INDICE DELLE COMUNICAZIONI
SESSIONE PARALLELA: UMANIZZAZIONE DEI SERVIZI
Appicciafuoco A., Accogliere e informare in ospedale
39
Ardis S., Meno discriminazione, più salute. Un progetto per prevenire la discriminazione dei pazienti
HIV positivi in ospedale
41
Carbognani R., La Comunicazione medico paziente
42
D’Alfonso A., Dalla comunicazione alla qualità percepita
43
D’Alfonso A., Bibliotechina H
44
Desperati M., Il Progetti “Libriletti” dell’Azienda Ospedaliera di Alessandria
45
Marcucci M., Diminuzione delle segnalazioni per aspetti relazionali. I risultati di una metodologia
didattica applicata ai medici
46
Nadalini L., La comunicazione della diagnosi al malato oncologico e grave; strategie di coping,
continuità di cure fra unità operative
47
Persico A.,
Margherita
49
L’informazione al bambino ricoverato: l’esperienza dell’Ospedale Infantile Regina
Pizzardo E., Accoglienza e Comfort del paziente in ospedale. Il progetto interaziendale della rete HPH
veneta
50
Sacchi C., Miglioramento dell’accoglienza e del comfort negli ospedali e servizi dell’AUSL di Reggio
Emilia
51
Simonelli F., Il sistema di valutazione dello sviluppo del progetto HPH in Toscana: primi risultati
52
Tonelli A., La sofferenza e la morte: gestione e accompagnamento alla morte
53
SEZIONE PARALLELA : INTEGRAZIONE SOCIO-SANITARIA
Gulino M., Ospedalizzazione a domicilio dell’Aso S. Giovanni Battista di Torino: un Servizio “Ponte”
tra Ospedale e Territorio per una continuità assistenziale dell’anziano
54
Milani P.A., Una rete territoriale tra Centro medico privato ed istituzione pubblica per la promozione
della salute di soggetti anziani- 1° fase : prevenzione della disabilità
56
Rilla M.T., Il governo clinico e la promozione della salute – un percorso comune presso l’ASL 1
Imperiese
57
Vallero M., Country Hospital Santhià : 2 anni di attività
58
SEZIONE PARALLELA: OSPEDALE E TERRITORIO
Appicciafuoco A., Integrazione ospedale-territorio: la riabilitazione in reumatologia
59
Carbognani R.,Percorsi di cura centrati sulla persona
61
Leporati M., Integrazione Ospedale e Territorio: il futuro progetto della Rete HPH Piemonte
62
Ponzetti C., Ospedale e territorio: evoluzione e risultati di un progetto
63
Zaina P., Progetto interdisciplinare integrato di dimissione protetta e accompagnamento lavoro negli
esiti di grave cerebrolesione acquisita
65
SEZIONE PARALLELA : ALIMENTAZIONE E SALUTE
Aquilani R., Educazione nutrizionale e misura della soddisfazione dei pazienti per l’alimentazione
ospedaliera
66
Bioletti L., Counselling come strumento di promozione della salute per soprappeso e obesità
67
Lauro V., Nutrizione equilibrata? Minor consumo di farmaci. Risultati di un corso di formazione per
operatori sanitari sulla nutrizione
69
Lauro V., Progetto formativo per operatori sanitari. Prevenzione recidive patologie cardio-cerebrovascolari
70
Nebiolo P. E., Indagine alimentare in corso di Ramadan
71
Pezzana A., Screening e intervento precoce sulla malnutrizione degli anziani residenti in RSA
72
SEZIONE PARALLELA: OSPEDALE SENZA DOLORE
Cadregari F., ASL 21 Casale Monferrato – Progetto “Ospedale senza dolore”
73
Duse G., Migliorare il trattamento del dolore post-operatorio: come e perché
75
Marri E., Il Progetto ospedale senza dolore della Regione Emilia-Romagna
77
Murri dello Diago A., Odontoiatria pediatrica senza dolore
78
Pasquariello L., Percorso formativo verso un ospedale senza dolore dell’Azienda USL Valle d’Aosta
79
Pesenti Campagnoni M., La comprensione del dolore e della sofferenza in ospedale: un progetto di
formazione del personale mediante osservazione antropologica
81
Zucco F., Ospedale senza dolore : La rete lombarda per sviluppare e valorizzare i Progetti
interaziendali
82
SESSIONE PARALLELA: INTERCULTURALITÀ E PROMOZIONE SALUTE DONNE E BAMBINI IN
OSPEDALE
Berti A., Progetto abusi: l’accoglienza in ospedale
84
Bevolo P., Il luogo delle origini: nascere e crescere stranieri a Reggio Emilia
85
Cipolla L., L’accoglienza alle gravide immigrate e il percorso nascita
86
Galli G., Petey P., Ospedale e territorio interculturali
88
Peloso A., Gruppo di lavoro sull’abuso sessuale e il maltrattamento all’infanzia nell’ASO maternoinfantile OIRM S. Anna di Torino
90
Rabacchi G., Soccorso violenza sessuale: il ruolo dell’ASO maternoinfantile OIRM S.Anna di Torino
91
Sironi P., Il dialogo transculturale nell’approccio alla salute
93
Sottile S., La rete lombarda HPH: L’interculturalità
94
SESSIONE PARALLELA: SICUREZZA DEI LAVORATORI
Desperati M.,
Alessandria
Prevenzione del burn-out negli operatori sanitari dell’azienda ospedaliera di
96
Gigliobianco A., Sviluppo organizzativo e qualità del lavoro
97
Gonzales M., Informazione e formazione del personale sanitario del comparto in materia di salute e
sicurezza sul lavoro nei PP.OO dell’ASL 14 Regione Piemonte
98
Milanesio V., Dotazione dispositivi di protezione individuale per il personale addetto all’emergenza
incendi nei presidi ospedalieri – criteri di scelta
99
Poletti M., La sicurezza degli operatori come elemento della continuità assistenziale in una ottica di
balanced score card
100
SESSIONE PARALLELA : LOTTA CONTRO IL TABAGISMO
Bonfanti M., Ospedali liberi dal fumo. Il progetto della rete lombarda
101
Cagnin R., Controllo del fumo e formazione del personale nel progetto anti-tabagismo della rete HPH
veneta
103
Ferrari M., Progetto regionale tabagismo: sua realizzazione nell’AUSL di R.E.
105
Giordano C., Indagine conoscitiva sull’abitudine al fumo negli adolescenti delle seconde classi delle
scuole medie delle Province di Imperia, Savona e Genova
106
Palestra P., Ospedali liberi dal fumo: risultati a confronto per una nuova strategie progettuale
109
Revigliono G., La presa in carico del paziente in percorsi di disassuefazione al fumo
111
COMUNICAZIONI
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Sessione Parallela: Umanizzazione dei servizi
ACCOGLIERE E INFORMARE IN OSPEDALE
A. Appicciafuoco, L. Cassettari, V. Fusari, R. Guadagno, C. Russo, M. Simonti, R. Tosini.
Autore Referente: Dr. Alberto Appicciafuoco, Nuovo Ospedale San Giovanni di Dio, Via di Torregalli 3, Firenze,
055/7192524 Fax 055/7192417 [email protected]. it
Il progetto HP "accoglienza e informazione" del NOSGD è parte integrante del più ampio progetto HPH
della ASL 10 di Firenze. Esso è nato dall'esigenza di valorizzare la fase iniziale del percorso degli utenti in
Ospedale. Una corretta modalità di accoglienza costituisce una funzione essenziale di integrazione tra
l'utente e la struttura ospedaliera. Accogliere l'utente significa accompagnarlo verso il luogo di fruizione dei
servizi, aiutarlo a risolvere i problemi che incontra nella struttura, assicurare informazione e tutela, offrire
capacità di ascolto e rassicurazione.
Il progetto trova spazio all'ingresso dei DEA, dove è prevista l'attivazione di un Punto Accoglienza dedicato,
e nella hall dell'Ospedale, dove è già attiva una moderna Reception, un front-office di prima accoglienza
pronto a ricevere l'utente al suo ingresso e a seguirlo lungo il percorso di assegnazione ad una prestazione di
assistenza (visita ambulatoriale, pre - ospedalizzazione, D. H., ricovero ordinario)
OBIETTIVI
Scopo del progetto è realizzare un cambiamento culturale ed organizzativo del processo di accoglienza
attraverso le seguenti azioni organizzative e di implementazione:
• Istituzione del Servizio Accoglienza nella Hall del Presidio
• Istituzione di un Punto Accoglienza nel DEA
• Miglioramento della capacità di ascolto e di accoglienza degli operatori con rafforzamento della loro
professionalità
• Informazione e comunicazione efficaci con l'utenza
• Tutela dell'utente
• Rispetto e valorizzazione delle diversità culturali
• Produzione di strumenti per monitorare e valutare le attività svolte
TARGET
Il progetto prevede azioni rivolte sia ai pazienti/utenti e ai loro familiari sia agli operatori:
Utenti/pazienti e loro familiari
¾ Indagini sul grado di soddisfazione degli utenti del DEA
¾ Accoglienza, informazione e tutela dell'utente con azioni di:
• informazione (anche telefonica) sui servizi erogati dall'Azienda e nel Presidio (modalità di accesso alle
prestazioni, modalità e procedure di erogazione, tempi di attesa, osservanza orari, aspetti alberghieri)
• informazione sulla ubicazione di servizi e reparti
• accompagnamento/assistenza, in collaborazione con il personale del volontariato, degli utenti anziani
fino al luogo di destinazione, qualora la spiegazione verbale si riveli non sufficiente ad orientare il
paziente all'interno dell'Ospedale
• informazione sulla partecipazione alla spesa sanitaria (esenzioni, pagamento e rimborso ticket e
assistenza diretta agli anziani che hanno difficoltà nell'effettuazione dei pagament automatizzati dei
ticket
• mediazione linguistico-culturale, con traduzione simultanea in lingua inglese, francese, cinese albanese
e serbo-croata, sia a livello di front-office che nei reparti, ogni qualvolta è necessaria stabilire un canale
comunicativo tra utenti di etnia diversa e operatori della struttura
• accoglimento di reclami e segnalazioni per disservizi riscontrati dagli utenti
• rassicurazione e sostegno ai familiari dei pazienti (anche con esperto in counselling) e loro
accompagnamento all'interno del DEA su richiesta del personale sanitario; informazioni agl stessi su
tempi di attesa, codici di accesso e percorso sanitario del paziente
Operatori
¾ Rilevazione quotidiana delle prestazioni fornite dal Servizio Accoglienza
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¾ Indagini sul grado di soddisfazione degli operatori del PS-DEA
¾ Corsi di formazione su:
- progetto HPH
- aspetti comunicativi/relazionali dei processo di accoglienza
RISULTATI RAGGIUNTI
Il Servizio Accoglienza è operativo dal 13/11/00. In questo centro di prima accoglienza opera:
• personale infermieristico
• associazioni di volontariato (A.V.O. e Ass.ne Volontari del NOSGD)
• mediatori culturali C.I.E.S. (Centro Informazione e Educazione allo Sviluppo)
• volontari del Servizio Civile
La rilevazione quotidiana delle attività evidenzia che nel 2002 il servizio ha effettuato 68.42 prestazioni,
distinte in informazioni (36.967), accompagnamento (22.448), segnalazioni disservizi (52) e altre attività
(9.700). Inoltre gli operatori del CIES nel 2002 hanno effettuato 476 interventi di mediazione linguistica
durante le ore di presenza programmata (pari al 42% dell'intero volumi aziendale) e 89 interventi su chiamata
pari al 16% del volume di interventi dello stesso tipi richiesti da tutte le strutture aziendali, ivi compresi gli
altri ospedali. Sono state inoltre realizzate:
- indagine sul grado di soddisfazione degli operatori del DEA
- indagine sulla qualità percepita dagli utenti del DEA
- due corsi di formazione su: - contenuti e finalità del progetto HPH
- aspetti relazionali e comunicativi del processo di accoglienza.
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MENO DISCRIMINAZIONE, PIÙ SALUTE. UN PROGETTO PER PREVENIRE LA DISCRIMINAZIONE DEI
PAZIENTI HIV POSITIVI IN OSPEDALE.
Sergio Ardis1, Moreno Marcucci2, Antonella Vincenti3, Lucia Corrieri Puliti4, Ornella Fulvio5, Elena Gambogi3, Diana
Bevilacqua3, Monica Carrai3, Giovanni Grosso6, Riccardo Gottardi7.
1) Comitato Etico Locale Azienda USL 2 di Lucca, 2) Direzione Sanitaria Ospedale di Lucca, 3) U.O. Malattie Infettive
Ospedale di Lucca, 4) U.O. Educazione alla Salute Azienda USL 2 di Lucca, 5) U.O. Psicologia Azienda USL 2 di
Lucca, 6) gpspANLAIDS di Lucca, 7) Arcigay Pisa.
Autore referente Sergio Ardis, Palazzina ExONMI, Piazza della Concordia, 55100 Lucca, tel 0583970613, fax
0583970114, [email protected]
Introduzione:
La discriminazione è indicata in vari atti dell’Alto Commissariato per i diritti dell’Uomo dell’ONU come
motivo di fallimento delle campagne di prevenzione dell’infezione da HIV. Il Comitato Etico Locale (CEL)
dell’ospedale di Lucca ha ricevuto alcune segnalazioni di episodi di discriminazione avvenuti in ospedale ai
danni di persone HIV positive ed ha condotto due studi i quali hanno dimostrato che la discriminazione viene
posta in atto dal personale sanitario e che l’entità del fenomeno e le sue caratteristiche sono tali da ritenere
necessario articolare un progetto di prevenzione. Ogni forma di discriminazione verso le persone HIV
positive, oltre a rappresentare un trattamento definito dall’ONU inumano e degradante, è considerata come
fattore che diminuisce il controllo dello stato di salute delle persone. Un ambiente sanitario discriminante
scoraggia le persone ad eseguire i test diagnostici e a rivolgersi alla strutture sanitarie per fruire dei servizi
diagnostici e terapeutici. Oggi spesso la sieropositività viene scoperta già in AIDS conclamato, con una
evidente diminuzione delle potenzialità terapeutiche disponibili. La stigmatizzazione sicuramente è uno dei
fattori che causano questo fenomeno. Per questi motivi è stato deciso di inserire nel progetto HPH
dell’ospedale la prevenzione della discriminazione fra gli obiettivi dell’umanizzazione degli ospedali della
nostra Azienda USL. Il progetto è stato elaborato e viene realizzato da un gruppo di lavoro pluridisciplinare
che si avvale di varie professionalità dell’ospedale e delle associazioni di volontariato (ANLAIDS e
Arcigay).
Obiettivi:
In generale il progetto vuole eliminare dall’ospedale ogni forma di discriminazione ai danni di persone HIV
positive rimuovendo in ambito ospedaliero quei fattori che possono rappresentare un limite per il controllo
dello stato di salute di queste persone. L’ospedale deve agire sul contesto sociale per favorire lo sviluppo di
una cultura che bandisca la discriminazione di queste persone in ogni ambito.
Azioni programmate:
La costituzione di un gruppo di lavoro, la realizzazione di due studi, uno sulla popolazione HIV positiva per
conoscere l’entità del fenomeno e uno sul personale sanitario per cercare di conoscere le opinioni e le
motivazioni che hanno portato alla discriminazione sono le prime azioni realizzate. Da qui è stato elaborato
un progetto che prevede un monitoraggio continuo degli episodi di discriminazione. E’ stata elaborata la
“Carta dei diritti e dei doveri delle persone HIV positive nei servizi sanitari” per far conoscere ai pazienti i
propri diritti e le forme di tutela. E’ stato organizzato un programma di formazione per tutto il personale
sanitario dell’azienda (tre giorni di formazione ripetuti in più edizioni) con un manuale di 180 pagine come
strumento di studio e di approfondimento per medici e infermieri. Altre azioni programmate nel progetto e
non ancora realizzate sono: la creazione di un decalogo per i giornalisti al fine di diffondere notizie
correttamente e in modo non stigmatizzante, la diffusione di informazione nella popolazione generale della
USL per prevenire forme di discriminazione nei vari ambiti sociali (luoghi di lavoro, scuole, associazioni
sportive, comunità aggregative, ecc.).
Risultati attesi:
Il risultato che ci attendiamo è l’eliminazione di ogni forma di discriminazione dai servizi sanitari della
nostra Azienda USL. La ripetizione degli studi nel personale sanitario e nelle persone HIV positive al
termine del quinquennio è stata scelta come strumento di verifica del progetto.
Conclusioni:
L’HIV, insieme ad altre patologie, possono essere oggetto di stigmatizzazione anche in ambito sanitario. Chi
subisce discriminazione per una sua condizione personale è indotto a mettere in atto condotte evitative.
Quando queste riguardano l’accesso alle strutture sanitarie, diminuiscono il controllo della propria salute.
Prevenire ogni episodio di discriminazione in ambito sanitario (ed in generale) significa potenziare il
controllo dello stato di salute delle persone che accedono ai nostri servizi.
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LA COMUNICAZIONE MEDICO PAZIENTE
Esperienza di co-costruzione del percorso di cura della persona con tumore nell’AUSL di Reggio
Emilia
Dott.ssa Rosanna Carbognani, Direttore Programma Cure Primarie - IP Cristina Pedroni, Programma Cure primarie
- DAI Adriana Costi, Coordinamento infermieristico Programma Cure primari - Dr.ssa Erminia Forte, Programma
Cure primarie - Dott. Daniele Govi MMG - Dott. Pierantonio Magnani, Oncologo-palliativista.
Autore principale: Dr.ssa Rosanna Carbognani, AUSL Reggio Emilia, Direttore Programma cure primarie, Via
amendola, 2, 42100 Reggio Emilia ,tel.0522335122 , fax0522335200, [email protected]
PROBLEMA
Lo sviluppo della rete delle cure palliative non prescinde dall’acquisizione da parte dei professionisti di
competenze e di strumenti di lavoro specifici che consentono loro di orientare l’attività ponendo al centro il
malato e la sua famiglia. L’importanza della relazione e della comunicazione medico-paziente ha messo in
evidenza la necessità di superare il tradizionale il modello “medico-sanitario” , approccio prevalente nelle
istituzioni, integrandolo con modelli “patient centred” o “bio-psico-sociale” che valorizzano la centralità
della persona all’interno del suo percorso di cura.
L’attività relazionale e comunicativa con il malato e non la semplice informazione emerge come strumento
di cura a tutti gli effetti e come modalità di garanzia del rispetto delle scelte del malato in relazione ai suoi
valori, quindi come strumento per assicurare l’etica della presa in cura oltre ad assumere valore di
presupposto per creare l’alleanza terapeutica ed una partecipazione attiva nel suo percorso di cura.
La comunicazione rappresenta, quindi, un processo relazionale fra curante e malato, che comprende livelli di
informazione, ma anche una specifica attenzione alle emozioni di chi sta vivendo la malattia, che si traduce
in accoglienza della persona stessa ed ascolto attivo finalizzato al perseguimento di un obiettivo terapeutico
condiviso.
FINALITA’
Mettere in grado il professionista di cogliere le ripercussioni bio-psico-sociali che l’impatto della malattia
provoca, sapendo ricercare assieme al paziente il miglior adattamento possibile al problema.
METODI e AZIONI
Nel condurre l’esperienza di co-costruzione del percorso di cura della persona con tumore, si è costituito nel
territorio specifico un gruppo multiprofessionale di lavoro ad adesione volontaria che ha condiviso le attuali
maggiori criticità sintetizzabili in alcuni punti:
• La relazione/comunicazione con il paziente e la sua famiglia
• La comunicazione fra professionisti
• La definizione dei percorsi fra i vari punti della rete d’assistenza
• Il lavoro d’equipe ed i suoi strumenti
• Le problematiche etiche e giuridiche
Il gruppo è stato supportato nell’approfondimento di questi temi dalla presenza di docenti esterni in momenti
formativi specificatamente programmati.
Gli interventi formativi sono stati propedeutici ai sottogruppi di lavoro dei professionisti orientati alla ricerca
della possibile contestualizzazione dei contenuti teorici che sottendono gli obiettivi perseguiti nello sviluppo
della rete delle cure palliative, proponendo uno stile di lavoro che accomuni cultura organizzativa e cultura
professionale.
VALUTAZIONI
La sperimentazione è ancora in corso. La forte partecipazione dei professionisti al progetto ha consentito loro
di condividere le conoscenze teoriche ulteriormente acquisite, discuterle per ricercare possibili nuove
strategie organizzative la cui implementazione è attualmente in fase di discussione. Si ritiene possibile
l’utilizzo dello stesso metodo per affrontare problematiche relative ad ambiti di cronicità di salute.
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DALLA COMUNICAZIONE ALLA QUALITÀ PERCEPITA
Alessandra D’Alfonso, responsabile dell’Ufficio di Qualità ASL 4
Giuseppina Viola, Responsabile URP ASL 4
Olivero e Associati, consulente esterno
Autore referente: Alessandra D’Alfonso, responsabile dell’Ufficio di Qualità ASL 4, P.zza del donatore di sangue 3,
Tel. 011-2402230-2491, Fax. 011-2402347, [email protected]
Breve introduzione del contesto
“Nel 2000 per la prima volta nella sua storia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un
rapporto che classifica i 191 sistemi sanitari del mondo sulla base di:
• equità
• capacità di miglioramento della salute
• accoglienza, comfort
• rispetto della dignità dei pazienti.
Nella classifica generale l’Italia è posta al 2 posto, preceduta solo dalla Francia e seguita dagli USA al 37
posto.
Il nostro Paese cui è dato un eccezionale riconoscimento per equità e miglioramento della salute, risulta però
al 22 posto per accoglienza e rispetto della dignità del paziente”.
Parrebbe quindi, in base a questa classifica, che il nostro Sistema Sanitario sia abbastanza deficitario nel
raggiungimento degli obiettivi relativi al rispetto della persona, all’orientamento al cittadino e
all’umanizzazione dei servizi.
L’ASL 4 ha individuato come area prioritaria di intervento la gestione della relazione con il pubblico, ambito
molto delicato per l’eterogeneità e gli stati emotivi degli attori in gioco, intesa come interazione tra due
soggetti l’utente e l’operatore entrambi con attese non sempre convergenti.
L’ASL 4 si propone di migliorare la qualità dell’accesso al servizio attraverso l’attivazione di un
un’intervento educativo che induca una modifica del comportamento negli operatori. Nello specifico di far
accrescere negli operatori la consapevolezza della proprio ruolo professionale, di generare dei codici e stili di
comunicazione comuni e condivisi.
A questo scopo l’Ufficio Qualità e l’Ufficio Relazioni con il Pubblico in collaborazione con un consulente
sterno hanno organizzato un percorso formativo per il personale del front-office.
Obiettivi
Obiettivi del corso sono fondamentalmente riconducibili a due aspetti:
- Accrescere negli operatori la consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo professionale nel
processo comunicativo attraverso l’acquisizione di tecniche e strumenti innovativi ed efficaci
- Generare un “Codice comportamentale” comune e condiviso derivato dalla collaborazione di tutti
gli operatori di front office presenti al corso, che diverrà lo stile distintivo dell’azienda
Gruppo Target
Il corso ha coinvolto tutti i 140 operatori assegnati all’attività di front office dell’Asl 4.
La durata del corso è stata di due giornate formative; al termine delle quali è stato previsto un periodo di
affiancamento per gli operatori assegnati alle postazioni a più alta criticità.
L’approccio utilizzato si basa sulla didattica attiva supportato da illustrazioni teoriche e dimostrazioni
pratiche dei temi trattati.
Valutazione e Risultati
L’efficacia del corso verrà valutata in base alla:
1. presenza del “Codice deontologico”di comportamento dell’attività di front office da utilizzare come stile
distintivo dell’azienda e verifica dell’adozione dello stesso attraverso osservazione diretta o simulazioni
di situazioni esemplificative
2. modifica del comportamento del personale verificabile attraverso la valutazione delle segnalazioni di
disservizio pervenute all’Ufficio URP nello specifico una riduzione delle segnalazioni di disservizio
relative al personale di front office ed un aumento delle segnalazioni positive rispetto all’anno
precedente.
43
BIBLIOTECHINA H
Alessandra D'Alfonso, responsabile dell'Ufficio di Qualità ASL 4
Giuseppina Viola, Responsabile URP ASL 4
Biblioteche Civiche Torinesi
Autore referente: Alessandra D'Alfonso, responsabile dell'Ufficio di Qualità ASL 4, P.zza dei donatore di sangue 3
Tel. 011-2402230-2491 Fax. 011-2402347 [email protected]
Breve introduzione del contesto
L'As14 nell'ambito del progetto di umanizzazione dell'assistenza ospedaliera ha attivato un servizio per
la gestione del "tempo" del paziente durante il ricovero proponendo la lettura come attività di svago e
non solo. Infatti, molte ricerche confermano che rimanere attivi intellettualmente può minimizzare il
declino cognitivo. La pagina scritta è legata all'apprendimento, leggendo si ricevono degli stimoli, che
rafforzano le capacità cognitive della persona, il libro acquista una rilevanza fondamentale non solo
nell'attività occupazionale e consolatoria del paziente, ma come supporto per il reintegro vero e
proprio alla partecipazione sociale.
In collaborazione con le Biblioteche Civiche Torinesi è stato avviato un progetto dal titolo
BIBLIOTECHINA H per offrire ai cittadini degenti ed ai loro cari un servizio che possa contribuire
ad alleviare i disagi fisici e psicologici legati alla degenza ospedaliera. La biblioteca è costituita da
circa 300 libri: romanzi , racconti, gialli, narrativa rosa, saggistica e fumetti; ma anche "libri parlanti"
e collane in "corpo 16" (con carattere di stampa delle dimensioni maggiorate). Così leggere diventa una
terapia oltre che un piacere, il piacere di leggere senza ammazzarsi gli occhi.
La distribuzione dei libri verrà effettuata nei reparti dell'ospedale su apposito carrello attrezzato tre
pomeriggi alla settimana dai Volontari del Servizio Civile. I volumi presi in prestito possono essere
restituiti comodamente e con diverse modalità: al personale delle biblioteche civiche, alle Capo Sala del
reparto, all'Ufficio Relazioni con il Pubblico ed anche in qualunque biblioteca civica del sistema urbano.
Obiettivi
• Impegnare piacevolmente il tempo dei pazienti attraverso la lettura;
• Recupero delle abilità psicofisiche dei pazienti attraverso la lettura e l'utilizzo di libri specifici:
"corpo 16" ed audiocassette.
Gruppo Target
Pazienti ricoverati, parenti, operatori.
Valutazione e Risultati
L'efficacia dell'iniziativa verrà valutata in base a:
• numero di prestiti effettuati
• gradimento verso dell'iniziativa espressa dai fruitori
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IL PROGETTO "LIBRILETTI" DELL'AZIENDA OSPEDALIERA DI ALESSANDRIA
M. Desperati, ^E. Gandini, ^M. Perre , *G. Forno, ° P. Tofanini
Direttore Medico dei Presidi, ^ biblioteca biomedica,*Direttore Sanitario, ° Direttore Generale
Azienda ospedaliera nazionale di Alessandria
Referente :dott. Massimo Desperati, via Venezia, 16 15100 Alessandria, 0131/206215, fax 0131/206836
[email protected]
Il ricovero ospedaliero è di per sé fonte di ansietà per i pazienti, spesso costretti a passare lunghe ore della
giornata in attesa di esami e di visite specialistiche. Per aiutare i pazienti a trascorrere il tempo in maniera
maggiormente piacevole, evitando continue e stressanti riflessioni sul proprio stato di salute, si è pensato di
mettere a loro disposizione in prestito gratuito una serie selezionata di piacevoli libri , con l'obiettivo di fare
trascorrere ai pazienti alcune ore della giornata in modo utile e gradevole.
Il progetto ,attivo dal novembre 2001, è stato curato dalla Biblioteca biomedica dell'Azienda ospedaliera , in
collaborazione con la Provincia ed il Comune di Alessandria.
La distribuzione dei libri è effettuata da insegnanti volontarie due volte la settimana: i volumi , che coprono
tutti i principali generi letterari, sono frutto di donazioni da parte di dipendenti dell'Azienda e di alcune
librerie cittadine. Il comune di Alessandria ha donato 5 abbonamenti a riviste.
Per la distribuzione dei libri è utilizzato uno speciale carrello espositore, progettato appositamente dall'Arch.
Franco Cuttica e realizzato dal dott. Carlo Poggio di una ditta alessandrina: il logo e la grafica del progetto
sono stati curati da un noto studio locale (Studio2). La catalogazione dei libri è stata eseguita con la
collaborazione di una bibliotecaria della Biblioteca Comunale, assieme ad insegnanti volontarie.
Il progetto, partito per i soli pazienti, si è successivamente esteso al personale dipendente ed è stato fonte di
due interessanti iniziative per i ricoverati nei reparti di malattie infettive e di psichiatria: nel primo caso ,
viste le particolari problematiche legate alla possibile trasmissione di germi patogeni, si è definito un set
dedicato di libri e riviste , che, a differenza degli altri reparti, vengono lasciati in omaggio ai pazienti che li
hanno scelti.
Presso il reparto psichiatrico è invece nato un laboratorio di lettura, condotto da volontari esterni all'ospedale.
Ogni settimana per due ore il personale medico ed infermieristico si raduna assieme agli ospiti del reparto
per assistere tutti quanti alla lettura di un racconto ad opera dei volontari, sulla quale poi viene imbastita una
discussione in cui ognuno è invitato a raccontare il proprio vissuto rispetto a ciò che la storia gli suscita. La
lettura diventa così terapia e divertimento e favorisce l'instaurarsi di un rapporto di fiducia tra pazienti ed
operatori sanitari.
Dal 26 settembre 2002 sono disponibili le schede di rilevazione dell’attività: nel periodo 29/9/02- 30/09/03 ,
hanno usufruito del servizio 385 utenti, di cui solo l’8% è rappresentato da dipendenti ospedalieri .I reparti
maggiormente coinvolti sono stati quelli che prevedono durata delle degenza più lunga (ortopedia,medicina
generale, neurologia).
I risultati ottenuti dimostrano il successo dell'iniziativa che, nata dalla felice intuizione e dall'amore per la
lettura del personale della Biblioteca aziendale, ha finito per coinvolgere istituzioni, ditte e numerosi
professionisti cittadini, che hanno messo a disposizione il loro tempo per consentire qualche ora di piacevole
lettura ai pazienti, dimostrando come la solidarietà non sia una parola dimenticata.
