Dicembre 2014
Anno XI - Numero 2
GRUPPO ARCHEOLOGICO ‘SCAMPITELLA’
Organo di Informazione e di Cultura, di Archeologia in particolare
Vallata: località Serro Martino.
Coperchio a baule di tomba ascrivibile ad epoca imperiale.
Foto: Rocco De Paola.
Distribuzione gratuita
DELTA 3 Edizioni
pagina 2
Dicembre 2014
Gruppo Archeologico “Scampitella”
dei Gruppi Archeologici d’Italia
Sommario
Organo di Informazione e di Cultura,
di Archeologia in particolare.
Rivista semestrale
Cippo funerario di età imperiale torna alla luce.
di Rocco Di Paola .............................................................................
3
I viaggi e i viaggiatori nell’antichità
di Pietro Crivelli .............................................................................
5
6
Il ponte romano di “Piscone”
di Rocco Toto ..................................................................................
7
sito: www.calaggio.it
e-mail: [email protected]
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la Redazione ...................................................................................
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Redazione:
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83050 Scampitella (AV)
Don Armino, prete operaio
di Ottavio Di Spirito .......................................................................
prodotta dal
Gruppo Archeologico ‘Scampitella’
8
Redazione:
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Cusano Paolo
Lo Russo Euplio
Muscaritolo Giuseppe
Rauseo Michele
Simone Rocco
Toto Euplio
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Toto Rocco
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Dicembre 2014
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CIPPO FUNERARIO DI ETÀ IMPERIALE TORNA ALLA LUCE.
FORTUNOSAMENTE RECUPERATO DOPO OLTRE MEZZO SECOLO DI OBLIO.
di Rocco Di Paola
Studiato dall’arciprete don Arturo Saponara, che ne dava notizia in un opuscolo del 1957(1),il coperchio di
sarcofago a baule, rinvenuto in località Serro Martino, nei pressi del fiume Calaggio, non lungi dall’attuale
casello autostradale, era scomparso da oltre cinquanta anni, essendo stato murato, nel 1953, in una abitazione di
quella contrada e non più leggibile. Per un caso fortuito della sorte, il cippo funerario venne recuperato, una
decina di anni orsono, in seguito alla demolizione della vecchia dimora, e mi fu segnalato da Mauro Stanco. È in
uno stato di buona conservazione, ma la parte superiore dello specchio epigrafico, limitato da una tonda cornice
quadrangolare in rilievo, di circa 40 x 32 cm., è parzialmente erasa ed è di ardua lettura, mentre la restante parte è
di agevole comprensione. Inoltre, il cippo, della lunghezza di circa 1 m x 0, 50 h, appare mutilo sulle due
estremità, evidentemente in seguito a scalpellatura per adattarlo alla muratura cui fu destinato. L’epigrafe,
ricostituita con l’ausilio della luce radente e mediante il confronto con il testo riportato da Saponara,che all’epoca
vi leggeva meglio, presenta la seguente scritta:
D. M.
FONTEIO C.
