ANNO XIX - N. 1
GENNAIO 2014
LA NUOVA FENICE
Tarì 2 (D 0,50)
GIORNATA DELLA PREVENZIONE
CARDIOVASCOLARE A MONREALE
omenica 22 dicembre a
Monreale la croce costantiniana onlus di Sicilia e la delegazione Sicilia
del Sacro Militare Ordine Costantiniano di S. Giorgio, con il
patrocinio a titolo gratuito dell’Arcidiocesi e del comune di
Monreale, hanno organizzato la
giornata della prevenzione cardiovascolare. Hanno inaugurato la manifestazione S.E. Rev.ma
Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale e Priore costantiniano per la Sicilia, il sindaco di Monreale avv. Filippo
Di Matteo e l’assessore alla cultura Lia Giangreco, che si sono
sottoposti per primi alle visite
mediche.
D
Sono state eseguite circa un
centinaio di visite ai passanti
che oltre aver avuto misurato i
valori pressori e la percentuale
di saturazione dell’ossigeno,
hanno ricevuto un opuscolo
con consigli alimentari per la
prevenzione dei danni cardiovascolari. Le visite sono state
effettuate dal dott. Francesco
Paolo Guarneri, cavaliere costantiniano. Presenti il delegato vicario per la Sicilia dott.
Antonio di Janni e il dott.
Francesco D’Alba presidente
della croce costantiniana onlus
di Sicilia con i volontari Gabriella Galluccio e Giuseppe
Messineo. Presenti anche i cavalieri Vincenzo Nuccio e Piero Macaluso.
Francesco Paolo Guarneri
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LA NUOVA FENICE
IN NATIVITATE DOMINI
sposizione di libri antichi
nei locali della biblioteca
storica Santa Maria La
Nuova dal 6 al 20 Dicembre
Splendide miniature ed incisioni
tratti da 19 esemplari fra libri a
stampa e manoscritti della Biblioteca Comunale di Monreale,
introducono il visitatore nell’atmosfera caratteristica dell’Avvento.
Un percorso bibliografico che
procede dal XV al XVIII secolo
coronato da un bellissimo dipinto del XV
E
L’esposizione è rivolta a tutti
con visite guidate volte a valorizzare il patrimonio bibliografico posseduto.
La mostra è stata inaugurata
dal sindaco avv. Filippo Di Matteo e dall’assessore alla cultura
Lia Giangreco. Il Prof. Antonino Salvino ha introdotto i lavori. La Prof.ssa Ignazia Ferraro, curatrice della mostra, ha
condotto i visitatori, dopo la
conferenza, nei saloni della
splendida biblioteca.
Antonio di Janni
COMPRA SUD.
SUD È MEGLIO!
Quando facciamo la spesa, leggiamo le etichette e
compriamo solo prodotti meridionali.
Difendiamo così la nostra economia e la nostra cultura.
Combattiamo concretamente la disoccupazione del Sud!
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LA NUOVA FENICE
BEFANA COSTANTINIANA A PALERMO
ome consuetudine anche
quest’anno la delegazione
costantiniana di Sicilia
ha organizzato una befana costantiniana con la consegna di 130
calze piene di dolciumi e di 130
doni ai bambini poveri delle parrocchie del centro storico. La
befana è stata interpretata dalla Signora Giovanna Galli che, assistita dai cavalieri costantiniani,
Antonio di Janni, Gasperino
Como, Carmelo Sammarco, Salvatore Romano, Gaetano Giarrusso, Fabrizio Ippoliti, Vincenzo
Nuccio, ha distribuito i doni nelle parrocchie di S. Nicolò da Tolentino dopo la S. Messa per
dell’Epifaia celebrata da Mons.
Salvatore Grimaldi, cappellano
costantiniano, al mattino e nel pomeriggio nei saloni della parrocchia di S. Francesco di Paola. Qui
i cavalieri e la befana sono stati
accolti dal parroco Padre Saverio
Cento, da Padre Giorgio Terrasi
e da fra’ Antonio Porretta, tutti
cappellani costantiniani.
