’isola di Maiorca, nelle Baleari, si acquisì una base privilegiata per le operazioni contro il territorio catalano, che era quasi esclusivamente colpito dagli aerei schierati dal regime mussoliniano. Dall’Italia giunsero circa 40 000-50 000 uomini – anche se, probabilmente, il numero di coloro che passarono per la Spagna fu di circa 75 000 unità -, di cui 6000 circa furono direttamente coinvolti nei bombardamenti. Tra i velivoli inviati, complessivamente poco più di 750, ricordiamo i bombardieri Savoia S79 e Savoia S81 – che potevano agire anche di notte -, ossia aerei di recente fabbricazione e quindi ancora da sperimentare. Nel corso delle ostilità ben 137 furono le località colpite, tra cui gli obiettivi strategici ma anche tranquille cittadine, come Granollers, che il 31 maggio 1938, in un giorno di mercato, venne investita dalle granate con il chiaro intento di colpire la popolazione civile, provocando la morte di 224 persone. I comandi franchisti erano consapevoli dell’efficacia delle incursioni aeree per demoralizzare le retrovie, perciò favorirono l’azione dei bombardieri. Nuovi armamenti Gli accadimenti in terra iberica rappresentarono il teatro in cui vennero sperimentati i nuovi armamenti nonché le ultime strategie di offesa. Di lì a breve, il blitzkrieg – la guerra lampo – dell’esercito tedesco, consistente in un uso coordinato della fanteria, dell’artiglieria, dei carri armati e dell’aviazione, avrebbe portato il Terzo Reich alla rapida conquista di buona parte dell’Europa. Talune premesse vanno ricercate proprio nella guerra di Spagna. A siffatto conflitto va rammentata pure la partecipazione dell’Italia fascista, che per arginare la “minaccia bolscevica” aveva inviato un considerevole contingente militare e centinaia di velivoli della Regia Aeronautica. Quest’ultima fu impegnata contro le posizioni avversarie ed investì i centri in mano ai repubblicani, tra i quali, in modo particolare, la Catalogna. A questo avvenimento, ossia alle incursioni dal cielo, che investirono il capoluogo catalano tra il 16 e il 18 marzo 1938, e provocarono circa 670 morti, alla Biblioteca Statale di Trieste, sino al 10 maggio prossimo, è allestita l’esposizione “Quando piovevano bombe. I bombardamenti e la città di Barcellona durante la guerra civile”, promossa in regione dall’Istituto per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, dall’Institut Ramon Llull e dalla rivista “Spagna contemporanea”. Attraverso i pannelli espositivi, riccamente documentati con riproduzioni di fotografie e di materiali storici coevi, tra cui non pochi documenti d’archivio, il visitatore segue le fasi della guerra del 1936-1939, e in particolare le incursioni aeree che colpirono i centri urbani e la popolazione civile. La mostra è arricchita da materiali audiovisivi, che propongono le testimonianze di coloro che vissero i drammi dei bombardamenti, che per lunghi mesi divennero parte della loro quotidianità, alcuni computer propongono, invece, un interessante programma interattivo, con una mappa in 3D relativa alla geografia degli attacchi sulla città catalana nonché dei rifugi realizzati all’interno della metropoli mediterranea. Dettagliate schede riportano poi le notizie relative ai singoli bombardamenti, ai danni, ecc., mentre alcune bacheche espongono decine di volumi dedicati al conflitto di Spagna: ricostruzioni storiche, testimonianze di coloro che vi parteciparono, opere propagandistiche, ecc. Distruzione di un mito L’attenzione si focalizza in particolar modo sul capoluogo catalano, sottoposto a duri e devastanti attacchi. Barcellona, oltre ad essere una delle maggiori città della Spagna, con un importante scalo portuale e una notevole attività industriale, quivi era nata la proclamazione della Repubblica spagnola, e la medesima aveva espresso il movimento popolare più liberatorio e cosciente del Paese. Siffatta città “rappresentava per i golpisti militari il centro sociopolitico nemico di maggior importanza: era il fulcro Come viene scritto nel catalogo che accompagna la mostra “(…) se Madrid