IN QUESTO NUMERO
Primavera 1945, ultime operazioni di guerra. Le
forze antifasciste si apprestano a scacciare i nazisti (e
loro collaboratori) che hanno occupato il nostro territorio dopo l’armistizio del 1943. La regione è distrutta. A essere martorizzata (ma dalle bombe alleate) è in
particolare la città dalmata di Zara. Neanche Fiume
è risparmiata: i tedeschi l’hanno sventrata; i picconi
(nella Cittavecchia) e l’esodo completeranno lo scempio. Le immagini – molte delle quali inedite – esposte
dal Museo civico del capoluogo quarnerino rievocano
con straordinaria efficacia la disperata situazione nella
quale la città si risvegliò il 3 maggio del 1945. In mezzo alle macerie, si stavano consumando tanti, diversi drammi. Di alcuni si è parlato anche copiosamente
– e, beninteso, è giusto continuare a parlarne, affinchè
episodi talmente tragici non abbiano a ripetersi nel fu-
turo –, altri si sono voluti tacere, nascondere, ignorare la natura, i contorni esatti di quello che è avvenuto.
Domani, a Castua, la Società di studi fiumani a Roma
onorerà la memoria dei caduti italiani durante la seconda guerra mondiale, di quei fiumani di cui si persero le tracce o che perirono nel maggio ’45. E con uno
stralcio della Fiume di 62 anni fa apre questo numero
dell’Inserto “Storia e Ricerca”: foto della città devastata (in basso, il plastico realizzato probabilmente da
Romolo Venucci, salvato dal macero grazie all’intervento di un fiumano venuto a mancare qualche mese
fa, Claudio Sever) e il ricordo di due fiumani scomparsi nel maggio ’45, a cui la su citata Società ha dedicato
una pubblicazione in occasione del Giorno del Ricordo.
Si resta a Fiume, ma il nostro tuffo nel passato si fa
più profondo, “scende” verso la fine dell’Ottocento e
gli inizi di quello che Hobsbawm, definì “il secolo breve”. Gianfranco Miksa illustra un progetto avviato dal
Museo civico di Fiume, in collaborazione con altri enti
museali di Trieste, Graz e New York, incentrato sui flussi migratori di sudditi della Monarchia austro-ungarica verso l’America. A fine anno, l’iniziativa dovrebbe
tradursi in mostra. Di un’altra esposizione – “Quando
piovevano bombe. I bombardamenti e la città di Barcellona durante la guerra civile”, allestita a Trieste – si
occupa Kristjan Knez, con un approfondimento sul
contesto storico, nelle pagine centrali. Nicolò Giraldi
rievoca la triste pagina legata alla morte dei minatori
di Arsia nel 1940 (a pagina 6), mentre Roberto Palisca
“esplora” il patrimonio di Buccari (a pagina 7). In conclusione, un ritorno “alle origini”, all’opera darwiniana, ora disponibile anche online. Buona lettura.
A proposito di perdite umane di nazionalità italiana durante e dopo la seconda guerra mondiale
Fiume, maggio1945: i drammi
di Ilaria Rocchi-Rukavina
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Segue a pagina 2
DEL POPOLO
storia
e ricerca
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ualcuno li ha definiti i “desaparecidos” di
Fiume: uomini e donne che, dal 3 maggio
1945, con l’entrata in città della IV Armata popolare jugoslava, svanirono semplicemente
nel nulla. Per sempre. Ricchi industriali e povera
gente; italiani, croati e tedeschi; cattolici, ebrei e
protestanti; autonomisti, irredentisti, fascisti e antifascisti: persone diverse per estrazione sociale,
età, nazionalità, confessione religiosa e credo politico; avversari da mettere subito fuori gioco, da
epurare; “nemici del popolo” (o presunti tali) da
giustiziare per le nefandezze commesse durante la
seconda guerra mondiale; malcapitati che in passato avevano commesso un qualche torto (o semplicemente ne avevano suscitato l’invidia) a qualcuno ora divenuto “potente” e assetato di vendetta... Fatto sta che un’ondata di violenza investì la
città e il circondario. Colpì subito gli ex legionari dannunziani, gli irredentisti della prima guerra
mondiale, gli ufficiali; si riversò sugli autonomisti fiumani che non avevano smesso di credere nel
sogno dello Stato libero (già nella notte fra il 3 e
il 4 maggio furono uccise due personalità di spicco quali Matteo Blasich e Giuseppe Sincich); non
risparmiò nemmeno gli esponenti del Comitato di
liberazione nazionale e altri membri della resistenza italiana (fra cui il noto antifascista Angelo
Adam); ma si scatenò con episodi di inusitata efferatezza soprattutto nei confronti degli esponenti
dell’italianità cittadina. Numerosi fiumani furono
incarcerati, torturati, impiccati, lapidati, fucilati,
strangolati, affogati, deportati, infoibati… qualcuno a ragione, altri a torto; in alcuni casi dopo
un processo più o meno regolare, spesso invece
con frettolose esecuzioni sommarie e senza dare
all’“imputato” alcuna possibilità di difendersi. E, soprattutto, negandogli un’umana sepoltura.
Tra i fiumani di cui si persero le tracce – furono subito uccisi – anche i senatori Icilio Bacci e Riccardo Gigante. Sono due delle tante “perdite umane di nazionalità italiana a
Fiume e dintorni nel periodo che
va dall’inizio della seconda guerra mondiale al trattato di pace di
Parigi (1939-1947)”, come s’intitola un progetto di ricerca pluriennale, promosso congiuntamente da due istituzioni, una italiana e l’altra croata, ossia dalla
Società di studi fiumani con sede
a Roma e dall’Istituto croato per
la storia (Hrvatski institut za povijest) – con tanto di patronato del
presidente della Repubblica italiana Oscar Luigi Scalfaro e beneplacito del presidente della Repubblica
di Croazia Franjo Tudjman – e con il
coinvolgimento di una nutrita schiera
di ricercatori e studiosi.
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• n. 5
08
• Sabato, 3 maggio 20
2 storia e ricerca
Dalla prima pagina
Nel 2002 è stato pubblicato,
dal Ministero per i beni e le attività culturali – Direzione generale
per gli archivi, il volume bilingue
italiano-croato “Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)”, curato da Amleto
Ballarini (presidente della Società di studi fiumani a Roma) e da
Mihael Sobolevski (direttore dell’Istituto croato per la storia), consultabile gratuitamente online (w
ww.archivi.beniculturali.it/DGAfree/Sussidi/Sussidi_12.pdf). Un
lavoro di ricerca certamente non
definitivo, da completare, forse
anche da rivedere in alcune sue
parti alla luce di nuovi archivi disponibili (mezzi finanziari permettendo).
