Q 93 uesta settimana il menu è Da NoN Saltare Nuovi indicatori culturali cercasi Dante di marmo, poeta divino, mira sdegnato, l’immane casino Sacco da pagina 2 PiCCole Vuoti&PieNi arChitetture una casa per tutti Stammer a pagina 5 oCChio x oCChio New York New York “oh fiorentini m’avete esiliato. Prendete sta roba che la Cisl v’ha mandato” riuNioNe Di faMiglia a pagina 4 De Magistris on the road Mica tanto Bene al CSM Cecchi a pagina 7 ViSioNaria i ventagli di Madame hoguet Zanuncoli a pagina 11 C DA NON SALTARE U O .com di Pierluigi Sacco S [email protected] i conclude oggi in Palazzo vecchio a Firenze il terzo Forum Mondiale dell’UNESCO sulla Cultura e l’Industria culturale. Tre giorni di intenso dibattito intorno al tema, niente affatto scontato per una istituzione internazionale come l’UNESCO fondata sulla conservazione del patrimonio culturale del mondo, della “Cultura, creatività e sviluppo sostenibile. Ricerca, innovazione, opportunità”. Nel panel sui nuovi approcci alla misurazione del cambiamento, che si è tenuto venerdì 3 ottobre, ha partecipato con una impegnata relazione il prof. Pierluigi Sacco, professore di Economia della Cultura alla IULM di Milano. Seguiamo da tempo con interesse il lavoro di Pierluigi Sacco sui temi dell’economia della cultura e infatti circa un anno fa ospitammo su Cultura Commestibile un suo intervento su questi argomenti, peraltro collegati alla candidatura di Siena a Capitale Europea della Cultura per il 2019 di cui Sacco è il coordinatore scientifico. Il prof. Sacco ci ha autorizzati a pubblicare il suo intervento sulle nostre pagine. Il testo non è rivisto dall’autore, quindi ogni eventuale errore sarà da imputare alla rivista. Mi concentrerò sulle esperienze che ho fatto nel campo delle relazioni fra cultura, industria culturale e indicatori di misurazione . In particolare il mio intervento si concentrerà sul cambiamento di scenario che stiamo registrando in questo campo. E’ particolarmente significativo che l’UNESCO stia ponendo l’enfasi sull’industria culturale come un settore molto rilevante e in continua crescita fra le attività culturali. Il fatto, però, è che ci stiamo verso una scenario in cui la frontiera non coincide più necessariamente con l’industria creativa e della cultura, ma con una ben più complessa struttura. Sostanzialmente, possiamo considerare tre diversi regimi di relazione fra produzione culturale e la dimensione economica della produzione, che corrispondono a tre diverse nozioni di patrimonio che abbiamo di fronte in questo contesto. La prima la conosciamo molto bene perché ha a che fare con il motivo costitutivo di UNESCO e con molte delle cose che oggi consideriamo patrimonio culturale: è ciò che è stato chiamato durante tutto il periodo umanistico il mecenatismo culturale. Una situazione in cui la produzione culturale non era condizionata dalle forze del mercato per il semplice motivo che mercati organizzati per la cultura semplicemente non esistevano. E non esistevano per motivi sociali e tecnologici, il più rilevante dei quali è certamente l’enorme difficoltà che esisteva a replicare, letteralmente a copiare, a costi bassi i prodotti culturali. Ci sono settori nel campo della creatività culturale, certamente il patrimonio culturale, ma anche gran alla ricerca di nuovi indicatori culturali n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o 2 parte delle arti visive e dello spettacolo, che ancora oggi ricadono dentro questa categoria. Abbiamo assistito alla fine del XIX secolo all’emergere di una nuova situazione, cioè la rivoluzione sociale e tecnologica che ha condotto all’affermarsi dell’industria culturale. Ed è molto importante sottolineare come l’industria culturale e creativa come noi oggi la conosciamo è emersa in questo particolare momento, in un lasso molto breve di tempo. Questa emersione dell’industria culturale e creativa ha allargato, in modo molto significativo nuovi mercati per la cultura ma anche l’accesso alla cultura che, naturalmente, prima del cinema, della radio, delle registrazioni musicali, della fotografia era molto più limitato. E’ interessante notare che l’accezione di patrimonio che si combina con questa nozione di cultura è quella che abbiamo visto emergere in molte aree del pianeta in cui il patrimonio si è associato ad una sua intensa fruizione dal punto di vista turistica, dell’industria del turismo. Che è un fatto altamente problematico, molto connesso alla sostenibilità sociale del patrimonio. Pensiamo ad una situazione come quella di Venezia in cui la struttura sociale della città è stata fortemente plasmata dal fatto che l’intera città si è trasformata in una grande parco di divertimenti culturali. Questo caso spiega in modo palese come l’industria culturale e creativa applicata al patrimonio culturale possa diventare una questione molto sensibile. Ma il motivo per cui è molto importante porre attenzione a questi temi è che la nozione di cultura e di patrimonio è fortemente sfidata, esattamente come agli inizi del XX secolo, da una nuova rivoluzione, sociale e tecnologica, che sta alterando fortemente il modo in cui la cultura è prodotto e disseminata e il modo con cui la produzione culturale si relazione al patrimonio culturale. Questo ha a che fare con qualcosa con cui siamo molto familiari ma di cui non siamo ancora ben consapevoli di quali saranno le conseguenze: la produzione digitale di contenuti culturali e la connettività sociale di seconda generazione. A cosa mi riferisco con ciò? Oggi chiunque compri un C U O .com computer o ogni altro strumentazione digitale, sta comprando allo stesso tempo una tecnologia abbastanza sofisticata per creare in modo semi-professionale molti tipi di contenuti culturali e creativi: che si tratti di testi, immagini, registrazioni audio, multimedia. Con dei semplici aggiornamenti avete a portata di mano versioni professionali di questi strumenti. Ciò significa che tutti hanno la possibilità di produrre questi contenuti, anche se non vogliono realmente farlo. Assistiamo, dunque, ad una impressionante escalation nella produzione e distribuzione di contenuti creativi. Sappiamo che il numero di bytes che classificano un prodotto come creativo è raddoppiato nel giro di un paio di anni rispetto a quello impiegato dall’inizio dell’umanità fino a ieri. E nel futuro questa crescita sarà ancora più veloce. Quali sono le implicazioni di tutto ciò? Perché è importante? Nella rivoluzione che ha portato all’industria creativa e culturale l’elemento epocale è stato l’allargamento del pubblico, ma la distinzione, la separazione fra il pubblico e i produttori culturali era rimasto sostanzialmente intonso. Ma quello che succede oggi è che i produttori e il pubblico stanno sostanzialmente confluendo nella stessa comunità. La gente sta semplicemente cambiando di ruolo di specifiche circostanze. Esistono, certamente, ancora professionisti produttori di contenuti culturali e creativi professionali e il loro ruolo si è addirittura ampliato. Ma oggi tutti stanno partecipando a quella che potremmo chiamare una sola enorme comunità di produttori e fruitori di contenuti culturali e creativi. Che cosa implica tutto ciò per il patrimonio? Semplicemente che il patrimonio si sta espandendo ad un ritmo che è una sfida alla nozione stessa che abbiamo maturato fin qui di patrimonio e della sua preservazione, così come alla sua disseminazione e finanche al modo con cui contribuiamo alla creazione del patrimonio. Perché sappiamo che tutto ciò che riconosciamo oggi come patrimonio culturale è stato selezionato da istituzioni di tutela preposte, secondo degli standard stabiliti durante la lunga era del mecenatismo culturale e che sono sopravvissuti, in un modo o nell’altro, durante l’era dell’industria culturale. Ma il punto è che il volume e il flusso di produzione dei contenuti culturali creativi è oggi talmente forte che è DA NON SALTARE l’intervento di Pierlugi Sacco al forum dell’unesco di firenze n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o 3 semplicemente impossibile anche soltanto censire quello che sarà il patrimonio culturale fra 10-20 anni, senza un forte coinvolgimento della comunità. Specialmente se consideriamo i nuovi canali di disseminazione di tali contenuti. Cosa implica questo? Che se vogliamo lavorare sugli indicatori e considerare cosa stia diventando effettivamente il patrimonio culturale oggi, dobbiamo considerare indicatori specifici che si fondino sulla partecipazione e sulle capacità. In particolare, per chiarire cosa voglio dire, farò un solo esempio. Un ambito nel quale la partecipazione massiva bottom-up fa veramente la differenza è il rapporto fra cultura e salute. E’ un settore in cui non abbiamo indicatori specifici e che non consideriamo fondamentale nella valutazione del fenomeno culturale. Ma sappiamo che il livello di partecipazione culturale ha un impatto significativo sul benessere psico-fisico e voglio sottolinea che non ha a che fare con la dimensione strumentale della partecipazione culturale, bensì con quella intrinseca. Le persone che danno valore alla cultura ne hanno un immediato trasferimento in termini di benefici clinici sul loro benessere complessivo. Come influenzerà tutto questo il funzionamento dei sistemi di welfare? Noi sappiamo, ad esempio, che una strategia sistematica per favorire l’accesso alla cultura delle persone over70, porterà ad una significativa riduzione della ospedalizzazione e quindi dei costi del welfare. Questo cambierà nel futuro gli stessi sistemi di welfare e per questo è importante stabilire degli indicatori affidabili, delle sperimentazioni cliniche affidabili e inserire tutto ciò in un sistema integrato di welfare culturale. Mi pare interessante che questo non ha a che fare immediatamente con gli aspetti legati al mercato, bensì a quelli della partecipazione, Naturalmente, può esservi più di un aspetto significativo per il mercato, ma non sono quelli principali. In secondo luogo, tutto ciò è significativo se si considera il benessere culturale per persone con importanti malattie come l’Alzheimer: possiamo sviluppare laboratori partecipativi culturali per pazienti malati di Alzheimer e ottenere straordinari risultati da molti punti di vista. Dunque, il punto è che l’industria culturale e creativa per i suoi impatti diretti, ma allo stesso tempo dobbiamo essere consapevoli del fatto che la frontiera della partecipazione culturale e, in modo particolare, la relazione fra la dimensione culturale e le altre dimensioni della produzione di valori socio-economici stanno rapidamente mutando. E se non sviluppiamo rapidamente una batteria di indicatori adatti a valutare questi aspetti, rischiamo di perder la più straordinaria opportunità di sviluppo dei beni culturali del prossimo decennio. C RIUNIONE DI FAMIGLIA U O .com LE SORELLE MARX De Magistris on the road Siamo tornate dalle nostre vacanze. Le abbiamo trascorse a Napoli: che bella città! Allegra, vivace, colorata, imprevedibile! E poi, come ti giravi e entravi in una piazza, un palazzo storico, un vicolo, eccoti il sindaco Luigi De Magistris, intendo a inaugurare scuole, piantare alberi, ballare ad un concerto, visitare una mostra. Un sindaco on the road. Lo dovevate vedere: che ritmo, che swing! Qualcuno ci ha detto che si stava preparando a trasferire il suo ufficio per strada, fuori dal palazzo. E infatti così ha annunciato, respingendo al mittente il decreto di sospensione dalla carica di sindaco per via della condanna in 1° grado al processo “Why not” e per effetto della Legge Severino: “Sarò in strada, tra i miei concittadini, e riparerò anche qualche buca in più con le mie mani.”