Rimini, Santuario delle Grazie, Cappella di S. Antonio, Il trionfo della Chiesa, antica stampa (cm. 140x98). [email protected] Collaboratori del 1° numero, anno 2008/2009 Mario Alvisi - Elio Bianchi - Giulio Comani - Franca Fabbri Marani Roberto Fambrini - Daniele Farneti - Paolo Giulio Gianessi Anna Graziosi Ripa - Cristina Manzini - Barbara Margiacchi Anna Mariotti Biondi - Giambattista Montorsi - Roberto Morbidi Leonardo Nobili - Loretta Nucci Feduzi - Elisabetta Padovani Tura Franco Palma - Sandro Piscaglia - Lorenzo Valenti Progetto grafico e impaginazione Anna Mariotti Biondi Vita di Club Anno lionistico 2008 – 2009 Numero 1 Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta SOMMARIO: Incontri Conferenze Conviviali Servizi Viaggi Curiosità Novità Ricordi Arte Musica Poesia Amicizia Solidarietà Mostre Musei Gastronomia Posta Attualità Chiacchiere Pensieri Brevi Lionismo Anniversari Ospiti Atmosfere Nostalgie Progetti 4 5 7 9 12 12 14 17 19 21 23 26 27 28 29 30 31 33 36 39 47 49 51 54 55 57 58 60 61 La pagina del Presidente Meeting Educazione civica Storie riminesi Arte-Scienza-Letteratura Service Estate Lions Teatro Artiste riminesi Inserto Riminesi illustri Arte a Rimini Saggio Donne in Mostra Meeting Rimini in Mostra Medicina Artiste riminesi Curiosità matematiche Service Religione Un service ovvero un sogno L’impianto cocleare Il tricolore La chiesa che non c’è L’infinito. 1. Arte: La porta dell’infinito 2. L’infinito in Matematica 3. La letteratura indaga l’infinito La Fattoria del sorriso 1. Modelli sempiterni di bellezza e armonia 2. Favole d’amore e morte 3. Un mondo di marmo 4. Il pittore e la poetessa 5. La festa di mezza estate 6. La dodicesima notte 7. La regia di Ferragosto Magica Turandot Angela Micheli Le creature-sculture di Angela Micheli Carlo Malatesta Elisabetta Sirani Gli Ebrei Matilde di Canossa Valmarecchia. Meeting fuori porta L’anelito verso la Romagna Un mondo di filo Ippoterapia Natura, donna e mistero Matematica, che passione! La città è la tua casa, rispettala! Un presepe diverso LA PAGINA DEL PRESIDENTE UN SERVICE OVVERO UN SOGNO Nell’anno della mia presidenza vorrei realizzare un sogno, mio certamente, ma in realtà di tutto il club e di tutti gli uomini di buona volontà: vincere la sordità di un bambino. di PAOLO GIULIO GIANESSI M i rivolgo a tutte le persone di buona volontà per avere un aiuto e un sostegno per realizzare questo sogno a favore di un bambino della nostra collettività che ha presentato alla nascita o acquisito nei primi anni di vita gravi patologie dell’udito tali da richiedere un intervento sanitario. La sordità neonatale, come quella dell’adulto e dell’anziano, deve essere prevenuta, conosciuta e curata in tempo; oggi la tecnologia, la bioingegneria e l’elettronica possono aiutare a sconfiggere questo problema che colpisce un bambino su mille o sedici anziani su mille. Nel primo caso li rende incapaci di udire e quindi di parlare; i secondi, li riduce piano piano in un mondo di silenzio dove si perde la capacità di comunicare e si entra in una spirale di solitudine e di depressione. Il servizio di Audiologia Foniatria dell’UO di ORL di Rimini da anni si occupa di patologie dell’udito e, più di recente, di patologie dell’udito in bambini, anche neonati. Il percorso che il servizio garantisce si fa carico di questi piccoli già dalla nascita mediante un protocollo di screening audiologico neonatale. Il nostro Club in passato ha donato un’apparecchiatura per lo screening audiologico neonatale, dimostrando di essere già da allora sensibile al grave problema. Il percorso di diagnosi identifica bambini da avviare ad una protesizzazione acustica o ad un impianto cocleare qualora la protesi acustica non fornisca un risultato adeguato. Ora vorremmo donare a un bambino riminese sordomuto la possibilità di una vita normale con l’impianto cocleare. Mentre l’impianto è a carico dell’ASL, per la riabilitazione non c’è attualmente sufficiente personale specializzato. Il nostro contributo potrebbe consistere in una borsa di studio per la preparazione di un logopedista riservato ai bambini impiantati. Come in passato abbiamo inserito il computer nelle scuole come supporto per studenti portatori di handicap, dando un esempio che ha trascinato le istituzioni a fare altrettanto, oggi ci sentiamo chiamati a fare da apripista cercando di forzare le istituzioni a provvedere in questo senso. Come coprire i costi? Con meeting ai quali intervengano personaggi di spessore e di fama nazionale, con manifestazioni teatrali e sportive e con sponsor prestigiosi. Le prime persone che credono, e quindi mi aiuteranno a procedere in questo progetto sono i dottori Vincenzo Calabrese e Daniele Farneti dell’Ospedale degli Infermi di Rimini, i quali nel novembre 2007 collocarono un impianto cocleare, più noto come orecchio bionico, ad una ragazza riminese di ventitré anni, ottenendo un grande successo. Saranno i relatori del primo meeting e ci spiegheranno tutto il percorso. Nel programma dell’anno sociale 2008-2009 ci adopereremo per portare avanti service nazionali permanenti come I CANI GUIDA PER CIECHI, affidato all’Officer Pietro Giovanni Biondi, e UN POSTER PER LA PACE, affidato a Isabella Annarella, nonché i service locali come il premio ENRICO ALVISI per i più bravi neodiplomati dell’Istituto Belluzzi, il premio di poesia MORENA UGOLINI per poeti, narratori, grafici in erba, il premio V. VITALE riservato ad un musicista del Lettimi. Se avremo la disponibilità economica collaboreremo anche al service distrettuale che consiste nella costruzione di un Centro Polivalente Lions di Solidarietà a Cervia 4 Vita di Club n.1 per l’assistenza a ragazze madri, minori e portatori di handicap. Sperando nella solidarietà di chiunque legga queste righe e nella collaborazione di tutto il AIUTATEMI AD AIUTARE! club, chiedo: MEETING L’IMPIANTO COCLEARE PER VINCERE LA SORDITÀ Il primo meeting dell’anno sociale 2008 – 2009 non poteva che essere dedicato all’importante missione che il club si prefigge di compiere: raccogliere fondi per sostenere i costi della rieducazione post impianto. Infatti martedì 28 ottobre presso l’Hotel Holiday Inn il dott. Vincenzo Calabresi e il dott. Daniele Farneti, hanno illustrato nei minimi dettagli che cos’è un impianto cocleare e a quale rieducazione è sottoposto il soggetto cui è stato impiantato. Il primo è il Direttore dell’Unità Operativa di Otorinolaringoiatria dell’Ospedale degli Infermi di Rimini, è ragusano e, dopo aver conseguito la laurea e la specializzazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, oltre a prestare servizio negli Ospedali (ha al suo attivo oltre 4000 interventi chirurgici), ha girato il mondo partecipando a Congressi internazionali per arricchire la sua formazione, è stato docente di innumerevoli corsi, ha realizzato oltre sessanta lavori scientifici pubblicati sia in italiano che in inglese. Il secondo, verucchiese, conseguita la laurea e la specializzazione presso l’Ateneo di Modena, ha ugualmente partecipato a corsi e congressi in tutto il mondo, ne ha organizzati in Italia, e, oltre ad essere aiuto primario all’Ospedale di Rimini (con ca. 2200 interventi chirurgici all’attivo), è titolare dell’insegnamento di ORL per il Corso di Laurea in Infermieristica dell’Università di Bologna e autore di numerosi lavori scientifici. Al dott. Farneti la parola. di DANIELE FARNETI L e sordità nell'infanzia rappresentano un problema emergente nella nostra collettività. Quando pensiamo a disturbi di udito in bambini di diversa età, siamo portati a pensare alle sordità più gravi, quelle che impediscono lo sviluppo del linguaggio. Di fatto questo è vero: nel 2008 (con le risorse tecnologiche di cui disponiamo) dobbiamo assolutamente evitare che un bambino, con un grave disturbo di udito, non possa sviluppare il linguaggio. Esistono sordità meno gravi che permettono di acquisire il linguaggio ma in maniera non completa o corretta. Il primo gruppo di sordità sono sordità perlopiù congenite (cioè presenti alla nascita) o acquisite poco dopo la nascita, ma comunque prima dello sviluppo del linguaggio. Questo periodo della vita, che va da 0 a 36 mesi, è il più importante, perché utilizza al massimo le potenzialità del cervello per acquisire il linguaggio (funzione innata, per la specie umana), che si basa sulla plasticità cerebrale. Superato questo periodo, acquisire il linguaggio è sempre possibile, ma con risultati più bassi in funzione della sordità e della precocità della terapia adeguata (protesizzazione e riabilitazione logopedica). Queste sordità più 5 Vita di Club n.1 gravi hanno una incidenza di circa un bambino ogni 1000 e sono spesso legate a condizioni determinate da malattie genetiche. In questo gruppo di malattie la sordità è presente isolatamente o associata ad altri disturbi (malattie sindromiche). Altre volte la sordità è dovuta a cause non genetiche, ad esempio infezioni contratte dalla madre in gravidanza (toxoplasmosi, citomegalovirus, rosolia, HIV e infezioni erpetiche), l’esposizione all'azione di farmaci lesivi sulle vie acustiche o teratogeni ed infine disordini metabolici. Altre volte il bambino può contrarre malattie che determinano sordità durante il parto (ipossia, iperbilirubinemia, prematurità, basso peso) o nei primi anni di vita (meningite, encefaliti, parotite, morbillo, citomegalovirus). Esiste sempre una percentuale di sordità per le quali non riconosciamo una causa. La potenziale compromissione della capacità di acquisire il linguaggio