Tornando ai due senatori di
Fiume, quest’anno, in occasione
del Giorno del Ricordo 2008, a
cura di Amleto Ballarini, la Società di studi fiumani – Archivio museo storico di Fiume (SSF) ha dato
alle stampe “Infoibati nella storia
proibita e dimenticata”, pubblicazione che, in 29 pagine (corre-
tismo, si disse con un termine che
bene dava l’idea della necessaria
‘redenzione’ di terre che erano italiane di cultura, di traffici, di storia, di lingua, di passioni, ma che
erano ‘ancora’ sotto un dominio
straniero”, spiega Parlato. E irredenti furono sia Bacci sia Gigante,
schierati in prima linea, fin da giovani, su quel fronte che rivendicava l’annessione di Fiume all’Italia. In questa ottica, appare quasi
naturale la conseguente individuazione del fascismo come del solo
strumento politico in grado di difendere l’italianità, i confini del
1919 – 1924. Per Bacci e Gigante “fascismo equivaleva a Stato e
Stato equivaleva a Italia. Nel 1945
pagarono questa equazione”, conclude lo storico. La pubblicazione di cui sopra ripercorre la vita,
l’opera e gli scritti (la “loro fede”)
dei due senatori fiumani. Ma illustra anche la lunga battaglia portata avanti dalla Società di studi fiumani per tenere in vita la memoria
dei tragici eventi legati alla seconda guerra mondiale, un impegno
Sabato, 3 maggio 2008
INIZIATIVE Il Museo civico di Fiume progetta una
«Mamma mia dammi ce
Per il momento
si ignora l’esodo
di Gianfranco Miksa
L
a presenza a Fiume dei direttori di alcuni musei civici e storici dell’Europa
centrale – incontro organizzato
in collaborazione con il Forum
austriaco di Zagabria, nell’ufficio di Emil Brix, ambasciatore
e direttore del Dipartimento per
la politica culturale degli affari
esteri della Repubblica d’Austria
e presidente degli istituti culturali nazionali dell’UE – è servita a
(ri)lanciare l’idea dello scambio
culturale tra enti museali di Paesi
confinanti. Le idee non mancano,
tanto che sono già scaturite alcune iniziative comuni che potrebbero realizzarsi tra breve. “Per il
Museo civico di Fiume è di fondamentale interesse questa partecipazione, poiché la nostra città e,
più in generale, la nostra regione
fanno parte geograficamente e
storicamente all’Europa Centra-
le, al mondo della Mitteleuropa.
A mio avviso, quest’area è per
noi di maggiore interesse rispetto
forse a quella mediterranea, perché l’Alto Adriatico appartiene
appunto a questa fetta d’Europa.
Fiume è legata tradizionalmente e
anche storicamente a questo territorio: la zona fino alla Fiumara,
dove si trovava il confine, è stata legata per secoli alle sorti del
Sacro romano impero di nazione germanica”, premette Ervin
Dubrović, direttore del Museo
civico del capoluogo quarnerino. “Le fonti d’archivio che documentano la storia della nostra
città si trovano infatti a Budapest,
Trieste e Lubiana; altri documenti
si possono invece consultare nelle
istituzioni di Roma e Belgrado e,
in minor parte, di Zagabria. Grazie alla cooperazione, avremo diretta visione di documenti e fonti
Visto che parliamo di
spostamenti di popolazione:
come stiamo con “l’emigrazione del 1947”?
“Come direttore del Museo civico di Fiume cerco di
evitare argomenti particolari
e anche difficili come questo, anche perché è, ancora
sempre, territorio di conflitti
ideologici. Sono consapevole del fatto che per la componente italiana questo è un
tema delicato e che va approfondito e studiato. Non è nostra intenzione eludere l’argomento, né tacere su queste
tragedie, ma per il momento,
noi, l’istituzione che dirigo
e i miei collaboratori, abbiamo deciso di concentrare le
nostre forze solo sulla prima
grande ondata emigratoria,
vale a dire quella dall’inizio
del secolo scorso e fino alla
Prima guerra mondiale. Si è
parlato addirittura di istituire
a Fiume un museo dell’emigrazione da questi territori.
Un’idea promossa dalle istituzioni croate, intenzionate a
raccontare la migrazione dei
croati. L’esodo fiumano, ossia quello della popolazione
italiana di Fiume – senza dimenticare quella dell’Istria
– non ha trovato riscontro in
questo progetto”.
di cui necessitiamo per realizzare
progetti attuali e futuri”, aggiunge Dubrović. Uno di questi progetti è intitolato “L’emigrazione in
Iniziò il suo viaggio inaugurale il 5 maggio 1903
Tra Europa e Stati Uniti d’America
con il transatlantico «Carpathia»
date da immagini e illustrazioni)
rievoca le figure di Icilio Bacci e
Riccardo Gigante. Un’opera che
“non ha nulla di retorico o di nostalgico”, come rileva nelle prime
righe della Presentazione lo storico Giuseppe Parlato, rettore della
Libera Università “San Pio V” di
Roma. “Si tratta di un doveroso
– e tardivo – riconoscimento di
quanto questi due uomini delle
istituzioni fecero dal punto di vista culturale e politico per sottolineare la comunanza tra Fiume e
l’Italia, per rafforzare quell’antico
legame che le vicende dell’ultimo
Ottocento avevano messo in qualche modo in discussione. Irreden-
pluridecennale teso a ricordare,
anzi quasi rincorrere una verità
storica che ancora oggi viene negata. Poco si sa della fine di Icilio
Bacci, arrestato il 21 maggio 1945.
Riccardo Gigante, preso in casa
dalla polizia segreta di Tito nella
notte tra il 2 e il 3 maggio 1945, fu
trasportato in un luogo allora sconosciuto e ucciso. Dopo anni di ricerca, è stato possibile individuare
a Castua la fossa comune in cui furono gettati i suoi resti. E ogni anni
la Società di studi fiumani torna in
questa località, per onorare la memoria di questi e degli altri caduti
italiani durante il secondo conflitto
mondiale.
Icilio Bacci e Riccardo Gigante
Il “Carpathia”, transatlantico che copriva la rotta
Europa-America all’inizio del XX secolo, divenne
famoso nel 1912 per aver tratto in salvo i naufraghi del “Titanic”. Varato nell’agosto del 1902, lungo 164 metri e largo 19 metri, fu silurato e affondato il 17 luglio 1918 al largo della costa irlandese dal
sommergibile tedesco U-55, durante la prima guerra mondiale (Clive Cussler ritroverà il relitto nel
1999). Anche in questo tragico caso, come in quello del “Titanic”, l’equipaggio diede prova di sangue
freddo evacquando la nave senza scene di panico e
mettendo tutti i passeggeri in salvo (solo cinque le
vittime) con l’aiuto della HMS “Snowdrop”.
Insieme con le navi “Pannonia”, “Ultonia”,
“Slavonia” e “Sassonia”, la “Carpathia” dell’ungaro-americana “Cunard line”, era stata progettata specificatamente per il trasporto degli emigranti che, dall’Ungheria, attraverso il porto di Fiume, volevano raggiungere New York. Iniziò il suo
viaggio inaugurale da Liverpool alla Grande Mela
il 5 maggio del 1903. Continuò a mantenere la rotta Liverpool – New York durante tutta l’estate, fino
a novembre; poi, in inverno, tra novembre e maggio, si dedicò al trasporto degli emigranti (soprattutto ungheresi) da Trieste e Fiume in America. Vista la natura del servizio al quale era destinata, all’inizio fu sprovvista di prima classe: offriva posto
a duecento passeggeri in seconda classe e a 1.600
in terza classe. La sistemazione era tutto sommato
buona – c’erano anche camere per i passeggeri di
terza classe e tutti i pasti erano inclusi nel biglietto –, forse anchea superiore a quella che potevano dare vascelli simili. In seguito, la “Cunard line”
istituì una romantica “Crociera nel Mediterraneo”
(per ricchi americani in vacanza), con tappe supplementari nei porti di Gibilterra, Genova e Napoli
(ma anche Messina e Palermo). Fu per questo motivo che procedette a una risistemazione del “Carpathia”: nel 1905 fu dotato di un centinaio di posti
in prima, 200 in seconda e 2.250 in terza classe.