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DIMINUZIONE DELLE SEGNALAZIONI PER ASPETTI RELAZIONALI.
I RISULTATI DI UNA METODOLOGIA DIDATTICA APPLICATA AI MEDICI.
Moreno Marcucci1, Sergio Ardis2, Graziella Di Quirico3 Lucia Corrieri Puliti4, Ornella Fulvio5, Mario Betti6, Stefano
Beani6.
1) Direzione Sanitaria Ospedale di Lucca, 2) Comitato Etico Locale Azienda USL 2 di Lucca, 3) Coordinamento
Donazione di Organi, 4) U.O. Educazione alla Salute Azienda USL 2 di Lucca, 5) U.O. Psicologia Azienda USL 2 di
Lucca, 6) U.O. Psichiatria Azienda USL 2 di Lucca.
Autore referente Moreno Marcucci, Palazzina ExONMI, Piazza della Concordia, 55100 Lucca, tel 0583970613, fax
0583970114, [email protected]
Introduzione: Il progetto di umanizzazione dell’Ospedale, nell’ambito dell’HPH, prevede un’azione di
miglioramento della comunicazione medico paziente finalizzata all’acquisizione del consenso informato e al
mutamento del rapporto tra medici ospedalieri e utenti.
I medici nella loro formazione accademica non ricevono una formazione sulla comunicazione e sulla
relazione medico/paziente. Per contro attualmente viviamo in una società attuale dove in ogni iter formativo
professionale trova spazio una formazione specifica sulle tecniche di comunicazione.
Per questi motivi nel 2002 abbiamo realizzato 8 edizioni di un corso di tecnica di comunicazione a cui hanno
partecipato 180 medici.
Nella stesso anno abbiamo registrato una consistente diminuzione delle segnalazioni all’URP ascrivibili agli
aspetti relazionali.
Target del progetto: Hanno frequentato il corso 180 medici dei tre ospedali della nostra Azienda USL sui
380 medici dei servizi ospedalieri.
Metodologia didattica: Il corso di 8 ore di didattica effettiva comprende una prima parte teorica nella quale
vengono forniti ai discenti le nozioni di basi di tecnica di comunicazione e conoscenze sulla relazione di
aiuto, viene proposto un modello di sequenza di colloquio e vengono valutati modelli di comunicazione
sanitaria, vengono trattati gli aspetti antropologici della comunicazione ed al linguaggio sanitario. Un piccola
parte del corso è dedicata agli aspetti giuridici del consenso informato. La parte pratica prevede che tutti i
discenti, in gruppi di tre, simulino la comunicazione di una cattiva notizia al docente che veste i panni della
persona ricoverata in ospedale. La simulazione viene proiettata in tempo reale in aula dove gli altri discenti
studiano il role play insieme ad un medico esperto in comunicazione sanitaria. Appena terminata la
simulazione, il gruppo di discenti rivede la propria prova insieme ad uno psicologo per ricercare ed
analizzare le emozioni sperimentate durante il role play.
Valutazione del risultato: Il numero delle segnalazioni di cittadini pervenute all’URP è stato scelto come
indicatore di risultato. L’URP non è stata messa a conoscenza del fatto che avremmo utilizzato questo dato
per valutare l’efficacia del corso. Nel 2002 abbiamo ottenuto una riduzione del 42% delle segnalazioni
per aspetti relazionali.
Riteniamo che questo importante risultato sia dovuto agli strumenti conoscitivi che il nostro corso ha fornito
ai medici, ma riteniamo che in parte possa essere legato anche all’aumento della motivazione fornita al
personale durante la giornata di studio.
Conclusioni: Il risultato ottenuto con il nostro corso di formazione ha superato le nostre aspettative. Una
metodologia didattica rigorosa che coinvolge il discente è un elemento importante della riuscita del corso.
Fornire elementi pratici è utile per ottenere risultati concreti. Riuscire a motivare è indispensabile per il
successo del progetto formativo.
In una società che privilegia la comunicazione in ogni ambito, il medico non può più rinunciare a formarsi in
questo settore. La comunicazione interpersonale rimane la via maestra per dare un ruolo centrale alla persona
nei servizi sanitari e consentirle di agire in modo consapevole e attivo sul proprio stato di salute.
46
LA COMUNICAZIONE DELLA DIAGNOSI AL MALATO ONCOLOGICO E GRAVE: STRATEGIE DI COPING,
CONTINUITA’ DI CURA TRA UNITA’ OPERATIVE
Azienda Ospedaliera di Verona Universita' degli Studi di Verona
(Nadallini L*, Maluta S.* Cetto G.L.**, Fostini R***, Alberton F****)
* Psicologa-Psicoterapeuta U.O. di Radioterapia Oncologica – IOV Sezione di Verona,, Az.. Ospedaliera di Verona
(Direttore: Sergio Mallutta) e Autore referente: Piazzale Stefani, 1 -37126 Verona. Tel. 045-8072478 (Fax: 8072062).
[email protected]
** Direttore Cattedra e Divisione di Oncologia Medica, Università e Az. Ospedaliera di Verona
*** Direzione Medica, O.C.M., Sanittaria,, Azienda Ospedaliera di Verona
**** Diiparttiimentto di Medicina e Sanità pubblica, Sezione di Medicina Legale, Università e Azienda Ospedaliera di
Verona
Introduzione
Il progetto HPH è un modello integrato di intervento psicologico, rivolto a pazienti oncologici e/o con
prognosi severa. In esso, la valutazione dei bisogni di cura e di assistenza avviene secondo vari punti di
osservazione: del malato, che ha un ruolo centrale, ma anche della famiglia e degli operatori.
Considera rapporto in atto tra le parti: i medici che curano il malato, gli psicologi che partecipano al progetto
terapeutico e il personale di assistenza, con cui il malato entra in contatto in modo continuativo.
Obiettivo del progetto è l'approfondimento del processo assistenziale, a partire dalla comunicazione della
diagnosi e della prassi di scambio di conoscenze a riguardo, tra Unità Operative che insieme o
successivamente curano il paziente.
Il progetto nasce dalle seguenti osservazioni:
a) Una buona comunicazione medico-paziente consente una migliore cura della malattia. Questa diventa
necessaria nelle malattie oncologiche e gravi che richiedono molti trattamenti, che prolungano la quantità di
vita attesa;
b) Nonostante il valore che tutti riconoscono all’atto della comunicazione della diagnosi, non resta traccia
nelle cartelle cliniche dei pazienti dei contenuti di tale comunicazione, né delle reazioni del paziente e dei
familiari;
c) di conseguenza, rimangono sconosciuti importanti dati oggettivi, con il rischio della frammentarietà o
addirittura di contraddizioni nelle informazioni e nella gestione complessiva del malato;
d) né si può intendere un mero modulo di “consenso informato” come atto sufficiente ed esaustivo di
comunicazione della diagnosi, in quanto la stessa esige un colloquio da svolgersi nel tempo necessario, con
prudenza e conoscenza diretta del malato.
Gli studi internazionali confermano che una chiara comunicazione della diagnosi induce nei pazienti, dopo
un primo tempo di forte impatto emotivo, un migliore atteggiamento e disponibilità alla cura.
Nel malato si attivano infatti, importanti meccanismi di difesa dall’angoscia, che gli permettono di affrontare
la nuova situazione e di trovare un qualche adattamento cognitivo, emotivo e comportamento alla malattia
(coping).
Gli studi italiani evidenziano che per specifiche patologie (cancro della mammella, della tiroide, ecc.. ) la
comunicazione avviene presto, in modo chiaro ed è estesa sostanzialmente a tutti i pazienti o quasi (fino al
95%), invece per tumori a prognosi severa, essa, risulta di fatto complessa, graduale e non chiaramente, se
non mai, del tutto esplicita.
La progressione nello sviluppo del progetto finora prevede:
(Gruppo target ed elaborazione)
-Selezione di Unità Operative che partecipano in prima fase.
-Incontri con le Unità Operative per raccogliere la condivisione e avvio di un progetto di ricercaosservazione, che diventi il primo punto di confronto.
-Scelta del materiale per iniziare uno studio preliminare.
-Le fasi successive riguarderanno:
a) l'ottenimento del parere del comitato etico aziendale
b) il reperimento di fondi a supporto dell'iniziativa per (materiale, risorse umane, ecc..)
c) avvio della sperimentazione.
Bibliografia essenziale
1. Baile W.F, Buckman R, Lenzi R, Glober G, Beale E.A., Kudelka A.P., (2002) A six-step protocol for
delivering bad news: application to the patient with cancer (SPIKES), The Oncologist, 5: 302- 311
2.Davies E., Higginnson I.J. (2003) Communication, information and support for adults with malignant
cerebral glioma: a systematic literature rewie, Support care cancer, 11: 21-29
47
3.Nadalini L, Molino A, Manno P, Bertolato A, Barisoni D, Moretto G, Cetto G.L. (2003) Qualità di vita in
due gruppi di pazienti oncologici in differenti fasi della malattia, Atti VIII Congresso Sipo, Catania.
4.Ritorto G, Nigro C, Donadio M, Fanchini L, Manzin E, e altri,(2002) La comunicazione della diagnosi nei
tumori dell'apparato polmonare e gastro-enterico: l'opinione dei medici e la consapevolezza del paziente.
Gior.Ital. Psico-oncol., 4,2-6.
48
L’INFORMAZIONE AL
REGINA MARGHERITA
BAMBINO RICOVERATO: L’ESPERIENZA DELL’OSPEDALE
INFANTILE
Azienda Ospedaliera OIRM – S.Anna
Comune di Torino – Servizi Educativi (per il progetto Operazione in gioco)
Provincia di Torino – Assessorato alla Solidarietà Sociale (per il progetto Che ci faccio in Ospedale)
Autore referente: Anna Persico, Ufficio Relazioni con il Pubblico ASO OIRM – S.Anna, Tel. 011/3134355 –
011/3135672, Fax 001/3134631, e-mail [email protected]
Breve introduzione del contesto
Le Aziende Sanitarie, in questi ultimi anni, hanno dimostrato una particolare attenzione al processo di
cambiamento maturato all'interno della Pubblica Amministrazione: gli aspetti legati all’informazione ed alla
comunicazione sono stati maggiormente curati, con l'obiettivo di semplificare l'accesso alle strutture sanitarie
e favorire la partecipazione dei cittadini.
Carta dei Servizi, depliant informativi, Sito Internet, sportello telefonico per le informazioni e lo stesso
Ufficio Relazioni con il Pubblico dimostrano la volontà di proseguire su questa strada, cercando di offrire,
quanto più possibile ai nostri utenti, un servizio di qualità e trasparenza.
La presenza, all'interno della nostra Azienda, di un Ospedale interamente Pediatrico ci ha portato a riflettere,
sempre di più, sull'importanza di trasferire questa cultura dell’informazione anche al bambino e
considerarlo il vero protagonista.
Per questo sono stati avviati due diversi progetti:
¾ “Operazione in gioco” realizzato dall’Azienda Ospedaliera OIRM-S.Anna insieme al Comune di Torino
– Divisione Servizi Educativi Gruppo Gioco in Ospedale con l'obiettivo di affrontare il delicato tema
dell'informazione sull'intervento chirurgico.
¾ “Che ci faccio in Ospedale” libro realizzato dall’Azienda Ospedaliera OIRMS. Anna insieme alla
Provincia di Torino – Assessorato alla Solidarietà Sociale e con la collaborazione delle Unità Operative
di Pediatria degli Ospedali della Provincia di Torino, con l’obiettivo di realizzare una sorta di "Carta dei
Servizi" in grado di accogliere il bambino e di aiutarlo a scoprire questo posto tanto grande e misterioso
che è l'Ospedale.
Obiettivi
I progetti si propongono di migliorare gli aspetti legati all’informazione ed all’accoglienza dei bambini che
entrano in ospedale per un ricovero.
In particolare l’obiettivo del progetto “Operazione in gioco” si articola su due livelli:
• fornire al bambino informazioni semplici e chiare sulle persone e sugli ambienti che incontrerà in occasione
dell’intervento chirurgico, attraverso un libro interattivo, consegnatogli al momento della visita
ambulatoriale;
• proporre, prima dell’intervento chirurgico, un laboratorio di gioco teatro per rispondere a eventuali dubbi e
richieste di chiarimenti.
Il libro “Che ci faccio in Ospedale” si propone di informare il bambino che, entrando in ospedale, si sente
disorientato e durante il suo ricovero, vive momenti ed esperienze diverse, più o meno dolorose ed incontra
persone nuove con cui deve entrare in relazione. Le risposte del libro lo aiuteranno a conoscere l’ambiente, le
persone che vi lavorano e le apparecchiature che si usano in ospedale, rendendolo partecipe di quanto gli sta
accadendo e comunicandogli il messaggio di poter contare su tutta l’équipe, in qualsiasi momento.
Gruppo Target
Bambini dai 4 ai 12 anni
Valutazione dei risultati
Questionari - interviste
49
ACCOGLIENZA E COMFORT DEL PAZIENTE IN OSPEDALE
RETE VENETA HPH
: IL PROGETTO INTERAZIENDALE DELLA
Prisca Perenzin - Az.Ulss 2; Pino Caldana Az.Ulss- 22; Massimo Cappellin AZ.Ulss14; Natalina Frison – Az. Ulss 14;
Daniela Maggio - Az.Ulss 17; Emanuela Pizzardo - Az.Ulss 18; Paola Melina - Az.Ulss 18; Mariangela CaroloAz.Ulss 4; Graziano Cosaro – Az.Ulss 4 ; Rita Cagnin - Az.Ulss 8;
Autore Referente: D.ssa Emanuela Pizzardo, Ufficio Relazioni con il Pubblico Azienda Ulss 18, Cittadella Sociosanitaria, Viale Tre martiri 89, 45100 Rovigo, tel.0425394625, fax 0425393902, e mail:
[email protected]
Premessa: Il tema scelto ed affidato è stato affrontato non in generale ma secondo un particolare punto di
vista e cioè quello dell’ingresso del cittadino nella struttura ospedaliera, quindi l’analisi di quel fondamentale
momento dell’esperienza del ricovero ospedaliero che è l’accoglienza. Lo strumento operativo scelto è stato
quindi quello dell’elaborazione di un questionario somministrato al paziente nei giorni immediatamente
successivi al ricovero, sia nel caso questo fosse programmato sia nell’ipotesi del ricovero d’urgenza. Oggetto
del questionario sono domande tese ad evidenziare come viene vissuto dal paziente il momento del ricovero,
il primo impatto con la struttura ospedaliera.
Obiettivo: Fornire al management sanitario gli strumenti per una completa analisi delle modalità e delle
caratteristiche dell’accoglienza ospedaliera in modo tale da poter elaborare strategie di miglioramento
dell’accoglienza e del comfort del paziente in ospedale.
Le fasi di attuazione del progetto sono le seguenti:
• Elaborazione di uno strumento di rilevazione atto a fornire le informazioni utili; definizione degli aspetti
statistici quali la numerosità del campione la selezione dello stesso, tempi e modalità di raccolta, scelta di un
software idoneo, raccolta ed inserimento dei dati in tutte le aziende sanitarie;
• Elaborazione e valutazione dei dati ottenuti;
• Informazione al management dei dati ottenuti;
• Elaborazione di proposte e di azioni tese al miglioramento dell’accoglienza e del comfort del paziente nel
momento dell’ingresso in ospedale quali: costruzione di un protocollo per l’accoglienza del paziente
conosciuto e condiviso dagli operatori coinvolti, individuazione dei referenti per l’accoglienza e costruzione
di un punto informativo interno ad ogni unità operativa;
• edizione e realizzazione di specifiche “guide ai servizi”;
I target di riferimento sono ovviamente i pazienti che sono anche l’oggetto dell’indagine. Il personale
aziendale è quello che provvede alla somministrazione dei questionari e alle eventuali azioni di
miglioramento;
Attuazione del progetto:
• All’interno delle aziende è stato identificato il responsabile locale del progetto; si è provveduto alla
costituzione di un gruppo interaziendale e scelto il coordinatore;
• E’ stato costruito lo strumento di rilevazione che consiste in questionario somministrato al paziente entro le
prime 48 dal ricovero ospedaliero: le caratteristiche del questionario sono quelle di essere di semplice
compilazione con domande volte a valutare l’esperienza compiuta dal paziente al momento del ricovero sotto
il profilo informativo, relazionale ed organizzativo. Sono stati esclusi i pazienti ricoverati nei Servizi di
terapia Intensiva, Pediatria Psichiatria e Lungodegenza riabilitativa. La somministrazione del questionario
viene affidata a personale aziendale estraneo al servizio di degenza interessato;
• La selezione del campione è stato definito ad “intervallo”; la numerosità per ogni azienda è stata definita in
base al numero di ricoveri e alle informazioni relative ai dati di gradimento dei servizi sanitari già in
possesso delle singole aziende;
• E’ stato individuato un software idoneo alla elaborazione e raccolta dati adatto a ricerche basate
sull’utilizzo dei questionari con una fase finale di elaborazione centralizzata;
• Il questionario elaborato è stato somministrato in un prima fase a sessanta pazienti dell’azienda capofila per
poi essere modificato con le indicazioni ricevute ed è stato quindi elaborato in modo definitivo;
Stato attuale del progetto:
- elaborazione del questionario
- entro il 10 febbraio 2003 è stato definito il campione e i giorni di calendario utili per la rilevazione;
- il questionario è stato somministrato nelle Aziende aderenti il progetto nel periodo compreso tra il 17
febbraio ed il 17 agosto 2003;
- consegna dei dati raccolti compiuta, elaborazione finale e comunicazione dati entro il mese di ottobre 2003
50
MIGLIORAMENTO DELL’ ACCOGLIENZA E DEL COMFORT NEGLI OSPEDALI E SERVIZI DELL’AUSL DI
REGGIO EMILIA.
Cesare Sacchi, D.A.I. Daniela Vasta, I.P. Daniela Ponti ( Servizio Logistico Alberghiero).
Autore referente : Cesare Sacchi ( Direttore Servizio Logistico Alberghiero AUSL di Reggio Emilia) tel. 0522/335105,
fax 0522/335365, e-mail: [email protected].
Descrizione sintetica del progetto:
Il progetto intende porre l’attenzione su quegli aspetti che mettono in relazione l’utente con l’Azienda ed i
Servizi che la costituiscono e cioè:
- gli aspetti che contribuiscono a rendere più fruibili ed accoglienti gli spazi complessi e vasti delle
strutture sanitarie, con particolare riferimento ai percorsi (interni e esterni), agli accessi, alla qualità degli
ambienti d’attesa e degli spazi comuni;
- gli aspetti di tipo relazionale, di comunicazione, di disponibilità all’ascolto dei bisogni, con particolare
riferimento al rispetto della Privacy e delle diverse culture e linguaggi, che richiedono il coinvolgimento
e la sensibilizzazione degli operatori.
La chiarezza dell’informazione (data dalla relazione primaria che si ha con gli operatori), la gradevolezza
dell’ambiente (data dai colori, dalla luminosità, dalla la sensazione di essere in ambienti rassicuranti) devono
essere realizzati e fondersi producendo una sensazione di armonia del contesto ambientale.
A questo scopo dovranno pertanto essere previsti percorsi di sensibilizzazione del personale ai problemi
legati all’accoglienza ed al comfort nelle UU.OO., secondo una logica di processo.
Obiettivi
- Uniformare, semplificare, facilitare i percorsi (esterni e interni) e gli accessi delle sedi ospedaliere e
distrettuali, anche attraverso la razionalizzazione e l’omogeneizzazione della segnaletica e di quanto
contribuisca all’identificazione dell’Azienda.
- Uniformare e migliorare la qualità degli arredi e degli elementi di abbellimento degli ambienti d’attesa,
degli spazi verdi e dei percorsi comuni.
- Individuare spazi informativi, regolamentarne l’utilizzo, assicurarne l’aggiornamento.
- Incoraggiare iniziative culturali e comunque di partecipazione del mondo esterno alla vita ospedaliera.
Metodologia
Costituzione di un gruppo di lavoro coordinato dal Sevizio Logistico Alberghiero al quale partecipano lo
Staff Organizzazione e Sviluppo, gli URP, il Presidio Ospedaliero, il Servizio Approvvigionamenti, il
Servizio Attività Tecniche, Comitati Misti Consultivi, ognuno con ruoli e responsabilità definite.
Il gruppo analizza le problematiche rilevate in ciascuna sede, individua e pianifica le azioni di miglioramento
definendo modalità di intervento, strumenti e risorse, definisce le procedure atte a garantire il livello di
qualità nel tempo.
Le azioni individuate come prioritarie vengono inserite quali obiettivi di budget del Servizio Logistico
Alberghiero che si fa garante della loro realizzazione nei tempi previsti.
51
IL
SISTEMA DI VALUTAZIONE DELLO SVILUPPO DEL
RISULTATI
PROGETTO HPH
IN
TOSCANA:
PRIMI
Paolo Morello Marchese, Fabrizio Simonelli, Maria José Caldés Pinilla, Katalin Majer, Caterina Teodori - Centro di
Coordinamento Regionale HPH Toscana (Azienda Universitaria-Ospedaliera ‘A. Meyer’ di Firenze)
Autore referente: Fabrizio Simonelli - Centro di Coordinamento Regionale HPH Toscana, Azienda UniversitariaOspedaliera ‘A. Meyer’ di Firenze, Via Pico della Mirandola, 24, 50133, Firenze, Tel. 055 5662311, Fax 055 5662940
E-mail: [email protected]
Breve introduzione del contesto: La Rete Toscana degli Ospedali per la Promozione della Salute, costituita
nell’aprile del 2001, rappresenta un ulteriore concreto segnale dell’affermarsi di una nuova cultura della
salute nella Regione Toscana. Questo processo ha trovato un fertile terreno di crescita nella tradizionale
attenzione sociale e politica ai problemi della Sanità, rappresentando una risorsa importante per l’attuazione
del Piano Sanitario Regionale 2002-2004. In quest’ottica il Centro di Coordinamento Regionale ha previsto
la messa a punto di un sistema di valutazione sullo sviluppo del Progetto HPH nelle singole aziende.
Obiettivi: Valutare anno dopo anno, congiuntamente alle singole aziende e ai coordinatori dei progetti
interaziendali, lo stato di avanzamento del progetto HPH. Monitorare lo sviluppo dei singoli progetti sia
aziendali che interaziendali, attraverso il confronto tra le situazioni rilevate nel 2002 e 2003.
Gruppo target: l’intera Rete HPH Toscana
Metodologia: Messa a punto di strumenti di valutazione ad hoc in linea con gli standards elaborati dal
gruppo di lavoro internazionale. Valutazione collegiale nelle singole aziende. Valutazione collegiale con i
coordinatori dei progetti interaziendali. Decodifica, analisi e elaborazione grafica dei risultati. Report
generale di rete.
Valutazione dei risultati: E’ stato riscontrato un buon clima di coinvolgimento e collaborazione in tutte le
Aziende Sanitarie e Ospedaliere durante il processo di autovalutazione. L’utilizzo degli strumenti di
autovalutazione ha reso possibile un’ampia visione dell’implementazione del Progetto HPH nelle singole
aziende. Il sistema di valutazione adottato ha permesso di comparare rispettivamente lo stato di avanzamento
fra le singole aziende e fra i progetti interaziendali.
L’intero processo di valutazione ha reso evidente in un’ottica complessiva l’andamento del Progetto HPH
nella Regione Toscana.
Conclusioni: La valutazione dei progetti deve diventare una pratica programmatoria fondamentale per
favorire lo sviluppo e rendere più efficaci le azioni di Promozione della Salute. In questo senso la
valutazione sistematica dei singoli progetti aziendali e interaziendali HPH è uno degli obiettivi principali
della Rete HPH Toscana. La messa a punto di strumenti di valutazione facilmente utilizzabili e appropriati
consente e facilita sia il confronto che il miglioramento dei singoli progetti, nonché la diffusione dei risultati
con un’ottica di rete, favorendo la crescita generale della rete stessa. Quest’esperienza può proporsi come
modello valutativo per altre pratiche e progetti di Promozione della Salute.
52
LA SOFFERENZA E LA MORTE: GESTIONE E ACCOMPAGNAMENTO ALLA MORTE
Azienda USL 1 di Massa e Carrara (Zona Lunigiana)
Francesco La Rocca, U. O. Pneumologia Stabilimento Ospedaliero di Fivizzano (MS), Angela Simonelli, Unità
Operativa Educazione Sanitaria - Comunicazione – Informazione Antonella Tonelli, Direzione Sanitaria del Presidio
Ospedaliero di Lunigiana.
Referente: Antonella Tonelli, Direzione Sanitaria del Presidio Ospedaliero di Lunigiana , Salita S. Francesco Ospedale
Sant’Antonio Abate di Fivizzano (MS), tel.0585940201, fax 0585 948038 e - mail: [email protected]
Introduzione e motivazioni:
Il percorso è iniziato nel 2.000 con un primo ciclo di Seminari per gli Infermieri Professionali del Presidio
Ospedaliero di Lunigiana dal titolo “Il Distacco e la morte”; proseguito con un secondo ciclo nel 2001 .
Nel 2002 si è svolto il Convegno”Capire la morte,bisogno dell’uomo “, rivolto a tutti gli operatori sanitari
dell’Azienda. Gli atti del convegno sono stati pubblicati nel 2003,dalla casa editrice Zadig -Roma nella
collana” I quaderni di Janus” a cura di Sandro Spinsanti e Antonio De Angeli.
Il progetto, attraverso un percorso di preparazione, si propone di aiutare ad elaborare ed affrontare la morte
ed il lutto come esperienza e vissuto propri di ogni persona. Riuscire ad accettare la morte come percorso
inevitabile della vita potrà permettere un differente approccio nei confronti del morente e dei familiari.
Capire la morte è un bisogno dell’uomo nella sua globalità. Solo migliorando la relazione terapeutica ,cioè
lavorando ad ampio spettro in tutti i momenti del percorso assistenziale, si potrà riuscire a gestire il momento
finale della vita nel rispetto del sé e dell’altro, prendendo atto che il confine il limite tra l’uno e l’altro è
sottile e commutabile. Non si può promuovere salute lasciando fuori, dalle nostre preoccupazioni e dai
programmi di formazione, la morte.
Obiettivi
Dare voce e risposta al disagio che come operatori sanitari viviamo in prima persona.
Evitare la gestione della morte e del lutto in estrema solitudine
Target
Inizialmente, infermieri professionali del Presidio Ospedaliero di Lunigiana, in seguito gli operatori sanitari
dell’Azienda.
Valutazione
Essendo l’argomento di non facile approccio abbiamo valutato risposte diverse e tempi differenti legati al
vissuto di ogni singolo individuo. Pertanto non è possibile una valutazione univoca e definitiva, perché il
percorso è ancora in fase di svolgimento. Le risposte ai questionari somministrati, fanno emergere sia il
gradimento del cammino intrapreso, sia la necessità di continuo approfondimento .
Conclusioni
Il cammino intrapreso fino ad ora è solo l’inizio di un percorso di crescita che ci proponiamo e auguriamo di
proseguire nel contesto della rete HPH.
53
Sessione Parallela: Integrazione socio-sanitaria
L’OSPEDALIZZAZIONE A DOMICILIO DELL’ASO SAN GIOVANNI BATTISTA DI TORINO: UN SERVIZIO
“PONTE” TRA OSPEDALE E TERRITORIO PER UNA CONTINUITA’ ASSISTENZIALE DELL’ANZIANO
Arione R°, Gulino M°, Plazzotta C•, Broda R°, Azzolina MC°, Aimonino Ricauda N*, Molaschi M*, Barbaro S°,
Panarisi P°.
°Direzione Sanitaria, *S.C. Geriatria D.U., •Controllo di Gestione - ASO S. Giovanni Battista Torino
INTRODUZIONE:L’incremento della popolazione anziana, l’aumento della richiesta di prestazioni sanitarie
e la necessità di contenere le spese ottimizzando la qualità della vita dei pazienti rendono indispensabile lo
sviluppo di servizi sanitari più flessibili. L’ospedale deve essere inserito in una rete di servizi che garantisca
continuità di cura secondo un modello di ospedale “comunicante” con il territorio. L’ospedalizzazione a
domicilio può essere considerata una efficace alternativa al ricovero in ospedale, in particolare per i pazienti
anziani “fragili”. Fin dall’ottobre 1985 l’Azienda S. Giovanni Battista di Torino ha avviato presso la
Divisione Universitaria di Geriatria un servizio di Ospedalizzazione a Domicilio (OAD) che ha effettuato
fino ad oggi 7495 ricoveri. Il servizio funziona sette giorni alla settimana dalle ore 8 alle ore 20, con 15
infermieri professionali, 4 fisioterapisti, 1 assistente sociale e 8 medici geriatri. Per le emergenze notturne i
pazienti fanno riferimento al Servizio di Emergenza Regionale 118. L’équipe provvede alla stesura di piani
di cura individualizzati, alla raccolta informatizzata dei dati, alla formazione permanente del personale ed
all’educazione sanitaria dei familiari. Le più comuni cause di ricovero in OAD sono gravi cardiopatie,
cerebrovasculopatie, neoplasie, gravi scompensi metabolici e sindromi ipocinetiche. Il 53.6% dei pazienti
ospedalizzati a domicilio proviene direttamente dal Pronto Soccorso (PS) dell’ASO Molinette. I pazienti
eleggibili per l’OAD (abitazione nell’area geografica di competenza, adeguato supporto familiare) vengono
valutati congiuntamente dal medico del PS, dal geriatra e dall’infermiere dell’OAD. Dopo l’esecuzione in PS
degli accertamenti diagnostici stabiliti, i pazienti vengono trasferiti e seguiti dall’équipe a domicilio. Il
22.6% dei pazienti proviene dai reparti di Medicina e Chirurgia dell’Azienda e solo il 23.8% dal territorio (su
segnalazione dei medici di famiglia) in alternativa all’invio in PS.Dal Gennaio al Settembre 2003 sono stati
effettuati 319 ricoveri in OAD, 3099 visite mediche, 6584 visite infermieristiche, 246 visite urgenti.
Mediamente sono stati seguiti 31.4 pazienti al giorno; durata media della degenza 26.6 giorni. Il 70.8% dei
pazienti è stato dimesso, per il 2.5% è stato attivato il servizio ADI. Il 16% è stato trasferito in altre strutture.