. Ma in verità Giggi a manetta (come lo chiamano familiarmente qui) aveva già preordinato tutto, come dimostra il post sul suo profilo Facebook del 27 aprile scorso: “La musica, l'arte e la cultura in generale non possono più essere arrestate dal cieco furore di una burocrazia ottusa e da un formalismo asfissiante. Ho dato disposizione a tutta la giunta e alla macchina amministrativa che, da oggi, non accetteremo più che la bellezza di Napoli sia ostacolata da chi produce danni incalcola- registrazione del tribunale di firenze n. 5894 del 2/10/2012 direttore simone siliani redazione sara chiarello aldo frangioni rosaclelia ganzerli michele morrocchi progetto grafico emiliano bacci editore Nem Nuovi eventi Musicali Viale dei Mille 131, 50131 firenze contatti www.culturacommestibile.com [email protected] [email protected] www.facebook.com/ cultura.commestibile “ “ Con la cultura non si mangia Giulio Tremonti bili all'immagine e alla vita della nostra città. Realizzeremo, sempre di più, concerti nelle piazze, teatro nelle strade, cultura nei vicoli. In questo modo dimostrando, anche, come con la cultura si possa vivere, mangiare e creare occupazione. ... Se qualcuno si oppone con il sonno della ragione lo aiuteremo a liberarsi con la forza della musica. Noi non cediamo, non rallentiamo e non arretriamo. ... Ai carri armati della fanatica burocrazia opporremo i cannoni della vita. Napoli e' energia, creatività, libertà, emozioni. Anche caos... W Napoli, W la musica, W la libertà!" n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o 4 LA STILISTA DI LENIN il matrimonio del migliore amico E meno male che i poteri forti ce l’hanno con Matteo Renzi e col suo governo e non con il suo amico di sempre Marco Carrai, altrimenti al matrimonio di questi sabato scorso sarebbe stato il deserto. Banchieri, finanzieri, pizzicagnoli di lusso, scrittori famosi più per il ciuffo che per la prosa, ecofurbi expci,pds,ds non mancava nessuno di quelli che contano, abbastanza ma non tanto da stare al matrimonio di George Clooney, sulla collina di San Miniato. Sposa rigorosamente in bianco, seppur filosofa, sposo in completo grigio, seppur non slanci. Palma di peggio vestito l’ex socio dello sposo Baricco, con camicia con colletto alla coreana e un gilet dall’effetto montclear, per il resto un mix di colori come capita ad un matrimonio di mezza stagione a cui la wedding planner non ha caldamente suggerito un dress code. Da Annalisa Chirico le cui chilometriche gambe spuntavano da una gonna a rossa a pois neri, a una solare Simona Bonafé in abito corto chiaro, smanicato e tacco 12 con plateu di almeno 3 cm, ma almeno Finzionario di Paolo della Bella e Aldo Frangioni abbinato. Mancava la collega di camper della Bonafé su cui, inutile dirlo, avevo già pronta la penna. Peccato. Anche Paolo Fresco è salito al monte con un bel completo blu marino con cravatta rossa, delizioso per un aperitivo al Forte. Un po' meno per un matrimonio vip. Infine sobriamente elegante, sempre più contraltare di morigeratezza, rispetto al vulcanico e sguaiato annunciare del marito, Agnese Renzi rimane l’icona migliore di questi tempi dimenticabili. I CUGINI ENGELS Mica tanto Bene al CSM Il racconto lirico, con un finale drammatico, di Franco Mancinelli narra sensazioni e liberi pensieri di un esperto di parapendio che ha passato quasi 50 anni della sua vita a Castelluccio di Norcia, il piccolo e famoso comune posto al termine di un altopiano nel Parco dei Monti Sibillini. Il protagonista Max Gustetti inizia i suoi voli pochi anni dopo che Dave Barish aveva creato il prototipo del parapendio. Max ci racconta i suoi pensieri mentre veleggia sul vasto pianoro. Le sue emozioni durante la fioritura delle lenticchie e gli inverni gelidi. Il romanzo breve è diviso in 30 “inquadrature” un'autobiografia della vita che lo scrittore avrebbe voluto avere se non avesse scelto questo particolare eremitaggio misticosportivo. Un'infanzia felice fatta tutta di primavere, una adolescenza e giovinezza avventurosa di viaggi a giro per il mondo e di storie d'amore con fanciulle dei quattro continenti. Poi ci racconta di aver vissuto una maturità talentuosa da grande musicista. Tutte storie fantasiose, completamente false, prodotte dal vento, dal silenzio del volo e dalle emozioni che certe correnti ascensionali producono. Una “bella vita” scrive il Mancinelli che non può che terminare con una fine gloriosa: farsi prendere da una forte corrente che ti porta in alto senza più riscendere a terra. Una nota alla fine del libro ci avverte che tutta la storia è pura fantasia ad esclusione della morte dell'autore: quella invece è vera. Inutile dire che si tratta della prima e ultima opera dello scrittore volante. E’ l’ora di finirla con la partitocrazia che occupa il Paese. Con la politica che favorisce gli amici, sistema i trombati e annichilisce il merito. E’ tempo di #cambiareverso, di far volare una generazione. Di scegliere le persone in base alle competenze. Basta coi raccomandati, ora con il governo Renzi si nomineranno in enti ed istituzioni solo i meritevoli in base al loro Curriculum vitae. Certo se poi si leggessero anche i curricula, si eviterebbe di nominare al CSM, facendoli votare dal parlamento, membri che non hanno i titoli per sedere nel consiglio superiore della magistratura, come è accaduto a Teresa Bene dichiarata ineleggibile per mancanza dei titoli richiesti. La ricerca del merito, evidentemente, prosegue. C U O .com PICCOLE ARCHITETTURE PER UNA GRANDE CITTÀ di John Stammer Case o 5 consentito di realizzare a partire dal 2004 (le ultime costruzioni sono state terminate nel 2008) 712 alloggi di cui 388 in affitto convenzionato (il 54,49% del totale) su 8,67 ha di terreno, e con un impegno di suolo di 121,76 mq per alloggio. In particolare nelle prime due aree sono stati realizzati interventi che hanno saputo anche indicare modalità tipologiche e caratteristiche architettoniche degli edifici che si discostano dalle “ordinarie” abitazioni di edilizia convenzionata utilizzando materiali non usuali e un’organizzazione innovativa degli elementi architettonici costitutivi dell’edificio. Le aree di via di Quarto e di via della Sala erano quelle che avevano anche i l governo aveva lanciato un programma per la costruzione di alloggi destinati all’affitto. E aveva anche coniato uno slogan “ventimila alloggi in affitto” e destinato risorse. Il mercato immobiliare italiano era sempre più carente di alloggi per l’affitto e questo stava creando non poche difficoltà ad un numero crescente di cittadini che non avevano i requisiti per accedere all’edilizia residenziale pubblica e non avevano risorse per l’acquisto di un alloggio. La formulazione del programma prevedeva che agli alloggi in affitto convenzionato fossero affiancati interventi di edilizia residenziale in vendita sul mercato ordinario. Ora spettava ai comuni attuare quegli interventi. Ma dove? Come sarebbe stato possibile localizzare sul territorio alloggi in affitto a costo convenzionato se la maggior parte delle previsioni urbanistiche erano di fatto già “compromesse” dalle altissime rendite di posizione e dalle precedenti attuazioni? L’amministrazione decise di fare un bando pubblico. Non era la prima volta che si procedeva in tal senso per selezionare proposte di intervento, ma era una delle prime volte che lo si faceva per individuare una proposta di modifica dello strumento urbanistico vigente. Nella sostanza la proposta di bando pubblico selezionava gli operatori in funzione della massima convenienza pubblica dell’intervento (in termini di quota maggiore di alloggi in affitto rispetto al totale degli alloggi previsti), della ammissibilità localizzativa in funzione dei vincoli territoriali (limitando gli interventi nelle aree sottoposte a tutela ambientale) e delle caratteristiche di dotazione infrastrutturali delle area indicate (le aree dovevano essere già dotate di strade, fognature, acquedotto ecc.) Una sorta di prova generale di quello che alcuni anni dopo sarebbe stato scritto nel Piano Urbanistico Generale della città e che nei successivi sviluppi del Piano è andato perso. Ma l’idea era interessante. Mettere in competizione gli operatori privati per massimizzare gli interessi pubblici, naturalmente selezionando preventivamente gli ambiti territoriali (ampi ma comunque circoscritti) ove sarebbe stato possibile intervenire. Un passaggio verso una maggiore perequazione urbanistica e verso un processo trasparente, e verificabile, di selezione degli interventi urbanistici. La scelta delle aree fu attuata da un apposito gruppo tecnico e le aree dove furono localizzati il maggior numero di alloggi furono quelle di via di Quarto (140 alloggi di cui 95 in affitto) e di via della Sala (200 alloggi di cui 80 in affitto) oltre a quella di via Allori dove furono realizzati 80 alloggi tutti in locazione. Complessivamente il programma ha n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 per tutti subito alcune riduzioni nel dimensionamento proposto, in quanto “delle prime sette proposte solo una presenta qualche criticità, in questa caso di carattere paesaggistico, l’area di via di Quarto/via Niccolò da Tolentino. Tale criticità sarebbe superata se la proposta subisse....... una riduzione delle quantità d’intervento, che potrebbero essere stabilite in 140 alloggi, di cui 95 in affitto, contro i 154 di cui 105 in affitto....” e per via della Sala in quanto l’area “è parzialmente interessata dal vincolo aeronautico di Peretola” e pertanto “l’amministrazione potrebbe........ inserire nel programma uno stralcio della proposta che potrebbe avere la conssistenza di 200 alloggi di cui 80 in affitto(40%) corrispondente alla porzione d’area non investita dal vincolo aeronautico”. (stralci della relazione tecnica) In via di Quarto Riccardo Bartoloni utilizza l’inserimento in facciata di elementi di legno e la copertura quasi totale della facciata dell’edificio che ospita gli alloggi in affitto con una “cortina verticale di montanti in ferro” per caratterizzare l’intervento. In via della Sala Riccardo Roda utilizza la riproposizione della tipologia a corte aperta per marcare la differenza dell’edificio per alloggi convenzionati con gli altri edifici in linea destinati all’edilizia ordinaria. E lo fa con eleganza e attenzione ai particolari costruttivi. In via Alessandro Allori il progetto di Andrea Bacci colloca, in un lotto urbano rimasto inedificato, un edificio di grande semplicità formale e architettonica, con un cortile sopraelevato dal piano stradale e con piccoli arretramenti delle parti centrali del corpo di fabbrica per movimentare i prospetti. C ISTANTANEE AD ARTE U O .com di laura Monaldi [email protected] g rande successo per la prima presentazione pubblica di "BAU A3D", undicesimo numero della rivista-laboratorio "BAU Contenitore di Cultura Contemporanea", che si è tenuta lo scorso 27 settembre presso la Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea "Lorenzo Viani" di Viareggio nel suggestivo Palazzo delle Muse di Piazza Mazzini. In tiratura limitata di 150 copie, il cofanetto (progetto grafico di Gumdesign) contiene 53 opere originali di 53 artisti e un opuscolo redazionale con i contributi di Valerio Dehò, Duccio Dogheria, Patrizio Peterlini, Marco Pierini, Maurizio Vanni e Alessandro Vezzosi. In una veste totalmente nuova, inedita, tridimensionale e all’insegna della contemporaneità culturale e artistica, Vittore Baroni, Alessandra Belluomini Pucci – direttrice della GAMC di Viareggio – Antonino Bove e Luca Brocchini hanno presentato il nuovo numero, mettendo in evidenza la sollecitazione multisensoriale che la rivista d’artista ha voluto offrire agli appassionati, dilatando i confini della normale concezione di pubblicazione sperimentale e creando un mosaico originale dal forte impatto visivo e intellettuale. Significative sono state le performances di Massimo Mori, Beatrice Gallori, Paolo Albani, Alessandra Borsetti Venier, Manuela Mancioppi e Jakob de Chirico, che non hanno fatto altro che sottolineare la vena sperimentale e innovativa del progetto BAU, grazie alla varietà dei linguaggi e delle poetiche che porta con sé sin dal numero zero. Una ricchezza culturale che si cela – e allo stesso si valorizza – dietro la pluralità e la molteplicità dell’interpretazione attuale del mondo estetico. BAU A3D non rappresenta soltanto un contenitore in progress di cultura e una rivista/antologia sperimentale, quanto piuttosto uno strumento degli artisti contemporanei per mettersi in gioco e valorizzare le proprie capacità n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o 6 la terza dimensione di Bau L’APPUNTAMENTO Noi non abbiamo il tempo Noi siamo nel tempo albert Mayr a Signa Nel suggestivo Parco dei Renai di Signa, in occasione della decima edizione della Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI e in collaborazione con il Museo Novecento di Firenze, Albert Mayr rianima il Percorso Armonico (installazione/partitura inaugurata nel 2011) con un evento performativo d’eccezione, che invita il pubblico a interagire con il paesaggio e i suoni ambientali, alla scoperta dell’estetica del Tempo. Il Percorso è suddiviso nei rapporti numerici della Serie Armonica che vanno da 1 a 1/8, le cui distanze sono indicate mediante fasce colorate su pali lungo tutto il tragitto. La partitura è eseguibile liberamente dai visitatori in entrambe le direzioni, scegliendo un colore e articolando velocità, osservazioni ambientali, conversazioni, oppure più liberamente secondo schemi ritmici personali. Per l’evento verrà realizzato un Video d’Arte, a cura dell’Archivio Carlo Palli di Prato con la regia di Stefano Cecchi, che documenterà l’inedita esecuzione di gruppo attraverso testimonianze, interviste e fotografie d’artista di Carlo Cantini. Signa (FI), Parco dei Renai, ingresso sud-est, sabato 11 ottobre 2014 ore 15,30 espressive: una sfida interculturale e interartistica che è, è stata capace – e lo sarà ancora – di creare una rete paradigmatica e significativa di relazioni intellettuali, in una costante metamorfosi sul presente in quanto presente. Artisti partecipanti: Paolo Albani, Silvia Ancillotti, Alain Arias-Misson, Artiere Fernando R,O,S,S,O,, Vittore Baroni, Carlo Battisti, Alessandra Borsetti Venier, Leonardo Bossio, Antonino Bove, Garni W. Bradley, Luca Brocchini, Delfina Camurati, Philip Corner, Mattia Crisci, Gianluca Cupisti, Jakob De Chirico, Teo De Palma, Gabriele Dini, Graziano Dovichi & Tiziana Casini, Limbania Fieschi, Ignazio Fresu, H.R. Fricker, Carlo Galli, Beatrice Gallori, Alfredo Gioventù, Vincenzo Gogghi, Antonio Gomez, Gumdesign, Bruno Larini, Alessio Larocchi, Dario Longo, Tania Lorandi, Ruggero Maggi + K, Emanuele Magri, Manuela Mancioppi, Microcollection Di Elisa Bollazzi, Fernando Montagner, Massimo Mori, Antonio Noia, Aryan Ozmaei, Mauro Panichella, Virginia Panichi, Mark Pawson, Guido Peruz Con Paolo Vandrasch, Angelo Pretolani, Massimo Salvoni, Danilo Sergiampietri, Maurizio Marco Tozzi, Tommaso Vassalle, Giulia Vasta, Vinicio Venturi, Giacomo Verde, Emiliano Zucchini C OCCHIO X OCCHIO U O .com di Danilo Cecchi [email protected] S i parla delle immagini della New York dei primi anni Cinquanta, ed il pensiero corre immediatamente a William Klein ed al suo libro pubblicato nel 1956, il primo di una serie di quattro libri dedicati fra il 1956 ed il 1964 ad altrettante città, Roma, Mosca e Tokyo. Ma mentre William Klein trascorre a New York solo un breve periodo, fra il 1954 ed il 1955, utilizzando le immagini urbane come un pretesto per innovare stravolgendolo il linguaggio fotografico, altri fotografi meno innovativi e meno all’avanguardia percorrono le stesse strade e le stesse piazze operando in maniera più sistematica, calma e riflessiva, per dare della loro città un altro possibile ritratto ed un’altra possibile chiave di lettura. Fra questi fotografi, alcuni noti ed altri meno noti, è emerso improvvisamente, come spesso accade negli USA, il nome di un oscuro fotografo, Frank Oscar Larson, figlio di emigranti svedesi, nato nel 1896 a Greenpoint, all’epoca area rurale di Brooklin, e morto nel 1964. Larson poco più che ventenne partecipa alla Grande Guerra come artigliere in Francia, dove viene contaminato dai gas asfissianti che ne minano la salute, ed al suo ritorno trova lavoro in una banca, diventando revisore dei conti, e rimanendovi fino al momento del pensionamento alla fine degli anni Cinquanta. La sua tranquilla esistenza scorre senza apparenti motivi di interesse, ma Larson coltiva in silenzio e con riservatezza una propria passione segreta, la fotografia. Analogamente ad altri fotografi rimasti nell’ombra e riscoperti solo recentemente, come Vivian Meier (vedi CuCo n. 67), Larson sceglie la strada e le persone come temi privilegiati, e nei suoi fine settimana liberi da obblighi lavorativi comincia a vagabondare fra strade, piazze e vicoli, raccogliendo centinaia di immagini di luoghi ed edifici, ma soprattutto di passanti, operai, casalinghe, ragazzi, poliziotti, tassisti, netturbini, impiegati, disoccupati, mendicanti, alcuni impegnati nelle loro attività, altri nei momenti di riposo, distrazione o semplicemente di disimpegno. Le immagini scattate e stampate in cantina da Larson mostrano un volto della città a misura d’uomo, diverso da quello affannato e caotico descritto da altri autori. Le immagini di Larson sono nitide e precise, raccontano la realtà quotidiana senza ingigantirla, senza esaltare in maniera drammatica l’esistenza dei suoi personaggi, senza farne né dei simboli né delle marionette. I suoi personaggi sono delle persone normali, riprese nella loro quotidianità, forse persino nella loro banalità, e la distanza di tempo con cui li guardiamo oggi non li fa sembrare degli alieni o dei testimoni di un’epoca troppo diversa. A distanza di sessant’anni conservano tutta la loro spontaneità, come certi personaggi della Parigi di Atget, ed è con la stessa simpatia e condiscendenza che vengono avvicinati e fotografati. Quello rappresentato da Larsen è un mondo che ignora i grandi avvenimenti storici, le grandi tragedie, le tensioni sociali e le problematiche frank oscar larson che affliggono l’umanità. Forse è un mondo lontano da quello reale, un poco provinciale pur essendo nel cuore di New York, o forse è il mondo di chi sa accettare le cose come sono, con un misto di fatalismo e di tranquilla rassegnazione. Oppure è il mondo della strada, dove tutto scorre, come in un fiume, a volte len- n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o 7 tamente ed a volte in maniera più vorticosa, ma dove tutto torna a seguire lo stesso ritmo. Nascoste in uno scatolone di cartone, le fotografie di Larsen vengono trovate per caso e fatte conoscere al mondo dalla vedova del figlio, a quarantacinque anni di distanza dalla scomparsa del loro autore. New York New york C ANTIQUARIUM U O .com di anna Maria Manetti Piccinini [email protected] P remessa necessaria. Chi pensa ,fra i nostri governanti, di eliminare la rete nazionale delle Soprintendenze, giudicate solo una pesante burocrazia, dovrebbe far visita al Laboratorio di Restauro della Fortezza da Basso. Si troverebbe di fronte, oltre che ad una ‘officina’ di grande interesse , a delle eccellenze tecnico-scientifiche (non solo storico artistiche!), collegate esternamente con vari istituti universitari a seconda degli specialismi: chimica, medicina (radiologia), ingegneria,ecc. Ma soprattutto a un personale straordinario per competenze ed esperienze, assolutamente non sostituibile senza una continuità interna e una trasmissione di saperi , non acquisibile con corsi teorici, come sottolinea, preoccupato per il futuro , Antonio Natali , direttore degli Uffizi. Nella difficile e delicatissima operazione del restauro dell’ “Adorazione dei Magi” di Leonardo, si può dire che tali eccellenze si sono concretizzate. La tavola, consegnata al Laboratorio di restauro della Fortezza da Basso nel 2011, è arrivata, dopo le complesse indagini diagnostiche e l’inizio della pulitura della superficie pittorica , a una fase che