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uesta settimana
il menu è
Da NoN Saltare
Nuovi indicatori
culturali cercasi
Dante di marmo,
poeta divino,
mira sdegnato,
l’immane casino
Sacco da pagina 2
PiCCole
Vuoti&PieNi
arChitetture
una casa
per tutti
Stammer a pagina 5
oCChio x oCChio
New York
New York
“oh fiorentini m’avete esiliato.
Prendete sta roba
che la Cisl v’ha mandato”
riuNioNe
Di faMiglia
a pagina 4
De Magistris
on the road
Mica tanto
Bene
al CSM
Cecchi a pagina 7
ViSioNaria
i ventagli
di Madame hoguet
Zanuncoli a pagina 11
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DA NON SALTARE
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.com
di Pierluigi Sacco
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[email protected]
i conclude oggi in Palazzo vecchio a Firenze il terzo Forum
Mondiale dell’UNESCO sulla
Cultura e l’Industria culturale.
Tre giorni di intenso dibattito intorno al
tema, niente affatto scontato per una
istituzione internazionale come l’UNESCO fondata sulla conservazione del
patrimonio culturale del mondo, della
“Cultura, creatività e sviluppo sostenibile. Ricerca, innovazione, opportunità”.
Nel panel sui nuovi approcci alla misurazione del cambiamento, che si è tenuto
venerdì 3 ottobre, ha partecipato con
una impegnata relazione il prof. Pierluigi Sacco, professore di Economia della
Cultura alla IULM di Milano. Seguiamo da tempo con interesse il lavoro
di Pierluigi Sacco sui temi dell’economia
della cultura e infatti circa un anno fa
ospitammo su Cultura Commestibile un
suo intervento su questi argomenti, peraltro collegati alla candidatura di
Siena a Capitale Europea della Cultura
per il 2019 di cui Sacco è il coordinatore
scientifico.
Il prof. Sacco ci ha autorizzati a pubblicare il suo intervento sulle nostre pagine.
Il testo non è rivisto dall’autore, quindi
ogni eventuale errore sarà da imputare
alla rivista.
Mi concentrerò sulle esperienze che
ho fatto nel campo delle relazioni fra
cultura, industria culturale e indicatori di misurazione . In particolare il
mio intervento si concentrerà sul
cambiamento di scenario che stiamo
registrando in questo campo. E’ particolarmente significativo che l’UNESCO stia ponendo l’enfasi
sull’industria culturale come un settore molto rilevante e in continua crescita fra le attività culturali. Il fatto,
però, è che ci stiamo verso una scenario in cui la frontiera non coincide più
necessariamente con l’industria creativa e della cultura, ma con una ben
più complessa struttura. Sostanzialmente, possiamo considerare tre diversi regimi di relazione fra
produzione culturale e la dimensione
economica della produzione, che corrispondono a tre diverse nozioni di
patrimonio che abbiamo di fronte in
questo contesto.
La prima la conosciamo molto bene
perché ha a che fare con il motivo costitutivo di UNESCO e con molte
delle cose che oggi consideriamo patrimonio culturale: è ciò che è stato
chiamato durante tutto il periodo
umanistico il mecenatismo culturale.
Una situazione in cui la produzione
culturale non era condizionata dalle
forze del mercato per il semplice motivo che mercati organizzati per la cultura semplicemente non esistevano. E
non esistevano per motivi sociali e
tecnologici, il più rilevante dei quali è
certamente l’enorme difficoltà che
esisteva a replicare, letteralmente a
copiare, a costi bassi i prodotti culturali. Ci sono settori nel campo della
creatività culturale, certamente il patrimonio culturale, ma anche gran
alla
ricerca
di
nuovi
indicatori
culturali
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parte delle arti visive e dello spettacolo, che ancora oggi ricadono
dentro questa categoria.
Abbiamo assistito alla fine del XIX
secolo all’emergere di una nuova
situazione, cioè la rivoluzione sociale e tecnologica che ha condotto all’affermarsi dell’industria
culturale. Ed è molto importante
sottolineare come l’industria culturale e creativa come noi oggi la
conosciamo è emersa in questo
particolare momento, in un lasso
molto breve di tempo. Questa
emersione dell’industria culturale
e creativa ha allargato, in modo
molto significativo nuovi mercati
per la cultura ma anche l’accesso
alla cultura che, naturalmente,
prima del cinema, della radio, delle
registrazioni musicali, della fotografia era molto più limitato.
E’ interessante notare che l’accezione di patrimonio che si combina con questa nozione di cultura
è quella che abbiamo visto emergere in molte aree del pianeta in
cui il patrimonio si è associato ad
una sua intensa fruizione dal
punto di vista turistica, dell’industria del turismo. Che è un fatto altamente problematico, molto
connesso alla sostenibilità sociale
del patrimonio. Pensiamo ad una
situazione come quella di Venezia
in cui la struttura sociale della città
è stata fortemente plasmata dal
fatto che l’intera città si è trasformata in una grande parco di divertimenti culturali. Questo caso
spiega in modo palese come l’industria culturale e creativa applicata al patrimonio culturale possa
diventare una questione molto
sensibile.
Ma il motivo per cui è molto importante porre attenzione a questi
temi è che la nozione di cultura e
di patrimonio è fortemente sfidata,
esattamente come agli inizi del XX
secolo, da una nuova rivoluzione,
sociale e tecnologica, che sta alterando fortemente il modo in cui la
cultura è prodotto e disseminata e
il modo con cui la produzione culturale si relazione al patrimonio
culturale. Questo ha a che fare con
qualcosa con cui siamo molto familiari ma di cui non siamo ancora
ben consapevoli di quali saranno le
conseguenze: la produzione digitale di contenuti culturali e la connettività sociale di seconda
generazione. A cosa mi riferisco
con ciò? Oggi chiunque compri un
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computer o ogni altro strumentazione digitale, sta comprando allo
stesso tempo una tecnologia abbastanza sofisticata per creare in modo
semi-professionale molti tipi di contenuti culturali e creativi: che si tratti
di testi, immagini, registrazioni audio,
multimedia. Con dei semplici aggiornamenti avete a portata di mano versioni professionali di questi
strumenti. Ciò significa che tutti
hanno la possibilità di produrre questi contenuti, anche se non vogliono
realmente farlo. Assistiamo, dunque,
ad una impressionante escalation
nella produzione e distribuzione di
contenuti creativi. Sappiamo che il
numero di bytes che classificano un
prodotto come creativo è raddoppiato nel giro di un paio di anni rispetto a quello impiegato dall’inizio
dell’umanità fino a ieri. E nel futuro
questa crescita sarà ancora più veloce.
Quali sono le implicazioni di tutto
ciò? Perché è importante? Nella rivoluzione che ha portato all’industria
creativa e culturale l’elemento epocale
è stato l’allargamento del pubblico,
ma la distinzione, la separazione fra il
pubblico e i produttori culturali era rimasto sostanzialmente intonso. Ma
quello che succede oggi è che i produttori e il pubblico stanno sostanzialmente confluendo nella stessa
comunità. La gente sta semplicemente cambiando di ruolo di specifiche
circostanze.
Esistono,
certamente, ancora professionisti
produttori di contenuti culturali e
creativi professionali e il loro ruolo si
è addirittura ampliato. Ma oggi tutti
stanno partecipando a quella che potremmo chiamare una sola enorme
comunità di produttori e fruitori di
contenuti culturali e creativi. Che
cosa implica tutto ciò per il patrimonio? Semplicemente che il patrimonio si sta espandendo ad un ritmo che
è una sfida alla nozione stessa che abbiamo maturato fin qui di patrimonio
e della sua preservazione, così come
alla sua disseminazione e finanche al
modo con cui contribuiamo alla creazione del patrimonio. Perché sappiamo che tutto ciò che riconosciamo
oggi come patrimonio culturale è
stato selezionato da istituzioni di tutela preposte, secondo degli standard
stabiliti durante la lunga era del mecenatismo culturale e che sono sopravvissuti, in un modo o nell’altro,
durante l’era dell’industria culturale.
Ma il punto è che il volume e il flusso
di produzione dei contenuti culturali
creativi è oggi talmente forte che è
DA NON SALTARE
l’intervento
di Pierlugi
Sacco
al forum
dell’unesco
di firenze
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semplicemente impossibile anche
soltanto censire quello che sarà il patrimonio culturale fra 10-20 anni,
senza un forte coinvolgimento della
comunità. Specialmente se consideriamo i nuovi canali di disseminazione di tali contenuti.
Cosa implica questo? Che se vogliamo lavorare sugli indicatori e considerare cosa stia diventando
effettivamente il patrimonio culturale
oggi, dobbiamo considerare indicatori specifici che si fondino sulla partecipazione e sulle capacità. In
particolare, per chiarire cosa voglio
dire, farò un solo esempio. Un ambito
nel quale la partecipazione massiva
bottom-up fa veramente la differenza
è il rapporto fra cultura e salute. E’ un
settore in cui non abbiamo indicatori
specifici e che non consideriamo fondamentale nella valutazione del fenomeno culturale. Ma sappiamo che il
livello di partecipazione culturale ha
un impatto significativo sul benessere
psico-fisico e voglio sottolinea che
non ha a che fare con la dimensione
strumentale della partecipazione culturale, bensì con quella intrinseca. Le
persone che danno valore alla cultura
ne hanno un immediato trasferimento in termini di benefici clinici
sul loro benessere complessivo.
Come influenzerà tutto questo il funzionamento dei sistemi di welfare?
Noi sappiamo, ad esempio, che una
strategia sistematica per favorire l’accesso alla cultura delle persone over70, porterà ad una significativa
riduzione della ospedalizzazione e
quindi dei costi del welfare. Questo
cambierà nel futuro gli stessi sistemi
di welfare e per questo è importante
stabilire degli indicatori affidabili,
delle sperimentazioni cliniche affidabili e inserire tutto ciò in un sistema
integrato di welfare culturale.
Mi pare interessante che questo non
ha a che fare immediatamente con gli
aspetti legati al mercato, bensì a quelli
della partecipazione, Naturalmente,
può esservi più di un aspetto significativo per il mercato, ma non sono
quelli principali.
In secondo luogo, tutto ciò è significativo se si considera il benessere culturale per persone con importanti
malattie come l’Alzheimer: possiamo
sviluppare laboratori partecipativi
culturali per pazienti malati di Alzheimer e ottenere straordinari risultati
da molti punti di vista.
Dunque, il punto è che l’industria culturale e creativa per i suoi impatti diretti, ma allo stesso tempo dobbiamo
essere consapevoli del fatto che la
frontiera della partecipazione culturale e, in modo particolare, la relazione fra la dimensione culturale e le
altre dimensioni della produzione di
valori socio-economici stanno rapidamente mutando. E se non sviluppiamo rapidamente una batteria di
indicatori adatti a valutare questi
aspetti, rischiamo di perder la più
straordinaria opportunità di sviluppo
dei beni culturali del prossimo decennio.
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RIUNIONE DI FAMIGLIA
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LE SORELLE MARX
De Magistris
on the road
Siamo tornate dalle nostre vacanze.
Le abbiamo trascorse a Napoli: che
bella città! Allegra, vivace, colorata,
imprevedibile! E poi, come ti giravi e
entravi in una piazza, un palazzo
storico, un vicolo, eccoti il sindaco
Luigi De Magistris, intendo a inaugurare scuole, piantare alberi, ballare
ad un concerto, visitare una mostra.
