ANNO XIX - N. 1 GENNAIO 2014 LA NUOVA FENICE Tarì 2 (D 0,50) GIORNATA DELLA PREVENZIONE CARDIOVASCOLARE A MONREALE omenica 22 dicembre a Monreale la croce costantiniana onlus di Sicilia e la delegazione Sicilia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di S. Giorgio, con il patrocinio a titolo gratuito dell’Arcidiocesi e del comune di Monreale, hanno organizzato la giornata della prevenzione cardiovascolare. Hanno inaugurato la manifestazione S.E. Rev.ma Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale e Priore costantiniano per la Sicilia, il sindaco di Monreale avv. Filippo Di Matteo e l’assessore alla cultura Lia Giangreco, che si sono sottoposti per primi alle visite mediche. D Sono state eseguite circa un centinaio di visite ai passanti che oltre aver avuto misurato i valori pressori e la percentuale di saturazione dell’ossigeno, hanno ricevuto un opuscolo con consigli alimentari per la prevenzione dei danni cardiovascolari. Le visite sono state effettuate dal dott. Francesco Paolo Guarneri, cavaliere costantiniano. Presenti il delegato vicario per la Sicilia dott. Antonio di Janni e il dott. Francesco D’Alba presidente della croce costantiniana onlus di Sicilia con i volontari Gabriella Galluccio e Giuseppe Messineo. Presenti anche i cavalieri Vincenzo Nuccio e Piero Macaluso. Francesco Paolo Guarneri PAGINA 2 GENNAIO 2014 LA NUOVA FENICE IN NATIVITATE DOMINI sposizione di libri antichi nei locali della biblioteca storica Santa Maria La Nuova dal 6 al 20 Dicembre Splendide miniature ed incisioni tratti da 19 esemplari fra libri a stampa e manoscritti della Biblioteca Comunale di Monreale, introducono il visitatore nell’atmosfera caratteristica dell’Avvento. Un percorso bibliografico che procede dal XV al XVIII secolo coronato da un bellissimo dipinto del XV E L’esposizione è rivolta a tutti con visite guidate volte a valorizzare il patrimonio bibliografico posseduto. La mostra è stata inaugurata dal sindaco avv. Filippo Di Matteo e dall’assessore alla cultura Lia Giangreco. Il Prof. Antonino Salvino ha introdotto i lavori. La Prof.ssa Ignazia Ferraro, curatrice della mostra, ha condotto i visitatori, dopo la conferenza, nei saloni della splendida biblioteca. Antonio di Janni COMPRA SUD. SUD È MEGLIO! Quando facciamo la spesa, leggiamo le etichette e compriamo solo prodotti meridionali. Difendiamo così la nostra economia e la nostra cultura. Combattiamo concretamente la disoccupazione del Sud! GENNAIO 2014 PAGINA 3 LA NUOVA FENICE BEFANA COSTANTINIANA A PALERMO ome consuetudine anche quest’anno la delegazione costantiniana di Sicilia ha organizzato una befana costantiniana con la consegna di 130 calze piene di dolciumi e di 130 doni ai bambini poveri delle parrocchie del centro storico. La befana è stata interpretata dalla Signora Giovanna Galli che, assistita dai cavalieri costantiniani, Antonio di Janni, Gasperino Como, Carmelo Sammarco, Salvatore Romano, Gaetano Giarrusso, Fabrizio Ippoliti, Vincenzo Nuccio, ha distribuito i doni nelle parrocchie di S. Nicolò da Tolentino dopo la S. Messa per dell’Epifaia celebrata da Mons. Salvatore Grimaldi, cappellano costantiniano, al mattino e nel pomeriggio nei saloni della parrocchia di S. Francesco di Paola. Qui i cavalieri e la befana sono stati accolti dal parroco Padre Saverio Cento, da Padre Giorgio Terrasi e da fra’ Antonio Porretta, tutti cappellani costantiniani. Giuseppe di Janni C PAGINA 4 GENNAIO 2014 LA NUOVA FENICE I CAVALIERI COSTANTINIANI ALLA FESTA DI SANTA CATERINA A PATERNÒ a Venerabile Confraternita di Santa Caterina d’Alessandria di Paternò – congregazione laicale sorta nel 1574 – ha