la Biblioteca di via Senato
Milano
mensile
anno II
n.9 – ottobre 2010
Il buongoverno
secondo Lottini,
maestro
di intrighi
Gianluca Montinaro
Dante e l’Islam:
pregiate edizioni
della “Divina”
Tullio Gregory
e Annette Popel Pozzo
L’Archivio
Malaparte in
mostra a Prato
Matteo Noja
la Biblioteca di via Senato - Milano
MENSILE
DI
BIBLIOFILIA
–
ANNO
II
–
N.9/13
–
MILANO,
OTTOBRE
2010
Sommario
5 L’Utopia: prìncipi e princìpi
GIOVAN LOTTINI,
L’ENIGMA DEL POTERE
di Gianluca Montinaro
11 La prossima mostra in BvS
L’ASCESA DEL POETA
È UNA VERA “RINASCITA”
di Tullio Gregory
23 BvS: Malaparte a Prato
“CURTINO” TORNA DOVE
SI FECE UOMO ED ESTETA
di Matteo Noja
29 inSEDICESIMO – le rubriche
GLI APPUNTAMENTI
CON “DANTE E L’ISLAM”,
I CATALOGHI, L’INTERVISTA
D’AUTORE, ASTE, MOSTRE
E RECENSIONI
45 BvS: a proposito della Commedia
LETTORI E LETTURE
DI DANTE
di Annette Popel Pozzo
52 BvS: rarità per veri bibliofili
ELENA MEZZADRA
E QUELLA CITTÀ DEL SOLE
AMMANTATA DI NOTTE
di Chiara Nicolini
56 BvS: il libro ritrovato
L’ARTE DELLA LEGATURA
DEL BIBLIOFILO
VITTORIO SCOTTI
di Arianna Calò
62 l’Erasmo: pagine scelte*
MATITA ROSSA E BLU
PER DANTE. REBORA
POSTILLA LA “DIVINA”
di Roberto Cicala
68 BvS: un’utopia sempre in fieri
RECENTI ACQUISIZIONI
DELLA NOSTRA BIBLIOTECA
di Arianna Calò, Giacomo
Corvaglia, Margherita Dell’Utri
e Annette Popel Pozzo
72 La pagina dei lettori
BIBLIOFILIA
A CHIARE LETTERE
* tratto da L’Erasmo
n.8 marzo/aprile 2002,
Conversare a margine
Consiglio di amministrazione della
Fondazione Biblioteca di via Senato
Marcello Dell’Utri (presidente)
Giuliano Adreani, Carlo Carena,
Fedele Confalonieri, Maurizio Costa,
Ennio Doris, Paolo Andrea Mettel,
Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli,
Carlo Tognoli
Segretario Generale
Angelo De Tomasi
Collegio dei Revisori dei conti
Achille Frattini (presidente)
Gianfranco Polerani,
Francesco Antonio Giampaolo
Fondazione Biblioteca di via Senato
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Sonia Corain segreteria teatro
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Marcello Dell’Utri conservatore
Margherita Dell’Utri sala consultazione
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Malaparte
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e del Fondo Moderno
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Stampato in Italia
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Bollettino mensile della
Biblioteca di via Senato Milano
distribuito gratuitamente
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L’editore si dichiara disponibile
a regolare eventuali diritti per
immagini o testi di cui non sia stato
possibile reperire la fonte
Immagine in copertina:
Sandro Botticelli, Dante Alighieri,
olio su tela, 1495 ca.
Questo periodico è associato alla
Unione Stampa Periodica Italiana
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
Editoriale
estival, rassegne e manifestazioni varie,
sparse per tutto lo Stivale, stanno
definitivamente consacrando ottobre come
il mese del libro, titolo che già gli spetterebbe
anche solo in virtù del tradizionale
appuntamento con la Fiera di Francoforte,
la più grande e prestigiosa kermesse di settore
a livello planetario. L’edizione appena conclusasi
della celebrata “Buchmesse”, poi, si segnala
particolarmente per la definitiva comparsa
dei cosiddetti e-book come prodotti “editoriali”
a tutti gli effetti, e non più solamente come
fantomatici prototipi del mercato librario
di domani.
Diversi gli spazi e gli appuntamenti dedicati
al libro elettronico e diversi anche i pareri
espressi dagli intellettuali di mezzo mondo
sulle sue più o meno apocalittiche proprietà.
Tra questi, ci piace segnalare il misurato
intervento di Gianni Riotta, direttore del Sole24
ore e saggista sempre attento alle vicissitudini
della pagina scritta. “Prodotto” che il giornalista
italiano non vede assolutamente minacciato
F
dall’incalzante ascesa che gli e-book fanno
registrare in materia di vendite e apprezzamenti,
anzi. Secondo Riotta, infatti, oltre a quel
pubblico colto e adulto che mai rinuncerà
al piacere fisico della carta e delle belle edizioni,
l'avvento di questa nuova tecnologia
e del suo appeal decisamente più giovane
e contemporaneo, non potrà fare altro
che conquistare nuovi adepti al libro,
rinverdendo la pratica della lettura tra quelle
fasce della società – specialmente i ragazzi –
che sembrano non averne ancora colto il fascino.
Noi della Biblioteca di via Senato
inauguriamo intanto una Mostra molto
interessante che presenta la “Commedia”
dantesca in una serie storica di volumi
a stampa che testimoniano la grandezza
di Dante attraverso i secoli. Quanto poi Dante
c’entri con l’Islam lo potrete ricavare dagli scritti
del ricco catalogo che illustra appunto
“Dante e l’Islam - Incontri di civiltà”
aperta dal 4 novembre 2010 al 27 marzo 2011
in via Senato a Milano.
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
L’Utopia: prìncipi e princìpi
GIOVAN LOTTINI,
L’ENIGMA DEL POTERE
I prudenti consigli di uno spericolato maestro di intrighi
GIANLUCA MONTINARO
na spia, un assassino, un individuo pronto a sotterfugi e inganni di ogni sorta. Ma anche un uomo di chiesa, canonico e poi vescovo, attento alle
grandi questioni religiose della sua epoca e autore di uno
dei trattati sull’arte della politica più intriganti e sottilmente perversi di tutto il Rinascimento. Nella ricognizione del vasto Fondo dell’Utopia della Fondazione Biblioteca di via Senato, all’interno dell’ambizioso progetto “La Biblioteca dell’Utopia”, non poteva non spiccare
una tale figura: Giovan Francesco Lottini (1512-1573).
In lui realtà e leggenda si mescolano, da sempre.
La sua vita, che a tratti assomiglia più a un romanzo di
spie e di intrighi, è scandita da luci e ombre, fatti oscuri,
vicende poco note e mai chiarite, voci, accuse, menzogne e falsità. E così anche la sua opera, seppure a prima
vista edificante, mostra i segni dell’acutezza, della doppiezza e dell’ingegno.
Nato a Volterra da famiglia patrizia, fin da giovane
mostra un temperamento rissoso: diciottenne si deve allontanare dalla sua città causa l’accusa di un omicidio e di
alcuni ferimenti. Si reca a Roma, presso il suo parente
Mario Maffei, vescovo di Cavaillon e membro influente
della corte papale. Qui prende gli ordini minori, ma dopo
poco si trasferisce a Siena per studiare logica e filosofia. Vi
rimane poco e inizia a viaggiare freneticamente: Pavia,
Bologna, Padova (ove viene accusato di un altro omicidio), Milano. Nel suo continuo peregrinare accumula
preziose conoscenze, fra cui Cristoforo Madruzzo e Ip-
U
Frontespizio del volume Avvedimenti civili (Firenze,
Sermartelli, 1574) di Giovan Francesco Lottini
polito d’Este, e pericolose amicizie: il riformato Aonio
Paleario, la contessa Lelia Torelli (anch’essa in odore di
eresia) e negli anni successivi Piero Gelido, Andrea Ghetti da Volterra e Francesco Maria Molza. Nel 1539 diviene
precettore in casa di Camillo Orsini e in questa veste si reca spesso in Germania, al seguito del suo padrone. Anche
qui entra in contatto con personaggi influenti, fra cui il
potente banchiere Jacob Fugger di Augusta. Due anni più
tardi passa al servizio di Cosimo I de’ Medici, con la qualifica generica di “segretario ducale”. Dietro questa mansione, all’apparenza innocua, se non per una probabile dimestichezza con gli intrighi di palazzo, se ne cela però
un’altra, molto più pericolosa. In quegli anni, il duca di
Firenze si stava circondando di una vasta schiera di sicari,
avventurieri e spie ai quali ricorreva sovente per “lavori
sporchi” nei confronti di avversari politici (soprattutto i
fuoriusciti repubblicani guidati dalla famiglia Strozzi).
Lottini entra a far parte di questo mondo, mostrando subito capacità e scaltrezza. Molte le missioni effettuate, alcune di importanza esiziale, come l’assassinio a Venezia, nel 1548, di Lorenzino de’ Medici, nemico giurato
del cugino Cosimo. L’anno successivo, Lottini viene sollevato dall’incarico, molto probabilmente per le conclamate tendenze omosessuali. Continua però a lavorare per
la corte medicea, in modo informale: si stabilisce a Roma
(d’ora in poi sua città di elezione) sotto la protezione dei
cardinali Salviati e Sforza di Santa Fiora. Ordisce intrighi
nei Sacri Palazzi, partecipando a missioni segrete, operazioni di spionaggio e loschi traffici. I suoi servigi gli portano la nomina a canonico di San Giovanni in Laterano.
6
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
Frontespizio del volume Avvedimenti civili (Firenze, Sermartelli, 1574) di Giovan Francesco Lottini
Nel 1549, in seguito alla morte di Paolo III, prende
parte al conclave. La morte per avvelenamento del cardinale Ridolfi (nemico di Cosimo) concentra voci e sospetti
su di lui. L’elezione di Giulio III, di tendenza filofrancese
e quindi nemico del duca di Firenze, lo pone ai margini
della corte papale. Continua a lavorare per Cosimo, trattando per suo conto con Giacomo VI Appiani il passaggio
di parte del suo piccolo principato alla Toscana. La buona
riuscita di questa pratica gli consente di rientrare a Roma
ove riprende contatto col cardinale Sforza di Santa Fiora
dal quale riceve un canonicato di San Pietro e un’abbazia
presso Colle di Val d’Elsa. Nel 1555, esperto di maneggi
in periodo di sede vacante, riesce a guidare il conclave all’elezione di Marcello II. Il Papa muore poche settimane
dopo l’insediamento. Lottini tenta, insieme ai cardinali
filoimperiali, di portare il conclave verso la scelta di un
pontefice non sgradito a Carlo V. Questa volta le sue trame sono fermate dai francesi che riescono a far eleggere il
cardinale Carafa, Paolo IV. Chiamato a rispondere del
suo operato dall’imperatore riesce a mostrare la sua lealtà
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
alla causa asburgica con il noto «affare delle galere». Con
l’inganno, Lottini estorce al pontefice una lettera nella
quale è ordinato a due navi da guerra francesi di fare rotta
verso il vicereame spagnolo di Napoli (e quindi consegnarsi al nemico). La reazione di Paolo IV è furibonda: il
10 agosto 1555 imprigiona in Castel Sant’Angelo Lottini
e il cardinale Sforza di Santa Fiora. Mentre gli agenti imperiali levano ferme proteste al papa, Lottini, accusato di
luteranesimo (imputazione di comodo fornita dalle sue
frequentazioni non ortodosse), viene più volte torturato.
L’intento del pontefice era quello di ottenere una piena
confessione non solo del tradimento, ma soprattutto la
denuncia di tutte le trame dei rappresentanti spagnoli in
Italia, nonché la rivelazione dello scopo del recentissimo
viaggio presso Carlo V. I fuoriusciti fiorentini testimoniano in massa contro Lottini. Trincerandosi dietro la
scusa di aver obbedito a ordini superiori, Lottini resiste
diversi mesi: finalmente rilasciato rimane in disparte durante tutto il resto del pontificato di Paolo IV, dedicandosi agli studi e alle frequentazioni di alcuni amici (fra cui
Michelangelo, che già conosceva da molti anni).
Morto Carafa nel 1559, Lottini riprende la sua attività di spia e faccendiere. Partecipa al conclave e dopo tre
mesi di intrighi e maneggi raggiunge il suo successo più
grande: l’elezione di Pio IV Medici di Marignano. Il nuovo papa lo nomina vescovo di Conversano, ma Lottini
dopo poco rinuncia al titolo e inizia, lentamente, a condurre una vita sempre più appartata, dedicandosi a pratiche religiose e riflessioni culturali. Frequenta la cerchia
di Filippo Neri, ma anche personaggi lontani dall’ortodossia religiosa, come il poeta Niccolò Franco. Progressive malattie lo portano a invecchiare velocemente, fino
alla morte, avvenuta intorno al 1572 nella città Eterna.
Tratto comune a tutte le sue opere, molte ancora
inedite, è il generale cinismo che vi domina, seppure in
modo non troppo palese. Lottini non pubblicò nulla in
vita, ma sotto il suo nome circolarono diversi manoscritti
fra i quali un Discorso sulle guerre di religione (da imputare al
dualismo fra potere politico e autorità religiosa) e un Discorso sopra le attioni del conclave (in parte pubblicato nella
raccolta Thesoro politico, edito in Colonia per Alberto Coloresco stampatore dell’Academia italiana, 1593).
La sua opera più importante rimane però gli Avvedimenti civili, un vasto trattato, consegnato in punto di
morte al fratello Girolamo perché lo recasse al Granduca
7
Francesco de’ Medici, sui più diversi temi dell’arte della
politica. L’opera, stampata a Firenze da Sermartelli nel
1574, vide numerose ristampe e una traduzione in francese, del 1584. Benché esista una versione contemporanea
(Bologna, 1941) a tutt’oggi non esiste ancora una edizione basata su criteri filologici e puntali riscontri d’archivio.
Articolati come uno speculum principis (consigli indirizzati al principe), gli Avvedimenti civili constano di
562 paragrafi, a volte anche molto brevi, per lo più ispirati alla lettura dei classici. Fin dall’inizio non si pone come
un trattato organico, ma quasi come un work in progress:
non si maravigli alcuno se la materia è posta senza ordine e
senza scelta di parole, né ornamenti di lingua, e ciò, se ancora gli [al lettore] parrà tedioso il vederne replicate alcune,
secondo che o leggendo o operando le occasioni mi si sono parate davanti; che se al cominciare avessi creduto che dovessero
esser lette da altri che da me, che per mia memoria le notai,
avrei loro dato miglior forma, ma chi ha voluto così, può appresso di me ciò che vuole, e perciò n’ha disposto a modo suo.
Ma c’è un’altra ragione, di tipo filosofico o meglio di
concezione del mondo e della Storia. Essi non possono essere racchiusi in un libro, quantunque vasto, perché (si noti la sostanziale identità fra azione e speculazione politica)
gli accidenti che occorrono ne’ governi degli Stati sono di numero così grande e di qualità sì diverse, e vengono in tanta
varietà di tempi, che non basta la vita di un uomo a venirne
alla prova, tuttoché egli avesse e potenza e valore da superare ogni pericolo il quale ci s’accompagnasse, e perciò non hanno potuto gli antichi scrittori dall’esempio di un solo raccorre
tutti gli ammaestramenti che convengono a coloro i quali
vogliono ottimamente governare.
Secondo l’idea, al tempo largamente diffusa, che
l’utopia della perfezione politica si potesse raggiungere
solamente nelle mediazioni delle forme (monarchia, aristocrazia, democrazia), Lottini utilizza il concetto per
tratteggiare la figura dell’ottimo principe:
Marco Varrone, quando volle mostrare qual dovesse essere un ottimo e principal cittadino, prese a raccontare i costumi, l’effigie e l’operazioni, così nella pace come della
guerra, di settanta cittadini eccellenti, per venir poi sepa-
8
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
Da sinistra: Cosimo I de’ Medici in un riratto di Agnolo Bronzino (1503-1572), Papa Marcello II e Papa Paolo IV
rando ciò che fosse ottimo e perfettissimo in ciascuno e porlo in un solo.
Ancora una volta l’utopia è giusto rimanga utopia,
sia posta come orizzonte del possibile e non come immanenza realizzabile. La perfetta perfezione non è di questo
mondo, ricorda Lottini:
certa cosa è, che a volere fra molte e molte cose buone scegliere
le migliori e scelte, e comporle in modo che riesca di loro
un’ottima e perfettissima forma, non è opera da ognuno, né
io ho inteso di venirne alla prova.
Il fine di Lottini è un altro, molto più semplice: organizzare un prontuario, utile, con ragione, «secondo il
bisogno». Questo perché l’ufficio del principe è più «di
apprensione interiore che di operazione esteriore, la quale apprensione può di sua natura abbracciare infinite cose, non già come infinite, ma come quelle che si possono
ridurre dentro da lei a pochi capi, a’ quali il principe savio
dee sempre por mente». La natura del potere, dispiegandosi nell’ambito della politica, prende forma in infiniti
particolari i quali
essendo infiniti non possono da un sol uomo per la loro infini-
tà essere esercitati, come perché converrebbe che il medesimo
uomo fosse di diversa natura; avvenendo nel principe né più
né meno come se avvenga del cuore nel composto dell’animale, senza la cui virtù tutto che i membri non possono esercitare la loro operazione, egli nondimeno non potrebbe fare particolarmente ciò che essi fanno, perciocché bisognando che alcuno ve ne sia diritto, alcuno torto, alcuno sodo e aspro, ed alcuno molle e delicato, sarebbe impossibile che il cuore potesse
unire tanta diversità in sé solo.
L’ufficio del principe risponde quindi più a una
quotidiana disciplina dello spirito che alla pedante osservazione di precetti (i quali, come detto, seppure particolareggiati, non potrebbero mai coprire tutta la varietà dei
casi e degli accidenti).
In effetti gli Avvedimenti civili sono un’opera ascrivibile al filone della “prudenza politica”. Lottini sa bene
che le sorti della Penisola non sono più decise in Italia ma
presso le grandi corti europee. Sa che nessun potentato
italiano ha la forza e l’autorevolezza per imporsi sugli altri
e allontanare gli eserciti stranieri. Al suo generico principe non a caso consiglia prudenza e moderazione, conservazione più che azione, «il che se mai fu conveniente a fare, è necessario farlo oggi, essendo la potenza propria disordinata e scemata, e la forestiera accresciuta, e bisognando che con una quasi assidua industria e prudenza si
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
supplisca alle forze che mancano per difendersi da chi ha
voglia di porre quel tanto che ci resta in rovina». E aggiunge che «le signorie e i principati sono stati trovati per
la salute de’ sudditi e non per le voglie del principe» il
quale, da buon padre di famiglia, non deve infatti dimenticare che è Dio ad avergli «conceduto lo imperio e seco
l’abbondanza di quasi tutti i beni, la maggior felicità sua
sia il sapere e il volere participarli con quanti più possa, riputandosi per gloriosissima impresa, quando possibile
fosse, il far beneficio a tutti i soggetti suoi».
L’opera, nel suo complesso, tocca gli argomenti
più disparati: dall’organizzazione militare alla cura fisica, dalla regolamentazione della vita economica ai codici di comportamento individuale. Ma Lottini, uomo
abituato a guardare la realtà effettuale del mondo, non
si perde dietro fantasticherie. La sua doppiezza vive
nelle parole del trattato, nelle pieghe e nelle sfumature
concettuali. Lottini sostiene la necessità del buon governo (cioè «quello che è fatto a beneficio di coloro che
sono governati»), ma ricorda anche come quel governo
che ponga sé prima di tutto il resto («secondo l’intelletto e non il senso») sia il governo migliore perché «essendo fondato in sé medesimo, viene fondato in una sodissima cosa, non si potendo alcuno torre naturalmente
da se stesso».
Ugualmente, Lottini invita il principe al rispetto
delle leggi ma anche è normale che, per ragione di governo (cioè della prerogativa insita nella carica stessa), «ancor possa usar la forza, acciocché gli uomini vivano temperati, e secondo l’onesto». Né tanto meno deve mostrare preoccupazione se qualcuno sostiene che le «guardie
mostrin segno di principato violento, imperocché le
guardie, quanto a sé, ogni volta che il principe sia buono,
non saranno giammai cattive, né vieteranno che i buoni
cittadini possano operar bene, ma bene impediranno che
i cattivi non possino operar male».
Vent’anni più tardi, l’eco delle parole di Lottini,
trova spazio nelle pagine Della ragion di Stato (1598) di
Giovanni Botero. Esponendo concetti generali, Botero vi innesta però pensieri machiavelliani: è «cosa risoluta che nelle deliberationi de’ prencipi l’interesse è
quello che vince ogni partito». E, nella descrizione delle virtù del principe, appaiono anche chiari accenti controriformisti. Non solo «la riputatione si fonda nel sapere e nel valore», ma esse
9
durano poco se non sono aiutate e mantenute da altre due: e
queste sono la religione e la temperanza. La republica è quasi una vigna, che non può fiorire, né far frutto, se non è favorita dall’influenze celesti et aiutata dall’industria umana,
che la poti e le tronchi le superfluità. La religione procura di
mantener gli stati con l’aiuto sopranaturale della gratia di
Dio; la temperanza col tenerne lontane le morbidezze et i
nodrimenti de’ vitii, onde procedono le rovine.
Il principe deve naturalmente riconoscere che «religio est omnis principatus fondamentum» e quindi
humiliarsi innanzi la Divina Maestà, e da Lei riconoscere il
regno e l’obedienza de’ popoli; e quanto egli è collocato in più
sublime grado sopra gli altri, tanto deve abbassarsi maggiormente nel cospetto di Dio, non metter mano a negotio,
non tentare impresa, non cosa nissuna ch’egli sia sicuro esser
conforme alla legge di Dio. [...] Per lo che sarebbe necessario
che il prencipe non mettesse cosa nissuna in deliberatione nel
conseglio di Stato che non fosse prima ventillata in un conseglio di conscienza, nel quale intervenissero dottori eccellenti
in teologia et in ragione canonica.
Alla “ragion d’inferno” dei tiranni machiavelliani
va quindi opposta la legittimità della ragion di Stato di papi e imperatori cristiamente educati al timor di Dio, alla
pietà, all’amore della pace e della giustizia. A differenza di
Machiavelli, che scrive, al limite dell’eresia, che un «principe nuovo non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato,
per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro
alla carità, contro alla umanità, contro alla religione»,
Botero sostiene, in piena Controriforma, una posizione
completamente diversa. È compito della religione (e
quindi della Chiesa, il cui primato spirituale e temporale
non deve mai essere messo in discussione) confermare la
legittimità dei governi temporali e quindi contrastare il
diffondersi delle eresie.
L’epoca di Lottini è ormai giunta al termine. I suoi
scritti vengono presto dimenticati a favore della teorica
della ragion di Stato. La scaltrezza lascia spazio all’osservanza religiosa, la prudenza al mero conservatorismo. Al
principe seicentesco, perso in un universo multicentrico
fatto di inganni, apparenze e specchi, non rimane che appigliarsi alla divina consacrazione come unica legittimazione di sovranità.
