Biblioteca
Nel proporre la selezione di titoli che seguono, RSP segue i criteri della più vasta copertura a lei possibile dei temi di suo interesse. Tutto ciò che si segnala è
rite­nuto, a vario titolo, significativo per lo studioso di storia politica. La scelta
principale è di prediligere la tempestività nelle segnalazioni e l’essenzialità nelle
argomentazioni per ampliare lo spettro della copertura dei temi. RSP ha tuttavia
pensato che fossero possibili limitate «eccezioni». Sono i volumi inseriti nell’area
«Focus» che la redazione ha ritenuto di segnalare chiedendo al recensore di
espandere la sua analisi, perché ci sono parsi tali da suscitare più ampia discussione. Il sito della rivista (http://www.arsp.it/) ospita inoltre la rubrica «Discussione Biblioteca», dove è possibile leggere eventuali repliche degli autori recensiti, nella prospettiva di allargare gli strumenti utili per il confronto delle idee.
Focus
Daniel T. Rodgers,
Age of Fracture,
Cambridge-London, The Belknap
Press of Harvard University Press,
2011, pp. 352.
Age of Fracture è un libro importante non solo per
coloro che si occupano in modo professionale o per
interesse culturale di Stati Uniti d’America, pur se
la ricostruzione di ciò che è avvenuto nelle strutture profonde del pensiero economico, sociale,
politico, filosofico a partire dagli anni Settanta e
Ottanta del Novecento riguarda fondamentalmente
quel paese. È un libro che tutti dovrebbero leggere
perché ci interroga, prima ancora che come studiosi e storici, come cittadini che vogliono comprendere i mutamenti che stiamo vivendo, in che
modo si è operata una rivoluzione culturale che ha
cambiato le coordinate intellettuali, i paradigmi, le
categorie politiche che avevano retto lo sviluppo
della costruzione dello Stato-nazione e della società negli Stati Uniti e in Europa all’indomani della
Seconda guerra mondiale. Come scrive Rodgers,
«strong readings of society had been one of the
major intellectual projects of the middle decades of
the twentieth century […] twentieth-century social thinkers had encircled the self with wider and
wider rings of relations, structures, contexts, and
institutions» (p. 4). Negli Stati Uniti post Seconda
guerra mondiale, testi, come quelli di C. Wrights
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Ricerche di Storia Politica 1/2014
Mills, White Collar: The American Middle Classes
(1951), di Hannah Arendt, Origins of Totalitarianism (1951), o David Riesman, The Lonely Crowd
(1950), testimoniavano di una riflessione politica
e sociale che cercava di sistematizzare la complessità sociale e politica entro strutture, classi, norme
sociali e politiche.
A partire dall’ultimo quarto del Novecento, qualcosa si rompe, si frantuma, appunto, per
riprendere il titolo del volume. Continua Rodgers,
«one heard less about society, history, and power and more about individuals, contingency, and
choice. The importance of economic institutions
gave way to notions of flexible and instantly acting markets. History was said to accelerate into
a multitude of almost instantaneously accessible
possibilities. Identities became fluid and elective
[…] In the last quarter of the century, the dominant tendency of the age was toward disaggregation» (p. 5).
Rodgers, già autore nel 1998 di un altro libro che ha dominato il dibattito storiografico americano, Atlantic Crossings che metteva in luce la dimensione transatlantica dello sviluppo del pensiero
sociale e politico dei primi decenni del Novecento,
continua a centrare la sua analisi sulla dimensione
del pensiero politico e sociale, concentrandosi sui
testi che hanno alimentato il dibattito pubblico e
intellettuale degli anni Settanta e Ottanta. Come
è stato osservato da altri recensori (Robert West-
brook fra gli altri), l’A. propone una sorta di syllabus in cui troviamo testi che hanno determinato
le coordinate di mutamento del paradigma sociale postbellico: Alvin Toffler, Future Shock (1970),
John Rawls, A Theory of Justice (1971), Clifford
Geertz, The Interpretation of Culture (1973), Robert Nozick, Anarchy, State and Utopia (1974),
William Julius Wilson, The Declining Significance
of Race (1978), Michael Walzer, Spheres of Justice
(1983), Allan Bloom, The Closing of the American
Mind (1987), Judith Butler, Gender Trouble (1990),
Francis Fukuyama, The End of History (1992). A
questa lista bisogna poi aggiungere testi di autori
non americani, ma che per l’A. hanno profondamente influenzato il dibattito americano, a partire
da Sorvegliare e punire di Michel Foucault.
D’altra parte, come si mette in evidenza fin
dall’inizio del libro, ciò che Rodgers vuole raccontare è una «war of ideas» – slogan conservatore
tratto da una frase di Peggy Noonan, nota opinionista del «Wall Street Journal», nonché consulente
di Reagan alla Casa Bianca – non tanto nel senso
di una ricostruzione del conflitto profondo e lacerante fra liberal e conservatori (che pure ha giocato un ruolo cruciale nel determinare i mutamenti
del quadro politico e concettuale contemporaneo).
Come precisa l’A., la sua non vuole essere l’analisi
di un «single movement of ideas that swept everything before it», ma il più ambizioso progetto di
dare conto di movimenti simultanei che hanno riguardato ambiti, discipline, categorie sociali diverse. Per certi versi, riprendendo l’ipotesi che muoveva l’A. nella sua riflessione del 1998, l’obiettivo è
quello di dare conto degli incroci, delle ibridazioni e delle simultaneità di analisi e tendenze che,
complessivamente, avrebbero mutato le coordinate
del pensiero sociale e politico statunitense: «it is
a story of the debates across a half-dozen fronts
through which Americans tried to reimagine themselves and their society» – dalla crisi economica
degli anni Settanta, alla base della rimodulazione
del capitalismo e dei mercati in chiave finanziaria
e globale, al ripensamento del concetto di identità dopo le guerre culturali e le lacerazioni dovute
a un uso assertivo e arroccato delle categorie di
razza e genere, dal linguistic turn a una riformulazione del nesso libertà-obbligazione sia in chiave
di ordine politico interno sia in relazione alle sfide
poste dal crollo del comunismo. Ciò che Rodgers
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mette in luce è come tutto ciò si produca attorno
non a un’idea dominante, ma attraverso «a contagion of metaphors» (p. 10). Così, ad esempio,
le idee centrate sulla supremazia del mercato elaborate all’interno dei dipartimenti universitari di
economia si diffondono nelle scienze sociali; alcuni concetti propri della teoria dei giochi diventano
parte integrante del dibattito pubblico e politico. I
confini disciplinari e gli ambiti concettuali diventano così più fluidi e porosi, in apparente contraddizione con la tendenza alla iperspecializzazione.
È il quadro complessivo che Rodgers offre, più che
l’analisi dei singoli temi, a costituire l’aspetto originale e il contributo più rilevante del libro. Molte delle questioni affrontate – dalla retorica populista che da Reagan in avanti si produce sulla
contrapposizione tra governo e popolo alle guerre
culturali, dall’enfasi sulle virtù taumaturgiche del
mercato alla messa in discussione del concetto di
sorellanza dentro il dibattito femminista, solo per
citarne alcune – sono note e ampiamente discusse.
Nello stesso anno di pubblicazione di questo volume, Tony Judt, sviluppando tesi delineate in un
articolo apparso sulla «New York Review of Books»
nel 2009, analizzava, pur se in un altro contesto
argomentativo, alcune questioni sollevate dall’A.
(Guasto è il mondo, 2010). Ciò che mancava è una
sintesi che, ricostruendo i diversi tasselli e mettendo in luce le reti e le contaminazioni, fosse in
grado di dare conto della portata, ampiezza e pervasività di un vero e proprio cambio di paradigma,
per riprendere l’ipotesi di Thomas Kuhn. Un grande
affresco che, a partire dall’esperienza statunitense,
è in grado di gettare luce sui mutamenti complessivi che hanno riguardato il mondo occidentale (e
non solo) negli ultimi tre decenni.
Non è possibile in questa sede entrare nel
dettaglio dei sette, complessi capitoli, oltre a un
prologo e a un capitolo conclusivo, di cui è composto il libro per la quantità di temi e questioni
affrontati, a partire dal capitolo iniziale che, analizzando i mutamenti della retorica presidenziale,
mette in luce come le categorie e le parole d’ordine che avevano retto la costruzione discorsiva
durante la Guerra fredda vengano spazzate via a
favore di dispositivi narrativi, come quelli utilizzati da Reagan, centrati sull’individualizzazione
dei desideri e delle esperienze, sul sogno americano come espressione del vivere comune. Dalla
riproposizione dell’idea di mercato come concetto
astratto alla rivolta contro l’essenzialismo da parte
di intellettuali afroamericani e femministe come
Judith Butler; dalla riflessione teorico-politica sul
tema della giustizia e della comunità al dibattito
costituzionale promosso dai conservatori intenti
a ripristinare il concetto di «original intent» dei
padri fondatori; dai conflitti sull’uso della storia e
della memoria all’esaltazione del modello liberale,
della fine della storia e della shock therapy come
via obbligata per la transizione dal comunismo
alla democrazia. Sono tutte questioni, queste, che
mettono in luce come si sia operata la frattura dei
sistemi di pensiero e istituzionali a favore di una
visione individualizzata, contingente, fluida e disancorata.
Un mutamento paradigmatico, quindi,
quello che ci propone Rodgers, che non viene messo in crisi neppure dal trauma dell’11 settembre,
che pure sembrava aver riscoperto il valore dei
«common bonds» e della necessità di una nuova
cultura civica. Come mettere insieme i pezzi rimane l’interrogativo a cui l’A. non dà, come è ovvio,
una risposta, anche se appare evidente che è questo lo scopo del suo libro, favorire un dibattito che
sia in grado di individuare nuovi fondamenti del
vivere civico.
Vi sono, tuttavia, tre questioni su cui vorrei soffermare l’attenzione perché meriterebbero di
essere sottolineati dal punto di vista del dibattito
storiografico in particolare. La prima riguarda la
centralità che anche in questo libro appare evidente degli anni Settanta del Novecento come decennio periodizzante, come inizio della frattura. Sono
i conflitti degli anni Settanta (più di quelli degli
anni Sessanta che, come l’A. mette in evidenza, si
basavano sull’utilizzo degli stessi dispositivi concettuali elaborati nei decenni precedenti) all’origine di una serie di cambiamenti nella riflessione,
nelle modalità e nelle pratiche sociali, a partire
dalla messa in discussione del principio di autorità. La seconda riguarda il fatto che l’analisi ad
ampio raggio offerta da Rodgers, mettendo in luce
intrecci e diffusione di metafore, aiuta a comprendere come la caratteristica più significativa della frattura sia la scomparsa della storia, non nel
senso inteso da Fukuyama, ma della storia come
orizzonte concettuale e metodologico. All’interno
del processo di frantumazione, ciò che si produce
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è anche un collasso spazio-temporale che, in nome
della contingenza, da un lato, e dell’universalizzazione di concetti e desideri (libertà, diritti umani,
giustizia) dall’altro, rende la storia inutilizzabile e
schiacciata sulla memoria.
Nella retorica di Reagan «history was ‘a
river’ […] �����������������������������������
History was an unbroken line of reassurance up and down which the imagination
could freely run» (p. 222), osserva Rodgers. Non
solo Reagan rendeva il passato, paradossalmente,
il presente della nazione, entrambi dentro la costruzione di un immaginario rassicurante e pacificatore; non solo sulla storia e sul suo uso venne
combattuta una battaglia tra multiculturalisti e
assimilazionisti, ma in un contesto in cui il tempo
era considerato «penetrabile» – dai costituzionalisti conservatori che in un balzo all’indietro volevano riportare nel presente «the original intent»
dei padri della costituzione, agli economisti e agli
scienziati politici della shock therapy e della transizione «veloce» dai regimi autoritari alla società
di mercato – la storia, come disciplina e come metodo, non serve più se non, appunto, come terreno
di battaglia ideologica e politica.
Terza osservazione: l’A. avverte che è consapevole del limite del suo libro, vale a dire quello
di aver trascurato la dimensione internazionale e
globale di tale dibattito. Auspica, anzi, che ben
presto venga pubblicata una storia globale del pensiero sociale e politico del tardo Novecento. Tuttavia, forse un’attenzione maggiore alla dimensione
globale sia per quel che riguarda le pratiche politiche e sociali sia per quel che concerne la riflessione avrebbe aiutato a individuare quegli elementi
in grado di fornire una risposta all’interrogativo di
fondo: come mettere assieme i pezzi? Anche perché il «globale» si è riversato nelle accademie, negli istituti e fondazioni americane, come dimostra
lo sviluppo degli studi postcoloniali che avvenne
proprio nell’età della frantumazione. È all’interno
di questo filone, attento a una risignificazione dei
concetti di confine e di potere, che si possono intravedere analisi che tendono a individuare nuove
forme di ricomposizione sociale e politica come
pure, a partire dalle pratiche e reti transnazionali
che si sono costruite proprio dagli anni Ottanta, a
riflettere sugli effetti negativi del processo di globalizzazione, sfidando la costruzione egemonica
basata sull’individualismo atomistico e sul mercato
e avanzando una contro narrazione basata sui concetti di solidarietà e di «beni comuni».
Raffaella Baritono
Brendan Simms,
Europe. The struggle for
supremacy from 1453 to
the present,
London, Allen Lane-Penguin, 2013,
pp. 690.
Libro assai discusso nel contesto anglo-statunitense, poco fuori di questo, il lavoro dello storico
di Cambridge è da tanti punti di vista una provocazione. Prima di tutto per l’ampio sviluppo
temporale che prende in considerazione, cioè dalla
caduta di Costantinopoli in mano ottomana sino
ai giorni nostri. Il «lungo periodo» non è un oggetto di moda ai nostri tempi di grande specializzazione, anche perché è obiettivamente molto
difficile dominare la letteratura specialistica che
è disponibile per un arco di tempo così lungo. In
secondo luogo perché cerca di rovesciare uno schema interpretativo divenuto dominante: il primato
della politica interna rispetto alla politica estera
nell’analisi dell’evoluzione dei vari sistemi politici
(un tema assai dibattuto nella storiografia tedesca
degli anni Settanta, su cui Simms si è in buona
parte formato). In terzo luogo perché ha accettato la sfida di una «storia interpretante», cioè una
lettura globale degli eventi di un certo periodo per
ricercarvi un elemento esplicativo unificante.
È riuscito nell’impresa? Francamente la
risposta non può essere completamente positiva,
pur se, a mio modesto avviso, buona parte delle
critiche che il libro ha sollevato sono un po’, come
dire, tradizionaliste.
La tesi che sta alla base di questo lavoro
è in fondo semplice e non nuovissima: l’imporsi
e poi il declinare di una «questione europea» che
muta di connotati negli oltre cinque secoli oggetto
dell’analisi, ma che non tramonta. Al centro di essa
starebbe una «questione tedesca» che si cerca a
volte di espungere e marginalizzare, ma che rimane
sempre il perno attorno a cui ruota la nostra storia.
Per questo si inizia in fondo dall’evento
simbolico che pone l’Europa nella necessità di bat-
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tersi contro un nemico comune, l’espansionismo
ottomano, che, sottolinea Simms, non vuole semplicemente conquistare alcuni suoi territori, ma
subentrare ad essa come potere universale. Questa
l’ambizione dei sultani che conquistano il luogo
simbolico dell’Impero romano d’Oriente per muovere alla conquista di quello d’Occidente. In conseguenza la questione del «Sacro romano impero»
assume da allora una nuova veste e inizia la battaglia per la supremazia di un ruolo quantomeno
di «regia» di un sistema politico europeo unitario,
che diventa necessario per poter affrontare quella
che con termine attuale potremmo definire una
nascente globalizzazione.
Come si vede, la tesi è affascinante e per
certi versi plausibile. Ovviamente nasce, presumiamo, da un’interpretazione del passato alla luce del
dibattito presente sulla debolezza del sistema politico europeo nel muoversi all’interno della crisi
globale in cui siamo immersi. Giustamente alcuni
hanno rivelato che forse l’origine di questo libro
è nel precedente lavoro di Simms del 2001, in cui
denunciava l’incapacità europea (e specialmente
britannica) di affrontare la crisi dei Balcani (Unfinest Hour: Britain and the Distruction of Bosnia,
2001). Rimane il fatto della debolezza di una ricerca quando si parte dalla necessità di dimostrare
una tesi che si è costruita a priori. Non che in
parte questo percorso sia inevitabile, se non si vuol
fare pura erudizione: la ricerca è sempre la verifica di un’ipotesi. Il problema è che bisognerebbe
evitare di chiedere a questi percorsi di diventare
la chiave per spiegare «totalmente» qualsiasi problema ci si ponga.
I critici di Simms hanno avuto buon gioco
a sparare al bersaglio su singoli punti, a partire
dal fatto che siamo dinnanzi alla spiegazione della
storia europea nel suo complesso basandosi praticamente solo su letteratura in inglese e in tedesco,
dunque su un approccio molto connotato sul piano
culturale. Tralasciamo qui di ripercorrere singole
sviste che sono anche comprensibili quando si cerca di dominare un materiale così vasto. Il problema
è più generale, ovvero: come si riesce a dimostrare
una tesi tanto «pesante».
Confesso la mia perplessità sull’uso disinvolto delle citazioni da discorsi di personaggi
illustri. Specie nell’Ottocento e nel Novecento i
protagonisti politici producono ciascuno maree di
interventi del più vario genere e, con un po’ di abilità retorica, si trova sempre la frasetta di questo o
quello che porta acqua al proprio mulino. Se non si
è in grado di mostrare che quella specifica citazione è veramente emblematica di un convincimento
strutturante il pensiero del personaggio richiamato, la cosa perde di rilievo e diventa artificio. E
tuttavia, se si deve fare così per ogni citazione, in
un volume come questo le dimensioni si amplierebbero a dismisura e dunque viene chiesto al lettore
un atto di fede.
Questo però non può essere chiesto allo
storico di professione che legge, il quale comincia
a dubitare della rilevanza dei rinvii nei casi che
conosce e tende a estendere i suoi dubbi a quelli che non conosce. Faccio alcuni esempi. Quando
si legge il quadro che Simms offre delle cause di
scoppio della Prima Guerra mondiale (pp. 292-93)
si è stupiti di come diventi semplice e lineare un
processo aggrovigliato che prese un mese per giungere ad una soluzione (e notiamo che la questione
italiana è buttata lì del tutto superficialmente).
Altrettanto non ci sembra molto convincente che
per sostenere che gli Usa entrano in guerra perché
vogliono esser parte della nuova questione europea, si richiamino traffici tedeschi nella rivoluzione messicana in appoggio a Huerta (p. 289).
Assai criticata è stata la ricostruzione che
Simms fa della crisi degli anni Trenta del Novecento, con la tesi che a crearla fu la distruzione
francese delle banche tedesche in un’ottica di distruzione del dominio tedesco sul centro Europa
piuttosto che la Grande Depressione (pp. 341-42),
così come la asserzione che Brüning sarebbe caduto per la sua incapacità di resistere alla Francia
sulla questione del riarmo tedesco e questo, non la
crisi economica, avrebbe portato al potere Hitler.
Più condivisibile la tesi, certo non nuova,
che alla fine la trasformazione politica post 1945
fosse determinata da «the clash of three Utopias»,
quella democratica, quella comunista e quella
nazionalsocialista, con il fallimento del progetto
hitleriano di unificazione europea sotto il suo dominio (p. 380). Tuttavia anche in questo caso ci
si può chiedere se non sarebbe il caso di chiedersi
se, almeno per la utopia democratica e per quella comunista, non si debbano operare distinzioni
ed analisi al loro interno. Altrettanto più di un
dubbio mi assale circa la asserita spinta europeista
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del 1948, che mi pare Simms sopravvaluti (pp-39798).
Così ci si può chiedere se sia convincente
interpretare la crisi del 1956, sulla cui centralità
è facile convenire, come un momento di rilancio
della frattura all’interno della costituenda unione
europea per la lettura che ne diede la Gran Bretagna, per cui una soluzione «europeista» di quella
crisi avrebbe dato centralità alla rinata Repubblica
federale tedesca, come finirà per fare la Cee.
Un passaggio assai chiarificatore di quanto
la tesi di Simms sia un letto di Procuste in cui costringere la storia del mondo è quando afferma (p.
456) che, nonostante crisi come quella di Corea,
del Vietnam, di Cuba, della guerra arabo-israeliana, «the real prize, however, was always Germany».
Si potrebbe continuare in questa disamina, ma non
avrebbe molto senso. Bisogna invece richiamare la
tesi finale a cui approda Simms. L’Europa ha oggi
necessità di rinascere come elemento importante
del sistema delle relazioni internazionali, ma non
potrà farlo se non riesce a trovare una sintesi fra
potenza economica e potenza militare (e in fondo
è la mancanza per cinque secoli di questa sintesi
che l’ha ridotta così). Ciò sarà possibile solo con
una integrazione fra lo stato che ha la potenza
economica (la Germania) e quello che ha ancora la
potenza militare (la Gran Bretagna).
Lasciamo stare la plausibilità o meno di
questa proposta, e torniamo a occuparci della questione storiografica che questo libro ha il merito
di porre. Infatti, esso è discutibile (molto), ma indubbiamente stimolante e merita un’attenta considerazione. La questione fondamentale è una: si
può davvero ritenere che esista nella storia una
spiegazione «egemone» per interpretarla? Simms
sembra ritenere di sì e, per esempio, afferma che
lo sviluppo di un sistema «democratico» (cioè di
coinvolgimento rappresentativo nella produzione
delle decisioni politiche, anche se non sono questi
i termini usati) dipende in misura determinante
dalle esigenze di una politica internazionale basata sulla competizione totale e dunque sul consenso.
In fondo è una ripresa della tesi weberiana
del 1917-18, ma sconta la mancata presa in considerazione di molti altri fattori. Per esempio la
crescita del ruolo della spesa pubblica e dunque
della tassazione, la nascita del «Kulturstaat», cioè
di un sistema pubblico che pretendeva di gestire
quasi tutti gli aspetti che riguardavano la «civilizzazione», la lotta per la sopravvivenza delle aggregazioni sociali di natura non-statuale (da quelle
religiose a quelle di mestiere) hanno avuto con la
creazione delle moderne forma-partito un ruolo
altrettanto decisivo nella formazione dei sistemi
democratici assieme alle elaborazioni culturali che
hanno stimolato.
I dibattiti di questo tipo possono essere
ampliati. Ciò non viene detto però per svalutare
lo sforzo che Simms ha fatto. Il recupero di una
storia interpretante (e di lungo periodo) è una
sfida a mio giudizio non eludibile e questo libro la
affronta con grande coraggio e con uno sforzo di
ricerca imponente e assolutamente apprezzabile.
Si tratta adesso di far entrare questa sfida nel dibattito storiografico, approfondendo le questioni
che pone, tentando altre strade ermeneutiche. La
questione che ci viene messa davanti circa una
necessaria nuova interpretazione della «questione europea» è cruciale, al di là dell’accettare o
meno che tutto ruoti attorno alla questione tedesca, ma, a mio avviso, riconoscendo che essa è
stata indubbiamente uno dei perni (non il solo)
attorno a cui si è mossa la storia del nostro continente nella modernità.
[Si rimanda al sito della rivista, www.arsp.
it, per eventuali repliche dell’autore].
Paolo Pombeni
Generale
David W. Ellwood,
Una sfida per la modernità. Europa e America nel
lungo Novecento,
Roma, Carocci, 2012, pp. 404.
Gli Stati Uniti e il messaggio «fate come noi»
rivolto agli europei nonché la reazione di questi ultimi nel corso di quello che è giustamente
definito il secolo lungo ovvero il Novecento: è
questo il tema del saggio di Ellwood, «il libro di
una vita���������������������������������������
»��������������������������������������
, come egli dice, che giunge a coronamento di un’attività quasi quarantennale. Anche
se il tema è la proiezione del potere americano
all’estero, non è questo un saggio di politica
estera in senso stretto. Qui infatti vediamo una
società nel suo insieme che si propone a un’altra,
un tema piuttosto frequentato in particolare negli ultimi 20-25 anni, che l’autore ha il merito di
sottrarre alla contrapposizione fra americanismo
e antiamericanismo divenuta nel corso del tempo
sempre più stantia, anche con l’ambizione di dire
qualcosa che potrebbe suonare in larga misura
come definitivo.
La tesi di Ellwood è così riassumibile: da
fine Ottocento l’impulso americano alla modernizzazione dell’Europa si è esercitato con maggiore
intensità in tre momenti: i tre dopoguerra, il periodo successivo alla Prima guerra mondiale, alla
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Biblioteca
Seconda e alla fine della Guerra fredda, all’insegna rispettivamente del fordismo, della filosofia
della crescita, della globalizzazione. Questi tre
impulsi hanno incontrato reazioni differenti da
parte europea. Nella prima fase la fascinazione
si è limitata a componenti che Ellwood definisce
di centro-sinistra tentando semmai di importare
esclusivamente il modello produttivo; nella seconda l’Europa occidentale nel complesso ha accolto
l’appello che proveniva dall’emergente superpotenza americana, più conscia dei propri mezzi e
più determinata quindi, anche perché si è trattato di un cospicuo impegno materiale (accordi di
Bretton Woods e Piano Marshall) nel quale – va
sottolineato, forse con più forza rispetto a quanto
fa l’autore – è presente anche l’America istituzionale oltre che il modello sociale. Gli europei
hanno accolto in particolare la stretta correlazione fra prosperità e democrazia, ovvero fra crescita economica e solidità politica. In altri termini
l’Europa occidentale ha reagito positivamente al
nuovo che veniva dagli Stati Uniti, ma adoperandosi al tempo stesso a non cancellare il meglio
che veniva dalla tradizione. A questo riguardo, in
tema cioè di successo dell’intervento americano
in Europa nel secondo dopoguerra, verrebbe da
aggiungere qualcosa al discorso di Ellwood: il modello americano è stato accolto (con l’ovvia esclusione delle varie sinistre) anche perché al Piano
Marshall si è combinato al Patto Atlantico garantendo un bene da tempo assai carente in Europa
ovvero la sicurezza. Infine nel terzo dopoguerra
il messaggio americano, aderendo in pieno alla
prospettiva della globalizzazione, ha fatto perno
su deregulation, libera competizione, libero mercato. Ma in questo caso quello che un altro autore definisce il nuovo militarismo americano ha
scombinato le carte.
Nel testo l’intervento americano è colto
attraverso l’uso di quello che Joseph Nye ha definito come soft power, ovvero l’insieme delle politiche che inducono gli altri a «volere ciò che gli
americani vogliono» senza ricorrere allo strumento militare; ma possiamo leggere alla luce di tale
concetto tutte e tre le fasi che si sono dette. Per
osservare che cosa? Come il soft power abbia avuto
successo solo quando si è accompagnato all’hard
power fondendosi con esso. Non è avvenuto dopo
la Prima guerra mondiale né per tutti gli anni
Venti e Trenta, quando a Washington non c’era
la minima predisposizione a usare l’hard power. È
avvenuto invece dopo la seconda quando soft power e hard power sono andati assieme per un bel
po’ cioè fino agli anni Sessanta, allorché la leadership americana ha cominciato ad avvertire che
il peso dell’intervento diventava eccessivo mentre
gli europei, chi più chi meno, hanno cominciato
a rivendicare maggiore autonomia abbracciando –
come dice Ellwood – un modello ibrido di modernità fatto di consumismo unito a statalismo. Di
nuovo non è avvenuto dopo la fine della Guerra
fredda quando l’iperpotenza americana non ha
trovato un rapporto omogeneo fra le due componenti, con l’uso dell’hard power che ha scatenato
un’ondata di antiamericanismo senza precedenti,
travolgendo forse in via definitiva il modello americano di modernità. Al riguardo Obama sembra
aver intuito che la sfida americana stava ormai
volgendo al termine e ha inteso scindere modernità da americanizzazione. Ma dal 2007 la crisi
economica, ponendo rapidamente fine all’iperpotenza americana, ci sta facendo assistere – conclude l’autore – al gran finale dell’impero culturale americano. Con le ultime notazioni, assieme al
libro, si chiude il ciclo: la sfida per la modernità
non sembra più prerogativa di uno.
Giampaolo Valdevit
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Meredith Lair,
Armed with Abundance.
Consumerism and Soldiering in the Vietnam War,
Chapel Hill, University of North
Carolina Press, 2011, pp. 296.
Il dibattito sulla guerra del Vietnam è stato di solito definito come l’invasione da parte di una potenza imperialista di un piccolo paese che combatteva
per la sua indipendenza o come lotta per la libertà
contro l’espansionismo comunista (sovietico e cinese). Il libro Armed with Abundance di Meredith
Lair, molto documentato, mette in questione ambedue le tesi concentrandosi sulla macchina organizzativa e tecnologica americana.
I dati sono impressionanti: furono costruiti 12 milioni di metri cubi di case, 100 aeroporti,
700 miglia di strade, 75 di ferrovie, apprestati 8000
letti di ospedale e via dicendo. Dei due milioni e
mezzo di uomini inviati in Vietnam, solo il 25% circa parteciparono ad azioni di guerra. La gran parte dei militari aveva funzione di supporto. Il libro
spiega come questi ausiliari vivevano e soprattutto
consumavano, quali erano le loro funzioni e come
erano strutturati i servizi a loro destinati. I servizi
offerti servivano a mantenere il morale, a motivare
e aumentare l’efficienza militare, a distrarre tutti
questi uomini (e donne) trasportati in una società
e una cultura così diversa e che spesso non capivano le ragioni della guerra; si voleva fare in modo
che i soldati, anche se lontani del proprio paese,
si sentissero vicini almeno nel life style. Il libro si
concentra su come fu gestita quella che l’autrice,
non senza una tragica ironia, chiama la «guerra alla
noia». La sezione dell’esercito Special Services organizzò decine di corsi universitari o di formazione
professionale, si distribuirono decine di migliaia di
radio, giradischi, televisioni, che potevano essere
acquistati con buoni o per pochi soldi agli outlets
(310 nel 1970). Furono costruiti 1500 impianti sportivi, 50 piscine, centinaia di librerie, 38 centri d’intrattenimento, con teatri, cinema ecc. Vennero invitati molti cantanti e attori (circa 3200 nel 1970).
Circa 2000 club, bar, discoteche erano presenti nel 1969, con un grande consumo di alcol, perfino
di marijuana; ogni giorno molti soldati potevano andare in gita alle spiagge. E le aziende americane che
organizzavano le vendite per corrispondenza e che
ottenevano le concessioni trassero grandi profitti.
Venivano pubblicati decine di giornali, riviste, in cui
spesso si cercava di vendere l’immagine della guerra giusta della libertà contro il comunismo (anche
se le più popolari erano le riviste pornografiche).
Tuttavia molti soldati non riuscivano ad
accettare questa immagine di liberatori di un popolo, così povero, che li combatteva con una feroce
guerriglia. In quegli anni iniziò il fenomeno dei
contractors, a pagamento, che diventò rilevante in
Iraq: era finita l’idea di un servizio militare come
espressione di servizio e di senso civico.
Gli ausiliari americani portarono alla moltiplicazione di prostitute, all’aumento del mercato
nero, inflazione, con migliaia di vietnamiti che vivevano solo fornendo loro ogni tipo di servizio.