festeggiato giorno 25 novembre, nella propria chiesa, la Gloriosa Santa Patrona. Su invito del governatore della confraternita Dott. Gaetano Campisano, una rappresentanza del gruppo catanese dei cavalieri costantiniani ha partecipato ai solenni festeggiamenti. La celebrazione eucaristica officiata dal Rev. Canonico Anto- L nino Pennisi, padre spirituale dell’antico sodalizio, si è svolta in un clima di raccoglimento e di pia devozione. La chiesa era gremita da fedeli e da vari componenti dell’associazionismo e del volontariato; presente anche il sindaco di Paternò Dott. Mauro Mangano. I cavalieri che hanno preso parte alla liturgia sono Marcello Cantone, Domenico Arcoria, Gaetano Distefano e Antonio Amato. Giuseppe di Janni Caravaggio: Santa Caterina d’Alessandria GENNAIO 2014 PAGINA 5 LA NUOVA FENICE NATALE ALL’OSPIZIO on sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso. Così amava ripetere Madre Teresa di Calcutta e così è stato nel corso della mattinata trascorsa tra le ospiti nella casa di riposo Mons. Benedetto Balsamo di Monreale dai Cavalieri Gaetano Giarrusso, Fabrizio Ippoliti, Vincenzo Nuccio, Claudio Ragusa, Salvo Romano, Carmelo Sammarco del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio che unitamente al proprio delegato Vicario Cavaliere di Gran Croce di Grazia Antonio di Janni, all’Arcivescovo e Priore per la Sicilia S.E. Rev.ma Mons. Michele Pennisi, al Sindaco della cittadina normanna Avv. Filippo Di Matteo, all’Assessore alla Cultura Lia Giangreco hanno servito ed hanno condiviso il N pranzo di Natale offerto proprio dall’Ordine Costantiniano, a base di pesce secondo la tradizione. Sicuramente aleggiava nell’aria l’espressione del compianto Gran Priore S. Em.za Rev.ma Cardinale Mario Francesco Pompedda “ Bisogna essere prima di apparire”, perché l’ascoltare le storie delle ospiti, condividere le loro emozioni, qualora ce ne fosse stato bisogno, hanno confermato che l’amore si dimostra con le azioni. Il pranzo è stato preceduto dalla lettura di un brano del Vangelo e dalla recita dell’Angelus. Il sorriso è stato il protagonista della giornata. E’ risultato contagioso anche per il personale che quotidianamente opera nella struttura e tramite queste righe l’Ordine Costantiniano vuole ringraziare le signore Lo Biundo Teresa, Nicolosi Maria, Micalizzi Caterina, Turdo Giusy, Catalano Caterina, Cavolo Caterina, Giangrande Diana, Vilardi Angela, Venturella Tiziana, Governali Antonia, Lanza Rosalinda e l’ottimo cuoco Mario Dragotto. Al contributo materiale dell’Ordine è corrisposto il contributo umano delle ospiti e del personale che hanno aiutato a vivere un Natale d’amore e sorridente. Vincenzo Nuccio Ristorante » a cuccagna Palermo Quando la cucina diventa… Spettacolo! 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Ma la sua salute, anche per l’avanzare degli anni, non è più buona, ed è questo il motivo per cui, su consiglio dei medici, ha deciso di passare l’inverno in Sicilia. Prende alloggio, in un primo tempo nell’ Hotel delle Palme, A che in seguito lascerà per contrasti con il proprietario. Di Palermo apprezza la mitezza del clima e si entusiasma della cattedrale nella quale è sepolto Federico II, ma soprattutto dei mosaici del Duomo di Monreale. Il suo soggiorno a Palermo, dove si tratterà fino al marzo del 1882, sarà un periodo significativo e fecondo per la sua arte: qui infatti comporrà il terzo e ultimo atto del suo estremo, mistico capolavoro, il Parsifal (l’impronta “italiana” di quest’opera emerge peraltro nella scena del secondo atto che si svolge nel giardino di Klingsor, ispirato al musicista da Villa Rufolo di