Regione Siciliana Assessorato dei Beni culturali e ambientali e della Pubblica istruzione D i p a rtimento dei Beni culturali e ambientali e dell’Educazione permanente Antonino Uccello Casa museo di Palazzolo Acreide seconda edizione riveduta e aggiornata a cura di Gaetano Pennino introduzione di Janne Vibaek Pasqualino appendice di Luigi Lombardo prima edizione: 1972, Siracusa titolo originale: Folklore siciliano nella Casa museo di Palazzolo Acreide © Regione Siciliana Assessorato dei Beni culturali e ambientali e della Pubblica istruzione D i p a rtimento dei Beni culturali e ambientali e dell’Educazione permanente edizione fuori commercio vietata la vendita progetto grafico: Guido Mapelli collaborazione redazionale: Giuseppe Scuderi fotografie: Daniele Aliffi, Giuseppe Leone, Daniela Marino, Nino Privitera un particolare ringraziamento a: Anna Caligiore, Pia Cucinella, Sara Massa, Raimondo Pedalino, Rosalia Uccello Uccello, Antonino <1922-1979> Casa Museo di Palazzolo Acreide / Antonino Uccello. – 2. ed. riv. e aggiornata / a cura di Gaetano Pennino ; introduzione di Janne Vibaek Pasqualino ; appendice di Luigi Lombardo. – Palermo : Regione siciliana, Assessorato dei beni culturali e ambientali e della pubblica istruzione, 2001. 1. Palazzolo Acreide – Casa Museo Antonino Uccello. I. Pennino, Gaetano <1960>. II. Vibaek Pasqualino, Janne. III. Lombardo, Luigi. 398.09458 CDD-20 CIP - Biblioteca centrale della Regione siciliana Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali di Siracusa Casa museo Antonino Uccello via Machiavelli 19 96010 Palazzolo Acreide (Sr) www.regione.sicilia.it [email protected] la foto di copertina è di Giuseppe Leone Antonino Uccello con un contadino nelle campagne iblee 7 Da quasi due anni il Dipartimento regionale dei Beni culturali ed ambientali e dell’Educazione permanente, di concert o con la Soprintendenza di Siracusa, ha intrapreso un’azione di riqualificazione della Casa museo Antonino Uccello di Palazzolo Acre i d e.I risultati di questo impegno hanno visto, fra l’altro, la riproposizione dell’allestimento degli ambienti, rinnovati nell’assetto e nella illuminazione, l’apertura di un magazzino espositivo, l’avvio di una serie di iniziative a carattere scientifico e divulgativo di rilevante interesse storico e documentario. Particolare importanza ricopre anche l’attività editoriale che sta evolvendosi nella produzione di materiali destinati a illustrare aspetti dell’Istituzione o dell’opera di antropologo dello stesso Uccello, in attesa di adeguata rivalutazione. Nella ricorrenza dei trent’anni dell’apertura al pubblico, particolarmente opportuna è la ripubblicazione della guida al museo che lo stesso Uccello realizzò, in prima edizione, dopo un anno dall’inaugurazione. Le trasformazioni avvenute nel tessuto culturale degli Iblei in questi trent’anni sono state radicali e decisive; la cultura folklorica che Uccello documentava già allora in una fase di avanzati e rapidi mutamenti, ha subito ultimamente un’accelerazione dei processi modificativi.Tuttavia la Casa museo di Palazzolo, nelle sue alterne fortune, non ha cessato di essere un punto di riferimento per tutti coloro che ricercano una traccia della storia e del costume del territorio ibleo, nelle forme e nei valori maggiormente correlati all’economia contadina e alla cultura tradizionale. Nel quadro dei musei etnoantropologici siciliani essa esprime, pertanto, un valore istituzionale tra i più alti ed una concezione espositiva che conserva ancor oggi immutato tutto il suo valore di proposta e di offerta. Il Dipartimento dei Beni culturali non esaurirà in episodiche iniziative l’opera già avviata nei confronti della Casa museo; viceversa saprà dare continuità ad un’azione di valorizzazione da tempo auspicata e da più parti attesa. Giuseppe Grado Dirigente Generale del Dipartimento regionale dei Beni culturali e ambientali e dell’Educazione permanente Ripubblicare dopo trent’anni dall’ap e rtura al pubblico, la guida alla Casa museo di Antonino Uccello, equivale a realizzare un atto di valore culturale considerevo l e. L’Istituzione ha costituito nel territorio ibleo un profondo segno rivolto alla valorizzazione delle tradizioni folkloriche,la cui vitalità e i cui significati persistono ancor oggi nello stile di vita delle popolazioni. La sua presenza a Palazzolo Acreide è da tempo parte integrante del profilo culturale della città e della provincia di Siracusa. La Regione Siciliana, consapevole del radicamento nel territorio del Museo, è impegnata a potenziare la sua consistenza istituzionale nel quadro di un sempre più intenso rapporto tra le strutture culturali e i loro più diretti fruitori. Questa pubblicazione è una testimonianza di tale impegno destinato a proseguire con la realizzazione di una serie di prodotti editoriali tendenti a rendere la Casa museo sempre più disponibile per una completa lettura ed interpretazione del suo ricco patrimonio documentario. L’impegno verso la Casa museo coincide con un impegno generale verso il patrimonio etnoantropologico della provincia di Siracusa, attestato dall’attivazione recente della Sezione per i Beni etnoantropologici della Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali. Si tratta di segni concreti volti all’attuazione di una politica di valorizzazione incisiva e coerente con i presupposti di una operatività particolarmente incentrata sulle attese di quanti, lavorando nel settore, sono particolarmente sensibili al raggiungimento di risultati validi nel lungo quanto nel breve termine. Fabio Granata Assessore regionale ai Beni culturali e ambientali e alla Pubblica istruzione È la prima volta da quando, su espressa volontà di Antonino Uccello le Sue collezioni con la Casa mu s e o sono state acquisite al demanio della Regione Siciliana, che riesco a pensare, con un certo ottimismo, al futuro del patrimonio che lo Studioso ci ha lasciato. Abbiamo sempre dovuto esprimere, di fronte a carenze paurose di personale, di mezzi e di risorse in genere, la necessità di potere, in qualche modo, assicurare la conservazione delle raccolte e attivare un degno processo di fruizione, consci s e m p re del fatto che l’attività di Uccello è stata talmente personale, fatta di conoscenze dirette, s o g g e t t i ve e penetranti che si univano a una particolarissima sensibilità nella p e rcezione di tutto quanto rientrava nel Suo campo di osservazione e di studio, da re n d e re estremamente difficile, se non impossibile,“continuare” nel modo da Lui sperimentato e nel senso da Lui voluto. Perché, allora, ottimismo? Pe rché dopo decenni di indecisioni e, praticamente, di paralisi, finalmente l’Assessorato regionale dei Beni culturali ha accolto la nostra richiesta di assicurare alla Casa mu s e o un dirigente tecnico competente cui affidare la responsabilità dell’Istituto di Palazzolo A c re i d e. Il Dottor Gaetano Pe n n i n o, dall’inizio del 2000, pur tra difficoltà di ogni genere, si è impegnato a fondo prima di tutto nel “rimettere ordine” nella Casa mu s e o che, come si sa, è stata riaperta al pubblico in maniera degna dopo una serie di lavori di manutenzione e restauro sia all’immobile sia alle collezioni, riproposte, queste ultime, in maniera il più possibile completa e aderente allo “schema” voluto da Uccello. Non sto facendo le “note di qualifica” di ministeriale memoria, di un funzionario! Prendo atto di un lavoro, di una collaborazione piena, fatta di sacrificio personale, costante applicazione senza clamori e con serenità, oltre che competenza scientifica e disponibilità accompagnate da un garbo personale oggi tanto difficile da riscontrare. Desidero ringraziare Gaetano Pennino per tutto quello che ha fatto e sta facendo per la Casa museo e, in questa occasione, per l’applicazione e la cura messe nella pubblicazione del presente volume che è il rinnovato punto di partenza da cui studiosi, ricercatori, turisti o semplici curiosi devono prendere le mosse per avvicinarsi allo straordinario mondo di Antonino Uccello. Gaetano Pennino ha un altro grande merito, quello di aver ripreso in maniera attiva e cordiale i rapporti con le istituzioni e la comunità di Palazzolo Acreide tanto sensibile alle vicende della Casa museo. Non solo, ma sono state attivate le premesse concrete per avviare in collaborazione con Associazioni e studiosi locali, una proficua attività di ricerca, tutela e valorizzazione di un vasto e ancora per nulla esplorato campo, a livello territoriale,relativo al patrimonio etnoantropologico che ha in Palazzolo Acreide l’epicentro di una vasta zona dell’area iblea. Gliene siamo grati perché fra i compiti affidatigli questi ultimi erano c e rtamente quelli che più stanno a cuore e richiedevano più impegno e capacità di rap p o rto a livello umano e scientifico e che avevano e hanno un peso enorme nella vita e nelle possibilità di sviluppo di una comunità detentrice di un patrimonio culturale di prim’ord i n e. Siamo anche molto grati all’Assessore regionale ai Beni culturali, Onorevole Fabio Granata che ha seguito con viva partecipazione questa fase di ripresa della Casa museo, assicurando non solo costante appoggio morale, che ha fatto da incentivo senza pari per chi lavora in difficoltà, ma disponendo tutti i finanziamenti richiesti per port a re la Casa mu s e o a livelli di valorizzazione e di fruizione prima mai sperati. Ad maiora! Giuseppe Voza Soprintendente ai Beni culturali e ambientali di Siracusa PREMESSA ALLA SECONDA EDIZIONE 13 INTRODUZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE 15 PREMESSA ALLA PRIMA EDIZIONE 19 DA AKRAI A PALAZZOLO 21 CASA RI MASSARIA 25 CASA RI STARI 33 LA STALLA 39 IL FRANTOIO: DALL’OLIO AL SAPONE 45 IL PRESEPE 49 IL MAIAZZÈ 59 PUPI CARRETTI GIOCATTOLI 69 BRIGANTI RENITENTI PATRIOTI MAFIOSI 79 NOTIZIA BIBLIOGRAFICA 85 APPENDICE BIO-BIBLIOGRAFICA 89 REFERENZE FOTOGRAFICHE 101 Modello di ferro battuto per carretto, della bottega Salafia di Comiso. È la figura che Uccello elevò a simbolo della Casa museo PREMESSA ALLA SECONDA EDIZIONE Questo volume fu scritto da Antonino Uccello in occasione del primo anno dell’apertura al pubblico della Casa museo; oggi vede la luce, in seconda edizione riveduta, nella ricorrenza dei trent’anni dalla sua fondazione. La pubblicazione è un omaggio allo studioso e alla sua creatura istituzionale, eretta a testimonianza di una cultura, di una società e di una realtà oggi completamente trasformate. Essa è la descrizione, da parte del fondatore, della sua Casa museo, del risultato tangibile e visibile del suo impegno di ricerca e di studio; riporta, con l’immediatezza e l’efficacia della sua affabulazione e con la sua viva voce, le sue suggestioni narrative; ripercorre, tra le righe di una prosa accattivante, le sue motivazioni, il vissuto della sua memoria, l’eredità di un sapere familiare e personale i cui segni sono stati ricondotti a unità concreta, nel contesto vivo di un luogo particolarmente intenso per trascorsi storici e culturali quale Palazzolo Acreide. Col tempo il valore culturale della Casa museo si è accresciuto in maniera proporzionale alla trasformazione della società di cui è testimonianza. Questo dimostra l’assoluto valore della sua esistenza, non fondata sul nostalgico capriccio solitario di un romantico studioso del “buon tempo andato”, bensì creata con ricchezza di contenuti documentari, indicativi di una civiltà in possesso di regole antiche e articolate, portatrici di una sapienza profonda e fortemente strutturata. Uccello è scomparso oltre vent’anni fa; la Casa museo, con tempi che non sempre sono stati obiettivamente valutati in relazione alla complessità delle procedure attuate, è stata trasformata in un’istituzione pubblica, patrimonio collettivo di tutta la società, giusto destino per una struttura che della società, sia pure d’altra epoca, è testimonianza e memoria.Tale trasformazione ha consentito il mantenimento dell’unitarietà delle collezioni, ha impedito la disgregazione dei reperti, ha favorito la loro conservazione, ha preservato la custodia della sua identità, ha reso possibile la prosecuzione della sua conoscenza attraverso l’apertura al pubblico, ha incentivato la presenza di altre istituzioni vicine nel territorio e negli intenti culturali. Il progetto di Uccello non è stato interrotto. La sua idea, dopo alcune sofferte vicissitudini legate alla radicale trasformazione della proprietà materiale della Casa museo, ha ripreso vita e vigore: basti pensare che nell’ambito dei cosiddetti musei etnografici siciliani, essa è l’unica ad avere mantenuto un profilo sincero e coerente tra contenuti e contenitore, un rapporto vivo e costante con il territorio in cui è collocata, una funzione trainante per molti operatori che fanno del folklore oggetto di ricerca e di approfondimento. Si fa riferimento, rispettivamente, alla perfetta idoneità della sua sede, conservata secondo il volere del suo fondatore e scevra da ogni ricostruzione arbitraria, codina e artificiosa; alla continua dialettica tra abitanti del territorio ibleo ed istituzione, tessuta sul filo di una costante attenzione per tutte quelle situazioni, testimonianze e oggetti della cultura contadina variamente sparsi nel circondario, che potrebbero trovare idonea collocazione nella Casa museo e che comunque in questa trovano un riferimento di significati, un contesto ambientale e un sistema di rappresentazione idonei per donare loro pieno senso; al fiorire di iniziative di privati, molti della provincia di Siracusa, che, sulla scorta dell’insegnamento di Uccello, hanno provato, talvolta con risultati ammirevoli, a non disperdere, finché possibile, ogni segno forte di una civiltà preindustriale le cui tracce sono state miracolosamente conservate da una congerie di fatti in cui ha gioco la sorte, la passione, la perifericità, la povertà, la necessità, l’ingegno. Il progetto di Uccello continua, non più e non solo nell’operare, pur 13 14 prezioso, di questo o quello allievo, ma come insegnamento storicizzato, consegnato alla disciplina antropologica non solo nei suoi scritti, ma anche nei suoi risultati materiali ed istituzionali. Eppure ancor oggi, dopo numerosi riconoscimenti e dopo tanti atti concreti di accoglimento delle proposte etnografiche di Uccello, c’è ancora chi ostinatamente vuole vedere nella Casa museo solo un luogo di raccolta, esito fisico dell’opera di un “ottimo raccoglitore”. Ciò che oggi è la Casa museo, anche e soprattutto nella sua trasformazione istituzionale - da museo privato a museo pubblico -, è scritto nelle cronache della sua presenza e del suo significato nel quadro dei musei etnoantropologici siciliani e, in generale, del Meridione italiano. Ma ciò che può essere la Casa museo, in futuro, risiede soprattutto nelle sue potenzialità oggi solo in parte espresse, che potranno farne un riferimento certo del talvolta fragile settore dei beni etnoantropologici dell’Amministrazione regionale siciliana. Una maturazione di tali potenzialità attraversa certamente alcune fasi che dovranno essere necessariamente perseguite: dall’ampliamento dei locali alla completa esposizione delle collezioni, dall’organizzazione di eventi non solo a carattere locale o regionale al collegamento organico con analoghe istituzioni di altri Paesi del sud d’Europa, dalla ripresa di una attività di ricerca e reperimento di materiali folklorici alla pubblicazione di contributi scientifici. Dopo trent’anni di attività è possibile affermare che tale lavoro è stato avviato e che potrà proseguire solo a condizione di una stabilità e continuità nella gestione istituzionale. Nei contenuti e nella forma questo volume rispetta la stesura originaria. In trent’anni alcune situazioni espositive sono, ovviamente, mutate; in taluni casi, alcuni ambienti furono trasformati in tempi molto vicini alla pubblicazione della prima edizione di questo lavoro (per esempio, il frantoio che fu accuratamente restaurato nel 1974). Le descrizioni, là dove necessario, sono state minimamente adeguate, con parole dello stesso Autore, per illustrare l’odierna sistemazione del Museo. L’apparato iconografico è stato sostanzialmente rispettato; sono state tuttavia introdotte numerose nuove immagini per arricchire adeguatamente i riferimenti cui il testo rimanda. A volte, nel peregrinare tra una strada e l’altra che collega Palazzolo Acreide con i centri vicini, nello scorgere i segni di un’antropizzazione del territorio discreta e consapevole, nell’incontrare persone che costituiscono la viva testimonianza residuale della tradizione che Uccello volle documentare, nel considerare le trasformazioni e le permanenze culturali presenti nell’area iblea, già evidenti attraverso il disegno del paesaggio e la forma delle architetture, nell’entrare nelle case di chi oggi vive con alterne prospettive nell’area che fu luogo di ricerca dell’Antropologo, si impone una considerazione complessiva su quello che fu il mondo di Antonino Uccello, sulla galleria di personaggi e di situazioni in cui si imbatté, sul patrimonio di sapienza e di pensiero cui egli prestò attenzioni, studi, analisi e approfondimenti, e di cui la Casa museo costituisce solo una porzione. Già nella sua vicenda biografica si scorgono alcuni percorsi di interpretazione del suo stile antropologico ma, ancor più, è nella sua produzione saggistica e letteraria che è attestato, ovviamente, il suo metodo. Per questa ragione si è ritenuto indispensabile corredare il volume con un’appendice analitica bio-bibliografica, illustrativa del percorso compiuto da Uccello nella sua vicenda di uomo e di studioso. Questo volume non sarebbe stato mai ripubblicato se gli eredi di Antonino Uccello non avessero, con grande sensibilità, concesso l’uso dei diritti di stampa. Per tale gesto è doveroso un particolare segno di riconoscimento. Gaetano Pennino INTRODUZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE Il 27 settembre 1971 Antonino Uccello aprì al pubblico la sua Casa museo a Palazzolo Acreide, Istituzione alquanto singolare, frutto di trent’anni di ricerca e raccolta d’oggetti provenienti dal mondo contadino. La Casa museo non era concepita come sono soliti esserlo i musei che così si chiamano, cioè la casa di qualcuno che viene trasformata in museo per tenere vivo il ricordo della persona e del suo ambiente. Al contrario, la Casa museo di Uccello era un luogo in cui lui e la sua famiglia vivevano, sempre aperta a chiunque gratuitamente. Il visitatore era un ospite, e il padrone di casa spiegava con pazienza e passione come aveva concepito il suo museo e l’uso dei singoli manufatti. Una casa non per la gloria di una persona, ma per preservare la memoria della cultura contadina. L’esperienza di Uccello si collocava all’incrocio tra la concezione del museo solo come raccolta, conservazione e esposizione di oggetti e la nuova museografia che considera la fruizione e la didattica come altrettanto importanti. Questa nuova idea di museo si afferma, e non soltanto per i musei etnoantropologici, in Francia e negli Stati Uniti già negli anni Cinquanta come evoluzione dell’esperienza dei musei all’aperto sul modello dello Skansen. In Italia dobbiamo arrivare agli anni Settanta prima che essa venga praticata. L’abbandono delle campagne a favore del lavoro in città comportava un costo molto alto. L’integrazione in una dimensione del tutto nuova si risolveva nella negazione della propria cultura in quanto spia immediata della condizione originaria. Nasce così, in controtendenza, un nuovo interesse verso la cultura tradizionale popolare. Da parte di appartenenti alla borghesia intellettuale si raccolgono e ripropongono canti popolari: il cosiddetto folk music revival; da parte dei media si pubblicizzano i prodotti del vecchio mulino, dell’antica gelateria e così via. Il Seminario di studi “Museografia e folklore”, tenutosi a Palermo nel novembre del 1967, recepiva già le nuove concezioni museografiche, ma i tempi non erano ancora maturi; queste le parole di Cirese nel suo intervento conclusivo: “Primo - credo - convegno italiano, non dall’impianto iniziale, si fosse deliberatamente congiunta la ricerca demologica con una attività di tipo diverso. Primo convegno che, avendo un tema circoscritto, lo abbia affrontato fino in fondo senza preoccupazioni e senza eccessive prudenze interne o esterne. Direi che di rado ci era capitato di sentir parlare un linguaggio così netto sui mali esterni, non dipendenti da noi, ed anche, dato che siamo uomini anche noi, sui mali interni della nostra ricerca e della nostra civiltà. E, direi, primo convegno nel quale il dibattito c’è stato e a un livello non delle piccole cose, ma delle cose piuttosto gravi ed importanti, addirittura dei principi generali che hanno informato e informano la nostra attività e possono collegarsi o separarci dagli altri. Primo convegno in cui ci sia stata una apertura problematica così vasta, così nuova, così moderna, anche se per qualche momento (suscitando le giuste, giustificate proteste di qualcuno degli autorevoli partecipanti), ci siamo un po’ allontanati dal tema concreto per delle strade, che potevano essere considerate come di astrazione in relazione al problema siciliano soltanto, sul problema dei musei, immediato. Probabilmente lo erano; tuttavia che non era mai stato affrontato per la prima volta noi abbiamo affrontato, esplicitamente come tema centrale in una come non poteva non farsi in un momento riunione di studiosi. come questo, un confronto con posizioni Primo convegno italiano promosso da scientifiche non certo nuovissime (anche se, studiosi di demologia a