Naturalmente vi era una forte tensione, irritazione, da parte di coloro che erano al fronte, in
condizioni di vita dure, rischiando la vita, verso gli
ausiliari, che vivevano nel comfort, nelle retrovie,
nonostante vi fosse un certo avvicendamento. Tuttavia tornati a casa, spesso si unirono nelle stesse
associazioni di veterani, per ottenere dallo Stato
vari benefici; per molti quell’esperienza, contro un
nemico mai visto, e vissuta in situazioni agevoli
e sicure, trovò una rielaborazione psicologica, per
andare incontro alle aspettative di sacrifici e atti
di eroismo mai compiuti.
Questa interessante riconsiderazione della
storia di quella guerra forse avrebbe potuto prendere
in considerazione anche come vivevano, come combattevano, come morivano i soldati nei vari fronti
(perirono 58000 americani e un milione di vietnamiti)
e ancora, nonostante i consumi concessi, che effetto
aveva sulla morale e la psicologia dei soldati, sia ausiliari che al fronte, l’opposizione alla guerra in patria.
Giovanni Aldobrandini
Andrew N. Rubin,
Archives of Authority:
Empire, Culture and the
Cold War,
Princeton, Princeton University
Press, 2012, pp. 200.
Sulla base di un’ampia ricerca condotta in archivi
privati e pubblici inglesi e americani, Andrew Ru-
76
Biblioteca
bin, docente di inglese a Georgetown e studioso
del filosofo e sociologo tedesco Theodor Adorno,
offre un prezioso contributo al filone di studi dedicati alla diplomazia culturale della Guerra fredda,
dimostrando come il trasferimento di potere avvenuto tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti all’indomani della Seconda guerra mondiale, non si limitò
alla sfera puramente politico-diplomatica e di sicurezza, ma riguardò anche il mondo della cultura.
Tuttavia, a differenza di altri lavori dedicati alla diplomazia culturale americana durante
la Guerra fredda, Archives of Authority non ricostruisce soltanto i canali e le modalità attraverso i
quali sia il governo britannico che quello americano finanziarono, soprattutto nella prima fase della
Guerra fredda, artisti, letterati, mostre, concerti e
iniziative culturali di vario genere, ma si interroga
anche sul tema più ampio e scivoloso degli effetti
della diplomazia culturale nel panorama letterario
del mondo occidentale e più in generale sui canoni
della cultura occidentale nel dopoguerra.
A partire dal caso di George Orwell e della
sua collaborazione con la sezione segreta del Foreign Office britannico, il cosiddetto IRD (Information Reserach Department), a cui lo scrittore inviò
una lista di presupposti comunisti britannici, Rubin analizza il ruolo e l’attività di organizzazioni
come il British Council e il Congress for Cultural
Freedom, interrogandosi sull’influenza che questi
organismi esercitarono non solo sulla letteratura
anglosassone, ma anche sul pensiero dei filosofi e
sociologi tedeschi appartenenti alla scuola di Francoforte, che emigrarono negli Stati Uniti durante il
nazismo, come Theodor Adorno e Max Horkheimer.
Con una narrazione che in molte parti assume il tono e la cadenza di una storia di spionaggio, il libro dimostra che la pubblicazione e la traduzione in molte lingue delle opere di autori come,
George Orwell, Albert Camus, Richard Wright, Isaiah Berlin, Hugh Seton-Watson, o l’italiano Ignazio
Silone su riviste sponsorizzate e finanziate dal CCF
e dalla CIA, come «Encounter», «Tempo Presente»,
«Der Monat», «Preuves», facilitò enormemente la
loro celebrità, a scapito di altri autori politicamente scomodi o semplicemente non allineati, che furono invece ignorati o demonizzati.
Gli scritti di questi autori, celebrati negli
Stati Uniti come la migliore espressione del pensiero contemporaneo, contribuirono così a creare e
plasmare nuovi canoni letterari e a modellare l’immagine del totalitarismo sovietico in Occidente,
come dimostrato dai famosissimi romanzi di Orwell
La fattoria degli animali e 1984.
Se, come sostiene Rubin, i canoni della cultura non possono essere esclusivamente ricondotti
all’azione dei governi, il libro dimostra comunque
che le logiche della Guerra fredda, soprattutto nella sua fase più acuta che durò fino alla metà degli
anni Cinquanta, condizionarono, manipolarono,
influenzarono la letteratura mondiale, cercando
di renderla funzionale agli obiettivi della politica
estera americana.
Maria Eleonora Guasconi
Dick Van Lente (ed.),
The Nuclear Age in Popular Media. A Transnational
History, 1945-1965,
New York, Palgrave MacMillan,
2012, pp. 280.
Questo importante libro ha per oggetto le immagini
del nucleare che emergono nelle più popolari riviste
illustrate di otto paesi fra il 1945 e il 1965, ovvero fra
lo scoppio delle prime bombe atomiche e la fase nella quale la questione nucleare lasciò il posto ad altri
temi nel discorso pubblico internazionale. Gli otto
paesi comprendono le due superpotenze Usa e Urss,
la Gran Bretagna, protagonista di progetti di ricerca
significativi nel campo, le due Germanie, l’Olanda,
esempio di paese piccolo dotato di un ambizioso programma nucleare, e il Giappone e l’India. Il primo,
superato lo shock di Hiroshima e Nagasaki e le riserve nutrite inizialmente dall’opinione pubblica e dal
ceto politico rispetto a questa sfera, farà dell’energia nucleare una componente cruciale del proprio
processo di modernizzazione; la seconda, abbraccia,
subito dopo l’indipendenza, il nucleare civile come
strumento indispensabile di sviluppo e solo dopo le
tensioni con la Cina nei primi anni Sessanta e il primo test nucleare cinese del 1964 avvia una discussione sull’opportunità di dotarsi dell’arma atomica.
Il libro si sforza con successo di tenere aperto il proprio quadrante in chiave transnazionale e
comparativa, puntando l’attenzione sui flussi di informazioni che circolano entro la comunità scienti-
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Biblioteca
fica internazionale e nei media, attraverso e al di là
dell’assetto bipolare internazionale. Scienziati e media, con le loro rispettive agende, sono due dei quattro fattori attorno ai quali l’analisi ruota, gli altri due
essendo gli investitori, essenzialmente governativi,
nel settore, e il serbatoio di idiomi culturali e pratiche discorsive preesistenti negli immaginari collettivi
delle singole culture nazionali, immaginari ai quali il
discorso pubblico ricorre per elaborare le immagini
su questo tema. Il risultato è una ricostruzione sospesa tra affinità e differenze, temi comuni e diverse
declinazioni a seconda della collocazione del singolo
paese nella mappa geopolitica internazionale, delle
sue condizioni generali e dei suoi piani economici
e politici, delle risorse, in particolare energetiche, a
sua disposizione. Quattro grandi temi attraversano la
narrazione, riflettendo le discussioni rinvenute nelle
riviste: le reazioni a Hiroshima e Nagasaki; le forme
militari e civili-pacifiche della tecnologia nucleare;
la crescita dei movimenti di protesta antinucleari.
In generale domina, specie nel primo decennio, una visione dicotomica del fenomeno, sospesa
tra le preoccupazioni legate agli effetti devastanti dell’utilizzo militare dell’atomo, «considerato
dall’inizio una minaccia per l’intero pianeta», e
l’utopia positiva delle «applicazioni pacifiche» della «fissione nucleare in medicina, agricoltura, ingegneria e produzione di energia» che «avrebbero
beneficato tutta l’umanità» (pp. 1-2). È la rivista
sovietica «Ogonyok» a sottolineare costantemente con particolare forza questo secondo elemento,
contrapponendo senza esitazioni il proprio uso
civile a quello militare statunitense. A sua volta,
«Life» punta dapprima sugli aspetti positivi civili,
in un certo senso anticipando e poi facendosi interprete dell’offensiva eisenhoweriana del peaceful
atom, per poi lasciar trapelare, a cavallo degli anni
sessanta, gli echi delle preoccupazioni che vanno
accumulandosi a livello nazionale e internazionale. Ma è impossibile riassumere nei limiti di una
scheda la ricchezza di indicazioni, metodologiche
e di contenuto, che emergono dal libro. Semmai
c’è da augurarsi di vedere l’analisi allargarsi anche
ad altri paesi, compreso il nostro, e approfondirsi, con un esame ravvicinato, basato su materiali
d’archivio, dei rapporti tra i vari soggetti (governi,
scienziati, media) all’interno dei singoli paesi.
Ferdinando Fasce
Europa
Steven A. Barnes,
Death and Redemption.
The Gulag and the Shaping of Soviet Society,
Princeton, Princeton University
Press, 2011, pp. 352.
Ivan Čistjakov,
Storia di un guardiano del
Gulag,
Milano, Bruno Mondadori, 2012
(cura e traduzione di Francesca
Gori, ed. or. 2008), pp. 234.
Da quando l’Urss è crollata e gli archivi sono stati, in parte, aperti, memorialistica e storiografia
ufficiale si sono confrontati, più spesso scontrati, nell’interpretazione della storia del gulag. Per
limitarci a due opere divenute negli ultimi anni
punti di riferimento di quanti si interessano alla
materia, libro di documenti è la Storia del Gulag di
Oleg Chlevnjuk (2004), incentrata sulla definizione
delle fasi della politica del Cremlino e l’articolazione del sistema repressivo, e incline a accreditare
la sostanziale attendibilità dei dati ufficiali sulle
vittime, che ridimensionano di varie volte le valutazioni della memorialistica. Libro di memorie è
Gulag di Anne Applebaum (2003), la cui scoperta ambizione è di aggiornare Arcipelago Gulag di
Solženicyn attraverso la creazione di una mappa
concettuale che pone al centro le sofferenze dei
prigionieri dei lager, e sullo sfondo le vittime delle altre forme di repressione del regime, e la questione del loro numero. Il lavoro di Barnes prova a
conciliare questi due approcci e analizza «the role
played by Gulag in the Soviet polity» attraverso
le «apparent contradictions» di una storia nella
quale «exploitations, oppression, and mass death
coexisted with reeducation, redemption, and mass
releases» (p. 2).
Memorie dei prigionieri e gli archivi centrali dell’amministrazione del gulag sono integrati
da una ricerca negli archivi del Karlag, nel Kazachstan, uno dei più importanti del sistema concentrazionario sovietico, il cui scopo è di definire
il feedback che spinse i vertici del partito a modi-
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Biblioteca
ficare le strategie di repressione. L’obiettivo della
rieducazione dei prigionieri restò centrale sino alla
metà degli anni Trenta; dopo di allora fu confinato ai documenti interni, nei quali «the failure to
pay adequate attention to educational work itself
could result in severe criticism from the higher
levels» (p. 59). Sebbene la funzione principale di
questa pratica fosse di trovare una legittimazione
ideologica allo sfruttamento dei prigionieri, essa
non mancava di un ruolo pratico. Ogni anno dal
gulag venivano rilasciati circa il 20% dei prigionieri, per lo più criminali comuni, la grande maggioranza delle 18 milioni di persone che negli anni
di Stalin popolarono il sistema concentrazionario
sovietico e l’impegno profuso per abituarli a lavorare all’interno di un collettivo, e a rispettare l’autorità, rispondeva all’esigenza di attuare una forma elementare di difesa sociale. I risultati furono
scarsi. La mobilitazione patriottica dei prigionieri
al tempo della guerra, che Solženicyn nega, ma
che è confermata dai dati sulla aumentata disciplina del lavoro e dalle richieste di invio al fronte,
ebbe poco a che vedere con l’impegno del regime e
fu determinata dalla volontà di partecipare a una
causa nazionale.
Dalla corrispondenza centro-periferia esce
confermata la tesi di Chlevnjuk, secondo la quale
i dirigenti del partito erano consapevoli che «the
Gulag was significantly unproductive per capita»
(p. 129), anche in relazione a un sistema economico che non brillava per la sua efficienza. Il danno
economico era notevole, se si tiene conto che al
momento della sua massima espansione, all’inizio
degli anni Cinquanta, la popolazione di campi, colonie di lavoro e luoghi di deportazione superava i
5 milioni, con un contributo all’economia nazionale che si aggirava attorno al 10%. È comprensibile che i prigionieri, puniti alla minima violazione
delle disciplina, abbiano attribuito al gulag finalità
essenzialmente economiche, di sfruttamento del
lavoro schiavistico, ma l’interrogativo che si pone
all’interpretazione storica riguarda piuttosto le ragioni che impedirono ai vertici del potere di trarre
le conclusioni da quanto scrivevano nei documenti
interni, e riconoscere che il «gulag was a financial
catastrophe for the Soviet state» (p. 39). La
����������
rispos-
ta di Barnes è che, per facilitare la «grande svolta»
degli anni Trenta, «the Soviet authorities attempted with great haste to cleanse the newly emerging
society of the criminals, class enemies and political opponents they believed could contaminate the
new world» (p. 255). �����������������������������
La stessa operazione fu ripetuta al tempo della Guerra con i «popoli nemici»,
minaccia alla ritrovata unità patriottica. Il costo in
vite umane fu enorme (per il solo gulag si aggira
attorno agli 1,6 milioni di persone) ma non rivela
una volontà di eliminazione fisica che giustifichi
analogie con la Shoah. L’interpretazione di Barnes
è convincente: non minimizza le responsabilità
personali, ma coglie la sostanziale debolezza di un
regime impossibilitato a mandare a morte l’enorme
numero di persone internate nel sistema concentrazionario, incapace di rieducarle, inetto, quando,
dopo il 1953, iniziò lo smantellamento del gulag,
a guidare il reinserimento di prigionieri comuni e
politici nella società.
Per comprendere appieno come il gulag
abbia continuato a funzionare per decenni nonostante l’inefficienza e l’assenza di precisi compiti, manca una più chiara cognizione dell’apparato repressivo, del quale conosciamo la struttura,
le dimensioni dell’organico, che nel momento di
massima espansione sfiorò le 400.000 unità, ma
non la composizione personale. L’assenza di memorie e la perdurante inaccessibilità degli archivi
degli apparati di polizia fanno ritenere che la lacuna non sia destinata a essere colmata. Il diario
di Ivan Čistjakov, comandante di una unità armata
del lager della ferrovia Bajkal-Amur, è quindi una
«testimonianza storica unica», come scrive Irina
Ščerbakova nella postfazione all’edizione italiana.
Purtroppo il diario comprende solo gli anni 193536 e il suo autore è un personaggio atipico, con
ambizioni di narrazione letteraria, ben rese dalla
traduzione italiana, costretto a scegliere la carriera
di guardia del gulag per sfuggire all’arresto, dopo
l’espulsione dal partito. Il freddo, la sporcizia, gli
spossanti spostamenti lungo centinaia di chilometri di ferrovie, l’inutile impegno per impedire le
evasioni dei prigionieri, ricorrono ossessivamente
nelle pagine del diario. La disperazione per una
vita che si consuma in un ambiente privo di stimoli, è ingigantita dal disprezzo nei confronti di
colleghi «ignoranti, illetterati, senza cultura», il
cui comportamento lo conferma nel giudizio che
79
Biblioteca
chi «vuole restare nell’esercito» lo fa «perché come
civile è buono a nulla» (pp. 70 e 99). Al confronto desta ammirazione la capacità delle prigioniere
(non dei prigionieri) di formare spontaneamente
un «collettivo di criminali con i propri usi e costumi da ladro» e una gerarchia, in cui «la capo brigata è atamano, pascià, mamma» (p. 65). Čistjakov
non menziona particolari episodi di fanatismo o di
sadismo fra le guardie; è la routine burocratica a
generare eccessi di repressione, ai quali ammette
di non essersi stato sempre capace di sottrarsi. Egli
stesso finì con l’essere travolto da questa banalità
del male. Arrestato nel 1937, morì al fronte nel
1941, dopo aver vissuto una vita che, anche da
uomo libero, aveva considerato una condanna.
Fabio Bettanin
Fabio Bertini,
Figli del 48. I ribelli, gli
esuli, i lavoratori dalla
Repubblica Universale alla
Prima Internazionale,
Roma, Aracne, 2013, pp. 564.
Il volume di Fabio Bertini racconta i molteplici
percorsi che legarono i progetti rivoluzionari eminentemente politici delle rivoluzioni del 1848 con
i programmi di emancipazione sociale che un quindicennio più tardi caratterizzeranno la Prima Internazionale. Tale evoluzione viene analizzata attraverso una attenta e puntuale analisi degli intrecci
tra storie personali e collettive, ma anche tra storie
delle idee e delle ipotesi organizzative. Il volume
descrive sia i dibattiti teorici che animano i diversi
filoni dell’emigrazione politica europea (democratici, anarchici, socialisti, repubblicani eccetera),
sia i processi riorganizzativi dell’azione rivoluzionaria. Inoltre, nel libro viene anche dedicato ampio spazio alle vicende biografiche e intellettuali
di alcune grandi personalità che svolgono il ruolo
di leadership ideologica, simbolica o militante.
In questa prospettiva, il lavoro di Bertini si
presenta non solo come occasione per raccontare e
interpretare in modo originale un universo di processi sociali e politici, ma, come già evidenziato da
Maria Grazia Meriggi nella sua stimolante presentazione che introduce il volume, è anche occasione
paradigmatica per confrontarsi con alcune questioni storiografiche e metodologiche fondamentali.
Infatti, nel libro vengono affrontate problematiche teoriche spesso considerate dicotomiche come
classe/nazione/internazionalismo, questione nazionale/questione sociale, biografie individuali/
storie collettive, ideologie/modelli organizzativi,
micro storia/grande storia, proponendo soluzioni
interpretative innovative.
In particolare, appare stimolante l’analisi
del rapporto tra nazione e classe che nella congiuntura europea post-1848 sembrano essere vissuti dai
protagonisti delle rivoluzioni sconfitte come termini non antitetici. Il lavoro di Bertini evidenzia come
l’anelito patriottico per l’indipendenza nazionale e
l’aspirazione per percorsi di emancipazione sociale vengono vissuti dai rivoluzionari europei come
parte del medesimo processo di liberazione. Al
contempo, dalla complessa interazione tra rivendicazioni nazionali e solidarietà di classe prende anche avvio quel processo di internazionalizzazione
del movimento dei lavoratori di cui la Prima Internazionale emerge come primo momento di sintesi.
Bertini, riesce a raccontare questa storia concentrandosi su una congiuntura decisiva della storia
europea e mettendo in dialogo la storia collettiva
del mondo del lavoro con quella della democrazia.
Bertini situa a Londra lo spazio fisico
principale, dove si dipana questa esperienza di
saldatura tra le diverse emigrazioni politiche e le
avanguardie del movimento dei lavoratori. Infatti,
dopo il 1848, la capitale inglese è il luogo dove una
realtà socio-economica all’avanguardia nei processi di accumulazione capitalista funge da palcoscenico per molteplici intersezioni tra i mille rivoli
dell’universo degli esuli europei, la forza del movimento operaio inglese e le tradizioni sedimentate
del tradeunionismo e del cartismo.
Infine, un ulteriore merito del lavoro di Bertini è l’aver affrontato queste questioni sulla base
di una ricchissima varietà di fonti archivistiche e
coeve ed insieme facendo riferimento ad una vasta
bibliografia. In particolare, si segnala l’uso combinato di fonti interne ed esterne all’universo rivoluzionario, per cui la citazione di riviste radicali si
alterna con l’analisi della stampa quotidiana o il riferimento alle carte diplomatiche del Foreign Office.
Stefano Agnoletto
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Biblioteca
David Childs,
Britain since 1945. A Political History,
London-New York, Routledge,
2012, pp. 500.
È ormai giunto alla settima edizione (uscì la prima volta nel 1979) questo ormai classico volume
di David Childs sulla storia politica britannica dal
dopoguerra ad oggi. Rispetto all’edizione del 2005
troviamo un interessante affresco della più stretta
attualità: le dimissioni di Tony Blair e il governo di
Gordon Brown, la crisi finanziaria esplosa nel 2007
e le sue conseguenze, i problemi legati all’immigrazione e i complessi rapporti con l’Unione Europea,
la nuova special relationship con gli Stati Uniti di
Obama e infine le elezioni del 2010 con la nascita
di un esecutivo di coalizione, il primo dal 1945.
La trattazione, in cui prevalgono le questioni della politica interna, ma con un’attenzione costante alle relazioni internazionali, alle dinamiche
della Guerra fredda e della decolonizzazione, è organizzata attorno ai governi che si sono succeduti
dalla fine della guerra mondiale ad oggi. Del resto,
la relativa stabilità del sistema politico britannico
e dei suoi esecutivi – a differenza, ad esempio, del
caso italiano – viene in aiuto agli storici quando
debbono dare una forma organica e sistematica ai
loro lavori. Nel volume di Childs si incontrano così
i «fine men» (p. 5) del governo laburista di Attlee,
gli uomini dell’austerity e dell’edificazione del welfare State; Churchill e l’amara consapevolezza che
la Gran Bretagna aveva ormai perduto lo status di
grande potenza; poi ancora Macmillan, primo ministro negli anni del grande sviluppo economico e
della affluent society, il governo del laburista Harold Wilson e le tensioni sociali della seconda metà
degli anni Sessanta; la «rivoluzione» thatcheriana
e il nuovo volto del conservatorismo inglese; il New
Labour e i governi Blair, cui sono dedicati ben tre
capitoli; per arrivare infine all’esperimento coalizionista tra conservatori e liberali del 2010, «the
coalition of millionaires» (p. 427) – scrive Childs in
riferimento all’alto numero di ministri provenienti
dall’élite economico-finanziaria.
La struttura del libro e la presenza di brevi
e compatti paragrafi potrebbero far pensare a un
testo di stampo manualistico rivolto principalmente a studenti e giovani studiosi di storia inglese.
Ma se è vero che Britain since 1945 costituisce
un ottimo strumento per chi si affaccia allo studio della Gran Bretagna contemporanea, sarebbe
in verità molto riduttivo considerarlo un semplice
manuale. Non solo, infatti, Childs utilizza, accanto
ad un’ampia bibliografia, fonti primarie che consentono di arricchire e approfondire la trattazione,
ma soprattutto non si limita alla mera narrazione
degli eventi. Analizza in modo critico l’evoluzione
interna ai principali partiti (ad esempio la crisi del
laburismo a partire dagli anni Cinquanta e le sfide
della New Left), descrive il contesto socio-culturale
nel quale sono maturate le grandi trasformazioni
politiche di questi sessant’anni, si sofferma sui
nodi problematici che hanno segnato la storia britannica più recente, dalla questione irlandese al
terrorismo dell’IRA, dalla decolonizzazione al processo di integrazione europea, dalle tensioni prodotte dalla presenza degli immigrati al rapporto
coi paesi del Commonwealth.
È un volume corposo – quasi 500 pagine includendo l’appendice finale – ma grazie alla scrittura piana dell’Autore, alla presenza di numerose,
ma brevi, citazioni che lasciano la parola ai protagonisti rendendo più vivace la narrazione, alla
divisione del materiale in tanti agili paragrafi la
lettura ne risulta tutt’altro che pesante o difficile.
Un bell’esempio di come si possa scrivere un buon
libro di storia politica destinato tanto agli addetti
ai lavori quanto al grande pubblico.
Giulia Guazzaloca
Carlos Dardé,
Antonio Cánovas y el liberalismo conservador,
Madrid, Faes-Gota a Gota, 2013,
pp. 178.
Dopo sei anni di moti rivoluzionari e di stravolgimenti politici – come la rivoluzione del settembre del 1868, la detronizzazione di Isabella II, la
seconda Guerra carlista, la monarchia di Amedeo
I, la Prima repubblica, le insurrezioni degli internazionalisti e dei cantonalisti –, che per alcuni
spagnoli significarono momenti d’angustia e per
altri una ragione di festa, nel 1875 la dinastia borbonica poté rioccupare il trono di Spagna. Da quel
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momento ebbe inizio il regno di Alfonso XII, che
fu regime monarchico di ordine liberale ma non
pienamente democratico, e con esso iniziò anche
la Restaurazione (1875-1921), che pose fine all’instabilità e alla lotta politica scatenatisi nel 1808,
definibile anche come guerra civile. In quel frangente nacque lo Stato-nazione spagnolo nella sua
versione liberale, che portò ad un periodo di pace e
stabilità comparabile unicamente all’attuale regno
di Juan Carlos I.
L’artefice principale della Restaurazione fu
senza ombra di dubbio il politico liberal-conservatore e orginario di Malaga, Antonio Cánovas del
Castillo (1828-1897). Nel 1876, durante un discorso alle Cortes, sarebbe stato lo stesso Cánovas a
descrivere il carattere di quella Restaurazione: «Io
avevo in mente un’idea chiara, un sistema; ed ho il
diritto di riconoscere che quell’idea si sia rivelata
corretta e che questa palpitante verità verrà riconosciuta dalla storia». Guardando ai fatti dalla prospettiva privilegiata della posterità, possiamo concludere che ebbe ragione. La principale causa del
suo successo politico attenne alla superiorità da
lui riconosciuta alla politica sulla violenza. Il regime restauratore poté contraddistinguersi, infatti,
per una grande longevità: durò mezzo secolo e fu
abbattuto solo nel 1923, quando intervenne il generale Primo de Rivera. Per siffatte ragioni Cánovas
può essere considerato uno degli statisti di maggior
prestigio della storia spagnola sino ai nostri giorni.
Carlos Dardé gli ha dedicato una biografia
eccellente, che è al tempo stesso rigorosa e sintetica. L’autore conosce alla perfezione il periodo
della Restaurazione, come risulta evidente in ogni
singola pagina del volume. Dardé è anche autore di
una biografia del re Alfonso XII e ha partecipato ad
una serie di esposizioni di grande qualità – presentate con cataloghi splendidi – dedicate a Cánovas e
al suo principale rivale, Sagasta. Il lavoro di Dardé
pubblicato nel 2003 e intitolato La aceptación del
adversario. Política y políticos de la Restauración
deve altresì considerarsi un testo di riferimento per
l’approssimazione allo studio della Spagna contemporanea. Con il volume Antonio Cánovas y el liberalismo conservador, Dardé è poi riuscito, in poco
più di un centinaio e mezzo di pagine, a ricostruire
la vita di Cánovas, descrivendo, senza cadere in
banalizzazioni o seguendo sentieri già eccessivamente battuti, anche il funzionamento della poli-
tica nella Spagna dell’ultimo quarto del Novecento.
Gli scritti e i discorsi di Cánovas, precedentemente
raccolti in sette tomi di tredici volumi, ci accompagnano in ogni momento della lettura del testo.
Cánovas del Castillo fu di origini modeste
e si dedicò alla politica in giovane età. Negli anni
Quaranta dell’Ottocento aderì al gruppo politico dei
moderati, detti «puritani». I contatti con i progressisti vennero però meno a partire dall’esperienza
rivoluzionaria del 1854. Nel 1864 Cánovas divenne
ministro del Governo nell’esecutivo di coalizione
tra moderati e unionisti presieduto da Alejandro
Mon. In quei sei anni di democrazia si formò definitivamente quel politico liberal-conservatore che
piú avanti avrebbe dato impulso alla Restaurazione, guidando in più occasioni il governo spagnolo,
secondo i dettami politici del chiamato turnismo.
Dardé riconosce a Cànovas una sostanziale onestà
intellettuale, benché ammetta che in alcuni momenti il liberale si sia fatto prendere la mano dai
consigli di seguaci o subordinati.
Ma il Cánovas politico non poté mai nascondere il letterato che fu. Egli fu, infatti, un
instancabile politico ma anche un ottimo storico,
che diresse la Real Academia della Storia fino al
1897, quando un attentato anarchico gli tolse la
vita. Leggendo la magnifica biografia di Dardé è
possibile concludere che il contributo più importante di Antonio Cánovas del Castillo fu quello di
far intendere, per dirlo con sue parole, che «la politica è un metodo di convivenza degli uomini nelle
grandi società chiamate nazioni, e che affinché si
possa realizzare una vita in comunità sono necessari costanti compromessi».
Jordi Canal
Piero Finelli, Gian Luca Fruci, Valeria Galimi (a cura di),
Parole in azione. Strategie
comunicative e ricezione
del discorso politico in Europa fra Otto e Novecento,
Milano, Mondadori-Le Monnier,
2012, pp. 194.
Frutto di un seminario pisano organizzato e diretto da giovani studiose e studiosi, questo volume
82
Biblioteca
cerca di colmare un vuoto della storiografia italiana – perlomeno quella contemporaneistica – nei
confronti del linguaggio e delle sue implicazioni
politiche. Qui non è il discorso politico tout court
a essere al centro dell’attenzione, ma bensì la sua
ricezione, cioè in buona sostanza gli effetti che
esso produce. Che è ambito assai delicato e di non
sempre facile verificabilità. Tanto che anche qui,
come vedremo, non mancano i problemi. Il volume
è ripartito in una serie di interventi di studiosi, in
buona parte italiani, ma aperti a case studies che
spaziano dalla Francia e dall’Italia (i più numerosi)
alla Spagna e alla Germania, in un lasso temporale
che va da dagli anni Trenta dell’Ottocento all’alba del secondo conflitto mondiale. Trattandosi di
linguaggio, di discorso e di retorica, il confronto
interdisciplinare con i linguisti, i filosofi e gli studiosi di letteratura sarebbe d’obbligo, anche se qui
è ospitato solo un rappresentante dei letterati, con
una riflessione di Federico Bertoni sulla teoria della ricezione. Segue, a completare la parte metodologica, il saggio forse più importante del volume,
quello di Lucien Jaume, storico delle dottrine politiche, studioso del discorso della Rivoluzione francese e di Tocqueville. A partire da una brochure a
fini elettorali di François Guizot, piuttosto tarda
nella carriera del politico e storico francese, perché
risalente al 1851, Jaume offre una raffinata lezione
di metodo per la comprensione dei testi politici
e soprattutto degli «effetti di senso», con la tesi
che «l’effetto di senso non sta in ciò che il testo
‘dice’ ma in ciò che ‘esprime’ per la comunità cui si
rivolge e che esso porta immaginariamente inciso
su di sé» (p. 26).
I saggi successivi, benché non privi di riflessioni metodologiche, sono invece prevalentemente empirici: si va dal discorso di insediamento
del presidente del Consiglio Casimir Périer il 18
marzo 1931 (Alain Laquièze) al discorso di Mussolini del 20 settembre 1922 (Joel Hauterbert), dalla ricezione dell’editto di amnistia negli Stati del
papa del 1846 (Ignazio Veca), agli stereotipi della
retorica elettorale liberale nella Spagna di fine Ottocento (Marcella Aglietti) ala ricezione pubblica
del discorso plebiscitario in Germania e in Italia
negli anni Trenta (Enzo Fumiani), fino alle strategie comunicative del famoso discorso radiofonico
del segretario del Pcf Maurice Thorez alla radio nel
1936 (Valeria Galimi); mentre i contributi di Re-
nato Camurri e di Cathrine Brice, pur interessanti,
appaiono piuttosto periferici rispetto all’intento
metodologico del volume.
Pur ricorrendo svariate volte il termine di
«ricezione» e i suoi sinonimi, spesso a una raffinata analisi testuale non consegue un’altrettanta
precisa ricognizione sugli effetti di questi discorsi.