Il 13.2% dei pazienti è deceduto.
OBIETTIVO GENERALE:assicurare la continuità assistenziale all’anziano attraverso la rete dei servizi
assistenziali, per migliorare ed umanizzare il tipo di servizio offerto al malato trasferendogli a casa le
competenze umane e tecnologiche necessarie per la realizzazione dei percorsi diagnostici, terapeutici e
riabilitativi individualizzati.
OBIETTIVI SPECIFICI:
1)Favorire un precoce reinserimento del paziente anziano nel suo ambiente di vita dopo il ricovero
ospedaliero,
2)Evitare il ricovero ospedaliero ai pazienti affetti da patologie croniche in fase di riacutizzazione,
3) Riduzione delle giornate di degenza,
4) Migliorare la qualità di vita sia del paziente anziano che del familiare che lo assiste.
GRUPPO TARGET: pazienti geriatrici con patologie cardiovascolari (scompenso cardiaco, esiti di recente
cardiopatia ischemica), neoplasie, patologie acute dell’apparato respiratorio, esiti recenti di fratture,
cerebrovasculopatie acute, infezioni e demenze in fasi avanzate.
RISULTATI ATTESI:
1)Riduzione del tasso di ospedalizzazione,
2)Miglioramento della qualità dell’assistenza dei pazienti,
3)Riduzione della degenza media,
4)Riduzione del numero di ricoveri impropri,
5)Riduzione della spesa sanitaria relativa al ricovero ordinario.
54
CONCLUSIONI:con un trial clinico randomizzato è stato confrontato il ricovero in reparto ed in OAD di
120 pazienti anziani (età media 82 anni) affetti da ictus ischemico cerebrale acuto afferiti al PS della nostra
Azienda. Alla dimissione non sono state rilevate differenze per quanto riguarda la mortalità nei due setting di
cura, mentre è stato osservato nel gruppo di pazienti trattati a domicilio un significativo miglioramento del
tono dell’umore (p<0.001), una minore frequenza di complicanze (infezioni, piaghe da decubito,
incontinenza,ecc.) ed una significativa riduzione dello stress del caregiver rispetto al gruppo di pazienti
trattati in reparto.
Dall’analisi comparata dei costi si è rilevato un costo medio per giornata di degenza di 125,4 Euro in OAD e
di 212,05 Euro in reparto. Il vantaggio economico è riconducibile al fatto che in OAD non sono presenti
spese alberghiere (cucina, lavanderia, manutenzione, riscaldamento, ecc) oltre ad un impegno di risorse
sanitarie minore rispetto a quello ospedaliero.
55
UNA RETE TERRITORIALE TRA CENTRO MEDICO PRIVATO ED ISTITUZIONE PUBBLICA PER LA
PROMOZIONE DELLA SALUTE DEI SOGGETTI ANZIANI
I° FASE: PREVENZIONE DELLA DISABILITA’
Milani P.A. Direzione sanitaria HTC
Lombardi P. Assessorato alla cultura – comune di Stradella
Maggi P., Assessorato ai servizi sociali – comune di Stradella
Zancan A., Fisiatra
Campetella S. Servizio di neuropsichiatria HTC
Aquilani R. Consulente scientifico
Autore referente Milani P.A. HTC, Via Martiri Partigiani, 33 – 27049 Stradella (PV) Tel. 0385-246861 Fax 038543363 e-mail: [email protected]
Tra il Centro medico privato HTC e il comune di Stradella (PV) è stato elaborato ed approvato un progetto
per la prevenzione della disabilità motoria nei soggetti anziani (> 65 anni) della città (28% su 12.000
abitanti).
Scopi:
a) miglioramento dell’equilibrio, del cammino e della qualità di vita
b) incidenza di fratture per caduta in confronto allo storico del P.S. dell’ospedale di zona, degli ultimi
due anni.
Metodologia:
Procedure in corso:
a) Informazione della comunità stradellina:
• Articoli su stampa
• Lettera del comune
b) Reclutamento:
• Invio questionari (Euroqol, Moodscale, alimentazione, TIA)
• Analisi critica dei questionari
• Reclutamento di soggetti a rischio di riduzione di autosufficienza per problemi
muscoloosteoarticolari
c) Coinvolgimento dei Medici di base e delle strutture sociali locali( ASL, Azienda Ospedaliera; scuole, UNI
3, Centri Sociali)
d) Valutazioni diagnostiche dei soggetti a rischio:
• Test dell’equilibrio, del cammino, Scala di Borg per la fatica
• Visita fisiatrica
e) Trattamento:
• Educazione su prevenzione della disabilità: tutti i pazienti individuati a rischio e loro
accompagnatore familiare o personale di assistenza, prima del trattamento verranno inseriti in un
corso di educazione sanitaria sulla prevenzione della disabilità
• I soggetti a rischio individuati saranno portatori di:
- AOCP
- esiti di stroke
- osteoporosi/osteopenia accertati
- capacità al cammino inferiore a 6 minuti o con velocità del cammino inferiore a 85
- cm/sec. nei maschi, inferiore a 74 cm/sec. nelle femmine.
• Modalità: 15 sedute di gruppo, in presenza di accompagnatore:
• training di rieducazione globale all’allenamento dei movimenti articolari
• training della funzionalità muscolare e della elasticità mioarticolare con stretching generale
• cammino per 6 minuti per 4 volte
f) Controllo dei risultati al termine del trattamento (test del cammino, test dell’equilibrio, euroqol)
g) Attività domiciliare con controlli nel tempo:
• a 1, 3, 6, 12 mesi dalla fine del trattamento
56
IL GOVERNO CLINICO E LA PROMOZIONE ALLA SALUTE: UN PERCORSO COMUNE PRESSO LA ASL1
IMPERIESE
R.Predonzani (Dipartimento di Staff ); F.Renda (U.O.An.Patologica); M.T.Rilla (Neurologia Imperia); A.Acquarone
(Cardiologia Imperia), F.Gramondo (Ch.Vascolare) L.Scaglione (Medicina Bordighera) C. Mazzei (Servizio
Trasfusionale)
Autore referente:dott.sa M.T.Rilla U.O.Neurologia Ospedale di Imperia tel 0183537393 [email protected]
Contesto: ormai da alcuni anni esiste presso l’Azienda ASL un gruppo interdisciplinare di medici formati
alla EBM che sta lavorando su protocolli diagnostico terapeutici e sulla definizione di profili assistenziali.
In quest’ottica si stanno identificando dei percorsi che assumono anche un ruolo di promozione della salute
in ordine all’umanizzazione dell’ospedale, all’integrazione con la rete assistenziale territoriale e a interventi
di educazione e promozione alla salute che si stanno inserendo all’interno di tali percorsi..
Obiettivi: Realizzare protocolli che prevedano massima razionalizzazione delle risorse e definiscano i
percorsi che il cittadino deve svolgere all’interno dei servizi, cercando nel contempo di integrare i
professionisti, e dando all’utenza una migliore risposta ai bisogni di salute espressi. Altro obiettivo è quello
di rendere trasparente all’esterno il percorso previsto
Target: utenti delle strutture ospedaliere.
Valutazione dei risultati: sono stati effettuati diversi protocolli che hanno focalizzato la loro attenzione non
solo sul percorso diagnostico e terapeutico, ma anche sulla prevenzione e sulla educazione alla salute, con
creazione di opuscoli per l’utenza dove vengono riportate indicazioni in merito ai comportamenti e alle
abitudini di vita da seguire per prevenire determinate situazioni a rischio (in particolar modo per quanto
riguarda i PDT sui traumi cranici , le vertigini, le sincopi e le cefalee).
Attualmente è in corso una verifica sulla qualità percepita dagli utenti del Pronto Soccorso tramite indagine
telefonica in merito all’applicazione del PDT sui Traumi Cranici per valutarne l’efficacia e il grado di
gradimento sul trattamento ricevuto in occasione del contatto con il P.S.
Diversi sono stati gli incontri svolti anche con i Medici di Medicina Generale, per condividere con loro tale
attività .
Conclusioni: La valutazione del progetto non può che essere positiva, in quanto il gruppo di lavoro sta
rivolgendo la propria attenzione sui bisogni di salute espressi dagli utenti, e si sta creando una coscienza nei
medici ospedalieri che prevede una sempre maggiore focalizzazione del concetto di salute non più solo in
termini di diagnosi e terapia, ma anche di prevenzione e promozione della salute.
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COUNTRY HOSPITAL SANTHIÀ: DUE ANNI DI ATTIVITÀ
Marilena Vallero, Dirigente Sanitario SAST Asl 11-Vercelli
Pier Giorgio Fossale Dr. –Responsabile Strategie Distrettuali – ASL 11 Vercelli
Autore Referente: Marilena Vallero – via S.Antonio, 13040 Moncrivello (VC) 347 7196295 –[email protected]
La struttura territoriale Country Hospital di Santhià, dotata di sei posti letto, in data 17.09.03 ha festeggiato I
due anni di vita. Sono stati ricoverati 193 pazienti, con patologie conformi al protocollo previsto nella
sperimentazione; di questi pazienti 76 sono maschi (39%), 117 sono femmine (61%).
Tra le patologie principali ricoverate al C.H. spiccano le cardiovascolari 33 casi (17%), neoplastiche 33 casi
(17%), le ortopediche (esiti fratture) 24 pazienti (12%9).Nella lettura dei dati si è cercato di identificare
quattro tipologie di ricovero, a prescindere dalla diagnosi clinica: Gruppo A- ricoveri non esclusivamente
motivati da necessità mediche, ma caratterizzati da esigenze sociali, Gruppo B- ricoveri motivati da esigenze
sanitarie con patologie curabili a domicilio, ma che, per inadeguatezza del nucleo familiare e/o
inadeguatezza dell’abitazione, vanno trattati in strutture sanitarie; Gruppo C- ricoveri per cure sub intensive,
a seguito di dimissioni precoci da reparti specialistici; Gruppo D- ricoveri per accertamenti diagnostici e
terapia, relativi a probabili patologie afferenti al protocollo specifico.Nel gruppo A rientrano 18 ricoveri
(10%), nel gruppo B 69 ricoveri (36%), nel Gruppo C 42 ricoveri (21%) ed infine nel gruppo D 64 ricoveri
(33%). Le giornate di degenza sono state 3092 (GDP), la presenza media giornaliera di 4,24 (PMG), la
durata media dei ricoveri di 16,02 (DM), indice di occupazione dei posti letto del 71%. I primi dati sui costi,
calcolati sul primo anno di attività, risultano di circa 73 euro /die a posto letto. Se questi dati risulteranno
costanti nel tempo si può pensare che il C.H. risponda in modo ragionevole agli obiettivi prefissati: filtro a
ricoveri impropri (gruppo D 64 casi), anello territoriale di supporto tra ospedale e cure domiciliari (gruppo B
69 casi), supporto agli ospedali per le dimissioni precoci (gruppo C 42 ricoveri), strumento di protezione per
soggetti resi socialmente deboli da malattie invalidanti (gruppo A 18 casi) con notevole contenimento dei
costi, inoltre la percentuale di ricovero di patologie neoplastiche (17%) fa pensare che in alcun realtà il
Country Hospital, possa supplire all’Hospice.
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Sessione Parallela: Ospedale e Territorio
INTEGRAZIONE OSPEDALE - TERRITORIO: LA RIABILITAZIONE IN REUMATOLOGIA
A. Appicciafuoco - Direttore Sanitario, A. Matucci, G. Marin - Dirig. Medici, V. Fusari, G. Randelli - Direzione
Sanitaria, S.Benassai, L.Calzone, M.Davenia, S.Duretto - ATMaR.
Autore referente: dr. Alberto Appicciafuoco, n. Ospedale s. Giovanni di Dio, ASL 10 Firenze, Via di Torregalli, 3
055/7192466 Fax -2417 [email protected]
Nell’ambito del progetto HPH Reumatologia del P.O. Nuovo S. Giovanni di Dio sono state progettate
specifiche azioni di empowerment for health per i malati reumatici in un contesto di integrazione tra servizi
ospedalieri e territoriali.
Le malattie reumatiche sono patologie croniche che colpiscono articolazioni, muscoli e organi interni con
evoluzione spesso invalidante. La presenza costante del dolore e le deformità articolari conducono a perdita
di autonomia che sfocia in vera e propria disabilità. rendendo la vita quotidiana un susseguirsi di ostacoli.
Anche il sovraffaticamento articolare, in occasione di gesti semplici, usuali e ripetitivi, è un fattore di
deterioramento dell'apparato muscolo scheletrico e quindi di aggravamento delle deformazioni.
E' necessario mettere il malato in condizione di vivere la propria malattia con il minimo di ostacoli e con il
massimo delle possibilità per superarli.
OBIETTIVI:
Gli obiettivi importanti per la "cura" delle malattie reumatiche sono la riduzione o la scomparsa dei sintomi
(dolore e flogosi), la conservazione ed il ripristino della funzione articolare, la prevenzione delle
deformazioni e successivamente la correzione chirurgica.
Purtroppo ancora oggi si tende a sottolineare l'importanza ed i vantaggi dei farmaci o della chirurgia
correttiva mentre si trascura l'intervento sulla limitazione e deformazione articolare che determinano un
notevole peggioramento della qualità di vita del paziente stesso e dei familiari.
Un programma terapeutico che voglia ottimizzare i risultati deve quindi prevedere la terapia riabilitativa che
potenzia la terapia farmacologica e può restituire autosufficienza e atteggiamento attivo nei confronti della
malattia, indispensabili a migliorare la qualità di vita.
L’obiettivo principale del progetto è quello di garantire ai pazienti con artropatie infiammatorie la
riabilitazione mediante due tipi di intervento:
- Fisiocinesiterapia: mobilizzazione articolare, trattamenti fisioterapici di supporto, educazione ad un
corretto comportamento motorio e posturale (specifico per ogni singolo paziente), sedute di
"ginnastica dolce e tecniche di rilassamento".
- Economia Articolare: o "Igiene di vita" adattabile a tutti i tipi di malati di artrite, sia quelli in fase
iniziale sia quelli in fase avanzata; aiuta il malato a superare il proprio handicap fisico nell'affrontare
le normali attività quotidiane come vestirsi, lavarsi, pettinarsi, prepararsi il cibo etc.
Si basa sull'insegnamento di movimenti articolari compensatori che "risparmiano" le strutture articolari con o
senza l'uso di strumenti, ausili, tutori/ortesi.
REQUISITO FONDAMENTALE:
Personale dedicato al campo delle malattie reumatiche - un programma riabilitativo o una manovra condotta
in maniera errata o inadeguata spesso può
provocare danni fisici e/o psichici importanti.
TARGET :
Pazienti - Comunità -Territorio - Operatori
- In un centro Reumatologico un fisioterapista dedicato dovrebbe valutare il paziente, compilare una "scheda
programma riabilitativo" e se possibile iniziare il programma stesso; il paziente dovrebbe essere
successivamente inviato al centro riabilitativo di competenza territoriale con settore dedicato alle malattie
reumatiche.
- Dopo un indagine cognitiva che tende a quantizzare il grado di handicap il singolo paziente o gruppi di
pazienti, possibilmente omogenei, dovrebbero essere inseriti in un programma di economia articolare e di
presentazione ausili e/o tutori per conoscerli e per usarli in maniera adeguata.
CONCLUSIONI:
La realizzazione del progetto è in fase di avvio ed è caratterizzata da complessità nell’organizzazione e
reperimento di risorse economiche e umane.
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Il censimento promosso dal gruppo HPH e dall'A.T.Ma.R ha evidenziato che i centri e /o terapisti dedicati al
malato reumatico sono oggi assolutamente insufficienti e in alcuni distretti completamente assenti. La Asl 10
ha promosso un’indagine cognitiva sull'esperienza riabilitativa reumatologica dei fisioterapisti nei presidi e
nel territorio con conclusioni simili. Per tali motivi L'ASL 10 e la Regione Toscana nell'ambito di progetti a
finanziamento regionale promuovono il corso di aggiornamento dedicato ai fisioterapisti "La riabilitazione
nelle malattie reumatiche" dove vengono prese in considerazione grosse patologie come Artrite Reumatoide,
Sclerodermia, Artrosi, e osteoporosi e dove il termine riabilitazione è inteso in senso ampio.
Questo evento rappresenta un importante primo passo per far uscire "dal silenzio" le malattie reumatiche.
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PERCORSI DI CURA CENTRATI SULLA PERSONA
Dott.ssa Rosanna Carbognani, Direttore Programma Cure Primarie - Dott. Antonio Chiarenza, Resp. Progetto HPH,
Dott.ssa Luisa Emiliani, Coordinamento sociale, DAI - Adriana Costi, Coordinamento infermieristico Programma
Cure primarie - Dott.ssa Beatrice Bassi, Programma Cure primarie, Dr.ssa Enrica Terzi, Programma Cure primarie.
Autore principale: Dr.ssa Rosanna Carbognani, AUSL Reggio Emilia, Direttore Programma cure primarie, Via
amendola, 2, 42100 Reggio Emilia, tel.0522335122, fax0522335200, [email protected]
Il miglioramento delle condizioni sanitarie e sociali, unitamente alla riduzione delle nascite, ha provocato il
progressivo invecchiamento della popolazione, da cui l’incremento delle patologie a carattere cronicodegenerativo e delle condizioni di non autosufficienza che hanno determinato un aumento del bisogno di
‘assistenza’ inteso come ‘gestione’ dei problemi legati all’espletamento delle attività di vita quotidiana.
Per cui si è ritenuto necessario attuare una diversa distribuzione delle risorse e una riorganizzazione dei
servizi socio-sanitari tenendo conto di una visuale olistica della persona.
In questo senso l’assistenza diventa:
• continuativa nel tempo
• incentrata sul concetto di riabilitazione e di recupero (almeno parziale) delle funzioni perdute
• orientata alla prevenzione del decadimento psico-fisico
• ‘integrata’ e coordinata nell’ambito di un sistema di servizi ‘a RETE’
Quindi il tradizionale modello assistenziale basato sulla ‘centralità’ dell’ospedale si è esteso ad un ‘sistema
misto Ospedale-Territorio’ (RSA, Casa Protetta, Centro Diurno, Assistenza Domiciliare integrata).
E’ stato attivato un percorso di ‘dimissione protetta’ per accedere alla rete dei servizi socio sanitari integrati
per coloro che sono nelle seguenti condizioni:
• perdita di autosufficienza
• elevata richiesta di impegno socio sanitario
• situazioni di particolare ‘difficoltà sociale’
Per una piena collaborazione fra ospedale e servizi extra ospedalieri e per attivare in maniera ‘tempestiva’ il
piano assistenziale sono stati adottati strumenti comuni di collegamento tra ospedale e rete dei servizi
territoriali, come la SCHEDA DI VALUTAZIONE, allegata alla cartella clinica del paziente che tiene conto
della situazione familiare e sociale, del grado di autosufficienza e delle patologie invalidanti del paziente
stesso.
E’ stato adottatto un percorso, così schematizzato:
La ‘Dimissione Protetta’ si articola, sulla base di un protocollo operativo, in due fasi:
1. identificazione e screening del paziente problematico da parte del personale medico e paramedico
dell'Ospedale
2. attivazione dell’Unità Valutazione Geriatrica Territoriale che inserisce il paziente in un ‘punto’ della
rete
Gli indicatori di qualità individuati sono:
• tempo di segnalazione e attivazione dell’UVG
• partecipazione al Piano Assistenziale del Paziente di tutti gli attori coinvolti
• informazione sanitaria adeguata fra i servizi
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INTEGRAZIONE OSPEDALE E TERRITORIO: IL FUTURO PROGETTO DELLA RETE HPH PIEMONTE.
Dr. Clemente Ponzetti (Direttore Sanitario Ospedali Riuniti A.S.L.9 Ivrea)
Dr. Massimo Leporati (Staff "Epidemiologia, Sistema Qualità" A.S.L.21 Casale Monf.)
Autore Referente: Dr. Massimo Leporati
CONTESTO: Il processo di aziendalizzazione si è ormai consolidato nella Sanità Pubblica del Piemonte e la
costituzione della Rete HPH regionale ha favorito la costruzione di percorsi comuni mirati alla centralità dei
bisogni dei cittadini, fruitori dei servizi di assistenza sanitaria.
Il progetto regionale "Integrazione Ospedale e Territorio" nel periodo 1998-2003 ha favorito il
raggiungimento di importanti risultati, con il coinvolgimento di molte aziende sanitarie nelle varie fasi dalla
progettazione all'attuazione di singole parti o dell'insieme, con cambiamenti organizzativi tesi alla continuità
assistenziale ed al miglioramento della comunicazione interna ed esterna.
Per il periodo 2003-2007 si sta avviando una nuova fase di progettazione, in considerazione delle esperienze
consolidate negli anni precedenti, delle novità intercorse, delle valutazioni scaturite dal lavoro svolto nel
gruppo regionale.
Al mese di ottobre 2003 hanno aderito a questo progetto regionale della rete piemontese 14 A.S.L., 4 A.S.O.
e 3 Presidi Ospedalieri.
OBIETTIVI: Quello principale è il miglioramento del livello di integrazione tra ospedale e territorio,
identificando i requisiti strutturali, organizzativi, strumentali che possano rendere un ospedale integrato al
territorio e viceversa.
Importanti sub-obiettivi sono rappresentati dalla continuità assistenziale, dalla verifica comune di nuove
modalità organizzative nell'erogazione dei servizi assistenziali, dall'omogeneità dell'offerta di servizi sul
territorio regionale, dalla standardizzazione dei livelli assistenziali, dalla riproducibilità di esperienze
innovative mirate alla promozione della salute.
GRUPPO TARGET: Tutta la popolazione della Regione Piemonte potrebbe ottenere benefici dal
miglioramento del livello di integrazione poiché indipendentemente dal luogo di assistenza sanitaria,
verrebbe garantita la migliore forma assistenziale in relazione al bisogno.
In particolare le fasce di popolazione più disagiate ed in maggiore difficoltà di fronte al contesto sanitario
sono quelle più esposte ad un trattamento discontinuo, con momentanee interruzioni del trattamento sanitario
durante i passaggi tra i servizi erogati sul territorio ed in ospedale.
A beneficiarne sarebbero anche gli operatori sanitari in varia misura coinvolti e coinvolgibili: medici di
medicina generale, specialisti ed infermieri sia territoriali che ospedalieri, personale sanitario con compiti
organizzativi e gestionali, tecnici di diagnosi e terapia.
VALUTAZIONE DEI RISULTATI: Verificare il grado di adesione degli ospedali piemontesi agli standard
con sistemi di valutazione tra pari, con il conseguente processo di valutazione degli interventi correttivi
apportati; tale metodo di sistematica revisione dei risultati conseguiti facilita la circolarità del processo
attraverso la sistematica introduzione di modelli condivisibili ed applicabili in contesti differenti, ma
permette anche di rendere tutti partecipi del percorso comune.
L'evidenza scientifica è ormai divenuto patrimonio comune nella sanità pubblica e con tale metodo si
possono ottenere importanti risultati, quali la revisione della letteratura che supporti quanto previsto dagli
standard; invece la creazione di un manuale che contenga requisiti, standard ed indicatori potrebbe costituire
il documento di riferimento e permettere la rintracciabilità dei risultati acquisiti.
Attualmente può essere considerato importante il primo risultato ottenuto: il coinvolgimento e la
condivisione del nuovo percorso intrapreso e dei suoi metodi di valutazione con la partecipazione dei
rappresentanti di 21 aziende, espressione di tutto il territorio regionale.
CONCLUSIONI: L'ambizione di costruire un "modello" di ospedale facilmente integrabile con il territorio
può sembrare un obiettivo astratto, in realtà attraverso l'acquisizione di esperienze già testate e validate
permette la riproducibiltà in contesti differenti di novità utili al continuo miglioramento nell'integrazione.
L'esperienza precedente aveva dimostrato che non è possibile pensare di progettare insieme, senza utilizzare
degli strumenti di valutazione comune con requisiti e standard misurabili.
Teoria e prassi debbono necessariamente procedere di pari passo.
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OSPEDALE E TERITORIO: EVOLUZIONE E RISULTATI DI UN PROGETTO
Clemente Ponzetti, Lorenzo Brusa, Massimo Leporati: Direzione sanitaria Ospedali Riuniti del Canadese, Piazza della
Credenza, 2 10015 Ivrea, Tel. 0125/414258 – 414337, Fax. 0125/641392, E. Mail: [email protected]
Cinque anni fa in una riunione programmatica di alcune Aziende Sanitarie voluta dal CIPES (Centro Italiano
per l’Educazione Sanitaria) per definire le ipotesi progettuali su cui avrebbe dovuto lavorare la rete
piemontese degli Ospedali HPH, nacque l’idea sentita come estremamente valida e rispondente ai bisogni
aziendali, di lavorare per integrare le due componenti principali dei profili assistenziali del Sistema Sanitario
Nazionale : L’Ospedale ed il Territorio.
Concetti oggi utilizzati comunemente in qualsiasi linea programmatica aziendale o regionale, allora avevano
carattere pionieristico stanti le diversità dovute all’incomunicabilità tra le due componenti.
Applicando le indicazioni della Rete Internazionale venne deciso di lavorare su profili specifici ripetibili ed
applicabili da ogni singolo attore della rete Piemontese.
Al fine di circoscrivere e finalizzare il progetto si decise di lavorare sviluppando tre temi:
1) L’INFORMAZIONE TRA OSPEDALE E TERRITORIO
Il razionale della scelta risiedeva nell’incomunicabilità tra Ospedale e Territorio, frutto di incomprensioni
ataviche che spesso, se non sempre, provocava l’interruzione del processo assistenziale a danno sia
dell’Utente/Cliente sia degli stessi Operatori che si trovavano ad operare in assenza di informazioni, dati
clinici, note organizzative.
2) LA CONTINUITA’ ASSISTENZIALE
Lavorare in équipe tenendo al centro delle scelte “l’Uomo Malato e non la Malattia così da dare continuità,
scorrevolezza, efficienza al profilo assistenziale scelto, era un concetto per lo più astratto che da una parte
stimolava e dall’altra spesso frustrava gli operatori sanitari più attenti; la scelta di dare contenuti pratici a tali
concetti condusse a sviluppare il tema della continuità assistenziale.
3) IL DOCUMENTO PERSONALE
Il progetto di mettere a punto un Documento Cartaceo Personale Tipo che coadiuvasse e supportasse
l’integrazione tra Ospedale e Territorio venne considerato un tema che sarebbe di difficile fattibilità,
meritava un ’approfondimento almeno teorico.
L’evolversi delle tecnologie informatiche ed il sovrapporsi di sperimentazioni ministeriali sull’argomento
hanno indotto ad abbandonare tale filone di sviluppo, anche se ritenuto strategico per l’efficacia di molti
progetti.
Strategicamente si riteneva, inoltre, fondamentale favorire la circolazione delle idee attraverso momenti
annuali di confronto.
I RISULTATI
A cinque anni dalle prime scelte è possibile affermare che molto si è fatto:
• Si è progredito verso un’integrazione vera tra Ospedale e Territorio, foriera di continuità e quindi di
efficacia assistenziale.
• Si è diffusa l’attenzione a queste tematiche in tutte le Aziende Sanitarie Piemontesi;
• Si è coinvolto significativamente una componente professionale fondamentale qual è quella
informatica.
• Si sono sviluppati progetti coinvolgenti in maniera precisa la componente Ospedaliera e quella
Territoriale.
Le due Conferenze Piemontesi del Progetto hanno permesso di descivere e valutare circa 40 progetti.
Tutte le Aziende Sanitarie piemontesi (22 ASL e 7 ASO) hanno aderito al progetto e stanno sviluppando
tematiche di integrazione tra Ospedale e Territorio.
Sono state sperimentate ed ormai applicate soluzioni alternative innovative in tema di continuità assistenziale
(country hospital, rete oncologica, medico di medicina generale sul Dipartimento di Emergenza).
L’informazione tra Ospedale e Territorio ha visto alcune Aziende concretizzare significative reti
informatiche tra Ospedale e Territorio (ASO Molinette di Torino, ASL 9 di Ivrea, ASL 7 di Chivasso , ASL
21 di Casale)
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Esempi di integrazione assistenziale coinvolgenti tutti gli attori del processo, sono stati contestualizzati in
alcune Aziende territoriali (Novara e Torino 4) Non si può quindi che essere soddisfatti dei risultati raggiunti
soprattutto considerando la diffusione di alcuni concetti ad ogni livello decisionale; sarebbe tuttavia scorretto
e afinalistico dimenticare che molta è ancora la strada da percorrere.
E’bene ricordare che il progetto non ha saputo coordinare la fase della distribuzione delle informazioni tra
Aziende, criticità questa che può minare il concetto stesso di rete ed inoltre l’alternarsi dei referenti aziendali
ha rallentato i processi di verifica.
E’ su questi temi, e soprattutto sul consolidamento della rete ospedaliera e distrettuale che si fonda il
programma di sviluppo del secondo quinquennio del progetto Ospedale e Territorio della Rete piemontese
degli Ospedali per la Promozione della Salute.
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PROGETTO INTERDISCIPLINARE INTEGRATO DI DIMISSIONE PROTETTA E ACCOMPAGNAMENTO AL
LAVORO NEGLI ESITI DI GRAVE CEREBROLESIONE ACQUISITA.
P. Zaina, P. Pietrapiana, C. Fazio, M. Giaccone, R. Rago: Presidio Ospedaliero AUSILIATRICE - Torino
Dott.ssa Paola Zaina via Amedeo Peyron 42 10143 Torino Tel. 011 4370711 Fax 011 4375834, email:
[email protected]
La complessità degli interventi necessari al reinserimento di soggetti disabili impone un approccio di tipo
interdisciplinare integrato che consideri l’individuo nella totalità dei bisogni, delle potenzialità e delle
aspirazioni personali. Tale necessità è ancor più sentita in quelle patologie, quali le gravi cerebrolesioni
acquisite, che destrutturano soprattutto le abilità cognitive, comunicative ed emotivo-relazionali. Nonostante
le strutture sanitarie adibite al loro recupero da anni operino correttamente in tal senso, è nostra esperienza
rilevare ancora evidenti difficoltà nella fase di reinserimento scolastico e lavorativo, spesso per insufficiente
conoscenza degli aspetti più invalidanti di questa patologia da parte degli enti formativi e di riqualificazione
preposti a tale compito. In quest’ottica è l’equipe riabilitativa che, per competenze e per conoscenza del caso,
deve farsi carico del sostegno necessario al soggetto in una fase tra le più critiche dell’intero percorso
riabilitativo. Il modello operativo proposto è in fase di avanzata sperimentazione presso il Presidio
Ospedaliero Ausiliatrice di Torino ove afferiscono pazienti post comatosi. Tra questi, coloro che presentano
stabilizzazione del quadro clinico e bassi livelli di coscienza possono usufruire di un protocollo che faciliti il
rientro in ambiente familiare e ottimizzi le risorse a disposizione sul territorio. I soggetti che invece
proseguono il programma riabilitativo fruiscono di un servizio di accompagnamento professionale che
comprende un corso di bilancio delle competenze lavorative ed un monitoraggio nella fase di effettivo
reinserimento.