impone una valutazione attenta di tutti i neonati, per identificare quei bambini che presentano uno dei rischi sopra ricordati. Rispetto a quanto appena detto, esiste sempre una quota di bambini che presenta una sordità non prevedibile e a causa sconosciuta. Nella provincia di Rimini viene attuato un protocollo di screening delle sordità infantili che è esteso a tutti i bimbi nati presso l'ospedale Infermi (punto nascita della Provincia): sui bimbi sani, ricoverati presso il Nido e sui bimbi ricoverati presso la terapia intensiva neonatale. Il protocollo di screening è attuato dal Servizio di Audiologia Foniatria dell'Ospedale di Rimini con la collaborazione importante della Unità operativa di Neonatologia e della Pediatria. Lo screening è effettuato da una tecnica audiometrista del Servizio di Audiologia Foniatria ed indica una procedura audiologica detta di Primo livello. Il protocollo di screening, in bimbi sani, è attuato con la ricerca delle emissioni otoacustiche in tutti i neonati entro la dimissione dal Nido (24-36 ore dalla nascita). Le emissioni otoacustiche sono degli echi emessi dalle cellule dell'organo dell'udito quando sono perfettamente funzionanti. La loro presenza è indicativa di una perfetta funzione uditiva. La loro assenza non indica il contrario, ma solo la necessità di procedere con accertamenti audiologici più raffinati. Il piccolo che non presenta emissioni otoacustiche alla nascita viene inviato al Servizio di Audiologia Foniatria entro il primo mese di vita per eseguire ulteriori accertamenti. Innanzitutto si ripetono le emissioni otoacustiche con strumentazioni più raffinate. Se sono presenti non si procede con gli accertamenti: se sono assenti si procede con un esame più complesso, rappresentato dalla ricerca di soglia mediante ABR (potenziali evocati del tronco). Questa procedura audiologica è detta di Secondo livello. L'ABR è una specie di elettroencefalogramma che rileva le variazioni elettrofisiologiche indotte nel tronco da un segnale acustico. È un esame che ci permette di stimare con buona approssimazione la soglia di udito del piccolo. Sulla scorta dell'ABR possiamo stimare se il piccolo sente adeguatamente o se, in caso contrario, ha necessità di esami ancora più approfonditi (per esempio una elettrococleografia, esame detto di Terzo livello) o di una protesi acustica o di un impianto cocleare. In ogni caso è importante che entro i primi 6-8 mesi di vita il piccolo venga avviato ad un programma di riabilitazione, che prevede la correzione del deficit uditivo (con protesi o impianto cocleare) e l'inizio della terapia logopedica. Nella Provincia di Rimini nascono circa 2700 bambini all'anno, tutti sottoposti a screening, dei quali circa il l0-l5% accede ad un secondo livello. Il servizio di Audiologia Foniatria si fa oggi carico di tutti i piccoli con disturbi di udito, non solo quelli più gravi (come abbiamo visto), ma anche di quelli meno gravi o con sordità moderate, che comunque determinano un ritardo di linguaggio. Il Servizio attua tutti gli accertamenti di secondo livello e tutti gli accertamenti audiologici in bambini già portatori di protesi. In questi bambini gli accertamenti audiologici vengono condotti mediante tecniche di tipo comportamentale (vedendo come il piccolo reagisce ad un suono che ha certe caratteristiche di frequenza ed intensità) e di condizionamento con rinforzo visivo (cioè addestrando il piccolo ad associare un segnale sonoro ad uno visivo, proposto come gioco). Questi esami vengono condotti dalla tecnica audiometrista e dalla logopedista contemporaneamente. Richiedono molta pazienza ed esperienza da parte di tutto il personale del servizio. Mediante questi esami e con la valutazione fatta dall'audiologo foniatra e dalla logopedista si verifica il regolare sviluppo del linguaggio e cognitivo del bambino, per permettergli una vita scolastica e di relazione eguale a quella di coetanei normoudenti. Va precisato, per completezza, che il Servizio di Audiologia Foniatria seleziona e riabilita 6 Vita di Club n.1 pazienti adulti sottoposti ad impianto cocleare. Dallo scorso novembre 1'Unità Operativa di ORL impianta questo tipo particolare di protesi, con un livello di sofisticazione che lo rendono simile al funzionamento dell'orecchio (si parla anche di orecchio bionico). Il lavoro richiesto alla équipe è veramente importante e qualificato. La mole di attività che è richiesta al Servizio, che porta avanti tutte le ordinarie altre attività di diagnosi audiologica e protesica (oltre a tutta l'attività foniatrica) è oggi enormemente aumentata e la necessità di rinforzare l'organico (soprattutto per la parte diagnostica) è una esigenza irrinunciabile. EDUCAZIONE CIVICA IL TRICOLORE 7 gennaio 1797 – 7 gennaio 2009 “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso a tre bande verticali di eguali dimensioni”. Così recita l’art. 12 della Costituzione italiana del 27/12/1947 pubblicato nella G.U. n.298 Edizione Straordinaria del 1947. La Costituzione sancisce e conferma, anche se con le opportune varianti storiche, che il vessillo italiano è il tricolore, nato il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia. di ROBERTO FAMBRINI S rosso dell’antico stemma comunale di Milano il ono passati 212 anni, si sono succedute verde delle uniformi della guardia civile guerre, rivoluzioni, catastrofi naturali e milanese. Il vento della libertà e le ripetute non, sconvolgimenti sociali, ma la vittorie delle truppe napoleoniche dell’Armée nostra bandiera è sempre la stessa: d’Italie sugli eserciti piemontesi ed austriaci simbolo dell’Unità d’Italia e della Patria con i provocano crisi profonde nei ducati di Parma, di suoi bellissimi colori che per i Padri Modena e Reggio nonché nei legati pontifici di risorgimentali significavano: verde: il colore Bologna, Ferrara e della Romagna, tanto che il delle nostre pianure; bianco: la neve delle nostre 26 agosto 1796 la città di Reggio montagne; rosso: il sangue dei Emilia proclama la “Repubblica nostri caduti. Come altre bandiere, reggina”, a cui farà seguito la anche l’italiana si ispira alla “Federazione cispadana” con bandiera francese introdotta con la l’adesione di tutte le città emiliane. Il rivoluzione del 1789. Quando 18 ottobre 1796 la Federazione l’Armée d’Italie di Napoleone delibera la costituzione della irrompe in Italia, a partire dal marzo “Legione italiana”, composta di 1796, bandiere di foggia tricolore cinque coorti di 700 uomini l’una, vengono adottate tanto dalle varie ognuna delle quali avrà il vessillo neonate “Repubbliche giacobine” tricolore bianco, rosso e verde. Il quanto dai reparti militari che Il più antico tricolore. tricolore diventa così una realtà affiancano l’esercito francese. Il nell’autunno del 1796, ed avrà il battesimo del primo esempio di tricolore italiano di cui si ha fuoco nella battaglia di Arcole del 16 novembre notizia certa è la bandiera militare della 1796, “combattendo” a fianco delle truppe “Legione lombarda” (formata da patrioti napoleoniche. Tuttavia trattasi ancora di una lombardi, emiliani e romagnoli, unitisi alle “bandiera militare”, considerata uno stendardo formazioni napoleoniche), che univa al bianco e 7 Vita di Club n.1 di battaglia e non un simbolo di unità e di Patria. Sarà soltanto il secondo congresso cispadano apertosi a Reggio il 27 dicembre 1796 a segnare la svolta decisiva nella storia del nostro vessillo e del nostro paese. Infatti i 102 deputati cispadani, riunitisi nella stessa sala (oggi chiamata “Sala del Tricolore”) dove siede tuttora il consiglio comunale di Reggio, decretano all’unanimità di costituire una “Repubblica una e indivisibile”. Nasce così la “Repubblica Cispadana”, il primo stato democratico italiano. Il 7 gennaio 1797 il deputato di Lugo Giuseppe Compagnoni propone, ed il congresso decreta che “si renda universale lo stendardo, o bandiera cispadana di tre colori verde, bianco e rosso, e che questi tre colori si usino anche nella coccarda cispadana, la quale debba portarsi da tutti”. Con questo atto nasce ufficialmente la bandiera di stato. I colori del tricolore vengono quindi adottati anche dalla “Repubblica Cisalpina”. Poi le avverse sorti della guerra nella primavera del 1798, il regno d’Italia di Napoleone e ovviamente le decisioni del Congresso di Vienna (9 giugno 1815) fanno sì che il tricolore venga ufficialmente abbandonato. Ma il 23 marzo 1848 Carlo Alberto, re di Sardegna e Piemonte, inizia la 1ª Guerra d’Indipendenza dispiegando nuovamente il tricolore, con lo stemma sabaudo al centro, vessillo che sarà la bandiera italiana sino al 2 giugno 1946, giorno in cui con referendum il popolo italiano decide di dar vita alla Repubblica Italiana, rappresentata dall’attuale bandiera: verde, bianca e rossa a bande verticali di eguali dimensioni. Mi piace concludere questo breve e certamente non esauriente saggio, con le parole pronunciate dal Presidente emerito della Repubblica che più si è adoperato per risvegliare nel popolo italiano l’amore ed il rispetto per il nostro simbolo più alto, Carlo Azeglio Ciampi: “Il tricolore non è semplice insegna di stato. È un vessillo di libertà, di una libertà conquistata da un popolo che si riconosce unito, che trova la sua identità nei principi di fratellanza, di uguaglianza, di giustizia nei valori della propria storia e della propria civiltà. Per questo adoperiamoci perché in ogni famiglia, in ogni casa ci sia un tricolore a testimoniare i sentimenti che ci uniscono fin dai giorni del glorioso