carattere così magari, giungono ufficialmente nel nostro dichiaratamente interdisciplinare; non era mondo solo da poco), ma certamente nuove mai avvenuto, per quanto ci sia stata sempre e con le quali i conti debbono essere fatti” larga partecipazione di studiosi di altre (Cirese, 1968, p. 99). discipline, che sin dalla organizzazione, A questo seminario partecipò 15 16 Antonino Uccello prefigurando la futura organizzazione del suo Museo (Uccello, 1968). La sua iniziativa, anche se avviata molto tempo prima, appartiene a questa nuova temperie culturale. L’edificio che aveva comprato anni prima, ottenendo il mutuo necessario per l’acquisto attraverso il cedimento del quinto dello stipendio (era insegnante di scuola elementare), era una casa padronale con annessi ambienti, in un quartiere ancora contadino. La famiglia Uccello abitava il primo piano, mentre il pianterreno era destinato all’allestimento della casa del massaro. Uccello era un uomo solitario che aveva molte intuizioni interessanti, ma viveva lontano dagli ambienti scientifici. La sua iniziativa aderiva allo schema romantico della ricostruzione d’ambiente, una ricostruzione tuttavia molto personale, strettamente legata alla sua persona come cicerone. Descriveva infatti, anzi raccontava, così come fa in questo libro, tutti i dettagli dei singoli oggetti, le storie e credenze a essi connessi, ma anche la loro apparente incongruità. Per esempio la provenienza da luoghi diversi da Palazzolo Acreide, cosciente come era, di certi “abusi” museografici. La novità certamente più interessante della sua proposta era di alternare le esposizioni con le stagioni: idea bellissima, ma di difficile attuazione se non si vivono, come ancora la famiglia Uccello, i ritmi contadini tradizionali. Ci si può anche domandare che differenza fa per il visitatore, se la coperta del letto sia estiva o invernale. Al momento in cui veniva presentato entusiasticamente dal suo proprietario e accompagnato dall’offerta di “frutta di stagione”, questo fatto tuttavia assumeva un valore essenziale. La Casa museo è diventata un modello per i musei sorti nei paesi vicini: il Museo Ibleo delle arti e tradizioni popolari “Serafino Amabile Guastella” di Modica (Ragusa) e “I luoghi del lavoro contadino” di Buscemi (Siracusa) (Dormiente, 1986; Acquaviva, 1997). Ognuno di essi presenta una casa ri stari molto simile a quella della Casa museo di Uccello. Significa questo che i suoi continuatori seguono un modello attardato proposto dal Maestro, ovvero che questo tipo d’esposizione incontra ancora il favore entusiasta dei visitatori? Un esperto di marketing potrebbe convincerci che questo sia il tipo di esposizione vincente e che questa sia la ragione perché i musei all’aperto e di ricostruzione d’ambiente continuino ad avere un grande successo nel resto del mondo. Non dobbiamo dimenticare che negli anni Trenta anche Giuseppe Cocchiara, incaricato di allestire il Museo Etnografico Siciliano “Giuseppe Pitrè”, nei locali annessi alla Palazzina cinese nel Parco della Favorita a Palermo, sognava di potere creare in futuro intorno a esso un vero museo all’aperto (Cocchiara, 1938). Sia il Museo Pitrè che quello di Uccello, per il quale il primo deve essere stato il modello più vicino e più ovvio, sono da catalogare fra i musei della civiltà contadina allestiti in vecchi edifici conservati in situ secondo la classificazione di Zippelius (1974). A questo proposito va sottolineato il valore de “I luoghi del lavoro contadino” di Buscemi. Qui Rosario Acquaviva ha conservato in situ un certo numero di ambienti allestendo ognuno di questi secondo la destinazione originaria: il frantoio, la bottega del calzolaio e del fabbro, la casa del massaro e quella del giornaliero. Recentemente lo stesso Acquaviva ha recuperato un mulino ad acqua nel territorio di Palazzolo Acreide e lo ha anche rimesso in funzione.Tutto questo da privato, con l’aiuto di una cooperativa giovanile e qualche sparso e modesto contributo pubblico concesso unicamente per le manifestazioni. Sarebbe di estremo interesse valorizzare seriamente questa iniziativa e, visto che si trova in un paese prossimo a Palazzolo Acreide, cercare una strategia per una conduzione abbinata delle due istituzioni. Dopo otto anni dall’apertura della Casa museo Antonino Uccello venne a mancare. Furono necessari ben quattro anni per perfezionare l’acquisto da parte della Regione Siciliana, già concordato con Uccello. Non è comunque questo il luogo dove discutere le difficoltà incontrate dalla Casa museo sia prima che dopo, ma di rallegrarsi, della ripubblicazione di questo volume, edito la prima volta nel 1972 e presentato in occasione del primo anno di vita della Casa museo. Questo è sicuramente un segno positivo di ripresa dell’attività di questa Istituzione e una speranza certa per il suo futuro. Janne Vibaek Pasqualino Bibliografia AA.VV. 1968 Museografia e folklore, atti del seminario di studi, Palermo 21-23 novembre 1967, in “Architetti di Sicilia”, nn. 17-18 (gennaio-giugno 1968) Acquaviva, R. 1997 Il mulino a acqua in Sicilia.Tecnica e lavoro, Siracusa Bonomo, G. 1965 Introduzione e commento a G. Pitrè, Che cos’è il folklore?, Palermo Buttitta, A. 1968 Musei folklorici e vita popolare, in Museografia e folklore, atti del seminario di studi, Palermo 21-23 novembre 1967, in “Architetti di Sicilia”, nn. 17-18 (gennaio-giugno 1968) Cirese, A.M. 1968 Intervento nel dibattito (pp. 99-102), in Museografia e folklore, atti del seminario di studi, Palermo 21-23 novembre 1967, in “Architetti di Sicilia”, nn. 17-18 (gennaio-giugno 1968); 1977 Oggetti, segni, musei. Sulle tradizioni contadine,Torino Cocchiara, G. 1938 La vita e l’arte del popolo siciliano nel Museo Pitrè, Palermo Dormiente, G. 1986 Il Museo Ibleo delle arti e tradizioni popolari “S.A. Guastella”, a cura di G. D’Agostino e J.Vibaek Pasqualino, Laboratorio Antropologico Universitario – Guide, Palermo Rivière, G.H. 1971 Le musée en plein air des Landes de Gascogne. Expérience française d’un musée de l’environnement, in Ethnologie Française, I Uccello, A. 1968 Per una Casa museo a Palazzolo Acreide, in Museografia e folklore, atti del seminario di studi, Palermo 21-23 novembre 1967, in “Architetti di Sicilia”, nn. 17-18 (gennaio-giugno 1968) Vibaek, J. 1980 Museografia e cultura materiale, in La cultura materiale in Sicilia, Atti del I Congresso internazionale di studi antropologici siciliani, Quaderni del Circolo semiologico siciliano nn. 12-13, Palermo Villari, P. 1981 Introduzione a L. Loria, Il paese delle figure, Palermo Zippelius, A. 1974 Handbuch der europaeischen Freilichtmuseen, Colonia 17 PREMESSA ALLA PRIMA EDIZIONE Da Ulisse a Mazzarò, a mastro don Gesualdo, dagli eroi di Omero e dagli dèi di Esiodo «vinti» del Verga e ai santi delle nostre devozioni, la misura dell’uomo ebbe a esprimersi con la falce, coll’aratro e con altri arnesi di lavoro agricolo. Davanti ai Proci Ulisse si vantò, infatti, con il linguaggio che fino a qualche decennio fa era di uso tra gli uomini della nostra terra: «Se vogliamo gareggiare a chi di noi mieterà di più nei prati, nelle lunghe giornate, a primavera, sono pronto. Porterò la mia falce ben ricurva. Tu, la tua; e falceremo fino a sera, senza prendere cibo, finché ci sarà erba. Se poi dovessimo guidare un paio di buoi e metterci ad arare quattro iugeri di terreno, vedresti come traccio diritto il solco». L’orgoglio della falce ricurva e del solco diritto è durato fino a ieri, in Sicilia. Oggi altre misure e nuovi orgogli umani sono subentrati. La civiltà contadina diviene memoria, quasi archeologia; o, peggio, folclore, nell’accezione screditata del nostro vocabolario. Vero è che altrove, in Cina, si tentano recuperi massicci del senso della terra e conciliazioni tra cultura contadina e cultura urbana e industriale; vero è che incalza il bisogno di salvarsi con la natura; di «ritornare al segno», come diceva Machiavelli; e che certi movimenti giovanili, le comunità hippies in California ad esempio, tentano di ristabilire contatti con la terra. Sta di fatto però che anche dalle nostre parti la gente è venuta sempre più estraneandosi dalla civiltà agricola. Il potere nel mondo ha cessato di sognare spighe e vacche e di preoccuparsi delle male annate. Di questo mutamento radicale nei rapporti con la terra un segno visibile è nelle abitazioni. La casa un tempo era un modo d’inserirsi nella natura, di sentirsi nel cuore di essa, non di distaccarsene o di stare ad assistere allo spettacolo dei suoi elementi. Il contadino era attore; partecipava all’azione del cielo e della terra. La casa agricola (Casa museo), ricostruita e vivificata da Antonino Uccello a Palazzolo Acreide, consente di verificare ciò e altro ancora. Chi vi entra avverte subito di trovarsi in un punto di riferimento che poteva essere dato solo dall’abitazione di ieri – un ieri, che come si diceva, si estende da Omero a Giovanni Verga. Vi si avverte un’intimità profondissima, aperta a intimità che direi sempre più intime, abissali, della terra e del cosmo. Si tratta di una casa cosmologica che richiama la Casa del Calendario dell’antica Cina. I cieli e le stagioni vi sono presenti, scanditi dagli oggetti e dalla loro disposizione. La porta nelle case diciamo «borghesi», è fatta contro i ladri ed è insieme un atto estetico. La porta della Casa museo di Palazzolo Acreide lascia pensare a fenomeni di straordinaria potenza che potrebbero bussare là, scatenamenti di forze celesti e terrestri. Vi si percepisce un tempo che non è quello dei calendari delle aziende industriali e cittadine: un tempo essenziale non cronologico; ma durata. Nella Casa museo tu tocchi le varie fasi della condizione umana, dalla povertà alla ricchezza di tipo Mazzarò e mastro don Gesualdo, fino allo stato del Lampedusa, prima che la Sicilia si rovesciasse in cronache borghesi e mafiose. C’è Omero, c’è la Bibbia stravolta in devozioni e in superstizioni; c’è soprattutto Verga, e il barone Serafino Amabile Guastella. Non ci sono gli altri, che appartengono alla miserevole ironia di quel mondo. Dell’antico modo di vivere la natura e la propria parte di destino cosmico non manca il momento giocoso, dai rummuli (trottole) al teatro dei pupi, dove l’uomo strappava un’eccezione alla legge della rassegnazione «produttiva» e biologica; dove si sentiva fanciullo ed eroe capace di sfidare mostri e dèi; dove aveva un cuore nuovo, quello che fin da Cielo d’Alcamo fu chiamato «paladino». Fortunato Pasqualino 19 DA AKRAI A PALAZZOLO Quando nel 1709 venne pubblicato a Palermo un curioso itinerario dell’Isola, nel capitolo dedicato a «Città, Terre e Luoghi esistenti in Sicilia» così troviamo rubricata Palazzolo: «Terra edificata a pié di quel Colle, che dicono Acrimonte, sul quale fu eretto già un convento de’ Padri Minori Osservanti sotto titolo di S. Maria del Palazzo, perché per tradizione ricevuta appresso li Palazzolesi sorgeva nel medesimo sito, in cui ne’ secoli caduti stava un Palazzo di Hierone Re di Siracusa; e da questo Palazzo vogliono, che poi ricevesse la sua appellaggione la Terra di Palazzolo». È stato Tucidide a precisare che la fondazione di Akrai avvenne settant’anni dopo quella di Siracusa, e cioè nel 664-663 avanti Cristo. Il «soprannome» Acreide, derivato dall’antica Akrai, – annota un attento cronista del secolo scorso – fu dato a Palazzolo subito dopo l’Unità d’Italia, e precisamente il 2 giugno del 1862. Palazzolo Acreide sorge a circa 697 metri sul mare e conta oltre 9000 abitanti (contro i 12.200 del 1951), dista da Siracusa circa 45 chilometri. I bassi redditi di una economia in prevalenza agricola hanno costretto contadini e artigiani all’emigrazione in massa. Teatro greco dell’antica Akrai: sullo sfondo, nelle giornate di chiaria, si staglia il cratere dell’Etna 21 La campagna circostante conserva i resti dello splendore raggiunto nell’antichità classica: fra l’altro, sono notevoli un teatro greco che si affaccia nella vallata dell’Anapo, sullo sfondo dell’Etna, e i cosiddetti «Santoni» – i Dioscuri, Cibele, ecc. – sculture rupestri che rappresentano divinità di origine asiatica legate al culto della Madre Terra. La cittadina ebbe una continuità di vita medievale e rinascimentale: ma l’11 gennaio del 1693, annota il notaio don Cesare Salluccio, «a ore 21 di detto giorno si fece a tremare tutta la terra, e la Sicilia con grandissimo, e gagliardo tremore... In questo paese di Palazzolo le persone che furono oppresse dalle pietre arrivarono al numero di mille, separatamente dai feriti, e di poi morti per causa del medesimo tremuoto. In quanto agli edifici delle case, e Chiese non restò minimo vestigio, e principalmente della Madre-Chiesa, e suo campanile, il quale era degno di esser veduto...». Palazzolo risorse e costruì palazzi e chiese che conferiscono al complesso urbanistico una nobile severità settecentesca: le maestranze continuarono a edificare e a rammodernare per tutto l’Ottocento, fino all’ultimo liberty. Proprio per questa continuità di vita e di civiltà Palazzolo Acreide costituisce una sede ideale per una Casa museo che dia la testimonianza di questa segreta vita di popolo. Palazzolo Acreide, piazza del Popolo detta comunemente di San Sebastiano, in una mattinata di domenica. 22 In un quartiere popolare rimasto quasi del tutto omogeneo nel suo primitivo schema urbanistico, sorge questo palazzo settecentesco – la Casa museo – ricostruito dopo il terremoto del 1693 su spezzoni di muri di precedenti edifici adibiti presumibilmente a locali di deposito. Condotto a termine il restauro della parte muraria Atrio d’ingresso della Casa museo, sulla sinistra piatti di Caltagirone dell’edificio, si è proceduto alla sistemazione del materiale in modo da rendere immediatamente leggibili dal visitatore le condizioni di vita del contadino di Palazzolo in un determinato momento storico-culturale, mentre le altre collezioni sono state ordinate nei vari locali a pianterreno, i cosiddetti tammusa, con volte a botte. Un museo etnografico potrà notevolmente contribuire a salvaguardare almeno in parte il materiale di studio, a educare e a sensibilizzare l’opinione pubblica, per non dire poi degli ovvi vantaggi che se ne dovrebbero ricavare sul piano scientifico, culturale e turistico. Una istituzione del genere, inoltre, è destinata anche ad aprire nuove prospettive per un maggior approfondimento dei vari problemi etnografici, etno-musicali e dialettologici, ma anche e soprattutto di quelli della vita sociale in genere delle classi popolari, contribuendo in tal modo a un rinnovamento della struttura stessa della società in cui veniamo quotidianamente operando. Gli ambienti della Casa museo si trovano nel pianterreno dell’edificio; in passato erano abitati dal massaro alle dipendenze del grosso proprietario terriero, il quale occupava la parte superiore del palazzo. Il massaro, oltre al lavoro dei campi, faceva anche la ricotta, riceveva in consegna le derrate e la gabella degli affittuari, sovrintendeva ai lavori del frantoio per le ulive. I due massari, marito e moglie, avevano dunque un certo benessere, data anche la fiducia che dovevano riscuotere da parte del padrone, il quale affidava alla loro custodia tutte le derrate dell’annata. A pianterreno si trovano inoltre due ampie cisterne scavate nella viva roccia, che a tuttoggi raccolgono l’acqua piovana; alle pareti del vasto atrio, dove i carri solevano sostare per depositare i cereali e le granaglie nei ripostigli padronali, sono fissati degli anelli di ferro per legarvi, nella lunga attesa, i muli e le giumente. Altri locali attorno al caseggiato erano adibiti a vari altri usi: pollaio, pagliera, magazzeni, «carretterìa», vale a dire il locale per la posta del carretto. Tuttora il quartiere viene denominato Mannirazzi, cioè «grandi ovili» per la custodia delle pecore, ■ ■ percorso espositivo ■ ■ cortili In primo piano, il portone d’ingresso Balconata settecentesca della Casa museo Ingresso: sulla sinistra, cisterna scavata nella roccia per l’acqua piovana 1. atrio; 2. cortile; 3. casa ri massaria; 4. casa ri stari; 5. stalla; 6. frantoio; 7. piccolo maiazzè; 8. portico; 9. cortile; 10. maiazzè; 11. ex stalla esposti a mezzogiorno, che stanno a testimoniare dell’antica funzione delle casette sparse nelle adiacenze della Casa museo, e costituiscono al contempo preziosi esempi di fantasiosa architettura spontanea. 23 riscandire CASA RI MASSARIA La prima nozione di cosmogonia l’ebbi da mio nonno, analfabeta, emigrato prima negli Stati Uniti e poi in Turchia. I vari viaggi, la visione di diverse e antitetiche civiltà non avevano per nulla scalfito la sua concezione del mondo, che poi trasmise anche a me, e che risponde esattamente a quello che riferisce il Pitré in un capitolo dei suoi Usi e Costumi: «La Sicilia è sorretta da tre colonne, che formano la base de’ suoi tre piedi: una colonna è sotto il Faro (Messina), una sotto Pachino e una sotto Trapani». Alla sua categorica affermazione mio nonno soleva aggiungere con fare assorto: «Una sola delle colonne resta ancora malamente all’impiedi, le altre due sono già crollate». E ricordo come le nostre serate d’inverno si reggessero anch’esse, come la nostra esistenza, sulla fragilità e sulla instabilità di una terra sospesa a un sottile filo tra cielo e abissi marini, con la minaccia inoltre di malannate a ogni gelo, grandine, siccità. Si viveva, specie al tempo della mietitura, – riprendo l’espressione di Ernesto De Martino – nell’ansia del «faticoso epilogo dell’anno agricolo», della «trepidante attesa del ‘pane’ e del ‘vino’». Solo la casa dava il senso della stabilità e della certezza; ogni stanza prende il nome di ‘casa’: casa ri stari, Il forno in gesso e mattoni di cotto per il pane: il fumo si diffonde per la stanza e trova uno sbocco attraverso le tegole del tetto; sulla destra, la donna è seduta accanto all’arcolaio e avvolge il filo nello spulaturi. 25 casa ri massarìa, come se ogni locale fosse un mondo compiuto, con una sua organica funzione. È strano come ancor oggi gli spazi di questi ambienti conservino la stessa umana e poetica dimensione dell’infanzia, e tornino a ridare un senso di sicurezza, quasi sezione di un universo, come rappresentassero un simbolo e costituissero al contempo un habitat in cui rivivono antichi miti in una nuova temperie culturale. La casa di massarìa è un ampio locale con tetto di tavole e travi e il pavimento di lastroni quadrati in pietra calcarea. Sulla parte interna dell’uscio sono disposte le immagini devote: i santi patroni e protettori contro i malanni e le calamità; vi sono appesi un panierino e una crocetta di foglie di palma intrecciata, benedetti nella domenica delle Palme, ma anche il ferro di cavallo col fiocco di nastro rosso contro il malocchio Sulla destra, da una antica finestra murata è ricavato uno spazio per recipienti di terracotta; in alto, a sinistra, collari di legno per ovini e bovini 26 e la iattura. Vi campeggia la bbulla râ loca santa, una stampa popolare dove sono rappresentate delle scene della crocifissione con dei riquadri che riproducono i vari luoghi santi. È il frate cappuccino che nel primo autunno ancor oggi attraversa le strade del paese e scampanellando richiama le donne che ordinano delle messe per i defunti e acquistano la stampa dei luoghi santi, che viene fissata sul retro dell’uscio a protezione della casa. Durante le tempeste, infatti, le donne coprono gli specchi di casa e l’oro agli orecchi per paura del fulmine e, sedute in cerchio, ripetono al precipitare del tuono: San-Ciuvanni iàutu e ddanni, nn’at’a scanziari ri tt-rona e-ddi lampi. (San Giovanni alto e grande, / ci dovete liberare da tuoni e fulmini). L’uscio interno della casa ri massaria dove sono appesi immagini devote e un ferro di cavallo a protezione della casa contro il malocchio E quando infuria la tromba d’aria, una donna si porta sull’uscio, si tiene salda, protesa all’infuori, fissa la minaccia del cielo e ripete a fior di labbra per fascinare a cura ô ddrau, cioè la tromba d’aria: Adamu, Adamu, penza li tri-pparoli ca ti rissi nostru Signuri Ggesucristu a-mmunti Carvanu. (Adamo, Adamo, / pensa alle tre parole / che ti disse nostro Signore Gesù Cristo / sul monte Calvario). All’angolo, sulla destra della casa, è il forno di pietra e mattoni di cotto: è a-ffumu persu, cioè senza camino, sicché il fumo si perde nella stanza e va ad affumicare la salsiccia appesa a un cerchio di legno che pende dal soffitto. Sul forno sono sparsi utensili dell’uso quotidiano quali lucerne, Il forno in gesso e mattoni di cotto, accanto all’uscio bottiglie, padelle, il rastrello e la pala per infornare e sfornare il pane. Sulla parte laterale del forno è un finestrino, come una feritoia, con un tappo di pietra, per osservarvi se il pane è arrivato a una buona cottura. Questo spioncino, detto maritu, ha fatto nascere una di quelle «domande carnescialesche» che pubblicò a suo tempo Serafino Amabile Guastella: – U furnu è masculu o fimmina? – Fimmina, pirchì havi u... maritu. A dispetto della grammatica, che lo vuole di genere maschile – osserva Vann’Antò – il forno è femmina perché ha il «marito», come appunto viene maliziosamente chiamato lo spioncino laterale. L’acqua che si fa bollire per impastare la farina per il pane si chiama ràzzia, cioè grazia. La pasta si manipola nella madia di legno, sostenuta da due cavalletti, e successivamente si dispone sulla sbria, una particolare gramola che assomiglia a una figura femminile, ritagliata nel legno. Sulla sbria è disposto un pistone, detto sbriuni, che un rocchetto di legno tiene incavicchiato, mentre l’altra estremità viene abbassata e rialzata sulla pasta che una donna, seduta sullo spigolo della gramola, solleva e rigira quando il pistone viene rialzato. La sbria viene descritta in un indovinello popolare con salaci allusioni: A zza Cicca si curcau, u zzu Ciccu cci ncravaccau: tri-pparmi n’avia, ttri-pparmi cci ni ficcau. (La zia Cecca – la sbria – si coricò, / lo zio Cecco – il pistone – la cavalcò, / tre palmi – di cavicchio – aveva, / tre palmi gliene conficcò), Cucina, nella casa ri massaria perché il pistone si reggesse ben saldo alla sbria. Dopo aver infornato il pane, col pollice si fa una crocetta sul coperchio del forno e si recitano alcuni versetti: Pattri, Figghiu e Spirdussantu, pozza crìsciri n’àuttru tantu; Santa Rrusulia, iancu e rrussu comu a-ttia; nné-gghiàriu e-nné-ppassatu comu a-Mmaria senza piccatu; crisci pani ô furnu comu Ggesuzzu criscìu nta lu munnu... piano di pietra calcarea, detto t u c c e n a, sul quale sono disposte suppellettili da cucina. Alla parete è appeso un appendistoviglie che contiene cucchiai, mestoli e stoviglie di legno e di metallo. Segue l’angolo della ricotta: la caldaia (a quarara) è sostenuta da una sbarra di legno che poggia su due treppiedi anch’essi di legno. (Padre, Figlio e Spirito Santo, / possa crescere ancora tanto; / santa Rosalia, / bianco e rosso come te sia; / né acido e né passato / come Maria senza peccato; / cresci pane al forno / come Gesù crebbe per il mondo...). A lato del forno è la t a n n u r a,un focolare di pietra per cucinarvi, con un Cucchiai e mestoli in legno. In alto, piatto di terracotta di produzione calatina 27 Da uno spago disposto in senso orizzontale e sostenuto da due chiodi pendono i vari utensili per la confezione della ricotta e del formaggio: la «cazza», che serve a raccogliere la ricotta dalla caldaia e deporla nelle particolari fiscelle di canna, di forma quasi conica; la rruòtila, un bastone di legno, d’un metro circa, che serve a dirompere la 28 Il soffitto è di tavole sostenute da travi e una capriata al centro, dove sono appesi utensili e attrezzi vari. In alto, un grappolo di cavagni, fiscelle di canna per deporvi la ricotta «cagliata»; u scutiddaru, un recipiente di legno che contiene il caglio; u iaruòzzu, un recipiente conico di rame con manico di ferro per raccogliere e versare il latte, il siero, l’acqua calda. A lato è collocata, su due ceppi, la mastredda, un particolare tipo di madia adoperata per lo scolo delle ricotte e del formaggio). Quando la ricotta affiora alla superficie, il massaro – o il curàtulu, addetto cioè alla confezione della ricotta – suole segnare col pollice una crocetta sul coperchio della caldaia e ripete: Santu Rramunnu, rricotta fina ô funnu; santu Minenti, rricotta assai e-ssieru nenti. (Santo Raimondo, / ricotta sino al fondo [ché la ricotta cioè coaguli sino in fondo alla caldaia], / santo Minente – o forse Eminente –, / ricotta assai / e siero niente). 