In alcuni casi, infatti, si procede per supposizioni,
in altri, a partire dalla documentazione, si istituiscono dei nessi casuali tra il discorso e i suoi effetti politici non sempre convincenti. Anche perché,
tranne per i periodi molto recenti, è difficile poter
ricostruire nella loro completezza tutti gli elementi del discorso, che non sono solo ciò che il politico
dice, ma come lo dice, dove lo dice, di fronte a
chi lo dice e come l’auditorio che lo recepisce immediatamente interagisce con l’oratore. Problemi
assai complessi e forse insolubili, almeno per i periodi precedenti la Seconda guerra mondiale.
Ciò non toglie che il volume rechi un suo
importante contributo, di cui gli studi successivi
su questi argomenti dovranno forzatamente tenere
conto.
Marco Gervasoni
Ricardo García Cárcel,
La herencia del pasado.
Las memorias históricas
de España,
Barcellona, Galaxia Gutemberg,
2011, pp. 760.
Nel corso dell’ultimo decennio, la Spagna ha conosciuto una vera a propria «ossessione memoriale» e
il numero delle pubblicazioni dedicate alle diverse
memorie traumatiche novecentesche è andato aumentando esponenzialmente. Non di rado i «frequentatori» della storiografia iberica hanno avuto
la sensazione che fossero ripetuti all’infinto i soliti
cliché. Non è sicuramente il caso di questo volume.
García Cárcel, ordinario di storia moderna presso
l’Universidad Autónoma de Barcelona, si confronta
senza timori con un tema di strettissima attualità
e con il pericolo di andare a toccare molti nervi
scoperti, e lo fa partendo da un personale disagio
per quanto sta succedendo nel suo Paese. L’A. ci
offre uno studio ambizioso e ben strutturato. Per il
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Biblioteca
numero delle fonti utilizzate, l’ampiezza dei temi
trattati e il rigore scientifico, in ogni capitolo del
voluminoso tomo il lettore ha la consapevolezza di
trovarsi dinnanzi ad un testo solido e convincente. Merito dell’A. non è solo quello di analizzare la
stretta attualità del tema memoriale in Spagna, ma
di riuscire a inserirla in una riflessione sul lungo
periodo, una riflessione che ancora mancava nonostante le tante pubblicazioni dedicate alla memoria apparse negli ultimi anni.
Il saggio si presenta come una riflessione
ampiamente documentata sui ciclici «sequestri»
della storia da parte di coloro che, alternativamente, si ergono a «guardiani» delle memorie di Spagna. García Cárcel costruisce il suo discorso attorno
a due pilastri. In primis una critica feroce a quello
che chiama un eccessivo «presentismo» praticato
da molti suoi colleghi e, in secondo luogo, la consapevolezza che la memoria è «plurale e oscillante», che è necessario parlare di memorie storiche,
al plurale. Nel primo capitolo (pp. 49-111) l’A. ricostruisce i dibattiti sviluppatisi in Spagna nel corso
degli ultimi anni attorno al tema della memoria
storica; un’attenzione particolare è riservata allo
stretto legame esistente, in qualsiasi epoca, tra
memorie e generazioni. Questo primo capitolo è
un’introduzione necessaria alla lettura dei seguenti. Nel secondo l’A. s’interroga sull’evoluzione dei
miti fondativi della Spagna, molto interessante la
breve riflessione sul destino delle memorie degli
«altri» spagnoli, coloro che sono stati espulsi nel
corso dei secoli dalla comunità nazionale: i mussulmani e gli ebrei (pp. 150-170). La legittimità,
o meno, dei diritti storici sui quali si basa la costituzione del 1978 è affrontata nel terzo capitolo.
Il nucleo centrale del libro è la parte più interessante. Nei capitoli quarto e quinto (pp. 241-356)
si affrontano, infatti, alcuni grandi nodi irrisolti: i
rapporti tra le memorie delle nazionalità storiche
che compongono la geografia spagnola e la persistenza di conflitti dal carattere ideologico che
hanno contribuito a spaccare la società spagnola.
Nel sesto capitolo si elencano le diverse memorie
formatesi dopo la Guerra civile del 1936-1939 e la
lunga dittatura franchista. Gli ultimi due capitoli
(pp. 505-641) sono dedicati ai due grandi flussi di
memorie che si sono delineate dopo la transizione
alla democrazia di fine anni Settanta: una memoria
«soddisfatta», quella dei vincitori e dei conserva-
tori, e una memoria «dolente», quella degli sconfitti del 1939 e degli esiliati.
In sintesi quella di García Cárcel ci sembra
una riflessione rigorosa e quanto mai necessaria,
un’analisi che aiuta ad andare oltre l’idea che le
vicende spagnole possano essere considerate come
un’eccezionalità nel contesto europeo. Siamo davanti a un volume destinato a diventare un punto di partenza per chiunque, nei prossimi anni, si
vorrà ancora occupare di memoria in Spagna e in
Europa. Nel 2012 al volume è stato conferito il prestigioso Premio Nacional de Historia de España.
Enrico Acciai
Jordi Guixé Coromines,
La república perseguida.
Exilio y represión en la
Francia de Franco, 19371951,
València, PUV, 2012, pp. 498.
Il libro in oggetto è il frutto di un lavoro pluriennale e nasce dalla rielaborazione della tesi di
dottorato che l’A. ha realizzato in co-tutela tra
l’Universidad de Barcelona e quella di Paris III –
Sorbonne-Nouvelle. Jordi Guixé è stato, in anni
recenti, il responsabile delle relazioni internazionali del Memorial Democàtic della Gerneralitat de
Catalunya. La natura di uno studio nato a cavallo
tra due storiografie, tra loro spesso anche distanti,
si riflette positivamente sul saggio che siamo qui
chiamati a recensire, dandogli un importante taglio
transnazionale. Il lavoro potrebbe essere diviso in
tre blocchi cronologici corrispondenti a tre differenti fasi nei rapporti tra la Spagna franchista e il
suo vicino francese: la Guerra civile (1936-1939),
la Seconda guerra mondiale (1939-1945) e il dopoguerra (1946-1951). Dalla lettura emerge chiaramente come, nonostante nel corso di quindici anni
si siano alternati diversi interlocutori istituzionali
francesi, i rapporti con il regime franchista siano
sostanzialmente rimasti sempre collaborativi, in
particolar modo per quanto riguarda la repressione
degli esuli spagnoli.
La prima parte del saggio (pp. 29-76) è
dedicata alla costituzione delle agenzie d’informazione e di spionaggio franchiste in Francia a
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Biblioteca
guerra civile ancora in corso. Secondo Guixé ci furono almeno cinque importanti centri informativi
attivi nel sud della Francia già dal 1937, si trattava di strutture in contatto diretto con il quartier generale di Franco. La seconda parte del libro,
costituita dai capitoli II-VI (pp. 77-321), si apre
con un’attenta analisi dei patti diplomatici stretti
tra Spagna e Francia all’indomani della conclusione della Guerra civile che, di fatto, diedero il via
alla repressione franchista in territorio francese.
Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale e
il crollo della Francia, la già difficile situazione
degli esuli spagnoli si fece ancora più complicata. Il periodo più duro fu quello che s’inaugurò
con l’instaurazione del governo di Vichy, quando
la Francia cominciò a cercare scientificamente di
«disfarsi di circa 100.000 spagnoli ostili al regime»
(p. 278). Interessanti le puntuali ricostruzioni dei
soprusi cui fu vittima Manuel Azaña, presidente
della Repubblica sconfitta da Franco (pp. 243250), e della cattura del presidente catalano Lluís
Companys, poi giustiziato a Barcellona nell’ottobre
del 1940 (pp. 250-256). L’A. ci ricorda come per i
franchisti la diplomazia fosse intesa «come un’arma per ottenere un doppio risultato: rafforzare
il regime e annichilare ogni resistenza repubblicana fuori dalla Spagna» (p. 92). L’ultima parte
del volume (pp. 323-473) è riservata ai convulsi
anni del dopoguerra. Dopo alcuni passaggi tesi che
corrisposero con i mesi immediatamente successivi
alla sconfitta della Germania nazista, Franco seppe
abilmente ricollocarsi nelle dinamiche della Guerra
Fredda. Alle tensioni prodottesi a ridosso del 1945
fecero, infatti, seguito una normalizzazione dei
rapporti diplomatici con la Francia e l’emersione di
nuovi «punti di contatto» in funzione anti-comunista (pp. 379-433).
Ci sembra che i meriti principali del volume
siano sostanzialmente tre. Il primo è di non appiattirsi sulle vicende delle vittime, come invece
spesso accade nella storiografia spagnola quando
si è chiamati a confrontarsi con il trauma dell’esilio repubblicano successivo alla guerra civile. Il
regime franchista, sin dai suoi primi passi, iniziò
una sistematica politica repressiva verso chi aveva
scelto la via dell’esilio, e l’A. segue in parallelo le
vicende di vittime e carnefici in una narrazione sicuramente completa. In tal senso desta molto interesse il quarto capitolo (pp. 173-219) interamente
dedicato ai profili biografici di due figure di primo
piano dello spionaggio franchista in Francia: Pedro
Urraca e Víctor Druillet. Il secondo merito riguarda
la capacità di inserirsi pienamente nel dibattitto
storiografico francese più attuale e di individuare
le responsabilità delle autorità francesi ben oltre
il solo governo di Vichy. Infine, Guixé, con la sua
riflessione, ci ricorda come il 1945 non vada considerato come uno spartiacque della storia europea:
le continuità e le persistenze furono molte e questa
riflessione ce lo dimostra brillantemente. L’autore,
grazie a questo saggio, si è aggiudicato la seconda
edizione del premio España y sus Exilios.
Enrico Acciai
Thede Khal, Larisa Schippel
(eds.),
Kilometer Null. Politi�������
sche Transformation und
gesellschaftliche Entwicklungen in Rumänien seit
1989,
Berlin, Frank & Timme, 2011, pp. 488.
Questo volume collettaneo propone una riflessione
sulle molte e diverse sfaccettature della transizione dai regimi comunisti alla democrazia in uno dei
Paesi in cui questo passaggio è avvenuto nel modo
più traumatico: la Romania. I contributi, scritti
da studiosi romeni, austriaci e tedeschi, risultano
alquanto eterogenei per le tematiche affrontate e
per l’impostazione, che varia da saggi scientifici ad
articoli dal taglio più politologico o giornalistico.
La prospettiva adottata si concentra sia sulle trasformazioni interne che sulla proiezione dei
cambiamenti in atto verso l’esterno. Sul mutamento della società romena, della sua organizzazione
e della sua immagine intervengono, ad esempio, i
saggi di Sergei Melcher e Ines Grigorescu dedicati
alla trasformazione urbanistica di Bucarest. Considerando il cambiamento radicale dell’assetto della
città voluto e almeno in parte realizzato da Ceaucescu, l’analisi di come e quanto stia cambiando la
capitale appare un buono strumento per valutare
la transizione. Analogamente indicativa degli effetti del passaggio alla democrazia sull’orizzonte
simbolico della società romena, sostiene George
85
Biblioteca
Bogdan Târa, è la trasformazione del linguaggio
politico, bloccato, durante il comunismo, su una
lingua di legno che attribuiva un valore semantico
filocomunista a vocaboli di per sé neutri. Oltre alla
maturazione di una società slegata dagli schemi
imposti dal monopartitismo, fattore importantissimo risulta essere quello della capacità della classe
politica di superare schemi e modelli del passato.
Viene a questo scopo dedicato ampio spazio alla
delicata questione della trasformazione del quadro
legislativo e giudiziario (nei saggi di Trappe, Ursachi-Grosescu e Alunaru). Il superamento del passato appare non sempre facile, come dimostrano i
numerosi contributi dedicati alla memoria del comunismo, che illustrano la difficoltà a relazionarsi
con quel periodo. Tra essi va segnalata la storia,
ricostruita da Martin Jung, del memoriale delle vittime del comunismo di Sighet, voluto dalla poetessa Ana Blandiana e da altri intellettuali, e rispetto
al quale le autorità romene hanno mantenuto un
atteggiamento inizialmente di disinteresse, se non
di aperta ostilità, per poi passare al sostegno e al
riconoscimento ufficiale solo in tempi recenti. Più
facile, anche se non per questo meno condizionato
dai cambiamenti politici in atto, il rapporto con
un altro passato, quello ben più remoto del tempo
dei Daci, già utilizzato durante il comunismo per
dimostrare l’autonomia della storia romena dall’Occidente e recuperato dopo il 1989.
Relativamente alla proiezione esterna del
Paese, due questioni vengono soprattutto affrontate: quella dei rapporti internazionali dopo la
fine del comunismo e quella dell’immagine esterna della Romania. La politica estera degli ultimi
venti anni è oggetto di un’attenta ricostruzione
nel saggio di Heuberger, che sottolinea la centralità dei rapporti con Unione Europea e Nato nella
ridefinizione della collocazione geopolitica dello
Stato. Il contributo di Avram, invece, si concentra
sull’altro tema caldo del periodo post-comunista:
quello delle relazioni con la Repubblica di Moldova.
Per quanto riguarda l’immagine del Paese all’esterno, appare convincente l’interpretazione di Salden
sulla persistenza degli stereotipi sulla Romania e
sulla popolazione romena, dimostrata attraverso la
lettura della stampa francese e tedesca.
L’interrogativo che sottende i vari interventi, presentato nel saggio introduttivo di Vintilă
Mihǎilescu, riguarda il tipo di transizione che il Pa-
ese ha affrontato. Quanto il caso romeno presenta
peculiarità specifiche e legate alla propria storia,
precedente e contemporanea al regime comunista? Quanto, invece, va inserito nel quadro della
trasformazione in corso in Europa orientale nella
fase di transizione verso la liberaldemocrazia? Nel
tentare di dare una risposta, l’autore riconosce che
una serie di equivoci hanno reso assai complessa la
maturazione di un sistema politico democratico. In
primo luogo, l’incapacità di distinguere tra anticomunismo e non comunismo. La società e la politica
romena hanno perseverato nel proposito di porsi
come rigidamente anticomuniste, in questo modo
però non riuscendo nell’operazione di superamento
del comunismo stesso. Mihǎilescu imputa questa
difficoltà alla presenza di un senso di colpa che il
Paese non sarebbe riuscito a superare: non avendo
avuto alcuna forma significativa di resistenza anticomunista ed essendo l’anticomunismo partito da
un omicidio (quello di Ceausescu e della moglie),
la società romena avrebbe avuto la necessità di
«gridare più forte» il suo anticomunismo, allo scopo di convincersi (e di convincere gli altri) di una
discontinuità che non è fino in fondo plausibile,
né possibile. Gli oltre quaranta anni di comunismo,
sostiene l’autore, hanno infatti profondamente inciso sulla società, tanto che l’illusione di poterli
cancellare riallacciandosi al passato precomunista
sarebbe di fatto impossibile, anche perché implicherebbe il riallacciarsi a una società contadina
arretrata che non esiste più.
Emanuela Costantini
Hiroaki Kuromiya,
Conscience on Trial. The
Fate of Fourteen Pacifists
in Stalin’s Ukraine, 19521953,
Toronto-Buffalo-London, University
of Toronto Press, 2013, pp. 212.
Dopo le ricerche dedicate ai meccanismi di funzionamento del Terrore negli anni Trenta, Kuromiya
(storico giapponese da più di tre decenni trapiantato negli Stati Uniti) rivolge la propria attenzione
agli ultimi anni del potere di Stalin. Con il fine
di indagare i pensieri della popolazione sovieti-
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Biblioteca
ca durante lo stalinismo maturo, l’A. sottopone a
un’analisi quasi microstorica due faldoni contenenti le carte di un procedimento contro quattordici
«avventisti riformati» (così erano chiamati in Urss
gli avventisti del settimo giorno che rifiutavano gli
accordi del 1924 fra la propria gerarchia religiosa
e il potere bolscevico). Questi credenti, contraddistinti da un pacifismo assoluto derivante dalla
fedele osservanza del sesto comandamento («Non
uccidere») e dal riposo settimanale al sabato, erano considerati dissidenti perché teoricamente si rifiutavano di prestare servizio militare e di lavorare
nei sei giorni decisi dal regime. I membri del gruppo, localizzato attorno alla cittadina di Bila Cerkva
nella regione di Kyïv, furono arrestati nel 1952 e
condannati a pene pesanti (dai 10 ai 25 anni di reclusione nel Gulag); gli appelli presentati da alcuni
di loro furono respinti nel 1953 ma, dopo la morte
di Stalin, il procedimento fu rivisto e quasi tutti
riuscirono a tornare a casa negli anni successivi,
anche se la definitiva riabilitazione venne soltanto
con la glasnost’ gorbacioviana. Kuromiya spera che
una lettura intensiva dei documenti individui nelle
carte di questo processo delle «spie» in grado di
svelare qualcosa di più sul loro universo ideale e
valoriale, risolvendo un’impasse della ricerca storica sull’Unione Sovietica: persino la rivoluzione
archivistica del 1991 non ha, infatti, permesso di
supplire alla mancanza di fonti sul mondo interiore
dell’uomo comune sovietico, che era stato abituato
dagli anni di repressioni a non lasciare tracce dei
propri genuini pensieri.
In realtà, ciò che riesce a Kuromiya è
un’eccezionale prova d’abilità nella critica (interna
quanto esterna) dei documenti, che però non può
che ribadire la difficoltà ad afferrare le opinioni
dei cittadini sovietici: egli dimostra come i verbali di interrogatori e processo, scritti dal personale
dello stesso sistema repressivo, siano dei falsi che
dovevano servire al fine dei persecutori, ovvero la
condanna di un’inesistente setta religiosa antisovietica. Il carattere falsificatorio delle carte viene
dimostrato con un puntuale raffronto di tutte le
informazioni e le contraddizioni, fornendo un magistrale esempio di critica documentaria.
La coltre di falsità sarebbe rimasta impenetrabile se non fosse stato per la presenza nei
faldoni degli appelli dei condannati (questi sì almeno parzialmente scritti dalle vittime con l’aiuto
dell’avvocato) grazie ai quali Kuromiya intuisce
come almeno uno dei condannati, Vasilij Belokon’, accusato di essere il principale ispiratore del
gruppo, fosse in realtà un collaboratore dei servizi
segreti. L’esame attento della sua condotta e del
suo appello sembra, infatti, corroborare l’ipotesi
che vedrebbe in Belokon’ un provocatore, di fatto
l’unico nesso d’unione fra gli altri avventisti che
altrimenti non esistevano come gruppo e avevano
anzi tentato di non entrare in conflitto con il potere bolscevico, vivendo la propria religiosità come
un fatto privato (alcuni avevano addirittura prestato il servizio militare). L’impianto accusatorio si
basava sul fatto che non venisse rivelato il ruolo di
Belokon’, che nell’appello cercò di far comprendere
la propria posizione per salvarsi dalla condanna,
pur senza poter rivelare la propria identità.
Se la ricerca di Kuromiya sull’universo
ideale����������������������������������������������
della popolazione sovietica risulta meno proficua di quanto il lettore meno avveduto si sarebbe
potuto aspettare, il libro costituisce un mirabile
esempio di critica e analisi dei documenti sovietici.
Simone Bellezza
Lorenzo Mechi,
L’Organizzazione Internazionale del Lavoro e la ricostruzione europea. Le basi
sociali dell’integrazione
economica (1931-1957),
Roma, Ediesse, 2012, pp. 212.
È ormai un dato acquisito che l’integrazione europea abbia rappresentato un fattore di stabilizzazione economica e sociale dell’Europa occidentale
post bellica. Tuttavia, fatta eccezione per alcuni
studi sul Piano Marshall, non esistono ricerche
che abbiano collocato il processo di unificazione
nel quadro dei tentativi di regolazione pacifica del
conflitto tra capitale e lavoro. È da questa constatazione che parte l’attenta analisi che Mechi dedica
all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL),
creata alla Conferenza di Parigi nel 1919, e inserita
nella Società delle Nazioni (SdN), con la duplice
finalità di assicurare il superamento delle tensioni
sociali e sostenere l’interdipendenza economica e
quindi l’apertura dei mercati.
87
Biblioteca
A dispetto della sua dichiarata vocazione
«mondiale», almeno fino alla metà degli anni Trenta l’OIL fu controllata dagli Stati europei, cosicché
l’attività dell’organizzazione venne indirizzata in
prevalenza verso l’individuazione di forme di unificazione economica del vecchio continente. Durante la Seconda guerra mondiale, l’OIL si schierò a
fianco delle democrazie e il successivo scoppio della Guerra fredda collocò naturaliter l’OIL (che nel
frattempo era divenuta un’agenzia dell’ONU) sul
versante occidentale, come dimostra il suo pieno
coinvolgimento nello European Recovery Program.
Tra i principi sottesi al Piano Marshall vi era la politics of productivity, che aveva favorito il boom economico americano durante la guerra e che era del
tutto coerente con l’obiettivo perseguito dall’OIL
di sostenere la crescita economica attraverso la
collaborazione di classe, così da garantire l’armonia sociale. Nel quadro del Piano Marshall l’Organizzazione cooperò alla gestione dei flussi migratori intra-europei, volti a riequilibrare i mercati
del lavoro nazionali; varò il manpower programme,
un ambizioso piano teso ad aiutare i sedici paesi
dell’ERP a riorganizzare i servizi di collocamento e
le strutture di formazione, selezione e istruzione
dei lavoratori migranti; infine, e fu questo l’ambito
a cui si destinarono le maggiori risorse, l’OIL si impegnò nella formazione professionale, attraverso
numerose e variegate iniziative.
Finalità dell’organizzazione e centralità (non
esclusività, beninteso) delle problematiche europee
giustificano il problema storico affrontato dall’A.
– il contributo di «lungo periodo» fornito dall’OIL
alla costruzione delle basi sociali dell’integrazione
europea – e la relativa periodizzazione, che va dagli anni in cui inizia il collasso dell’assetto internazionale creato a Versailles fino alla nascita della
Comunità economica europea e di Euratom (1957).
Tra i risultati principali a cui approda la ricerca vi
è l’accertamento della continuità nella valutazione
formulata dall’OIL sulle conseguenze sociali causate dall’unificazione delle economie europee. Una
continuità che è chiaramente visibile dal confronto
tra il memorandum del gennaio del 1931 che l’OIL
dedicò alle implicazioni sociali dell’unione doganale prevista dal piano di Unione federale presentato
nel 1929 da Aristide Briand alla SdN e il rapporto
(che ebbe una certa influenza) che l’organizzazione
presentò nel 1956 durante i negoziati per il trattato
di Roma. Alla base di entrambi i documenti vi era
la fiducia nell’approccio liberista e la convinzione
che lo sviluppo prodotto dall’apertura dei mercati
avrebbe di per sé provocato un miglioramento degli standard di protezione sociale all’interno degli
Stati coinvolti nel processo di unificazione. Non era
perciò necessario provvedere a una armonizzazione
sovraordinata, sul piano europeo, delle legislazioni
sociali nazionali. Peraltro, a questa impostazione
non si è caparbiamente mai rinunciato, neppure
nei momenti in cui la crescita economica è risultata fiacca o del tutto assente. Emergono così le
radici di lungo periodo di schemi liberisti che oggi
mostrano la corda, e il cui superamento – come
sostiene Mechi nelle conclusioni al volume – può
effettuarsi attraverso l’elaborazione di politiche sociali europee realmente incisive, accompagnate da
misure a sostegno della crescita e dell’occupazione.
Daniele Pasquinucci
Catriona Pennell,
A Kingdom United.
Popular Responses to
the Outbreak of the First
World War in Britain and
Ireland,
Oxford-New York, Oxford University Press, 2012, pp. 308.
È attraverso una grande quantità di materiale documentario – lettere, diari, memorie, quotidiani,
periodici – che Catriona Pennell, docente all’Università di Exeter, fa emergere la complessità e varietà di reazioni del popolo inglese e irlandese allo
scoppio della Prima guerra mondiale. L’intento del
libro è proprio quello di rivedere le semplificazioni
che a lungo hanno accompagnato la ricostruzione
di quegli eventi: innanzitutto il cosiddetto «war
enthusiasm» che, nutrendosi di un fervido e dilagante jingoismo, avrebbe unito e compattato tutti
gli inglesi a favore dell’intervento e, all’opposto, il
pacifismo e la volontà di «disimpegno» dei nazionalisti irlandesi. Ma le cose furono più complesse e
sfaccettate di così e le reazioni emotive di oltre 40
milioni di inglesi e irlandesi alla dichiarazione di
guerra difficilmente si possono racchiudere entro
«the myth of war enthusiasm» (p. 4).
88
Biblioteca
Certo, una vasta mobilitazione e un forte
sostegno popolare alla decisione del governo di dichiarare guerra alla Germania ci furono e le folle
esultanti per le strade di Londra e davanti a Buckingham Palace la sera del 4 agosto 1914 ne erano
una prova evidente; ma ad animarle non era il fervore nazionalistico o l’eccitazione bellicista, bensì
la consapevolezza della grave violazione commessa
dai tedeschi invadendo il Belgio neutrale. La guerra, complice anche la campagna propagandistica
messa in atto dal governo, apparve subito alla
maggior parte dei britannici come «a war for the
defence of civilization against German ‘barbarianism’» (p. 35). E tre, secondo l’A., furono le motivazioni con cui inglesi e irlandesi accettarono e
giustificarono l’intervento militare del loro paese:
la Germania, che con la sua politica aggressiva già
da tempo minacciava la pace in Europa, era la sola
responsabile dello scoppio delle ostilità; la Gran
Bretagna, dal canto suo, doveva preservare il suo
«onore nazionale» e non permettere ai tedeschi di
decidere gli equilibri europei e mondiali; inoltre
era suo compito appoggiare belgi e francesi, la cui
sconfitta sarebbe stata «a disaster for British interests as well as honour» (p. 58). Ma vi erano,
seppur largamente minoritari, anche i pacifisti, sia
fra gli inglesi – quanti ritenevano la guerra irrazionale e moralmente ingiusta – sia soprattutto fra
i nazionalisti irlandesi più radicali, per i quali il
«vero nemico» restava la Gran Bretagna e, convinti
che «Ireland needed its men to protect Irish shores
from the British imperialist threat» (p. 184), attivarono un’intensa campagna anti-coscrizione.
Il volume, diviso in capitoli tematici che
analizzano sostanzialmente il primo anno e mezzo
di guerra, offre un interessante spaccato del vissuto del popolo britannico, intrecciando le vicende
politiche con la vita quotidiana della gente comune, il dibattito intellettuale coi tormenti personali
e familiari dei tanti – uomini, donne, bambini –
che videro la loro esistenza sconvolta dalla guerra.
Una storia «dall’alto» e «dal basso», insomma, nella quale si fondono le voci dei protagonisti, celebri
e sconosciuti, le analisi e le interpretazioni dell’A.
e una grande quantità di dati e statistiche (per
esempio sul reclutamento o sulla disoccupazione).
Dopo un primo capitolo sul luglio 1914, dominato dall’ansia per il precipitare della situazione
europea ma ancora fortemente condizionato dai
problemi di politica interna (le rivendicazioni delle suffragette, il movimento operaio, le tensioni fra
unionisti e nazionalisti in Irlanda), la Pennell si
sofferma nei due capitoli successivi – «The National
Cause» e «The Enemy» – sull’immaginario collettivo
che fece da sfondo all’intervento militare britannico: nel quale, più ancora dell’orgoglio patriottico,
ad emergere era l’ideale di un paese che da sempre
si poneva a difesa delle libertà e dei diritti. L’identità nazionale britannica ne uscì dunque rafforzata; rafforzata soprattutto in merito a quei valori di
inclusione, libertà, tolleranza, rispetto delle leggi
che il militarismo tedesco – il «nemico» – aveva
inderogabilmente calpestato. Il racconto delle
atrocità commesse dall’esercito tedesco in Belgio,
oltre ad alimentare una vera e propria «spy-mania»
e «spy-obsession» (p. 102), fu all’origine dell’autorappresentazione che gli inglesi diedero della
guerra e di se stessi: una guerra giusta contro «a
barbaric, ruthless, and dispotic adversary» (p. 230)
combattuta in nome di quegli ideali che costituivano l’essenza dell’identità nazionale britannica.
I due capitoli successivi affrontano invece
il tema della guerra vera e propria: la violenza con
cui anche i civili si dovettero confrontare, per i
bombardamenti sulla costa nordorientale, l’arrivo
dei rifugiati belgi e dei soldati feriti, e le complesse operazioni di reclutamento dei volontari; straordinaria, specie nei primi due anni di guerra, fu
la risposta degli inglesi alla leva benché, di nuovo,
non la si possa genericamente ascrivere all’«entusiasmo». Il sesto capitolo – «John Bull’s Other
Island» – dedicato all’Irlanda mostra come, a parte
alcune frange estremiste, i nazionalisti sostennero
la causa della guerra, sia in nome degli stessi valori
che animavano gli inglesi, sia nella speranza che la
vittoria sulla Germania potesse rafforzare la causa
irlandese e garantire all’Irlanda un’autonomia analoga a quella dei Dominions. Il settimo e ultimo
capitolo – «Settling into War» – analizza come, a
dispetto della parola d’ordine lanciata dal governo
«business as usual», la guerra sconvolse fin da subito l’economia, i rapporti sociali e familiari, la vita
e le abitudini degli individui: degli uomini partiti
per il fronte, ma anche delle donne, ampiamente
reclutate nelle industrie e nei servizi rimasti privi
di manodopera maschile, e dei bambini anch’essi
toccati, in modo diretto o indiretto, dalla mobilitazione collettiva. Ma dopo il disorientamento
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Biblioteca
iniziale subentrarono l’accettazione, la ricerca di
una nuova normalità «inside the war» (p. 215) e
con esse, a poco a poco, anche la consapevolezza
che non sarebbe stata una guerra breve, «over by
Christmas» (p. 225).
Giulia Guazzaloca
Paul Preston,
El Zorro rojo. La vida de
Santiago Carrillo,
Barcellona, Debate, 2013, pp. 398.
Paul Preston, autore di testi come El holocausto
español. Odio y exterminio en la Guerra Civil y después o Francisco Franco. La lunga vita del caudillo,
ha di recente proposto uno studio biografico dedicato alla figura di Santiago Carrillo, esponente di
primo piano del Partito comunista spagnolo, scomparso nel settembre del 2012 all’età di 97 anni.
Santiago Carrillo fu segretario del Pce dal 1960 al
1982 ed è considerato uno dei protagonisti della
storia spagnola del Novecento. La sua figura, ancora oggi controversa, si presta ad un dibattito storiografico formato da critici ed apologeti, al quale
Preston sembra desideroso di voler partecipare.
Figlio di un dirigente asturiano del Partito
socialista, il giovane Carrillo si affiliò al Psoe di
Francisco Largo Caballero e Indalecio Prieto. Già
in giovane età iniziò a guardare con interesse il
Pce, di cui apprezzava la tenacia rivoluzionaria e
la fermezza del sentimento antifascista. Dopo il
levantamiento di Franco del 1936, Carrillo divenne
responsabile della resistenza di Madrid. Durante i
lunghi mesi di assedio della capitale, le autorità
repubblicane permisero le esecuzioni a morte di
molti fascisti e filomonarchici, considerati pericolosi per il prosieguo della guerra. Si trattò di una
vicenda controversa che avrebbe screditato l’immagine pubblica di Carrillo sino ai giorni nostri.
