la Biblioteca di via Senato Milano mensile anno II n.9 – ottobre 2010 Il buongoverno secondo Lottini, maestro di intrighi Gianluca Montinaro Dante e l’Islam: pregiate edizioni della “Divina” Tullio Gregory e Annette Popel Pozzo L’Archivio Malaparte in mostra a Prato Matteo Noja la Biblioteca di via Senato - Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO II – N.9/13 – MILANO, OTTOBRE 2010 Sommario 5 L’Utopia: prìncipi e princìpi GIOVAN LOTTINI, L’ENIGMA DEL POTERE di Gianluca Montinaro 11 La prossima mostra in BvS L’ASCESA DEL POETA È UNA VERA “RINASCITA” di Tullio Gregory 23 BvS: Malaparte a Prato “CURTINO” TORNA DOVE SI FECE UOMO ED ESTETA di Matteo Noja 29 inSEDICESIMO – le rubriche GLI APPUNTAMENTI CON “DANTE E L’ISLAM”, I CATALOGHI, L’INTERVISTA D’AUTORE, ASTE, MOSTRE E RECENSIONI 45 BvS: a proposito della Commedia LETTORI E LETTURE DI DANTE di Annette Popel Pozzo 52 BvS: rarità per veri bibliofili ELENA MEZZADRA E QUELLA CITTÀ DEL SOLE AMMANTATA DI NOTTE di Chiara Nicolini 56 BvS: il libro ritrovato L’ARTE DELLA LEGATURA DEL BIBLIOFILO VITTORIO SCOTTI di Arianna Calò 62 l’Erasmo: pagine scelte* MATITA ROSSA E BLU PER DANTE. REBORA POSTILLA LA “DIVINA” di Roberto Cicala 68 BvS: un’utopia sempre in fieri RECENTI ACQUISIZIONI DELLA NOSTRA BIBLIOTECA di Arianna Calò, Giacomo Corvaglia, Margherita Dell’Utri e Annette Popel Pozzo 72 La pagina dei lettori BIBLIOFILIA A CHIARE LETTERE * tratto da L’Erasmo n.8 marzo/aprile 2002, Conversare a margine Consiglio di amministrazione della Fondazione Biblioteca di via Senato Marcello Dell’Utri (presidente) Giuliano Adreani, Carlo Carena, Fedele Confalonieri, Maurizio Costa, Ennio Doris, Paolo Andrea Mettel, Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli, Carlo Tognoli Segretario Generale Angelo De Tomasi Collegio dei Revisori dei conti Achille Frattini (presidente) Gianfranco Polerani, Francesco Antonio Giampaolo Fondazione Biblioteca di via Senato Elena Bellini segreteria mostre Chiara Bonfatti sala Campanella Arianna Calò sala consultazione Sonia Corain segreteria teatro Giacomo Corvaglia sala consultazione Marcello Dell’Utri conservatore Margherita Dell’Utri sala consultazione Claudio Ferri direttore Luciano Ghirelli servizi generali Laura Mariani Conti archivio Malaparte Matteo Noja responsabile dell’Archivio e del Fondo Moderno Donatella Oggioni responsabile teatro e ufficio stampa Annette Popel Pozzo responsabile del Fondo Antico Gaudio Saracino servizi generali Stampato in Italia © 2010 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Direttore responsabile Angelo Crespi Ufficio di redazione Matteo Tosi Progetto grafico e impaginazione Elena Buffa Coordinamento pubblicità Margherita Savarese Direzione e redazione Via Senato, 14 – 20121 Milano Tel. 02 76215318 Fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Bollettino mensile della Biblioteca di via Senato Milano distribuito gratuitamente Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagini d’Arte Snc, Milano L’editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Immagine in copertina: Sandro Botticelli, Dante Alighieri, olio su tela, 1495 ca. Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Editoriale estival, rassegne e manifestazioni varie, sparse per tutto lo Stivale, stanno definitivamente consacrando ottobre come il mese del libro, titolo che già gli spetterebbe anche solo in virtù del tradizionale appuntamento con la Fiera di Francoforte, la più grande e prestigiosa kermesse di settore a livello planetario. L’edizione appena conclusasi della celebrata “Buchmesse”, poi, si segnala particolarmente per la definitiva comparsa dei cosiddetti e-book come prodotti “editoriali” a tutti gli effetti, e non più solamente come fantomatici prototipi del mercato librario di domani. Diversi gli spazi e gli appuntamenti dedicati al libro elettronico e diversi anche i pareri espressi dagli intellettuali di mezzo mondo sulle sue più o meno apocalittiche proprietà. Tra questi, ci piace segnalare il misurato intervento di Gianni Riotta, direttore del Sole24 ore e saggista sempre attento alle vicissitudini della pagina scritta. “Prodotto” che il giornalista italiano non vede assolutamente minacciato F dall’incalzante ascesa che gli e-book fanno registrare in materia di vendite e apprezzamenti, anzi. Secondo Riotta, infatti, oltre a quel pubblico colto e adulto che mai rinuncerà al piacere fisico della carta e delle belle edizioni, l'avvento di questa nuova tecnologia e del suo appeal decisamente più giovane e contemporaneo, non potrà fare altro che conquistare nuovi adepti al libro, rinverdendo la pratica della lettura tra quelle fasce della società – specialmente i ragazzi – che sembrano non averne ancora colto il fascino. Noi della Biblioteca di via Senato inauguriamo intanto una Mostra molto interessante che presenta la “Commedia” dantesca in una serie storica di volumi a stampa che testimoniano la grandezza di Dante attraverso i secoli. Quanto poi Dante c’entri con l’Islam lo potrete ricavare dagli scritti del ricco catalogo che illustra appunto “Dante e l’Islam - Incontri di civiltà” aperta dal 4 novembre 2010 al 27 marzo 2011 in via Senato a Milano. ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 L’Utopia: prìncipi e princìpi GIOVAN LOTTINI, L’ENIGMA DEL POTERE I prudenti consigli di uno spericolato maestro di intrighi GIANLUCA MONTINARO na spia, un assassino, un individuo pronto a sotterfugi e inganni di ogni sorta. Ma anche un uomo di chiesa, canonico e poi vescovo, attento alle grandi questioni religiose della sua epoca e autore di uno dei trattati sull’arte della politica più intriganti e sottilmente perversi di tutto il Rinascimento. Nella ricognizione del vasto Fondo dell’Utopia della Fondazione Biblioteca di via Senato, all’interno dell’ambizioso progetto “La Biblioteca dell’Utopia”, non poteva non spiccare una tale figura: Giovan Francesco Lottini (1512-1573). In lui realtà e leggenda si mescolano, da sempre. La sua vita, che a tratti assomiglia più a un romanzo di spie e di intrighi, è scandita da luci e ombre, fatti oscuri, vicende poco note e mai chiarite, voci, accuse, menzogne e falsità. E così anche la sua opera, seppure a prima vista edificante, mostra i segni dell’acutezza, della doppiezza e dell’ingegno. Nato a Volterra da famiglia patrizia, fin da giovane mostra un temperamento rissoso: diciottenne si deve allontanare dalla sua città causa l’accusa di un omicidio e di alcuni ferimenti. Si reca a Roma, presso il suo parente Mario Maffei, vescovo di Cavaillon e membro influente della corte papale. Qui prende gli ordini minori, ma dopo poco si trasferisce a Siena per studiare logica e filosofia. Vi rimane poco e inizia a viaggiare freneticamente: Pavia, Bologna, Padova (ove viene accusato di un altro omicidio), Milano. Nel suo continuo peregrinare accumula preziose conoscenze, fra cui Cristoforo Madruzzo e Ip- U Frontespizio del volume Avvedimenti civili (Firenze, Sermartelli, 1574) di Giovan Francesco Lottini polito d’Este, e pericolose amicizie: il riformato Aonio Paleario, la contessa Lelia Torelli (anch’essa in odore di eresia) e negli anni successivi Piero Gelido, Andrea Ghetti da Volterra e Francesco Maria Molza. Nel 1539 diviene precettore in casa di Camillo Orsini e in questa veste si reca spesso in Germania, al seguito del suo padrone. Anche qui entra in contatto con personaggi influenti, fra cui il potente banchiere Jacob Fugger di Augusta. Due anni più tardi passa al servizio di Cosimo I de’ Medici, con la qualifica generica di “segretario ducale”. Dietro questa mansione, all’apparenza innocua, se non per una probabile dimestichezza con gli intrighi di palazzo, se ne cela però un’altra, molto più pericolosa. In quegli anni, il duca di Firenze si stava circondando di una vasta schiera di sicari, avventurieri e spie ai quali ricorreva sovente per “lavori sporchi” nei confronti di avversari politici (soprattutto i fuoriusciti repubblicani guidati dalla famiglia Strozzi). Lottini entra a far parte di questo mondo, mostrando subito capacità e scaltrezza. Molte le missioni effettuate, alcune di importanza esiziale, come l’assassinio a Venezia, nel 1548, di Lorenzino de’ Medici, nemico giurato del cugino Cosimo. L’anno successivo, Lottini viene sollevato dall’incarico, molto probabilmente per le conclamate tendenze omosessuali. Continua però a lavorare per la corte medicea, in modo informale: si stabilisce a Roma (d’ora in poi sua città di elezione) sotto la protezione dei cardinali Salviati e Sforza di Santa Fiora. Ordisce intrighi nei Sacri Palazzi, partecipando a missioni segrete, operazioni di spionaggio e loschi traffici. I suoi servigi gli portano la nomina a canonico di San Giovanni in Laterano. 6 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 Frontespizio del volume Avvedimenti civili (Firenze, Sermartelli, 1574) di Giovan Francesco Lottini Nel 1549, in seguito alla morte di Paolo III, prende parte al conclave. La morte per avvelenamento del cardinale Ridolfi (nemico di Cosimo) concentra voci e sospetti su di lui. L’elezione di Giulio III, di tendenza filofrancese e quindi nemico del duca di Firenze, lo pone ai margini della corte papale. Continua a lavorare per Cosimo, trattando per suo conto con Giacomo VI Appiani il passaggio di parte del suo piccolo principato alla Toscana. La buona riuscita di questa pratica gli consente di rientrare a Roma ove riprende contatto col cardinale Sforza di Santa Fiora dal quale riceve un canonicato di San Pietro e un’abbazia presso Colle di Val d’Elsa. Nel 1555, esperto di maneggi in periodo di sede vacante, riesce a guidare il conclave all’elezione di Marcello II. Il Papa muore poche settimane dopo l’insediamento. Lottini tenta, insieme ai cardinali filoimperiali, di portare il conclave verso la scelta di un pontefice non sgradito a Carlo V. Questa volta le sue trame sono fermate dai francesi che riescono a far eleggere il cardinale Carafa, Paolo IV. Chiamato a rispondere del suo operato dall’imperatore riesce a mostrare la sua lealtà ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano alla causa asburgica con il noto «affare delle galere». Con l’inganno, Lottini estorce al pontefice una lettera nella quale è ordinato a due navi da guerra francesi di fare rotta verso il vicereame spagnolo di Napoli (e quindi consegnarsi al nemico). La reazione di Paolo IV è furibonda: il 10 agosto 1555 imprigiona in Castel Sant’Angelo Lottini e il cardinale Sforza di Santa Fiora. Mentre gli agenti imperiali levano ferme proteste al papa, Lottini, accusato di luteranesimo (imputazione di comodo fornita dalle sue frequentazioni non ortodosse), viene più volte torturato. L’intento del pontefice era quello di ottenere una piena confessione non solo del tradimento, ma soprattutto la denuncia di tutte le trame dei rappresentanti spagnoli in Italia, nonché la rivelazione dello scopo del recentissimo viaggio presso Carlo V. I fuoriusciti fiorentini testimoniano in massa contro Lottini. Trincerandosi dietro la scusa di aver obbedito a ordini superiori, Lottini resiste diversi mesi: finalmente rilasciato rimane in disparte durante tutto il resto del pontificato di Paolo IV, dedicandosi agli studi e alle frequentazioni di alcuni amici (fra cui Michelangelo, che già conosceva da molti anni). Morto Carafa nel 1559, Lottini riprende la sua attività di spia e faccendiere. Partecipa al conclave e dopo tre mesi di intrighi e maneggi raggiunge il suo successo più grande: l’elezione di Pio IV Medici di Marignano. Il nuovo papa lo nomina vescovo di Conversano, ma Lottini dopo poco rinuncia al titolo e inizia, lentamente, a condurre una vita sempre più appartata, dedicandosi a pratiche religiose e riflessioni culturali. Frequenta la cerchia di Filippo Neri, ma anche personaggi lontani dall’ortodossia religiosa, come il poeta Niccolò Franco. Progressive malattie lo portano a invecchiare velocemente, fino alla morte, avvenuta intorno al 1572 nella città Eterna. Tratto comune a tutte le sue opere, molte ancora inedite, è il generale cinismo che vi domina, seppure in modo non troppo palese. Lottini non pubblicò nulla in vita, ma sotto il suo nome circolarono diversi manoscritti fra i quali un Discorso sulle guerre di religione (da imputare al dualismo fra potere politico e autorità religiosa) e un Discorso sopra le attioni del conclave (in parte pubblicato nella raccolta Thesoro politico, edito in Colonia per Alberto Coloresco stampatore dell’Academia italiana, 1593). La sua opera più importante rimane però gli Avvedimenti civili, un vasto trattato, consegnato in punto di morte al fratello Girolamo perché lo recasse al Granduca 7 Francesco de’ Medici, sui più diversi temi dell’arte della politica. L’opera, stampata a Firenze da Sermartelli nel 1574, vide numerose ristampe e una traduzione in francese, del 1584. Benché esista una versione contemporanea (Bologna, 1941) a tutt’oggi non esiste ancora una edizione basata su criteri filologici e puntali riscontri d’archivio. Articolati come uno speculum principis (consigli indirizzati al principe), gli Avvedimenti civili constano di 562 paragrafi, a volte anche molto brevi, per lo più ispirati alla lettura dei classici. Fin dall’inizio non si pone come un trattato organico, ma quasi come un work in progress: non si maravigli alcuno se la materia è posta senza ordine e senza scelta di parole, né ornamenti di lingua, e ciò, se ancora gli [al lettore] parrà tedioso il vederne replicate alcune, secondo che o leggendo o operando le occasioni mi si sono parate davanti; che se al cominciare avessi creduto che dovessero esser lette da altri che da me, che per mia memoria le notai, avrei loro dato miglior forma, ma chi ha voluto così, può appresso di me ciò che vuole, e perciò n’ha disposto a modo suo. Ma c’è un’altra ragione, di tipo filosofico o meglio di concezione del mondo e della Storia. Essi non possono essere racchiusi in un libro, quantunque vasto, perché (si noti la sostanziale identità fra azione e speculazione politica) gli accidenti che occorrono ne’ governi degli Stati sono di numero così grande e di qualità sì diverse, e vengono in tanta varietà di tempi, che non basta la vita di un uomo a venirne alla prova, tuttoché egli avesse e potenza e valore da superare ogni pericolo il quale ci s’accompagnasse, e perciò non hanno potuto gli antichi scrittori dall’esempio di un solo raccorre tutti gli ammaestramenti che convengono a coloro i quali vogliono ottimamente governare. Secondo l’idea, al tempo largamente diffusa, che l’utopia della perfezione politica si potesse raggiungere solamente nelle mediazioni delle forme (monarchia, aristocrazia, democrazia), Lottini utilizza il concetto per tratteggiare la figura dell’ottimo principe: Marco Varrone, quando volle mostrare qual dovesse essere un ottimo e principal cittadino, prese a raccontare i costumi, l’effigie e l’operazioni, così nella pace come della guerra, di settanta cittadini eccellenti, per venir poi sepa- 8 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 Da sinistra: Cosimo I de’ Medici in un riratto di Agnolo Bronzino (1503-1572), Papa Marcello II e Papa Paolo IV rando ciò che fosse ottimo e perfettissimo in ciascuno e porlo in un solo. Ancora una volta l’utopia è giusto rimanga utopia, sia posta come orizzonte del possibile e non come immanenza realizzabile. La perfetta perfezione non è di questo mondo, ricorda Lottini: certa cosa è, che a volere fra molte e molte cose buone scegliere le migliori e scelte, e comporle in modo che riesca di loro un’ottima e perfettissima forma, non è opera da ognuno, né io ho inteso di venirne alla prova. Il fine di Lottini è un altro, molto più semplice: organizzare un prontuario, utile, con ragione, «secondo il bisogno». Questo perché l’ufficio del principe è più «di apprensione interiore che di operazione esteriore, la quale apprensione può di sua natura abbracciare infinite cose, non già come infinite, ma come quelle che si possono ridurre dentro da lei a pochi capi, a’ quali il principe savio dee sempre por mente». La natura del potere, dispiegandosi nell’ambito della politica, prende forma in infiniti particolari i quali essendo infiniti non possono da un sol uomo per la loro infini- tà essere esercitati, come perché converrebbe che il medesimo uomo fosse di diversa natura; avvenendo nel principe né più né meno come se avvenga del cuore nel composto dell’animale, senza la cui virtù tutto che i membri non possono esercitare la loro operazione, egli nondimeno non potrebbe fare particolarmente ciò che essi fanno, perciocché bisognando che alcuno ve ne sia diritto, alcuno torto, alcuno sodo e aspro, ed alcuno molle e delicato, sarebbe impossibile che il cuore potesse unire tanta diversità in sé solo. L’ufficio del principe risponde quindi più a una quotidiana disciplina dello spirito che alla pedante osservazione di precetti (i quali, come detto, seppure particolareggiati, non potrebbero mai coprire tutta la varietà dei casi e degli accidenti). In effetti gli Avvedimenti civili sono un’opera ascrivibile al filone della “prudenza politica”. Lottini sa bene che le sorti della Penisola non sono più decise in Italia ma presso le grandi corti europee. Sa che nessun potentato italiano ha la forza e l’autorevolezza per imporsi sugli altri e allontanare gli eserciti stranieri. Al suo generico principe non a caso consiglia prudenza e moderazione, conservazione più che azione, «il che se mai fu conveniente a fare, è necessario farlo oggi, essendo la potenza propria disordinata e scemata, e la forestiera accresciuta, e bisognando che con una quasi assidua industria e prudenza si ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano supplisca alle forze che mancano per difendersi da chi ha voglia di porre quel tanto che ci resta in rovina». E aggiunge che «le signorie e i principati sono stati trovati per la salute de’ sudditi e non per le voglie del principe» il quale, da buon padre di famiglia, non deve infatti dimenticare che è Dio ad avergli «conceduto lo imperio e seco l’abbondanza di quasi tutti i beni, la maggior felicità sua sia il sapere e il volere participarli con quanti più possa, riputandosi per gloriosissima impresa, quando possibile fosse, il far beneficio a tutti i soggetti suoi». L’opera, nel suo complesso, tocca gli argomenti più disparati: dall’organizzazione militare alla cura fisica, dalla regolamentazione della vita economica ai codici di comportamento individuale. Ma Lottini, uomo abituato a guardare la realtà effettuale del mondo, non si perde dietro fantasticherie. La sua doppiezza vive nelle parole del trattato, nelle pieghe e nelle sfumature concettuali. Lottini sostiene la necessità del buon governo (cioè «quello che è fatto a beneficio di coloro che sono governati»), ma ricorda anche come quel governo che ponga sé prima di tutto il resto («secondo l’intelletto e non il senso») sia il governo migliore perché «essendo fondato in sé medesimo, viene fondato in una sodissima cosa, non si potendo alcuno torre naturalmente da se stesso». Ugualmente, Lottini invita il principe al rispetto delle leggi ma anche è normale che, per ragione di governo (cioè della prerogativa insita nella carica stessa), «ancor possa usar la forza, acciocché gli uomini vivano temperati, e secondo l’onesto». Né tanto meno deve mostrare preoccupazione se qualcuno sostiene che le «guardie mostrin segno di principato violento, imperocché le guardie, quanto a sé, ogni volta che il principe sia buono, non saranno giammai cattive, né vieteranno che i buoni cittadini possano operar bene, ma bene impediranno che i cattivi non possino operar male». Vent’anni più tardi, l’eco delle parole di Lottini, trova spazio nelle pagine Della ragion di Stato (1598) di Giovanni Botero. Esponendo concetti generali, Botero vi innesta però pensieri machiavelliani: è «cosa risoluta che nelle deliberationi de’ prencipi l’interesse è quello che vince ogni partito». E, nella descrizione delle virtù del principe, appaiono anche chiari accenti controriformisti. Non solo «la riputatione si fonda nel sapere e nel valore», ma esse 9 durano poco se non sono aiutate e mantenute da altre due: e queste sono la religione e la temperanza. La republica è quasi una vigna, che non può fiorire, né far frutto, se non è favorita dall’influenze celesti et aiutata dall’industria umana, che la poti e le tronchi le superfluità. La religione procura di mantener gli stati con l’aiuto sopranaturale della gratia di Dio; la temperanza col tenerne lontane le morbidezze et i nodrimenti de’ vitii, onde procedono le rovine. Il principe deve naturalmente riconoscere che «religio est omnis principatus fondamentum» e quindi humiliarsi innanzi la Divina Maestà, e da Lei riconoscere il regno e l’obedienza de’ popoli; e quanto egli è collocato in più sublime grado sopra gli altri, tanto deve abbassarsi maggiormente nel cospetto di Dio, non metter mano a negotio, non tentare impresa, non cosa nissuna ch’egli sia sicuro esser conforme alla legge di Dio. [...] Per lo che sarebbe necessario che il prencipe non mettesse cosa nissuna in deliberatione nel conseglio di Stato che non fosse prima ventillata in un conseglio di conscienza, nel quale intervenissero dottori eccellenti in teologia et in ragione canonica. Alla “ragion d’inferno” dei tiranni machiavelliani va quindi opposta la legittimità della ragion di Stato di papi e imperatori cristiamente educati al timor di Dio, alla pietà, all’amore della pace e della giustizia. A differenza di Machiavelli, che scrive, al limite dell’eresia, che un «principe nuovo non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione», Botero sostiene, in piena Controriforma, una posizione completamente diversa. È compito della religione (e quindi della Chiesa, il cui primato spirituale e temporale non deve mai essere messo in discussione) confermare la legittimità dei governi temporali e quindi contrastare il diffondersi delle eresie. L’epoca di Lottini è ormai giunta al termine. I suoi scritti vengono presto dimenticati a favore della teorica della ragion di Stato. La scaltrezza lascia spazio all’osservanza religiosa, la prudenza al mero conservatorismo. Al principe seicentesco, perso in un universo multicentrico fatto di inganni, apparenze e specchi, non rimane che appigliarsi alla divina consacrazione come unica legittimazione di sovranità. ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 11 “Dante e l’Islam”, la prossima mostra in BvS L’ASCESA DEL POETA È UNA VERA “RINASCITA” La Commedia “illustrata” dai dotti curatori delle sue edizioni TULLIO GREGORY a mostra propone un itinerario attraverso le edizioni della Commedia di Dante presenti nella Biblioteca milanese di via Senato, dagli incunaboli alle stampe recenti. Non intende quindi affrontare il tema dell’influenza della cultura islamica – e di alcuni testi in particolare – sul pensiero e sull’opera del Poeta. Tema molto importante nella storia della critica dantesca che ha avuto tuttavia impostazioni ed esiti diversi: fecondo di positivi risultati quando è stato affrontato sul più ampio sfondo dei rapporti fra cultura islamica e mediolatina, con riferimento alla reale circolazione di libri, di autori, di idee soprattutto negli ambienti scolastici; con risultati modesti quando è stato studiato nei circoscritti termini di un raffronto diretto fra due diverse escatologie. re da Alfonso il Saggio (1264 ca.) in castigliano e di qui passato in latino e in antico francese per opera di Bartolomeo da Siena (sicura l’attribuzione a Bartolomeo della versione latina, non dell’altra). I rapporti diretti, le influenze di testi islamici di mistica e di escatologia sulla cultura di Dante sono assai difficili da provare; tuttavia, come già notava un grande arabista, Francesco Gabrieli, in un saggio dedicato a Dante e l’Islàm (1965), se «l’immenso lavoro filologico condotto in questo secolo attorno al binomio Dante-Islàm [soprattutto in rapporto alle tesi di Asín Palacios e al Libro della scala] approda a risultati modesti per quel che riguarda il diretto rapporto fra i due termini… fecondo esso è stato per contro nell’illuminare ulteriormente la molteplicità di interessi che lega nel campo religioso e culturale l’Islàm d’Occidente (Spagna) con il Medioevo latino». Non diverse le conclusioni di uno dei maggiori danIn questa seconda prospettiva, il problema fu posto tisti del secolo scorso, Bruno Nardi, che a proposito dei con forza da un arabista di fama, Miguel Asín Palacios, rapporti del poema dantesco con il Libro della scala, notacon la memoria La escatología musulmana en la Divina Cova, escludendoli, che solo «l’averne media (1919, seconda edizione 1943) fatto […] una “fonte della Divina e poi ancora da Enrico Cerulli e da In occasione della grande mostra José Muñoz Sendino che pubblicaCommedia” ha dato alla pubblicaziorono contemporaneamente (1949) il dal titolo Al-Fann. Arte islamica, ne di esso risonanza mondiale […]. Libro della scala di Maometto, testo di Ad ogni modo ritengo che la discusorganizzata dal Comune di Milano escatologia musulmana (di cui l’orisione che n’è seguita abbia contribuia Palazzo Reale in collaborazione ginale arabo è perduto) fatto tradurto a chiarire molti problemi». con il Museo del Kuwait dal 18 Infatti, se si esce dagli angusti liottobre prossimo, la BvS con la mostra miti della polemica sull’eventuale inDante e l’Islam vuol fornire un’insolita Il primo ritratto di Dante fluenza dell’escatologia islamica sul premessa per meglio comprendere che sia mai apparso in un’edizione poema dantesco, e ci si pone nella più il fitto scambio culturale in atto ampia prospettiva della cultura filodella Commedia sin dal Medioevo tra i popoli cattolici sofica e scientifica medievale fra i se(Venezia, Giunta & Pocatela, 1529) e islamici nel bacino del Mediterraneo. L 12 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 coli XIII e XIV, osservata da quella vetta che è rappresentata dalla Commedia (come suggeriva Nardi), allora appare indubbia la forte presenza e l’influsso del mondo islamico, grande mediatore fra la cultura greca e la mediolatina. È noto come la cultura europea, dal secondo quarto del sec. XII – e ancor più incisivamente nel sec. XIII con la nascita delle università – sia fortemente segnata e trasformata dalla scoperta, vera “rinascita”, di testi fondamentali della cultura greca e araba: nel corso del XII secolo, in mutate condizioni politiche ed economiche, l’Europa latina aveva aperto nuovi rapporti con tutto il mondo mediterraneo e veniva a conoscenza di inediti tesori di testi fino ad allora ignorati; cominciarono ad affluire dalla Spagna (soprattutto da Toledo), dalla Francia meridionale, dalla Sicilia (la corte di Federico II ha un’importanza cruciale), da Costantinopoli e poi anche dall’Inghilterra, versioni latine dal greco e dall’arabo di opere di filosofia naturale e di metafisica, di medicina e di astronomia, di alchimia e di magia. E se le traduzioni greco-latine di Aristotele e di alcuni suoi commentatori greci sono le più diffuse fra XII e XIII secolo (quando si procedette anche alla revisione o al rinnovo di precedenti versioni), la presenza della cultura islamica appare assai più incisiva non solo per alcune versioni aristoteliche, ma soprattutto per la versione in latino di testi fondamentali dei grandi filosofi arabi: da al-Kindi a al-Farabi, da Avicenna ad Averroè, oltre ad autori ebrei che scrivevano in arabo come ibn-Gabirol (in latino Avicebron) e Mosè Maimonide. Né va dimenticato che già alla metà del secolo XII, per iniziativa di Pietro il Venerabile, veniva tradotto il Corano insieme ad altri testi relativi alla religione islamica (Collectio Toletana). Larghissima fortuna avranno anche testi arabi di astronomia e astrologia, fra i quali il più letto dalla seconda metà del XII secolo, l’Introductorium maius in astronomiam di Albumasar, due volte tradotto, classico dell’astrologia islamica, presente nella cultura europea fino a tutto il Cinquecento e oltre. Ad esso si legano due testi di Claudio Tolomeo tradotti dall’arabo nel secolo XII: l’Almagesto (una traduzione dal greco non ebbe circolazione) e soprattutto il Quadripartitum, fondamentale testo astrologico; non meno importante la versione dello pseudo-tolemaico Centiloquium, ovunque citato. ANTICHI TOMI E iPad PER SONDARE LA RICCHEZZA DEL NOSTRO MEDIOEVO a mostra DANTE E L’ISLAM. Incontri di civiltà è organizzata dalla Fondazione Biblioteca di via Senato, in collaborazione col Comune di Milano –Cultura, in occasione dell’esposizione dal titolo Al-Fann. Arte islamica, che si terrà a Palazzo Reale. L’accostamento del nome del Poeta alla civiltà islamica è sempre stato oggetto di incomprensioni, dibattiti e discussioni. Partendo dalle analogie presenti nel Poema dantesco con le leggende della tradizione islamica sui viaggi oltremondani di Maometto, si vuole solo rimarcare quanto l’epoca del Poeta, permeata dal pensiero, della cultura e delle scoperte provenienti dal mondo arabo fosse un’epoca feconda per il pensiero e per la cultura occidentale. All’inizio della mostra, un breve preambolo introduce alla situazione storica e politica del tempo, mettendo in luce le sorprendenti analogie del Poema con alcuni esempi della letteratura mistica islamica riguardanti il mira’j, ovvero l’ascensione L mistica di Maometto, narrata dal Corano. Il percorso espositivo prevede la suddivisione degli spazi e delle opere secondo le tre Cantiche – Inferno, Purgatorio, Paradiso – in cui sono esposte 35 edizioni illustrate della Divina Commedia di proprietà della Fondazione Biblioteca di via Senato, che testimoniano la fortuna di Dante attraverso i secoli: dalla seconda edizione illustrata di Bonino de’ Bonini [1487] all’edizione illustrata da Salvador Dalì, e a quella illustrata da Monika Beisner. Sono, inoltre, esposti alcuni preziosi reperti provenienti dalle Raccolte Extrauropee del Comune di Milano, dal Museo d’Arte Orientale di Torino, da collezioni private e da altri musei, che cercano di rendere l’importanza dell’artigianato e delle arti minori, delle scienze e della filosofia musulmane. All’esterno è possibile visitare la sezione multimediale con la versione 3D della Divina Commedia per iPad (curata da Carraro Multimedia), allestita in modo da far ricordare ai visitatori le figure e i brani più importanti del Poema dantesco. La Biblioteca di via Senato si è avvalsa della collaborazione di Giovanni Curatola – docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e l’Università di Udine, esperto di arte islamica, curatore della mostra di Palazzo Reale; Tullio Gregory – professore emerito di Storia della filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza”; Francesca Flores D’Arcais – docente di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Annette Popel Pozzo, conservatrice dei Fondi Antichi, e Matteo Noja, conservatore dei Fondi Moderni, della Fondazione Biblioteca di via Senato. Il dialogo culturale che rappresenta le radici della nostra civiltà si è formato ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano Alle traduzioni dei maggiori filosofi e scienziati arabi si accompagnava tutta una produzione di testi pseudoepigrafi (fra cui fondamentale il Liber de causis, attribuito ad Aristotele, in realtà derivato da Proclo) o anonimi, soprattutto di carattere medico, scientifico, astrologico. Il complesso di questi testi trasmetteva una variegata filosofia prima ignota ai latini, nata fuori dall’orizzonte cristiano: filosofia ora influenzata da motivi neoplatonici, ora più direttamente legata alla tradizione peripatetica, anch’essa peraltro non omogenea. Saranno soprattutto Avicenna e Averroè i due massimi - e diversi – autori arabi letti dai latini; in particolare Averroè diventerà per i suoi commenti ad Aristotele il “Commentatore” per eccellenza, accettato, discusso, condannato, ma sempre presente nell’insegnamento universitario, accanto ai testi dello Stagirita. Nel giro di poco più di un secolo, fra XII e XIII, la “biblioteca” e tutto l’orizzonte culturale mediolatino è radicalmente trasformato. Nei nuovi testi – che colmava- certamente nel cristianesimo, potentemente rafforzato dalla tradizione della razionalità greca e romana, ma è stato attraversato e stimolato dalle correnti di pensiero del Vicino Oriente, ebraico e arabo. Per capire la nostra identità, non si può fare a meno di nessuna di queste voci. Di alcune di queste voci, meno percepite nel passato per motivi ideologici, politici e religiosi, solo ora l’Europa comincia a prendere coscienza; tra queste, sicuramente, quella dell’Islam. In un’epoca come quella attuale, nella quale si assiste a una contrapposizione sempre più drammatica tra il mondo occidentale e quello islamico, è bene ricordare come il periodo in cui visse Dante fu un periodo fecondo della nostra storia, anche perché i rapporti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano si fecero molto più stretti, in tutta l’area mediterranea, a dispetto delle feroci guerre di religione che lo contraddistinsero. Scopo della mostra è evidenziare come la cultura islamica fosse diffusa 13 no la “povertà” della cultura altomedievale – si scopriva una concezione del cosmo e dell’uomo, con una stretta connessione fra fisica e metafisica, che si affermerà presto come l’unica possibile descrizione della realtà e una nuova cosmologia si imporrà come vera, non senza l’apporto di conferme teologiche. La difesa di una nuova ratio non più simbolica, ma fisica, “naturale”, era strettamente legata alla scoperta della «ricchezza degli antichi», di Aristotele e della «scienza degli arabi» con le loro «inconfutabili ragioni»; l’Occidente veniva così a conoscere una “filosofia” – variamente articolata pur nel suo prevalente riferimento alla tradizione peripatetica non senza suggestioni platoniche – del tutto estranea alla cultura altomedievale: quella filosofia, con i suoi autori, diveniva dal sec. XIII il fondamento dei curriculum scolastici nelle facoltà delle arti e punto di riferimento in quelle di teologia, perdurando fin oltre il Cinquecento. È questo l’orizzonte culturale in cui si colloca la filosofia di Dante che ha scoperto – scrive nel Convivio «vocabuli d’autori e di scienze e di libri», studiando filo- in tutta l’Europa medievale e come ciò sia, direttamente o indirettamente, volutamente o no, testimoniato nella Divina Commedia. Nel Duecento, due uomini incarnarono sopra tutti questo evento di contaminazione culturale: Federico II di Svevia, lo “Stupor Mundi”, che in Sicilia costruì attorno a sé una corte di grande livello intellettuale sul modello di quelle arabe, favorendo, tra l’altro, la nascita della poesia italiana; e Alfonso X, il saggio re di Castiglia e León, che istituì una scuola di traduzione a Toledo, e la cui corte fu la via maestra, il principale centro di assimilazione, traduzione e ritrasmissione della filosofia e della scienza dei Mori e ne favorì la diffusione in tutta Europa. Ma è proprio Dante che trasfuse ogni conoscenza a lui contemporanea nella Divina Commedia, compilando, in un supremo testo, una sorta di enciclopedia del tempo. La mostra vuole quindi offrire un punto di vista particolare ma privilegiato che ha come punto focale la Commedia e che, seguendo la sua prospettiva, suggerisca i temi e le circostanze della vicinanza tra le due culture. Il percorso espositivo, lungi dal volersi presentare esaustivo della sterminata materia che riguarda la Divina Commedia, ne illustra la natura e la struttura, cercando di richiamare alla mente quei personaggi e quelle teorie che Dante ha ricordato nei suoi versi e che testimoniano quanto detto sopra. Molti dei personaggi citati direttamente da Dante nel Poema sono legati al mondo musulmano: il sultano Salah ad’Din [Saladino], Avicenna, Averroè, Brunetto Latini, Pietro Ispano, tra gli altri; oltre a quelli non citati direttamente, ma di cui il Poeta aveva ben presente l’importanza, se non altro attraverso gli insegnamenti del “maestro” Brunetto Latini, e di cui mostra di conoscere le opere e il pensiero. 14 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 Da sinistra: Dante nell’edizione di Corbetta, 1837 (esemplare su carta verde); la Commedia di Parigi, Marcel Prault, 1768 sofia «ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti». E poiché alle tradizioni islamiche rinvia il titolo di questa mostra, andrà ricordata l’importanza dell’esegesi araba e in particolare averroistica, ampiamente diffusa nelle facoltà delle arti dalla seconda metà del secolo XIII, alla quale Dante attinge suggestioni non marginali, soprattutto nel Convivio e nella Monarchia (la tradizione filosofica e scientifica araba è conosciuta da Dante prevalentemente attraverso Alberto Magno). Non è dunque un caso se Dante abbia presente il commento di Averroè al De anima (non sappiamo se letto direttamente) e se proclami la più alta stima per il maggiore degli averroisti del suo tempo, maestro Sigieri di Brabante. Sicché non stupisce trovare Averroè, con il suo «gran commento», e Avicenna fra gli «spiriti magni» del Limbo (dove è anche il Saladino) nella «filosofica famiglia», attorno ad Aristotele, con i grandi filosofi e scienziati greci e latini, mentre Sigieri è celebrato, con Tom- maso d’Aquino, nel X canto del Paradiso come maestro di «invidïosi veri». Quanto ad Avicenna – forse conosciuto tramite Alberto Magno o altre fonti scolastiche – certi suoi temi ampiamente diffusi e spesso avvicinati alla tradizione agostiniana, motivano l’attenzione di Dante per un’esegesi arabizzante ricca di motivi platonici. Con Avicenna, Dante ricorda due volte Algazel, sempre attraverso Alberto Magno o forse Pietro d’Abano; peraltro ben conosciuto da Dante e più volte citato è al-Fargani per il suo compendio di Tolomeo (Liber de aggregationibus scientiae stellarum, tradotto da Giovanni di Siviglia attorno al 1135). Anche un altro testo arabo – tradotto in latino da Gherardo da Cremona nella seconda metà del XII secolo – ha grande rilievo nella cultura medievale ed è ampiamente utilizzato e citato da Dante: si tratta del già ricordato Liber de causis – derivato dalla Elementatio theologica di Proclo, come vide per primo Tommaso d’Aquino – ma entrato in Occidente dapprima come opera di Aristotele, ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 15 quasi coronamento della sua Metafisica. Essendo un testo neoplatonico non solo favoriva interpretazioni platonizzanti di Aristotele, ma permetteva incontri e scambi con altre tradizioni, anch’esse di origine platonica, come la teologia veicolata dagli scritti dionisiani, l’agostinismo, l’avicennismo: orientamenti che variamente trasmettevano suggestioni emanatistiche, temi legati alla metafisica della luce, modificando a volte i più generali schemi della metafisica e della cosmologia aristotelica. E di motivi neoplatonici è tramite il De causis anche per Dante, in particolare per il rapporto gerarchico e scalare delle intelligenze celesti e per l’originale cosmologia delineata nel II canto del Paradiso, di forti toni neoplatonici. Di questa mostra, si è già accennato, il percorso è dettato dalle edizioni della Commedia, dagli incunaboli alle edizioni recenti. Apre la mostra l’incunabolo bresciano (1487) del grande Comento sopra la Comedia di Cristoforo Landino, pubblicato per la prima volta a Firenze nel 1481, illustrato da Botticelli, che costituisce il punto di approdo della riscoperta, del “ritorno” di Dante nella sua città: esso coronava un orientamento della cultura umanistica che si era venuto definendo dalla fine del Trecento nella polemica contro i detrattori di Dante, sentito come rappresentante di un’età superata, e che aveva trovato già in Coluccio Salutati e poi in Leonardo Bruni, agli inizi del Quattrocento, il suo più fecondo avvio. Quella del Landino è un’opera che nasce dalla sua lunga attività di professore di retorica e poetica nello Studio fiorentino (dal 1458). Nel corso degli anni lesse Cicerone, Orazio, Persio e Giovenale, tornando più volte su Virgilio; ma lesse anche il Canzoniere di Petrarca – che ben s’inserisce nella landiniana difesa del volgare – e più volte la Commedia di Dante. Qui gioverà ricordare come la sua lettura dell’Eneide (ne pubblicherà un commento nel 1488, ma delle letture virgiliane abbiamo testimonianze di oltre vent’anni prima) richiami costantemente Dante; è Landino stesso a sottolinearlo: «Ora perché avevo novellamente interpretato e alle latine lettere mandato l’allegorico senso della virgiliana Eneide, giudicai non dovere essere inutile a’ miei cittadini né ingiocondo se, con quanti potessi maggior studio e industria, similmente investigassi gl’arcani e occulti ma al tutto divinissimi sensi della Comedia del fiorentino poeta Dante Alighieri». La Comedia del divino poeta, Venezia, Bernardino Stagnino e Giovanni Giolito de Ferrari, 1536 A entrambi i poeti Landino applica lo stesso metodo ermeneutico suggerito per Virgilio da una tradizione tardoantica e largamente praticato lungo il Medioevo nel commentare testi sacri e profani: il metodo dell’interpretazione allegorica per cogliere sotto i «diversi velami» della lettera una «somma scientia», uno «stupendo cumulo di dottrina» che suscita nel lettore «orrendo stupore». Già nelle Disputationes Camaldulenses (1472 ca.), Landino aveva difeso la propria interpretazione di Virgilio nella convinzione che il suo testo «nasconde una profondissima scienza» in figmentis, polemizzando contro quanti riducevano l’Eneide a un tessuto di «oziose favolette». Del resto, sottolinea Landino, coniugando Platone con Macrobio («eccellente fra i filosofi platonici»), Orfeo e Museo con Mosè e Davide, non solo i profeti e i poeti, «ispirati da divino furore», come insegna Platone, ma anche i filosofi e i “prischi teologi”, quando hanno voluto affidare alle lettere un messaggio più alto, lo hanno sem- 16 Ritratto di Dante, inciso da Heylbrouck, nell’edizione Cominiana del 1726-1727 pre «occultato sotto vari figmenta, sotto diversi figurarum integumenta», per stimolare l’ingegno degli intepreti, «studiosi» e «dotti». Nella schiera dei grandi profeti e poeti si inserisce Dante, che da Virgilio ha tratto non solo l’ispirazione poetica ma gran parte della materia del suo canto, sicché a ben vedere «non si allontana mai da lui», anche in quegli insegnamenti della Commedia tanto nascosti che possono essere compresi solo «da pochi e dottissimi uomini». Così Landino nelle Disputationes Camaldulenses – come già nelle lezioni allo Studio – fissava i criteri ermeneutici messi in atto per la lettura di Virgilio e di Dante al fine di svelare – scriveva nel suo discorso di dedica alla Si- la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 gnoria fiorentina – «gl’alti e profondi suoi sensi sotto poetico figmento allegoricamente nascosti». Landino ha una considerazione altissima della poesia, prima fra le arti liberali che tutte racchiude, e sottolinea la sua funzione nell’incivilimento dell’umanità, condotta da poeti teologi fuori dallo stato ferino, sempre veicolo di profondi insegnamenti filosofici e morali, maestra di vita attiva e contemplativa; necessaria per educare anche i giovani fiorentini alla vita civile. Non a caso il poeta è teologo e profeta, perché la poesia, scriveva Landino in una sua prolusione dantesca e poi presentando il commento, «non da mortale ingegno ma da divino furore ne l’umane menti infuso origine trae». Accanto al compito suo proprio, quello di scoprire la scienza dantesca nascosta dietro l’involucrum («meraviglioso velame») della lettera, Landino affronta il problema della lingua di Dante con un’appassionata, patriottica difesa del «fiorentino idioma» del poeta, analizzando finemente le sue caratteristiche lessicali, insistendo sui latinismi e neologismi, e liberandolo «della barbarie di molti esterni idiomi