RESIMO FON
TEIUS FIRMUS
P. (D?) F.G.F.
Ad un preliminare esame autoptico si nota una traccia di “ductus”solo nella prima riga, per cui il testo appare non
molto curato, in quanto le lettere risultano di differenti dimensioni e non allineate, di fattura abbastanza
(2)
grossolana. Esse sono non molto profonde anche se ben evidenziate e scolpite a sezione triangolare , come di
regola. Evidentemente il lapicida non doveva essere dotato di tecnica sopraffina. Tuttavia il documento ci
interessa non tanto per i suoi modesti pregi estetici, quanto per l’inestimabile valore storico. L’intestazione D. M.,
Dîs Manibus, agli Dei Mani, l’“adprecatio” alle anime dei trapassati, venerati come Numi tutelari della famiglia,
ci dà precise indicazioni sul periodo storico in cui il cippo sepolcrale fu realizzato. Esso è ascrivibile ad epoca
imperiale, in quanto la dedica agli Dei Mani, sotto forma di sigla, chiaramente di matrice pagana, “comincia ad
essere usata verso la metà del I secolo d. C. e si spegne alla fine del III o sulle soglie del IV secolo d.C.”(3). Un certo
Fonteius Firmus fece scolpire l’epitaffio in memoria di un omonimo Fonteius C. Resimus. Che i personaggi citati
fossero legati da vincolo di parentela è indubitabile, data l’affinità gentilizia dei due, appartenenti entrambi alla
“gens Fonteia”, una famiglia originaria di Tusculum(4),assurta a potenza tale da battere addirittura moneta,
privilegio, però, riconosciuto solo alla famiglia dei Capitone. Un rappresentante di quella “gens” fu Marco
Fonteio, conosciuto soprattutto per essere stato difeso, nel 69 a.C., da Cicerone con l’orazione “Pro
Fonteio”dall’accusa di concussione di cui si sarebbe reso colpevole quando era governatore della Gallia
Narbonense. Si ignora l’esito del processo. Altro e più noto Fonteio fu Gaio Fonteio Capitone, componente
dell’ambasceria che nel 37 a.C. si recò a Brindisi per incontrare Marco Antonio, per cercare di comporre la
controversia tra lui ed Ottaviano. Il viaggio da Roma a Brindisi, attraverso la via Appia, fino ad Aeclanum, e poi
forse per altra strada, è descritto da Orazio nella V satira del libro I dei Sermones. Il poeta definisce Fonteio
(5)
Capitone “ad unguem /factus homo Antonino ut magis alter amicus” , una persona davvero rifinita e quant’altri
12345-
Sac. Don Arturo Saponara, Vestigia di Roma in Vallata e nel suo territorio, Editrice “La Pergola”, Avellino 1957.
AemiliusHübner, Exempla scriptura e epigraphicae, ed. G. Reimer,Berlino, 1885, p. XXXI dei Prolegomena.
Giancarlo Susini, Epigrafia romana, ed. Jouvence, 1997, p. 101.
Dictionary of greek and roman biografy and mitolology, edited by W. Smith, London 1867, vol. 2.
Orazio, “Satire”, nell’edizione dei Grandi classici latini e greci, Fabbri Editori, 1995, p. 135.
continua alla pagina successiva
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mai amico di Antonio. Capitone fu legato del triumviro in Asia e consul suffectus” nel 33 a.C. Da queste poche
note emerge l’importanza della “gens Fonteia” che, nella nostra zona, contava altre presenze, come è attestato in
una analoga epigrafe,rinvenuta, nel secondo Ottocento, “nel mulino del sig. Lisi nel Torricello”, in agro di
(6)
Scampitella , che all’epoca faceva ancora parte del territorio di Trevico. Allo scopo si veda l’articolo di Rocco
Toto: “A Scampitella la vicina trevici villa” in PAGUS giugno 2007, pag. 4.
D.M.
FONteIO. MARC
.
ELLINO FONTE
.
.
ia IANUARIA FI
LIO .DULCISSI
.
MO B.M.F.
Il “nomen”Fonteius è segnato in diverse parti del Corpus inscriptionum latinarum(7), a riprova della presenza di
componenti di quella gens in diversi luoghi dell’Italia centrale e meridionale. La mancanza del “praenomen”di
Fonteius Firmus, nella nostra lapide, del resto estremamente avara di riferimenti, indurrebbe a supporre che si sia
trattato di un individuo di condizione servile, che, affrancato, avrebbe assunto come prenome il nomen del
padrone. Ma, d’altra parte, era consuetudine segnalare la trascorsa situazione in servitù con una “L” che stava per
(8)
“libertus” , per cui la questione rimane puramente ipotetica, in mancanza di riscontri oggettivi. È comunque
singolare che i due individui indicati sulla lapide, il defunto ed il dedicante, non presentino il medesimo
cognomen, che era un ulteriore elemento di distinzione, a meno che non si ammetta che Resimus e Firmus siano
dei soprannomi. Il defunto è designato nell’epigrafe come Resimus.