Il “Carpathia” salpava da Fiume con a bordo il
suo “carico” di emigranti provenienti dall’Ungheria; toccava Napoli e Palermo, imbarcando anche
emigranti italiani. Considerato l’elevato numero di
passeggeri che non parlavano l’inglese, per questa particolare linea la “Cunard” impiegò medici
di bordo sia italiani sia ungheresi. Questi non solo
si prendevano cura di eventuali malati, ma verificavano lo stato di salute dei passeggeri prima della
partenza. Del resto, se le autorità americane avessero riscontrato delle malattie, avrebbero respinto
il visto d’ingresso e i disgraziati sarebbero dovuti
tornarsene da dove erano venuti, a spese della “Cunard”. Il “Carpathia” continuò a espletare il suo servizio fino allo scoppio della Grande Guerra. Nel
settembre del 1914 la “Cunard” fu multata dal governo italiano con 111,500 lire perché lasciò New
York senza il nullaosta del console italiano. Il “Carpathia” non fu mai convertito a scopi bellici. (ir)
storia e ricerca 3
Sabato, 3 maggio 2008
mostra sull’emigrazione dalle province dell’Austria-Ungheria (1880 – 1914)
ento lire che in America voglio andar»
Mesti cortei
di povera gente
Un opuscolo informativo del
1911 elenca le seguenti partenze
da Fiume verso New York:
31 gennaio – “CARMANIA”
14 febbraio – “CARONIA”
21 febbraio – “ULTONIA”
08 marzo – “SAXONIA”
18 marzo – “PANNONIA”
29 marzo – “CARPATHIA”
15 aprile – “ULTONIA”
22 aprile – “SAXONIA”
06 maggio – “PANNONIA”
20 maggio – “CARPATHIA”
10 giugno – “SAXONIA”
24 giugno – “PANNONIA”
08 luglio – “CARPATHIA”
29 luglio – “SAXONIA”
12 agosto – “PANNONIA”
26 agosto – “CARPATHIA”
09 settembre – “ULTONIA”
16 settembre – “SAXONIA”
30 settembre – “PANNONIA”
14 ottobre – “CARPATHIA”
28 ottobre – “SAXONIA”
America, 1880 – 1914” e intende
studiare, esplorare e presentare il
flusso migratorio che, tra la fine
del XIX secolo e gli inizi del XX
secolo, portò migliaia di persone
provenienti dalle province dell’allora Impero autro-ungarico intraprendere un viaggio, quasi sempre
di sola andata, verso gli Stati Uniti d’America, in cerca di libertà, di
fortuna. “Cercheremo di approfondire nello specifico il ‘movimento’ che avveniva attraverso il porto di Fiume. Devo qui precisare
che quando si parla di emigrazione
dal porto fiumano, non s’intende lo
spostamento dei fiumani, poiché
nella stragrande maggioranza dei
casi i nostri concittadini del passato non avevano poi quel grande
bisogno di espatriare che magari
contraddistingueva gli altri abitanti della Monarchia, per il semplice
fatto che la qualità della vita in città
era più che buona”.
Chi allora espatriava?
“Per lo più la gente del contado,
dell’entroterra croato. Individui,
famiglie in cerca di un’esistenza
migliore, di lavoro. Partivano dal
territorio della Lika, dal circondario di Zagabria, di Karlovac, spesso anche dall’Ungheria, siccome
Fiume era la seconda città per importanza, dopo Budapest, della Corona di Santo Stefano. Gli italiani,
i dalmati e quarnerini, partivano da
altri porti, da quello di Trieste e di
Genova. Questa scelta è stata dettata da ostacoli amministrativi all’interno dell’Impero austro-ungarico che impediva ai cittadini con
passaporto austriaco di partire dal
porto di Fiume. Avevano facoltà di
farlo solo quelli della ‘prima classe’, ossia i turisti. Coloro che si imbarcavano come emigranti potevano salpare dallo scalo fiumano solo
se erano in possesso del passapor-
to ungarico. Gli abitanti di Cantrida, di Castua non potevano dunque andarsene via Fiume, devono
imbarcarsi a Trieste o in un terzo
porto. Erano impossibilitati a farlo perché cittadini dell’Impero;
mentre a Fiume c’era il monopolio
degli ungheresi. A Fiume operavano diverse agenzie e compagnie le
quali organizzavano i viaggi, come
la ‘Cunard line’, che aveva riscosso dalle autorità ungariche la linea
Fiume – New York. A Trieste poi
c’erano addirittura tre società, tra
le quali anche l’austro-americana
‘Cosulich’”.
Una sconfitta
dello stato
“Il punto principale da cui la
maggior parte degli emigrati se ne
andò era attraverso la città di Brema, in Germania. Lontano per gli
abitanti dell’attuale Croazia, ma vicino a quelli dell’Europa del Nord.
Brema, con il suo porto marittimo
sul fiume Weser, offriva un’organizzazione migliore e biglietti più
economici. Solo da questo porto
partirono, negli anni che interessano il nostro progetto, oltre un milione e mezzo di sudditi della Monarchia. Si stima che da Trieste e
da Fiume siano partite in direzione
dell’America oltre 500mila persone. Non dimentichiamo gli aspetti politici che comportava una tale
emigrazione per gli stati interessati.
Si tratta letteralmente di una vera e
propria sconfitta dello stato sociale
e politico. Un quarto degli espatriati nel Nuovo Continente proveniva
dall’Austria, un quarto dal Regno
d’Italia. Dunque, la metà degli immigrati negli USA arrivò da questi due stati, vicinissimi alla nostra
realtà”.
Quale sarà il percorso della
mostra?
“La mostra si avvarrà probabilmente della collaborazione del
Museo dell’immigrazione di Ellis
Island, a New York. Nel complesso americano di accoglienza per
gli immigrati era impiegato Fiorello La Guardia. Da giovane lavorava a Fiume come agente diplomatico per immigrati. La Guardia ha
migliorato alcuni servizi del corpo
diplomatico a Fiume. Capitava che
decine e decine di immigrati fossero respinte dalle autorità ad Ellis
Island e quindi impossibilitate di
entrare legalmente negli Stati Uniti d’America. Si trattava soprattutto
di questioni burocratiche, di solito
un’insufficienza di documenti. Era
Agli albori del Novecento, il
porto di Fiume – importante per
i collegamenti dei Paesi europei,
in particolare quelli danubiani,
con le Americhe e l’Oriente (India e Giappone) – era segnato da
un’attività “quasi febbrile”. Arrivavano in Europa cereali, carne,
fosfati, concimi ed altri prodotti… Ma anche “un’altra merce
abbondava a Fiume in esportazione in quegli anni: la merce
umana. Erano centinaia, anzi migliaia gli emigranti che arrivavano dall’interno del vasto Impero
Austro-Ungarico – si legge in
“Una giovinezza a Fiume”, memorie raccontate da Giulio Dènes
e scritte da Giulio Scala – inedito pubblicato su un sito internet
(vedi www.rigocamerano.org) –.
In prevalenza erano i meno fortunati fra i sudditi della Monarchia, che lasciavano la loro misera esistenza vissuta in Bucovina,
Polonia russa, Slovacchia, e partivano con la speranza di crearsi una nuova vita, meno penosa,
oltre l’Oceano. Emigravano allora in massa in Argentina – scarsa di mano d’opera – dove venivano accolti a braccia aperte,
ricevendo gratuitamente terre da
coltivare e da allevare il bestiame. A Fiume dovevano attendere
l’arrivo della nave, alloggiando
in un edificio a loro riservato: il
Palazzo degli Emigranti, all’inizio della zona industriale, vicino
al faro. Si vedeva questa povera gente portarsi dietro, in grossi fagotti, tutto il loro avere, per
ripartire con speranza e fiducia
verso il nuovo mondo. Per noi lo
spettacolo non destava interesse
alcuno: ci eravamo infatti ormai
abituati al passaggio di questi
mesti cortei di povera gente, silenziosa ed anche addolorata per
dover lasciare il loro vecchio,
seppure misero mondo.” Diverse
davvero una tragedia trovarsi sbarrata la porta verso la fortuna, dopo
aver trovato i soldi per pagare il biglietto, intrapreso il viaggio in condizioni tutt’altro che di comfort,
giungere quasi a destinazione e
poi, al momento di varcare l’ingresso, ricevere una risposta negativa. Si decise così di riversare parte delle questioni burocratiche ai
consolati, cosa che accadde anche
a Fiume. E il merito va attribuito
anche a Fiorello La Guardia. Parlava diverse lingue, tra cui l’italiano,
il croato e l’inglese. Lavorerà anche come traduttore a Ellis Island.