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
11
“Dante e l’Islam”, la prossima mostra in BvS
L’ASCESA DEL POETA
È UNA VERA “RINASCITA”
La Commedia “illustrata” dai dotti curatori delle sue edizioni
TULLIO GREGORY
a mostra propone un itinerario attraverso le edizioni della Commedia di Dante presenti nella Biblioteca milanese di via Senato, dagli incunaboli
alle stampe recenti. Non intende quindi affrontare il tema dell’influenza della cultura islamica – e di alcuni testi
in particolare – sul pensiero e sull’opera del Poeta. Tema
molto importante nella storia della critica dantesca che ha
avuto tuttavia impostazioni ed esiti diversi: fecondo di
positivi risultati quando è stato affrontato sul più ampio
sfondo dei rapporti fra cultura islamica e mediolatina,
con riferimento alla reale circolazione di libri, di autori,
di idee soprattutto negli ambienti scolastici; con risultati
modesti quando è stato studiato nei circoscritti termini di
un raffronto diretto fra due diverse escatologie.
re da Alfonso il Saggio (1264 ca.) in castigliano e di qui
passato in latino e in antico francese per opera di Bartolomeo da Siena (sicura l’attribuzione a Bartolomeo della
versione latina, non dell’altra).
I rapporti diretti, le influenze di testi islamici di mistica e di escatologia sulla cultura di Dante sono assai difficili da provare; tuttavia, come già notava un grande arabista, Francesco Gabrieli, in un saggio dedicato a Dante e
l’Islàm (1965), se «l’immenso lavoro filologico condotto
in questo secolo attorno al binomio Dante-Islàm [soprattutto in rapporto alle tesi di Asín Palacios e al Libro della
scala] approda a risultati modesti per quel che riguarda il
diretto rapporto fra i due termini… fecondo esso è stato
per contro nell’illuminare ulteriormente la molteplicità
di interessi che lega nel campo religioso e culturale l’Islàm d’Occidente (Spagna) con il Medioevo latino».
Non diverse le conclusioni di uno dei maggiori danIn questa seconda prospettiva, il problema fu posto
tisti del secolo scorso, Bruno Nardi, che a proposito dei
con forza da un arabista di fama, Miguel Asín Palacios,
rapporti del poema dantesco con il Libro della scala, notacon la memoria La escatología musulmana en la Divina Cova, escludendoli, che solo «l’averne
media (1919, seconda edizione 1943)
fatto […] una “fonte della Divina
e poi ancora da Enrico Cerulli e da
In occasione della grande mostra
José Muñoz Sendino che pubblicaCommedia” ha dato alla pubblicaziorono contemporaneamente (1949) il
dal titolo Al-Fann. Arte islamica,
ne di esso risonanza mondiale […].
Libro della scala di Maometto, testo di
Ad ogni modo ritengo che la discusorganizzata dal Comune di Milano
escatologia musulmana (di cui l’orisione che n’è seguita abbia contribuia Palazzo Reale in collaborazione
ginale arabo è perduto) fatto tradurto a chiarire molti problemi».
con il Museo del Kuwait dal 18
Infatti, se si esce dagli angusti liottobre prossimo, la BvS con la mostra
miti della polemica sull’eventuale inDante e l’Islam vuol fornire un’insolita
Il primo ritratto di Dante
fluenza dell’escatologia islamica sul
premessa per meglio comprendere
che sia mai apparso in un’edizione
poema dantesco, e ci si pone nella più
il fitto scambio culturale in atto
ampia prospettiva della cultura filodella Commedia
sin dal Medioevo tra i popoli cattolici
sofica e scientifica medievale fra i se(Venezia, Giunta & Pocatela, 1529)
e islamici nel bacino del Mediterraneo.
L
12
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
coli XIII e XIV, osservata da quella vetta che è rappresentata dalla Commedia (come suggeriva Nardi), allora appare
indubbia la forte presenza e l’influsso del mondo islamico,
grande mediatore fra la cultura greca e la mediolatina.
È noto come la cultura europea, dal secondo quarto
del sec. XII – e ancor più incisivamente nel sec. XIII con la
nascita delle università – sia fortemente segnata e trasformata dalla scoperta, vera “rinascita”, di testi fondamentali della cultura greca e araba: nel corso del XII secolo, in
mutate condizioni politiche ed economiche, l’Europa latina aveva aperto nuovi rapporti con tutto il mondo mediterraneo e veniva a conoscenza di inediti tesori di testi fino ad allora ignorati; cominciarono ad affluire dalla Spagna (soprattutto da Toledo), dalla Francia meridionale,
dalla Sicilia (la corte di Federico II ha un’importanza cruciale), da Costantinopoli e poi anche dall’Inghilterra,
versioni latine dal greco e dall’arabo di opere di filosofia
naturale e di metafisica, di medicina e di astronomia, di alchimia e di magia. E se le traduzioni greco-latine di Aristotele e di alcuni suoi commentatori greci sono le più diffuse fra XII e XIII secolo (quando si procedette anche alla
revisione o al rinnovo di precedenti versioni), la presenza
della cultura islamica appare assai più incisiva non solo
per alcune versioni aristoteliche, ma soprattutto per la
versione in latino di testi fondamentali dei grandi filosofi
arabi: da al-Kindi a al-Farabi, da Avicenna ad Averroè, oltre ad autori ebrei che scrivevano in arabo come ibn-Gabirol (in latino Avicebron) e Mosè Maimonide. Né va dimenticato che già alla metà del secolo XII, per iniziativa di
Pietro il Venerabile, veniva tradotto il Corano insieme ad
altri testi relativi alla religione islamica (Collectio Toletana).
Larghissima fortuna avranno anche testi arabi di
astronomia e astrologia, fra i quali il più letto dalla seconda metà del XII secolo, l’Introductorium maius in astronomiam di Albumasar, due volte tradotto, classico dell’astrologia islamica, presente nella cultura europea fino a
tutto il Cinquecento e oltre. Ad esso si legano due testi di
Claudio Tolomeo tradotti dall’arabo nel secolo XII: l’Almagesto (una traduzione dal greco non ebbe circolazione)
e soprattutto il Quadripartitum, fondamentale testo
astrologico; non meno importante la versione dello pseudo-tolemaico Centiloquium, ovunque citato.
ANTICHI TOMI E iPad PER SONDARE LA RICCHEZZA DEL NOSTRO MEDIOEVO
a mostra DANTE E L’ISLAM. Incontri di
civiltà è organizzata dalla Fondazione
Biblioteca di via Senato,
in collaborazione col Comune di Milano
–Cultura, in occasione dell’esposizione
dal titolo Al-Fann. Arte islamica, che si terrà
a Palazzo Reale. L’accostamento del nome
del Poeta alla civiltà islamica è sempre stato
oggetto di incomprensioni, dibattiti e
discussioni. Partendo dalle analogie presenti
nel Poema dantesco con le leggende della
tradizione islamica sui viaggi oltremondani
di Maometto, si vuole solo rimarcare quanto
l’epoca del Poeta, permeata dal pensiero,
della cultura e delle scoperte provenienti
dal mondo arabo fosse un’epoca feconda
per il pensiero e per la cultura occidentale.
All’inizio della mostra, un breve
preambolo introduce alla situazione storica
e politica del tempo, mettendo in luce le
sorprendenti analogie del Poema con alcuni
esempi della letteratura mistica islamica
riguardanti il mira’j, ovvero l’ascensione
L
mistica di Maometto, narrata dal Corano.
Il percorso espositivo prevede
la suddivisione degli spazi e delle opere
secondo le tre Cantiche – Inferno,
Purgatorio, Paradiso – in cui sono esposte
35 edizioni illustrate della Divina Commedia
di proprietà della Fondazione Biblioteca
di via Senato, che testimoniano la fortuna
di Dante attraverso i secoli: dalla seconda
edizione illustrata di Bonino de’ Bonini
[1487] all’edizione illustrata da Salvador
Dalì, e a quella illustrata da Monika Beisner.
Sono, inoltre, esposti alcuni preziosi
reperti provenienti dalle Raccolte
Extrauropee del Comune di Milano,
dal Museo d’Arte Orientale di Torino,
da collezioni private e da altri musei,
che cercano di rendere l’importanza
dell’artigianato e delle arti minori, delle
scienze e della filosofia musulmane.
All’esterno è possibile visitare la
sezione multimediale con la versione 3D
della Divina Commedia per iPad (curata
da Carraro Multimedia), allestita in modo
da far ricordare ai visitatori le figure e
i brani più importanti del Poema dantesco.
La Biblioteca di via Senato si è
avvalsa della collaborazione di Giovanni
Curatola – docente presso l’Università
Cattolica del Sacro Cuore di Milano e
l’Università di Udine, esperto di arte
islamica, curatore della mostra di Palazzo
Reale; Tullio Gregory – professore emerito
di Storia della filosofia presso la Facoltà
di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma
“La Sapienza”; Francesca Flores D’Arcais –
docente di Storia dell’Arte Medievale presso
l’Università Cattolica del Sacro Cuore
di Milano; Annette Popel Pozzo,
conservatrice dei Fondi Antichi, e Matteo
Noja, conservatore dei Fondi Moderni,
della Fondazione Biblioteca di via Senato.
Il dialogo culturale che rappresenta le
radici della nostra civiltà si è formato
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
Alle traduzioni dei maggiori filosofi e scienziati arabi si accompagnava tutta una produzione di testi pseudoepigrafi (fra cui fondamentale il Liber de causis, attribuito
ad Aristotele, in realtà derivato da Proclo) o anonimi, soprattutto di carattere medico, scientifico, astrologico.
Il complesso di questi testi trasmetteva una variegata filosofia prima ignota ai latini, nata fuori dall’orizzonte
cristiano: filosofia ora influenzata da motivi neoplatonici,
ora più direttamente legata alla tradizione peripatetica,
anch’essa peraltro non omogenea. Saranno soprattutto
Avicenna e Averroè i due massimi - e diversi – autori arabi
letti dai latini; in particolare Averroè diventerà per i suoi
commenti ad Aristotele il “Commentatore” per eccellenza, accettato, discusso, condannato, ma sempre presente
nell’insegnamento universitario, accanto ai testi dello
Stagirita.
Nel giro di poco più di un secolo, fra XII e XIII, la
“biblioteca” e tutto l’orizzonte culturale mediolatino è
radicalmente trasformato. Nei nuovi testi – che colmava-
certamente nel cristianesimo, potentemente
rafforzato dalla tradizione della razionalità
greca e romana, ma è stato attraversato
e stimolato dalle correnti di pensiero
del Vicino Oriente, ebraico e arabo. Per
capire la nostra identità, non si può fare a
meno di nessuna di queste voci. Di alcune di
queste voci, meno percepite nel passato per
motivi ideologici, politici e religiosi, solo ora
l’Europa comincia a prendere coscienza; tra
queste, sicuramente, quella dell’Islam. In
un’epoca come quella attuale, nella quale si
assiste a una contrapposizione sempre più
drammatica tra il mondo occidentale e
quello islamico, è bene ricordare come il
periodo in cui visse Dante fu un periodo
fecondo della nostra storia, anche perché i
rapporti fra il mondo cristiano e il mondo
musulmano si fecero molto più stretti, in
tutta l’area mediterranea, a dispetto delle
feroci guerre di religione che lo
contraddistinsero.
Scopo della mostra è evidenziare
come la cultura islamica fosse diffusa
13
no la “povertà” della cultura altomedievale – si scopriva
una concezione del cosmo e dell’uomo, con una stretta
connessione fra fisica e metafisica, che si affermerà presto
come l’unica possibile descrizione della realtà e una nuova cosmologia si imporrà come vera, non senza l’apporto
di conferme teologiche.
La difesa di una nuova ratio non più simbolica, ma
fisica, “naturale”, era strettamente legata alla scoperta
della «ricchezza degli antichi», di Aristotele e della
«scienza degli arabi» con le loro «inconfutabili ragioni»;
l’Occidente veniva così a conoscere una “filosofia” – variamente articolata pur nel suo prevalente riferimento alla tradizione peripatetica non senza suggestioni platoniche – del tutto estranea alla cultura altomedievale: quella
filosofia, con i suoi autori, diveniva dal sec. XIII il fondamento dei curriculum scolastici nelle facoltà delle arti e
punto di riferimento in quelle di teologia, perdurando fin
oltre il Cinquecento.
È questo l’orizzonte culturale in cui si colloca la filosofia di Dante che ha scoperto – scrive nel Convivio «vocabuli d’autori e di scienze e di libri», studiando filo-
in tutta l’Europa medievale e come ciò
sia, direttamente o indirettamente,
volutamente o no, testimoniato nella
Divina Commedia.
Nel Duecento, due uomini
incarnarono sopra tutti questo evento
di contaminazione culturale: Federico II
di Svevia, lo “Stupor Mundi”, che in Sicilia
costruì attorno a sé una corte di grande
livello intellettuale sul modello di quelle
arabe, favorendo, tra l’altro, la nascita
della poesia italiana; e Alfonso X, il saggio re
di Castiglia e León, che istituì una scuola
di traduzione a Toledo, e la cui corte fu
la via maestra, il principale centro
di assimilazione, traduzione e ritrasmissione
della filosofia e della scienza dei Mori
e ne favorì la diffusione in tutta Europa.
Ma è proprio Dante che trasfuse
ogni conoscenza a lui contemporanea
nella Divina Commedia, compilando,
in un supremo testo, una sorta
di enciclopedia del tempo.
La mostra vuole quindi offrire
un punto di vista particolare ma
privilegiato che ha come punto focale la
Commedia e che, seguendo la sua
prospettiva, suggerisca i temi e le
circostanze della vicinanza tra le due
culture.
Il percorso espositivo, lungi
dal volersi presentare esaustivo della
sterminata materia che riguarda la Divina
Commedia, ne illustra la natura
e la struttura, cercando di richiamare
alla mente quei personaggi e quelle teorie
che Dante ha ricordato nei suoi versi
e che testimoniano quanto detto sopra.
Molti dei personaggi citati
direttamente da Dante nel Poema sono
legati al mondo musulmano: il sultano
Salah ad’Din [Saladino], Avicenna, Averroè,
Brunetto Latini, Pietro Ispano, tra gli altri;
oltre a quelli non citati direttamente, ma di
cui il Poeta aveva ben presente l’importanza,
se non altro attraverso gli insegnamenti
del “maestro” Brunetto Latini, e di cui
mostra di conoscere le opere e il pensiero.
14
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
Da sinistra: Dante nell’edizione di Corbetta, 1837 (esemplare su carta verde); la Commedia di Parigi, Marcel Prault, 1768
sofia «ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti». E poiché alle tradizioni islamiche rinvia il titolo di questa mostra, andrà ricordata l’importanza dell’esegesi araba e in particolare averroistica, ampiamente
diffusa nelle facoltà delle arti dalla seconda metà del secolo XIII, alla quale Dante attinge suggestioni non marginali, soprattutto nel Convivio e nella Monarchia (la tradizione filosofica e scientifica araba è conosciuta da Dante
prevalentemente attraverso Alberto Magno).
Non è dunque un caso se Dante abbia presente il
commento di Averroè al De anima (non sappiamo se letto
direttamente) e se proclami la più alta stima per il maggiore degli averroisti del suo tempo, maestro Sigieri di
Brabante. Sicché non stupisce trovare Averroè, con il suo
«gran commento», e Avicenna fra gli «spiriti magni» del
Limbo (dove è anche il Saladino) nella «filosofica famiglia», attorno ad Aristotele, con i grandi filosofi e scienziati greci e latini, mentre Sigieri è celebrato, con Tom-
maso d’Aquino, nel X canto del Paradiso come maestro di
«invidïosi veri». Quanto ad Avicenna – forse conosciuto
tramite Alberto Magno o altre fonti scolastiche – certi
suoi temi ampiamente diffusi e spesso avvicinati alla tradizione agostiniana, motivano l’attenzione di Dante per
un’esegesi arabizzante ricca di motivi platonici. Con Avicenna, Dante ricorda due volte Algazel, sempre attraverso Alberto Magno o forse Pietro d’Abano; peraltro ben
conosciuto da Dante e più volte citato è al-Fargani per il
suo compendio di Tolomeo (Liber de aggregationibus scientiae stellarum, tradotto da Giovanni di Siviglia attorno al
1135). Anche un altro testo arabo – tradotto in latino da
Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo
– ha grande rilievo nella cultura medievale ed è ampiamente utilizzato e citato da Dante: si tratta del già ricordato Liber de causis – derivato dalla Elementatio theologica di
Proclo, come vide per primo Tommaso d’Aquino – ma
entrato in Occidente dapprima come opera di Aristotele,
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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quasi coronamento della sua Metafisica. Essendo un testo
neoplatonico non solo favoriva interpretazioni platonizzanti di Aristotele, ma permetteva incontri e scambi con
altre tradizioni, anch’esse di origine platonica, come la
teologia veicolata dagli scritti dionisiani, l’agostinismo,
l’avicennismo: orientamenti che variamente trasmettevano suggestioni emanatistiche, temi legati alla metafisica della luce, modificando a volte i più generali schemi
della metafisica e della cosmologia aristotelica. E di motivi neoplatonici è tramite il De causis anche per Dante, in
particolare per il rapporto gerarchico e scalare delle intelligenze celesti e per l’originale cosmologia delineata nel
II canto del Paradiso, di forti toni neoplatonici.
Di questa mostra, si è già accennato, il percorso è
dettato dalle edizioni della Commedia, dagli incunaboli
alle edizioni recenti.
Apre la mostra l’incunabolo bresciano (1487) del
grande Comento sopra la Comedia di Cristoforo Landino, pubblicato per la prima volta a Firenze nel 1481, illustrato da Botticelli, che costituisce il punto di approdo della riscoperta, del “ritorno” di Dante nella sua città: esso coronava un orientamento della cultura umanistica che si era venuto definendo dalla fine del Trecento
nella polemica contro i detrattori di Dante, sentito come rappresentante di un’età superata, e che aveva trovato già in Coluccio Salutati e poi in Leonardo Bruni,
agli inizi del Quattrocento, il suo più fecondo avvio.
Quella del Landino è un’opera che nasce dalla sua
lunga attività di professore di retorica e poetica nello
Studio fiorentino (dal 1458). Nel corso degli anni lesse
Cicerone, Orazio, Persio e Giovenale, tornando più
volte su Virgilio; ma lesse anche il Canzoniere di Petrarca – che ben s’inserisce nella landiniana difesa del volgare – e più volte la Commedia di Dante. Qui gioverà ricordare come la sua lettura dell’Eneide (ne pubblicherà
un commento nel 1488, ma delle letture virgiliane abbiamo testimonianze di oltre vent’anni prima) richiami
costantemente Dante; è Landino stesso a sottolinearlo:
«Ora perché avevo novellamente interpretato e alle latine lettere mandato l’allegorico senso della virgiliana
Eneide, giudicai non dovere essere inutile a’ miei cittadini né ingiocondo se, con quanti potessi maggior studio e industria, similmente investigassi gl’arcani e occulti ma al tutto divinissimi sensi della Comedia del fiorentino poeta Dante Alighieri».
La Comedia del divino poeta, Venezia, Bernardino Stagnino
e Giovanni Giolito de Ferrari, 1536
A entrambi i poeti Landino applica lo stesso metodo
ermeneutico suggerito per Virgilio da una tradizione tardoantica e largamente praticato lungo il Medioevo nel
commentare testi sacri e profani: il metodo dell’interpretazione allegorica per cogliere sotto i «diversi velami»
della lettera una «somma scientia», uno «stupendo cumulo di dottrina» che suscita nel lettore «orrendo stupore».
Già nelle Disputationes Camaldulenses (1472 ca.),
Landino aveva difeso la propria interpretazione di Virgilio nella convinzione che il suo testo «nasconde una profondissima scienza» in figmentis, polemizzando contro
quanti riducevano l’Eneide a un tessuto di «oziose favolette». Del resto, sottolinea Landino, coniugando Platone
con Macrobio («eccellente fra i filosofi platonici»), Orfeo e Museo con Mosè e Davide, non solo i profeti e i poeti, «ispirati da divino furore», come insegna Platone, ma
anche i filosofi e i “prischi teologi”, quando hanno voluto
affidare alle lettere un messaggio più alto, lo hanno sem-
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Ritratto di Dante, inciso da Heylbrouck, nell’edizione
Cominiana del 1726-1727
pre «occultato sotto vari figmenta, sotto diversi figurarum
integumenta», per stimolare l’ingegno degli intepreti,
«studiosi» e «dotti».
Nella schiera dei grandi profeti e poeti si inserisce
Dante, che da Virgilio ha tratto non solo l’ispirazione
poetica ma gran parte della materia del suo canto, sicché a
ben vedere «non si allontana mai da lui», anche in quegli
insegnamenti della Commedia tanto nascosti che possono
essere compresi solo «da pochi e dottissimi uomini».
Così Landino nelle Disputationes Camaldulenses –
come già nelle lezioni allo Studio – fissava i criteri ermeneutici messi in atto per la lettura di Virgilio e di Dante al
fine di svelare – scriveva nel suo discorso di dedica alla Si-
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
gnoria fiorentina – «gl’alti e profondi suoi sensi sotto
poetico figmento allegoricamente nascosti». Landino ha
una considerazione altissima della poesia, prima fra le arti
liberali che tutte racchiude, e sottolinea la sua funzione
nell’incivilimento dell’umanità, condotta da poeti teologi fuori dallo stato ferino, sempre veicolo di profondi insegnamenti filosofici e morali, maestra di vita attiva e
contemplativa; necessaria per educare anche i giovani
fiorentini alla vita civile.
Non a caso il poeta è teologo e profeta, perché la
poesia, scriveva Landino in una sua prolusione dantesca e poi presentando il commento, «non da mortale
ingegno ma da divino furore ne l’umane menti infuso
origine trae».
Accanto al compito suo proprio, quello di scoprire
la scienza dantesca nascosta dietro l’involucrum («meraviglioso velame») della lettera, Landino affronta il problema della lingua di Dante con un’appassionata, patriottica
difesa del «fiorentino idioma» del poeta, analizzando finemente le sue caratteristiche lessicali, insistendo sui latinismi e neologismi, e liberandolo «della barbarie di molti
esterni idiomi ne’ quali da’ commentatori era stato corrotto», per dimostrare che proprio il fiorentino è la lingua più di ogni altra degna dell’alta poesia, come il greco
di Omero e il latino di Virgilio.
Con Dante inizia la rinascita, il passaggio dalle tenebre alla luce, come già aveva indicato Filippo Villani
(Dante «riportò alla luce [la poesia] tratta fuori dall’abisso delle tenebre»): «Dante – scrive Landino – prima ridusse in luce gl’ornamenti retorici e poetici, e l’antica eleganzia, composizione e dignità, già per molti secoli al tutto estinta, in gran parte ridusse in luce […] fu el primo che
la lingua nostra patria, insino a’ suoi tempi roza, inessercitata, e di copia e d’eleganzia molto nobilitò e fecela culta
e ornata […] innanzi a Dante in lingua toscana nessuno
avea trovato alcuna leggiadria né indotto eleganzia o lume alcuno. […] Lui primo dimostrò quanto fussi idoneo
el fiorentino idioma non solo ad esprimere, ma ad amplificare ed essornare tutte le cose che caggiono in disputazione».
Marsilio Ficino, nella lettera indirizzata a Landino
e pubblicata dopo il proemio di questi, scrive una pagina
che vale la pena di essere letta per tutti i riferimenti al tema del rinascere, legato al ritorno di Dante nella sua Firenze, usando la contrapposizione esilio-ritorno, tenebre-luce, tanto presente nei testi umanistici quattrocen-
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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teschi a indicare il sorgere di un’età nuova dopo il buio
dell’età passata.