In latino“ dicitur denaribus deprexis, extremitate sursum reflexa”(9),in italiano camuso. Perché un simile
appellativo? Evidentemente esso è riferito a caratteristiche fisiche come, in analoghi casi,Balbus, Dentatus,
Barbatus, Crispus,Rufus ecc., che, divenuti ereditari, andavano a formare il cognomen della famiglia, quale
componente discriminante rispetto al gentilizio comune. Altra particolarità è rappresentata dalla “C” puntata tra il
presunto nomen Fonteius ed il presunto cognomen o gnome Resimus. Nei testi epigrafici era regola generale
scrivere il praenomen in modo abbreviato, essendovi scarsa possibilità di confusione, nonostante i prae nomina
fossero svariate decine. Durante l’Impero invalse l’uso di far precedere il praenomen al nomen, in deroga a
(10)
quanto stabiliva la “Lex Julia municipalis” . Si può verosimilmente congetturare che l’ignoto artigiano o, per
lui, il committente, seguendo il dettato della lex Julia, abbia interposto il prenome al nomen ed al cognomen.In tal
caso è possibile interpretare la C. come Caius, prenome abbastanza diffuso tra i Fontei. Il defunto, allora, si
(11)
sarebbe chiamato, Gaio Fonteio Camuso, secondo la regola generale concernente i nomi romani durante l’età
imperiale, per cui il praenomen precede il nomen e a questo seguono il cognomen e l’eventuale agnomen. Manca
(12)
il riferimento alla tribù di appartenenza, la Galeria, che comprendeva gli Hirpini , dopo la conclusione della
guerra sociale.
CIL, vol. IX, n° 1408. L’epigrafe venne segnalata al CIL dal canonico Andrea Calabrese nel 1875.
CIL, Indices voll. IX e X, prenomina, nomina, cognomina.
René Cagnat, Cours d’epigraphie, ed. E. Thorin, 1890, p. 80.
J. Facciolati - E. Forcellini, Totius latinitatis lexicon, volumen secundum, Londini, MDCCCXVIII, p. 416.
La “Lex Julia municipalis”, promulgata da Giulio Cesare nel 45 a.C., prescriveva: “censum agito eorumque (dei cittadini romani
delle colonie e dei municipi n.d.r.) nomina, praenomina, patres aut patronos, tribus, cognomina… accipito”. Cagnat, op. cit., p. 38.
11 - Quintiliano, Institutio oratoria, I, 7, 28: “nam et GaiusClitteranotatur”.
12 - Mario Pani, La distribuzione delle tribù in Apulia e Calabria dopo la Guerra sociale, Emeroteca Prov. Brindisi, s.d., p. 124.
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I VIAGGI E I VIAGGIATORI NELL’ANTICHITÀ
di Pietro Crivelli
... dal numero precedente...
Il poeta latino Orazio (sat. 1-5) ci ha lasciato un gustoso racconto di un suo viaggio da Roma a Brindisi, in compagnia
d’altri personaggi ragguardevoli, svoltosi per buona parte a piedi lungo la Via Appia. Il Poeta fa riferimento ad altri
viaggiatori altius ac nos praecinctis, vale a dire con le vesti tenute sollevate per camminare più speditamente e aggiunge
minus est gravis Appia tardis (la Via Appia è meno faticosa per chi cammina piano). Le strade appunto sono state e sono
tuttora un altro elemento, se vogliamo non assolutamente indispensabile, ma certamente di grande aiuto per gli
spostamenti, soprattutto li rendono più rapidi e regolari. Praticamente inesistenti in Grecia fino all’arrivo dei Romani,
furono uno dei punti di forza dell’impero. La mentalità concreta, tipica dei Romani, fece subito capire quanto fosse
importante potersi muovere nel modo più celere e su direttrici più sicure. Plinio il Vecchio (Naturalis Historia. ) afferma:
“1 Romani ebbero cura soprattutto di tre cose che invece trascurarono i Greci, costruire strade, acquedotti e le cloache nel
sottosuolo.” Infatti, all’espansione territoriale dei domini di Roma corrispose immediatamente il prolungamento e
l’ampliamento della rete stradale. Quando si pensa ai monumenti lasciati dai romani il pensiero va a quelli più
spettacolari, agli archi di trionfo, agli anfiteatri, agli impianti termali, quasi mai si pensa alle strade, a quella rete di circa
cinquantacinquemila miglia (miglio romano =1480 metri) di strade, equivalenti al doppio della circonferenza della terra
(40.000 km. all’Equatore). Certamente non furono i Romani ad inventare le strade, ma altrettanto sicuramente furono
loro a portarle ad un’efficienza mai raggiunta prima e superata solo in tempi moderni. Quelle che noi chiamiamo strade, i
romani le chiamavano viae. Il termine italiano “strada” (ma anche l’inglese street o il tedesco strasse) proviene dal latino
via strata, vale a dire la via pavimentata, lastricata, differente dalla via glarea che era la strada semplicemente inghiaiata.