A) PROTOCOLLO DI DIMISSIONE PROTETTA PER PAZIENTI A BASSA RESPONSIVITA’
Viene attivato per i casi di grave cerebrolesione acquisita che presentino bassa responsività e scarsa
evolutività del quadro clinico. Il reinserimento è possibile soltanto se il nucleo familiare è consenziente ed
adeguatamente addestrato alle procedure di nursing. La dimissione deve essere programmata dall’equipe con
ampio margine di anticipo e accompagnata da un’attenta analisi dei bisogni dei destinatari, da tempestiva
attivazione di figure sanitarie e assistenziali sul territorio e dalla verifica della disponibilità dei servizi
richiesti. L’educazione dei familiari avviene durante incontri quindicinali con i componenti dell’equipe
riabilitativa mentre nel caso in cui il paziente necessiti di alimentazione enterale, essi sono invitati a
partecipare ad un breve corso di addestramento per il corretto utilizzo dei dipositivi erogati dal servizio
nutrizionale (NED). Durante la degenza si affrontano infine le problematiche inerenti le barriere
architettoniche al domicilio del paziente. Nel progetto possono essere coinvolte associazioni di volontariato
per l’assistenza generica in fasce orarie non adeguatamente coperte da altre figure familiari o professionali.
B) PERCORSO DI REINSERIMENTO PROFESSIONALE PER GRAVI CEREBROLESIONI
L’équipe seguendo criteri di base generali e specifici, valuta se esistono i presupposti per una ricollocazione
professionale. I criteri di base prendono in considerazione l’autonomia individuale e relazionale, la
comunicazione verbale comprensibile, l’assenza di comportamenti anti-sociali, la motivazione e l’adesione al
percorso. I criteri specifici di valutazione prendono in considerazione l’età lavorativa, la possibilità di una
ridefinizione delle competenze, la presenza di conoscenze di base (sapere), le abilità residue (saper fare),
nonché i fattori motivazionali, gli interessi e le attitudini personali (saper essere). Nel caso in cui il paziente
soddisfi sia i criteri generali che specifici, si attiva il protocollo di accompagnamento al reinserimento
professionale che si articola in più fasi. L’utente partecipa ad un corso per il bilancio delle competenze
professionali che, attraverso una valutazione integrata delle caratteristiche personali e delle opportunità del
contesto socio economico, ha il fine di formulare un progetto formativo-lavorativo individualizzato (orario,
mansioni e tempi). Parallelamente, si attivano azioni di ricerca e selezione di risorse presenti sul territorio di
appartenenza, utili nell’elaborazione del progetto. L’equipe contatta i referenti attraverso colloqui e
counselling al fine di attivare in rete il progetto.
Segue la fase di monitoraggio e di supervisione che attraverso colloqui individuali ha l’obiettivo di verificare
lo stato di avanzamento del progetto individuando e analizzando le competenze acquisite e prestando
particolare attenzione a quegli aspetti che potrebbero maggiormente inficiarne l’esito.
Nella comunicazione orale vengono descritti i casi seguiti e gli strumenti di verifica utilizzati nei protocolli.
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Sessione Parallela: Alimentazione e Salute
EDUCAZIONE NUTRIZIONALE E MISURA DELLA SODDISFAZIONE DEI PAZIENTI PER L’ALIMENTAZIONE
OSPEDALIERA.
Fondazione Salvatore Maugeri – IRCCS di Montescano
Abelli P.+, Vedovelli R.+, Calvi A.°, Cajelli A.*, Aquilani R.°
+ Direzione Sanitaria
° Servizio fisiopatologia metabolico-nutrizionale e nutrizione clinica
*Servizio cucina.
Autore referente: Dr. Aquilani R. Istituto Scientifico di Montescano, via per Montescano n. 31,27040 Montescano,
Pavia – 0385247318 tel – 038561386 fax – e-mail: [email protected]
La nutrizione rappresenta un’arma formidabile sia per la prevenzione primaria sia per la cura e la
prevenzione secondaria della maggior parte delle malattie (70-80%).Nel nostro Istituto la tematica
nutrizionale viene utilizzata non solo per venire incontro ai fabbisogni metabolici dei pazienti ricoverati ma
anche come mezzo di autogestione da parte dell’utente dell’andamento della propria malattia. Premessa
fondamentale per arrivare alla consapevolezza dell’autogestione è un programma ospedaliero basato su
un’attenta educazione nutrizionale dei clienti e su una loro soddisfazione per la qualità del vitto. Infatti, è
esperienza del nostro Istituto che un programma educativo iniziato in Ospedale sia recepito più
efficacemente dai clienti (Aquilani Prev. Med. ). Di conseguenza lo scopo della nostra indagine è stato quello
di calibrare meglio il programma educativo e di rilevare il grado di soddisfazione dei clienti
sull’alimentazione offerta dall’Istituto. L’Istituto di Montescano ha 262 posti letto per Riabilitazione.
Metodologia:
1) lezioni di educazione sul rapporto nutrizione/salute/malattia in generale e specifica per la tipologia di
ricovero dei pazienti (4 ore settimanali);
2) indagine sulla soddisfazione dei cliente sull’alimentazione offerta dall’Istituto attuata mediante:
a) somministrazione trimestrale del questionario in anonimato con elaborazione dei dati su voci ritenute
caratterizzanti del menù offerto; in aggiunta valutazione del grado di soddisfazione globale del vitto
mediante utilizzazione del Visual Analogue Scale (VAS 0 mm = totale insoddisfazione, 10 mm =
massima soddisfazione).
b) Intervista diretta paziente per paziente con cadenza quindicinale sugli stessi items. In aggiunta
venivano annotati critiche/suggerimenti immediata mente riportati al Servizio cucina per le opportune
correzioni. L’elaborazione dei dati è stata effettuata trimestralmente raggruppando i risultati parziali
quindicinali.
3) criteri adottati per ritenere accettabile la soddisfazione dei clienti:
a) per ogni voce caratterizzante il vitto e oggetto di indagine, il grado medio di soddisfazione dei pazienti
non doveva essere <70%
b) numero di pazienti esprimenti la soddisfazione per il vitto nella sua globalità (¡Ý7 mm nella scala
VAS) doveva essere ¡Ý70% della popolazione indagata.
Risultati:
A) voci caratterizzanti grado di soddisfazione e numero clienti
• Anonimato (n=396) Intervista (n=185)
• Adeguatezza cottura 80% 84%
• Presentazione piatti 84.8% 82%
• Qualità cibo 73.9% 81.6%
• Temperatura adeguata 75.7% 79%
• Qualità ortaggi 69.4% 83.2
• Qualità frutta 69.1% 81%
• Qualità alimenti 81% 85.9%
B) soddisfazione globale (VAS) 76.2±5.9%.
Conclusioni: l’alimentazione offerta dal nostro Istituto è stata largamente soddisfacente per i pazienti;
tuttavia abbiamo rilevato che deve essere compiuto uno sforzo maggiore per offrire una migliore qualità di
ortaggi e frutta (=vitamine, minerali, antiossidanti, fibre).Sotto l’aspetto operativo la nostra Direzione
Sanitaria intende continuare il monitoraggio della qualità del vitto mediante intervista diretta con la stessa
metodologia di cui sopra e in anonimato ogni 6 mesi.
66
COUNSELLING COME STRUMENTO DI PROMOZIONE DELLA SALUTE PER SOVRAPPESO E OBESITA’
L. Bioletti, S. Blancato, L. Brossa, M. Brugnani, A. Carta, C. Contratto, A. Diana, M. Familiari, I.Garione, F. Leone,
S.Lingua, M.E. Liverani, S. Maula, M. Minutolo, M.Remon, C.M Tatì, T.D. Spagnoli, G. Zuccolin.
Regione Piemonte - Programma Promozione Salute Piemonte, Laboratorio Alimentazione: Gruppo di lavoro
“Educazione al paziente”
L’incremento epidemico dell’obesità in età pediatrica e in età adulta impone interventi preventivi e approcci
terapeutici innovativi che tengano conto anche della ridotta disponibilità di risorse. Il counselling può essere
uno strumento efficace per la riduzione del peso corporeo, il miglioramento dell’alimentazione e
l’incremento dell’attività fisica; può essere attuato, previa formazione, sia in strutture specialistiche dedicate
all’obesità (come approccio alternativo per gruppi selezionati di pazienti) sia in strutture non specialistiche
(ambulatori di altre specialità, medicina generale, pediatria di base) come approccio terapeutico preliminare.
Nell’ambito del Laboratorio Alimentazione del gruppo di Progetto 5 di Promozione Salute Piemonte della
Regione Piemonte è nata la richiesta di occuparsi di un approccio individuale ai “pazienti” e di lavorare alla
costruzione di un progetto sull’aggancio e sulla valutazione della motivazione del “paziente” applicabile a
diverse realtà ambulatoriali per arrivare alla realizzazione di un intervento sperimentale di counselling in
alcune realtà selezionate della sanità piemontese.
Gli obiettivi individuati sono: censimento delle esperienze già in corso; costruzione di un progetto in rete con
la scuola (target bambini) e le altre realtà sanitarie (target adulto); sperimentazione di strategie e strumenti
efficaci in alcune realtà territoriali; valutazione dei risultati.
L’obiettivo individuato per quest'anno di lavoro (censimento delle esperienze) ha posto inizialmente la
necessità di focalizzare il target di riferimento, il luogo in cui può avvenire l’aggancio al “paziente”, il tipo di
problema di cui ci si vuole occupare e lo strumento con cui raccogliere le informazioni utili:
¾ il focus è quello dell’operatore al quale si chiede come si rapporta al paziente e di quali strategie di
counseling fa uso per “agganciare il paziente”e per aumentare la motivazione al cambiamento;
¾ il problema scelto è il sovrappeso/obesità;
¾ il target sono gli adulti (pazienti stessi o genitori di bambini con il problema);
¾ il luogo è l’ambulatorio al quale i pazienti accedono perché inviati (specialistico) o nel quale transitano
per altri motivi (Medico di Medicina Generale, pediatrico).
Per la realizzazione di un censimento a livello regionale sia delle diverse realtà (ASL e/o Ospedali) che si
occupano del problema obesità sia delle esperienze sugli approcci adottati e sugli strumenti utilizzati è stato
elaborato un questionario specifico destinato alla raccolta dei dati della struttura, alla descrizione
dell’attenzione al problema peso e del comportamento verso il paziente obeso (per gli ambulatori non
dedicati all’obesità), all’accoglienza e alla gestione del paziente obeso (per gli ambulatori dedicati). Una
prima versione del questionario è stato sottoposto su base volontaria a specialisti diversi scelti dal gruppo
stesso (diabetologi, cardiologi, fisiatri, pediatri, nutrizionisti, medici di medicina generale, medici sportivi)
per valutare le difficoltà di compilazione e raccogliere suggerimenti e correzioni; dopo questa prima fase si è
arrivati alla stesura di un questionario definitivo.
Sulla base dei dati raccolti, si sono individuate le modalità di somministrazione allargata, gli operatori a cui
rivolgersi e le strategie necessarie a sostenere il censimento delle modalità di aggancio al paziente.
Il gruppo inoltre si è attivato per reperire gli indirizzi degli ambulatori specialistici presenti nel proprio
quadrante di riferimento, risomministrare il questionario definitivo per il censimento delle modalità di
“aggancio” del paziente a coloro che l’avevano compilata per la validazione, cercare in letteratura eventuali
articoli utili per una rassegna bibliografica sulla buona pratica e valutazione di efficacia del counselling.
Le fasi successive del progetto prevedono l’invio del questionario alle diverse realtà sanitarie pubbliche della
Regione: per sostenere e far conoscere l’iniziativa il gruppo preparerà e invierà una lettera di presentazione e
accompagnamento al questionario, una lettera indirizzata ai “decisori” e una ai Referenti per l’Educazione
Sanitaria delle ASL regionali.
Il censimento, pur pensato su grandi numeri sarà indicativo dal punto di vista qualitativo più che
rappresentativo dal punto di vista quantitativo vista la restituzione volontaria e non incentivata.
Verrà pertanto scelto un ambito territoriale limitato (individuato nella ASL 3 di Torino per vicinanza e
possibilità di contatti) come realtà sperimentale al fine di avere un panorama dettagliato di almeno un
67
territorio nel quale si possano monitorare e coinvolgere nel censimento tutti gli ambulatori territoriali e
ospedalieri e tutti i pediatri e i Medici di Medicina Generale.
Il secondo obiettivo (costruzione di un progetto di counselling in rete con la scuola e le altre realtà sanitarie)
sarà argomento di lavoro per il prossimo anno insieme alla eleborazione dei dati ottenuti dal censimento
svolto su base regionale.
68
EQUILIBRATA? MINOR CONSUMO DI FARMACI!
FORMAZIONE PER OPERATORI SANITARI SULLA NUTRIZIONE
NUTRIZIONE
RISULTATI
DI UN CORSO DI
V. Lauro*, L. Focesi**, S. Bianchi*, V. Calestani*
*Istituti Ospitalieri di Cremona
** Docente di informatica Liceo Scientifico "Belfiore" - Mantova
Autore referente: Vanda LAURO, Ospedale "Oglio Po" v. Staffolo 51, 26040 Casalmaggiore (Cremona), Tel : 0039 0521
961340 Fax : 0375281493, e-mail : [email protected]
Premessa: La letteratura scientifica ha evidenziato che una corretta alimentazione può prevenire lungo
termine gravi patologie, quali diabete, ipertensione, obesità, affezioni cardiovascolari, tumori vari, ecc. E'
forse però meno noto che con una alimentazione adeguata è possibile curare/mitigare nei tempi brevi molteplici
disturbi che spesso ci affliggono, quali alitosi, bruciori di stomaco, irregolarità dell'alvo, cistiti, cefalea,
gambi pesanti, pancia gonfia ed altri riducendo così l'uso di molti farmaci con contenimento de relativi
costi, evitando nel contempo loro possibili - a volte gravi, benché rari - effetti collaterali.
Obiettivi e Gruppi Target: Incrementare le conoscenze nutrizionali di gruppi di Dipendenti Ospedalieri
dalle più svariate qualifiche per migliorarne la salute e promuoverne la capacità informativa verso pazienti e
i cittadini in genere.
Metodologia: E' stato realizzato in orario di servizio un Corso-pilota di formazione per un gruppo di
dipendenti dell'Ospedale "Oglio Po" in tre incontri di 3 ore l'uno tra aprile e giugno 2002. Hanno partecipato
23 operatori sanitari e non (medici, ostetriche, infermieri, addetti alla cucina...) di cui 21 femmine e 2
maschi. Durante gli incontri sono stati:
1 analizzati i principali nutrienti e la loro funzione nel corpo umano;
2 elaborati con giochi di gruppo i concetti di quantità ( troppo, troppo poco...), indispensabilità, inutilità,
dannosità dei cibi per la salute;
3 progettate, sempre con giochi di gruppo, diete specifiche per disturbi quali bruciori gastrici, cefalea,
meteorismo, ecc;
4 consegnati ai partecipanti: a) quattro questionari (inizio Corso,fine Corso, 6 mesi dalla fine del Corso e 12
mesi dalla fine del Corso) sullo "stato di salute" nei quali i partecipanti hanno segnalato ogni volta i disturbi
presentati nell'arco di un mese, con la frequenza e l'intensità degli stessi e l'eventuale assunzione di farmaci
per contrastarli. Negli ultimi 3 questionari di uscita è stata inoltre richiesta la registrazione delle variazioni
nutrizionali introdotte, b) due questionari (ingresso/uscita) per la valutazione dell'incremento cognitivo, c) un
"Diario Alimentare/ Sintomatologico" per registrare durante 7 giorni i cibi ingeriti, d) un questionario per la
valutazione del Corso.
Evidenze e Risultati : dall'analisi dei questionari dei partecipanti
• i disturbi più frequenti a inizio Corso sono risultati mal di testa, meteorismo, gambe pesanti, pirosi
gastrica e sovrappeso, seguiti da una dozzina di altri sintomi con incidenze significative;
• a 12 mesi dalla fine del Corso (giugno 2003) il miglioramento della salute de partecipanti, già
evidenziato dal questionario di fine Corso (giugno 2002) e da quelli redatto dopo altri 6 mesi (dicembre
2003) è confermato: diminuzione dei sintomi soprattutto per coliche addominali (dal 30 al 9%),
meteorismo (dal 57 al 35%), gambe pesanti (dal 52 al 30%) e flogosi genitali (dal 26 al 4%) e con una
intensità mediamente ridotta. Sottolineiamo che il mal di testa - sintomo comunque rimasto i più frequente
tra i partecipanti (dal 61 al 52%) - si manifesta dopo 12 mesi per 1 giorni/mese pro capite contro i 3,2
dichiarati a inizio Corso e - appunto- con un intensità mediamente ridotta.
• Le variazioni dietetiche dichiarate dai partecipanti tra inizio e fine Corso, nonché tra inizio Corso e a
12 mesi dalla fine consistono nel: decremento soprattutto dell'uso di grassi animali, proteine animali e
zuccheri semplici e nell'incremento specialmente d fibre, proteine vegetali e amidi;
• Risulta infine significativo il calo dell'uso dei farmaci (circa il 50%): da 10 assunzioni al mese pro
capite a inizio Corso a 5.0 dopo dodici mesi dalla sua fine. La riduzione delle spese e l'abbassamento dei
rischi per la salute sono entrambe evenienze di interesse per il SSN;
• Le conoscenze acquisite (le risposte esatte ai test che misuravano le variazioni delle conoscenze
nutrizionali sono passate dal 71 all'87% e le risposte errate/non so dal 28 a 13% ) e in particolare quelle
sulle correlazioni tra cibi e sintomi, hanno permesso a partecipanti di modificare la propria
alimentazione abituale - così come registrata ne "Diario Alimentare/Sintomatologico" - personalizzandola
sulle proprie esigenze;
• Circa la valutazione del Corso i partecipanti lo hanno giudicato positivo in termini di rilevanza, qualità ed
efficacia, secondo gli standard E.C.M. predisposti dal Ministero della Salute.
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PROGETTO FORMATIVO PER OPERATORI SANITARI
CARDIO-CEREBRO-VASCOLARI"
"PREVENZIONE
RECIDIVE PATOLOGIE
Autori: V. LAURO*, L. FOCESI**, S. BIANCHI*, V. CALESTANI*
*Istituti Ospitalieri di Cremona
** Docente di informatica Liceo Scientifico "Belfiore" - Mantova
Autore referente: Vanda LAURO, Ospedale "Oglio Po" v. Staffolo 51 26040 Casalmaggiore (Cremona )
Tel : 0039 0521 961340 Fax : 0039 0375 281493, e-mail : [email protected]
Premessa: La letteratura scientifica ha evidenziato che una corretta alimentazione può prevenire a lungo
termine non solo gravi patologie, quali diabete ipertensione, obesità, affezioni cardiovascolari, tumori
vari, ma anche le recidivi delle patologie cardio-cerebro-vascolari se si danno corrette informazioni a
pazienti e ai loro familiari.
Obiettivo: formazione degli Operatori Sanitari (Medici, Infermieri, OSS. OTA) delle Strutture
Complesse dei Presidi Ospedalieri dell' "Azienda Istituti Ospitalieri di Cremona" al fine dare una
appropriata ed omogenea informazione dietologica ai pazienti ricoverati/ loro familiari su una corretta
alimentazione /adeguato stile di vita (riduzione - interruzione del fumo, aumento dell'attività fisica) per
prevenire/ridurre le recidive delle patologie cardio-cerebro-vascolari.
Destinatari diretti : personale sanitario dei Reparti di Cardiologia e Medicina dell'Azienda Istituti
Ospitalieri di Cremona
Destinatari indiretti: pazienti e familiari dei Reparti cardiologici e medici.
Metodologia
3 lezioni interattive ( di 4 ore ciascuna) nel corso delle quali con largo ricorso a giochi di gruppo
• verranno trattati i principi di base per una corretta alimentazione e un sano stile di vita;
• si impareranno le corrette metodiche per la compilazione di un "Diario Alimentare/Sintomatologico"
appositamente predisposto ;
• saranno elaborate diete specifiche per pazienti ipertesi, cardiopatici, obesi....;
• verrà realizzato un "foglio di istruzioni" da consegnare ai pazienti/familiari al momento della
dimissione, nel quale si riassumeranno le indicazioni per uno stile di vita corretto rispetto a nutrizione,
fumo e attività fisica.
Indicatori
• valutazione dell'apprendimento delle conoscenze nutrizionali tramite il confronto tra 1 apposito
questionario di ingresso e 1 di uscita;
• valutazione dello stato di salute/stile di vita con 1 questionario di ingresso e 1 di uscita
• che permetterà ai discenti di correlare, nel tempo, tanti piccoli disturbi (cefalea, alitosi, meteorismo,
gambe pesanti...) allo stile di vita attuato;
• valutazione ECM con 1 questionario in uscita.
Tempi necessari per la realizzazione del Progetto
Il Corso, per garantire una formazione adeguata, richiede n° 3 incontri di 4 ore l'uno (per un totale di 12
ore) con un massimo di 30 iscritti per ogni edizione;
• gli Operatori sanitari interessati tra medici e infermieri sono complessivamente 290;
• si prevede quindi un massimo di una decina di edizioni dei Corso che saranno svolte nei prossimi 5 anni
70
INDAGINE ALIMENTARE IN CORSO DI RAMADAN
Autori: P.E. Nebiolo, P. Bocchia, V. Alliod, C. Cantino, E. Pizzato
Servizio di Dietologia e Centro per i Disturbi Alimentari. Azienda Sanitaria della Valle d’Aosta.
Autore referente: Dott. P. E. Nebiolo. Loc. Thuvex 19, 11020 Saint Christophe (AO). Tel : 335/5218929, FAX:
0165/544605. E-Mail: [email protected].
Breve introduzione: Il Servizio di Dietologia ed il Centro per i disturbi alimentari ritiene interessante il
modello alimentare che cittadini mussulmani mettono in atto nel corso della loro vita, in particolare durante
il periodo del Ramadan. Le attuali conoscenze nutrizionali consigliano di non effettuare digiuni, perché
questi possono essere all’origine di successivi comportamenti alimentari abnormi e compulsivi.
E’ inoltre ritenuto non adeguato uno stile alimentare che preveda una introduzione della maggior parte delle
calorie in un solo pasto.
Tali dati contrastano con le abitudini che i cittadini di fede mussulmana hanno da sempre messo in atto ed
inoltre con il loro riferito miglior benessere in occasione e in conseguenza del Ramadan.
Obiettivi:
1) Evidenziare le difficoltà che incontrano i cittadini di fede mussulmana ad applicare le regole del Corano,
relative al Ramadan, in una società occidentale.
2) Valutare le variazioni ponderali e del comportamento alimentare nel periodo del Ramadan.
3) Valutare le variazioni dell’introito calorico e degli altri principi nutritivi nel periodo del Ramadan.
Gruppo Target: Attraverso il contatto con il Mediatore interculturale della Valle d’Aosta intendiamo
sottoporre, a circa 50 persone che effettuano il prossimo Ramadan (inizio 27/10/03), un questionario che
analizzi punti indicati negli obiettivi. L’analisi si riferisce a tre periodi: al mese precedente, al mese di
Ramadan e al mese seguente.
Valutazioni di risultati: l’analisi dei questionari ci fornirà dei dati per valutare i punti in questione.
Conclusioni: Noi riteniamo che lo studio di modelli diversi da quelli occidentali possa essere di aiuto per
comprendere meglio la loro cultura. Può inoltre fornire dati relativi al comportamento alimentare ed alle
variazioni dell’alimentazione e del peso in un modello così particolare.
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SCREENING E INTERVENTO PRECOCE SULLA MALNUTRIZIONE DEGLI ANZIANI RESIDENTI IN RSA
Rete delle SC di dietetica e nutrizione clinica della regione Piemonte
*Dott. Andrea Pezzana, **Dott.ssa Maria Luisa Amerio, ***Dott.ssa Lidia Rovera, ****Dott. Federico D'Andrea,
*****Dott.ssa Daniela Domeniconi, ******Dott.ssa Augusta Palmo, *******Dott.ssa Chiara Galotto.
* Osp.S.Giovanni Antica Sede Torino,** ASL 19 Osp Civile Asti, ***Osp.Mauriziano Torino- Candiolo, ****AO
Maggiore della Carità Novara, *****AO S.Croce e Carle,Cuneo ,******AO S.Giovanni Battista,Torino
*******Direzione sanitaria presidi ospedalieri riuniti (PP.OO.RR) ASL 5
Autore referente:
Pezzana Andrea SSD Dietetica e Nutrizione Clinica Ospedale S Giovanni Antica Sede Torino, V. Cavour 31 10123
Torino Tel/Fax . 0116333589 e-mail :[email protected]
Obiettivo Generale: migliorare la valutazione e l’intervento precoce da parte del personale di assistenza
negli anziani malnutriti ospiti in RSA entro il 2007.
Razionale
- gli anziani sono spesso malnutriti
- gli anziani degenti in RSA in particolare sono particolarmente a rischio di malnutrizione per:
• pluripatologie
• patologie neurologiche a progressiva alterazione delle capacità di deglutizione
• anoressia (turbe psichice/depressione etc)
- la diagnosi e l’intervento precoce può ridurre le conseguenze sulla salute (decubiti, alterazioni deglutizione,
polmonite ab ingestis, riduzione immunocompetenza, etc)
- lo stato di malnutrizione correla con morbilità e mortalità
- gli interventi nutrizionali risultano difficili (possibilità di denutrizione) in questi stessi individui, per le
cause sopra descritte, e quindi è possibile che gli interventi tardivi non servano e/o sia perseguibili solo con
Nutrizione Artificiale (costosa e complessa e invalidanti per i pazienti)
Schema del progetto: Il progetto si svolge in un certo numero di RSA “pilota”, su base volontaria, con la
finalità di valutare i risultati di un modello di diagnosi precoce e di intervento, con la possibilità di diffusione
a un numero maggiore di RSA
Partecipano al progetto:
- Operatori del gruppo di lavoro “Alimentazione e Salute” della rete HPH regionale
- Personale Sanitario delle S-DNC della Rete Regionale Piemonte
- Responsabili Sanitari delle RSA
- Infermieri e ADEST delle RSA
Fase 1. Indagine del livello di percezione sulle problematiche nutrizionali da parte del personale di
assistenza RSA (infermieri e ADEST), mediante un questionario da somministrare al personale RSA
relativamente ai seguenti punti:
- il fenomeno “malnutrizione”
- importanza e conseguenze cliniche della malnutrizione dell’anziano
- valutazione dello stato di nutrizione negli ospiti RSA, con particolare attenzione all’integrità della
deglutizione (sospetto di disfagia)
- stima dell’esistenza della malnutrizione e della disfagia negli ospiti RSA
- strumenti per intervenire sulla malnutrizione dell’anziano
- frequenza di utilizzo di strumenti di primo livello presso le proprie RSA
Fase 2 Elaborazione dei risultati del questionario e definizione delle dimensioni del problema presso le RSA
Fase 3. Informazione e discussione con gli operatori sugli esiti del questionario e proposta d’interventi
(interventi formativi condotti dal Personale S-DNC), con l’obiettivo di fornire strumenti semplici, validati e
praticabili in ambiente RSA (non ospedale) su: diagnosi precoce e gestione pratica da parte del personale
RSA del paziente malnutrito
Fase 4 . Valutazione esiti, mediante strumenti da individuare
TEMPI:
2003 definizione dettagliata problemi in studio
2004 stesura formale del progetto
2005 avvio progetto e scelta modelli di rete
2006 completamento realizzazione
2007 verifica esiti
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Sessione Parallela: Ospedale senza dolore
PROGETTO “OSPEDALE SENZA DOLORE”
ASL. 21- CASALE M.to
Ricagni F., Bellini R., Cadregari F., Grivetto C., Patrucco G.P- Terapia del Dolore- Osp.S.Spirito, Casale M.to.
Referente Dott. Cadregari Ferdinando Tel. 0142 434411- Email: terantalgica @mbox.asl21.piemonte.it
Introduzione
La presenza da oltre dieci anni di un attivo centro di terapia del dolore all’interno del nostro presidio
ospedaliero ha fatto sì che il problema del dolore ,della sofferenza inutile,soprattutto nell’ambito del dolore
cronico benigno e oncologico,venisse affrontato correttamente secondo linee guida internazionali
Tuttavia bisogna percorrere ancora molta strada affinché ‘un netto miglioramento etico,culturale di tutti gli
Operatori Sanitari permetta di approcciare il pianeta“DOLORE-MALATTIA“ in modo maturo ,conscio,
culturalmente valido e tecnicamente impostato secondo linee guida validate .
Obiettivi
Ci siamo quindi posti l’obiettivo di migliorare la comprensione, la valutazione ed il trattamento del dolore in
pazienti ricoverati nei reparti del nostro presidio ospedaliero, soprattutto attraverso la sensibilizzazione ed il
coinvolgimento al problema di tutti i livelli del personale sanitario, mediante l’organizzazione di corsi di
formazione ed aggiornamento .Ampliando il campo operativo della nostra Unita‘di Terapia Antalgica ,
usufruendo di personale sensibilizzato e formato ad hoc , potremo affrontare la problematica “dolore “ nelle
varie dimensioni che la quotidianità’ ci propone
- Dolore cronico oncologico - Dolore cronico benigno
- Dolore acuto postoperatorio - Dolore acuto (area critica intra-extra ospedale)
Percorso di studio - preparazione -attuazione
Elaborazione del progetto - Presentazione alla Direzione Generale – Validazione del progetto .