Giuseppe di Janni
C
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LA NUOVA FENICE
I CAVALIERI COSTANTINIANI
ALLA FESTA DI SANTA CATERINA
A PATERNÒ
a Venerabile Confraternita di Santa Caterina
d’Alessandria di Paternò –
congregazione laicale sorta nel
1574 – ha festeggiato giorno 25
novembre, nella propria chiesa,
la Gloriosa Santa Patrona. Su invito del governatore della confraternita Dott. Gaetano Campisano,
una rappresentanza del gruppo
catanese dei cavalieri costantiniani ha partecipato ai solenni festeggiamenti.
La celebrazione eucaristica officiata dal Rev. Canonico Anto-
L
nino Pennisi, padre spirituale
dell’antico sodalizio, si è svolta
in un clima di raccoglimento e
di pia devozione. La chiesa era
gremita da fedeli e da vari componenti dell’associazionismo e
del volontariato; presente anche il sindaco di Paternò Dott.
Mauro Mangano.
I cavalieri che hanno preso parte alla liturgia sono Marcello
Cantone, Domenico Arcoria,
Gaetano Distefano e Antonio
Amato.
Giuseppe di Janni
Caravaggio: Santa Caterina d’Alessandria
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LA NUOVA FENICE
NATALE ALL’OSPIZIO
on sapremo mai quanto
bene può fare un semplice sorriso. Così amava ripetere Madre Teresa di Calcutta
e così è stato nel corso della
mattinata trascorsa tra le ospiti
nella casa di riposo Mons. Benedetto Balsamo di Monreale dai
Cavalieri Gaetano Giarrusso, Fabrizio Ippoliti, Vincenzo Nuccio,
Claudio Ragusa, Salvo Romano,
Carmelo Sammarco del Sacro
Militare Ordine Costantiniano di
San Giorgio che unitamente al
proprio delegato Vicario Cavaliere di Gran Croce di Grazia Antonio di Janni, all’Arcivescovo e
Priore per la Sicilia S.E. Rev.ma
Mons. Michele Pennisi, al Sindaco della cittadina normanna Avv.
Filippo Di Matteo, all’Assessore
alla Cultura Lia Giangreco hanno servito ed hanno condiviso il
N
pranzo di Natale offerto proprio
dall’Ordine Costantiniano, a base
di pesce secondo la tradizione.
Sicuramente aleggiava nell’aria
l’espressione del compianto
Gran Priore S. Em.za Rev.ma
Cardinale Mario Francesco
Pompedda “ Bisogna essere prima di apparire”, perché l’ascoltare le storie delle ospiti, condividere le loro emozioni, qualora
ce ne fosse stato bisogno, hanno
confermato che l’amore si dimostra con le azioni.
Il pranzo è stato preceduto dalla
lettura di un brano del Vangelo e
dalla recita dell’Angelus.
Il sorriso è stato il protagonista
della giornata. E’ risultato contagioso anche per il personale che
quotidianamente opera nella
struttura e tramite queste righe
l’Ordine Costantiniano vuole
ringraziare le signore Lo Biundo
Teresa, Nicolosi Maria, Micalizzi Caterina, Turdo Giusy, Catalano Caterina, Cavolo Caterina,
Giangrande Diana, Vilardi Angela, Venturella Tiziana, Governali Antonia, Lanza Rosalinda e
l’ottimo cuoco Mario Dragotto.
Al contributo materiale dell’Ordine è corrisposto il contributo
umano delle ospiti e del personale che hanno aiutato a vivere
un Natale d’amore e sorridente.
Vincenzo Nuccio
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LA NUOVA FENICE
WAGNER A PALERMO
gli inizi di novembre del
1881 Richard Wagner
giunge a Palermo con la
seconda moglie Cosima Listz e
con i figli. Ormai sessantottenne,
il maestro di Lipsia è al culmine
della sua celebrità: ha composto
e rappresentato le opere che lo
hanno reso famoso, specie la tetralogia dell’Anello del Nibelungo ed ha realizzato il suo sogno di avere un teatro tutto suo,
sin dalla concezione architettonica comprendente il “golfo mistico” per l’orchestra, nel quale
rappresentare le sue opere i cui libretti, come è noto, sono anch’essi scritti da lui, in armonia con la
sua concezione dell’artista totale nel quale si identifica. Il suo
teatro è sorto a Bayreuth, dove
dopo un lungo vagabondare si è
stabilito (e dove tuttora si svolge il Festival wagneriano). Ma la
sua salute, anche per l’avanzare
degli anni, non è più buona, ed è
questo il motivo per cui, su consiglio dei medici, ha deciso di
passare l’inverno in Sicilia.