permette alcune conclusioni, grazie ad una rinnovata visibilità delle parti restaurate . Com’è noto, l’opera è un ‘ non-finito’ di Leonardo , e come tale si sta rivelando quasi un campo di sperimentazione del Pittore stesso. Si sono evidenziati , infatti, molti ‘ripensamenti’ o ‘prove’ Nuove scoperte nell’adorazione dei Magi in varie figure ,come in alcune splendide teste di cavallo, o di cavalli imbizzarriti , veri e propri ‘studi’ su questo soggetto , particolarmente amato dal Da Vinci. Altrettanto si può dire per le architetture e le ‘rovine’, che proprio dal restauro assumono nuova leggibilità , come la grande scala, con gli uomini impegnati nella ricostruzione del Tempio di Gerusalemme. Leonardo disegna e dipinge molto liberamente , al di fuori anche dei canoni tradizionali legati al fatto rappresentato , con elementi di significato teologico molto complessi, ma con una disciplina strettissima per quanto riguarda le regole prospettiche. Quella pittura che ,con i vecchi strati di vernice sembrava un insieme oscuro e sfuggente, ha ripreso PASQUINATE L’APPUNTAMENTO di Burchiello 2000 Sabato 4 ottobre 2014. Ore 9,00 - ritrovo al Mercato Centrale di Firenze, visita del vecchio e del nuovo mercato al primo piano. Ore 9,30 - al primo piano del Mercato Centrale accoglienza con caffè e cappuccino al bar con paste del nobile Maestro panettiere David Bedu. Nello spazio incontri Area Verde introduzione ai seminari. Ore 10,00 - “L'Artusi tra la Romagna e la Toscana“ . Un affresco storico culturale - Professor Leonardo Rombai (Università di Firenze) - Dottor Sergio Gatteschi "Amici della Terra". Ore 11,00 - "La via Artusiana" una lunga tagliatella tra Romagna e Toscana. La storia della Strada del Muraglione che unisce Firenze a Forlimpopoli e di un libro - Professor Roy Berardi. “Artusi, un pellegrino fra Romagna e Toscana”. -Dottoressa Laila Tentoni Vicepresidente Casa Artusi. Ore 12,00 - “I prodotti tipici del territorio fra la Romagna e la Toscana, il vino e l’olio e divagazioni varie”. Professor Gianluigi Corinto (Uni- Domenico di Giovanni, detto il Burchiello, fu animatore di burle e di pungenti critiche con gli amici artisti del XVI secolo e artista anch’egli. Restò profondamente apprezzato nell’amicizia Camicie brune, camicie nere, camicie bianche. Il brand che va, ora, di squisito carattere imprenditoriale, è il “postideologico” che parla senza sfumature, fiero del suo semplicismo linguistico: veste, appunto, in camicia bianca (di bucato), ma con le maniche arrotolate a voler suggerire uno sforzo e una fatica in atto. Così, sempre più, la politica – preposta all’organizzazione e al governo della comunità dello stato – si annoda e si scioglie nel broadcasting , identificandosi in quel “seminare per spargimento” che ormai assomiglia al marketing, proprio dell’economia applicata. Nessuna meraviglia dunque se, nella pubblica opinione, sempre più, i “politici” sian sentiti più distanti e diventino “politicanti”. Il fatto è che , in camicia bianca e con le maniche rimboccate, ci si sia messi di buzzo per la ri-costituzione della Costituzione. Le camicie brune e quelle nere non portarono molta fortuna: speriamo vada meglio con queste bianche. Camicie di bucato n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o 8 precisione di contorni ed espressività . Si è proceduto infatti a togliere gli accumoli di vernici e cere depositatesi nel tempo ( in alcuni casi, forse, con la volontà di dare unitarietà di tono al dipinto così differenziato nelle sue parti), con la logica del ‘togliere’ gradatamente, e non certo con la presunzione di tornare “all’originale”. “Fatto impossibile - come afferma con decisione Marco Ciatti, Soprintendente all’Opificio delle Pietre Dure- sbagliato e antistorico, perché le tracce del passato, come quelle di ogni corpo vivente, non possono e non debbono essere eliminate, se non rischiando di rovinare l’oggetto e creare un ibrido”. Le parti più suggestive per la migliorata visione sono certamente quelle architettoniche, ma anche alcune figure, come il gruppo di volti alla destra del quadro; o un cielo di sfondo , del tutto inimmaginabile, di lievissimo colore bianco - azzurrino. (Non certo, come è stato strobbettato da varie parti , di un azzurro splendente!) .Con queste disvelazioni di un dipinto che era in corso d’opera , riusciamo a capire meglio anche il modo di procedere dell’ Artista, il suo percorso creativo, che è poi il tassello aggiuntivo più importante alla conoscennza di una personalità così eccezionale e per tanti versi ancora impenetrabile. Tutta la complessa operazione del restauro è stata resa possibile dal sostegno economico degli Amici degli Uffizi , rappresentati dalla loro Presidente Maria Vittoria Rimbotti ,collaboratrice partecipe , non solo dal punto di vista economico, della vita della Galleria e delle sue necessità. l’artusi a firenze versità di Macerata) - Dottor Vincenzo Bellini. Ore 13,00 – Intervento del sindaco di Forlimpopoli Dottor Mauro Grandini, di Luciano Artusi e di un’autorità del Comune e della Provincia di Firenze. Ore 13,30 - Pranzo con menu speciale all’interno del primo piano del Mercato al Ristorante Tosca. Ore 15,30 – “Tirare la Sfoglia” . All’interno della scuola di cucina dell’Istituto Lorenzo de’ Medici dimostrazione e breve corso di come si tira la pasta sfoglia per fare le tagliatelle, i ravioli e tutto il resto – Stefano Mattioli della Locanda Casa Palmira. C n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o GALLERIE&PLATEE U O .com di Claudio Cosma che mettono in funzione le idee, uscendo dai luoghi anacronistici che le conservano per interagire con quella parte di mondo già pronta ad accoglierla, liberandola dal mercato e l'infimo uso dell'arredo di case che li relegano a feticci non più compresi. Alla Fondazione Sensus, v.le Gramsci 42 a Firenze e a Sensus Vetrina di Fiesole, p.zza Mino 33 dall'11 ottobre al 15 novembre 2014. Aperta il venerdì e il sabato dalle 18 alle 20 o su appuntamento: [email protected]. www.sensusstorage.com [email protected] S abrina Muzi l'11 ottobre da Sensus presenta la sua mostra "Pratica naturale" un titolo che rimanda sia al metodo rigoroso, quasi da naturalista col quale indaga la specifica realtà che ha deciso di esplorare, sia a quella parte di natura minore, da sempre oggetto della sua poetica, fatta di semi, radici, frutti ma anche paesaggi attraversati da nubi e corsi d'acqua con un continuo passaggio dall'estremamente grande, come il deserto del Sinai raccontato nel video "To the last breath", al più piccolo granello di polvere di cinnamomum delle sue installazioni aromatiche. Ogni singola parte del suo lavoro è sempre in rapporto al tempo che trascorre con velocità differenti e che tutto, inarrestabile, modifica, conserva, distrugge. La sua ricerca concentrata sulla raccolta di elementi naturali comprende anche ciò che viene comunemente scartato, come nel lavoro “Involto” dove delle mele private della loro sostanza vengono ricostruite con la sola buccia a rappresentare una vanitas che ci ricorda la brevità della vita e della bellezza, ma anche una riflessione su ciò che resta dopo l'uso e il consumo umano delle risorse della terra. “Involto” può essere la mela che la regina offre a Biancaneve e ancora le bucce di pera che Pinocchio affamato mangia insieme ai semi: lusinga ed insidia dell'apparire e la povertà resa tragica dallo spreco. Lo spazio protetto della galleria diventa, ospitandolo, un percorso dove le cose silenziose sottratte alla tumultuosa vita esterna si ritrovano in prossimità con l'anima che le ha generate, non più in disparte, ma delicatamente protagoniste di una natura parallela che erigendosi ad argine nei confronti del mondo esterno, creano un equilibrio che consente la loro comprensione. L'uso e il riuso delle cose minime con funzioni diverse dalla convenzione, le spezie ricche di simbologia, che riempivano e riempiono gli empori, usate per la conservazione, per riti magici, per le offerte agli dei, per i farmaci oltre che per il sapore, diventano sontuosi tappeti profumati, su cui sarebbe bello danzare (ma in galleria lo sconsiglio vivamente), semi di tapioca che diventano preziose collane di perle, la metamorfosi inquietanti dei suoi frutti forse esposti a mutamenti genetici per la pazzia degli uomini, la calma millenaria dei suoi orti geometrici fatti di chicchi di riso, tutto concorre nel lavoro di Sabrina Muzi, composto di scarti di significato e passaggi veloci dall'invisibile al visibile, a ridisegnare un mondo che potrebbe essere migliore con una natura autonoma e libera dalle costrizioni dell'utile a scapito di una giustizia autentica che deve preservare i semplici, intesi come varietà vegetali con proprietà terapeutiche e medicamentose, ma anche e sopratutto i semplici come gli ultimi, i sofferenti, gli esclusi che non hanno accesso al cibo e alla bellezza, ma anzi vengono usati e sfruttati, costretti a distruggere l'equilibrio del mondo per il profitto di pochi. Oggi le arti visive si intendano come macchine o meccanismi 9 Sabrina Muzzi, installazione Amuleti, 2013/2014. Sotto a sinistra un fotogramma tratto dal video del 2009 “To the last breath”, a destra disegni recenti, oggetti naturali e foto le diverse velocità del tempo SCAVEZZACOLLO orfeo e euridice di Massimo Cavezzali [email protected] Aveva perso Euridice. La sua sposa. Quando Orfeo se ne rese conto, impazzì. Non poteva pensare a una vita senza di lei. Allora scese dove nessuno era mai disceso. Negli Inferi. Per riprendersela. Quando gli abitanti degli Inferi lo videro passare, così diverso da loro, così poeta, ne rimasero affascinati e cercarono di ghermirlo. Le anime allungarono subito le mani. Lo toccarono vogliose. Ma Orfeo cercava Euridice. Riuscì a resistere. E continuò a scendere tra le fiamme. Di fronte a quell’amore, gli Inferi si arresero. “Orfeo, ti restituiamo Euridice, ma a un patto, non dovrai guardarla, finché non sarai fuori dalla valle infernale.” “Non la guarderò” promise Orfeo. Ma nel cammino gli vennero dei dubbi: chi gli assicurava che era proprio Euridice quell’ombra che stava portando per mano? Chi si fida degli Inferi? Ormai mancava poco all’uscita, ma Orfeo, roso dal dubbio, non resistette più e si voltò. Euridice sbiancò. “No! Non guardarmi!” urlò. Ma non fece in tempo. Orfeo ed Euridice si videro per un momento, poi lei scomparve. Orfeo impazzito, capendo di averla persa per sempre, si ritirò in solitudine su una montagna. Non volle vedere più nessuno. Quella storia d’amore unica, affascinò. E sul monte salirono le Baccanti. Essere respinte da Orfeo, le infuriò. Per la rabbia, lo fecero a pezzi, e li dispersero dappertutto, in modo che nessuna li potesse mai più trovare. “Euridice” “Orfeo” “Io non so dove sono tu dove sei?” “Sono qua, Orfeo...ma nemmeno io so dove sono”. “Un giorno ci ritroveremo?”