era il cuore politico del Paese, il centro istituzionale dell’ordine repubblicano da eliminare, Barcellona rappresentava anche un concetto storico della Spagna, un modo di concepire la Nazione in aperta contrapposizione con lo spagnolismo centralista e conservatore. Bombardarla e attaccarla acquisiva così anche un sanguinoso senso simbolico per il fascismo. Distruggevano un mito mentre ne costruivano un altro”. Il capoluogo catalano rimase fuori dalla prima linea del fronte sino al marzo 1938, di conseguenza divenne un punto di accoglienza per un numero notevole di profughi provenienti da buona parte della penisola. Nel dicembre 1936 se ne contavano 174 000 circa, per arrivare ad oltre 318 000 nell’agosto 1938. Un telegramma del 16 marzo 1938 recita “Iniziare stanotte azione violenta su Barcellona con martellamento diluito nel tempo”. Fra le 22.08 del 16 alle 15.19 del 18 marzo, ossia per 41 ore, la città venne sottoposta a dodici incursioni, e furono sganciate 44 tonnellate di bombe. “Non era una semplice esasperazione di esperienze precedenti, ma un passo avanti sulla strada che sarebbe sboccata in un nuovo tipo di guerra”. Nel corso del conflitto la regione annoverò circa 7400 caduti, che corrispondono al 70 per cento delle morti per opera delle granate piovute dal cielo in tutta la Spagna, il capoluogo registrò, invece, almeno 2700 vittime mentre i feriti, secondo alcuni calcoli, si aggirano sui 7000. Tali incursioni avevano la finalità di annientare gli obiettivi di particolare rilevanza nonché seminare il panico e la disperazione tra la popolazione civile. Gli eventi si inserirono in un’ottica di guerra totale, cioè un conflitto che non vede i confini fra fronte e retrovie, che non distingue fra le vittime civili e quelle militari, ma la cui logica omicida risponde solo al conseguimento della vittoria. La popolazione nei rifugi Per far fronte agli incessanti attacchi dal cielo si iniziò la costruzione dei rifugi. Ne furono edificati circa 1300, vennero adottati anche la metropolitana trasversale, le ferrovie di Sarrià e i tunnel “Caminos de Hierro del Norte”, che permisero la realizzazione di una rete sotterranea di circa 20 chilometri, che poteva accogliere tra le 200 000 e le 300 000 persone, cioè il 30 per cento circa della popolazione urbana. Poiché gli stessi risultavano insufficienti e poco pratici, in quanto erano situati lontano dalle aree in cui vivevano e lavoravano la maggior parte degli abitanti della città, si decise di creare un ventaglio di rifugi, realizzati nei sotterranei delle fabbriche, o in prossimità delle stesse, e nelle piazze dei quartieri. Nella maggior parte dei casi i rifugi medesimi erano costruiti come gallerie, con la tecnica della volta catalana, collegate fra loro, nelle quali vi erano spazi adibiti alle infermerie e ai bagni; gli ingressi erano realizzati in modo tale da evitare gli eventuali effetti dei mitragliamenti e/o delle esplosioni esterne. La propaganda Accanto alla guerra convenzionale un ruolo non indifferente venne giocato dalla propaganda, utilizzata da entrambi gli schieramenti. Per i franchisti era fondamentale negare le loro responsabilità, soprattutto per evitare la condanna internazionale. Un apporto non indifferente giunse dalla collaborazione italiana e tedesca, che per quanto concerne la propaganda in senso lato e la costruzione del consenso avevano esperienza da esportare. L’unico modo per arginare l’azione propagandistica catalana e la sua eco internazionale era do- veroso negare la volontà e la responsabilità degli attacchi ai civili. Per quanto attiene ai bombardamenti su Barcellona ci si giustificava argomentando che essa non era una città aperta. Sull’onda della dura reazione pubblica, Vaticano compreso, all’indomani dei bombardamenti del marzo 1938, il Generalissimo giunse a negare pubblicamente, nel giugno dello stesso anno, l’esistenza di ordini di attacchi aerei contro civili. La mostra propone un cinegiornale dell’Istituto Luce, che elogia l’operato della ali fasciste nonché il film “Catalunya màrtir” (Catalogna