Prende alloggio, in un primo
tempo nell’ Hotel delle Palme,
A
che in seguito lascerà per contrasti con il proprietario. Di Palermo apprezza la mitezza del
clima e si entusiasma della cattedrale nella quale è sepolto Federico II, ma soprattutto dei mosaici del Duomo di Monreale.
Il suo soggiorno a Palermo, dove si tratterà fino al marzo del
1882, sarà un periodo significativo e fecondo per la sua arte:
qui infatti comporrà il terzo e
ultimo atto del suo estremo, mistico capolavoro, il Parsifal
(l’impronta “italiana” di quest’opera emerge peraltro nella
scena del secondo atto che si
svolge nel giardino di Klingsor,
ispirato al musicista da Villa
Rufolo di Ravello, da lui visitata nel 1880).
All’ultima parte del periodo palermitano appartiene anche il
ritratto che del Maestro dipinse,
in un solo giorno, Renoir. Frequenta la nobiltà palermitana
(la figlia Blandine si sposerà
con il Conte Gravina, cadetto
dei principi di Rammacca) e si
trasferisce nella villa Porrazzi
dei Gangi, oggi non più esisten-
Wagner: Kundry nel giardino di Klingsor
te perché distrutta dai bombardamenti; va spesso a passeggiare nella vicina villa Tasca e su
insistente richiesta degli ospiti
si esibisce al pianoforte.
Mi sia consentito a questo proposito di inserire brevemente
una vicenda personale: a Villa
Tasca recuperai, in un magazzino, un pianoforte a coda, che riportai (perché lì era stato in
precedenza) nella residenza cittadina dei principi di Camporeale, sede del Commissariato
dello Stato per la Regione Siciliana cui ero preposto. Come
mi fu detto dai proprietari, lo
strumento era stato suonato da
Liszt nella sua tournée a Palermo, ma mi piace pensare - e
non è improbabile - che fosse lo
stesso sul quale si era esibito
Wagner. Il pianoforte era in
pessimo stato: lo feci restaurare
e “inaugurare” con un concerto che feci tenere per le autorità; poi io stesso, con grande “timore e tremore” mi azzardai,
nonostante le mie davvero rudimentali capacità, a mettere le
mani su quella veneranda ta-
Wagner: Renoir
stiera, per suonare qualcosa di
quando in quando.
Wagner morirà a Venezia l’anno seguente, ma Palermo non
lo dimenticherà: anzi, diverrà
una delle roccaforti del wagnerismo. Cosa abbia generato
questo atteggiamento può essere riportato a più cause: al soggiorno, intenso e ricco di relazioni “altolocate”, che vi fece
il Maestro; a un desiderio di
schierarsi con la corrente “progressista” della musica lirica
per evitare l’accusa di provincialismo; ma soprattutto, a mio
avviso, in contrapposizione
con i partigiani di Verdi, icona
della non troppo amata unità
d’Italia da parte di chi, insieme
ai privilegi di pochi, aveva visto svilire e tramontare la propria storia e la propria civiltà: e
ciò, nonostante che Verdi, con
la Grand Opera I Vespri Siciliani, fosse stato, lui emiliano,
cantore della Sicilia più di
quanto lo furono i pur grandi
musicisti dell’Isola (che non
impararono la lezione, perché
la seconda opera “siciliana” fu
la Cavalleria Rusticana del toscano Mascagni).
Potrebbe dirsi, in senso un po’
diverso da quello usuale: Nemo
propheta in patria.
Gianfranco Romagnoli
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LA NUOVA FENICE
Formazione alla fede e alla vita cristiana/14
A cura di Mons. Gaetano Tulipano
già Direttore della Scuola Teologica “S. Luca Evangelista” della Arcidiocesi di Palermo
LA CREAZIONE DELL’UOMO
0. Premessa
Abbiamo trattato fino adesso la
creazione da parte di Dio, del
Padre onnipotente “di tutte le
cose invisibili”, di quelle creature appartenenti al mondo spirituale che la Sacra Scrittura ci
ha fatto conoscere e cioè degli
angeli e dell’esercito demoniaco. Dopo la creazione delle cose invisibili, Dio creò “ le cose
visibili” al culmine delle quali
c’è l’uomo. Pertanto adesso
ascolteremo la Sacra Scrittura
per ricevere la rivelazione della
creazione dell’uomo, di chi nel
mondo visibile “occupa un posto unico” (CCC 355).
