TRENTO
IN 10 INCONTRI
E 100 LIBRI
La storia politica e sociale
in età medievale e moderna
prof. Marco Bellabarba
mercoledì 19 aprile, ore 17.30
sala degli affreschi
TRENTO IN 10 INCONTRI E 100 LIBRI
Marzo-dicembre 2006
Oltre sessant’anni fa Erich Auerbach, nelle ultime pagine di Mimesis: il realismo nella letteratura occidentale
(scritto tra il 1942 e il 1945) confessava che probabilmente non avrebbe compiuto l’opera se avesse avuto la
possibilità di consultare la sterminata bibliografia sul tema: “E’ possibilissimo che il libro debba la sua esistenza proprio alla mancanza di una grande biblioteca specializzata”. Il fatto cioè di trovarsi “esiliato” a Istanbul
negli anni della guerra e di non aver avuto quindi a disposizione le raccolte delle grandi biblioteche occidentali,
se aveva limitato la possibilità di riscontri e di approfondimenti, paradossalmente aveva costituito anche un
vantaggio sul piano della “produttività”, della sostanza e della sintesi. Va per altro evidenziato che Auerbach,
nel fare questa constatazione, ometteva di ricordare che lui poteva avvalersi di una propria personale bibliografia, quella che in decenni di studi aveva studiato, vagliato e selezionato e che era alla base del proprio patrimonio di conoscenze e della sua formidabile capacità critica.
E’ fin troppo scontato richiamare che oggi i mezzi informatici e telematici hanno abbattuto buona parte dei limiti derivanti dalla variabile spazio e che le risorse informative e documentarie e la loro disponibilità si sono
moltiplicate in modo esponenziale. E’ però opportuno ricordare, collegandosi ancora alle parole di Auerbach,
che ciò comporta un duplice ordine di difficoltà e di problemi. Da una parte la quantità delle informazioni può
implicare la paralisi della ricerca: come nella carta geografica con scala 1:1 ipotizzata da Borges, realtà e rappresentazione tendono a sovrapporsi e a perdere quindi significato e potenzialità. Dall’altra, molto concretamente, è indispensabile saper valutare attendibilità e grado di pertinenza rispetto alla ricerca di ciascuno dei
moltissimi documenti richiamati da una strategia di ricerca pure mirata. Anche dato il riferimento recente e vicino alla Biblioteca comunale di Trento, sia concesso richiamare a riguardo la preoccupazione e l’invito espressi a Trento lo scorso 17 febbraio da Umberto Eco: solo precise e sofisticate capacità di analisi e di valutazione
delle fonti consentono di orientarsi in modo proficuo nel “pluriverso” informativo e documentario attuale; in
questi compiti e capacità risiede parte significativa del servizio bibliotecario.
L’ iniziativa Trento in 10 incontri e 100 libri, pur ristretta alla città e al territorio comunale, si colloca
nell’ambito di queste riflessioni e dell’opportunità della bibliografia selettiva e ragionata.
Per evidenziarlo basti citare alcuni dati.
Negli archivi del Catalogo bibliografico trentino (CBT) la ricerca con la voce “Trento” si tronca con la segnalazione che esistono più di 5.000 documenti collegati; alla voce “Trento Comune” ne sono associati circa 1.800;
se operiamo una ricerca con il soggetto “Trento – Storia” otteniamo 1.084 occorrenze; anche un’analisi più mirata e limitata a specifiche angolature disciplinari comporta simili risultati.
Si tratta di numeri che, chiaramente, spaventano e disorientano; tanto più che, nonostante questa abbondanza di
studi, sappiamo mancare una “Storia di Trento”, un’opera cioè che delinei in modo compiuto, specifico e aggiornato storiograficamente il percorso nei secoli della città e del suo territorio; un’opera alla quale ci si possa
affidare anche rispetto ai suggerimenti bibliografici (non è così, evidentemente, ora per la Storia del Trentino).
Abbondanza di contributi e carenza di reale orientamento, quindi.
Dalla constatazione di questa situazione e della parziale contraddizione tra dovizia di segnalazioni e difficoltà
di un loro proficuo utilizzo muove dunque questa proposta della Biblioteca comunale di Trento. I dieci incontri
con alcuni dei massimi esperti dei diversi settori e approcci disciplinari con i quali può essere avvicinata la città
di Trento e il suo territorio si propongono così un duplice scopo:
♦ Offrire occasione diretta di avvicinamento e di conoscenza rispetto alla storia e l’attualità della città e del suo
territorio, attraverso una panoramica sintetica e attuale sullo “stato dell’arte”, sulle lacune e le auspicabili piste
di ricerca;
♦ Proporre una bibliografia selettiva e ragionata dei principali studi disponibili e delle pubblicazioni più significative relative alla città, tale che possa orientare chi desidera conoscere meglio qualche dimensione di Trento,
sia come cittadino o ospite, sia come studente, educatore, ricercatore.
La Biblioteca comunale vuole in questo modo affiancare al controllo bibliografico e alla disponibilità di tendenzialmente tutte le pubblicazioni che riguardano il territorio trentino (si vedano, per la bibliografia corrente,
il repertorio annuale Pubblicazioni trentine e, per quella retrospettiva, il sito www.esterbib.it), anche un servizio di orientamento bibliografico tramite gli esperti più qualificati: Trento nei “cento libri” più significativi e
aggiornati.
Fabrizio Leonardelli, dirigente del Servizio biblioteca e archivio storico
LA STORIA POLITICA E SOCIALE IN ETÀ MEDIEVALE E MODERNA
di Marco Bellabarba
Lo scopo della relazione è quello di presentare la storia della città di Trento in età moderna
(XV- XVIII secolo) nei suoi rapporti con il territorio e con le forme di potere che ne hanno determinato le vicende.
In prima battuta conviene ricordare tutto quel complesso di riflessioni, ma direi di veri e propri pregiudizi storiografici, che hanno circondato il mondo alpino da quando, nel tardo Settecento,
si è cominiciato a prestargli una certa attenzione negli studi.