29 Ma se proprio ogni invocazione e cura dovessero risultare del tutto inutili, si suole ironicamente aggiungere: Arrimina, zazzaruni, Ca a rricotta è nto minciuni! (Rimesta, zazzerone, / ché la ricotta è nel minchione!) È andata cioè a farsi strabenedire! L’angolo opposto al forno. In alto, la sbria, un particolare tipo di gramola per la panificazione 30 Da un’antica finestra è ricavato un armadio a muro, che contiene vari recipienti di terracotta, in massima parte di produzione caltagironese, per la conserva delle ulive, capperi, pomodori secchi, ecc. Segue la piattiera di legno nella quale sono disposti vecchi piatti, e i fiancotta, cioè grosse scodelle maiolicate, colabrodo, ecc. Su una rustica panca di quercia sono Telaio, in legno di noce, realizzato alla fine dell’800 dal falegname don Pasquale Aiello di Canicattini Bagni appoggiate contro il muro accette di varia grandezza per i diversi usi; a un cavicchio (u cavigghiuni) sono appesi una vecchia bilancia e un grappolo di fiscelle per la ricotta. Dalla capriata del soffitto pendono una tavola sostenuta da fil di ferro, sulla quale sono fiscelle di giunco per il formaggio, e un bastone a più ramificazioni, a mo’ di uncini, dove sono appesi fiscelle per la ricotta, forbici per la tosatura delle pecore, panieri di canna intrecciata e altri arnesi. Sull’angolo di fronte, appena sotto la finestra, è il telaio tradizionale ancora in opera. La massaia suole tessere tutto quanto occorre al fabbisogno familiare: tesse il suo corredo. Un canto popolare d’amore è dedicato proprio alla tessitrice: Quant’è-bbedda sta figghia ri massaru, si pò-cculari nta na tazza r’oru; quannu si metti nta lu so tilaru lu scrùsciu ri la spola pari n truonu; quannu si pìgghia la ugghia a li manu ddipinci n’acellu a-pprimu volu. (Quant’è bella questa figlia di massaio, / si può colare in una tazza d’oro; / quando si siede al suo telaio / il rumore della spola sembra un tuono; / quando prende l’ago in mano / dipinge un uccello a primo volo). Maritarsi» del 1619, trascrive la «Roba a Quattro di N.N.». Tra l’altro la sposa porta due «Matrazzi», quattro «Lenzuoli», una «Coltre», una «Frazzata», quattro «coscini», quattro «fodere», quattro «Tovaglie di Guastelle» (cioè per vasteddi, particolari forme di pane) e altre quattro «Tovaglie di pane»; e ancora un paio di «Bertoli» (i vièrtuli, piccole bisacce di Il telaio e tutti i pezzi che lo compongono sono oggetto di particolare cura e descritti in molti proverbi, modi di dire e indovinelli con bella efficacia espressiva. L’arcolaio, ad esempio, è di legno, ma più spesso è di stecche di canna, eseguito dalle stesse massaie; un indovinello così lo descrive: Ddùrici frati, tutti rùrici ncatinati, fanu a vita rê ddannati. (Dodici fratelli – le stecche di canna – / tutti e dodici incatenati, / fanno la vita dei dannati), girano cioè senza requie ad avvolgere il filo. In passato venivano eseguite le piccole bisacce di lana, quelle grandi a larghi quadri neri su fondo bianco, e le frazzate, cioè le belle coperte di lana, quelle bianche di cotone, e poi la tela di lino e di canapa per la biancheria, e il modesto filunnenti, cioè il ‘filo da niente’, per tovaglie e strofinacci da cucina. Il padre cappuccino di Palazzolo, nel suo manoscritto del secolo scorso, a proposito delle «Consuetudini del Stecche incise, di legno, per sostenere il liccio. In alto, frangia di coperta tessuta a Palazzolo Acreide lana). Il frate conclude l’elenco della dote con la seguente nota in calce al foglio manoscritto: «Si usava la piritera nei tempi più prossimi». Infatti, il buon cappuccino ci riferisce che un sacerdote, don Mario Baratta, aveva avuto modo di vedere «le piritere, ch’erano strumenti fatti di latta, cuojo, cristallo ecc. che usavano gli sposi... per mandar fuori le ventosità». 31 CASA RI STARI È una bassa e vecchia porta a immettere nella casa ri stari, il locale «da stare», dove cioè abitano gli sposi massari. Il padre Giacinto M. Farina da Palazzolo, nella sua scrupolosa Selva di notizie, dedica una breve nota agli Sposi nel suo anarchico e vivace italiano, sempre ricco di cose e di considerazioni e umori: «Gli sposi appena son promessi, che visitano la casa della sposa ordinariamente nel ceto inferiore ogni 8 giorni. Brutto uso, ma più brutto quello mangiare in casa della sposa, come si usa d’alcuni. Non si permette però lasciar gli sposi soli, se non da madre stolta. Lo sposo fa la spesa alla sposa, e ai parenti viciniori. Quando vanno a sposarsi conducono seco un buon convitato di persone. Giunti a casa i parenti, de’ vicini gettano addosso ai novelli sposi buona copia di frumento per augurargli la sposperità [prosperità] ventura. Dopo tre giorni, lo sposo va al travaglio [lavoro] con nuova, e pesante croce contento, e gabato (sic) . È uso imporre ai primigeniti il nome di uno dei genitori degli sposi, e quel nome passa poi ai genitori del primogenito. Tutto nel ceto di campagna». Sulla parete di fondo del locale è posto il letto a due piazze, con tavole sostenute da due cavalletti di ferro (i ttrìspita). La coperta è la tradizionale frazzata ar-ugna, di lana tessuta e «ad A sinistra della foto, cannizzu, recipiente di canna intrecciata per il frumento 33 unghia», cioè a piccoli scacchi di colore blu e granato, con la frangia tutt’intorno lavorata all’uncinetto: sui cuscini con la federa rossa decorata a fiori è poggiata a furcedda, un bastone di oleastro, bruciacchiato per renderlo più resistente e levigato, che serve per smuovere la paglia – o la lana – dei materassi in modo da renderli soffici, e successivamente per appianare il letto. Alla parete del capezzale, attorno a un crocifisso, sono appese stampe di carattere devoto, che rappresentano immagini di santi che hanno un particolare culto locale: l’Addolorata, San Paolo, la Madonna del Rosario, ecc. A ogni lato del letto è appeso a un chiodo l’abbitinu, cioè lo scapolare ricamato; sulla sinistra ci sono una coroncina per il rosario e un orologio; su una mensoletta di legno si trova una vecchia sveglia; sulla destra è a rrinalera, un comodino di noce nostrano, sul quale è posata una lucerna di terracotta. Sulla stessa parete è appeso a un grosso chiodo un fucile ad avancarica e a fianco è una stampa di S. Isidoro Agricola, di produzione dei Puccio, incisori e stampatori di Chiaramonte Gulfi, eseguita espressamente per i «divote massari» di Palazzolo, come si legge in calce alla stampa. Questo santo, infatti, fu in passato oggetto di particolare culto. Il nostro cappuccino registra per il secolo scorso la seguente costumanza: «Si usa nella festa di S. Isidoro la corsa dei buoi, il vittorioso riporta una Massa [vomere] col giogo. I fanciulli corrono per la berretta. Tavolo a mezzaluna con varie suppellettili; alla parete, vecchie fotografie di famiglia, disposte in ordine gerarchico Sono due anni che i Massai fanno al Santo la processione, ma di poco conto». Sotto il letto è una piccola cassa di legno, dipinta di verde, con un cuore colorato in nero sulla toppa, che contiene la biancheria della sposa. A lato è un cavastivali di legno, ricavato da un aratro in disuso; e infine una silletta, cioè un vaso da notte di ceramica smaltata, di forma cilindrica, col labbro svasato e a quattro piccoli manici. Un curioso indovinello personifica la silletta in una serie di colorite immagini: 34 Jàgghiu na cosa quantu m-munnìu c’assimìgghia a-bbuòsciu zziu, ccu li labbra vutati c’assumìgghia a-bbuòsciu frati, cu la pagghiazzedda n testa pari cca va a la festa. (Ho una cosa quanto un «mondello» – misura per aridi, di forma cilindrica – / che assomiglia a vostro zio, / con i labbri rivoltati / che assomiglia a vostro fratello, / con un tovagliolo in testa / pare che vada alla festa – la silletta, infatti, veniva coperta con una pezzuola perché non emanasse cattive esalazioni –). A due boccole fissate in alto sulle due pareti contigue ad angolo retto sono legate le cordicelle che sostengono la naca a-bbuòlu, la culla ‘a volo’, di stoffa di vecchi materassi, a strisce colorate, che resta così sospesa proprio sul letto matrimoniale. La madre canta la ninna-nanna e concilia il sonno al bambino: fa la vò, da cui fa la vò, in cui vo o anche vovò è parola Immagini devote intorno a una nicchia con la statuetta di San Sebastiano. In alto, uscio della casa ri stari 35 del linguaggio infantile col significato di «sonno». La vò, la vò, la naca è-nnova, d’oru e-dd’argentu sunu li ciova, sunu li ciova e li ciuvina, rommi la figghia sira e-mmatina, sira e-mmatina, matina e-gghiornu, rommi la figghia, lu tira luoncu, lu tira luoncu quantu lu mari, rommi la figghia e n-zapi parrari, n-zapi parrari, n-zapi riri nenti: ruommi, la figghia, fammi cuntenti. (La vò, la vò, la culla è nuova, / d’oro e d’argento sono i chiodi, / sono i chiodi e i chiodini, / dorme la figlia sera e mattina, / sera e mattina, mattina e giorno, / dorme la figlia, lo tira a lungo, / lo tira a lungo quanto il mare, / dorme la figlia, non sa parlare, / non sa parlare, non sa dire niente: / dormi, figlia, fammi contenta). Particolare di cassa lignea contenente il corredo della sposa Letto del massaro; sospesa alle pareti la naca a-bbuòlo. 36 In mezzo alla casa è a sigghitedda rê picciriddi, un seggiolino per potervi mettere a sedere il bambino che non è ancora in grado di camminare, quando la madre si dedica alle faccende casalinghe: è opera del carradore don Salvatore Agnello, di Canicattini Bagni. Sull’angolo è il cannizzu, un recipiente di canna intrecciata, di forma cilindrica, dove si conserva il frumento per l’annata. Quando la raccolta è compiuta, il canniccio si ripulisce e si riempie del nuovo grano fino al culmine, dove si fissa una crocetta eseguita con spighe, con evidente carattere propiziatorio. Sulla parte bassa del canniccio è un foro otturato da uno straccio, dal quale si prende di volta in volta il grano per il fabbisogno familiare. Sul Stampi in terracotta per la cotognata canniccio sono appesi anche ramoscelli di origano, di alloro per i decotti dei bambini, una palma pasquale, le forchette, cucchiai, una stadera, frutta di stagione: le grosse e squisite pere succiarduna, oppure i pira spinieddi, delle pere dal faccino rosso e il picciolo lungo, che maturano nel cuore dell’inverno. Ai piedi del canniccio sono posti i vari recipienti per la misura dei cereali: u iaruòzzu, u munnìu, u rumunnìa, u tùmmunu, e poi la pala e il tridente di legno. Alle pareti sono appesi ceste fatte con culmi di frumento (i cannìscia) e stacci per la farina (i criva i sita). Alla parete successiva è poggiata una cassa nuziale settecentesca con spalliera, che conserva tracce di antica policromia, rinvenuta nella stessa casa dove ora si trova, che contiene il corredo, le coperte, le bisacce e l’oro della sposa. In una nicchietta a muro è una statuina in pietra calcarea, policroma, che rappresenta la Madonna del Bosco [oggi v’è una statuina di San Sebastiano], e un angelo in pietra naturale, opere di un romito, che soleva anche eseguire coroncine per il rosario, crocette di legno e bastoni a stampella. Tutt’intorno alla nicchietta sono disposti immaginette devote, una palma di Pasqua e due mazzi di frumento intrecciato, con nastri rossi, eseguiti dai contadini quando il frumento è ancora tenero – la primizia – che si colloca in casa per propiziare ogni bene e allontanare gli spiriti malefici. Segue una piccola cassa dipinta di verde; alla parete è un appendistoviglie, una mensoletta di legno sulla quale è un vecchio specchio e ai lati sono appesi un portapettine in rafia lavorato all’uncinetto, e un piccolo cuscino ricamato per appuntarvi aghi e spilli. Alla parete successiva è appoggiato un vecchio tavolo a mezzaluna, sul quale si trovano un ferro da stiro, due fiaschette per la polvere pirica e per il piombo, ricavate rispettivamente da una tartaruga e da un corno di bue, e poi una bilancetta eseguita dal contadino Paolo Alì, di Palazzolo, per dosare le cartucce, e bottiglie, bicchieri, ecc. Alla parete, sul tavolo, sono appese tutt’intorno le vecchie fotografie di famiglia, secondo un ordine rigorosamente gerarchico. La fotografia, com’è noto, conquista subito la casa del contadino, dove occupa un posto di rilievo. I personaggi si dispongono in posa di solennità, con gli occhi fissi all’obiettivo, indossano gli abiti del matrimonio, e in taluni casi sono gli stessi fotografi ad aggiungere con sapiente ritocco la cravatta, il colletto della camicia e qualche altro particolare del vestiario. In alto è il vecchio massaro, e via via seguono i familiari e gli avvenimenti più importanti: in un portaritratti ricamato, di gusto liberty, sono i due giovani sposi; a lato, sul ricamo, sono cucite le medaglie della guerra del 1915-18; un’altra foto rappresenta la famiglia al completo, con la figlia in primo piano, dopo la prima guerra mondiale, e la piccola foto del vecchio nonno con la berretta; in una cornicetta rettangolare sono disposte varie fotografie: figli emigrati o morti, sposalizi, nipoti. A lato del tavolo, attorno al braciere di rame, a conca, sono collocate due sedie, piuttosto basse per potersi meglio scaldare al fuoco. A una sedia più alta è legata la conocchia di canna con la stoppa da filare e il fuso di legno: Quest’indovinello, infatti, ci dà una bella immagine della conocchia – la vecchia – che se ne sta in piedi a guardare, mentre il giovane – il fuso – balla e le gira attorno. E a proposito di balli e danze popolari, in occasione del carnevale, di matrimoni, ecc., non possono mancare, appesi a fianco delle fotografie, un tamburello (u tammuru) con i sonagli e uno zufolo di canna (u fischiettu). Due vani a muro, illuminati da due altissime finestrelle, conservano recipienti vari, brocche e stampi di terracotta per la confezione della marmellata e della «mostarda», fatta col mosto, e bottiglie e suppellettili per uso familiare. Non si dimentichi, d’altronde, che tanto maggiore possibilità aveva in passato la famiglia A veccia sta â dditta e-ttalìa, u picciuòttu cci abballa e-cci furrìa. Fischiettu di canna del trapanese di conservare frutta, fichi secchi, pomodori, melanzane, capperi, peperoni, ecc., altrettanta sicurezza aveva nell’affrontare il lungo inverno. Sullo stipite della porta è appeso un porta-spazzole di stoffa con piccoli ricami a fiori, mentre un’asse sopra la porta (u suprapuòrtu) regge ceste e panieri. Alla parete, in alto, è appesa una vecchia litografia di San Paolo, in una cornice dell’epoca. Sull’altra parte, dopo la porta, sono poste rustiche sedie e una panchetta di legno sulla quale sono appoggiate delle ceste, bisacce tessute con decorazioni a colori e le iniziali del massaro; sulla parte superiore dell’attaccapanni sono collocate delle ceste eseguite con culmi di frumento, di varie grandezze e forme, per i più svariati usi. 37 LA STALLA La piccola stalla ha la volta a botte e il pavimento di roccia naturale: sullo spigolo, in alto, della mangiatoia per una sola bestia, c’era una botola che portava al piano superiore. La stalla contiene tutti gli attrezzi del massaro, coi quali egli porta a compimento il ciclo completo dei lavori agricoli, che avevano inizio, a raccolta ultimata, con la smacciatura: operazione con la quale si tagliano le «macchie» di rovi, cespugli e piante nocive, che poi si legano in fascine per uso casalingo o si bruciano per concimare la terra. Segue l’aratura: la stalla contiene disposti in un angolo i vari aratri, i gioghi per i buoi e quelli per gli equini, il pungolo, ecc., tutti strumenti eseguiti dagli stessi contadini, tranne la parte in ferro, come il vomere ad esempio, per il quale si suole ricorrere al fabbro ferraio. La terra, dopo la prima aratura, si ripassa ancora una volta (si rrifùnni) ed è pronta a ricevere la semenza, lavoro che di solito si compie nelle giornate autunnali di lenta pioggia, quella a inzuppavillano, che penetra nelle ossa del contadino che non abbandona a mezzo l’opera di seminagione. Un proverbio, d’altronde, avverte che fino a Sant’Antonio Abate (17 gennaio) tutti i contadini, buoni o cattivi che siano, han tempo ancora per una proficua semina, ma per Sant’Agata (5 febbraio), restano solo a seminare i La stalla, con la volta a botte, ha il pavimento intagliato nella viva roccia; all’angolo, la mangiatoia 39 «cacati», cioè i poco prestanti e inetti: Pi-Ssant’Antuoni, tinti e-bbuoni; pi-Ssant’Aàti, i cacati cacati. Si attende febbraio per zzappuliari, vale a dire zappettare il frumento appena nato, per poi scirbarlu, liberarlo cioè dalle cattive erbe, tra aprile e maggio. La falce fienaiola è la protagonista del lavoro di mietitura. Nel breve manico di legno, l’impugnatura, viene fissato il ferro a falce di luna, eseguito da fabbri locali. Fino a qualche decennio fa, prima di dare inizio ai lavori i mietitori, all’alba, solevano mangiare una fetta di limone e sorseggiare del vino che aspiravano dal piccolo barile (carratieddu), passandoselo in giro da un compagno all’altro. I mietitori solevano portare sulla camicia un grembiule di cotone (pagghiazzedda); sul braccio destro infilano una manica di stoffa resistente (a manichedda) per proteggersi dalle reste, dalle spine o altro, riparano le dita della mano sinistra, con la quale raccolgono il frumento mietuto, con ditali di canna (canneddi), mentre lasciano libero il pollice. I mietitori si dispongono sul posto di lavoro (all’antu), uno accanto all’altro, dinanzi al proprio filare di A lato della mangiatoia, alcuni attrezzi del massaro frumento da mietere: a fianco del «capo», che ha la funzione di rispondere dell’operato della «ciurma» presso il padrone e d’imporre il ritmo al lavoro, troviamo u spaddieri, che segue a spalla, e il suttacapu, che chiude la lunga fila. Subito dopo il «capo» si rivolge ai braccianti e recita cantilenando la seguente invocazione: 40 A-nnomu ri Ddiu e-ddi Maria, forza e-bbalìa fin’â vemmaria a-mmia e a tutta a me cumpagnia; râ vemmaria m-puoi sempri forza quantu m-moi. (In nome di Dio e di Maria, / forza e vigore fino all’avemaria / a me e a tutta la mia compagnia; / dall’avemaria in poi / sempre forza quanto un bue). Dopo che il «capo» ha dato il via, gli altri danno inizio a mietere il primo manipolo di frumento, lo alzano in alto e gridano a coro: Salaratu e rriucraziatu ogni-mmumentu lu santissimu e-ddivinissimu Saramientu. (Sia lodato e ringraziato ogni momento / il santissimo e divinissimo Sacramento). Il lavoro della mietitura ha avuto inizio con l’invocazione del «capo». Da allora in poi i mietitori, curvi sul grano, devono recitare, uno dopo l’altro, una «storia» sacra o profana, inerente o no alla mietitura, o di protesta contro