Il tema della “rinascita” non solo delle lettere, ma
anche delle arti e di tutta la “vita civile” in stretta connessione con il “ritorno” di Dante nella sua città è ampiamente sviluppato dal Landino che riprende motivi
già presenti negli ambienti umanistici fiorentini, da Filippo Villani a Leonardo Bruni e Giannozzo Manetti, e
costituisce il cuore della sua lode della città di Firenze,
centro di un rinnovamento culturale cui l’Italia tutta
deve rendere «buona grazia». È infatti per l’opera dei
grandi autori del Trecento, anzitutto Dante e Petrarca,
che è stata riportata alla luce, dopo le «varie inondazioni di barbariche nazioni», la «facoltà poetica» la cui
«declinazione» era cominciata dopo il poeta “fiorentino” Claudiano (come già sosteneva Filippo Villani): furon loro che «l’una e l’altra eloquenzia» (poesia e prosa) «non solo morta ma per tanti secoli sepulta, in vita
ridussero e dalle tartaree tenebre in chiara luce rivocarono». «Fu adunque la nostra città l’ultima nella quale
si spegnessi tale facultà [la poesia]. E la prima nella quale si raccendessi».
È un Dante «padre della patria», «restituito nella
sua patria», che Landino presenta ai Signori della città.
Siamo di fronte al momento più alto del ritorno e della
fortuna di Dante nel Quattrocento fiorentino, espressione di una “rinascita” legata al primato di Firenze in
tutti i campi della «vita civile»: dalle lettere alle arti, dal
diritto alla mercatura («e’ fiorentini mercatanti haver
ottenuto el supremo grado […] dove mercatura s’esserciti»).
Landino, che quel ritorno sanziona con il suo
commento, traccia una linea storiografica precisa che
da Dante e Petrarca – e dai loro contemporanei Cimabue e Giotto – trova la sua continuità nella cultura fiorentina da Coluccio Salutati a Leonardo Bruni, da Poggio Bracciolini ad Ambrogio Traversari, da Giannozzo
Manetti a Leon Battista Alberti, da Donato Acciaiuoli a
Matteo Palmieri, da Guido Bonatti a Paolo dal Pozzo
Toscanelli, da Masaccio a Paolo Uccello, da Brunelleschi a Donatello («sia mio proposito non nominare alcuno de’ vivi»): «Surgono poeti, surgono istorici: e’quali per l’avvenire non saranno defraudati di convenienti onori. Ma credo veramente potere concludere
Ritratto di Dante, di tradizione vasariana, la cui presenza porta
all’opera la denominazione “del Gran Naso” o “del Nasone”
nell’ornato del dire Fiorenza sequitare le vestigie della
greca Atene».
Landino affidava alla cultura rinascimentale un
messaggio che avrà echi diversi e profondi nel Cinquecento, secolo lungo il quale compariranno varie edizioni del suo commento; dopo i cinque incunaboli veneziani e uno bresciano fra il 1484 e il 1497 (quest’ultimo
esposto in mostra), sarà ancora ristampato nel secolo
XVI cinque volte a Venezia (le edizioni del 1529 e del
1536 sono qui presenti) e, con il successivo commento
di Vellutello, ancora nel 1564, 1578 e 1596.
Al commento di Landino in questa mostra fanno
seguito, per indicare solo alcuni momenti dell’ecdotica
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
A sinistra: Dante nel famoso ritratto
di Gustave Doré; a destra particolare
dell’edizione stampata a Lione
da Jean de Tournes nel 1547
e dell’esegesi dantesca qui documentata, altri testi fondamentali:
anzitutto l’edizione aldina della
Commedia curata – ma non firmata
– da Pietro Bembo che, rifiutando il
titolo vulgato, l’intitola Terze rime di
Dante (1502, poi ancora 1515 come
Dante col sito, et forma dell’inferno: questa con
dedica a Vittoria Colonna firmata da Andrea Torresano, succeduto ad Aldo, morto poco prima della pubblicazione). In-8° nell’originale corsivo proprio di Aldo,
senza prefazione né commento, con il proposito di presentare un testo non corrotto dal gusto umanistico seguito da Landino, ma riportato a una forma che sembrava più consona all’età di Dante (tuttavia, sulla lingua della Commedia, Bembo avanzerà non poche riserve nelle
sue Prose della volgar lingua, rimproverando a Dante di
aver usato «ora le voci latine, ora le straniere, che non sono state dalla Toscana ricevute, ora le vecchie o del tutto
tralasciate, ora le non usate o rozze, ora le immonde e
brutte, ora le durissime […]»). Per la sua edizione Bembo utilizzava il codice Vat. Lat. 3199 che era stato fatto
trascrivere da Boccaccio per Petrarca e che a sua volta il
Bembo trascrisse per l’edizione aldina (oggi Vat. Lat.
3197), con personali interventi linguistici e grafici.
L’edizione aldina del 1502, la prima “moderna” per
il formato (classificato da Aldo fra i «libelli portatiles»),
per avere eliminato le abbreviazioni e aver distinto le parole secondo precise regole grammaticali, resterà la base
(così come il Vat. Lat. 3199 da cui deriva) per le successive
edizioni cinquecentesche: fino a quella, qui presente, dell’Accademia della Crusca del 1595 dovuta soprattutto alle cure del segretario dell’Accademia Bastiano de’ Rossi
con la collaborazione di Giovan Battista Deti e di vari accademici.
Pur prendendo come testo base l’edizione del Bembo (1502) ne emenda centinaia di luoghi sulla scorta di un
più ampio spoglio della tradizione manoscritta e stampata (circa cento testi) di cui è data testimonianza ai margini
19
dell’edizione, distinguendo gli emendamenti dalle lezioni diverse. Si trattava,
a giudizio di Gianfranco Folena, del
«primo tentativo moderno di edizione critica», né andrà dimenticato che l’impegno ecdotico della
Crusca nasceva – avverte B. de’
Rossi (l’Inferrigno) – dalla necessità di offrire un testo corretto e
utilizzabile per la realizzazione del
«Vocabolario della nostra favella
della quale questo divin poema è la miglior parte»; di qui l’impegno a restituirgli «la sua pristina sanità», liberandolo dai
molti errori di copisti ed editori che l’avevano trasmesso «lacero […] e mal governo». Estremo testimonio
della fortuna dantesca nel Cinquecento, quest’edizione
della Crusca rimarrà autorevole base per successive edizioni della Commedia.
Ovviamente in questo itinerario dantesco non
manca la Commedia con il commento di Alessandro Vellutello (qui la prima edizione Venezia, 1544, importante
anche per il nuovo stile delle illustrazioni): senza le pretese filosofiche del Landino – al quale sarà associato da
Franceso Sansovino nel 1564 con l’edizione veneta qui
esposta e due volte ristampata – in alcuni casi più preciso e
comunque con una prospettiva che vuole essere nuova:
«io in moltissimi luoghi di essa Comedia sento tutto altramente di quello che da altri espositori è stato sentito»,
proponendosi di isolare i problemi esegetici «non veri né
disputabili», affrontando invece quelli «da essi espositori
suti passati in silentio»; manifestando anche disinteresse
per tante «historie e favole toccate dal poeta che quasi
tutte le abbraccia», dato che, precisa, «io non sono historiografo né fabulista». Del resto non stentava a riconoscere di «non haver penetrato a le medolle», forse neppure «dentro de la scorza»: rinunciando così, per aperta
professione, alle intepretazioni filosofiche proposte dal
Landino e al suo metodo ermeneutico.
Assai significativa la polemica contro l’edizione del
Bembo: perché appunto uno dei motivi che Vellutello
porta a giustificare la propria impresa – dopo aver sottolineato la differenza fra la sua interpretazione e quella dei
precedenti commentatori («i sentimenti loro tanto allegorici, quanto litterali, appresso del sentir mio sono in diversi modi sentiti») – è la necessità di procedere a una revisione del testo della Commedia: «per haver trovato –
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
Antiporta con i quattro poeti italiani
(Firenze, Le Monnier, 1837)
Fin qui si è seguito l’itinerario della Commedia nel
Quattro e Cinquecento, scegliendo alcune delle molte
edizioni esposte. Se nel Seicento ne compaiono solo tre
(la terza, del 1629, è qui presente), nel Settecento si ebbe
la prima raccolta di tutti gli scritti del poeta con i quattro
volumi pubblicati a Venezia presso Antonio Zatta nel
1757-58 che unisce i commenti di Pompeo Venturi e di
Giovanni Antonio Volpi, già editori e commentatori della Commedia: il primo nel 1732 e poi ancora 1739 e 1749
(con il commento completo), il secondo nel 1726-27 in
tre volumi, presenti in mostra; qui per la Commedia è seguito il testo della Crusca (emendato in alcuni luoghi):
questa edizione è detta Cominiana dal nome dello stampatore, Giuseppe Comino.
Fra le edizioni ottocentesche – che rispecchiano per
buona parte la nuova lettura risorgimentale di Dante –
gioverà ricordare quella detta «dei quattro accademici»
perché curata da G.B. Niccolini, G. Capponi, G. Borghi
e F. Becchi (Firenze 1837) che intende emendare e migliorare l’edizione della Crusca del 1595: è soprattutto a
Fruttuoso Becchi – segretario dell’Accademia – che si deve la collazione di una ventina di nuovi autorevoli codici,
di cui dà conto nel II volume di questa edizione con esiti
apprezzati da K. Witte che darà nel 1862 un’edizione della Commedia di fondamentale importanza nella storia della ecdotica e filologia dantesca.
scrive – gli antichi testi scritti a penna, ma più i moderni
impressi a stampa, incorrettissimi e sopra tutti quello impresso e stampato da Aldo Manucci che appresso di tutti è
stato in tanta estimazione, perché havendolo chi sotto
nome di correttion l’ha quasi tutto guasto, dove non ha
inteso concio a suo modo, e datolo col Petrarca insieme,
sotto il medesimo nome in tal modo concio, ad esso Aldo
ad imprimere».
E la polemica continua sempre contro l’edizione
del Bembo (come contro quella del Petrarca curata dallo
stesso, 1501) che trae autorità – sostiene Vellutello – solo
dal prestigio di Aldo, tanto perfetto nelle edizioni di testi
latini. Come è noto prima del Dante, Vellutello aveva curato un’edizione commentata del Canzoniere di Petrarca
(1525) destinata ad assai maggiore diffusione.
Dalla polemica contro l’aldina nasce dunque l’impegno di Vellutello alla «correttione del testo» sulla base
di «diversi e più antichi testi», proponendo letture che
stanno alla base «de miei nuovi sentimenti».
Più ampio discorso meriterebbero i singoli volumi
esposti, non solo per le varie edizioni della Commedia qui
non ricordate, ma anche per le importanti legature e le illustrazioni che rinviano a incisori famosi, nonché per le
note di possesso che dei singoli volumi indicano la varia
storia: ricorderemo solo quelle presenti nell’edizione veneta del 1564 con i commenti di Landino e Vellutello.
Copia appartenuta ad Anatole France e da lui regalata, in
data 27 gennaio 1890, alla scrittrice Anna de Noailles,
«poétesse générante et charmante»; tra le firme dei donatori quella di Marcel Proust. A sua volta Anna de
Noailles, «princesse de Brancovan», regala il libro «à
monsieur Lucien Corpechot anti-dreyfusard!», con la
firma anche di Maurice Barrès, altro avversario di Dreyfus, «en souvenir des amitiés françaises». Così nelle sottoscrizioni di questa edizione (passata poi in altre mani) è
un frammento di storia francese, all’insegna di Dante,
«poète courtois» come lo definisce in dedica Anatole
France.
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ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BvS: l’Archivio Malaparte in mostra a Prato
“CURTINO” TORNA DOVE
SI FECE UOMO ED ESTETA
«Se non fossi nato pratese vorrei non essere venuto al mondo»
MATTEO NOJA
«S
ono un toscano di Prato, città a qualche
ger; la madre, Eugenia Perelli, detta Edda, appartiene a
miglio da Firenze. Centro industriale,
una famiglia della buona borghesia milanese.
Collodi la chiama la Manchester d’Italia. Le
sue duemiladuecento fabbriche di tessuti la pongono al
primo piano della produzione industriale italiana: i suoi
Fino all’età di sei anni, Curt (alla toscana, Curte o
concorrenti sono: Manchester in Inghilterra, Lodz in
Curtino) viene messo a balia presso la famiglia di MilziaPolonia. Tutti sanno qual è l’industria pratese: è la
de (alla toscana, Mersiade, contadino e poi operaio e fabriabilitazione degli stracci. Da tutte le parti del mondo
bro) ed Eugenia Baldi.
[…] giungono […] migliaia di tonnellate di stracci, che,
«Gli ho voluto bene più che ai miei figlioli. Ma anrigenerati, ripartono per il mondo in forma di pezze di
che lui a me, bisogna dire» confesserà il “balio” dopo la
stoffa pregiata, se pure a basso prezzo. Gli scialli, le
sepoltura di Curzio. Mersiade fu di certo uno dei pochi
coperte, di cui sono vestiti tutti i popoli di colore nel
punti fermi nella vertiginosa storia degli affetti dello
mondo intero, sono fabbricati a Prato».
scrittore; morirà, ormai molto anziano, una settimana
Curt Erich Suckert nasce a Pradopo Malaparte. Se il rapporto con il
to il 9 giugno 1898, terzo di sette fra“balio” sarà sempre felice, al contraLA MOSTRA DI PRATO
telli (due moriranno in tenera età).
rio quello con il padre, scontroso e teIl padre Erwin Suckert, tedesco
stardo, sarà conflittuale fino alla fine.
perta dal 6 novembre 2010
di origine polacca, è giunto a Prato
Quando, nel 1912, Curtino vieal 30 gennaio 2011 presso
dopo aver vagabondato per l’Europa;
ne prescelto per dare il benvenuto al
il Museo del Tessuto
detiene un brevetto per la tintura delpoeta e drammaturgo pratese Sem
di Prato (www.museodeltessuto.it),
le stoffe e diviene presto maestro tinBenelli, al vertice della sua fama, in viquesta seconda puntata della
tore presso il “Fabbricone”, stabilisita nella città natale, alla fine della
mostra “Malaparte Arcitaliano
mento della Kössler, Mayer & Klinlettura della poesia nel Palazzo conel mondo” ospita alcuni
munale, di fronte a una platea gremidocumenti ancora inediti - scelti
ta ed entusiasta e al commosso autore
tra i molti che compongono il ricco
Curzio Malaparte in divisa alla fine
della Cena delle beffe, il buon MersiaArchivio Malaparte acquisito
della prima guerra mondiale;
de, al colmo della gioia orgogliosa,
nel 2009 da parte della Fondazione
proromperà con un «L’ho allattato io,
nella battaglia del Bois de Courton,
Biblioteca di via Senato - per
l’ho allattato io» che fece ridere fraCurt Suckert, respirando
testimoniare i fatti salienti della
gorosamente l’uditorio.
le esalazioni delle granate tedesche
vita del noto giornalista e scrittore.
Alla morte del titolare del “Fabal gas d’iprite, comprometterà
Info: tel. 0574/611503
bricone”, Erwin si trasferisce con la
per sempre la sua salute.
ww.malaparteaprato.it
A
24
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
A sinistra: una foto del padre Erwin Suckert (1868-1957); a destra, la madre Eugenia Perelli, detta Edda (1875-1950)
famiglia in Piemonte, a Borgosesia, per fondare una nuova tintoria di stoffe. Quindi si trasferisce a Milano e poi a
Carate Brianza.
Con suo fratello Sandro, Curzio torna a Prato presso Mersiade e nel 1911 comincia a frequentare da esterno
il prestigioso liceo Cicognini. Il collegio Cicognini, fondato nel 1699 con il lascito di un ecclesiastico pratese, era
frequentato da studenti della «ricca borghesia dell’Italia
meridionale (era tradizione nel Mezzogiorno di inviare i
giovani a studiare al Cicognini per impararvi la lingua toscana: Gabriele d’Annunzio ne è un esempio)».
Evidentemente la frequentazione del Cicognini
forgiava a essere protagonisti: del “vate”, Malaparte prese
non solo l’atteggiamento estetizzante verso la vita, la passione per le donne e i cani, il bel mondo e la bella vita, ma
anche l’interventismo ingenuo e convinto di completare
il disegno del Risorgimento, il coraggio sprezzante di affrontare la vita e la morte alla stessa stregua, incuranti dei
pericoli; entrambi sorretti da una grande fiducia in se
stessi e nelle loro capacità.
Tra i primi a notare il suo precoce talento, sono Silvio Marioni, professore di lettere che Curzio definirà il
suo padre intellettuale, Paolo Giorgi, preside del Cicognini e celebre dantista, e Giovanni Marradi, poeta affermato e provveditore agli studi. Sono loro ad affidarlo allo
scrittore e poeta Bino Binazzi, che gli farà da precettore e
insegnante extrascolastico.
«Io ebbi la fortuna, in quegli anni per me decisivi, di
incontrare Bino Binazzi, il poeta che ebbe parte non secondaria nello “Sturm und Drang” di “Lacerba”. Viveva
poverissimo a Prato, in via dell’Accademia. Si era affezionato a me. Egli mi dava lezione dopo la scuola, ogni giorno: leggevamo insieme i classici greci e latini, i poeti moderni, da Baudelaire ad Apollinaire, gli storici dell’antichità, Polibio, Plutarco e Tucidide, italiani e tedeschi,
Guicciardini, Machiavelli, Mommsen. […]
Due o tre volte la settimana, Binazzi mi portava con
sé a Firenze, dove mi fece conoscere, al Paszkowski e alle
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
25
A sinistra: atto di nascita, copia autentica del 1934. A destra, Regio Esercito, libretto personale di Suckert Kurt
Giubbe Rosse, i protagonisti dello “Sturm und Drang”
italiano, Papini, Soffici, Palazzeschi, Dino Campana,
Persio Falchi (fu appunto nella rivista “La Forca”, diretta
da Persio Falchi che io pubblicai le mie prime pagine di
scrittore). Ma Bino Binazzi non voleva che io mi mescolassi al movimento futurista di “Lacerba”, giudicando che
io fossi troppo giovane, e che dovessi prima formarmi una
solida base classica, prima di tentare il nuovo. […] Binazzi
ha una grande importanza nella mia vita».
Nel 1912 organizza, insieme ad alcuni amici (tra
questi Alighiero Ceri, che diventerà sindaco di Prato), un
giornalino che prende nome dalla statua del “Bacchino”
posta sulla fontana della piazza del Comune di Prato.
Nel 1913 pubblica sul “Corriere dei piccoli” due
brevi racconti e un anno dopo la poesia dedicata a Giovanni Marradi.
Appena entrato al Cicognini si trasferisce a vivere
in casa dell’avvocato Guido Perini, vecchio amico di famiglia rimasto vedovo e senza figli, di fede repubblicana, esponente della locale massoneria e vittima di persecuzioni poliziesche.
Il pensiero dei repubblicani come Perini è oltremodo scomodo nell’Italia monarchica di allora (specialmente in Toscana la loro componente anarchica è
molto forte), ma esercita su Curtino un’indubbia influenza. Essi si sentono eredi di una rivoluzione iniziata
in Italia nel Risorgimento e ancora non compiuta. Le
loro idee saranno sempre presenti nel pensiero politico
di Malaparte.
Nel 1913 fonda la Sezione giovanile del Partito
repubblicano e ne diviene segretario.
A causa dei disordini scoppiati durante la “settimana rossa” del giugno 1914 a Prato, viene arrestato
con alcuni giovani operai repubblicani «in seguito a un
conflitto con la forza pubblica avvenuto mentre la folla
dava l’assalto alle carceri». Rischia fortemente l’espul-
26
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
Una veduta generale di Prato, da una riproduzione di una stampa dell’800, conservata da Malaparte.
sione dalle scuole del Regno, ma grazie al fermo intervento del padre e all’intercessione del provveditore Marradi viene riammesso.
Allo scoppio della guerra europea nell’inverno del
1914, mentre l’Italia è ancora neutrale, animato da un fervente patriottismo, parte volontario per la Francia. «Il
mio interventismo, […] mi pose di fronte a un delicato caso di coscienza: e fu mio padre a risolverlo […] mi scrisse
che la guerra poneva in gioco la libertà europea: e che anche il figlio di un tedesco poteva, o doveva, combattere
per la libertà dell’Europa contro le forze della reazione
capitalista e militarista germanica».
Si arruola nella Legione garibaldina comandata da
Peppino Garibaldi, nipote del grande Giuseppe, di stanza ad Avignone nel Palazzo dei Papi («La mia compagnia
occupava la Torre degli Angeli»), ma non partecipa attivamente ai combattimenti: il suo interventismo è ancora
quello di un intellettuale romantico. Il suo zaino non reca
ancora armi, ma è ripieno solo di buone letture, dai classici alle avanguardie dei contemporanei, volendo così di-
fendere la cultura latina dall’incombente e minacciosa
barbarie tedesca.
«Scoprii che gli uomini, anche in guerra, non combattono tanto per la vittoria sul nemico esterno, quanto
per la vittoria sul nemico interno: combattono per la propria libertà per una migliore giustizia sociale. Fu per me,
ragazzo di sedici anni, una scuola incomparabile, quella
Legione garibaldina: composta quasi esclusivamente di
operai, socialisti, repubblicani, anarchici e sindacalisti rivoluzionari. Molti erano lavoratori italiani emigrati da
molti anni in Francia […] ma molti erano venuti, come
me, dall’Italia, non solo per difendere la Francia nell’ora
del pericolo, ma per affermare il diritto del popolo italiano alla libertà e alla giustizia».
È sicuramente il più giovane soldato di Francia.
Si reca molto spesso a Parigi, dove conosce Aleksej
Peskov, figlio di Gorki, Blaise Cendrars, Guillaume
Apollinaire.
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
27
Foto in classe al Collegio Cicognini di Prato (1912?), “Curtino” è il ragazzo alla destra del professore, dietro la cattedra.
All’entrata in guerra dell’Italia, la Legione viene
sciolta. Tornato a Prato per sostenere gli esami di licenza
liceale, si arruola con gli altri legionari nella Brigata Cacciatori delle Alpi.
«Ho partecipato, in prima linea, a tutta la guerra,
due anni come semplice soldato di fanteria, e, dall’ottobre del 1917 in poi come ufficiale: sul Col di Lana, sulla
Marmolada, sul Col Briccon, sul Piave, sull’Asolone».
Si trova sulle Dolomiti con la Quarta Armata, quando avviene la ritirata di Caporetto: l’esperienza della disumana vita dei fanti mandati allo sbaraglio nella Prima
guerra mondiale ne segnerà l’animo e il pensiero politico
e sociale.
Incurante del pericolo e degli ordini superiori si distingue per atti di coraggio. Gli assegnano il comando di
un reparto volante di lanciafiamme.
Nell’aprile del 1918 viene comandato sul fronte
francese, nei pressi di Reims, per arginare l’avanzata di
Ludendorf verso Parigi.