ne’ quali da’ commentatori era stato corrotto», per dimostrare che proprio il fiorentino è la lingua più di ogni altra degna dell’alta poesia, come il greco di Omero e il latino di Virgilio. Con Dante inizia la rinascita, il passaggio dalle tenebre alla luce, come già aveva indicato Filippo Villani (Dante «riportò alla luce [la poesia] tratta fuori dall’abisso delle tenebre»): «Dante – scrive Landino – prima ridusse in luce gl’ornamenti retorici e poetici, e l’antica eleganzia, composizione e dignità, già per molti secoli al tutto estinta, in gran parte ridusse in luce […] fu el primo che la lingua nostra patria, insino a’ suoi tempi roza, inessercitata, e di copia e d’eleganzia molto nobilitò e fecela culta e ornata […] innanzi a Dante in lingua toscana nessuno avea trovato alcuna leggiadria né indotto eleganzia o lume alcuno. […] Lui primo dimostrò quanto fussi idoneo el fiorentino idioma non solo ad esprimere, ma ad amplificare ed essornare tutte le cose che caggiono in disputazione». Marsilio Ficino, nella lettera indirizzata a Landino e pubblicata dopo il proemio di questi, scrive una pagina che vale la pena di essere letta per tutti i riferimenti al tema del rinascere, legato al ritorno di Dante nella sua Firenze, usando la contrapposizione esilio-ritorno, tenebre-luce, tanto presente nei testi umanistici quattrocen- ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 17 teschi a indicare il sorgere di un’età nuova dopo il buio dell’età passata. Il tema della “rinascita” non solo delle lettere, ma anche delle arti e di tutta la “vita civile” in stretta connessione con il “ritorno” di Dante nella sua città è ampiamente sviluppato dal Landino che riprende motivi già presenti negli ambienti umanistici fiorentini, da Filippo Villani a Leonardo Bruni e Giannozzo Manetti, e costituisce il cuore della sua lode della città di Firenze, centro di un rinnovamento culturale cui l’Italia tutta deve rendere «buona grazia». È infatti per l’opera dei grandi autori del Trecento, anzitutto Dante e Petrarca, che è stata riportata alla luce, dopo le «varie inondazioni di barbariche nazioni», la «facoltà poetica» la cui «declinazione» era cominciata dopo il poeta “fiorentino” Claudiano (come già sosteneva Filippo Villani): furon loro che «l’una e l’altra eloquenzia» (poesia e prosa) «non solo morta ma per tanti secoli sepulta, in vita ridussero e dalle tartaree tenebre in chiara luce rivocarono». «Fu adunque la nostra città l’ultima nella quale si spegnessi tale facultà [la poesia]. E la prima nella quale si raccendessi». È un Dante «padre della patria», «restituito nella sua patria», che Landino presenta ai Signori della città. Siamo di fronte al momento più alto del ritorno e della fortuna di Dante nel Quattrocento fiorentino, espressione di una “rinascita” legata al primato di Firenze in tutti i campi della «vita civile»: dalle lettere alle arti, dal diritto alla mercatura («e’ fiorentini mercatanti haver ottenuto el supremo grado […] dove mercatura s’esserciti»). Landino, che quel ritorno sanziona con il suo commento, traccia una linea storiografica precisa che da Dante e Petrarca – e dai loro contemporanei Cimabue e Giotto – trova la sua continuità nella cultura fiorentina da Coluccio Salutati a Leonardo Bruni, da Poggio Bracciolini ad Ambrogio Traversari, da Giannozzo Manetti a Leon Battista Alberti, da Donato Acciaiuoli a Matteo Palmieri, da Guido Bonatti a Paolo dal Pozzo Toscanelli, da Masaccio a Paolo Uccello, da Brunelleschi a Donatello («sia mio proposito non nominare alcuno de’ vivi»): «Surgono poeti, surgono istorici: e’quali per l’avvenire non saranno defraudati di convenienti onori. Ma credo veramente potere concludere Ritratto di Dante, di tradizione vasariana, la cui presenza porta all’opera la denominazione “del Gran Naso” o “del Nasone” nell’ornato del dire Fiorenza sequitare le vestigie della greca Atene». Landino affidava alla cultura rinascimentale un messaggio che avrà echi diversi e profondi nel Cinquecento, secolo lungo il quale compariranno varie edizioni del suo commento; dopo i cinque incunaboli veneziani e uno bresciano fra il 1484 e il 1497 (quest’ultimo esposto in mostra), sarà ancora ristampato nel secolo XVI cinque volte a Venezia (le edizioni del 1529 e del 1536 sono qui presenti) e, con il successivo commento di Vellutello, ancora nel 1564, 1578 e 1596. Al commento di Landino in questa mostra fanno seguito, per indicare solo alcuni momenti dell’ecdotica ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano A sinistra: Dante nel famoso ritratto di Gustave Doré; a destra particolare dell’edizione stampata a Lione da Jean de Tournes nel 1547 e dell’esegesi dantesca qui documentata, altri testi fondamentali: anzitutto l’edizione aldina della Commedia curata – ma non firmata – da Pietro Bembo che, rifiutando il titolo vulgato, l’intitola Terze rime di Dante (1502, poi ancora 1515 come Dante col sito, et forma dell’inferno: questa con dedica a Vittoria Colonna firmata da Andrea Torresano, succeduto ad Aldo, morto poco prima della pubblicazione). In-8° nell’originale corsivo proprio di Aldo, senza prefazione né commento, con il proposito di presentare un testo non corrotto dal gusto umanistico seguito da Landino, ma riportato a una forma che sembrava più consona all’età di Dante (tuttavia, sulla lingua della Commedia, Bembo avanzerà non poche riserve nelle sue Prose della volgar lingua, rimproverando a Dante di aver usato «ora le voci latine, ora le straniere, che non sono state dalla Toscana ricevute, ora le vecchie o del tutto tralasciate, ora le non usate o rozze, ora le immonde e brutte, ora le durissime […]»). Per la sua edizione Bembo utilizzava il codice Vat. Lat. 3199 che era stato fatto trascrivere da Boccaccio per Petrarca e che a sua volta il Bembo trascrisse per l’edizione aldina (oggi Vat. Lat. 3197), con personali interventi linguistici e grafici. L’edizione aldina del 1502, la prima “moderna” per il formato (classificato da Aldo fra i «libelli portatiles»), per avere eliminato le abbreviazioni e aver distinto le parole secondo precise regole grammaticali, resterà la base (così come il Vat. Lat. 3199 da cui deriva) per le successive edizioni cinquecentesche: fino a quella, qui presente, dell’Accademia della Crusca del 1595 dovuta soprattutto alle cure del segretario dell’Accademia Bastiano de’ Rossi con la collaborazione di Giovan Battista Deti e di vari accademici. Pur prendendo come testo base l’edizione del Bembo (1502) ne emenda centinaia di luoghi sulla scorta di un più ampio spoglio della tradizione manoscritta e stampata (circa cento testi) di cui è data testimonianza ai margini 19 dell’edizione, distinguendo gli emendamenti dalle lezioni diverse. Si trattava, a giudizio di Gianfranco Folena, del «primo tentativo moderno di edizione critica», né andrà dimenticato che l’impegno ecdotico della Crusca nasceva – avverte B. de’ Rossi (l’Inferrigno) – dalla necessità di offrire un testo corretto e utilizzabile per la realizzazione del «Vocabolario della nostra favella della quale questo divin poema è la miglior parte»; di qui l’impegno a restituirgli «la sua pristina sanità», liberandolo dai molti errori di copisti ed editori che l’avevano trasmesso «lacero […] e mal governo». Estremo testimonio della fortuna dantesca nel Cinquecento, quest’edizione della Crusca rimarrà autorevole base per successive edizioni della Commedia. Ovviamente in questo itinerario dantesco non manca la Commedia con il commento di Alessandro Vellutello (qui la prima edizione Venezia, 1544, importante anche per il nuovo stile delle illustrazioni): senza le pretese filosofiche del Landino – al quale sarà associato da Franceso Sansovino nel 1564 con l’edizione veneta qui esposta e due volte ristampata – in alcuni casi più preciso e comunque con una prospettiva che vuole essere nuova: «io in moltissimi luoghi di essa Comedia sento tutto altramente di quello che da altri espositori è stato sentito», proponendosi di isolare i problemi esegetici «non veri né disputabili», affrontando invece quelli «da essi espositori suti passati in silentio»; manifestando anche disinteresse per tante «historie e favole toccate dal poeta che quasi tutte le abbraccia», dato che, precisa, «io non sono historiografo né fabulista». Del resto non stentava a riconoscere di «non haver penetrato a le medolle», forse neppure «dentro de la scorza»: rinunciando così, per aperta professione, alle intepretazioni filosofiche proposte dal Landino e al suo metodo ermeneutico. Assai significativa la polemica contro l’edizione del Bembo: perché appunto uno dei motivi che Vellutello porta a giustificare la propria impresa – dopo aver sottolineato la differenza fra la sua interpretazione e quella dei precedenti commentatori («i sentimenti loro tanto allegorici, quanto litterali, appresso del sentir mio sono in diversi modi sentiti») – è la necessità di procedere a una revisione del testo della Commedia: «per haver trovato – 20 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 Antiporta con i quattro poeti italiani (Firenze, Le Monnier, 1837) Fin qui si è seguito l’itinerario della Commedia nel Quattro e Cinquecento, scegliendo alcune delle molte edizioni esposte. Se nel Seicento ne compaiono solo tre (la terza, del 1629, è qui presente), nel Settecento si ebbe la prima raccolta di tutti gli scritti del poeta con i quattro volumi pubblicati a Venezia presso Antonio Zatta nel 1757-58 che unisce i commenti di Pompeo Venturi e di Giovanni Antonio Volpi, già editori e commentatori della Commedia: il primo nel 1732 e poi ancora 1739 e 1749 (con il commento completo), il secondo nel 1726-27 in tre volumi, presenti in mostra; qui per la Commedia è seguito il testo della Crusca (emendato in alcuni luoghi): questa edizione è detta Cominiana dal nome dello stampatore, Giuseppe Comino. Fra le edizioni ottocentesche – che rispecchiano per buona parte la nuova lettura risorgimentale di Dante – gioverà ricordare quella detta «dei quattro accademici» perché curata da G.B. Niccolini, G. Capponi, G. Borghi e F. Becchi (Firenze 1837) che intende emendare e migliorare l’edizione della Crusca del 1595: è soprattutto a Fruttuoso Becchi – segretario dell’Accademia – che si deve la collazione di una ventina di nuovi autorevoli codici, di cui dà conto nel II volume di questa edizione con esiti apprezzati da K. Witte che darà nel 1862 un’edizione della Commedia di fondamentale importanza nella storia della ecdotica e filologia dantesca. scrive – gli antichi testi scritti a penna, ma più i moderni impressi a stampa, incorrettissimi e sopra tutti quello impresso e stampato da Aldo Manucci che appresso di tutti è stato in tanta estimazione, perché havendolo chi sotto nome di correttion l’ha quasi tutto guasto, dove non ha inteso concio a suo modo, e datolo col Petrarca insieme, sotto il medesimo nome in tal modo concio, ad esso Aldo ad imprimere». E la polemica continua sempre contro l’edizione del Bembo (come contro quella del Petrarca curata dallo stesso, 1501) che trae autorità – sostiene Vellutello – solo dal prestigio di Aldo, tanto perfetto nelle edizioni di testi latini. Come è noto prima del Dante, Vellutello aveva curato un’edizione commentata del Canzoniere di Petrarca (1525) destinata ad assai maggiore diffusione. Dalla polemica contro l’aldina nasce dunque l’impegno di Vellutello alla «correttione del testo» sulla base di «diversi e più antichi testi», proponendo letture che stanno alla base «de miei nuovi sentimenti». Più ampio discorso meriterebbero i singoli volumi esposti, non solo per le varie edizioni della Commedia qui non ricordate, ma anche per le importanti legature e le illustrazioni che rinviano a incisori famosi, nonché per le note di possesso che dei singoli volumi indicano la varia storia: ricorderemo solo quelle presenti nell’edizione veneta del 1564 con i commenti di Landino e Vellutello. Copia appartenuta ad Anatole France e da lui regalata, in data 27 gennaio 1890, alla scrittrice Anna de Noailles, «poétesse générante et charmante»; tra le firme dei donatori quella di Marcel Proust. A sua volta Anna de Noailles, «princesse de Brancovan», regala il libro «à monsieur Lucien Corpechot anti-dreyfusard!», con la firma anche di Maurice Barrès, altro avversario di Dreyfus, «en souvenir des amitiés françaises». Così nelle sottoscrizioni di questa edizione (passata poi in altre mani) è un frammento di storia francese, all’insegna di Dante, «poète courtois» come lo definisce in dedica Anatole France. 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Le sue duemiladuecento fabbriche di tessuti la pongono al primo piano della produzione industriale italiana: i suoi Fino all’età di sei anni, Curt (alla toscana, Curte o concorrenti sono: Manchester in Inghilterra, Lodz in Curtino) viene messo a balia presso la famiglia di MilziaPolonia. Tutti sanno qual è l’industria pratese: è la de (alla toscana, Mersiade, contadino e poi operaio e fabriabilitazione degli stracci. Da tutte le parti del mondo bro) ed Eugenia Baldi. […] giungono […] migliaia di tonnellate di stracci, che, «Gli ho voluto bene più che ai miei figlioli. Ma anrigenerati, ripartono per il mondo in forma di pezze di che lui a me, bisogna dire» confesserà il “balio” dopo la stoffa pregiata, se pure a basso prezzo. Gli scialli, le sepoltura di Curzio. Mersiade fu di certo uno dei pochi coperte, di cui sono vestiti tutti i popoli di colore nel punti fermi nella vertiginosa storia degli affetti dello mondo intero, sono fabbricati a Prato». scrittore; morirà, ormai molto anziano, una settimana Curt Erich Suckert nasce a Pradopo Malaparte. Se il rapporto con il to il 9 giugno 1898, terzo di sette fra“balio” sarà sempre felice, al contraLA MOSTRA DI PRATO telli (due moriranno in tenera età). rio quello con il padre, scontroso e teIl padre Erwin Suckert, tedesco stardo, sarà conflittuale fino alla fine. perta dal 6 novembre 2010 di origine polacca, è giunto a Prato Quando, nel 1912, Curtino vieal 30 gennaio 2011 presso dopo aver vagabondato per l’Europa; ne prescelto per dare il benvenuto al il Museo del Tessuto detiene un brevetto per la tintura delpoeta e drammaturgo pratese Sem di Prato (www.museodeltessuto.it), le stoffe e diviene presto maestro tinBenelli, al vertice della sua fama, in viquesta seconda puntata della tore presso il “Fabbricone”, stabilisita nella città natale, alla fine della mostra “Malaparte Arcitaliano mento della Kössler, Mayer & Klinlettura della poesia nel Palazzo conel mondo” ospita alcuni munale, di fronte a una platea gremidocumenti ancora inediti - scelti ta ed entusiasta e al commosso autore tra i molti che compongono il ricco Curzio Malaparte in divisa alla fine della Cena delle beffe, il buon MersiaArchivio Malaparte acquisito della prima guerra mondiale; de, al colmo della gioia orgogliosa, nel 2009 da parte della Fondazione proromperà con un «L’ho allattato io, nella battaglia del Bois de Courton, Biblioteca di via Senato - per l’ho allattato io» che fece ridere fraCurt Suckert, respirando testimoniare i fatti salienti della gorosamente l’uditorio. le esalazioni delle granate tedesche vita del noto giornalista e scrittore. Alla morte del titolare del “Fabal gas d’iprite, comprometterà Info: tel. 0574/611503 bricone”, Erwin si trasferisce con la per sempre la sua salute. ww.malaparteaprato.it A 24 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 A sinistra: una foto del padre Erwin Suckert (1868-1957); a destra, la madre Eugenia Perelli, detta Edda (1875-1950) famiglia in Piemonte, a Borgosesia, per fondare una nuova tintoria di stoffe. Quindi si trasferisce a Milano e poi a Carate Brianza. Con suo fratello Sandro, Curzio torna a Prato presso Mersiade e nel 1911 comincia a frequentare da esterno il prestigioso liceo Cicognini. Il collegio Cicognini, fondato nel 1699 con il lascito di un ecclesiastico pratese, era frequentato da studenti della «ricca borghesia dell’Italia meridionale (era tradizione nel Mezzogiorno di inviare i giovani a studiare al Cicognini per impararvi la lingua toscana: Gabriele d’Annunzio ne è un esempio)». Evidentemente la frequentazione del Cicognini forgiava a essere protagonisti: del “vate”, Malaparte prese non solo l’atteggiamento estetizzante verso la vita, la passione per le donne e i cani, il bel mondo e la bella vita, ma anche l’interventismo ingenuo e convinto di completare il disegno del Risorgimento, il coraggio sprezzante di affrontare la vita e la morte alla stessa stregua, incuranti dei pericoli; entrambi sorretti da una grande fiducia in se stessi e nelle loro capacità. Tra i primi a notare il suo precoce talento, sono Silvio Marioni, professore di lettere che Curzio definirà il suo padre intellettuale, Paolo Giorgi, preside del Cicognini e celebre dantista, e Giovanni Marradi, poeta affermato e provveditore agli studi. Sono loro ad affidarlo allo scrittore e poeta Bino Binazzi, che gli farà da precettore e insegnante extrascolastico. «Io ebbi la fortuna, in quegli anni per me decisivi, di incontrare Bino Binazzi, il poeta che ebbe parte non secondaria nello “Sturm und Drang” di “Lacerba”. Viveva poverissimo a Prato, in via dell’Accademia. Si era affezionato a me. Egli mi dava lezione dopo la scuola, ogni giorno: leggevamo insieme i classici greci e latini, i poeti moderni, da Baudelaire ad Apollinaire, gli storici dell’antichità, Polibio, Plutarco e Tucidide, italiani e tedeschi, Guicciardini, Machiavelli, Mommsen. […] Due o tre volte la settimana, Binazzi mi portava con sé a Firenze, dove mi fece conoscere, al Paszkowski e alle ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 A sinistra: atto di nascita, copia autentica del 1934. A destra, Regio Esercito, libretto personale di Suckert Kurt Giubbe Rosse, i protagonisti dello “Sturm und Drang” italiano, Papini, Soffici, Palazzeschi, Dino Campana, Persio Falchi (fu appunto nella rivista “La Forca”, diretta da Persio Falchi che io pubblicai le mie prime pagine di scrittore). Ma Bino Binazzi non voleva che io mi mescolassi al movimento futurista di “Lacerba”, giudicando che io fossi troppo giovane, e che dovessi prima formarmi una solida base classica, prima di tentare il nuovo. […] Binazzi ha una grande importanza nella mia vita». Nel 1912 organizza, insieme ad alcuni amici (tra questi Alighiero Ceri, che diventerà sindaco di Prato), un giornalino che prende nome dalla statua del “Bacchino” posta sulla fontana della piazza del Comune di Prato. Nel 1913 pubblica sul “Corriere dei piccoli” due brevi racconti e un anno dopo la poesia dedicata a Giovanni Marradi. Appena entrato al Cicognini si trasferisce a vivere in casa dell’avvocato Guido Perini, vecchio amico di famiglia rimasto vedovo e senza figli, di fede repubblicana, esponente della locale massoneria e vittima di persecuzioni poliziesche. Il pensiero dei repubblicani come Perini è oltremodo scomodo nell’Italia monarchica di allora (specialmente in Toscana la loro componente anarchica è molto forte), ma esercita su Curtino un’indubbia influenza. Essi si sentono eredi di una rivoluzione iniziata in Italia nel Risorgimento e ancora non compiuta. Le loro idee saranno sempre presenti nel pensiero politico di Malaparte. Nel 1913 fonda la Sezione giovanile del Partito repubblicano e ne diviene segretario. A causa dei disordini scoppiati durante la “settimana rossa” del giugno 1914 a Prato, viene arrestato con alcuni giovani operai repubblicani «in seguito a un conflitto con la forza pubblica avvenuto mentre la folla dava l’assalto alle carceri». Rischia fortemente l’espul- 26 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 Una veduta generale di Prato, da una riproduzione di una stampa dell’800, conservata da Malaparte. sione dalle scuole del Regno, ma grazie al fermo intervento del padre e all’intercessione del provveditore Marradi viene riammesso. Allo scoppio della guerra europea nell’inverno del 1914, mentre l’Italia è ancora neutrale, animato da un fervente patriottismo, parte volontario per la Francia. «Il mio interventismo, […] mi pose di fronte a un delicato caso di coscienza: e fu mio padre a risolverlo […] mi scrisse che la guerra poneva in gioco la libertà europea: e che anche il figlio di un tedesco poteva, o doveva, combattere per la libertà dell’Europa contro le forze della reazione capitalista e militarista germanica». Si arruola nella Legione garibaldina comandata da Peppino Garibaldi, nipote del grande Giuseppe, di stanza ad Avignone nel Palazzo dei Papi («La mia compagnia occupava la Torre degli Angeli»), ma non partecipa attivamente ai combattimenti: il suo interventismo è ancora quello di un intellettuale romantico. Il suo zaino non reca ancora armi, ma è ripieno solo di buone letture, dai classici alle avanguardie dei contemporanei, volendo così di- fendere la cultura latina dall’incombente e minacciosa barbarie tedesca. «Scoprii che gli uomini, anche in guerra, non combattono tanto per la vittoria sul nemico esterno, quanto per la vittoria sul nemico interno: combattono per la propria libertà per una migliore giustizia sociale. Fu per me, ragazzo di sedici anni, una scuola incomparabile, quella Legione garibaldina: composta quasi esclusivamente di operai, socialisti, repubblicani, anarchici e sindacalisti rivoluzionari. Molti erano lavoratori italiani emigrati da molti anni in Francia […] ma molti erano venuti, come me, dall’Italia, non solo per difendere la Francia nell’ora del pericolo, ma per affermare il diritto del popolo italiano alla libertà e alla giustizia». È sicuramente il più giovane soldato di Francia. Si reca molto spesso a Parigi, dove conosce Aleksej Peskov, figlio di Gorki, Blaise Cendrars, Guillaume Apollinaire. ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 27 Foto in classe al Collegio Cicognini di Prato (1912?), “Curtino” è il ragazzo alla destra del professore, dietro la cattedra. All’entrata in guerra dell’Italia, la Legione viene sciolta. Tornato a Prato per sostenere gli esami di licenza liceale, si arruola con gli altri legionari nella Brigata Cacciatori delle Alpi. «Ho partecipato, in prima linea, a tutta la guerra, due anni come semplice soldato di fanteria, e, dall’ottobre del 1917 in poi come ufficiale: sul Col di Lana, sulla Marmolada, sul Col Briccon, sul Piave, sull’Asolone». Si trova sulle Dolomiti con la Quarta Armata, quando avviene la ritirata di Caporetto: l’esperienza della disumana vita dei fanti mandati allo sbaraglio nella Prima guerra mondiale ne segnerà l’animo e il pensiero politico e sociale. Incurante del pericolo e degli ordini superiori si distingue per atti di coraggio. Gli assegnano il comando di un reparto volante di lanciafiamme. Nell’aprile del 1918 viene comandato sul fronte francese, nei pressi di Reims, per arginare l’avanzata di Ludendorf verso Parigi. In luglio, nel bosco di Courton vicino a Bligny («è il bosco del massacro della mia divisione»), per fermare i tank tedeschi, sostiene col suo reparto una sanguinosa battaglia, sotto un incessante bombardamento. Le esalazioni di gas di iprite gli comprometteranno per sempre la salute dei polmoni. Riceve la medaglia di bronzo italiana al valore militare e, al tempo stesso, la croce di guerra francese come officier de grande valeur. «Quando la guerra finì, ero invalido e decorato più volte di medaglie al valore francese e italiano. Ma ero profondamente disgustato dalla guerra…». Stimato dai più alti comandi del Corpo d’armata italiano in Francia, viene velocemente avviato alla carriera diplomatica. «Quella esperienza, per me del tutto nuova, non riuscì a corrompermi: accentuò e inasprì, piuttosto, i motivi della mia rivolta morale contro la patria borghese». Assegnato come ufficiale d’ordinanza a vari gene- 28 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 A sinistra: cartolina illustrata raffigurante la statua del “Bacchino”; a destra Kurt Suckert in divisa da militare, ottobre 1917 rali, presta servizio presso il Consiglio supremo di guerra a Versailles. Nell’ottobre del 1919 viene inviato a Varsavia con il ministro Tommasini. Nell’agosto dell’anno successivo assiste all’occupazione di Kiev da parte dell’esercito polacco e all’assedio di Varsavia per opera delle truppe bolsceviche, «l’esercito rosso di Leone Bronstein, detto Trotzki». Tornato a Roma («stanco di quella gretta vita di giovane diplomatico, e desideroso di riprendere il mio posto nella lotta politica e sociale italiana»), alla fine del 1920, fonda la rivista “Oceanica”, organo del pensiero oceanista, che Malaparte vede come un «formidabile movimento di plebi contro lo spirito borghese». Il suo manifesto enuncia: «Bisogna essere antiborghesi: la pratica non conta nella vita dello spirito. L’arte è oceanica, non pratica. L’utilità non è necessaria». Ora Curtino pensa a un nuovo nome, quasi a cancellare il passato, sicuramente per italianizzare ogni residuo della natura protestante che il padre gli aveva lasciato in eredità. Sull’ultima pagina di un manoscritto – quel Viag- gio in Inferno che lasciato all’amico Gobetti subirà non poche traversie – per scherzo comincia a notare alcuni possibili cognomi nuovi, rifacendosi a una tradizione italiana di tradimenti e veleni: si susseguono i Borgia, i Colonna, i Mazarini prima di arrivare al definitivo Malaparte. Ma ci colpiscono due cognomi che ben riferiscono del suo rapporto con Prato, che fu la sua culla, la sua amata terra: Pratoforte e Gloriaprato. A questa terra vorrà tornare dopo la morte, lui che seguendo le strade del mondo, frequenterà altre città, altra gente. Da toscano qual era, si ritrovava solo nel contraddittorio con gli altri toscani, lui che a esemplificazione del carattere della sua terra e della sua città diceva «[il pratese] è il più toscano dei toscani» e «se non fossi nato pratese vorrei non essere venuto al mondo», fino a dichiarare che «il solo difetto dei toscani è quello di non esser tutti pratesi». E parlando del suo luogo ultimo, amava dire: «E vorrei avere la tomba lassù, in vetta allo Spazzavento, per poter sollevare il capo ogni tanto e sputare nella gora fredda del tramontano». ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 29 inSEDICESIMO GLI APPUNTAMENTI CON “DANTE E L’ISLAM”, I CATALOGHI, L’INTERVISTA D’AUTORE, LE ASTE, LE MOSTRE, LE RECENSIONI NON FERMATEVI A GUARDARE, METTETECI IL NASO! Visite guidate, conferenze, incontri, reading, laboratori per studenti: la nuova mostra in BvS è molto più che una semplice esposizione 4 novembre 2010 - 27 marzo 2011 ATTIVITÀ DIDATTICHE A cura della Fondazione Biblioteca di via Senato Durante tutta la durata della mostra sono organizzate per il pubblico adulto visite guidate pomeridiane, nella pausa pranzo o serali. Per le Scuole di ogni ordine e grado sono proposte, invece, sia visite guidate che laboratori didattici. Per maggiori informazioni e per il calendario dettagliato degli appuntamenti consultare il sito internet www.bibliotecadiviasenato.it, oppure telefonare al n. 02/76215323-314-318. SCUOLA PRIMARIA: VISITA GUIDATA CON CACCIA AL PARTICOLARE Destinatari: classi 1a – 2a Ai bambini viene data una scheda da compilare durante la visita guidata, affinché siano aiutati nel riconoscimento delle opere. La scheda contiene domande sull’arte e sulla civiltà islamica, e sui personaggi danteschi. Durante la visita vengono illustrati oggetti di provenienza islamica: brocche, piatti, oggetti in metallo, volumi pregiati, ecc. L’Islam, civiltà lontana e (spesso) poco conosciuta, in realtà ha avuto enormi influenze sulla civiltà occidentale. Gli Arabi erano navigatori, combattenti, Fondazione Biblioteca di via Senato via Senato 14, Milano da martedì a domenica orario continuato 10-18 lunedì chiuso Ingresso libero Per informazioni tel. 02 76215323-314 fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Biblioteca di via Senato F O N DA Z I O N E Incontri di civiltà Con il patrocinio di In collaborazione con Si ringrazia Sponsorizzazione tecnica abili artigiani; a loro si deve l’utilizzo delle cifre numeriche che poi un commerciante italiano ha importato in Europa nel XII secolo. Partendo dai testi esposti in mostra, la seconda parte della visita è un’introduzione semplificata alla Divina Commedia (struttura del poema, narrazione del viaggio dantesco, personaggi principali, ecc...). Durata: 45’ Costo a persona: 3 euro VISITA GUIDATA E “IL GIOCO DELL’OCA CON DANTE” Destinatari: classi 3a - 4a - 5a Durante la visita i ragazzi fanno conoscenza del mondo islamico attraverso gli oggetti esposti: brocche, piatti, oggetti in metallo, volumi pregiati. L’Islam, civiltà lontana e (spesso) poco conosciuta, in realtà ha avuto enormi influenze sulla civiltà occidentale. Sulla base dei testi esposti in mostra, la seconda parte della visita è un’introduzione semplificata alla Divina Commedia (struttura del poema, narrazione del viaggio dantesco, personaggi principali, ecc...). Al termine della visita attraverso un insolito gioco dell’oca i ragazzi entrano in contatto coi personaggi della Divina Commedia e la struttura del Poema attraverso gli episodi principali. Durata: 1 h. e 30’ Costo a persona: 3 euro SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO VISITA GUIDATA Durante la visita i ragazzi fanno conoscenza del mondo islamico attraverso gli oggetti esposti: brocche, piatti, oggetti in metallo, volumi pregiati, ecc ecc. Una civiltà lontana e (spesso) poco conosciuta che in realtà ha avuto enormi influenze sulla civiltà occidentale. Gli Arabi erano navigatori, combattenti, abili artigiani; a loro si deve l’utilizzo delle 30 cifre numeriche che poi un commerciante italiano ha importato in Europa nel XII secolo. Attraverso le illustrazioni della Divina Commedia esposte in mostra, vengono esposte l’ideazione del poema dantesco, la struttura delle cantiche, i personaggi principali, la simbologia, ecc. Durata: 45’ Costo a persona: 3 euro LABORATORIO “CREIAMO LA NOSTRA DIVINA COMMEDIA” Ciascun partecipante riceve un’immagine tratta dai volumi esposti in mostra e che raffigura un episodio dell’opera dantesca con versi della terzina corrispondente. Viene così svolto un lavoro di gruppo, in cui dapprima viene ricostruita la storia, collocando le immagini nella giusta sequenza narrativa e successivamente si colora ogni immagine con la tecnica del pastello. Al termine del laboratorio la classe ha creato la propria Divina Commedia. Durata visita guidata + laboratorio: 1 h. e 30’ Costo visita guidata + laboratorio: 5 euro a partecipante LABORATORIO La DIVINA COMMEDIA in miniature Il laboratorio si compone di una breve parte teorica: una spiegazione della storia del libro dall’antichità fino a i giorni nostri (le origini della scrittura, le origini del libro, le pagine scritte e miniate, l’invenzione della stampa, ecc...). In particolar modo si pone l’attenzione su come venivano prodotti e scritti i libri al tempo di Dante: i materiali, le miniature. La parte pratica invece prevede la realizzazione di una pagina della Divina Commedia. A ciascun ragazzo viene dato un foglio su cui sono riprodotte alcune terzine dell’opera dantesca. I ragazzi disegnano il capolettera secondo la loro fantasia la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 e poi colorano la miniatura con i pastelli; infine riproducono col pennarello la grafia dei versi del poema. Durante il lavoro si ricostruisce in gruppo la storia, collocando le immagini nella giusta sequenza narrativa. Al termine del laboratorio la classe ha illustrato la propria Divina Commedia. Durata visita guidata + laboratorio: 1 h. e 30’ Costo visita guidata + laboratorio: 5 euro a partecipante SCUOLA SECONDARIA DI SECONDO GRADO VISITA GUIDATA Partendo dalla Divina Commedia – che si può considerare un’enciclopedia del sapere del tempo – si entra in contatto con luoghi e figure che testimoniano la contaminazione culturale tra il mondo occidentale e islamico, e la volontà di accogliere le reciproche diversità. Lo stesso impianto del Poema è influenzato dalla tradizione islamica che Dante conosceva sicuramente, e mostra forti analogie con i racconti del viaggio ultramondano di Maometto narrati nel Libro della Scala, che una volta tradotto in Spagna veniva diffuso in Occidente. Durante la visita guidata vengono evocati i personaggi contemporanei al Poeta che incarnano la contaminazione culturale fra Islam e Occidente. La visita ha un taglio storico/ letterario: inquadramento della civiltà islamica e analisi della Divina Commedia. Durata: 1 h. Costo a persona: 3 euro VISITATORI ADULTI PER I GRUPPI: Visita guidata alla mostra Partendo dalla Divina Commedia – che si può considerare un’enciclopedia del sapere del tempo – si entra in contatto con luoghi e figure che testimoniano la contaminazione culturale tra il mondo occidentale e islamico e la volontà di accogliere le reciproche diversità. Lo stesso impianto del Poema è influenzato dalla tradizione islamica che Dante conosceva sicuramente, e mostra forti analogie con i racconti del viaggio ultramondano di Maometto narrati nel Libro della Scala, che una volta tradotto in Spagna veniva diffuso in Occidente. Durante la visita guidata vengono evocati i personaggi contemporanei al Poeta che incarnano la contaminazione culturale fra Islam e Occidente. La visita ha un taglio storico/ letterario: inquadramento della civiltà islamica e analisi della Divina Commedia. Durata: 1 h. Costo a persona: 3 euro (min. 15 partecipanti) PER I VISITATORI SINGOLI SONO PREVISTE DELLE VISITE GUIDATE LA PRIMA DOMENICA DI OGNI MESE alle h. 15.00 e h. 17.00 (SU PRENOTAZIONE tel. 02-76215323-314) Durata: 50’ Costo: 3 euro AUDIOGUIDA Presso la biglietteria della mostra è disponibile l’audio-guida al costo di 2 euro, lasciando in deposito un documento d’identità. CONFERENZE “Dante e l’Islam: la mostra” a cura dei curatori della mostra: Dott. Matteo Noja – Dott.ssa Annette Popel Pozzo LUNEDÌ 22 NOVEMBRE 2010 h. 18.00 Ingresso libero senza prenotazione fino a esaurimento posti Come nasce e si sviluppa la mostra: il progetto, l’allestimento, i materiali esposti. L’esposizione nasce dal desiderio ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano rendere noti i Fondi più importanti della Biblioteca di via Senato e dalla collaborazione con il Comune di Milano che ha organizzato la mostra a Palazzo Reale Al-Fann. Arte della civiltà islamica. All’epoca di Dante il pensiero islamico era diffuso nella cultura occidentale, con questa esposizione si cerca di renderne omaggio. L’accostamento del nome del Poeta alla civiltà islamica è sempre stato oggetto di incomprensioni, dibattiti e discussioni. Durante la conferenza verranno inoltre presentate le pregiate edizioni illustrate della Divina Commedia provenienti dal Fondo Antico della Biblioteca. “Scacco matto” a cura della Dott.ssa Monica Colombo - Opera d’Arte LUNEDÌ 13 DICEMBRE 2010 h.18.00 Ingresso libero senza prenotazione fino a esaurimento posti Il grande storico Henri Pirenne affermò con una boutade che per l’occidente l’unico frutto derivante dalle crociate fu …l’albicocca. Prendendo sul serio questo paradosso vogliamo analizzare in questa conferenza l’eredità culturale e scientifica che il mondo araboislamico ha trasmesso all’occidente medievale partendo dal patrimonio lessicale di origine araba o persiana che, insieme al greco e al latino, è entrato a far parte della lingua italiana. Dall’alambicco alla melanzana, dal baldacchino all’algebra, la storia delle parole, arricchita dall’osservazione di immagini derivanti da manoscritti e oggetti d’arte arabi e occidentali, ci permetterà di approfondire i punti di incontro di due grandi civiltà. “I rapporti artistici fra l’Italia medievale e i Paesi islamici” a cura della Prof.ssa Francesca Flores D’Arcais - docente di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano LUNEDÌ 17 GENNAIO 2011 h.18.00 31 Ingresso libero senza prenotazione fino ad esaurimento posti L’ Italia è terra privilegiata per i rapporti artistici nel Medioevo con i Paesi islamici. La Sicilia fu occupata dagli Arabi dalla metà del secolo IX e in Sicilia abbiamo tra i più importanti monumenti islamici conservati; ma anche monumenti, costruiti dai Normanni, che sono ispirati alle architetture arabe. Elementi islamici si diffusero dalla Sicilia anche lungo le coste meridionali del Tirreno. Molti centri italiani avevano continui rapporti con i Paesi islamici, per motivi commerciali. Con le merci arrivarono anche le opere di manifattura islamica, tra cui le stoffe, molto apprezzate in Italia. Tra fine Due e inizi Trecento anche i maggiori artisti italiani furono influenzati dagli oggetti islamici, colpiti soprattutto dagli elementi decorativi. Arnolfo di Cambio, Duccio e soprattutto Giotto, che dipinge alle spalle delle Madonne stoffe con motivi islamici. La grafia islamica si trova anche in alcune decorazioni di manoscritti miniati, di area bolognese: sono piccoli bollini che sembrano essere ispirati alle monete o piccoli fregi che sembrano copiare lettere arabe. Questa moda dura tuttavia in Italia solo fino agli anni 30 del Trecento, viene in seguito sopraffatta dalle decorazioni goticheggianti, di ispirazione francese. di espressione artistica predilette dal mondo islamico: l’architettura e le arti decorative, in special modo la miniatura e la calligrafia. La proiezione di immagini digitali ci condurrà in un viaggio attraverso le meraviglie dell’arte medievale islamica che rapporteremo e metteremo a confronto con l’estetica occidentale. “Iddio è bellezza e ama ciò che è bello” a cura della Dott.ssa Monica Colombo - Opera d’Arte LUNEDÌ 7 FEBBRAIO 2011 h.18.00 Ingresso libero senza prenotazione fino a esaurimento posti Queste parole compaiono in un Hadith del Profeta dell’Islam, ovvero in un detto attribuito a Maometto, e questa affermazione ci accompagnerà in un percorso di introduzione all’arte islamica che intende proporre alcune chiavi interpretative delle due forme Fondazione Biblioteca di via Senato Tel. 02/76215323-314-318 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it INCONTRO “La Divina avventura” – lettura scenica PER FAMIGLIE E RAGAZZI di 6 – 12 anni SABATO 20 NOVEMBRE h. 15.30 a cura di Enrico Cerni, co-autore de “La Divina avventura” Ingresso libero, senza prenotazione, fino a esaurimento posti. La Divina Avventura è un libro illustrato in versi, è la narrazione della Divina Commedia vista con gli occhi dei ragazzi. L’autore ci conduce all’interno dell’avventura, narrando alcuni passi tra i più celebri e spiegando l’opera anche ai più piccoli. L’incontro si divide in due momenti: una chiacchierata col pubblico in cui si parla dell’opera dantesca e la sua fortuna fino ad oggi e poi una lettura animata del testo della Divina avventura. Durata: 1 ora circa PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI Tutti i GRUPPI (gruppi scolastici e pubblico adulto), che intendano visitare la mostra liberamente o con una propria guida, hanno comunque l’obbligo di prenotare anticipatamente l’ingresso. La prenotazione e l’ingresso alla mostra sono gratuiti. 32 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 IL CATALOGO DEGLI ANTICHI circa 80x100 mm del pittore attivo a Firenze e Roma, noto per le sue figure umane composte da elementi geometrici o meccanici che infatti si presentano “bizzarre” e d’impronta manieristica. Il catalogo, oltre a una dettagliata descrizione delle singole tavole, contiene una bibliografia e un censimento degli esemplari noti (gli unici due completi sono conservati presso la Library of Congress di Washington, DC, e la Bibliothèque Nationale a Parigi). Libri da leggere per comprare libri di annette popel pozzo DALLE STELLE ALL’INFANZIA, ECCEZIONALI RARITÀ Stuttgarter Antiquariat Katalog 190: Wertvolle Bücher des 15.17. Jahrhunderts La libreria antiquaria di Götz Kocher-Benzing (il padre e fondatore Frieder fu specialista internazionalmente rinomato di Martin Lutero) impressiona come al solito con un bel catalogo, riccamente illustrato a colori, contenente libri d’argomento umanistico, in gran parte in legature coeve. Troviamo la prima edizione dell’astrologo Luca Gaurico, De eclypsi solis miraculosa in passione Domini celebrata, De anno, mense, die, et hora conceptionis, nativitatis, passionis, atque resurrectionis eiusdem, Roma, Blado, 1539 (¤4.200). L’edizione che nell’opac delle biblioteche italiane viene censita in meno di dieci copie, contiene insieme ad altre due sue opere uscite tra il 1535 e il 1548 (Quis modus sit in posterum observandus in Libreria Antiquaria Pregliasco via Accademia Albertina 3 bis, 10123 Torino www.preliber.com calendarii Romani reformatione & vera paschalis solennitatis festorumque mobilium celebratione, e Praedictiones super omnibus futuris luminarum deliquiis, in finitore venetiano) delle proposte per la riforma del calendario. Nel catalogo ci sono anche sette rare edizioni di Erasmo da Rotterdam, tra le altre De ratione studij, una pubblicazione pedagogica scritta per l’amico londinese John Colet (Strasburgo, Schürer, 1516). Stuttgarter Antiquariat Götz Kocher-Benzing Rathenaustrasse 21, D-70191 Stoccarda www.stuttgarter-antiquariat.de LE BIZZARRE FIGURE UMANE DIPINTE DAL BRACCELLI Libreria Antiquaria Pregliasco I capricci di un surrealista del Seicento: G. B. Braccelli Il catalogo propone una sola opera, cioè le introvabili Bizzarrie di varie figure di Giovanbatista Braccelli pittore fiorentino, [Livorno], 1624. L’album con dedica a Pietro de’ Medici, in 4-to oblungo contiene 39 (su 50) acquaforti di CURIOSI TRATTATI ILLUSTRATI DI SETTECENTESCA MEMORIA Au Soleil d’Or Catalogo 5 Un’opera curiosa è quella di Giuseppe Ferrari, Gli elogi del porco (Modena, Bartolomeo Soliani, 1761, ¤2.800, in legatura remondiana) che contiene «una serie di lodi paradossali e di apprezzamenti faceti tesi al riscatto sociale del bistrattato animale». L’edizione con il frontespizio stampato in rosso e nero contiene anche una curiosa vignetta raffigurante un porco entro cartiglio, di gusto barocco. Un altro titolo curioso e raro è quello di Aloisio Giovannoli con la Serie di mascheroni cavati dall’antico (Roma, Venanziano Monaldini, 1781, ¤6.500, in legatura di piena pelle coeva) che contiene 39 tavole incise su rame, pubblicate soltanto circa due secoli dopo la morte dell’autore. Au Soleil d’Or di Gino Bogliolo via Manzoni 9, 15011 Acqui Terme (AL) [email protected] ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano IL CATALOGO DEI MODERNI Libri da leggere per comprare libri di matteo noja I NOSTRI BILLY THE KID Studio Bibliografico Libreria Piani Ex Naturalistica Brigantaggio & Co. Chissà se Henry McCarthy (alias Henry Antrim e William Harrison Bonney), meglio conosciuto come Billy the Kid avrà mai sentito parlare della bella Michelina di Cesare, dell’effeminato Volonino o del feroce Antonio Trapasso? Non crediamo che le notizie allora avessero la capacità di scavalcare facilmente l’oceano e propagarsi velocemente, e quindi pensiamo che il bandito newyorkese, ma d’origine irlandese, non ne sapesse assolutamente nulla. Alla peggio, li avesse incontrati, li avrebbe sottovalutati non riconoscendoli, fiducioso nei suoi mezzi (soprattutto la sua colt e il suo winchester), come alla fine sottovalutò e non riconobbe lo sceriffo Pat Garrett, prima di accoglierne nell’oscurità la pallottola letale. Qui da noi quei personaggi, la Di Cesare e i suoi compari, ebbero, nella seconda metà dell’800, una certa notorietà. Molte volte, il solo pronunciare il loro nome gettava nello scompiglio intere cittadine e allertava i gendarmi di tutta una regione. Sicuramente, i banditi americani hanno avuto dai posteri un altro trattamento e le loro figure si sono ingigantite nel ricordo, soprattutto letterario e cinematografico. Forse perché le loro gesta avevano come sfondo terreni infinitamente estesi, ricchi di pascoli e di bestiame; forse perché molto spesso