Questi pregiudizi si pongono all’origine delle più classiche e fortunate immagini delle Alpi, presentate come un mondo arcaico, privo di tensioni, chiuso alle innovazioni, e immune da qualsiasi
contaminazione culturale, che hanno mantenuto sino a pochi anni or sono tutta la loro forza retorica. Tale pregiudizio ne ha generato un secondo, anch’esso ben radicato nel comune sentire: la contrapposizione tra cultura montanara e cultura cittadina, tra tradizione e modernità. Partendo da un
estraneità supposta come inconciliabile, si sono ritenute quindi poco interessanti, quasi marginali,
in primo luogo le città inserite in un contesto montano.
Il fatto è che in genere la storiografia sulle città ha da sempre privilegiato i centri di pianura,
assi portanti di una concentrazione di fenomeni economici e istituzionali, ambienti ad orizzonte
largo e con legami unidirezionali col contado a sua volta fortemente “urbanizzato”, nel senso di un
processo di dipendenza alle strategie cittadine.
Eppure le città indubitatamente esistono anche nello spazio alpino. Le osservano i contemporanei che attraversano il nostro spazio percependone l’esistenza, le descrivono i viaggiatori lodandone le caratteristiche. Certo, come scrive Giovanni Botero nel 1588 (nel libro Delle cause della
grandezza e magnificenza delle città) può darsi che in montagna non si sia «visto mai città molto
famosa», ma il territorio non è privo di questi centri di civiltà e di propulsione che in ogni contesto
rappresentano gli agglomerati urbani.
Ma che città è quella in montagna? Molto probabilmente non dobbiamo attenderci, come
dimostra il caso di Trento, d’incontrare le grandi metropoli urbane di pianura che dominano incontrastate le aree circostanti, scandiscono con i loro ritmi la vita economica e politica dei loro contadi, attirano in entro il circondario murato sempre più le popolazioni rurali.
In primo luogo, perché le città alpine sono contenute entro limiti di consistenza demografica
molto contenuti. Questo è un primo, importante, dato indicativo, come si ricava dall’ampia ricognizione compiuta nella Storia delle Alpi dello storico svizzero Jon Mathieu1, che è tuttavia compensato dalla distribuzione capillare dei centri urbani. Demograficamente, allora, le città dell’arco
alpino alle soglie dell’età moderna sono comunque città piccole ma, allo stesso tempo, numerose.
In secondo luogo, perchè le città di montagna sviluppano con le aree dei dintorni un rapporto
meno invasivo delle loro omologhe di pianura. È un rapporto che si dispiega in un dualismo ricco
di reciproche interferenze e di soluzioni originali. Così, molto spesso, i rapporti economici diventano di sostanziale complementarietà e di reciproco scambio in un quadro che tende ad un equilibrio dei ruoli e delle competenze. Inoltre, essi danno vita a un intreccio di interessi molteplici che
conduce la città ad interagire con lo spazio montano o direttamente inserendolo in una propria strategia espansiva, o indirettamente collegandosi con i centri urbani all’interno della montagna.
Giorgio Chittolini2, interrogandosi su questi temi, ha ripreso di recente una definizione di
Jean François Bergier che si avvale di due concetti fisici e chimici per definire le città alpine.
L’area alpina, secondo Chittolini, assomiglierebbe a un mondo di piccoli e numerosi spazi atomizzati, in cui le città avrebbero svolto il ruolo di quelle particelle che nei composti chimici aggregano
1
Si veda il libro di J. MATHIEU, Storia delle Alpi 1500-1900, Bellinzona 2000, che si basa sulle analisi quantitative
dello storico economico Paul Bairoch
2
G. CHITTOLINI, Stadt in den Bergen, Stadt in der Ebene. Die Beziehungen zum Territorium zwischen spätem Mittelalter und früher Neuzeit, in «Histoire des Alpes - Storia delle Alpi - Geschichte der Alpen», 5 (2000), pp. 101-108.
l’emulsione di tutte le particelle vicine.
È una definizione interessante perché ci permette di “aggirare”, “scartare”, il peso del modello urbano tradizionale, che incombe sempre su di noi come un ineludibile termine di riferimento.
Vale dunque la pena di riprendere questa definizione della città come parte di un’emulsione legata
all’ambiente rurale circostante e cercare di applicarla al caso di Trento.
A dispetto di quanto pensavano gli storici sette-ottocenteschi (Gian Giacomo Cresseri, Benedetto Giovanelli, Tommaso Gar), che tendevano a rendere la storia cittadina quasi autosufficiente,
essa fu invece sempre la risultante di un gioco complesso tra forze interne ed esterne che ne plasmarono la fisionomia. Nel Principato vescovile certo la città svolge sin dall’inizio le funzioni proprie di ogni altro centro urbano, funzioni essenziali che servono a noi per poterla qualificare come
città: è il luogo centrale della vita politica negli aspetti amministrativi ed economici, della vita militare e difensiva, della vita religiosa. Ma tutto ciò si realizza in una forma di costante patteggiamento e di sofferta vicinanza con altri soggetti istituzionali: l’autorità principesco-vescovile, i signori delle giurisdizioni rurali, le grandi federazioni di valle. L’assedio, quasi, che le varie signorie
e feudi del principato sembrano portare attorno a Trento, spingendosi fino a pochi chilometri dalla
sua cinta di mura, è l’effetto maggiormente visibile di una distribuzione dei poteri che ha favorito
più la campagna che non gli abitanti del capoluogo trentino. Nei contadi veronesi o vicentini o milanesi, già dal XIII secolo non esistono feudi intorno alle città; chi li aveva o è stato sconfitto militarmente e ha ceduto le sue prerogative di governo ai consoli, o più semplicemente è stato convinto a inurbarsi, ad abbandonare i suoi castelli e a trasferirsi in città per essere meglio sorvegliato
dagli ufficiali del comune. Invece Trento non ha un contado se si eccettua l’ ambito della cosiddetta Pretura, uno spazio che già troviamo fissato in queste dimensioni nel corso del Trecento e che
tale rimane finché sopraggiungerà la fine temporale dei vescovi tridentini.
Trento non si è neppure spinta alla conquista patrimoniale del proprio circondario; forse è
stata dissuasa dalla poca redditività di un investimento in terre montagnose, poco coltivabili e di
rese molto scarse; in buona parte tuttavia la stessa potenzialità economica della città, il fatto ad
esempio che Trento non abbia mai avuto in antico regime strutture artigianali di nota, non le ha
mai reso possibile un esubero di capitali da trasferire nell’acquisto di terre. La forte presenza di
un’aristocrazia feudale ben salda nelle zone rurali del territorio, tanto forte che neppure il vescovo
è stato in grado di addomesticarla, continua a essere il dato politico di fondo della regione.