. “Sì” LUCE CATTURATA di ilaria Sabbatini [email protected] Città d’acqua lucca San Pietro Somaldi MUSICA MAESTRO di alessandro Michelucci [email protected] I primi tentativi di coniugare rock e musica colta risalgono alla fine degli anni Sessanta. Forse non molti sanno che The Whale, l’oratorio che segnò l’esordio del compositore John Tavener (1944-2013), fu pubblicato nel 1968 dalla Apple, l’etichetta dei Beatles. Negli anni successivi furono soprattutto pianisti come Rick Wakeman e Keith Emerson a incrinare lo steccato che separava i due mondi. Five Bridges (1970), LP dei Nice guidati da Emerson, contiene un brano dove il tastierista inglese fonde Bach e Dylan (“Country Pie/Brandenburg Concerto No. 6”). Col passare del tempo la musica classica ha attratto non soltanto alcuni pianisti già vicini a questo mondo, come Tony Banks dei Genesis, ma anche Jon Lord, proveniente dal rock duro dei Deep Purple. Il fenomeno inverso, cioè l’interesse del mondo classico per il rock, è stato meno appariscente, ma negli ultimi anni sta riguadagnando terreno. I norvegesi Yngve Guddal e Roger Matte hanno inciso due CD intitolati Genesis for Two Grand Pianos (2002 e 2005). La pianista giapponese Chitose Okashiro, dal canto suo, ha realizzato A Leaf. Beatles Piano Transcriptions (2003). In Rock Symphonies (2011) il Non erano solo canzonette violinista David Garrett spazia dai Beatles ai Nirvana. Uno degli esempi più recenti del fenomeno ci viene offerto da AyşeDeniz Gökçin, una giovane pianista turca che ha pubblicato il CD Pink Floyd Classical Concept (autoprodotto, 2013). Il disco sviluppa le idee del precedente Pink Floyd Lisztified: Fantasia Quasi Sonata (autoprodotto, 2012), realizzato in occasione del bicentenario di Ferenc Liszt. Come si intuisce dal titolo, la sua influenza caratterizza gli arrangiamenti. Ma al di là della ricorrenza la scelta del grande compositore ungherese sembra avere anche un’altra motivazione: Liszt è stato spesso definito “la prima rockstar”. Tanto è vero che nel film Lisztomania (1975), diretto da Ken Russell, viene interpretato da Roger Daltrey, cantante degli Who. Pink Floyd Lisztified: Fantasia Quasi Sonata contiene tre brani che ritroviamo in Pink Floyd Classical Concept, ma gli arrangiamenti sono più complessi e innovativi. Si tratta di “Wish you were here” (dal disco omonimo, 1975), “Hey you” e “Another brick in the wall” (da The Wall, 1979). Quest’ultimo brano è ispirato alla Dante-Symphonie del compositore ungherese. Un altro punto di riferimento è Chopin: in “On the turning away” si intrecciano citazioni e atmosfere riconducibili al compositore francopolacco. Particolarmente intensa la versione di “Shine on you crazy diamond”, il brano dedicato a Syd Barrett tratto da Wish You Were Here. Nata nel 1988, AyşeDeniz Gökçin si è diplomata alla Royal Academy of Music di Londra. È stata una delle ultime allieve di Rosalyn Tureck (1913– 2003), una delle massime specialiste del repertorio bachiano. Fortunatamente la pianista turca non è uno dei molti talenti ignorati in Italia: il 14 maggio scorso si è esibita alla Villa Reale di Milano, nel contesto della rassegna Piano City. La giovane musicista padroneggia un repertorio che spazia da Chopin a Piazzolla, da Mozart a Rachmaninoff. Ad ogni modo il rock non è un’interesse occasionale: attualmente sta rielaborando alcuni brani dei Nirvana, che l’anno prossimo troveremo nel suo nuovo CD. Ora più che mai, gli appassionati di rock meno giovani possono dire con orgoglio che non erano soltanto canzonette. C VISIONARIA U O .com di Simonetta Zanuccoli a [email protected] Parigi, in boulevard de Strasbourg 2, dal 1993 c’è un piccolissimo museo, musée de L’Eventail, che è un angolo di un mondo ormai scomparso. La sua fondatrice, madame Hoguet, nata in una famiglia che dal 1876 produce ventagli, ha raccolto la sua preziosa collezione, aperta al pubblico solo da lunedì a mercoledì dalle ore 14 alle 18, nel suo atelier dove ancora oggi si dedica alla creazione e restauro di questi piccoli oggetti d’arte facendo anche corsi e presentando raffinate mostre a tema di artisti contemporanei. Il museo si trova nei locali del laboratorio di Lepault e Deberghe, famosi ventaglisti di fine ottocento e conservano l’aspetto originario con il grande camino monumentale, i mobili in noce, i lampadari floreali, le pareti rivestite di tessuto blu ricamato con fili d’ oro e le vetrine d’esposizione. Nella zona, a quel tempo, esistevano molti laboratori del genere. I grands Boulevards erano frequentati dai parigini perché oltre a passeggiare nei nuovi viali fatti da Haussman, potevano ammirare le prime vetrine nei passages coperti di vetro e ferro, mangiare nei ristoranti come Julien (rue de Faubourg Saint Denis 16) e Flo (court des Petites Ecuries 7) dalle ricche boiseries in vetro dipinto art deco o andare in uno dei tanti teatri che lì si trovavano. Passatempi nei quali le signore facevano grande sfoggio del loro ventaglio, accessorio fondamentale nell’eleganza femminile. Questo piccolo oggetto ha origini orientali antichissime ma arriverà in occidente solo a metà del 1500. In Francia ebbe subito un grande successo, Caterina de Medici ne diffon- n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o 11 suoi prodotti. Ma accanto a questa produzione in serie, il ventaglio rimase un accessorio di lusso e molti artisti come Manet, Renoir, Pisarro e Gauguin si cimentarono a dipingerne i fogli pieghettati. L’utilizzo del ventaglio comincia a entrare in crisi fino a cadere in disuso alla fine della prima guerra mondiale. Oggi Cina e Spagna sono leaders nel mondo per la produzione di ventagli dozzinali a bassissimo costo ad uso turistico. L’atelier di Anne Hoguet, l’ultimo rimasto a Parigi dove si creano ventagli ancora fatti interamente a mano, cerca di liberare questo accessorio dal suo oblio forzato ma la sua produzione è quasi interamente rivolta all’alta moda, Dior, Gaultier, Hermes, Nina Ricci, al teatro e al cinema più che a un pubblico femminile ormai con le mani troppo occupate da cellulari e tablets. Nelle tre fascinose sale del suo atelier-museo oltre che osservare le ventagliste intente nel loro paziente lavoro è possibile ammirare una cinquantina dei 1000 pezzi della sua collezione che con una rotazione di 2 volte l’anno, secondo un tema, vengono esposti nelle antiche vetrine. Fino al 29 luglio 2015 negli stessi ambienti sono presentate due mostre: Il cane e la fedeltà e Spagna. i ventagli di Madame hoguet derà la moda a corte e in seguito Luigi XIV istituirà addirittura una corporazione professionale des eventaillistes alla quale si apparteneva solo per diritto ereditario e dopo quattro anni di praticantato. I ventagli erano di piccole dimensioni e delicatissimi con il telaio in legno o in materiali pregiati, madreperla, avorio, corno, intagliati o trafo- rati, ma già nel 1760 Martin Petit inventa un sistema di moule à plisser che faciliterà una produzione quasi in serie e nella prima metà dell’800 la cromolitografia permetterà la moltiplicazione di uno stesso disegno. La nascente industria potrà così sfruttare il ventaglio, oggetto ormai diffuso a livello di massa, per la pubblicità dei KINO&VIDEO di Stefano Vannucchi [email protected] Il mondo di Jonas è un mondo senza colori, senza emozioni (inibite con “salutare” iniezione mattutina), senza contatto. I suoi abitanti sono generati in laboratorio poi affidati a famiglie selezionate. Le età sono scandite da ritmi e passaggi programmati. Agli “adulti” vengono affidati da misteriosi “anziani” (gli unici a poter invecchiare) compiti (partoriente, puericultrice, pilota ecc…) cui attenersi per tutta la vita. I deboli e gli anziani vengono “congedati”. Cioè ammazzati, ma certi termini non sono più in uso e neanche se ne ricorda il significato. Con una bella cerimonia semplicemente si va in un “altrove”. Si uccide in ambienti e modi asettici con iniezioni letali. Senza averne coscienza. Anzi pensando di fare del bene al soggetto e alla società. Pure il linguaggio è stato depurato. Non esiste “ti amiamo” ma “ti stimiamo” o “siamo fieri di te”. Non esistono “case” ma “unità abitative”. Non esistono “famiglie”, ma affidatari senza legami con la prole. Tutto è stato reso uniforme, un mondo senza più emozioni dopo una misteriosa Rovina, per non cadere in tentazioni e passioni. In odi, rabbie, distruzioni, guerre, ma anche in sentimenti, tenerezza, amicizia, amore. Per non cadere negli errori che hanno portato alla distruzione si sono scelti la razionalità, la chimica, le regole. Privandosi della Vita. Tutto è indifferenziato e sterilizzato. Perfino i ricordi. Affidati a un’unica biblioteca custodita da un Raccoglitore. L’unico che abbia memoria del passato e di ciò di cui il mondo di Jonas si è privato. E’ lui (Jeff Bridges) che diviene The Giver, il Donatore, e passa a Jonas le sue memorie e le sue speranze. Sono temi enormi impossibili da ridurre in un film. Tanto meno in 1 ora e 40 che probabilmente è quanto i produttori hanno concesso. Anche per questo gli autori del film e quelli del libro da cui è tratto vanno ringra- ziati. Ogni tanto per fortuna qualcuno continua a misurarsi con queste domande ancestrali. Nel mondo di Jonas non ci si penserebbe neanche. Seppur imperfetto “The Giver – Il mondo di Jonas” è un bel messaggio agli appassionati, coscienti o meno, dell’uniformità che non mancano anche nel nostro tempo. Pasolini, a livelli ovviamente molto più alti, già metteva in guardia dalla cancellazione delle differenze. Guardando per esempio alle periferie delle città moderne tutte così tristemente uguali nel loro grigiore esteriore e interiore. Grige come il mondo di Jonas. Dove non si sa più nè vedere nè dire “rosso” o “giallo”. Non si sa più cos’è un bacio e neppure ci si ricordano certi istinti. Cui però non possono essere messi confini. E basta un eco, uno sguardo, un tocco, un suono per essere spinti, come fa Jonas, ad attraversare i “confini della Memoria” e tornare a casa. C n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o ICON U O .com di letizia Magnolfi M monte Retaia, nascosero opere d’arte e oggettistica di grandissimo pregio, per esempio manufatti rituali come candelabri provenienti dalla sinagoga fiorentina. Un ramo dei Forti era anche grande mecenate di De Chirico: proprio le opere d’arte del pittore, padre della