Ravello, da lui visitata nel 1880). All’ultima parte del periodo palermitano appartiene anche il ritratto che del Maestro dipinse, in un solo giorno, Renoir. Frequenta la nobiltà palermitana (la figlia Blandine si sposerà con il Conte Gravina, cadetto dei principi di Rammacca) e si trasferisce nella villa Porrazzi dei Gangi, oggi non più esisten- Wagner: Kundry nel giardino di Klingsor te perché distrutta dai bombardamenti; va spesso a passeggiare nella vicina villa Tasca e su insistente richiesta degli ospiti si esibisce al pianoforte. Mi sia consentito a questo proposito di inserire brevemente una vicenda personale: a Villa Tasca recuperai, in un magazzino, un pianoforte a coda, che riportai (perché lì era stato in precedenza) nella residenza cittadina dei principi di Camporeale, sede del Commissariato dello Stato per la Regione Siciliana cui ero preposto. Come mi fu detto dai proprietari, lo strumento era stato suonato da Liszt nella sua tournée a Palermo, ma mi piace pensare - e non è improbabile - che fosse lo stesso sul quale si era esibito Wagner. Il pianoforte era in pessimo stato: lo feci restaurare e “inaugurare” con un concerto che feci tenere per le autorità; poi io stesso, con grande “timore e tremore” mi azzardai, nonostante le mie davvero rudimentali capacità, a mettere le mani su quella veneranda ta- Wagner: Renoir stiera, per suonare qualcosa di quando in quando. Wagner morirà a Venezia l’anno seguente, ma Palermo non lo dimenticherà: anzi, diverrà una delle roccaforti del wagnerismo. Cosa abbia generato questo atteggiamento può essere riportato a più cause: al soggiorno, intenso e ricco di relazioni “altolocate”, che vi fece il Maestro; a un desiderio di schierarsi con la corrente “progressista” della musica lirica per evitare l’accusa di provincialismo; ma soprattutto, a mio avviso, in contrapposizione con i partigiani di Verdi, icona della non troppo amata unità d’Italia da parte di chi, insieme ai privilegi di pochi, aveva visto svilire e tramontare la propria storia e la propria civiltà: e ciò, nonostante che Verdi, con la Grand Opera I Vespri Siciliani, fosse stato, lui emiliano, cantore della Sicilia più di quanto lo furono i pur grandi musicisti dell’Isola (che non impararono la lezione, perché la seconda opera “siciliana” fu la Cavalleria Rusticana del toscano Mascagni). Potrebbe dirsi, in senso un po’ diverso da quello usuale: Nemo propheta in patria. Gianfranco Romagnoli GENNAIO 2014 PAGINA 7 LA NUOVA FENICE Formazione alla fede e alla vita cristiana/14 A cura di Mons. Gaetano Tulipano già Direttore della Scuola Teologica “S. Luca Evangelista” della Arcidiocesi di Palermo LA CREAZIONE DELL’UOMO 0. Premessa Abbiamo trattato fino adesso la creazione da parte di Dio, del Padre onnipotente “di tutte le cose invisibili”, di quelle creature appartenenti al mondo spirituale che la Sacra Scrittura ci ha fatto conoscere e cioè degli angeli e dell’esercito demoniaco. Dopo la creazione delle cose invisibili, Dio creò “ le cose visibili” al culmine delle quali c’è l’uomo. Pertanto adesso ascolteremo la Sacra Scrittura per ricevere la rivelazione della creazione dell’uomo, di chi nel mondo visibile “occupa un posto unico” (CCC 355). 