In luglio, nel bosco di Courton vicino a Bligny («è il
bosco del massacro della mia divisione»), per fermare i
tank tedeschi, sostiene col suo reparto una sanguinosa
battaglia, sotto un incessante bombardamento. Le esalazioni di gas di iprite gli comprometteranno per sempre la
salute dei polmoni.
Riceve la medaglia di bronzo italiana al valore militare e, al tempo stesso, la croce di guerra francese come officier de grande valeur.
«Quando la guerra finì, ero invalido e decorato più
volte di medaglie al valore francese e italiano. Ma ero profondamente disgustato dalla guerra…».
Stimato dai più alti comandi del Corpo d’armata
italiano in Francia, viene velocemente avviato alla carriera diplomatica.
«Quella esperienza, per me del tutto nuova, non riuscì a corrompermi: accentuò e inasprì, piuttosto, i motivi della mia rivolta morale contro la patria borghese».
Assegnato come ufficiale d’ordinanza a vari gene-
28
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
A sinistra: cartolina illustrata raffigurante la statua del “Bacchino”; a destra Kurt Suckert in divisa da militare, ottobre 1917
rali, presta servizio presso il Consiglio supremo di
guerra a Versailles.
Nell’ottobre del 1919 viene inviato a Varsavia con
il ministro Tommasini. Nell’agosto dell’anno successivo assiste all’occupazione di Kiev da parte dell’esercito
polacco e all’assedio di Varsavia per opera delle truppe
bolsceviche, «l’esercito rosso di Leone Bronstein, detto Trotzki».
Tornato a Roma («stanco di quella gretta vita di
giovane diplomatico, e desideroso di riprendere il mio
posto nella lotta politica e sociale italiana»), alla fine del
1920, fonda la rivista “Oceanica”, organo del pensiero
oceanista, che Malaparte vede come un «formidabile
movimento di plebi contro lo spirito borghese». Il suo
manifesto enuncia: «Bisogna essere antiborghesi: la
pratica non conta nella vita dello spirito. L’arte è oceanica, non pratica. L’utilità non è necessaria».
Ora Curtino pensa a un nuovo nome, quasi a cancellare il passato, sicuramente per italianizzare ogni residuo della natura protestante che il padre gli aveva lasciato in eredità.
Sull’ultima pagina di un manoscritto – quel Viag-
gio in Inferno che lasciato all’amico Gobetti subirà non
poche traversie – per scherzo comincia a notare alcuni
possibili cognomi nuovi, rifacendosi a una tradizione
italiana di tradimenti e veleni: si susseguono i Borgia, i
Colonna, i Mazarini prima di arrivare al definitivo Malaparte. Ma ci colpiscono due cognomi che ben riferiscono del suo rapporto con Prato, che fu la sua culla, la
sua amata terra: Pratoforte e Gloriaprato.
A questa terra vorrà tornare dopo la morte, lui che
seguendo le strade del mondo, frequenterà altre città,
altra gente.
Da toscano qual era, si ritrovava solo nel contraddittorio con gli altri toscani, lui che a esemplificazione
del carattere della sua terra e della sua città diceva «[il
pratese] è il più toscano dei toscani» e «se non fossi nato
pratese vorrei non essere venuto al mondo», fino a dichiarare che «il solo difetto dei toscani è quello di non
esser tutti pratesi».
E parlando del suo luogo ultimo, amava dire: «E
vorrei avere la tomba lassù, in vetta allo Spazzavento,
per poter sollevare il capo ogni tanto e sputare nella gora fredda del tramontano».
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
29
inSEDICESIMO
GLI APPUNTAMENTI CON “DANTE E L’ISLAM”, I CATALOGHI,
L’INTERVISTA D’AUTORE, LE ASTE, LE MOSTRE, LE RECENSIONI
NON FERMATEVI A GUARDARE, METTETECI IL NASO!
Visite guidate, conferenze, incontri, reading, laboratori per studenti:
la nuova mostra in BvS è molto più che una semplice esposizione
4 novembre 2010 - 27 marzo 2011
ATTIVITÀ DIDATTICHE
A cura della Fondazione Biblioteca
di via Senato
Durante tutta la durata della
mostra sono organizzate per il pubblico
adulto visite guidate pomeridiane, nella
pausa pranzo o serali.
Per le Scuole di ogni ordine
e grado sono proposte, invece, sia visite
guidate che laboratori didattici.
Per maggiori informazioni e per il
calendario dettagliato degli appuntamenti
consultare il sito internet
www.bibliotecadiviasenato.it, oppure
telefonare al n. 02/76215323-314-318.
SCUOLA PRIMARIA:
VISITA GUIDATA CON CACCIA
AL PARTICOLARE
Destinatari: classi 1a – 2a
Ai bambini viene data una scheda
da compilare durante la visita guidata,
affinché siano aiutati nel riconoscimento
delle opere. La scheda contiene domande
sull’arte e sulla civiltà islamica,
e sui personaggi danteschi.
Durante la visita vengono illustrati
oggetti di provenienza islamica: brocche,
piatti, oggetti in metallo, volumi pregiati,
ecc. L’Islam, civiltà lontana e (spesso)
poco conosciuta, in realtà ha avuto
enormi influenze sulla civiltà occidentale.
Gli Arabi erano navigatori, combattenti,
Fondazione
Biblioteca di via Senato
via Senato 14, Milano
da martedì a domenica
orario continuato 10-18
lunedì chiuso
Ingresso libero
Per informazioni
tel. 02 76215323-314
fax 02 782387
[email protected]
www.bibliotecadiviasenato.it
Biblioteca
di via Senato
F O N DA Z I O N E
Incontri di civiltà
Con il patrocinio di
In collaborazione con
Si ringrazia
Sponsorizzazione tecnica
abili artigiani; a loro si deve l’utilizzo delle
cifre numeriche che poi un commerciante
italiano ha importato in Europa
nel XII secolo.
Partendo dai testi esposti
in mostra, la seconda parte della visita
è un’introduzione semplificata alla Divina
Commedia (struttura del poema,
narrazione del viaggio dantesco,
personaggi principali, ecc...).
Durata: 45’
Costo a persona: 3 euro
VISITA GUIDATA E “IL GIOCO
DELL’OCA CON DANTE”
Destinatari: classi 3a - 4a - 5a
Durante la visita i ragazzi fanno
conoscenza del mondo islamico
attraverso gli oggetti esposti: brocche,
piatti, oggetti in metallo, volumi pregiati.
L’Islam, civiltà lontana e (spesso) poco
conosciuta, in realtà ha avuto enormi
influenze sulla civiltà occidentale. Sulla
base dei testi esposti in mostra, la
seconda parte della visita è
un’introduzione semplificata alla Divina
Commedia (struttura del poema,
narrazione del viaggio dantesco,
personaggi principali, ecc...).
Al termine della visita attraverso
un insolito gioco dell’oca i ragazzi
entrano in contatto coi personaggi della
Divina Commedia e la struttura del
Poema attraverso gli episodi principali.
Durata: 1 h. e 30’
Costo a persona: 3 euro
SCUOLA SECONDARIA
DI PRIMO GRADO
VISITA GUIDATA
Durante la visita i ragazzi fanno
conoscenza del mondo islamico
attraverso gli oggetti esposti: brocche,
piatti, oggetti in metallo, volumi pregiati,
ecc ecc. Una civiltà lontana e (spesso)
poco conosciuta che in realtà ha avuto
enormi influenze sulla civiltà occidentale.
Gli Arabi erano navigatori, combattenti,
abili artigiani; a loro si deve l’utilizzo delle
30
cifre numeriche che poi un commerciante
italiano ha importato in Europa nel XII
secolo.
Attraverso le illustrazioni della
Divina Commedia esposte in mostra,
vengono esposte l’ideazione del poema
dantesco, la struttura delle cantiche, i
personaggi principali, la simbologia, ecc.
Durata: 45’
Costo a persona: 3 euro
LABORATORIO “CREIAMO LA
NOSTRA DIVINA COMMEDIA”
Ciascun partecipante riceve
un’immagine tratta dai volumi esposti
in mostra e che raffigura un episodio
dell’opera dantesca con versi della terzina
corrispondente. Viene così svolto un
lavoro di gruppo, in cui dapprima viene
ricostruita la storia, collocando le
immagini nella giusta sequenza narrativa
e successivamente si colora ogni
immagine con la tecnica del pastello. Al
termine del laboratorio la classe ha creato
la propria Divina Commedia.
Durata visita guidata + laboratorio:
1 h. e 30’
Costo visita guidata + laboratorio:
5 euro a partecipante
LABORATORIO La DIVINA
COMMEDIA in miniature
Il laboratorio si compone di una
breve parte teorica: una spiegazione della
storia del libro dall’antichità fino a i giorni
nostri (le origini della scrittura, le origini
del libro, le pagine scritte e miniate,
l’invenzione della stampa, ecc...). In
particolar modo si pone l’attenzione su
come venivano prodotti e scritti i libri al
tempo di Dante: i materiali, le miniature.
La parte pratica invece prevede la
realizzazione di una pagina della Divina
Commedia.
A ciascun ragazzo viene dato un foglio
su cui sono riprodotte alcune terzine
dell’opera dantesca. I ragazzi disegnano
il capolettera secondo la loro fantasia
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
e poi colorano la miniatura con i pastelli;
infine riproducono col pennarello la grafia
dei versi del poema. Durante il lavoro
si ricostruisce in gruppo la storia,
collocando le immagini nella giusta
sequenza narrativa. Al termine
del laboratorio la classe ha illustrato
la propria Divina Commedia.
Durata visita guidata + laboratorio:
1 h. e 30’
Costo visita guidata + laboratorio:
5 euro a partecipante
SCUOLA SECONDARIA
DI SECONDO GRADO
VISITA GUIDATA
Partendo dalla Divina Commedia –
che si può considerare un’enciclopedia
del sapere del tempo – si entra in
contatto con luoghi e figure che
testimoniano la contaminazione culturale
tra il mondo occidentale e islamico, e la
volontà di accogliere le reciproche
diversità. Lo stesso impianto del Poema
è influenzato dalla tradizione islamica che
Dante conosceva sicuramente, e mostra
forti analogie con i racconti del viaggio
ultramondano di Maometto narrati nel
Libro della Scala, che una volta tradotto
in Spagna veniva diffuso in Occidente.
Durante la visita guidata vengono
evocati i personaggi contemporanei
al Poeta che incarnano la contaminazione
culturale fra Islam e Occidente.
La visita ha un taglio storico/
letterario: inquadramento della civiltà
islamica e analisi della Divina Commedia.
Durata: 1 h.
Costo a persona: 3 euro
VISITATORI ADULTI
PER I GRUPPI: Visita guidata
alla mostra
Partendo dalla Divina Commedia –
che si può considerare un’enciclopedia
del sapere del tempo – si entra in
contatto con luoghi e figure che
testimoniano la contaminazione culturale
tra il mondo occidentale e islamico e la
volontà di accogliere le reciproche
diversità. Lo stesso impianto del Poema
è influenzato dalla tradizione islamica che
Dante conosceva sicuramente, e mostra
forti analogie con i racconti del viaggio
ultramondano di Maometto narrati nel
Libro della Scala, che una volta tradotto
in Spagna veniva diffuso in Occidente.
Durante la visita guidata vengono
evocati i personaggi contemporanei
al Poeta che incarnano la contaminazione
culturale fra Islam e Occidente.
La visita ha un taglio storico/
letterario: inquadramento della civiltà
islamica e analisi della Divina Commedia.
Durata: 1 h.
Costo a persona: 3 euro
(min. 15 partecipanti)
PER I VISITATORI SINGOLI SONO
PREVISTE DELLE VISITE GUIDATE
LA PRIMA DOMENICA DI OGNI MESE
alle h. 15.00 e h. 17.00
(SU PRENOTAZIONE
tel. 02-76215323-314)
Durata: 50’
Costo: 3 euro
AUDIOGUIDA
Presso la biglietteria della mostra
è disponibile l’audio-guida al costo
di 2 euro, lasciando in deposito
un documento d’identità.
CONFERENZE
“Dante e l’Islam: la mostra”
a cura dei curatori della mostra:
Dott. Matteo Noja –
Dott.ssa Annette Popel Pozzo
LUNEDÌ 22 NOVEMBRE 2010
h. 18.00
Ingresso libero senza prenotazione
fino a esaurimento posti
Come nasce e si sviluppa la mostra:
il progetto, l’allestimento, i materiali
esposti. L’esposizione nasce dal desiderio
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
rendere noti i Fondi più importanti
della Biblioteca di via Senato e dalla
collaborazione con il Comune di Milano
che ha organizzato la mostra a Palazzo
Reale Al-Fann. Arte della civiltà islamica.
All’epoca di Dante il pensiero islamico era
diffuso nella cultura occidentale, con
questa esposizione si cerca di renderne
omaggio. L’accostamento del nome del
Poeta alla civiltà islamica è sempre stato
oggetto di incomprensioni, dibattiti e
discussioni. Durante la conferenza
verranno inoltre presentate le pregiate
edizioni illustrate della Divina Commedia
provenienti dal Fondo Antico della
Biblioteca.
“Scacco matto” a cura della Dott.ssa
Monica Colombo - Opera d’Arte
LUNEDÌ 13 DICEMBRE 2010 h.18.00
Ingresso libero senza prenotazione fino a
esaurimento posti
Il grande storico Henri Pirenne
affermò con una boutade che
per l’occidente l’unico frutto derivante
dalle crociate fu …l’albicocca. Prendendo
sul serio questo paradosso vogliamo
analizzare in questa conferenza l’eredità
culturale e scientifica che il mondo araboislamico ha trasmesso all’occidente
medievale partendo dal patrimonio
lessicale di origine araba o persiana che,
insieme al greco e al latino, è entrato a far
parte della lingua italiana. Dall’alambicco
alla melanzana, dal baldacchino
all’algebra, la storia delle parole, arricchita
dall’osservazione di immagini derivanti
da manoscritti e oggetti d’arte arabi e
occidentali, ci permetterà di approfondire
i punti di incontro di due grandi civiltà.
“I rapporti artistici fra l’Italia
medievale e i Paesi islamici” a cura
della Prof.ssa Francesca Flores D’Arcais
- docente di Storia dell’Arte
Medievale presso l’Università Cattolica
del Sacro Cuore di Milano
LUNEDÌ 17 GENNAIO 2011 h.18.00
31
Ingresso libero senza prenotazione fino ad
esaurimento posti
L’ Italia è terra privilegiata
per i rapporti artistici nel Medioevo
con i Paesi islamici.
La Sicilia fu occupata dagli Arabi
dalla metà del secolo IX e in Sicilia
abbiamo tra i più importanti monumenti
islamici conservati; ma anche monumenti,
costruiti dai Normanni, che sono ispirati
alle architetture arabe. Elementi islamici
si diffusero dalla Sicilia anche lungo
le coste meridionali del Tirreno. Molti
centri italiani avevano continui rapporti
con i Paesi islamici, per motivi
commerciali. Con le merci arrivarono
anche le opere di manifattura islamica,
tra cui le stoffe, molto apprezzate in Italia.
Tra fine Due e inizi Trecento anche
i maggiori artisti italiani furono
influenzati dagli oggetti islamici, colpiti
soprattutto dagli elementi decorativi.
Arnolfo di Cambio, Duccio e soprattutto
Giotto, che dipinge alle spalle delle
Madonne stoffe con motivi islamici. La
grafia islamica si trova anche in alcune
decorazioni di manoscritti miniati, di area
bolognese: sono piccoli bollini che
sembrano essere ispirati alle monete o
piccoli fregi che sembrano copiare lettere
arabe. Questa moda dura tuttavia in Italia
solo fino agli anni 30 del Trecento, viene
in seguito sopraffatta dalle decorazioni
goticheggianti, di ispirazione francese.
di espressione artistica predilette
dal mondo islamico: l’architettura e le arti
decorative, in special modo la miniatura
e la calligrafia. La proiezione di immagini
digitali ci condurrà in un viaggio
attraverso le meraviglie dell’arte
medievale islamica che rapporteremo
e metteremo a confronto con l’estetica
occidentale.
“Iddio è bellezza e ama ciò che è
bello” a cura della Dott.ssa Monica
Colombo - Opera d’Arte
LUNEDÌ 7 FEBBRAIO 2011 h.18.00
Ingresso libero senza prenotazione
fino a esaurimento posti
Queste parole compaiono
in un Hadith del Profeta dell’Islam,
ovvero in un detto attribuito a Maometto,
e questa affermazione ci accompagnerà
in un percorso di introduzione all’arte
islamica che intende proporre alcune
chiavi interpretative delle due forme
Fondazione Biblioteca di via Senato
Tel. 02/76215323-314-318
[email protected]
www.bibliotecadiviasenato.it
INCONTRO “La Divina
avventura” – lettura scenica
PER FAMIGLIE E RAGAZZI
di 6 – 12 anni
SABATO 20 NOVEMBRE h. 15.30
a cura di Enrico Cerni, co-autore
de “La Divina avventura”
Ingresso libero, senza prenotazione,
fino a esaurimento posti.
La Divina Avventura è un libro
illustrato in versi, è la narrazione della
Divina Commedia vista con gli occhi
dei ragazzi. L’autore ci conduce all’interno
dell’avventura, narrando alcuni passi tra i
più celebri e spiegando l’opera anche ai
più piccoli. L’incontro si divide in due
momenti: una chiacchierata col pubblico
in cui si parla dell’opera dantesca e la sua
fortuna fino ad oggi e poi una lettura
animata del testo della Divina avventura.
Durata: 1 ora circa
PER INFORMAZIONI
E PRENOTAZIONI
Tutti i GRUPPI (gruppi scolastici
e pubblico adulto), che intendano
visitare la mostra liberamente
o con una propria guida, hanno
comunque l’obbligo di prenotare
anticipatamente l’ingresso.
La prenotazione e l’ingresso
alla mostra sono gratuiti.
32
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
IL CATALOGO
DEGLI ANTICHI
circa 80x100 mm del pittore attivo a
Firenze e Roma, noto per le sue figure
umane composte da elementi geometrici
o meccanici che infatti si presentano
“bizzarre” e d’impronta manieristica.
Il catalogo, oltre a una dettagliata
descrizione delle singole tavole, contiene
una bibliografia e un censimento degli
esemplari noti (gli unici due completi
sono conservati presso la Library of
Congress di Washington, DC, e la
Bibliothèque Nationale a Parigi).
Libri da leggere
per comprare libri
di annette popel pozzo
DALLE STELLE ALL’INFANZIA,
ECCEZIONALI RARITÀ
Stuttgarter Antiquariat
Katalog 190: Wertvolle Bücher des 15.17. Jahrhunderts
La libreria antiquaria di Götz
Kocher-Benzing (il padre e fondatore
Frieder fu specialista internazionalmente
rinomato di Martin Lutero) impressiona
come al solito con un bel catalogo,
riccamente illustrato a colori, contenente
libri d’argomento umanistico, in gran
parte in legature coeve. Troviamo la
prima edizione dell’astrologo Luca
Gaurico, De eclypsi solis miraculosa in
passione Domini celebrata, De anno,
mense, die, et hora conceptionis,
nativitatis, passionis, atque resurrectionis
eiusdem, Roma, Blado, 1539 (¤4.200).
L’edizione che nell’opac delle biblioteche
italiane viene censita in meno di dieci
copie, contiene insieme ad altre due sue
opere uscite tra il 1535 e il 1548 (Quis
modus sit in posterum observandus in
Libreria Antiquaria Pregliasco
via Accademia Albertina 3 bis,
10123 Torino
www.preliber.com
calendarii Romani reformatione & vera
paschalis solennitatis festorumque
mobilium celebratione, e Praedictiones
super omnibus futuris luminarum
deliquiis, in finitore venetiano) delle
proposte per la riforma del calendario.
Nel catalogo ci sono anche sette rare
edizioni di Erasmo da Rotterdam, tra le
altre De ratione studij, una pubblicazione
pedagogica scritta per l’amico londinese
John Colet (Strasburgo, Schürer, 1516).
Stuttgarter Antiquariat
Götz Kocher-Benzing
Rathenaustrasse 21,
D-70191 Stoccarda
www.stuttgarter-antiquariat.de
LE BIZZARRE FIGURE UMANE
DIPINTE DAL BRACCELLI
Libreria Antiquaria Pregliasco
I capricci di un surrealista del Seicento:
G. B. Braccelli
Il catalogo propone una sola opera,
cioè le introvabili Bizzarrie di varie figure
di Giovanbatista Braccelli pittore
fiorentino, [Livorno], 1624. L’album con
dedica a Pietro de’ Medici, in 4-to
oblungo contiene 39 (su 50) acquaforti di
CURIOSI TRATTATI
ILLUSTRATI DI
SETTECENTESCA MEMORIA
Au Soleil d’Or
Catalogo 5
Un’opera curiosa è quella
di Giuseppe Ferrari, Gli elogi del porco
(Modena, Bartolomeo Soliani, 1761,
¤2.800, in legatura remondiana)
che contiene «una serie di lodi
paradossali e di apprezzamenti faceti
tesi al riscatto sociale del bistrattato
animale».
L’edizione con il frontespizio stampato
in rosso e nero contiene anche una
curiosa vignetta raffigurante un porco
entro cartiglio, di gusto barocco. Un
altro titolo curioso e raro è quello di
Aloisio Giovannoli con la Serie di
mascheroni cavati dall’antico (Roma,
Venanziano Monaldini, 1781, ¤6.500, in
legatura di piena pelle coeva) che
contiene 39 tavole incise su rame,
pubblicate soltanto circa due secoli
dopo la morte dell’autore.
Au Soleil d’Or di Gino Bogliolo
via Manzoni 9,
15011 Acqui Terme (AL)
[email protected]
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
IL CATALOGO
DEI MODERNI
Libri da leggere
per comprare libri
di matteo noja
I NOSTRI BILLY THE KID
Studio Bibliografico Libreria Piani
Ex Naturalistica
Brigantaggio & Co.
Chissà se Henry McCarthy (alias
Henry Antrim e William Harrison Bonney),
meglio conosciuto come Billy the Kid avrà
mai sentito parlare della bella Michelina di
Cesare, dell’effeminato Volonino o del feroce Antonio Trapasso? Non crediamo che
le notizie allora avessero la capacità di scavalcare facilmente l’oceano e propagarsi
velocemente, e quindi pensiamo che il
bandito newyorkese, ma d’origine irlandese, non ne sapesse assolutamente nulla.
Alla peggio, li avesse incontrati, li
avrebbe sottovalutati non riconoscendoli,
fiducioso nei suoi mezzi (soprattutto la sua
colt e il suo winchester), come alla fine sottovalutò e non riconobbe lo sceriffo Pat
Garrett, prima di accoglierne nell’oscurità
la pallottola letale.
Qui da noi quei personaggi, la Di Cesare e i suoi compari, ebbero, nella seconda
metà dell’800, una certa notorietà. Molte
volte, il solo pronunciare il loro nome gettava nello scompiglio intere cittadine e allertava i gendarmi di tutta una regione.