E’ evidente che le prime, più costose, erano anche più resistenti mentre le altre, per usura o per avverse condizioni
climatiche, talvolta divenivano disagevoli. Da un frammento di Lucilio (Frg.97 ed. Krenkel) apprendiamo che un buon
tratto della Via Regio-Capuam era labosum et lutosum (scivoloso e fangoso). Anche Cicerone, riferendosi alla stessa via,
in una lettera inviata all’amico Attico dalle Nares Lucanae (nei pressi di Sicignano degli Alburni) il 27 marzo del 58 a.e.
avendogli annunciato in precedenza che si sarebbe recato a Vibo, gli chiede di raggiungerlo in quella località e
commenta: Iter esse molestum scio (so che il viaggio è fastidioso). Costruite all’inizio prevalentemente per motivi di
carattere militare, le vie romane divennero subito anche un potente mezzo di sviluppo economico e d’aggregazione fra le
varie popolazioni soggette a Roma o in ogni caso rientranti nella sua sfera d’influenza. Certamente fecero sentire l’Urbe
più vicina a tutti coloro che abitavano nelle zone più remote dell’impero. Esaminando il processo di romanizzazione dei
tanti paesi, molto differenti fra loro per cultura, costumi e mentalità non è possibile trascurare l’importanza che ha avuto
il sistema viario. Sulle strade di allora circolavano uomini e merci, ma anche idee e cultura. Per quanto riguarda i Romani
la costruzione delle strade fu una palestra straordinaria per acquisire nuove conoscenze tecniche, dall’elementare
movimento di terra alla diversa composizione del suolo, dal traforo dei monti alla costruzione dei ponti. Di questi ultimi
si è calcolato che ne fossero stati costruiti più di duemila di cui più di un quarto sono ancora in uso. Il territorio
notevolmente accidentato della Grecia fu una delle cause dell’isolamento delle città che si svilupparono ciascuna
autonomamente, spesso in contrasto accanito fra loro, per questo l’idea di una rete stradale che facilitasse le
comunicazioni era per lo meno estranea alla mentalità degli abitanti quando non decisamente avversata sia dai cittadini e
sia dai reggitori delle polis. Al più esistettero delle piste formatesi con il passaggio dei viandanti da un punto obbligato,
come valichi tra le montagne o guadi di fiumi, al successivo. Alcuni brevi tratti di strada furono costruiti per raggiungere i
luoghi di culto e vi fu anche una strada che congiungeva Atene al Pireo. Nient’altro. Le cose cambiarono in parte, quando,
in epoca ellenistica, si formarono diversi grandi stati che si estendevano nell’entroterra e per questo si rese indispensabile
la formazione di una rete stradale, mai comunque così curata e organizzata come quella delle vie romane. Le strade
lunghe e ben attrezzate, alla maniera di quelle romane o come la grande strada del regno persiano o anche quella lungo la
Cordigliera Andina dell’impero Inca, sono la conseguenza di un forte potere centrale che vuole far sentire la sua presenza
e la sua autorità fino ai confini estremi dello stato. Per contro si vedrà che, con il declino dell’Impero Romano e il
disgregamento dell’autorità imperiale, anche le strade saranno progressivamente abbandonate e trascurate. Alcune
finiranno per scomparire dal momento che la necessità del collegamento con l’antico centro politico ed amministrativo
dell’impero è diventata meno importante, mentre è cresciuta quella con altri centri locali di potere, politico od
economico, i quali però molto spesso non hanno l’interesse o la forza finanziaria e la mentalità nonché l’organizzazione
economica e burocratica necessarie per creare una nuova adeguata rete stradale, tanto più che in quel periodo i confini tra
le varie realtà politiche sono diventati incerti e fluttuanti. Si allargano o si restringono contestualmente alle alleanze
nonché all’aumentata o diminuita forza militare e commerciale delle varie città o signorie. Un timido tentativo di
salvaguardare le antiche vie consolari fu attuato in periodo carolingio, in realtà valse a proteggere soprattutto quelle
strade che erano percorse da correnti dirette ai luoghi di pellegrinaggio.