martire) diretto da J. Marsillach, presentato alla Conferenza universale contro i bombardamenti di Città Aperte e di Azione per la Pace, tenutasi a Parigi nel luglio 1938. Come si legge sui pannelli tale operazione “(…) rientrava nella campagna di divulgazione internazionale degli orrori dei bombardamenti in Catalogna, destinata a nobilitare l’opinione pubblica all’estero ed esercitare così una pressione in grado di fermarli”. Il 26 gennaio 1939 le forze di Francisco Franco e un forte contingente italiano entrarono a Barcellona, ancora una volta la città venne sottoposta a pesanti bombardamenti che colpirono essenzialmente la popolazione civile. 6 storia e ricerca Sabato, 3 maggio 2008 LIBRI Un volume rimedia a un’altra «dimenticanza» dell’Italia ufficiale L’ansia dell’Arsia e la tragedia del 1940 le vittime: 185 minatori Una precisa ricostruzione degli eventi e dell’inferno istriano di Nicolò Giraldi P rendete in mano un qualsiasi libro di storia che parli della situazione italiana del cosiddetto secolo breve. Nelle vicende che contraddistinguono l’esistenza dello stato italiano, molte sono quelle che, in base all’interesse e alle scelte che farete, vi colpiranno. Una su tutte potrebbe essere il dramma vissuto dagli ottantacinque minatori italiani morti in Belgio «Morti bianche»: nonostante tutto, la produzione andò avanti durante lo sforzo bellico, stabilendo anche dei record di estrazione a Marcinelle, che per quanto riguarda la storiografia nazionale è la più grande tragedia operaia del ’900. In verità non è così. Marcinelle è in Belgio, terra che italiana non lo è mai stata e che di italiano ha solo migliaia di emigranti dal secondo dopoguerra in poi. E allora qual è la catastrofe più grande che il popolo delle miniere abbia mai vissuto? La risposta viene a gran voce da un utilissimo libro, edito dal Circolo “Istria” con l’aiuto della Comunità degli Italiani di Albona e dell’Assessorato alla Cultura del Friuli Venezia Giulia, che apre finalmente una porta della storia rimasta chiusa per decenni a causa di convenienze politiche e di omissioni storiografi- fornirà l’ennesima prova di come molte vicende, per la nostra penisola, siano ancora da dissotterrare. Livio Dorigo e gli autori – Giulio Cuzzi, Isabella Flego, Andrea Matosevic, Sara Viel e Tullio Vorano – hanno il grande merito di ricostruire una vicenda oscura, complicata, discussa, strumentalizzata da una parte nazionale piuttosto che da quella immediatamente successiva. Il libro sin dall’inizio si mostra per quello che è: una denuncia dei fatti, una precisa ricostruzione degli avvenimenti e dell’ambiente miniera in terra istriana ed infine un nobilissimo tributo alle 185 vittime e più in generale a tutti i martiri del lavoro. Buona l’introduzione storica che mette in luce l’alba delle attività estrattive in terra albonese all’ombra di San Marco prima – quando il carbone veniva utilizzato per il calafataggio – poi sotto l’egida austriaca, napoleonica e nuovamente, dal 1814-1815 di nuovo sotto la restaurazione viennese. Poi arriva l’Italia e le vicende delle miniere dell’albonese salgono alla ribalta. Perché? Il volume lo spiega molto bene, illustrando scientificamente al lettore le qualità del carbone istriano, molto simile, se non migliore, di quello britannico, autentica fortuna industriale della corona inglese ai tempi della Prima Rivoluzione Industriale. Per l’Italia diverrà fondamentale solo dopo la Grande Depressione, durante quelli che Renzo de Felice ha definito “gli anni del consenso”, quando verrà costituita la società Arsia, di proprietà statale. Quasi un nono della produzione di carbone italiana verrà proprio da il sottosuolo istriano; Arsia diventerà in quegli anni il secondo porto di caricamento per tonnellaggio italiano preceduto solo dal ben più imponente porto di Genova. Migliaia di operai lavoreranno sottoterra, verrà costruita la cittadina su progetto di Pulitzer Finali, abbellita da lavori di Carà e Mascherini. Una vera e propria comunità di operai, non solamente istriani ma anche sardi, lombardi, veneti