La sua ambizione lo porterà a laurearsi in legge e diventerà più tardi sindaco di New York. È rimasto
profondamente impresso nell’immaginario collettivo americano
tanto che l’aeroporto della Grande
Mela porta il suo nome”.
navi, ricorda ancora Dènes “erano riservate al solo trasporto dei
passeggeri per le Americhe. Appartenevano tutte alla Società di
Navigazione inglese Cunard, ed
erano lì pronte ad accogliere la
schiera degli emigranti.
Nessuno mi impediva di girare liberamente nei saloni, lungo
i corridoi, fino a scendere nelle
parti della nave dove si trovavano gli ambienti riservati ai viag-
“Inoltre, prima di partire per
l’America gli emigrati dovevano
passare alcuni mesi e qualche volta anni nella città di partenza. Le
navi di solito accoglievano attorno ai duemila passeggeri. Molte di
queste prima di diventare imbarcazioni per gli immigrati erano state
adoperate per il trasporto del bestiame. Esistono storie tragiche di
numerosi passeggeri morti a causa
delle precarie condizioni igieniche
che spesso vigevano a bordo. Ricordiamoci che stiamo parlando di
cento anni fa. Eppure si partiva…
Fiume in quel tempo disponeva di
diversi alberghi in centro città, ciò
nonostante non riusciva a smaltire
la marea delle persone che affluiva
per partire verso l’America. Tantissimi si arrangiavano come potevano, dormivano nei parchi, nelle
baracche e all’aperto. Per affrontare questo problema il Comune
decise di costruire una ‘Casa degli emigranti’ oggi in via Milutin
Barač. Non era un albergo di lusso,
piuttosto un rifugio con condizioni
igieniche accettabili”.
Coinvolte pure Trieste,
Graz e New York
“L’emigrazione in America,
1880 – 1914”, è portato avanti in
collaborazione con i Civici Musei
di Storia ed Arte di Trieste, con il
Landesmuseum Joanneum di Graz
giatori delle classi di lusso. La
cucina, tutta decorata, era sistemata nel ponte più basso, ed accanto c’era la Sala di Ginnastica,
con giochi ‘motorizzati’: c’era
il cavallo a movimento progressivo (trotto, galoppo), del quale mettevo in azione il motore.
C’era pure la Sala di Scrittura,
dove approfittavo di qualche foglio di carta da lettere e busta intestata, per scrivere agli amici.
Giravo, molto soddisfatto,
in lungo e in largo sul ‘CARONIA’, ‘CARPATHIA’, ‘PANNONIA’. Una sola volta arrivò
a Fiume il ‘LUSITANIA’, con i
suoi quattro fumaioli rossi. Erano tutte navi della Cunard, che
avevano appunto le ciminiere di
colore rosso. (…) Sulle navi da
me visitate si svolgeva pure un
modesto commercio clandestino. Si saliva con addosso delle
vecchie scarpe, ormai in sfacelo, e si comperavano a bordo le
ricercate scarpe americane con
la punta larga, allora di moda.
Per evadere la dogana le scarpe
venivano poi bene impolverate
ed infangate. Del resto, lo stesso facevano i nostri vicini croati
di Susak, riattraversando il ponte
dopo l’acquisto di scarpe nuove
a Fiume.”
e con il Museo dell’immigrazione
di Ellis Island a New York. Il museo americano ha messo a nostra disposizione i suoi archivi. Collabora
al progetto Barry Moreno, che lavora al Museum Services Division
alla Statua della Libertà ed è autore,
tra le altre opere, del recente ‘Ellis
Island’s Famous Immigrants’ (Arcadia Publishing, 2008). A Moreno
è stato affidato il capitolo incentrato
sull’emigrazione dall’Italia.
La mostra sarà allestita verso la
fine dell’anno, avrà carattere itinerante: si snoderà su panelli per facilitarne lo spostamento a Trieste, a
Graz ed eventualmente a New York.
Una “scenografia” sarà esclusivamente allestita per l’appuntamento
fiumano. Il tutto sarà accompagnato da un’esauriente monografia illustrata, alla cui stesura partecipano
30 collaboratori, provenienti dall’Europa centrale e da New York.
Ci sarà pure un catalogo “minore”,
come anticipa il direttore del Museo civico di Fiume. Entrambe le
pubblicazioni saranno bilingui, la
prima croato-italiana, cofinanziata
dai Civici Musei di Storia ed Arte
di Trieste; la seconda sarà croatoinglese e uscirà con il contributo
dello State Department, rispettivamente dell’Ambasciata americana a
Zagabria. Quest’ultima, avrà cento
pagine con tabelle, storie e immagini. Probabilmente ci sarà anche una
versione in lingua tedesca.
Sabato, 3 maggio 2008
Sabato, 3 maggio 2008
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MOSTRE Gli attacchi dal cielo che investirono il capoluogo catalano, illustrati in un’esposizione alla Biblioteca Statale di Trieste, provocarono circa 670 morti
«Quando piovevano bombe»: Barcellona durante la guerra civile spagnola
L’azione violenta, con martellamento diluito nel tempo, iniziò fra le 22.08 del 16 e le 15.19 del 18 marzo. Per 41 ore, la città venne sottoposta a dodici incursioni
anticlericale, rosso separatista di un’idea di Spagna in cui non si riconoscevano”.
Già nel luglio 1936 il generale Franco chiese a Hitler e a Mussolini il supporto aereo, indispensabile per il trasferimento in Andalusia delle sue truppe
presenti in Marocco, dato che l’Aviazione e la Marina avevano dichiarato la
loro fedeltà al governo repubblicano. Il duce, però, non si limitò alla sola fornitura di armi ed equipaggiamento – come richiesto dal caudillo, dato che desiderava mantenere l’assoluto controllo della guida delle operazioni –, bensì
inviò pure il Corpo truppe volontarie e un ingente quantitativo di mezzi e bocche da fuoco. Il capo del fascismo considerava il conflitto spagnolo come una
buona occasione per rilanciare all’interno la propaganda anticomunista, ma
anche per dimostrare alla comunità internazionale il ruolo ed il peso dell’Italia nell’area mediterranea. Lo scacchiere iberico diventò altresì un laboratorio per l’aviazione fascista, e al contempo vennero sperimentati gli armamenti
navali e le altre armi in dotazione all’esercito. Ed altrettanto fecero i nazisti.
di Kristjan Knez
I
conflitti degli anni Trenta del ventesimo secolo, che si accesero in vari
punti del globo, si caratterizzano per l’uso massiccio dell’aviazione nelle operazioni belliche. I bombardieri rappresentarono un’arma efficace e,
sovente, decisiva per le sorti delle campagne militari. Durante la guerra italoetiopica (1935-1936), che fin dall’inizio fu uno scontro di forze impari, vi fu
un impiego considerevole di aerei, che colpirono sia le difese del Negus sia
la popolazione civile, e vennero utilizzate pure le armi chimiche (gas), vietate
dalle convenzioni internazionali.
Negli anni che precedettero il secondo conflitto mondiale, si annovera altresì l’azione indiscriminata dei bombardieri sulle città. Il 26 aprile 1937 gli
apparecchi della Legione nazista Condor – inviata in Spagna a sostegno di
Francisco Franco –, assieme a quelli italiani, lanciarono il loro carico di morte sulla cittadina di Guernica, che venne distrutta completamente. La tragedia venne immortalata nella celeberrima opera omonima di Pablo Picasso.