continua sul prossimo numero
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Dicembre 2014
DON ARMINIO, PRETE OPERAIO
di Ottavio Di Spirito
A distanza di pochi mesi dal trapasso da questo mondo alla Casa del Padre, sentiamo il dovere nonché il piacere di rendere omaggio alla memoria del caro nostro parroco Don Arminio per l’instancabile opera pastorale, educativa e sociale svolta nell’ambito della comunità parrocchiale di Scampitella. Come tutti sanno, nel pomeriggio di domenica
22 giugno scorso, ricorrenza del Corpus Domini, reduce, egli,
dall’ospedale per un malore, dal quale sembrava essersi rapidamente ripreso, deciso a non mancare, secondo appuntamento, al solenne rito in
onore del Corpo del Signore, mentre si apprestava ad uscire di casa per
tale evento, un ictus fulminante lo precipitò in un coma profondo. Dopo alcuni giorni di trepida attesa, fiduciosi, analogamente a qualche
giorno prima, in un’auspicabile ripresa di coscienza, come un fulmine
a ciel sereno, giunse la notizia della sua morte, destando cordoglio e
sgomento in tutta la nostra comunità. Al funerale, celebrato in forma solenne da tre sacerdoti, alla presenza di autorità civili e religiose ed un
folto gruppo di confratelli nel sacerdozio convenuti da diverse diocesi,
una folla commossa di fedeli gremiva la chiesa fin sul sagrado e
l’ampia piazza piena soprattutto di giovani di ambo i sessi, in raccolto
silenzio. Don Arminio Corbo o, come, con leggera variante, quasi tutti
chiamavano “Don Erminio”, era nato a Monteverde, piccolo comune
ai confini di Puglia e Basilicata, da numerosa famiglia contadina che,
con duri sacrifici, lo aveva mantenuto agli studi fino al traguardo del sublime carisma del ministero sacerdotale. Dopo aver frequentato un corso di teologia a Roma e una breve missione pastorale tra i nostri migrati
in Germania, agli inizi degli anni ’70, era giunto tra noi dalla diocesi di
S. Angelo dei Lombardi, prima come sostituto, poi come parroco effettivo. Il giovane parroco fu bene accolto dalla nostra comunità, ma in un
contesto sociale che, sebbene ristretto, aveva ormai dimenticato i rigidi
Foto: Michele Rauseo
costumi tradizionali e stava ormai avviandosi sulla strada della secolarizzazione, del relativismo morale e spirituale, la diffusione di una sorta di panteismo materialistico e la proliferazione di sette pseudo religiose e anticattoliche. D’altra parte, avrebbe potuto traslocare in qualche sede più allettante, ma non volle farlo. Preferì restare in mezzo a noi come umile parroco
di campagna vita natural durante, perché nella gente di Scampitella vedeva la gente della sua Monteverde, due popoli di carattere affine, di tradizione contadina e operaia, dalle stesse usanze e abitudini di vita, parlanti lo stesso dialetto, immersi in un paesaggio aspro e, a tratti, ameno, così come le caratteristiche climatiche e la viabilità. Con i tempi
che corrono, la vita del sacerdote, soprattutto se responsabili di una parrocchia, come la nostra, priva di un consiglio
pastorale e di una costante collaborazione esterna, si ridurrà ad una corsa frenetica da una parrocchia all’altra, da un
convegno all’altro, da un’incombenza all’altra fino allo sfinimento. Nel caso specifico, poi, del nostro compianto
Don Arminio, c’è da aggiungere la fatica fisica consistente in lunghe giornate di lavoro manuale, maneggiando piccone, pala, martello, cazzuola, carriola. Tanto lavoro e sudore spesi nella speranza di condurre a termine i lavori attorno alla chiesa del post- terremoto con annessi la casa canonica e l’oratorio. Concludo citando un piccolo episodio
a dir poco inquietante, che provocò in me un moto di commozione. In una calda domenica mattina di qualche anno
fa, uscendo dalla chiesa dopo la celebrazione eucaristica, mi vidi sorpassare in tutta fretta da Don Arminio che, senza smettere i paramenti sacri, si infilò nella sua vecchia utilitaria per andare a dir messa ad Anzano, in sostituzione
del confratello di quella parrocchia. Scorsi in un attimo che grondava sudore fin sulla schiena e aveva la faccia stravolta dallo stress. Sembrava un uomo sul punto di crollare. Povero Don Arminio! Avresti voluto condurre a termine
le opere intraprese, ma il tempo tiranno e la malattia non te l’anno consentito. Ma ti conforta e ci conforta la certezza
che la tua giornata di lavoro nella vigna del Signore è stata piena, fino all’ultima ora. Confidiamo nella speranza di ritrovarci un giorno lassù, nel Regno del Padre nostro.