risorgimento”. Bibliografia: Ugo Bellocchi, L’Italia del tricolore. SERVICE ADESIONE ALLA CAMPAGNA TELETHON - LIONS I nsieme con tutti gli altri Governatori, il nostro Achille Ginnetti si è recato nella sede di Telethon dove è avvenuta la presentazione della rinnovata collaborazione con i Lions. Erano presenti, oltre ai vertici di Telethon e della Fondazione Agnelli, anche il ricercatore che sta mettendo a punto la terapia genetica per l'Amaurosi congenita di Leber, Milly Carlucci, sostenitrice di Telethon, ed Emilia con tutta la sua famiglia. Emilia è una graziosissima bimba di 5 anni che dall'età di quattro mesi ha perso completamente la vista a causa dell'amaurosi congenita. I fondi che i Lions raccoglieranno saranno destinati alla ricerca per questa gravissima forma di patologia ereditaria. Per conoscerla meglio guardare il video: "Segui la mia voce" http://it.youtube.com/watch?v=Zmc8dP4BOHE. 8 Vita di Club n.1 STORIE RIMINESI LA CHIESA CHE NON C’È DA UN GIORNALE DI VIAGGIO DEL 1697 «Fra il declinare del secolo diciottesimo e il sorgere di questo diciannovesimo fu per noi tale un’epoca di distruzione che per poco non cambiò la faccia di questa città». Luigi Tonini di MARIO ALVISI N el precedente numero della nostra rivista vi ho parlato di Pereto nell’alta Valmarecchia e del suo Patrono San Paterniano Vescovo di Fano. Chi conosce bene la storia della nostra città, sa che, prima delle distruzioni descritte dal Tonini, anche a Rimini esisteva una chiesa dedicata a San Paterniano. «Edificata sul muro della Città con il titolo di parrocchia, ospitò la Confraternita dei Tedeschi che l’arricchì di numerosi dipinti. Nel 1560 venne concessa alle Suore Convertite dalle quali fu rinnovata nel 1765. Però nel 1798 il regime napoleonico la soppresse. L’antica chiesa era posta sulla strada che conduceva alla porta dei Cavalieri (via Giovanni XXIII fra i giardini Ferrari e la via Roma - mi scuso con gli storici per la mia imprecisione non avendo adeguata documentazione). Nel ventesimo secolo fu convertita ad edificio civile».1 Ebbene nelle mie ricerche bibliografiche su questo Santo sconosciuto, mi sono imbattuto in una cronaca tratta da “Un Giornale di viaggio” del 1697 a cura di I. P. Grossi O.P., in Memorie Domenicane, quaderno 885, gennaio-aprile 1968, pp. 24-25. Si tratta di un viaggio fatto da tre frati domenicani: Padre Raimondo Cenci, Padre Giacomo Origlia e Padre Domenico Olmi, da Roma a Venezia, passando per Loreto e Bologna. Durante questa occasione i tre viaggiatori fecero tappa nel convento del loro ordine a Fano, di cui era Vescovo San Paterniano. Il cronista non ci offre molte notizie al riguardo, ma vale comunque la pena di leggere la loro curiosa testimonianza, che abbraccia il tratto che va da Ancona a Rimini. Ve la trascrivo così come è stata tramandata: «A dì 2 8bre (ottobre). Credendo il P. Olmi poter partire per tempo da Ancona, alle hore 9 si alzò et andò a svegliare i compagni, i quali anche s’alzarono, ma, convenendo aspettare i segni del cannone per l’apertura delle porte, bisognò trattenersi fino alle 12 hore; le quali sonate, si partì e si presero tre somarini per fin a Sinigaglia, su dè quali si montò e si proseguì il viaggio sempre a lido di mare; e s’incontrammo in un luogo ove si tirava una sciaccigha (rete a strascico per la pesca), si aspettò e si prese di 1 D. Gasparini, Le chiese del porto canale di Rimini, Edizioni La Stamperia. 9 Vita di Club n.1 quel pesce, e si seguitò fin a Casa abbruciata (ancora oggi vicino a Pesaro esiste la frazione Case Bruciate, ma il cronista o confonde i luoghi oppure poteva esistere una località dal nome uguale prima di Senigallia - in Italia ci sono diverse località così chiamate) ove si disse Messa, si fece colazione e si tirò avanti fin a Sinigaglia, da dove si caminò a piedi fin ad un’hostaria sei miglia distante, et ivi rinfrescati, si presero tre somarini e si caminò fino a Fano, ove era il Priore con tutti i padri infermi; con carità tutta volta ci accolse, cenammo, si fecero i conti e si andò a dormire. A dì 3 8bre. La mattina doppo le 12 hore s’intraprese il viaggio a piedi su la riva del mare per Pesaro. Ove arrivati andammo a cercar la benedizione del P. Priore, che trovammo travagliato d’apoplessia; cortesissimamente ci accolse e, detta Messa, ci fece dare una bona colazione, regalandoci di zuccherini et intervenendo anch’egli alla nostra refezione ci fece grandissime espressioni. Egli poi andò al Monastero et i padri pellegrini intrapreso il viaggio su i somari fino alla Cattolica, ove si cambiò i somarini in un calesse, et andassimo a Rimini, ove tanto il P. Priore quanto il P. Maestro Sambaldi Inquisitore ci fecero grandissime cortesie, e nelle camere del S. Officio si cenò con il P. Inquisitore e P. Vicario, rimanendo il P. Cenci a dormire nelle stanze del S. Officio e gli altri due Padri nel commun dormitorio». Così termina la descrizione del viaggio da Ancona a Rimini; perciò mi è sembrato curioso scoprire quale fosse il convento riminese che il racconto non precisa. A Rimini i Domenicani avevano il loro monastero che il Tonini2 così colloca «percorrendo poi anche l'ultimo tratto di via Gambalunga si vede in fondo a destra l'area 2 L. Tonini, Guida illustrata di Rimini, Bruno Ghigi Editore. dell'ampia Chiesa di San Cataldo, poi San Domenico, eretta nel 1276 (la data non sembra certa perché parlando dell'Ospedale degli Infermi - ora Museo - lo stesso Tonini ci dice che fu venduto al PP. di S. Domenico, trasferendovisi questi dall’antica loro Casa di S. Cataldo che tenevano in fondo a via Gambalunga fin dal 1254), per vecchiezza abbandonata dai Domenicani l'ottobre 1796, e demolita per intero a' tempi nostri dopo aver servito più anni a comodissima caserma». La datazione di questa Chiesa-convento mi sembra comunque imprecisa. Difatti Davide Gasparini della chiesa di San Cataldo, elencata fra le chiese che non ci sono più, dice: «Discendendo poi verso il mare vi è la venerabile Chiesa di San Cataldo che fu concessa ai Padri di San Domenico nell'anno 1256 (!) da li Signori Preposto e Canonici della Chiesa Cattedrale di Rimini». Secondo il Clementini, in San Cataldo insegnò filosofia e teologia l’angelico dottor Tommaso Santo che addottrinò molti soggetti di questa città e altri che vi capitarono. I domenicani nel 1278 edificarono un nuovo tempio ad una sola navata e con numerosi altari laterali. Sulla facciata della chiesa, Giotto - secondo il Vasari fece, pregato da un priore fiorentino che allora 10 Vita di Club n.1 era in San Cataldo da Rimino, fuor dalla porta della Chiesa, un San Tommaso d’Aquino che legge ai nostri frati. Nel 1493, Pandolfo IV, sfuggito ad una congiura, offrì a San Cataldo, una tavola dipinta dal Ghirlandaio su cui sono figurati San Vincenzo Ferreri, San Rocco e San Sebastiano e, inginocchiati, alcuni Malatesti (oggi al Museo della Città). Sull’altare del Rosario, nel 1513, venne posta la tavola rappresentante la Madonna con San Domenico, San Francesco ed alcuni angeli, eseguita da Benedetto Coda. cedendo, in permuta, il Convento e San Cataldo. Ma l’invasione napoleonica del 1797 portò alla confisca della proprietà e alla soppressione dell’Ordine. L’intero complesso venne usato come caserma e, divenuto proprietà privata, fu abbattuto nel 1816. Infine un’ultima annotazione dalla Storia Urbana di Grazia Gobbi Sica3: «L’insediarsi, verso la metà del XIII secolo, degli ordini mendicanti per fronteggiare le spinte eretiche di matrice popolare (Patarini e Catari) - che in questa comunità etnicamente variegata sono quanto mai vivaci - rinnova in profondità l'articolazione religiosa urbana sotto il segno di una oculata strategia ubicativa: i Francescani si installano in S.Maria al Trivio, nel cuore del turbolento Il convento fu in parte riedificato nel 1551 con il contributo del Consiglio Municipale e, nel 1569, il pavimento della chiesa venne alzato di un piede e mezzo per prevenire i danni provocati dalle inondazioni del Marecchia. L’altare maggiore fu arricchito da una tela del Tintoretto raffigurante San Domenico nell’atto di presentare la Regola dell’Ordine al pontefice Onorio III, dono del riminese Pietro Belmonti Cima. Lo studio domenicano riminese ospitò fra i suoi allievi il giovane Carlo Goldoni che nelle sue memorie scrisse: «I Domenicani di Rimini erano in gran reputazione per la logica, che apre la strada a tutte le scienze fisiche e speculative». I Domenicani nel 1796 comperarono dal Vescovo di Rimini la Chiesa di San Francesco Saverio ed il collegio annesso quartiere patarino, gli Eremitani di S. Agostino in prossimità del quartiere ebraico, i Domenicani nella zona del quartiere portuale di Ripa Maris». E ancora: «Del complesso domenicano di S. Cataldo, dotato di un ampio chiostro quadrangolare esorbitante dal confine murario, abbiamo testimonianze attraverso la vedutistica cinque-seicentesca, che lo assume come elemento caratterizzante il profilo della città dal mare». 