Sicuramente, i banditi americani
hanno avuto dai posteri un altro trattamento e le loro figure si sono ingigantite
nel ricordo, soprattutto letterario e cinematografico. Forse perché le loro gesta
avevano come sfondo terreni infinitamente estesi, ricchi di pascoli e di bestiame; forse perché molto spesso dovevano lottare
con i pellerossa per conquistare loro la terra e quindi, nonostante i modi e le imprese
33
L’ALTRA FACCIA DELLA LEGGE
poco nobili, vengono ancora ricordati tra i
padri fondatori degli States; la mancanza
di storie autoctone precedenti li fece diventare personaggi mitici, semidei al pari
di quelli greci. E molto contribuirono alcuni
presidenti con il loro New Deal…
Da noi, con una storia plurimillenaria alle spalle, i terreni angusti e molto meno ricchi, l’indigenza e la fame elementi
connotativi gli strati più popolari di quella
che ancora non era una nazione, sono soprattutto le motivazioni per infrangere la
legge, diverse da quelle dei favolosi antagonisti degli alacri cowboys, a fare in modo
che il loro ricordo sbiadisca come le foto
che li ritraggono, anche perché sono l’espressione di una comune cattiva coscienza che in molti cerchiamo di cancellare.
I banditi nostrani, i “briganti”, parlavano di rivendicazioni, di onori calpestati,
di lotte fatte casa per casa per ottenere
giustizia e pane, contro un re e una corte,
nobile e borghese, subiti più che acclamati.
Il fenomeno del brigantaggio, studiato da
molti storici e filosofi (basti ricordare l’analisi che ne fece Gramsci), è un fenomeno
del tutto nostrano, con implicazioni e radici in tutto il territorio, ma con differenze e
peculiarità diverse da regione a regione.
Rimane quindi un documento molto interessante se non necessario il catalogo Brigantaggio & Co. che, con la consueta
ricchezza d’immagini e precisione nelle descrizioni, offre alla Mostra del Libro Antico
di Bologna la libreria Piani di Bologna.
Ringraziamo Piero Piani che ci ha
abituato a vere e proprie scorribande nei
suoi scaffali, aiutandoci a ricordare libri
che i più tendono a dimenticare: dalla caccia alla pesca, dall’alpinismo al mondo del
circo, senza dimenticare quel delizioso libretto su gufi e civette, uccelli cari ai bibliofili, vittime di infondate superstizioni.
Libreria Antiquaria Coenobium
Delinquenti
Segnaliamo di scorcio un altro catalogo che arriva dalla Mostra di Bologna e
che per certi versi è affine al precedente. Si
tratta di Delinquenti della Libreria Antiquaria Coenobium di Asti. In 12 capitoli (La
colpa, il giudizio e il castigo – La guerra di
corsa – La memoria del delitto – Il delinquente – La pena di morte – Le prigioni – I
manicomi – Les classes dangereuses – La
pellagra – Le prostitute – Il suicidio – Ventana sobre la utopia), riporta più di 300
schede (a cura di Sara Poeta e Alessandro
Cantero, con una breve prefazione di Alberto Capatti) sull’argomento.
Come scrive Capatti, è uno “spioncino” aperto sulle vicende “criminali” come
sulle celle carcerarie o sulle mura manicomiali, dove la capacità del libraio di verbalizzare i volumi schedandoli permette allo
studioso e al bibliofilo di introdursi in una
materia tanto ampia quanto scomoda. Soprattutto invita il lettore a rivedere il concetto di giustizia, ai nostri giorni tanto inflazionato quanto incompreso, andando a
scavare in vicende e testi forse dimenticati.
Proprio Capatti scrive nella sua prefazione «Consigliare, a questo punto, un
numero preciso, un titolo, prestigiosi per
rarità o ineludibili per bizzarria, sarebbe
impossibile, come suggerire, per la riforma
carceraria, le visite delle dame di carità, o
imporre ai cittadini, a comando, di piangere sulle altrui miserie. Ogni lettore sa bene
quale numero e quale titolo scegliere, ed a
lui e al suo spioncino lasciamo intera libertà di prelazione, con il consolante pensiero
che ogni pellagrosa, ogni pazzo di Aversa,
ogni catena e ogni percossa, sottratti al segreto, servano, nudi e crudi, oltre che alla
riforma della giustizia, alla nostra morale».
Studio Bibliografico Libreria Piani
Ex Naturalistica
Via San Simone 5 – 40126 Bologna
Tel. 051/220344 - www.libnat.it
Libreria Antiquaria Coenobium
Corso Alfieri, 374 – Asti
Tel. 0141/31606
www.libreriacoenobium.it
tª%JTOFZtª%JTOFZ1JYBStª1MBZ&OU.POEP)PNF&OU t5."UMBOUZDB4Q""OJNBUFE4FSJFTª"UMBOUZDB4Q".PPOTDPPQ4"4"MMSJHIUTSF
DPODFQUDBSEBOEVTFECZ)JEEFO$JUZ(BNFTVOEFSMJDFOTFXXXCFMMBTBSBDPNtª(JPDIJ1SF[JPTJ4QBBOE.BSBUIPO
FTFSWFE tª)JEEFO$JUZ(BNFT*ODªoDPODFQUDBSE"MMSJHIUTSFTFSWFE#&--"4"3"JTBUSBEFNBSLPG
36
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
L’intervista d’autore
GIUSEPPE MARCENARO E QUELLE
“DOTI” DI LIBRI DI CUI È CUSTODE
di luigi mascheroni
aggista, critico d’arte,
giornalista, professore, scrittore.
Anzi, “poligrafo”, come ha
chiesto fosse scritto
nel sottopancia, una volta
che partecipò a una trasmissione
televisiva. Che, ovviamente, parlava
di libri.
Nella sua vita, Giuseppe
Marcenaro ha fatto molte cose:
collaborato per un’infinità
di quotidiani e riviste, da “Epoca”
a “La Stampa” (sulla quale ancora
firma), dal “il Giorno” a “Il Caffè”.
Dal 1975 al 1984, ovvero per tutta la
durata della pubblicazione,
ha diretto la rivista di letteratura
e filosofia “Pietre”. Ha tenuto corsi
e seminari in università italiane
e straniere; ha organizzato e curato
mostre d’arte e fotografia; ha scritto
molti libri, tra i quali, appena
pubblicato, un mémoire intitolato guarda caso - “Libri. Storie di
passioni, manie e infamie” (Bruno
Mondadori). Ma, soprattutto,
ha letto così tanti libri e su così tante
cose, che alla fine nella sua grande
casa con le finestre affacciate sul
porto di Genova ne ha messi insieme,
dicono, ventimila.
S
Diciamo anche qualcosa in più.
Facciamo il doppio.
Chi ha avuto il privilegio di
vederla, ha scritto che la sua è una
delle biblioteche private più belle e
più ricche d’Italia.
Non allarghiamoci. Ammetto che è
una buona biblioteca, ma non so se sia
la più importante. Di certo contiene
“pezzi” interessanti.
Ecco, appunto. Cosa contiene?
Di tutto, o perlomeno tutto ciò che
rientra nei miei interessi, e quindi tanta
letteratura visto che mi occupo
tendenzialmente di questo. È una
biblioteca più da scrittore che da
bibliofilo. I libri per me non sono oggetti
da collezione, ma strumenti di lavoro.
Se riesco a procurarmi una prima
edizione mi ritengo fortunato,
ma se non riesco poco importa.
La sua casa è divisa in stanze,
una per “materia”?
Sì. C’è quella del Novecento
italiano, questa sì con molte prime
edizioni. Poi c’è naturalmente una parte
“antica”, al centro della quale ci sono
i Salmi, testo sul quale, simbolicamente,
poggia l’intera biblioteca. Poi ci sono le
letterature straniere divise per pareti:
angloamericani, francesi, russi,
spagnoli...
A parte tengo le collezioni, tra le
quali la “Pleiade” con i classici francesi
in lingua o l’”Èdition des Oeuvres
complètes” di Stendhal, uno degli autori
che amo di più - curata da Henri
Martineau per Le Divan in 79 volumi
pubblicati tra il 1927 e il 1937.
Poi una sala con i cataloghi d’arte.
Poi la biblioteca-salotto con una parete
enorme per le biografie, una sezione
dedicata alle città e ai luoghi, una
per la fotografia, una per la narrativa
contemporanea. Poi c’è lo studio con
una vetrina per i libri-oggetto, le riviste,
tutta la serie dell’”Almanacco del
bibliofilo”.
Lei, però, non si definisce
un bibliofilo
No. E neppure un collezionista.
Mi considero un custode dei libri. Sono un
lettore a cui la sorte ha destinato
di occuparsi di libri e letteratura,
e alla fine si è trovato a custodire questa
follia che è la mia biblioteca... Sono
un custode temporaneo in attesa
di un successore che continui la missione.
Come è nata la sua biblioteca?
Una parte l’ho ereditata
da un prozio di mia nonna, vissuto
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
tra la seconda metà e la fine dell’800,
un veterinario che aveva curiosi interessi
letterari e che devo dire acquistava libri
antichi e incunaboli con un buon fiuto:
sceglieva sempre le opere “migliori”:
la Storia d’Italia del Guicciardini
nell’edizione giusta, l’Ariosto con
le illustrazioni del Dossi, i libri di Bembo
e di Folengo, alcune cose di Giordano
Bruno, e poi molti libri di viaggio
e per bambini...
Una parte, invece,
l’ho ereditata da uno zio, grande lettore,
un uomo che credo non abbia lavorato
un giorno in vita sua, ma comprava
moltissimi libri, ed essendo nato nel
1901 e morto nel ’33, il tempo delle sue
letture è coinciso con Martinetti e i libri
futuristi, le edizioni di Gobetti, la prima
edizione di “Ossi di seppia” di Montale...
Infine, un’altra parte della biblioteca
l’ho ereditata dalla mia cara amica Lucia
Rodocanachi, la “Signora delle
traduzioni”, amica, compagna di lavoro
e spesso ghost writer di Vittorini, Gadda,
Bo, Montale, Sbarbaro. Mi ha lasciato
tutte le sue carte e i suoi volumi,
dalle edizioni della “Voce” alla collezione
completa dei “Gettoni”.
Quali sono, tra i suoi libri, quelli
con le storie più curiose?
A proposito di Lucia Rodocanachi:
ho la prima edizione di “Flush:
A Biography di Virginia Woolf”,
pubblicato da Hogarth Press nel 1933
e che lei ebbe dalla scrittrice che andò
a trovare a Londra, perché voleva
tradurre il libro in italiano.
Ma, incredibilmente, si dimenticò
di farselo autografare, e io le dicevo
sempre: «Ma Lucia, come hai fatto a non
pensarci!». Però, parlando di dediche,
ne ho una bellissima che Carlo Bo mi
fece sulla ristampa di “La letteratura
come vita”: essendo un librone ci scrisse:
«Ti offro questo mattone stira-calzoni».
E poi ho “L’osteria del cattivo tempo”
del critico Emilio Cecchi sfregiata da
Camillo Sbarbaro, che lo detestava.
37
Un libro che si intitolava “Titanic”, e
che non riuscii a leggere perché in casa
me lo sequestrarono subito, a mia
mamma non sembrava una lettura
adatta a un bambino. Non ho mai saputo
che fine fece. Disperso.
nell’edizione stampata a Milano
da Antonio Fortunato Stella nel 1827,
la prima edizione ufficiale dell’opera.
O “Il seme del piangere” di Giorgio
Caproni dedicato a Sbarbaro, che poi
lo passò a Lucia Rodocanachi,
che lo passò a me. Ancora: “Promenades
dans Rome” di Stendhal pubblicato
a Parigi nel 1829... Ma ogni volta che cito
un libro faccio torto a tutti gli altri,
che mi sembra mi guardino male
dalle pareti.
Il libro più prezioso che
possiede?
E il libro che le manca e
vorrebbe avere?
Dal punto di vista affettivo
le “Operette morali” di Leopardi
Quel “Titanic” che comprai
da bambino e che non ho più rivisto.
Il primo libro acquistato da lei?
38
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
ASTE, FIERE E MOSTRE-MERCATO
Nel mese di Francoforte, la Germania la fa
da padrona. Ma anche sulle nostre sponde...
di annette popel pozzo
IL 15 E 16 OTTOBRE,
PFORZHEIM
Asta - Bücher, Grafik und Kunst
www.kiefer.de
Quasi 8.000 lotti tra manoscritti,
incunaboli, libri antichi di vario
argomento, stampe, vedute e carte
geografiche. Con una stima interessante
l’edizione di Tommaso Campanella,
De monarchia hispanica (Amsterdam,
Elzevier, 1653, reimpressione dell’ed.
del 1641, lotto 4862, stima ¤90)
e la prima edizione dell’Opera omnia
di Girolamo Cardano a cura di Gabriel
Naudé e Charles Spon (Lione, Huguetan &
Ravaud, 1663, 10 vol., legatura
in pergamena coeva, lotto 146, stima
¤15.000).
IL 16 OTTOBRE, PADOVA
Mostra mercato – Volumi Urbani,
XV edizione della Mostra mercato del libro
e della stampa antichi
[email protected]
Più di 40 espositori specializzati
provenienti da tutta Italia. Sotto gli
antichi portici di Via San Francesco,
in centro a Padova.
DAL 20 AL 23 OTTOBRE,
BERLINO
Asta - Bücher, Autografen und Dekorative
Grafik
www.bassenge.com
Tra gli incunaboli segnaliamo
una bella copia della prima edizione
di Giacomo Filippo Foresti (1434-1520),
De claris selectisque mulieribus (Ferrara,
Laurentius de Rubeis, 29. IV. 1497, lotto
760, stima ¤20.000). L’opera in chiaro
riferimento al testo di Boccaccio viene
considerata, grazie alle illustrazioni,
uno dei più bei libri rinascimentali.
Interessante sicuramente l’edizione di
Niccolò Perotto, Regule grammaticales
(lotto 848, stima ¤1.200; probabilmente
stampata a Venezia da Sessa nel 1510
circa). L’edizione, non censita nelle
bibliografie, dimostra una collazione
identica a due altre edizioni,
ma con varianti nel titolo.
DAL 26 AL 29 OTTOBRE,
KÖNIGSTEIN IM TAUNUS
Asta - Bücher, Handschriften, Geografie,
Reisen, Atlanten, Landkarten, Ansichten;
Kunst
www.reiss-sohn.de
Con tre cataloghi contenenti più di
5.500 lotti tra manoscritti, libri
a stampa, carte geografiche, stampe
e arte, la tedesca Reiss & Sohn offre
un ricchissimo assortimento, impossibile
da descrivere in breve. Da segnalare
sicuramente un Sammelband che
contiene la princeps di Giordano Bruno,
De compendiosa architectura, &
complemento artis Lullij (Parigi, Gourbin,
1582), legata insieme all’Opusculum
Raymundinum de auditu kabbalistico sive
ad omnes scientias introductorium (Parigi,
Gourbin, 1578) e all’Ars brevis (Parigi,
Gourbin, 1578) di Ramón Lull (lotto 1071,
stima ¤5.000). Queste tre opere insieme
al testo lulliano Articuli fidei sacrosanctae
ac salutiferae legis Christianae cum
eorundem perpulchra introductione (nel
presente lotto mancante) sono
logicamente connesse, dato che il
tipografo Gourbin aveva probabilmente
l’idea di presentare
al pubblico una sorta di “collezione
lulliana”. Bruno in De compendiosa
architectura, stampata quattro anni dopo
le opere lulliane, fa numerose riferimenti
al filosofo spagnolo. Quest'ultimo dato
pare degno
di interesse in quanto induce a ritenere
che Bruno abbia ottenuto dall'editore
anche l'accesso ad una sorta di archivio
personale del tipografo. È possibile, infatti,
che in questa circostanza
il filosofo abbia potuto rivedere alcuni
passaggi contenuti nei testi di Lullo
e attendere così più agevolmente
alla stesura del suo commentario.
Riaprendo le carte del processo, emerge
che Bruno ammise di aver posseduto “libri
de auttori dannati” tra cui le opere di
“Raimondo Lullio ed altri, che hanno
trattato di materie filosofiche”.
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
IL 27 OTTOBRE, LONDRA,
KING STREET
lotto 212, stima ¤24.000-30.000),
rivoluzionaria per il fatto che introduce
per la prima volta nella visione
cosmologica buddista l’approccio della
cartografia europea.
Asta - The Arcana Collection Part II:
Important Rare Books and Manuscripts
www.christies.com
La seconda parte si presenta
con 65 lotti contenente tra l’altro
l’esemplare in prima edizione dell’opera I
quattro libri dell’ architettura
di Andrea Palladio (Venezia, Domenico de'
Franceschi, 1570, 4 volumi in pieno
marocchino settecentesco, 293x195 mm,
lotto 57, stima £16,000 - £25,000),
appartenuto a Thomas Maitland, Lord
Dundrennan (1792-1851).
DAL 4 AL 7 NOVEMBRE,
NEW YORK
Mostra mercato - 20. IFPDA Print Fair
The Park Avenue Armory, 643 Park Avenue
at 67th St., New York, NY 10065
www.ifpda.org/content/print-fair
IL 5 NOVEMBRE, LONDRA,
SOUTH KENSINGTON
Asta - Travel and Vintage Posters
www.sothebys.com
IL 28 OTTOBRE, LONDRA
Asta - The Library
of an English Bibliophile, Part 1
www.sothebys.com
La biblioteca di un “English
Bibliophile” che riflette 45 anni
di collezionismo, sarà venduta in varie
puntate a Londra e New York. Questa
prima puntata contiene 149 lotti.
Prevalgono prime edizioni inglesi ed
americane, molte nelle legature
editoriali, spesso arricchite
da dediche. Di particolare
bellezza l’opera The
Works of Geoffrey
Chaucer, stampata per
la Kelmscott Press nel
1896 contenente le
xilografie di Edward BurneJones (lotto 24, stima
¤73.500-98.000, tiratura
complessiva di 438 esemplari, la presente
copia fa parte delle 425 copie su carta,
stampate in rosso e nero, e in più si
tratta di una delle 48 copie rilegate dalla
Doves Bindery su disegno di William
Morris).
IL 28 OTTOBRE, PARIGI
Asta - Vente Livres: Bibliothèque
d'un amateur
www.audap-mirabaud.auction.fr
39
DALL’8 AL 12 NOVEMBRE,
MONACO DI BAVIERA
IL 3 NOVEMBRE, PARIGI
Asta - Vente Trois collectionneurs:
Jacques Bellon, Bernard Farkas, Raymond
Honnorat
www.alde.fr
158 lotti contenenti importanti
libri francesi: segnaliamo la
prima edizione di Le Rouge
et le Noir
di Stendhal (Parigi,
Levavasseur, 1831,
2 vol., lotto 43, stima
¤12.000-18.000,
contenente anche le 4
carte di “avant-propos” non
segnalate da Carteret)
e sempre di Stendhal la princeps
di La Chartreuse de Parme (Parigi, Dupont,
1859, 2 vol., lotto 46, stima ¤8.00012.000).
IL 4 NOVEMBRE, LONDRA
Asta - Travel, Atlases, Maps and Natural
History
www.sothebys.com
Da segnalare la prima mappa
geografica del mondo buddista stampata
in Giappone (Kioto, 1710, 1440x1135 mm,
Asta - Bücher, Manuskripte, Autografen
und Grafik
www.hartung-hartung.com
DAL 10 AL 12 NOVEMBRE,
MONACO DI BAVIERA
Asta - Bücher und Grafik. Sammlung
Padua (Märchen, Sagen, Volkskunde)
www.zisska.de
Nell’asta un bel gruppo di novelle
e favole per bambini con numerose prime
edizioni.
IL 14 NOVEMBRE, MILANO
Mostra mercato – Vecchi Libri in Piazza
www.piazzadiaz.com
La mostra si svolge sotto i portici di
Piazza del Duomo, Piazza Diaz, Via
Gonzaga e Via Baracchini.
L’impegno di Med
6.000 spot gr
iaset per il sociale
atuiti all’anno
6.000
i passaggi tv che Mediaset, in collaborazione con
Publitalia’80, dedica ogni anno a campagne di carattere sociale.
Gli spot sono assegnati gratuitamente ad associazioni ed enti
no profit che necessitano di visibilità per le proprie attività.
250
i soggetti interessati nel 2008 da questa iniziativa.
Inoltre la Direzione Creativa Mediaset produce ogni anno,
utilizzando le proprie risorse, campagne per sensibilizzare
l'opinione pubblica su temi di carattere civile e sociale.
3
società - RTI SpA, Mondadori SpA e Medusa SpA costituite
nella Onlus Mediafriends per svolgere attività di ideazione,
realizzazione e promozione di eventi per la raccolta
fondi da destinare a progetti di interesse collettivo.
42
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
ANDANDO PER MOSTRE
Un “inedito” Battiato, l’Oceania dei bambini,
D’Annunzio a New York e le parole di Scarpa
di matteo tosi
DALLE NOTE AI PENNELLI,
SEMPRE “MEDITERRANEO”
n un momento come questo, dove
la prossima mostra della nostra
Fondazione, dedicata a “Dante
e l’Islam”, fa il paio con la grande
esposizione con cui Palazzo Reale
omaggia l’arte della “Mezzaluna Fertile”,
non potevamo non notare l’interessante
appuntamento che la città di Alba
dedica a uno dei nostri intellettuali
maggiormente esperti di Islam
e di “incontro” tra le culture e le diverse
spiritualità del Mediterraneo.
Cantante e musicista per il grande
pubblico, ma anche poeta, letterato
e saggista per gli intelletti più raffinati,
Franco Battiato non ha disdegnato di
esprimere il proprio estro neppure
attraverso il caleidoscopico linguaggio
I
delle arti visive. Anzi, vi si è dedicato
con sempre maggior costanza fin
dai primi anni Novanta, ed è proprio
il suo intero percorso pittorico a essere
indagato nella piccola ma raffinata
mostra ospitata all’interno della Chiesa
di San Domenico (“Franco Battiato.
Prove d’autore”, fino al 1° novembre,
info: tel. 0173/361051).
«Vent’anni fa - ha dichiarato
giocosamente lo stesso artista - iniziai
a dipingere per pura sfida... Ora posso
dire, finalmente, che potrei cominciare
a dipingere, e bene, anche se non so
quando». Impossibile incasellarlo
in una qualche definizione estetica,
quindi, come nota anche la curatrice
Elisa Gradi (insieme a Giuliano Allegri
e Simone Sorini) nel suo saggio
in catalogo: «Franco Battiato non è
un pittore. È un uomo che dipinge.
Questo ribalta la prospettiva e annienta
ogni tentativo di schematizzazione.
Sebbene sia constatabile un progressivo
affinamento della tecnica pittorica nel
suo percorso, Battiato non se ne lascia
sopraffare, non assoggetta se stesso e il
suo lavoro a finalità estetiche dettate».
La scelta di una figurazione
istintiva, comunque, risulta abbastanza
evidente fin dai primi sguardi, così
come non può sfuggire la sensazione
di un approccio surrealista-metafisico
alla stessa, cosa che risulta facilmente
associabile al forte potere evocativo
della sua poesia, in musica o meno.
Come le sue parole e le sue
melodie, infatti, anche il suo gesto
pittorico, conserva intatta tutta
la propria modernità, pur non
nascondendo (e non cercando di farlo)
una sorta di “debito” d’ispirazione
nei confronti della civiltà medievale
e della cultura bizantina in particolare.
Tempo, memoria, storia, spiritualità
e bellezza sono i “temi” portanti di tutte
e venticinque le opere esposte oli su tela che vanno dal piccolo
al grande formato -, dipinte con una
tavolozza tipicamente calda
e mediterranea, ma sempre misurata,
più incline all’eleganza della bicromia
che allo sfavillante contrasto dei colori.