A distanza di qualche mese (settembre), questa volta nel continente asiatico,
anche l’Impero del Sol Levante, nel corso della guerra contro la Cina, fece
ampio uso dell’aviazione. Funeste furono le incursioni sulla città di Shangai,
densamente popolata e con una notevole presenza di cittadini stranieri.
Scontro tra fascismo e antifascismo
La guerra civile spagnola ebbe inizio dal fallito tentativo di colpo di stato
contro la Repubblica, e, come ricorda la mostra, “si trattò della prima guerra
in cui si scontrarono in armi il fascismo e l’antifascismo”.
Rammentiamo che dopo il 28 dicembre 1936, a seguito del programmato
intervento esterno, nacque ufficialmente l’Aviazione Legionaria la quale svolse un ruolo determinante nel corso del conflitto e favorì la vittoria franchista.
Con l’occupazione dell’isola di Maiorca, nelle Baleari, si acquisì una base
privilegiata per le operazioni contro il territorio catalano, che era quasi esclusivamente colpito dagli aerei schierati dal regime mussoliniano. Dall’Italia
giunsero circa 40 000-50 000 uomini – anche se, probabilmente, il numero di
coloro che passarono per la Spagna fu di circa 75 000 unità -, di cui 6000 circa furono direttamente coinvolti nei bombardamenti.
Tra i velivoli inviati, complessivamente poco più di 750, ricordiamo i
bombardieri Savoia S79 e Savoia S81 – che potevano agire anche di notte -,
ossia aerei di recente fabbricazione e quindi ancora da sperimentare. Nel corso delle ostilità ben 137 furono le località colpite, tra cui gli obiettivi strategici
ma anche tranquille cittadine, come Granollers, che il 31 maggio 1938, in un
giorno di mercato, venne investita dalle granate con il chiaro intento di colpire
la popolazione civile, provocando la morte di 224 persone. I comandi franchisti erano consapevoli dell’efficacia delle incursioni aeree per demoralizzare le
retrovie, perciò favorirono l’azione dei bombardieri.
Nuovi armamenti
Gli accadimenti in terra iberica rappresentarono il teatro in cui vennero
sperimentati i nuovi armamenti nonché le ultime strategie di offesa. Di lì a
breve, il blitzkrieg – la guerra lampo – dell’esercito tedesco, consistente in un
uso coordinato della fanteria, dell’artiglieria, dei carri armati e dell’aviazione,
avrebbe portato il Terzo Reich alla rapida conquista di buona parte dell’Europa. Talune premesse vanno ricercate proprio nella guerra di Spagna.
A siffatto conflitto va rammentata pure la partecipazione dell’Italia fascista, che per arginare la “minaccia bolscevica” aveva inviato un considerevole
contingente militare e centinaia di velivoli della Regia Aeronautica. Quest’ultima fu impegnata contro le posizioni avversarie ed investì i centri in mano ai
repubblicani, tra i quali, in modo particolare, la Catalogna.
A questo avvenimento, ossia alle incursioni dal cielo, che investirono il capoluogo catalano tra il 16 e il 18 marzo 1938, e provocarono circa 670 morti, alla Biblioteca Statale di Trieste, sino al 10 maggio prossimo, è allestita
l’esposizione “Quando piovevano bombe. I bombardamenti e la città di Barcellona durante la guerra civile”, promossa in regione dall’Istituto per la storia
del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, dall’Institut Ramon
Llull e dalla rivista “Spagna contemporanea”. Attraverso i pannelli espositivi, riccamente documentati con riproduzioni di fotografie e di materiali storici coevi, tra cui non pochi documenti d’archivio, il visitatore segue le fasi
della guerra del 1936-1939, e in particolare le incursioni aeree che colpirono
i centri urbani e la popolazione civile. La mostra è arricchita da materiali audiovisivi, che propongono le testimonianze di coloro che vissero i drammi dei
bombardamenti, che per lunghi mesi divennero parte della loro quotidianità,
alcuni computer propongono, invece, un interessante programma interattivo,
con una mappa in 3D relativa alla geografia degli attacchi sulla città catalana nonché dei rifugi realizzati all’interno della metropoli mediterranea. Dettagliate schede riportano poi le notizie relative ai singoli bombardamenti, ai
danni, ecc., mentre alcune bacheche espongono decine di volumi dedicati al
conflitto di Spagna: ricostruzioni storiche, testimonianze di coloro che vi parteciparono, opere propagandistiche, ecc.
Distruzione di un mito
L’attenzione si focalizza in particolar modo sul capoluogo catalano,
sottoposto a duri e devastanti attacchi. Barcellona, oltre ad essere una delle maggiori città della Spagna, con un importante scalo portuale e una notevole attività industriale, quivi era nata la proclamazione della Repubblica spagnola, e la medesima aveva espresso il movimento popolare più liberatorio e cosciente del Paese. Siffatta città “rappresentava per i golpisti
militari il centro sociopolitico nemico di maggior importanza: era il fulcro
Come viene scritto nel catalogo che accompagna la mostra “(…) se Madrid era il cuore politico del Paese, il centro istituzionale dell’ordine repubblicano da eliminare, Barcellona rappresentava anche un concetto storico della
Spagna, un modo di concepire la Nazione in aperta contrapposizione con lo
spagnolismo centralista e conservatore. Bombardarla e attaccarla acquisiva
così anche un sanguinoso senso simbolico per il fascismo. Distruggevano un
mito mentre ne costruivano un altro”.
Il capoluogo catalano rimase fuori dalla prima linea del fronte sino al marzo 1938, di conseguenza divenne un punto di accoglienza per un numero notevole di profughi provenienti da buona parte della penisola. Nel dicembre
1936 se ne contavano 174 000 circa, per arrivare ad oltre 318 000 nell’agosto 1938.
Un telegramma del 16 marzo 1938 recita “Iniziare stanotte azione violenta
su Barcellona con martellamento diluito nel tempo”. Fra le 22.08 del 16 alle
15.19 del 18 marzo, ossia per 41 ore, la città venne sottoposta a dodici incursioni, e furono sganciate 44 tonnellate di bombe. “Non era una semplice esasperazione di esperienze precedenti, ma un passo avanti sulla strada che sarebbe sboccata in un nuovo tipo di guerra”.
Nel corso del conflitto la regione annoverò circa 7400 caduti, che corrispondono al 70 per cento delle morti per opera delle granate piovute dal cielo
in tutta la Spagna, il capoluogo registrò, invece, almeno 2700 vittime mentre
i feriti, secondo alcuni calcoli, si aggirano sui 7000. Tali incursioni avevano
la finalità di annientare gli obiettivi di particolare rilevanza nonché seminare
il panico e la disperazione tra la popolazione civile. Gli eventi si inserirono in
un’ottica di guerra totale, cioè un conflitto che non vede i confini fra fronte e
retrovie, che non distingue fra le vittime civili e quelle militari, ma la cui logica omicida risponde solo al conseguimento della vittoria.
La popolazione nei rifugi
Per far fronte agli incessanti attacchi dal cielo si iniziò la costruzione dei
rifugi. Ne furono edificati circa 1300, vennero adottati anche la metropolitana
trasversale, le ferrovie di Sarrià e i tunnel “Caminos de Hierro del Norte”, che
permisero la realizzazione di una rete sotterranea di circa 20 chilometri, che
poteva accogliere tra le 200 000 e le 300 000 persone, cioè il 30 per cento circa della popolazione urbana. Poiché gli stessi risultavano insufficienti e poco
pratici, in quanto erano situati lontano dalle aree in cui vivevano e lavoravano
la maggior parte degli abitanti della città, si decise di creare un ventaglio di
rifugi, realizzati nei sotterranei delle fabbriche, o in prossimità delle stesse, e
nelle piazze dei quartieri. Nella maggior parte dei casi i rifugi medesimi erano
costruiti come gallerie, con la tecnica della volta catalana, collegate fra loro,
nelle quali vi erano spazi adibiti alle infermerie e ai bagni; gli ingressi erano
realizzati in modo tale da evitare gli eventuali effetti dei mitragliamenti e/o
delle esplosioni esterne.