3 Piero Meldini e Angelo Turchini, Storia illustrata di Rimini, Nuova Editoriale AIEP. 11 Vita di Club n.1 ARTE – SCIENZA - LETTERATURA L’INFINITO IMMAGINI FINITE DI INFINITO 1. Arte: La porta dell’infinito Scultura di LEONARDO NOBILI (LIONS CLUB GABICCE MARE) 2. L’Infinito in matematica «C’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, il cui limitato impero è l’Etica; parlo dell’Infinito». Da Otras inquisiciones, J.L. Borges di BARBARA MARGIACCHI L a parola “infinito” fa parte del linguaggio comune ed è entrata a farne parte forse seguendo la via teologica, o quella filosofica, o quella letteraria, o semplicemente come negazione del “finito”. Credo non si possa discutere l’esistenza dell’infinito: “solo se è infinita la fonte da cui è tolta ogni cosa generata non vengono mai meno generazione e distruzione” (Aristotele, Fisica). I numeri naturali, quelli cioè che usiamo per contare, sono infiniti; per quanto grande possiamo pensarci un numero, semplicemente aggiungendo uno ne otteniamo uno più grande. Sono insiemi infiniti anche quelli dei numeri 12 Vita di Club n.1 pari, dei numeri dispari, dei numeri primi. Una retta è formata da infiniti punti, il piano ha infiniti punti. Ma tutte queste infinità sono uguali o sono diverse? I numeri naturali sono tanti quanti sono i punti di una retta? Gli infiniti sono tutti uguali o c’è tra loro una gerarchia? Aristotele (384-322 a.C.) ritiene non pensabile, e quindi non esistente, un infinito attuale, un infinito al di là del quale non c’è più nulla; di tale infinito secondo Aristotele non hanno bisogno neppure i matematici: “…l’infinito non è ciò al di fuori di cui non c’è nulla, ma ciò al di fuori di cui c’è sempre qualcosa”. È un infinito, quello di Aristotele, potenziale, un infinito in fieri. La linea aristotelica è fedelmente interpretata da Euclide (367 a.C. ca. – 283 a.C.): “Esistono sempre numeri primi in numero maggiore di quanti numeri primi si voglia proporre”. Ma soprattutto, Euclide afferma il principio comune, fortemente sostenuto dall’intuizione, che “Il tutto è maggiore della parte” (VIII nozione comune, Primo Libro degli Elementi). Un rovesciamento filosofico di prospettiva avviene con l’innesto nel tronco della filosofia greca del monoteismo religioso (Ebraismo, Cristianesimo, Islam): si concepisce Dio come una sorta di infinito in atto. In matematica un certo tipo di horror infiniti è largamente diffuso per tutto il XIX secolo. L’infinito attuale, quello al di fuori del quale non c’è più nulla e tuttavia posto al di là di ogni grandezza finita, diventa presente nel Rinascimento non nell’Universo numerico, ma nella geometria e nell’arte: Piero Della Francesca scrive il De prospectiva pingendi, Girolamo Cardano il De subtilitate. È Galileo (1564 – 1642) che nei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica e i movimenti locali pubblicati nel 1638 considera l’infinità dei numeri naturali e l’infinità dei loro quadrati e, per primo, ne tenta un confronto. Galileo si rende conto che i due insiemi sono equipotenti, cioè i numeri naturali sono tanti quanti i loro quadrati, ma, nonostante questo, non vuole negare il principio che Euclide aveva posto a fondamento di ogni scienza e la cui validità è garantita dalla nostra intuizione, l’VIII nozione comune sopra citata secondo cui il tutto è maggiore della parte e conclude “gli attributi di maggiore e minore non aver luogo ne gl’infiniti, ma solo nella quantità terminate”. L’infinito in atto acquista un ruolo estremamente importante a partire dalla seconda metà del XIX secolo: “L’infinito attuale si presenta in tre contesti: il primo è quello in cui si presenta nella forma più completa, in un essere completamente indipendente trascendente questo mondo, in Deo, ed è questo che io chiamo l’Infinito Assoluto; il secondo è quando si presenta nel mondo contingente, nel creato; il terzo è quando la mente lo afferra in abstracto, come grandezza matematica, numero o tipo d’ordine”. Così ne parla in Gesammelte Abhandlungen (1932, da pag. 374 a 404) Georg Ferdinand Ludwig Philip Cantor (San Pietroburgo 1845– Halle,1918), matematico tedesco che produce la strabiliante dimostrazione che l’infinito si presenta di diverse dimensioni. Gli insiemi dei numeri naturali, dei numeri pari, dei dispari, dei numeri primi e anche quello dei numeri razionali (cioè le frazioni) sono della stessa dimensione, dimensione che Cantor chiamò, dalla prima lettera dell’alfabeto ebraico, alefzero א0. Alef-zero א0 è il primo numero transfinito dall’arcana aritmetica, per cui se si aggiunge uno all’infinito si ottiene ancora l’infinito e se si raddoppia l’infinito si ottiene ancora l’infinito. Il numero transfinito che esprime quanti sono i numeri reali, quanti sono i punti di un segmento, i punti di una retta, quelli del piano, quelli dello spazio è un numero più grande del precedente ed è indicato con alef-uno א1. Cantor dimostrò 13 Vita di Club n.1 anche che esiste una gerarchia ascendente degli infiniti, per cui a partire da un insieme infinito se ne può costruire un altro più grande. Egli stesso, di fronte a questi incredibili risultati assolutamente inaspettati, scrisse all’amico Dedekind: “Lo vedo, ma non ci credo”. Luca Ronconi nel 2002 ha trattato il tema dell’infinito in Infinities, basandosi su un testo di John D. Barrow costruito su cinque sequenze, che sono poi cinque variazioni sul tema dell’infinito. Una delle sequenze si svolge nell’Hotel Infinity, un albergo diverso dagli altri: ha un numero infinito di stanze. Immaginate che si presenti un viaggiatore e che le stanze siano tutte occupate: nessun problema, il direttore chiede gentilmente alla persona che occupa la stanza 1 di spostarsi nella 2, a quella che occupa la stanza 2 di spostarsi nella 3 e così via; il nuovo ospite avrà a disposizione la stanza 1. A volte all’Hotel Infinity capita che si presentino gruppi formati da infinite persone e che questo albergo così popolare sia completo: il direttore, imperturbabile, chiede al cliente che occupa la stanza 1 di spostarsi nella 2, a quello della stanza 2 di spostarsi nella 4, a quello della 3 di spostarsi nella stanza 6 e così via: i vecchi clienti occuperanno le stanze pari, e i nuovi verranno sistemati nelle dispari. Il direttore è tranquillo: sa che, se fosse necessario, potrebbe sistemare anche un numero infinito di gruppi, ciascuno dei quali formato da un numero infinito di persone. Sui risultati ottenuti da Cantor si possono fondare altri paradossi oltre a quello dell’Albergo Infinito, o Albergo di Hilbert (matematico tedesco, 1862 – 1943); se un uomo per esempio avesse un reddito cantoriano, qualunque fosse la sua aliquota fiscale, pagherebbe al fisco una somma pari al valore del suo reddito e, nonostante questo, il suo reddito rimarrebbe invariato. Affidiamo a Leibniz la conclusione di questo scritto che, senza addentrarsi né in questioni tecniche né in questioni filosofiche, non vuole essere altro che un tentativo di aprire uno spiraglio sull’infinito matematico : “Ci sono due famosi labirinti in cui la nostra ragione spesso si perde: problema della libertà e necessità da un lato, dall’altro continuità e infinito”. 3. La Letteratura indaga l’ Infinito «Non vi è nulla di più irreale della realtà». L. Pirandello, Sei personaggi in cerca d’ autore di CRISTINA MANZINI (Lions Club di Gabicce Mare) P arlare di infinito! Un ossimoro! Un tentativo acutamente folle, come suggerisce l’etimologia di questa parola, di fissare pirandellianamente in una forma ciò che è informe, di fermare ciò che continuamente fluisce. L’uomo - come ci dice Calvino nelle Lezioni Americane al capitolo Esattezza - «proietta il suo desiderio nell’infinito, l’ignoto è sempre più attraente del noto, la speranza e l’immaginazione sono l’unica consolazione dalle delusioni e dai dolori dell’esperienza. Ma poiché la mente umana non riesce a concepire l’infinito, anzi si ritrae spaventata alla sola sua idea, non le resta che contentarsi dell’indefinito, delle sensazioni che, confondendosi l’una con l’altra, creano un’impressione d’illimitato illusoria ma comunque piacevole». È il caso foscoliano del sonetto Alla sera: «Vagar mi fai co miei pensieri su l’orme che vanno al nulla eterno, e intanto fugge questo reo tempo, e van con lui le torme…» dove il nulla eterno è vissuto come un elemento positivo, unica possibilità per raggiungere una pace, che la mobilità dell’elemento negativo, costituito dal reo tempo, vorrebbe negare. L’Infinito dunque, unione di Spazio Assoluto e Tempo Assoluto, si confronta con la nostra percezione di Spazio Empirico e Tempo Empirico, problema che domina la filosofia da Parmenide a Descartes, a Kant, ma che Foscolo così scioglie e sublima: «… e involve tutte cose l’obblio nella sua notte; 14 Vita di Club n.1 e una forza operosa le affatica di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe e l’estreme sembianze e le reliquie della terra e del ciel traveste il tempo…» Dei Sepolcri, vv. 17-22 «Le Muse/ del mortale pensiero animatrici Siedon custodi de’ sepolcri e quando il tempo con le sue fredde ali vi spazza fin le rovine, Le Pimplee fan lieti di lor canto i deserti e l’armonia vince di mille secoli il silenzio» Dei Sepolcri, vv. 227- 234 L’infinito appare ancora come approdo e pace in contesa con l’azione di annullamento del Tempo, con la ripetizione meccanicistica di cicli vitali impersonali, ed in questo progetto di antitesi al deserto, al silenzio di mille secoli, si avvale di un potente alleato: la poesia, la letteratura, l’unica in grado di raggiungere l’eterno e avvicinarsi quindi all’infinito, prendendone le fattezze, ma al contempo conservando la memoria individuale. Un “absurdus” che crea il mito di Elettra, la bellissima ninfa, amata da Giove, che, non potendo sfuggire alla sua finitezza e dovendo cedere alla Parche che la chiamano, chiede di essere eternata, di divenire Infinito, attraverso la fama, cioè la memoria, il canto che il poeta intesserà su di lei e sulla sua stirpe. Ciò che più mi colpisce è che Elettra chiede di accedere all’Infinito adducendo, come credenziali momenti di vita