Incontro preparatorio con rappresentanti U.O. - Condivisione impegno con Tribunale Diritti delMalato
Indagini preliminari
Tese a valutare :
1) incidenza dolore (tipologia-intensita’- monitoraggio- linee guida terapeutiche )
2)disponibilità’ personale sanitario al “ problema “-3)trend consumo farmaci analgesici (basale – tempo 0 )
Tempi tecnici del percorso “ospedale senza dolore “
1)Creazione Comitato Ospedale senza Dolore
2)Fase formativa
Organizzazione Percorso Formativo Aziendale residenziale articolato su tre stages bigiornalieri
Numero iscritti (80)-netta prevalenza Personale Paramedico(70 %). Cio’al fine di creare i presupposti per la
formazione di equipe di reparto(MedicoReferente/4–5collaboratori paramedici) che possano,al termine del
corso essere immediatamente operanti in ciascuna U.O.e fare da testa di ponte nei confronti dei colleghi,che,
anno per anno,si proporranno per condividere questa esperienza ormai decisamente avviata ,in associazione
ai Colleghi gia’formati . Lancio di iniziative parallele di informazione all’utenza e alla cittadinanza .
3)Fase Attuativa
¾ Elaborazione di protocolli aziendali
¾ valutazione del dolore(scale)
¾ monitoraggio del dolore(inserimentoVAS sulla cartella giornaliera) – effetti farmacologici collaterali
¾ raccolta indici valutativi del paziente
¾ Programma di riunioni periodiche al fine di analizzare i dati raccolti , individuare gli errori teorici –
tecnici ed attuativi ;adozione di correttivi ;necessita’di scegliere reparti pilota al fine di individuare uno o
più’ modelli organizzativi da estendere poi a tutte le altre U.O
Sistematica analisi dei dati forniti dal Servizio Farmaceutico relativi al consumo di analgesici
Momento operativo di estrema importanza in quanto deve permettere una attenta valutazione del trend di
consumo degli analgesici,rapportandolo al grado di coinvolgimento delle singoleU.O.nella evoluzione del
percorso attuativo del progetto“OSD “ .Per ogni singola U.O.il consumo di analgesici sara’ un indicatore
della recettivita’etico–culturale del suo personale,della sua disponibilita’ad affrontare correttamente il
problema secondo le linee guida proposte nei corsi di formazione.
Valutazione dei risultati-analisi-correttivi
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La valutazione dei risultati attesi viene effettuata a distanza ,mediante raccolta ed analisi dei dati ricavati
dall’utilizzo di cartelle cliniche specifiche di terapia del dolore e questionari forniti al paziente. Ragionando
su di un’ottica pluriennale vediamo profilarsi due grandi fasi attuative del progetto .
FASE INIZIALE
Varo del progetto,sua attuazione sperimentale,revisione critica dei risultati e adozione correttivi di
miglioramento.Si tratta quindi di un momento di rapida crescita e di innovazione .
FASE ORDINARIA
Rappresentera’ il plateau della linea di crescita’ del progetto:dovra’coincidere con un momento di stabilita’
progettuale , operativa ed organizzativa .Sara’ il tempo in cui si potranno migliorare alcune linee guida
operative alla luce di una solida esperienza maturata nella fase sperimentale .
74
MIGLIORARE IL TRATTAMENTO DEL DOLORE POST-OPERATORIO: COME E PERCHÉ?
Dr.ssa G. Duse - U.O.S. Terapia Antalgica Ospedale S.Antonio U.L.S.S.16
Dr.ssa P. Benini - Dipartimento Interaziendale Direzione Medica Ospedaliera
Sig.a A. Bettio - U.O.S. Terapia Antalgica Ospedale S.Antonio U.L.S.S.16
Sig.a V. Daniele - Dipartimento Interaziendale Direzione Medica Ospedaliera
La necessità di affrontare il trattamento del dolore post-operatorio (DPO) adottando protocolli di
monitoraggio e terapia è confermata da una preliminare valutazione dello stato attuale, eseguita attraverso la
compilazione di un questionario sottoposto a chirurghi, anestesisti e capisala.
Solo in questo modo sarà possibile verificare nel tempo l'efficacia di un progetto che si è riproposto i
seguenti scopi:
1- adeguata informazione del paziente sul dolore post-operatorio
2- monitoraggio e trattamento del dolore post-operatorio
3- valutazione del consenso da parte dei pazienti e dello staff medico-infermieristico
Metodo:II questionario è stato sottoposto a 40 chirurghi di differenti branche, a 6 caposala e a 16
anestesisti.Esso è stato formulato in modo diverso per ciascuna categoria di operatori; più tecnico per gli
anestesisti, più generico per i capisala.
In tutti i casi, comunque, si presentava strutturato in 3 sezioni di domande dirette a raccogliere le seguenti
informazioni:
- esperienza personale
- abitudini anestesiologiche
- trattamento del DPO
Risultati:Dei 40 chirurghi consultati solo 16 (40%) hanno risposto al questionario.
Di questi:
ƒ tutti hanno dimostrato un grado di interesse per il DPO medio-alto;
ƒ 12 (75%) hanno identificato in "problemi organizzativi" la limitazione più grande a un corretto
approccio al DPO;
ƒ 10 (62.5%) sostengono di dare adeguate informazioni ai pazienti sul DPO;
ƒ 9 (56%) accennano alle tecniche antalgiche attuabili per il suo trattamento;
ƒ tutti si dichiarano favorevoli all'anestesia loco-regionale, ma solo 4 (25%) userebbero la via spinale
per il trattamento del DPO;
ƒ 15 (93.7%) ammettono che nei loro reparti non esistono protocolli per il trattamento del DPO;
ƒ 12 (75%) preferiscono la somministrazione e.v. di farmaci analgesici secondo la modalità "su
richiesta del paziente";
ƒ 11 (68.7%) affermano di cooperare con gli anestesisti nel trattamento del DPO;
ƒ 14 (87.5%) affiderebbero volentieri questo compito all'anestesista sebbene dimostrino grande
disponibilità a frequentare incontri formativi sull'argomento.
Dei 6 capisala coinvolti nell'iniziativa 5 (83.3%) hanno risposto.
Dai loro questionari emergono i seguenti elementi:
ƒ generalmente i pazienti non sono adeguatamente informati circa il DPO e le tecniche analgesiche
utilizzabili
ƒ non sono usati protocolli di trattamento e i farmaci vengono prescritti di volta in volta dal medico
disponibile in quel momento
ƒ l'analgesia post-operatoria è quasi esclusivamente condotta con FANS
ƒ sono tutti molto favorevoli a partecipare a incontri formativi sull'argomento.
Dei 16 anestesisti interrogati hanno risposto 15(93.7%).
Di essi:
ƒ 14 (93.3%) hanno mostrato interesse all'argomento di grado medio-alto ;
ƒ 12 (80%) concordano con i chirurghi nel sostenere che il trattamento del DPO è limitato soprattutto
da "problemi organizzativi" e 8 (53.3%) anche da "mancanza di tempo";
ƒ per tutti il fattore che maggiormente influenza la scelta di tecnica analgesica è "il tipo di chirurgia"
ƒ 9 (60%) informano il paziente sul DPO e nessuno sulla possibilità di monitorarlo;
ƒ 10 (66.6%) asseriscono di spiegare in modo dettagliato le possibili tecniche analgesiche attuabili per
il DPO,
ƒ 8 (53.3%) preferiscono tecniche di anestesia integrata nella chirurgia maggiore;
75
ƒ
tutti sono d'accordo nell'affermare che il trattamento del DPO è di competenza anestesiologica, ma
solo 6 (40%) utilizzano dei protocolli di terapia;
ƒ 13 (86.6%) preferiscono l'analgesia endovenosa, 11 (73%) la via epidurale, tutti secondo la modalità
“infusione continua”;
ƒ 10 (66.6%) usano più frequentemente FANS degli oppioidi maggiori,
ƒ 11 (73.3%) pensano che una standardizzazione del trattamento del DPO sia possibile, solo 5 (33.3%)
monitorizzano il DPO, usualmente con VAS, per circa 24 ore e di essi 3 (20%) coinvolgono in
questa valutazione il personale infermieristico;
ƒ 6 (40%) raccolgono informazioni sugli effetti collaterali della terapia;
ƒ 13 (86.6%) credono nell'utilità di promuovere meetings.
Conclusioni:tra tutti coloro che hanno risposto al questionario si evince grande disponibilità alla
collaborazione (90%) nell'ambito di un team preposto alla stesura di linee guida, alla applicazione di
protocolli, alla valutazione dei risultati nel trattamento del DPO.
Solo 16, dei 40 chirurghi impegnati nell'attività dell'ospedale preso in considerazione, hanno risposto al
questionario.
"Problemi organizzativi" e "mancanza di tempo" sono indicati rispettivamente nel 75-80% e nel 50% dei casi
come cause principali della scarsa attenzione che viene posta al dolore postoperatorio.
L'uso di protocolli acclusi alla cartella anestesiologica e controllati da un team assegnato al trattamento del
dolore post-operatorio potrebbe contribuire a migliorare questo servizio.
76
IL PROGETTO OSPEDALE SENZA DOLORE DELLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA
Dott.ssa Elena Marri, Responsabile del Programma Cure Palliative e terapia del dolore,
Dott.ssa Kyriakoula Petropulacos, Responsabile del Servizio Presidi ospedalieri della Regione Emilia-Romagna,
Dott.ssa Teresa Matarazzo, Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara
Autore principale: Dott.ssa Elena Marri, Responsabile del Programma Cure Palliative e terapia del dolore, Assessorato
alla Sanità, Viale Aldo Moro 21, Bologna
Il Progetto“Ospedale Senza Dolore”, non riguarda solo l’ambito ospedaliero ma s’inserisce in un contesto
più ampio di servizi dedicati alle cure palliative e alla terapia del dolore che la Regione Emilia-Romagna ha
realizzato e intende sviluppare.
In generale la problematica della palliazione e della terapia del dolore, così come le altre politiche della
sanità e della salute, intesa nella sua accezione più ampia, rientra nel contesto generale della pianificazione
sanitaria che individua i Piani per la Salute (PPS), come strumento attraverso il quale in Regione EmiliaRomagna viene formulata la politica programmatoria in materia di salute ponendovi al centro il cittadino, per
il tramite della Conferenza Sanitaria Territoriale.
Il progetto Ospedale Senza Dolore si prefigge la costituzione di una rete di operatori sanitari, medici e
infermieri, per affrontare con efficacia, a tutti i livelli assistenziali, i problemi generati dalla presenza del
dolore e dalla necessità del suo trattamento che può interessare pressoché ogni branca delle discipline
mediche e chirurgiche.
Il Comitato ha il compito di assicurare un osservatorio specifico del dolore nelle strutture sanitarie, in
particolare ospedaliere, di coordinare la formazione continua del personale medico e infermieristico, di
promuovere gli interventi idonei ad assicurare la disponibilità dei farmaci antalgici, in particolare degli
oppioidi, assicurando, inoltre, una valutazione periodica, qualiquantitativa del loro consumo, nonché di dare
impulso all’applicazione di protocolli di trattamento dei diversi tipi di dolore.
Per la realizzazione del progetto, si é raccomandato alle aziende l’istituzione del Comitato “Ospedale Senza
Dolore” e si sono attivate le procedure necessarie all’implementazione del progetto.
Il 28 maggio 2002 è stata effettuata un’indagine di prevalenza finalizzata a conoscere la percezione della
sofferenza e del dolore dei ricoverati negli ospedali regionali.
Nei mesi di febbraio-aprile 2003, è stato effettuato il primo corso regionale “Per una medicina senza dolore”
destinato ai responsabili aziendali e ai referenti del Comitato “Ospedale Senza Dolore”, con l’intento di
innescare un meccanismo moltiplicatore degli eventi formativi, proponendo un modello riproducibile nelle
diverse realtà assistenziali partecipanti al progetto regionale.
77
ODONTOIATRIA PEDIATRICA SENZA DOLORE
Azienda Unità Sanitaria Locale Reggio Emilia
AA. : Murri dello Diago C. *, Veneziani A. **, Rossi L.** , Ibatici F. ***
* Medico Anestesista Servizio di Anestesia , Rianimazione e Terapia Antalgica – AUSL Reggio Emilia
** Medico Odontoiatra Centro di odontoiatria pediatrica - AUSL Reggio Emilia
*** perito Odontotecnico Centro di odontoiatria pediatrica - AUSL Reggio Emilia
SERVIZIO DI ANESTESIA E RIANIMAZIONE
Primario Dott. MURRI dello Diago Cosimo
Ospedale “S. Sebastiano” - Via Circondaria , 26 42015 Correggio (RE)
tel. 0522/630111 - fax 0522/630332 - E-mail = murric @ ausl.re.it
Gli AA. evidenziano che , nella popolazione pediatrica , qualunque procedura sanitaria , in primis , e’
accettata per non conoscenza dell’evento ma se procura dolore , anche se minimo , e’ improponibile in una
seconda istanza . Il bambino memorizza l’evento e il piu’ delle volte questo ricordo viene rimosso con un
accorto colloquio o con preparazione al successivo incontro con la sanita’; questa manovra di recupero pero’
non sempre ha successo ed e’ molto piu’ rilevante nei bambini “ difficili “ : portatori di trisomia 21 o di
autismo .In questa popolazione , inoltre , e’ talvolta difficile anche il primo approccio terapeutico e questo
assieme a quanto detto prima porta ad un rifiuto pressocche’ totale a qualunque prassi odontoiatrica .
Per un comune senso di pietas si e’ portati a rimandare le cure minando in tal modo la qualita’ della futura
dentizione con tutte le conseguenze locali e sistemiche .
L’odontofobia da anni viene superata mediante la sedazione vigile con la somministrazione di Protossido
d’azoto ( N2O ) che nei bambini “difficili “ e’ impraticabile perche’ o rifiutano il posizionamento della
sonda, che eroga N2O/O2 , sulle narici o ancor peggio rifiutano di sedersi sulla poltrona odontoiatrica .
Con l’obiettivo di eseguire le cure odontoiatriche gli AA presentano il loro protocollo basato sulla
somministrazione di un ansiolitico per os che renda il bambino disponibile a sedersi sulla poltrona e/o a
accettare la sonda per la somministrazione di N2O/O2.
Viene quindi illustrata l’organizzazione , la metodica , la casistica e i risultati .
78
PERCORSO
D’AOSTA
FORMATIVO
VERSO
UN
OSPEDALE
SENZA
DOLORE
DELL’AZIENDA
USL VALLE
Dott. Pasquariello Lorenzo (Resp. S.S. Terapia Antalgica, COSD AUSL VDA)
Dott. Marco Musi (Dirigente U.B. Oncologia, COSD AUSL VDA)
Dott. Massimo Pesenti Campagnoni (Direttore Sanitario e Resp. COSD AUSL VDA)
Dott. Francesco Di Vito (Direttore U.B. Oncologia AUSL VDA)
Dr.ssa Giuliana Carrara (Psicologa, COSD AUSL VDA)
DDSI Giuliana Vuillermin (Direzione Sanitaria, COSD AUSL VDA)
Coord. Inf. Roberta Oriani (Dip. Chirurgie Spec. COSD AUSL VDA)
Autore Referente: Dott. Pasquariello Lorenzo, Resp. S.S. Terapia Antalgica, Ospedale Regionale – Viale Ginevra, 3
11100 Aosta, Tel. 0165 543378; Fax 0165 543740; E-Mail: [email protected]
Contesto:
Le Linee Guida nazionali del progetto “Ospedale senza Dolore” (marzo 2001), invitavano le USL Italiane a
costituire un Comitato ad hoc per ogni ospedale o Azienda (in breve COSD). La nostra Azienda recepiva tali
indicazioni con delibera 1936 del 24/9/01.
Tra i suoi primi atti il COSD ha deliberato di effettuare una indagine di prevalenza del dolore nel nostro
Ospedale e per farlo si è appoggiata ad una esperienza già in atto, il progetto "Verso un Ospedale senza
dolore", promosso in Italia dai Dottori Visentin e Trentin di Vicenza.
Parallelamente a questa rilevazione, un gruppo ristretto di membri del COSD, ha lavorato ad un progetto di
formazione permanente del personale sul tema del dolore, sponsorizzato da una casa farmaceutica di rilievo
internazionale nell’area dolore.
Queste due iniziative si sono fuse poco prima della scorsa estate quando si è deciso di dar seguito alla
indagine di prevalenza con un corso base di formazione sul dolore per tutti gli infermieri e i medici del
nostro ospedale, allo scopo di realizzare, ciascuno nell’ambito del proprio servizio, dei progetti migliorativi
di assistenza al paziente con dolore. Il Corso è stato accreditato ECM (ci hanno dato 11 punti nel 2002 e 8
nel 2003)e a tutt'oggi si sono realizzate 15 tornate da 1,5 giorni per ciascun gruppo (di circa 30-40 infermieri)
partecipante.
Si sono così formati circa 530 infermieri e circa il 50% dei medici presenti nel nostro Ospedale (220 circa).
Questo corso rappresentava una primizia in quanto nessun Ospedale che aveva aderito alla iniziativa “Verso
un Ospedale senza Dolore” si era fino ad allora realizzata la cosiddetta fase 2 (quella della formazione).
In questo momento il nostro progetto sta realizzando la sua seconda fase, quella operativa, che consiste nella
progettazione e nella realizzazione di progetti di miglioramento specifici per ciascun reparto dell’Ospedale.
E’ stato formato un gruppo di tutor perché affiancassero i gruppi di miglioramento della qualità che si sono
formati in ogni reparto, così da aiutarli nella progettazione del loro intervento Finora risultano avviati
progetti che riguardano: il dolore durante la medicazione delle ulcere ischemiche, il dolore durante le
manovre diagnostiche, terapeutiche e di nursing in Rianimazione, il dolore da episiotomia in corso di parto
naturale, il dolore postoperatorio dopo interventi di resezione endoscopica in Urologia, il dolore da cambio di
medicazione postoperatoria nel paziente neoplastico in ORL, Efficacia della terapia nel dolore in Oncologia,
dolore e manovre di fisioterapia in Neurologia.
Questa fase di formazione si concluderà con una giornata di studio e confronto nel prossimo mese di
novembre durante la quale ogni reparto porterà a conoscenza degli altri il progetto a cui ha lavorato e i
risultati fino ad allora ottenuti.
Obiettivi
1. Prendere coscienza e misurare il problema “dolore”
2. Progettare e realizzare corsi di sensibilizzazione e formazione sulla gestione del paziente con dolore
3. Avviare un percorso di miglioramento continuo della qualità nel campo “dolore”
Gruppo Target
Pazienti: Rilevazione della prevalenza del dolore
Personale medico e infermieristico: Formazione di base
Progettazione di interventi di miglioramento
Valutazione dei risultati
ƒ Realizzazione dell’indagine di prevalenza. 480 pazienti intervistati
ƒ Realizzazione del percorso formativo ottobre 2002/maggio 2003. 530 II.PP.
ƒ 110 medici
ƒ Attivazione dei programma di miglioramento continuo della qualità
ƒ 7 reparti ospedaliera in fase avanzata di realizzazione dei loro progetti
79
ƒ 12 reparti in fase iniziale di progettazione
ƒ Organizzazione di un Congresso Aziendale per lo scambio delle esperienze tra i vari reparti
Conclusioni
La realizzazione di un Progetto formativo così vasto non sarebbe stato possibile senza la decisiva
collaborazione della Direzione Generale della Azienda USL che ha permesso ogni attività in orario di
servizio. Ci auguriamo che l’importanza dell’argomento permetta anche ad altri Ospedali di intraprendere
una strada simile che riteniamo decisiva per promuovere una “cultura della salute” all’interno dei nostri
Ospedali.
80
COMPRENSIONE DEL DOLORE E DELLA SOFFERENZA IN OSPEDALE: UN PROGETTO DI
FORMAZIONE DEL PERSONALE MEDIANTE OSSERVAZIONE ANTROPOLOGICA
LA
M. Pesenti Campagnoni, A. Castiglion, O. Torretta* (USL della Valle d’Aosta, * Antropologo)
M. Pesenti Campagnoni Direzione Sanitaria USL Via G. Rey 1 11100 Aosta Tel. 0165 544415,
[email protected]
PREMESSE: Il dolore è più di un semplice evento neurofisiologico, è indivisibile dalla vita di ogni giorno
accompagnando eventi fisiologici (gravidanza, mestruazioni, ecc) oltre che malattie e traumi. Non tutti i
gruppi sociali e umani comunicano ai professionisti il proprio dolore nello stesso modo, essendo la
percezione del dolore influenzata da fattori sociali, culturali e psicologici. Sinora poca considerazione,
rispetto ai già peraltro trascurati aspetti biologici, è stata concessa agli aspetti culturali e narrativi del
problema e alle storie legate alla sofferenza. Scarsa, infatti, è la competenza del personale a identificare e
capire contestualmente, non solo in modo quantitativo, l’esperienza della sofferenza e a distinguere i
linguaggi alla base della comunicazione umana della sofferenza stessa secondo i diversi modelli etnici e
culturali. L’Azienda USL VdA, ha, quindi, promosso un progetto formativo, in prosecuzione del progetto
iniziato nel 2002 “Verso un ospedale senza dolore”, per migliorare la comprensione del dolore e della
sofferenza utilizzando conoscenze, strumenti e tecniche specifiche della antropologia medica.
OBIETTIVI: identificare e capire contestualmente l’esperienza della sofferenza, quindi non solo in modo
quantitativo; suggerire eventuali attitudini alternative verso il fenomeno; definire e misurare la soddisfazione
del paziente; concorrere allo sviluppo di modelli utili al miglioramento dei servizi sanitari e clinici esistenti;
contribuire allo sviluppo di appropriati programmi attitudinali rivolti al personale; organizzare un corso di
formazione medico antropologico, utile ad accrescere le conoscenze del personale curante; produrre un
manuale di antropologia medica, strumento didattico permanente utilizzabile anche dal personale rimasto
escluso dalla formazione. Al termine del corso il partecipante avrà una diversa percezione del problema
sofferenza, avrà acquisito competenze di carattere culturale del fenomeno; avrà acquisito capacità di
distinguere i linguaggi che stanno alla base della comunicazione umana della sofferenza.
FASI DEL PROGETTO: Il progetto dura 1 anno con inizio a aprile 2004 ed è articolato su 8 moduli che,
sinteticamente, rappresentano le seguenti fasi:
1) Ricognizione dei bisogni formativi del personale destinatario dell’intervento attraverso l’esplorazione
preliminare delle storie dei malati (gravi e/o seri), dei disabili, ecc., e la narrativa della esperienza malattia.
Più precisamente, con la tecnica di analisi etnologica e di osservazione partecipante, un antropologo, in
qualità di osservatore passivo, si immergerà nella realtà quotidiana da esaminare. Il lavoro prevede: la
osservazione della interazione clinica e/o del processo riabilitativo; la comprensione della costruzione
narrativa della malattia e della sofferenza come esperienza psicosociale; la definizione dei criteri generali in
grado di guidare le operazioni comunicative di etichettatura e spiegazione della malattia, oltre che il processo
di ricerca della cura e di valutazione degli approcci terapeutici antecedenti ed indipendenti dagli episodi della
malattia; interviste con il personale sanitario sul lavoro svolto; partecipazione agli incontri dello staff.
2) Effettuazione di percorso formativo pilota rivolto a medici, infermieri, fisioterapisti e psicologi operanti
nei reparti di chirurgia generale, neurologia, oncologia, pediatria, servizio di terapia antalgica. Saranno
trattati i seguenti argomenti: Dolore e cultura, Corpo, individuo e malattia, Analisi dei modelli clinici (come
si sa durante la loro interazione il paziente ed il medico costruiscono, nella maggior parte dei casi, realtà
cliniche differenti basate sulle loro particolari percezioni culturali e sui loro modelli sanitari.
Modelli che variano oltre che socioeconomicamente anche da società a società ed etnicamente), Qualità delle
comunicazioni del dolore, L'antropologia medica ed i suoi orientamenti teorici, Le origini storiche della
disciplina.
3) Conclusioni e verifica finale.
4) Produzione di manuale di antropologia medica utilizzabile anche dal personale escluso dal presente
percorso formativo.
5) Divulgazione alla popolazione dei risultati del lavoro svolto.
RISORSE UTILIZZATE: Complessivamente la formazione riguarderà 32 operatori sanitari (9 medici, 17
infermieri, 3 fisioterapisti, 3 psicologi) per un totale 274 ore individuali di formazione (24 ore individuali di
teoria e 250 ore di stage in produzione) e 8768 ore aziendali. Il costo previsto è pari a euro 25.743,00. E'
stato richiesto finanziamento al Fondo Sociale Europeo nella misura D1.
81
OSPEDALE SENZA DOLORE: LA RETE LOMBARDA PER SVILUPPARE E VALORIZZARE I PROGETTI
INTERAZIENDALI
Autori: F. Zucco (Regione Lombardia - D.G. ), G. Cossolini (A.O. Bergamo), L. Jacquot (A.O. Brescia), D. Giannunzio
(A.O.Cremona), G. Isorni, (A.O. "G. Salvini", Garbagnate), R Massei (AO Lecco), I. Pellerin (A.O. Legnano), D.
Furiosi (A.O.Lodi), A. Bernasconi R. Speranza - (A.O. San Gerardo - Monza), G.Fortini, D. Bertollo (A.O.Varese), A.
De Gasperi, P. Notaro (A.O. Niguarda Cà Granda, Milano ). B. Androni, A. Sbanotto (IRCCS 1.E.O, Milano), G.
Ambrosino, A. Severgnini, M. Bernoni (I.C.P.Milano), F. De Conno (IRCCS 1.N.T.Milano), C. Bonezzi (IRCCS Fond.
Maugeri, Pavia), M.G. Mezzetti (C d C MaterDomini, Castellana),
S. Sottili (C d C S. Carlo - PademoDugnano), P. Grossi - (Cd C Istituto Policlinico San Donato Milanese)
Autore referente: Furio Zucco - Coordinatore scientifico del progetto regionale - A.O. Garbagnate (Mi); Telefono e fax :
02 9943 02 483 oppure 522 , e.mail: furio zuccor?regione.lotnbardia.it oppure: [email protected]. it.
Il Gruppo di lavoro fa capo ad una segreteria generale del Centro di coordinamento della rete lombarda
HPH: Lucia Scrabbi, tel.02 6765 3275, e-mail: hphCdgsan.lonzbardia.it .
La Lombardia, con 9 milioni di abitanti, dispone di una rete di 109 ospedali, per un totale di
46.849 posti letto, (5,2 posti letto ogni 1000 abitanti). Negli ultimi 5 anni si e' realizzata una rete
di cure palliative che, ad oggi, puo' contare su 24 Unità di Cure Palliative (U.C.P) accreditate,
dotate di 282 posti letto di degenza (cd hospice ospedalieri) e di 4 Hospice sociosanitari, per 49 posti
letto complessivi. D tasso attuale di 0,41 p.1. hospice ogni 10.000 abitanti e' destinato ad aumentare nei
prossimi 2-3 anni, in quanto sono in fase di realizzazione ulteriori 24 strutture di ricovero per malati
terminali, finanziate con i fondi della Legge n.39/99 (15 strutture sanitarie e 9 socio-sanitarie). La
rete delle cure palliative dispone inoltre di attività domiciliari nell'ambito dell'A.D.I. nella
maggior parte delle 15 A.S.L.: 2 esperienze hanno le caratteristiche organizzative della
Ospedalizzazione domiciliare in cure palliative. Va infine tenuto presente che sono oltre 23 le strutture
di erogazione di terapia del dolore (Centri, Strutture Semplici, Ambulatori specialistici). Molti
Ospedali, anche se il dato preciso ancora non e' disponibile, si sono dotati di protocolli locali per
il trattamento del dolore postoperatorio.
Dal 1999 l'Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia ha costituito un gruppo di lavoro,
nell'ambito della rete H.P.H., con lo scopo di realizzare il progetto denominato "Verso un ospedale
senza dolore". Questo progetto ha ricevuto maggior vigore dopo la pubblicazione in G.U. n.149 del
29/6/2001 delle "linee Guida inerenti il Progetto Ospedale senza dolore". L'obiettivo principale del
gruppo di lavoro e' quello di fornire alla D.G. Sanità gli strumenti per programmare un sistema a
rete finalizzato a combattere il dolore inutile delle persone ricoverate o che afferiscono alle
Strutture di ricovero regionali.
Gli obiettivi secondari sono:
1) Creare una rete sperimentale tra le esperienze di eccellenza presenti in regione,
2) Elaborare un manuale applicativo regionale sugli aspetti principali dell'OSD (strumenti di
misura, formazione, informazione, linee diagnostico terapeutiche) a disposizione delle Strutture
Sanitarie che hanno istituito o istituiranno i COSD,
3)
creare
un
file
delle
esperienze
in
corso,
sul
sito
web
regionale
( www.sanita.regione.lombardia.it );
4) Fornire alla D.G. Sanità le basi per lo sviluppo della rete regionale per l'OSD,
5) Confrontarsi con le esperienze in corso presso altre regioni (in primis quelle partecipanti alla
rete HPH) e a livello extra nazionale.
Dei 109 ospedali lombardi, 17 hanno deciso di aderire al web HPH con specifici progetti riguardanti
l'Ospedale Senza Dolore. Ad oggi: 5 ospedali hanno costituito un Comitato OSD; 9 ospedali hanno
raccolto dati sull'incidenza e sulla prevalenza del dolore durante il periodo d degenza; una struttura ha
elaborato protocolli nell'ambito del dolore pediatrico; 6 ospedal hanno elaborato linee-guida per il
trattamento del dolore acuto e cronico (1 per il dolore d parto, 1 per il dolore pediatrico e 1 per il dolore
in Emergenza); 10 hanno organizzato corsi d formazione per medici e infermieri; 2 hanno pubblicato
manuali di formazione; 5 hanno promosso campagne locali di informazione alla popolazione.