La propaganda
Accanto alla guerra convenzionale un ruolo non indifferente venne giocato dalla propaganda, utilizzata da entrambi gli schieramenti. Per i franchisti
era fondamentale negare le loro responsabilità, soprattutto per evitare la condanna internazionale. Un apporto non indifferente giunse dalla collaborazione italiana e tedesca, che per quanto concerne la propaganda in senso lato e la
costruzione del consenso avevano esperienza da esportare. L’unico modo per
arginare l’azione propagandistica catalana e la sua eco internazionale era do-
veroso negare la volontà e la responsabilità degli attacchi ai civili. Per quanto
attiene ai bombardamenti su Barcellona ci si giustificava argomentando che
essa non era una città aperta. Sull’onda della dura reazione pubblica, Vaticano compreso, all’indomani dei bombardamenti del marzo 1938, il Generalissimo giunse a negare pubblicamente, nel giugno dello stesso anno, l’esistenza
di ordini di attacchi aerei contro civili. La mostra propone un cinegiornale dell’Istituto Luce, che elogia l’operato della ali fasciste nonché il film “Catalunya
màrtir” (Catalogna martire) diretto da J. Marsillach, presentato alla Conferenza universale contro i bombardamenti di Città Aperte e di Azione per la Pace,
tenutasi a Parigi nel luglio 1938. Come si legge sui pannelli tale operazione
“(…) rientrava nella campagna di divulgazione internazionale degli orrori dei
bombardamenti in Catalogna, destinata a nobilitare l’opinione pubblica all’estero ed esercitare così una pressione in grado di fermarli”.
Il 26 gennaio 1939 le forze di Francisco Franco e un forte contingente italiano entrarono a Barcellona, ancora una volta la città venne sottoposta a pesanti bombardamenti che colpirono essenzialmente la popolazione civile.
6 storia e ricerca
Sabato, 3 maggio 2008
LIBRI Un volume rimedia a un’altra «dimenticanza» dell’Italia ufficiale
L’ansia dell’Arsia e la tragedia del 1940
le vittime: 185 minatori
Una precisa ricostruzione degli eventi e dell’inferno istriano
di Nicolò Giraldi
P
rendete in mano un qualsiasi libro di storia che
parli della situazione italiana del cosiddetto secolo breve. Nelle vicende che contraddistinguono l’esistenza dello stato italiano, molte sono quelle
che, in base all’interesse e alle scelte che farete, vi colpiranno. Una su tutte potrebbe essere il dramma vissuto dagli ottantacinque minatori italiani morti in Belgio
«Morti bianche»: nonostante tutto,
la produzione andò avanti durante
lo sforzo bellico, stabilendo anche
dei record di estrazione
a Marcinelle, che per quanto riguarda la storiografia
nazionale è la più grande tragedia operaia del ’900.
In verità non è così. Marcinelle è in Belgio, terra che
italiana non lo è mai stata e che di italiano ha solo migliaia di emigranti dal secondo dopoguerra in poi. E
allora qual è la catastrofe più grande che il popolo delle miniere abbia mai vissuto?
La risposta viene a gran voce da un utilissimo libro,
edito dal Circolo “Istria” con l’aiuto della Comunità
degli Italiani di Albona e dell’Assessorato alla Cultura del Friuli Venezia Giulia, che apre finalmente una
porta della storia rimasta chiusa per decenni a causa
di convenienze politiche e di omissioni storiografi-
fornirà l’ennesima prova di come molte vicende, per
la nostra penisola, siano ancora da dissotterrare. Livio
Dorigo e gli autori – Giulio Cuzzi, Isabella Flego, Andrea Matosevic, Sara Viel e Tullio Vorano – hanno il
grande merito di ricostruire una vicenda oscura, complicata, discussa, strumentalizzata da una parte nazionale piuttosto che da quella immediatamente successiva.
Il libro sin dall’inizio si mostra per quello che è:
una denuncia dei fatti, una precisa ricostruzione degli
avvenimenti e dell’ambiente miniera in terra istriana
ed infine un nobilissimo tributo alle 185 vittime e più
in generale a tutti i martiri del lavoro.
Buona l’introduzione storica che mette in luce l’alba delle attività estrattive in terra albonese all’ombra
di San Marco prima – quando il carbone veniva utilizzato per il calafataggio – poi sotto l’egida austriaca,
napoleonica e nuovamente, dal 1814-1815 di nuovo
sotto la restaurazione viennese. Poi arriva l’Italia e le
vicende delle miniere dell’albonese salgono alla ribalta. Perché? Il volume lo spiega molto bene, illustrando
scientificamente al lettore le qualità del carbone istriano, molto simile, se non migliore, di quello britannico, autentica fortuna industriale della corona inglese ai
tempi della Prima Rivoluzione Industriale. Per l’Italia
diverrà fondamentale solo dopo la Grande Depressione, durante quelli che Renzo de Felice ha definito “gli
anni del consenso”, quando verrà costituita la società
Arsia, di proprietà statale. Quasi un nono della produzione di carbone italiana verrà proprio da il sottosuolo
istriano; Arsia diventerà in quegli anni il secondo porto di caricamento per tonnellaggio italiano preceduto
solo dal ben più imponente porto di Genova. Migliaia
di operai lavoreranno sottoterra, verrà costruita la cittadina su progetto di Pulitzer Finali, abbellita da lavori
di Carà e Mascherini. Una vera e propria comunità di
operai, non solamente istriani ma anche sardi, lombardi, veneti e toscani, la ricordata migrazione interna.
Nel libro ci sono alcuni importanti quesiti che attendono risposta. Quanti furono i minatori che scelsero di lavorare in Arsia pur di non fare il servizio militare? E perché il giorno dopo le tragedia “Il Piccolo”
di Trieste ne parlò solamente per trenta righe stravol-
È l’ennesima prova di come molte
vicende, per la nostra penisola,
siano ancora da dissotterrare
che. L’opera, dal titolo “Arsia, 28 febbraio 1940”, vi
spalancherà le porte di un inferno istriano degli attimi
precedenti la dichiarazione di guerra mussoliniana e vi
gendo la verità parlando di 60 morti invece che di almeno quaranta in più nelle prime ore di soccorsi?
La tragedia interessò per la maggior parte operai
istriani che lasciarono molti figli orfani e mogli vedove. Le responsabilità dell’accaduto non furono mai
accertate ma il prezioso volume fornisce sicuramente delle risposte che in parte colmano questi vuoti: la
sicurezza dei metodi di lavoro in miniera non era garantita, gli orari erano duri da sopportare e i metodi di
estrazione Anbiden e Bedeaux tesero a disumanizzare
l’operaio, a far diminuire il rapporto tra operaio e miniera e ad affidarsi più nella tecnologia che nei segnali
che la natura da prima di una tragedia.
Centottantacinque perirono sotto le macerie, qualcuno all’ospedale di Pola, un’intera comunità pianse i
figli della miniera. La produzione andò avanti aumentando notevolmente durante lo sforzo bellico e stabilendo anche dei record di estrazione. Alla fine del conflitto, l’Italia se ne dimenticò, mise da parte i minatori
morti, le responsabilità (si parlò di concause), ma non
la miniera. De Gasperi, per interesse di produzione industriale, fino all’ultimo tentò di convincersi dell’importanza di quella miniera.
Poi, dall’Italia, più niente. Per i soliti sessant’anni.