ben definiti e chiedendo come strumento di eternità un oggetto del reale: il sepolcro. «…E se, diceva, a te a te fur care le mie chiome e il viso e le dolci vigilie e non mi assente premio miglior la volontà dei fati…» Dei Sepolcri, vv. 244-247 «eterno splende ai peregrini un loco, eterno per la Ninfa a cui fu sposo Giove» Dei Sepolcri, vv. 236-237 Questo meccanismo è singolare e merita di essere analizzato, in quanto costituisce il sottile legame tra finito ed infinito in cui si affida alla letteratura ed alla poesia il compito di indagare i confini del conosciuto, e di spingersi, con la parola, oltre il tempo. Così Omero è il vate cieco, che brancola tra gli avelli, ed intesse un canto che donerà “ onor di pianti” ad Ettore e memoria infinita. Nella realtà l’infinito non è raggiungibile, ma l’uomo può figurarsi piaceri infiniti tramite l’immaginazione, dice Leopardi nello Zibaldone. La realtà immaginata costituisce la compensazione, l’alternativa ad una realtà vissuta che non è che infelicità e noia. Ciò che stimola l’immaginazione a costruire questa realtà parallela, in cui l’uomo trova illusorio appagamento al suo bisogno di infinito, è tutto ciò che è vago, indefinito, lontano, ignoto. Nasce una vera teoria della visione in cui, anche qui, come in Foscolo, si accede all’infinito attraverso cose contingenti: una siepe, un albero, una torre, una finestra. L’impedimento della vista che esclude il reale, nel processo ben noto dell‘Idillio composto nel 1819, costruisce l’idea di un infinito spaziale, immerso in silenzi sovraumani ed ancora in una “profondissima quiete”. Se nell’Ottocento l’investigazione dell’Infinito è tema fondamentale della produzione letteraria, nel Novecento si dilata a tal punto da coinvolgere non solo i contenuti trattati, ma anche la struttura stessa dei testi che divengono moltiplicazioni infinite, replicabili senza limiti. L’Ottocento aveva ancora la certezza di una possibilità di comunicazione tra scrittore e lettore. Gli autori del Novecento invece si fanno consapevoli di un’assoluta impossibilità di percezione e di comprensione della molteplicità del reale e portano questa immensa frammentarietà nella letteratura. Il romanzo perde il suo centro narrativo e le forze della descrizione sono centrifughe. La scomparsa di ogni certezza esistenziale è ben visibile nella produzione pirandelliana. Ne Il fu Mattia Pascal, ad esempio, il romanzo si apre con una sola certezza del personaggio, quella del proprio nome e si conclude con il totale annullamento della stessa:. «Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’ aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo : - Io mi chiamo Mattia Pascal. - Grazie caro. Questo lo so. - E ti par poco?» Il fu Mattia Pascal, cap. I «Ma io gli faccio osservare che non sono affatto rientrato né nella legge né nelle mie particolarità. Mia moglie è moglie di Pomino ed io non saprei proprio dire ch’io mi sia…» Il fu Mattia Pascal, cap. XVIII 15 Vita di Club n.1 Lo spazio che si estende intorno all’uomo è pulviscolare e muta continuamente in base alle prospettive da cui viene osservato. Come Leopardi nel Cantico del Gallo Silvestre immaginava che l’intero universo si spegnesse e sparisse («Un silenzio nudo ed una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perdurassi») e pareva dirci che lo spaventoso e l’inconcepibile è non il vuoto infinito ma l’esistenza, così Pirandello nel XIII capitolo del Il fu Mattia Pascal esplicita la sua teoria della Lanterninosofia. In un gioco umoristico egli immagina l’universo nel quale gli uomini si muovono come un grande spazio buio, illuminato ora qua, ora là da qualche lanterna, alcune grandi come gli ideali politici o religiosi, capaci di illuminare uno spazio discreto attorno a sé, altre, quelle individuali, in grado di fornire una luce così fioca da permettere appena la vista dei propri passi. In questo spazio buio ed infinito gli uomini si muoverebbero atterriti, temendo ogni ombra e non avendo alcuna percezione dell’unità dell’universo: «E se tutto questo buio, quest’enorme mistero, nel quale indarno i filosofi dapprima specularono, e che ora, pur rinunziando all’indagine di esso, la scienza non esclude, non fosse in fondo che un inganno come un altro, un inganno della nostra mente,una fantasia che non si colora? Se noi finalmente ci persuadessimo che tutto questo mistero non esiste fuori di noi, ma soltanto in noi, e necessariamente,per il famoso privilegio del sentimento che noi abbiamo della vita, del lanternino cioè, di cui le ho parlato finora? Se la morte insomma, che ci fa tanta paura, non esistesse e fosse soltanto, non l’ estinzione della vita, ma il soffio che spegne in noi questo lanternino, lo sciagurato sentimento che noi abbiamo di essa, penoso, pauroso, perché limitato da questo cerchio d’ombra fittizio, oltre il breve ambito dello scarso lume, che noi povere lucciole sperdute ci proiettiamo attorno, in cui la nostra vita rimane come imprigionata, come esclusa alcun tempo dalla vita universale, eterna nella quale ci sembra che dovremmo un giorno rientrare, mentre già ci siamo e sempre vi rimarremo, ma senza più questo sentimento d’ esilio e di angoscia? Il limite è illusorio, è relativo al poco lume nostro, della nostra individualità: nella realtà della natura non esiste. Noi abbiamo sempre vissuto e sempre vivremo con l’universo, con l’infinito, anche ora in questa forma nostra partecipiamo a tutte le manifestazioni dell’universo ma non lo sappiamo, non lo vediamo perché questo maledetto lumicino piagnucoloso ci fa vedere soltanto quel poco a cui esso arriva e ce lo facesse vedere così com’è in realtà! Nossignore lo colora a modo suo e ci fa vedere certe cose che forse in un’altra forma di esistenza non avremo più una bocca per poterne fare le matte risate». Il fu Mattia Pascal, cap. XII Gli autori del Novecento si comportano come quei matematici che, dovendo affrontare problemi che non consentono una soluzione generale ma piuttosto soluzioni singole, le combinano tra di loro per avvicinarsi alla soluzione generale. Così Calvino trasporta questo concetto in letteratura togliendo ai suoi personaggi ogni senso se non quello della loro funzionalità nell’intreccio narrativo. Nel Castello dei Destini Incrociati, ad esempio le carte, funzionali non ad un senso intrinseco ma a quello della posizione occupata, danno luogo a possibilità di lettura infinite. In Se una notte d’inverno un viaggiatore, dieci primi capitoli di romanzi diversi, è la narrazione in sé che vuole raggiungere l’infinito, mostrando la sua illimitata capacità di moltiplicazione. Nulla però si raggiunge, se non un senso di assoluta solitudine come in Palomar dove il protagonista è così dematerializzato da essere solo uno sguardo collocato ad una distanza siderale. Solo se si attua un distacco che non permetta più di toccare realmente le cose è possibile comprenderne il significato, dice Calvino. La scrittura del Novecento naviga con bussole impazzite, senza aiuti scientifici né magici. «La bussola va impazzita all’avventura E il calcolo dei dadi più non torna». Eugenio Montale, Le Occasioni, La Casa dei doganieri. Per ottenere una percezione di Infinito essa deve pagare come caro prezzo l’esilio dalla vita, l’assenza, l’impersonalità, la scrittura dell’Ottocento invece poteva immaginare, perdersi, naufragare, ma assaporare la dolcezza di tutto ciò con sereno abbandono, senza cinico distacco. 16 Vita di Club n.1 SERVICE LA FATTORIA DEL SORRISO UN SOGNO DIVENUTO REALTÀ L’Ing.Giulio Comani, emiliano trapiantato in Abruzzo e socio del Club Pescara Host, ne è stato il Presidente nel 2002-03; per onorare la 50ª Charter Night del Club, il primo fondato nel nostro Distretto e il sesto in Italia, ha curato la realizzazione di un importante service: la costruzione di un fabbricato da adibire a casa-famiglia per ospitare alcuni dei bambini che sarebbero usciti dagli orfanotrofi la cui chiusura era prevista per fine 2006; di questo service distrettuale ho riferito i particolari nel 2° numero di Vita di Club del 2004-05. In quel momento era stato stipulato fra Fondazione e Comune di Pescara il contratto per la cessione del diritto di superficie a titolo gratuito per oltre cinquant’anni con la contemporanea posa della prima pietra. Nonostante gli intoppi burocratici, la tenacia dell’Amico Giulio e la generosità dei Lions del Distretto, che hanno aderito al service, hanno avuto uno splendido epilogo che ci mostra quel che possiamo fare uniti e solidali: la inaugurazione del fabbricato è avvenuta il 9 Giugno 2007 e nell’articolo che segue, il principale, appassionato e dinamico artefice, con un più che giustificato compiacimento, ci riferisce la piena operatività raggiunta dalla struttura, uno dei fiori all’occhiello del 108 A. Elio Bianchi di GIULIO COMANI C ari amici Lions, ad un anno dall’inaugurazione ufficiale la nostra “Fattoria del Sorriso” è una bella realtà, pienamente operativa, di cui possiamo e dobbiamo essere orgogliosi. Le grida gioiose dei bambini che vi trovano ospitalità ne riempiono gli spazi, ed i loro sorrisi, che ci accolgono festosi, sono travolgenti e ci inondano di quella gioia semplice e profonda che solo le cose più vere sanno dare, quelle che gonfiano il cuore di emozione e stillano una lacrima commossa. Spero che traspaia dalle mie parole l’emozione che ancora suscita questo nostro service, quella stessa emozione dell’inizio che fu per noi la spinta forte che ci costrinse a superare ogni ostacolo che si frapponeva alla