Ad oggi sono state ultimate 3 raccolte strutturate di informazioni (questionari ad hoc) tra soggetti
partecipanti al progetto nelle seguenti aree:
1) attività formativa svolta;
2) attività informativa effettuata;
3) strumenti terapeutici utilizzati. Dopo 8 riunioni di gruppo e' pressochè terminata la stesura del manuale
82
regionale per 1'OSD, strutturato nei suoi capitoli principali:
1) Normative nazionali e regionali;
2) Esperienze in corso;
3) Strumenti di rilevazione e misure consigliati;
4) Indicazioni generali terapeutiche;
5) Strategie formative;
6) Strategie informative
7) Bibliografia.
In applicazione di quanto contenuto nel Capitolo "Cure palliative, Ospedale senza dolore e cure a fine vita"
del Piano Socio-Sanitario lombardo 2002-2004, il manuale costituirà lo strumenti operativo per il
recepimento delle Linee guida nazionali e per la realizzazione dei Comitato senza dolore presso
ciascuna Struttura Sanitaria regionale.
83
Sessione Parallela: Interculturalità e promozione della salute
di donne e bambini in ospedale
PROGETTO ABUSI: L’ACCOGLIENZA IN OSPEDALE
Autori R.Predonzani R.Gagno (ASL 1 Imperiese) B.Rebagliati (ASL3 Genovese) G.Flego(ASL 4 Chiavarese)
M.Bonvento;M.Pierri (A.O.Sanpierdarena) A.Berti; P.E.Capra (A.O.San Martino) G.Zappa, G.Congiu (A.O.Galliera)
S.Vigna L.Casagrande Regione Liguria
Autore referente:dott.sa Alessandra Berti A.O. San Martino tel.010 5551 [email protected]
Contesto: nella programmazione annuale di progetti interaziendali, vari coordinatori hanno espresso la
necessità di prevedere la creazione di un gruppo di lavoro sul fenomeno degli abusi sessuali e sulla loro
gestione a livello ospedaliero.
Tale progetto nasce dall’aumento del numero di richieste di intervento medico per abusi sessuali fatte alle
strutture ospedaliere, dalla considerazione che si tratti sempre di interventi complessi effettuati spesso da
figure professionali (prevalentemente medici e infermieri) che non hanno ricevuto una specifica formazione
per gestire tali situazioni, dall’evidenza di un difficile collegamento tra strutture ospedaliere e territoriali
spesso indispensabile per una corretta gestione del caso ed infine dall’assenza di un mezzo informativo che
permetta all’utente vittima di abuso sessuale di sapere, dopo un primo intervento di Pronto Soccorso, a chi
rivolgersi e per che cosa
Obiettivi: Il progetto si propone i seguenti obiettivi
1)conoscere l’entità del problema, pur a fronte di un contesto difficilmente misurabile (non esistono
statistiche precise sul fenomeno in Italia) e censire le strutture pubbliche e private esistenti in Regione
che si occupano di tale fenomeno
2) Produrre protocolli operativi comuni da utilizzarsi in ambito ospedaliero e creare un collegamento
diretto con le strutture sanitarie e altri enti/strutture/associazioni coinvolte in particolar modo per le
Aziende Ospedaliere, che rispetto ai Presidi Ospedalieri delle ASL non hanno un rapporto diretto con il
territorio
3) effettuare un’intervento formativo/informativo sul personale dei Pronto Soccorsi regionali
4) Prevedere la creazione di un opuscolo informativo in varie lingue sull’abuso e riportante le notizie
utili e un indirizzario delle principali strutture di prevenzione, cura e accoglienza a cui rivolgersi e da
distribuire presso le Strutture Sanitarie regionali
Target: persone vittime di abusi sessuali
Valutazione dei risultati: siamo in una fase di verifica del protocollo e di preparazione dell’opuscolo. Tale
fase si concluderà entro il 2003 e stiamo attivando un corso di formazione per il personale medico e
infermieristico del P.S. che dovrebbe essere svolto entro il 2004.
Conclusioni: la presentazione di questo progetto, ambizioso rispetto alle evidenti difficoltà attuative legate
prevalentemente al numero esiguo di esperienze analoghe, ha oltre che uno scopo divulgativo quello di poter
essere un mezzo di verifica e confronto con altre realtà che potrebbero occuparsi dello stesso problema.
84
IL LUOGO DELLE ORIGINI: NASCERE E CRESCERE STRANIERI A REGGIO EMILIA
Autori: Mara Manghi – responsabile del Servizio Pediatria – Salute Donna, AUSL Reggio E.
Piera Bevolo – psicologa – Servizio di Psicologia Clinica, AUSL Reggio E.
Maria Cristina Gemmi – ostetrica – Servizio Salute Donna, AUSL Reggio E.
Faiza Mahri – mediatrice linguistico culturale, Centro per le Famiglie, Comune di Reggio E.
Autore referente: P. Bevolo via Amendola 2 42100 Reggio Emilia t.: 0522-335767; mail: [email protected].
La nascita di un bambino rappresenta un evento cruciale nel ciclo della famiglia, che richiede un riequilibrio
emotivo, organizzativo, economico e della rete sociale molto complesso. Le famiglie immigrate si trovano
ancora più esposte al rischio di isolamento affettivo, sociale e culturale, in particolare le donne sono più
spesso in difficoltà anche nella comprensione della lingua italiana.
Il numero di nati da famiglie immigrate presenti sul nostro territorio rappresenta annualmente ormai il 13%
del totale, vi era però un’assenza quasi totale di queste famiglie dai corsi nascita.
Considerato che sul territorio reggiano la presenza maggiormente rilevante è quella nordafricana, si è pensato
di attivare corsi specifici rivolti alle famiglie di lingua araba con la costante presenza della mediatrice
linguistico-culturale.
Il corso di preparazione alla nascita per donne di lingua araba fa parte di un progetto che prevede anche un
ciclo di incontri dopo il parto nell’ambito del primo anno di vita del bambino, offerto a tutte le famiglie
italiane e straniere.
Alla base del progetto c’è l’intenzione di fornire un sostegno nel percorso genitoriale delle famiglie
immigrate creando delle occasioni di confronto e scambio.
Abbiamo proposto alle donne arabofone un ciclo di 8 incontri denominato “Aspettando che arrivi il
bambino” , incontri tenuti in un ambiente accogliente e facilitante dal punto di vista linguisticoculturale.
Gli obiettivi di questi incontri sono: favorire la conoscenza e lo scambio tra le donne partecipanti, fornire
informazioni riguardanti la gravidanza e il parto, dare indicazioni sui servizi sanitari; l’incontro con le donne
straniere costituisce inoltre un’opportunità importante per gli operatori e permette di acquisire nuove
conoscenze e aumentare le proprie competenze per rispondere in modo più adeguato alle richieste delle
utenti.
Il ciclo di 5 incontri dopo la nascita del bambino denominato “Crescere insieme” si propone di offrire
un’opportunità di incontro e scambio tra famiglie italiane e straniere. I temi degli incontri riguardano
l’evoluzione e la crescita del bambino nei primi mesi di vita, i dubbi e le perplessità dell’essere genitori. Gli
incontri sono condotti da operatori dallAUSL e del Comune di Reggio E. presso il Centro per le Famiglie.
Per la promozione e la diffusione di questo progetto è stata coinvolta con una favorevole adesione
un’associazione islamica Femminile – LIFE, che è presente sul nostro territorio.
Il progetto è partito nell’anno 2000 e sono stati realizzati 5 cicli di incontri. La partecipazione delle donne ha
avuto un andamento crescente e nel complesso l’indice di gradimento è stato più che soddisfacente.
E’ nostro intento proseguire questo percorso ed ampliarlo, estendendo la proposta a donne e famiglie di etnie
diverse
85
L’ACCOGLIENZA ALLE GRAVIDE IMMIGRATE ED IL PERCORSO NASCITA
Cipolla L, Soia A., Fontana G*, Morgutti M*, Corsi L°, Ferrazzi E.
Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia. Istituto di Scienze Biomediche, Direttore : Prof. E. Ferrazzi
Università degli Studi di Milano.
*Direzione Medica di Presidio e °Servizio Sociale
Dipartimento Igienico - Organizzativo
Direttore : Dr.G.Fontana, Azienda Ospedaliera L.Sacco – Polo Universitario, Via G.B.Grassi 74, Milano
Autore referente : Dr. Lino Cipolla, V.le Teodorico 22, 20149 Milano, Tel/fax 02/39263228, E-mail :
[email protected]
Introduzione
La sempre maggiore caratterizzazione multietnica e multiculturale delle società occidentali fa sorgere in
campo medico-assistenziale una riflessione che prende spunto dal confronto tra diverse culture mediche, tra
differenti concezioni di salute e malattia. In questo contesto comincia a farsi largo una discussione critica
sugli indirizzi diagnostico-terapeutici considerati acquisiti, con il progressivo sviluppo di domande di salute
finora ignorate e che richiedono peraltro trasformazioni organizzative profonde.
Target
In risposta ai bisogni delle gravide provenienti dai paesi extra-comunitari, a partire dal gennaio 2000 è stato
attivato un ambulatorio ostetrico di accoglienza alle gravide straniere con l’obiettivo di comprendere non
solo la malattia ma anche la paziente nella sua totalità.
Obiettivo
Attraverso l’approccio interculturale, migliorare l’assistenza offerta alle pazienti durante la gravidanza, il
parto e la degenza ospedaliera, con colloqui personalizzati tra mediatrice culturale, paziente ed operatori di
settore e con interventi mirati alle esigenze dei vari gruppi etnici.
Modalita’
L’equipe opera in due giorni settimanali affiancata da tre mediatrici linguistico-culturali di etnia araba,
cinese e latino-americana, nell’ottica di riprodurre un lavoro interdisciplinare fra i vari operatori. Ad
integrare l’attività di questo centro di accoglienza ostetrica si alternano, a seconda delle esigenze, anche
figure quali l’assistente sociale, la dietista ed la psicologa.Tale progetto ambulatoriale presenta diversi aspetti
innovativi, quali un lavoro interdisciplinare, una flessibilità dell’accesso al servizio ed una continuità
assistenziale alla donna prima e dopo il parto nel tentativo di “accompagnare “ la gravida in un ideale
percorso nascita, anche attraverso la costruzione della rete territoriale con i Consultori .
Il centro, oltre a fornire prestazioni strettamente medico-assistenziali ( visite ostetriche in gravidanza e
puerperio, ecografie ostetriche di primo livello, colloqui psicologici e sociali ), rappresenta uno spazio di
orientamento, informazione ed educazione sanitaria, al fine di favorire l’accesso delle donne straniere ai
servizi materno-infantili dell’ospedale.All’interno della struttura ospedaliera, questo ambulatorio rappresenta
per ora un esempio unico, che ha permesso di incrementare sia il numero delle pazienti seguite a livello
ambulatoriale sia la percentuale di parti di donne extra-comunitarie.
Risultati
Durante il periodo di attività del centro di accoglienza ostetrica, compreso tra gennaio 2000 ed il mese di
settembre 2003, hanno partorito presso la nostra Clinica 654 gravide extracomunitarie (18%, 22%, 23%,
25% rispettivamente di tutti i travagli negli anni ), confrontate con 2282 pazienti italiane.
L’etnia maggiormente rappresentata è quella est-europea-rom (34%) seguita da quella asiatica (22%); le
magrebine e sud-americane si attestano attualmente attorno al 22%.Tale distribuzione, relativamente costante
nel tempo, è sicuramente legata sia a flussi migratori “maggiori” che a peculiarità demografiche dei quartieri
e delle zone urbane e suburbane più vicine al nostro ospedale; inoltre la presenza nel nostro ospedale di un
polo infettivologico di rilievo nazionale rende ragione di una rilevante quota di donne africane e sieropositive
per HIV. Dal punto di vista clinico ed epidemiologico la nostra popolazione di gravide extracomunitarie
presenta alcune caratteristiche:
1) una età significativamente minore rispetto alle gravide italiane (età media 29±4 anni; 31±3 anni,
rispettivamente: p<0.0001;
2) la percentuale di tagli cesarei è inferiore nelle madri immigrate (25%) rispetto alla popolazione italiana di
controllo (33%): p<0.004;
3) la più bassa incidenza di tagli cesarei si registra nelle latino-americane (13%) mentre la più alta nel gruppo
delle africane (83%) in relazione alla prevalenza all’interno di questa etnia dell’infezione da HIV;
86
4) il parto pretermine si verifica nel 15% delle immigrate versus il 10% della popolazione italiana (p<0.05);
5) peso alla nascita e punteggio Apgar a 5 minuti non hanno evidenziato risultati significativamente diversi
nelle due popolazioni.
Conclusioni
Anche i nostri dati sottolineano la necessità di mettere in atto concrete attività di gestione ed accoglienza del
fenomeno migratorio, dato che il numero delle donne straniere è destinato ad aumentare nei reparti ostetrici e
presso le strutture sanitarie. L’esperienza del nostro ambulatorio ostetrico dovrà quindi essere estesa sia
all’interno dell’ospedale che sul territorio, con un potenziamento del lavoro svolto in collaborazione con
consultori, pediatri di libera scelta e medici di medicina generale. I dati in nostro possesso ci consentono
inoltre di trarre alcune specifiche conclusioni :
1) La percentuale delle gravide immigrate è progressivamente aumentata nel periodo considerato dallo studio
attestandosi al settembre 2003 al 25% delle nascite;
2) Questa popolazione è significativamente più giovane del gruppo italiano di controllo;
3) La percentuale di parto chirurgico è inferiore nel gruppo delle gravide immigrate;
4) L’etnia africana presenta la più alta percentuale di taglio cesareo, in relazione alla prevalenza all’interno di
essa dell’infezione da HIV.
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OSPEDALE E TERRITORIO INTERCULTURALI
Autori Referenti: Patrizia Petey - Responsabile Servizi di Segreteria Direzione Generale Via Guido Rey, 1 - 11100
AOSTA, tel. 0165-544415 - fax: 0165-544493
Giorgio Galli - Coordinatore rete regionale HPH Via Guido Rey, 1 - 11100 AOSTA, tel. 0165-544418 - fax. 0165544587
Parte 1
Giorgio Galli - Azienda USL Valle d'Aosta
ATTIVAZIONE DELLO SPORTELLO INFORMATIVO PER LA SALUTE DEGLI IMMIGRATI (S.LS.L)
Breve introduzione del contesto
Nel gennaio 2000 la nostra Azienda ha attivato uno Sportello Informativo per la Salute degli Immigrati
(SISI), gestito direttamente dall'Urp, sulla spinta della necessità di fornire un adeguato servizio
informativo in campo sanitario ai cittadini stranieri immigrati, soprattutto a coloro non in regola con le
nonne di ingresso e di soggiorno. Il SISI è centro unico di riferimento regionale per il rilascio dei codici STP.
APERTURA DELL'AMBULATORIO DI MEDICINA DI BASE PER GLI IMMIGRATI
Breve introduzione del contesto
Nel novembre 2000, ad integrazione dell'attività informativa, viene aperto un ambulatorio medico preposto a
fornire assistenza sanitaria di base (visite, prescrizione farmaci, richiesta di esami di laboratorio, ecc.) agli
stranieri privi del medico di base, in quanto non iscritti al SSN, ma che vivono e operano all'interno della
nostra comunità. Il servizio, così come sottolineato anche dal Piano Socio-Sanitario regionale 2001-2003,
"si rivolge al cittadino straniero come portatore di un bisogno di salute e non come soggetto in regola con i
permessi di soggiorno".
Attività di informazione: sono stati predisposti e diffusi in tutte le sedi socio-sanitarie della Regione appositi
pieghevoli illustranti l'attività del SISI tradotti in francese, inglese, albanese e arabo. Recentemente sono stati
affissi nelle strutture sanitarie cartelli informativi (circa il rischio radiologico) tradotti in francese, inglese,
spagnolo, cirillico e arabo.
Obiettivi
Fornire agli stranieri, in particolare a coloro che non sono in regola con le norme di ingresso e di soggiorno,
adeguate informazioni circa le normative vigenti in materia sanitaria e le modalità di accesso ai servizi
ospedalieri e territoriali. Inoltre mantenere sotto controllo sanitario il segmento di popolazione sprovvista
del medico di medicina generale.
Gruppo Target
Stranieri di diverse etnie, non regolarizzati o un attesa di regolarizzazione, che vivono e operano nel contesto
regionale.
Valutazione Risultati
Annualmente vengono predisposti report indicanti il numero di accessi suddivisi per paese di
provenienza, la suddivisione degli accessi per età, sesso e patologia.
Parte 2
Patrizia Petey - Azienda USL Valle d'Aosta
Riccardo Jacquemod - Responsabile Cooperativa "La Sorgente"
ATTIVAZIONE SERVIZIO
OSPEDALIERA
DI
MEDIAZIONE
INTERCULTURALE
ALL'INTERNO
DELLA
STRUTTURA
Breve introduzione del contesto
A partire dall'anno 2001, gli accessi degli stranieri presso i reparti del presidio ospedaliero regionale sono
stati numerosi in particolare presso il reparto di Ostetricia e Ginecologia: sono sempre più le donne di ogni
etnia, e soprattutto di origine magrebina ed albanese che hanno contatti con questo reparto; si tratta di
persone poco integrate nel contesto sociale valdostano e che spesso parlano poco e male l'italiano.
La presenza di un mediatore interculturale è stata concepita per agevolare il flusso di comunicazione e per
facilitare la contestualizzazione del vissuto dei pazienti, stranieri. E' inoltre uno strumento indispensabile per
chiarire alle persone straniere l'organizzazione del servizio e il ventaglio delle prestazioni offerte, in modo da
diminuire i livelli di ansia che l'accesso alle strutture ospedaliere provoca a chi non è ben inserito nel
contesto locale.
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Obiettivi
Migliorare la comunicazione e le relazioni interculturali ed interetniche tra gli operatori della struttura
ospedaliera e gli stranieri e viceversa. Il mediatore interculturale è soprattutto un esperto di comunicazione e
di codici culturali differenti che sa riconoscere, interpretare e trasmettere.
Gruppo Target
Il progetto di mediazione si rivolge a due principali destinatari:
1. Gli utenti stranieri, in particolare donne che si rivolgono alle strutture sanitarie in misura sempre crescente
negli ultimi anni;
2. I servizi sanitari della Regione in quanto la mediazione facilita il lavoro degli operatori.
Valutazione risultati
Il progetto verrà valutato in base alla qualità e quantità delle prestazioni rese desumibili da una relazione del
coordinatore delle strutture che avranno usufruito del servizio. Verranno effettuati inoltre incontri trimestrali
tra Azienda e gestore del servizio di mediazione per il monitoraggio del progetto in itinere.
Conclusioni generali
Si ritiene che il progetto OSPEDALE E TERRITORIO INTERCULTURALI, nella sua globalità, possa
concorrere al miglioramento del servizio reso all'utente straniero influendo positivamente sullo stato di
benessere generale. Comunicazioni distorte sul proprio stato di salute o sui propri bisogni, cattiva
comprensione di diagnosi e/o prescrizioni possono in effetti minare la qualità della prestazione sanitaria.
Progetti futuri
Nel breve e medio termine
1. Traduzione multilingue di parte della segnaletica presente in ospedale e sul territorio
2. Traduzione multilingue di parte della certificazione in uso in ospedale e sul territorio (questionario
anamnestico medico-infermieristico, modello per il consenso informato, ecc.)
3. Proposta di menu differenziato per gli stranieri
4. Produzione di una guida sanitaria multilingue (accoglienza, accesso ai servizi, comfort, ecc.)
5. Inserimento dei criteri che definiscono l'ospedale/territorio interculturali nel Sistema Qualità
Aziendale
6. Individuazione di procedure per prenotazione e accettazione degli stranieri in concomitanza con la
presenza del mediatore interculturale
Nel lungo termine
1. Corsi di formazione ed educazione all'approccio multiculturale, rivolti agli operatori sanitari.
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GRUPPO DI LAVORO SULL'ABUSO SESSUALE E IL MALTRATTAMENTO ALL'INFANZIA NELL’ASO
MATERNO INFANTILE O.I.R.M.-S.ANNA DI TORINO
Autori: A. Peloso,R. Gemello, F. Negro,G. Isaia, A. Bevilacqua
Autore referente: A. Peloso, ASO O.I.R.M.-S.Anna, C.so Spezia, 60, 10126 Torino
Il fenomeno dell'abuso fisico e sessuale ai danni dei minori è diffuso,ma sommerso per cui gli studi sulla
frequenza e incidenza sono difficoltosi e scarsamente attendibili. In Italia l'incidenza del maltrattamento
fisico risulta del 2-3% e la frequenza dell'abuso sessuale di 4 soggetti su 1000,in prevalenza femmine.Gli
studi retrospettivi sull'abuso sessuale nei paesi anglofoni riportano un'incidenza dal 6 al 62% nelle femmine e
dal 3 al 30% nei maschi.L'ASO OIRM -S.Anna è di rilievo nazionale e ad alta specializzazione maternoinfantile: il polo pediatrico,l'Ospedale Infantile Regina Margherita (OIRM),è da decenni centro di
riferimento regionale per la patologia pediatrica di particolare complessità e gravità diagnostico-terapeutica e
quindi anche delle situazioni di abuso sessuale e maltrattamento e dispone di un’importante esperienza di
lavoro maturata nel tempo sostenuta da una cultura specifica.Questa si è concretizzata anche in Corsi di
Formazione sul tema promossi dall'Azienda,di cui il più recente risale a marzo 2000,sostenuto dal Ministero
del Lavoro e dal Comitato Nazionale di Pari Opportunità e rivolto alle "operatrici/operatori del settore
addette/i
all'assistenza di donne violate e minori abusati, attraverso un'organizzazione di servizi in rete". Nello stesso
periodo (maggio 2000) la Regione Piemonte emanava le "Linee Guida per la segnalazione e la presa in
carico dei casi di abuso sessuale e di maltrattamento ai danni di minori da parte dei servizi socio-assistenziali
e sanitari",la cui stesura era stata sostenuta dall' Assessorato alle Politiche Sociali e che erano il risultato del
lavoro integrato di un gruppo interistituzionale a cui l'OIRM aveva partecipato. Esse rappresentano uno
strumento di riferimento per il lavoro anche di rete e oltre a fornire un percorso metodologico sanciscono la
costituzione di "èquipe multidisciplinari" operanti sul territorio, una per ogni ASL piemontese,in "stretta
collaborazione e raccordo con i servizi di base".Queste sono costituite da otto professionalità diverse
(assistente sociale, neuropsichiatria infantile, psicologo, psichiatra, pediatra, ginecologo e/o medico
legale,operatore della giustizia) e hanno compiti di prevenzione,diagnosi,cura,presa in carico specialistica e
formazione attraverso un lavoro multidisciplinare in rete tra i servizi socio-assistenziali,sanitari,scolastici e
l'Autorità Giudiziaria.
L'èquipe multidisciplinare dell'OIRM è l'unica equipe del Piemonte all'interno di una struttura ospedaliera in
quanto l’OIRM è centro di riferimento regionale. In rapporto alla sua collocazione istituzionale i compiti da
assolvere sono prevalentemente quelli di riconoscimento in DEA o nei Reparti di Degenza dell'abuso fisico e
sessuale, di avvio dell'intervento di diagnosi e cura e del successivo invio alle strutture territoriali per il
proseguimento del percorso terapeutico,attraverso il modello operativo dell' intervento multidisciplinare in
rete intraospedaliero,con i servizi socioassistenziali e sanitari delle ASL di residenza del minore e con
l’Autorità Giudiziaria.I compiti quindi sono orientati al riconoscimento e all'avvio dell'intervento piuttosto
che alla presa in carico specialistica di lunga durata che è di pertinenza specifica delle equipes
multidisciplinari delle ASL e il nome “Gruppo di Lavoro sull'abuso e il maltrattamento ai minori” la
distingue da queste.Anche le professionalità dell'equipe dell'OIRM sono differenti da quelle delle
Asl:prevalgono pediatri e chirurghi pediatri in relazione ai maltrattamenti fisici anche gravi,gli infermieri
pediatrici in servizio presso il DEA,gli ambulatori e il Reparto di NPI ove vengono ricoverati i soggetti che
necessitano di approfondimento diagnostico e tutela.Il Gruppo viene contattato per ogni caso di sospetto
abuso sessuale o fisico dai medici in servizio presso l'OIRM,dai pediatri di base,altri Ospedali,i genitori,gli
Operatori della Giustizia o dalla Polizia.Dall'inizio del 2002 ad oggi i casi seguiti sono circa 60:prevalgono
nettamente i sospetti di abuso sessuale nel sesso femminile, essendo i maltrattamenti fisici piuttosto rari.In
circa 10 casi è stato necessario provvedere al ricovero.In conclusione lavorare con le situazioni di abuso
fisico e sessuale è difficile e doloroso,necessita di un dispiegamento ingente di professionisti,suscita intensa
ansia che può inquinare il lavoro individuale e di gruppo e sostenere dinamiche disturbanti.Il modello di
intervento è quello multidisciplinare in rete che consente di creare una cultura comune di lavoro,sostegni ed
alleanze adeguate.
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S.V.S. – SOCCORSO VIOLENZA SESSUALE: IL RUOLO DELL’ASO MATERNO INFANTILE O.I.R.M.S.ANNA DI TORINO.
Autori: G. RABACCHI, S. DONADIO, V. DONVITO, C. PICCO, V. PLASTINO.
Autore Referente: G. RABACCHI ASO O.I.R.M.- S.ANNA, Corso Spezia, 60, 10126 TORINO, tel. 011-3134200,
FAX 011-3134238, e mail: [email protected].
Il Centro S.V.S. dell’Ospedale Ostetrico Ginecologico S.ANNA di Torino, ha avuto avvio nel maggio 2003,
come centro medico specialistico integrato e multidisciplinare per fornire appropriata assistenza nei casi di
violenza sessuale nei confronti delle donne.
Questo progetto sperimentale si sviluppa grazie ad una cooperazione interistituzionale (Azienda Sanitaria
Ospedaliera O.I.R.M.-S.ANNA – Aziende Sanitarie della Regione Piemonte – Assessorato alla Sanità –
Assessorato alle Politiche Sociali – Commissione Regionale Pari Opportunità – Università degli studi di
Torino – Coordinamento Cittadino Contro la Violenza alle donne del Comune di Torino), che ne rappresenta
il valore aggiunto.
Il Progetto S.V.S. è inserito nella rete dei progetti HPH (Health Promoting Hospital).
Le caratteristiche del Centro S.V.S. Per garantire assistenza appropriata alle donne che hanno subito
violenze, si attiva un Centro di Soccorso Violenza Sessuale, prevedendo, nell’ottica dello sviluppo di
sinergie fra i diversi livelli istituzionali, la cooperazione fra interventi sanitari e sociali, con integrazione
Ospedale-Territorio.
Nell’elaborazione del progetto, si è tenuto conto della necessità di un avvio graduale, a titolo sperimentale
per un periodo di due anni, con costante monitoraggio nel tempo, e di contenere al massimo i costi, per i noti
vincoli finanziari.
1) L’intervento nell’emergenza.
Si prevede una accoglienza con regole di comportamento appropriate e condivise, con tempi variabili a
seconda della situazione, un intervento tecnico che segua un protocollo prestabilito, la compilazione di una
scheda che sia utilizzabile sia per la raccolta dati sia per un eventuale referto e iter giudiziario.
2) L’intervento di più lungo periodo.
Alla donna vittima di violenza verrà offerta la possibilità di un follow-up medico presso il Centro e, qualora
si ritenga opportuno, un intervento di tipo psico-sociale e legale, in stretta interconnessione con il territorio e
con il volontariato sociale.
La violenza sessuale è un fenomeno drammatico e complesso che richiede un lavoro professionale di
carattere multidisciplinare:
Fondamentale, soprattutto nella fase di emergenza, è il ruolo della Ginecologa che offre una prima
accoglienza e raccoglie la storia della violenza e l’anamnesi sanitaria e socio-famigliare. Inoltre effettua la
visita ginecologica, gli esami batteriologici e infettivologici, la profilassi per le malattie sessualmente
trasmesse, l’intercezione post-coitale, la raccolta delle prove ai fini medico-legali, l’eventuale denuncia di
reato se procedibile d’ufficio. Se lo ritiene necessario, può attivare la consulenza del Medico Legale.
Il Centro S.V.S. potrà quindi essere sempre utilizzato come risorsa non solo dalle vittime di violenza ma
anche dagli Ospedali, dalle Forze dell’Ordine, dalla Magistratura.
La Ginecologa, inoltre, programma i successivi momenti di follow up per i controlli sanitari e infettivologici.
In tali momenti di incontro sarà presente anche l’Ostetrica e l’Assistente Sociale.
Il Centro fornirà quindi:
- Il servizio di pronto intervento
- Il servizio telefonico di informazioni e di appuntamenti
- Il follow-up medico-ginecologico
- La consulenza Medico-Legale
- La consulenza psicologica di prima valutazione
- L’assistenza sociale iniziale
Si prevede il coinvolgimento delle seguenti figure professionali:
- Medici specialisti in Ostetricia-Ginecologia
- Medici specialistici in Medicina Legale
- Psicologa
- Ostetrica
- Assistente Sociale
La modalità organizzativa ottimale, già sperimentata in Italia presso il Centro S.V.S. (Centro Soccorso
Violenza Sessuale) della Clinica Mangiagalli dell’ICP di Milano, prevede l’attivazione di un ambulatorio
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con presenza attiva di un Medico Ginecologo nelle ore feriali diurne e, per le restanti ore, con un Servizio di
Pronta Disponibilità.
La valutazione dell’intervento
Il progetto prevede la periodica valutazione dell’intervento con indicatori quali-quantitativi predefiniti, e la
predisposizione di una relazione annuale sull’andamento del progetto.
Si prevede una domanda di circa 80 casi di violenza sessuale all’anno, e si precisa che da maggio 2003 ad
oggi, sono stati presi in carico 35 casi di violenza.
Conclusione
Il Centro S.V.S. trova la sua collocazione presso l’ASO O.I.R.M.- S.ANNA, sperimentando un modello di
organizzazione e di gestione interistituzionale innovativo eventualmente trasferibile in altre strutture
sanitarie, in funzione della missione aziendale di fornire prestazioni di alta specializzazione nel campo della
diagnosi e cura, gestire programmi di prevenzione, svolgere attività di ricerca e didattica, essendo inoltre
sede di Scuola di Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia e del Corso di Laurea in Ostetricia.