1. la Creazione di adamo
In ogni essere umano a un certo
momento della sua esistenza
sorge il desiderio di sapere chi
è, qual è la sua origine, che senso ha la sua esistenza e verso
dove va, qual è la sua fine. Domande alle quali hanno cercate
di dare una risposta le religione,
le filosofie e la scienza. Domande alle quali il credente trova risposta vera, certa e sicura unicamente dalla rivelazione di
Dio contenuta nella Sacra Scrittura e in modo particolare nel libro della Genesi (Gen 1-2). Alla rivelazione presente nel Libro Sacro dobbiamo, dunque,
andare per trovare risposta e ricevere conoscenza sulla natura
dell’uomo e sul perché Dio l’ha
chiamato all’esistenza. Prima di
descrivere la creazione dell’uomo è necessario fare una breve
premessa. La teoria che il libro
della Genesi segue per parlarci
della creazione in genere e dell’
uomo in particolare non è quella formulata nei secoli passati e
cioè quella evoluzionista (oggi
in declino) ma quella creazioni-
sta. La Genesi ci rivela che non
fu per evoluzione o mediante un
processo naturale causato da
forze presenti nella materia sia
organica sia inorganica che
l’uomo è sorto all’interno della
creazione, ma per un atto immediato, speciale, creativo e formativo da parte di Dio.
Precisata questa premessa, ritorniamo al nostro argomento
fissando la nostra attenzione
sulla creazione di Adamo. La
Torah nei primi tre capitoli della Genesi, composti da varie
tradizioni raccolte e messe per
iscritto in epoca monarchica (X
–XI sec.a.C.), ci racconta il proposito di Dio per l’uomo e per
la terra. Il primo capitolo della
Genesi (1,1-30) ci presenta innanzitutto , dal v.3 al v.25, la
creazione del cielo e della terra.
Dio li creò dal nulla per mezzo
della sua Parola e del suo Spirito e dopo averli creati “Dio vide
che era cosa buona”(Gen
1,25). Dopo aver creato l’ambiente adatto, il Signore Dio
chiamò all’esistenza Adamo.
Troviamo la descrizione di quest’atto creativo dell’uomo nei
primi due capitoli della Genesi,
il primo di tradizione sacerdotale (Gen 1,26-28) e il secondo,
più antico, di tradizione iavista
(Gen 2,4-7). Questi due racconti ci attestano che Dio, al sesto
giorno della creazione, all’apice
della sua opera creativa, fece
l’uomo chiamato Adamo (Gen
4,1) con un intervento immediato, diretto e solenne proveniente
dalla sua volontà: ”Facciamo
l’uomo” (Gen 1,26). Quest’evento è descritto da due verbi importanti che sono barà e
yasàr. Il primo ci dice che l’uomo è stato creato direttamente
da Dio (Gen 1,27), il secondo
che ad Adamo fu dato un organismo fisico mediante un’azione formativa dello stesso Dio
usando una materia terrestre, la
polvere della terra: ”Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con
polvere del suolo” (Gen 2,7).
Due interventi dall’alto e dal
basso che ci dicono che Adamo
è un essere celeste e terrestre
che appare davanti agli occhi del
Creatore come una realtà composta e “molto buona” (Gen
1,31). Un uomo creato da Dio in
modo diverso da tutti gli altri esseri viventi. Infatti, mentre le altre creature sono fatte “ciascuna
secondo la propria specie”
(Gen 1,11.21.24.25), di Adamo
il Creatore disse: ”Facciamo
l’uomo a nostra immagine, a
nostra somiglianza” (Gen 1,26).