Al termine del conflitto Carrillo decise di passare
definitivamente al fronte comunista. Nel Pce realizzò una rapida carriera politica, che lo portò nel
1960 alla segreteria del partito. Negli anni di esilio organizzò la lotta clandestina contro Franco,
fomentando l’infiltrazione di militanti comunisti
nell’organizzazione sindacale del regime. Negli
anni Settanta, poi, mosse il partito verso l’euroco-
munismo e si adoperò, dopo la morte del dittatore,
per la pacificazione nazionale e la conclusione del
processo costituente e democratico del 1978.
Su Santiago Carrillo sono state scritte numerose biografie, molte delle quali inclini ad elogiarne la storia personale. Il volume di Preston
non può di certo essere considerato una di queste.
Lo storico britannico offre in El Zorro rojo un’immagine decisamente critica del leader comunista,
presentato come un opportunista e un arrivista
interessato a raggiungere i vertici del partito ad
ogni costo. Il tradimento al padre Wenceslao negli
anni Cinquanta e la conduzione stalinista del Pce
negli anni Sessanta sono elementi che Preston giudica emblematici del carattere antidemocratico del
leader comunista. Per questa ragione l’autore dà
ampio spazio a documenti e testimonianze di ex
dirigenti del Pce, come Cluadín, Semprún, Pradera
o Lister, che ebbero con Carrillo una relazione conflittuale. Poco spazio è invece dedicato al pensiero
politico del leader comunista e alle sue riflessioni
strategiche, giudicate tutto sommato secondarie
nella narrazione biografica.
Nel computo generale dell’opera il libro
di Preston è valutabile positivamente circa il suo
tentativo di guardare con occhio critico e non
celebrativo la figura di Carrillo. D’altro canto va
riconosciuto che l’autore affronti l’argomento in
modo a tratti fazioso: ogni scelta di Carrillo viene
ricondotta a presunti calcoli di potere e doppiogiochismi, che finiscono per ridurre il racconto ad una
cronaca di lotte interne al partito. In realtà Carrillo
ebbe un pensiero politico ed agì seguendo una visione del mondo. L’impronta stalinista degli anni
Cinquanta va ricondotta al clima di Guerra fredda,
mentre quando negli anni Settanta si spinse per
una revisione ideologica del suo partito, da molti
settori del Pce si levarono grida al tradimento. Si
trattò di una lettura semplificata e a tratti banale
che, in certo modo, Preston riprende quando sostiene che il fallimento del progetto politico del
Pce debba essere ricondotto al solo opportunismo
del segretario, stridente con l’onestà e l’eroismo dei
militanti. Un giudizio forse affrettato su chi, per
logica utilitaristica o meno, contribuì in maniera
imprescindibile alla costruzione di un sistema democratico ancora vigente nella Spagna di oggi.
Luca Costantini
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Biblioteca
Robert Saunders,
Democracy and the Vote
in British Politics, 18481867. The Making of the
Second Reform Act,
Farnham-Surrey-Burlington,
Ashgate, 2011, pp. 302.
Robert J. Blyth, Andrew
Lambert, Jan Rüger (eds.),
The Dreadnought and the
Edwardian Age,
Farnham-Surrey-Burlington,
Ashgate, 2011, pp. 244.
Il fatto che il più grande ampliamento dell’elettorato nella politica britannica, il Reform Act del 1867,
fu approvato da un governo Tory, ha impegnato gli
storici per un lungo periodo e ha fatto emergere
una pletora d’interpretazioni. A tal proposito, la
principale distinzione interpretativa è tra coloro
che attribuiscono un ruolo rilevante alla pressione esterna, ossia al considerevole malcontento che
produsse la sensazione che una rivoluzione potesse essere imminente a meno di non soddisfare le
richieste popolari. Contro questa interpretazione,
altri, e specialmente Maurice Cowling, sostengono
che il corso degli eventi fu quasi interamente dettato dalle tattiche che la situazione parlamentare
imponeva sui principali protagonisti, in modo evidente Gladstone e Disraeli. Questo lavoro adotta
una prospettiva più ampia analizzando come la
questione della riforma della rappresentanza si sia
evoluta nel ventennio precedente, come abbia interagito con le altre questioni rilevanti del periodo, in particolare con il dibattito libero commercio
versus protezionismo, e come essa sia stata gestita
da Lord John Russell o Palmerston per proteggere
e avanzare la loro posizione personale. Nella sua
analisi l’autore offre pertanto un esteso esame
del corso e della natura della politica britannica
nel periodo compreso tra il declino del cartismo
e l’inizio della democrazia politica. Vi fu sempre
un numero quasi illimitato di visioni di come la
concessione del voto, la distribuzione dei seggi
e la complessità della registrazione poteva essere gestita. In maniera non sorprendente, infatti,
molti esponenti del Parlamento erano essi stessi
confusi su ciò che poteva essere nell’interesse loro
e del partito. Questo fattore permise ai leader dei
partiti di avere un più ampio margine di manovra
e in questo caso Disraeli si dimostrò il più abile
nello sfruttarlo. Solo a fatto compiuto egli attribuì
a queste tattiche, spesso adottate a causa di una
pressione diretta, l’apparenza di qualche forma
di coerenza ideologica. Non molto di quello che
questo studio offre risulterà nuovo per coloro che
hanno familiarità con il periodo, ma si tratta di un
resoconto attentamente sfumato.
Nel febbraio 2006 il National Maritime Museum ha ospitato una conferenza per celebrare il
centenario del varo della Dreadnought, la nave da
guerra celebrata all’epoca come l’arma finale, in
maniera analoga alla bomba atomica quarant’anni
dopo. Gli atti della conferenza qui pubblicati spaziano largamente dalla tecnologia navale all’impatto del varo della Dreadnought sul movimento
delle suffragette. Questa ripercussione improbabile
è richiamata nel paper di Lucy Delap. Nel febbraio
1910 nello «scherzo di Dreadnought» un gruppo di
persone, che includeva una donna, ossia Virginia
Woolf, visitò la nave presentandosi come la famiglia reale dell’Abissinia. Mascherati con facce nere
e barbe false, essi furono ricevuti sulla nave agghindata a colori. L’evento è ricordato nel racconto
breve di Virginia Woolf A Society. Tale episodio le
permise di acquisire «un nuovo senso della brutalità e della stupidità degli uomini» e di divenire subito dopo una volontaria per il suffragio delle donne. Altri interventi, ad esempio quello di Martin
Daunton sul finanziamento dell’espansione navale,
sottolineano il pesante sforzo che le spese navali
imposero sul budget nazionale, già provato al limite dalle necessità di un giovane Stato sociale. Ma i
sostenitori dell’espansione navale tedesca, il Kaiser
e Tirpitz, si trovarono in una posizione ancora più
difficile rispetto ai britannici. I poteri finanziari
del governo del Reich erano notoriamente carenti e
man mano che la guerra dei due fronti divenne una
questione centrale per la Germania negli anni dopo
il 1910, Tirpitz non poté fare più affidamento sulle
risorse necessarie per tenersi al passo con i britannici. Il programma di costruzione navale tedesco,
per un lungo periodo con un ampio grado di sostegno popolare, ha pertanto ampiamente contribuito
a ciò che i tedeschi percepirono come l’«accerchiamento», senza attribuire peraltro alla Germania un
vantaggio decisivo. Altri interventi affrontano il
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Biblioteca
contesto tecnico e operativo della Dreadnought,
mentre nel paper finale Paul Kennedy riflette sulla
Dreadnought e sulle Maree della Storia. Egli cita
l’acuta contemporanea osservazione che a Jutland
il detenuto tedesco ha assaltato il secondino del
suo carcere, ma ha fallito nell’evasione. I britannici
non realizzarono un’altra Trafalgar, ma nel 1918 la
High Seas Fleet tedesca si arrese.
Edgar Feuchtwanger
Jerrold Seigel,
Modernity and Bourgeois
Life. Society, Politics and
Culture in England, France
and Germany since 1750,
Cambridge, Cambridge University
Press, 2012, pp. 626.
Più dei due termini che ritroviamo nel titolo, modernità e vita borghese, al centro del volume sta la
congiunzione che nelle narrazioni storiche dell’età
contemporanea tradizionalmente li unisce. Posto
cioè che si tratta di due realtà di difficile e incerta
definizione, su cui pesa l’eredità della lettura marxiana da un lato e delle teorie della modernizzazione dall’altro, l’autore si chiede se effettivamente
qualcosa colleghi modernità e borghesia, nella loro
parallela e lunga genesi tra la metà del Settecento
e la Grande guerra, e di cosa in effetti si tratti.
Una domanda così impegnativa merita un’articolata introduzione che cerca di sgomberare il campo
da possibili fraintendimenti: innanzitutto non si
intende parlare di borghesia in termini di classe,
come a lungo si è fatto. L’autore dubita anzi si
possano individuare evidenze di un soggetto unico
«borghesia» che agisca nei vari paesi in modo autonomo a livello non locale. Al pari della nazione,
la borghesia è piuttosto una comunità immaginata
e come tale, sostiene, andrebbe trattata. Ciò di cui
vuole parlare sono allora «forme e stili di vita» borghesi, nell’accezione proposta da Georg Simmel, un
complesso di pratiche sociali e culturali che si sviluppano nei paesi europei nel corso dell’Ottocento
distinguendosi nettamente da stili, codici, dispositivi espressivi aristocratici. Non meno semplice
peraltro è definire il termine modernità, che qui
indica un set di elementi diversi, e diversamente
combinati tra loro, che riguardano ambiti come la
misurazione del tempo, la produzione di moneta, i
rapporti tra i sessi, i codici morali.
Quanto dunque è borghese la modernità e
viceversa? Più che fornire una vera e propria risposta a questo interrogativo abbastanza scivoloso l’autore cerca di leggere in questa prospettiva
le traiettorie storiche di tre grandi paesi europei
– Gran Bretagna, Francia e Germania – attribuendo una marcata centralità alla dimensione della
comunicazione, allo sviluppo e al crescente addensamento nell’Ottocento di reti di connessione
a distanza che trasformano sia la società, che la
politica e la cultura. Se i veicoli principali di tali
reti connettive sono le ferrovie, le strade, i sistemi postali, i circuiti culturali sempre più articolati
della repubblica delle lettere e dello spettacolo, le
trasformazioni di cui si parla riguardano alcune
grandi «reti di significato» (networks of meanings)
che estendono e amplificano variamente l’attività umana nella modernità borghese e che l’autore
identifica negli elementi seguenti: i mercati, gli
Stati, la sfera dell’informazione/comunicazione.
Sono reti già esistenti in Antico regime ma che nel
corso dell’Ottocento divengono sempre più autonome, sviluppano proprie regole di funzionamento,
forniscono nuovi collegamenti tra centri e località
e crescenti opportunità a chi può accedervi.
Gli sviluppi di tali networks si combinano
però diversamente nei tre casi nazionali e ciò crea
traiettorie complessive molto diverse. In Gran Bretagna l’integrazione politica, sociale e culturale è
più precoce e soprattutto agisce in mutua sinergia;
in Francia l’integrazione politica basata sul ruolo dello stato e sulla presenza del grande centro
parigino sconta invece un’integrazione più lenta,
incompleta e negoziata del mercato nazionale. Infine in Germania è piuttosto la rete culturale ad
attivarsi prima e più compiutamente, a fronte di
trasformazioni tardive e incomplete sul piano politico e sociale. L’apparente linearità del modello
è attraversata poi da interessanti paradossi su cui
Seigel tende a indugiare: la Gran Bretagna come il
paese più precocemente borghese ma anche quello
in cui più persistenti sono i residui di una società
aristocratica; la Germania, cioè il meno borghese
tra i paesi considerati, come il luogo dove si sviluppa la riflessione più sistematica e interessante
su rivoluzione borghese e modernità. Una parte
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Biblioteca
consistente del volume, la terza, è infine dedicata
all’ampliamento ottocentesco della sfera culturale,
al suo farsi sempre più palpabile, concreta e diffusa, in una dimensione estetica (secondo la definizione di Weber) che quanto più soggiace alle leggi
del mercato tanto più sviluppa reazioni di rifiuto
e di autocritica della modernità (così è ad esempio
per la bohème artistica di fine secolo, anticipazione delle avanguardie successive). Quella di Seigel è
in sostanza una grande sintesi ambiziosa e affascinante, utile tra l’altro nel fare il punto sullo stato
degli studi sui tre paesi. E tuttavia, chiuso il denso
volume, continua a rimanere qualche dubbio sulla
possibilità di un uso al singolare di entrambi i termini in oggetto. L’autore stesso mostra in effetti
alcune perplessità in proposito e nelle conclusioni
ritorna ad una suggestione già presente in Marx e
cantata magistralmente da Baudelaire: è in fin dei
conti una radicale fluidità, una propensione strutturale al cambiamento, il segno distintivo della
modernità borghese ottocentesca?
Carlotta Sorba
Edith Sheffer,
Burned Bridge. How East
and West Germans made
the Iron Curtain,
Oxford, Oxford University Press,
2011, pp. 358.
C’è molto da imparare dal lavoro di Edith Sheffer
sulla storia del confine tra le due Germanie. Nel
libro, frutto di una tesi dottorale, si affronta con
gli strumenti della microstoria la separazione tra
le due Germanie e si descrive con sensibilità e con
stile letterario come la divisione delle zone di occupazione si sia trasformata in una separazione
culturale e politica. Allontanando lo sguardo dal
Muro di Berlino, su cui si sono concentrati molti studi sulla Guerra fredda, attraverso lo scavo
approfondito degli archivi comunali, governativi,
militari e di partito, inclusi quelli della Sed, si
guarda alla costruzione del confine tra aree rurali
e urbane, al rapporto tra campagna e industria, ai
rituali civili e alla costruzione della lealtà politica
soprattutto, ma non esclusivamente, nella Germania orientale.
Burned Bridge, ovvero Gebrannte Bruecke è
il nome della antica strada che collega i due paesi di Neustadt (Baviera) e Sonneberg (Turingia),
presso Coburg, dove dal 1945 una barriera avrebbe marcato la divisione della zona di occupazione sovietica da quella statunitense. L’A. inquadra
nel primo capitolo la dinamica di lungo periodo
del confine tra le due cittadine, già nell’Ottocento
partecipi di un distretto conosciuto per la produzione di giocattoli, con la specificità di Neustadt,
dominata dall’artigianato, e di Sonnenberg presto
segnata da un impianto industriale. Tale differenza
incide sul loro rapporto con Weimar e col nazionalsocialismo, a cui la comunità bavarese aderisce
prima e più ampiamente, ma con consensi elettorali oltre il 50% nel 1933 in entrambe le cittadine.
La lotta alla disoccupazione e la guerra porteranno
a una integrazione con l’ampliamento della base
industriale e la presenza di lavoro forzato collegato
ai campi di concentramento. Saranno non a caso i
neonazisti bavaresi e i nostalgici all’Est tra i più
radicali contestatori del confine dopo il 1945.
L’ottica di lungo periodo consente di apprezzare meglio l’esito di maggior fascino della ricerca,
che riguarda il periodo 1945-1961, in cui si produce il distanziamento tra abitanti improvvisamente
proiettati in un conflitto tra le grandi potenze.
L’occupazione accomuna e separa, produce
violenze sui civili e sulle donne in entrambi i luoghi
ma anche differenze nel trattamento e nelle condizioni materiali. Nella prima parte del libro, che va
dal 1945 al 1951, Sheffer ricostruisce la permeabilità dei confini tra la zona di occupazione sovietica
e quella americana, il mercato nero, il tentativo di
conservare gli scambi economici precedenti nonostante i divieti, le deroghe per consentire sia gli
scambi economici di derrate sia il pendolarismo dei
lavoratori, la richiesta di protezione dalle truppe
dell’altra zona. L’introduzione del marco nel 1948
separa le due economie e produce un primo importante distanziamento, crea le prime tensioni a
Ovest contro le incursioni dei soldati sovietici e
stimola l’esodo dei civili dall’Est. Le conseguenze si
materializzano progressivamente con l’emigrazione e la fuga dei lavoratori specializzati fino a che
nel giugno 1952 la zona di occupazione orientale
mostra le sue difficoltà nel controllo del confine e
lancia l’Operation Ungeziefer (operazione parassiti) per la pulizia dei confini dalle persone ritenu-
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te non affidabili, perché sospette di prossimità al
capitalismo. L’assonanza col linguaggio del Terzo
Reich non basta a spiegare l’effettivo carattere
dell’operazione di controllo sui confini, in quanto,
con uno sforzo prezioso, l’A. mostra che circa due
terzi dei deportati non soddisfacevano i requisiti
formali previsti per l’allontamento o per l’espulsione: nella selezione delle vittime prevale invece la
discrezionalità burocratica, la denuncia (o la protezione) dei vicini o meglio la debolezza del governo
della Germania orientale, incapace di distinguere
la popolazione in base alla fedeltà al socialismo. Il
confine si materializza davvero solo allora, perché
l’operazione di denuncia del «collaborazionismo»
con l’Occidente comporta oltre 8.000 deportati in
tutta la zona orientale e circa un migliaio nella
sola Sonnenberg. Si spacca la cittadinanza di Sonneberg, tra chi sente il dovere morale di aiutare i
perseguitati e chi si allinea con le truppe e con il
regime socialista. E anche a Ovest si mostrano le
crepe, l’assenza di solidarietà, la cooperazione a
volte esplicita alla divisione, il dubbio se accogliere sempre i dissidenti e i perseguitati, al governo.
La ricerca di Sheffer consente di individuare nomi
e cognomi delle famiglie, il ruolo delle autorità,
il rapporto tra politica e cultura. Si tratta di un
passaggio importante che completa le ricerche di
Naimark e mostra il funzionamento quotidiano del
regime di occupazione in entrambe le regioni.
La periodizzazione proposta dall’A., dopo
la originale sottolineatura della cesura del 1952,
considera una fase di stabilizzazione fino alla costruzione del Muro di Berlino del 1961. Nella seconda parte del volume la rivolta del 1953 in Germania Est viene così chiarita perché collegata alla
solidificazione del confine, alle restrizioni crescenti, all’aumento delle quote imposte ai lavoratori.
Nel tempo si crea una fascia territoriale allargata a
protezione dei confini. L’attività agricola in quelle
aree viene penalizzata, il territorio si modifica anche paesaggisticamente, gli edifici ai confini vengono abbandonati. Dopo la nascita ufficiale della
Repubblica democratica nel 1955, il Muro del 1961
materializza un confine ormai già stabilito nelle
coscienze e gestito ormai con pugno di ferro da
uno stato di polizia.
La terza parte copre la fase 1961-1989,
quando il confine è ormai introiettato nelle coscienze e sostiene un sentimento di appartenenze
separate. Gli accordi dell’Ostpolitik consentono il
ritorno dei transfrontalieri. Quando la divisione è
accolta si pongono le basi per il suo crollo, e Gebrannte Bruecke recupera una funzione simbolica
quando l’1 luglio 1990 viene scelta per la firma
dell’accordo per l’abolizione dei controlli alla frontiera tra le due Germanie.
A un lavoro così innovativo non si possono muovere rimproveri ma qualche osservazione.
Il prezzo della microstoria è la separazione tra la
vicenda macro e quella micro, tra le grandi potenze
e il consenso. Eccessiva è l’enfasi sulla creazione
della cortina di ferro «dal basso», mentre avrebbe
giovato un maggior riconoscimento dell’adattamento progressivo della popolazione a decisioni
dall’alto, uno scavo della politica del «magnete» di
Adenauer e la percezione in Baviera delle generose
provvidenze per i profughi tedeschi di oltre cortina. E tuttavia si impara molto sulla stabilizzazione
politica, sui margini di movimento delle autorità
nell’esercizio del potere in periferia e soprattutto
sul ruolo dei cittadini e dell’informazione dell’Ovest
nel consenso alla costruzione del Muro. Sheffer non
contesta le narrative dominanti delle responsabilità sovietiche e del regime socialista della DDR, al
limite le rafforza, ma ha aperto una pista di ricerca
che supera i vecchi canoni dicotomici della Guerra
fredda e non si potrà trascurare in futuro.
Carlo Spagnolo
Georgina Sinclair (ed.),
Globalising British Policing,
Farnham, Ashgate, 2012, pp. 446.
Nonostante la lunga tradizione imperiale, gli studi riservati alle attività inglesi di polizia coloniale
hanno goduto nel tempo di una relativa attenzione
da parte della stessa storiografia locale. Il testo a
cura di Sinclair cerca di offrire un compendio degli
studi più significativi sull’argomento, ristampando articoli (in totale, 18) apparsi su diverse riviste
britanniche a partire dagli anni Venti e Trenta del
secolo scorso fino ai giorni nostri. Grazie a ciò è
possibile notare come i primi articoli prodotti tra le
due guerre possano oggi offrire soprattutto un interessante profilo dell’immagine che i funzionari e
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gli investigatori diedero di se stessi e del loro operato ai propri concittadini. Spesso basati su fatti
vissuti direttamente, però, questi lavori appaiono
oggi dei resoconti che trascuravano le attività coercitive attuate sul campo e non ponevano adeguata attenzione alle reazioni delle popolazioni locali
che subivano tale controllo.
Sono stati gli studi apparsi dopo la Seconda
guerra mondiale, scientificamente più approfonditi
e pertinenti, che sono stati in grado di meglio delineare le attività di policing delle forze di sicurezza
britanniche nel vasto impero. Non è possibile qui
riportare i molteplici spunti che affiorano dalla lettura del testo. Si desidera ricordare quello che ci
pare più significativo, riguardante il ruolo centrale
assunto dall’esperienza del controllo del territorio
irlandese nella creazione sia della New Policy britannica (con il Metropolitan Police Service Act del
1829) sia delle polizie coloniali. In passato, tale
ruolo era stato sottovalutato, tanto che molti studiosi nella prima parte del secolo (come Jeffries,
The Colonial Police, 1952) sostennero l’esistenza di
una netta separazione tra le pratiche della polizia
metropolitana e quelle delle polizie coloniali. Più
recenti studi (raccolti nel testo), invece, hanno rivalutato tale giudizio, notando quanto l’esperienza
in Irlanda (fino all’inizio degli anni Venti parte del
Regno Unito) ebbe effetti significativi sulla formazione delle forze di polizia metropolitana, indotte
a svolgere anche sul suolo britannico sia il compito
di controllo territoriale, sia attività di repressione
della istanze politiche della classe lavoratrice. È più
noto quanto l’esperienza irlandese fece sentire i
suoi effetti nelle colonie. Il testo ricorda come, per
esempio, la Mounted Police canadese fu formata a
partire dagli anni Trenta dell’Ottocento con una robusta aliquota di personale irlandese, seguendo un
preciso disegno delle autorità britanniche secondo
cui le capacità mostrate dagli agenti che avevano
operato in Irlanda avrebbe dato effetti positivi anche nel controllo del territorio canadese. Circa un
secolo dopo, sciolta la Royal Irish Constabulary (a
seguito dell’indipendenza della Repubblica d’Irlanda), una parte dei suoi vecchi agenti fu inviata
in Palestina, nel tentativo di disporre di personale
abile nell’attività di repressione delle attività ribellistiche delle popolazioni locali.
Più in generale, sia gli articoli più vecchi
(in virtù dei ricordi personali che contengono) sia
quelli più recenti (maggiormente efficaci dal punto scientifico) contenuti in Globalising British Policing indicano le difficoltà delle varie polizie locali
nel trasformarsi da forze di controllo militare di un
territorio in vere e proprie forze di sicurezza civile. Ciò dipese dal fatto che il Colonial Office mantenne primaria voce in capitolo nella definizione
delle priorità di sicurezza nell’Impero. Le tre fasi
di policing identificate dagli esperti per la nascita
di forze di polizia nei territori controllati da Londra avrebbero dovuto prevedere prima la creazione
di una polizia militare, atta ad assicurare il controllo del territorio (che sarebbe in parte coincisa
con le forze armate), poi la nascita di una polizia
semi-militare sul modello irlandese (utile anche in
caso di un conflitto con le popolazioni locali o con
soggetti esterni) e, infine, la formazione di una
vera e propria polizia civile, modellata sul sistema
britannico. Dall’incrocio dei dati forniti dagli articoli contenuti nel testo, si nota come di rado le
forze dell’ordine nelle colonie riuscirono a superare
il secondo livello, fallendo nel tentativo di divenire vere e proprie polizie civili. La combinazione
di ufficiali giunti dalla madrepatria, di personale
tratto dalle comunità di settlers e di indigeni non
riuscì a divenire qualche cosa di più di una polizia
semi-militare, più attenta a reprimere moti indipendentisti che non ad assicurare una equilibrata
attività investigativa super-partes. Anche l’attività
di policing in India seguì questa evoluzione, per
quanto il subcontinente fosse sotto il controllo di
un apposito ministero, che favorì l’istituzione di
un sistema duale, basato su un insieme di leggi locali e di legislazione britannica, con gravi ricadute
nella gestione della decolonizzazione dopo il 1945.
L’incapacità di superare tali limiti, d’altro
canto, causò effetti deleteri anche nello stesso
territorio britannico. In particolare, in Irlanda del
Nord, dove la convivenza tra le comunità protestante e cattolica è sempre stata un punto dolente, le attività di policing videro per lungo tempo
le forze locali del Royal Ulster Constabulary agire
più secondo criteri mutuati dall’ambito militare
(pattugliamenti da parte di gruppi di uomini in
armi) che non secondo i normali criteri britannici
di sorveglianza del territorio, che vedono le forze di polizia svolgere le loro attività disarmate e
con discrezione. Al di là della ben nota peculiarità
della regione, i lavori riportati nell’utile testo cu-
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rato da Sinclair aiutano a capire quanto non solo la
tradizione settaria, ma anche quella che vedeva le
forze di polizia agire nell’isola come forze necessarie al mantenimento di un ordine imposto abbiano
contribuito a rendere fino alla fine del Novecento il
RUC alieno alla popolazione cattolica e alla stessa
tradizione di policing britannica.
Lucio Valent
Robert Tombs, Isabelle
Tombs,
La France et le RoyaumeUni: Des ennemis intimes,
Paris, Armand Colin, 2012, pp. 500.
Il libro qui recensito è una versione tradotta, ampliata e migliorata di un testo pubblicato in inglese nel 2006 con il titolo That Sweet Enemy: The
French and British from the Sun King to the Present.
Solida sintesi di cinquecento pagine, l’opera analizza duecento anni (Otto e Novecento) di rapporti
tra Francia e Gran Bretagna, riportando sia questioni e analisi politiche, preminenti nell’economia
del lavoro, sia complessi elementi sociali, culturali
e di costume (dalla moda al rugby). Ne deriva un
ritratto intenso (che si pone sulla scia del bel libro
di Mullen e Munson, The Smell of the Continent,
recensito sul numero 3 del vol. XIV di «Ricerche
di Storia Politica») di un rapporto osmotico che,
soprattutto nell’Ottocento e fino allo scoppio della
Seconda guerra mondiale, contribuì al superamento, almeno parziale, della storica inimicizia che aveva diviso i due paesi per tutto il secolo precedente.
Nel testo l’impianto storico-geopolitico è
molto solido. Robert e Isabelle Tombs definiscono la
sconfitta subita dalla Francia nella guerra dei Sette
Anni come un momento di svolta fondamentale per
il paese. Osservazione più che pertinente se si pensa che tale sconfitta cagionò la fine del suo Impero
oceanico e delle ambizioni marittime di Parigi. Ciò
significò che la classe dirigente francese, lasciatasi
alle spalle il dilemma terra-oceano che per decenni
aveva comportato l’adozione di una politica e di
una strategia non sempre chiare, poté rivolgere la
propria attenzione in via definitiva al continente
e ai problemi che esso causava al paese. È vero che
dovettero trascorrere ancora cinquanta anni e gli
eventi esaltanti e tragici della Rivoluzione francese
prima e dell’epopea di Napoleone Bonaparte dopo
perché Parigi potesse dedicare gran parte delle sue
risorse al continente europeo. Dall’inizio dell’Ottocento in poi la linea non si interruppe più. Ciò non
aprì un’epoca di pace, come noto: il nuovo orientamento portò comunque con sé guerre (da quelle
contro la Russia del 1853-1856 e l’Austria del 1859,
ai conflitti con Prussia e Germania del 1870, 191418, 1939-45). D’altro canto, però, l’attenzione
maggiore rivolta al continente permise l’apertura
di nuove relazioni con il nemico di una volta, la
Gran Bretagna. In fondo, le ragioni che dividevano
i due paesi (le colonie) erano meno profonde di
quelle che li portavano a unirsi (la comune paura
della Germania e l’altrettanto comune desiderio di
creare degli imperi coloniali complementari e non
alternativi). È per questo motivo che, per una parte del Novecento, Parigi e Londra sono state tra
loro alleate, creando una sorta di asse portante
delle relazioni politiche europee e mondiali che, in
positivo, ha teso a contrapporsi ai negativi fattori
di divisione e tensione nel continente rappresentati dall’inimicizia tra Germania, Gran Bretagna e
Francia. Dal nostro punto di vista, va detto, questa
interpretazione può essere accolta solo ricordando
come pur non portandole a un conflitto, le agende
di Parigi e Londra per l’Europa furono spesso opposte e, perfino, inconciliabili. Si pensi al sostegno
garantito dal Regno Unito all’unificazione di Italia
e Germania in chiave anti-napoleonica alla metà
dell’Ottocento o, qualche decennio dopo, le diverse valutazioni sulla politica di sicurezza europea
dopo il 1918.
Altrettanto interessante è l’attenzione
posta da Robert e Isabelle Tombs alla riemersione
delle divergenze tra i due paesi e le due classi dirigenti dopo il 1945 e il ridimensionamento della
Germania. Nel momento in cui la Francia, fino a
quel momento paese contadino, si avvicinò agli
standard e agli stili di vita di una Gran Bretagna da
sempre strenua sostenitrice del libero commercio,
l’oggetto del contendere divenne l’atteggiamento
da adottare nei confronti del continente europeo.
Sia Londra che Parigi cercarono a lungo di individuare lo strumento migliore per garantire a se
stesse un futuro da grande potenza. La Francia
– almeno dall’episodio di Suez in avanti – optò
per l’Europa cercandovi un sostegno qualificato e
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vedendo nelle sue comunità il naturale completamento del proprio progetto storico e politico. La
Gran Bretagna, invece, scelse a lungo di guardare
agli Stati Uniti, salvo poi riorientarsi con grande
fatica verso il continente. Un processo, questo,
mai davvero completato se si pensa che oggigiorno Londra, pur vantando importanti commerci, ha
flussi di scambio con l’Europa minori rispetto agli
anni Sessanta. Gli A., d’altro canto, notano come
i due paesi abbiano cambiato a partire dagli anni
Ottanta la loro opinione riguardo le organizzazioni
europee. Se in precedenza la Gran Bretagna aveva
osservato con preoccupazione l’unificazione europea e la Francia l’aveva cercata (seppure entro un
ambito prevalentemente gaullista e, quindi, confederale), dall’Atto Unico in avanti Londra, grazie
alla ritrovata ricchezza economica, scelse di sostenere con sempre maggiore decisione l’allargamento della Comunità e poi dell’Unione europea,
giudicandola quale via migliore per ottenere quel
libero mercato euro-atlantico tanto agognato negli anni Cinquanta. Dal canto suo, Parigi decise di
sostenere un’integrazione parzialmente federale
dell’Europa (dopo averla a lungo esclusa) giungendo negli anni Duemila a rifiutare una Costituzione
che sembrava troppo vicina all’idea inglese di mercato e troppo lontana all’ideale di un continente
saldamente unito.