il padrone o chi lo rappresenta, o d’ironia e di sfottò contro qualcuno della stessa «ciurma». I mietitori in questo frattempo, non fanno motto, e per nessun motivo La falce e i canneddi, ditali di canna per proteggere le dita durante la mietitura. In alto, attrezzi agricoli riposti nella stalla Aratro a chiodo abbandonano il loro posto: è come si compisse un rito. Finita la mietitura, tutti ripetono il ringraziamento al SS. Sacramento per la buona raccolta e si stringono la mano in segno di amicizia. Sopraggiunge la trebbiatura: per prima si vota l’aria, cioè si rivoltano e rimestano i covoni (i regni) nell’aia. Dopo la manciat-e matina, la prima colazione, si va a mpaiari, a bardare le bestie, che s’arriènunu, cioè si appaiano prima di farle girare e battere e sminuzzare le spighe. Ha inizio la «cacciata». Mentre uno dei contadini spinge le bestie, gli altri accostano – arrùnciunu col tridente di legno i mannelli sparsi, finché prima di mezzogiorno non vengano ridotti in paglia, vale a dire si tàgghia l’aria (alla lettera «si taglia l’aia»). Se sbògghia u vientu – il vento s’alza – si comincia a spagliare. Via via che col tridente si ventila, si lasciano alle spalle frumento e spighe, e la paglia, sospinta dalla brezza a limite dell’aia, si porta a-mmarauni, assume cioè la forma di una grande mezzaluna. Quando il frumento viene tutto accatastato, crivellato col grosso vaglio, e ormai annittatu – ripulito –, è pronto da insaccare e riporre nel cannizzu. Durante la trebbiatura, il colloquio tra il contadino e gli animali che girano nell’aia è continuo, vario d’incitamenti, sfoghi, imprecazioni, religiosità, tristezza, ironia, umano, sotto la sferza del solleone, l’arsura, l’aria secca di pula e afa, il grido delle cicale, il passo lento delle mule, senz’ombra intorno. Al primo colpo del capu, cioè la frusta che si adopera nell’aia, ha inizio il canto: Arrispìgghiti ch’è-gghiornu iiiù! (Risvegliati ché s’è fatto giorno / iiiù! ). Il baio, più forte, ha sempre la meglio sul morello: Lu bbàiu cci rissi a lu murieddu: mentri ca campu ìu fazzu lu iaddu iù! (Il baio disse al morello: / finché campo io faccio il gallo / iù!). Durante i lavori della messe al bracciante assunto a giornata – u iurnataru – si soleva dare, per trattamento speciale, la pasta, mentre durante l’anno gli si davano solo fave cotte: Comu s’accapànu li regni ri la costa e-ss’accapau ri manciari pasta! iù! (Son finiti i covoni della costa – ammucchiati sulla pendice del podere – / e s’è finito di mangiare pasta! / iù). Contro i muli troppo grassi, affinché lavorino con fatica e si strapazzino: Mula papuruna, pistativilli li bbuttuna! ìù! (Muli grassoni, / pestateveli i «bottoni», – cioè i testicoli! – / iù!). Solo dopo aver ridotto i covoni in paglia, le bestie potranno trovare ristoro all’ombra, dove sogliono spassarsela i nobili e i signori che controllano il lavoro dei braccianti: Falla a-ppàgghia e-tti nu vai, ti nu vai a li friscuri unni cci stanu nobbili e-ssignuri iù! Riducilo in paglia e te ne vai, / te ne vai alla frescura / dove se ne stanno nobili e signori / iù!). Una riflessione amara d’ironia: Addivièrtiti lu cori ca pi-ttravàgghiu nun-zi mori, ma mancu tant’assai si po-ccam pari! iù! (Goda il tuo cuore / ché di lavoro non si muore / nè tanto a lungo si potrà campare! / iù!). Perché soffi il vento favorevole, ora che i covoni ridotti in paglia e frumento attendono d’essere spagliati: E lu massaru ca prea li santi, prea ca si utassi lu punenti iù! (E il massaro che prega i santi, / prega che si giri il vento di ponente / iù!). Si fa sera: Liestu! Viri ch’è-ttardu e-nni n’amu agghiri; viri ch’è-ttardu e-mm’occupa lu cori iù! (Svelto! Vedi ch’è tardi e ce ne dobbiamo andare; / vedi ch’è tardi e mi soffoca il cuore / iù!). 41 Nella stalla si sogliono conservare i campanacci per le mucche e le pecore, uno appresso all’altro, infilati in un bastone disposto in alto, in senso orizzontale. Attendono le prime giornate d’incipiente primavera, l’erba novella che verzica di febbraio, quando le mucche vengono «incampanate» – come dicono i contadini – e lasciano le stalle per i verdi pascoli. Il campano è opera di esperti fabbri, e viene venduto nelle fiere in occasione di sagre paesane. Il collare viene di solito eseguito dagli stessi contadini o pastori in legno di bagolaro (favaràgghiu o minnicuccu): l’albero viene abbattuto in agosto o in gennaio, in fase di luna crescente, perché non si tarli; viene poi ridotto in strisce, che saranno successivamente ripiegate con acqua calda o siero di ricotta. Nelle lunghe giornate di pioggia o durante la custodia dell’armento o del gregge, il contadino, o il pastore, incide sul collare le sue immagini: santi patroni, scene di vita vissuta, motivi decorativi. A volte i collari vengono anche dipinti con una mano di colore oppure con una sapiente policromia: questi manufatti hanno rappresentato l’orgoglio dell’artista popolare e del fortunato massaro che riusciva a venirne in possesso. I piccoli collari per gli ovini, ovviamente più piccoli, sono incisi con 42 I collari per i buoi sono di solito in legno di bagolaro e vengono incisi dagli stessi contadini o pastori 43 motivi decorativi a cellette, a cuori, a fiori, a occhi, ecc. ecc., che costituiscono un vero e proprio ricamo al collo della pecora: non si dimentichi, d’altronde, che l’incisione del collare è detta in dialetto arraccamu, cioè ricamo. Nelle fiere, in occasione di feste patronali, le mucche più prestanti avanzavano con questi collari, splendidi d’incisioni: vi facevano spicco le immagini di Santa Lucia, di San Corrado di Noto, di San Paolo di Palazzolo, e scene con landò, aquile bicipiti e monocipiti, pastori al pascolo, ecc., com’è possibile osservare nella ricca serie di collari appesi nella stalla e in parte anche nella «casa di masseria». Collare che raffigura San Giorgio e il drago Collare che raffigura una scena pastorale: contadini in costume modicano che confezionano la ricotta IL FRANTOIO: DALL’OLIO AL SAPONE Questo locale, con volta a botte e il pavimento di roccia naturale, ha una scenografica architettura che conferisce a tutto l’ambiente una particolare suggestione. Il locale era adibito a frantoio, il cosiddetto trappitu, per la lavorazione delle ulive. Il restauro di questo locale è stato portato a termine nei mesi di giugno e luglio del 1974. In un primo tempo s’è proceduto ai lavori di sterro, durante i quali sono state scoperte la base del torchio (u cuonzu) e la costruzione a tamburo sulla quale girava la macina (a mola) per frantumare le ulive. Il frantoio, quasi del tutto divelto e asportato altrove circa cinquant’anni fa, è stato ora ripristinato: sono state rimesse a posto le due macine di pietra lavica, cioé la base sulla quale girava l’altra disposta in senso verticale, recuperate insieme ad altri pezzi da un frantoio del luogo già da tempo in rovina. Il torchio di legno è stato rimontato sulla base scavata a suo tempo nella roccia accanto ai tinozzi per lo scolo dell’olio, anch’essi ricavati dalla roccia naturale. Oltre a questo torchio a doppia vite è stato anche recuperato e montato un piccolo torchio per il miele e la cera. Nel locale sono disposti i vari Il trappitu, frantoio per le ulive, in primo piano la macina, che veniva trascinata dal mulo; sullo sfondo, a destra, il torchio per le ulive 45 attrezzi per la lavorazione dell’olio, del miele e della cera. A una parete c’è una vasca in muratura (a morti) per scaricarvi a mùria, l’acqua di rifiuto, da cui si ricavava l’olio per alimentare le lucerne e per la confezione del sapone. Gli ultimi tre mesi dell’anno, ottobre, novembre e dicembre, prendono in dialetto i nomi delle festività che li caratterizzano: San Franciscu (4 ottobre), Tuttisanti, Natali, che è in genere il tempo della raccolta delle ulive. La buona annata è stata presagita durante le improvvise tempeste, quando l’arcobaleno – l’arcu di Nuè – si stende tra colle e colle: se tra i sette colori prevale il verde, e allora è annata d’olio, il rosso annata di vino, il giallo annata di frumento. Per i Morti «si facevano le donne», cioè si assumevano a giornata le donne ppi scògghiri, vale a dire per raccogliere le ulive che da Macina di pietra per le ulive 46 sole si staccavano dalle ramaglie. Per il mese di Natale si faceva la «ciurma» di uomini e donne; gli uomini erano addetti a c u t u l a r i, a bacchiare con i friccuna, lunghi bastoni ricavati dal flessibile legno di nocciolo: in genere due uomini bacchiavano l’albero con lo s f i l a t u r i, un bastone piuttosto corto; altri due, con la n t i n n o l a, un bastone lungo per poter raggiungere le ulive sulle cime dell’albero, poi si spostavano attorno all’ulivo per completare il lavoro di bacchiatura (si dice: faurìnu a-ggiru, bacchiano attorno). Non appena gli uomini si spostavano presso l’albero successivo, le donne coi panieri di canna intrecciata raccoglievano le ulive, che poi un uomo riversava nei sacchi che trasportava al frantoio, a barda di una mula. Nuova scansione originale allegato Il frantoio prima del restauro Gli uomini che lavorano nel trappitu sono chiamati nfanti, i quali assumono delle precise denominazioni a seconda delle specifiche mansioni che svolgono: u mastru ri pala, «il maestro di pala», sparge le ulive sulla fonta, il piatto di pietra nera sul quale gira la macina trainata dalla mula, perché vengano frantumate in modo uguale; u mastru ri maidda o maiddieri distribuisce la pasta delle ulive nelle «coffe», recipienti circolari tessuti all’uopo, a mezzo del maiddieri, una piccola madia di legno simile a un cassetto con due manici laterali; u mastru ri cuonzu, il «maestro» che presiede ai lavori della torchiatura che vengono compiuti dai nfanti. Via via l’olio scola dentro la lumera, un grosso raccoglitore in pietra nera con una scanalatura tutt’intorno che lascia scorrere il liquido, attraverso una breve imboccatura, nel fuossu, cioè nel tinozzo scavato nella roccia. L’olio si raccoglie con la Lumera, che è anche un piccolo recipiente di sottile terracotta, a forma di lucerna, e viene quindi versato nel mienzucafisu, una misura di zinco per liquidi, a forma di brocca, pari a 8 litri: successivamente si versa nelle giare. U nuòzzulu, cioè la sansa, si accatasta in un locale fino a quando accuttura, cioè fermenta, per torchiarlo successivamente. Raccolto ancora l’olio, si versa il rifiuto nella «morte», la vasca in muratura, fino a quando non decanta. Si raccoglie ancora l’olio «grosso» per farne sapone e per alimentare le lucerne. Le donne raccolgono quest’olio in una grande caldaia, a quarara, vi aggiungono via via potassa sciolta nell’acqua e vi attizzano il fuoco per circa tre ore; il liquido poi si versa nei canzi ri lanna, che sono forme di latta, dove risiede per qualche giorno fino a solidifìcarsi. Le donne affettano il sapone col tagghiaturi, il «tagliatore», che è un sottilissimo fil di ferro con un rocchetto di legno alle due estremità del filo per poterlo agevolmente adoperare. Un indovinello popolare, raccolto a Palazzolo Acreide, ci offre un’immagine poetica del sapone, che A stagnata, recipiente di latta per versare l’olio e lumera in terracotta a forma di lucerna, per raccogliere l’olio dal tinozzo. In alto, lumera di pietra lavica per raccogliere l’olio spremuto Torchio per il miele simile a un amante si consuma d’amore: Uossu r’auliva e-ppettra cotta, sugnu vinutu ccà pp’allucintari e-ccapitai m-manu i na bedda picciotta c‘a-ppicca a-ppicca mi sta ffannu squagghiari. (Nocciolo d’uliva e pietra cotta, / son venuto qua per far brillare / e son capitato nelle mani di una bella giovane / che a poco a poco mi fa consumare – sciogliere). 47 RisCANDIRE IL PRESEPE 49 Uno scalino di viva roccia immette in un locale che in passato era adibito a deposito delle giare di terracotta per conservarvi l’olio. Il pavimento è di rossi mattoni di cotto, il tetto ha volta a botte; una porta immette nel piccolo cortile della casa, un vero e proprio pozzo di luce. Questo locale contiene ora figurine da presepe in terracotta, in cera, in cartapesta, di varie epoche e provenienze. È noto che tra il Sette e l’Ottocento e fino a pochi decenni fa, la produzione dei presepi popolari in creta non conosce soste, e le piccole botteghe artigiane sparse un po’ dappertutto in Sicilia, a Caltagirone, a Paternò, ad Aci Catena, ad Acireale, ad Aci Sant’Antonio, ecc., svolgevano la loro attività stagionale che consentiva a tutta la famiglia di produrre «pastori» (così vengono in genere chiamati in Sicilia i vari personaggi del presepe). Oltre ai cosiddetti pasturara, che solevano confezionare presepi di argilla, c’erano anche modesti artigiani o contadini, spesso dilettanti, che nelle ore libere si dedicavano alla confezione dei pastori, che a volte venivano regalati a parenti e amici, a volte venduti, ma più spesso venivano prodotti per uso familiare. Sono in genere i presepi autenticamente popolari, poco o per niente documentati, che sono stati facilmente dispersi per la poca considerazione in cui venivano tenuti. Sono i presepi acquistati per pochi soldi, o barattati in cambio di un po’ di frumento o di formaggio, e che venivano cunzati, cioè preparati anno per anno, creando con muschio, sabbia e pietre, raccolti nella campagna circostante, un paesaggio che riproduceva l’ambiente contadino e rispecchiava la vita di tutti i giorni. A Canicattini Bagni, ad esempio, ho potuto accertare la produzione di «pastori» del contadino Sebastiano Cassarino (1886-1943), il quale emigrò nei primi decenni del nostro secolo negli Stati Uniti. Tornato in patria, intorno agli anni Trenta, si Presepe contenuto in una teca di legno, con statuine di cera Particolare del presepe stabile con figurine di terracotta e cartapesta, di recente fattura dedicò a coltivare un suo podere nella campagna canicattinese. Soleva inoltre eseguire i vari attrezzi agricoli e gli utensili dell’uso quotidiano. Intagliò nel legno anche un San Sebastiano, un mezzobusto di Dante e delle figurine da presepe, che soleva rivestire con carte colorate. Ogni anno soleva apparecchiare il presepe nel convento delle suore del Sacro Cuore, di Canicattini Bagni. Ho potuto recuperare dalla figlia del Cassarino un San Giuseppe, alto cm 24 circa: il santo ha le braccia unite agli omeri con dei chiodini per poterle disporre a piacimento, ha i capelli lunghi e la barba, indossa abiti da pastore e porta i tipici calzari allacciati alle gambe. 50 A Palazzolo Acreide ho potuto recuperare un pastore in creta cotta al sole, eseguito dal decoratore Ottavio Messina (1877-1943), che veste secondo la moda del tempo, porta la cirnera, una piccola sacchetta di stoffa dei contadini, delle tipiche fiscelle di canna per contenere le ricotte. Due pescatori e il taglialegna, eseguiti dal figurinaio messinese Letterio Allegra (collezione privata) Ma la Casa museo raccoglie numerose figurine da presepe di varia provenienza, fattura, epoca, ecc. Un particolare risalto assume un presepe piuttosto recente, eseguito da Salvatore Movìlia, apparecchiato nello stesso locale, nel primo vano di un grande contenitore di legno, dove il padrone teneva il grano: il paesaggio e la campagna coi caratteristici muri a secco e le tipiche case di masseria rappresentano l’ambiente del palazzolese, ed è opera del giovane Giovanni Leone; lo sfondo è stato dipinto a tempera dal puparo don Ignazio Puglisi. Antonio Movìlia è nato a Polizzi Marina (Reggio Calabria) nel 1905: eseguiva e vendeva figurine durante l’ultimo conflitto mondiale nei vari paesi della sua provincia e in Sicilia. Il Movìlia soleva eseguire le sue statuette in creta cotta al sole o in cartapesta, e le dipingeva con molta vivacità. Tra i suoi personaggi, spesso grotteschi, con curiosi sorrisi d’ironia, cito i Re Magi, a piedi, e il re Erode che se ne sta a distanza a osservare il cammino dei Magi. Un presepe di terracotta, di circa centoventi pezzi, proviene da una bottega caltagironese. I pasturara, almeno a Caltagirone, non producevano solo presepi: erano in genere costruttori di tegole (stazzunara) o stovigliai, i quali si dedicavano anche, con la collaborazione dei familiari, alla produzione delle formelle per la cotognata e dei fischietti antropomorfi. Di solito questi artigiani si tramandavano col mestiere anche gli attrezzi e gli stampini coi quali ogni anno, nella stagione adatta, eseguivano i loro manufatti. Per questa ragione alcune figure da presepe risultano uguali ad altre che si trovano nelle formelle per i dolci e ai fischietti di creta che si solevano vendere in occasione di feste patronali. Questo presepe, ritrovato in tempi e luoghi diversi, proviene di certo da una di queste botteghe: è forse uno degli ultimi esemplari eseguiti con sistemi tradizionali. Le statuine venivano colorate in due tempi: per prima venivano immerse in un bagno di calce, poi venivano dipinte a tempera, che aderiva sullo strato poroso della calce. I colori si riducevano a ben pochi: il rosso, il giallo, il verde, il turchino sul fondo bianco di calce, con pochi tratti di nero per delineare gli occhi, le sopracciglia, i capelli, i calzari. I personaggi del presepe, com’è noto, indossano spesso costumi Presepe stabile costruito nel 1971 da Giovanni Leone e Ignazio Puglisi; i pastori di terracotta sono opera di Mario Iudici dell’epoca, rispecchiano la concezione del mondo di una comunità contadina. Si osservi, ad esempio, l’attenta ricerca del particolare nel ritrarre i cavagni, le fiscelle per la ricotta, la quarara, cioè la caldaia di rame per la ricotta, i quartari, le tipiche brocche di terracotta a due anse per riporvi l’acqua, i vièrtuli, le bisacce di lana tessute coi telai tradizionali. Le mucche sono quelle della locale razza modicana, molto adatte anche a sostenere il peso 51 52 del giogo per l’aratura. Le donne portano ampie e lunghe gonnelle, giubbetti attillati secondo il costume del secolo scorso e dei primi decenni del nostro secolo. Gli uomini indossano calzoni lunghi appena sotto il ginocchio, portano la tipica berretta a fiocco, il panciotto sulla giacchetta corta e i zzammitti, calzari dei pastori in pelle. Uno dei più attivi pasturara degli ultimi decenni è il muratore Letterio Allegra, nato nel 1883 a Messina, dove s’è spento nel 1968: egli soleva dedicare alla confezione delle sue figurine le giornate festive e di disoccupazione. Quando negli ultimi La cortigiana al seguito dei Re Magi, opera di Letterio Allegra (collezione privata) anni della sua vita riuscì a percepire la pensione, piuttosto malandato, semicieco, si dedicò unicamente anche se con sempre crescente difficoltà per l’aggravarsi dei suoi malanni, alle statuine da presepe. In passato, l’Allegra soleva vendere i suoi manufatti a privati o a comunità religiose della sua città. Esercitò un’intensa attività: eseguì, infatti, delle madonne e santi in cartapesta; inoltre soleva confezionare maschere carnevalesche e partecipare anche alla costruzione di carri allegorici. L’Allegra apprese dal padre la tecnica della cartapesta: le sue figurine risultano di un impasto di carta (e stoffa per gli abiti), colla e gesso; le testine sono eseguite in terracotta. I pezzi venivano successivamente dipinti con colori piuttosto sfumati e sobri. Le figurine raggiungono in media i cm 27 circa di altezza: sono eseguite con notevole maestria e curate nei più minuti particolari; sono spesso colte in movimento, con volti che esprimono una gioiosa serenità; indossano settecenteschi costumi del messinese. Io ho recuperato un presepe dell’Allegra che comprende circa sessanta figurine e gruppi vari. Tra i tanti personaggi ricordo, ad esempio, Pastorella di cera, sec. XIX u ciaramiddaru, cioè il suonatore di cornamusa; u picuraru, il pecoraio che calza i tipici zzammitti; u portaligna, il quale torna dal bosco con le sue fascine sotto il braccio e sulle spalle; a lavannara, la lavandaia curva sugli stracci da lavare. Notevoli sono le figure del cacciatore col fucile a tracolla e il cane cirnecu accovacciato ai suoi piedi; dello spavintatu râ rutta, il pastore che esprime col gesto delle mani e l’espressione del volto la sua meraviglia per l’inconsueta luce che avvolge la grotta della natività; del «dormiente» con la bisaccia a fianco; del pastore che reca due zucchine verdi e un’anguria; del mugnaio col sacco bianco di farina sulla schiena; e dei due pescatori. Le donne sono alte e slanciate, indossano un giubbetto colorato e un’ampia gonna a pieghe fino ai piedi; portano a volte la mantellina sul capo o una sciarpa sulla spalla, recano di solito ceste ricolme di doni, brocche d’acqua o a trùscia, cioè un grande fagotto in equilibrio sul capo; una vecchietta è china sulla pentola collocata su un rudimentale focolare costituito da due pietre ravvicinate. Capre e pecore sono tra gli animali meglio realizzati, risultato di un’attenta e quotidiana osservazione. I Re Magi che incedono con maestà sui loro cammelli, accompagnati dai servitori a piedi, con una cortigiana al loro seguito, sdraiata su una portantina posta sul dorso di un elefante, sono tra i personaggi più caratteristici di questo pasturaru. Gli angeli sono di solito musicanti: chi suona il contrabasso, chi la cornetta, chi il violino, chi il clarinetto, chi il tamburo, chi il triangolo: uno strumento direi canonico nelle orchestrine del messinese che eseguono le novene di natale. Gesù bambino di cera, di provenienza catanese, sec. XX Importanti sono i presepi e le figurine di cera, la cui produzione ebbe nel Settecento una tale diffusione e popolarità che i Salons parigini dell’epoca accolsero spesso queste ricercatissime sculture. Proprio in questa temperie culturale troviamo a Parigi uno dei più prestigiosi artisti della ceroplastica, il famoso Gaetano Giulio Zummo, nato a Siracusa nel 1656, morto nella capitale francese nel 1701. 