2. CreaTo a immagine
e somiglianza di dio
Adamo a differenza di tutte le
altre creature fu fatto a immagine/selem e a somiglianza/demut
di Dio (Gen 1,26.27; 5,1). Che
cosa significa questo? Per comprenderlo fermiamo per un attimo la nostra attenzione su questi due termini cominciando dal
primo. Per la cultura ebraica il
termine immagine/selem è una
parola molto forte e concreta e
significa “ombra” e, dunque, richiama una realtà che rende
presente una persona che non si
vede. I re d’Egitto ordinando di
scolpire statue a propria immagine, pensavano di rendersi
presenti mediante esse. Per
questo nel decalogo il Signore
proibirà al suo popolo di farsi
idoli a sua immagine perché
l’idolo, la statua, senza essere
Dio, nella mente del popolo lo
avrebbe reso visibile e afferrabile dando origine così all’ido-
latria (Es 19,4; 32,1-6). Anche
quando Adamo ebbe suo figlio
Set, si dice che lo generò “a sua
immagine” per indicare la conformità del figlio al padre (Gen
5,3). L’autore biblico pertanto
dicendo che Dio creò l’uomo
“a sua immagine” intese manifestarci la verità che il Signore
quando fede Adamo lo creò come un figlio, a immagine del
suo “carattere”, del suo modo
di volere, di operare, di agire
per farne il suo rappresentante,
perché facesse le sue veci sulla
terra, perché il suo fare fosse
conforme alla volontà di Dio.
L’altro termine è quello della
somiglianza/demut
(Gen
1,26;5,1). Esso è un termine
molto importante che significa
riproduzione, imitazione, replica, copia, modello, sembianza,
similitudine e sottolinea la somiglianza di una persona alla
“natura”, all’essere, alla sostanza di un altra persona. In questo
caso il termine somiglianza intende porre l’accento sul fatto
che Dio quando creò Adamo lo
fece somigliante a lui, al suo
essere, alla sua natura divina.
Dio, dunque, creando Adamo
l’ha fatto come un figlio, simile
alla sua natura e al suo agire,
perché fosse sulla terra il perfetto suo rappresentante.
Un’immagine e somiglianza
con Dio che Adamo porta non
nel suo corpo, non nella sua
anima ma nel suo spirito.
(continua)
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IL CONTE DI CASTROGIOVANNI
(OGGI ENNA)
S.A.R. ALBERTO MARIA DI BORBONE
lberto Maria di Borbone
nacque a Capodimonte il
17 settembre del 1839 da
Ferdinando II delle Due sicilie e
da Maria Teresa d’Austria.
Terzo in linea di successione al
trono, dietro il fratellastro Francesco ed il fratello maggiore
Luigi conte di Trani, morì il 12
luglio 1844 all’età di cinque anni. E’ sepolto presso la Chiesa
di Santa Chiara a Napoli.
Il giorno stesso della sua nascita, il padre Ferdinando II promulgò un decreto che concedeva a S.A.R. Alberto il titolo di
Conte di Castrogiovanni. Tale
titolo aveva solo carattere onorifico, non riconosceva al Conte alcun diritto sulla città: “Il titolo come sopra conceduto non
darà diritto al concessionario
né sui beni, né sulle persone
della città di Castrogiovanni,
che resteranno, come lo sono
attualmente, nel pieno dominio
della corona senza alcuna differenza.”
Il decreto prevedeva la trasmissione del titolo di conte di Castrogiovanni, ai primogeniti discendenti dalla stessa linea di
maschio in maschio e l’estinzione nella persona dell’ultimo
discendente, e quindi il ritorno
a disposizione della corona.
La morte prematura di Alberto
e la caduta del regno delle Due
Sicilie nel 1860 determinò
l’estinzione del titolo.
A
Trascrizione del Decreto,
Atto Sovrano che concede il titolo di conte di Castrogiovanni
a S.A. R. il principe D.Alberto
Maria figliolo terzogenito di S.
M. Capodimonte, 17 settembre
1839
Ferdinando II, per la grazia di
Dio e del regno delle Due Sici-
lie, di Gerusalemme ecc., di
Parma, Piacenza, Castro ecc.
ecc. Gran Principe Ereditario di
Toscana ecc.