Per quanto forse non del tutto condivisibile, questa ricostruzione appare suggestiva e, posta
in coda di un testo comunque solido dal punto di
vista interpretativo e storiografico, invita il lettore
a ulteriori approfondimenti.
Lucio Valent
José Varela Ortega,
Los señores del poder y
la democracia en España:
entre la exclusión y la
integración,
prefazione di Shlomo Ben-Ami,
Barcellona, Galaxia Gutenberg,
2013, pp. 554.
Nel 1977 José Varela Ortega pubblicó un volume intitolato Los amigos políticos. Quest’opera, divenuta
in poco tempo un riferimento storiografico per lo
studio della Spagna contemporanea, analizzava
con piglio innovatore la storia della Restaurazione e del caciquismo. Le interpretazioni contenute
in quel volume vennero più avanti approfondite
nell’opera collettanea del 2001, intitolata El poder de la influencia. La produzione storiografica di
José Varela iniziata negli anni Settanta si completa
oggi con l’uscita del saggio Los señores del poder
y la democracia en España: entre exclusión y la integración, che offre in modo sensato e ragionevole
una rilettura della storia politica spagnola degli
ultimi duecento anni.
I «signori del potere» menzionati dall’autore sono in buona sostanza i politici di professione
o gli imprenditori della politica. Questi si caratterizzano per desiderare a tal punto il potere da
finire, in maniera quasi automatica, con l’abusarne. Pur non agendo necessariamente per ragioni di
avidità o di corruttela, il loro esercizio del potere
porterà inevitabilmente ad una logica politica di
esclusività, nella quale ogni oppositore verrà considerato come vero e proprio nemico. In tal senso
l’autore ricorda la peculiarità della storia spagnola,
segnata sovente dall’affermazione di sistemi politici incapaci di realizzare quote accettabili d’integrazione politica.
Come recita il sottotitolo del volume, la
storia spagnola dal 1808 ad oggi può essere interpretata partendo dalla diade esclusone-integrazione. L’epoca dei colpi di Stato e delle guerre civili
venne interrotta dalla Restaurazione, che portò in
Spagna un regime liberale d’integrazione, retto su
un patto di alternanza di governo e sulla figura
di Cánovas del Castillo. Dopo la dittatura di Primo
de Rivera seguì la seconda Repubblica democratica,
che si rivelò poco stabile ed eccessivamente radicale, e che portò pertanto alla Guerra civile e al
franchismo. Con la transizione democratica, invece, la Spagna è tornata a sperimentare lo scambio
politico e il mutuo riconoscimento delle parti come
regola di convivenza. Ciò non toglie, come ricorda
l’autore senza rifuggere la polemica, che il governo
di Zapatero e l’invenzione della «memoria storica»
abbiano dato un colpo alla filosofia dell’integrazione, riportando in auge quella dell’esclusione.
Il libro è ricco di note, a dimostrazione
dell’accurata conoscenza della letteratura da parte
dell’autore. Non ci troviamo in tal senso di fronte
ad un testo semplice. Le comparazioni tra i casi
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Biblioteca
nazionali europei ed americani sono costanti, così
come numerosi sono i riferimenti ad altre epoche
storiche, in special modo all’antica Roma, o ad autori e testi classici di ogni epoca, da Aristotele a
Cicerone, da Locke a Tocqueville, da Lenin a Berlin,
da Ortega y Gasset a Hayek. Il desiderio dichiarato
dall’autore nell’introduzione del volume di stimolare il dibattito sembra, dunque, trovare compimento nel corso dell’opera; e la lettura di questo
volume, assieme alle riflessioni sui «signori del
potere» in esso contenute, risulta in fin dei conti
imprescindibile per tutti coloro che si interessino
alla storia politica.
Jordi Canal
Stephen Velychenko,
State Building in Revolutionaty Ukraine. A Comparative Study of Governments and Bureaucrats,
1917-1922,
Toronto-Buffalo-London, University
of Toronto Press, 2013, pp. 434.
Questo volume è il risultato di anni di ricerca da
parte di Velychenko, rappresentante della diaspora
ucraina nei paesi del Commonwealth britannico,
ora ricercatore all’Università di Toronto. Anche
l’interrogativo che guida lo studio è legato ai ragionamenti dei nazionalisti ucraini in esilio: fin
dalle memorie dei protagonisti, la sconfitta della
creazione di una repubblica nazionale autonoma
durante la guerra civile del 1917-1922 aveva fra le
sue cause principali la mancanza di un ceto medio
intellettuale che credesse nel progetto nazionale e
disposto a lavorare nella macchina amministrativa
delle tante effimere repubbliche ucraine di quegli
anni. Tale interpretazione era corroborata dalle
ricerche sull’Ottocento, come quelle di John-Paul
Himka, che individuavano nel clero uniate della
Galizia asburgica l’unico ceto veramente convinto
del progetto nazionale ucraino.
Velychenko, grazie a una mole incredibile
di documentazione, che va dalle carte delle amministrazioni statali alle memorie personali, testa
questa interpretazione fornendo il primo studio
delle burocrazie statali in Ucraina dalle rivoluzioni
del 1917 alla definitiva conquista bolscevica, includendo anche i casi del regime bianco di Denikin
e dell’anarchico Machno. Il risultato è una ricerca
di grande interesse e dai risultati inediti.
Innanzitutto viene chiarito che i nazionalisti ucraini erano contrari alla creazione di una
corposa burocrazia, convinti che il nuovo stato si
sarebbe contraddistinto per una sostanziale democrazia dal basso. Anch’essi però, proprio come Lenin, si sarebbero velocemente ricreduti una volta
giunti al potere, divenendo fautori di un ampliamento progressivo dei ministeri senza i quali era
impensabile poter governare. L’accento viene posto
sull’impreparazione teorica dei capi nazionali a gestire tali apparati e sulla loro indecisione a prendere le distanze dal governo di Mosca e dichiarare
l’indipendenza.
La seconda novità è costituita dalla dimostrazione che tutti i governi che si alternarono sul
suolo ucraino si servirono sostanzialmente dello
stesso personale amministrativo, che continuò a
crescere e che solitamente non poneva discriminanti ideologiche nei confronti dei governi. Fu
possibile trovare russi disposti a imparare l’ucraino pur di mantenere il proprio posto di lavoro e
che il potere comunista del 1917-18 arruolasse
quegli stessi amministratori che avevano lavorato per lo storico poi primo presidente dell’Ucrai-
na indipendente Hruševs’kyj. La tesi che vedeva
nella mancanza di una burocrazia ideologicamente
connotata la causa dell’insuccesso della costruzione statuale nazionale ucraina viene così smentita.
Sole eccezioni furono i bianchi di Denikin, ispirati
dal razzismo e che punivano tutti coloro che avessero collaborato con gli altri poteri, e i bolscevichi
tornati al potere dopo il 1919. I comunisti si distinsero per una lenta sostituzione del personale
amministrativo, rimpiazzato da individui politicamente più affidabili (spesso provenienti dalla
Russia) o da categorie prima emarginate, come le
donne o gli ebrei. Questi ultimi videro nel potere
bolscevico che li emancipava un’occasione di carriera e la loro alta percentuale nella nuova amministrazione, unità allo sconcerto di trovare ebrei in
posizioni a loro vietate precedentemente, andò a
rafforzare lo stereotipo antisemita che vedeva nel
potere comunista una congiura ebraica.
Lo studio di Velychenko è quindi fortemente innovativo sia dal punto di vista della documentazione che da quello dell’interpretazione, anche
se la costruzione dell’argomentazione centrale non
risulta sempre efficace e spesso si perde nella descrizione di una miriade di esempi sì interessanti
ma che fanno perdere efficacia discorsiva al testo.
Simone Bellezza
Italia
Luigi Ambrosi,
Prefetti in terra rossa.
Conflittualità e ordine
pubblico a Modena nel
periodo del centrismo
(1947-1953),
Soveria Mannelli, Rubbettino,
2012, pp. 232.
Il libro ricostruisce le modalità con cui furono
affrontate situazioni cariche di conflittualità, di
violenza politica e sociale dal 1947 al 1953, anni
caratterizzati dall’esclusione delle sinistre dal sistema di partiti e da un profondo anticomunismo
riflesso della Guerra fredda. Per farlo l’A. sceglie
la provincia di Modena perché in quella zona si
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Biblioteca
addensarono e ribollirono problemi tanto di natura
politica (la difficile convivenza di ex partigiani con
ex fascisti tornati sulla scena pubblica; il radicarsi
del processo alla Resistenza» e la forte intransigenza antifascista nei confronti dell’Uomo qualunque
e dell’Msi) quanto sociale (agitazioni industriali,
vertenze bracciantili e mezzadrili). La provincia di
Modena presentava, inoltre, una specificità per la
consistente presenza, tra gli agenti di Ps, di ex
combattenti delle forze partigiane al comando di
questori che avevano iniziato la loro carriera sotto
il regime fascista e che ne erano rimasti fortemente influenzati.
Non siamo in presenza di uno studio
sull’amministrazione pubblica, bensì di un libro di
storia politica tout court. Attraverso il caso di Mo-
dena abbiamo uno scorcio del clima da «“guerra civile” a bassa intensità» (p. 110) che poteva esserci,
se non in tutta Italia, almeno in buona parte di
essa. L’opera, inoltre, seguendo i profili biografici
di tre prefetti che entrarono in carriera prima della
Grande Guerra e che vissero il cambiamento di tre
regimi – liberale, dittatoriale, repubblicano – adattandosi e uscendone, di fatto, indenni, mette in
pratica il suggerimento di Pavone di «“umanizzare”
il concetto di “continuità dello Stato”» (p. 225).
Il prefetto Luigi Pianese (maggio 1947-febbraio 1948) affrontò una fase particolarmente calda in cui odi e vendette della passata guerra civile
furono alla base di incidenti come quello di Pavullo
e Nonantola nel 1947. Alla vigilia delle elezioni del
18 aprile 1948 Pianese fu sostituito da Giovan Battista Laura (marzo 1948-ottobre 1950) che ebbe un
valido aiuto nel questore Fausto Salvatore e nel suo
successore Carmelo Marzano. Quest’ultimo caratterizzò il suo operato per metodi che riguardarono la
limitazione della libertà di espressione e di riunione, applicando effettivamente la legislazione fascista di Ps con continuità e con «esplicita strumentalità politica, che trascendeva pericolosamente il
piano della funzione prescrittagli, un’applicazione
[…] che non placava le tensioni ma le alimentava» (p. 94). Laura gestì la psicosi preelettorale di
piani insurrezionali e la tensione dopo l’attentato
a Togliatti, ma il suo nome rimane legato all’eccidio del 9 gennaio 1950 quando, nel corso di una
manifestazione dei sindacati per impedire la riapertura dopo una serrata delle Fonderie Riunite,
le forze dell’ordine uccisero sei manifestanti e ne
ferirono altri. La gestione di Elmo Bracali (ottobre
1950-giugno 1953) fu caratterizzata da una vigilanza e da un controllo costante sull’attività dei
comuni di sinistra (riducendo di fatto la potestà
dei sindaci con provvedimenti amministrativi), da
sequestri di licenze, dal divieto di iniziative pubbliche organizzate dalle sinistre.
Se fino alle elezioni del 18 aprile e all’attentato a Togliatti la capacità organizzativa e paramilitare comunista rappresentò effettivamente
un pericolo concreto (cosa che non giustifica l’atteggiamento repressivo delle forse di Ps), dal 1951
la conflittualità e i pericoli eversivi diminuirono
notevolmente: l’A., seguendo le tappe della storia nazionale e internazionale, dimostra come la
formula della repressione preventiva rimase quella
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Biblioteca
preferita dai prefetti che continuarono a limitare
sistematicamente i diritti civili a comuni cittadini
con effetti, spesso, controproducenti. Supportato
da un ampio ventaglio di fonti – fascicoli personali
dei prefetti, relazioni prefettizie su singoli episodi,
fonti a stampa – il libro offre un’utile riflessione
sulla gestione della protesta in una zona specifica,
ma getta anche luce, sperando che sia seguito da
altri studi, sulle strategie di intervento statale nei
conflitti nella neonata Repubblica.
Camilla Poesio
Pier Luigi Ballini (a cura di),
Sonnino e il suo tempo
(1914-1922),
Soveria Mannelli, Rubbettino,
2011, pp. 350.
Il volume è il proseguimento di una ricerca, curata dallo stesso P. L. Ballini, avviata una decina di
anni fa, che ha dato i primi frutti con la pubblicazione di Sidney Sonnino e il suo tempo, Firenze,
2000. Il periodo preso in considerazione nel volume in esame è quello riguardante il primo conflitto
mondiale fino al dopoguerra. Anche questo nuovo
studio si caratterizza per l’ampiezza e l’interesse
degli interventi, così da costituire, insieme al volume precedente, una vera e propria summa del
pensiero e dell’azione politica di Sonnino.
Il volume dedica, naturalmente, un notevole spazio al ruolo di Ministro degli Esteri ricoperta da Sonnino per diversi anni, in una della fasi
più delicate della storia italiana. Il leader toscano
assunse la guida agli Esteri dal novembre 1914 al
giugno 1919, quando gli successe Tommaso Tittoni.
Sonnino rimase quattro anni mezzo alla
guida degli Affari Esteri e precisamente nei governi
presieduti da: Salandra, Boselli e Orlando. Per ciò
che concerne la durata del suo impegno, si tratta di uno dei più lunghi dell’Italia liberale, dopo
Emilio Visconti Venosta, Tommaso Tittoni e Antonino di San Giuliano. Il ruolo di Sonnino s’intreccia con il tormentato ingresso dell’Italia nel primo
conflitto mondiale, con il noto cambio di alleanza.
Questo delicato passaggio e il successivo legame
con l’Intesa sono ben ricostruiti negli interventi di
Luca Riccardi, Sonnino e l’Intesa durante la Prima
guerra mondiale, e Ludovica De Courten, Sonnino
tra imperialismo e nazionalismo. Il difficile equilibrio della conservazione. Si inseriscono in questo
filone anche l’originale relazione di Laura Brazzo,
Sidney Sonnino, il ministro degli Esteri e la Palestina (1917-1919), che getta luce su una tematica
poco nota negli studi storici, e Italo Garzia, Sonnino alla Conferenza della pace, che pone in rilievo
quanto fosse irrealistica l’esecuzione integrale del
Patto di Londra, portata avanti da Sonnino, in uno
scenario internazionale profondamene mutato rispetto al 1915.
Si tratta di un volume molto documentato
come confermano anche altre relazioni condotte
su materiale documentario per lo più inedito o
edito da poco tempo; ci riferiamo, in particolare,
alla relazione di Aldo A. Ricci, Sidney Sonnino nella
documentazione dell’Archivio Centrale dello Stato;
Elio D’Auria, Sidney Sonnino, la politica estera e
la questione adriatica nei «Documenti Diplomatici
Italiani», e Fabio Grassi Orsini, Sonnino nel «Diario» Imperiali, pubblicato, a cura dell’Archivio del
Senato della Repubblica, nel 2006.
Il volume dedica, opportunamente, spazio
anche alla percezione della stampa internazionale
sull’azione del ministro, in particolare con i saggi di Emanuela Minuto, Note su Sonnino ministro
degli Esteri nella stampa britannica, e di Daniela
Rossini, Sonnino visto dagli Stati Uniti: i leader
americani e la politica estera italiana nel periodo
della cobelligeranza (1917-1918).
Sono, inoltre, dedicate a tematiche di carattere generale le informate relazioni di Pietro
Pastorelli, Sonnino e l’Europa; Rolando Nieri, Il
rapporto politica interna-politica estera nella concezione di Sidney Sonnino, e Maria Marcella Rizzo,
Salandra e Sonnino: una parabola del liberalismo
italiano, che, molto opportunamente, delinea un
profilo di lungo periodo del rapporto fra i due leaders politici che parte dalla fine dell’Ottocento.
Il volume si occupa anche dell’ultimo
Sonnino, che nel 1919 rifiutò di presentarsi alle
elezioni politiche, in particolare con le relazioni di Paola Carlucci, Senza politica: l’ultimo Sonnino (1919-1922), e Antonio Cardini, Sonnino e
la crisi dello Stato liberale. Una fase nella quale
il leader toscano, anche a causa di problemi di
salute, mostrò, certamente, una minore vivacità
intellettuale.
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Biblioteca
Il volume, che si avvale di un’imponente
documentazione proveniente anche da archivi internazionali, oltre che di un intelligente utilizzo
della corposa documentazione edita, è un valido
strumento per approfondire l’azione politica di uno
dei maggiori esponenti liberali italiani ed anche
le relazioni internazionali di uno dei periodi più
complessi e delicati del primo Novecento.
Antonio Scornajenghi
Stefania Bartoloni,
Il fascismo e le donne
nella «Rassegna femminile italiana» 1925-30,
Roma, Biblink, 2012, pp. 180.
Il libro di Stefania Bartoloni ricostruisce nel dettaglio le travagliate vicende della «Rassegna femminile italiana», fondata da Elisa Majer Rizzioli.
Il libro si articola in quattro capitoli e dedica attenzione soprattutto alla prima fase della rivista,
quella della fondazione. Nel primo capitolo l’autrice inquadra la fondazione della «Rassegna» nel più
ampio contesto della stampa femminile del dopoguerra, svelando fili di continuità di lungo periodo
nella stampa femminile italiana tra fine Ottocento
e Novecento. I capitoli successivi sono dominati
dalla «Rassegna femminile italiana» e dalla storia
di Elisa Majer Rizzioli, ispettrice dei fasci femminili
e protagonista del fascismo femminile delle origini. In particolare, nel secondo capitolo Bartoloni
traccia un breve profilo biografico della fondatrice,
che condivide con Margherita Sarfatti le origini
veneziane ed ebraiche e la scelta di fare di Milano la sua città di elezione, oltre che un precoce
avvicinamento al fascismo delle origini. In questo
percorso, appare particolarmente rilevante la forza del desiderio di Rizzioli di fondare un giornale
femminile, che procede di pari passo con lo sviluppo della sua carriera politica ed è precedente
all’ufficializzazione del suo ruolo di Ispettrice dei
fasci femminili, nel dicembre del 1924. Nel terzo
capitolo l’autrice analizza il primo anno di vita del
giornale, organo ufficiale dell’Ispettorato dei fasci femminili. In questo capitolo vengono presi in
considerazione il contenuto dei primi numeri del
giornale, il ruolo politico e istituzionale svolto da
questo periodico nel movimento femminile fascista e le reazioni suscitate dalla sua comparsa nel
movimento fascista in generale, fino alla chiusura,
ordinata dal Partito nel dicembre 1925. L’ultimo
capitolo è dedicato infine a spiegare le ragioni della chiusura, nei delicati equilibri del Pnf di metà
anni Venti, e permette di capire come la Rizzioli
sia giunta, nonostante tutto, ad ottenere di poter pubblicare una seconda serie del giornale, dal
gennaio 1927. L’ultimo numero del periodico venne, infatti, pubblicato nel luglio 1930, ad un mese
esatto dalla morte della sua fondatrice e con un
numero interamente dedicato a lei.
La storia di questo periodico riflette bene
le ambiguità con cui la dirigenza del fascismo
guardava all’autonomia della «Rassegna», e delle dirigenti del movimento femminile fascista in
generale, e al suo ambizioso progetto di costruire
questo spazio di organizzazione politica e culturale per le donne. Queste ambiguità giungono all’apice con la chiusura, nel 1925, sotto le pressioni del
mondo nazionalista, che mai aveva apprezzato il
dinamismo della Majer Rizzioli e che era poco disponibile a tollerare spazi di pur controllata autonomia femminile. La rinascita del giornale, sempre
diretto dalla Majer Rizzioli, ma con un ruolo meno
ufficiale nei confronti dei Fasci femminili, cui era
comunque dedicato, rivela molto dell’incertezza
nell’adozione delle politiche sulla militanza femminile.
La vicenda della «Rassegna femminile
italiana» mostra il conflitto tra la struttura istituzionale del fascismo e il ruolo di Mussolini nei
confronti della Rizzioli e del movimento femminile fascista più in generale, rivelando le tensioni
esistenti sul destino da riservare alla militanza
femminile in questo nuovo contesto istituzionale e politico. Le difficoltà di questo periodico ben
rappresentano le ambigue sorti delle donne nel fascismo, amplificate in questa fase di realizzazione
della dittatura.
Questo libro costituisce un ulteriore piccolo tassello di un’indagine sulla stampa femminile
durante il fascismo che ha bisogno di altri approfondimenti per permetterci di avere un quadro
meno statico della cultura e dell’organizzazione
culturale delle donne nel Ventennio.
Giulia Albanese
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Biblioteca
Maurizio Degl’Innocenti,
La società volontaria e solidale. Il cantiere del welfare
pubblico e privato,
Manduria, Lacaita, 2012, pp. 462.
Ragionare di crisi del welfare State e in particolare
di quello italiano è un esercizio di moda già da alcuni decenni. Anche in questo volume, la diagnosi
impietosa delle inefficienze e storture della spesa
sociale dello Stato in Italia, aggravate, in tempi
di crisi economica, da fondati dubbi sulla tenuta complessiva del sistema, costituisce il punto
di partenza. L’A. raccoglie una serie di contributi,
in parte già editi, che ruotano intorno al tentativo di ricostruire la genealogia di un modello di
welfare complementare a quello statale e fondato
sul cosiddetto «terzo settore». Quella rete, cioè,
di istituzioni (mutue, cooperative, consorzi, circoli
ricreativi e sportivi, organizzazioni del volontariato) che nel linguaggio della politica europea è noto
oggi come il settore della «economia sociale».
Di più ampio respiro è il saggio di apertura che analizza in chiave comparata la nascita
e l’evoluzione del mutualismo cooperativo nell’Europa tra Otto e Novecento, soffermandosi sul quadro normativo che nei vari Paesi ha accompagnato
l’assorbimento della libera mutualità nel quadro
delle assicurazioni obbligatorie gestite o controllate dallo Stato. Seguono una serie di contributi
di ricerca più concentrati sull’esperienza italiana
in età liberale e giolittiana con studi sulla nascita
delle prime cooperative assicurative, di credito, di
consumo, sulle università popolari e sulle case del
popolo, nonché sul ruolo di settori importanti della
classe dirigente liberale e di quella emergente del
socialismo riformista nell’investire in queste nuove forme di aggregazione, assistenza, educazione
politica delle masse operaie e contadine. Non mancano brevi incursioni anche nel periodo fascista e
in quello repubblicano: del primo si ripercorrono
le iniziative legislative in tema di mutualità e del
secondo si seguono le vicende della costituzione
dei circoli Arci. In conclusione si presentano una
serie di dati statistici volti a fornire un’istantanea
dello Stato e dell’importanza del «terzo settore»
nella società contemporanea.
Lo schema interpretativo che innerva i diversi contributi è improntato al rifiuto di schemi
ideologici o politologici troppo netti. In particolare, cioè, quelli che considerano la costruzione dei
sistemi di welfare un merito esclusivo della sinistra socialista, nonché quelli che lo considerano
un prodotto, unicamente, della logica «interventista» e razionalizzatrice dello Stato. In quest’ottica
il mutualismo e la cooperazione, anziché residui
superati di un passato corporativo, vengono presentati come esperimenti di integrazione sociale
rispondenti alle specifiche esigenze di sicurezza
delle moderne società industriali. Esperimenti che
nascevano «dal basso» e che poi diversi linguaggi
politici (liberale, cattolico, repubblicano, socialista, fascista) si preoccuparono di declinare in
modo funzionale alle proprie esigenze, in rapporto dialettico con la lenta affermazione dello Stato
nazionale quale principale fornitore di servizi alla
collettività. Dando vita, così, a sistemi di welfare
complessi e stratificati di cui quello italiano non è
che uno dei tanti esempi.
Potrà la «società volontaria e solidale»,
ovvero un associazionismo fondato sul rifiuto della logica del profitto, sulla democrazia interna e
sull’investimento nelle relazioni interpersonali,
salvare il welfare europeo? Se non altro, l’A. ci tiene a sottolineare come la sua storia, travagliata e
non sempre vincente, sia una parte integrante del
suo codice genetico.
Se appare convincente la scelta di organizzare una raccolta di studi intorno a questo stimolante filo conduttore, tanto più perché si giova
di un’ottica comparata, dispiacciono la mancanza,
in qualche saggio, di una chiara indicazione della
fonte dei numerosi dati statistici e normativi, nonché la poca cura redazionale dei termini stranieri.
Claudia Mantovani
Filippo Focardi,
Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione
delle colpe della seconda
guerra mondiale,
Roma-Bari, Laterza, 2013, pp. 308.
Il volume in questione è il risultato di una serie di
riflessioni condotte in precedenza dall’A. e costituisce, pertanto, una sintesi conclusiva di queste.
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Biblioteca
Nel volume Focardi cerca di ricostruire le origini
del mito del soldato italiano bravo e umano e, di
contro, dell’imago del tedesco cattivo e crudele.
Nel far ciò bene sottolinea come alla base di tale
mito ci fosse la propaganda anglo-americana che, a
più riprese, insisté sul fatto che la guerra era stata
imposta da Mussolini all’Italia, scelta di vertice tra
il duce e Hitler, di fronte a un popolo italiano ostile al conflitto e, in fondo, da sempre diffidente nei
confronti dell’alleato germanico. Una propaganda
anti-regime, dunque, e non anti italiana che, anzi,
cercava di solleticare il sempre presente risentimento anti tedesco degli italiani.
Questi temi propagandistici vennero prontamente ripresi dalle forze in campo in Italia e,
in particolar modo, dalla Monarchia e dai partiti
radunati nel Cln. Il motivo centrale di tale rielaborazione fu dovuta a questioni di carattere internazionale, ossia al tentativo di dissociare l’Italia
dall’inevitabile sconfitta, cercando di presentarla
come meno responsabile nello scatenamento del
conflitto e, dunque, tentando di alleviare le condizioni di pace che si sapevano essere molto dure. Ma
i motivi di tale rielaborazione del ruolo italiano nel
secondo conflitto mondiale rispondevano anche a
scopi più contingenti. La Monarchia voleva dissociare le proprie responsabilità da quelle del regime
e, dunque, presentarsi come istituzione credibile
ancora in grado di reggere il paese, i partiti antifascisti volevano autoassolvere il popolo italiano e
con esso se stessi dalle responsabilità nell’aver favorito nel primo dopoguerra l’ascesa del fascismo.
Questa concomitanza di interessi, politici
e internazionali, produsse tra il 1943 e il 1947 la
rielaborazione del ruolo italiano nella guerra, cercando di presentare le truppe impegnate nei vari
fronti, appunto, come esponenti della civiltà italica e latina e, dunque, prive della brutalità tipica,
invece, delle truppe germaniche. Conseguenza inevitabile dal momento che se si voleva affermare la
«bontà» del soldato italiano era necessario avere
un contraltare che, in effetti, non poté che essere
il soldato tedesco presentato come educato ma crudele e, al fondo, ciecamente obbediente agli ordini
superiori e privo quasi di umanità.
Ulteriore conseguenza di tale processo di
rielaborazione che avrebbe avuto molta fortuna
ben al di là del 1947, fu una visione se non benevola senz’altro edulcorata del fascismo. Se questo
processo avviatosi in maniera più o meno consapevole non era inevitabile, e alcuni partiti rifletterono sulle responsabilità del fascismo e sui suoi
legami profondi con la società italiana, è pur vero
che il riciclaggio in atto nei vari partiti del personale ex fascista e l’insistenza sul carattere fondamentalmente buono del soldato italiano, protettore reale degli ebrei negli scacchieri dove avevano
operato le truppe italiane, non poté che produrre
un’immagine attenuata del regime fascista rispetto
a quello nazista. Che questa differenza sia storicamente e scientificamente provata è ancora dibattuto tra gli storici; certo è che le origini di una
certa immagine benevola del fascismo affondano le
loro origini proprio nell’elaborazione del mito del
bravo italiano.
Un mito che, seppur vada riletto in maniera maggiormente critica, come suggerito dall’A.,
affonda le proprie basi anche nel reale comportamento dell’esercito italiano che, pur macchiandosi
di alcune atrocità come avvenne nello scacchiere
danubiano-balcanico, non può essere paragonato
al comportamento delle truppe naziste nel corso
del conflitto, e in particolare all’atteggiamento tenuto dall’esercito germanico sia sul fronte russo sia
nel continuo rastrellamento dell’elemento ebraico
nei territori occupati.
Un buon libro, dunque, quello di Focardi
che va letto per comprendere bene quei processi
di rimozione delle responsabilità italiane nel secondo conflitto mondiale; processi che furono favoriti innanzitutto dagli Alleati e, poi, per finalità
affatto diverse da tutti gli attori politici presenti
nella penisola.
Andrea Ungari
Fabrizio Giulietti,
Storia degli anarchici italiani in età giolittiana,
Milano, FrancoAngeli, 2012, pp.
308.
Come sottolinea ampliamente Giampietro Berti
nella sua prefazione il lavoro di Giulietti «colma
un vuoto rilevante relativo al movimento anarchico nell’età giolittiana e al primo quindicennio
del Novecento» consegnandoci una monografia
103
Biblioteca
completa. La svolta liberale, per Giulietti, infatti,
costituisce un nuovo contesto che da un lato favorisce una nuova ripresa operativa del movimento, dall’altro, ne segna una «sorta di metamorfosi
identitaria» generando una eterogeneità di indirizzi e orientamenti ideologico-culturali che si vanno
progressivamente ad assommare alla tradizionale
concezione socialista-anarchica internazionalista.
Ci si imbatte, quindi, volendo semplificare, nelle
tre correnti principali del movimento: quella organizzatrice, quella individualista e quella antiorganizzatrice, ma anche nelle tendenze minori
anarcosindacalista, antimilitarista ed educazionista e nelle variegate derivazioni (neomalthusiana,
evoluzionista, anticlericale, cristiana, geometrista,
esperantista).
Nel tentativo di dipingere un affresco organico, Giulietti coglie la vitalità, i labili confini e
le sfumature (si pensi alla critica al «partito» come
condizione comune della sfera antiorganizzatrice e
alle ben più articolate opinioni sempre in questa
sfera, nonostante le pregiudiziali di principio, sui
rapporti da tenere con il costituendo movimento
sindacale). La forza del libro sta, infatti, proprio
nel riuscire ad ancorare le vicende esaminate, i
momenti cruciali che investono il movimento anarchico, all’interno di uno scenario più ampio che
tratteggia i conflitti politici e sociali che hanno
caratterizzato la storia italiana dalla svolta di fine
secolo alle agitazioni contro la guerra in Libia fino
alla Grande Guerra, senza ad esempio trascurare il
complesso rapporto tra la «classe» – che Giulietti
vede molto spesso ancora legata a pratiche tradizionali di tutela paternalistica o ad un rivendicazionismo di tipo corporativo e riformista – e movimento
anarchico. Attraverso la lettura del libro, quindi,
seguiamo lo smarrimento del movimento nel passaggio dalla semiclandestinità di fin de siècle alla
ripresa operativa e al rilancio nel nuovo equilibrio
politico; ne osserviamo l’arricchimento teorico di
cui un momento centrale, malgrado i limiti e le
defezioni, è il dibattito legato al congresso romano
del 1907; ne scrutiamo il consolidamento nell’attività di agitazione e propaganda (cap. 2) come in
occasione delle agitazioni congiunte con repubblicani e socialisti in favore dell’educatore libertario
spagnolo Francisco Ferrer y Guardia del 1906 prima ancora dell’imponente ondata di mobilitazione
dell’ottobre 1909.