1. la Creazione di adamo In ogni essere umano a un certo momento della sua esistenza sorge il desiderio di sapere chi è, qual è la sua origine, che senso ha la sua esistenza e verso dove va, qual è la sua fine. Domande alle quali hanno cercate di dare una risposta le religione, le filosofie e la scienza. Domande alle quali il credente trova risposta vera, certa e sicura unicamente dalla rivelazione di Dio contenuta nella Sacra Scrittura e in modo particolare nel libro della Genesi (Gen 1-2). Alla rivelazione presente nel Libro Sacro dobbiamo, dunque, andare per trovare risposta e ricevere conoscenza sulla natura dell’uomo e sul perché Dio l’ha chiamato all’esistenza. Prima di descrivere la creazione dell’uomo è necessario fare una breve premessa. La teoria che il libro della Genesi segue per parlarci della creazione in genere e dell’ uomo in particolare non è quella formulata nei secoli passati e cioè quella evoluzionista (oggi in declino) ma quella creazioni- sta. La Genesi ci rivela che non fu per evoluzione o mediante un processo naturale causato da forze presenti nella materia sia organica sia inorganica che l’uomo è sorto all’interno della creazione, ma per un atto immediato, speciale, creativo e formativo da parte di Dio. Precisata questa premessa, ritorniamo al nostro argomento fissando la nostra attenzione sulla creazione di Adamo. La Torah nei primi tre capitoli della Genesi, composti da varie tradizioni raccolte e messe per iscritto in epoca monarchica (X –XI sec.a.C.), ci racconta il proposito di Dio per l’uomo e per la terra. Il primo capitolo della Genesi (1,1-30) ci presenta innanzitutto , dal v.3 al v.25, la creazione del cielo e della terra. Dio li creò dal nulla per mezzo della sua Parola e del suo Spirito e dopo averli creati “Dio vide che era cosa buona”(Gen 1,25). Dopo aver creato l’ambiente adatto, il Signore Dio chiamò all’esistenza Adamo. Troviamo la descrizione di quest’atto creativo dell’uomo nei primi due capitoli della Genesi, il primo di tradizione sacerdotale (Gen 1,26-28) e il secondo, più antico, di tradizione iavista (Gen 2,4-7). Questi due racconti ci attestano che Dio, al sesto giorno della creazione, all’apice della sua opera creativa, fece l’uomo chiamato Adamo (Gen 4,1) con un intervento immediato, diretto e solenne proveniente dalla sua volontà: ”Facciamo l’uomo” (Gen 1,26). Quest’evento è descritto da due verbi importanti che sono barà e yasàr. Il primo ci dice che l’uomo è stato creato direttamente da Dio (Gen 1,27), il secondo che ad Adamo fu dato un organismo fisico mediante un’azione formativa dello stesso Dio usando una materia terrestre, la polvere della terra: ”Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo” (Gen 2,7). Due interventi dall’alto e dal basso che ci dicono che Adamo è un essere celeste e terrestre che appare davanti agli occhi del Creatore come una realtà composta e “molto buona” (Gen 1,31). Un uomo creato da Dio in modo diverso da tutti gli altri esseri viventi. Infatti, mentre le altre creature sono fatte “ciascuna secondo la propria specie” (Gen 1,11.21.24.25), di Adamo il Creatore disse: ”Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gen 1,26). 2. CreaTo a immagine e somiglianza di dio Adamo a differenza di tutte le altre creature fu fatto a immagine/selem e a somiglianza/demut di Dio (Gen 1,26.27; 5,1). Che cosa significa questo? Per comprenderlo fermiamo per un attimo la nostra attenzione su questi due termini cominciando dal primo. Per la cultura ebraica il termine immagine/selem è una parola molto forte e concreta e significa “ombra” e, dunque, richiama una realtà che rende presente una persona che non si vede. I re d’Egitto ordinando di scolpire statue a propria immagine, pensavano di rendersi presenti mediante esse. Per questo nel decalogo il Signore proibirà al suo popolo di farsi idoli a sua immagine perché l’idolo, la statua, senza essere Dio, nella mente del popolo lo avrebbe reso visibile e afferrabile dando origine così all’ido- latria (Es 19,4; 32,1-6). Anche quando Adamo ebbe suo figlio Set, si