Oggi, anche grazie al Circolo “Istria” e agli altri soggetti coinvolti, quel mutismo non è più così paurosamente silenzioso. Dal sottosuolo riemerge una storia
tragica, un lamento che chiede fortemente di essere
riconosciuto come la più grande catastrofe mineraria
italiana di tutti i tempi.
storia e ricerca 7
Sabato, 3 maggio 2008
IL TERRITORIO Rievocando gli anni d’oro della città che in passato fu «strategica»
Buccari, torna l’antico Corpo
delle guardie civiche
La parrocchiale
di Sant’Andrea
e il campanile
di Roberto Palisca
È
di pochi giorni fa la notizia
che Buccari ripristinerà l’antico Corpo delle guardie civiche.
Ovviamente non avrà più la funzione che aveva nel lontano passato, tra
il 1671 e il 1778, quando questa ancor sempre suggestiva cittadina che
si affaccia su una delle più belle baie
dell’Adriatico (quella diventata famosa nel 1918 in tutta Italia anche per la
nota beffa dannunziana) era municipio amministrativamente del tutto
autonomo, con tanto di magistratura
ed in seguito come Fiume, per decreto dell’imperatrice Maria Teresa
d’Asburgo, porto franco. L’intento è
infatti quello di farle diventare un’attrattiva turistica. Le guardie civiche
comunque indosseranno quegli stessi
costumi che portavano un tempo. Camicione di lino rigorosamente bianco,
giaccone di panno blu scuro con bottoncini in argento, panciotto rosso e
pantaloni bianchi e, immancabilmente, la sciabola. Questa era l’uniforme
della “Militia urbana” di Buccari. A
farsi promotori dell’iniziativa, che si
rifà agli anni d’oro di Buccari che in
passato ebbe un’importanza strategica nei collegamenti, nella navigazione e nella formazione dei marittimi,
nello sviluppo della pesca ma anche
in quello della cantieristica e della viticoltura, sono stati alcuni anziani abitanti del luogo che giustamente vanno
assai orgogliosi del glorioso passato
della loro piccola città.
Buccari nel corso della storia progredì soprattutto tra il 1225 ed il 1671,
dapprima grazie a un decreto di Andrea II in base al quale la cittadina fu
annessa alla contea di Vinodol e diventò possesso dei Frangepani, poi
grazie al re d’Ungheria Mattia Corvino che nel 1480 la elevò al rango
di città concedendole vari privilegi e quindi, dopo l’assedio ottomano (di cui resta traccia nella famosa
casa turca ancora oggi esistente sul
lungomare del centro storico) durato
fino al 1670, passò in mano ai conti
Zrinjski. In epoca medievale la cittadina si sviluppò intorno alla chiesa
parrocchiale, dedicata a Sant’Andrea
e all’antico castello a pianta triangolare, che è oggi in rovina, ma che risale
al 1530. A disporne la ricostruzione,
come conferma un’iscrizione glagolitica che è stata scolpita sull’architrave
della porta d’entrata nella fortificazione, fu l’imperatore Ferdinando I, ma
esisteva già molto prima.
Nel 1671 Buccari fu riunita a Fiume e in seguito passò sotto la diretta amministrazione dello stato che,
a governare la cittadina, impose un
suo capitano. Ed il periodo di maggiore fortuna economica di Buccari
fu proprio quello, poiché erano tempi in cui attraverso l’odierna Litoranea adriatica, che era detta allora
strada Carolina, transitavano tutte le
merci destinate all’esportazione, anche via mare, e dal porto di Buccari,
come da quello di Fiume, salpavano
numerosi i mercantili. Tanti di quei
velieri venivano costruiti proprio a
Buccari. Questa situazione perdurò
a vantaggio dell’economia e degli
abitanti della piccola cittadina finchè
nel 1883 le autorità imperiali non disposero la costruzione della ferrovia
che andava da Fiume a Karlovac. Da
quel momento in poi il transito merci
iniziò a gravitare molto di più verso
il capoluogo del Quarnero e Buccari perse l’importanza strategica che
aveva avuto come fulcro del traffi-
co marittimo e portuale. Restò tuttavia noto centro di istruzione di abili
navigatori e coraggiosi capitani visto
che la locale scuole nautica aperta
nel 1849, era già allora ed è tutt’oggi
una delle più note nella formazione
dei quadri marittimi.
A parte il nautico ed i tanti capitani e marinai che ha istruito, Buccari va oggi estremamente orgogliosa
anche di alcuni dei suoi prodotti doc
che la popolazione del luogo si sforza di mantenere in vita: sono il mitico
“bozzulai” (tanto era noto in passato
questo biscotto di pan secco che i navigatori di Buccari si portavano dietro a bordo, che la sua fama arrivava anche fino alla Repubblica di San
Marco, tant’è che le veneziane a Carnevale usavano mascherarsi di serve
di monache con cesto di buzzolai) e
lo spumantino locale detto “Bakarska vodica” che, stando alle leggende che circolano a Buccari tutt’oggi,
un soldato di Napoleone rimasto ferito, soccorso e curato da una donna del
luogo le insegnò a fare in segno di riconoscenza. Da allora in poi, stando
ai racconti popolari, proprio per ricavarne lo spumantino sulle terrazzate
tutte carso e masiere che circondano
Buccari la gente del posto iniziò a coltivare la vite.
Buccari oggi conta poche migliaia
di anime. Quel che offre a chi la visita è soprattutto il bellissimo panorama
che si gode dalla Litoranea adriatica
che costeggia la meravigliosa baia
omonima un tempo così caratteristica
per le sue tonnare per la pesca (purtroppo ne sono rimaste appena due)
sulle quali ai bei tempi sedevano i
pescatori più abili che da lassù segnalavano poi ai pescherecci la presenza
dei banchi di pesce azzurro.
Novant’anni fa meta
di una famosa beffa
Tra il 10 e l’11 febbraio del 1918 trenta uomini fra
cui spiccavano, oltre Gabriele D’Annunzio, anche Costanzo Ciano (padre di Galeazzo) e Luigi Rizzo, appoggiati da un sommergibile e da alcuni caccia, fecero
un’incursione su tre motosiluranti (i MAS Audace, l’Abba e Animoso) nella rada allora austro-ungarica di Buccari. Tutta l’operazione fu congegnata da D’Annunzio.
Pensavano di trovare forte resistenza: almeno una corazzata. Ma non fu così. Lanciarono sei siluri contro alcune
navi mercantili ed che erano alla fonda e contro un grosso piroscafo. Cinque non esplosero, impigliandosi nelle
reti di protezione. Uno scoppiò senza provocare danni
e diede l’allarme. Le unità italiane comunque riuscirono indenni a riguadagnare il largo senza subire danni né
perdite. D’Annunzio stesso lanciò in mare tre bottiglie
sigillate in cui era un messaggio agli Austriaci:
“In onta alla cautissima flotta austriaca occupata a
covare senza fine dentro porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che
si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre
a osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto – il
nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello
di Pola e di Cattaro – è venuto con loro a beffarsi della
taglia”. Per l’Italia, che stava riorganizzandosi e stava rimediando al disastro di Caporetto, l’eco del successo di
quell’impresa fu notevole. Di quella lontana avventura
resta un libriccino edito nel 1918 dai fratelli Treves, dal
titolo: “La Beffa di Buccari - con aggiunti ‘La Canzone del Quarnaro’, ‘Il catalogo dei Trenta di Buccari’, ‘Il
Cartello Manoscritto’ e ‘Due Carte Marine’”. (rp)
8 storia e ricerca
Sabato, 3 maggio 2008
CURIOSITÀ Manoscritti, schizzi, appunti, disegni e pubblicazioni accessibili a tutti
L’evoluzione della tecnologia
le opere di Darwin online
P
er la prima volta in assoluto, le opere di uno dei più
grandi scienziati della storia, Charles Darwin, sono accessibili a tutti grazie a un progetto
che ha messo sul web manoscritti, schizzi, appunti, fotografie del
naturalista e della sua famiglia,
disegni, pubblicazioni, recensioni
di stampa, critiche dei suoi libri
di uno dei più influenti pensato-
documenti relativi alle sue opere,
anche alcune trascrizioni, ma questa è la prima volta che gli originali approdano sul web, seppur
in formato digitale e, soprattutto,
sono visionabili da chiunque. Una
mole sconfinata che, se qualcuno
volesse esaminare per intero, guardando ogni immagine almeno un
minuto, ci impiegherebbe almeno
due mesi.