FRANCO BATTIATO.
“PROVE D’AUTORE”
ALBA (CUNEO),
CHIESA DI
SAN DOMENICO,
FINO AL 1° NOVEMBRE
CATALOGO SKIRA
INFO: TEL. 0173/361051
www.fieradeltartufo.org
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
43
FAVOLE DELL’ALTRO MONDO
“DISEGNATE” AI NOSTRI BIMBI
LA VITA COME OPERA D’ARTE, COSÌ IL VATE
D’ANNUNZIO CONQUISTA LA GRANDE MELA
alleria dall’appeal fortemente
contemporaneo se non addirittura
metropolitano, lo spazio espositivo
del Credito Valtellinese a Milano, presso il
Palazzo delle Stelline, si apre per la prima
volta al poliedrico universo dei bambini e alla sensibilità di tutti quei “grandi” che
hanno saputo conservare intatta la propria
fascinazione per il fantastico a tinte
pastello -, per ospitare una tappa speciale
della celebrata “Mostra Internazionale
d’illustrazione per l’infanzia” che, ormai
da qualche decennio, è protagonista
a Sarmede, piccolo paese delle Prealpi
venete, sotto il siggestivo titolo “Echi
di mari lontani”. L’esposizione e l’intera
kermesse, che quest’anno guardano alle
“Fiabe dell’Oceania”, raccontano storie di
ino al 15 dicembre,
la Casa Italiana Zerilli-Marimo della
New York University
ospita filmati, oggetti
d’epoca e fotografie originali appartenuti a Gabriele d’Annunzio, il Vate
qui da noi, ma anche uno
dei più positivi modelli di
G
F
italianità per un’intera
generazione di nostri
connazionali emigrati
Oltreoceano. La mostra,
curata da Giordano Bruno
Guerri e Stefano Albertini
porta, infatti, porta nel
proprio sottotitolo “La
vita come un capolavoro”, uno dei messaggi
grandi eroi “tribali” e divinità dispettose le fiabe che si tramandano gli Aborigeni
australiani e i Maori della Nuova Zelanda
e tutti gli altri popoli di pescatori e
navigatori che da sempre popolano queste
“terre d’acqua” - attraverso la lettura
per immagini che i nomi più accreditati
e i giovani più interessanti della “nostra”
scuola d’illustrazione hanno sentito dentro
di sé. Il gotha dell’illustrazione occidentale
(40 artisti provenienti da 20 Paesi), quindi,
qui presentato attraverso questo inedito
confronto con la “mitologia degli
Antipodi”, ma anche attraverso una
prestigiosa selezione dei più interessanti
COME NOMI E PAROLE POSSONO PRENDERE FORMA
NELLE MANI DI UN GRANDE ARCHITETTO E DESIGNER
arlo Scarpa e
la forma delle
parole”. Ecco il
suggestivo titolo che il
“C
“Centro” trevigiano dedicato allo stesso maestro ha
scelto per raccontare per la
prima volta le numerose
incursioni del grande architetto nel mondo della
grafica, e in particolare nel
disegno e nell’impaginazione “monumentale” di
caratteri e scritte. Opere
declinate nelle dimensioni
e nei materiali più diversi,
dal ferro alla carta e alla
pietra, e dai lavori “am-
bientali” ai più diversi prodotti editoriali, comprese
targhe e incisioni varie.
La mostra (fino al 15 gennaio ; tel. 0422/545805 www.carloscarpa.it) espone disegni, bozzetti, progetti e un cospicuo corpus
fotografico delle loro realizzazioni, oltre ai render
bidimensionali dei lavori
più imponenti e ad alcuni
video che ne raccontano la
“plasticità”.
concettuali più affascinanti e identificativi del
grande poeta, qui raccontato attraverso le “cose” e le carte della propria
quotidianità.
prodotti editoriali di questi ultimi tre anni,
con le tavole originali (più di 300)
di alcuni piccoli grandi libri che sono
diventati veri e propri capolavori
tra le mani dei bambini di tutto il mondo.
Una terza sezione completa
il tutto (fino al 15 novembre; info:
tel. 02/48008015 - www.creval.it),
quella tradizionalmente legata al lavoro e
alla poetica di un illustre ospite d’onore.
Nel caso specifico, Emilio
Urberagua, autore di un’infinità di storie
e personaggi caratterizzati da un inedito
connubio di tenerezza e ironia, “Manolito”
e “Olivia” su tutti.
44
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI
Dopo “Libri”, Giuseppe Marcenaro si dedica
ai loro collezionisti, evocandone il mondo...
di matteo noja
39 ISTANTANEE RACCONTANO
IL VIVERE DA VERI BIBLIOFILI
l noto bibliofilo Giuseppe Marcenaro,
critico e saggista genovese, dopo aver
pubblicato ultimamente un libro molto
recensito sui libri, intitolato appunto Libri.
Storie di passioni, manie e infamie (Bruno
Mondadori, pp. 216, ¤17,00), ci offre
un libro curioso, Ammirabili & Freaks
(Nino Aragno Editore, pp. 260, ¤15,00).
Come Libri è un viaggio sentimentale
tra gli scaffali – alla ricerca di emozioni
sopite e nascoste tra le pagine ma mai
scordate, tanto che al solo sfogliare
escono dal loro nascondiglio e si rifanno
vive e fulgide come fossero ancora
presenti – alla stessa maniera Ammirabili
& Freaks è un viaggio sentimentale
attraverso i ricordi di persone
e personaggi che si presentano
alla maniera di istantanee, nelle righe
che Marcenaro ci porge – avendo come
maestro insuperabile quel tale James
Boswell che verbalizzò in modo
ineguagliabile la vita di Samuel Johnson –
in maniera garbata e colta.
Lo stesso Marcenaro nella
prefazione racconta di Norman Douglas
che per anni lasciò cadere i biglietti
da visita delle persone che incontrava
in un vaso di bronzo. «Un giorno
cominciò a estrarre, uno a uno, quei
biglietti. Divennero una sorta di ironica
e invadente madeleine. Riemergeva così
la sua vita. I cartoncini inanimati
evocavano a Douglas volti e incontri.
Con la medesima casualità ho lasciato
fluire i miei personaggi per contemplare
il piacere delle loro vite e sollecitare nella
I
mia memoria postume curiosità. Riuniti
assieme sono una fotografia di gruppo,
il controtipo dell’avventura esistenziale
di chi li racconta».
Di solito non ci addentriamo
in territori che non siano libreschi, ma la
contiguità della voce narrante con i nostri
domini ce lo permette. Più che una
fotografia di gruppo, sembra di guardare
acutamente a uno scaffale per cercare
di leggere i vari titoli, ascoltare i timbri
delle voci dei tanti scrittori
che in maniera casuale o accurata
si susseguono nella libreria. Marcenaro
tratta gli uomini alla stregua dei libri
e non ci pare un difetto, anzi, ne fa
sortire una sorta di coro (Francesco
Perfetti recensendo Libri titolava “Un coro
di libri nell’antro del bibliofilo”)
per far risaltare le loro particolarità.
Ecco che ci giungono le voci
di personaggi molto diversi tra loro,
da Claire Trevor, conosciuta dai più come
Dallas, la donna di Ringo/John Wayne
nel film Ombre rosse, a Mario Soldati,
tra i pochi italiani ad aver avuto l’onore di
vedere battezzato un sigaro con il proprio
nome. A Giovanni Spadolini, l’ingordo
di cultura, conosciuto compiutamente
in modo postumo, attraverso la sua casa,
vero e proprio children’s corner, accumulo
di un’esistenza. All’asciutto ed enigmatico
Alberto Lattuada, di cui ricorda, oltre alle
acciughe fritte, la passione per la
fotografia e il bellissimo libro fotografico
da lui edito per le edizioni di Corrente
nel 1941. Il libro, prezioso per la sua rarità
e conteso oggi dai collezionisti, si può
considerare il vero manifesto
del neorealismo cinematografico.
Tra gli altri personaggi, Teresa
Mattei, la donna cui Luigi Longo nel 1945
chiese di individuare quale fiore potesse
diventare il simbolo delle donne.
In risposta all’allora dirigente del Partito
Comunista, lei, donna tenuta
in considerazione da tutti i grandi
del Partito, si inventò una leggenda cinese
«in cui la mimosa diventava emblema
dell’unità familiare e della leggerezza
femminile. Una leggenda assolutamente
inesistente. La mimosa fu accettata.
Facendo arrabbiare le compagne socialiste
che avevano proposto l’orchidea».
E Jacques Guerin, il favoloso bibliofilo che
cominciò la sua collezione di autografi
e manoscritti a 17 anni, acquistando
per pochi spiccioli un autografo
di Apollinaire; visse a lungo, fino a quasi
cento anni, vivendo in una casa da gran
connaisseur, dove aveva sapientemente
dissimulato, quasi occultato, la sua
preziosa raccolta. Marcenaro lo conobbe,
introdotto da un amico mercante
francese, poco tempo prima del suo exit,
appena in tempo per assaporare le sue
bizzarrie da gran collezionista, capace
di mentire impunemente per non prestare
alcuni dei suoi tesori dicendo di non
possederli. Parlando del fatto che visse
moltissimo, il nostro scrittore descrive
appropriatamente il mondo dei bibliofili
in attesa della sua dipartita come «una
pattuglia di apaches sulle colline», pronta
ad «agguantare qualche pezzo di cui si
favoleggiava, messo all’asta dagli eredi».
I personaggi descritti da Marcenaro
sono 39 e meriterebbero tutti una
citazione. Ma forse è meglio che il lettore
compri e legga direttamente il libro e lo
custodisca come un piccolo assaggio di
vite eccellenti, dei modi in cui si possa
rendere interessante, per sé e per gli altri,
quel breve transito che è la nostra vita.
Giuseppe Marcenaro, Ammirabili
& Freaks, Nino Aragno Editore, Torino,
2010; pp. 260, ¤15,00
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
45
BvS: a proposito di Dante
La “Commedia” si mostra
attraverso i suoi più alti lettori
Letture e lettori di Dante - provenienze storiche
ANNETTE POPEL POZZO
A
llestita presso la Biblioteca
di via Senato dal 3 novembre 2010 al 27 marzo 2011,
la mostra “Dante e l’Islam”, presentando il contatto, l’influsso e la
ricezione del mondo islamico nell’opera di Dante e nel mondo cristiano a cavallo del milletrecento,
mette sotto gli occhi dei visitatori
un bel panorama di edizioni celebri
della Divina Commedia, che fanno
parte del Fondo Dantesco della
nostra biblioteca.
Al valore delle edizioni di per
sé, si aggiunge quello delle numerose provenienze illustri, che arricchiscono i volumi sotto forma di ex
libris, note di possesso, semplici
timbri, o sotto forma di postille e
3
anche lunghe note manoscritte. Le
provenienze permettono l’identificazione virtuale dell’esemplare nel
contesto storicamente preciso di
una biblioteca o di una raccolta.
Quel che più importa è che le
tracce di possesso sono segni di letture lasciati da lettori e sono pertanto testimoni del continuo interesse e fascino nei confronti della
prima corona della letteratura italiana. Coprendo vari secoli e unendo bibliofili e studiosi danteschi
non soltanto dall’Italia, le provenienze formano un tappetto simile
a quello stellare del Paradiso. E poiché spesso molte di loro non sono
percepibili al visitatore, nascoste
come sono tra le pagine del testo o
nei contropiatti del volume, è utile
a questo punto qualche osservazione più specifica.
Una delle prime edizioni a
stampa della Divina Commedia, la
famosa edizione del 1487 (la seconda illustrata dopo l’edizione di
Firenze del 1481), appartenne al
1
5
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
monastero camaldolese di San
Mattia di Murano, com’è provato
dalla nota manoscritta: “DAnte del
Monasterio di S.to Mattia di
Murano” (foto 1).
Il convento, fondato quasi
sessant’anni prima della nascita
dello stesso poeta, fu tra i più imponenti e antichi monasteri di
Venezia. Edoardo Barbieri ha discusso il contenuto e l’importanza
della sua biblioteca in più di un
contributo (Produrre, conservare, distruggere: per una storia della biblioteca di S. Mattia di Murano, in Ateneo
veneto 185 (1997), p. 13-55;
Morfologie del libro in un monastero
camaldolese del Quattrocento: il caso S.
Mattia di Murano, in Il libro nella
storia, Milano, 2000, p. 1-115). La
corporazione religiosa venne soppressa dai francesi durante le guerre napoleoniche, ma la copia della
nostra biblioteca si trovava in verità
già nel 1760 – per motivi ignoti – in
possesso dell’avvocato piemontese
Casimiro Donaldi (nota di possesso
all’inizio del Purgatorio “Casimiro
Donaldi Torinese Baccalare nell’una, e nell’altra legge l’anno della
nostra salvazione giusta l’Era volgare MDCCLX”), che alla fine del
Settecento pare fosse il proprietario della villa “La Tesoriera”, vicino
a Torino.
La prima edizione della
Divina Commedia in volgare a cura
di Pietro Bembo, stampata da Aldo
Manuzio il vecchio nel 1502, reca
invece l’ex libris araldico inglese
della tenuta di Syston Park,
Lincolnshire, la cui biblioteca, formata da Sir John Thorold (17341815) e suo figlio Sir John Hayford
Thorold (1773-1831) fu considera-
47
6
ta una delle più imponenti collezioni inglesi sette-ottocentesche, soprattutto per l’abbondanza di edizioni aldine (cfr. William Y.
Fletcher, English Book Collectors,
Londra, 1902). La nostra copia fu
molto probabilmente rilegata proprio da Sir Thorold, decimo baronetto di Syston Park, e si presenta
in una bella legatura amatoriale ottocentesca inglese in pieno vitellino con il delfino e l’ancora aldina
impressa in oro ai piatti (foto 2).
Della biblioteca, che fu dispersa in asta nel 1884 presso
Sotheby, Wilkinson & Hodge (The
Syston Park library: catalogue of an
important portion of the extensive and
valuable library of the late Sir John
Hayford Thorold), esiste un solo disegno noto (foto 3) eseguito attorno al 1824 da Thomas Kearnan (fl.
1821-1850) e raffigurante una sala
enorme, incastonata di librerie fino
al soffitto, arricchita da sculture e
busti con il nobiluomo seduto alla
scrivania che conversa con la moglie mentre il figlio legge.
Un altro aristocratico intel-
lettuale inglese ottocentesco molto
interessato di cultura e letteratura
italiana – in primis di Dante – fu
lord George John Warren Vernon,
quinto barone Vernon (1803-1866;
foto 4). Vernon conosceva molto
bene la lingua italiana grazie ai numerosi viaggi compiuti sin da bambino in Italia con lunghi soggiorni
a Firenze. I codici e le rarissime
edizioni a stampa della sua biblioteca dantesca ebbero grande fama.
Considerato tra i maggiori studiosi
danteschi dell’epoca e avendo lavorato assieme a Antonio Panizzi,
Vincenzo Nannucci e Pietro
Fraticelli, Vernon procurò l’edizione di diversi inediti danteschi.
Curò Le prime quattro edizioni della
Divina Commedia letteralmente ristampate (Londra, 1858, Biblioteca
di via Senato), con dei famosi facsimili delle prime quattro edizioni a
stampa. Viene però ricordato soprattutto per L’Inferno di Dante
Alighieri disposto in ordine grammaticale e corredato di brevi dichiarazioni
(Londra e Firenze, 1858-1865,
Biblioteca di via Senato), una monumentale opera riccamente illustrata in tre volumi sul testo del codice Riccardiano che fu condotta in
venti anni di preparazione.
La nostra rarissima prima
edizione in spagnolo dell’Inferno, a
cura dell’arcidiacono di Burgos,
Pedro Fernández de Villegas
(1453-1536) e stampata su commissione di Giovanna d’Aragona
(Giovanna la Pazza) nel 1515 a
Burgos (foto 5 e 6 con frontespizio
e stemma di Giovanna d’Aragona),
reca l’ex libris della biblioteca del
lord inglese. La rarità dell’edizione
è dovuta alla presenza di trattati
48
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
Nerli poi Cardinale, dettate da esso circa l’1658 al Can.o Matteo
Strozzi, e giungono fino al principio del Canto 22° del Paradiso”.
2
estranei alla Commedia, che contribuirono alla messa al bando dell’opera. A Vernon, socio corrispondente dell’Accademia della Crusca,
appartenne anche una delle due
copie conservate presso la nostra
biblioteca
della
Commedia
dell’Accademia della Crusca, del
1595. Il secondo esemplare nella
variante con 6 pagine di errata-corrige e il fascicolo Nn ricomposto,
in otto carte e non quattro, era stato prima nella biblioteca del cardinale Francesco Nerli. La copia
completamente interfogliata contiene note manoscritte e postille ai
margini del testo sotto il titolo di
“Osservazioni di Mons.e Francesco
Lettore e studioso di Dante
fu anche Sir Charles Harry St.
John Hornby (1867-1946), fondatore nel 1894 dell’Ashendene
Press, che insieme alla Kelmscott
Press di William Morris, alla
Doves Press e alla Golden
Cockerel Press fa parte del cerchio
ristretto ma eccelso delle più note
“private presses” inglesi a cavallo
del millenovecento. Una quarantina di edizioni – tutte rigorosamente stampate nel torchio a mano e
adoperando il carattere Subiaco,
ispirato al primo tondo usato in
Italia – furono pubblicate tra il
1895 e il 1935. La sua Divina
Commedia
(Chelsea,
The
Ashendene Press, 1902-1905) in
edizione limitata, con iniziali rubricati e cento illustrazioni derivati
dall’edizione del 1497, è universalmente considerata un cimelio d’arte tipografica insieme al Chaucer
della Kelmscott Press. A questo
punto non stupisce di ritrovare
nella nostra copia della Commedia
di Antonio Zatta (Venezia, 17571758), che appartiene alle edizioni
più ricche d’illustrazioni settecentesche, l’ex libris del tipografo inglese (foto 7). Questo del resto è
molto bello perché raffigura l’arte
della stampa con il torchio a mano.
La prima edizione della Vita
nuova di Dante Alighieri (Firenze,
Bartolomeo Sermartelli, 1576) con
timbro monastico sul frontespizio
reca sul verso l’ex libris del bolo-
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
49
gnese Ferdinando Belvisi (fl. 17911825), che contribuì a rendere illustri i suoi concittadini pubblicando
nel 1791 presso Giambattista
Bodoni gli Elogj d’illustri bolognesi
con un previo ragionamento su questa
spezie d’odierna e nel 1825 presso
Nobili di Bologna un Elogio storico
del pittore Lodovico Caracci. Dopo la
sua morte, la biblioteca venne venduta nel 1847 a Parigi presso
Silvestre.
L’imponente presenza di
provenienze celebri in alcune copie vede talvolta diventare l’esemplare più importante della stessa
edizione. Cosa che vale sicuramente per la copia dell’Amoroso
Convivio del 1531 presso Sessa di
Venezia.
L’esemplare di questa quarta
edizione reca gli ex libris araldici
del marchese Francesco Riccardi
de Vernaccia (1794-1845), del
conte e avvocato Camillo Gustavo
Galletti (1805-1868) e del barone
francese Horace de Landau (18241903) (foto 8).
Il banchiere de Landau, stabilitosi a Firenze su incarico di
James de Rothschild e responsabile anche per l’introduzione di una
moneta unica nel neofondato
Regno d’Italia del 1861, fu soprattutto un appassionato bibliofilo.
Acquistò nel 1879 una grande parte della biblioteca di Galletti, probabilmente anche per evitare che
la libreria fosse dispersa. La biblioteca Landau costituì una delle biblioteche più ricche in Europa, poco inferiore di numero alla biblioteca di Aby Warburg con 65.000
titoli. «Collezionava tutte le specie
di libri che i bibliofili del suo tem-
9
po desideravano possedere, in particolare libri a stampa del XV secolo» (Rudolf Blum, La Firenze bibliotecaria, in Bibliofilia 102:3
(2000), p. 268). Il catalogo a cura
del bibliotecario di Landau, Franz
Roediger, fu pubblicato in due
parti nel 1885 e 1890 sotto il titolo
Catalogue des livres manuscrits et im-
primés composant la Bibliothèque de
M. Horace de Landau.
Ancora più imponente si dimostra il caso per la copia dell’edizione della Commedia stampata
presso Nicolini da Sabbio e Sessa
nel 1564. L’edizione già di per sé
8
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
51
4
vanta celebrità, poiché fu curata da
Francesco Sansovino. Per la prima
volta unisce il commento quattrocentesco di Cristoforo Landino a
quello di Alessandro Vellutello del
1544 e contiene il grande ritratto
in cornice di Dante al frontespizio,
di tradizione vasariana, la cui presenza porta all’opera la denominazione “del Gran Naso” o “del
Nasone”. Il filone delle straordinarie provenienze di questo esemplare continua poi con le firme di
Anatole France, Anna de Noailles,
Maurice
Barrès,
Lucien
Corpechot e Marcel Proust, che
lasciano senza fiato, a prova del
fatto che la lettura della Divina
Commedia fu fondamentale per l’avanguardia intellettuale francese a
cavallo del Novecento (foto 9).
Nella Recherche non mancano
i riferimenti a Dante, ad esempio
quando il protagonista parla dei
colori che Dante presta al Paradiso
e all’Inferno in relazione ai piaceri
della lettura e alle proprie sofferenze: «des gens étaient assis dans
un salon de lecture pour la description duquel il m’aurait fallu choisir
dans le Dante tour à tour les couleurs qu’il prête au Paradis et à
l’Enfer, selon que je pensais au
bonheur des élus qui avaient le
droit d’y lire en toute tranquillité,
ou à la terreur que m’êut causée ma
grand-mère».
Le allusioni all’affare Dreyfus
che politicamente divisero la
Francia per decenni, contribuiscono al valore storico delle note manoscritte. Non dimentichiamo che
7
la copia in seguito passò nella biblioteca del noto diplomatico americano Robert Woods Bliss (18751962). L’uomo di stato repubblicano, destinatario di numerosi incarichi importanti, fu insieme alla
moglie Mildred Bliss (presente anche il suo ex libris) importante collezionista di arte bizantina e precolombiana. La loro casa Dumberton
Oaks Research Library and
Collection con più di 200.000 volumi appartiene oggi alla Harvard
University.
Non ci resta che augurare
una piacevole visita, sicuri come
siamo che la bellezza dei testi e delle tirature, accompagnate dal valore storico dei singoli volumi provocheranno al visitatore esperienze memorabili.
52
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
BvS: rarità per veri bibliofili
Elena Mezzadra e quella Città
del Sole ammantata di notte
La splendida legatura opera di Devauchelle su disegno dell’artista
CHIARA NICOLINI
N
ei due anni in cui ho lavorato alla Biblioteca di via
Senato ho visto libri che –
citando il celebre monologo di
Rutger Hauer in Blade Runner –
«voi umani non potreste immaginarvi».
Quando ho iniziato, conoscevo bene l’arte dell’illustrazione inglese, ma non avevo mai sentito
parlare né di François-Louis
Schmied, né dell’“imbullonato” di
Depero, né di molti altri straordinari artisti del libro e libri d’artista
che, soprattutto a vederli la prima
volta, sembrano oggetti provenienti dal Paese delle Meraviglie.