Un sindaco on the road. Lo dovevate
vedere: che ritmo, che swing! Qualcuno ci ha detto che si stava preparando a trasferire il suo ufficio per
strada, fuori dal palazzo. E infatti
così ha annunciato, respingendo al
mittente il decreto di sospensione
dalla carica di sindaco per via della
condanna in 1° grado al processo
“Why not” e per effetto della Legge
Severino: “Sarò in strada, tra i miei
concittadini, e riparerò anche qualche
buca in più con le mie mani.”.
Ma in verità Giggi a manetta (come
lo chiamano familiarmente qui)
aveva già preordinato tutto, come dimostra il post sul suo profilo Facebook del 27 aprile scorso:
“La musica, l'arte e la cultura in generale non possono più essere arrestate
dal cieco furore di una burocrazia ottusa e da un formalismo asfissiante.
Ho dato disposizione a tutta la
giunta e alla macchina amministrativa che, da oggi, non accetteremo più
che la bellezza di Napoli sia ostacolata da chi produce danni incalcola-
registrazione del tribunale di firenze
n. 5894 del 2/10/2012
direttore
simone siliani
redazione
sara chiarello
aldo frangioni
rosaclelia ganzerli
michele morrocchi
progetto grafico
emiliano bacci
editore
Nem Nuovi eventi Musicali
Viale dei Mille 131, 50131 firenze
contatti
www.culturacommestibile.com
[email protected]
[email protected]
www.facebook.com/
cultura.commestibile
“
“
Con la cultura
non si mangia
Giulio Tremonti
bili all'immagine e alla vita della nostra città. Realizzeremo, sempre di più,
concerti nelle piazze, teatro nelle
strade, cultura nei vicoli. In questo
modo dimostrando, anche, come con la
cultura si possa vivere, mangiare e
creare occupazione. ... Se qualcuno si
oppone con il sonno della ragione lo
aiuteremo a liberarsi con la forza della
musica. Noi non cediamo, non rallentiamo e non arretriamo. ... Ai carri armati della fanatica burocrazia
opporremo i cannoni della vita. Napoli
e' energia, creatività, libertà, emozioni.
Anche caos... W Napoli, W la musica,
W la libertà!"
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LA STILISTA DI LENIN
il matrimonio
del migliore amico
E meno male che i poteri forti ce
l’hanno con Matteo Renzi e col suo
governo e non con il suo amico di
sempre Marco Carrai, altrimenti al
matrimonio di questi sabato scorso
sarebbe stato il deserto. Banchieri,
finanzieri, pizzicagnoli di lusso,
scrittori famosi più per il ciuffo che
per la prosa, ecofurbi expci,pds,ds
non mancava nessuno di quelli che
contano, abbastanza ma non tanto
da stare al matrimonio di George
Clooney, sulla collina di San Miniato. Sposa rigorosamente in
bianco, seppur filosofa, sposo in
completo grigio, seppur non slanci.
Palma di peggio vestito l’ex socio
dello sposo Baricco, con camicia con
colletto alla coreana e un gilet dall’effetto montclear, per il resto un
mix di colori come capita ad un matrimonio di mezza stagione a cui la
wedding planner non ha caldamente suggerito un dress code. Da
Annalisa Chirico le cui chilometriche gambe spuntavano da una
gonna a rossa a pois neri, a una solare Simona Bonafé in abito corto
chiaro, smanicato e tacco 12 con
plateu di almeno 3 cm, ma almeno
Finzionario
di Paolo della Bella e Aldo Frangioni
abbinato. Mancava la collega di camper della Bonafé su cui, inutile dirlo,
avevo già pronta la penna. Peccato.
Anche Paolo Fresco è salito al monte
con un bel completo blu marino con
cravatta rossa, delizioso per un aperitivo al Forte. Un po' meno per un matrimonio vip. Infine sobriamente
elegante, sempre più contraltare di
morigeratezza, rispetto al vulcanico e
sguaiato annunciare del marito,
Agnese Renzi rimane l’icona migliore
di questi tempi dimenticabili.
I CUGINI ENGELS
Mica tanto
Bene al CSM
Il racconto lirico, con un finale drammatico, di Franco Mancinelli narra sensazioni e liberi
pensieri di un esperto di parapendio che ha passato quasi 50 anni della sua vita a Castelluccio di Norcia, il piccolo e famoso comune posto al termine di un altopiano nel Parco dei
Monti Sibillini. Il protagonista Max Gustetti inizia i suoi voli pochi anni dopo che Dave
Barish aveva creato il prototipo del parapendio. Max ci racconta i suoi pensieri mentre
veleggia sul vasto pianoro. Le sue emozioni durante la fioritura delle lenticchie e gli inverni
gelidi. Il romanzo breve è diviso in 30 “inquadrature” un'autobiografia della vita che lo
scrittore avrebbe voluto avere se non avesse scelto questo particolare eremitaggio misticosportivo. Un'infanzia felice fatta tutta di primavere, una adolescenza e giovinezza avventurosa di viaggi a giro per il mondo e di storie d'amore con fanciulle dei quattro continenti.
Poi ci racconta di aver vissuto una maturità talentuosa da grande musicista. Tutte storie
fantasiose, completamente false, prodotte dal vento, dal silenzio del volo e dalle emozioni
che certe correnti ascensionali producono. Una “bella vita” scrive il Mancinelli che non può
che terminare con una fine gloriosa: farsi prendere da una forte corrente che ti porta in alto
senza più riscendere a terra. Una nota alla fine del libro ci avverte che tutta la storia è pura
fantasia ad esclusione della morte dell'autore: quella invece è vera. Inutile dire che si tratta
della prima e ultima opera dello scrittore volante.
E’ l’ora di finirla con la partitocrazia che occupa il Paese. Con la
politica che favorisce gli amici, sistema i
trombati e annichilisce il merito. E’ tempo di #cambiareverso, di far volare una
generazione. Di scegliere le
persone in base alle competenze. Basta coi
raccomandati, ora con il governo Renzi si
nomineranno in enti ed istituzioni solo i
meritevoli in base al loro Curriculum
vitae. Certo se poi si leggessero anche i curricula, si eviterebbe di nominare al CSM,
facendoli votare dal parlamento, membri
che non hanno i titoli per sedere nel consiglio superiore della magistratura, come è
accaduto a Teresa Bene dichiarata ineleggibile per mancanza dei titoli richiesti. La
ricerca del merito, evidentemente, prosegue.
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PICCOLE ARCHITETTURE PER UNA GRANDE CITTÀ
di John Stammer
Case
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consentito di realizzare a partire dal
2004 (le ultime costruzioni sono
state terminate nel 2008) 712 alloggi
di cui 388 in affitto convenzionato (il
54,49% del totale) su 8,67 ha di terreno, e con un impegno di suolo di
121,76 mq per alloggio.
In particolare nelle prime due aree
sono stati realizzati interventi che
hanno saputo anche indicare modalità tipologiche e caratteristiche architettoniche degli edifici che si
discostano dalle “ordinarie” abitazioni di edilizia convenzionata utilizzando materiali non usuali e
un’organizzazione innovativa degli
elementi architettonici costitutivi
dell’edificio.
Le aree di via di Quarto e di via della
Sala erano quelle che avevano anche
i
l governo aveva lanciato un programma per la costruzione di alloggi destinati all’affitto. E aveva
anche coniato uno slogan “ventimila alloggi in affitto” e destinato risorse. Il mercato immobiliare
italiano era sempre più carente di alloggi per l’affitto e questo stava creando non poche difficoltà ad un
numero crescente di cittadini che
non avevano i requisiti per accedere
all’edilizia residenziale pubblica e
non avevano risorse per l’acquisto di
un alloggio. La formulazione del
programma prevedeva che agli alloggi in affitto convenzionato fossero
affiancati interventi di edilizia residenziale in vendita sul mercato ordinario. Ora spettava ai comuni attuare
quegli interventi. Ma dove? Come
sarebbe stato possibile localizzare sul
territorio alloggi in affitto a costo
convenzionato se la maggior parte
delle previsioni urbanistiche erano
di fatto già “compromesse” dalle altissime rendite di posizione e dalle
precedenti attuazioni? L’amministrazione decise di fare un bando pubblico. Non era la prima volta che si
procedeva in tal senso per selezionare proposte di intervento, ma era
una delle prime volte che lo si faceva
per individuare una proposta di modifica dello strumento urbanistico
vigente. Nella sostanza la proposta di
bando pubblico selezionava gli operatori in funzione della massima
convenienza pubblica dell’intervento (in termini di quota maggiore
di alloggi in affitto rispetto al totale
degli alloggi previsti), della ammissibilità localizzativa in funzione dei
vincoli territoriali (limitando gli interventi nelle aree sottoposte a tutela
ambientale) e delle caratteristiche di
dotazione infrastrutturali delle area
indicate (le aree dovevano essere già
dotate di strade, fognature, acquedotto ecc.)
Una sorta di prova generale di quello
che alcuni anni dopo sarebbe stato
scritto nel Piano Urbanistico Generale della città e che nei successivi
sviluppi del Piano è andato perso.
Ma l’idea era interessante. Mettere in
competizione gli operatori privati
per massimizzare gli interessi pubblici, naturalmente selezionando
preventivamente gli ambiti territoriali (ampi ma comunque circoscritti) ove sarebbe stato possibile
intervenire. Un passaggio verso una
maggiore perequazione urbanistica
e verso un processo trasparente, e verificabile, di selezione degli interventi urbanistici.
La scelta delle aree fu attuata da un
apposito gruppo tecnico e le aree
dove furono localizzati il maggior
numero di alloggi furono quelle di
via di Quarto (140 alloggi di cui 95
in affitto) e di via della Sala (200 alloggi di cui 80 in affitto) oltre a
quella di via Allori dove furono realizzati 80 alloggi tutti in locazione.
Complessivamente il programma ha
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per
tutti
subito alcune riduzioni nel dimensionamento proposto, in quanto
“delle prime sette proposte solo una
presenta qualche criticità, in questa
caso di carattere paesaggistico, l’area
di via di Quarto/via Niccolò da Tolentino. Tale criticità sarebbe superata se la proposta subisse....... una
riduzione delle quantità d’intervento, che potrebbero essere stabilite
in 140 alloggi, di cui 95 in affitto,
contro i 154 di cui 105 in affitto....” e
per via della Sala in quanto l’area “è
parzialmente interessata dal vincolo
aeronautico di Peretola” e pertanto
“l’amministrazione potrebbe........ inserire nel programma uno stralcio
della proposta che potrebbe avere la
conssistenza di 200 alloggi di cui 80
in affitto(40%) corrispondente alla
porzione d’area non investita dal vincolo aeronautico”. (stralci della relazione tecnica)
In via di Quarto Riccardo Bartoloni
utilizza l’inserimento in facciata di
elementi di legno e la copertura
quasi totale della facciata dell’edificio che ospita gli alloggi in affitto
con una “cortina verticale di montanti in ferro” per caratterizzare l’intervento.
In via della Sala Riccardo Roda utilizza la riproposizione della tipologia
a corte aperta per marcare la differenza dell’edificio per alloggi convenzionati con gli altri edifici in linea
destinati all’edilizia ordinaria. E lo fa
con eleganza e attenzione ai particolari costruttivi.