53 In Sicilia sorsero numerose botteghe rinomate per la lavorazione della cera, che di solito veniva anche praticata dai monasteri. Un Gesù bambino settecentesco, eseguito con grande perizia, proviene da una famiglia di Palazzolo Acreide: è custodito entro una teca di legno e cristallo, di gusto impero. Il Gesù, circondato da limoni e fiori di carta colorata, siede su un piedistallo al centro della scena: porta un cappello di gusto spagnolesco, simile a quello della Divina Pastora, molto popolare in Spagna, che si ritrova in una serie di stampe, e raffigurata anche nelle pitture su vetro. Dinanzi al Gesù bambino sorge una piccola fonte dove bevono due uccelli, e tutt’intorno, su balze e costoni, sono sparse delle pecore al pascolo. Uno degli ultimi ceraioli, che ha lavorato fino a un decennio fa, è Vincenzo Mazzerbo, nato a Vittoria (Ragusa) nel 1881, e spentosi a Pachino (Siracusa) nel 1960. Questo ciraru svolse un’intensa attività soprattutto a Ispica, dove produsse «bambinelli» ed ex voto che, com’è noto, riproducono parti del corpo umano: testine, cuori, seno, braccia, mani, ecc. Il Mazzerbo è stato sempre aiutato nel suo lavoro dalla moglie Giuseppa Buggiuffi, nata a Palazzolo Acreide nel 1895, e che ora vive a Pachino. Da questa famiglia ho potuto anche recuperare 54 Gesù bambino dormiente (collezione privata). In alto, Gesù bambino di cera, tra fiori e frutta: è conservato in una teca in legno e cristallo delle formelle di gesso per eseguire le cere, oltre a una serie di ex voto e figurine da presepe, dipinte con bella vivacità. Certo la produzione più rilevante in tutta la Sicilia fu quella dei bbamminiddari (così venivano chiamati i maestri esperti nell’eseguire il Gesù bambino): il piccolo Gesù veniva raffigurato nei vari atteggiamenti ora dormiente, ora assiso con le braccia aperte e col rosso cuore in mano, ora sdraiato in mezzo a ghirlande di fiori e frutta, e a volte rivestito di pregiati abiti in seta e ricamati in oro o a vivaci colori. Non si dimentichi che spesso il piccolo Gesù era un ex voto che raffigurava un bambino reale, il ritratto del figlio guarito, eseguito coll’amore e col gusto del particolare. Queste statuine in cera seguivano spesso le peregrinazioni della famiglia e venivano tramandate di generazione in generazione, e custodite come dei numi tutelari. Una ricca collezione di questi «bambinelli» è possibile osservare nella Casa museo, e ci offre un ampio panorama della tipologia di questa fragile produzione popolare. Queste teche col Gesù bambino venivano collocate sul vecchio canterano di casa o su un tavolo, spesso a forma di mezzaluna, il cosiddetto mienzutunnu, e costituivano spesso oggetto di 55 Gesù bambino di cera, in un port-enfant di filet ricamato: è conservato in una campana di vetro particolare attrazione specie per i bambini. D’altronde esiste una serie di filastrocche di argomento religioso, che rappresentano in un certo senso il primo patrimonio didattico che le classi più umili sogliono trasmettere ai loro piccoli sin dai primi anni di vita: questi componimenti sono molto diffusi specie tra le classi popolari, e molti ragazzi dai quattro ai dieci anni in media sogliono recitarli cantilenando. I versi a volte curiosi e insoliti per la stranezza delle immagini e il fantasioso procedere analogico, raggiungono in taluni casi l’incanto delle «piccole cose», delle umili myricae: d’altronde a questo genere di poesia popolare attinsero, com’è 56 Dormitio Virginis, statuina di cera, sec. XIX Pietà, statuina di cera, sec. XIX noto, poeti quali il Pascoli, Garcia Lorca e altri contemporanei, futuristi e surrealisti in specie. Vi sono colti momenti e tratti della vita quotidiana del mondo contadino: uno dei motivi più ricorrenti e con cui di solito ha inizio la filastrocca è quello del Bambino a piè di un albero – castagno, melograno, nocciolo, o addirittura di un rosolaccio, – mentre la Madonna, come la più umile delle popolane, accudisce a una delle tante domestiche faccende: 57 Sutta na màccia ri nucidda cc’è na naca picciridda, si cci curca lu Bbamminieddu: fa la vo, Ggesuzzu bbeddu. (Sotto un albero di nocciolo / c’è una culla piccolina, / vi si corica il Bambinello: / fa la ninna Gesù bello). Gesù bambino di cera, fine sec. XIX IL MAIAZZÈ La stalla, sulla parte opposta alla mangiatoia, ha una vecchia porta molto bassa con un foro circolare in fondo, il cosiddetto iattaluòru, attraverso il quale i gatti hanno libero transito per dar la caccia ai topi: questa porta, infatti, immette nel maiazzé, il grande ripostiglio padronale con volta a botte, dove venivano riposte le derrate e la raccolta dell’anno. Lo scalino di pietra è piuttosto consumato e sulla lastra di pietra del pavimento sono ancora incise le orme che hanno lasciato i ferri dei muli e delle giumente che portavano al padrone la gabella dell’annata. A una parete una croce di gesso a rilievo piatto sta tuttora a indicare il valore propiziatorio del simbolo della crocifissione. Questo grande locale, detto t a m m u s u,ha sul fondo un canniccio costruito con tavole e travi, e diviso in due sezioni. In ogni parte è un foro in basso, a mo’ di «gattarolo», per poter far fuoriuscire il frumento, che viene deposto dall’alto, attraverso una finestrella di forma rettangolare, aperta nel letto di canne congiunte (ora in questi silos sono collocati i presepi). Nella parte più alta della volta a botte, sono fissati tre grossi anelli di ferro: a quello centrale è agganciata la corda che sostiene il grande crivello per la cernita del frumento, che una volta ripulito, veniva deposto nel granaio di legno. Alle pareti del canniccio sono appesi cucchiai, mestoli e posate di legno, di produzione locale 59 Ora questo locale contiene numerose collezioni disposte su vecchi tavoli o cassoni dell’epoca, in parte di produzione locale. Sappiamo quale enorme rilievo in passato ha assunto la cassa nuziale, il tipico mobile in cui veniva racchiuso come in uno scrigno, il bene segreto della famiglia, tutta la «roba» tramandata e accumulata in tanti anni di fatiche ed emigrazioni. Queste casse presentano spesso, in una medesima area etnica e a volte in uno stesso paese, una precisa fisionomia dovuta ovviamente alla particolare tradizione del luogo. Certo le casse nuziali più diffuse in Sicilia sono quelle in legno naturale, arricchite spesso da intagli e graffiti. Nelle casse del Sei e del Settecento in specie, i piedi sono interessanti; in taluni casi, ad esempio nell’esemplare secentesco posseduto dalla Casa museo, assumono delle forme astratte, di bell’effetto ornamentale. Le dimensioni, la qualità del legno e il carattere delle decorazioni variano da luogo a luogo. Particolare rilievo rivestono quelle della Contea di Modica: sono molto grandi, in legno policromo, coi piedi torniti e imponenti, come sostenessero un sarcofago. Il colore del fondo della cassa della Casa museo è di un rosso cupo: vi sono dipinti mazzi di rose, di gusto settecentesco. Le casse siciliane che nell’ultimo decennio hanno suscitato maggiore interesse anche tra gli amatori di cose d’arte, sono quelle provenienti da Sciacca (Agrigento). La cassa saccense è a sarcofago: i due esemplari del Museo sono dipinti in celeste. Più dei modelli e degli elementi architettonici Dal soffitto pende il grande crivello per ripulire il frumento prima di deporlo nel canniccio di legno che si trova sul fondo l’artigiano sente l’attrazione del colore, espresso con decorazioni genuinamente popolari, a volte improntate a forte realismo: festoni, fiori, melanzane, fichi, uva, grige allodole piuttosto che pavoni, colombi dai riflessi mielati col biblico ramoscello nel becco, cuori e chiavi, simboli di fedeltà e di pace per un mobile destinato a racchiudere l’oro e il corredo della sposa. Alle pareti sono appese pitture su vetro, di produzione siciliana, pubblicate già in catalogo a parte. Le pitture su vetro qui raccolte, sono oltre cento, ci offrono un panorama abbastanza organico di questa forma di arte popolare che si diffuse quasi contemporaneamente in tutta l’Europa, tra la fine del Settecento e nei primi decenni dell’Ottocento. Proprio agli inizi della rivoluzione industriale le vetrerie hanno in genere lavorato a prodotti di carattere utilitario, producendo lastre da finestra, che costituiscono un elemento di prim’ordine, la materia prima con cui le classi popolari di ogni paese d’Europa, quasi contemporaneamente e attraverso una serie di scambi e reciproche influenze e adattamenti, poterono scrivere uno dei capitoli più importanti della cultura figurativa non aulica. La produzione vetraria di largo consumo coincise altresì col fiorire e col diffondersi dell’orazione mentale e 60 Scorcio del piccolo maiazzé: alle pareti pitture su vetro e teche con statuine di cera. In alto, nello stesso ambiente, il presepe stabile delle devozioni, fenomeno che incrementò al contempo una produzione d’iconografia religiosa come mai in precedenza si era verificato. Le immagini, sulla fragile lastra trasparente, s’imprimono a tempera con miracolosa rapidità: gli occhi dei vari personaggi vi splendono come quelli delle statue dei santi e dei Sacra conversazione, pittura su vetro, prima metà sec. XIX paladini, i quali a volte avevano fissate nelle occhiaie pupille di cristallo. Anche le aureole acquistano una luminosa trasparenza, mentre gli abiti e gli ornamenti, con un particolare carattere esotico, turchesco, assumono la pompa ingenua e sontuosa delle sete e dei damaschi orientali che s’intrecciano a costumi popolari di stretta osservanza romantica. La pittura su vetro, quindi, con l’apporto di elementi realistici, della tradizione locale e della vita quotidiana delle classi popolari, conferisce una nuova dimensione umana all’iconografia tradizionale a volte arida e stereotipata. Questi santi, con fattezze a volte di contadini o artigiani, hanno arato e seminato, mietuto e intagliato. Madonne e Vergini hanno 61 62 raccolto spighe e cucinato minestra di fave nelle vecchie cucine di grosse travi annerite di fumo e dispettoso vento di levante. I personaggi e i temi ai quali i pittori di vetri si ispiravano riflettono le istanze religiose, le condizioni economico-sociali, i modi di vita e il grado di evoluzione del popolo in una determinata situazione storica. Santa Rosalia, pittura su vetro, sec. XIX In questi quadri confluiscono di solito i santi taumaturghi che sogliono preservare da peste, malanni e carestie, proteggere il lavoro dei campi e quello artigianale. I santi che il popolo predilige sono quindi legati a eventi soprannaturali, a prodigi, a leggende: il loro culto viene spesso praticato presso santuari più o meno famosi. Un gran numero di varianti, ad esempio, trova Santa Rosalia, patrona di Palermo: ora viene rappresentata sdraiata nella grotta di Quisquina a far penitenza, ora sul monte Pellegrino che appare al cacciatore Bonello, al quale rivela il luogo dove si trovano le sue ossa; un’altra scena interessante è quella in cui la Santa salva la sua città dalla peste. Il soggetto più diffuso è la Sacra Famiglia in una serie d’infinite repliche e dalle diverse forme e dimensioni, pur seguendo quasi sempre lo stesso modulo compositivo. Numerosa è anche la serie delle Madonne; molto vivaci e ricchi di decorazioni sono i vetri con Gesù Bambino, ora col cuore in mano, ora sdraiato, sempre circondato di fiori, così come si riscontra nella produzione di cera. I soggetti di carattere religioso sono preponderanti, ora ripresi dall’antica Bibbia, ora dal Nuovo Testamento: vi sono rappresentate scene con Giuseppe Ebreo, la Resurrezione di Lazzaro, la sorprendente serie della «Conversione di San Paolo» sulla via di Damasco. Giudizio di Salomone, pittura su vetro, fine sec. XVIII. In alto, Annunciazione, pittura su vetro, prima metà sec. XIX Sacro cuore di Maria, pittura su vetro, prima metà sec. XIX 63 64 Le stampe popolari e le tavolette votive sono, a nostro avviso, i modelli diretti dei pittori su vetro anche se altre occasionali espressioni d’arte hanno, in particolari circostanze, contribuito ad allargare la fonte d’ispirazione. Le immagini cosiddette di pietà hanno un inequivocabile carattere regionale, circoscritte come sono nella zona in cui è particolarmente diffuso il culto: sono Antica stampa di San Francesco che protegge contro ogni male: presumibilmente era applicata negli scapolari Stampa che raffigura “la misura del piede” della Madonna, rinvenuta a Palazzolo Acreide di solito i santi patroni di un paese, di un santuario, i protettori delle classi sociali che difendono contro particolari calamità e malattie, i quali rivestono gli attributi dei vari mestieri e costumi del tempo e acquistano quindi un rilevante interesse folkloristico. Queste stampe, vendute nelle fiere o in occasione di feste da rivenditori ambulanti, sono uscite dai torchi di modesti artigiani che operavano un po’ dappertutto, nelle città e nei più diversi paesi. La maggior parte delle stampe della Casa museo proviene da tipografie locali: molte sono firmate dai Puccio, che operarono a Chiaramonte Gulfi. Tra queste cito, ad esempio, quella di Santa Gaudenzia, che si venera in una chiesa di Ragusa, di San Vincenzo di Biscari, ecc. Altre provengono anche dagli Isaia di Palermo, dagli Scafa di Napoli. Tra le più curiose e rare ne ricordo una che raffigura la «misura del Piede della Beatissima Madre di Dio», e un’altra con la «Benedizione di S. Francesco di Assisi» da «portare in dosso» perché l’immagine è stata già «sperimentata» con molta efficacia «contra Demoni Strege Fatture Legature tentazi (oni) Saette Peste Malecaduco Fantasmi Tempeste Naufragi Dolori di Parto Febre Morte Improvisa ed Infiniti altri mali»: si tratta forse di una stampa destinata ad essere applicata sui grandi scapolari che si solevano indossare durante le processioni. Tra i vari oggetti della religiosità popolare sono molto importanti gli ex voto in lamina d’argento o in cera, che di solito riproducono organi e arti del corpo umano che sono stati guariti: occhi, seni, mani, gambe, testine, cuori; alcuni ex voto raffigurano dei militari con riferimento a qualche fatto di guerra; uno di essi rappresenta una mucca certamente guarita, che assume un particolare risalto nell’ambito della economia contadina. Gli ex voto in cera sono in genere opera dei Mazzerbo che operarono a Ispica, a Noto e a Pachino, mentre alcune sono opera di cirari palazzolesi, Gaetano Infantino, morto a 85 anni nel 1910, Ex voto di cera della bottega Mazzerbo di Pachino e Michelangelo Corritore (18441930). D’altronde l’uso di donare gli ex voto in cera è ancora vivo in alcuni santuari della zona: a Rosolini, a Noto e particolarmente a Ispica. In questa cittadina del ragusano, il giovedì santo, i fedeli sogliono recare al Cristo alla colonna l’ex voto in cera con nastri rossi e accompagnato da biglietti che recano scritte di questo tenore: «Dono Al Padre della / Colonna per la figlia / Maria Zacconia / Pierri Giovanna». Oppure: «Rincrazio il Padre della Colonna per avermi concesso questo miracolo / Fronterrè Giovanni». O ancora: «11-4-68. / La nonna / Cutè Carmela / offre questo piccolo bambinello / per il nipotino / Civello Giuseppe». Varia è la serie degli scapolari, i cosiddetti iàbbiti (alla lettera ‘abiti’), che riportano l’immagine devota sulla stoffa che viene a volte anche ricamata. In passato gli scapolari sono stati di solito eseguiti dalle cosiddette «monache di casa»: a Palazzolo sono stati in genere confezionati da Suora Nunziata e dalla «Monaca Carpino». Gli scapolari, una volta eseguiti, vengono benedetti in chiesa il giorno della Madonna del Carmelo (per i «carmelitani»), dove i devoti li ricevono e li indossano e recitano tutti i giorni tre avemarie e una particolare preghiera: lo scapolare 65 66 costituisce un «privilegio contro ogni male e tentazione», serve a proteggere la casa, e lo si depone anche sul capezzale e nella culla del neonato. Non si deve lavare perché altrimenti l’abbitinu perde la benedizione e quindi ogni carattere propiziatorio. Nell’ambito della magia sono particolarmente diffuse i miènnuli curnuti, le cosiddette mandorle «cornute», cioè doppie, che vengono legate tra di loro con un nastro rosso e si appendono al capezzale contro il malocchio e per la fecondità degli sposi. Gli esemplari della Casa museo sono stati eseguiti dalla moglie del luppinaru (il rivenditore di lupini), che vive a Canicattini Bagni col marito, ma è proveniente da Avola, dove la produzione delle mandorle è notoriamente rilevante. Sul fondo di questo maiazzé, lungo la parete di legno dell’ampio granaio padronale, sono appesi cucchiai, mestoli, forchette e stoviglie di legno, eseguiti da pastori e da contadini. Altri cucchiai piccoli di legno sono riposti su ceste fatte con culmi di frumento. Ma le collezioni del Museo comprendono molti oggetti lignei eseguiti da contadini del luogo; tra le opere più notevoli ricordo alcune figurine intagliate da Santo Lombardo, un contadino di Canicattini Bagni; la serie degli Testa di San Rocco in legno policromo, proveniente dal trapanese Collezione di cucchiai di legno e mestoli uccelli del potatore Paolo Leone; e infine la suggestiva serie di tavolette e crocifissi incisi dal pastore Vincenzo Rossitto. Oltre a queste opere, sono esposti anche bicchieri di corno che provengono dal messinese, bastoni, fra i quali uno inciso dal pastore Paolo Carpinteri di Sortino, conocchie, e perfino un raffinato agoraio di legno, proveniente dall’agrigentino. In mezzo al maiazzé è disposto un tavolo da orefice, con piano di cristallo, della fine del secolo scorso, e proveniente da Siracusa: vi sono esposti oggetti di artigianato popolare, ma eseguiti per l’aristocrazia locale. Vi si trovano fazzoletti di seta 67 pura con pizzi pregiati, ventagli dipinti e ricamati, una cuffia, biancheria personale, collane e orecchini di corallo e d’oro, e monili vari, che stanno a dimostrare la varia e composita stratificazione delle classi sociali in cui si articola il centro dove sorge la Casa museo. Uccelli di legno del potatore don Paolo Leone di Palazzolo Acreide Agoraio di legno, proveniente dall’agrigentino riscandire PUPI CARRETTI GIOCATTOLI L’ampio atrio, sulla destra, ha una breve scala di pietra asfaltica con un ballatoio che immette attraverso una vecchia porta in un locale con volta a botte, che fu a suo tempo adoperato come stalla, fino a quando il livello della strada non venne abbassato. L’acciottolato che costituisce l’attuale pavimento presumibilmente anteriore al terremoto del 1693, è stato messo in luce durante un mio restauro, e si trovava coperto da un più recente pavimento in lastre quadrate di pietra calcarea. Questo locale accoglie ora pupi, cartelloni del teatro popolare, particolari di carretto in legno e in ferro battuto e giocattoli: manufatti quindi che sono legati da comuni strutture. Pupi e carretto, spettacolo e divertimento gli uni, strumento di lavoro l’altro, sorti quasi contemporaneamente almeno come istituto tecnico-culturale, hanno assolto allo stesso compito di diffusori di nuovi fermenti e idee tra le masse popolari. Anche i giocattoli, d’altronde, riprendono spesso, com’è noto, motivi e ispirazione da utensili, attrezzi, usi e costumi degli adulti, e sono a volte eseguiti con una identica tecnica di lavorazione. Sulla parete di fondo è disposto un palco di legno eseguito dal falegname Gianni Malignaggi, su indicazione del puparo don Ignazio Cartellone dell’opera dei pupi: Gemma ferita dai cinesi (da Erminio dalla Stella d’Oro) 69 Puglisi, il quale ha anche curato la disposizione delle scene, dei pupi e dei cartelloni. Le grandi scene del catanese sono dodici, dipinte a tempera su tela; altre trenta scene sono più piccole e adoperate per teatrini di dimensioni più ridotte. Sulla parete in alto è appeso un «fondino» (un telone che si suole abbassare sul palcoscenico a mo’ di sipario, per consentire il cambiamento di scena), che rappresenta la battaglia di Garibaldi sul ponte Ammiraglio, opera del noto pittore palermitano A. Cronio. I pupi esposti sono in gran parte provenienti dal puparo don Gaspare Canino, che attualmente opera ad Alcamo, nipote del famoso don Alberto, del quale ci riferì a suo tempo il Pitré. Io possiedo, assieme a molti quaderni di copioni manoscritti, anche una lettera di don Gaspare Canino, che è una vera e propria pagina autobiografica, che trascrivo integralmente: «... io sono nato 28 Maggio 1900 – nato a partinico provincia di palermo la mia nascita e un romanzo perche mio padre Luigi Canino era in viagio da palermo in Alcamo e non potendo piu andare avanti causa di mia Madre dovette fermarsi a partinico e diede me in Palcoscenico costruito dal falegname Gianni Malignaggi: i pupi sono stati disposti dal puparo don Ignazio Puglisi.Vi sono esposti vecchi pupi del trapanese, del palermitano e del catanese luce sù il palcoscenico da mio zio antonino Canino fratello di mio padre che ne stava con il teatrino a partinico lacuale io faccio il mestiere 9 mesi prima di nascere poi sono di vera origine di colui che e sperimentato i pupi Siciliani il signor Canino Alberto fu mio nonno che nel 1830 creo i pupi snodabili e più umani...». Tra i vari pupi del Canino ricordo il famoso bandito Pasquale Bruno, Carlo Magno, Rinaldo, Angelica, la Fata Alcina, dei diavoli e mostri, un personaggio risorgimentale. Alcuni pupi, tra