Il lavoro è inoltre arricchito da un impegno
archivistico-bibliografico, come mostra l’attenta ricostruzione delle iniziative anarchiche e anche la
ricca appendice di documenti archivistici inediti,
relativi ai rapporti stilati dagli organi di polizia
sul movimento e su alcune sue singole manifestazioni dal 1904 al 1913. Ma privilegiata è sicuramente la parte finale che ricostruisce le vicende
negli anni successivi al congresso di Roma, fase
di grande vitalità per gli organizzatori e non solo,
che vedrà inoltre la nascita dell’USI; è questo un
momento di forte radicalizzazione del conflitto sociale e dell’attività di propaganda del movimento
con le campagne antimilitariste contro la guerra
in Libia e la mobilitazione pro-Augusto Masetti e
che culminerà negli eventi della «settimana rossa»
con gli anarchici questa volta nel ruolo di indiscussi protagonisti in occasione dei moti popolari del
giugno 1914 (cap. 3). Questa precisa architettura
analizza, quindi, il complesso mondo di un movimento fatto di tante famiglie che tendono a sfuggire ad una visione unitaria; e lo fa enfatizzando il
tratto più caratteristico, quell’esser un arcipelago,
alle volte anche da un punto di vista quasi squisitamente geografico, fatto di una miriade di conferenze, giornali, opuscoli, lotte sindacali e d’opinione ampiamente testimoniate nel testo. Ne escono
definite con precisione quella ricchezza e vitalità
del movimento che sono sempre derivate, «al pari
della sua debolezza e della sua organica incapacità
a definire obbiettivi di breve e medio periodo, dal
suo continuo sfuggire alle forme di organizzazione
politica tipiche dei partiti in senso proprio e attuale» (Antonioli-Masini, Il sol dell’avvenire, 1999).
Ilaria Del Biondo
Marco Scavino,
La svolta liberale 18991904. Politica e società in
Italia alle origini dell’età
giolittiana,
Milano, Guerini e Associati, 2012,
pp. 266.
Gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento sono un periodo cruciale della storia italiana. Essi rappresentano un momento di svolta che
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ha riguardato vari ambiti: politico, economico,
sociale e culturale. Nel volume in esame l’a. approfondisce gli aspetti politici che caratterizzarono quegli anni, in particolare le modalità con le
quali il Paese affrontò il delicato passaggio fra i
due secoli e diede inizio alla svolta liberale impersonata da Giuseppe Zanardelli e Giovanni Giolitti.
Una densa fase storica che l’a. ben ricostruisce in
questo volume di scorrevole lettura.
Il volume è suddiviso in tre capitoli di ampiezza disomogenea: il primo è un’introduzione
di carattere economico, sociale e politico dove si
analizzano sinteticamente alcuni nodi riguardanti
lo sviluppo industriale e agricolo di lungo periodo
e l’incapacità della classe dirigente di fronteggiarli
in maniera adeguata. Prima di Rudinì, poi Pelloux
affrontarono la questione sociale con metodi repressivi, senza comprendere in profondità i mutamenti in corso nella società italiana ed europea,
limitandosi a difendere la cittadella liberale dalla
presunta invadenza dei «rossi» e dei «neri».
Il secondo capitolo entra più nel merito della questione e parte, come momento periodizzante,
dalle elezioni del giugno 1900 dopo le quali Pelloux
si dimetterà da capo del governo. Il regicidio di
Monza (luglio 1900), avvenuto ad opera dell’anarchico Gaetano Bresci, e il clima che ne scaturì, non
bloccarono la svolta, anzi in un certo senso l’accelerarono con l’avvento di Vittorio Emanuele III «assai meno conservatore» (p. 63) del padre sotto il
profilo politico e maggiormente sensibile ai nuovi
mutamenti in corso nel Paese. Il governo è presieduto dal senatore Giuseppe Saracco, il quale da più
parti era stato considerato «garanzia di continuità
degli equilibri parlamentari, senza per questo essere
visto dalle opposizioni come una minaccia di ulteriori tentazioni autoritarie» (p. 40). Dopo la crisi
del governo Saracco, maturata nel febbraio 1901 in
seguito alla vicenda dello scioglimento della Camera
del Lavoro di Genova da parte del prefetto Garroni
avvenuto nel dicembre, il re incaricò di formare il
nuovo esecutivo Zanardelli, prestigioso e anziano
leader della Sinistra storica. Questi fu affiancato da
Giolitti come ministro dell’Interno: è l’inizio della
svolta. La nuova compagine di governo lasciò maggiore libertà al conflitto sociale (scioperi compresi), limitando la sua azione alla tutela dell’ordine
pubblico, non quindi intervenendo a favore dei
datori di lavoro alterando la dinamica del mercato.
Il terzo capitolo, decisamente il più lungo, con le sue oltre centoventi pagine, esamina in
maniera particolareggiata gli equilibri e le contraddizioni della svolta. L’A. analizza ampiamente le
vicende del partito socialista, il suo aspro conflitto
interno fra intransigenti e riformisti, che caratterizzerà l’intero periodo giolittiano, nonché le vicende
del mondo cattolico anch’esso in grande fermento.
L’autore, nel complesso, pur sottolineando
l’importanza della svolta impressa da Zanardelli
e Giolitti, scorge una progressiva stabilizzazione
moderata (già con il governo Giolitti dell’ottobre
1903 e poi con il fallimento dello sciopero generale
del settembre 1904 e le successive elezioni politiche di novembre). Certo, viene da chiedersi quale
prospettiva avesse Giolitti nel 1903 dal momento
che i riformisti socialisti rifiutarono di entrare nel
governo, se non quella di costituirne uno con le
forze politiche disponibili a sostenerlo, spostando,
inevitabilmente, l’asse del governo più a destra. Ricordo, infatti, che nemmeno i radicali accettarono
gli inviti giolittiani a partecipare.
Il volume è basato su fonti documentarie
edite e a stampa (molti quotidiani e riviste di diversa coloritura politica, e atti parlamentari) e su
una bibliografia che non sempre tiene nel debito
conto il più recente dibattito storiografico su questioni rilevanti (Mezzogiorno, crisi di fine secolo,
ruolo dei cattolici). Malgrado ciò il volume resta un
interessante punto di riferimento nel dibattito storiografico sulle vicende politiche di fine Ottocento
inizio Novecento.
Antonio Scornajenghi
Wolfgang Schieder,
Mythos Mussolini. Deutsche
in Audienz beim Duce,
München, Oldenbourg Verlag,
2013, pp. 404.
L’abilità di Mussolini nel costruirsi il proprio mito è
stata sottolineata varie volte con riferimento a vari
aspetti della presenza pubblica del duce. In questo
volume si studia un aspetto particolare, ma assai
importante e sin qui mai esplorato con appositi
studi, di questa attività: la gestione delle udienze.
Come Schieder illustra in maniera esaustiva nell’am-
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pio saggio introduttivo di 200 pagine, si trattava di
un’attività accuratamente pianificata che occupava
una quota notevole della politica di Mussolini. Oltre agli incontri più o meno di routine con i vertici
della burocrazia politica e statale, una parte cospicua era destinata a consentire l’accesso al duce di
personalità italiane e straniere che si riteneva interessante e/o utile influenzare. In questo libro ci
si occupa dei visitatori tedeschi, ma sappiamo bene
che analoga attenzione fu riservata ad altri, tanto
che c’era una certa smania da parte degli stranieri
di passaggio a Roma di poter incontrare Mussolini.
Lo storico tedesco registra l’importanza che
rivestiva lo scenario (la Sala del Mappamondo a Palazzo Venezia) e i vari gradi di ritualità dell’evento (Mussolini che aspetta alla scrivania, o che
va incontro all’interlocutore, che lo congeda con
maggiore o minor calore, ecc.). Schieder distingue
due categorie di visitatori: giornalisti, intellettuali, artisti; uomini politici, in questo caso sia della
fase di Weimar (vi è un colloquio significativo con
Brüning) che del versante nazista (l’incontro con
Goebbels del 29 maggio 1933). È stato ricostruito
un registro completo delle udienze, ma vengono riprodotti nella seconda parte del libro quei resoconti degli ammessi alle udienze che è stato possibile
rintracciare e che hanno un qualche interesse.
Sono state individuate ben 86 relazioni
(circa un quarto dei tedeschi che ebbero questo
onore) e ne vengono pubblicate 32, ciascuna con
adeguata introduzione sul personaggio che le ha
redatte. Si tratta di materiali disomogenei, perché
in alcuni casi sono resoconti pubblicati più o meno
a breve distanza dalle visite, in altri di brani di
memorie scritte nel dopoguerra. Nel primo caso
dominano molte volte le suggestioni del contesto
temporale (a partire dalla «fama» da cui Mussolini
era circondato) nonché le esigenze del reportage
giornalistico. Nel secondo caso si leggono apprezzamenti che difficilmente all’epoca sarebbero stati
fatti: vediamo per esempio il caso della famosa regista Leni Riefenstahl, ricevuta il 28 febbraio del
1936. Qui leggiamo l’impressione di avere avuto
davanti «ein wenig Caruso in Uniform» (p. 310)
non sappiamo quanto deformata dall’intervenuta
consapevolezza di come era finita, o una lunga tirata sulla questione sudtirolese che anch’essa non
è del tutto concordante con il tempo storico in cui
avviene l’incontro.
La cura che Mussolini poneva nella gestione di questi eventi era mirata a un preciso piano
politico: consolidare la propria immagine soprattutto all’estero, trasformando coloro che venivano
a parlare con lui in involontari propagandisti della
sua grandezza, e di quella del suo regime. Contava
sul fascino che riusciva in un modo o in un altro
a esercitare sui suoi interlocutori (anche facendo
sfoggio di qualche competenza linguistica, acquisita nelle sue peregrinazioni giovanili).
Con i giornalisti il duce evitava le classiche
interviste, optando invece per «colloqui» che poi davano origine non solo ad articoli su vari periodici, ma
anche a libri, talora destinati a grande diffusione in
più lingue. Due i casi più famosi qui documentati: uno
assai noto, quello di Emil Ludwig, l’altro molto meno,
quello di Luise Diel. Sono due storie quasi antitetiche.
Ludwig conduce i suoi colloqui prima dell’avvento al
potere di Hitler e l’immagine di Mussolini che si fece
e che diffuse fu quella di un dittatore moderato, non
aggressivo (niente guerre in vista), che non aveva
intenzione di fare del fascismo un «articolo d’esportazione» e che non nutriva alcun pregiudizio antisemita. Era l’immagine che una parte cospicua della
pubblica opinione nella Germania pre-nazista voleva
farsi della «soluzione italiana» alla crisi postbellica
con cui anch’essa faceva i conti. Al contrario la Diel,
una giornalista non di prima grandezza che però
riuscì ad avere il maggior numero continuativo di
udienze dal 1934 al 1939 (ben 21), trasmise la fascinazione acritica sia dell’uomo che del regime fascista.
Schieder ha il merito di avere ricostruito
nei dettagli e in modo molto interessante questa
strategia di comunicazione del duce che peraltro si
fondava, come non manca di sottolineare, anche su
doti personali fra l’istrionico e l’istinto politico.
Paolo Pombeni
Andrea Spiri,
La svolta socialista. Il PSI e
la leadership di Craxi dal Midas a Palermo (1976-1981),
Soveria Mannelli, Rubbettino,
2012, pp. 174.
Andrea Spiri prosegue con questo volume il suo
lavoro di ricerca sulla storia del Psi nell’era Cra-
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xi (cfr. i due volumi da lui precedentemente curati per Marsilio, rispettivamente nel 2006 e nel
2010: Bettino Craxi, il socialismo europeo e il sistema internazionale e Bettino Craxi, il riformismo
e la sinistra italiana), basato essenzialmente su
un’attenta analisi della stampa coeva e l’utilizzo
dei documenti posseduti dalla Fondazione Craxi.
L’A. mantiene sempre, con merito, il tono distaccato dello studioso, conscio com’è delle difficoltà
di tracciare un bilancio dell’opera di Craxi, anche
nel breve, ma decisivo periodo che va dalla sua elezione a segretario del Psi al congresso di Palermo
del 1981, in cui consolidò definitivamente la sua
leadership all’interno del partito. Due sono quindi
i temi centrali del libro: l’evoluzione delle dinamiche interne al Psi e la lotta condotta da Craxi (con
il decisivo contributo di Luciano Pellicani e degli
intellettuali della redazione di «Mondoperaio», con
i quali, pure, i rapporti furono, in alcune fasi, di
acceso contrasto) contro il predominio comunista
nella sinistra italiana, sullo sfondo delle drammatiche vicende del sequestro Moro e della fine dei
governi di unità nazionale.
I motivi del successo (sia pure effimero) di
Craxi si possono indubbiamente riscontrare, all’interno del Psi, nell’aver ridato orgoglio e senso di
appartenenza ai militanti di un partito ripiegato su
se stesso e reduce da anni di sconfitte; all’esterno,
nell’aver colto i segnali di cambiamento e i bisogni
di modernizzazione della società italiana. Motivi
che Craxi tentò di incarnare con la sua leadership
personale e con il lancio di parole d’ordine come
la «grande riforma»: ma il tentativo di risolvere
la «questione socialista» (la debolezza, non solo
elettorale, di un soggetto socialista stretto tra il
potere democristiano e, a sinistra, l’egemonia comunista) attraverso il rilancio del riformismo socialista e la ricerca di un proprio spazio politico
fallì, in parte proprio a causa delle scelte strategiche craxiane del periodo preso in esame da Spiri.
Se la ricerca dell’autonomia era indubbiamente la
condizione sine qua non per la stessa sopravvivenza del Psi dopo la sconfitta elettorale del 1976,
la segreteria Craxi non riuscì a cambiare, in sedici
anni, pur considerando le indubbie difficoltà che
dovette affrontare, i dati di fondo individuati da
Norberto Bobbio in un convegno organizzato da
«Mondoperaio» in quello stesso luglio 1976 che
vide l’elezione di Craxi ai vertici del Partito, es-
sere cioè il Psi «partito medio, coalizzato e non
coalizzante, necessario ma non sufficiente». La
«governabilità» (alternata con un movimentismo
portato fino alla spregiudicatezza), il leaderismo,
la polemica ideologico-culturale (sempre aggressiva e talora strumentale, anche se spesso ispirata da
convincenti ragioni di fondo) sembrano cioè essere
stati funzionali a un’abilità più tattica che strategica (come peraltro per il suo mentore e maestro,
Pietro Nenni): il primum vivere non diventò quasi
mai deinde philosophari e i limiti di questa concezione della politica (moderna, con l’attenzione
all’uso degli strumenti di comunicazione di massa,
e anticipatrice del fenomeno della «personalizzazione») appariranno con tutta evidenza nel mondo
post 1989, quando anche l’indubbio carisma personale su cui Craxi aveva fondato molte delle sue
fortune cominciò rapidamente ad appannarsi.
Giovanni Scirocco
Vito Tanzi,
Italica. Costi e conseguenze dell’unificazione
d’Italia,
Torino, Grantorino, 2012, pp. 290.
Vito Tanzi, nato a Mola di Bari nel 1935, è stato
professore di economia e di finanza pubblica in varie università americane, direttore del Fiscal Affair
Department del Fondo Monetario Internazionale
(1981-2000), e sottosegretario all’economia e alle
finanze nel secondo governo Berlusconi (20012003). Può vantare cinque lauree honoris causa e
un elenco di pubblicazioni assolutamente ricco e
prestigioso. Quello qui recensito è il suo primo libro di storia – per la precisione di storia economica
– scritto a seguito di una curiosità evoluta in una
vera e propria passione, come lui stesso ci spiega
nell’introduzione.
Il tema, in effetti, è di quelli affascinanti,
resi ancor più coinvolgenti da un dibattito molto vivace, che negli ultimi due o tre decenni ha
portato studiosi più che autorevoli a schierarsi su
posizioni anche molto distanti. Si tratta dell’unificazione d’Italia e degli aspetti economici legati a
questo processo. In questa sede, nell’impossibilità
di ripercorrere tutto il dibattito storiografico, ci li-
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miteremo a chiarire che si sono via via fatte strada
due interpretazioni differenti.
La prima è quella che vede nel Regno di
Sardegna una compagine più moderna e meglio
attrezzata rispetto agli altri Stati italiani risorgimentali, forte di un apparato istituzionale, di un
impianto giuridico, di un sistema di infrastrutture
e soprattutto di un tessuto economico-produttivo
nel complesso superiori a quelli del Regno delle
due Sicilie, dello Stato della Chiesa o dei ducati
tosco-emiliani. In tal senso, lo Stato Sabaudo esercitò un ruolo di drive, e una volta realizzata l’unità
nazionale si adoperò per estendere le caratteristiche virtuose del Piemonte al resto d’Italia, uniformando la pubblica amministrazione, investendo
nelle infrastrutture delle altre regioni, stimolando
processi di istruzione e alfabetizzazione.
La seconda interpretazione, invece, capovolge radicalmente questo approccio. L’Unità nazionale si sarebbe conseguita a beneficio del Regno di Sardegna e a spese di tutti gli altri Stati,
compreso il Regno delle due Sicilie, che anzi pagò
in assoluto gli oneri maggiori. Le politiche economiche e fiscali messe in campo all’indomani del
1861 avrebbero nei fatti penalizzato l’economia e
la società meridionale, aggravando vari problemi
sociali e interrompendo violentemente un percorso
di modernizzazione che il Mezzogiorno continentale aveva autonomamente intrapreso.
Vito Tanzi si colloca essenzialmente entro questa seconda compagine – a volte definita
«meridionalista» o anche, nelle interpretazioni
più radicali, «controrisorgimentale» – se non altro perché l’obiettivo della sua analisi è dimostrare
che il Regno di Sardegna fu salvato dal fallimento grazie all’unificazione, poiché poté trasferire il
suo debito pubblico sul resto del paese. Sulla base
della documentazione utilizzata, Tanzi ci spiega
che la classe dirigente sabauda scelse un modello
politico-amministrativo centralista che finì per penalizzare le regioni meridionali, mentre un assetto
maggiormente federativo avrebbe potuto portare
ad un processo più graduale e indolore, e ad una
sostanziale attenuazione della «questione meridionale».
Si tratta di un libro che vivacizza un poco
il dibattito, e lo aggiorna nei limiti di presentare
alcune fonti inedite. Pessima la veste redazionale
dell’editore Grantorino, che non ha promosso al-
cun adeguato intervento di omogeneizzazione e
revisione del testo, continuamente caratterizzato
da refusi e da differenti criteri stilistici. In questo
compito, l’autore è stato evidentemente (e colpevolmente) lasciato solo.
Tito Menzani
Leonardo Varasano,
L’Umbria in camicia nera
(1922-1943),
Soveria Mannelli, Rubbettino,
2011, pp. 588.
Sui motivi che suggeriscono di continuare a studiare il fascismo locale si sofferma Alessandro
Campi nell’introduzione di questo robusto volume,
osservando che dietro l’apparente immobilismo
della società umbra il regime fascista introduceva
elementi innovativi «e persino modernizzatori»,
che contribuivano lentamente ma stabilmente a
mutare lo scenario locale. La relazione storiografica tra locale e nazionale in età fascista è racchiusa
in questa apparente contraddizione, che se consideriamo bene attraversa l’intera vicenda nazionale.
Da un lato il panorama locale appare caratterizzato
da elementi di staticità assai più marcati rispetto
al dato nazionale; dall’altro lato le graduali trasformazioni degli assetti sociali ed economici locali sopravvivono meglio ai passaggi di regime politico.
In sintesi possiamo dire che la provincia italiana
è senz’altro più ritrosa ad assorbire le spinte innovative, ma anche meno soggetta ad oscillazioni e
cambiamenti improvvisi di rotta.
L’Umbria costituisce inoltre un terreno di
verifica particolarmente interessante di questa
dialettica locale-nazionale, a causa soprattutto del suo isolamento dalle vie di comunicazione nazionali che, unitamente alla sua posizione
centrale nell’asse peninsulare, conferisce a questa regione un ruolo al tempo stesso strategico e
periferico nelle vicende del fascismo. Se qui veniva collocato il quartier generale per la marcia
su Roma, dopo che lo squadrismo umbro aveva
offerto ampia testimonianza della sua dedizione
alla causa, l’esaurirsi dell’onda d’urto rivoluzionaria determinava subito dopo una chiusura del fascismo umbro nel suo orizzonte provinciale. Non a
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caso la stessa ricerca di Varasano, particolarmente
attenta e originale nella ricostruzione degli elementi di formazione della nuova società politica,
sembra poi procedere in maniera assai più sbrigativa allorché il fascismo degli anni Trenta giunge a un consolidamento che nella realtà locale si
confonde spesso con un rinnovato immobilismo
della classe politica e un più scarso dinamismo
della vita sociale. In questo caso conveniva forse
puntare l’osservazione sui livelli di partecipazione
della società umbra alle vicende nazionali, anziché sulle strutture territoriali del regime. Sarebbe
stato utile, per fare solo un esempio, approfondire le oscillazioni del consenso registrabili in passaggi cruciali come la questione concordataria,
l’impresa coloniale oppure la guerra mondiale (cui
il volume dedica uno spazio forse troppo marginale), mentre il sovraccarico della retorica ufficiale
non consente di discernere agevolmente tra opere del regime, magniloquenza della propaganda e
realizzazioni concrete. Nelle documentate pagine
dedicate al problema delle vie di comunicazione
– problema quanto mai essenziale in un territorio come quello umbro – Varasano ha però modo
di osservare che degli ambiziosi progetti iniziali
fu portata a compimento la sola tratta SpoletoNorcia, iniziata per altro nel lontano 1913.
In realtà per poter cogliere il senso più
profondo delle trasformazioni intervenute in una
simile realtà locale occorrerebbe pensare a una
storia del fascismo senza il condizionamento dei
fascisti, vale a dire sottraendosi al rendiconto
necessariamente ripetitivo della vita interna di
ognuno degli apparati di regime. Non mancano
anche in questo volume angolazioni interessanti
e opportunamente fuorvianti rispetto alla linea
ufficiale (per citare due casi del tutto diversi: le
pagine dedicate alla resistenza morale di Capitini
e la vicenda operaia della Terni), ma la politica
del regime appiattisce in pochi anni l’orizzonte
politico in una uniformità senza apparenti vie di
uscita. Tullio Cianetti, uno degli uomini nuovi del
fascismo umbro, aveva avvertito anzitempo tale
pericolo: «Un giovane partito, formato di giovani, rimarrà compatto fin tanto che esisteranno i
pericoli e la lotta per la conquista del potere, ma
la compattezza diminuirà man mano che gli uomini vincitori si adageranno sugli allori anche se
sono animati dal migliore slancio rivoluzionario».
Quando i fascisti invecchiano, per dirla con Brancati, anche il «migliore slancio rivoluzionario»
diventa un lenitivo retorico per reduci della prima ora e opportunisti di più recente conversione,
mentre la politica chiede dietro a sé ogni stimolo
di innovazione.
Paolo Varvaro
Storia delle relazioni internazionali
Nancy Bernkopf Tucker,
The China Threat: Memories, Myths, and Realities
in the 1950s,
New York, Columbia University
Press, 2012, pp. 312.
Nancy Tucker è stata una delle principali analiste
delle relazioni sino-americane e tra le pochissime
che hanno focalizzato l’attenzione non solo sulla
Repubblica Popolare Cinese ma anche su Taiwan e
Hong Kong. Questo, purtroppo, è e rimarrà il suo
ultimo libro: Tucker è morta nel dicembre 2012. Il
volume inizia con un’analisi dei principali policymaker statunitensi e cinesi e del contesto in cui
adottano le loro decisioni di governo, proseguendo
poi con una valutazione delle politiche attuali. Il
libro presenta uno stile franco e diretto ed è impreziosito da una splendida selezione di vignette sulla politica contemporanea. Da Tucker apprendiamo
che il presidente Eisenhower e il suo segretario di
Stato, John Foster Dulles, erano nel complesso più
interessati all’Europa che all’Asia. I problemi sollevati dalla Cina venivano considerati tutt’al più
distrazioni, che ricadevano sull’amministrazione in
virtù della pressione esercitata da inopportuni sostenitori dei Nazionalisti cinesi residenti sul suolo
americano e dalle iniziative degli stessi cinesi. L’Eisenhower descritto da Tucker appare «intrappolato
dal suo tempo», prono a un’opinione pubblica che
si presumeva essere profondamente ostile alla Cina
e refrattario a mettere a rischio interessi più vicini
alle sue reali preoccupazioni in seguito a un’eventuale svolta in politica estera.
Alla luce del ritratto che Tucker ci offre di
un presidente tutto sommato benevolo, pragmatico e in qualche modo confusionario, sorprende
poi scoprire che Eisenhower minacciasse sovente
di usare la forza, perfino le armi nucleari, brandite
durante i negoziati per l’armistizio nella Guerra di
Corea. Non che avesse reali intenzioni di usarle, ma
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riteneva che le minacce potessero volgere a proprio
vantaggio i negoziati. Che ciò poi non si realizzasse è, secondo Tucker, irrilevante. L’A. descrive la
politica complessiva di Eisenhower come desiderosa di mantenere «fredda» la cold war. Un proposito
che tuttavia non escludeva il rovesciamento di governi democraticamente eletti in Iran e Guatemala,
il sostegno per la diffusione di attività paramilitari
a sfondo anticomunista e la guerra psicologica, nonostante le forme «calde» di repressione che tali
iniziative producevano. Quando il governo cinese
rispose alla fortificazione delle isole di Jinmen e
Quemoy, situate in acque internazionali, bombardandole, Eisenhower interpretò tale gesto come
un atto di aggressione, equivocando così quello
che dopo tutto era la risposta a una provocazione.
Certo, Mao non comprese a sua volta Eisenhower,
immaginando che un’esibizione di forza avrebbe
dissuaso gli Stati Uniti dal firmare un trattato di
mutua difesa con Taiwan, quando invece un qualsiasi attento osservatore della politica americana
avrebbe potuto dirgli che l’effetto sarebbe stato
esattamente l’opposto. Il resoconto che Tucker fornisce delle crisi dello Stretto di Taiwan – materia
di un precedente studio, Strait Talk: United StatesTaiwan Relations and the Crisis with China – è persuasivo: ciascuno dei contendenti inclini ad evitare la guerra ma senza mai apparire deboli, cosa
che però finiva per produrre uno stato di tensione
massima. Ad ogni modo, è la conclusione di Tucker, gli anni di Eisenhower furono l’inizio di una
«lenta transizione verso un approccio più realistico
e flessibile». Si allentarono le sanzioni statunitensi
nell’ambito del commercio internazionale, iniziarono i primi contatti diplomatici e, nonostante ne
esistessero le condizioni, non ci fu nessuna guerra.
Ciò che risulta poco convincente nell’analisi di Tucker è la ripetuta imputazione alla politica interna dei fallimenti dell’amministrazione
nell’elaborare una politica più intelligente nei confronti della Cina. Si tratta di una spiegazione che
necessita di una valutazione più attenta. Non è
per esempio così evidente che Eisenhower avrebbe
pagato un prezzo politico pesante per fare quello
che Nixon avrebbe fatto venti anni dopo. E anche
se lo avesse fatto, ne sarebbe valsa la pena?
Marilyn B. Young
James Hevia,
The Imperial Security
State. British Colonial
Knowledge and EmpireBuilding in Asia,
Cambridge-New York, Cambridge
University Press, 2012, pp. 304.
Il libro di Hevia si inserisce autorevolmente nella vasta bibliografia sulla storia del colonialismo britannico in Asia. Pur riferendosi costantemente ai classici sulla materia (Bernard Cohn, Christopher Bayly,
Christopher Andrew, David Dilks, per citare solo i
più recenti), Hevia innova il tradizionale approccio
alla materia, facendo ricorso ad una dimensione
dell’imperialismo britannico poco nota e soprattutto
sottostimata. Le sue fonti privilegiate sono, infatti,
i numerosi rapporti militari e informativi che furono
prodotti nel lungo, importante periodo che va dal
1880 al 1940, quando si avvertirono i primi scricchiolii nel gigantesco apparato imperiale di Londra.
In sostanza, Hevia ritiene che il flusso di informazioni sui più svariati aspetti della presenza britannica in Asia, che l’intelligence militare britannica
inviò alla madrepatria, costituì un elemento conoscitivo prezioso per la conservazione della saldezza
dell’impero asiatico di Londra. Tali informazioni, redatte in forme standardizzate e perciò ora facilmente individuabili e consultabili, costituiscono un corpus prezioso di documentazione archivistica di alto
valore storico, che Hevia ha consultato e studiato.
Dal punto di vista della politica internazionale tra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra
mondiale, la documentazione considerata da Hevia
ripropone il vecchio ma cruciale problema del Great
Game russo-britannico in Asia Centrale, dove appunto il servizio informativo militare di Londra giocò un ruolo fondamentale nel ricacciare indietro le
mire di Mosca verso territori strategicamente vitali
per la conservazione dell’impero asiatico britanni-
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co. Hevia giustamente rileva come la modernità dei
sistemi informativi di Londra ebbe la meglio sugli
antiquati metodi della Russia zarista. In particolare, subentrò nell’intelligence militare britannica
una nuova concezione geo-strategica, in virtù della
quale l’apparato militare coloniale dovesse essere
considerato in termini unitari, non frammentati,
così da istituire linee di comunicazione attive tra
le colonie asiatiche grazie alle innovazioni tecnologiche che Londra era in grado di mettere in campo.
La rivoluzione industriale inglese del secolo precedente ebbe un ruolo decisivo nella ristrutturazione, razionalizzazione e professionalizzazione dell’apparato militare e informativo britannico
nell’impero. In particolare, Hevia sottolinea come,
per ottenere risultati qualitativamente importanti,
occorresse «un’entità permanente in grado di monitorare, sistematizzare, trasmettere e applicare le più
recenti scoperte scientifiche nel campo della tecnologia e dell’utilizzo delle informazioni» (p. 20). Perciò, fu necessario abilitare un gruppo di specialisti
all’integrazione delle nuove tecnologie nell’apparato militare e alla pianificazione delle guerre future.
L’ultima parte dell’ottimo libro di Hevia è
dedicata ai riflessi che sull’opinione pubblica inglese ebbero le innovazioni tecnologiche volte alla
conservazione e forse all’ampliamento dell’impero.
Quest’ultima prospettiva allarmava coloro che vedevano nell’imperialismo del proprio paese l’esatto
contrario di una vera democrazia e dei principi liberali che l’avevano innervata, per non parlare dei
costi umani e materiali che tale impresa implicava.
L’ultimo quarto dell’Ottocento vide l’ampliarsi in
Gran Bretagna della discussione pubblica su tale
argomento. Soprattutto dopo la fine della prima
guerra mondiale, sull’onda della vittoria, molti inglesi ritennero che il «fardello dell’uomo bianco»
potesse essere ancora sostenuto per la maggior
gloria dell’impero britannico.