In via Alessandro Allori il progetto
di Andrea Bacci colloca, in un lotto
urbano rimasto inedificato, un edificio di grande semplicità formale e architettonica, con un cortile
sopraelevato dal piano stradale e con
piccoli arretramenti delle parti centrali del corpo di fabbrica per movimentare i prospetti.
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ISTANTANEE AD ARTE
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di laura Monaldi
[email protected]
g
rande successo per la prima
presentazione pubblica di
"BAU A3D", undicesimo numero della rivista-laboratorio
"BAU Contenitore di Cultura Contemporanea", che si è tenuta lo scorso
27 settembre presso la Galleria d'Arte
Moderna e Contemporanea "Lorenzo Viani" di Viareggio nel suggestivo Palazzo delle Muse di Piazza
Mazzini. In tiratura limitata di 150
copie, il cofanetto (progetto grafico
di Gumdesign) contiene 53 opere
originali di 53 artisti e un opuscolo
redazionale con i contributi di Valerio
Dehò, Duccio Dogheria, Patrizio Peterlini, Marco Pierini, Maurizio Vanni
e Alessandro Vezzosi. In una veste totalmente nuova, inedita, tridimensionale
e
all’insegna
della
contemporaneità culturale e artistica,
Vittore Baroni, Alessandra Belluomini Pucci – direttrice della GAMC
di Viareggio – Antonino Bove e Luca
Brocchini hanno presentato il nuovo
numero, mettendo in evidenza la sollecitazione multisensoriale che la rivista d’artista ha voluto offrire agli
appassionati, dilatando i confini della
normale concezione di pubblicazione
sperimentale e creando un mosaico
originale dal forte impatto visivo e intellettuale. Significative sono state le
performances di Massimo Mori, Beatrice Gallori, Paolo Albani, Alessandra Borsetti Venier, Manuela
Mancioppi e Jakob de Chirico, che
non hanno fatto altro che sottolineare
la vena sperimentale e innovativa del
progetto BAU, grazie alla varietà dei
linguaggi e delle poetiche che porta
con sé sin dal numero zero. Una ricchezza culturale che si cela – e allo
stesso si valorizza – dietro la pluralità
e la molteplicità dell’interpretazione
attuale del mondo estetico. BAU
A3D non rappresenta soltanto un
contenitore in progress di cultura e
una rivista/antologia sperimentale,
quanto piuttosto uno strumento degli
artisti contemporanei per mettersi in
gioco e valorizzare le proprie capacità
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la terza
dimensione
di
Bau
L’APPUNTAMENTO
Noi non abbiamo
il tempo
Noi siamo
nel tempo
albert Mayr a Signa
Nel suggestivo Parco dei Renai di Signa, in occasione della decima edizione
della Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI e in collaborazione con il Museo Novecento di Firenze, Albert Mayr rianima il Percorso
Armonico (installazione/partitura inaugurata nel 2011) con un evento performativo d’eccezione, che invita il pubblico a interagire con il paesaggio e i
suoni ambientali, alla scoperta dell’estetica del Tempo. Il Percorso è suddiviso nei rapporti numerici della Serie Armonica che vanno da 1 a 1/8, le cui
distanze sono indicate mediante fasce colorate su pali lungo tutto il tragitto.
La partitura è eseguibile liberamente dai visitatori in entrambe le direzioni,
scegliendo un colore e articolando velocità, osservazioni ambientali, conversazioni, oppure più liberamente secondo schemi ritmici personali.
Per l’evento verrà realizzato un Video d’Arte, a cura dell’Archivio Carlo Palli
di Prato con la regia di Stefano Cecchi, che documenterà l’inedita esecuzione di gruppo attraverso testimonianze, interviste e fotografie d’artista di
Carlo Cantini. Signa (FI), Parco dei Renai, ingresso sud-est, sabato 11 ottobre 2014 ore 15,30
espressive: una sfida interculturale e
interartistica che è, è stata capace – e
lo sarà ancora – di creare una rete paradigmatica e significativa di relazioni
intellettuali, in una costante metamorfosi sul presente in quanto presente.
Artisti partecipanti: Paolo Albani, Silvia Ancillotti, Alain Arias-Misson,
Artiere Fernando R,O,S,S,O,, Vittore
Baroni, Carlo Battisti, Alessandra
Borsetti Venier, Leonardo Bossio, Antonino Bove, Garni W. Bradley, Luca
Brocchini, Delfina Camurati, Philip
Corner, Mattia Crisci, Gianluca Cupisti, Jakob De Chirico, Teo De
Palma, Gabriele Dini, Graziano Dovichi & Tiziana Casini, Limbania Fieschi, Ignazio Fresu, H.R. Fricker,
Carlo Galli, Beatrice Gallori, Alfredo
Gioventù, Vincenzo Gogghi, Antonio
Gomez, Gumdesign, Bruno Larini,
Alessio Larocchi, Dario Longo, Tania
Lorandi, Ruggero Maggi + K, Emanuele Magri, Manuela Mancioppi,
Microcollection Di Elisa Bollazzi,
Fernando Montagner, Massimo
Mori, Antonio Noia, Aryan Ozmaei,
Mauro Panichella, Virginia Panichi,
Mark Pawson, Guido Peruz Con
Paolo Vandrasch, Angelo Pretolani,
Massimo Salvoni, Danilo Sergiampietri, Maurizio Marco Tozzi, Tommaso
Vassalle, Giulia Vasta, Vinicio Venturi, Giacomo Verde, Emiliano Zucchini
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OCCHIO X OCCHIO
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di Danilo Cecchi
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i parla delle immagini della
New York dei primi anni Cinquanta, ed il pensiero corre
immediatamente a William
Klein ed al suo libro pubblicato nel
1956, il primo di una serie di quattro
libri dedicati fra il 1956 ed il 1964 ad
altrettante città, Roma, Mosca e
Tokyo. Ma mentre William Klein trascorre a New York solo un breve periodo, fra il 1954 ed il 1955,
utilizzando le immagini urbane come
un pretesto per innovare stravolgendolo il linguaggio fotografico, altri fotografi meno innovativi e meno
all’avanguardia percorrono le stesse
strade e le stesse piazze operando in
maniera più sistematica, calma e riflessiva, per dare della loro città un
altro possibile ritratto ed un’altra possibile chiave di lettura. Fra questi fotografi, alcuni noti ed altri meno noti,
è emerso improvvisamente, come
spesso accade negli USA, il nome di
un oscuro fotografo, Frank Oscar
Larson, figlio di emigranti svedesi,
nato nel 1896 a Greenpoint, all’epoca
area rurale di Brooklin, e morto nel
1964. Larson poco più che ventenne
partecipa alla Grande Guerra come
artigliere in Francia, dove viene contaminato dai gas asfissianti che ne minano la salute, ed al suo ritorno trova
lavoro in una banca, diventando revisore dei conti, e rimanendovi fino al
momento del pensionamento alla
fine degli anni Cinquanta. La sua
tranquilla esistenza scorre senza apparenti motivi di interesse, ma Larson coltiva in silenzio e con
riservatezza una propria passione segreta, la fotografia. Analogamente ad
altri fotografi rimasti nell’ombra e riscoperti solo recentemente, come Vivian Meier (vedi CuCo n. 67),
Larson sceglie la strada e le persone
come temi privilegiati, e nei suoi fine
settimana liberi da obblighi lavorativi
comincia a vagabondare fra strade,
piazze e vicoli, raccogliendo centinaia di immagini di luoghi ed edifici,
ma soprattutto di passanti, operai, casalinghe, ragazzi, poliziotti, tassisti,
netturbini, impiegati, disoccupati,
mendicanti, alcuni impegnati nelle
loro attività, altri nei momenti di riposo, distrazione o semplicemente di
disimpegno. Le immagini scattate e
stampate in cantina da Larson mostrano un volto della città a misura
d’uomo, diverso da quello affannato
e caotico descritto da altri autori. Le
immagini di Larson sono nitide e
precise, raccontano la realtà quotidiana senza ingigantirla, senza esaltare in maniera drammatica
l’esistenza dei suoi personaggi, senza
farne né dei simboli né delle marionette. I suoi personaggi sono delle
persone normali, riprese nella loro
quotidianità, forse persino nella loro
banalità, e la distanza di tempo con
cui li guardiamo oggi non li fa sembrare degli alieni o dei testimoni di
un’epoca troppo diversa. A distanza
di sessant’anni conservano tutta la
loro spontaneità, come certi personaggi della Parigi di Atget, ed è con
la stessa simpatia e condiscendenza
che vengono avvicinati e fotografati.
Quello rappresentato da Larsen è un
mondo che ignora i grandi avvenimenti storici, le grandi tragedie, le
tensioni sociali e le problematiche
frank
oscar
larson
che affliggono l’umanità. Forse è un
mondo lontano da quello reale, un
poco provinciale pur essendo nel
cuore di New York, o forse è il
mondo di chi sa accettare le cose
come sono, con un misto di fatalismo
e di tranquilla rassegnazione. Oppure
è il mondo della strada, dove tutto
scorre, come in un fiume, a volte len-
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tamente ed a volte in maniera più
vorticosa, ma dove tutto torna a seguire lo stesso ritmo. Nascoste in uno
scatolone di cartone, le fotografie di
Larsen vengono trovate per caso e
fatte conoscere al mondo dalla vedova del figlio, a quarantacinque anni
di distanza dalla scomparsa del loro
autore.
New York
New york
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ANTIQUARIUM
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.com
di anna Maria Manetti Piccinini
[email protected]
P
remessa necessaria. Chi pensa
,fra i nostri governanti, di eliminare la rete nazionale delle
Soprintendenze, giudicate
solo una pesante burocrazia, dovrebbe far visita al Laboratorio di Restauro della Fortezza da Basso. Si
troverebbe di fronte, oltre che ad una
‘officina’ di grande interesse , a delle
eccellenze tecnico-scientifiche (non
solo storico artistiche!), collegate
esternamente con vari istituti universitari a seconda degli specialismi: chimica,
medicina
(radiologia),
ingegneria,ecc. Ma soprattutto a un
personale straordinario per competenze ed esperienze, assolutamente
non sostituibile senza una continuità
interna e una trasmissione di saperi ,
non acquisibile con corsi teorici,
come sottolinea, preoccupato per il
futuro , Antonio Natali , direttore
degli Uffizi.
Nella difficile e delicatissima operazione del restauro dell’ “Adorazione
dei Magi” di Leonardo, si può dire che
tali eccellenze si sono concretizzate.
La tavola, consegnata al Laboratorio
di restauro della Fortezza da Basso
nel 2011, è arrivata, dopo le complesse indagini diagnostiche e l’inizio
della pulitura della superficie pittorica
, a una fase che permette alcune conclusioni, grazie ad una rinnovata visibilità delle parti restaurate . Com’è
noto, l’opera è un ‘ non-finito’ di Leonardo , e come tale si sta rivelando
quasi un campo di sperimentazione
del Pittore stesso. Si sono evidenziati
, infatti, molti ‘ripensamenti’ o ‘prove’
Nuove scoperte
nell’adorazione
dei Magi
in varie figure ,come in alcune splendide teste di cavallo, o di cavalli imbizzarriti , veri e propri ‘studi’ su
questo soggetto , particolarmente
amato dal Da Vinci. Altrettanto si
può dire per le architetture e le ‘rovine’, che proprio dal restauro assumono nuova leggibilità , come la
grande scala, con gli uomini impegnati nella ricostruzione del Tempio
di Gerusalemme. Leonardo disegna e
dipinge molto liberamente , al di fuori
anche dei canoni tradizionali legati
al fatto rappresentato , con elementi
di significato teologico molto complessi, ma con una disciplina strettissima per quanto riguarda le regole
prospettiche. Quella pittura che ,con
i vecchi strati di vernice sembrava un
insieme oscuro e sfuggente, ha ripreso
PASQUINATE
L’APPUNTAMENTO
di Burchiello 2000
Sabato 4 ottobre 2014.