e toscani, la ricordata migrazione interna. Nel libro ci sono alcuni importanti quesiti che attendono risposta. Quanti furono i minatori che scelsero di lavorare in Arsia pur di non fare il servizio militare? E perché il giorno dopo le tragedia “Il Piccolo” di Trieste ne parlò solamente per trenta righe stravol- È l’ennesima prova di come molte vicende, per la nostra penisola, siano ancora da dissotterrare che. L’opera, dal titolo “Arsia, 28 febbraio 1940”, vi spalancherà le porte di un inferno istriano degli attimi precedenti la dichiarazione di guerra mussoliniana e vi gendo la verità parlando di 60 morti invece che di almeno quaranta in più nelle prime ore di soccorsi? La tragedia interessò per la maggior parte operai istriani che lasciarono molti figli orfani e mogli vedove. Le responsabilità dell’accaduto non furono mai accertate ma il prezioso volume fornisce sicuramente delle risposte che in parte colmano questi vuoti: la sicurezza dei metodi di lavoro in miniera non era garantita, gli orari erano duri da sopportare e i metodi di estrazione Anbiden e Bedeaux tesero a disumanizzare l’operaio, a far diminuire il rapporto tra operaio e miniera e ad affidarsi più nella tecnologia che nei segnali che la natura da prima di una tragedia. Centottantacinque perirono sotto le macerie, qualcuno all’ospedale di Pola, un’intera comunità pianse i figli della miniera. La produzione andò avanti aumentando notevolmente durante lo sforzo bellico e stabilendo anche dei record di estrazione. Alla fine del conflitto, l’Italia se ne dimenticò, mise da parte i minatori morti, le responsabilità (si parlò di concause), ma non la miniera. De Gasperi, per interesse di produzione industriale, fino all’ultimo tentò di convincersi dell’importanza di quella miniera. Poi, dall’Italia, più niente. Per i soliti sessant’anni. Oggi, anche grazie al Circolo “Istria” e agli altri soggetti coinvolti, quel mutismo non è più così paurosamente silenzioso. Dal sottosuolo riemerge una storia tragica, un lamento che chiede fortemente di essere riconosciuto come la più grande catastrofe mineraria italiana di tutti i tempi. storia e ricerca 7 Sabato, 3 maggio 2008 IL TERRITORIO Rievocando gli anni d’oro della città che in passato fu «strategica» Buccari, torna l’antico Corpo delle guardie civiche La parrocchiale di Sant’Andrea e il campanile di Roberto Palisca È di pochi giorni fa la notizia che Buccari ripristinerà l’antico Corpo delle guardie civiche. Ovviamente non avrà più la funzione che aveva nel lontano passato, tra il 1671 e il 1778, quando questa ancor sempre suggestiva cittadina che si affaccia su una delle più belle baie dell’Adriatico (quella diventata famosa nel 1918 in tutta Italia anche per la nota beffa dannunziana) era municipio amministrativamente del tutto autonomo, con tanto di magistratura ed in seguito come Fiume, per decreto dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo, porto franco. L’intento è infatti quello di farle diventare un’attrattiva turistica. Le guardie civiche comunque indosseranno quegli stessi costumi che portavano un tempo. Camicione di lino rigorosamente bianco, giaccone di panno blu scuro con bottoncini in argento, panciotto rosso e pantaloni bianchi e, immancabilmente, la sciabola. Questa era l’uniforme della “Militia urbana” di Buccari. A farsi promotori dell’iniziativa, che si rifà agli anni d’oro di Buccari che in passato ebbe un’importanza strategica nei collegamenti, nella navigazione e nella formazione dei marittimi, nello sviluppo della pesca ma anche in quello della cantieristica e della viticoltura, sono stati alcuni anziani abitanti del luogo che giustamente vanno assai orgogliosi del glorioso passato della loro piccola città. Buccari nel corso della storia progredì soprattutto tra il 1225 ed il 1671, dapprima grazie a un decreto di Andrea II in base al quale la cittadina fu annessa alla contea di Vinodol e diventò possesso dei Frangepani, poi grazie al re d’Ungheria Mattia Corvino che nel 1480 la elevò al rango di città concedendole vari privilegi e quindi, dopo