Avendo la divina provvidenza
arricchita la nostra famiglia con
la nascita del figliolo terzogenito D. Alberto Maria; veduto
l’atto sovrano del 4 gennaio
1817 dell’ Augusto Re Ferdinando I di gloriosa ricordanza;
Ci siamo determinati a ordinare, ed ordiniamo al presente atto quanto segue.
art. i al nostro dilettissimo
figliolo terzogenito d. alberto
maria concediamo il titolo di
Conte di Castrogiovanni. art. ii. Il titolo di conte di Castrogiovanni, di cui abbiamo
investito in figliolo D. Alberto
Maria, sarà trasmissibile al suo
figlio primogenito, e ai seguen-
ti primogeniti discendenti dalla
stessa linea di maschio in maschio con la inalterabile prerogativa del sesso e del grado; dimodichè nel caso che non abbia
figli maschi o che la sua discendenza di maschi discendenti da
maschi venga a cessare, neanche le figliole primogenite potranno portare il suddetto titolo,
ma resterà estinto nella persona
dell’ultimo discendente, e tornerà a disposizione nostra, e del
nostro successore sovrano legittimo che si troverà allora sul
Trono.
art. iii. Il titolo come sopra
conceduto non darà diritto al
concessionario né sui beni, né
sulle persone della città di Castrogiovanni, che resteranno,
come lo sono attualmente, nel
pieno dominio della corona
senza alcuna differenza. Questo atto solenne riguardante
la nostra reale famiglia, sottoscritto da noi, riconosciuto dal
nostro Ministro Segretario di
Stato di grazia e giustizia, munito del nostro sigillo contrassegnato dal nostro Consigliere
Ministro di Stato Presidente del
Consiglio dei Ministri, sarà registrato e depositato nell’archivio della presenza del suddetto
consiglio.
Firmato Ferdinando II
Il Ministro Segretario di Stato
di grazia e giustizia del Senato,
Nicola Parisio
Il Consigliere Ministro di Stato
Presidente e del Consiglio dei
Ministri, Marchese Ruffo
Matteo Bertino
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LE DISFATTE DI ROMA:
CARRE E TEUTOBURGO
L
e due più terribili sconfitte subite da Roma nell’arco della sua lunga storia
furono la battaglia di Carre del 53
a.C. in Mesopotamia contro i
Parti, dove furono annientate sei
legioni con la perdita delle relative aquile, e quella nella foresta
di Teutoburgo contro i Germani,
con tre legioni distrutte e tre aquile portate via dai vincitori. Ma
Roma e i suoi legionari, ogni volta che venivano umiliati da grandi sconfitte, non trovavano pace
finché non riscattavano il loro
onore mortificato: il disonore
doveva essere lavato con un nuova offensiva contro il nemico e
con la riconquista delle aquile perse. Questo sentimento fu sempre
profondamente sentito finché
non cominciò la decadenza.
Nella prima battaglia il ricco
triumviro M. Licinio Crasso, a
causa della sua ambizione, cupidigia e presunzione, venne sconfitto e ucciso dalla temibile cavalleria persiana, formata dai catafratti coperti da un armatura pesante
Busto di Augusto
a scaglie, e dagli arcieri a cavallo. L’esercito romano, con la cavalleria e gli ausiliari, aveva schierato sul campo 45.000 legionari,
ma la maggior parte di questi fu
sterminata, pochi tornarono in
patria e le aquile romane furono
prese. Diecimila soldati furono fatti prigionieri e trucidati, ma, secondo alcuni racconti, essi si salvarono e diedero luogo alla leggenda,
forse poco leggenda e molto realtà, di una legione perduta e per circostanze strane finita Cina. Secondo una versione, diecimila furono i soldati massacrati, ma secondo Plinio il giovane questi, nel 52
a. C, furono usati dai Parti in Margiana, l’odierno Turkmenistan,
per rinforzare i confini orientali
nelle guerre contro i Cinesi. In seguito i Cinesi conquistarono quella regione e arruolarono i legionari romani superstiti come mercenari nella regione del Gansu,
presso Li Qian, nel 36 a.C., come
s’intuisce dalla descrizione che
viene fatta di quei soldati nei documenti della dinastia Han. Fu for-
Busto di Marco Licinio Crasso
Surena a capo delle forze partiche.