dice che lo generò “a sua immagine” per indicare la conformità del figlio al padre (Gen 5,3). L’autore biblico pertanto dicendo che Dio creò l’uomo “a sua immagine” intese manifestarci la verità che il Signore quando fede Adamo lo creò come un figlio, a immagine del suo “carattere”, del suo modo di volere, di operare, di agire per farne il suo rappresentante, perché facesse le sue veci sulla terra, perché il suo fare fosse conforme alla volontà di Dio. L’altro termine è quello della somiglianza/demut (Gen 1,26;5,1). Esso è un termine molto importante che significa riproduzione, imitazione, replica, copia, modello, sembianza, similitudine e sottolinea la somiglianza di una persona alla “natura”, all’essere, alla sostanza di un altra persona. In questo caso il termine somiglianza intende porre l’accento sul fatto che Dio quando creò Adamo lo fece somigliante a lui, al suo essere, alla sua natura divina. Dio, dunque, creando Adamo l’ha fatto come un figlio, simile alla sua natura e al suo agire, perché fosse sulla terra il perfetto suo rappresentante. Un’immagine e somiglianza con Dio che Adamo porta non nel suo corpo, non nella sua anima ma nel suo spirito. (continua) PAGINA 8 GENNAIO 2014 LA NUOVA FENICE IL CONTE DI CASTROGIOVANNI (OGGI ENNA) S.A.R. ALBERTO MARIA DI BORBONE lberto Maria di Borbone nacque a Capodimonte il 17 settembre del 1839 da Ferdinando II delle Due sicilie e da Maria Teresa d’Austria. Terzo in linea di successione al trono, dietro il fratellastro Francesco ed il fratello maggiore Luigi conte di Trani, morì il 12 luglio 1844 all’età di cinque anni. E’ sepolto presso la Chiesa di Santa Chiara a Napoli. Il giorno stesso della sua nascita, il padre Ferdinando II promulgò un decreto che concedeva a S.A.R. Alberto il titolo di Conte di Castrogiovanni. Tale titolo aveva solo carattere onorifico, non riconosceva al Conte alcun diritto sulla città: “Il titolo come sopra conceduto non darà diritto al concessionario né sui beni, né sulle persone della città di Castrogiovanni, che resteranno, come lo sono attualmente, nel pieno dominio della corona senza alcuna differenza.” Il decreto prevedeva la trasmissione del titolo di conte di Castrogiovanni, ai primogeniti discendenti dalla stessa linea di maschio in maschio e l’estinzione nella persona dell’ultimo discendente, e quindi il ritorno a disposizione della corona. La morte prematura di Alberto e la caduta del regno delle Due Sicilie nel 1860 determinò l’estinzione del titolo. A Trascrizione del Decreto, Atto Sovrano che concede il titolo di conte di Castrogiovanni a S.A. R. il principe D.Alberto Maria figliolo terzogenito di S. M. Capodimonte, 17 settembre 1839 Ferdinando II, per la grazia di Dio e del regno delle Due Sici- lie, di Gerusalemme ecc., di Parma, Piacenza, Castro ecc. ecc. Gran Principe Ereditario di Toscana ecc. Avendo la divina provvidenza arricchita la nostra famiglia con la nascita del figliolo terzogenito D. Alberto Maria; veduto l’atto sovrano del 4 gennaio 1817 dell’ Augusto Re Ferdinando I di gloriosa ricordanza; Ci siamo determinati a ordinare, ed ordiniamo al presente atto quanto segue. art. i al nostro dilettissimo figliolo terzogenito d. alberto maria concediamo il titolo di Conte di Castrogiovanni. art. ii. Il titolo di conte di Castrogiovanni, di cui abbiamo investito in figliolo D. Alberto Maria, sarà trasmissibile al suo figlio primogenito, e ai seguen- ti primogeniti discendenti dalla stessa linea di maschio in maschio con la inalterabile prerogativa del sesso e del grado; dimodichè nel caso che non abbia figli maschi o che la sua discendenza di maschi discendenti da maschi venga