Né avevo dimestichezza con le legature francesi del XX secolo, che
si rivelano in tutto il loro splendore
solo ed esclusivamente dopo avere
estratto il libro, prima dalla custodia, e poi dalla chemise.
La mia catalogazione giornaliera era dunque fonte inesauribile
di apprendimento e incanto, e ricordo benissimo vari momenti di
rapimento, come quello in cui mi
trovai di fronte a una legatura di indescrivibile bellezza (Fig. 1), creata
da uno dei più celebri legatori francesi del XX secolo, Alain Devauchelle, su disegno di una delle più
importanti tra le artiste italiane
contemporanee: Elena Mezzadra.
Non a caso, l’opera fu esposta al Padiglione d’Arte Contemporanea di
Milano nel 1993.
Il libro era un in-4to alto e
snello, spesso poco meno di due
centimetri, che recava al dorso del-
LA FORMA È SOSTANZA,
MEZZADRA IN MOSTRA
ino al 28 ottobre,
la Fondazione Bandera
per l’Arte di Busto Arsizio
(VA) ospita “La forma è sostanza”,
una grande mostra dedicata
al lavoro di Elena Mezzadra.
Trenta tele di grandi dimensioni,
quasi cinquanta incisioni (tra
acquetinte, acqueforti e
puntesecche) e una selezione delle
sue più interessanti opere
scultoree, raccontano l’esito più
recente della sua trentennale
ricerca, sempre astratta ma mai
informale, sulla luce e sul colore.
www.fondazionebandera.it
F
la chemise in marocchino blu scuro
il titolo, impresso in oro, La Città
del Sole. Quando lo estrassi dalla sua
custodia rivestita di carta marmorizzata nera e con i profili in marocchino blu scuro, e poi dalla sua chemise, realizzata con gli stessi materiali, mi trovai di fronte a un disegno che sembrava rappresentare il
sorgere della luna dietro a una
struttura frastagliata – forse le vette
di una catena montuosa, forse le
frange di una nube strappata dal
vento, forse la cima di un albero stilizzato o il sollevarsi di onde impetuose. Non conoscendo allora l’arte astratta di Elena Mezzadra, cercai di capire che cosa quelle forme
geometriche potessero rappresentare nel contesto di un’immagine
che era senza dubbio un paesaggio
notturno.
Che si tratti davvero di un cielo
notturno, nonostante l’artista si sia
raramente avvicinata al figurativo,
me lo ha confermato proprio lei un
paio di giorni fa al telefono, durante
una piacevolissima conversazione
nella quale mi ha anche rivelato di
avere eseguito due diversi bozzetti –
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
53
1
uno con il cielo notturno scelto, e
uno con un cielo diurno – ispirati al
fatto che Campanella, in quanto
astronomo, doveva avere un intenso
rapporto con la volta celeste.
Il disegno per il giorno era su
fondo chiaro e aveva un aspetto più
vivace. In entrambi i casi, l’artista si
adoperò per trasfondere la sua arte
pittorica a un manufatto che sarebbe stato realizzato con materiali
ben diversi da quelli della pittura.
Il merito della riuscita va naturalmente in parte a Devauchelle,
che, grazie all’uso alternato di vitello e marocchino, seppe rendere con
insuperabile maestria l’intersecarsi
di piani trasparenti e fluttuanti con
zone di colore compatto che è proprio dell’arte di Elena Mezzadra.
I dipinti della Mezzadra, ma
anche le sue incisioni, hanno un effetto ipnotico: si potrebbero guardare per ore, perché il palesarsi al-
54
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
2
l’occhio di tutte le forme angolari e
di tutte le talora impercettibili variazioni di colore che li compongono è lento, graduale e ricco di imprevedibili rivelazioni.
L’andamento di queste geometrie colorate, il loro sovrapporsi
le une alle altre, le trasparenze di alcune – splendidamente definite da
Elena Pontiggia «pura cartilagine
luminosa» – e la compattezza di altre, le improvvise sferzate inferte da
linee acuminate, la carezza di certi
quadrati evanescenti, il sussulto
provocato da una lama di rosso acceso, la depressione di certi cupi angoli blu, il sollievo degli squarci luminosi, la potente energia vitale che
anima queste opere, tutto questo
provoca moti dell’animo infiniti
perché l’oggetto della visione non si
esaurisce mai in una forma riconoscibile e definitiva, come invece accade nell’arte figurativa.
Nella legatura di Devauchelle, la vellutata profondità del cielo
notturno è resa con un lembo di liscio vitello blu scuro disseminato di
punzonature argentate a simulare
le stelle, ed è messa ancor più in risalto dalla scabrosità del lembo di
marocchino di colore uguale, ma di
diversa tonalità, posto alla base della legatura. La mezzaluna al piatto
posteriore è fatta con polistirolo
espanso trattato. E le forme fluttuanti sono intarsi di vitello in varie
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
55
sfumature d’azzurro che si alternano a intarsi in marocchino rosso,
grigio e nero. Gli intarsi in vitello
traducono perfettamente la «pura
cartilagine luminosa» delle opere
pittoriche di Elena Mezzadra. I risguardi della legatura, in pelle scamosciata blu e quindi sfocati all’occhio, creano un piacevole contrasto
con la definizione del disegno di
copertina.
Il libro, unico al mondo, protetto da questa mirabile legatura è
un’edizione della Appendice della
Politica detta La Città del Sole di
Tommaso Campanella pubblicata
in Alpignano dall’illustre editore
Alberto Tallone, che ne terminò le
stampe il 14 settembre 1983. Si
tratta della copia numero 1, dedicata ad personam a Giacomo Lodetti e
impressa su carta Duchêne, di una
tiratura limitata a 256 copie, di cui
246 stampate su velina avorio di Arches, sette su carta vergata al tino
Duchêne, e tre sulla meravigliosa
carta giapponese “Torinoku Kozu”. L’edizione fu composta a mano
con i tipi tondi corpo 14 di C. Garamont. La legatura fu commissionata dallo stesso Lodetti.
Elena Mezzadra ha anche illustrato, con incisioni all’acquaforte e all’acquatinta, vari libri in edizione limitata, tra cui Sette poesie e
una frase – tre acqueforti di Roberto
Sanesi ed Elena Mezzadra (Milano,
Edizioni Lo Sciamano, 2003), e
L’Altro Empireo di Umberto Eco,
impresso a Santa Lucia ai Monti
(Verona) da Alessandro Zanella
nell’estate del 1998. La Biblioteca
di via Senato possiede la copia n. 51
di quest’ultimo (la cui tiratura è limitata a 100 esemplari), nella sua
legatura editoriale in cartone rivestito di carta a mano blu con inserti
vegetali.
Per questo spassoso testo di
Eco, tratto dal Diario Minimo del
1963, la Mezzadra realizzò una testatina e un finalino, che con le loro
forme semicircolari cingono idealmente il contenuto del libro, e
un’ampia illustrazione centrale
(Fig. 2), incisa all’acquaforte e all’acquatinta – una deflagrazione di
spesse linee nere, con un riverbero
di leggere intersezioni tondeggianti e, in basso a destra, una forma
rossa che assomiglia a una freccia.
Quando ho chiesto a Elena
Mezzadra se quella freccia avesse
un significato, mi ha risposto che la
nostra vita è disseminata di frecce
che ci indicano la strada, o che ci
portano direttamente verso qualcosa, perché in qualche parte dell’universo è predisposto così.
56
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BvS: rarità per veri bibliofili
L’arte della legatura
del bibliofilo Vittorio Scotti
Curiose annotazioni in un manoscritto inedito di fine Ottocento
ARIANNA CALÒ
manuali di storia della legatura
non sono certo rari negli scaffali di qualsiasi biblioteca o di un
appassionato bibliofilo. Ben più raro è ritrovare tra altri volumi, camuffato da una perfetta confezione
libresca, un quaderno manoscritto
di fine Ottocento che ricostruisce le
tappe di questa branca della bibliofilia, dispensando curiosità e notizie
insolite. È il caso di Cenni storici e
considerazioni intorno all’Arte della
legatura di Vittorio Scotti, conservato nel Fondo Antico della
Biblioteca di via Senato.
Datato al 1890 e in perfette
condizioni, il quaderno si presenta
legato in tela cerata verde con impressioni dorate al piatto anteriore,
racchiuse da una cornice lineare; all’interno, una piccola targa in cartoncino testimonia del conferimento a Vittorio Scotti, bibliofilo, di
una Medaglia d’Argento, mentre
125 pagine fitte di una curata grafia
contengono il testo. Poche, a ora, le
I
Frontespizio del quaderno
manoscritto di Vittorio Scotti, 1890
informazioni su Scotti: fu libraio a
Milano, stimato bibliofilo, ma soprattutto collezionista di memorie
del teatro drammatico italiano; raccolse autografi, ritratti e caricature,
fotografie, ritagli di giornali e di riviste, bibliografie di autori e attori,
opuscoli; di questi si conosce la
consistenza più o meno esatta: «circa 600 […] (saggi e studi drammatici) fra i quali parecchi rarissimi...
distribuiti in n. 16 registratori», come dichiarava lo stesso Scotti in una
lettera del 1930 indirizzata a
Francesco
Fedele,
Direttore
Generale della Siae.
L’intera collezione venne lasciata da Scotti alla Siae tra il 1925 e
il 1926, e l’intero apparato documentario rimase per lungo tempo
chiuso in casse, fino a quando, solo
nel 1930, venne individuata a Roma
nel Palazzetto del Burcardo la sede
per ospitarla. Gli opuscoli furono
invece ceduti per un modesto importo corrisposto poco prima della
loro consegna, nel febbraio 1930.
Sorprende notare come questo quaderno sia sfuggito alla donazione fatta dallo stesso Scotti alla
Società degli Autori; probabilmente il quaderno ebbe diverso destino
rispetto agli altri documenti perché
donato da Scotti a una “diletta Nina”, come annotato nella dedica in
antiporta: «quest’unico esemplare
d’una sua opera inedita, non perché
si lusinghi ch’essa sia per lei argomento di amena lettura, ma nella
certezza di offrirle un potente antidoto per le notti insonni e un pronto e innocuo surrogato ai più efficaci narcotici... umilmente dedica e
consacra, il suo Vittorio».
Il testo manoscritto non venne edito (non esistono copie censite, infatti) anche se curiosamente
presenta una suddivisione interna
molto simile a un qualsiasi testo
pensato per la stampa: contiene infatti una Prefazione, un Dizionario di
termini notevoli inerenti l’arte della
legatura, una Storia della legatura
suddivisa in quattro capitoli corredati di note a cui seguono una bibliografia, un repertorio dei principali legatori e un elenco di amatori e
collezionisti di legature.
Lo scritto di Scotti non manca
di un certo carattere pioneristico:
58
compilato sul finire dell’Ottocento,
in un periodo in cui «in quei pochi libri, specialmente francesi, che portano riassunti storici, o monografici
intorno alla legatura, si lamenta ad
unanimità la mancanza di una storia
ragionata e completa di quest’arte
non a torto tenuta dai più in poca
considerazione», la sua dissertazione potrebbe costituire un vero e proprio precedente.
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
Lo stesso scrittore si lamenta
delle difficoltà della sua impresa, insite non tanto nella vastità dell’argomento, quanto nella scarsa reperibilità di testi in materia di legature; eppure, da attento esperto e collezionista, non manca di fare continui riferimenti ai più aggiornati testi, repertori, cataloghi e riviste provenienti
dalla Francia e senza alcun corrispettivo in italiano.
Partendo dal principio che l’evoluzione del gusto in materia di
conservazione e affinamento estetico dei libri è chiaro segno di avanzamento e «progresso dell’umana cultura», Scotti traccia un abbozzo della storia della legatura, in cui il racconto storico, narrato a volte con piglio erudito, è inframmezzato da arguti commenti e celebri esempi: lo
sguardo sull’aspetto esteriore del li-
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
59
A sinistra: estratto dal Dizionario
dei legatori in coda al quaderno.
A destra: dedica dell’autore
in antiporta, 1890
bro si apre con il primo esempio di
legatura di pregio, individuata nei
codici delle Pandette di Giustiniano, conservate presso la Biblioteca
Laurenziana di Firenze, che a sua
volta, oltre alla ricchezza dell’ornamento, diventa esemplificativa di
un certo rigore e di una certa pesantezza delle prime difese dei libri, capaci di diventare pericolose per l’incolumità del lettore, come in un
aneddoto riguardante Petrarca, ferito gravemente dalla caduta di un
testo di Virgilio.
La strada verso la piacevolezza
estetica incontra nel corso del XVI
secolo il celebre bibliofilo Grolier, i
cui libri, secondo Vigneul-Marville,
«non mancano di nulla. Sono tutti
con dorature di una delicatezza che
invano si cercherebbe oggi, e negli
scomparti delle coperte vi sono diverse figure ben disegnate ed egregiamente dipinte».
La celebrità del collezionista
francese è alla base di una riconosciuta e incontrastabile superiorità
d’Oltralpe nell’amore e nella cura
per i libri, che supera le pur notevoli
edizioni coeve di Aldo e Elzevier;
ma per timore «che mi si faccia carico di una certa gallomania», Scotti
non tralascia di appuntare altri
esempi celebri di legature europee
dello stesso periodo, come il Golden
Manual of Prayers della regina Elisabetta I, interamente «foderato di lamine d’oro massiccio portanti sopra
un lato il giudizio di Salomone, sul-
l’altro il serpente di bronzo circondato dagli Israeliti, portato dalla sovrana appeso ad una catenella d’oro
alla cintura».
Meno gloriose sorti toccano
all’arte legatoria italiana, non certo
per mancanza di abili artigiani e
maestri rilegatori: il periodo trionfale del Rinascimento è riassunto
nella legatura anonima di un Missale Romanum stampato a Venezia nel
1505 da Antonio de Zanchi, venduto a un’asta londinese nel 1868 per
l’allora considerevole cifra di 2.500
franchi, di altissimo valore estetico
«da bastare essa sola a dimostrarci,
quand’anche non ci fossero altre
prove, che solo all’incuria dei governi e allo scarseggiare dei bibliofili disposti a non risparmiare sul
prezzo, devesi attribuire la decadenza della legatura in Italia».
60
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
Estratto dalla chiusa del testo, in cui Scotti sottolinea il taglio non enciclopedico del suo scritto
Nel Seicento trionfano oltralpe i ferri a pizzo di Gascon e dei
suoi allievi, unici artigiani a cui è
concesso di trasgredire dall’editto
di Enrico III del 16 settembre 1677,
che proibiva le gare d’ostentazione
di ricchezza tra i nobili, mentre a
partire dal secolo successivo vengono meno stili e forme definite, fino al contemporaneo «ciondolio
poco dignitoso per il decoro dell’arte […] dovuto in gran parte alla
mancanza dello studio e delle scuole speciali per i legatori».
Scotti cita ed elenca spesso
esemplari provenienti da biblioteche pubbliche, ma dedica un intero
capitolo alle meraviglie custodite
nelle raccolte di privati collezionisti:
nel 1890 erano già sufficientemente
noti i grandi nomi della bibliofilia
europea, di molti dei più celebri si
erano già disperse le biblioteche,
mentre solo pochi nuovi appassionati si fanno conoscere («temo che
ben presto il nome del Barone di
Rothschild diventerà leggendario»).
Tra i volumi posseduti dal mar-
chese Alexandre de Ganay sfilano
Augustin Du Seuil, Luc Antoine Boyet, Padeloup, fino a Thibaron-Joly
e Trautz-Banzonnet, aggiunti a
esemplari di vero pregio, come un
Evangelo di Carlomagno, in folio,
negli annali della legatura per le sue
coperte in smalto, oro e pietre preziose. Simili rarità anche nella biblioteca di Charles Brunet, dispersa
in cinque riprese dal 18 al 30 maggio
1868, in cui si conservavano libri appartenuti a Grolier, Francesco I, Enrico III e Caterina de’ Medici, e che
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
in virtù delle splendide legature consegnano agli eredi del libraio l’allora
impensabile cifra di 300mila lire; tra
i volumi di Victor Deseglise, il romanzo Jeune France di Theophile
Gautier è invece esempio di una legatura «in istile cattedrale, così chiamata da Champfleury […] così da far
credere che tutte quelle colonnette e
balaustre e ogivali fossero eseguite
da qualche artista abitante nei pressi
di una chiesa del XIII secolo».
Nel novero dei bibliofili rientrano anche gli italiani Tommaso
Maioli e Demetrio Canevari, oltre
alla contessa di Verrua, amica del Re
di Sardegna, che raccolse con molto
discernimento artistico una ricca biblioteca, in questo molto più da encomiarsi di Madame Du Barry, che
«non trovando il tempo di leggere, si
accontentava di far legare un certo
numero di libri mettendoci in bella
mostra le sue armi gentilizie».
Ma se già nell’Ottocento le trasformazioni delle tecniche di stampa
hanno fatto del libro non più un oggetto di lusso, ma «un arnese neces-
sario all’istruzione delle genti», anche la legatura preziosa, in seta, velluto o cuoio a colori, deve per necessità segnare il passo verso una veste
più solida e pratica: ed ecco ripresi da
Scotti i più moderni consigli di Octave Uzanne per la mezza legatura,
«robusta ed elegante insieme», uniti
alle raccomandazioni dei librai sui
migliori modi per conservare i libri.
Se Alexis Monteil, redattore de
Le Livre, raccomandava «di tanto in
tanto una nota elegante ed artistica
nelle vetrine», con la decorazione
manuale dei dorsi dei volumi, Scotti
ribatte con lo stile di Amand, che alla
miniatura sostituiva l’impressione;
ancora, il consiglio di Jules Richard,
che in piena moda ottocentesca,
esaltava le proprietà di una buona
doratura, «la quale, oltre a preservare, per la compattezza che dà ai fogli,
i libri dalla polvere, può anche sfidare impunemente l’ingiuria distruggitrice del tempo».
Un elenco di pareri, dunque,
ma chiuso dalle parole di Wolowski,
l’ultima citazione che «dovrebbe es-
61
sere il Vangelo degli amatori di raccolte librarie: la legatura deve essere
ricca senza ostentazione, solida senza pesantezza, sempre in armonia
con l’opera che deve conservare, di
una gran finezza di lavoro nei più
piccoli dettagli, con linee nette e disegni ben compiuti».
E se è vero che i giornali hanno
ucciso le pubblicazioni di una certa
importanza, rendendole inaccessibili ai più, sarebbe da biasimarsi,
chiude Scotti, «che i Signori, i Magistrati che occupano le più alte cariche dello Stato, così come la Casa regnante […] non avessero a formarsi
una biblioteca degna del loro nome e
del posto che occupano in società,
perché i nostri figli non abbiano a fare un confronto troppo schiacciante
per noi, misurando l’attività e la passione per l’arte dei tempi di Francesco I e Diana di Poitiers, con l’epoca
presente, così proclive alla smania
dell’ammassare sostanze ed onori
più o meno ben guadagnati».
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
63
l’Erasmo: pagine scelte
Matita rossa e blu per Dante
Rebora postilla la “Divina”
Il tormento della lettura “inciso” sui fogli dello Scartazzini-Vandelli
ROBERTO CICALA
I
l vocabolario aspro e tagliente e
le metafore ardite con cui la critica ha collocato alla base del
Novecento letterario italiano l’opera del milanese Rebora (la sua vita,
iniziata nel 1885, s’interrompe nel
1957 sulle rive di Stresa) si fondano
potentemente sulle suggestioni
dantesche. Si pensi alla rappresentazione metaforica della città, Milano,
nei Frammenti (due versi fra i molti:
«E spràngan le soglie nell’arido giro
/ Del losco sfasciume») per mezzo di
quei connotati sonori e petrosi che
Dante aveva usato per Malebolge.
Non serve, tuttavia, la sola formazione umanistica a spiegare quest’influsso; l’Alighieri non è una
semplice fonte: è una lettura costante nel tempo, tanto da assurgere a
Dante Alighieri, Divina Commedia,
ediz. di G.A. Scartazzini –
G. Vandelli, Hoepli, Milano 19228,
postillata da C. Rebora: Paradiso,
fine del canto XXXII e inizio del
canto XXXIII. Stresa, Archivio
Generale Rosminiano
modello letterario e ancor più spirituale in tutta la creazione poetica reboriana, investendo anche le opere
dell’ultimo periodo, quando la parola umile e timorosa del poeta infermo s’innesta sulla verità della Parola rivelata.
Ne sono testimonianza le differenti e tormentate postille autografe, a penna o a matita, che hanno
consunto gli spazi nell’interlinea e
nei margini di una Divina Commedia conservata nell’Archivio Generale Rosminiano di Stresa. Queste
chiose personalissime sono caratterizzate semanticamente dalla diffe-
Roberto Cicala (Novara, 1963),
laureatosi proprio con una tesi su Dante
in Clemente Rebora, si è lungamente
occupato del poeta milanese, curandone
antologie e volumi di saggistica critica.
È docente di Editoria presso l’Università
Cattolica di Milano, ma il centro della
sua attività resta la sua città natale,
dove è presidente del Centro Novarese
di Studi Letterari e direttore editoriale
della casa editrice Interlinea, da lui
stesso fondata nel 1991.
renziazione dei colori usati: sia penna a inchiostro nero sia lapis, nero
ma anche di colore rosso e blu grazie
all’uso della tipica matita da correzione degli insegnanti, impiegata
con un curioso significato cromatico, rispettivamente positivo e negativo (una simile varietà cromatica si
rileva nelle annotazioni a un messale, pubblicate in facsimile dalla Libreria editoriale Sodalitas di Stresa
nel ’90).
Si tratta di annotazioni che seguono il dibattimento interiore del
poeta creando in molti casi nodi interpretativi, soprattutto per la frequente sovrapposizione di segni,
correzioni, rimandi o di intere postille senza chiaro riferimento a uno
o più versi del poema.
Alle chiose si sommano cartigli
anch’essi manoscritti (oltre a ritagli
di giornale, come un elzeviro di Pastonchi su Francesca da Rimini), inseriti di rado ma a ragion veduta tra le
pagine del volume, che rivela segni di
frequentissimo uso, tanto da essere
stato rilegato ex novo già al tempo di
Rebora, con qualche rifilatura di
64
troppo, come spesso avviene, che ha
troncato le parole più ai margini; non
soltanto per curiosità, occorre segnalare che l’edizione della Commedia è
quella commentata dallo Scartazzini
e rivista per l’ottava edizione dal Vandelli, pubblicata a Milano da Hoepli
in terza tiratura, ulteriormente riveduta e corretta nel 1922.
Sopra: Dante Alighieri, Divina
Commedia, ediz.
di G.A. Scartazzini–
G. Vandelli, Hoepli, Milano 19228,
postillata da C. Rebora: Paradiso,
canto XXXIII, vv. 3-31. Stresa,
Archivio Generale Rosminiano
A destra: Clemente Rebora giovane
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
Se alcune postille, testualmente esplicative, si possono far senz’altro risalire a un utilizzo didattico e
letterario (Rebora insegnò, tra l’altro, all’Accademia Libera di Cultura
e Arte di Milano intorno al 1929 e al
ginnasio del Collegio Rosmini di
Domodossola nel 1933-34), molte
altre chiose attestano un continuo
uso personale e meditato del poema
dantesco come viatico alla piena conversione di fede, anche consuetudine, conforto, alimento di un sempre
più mistico approfondimento.