l’assedio ottomano (di cui resta traccia nella famosa casa turca ancora oggi esistente sul lungomare del centro storico) durato fino al 1670, passò in mano ai conti Zrinjski. In epoca medievale la cittadina si sviluppò intorno alla chiesa parrocchiale, dedicata a Sant’Andrea e all’antico castello a pianta triangolare, che è oggi in rovina, ma che risale al 1530. A disporne la ricostruzione, come conferma un’iscrizione glagolitica che è stata scolpita sull’architrave della porta d’entrata nella fortificazione, fu l’imperatore Ferdinando I, ma esisteva già molto prima. Nel 1671 Buccari fu riunita a Fiume e in seguito passò sotto la diretta amministrazione dello stato che, a governare la cittadina, impose un suo capitano. Ed il periodo di maggiore fortuna economica di Buccari fu proprio quello, poiché erano tempi in cui attraverso l’odierna Litoranea adriatica, che era detta allora strada Carolina, transitavano tutte le merci destinate all’esportazione, anche via mare, e dal porto di Buccari, come da quello di Fiume, salpavano numerosi i mercantili. Tanti di quei velieri venivano costruiti proprio a Buccari. Questa situazione perdurò a vantaggio dell’economia e degli abitanti della piccola cittadina finchè nel 1883 le autorità imperiali non disposero la costruzione della ferrovia che andava da Fiume a Karlovac. Da quel momento in poi il transito merci iniziò a gravitare molto di più verso il capoluogo del Quarnero e Buccari perse l’importanza strategica che aveva avuto come fulcro del traffi- co marittimo e portuale. Restò tuttavia noto centro di istruzione di abili navigatori e coraggiosi capitani visto che la locale scuole nautica aperta nel 1849, era già allora ed è tutt’oggi una delle più note nella formazione dei quadri marittimi. A parte il nautico ed i tanti capitani e marinai che ha istruito, Buccari va oggi estremamente orgogliosa anche di alcuni dei suoi prodotti doc che la popolazione del luogo si sforza di mantenere in vita: sono il mitico “bozzulai” (tanto era noto in passato questo biscotto di pan secco che i navigatori di Buccari si portavano dietro a bordo, che la sua fama arrivava anche fino alla Repubblica di San Marco, tant’è che le veneziane a Carnevale usavano mascherarsi di serve di monache con cesto di buzzolai) e lo spumantino locale detto “Bakarska vodica” che, stando alle leggende che circolano a Buccari tutt’oggi, un soldato di Napoleone rimasto ferito, soccorso e curato da una donna del luogo le insegnò a fare in segno di riconoscenza. Da allora in poi, stando ai racconti popolari, proprio per ricavarne lo spumantino sulle terrazzate tutte carso e masiere che circondano Buccari la gente del posto iniziò a coltivare la vite. Buccari oggi conta poche migliaia di anime. Quel che offre a chi la visita è soprattutto il bellissimo panorama che si gode dalla Litoranea adriatica che costeggia la meravigliosa baia omonima un tempo così caratteristica per le sue tonnare per la pesca (purtroppo ne sono rimaste appena due) sulle quali ai bei tempi sedevano i pescatori più abili che da lassù segnalavano poi ai pescherecci la presenza dei banchi di pesce azzurro. Novant’anni fa meta di una famosa beffa Tra il 10 e l’11 febbraio del 1918 trenta uomini fra cui spiccavano, oltre Gabriele D’Annunzio, anche Costanzo Ciano (padre di Galeazzo) e Luigi Rizzo, appoggiati da un sommergibile e da alcuni caccia, fecero un’incursione su tre motosiluranti (i MAS Audace, l’Abba e Animoso) nella rada allora austro-ungarica di Buccari. Tutta l’operazione fu congegnata da D’Annunzio. Pensavano di trovare forte resistenza: almeno una corazzata. Ma non fu così. Lanciarono sei siluri contro alcune navi mercantili ed che erano alla fonda e contro un grosso piroscafo. Cinque non esplosero, impigliandosi nelle reti di protezione. Uno scoppiò senza provocare danni e diede l’allarme. Le unità italiane comunque riuscirono indenni a riguadagnare il largo senza subire danni né perdite. D’Annunzio stesso lanciò in mare tre bottiglie sigillate in cui era un messaggio agli Austriaci: “In onta alla