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IL PONTE ROMANO DI “ PISCONE”
di Rocco Toto
La ricerca
“Piscone”, termine dialettale che sta ad indicare un grosso masso o una grande roccia affiorante. Così è definita la zona a nordest di Grottaminarda e ad ovest di Flumeri attraversata dal fiume Ufita prospiciente il sito archeologico di Fioccaglia. Un primo
tentativo effettuato nell’ottobre del 2010 dallo scrivente e da Michele Auciello , al solo scopo di individuare la zona, si rilevò
infruttuoso per la vastità del territorio. Fu necessario escogitare una nuova strategia e decidemmo di avvicinare una persona del
posto, che conoscesse bene il territorio e che ci facesse da guida. Individuato l’esperto, nella persona di Liberato Grasso, molto
socievole , franco e disponibile, assieme decidemmo di fissare una nuova ricognizione, e si sperava decisiva, per l’aprile 2011.
Dopo varie telefonate con Liberato, fu deciso di ritornare sul posto il 18 aprile e di avviare le ricerche del ponte dalla riva
sinistra del fiume e cioè dalla parte territoriale di Grottaminarda. Partiti di buon mattino con Liberato, Auciello, Rocco Simone
e lo scrivente, verso le ore 9:00 già eravamo sul posto. L’attesa era spasmodica, l’ansia aumentava sempre di più; con queste
sensazioni iniziammo la perlustrazione. Percorremmo oltre un chilometro a piedi sulla riva sinistra e dopo varie incursioni,
proprio sul letto del fiume, del ponte nessuna traccia! Sembrava che il manufatto si fosse volatilizzato e un senso di scoramento
iniziava a far capolino nei nostri cuori anche perché le difficoltà erano sicuramente notevoli, perché la zona di rispetto del
fiume, in alcuni punti di oltre 50 m, presentava una vegetazione fitta e un sottobosco non facilmente superabile. Mentre questi
pensieri percorrevano le nostre menti, fummo sorpresi da una pioggerellina sottile ma insistente e fu gioco forza rinviare la
ricerca ad altra data. Nel ritornare all’abitazione di Liberato, residente proprio sul confine del sito di Fioccaglia, si decise di
effettuare una nuova perlustrazione alla fine di Agosto, a mietitura del grano avvenuta. Nella stessa occasione si decise, su
consiglio della guida, di riprendere le operazioni di ricerca dalla riva destra del fiume, cioè dalla parte ovest di Flumeri. Fu
molto difficoltoso organizzare una nuova esplorazione perché Liberato era impegnato nei lavori dei campi e anche perché la
mietitura del grano, rispetto a Scampitella, è un po’ ritardata. Dopo svariati contatti finalmente si decise di riprendere la caccia
al ponte l’11 settembre 2012. La comitiva era leggermente cambiata perché Simone e Auciello erano impegnati. Al loro posto
Michele Rauseo, segretario del G.A. “Scampitella”, esperto fotografo e soprattutto cacciatore, quindi dal fiuto notevole per
scovare le prede e l’amico Francesco Pagliarulo, artista. Alle ore 15:30 ci trovammo da Liberato, che si fece trovare pronto con
la sua moto agricola, perché si dovevano percorrere circa quattro - cinque Km di campagna prima di giungere sulla riva destra
del fiume. Alle ore 16:00 eravamo nei pressi del corso d’acqua, con il desiderio sfrenato di individuare il ponte; un pomeriggio
di splendido sole, proprio una giornata ideale per perlustrare la zona. Liberato precedeva la comitiva mentre lo scrivente e
Michele assumevano le funzioni di Thomas Ashby e Robert Gardner. Capimmo subito che la riva destra era più difficoltosa
della sinistra, perché il sottobosco era costituito per gran parte da rovi secchi, acacie e spine di ogni genere, ammassate le une
sulle altre, e quindi quasi impenetrabile. Dopo due - tre tentativi inutili, la guida si era arresa e voleva tornare indietro; su mia
insistenza e persuasione si decise di continuare ancora un po’. Mentre si patteggiava, un improvviso urlo alla Tarzan scosse la
quiete del posto: “l’ho trovato! l’ho trovato!” Era Michele, che mentre si discuteva sul da farsi si era allontanato, seguendo
l’istinto del cacciatore, ed aveva individuato i primi pezzi. Guidati da Michele, giunti sul letto del fiume, ci trovammo di fronte
a due - tre pezzi di manifattura medioevale che costituivano il parapetto del ponte. Mentre Michele scattava le foto, notammo a
un centinaio di metri più a sud, sulla riva sinistra un grosso masso, che da lontano era indecifrabile. E quello! É quello! Esclamò
Liberato. Come fare per raggiungerlo? Si decise, di comune accordo, di far ritorno al punto di partenza e posizionarci di fronte
agli imponenti resti. Come arrivarci? Il fiume non era percorribile perché proprio sotto i piloni si era formato un grande lago.