dovevano lottare con i pellerossa per conquistare loro la terra e quindi, nonostante i modi e le imprese 33 L’ALTRA FACCIA DELLA LEGGE poco nobili, vengono ancora ricordati tra i padri fondatori degli States; la mancanza di storie autoctone precedenti li fece diventare personaggi mitici, semidei al pari di quelli greci. E molto contribuirono alcuni presidenti con il loro New Deal… Da noi, con una storia plurimillenaria alle spalle, i terreni angusti e molto meno ricchi, l’indigenza e la fame elementi connotativi gli strati più popolari di quella che ancora non era una nazione, sono soprattutto le motivazioni per infrangere la legge, diverse da quelle dei favolosi antagonisti degli alacri cowboys, a fare in modo che il loro ricordo sbiadisca come le foto che li ritraggono, anche perché sono l’espressione di una comune cattiva coscienza che in molti cerchiamo di cancellare. I banditi nostrani, i “briganti”, parlavano di rivendicazioni, di onori calpestati, di lotte fatte casa per casa per ottenere giustizia e pane, contro un re e una corte, nobile e borghese, subiti più che acclamati. Il fenomeno del brigantaggio, studiato da molti storici e filosofi (basti ricordare l’analisi che ne fece Gramsci), è un fenomeno del tutto nostrano, con implicazioni e radici in tutto il territorio, ma con differenze e peculiarità diverse da regione a regione. Rimane quindi un documento molto interessante se non necessario il catalogo Brigantaggio & Co. che, con la consueta ricchezza d’immagini e precisione nelle descrizioni, offre alla Mostra del Libro Antico di Bologna la libreria Piani di Bologna. Ringraziamo Piero Piani che ci ha abituato a vere e proprie scorribande nei suoi scaffali, aiutandoci a ricordare libri che i più tendono a dimenticare: dalla caccia alla pesca, dall’alpinismo al mondo del circo, senza dimenticare quel delizioso libretto su gufi e civette, uccelli cari ai bibliofili, vittime di infondate superstizioni. Libreria Antiquaria Coenobium Delinquenti Segnaliamo di scorcio un altro catalogo che arriva dalla Mostra di Bologna e che per certi versi è affine al precedente. Si tratta di Delinquenti della Libreria Antiquaria Coenobium di Asti. In 12 capitoli (La colpa, il giudizio e il castigo – La guerra di corsa – La memoria del delitto – Il delinquente – La pena di morte – Le prigioni – I manicomi – Les classes dangereuses – La pellagra – Le prostitute – Il suicidio – Ventana sobre la utopia), riporta più di 300 schede (a cura di Sara Poeta e Alessandro Cantero, con una breve prefazione di Alberto Capatti) sull’argomento. Come scrive Capatti, è uno “spioncino” aperto sulle vicende “criminali” come sulle celle carcerarie o sulle mura manicomiali, dove la capacità del libraio di verbalizzare i volumi schedandoli permette allo studioso e al bibliofilo di introdursi in una materia tanto ampia quanto scomoda. Soprattutto invita il lettore a rivedere il concetto di giustizia, ai nostri giorni tanto inflazionato quanto incompreso, andando a scavare in vicende e testi forse dimenticati. Proprio Capatti scrive nella sua prefazione «Consigliare, a questo punto, un numero preciso, un titolo, prestigiosi per rarità o ineludibili per bizzarria, sarebbe impossibile, come suggerire, per la riforma carceraria, le visite delle dame di carità, o imporre ai cittadini, a comando, di piangere sulle altrui miserie. Ogni lettore sa bene quale numero e quale titolo scegliere, ed a lui e al suo spioncino lasciamo intera libertà di prelazione, con il consolante pensiero che ogni pellagrosa, ogni pazzo di Aversa, ogni catena e ogni percossa, sottratti al segreto, servano, nudi e crudi, oltre che alla riforma della giustizia, alla nostra morale». Studio Bibliografico Libreria Piani Ex Naturalistica Via San Simone 5 – 40126 Bologna Tel. 051/220344 - www.libnat.it Libreria Antiquaria Coenobium Corso Alfieri, 374 – Asti Tel. 0141/31606 www.libreriacoenobium.it tª%JTOFZtª%JTOFZ1JYBStª1MBZ&OU.POEP)PNF&OU t5."UMBOUZDB4Q""OJNBUFE4FSJFTª"UMBOUZDB4Q".PPOTDPPQ4"4"MMSJHIUTSF DPODFQUDBSEBOEVTFECZ)JEEFO$JUZ(BNFTVOEFSMJDFOTFXXXCFMMBTBSBDPNtª(JPDIJ1SF[JPTJ4QBBOE.BSBUIPO FTFSWFE tª)JEEFO$JUZ(BNFT*ODªoDPODFQUDBSE"MMSJHIUTSFTFSWFE#&--"4"3"JTBUSBEFNBSLPG 36 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 L’intervista d’autore GIUSEPPE MARCENARO E QUELLE “DOTI” DI LIBRI DI CUI È CUSTODE di luigi mascheroni aggista, critico d’arte, giornalista, professore, scrittore. Anzi, “poligrafo”, come ha chiesto fosse scritto nel sottopancia, una volta che partecipò a una trasmissione televisiva. Che, ovviamente, parlava di libri. Nella sua vita, Giuseppe Marcenaro ha fatto molte cose: collaborato per un’infinità di quotidiani e riviste, da “Epoca” a “La Stampa” (sulla quale ancora firma), dal “il Giorno” a “Il Caffè”. Dal 1975 al 1984, ovvero per tutta la durata della pubblicazione, ha diretto la rivista di letteratura e filosofia “Pietre”. Ha tenuto corsi e seminari in università italiane e straniere; ha organizzato e curato mostre d’arte e fotografia; ha scritto molti libri, tra i quali, appena pubblicato, un mémoire intitolato guarda caso - “Libri. Storie di passioni, manie e infamie” (Bruno Mondadori). Ma, soprattutto, ha letto così tanti libri e su così tante cose, che alla fine nella sua grande casa con le finestre affacciate sul porto di Genova ne ha messi insieme, dicono, ventimila. S Diciamo anche qualcosa in più. Facciamo il doppio. Chi ha avuto il privilegio di vederla, ha scritto che la sua è una delle biblioteche private più belle e più ricche d’Italia. Non allarghiamoci. Ammetto che è una buona biblioteca, ma non so se sia la più importante. Di certo contiene “pezzi” interessanti. Ecco, appunto. Cosa contiene? Di tutto, o perlomeno tutto ciò che rientra nei miei interessi, e quindi tanta letteratura visto che mi occupo tendenzialmente di questo. È una biblioteca più da scrittore che da bibliofilo. I libri per me non sono oggetti da collezione, ma strumenti di lavoro. Se riesco a procurarmi una prima edizione mi ritengo fortunato, ma se non riesco poco importa. La sua casa è divisa in stanze, una per “materia”? Sì. C’è quella del Novecento italiano, questa sì con molte prime edizioni. Poi c’è naturalmente una parte “antica”, al centro della quale ci sono i Salmi, testo sul quale, simbolicamente, poggia l’intera biblioteca. Poi ci sono le letterature straniere divise per pareti: angloamericani, francesi, russi, spagnoli... A parte tengo le collezioni, tra le quali la “Pleiade” con i classici francesi in lingua o l’”Èdition des Oeuvres complètes” di Stendhal, uno degli autori che amo di più - curata da Henri Martineau per Le Divan in 79 volumi pubblicati tra il 1927 e il 1937. Poi una sala con i cataloghi d’arte. Poi la biblioteca-salotto con una parete enorme per le biografie, una sezione dedicata alle città e ai luoghi, una per la fotografia, una per la narrativa contemporanea. Poi c’è lo studio con una vetrina per i libri-oggetto, le riviste, tutta la serie dell’”Almanacco del bibliofilo”. Lei, però, non si definisce un bibliofilo No. E neppure un collezionista. Mi considero un custode dei libri. Sono un lettore a cui la sorte ha destinato di occuparsi di libri e letteratura, e alla fine si è trovato a custodire questa follia che è la mia biblioteca... Sono un custode temporaneo in attesa di un successore che continui la missione. Come è nata la sua biblioteca? Una parte l’ho ereditata da un prozio di mia nonna, vissuto ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano tra la seconda metà e la fine dell’800, un veterinario che aveva curiosi interessi letterari e che devo dire acquistava libri antichi e incunaboli con un buon fiuto: sceglieva sempre le opere “migliori”: la Storia d’Italia del Guicciardini nell’edizione giusta, l’Ariosto con le illustrazioni del Dossi, i libri di Bembo e di Folengo, alcune cose di Giordano Bruno, e poi molti libri di viaggio e per bambini... Una parte, invece, l’ho ereditata da uno zio, grande lettore, un uomo che credo non abbia lavorato un giorno in vita sua, ma comprava moltissimi libri, ed essendo nato nel 1901 e morto nel ’33, il tempo delle sue letture è coinciso con Martinetti e i libri futuristi, le edizioni di Gobetti, la prima edizione di “Ossi di seppia” di Montale... Infine, un’altra parte della biblioteca l’ho ereditata dalla mia cara amica Lucia Rodocanachi, la “Signora delle traduzioni”, amica, compagna di lavoro e spesso ghost writer di Vittorini, Gadda, Bo, Montale, Sbarbaro. Mi ha lasciato tutte le sue carte e i suoi volumi, dalle edizioni della “Voce” alla collezione completa dei “Gettoni”. Quali sono, tra i suoi libri, quelli con le storie più curiose? A proposito di Lucia Rodocanachi: ho la prima edizione di “Flush: A Biography di Virginia Woolf”, pubblicato da Hogarth Press nel 1933 e che lei ebbe dalla scrittrice che andò a trovare a Londra, perché voleva tradurre il libro in italiano. Ma, incredibilmente, si dimenticò di farselo autografare, e io le dicevo sempre: «Ma Lucia, come hai fatto a non pensarci!». Però, parlando di dediche, ne ho una bellissima che Carlo Bo mi fece sulla ristampa di “La letteratura come vita”: essendo un librone ci scrisse: «Ti offro questo mattone stira-calzoni». E poi ho “L’osteria del cattivo tempo” del critico Emilio Cecchi sfregiata da Camillo Sbarbaro, che lo detestava. 37 Un libro che si intitolava “Titanic”, e che non riuscii a leggere perché in casa me lo sequestrarono subito, a mia mamma non sembrava una lettura adatta a un bambino. Non ho mai saputo che fine fece. Disperso. nell’edizione stampata a Milano da Antonio Fortunato Stella nel 1827, la prima edizione ufficiale dell’opera. O “Il seme del piangere” di Giorgio Caproni dedicato a Sbarbaro, che poi lo passò a Lucia Rodocanachi, che lo passò a me. Ancora: “Promenades dans Rome” di Stendhal pubblicato a Parigi nel 1829... Ma ogni volta che cito un libro faccio torto a tutti gli altri, che mi sembra mi guardino male dalle pareti. Il libro più prezioso che possiede? E il libro che le manca e vorrebbe avere? Dal punto di vista affettivo le “Operette morali” di Leopardi Quel “Titanic” che comprai da bambino e che non ho più rivisto. Il primo libro acquistato da lei? 38 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 ASTE, FIERE E MOSTRE-MERCATO Nel mese di Francoforte, la Germania la fa da padrona. Ma anche sulle nostre sponde... di annette popel pozzo IL 15 E 16 OTTOBRE, PFORZHEIM Asta - Bücher, Grafik und Kunst www.kiefer.de Quasi 8.000 lotti tra manoscritti, incunaboli, libri antichi di vario argomento, stampe, vedute e carte geografiche. Con una stima interessante l’edizione di Tommaso Campanella, De monarchia hispanica (Amsterdam, Elzevier, 1653, reimpressione dell’ed. del 1641, lotto 4862, stima ¤90) e la prima edizione dell’Opera omnia di Girolamo Cardano a cura di Gabriel Naudé e Charles Spon (Lione, Huguetan & Ravaud, 1663, 10 vol., legatura in pergamena coeva, lotto 146, stima ¤15.000). IL 16 OTTOBRE, PADOVA Mostra mercato – Volumi Urbani, XV edizione della Mostra mercato del libro e della stampa antichi [email protected] Più di 40 espositori specializzati provenienti da tutta Italia. Sotto gli antichi portici di Via San Francesco, in centro a Padova. DAL 20 AL 23 OTTOBRE, BERLINO Asta - Bücher, Autografen und Dekorative Grafik www.bassenge.com Tra gli incunaboli segnaliamo una bella copia della prima edizione di Giacomo Filippo Foresti (1434-1520), De claris selectisque mulieribus (Ferrara, Laurentius de Rubeis, 29. IV. 1497, lotto 760, stima ¤20.000). L’opera in chiaro riferimento al testo di Boccaccio viene considerata, grazie alle illustrazioni, uno dei più bei libri rinascimentali. Interessante sicuramente l’edizione di Niccolò Perotto, Regule grammaticales (lotto 848, stima ¤1.200; probabilmente stampata a Venezia da Sessa nel 1510 circa). L’edizione, non censita nelle bibliografie, dimostra una collazione identica a due altre edizioni, ma con varianti nel titolo. DAL 26 AL 29 OTTOBRE, KÖNIGSTEIN IM TAUNUS Asta - Bücher, Handschriften, Geografie, Reisen, Atlanten, Landkarten, Ansichten; Kunst www.reiss-sohn.de Con tre cataloghi contenenti più di 5.500 lotti tra manoscritti, libri a stampa, carte geografiche, stampe e arte, la tedesca Reiss & Sohn offre un ricchissimo assortimento, impossibile da descrivere in breve. Da segnalare sicuramente un Sammelband che contiene la princeps di Giordano Bruno, De compendiosa architectura, & complemento artis Lullij (Parigi, Gourbin, 1582), legata insieme all’Opusculum Raymundinum de auditu kabbalistico sive ad omnes scientias introductorium (Parigi, Gourbin, 1578) e all’Ars brevis (Parigi, Gourbin, 1578) di Ramón Lull (lotto 1071, stima ¤5.000). Queste tre opere insieme al testo lulliano Articuli fidei sacrosanctae ac salutiferae legis Christianae cum eorundem perpulchra introductione (nel presente lotto mancante) sono logicamente connesse, dato che il tipografo Gourbin aveva probabilmente l’idea di presentare al pubblico una sorta di “collezione lulliana”. Bruno in De compendiosa architectura, stampata quattro anni dopo le opere lulliane, fa numerose riferimenti al filosofo spagnolo. Quest'ultimo dato pare degno di interesse in quanto induce a ritenere che Bruno abbia ottenuto dall'editore anche l'accesso ad una sorta di archivio personale del tipografo. È possibile, infatti, che in questa circostanza il filosofo abbia potuto rivedere alcuni passaggi contenuti nei testi di Lullo e attendere così più agevolmente alla stesura del suo commentario. Riaprendo le carte del processo, emerge che Bruno ammise di aver posseduto “libri de auttori dannati” tra cui le opere di “Raimondo Lullio ed altri, che hanno trattato di materie filosofiche”. ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano IL 27 OTTOBRE, LONDRA, KING STREET lotto 212, stima ¤24.000-30.000), rivoluzionaria per il fatto che introduce per la prima volta nella visione cosmologica buddista l’approccio della cartografia europea. Asta - The Arcana Collection Part II: Important Rare Books and Manuscripts www.christies.com La seconda parte si presenta con 65 lotti contenente tra l’altro l’esemplare in prima edizione dell’opera I quattro libri dell’ architettura di Andrea Palladio (Venezia, Domenico de' Franceschi, 1570, 4 volumi in pieno marocchino settecentesco, 293x195 mm, lotto 57, stima £16,000 - £25,000), appartenuto a Thomas Maitland, Lord Dundrennan (1792-1851). DAL 4 AL 7 NOVEMBRE, NEW YORK Mostra mercato - 20. IFPDA Print Fair The Park Avenue Armory, 643 Park Avenue at 67th St., New York, NY 10065 www.ifpda.org/content/print-fair IL 5 NOVEMBRE, LONDRA, SOUTH KENSINGTON Asta - Travel and Vintage Posters www.sothebys.com IL 28 OTTOBRE, LONDRA Asta - The Library of an English Bibliophile, Part 1 www.sothebys.com La biblioteca di un “English Bibliophile” che riflette 45 anni di collezionismo, sarà venduta in varie puntate a Londra e New York. Questa prima puntata contiene 149 lotti. Prevalgono prime edizioni inglesi ed americane, molte nelle legature editoriali, spesso arricchite da dediche. Di particolare bellezza l’opera The Works of Geoffrey Chaucer, stampata per la Kelmscott Press nel 1896 contenente le xilografie di Edward BurneJones (lotto 24, stima ¤73.500-98.000, tiratura complessiva di 438 esemplari, la presente copia fa parte delle 425 copie su carta, stampate in rosso e nero, e in più si tratta di una delle 48 copie rilegate dalla Doves Bindery su disegno di William Morris). IL 28 OTTOBRE, PARIGI Asta - Vente Livres: Bibliothèque d'un amateur www.audap-mirabaud.auction.fr 39 DALL’8 AL 12 NOVEMBRE, MONACO DI BAVIERA IL 3 NOVEMBRE, PARIGI Asta - Vente Trois collectionneurs: Jacques Bellon, Bernard Farkas, Raymond Honnorat www.alde.fr 158 lotti contenenti importanti libri francesi: segnaliamo la prima edizione di Le Rouge et le Noir di Stendhal (Parigi, Levavasseur, 1831, 2 vol., lotto 43, stima ¤12.000-18.000, contenente anche le 4 carte di “avant-propos” non segnalate da Carteret) e sempre di Stendhal la princeps di La Chartreuse de Parme (Parigi, Dupont, 1859, 2 vol., lotto 46, stima ¤8.00012.000). IL 4 NOVEMBRE, LONDRA Asta - Travel, Atlases, Maps and Natural History www.sothebys.com Da segnalare la prima mappa geografica del mondo buddista stampata in Giappone (Kioto, 1710, 1440x1135 mm, Asta - Bücher, Manuskripte, Autografen und Grafik www.hartung-hartung.com DAL 10 AL 12 NOVEMBRE, MONACO DI BAVIERA Asta - Bücher und Grafik. Sammlung Padua (Märchen, Sagen, Volkskunde) www.zisska.de Nell’asta un bel gruppo di novelle e favole per bambini con numerose prime edizioni. IL 14 NOVEMBRE, MILANO Mostra mercato – Vecchi Libri in Piazza www.piazzadiaz.com La mostra si svolge sotto i portici di Piazza del Duomo, Piazza Diaz, Via Gonzaga e Via Baracchini. L’impegno di Med 6.000 spot gr iaset per il sociale atuiti all’anno 6.000 i passaggi tv che Mediaset, in collaborazione con Publitalia’80, dedica ogni anno a campagne di carattere sociale. Gli spot sono assegnati gratuitamente ad associazioni ed enti no profit che necessitano di visibilità per le proprie attività. 250 i soggetti interessati nel 2008 da questa iniziativa. Inoltre la Direzione Creativa Mediaset produce ogni anno, utilizzando le proprie risorse, campagne per sensibilizzare l'opinione pubblica su temi di carattere civile e sociale. 3 società - RTI SpA, Mondadori SpA e Medusa SpA costituite nella Onlus Mediafriends per svolgere attività di ideazione, realizzazione e promozione di eventi per la raccolta fondi da destinare a progetti di interesse collettivo. 42 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 ANDANDO PER MOSTRE Un “inedito” Battiato, l’Oceania dei bambini, D’Annunzio a New York e le parole di Scarpa di matteo tosi DALLE NOTE AI PENNELLI, SEMPRE “MEDITERRANEO” n un momento come questo, dove la prossima mostra della nostra Fondazione, dedicata a “Dante e l’Islam”, fa il paio con la grande esposizione con cui Palazzo Reale omaggia l’arte della “Mezzaluna Fertile”, non potevamo non notare l’interessante appuntamento che la città di Alba dedica a uno dei nostri intellettuali maggiormente esperti di Islam e di “incontro” tra le culture e le diverse spiritualità del Mediterraneo. Cantante e musicista per il grande pubblico, ma anche poeta, letterato e saggista per gli intelletti più raffinati, Franco Battiato non ha disdegnato di esprimere il proprio estro neppure attraverso il caleidoscopico linguaggio I delle arti visive. Anzi, vi si è dedicato con sempre maggior costanza fin dai primi anni Novanta, ed è proprio il suo intero percorso pittorico a essere indagato nella piccola ma raffinata mostra ospitata all’interno della Chiesa di San Domenico (“Franco Battiato. Prove d’autore”, fino al 1° novembre, info: tel. 0173/361051). «Vent’anni fa - ha dichiarato giocosamente lo stesso artista - iniziai a dipingere per pura sfida... Ora posso dire, finalmente, che potrei cominciare a dipingere, e bene, anche se non so quando». Impossibile incasellarlo in una qualche definizione estetica, quindi, come nota anche la curatrice Elisa Gradi (insieme a Giuliano Allegri e Simone Sorini) nel suo saggio in catalogo: «Franco Battiato non è un pittore. È un uomo che dipinge. Questo ribalta la prospettiva e annienta ogni tentativo di schematizzazione. Sebbene sia constatabile un progressivo affinamento della tecnica pittorica nel suo percorso, Battiato non se ne lascia sopraffare, non assoggetta se stesso e il suo lavoro a finalità estetiche dettate». La scelta di una figurazione istintiva, comunque, risulta abbastanza evidente fin dai primi sguardi, così come non può sfuggire la sensazione di un approccio surrealista-metafisico alla stessa, cosa che risulta facilmente associabile al forte potere evocativo della sua poesia, in musica o meno. Come le sue parole e le sue melodie, infatti, anche il suo gesto pittorico, conserva intatta tutta la propria modernità, pur non nascondendo (e non cercando di farlo) una sorta di “debito” d’ispirazione nei confronti della civiltà medievale e della cultura bizantina in particolare. Tempo, memoria, storia, spiritualità e bellezza sono i “temi” portanti di tutte e venticinque le opere esposte oli su tela che vanno dal piccolo al grande formato -, dipinte con una tavolozza tipicamente calda e mediterranea, ma sempre misurata, più incline all’eleganza della bicromia che allo sfavillante contrasto dei colori. FRANCO BATTIATO. “PROVE D’AUTORE” ALBA (CUNEO), CHIESA DI SAN DOMENICO, FINO AL 1° NOVEMBRE CATALOGO SKIRA INFO: TEL. 0173/361051 www.fieradeltartufo.org ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 43 FAVOLE DELL’ALTRO MONDO “DISEGNATE” AI NOSTRI BIMBI LA VITA COME OPERA D’ARTE, COSÌ IL VATE D’ANNUNZIO CONQUISTA LA GRANDE MELA alleria dall’appeal fortemente contemporaneo se non addirittura metropolitano, lo spazio espositivo del Credito Valtellinese a Milano, presso il Palazzo delle Stelline, si apre per la prima volta al poliedrico universo dei bambini e alla sensibilità di tutti quei “grandi” che hanno saputo conservare intatta la propria fascinazione per il fantastico a tinte pastello -, per ospitare una tappa speciale della celebrata “Mostra Internazionale d’illustrazione per l’infanzia” che, ormai da qualche decennio, è protagonista a Sarmede, piccolo paese delle Prealpi venete, sotto il siggestivo titolo “Echi di mari lontani”. L’esposizione e l’intera kermesse, che quest’anno guardano alle “Fiabe dell’Oceania”, raccontano storie di ino al 15 dicembre, la Casa Italiana Zerilli-Marimo della New York University ospita filmati, oggetti d’epoca e fotografie originali appartenuti a Gabriele d’Annunzio, il Vate qui da noi, ma anche uno dei più positivi modelli di G F italianità per un’intera generazione di nostri connazionali emigrati Oltreoceano. La mostra, curata da Giordano Bruno Guerri e Stefano Albertini porta, infatti, porta nel proprio sottotitolo “La vita come un capolavoro”, uno dei messaggi grandi eroi “tribali” e divinità dispettose le fiabe che si tramandano gli Aborigeni australiani e i Maori della Nuova Zelanda e tutti gli altri popoli di pescatori e navigatori che da sempre popolano queste “terre d’acqua” - attraverso la lettura per immagini che i nomi più accreditati e i giovani più interessanti della “nostra” scuola d’illustrazione hanno sentito dentro di sé. Il gotha dell’illustrazione occidentale (40 artisti provenienti da 20 Paesi), quindi, qui presentato attraverso questo inedito confronto con la “mitologia degli Antipodi”, ma anche attraverso una prestigiosa selezione dei più interessanti COME NOMI E PAROLE POSSONO PRENDERE FORMA NELLE MANI DI UN GRANDE ARCHITETTO E DESIGNER arlo Scarpa e la forma delle parole”. Ecco il suggestivo titolo che il “C “Centro” trevigiano dedicato allo stesso maestro ha scelto per raccontare per la prima volta le numerose incursioni del grande architetto nel mondo della grafica, e in particolare nel disegno e nell’impaginazione “monumentale” di caratteri e scritte. Opere declinate nelle dimensioni e nei materiali più diversi, dal ferro alla carta e alla pietra, e dai lavori “am- bientali” ai più diversi prodotti editoriali, comprese targhe e incisioni varie. La mostra (fino al 15 gennaio ; tel. 0422/545805 www.carloscarpa.it) espone disegni, bozzetti, progetti e un cospicuo corpus fotografico delle loro realizzazioni, oltre ai render bidimensionali dei lavori più imponenti e ad alcuni video che ne raccontano la “plasticità”. concettuali più affascinanti e identificativi del grande poeta, qui raccontato attraverso le “cose” e le carte della propria quotidianità. prodotti editoriali di questi ultimi tre anni, con le tavole originali (più di 300) di alcuni piccoli grandi libri che sono diventati veri e propri capolavori tra le mani dei bambini di tutto il mondo. Una terza sezione completa il tutto (fino al 15 novembre; info: tel. 02/48008015 - www.creval.it), quella tradizionalmente legata al lavoro e alla poetica di un illustre ospite d’onore. Nel caso specifico, Emilio Urberagua, autore di un’infinità di storie e personaggi caratterizzati da un inedito connubio di tenerezza e ironia, “Manolito” e “Olivia” su tutti. 