realizzazione di ciò che allora poteva sembrare un sogno, un sogno che oggi ospita costantemente 7/8 bambini che possono così sperare in un futuro migliore e che tutti noi possiamo considerare con infinita tenerezza come nostri figli adottivi. Vediamo ora più in dettaglio la operatività del nostro service. L’anno scorso la struttura fu affidata alla Caritas Diocesana che assunse l’impegno di gestirla come “casa famiglia”, ma, per renderla immediatamente operativa in attesa che gli sposi già individuati completino il percorso formativo, di comune accordo fu affidata al “Centro Aiuto alla Vita”, associazione di volontariato che ha le capacità e le competenze per gestirla adeguatamente fino a quando non sarà consegnata ad una vera e propria famiglia in base al progetto iniziale. Nei primi mesi dell’anno il Centro Aiuto alla Vita (brevemente C.A.V.) ha impegnato molte risorse proprie per dotare l’intera struttura degli arredamenti e attrezzature necessari per il suo funzionamento: dalle nuove ed allegre camere da letto, alla sala lettura, al tinello ed all’ampia sala giochi che possono soddisfare le esigenze dei piccoli ospiti; per non dire della cucina, dotata di attrezzature degne di un ristorante, dove mani esperte preparano i pasti quotidiani. Superata la fase di avvio dei primi mesi, anche per l’entusiasmo suscitato dalla bella sede quale mai avevano avuto nei circa venti anni di attività su Pescara, il C.A.V. ha desiderato presentare alla cittadinanza questo suo nuovo punto operativo: il 12 luglio, alla presenza del Sindaco di Pescara, dell’Arcivescovo Metropolita della Diocesi di Pescara-Penne, di una folta rappresentanza di Lions, e di numerosi cittadini intervenuti per l’occasione, il C.A.V. ha inaugurato la nuova sede. La presidente dott.sa Patrizia Ciaburro, che annoveriamo anche tra i nostri Lions più attivi, ha illustrato l’opera di volontariato svolta dal Centro Aiuto alla Vita, ne ha ripercorso la storia, e non ha mancato di ringraziare i Lions Club del Distretto 108-A dando ampio risalto al fondamentale ruolo di servizio che il Lions svolge per la comunità. Hanno poi preso la parola l’Arcivescovo di Pescara, il Sindaco ed i presidenti dei club Lions intervenuti che hanno evidenziato i vari aspetti della vita della struttura: dalla funzione umanitaria a quella sociale alle tappe della realizzazione. È stata una bella giornata di festa, allietata anche dalla presenza dei figli degli invitati più giovani che hanno fraternizzato con i piccoli ospiti della Fattoria del Sorriso. Ma la più piacevole sorpresa è stata la partecipazione spontanea dei bambini del vicinato, che hanno così testimoniato il 17 Vita di Club n.1 benevolo accoglimento della nostra struttura, con tutto ciò che rappresenta, ed è stato forse il momento di maggiore gratificazione per tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione dell’opera e ancora vi operano o vi lavorano. E tra coloro che vi lavorano non ci sono solo gli operatori del C.A.V., ma ci siamo anche noi Lions perché la Fattoria del Sorriso è un service che continua, che nell’immediato vede impegnato il Club di Pescara Host in un service che il presidente Di Giovanni ha voluto chiamare il “Giardino del Sorriso”, ossia la sistemazione della recinzione, con la piantumazione di una siepe completa di impianto di irrigazione, e la fornitura di alcuni giochi da giardino; service che è anche l’inizio di una collaborazione con i soci Lions che vogliano prestare le loro professionalità o disponibilità di tempo auspicata e sollecitata dallo stesso C.A.V. E chiunque abbia il desiderio di essere ancora vicino a questa nostra realtà di servizio può rivolgersi a me per coordinare al meglio tempi e modi degli interventi. Per noi Lions la F.d.S. è anche comunicazione verso l’esterno, verso la comunità in cui viviamo, perché parla di noi, della nostra capacità di riconoscere e affrontare esigenze e/o emergenze sociali e di individuare le vie per risolverle. Spesso la stampa locale ha scritto della Fattoria del Sorriso sia in occasioni ad essa dedicate, sia per situazioni analoghe perché dopo di noi altre associazioni si sono mosse, e lo stesso Comune di Pescara ha intrapreso delle iniziative per realizzare altre case famiglia, seguendo la strada che noi avevamo indicato e percorso con successo. E non è tutto perché la F.d.S. oltre che proiezione esterna è proiezione interna: è importante per noi stessi perché testimonia quello che sappiamo fare quando diamo ascolto all’emozione che suscita una iniziativa che fa vibrare le corde più profonde del nostro animo, del nostro essere lions. In essa vediamo infatti compiuti i dettami della nostra Etica lionistica: “Avere sempre presenti i doveri di cittadino […] verso la comunità nella quale viviamo” e dei nostri Scopi: “Prendere attivo interesse al bene civico, culturale, sociale e morale della comunità”. Consentitemi di soffermarmi un momento e richiamare la vostra attenzione su questi punti perché ritengo che siano di fondamentale importanza: in un momento storico nel quale la licenza sfrenata e l’assenza di regole sembrano dominare l’ideologia collettiva, amplificata a dismisura da mass-media che trasmettono di tutto senza coscienza critica del bene e del male, la nostra voce di Lions si deve alzare forte e chiara a rimarcare i nostri, che sono di tutti, doveri di cittadino verso la comunità nella quale viviamo. Doveri di cittadino: regole non codificate, ma profondamente scritte in ciascuno di noi da secoli di storia comune che dobbiamo tornare a far valere e rispettare per poter vantare poi il diritto di essere cittadini. Ed il miglior modo è operare come abbiamo fatto con la F.d.S.: operare per dimostrare attivo interesse al bene civico, col voler migliorare i rapporti tra le persone, al bene culturale, con l’aprire più ampi orizzonti laddove si stanno restringendo, al bene sociale, con l’aiuto a chi è più debole, ed infine al bene morale della comunità, nel riaffermare con l’esempio l’etica dei doveri che sono alla base del vivere civile. Non possiamo non ricordare anche un altro dei nostri scopi che recita: “Unire i club con i vincoli dell’amicizia” che non ha bisogno di alcun commento per quanto è palese la sua applicazione in questa circostanza. Uno scopo da rammentare con l’intimo silenzio che merita un giusto orgoglio. Ma guai, guai a noi se questo giusto orgoglio per quanto fatto si trasformasse in sterile compiacimento. Tutt’altro. Quanto abbiamo fatto deve essere stimolo per affrontare i service futuri con maggiore consapevolezza delle nostre possibilità; e per perseguire, nel caso, obiettivi più importanti e arditi. Ed il pensiero va ovviamente al “Centro Polivalente di Solidarietà” di Cervia che della Fattoria del Sorriso è una naturale, bellissima ed ineludibile conseguenza. Perché il lascito della F.d.S. non è solo aver costruito una struttura che sopperisca ad una importante esigenza sociale, con tutte le ricadute sociali e morali di cui abbiamo parlato, ed averlo fatto noi tutti insieme, ma anche, e vorrei dire soprattutto, aver creato una pietra miliare del nostro cammino di lions, pietra di paragone che ha tolto il timore che certi progetti siano troppo impegnativi per essere realizzati, e che ci deve infondere sì fiducia nelle nostre capacità operative, ma soprattutto spronare, spronare nella instancabile opera di servire la nostra comunità sociale sempre di più e sempre meglio. Ecco allora che possiamo dire che il service della F.d.S. non è concluso oggi: ma lo sarà ogni giorno del nostro futuro quando potremo dire di non esserci arresi alle difficoltà ed aver così realizzato quello specifico service, frutto della nostra instancabile voglia di servire il prossimo, di servire la nostra comunità per creare un futuro migliore. Viva il Lions! 18 Vita di Club n.1 ESTATE LIONS STAGIONE D’ARTE PER COMBATTERE L’AFA di ANNA BIONDI L’estate Lions, sotto la nuova presidenza di Paolo Giulio Gianessi, si apre e si snoda all’insegna della Cultura ad ampio raggio: una rivisitazione storico-artistica di un Medioevo ormai pronto a trascolorare nel Rinascimento, un’immersione nel mondo delle favole evocato da una Cina senza tempo, una visita in villa in una Toscana cinquecentesca punteggiata di storie fosche, una puntatina sulle Alpi Apuane per scoprirne i tesori, un ritorno alla contemporaneità nel Museo riminese, un saggio di poesia e gastronomia in un sapido recitar mangiando, una sera a teatro per gustare uno Shakespeare tra il malinconico e il giocoso, un ferragosto dove la regia passa ai dilettanti allo sbaraglio… 1. Modelli sempiterni di bellezza e armonia Quando l’arte non è imitazione, ma evoluzione e crescita I l primo degli appuntamenti che riuniscono il club in versione estiva, ovvero senza la costrizione dell’ufficialità, ma per il piacere di incontrarsi e di condividere comuni passioni, è del 29 giugno quando in Castel Sismondo visitiamo la mostra Exempla, il cui tema è la scultura italiana del ‘200, secolo chiave per una formidabile svolta artistica: la scoperta del mondo classico dopo l’oscurantismo (almeno apparente) di secoli barbarici. Nella storia della nostra cultura, saranno molti i momenti in cui i classici verranno assunti come modelli, Rinascimento e Neoclassicismo saranno indubbiamente gli esempi più grandiosi. Ma già il Medioevo è in rapporto con l’antico, benché in modo diverso rispetto al ‘400, al ‘500, al ‘700: esso non è un mondo sentito come perfetto, ideale, paradiso ormai perduto per sempre che si può solo tentare di