corrente artistica della pittura metafisica, furono vendute per permettere ai più giovani di fuggire in America. Il CDSE ha recuperato quattro quadri che saranno esposti alla mostra. Sarà composta da sette sezioni, ci sarà una video installazione e sarà proiettato un filmato a cura della V armata americana. La mostra resterà aperta tutti i sabati e le domeniche dalle 15 alle 19. letizia.magnolfi@gmail.com onuments Citizens: la protezione delle opere artistiche da parte dei civili durante la seconda guerra mondiale. Ridare un senso al valore dell’arte che non è solo locale, perchè le opere d’arte parlano un linguaggio universale. È questo l’obiettivo che la fondazione CDSE – Centro di Documentazione Storico ed Etnografico -, in occasione del 70o anniversario della Liberazione dall’occupazione nazista, si è proposta a se stessa, allestendo la mostra fotografica “Bombing Art 1940-1945”, presso la villa rinascimentale de Il Mulinaccio a Vaiano. La mostra avrà inizio oggi e durerà sino al 30 novembre. Promossa dal Comune di Vaiano, nasce da un progetto di ricerca di un anno fa: si chiama “Resistere per l’arte” e si propone di testimoniare come le opere d’arte furono salvate anche grazie al contributo della comunità civile prima dell’arrivo degli Alleati nel 1944. Il recente impegno di Hollywood con “Monuments Men”, basato sul romanzo di M. Edsel, ha fatto luce su un tema, quello dell’arte nel periodo della seconda guerra mondiale, che negli ultimi tempi è cresciuto d’importanza e di interesse. Questa mostra intende mettere al corrente del ruolo chiave di comuni cittadini, in particolare sacerdoti, parroci e custodi dei musei che rischiarono anche la propria vita pur di mettere in salvo opere d’arte dal valore inestimabile. I pericoli che si trovarono di fronte queste persone furono prima i bombardamenti e in seguito, con la ritirata dei tedeschi verso il Nord Italia, le razzie ad opera di questi ultimi. Fu chiaro quindi che era necessario spostare le opere d’arte dal loro luogo di origine verso siti più sicuri e vennero scelte le campagne con le loro ville. Le opere d’arte inamovibili, invece, furono salvaguardate con coperture di legno e sacchi di sabbia. Risultato: tra il novembre del 1942 e il gennaio del 1943, partirono da Firenze ben 174 convogli con 3107 casse contenenti dipinti e altre opere, nonché 4170 fra dipinti e sculture imballati singolarmente. “Bombing art” rende testimonianza di tutto questo. Sarà quindi possibile conoscere e vedere quali furono i luoghi “segreti” che ospitarono opere come la Porta del Ghiberti, la Venere di Botticelli, la Primavera dello stesso pittore fiorentino, e, tra le altre, le sculture di Michelangelo. Una finestra di approfondimento sarà dedicata al ruolo che ebbe la famiglia Forti, imprenditori di origine ebraica, che in seguito alle leggi razziali del 1938 dovettero lasciare la comunità de La Briglia dove avevano costruito la più imponente fabbrica di tessuti della Val di Bisenzio. Oltre all’attività imprenditoriale i Forti erano conosciuti nel facoltoso ambiente della comunità ebraica fiorentina per essere dei grandi collezionisti d’arte. Presso la Villa del Palco, villa acquistata negli anni ‘20 che sorge sulle pendici del 12 l’arte sotto le bombe TRASH TOWN gentryfication in florence di alessandro Dini [email protected] Firenze, città che è un fragile territorio, pare come chiusa da un vecchio cancello arrugginito che si chiama municipalismo culturale e politico. Un cancello che rimarrà chiuso se mancherà una concezione metropolitana vasta connessa al “sistema regione” e se non sarà previsto il suo armonico divenire nella forma-struttura funzionale “in progress” della quale è parte. La Politica non ha niente da temere dalle Scienze e dalla Tecnica che da sempre sono suoi valori aggiunti, perché le Scienze e la Tecnica senza Politica sono destinate a rimanere Teoria e senza la loro applicazione la Politica, per contro, non potrà che concepire progetti dai duraturi effetti negativi. La Politica, dunque, oggi è anche tramite concreto fra Scienza, Tecnica e Società e viceversa. Una sinergia che permetterebbe alla Politica di guardare lontano, oltre recinti intellettuali ristretti, per promuovere e attuare lo sviluppo equilibrato e protetto del territorio. A puro titolo d’esempio: nell’ambiente urbano di Firenze è in corso un fenomeno detto all’inglese “gentryfication” perché così classificato negli Stati Uniti e in Inghilterra dov’è stato studiato e dove più e meglio che altrove ne sono stati guidati gli effetti. Generalizzando, il termine appartiene al complesso delle Scienze Urbane e significa “salita sociale” da “popolare” (common) a “borghese” (gentry). Comporta un processo “a maglia larga” di forte incremento della “rendita fondiaria di posizione” mediante risanamento e cambio d’uso di parti anche ampie di città definite “degradate” con investimenti relativamente modesti. Degrado – molto spesso – conseguenza di una precedente politica annonaria errata che in aree urbane di pregio aveva concesso, senza Piano d’incremento alcuno, un’eccessiva concentrazione di licenze commerciali per attività non compatibili. Da un tempo non troppo lontano, una città come Firenze – caratterizzata da un “appeal” molto intenso ‒ oggi è sempre più aggressivamente oggetto di speculazioni fondiarie. Per effetto di una sorta di “mobbyng” locativo di natura economica gli artigiani sono costretti a lasciare le loro case-bottega d’Oltrarno per far posto ad altre attività senza tradizione e senza pregio, inva- sive e disturbanti tipo “drinkery”, “B&B” o “mini-ipercoop”. Realtà in atto che dimostra come un processo di “gentryfication” sia in corso quando la varietà edilizia e sociale urbana (artigianato, botteghe, redditi ecc) caratteristica di un intero quartiere popolare, cambia qualità mediante apparentemente innocue ‒ ma diffuse nel tessuto urbano ‒ modifiche solamente funzionali, instaurando un mercato immobiliare caratterizzato da innaturali picchi dei valori fondiari inaccessibili ai redditi locali, in genere bassi o molto bassi. Il nostro sindaco è informato di tutto, almeno da quando fungeva da assessore al Commercio e Sviluppo Economico di Firenze, e come lui le “Associazioni che proteggono e promuovono l’Artigianato di qualità”. Fra tutti, certo, troveranno modo di guidare il fenomeno senza dover costatare in futuro che, grazie alla loro superficialità culturale, “l’Anima di Firenze” era volata via piano piano per quattro soldi. Posso uscire dal buio di un incubo se aggiungo a due endecasillabi di un’ottava di un grande poeta i rimanenti sei. Attorcigliato fra cavalli alati e grifi ricordo che l’Ariosto cantava: Non è finto il destrier, ma naturale, ch'una giumenta generò d'un Grifo: e io seguito così da tempo non stavamo così male d'avere il corpo di sudore intriso ed il cuore trafitto da uno strale ci salvò un disegno d'ippogrifo l'angoscia venne via dal nostro petto potendo così discendere dal letto HORROR VACUI n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o Disegni di Pam testi di aldo frangioni C C U O .com 13 C PETROLIO TURISTICO U O .com di Paolo Marini [email protected] S e non fosse che avevi già visto le torri quaranta, e trenta, e quindici anni fa, potresti pensare che uno zelante architetto le abbia tirate su di soppiatto, in una notte imprecisata, per fare di questa città nel bel mezzo della Toscana quella sorta di Medioevo a cielo aperto che è nell'immaginario collettivo. Quando, raggiunta San Gimignano (e dopo la giusta razione di coda), hai superato il patèma del parcheggio (rigorosamente a pagamento - solo due euro l'ora - senza altri spazi di sorta, nemmeno un millimetro senza strisce!) hai finalmente la testa e le mani libere per affrontare la bolgia dantesca che ti attende oltre la Porta San Giovanni. Inizi lo slalom, tra grumi e colonne di turisti. Se chiudi gli occhi puoi lasciarti sommergere dal clamore di questo esercito dove ognuno reclama il proprio bottino di guerra, una fetta di ricordi e souvenirs; e quando li riapri, salendo verso Piazza della Cisterna, decidi di entrare nei numerosi scintillanti negozi per curiosare tra oggetti di ogni genere. Peccato che né la vista, né l'olfatto, né l'udito, ti rammentino minimamente che sei dove sei. Per avere conferme devi alzare ogni tanto lo sguardo e sperare che pietra e mattoni non siano di cartapesta. Annusi l'aria, che veicola essenze inattese, e ti sfiora una ventata di cuoio (che la città abbia una tradizione pellettiera?). Si molti- plicano bar, méscite, ammiccanti 'locali-alla-buona'. A San Gimignano è esposto un po' di tutto: ceramiche, stampe, quadri, salumi, vini, borse, portafogli, oggetti di arredamento, gadgets di ogni forma e colore; ma questo 'tutto' è invariabilmente tourist made, una frazione di quel conglomerato indifferenziato di merci che puoi trovare in ogni angolo d'Europa e forse, oramai, del mondo. Cos'è che San Gimignano produce da tempi insospettati? Un po' infastidito cambi direzione e intravedi da lontano l'ingresso del Museo della tortura. Peccato che nemmeno la tortura, a quanto ti risulta, sia tipica del posto. A questo punto merita l’outlet medievale n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o 14 concedersi una parentesi, un momento di spiritualità e di arte e sali le scale del Duomo per scoprire che di lì, dalle porte della facciata, non entrerai. Pagherai un biglietto per entrare nella casa del Signore - come purtroppo accade in molti centri turistici. Pensi che potrebbero essere un po' a disagio, i cittadini: dove troveranno - in questo centro perfetto ma alienato, che non ha mattoni fuori posto o un angolo che non sia sfruttato - una piccola drogheria, un fruttivendolo che venda legumi lessi e regali un po' di odori, un laboratorio artigiano senza 'sciccherie', sudicio e impolverato e rigorosamente senza musica da buddha bar? Cosa proveranno i sangimignanesi, che vivono in questo luogo di incerta identità, che per lunghi mesi è preso d'assalto come una spiaggia dell'Adriatico, come un outlet village, e per altri si svuota e si ripiega, in attesa della nuova stagione? Mi perdonino, questi buoni cittadini, se con queste parole avessi urtato la loro sensibilità. In tempi non sospetti ho fatto (mi si conceda l'espressione un po' suggestiva) 'professione di fede' nel mercato. Non invocherò provvedimenti vincolistici, non sarò certo io a contestare la legittimità di questa 'disneylandizzazione', non abbaierò alla luna. Esprimo soltanto il mio gusto; una sensibilità, un'opzione diversa. Rivendico il diritto di 'dissociarmi'. Questa