i quali un Polifemo e un 70 Pupi palermitani, prima metà sec. XX Carlo Magno, costruito da don Gaspare Canino, prima metà sec. XX diavolo, sono del palermitano Francesco Paolo Galluzzo. Vi sono anche rappresentati dei pupi catanesi, fra i quali un mostro, il famoso Pulicani, che è stato del puparo Nuzzo Speranza, di Lentini. Vi figurano, inoltre, un centinaio di cartelloni, cioè gli annunzi pubblicitari che solevano reclamizzare lo spettacolo del teatro dei pupi: sono dipinti a tempera su pesanti fogli di carta orientati in senso orizzontale, e riproducono di solito una scena con più personaggi. Ad ogni serata veniva esposto in piazza o nei pressi del teatrino, un Diavolo con testa di cane, prima metà sec. XX 71 Pupi palermitani, prima metà sec. XX 73 cartello corredato di un foglio sul quale veniva scritta a stampatello una didascalia che spiega e riassume le parti più significative che si rappresenteranno nel corso della serata. Le collezioni comprendono anche dei cartelloni del palermitano, Cartellone per cantastorie provenienti dal Canino: rispetto a quelli del catanese, questi cartelloni del palermitano sono più grandi, disposti in senso verticale, dipinti a tempera su tela e divisi in vari riquadri; riportano le scene più salienti della narrazione, e sono uguali a quelli che adottano i cantastorie. Tra i cartelloni del palermitano alcuni rappresentano la storia dei Beati Paoli, di Pia dei Tolomei, del bandito Musolino, della Rotta di Roncisvalle, e sono in parte opera dei più famosi pittori di cartelli, del famoso Francesco Rinaldi e dello Scolimbro. Cartellone dell’opera dei pupi: Morte di Edelio (da Guido di Santa Croce) Particolare risalto assumono le collezioni relative al carretto e ai ferri battuti. Questo veicolo, com’è noto, sorto agli inizi dell’Ottocento per l’incremento graduale di nuove strade, aveva attratto l’attenzione di viaggiatori e studiosi, e aveva assunto dei caratteri peculiari molto diversi soprattutto nel palermitano e nel catanese. I particolari di carretto esposti nella Casa museo provengono nella quasi totalità dalla Sicilia sud-orientale: Ragusa, Comiso, Vittoria, Lentini, Floridia, Pachino, Rosolini, ecc. Le parti più appariscenti sono i masciddara, cioè le sponde, sulle quali è solitamente «distribuita» una storia in quattro riquadri: tra i numerosi pezzi esposti cito quelli sulla Cavalleria Rusticana, sulla storia di Santa Genoveffa, che è uno dei soggetti più popolari, su episodi di storia romana (la guerra di Pirro, ad esempio), su Garibaldi, sui Tre Moschettieri e su Cristoforo Colombo. Tra le sponde mobili che chiudono sul retro il carretto, di solito divise in tre riquadri, ne ricordo una con due figure spagnolesche ai lati, mentre al centro campeggia San Giorgio a cavallo che uccide il drago. Le parti intagliate in cui lo scultore dà la misura della sua maestria sono la «chiave», che unisce sul retro le due stanghe, la parte 74 Cartellone dell’opera dei pupi: combattimento di Guido Santo con i mostri. In alto, Argorante salva due contadini da un mostro e riceve le armi di Ettore lignea della càscia i fusu, e le «mensole» che sostengono la cassa del carretto. È molto varia la serie di «chiavi» in cui predominano di solito scene di carattere cavalleresco, come si può rilevare dalle didascalie poste a illustrazione nella parte inferiore di alcune «chiavi»: «Ruggiero libera Angelica», «Leo uccide il Grifo», «Sfita Orlando e Almondo», «Pazzia di Orlando», ecc. Oltre a questi soggetti vi sono anche rappresentati il carro siciliano, il «carro romano», l’aquila monocipite, «I mafiusi», il SS. Cristo di Spaccaforno (l’attuale Ispica). Gli stessi soggetti sono in genere raffigurati nell’intaglio della càscia i f u s u: questo pezzo, di forma rettangolare, raramente riporta scene di carattere religioso come nel palermitano. Questi pezzi sono anche interessanti sul piano documentario, perché nella parte inferiore sono in genere incisi il nome e il paese del carradore. Tra i pezzi esposti citiamo i seguenti: «Alvares Corrado – Pachino», «Vincenzo Leggio – Ragusa», «Barone Biagio – Comiso», «Ossino Salvatore – Augusta», «Cartelli – Floridia». In un pezzo proveniente da Rosolini è incisa la seguente scritta: «Perce mi cuardi cosi palleto» (Perché mi guardi così pallido), con cui si vuole respingere lo sguardo «grasso» dello iettatore, di colorito notoriamente verdastro. 75 Solo in un pezzo eseguito dai famosi fratelli D’Agata, di Aci S. Antonio, è raffigurata una natività ad alto rilievo in uno spazio scandito con un ritmo che richiama la severità della scultura romanica. Molto suggestive sono le «mensole», a coppia: pur se poco visibili sotto la cassa del carro, ai lati della càscia i fusu, dove vengono disposte, sono dipinte e intagliate con mascheroni e angeli. Ma l’intaglio e la pittura arricchiscono molte altre parti del carretto: i raggi, i pilastri e le stanghe. Chiavi di carretto: in basso è raffigurato il Santissimo Cristo della Croce di Spaccaforno, l’attuale Ispica La càscia i fusu, oltre alla parte in legno, comprende la decorazione in ferro battuto che s’alza tuttintorno come una trina: la parte centrale di questa decorazione disposta sull’asse del carretto, nella zona mediana, è detta ben a ragione «fiore», ai due lati sono disposti altri due motivi ornamentali detti «sospiri». Questi elementi sono arricchiti con trombettieri, detti «ballerine», con cavalli, leoni, uccelli, fiori, bandiere, paladini, tutti disposti armonicamente e dipinti a tinte vivaci. 76 Di particolare interesse sono le collezioni relative ai ferri battuti, presentati in modo che si possano seguire le fasi della tecnica di lavorazione, e documentano forse in modo esemplare la tipologia del ferro battuto del carro nel ragusano e nel siracusano. Molti dei pezzi esposti sono, infatti, opera dei più Modelli di ferro battuto per carretto, della bottega Salafia di Comiso. In alto, banderuola di ferro battuto prestigiosi fabbri: il comisano Giuseppe Salafia, il giovane Carmelo Vincenti, il maestro Pietro Saletti, di Rosolini. Com’è noto, sono i Morti che in Sicilia portano i doni ai bambini il giorno 2 novembre. Nello stesso locale, in un vano a muro e su un vecchio tavolo sono presentati dei giocattoli: sono esposti vecchi pupi per bambini, tipici carrettini di legno, asini e cavallini di cartapesta, che di solito provenivano dal catanese e venivano esposti per la vendita, sopra delle bancarelle, nei giorni che precedevano i Morti. Vi sono ancora presentati alcuni esemplari del cosiddetto Ciccu-Peppi (alla lettera «Francesco Giuseppe»): questa piccola marionetta, spinta da un meccanismo che trasmette il movimento alle braccia, batte i piattini di latta mentre si muove su due rotelle di legno. Vi sono ancora esposti spade e fucili (alcuni eseguiti in canna), bambole, fischietti di latta e di canna, bilancine, un falegname che con una molla nella schiena fa il movimento di segare, una culla in ferro battuto, eseguita dalla bottega Leone, di Palazzolo, i carusièddi, cioè salvadenai di terracotta ancora in uso, un comoncino ottocentesco, ecc. Vi sono vari esemplari di trottole (che in dialetto assumono varie denominazioni: r r ù m m u l u, tuppiettu, s a i t t a, ecc.), di varie forme e provenienza. Vi figurano inoltre alcuni frischitta i crita, zufoli antropomorfi in terracotta, di fattura caltagironese: tra i personaggi rappresentati vi sono carabinieri, contadini sull’asino, dame, Garibaldi, santi patroni, ciclisti, galli, pesci. Insieme a queste figurine sono anche esposte alcune vecchie formelle di gesso per poterle eseguire, provenienti dalla bottega Romano, che è stata attiva a Caltagirone fino a un decennio fa. 77 Trottole di legno con le punte di ferro. In alto, Pulcinella: a Palazzolo Acreide prende il nome di “Ciccupeppi”. Al centro, due cavallini di cartapesta provenienti dall’agrigentino Giocattoli esposti nella ex stalla BRIGANTI RENITENTI PATRIOTI MAFIOSI Il senatore Vincenzo Cordova nel 1894 fermava l’attenzione di tutti i «patrioti amici della Sicilia» su un problema fondamentale: in tutti i moti, dal 1820 al 1894, si era ripetuto lo stesso fenomeno: le masse popolari erano insorte con la speranza della conquista della terra, e non avevano lasciato occasione di occupare i demani comunali. Nel 1837, a Monterosso Almo – racconta il barone Guastella – i contadini si elessero un re «villano», un certo Fatuzzo, e gli assegnarono uno stipendio giornaliero di tre tarì e l’onore della guardia del corpo: in tal modo essi cercavano di garentirsi, attraverso l’azione di un loro rappresentante, la soddisfazione delle più urgenti richieste. Certo la fame di terra rappresenta uno degli elementi più importanti e decisivi, la chiave di volta insomma per intendere il carattere stesso delle lotte che portano all’unità nazionale nel Mezzogiorno d’Italia. Più che altrove, si tentava in Sicilia di tenere il popolo ai margini della battaglia politica e culturale in atto, di comprimere interessi e aspirazioni, di deviarne l’immensa carica di risentimenti, speranze, passione, combattività, verso sbocchi secondari che lasciassero intatte le strutture della società esistente. Nel Mezzogiorno, e in Sicilia in particolare, le masse popolari Al centro, pupo garibaldino proveniente dal palermitano; alla sua destra la testa di uno “sbirro” che porta uno sfregio sul volto 79 partecipano al Risorgimento nella misura in cui sperano di ottenere, attraverso l’abbattimento dello Stato unitario, la soluzione del secolare problema della terra. Uno dei moti più popolari, determinante per la creazione di una coscienza nazionale, e che al contempo suscitò entusiasmo senza precedenti tra le classi subalterne, fu suscitato dall’opera di Pio IX. Scriveva in proposito Antonio Gramsci: «Che il movimento liberale sia riuscito a suscitare la forza cattolico-liberale e a ottenere che lo stesso Pio IX si ponesse, sia pure per poco, nel terreno del liberalismo (quanto fu sufficiente per disgregare l’apparato politico ideologico del cattolicismo e togliergli la fiducia in se stesso) fu il capolavoro politico del Risorgimento e uno dei punti più importanti di risoluzione dei vecchi nodi che avevano impedito fino allora di pensare concretamente alla possibilità di uno Stato unitario italiano». Come altrove, anche in Sicilia il nome di Pio IX assurse a mito e lo si invocò in tutte le sommosse anche dopo l’allocuzione del 29 aprile 1848 Fazzoletto di seta con la figura di Pio IX, proveniente da una famiglia dell’aristocrazia ragusana e la fuga a Gaeta del febbraio 1849. A questo papa vennero attribuiti meriti mai avuti, come quello di aver promosso e aiutato direttamente la rivoluzione siciliana per abbattere il governo borbonico: 80 Piu Nonu a la Sicilia la muvìu, cu li sò stissi manu l’ajutau, ed a Burbuni la mmaladicìu e sutta la balata lu ‘nfussau. (Pio IX la Sicilia scosse, / con le sue stesse mani l’aiutò, / e il Borbone maledisse / e nella tomba – balata: pietra tombale – lo inabissò). In questa atmosfera di fanatismo, l’immagine di Pio IX veniva portata in giro e posta al capezzale tra i santi protettori, tanto che vennero creati medaglioni, ventagli e fazzoletti col ritratto del papa. Il mito, com’è noto, è uno dei modi coi quali la coscienza popolare, in certe condizioni storiche, si appropria della realtà. A questa forma del conoscere, che esprime al tempo stesso un giudizio morale, sembra prestarsi particolarmente la figura e l’opera di Garibaldi nella Sicilia del secolo scorso. Oltre che in una numerosa serie di canti popolari, in cui Garibaldi si paragona a San Michele Arcangelo e a Carlo Magno, le sue imprese sono narrate dai cantastorie, riprodotte nelle stampe popolari sulle sponde del carretto, perfino sono dipinte in un «fondino» (la tela che cala sulla ribalta per poter cambiare la scena), dove è Sponda di carretto dipinta da Giuseppe Leggio, di Vittoria: il primo riquadro rappresenta l’ingresso di Garibaldi a Palermo, il secondo lo sbarco dei Mille a Marsala rappresentata la battaglia del ponte Ammiraglio, opera del palermitano A. Cronio. Le recite delle gesta dei patrioti fanno sorgere dei pupi risorgimentali e anche «sbirri», spie e traditori, che si alternano alle imprese dei banditi, specie quando comincia a serpeggiare il malcontento a mano a mano che il nuovo Stato consolida le strutture della burocrazia, impone nuove tasse, gli obblighi di leva, ai quali i siciliani si sottraggono con la latitanza e il banditismo, reprime duramente i moti rivendicativi di contadini e braccianti, tollera che i proprietari terrieri organizzino attraverso la mafia la difesa dei propri interessi. Nel 1867 si crea a Palazzolo Acreide la «Commissione per la repressione contro il brigantaggio», presieduta da un barone locale, si affissano ai muri gli avvisi per la taglia di mille lire a testa per cinque banditi della provincia di Siracusa. I giovani sono costretti a partire per il militare tra grida e pianti, anche se con l’accompagnamento della banda musicale. In ogni casa di renitente, seguendo un’usanza dell’Europa prerivoluzionaria, si mette a custodia una guardia cui i familiari dovranno pagare la giornata fino a quando il latitante non si presenterà. «Il governo ne sa sempre una in più!» commenta in proposito nella sua cronaca di Palazzolo il padre cappuccino. 81 In un canto da me raccolto nel 1960 a Buccheri, eseguito dalle donne durante la raccolta delle ulive, e passato attraverso le maglie della monarchia Sabauda e del fascismo, ci si scaglia contro il Re Buono, colpevole della partenza del proprio amante: Vittoriu Manueli cchi -ccosi facistu ccu n’amanti c’avì mi la luvastu, vi lu purtastu ddabbanna Turinu, Vittoriu Manueli lu sazzinu! (Vittorio Emanuele cosa avete fatto / un amante che avevo me lo avete tolto, / ve lo siete portato oltre Torino, / Vittorio Emanuele l’assassino!) Non può pertanto sorprendere che alcuni strati dei ceti soprattutto urbani si volgessero a integrare in qualche modo le loro esigenze di rinnovamento radicale, eluse dalla realtà quotidiana, sul piano della Cartellone dell’opera dei pupi: combattimento di truppe garibaldine e soldati borbonici rappresentazione fantastica, e che un fenomeno come quello del teatro dei pupi assumesse un carattere di massa così imponente. È indubbio che l’opera dei pupi, pur con le sue distorsioni, esprimeva una radicale esigenza di giustizia e di libertà delle masse degli sfruttati e dei diseredati. Il disagio economico, le crisi, le violente repressioni, le guerre coloniali, non fecero che indurre le masse contadine a svolgere un’azione di resistenza contro il nuovo Stato unitario. La bolsa retorica della «Italia unita», rappresentata come una donna turrita e avvolta nel tricolore, così come appariva nelle illustrazioni dell’epoca e perfino nei piatti stampigliati che provenivano dalle fabbriche del Nord, trovava tra le masse popolari una sorda ostilità. 82 Commento assai diffuso era: È facili canciari ogni guvernu, ma tiranni non cancianu mai. (È facile cambiare ogni governo, / ma i tiranni non cambiano mai). Le imprese coloniali, ad esempio, rappresentate dai pupari, non assumono i toni drammatici e celebrativi delle imprese epico-cavalleresche o di quelle garibaldine, ma spesso esprimono un preciso e aspro atteggiamento critico. In un copione del vecchio Canino, dedicato alla guerra d’Africa del secolo scorso «contro gli Abbessinesi», nella Due piatti che rappresentano “l’Italia”: venivano importati dal Nord seconda scena del secondo atto, gli ufficiali dell’alto comando etiopico discutono e «parlano, come italiani erano venuti per infelicitare i suoi stati decidono di volersi un giorno vendicare», in cui il verbo «infelicitare», dal siciliano nfilicitari, sta per ‘portare rovina, distruzione’. I nuovi miti tornano a essere ancora i briganti, da Pasquale Bruno a Varsalona, fino al famoso Musolino, rappresentato in un bel telone di pupari, dipinto da Francesco Rinaldi. Il telone è diviso in tredici riquadri: dentro un ovale decorato a fiori, campeggia il ritratto del bandito. L’ultimo dei miti sorti in Sicilia in ordine di tempo è quello del bandito Giuliano. Il fuorilegge è divenuto un eroe da epopea nazionale. Dominique Fernandez, a proposito di una «storia» sul «Re di Montelepre», mette in evidenza come Giuliano rappresenti le due idee che stanno a fondamento nella creazione di un mito: la rivolta contro l’ordine costituito e il coraggio solitario. Eppure il bandito di Montelepre è stato in collusione con le forze più retrive dell’Isola, ha commesso atroci delitti: la strage di Portella delle Ginestre. Questa ambiguità di Giuliano, eroe e bandito, si avverte nella perplessità del cantastorie, il quale nelle piazze della Sicilia canta le vicende del fuorilegge, esalta le imprese dell’eroe «senza macchia e senza paura»; ma quando con la sua voce rauca e strozzata – vi si avverte un’eco del lamento funebre – deve narrare il massacro di Portella, non può che porsi l’interrogativo: come mai il prode, il difensore dei poveri e degli oppressi volge la sua arma contro delle vittime innocenti? Perché ha commesso questa strage il «boia dei pezzenti»? A questo punto nella coscienza popolare si sviluppa un’operazione non incosueta, che è la ricerca di un recupero del mito: una potenza sovrumana privò Giuliano della ragione, una forza occulta – l’anànche – lo ha costretto al massacro. Ha forse colpa Oreste dell’uccisione della madre? Giuliano partecipa così della doppia natura dei destini mitologici: assassino e vittima. Una terra in cui i terremoti si sono sempre alternati con le invasioni e il conseguente stratificarsi di diverse civiltà, una terra sistematicamente devastata e spoliata non poteva scegliere come suo eroe un trionfatore, un liberatore. La coerenza delle sue vicende storiche richiedeva un mito più adatto al suo modo di essere, al suo «patire»: quello dell’eroe debole, che s’immola, esempio di una duplicità strutturale storica e astorica, per adoperare le categorie di Lévi-Strauss. 83 Nuova scansione originale allegato Due banditi di terracotta, sono opera di Moretta, di Caltagirone 84 E’ stato possibile realizzare questo libro per la generosa collaborazione degli amici della Casa museo: un particolare ringraziamento va a Graziella Viale, senza la cui solidarietà non avrei potuto concretizzare il sogno di una pubblicazione così ricca di colori e immagini. Alla riuscita dell’opera hanno inoltre collaborato Michele Canzoneri con la felice soluzione grafica [per questa edizione, cfr. retro del frontespizio], e i fotografi che hanno colto uomini e cose in un’atmosfera irripetibile, entro una casa «viva», come l’ebbe a definire il compianto Giorgio Nataletti. Grazie ancora al prof. Giovanni Tropea, dell’Università di Catania, che, nella memoria del nostro Giorgio Piccitto, mi è stato ancora una volta prodigo di consigli. Devo all’affettuosa amicizia di Fortunato Pasqualino la pagina introduttiva che egli ha voluto dedicare a questo mio quotidiano lavoro. A.U. NOTIZIA BIBLIOGRAFICA La presente nota non ha pretesa di completezza: riporto solo alcune opere di carattere generale sull’arte popolare siciliana, e via via fornisco le indicazioni essenziali sulle opere citate nel corso del presente lavoro. Si veda l’opera fondamentale di G. Pitrè, Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, pubblicata in 25 volumi, dal 1871 al 1913. Sull’arte popolare italiana cfr. Autori Vari, Paesant Art in Italy, in «Studio», London 1913; e la recente opera di P. Toschi, Arte popolare italiana, Roma 1960. Cfr. le seguenti opere monografiche sull’arte popolare siciliana: G. Capitò, Il carretto siciliano, Milano 1923; S. Lo Presti, I pupi, Catania 1927; G. Cocchiara, La vita e l’arte del popolo siciliano nel Museo Pitrè, Palermo 1938; G. Russo-Perez, Catalogo ragionato della raccolta Russo-Perez di maioliche siciliane, Palermo 1954; N. Ragona, Ceramica Siciliana, Palermo 1955; G. Cocchiara, Il folklore siciliano, 2 voll., Palermo 1957; E. Li Gotti, Il teatro dei pupi, Firenze 1957; S. Lo Presti, Il Carretto, Palermo 1959; A. Buttitta, Cultura figurativa popolare in Sicilia, Palermo 1961; A. Daneu, L’arte trapanese del corallo, Palermo 1964; V. Fagone, Arte popolare e artigianato in Sicilia. Repertorio dell’artigianato siciliano, Roma-Caltanissetta 1966; A. Uccello, Pitture su vetro del popolo siciliano, Siracusa 1968. Da Akrai a Palazzolo. Il brano su Palazzolo è tratto dal volume Sicilia in prospettiva, Palermo 1709, p. 254; sull’antica Akrai, cfr. l’opera del barone G. Iudica, Le antichità di Acre, Messina 1819; e il fondamentale lavoro di L. Bernabò Brea, Akrai, Catania 1956. La notizia sul “soprannome” Acreide l’ho ricavata dal manoscritto inedito del sec. XIX, di padre G. M. Farina, Selva e Depositario Storico di Palazzolo, c. 1045, che si trova presso il convento dei cappuccini di Palazzolo Acreide (una copia è nell’archivio dei frati a Siracusa). Il brano del notaio Salluccio sul terremoto del 1693, l’ho ricavato dalla Selva, c. 661. Sulla Casa museo vedi A. Uccello, Una Casa museo a Palazzolo Acreide, in «Sicilia», n. 55, 1967, pp. 107 ss.; Idem, La casa museo, in «Meridione», a. XV, fasc. 3-4 (s.d.), pp. 26 ss.; Idem, Per una Casa-museo a Palazzolo Acreide, in «Architetti di Sicilia», dedicato agli Atti del Seminario di Studi «Museografia e folklore», nn. 17-18 (gennaio-giugno 1968), pp. 67 ss.; A. M. Cirese, I musei del mondo popolare: collezioni o centri di propulsione della ricerca?, in «Architetti di Sicilia», op. cit., pp. 17-18. Oltre a una serie di trasmissioni radiofoniche e televisive, cfr. ancora