Ore 9,00 - ritrovo al Mercato Centrale di Firenze, visita del vecchio e
del nuovo mercato al primo piano.
Ore 9,30 - al primo piano del Mercato Centrale accoglienza con caffè
e cappuccino al bar con paste del
nobile Maestro panettiere David
Bedu.
Nello spazio incontri Area Verde introduzione ai seminari.
Ore 10,00 - “L'Artusi tra la Romagna
e la Toscana“ .
Un affresco storico culturale - Professor Leonardo Rombai (Università di Firenze) - Dottor Sergio
Gatteschi "Amici della Terra".
Ore 11,00 - "La via Artusiana" una
lunga tagliatella tra Romagna e Toscana.
La storia della Strada del Muraglione che unisce Firenze a Forlimpopoli e di un libro - Professor Roy
Berardi.
“Artusi, un pellegrino fra Romagna
e Toscana”.
-Dottoressa Laila Tentoni Vicepresidente Casa Artusi.
Ore 12,00 - “I prodotti tipici del territorio fra la Romagna e la Toscana,
il vino e l’olio e divagazioni varie”.
Professor Gianluigi Corinto (Uni-
Domenico di Giovanni, detto il Burchiello, fu animatore di burle e di pungenti critiche con gli amici artisti del
XVI secolo e artista anch’egli. Restò profondamente apprezzato nell’amicizia
Camicie brune, camicie nere, camicie
bianche. Il brand che va, ora, di squisito
carattere imprenditoriale, è il “postideologico” che parla senza sfumature,
fiero del suo semplicismo linguistico:
veste, appunto, in camicia bianca (di bucato), ma con le maniche arrotolate a
voler suggerire uno sforzo e una fatica in
atto. Così, sempre più, la politica – preposta all’organizzazione e al governo
della comunità dello stato – si annoda e
si scioglie nel broadcasting , identificandosi in quel “seminare per spargimento”
che ormai assomiglia al marketing, proprio dell’economia applicata. Nessuna
meraviglia dunque se, nella pubblica
opinione, sempre più, i “politici” sian
sentiti più distanti e diventino “politicanti”. Il fatto è che , in camicia bianca e
con le maniche rimboccate, ci si sia
messi di buzzo per la ri-costituzione
della Costituzione. Le camicie brune e
quelle nere non portarono molta fortuna: speriamo vada meglio con queste
bianche.
Camicie
di
bucato
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precisione di contorni ed espressività
. Si è proceduto infatti a togliere gli accumoli di vernici e cere depositatesi
nel tempo ( in alcuni casi, forse, con
la volontà di dare unitarietà di tono
al dipinto così differenziato nelle sue
parti), con la logica del ‘togliere’ gradatamente, e non certo con la presunzione di tornare “all’originale”. “Fatto
impossibile - come afferma con decisione Marco Ciatti, Soprintendente
all’Opificio delle Pietre Dure- sbagliato e antistorico, perché le tracce
del passato, come quelle di ogni corpo
vivente, non possono e non debbono
essere eliminate, se non rischiando di
rovinare l’oggetto e creare un ibrido”.
Le parti più suggestive per la migliorata visione sono certamente quelle
architettoniche, ma anche alcune figure, come il gruppo di volti alla destra del quadro; o un cielo di sfondo
, del tutto inimmaginabile, di lievissimo colore bianco - azzurrino. (Non
certo, come è stato strobbettato da
varie parti , di un azzurro splendente!) .Con queste disvelazioni di un
dipinto che era in corso d’opera , riusciamo a capire meglio anche il modo
di procedere dell’ Artista, il suo percorso creativo, che è poi il tassello aggiuntivo più importante alla
conoscennza di una personalità così
eccezionale e per tanti versi ancora
impenetrabile.
Tutta la complessa operazione del restauro è stata resa possibile dal sostegno economico degli Amici degli
Uffizi , rappresentati dalla loro Presidente Maria Vittoria Rimbotti ,collaboratrice partecipe , non solo dal
punto di vista economico, della vita
della Galleria e delle sue necessità.
l’artusi
a firenze
versità di Macerata) - Dottor Vincenzo Bellini.
Ore 13,00 – Intervento del sindaco
di Forlimpopoli Dottor Mauro
Grandini, di Luciano Artusi e di
un’autorità del Comune e della Provincia di Firenze.
Ore 13,30 - Pranzo con menu speciale all’interno del primo piano del
Mercato al Ristorante Tosca.
Ore 15,30 – “Tirare la Sfoglia” . All’interno della scuola di cucina dell’Istituto Lorenzo de’ Medici
dimostrazione e breve corso di
come si tira la pasta sfoglia per fare
le tagliatelle, i ravioli e tutto il resto –
Stefano Mattioli della Locanda Casa
Palmira.
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GALLERIE&PLATEE
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di Claudio Cosma
che mettono in funzione le idee, uscendo
dai luoghi anacronistici che le conservano per interagire con quella parte di
mondo già pronta ad accoglierla, liberandola dal mercato e l'infimo uso dell'arredo di case che li relegano a feticci non
più compresi.
Alla Fondazione Sensus, v.le Gramsci 42
a Firenze e a Sensus Vetrina di Fiesole,
p.zza Mino 33 dall'11 ottobre al 15 novembre 2014. Aperta il venerdì e il sabato
dalle 18 alle 20 o su appuntamento:
[email protected]. www.sensusstorage.com
[email protected]
S
abrina Muzi l'11 ottobre da Sensus presenta la sua mostra "Pratica naturale" un titolo che
rimanda sia al metodo rigoroso,
quasi da naturalista col quale indaga la
specifica realtà che ha deciso di esplorare,
sia a quella parte di natura minore, da
sempre oggetto della sua poetica, fatta di
semi, radici, frutti ma anche paesaggi attraversati da nubi e corsi d'acqua con un
continuo passaggio dall'estremamente
grande, come il deserto del Sinai raccontato nel video "To the last breath", al più
piccolo granello di polvere di cinnamomum delle sue installazioni aromatiche.
Ogni singola parte del suo lavoro è sempre in rapporto al tempo che trascorre
con velocità differenti e che tutto, inarrestabile, modifica, conserva, distrugge.
La sua ricerca concentrata sulla raccolta
di elementi naturali comprende anche
ciò che viene comunemente scartato,
come nel lavoro “Involto” dove delle
mele private della loro sostanza vengono
ricostruite con la sola buccia a rappresentare una vanitas che ci ricorda la brevità
della vita e della bellezza, ma anche una
riflessione su ciò che resta dopo l'uso e il
consumo umano delle risorse della terra.
“Involto” può essere la mela che la regina
offre a Biancaneve e ancora le bucce di
pera che Pinocchio affamato mangia insieme ai semi: lusinga ed insidia dell'apparire e la povertà resa tragica dallo
spreco. Lo spazio protetto della galleria
diventa, ospitandolo, un percorso dove le
cose silenziose sottratte alla tumultuosa
vita esterna si ritrovano in prossimità con
l'anima che le ha generate, non più in disparte, ma delicatamente protagoniste di
una natura parallela che erigendosi ad argine nei confronti del mondo esterno,
creano un equilibrio che consente la loro
comprensione.
L'uso e il riuso delle cose minime con
funzioni diverse dalla convenzione, le
spezie ricche di simbologia, che riempivano e riempiono gli empori, usate per la
conservazione, per riti magici, per le offerte agli dei, per i farmaci oltre che per il
sapore, diventano sontuosi tappeti profumati, su cui sarebbe bello danzare (ma
in galleria lo sconsiglio vivamente), semi
di tapioca che diventano preziose collane
di perle, la metamorfosi inquietanti dei
suoi frutti forse esposti a mutamenti genetici per la pazzia degli uomini, la calma
millenaria dei suoi orti geometrici fatti di
chicchi di riso, tutto concorre nel lavoro
di Sabrina Muzi, composto di scarti di significato e passaggi veloci dall'invisibile
al visibile, a ridisegnare un mondo che
potrebbe essere migliore con una natura
autonoma e libera dalle costrizioni dell'utile a scapito di una giustizia autentica
che deve preservare i semplici, intesi
come varietà vegetali con proprietà terapeutiche e medicamentose, ma anche e
sopratutto i semplici come gli ultimi, i
sofferenti, gli esclusi che non hanno accesso al cibo e alla bellezza, ma anzi vengono usati e sfruttati, costretti a
distruggere l'equilibrio del mondo per il
profitto di pochi. Oggi le arti visive si intendano come macchine o meccanismi
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Sabrina Muzzi, installazione Amuleti,
2013/2014. Sotto a sinistra un fotogramma tratto dal video del 2009 “To
the last breath”, a destra disegni recenti, oggetti naturali e foto
le diverse velocità
del tempo
SCAVEZZACOLLO
orfeo e euridice
di Massimo Cavezzali
[email protected]
Aveva perso Euridice.
La sua sposa.
Quando Orfeo se ne rese conto,
impazzì. Non poteva pensare a
una vita senza di lei. Allora scese
dove nessuno era mai disceso.
Negli Inferi.
Per riprendersela.
Quando gli abitanti degli Inferi
lo videro passare, così diverso da
loro, così poeta, ne rimasero affascinati e cercarono di ghermirlo. Le anime allungarono
subito le mani. Lo toccarono vogliose. Ma Orfeo cercava Euridice. Riuscì a resistere. E
continuò a scendere tra le
fiamme.
Di fronte a quell’amore, gli Inferi
si arresero.
“Orfeo, ti restituiamo Euridice,
ma a un patto, non dovrai guardarla, finché non sarai fuori dalla
valle infernale.”
“Non la guarderò” promise
Orfeo.
Ma nel cammino gli vennero dei
dubbi: chi gli assicurava che era
proprio Euridice quell’ombra
che stava portando per mano?
Chi si fida degli Inferi?
Ormai mancava poco all’uscita,
ma Orfeo, roso dal dubbio, non
resistette più e si voltò.
Euridice sbiancò.
“No! Non guardarmi!” urlò. Ma
non fece in tempo.
Orfeo ed Euridice si videro per
un momento, poi lei scomparve.
Orfeo impazzito, capendo di
averla persa per sempre, si ritirò
in solitudine su una montagna.
Non volle vedere più nessuno.
Quella storia d’amore unica, affascinò. E sul monte salirono le
Baccanti. Essere respinte da
Orfeo, le infuriò.
Per la rabbia, lo fecero a pezzi, e
li dispersero dappertutto, in
modo che nessuna li potesse
mai più trovare.
“Euridice”
“Orfeo”
“Io non so dove sono tu dove sei?”
“Sono qua, Orfeo...ma nemmeno io so dove sono”.
“Un giorno ci ritroveremo?”.