a cessare, neanche le figliole primogenite potranno portare il suddetto titolo, ma resterà estinto nella persona dell’ultimo discendente, e tornerà a disposizione nostra, e del nostro successore sovrano legittimo che si troverà allora sul Trono. art. iii. Il titolo come sopra conceduto non darà diritto al concessionario né sui beni, né sulle persone della città di Castrogiovanni, che resteranno, come lo sono attualmente, nel pieno dominio della corona senza alcuna differenza. Questo atto solenne riguardante la nostra reale famiglia, sottoscritto da noi, riconosciuto dal nostro Ministro Segretario di Stato di grazia e giustizia, munito del nostro sigillo contrassegnato dal nostro Consigliere Ministro di Stato Presidente del Consiglio dei Ministri, sarà registrato e depositato nell’archivio della presenza del suddetto consiglio. Firmato Ferdinando II Il Ministro Segretario di Stato di grazia e giustizia del Senato, Nicola Parisio Il Consigliere Ministro di Stato Presidente e del Consiglio dei Ministri, Marchese Ruffo Matteo Bertino GENNAIO 2014 PAGINA 9 LA NUOVA FENICE PAGINA 10 GENNAIO 2014 LA NUOVA FENICE LE DISFATTE DI ROMA: CARRE E TEUTOBURGO L e due più terribili sconfitte subite da Roma nell’arco della sua lunga storia furono la battaglia di Carre del 53 a.C. in Mesopotamia contro i Parti, dove furono annientate sei legioni con la perdita delle relative aquile, e quella nella foresta di Teutoburgo contro i Germani, con tre legioni distrutte e tre aquile portate via dai vincitori. Ma Roma e i suoi legionari, ogni volta che venivano umiliati da grandi sconfitte, non trovavano pace finché non riscattavano il loro onore mortificato: il disonore doveva essere lavato con un nuova offensiva contro il nemico e con la riconquista delle aquile perse. Questo sentimento fu sempre profondamente sentito finché non cominciò la decadenza. Nella prima battaglia il ricco triumviro M. Licinio Crasso, a causa della sua ambizione, cupidigia e presunzione, venne sconfitto e ucciso dalla temibile cavalleria persiana, formata dai catafratti coperti da un armatura pesante Busto di Augusto a scaglie, e dagli arcieri a cavallo. L’esercito romano, con la cavalleria e gli ausiliari, aveva schierato sul campo 45.000 legionari, ma la maggior parte di questi fu sterminata, pochi tornarono in patria e le aquile romane furono prese. Diecimila soldati furono fatti prigionieri e trucidati, ma, secondo alcuni racconti, essi si salvarono e diedero luogo alla leggenda, forse poco leggenda e molto realtà, di una legione perduta e per circostanze strane finita Cina. Secondo una versione, diecimila furono i soldati massacrati, ma secondo Plinio il giovane questi, nel 52 a. C, furono usati dai Parti in Margiana, l’odierno Turkmenistan, per rinforzare i confini orientali nelle guerre contro i Cinesi. In seguito i Cinesi conquistarono quella regione e arruolarono i legionari romani superstiti come mercenari nella regione del Gansu, presso Li Qian, nel 36 a.C., come s’intuisce dalla descrizione che viene fatta di quei soldati nei documenti della dinastia Han. Fu for- Busto di Marco Licinio Crasso Surena a capo delle forze partiche. GENNAIO 2014 PAGINA 11 LA NUOVA FENICE Possibile percorso dei legionari romani verso la Cina. se in quell’occasione che i due imperi ebbero i primi contatti. Il Gansu era un crocevia importante per gli scambi culturali tra l’Occidente e l’estremo Oriente e di lì passava la via della seta. In seguito Ottaviano Augusto, con un abile accordo politico concluso nel 17 a. C., chiese a Fraate IV re dei Parti la restituzione dei prigionieri, che non furono più trovati, e delle aquile