44 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI Dopo “Libri”, Giuseppe Marcenaro si dedica ai loro collezionisti, evocandone il mondo... di matteo noja 39 ISTANTANEE RACCONTANO IL VIVERE DA VERI BIBLIOFILI l noto bibliofilo Giuseppe Marcenaro, critico e saggista genovese, dopo aver pubblicato ultimamente un libro molto recensito sui libri, intitolato appunto Libri. Storie di passioni, manie e infamie (Bruno Mondadori, pp. 216, ¤17,00), ci offre un libro curioso, Ammirabili & Freaks (Nino Aragno Editore, pp. 260, ¤15,00). Come Libri è un viaggio sentimentale tra gli scaffali – alla ricerca di emozioni sopite e nascoste tra le pagine ma mai scordate, tanto che al solo sfogliare escono dal loro nascondiglio e si rifanno vive e fulgide come fossero ancora presenti – alla stessa maniera Ammirabili & Freaks è un viaggio sentimentale attraverso i ricordi di persone e personaggi che si presentano alla maniera di istantanee, nelle righe che Marcenaro ci porge – avendo come maestro insuperabile quel tale James Boswell che verbalizzò in modo ineguagliabile la vita di Samuel Johnson – in maniera garbata e colta. Lo stesso Marcenaro nella prefazione racconta di Norman Douglas che per anni lasciò cadere i biglietti da visita delle persone che incontrava in un vaso di bronzo. «Un giorno cominciò a estrarre, uno a uno, quei biglietti. Divennero una sorta di ironica e invadente madeleine. Riemergeva così la sua vita. I cartoncini inanimati evocavano a Douglas volti e incontri. Con la medesima casualità ho lasciato fluire i miei personaggi per contemplare il piacere delle loro vite e sollecitare nella I mia memoria postume curiosità. Riuniti assieme sono una fotografia di gruppo, il controtipo dell’avventura esistenziale di chi li racconta». Di solito non ci addentriamo in territori che non siano libreschi, ma la contiguità della voce narrante con i nostri domini ce lo permette. Più che una fotografia di gruppo, sembra di guardare acutamente a uno scaffale per cercare di leggere i vari titoli, ascoltare i timbri delle voci dei tanti scrittori che in maniera casuale o accurata si susseguono nella libreria. Marcenaro tratta gli uomini alla stregua dei libri e non ci pare un difetto, anzi, ne fa sortire una sorta di coro (Francesco Perfetti recensendo Libri titolava “Un coro di libri nell’antro del bibliofilo”) per far risaltare le loro particolarità. Ecco che ci giungono le voci di personaggi molto diversi tra loro, da Claire Trevor, conosciuta dai più come Dallas, la donna di Ringo/John Wayne nel film Ombre rosse, a Mario Soldati, tra i pochi italiani ad aver avuto l’onore di vedere battezzato un sigaro con il proprio nome. A Giovanni Spadolini, l’ingordo di cultura, conosciuto compiutamente in modo postumo, attraverso la sua casa, vero e proprio children’s corner, accumulo di un’esistenza. All’asciutto ed enigmatico Alberto Lattuada, di cui ricorda, oltre alle acciughe fritte, la passione per la fotografia e il bellissimo libro fotografico da lui edito per le edizioni di Corrente nel 1941. Il libro, prezioso per la sua rarità e conteso oggi dai collezionisti, si può considerare il vero manifesto del neorealismo cinematografico. Tra gli altri personaggi, Teresa Mattei, la donna cui Luigi Longo nel 1945 chiese di individuare quale fiore potesse diventare il simbolo delle donne. In risposta all’allora dirigente del Partito Comunista, lei, donna tenuta in considerazione da tutti i grandi del Partito, si inventò una leggenda cinese «in cui la mimosa diventava emblema dell’unità familiare e della leggerezza femminile. Una leggenda assolutamente inesistente. La mimosa fu accettata. Facendo arrabbiare le compagne socialiste che avevano proposto l’orchidea». E Jacques Guerin, il favoloso bibliofilo che cominciò la sua collezione di autografi e manoscritti a 17 anni, acquistando per pochi spiccioli un autografo di Apollinaire; visse a lungo, fino a quasi cento anni, vivendo in una casa da gran connaisseur, dove aveva sapientemente dissimulato, quasi occultato, la sua preziosa raccolta. Marcenaro lo conobbe, introdotto da un amico mercante francese, poco tempo prima del suo exit, appena in tempo per assaporare le sue bizzarrie da gran collezionista, capace di mentire impunemente per non prestare alcuni dei suoi tesori dicendo di non possederli. Parlando del fatto che visse moltissimo, il nostro scrittore descrive appropriatamente il mondo dei bibliofili in attesa della sua dipartita come «una pattuglia di apaches sulle colline», pronta ad «agguantare qualche pezzo di cui si favoleggiava, messo all’asta dagli eredi». I personaggi descritti da Marcenaro sono 39 e meriterebbero tutti una citazione. Ma forse è meglio che il lettore compri e legga direttamente il libro e lo custodisca come un piccolo assaggio di vite eccellenti, dei modi in cui si possa rendere interessante, per sé e per gli altri, quel breve transito che è la nostra vita. Giuseppe Marcenaro, Ammirabili & Freaks, Nino Aragno Editore, Torino, 2010; pp. 260, ¤15,00 ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 45 BvS: a proposito di Dante La “Commedia” si mostra attraverso i suoi più alti lettori Letture e lettori di Dante - provenienze storiche ANNETTE POPEL POZZO A llestita presso la Biblioteca di via Senato dal 3 novembre 2010 al 27 marzo 2011, la mostra “Dante e l’Islam”, presentando il contatto, l’influsso e la ricezione del mondo islamico nell’opera di Dante e nel mondo cristiano a cavallo del milletrecento, mette sotto gli occhi dei visitatori un bel panorama di edizioni celebri della Divina Commedia, che fanno parte del Fondo Dantesco della nostra biblioteca. Al valore delle edizioni di per sé, si aggiunge quello delle numerose provenienze illustri, che arricchiscono i volumi sotto forma di ex libris, note di possesso, semplici timbri, o sotto forma di postille e 3 anche lunghe note manoscritte. Le provenienze permettono l’identificazione virtuale dell’esemplare nel contesto storicamente preciso di una biblioteca o di una raccolta. Quel che più importa è che le tracce di possesso sono segni di letture lasciati da lettori e sono pertanto testimoni del continuo interesse e fascino nei confronti della prima corona della letteratura italiana. Coprendo vari secoli e unendo bibliofili e studiosi danteschi non soltanto dall’Italia, le provenienze formano un tappetto simile a quello stellare del Paradiso. E poiché spesso molte di loro non sono percepibili al visitatore, nascoste come sono tra le pagine del testo o nei contropiatti del volume, è utile a questo punto qualche osservazione più specifica. Una delle prime edizioni a stampa della Divina Commedia, la famosa edizione del 1487 (la seconda illustrata dopo l’edizione di Firenze del 1481), appartenne al 1 5 ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano monastero camaldolese di San Mattia di Murano, com’è provato dalla nota manoscritta: “DAnte del Monasterio di S.to Mattia di Murano” (foto 1). Il convento, fondato quasi sessant’anni prima della nascita dello stesso poeta, fu tra i più imponenti e antichi monasteri di Venezia. Edoardo Barbieri ha discusso il contenuto e l’importanza della sua biblioteca in più di un contributo (Produrre, conservare, distruggere: per una storia della biblioteca di S. Mattia di Murano, in Ateneo veneto 185 (1997), p. 13-55; Morfologie del libro in un monastero camaldolese del Quattrocento: il caso S. Mattia di Murano, in Il libro nella storia, Milano, 2000, p. 1-115). La corporazione religiosa venne soppressa dai francesi durante le guerre napoleoniche, ma la copia della nostra biblioteca si trovava in verità già nel 1760 – per motivi ignoti – in possesso dell’avvocato piemontese Casimiro Donaldi (nota di possesso all’inizio del Purgatorio “Casimiro Donaldi Torinese Baccalare nell’una, e nell’altra legge l’anno della nostra salvazione giusta l’Era volgare MDCCLX”), che alla fine del Settecento pare fosse il proprietario della villa “La Tesoriera”, vicino a Torino. La prima edizione della Divina Commedia in volgare a cura di Pietro Bembo, stampata da Aldo Manuzio il vecchio nel 1502, reca invece l’ex libris araldico inglese della tenuta di Syston Park, Lincolnshire, la cui biblioteca, formata da Sir John Thorold (17341815) e suo figlio Sir John Hayford Thorold (1773-1831) fu considera- 47 6 ta una delle più imponenti collezioni inglesi sette-ottocentesche, soprattutto per l’abbondanza di edizioni aldine (cfr. William Y. Fletcher, English Book Collectors, Londra, 1902). La nostra copia fu molto probabilmente rilegata proprio da Sir Thorold, decimo baronetto di Syston Park, e si presenta in una bella legatura amatoriale ottocentesca inglese in pieno vitellino con il delfino e l’ancora aldina impressa in oro ai piatti (foto 2). Della biblioteca, che fu dispersa in asta nel 1884 presso Sotheby, Wilkinson & Hodge (The Syston Park library: catalogue of an important portion of the extensive and valuable library of the late Sir John Hayford Thorold), esiste un solo disegno noto (foto 3) eseguito attorno al 1824 da Thomas Kearnan (fl. 1821-1850) e raffigurante una sala enorme, incastonata di librerie fino al soffitto, arricchita da sculture e busti con il nobiluomo seduto alla scrivania che conversa con la moglie mentre il figlio legge. Un altro aristocratico intel- lettuale inglese ottocentesco molto interessato di cultura e letteratura italiana – in primis di Dante – fu lord George John Warren Vernon, quinto barone Vernon (1803-1866; foto 4). Vernon conosceva molto bene la lingua italiana grazie ai numerosi viaggi compiuti sin da bambino in Italia con lunghi soggiorni a Firenze. I codici e le rarissime edizioni a stampa della sua biblioteca dantesca ebbero grande fama. Considerato tra i maggiori studiosi danteschi dell’epoca e avendo lavorato assieme a Antonio Panizzi, Vincenzo Nannucci e Pietro Fraticelli, Vernon procurò l’edizione di diversi inediti danteschi. Curò Le prime quattro edizioni della Divina Commedia letteralmente ristampate (Londra, 1858, Biblioteca di via Senato), con dei famosi facsimili delle prime quattro edizioni a stampa. Viene però ricordato soprattutto per L’Inferno di Dante Alighieri disposto in ordine grammaticale e corredato di brevi dichiarazioni (Londra e Firenze, 1858-1865, Biblioteca di via Senato), una monumentale opera riccamente illustrata in tre volumi sul testo del codice Riccardiano che fu condotta in venti anni di preparazione. La nostra rarissima prima edizione in spagnolo dell’Inferno, a cura dell’arcidiacono di Burgos, Pedro Fernández de Villegas (1453-1536) e stampata su commissione di Giovanna d’Aragona (Giovanna la Pazza) nel 1515 a Burgos (foto 5 e 6 con frontespizio e stemma di Giovanna d’Aragona), reca l’ex libris della biblioteca del lord inglese. La rarità dell’edizione è dovuta alla presenza di trattati 48 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 Nerli poi Cardinale, dettate da esso circa l’1658 al Can.o Matteo Strozzi, e giungono fino al principio del Canto 22° del Paradiso”. 2 estranei alla Commedia, che contribuirono alla messa al bando dell’opera. A Vernon, socio corrispondente dell’Accademia della Crusca, appartenne anche una delle due copie conservate presso la nostra biblioteca della Commedia dell’Accademia della Crusca, del 1595. Il secondo esemplare nella variante con 6 pagine di errata-corrige e il fascicolo Nn ricomposto, in otto carte e non quattro, era stato prima nella biblioteca del cardinale Francesco Nerli. La copia completamente interfogliata contiene note manoscritte e postille ai margini del testo sotto il titolo di “Osservazioni di Mons.e Francesco Lettore e studioso di Dante fu anche Sir Charles Harry St. John Hornby (1867-1946), fondatore nel 1894 dell’Ashendene Press, che insieme alla Kelmscott Press di William Morris, alla Doves Press e alla Golden Cockerel Press fa parte del cerchio ristretto ma eccelso delle più note “private presses” inglesi a cavallo del millenovecento. Una quarantina di edizioni – tutte rigorosamente stampate nel torchio a mano e adoperando il carattere Subiaco, ispirato al primo tondo usato in Italia – furono pubblicate tra il 1895 e il 1935. La sua Divina Commedia (Chelsea, The Ashendene Press, 1902-1905) in edizione limitata, con iniziali rubricati e cento illustrazioni derivati dall’edizione del 1497, è universalmente considerata un cimelio d’arte tipografica insieme al Chaucer della Kelmscott Press. A questo punto non stupisce di ritrovare nella nostra copia della Commedia di Antonio Zatta (Venezia, 17571758), che appartiene alle edizioni più ricche d’illustrazioni settecentesche, l’ex libris del tipografo inglese (foto 7). Questo del resto è molto bello perché raffigura l’arte della stampa con il torchio a mano. La prima edizione della Vita nuova di Dante Alighieri (Firenze, Bartolomeo Sermartelli, 1576) con timbro monastico sul frontespizio reca sul verso l’ex libris del bolo- ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 49 gnese Ferdinando Belvisi (fl. 17911825), che contribuì a rendere illustri i suoi concittadini pubblicando nel 1791 presso Giambattista Bodoni gli Elogj d’illustri bolognesi con un previo ragionamento su questa spezie d’odierna e nel 1825 presso Nobili di Bologna un Elogio storico del pittore Lodovico Caracci. Dopo la sua morte, la biblioteca venne venduta nel 1847 a Parigi presso Silvestre. L’imponente presenza di provenienze celebri in alcune copie vede talvolta diventare l’esemplare più importante della stessa edizione. Cosa che vale sicuramente per la copia dell’Amoroso Convivio del 1531 presso Sessa di Venezia. L’esemplare di questa quarta edizione reca gli ex libris araldici del marchese Francesco Riccardi de Vernaccia (1794-1845), del conte e avvocato Camillo Gustavo Galletti (1805-1868) e del barone francese Horace de Landau (18241903) (foto 8). Il banchiere de Landau, stabilitosi a Firenze su incarico di James de Rothschild e responsabile anche per l’introduzione di una moneta unica nel neofondato Regno d’Italia del 1861, fu soprattutto un appassionato bibliofilo. Acquistò nel 1879 una grande parte della biblioteca di Galletti, probabilmente anche per evitare che la libreria fosse dispersa. La biblioteca Landau costituì una delle biblioteche più ricche in Europa, poco inferiore di numero alla biblioteca di Aby Warburg con 65.000 titoli. «Collezionava tutte le specie di libri che i bibliofili del suo tem- 9 po desideravano possedere, in particolare libri a stampa del XV secolo» (Rudolf Blum, La Firenze bibliotecaria, in Bibliofilia 102:3 (2000), p. 268). Il catalogo a cura del bibliotecario di Landau, Franz Roediger, fu pubblicato in due parti nel 1885 e 1890 sotto il titolo Catalogue des livres manuscrits et im- primés composant la Bibliothèque de M. Horace de Landau. Ancora più imponente si dimostra il caso per la copia dell’edizione della Commedia stampata presso Nicolini da Sabbio e Sessa nel 1564. L’edizione già di per sé 8 ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 51 4 vanta celebrità, poiché fu curata da Francesco Sansovino. Per la prima volta unisce il commento quattrocentesco di Cristoforo Landino a quello di Alessandro Vellutello del 1544 e contiene il grande ritratto in cornice di Dante al frontespizio, di tradizione vasariana, la cui presenza porta all’opera la denominazione “del Gran Naso” o “del Nasone”. Il filone delle straordinarie provenienze di questo esemplare continua poi con le firme di Anatole France, Anna de Noailles, Maurice Barrès, Lucien Corpechot e Marcel Proust, che lasciano senza fiato, a prova del fatto che la lettura della Divina Commedia fu fondamentale per l’avanguardia intellettuale francese a cavallo del Novecento (foto 9). Nella Recherche non mancano i riferimenti a Dante, ad esempio quando il protagonista parla dei colori che Dante presta al Paradiso e all’Inferno in relazione ai piaceri della lettura e alle proprie sofferenze: «des gens étaient assis dans un salon de lecture pour la description duquel il m’aurait fallu choisir dans le Dante tour à tour les couleurs qu’il prête au Paradis et à l’Enfer, selon que je pensais au bonheur des élus qui avaient le droit d’y lire en toute tranquillité, ou à la terreur que m’êut causée ma grand-mère». Le allusioni all’affare Dreyfus che politicamente divisero la Francia per decenni, contribuiscono al valore storico delle note manoscritte. Non dimentichiamo che 7 la copia in seguito passò nella biblioteca del noto diplomatico americano Robert Woods Bliss (18751962). L’uomo di stato repubblicano, destinatario di numerosi incarichi importanti, fu insieme alla moglie Mildred Bliss (presente anche il suo ex libris) importante collezionista di arte bizantina e precolombiana. La loro casa Dumberton Oaks Research Library and Collection con più di 200.000 volumi appartiene oggi alla Harvard University. Non ci resta che augurare una piacevole visita, sicuri come siamo che la bellezza dei testi e delle tirature, accompagnate dal valore storico dei singoli volumi provocheranno al visitatore esperienze memorabili. 