Un termine di paragone sono i
messali del poeta rosminiano, similmente postillati, anche se è la Com-
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
media che potrebbe rivelarsi il primo
vero tramite con cui egli giunge al
«grande codice» della Bibbia.
Sfogliarne l’edizione significa
accorgersi di un crescendo di tensione fino al canto più tormentato dalle
postille, il XXXIII del Paradiso: nei
margini troviamo concetti e idee
che sostanziano molte opere della
Sopra: Dante Alighieri, Divina
Commedia, ediz. di G.A. Scartazzini
– G. Vandelli, Hoepli, Milano 19228,
postillata da C. Rebora: Inferno,
canto XXVI, vv. 98-128. Stresa,
Archivio Generale Rosminiano
A destra: Clemente Rebora
sacerdote, Stresa, Archivio Generale
Rosminiano
65
tarda maturità di Rebora. Per segnalare una sola prova, registriamo che
a fianco del verso dantesco dedicato
al «termine fisso d’etterno consiglio» la tormentata scrittura reboriana annota spunti in seguito ripresi nel noto inno L’Immacolata e in altri componimenti: «Per te, com’Eva
si risolve in Ave, / in Amor Roma suo
mister rivela, / dov’è materna Chiesa che dà pace».
Il celebre esordio messo in
bocca a san Bernardo, «Vergine Madre, figlia del tuo figlio», è sottolineato in penna nera e compreso, con
una grande freccia e con un vigore
che non ha riscontri nelle altre postille alla Divina Commedia, entro
due cerchi concentrici in matita ros-
66
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
A sinistra: Clemente Rebora, Per
Ezra Pound, autografo conservato fra
le pagine della Divina Commedia
postillata. Stresa, Archivio Generale
Rosminiano
A destra: Messale romano, postillato
da C. Rebora: Domenica I d’Avvento,
p. 188 e Venerdì dopo la Domenica
di Passione, p. 490. Stresa, Archivio
Generale Rosminiano
e dall’«alto mare», tutti sintagmi e
versi significativamente annotati
nel canto infernale, il XXVI, in cui
Ulisse rievoca il «folle volo».
Quando l’eroe classico inizia il
suo racconto, Rebora rimarca in un
margine superiore: «l’io al posto di
Dio», pur dopo aver postillato che
«Dante riconosce e apprezza, come
è giusto (gratia non destruit) i doni
superiori dell’intelletto e della volontà, ma sente e addita la responsabilità davanti a Dio (e agli uomini)
nel loro uso e fine (cfr. oggi in tutti i
campi!)».
sa, usata nei passi dove il postillatore
avverte una presenza positiva, divina. Qui arriva addirittura a ricoprire
di quel colore, e così unire, le parole
iniziali dei versi 1 e 2: «Vergine…
umile…» e questo centro di gravità
spirituale è unito, con una freccia,
all’annuncio dantesco di «quella che
può aiutarti» fatto al v. 148 del canto
precedente, nella stessa pagina del
volume; mentre un’altra freccia cromaticamente infuocata rinvia allo
spazio tipografico delle note di
Scartazzini e Vandelli dove giganteggia, sempre in rosso, il titolo di
«Immacolata Concezione» scritto
per attestare una presa di coscienza e
un’adesione a un dogma ecclesiastico tanto caro agli anni della sua conversione. Soprattutto è rilevante, al
v. 2, «alta» sottolineata con un cerchio e con la chiosa: «alto volo, destino nostro divino, non folle volo».
Mettendosi in dialogo e talvolta anche in contrapposizione con gli
altri commentatori, fin dagli stessi
Scartazzini e Vandelli, Rebora ha
una comprensione del poema dantesco non solo intellettuale e letteraria, bensì proiettata verso una vera e
propria metánoia, che prende le
mosse proprio dalle «tante fiamme»
In un canto dove l’uso della
matita blu è prevalente – colore usato per segnare il peccato come esistenza senza Dio –, per riquadrare i
tre celebri versi 118-120 viene usato
invece il rosso: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver
come bruti, / ma per seguir virtute e
canoscenza» (corretto in «conoscenza»), con richiami al secondo e
terzo libro della Genesi e con una
lunga postilla a «semenza»: «= Dignità della natura umana (ma a immagine di Dio!). Però per il guasto
originale: miseria dell’uomo! Invece
grandezza del cristiano: Agnosce,
christiane, dignitatem tuam! Vermi
nati a formar l’angelica farfalla».
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
Qui Rebora legge Dante in
una chiave letterariamente acritica,
tentando quasi di battezzare il mito
classico di Ulisse. E l’attenzione reboriana a questa contrastata figura,
letteraria e metaforica, è documentata da altre postille, anch’esse sorprendentemente indicative e ancora
inedite, consegnate a un’edizione
Zanichelli del 1926 dell’Odissea nella traduzione di Ettore Romagnoli.
Già nel canto iniziale, in margine alla versione «lungi vagar lo fa dalla
patria», il poeta annota: «via smarrita di Dante» e «Ulisse è l’umanità…»; mentre al piede di un pagina
del canto XXIII si legge «Guai se
impera Afrodite senza Artemide!».
Riaprendo le pagine del canto
XXXIII del Paradiso, sopra «termine fisso», oltre all’aggiunta «da Eva
ad Ave», si può notare una freccia
che indica questa postilla: «predestinata da Dio ab aeterno a esser Madre del Redentore e quindi = la donna = Beatrice = madre dei “Redentori”!». In questa chiosa sembrano coagularsi la visione di Clemente Rebora circa la presenza femminilematerna che salva, in una prospettiva psicologica e spirituale che dalla
madre reale conduce a quella celeste
anche attraverso la sublimazione
delle figure di donne, Sibilla Alera-
67
mo e Lydia Natus, amate dall’uomo
Rebora-Ulisse in gioventù.
Non è perciò senza significato
che l’«Amore che muove il sole e l’altre stelle» torni due anni prima della
morte come citazione al centro della
poesia dedicata da Rebora a Ezra
Pound, Da eterna Poesia a noi vien
Dante… Un testimone ricorda che in
quegli stessi anni, nella sua stanza ingombra di libri e tipici foglietti d’appunti, egli teneva sul tavolino «un
grande volume del Paradiso di Dante
sempre aperto alla meravigliosa pagina della Madonna di Dorè».
68
la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
BvS: un’utopia sempre in fieri
Recenti acquisizioni della
Biblioteca di via Senato
Da un poemetto cinquecentesco a un’antologia di saggi sul XXI sec.
Arianna Calò, Giacomo
Corvaglia, Margherita Dell’Utri
e Annette Popel Pozzo
Alighieri, Dante (1265-1321).
La Divina Commedia di Dante
Alighieri. Milano, Antonio Vallardi
editore, 1965. 3 volumi.
Riproduzione in fac-simile dell’edizione Bodoniana stampata a
Parma nel 1795. Esemplare 98/875
su carta Ventura. Al colophon del primo volume: «Del presente volume
stampato su carta della Cartiera Ventura sono state tirate 875 copie numerate oltre a 10 esemplari fuori
commercio presso le Officine Grafiche A. Vallardi in Milano. Milano 1965». Nella tasca al contropiatto del
primo volume è inseritoun fascicolo
con la nota introduttiva di Angelo
Ciavarella con il seguente frontespizio: La Divina Commedia nell’edizione
bodoniana del 1795 notizia introduttiva
di Angelo Ciavarella direttore della Biblioteca Palatina e del Museo Bodoniano
di Parma. Antonio Vallardi 1965 editore in Milano, 18, [6] p. In essa Ciavarella rivela che l’edizione viene data
alle stampe in occasione del VII Centenario della nascita di Dante, per il
quale viene ridata alle stampe l’edizione bodoniana della Divina Commedia curata da Gian Jacopo Dionisi.
Le pagine non numerate contengono una bibliografia essenziale, una riproduzione del Manifesto diffuso dal
Bodoni per la stampa di Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso del 15 ottobre
del 1793, di una Lettera autografa di
G. I. Dionisi a G. B. Bodoni del 24
novembre del 1794 e di una pagina
autografa di G. I. Dionisi con le correzioni apportate sopra l’edizione
cominiana del 1727: trattasi della prima pagina del canto I dell’Inferno.
[Anonimo].
Compendio di alcune curiose particolarità della vita, e della morte di Volterro. Tradotto dal francese prima edizione. Como, Francesco Scotti, 1783.
Opera di anonimo autore del
tutto sfavorevole alla figura di Voltaire. Nella prefazione a p. 5 si legga:
«Tra tutti gli Autori, che la Irreligione ha prodotto nel mondo, alcuno
gloriare non si può di avere portato la
empietà al più alto grado, quanto
Volterro: pressoche tutte le opere
sue, altrettanti altari sono al libertinaggio, all’indipendaenza innalzate,
ed al materialismo”. Voltaire era
morto alcuni anni prima, nel 1778.
Boissy d’Anglas, François-Antoine, conte di (1756-1826); Calonne, Charles-Alexandre de (17341802); Lally Tollendal, Gérard Trophime de (1751-1830); Mounier,
Jean Joseph (1758-1806).
Observations sur l’ouvrage de m.
de Calonne, intitulé: De l’état de la
France, présent et a venir; et à son occasion, sur les principaux actes de l’Assemblée nationale; avec un postcrit sur les
derniers écrits de MM. Mounier et
Lally. Par m. Boissy d’Anglas, députe du
Département de l’Ardèche, à l’Assemblée nationale. Parigi, Le Boucher,
1791.
L’opera del giurista e politico
francese Boissy d’Anglas, forte oppositore dell’assolutismo, è la più famosa confutazione alla clamorosa
pubblicazione politico-economica
di De Calonne, ex ministro delle finanze di Francia (1790). Questi, fedele alla corona francese, durante il
suo mandato e nel tentativo di risollevare le finanze del regno, capitolò
su una tassa patrimoniale, rendendola proporzionale ai redditi fondiari,
senza esenzioni o privilegi. Latifondisti, clero, nobiltà e opinione pub-
ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano
blica gli furono contro. Ritiratosi in
Inghilterra, pubblicò alcuni provocatori scritti politico-economici sulla situazione francese. L’Etat de la
France è un dettagliato resoconto
sulle scelte e le spese, a suo avviso
sbagliate, dell’Assemblea Nazionale.
L’esemplare posseduto è legato con
un riassunto a stampa di De l’état de la
France di De Calonne, edito da Laurent nello stesso anno 1791.
Grassi, Giuseppe (1883-1950).
Elogio storico del conte Giuseppe
Angelo Saluzzo di Menusiglio scritto da
Giuseppe Grassi.
Torino, Domenico Pane,
1813.
Esemplare con la dedica dell’Autore. L’edizione contiene un Catalogo delle opere edite, ed inedite del signor conte di Saluzzo suddivise in Edite
e Opere inedite, ed in qualche parte imperfette. Giuseppe Angelo Saluzzo di
Monesiglio (1734-1810) fu noto per
la sua teoria del flogisto e per le ricerche internazionali sul salnitro.
Gregory, Tullio; et al. (a cura
di).
XXI Secolo (Vol. I: Norme e idee;
Vol. II: Comunicare e rappresentare;
Vol. III: Il mondo e la storia; Vol. IV: Gli
spazi e le arti; Vol. V: Il corpo e la mente;
Vol. VI: L’universo fisico). Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana,
2009-2010.
Nuovissima opera che affronta
le grandi e complesse tematiche del
terzo millennio attraverso numerosi
saggi e monografie scritte da grandi
specialisti dei relativi settori. Completano l’opera numerose illustrazioni e tavole fuori testo.
Jacquier, François (1711-1788)
Nuovo trattato della sfera. Paler-
mo, Stamperia Reale, 1784.
Vignetta calcografica al centro
del frontespizio recante due puttini
col compasso tra una sfera armillare e
una mongolfiera del pittore e incisore siciliano Melchiorre Di Bella (Ciminna, 1739-1802; pronipote di Stefano della Bella). In fine una tavola sinottica ripiegata con diverse tabelle
dei climi, tavole della grandezza, rivoluzione e distanza dei pianeti e tavola dei nomi dei venti e dei punti
della bussola.
Si tratta di un’opera divulgativa
edita anonima, attribuibile a padre
Jacquier, francescano, matematico e
fisico francese e commentatore di
Newton, docente di matematica al
Collegio Romano, sotto forma di
dialogo su sfera, globo terrestre, poli,
zodiaco, astri, e luna. Di Bella fu autore dell’unico disegno della Specola
di Palermo.
Lazzarini, Domenico (16681734).
Ulisse il giovane tragedia dedicata
all’illustrissimo, ed eccellentissimo sig.
Girolamo Ascanio Giustiniani patrizio
veneto figliuolo dell’eccellentissimo sig.
Girolamo procurator. Padova, Giovanni Battista Conzatti, 1720.
Prima edizione di questa tragedia che ebbe grandi lodi e altrettanto
grandi censure, e che venne parodiata da Zaccaria Valaresso. L’esemplare contiene una tavola parzialmente
ripiegata e incisa in rame non facente
parte dell’edizione con il ritratto dell’Autore dell’opera, Domenico Lazzarini. La tavola è incisa a Roma da
Bartolozzi su disegno di Campiglia
ed è di almeno un ventennio circa
successiva. Il nome dell’Autore si rileva in calce alla dedica e alla lettera
da lui indirizzata all’abate Anton Maria Salvini.
69
Manzoni, Alessandro (17851873).
Nozze Donà - Anti. XI Maggio
MCMXXIX. Vicenza, Tipografia G.
Rumor, 1929.
Edizione a cura del padre della
sposa, Flaminio Anti, che fece ristampare, in occasione delle nozze
della figlia Giulietta Anti, la lettera
che Alessandro Manzoni scrisse alla
figlia Vittoria in occasione della sua
Prima Comunione nel giorno 10
aprile 1835.
L’autografo della lettera si conserva a Roma, nella Città del Vaticano. Essa fu dono eucaristico al Santo
Padre Pio XI presentato a sua Santità
dall’arcivescovo di Pisa, il cardinale
Pietro Maffi, da parte di donna Matilde Schiff Giorgini, figlia di Vittoria e nipote di Manzoni.
Poe, Edgar Allan (1809-1849).
Silenzio col testo originale di Edgar A. Poe e la traduzione di Charles
Baudelaire a cura di Carlo Ossola. Alpignano, Tallone, 2009.
Uno di 145 esemplari su carta
Sant’Ilario. Inedita traduzione del
racconto Silence di Edgar A. Poe,
scritta da Giuseppe Ungaretti nel
1910 e recentemente ritrovata ad
Alessandria d’Egitto. Il volume comprende il testo originale in inglese e la
traduzione francese di Charles Baudelaire.
Rapin, René (1621-1687).
L’importance du salut. Lione,
Fleury Martin, 1690.
Rara edizione successiva alla
prima. Il nome dell’Autore si rileva
dal privilegio, dalla approvazione e
dalla firma della dedica. Il privilegio
rivela anche l’anno della prima edizione che risale al 1675 quando fu
impresso dallo stampatore del Re Se-
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la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010
bastien Marbre-Camoisy. René Papin fu un umanista e teologo francese, appartenente all’ordine dei Gesuiti. Rapin è tra i protagonisti delle
controversie teologiche e letterarie
del suo tempo. Le sue Ecloghe sacrae
(Parigi, 1659), e il poema Hortorum
libri (Parisiis, 1665), gli conferiscono
la fama di novello Teocrito.
Scinà, Domenico (1765-1837).
Prospetto della storia letteraria di
Sicilia nel secolo decimottavo dell’abate
Domenico Scinà regio storiografo. Volume I. [- III.] In Palermo presso Lorenzo
Dato 1824 [- 1827]. 3 volumi. Palermo, Lorenzo Dato, Tipografia reale
di guerra, 1824-1827.
Il primo e secondo volume impressi da Lorenzo Dato, il terzo dalla
Tipografia Reale di Guerra. Al verso
del frontespizio l’indicazione: «Tutte
le copie di questa opera, che non sono
contrassegnate dalla firma dell’autore si reputano apografe e contraffatte» a cui si affianca una mancata presenza di tale citata firma.
Le informazioni sull’Autore indicano che all’inizio dell’Ottocento
venne nominato regio storiografo
dal re Ferdinando di Borbone, nonché membro perpetuo della Commissione di pubblica istruzione ed
educazione in Sicilia, anche partecipando alla stesura della Costituzione
siciliana del 1812.
Tansillo, Luigi (1510-1568);
Franco, Niccolò (1515-1570).
Il vendemmiatore, poemetto in ottava rima di Luigi Tansillo; e la Priapea,
sonetti lussuriosi-satirici di Niccolò
Franco. Pe-king [i.e. Parigi], Giovanni Claudio Molini, 1790.
Rara edizione su carta azzurrina di un celebre licenzioso poemetto,
poi messo all’indice, del grande poeta
rinascimentale napoletano Luigi
Tansillo e di sonetti del poeta Niccolò Franco.
Nella Priapea, pubblicata nel
1541 e che ebbe immediatamente
grande fortuna in Italia e in Europa,
l’autore scarica umori biliosi non solo
contro i suoi nemici ma contro ogni
forma di convenzione.
Naturalmente sarà da tener
conto che Franco in questo ubbidisce
anch’egli alle convenzioni di un genere letterario, che avea proprio in
Pietro Aretino il suo maggior autore.
Il volume comprende una lunga serie
di componimenti poetici in ottave,
molto divertenti, ma decisamente
osceni.
Tucker, William Warren.
The Republic of San Marino.
Translated by W. W. Tucker, patrician of
the Republic. Second edition. Printed for
private distribution. Cambridge: printed at the Riverside Press. 1880.
Cambrige; Riverside Press;
1880.
In antiporta: riproduzione fotografica in b/n della veduta panoramica di San Marino dal Borgo; successiva al frontespizio un’immagine
rappresenta San Marino e il Castello;
precedente alla p. 1 un’illustrazione
che raffigura nel particolare il castello di San Marino; ciascuna illustrazione possiede la propria velina. In fine su due facciate cartina geografica
della Repubblica di San Marino in
b/n e fuori testo.
Tucker, patrizio sammarinese,
iscritto all’Ordine Equestre di San
Marino, scrisse questa monografia
stampata a Cambridge, riprendendo
notizie storico-politiche da un libro
francese riguardante San Marino
scritto e stampato dal Conte De Bruc
(nobile sammarinese e Duca di Busi-
gnano) a Parigi nel 1876. L’autore ha
inoltre soggiornato a San Marino nel
1879 ospite del Segretario di Stato
per gli Affari Interni, Giuliano Belluzzi. Prima opera su San Marino
stampata negli Stati Uniti, fuori
commercio, mentre la prima storia
sulla Repubblica in francese è stata
pubblicata nel 1827 ed è stata dedicata dal suo autore, Auger St. Hippolyte, l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America.
Vamba (1858-1920).
L’epitaffio di Francesco Giuseppe
18 agosto 1830-21 novembre 1916.
Milano (Firenze), Casa editoriale italiana (G. Spinelli e C.), 1916.
Nella letteratura italiana l’epigramma fu introdotto nel XV Secolo
da Luigi Alamanni e trovò subito
grande fortuna. Nei secoli successivi
l’epigramma satirico-politico aumentò i suoi cultori perché esso permetteva lo sfoggio di arguzie e di concetti ricercati, cari al gusto del tempo.
Per tutto l’Ottocento, l’epigramma continuò, pervaso sempre
da un sottile filo d’ironia. Alla fine del
secolo, è noto quello di Edmond Rostand nel suo famoso libro “Cyrano
de Bergerac”, dove il nasuto spadaccino, ormai morente, detta a Rossana
il suo epitaffio.
L’incipit dell’epitaffio scritto da
Vamba è per la morte di Francesco
Giuseppe d’Asburgo-Lorena: «Qui
finalmente giace senza pace Francesco Giuseppe della casa d’AsburgoLorena imperatore degli Impiccati
[...]». Nell’epitaffio compaiono i nomi impressi in rosso di tutte le vittime
dell’imperatore.
Ex libris Joannis Baptistæ Allori al contropiatto con il motto “Altro
diletto ch’imparar non provo Alessandro Bronzino Allori 1601”.
la Biblioteca di via Senato
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La pagina dei lettori
Bibliofilia a chiare lettere
Le nostre mostre e i loro cataloghi a Milano e non solo
Non vorrei sbagliarmi, ma in occasione della mia visita alla vostra
Fondazione, ho sentito parlare di un
trasferimento a Prato della bella mostra documentaria che avevato dedicato a Curzio Malaparte e al suo archivio di opere e documenti.
Abitando io in provincia di Napoli, e in virtù del profondo legame
dello scrittore con Capri - testimoniato ancora oggi dalla splendida villa
che lui stesso costruì sospesa sul mare mi permetto di proporvi anche una
tappa partenopea della suddetta esposizione.
Nell’anno dell’Unità d’Italia,
potrebbe anche essere una bella occasione di un rinnovato legame tra nord e
sud attraverso la vita e gli scritti di
questo splendido “arcitaliano”.
Salvatore Di Capua
Come avrà visto in questo
stesso numero, non sbagliava affatto nel ricordare, e già dai primi
giorni di novembre, infatti, la
mostra “Malaparte. Arcitaliano
nel mondo” sarà ospitata dal Museo del Tessuto di Prato.
Ringraziandola della proposta, inoltre, le confermiamo che
sarebbe certamente nelle nostre
intenzioni il far arrivare anche a
Napoli - se non nella stessa Capri un nuovo allestimento della stessa
mostra, ma al momento la cosa
sembra di non facile soluzione.
Per l’individuazione di una
cennato e non solo, quindi speriamo fermamente di poter programmare al più presto anche una
tappa all’ombra del Vesuvio.
Se volete scrivere:
[email protected]
Tutti i numeri sono scaricabili
in formato pdf dal sito
www.bibliotecadiviasenato.it
sede adeguata e “pronta”, ma anche per le numerose altre richieste
che ci sono già arrivate sia da altre
città italiane sia da alcune prestigiose sedi europee, Parigi e Berlino su tutte, che stiamo seriamente
prendendo in considerazione.
L’ipotesi Napoli resta comunque una delle più affascinanti
per le ragioni che lei stesso ha ac-
Immagino che la vostra prossima
mostra “Dante e l’Islam”, così ben
presentata da Matteo Noja nello scorso
numero della vostra rivista, rimarrà
aperta ben oltre i “limiti” dell’anno
corrente.
Ciò nonostante, per motivi che
non starò a elencare, dubito di poter riuscire a passare da Milano per vederla, nei prossimi mesi.
Volevo quindi sapere se fosse almeno possibile reperire il relativo catalogo nelle librerie del Paese o, in caso
contrario, se fosse prenotabile presso gli
uffici della vostra Fondazione.
Renata Cipriani
Gentile signora Cipriani,
il catalogo della mostra Dante e
l’Islam, come tutti i cataloghi delle mostre promosse dalla nostra
Fondazione, sarà acquistabile
presso il bookshop della mostra, secondo gli orari di apertura della
stessa.
Tutte le nostre edizioni sono,
inoltre, distribuite dalla Arnoldo
Mondadori Editore, che vanta
una rete di distribuzione capillare
nell’intero territorio italiano;
pertanto le sarà facile reperire il
catalogo anche nella sua città.
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