Questi “caratterri originali” accompagnarono di fatto la storia urbana trentina fino alla transizione
industriale ottocentesca. Non, ovviamente, senza scarti di rotta e rotture temporanee di equilibri.
Di tanto in tanto, come vedremo, il filo costante dei propositi di autonomia tentati dall’élite
urbana per appropriarsi della piena sovranità, registrerà qualche successo; nei primi due secoli
dell’età moderna, ad esempio, il capoluogo vescovile riuscì a imporre la propria maggiore vitalità
anche sul territorio rurale, attirando in città la residenza di nobili feudatari e di una colonia relativamente folta di imprenditori “forestieri”. È questa la città-corte magnificata dall’umanista Giano
Pirro Pincio, sede di vescovi famosi (Bernardo Cles, i quattro Madruzzo) e poi ospite del Concilio.
In questo arco di tempo, nonostante qualche screzio talora violento, il corpo patrizio riuscì
ad armonizzare la propria presenza con la sovranità vescovile. Nei secoli successivi, del resto, il
patriziato cittadino emerse sempre più come l’attore politico decisivo in sede locale. E lo divenne
ancora maggiormente avvicinandosi alla fine dell’antico regime. Con un rivelatore capovolgimento di ruoli, quanto più il principato perdeva il suo ruolo in sede internazionale, tanto più emergeva
come tutore della sua sovranità il ceto dirigente cittadino, stretta attorno al suo organo rappresentativo, il Magistrato consolare.
Nel tramonto settecentesco dello stato vescovile emergeva la città, con le sue propensioni di
timbro conservatore e con la sua ostinata valorizzazione dei privilegi urbani. Non si trattò di un
mutamento percepito come irreversibile, ma piuttosto del progressivo radicamento di alcuni caratteri urbani di lunga durata che ora si chiudevano a mutamenti avvertiti come pericolosi e rivelatisi
infine, con l’avvento dei francesi, irreversibili.
I dieci libri
1. CRESSERI, Gian Giacomo
Ricerche storiche riguardanti l'autorità e giurisdizione del magistrato consolare di Trento /
riordinate e annotate da Tommaso GAR. - Trento : Monauni, 1858.
2. GIOVANELLI, Benedetto
Trento città d'Italia per origine, per lingua, e per costumi : ragionamento istorico ... in occasione che i popoli del Trentino vennero riuniti al Regno d’Italia. - 2. ed. / riv. dall'autore. Trento : Monauni, 1810.
3. PINCIO, Giano Pirro
Annali, ouero, Croniche di Trento, cioè historie contenenti le prodezze de duci trentini, l'origine della città di Trento, la venuta in Italia de' Francesi Senoni il nome & il passaggio delle Alpi ... - In Trento : appresso Carlo Zanetti stampator episcopale, 1648. – Rist. anast.: 1967.
4. CAGOL, Franco – NEQUIRITO, Mauro
Trento una città alpina e il suo 'contado' : storia e documenti (secoli XIV-XVIII). - [Trento] :
Provincia autonoma di Trento. Soprintendenza per i beni librari e archivistici : Comune di
Trento. Servizio Biblioteca e Archivio storico, 2005.
5. LEONARDELLI, Fabrizio
“Comunitas Tridenti : documenti relativi a istituzioni e territorio cittadini anteriori al 1230”.
In: Per padre Frumenzio Ghetta o.f.m : scritti di storia e cultura ladina, trentina, tirolese e
nota bio-bibliografica : in occasione del settantesimo compleanno / a cura della BIBLIOTECA
COMUNALE di Trento e dell'ISTITUTO CULTURAL LADIN “Majon di Fashegn”, Vich-Vigo di
Fassa. – [Trento] : Comune di Trento ; Vich=Vigo di Fassa : Istitut cultural ladin, 1991. - p.
335-374.
6. OBERMAIR, Hannes
“Una regione di passaggio premoderna? : il panorama urbano nell'area tra Trento e Bolzano
nei secoli XII-XIV”.
In: Studi trentini di scienze storiche. Sezione prima. - Trento. - A. 84, n. 2 (2005), p. 149162.
7. L’età medievale / a cura di Andrea CASTAGNETTI, Gian Maria VARANINI. - 2004.
Vol. 3 di: Storia del Trentino. - Bologna : Il Mulino, 2000-2005.
8. BRANDSTÄTTER, Klaus
Vescovi, città e signori : rivolte cittadine a Trento 1435-1437. - Trento : Società di studi
trentini di scienze storiche, 1995.
9. LUZZI, Serena
Stranieri in città : presenza tedesca e società urbana a Trento : (secoli XV-XVIII). - Bologna
: Il mulino, 2003.
10. DONATI, Claudio
Ecclesiastici e laici nel Trentino del Settecento : (1748-1763). - Roma : Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea, 1975.
CRESSERI, Gian Giacomo
Ricerche storiche riguardanti l'autorità e giurisdizione del magistrato consolare di Trento / riordinate e annotate da Tommaso GAR. - Trento : Monauni, 1858. - XXXI, 64 p. ; 24 cm.- (Biblioteca
trentina, o sia, Raccolta di documenti relativi alla storia di Trento ; dispensa 2).
GIOVANELLI, Benedetto
Trento città d'Italia per origine, per lingua, e per costumi : ragionamento istorico ... in occasione
che i popoli del Trentino vennero riuniti al Regno d’Italia. - 2. ed. / riv. dall'autore. - Trento : Monauni, 1810. - 26 p. ; 18 cm
Nel marzo del 1776 i consoli trentini incaricarono un loro autorevole concittadino, il barone
Gian Giacomo Cresseri, di condurre a termine un lavoro di ‘ricerca storica’, volto a dimostrare
l’esistenza dei principî fondativi dell’autonomia della civitas e del loro Magistrato negando che i
principi vescovi avessero mai esercitato la giurisdizione sulla città. Le ricerche del Cresseri,
influenzate dalle dottrine filosofiche e politiche del tempo (soprattutto dalla lettura dello Spirito delle leggi di Charles Secondat de Montesquieu) si calavano nel pieno di un aspro conflitto con l’autorità del principe vescovo Pietro Vigilio Thun, il quale cercava di limitare
l’autonomia di governo guadagnata dal corpo cittadino. Un conflitto in fondo non troppo diverso dai tanti che in quello scorcio di secolo vedevano contrapporsi in tutta l’area asburgica
principi e corpi intermedi. Ma a Trento lo scontro fu l’occasione decisiva per creare una
“rappresentazione” della città, un’immagine della sua storia e della sua fisionomia, che sarebbe durata, di fatto sino, quasi alla fine del secolo seguente.