“Sì”
LUCE CATTURATA
di ilaria Sabbatini
[email protected]
Città d’acqua lucca San Pietro Somaldi
MUSICA MAESTRO
di alessandro Michelucci
[email protected]
I primi tentativi di coniugare rock e
musica colta risalgono alla fine degli
anni Sessanta. Forse non molti sanno
che The Whale, l’oratorio che segnò
l’esordio del compositore John Tavener
(1944-2013), fu pubblicato nel 1968
dalla Apple, l’etichetta dei Beatles.
Negli anni successivi furono soprattutto pianisti come Rick Wakeman e
Keith Emerson a incrinare lo steccato
che separava i due mondi. Five Bridges
(1970), LP dei Nice guidati da Emerson, contiene un brano dove il tastierista inglese fonde Bach e Dylan
(“Country Pie/Brandenburg Concerto
No. 6”). Col passare del tempo la musica classica ha attratto non soltanto alcuni pianisti già vicini a questo mondo,
come Tony Banks dei Genesis, ma
anche Jon Lord, proveniente dal rock
duro dei Deep Purple.
Il fenomeno inverso, cioè l’interesse del
mondo classico per il rock, è stato
meno appariscente, ma negli ultimi
anni sta riguadagnando terreno.
I norvegesi Yngve Guddal e Roger
Matte hanno inciso due CD intitolati
Genesis for Two Grand Pianos (2002 e
2005). La pianista giapponese Chitose
Okashiro, dal canto suo, ha realizzato A
Leaf. Beatles Piano Transcriptions
(2003). In Rock Symphonies (2011) il
Non erano solo canzonette
violinista David Garrett spazia dai Beatles ai Nirvana.
Uno degli esempi più recenti del fenomeno ci viene offerto da AyşeDeniz
Gökçin, una giovane pianista turca che
ha pubblicato il CD Pink Floyd Classical Concept (autoprodotto, 2013). Il
disco sviluppa le idee del precedente
Pink Floyd Lisztified: Fantasia Quasi Sonata (autoprodotto, 2012), realizzato
in occasione del bicentenario di Ferenc Liszt.
Come si intuisce dal titolo, la sua influenza
caratterizza gli arrangiamenti. Ma al di là
della ricorrenza la
scelta del grande compositore ungherese
sembra avere anche
un’altra motivazione:
Liszt è stato spesso definito “la prima rockstar”. Tanto è vero che
nel film Lisztomania
(1975), diretto da Ken
Russell, viene interpretato da Roger Daltrey,
cantante degli Who.
Pink Floyd Lisztified:
Fantasia Quasi Sonata contiene tre
brani che ritroviamo in Pink Floyd Classical Concept, ma gli arrangiamenti
sono più complessi e innovativi. Si
tratta di “Wish you were here” (dal
disco omonimo, 1975), “Hey you” e
“Another brick in the wall” (da The
Wall, 1979). Quest’ultimo brano è ispirato alla Dante-Symphonie del compositore ungherese.
Un altro punto di riferimento è Chopin: in “On the turning away” si intrecciano citazioni e atmosfere
riconducibili al compositore francopolacco. Particolarmente intensa la versione di “Shine on you crazy diamond”,
il brano dedicato a Syd Barrett tratto da
Wish You Were Here.
Nata nel 1988, AyşeDeniz Gökçin si è
diplomata alla Royal Academy of
Music di Londra. È stata una delle ultime allieve di Rosalyn Tureck (1913–
2003), una delle massime specialiste
del repertorio bachiano.
Fortunatamente la pianista turca non
è uno dei molti talenti ignorati in Italia: il 14 maggio scorso si è esibita alla
Villa Reale di Milano, nel contesto
della rassegna Piano City. La giovane
musicista padroneggia un repertorio
che spazia da Chopin a Piazzolla, da
Mozart a Rachmaninoff. Ad ogni
modo il rock non è un’interesse occasionale: attualmente sta rielaborando
alcuni brani dei Nirvana, che l’anno
prossimo troveremo nel suo nuovo
CD. Ora più che mai, gli appassionati
di rock meno giovani possono dire con
orgoglio che non erano soltanto canzonette.
C
VISIONARIA
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di Simonetta Zanuccoli
a
[email protected]
Parigi, in boulevard de Strasbourg 2, dal 1993 c’è un piccolissimo museo, musée de
L’Eventail, che è un angolo di
un mondo ormai scomparso. La sua
fondatrice, madame Hoguet, nata in
una famiglia che dal 1876 produce
ventagli, ha raccolto la sua preziosa
collezione, aperta al pubblico solo da
lunedì a mercoledì dalle ore 14 alle 18,
nel suo atelier dove ancora oggi si dedica alla creazione e restauro di questi
piccoli oggetti d’arte facendo anche
corsi e presentando raffinate mostre a
tema di artisti contemporanei. Il
museo si trova nei locali del laboratorio di Lepault e Deberghe, famosi ventaglisti di fine ottocento e conservano
l’aspetto originario con il grande camino monumentale, i mobili in noce,
i lampadari floreali, le pareti rivestite di
tessuto blu ricamato con fili d’ oro e le
vetrine d’esposizione. Nella zona, a
quel tempo, esistevano molti laboratori del genere. I grands Boulevards
erano frequentati dai parigini perché
oltre a passeggiare nei nuovi viali fatti
da Haussman, potevano ammirare le
prime vetrine nei passages coperti di
vetro e ferro, mangiare nei ristoranti
come Julien (rue de Faubourg Saint
Denis 16) e Flo (court des Petites Ecuries 7) dalle ricche boiseries in vetro
dipinto art deco o andare in uno dei
tanti teatri che lì si trovavano. Passatempi nei quali le signore facevano
grande sfoggio del loro ventaglio, accessorio fondamentale nell’eleganza
femminile. Questo piccolo oggetto ha
origini orientali antichissime ma arriverà in occidente solo a metà del 1500.
In Francia ebbe subito un grande successo, Caterina de Medici ne diffon-
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11
suoi prodotti. Ma accanto a questa
produzione in serie, il ventaglio rimase
un accessorio di lusso e molti artisti
come Manet, Renoir, Pisarro e Gauguin si cimentarono a dipingerne i
fogli pieghettati. L’utilizzo del ventaglio comincia a entrare in crisi fino a
cadere in disuso alla fine della prima
guerra mondiale. Oggi Cina e Spagna
sono leaders nel mondo per la produzione di ventagli dozzinali a bassissimo
costo ad uso turistico.
L’atelier di Anne Hoguet, l’ultimo rimasto a Parigi dove si creano ventagli
ancora fatti interamente a mano, cerca
di liberare questo accessorio dal suo
oblio forzato ma la sua produzione è
quasi interamente rivolta all’alta moda,
Dior, Gaultier, Hermes, Nina Ricci, al
teatro e al cinema più
che a un
pubblico
femminile
ormai con le
mani troppo
occupate da
cellulari e
tablets.
Nelle tre fascinose sale
del suo atelier-museo
oltre che osservare le
ventagliste
intente nel loro paziente lavoro è possibile ammirare una cinquantina dei
1000 pezzi della sua collezione che
con una rotazione di 2 volte l’anno, secondo un tema, vengono esposti nelle
antiche vetrine. Fino al 29 luglio 2015
negli stessi ambienti sono presentate
due mostre: Il cane e la fedeltà e Spagna.
i ventagli
di Madame hoguet
derà la moda a corte e in seguito Luigi
XIV istituirà addirittura una corporazione professionale des eventaillistes
alla quale si apparteneva solo per diritto ereditario e dopo quattro anni di
praticantato. I ventagli erano di piccole
dimensioni e delicatissimi con il telaio
in legno o in materiali pregiati, madreperla, avorio, corno, intagliati o trafo-
rati, ma già nel 1760 Martin Petit inventa un sistema di moule à plisser che
faciliterà una produzione quasi in serie
e nella prima metà dell’800 la cromolitografia permetterà la moltiplicazione di uno stesso disegno. La
nascente industria potrà così sfruttare
il ventaglio, oggetto ormai diffuso a livello di massa, per la pubblicità dei
KINO&VIDEO
di Stefano Vannucchi
[email protected]
Il mondo di Jonas è un mondo senza
colori, senza emozioni (inibite con
“salutare” iniezione mattutina), senza
contatto. I suoi abitanti sono generati
in laboratorio poi affidati a famiglie
selezionate. Le età sono scandite da
ritmi e passaggi programmati. Agli
“adulti” vengono affidati da misteriosi
“anziani” (gli unici a poter invecchiare) compiti (partoriente, puericultrice, pilota ecc…) cui attenersi
per tutta la vita. I deboli e gli anziani
vengono “congedati”. Cioè ammazzati, ma certi termini non sono più in
uso e neanche se ne ricorda il significato. Con una bella cerimonia semplicemente si va in un “altrove”. Si uccide
in ambienti e modi asettici con iniezioni letali. Senza averne coscienza.
Anzi pensando di fare del bene al soggetto e alla società. Pure il linguaggio
è stato depurato. Non esiste “ti
amiamo” ma “ti stimiamo” o “siamo
fieri di te”. Non esistono “case” ma
“unità abitative”. Non esistono “famiglie”, ma affidatari senza legami con la
prole. Tutto è stato reso uniforme,
un mondo senza più emozioni
dopo una misteriosa Rovina, per non
cadere in tentazioni e passioni. In odi,
rabbie, distruzioni, guerre, ma anche
in sentimenti, tenerezza, amicizia,
amore. Per non cadere negli errori
che hanno portato alla distruzione si
sono scelti la razionalità, la chimica, le
regole. Privandosi della Vita. Tutto è
indifferenziato e sterilizzato. Perfino i
ricordi. Affidati a un’unica biblioteca
custodita da un Raccoglitore. L’unico
che abbia memoria del passato e di
ciò di cui il mondo di Jonas si è privato. E’ lui (Jeff Bridges) che diviene
The Giver, il Donatore, e passa a
Jonas le sue memorie e le sue speranze. Sono temi enormi impossibili
da ridurre in un film. Tanto meno in 1
ora e 40 che probabilmente è quanto i
produttori hanno concesso. Anche
per questo gli autori del film e quelli
del libro da cui è tratto vanno ringra-
ziati. Ogni tanto per fortuna qualcuno
continua a misurarsi con queste domande ancestrali. Nel mondo di Jonas
non ci si penserebbe neanche. Seppur
imperfetto “The Giver – Il mondo di
Jonas” è un bel messaggio agli appassionati, coscienti o meno, dell’uniformità che non mancano anche nel
nostro tempo. Pasolini, a livelli ovviamente molto più alti, già metteva in
guardia dalla cancellazione delle differenze. Guardando per esempio alle
periferie delle città moderne tutte così
tristemente uguali nel loro grigiore
esteriore e interiore. Grige come il
mondo di Jonas. Dove non si sa più nè
vedere nè dire “rosso” o “giallo”. Non
si sa più cos’è un bacio e neppure ci si
ricordano certi istinti. Cui però non
possono essere messi confini. E basta
un eco, uno sguardo, un tocco, un
suono per essere spinti, come fa Jonas,
ad attraversare i “confini della Memoria” e tornare a casa.