imitare. È invece considerato presente e il rapporto con i maestri, i padri, i diretti antecessori è in stretta continuità; ferma restando l’auctoritas dell’antico sul moderno, l’arte è sentita come una linea evolutiva in cui una generazione, inserendosi su quella precedente, si evolve e procede aggiungendo qualcosa di suo. L’eredità dei maestri non si risolve in copiatura, ma cambia la coscienza fino ad esprimere una nuova umanità: i volti, pur nelle fattezze classiche, esprimono nuovi sentimenti in chiave cristiana. Lo spiega anche Dante: “Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido” (Pg. XI, 9495), vale a dire Cimabue ebbe il merito di aver svincolato la pittura dai rigidi schemi bizantini, ma fu Giotto a darle caratteri di novità e maggiore incisività di forme e di colori. In parallelo con la storia della lingua, nel ‘200 si afferma il dolce stil novo anche nelle arti figurative: mentre della duecentesca pittura degli affreschi si è conservato ben poco, l’impronta del nuovo stile si rintraccia nitida nella scultura. Questa è la scommessa della mostra: far capire l’evoluzione dello stile in una forma d’arte non immediatamente comprensibile dal pubblico qual è la scultura. Siamo nella prima metà del ‘200, quando la figura di Federico II detta legge in Italia e nell’Impero, suscitando amore e odio: "Un miscredente astuto, scaltro, avaro, lussurioso, malvagio, iracondo", lo definisce il francescano Salimbene da Parma, "Tra i principi della terra è il più grande, stupor mundi e miracoloso trasformatore" gli ribatte il monaco inglese Matteo Paris. Amando profondamente il Mezzogiorno d'Italia ed eleggendolo a dimora personale, l’imperatore vi promuove una fioritura culturale e artistica senza precedenti: fonda e restaura città, costruisce chiese e cattedrali (Bari, Bitonto, Trani, Troia), nonché fortezze e castelli (Gioia del Colle, Brindisi, Oria, Lucera, Castel del Monte). Chiamati 19 Vita di Club n.1 cattedrali, nasce lo stil novo, più realistico, più alle sue corti - di Foggia, di Palermo e di Capua naturalistico. Un capitello di Troia (Puglia) in maestri delle più lontane culture, tra cui scultori stile corinzio prende vita nel momento in cui le oltremontani dal linguaggio gotico e scultori che foglie d’acanto si trasformano in volti umani riprendono a livello iconografico le fonti antiche, caratterizzati secondo le diverse razze presenti in dà vita alla cultura detta appunto federiciana, Puglia. L’espressione esiste anche nei dove l’impronta dei modelli classici, numerosi grifoni presenti in tutto il intimamente fusa con elementi di percorso, tanto da sentirne addosso lo altra estrazione (romanica, gotica, sguardo torvo: pur conservando il saracena), porta un’evoluzione senza simbolico aspetto di terribilità, un precedenti. Il riutilizzo dei reperti modellato più morbido ne rivela classici era una tradizione in casa venature e rigonfiamenti sotto gli normanna e Federico eredita regno e occhi, e ne sottolinea il realismo. Sono cultura per parte di madre: il attribuiti a Nicola Pisano de Apulia, frammento di sarcofago in cui una formatosi nei cantieri federiciani dove figura maschile tiene al guinzaglio un apprese l’arte di rilavorazione dei leone (la virtus del defunto che tiene marmi di spoglio, e considerati imbrigliata la morte) è posto sul suo l’anello mancante prima che l’artista trono a simbolo della terribilità della arrivi in Toscana e produca capolavori giustizia contro chi osa violare le come le sculture del battistero di Pisa. leggi. Federico, per legittimare la Naturalismo è dunque l’effetto propria autorità, riprende per sé generale della nuova cultura: anche l’iconografia di Augusto, con la Federico contribuisce di suo, poiché, capigliatura disposta a coda di appassionato cacciatore, diventa rondine e la corona d’alloro, oppure celebre tra i naturalisti come autore di Costantino con la corona bassa del De arte venandi cum avibus, un bizantina e col globo d’oro (non per Madonna col bambino. niente il suo secondo nome era Andrea Pisano, marmo policromato e trattato molto diverso dai fantasiosi e 1348 circa, Orvieto, Museo superstiziosi bestiari medievali. Una Costantino). Sono tanti gli esempi dorato, dell’Opera del Duomo. curiosità: in mostra è esposto un che glittica e scultura presentano di mattone trovato a San Martino in XX, unica frammenti riutilizzati e di adattamenti di testimonianza del passaggio di Federico da significato: dal cammeo “Ercole lotta col leone” Rimini diretto a Ravenna ad una Dieta con la sua è ripresa l’immagine della virtus di Federico II guardia personale di fanti saraceni e il che lotta contro i Guelfi. In un altro cammeo il caravanserraglio di animali provenienti da mito classico della disputa tra Poseidone e Atena plaghe lontane a sottolineare la maestà e la per la supremazia nell’Attica (il dio del mare fa potenza dell’impero. Risalta nell’iscrizione la scaturire una fonte, Atena un olivo, ai suoi piedi parola “cammello”; tra scimmie, iene, pantere, il serpente Erittonio che l’accompagna) è c’era sì da stupire il mondo. Nello spazio interpretato come Adamo ed Eva. Dalla glittica suggestivo della rocca malatestiana tutto risalta alla scultura lo stile è lo stesso: Pier delle Vigne, in armonia; così abbiamo visto l’antico diventare ministro di Federico, è rappresentato nella Porta Capuana come l’uomo barbuto di un cammeo moderno e le “copie” diventare capolavori. esposto, come i personaggi importanti dell’antichità. La mostra contiene anche calchi di sculture che fanno parte della decorazione di cattedrali pugliesi: le divinità, prima rappresentate senza i segni del tempo essendo simboli di eternità, qui sono colte in atteggiamenti espressivi di sentimenti. Quando la cultura di tradizione classica si incontra con le maestranze gotiche che stanno costruendo le La lupa con Romolo e Remo e Rea Silvia. Nicola e Giovanni Pisano, marmo statuario apuano, 1278, Perugia Galleria nazionale dell’Umbria, dal bacino inferiore della Fontana Maggiore di Perugina. 20 Vita di Club n.1 2. Favole d’amore e morte Quando la musica traduce il sogno… P uccini la descrive così: «Gaudio supremo, paradiso, eden, empireo, «turris eburnea», «vas spirituale», reggia... abitanti 120, 12 case. Paese tranquillo, con macchie splendide fino al mare, popolate di daini, cignali, lepri, conigli, fagiani, beccacce, merli, fringuelli e passere. Padule immenso. Tramonti lussuriosi e straordinari. Aria maccherona d'estate, splendida di primavera e di autunno. Vento dominante, di estate il maestrale, d'inverno il grecale o il libeccio. Oltre i 120 abitanti sopradetti, i canali navigabili e le troglodite capanne di falasco, ci sono diverse folaghe, fischioni, tuffetti e mestoloni, certo più intelligenti degli abitanti, perché difficili ad accostarsi. Dicono che nella Pineta "bagoli" anche un animale raro, chiamato Antilisca...». Il musicista sta parlando della sua Torre del Lago dove noi siamo accorsi il 19 luglio inseguendo ancora una volta Maurizio Scaparro. «È stato un onore per me – ci ha raccontato il famoso regista che con il nostro gruppo ha passato il Ferragosto - aprire alla lirica con la Turandot il Gran Teatro di Torre del Lago, il primo teatro all’aperto moderno costruito in Italia. E sono felice che in terra pucciniana il pubblico abbia apprezzato un allestimento ispirato al Puccini musicista europeo, che pensava alla Cina filtrandola attraverso il liberty…». E noi condividiamo l’entusiasmo di Puccini per il luogo finché ceniamo a bordo lago, godendo dell’azzurro sereno di acqua e cielo; poi, una volta a teatro, ci lasciamo immediatamente prendere da una suggestione ammaliante: siamo a Pechino, in un imprecisato e mitico «tempo delle favole» e la città imperiale scintilla dorata in lontananza nella luce sfolgorante del tramonto, mentre in primo piano tutto sovrasta il grande tetto a forma di pagoda della reggia di Turandot, che sembra di materiale antico, fuori dal tempo. «Ho pensato che la favola di Gozzi fosse vista da Puccini con gli occhi di Schiller (autore delle versione tedesca del testo) – continua Scaparro - che attenuò i tratti di commedia dell'arte per giustificare nell’atmosfera del sogno la violenza della favola. Per Puccini insomma Gozzi è un pretesto per raccontare cose dolorose come la fine dell'amore. Soprattutto, mi piace che tutto sia circondato dalla parola amore che nel bene e nel male ha segnato la vita del maestro. Per questo ho detto ai cantanti che, per scoprire il mistero chiuso nel cuore di Calaf, ma anche di Puccini, possono essere utili le parole che forse tutti almeno una volta abbiamo pronunciato: “T’amo da morire”». In questo mondo di fiaba le regole della miglior tradizione sono però sovvertite: la buona ama tanto da 21 Vita di Club n.1 morirne, il principe non l’ama e non la salva, ma sbava dietro alla cattiva, che, perfida come poche, condanna a sicura morte chi di lei s’innamora. La buona Liù, soprano dalla voce divina, dolcissima, intensa, appassionata nelle sue note d’amore, muore. Il principe, tenore dalla voce stupenda, di timbro caldo, benché privo del sex appeal del Principe Azzurro: essendo basso e panciuto, dirige le sue caldissime profferte d’amore alla cattiva. La crudele e glaciale Turandot le riceve con la degnazione di una dea immortale verso un omuncolo insignificante; il suo temperamento è perfettamente reso dal bellissimo, enigmatico soprano dalla voce talmente fredda e dalla dizione assolutamente criptica, che stentiamo a recepirne lo sgelamento e