Per Cresseri, si trattava di rivendicare un’autonomia politica della città radicata, a detta dei
consoli, nell’antica origine comunale trentina immune dal potere vescovile. Leggendo e pubblicando i documenti d’archivio fornitigli, egli tese a dimostrare che Trento, a differenza di
altre città germaniche «ha un Magistrato consolare, la di cui autorità e giurisdizione è nativa» e sulla base di questa caratteristica doveva essere tenuta al riparo dalle ingerenze signorili. Continuava Cresseri: «la città di Trento, dopochè i Vescovi ne avevano ottenuto il dominio, si mise in libertà, ad imitazione delle città d’Italia, alle quali la libertà fu confermata
dalla pace di Costanza».
Questa scrittura prodotta con intenti pratici, come allegazione in una causa giuridica dibattuta presso un tribunale viennese, sopravvisse alla contesa con il Thun. Venne ripresa ad esempio nel 1810 dal conte Benedetto Giovanelli, che intitolando il suo opuscolo Trento città
d’Italia si poneva sulla falsariga dello scritto di Cresseri:
«Nel susseguente più che mai continuo cambio de’ Sovrani, e dall’essere i Tedeschi distratti
da proprie ed intestine guerre, molto città d’Italia ebbero occasione di procurarsi una qualche
libertà, e si governavano per mezzo de’ propri Magistrati. Lo stesso s’osserva anche seguito
in Trento; ciò che in mancanza di altre notizie ci serve di qualche prova che fosse pure in
quel tempo compreso nella citeriore Italia, e che tale restasse fino a che Corrado il Salico
nall’anno 1026 passò per Trento, e si trasferì a Roma per la ceremonia dell’incoronazione
[…] Ad onta della riferita donazione di Corrado al Vescovo la Città di Trento a distinzione
del suo Contado, che unito a’ feudatari ubbidiva alla Curia vescovile, era ancora poco tocca
dall’influenza vescovile, e gravi argomenti comprovano che la Città stessa non fosse compresa nella donazione […]. Dalché in certo modo inferir potrebbesi ancora, che Trento pure
facesse aprte della gran lega Lombarda, cioè di quella della Marca di Verona e di Venezia,
che tale fu il titolo che presero i collegati…»
Ma le stesse argomentazioni, non casualmente, furono riprese più tardi: il manoscritto del
Cresseri venne edito a stampa per la prima volta nel 1858, su iniziativa dell’allora direttore
della Biblioteca di Trento Tommaso Gar, in un momento di grandi contrasti tra la municipalità e il governo austriaco. Gar introduceva e riassumeva così, nel suo italiano ottocentesco
pieno di inflessioni romantiche, il pensiero di Cresseri:
«I Tridentini, popolo antichissimo e forte, assoggettatisi spontaneamente alla Repubblica
romana, erano ai tempi di Augusto compresi nella decima regione italica. In Trento, già certamente città ragguardevole ai tempi di Vespasiano, fu dedotta una colonia militare. I diritti e
gli ordini municipali erano conformi a quelli delle altre città d’Italia, come si ricava dai monumenti che tuttora esistono. I proprii magistrati conservò sotto i Goti, e con qualche restrizione, anche sotto i Longobardi, i Franchi e i primi imperatori alemanni, che governarono
mediante duchi, conti e marchesi il Trentino, il quale fu sempre ascritto all’Italia. Passato
questo, per donazione imperiale, l’anno 1027, in potere dei Vescovi, la città continuava per
quasi due secoli a reggersi coi proprii Consoli, ad onta dei decreti imperiali; e quando
anch’essa si diede volontariamente ai suoio Vescovi, fu colla condizione di vivere colle proprie leggi formate dal popolo o dai suoi rappresentanti e sottoposte alla sanzione del principe».
Perché si rompa questo filo di continuità occorre attendere i contributi scritti da Desiderio Reich
verso la fine del XIX secolo, che segnano un primo distacco dall’opinione corrente, tipica della
generazione risorgimentale dei Cresseri, Giovannelli e Gar. Nelle sue ricerche, condotte tra mille
difficoltà economiche e poche soddisfazioni personali, questo bravo professore al Liceo-Ginnasio
di Trento supera la generica e appiattita concezione del municipalismo italiano che sino ad allora
aveva prevalso, avviando un sostanziale ripensamento delle vicende del comune di Trento fra XII
e XIII secolo.
PINCIO, Giano Pirro
Annali, ouero, Croniche di Trento, cioè historie contenenti le prodezze de duci trentini, l'origine
della città di Trento, la venuta in Italia de' Francesi Senoni il nome & il passaggio delle Alpi ... In Trento : appresso Carlo Zanetti stampator episcopale, 1648. - [16], 399, [5] p. : [1] ritr. incis. ;
2° (31 cm).
Rist. anast.: Bologna : Forni, 1967.
Nel 1536, il principe vescovo e cardinale Bernardo Cles commissionò all’umanista mantovano
Gian Pietro Penzi una storia dei vescovi trentini; nel corso della stesura, l’opera si arricchì di due
libri sulle vicende del ducato longobardo e sull’origine della città. Scritta originariamente in latino,
con il titolo di Cronicon Tridentinum, venne poi tradotta in volgare dal teologo Agostino Barisella
nel 1648, con un italiano complesso ma di lettura affascinante, giudicato fin troppo libero dal vescovo Carlo Emanuele Madruzzo che infatti minacciò di scomunica i lettori sprovvisti di un adeguato errata corrige.