cautissima flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto – il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro – è venuto con loro a beffarsi della taglia”. Per l’Italia, che stava riorganizzandosi e stava rimediando al disastro di Caporetto, l’eco del successo di quell’impresa fu notevole. Di quella lontana avventura resta un libriccino edito nel 1918 dai fratelli Treves, dal titolo: “La Beffa di Buccari - con aggiunti ‘La Canzone del Quarnaro’, ‘Il catalogo dei Trenta di Buccari’, ‘Il Cartello Manoscritto’ e ‘Due Carte Marine’”. (rp) 8 storia e ricerca Sabato, 3 maggio 2008 CURIOSITÀ Manoscritti, schizzi, appunti, disegni e pubblicazioni accessibili a tutti L’evoluzione della tecnologia le opere di Darwin online P er la prima volta in assoluto, le opere di uno dei più grandi scienziati della storia, Charles Darwin, sono accessibili a tutti grazie a un progetto che ha messo sul web manoscritti, schizzi, appunti, fotografie del naturalista e della sua famiglia, disegni, pubblicazioni, recensioni di stampa, critiche dei suoi libri di uno dei più influenti pensato- documenti relativi alle sue opere, anche alcune trascrizioni, ma questa è la prima volta che gli originali approdano sul web, seppur in formato digitale e, soprattutto, sono visionabili da chiunque. Una mole sconfinata che, se qualcuno volesse esaminare per intero, guardando ogni immagine almeno un minuto, ci impiegherebbe almeno due mesi. Il sito è www.darwin-online.org.uk: raccoglie quasi 20mila articoli e 90mila immagini Il 1.mo luglio 1858, Darwin fece la sua comunicazione – riguardo all’“Origine delle specie per mezzo della selezione naturale” – alla Linneian Society; insieme fu letta anche quella di Wallace. Il libro di Darwin fu pubblicato un anno più tardi. Tanto era l’interesse suscitato dalla sua opera che la prima edizione andò esaurita in un solo giorno ri della scienza moderna. Iniziato nel 2002 a Cambridge – dove lo scienziato studiò – e diretto da John van Wyhe, il “Darwin Online Project” ha raccolto e pubblicato oltre 20mila articoli e 90mila immagini. Il materiale, che nella sua forma originale era disponibile solo agli studiosi che ne facevano espressa richiesta (con tutti i limiti della trafila burocratica, oltre agli ostacoli “geografici”) alla Cambridge University Library, ora può essere consultato (e scaricato con un lettore mp3 player) gratuitamente all’indirizzo www.darwin-online.org.uk. In passato erano già stati pubblicati La raccolta, ora che è stata scannerizzata – il lavoro sarà completato entro il 2009, in occasione del bicentenario della nascita del naturalista –, si potrà conservare per sempre (il mate- I lavori sono attualmente disponibili in lingua danese, tedesca, norvegese e russa riale cartaceo infatti si deteriora con il passare degli anni). Ma l’obiettivo principale del progetto non è questo. L’iniziativa dell’Università di Cambridge mira Charles Robert Darwin (Shrewsbury, 12 febbraio 1809 – Londra, 19 aprile 1882) è stato un naturalista, geologo e agronomo inglese, celebre per aver formulato, assieme ad Alfred Russel Wallace, la teoria dell’evoluzione delle specie animali e vegetali per selezione naturale di mutazioni casuali congenite ereditarie (origine delle specie), e per aver teorizzato la discendenza di tutti i primati (uomo compreso) da un antenato comune (origine dell’uomo). Pubblicò la sua teoria sull’evoluzione delle specie nel libro “L’origine delle specie” (1859), che è rimasto il suo lavoro più noto. Raccolse molti dei dati su cui basò la sua teoria durante un viaggio intorno al mondo sulla nave HMS “Beagle”. La spedizione infatti gli permise di studiare di prima mano sia le caratteristiche geologiche di continenti ed isole, sia un gran numero di organismi viventi e fossili, di cui raccolse metodicamente un gran numero di campioni sconosciuti alla scienza: tali campioni, conferiti al British Museum, erano già di per sé un notevole e ineguagliato contributo scientifico. Nel suo viaggio visitò le isole di Capo Verde, le Isole Falkland (o Isole Malvinas), la