perse in battaglia, che furono restituite. L’altra disastrosa battaglia fu quella che si svolse nella foresta di Teutoburgo nel settembre del 9 d.C., in cui furono annientate tre legioni romane, la XVII, la XVIII, la XIX, a queste furono strappate le tre aquile. Cause della disfatta furono la politica esosa del governatore provinciale, il generale Publio Quintilio Varo , ed il tradi- La mappa della disfatta di Varo, nella Selva di Teutoburgo. mento del suo luogotenente Arminio, principe della tribù germanica dei Cherusci ed anche cittadino e ufficiale romano. Arminio poté agire liberamente per porre in atto il suo piano micidiale nei confronti dell’esercito romano poiché godeva della massima fiducia da parte di Varo suo diretto superiore, essenzialmente un burocrate avanti negli anni, imparentato con la famiglia dell’imperatore. L’ambizioso principe germanico, tramando con le tribù locali, era riuscito a coalizzarle intorno a sé contro Roma, quindi tese una trappola alle tre legioni, che comandava portandole sotto la sua guida nella foresta e sparpagliandole lungo tre chilometri senza la possibilità di difendersi. Varo e gli alti ufficiali si suicidarono, la quasi totalità dei soldati LA NUOVA FENICE Direttore responsabile: Antonio Di Janni Stampa a cura della Casa Editrice CE.S.T.E.S.S. via Catania, 42/B - Palermo Autorizzazione del Tribunale di Palermo n. 13 del 15.03.96 Casa Editrice CE.ST.E.S.S. Centro Studi Economici-Sociali Sicilia via Catania, 42/B - Tel. 091.6253590 - Fax 0917301720 PALERMO www.duesicilie.com e-mail: [email protected] con gli schiavi, le donne e i bambini al seguito, fu uccisa con molta crudeltà e le tre aquile vennero portate via. Si dice che alla notizia della disfatta Augusto, sconvolto per la perdita di un magnificentissimus exercitus formato da legionari provenienti dall’Italia centrosettentrionale, disperato si strappasse la veste, si vestisse a lutto e si lasciasse crescere la barba e i capelli; il vecchio imperatore fu visto vagare per le stanze del suo palazzo imperiale sbattendo la testa contro le porte e gridando “Vare, Vare, legiones redde” ( “Varo, Varo, rendimi le mie legioni”); egli non volle più avere armigeri germanici nei reparti della sua guardia del corpo e prese la decisione di non ingrandire ulteriormente i confini dello stato. Prima Tiberio, poi Germanico invasero la Germania per abbattere le forze nemiche; il riscatto definitivo dell’onore di Roma fu merito di Germanico che sconfisse Arminio due volte e recuperò dai Bructeri nel 15 l’aquila della legio XIX e la seconda nel 16, mentre la terza insegna fu ritrovata nel 41 da Publio Gabinio: solo con il recupero delle aquile si poteva, se non del tutto, almeno in parte cancellare l’onta subita: così era la mentalità e la tradizione militare romana. E’ da notare che in entrambi i casi, secondo quanto riferiscono gli storiografi latini e greci, le sconfitte furono dovute non a colpa dei soldati ma causate dell’imperizia dei comandanti e dai tradimenti ed inganni tesi da parte di persone all’apparenza fidate. Carla Amirante PAGINA 12 GENNAIO 2014 LA NUOVA FENICE LA TERZA ROSA el precedente articolo, ho parlato di due rose del Paradiso: Santa Rosalia da Palermo e Santa Rosa da Lima, evidenziando i tratti che accomunano queste due figure di santità. Resta qui da parlare di una terza rosa, Santa Rosa da Viterbo, accomunata alle precedenti non soltanto dal nome. E’ da notare, infatti, che tutte e tre furono vergini, tutte e tre morirono in giovane età e tutte e tre sono raffigurate nell’iconografia con la fronte cinta da una ghirlanda di rose; ma ciò che soprattutto mi ha colpito