I 14 libri che compongono gli Annali vennero giudicati dagli storici otto-novecenteschi non molto
di più che uno zibaldone di notizie insicure e di lodi eccessive al loro committente. Resta il fatto
però che, oltre a essere uno spaccato fedele dell’atmosfera che si respirò nella corte clesiana, essi
sono in assoluto la prima cronaca di Trento in età moderna, una specie di «Laus civitatis» solo
molto invecchiata rispetto alle sue omologhe di età medievale, che del resto la città vescovile non
aveva mai conosciuto. Curiosità erudite e dettagli realistici, dialoghi fittizi e resoconti di eventi
vissuti, attraversano dalla prima all’ultima pagina gli Annali: si leggano, ad esempio, le pagine nelle quali Penzi, dopo aver dato elencato le ipotesi più fantasiose fiorite attorno alle origine del nome
Tridentum, si pone a chiarire il rilievo della città cinquecentesca di fronte ai territori circostanti:
«Sij stata la causa di tal nome qualsivoglia, non ci dee affligere, ne indurre à maggior studio et fatica nell’indagarla, non è cosa che molto importi.
Ciò è ben degno d’eterna memoria, che quelli monti cavernosi, recetacoli di ladroni, nascondigli di
fiere, à nostri tempi, si sian domesticati, fatti accessibili, facili a passaggieri, patenti, et aperti a nationi forestieri, che desiderano trasportarli di là, o di qua, curiosi di veder nuovi Paesi. Dalla parte
settentrionale primieramente fa mestieri discendere per altissime et difficili cime de monti, ma
giunto che sarai alli confini di Trento, scoprirai una deliciosa pianura; passa per mezzo di questa
un fiume, d’ambe le rippe si vedono spessi villaggi, indi facilmente si fa passaggio nella bella Italia.
Quindi da tutte le parti d’Italia per monti spezzati e precipitosi, per basse coline si può passare alla
parte settentrionale, et altri popoli, habitanti alle radici de monti, il viaggio però più comodo et facile è per Trento […].
Restò dunque dalli predetti Auttori fondata, aggrandita et cinta de mura la città di Trento, in luogo
ameno et fruttifero, luogo assi commodo per negotii, situato fra gl’Alemani et Italiani, abbraccia
mezzana l’una et l’altra natione, la Tedesca accoglie ben lassa da lungi et difficili viaggi, fatti per
altissimi e sassosi monti, quali verso l’Italia si van abbassando, et sempre via più rendendo piacevoli et domestici, principalmente la dove cominciano ad avicinarsi alli Campi Trentini. […]
Fu anco à nostri tempi da Bernardo Clesio Cardinale et Prencipe di Trento di Chiese, Palaggi, Rigani che fra stretti canaletti, fatti di pietre vive ma inculte, scorono per tutte le contrade della città,
maravigliosa et deliciosamente ornata. E aggiustata al gusto de gran Prencipi, trattiene per qualche
spatio di tempo li personaggi, il piacevole albergo et amorevolezza de cittadini…»
CAGOL, Franco - NEQUIRITO, Mauro
Trento una città alpina e il suo 'contado' : storia e documenti (secoli XIV-XVIII). - [Trento] : Provincia autonoma di Trento. Soprintendenza per i beni librari e archivistici : Comune di Trento.
Servizio Biblioteca e Archivio storico, 2005. - 238 p. : ill. ; 21x24 cm. – (Beni librari e archivistici
del Trentino. Quaderni ; 7).
ISBN 8877021322.
Il libro si presenta con un taglio didattico, come una raccolta di documenti commentati ed editi in
forma critica che si rivolge a lettori non specialistici ma curiosi di intraprendere un lungo viaggio
nella storia delle antiche istituzioni municipali e del loro rapporto con l’autorità principesco vescovile. Non bisogna tuttavia farsi ingannare dalla semplicità, poiché il libro è il frutto di un lavoro di
ricerca paziente, ampio e minuzioso, nel quale i due curatori hanno riversato la loro profonda conoscenza di tutti gli aspetti della storia cittadina.
All’inizio, siamo guidati a conoscere il governo e la vita politica della Trento premoderna: le leggi
statutarie, i procedimenti di nomina alle cariche consolari, la gestione fiscale, l’organizzazione degli uffici del comune, e così via. Poi conosciamo la vita dentro le mura e le attività economiche
che vi si svolgevano, con il tipico tratto dei sistemi di organizzazione per arti della popolazione
produttiva; infine, siamo condotti nel territorio circostante la città (le due preture “interna” ed
“esterna”), dove erano insediate le comunità rurali dipendenti in via giurisdizionale dal governo
urbano. In tutte le sezioni del testo, le fonti documentarie originali e i commenti che le accompagnano offrono al lettore la possibilità di sperimentare “dal vivo” il lavoro dello storico e di conoscerne almeno un po’ gli attrezzi del mestiere.. Chiudono il volume un utile Glossario e una rapida
Bibliografia di storia cittadina.
LEONARDELLI, Fabrizio
“Comunitas Tridenti : documenti relativi a istituzioni e territorio cittadini anteriori al 1230”.
In: Per padre Frumenzio Ghetta o.f.m : scritti di storia e cultura ladina, trentina, tirolese e nota
bio-bibliografica : in occasione del settantesimo compleanno / a cura della BIBLIOTECA COMUNALE di Trento e dell'ISTITUTO CULTURAL LADIN “Majon di Fashegn”, Vich-Vigo di Fassa. –
[Trento] : Comune di Trento ; Vich=Vigo di Fassa : Istitut cultural ladin, 1991. - p. 335-374.
L’autore ha raccolto in un utilissimo dossier ricavato dagli archivi locali, tutte le attestazioni della
communitas ( o commune) Tridenti e delle sue magistrature sino all’anno 1230.
Queste provenienze rispecchiano perfettamente il panorama documentario trentino tra i secoli XII
e XIII, mettendone in luce la specificità. Un ‘polo documentario’ laico-comunale, infatti, non
prende consistenza a Trento che molto tardi, non prima del Quattrocento, quando per l’apppunto le
istituzioni comunali verranno consolidandosi definitivamente. L’archivio consolare trentino conserva alcuni di questi atti in copia autentica del tardo Duecento o del Quattrocento, e per
quest’epoca è menzionato un memorialis ove forse vengono trascritti gli iura communis o altri atti
importanti. Sembra assai improbabile il reperimento di documentazione in grado di modificare in
modo radicale un quadro chiaro nelle sue linee di fondo: la scarsità di notizie sulle istituzioni comunali trentine fra XII e XIII secolo può anche dipendere da eventi connessi alla conservazione
dei documenti, ma va sicuramente legato in modo sostanziale all’oggettiva debolezza e
all’intermittente funzionamento delle istituzioni stesse. La non esistenza di un archivio, in altre
parole, non è un caso, se manca il senso della tradizione, se manca il proposito di affermare la presenza e la continuità di una vita cittadina, di un’identità.