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Possibile percorso dei legionari romani verso la Cina.
se in quell’occasione che i due imperi ebbero i primi contatti. Il Gansu era un crocevia importante
per gli scambi culturali tra l’Occidente e l’estremo Oriente e di lì
passava la via della seta. In seguito Ottaviano Augusto, con un
abile accordo politico concluso nel
17 a. C., chiese a Fraate IV re dei
Parti la restituzione dei prigionieri, che non furono più trovati, e
delle aquile perse in battaglia, che
furono restituite.
L’altra disastrosa battaglia fu
quella che si svolse nella foresta
di Teutoburgo nel settembre del 9
d.C., in cui furono annientate tre
legioni romane, la XVII, la XVIII,
la XIX, a queste furono strappate le tre aquile. Cause della disfatta furono la politica esosa del governatore provinciale, il generale
Publio Quintilio Varo , ed il tradi-
La mappa della disfatta di Varo, nella Selva di Teutoburgo.
mento del suo luogotenente Arminio, principe della tribù germanica dei Cherusci ed anche cittadino e ufficiale romano. Arminio
poté agire liberamente per porre
in atto il suo piano micidiale nei
confronti dell’esercito romano
poiché godeva della massima fiducia da parte di Varo suo diretto superiore, essenzialmente un
burocrate avanti negli anni, imparentato con la famiglia dell’imperatore. L’ambizioso principe germanico, tramando con le tribù locali, era riuscito a coalizzarle intorno a sé contro Roma, quindi
tese una trappola alle tre legioni,
che comandava portandole sotto
la sua guida nella foresta e sparpagliandole lungo tre chilometri
senza la possibilità di difendersi.
Varo e gli alti ufficiali si suicidarono, la quasi totalità dei soldati
LA NUOVA FENICE
Direttore responsabile: Antonio Di Janni
Stampa a cura della Casa Editrice CE.S.T.E.S.S.
via Catania, 42/B - Palermo
Autorizzazione del Tribunale di Palermo n. 13 del 15.03.96
Casa Editrice CE.ST.E.S.S.
Centro Studi Economici-Sociali Sicilia
via Catania, 42/B - Tel. 091.6253590 - Fax 0917301720
PALERMO
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con gli schiavi, le donne e i bambini al seguito, fu uccisa con
molta crudeltà e le tre aquile vennero portate via.
Si dice che alla notizia della disfatta Augusto, sconvolto per la perdita di un magnificentissimus
exercitus formato da legionari
provenienti dall’Italia centrosettentrionale, disperato si strappasse la
veste, si vestisse a lutto e si lasciasse crescere la barba e i capelli; il
vecchio imperatore fu visto vagare per le stanze del suo palazzo imperiale sbattendo la testa contro le
porte e gridando “Vare, Vare, legiones redde” ( “Varo, Varo, rendimi le mie legioni”); egli non volle più avere armigeri germanici nei
reparti della sua guardia del corpo e prese la decisione di non ingrandire ulteriormente i confini
dello stato. Prima Tiberio, poi
Germanico invasero la Germania
per abbattere le forze nemiche; il
riscatto definitivo dell’onore di
Roma fu merito di Germanico che
sconfisse Arminio due volte e recuperò dai Bructeri nel 15 l’aquila della legio XIX e la seconda nel
16, mentre la terza insegna fu ritrovata nel 41 da Publio Gabinio:
solo con il recupero delle aquile si
poteva, se non del tutto, almeno in
parte cancellare l’onta subita: così
era la mentalità e la tradizione militare romana.
E’ da notare che in entrambi i casi,
secondo quanto riferiscono gli
storiografi latini e greci, le sconfitte furono dovute non a colpa dei
soldati ma causate dell’imperizia
dei comandanti e dai tradimenti ed
inganni tesi da parte di persone all’apparenza fidate.
Carla Amirante
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LA TERZA ROSA
el precedente articolo, ho
parlato di due rose del
Paradiso: Santa Rosalia
da Palermo e Santa Rosa da
Lima, evidenziando i tratti che
accomunano queste due figure di
santità. Resta qui da parlare di
una terza rosa, Santa Rosa da Viterbo, accomunata alle precedenti non soltanto dal nome.
E’ da notare, infatti, che tutte e
tre furono vergini, tutte e tre
morirono in giovane età e tutte
e tre sono raffigurate nell’iconografia con la fronte cinta da
una ghirlanda di rose; ma ciò
che soprattutto mi ha colpito e
che ho scoperto nei miei studi
sul teatro spagnolo del Secolo
d’oro, è che tutte e tre sono state fatte protagoniste di commedie scritte da drammaturghi
spagnoli del Seicento.