Ma, prima della Grande Guerra, per Londra
si trattava ormai di confrontarsi con nuove potenze
in ascesa, come la Germania e il Giappone. Lo stratega americano Alfred Thayer Mahan, esaminando
la situazione geo-politica mondiale e giudicando
esaurito il Great Game con la Russia zarista, riteneva che l’impero asiatico britannico avesse ancora
la funzione strategica di preservare l’Asia Centrale
e la Cina dalle mire imperialistiche di Giappone e
Germania, la cui tendenza espansionistica, para-
dossalmente, «era in parte legata alla stabilità regionale assicurata dalla Gran Bretagna» (p. 252).
Antonio Donno
Gregory D. Miller,
The Shadow of the Past.
Reputation and Military
Alliances before the First
World War,
Ithaca-London, Cornell University
Press, 2012, pp. 234.
L’interdisciplinarietà, quando non è una parola
usata per pavoneggiarsi nei convegni, può produrre risultati interessanti o comunque meritevoli di
attenzione. Il libro di Gregory D. Miller non è un
libro di storia in senso proprio; è invece un libro
che usa la storia per mettere a fuoco un problema
che attiene alla teoria delle relazioni internazionali. Ancora, poi, l’analogia tematica che sta alla
base della riflessione dell’autore è mutuata più che
dall’economia in senso stretto dalla teoria aziendale. Da alcuni anni, sempre più spesso, in molte
ditte industriali e commerciali le «public relations»
tendono a essere sostituite dal cosiddetto «reputation management». Si ritiene, infatti, che per la
prosperità delle aziende, più che la suasiva capacità di tessere buoni rapporti con clienti e fornitori,
conti l’affidabilità della ditta, la coerenza complessiva delle scelte compiute nel corso degli anni. Miller applica queste nozioni allo studio delle relazioni internazionali, ritenendo che anche per gli Stati
la reputazione acquisita nel tempo sia un fattore
essenziale per massimizzare i benefici ottenibili in
politica estera. Certo, l’autore è consapevole che
non esiste una perfetta corrispondenza tra mercato e relazioni tra Stati, ma ritiene che le analogie
indubbiamente presenti consentano di mutuare
proficuamente dei parametri valutativi passibili
di applicazione. Peraltro l’importanza per gli Stati
di mantenere una buona reputazione non è una
scoperta del tutto nuova, ma è già stata notata
in passato non solo da studiosi di politica estera,
ma anche da classici della politica tout court. A
tal proposito Miller non manca di allineare alcune citazioni machiavelliane, sottolineando come il
segretario fiorentino distingua, nell’ambito della
111
Biblioteca
buona reputazione degli Stati, la fermezza nelle
decisioni e l’affidabilità in senso proprio.
Il periodo preso in esame va dall’inizio
del Novecento al 1914, subito prima dello scoppio
della Grande Guerra. In sostanza gli anni centrali della belle époque, quando le capacità negoziali
e la rodata esperienza delle diplomazie europee
riuscirono a lungo ad evitare che le tensioni tra
le varie potenze degenerassero in modo irreparabile. In particolare la materia viene periodizzata
in quattro fasi. La fine dello splendido isolamento
britannico (1901-1905); la prima crisi marocchina (1904-1907); la crisi della Bosnia Erzegovina
(1907-1911); la crisi di Agadir (1910-1914), che
precede di poco l’inizio del primo conflitto mondiale. A ciascuna fase è dedicato un capitolo, non
strutturato come un racconto unitario, bensì come
una sintesi delle ragioni che orientano le scelte dei
principali attori nazionali coinvolti. Una ricostruzione in cui ha un ruolo centrale la percezione che
ogni nazione ha dell’affidabilità delle altre. L’analisi è condotta con precisione e l’autore tende a valorizzare la sua tesi centrale, ma l’importanza della
reputazione per la stipula di alleanze vantaggiose,
non dimentica altri fattori (potenza, interesse,
geografia) che possono sopravanzare quell’aspetto nel calcolo politico complessivo. Peraltro, poi,
Miller non manca di sottolineare un aspetto che,
nel periodo indagato assume una rilevanza particolare. Gli Stati che hanno una maggiore possibilità
di scelta tra vari alleati, come la Gran Bretagna,
possono tenere conto anche dell’affidabilità; per
converso le potenze che non hanno davanti a sé un
ampio ventaglio di opzioni, come l’Austria-Ungheria, debbono necessariamente rimanere nell’ambito
delle alleanze già stipulate, senza potersi preoccupare della credibilità dei partner.
Maurizio Griffo
Robert B. Rakove,
Kennedy, Johnson, and
the Nonaligned World,
Cambridge, Cambridge University
Press, 2013, pp. 292.
Sebbene sia la politica interna che quella internazionale dei due presidenti americani degli anni
Sessanta, Kennedy e Johnson, continuino a ispirare un numero impressionante di biografie e saggi,
Robert Rakove ritiene di aver individuato un angolo innovativo. Nel suo primo libro egli analizza il
modo in cui i due presidenti, assieme ai loro principali collaboratori in politica estera, hanno reagito
all’affermarsi di nuovi leader dei paesi decolonizzati; in particolare all’ascesa di quei leader nazionalisti che contribuirono alla nascita del Movimento
dei Non Allineati e fecero del non schierarsi con
nessuna delle due Superpotenze il fulcro della propria azione internazionale.
Il risultato di una ricerca puntigliosa condotta su un numero rilevante di fonti archivistiche
anche non statunitensi – che però giocano un ruolo marginale e ancillare rispetto alle tradizionali
fonti diplomatiche – può essere così sintetizzato.
Kennedy, anche sfruttando appieno le possibilità
offerte dalla diplomazia personale e il fascino di
leader giovane e idealista, riuscì a instaurare rapporti veri e profondi con i leader di paesi come
l’India, l’Egitto, l’Indonesia e il Ghana, il cui rifiuto
del passato colonialismo li portava a rivendicare
l’indipendenza dai blocchi e cooperare sul piano
internazionale per salvaguardare la propria autonomia. Rakove definisce questo nuovo approccio
kennediano «engagement»: non solo elasticità
politica ma anche atipici contributi allo sviluppo
economico quali il finanziamento della centrale
idroelettrica sul Volta nel Ghana di Nrkumah e
dell’acciaieria di Bokaro nell’India di Nehru. Questa politica sarebbe sostanzialmente fallita dopo
l’assassinio di JFK, sia a causa della diversa strategia internazionale di Johnson, maggiormente
fondata sul premiare gli alleati che sull’incoraggiare i Non Allineati, sia per il crescente impegno
militare in Vietnam che progressivamente assimilò
gli Stati Uniti a una nuova potenza imperialista,
sia per l’incapacità statunitense di distaccarsi in
Africa dal supporto al colonialismo portoghese e,
in generale, a governi reazionari quando non apertamente razzisti.
Il libro potrebbe ascriversi a quel filone di
studi sulla politica internazionale degli Stati Uniti, e in generale sulla Guerra fredda, che cerca di
aprire orizzonti oltre lo scontro fra le due superpotenze. Rakove si richiama esplicitamente alla
lezione di Westad nel suo The Global Cold War in
cui si descrive la battaglia ideologica e militare di
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Biblioteca
Washington e Mosca per la conquista del cuore e
delle menti dei cittadini del Terzo Mondo. Rispetto
alle tesi di Westad, Rakove, sebbene non lo affermi esplicitamente, compie uno sforzo ulteriore nel
prendere sul serio le leadership dei paesi di nuova
indipendenza e il loro tentativo di instaurare una
diplomazia parallela. Particolarmente interessanti
e lucide risultano infatti quelle parti del volume
in cui si tracciano le origini della solidarietà afroasiatica con la conferenza di Bandung nel 1955,
il parallelo emergere del Non Allineamento con
la conferenza di Belgrado nel 1961, il definitivo
eclissarsi del progetto afro-asiatico sostenuto dalla
Cina e fondato su una lotta mondiale all’imperialismo con il fallimento della Bandung II ad Algeri
nel 1965, e infine la conseguente ripresa del progetto più «riformista» del Non Allineamento.
Su quel che Rakove scrive c’è assai poco da
discutere. Più rilevanti alcune omissioni che tenderebbero a far sfumare il giudizio riguardo la portata dell’innovazione kennediana. In primo luogo
non c’è nessun riferimento al finanziamento che
Kennedy approvò a oltre cento operazioni «sotto
copertura» per sovvertire governi di paesi stranieri
non solo in America Latina. In secondo luogo la
portata dell’innovazione sul piano degli aiuti allo
sviluppo non è realmente discussa nel dettaglio e
risulta pertanto poco o per nulla convincente.
Giuliano Garavini
Peter Romijn, Giles ScottSmith, Joes Segal (eds.),
Divided Dreamworlds? The
Cultural Cold War in East
and West,
Amsterdam, Amsterdam University
Press, 2012, pp. 240.
Il filo conduttore dei saggi qui raccolti è costituito
dai «mondi di sogno», dalle utopie e dalle proiezioni
ideali prodotte collettivamente in ragione della (o
nonostante la) Guerra fredda, intesa come scontro
tra culture e ideologie. Il libro è frutto di un lungo
lavoro di gestazione e selezione che i tre curatori
hanno condotto sin dal 2008, anno in cui l’Università di Utrecht ha ospitato una conferenza che
ha fornito la cornice concettuale e i casi di studio
confluiti nel volume. Quest’ultimo si divide in tre
parti, conformi ad altrettanti intenti dei curatori:
illustrare come arti e scienze abbiano conosciuto
fenomeni di trasferimento, circolazione e influenza persino nelle fasi in cui la cortina di ferro sembrava opporre un’insormontabile barriera culturale
oltreché fisica; ribadire attraverso gli esempi quanto il conflitto bipolare sia stato presentato a lungo
anche come una sfida tra modelli alternativi di una
«modernità» che entrambi i campi rivendicavano;
e infine ricordare quanto l’uso pubblico della storia
da parte di autorità ufficiali dopo il 1989 abbia contribuito tanto a plasmare la nostra percezione del
passato, quanto a influenzare la diplomazia culturale anche nel contesto geopolitico in mutamento.
Il volume denuncia una notevole eterogeneità tra i contributi, che il comune richiamo
alla «nuova storia culturale della Guerra fredda»
non riesce a limitare; questo nonostante l’elevata
qualità media dei saggi, con alcune punte di eccellenza. Certamente notevole è l’odissea letteraria di Arthur Miller ricostruita da Nathan Abrams:
uno scrittore impegnato nella difesa della libertà
dell’arte e per questo alternativamente blandito o
ricusato dai due blocchi, a seconda che prevalesse
la critica all’arruolamento della cultura nella Guerra
fredda culturale di Washington o la condanna delle
censure di regime imposte da Mosca. La vicenda
rivela in definitiva l’importanza primaria che le autorità attribuivano alla dimensione culturale della
contrapposizione bipolare; allo stesso tempo, le
difficoltà incontrate da Miller testimoniano quanto
fossero ristretti per chiunque i margini di libertà
intellettuale e di rifiuto delle categorizzazioni. Altrettanto interessante è il saggio di Marsha Siefert
sulle politiche di co-produzione cinematografica
tra paesi appartenenti ai due campi contrapposti.
Più delle occasioni specifiche di collaborazione, la
rilevanza del saggio risiede nell’approfondimento
delle ragioni per cui tale politica di collaborazione
era perseguita: dal fattore economico alla necessità di impedire che la contrapposizione ideologica
imponesse un’eccessiva uniformazione culturale
rispetto a Hollywood. Quanto ai miti contrapposti
della modernità, Natalie Scholz e Milena Veenis illustrano diffusamente come entrambi i regimi politici tedeschi abbiano cercato di far propria la causa
del «modernismo» come stile di arredamento, seppure per ragioni diverse e soprattutto con strategie
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Biblioteca
comunicative persino antitetiche. Tuttavia, la prova del comune interesse di entrambi contribuisce
a minare la dicotomia tra modernismo e socialismo
reale che rappresentava un tema standard nelle
narrative sulla Guerra fredda culturale. Infine, il
contributo di Justinian Jampol è un eccellente
esempio di equilibrio tra testimonianza professionale e ricerca storico-culturale: egli stesso direttore del Wende Museum di Los Angeles, che raccoglie
artefatti dell’epoca della Guerra fredda, Jampol
illustra quanto le tecniche e le scelte politiche
(in senso lato) di raccolta e riproposizione delle
memorie e delle testimonianze condizionino inevitabilmente i successivi tentativi di ricostruzione
storica; e come questo a sua volta influisca sulla
memoria collettiva e sulle narrazioni ufficiali che
hanno seguito la conclusione del conflitto bipolare.
In definitiva, tuttavia, il volume rischia di
non definire un proprio segmento di pubblico, data
la varietà dei temi trattati; e poco convincente in
tal senso risulta il tono dimostrativo e programmatico della prefazione, secondo cui i saggi dovrebbero contribuire a una profonda revisione del paradigma interpretativo del conflitto bipolare come
irriducibile antagonismo tra «due blocchi monolitici che si confrontavano in un gioco a somma zero».
Nel momento in cui il libro arriva all’attenzione dei
lettori, si può affermare che una concezione ben
più dinamica e problematica della Guerra fredda è
divenuta ormai moneta corrente anche per buona
parte degli studiosi dei fenomeni politici. Né questo volume, al di là dei suoi meriti, sarà sufficiente
a persuadere chi dal proprio atollo storiografico
continua a combattere una guerra ormai conclusa
da tempo.
Giovanni Bernardini
Hans Stark,
La politique internationale de l’Allemagne. Une
puissance malgré elle,
Villeneuve d’Ascq, Presses Universitaires du Septentrion, 2011, pp.
324.
Basato su una ristretta selezione di monografie,
saggi e articoli in lingua inglese e, soprattutto,
francese e tedesca, il volume ricostruisce i primi
vent’anni della politica estera della Germania riunificata. Attraverso una poco originale periodizzazione che fa coincidere le tappe di sviluppo della
politica con le quattro formule di governo succedutesi nel periodo considerato, in particolare, il
volume analizza il modo in cui la più grande potenza economica europea ha voluto, e saputo, interpretare le nuove condizioni e, di conseguenza,
le nuove responsabilità derivanti dalla fine della
Guerra fredda e dai cambiamenti della geopolitica
mondiale.
Se gli ultimi due governi di Helmut Kohl
(1991-1998) furono segnati dalla volontà di affermare con maggior determinazione gli interessi nazionali tedeschi senza, però, mettere minimamente
in discussione i pilastri dell’europeismo e dell’atlantismo, il primo (1998-2002) e, soprattutto, il
secondo (2002-2005) governo di Gerhard Schröder
si mossero secondo logiche più autonome rispetto
ai tradizionali condizionamenti storici e geopolitici. Pur riconoscendo il valore degli impegni e delle
alleanze internazionali del paese, infatti, il cancelliere Schröder puntò a sviluppare una politica
estera basata sul presupposto della «normalità»
della nazione e dello Stato tedesco e, quindi, sul
diritto della Germania a tutelare i propri interessi,
e promuovere i propri valori, su un piano di parità
rispetto alle principali potenze mondiali.
L’europeismo, alimentato dalle convinzioni federaliste dell’influente ministro degli Affari
Esteri Joschka Fischer, rimase un cardine della
politica estera tedesca ma, sulla scorta degli avvertimenti della Corte costituzionale, delle resistenze delle autorità regionali e dei sentimenti
euro-scettici di una parte crescente dell’opinione pubblica, il governo di Berlino non rinunciò a
esprimere e far valere un proprio punto di vista,
orientato da considerazioni e interessi orgogliosamente nazionali, in materia di contributo tedesco all’Unione Europea, di riforma della Politica
Agricola Comune, e di ridefinizione dell’assetto
istituzionale comunitario. Allo stesso tempo,
senza che venisse esplicitamente ritirato, il sostegno tedesco all’Alleanza Atlantica e, in particolare, agli Stati Uniti fu contraddetto dagli sforzi
condotti da Berlino per realizzare un autonomo
pilastro europeo in materia di sicurezza e difesa e, soprattutto, dalla clamorosa rottura diplo-
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Biblioteca
matica consumatasi tra Berlino e Washington su
strumenti e obiettivi della guerra al terrorismo e
sulla scelta statunitense di attaccare e invadere
l’Iraq. Infine, sia il tradizionale europeismo sia il
tradizionale atlantismo tedeschi vennero messi a
dura prova dal controverso partenariato strategico stretto con la Russia di Vladimir Putin e, per
altri versi, dalla tenace, e fallimentare, battaglia
per ottenere un seggio permanente nel Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite.
La grande coalizione guidata da Angela Merkel (2005-2009) si mosse, nonostante gli
originari proclami dei cristiano-democratici e,
soprattutto, dei cristiano-sociali, su una linea
di sostanziale continuità con la politica estera
condotta dai governi rosso-verdi. Complice la presenza di Frank-Walter Steinmeier, braccio destro
dell’ex-cancelliere Schröder, al vertice del Ministero degli Affari Esteri, il governo tedesco continuò a coltivare un europeismo estremamente
attento alla difesa degli interessi nazionali, soprattutto in materia economico-finanziaria, una
linea atlantica non priva di momenti dialettici
e, persino, conflittuali con gli Stati Uniti, soprattutto riguardo alla gestione politico-militare
del processo di stabilizzazione in Afghanistan e,
a sorpresa, un orientamento pro-russo che non
mancò di rafforzare incomprensioni, e tensioni,
con i vicini dell’Europa centro-orientale, a cominciare dalla Polonia.
Dominato, da una parte, dalla crisi dell’euro e dell’euro-zona e, dall’altra, dalla crisi libica, il
secondo mandato di Angela Merkel (2009-), questa
volta alla testa di una coalizione di centro-destra,
è sembrato infine segnato dalla difficoltà e, in una
certa misura, dalla riluttanza a conciliare il ruolo
di grande potenza economica e le responsabilità
finanziarie, politiche e persino militari che da questo conseguono.
Utile compendio alla comprensione e allo
studio della recente politica estera tedesca, il volume si distingue per una curiosa propensione a
considerare la Germania anti-europea quando si
oppone alle scelte francesi, anti-atlantica quando
si oppone alle scelte statunitensi e, in generale,
nazionalista, e irresponsabile, quando si oppone
alla scelta di partecipare alle missioni militari.
Simone Paoli
Americhe
Jason M. Colby,
The Business of Empire.
United Fruit, Race, and
U.S. Expansion in Central
America,
Ithaca, Cornell University Press,
2011, pp. 288.
Il volume di Jason Colby s’inserisce in un filone di
ricerca consolidato, che analizza i nessi tra l’espansionismo statunitense e l’azione di grandi imprese
private in America Centrale tra gli ultimi decenni
dell’Ottocento e gli anni della Grande Depressione,
nel passaggio tra capitale britannico e nordamericano, qui descritto in termini molto concreti.
S’innesta in una sorta di «storia sociale dell’impero», che ha beneficiato sinora soprattutto di studi
locali sul canale di Panama e sulla base di Guantanamo. Protagonista è la United Fruit Company
(UFCO) nelle sue politiche di «razzializzazione» e
segmentazione della forza lavoro impiegata. Tra il
1870 e le prime due decadi del Novecento infatti,
alla forza lavoro nera – anglofona, essenzialmente
giamaicana ed ereditata dal sistema britannico –
viene progressivamente incorporata la componente ispanica. È questa un’operazione che, sebbene
provocata anche da pressioni locali e inizialmente
funzionale a un divide et impera dei lavoratori,
produrrà tensioni sociali e razziali di non facile
gestione. I lavoratori neri – parte integrante della
«modernizzazione» statunitense, cui le élite centroamericane facevano grande affidamento – non
godevano più, nelle enclaves della UFCO, della precedente retorica «inclusiva», bensì risentivano di
una cultura razzista ed escludente apparentemente simile a quella del Sud statunitense, ma che in
realtà affondava le sue radici anche nella mentalità schiavista coloniale spagnola. E sebbene accolti
con grande slancio a fine Ottocento finiscono di
fatto per allarmare i notabili locali, che si fanno
espressione, specialmente negli anni precedenti
alla Grande Depressione, di slanci nazionalisti e
protezionisti verso eventuali minacce di «degradazione razziale», oltre che portavoce indiretti del
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Biblioteca
malcontento della forza lavoro ispanica, sua diretta rivale.
I due casi di studio prescelti, antipodali
nelle loro «alchimie razziali», sono il Costa Rica e
il Guatemala, paesi in cui la UFCO si espande rapidamente e in maniera capillare. L’uno più pacifico,
con poche tensioni razziali, un sistema di opinione
pubblica piuttosto libero che presto denuncerà le
mire imperialistiche statunitensi. L’altro, dominato dalla violenza politica, con una classe dirigente
ossessionata dal separare la forza lavoro indigena
da quella dei ladinos bianchi. L’esito sarà comunque simile, ovvero una netta restrizione nell’adozione di manodopera nera. Nel contesto più generale degli anni Trenta, dunque, Colby ipotizza che
anche la UFCO adotterà localmente la sua «politica
di buon vicinato».
L’originalità del testo risiede sia nel metodo che nei contenuti. L’autore attinge da fonti provenienti da molteplici archivi, britannici, statunitensi e centroamericani, risolvendo con intuito le
difficoltà di reperimento poste dalla stessa UFCO,
che ai primi anni Ottanta ha praticamente distrutto la documentazione attinente alla regione latinoamericana.
Articola inoltre un paradigma diffuso di
lettura, che tendeva a vedere l’operato di queste
multinazionali come obbediente alle direttive di
Washington, ipotizzando invece come la cultura e
le pratiche d’impresa hanno piuttosto forgiato, o
quantomeno agito in sinergia paritaria, con gli imperativi della politica governativa. Inoltre, mette
in relazione le politiche di segmentazione e riorganizzazione della forza lavoro con le dinamiche
interne ai singoli casi paese. È questo un aspetto
sottovalutato dalla storiografia, che, troppo spesso
tendeva ad analizzare le dinamiche delle enclave
bananeras come «bolle», isolate dai contesti locali; si sottovalutavano dunque le interazioni con le
èlite nazionali, cruciali invece secondo Colby nel
determinare vere e proprie virate nella costruzione
dell’impero nel «cortile di casa» centroamericano.
Benedetta Calandra
Gregory A. Daddis,
No Sure Victory. Measuring
U.S. Army Effectiveness and
Progress in the Vietnam War,
Oxford, Oxford University Press,
2011, pp. 334.
Sappiamo che gli americani interpretarono il loro
impegno militare in Vietnam come una guerra industriale, di logoramento, in cui il crescente impiego di uomini e materiali avrebbe condotto un
nemico più debole all’inevitabile punto di rottura.
Appare paradigmatico che a sovrintendere all’apparato bellico statunitense vi fosse un uomo della
Ford, Robert McNamara.
Come è noto, le cose non andarono nel senso contemplato dal paradigma fordista. Nonostante le numerose vittorie e le gravi perdite inflitte
ai vietcong, alla fine gli americani dovettero alzare
bandiera bianca. Ciò che è meno risaputo, e che il
volume di Daddis illumina, è il modo in cui l’esercito statunitense diede vita nel corso del conflitto a
un vasto sforzo di misurazione dei risultati ottenuti
sul campo, raccogliendo una impressionante mole di
dati sui più diversi aspetti della guerra. Si trattava,
per certi versi, dell’applicazione all’ambito militare
dei sistemi di valutazione delle strategie produttive
e commerciali messe in atto dalle corporations, resi
possibili dallo sviluppo dei calcolatori e della statistica. L’autore, attraverso un attento spoglio delle
fonti militari, illustra e analizza documenti come i
rapporti mensili dell’esercito intitolati Measurement
of Progress. La sua conclusione è che all’abilità e
all’accuratezza nel raccogliere i dati non corrispose un’analoga capacità a elaborarli in un quadro
coerente e a trarne quindi una lezione realistica.
In mancanza di criteri chiari per leggere le cifre,
l’attività di misurazione divenne fine a se stessa.
Il risultato fu che i vertici politico-militari
gestirono la guerra senza mai avere una cognizione
adeguata del suo andamento. Emerse tutta la difficoltà di valutare il grado di efficacia delle operazioni antiguerriglia, contro un nemico irregolare e
sfuggente. L’esperienza accumulata dagli analisti
dell’esercito durante la Seconda Guerra mondiale,
che pure aveva visto un’imponente opera di studio
e raccolta dati da parte americana, si rivelò all’atto
pratico un precedente poco utile. Questa volta non
si combatteva un conflitto simmetrico contro forze
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Biblioteca
ben identificabili come quelle tedesche: non vi era
un fronte da sfondare, occupare un territorio non
voleva dire aver progredito verso la vittoria finale.
Chiaramente, non era solo un problema matematico
di elaborazione delle cifre raccolte, ma soprattutto
un problema culturale di comprendere il tipo di conflitto che si stava combattendo e la visione del mondo dei propri avversari. Condizionati dal modello della guerra industriale, gli americani sottovalutarono
l’asimmetria nelle forze e in quello che i due contendenti erano disposti a soffrire prima di arrendersi.
Un’altra questione evidenziata dall’autore è
che non si stabilì un legame funzionale fra le raccolte statistiche e i diversi modelli operativi messi in
opera, dalle operazioni Search and Destroy all’attività difensiva nelle aree «bonificate» dai guerriglieri.
Invece, l’analisi dei dati e ancora prima la scelta di
quali aspetti era utile misurare sarebbero dovute avvenire in stretta correlazione con specifiche forme
di contrasto della guerriglia. Così non fu, e a tale
esito concorsero sia interrogativi irrisolti sul tipo
di guerra più efficace da combattere, sia la forza
culturale della visione fordista sopra richiamata.
Il volume ha suscitato un’ampia discussione, travalicando i confini accademici e interagendo
con la stretta contemporaneità. Esso, infatti, presenta delle chiare implicazioni rispetto alle guerre asimmetriche che le forze armate americane si
sono trovate a combattere dopo l’11 settembre in
Afghanistan e in Iraq, nel corso delle quali più volte è stata sottolineata la difficoltà nel comprendere se le operazioni attuate stessero più o meno
avvicinando la vittoria. Forse, come nel caso del
Vietnam, la volontà politica di presentare un quadro ottimistico all’opinione pubblica americana ha
condizionato il modo di gestire i calcoli statistici.
Gianluca Fiocco
Donna R. Gabaccia,
Foreign Relations. Ameri������
can Immigration in Global
Perspective,
Princeton, Princeton University
Press, 2012, pp. 272.
In base al principio che le nazioni sovrane debbano decidere in piena autonomia chi ammettere
nel proprio territorio, dalla fine dell’Ottocento gli
Stati Uniti hanno rivendicato il diritto a considerare l’immigrazione come una questione di esclusiva
pertinenza della politica interna americana. Tale
posizione ha finito per condizionare anche gli storici che hanno, perciò, rivelato la tendenza a esaminare i flussi di individui diretti negli Stati Uniti
al di fuori del contesto dei rapporti internazionali
di Washington.
La concisa sintesi di Donna R. Gabaccia
intende superare questo orientamento negli studi
per proporre una lettura della plurisecolare immigrazione negli Stati Uniti in una prospettiva globale. L’autrice ripercorre le diverse fasi della gestione
di tale fenomeno, dal periodo tardo coloniale alle
odierne polemiche legislative, ricorrendo spesso
alla presentazione di singole storie di vita esemplificative delle esperienze dei migranti e delle loro
famiglie transnazionali. In particolare, il volume
mette in luce come, a partire dall’ultimo ventennio dell’Ottocento, il Congresso abbia rafforzato
le sue prerogative in materia di regolamentazione dell’immigrazione, scorporando questi aspetti dalla negoziazione dei trattati internazionali
di competenza del potere esecutivo. Pertanto, il
controllo dei flussi è venuto a ricadere nell’ambito
della politica interna, ponendo le premesse per la
successiva legislazione restrizionista scaturita dalle pressioni degli xenofobi nel primo dopoguerra.
Tale andamento è culminato nel 1994 con la stipula del North American Free Trade Agreement che,
alla libera circolazione delle merci e dei capitali tra
Canada, Stati Uniti e Messico, non ha fatto corrispondere quella delle persone.
Più che nella specifica ricostruzione di
questi sviluppi, il contributo più rilevante della
monografia risiede soprattutto nella novità del
paradigma interpretativo. Per l’A., la questione
dell’immigrazione negli Stati Uniti costituisce la
risultante dell’interazione tra i meccanismi istituzionali dall’alto, rappresentati specialmente
dalle relazioni internazionali di Washington, e le
dinamiche dal basso, funzione dei rapporti che
i membri dei diversi gruppi nazionali americani
hanno mantenuto con la terra d’origine. Così, per
esempio, da un lato, alla fine del Settecento e per
gran parte dell’Ottocento i flussi migratori in entrata si giovarono dell’espansionismo economico
americano e della diplomazia che lo sostenne, poi-
117
Biblioteca
ché alcuni trattati bilaterali stabilirono la libertà
di ingresso negli Stati Uniti per i cittadini delle
nazioni con cui Washington intratteneva scambi
commerciali. Dall’altro, i naturalizzati americani
hanno sempre cercato di influenzare la legislazione sull’immigrazione, principalmente per favorire i
ricongiungimenti familiari. In realtà, hanno pure
provato a condizionare la politica estera statunitense verso i paesi d’origine, ma il libro sorvola su
questi tentativi.
La dimostrazione che gli immigrati mantengono forti legami con la terra ancestrale allinea
Foreign Relations alle conclusioni di studi precedenti nel mettere in discussione la caratterizzazione della società statunitense in termini di melting
pot. Inoltre, l’enfasi su come chi è soggetto alle
politiche immigratorie sia consapevole che a determinare tali disposizioni sono gli Stati nazionali
confuta l’ipotesi che proprio il declino di questi ultimi in un mondo globalizzato si collochi all’origine
del transnazionalismo dei migranti, cioè della loro
capacità di condurre un’esistenza sospesa tra la
madrepatria e la società adottiva. Meno persuasiva
risulta, invece, l’A. quando utilizza l’esito della sua
riflessione per indicare una via per il superamento
dell’odierna impasse legislativa al Congresso sulla
riforma dell’immigrazione, un campo che sfugge
fatalmente all’indagine storiografica.
Stefano Luconi
James T. Kloppenberg,
Reading Obama. Dreams,
Hope, and the American
Political Tradition,
Princeton-Oxford, Princeton University Press, 2011, pp. 302.
Si pone obiettivi ambiziosi James T. Kloppenberg
nella prefazione all’edizione economica di Reading
Obama: spiegare «come e perché Barack Obama è
diventato il campione di moderazione che abbiamo
visto finora alla Casa Bianca», e «perché preferisce
la conciliazione alla provocazione». Ma è lo stesso
studioso di Harvard, tra i più influenti storici delle
idee nel panorama statunitense, a contenere poco
più avanti le attese del lettore: il volume colloca le origini della visione obamiana della politica
nell’alveo della tradizione del pragmatismo americano, tuttavia «queste idee non spiegano tutto
su di lui» e sul suo operato. Altri fattori hanno
un peso rilevante, come il carattere, la famiglia e
l’educazione del Presidente, lo stato delle relazioni
razziali nel Paese, la vita politica di Chicago e le
dinamiche istituzionali di Washington. Eppure, insiste Kloppenberg, le idee hanno avuto una grande importanza nella vita di Obama fin dalla sua
adolescenza. Attraverso un esame attento dei suoi
scritti e discorsi, l’autore conclude che Obama è
«un intellettuale», una figura piuttosto rara nella
storia dei Presidenti degli Stati Uniti, soprattutto
negli ultimi decenni; in particolare, Kloppenberg
sostiene che i due libri di Obama (I sogni di mio
padre e L’audacia della speranza) devono essere
considerati «le opere più significative scritte da
una persona poi eletta alla presidenza degli Stati
Uniti dai tempi di Woodrow Wilson».