Al 1145 risale la prima attestazione di un consul trentino, testimone in un atto notarile, menzionato
prima del gastaldo vescovile. Questa e successive denominazioni hanno un carattere poco preciso,
indefinito. Di per sé, il fatto che i consoli emergano dall’entourage vescovile, è un dato che si riscontra nella dinamica di molte altre città italiane del XII secolo, e in questo senso l’esperienza
trentina potrebbe rientrare in uno schema generale. Ma il fatto essenziale è che la comparsa dei
consoli trentini resta del tutto occasionale, non ha alcuno sviluppo né continuità; e più assai che il
dato numerico, conta in proposito la mancanza di un contesto istituzionale preciso nel quale la
comparsa dei consoli si inserisca.
L’adozione di un lessico e di istituzioni importate dall’esterno – i consoli nei decenni centrali del
secolo XII, il podestà nella rivolta antivescovile del 1201 – deve indurre dunque a molta prudenza
chi analizza lo sviluppo istituzionale del comune di Trento. Nei primi decenni del secolo tale sviluppo è limitato e circoscritto per motivi noti: il perdurante e stretto rapporto con il potere imperiale imposto dalla geografia e concretizzatosi nelle funzioni svolte per l’impero da vescovi come Federico Wanga. Il problema fondamentale sta ancora nel cogliere la percezione – e la conseguente
ricezione nella documentazione notarile – dell’uso dei termini commune-communitas, concioconsilium, la diversità di funzioni che in alcuni casi personaggi della ristretta élite che collabora
con il vescovo, vengono a svolgere nell’interesse della cittadinanza.
Dal complesso dei dati esaminati, risulta dunque pienamente confermata la debolezza e la precarietà dell’assetto istituzionale della comunità di Trento, che almeno in qualche caso non appare
nella sostanza diverso, agli occhi dei notai chiamati a definirlo, da quello delle comunità rurali del
territorio.
OBERMAIR, Hannes
“Una regione di passaggio premoderna? : il panorama urbano nell'area tra Trento e Bolzano nei
secoli XII-XIV”.
In: Studi trentini di scienze storiche. Sezione prima. - Trento. - A. 84, n. 2 (2005), p. 149-162.
Questo breve ma denso saggio scritto da Hannes Obermair, che svolge attività di ricerca presso
l’Archivio comunale di Bolzano ed è uno dei più acuti conoscitori del Medioevo regionale, confronta le peculiarità dello sviluppo urbano di Trento e Bolzano dal XII al XIV secolo. Come capita
di rado negli studi dedicati a realtà urbane minori, il lavoro di Obermair porta la vicenda urbana di
Trento dentro i grandi problemi della storia medievale europea: ne descrive le fasi di evoluzione,
con un occhio particolarmente attento agli aspetti della documentazione scritta, esamina le relazioni intrattenute con il potere episcopale, tenta infine di scoprire in che modo la storia della Trento
medievale si sia intrecciata agli avvenimenti della vicina contea tirolese.
Emerge così un quadro suggestivo di contaminazioni tra realtà urbane limitrofe, che creano un
flusso di saperi e di esperienze istituzionali scambiate di continuo da un luogo all’altro.
Alcune forme di “interculturalità”, così le definisce l’autore, portano in quei secoli a trasformazioni strutturali durevoli, secondo un flusso che sembra per lo più scorrere da sud a nord, dalla città
episcopale alla Stadt murata bolzanina, dove poco a poco i conti tirolesi riescono a erodere il dal
dominio dei presuli trentini.
Vediamo come, secondo Obermair:
«Il dominio ecclesiastico politicamente strutturato che caratterizzava l’area trentina disponeva di
un potenziale normativo straordinario. Esso derivava da un monopolio delle risorse che era strutturato dal punto di vista economico-politico, fondato sul diritto feudale e garantito dal diritto pubblico (si pensi alle investiture comitali di cui beneficiavano le chiese vescovili). A ciò si aggiungeva
il vantaggio derivato della posizione sul confine imperiale germanico-italiano – pur dipendendo
formalmente dal regime italico, dalla fine del XII secolo Trento si trovava sullo stesso scalino degli altri insiemi territoriali dell’Impero romano-germanico: questa appartenenza rappresentava un
fattore determinante per il potere di sovranità dei Vescovi-Principi trentini. Vi si sommava la longue durée dell’organizzazione istituzionale: già ai tempi dell’imperatore Augusto, Trento viene
citata come Municipium della regione Venetia et Histria, e poi diventa il centro politico e amministrativo di un vasto territorio. In questo contesto Trento svolse per secoli una funzione di rilievo
come luogo di mercato e autorità giudiziaria, ma anche come centro religioso, il che costituì un
importante elemento di continuità (…). Se osserviamo le forme di acculturamento dal XII al XIV
secolo nell’area trentino-bolzanina – ad esempio il precoce ricorso alla scrittura comunale (atti notarili) nonostante presupposti demografici relativamente insignificanti – allora la risposta è un cauto sì. Si trattò infatti di una – seppur piccola – rivoluzione cognitiva, dello sviluppo in nuce di una
nuova realtà, o almeno di una via particolare alpina. Il fatto poi che questo processo evolutivo si
sia rallentato ed infine arenato è un’altra storia».
L’età medievale / a cura di Andrea CASTAGNETTI, Gian Maria VARANINI. - 2004. - 915 p.
ISBN 8815102981. - Vol. 3 di: Storia del Trentino. - Bologna : Il Mulino, 2000-2005.
In questo volume, il III della Storia del Trentino edita dall’Istituto trentino di cultura, le vicende
cittadine sono poste sullo sfondo di pressochè tutti i saggi (in particolare quelli di S. Gasparri, A.