Dovevamo, obtorto collo, penetrare passando sui rovi secchi e spine; l’avvicinamento alla riva fu una sofferenza per le
inevitabili punture di spine e rovi; alla fine eravamo sfigurati e grondanti di sangue ma felici, perché avevamo raggiunto lo
scopo: eravamo sui resti del ponte! Che bello! Che gioia! Che sensazioni particolari: il luogo improvvisamente sembrava avere
un senso di mistico, di misterioso, sembrava sentire la marcia delle Legioni Romane che attraversavano il ponte per
raggiungere Fioccaglia e di lì in Apulia! Abbiamo anche immaginato l’esercito di Carlo I d’Angiò che nel 1272 si recava a
Manfredonia. Ripresoci dall’assortimento mistico ci siamo trovati di fronte ad imponenti resti dai 10 m di lunghezza ai cinque
di larghezza e tutti collocati sulla riva sinistra. Quello che più ci ha colpiti è che i resti si trovavano distribuiti equamente tra la
riva destra e quella sinistra, quasi come se nei secoli passati, un’enorme piena d’acqua avesse fatto saltare il ponte distribuendo
i pezzi su entrambe le rive. Tra grandi e piccoli pezzi ne abbiamo contati una quindicina, salvo alcuni rimasti coperti dalla fitta
boscaglia. Dopo aver scattato centinaia di foto, verso le 17:30 il cielo improvvisamente si fece scuro e cominciarono a cadere le
prime gocce di pioggia, che ci costrinsero ad abbandonare il luogo e riprendere la via del ritorno, con la motozappa di Liberato.
Appena partiti Giove pluvio scatenò un temporale pauroso che allagò tratturi e campagne. Tutta l’acqua si posò sulle nostre
persone, perché sprovvisti di ombrelli e di altri ripari; giungemmo alla casa di Liberato fradici d’acqua ma felici, perché
avevamo raggiunto lo scopo dopo anni di sacrifici.
continua alla pagina successiva
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PRESTIGIOSO RICONOSCIMENTO
AL CONTERRANEO PROF. LUIGI DE PAOLA
la Redazione
Il giovane poeta di Vallata, prof. Luigi De Paola, ha recentemente ottenuto il II premio per la poesia al Concorso per l’Inedito 2014 di rilevanza nazionale. La cerimonia della premiazione si è svolta il 20 settembre
u.s. al Teatro Comunale di Lacedonia alla presenza di un folto pubblico
e di autorità locali, provinciali e regionali. Al Concorso hanno partecipato autori provenienti da tutta l’Italia. Luigi De Paola, poeta già affermato, è autore di una pregevole opera prima dal titolo emblematico
“Specchi e parole”. La seconda raccolta poetica, intitolata “Molteplici
immagini”, è di imminente pubblicazione . Le sue poesie sono ricche
di una evidente musicalità, che diventa fedele espressione della sua voce interiore. Al brillante scrittore, che onora la nostra Irpinia, le più vive felicitazioni della redazione di Pagus e gli auguri fervidi di nuove e
più importanti affermazioni.
Un momento della Cerimonia della Premiazione.
Lettura delle motivazioni dell’assegnazione
del II Premio per la Poesia a Luigi De Paola.
... dalla pagina precedente...