non è San Gimignano. E' la sua sangimignanizzazione! MENÙ l’amatriciana: piatto per papi e re di Michele rescio [email protected] L’amatriciana è un condimento per la pastasciutta, tipico delle osterie e trattorie romane. Gli ingredienti sono: guanciale, pecorino e pommidoro. Prende il nome da Amatrice, una cittadina in provincia di Rieti. Nel rione Ponte, (zona di piazza Navona area ponte Sant’Angelo), esisteva un vicolo chiamato de’ Matriciani (dopo il 1870 vicolo degli Amatriciani) e una piazza (oggi Piazza Lancellotti) dove i Grici (Sabini) tenevano mercato, vendendo pane, salumi e formaggi dei monti Sibillini; sostavano poi nei pressi di una locanda chiamata L’Amatriciano. Questo sugo è figlio quindi della gricia (o griscia), piatto di spaghetti o maccheroni conditi con olio, pepe e guanciale, nato in un paese reatino di nome Grisciano. Cosa certa è che l’aggiunta della salsa di pomodoro risale alla fine del diciassettesimo secolo. La prima testimonianza scritta dell’uso del sugo all’amatriciana per condire la pasta si trova nel manuale di cucina del cuoco romano Francesco Leonardi, che la servì alla corte del Papa. Fu un colpo di alta classe: alla maniera dei matriciani, Leonardi impose un piatto popolare a un banchetto al Quirinale in onore di Francesco I Imperatore d’Austria, organizzato da Papa Pio VII nell’aprile del 1816. Romano di nascita, Leonardi aveva lavorato nelle corti in Francia con Richelieu, oltre che in Polonia, Turchia, Germania e Inghilterra, fino ad arrivare, con il ruolo di cuoco, alla corte di Caterina II di Russia. Nel 1790 scrive un’enciclopedia di cucina in 7 volumi, L’Apicio Moderno ossia l’arte di apprestare ogni sorta di vivande. Leonardi, che voleva essere illuminista e moderno (nel senso di dare un aspetto scientifico al suo lavoro) rivaleggia con Carême (con cui si scontra nei pranzi durante il Trattato di Vienna) e Alexandre Dumas, stilando un elenco di 3000 ricette con storie e suggerimenti. Fu il primo cuoco a usare stabilmente i pomodori e vanta come propria l’invenzione della classica combinazione napoletana della pasta al pomodoro. Il suo sugo, ottenuto con pomodori privi di semi e fatti sobbollire aggiungendo cipolle, sedano, aglio, basilico, è tutt’oggi immutato. Di certo rese merito all’amatriciana, trasformando un piatto popolano come la gricia in un piatto alla moda. La sua versione prevede i maccaroni, il guanciale di Amatrice, pommidori, cipolla e pecorino. Da allora e sino all’inizio del ’900, la popolarità di questo piatto era indiscussa a Roma, tanto che parecchi osti presero l’appellativo di matriciani per indicarne la professione. È un piatto talmente famoso che nel 2002 persino lo chef Ferran Adrià lo ha incluso nel menu del suo ristorante. Ingredienti per 4 persone: 250 g di guanciale di maiale. 12 pomodori di San Marzano. 1 cipolla media. 100 g di pecorino romano 500 g di bucatini. 1 peperoncino piccante. Preparazione: Tagliate a dadini il guanciale e fatelo rosolare in padella con poco olio extra vergine. Una volta cotto, toglietelo dalla padella e mettetelo da parte. Affettate la cipolla e fatela imbiondire nello stesso olio rimasto in padella. Aggiungete il peperoncino. Lavate i pomodori, tagliateli in quattro parti e fateli cuocere con la cipolla a fuoco vivace. Salate q.b. Dopo 10 minuti di cottura, aggiungete i dadini di guanciale, fate insaporire per altri 10 minuti. Lessate i bucatini in abbondante acqua poco salata. Scolate al dente. Versate la pasta nella padella col sugo, aggiungete il pecorino e amalgamate per bene. Adesso, non vi resta che portarla a tavola. C ICON U O .com di andrea Mello [email protected] è forse così che possiamo immaginare il livello zero della creazione: una linea rossa di divisione attraversa la densa oscurità del vuoto, e su questa linea appare un qualcosa di indistinto, l’oggetto-causa del desiderio; probabilmente, per alcuni, il corpo nudo di una donna…La linea rossa che attraversa l’oscurità è il soggetto, e il corpo è il suo oggetto (Slavoj Zizek, Meno di niente) Mi ha fatto ricordare, questa frase, il momento in cui Fusi mi parlò di una traccia rossa, una linea che seguiva certe parti delle sue figure, mantenendo inalterato l’equilibrio delle forme. Temporalmente nato per ultimo rispetto al quadro già presente, questo sottile colore rosso marcava e s’inscriveva lasciando una doppia firma sulle figure che da sempre narrano le poetiche del Fusi. Non posso dire che sia stata fondamentale: ma, dallo sgorgare del rosso, anche un'altra profondità è nata. Con quest’ultima produzione, il pittore fa ancora un passo avanti andando a rileggere un immaginario che gli è proprio. Un immaginario di un mondo che si faceva conoscere attraverso un certo cinema americano, che rendeva miti sia gli attori, sia i ruoli che essi andavano a interpretare. È come se quell’istante fosse il dialogo diretto che il pittore Fusi aveva con se stesso attraverso i segni che gli sono propri, quelli della pittura: la traccia aveva, ed ha, la doppia caratteristica di mostrare e svelare un fondo interiore acquisito negli anni di gioventù, semplicemente guardando un mondo, esso stesso immaginario. Scrive, Cristina Acidini, per questa esposizione che “…per non restare prigioniero entro una bravura che potrebbe diventate maniera, Fusi apre alla propria arte vie di fuga, sommesse irregolarità entro una forma che tenta le vie della perfezione”. Fusi, parla della perfezione della forma guardata e allo stesso tempo della bellezza che nasce in noi che la guardiamo. Mai come prima, mi permetto a dire, il pittore, con quest’ultima produzione, parla di sé: sono “suoi”, attraverso la tela, gli indiani, gli attori della MGM, Rodolfo Valentino, Marilyn Monroe, Marlon Brando. E, allo stesso tempo appartengono alla collettività umana che per la prima volta sognava, scoprendo territori altri, bellezze esotiche, storie in movimento forti di passioni e scontri. Dunque, a differenza delle produzioni iniziali della pittura del nostro, che mostravano la forza delle figure mitologiche, la bellezza apollinea di donne, incedendo in qualche caso anche verso rappresentazioni surrealiste, adesso, sotto la sigla tutelare della MGM, Ars Gratia Artis, rinascono mitologie che hanno sedotto, giocando ruoli, temi, e che ci vengono restituite attraverso una particolare e più che personale patina n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o 15 la mgm di Danilo fusi dell’immaginario. Le figure hanno contorni netti ma mantengono una percezione al limite dello sfocato, come se fossero viste dietro a un velo trasparente. Fusi ci mostra l’attraver- samento che l’occhio compie verso il proprio interiore. L’immagine, nella pittura, è resa reale, firmata di rosso, ancora una volta è davanti, esattamente così come deve rimanere, nella sua distanza. Fino 28 Ottobre 2015 Firenze, Palazzo Medici Riccardi Apertura 9.00 – 18.00 (chiusura mercoledì) ICON a cura di alldo frangioni [email protected] Andrea Chiarantini, artista fiorentino, ha inventato e realizzato una stilizzata foglia di vite in ferro e corten,di 3,50mt, su richiesta del Comune di Broni, Pavia. La foglia di vite è posta sulla sommità di una grande rotonda stradale. La scelta della foglia di vite non è casuale visto che la zona di Broni è terra di vini pregiatissimi, i famosi vini dell’oltrepo Pavese. L’artista Ha creato un’ opera di grande eleganza , stilizzando una forma slanciata ed essenziale. Andrea Chiarantini è artista conosciuto per aver realizzato importanti opere pubbliche, come il giardino Agorà e il bassorilievo Darsi una mano a Caldine di Fiesole e altri 12 monumenti in collaborazione con Kiki Franceschi in diverse località della Toscana, a San Gimignano, a Buti, Bientina e San Lorenzo a Greve,Firenze. la foglia di vite di ferro di andrea C di Simone Siliani Q n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o PECUNIA&CULTURA U O .com [email protected] uanto vale una libreria? Ben poco si direbbe, almeno a Firenze, visto il numero di quelle che in venti anni hanno chiuso i battenti; circa la metà delle 350 allora esistenti. Certo, se il loro valore si misura in termini di successo economico, di ricavi e di saldo finanziario, allora il valore non può che dirsi negativo. Ma che succede se proviamo a vedere le cose da un altro angolo visuale? Per esempio quello del valore sociale di una libreria, cioè non solo di un negozio che vende della merce del tutto particolare come i libri; ma anche come un punto di aggregazione sociale, un centro di servizi al cittadino (soprattutto nei territori più marginali), una luce in una tenebra scintillante del consumismo. Forse, da questo angolo di visuale più laterale, ma non per questo meno reale, il saldo delle librerie potrà risultare positivo. E' questa la prospettiva privilegiata dai promotori delle tre petizioni rivolta a Regione Toscana, Comune di Firenze e Quartiere 1 dal titolo “Libreria bene comune”, promossa da “Libreria dei Lettori” e associazione “Pagine & Costole”. Una campagna di sensibilizzazione, fatta però di proposte molto concrete, a fronte del rischio di estinzione che, se la chiusura di librerie in Toscana procedesse al ritmo tenuto negli ultimi 20 anni (cioè il 4% l'anno), avverrà intorno al 2024. Ci si deve rassegnare a questo esito - dovuto alla crisi economica, alle Quanto vale una libreria evoluzioni tecnologiche con i nuovi ebook (tema affrontato ampiamente nell'intervista a Bruno Mari nel numero 90 di Cultura Commestibile), ai mutamenti negli stili di vita – o invece si può ? BIZZARRIA DEGLI OGGETTI tappatrici [email protected] Due oggetti splendidi, tappatrici per bottiglie o fiaschi di vino, fine ‘800 primi ‘900, una italiana, quella con la base in legno e una francese, dalla linea più elegante, funzionali e funzionanti e davvero belle da vedere. Entrare nella storia del vino e della sua cultura no di certo, fin dalla più remota antichità si è cercato di conservarlo rinchiuso in qualche contenitore e tappato meglio possibile, il sughero è il materiale di gran lunga storicamente più usato e più efficace nel permettere la conservazione di liquidi e altre materie organiche. La quercia da sughero è un albero che risale all’epoca terziaria, esiste cioè da qualcosa tipo 600 milioni di anni, qui da noi è parte integrante del paesaggio sardo. Il sughero, dal greco "suphar" rugoso, è materiale dalle molte proprietà e dai vari usi, ricordo, oltre la costruzione di tappi, la sua funzione isolante nei tempi passati utilizzata in architettura e, d’obbligo, nomino la camera dove Marcel Proust ha scritto la sua Recherche che