Castagnetti, ). A partire dal contributo dedicato al tramonto del dominio imperiale romano nella
regione (V secolo) sino a quello che affronta i secoli terminali del Medioevo (XV secolo), la storia
del capoluogo funge da sismografo politico, economico-sociale e culturale di quanto accade nel
territorio circostante. Pur nella crisi dell’antico municipium di Trento, che faceva parte della X regione augustea Venetia et Histria, le radici della centralità urbana non si perdono nel passaggio dal
tardo antico al medioevo; il ruolo amministrativo e di governo ereditato dal periodo romano passa
indenne attraverso i regni romano-barbarici e si rafforza quando l’evanescenza dei poteri secolari è
supplita dalla presenza del vescovo. Nei primi decenni dell’XI secolo, quando il vescovo riceve in
delega feudale dall’imperatore la titolarità dei poteri giurisdizionali su un ampio territorio, la storia
della città si lega indissolubilmente alla dignità episcopale. È un connubio che la rafforza di fronte
alle campagne limitrofe, dove sono insediate vaste comunità rurali e signorie di castello, ma che al
tempo stesso la condiziona al suo interno e ne limita i margini di autonomia. I saggi del volume
cercano di leggere questa simbiosi secolare tra città e vescovo alla luce dei numerosi conflitti che
l’accompagnano lungo tutto il medioevo. I momenti di attrito si ripetono quasi di decennio in decennio, fino a culminare nelle rivolte del 1407-1409 durante le quali grazie anche all’aiuto militare
dei conti del Tirolo la cittadinanza riceve dalle mani del principe vescovo una serie di privilegi
(chartae libertatis) e di immunità che la rafforzano sotto il profilo istiuzionale. Attorno a queste
concessioni si forma un nucleo resistente di garanzie scritte che vengono presto trasfuse nelle redazioni statutarie del primo Quattrocento. Ciò che non muta in ogni caso è la dipendenza gerarchica
della città dal dominus episcopus, un limite incardinato nella forma politica del principato vescovile e di fatto ineliminabile sino a fine Settecento. Trento è senza dubbio un luogo di riferimento per
i sudditi dell’episcopato, molto più di quanto non lo siano le città del Tirolo meridionale e settentrionale (Bolzano, Merano, Bressanone, Innsbruck); ma a differenza delle città italiane di tradizione comunale non riesce a imporre sul piano politico la sua preminenza molto al di là delle mura
urbane: proprio nell’impossibilità di controllo del ‘contado’ da parte del comune in quanto organismo politico autonomo è da individuare uno dei punti di maggiore debolezza del comune, che non
assurge a effettivo soggetto politico.
BRANDSTÄTTER, Klaus
Vescovi, città e signori : rivolte cittadine a Trento 1435-1437. - Trento : Società di studi trentini di
scienze storiche, 1995. - 319 p. ; 24 cm. – (Collana di monografie / edita dalla Società di studi
trentini di scienze storiche ; 51).
Tit. orig.: Bürgenunruhen in Trient 1435-1437. - Con appendice documentaria (p. 255-298). ISBN: 8881330016
Nel Principato vescovile la città svolge sin dall'inizio le funzioni proprie di ogni altro centro urbano, funzioni essenziali che servono a noi per poterla qualificare come città: è il luogo centrale della
vita politica negli aspetti amministrativi ed economici, della vita militare e difensiva, del potere
religioso in quanto sede vescovile, della vita culturale poiché vi risiedono le più importanti strutture d'insegnamento, come la scuola annessa al capitolo della cattedrale e poiché vengono chiamati
ad insegnare, stipendiati dal comune o da famiglie nobiliari, coloro che hanno l'incarico di trasmettere ai giovani i primi rudimenti di retorica e grammatica. Solo che a Trento tutto ciò si realizza in
forme di collaborazione con il governo vescovile. Una collaborazione mai pacifica, anzi al contrario scandita da insurrezioni costanti e da moti di rivolta tentati dall'elité urbana per appropriarsi
della piena sovranità; eppure questi moti, una costante della società urbana trentina, non riescono a
portare a termine la piena emancipazione dal controllo del vescovo. La conflittualità, e i propositi
di autonomia, mai del tutto affermati però, saranno destinati a proseguire fino alla secolarizzazione
ottocentesca, senza cessare e senza che la città sia in grado di affermarsi.
A questa continua e irrisolta conflittualità – potremmo parlarne come di una struttura secolare della storia regionale – è dedicato il libro di K. Brandstätter, allievo di Josef Riedmann e docente di
Storia medievale presso l’Università di Innsbruck. Come mostra la sua ricerca, i tumulti del primo
Quattrocento (1435-1437) non sono che un anello della lunga catena di inssurrezioni urbane scoppiate dopo le pestilenze e le carestie di metà Trecento, tanto nelle capitale vescovile quanto in altre
città italiane e tedesche. Gli antefatti e gli esiti di questa ondata insurrezionale sono stati, com’è
noto, molto diversi tra loro: nella penisola italiana le rivolte sono avvenute in una cornice istituzionale già dominata dalle forze sociali urbane; nelle regioni tedesche, al contrario, il filo rosso di
queste rivolte è dato dai contrasti fra gli abiatnti della città – gruppi mercantili, corporazioni artigaine, patriziato – e il signore territoriale, solitamente un vescovo, che ancora detiene la sovranità
entro il recinto delle mura. Il caso trentino ricade in questa seconda categoria: la stessa insurrezione del 1407 – più famosa e meglio conosciuta grazie ai vecchi studi di Desiderio Reich – è scaturita da un conflitto contro il principe vescovo Giorgio di Liechtenstein, e questo genere di conflitto
ritornerà periodicamente negli snodi della storia trentina fino alla secolarizzazione ottocentesca.
Le insurrezioni urbane a Trento rivelano comunque un orizzonte modesto; la povertà demografica
della città, il suo scarso sviluppo commerciale e manifatturiero si riflettono nella debolezza politica dei gruppi urbani che non riescono a contrastare efficacemente la signoria vescovile. La continua tentazione di chiamare in aiuto, durante le fasi più acute del conflitto, il conte del Tirolo, rivela
in modo eloquente questa condizione. Così, trasportate di continuo all’esterno dello spazio locale,
le vicende politiche trentine registrano l’intreccio d’interessi e di sfere di potere concorrenti, che
hanno sedi molto lontane l’una dall’altra; accanto al principe vescovo e al comune, appaiono soggetti attivi il conte del Tirolo, i rami della famiglia asburgica, la corte imperiale. È merito di Brandstätter aver tenuto conto di queste condizioni, tentando sempre di riannodare l’evolversi dei fatti
trentini alle scelte operate in quel periodo nei centri del potere asburgico e, forse con minore presenza, nella sede papale.