L’importanza storica
L’importanza del ponte, I sec. a.C., è straordinaria, perché serviva a collegare Aeclanum con Fioccaglia e da qui in Puglia. Il
traffico dell’epoca proveniente da Capua e Benevento, sia umano che in merce, guadava il Calore servendosi del ponte Rotto o
Appiano in località Morroni (Apice) per raggiungere la cittadina di Aeclanum. Da quest’ultima proseguiva per Grottaminarda,
testimoniato anche da recenti scavi, curati dalla dott.ssa Alessandra Lo Pilato, avvenuti in Aeclanum, pubblicati in Mons.
Nicola Gambino, Delta 3 ed., p. 62, in cui si afferma; “è stato rinvenuto durante i lavori un lungo tratto circa 50 m - di un asse
viario glareato, dell’ampiezza di 5 m e con tracce di carrus; il tracciato, forse l’inizio della Herdonitana, oggi è sostituito da un
tratturo interpoderale.” Questa strada a parere dello scrivente, era sicuramente l’Herdonitana, che scavalcava l’Ufita, fiume dal
percorso serpentino e dall’ acqua serpiginosa, proprio grazie al ponte individuato per poter giungere a Fioccaglia, allora centro
romano e snodo per l’Apulia. Nel I sec. d.C., la strada non era ancora pubblica e per indicarla si faceva ricorso a delle
circumlocuzioni come,...”.euntibus in Apuliam” (per coloro che si recano in Puglia), oppure... “in via ducente Herdonias” (che
conduce ad Ordona). Con Antonino Pio, 138 d.C., divenuta pubblica viene lastricata per tutte le 44 miglia. Un breve tratto di via
lastricata fu rinvenuto durante gli scavi di Fioccaglia, con orientamento ovest-est. Nel 1875, Mommsen, colosso dell’epigrafia
mondiale, aveva esplorato il nostro territorio a dorso d’asino accompagnato dal suo referente territoriale Don Andrea Calabrese
di Trevico, in un certo senso riconosce l’importanza e l’esistenza della via Herdonitana, perché in (C.I.L. IX 601, 6071)
afferma: “pergentem ab Herdoniis Aeclanum”. Anche l’illustre studioso e conoscitore del nostro territorio, WERNER
JOHANNOWSKY, in un saggio pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno in data 6.1.2010, sostiene che a “Fioccaglia di
Flumeri su di un pianoro dominante la confluenza dell’Ufita con la Fiumarella c’era una strada che portava ad Ordona, l’antica
“HERDONIA”, seguendo il corso della Fiumarella… “È uno dei tre ponti menzionati dai testi medioevali e dalla Cangemi, di
cui il re Carlo I d’Angiò, il 30 gennaio del 1270 ne ordinò la riparazione scrivendo da Capua al Giustiziere del Principato e della
Terra Beneventana, vedi Carlo Carucci, vol I sec. XIII L.C.D.S. Lo stesso sovrano due anni dopo, nel1272, si serviva del ponte
e dell’Herdonitana per far rientro da Manfredonia facendo tappa o sosta ad Ascoli Satriano (FG), S. Pietro d’Olivola
(Principato Ultra) e infine a Grottaminarda, prima di far ritorno a Benevento. L’Herdonitana fu quasi sicuramente utilizzata dai
dignitari di Aeclanum per far visita alla Villa Romana di Cicala, in Migliano (Scampitella) e alle relative fosse granarie
utilizzate come depositi di derrate agricole per foraggiare l’esercito Romano, che operava tra la Campania meridionale e la
Puglia settentrionale. La strada durante il Medioevo e per tutta la feudalità divenne la via del grano in quanto per l’ex
Herdonitana passava tutta la massa cerealicola proveniente dalla Puglia per costituire le scorte della Regia corte e per sfamare i
sudditi della città di Napoli; le innumerevoli taverne , centri religiosi sorti su questa antica arteria, i cinque Miliari fin’ora
scoperti e soprattutto l’epigrafe della taverna la Storta ne è la conferma. Gli altri due ponti di cui D’Angiò ne aveva ordinata la
riparazione e il rafforzamento erano l’Appiano sul Calore e quello in laterizi dei Lagni di Flumeri (AV) sulla Fiumarella nella
proprietà di Capilato Antonio, pubblicato sul numero di “Pagus” del dic. 2011.
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PAGUS - Calaggio Sannio Irpino