era completamente foderata di sughero per impedire l’accesso a rumori esterni e polveri allergizzanti, evidente che non sapeva che in realtà ne è un gran ricettacolo. Esiste ovviamente oltre che un museo del sughero, a Calangianus in Sardegna, ricco di documenti e antichi macchinari per la sua lavorazione, anche un museo della tappatrice, si trova a Castelnovo di Sotto (RE), ne raccoglie più di trecento, di ogni tempo e provenienza ed è unico in Italia. Sembra quasi ovvio che l’artefice di questo bislacco e un po’ "romantico" museo sia un collezionista, Silvano Perseguiti, artigiano in pensione che da anni raccoglie questi macchinari, animato da grande passione e dal desiderio reagire? I promotori e sottoscrittori di questi appelli sono caparbiamente affezionati all'idea che le librerie, soprattutto quelle non legate a catene (cd. “indipendenti”), possono ancora avere una utilità sociale e insieme una sostenibilità economica. Cose assai concrete vengono proposte alle istituzioni, non protezione come si deve alle specie protette, come il riconoscimento del valore sociale delle librerie indipendenti per i nostri quartieri e le nostre città e l'individuazione di nuove funzioni che questi luoghi del libro possono svolgere per le loro comunità. In fondo, se gli uffici postali sono diventati degli store in cui si possono comprare varie tipologie di merci, dagli abbonamenti telefonici ai giocattoli fino ai libri, perché le librerie soprattutto nei piccoli paesi di aree periferiche non potrebbero essere erogatori di servizi di prossimità, o per l'informazione turistica, o per l'alfabetizzazione digitale? Dunque, una campagna di sensibilizzazione che ha contenuti fortemente politici, che interroga le istituzioni che possono concretamente fare qualcosa (magari di non risolutivo, ma che possono ottenere qualche reale risultato) e un atteggiamento proattivo nei loro confronti. Per questo noi di Cultura Commestibile volentieri aderiamo e sosteniamo questa iniziativa Si possono sottoscrivere le petizioni presso la “Libreria dei Lettori” (Via della Pergola, 12 – Firenze) o su www.libreriadeilettori.com IL LIBRO Dalla collezione di rossano a cura di Cristina Pucci 16 di non disperdere un aspetto caratteristico della tradizione di quel territorio. Le più antiche risalgono alla fine del ‘600. Ve ne sono di francesi, belghe, tedesche ma - sottolinea Perseguiti quelle di migliore fattura sono le "nostrane", molte delle quali utilizzate proprio nelle campagne di Castelnovo. Poichè Perseguiti ha un passato da meccanico le ha dotate tutte di un motorino (per lo più ricavato da quello dei tergicristalli delle auto) che, premendo un tasto, ne mostra il funzionamento. Nel Comune di Valdobbiadene per primi si sono organizzati per favorire il riuso previa raccolta dei sugheri usati! Veri geni dell’ecologia e del risparmio delle risorse della Terra. In vino veritas o no? Il vino elimina nelle persone "il tappo", il controllo di pensieri ed emozioni che dovrebbero restare "dentro", cose che la ragione consiglierebbe di non dire, disinibisce, se quel che c’è "dentro" è buono aiuta a fare dello spirito, se invece è cattivo provoca disturbo, se la dose bevuta è eccessiva, sempre, rimbecillisce e atterra, un po’ come il cavatappi, nemico ed antagonista delle due nostre odierne macchinette, se il vino è buono, profumo e piacere se no solo alterazione della coscienza! una storia gotica a firenze C IN RICORDO U O .com di Michele Morrocchi è twitter @michemorr emozionato Giancarlo Mordini quando prende la parola. Conosco Giancarlo da una vita, non so quante conferenze stampa avrà fatto considerando che questa è la ventottesima stagione di Pupi e Fresedde al Teatro di Rifredi; ma l’emozione è ancora lì, ancora forte. E’ l’emozione di aver messo su l’ennesima stagione di qualità, nonostante la crisi, il taglio dei finanziamenti, le difficoltà di tutti quelli che fanno teatro e cultura in generale. Emozione e orgoglio. Rivendicato, precisato, elegante nei toni e nei modi com’è l’uomo, ma l’orgoglio di aver aumentato il pubblico, di avere la sala piena, di avere negli spettatori i primi finanziatori del teatro c’è tutto e ti viene spiegato. Con numeri, cifre, che sai essere vere e che se solo io o qualche collega osassimo chiedere, sappiamo che tirerebbe fuori i borderò, forse persino le matrici dei biglietti. Non è pignoleria, è amore del proprio mestiere. Un amore che fa sì che la stagione che si apre il 10 ottobre prossimo preveda 160 repliche tra mattinée e serali, di cui 98 di produzioni Pupi e Fresedde. Ed è proprio con una vecchia produzione che si apre la stagione: “Carmelo e Paolina” che tornano a Rifredi dopo tantissimo tempo, con la coppia di attori del debutto, Edy Angelillo e Gennaro Cannavacciuolo. La durata è l’essenza della stagione, lunghe teniture, cast che ritornano a marcare esperienza, riprese pluriennali (l’ultimo harem è alla undicesima stagione), ma durata anche della ricerca di novità di testi sempre nuovi. Ecco dunque “la bastarda di Istanbul”; nuova produzione di Angelo Savelli dal romanzo di Elif Shafak che ha concesso a Rifredi i diritti teatrali di un suo libro, cosa che sinora non aveva l’originalità è un piacere che dura a lungo n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o 17 mai fatto. Un testo incredibile, una storia di donne tra la Turchia e l’occidente, che non vediamo l’ora di vedere sulla scena, prendere la voce, tra le altre, di Serra Yilmaz e Valentina Chico. Durata vuol dire anche ritorni, come Alessandro Benvenuti con Benvenuti in Casa Gori o Andrea Bruno Savelli con la Carta più alta che, lo scorso anno, ha fatto tutte le sere il tutto esaurito; significa anche il ritorno di Lucia Poli col fantasma di Canterville riscritto per lei da Ugo Chiti. E poi proseguire con i giovani. Giovani autori e giovani attori, alle prese con Aristofane e le utopie, in un progetto di ricerca e documentazione durato un anno, coinvolgendo scuole e ragazzi. Ricerca, come quella fatta per scovare una compagnia israeliana, Orto-da, in scena per la giornata della memoria, che in “Stones” darà vita al monumento di Rapoport per le vittime del ghetto di Varsavia o il meglio del visual teather europeo da Nola Rae agli spagnoli Yllana. Insomma una stagione lunga di partenze e ritorni, di risate, musiche e storie. Mai banale, mai uguale neanche negli spettacoli che si ripetono, mai abbandonata da un pubblico fedele e curioso. Una stagione emozionata ed emozionante come il suo direttore artistico. Programma completo su www.teatrodirifredi.it/it/stagione/ GRANDI STORIE IN PICCOLI SPAZI di fabrizio Pettinelli [email protected] Nella Firenze medioevale l’amministrazione della giustizia procedeva con ritmi serrati anche perché, generalmente, l’organo di polizia era al tempo stesso anche Pubblico Ministero e giudice (a volte anche esecutore materiale delle sentenze). Emblematici, in tal senso, gli “Otto di Guardia e Balia” che, da un’iniziale funzione di polizia urbana, arrivarono già alla fine del ‘300, e per molti secoli a venire, ad avere giurisdizione totale su tutte le attività criminali della città Ora questi Signori Otto prendevano il loro compito molto sul serio e alla loro occhiuta supervisione della moralità cittadina non sfuggiva alcun angolo di Firenze e del contado, come testimoniano i loro editti, scolpiti su pietra e tuttora esistenti anche in luoghi inaspettati, quali la facciata della chiesa di San Marco Vecchio, in Via Faentina, dove una lapide proclama solennemente che è vietato “qualsiasi logge del Mercato Nuovo Dei delitti e delle pene giuoco vicino a questa chiesa braccia 200”. Questa di proibire i giochi era una specie di fissazione dei Signori Otto (Giorgio Batini, scrittore di cose fiorentine, parlava di “pallino del pallone”): vietato giocare a palla in Piazza Tasso, in Piazza San Francesco di Paola, in Piazza della Calza, in Via della Chiesa, in Via dei Giacomini, in Via del Fiordaliso e, addirittura, in Piazza dei Giuochi (si suppone che li Signori Otto siano riusciti a promulgare quest’ultimo editto senza ridere). Non parliamo delle prostitute che dovevano operare ad almeno cento braccia di distanza da chiese, oratori, conventi, tabernacoli e via dicendo: considerata la densità dei luoghi di culto fiorentini doveva essere un problema non dappoco trovare un posto ad hoc dove esercitare la loro professione. Fra l’altro, per alcuni luoghi particolari, come la chiesa di Ognissanti, la distanza saliva a 300 braccia. Guai a chi sporcava, a chi faceva baccano, a chi disturbava il quieto vivere dei bravi cittadini; i trasgressori non se la passavano tanto liscia: “sotto pena di cattura e d’arbitrio”, “sotto pena di due scudi o due tratti di fune”, “sotto pene rigorose”, “con pena di buttargli la roba nelle strade” etc. etc. Era soprattutto “l’arbitrio” che faceva paura; i carnefici, a loro discrezione, potevano sottoporre i malcapitati ai più sadici supplizi, dagli “zufoli” ai “tassilli” alla “ligatura canubis” (non entro nei dettagli, alquanto raccapriccianti). Ma la pena più singolare era quella riservata ai colpevoli di reati fiscali (bancarotta, insolvenza, fallimento etc.; allora non si parlava certo di depenalizzazione del falso in bilancio): al centro delle Logge del Porcellino si trova un lastrone di marmo bianco e scuro, simile a una ruota e dalle incerte origini. I trasgressori venivano portati lì e, prima di essere cacciati per sempre dalla città, venivano denudati, afferrati per le braccia e per le gambe e lasciati più volte cadere di peso sul lastrone; con eccellente capacità di sintesi, i fiorentini definirono questa punizione “l’acculattata” C U O .com L’ULTIMA IMMAGINE n 93 PAG. sabato 4 ottobre 2014 o 18 la terza età, San Jose, California, 1972 [email protected] Dall’archivio di Maurizio Berlincioni Una cosa che mi ha sempre affascinato nei miei primi soggiorni californiani è stata la visone di come la maggior parte degli anziani (non tutti naturalmente) usava il proprio tempo libero. Saune, piscine, campi da golf ed altre attività fisiche che dalle nostre parti erano, anche all'epoca, appannaggio quasi esclusivo di una fascia sociale decisamente più elevata rispetto alla media delle persone che ho incontrato in questi luoghi. Spesso, come in questo caso, piscine e piccoli campi da tennis erano parte integrante di progetti di edili- zia abitativa dedicati agli anziani con una pensione relativamente confortevole. Molti progetti disponevano anche, nelle vicinanze, di studi medici e strutture adeguate alle possibili necessità di questo tipo particolare di clientela.