LUZZI, Serena
Stranieri in città : presenza tedesca e società urbana a Trento : (secoli XV-XVIII). - Bologna : Il
mulino, 2003. - 522 p. : ill. ; 22 cm. – (Annali dell'Istituto storico italo-germanico. Monografia ;
38).
Nell'occh.: Istituto trentino di cultura. - Bibliogr.: p. 457-503. - Con appendice documentaria. ISBN 8815094059.
La storia della città di Trento è una storia complessa, che si deposita anche nella contrapposizione
e nella convivenza delle sue componenti etniche. La sua realtà di confine tra spazi politici contrapposti (impero germanico e stati regionali italiani), come tra culture differenti, ne marca a fondo la
fisionomia. Per tutta l’età medievale e moderna, chi attraversava la porzione nord-orientale della
città di Trento, ricavava la forte impressione ritrovarsi nel mezzo di una città nella città. Qui, infatti, nel quartiere di San Pietro, tra botteghe e laboratori artigianali, si concentravano gli immigrati di
lingua tedesca, attirati dalla possibilità offerte dalla capitale del principato vescovile. Come in tutte
le città d’epoca medievale e moderna, anche a Trento quindi la presenza di comunità forestiere
rappresenta un tratto costitutivo del suo tessuto demografico ed economico.
Chi e quanti erano i residenti di lingua tedesca? Come vivevano, come interagivano con la loro
città d’adozione, quali identità elaboravano? Sono queste le domande a cui cerca di dare risposta il
libro di Serena Luzzi, nato come sviluppo e rielaborazione di una tesi di laurea discussa presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento. Tra coesistenza e interazione, tra identità e
integrazione, si osservano gli immigrati – gli stranieri – prendere possesso del quartiere, organizzarlo attraverso l’istituzione di enti assistenziali e corporativi, dargli colore con il costume e gli
atteggiamenti. Vengono recuperate le vicende di una parrocchia in cui si realizza una doppia cura
d’anime, non scevra, nel tempo, di qualche tensione, si ricostruiscono i circuiti parentali e di amicizia; si considera il rapporto di convivenza dei tedeschi con la comunità ebraica e la sua drammatica metamorfosi nel 1475, quando i tedeschi trentini di fede ebraica furono loro malgrado i protagonisti del celebre processo architettato dal principe vescovo Johannes Hinderbach.
Di alcune famiglie sono seguite con attenzione prosopografica la brillante affermazione e le diverse dinamiche culturali e identitarie che la accompagnano. Si osserva il comportamento politico degli immigrati e delle loro élites nel continuo confronto con le istituzioni cittadine, con il governo
vescovile e con le espressioni locali del potere tirolese: confronto conclusosi con il sostanziale fallimento delle ambizioni politiche dei tedeschi e sfociato nella formazione di un’ideologia, tardiva
quanto tenace, dell’identità.
DONATI, Claudio
Ecclesiastici e laici nel Trentino del Settecento : (1748-1763). - Roma : Istituto storico italiano per
l'età moderna e contemporanea, 1975. - 338 p., [1] c. di tav. : tab. ; 23 cm. – (Studi di storia moderna e contemporanea ; 5).
Un libro avvincente e pionieristico, questo di Claudio Donati, che nonostante il passare degli anni
(venne pubblicato nel 1975, come rielaborazione di una tesi di perfezionamento presso la Scuola
Normale Superiore di Pisa), non ha perso nulla del suo interesse. Occorre avvertire che non si tratta di una monografia dedicata solo allo studio della realtà urbana Come suggerisce il titolo,
l’oggetto principale dell’analisi di Donati si situa nella relazione tra laici ed ecclesiastici, tra strutture di potere secolari e istituzioni spirituali nel principato vescovile di Trento a metà del XVIII
secolo, un tema quasi obbligato per gli studiosi del “Settecento riformatore” europeo. Ma il libro,
oltre a delineare accuratamente lo scenario in cui il principato vescovile vive le trasformazioni indotte dal riformismo illuminista austriaco, è un magnifico affresco di storia sociale, che ci fa toccare con mano i risvolti concreti della presenza ecclesiastica nella società trentina. Una fitta e variopinta galleria di personaggi, tutti riconducibili a vario titolo nella struttura della chiesa locale –
canonici della cattedrale, frati regolari, parroci cittadini, preti ‘economi’ e amministratori di patrimoni nobiliari, semplici tonsurati senza cura d’anime, curati di campagna – ci scorrono davanti
agli occhi a delineare la «sovrappopolazione clericale» che contraddistingue il territorio trentino
toccando il suo vertice entro le mura urbane. La pervasività della componente ecclesiastica è qui,
più che altrove, imponente: una presenza tanto capillare quanto poco delimitata nei suoi confini di
status con il resto della società trentina. Come dimostrerà il periodo di governo del coadiutore vescovile Leopoldo Ernesto Firmian, il quale cercherà di infondere nella diocesi i principi del riformismo muratoriano, attorno alla zona grigia di contatti tra ecclesiastici e laici s’individua uno dei
caposaldi della costituzione politica trentina alla fine dell’antico regime. Anche la società e la politica del capoluogo vescovile sono profondamente permeati da questo dualismo; così, non appare
casuale che proprio nella fase di tramonto del principato sempre più gli aristocratici di città (quelli
che indichiamo come ceto patrizio) identifichino i loro destini con la difesa a spada tratta del potere e del prestigio della chiesa locale. I tre volumi di Diari del decano e patrizio Sigismondo Antonio Manci, editi di recente in un’importante edizione curata da Marco Stenico (Trento, Società di
Studi trentini di scienze storiche, 2004-2005) sono una testimonianza fedele di questa simbiosi
strettissima, destinata a essere messa in crisi solo dall’avvento in regione del dominio napoleonico.
Biblioteca comunale di Trento
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I prossimi appuntamenti
Mercoledì 26 aprile, 17.30
La comunità cristiana di Trento città
Iginio Rogger ed Emanuele Curzel
Mercoledì 10 maggio, 17.30
La storia economica
Andrea Leonardi
Da settembre altri 5 incontri riguardanti la città di Trento:
La storia politica e sociale in età contemporanea
La storia culturale
L’arte
Vita e Società dal secondo dopoguerra
Trento: presente e futuro
Le iniziative per il 150° anniversario della nostra biblioteca sono sostenute da
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