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ICON
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di letizia Magnolfi
M
monte Retaia, nascosero opere d’arte e
oggettistica di grandissimo pregio, per
esempio manufatti rituali come candelabri provenienti dalla sinagoga fiorentina. Un ramo dei Forti era anche
grande mecenate di De Chirico: proprio
le opere d’arte del pittore, padre della
corrente artistica della pittura metafisica, furono vendute per permettere ai
più giovani di fuggire in America. Il
CDSE ha recuperato quattro quadri che
saranno esposti alla mostra. Sarà composta da sette sezioni, ci sarà una video
installazione e sarà proiettato un filmato
a cura della V armata americana. La mostra resterà aperta tutti i sabati e le domeniche dalle 15 alle 19.
letizia.magnolfi@gmail.com
onuments Citizens: la protezione delle opere artistiche da parte dei civili
durante la seconda guerra
mondiale.
Ridare un senso al valore dell’arte che
non è solo locale, perchè le opere d’arte
parlano un linguaggio universale. È questo l’obiettivo che la fondazione CDSE
– Centro di Documentazione Storico ed
Etnografico -, in occasione del 70o anniversario della Liberazione dall’occupazione nazista, si è proposta a se stessa,
allestendo la mostra fotografica “Bombing Art 1940-1945”, presso la villa rinascimentale de Il Mulinaccio a Vaiano. La
mostra avrà inizio oggi e durerà sino al
30 novembre.
Promossa dal Comune di Vaiano, nasce
da un progetto di ricerca di un anno fa:
si chiama “Resistere per l’arte” e si propone di testimoniare come le opere
d’arte furono salvate anche grazie al contributo della comunità civile prima dell’arrivo degli Alleati nel 1944. Il recente
impegno di Hollywood con “Monuments Men”, basato sul romanzo di M.
Edsel, ha fatto luce su un tema, quello
dell’arte nel periodo della seconda
guerra mondiale, che negli ultimi tempi
è cresciuto d’importanza e di interesse.
Questa mostra intende mettere al corrente del ruolo chiave di comuni cittadini, in particolare sacerdoti, parroci e
custodi dei musei che rischiarono anche
la propria vita pur di mettere in salvo
opere d’arte dal valore inestimabile.
I pericoli che si trovarono di fronte queste persone furono prima i bombardamenti e in seguito, con la ritirata dei
tedeschi verso il Nord Italia, le razzie ad
opera di questi ultimi. Fu chiaro quindi
che era necessario spostare le opere
d’arte dal loro luogo di origine verso siti
più sicuri e vennero scelte le campagne
con le loro ville. Le opere d’arte inamovibili, invece, furono salvaguardate con
coperture di legno e sacchi di sabbia. Risultato: tra il novembre del 1942 e il
gennaio del 1943, partirono da Firenze
ben 174 convogli con 3107 casse contenenti dipinti e altre opere, nonché 4170
fra dipinti e sculture imballati singolarmente.
“Bombing art” rende testimonianza di
tutto questo. Sarà quindi possibile conoscere e vedere quali furono i luoghi “segreti” che ospitarono opere come la
Porta del Ghiberti, la Venere di Botticelli, la Primavera dello stesso pittore
fiorentino, e, tra le altre, le sculture
di Michelangelo.
Una finestra di approfondimento sarà
dedicata al ruolo che ebbe la famiglia
Forti, imprenditori di origine ebraica,
che in seguito alle leggi razziali del 1938
dovettero lasciare la comunità de La Briglia dove avevano costruito la più imponente fabbrica di tessuti della Val di
Bisenzio.
Oltre all’attività imprenditoriale i Forti
erano conosciuti nel facoltoso ambiente
della comunità ebraica fiorentina per essere dei grandi collezionisti d’arte.
Presso la Villa del Palco, villa acquistata
negli anni ‘20 che sorge sulle pendici del
12
l’arte
sotto
le
bombe
TRASH TOWN
gentryfication in florence
di alessandro Dini
[email protected]
Firenze, città che è un fragile territorio, pare come chiusa da un vecchio
cancello arrugginito che si chiama
municipalismo culturale e politico.
Un cancello che rimarrà chiuso se
mancherà una concezione metropolitana vasta connessa al “sistema regione” e se non sarà previsto il suo
armonico divenire nella forma-struttura funzionale “in progress” della
quale è parte. La Politica non ha
niente da temere dalle Scienze e
dalla Tecnica che da sempre sono
suoi valori aggiunti, perché le
Scienze e la Tecnica senza Politica
sono destinate a rimanere Teoria e
senza la loro applicazione la Politica,
per contro, non potrà che concepire
progetti dai duraturi effetti negativi.
La Politica, dunque, oggi è anche tramite concreto fra Scienza, Tecnica e
Società e viceversa. Una sinergia che
permetterebbe alla Politica di guardare lontano, oltre recinti intellettuali ristretti, per promuovere e
attuare lo sviluppo equilibrato e protetto del territorio. A puro titolo
d’esempio: nell’ambiente urbano di
Firenze è in corso un fenomeno
detto all’inglese “gentryfication” perché così classificato negli Stati Uniti
e in Inghilterra dov’è stato studiato e
dove più e meglio che altrove ne
sono stati guidati gli effetti. Generalizzando, il termine appartiene al
complesso delle Scienze Urbane e significa “salita sociale” da “popolare”
(common) a “borghese” (gentry).
Comporta un processo “a maglia
larga” di forte incremento della “rendita fondiaria di posizione” mediante
risanamento e cambio d’uso di parti
anche ampie di città definite “degradate” con investimenti relativamente
modesti. Degrado – molto spesso –
conseguenza di una precedente politica annonaria errata che in aree urbane di pregio aveva concesso, senza
Piano d’incremento alcuno, un’eccessiva concentrazione di licenze
commerciali per attività non compatibili. Da un tempo non troppo lontano, una città come Firenze –
caratterizzata da un “appeal” molto
intenso ‒ oggi è sempre più aggressivamente oggetto di speculazioni
fondiarie. Per effetto di una sorta di
“mobbyng” locativo di natura economica gli artigiani sono costretti a
lasciare le loro case-bottega d’Oltrarno per far posto ad altre attività
senza tradizione e senza pregio, inva-
sive e disturbanti tipo “drinkery”,
“B&B” o “mini-ipercoop”. Realtà in
atto che dimostra come un processo
di “gentryfication” sia in corso
quando la varietà edilizia e sociale
urbana (artigianato, botteghe, redditi ecc) caratteristica di un intero
quartiere popolare, cambia qualità
mediante apparentemente innocue ‒
ma diffuse nel tessuto urbano ‒ modifiche solamente funzionali, instaurando un mercato immobiliare
caratterizzato da innaturali picchi
dei valori fondiari inaccessibili ai
redditi locali, in genere bassi o molto
bassi. Il nostro sindaco è informato
di tutto, almeno da quando fungeva
da assessore al Commercio e Sviluppo Economico di Firenze, e come
lui le “Associazioni che proteggono
e promuovono l’Artigianato di qualità”. Fra tutti, certo, troveranno
modo di guidare il fenomeno senza
dover costatare in futuro che, grazie
alla loro superficialità culturale,
“l’Anima di Firenze” era volata via
piano piano per quattro soldi.
Posso uscire dal
buio di un incubo se aggiungo a due
endecasillabi di
un’ottava di un
grande poeta i rimanenti sei. Attorcigliato fra
cavalli alati e
grifi ricordo che
l’Ariosto cantava:
Non è finto il destrier,
ma naturale,
ch'una giumenta generò
d'un Grifo:
e io seguito così
da tempo non stavamo così male
d'avere il corpo di sudore intriso
ed il cuore trafitto da uno strale
ci salvò un disegno d'ippogrifo
l'angoscia venne via dal nostro petto
potendo così discendere dal letto
HORROR VACUI
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Disegni di Pam
testi di aldo frangioni
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PETROLIO TURISTICO
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di Paolo Marini
[email protected]
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e non fosse che avevi già visto
le torri quaranta, e trenta, e
quindici anni fa, potresti pensare che uno zelante architetto
le abbia tirate su di soppiatto, in una
notte imprecisata, per fare di questa
città nel bel mezzo della Toscana quella
sorta di Medioevo a cielo aperto che è
nell'immaginario collettivo.
Quando, raggiunta San Gimignano (e
dopo la giusta razione di coda), hai
superato il patèma del parcheggio (rigorosamente a pagamento - solo due
euro l'ora - senza altri spazi di sorta,
nemmeno un millimetro senza strisce!) hai finalmente la testa e le mani
libere per affrontare la bolgia dantesca che ti attende oltre la Porta San
Giovanni. Inizi lo slalom, tra grumi e
colonne di turisti. Se chiudi gli occhi
puoi lasciarti sommergere dal clamore di questo esercito dove ognuno
reclama il proprio bottino di guerra,
una fetta di ricordi e souvenirs; e
quando li riapri, salendo verso Piazza
della Cisterna, decidi di entrare nei
numerosi scintillanti negozi per curiosare tra oggetti di ogni genere. Peccato che né la vista, né l'olfatto, né
l'udito, ti rammentino minimamente
che sei dove sei. Per avere conferme
devi alzare ogni tanto lo sguardo e
sperare che pietra e mattoni non
siano di cartapesta. Annusi l'aria, che
veicola essenze inattese, e ti sfiora una
ventata di cuoio (che la città abbia
una tradizione pellettiera?). Si molti-
plicano bar, méscite, ammiccanti 'locali-alla-buona'. A San Gimignano è
esposto un po' di tutto: ceramiche,
stampe, quadri, salumi, vini, borse,
portafogli, oggetti di arredamento,
gadgets di ogni forma e colore; ma
questo 'tutto' è invariabilmente tourist made, una frazione di quel conglomerato indifferenziato di merci
che puoi trovare in ogni angolo d'Europa e forse, oramai, del mondo.
Cos'è che San Gimignano produce da
tempi insospettati? Un po' infastidito
cambi direzione e intravedi da lontano l'ingresso del Museo della tortura. Peccato che nemmeno la
tortura, a quanto ti risulta, sia tipica
del posto. A questo punto merita
l’outlet
medievale
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concedersi una parentesi, un momento di spiritualità e di arte e sali le
scale del Duomo per scoprire che di
lì, dalle porte della facciata, non entrerai. Pagherai un biglietto per entrare nella casa del Signore - come
purtroppo accade in molti centri turistici. Pensi che potrebbero essere
un po' a disagio, i cittadini: dove troveranno - in questo centro perfetto
ma alienato, che non ha mattoni fuori
posto o un angolo che non sia sfruttato - una piccola drogheria, un fruttivendolo che venda legumi lessi e
regali un po' di odori, un laboratorio
artigiano senza 'sciccherie', sudicio e
impolverato e rigorosamente senza
musica da buddha bar? Cosa proveranno i sangimignanesi, che vivono in
questo luogo di incerta identità, che
per lunghi mesi è preso d'assalto
come una spiaggia dell'Adriatico,
come un outlet village, e per altri si
svuota e si ripiega, in attesa della
nuova stagione? Mi perdonino, questi buoni cittadini, se con queste parole avessi urtato la loro sensibilità.
In tempi non sospetti ho fatto (mi si
conceda l'espressione un po' suggestiva) 'professione di fede' nel mercato. Non invocherò provvedimenti
vincolistici, non sarò certo io a contestare la legittimità di questa 'disneylandizzazione', non abbaierò alla
luna. Esprimo soltanto il mio gusto;
una sensibilità, un'opzione diversa.
Rivendico il diritto di 'dissociarmi'.
Questa non è San Gimignano. E' la
sua sangimignanizzazione!