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IL DIALOGO TRANSCULTURALE NELL'APPROCCIO ALLA SALUTE
Autori: P. Sironi - Responsabile Progetto Accoglienza Interculturale - A.O. Istituti Ospitalieri
S. Bianchi - Direttore Sanitario - A.O. Istituti Ospitalieri - Cremona
Autore referente: Dr.ssa Patrizia Sironi - Responsabile Progetto Accoglienza Interculturale
A.O. Istituti Ospitalieri - Largo Priori n. 1 - 26100 Cremona Italia tel **39372405409 - fax**39372405406 e-mail:
[email protected]
Introduzione: Con riferimento ai principi ispiratori della "Ottawa Charter for Health Promotion", in cui
viene rimarcata l'importanza di aumentare il controllo sulla propria salute e di migliorarla, si è ritenuto di
orientare le linee strategiche dell'A.O. Istituti Ospitalieri di Cremona nell'ottica della promozione della
salute, valorizzando il fattore umano, inteso sia come risorsa interna che come centralità della persona che si
rivolge alla struttura ospedaliera. Preso atto che già nel Progetto Accoglienza, inserito nella Rete Lombarda
HPH, erano state attuate numerose azioni migliorative per implementare la soddisfazione del cittadino e del
personale aziendale, si è ritenuto necessario riconsiderare il percorso di accoglienza in un'ottica
interculturale, sempre più emergente nella quotidianità della realtà ambientale, culturale e sanitaria.
Obiettivi: Analizzare la situazione esistente rispetto al bisogno di salute, soprattutto della persona
immigrata; facilitare la comunicazione ed i percorsi di accesso ai Servizi Ospedalieri; migliorare le relazioni
interpersonali tra il personale aziendale e la persona, con particolare attenzione agli immigrati; favorire un
approccio transculturale ai processi di salute ed agli stili di vita.
Metodologia: Lavoro di rete coordinato, sia all'interno dell'Azienda Ospedaliera che all'esterno con enti ed
associazioni del territorio.
Target: Malati e loro familiari, con particolare attenzione agli immigrati; personale aziendale, sia dedito alla
cura ed assistenza della persona che occupato in attività di front-office ed informazione.
Azioni e risultati:
• Indagine epidemiologica dello stato di salute degli immigrati - indicatore: variazione delle
conoscenze;
• Istituzione di un servizio di mediazione culturale aziendale - indicatore: procedure di mediazione
linguistico-culturale;
• Organizzazione di corsi di formazione sulle competenze transculturali - indicatore: grado di
coinvolgimento aziendale;
• Diffusione di materiale informativo e di linee guida multilingue nell'approccio alla salute Indicatore: n. di linee guida multilingue predisposte e diffuse;
• Indagine di customer satisfaction ai dirigenti aziendali sull'accoglienza interculturale - indicatore:
livello di gradimento globale.
Conclusione: il Progetto Accoglienza Interculturale, in fase di attuazione, sta promuovendo un processo
coordinato di promozione della salute, nel rispetto delle differenze culturali e personali.
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LA RETE LOMBARDA HPH E L'INTERCULTURALITA'
Carlo Alberto Tersalvi ( Regione Lombardia-D.G. Sanità: componente Direzione Scientifica della rete regionale HPH);
Lucia Scrabbi (Regione Lombardia-D.G. Sanità: segreteria Direzione Scientifica e centro di coordinamento della rete
lombarda HPH); Sandro Sottili (Casa di Cura San Carlo di Paderno Dugnano e componente Direzione Scientifica della
rete regionale HPH); Patrizia Sironi (A.O Cremona); Mauro Venegoni e Paolo Cazzaniga (A.O. Fatebenefratelli Milano); Valentino Lembo (A.O. I.C.P. Milano); Cinzia Zaffaroni (A.O. Busto Arsizio); Fiammetta Santini e Suardi
Enrico (A.O. San Carlo Milano); Marina Morgutti (A.O. Ospedale L. Sacco di Milano); Rosaria Avisani (A.O. Spedali
Civili di Brescia); Graziella Sacchetti (A.O. San Paolo di Milano); Cristina Arrigoni (A.O. Ospedale di Lodi); Michele
Tedeschi (Istituto Clinico Humanitas di Rozzano); Daniele Alberio e Marzia Guerra (Istituto Clinico Mater Domini di
Castellana (VA); Maria Teresa Cuppone (Istituto Policlinico San Donato Milanese); Bressan Maria Antonietta (IRCCS
San Matteo di Pavia).
Autore referente: Sandro Sottili - Coordinatore scientifico del progetto regionale - c/o Casa di Cura San Carlo - Paderno
Dugnano (MI); Tel: 02-99038227; fax: 02-99038 223; e-mail: [email protected]
Breve introduzione del contesto:
Dall'esperienza di alcuni ospedali lombardi di Milano che per prima hanno dovuto affrontare il problema
multietnico dato il progressivo aumento della presenza straniera sul territorio regionale, si è costituito, lo
scorso anno "un gruppo di lavoro regionale" rappresentato - oggi - da 14 strutture ospedaliere (tra pubbliche
e private), che - tenuto conto dell'esperienza in materia - ha avviato il progetto regionale.
Obiettivo generale:
Facilitare l'accesso e l'accoglienza del cittadino immigrato ai servizi ospedalieri e la comunicazione degli
stessi con gli operatori dell'ospedale, attraverso una metodologia di lavoro di rete nell'area interculturale.
Obiettivi specifici:
1. Predisporre una banca dati regionale sulle specifiche iniziative in atto nelle diverse strutture Regionali.
2. Identificare le aree maggiormente critiche su cui pianificare strategie di interventi.
3. Creare una rete informativa sul territorio che consenta ai cittadini immigrati di conoscere le molteplici
possibilità di accedere ai servizi sanitari regionali.
4. Creare percorsi per facilitare l'accesso agli utenti immigrati, soprattutto nelle aree sanitarie di maggiore
richiesta.
Target
• Cittadini immigrati con e senza regolare permesso di soggiorno
• Personale aziendale dedito alla relazione con i soggetti stranieri.
• Associazioni di volontariato, Onlus
• Comunità delle etnie maggiormente rappresentate nel territorio
Metodologia adottata
Identificazione delle criticità e positività delle varie esperienze delle strutture aderenti al progetto, per
larealizzazione di percorsi metodologici, al fine di realizzare interventi informativo/educativi agli immigrati
e agli operatori nelle varie strutture. Quindi, valutazione dei progetti ed esternabilità degli stessi su tutto il
territorio lombardo.
Percorso operativo: azioni e risultati
Anno 2002 (strutture aderenti: n. 9)
• rilevazione delle azioni maggiormente significative, (mediante somministrazione di questionario);
• Scambio delle esperienze tra le strutture del gruppo nonché della documentazione e del materiale;
Anno 2003 (strutture aderenti: n. 14)
Sono state individuate le aree di maggior afflusso di utenti immigrati e predisposti i seguenti strumenti
informativi:
• poster multilingue con una spiegazione del triage e dei significato dei colori relativi alle prestazioni più o
meno urgenti, stampato dalla Regione e distribuito in tutte le strutture ospedaliere dotate di pronto soccorso a
vari livelli.
• predisposti, in italiano e condivisi dal gruppo, (pronti per la traduzione nelle 5 lingue principali e diffusione
in tutte le strutture ospedaliere del territorio lombardo):
• dichiarazione di nascita (area materno-infantile)
• Consenso informato (informazioni di carattere generale);
• Diritti e doveri dei cittadini ( con particolare attenzione alla situazione degli immigrati).
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Conclusioni
Il Progetto regionale interculturale intrapreso lo scorso anno, di integrazione delle varie esperienze delle
strutture sanitarie pubbliche e private accreditate, sta ottenendo i primi risultati concreti in varie aree, specie
quello di informazioni sul triage in Pronto Soccorso che è stato distribuito in tutti i P.S. regionali.
E' anche stata fatta una campagna informativa sul periodico regionale "QUI SANITA’ rivolto a tutti gli
operatori socio-sanitari e dipendenti delle strutture sanitarie pubbliche e private della Regione Lombardia,
riscuotendo numerosi consensi, sia da parte dei sanitari che della popolazione.
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Sessione Parallela: Sicurezza dei lavoratori
PREVENZIONE DEL BURN OUT NEGLI OPERATORI SANITARI DELL'AZIENDA OSPEDALIERA DI
ALESSANDRIA
M. Desperati, *L. Massobrio , *E.Cassano, *G.Montobbio*R.Bastita , A. Cotroneo, ° P. Tofanini
Direzione Medica dei Presidi, *SOC Psicologia, ° Direttore Generale ASO Alessandria
Referente: dott. Massimo Desperati, via Venezia, 16 15100 Alessandria, 0131/206215, fax 0131/206836
[email protected]
Studi recenti hanno dimostrato che per circa il 58% dei dipendenti il lavoro è causa di ansia e di tensione
emotiva e ciò determina le manifestazioni tipiche del burn out: scoraggiamento, indifferenza, stanchezza e
tendenza all'isolamento. Dette problematiche assumono particolare rilievo nelle strutture ospedaliere,
soprattutto quando dal piano prevalentemente personale con cui si è soliti descrivere il disagio lavorativo,
esse vengono spostate sul piano organizzativo, in cui vengono identificate quali principali cause del
malessere la struttura ed il modo in cui viene gestita: ne conseguono estraniazione emotiva dal lavoro,
perdita di energia e di motivazioni a fare e a lavorare bene.
In seguito ad un preoccupante aumento delle segnalazioni di stress lavorativo da parte dei dipendenti
ospedalieri, l'ASO di Alessandria ha ritenuto di organizzare un intervento preventivo tramite l'ausilio di una
psicologa esperta nella relazione d'aiuto.
Scopo dell'intervento è stato quello di fornire strumenti operativi per la gestione delle emozioni in situazioni
particolarmente stressanti , cercando nel contempo di motivare il personale ad una cultura dell'accoglienza e
di migliorare la qualità della relazione con i pazienti ed i loro familiari.
Destinatari in una prima fase sono stati gli operatori sanitari (medici, infermieri ,OTA ed ausiliari) di alcuni
dei reparti a maggiore rischio di stress emotivo (blocco operatorio centralizzato, terapia intensiva di
cardiochirurgia, ematologia). Successivamente , su richiesta degli operatori sanitari, il progetto è stato esteso
alla ostetricia-ginecologia, day hospital oncoematologico e psichiatria.
La metodologia d'intervento comprendeva una serie di incontri quindicinali, della durata di circa due ore ,in
cui si sono tenuti gruppi di discussione centrati sul vissuto emozionale derivante dal contatto con utenti in
particolari situazioni (pre e post operatorio, patologie a prognosi infausta, trapianti di midollo).Gli incontri si
sono tenuti sempre durante l'orario di servizio e la partecipazione era facoltativa, con firma di registro di
presenza. In un gruppo di operatori sanitari è stato richiesto l’utilizzo di tecniche di rilassamento. Per quasi
tutti i gruppi coinvolti il progetto è stato completato con una serie di corsi per migliorare la comunicazione
all’interno dell’equipe e la relazione con il paziente.
Complessivamente sono stati coinvolti circa 80 operatori sanitari , di cui il 20 % medici. In alcuni casi sono
stati somministrati questionari di gradimento dell’iniziativa, che hanno riscontrato unanimi consensi. Altro
indicatore di gradimento è stata la richiesta pressante da parte di tutti i gruppi di continuare l’iniziativa sia
come gruppi di discussione, sia come corsi di comunicazione.
Contemporaneamente ,presso il Presidio pediatrico, è sorta l’esigenza di allargare l’esperienza a due strutture
organizzative (rianimazione e terapia subintensiva neonatale) che, per ragioni organizzative, erano destinate
a fondersi in un’unica struttura, con gravi sintomi di disagio da parte degli operatori coinvolti, molti dei quali
avevano presentato domanda di part time. L’iniziativa ha coinvolto 30 persone tra vigilatrici d’infanzia e
personale di supporto, ed è pienamente riuscita in quanto la successiva integrazione tra le strutture ha dato
esiti positivi (nessuna nuova richiesta di part time e/o di trasferimento a fronte dell’aumento dell’attività di
ricovero, ritiro di alcune richieste precedenti, bassa frequenza di congedi per malattia).
La soddisfazione espressa dai partecipanti e le continue richieste di adesione alle iniziative anti burn out da
parte di altre strutture organizzative testimoniano la rilevanza dell'argomento e la necessità per l'Azienda di
proseguire il cammino intrapreso, grazie anche all'apporto che la neonata SOC di psicologia può fornire nel
settore.
96
SVILUPPO ORGANIZZATIVO E QUALITÀ DEL LAVORO
Dr. Andrea Gigliobianco, Dirigente 1° livello Direzione Sanitaria Ospedale di Guastalla (RE), Co-coordinatore
aziendale progetto HPH
Un progetto di "Innovazione e sviluppo dei processi di lavoro presso l'Ospedale Civile di Guastalla" avviato
all'inizio dell'anno 2000 e conclusosi a fine del 2002, ha previsto la realizzazione di importanti iniziative.
Il progetto, avviato nei primi mesi del 2000, ha previsto l'accordo tra la Direzione dell'Azienda USL di
Reggio Emilia, le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil e le Organizzazioni sindacali mediche, intorno
all'ipotesi di lavoro, gli obiettivi e le modalità di intervento.
Il percorso, condotto in collaborazione con la consulenza dell'Istituto per il lavoro (IPL) ha visto
l'interessamento di numerosi operatori attraverso un percorso articolato e suddiviso nelle seguenti fasi:
• Informazione
• Diagnosi organizzativa
• Sviluppo e sostegno al cambiamento organizzativo.
Nel corso del 2001-2002, dopo l'informazione capillare a tutti gli operatori dell'Ospedale e dopo la diagnosi
organizzativa che ha portato alla redazione e presentazione pubblica del rapporto di analisi, si è svolta la fase
di sviluppo organizzativo.
Allo sviluppo organizzativo hanno lavorato 50 professionisti, divisi in 6 gruppi di lavoro, su temi specifici,
individuati sulla base dei contenuti e criticità emerse in fase di analisi.
1. L'informazione interna
2. I percorsi del paziente
3. La mobilità del personale
4. La consulenza nei profili clinico-assistenziali
S. L'integrazione dei Medico di Medicina Generale nella fase specialistica di assistenza 6. Il pronto soccorso
e l'automedica.
Dal lavoro dei professionisti sono stati prodotti interessanti progetti realizzati poi in fasi diverse e successive
nell'Ospedale che hanno riscosso notevole consenso tra gli operatori e hanno prodotto un feedback positivo
nell'attività lavorativa degli operatori.
Le iniziative europee
I progetti dell'Ospedale civile di Guastalla hanno poi trovato ulteriore respiro in iniziative europee grazie
anche alla collaborazione e ai contatti conservati con l'IPL.
Nell'ambito delle collaborazioni nelle iniziative europee si sono affrontati i temi della qualità della vita
lavorativa, dell'organizzazione del lavoro, del lavoro di gruppo e dell'integrazione tra professionisti. In
questo modo si è potuto approfondire, anche attraverso il confronto con altri contesti europei, il tema
dell'organizzazione del lavoro in ospedale e del miglioramento del servizio e della qualità della vita degli
operatori.
97
INFORMAZIONE
E FORMAZIONE SPECIFICA DEL PERSONALE SANITARIO DEL COMPARTO IN
MATERIA DI SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO NEI PP.OO. DELL'ASL. 14, REGIONE PIEMONTE
M. Gonzales*, F. Garufi°
* Collaboratore Professionale Sanitario Esperto Direzione Sanitaria Presidi Ospedalieri ASL 14
° Direttore S.C. Direzione Sanitaria PP.OO. Riuniti ASL 14
Autore Referente: Sig.ra Marianne Gonzalez, Direzione Sanitaria Ospedale San Biagio Via Caduti lager nazisti 1,
28845 - Domodossola (Vb), tel. 0324.49133 1, fax 0324.491365, e-mail: [email protected]
L'art. 21 del D.Lgs. n. 626/94 prevede che il datore dì lavoro provveda affinché il lavoratore riceva adeguata
informazione su rischi lavorativi.
L'art. 22 del medesimo D.Lgs. prevede che il datore di lavoro assicuri che ciascun lavoratore riceva una
formazione sufficiente ed adeguata in materia di sicurezza e salute con particolare riferimento al proprio
posto di lavoro ed alle mansioni in occasione dell'assunzione, del trasferimento e cambiamento di mansioni o
variazioni del ciclo produttivo.
L'ASL 14 ha identificato quali datori di lavoro ai sensi dell'art. 2 del D.Lgs. n. 242/96 i Direttori delle
macrostrutture con budget.
L’ASL 14 ha già effettuato numerosi corsi di formazione ai lavoratori sui principali rischi aziendali e per
l'informazione vengono consegnati all'assunzione ai lavoratori due volumi sui principali rischi.
Al fine di far crescere la cultura della sicurezza negli operatori, la Direzione Sanitaria, vista la notevole
mobilità interna del personale sanitario, ha ritenuto prioritario di fornire a detto personale l'informazione e
formazione specifica relativa al posto di lavoro sia al momento dell'assunzione che in caso di trasferimento o
cambiamento di mansioni ovvero quando varia il ciclo produttivo.
Il target è rappresentato dal personale sanitario del comparto afferente ai PP.OO. Per tale attività il Direttore
Sanitario dei PP.OO. datore di lavoro ha individuato con la responsabile dei servizi infermieristici lo
strumento della delega alla stessa della funzione con piena autonomia organizzativa in raccordo con i
coordinatori delle U.O; ciò con un percorso operativo che garantisca qualità della informazione-formazione e
rispetto degli obblighi normativi.
98
DOTAZIONE DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE PER IL PERSONALE
ALL'EMERGENZA INCENDI NEI PRESIDI OSPEDALIERI - CRITERI DI SCELTA.
ADDETTO
Autori : Ugo Milanesio - Corrado Leone - Ivana Bosio - Luigi Barbero - Unità Operativa Autonoma Servizio
Prevenzione e Protezione - Azienda Sanitaria Locale n° 17 - Fossano, Saluzzo, Savigliano (CN)
Autore referente : Milanesio Ugo Servizio Prevenzione e Protezione A.S.L. 17 Via Ospedali, 14 - 12038 Savigliano
(Cuneo) Tel. 0172 719512 - Fax 0172 31400
Il D.Lgs. 626/94 identifica tra gli obblighi del datore di lavoro l'adozione delle misure necessarie ai fini della
prevenzione incendi e dell'evacuazione dei lavoratori.
Il D.M. 10/03/199 stabilisce i criteri generali di sicurezza antincendio e per la gestione dell'emergenza nei
luoghi di lavoro, classificando ospedali, case di cura e case di ricovero per anziani come strutture ad elevato
rischio d'incendio a causa della molteplicità dei rischi interni ed esterni e della ridotta mobilità degli ospiti
presenti.
Il datore di lavoro deve quindi ottemperare a disposizioni quali:
• redigere il piano di emergenza incendio ed evacuazione;
• nominare i lavoratori incaricati dell'attuazione delle misure di prevenzione incendi e lotta antincendio, di
evacuazione dei lavoratori in caso di pericolo grave ed immediato, di salvataggio, di pronto soccorso e
comunque, di gestione dell'emergenza;
• provvedere alla formazione dei suddetti secondo quanto previsto dall'allegato IX del D.M. 10 marzo 1998
con un corso di formazione di 16 ore e conseguimento dell'attestato di idoneità tecnica di cui all'art. 3 della
legge 28/11/96 n° 609;
• dotare gli addetti di idonei dispositivi di protezione individuale e di dispositivi adeguati per combattere
l'incendio ( es. mezzi di estinzione etc.).
Nel territorio di competenza dell'ASL 17, sono presenti tre presidi ospedalieri, per un totale di 540 posti letto
situati in città distanti circa 15 Km tra di loro, in tutti i presidi è presente una squadra di pronto intervento
aziendale e in una sola città esiste un presidio permanente di Vigili del Fuoco.
Analizzata la situazione logistica e territoriale si è constatato che gli addetti antincendio per il primo
intervento di contenimento dell'incendio avrebbero dovuto agire autonomamente continuando a gestire
l'emergenza sino all'arrivo di una squadra di soccorritori esterna, e di conseguenza occorreva fornirli di
idonei Dispositivi di Protezione Individuali.(D.P.I.)
Il Dlgs. 626/94 all'art.43 obbliga il datore di lavoro ad individuare i D.P.I. adeguati ai rischi da affrontare, si
è quindi ravvisata la necessità di effettuare una ricerca per definire le norme e le caratteristiche tecniche alle
quali occorre fare riferimento per garantire il massimo della protezione associata ad un buon comfort agli
operatori delle squadre di pronto intervento.
Inizialmente è stata effettuata l'analisi e la valutazione dei rischi del personale incaricato dell'emergenza,
individuando la caratteristiche tecniche dei D.P.I. e le norme o regole di buona tecnica (UNI - CEI ecc. ) di
riferimento.
Successivamente si è svolta un indagine sui prodotti che il mercato offriva confrontandoli con le norme di
riferimento precedentemente individuate, in base ai risultati ottenuti si è provveduto all'acquisto del
materiale, predisponendo degli armadi contenenti i DPI ritenuti più idonei.
Considerando che la molteplicità degli stessi appartengono alla III categoria, come ultima fase si è proceduto
a formare ed addestrare il personale in merito al loro utilizzo.
Vista la particolarità e pericolosità degli interventi che gli addetti antincendio possono essere chiamati ad
espletare, gli incontri di addestramento e formazione vengono ripetuti ogni anno.
99
LA SICUREZZA DEGLI OPERATORI COME ELEMENTO DELLA CONTINUITÀ ASSISTENZIALE IN UNA
OTTICA DI BALANCED SCORE CARD.
Autori: Mario Poletti, Francesco Mineo, Alessandro Pinotti, Giovanni Morini – Staff Sicurezza e Conformità Strutturale
Referente: Mario Poletti, Staff Sicurezza e Conformità Strutturale, Azienda USL Reggio Emilia, via Amendola 2 –
42100 RE, tel.0522335358, fax 0522335496, e-mail: [email protected];
Introduzione: L’azienda USL di Reggio Emilia è costituita da 6 Distretti, 1 Presidio Ospedaliero con 880
posti letto, 3 Dipartimenti Territoriali, 1 Dipartimento Amministrativo e 4 funzioni di Staff; conta oltre 3.600
dipendenti; il bilancio 2002 è di circa 600.000.000 €.
Per quanto riguarda la prevenzione e protezione dei lavoratori, la Direzione aziendale ha unificato la
funzione tecnica con la funzione sanitaria, collocandole nello Staff Sicurezza e Conformità Strutturale,
attualmente composto dal Servizio Prevenzione e Protezione (1 ingegnere, 5 periti industriali, 1 borsista), che
coordina il Sistema di Gestione Ambientale aziendale e l’Ufficio Medico Competente (1 medico, 3
infermieri).
Il rischio professionale della movimentazione manuale dei pazienti, rischio prevalente nelle attività di
assistenza sanitaria, ha indotto il medico competente a formulare giudizi di idoneità limitata al lavoro
specifico per un numero significativo di operatori. A seguito di tale valutazione questi operatori non possono
svolgere appieno le mansioni proprie del profilo di appartenenza; con importanti conseguenze negative nella
organizzazione e nell’esecuzione dell’assistenza ai pazienti ricoverati.
Il processo di miglioramento, avviato nel 1999, ha prodotto rilevanti investimenti per interventi strutturali,
acquisto di ausili, formazione del personale ( 1 ) e l’aggiornamento della valutazione del rischio come output
di processo. Ora la scelta strategica consiste nella predisposizione di un outcome relativo alla idoneità degli
operatori sanitari, come aspetto qualificante della salvaguardia del patrimonio di professionalità e indicatore
della continuità assistenziale per i pazienti.
I modelli di valutazione del rischio per movimentazione pazienti disponibili in letteratura si sono rivelati
insufficienti a gestire un processo di miglioramento in quanto basati su scelte di default non sempre
rispondenti alla realtà aziendale; sono inoltre focalizzati alla prevenzione di patologie e disturbi del rachide
dorso lombare mentre gli effetti invalidanti in molti casi si manifestano anche agli arti superiori.
L’adozione di tali modelli è risultata non in grado di supportare adeguatamente il Medico Competente nel
rilascio dei giudizi di idoneità fisica .
Per ovviare a tali limiti, abbiamo messo a punto e sperimentato un criterio di valutazione denominato SpoSo
(“Spostamenti Sollevamenti”).
I risultati della ricerca condotta in azienda con il metodo SpoSo hanno fornito un quadro di rischio più
aderente alla realtà aziendale; il criterio è risultato sufficientemente sensibile a descrivere i cambiamenti
introdotti.
A seguito delle azioni intraprese, è cominciato a diminuire il numero dei dipendenti con limitazioni fisiche al
lavoro e si è quindi invertito il trend degli anni precedenti.
L’esperienza pluriennale svolta ci ha permesso di sviluppare una mappa strategica elaborata secondo la
Balanced ScoreCard (BSC) che dovrebbe produrre gli outcome attesi già dal 2004.
Tema strategico per Staff Sicurezza e Conformità Strutturale: contribuire all’aumento della continuità
assistenziale mediante la riduzione del rischio movimentazione pazienti e speculare aumento della
percentuale di dipendenti dedicati all’attività assistenziale.
Obiettivi: Aumento percentuale del personale idoneo. Si ritiene di poter recuperare la capacità lavorativa
totale o parziale di circa il 10% del personale addetto all’assistenza nelle Unità Operative (UO) a maggior
rischio ( totale n. 950).
Gruppo target: Infermieri, OTA, Ausiliari, TSRM appartenenti alle UO medicina, lungodegenza, ortopedia,
chirurgia, geriatria, riabilitazione intensiva, riabilitazione cardio-pneumologica, sala operatoria, pronto
soccorso, diagnostica per immagini.
Valutazione dei risultati: evidenza di correlazione tra la riduzione del rischio movimentazione pazienti e
corrispondente aumento della percentuale del personale idoneo.
Conclusioni: il raggiungimento dell’obiettivo strategico può confermare la strategia adottata; il mancato
raggiungimento comporterà una revisione complessiva del processo di miglioramento.
(1) Un'esperienza di contenimento del rischio da movimentazione manuale di pazienti in un'azienda sanitaria, Mario
Poletti e altri, atti del convegno nazionale le malattie muscoloscheletriche negli ambienti di lavoro, Bologna, Italia,
ottobre 2002
100
Sessione Parallela: Lotta contro tabagismo
OSPEDALI LIBERI DAL FUMO: IL PROGETTO DELLA RETE LOMBARDA
M. Bonfanti (Regione Lombardia), R. Bardelli (ASL di Varese), R. Bertoletti (AO di Sondalo), D.Colacicco (AO di
Garbagnate Milanese), G. De Donno (AO di Mantova), G. Lecchi (AO di Monza), D. Marzorati (Ist. Auxologico
Italiano), R. Mazza (Ist. Tumori di Milano), G. Micheloni (AO Niguarda Ca’ Granda di Milano), M. Palestra (ASL di
Pavia), A. Pepe (ASL Città di Milano), A. Triarico (AO di Varese).
Autore Referente: Marina Palestra, Coordinatore scientifico del progetto regionale, Ufficio Educazione Sanitaria, ASL
della Provincia di Pavia, Via Indipendenza 3 –27100 Pavia, tel. 0382-432457/431215, fax. 0382-431360, e-mail:
[email protected]
Introduzione
Il fumo rappresenta uno dei principali fattori di rischio per numerose patologie tumorali, cardiovascolari e
dell’apparato respiratorio.
La Regione Lombardia ha messo in atto più strategie operative:
- adesione alla Rete Nazionale HPH
- identificazione della priorità dell’area tematica “Ospedale senza fumo”
- definizione di linee guida per la lotta al tabagismo
- costituzione di un gruppo di studio regionale, il cui obiettivo è favorire l’attuazione operativa e capillare di
tali linee guida in tutte le strutture sanitarie poste sul territorio regionale
- costituzione di sottogruppi di lavoro per aree ( “Giovani e fumo”, “Fumo e Medici di famiglia”, “Centri di
disassuefazione”, “Ospedali e ASL liberi dal fumo”)
Obiettivi
- aumento del numero di strutture sanitarie ospedaliere e territoriali aderenti al progetto
- raggiungimento dei risultati previsti (< n. fumatori tra i sanitari; < n. fumatori in ospedale; >presa in carico
del problema fumo da parte di medici ed infermieri; > rispetto della normativa)
- fruibilità esterna, in cartaceo o in Web, del materiale acquisito e/o rielaborato a livello centrale;
- creazione di nuove alleanze conoscitive e/o operative, anche ad un livello interregionale.
Target: operatori socio-sanitari e personale amministrativo delle strutture sanitarie lombarde
pubbliche e private accreditate
Azioni E Risultati
Anno 2000 Prima fase (strutture aderenti: n. 4)
• studio dei progetti già in atto
• confronto con il progetto dell’Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri in Lombardia
• collegamento informativo, con altre Reti Regionali “Ospedali senza fumo”
Anno 2001 Seconda fase (strutture aderenti: n. 8)
• elaborazione di un modello di progetto, tale da ricomprendere le esperienze già in atto, ma anche così
definito da essere una guida concreta ed un supporto operativo a chi è ancora in fase iniziale; cioè un
progetto esportabile, riproponibile nelle varie realtà ospedaliere o territoriali, definito in tutte le sue fasi
(obiettivi, metodologie, strumenti, valutazioni).
• invio del progetto a tutte le strutture sanitarie regionali
• lavoro in rete, con incontri periodici di confronto e di verifica.