G. Quatriglio, Ha trasformato in museo la casa dei fantasmi, in «Giornale di Sicilia», 21 maggio 1969; Idem, L’ultimo rifugio della civiltà contadina, in «Giornale di Sicilia», 15 settembre 1971; G. Nataletti, Un museo etnografico in una casa «viva», in «La Sicilia», 4 novembre 1971, e, dello stesso, le due trasmissioni radiofoniche della rubrica «Chiara fontana», del 10 settembre e del 1° ottobre 1971; G. Frasca Polara, Una casa-museo dell’etnografia, in «l’Unità», 26 settembre 1971; S. Prestifilippo, La dimora del massaro, in «Il Messaggero», 13 dicembre 1971; C. Cederna, Si va in gita, in «L’Espresso», n. 32, 6 agosto 1972; A. G., Viaggio alla ricerca di un mondo perduto. Un grande affresco di civiltà contadina nella casa-museo di Antonino Uccello, in «L’Ora», 23 agosto 1972; S. Lo Nigro, Realtà e mito della Sicilia contadina, in «Sicilia», in corso di stampa. Cfr. la mia guida: La Casamuseo di Palazzolo Acreide, Siracusa 1972. Casa ri massaria. Per la prima parte di questo capitolo cfr. il mio articolo: Colapesce eroe terremotato, in «Video», a. III, n. 4 (aprile 1968), pp. 57 ss. Per gli scongiuri contro la tempesta si veda A. Uccello, Canti 85 86 del Val di Noto, Milano 1959, pp. 47 ss. L’indovinello sul forno, ripreso dal Vann’Anto’, Indovinelli popolari siciliani, Caltanissetta 1954, pp. 77, fu pubblicato a suo tempo dal S. A. Guastella, Le domande carnescialesche e gli scioglilingua del Circondario di Modica, Ragusa 1888, p. 31, n. 45. L’indovinello sulla sbria è stato da me raccolto a Palazzolo Acreide, da Marietta Caligiore, di anni 70. Le invocazioni per il pane e per la ricotta si trovano nei miei Canti del Val di Noto, op. cit., pag. 65-68. Il canto sulla tessitrice l’ho raccolto a Palazzolo, da Francesca Maràbita, di anni 84. L’indovinello sull’arcolaio m’è stato dettato da Marietta Caligiore. La minuta della dote è riportata nella Selva, op. cit., c. 558. Casa ri stari. La notizia su alcuni usi degli sposi nel secolo scorso, si trova nella citata Selva del padre Giacinto, c. 49. La festa di S. Isidoro Agricola è ora del tutto scomparsa. Il padre cappuccino ne accenna nel capitolo «Usi di festeggiare ai Santi», c. 40, e si riferisce al 1865. Ho raccolto l’indovinello sulla silletta a Palazzolo, da Marietta Caligiore. La ninna-nanna da me riportata si trova nei miei Canti del Val di Noto, op. cit., p. 90, n. 128. L’indovinello sulla conocchia e sul fuso mi è stato dettato da Marietta Caligiore. Stalla. Il proverbio sul tempo dell’aratura m’è stato fornito dal massaro Paolo Caligiore, di anni 66. Per i lavori della mietitura si vedano i miei Canti del Val di Noto, op. cit., pp. 9-23; cfr. ancora il mio articolo: Riti e canti della mietitura nella campagna di Canicattini B., in «Archivio Storico Siracusano», a. X., 1964, pp. 111-136. I testi sulla trebbiatura si trovano nei miei Canti..., op. cit., pp. 25-45. Sugli attrezzi agricoli, si veda il mio volume in corso di stampa: La civiltà del legno in Sicilia. Contadini e pastori iblei, che pubblica l’editore Cavallotto di Catania. Il frantoio: dall’olio al sapone. L’indovinello sul sapone è stato da me raccolto da Marietta Caligiore. Le informazioni sulla raccolta delle ulive e sulla loro lavorazione mi sono state fornite da contadini che hanno lavorato nel frantoio quand’era ancora in opera. Alcune notizie in particolare sul lavoro di bacchiatura, di torchiatura, ecc., mi sono state date da Giuseppe Fiducia, di anni 48, coltivatore diretto di Palazzolo A. Il presepe. Sul presepe popolare si veda A. Uccello, Un presepe popolare in terracotta, in «Archivio Storico Siracusano», a. XVI, 1970, pp. 77-86; e ancora il mio precedente articolo: Un presepe siciliano di pasturara, in «Cronache Parlamentari Siciliane», n. 12 (dicembre 1969), pp. 1380-83. Sui pastori dell’Allegra, si veda il mio articolo: I sorridenti pastori di Letterio Allegra, in «Sicilia», n. 64, 1970, pp. 97 ss. Le notizie sul Mazzerbo e sulle cere in genere sono state raccolte da me personalmente. Il testo della filastrocca riportata è stato da me pubblicato nell’articolo: Filastrocche fanciullesche di carattere religioso a Palazzolo Acreide, in «Selecta», Annuario n. 8 dell’Istituto Magistrale Statale di Noto, a. 1964-65. Il maiazzè. Per le casse nuziali, si veda il mio scritto: Le casse nuziali del popolo siciliano, in «Kalòs», n. 4 (aprile 1971), pp. 27 ss. Sulle pitture su vetro si veda il mio libro: Pitture su vetro del popolo siciliano, op. cit., passim. I fogli manoscritti per gli ex voto di Ispica sono stati da me raccolti in loco durante la settimana santa del 1968. Pupi carretti giocattoli. Sui pupi si veda A. Uccello, L’opra dei pupi nel siracusano, Siracusa 1965; Idem, Motivi di arte popolare in Sicilia, in Libro Siciliano, Palermo 1970, pp. 179 ss. Sui cartelli pubblicitari del teatro dei pupi si veda il mio articolo: I cartelloni dei pupi della Sicilia orientale, in «Sicilia», n. 58, 1969, pp. 88 ss.; e ancora il Catalogo della prima mostra di cartelli realizzata in Sicilia: A. Uccello, Otto cartelli dell’opera dei pupi, Casa museo di Palazzolo Acreide, 12-20 aprile 1969; e il successivo Catalogo per una mostra allestita a Siracusa: Pupi e cartelloni dell’opra, 28 maggio-2 giugno 1970, in cui si mettono per la prima volta a confronto i due tipi di cartelli dei pupi. Per il carretto si veda il mio pezzo apparso in Libro siciliano, op. cit.; e ancora il mio articolo: Pittura, scultura e ferro battuto del carretto nella Sicilia orientale, in «Kalòs», n. 10 (marzo 1972), pp. 3-10. Per alcuni giuochi e giocattoli, cfr. A. Uccello, Note di folklore siciliano: giuochi fanciulleschi, in Saggi e ricerche in memoria di Ettore Li Gotti, «Bollettino del Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani», n. 8, 1962, pp. 313 ss.; e ancora Idem, Note di folklore siciliano. Altri giuochi fanciulleschi, in «Selecta», Annuario n. 9 dell’Istituto Magistrale Statale di Noto, a. 1964-65. Briganti renitenti patrioti mafiosi. Sul senatore Vincenzo Cordova e il brano da me citato, si veda F. Renda, Il movimento contadino nella società siciliana, Palermo 1965, pp. 37 ss. La notizia sul re «villano» di Monterosso Almo, è stata pubblicata dal S. A. Guastella, Le parità morali e le storie dei nostri villani, Ragusa 1884, pp. 136 ss. Si vedano inoltre i miei due libri: Risorgimento e società nei canti popolari siciliani, Firenze 1961, passim; e Carcere e mafia nei canti popolari siciliani, Palermo 1965. Il brano di Antonio Gramsci è nel suo volume Il Risorgimento, Torino 1949, p. 50. Il testo popolare su Pio IX è stato pubblicato nel mio Risorgimento e società..., op. cit., p. 137. Nello stesso volume, pp. 229 ss., ho dedicato un capitolo a «Il mito di Garibaldi». I documenti della «Commissione di repressione contro il brigantaggio», dell’Archivio della Casa museo, sono inediti. Il canto popolare sulla leva, raccolto a Buccheri, si trova nel mio Risorgimento e società... op. cit., pp. 340-341. Nella mia stessa opera sul Risorgimento, p. 327, si trova il distico in siciliano sul Parlamento italiano dell’epoca. Sul mito di Giuliano, si veda D. Fernandez, Mère méditerranée, Paris 1965; e il mio articolo: Giuliano: mito e realtà della Sicilia d’oggi, apparso nel Supplemento culturale de «L’Ora», (s.d.); e ancora il mio scritto già in precedenza citato: Colapesce eroe terremotato. Tra i libretti di cantastorie che affrontano il tema del banditismo, cito i seguenti: Salvatore Giuliano Imperatore di Montelepre, di Turiddu Bella, canta Orazio Strano, edito ad Acireale nel 1963; Lu banditu Turi Giulianu, versi di Cicciu Rinzinu, canta l’autore, edito a Paternò (s.d.); Peppi Musulinu Re di l’Asprumunti, di Turiddu Bella, canta Orazio Strano, edito ad Acireale nel 1963; Rimorsu e pentimentu d’un banditu, versi siciliani di Cicciu Busacca (senza data né luogo). 87 APPENDICE BIO-BIBLIOGRAFICA “Il cielo delle stagioni, legato ai solstizi e agli equinozi, lo sento come carne della mia carne; la rosa è viva e fiorirà certamente, perché il caldo prepara il gelo e sotto la neve palpitano già le prime violette, insomma il tempo mi appare come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste più per me”. (Antonio Gramsci, Lettere dal carcere) 89 90 BIOGRAFIA Antonino Uccello nasce a Canicattini Bagni l’11 Settembre 1922. Compie studi magistrali a Noto. Nel 1944 sposa Anna Caligiore e si stabilisce a Palazzolo Acreide. Emigra nel 1947 in Lombardia e insegna nelle scuole elementari della Brianza. Nelle fredde nebbie del Nord nasce e si precisa l’idea della Casa museo. Nasce da profondi motivi e urgenze che lo incalzano già da anni: la perdita di un patrimonio culturale da parte di un popolo, quello siciliano, avviato in quegli anni verso un tragico e devastante esodo. Da qui nasce la voglia, la “missione” tutta laica di salvare gli oggetti di una cultura destinata alla scomparsa. In Brianza, Uccello porta tanti oggetti della civiltà contadina e li presenta in mostre d’arte presso famose gallerie del Nord. Questi oggetti (cucchiai in legno, collari, presepi in legno d’arancio, chiavi di carretto, sculture in ferro,“fiori” del carretto) facevano la spola fra Palazzolo e la Brianza. Pubblica i primissimi versi a Noto: sono i compagni di scuola a promuovere la pubblicazione delle sue liriche giovanili. Ma è in Lombardia che si forma come poeta di raffinata cultura: a Milano frequenta i cenacoli culturali che si stringono attorno a Vittorini e intreccia amicizie con Treccani, Chiara, Budigna, Bernasconi, Zancanaro. In questo periodo pubblica le prime raccolte di poesie: Triale (1957), La notte d’Ascensione (1958). Nel 1959 pubblica Canti del Val di Noto per i tipi di Vanni Sheiwiller, che segnano e corrono in parallelo al suo progressivo orientarsi verso la ricerca etnoantropologica. A seguito dello studio della poesia popolare e di una serie di rilevamenti sul campo per conto dell’Accademia Nazionale di S. Cecilia e del suo Centro Nazionale Studi di Musica Popolare (CNSMP) di Roma, ma soprattutto con l’affinamento degli strumenti critici a seguito della lettura dei “Quaderni dal carcere” di Gramsci, realizza il primo vero studio di taglio antropologico, anche se ancora una volta orientato verso lo studio della letteratura popolare, Risorgimento e società nei canti popolari siciliani (1961, ristampato nel 1978): sorta di antistoria del Risorgimento italiano. Nel frattempo (1961) Uccello ha posto fine alla permanenza nel nord Italia e ritorna nella sua Palazzolo, dove acquista un’ala di un antico palazzo (Palazzo Ferla, sec. XVIII). Qui trasporta gli oggetti raccolti nell’area iblea in attesa di una definitiva sistemazione. Nel 1965 pubblica un altro studio di poesia popolare Carcere e mafia nei canti popolari siciliani, libro che suscitò una ridda di polemiche per il tema trattato e in quanto si collocava fra quegli studi che presentavano un 91 Attenzione! Scansione fornita in tiff ad un colore Portare a BITINTA diverso volto del Risorgimento italiano: quello visto attraverso l’ottica dei vinti. Coerente agli allora prevalenti interessi negli studi demologici orientati verso la letteratura e l’arte popolare, pubblica il volume Pitture su vetro del popolo siciliano (1968). Gli anni che seguono immediatamente vedono Uccello impegnato nella realizzazione del suo “capolavoro”: la Casa museo di Palazzolo, inaugurata nel 1971. Da questo momento la ricerca di Uccello si precisa incentrandosi sullo studio dei diversi aspetti della cultura popolare, soprattutto contadina: sono pubblicati, in rapida successione, Folklore siciliano nella Casa museo di Palazzolo Acreide (1972), La civiltà del legno in Sicilia (1973) - dedicato all’arte lignea dei pastori e alla cultura contadina iblea -, Amore e matrimonio nella vita del popolo siciliano (1976), Pani e dolci di Sicilia (1976),Tessitura popolare in Sicilia (1978), Il presepe popolare in Sicilia (1979), Bovari pecorai e curatuli. Cultura casearia in Sicilia (uscito postumo nel 1980 e pubblicato dall’Associazione Amici della Casa museo). Uccello muore a Palazzolo il 29 Ottobre 1979. È sepolto a Canicattini Bagni. 92 BIBLIOGRAFIA OPERE DI POESIA 1940: Tristia Opuscolo di poesie in italiano pubblicato a Noto dai compagni di scuola di Uccello. 1957: Triale La prima vera raccolta di poesie da cui si coglie lo stile del poeta Uccello che scrive sotto le suggestioni degli ermetici, ma già con taglio neorealista derivatogli dal pathos dell’esodo in una terra lontana. La raccolta è formata da 12 poesie in italiano, illustrate da 12 litografie di Gian Luigi Giovanola, edita per i tipi «All’insegna del pesce d’oro», di Scheiwiller. Molte delle poesie di questa raccolta confluiranno in La notte d’Ascensione. 1967: Viola di parasceve Il sottotitolo a questa raccolta reca «Sequenza in morte di un amico»: sono quindi dei canti elegiaci. Uccello nell’occhiello aggiunge a penna:“Il canto aiuta l’uomo a portare quale che sia la sua cro c e. C. Marchesi”. Il tema è dunque la mort e, che il canto pur drammaticamente elegiaco aiuta a esorcizzare. Comprende un acquerello di G. Migneco ed è pubblicata da «Isola d’oro», nella collana «Piccoli testi di poesia, n. 2». 1967: Sulla porta chiusa Ancora una raccolta «All’insegna del Pesce d’oro», di Vanni Scheiwiller: comprende alcune poesie scritte nel 1942, mentre altre erano già apparse in Triale. La raccolta si avvale dei disegni di Adolfo Wildt. 1967: 12 frammenti d’un amore 1958: La notte d’Ascensione 42 poesie in italiano compongono quella che è la più compiuta raccolta. La pubblica il padano Rebellato, editore in Padova: «In caratteri Aster su carta uso mano, nell’officina grafica S.T.F. di Cittadella». Tutte le operazioni editoriali di Uccello si muovono sempre nella produzione non seriale, in cui il lavoro artigianale, la scelta, la cura della carta e tipi vengono ricercati con attenzione e gusto. 1962: Poesie d’amore Comprende tre diverse raccolte: 1. Poesie d’amore, 2. Poesie brianzole, 3. Racemi, pubblicate in «Vetrina di Poesia e arte», 7-8, anno II, gennaio - giugno 1962. Il poeta si cimenta, unica volta, nel dialetto brianzolo; va segnalato che nel 1960 aveva pubblicato una raccoltina di Canti popolari lombardi in stretto dialetto. 1967: Salmo 1 per il Vietnam Poesia di impegno civile, fra le poche che ha scritto Uccello: un poeta “alessandrino” come fu, non poteva trattare un tema sì impegnativo. Il tema affrontato è la guerra del Vietnam e l’orrore suscitato dall’uso del napalm per bombardare i villaggi vietnamiti. Il poeta canta lo sdegno e la ribellione contro l’arroganza del più forte:«Un sole di caligine / copre di buio il bambù / la risaia e il giuoco / che a mezzo lasciò / il bimbo nel grembo / della madre colto / da una falce di napalm. / Piccolo Viet, / mani e piedi così / cauti e lievi, / quasi una danza agiti / contro il mostro / di Washington: /e un caruso una mondina / scagliano ancora / la fionda di David / al filisteo Gigante. / Danilo, Fiore e Anna, / Bruno, Lucio, Ernesto e Carlo, / Hans e Leif, Lorenzo / e Michele, le donne di Sicilia / e i ragazzi di Partanna / (…) e tu con noi, o Vo Van Ai, / per le strade dell’isola, / col nostro grido e canto : / “A la mafia dici, no! / A la guerra dici, no!, no!, no!”». Comprende la traduzione del poeta vietnamita Vo Van Ai e i disegni di Christiaan Heeneman. 1968: Janiattini Uccello canta il suo paese natio: Canicattini Bagni. Lo fa mescolando prose in italiano e poesie in siciliano e nella parlata janattinisa. Editore è Salvatore Sciascia per la collana «I quaderni di “Galleria”» curata da Leonardo Sciascia, del quale, con ogni probabilità, è la prefazione che troviamo nei risvolti di copertina da cui sono tratti i seguenti passaggi:“Il mondo s’è fatto ricco, produce e consuma, crea valori e li disfà con la medesima rapidità di tutti i prodotti industriali… La ricchezza è vita, certo: e può essere dispersione e disperazione. È anche possibile che si voglia cercare un punto fermo, un luogo dove sostare e guardarsi attorno (…) è allora che comincia un viaggio attraverso il tempo, la ricerca del mito (…) è l’operazione che sta compiendo Nino Uccello un’Odissea minore ma dove l’intento segreto è di individuare il logo attraverso il mito. In questo senso Canicattini diventa la sezione di un universo (…)”. La raccolta esce nel 1968, ma lo stesso Uccello precisa che tutto nacque “tra le vaghe nebbie della Brianza intorno al 1958”. 1972: Paolo Sorrentino Plaquette edita per «I libretti di mal’aria», su carta fioretto e stampata dalla stamperia di Colombo Cursi di Pisa. 1975: Trittico d’amore Ultima raccolta (tre poesie, in foglio “volante” secondo lo stile dei cantastorie) del poeta Uccello ormai impegnato nel versante della prassi museale e della saggistica etnoantropologica. OPERE MONOGRAFICHE 1959: Canti del Val di Noto: poesia popolare siciliana. Milano,Vanni Scheiwiller (All’insegna del pesce d’oro) L’opera riunisce una serie di canti popolari, quasi tutti inediti, raccolti da Uccello nel corso di una rigorosa ricerca sul campo (proprio in quegli anni iniziava la collaborazione con il Centro Nazionale Studi di Musica Popolare dell’Accademia di S. Cecilia di Roma). L’opera presenta: canti di mietitura; canti di trebbiatura; invocazioni e scongiuri; strambotti; ninne nanne; soprannomi; seguono delle ampie note esplicative e un appunto bibliografico. Scrive in una nota l’editore Scheiwiller: «I Canti del Val di Noto, raccolti da Antonino Uccello negli anni ‘45-‘59, riguardano un versante del vasto “vallo” come si rileva dai centri toponomastici in calce ad ogni componimento. Il materiale, assolutamente inedito, ci rivela aspetti ignoti e segreti della Sicilia e costituisce un notevole contributo al patrimonio già ricco della poesia popolare siciliana». Il poeta Uccello comincia così il suo percorso demologico e lo fa attraverso l’analisi di testi poetici popolari, traccia e segno della cultura del popolo espressa secondo i canoni dell’estetica folklorica. L’opera fu presentata a Milano nel corso di una “Piccola mostra di Folklore siciliano”, tenuta nella Saletta d’arte della Libreria di piazza S. Babila (corso Monfo rt e,dal 7 al 20 marzo). Vennero esposti pezzi di carretto siciliano, soprattutto i “pizzi” del carretto e i “fiori” di ferro battuto. La mostra servì da supporto a quella che possiamo definire la prima opera di taglio demologico. Il volumetto ebbe la recensione di Giorgio Caproni ed un’accoglienza entusiastica nei raffinati salotti milanesi. Scrive Uccello: «Quando ero ancora in paese [a Canicattini], libri come C risto si è fermato a Eboli, il “Politecnico” (…) di Vittorini erano stati per me stimolanti. Ma quando nel 1959 organizzai a Milano una mostra di art e popolare siciliana per presentare la mia raccolta Canti del Val di Noto anche per Vittorini la realtà da me recuperata fu una scopert a » . Anche Sciascia non ignorò l’avvenimento e ne scrisse sulle pagine de L’Ora di Palermo. Il volume vinse il premio Pitrè. 1961: Risorgimento e società nei canti popolari siciliani. Firenze, Parenti (riedizione, 1978) Il libro suscitò polemiche fra i “retori” del Risorgimento, che consideravano quel particolare avvenimento storico come fatto eterno e assoluto, come mito (naturalmente ad uso e consumo di certe classi al potere). Questo “mito” volle Uccello scardinare. Nell’edizione del 1978, per i tipi della Pellicanolibri, auspice Silvano Nigro, l’autore procede alla revisione del testo, arricchendolo di altri canti e inserendo altri due capitoli, uno sull’influenza esercitata dal Risorgimento sull’arte popolare, il secondo sulla musica. Il fine è però unico e lo precisa lo stesso autore: «Interessava a noi rendere in qualche modo immediatamente accessibile al lettore un’immagine dei moti risorgimentali non ufficiale e agiografica. Nel mezzogiorno d’Italia (e in Sicilia in particolare) le masse popolari partecipano al Risorgimento nella misura in cui sperano di ottenere, attraverso l’abbattimento dei vecchi istituti e la formazione dello stato unitario, la soluzione del secolare problema della terra». La matrice “gramsciana” del volume è precisata e ribadita da Uccello nella “nota alla seconda edizione”: «per quanto mi riguarda le considerazioni di Gramsci sulla cultura delle classi subalterne e sui canti popolari in particolare, apparse com’è noto nel 1950, hanno costituito un momento di “conversione” e di ripensamento (che poi è di tutta la cultura italiana), che mi hanno portato tra i primi in Italia, nel 1961, a pubblicare dei canti popolari (quelli su Risorgimento e Società, nella fattispecie) alla luce degli orientamenti gramsciani». Uccello si riferisce alla “scoperta”, avvenuta dopo la Liberazione, dei Quaderni dal carcere di Gramsci e in particolare a Letteratura e vita nazionale in cui è contenuto il capitolo “Osservazioni sul folklore”. Attraverso l’analisi di canti popolari, Uccello fa una lettura rovesciata del Risorgimento, visto con l’ottica del popolo. «I canti popolari, i proverbi, le notizie che Uccello ha qui riunito (...) costituiscono una documentazione rigorosa della cultura folklorica, “spia” di una precisa condizione socio-economica, politica e culturale (…). [Il libro] documenta ampiamente le reazioni delle classi subalterne al nuovo assetto politico italiano, alle nuove istituzioni, alle nuove leggi e l’atteggiamento con il quale venne vissuto in Sicilia il periodo successivo alla unificazione [d’Italia]» (dall’introduzione di Luigi Lombardi Satriani alla seconda edizione). La delusione seguita all’unificazione a causa della politica annessionistica tout court del Piemonte è ampiamente documentata. Dall’intervento dell’Inghilterra e la Costituzione del 1812, fino ai moti del 1848, all’impresa garibaldina, alla sommossa palermitana del 1866, questi canti costituiscono un contrappunto polemico, ora rassegnato e dolente, ora impetuoso 93 94 e sarcastico, che ha i suoi temi di fondo nella lotta per la terra e contro l’oppressione poliziesca. Lo studio di Gramsci influenza Uccello, come tanti altri studiosi rispetto ai quali Uccello va oltre: nessuno aveva studiato ancora il Risorgimento dall’interno, attraverso l’analisi di testi della letteratura p o p o l a re, nei quali le classi subalterne sono ve nute a lungo depositando i frutti di una esperienza ai margini del mondo ufficiale. La cesura che si comincia a cogliere fra stato e popolo diventa, nel corso degli anni che seguono il 1860, vera opposizione strisciante: è qui la radice della questione meridionale, ancora oggi un problema irrisolto. 