e che ho scoperto nei miei studi sul teatro spagnolo del Secolo d’oro, è che tutte e tre sono state fatte protagoniste di commedie scritte da drammaturghi spagnoli del Seicento. Per quanto riguarda Rosalia e Rosa da Lima, ho già ricordato e riporto qui i titoli delle piéces imperniate sulla loro vita. La prima è La mejor flor de Sicilia, Santa Rosolea di Agustin de Salazar, scritta tra il 1667 e il 1670 quando l’Autore era a Palermo come poeta di corte del vicerè Francisco Fernandez de la Cueva, Duca di Albuquerque; la seconda è Santa Rosa del Peru di Agustin Moreto (1699). Ho tradotto entrambe le commedie: la prima è stata pubblicata anni or sono (Palermo, Saladino, 2004), la seconda è ancora inedita. Santa Rosa da Viterbo è protagonista della commedia La gran Rosa de Viterbo (1601) di Francisco González de Bustos. L’Autore, apprezzato commediografo del Secolo d’oro, scrisse anche Los Españoles en Chile, edita nel 1661, di cui ho parlato nel mio America: Storia e Mito nel teatro Spagnolo del Secolo d’oro (Palermo, Saladino, 2011). Mentre Rosa da Lima, nata in Perù da genitori spagnoli, ap- N partiene di diritto all’Hispanidad, Rosalia e Rosa da Viterbo sono per nascita estranee a quel mondo: la prima era normanna, l’altra italiana, tuttavia esse, attraverso la letteratura, sono state pure assunte in quell’universo culturale, di cui sono entrate a far parte a pieno titolo. Rosalia e Rosa da Viterbo son inoltre accomunate dall’epoca in cui sono vissute, il medioevo: nel dodicesimo secolo la prima (anche se, con l’”esplodere” del suo culto al tempo della peste di Palermo, si crea un ponte che la lega soprattutto al Seicento e al governo vicereale spagnolo della SIcilia); nel successivo tredicesimo secolo la seconda, Altro aspetto che le accomuna è che anche Rosa da Viterbo ha come emblema il giglio. Di Rosa è giunto il momento di dare qualche nota biografica. Nacque da modesta famiglia a Viterbo, nel Lazio, nel 1233 all’epoca delle grandi lotte tra papato e impero. Era di salute cagionevole, essendo nata priva dello sterno, ciò che generalmente causa la morte nella prima infanzia, ma che in lei era sostituito da una impalcatura cartilaginea. Votata al servizio del Signore sin dalla fanciullezza, fu proprio il suo precario stato di salute che impedì la realizzazione del suo desiderio di entrare nell’Ordine delle Clarisse, ma comunque divenne Terziaria francescana. Vissuta in un periodo di aspre lotte tra Guelfi e Ghibellini, prese una forte posizione in difesa del pontefice predicando veementemente contro i catari, aizzati da Federico II contro il Papa. Per ordine del podestà di Viterbo fu mandata in esilio con la sua famiglia e si rifugiò prima a Soriano nel Cimino, poi a Vitorchiano. Tornò a Viterbo dopo la morte dell’imperatore Federico II, da lei predetta, predicando per le strade la pace. Morì nel 1251 all’età di diciotto anni. Dal 1258 il suo corpo fu traslato nel monastero e poi nella Chiesa della Clarisse, tra le quali aveva desiderato entrare. Con Rosa da Viterbo si completa la triade delle rose del paradiso ispanico, l’appartenenza al quale è attestata dalla sua perdurante venerazione in Paesi di lingua spagnola. In particolare, la Santa è patrona della città di Alcolea (Almeria,Spagna): portano inoltre il suo nome alcune città della Colombia, del Brasile e una contea della Florida; una chiesa a lei dedicata si trova a Queretaro (Messico); è ritratta in molti dipinti di autori spagnoli, tra cui il più famoso è quello di Francisco de Zubarán (1598 – 1664) sito nella Hospedería Real El Buscón de Quevedo a Villanueva de los Infantes (Spagna). Gianfranco Romagnoli