Per quanto riguarda Rosalia e
Rosa da Lima, ho già ricordato
e riporto qui i titoli delle piéces
imperniate sulla loro vita. La
prima è La mejor flor de Sicilia, Santa Rosolea di Agustin
de Salazar, scritta tra il 1667 e
il 1670 quando l’Autore era a
Palermo come poeta di corte
del vicerè Francisco Fernandez
de la Cueva, Duca di Albuquerque; la seconda è Santa Rosa
del Peru di Agustin Moreto
(1699). Ho tradotto entrambe le
commedie: la prima è stata
pubblicata anni or sono (Palermo, Saladino, 2004), la seconda è ancora inedita.
Santa Rosa da Viterbo è protagonista della commedia La
gran Rosa de Viterbo (1601) di
Francisco González de Bustos.
L’Autore, apprezzato commediografo del Secolo d’oro,
scrisse anche Los Españoles en
Chile, edita nel 1661, di cui ho
parlato nel mio America: Storia
e Mito nel teatro Spagnolo del
Secolo d’oro (Palermo, Saladino, 2011).
Mentre Rosa da Lima, nata in
Perù da genitori spagnoli, ap-
N
partiene di diritto all’Hispanidad, Rosalia e Rosa da Viterbo
sono per nascita estranee a quel
mondo: la prima era normanna,
l’altra italiana, tuttavia esse, attraverso la letteratura, sono state pure assunte in quell’universo culturale, di cui sono entrate
a far parte a pieno titolo.
Rosalia e Rosa da Viterbo son
inoltre accomunate dall’epoca
in cui sono vissute, il medioevo: nel dodicesimo secolo la
prima (anche se, con l’”esplodere” del suo culto al tempo
della peste di Palermo, si crea
un ponte che la lega soprattutto
al Seicento e al governo vicereale spagnolo della SIcilia);
nel successivo tredicesimo secolo la seconda, Altro aspetto
che le accomuna è che anche
Rosa da Viterbo ha come emblema il giglio.
Di Rosa è giunto il momento di
dare qualche nota biografica.
Nacque da modesta famiglia a
Viterbo, nel Lazio, nel 1233 all’epoca delle grandi lotte tra papato e impero. Era di salute cagionevole, essendo nata priva
dello sterno, ciò che generalmente causa la morte nella prima infanzia, ma che in lei era
sostituito da una impalcatura
cartilaginea. Votata al servizio
del Signore sin dalla fanciullezza, fu proprio il suo precario
stato di salute che impedì la
realizzazione del suo desiderio
di entrare nell’Ordine delle
Clarisse, ma comunque divenne Terziaria francescana. Vissuta in un periodo di aspre lotte
tra Guelfi e Ghibellini, prese
una forte posizione in difesa del
pontefice predicando veementemente contro i catari, aizzati
da Federico II contro il Papa.
Per ordine del podestà di Viterbo fu mandata in esilio con la
sua famiglia e si rifugiò prima a
Soriano nel Cimino, poi a Vitorchiano. Tornò a Viterbo dopo la morte dell’imperatore
Federico II, da lei
predetta, predicando per le strade
la pace. Morì nel
1251 all’età di diciotto anni. Dal
1258 il suo corpo
fu traslato nel monastero e poi nella
Chiesa della Clarisse, tra le quali
aveva desiderato
entrare.
Con Rosa da Viterbo si completa la
triade delle rose
del paradiso ispanico, l’appartenenza al quale è attestata dalla sua perdurante venerazione in Paesi di lingua spagnola.
In particolare, la Santa è patrona della città di Alcolea (Almeria,Spagna): portano inoltre il
suo nome alcune città della Colombia, del Brasile e una contea della Florida; una chiesa a
lei dedicata si trova a Queretaro
(Messico); è ritratta in molti dipinti di autori spagnoli, tra cui
il più famoso è quello di Francisco de Zubarán (1598 – 1664)
sito nella Hospedería Real El
Buscón de Quevedo a Villanueva de los Infantes (Spagna).
Gianfranco Romagnoli
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