1965: Carcere e mafia nei canti popolari siciliani. Palermo, Edizioni librarie siciliane (riedizione, 1974) Frutto di anni di paziente e appassionata ricerca, questo libro rappresenta, prima che un’indagine suggestiva, il salvataggio di un prezioso materiale attraverso il quale è possibile attingere alle fonti più genuine della cultura e della storia siciliana. Uccello raccoglie ed analizza, alla luce di una rigorosa metodologia storico-critica, i canti dei carcerati. Si tratta di canti per la maggior part e inediti che l’autore raccoglieva in quegli anni (1960-1965) per il Centro Nazionale Studi di Musica Popolare; Uccello si serviva per questi rilevamenti delle attrezzature della Rai, con la collaborazione dei relativi tecnici.Altri canti sono tratti dalle maggiori compilazioni di Pitrè, Salomone Marino,Vigo, Avolio. Le fonti sono quelle letterarie, gli informatori e i carcerati, fra cui quelli del penitenziario di Noto, fatto che allora (1965) suscitò polemiche e critiche aspre. Alle polemiche Uccello rispose dalle pagine del giornale L’Ora di Palermo con l ’ a rticolo “La mafia canta o no?”. Il libro consta di tre part i , coincidenti con i tre diversi tipi di documenti utilizzati: I. Canti tratti dalle raccolte ottocentesche; II. Canti raccolti da Uccello in rilevamenti sul campo, III. Canti dei reclusi del penitenziario di Noto e canti della raccolta 27 del CNSMP. Seguono 3 appendici, fra cui una nota etnomusicologica di Paul Collaer, la trascrizione di alcuni testi e una nota bibliografica. Poiché l’edizione del 1965 si era resa introvabile e l’argomento continuava ad interessare soprattutto gli studiosi del folkore giuridico (Lombardi Satriani, Mariano Meligrana), nel 1974 il libro fu riedito per la Casa editrice De Donato di Bari, con l’introduzione ancora una volta di Lombardi Satriani.Al vo l u m e, nell’edizione 1965, era allegato un disco con diversi canti di carcerati. Indice dell’edizione 1974: - Introduzione di L. M. Lombardi Satriani - Prefazione dell’autore - Introduzione Parte I: Canti dei carcerati nelle raccolte dell’800 - Canti popolari inediti di Corrado Avolio - Canti popolari inediti di S.A. Guastella Parte II: Canti di Partinico-BalestrateMontelepre-Roccamena-Riesi-Canicattì-EnnaDelia-Palazzolo-Canicattini P a rte III: Canti del penitenziario di Noto - Canti della raccolta 27 del CNSMP - Appendici: Brigantaggio, carcere e mafia nell’arte popolare siciliana - I Beati Paoli di Palermo nel repertorio dell’opra - Nota etnomusicologica ai canti - Nota bibliografica 1968: Pitture su vetro del popolo Siciliano. Palermo Si tratta della tesi di laurea di Uccello, il quale polemicamente volle laurearsi in gran segreto. L’opera costituisce il catalogo della mostra organizzata per conto dell’Ente per il turismo di Siracusa.Vi affronta il tema di questa particolare tecnica artistica, diffusa a livello popolare, dopo essere stata arte esclusiva e preziosa.Vi si analizzano 90 tempere “sopra vetro”, in gran parte facenti parte della collezione dello stesso Uccello. Il libro segna il passaggio dallo studio della letteratura popolare come documento folklorico a quello degli oggetti e delle relazioni simboliche e segniche. 1972: Folklore siciliano nella Casa museo di Palazzolo Acreide. Siracusa Nel 1971 nasce la Casa museo e Uccello sente la necessità di pro d u rre una guida illustrata per il suo museo. Si tratta di una guida sui generis perché il libro diventa occasione di applicare la metodologia di ricerca e studio ormai sperimentata da Uccello: presentare un quadro della cultura popolare dove documenti orali, oggetti, uomini e cose servano a descrivere i modi di vita delle classi popolari subalterne. Gli oggetti vivono negli ambienti e questi sono p a rte di un universo spazio temporale storicamente determinato. Il libro fu stampato con due diverse sovraccoperte nello stesso anno. La prima sovraccoperta presentava la sagoma dell’angelo di una banderuola: questo emblema può essere assunto a emblema stesso delle motivazioni pro fonde della Casa mu s e o : il suo rapporto col tempo, sia meteorologico che rituale e simbolico. La Casa, come ogni casa contadina, cambiava con le stagioni, come cambiavano gli arredi, i colori e perfino gli odori, in poche parole “vivev a ” : era quello che voleva Uccello nel suo museo ed è quello che purt roppo si è perso oggi nel nuovo mu s e o, e che andrebbe recuperato (nei limiti del possibile). 1973: La civiltà del legno in Sicilia. Catania, Cavallotto Il libro segna una svolta decisiva nella vasta bibliografia di Uccello: qui non sono solo gli oggetti a parlare, ma soprattutto gli uomini, come ben precisa Uccello in un’illuminante avvertenza: «Av ve rto che. . . le persone, gli oggetti, la campagna di cui qui parlo non costituiscono per me una tarda riscopert a attraverso il filtro della cosiddetta scienza demologica. Gli uomini appartengono alla mia stessa estrazione di contadini e braccianti; gli utensili e gli attrezzi di lavoro sono spesso quelli dell’uso quotidiano che ho visti in opera sin dalla prima infanzia; i luoghi sono gli stessi che mi hanno visto nascere (...). Uomini luoghi manufatti, prima di costituire documenti etnografici o espressione d’art e, o l’una e l’altra cosa a un tempo, sono stati per me lo s c o rre re della stessa vita». Subito l’autore precisa l’area della ricerca: gli Hyblaei colles, la campagna iblea, e l’oggetto della ricerca: il legno, l’albero e gli usi svariati che ne faceva il contadino ibleo nel suo rapporto di dipendenza da una natura ostile. Il libro coglie l’occasione di occuparsi di arte popolare e pastorale con interessanti esemplificazioni e analisi storico comparative. Importanti le interviste agli artefici popolari, dalle quali scaturiscono le segrete molle che li spingono a comporre e scolpire, e i temi cari alla loro fantasia. Ma tutti gli oggetti qui descritti sono soprattutto attrezzi di lavoro, e pertanto si legano strettamente al ciclo del lavoro dei campi; quando essi acquistano una valenza artistica, ciò avviene non perché l’artefice volesse raggiungere canoni estetici (arte per l’arte), ma in quanto l’arte si finalizza e acquista un significato di messaggio, ora di tipo religioso, ora più arcaicamente magico. Gli oggetti esprimono poi una profonda conoscenza del materiale, il legno ricavato dall’albero, che il contadino rispetta in quanto ad esso è connessa la propria vita materiale. Le fotografie sono di Giuseppe Leone, i disegni tipologici di Michele Canzoneri, la copertina e la grafica di Stefano Cammarata. Indice: Parte prima: L’albero degli Iblei - Hyblaei colles - Contadini e pastori: ricerca sull’arte lignea 1. L’aratro e la morte del giogo 2. Dell’autosufficienza 3. I buoi incampanati 4. L’aquila monocipite di Palazzolo Acreide 5. I tre collari del Notigiano 6. Il simulacro di S. Lucia 7. L’urna di S. Corrado 8. La “Sfera” di R. F. 9. Nel feudo di Alfano 10. Il sole e la luna 11. L’egloga della Contea 12. I colori del carretto 13.“Ricamo” al collo degli ovini 14. Il cucchiaio dei maccheroni e altro 15. Dal caglio alla ricotta 16. Cavicchi forche e attrezzi vari 17. Il lino Middletown e “Chiave di legno” 18. Le “colombelle” del telaio 19. Spiritu i fasciddaru 20. Il vizio del tabacco. Parte seconda: L’uomo degli Iblei - L’uomo degli Iblei 1.“Binidizione ai Masare”; 2. U massà Turiddu Macionnu 3. La “chiarìa” del pecoraio 4. Il poeta degli uccelli 5.A chi fa meno - Note - Appendice 1976: Pani e dolci di Sicilia. Introduzione di Alberto Maria Cirese. Palermo, Sellerio Il libro è una vasta ricerca sul tema del rapporto fra alimentazione e cultura popolare. Il cibo (e il pane in part i c o l a re ) visto non solo in quanto nutrimento, ma soprattutto come segno e significante. Proprio per il suo valore essenziale per la storia dello sviluppo della civilizzazione umana, il cibo (Pani e dolci) si carica di significati simbolici che si relazionano ai grandi mitologemi della storia umana: il “Dramma vegetale e la mitologia delle divinità della morte e re s u rrezione”. Il cibo così si rapporta con le feste cristiane come un tempo si legava alle festività pagane. Come nota Cirese nell’introduzione: «Il pane - e non solo il pane - è stato o resta contemporaneamente alimento e segno, sussistenza e forma. La cosa si manifesta con prepotente evidenza quando si tratti dei prodotti cerimoniali o rituali, e cioè: quando il pane o i dolci sono modellati e confezionati in modo da serv i re anche (o soprattutto) a significare che è festa (...). In questi casi il valore di forma e la funzione di segno travalicano e quasi sopraffanno il valore di sussistenza e la funzione di alimento». Ritorna e si specifica ancora una volta l’interesse di Uccello per gli aspetti mitico rituali e le connessioni con le storie religiose precristiane: una tematica di grande sviluppo, che Uccello intraprende senza tuttavia ancora intravederne gli esiti possibili. Indice: (si riportano solo i titoli dei capitoletti) - Introduzione di A l b e rto Maria Cirese - Nota introduttiva - Miti e mitologia - La “ festa” dei mort i - Dal Natale al Capodanno 95 96 - La “cena” di S. Giuseppe - Pani e dolci della Pasqua - Santi patroni e protettori - Per Grazia ricevuta - Dolceria profana (Il libro si vale delle foto di Nino Privitera e di Melo Minnella) 1979: Il presepe popolare in Sicilia. Con appendici a cura di Anna Barricelli e Salvatore Enrico Failla. Palermo, Flaccovio Questa monografia, uscita nell’ultimo anno di vita di Uccello, è una vasta ricerca sul tema del presepe popolare e di quelle m a n i festazioni cerimoniali e art i s t i c o - musicali legate al Natale. L’ a u t o re vi affronta una tematica di grande interesse e sviluppi ulteriori: il mitologema e l’archetipo della nascita e del divino fanciullo. Quindi passa a trattare le diverse manifestazioni dell’arte del p resepe in Sicilia attraverso la storia dei vari materiali usati: la cera, l’argilla, il legno, l’avorio, il corallo, la cartapesta, la “telacolla”, evidenziando in particolare l’arte dei pasturara o fabbricanti di pastori. Indice: - Introduzione - Mitologema e archetipo del divino fanciullo - Dalla sacra rappresentazione natalizia alla costruzione del presepe - La ceroplastica presepiale - I “pastori” nell’arte figulina - Dalla scultura lignea alla tecnica mista - Invenzione e realtà nel presepe popolare Appendici - La scultura presepiale in Sicilia, a cura di Anna Barricelli - Il presepe in alcune espressioni della cultura popolare, a cura di Antonino Uccello - Canti e novene del Natale in Sicilia, a cura di Salvatore Enrico Failla 1980: Bovari pecorai e curatuli. Cultura casearia in Sicilia. Palazzolo Acreide, Associazione Amici della Casa museo Il libro uscì postumo curato dall’Associazione “Amici della Casa museo”. È l’ultima ricerca di Uccello, sul tema specifico della civiltà pastorale in Sicilia. La ricerca p a rte dagli Iblei, per spostarsi nelle regioni del Belice, dei Nebrodi, delle Madonie, dell’Etna e dei monti Erei. Indice: - Introduzione P a rte prima: Capitolo I: - Precedenti storici - Onomastica boaria - Formaggi e ricotta: il ciclo di lavorazione - La tosatura - Documenti 1 Capitolo II - Dall’Etna ai monti Erei - Documenti 2 Capitolo III - S. Ninfa: i pastori del Belice dopo il terremoto - Sulla pastorizia - Lavorazione del formaggio e della ricotta: informazioni varie Capitolo IV - Il caciocavallo nella Contea di Modica - Il caciocavallo - Documenti 3 Capitolo V - Dalle Madonie ai Nebrodi: i caciocavalli figurati - Documenti 4 P a rte seconda Capitolo I - Mandre alla mistrettese – Associazioni pastorali – Mandre a spese sapute e pel frutto - I pastori Capitolo II - La costituzione gerarchica fra i pastori Capitolo III - Il “mannariare” Capitolo IV - Annuario agrario per l’anno bisestile 1960 (…) Capitolo V: Frammenti di Autori classici sui pastori 1980: La casa di Icaro. Memorie dalla Casa museo di Palazzolo Acreide. A cura di Salvatore S. Nigro; prefazione di Carlo Muscetta; disegni originali di Bignotti, Canzoneri,Treccani, Zancanaro. Catania, Pellicanolibri (postumo) Si tratta delle memorie postume di Uccello, uscite a cura degli “Amici della Casa museo”. Opera struggente di un uomo piegato dal male incurabile, che consegna al mondo il proprio “messaggio in bottiglia”. Il libro fu curato da Salvatore S. Nigro e ha avuto una sorte editoriale poco consona alle sue qualità. LA RICERCA ETNOMUSICOLOGICA E LA PRODUZIONE DISCOGRAFICA La ricerca etnomusicologica di Uccello iniziò nel giugno-luglio 1960, quando lo studioso avviò una collaborazione con il Centro Nazionale Studi di Musica Popolare, costituito presso l’Accademia di Santa Cecilia di Roma, diretto dal maestro Giorgio Nataletti. Grazie alla collaborazione della Rai che rese disponibili le attrezzature per le registrazioni e i tecnici del suono, Uccello percorse in lungo e in largo la Sicilia raccogliendo un patrimonio sonoro di eccezionale rilevanza. Esso confluirà nelle raccolte nn. 54, 63, 66, 69, 74, 81, 85, 94, 99, 103 e125 (per un totale di ben 919 brani). Da queste raccolte, oggi depositate presso gli Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di S. Cecilia, Uccello ricavò il materiale per due dischi: Era Sicilia, Cetra, 1974; Canti popolari di carcere e mafia, Cetra, 1976. Il primo LP, di ottima fattura, presenta 21 brani musicali sia vocali sia strumentali. I brani seguono un ordine che è anche uno schema metodologico consueto per Uccello: la prima parte presenta i canti della tradizione popolare legati ad alcuni riti pagani come il Muzzuni di Alcara Li Fusi, alcuni canti di lavoro di salinari e di trebbiatori, una ninna nanna, una polka e un balletto; la seconda parte presenta i canti della tradizione religiosa cristiana popolare: quelli del Natale e della Pasqua. Il fine e la caratteristica della raccolta è precisato dallo stesso Uccello: “(...) i canti qui presentati non costituiscono dei documenti di senile balbuzie o di cupa afonia, destinati a polverosi archivi, ma sono la espressione vivace di un popolo nella pienezza del proprio vivere (...) canti rituali e di lavoro si alternano, così come nella realtà quotidiana, a momenti di intensa gioia e di amore e di danza. Seguono, presi nel giro di una liturgia, i canti di carattere religioso che hanno inizio col Natale. Attraverso due splendide polifonie della settimana santa, il ciclo si conclude con l’ultimo brano di una novena natalizia (…)”. BIBLIOGRAFIA (opere di poesia, opere monografiche e produzione discografica) 1940: Tristia. Noto 1957: Triale. Milano, Epi e Scheiwiller (All’Insegna del pesce d’oro) 1958: La notte d’Ascensione. Padova, Rebellato - riedizione, Canicattini Bagni, 2000 1958: Edda. 14 frammenti norreni con 14 litografie di G. L. Giovanola. Milano, Epi 1959: Ernesto Treccani incisore. Caltanissetta, S. Sciascia 1959: Canti del Val di Noto: poesia popolare siciliana. Milano,Vanni Scheiwiller (All’insegna del pesce d’oro) 1961: Risorgimento e società nei canti popolari siciliani. Fire n z e, Parenti - riedizione, con 17 tavole fuori testo e introduzione di Luigi Lombardi Satriani, Catania, Pellicanolibri 1978 1962: Poesie d’amore, Poesie brianzole, Racemi. In “Vetrina di poesia e arte”, 1962, II, 7-8 1965: Carcere e mafia nei canti popolari siciliani. Palermo, ed. librarie siciliane - riedizione, con introduzione di Luigi Lombardi Satriani, Bari, De Donato 1974 1967: Viola di parasceve. Sequenza in morte di un amico.Vico Equense 1967: Sulla porta ch i u s a. Milano, Scheiwiller (All’Insegna del pesce d’oro) 1967: 12 frammenti d’un amore. Palazzolo Acreide 1967: Salmo 1 per il Vietnam.Sciacca (poi Amsterdam, Christian Heeneman, 1968) 1967: Di Marzo. Sciacca, Bottega di Kronion 97 98 1968: 9 Poesie. Christian Heeneman,Amsterdam 1968: Pitture su vetro del popolo siciliano. Siracusa, EPT (catalogo della mostra) 1968: Va riazioni sul nudo. Palazzolo 1968: Janiattini: prose e poesie. Caltanissetta, Salvatore Sciascia; - riedizione, Milano, Sciardelli 1980; - riedizione, Siracusa, Ediprint 1987 1969: Del Mangiar Siracusano (a cura di A. Uccello). Siracusa, EPT - ristampa, Siracusa, EPT, 1979 1969: Otto cartelli dell’opera dei pupi. Siracusa (catalogo della mostra) 1970: Pupi e cartelloni dell’opra (catalogo della mostra) 1972: Paese di Sicilia. Milano, Scheiwiller 1 9 7 2: Folclore siciliano nella Casa museo di Palazzolo A c re i d e. Siracusa, Zangarastampa 1977: I fi s chietti di terracotta di una bottega calatina (catalogo della mostra) 1978: I pastori di terracotta di una bottega calatina (catalogo della mostra) BIBLIOGRAFIA DEGLI SCRITTI SU UCCELLO E LA CASA MUSEO 1979: Il presepe nella cultura vetra ria mu ranese (catalogo dell’ultima mostra di Uccello) 1980: Salvatore S. Nigro, Bibliografia degli scritti di Antonino Uccello, in La casa di Icaro. Memorie dalla Casa museo di Palazzolo Acreide, a cura di Salvatore S. Nigro (contiene una bibliografia, completa delle indicazioni su saggi, articoli e note critiche, di quanto scritto da Uccello; ad essa si rimanda per ogni eventuale ulteriore dettaglio sulla produzione dell’Autore) 1979: Il presepe popolare in Sicilia. Palermo, Flaccovio 1983: L. Lombardo, Note sulla Casa mu s e o, in “Studi Acrensi”, I, pp. 173-191 1980: Bov a ri pecorai e curatoli. Cultura casearia in Sicilia. Palazzolo,Associazione Amici della Casa museo (postumo) 1984: S. Burgaretta, L’eredità di Uccello, in “La Sicilia”, 26 Febbraio 1984 1978: Tessitura popolare in Sicilia (catalogo della mostra) 1978: I presepi in terracotta di un “pasturaru” acese (catalogo della mostra) 1980: La casa di Icaro. M e m o rie dalla Casa museo di Palazzolo Acreide, a cura di Salvatore S. Nigro, prefazione di Carlo Muscetta, disegni originali di Bignotti, Canzoneri,Treccani, Zancanaro. Catania, Pellicanolibri (postumo) 1987: G. Finocchiaro Chimirri, Antonino Uccello tra poesia e letteratura, Catania, CUECM 1973: Natale di cera nella Casa museo di Palazzolo Acreide. Palazzolo Acreide (catalogo della mostra) 1988: La roba della sposa e sistemazione museografica di alcune collezioni, c a t a l o go della mostra omonima (Palazzolo 18 settembre, 30 novembre 1988); spoglio del catalogo: V. Consolo, La trama della vita; A.Uccello, La roba della sposa tra ’800 e ’900; Lombardi Satriani, Un intellettuale periferi c o; S. Nigro, Proibito celebrare; R. Leone, M. Canzoneri, Nella Casa museo di Antonino Uccello; 1974: Un presepe contadino in legno (catalogo della mostra) 1990: L. Lombardo, Il custode della memoria, in: “La Siciliana Nuova”, I, pp. 4-5 1974: (disco LP) Era Sicilia. Cetra,Torino 1995: L. Lombardo, N. Blancato, R. Acquaviva, Antonino Uccello e la Casa museo, Palazzolo Acreide, Distretto Scolastico n. 55, introduzioni di G.Voza e L. Lombardi Satriani 1972: Paolo Sorrentino.Pisa 1973: La civiltà del legno in Sicilia. Catania, Cavallotto 1975: Trittico d’amore. Pisa 1976: Amore e matrimonio nella vita del popolo siciliano (catalogo della mostra) 1976: Pani e dolci di Sicilia. Palermo, Sellerio, Introduzione di A l b e rto M. Cirese 1976: (disco LP) Canti popolari di carcere e mafi a. Cetra,Torino 1995: Retablo siciliano ovvero i colori dell’epos, catalogo della mostra omonima (Palazzolo Acreide 23 dicembre, 21 gennaio 1996) 1996: L. Lombardo, La provincia di Siracusa e le sue tradizioni popolari, Siracusa, Zangarastampa 1999: Il volo degli aquiloni. La liturgia del gioco nei paesi del Siracusano,a cura di L. Lombardo, Palagonia, Accademia dei Palici 2000: L’estate dei Santi patroni: la festa di San Paolo a Palazzolo, Siracusa, Stampa grafica Saturnia 2000: Il volo degli aquiloni, atti del convegno di studi (Palazzolo Acreide, 18 dicembre 1999), in «Prospettive Siracusa», anno XVIII, n. 3, ottobre 2000 (a cura di Luigi Lombardo) 99 REFERENZE FOTOGRAFICHE Giuseppe Leone: pagg. 7, 11, 17, 20, 22, 23 a sinistra e al centro, 27 in basso a destra, 28 in basso, 29 in basso, 30, 31, 32, 34 in alto, 35 in alto a sinistra, 37, 38, 42, 43 a destra, 52 a sinistra, 58, 67 in alto, 68, 74, 75 in basso, 76 in basso, 77 a destra e in basso, 78, 82, 90, 91, 103 Nino Privitera: pagg. 12, 18, 21, 23 a destra, 24, 26 a sinistra, 27 in alto, 28 in alto, 29 in alto, 34 in basso, 36, 40, 46, 47 a sinistra, 49, 50, 52 a destra, 53, 54, 55, 59, 61, 62, 63 in alto e a destra, 64, 65, 66 a sinistra, 67 in basso, 70, 71, 72, 73, 76 in alto, 77 in alto a sinistra e al centro, 79, 80, 81, 83 Daniele Aliffi, Daniela Marino: pagg. 25, 26 a destra, 27 a sinistra, 33, 35 in alto a destra e in basso, 39, 43 a sinistra, 44, 45, 47 a destra, 48, 51, 56, 57, 60, 63 in basso a sinistra, 66 a destra, 69, 75 in alto 101 finito di stampare nel mese di ottobre 2001 da Zangara Stampa Siracusa