Per avvalorare le sue tesi l’autore insiste
su tre elementi che innervano l’intera narrazione:
il ruolo della filosofia pragmatista nella visione di
Obama, il peso dei dibattiti accademici degli anni
Ottanta e Novanta nella formazione intellettuale
del quarantaquattresimo Presidente e, infine, la
continuità della sua figura con la tradizione politica americana.
Il pragmatismo – secondo Kloppenberg «il
principale contributo americano alla tradizione
filosofica occidentale», la cui elaborazione, negli
ultimi decenni dell’Ottocento, si deve soprattutto
a William James e John Dewey – ha avuto un ruolo
decisivo nella costruzione delle politiche progressiste nel corso del Novecento. La filosofia pragmatista, infatti, sfida i dogmi – siano essi religiosi o
scientifici – ed esalta il dubbio, la provvisorietà, la
continua verifica delle ipotesi attraverso la sperimentazione. Si distingue in questo senso da quello
che l’autore definisce «pragmatismo volgare», cioè
«la brama istintiva di ciò che è possibile ottenere
nel breve periodo». Al contrario, il pragmatismo
filosofico è strettamente legato al metodo democratico, e la sua applicazione alla sfera sociale ha
ispirato la nascita, nel contesto statunitense, di
numerosi movimenti di riforma.
Obama completa la sua formazione intellettuale – e qui siamo al secondo elemento analizzato
dall’autore – nei due decenni in cui, negli Stati
Uniti, il pragmatismo e lo storicismo prevalgono
118
Biblioteca
sull’universalismo nei campi delle scienze umane
e sociali. Di qui, secondo Kloppenberg, la visione
di Obama della democrazia come «conversazione»
e della Costituzione americana come base di una
«democrazia deliberativa»; o, ancora, la consapevolezza della precarietà delle convinzioni individuali, anche di quelle più profonde, tanto che in
una democrazia liberale e in una società pluralistica persino i credenti – e qui è l’Obama che si
definisce «cristiano e scettico» a parlare – sono
chiamati ad aprire le loro proposte al dibattito e
alla ragione.
Rappresentato dai suoi detrattori come essenzialmente estraneo ai principi che definiscono
la nazione americana, Obama è in realtà profondamente radicato nella storia e nella tradizione politica del Paese. Affrontando il terzo e ultimo degli
elementi citati sopra, Kloppenberg ricorda come la
ricerca del compromesso sia parte dell’esperienza
statunitense almeno quanto la partigianeria oggi
imperante nei palazzi di Washington. Ma l’autore va oltre, mostrando con efficacia, ad esempio, come la tensione ideale del Presidente verso
l’uguaglianza (solo uno dei temi proposti nel volume) sia incardinata su una tradizione che risale
ai Padri fondatori, che ha attraversato la storia del
Novecento e ispirato generazioni di politici e attivisti democratici.
Antonio Soggia
Bruce Levine,
The Fall of the House of
Dixie. The Civil War and
the Social Revolution that
Transformed the South,
New York, Random House, 2013,
pp. 442.
Com’era prevedibile, in questi cinque anni di centocinquantenario della Guerra civile nordamericana (2011-2015) le pubblicazioni su quello che
resta a tutt’oggi l’argomento più frequentato della
storiografia statunitense continuano a uscire con
ritmo inarrestabile. Questo di Levine è destinato a
rimanere come uno dei contributi più importanti
di questa stagione. La cosa non stupisce, essendo
l’autore, come ricorda, James Oakes, un’altra figura
di punta della ricerca su questo tema, in seconda di
copertina, «uno dei principali storici della Guerra
civile dei nostri tempi». Allievo di Herbert G. Guman, ha cominciato una ventina d’anni fa con The
Spirit of 1848 (Urbana, 1992), dedicato ai «quarantottardi» tedeschi emigrati negli Usa all’epoca del
conflitto e poi arruolatisi nelle file nordiste (tra
questi anche il famoso Joseph Weydemeyr, militare
e giornalista amico di Marx, colonnello dell’Unione). Ha proseguito con un lavoro di sintesi di grande fortuna (Half Slave Half Free, New York, 1992)
e più recentemente con Confederate Emancipation.
Southern Plans to Free and Arm Slaves During the
Civil War (New York, 2006), che gettava luce per
la prima volta sul fallimentare progetto sudista di
manomissione degli schiavi in cambio dell’arruolamento.
Di questo progetto Levine parla anche nel
nuovo libro, che costituisce la più efficace sintesi
della guerra vista dal Sud. Basato su un sapiente
intreccio di fonti primarie e letteratura, l’affresco
spazia dalla società sudista al momento dello scoppio della guerra, al suo assetto politico, alle vicende militari, sempre ricondotte efficacemente alla
complessa trama del nesso economia-società-politica. Ecco allora emergere la centralità del Proclama di Emancipazione del settembre 1862, riletto
alla luce del profilo di Abraham Lincoln abilmente
disegnato da Eric Foner (Fiery Trial, 2010), ovvero
di un politico moderato, che tuttavia, nel fuoco
di un conflitto senza precedenti, di fronte alla
triplice esigenza di indebolire la Confederazione
sudista, rafforzare le risorse dell’Unione e persuadere l’opinione pubblica mondiale della bontà della
causa unionista, cedette alle pressioni di quanti,
e stavano crescendo nel Nord, spingevano in direzione esplicitamente antischiavista: la minoranza
abolizionista, i militanti neri come l’ex-schiavo
Frederick Douglass, i radicali del suo stesso partito
e segmenti sempre più ampi dell’opinione pubblica
nordista. E colpì al cuore la Confederazione, sottraendole il capitale più prezioso e la ragione di
esistenza.
Ecco soprattutto l’attenzione alla reazione
quotidiana, minuta degli schiavi, che costituivano quasi un terzo della popolazione sudista e che
Levine segue passo passo, sulle orme del grande
studioso nero W.E.B. DuBois di Black Reconstruction (1935), restituendocene la complessa e trava-
119
Biblioteca
gliata maturazione individuale e collettiva, prima
del Proclama e dopo, e poi all’arrivo delle truppe
nordiste. Levine mostra come, superando enormi e
comprensibili difficoltà, gli afroamericani abbandonarono i piantatori al loro destino, per arruolarsi
nell’esercito unionista, ricevendone dapprima rifiuti, in nome del pregiudizio forte anche al Nord, poi
l’accettazione come ausiliari e infine come soldati
a pieno titolo. E soprattutto provarono a fare società, aprirono chiese autonome, crearono scuole,
tentarono di appropriarsi delle terre, abbandonate
dai padroni, accumularono esperienza economica
e politica, che avrebbero cercato di far valere nel
dopoguerra, una volta ufficialmente liberati.
Si possono discutere singoli punti di questo libro, come ad esempio il fatto che stranamente
non dedica spazio alla dimensione di politica estera del Proclama. Ma è difficile negargli il titolo di
una pietra miliare della storiografia in materia.
Ferdinando Fasce
Julian E. Zelizer,
Governing America. The
Revival of Political History,
Princeton, Princeton University
Press, 2012, pp. 416.
Dopo la prima lettura dell’ultimo lavoro di Julian
E. Zelizer, prolifico autore e docente di storia politica della University of Princeton la cui casa editrice dà alle stampe il volume di cui trattiamo in
questa occasione, mi sono posto una domanda di
non poco conto. Si tratta di un lavoro originale e
importante per lo studio della storia politica degli
Stati Uniti, oppure siamo dinnanzi a un modo per
ripensare in modo organico alcuni saggi, che l’Autore ha pubblicato nel corso degli anni, per portare
alle stampe un nuovo libro e soddisfare i parametri
sempre più alti del publish or perish in auge oltreoceano e oggi anche nelle nostre università?
Siccome la mia risposta propende per la
prima ipotesi, quindi che si tratti di un lavoro
rilevante, mi sono avventurato in una seconda
lettura del testo per scoprire meglio quali sono i
punti dirimenti di una riflessione ampia che parte
dal New Deal rooseveltiano e si conclude con la
presidenza Obama. Dobbiamo subito evidenziare a
proposito che la maggior parte dei capitoli – suddivisi in quattro parti: 1) Thinking about the Field,
2) Paying for Government: Taxes, Money, and Fiscal
Reform, 3) The Rules of the Games: The Politics of
Process, 4) Politics and Policy: The Case of National Security – cercano di ricomporre la frattura tra
scienziati politici e storici. I primi che considerano
gli storici come studiosi che «raccontano solo storie» (p. 41), i secondi che considerano gli scienziati politici esclusivamente concentrati sulle loro teorie astratte e troppo distanti dalla lezione che la
storia ha impartito e continua a impartire (p. 45).
In questa frattura hanno avuto gioco facile
gli economisti che hanno imposto il loro governo
della società portando alla crisi della politica stessa. Insomma, è l’economia che detta l’agenda dei
politici e non viceversa; e sono gli economisti che
dominano il campo nelle scelte politiche. Da qui
emerge palese il rischio di compiere gli errori del
passato, mettendo le esigenze dei cittadini in secondo piano. Sono infatti i cittadini americani ad
aver espresso più volte nel corso della storia una
resistenza duratura verso il pagamento delle tasse
e questo di fatto ha limitato gli interventi del pubblico per costruire un supporto di lungo termine ai
programmi federali. Programmi che tuttavia hanno
mostrato, come nel caso del New Deal di Roosevelt
e della Great Society di Johnson, la loro utilità nel
corso della storia. Ecco dunque per Zelizer la necessità per gli storici politici di mettere al centro
del loro studio le politiche fiscali e l’economia politica (p. 105).
Facendo il verso a Cornel West e al suo «la
razza conta», Zelizer ci dice che è «il processo politico che conta» anche se questo è a sua volta influenzato da momenti storici come appunto la lotta
per i diritti civili e le questioni interne sul tappeto
negli anni Sessanta e Settanta. Sembra evidente
che, secondo l’Autore, sono questi gli anni in cui
120
Biblioteca
si definisce un nuovo modo di governare gli Stati
Uniti e nascono idee originali per gestire il difficile
rapporto tra i governati, i cittadini americani, e i
governanti, le istituzioni rappresentate in particolar modo dalla Presidenza e dal Congresso. Eccoci
dunque a pensare al perenne braccio di ferro tra il
Congresso e il Presidente, e da qui il tentativo dei
Repubblicani di usare le procedure congressuali per
avere il controllo del Congresso e di assicurarsi il
passaggio delle leggi per loro prioritarie (p. 194).
Dell’ultima parte che riguarda il National
Security System e la politica estera americana ha
già riferito Irene Carnazza sul precedente numero di questa rivista, facendo notare come in questo campo «le scelte di volta in volta fatte dalle
differenti amministrazioni si sono infatti rivelate
più spesso esito delle necessità contingenti della
competizione elettorale» piuttosto che di politiche
ben definite, e l’atteggiamento ondivago di Barack
Obama alle prese con la crisi siriana non è che l’ennesima conferma di quanto affermato.
Per concludere possiamo dire che si tratta
di un volume utile, seppur nella sua frammentarietà, a definire un campo di studi quale quello della
storia politica degli Stati Uniti che in questi ultimi
anni sta vivendo un vero e proprio revival – l’A.
usa il termine «Rinascimento» –, sia per porre i
riflettori su alcuni personaggi del passato che la
hanno influenzata – come ad esempio il Senatore
democratico J. William Fulbright – sia per meglio
capire le scelte dei leader politici di oggi sempre
più preoccupati del loro rapporto con i media piuttosto che di risolvere i problemi dei cittadini. Il
messaggio ci appare così chiaro, anche se forse si
nota l’assenza di una riflessione conclusiva, forse
considerata da Zelizer lapalissiana, ma non altrettanto da chi scrive.
Marco Sioli
Africa, Asia, Medio Oriente
Joseph Hanlon, Jeanette
Manjengwa, Teresa Smart,
Zimbabwe Takes back Its
Land,
Sterling, Kumarian Press, 2013,
pp. 246.
La radicale politica di riforma agraria intrapresa
a metà del 2000 dal governo zimbabweano guidato da Robert Mugabe continua a essere al centro
di un serrato dibattito politico e accademico. Era
inevitabile che, in un continente in cui le riforme della proprietà della terra sono storicamente
passate attraverso i meccanismi di mercato, un
modello di riforma che prevedeva l’esproprio della
terra senza il pagamento di alcun indennizzo ai
proprietari (se non per i miglioramenti apportati)
sollevasse interesse e anche polemiche. Il libro di
Hanlon, Manjengwa e Smart si differenzia dalle altre analisi del Fast Track Land Resettlement
Programme (FTLRP) per il tentativo di collocare
questo processo di riforma nel più ampio quadro
storico della lotta per l’affermazione della giustizia sociale in Zimbabwe.
I primi capitoli del libro sono dedicati a
una ricostruzione della politica di colonizzazione
britannica in Rhodesia, con i suoi drammatici effetti sulla popolazione nera, espropriata di gran
parte della terra e spinta a vivere in riserve. La
lotta armata di liberazione nazionale, combattuta
contro il regime della minoranza bianca che aveva
unilateralmente proclamato l’indipendenza della
Rhodesia del Sud nel 1965, aveva tra le sue principali rivendicazioni proprio la redistribuzione della
terra tra i contadini neri. È davanti ai deludenti risultati della riforma della terra attuata dal governo
di Mugabe nei primi due decenni successivi all’indipendenza dello Zimbabwe nel 1980 che i piccoli
contadini e i veterani della guerra di liberazione
decisero nel 2000 di avviare una massiccia ondata
di invasioni delle aziende agricole di proprietà dei
bianchi. Lo «Zimbabwe [che si] riprende la terra»
rappresenta quindi, secondo Hanlon, Manjengwa e
Smart, l’ultimo tassello di una lotta per l’emancipazione che il governo non poteva che assecondare.
121
Biblioteca
Per quanto la ricostruzione storica della
questione della terra in Zimbabwe fornita dagli
autori riproponga una lettura ormai consolidata
degli eventi, l’interpretazione della realizzazione
del FTLRP da essi fornita appare parziale. In particolare, sfugge agli autori il fatto che il governo di
Mugabe si sia risolto a intraprendere il FTLRP dopo
la sconfitta subita al referendum costituzionale del
febbraio del 2000 e davanti al rischio molto concreto di una vittoria del Movement for Democratic
Change (MDC) alle elezioni che si sarebbero svolte
nel successivo mese di giugno. L’insistenza di Hanlon, Manjengwa e Smart sul fatto che le invasioni
di terre sarebbero cominciate spontaneamente,
senza e, addirittura, contro la volontà del governo,
li porta a trascurare di considerare la manipolazione delle invasioni esercitata a fini elettorali dal
partito di governo, ma viene contraddetta dalle
interviste degli stessi autori ad alcuni contadini.
Questi ultimi, infatti, raccontano di essere stati
spesso accompagnati su mezzi di trasportato forniti dall’esercito nelle aziende agricole dei bianchi
e di essere stati aiutati delle autorità locali nell’occupazione delle terre.
Più in generale, sfugge del tutto all’analisi
di Hanlon, Manjengwa e Smart il fatto che il FTLRP
rientrava in un più vasto tentativo intrapreso da
Mugabe e dai vertici della Zimbabwe African National Union-Patriotic Front (ZANU-PF) finalizzato
a mantenere – a qualsiasi prezzo – nelle loro mani
le redini del potere politico. Limitandosi a definire
«una crisi di governance» (p. 96) quanto avvenuto
in Zimbabwe dal 2000, gli autori non solo passano sotto silenzio la violenza politica che si è abbattuta sugli esponenti e i sostenitori del MDC, le
gravi violazioni dei diritti umani compiuta dagli
apparati di sicurezza e dalle milizie della ZANUPF e la crescente militarizzazione delle istituzioni
dello Stato, ma trascurano anche di considerare il
FTLRP come un processo che ha messo drammaticamente in discussione il significato stesso di
termini quali «democrazia», «diritti» e «liberazione» in Africa australe. Al contrario, gli autori sono
così preoccupati di presentare la riforma agraria di
Mugabe come una vittoria delle istanze della giustizia sociale da non accorgersi che le stesse lotte
di liberazione nazionale, pur con tanti limiti e contraddizioni, mirarono storicamente ad assicurare simultaneamente l’emancipazione politica e l’accesso
alle risorse per le popolazioni dell’Africa australe.
Una volta collocato il FTLRP in una prospettiva storica, Hanlon, Manjengwa e Smart passano a considerare gli effetti della riforma agraria,
presentando i risultati di una ricerca sul campo
da loro svolta nella regione del Mashonaland tra il
2010 e il 2011. Questa seconda parte del libro appare alquanto confusa. I dati quantitativi presentati sono per lo più tratti dagli studi recentemente
effettuati da altri gruppi di ricerca, come quello
dell’Institute of Development Studies di Brighton o
quello dell’African Institute for Agrarian Studies di
Harare. Le interviste svolte dagli autori confermano quanto già rilevato da queste ricerche. In particolare, l’accento viene posto sulla ripresa della
produzione agricola che si è registrata negli ultimi
anni, nonostante l’assenza di un politica governativa a sostegno dei piccoli contadini. Emergono
anche difficoltà e problemi, come la disparità tra i
generi nell’allocazione degli appezzamenti di terra, la bassa produttività di molte aziende agricole
e l’assenteismo di una percentuale significativa
di coloro che hanno ricevuto dal governo grandi
estensioni di terra al fine di sviluppare produzioni
di tipo commerciale. Tutti problemi, secondo Hanlon, Manjengwa e Smart, che non vanno però considerati come elementi di debolezza del FTLPR, dal
momento che, come spesso ripetono, una riforma
agraria impiega almeno una generazione per dare
i suoi frutti. Una conclusione, questa, che ancora
una volta mette a nudo il carattere fortemente ideologico dell’analisi presentata in questo libro.
Arrigo Pallotti
Susan Williams,
Who Killed Hammarskjöld? The UN, the Cold
War, and White Supremacy in Africa,
London, Hurst & Co., 2012, pp. 306.
Il processo di decolonizzazione del Congo fu accompagnato da gravi violenze e gettò il paese
nell’instabilità politica e militare, aggravata dal
122
Biblioteca
contesto internazionale della Guerra Fredda. Nel
grande quadro delle vicende che contrassegnarono
l’indipendenza congolese, due sono gli episodi che
a più riprese hanno suscitato l’interesse degli storici: l’assassinio del primo ministro Patrice Lumumba nel gennaio del 1961 e la morte del Segretario
Generale delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld, in
seguito ad una sciagura aerea che ebbe luogo nella
notte tra il 17 e il 18 settembre del 1961 nei pressi di Ndola, una cittadina nel nord dello Zambia
(all’epoca Rhodesia del Nord).
In questo libro l’analisi di Susan Williams
si concentra sulla morte di Hammarskjöld, nel tentativo di gettare nuova luce sulle circostanze che
circondarono l’incidente aereo di cui rimase vittima. Nei primi capitoli, dopo avere sinteticamente
tratteggiato i motivi che spinsero Hammarskjöld a
recarsi a Ndola per negoziare con Moise Tshombe,
il primo ministro del Katanga, un cessate il fuoco che ponesse fine all’improvvisa recrudescenza
del conflitto tra le truppe katanghesi, sostenute
da mercenari e da ex soldati belgi, e i caschi blu
dell’Onu, Williams analizza i resoconti delle commissioni di inchiesta che vennero nominate per
investigare le cause dello schianto dell’aereo su
cui viaggiava il Segretario Generale. Mentre tanto le due commissioni rhodesiane dei primi anni
Sessanta, quanto la commissione svedese formata
tre decenni più tardi giunsero alla conclusione che
la causa del disastro aereo andava ricondotta ad
un errore del pilota, la commissione di inchiesta
creata dall’Onu subito dopo l’incidente non escluse
la possibilità che l’aereo fosse stato l’oggetto di un
sabotaggio o il bersaglio di un attacco.
Alla luce di una vasta ricerca e sulla base
non solo delle fonti custodite in numerosi archivi,
ma anche di interviste svolte con alcuni testimoni
e funzionari dell’Onu e del governo svedese, Williams mette in luce in particolare le lacune dei rapporti redatti dalle commissioni di inchiesta rhodesiane. Esse hanno a che fare con il fatto che tutte
le deposizioni fornite da testimoni africani vennero giudicate non attendibili. Nonostante infatti
questi ultimi si fossero trovati concordi nell’affermare non solo di avere visto un bagliore in cielo
e di avere poi sentito uno schianto, ma anche di
avere udito il rumore di più di un aereo in volo
sui cieli di Ndola la notte dell’incidente, delle loro
testimonianze non si tenne conto nella stesura
dei rapporti finali. Non attendibili vennero anche
giudicate le affermazioni di Harold Julien, l’unico
membro dell’equipaggio sopravvissuto (per pochi
giorni) all’incidente, che affermò che vi era stato
uno scoppio a bordo dell’aereo prima che quest’ultimo precipitasse.
Nei capitoli successivi Williams utilizza le
fonti da lei raccolte per portare alla luce quella che
secondo lei fu la causa dello schianto dell’aereo di
Hammarskjöld: l’intervento di un aereo (verosimilmente pilotato da un mercenario) che colpi l’Albertina di proposito o per errore, nel tentativo cioè di
costringere quest’ultima a cambiare rotta e, verosimilmente, atterrare in Katanga. Per sostenere questa tesi Williams utilizza non solo le deposizioni
rese all’epoca (e in alcuni casi ripetute all’autrice)
dai testimoni africani, ma anche le affermazioni
fornite da alcuni mercenari che combatterono in
Katanga e, infine, il racconto di Charles Southall,
un agente dell’intelligence statunitense che la
notte tra il 17 e il 18 settembre del 1961 udì un
pilota affermare via radio di avere colpito il DC6 su
cui viaggiava Hammarskjöld.
Il mandante dell’attacco all’aereo del Segretario Generale rimane un punto irrisolto del libro.
Williams sottolinea una confluenza di interessi tra
i leader della Central African Federation, il governo
britannico (il cui High Commissioner in Rhodesia,
Lord Alpert, presente all’aeroporto di Ndola la notte dell’incidente, non vendendo atterrare l’aereo
di Hammarskjöld affermò che quest’ultimo aveva
senza dubbio cambiato destinazione, persuadendo
i responsabili dell’aeroporto a rimandare al giorno
dopo l’avvio delle ricerche dell’Albertina), gli interessi minerari belgi in Katanga e la CIA a ostacolare
le attività di Hammarskjöld in Congo e, in partico-
lare, il suo tentativo di mediazione con Tshombe,
ma le fonti non consentono all’autrice di attribuire
con certezza delle responsabilità.
Due sono i limiti principali del libro. In
primo luogo la grande abbondanza di particolari
con cui vengono riportate le testimonianze raccolte dall’autrice frammenta in certi tratti l’analisi,
rendendo la lettura faticosa. In secondo luogo la
ricostruzione dell’approccio di Hammarskjöld al
conflitto in Congo risulta alquanto sommaria. Di
fatto, limitandosi a ripetere più volte che l’azione
del Segretario Generale era finalizzata a rafforzare
il ruolo internazionale dell’Onu e ad assicurare che
il Congo non cadesse preda degli interessi europei, Williams rinuncia a intraprendere una lettura
politica degli avvenimenti che contraddistinsero
l’indipendenza del Congo e delle scelte che Hammarskjöld si trovò a compiere e che finirono per
attirare sul Segretario Generale dell’Onu le critiche tanto dei governi africani, quanto dei diversi
schieramenti della Guerra fredda.
Al di là di questi limiti, il libro di Williams
ha avuto l’indubbio merito di riaccendere ancora
una volta l’interesse politico e accademico sulle
circostanze della morte di Dag Hammarskjöld, con
una ricerca che solleva una serie di importanti interrogativi sulla politica perseguita non solo dai
paesi europei e dagli Stati Uniti, ma anche dal
governo della Central African Federation nel frangente dell’indipendenza del Congo. L’eco internazionale suscitato dalla pubblicazione del libro ha
condotto all’annuncio della creazione di una nuova commissione di inchiesta, il cui rapporto finale
verrà ufficialmente presentato alle Nazioni Unite.
Arrigo Pallotti
Storia delle idee e del pensiero politico
Julian Wright, H.S. Jones
(eds.),
Pluralism and the Idea of
the Republic in France,
New York, Palgrave Macmillan,
2012, pp. 270.
«Pluralismo», in questo volume che riunisce studiosi d’area francese e anglosassone, è una cate-
123
Biblioteca
goria usata in opposizione a quella di «giacobinismo»: termine che designa la particolarità della
tradizione repubblicana francese, connotata dalla
centralizzazione amministrativa, dal disconoscimento della legittimità delle istituzioni della
società civile; e da «un modello astratto di cittadinanza, in cui l’identità di cittadino come cittadino francese, quando egli/essa agisce nello spazio
pubblico, si ritiene soppianti tutte le altre identità
collettive» (p. 3). L’assunto dei diversi contributi
è di mostrare come, in alternativa, nel repubblicanesimo francese tra Otto e Novecento s’incontri un
secondo filone, pluralistico appunto, che non guarda allo stato centralizzato e valorizza le identità
della società civile. Di fronte alle sfide oggi portate dalla globalizzazione e dal multiculturalismo
al «modello» giacobino, l’obiettivo è anche quello
di suggerire nuovi approcci ai problemi del presente (si veda in particolare Alain Chatriot, Epilogue:
French Politics, History and a New Perspective on
the Jacobin State).
Il volume si divide in due parti. Nella prima
sono esplorate le radici intellettuali del pluralismo
repubblicano, anche se – l’avvertenza è d’obbligo
– gli autori indagati non usano mai il termine, che
è stato introdotto in America da Laski nel 1915
(ispirato però a sua volta dalla tesi di dottorato del
1910 di Paul-Boncour: si veda Wright nel saggio
Vision and Reality: Joseph Paul-Boncour and Third
Republic Pluralism); e che viene diffuso in Francia
negli anni Trenta da Georges Gurvitch (così Joshua
Humphreys in Utopian Pluralism in TwentiethCentury France). Alla ricerca delle radici, i saggi
percorrono la strada del rapporto tra il concetto
di pluralismo e i vari termini a disposizione degli
attori, come «liberalismo», «realismo» e «corporativismo». Tre principali concezioni sono messe a
fuoco. La prima concerne il liberalismo uscito dal
dramma della Rivoluzione. Andrew Jainchill (Liberal Republicanism after the Terror: Charles-Guillaume Théremin and Germaine de Staël) e Steven
Vincent (Liberal Pluralism in the Early Nineteenth
Century: Benjamin Constant and Germaine de Staël)
indagano il ruolo di queste figure (la prima oggi
dimenticata) nell’invenzione del moderno repubblicanesimo, mostrando le possibili tensioni da
loro individuate tra politica e realtà sociale. La
seconda corrente, studiata da Annelien de Dijn
(A Strange Liberalism: Freedom and Aristocracy in
French Political Thought), riguarda la concezione
che, da Montesquieu a Bertrand de Jouvenel passando per Tocqueville, vede nella società corporata
la garanzia della libertà contro il dispotismo. La
terza posizione, infine, studiata da Georges Navet
(P.-J. Proudhon: Pluralism, Justice and Society) e
Michael C. Behrent (Pluralism’s Political Conditions:
Social Realism and the Revolutionary Tradition in
Pierre Leroux, P.-J. Proudhon and Alfred Fouillée),
esprime, sotto la specie del corporativismo, un pluralismo che guarda ai gruppi sociali come dotati di
vita loro propria, indipendente dal riconoscimento
da parte dello Stato.
La seconda parte, più che sulla storia intellettuale, si focalizza sui movimenti e le congiunture politiche, seguendo gli sviluppi dell’idea del
pluralismo sotto la Terza Repubblica. Che Nicolas
Rousselier studi la storia elettorale (Electoral Antipluralism and Electoral Pluralism in France) o Magali della Sudda indaghi quella dell’associazionismo
(Associations and Political Pluralism: The Effects of
the Law of 1901); che Paul Smith (Pluralism, Parliament and the Possibility of a «Sénat fédérateur»,
1940-1969) segua la persistenza di un progetto
pluralista di riforma del Senato; che Carl Bouchard
(Regionalism, Federalism and Internationalism in
First World War France) o Jean-Michel Guieu (State
Sovereignty in Question: The French Jurists between the Reorganization of the International System
and European Regionalism, 1920-1950) mettano
in luce i nessi tra movimenti internazionali e critiche del modello giacobino, i saggi convergono
verso un’unica conclusione. Il quadro della cultura
politica e soprattutto delle «realtà» sociali sotto
la Terza Repubblica risulta assai più variegato di
quanto una consolidata letteratura storiografica e
politologica incentrata sull’egemonia del modello
giacobino aveva fin qui fatto credere.
Regina Pozzi
La recensione del volume El estado como benefactor di M.D. Lorenzo Río, pubblicata nel fascicolo 3/2013,
è uscita erroneamente a firma M. De Giuseppe, mentre l’autrice è N. La Banca.
124
Biblioteca
Hanno collaborato a questa sezione:
Enrico Acciai, Università degli Studi della Tuscia
Stefano Agnoletto, Kingston University, London
Giulia Albanese, Università di Padova
Raffaella Baritono, Università di Bologna
Simone Bellezza, Università di Trento
Giovanni Bernardini, Fondazione Bruno Kessler, Trento
Fabio Bettanin, Università L’Orientale, Napoli
Benedetta Calandra, Università di Bergamo
Jordi Canal, EHEES, Paris
Emanuela Costantini, Università di Perugia
Luca Costantini, Università di Bologna
Ilaria Del Biondo, Università di Teramo
Antonio Donno, Università del Salento
Ferdinando Fasce, Università di Genova
Edgar Feuchtwanger, University of Southampton
Gianluca Fiocco, Università di Tor Vergata, Roma
Giuliano Garavini, Università di Padova
Marco Gervasoni, Università del Salento
Maurizio Griffo, Università Federico II, Napoli
Maria Eleonora Guasconi, Università di Genova
125
Biblioteca
Stefano Luconi, Università di Padova
Claudia Mantovani, Università di Perugia
Tito Menzani, Università di Bologna
Arrigo Pallotti, Università di Bologna
Daniele Pasquinucci, Università di Siena
Camilla Poesio, Università di Venezia
Paolo Pombeni, Università di Bologna
Regina Pozzi, Università di Pisa
Giovanni Scirocco, Università di Bergamo
Antonio Scornajenghi, Università degli Studi di
Roma Tre
Marco Sioli, Università di Milano
Antonio Soggia, Università di Torino
Carlotta Sorba, Università di Padova
Carlo Spagnolo, Università di Bari
Andrea Ungari, Luiss Guido Carli, Roma
Giampaolo Valdevit, Università di Trieste
Lucio Valent, Università di Milano
Paolo Varvaro, Università di Napoli
Marilyn B. Young, New York University
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Biblioteca - Aracne editrice