Anno 2002 Terza fase (strutture aderenti: n. 17)
• coinvolgimento delle strutture sanitarie territoriali
• raccolta e condivisione di tutto il materiale relativo ai progetti in atto
• messa a punto di alcune strategie comuni: confrontati i dati epidemiologici e condivise le scelte operative
relative alla cartellonistica, ai corsi di formazione per i sanzionatori e alla modulistica per il sanzionamento;
• definizione di un protocollo comune in materia di vigilanza antitabagismo con elaborazione di Circolare
Regionale, inviato a tutte le strutture interessate;
• ideazione e realizzazione di apposita cartellonistica educativa regionale;
• promozione di continuo scambio di idee, di conoscenze e di proposte con gli altri sottogruppi, soprattutto
con quello dei Centri Antifumo e quello dei Medici di Medicina Generale;
• costruzione di un sito Web specifico per accessibilità e fruibilità di quanto elaborato
• messa a punto di modalità comune di rilevazione dei primi dati di verifica, prevista alla fine del 2002
Anno 2003 Quarta fase
101
• definizione di questionario comune e somministrazione da parte di cinque strutture ospedaliere (a distanza
di tre anni dall’inizio del progetto)
• analisi dati e presentazione degli stessi in un Convegno Regionale
• utilizzo dei risultati soprattutto in termini di costi/efficacia
• condivisione con tutte le altre strutture sanitarie
Conclusioni
A distanza di tre anni dall’avvio in Regione Lombardia del progetto HPH “Ospedali senza fumo” è stato
possibile effettuare una prima verifica dei risultati attesi in termini di efficacia. Da tale verifica sarà possibile
indirizzare il lavoro del sottogruppo “Ospedali e ASL senza fumo” verso obiettivi quali:
· definizione di “migliori” strategie progettuali in un’ottica di costi/efficacia;
· studio di modalità d’implementazione qualitativa e quantitativa del progetto;
· aumento del numero di Aziende Ospedaliere e Sanitarie Locali lombarde nell’attuazione del progetto
“Ospedali e ASL senza fumo”.
102
CONTROLLO DEL FUMO E FORMAZIONE DEL PERSONALE NEL PROGETTO ANTI-TABAGISMO DELLA
RETE HPH-VENETA
Rita Cagnin (*), Stefano Nardini (**), Simone Tasso (***), Gruppo Inter-aziendale HPH (°)
(*) Servizio Educazione e Promozione della alla Salute , ULSS n. 8 Regione Veneto;
(**) U.O. Di Pneumologia- Ospedale di Vittorio Veneto , ULSS n.7 Regione Veneto;
(***) Direzione Medica Ospedale di Castelfranco Veneto ULSS n.8 Regione Veneto.
Autore referente: Rita Cagnin, Tel. 0423.526414, Fax 0423.52643, e-mail:[email protected]
Introduzione: Nell’arco del 2003, nell'ambito del Progetto “Ospedali e Servizi Socio Sanitari senza fumo”,
iniziato nel 1996 dalla Rete Veneta HPH, si è deciso di dare priorità alle seguenti azioni:
1) verifica sul grado di effettivo controllo del tabagismo nelle aziende sanitarie, utilizzando la griglia del
Codice Europeo della "European network of smoke-free Hospitals" (ENSH).
2) formazione degli operatori sanitari al fine di prepararli alla lotta al tabagismo con i seguenti obiettivi
specifici :
a) aumentare le conoscenze sui rischi legati al fumo da tabacco tra dipendenti utenti e visitatori delle
aziende socio-sanitarie;
b) formare alla conoscenza delle modalità di controllo del fumo nei servizi socio-sanitari;
c) coinvolgere la comunità locale (scuola, comuni, associazioni di volontariato);
d) ridurre in misura cospicua il numero di persone che non rispettano il divieto di fumare all’interno
delle strutture, anche attraverso l’offerta di terapie per smettere di fumare; e) applicare la normativa
vigente in materia di divieto del fumo negli ambienti sanitari. Entrambi le azioni sono state realizzata
grazie alla fattiva collaborazione della Regione Veneto ed, in particolare, della Direzione Regionale
per la Prevenzione;
Materiale e metodi:
Grado di controllo. Nel mese di maggio 2003 è stato spedita, a firma dell’Assessore Regionale della Sanità,
una lettera a tutti i Direttori Generali (DG) aziendali con l’invito a rispondere ad un questionario sul
controllo del fumo nella propria azienda sanitaria. A ciascuna azienda era attribuito un codice identificativo
conosciuto solo dal Centro di Coordinamento HPH e dal referente aziendale sul fumo, al fine di permettere a
ogni DG di conoscere il proprio livello di controllo ed, al tempo stesso, di rimanere sconosciuto agli altri. Il
questionario, contemporaneamente utilizzato agli stessi scopi in Francia ed Irlanda, è quello preparato dalla
ENSH, e prevede una serie di domande le cui risposte corrispondono a un punteggio crescente, a seconda del
grado di controllo effettivo. La somma di tutte le risposte attribuisce a ogni Azienda un punteggio che può
teoricamente variare tra 152 (azienda completamente libera dal fumo) e 0 (azienda con nessuna azione contro
il fumo). Nel mese di luglio 2003 ciascun Direttore Generale ha ricevuto il punteggio relativo alla propria
azienda in “chiaro”, insieme alle media regionale ed ai punteggi delle altre aziende in forma “criptata”.
Formazione E’ stato organizzato un corso di formazione di primo livello (miglioramento del grado di
conoscenze) utilizzando i contenuti del “Codice Europeo per gli ospedali senza fumo” e della “Guida per la
creazione di ospedali e ambienti socio-sanitari liberi dal fumo” adattati per l'Italia su quanto prodotto dalla
European Network of smoke-free Hospitals.
Risultati:
Grado di controllo: La media regionale (66,09) è risultata più bassa della media degli altri due Paesi
Europei, mettendo in evidenza un peggiore controllo del fumo nelle aziende sanitarie del Veneto. Tuttavia è
da segnalare il notevole range di variabilità (max 110, min 22) tra azienda ed azienda tanto che a fronte di
situazioni fortemente negative, ve ne sono altre nelle quali gli obiettivi raccomandati dalla rete europea di
ospedali senza fumo sono stati almeno in parte raggiunti.
Formazione Sono stati realizzati 2 corsi regionali con la partecipazione complessiva di 81 operatori. Ai
partecipanti , all’inizio (entrata) e alla fine (uscita) del corso, è stato somministrato un questionario (53
domande a risposta multipla) con l’obiettivo di valutare il grado di conoscenze nei confronti del fumo di
tabacco. La efficacia del corso è stata valutata confrontando il grado di correttezza delle risposte (percentuale
di risposte corrette) prima e dopo il corso. Nel primo corso, (dicembre 2002) con la partecipazione di 41
operatori (complessivamente potevano essere date 2173 risposte) sono state fornite in entrata 1475 (68%)
risposte corrette, 578 (26,5%) sbagliate e 120 (5,5%) missing. In uscita rispettivamente 1709 (78,5%), 425
(19,5%) e 39
(1,8%). Nel secondo corso (aprile 2003) con la partecipazione di 40 operatori (complessivamente potevano
essere date 2120 risposte), in entrata 1146 (54%), 573 (27%), 401 (19%); mentre in uscita 1762 (83%), 321
(15%) e 37 (1,7%).
103
Conclusioni.
Grado di Controllo: il lavoro, pur con i limiti intrinseci alla metodologia utilizzata (questionario autocompilato e quindi auto-referenziale seppur limitato dal fatto di essere anonimo) ha messo in evidenza la
possibilità di applicare questo sistema di verifica anche in Italia.
Alla luce di questa esperienza, miglioramenti possono essere attuati ponendo attenzione nella traduzione di
alcune domande del questionario, in quanto segnalateci non interpretabili in maniera univoca. A questo
proposito può essere importante prevedere una specifica breve formazione per personale che deve compilare
i questionari. Infine, in ogni caso, la verifica ha dato modo a ciascuna azienda di confrontarsi con le altre e
valutare il proprio livello di controllo del fumo sulla base di un solo indicatore “sintetico e globale” ed
avendo a disposizione una media regionale. Nelle prossime settimane è previsto l'invio a ciascun DG dei dati
disaggregati per azienda insieme agli omologhi dati europei al fine di permetterne una analisi ed un
confronto a livello di singole problematiche.
Formazione : entrambi i corsi di formazioni sono risultati in grado di migliorare il livello di conoscenze dei
partecipanti La migliore performance ottenuta con il secondo corso è verosimilmente dovuta ad una migliore
prestazione dei docenti, che hanno tenuto conto dei suggerimenti della precedente esperienza.
(°) Gruppo di Lavoro HPH:
Spiridione Della Lucia Ulss n. 1 Belluno, Rosanna Canova Ulss n. 2 Feltre, M. Luisa Verona Ulss n. 4 Alto
Vicentino, Milvia Marchiori Ulss n. 5 Ovest Vicentino, Roberto Cavion Ulss n. 6 Vicenza, Stefano Nardini –
Rita De Noni Ulss n. 7 Pieve di Soligo, Rita Cagnin – Luciano Dilani Ulss n. 8 Asolo, Paolo Mancarella
Ulss n. 14 Chioggia, Lorena Gottardello - Denise Da Ros Ulss n. 16 Padova, Gianfranco Dalla Pietra – M.
Chiara Pavarin Ulss n. 18 Rovigo, Andrea Finessi Ulss n. 19 Adria, Pietro Madera Ulss n. 20 Verona,
Lorena Zambelli Ulss n. 21 Legnago
104
PROGETTO REGIONALE TABAGISMO: SUA REALIZZAZIONE NELL’AUSL DI R.E.
Gruppo Progetto “Provincia senza Fumo” Dr Salvatore De Franco Presidente Ordine dei Medici , Dr.ssa Sandra Bosi –
Dr. Ermanno Rondini LILT, Dr.ssa Anna Maria Ferrari – Dr. Antonio Chiarenza – Dr. Roberto Bosi – Dr.ssa Roberta
Cavalli – Dr. Gianfranco Azzarone AUSL di R.E., Dr. Massimo Pedroni MMG, Dr.ssa Claudia Spaggiari Pediatra, Dr.
Pannella – Dr. Roberto Toffanetti ASMN di R.E., IP.FD Orienna Malvoni IPASVI.
AUTORE REFERENTE: Dr.ssa Anna Maria Ferrari, Servizio Igiene Pubblica Via Marconi n. 18 Montecchio E. tel.
0522-860170 fax 0522-860140 ; [email protected]
INTRODUZIONE:
Il PSN 98-2000 indicava il controllo del fumo attivo e passivo come priorità, l’OMS indica il tabacco come
prima causa evitabile di malattia e di morte. In Italia ogni anno il fumo uccide circa 90.000 persone (un terzo
delle morti per cancro, il 15% di tutte le cause di morte) e nella RER circa 8.000 su 900.000 fumatori. La
RER con Delibera. Reg. 785/99 ha approvato il prog. Reg. Tabagismo suddiviso in 5 sottoprogetti aventi
target diversi e basato sulla creazione di politiche di intervento globali, capaci di creare alleanze e sinergie
attraverso la partecipazione attiva di tutti i soggetti che hanno competenza e responsabilità in ambito
educativo, sanitario, politico, economico, nel volontariato e nell’informazione.
OBIETTIVI GENERALI:
• modificare gli atteggiamenti e le abitudini al fumo nella popolazione attraverso modelli di
intervento basati sulla intersettorialità ed integrazione tra competenze sanitarie e sociali.
• prevenire le malattie cronico degenerative dovute al fumo di tabacco, ridurre la morbosità e
mortalità correlata.
OBIETTIVI SPECIFICI:
• aumentare il n. di coloro che smettono di fumare
• ridurre il n. di giovani che iniziano a fumare
GRUPPO TARGET:
Il Prog. reg.le Tabagismo prevede 5 sottoprogetti per target diversificati.
1. studenti della scuola dell’obbligo – collaborazione tra insegnanti e la LILT per la realizzazione del
progetto “Lasciateci puliti”
2. popolazione generale per intervento degli MMG – aggiornamento degli MMG nell’attività di
informazione educazione rivolta ai pazienti fumatori
3. fumatori – corsi per smettere di fumare - 5 centri attivi in Provincia
4. operatori sanitari e pazienti – realizzazione del progetto “Ospedale e Servizi senza fumo”
5. lavoratori – collaborazione tra LILT e SPSAL per interventi nelle scuole, in due aziende del settore del
barattolo e in una azienda di servizi
L’ AUSL di R.E con l’LILT. sta realizzando due progetti pilota per la tutela della salute dei bambini durante
il periodo di gestazione (prog. “Baby no smoke”) e nei primi anni di vita (prog. “Difendi il tuo bambino dal
fumo”) in collaborazione con le ostetriche i ginecologi ed i pediatri.
VALUTAZIONE DEI RISULTATI:
1. studenti: il 70% delle scuole medie inf. partecipa al prog. “Lasciateci puliti”. Partecipazione scuole
superiori ad un prog. sperimentale (peer education) Realizzazione mostra didattica multimediale “Le vie del
fumo” visitata da 2500 ragazzi, 500 adulti .
2. popolazione generale: formazione di due MMG che svolgeranno formazione a tutti i colleghi della prov.,
attuazione di “studi medici senza fumo”
3. fumatori: attivazione e coordinamento delle attività svolte da 5 centri per smettere di fumare, loro
collegamento con altri prog.
4. operatori sanitari e pazienti: rilevazione periodica dell’abitudine al fumo, formazione degli agenti
accertatori, formazione del personale sanitario all’attività di councelling antifumo
5. lavoratori: interventi congiunti SPSAL – LILT nelle scuole e in due az. del comparto barattolo e in una az.
di servizi per ridurre il n. di fumatori e di esposti al fumo
“Baby no smoke”: sensibilizzazione di tutte le donne gravide sui danni da fumo attivo e passivo, formazione
delle ostetriche sul councelling, coinvolgimento dei padri nei gruppi di disassuefazione.
Progetto Pediatri “Difendi il tuo bambino dal fumo”: appena iniziato si propone di sensibilizzare le famiglie
sui danni dall’esposizione a fumo passivo durante l’infanzia, di offrire un rinforzo motivazionale alle
mamme e ai genitori che hanno smesso di fumare durante la gravidanza, informare sul centri antifumo,
sensibilizzare gli adolescenti sull’importanza di non cominciare a fumare.
105
CONCLUSIONI:
dopo 4 anni di lavoro come gruppo “Progetto Provincia senza fumo” si può considerare positiva l’esperienza
fatta utilizzando un modello di intervento basato sull’intersettorialità e l’integrazione fra competenze
sanitarie e sociali, con l’intento di promuovere attraverso esempi positivi e azioni persuasive, unitamente al
rispetto della normativa vigente sul divieto di fumo, la formazione di una cultura del “non fumo”. Si ritiene
che la istituzione del gruppo sopra citato abbia permesso di coordinare le iniziative dei Servizi per favorire
l’integrazione e la complementarietà delle azioni relative ai 5 sottoprogetti ed a proporne altri 2 in modo
sperimentale raggiungendo ottimi livelli di collaborazione tra istituzioni e volontariato.
106
INDAGINE CONOSCITIVA SULL’ABITUDINE AL FUMO NEGLI ADOLESCENTI DELLE SECONDE CLASSI
DELLE SCUOLE MEDIE DELLE PROVINCE DI IMPERIA, SAVONA E GENOVA
R.Predonzani R.Gagno (asl 1 Imperiese) A.Astengo (asl 2 Savonese) M.R.Delle Piane E.Delfino (asl 3 Genovese)
C.Giordano P.Brignole(asl 4 Chiavarese) M.Bonvento;M.Pierri (A.O.Sanpierdarena) G.Cianchi;P.E.Capra (A.O.San
Martino) S.Vigna L.Casagrande Regione Liguria
Autore referente:dott.sa Cristina Giordano ASL4 Chiavarese tel.0185329524 e-mail [email protected]
Contesto: nell’ottica del programma regionale HPH ‘Ospedali senza fumo’, i coordinatori aziendali hanno
concordato di sviluppare il primo concorso regionale ‘Uno spot per dire stop’ nell’ambito del progetto
interegionale ‘Chi non fuma vince’. Il primo obiettivo era quello di prevedere, anche in carenza di dati
recenti sia a livello nazionale sia soprattutto regionale, un’indagine conoscitiva sull’abitudine al fumo da
parte dei ragazzi delle seconde classi delle scuole medie inferiori cui il concorso era dedicato. Si è pertanto
approntato un questionario (mediato in parte dall’esperienza del Veneto) che è stato somministrato a circa
850 ragazzi delle Province di Imperia, Savona e Genova.
Obiettivi:
1)conoscere l’abitudine al fumo degli adolescenti della Regione Liguria e identificare quali momenti e
situazioni nella vita del ragazzo possono determinare l’avvicinamento del minore all’uso del tabacco, anche
per meglio indirizzare eventuali incontri formativi o campagne di informazione nelle scuole
2) effettuare un’intervento di educazione sanitaria sui ragazzi coinvolgendo gli stessi emotivamente con la
creazione di uno spot contro l’abitudine al fumo
3)organizzare per la Giornata Mondiale contro il fumo una manifestazione regionale ‘HPH’ che vedesse
coinvolte le Aziende Sanitarie, la Regione e le Scuole.
Target: ragazzi delle seconde classi delle Medie Inferiori.
Valutazione dei risultati: I ragazzi che hanno risposto al questionario sono stati 847, circa l’ 8,5 % dei
ragazzi nati nel 1990 ( dati Istat per età corrispondente nelle tre Province : 9946).
Il 49% degli intervistati è di sesso maschile, il 51% di sesso femminile.
Alla domanda sui papà fumatori, si sono ricevute 445 risposte, dalle quali risulta come il 38% di loro fumino.
Alla domanda sulle mamme fumatrici, si sono ricevute 442 risposte, dalle quali emerge come il 32% siano
fumatrici. I risultati sono simili agli standard nazionali.
Alla domanda sugli amici che fumano, il 72% degli intervistati ha dichiarato che non ha fumatori tra i primi
5 amici, il 13,5% degli intervistati ha almeno 1 amico che fuma, il 5% degli intervistati ha almeno due amici
che fumano.
Alla domanda sui luoghi frequentati dai giovani in cui con più frequenza si trovano coetanei fumatori, si può
osservare la seguente tabella:
BAR
GRUPPI ORGANIZZATI
GRUPPI SPORTIVI
SALA GIOCHI
SCUOLA
PARROCCHIE
ALTRO
44%
3%
2%
262%
10%
2%
12%
Probabilmente, i primi due luoghi andrebbero maggiormente sottoposti a controlli di sorveglianza sul divieto
di fumo e a vincoli precisi in ordine alla presenza di minorenni .
Altre domande con risposte significative sono quelle su quante sigarette si possono fumare ogni giorno per
nuocere alla salute, dove il 48% dei ragazzi ha risposto almeno un pacchetto al giorno, indice di scarsa
conoscenza sui danni del fumo, e alla domanda se avevano provato a fumare, il 22% dei ragazzi ha
dichiarato che almeno una volta aveva provato a fumare (e l’1% dei ragazzi si dichiara fumatore abituale).
Oltre al questionario, lavorato alla produzione di un video sull’argomento del fumo, della durata di un
minuto.
E’ stata riunita una giuria che ha valutato i lavori e ha nominato tre vincitori.Vincitore assoluta è risultata
essere la Scuola Media di Pietra Ligure.Il 31 maggio, in occasione della Giornata Mondiale contro il Fumo,
si è provveduto a organizzare un’incontro con i ragazzi coinvolti (più di 500 i ragazzi convenuti) in presenza
del testimonial dell’iniziativa, il comico Andrea Foresta.
107
Conclusioni: La valutazione dell’intervento non può che essere positiva, in quanto le classi coinvolte hanno
partecipato attivamente, anche in termini di lavori presentati (più di 30 filmati) grazie anche ad un attivo
coinvolgimento da parte degli insegnanti e degli operatori A.S.L., alla realizzazione del progetto. Si è
evidenziata invece una carenza di informazione sui danni determinati dal fumo, indice forse di una scarsa
attenzione dei ragazzi su tali tematiche. Quest’anno,in occasione dell’anno scolastico 2003 / 2004, tale
lavoro verrà riproposto alle scuole, e si somministrerà nuovamente il questionario alle classi che avevano
partecipato al primo concorso per verificare il grado di conoscenza del problema fumo a distanza
dall’intervento effettuato dai nostri operatori nell’anno scolastico 2002/2003.
108
OSPEDALI LIBERI
PROGETTUALE
DAL
FUMO:
RISULTATI
A
CONFRONTO
PER
UNA
NUOVA
STRATEGIA
Autori: Marina PALESTRA – Valter MORO (A.S.L. di Pavia)
Autore Referente: Marina Palestra, Ufficio Educazione Sanitaria, A.S.L. della provincia di Pavia, Viale Indipendenza 3
– 27100 Pavia, tel. 0382.432457-431215, fax.0382-431360, e-mail: [email protected].
Contesto
L’A.S.L. della provincia di Pavia nel 1999 ha aderito alla Rete Lombarda Health Promoting Hospitals,
individuando fra le aree prioritarie d’intervento la realizzazione del progetto Ospedali liberi dal fumo.
Le azioni previste e realizzate nel triennio gennaio 2000/gennaio 2003 sono state le seguenti:
- somministrazione, a tutti gli operatori (sanitari e non) degli 8 ospedali aziendali, di un questionario su
conoscenze ed abitudini relative al fumo di tabacco;
- discussione degli esiti del questionario alle Conferenze dei Primari e condivisione di un piano operativo
triennale per l’eliminazione/riduzione dei comportamenti legati al fumo all’interno delle strutture
ospedaliere;
- gestione di uno spazio “formativo” costituito da un breve corso, mirato all’acquisizione della
consapevolezza del ruolo degli operatori sanitari nel promuovere comportamenti di salute, all’interno del
Diploma Universitario Infermieristico dell’Università degli Studi di Pavia (sede di Vigevano), i cui
allievi svolgono il tirocinio presso l’A.S.L.
- predisposizione di cartellonistica ad hoc con messaggi elaborati da studenti delle scuole medie superiori
che avevano partecipato, nel corso dell’anno precedente, ad un progetto di prevenzione del tabagismo.
Quest’ultima iniziativa è stata attuata in collaborazione con la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori
della provincia di Pavia;
- somministrazione, a conclusione dell’iter progettuale, dello stesso questionario alla stessa popolazione
con le stesse modalità a distanza di tre anni.
Obiettivi
- verificare l’efficacia delle iniziative realizzate;
- favorire la definizione di un progetto trasferibile ad altre realtà, mettendo a confronto i risultati con quelli di
progetti analoghi;
- valutarne l’efficacia in termini di rapporto costi/benefici.
Analisi dei risultati
Sono state analizzate e confrontate le risposte a 1.220 questionari somministrati nel gennaio 2000 ed a 1.757
questionari somministrati nel gennaio 2003.
La percentuale di questionari restituiti compilati, passata dal 49% del 2000 al 65,5% del 2003 appare
significativa di una maggiore sensibilità ed attenzione verso il problema del tabagismo.
Il questionario comprendeva domande su tre aree: conoscenze, fumo ed ambiente di lavoro, abitudini
personali.
¾ Area delle conoscenze: emerge con particolare evidenza in tutti gli items il miglioramento delle
cognizioni relative al fumo come fattore di rischio per la salute pubblica. Per quanto riguarda l’item
relativo alla consapevolezza che medici ed infermieri siano modello di comportamento nell’assunzione
di stili di vita, analizzando le risposte in base alla professione, si evidenzia che, mentre per i medici la
differenza non è significativa, lo è per gli infermieri, che hanno svolto momenti specifici di formazione.
¾ Area fumo e ambiente di lavoro: è possibile rilevare che l’88% degli intervistati nel 2003 presta
attenzione alla cartellonistica antifumo, rispetto al 73% degli intervistati nel 2000. Risulta, inoltre essere
diminuita la percentuale di coloro che dichiarano di aver visto fumare all’interno dell’ospedale ed in
aumento gli operatori sanitari che dichiarano di consigliare lo stop al fumo considerandolo una terapia
essenziale.
¾ Area abitudini personali: emerge una generalizzata tendenza alla riduzione dell’abitudine al fumo (dal
2000 al 2003 vi è stata una riduzione del 12%): significativa è la differenza tra i medici (- 26%) e gli
infermieri professionali (-11%). Il decremento appare importante, soprattutto se confrontato con
l’andamento dell’abitudine al fumo nella popolazione, così come rilevabile dai dati ISTAT, che hanno
visto nello stesso periodo di tempo una riduzione del 3%.
Il dato, relativo all’obiettivo prioritario di ridurre i fumatori all’interno delle strutture sanitarie, su quanti
dichiarano di fumare in ospedale, è confortante (-37%).
109
Conclusioni
Dopo i primi tre anni di lavoro, i dati ci permettono da un lato di confermare le scelte operative fatte e
dall’altro di ridefinire ed elaborare nuove strategie, ed in particolare formative sulla presa in carico e gestione
del paziente fumatore (counselling breve, ecc.) rivolte agli operatori sanitari.
In considerazione del fatto che progetti analoghi a quello qui presentato sono stati realizzati in altre realtà
lombarde, si sta procedendo, a livello regionale, ad un confronto interaziendale per la verifica dell’efficacia
in termini di costi/benefici.
Da tale confronto emergeranno elementi utili alla definizione di nuovi orientamenti operativi ed alla
conseguente messa in atto di strategie innovative nel settore della prevenzione del tabagismo.
110
LA PRESA IN CARICO DEL PAZIENTE NEI PERCORSI DI DISASSUEFAZIONE DAL FUMO NELL'AMBITO
DEL PROGETTO 'OSPEDALI LIBERI DAL FUMO"
L.Occhionero - L.Lazzarino (ASL19),G.Revigliono(ASL9), T.Miroglio (ASL19), M.Brusa-G.Parovina (ASL21),
D.Bervignoli-P. Conti(ASL11), M.Ronco(ASO Novara) ,F.Beatrice-A.D'alfonso(ASL4), F.Susani- M.A.Brezzi
(ASL20), M.Desperati-B.Polla (ASO Alessandria), Fomataro (ASL22), Nagari (ASO Molinette),L.Andreis (ASL16),
M.Noè-A.Tibaldi (ASL 8) F.Torta(ASL8), F.Dalmasso (Mauriziano).
Autore referente G.REVIGLIONO V.Aldisio n.2, Ivrea,Tel 0125 414713-Fax 0125 48118
Introduzione:
Il progetto "OSPEDALI LIBERI DAL FUMO", è iniziato nel gennaio del 1998 ed è frutto della
collaborazione di 16 Aziende Sanitarie Locali della Regione Piemonte che hanno aderito alla rete H.P.H.
Piemontese.
Nel nostro Paese rimane elevato il numero dei fumatori, e di conseguenza le patologie fumo-correlate sono
molto diffuse ed assorbono ingenti risorse in termini di diagnosi,terapia e riabilitazione.
Per questi motivi la struttura sanitaria deve assumere un ruolo strategico nella promozione della salute
affrontando alla radice il problema fumo.
Con il termine di "presa in carico" intendiamo da un lato una modalità operativa di pianificazione delle cure
che vede impegnati collegialmente tutte le professionalità coinvolte nello specifico profilo assistenziale,
dall'altro la dinamica della responsabilizzazione su di un problema che può portare ad assumerlo come
proprio, a farsene carico; ciò presuppone che l'operatore sia orientato eticamente alla garanzia dei diritti
sociali di accessibilità, continuità e universalismo delle prestazioni erogate dai Servizi ed inoltre implica
valori di rispetto e attenzione alla persona nella consapevolezza della sua complessità ed unicità, in altri
termini: l'umanizzazione dei servizi.
L'attenzione alla PERSONA, fumatore e non fumatore che in alcune occasioni è costretta a condividere spazi
comuni, è il principio ispiratore di tutte le azioni previste dal progetto.
La centralità del soggetto nel percorso di disassuefazione si evidenzia attraverso i criteri che, discussi,
condivisi e fatti propri da ciascun Centro, hanno guidato la strutturazione dei servizi.
Obiettivi:
1)sensibilizzazione attraverso interventi educazionali degli operatori sanitari sia per far aumentare le loro
conoscenze sui problemi connessi al fumo, sia per far acquisire maggiori abilità e competenze nella
comunicazione professionale e negli interventi di counselling individuale per migliorare la relazione con il
fumatore, non da ultimo per ridefinire il loro ruolo esemplare rispetto all'utenza.
2)apertura nelle strutture sanitarie (Ospedale e Territorio) di centri antifumo con percorsi di disassuefazione
sia con approccio individuale che con terapia comportamentale di gruppo.
Gruppi target:
• Operatori sanitari: la scelta metodologica di svolgere una ricerca-intervento, è sembrata la più utile alla luce
della costruzione della rete sociale e sanitaria: questionari AIPO e corsi per facilitatori.
Per attuare le fasi del progetto sono state effettuate riunioni mensili con i rappresentanti di tutte le Aziende
aderenti al progetto, per condividere obiettivi, competenze e risorse, valorizzando le varie professionalità
presenti.
• Pazienti: questionari e materiale informativo.
• Insegnanti e studenti delle scuole: implementazione progetti.
• Comunità ed enti della pubblica amministrazione: mostra percorso del fumo.
Efficacia degli interventi:
Gli interventi per la lotta al tabagismo vengono in genere classificati nel seguente elenco.
• Promozione alla salute
• Prevenzione nella scuole, campagne di sensibilizzazione, interventi tariffari, regolamentazione dei divieti.
• Disassuefazione.
Tuttavia le principali prove di efficacia e delle raccomandazioni apparse sulla Cochrane Library, si possono
suddividere in cinque categorie:
1) interventi clinici per identificare e trattare l'abitudine al fumo di sigaretta e la dipendenza (counselling
breve 3-5 min, counselling strutturato associato o meno a trattamenti farmacologici).
2) Interventi nell'ambito dei servizi sanitari per identificare e trattare l'abitudine al fumo (segnalazione nella
cartella clinica)
3) Interventi comunitari per ridurre l'esposizione del fumo passivo(divieti)
4) Interventi comunitari per ridurre l'inizio dell'abitudine al fumo tra i preadolescenti e gli adolescenti.
5) Interventi comunitari per incrementare la disassuefazione al fumo (mass media)
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Indicatori:
Nell'ottica di un ospedale che fornisce servizi rispettosi delle esigenze assistenziali della persona, abbiamo
definito una check list di autovalutazione per definire il livello di performance dei Centri Antifumo rispetto
al loro orientamento alla centralità dell'utente.
Conclusioni:
Il progetto "OSPEDALI LIBERI DAL FUMO", offre un esempio di progettazione di interventi che hanno
per obiettivo non solo il miglioramento dell'approccio clinico degli Operatori Sanitari alle problematiche di
salute come la presa in carico del paziente, ma anche l'individuazione delle criticità che possono costituire il
rischio di errore da parte degli operatori stessi: modelli comportamentali non omogenei o contraddittori nei
confronti dell'utenza, possono annullare il risultato globale degli interventi.
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Comunicazione - Ospedali per la promozione della salute