MENÙ
l’amatriciana: piatto per papi e re
di Michele rescio
[email protected]
L’amatriciana è un condimento per
la pastasciutta, tipico delle osterie e
trattorie romane. Gli ingredienti
sono: guanciale, pecorino e pommidoro. Prende il nome da Amatrice,
una cittadina in provincia di Rieti.
Nel rione Ponte, (zona di piazza Navona area ponte Sant’Angelo), esisteva un vicolo chiamato de’
Matriciani (dopo il 1870 vicolo
degli Amatriciani) e una piazza
(oggi Piazza Lancellotti) dove
i Grici (Sabini) tenevano mercato,
vendendo pane, salumi e formaggi
dei monti Sibillini; sostavano poi
nei pressi di una locanda
chiamata L’Amatriciano. Questo
sugo è figlio quindi
della gricia (o griscia), piatto di spaghetti o maccheroni conditi con
olio, pepe e guanciale, nato in un
paese reatino di nome Grisciano.
Cosa certa è che l’aggiunta della
salsa di pomodoro risale alla fine del
diciassettesimo secolo. La prima testimonianza scritta dell’uso del sugo
all’amatriciana per condire la pasta si
trova nel manuale di cucina del
cuoco romano Francesco Leonardi,
che la servì alla corte del Papa. Fu
un colpo di alta classe: alla maniera
dei matriciani, Leonardi impose un
piatto popolare a un banchetto al
Quirinale in onore di Francesco I
Imperatore d’Austria, organizzato da
Papa Pio VII nell’aprile del 1816.
Romano di nascita, Leonardi aveva
lavorato nelle corti in Francia con
Richelieu, oltre che in Polonia, Turchia, Germania e Inghilterra, fino ad
arrivare, con il ruolo di cuoco, alla
corte di Caterina II di Russia. Nel
1790 scrive un’enciclopedia di cucina in 7 volumi, L’Apicio Moderno
ossia l’arte di apprestare ogni sorta
di vivande. Leonardi, che voleva essere illuminista e moderno (nel
senso di dare un aspetto scientifico
al suo lavoro) rivaleggia
con Carême (con cui si scontra nei
pranzi durante il Trattato di Vienna)
e Alexandre Dumas, stilando un
elenco di 3000 ricette con storie e
suggerimenti. Fu il primo cuoco a
usare stabilmente i pomodori e
vanta come propria l’invenzione
della classica combinazione napoletana della pasta al pomodoro.
Il suo sugo, ottenuto con pomodori
privi di semi e fatti sobbollire aggiungendo cipolle, sedano, aglio, basilico, è tutt’oggi immutato. Di certo
rese merito all’amatriciana, trasformando un piatto popolano come la
gricia in un piatto alla moda. La sua
versione prevede i maccaroni, il
guanciale di Amatrice, pommidori,
cipolla e pecorino. Da allora e sino
all’inizio del ’900, la popolarità di
questo piatto era indiscussa a Roma,
tanto che parecchi osti presero l’appellativo di matriciani per indicarne
la professione. È un piatto talmente
famoso che nel 2002 persino lo
chef Ferran Adrià lo ha incluso nel
menu del suo ristorante.
Ingredienti per 4 persone:
250 g di guanciale di maiale.
12 pomodori di San Marzano.
1 cipolla media.
100 g di pecorino romano
500 g di bucatini.
1 peperoncino piccante.
Preparazione:
Tagliate a dadini il guanciale e fatelo
rosolare in padella con poco olio
extra vergine. Una volta cotto, toglietelo dalla padella e mettetelo da
parte. Affettate la cipolla e fatela imbiondire nello stesso olio rimasto in
padella. Aggiungete il peperoncino.
Lavate i pomodori, tagliateli in quattro parti e fateli cuocere con la cipolla a fuoco vivace. Salate q.b.
Dopo 10 minuti di cottura, aggiungete i dadini di guanciale, fate insaporire per altri 10 minuti. Lessate i
bucatini in abbondante acqua poco
salata. Scolate al dente. Versate la
pasta nella padella col sugo, aggiungete il pecorino e amalgamate per
bene. Adesso, non vi resta che portarla a tavola.
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di andrea Mello
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è
forse così che possiamo immaginare il livello zero della creazione:
una linea rossa di divisione attraversa la densa oscurità del vuoto,
e su questa linea appare un qualcosa di
indistinto, l’oggetto-causa del desiderio;
probabilmente, per alcuni, il corpo nudo
di una donna…La linea rossa che attraversa l’oscurità è il soggetto, e il corpo
è il suo oggetto (Slavoj Zizek, Meno di
niente)
Mi ha fatto ricordare, questa frase, il
momento in cui Fusi mi parlò di una
traccia rossa, una linea che seguiva
certe parti delle sue figure, mantenendo inalterato l’equilibrio delle
forme. Temporalmente nato per ultimo rispetto al quadro già presente,
questo sottile colore rosso marcava e
s’inscriveva lasciando una doppia
firma sulle figure che da sempre narrano le poetiche del Fusi. Non posso
dire che sia stata fondamentale: ma,
dallo sgorgare del rosso, anche un'altra profondità è nata. Con quest’ultima produzione, il pittore fa ancora
un passo avanti andando a rileggere
un immaginario che gli è proprio. Un
immaginario di un mondo che si faceva conoscere attraverso un certo cinema americano, che rendeva miti sia
gli attori, sia i ruoli che essi andavano
a interpretare. È come se quell’istante
fosse il dialogo diretto che il pittore
Fusi aveva con se stesso attraverso i
segni che gli sono propri, quelli della
pittura: la traccia aveva, ed ha, la doppia caratteristica di mostrare e svelare
un fondo interiore acquisito negli
anni di gioventù, semplicemente
guardando un mondo, esso stesso immaginario.
Scrive, Cristina Acidini, per questa
esposizione che “…per non restare
prigioniero entro una bravura che potrebbe diventate maniera, Fusi apre
alla propria arte vie di fuga, sommesse irregolarità entro una forma
che tenta le vie della perfezione”. Fusi,
parla della perfezione della forma
guardata e allo stesso tempo della bellezza che nasce in noi che la guardiamo. Mai come prima, mi permetto
a dire, il pittore, con quest’ultima produzione, parla di sé: sono “suoi”, attraverso la tela, gli indiani, gli attori della
MGM, Rodolfo Valentino, Marilyn
Monroe, Marlon Brando. E, allo
stesso tempo appartengono alla collettività umana che per la prima volta
sognava, scoprendo territori altri, bellezze esotiche, storie in movimento
forti di passioni e scontri.
Dunque, a differenza delle produzioni iniziali della pittura del nostro,
che mostravano la forza delle figure
mitologiche, la bellezza apollinea di
donne, incedendo in qualche caso
anche verso rappresentazioni surrealiste, adesso, sotto la sigla tutelare
della MGM, Ars Gratia Artis, rinascono mitologie che hanno sedotto,
giocando ruoli, temi, e che ci vengono restituite attraverso una particolare e più che personale patina
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la mgm di Danilo fusi
dell’immaginario. Le figure hanno
contorni netti ma mantengono una
percezione al limite dello sfocato,
come se fossero viste dietro a un velo
trasparente. Fusi ci mostra l’attraver-
samento che l’occhio compie verso il
proprio interiore. L’immagine, nella
pittura, è resa reale, firmata di rosso,
ancora una volta è davanti, esattamente così come deve rimanere, nella
sua distanza.
Fino 28 Ottobre 2015
Firenze, Palazzo Medici Riccardi
Apertura 9.00 – 18.00 (chiusura mercoledì)
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a cura di alldo frangioni
[email protected]
Andrea Chiarantini, artista fiorentino, ha
inventato e realizzato una stilizzata foglia
di vite in ferro e corten,di 3,50mt, su richiesta del Comune di Broni, Pavia. La
foglia di vite è posta sulla sommità di
una grande rotonda stradale. La scelta
della foglia di vite non è casuale visto che
la zona di Broni è terra di vini pregiatissimi, i famosi vini dell’oltrepo Pavese.
L’artista Ha creato un’ opera di grande
eleganza , stilizzando una forma slanciata
ed essenziale. Andrea Chiarantini è artista conosciuto per aver realizzato importanti opere pubbliche, come il giardino
Agorà e il bassorilievo Darsi una mano a
Caldine di Fiesole e altri 12 monumenti
in collaborazione con Kiki Franceschi in
diverse località della Toscana, a San Gimignano, a Buti, Bientina e San Lorenzo
a Greve,Firenze.
la foglia
di vite
di ferro
di andrea
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di Simone Siliani
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PECUNIA&CULTURA
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[email protected]
uanto vale una libreria? Ben
poco si direbbe, almeno a Firenze, visto il numero di quelle
che in venti anni hanno chiuso
i battenti; circa la metà delle 350 allora
esistenti. Certo, se il loro valore si misura in termini di successo economico,
di ricavi e di saldo finanziario, allora il
valore non può che dirsi negativo. Ma
che succede se proviamo a vedere le
cose da un altro angolo visuale? Per
esempio quello del valore sociale di una
libreria, cioè non solo di un negozio che
vende della merce del tutto particolare
come i libri; ma anche come un punto
di aggregazione sociale, un centro di servizi al cittadino (soprattutto nei territori
più marginali), una luce in una tenebra
scintillante del consumismo. Forse, da
questo angolo di visuale più laterale, ma
non per questo meno reale, il saldo delle
librerie potrà risultare positivo. E' questa
la prospettiva privilegiata dai promotori
delle tre petizioni rivolta a Regione Toscana, Comune di Firenze e Quartiere
1 dal titolo “Libreria bene comune”,
promossa da “Libreria dei Lettori” e associazione “Pagine & Costole”. Una
campagna di sensibilizzazione, fatta
però di proposte molto concrete, a
fronte del rischio di estinzione che, se la
chiusura di librerie in Toscana procedesse al ritmo tenuto negli ultimi 20
anni (cioè il 4% l'anno), avverrà intorno
al 2024. Ci si deve rassegnare a questo
esito - dovuto alla crisi economica, alle
Quanto
vale
una
libreria
evoluzioni tecnologiche con i nuovi
ebook (tema affrontato ampiamente
nell'intervista a Bruno Mari nel numero
90 di Cultura Commestibile), ai mutamenti negli stili di vita – o invece si può
?
BIZZARRIA DEGLI OGGETTI
tappatrici
[email protected]
Due oggetti splendidi, tappatrici per
bottiglie o fiaschi di vino, fine ‘800 primi
‘900, una italiana, quella con la base in
legno e una francese, dalla linea più elegante, funzionali e funzionanti e davvero
belle da vedere. Entrare nella storia del
vino e della sua cultura no di certo, fin
dalla più remota antichità si è cercato di
conservarlo rinchiuso in qualche contenitore e tappato meglio possibile, il sughero è il materiale di gran lunga
storicamente più usato e più efficace nel
permettere la conservazione di liquidi e
altre materie organiche. La quercia da
sughero è un albero che risale all’epoca
terziaria, esiste cioè da qualcosa tipo
600 milioni di anni, qui da noi è parte
integrante del paesaggio sardo. Il sughero, dal greco "suphar" rugoso, è materiale dalle molte proprietà e dai vari
usi, ricordo, oltre la costruzione di tappi,
la sua funzione isolante nei tempi passati
utilizzata in architettura e, d’obbligo, nomino la camera dove Marcel Proust ha
scritto la sua Recherche che era completamente foderata di sughero per impedire l’accesso a rumori esterni e polveri
allergizzanti, evidente che non sapeva
che in realtà ne è un gran ricettacolo.