Il sito è www.darwin-online.org.uk:
raccoglie quasi 20mila
articoli e 90mila immagini
Il 1.mo luglio 1858, Darwin
fece la sua comunicazione – riguardo all’“Origine delle specie per mezzo della selezione
naturale” – alla Linneian Society; insieme fu letta anche
quella di Wallace. Il libro di
Darwin fu pubblicato un anno
più tardi. Tanto era l’interesse
suscitato dalla sua opera che la
prima edizione andò esaurita
in un solo giorno
ri della scienza moderna. Iniziato nel 2002 a Cambridge – dove
lo scienziato studiò – e diretto da
John van Wyhe, il “Darwin Online Project” ha raccolto e pubblicato oltre 20mila articoli e 90mila
immagini. Il materiale, che nella
sua forma originale era disponibile solo agli studiosi che ne facevano espressa richiesta (con tutti
i limiti della trafila burocratica,
oltre agli ostacoli “geografici”)
alla Cambridge University Library, ora può essere consultato
(e scaricato con un lettore mp3
player) gratuitamente all’indirizzo www.darwin-online.org.uk. In
passato erano già stati pubblicati
La raccolta, ora che è stata scannerizzata – il lavoro sarà
completato entro il 2009, in occasione del bicentenario della
nascita del naturalista –, si potrà
conservare per sempre (il mate-
I lavori sono attualmente
disponibili in lingua danese,
tedesca, norvegese e russa
riale cartaceo infatti si deteriora con il passare degli anni). Ma
l’obiettivo principale del progetto non è questo. L’iniziativa dell’Università di Cambridge mira
Charles Robert Darwin (Shrewsbury, 12 febbraio 1809 – Londra,
19 aprile 1882) è stato un naturalista, geologo e agronomo inglese, celebre per aver formulato, assieme ad Alfred Russel Wallace, la teoria
dell’evoluzione delle specie animali e vegetali per selezione naturale
di mutazioni casuali congenite ereditarie (origine delle specie), e per
aver teorizzato la discendenza di tutti i primati (uomo compreso) da
un antenato comune (origine dell’uomo). Pubblicò la sua teoria sull’evoluzione delle specie nel libro “L’origine delle specie” (1859), che
è rimasto il suo lavoro più noto. Raccolse molti dei dati su cui basò la
sua teoria durante un viaggio intorno al mondo sulla nave HMS “Beagle”. La spedizione infatti gli permise di studiare di prima mano sia le
caratteristiche geologiche di continenti ed isole, sia un gran numero di
organismi viventi e fossili, di cui raccolse metodicamente un gran numero di campioni sconosciuti alla scienza: tali campioni, conferiti al
British Museum, erano già di per sé un notevole e ineguagliato contributo scientifico. Nel suo viaggio visitò le isole di Capo Verde, le Isole
Falkland (o Isole Malvinas), la costa del Sud America, le Isole Galápagos e l’Australia.
Nelle sue opere successive – quali “La variazione degli animali e
delle piante allo stato domestico”, “L’origine dell’uomo e la selezione
sessuale” e “L’espressione delle emozioni negli animali e nell’uomo”
– Darwin sviluppò altri temi soltanto abbozzati o neppure accennati
ne “L’origine delle specie”. Per esempio, ne “L’origine dell’Uomo e
la selezione sessuale”, Darwin aggiunse alla selezione naturale, come
meccanismo di selezione, anche la selezione sessuale, dovuta alla
“scelta femminile” (o in alcuni casi maschile) che spinge uno dei due
sessi a sviluppare caratteri sessuali secondari abnormi e, in apparenza,
in contrasto con la sopravvivenza e quindi il fitness individuale, come
i palchi dei maschi dei cervi europei (Cervus elaphus) o la coda, sempre nei maschi, del pavone (Pavo cristatus).
Darwin divenne membro della Royal Society nel 1839 (per la raccolta di informazioni effettuata durante il suo viaggio), nel 1878 fu accolto anche dall’Académie des Sciences francese, nel 1870 fu nominato socio d’onore della Società Geografica Italiana. Alla sua morte,
avvenuta a Downe il 19 aprile del 1882, ricevette funerali di stato e fu
sepolto nell’Abbazia di Westminster, accanto a Newton.
soprattutto a far conoscere meglio, su scala planetaria il pensiero di uno scienziato che “ha cambiato la nostra comprensione della natura”.
Tra i “tesori” di questa raccolta, un insieme di pagine che
probabilmente attirerà notevole
interesse, è la prima bozza della
sua teoria dell’evoluzione, fatta
nel 1842: porterà alla stesura de
“L’origine delle specie”, uscita
nel 1859. Ci sono aggiunte, appunti, note a piè di pagina, problemi da risolvere… Una trascrizione del testo era già stata pubblicata in precedenza, ma “ripulita”: oggi invece si può provare
tutto il fascino della visione dello
sviluppo del pensiero di Darwin,
nella “versione” originale (rispettivamente nel suo facsimile). Oltre al lavoro che lo ha reso famoso a livello planetario, di Darwin
si possono leggere online altre
migliaia di pagine di annotazioni e bozze di scritti diversi, oltre
agli appunti dello storico, fondamentale viaggio compiuto a bordo del “Beagle”, l’imbarcazione
che in cinque anni (dal 1831) lo
portò a visitare mezzo mondo. Si
tratta di una copia del documento,
convertita su microfilm: il manoscritto originale è stato rubato negli anni Ottanta del secolo scorso
e manca tuttora. In ogni caso, fa
un certo effetto poter consultare
il notes che Darwin teneva in tasca girando per le Galápagos.
Dalla collezione emerge anche
una visione più personale della sua
vita, con alcune lettere della moglie Emma e alcune ricette scritte di suo pugno, ma scaturiscono
pure le opinioni che Darwin nutriva a proposito della religione.
In una nota del 1839, la moglie
espresse tutta la sua preoccupazione per l’evidente declino della
fede osservato nel consorte. Anche se discendeva da un ambiente anticonformista, le credenze di
Darwin cominciarono a cambiare
durante il suo viaggio sul “Beagle” e dopo il suo ritorno. La sua
fede nel cristianesimo continuò ad
attenuarsi e infine, con la morte
della figlia Annie nel 1851, la perse completamente. In età avanzata,
quando gli venne chiesto delle sue
convinzioni religiose, spiegò che
non era mai stato un ateo nel senso
di negare l’esistenza di un Dio, ma
che in generale “agnostico sarebbe
la più corretta descrizione del mio
stato mentale”.
Barbara Rosi
Anno IV / n. 5 3 maggio 2008
“LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina
IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina
Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat
edizione: STORIA E RICERCA
Redattore esecutivo: Ilaria Rocchi-Rukavina / Impaginazione: Saša Dubravčić
Collaboratori: Nicolò Giraldi, Kristjan Knez, Gianfranco Miksa, Roberto Palisca, Ilaria
Rocchi-Rukavina, Barbara Rosi Foto: Ivor Hreljanović, Zlatko Majnarić
La pubblicazione del presente supplemento viene supportata dall’Unione Italiana grazie alle risorse stanziate dal Governo italiano
con la Legge 193/04, in esecuzione al Contratto N° 83 del 14 gennaio 2008, Convezione MAE-UI N° 2724 del 24 novembre 2004
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3. 5.2008 - EDIT Edizioni italiane