costa del Sud America, le Isole Galápagos e l’Australia. Nelle sue opere successive – quali “La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico”, “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale” e “L’espressione delle emozioni negli animali e nell’uomo” – Darwin sviluppò altri temi soltanto abbozzati o neppure accennati ne “L’origine delle specie”. Per esempio, ne “L’origine dell’Uomo e la selezione sessuale”, Darwin aggiunse alla selezione naturale, come meccanismo di selezione, anche la selezione sessuale, dovuta alla “scelta femminile” (o in alcuni casi maschile) che spinge uno dei due sessi a sviluppare caratteri sessuali secondari abnormi e, in apparenza, in contrasto con la sopravvivenza e quindi il fitness individuale, come i palchi dei maschi dei cervi europei (Cervus elaphus) o la coda, sempre nei maschi, del pavone (Pavo cristatus). Darwin divenne membro della Royal Society nel 1839 (per la raccolta di informazioni effettuata durante il suo viaggio), nel 1878 fu accolto anche dall’Académie des Sciences francese, nel 1870 fu nominato socio d’onore della Società Geografica Italiana. Alla sua morte, avvenuta a Downe il 19 aprile del 1882, ricevette funerali di stato e fu sepolto nell’Abbazia di Westminster, accanto a Newton. soprattutto a far conoscere meglio, su scala planetaria il pensiero di uno scienziato che “ha cambiato la nostra comprensione della natura”. Tra i “tesori” di questa raccolta, un insieme di pagine che probabilmente attirerà notevole interesse, è la prima bozza della sua teoria dell’evoluzione, fatta nel 1842: porterà alla stesura de “L’origine delle specie”, uscita nel 1859. Ci sono aggiunte, appunti, note a piè di pagina, problemi da risolvere… Una trascrizione del testo era già stata pubblicata in precedenza, ma “ripulita”: oggi invece si può provare tutto il fascino della visione dello sviluppo del pensiero di Darwin, nella “versione” originale (rispettivamente nel suo facsimile). Oltre al lavoro che lo ha reso famoso a livello planetario, di Darwin si possono leggere online altre migliaia di pagine di annotazioni e bozze di scritti diversi, oltre agli appunti dello storico, fondamentale viaggio compiuto a bordo del “Beagle”, l’imbarcazione che in cinque anni (dal 1831) lo portò a visitare mezzo mondo. Si tratta di una copia del documento, convertita su microfilm: il manoscritto originale è stato rubato negli anni Ottanta del secolo scorso e manca tuttora. In ogni caso, fa un certo effetto poter consultare il notes che Darwin teneva in tasca girando per le Galápagos. Dalla collezione emerge anche una visione più personale della sua vita, con alcune lettere della moglie Emma e alcune ricette scritte di suo pugno, ma scaturiscono pure le opinioni che Darwin nutriva a proposito della religione. In una nota del 1839, la moglie espresse tutta la sua preoccupazione per l’evidente declino della fede osservato nel consorte. Anche se discendeva da un ambiente anticonformista, le credenze di Darwin cominciarono a cambiare durante il suo viaggio sul “Beagle” e dopo il suo ritorno. La sua fede nel cristianesimo continuò ad attenuarsi e infine, con la morte della figlia Annie nel 1851, la perse completamente. In età avanzata, quando gli venne chiesto delle sue convinzioni religiose, spiegò che non era mai stato un ateo nel senso di negare l’esistenza di un Dio, ma che in generale “agnostico sarebbe la più corretta descrizione del mio stato mentale”. Barbara Rosi Anno IV / n. 5 3 maggio 2008 “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat edizione: STORIA E RICERCA Redattore esecutivo: Ilaria Rocchi-Rukavina / Impaginazione: Saša Dubravčić Collaboratori: Nicolò Giraldi, Kristjan Knez, Gianfranco Miksa, Roberto Palisca, Ilaria Rocchi-Rukavina, Barbara Rosi Foto: Ivor Hreljanović, Zlatko Majnarić La pubblicazione del presente supplemento viene supportata dall’Unione Italiana grazie alle risorse stanziate dal Governo italiano con la Legge 193/04, in esecuzione al Contratto N° 83 del 14 gennaio 2008, Convezione MAE-UI N° 2724 del 24 novembre 2004