Esiste ovviamente oltre che un museo
del sughero, a Calangianus in Sardegna,
ricco di documenti e antichi macchinari
per la sua lavorazione, anche un museo
della tappatrice, si trova a Castelnovo di
Sotto (RE), ne raccoglie più di trecento,
di ogni tempo e provenienza ed è unico
in Italia. Sembra quasi ovvio che l’artefice di questo bislacco e un po’ "romantico" museo sia un collezionista, Silvano
Perseguiti, artigiano in pensione che da
anni raccoglie questi macchinari, animato da grande passione e dal desiderio
reagire? I promotori e sottoscrittori di
questi appelli sono caparbiamente affezionati all'idea che le librerie, soprattutto quelle non legate a catene (cd.
“indipendenti”), possono ancora avere
una utilità sociale e insieme una sostenibilità economica. Cose assai concrete
vengono proposte alle istituzioni, non
protezione come si deve alle specie protette, come il riconoscimento del valore
sociale delle librerie indipendenti per i
nostri quartieri e le nostre città e l'individuazione di nuove funzioni che questi
luoghi del libro possono svolgere per le
loro comunità. In fondo, se gli uffici postali sono diventati degli store in cui si
possono comprare varie tipologie di
merci, dagli abbonamenti telefonici ai
giocattoli fino ai libri, perché le librerie
soprattutto nei piccoli paesi di aree periferiche non potrebbero essere erogatori di servizi di prossimità, o per
l'informazione turistica, o per l'alfabetizzazione digitale?
Dunque, una campagna di sensibilizzazione che ha contenuti fortemente politici, che interroga le istituzioni che
possono concretamente fare qualcosa
(magari di non risolutivo, ma che possono ottenere qualche reale risultato) e
un atteggiamento proattivo nei loro
confronti. Per questo noi di Cultura
Commestibile volentieri aderiamo e sosteniamo questa iniziativa
Si possono sottoscrivere le petizioni
presso la “Libreria dei Lettori” (Via
della Pergola, 12 – Firenze) o su www.libreriadeilettori.com
IL LIBRO
Dalla collezione di rossano
a cura di Cristina Pucci
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di non disperdere un aspetto caratteristico della tradizione di quel territorio.
Le più antiche risalgono alla fine del
‘600. Ve ne sono di francesi, belghe, tedesche ma - sottolinea Perseguiti quelle di migliore fattura sono le "nostrane", molte delle quali utilizzate proprio nelle campagne di Castelnovo.
Poichè Perseguiti ha un passato da meccanico le ha dotate tutte di un motorino
(per lo più ricavato da quello dei tergicristalli delle auto) che, premendo un
tasto, ne mostra il funzionamento.
Nel Comune di Valdobbiadene per
primi si sono organizzati per favorire il
riuso previa raccolta dei sugheri usati!
Veri geni dell’ecologia e del risparmio
delle risorse della Terra.
In vino veritas o no? Il vino elimina
nelle persone "il tappo", il controllo di
pensieri ed emozioni che dovrebbero
restare "dentro", cose che la ragione consiglierebbe di non dire, disinibisce, se
quel che c’è "dentro" è buono aiuta a fare
dello spirito, se invece è cattivo provoca
disturbo, se la dose bevuta è eccessiva,
sempre, rimbecillisce e atterra, un po’
come il cavatappi, nemico ed antagonista delle due nostre odierne macchinette, se il vino è buono, profumo e
piacere se no solo alterazione della coscienza!
una
storia
gotica
a firenze
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IN RICORDO
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di Michele Morrocchi
è
twitter @michemorr
emozionato Giancarlo Mordini
quando prende la parola. Conosco Giancarlo da una vita, non so
quante conferenze stampa avrà
fatto considerando che questa è la ventottesima stagione di Pupi e Fresedde
al Teatro di Rifredi; ma l’emozione è ancora lì, ancora forte. E’ l’emozione di
aver messo su l’ennesima stagione di
qualità, nonostante la crisi, il taglio dei
finanziamenti, le difficoltà di tutti quelli
che fanno teatro e cultura in generale.
Emozione e orgoglio. Rivendicato, precisato, elegante nei toni e nei modi
com’è l’uomo, ma l’orgoglio di aver aumentato il pubblico, di avere la sala
piena, di avere negli spettatori i primi finanziatori del teatro c’è tutto e ti viene
spiegato. Con numeri, cifre, che sai essere vere e che se solo io o qualche collega osassimo chiedere, sappiamo che
tirerebbe fuori i borderò, forse persino
le matrici dei biglietti. Non è pignoleria,
è amore del proprio mestiere. Un
amore che fa sì che la stagione che si
apre il 10 ottobre prossimo preveda 160
repliche tra mattinée e serali, di cui 98
di produzioni Pupi e Fresedde. Ed è
proprio con una vecchia produzione
che si apre la stagione: “Carmelo e Paolina” che tornano a Rifredi dopo tantissimo tempo, con la coppia di attori del
debutto, Edy Angelillo e Gennaro Cannavacciuolo. La durata è l’essenza della
stagione, lunghe teniture, cast che ritornano a marcare esperienza, riprese pluriennali (l’ultimo harem è alla
undicesima stagione), ma durata anche
della ricerca di novità di testi sempre
nuovi. Ecco dunque “la bastarda di
Istanbul”; nuova produzione di Angelo
Savelli dal romanzo di Elif Shafak che
ha concesso a Rifredi i diritti teatrali di
un suo libro, cosa che sinora non aveva
l’originalità
è un piacere
che dura a lungo
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mai fatto. Un testo incredibile, una storia di donne tra la Turchia e l’occidente,
che non vediamo l’ora di vedere sulla
scena, prendere la voce, tra le altre, di
Serra Yilmaz e Valentina Chico. Durata
vuol dire anche ritorni, come Alessandro Benvenuti con Benvenuti in Casa
Gori o Andrea Bruno Savelli con la
Carta più alta che, lo scorso anno, ha
fatto tutte le sere il tutto esaurito; significa anche il ritorno di Lucia Poli col
fantasma di Canterville riscritto per lei
da Ugo Chiti. E poi proseguire con i
giovani. Giovani autori e giovani attori,
alle prese con Aristofane e le utopie, in
un progetto di ricerca e documentazione durato un anno, coinvolgendo
scuole e ragazzi. Ricerca, come quella
fatta per scovare una compagnia israeliana, Orto-da, in scena per la giornata
della memoria, che in “Stones” darà
vita al monumento di Rapoport per le
vittime del ghetto di Varsavia o il meglio del visual teather europeo da Nola
Rae agli spagnoli Yllana. Insomma una
stagione lunga di partenze e ritorni, di
risate, musiche e storie. Mai banale, mai
uguale neanche negli spettacoli che si
ripetono, mai abbandonata da un pubblico fedele e curioso. Una stagione
emozionata ed emozionante come il
suo direttore artistico.
Programma completo su www.teatrodirifredi.it/it/stagione/
GRANDI STORIE IN PICCOLI SPAZI
di fabrizio Pettinelli
[email protected]
Nella Firenze medioevale l’amministrazione della giustizia procedeva
con ritmi serrati anche perché, generalmente, l’organo di polizia era al
tempo stesso anche Pubblico Ministero e giudice (a volte anche esecutore materiale delle sentenze).
Emblematici, in tal senso, gli “Otto di
Guardia e Balia” che, da un’iniziale
funzione di polizia urbana, arrivarono già alla fine del ‘300, e per
molti secoli a venire, ad avere giurisdizione totale su tutte le attività criminali della città
Ora questi Signori Otto prendevano
il loro compito molto sul serio e alla
loro occhiuta supervisione della moralità cittadina non sfuggiva alcun angolo di Firenze e del contado, come
testimoniano i loro editti, scolpiti su
pietra e tuttora esistenti anche in luoghi inaspettati, quali la facciata della
chiesa di San Marco Vecchio, in Via
Faentina, dove una lapide proclama
solennemente che è vietato “qualsiasi
logge del Mercato Nuovo
Dei delitti
e delle pene
giuoco vicino a questa chiesa braccia 200”.
Questa di proibire i giochi era una
specie di fissazione dei Signori Otto
(Giorgio Batini, scrittore di cose fiorentine, parlava di “pallino del pallone”): vietato giocare a palla in
Piazza Tasso, in Piazza San Francesco
di Paola, in Piazza della Calza, in Via
della Chiesa, in Via dei Giacomini,
in Via del Fiordaliso e, addirittura, in
Piazza dei Giuochi (si suppone che li
Signori Otto siano riusciti a promulgare quest’ultimo editto senza ridere).
Non parliamo delle prostitute che
dovevano operare ad almeno cento
braccia di distanza da chiese, oratori,
conventi, tabernacoli e via dicendo:
considerata la densità dei luoghi di
culto fiorentini doveva essere un problema non dappoco trovare un posto
ad hoc dove esercitare la loro professione. Fra l’altro, per alcuni luoghi
particolari, come la chiesa di Ognissanti, la distanza saliva a 300 braccia.
Guai a chi sporcava, a chi faceva baccano, a chi disturbava il quieto vivere
dei bravi cittadini; i trasgressori non
se la passavano tanto liscia: “sotto
pena di cattura e d’arbitrio”, “sotto
pena di due scudi o due tratti di
fune”, “sotto pene rigorose”, “con
pena di buttargli la roba nelle strade”
etc. etc.
Era soprattutto “l’arbitrio” che faceva
paura; i carnefici,
a loro discrezione, potevano
sottoporre i malcapitati ai più sadici supplizi, dagli
“zufoli” ai “tassilli” alla “ligatura
canubis” (non
entro nei dettagli,
alquanto raccapriccianti).
Ma la pena più singolare era quella riservata ai colpevoli di reati fiscali
(bancarotta, insolvenza, fallimento
etc.; allora non si parlava certo di depenalizzazione del falso in bilancio):
al centro delle Logge del Porcellino si
trova un lastrone di marmo bianco e
scuro, simile a una ruota e dalle incerte origini. I trasgressori venivano
portati lì e, prima di essere cacciati
per sempre dalla città, venivano denudati, afferrati per le braccia e per le
gambe e lasciati più volte cadere di
peso sul lastrone; con eccellente capacità di sintesi, i fiorentini definirono questa punizione “l’acculattata”
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L’ULTIMA IMMAGINE
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la terza età, San Jose, California, 1972
[email protected]
Dall’archivio di Maurizio Berlincioni
Una cosa che mi ha sempre affascinato nei
miei primi soggiorni californiani è stata la visone di come la maggior parte degli anziani
(non tutti naturalmente) usava il proprio
tempo libero. Saune, piscine, campi da golf ed
altre attività fisiche che dalle nostre parti
erano, anche all'epoca, appannaggio quasi
esclusivo di una fascia sociale decisamente più
elevata rispetto alla media delle persone che
ho incontrato in questi luoghi. Spesso, come
in questo caso, piscine e piccoli campi da tennis erano parte integrante di progetti di edili-
zia abitativa dedicati agli anziani con una pensione relativamente confortevole. Molti progetti disponevano anche, nelle vicinanze, di
studi medici e strutture adeguate alle possibili
necessità di questo tipo particolare di clientela.
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