52 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 BvS: rarità per veri bibliofili Elena Mezzadra e quella Città del Sole ammantata di notte La splendida legatura opera di Devauchelle su disegno dell’artista CHIARA NICOLINI N ei due anni in cui ho lavorato alla Biblioteca di via Senato ho visto libri che – citando il celebre monologo di Rutger Hauer in Blade Runner – «voi umani non potreste immaginarvi». Quando ho iniziato, conoscevo bene l’arte dell’illustrazione inglese, ma non avevo mai sentito parlare né di François-Louis Schmied, né dell’“imbullonato” di Depero, né di molti altri straordinari artisti del libro e libri d’artista che, soprattutto a vederli la prima volta, sembrano oggetti provenienti dal Paese delle Meraviglie. Né avevo dimestichezza con le legature francesi del XX secolo, che si rivelano in tutto il loro splendore solo ed esclusivamente dopo avere estratto il libro, prima dalla custodia, e poi dalla chemise. La mia catalogazione giornaliera era dunque fonte inesauribile di apprendimento e incanto, e ricordo benissimo vari momenti di rapimento, come quello in cui mi trovai di fronte a una legatura di indescrivibile bellezza (Fig. 1), creata da uno dei più celebri legatori francesi del XX secolo, Alain Devauchelle, su disegno di una delle più importanti tra le artiste italiane contemporanee: Elena Mezzadra. Non a caso, l’opera fu esposta al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano nel 1993. Il libro era un in-4to alto e snello, spesso poco meno di due centimetri, che recava al dorso del- LA FORMA È SOSTANZA, MEZZADRA IN MOSTRA ino al 28 ottobre, la Fondazione Bandera per l’Arte di Busto Arsizio (VA) ospita “La forma è sostanza”, una grande mostra dedicata al lavoro di Elena Mezzadra. Trenta tele di grandi dimensioni, quasi cinquanta incisioni (tra acquetinte, acqueforti e puntesecche) e una selezione delle sue più interessanti opere scultoree, raccontano l’esito più recente della sua trentennale ricerca, sempre astratta ma mai informale, sulla luce e sul colore. www.fondazionebandera.it F la chemise in marocchino blu scuro il titolo, impresso in oro, La Città del Sole. Quando lo estrassi dalla sua custodia rivestita di carta marmorizzata nera e con i profili in marocchino blu scuro, e poi dalla sua chemise, realizzata con gli stessi materiali, mi trovai di fronte a un disegno che sembrava rappresentare il sorgere della luna dietro a una struttura frastagliata – forse le vette di una catena montuosa, forse le frange di una nube strappata dal vento, forse la cima di un albero stilizzato o il sollevarsi di onde impetuose. Non conoscendo allora l’arte astratta di Elena Mezzadra, cercai di capire che cosa quelle forme geometriche potessero rappresentare nel contesto di un’immagine che era senza dubbio un paesaggio notturno. Che si tratti davvero di un cielo notturno, nonostante l’artista si sia raramente avvicinata al figurativo, me lo ha confermato proprio lei un paio di giorni fa al telefono, durante una piacevolissima conversazione nella quale mi ha anche rivelato di avere eseguito due diversi bozzetti – ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 53 1 uno con il cielo notturno scelto, e uno con un cielo diurno – ispirati al fatto che Campanella, in quanto astronomo, doveva avere un intenso rapporto con la volta celeste. Il disegno per il giorno era su fondo chiaro e aveva un aspetto più vivace. In entrambi i casi, l’artista si adoperò per trasfondere la sua arte pittorica a un manufatto che sarebbe stato realizzato con materiali ben diversi da quelli della pittura. Il merito della riuscita va naturalmente in parte a Devauchelle, che, grazie all’uso alternato di vitello e marocchino, seppe rendere con insuperabile maestria l’intersecarsi di piani trasparenti e fluttuanti con zone di colore compatto che è proprio dell’arte di Elena Mezzadra. I dipinti della Mezzadra, ma anche le sue incisioni, hanno un effetto ipnotico: si potrebbero guardare per ore, perché il palesarsi al- 54 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 2 l’occhio di tutte le forme angolari e di tutte le talora impercettibili variazioni di colore che li compongono è lento, graduale e ricco di imprevedibili rivelazioni. L’andamento di queste geometrie colorate, il loro sovrapporsi le une alle altre, le trasparenze di alcune – splendidamente definite da Elena Pontiggia «pura cartilagine luminosa» – e la compattezza di altre, le improvvise sferzate inferte da linee acuminate, la carezza di certi quadrati evanescenti, il sussulto provocato da una lama di rosso acceso, la depressione di certi cupi angoli blu, il sollievo degli squarci luminosi, la potente energia vitale che anima queste opere, tutto questo provoca moti dell’animo infiniti perché l’oggetto della visione non si esaurisce mai in una forma riconoscibile e definitiva, come invece accade nell’arte figurativa. Nella legatura di Devauchelle, la vellutata profondità del cielo notturno è resa con un lembo di liscio vitello blu scuro disseminato di punzonature argentate a simulare le stelle, ed è messa ancor più in risalto dalla scabrosità del lembo di marocchino di colore uguale, ma di diversa tonalità, posto alla base della legatura. La mezzaluna al piatto posteriore è fatta con polistirolo espanso trattato. E le forme fluttuanti sono intarsi di vitello in varie ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 55 sfumature d’azzurro che si alternano a intarsi in marocchino rosso, grigio e nero. Gli intarsi in vitello traducono perfettamente la «pura cartilagine luminosa» delle opere pittoriche di Elena Mezzadra. I risguardi della legatura, in pelle scamosciata blu e quindi sfocati all’occhio, creano un piacevole contrasto con la definizione del disegno di copertina. Il libro, unico al mondo, protetto da questa mirabile legatura è un’edizione della Appendice della Politica detta La Città del Sole di Tommaso Campanella pubblicata in Alpignano dall’illustre editore Alberto Tallone, che ne terminò le stampe il 14 settembre 1983. Si tratta della copia numero 1, dedicata ad personam a Giacomo Lodetti e impressa su carta Duchêne, di una tiratura limitata a 256 copie, di cui 246 stampate su velina avorio di Arches, sette su carta vergata al tino Duchêne, e tre sulla meravigliosa carta giapponese “Torinoku Kozu”. L’edizione fu composta a mano con i tipi tondi corpo 14 di C. Garamont. La legatura fu commissionata dallo stesso Lodetti. Elena Mezzadra ha anche illustrato, con incisioni all’acquaforte e all’acquatinta, vari libri in edizione limitata, tra cui Sette poesie e una frase – tre acqueforti di Roberto Sanesi ed Elena Mezzadra (Milano, Edizioni Lo Sciamano, 2003), e L’Altro Empireo di Umberto Eco, impresso a Santa Lucia ai Monti (Verona) da Alessandro Zanella nell’estate del 1998. La Biblioteca di via Senato possiede la copia n. 51 di quest’ultimo (la cui tiratura è limitata a 100 esemplari), nella sua legatura editoriale in cartone rivestito di carta a mano blu con inserti vegetali. Per questo spassoso testo di Eco, tratto dal Diario Minimo del 1963, la Mezzadra realizzò una testatina e un finalino, che con le loro forme semicircolari cingono idealmente il contenuto del libro, e un’ampia illustrazione centrale (Fig. 2), incisa all’acquaforte e all’acquatinta – una deflagrazione di spesse linee nere, con un riverbero di leggere intersezioni tondeggianti e, in basso a destra, una forma rossa che assomiglia a una freccia. Quando ho chiesto a Elena Mezzadra se quella freccia avesse un significato, mi ha risposto che la nostra vita è disseminata di frecce che ci indicano la strada, o che ci portano direttamente verso qualcosa, perché in qualche parte dell’universo è predisposto così. 56 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 57 BvS: rarità per veri bibliofili L’arte della legatura del bibliofilo Vittorio Scotti Curiose annotazioni in un manoscritto inedito di fine Ottocento ARIANNA CALÒ manuali di storia della legatura non sono certo rari negli scaffali di qualsiasi biblioteca o di un appassionato bibliofilo. Ben più raro è ritrovare tra altri volumi, camuffato da una perfetta confezione libresca, un quaderno manoscritto di fine Ottocento che ricostruisce le tappe di questa branca della bibliofilia, dispensando curiosità e notizie insolite. È il caso di Cenni storici e considerazioni intorno all’Arte della legatura di Vittorio Scotti, conservato nel Fondo Antico della Biblioteca di via Senato. Datato al 1890 e in perfette condizioni, il quaderno si presenta legato in tela cerata verde con impressioni dorate al piatto anteriore, racchiuse da una cornice lineare; all’interno, una piccola targa in cartoncino testimonia del conferimento a Vittorio Scotti, bibliofilo, di una Medaglia d’Argento, mentre 125 pagine fitte di una curata grafia contengono il testo. Poche, a ora, le I Frontespizio del quaderno manoscritto di Vittorio Scotti, 1890 informazioni su Scotti: fu libraio a Milano, stimato bibliofilo, ma soprattutto collezionista di memorie del teatro drammatico italiano; raccolse autografi, ritratti e caricature, fotografie, ritagli di giornali e di riviste, bibliografie di autori e attori, opuscoli; di questi si conosce la consistenza più o meno esatta: «circa 600 […] (saggi e studi drammatici) fra i quali parecchi rarissimi... distribuiti in n. 16 registratori», come dichiarava lo stesso Scotti in una lettera del 1930 indirizzata a Francesco Fedele, Direttore Generale della Siae. L’intera collezione venne lasciata da Scotti alla Siae tra il 1925 e il 1926, e l’intero apparato documentario rimase per lungo tempo chiuso in casse, fino a quando, solo nel 1930, venne individuata a Roma nel Palazzetto del Burcardo la sede per ospitarla. Gli opuscoli furono invece ceduti per un modesto importo corrisposto poco prima della loro consegna, nel febbraio 1930. Sorprende notare come questo quaderno sia sfuggito alla donazione fatta dallo stesso Scotti alla Società degli Autori; probabilmente il quaderno ebbe diverso destino rispetto agli altri documenti perché donato da Scotti a una “diletta Nina”, come annotato nella dedica in antiporta: «quest’unico esemplare d’una sua opera inedita, non perché si lusinghi ch’essa sia per lei argomento di amena lettura, ma nella certezza di offrirle un potente antidoto per le notti insonni e un pronto e innocuo surrogato ai più efficaci narcotici... umilmente dedica e consacra, il suo Vittorio». Il testo manoscritto non venne edito (non esistono copie censite, infatti) anche se curiosamente presenta una suddivisione interna molto simile a un qualsiasi testo pensato per la stampa: contiene infatti una Prefazione, un Dizionario di termini notevoli inerenti l’arte della legatura, una Storia della legatura suddivisa in quattro capitoli corredati di note a cui seguono una bibliografia, un repertorio dei principali legatori e un elenco di amatori e collezionisti di legature. Lo scritto di Scotti non manca di un certo carattere pioneristico: 58 compilato sul finire dell’Ottocento, in un periodo in cui «in quei pochi libri, specialmente francesi, che portano riassunti storici, o monografici intorno alla legatura, si lamenta ad unanimità la mancanza di una storia ragionata e completa di quest’arte non a torto tenuta dai più in poca considerazione», la sua dissertazione potrebbe costituire un vero e proprio precedente. la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 Lo stesso scrittore si lamenta delle difficoltà della sua impresa, insite non tanto nella vastità dell’argomento, quanto nella scarsa reperibilità di testi in materia di legature; eppure, da attento esperto e collezionista, non manca di fare continui riferimenti ai più aggiornati testi, repertori, cataloghi e riviste provenienti dalla Francia e senza alcun corrispettivo in italiano. Partendo dal principio che l’evoluzione del gusto in materia di conservazione e affinamento estetico dei libri è chiaro segno di avanzamento e «progresso dell’umana cultura», Scotti traccia un abbozzo della storia della legatura, in cui il racconto storico, narrato a volte con piglio erudito, è inframmezzato da arguti commenti e celebri esempi: lo sguardo sull’aspetto esteriore del li- ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 59 A sinistra: estratto dal Dizionario dei legatori in coda al quaderno. A destra: dedica dell’autore in antiporta, 1890 bro si apre con il primo esempio di legatura di pregio, individuata nei codici delle Pandette di Giustiniano, conservate presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze, che a sua volta, oltre alla ricchezza dell’ornamento, diventa esemplificativa di un certo rigore e di una certa pesantezza delle prime difese dei libri, capaci di diventare pericolose per l’incolumità del lettore, come in un aneddoto riguardante Petrarca, ferito gravemente dalla caduta di un testo di Virgilio. La strada verso la piacevolezza estetica incontra nel corso del XVI secolo il celebre bibliofilo Grolier, i cui libri, secondo Vigneul-Marville, «non mancano di nulla. Sono tutti con dorature di una delicatezza che invano si cercherebbe oggi, e negli scomparti delle coperte vi sono diverse figure ben disegnate ed egregiamente dipinte». La celebrità del collezionista francese è alla base di una riconosciuta e incontrastabile superiorità d’Oltralpe nell’amore e nella cura per i libri, che supera le pur notevoli edizioni coeve di Aldo e Elzevier; ma per timore «che mi si faccia carico di una certa gallomania», Scotti non tralascia di appuntare altri esempi celebri di legature europee dello stesso periodo, come il Golden Manual of Prayers della regina Elisabetta I, interamente «foderato di lamine d’oro massiccio portanti sopra un lato il giudizio di Salomone, sul- l’altro il serpente di bronzo circondato dagli Israeliti, portato dalla sovrana appeso ad una catenella d’oro alla cintura». Meno gloriose sorti toccano all’arte legatoria italiana, non certo per mancanza di abili artigiani e maestri rilegatori: il periodo trionfale del Rinascimento è riassunto nella legatura anonima di un Missale Romanum stampato a Venezia nel 1505 da Antonio de Zanchi, venduto a un’asta londinese nel 1868 per l’allora considerevole cifra di 2.500 franchi, di altissimo valore estetico «da bastare essa sola a dimostrarci, quand’anche non ci fossero altre prove, che solo all’incuria dei governi e allo scarseggiare dei bibliofili disposti a non risparmiare sul prezzo, devesi attribuire la decadenza della legatura in Italia». 60 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 Estratto dalla chiusa del testo, in cui Scotti sottolinea il taglio non enciclopedico del suo scritto Nel Seicento trionfano oltralpe i ferri a pizzo di Gascon e dei suoi allievi, unici artigiani a cui è concesso di trasgredire dall’editto di Enrico III del 16 settembre 1677, che proibiva le gare d’ostentazione di ricchezza tra i nobili, mentre a partire dal secolo successivo vengono meno stili e forme definite, fino al contemporaneo «ciondolio poco dignitoso per il decoro dell’arte […] dovuto in gran parte alla mancanza dello studio e delle scuole speciali per i legatori». Scotti cita ed elenca spesso esemplari provenienti da biblioteche pubbliche, ma dedica un intero capitolo alle meraviglie custodite nelle raccolte di privati collezionisti: nel 1890 erano già sufficientemente noti i grandi nomi della bibliofilia europea, di molti dei più celebri si erano già disperse le biblioteche, mentre solo pochi nuovi appassionati si fanno conoscere («temo che ben presto il nome del Barone di Rothschild diventerà leggendario»). Tra i volumi posseduti dal mar- chese Alexandre de Ganay sfilano Augustin Du Seuil, Luc Antoine Boyet, Padeloup, fino a Thibaron-Joly e Trautz-Banzonnet, aggiunti a esemplari di vero pregio, come un Evangelo di Carlomagno, in folio, negli annali della legatura per le sue coperte in smalto, oro e pietre preziose. Simili rarità anche nella biblioteca di Charles Brunet, dispersa in cinque riprese dal 18 al 30 maggio 1868, in cui si conservavano libri appartenuti a Grolier, Francesco I, Enrico III e Caterina de’ Medici, e che ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano in virtù delle splendide legature consegnano agli eredi del libraio l’allora impensabile cifra di 300mila lire; tra i volumi di Victor Deseglise, il romanzo Jeune France di Theophile Gautier è invece esempio di una legatura «in istile cattedrale, così chiamata da Champfleury […] così da far credere che tutte quelle colonnette e balaustre e ogivali fossero eseguite da qualche artista abitante nei pressi di una chiesa del XIII secolo». Nel novero dei bibliofili rientrano anche gli italiani Tommaso Maioli e Demetrio Canevari, oltre alla contessa di Verrua, amica del Re di Sardegna, che raccolse con molto discernimento artistico una ricca biblioteca, in questo molto più da encomiarsi di Madame Du Barry, che «non trovando il tempo di leggere, si accontentava di far legare un certo numero di libri mettendoci in bella mostra le sue armi gentilizie». Ma se già nell’Ottocento le trasformazioni delle tecniche di stampa hanno fatto del libro non più un oggetto di lusso, ma «un arnese neces- sario all’istruzione delle genti», anche la legatura preziosa, in seta, velluto o cuoio a colori, deve per necessità segnare il passo verso una veste più solida e pratica: ed ecco ripresi da Scotti i più moderni consigli di Octave Uzanne per la mezza legatura, «robusta ed elegante insieme», uniti alle raccomandazioni dei librai sui migliori modi per conservare i libri. Se Alexis Monteil, redattore de Le Livre, raccomandava «di tanto in tanto una nota elegante ed artistica nelle vetrine», con la decorazione manuale dei dorsi dei volumi, Scotti ribatte con lo stile di Amand, che alla miniatura sostituiva l’impressione; ancora, il consiglio di Jules Richard, che in piena moda ottocentesca, esaltava le proprietà di una buona doratura, «la quale, oltre a preservare, per la compattezza che dà ai fogli, i libri dalla polvere, può anche sfidare impunemente l’ingiuria distruggitrice del tempo». Un elenco di pareri, dunque, ma chiuso dalle parole di Wolowski, l’ultima citazione che «dovrebbe es- 61 sere il Vangelo degli amatori di raccolte librarie: la legatura deve essere ricca senza ostentazione, solida senza pesantezza, sempre in armonia con l’opera che deve conservare, di una gran finezza di lavoro nei più piccoli dettagli, con linee nette e disegni ben compiuti». E se è vero che i giornali hanno ucciso le pubblicazioni di una certa importanza, rendendole inaccessibili ai più, sarebbe da biasimarsi, chiude Scotti, «che i Signori, i Magistrati che occupano le più alte cariche dello Stato, così come la Casa regnante […] non avessero a formarsi una biblioteca degna del loro nome e del posto che occupano in società, perché i nostri figli non abbiano a fare un confronto troppo schiacciante per noi, misurando l’attività e la passione per l’arte dei tempi di Francesco I e Diana di Poitiers, con l’epoca presente, così proclive alla smania dell’ammassare sostanze ed onori più o meno ben guadagnati». ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano 63 l’Erasmo: pagine scelte Matita rossa e blu per Dante Rebora postilla la “Divina” Il tormento della lettura “inciso” sui fogli dello Scartazzini-Vandelli ROBERTO CICALA I l vocabolario aspro e tagliente e le metafore ardite con cui la critica ha collocato alla base del Novecento letterario italiano l’opera del milanese Rebora (la sua vita, iniziata nel 1885, s’interrompe nel 1957 sulle rive di Stresa) si fondano potentemente sulle suggestioni dantesche. Si pensi alla rappresentazione metaforica della città, Milano, nei Frammenti (due versi fra i molti: «E spràngan le soglie nell’arido giro / Del losco sfasciume») per mezzo di quei connotati sonori e petrosi che Dante aveva usato per Malebolge. Non serve, tuttavia, la sola formazione umanistica a spiegare quest’influsso; l’Alighieri non è una semplice fonte: è una lettura costante nel tempo, tanto da assurgere a Dante Alighieri, Divina Commedia, ediz. di G.A. Scartazzini – G. Vandelli, Hoepli, Milano 19228, postillata da C. Rebora: Paradiso, fine del canto XXXII e inizio del canto XXXIII. Stresa, Archivio Generale Rosminiano modello letterario e ancor più spirituale in tutta la creazione poetica reboriana, investendo anche le opere dell’ultimo periodo, quando la parola umile e timorosa del poeta infermo s’innesta sulla verità della Parola rivelata. Ne sono testimonianza le differenti e tormentate postille autografe, a penna o a matita, che hanno consunto gli spazi nell’interlinea e nei margini di una Divina Commedia conservata nell’Archivio Generale Rosminiano di Stresa. Queste chiose personalissime sono caratterizzate semanticamente dalla diffe- Roberto Cicala (Novara, 1963), laureatosi proprio con una tesi su Dante in Clemente Rebora, si è lungamente occupato del poeta milanese, curandone antologie e volumi di saggistica critica. È docente di Editoria presso l’Università Cattolica di Milano, ma il centro della sua attività resta la sua città natale, dove è presidente del Centro Novarese di Studi Letterari e direttore editoriale della casa editrice Interlinea, da lui stesso fondata nel 1991. renziazione dei colori usati: sia penna a inchiostro nero sia lapis, nero ma anche di colore rosso e blu grazie all’uso della tipica matita da correzione degli insegnanti, impiegata con un curioso significato cromatico, rispettivamente positivo e negativo (una simile varietà cromatica si rileva nelle annotazioni a un messale, pubblicate in facsimile dalla Libreria editoriale Sodalitas di Stresa nel ’90). Si tratta di annotazioni che seguono il dibattimento interiore del poeta creando in molti casi nodi interpretativi, soprattutto per la frequente sovrapposizione di segni, correzioni, rimandi o di intere postille senza chiaro riferimento a uno o più versi del poema. Alle chiose si sommano cartigli anch’essi manoscritti (oltre a ritagli di giornale, come un elzeviro di Pastonchi su Francesca da Rimini), inseriti di rado ma a ragion veduta tra le pagine del volume, che rivela segni di frequentissimo uso, tanto da essere stato rilegato ex novo già al tempo di Rebora, con qualche rifilatura di 64 troppo, come spesso avviene, che ha troncato le parole più ai margini; non soltanto per curiosità, occorre segnalare che l’edizione della Commedia è quella commentata dallo Scartazzini e rivista per l’ottava edizione dal Vandelli, pubblicata a Milano da Hoepli in terza tiratura, ulteriormente riveduta e corretta nel 1922. Sopra: Dante Alighieri, Divina Commedia, ediz. di G.A. Scartazzini– G. Vandelli, Hoepli, Milano 19228, postillata da C. Rebora: Paradiso, canto XXXIII, vv. 3-31. Stresa, Archivio Generale Rosminiano A destra: Clemente Rebora giovane la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 Se alcune postille, testualmente esplicative, si possono far senz’altro risalire a un utilizzo didattico e letterario (Rebora insegnò, tra l’altro, all’Accademia Libera di Cultura e Arte di Milano intorno al 1929 e al ginnasio del Collegio Rosmini di Domodossola nel 1933-34), molte altre chiose attestano un continuo uso personale e meditato del poema dantesco come viatico alla piena conversione di fede, anche consuetudine, conforto, alimento di un sempre più mistico approfondimento. Un termine di paragone sono i messali del poeta rosminiano, similmente postillati, anche se è la Com- ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano media che potrebbe rivelarsi il primo vero tramite con cui egli giunge al «grande codice» della Bibbia. Sfogliarne l’edizione significa accorgersi di un crescendo di tensione fino al canto più tormentato dalle postille, il XXXIII del Paradiso: nei margini troviamo concetti e idee che sostanziano molte opere della Sopra: Dante Alighieri, Divina Commedia, ediz. di G.A. Scartazzini – G. Vandelli, Hoepli, Milano 19228, postillata da C. Rebora: Inferno, canto XXVI, vv. 98-128. Stresa, Archivio Generale Rosminiano A destra: Clemente Rebora sacerdote, Stresa, Archivio Generale Rosminiano 65 tarda maturità di Rebora. Per segnalare una sola prova, registriamo che a fianco del verso dantesco dedicato al «termine fisso d’etterno consiglio» la tormentata scrittura reboriana annota spunti in seguito ripresi nel noto inno L’Immacolata e in altri componimenti: «Per te, com’Eva si risolve in Ave, / in Amor Roma suo mister rivela, / dov’è materna Chiesa che dà pace». Il celebre esordio messo in bocca a san Bernardo, «Vergine Madre, figlia del tuo figlio», è sottolineato in penna nera e compreso, con una grande freccia e con un vigore che non ha riscontri nelle altre postille alla Divina Commedia, entro due cerchi concentrici in matita ros- 66 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 A sinistra: Clemente Rebora, Per Ezra Pound, autografo conservato fra le pagine della Divina Commedia postillata. Stresa, Archivio Generale Rosminiano A destra: Messale romano, postillato da C. Rebora: Domenica I d’Avvento, p. 188 e Venerdì dopo la Domenica di Passione, p. 490. Stresa, Archivio Generale Rosminiano e dall’«alto mare», tutti sintagmi e versi significativamente annotati nel canto infernale, il XXVI, in cui Ulisse rievoca il «folle volo». Quando l’eroe classico inizia il suo racconto, Rebora rimarca in un margine superiore: «l’io al posto di Dio», pur dopo aver postillato che «Dante riconosce e apprezza, come è giusto (gratia non destruit) i doni superiori dell’intelletto e della volontà, ma sente e addita la responsabilità davanti a Dio (e agli uomini) nel loro uso e fine (cfr. oggi in tutti i campi!)». sa, usata nei passi dove il postillatore avverte una presenza positiva, divina. Qui arriva addirittura a ricoprire di quel colore, e così unire, le parole iniziali dei versi 1 e 2: «Vergine… umile…» e questo centro di gravità spirituale è unito, con una freccia, all’annuncio dantesco di «quella che può aiutarti» fatto al v. 148 del canto precedente, nella stessa pagina del volume; mentre un’altra freccia cromaticamente infuocata rinvia allo spazio tipografico delle note di Scartazzini e Vandelli dove giganteggia, sempre in rosso, il titolo di «Immacolata Concezione» scritto per attestare una presa di coscienza e un’adesione a un dogma ecclesiastico tanto caro agli anni della sua conversione. Soprattutto è rilevante, al v. 2, «alta» sottolineata con un cerchio e con la chiosa: «alto volo, destino nostro divino, non folle volo». Mettendosi in dialogo e talvolta anche in contrapposizione con gli altri commentatori, fin dagli stessi Scartazzini e Vandelli, Rebora ha una comprensione del poema dantesco non solo intellettuale e letteraria, bensì proiettata verso una vera e propria metánoia, che prende le mosse proprio dalle «tante fiamme» In un canto dove l’uso della matita blu è prevalente – colore usato per segnare il peccato come esistenza senza Dio –, per riquadrare i tre celebri versi 118-120 viene usato invece il rosso: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza» (corretto in «conoscenza»), con richiami al secondo e terzo libro della Genesi e con una lunga postilla a «semenza»: «= Dignità della natura umana (ma a immagine di Dio!). Però per il guasto originale: miseria dell’uomo! Invece grandezza del cristiano: Agnosce, christiane, dignitatem tuam! Vermi nati a formar l’angelica farfalla». ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano Qui Rebora legge Dante in una chiave letterariamente acritica, tentando quasi di battezzare il mito classico di Ulisse. E l’attenzione reboriana a questa contrastata figura, letteraria e metaforica, è documentata da altre postille, anch’esse sorprendentemente indicative e ancora inedite, consegnate a un’edizione Zanichelli del 1926 dell’Odissea nella traduzione di Ettore Romagnoli. Già nel canto iniziale, in margine alla versione «lungi vagar lo fa dalla patria», il poeta annota: «via smarrita di Dante» e «Ulisse è l’umanità…»; mentre al piede di un pagina del canto XXIII si legge «Guai se impera Afrodite senza Artemide!». Riaprendo le pagine del canto XXXIII del Paradiso, sopra «termine fisso», oltre all’aggiunta «da Eva ad Ave», si può notare una freccia che indica questa postilla: «predestinata da Dio ab aeterno a esser Madre del Redentore e quindi = la donna = Beatrice = madre dei “Redentori”!». In questa chiosa sembrano coagularsi la visione di Clemente Rebora circa la presenza femminilematerna che salva, in una prospettiva psicologica e spirituale che dalla madre reale conduce a quella celeste anche attraverso la sublimazione delle figure di donne, Sibilla Alera- 67 mo e Lydia Natus, amate dall’uomo Rebora-Ulisse in gioventù. Non è perciò senza significato che l’«Amore che muove il sole e l’altre stelle» torni due anni prima della morte come citazione al centro della poesia dedicata da Rebora a Ezra Pound, Da eterna Poesia a noi vien Dante… Un testimone ricorda che in quegli stessi anni, nella sua stanza ingombra di libri e tipici foglietti d’appunti, egli teneva sul tavolino «un grande volume del Paradiso di Dante sempre aperto alla meravigliosa pagina della Madonna di Dorè». 68 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 BvS: un’utopia sempre in fieri Recenti acquisizioni della Biblioteca di via Senato Da un poemetto cinquecentesco a un’antologia di saggi sul XXI sec. Arianna Calò, Giacomo Corvaglia, Margherita Dell’Utri e Annette Popel Pozzo Alighieri, Dante (1265-1321). La Divina Commedia di Dante Alighieri. Milano, Antonio Vallardi editore, 1965. 3 volumi. Riproduzione in fac-simile dell’edizione Bodoniana stampata a Parma nel 1795. Esemplare 98/875 su carta Ventura. Al colophon del primo volume: «Del presente volume stampato su carta della Cartiera Ventura sono state tirate 875 copie numerate oltre a 10 esemplari fuori commercio presso le Officine Grafiche A. Vallardi in Milano. Milano 1965». Nella tasca al contropiatto del primo volume è inseritoun fascicolo con la nota introduttiva di Angelo Ciavarella con il seguente frontespizio: La Divina Commedia nell’edizione bodoniana del 1795 notizia introduttiva di Angelo Ciavarella direttore della Biblioteca Palatina e del Museo Bodoniano di Parma. Antonio Vallardi 1965 editore in Milano, 18, [6] p. In essa Ciavarella rivela che l’edizione viene data alle stampe in occasione del VII Centenario della nascita di Dante, per il quale viene ridata alle stampe l’edizione bodoniana della Divina Commedia curata da Gian Jacopo Dionisi. Le pagine non numerate contengono una bibliografia essenziale, una riproduzione del Manifesto diffuso dal Bodoni per la stampa di Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso del 15 ottobre del 1793, di una Lettera autografa di G. I. Dionisi a G. B. Bodoni del 24 novembre del 1794 e di una pagina autografa di G. I. Dionisi con le correzioni apportate sopra l’edizione cominiana del 1727: trattasi della prima pagina del canto I dell’Inferno. [Anonimo]. Compendio di alcune curiose particolarità della vita, e della morte di Volterro. Tradotto dal francese prima edizione. Como, Francesco Scotti, 1783. Opera di anonimo autore del tutto sfavorevole alla figura di Voltaire. Nella prefazione a p. 5 si legga: «Tra tutti gli Autori, che la Irreligione ha prodotto nel mondo, alcuno gloriare non si può di avere portato la empietà al più alto grado, quanto Volterro: pressoche tutte le opere sue, altrettanti altari sono al libertinaggio, all’indipendaenza innalzate, ed al materialismo”. Voltaire era morto alcuni anni prima, nel 1778. Boissy d’Anglas, François-Antoine, conte di (1756-1826); Calonne, Charles-Alexandre de (17341802); Lally Tollendal, Gérard Trophime de (1751-1830); Mounier, Jean Joseph (1758-1806). Observations sur l’ouvrage de m. de Calonne, intitulé: De l’état de la France, présent et a venir; et à son occasion, sur les principaux actes de l’Assemblée nationale; avec un postcrit sur les derniers écrits de MM. Mounier et Lally. Par m. Boissy d’Anglas, députe du Département de l’Ardèche, à l’Assemblée nationale. Parigi, Le Boucher, 1791. L’opera del giurista e politico francese Boissy d’Anglas, forte oppositore dell’assolutismo, è la più famosa confutazione alla clamorosa pubblicazione politico-economica di De Calonne, ex ministro delle finanze di Francia (1790). Questi, fedele alla corona francese, durante il suo mandato e nel tentativo di risollevare le finanze del regno, capitolò su una tassa patrimoniale, rendendola proporzionale ai redditi fondiari, senza esenzioni o privilegi. Latifondisti, clero, nobiltà e opinione pub- ottobre 2010 – la Biblioteca di via Senato Milano blica gli furono contro. Ritiratosi in Inghilterra, pubblicò alcuni provocatori scritti politico-economici sulla situazione francese. L’Etat de la France è un dettagliato resoconto sulle scelte e le spese, a suo avviso sbagliate, dell’Assemblea Nazionale. L’esemplare posseduto è legato con un riassunto a stampa di De l’état de la France di De Calonne, edito da Laurent nello stesso anno 1791. Grassi, Giuseppe (1883-1950). Elogio storico del conte Giuseppe Angelo Saluzzo di Menusiglio scritto da Giuseppe Grassi. Torino, Domenico Pane, 1813. Esemplare con la dedica dell’Autore. L’edizione contiene un Catalogo delle opere edite, ed inedite del signor conte di Saluzzo suddivise in Edite e Opere inedite, ed in qualche parte imperfette. Giuseppe Angelo Saluzzo di Monesiglio (1734-1810) fu noto per la sua teoria del flogisto e per le ricerche internazionali sul salnitro. Gregory, Tullio; et al. (a cura di). XXI Secolo (Vol. I: Norme e idee; Vol. II: Comunicare e rappresentare; Vol. III: Il mondo e la storia; Vol. IV: Gli spazi e le arti; Vol. V: Il corpo e la mente; Vol. VI: L’universo fisico). Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2009-2010. Nuovissima opera che affronta le grandi e complesse tematiche del terzo millennio attraverso numerosi saggi e monografie scritte da grandi specialisti dei relativi settori. Completano l’opera numerose illustrazioni e tavole fuori testo. Jacquier, François (1711-1788) Nuovo trattato della sfera. Paler- mo, Stamperia Reale, 1784. Vignetta calcografica al centro del frontespizio recante due puttini col compasso tra una sfera armillare e una mongolfiera del pittore e incisore siciliano Melchiorre Di Bella (Ciminna, 1739-1802; pronipote di Stefano della Bella). In fine una tavola sinottica ripiegata con diverse tabelle dei climi, tavole della grandezza, rivoluzione e distanza dei pianeti e tavola dei nomi dei venti e dei punti della bussola. Si tratta di un’opera divulgativa edita anonima, attribuibile a padre Jacquier, francescano, matematico e fisico francese e commentatore di Newton, docente di matematica al Collegio Romano, sotto forma di dialogo su sfera, globo terrestre, poli, zodiaco, astri, e luna. Di Bella fu autore dell’unico disegno della Specola di Palermo. Lazzarini, Domenico (16681734). Ulisse il giovane tragedia dedicata all’illustrissimo, ed eccellentissimo sig. Girolamo Ascanio Giustiniani patrizio veneto figliuolo dell’eccellentissimo sig. Girolamo procurator. Padova, Giovanni Battista Conzatti, 1720. Prima edizione di questa tragedia che ebbe grandi lodi e altrettanto grandi censure, e che venne parodiata da Zaccaria Valaresso. L’esemplare contiene una tavola parzialmente ripiegata e incisa in rame non facente parte dell’edizione con il ritratto dell’Autore dell’opera, Domenico Lazzarini. La tavola è incisa a Roma da Bartolozzi su disegno di Campiglia ed è di almeno un ventennio circa successiva. Il nome dell’Autore si rileva in calce alla dedica e alla lettera da lui indirizzata all’abate Anton Maria Salvini. 69 Manzoni, Alessandro (17851873). Nozze Donà - Anti. XI Maggio MCMXXIX. Vicenza, Tipografia G. Rumor, 1929. Edizione a cura del padre della sposa, Flaminio Anti, che fece ristampare, in occasione delle nozze della figlia Giulietta Anti, la lettera che Alessandro Manzoni scrisse alla figlia Vittoria in occasione della sua Prima Comunione nel giorno 10 aprile 1835. L’autografo della lettera si conserva a Roma, nella Città del Vaticano. Essa fu dono eucaristico al Santo Padre Pio XI presentato a sua Santità dall’arcivescovo di Pisa, il cardinale Pietro Maffi, da parte di donna Matilde Schiff Giorgini, figlia di Vittoria e nipote di Manzoni. Poe, Edgar Allan (1809-1849). Silenzio col testo originale di Edgar A. Poe e la traduzione di Charles Baudelaire a cura di Carlo Ossola. Alpignano, Tallone, 2009. Uno di 145 esemplari su carta Sant’Ilario. Inedita traduzione del racconto Silence di Edgar A. Poe, scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1910 e recentemente ritrovata ad Alessandria d’Egitto. Il volume comprende il testo originale in inglese e la traduzione francese di Charles Baudelaire. Rapin, René (1621-1687). L’importance du salut. Lione, Fleury Martin, 1690. Rara edizione successiva alla prima. Il nome dell’Autore si rileva dal privilegio, dalla approvazione e dalla firma della dedica. Il privilegio rivela anche l’anno della prima edizione che risale al 1675 quando fu impresso dallo stampatore del Re Se- 70 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 bastien Marbre-Camoisy. René Papin fu un umanista e teologo francese, appartenente all’ordine dei Gesuiti. Rapin è tra i protagonisti delle controversie teologiche e letterarie del suo tempo. Le sue Ecloghe sacrae (Parigi, 1659), e il poema Hortorum libri (Parisiis, 1665), gli conferiscono la fama di novello Teocrito. Scinà, Domenico (1765-1837). Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo decimottavo dell’abate Domenico Scinà regio storiografo. Volume I. [- III.] In Palermo presso Lorenzo Dato 1824 [- 1827]. 3 volumi. Palermo, Lorenzo Dato, Tipografia reale di guerra, 1824-1827. Il primo e secondo volume impressi da Lorenzo Dato, il terzo dalla Tipografia Reale di Guerra. Al verso del frontespizio l’indicazione: «Tutte le copie di questa opera, che non sono contrassegnate dalla firma dell’autore si reputano apografe e contraffatte» a cui si affianca una mancata presenza di tale citata firma. Le informazioni sull’Autore indicano che all’inizio dell’Ottocento venne nominato regio storiografo dal re Ferdinando di Borbone, nonché membro perpetuo della Commissione di pubblica istruzione ed educazione in Sicilia, anche partecipando alla stesura della Costituzione siciliana del 1812. Tansillo, Luigi (1510-1568); Franco, Niccolò (1515-1570). Il vendemmiatore, poemetto in ottava rima di Luigi Tansillo; e la Priapea, sonetti lussuriosi-satirici di Niccolò Franco. Pe-king [i.e. Parigi], Giovanni Claudio Molini, 1790. Rara edizione su carta azzurrina di un celebre licenzioso poemetto, poi messo all’indice, del grande poeta rinascimentale napoletano Luigi Tansillo e di sonetti del poeta Niccolò Franco. Nella Priapea, pubblicata nel 1541 e che ebbe immediatamente grande fortuna in Italia e in Europa, l’autore scarica umori biliosi non solo contro i suoi nemici ma contro ogni forma di convenzione. Naturalmente sarà da tener conto che Franco in questo ubbidisce anch’egli alle convenzioni di un genere letterario, che avea proprio in Pietro Aretino il suo maggior autore. Il volume comprende una lunga serie di componimenti poetici in ottave, molto divertenti, ma decisamente osceni. Tucker, William Warren. The Republic of San Marino. Translated by W. W. Tucker, patrician of the Republic. Second edition. Printed for private distribution. Cambridge: printed at the Riverside Press. 1880. Cambrige; Riverside Press; 1880. In antiporta: riproduzione fotografica in b/n della veduta panoramica di San Marino dal Borgo; successiva al frontespizio un’immagine rappresenta San Marino e il Castello; precedente alla p. 1 un’illustrazione che raffigura nel particolare il castello di San Marino; ciascuna illustrazione possiede la propria velina. In fine su due facciate cartina geografica della Repubblica di San Marino in b/n e fuori testo. Tucker, patrizio sammarinese, iscritto all’Ordine Equestre di San Marino, scrisse questa monografia stampata a Cambridge, riprendendo notizie storico-politiche da un libro francese riguardante San Marino scritto e stampato dal Conte De Bruc (nobile sammarinese e Duca di Busi- gnano) a Parigi nel 1876. L’autore ha inoltre soggiornato a San Marino nel 1879 ospite del Segretario di Stato per gli Affari Interni, Giuliano Belluzzi. Prima opera su San Marino stampata negli Stati Uniti, fuori commercio, mentre la prima storia sulla Repubblica in francese è stata pubblicata nel 1827 ed è stata dedicata dal suo autore, Auger St. Hippolyte, l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America. Vamba (1858-1920). L’epitaffio di Francesco Giuseppe 18 agosto 1830-21 novembre 1916. Milano (Firenze), Casa editoriale italiana (G. Spinelli e C.), 1916. Nella letteratura italiana l’epigramma fu introdotto nel XV Secolo da Luigi Alamanni e trovò subito grande fortuna. Nei secoli successivi l’epigramma satirico-politico aumentò i suoi cultori perché esso permetteva lo sfoggio di arguzie e di concetti ricercati, cari al gusto del tempo. Per tutto l’Ottocento, l’epigramma continuò, pervaso sempre da un sottile filo d’ironia. Alla fine del secolo, è noto quello di Edmond Rostand nel suo famoso libro “Cyrano de Bergerac”, dove il nasuto spadaccino, ormai morente, detta a Rossana il suo epitaffio. L’incipit dell’epitaffio scritto da Vamba è per la morte di Francesco Giuseppe d’Asburgo-Lorena: «Qui finalmente giace senza pace Francesco Giuseppe della casa d’AsburgoLorena imperatore degli Impiccati [...]». Nell’epitaffio compaiono i nomi impressi in rosso di tutte le vittime dell’imperatore. Ex libris Joannis Baptistæ Allori al contropiatto con il motto “Altro diletto ch’imparar non provo Alessandro Bronzino Allori 1601”. la Biblioteca di via Senato la Biblioteca di via Senato Milano mensile Milano anno II n.2 – febbraio 2010 to via Sena i d a c e t la Biblio Milano anno II rzo 2010 n.3 – ma Una mostra per Curzio, l’intellettuale arcitaliano Maurizio Serra La XXI Mostra del Libro Antico Andrea Bosco mensile Speciale: la Libreria de’Volpi Annette Popel Pozzo Questo “bollettino” mensile è distribuito gratuitamente presso la sede della Biblioteca in via Senato 14 a Milano. Chi volesse riceverlo al proprio domicilio, può farne richiesta rimborsando solamente le spese postali di 20 euro per l’invio dei 10 numeri. i: l’affaire Pasolin ”, “Petrolioostra e una m e libri di scatti ni la Biblio teca di v Milano ia Senato mensile schero Luigi Mao Tosi e Matte anni , Dopo 30ova bio una nu arte? di Malap no Guerri anno II n.7 – lug lio/agosto 2010 no Bru Giorda I furti di ne Napoleoal Louvre esposti ti Bonfat Chiara La biblio Mario teca di in via SeDe Micheli nato Italo Ma Anna e zza, Matte o Tos Gioxe De Michel i, i I diari de occhi su l Duce: e Gran Cogerarchi nsiglio I libri di ne racc Borges vita e peontano nsiero Matteo No ja e Lau ra Maria ni Con ti Versamento a mezzo bonifico intestato a “Fondazione Biblioteca di via Senato - via Senato 14 - Milano” presso Monte dei Paschi di Siena, agenzia di Segrate IBAN: IT 60 K 01030 20600 000001941807 Nome Cognome indirizzo a cui si intende ricevere la rivista Milano la Biblioteca di via Senato Inviare la scheda di abbonamento unitamente a copia del bonifico effettuato al numero di fax 02.782387. Per l’attivazione dell’abbonamento farà fede la ricezione del fax compilato secondo le modalità descritte telefono mail CF / Partita IVA firma consento che i miei dati personali siano trasmessi ad altre aziende di vostra fiducia per inviarmi vantaggiose offerte commerciali (Legge 675/96) Barri la casella se intende rinunciare a queste opportunità 72 la Biblioteca di via Senato Milano – ottobre 2010 La pagina dei lettori Bibliofilia a chiare lettere Le nostre mostre e i loro cataloghi a Milano e non solo Non vorrei sbagliarmi, ma in occasione della mia visita alla vostra Fondazione, ho sentito parlare di un trasferimento a Prato della bella mostra documentaria che avevato dedicato a Curzio Malaparte e al suo archivio di opere e documenti. Abitando io in provincia di Napoli, e in virtù del profondo legame dello scrittore con Capri - testimoniato ancora oggi dalla splendida villa che lui stesso costruì sospesa sul mare mi permetto di proporvi anche una tappa partenopea della suddetta esposizione. Nell’anno dell’Unità d’Italia, potrebbe anche essere una bella occasione di un rinnovato legame tra nord e sud attraverso la vita e gli scritti di questo splendido “arcitaliano”. Salvatore Di Capua Come avrà visto in questo stesso numero, non sbagliava affatto nel ricordare, e già dai primi giorni di novembre, infatti, la mostra “Malaparte. Arcitaliano nel mondo” sarà ospitata dal Museo del Tessuto di Prato. Ringraziandola della proposta, inoltre, le confermiamo che sarebbe certamente nelle nostre intenzioni il far arrivare anche a Napoli - se non nella stessa Capri un nuovo allestimento della stessa mostra, ma al momento la cosa sembra di non facile soluzione. Per l’individuazione di una cennato e non solo, quindi speriamo fermamente di poter programmare al più presto anche una tappa all’ombra del Vesuvio. Se volete scrivere: [email protected] Tutti i numeri sono scaricabili in formato pdf dal sito www.bibliotecadiviasenato.it sede adeguata e “pronta”, ma anche per le numerose altre richieste che ci sono già arrivate sia da altre città italiane sia da alcune prestigiose sedi europee, Parigi e Berlino su tutte, che stiamo seriamente prendendo in considerazione. L’ipotesi Napoli resta comunque una delle più affascinanti per le ragioni che lei stesso ha ac- Immagino che la vostra prossima mostra “Dante e l’Islam”, così ben presentata da Matteo Noja nello scorso numero della vostra rivista, rimarrà aperta ben oltre i “limiti” dell’anno corrente. Ciò nonostante, per motivi che non starò a elencare, dubito di poter riuscire a passare da Milano per vederla, nei prossimi mesi. Volevo quindi sapere se fosse almeno possibile reperire il relativo catalogo nelle librerie del Paese o, in caso contrario, se fosse prenotabile presso gli uffici della vostra Fondazione. Renata Cipriani Gentile signora Cipriani, il catalogo della mostra Dante e l’Islam, come tutti i cataloghi delle mostre promosse dalla nostra Fondazione, sarà acquistabile presso il bookshop della mostra, secondo gli orari di apertura della stessa. Tutte le nostre edizioni sono, inoltre, distribuite dalla Arnoldo Mondadori Editore, che vanta una rete di distribuzione capillare nell’intero territorio italiano; pertanto le sarà facile reperire il catalogo anche nella sua città.