l’esaltazione amorosa dell’ultima ora. Forse anche la gelida principessa è entrata “tra gli umani per via dell’amore”, come voleva dimostrare Puccini. Guadagniamo l’uscita non resistendo a dar manforte a Calaf nella sua testarda convinzione: “Tramontate, stelle! All'alba vincerò!” … e un castello disabitato disvela diafane presenze… L a giornata del 19 luglio, terminata in questo stato di esaltazione collettiva, era cominciata con altre storie d’amore e morte, quelle rivisitate nella Villa medicea di Cafaggiolo a 25 Km a nord di Firenze, nel cuore del Mugello. «Cafaggiolo vede meglio di Fiesole, perché ciò che vede è mio» - diceva Cosimo il Vecchio che a metà del XV secolo diede incarico a Michelozzo di trasformare l’antica fortificazione appartenente alla famiglia sin dal secolo precedente, in un sontuoso edificio residenziale. Secondo il Vasari (1568), Michelozzo ridusse la residenza «a guisa di fortezza, co’ i fossi intorno», anche se certe caratteristiche dovevano già essere proprie dell’edificio; inoltre l’artista «ordinò i poderi, le strade, i giardini, e le fontane con boschi attorno, ragnaie, e altre cose da ville molto onorate». Quanto fosse meravigliosa dopo la ristrutturazione in tipica residenza di campagna, ben si vede nella lunetta dipinta da Giusto Utens nel 1599-1602. La villa che abbiamo visitato è effettivamente uno dei grandi capolavori dell’architettura rinascimentale, e una delle ville più legate alla storia dei Medici. Qui Lorenzo il Magnifico, fin da bambino, amava soggiornare a lungo specialmente in estate, e qui si crede abbia composto la Nencia da Barberino, un poemetto dedicato a una bella fanciulla del luogo. Con la moglie Clarice Orsini e i figli, ospitò qui personaggi illustri come Angelo Poliziano, loro precettore ed educatore, gli umanisti Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, e Luigi Pulci che leggeva il Morgante alla mensa del Castello. Dell’antico fortilizio oggi sono scomparsi il fossato, il ponte levatoio e la cerchia di mura esterne; esistono ancora le antiche scuderie, di epoca cinquecentesca, a sinistra dell'edificio, mentre, al posto del giardino primitivo con aiuole geometriche e fontane, oggi c’è una foresta di alberi secolari che circonda la tenuta e di cui godiamo la refrigerante ombra dopo la visita. Tra gli alberi una sephora giapponese che ha centinaia di anni e una gigantesca sequoia che una leggenda racconta portata dall’America in forma di piantina da Amerigo Vespucci e donata ai Medici e qui trapiantata e sopravvissuta nonostante il clima non favorevole. All’interno della villa sono andati perduti completamente gli affreschi di Sandro Botticelli commissionati da Lorenzo di Pierfrancesco, biscugino del 22 Vita di Club n.1 Magnifico, il quale nel 1485, fra i vari beni, gli cedette anche Cafaggiolo per saldare un debito. Il nuovo proprietario nel 1494 vi impiantò una manifattura di porcellana, che in futuro avrebbe avuto particolare sviluppo e rinomanza (un piatto prodotto nella Fabbrica di Cafaggiolo è conservato al Victoria and Albert Museum di Londra). Le grandi sale sono spoglie di arredi e di opere d’arte di grande valore; sulle pareti campeggiano le copie, realizzate dal pittore Carmine Fontanarosa, di una serie di ritratti di personaggi famosi appartenenti alla casa Medici, Lorenzo ritratto dal Vasari, suo figlio, divenuto papa Leone X, ritratto da Raffaello, Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I, con sua figlia, ritratte dal Bronzino. Il nome di Eleonora ci riporta al fattaccio annunciato; suo figlio Pietro, nono figlio di tredici, che amava farsi chiamare don Pedro per le sue frequentazioni spagnole, si meritò interamente la cattiva fama di persona violenta, viziosa, prepotente e scialacquatrice, una delle personalità più fosche di tutta la storia del casato mediceo. Il teatro del delitto è una sala di questo castello. Nel 1576 un matrimonio combinato per interesse lo legò a Eleonora, detta Dianora, una raffinata damigella, sua cugina in quanto nipote di sua madre Eleonora di Toledo. Poiché Pietro preferiva continuare la sua vita dissoluta con donne di malaffare, l’infelice sposa, sola e abbandonata, trovò un altro amore nel gentiluomo Bernardino degli Antinori, appartenente a una nobile famiglia fiorentina; la stessa cosa fece la cognata ed amica Isabella de’ Medici, altrettanto infelicemente sposata con Giampaolo Orsini, che prese a frequentare amorosamente un parente del marito. I mariti, presto informati dai soliti invidiosi – le due donne erano belle, ricche e potenti decisero di liberarsi delle mogli nel modo più brutale: Pietro, nel luglio del 1586, invitò la moglie nella villa di Cafaggiolo, ma dopo la festa la soffocò con le sue stesse mani tramite un "asciugatoio", come riportano i documenti dell'epoca. Quasi in contemporanea Giampaolo Orsini invitò la moglie nella sua villa di campagna a sud di Firenze e le fece fare la stessa fine. In una lettera a suo fratello, il granduca Francesco, Pietro scrisse che era avvenuto “un accidente alla moglie”. Il granduca lasciò correre per salvare l’onore della famiglia. Le due vittime furono sepolte in gran riserbo a Firenze, ma, rimaste invendicate, si aggirano ancora come fantasmi nei rispettivi castelli. Dalle antiche mura rimbalzano le parole del poeta: «Disvelato v’ho, donne…la viltà de la gente» (Dante). 3. Un mondo di marmo Quando la natura è arte… I l giorno dopo, con ancora in mente le melodie pucciniane, ci spostiamo a Pietrasanta, il piccolo paese medievale sui monti a ridosso della Versilia, in provincia di Lucca, dove ammiriamo la bellissima piazza piena di antichi monumenti e di gigantesche statue equestri di uno scultore contemporaneo che qui ha la sua Mostra a cielo aperto; le incredibili figure di materiale plastico da lontano sembrano bronzi e terrecotte che non stonano stagliandosi sul biancore dei ben più nobili marmi antichi. Dopo la Messa nel Duomo di S. Martino, appunto rivestito di marmi bianchi, (sec. XIII-XIV, stile romanico-gotico), 23 Vita di Club n.1 ripartiamo alla volta di Carrara, la capitale del marmo. Vediamo la città dall’alto, mentre saliamo sulle pendici delle Alpi Apuane per la strada più impervia, ripida, stretta, che si sia mai trovata in dieci anni di gite lionistiche: siamo diretti nella frazione di Colonnata a 532 m. sul livello del mare, un antico borgo di origine romana, nato come colonia per l’alloggio degli schiavi destinati allo sfruttamento intensivo delle cave e successivamente abitato da coloro che lavoravano alle cave. In paese non si può entrare né con il pullman né con le auto, ma con una “pazza” navetta che s’inerpica traballando fino alla piazzetta. Nel punto più alto, ove è posta la chiesa che risale al XII sec. e dove si trova il monumento al cavatore, si può arrivare solo a piedi; l’origine del toponimo è contraddittoria: colonia, columna per le colonne di marmo che vi era estratte, oppure collis (colle) o columen (sommità). Ma diciamo la verità, oggi ci interessa ben altro; siamo saliti fin quassù per il lardo che ha reso famosa Colonnata nel mondo e che l’ ha fatta gemellare con Talamello per uno sposalizio di sapori e di profumi sopraffini, quello unico del formaggio “Ambra” e quello del salume arricchito di aromi (cannella, coriandolo, noce moscata, chiodi di garofano, anice stellato e origano). Un tempo era il “companatico” dei cavatori, che lo affettavano sottile per metterlo dentro le pagnotte rustiche insieme ad alcuni pezzetti di pomodoro, oggi è un prodotto di nicchia eccezionalmente buono, ne gustiamo la delicatezza nel menu ammannitoci alla Locanda Apuana: delizioso! Quando ben pasciuti riscendiamo, siamo pronti per una passeggiata tra le grandiose pareti di marmo di cui tutto il territorio è fatto (44 cave attive su una superficie complessiva di 500 ettari) e per ascoltare dal proprietario di una delle più antiche e grandi cave la storia di questi luoghi. Quando ancora Roma non aveva il controllo di queste montagne, esse erano abitate da una popolazione nomade, pastori, cacciatori e guerrieri di origine ligure che già utilizzavano le cave per produrre utensili vari e oggetti decorativi e commemorativi da interrare nei sarcofagi con i defunti. Gli Apuani diedero filo da torcere ai Romani che qui si avventuravano; li attaccavano e li depredavano per poi rifugiarsi sulle montagne, imprendibili. Nel II secolo a.C. i Romani, ormai conquistata quasi tutta l’Italia, non potevano permettere che non ci fosse un passaggio sicuro dal centro al nord per le legioni e i commercianti. Arrivarono qui in forze, sconfissero gli Apuani, li deportarono nel Beneventano, fondarono a valle la colonia di Luni e cominciarono ad estrarre il marmo a Carrara intorno alla prima metà del I sec. a.C. rifornendo 24 Vita di Club n.1 di blocchi di marmo bianco le maggiori costruzioni pubbliche di Roma e le dimore patrizie. Della cava romana il proprietario ci mostra le tracce: un capitello dorico annerito dai secoli e dalle intemperie e una colonna a pezzo unico di 7 m. di lunghezza giacciono dove gli schiavi li abbandonarono a causa di rotture naturali presenti nei blocchi. L’estrazione del blocco avveniva così: congiungevano due rotture con una trincea profonda più di un metro, si ponevano all’interno e lavoravano il marmo davanti a sé direttamente sulla montagna, scavavano una V dove piantavano grossi cunei di ferro, li picchiavano con pesanti mazze fino a rompere il marmo da dietro a 45 gradi lungo le sue venature; il marmo cadeva, veniva squadrato in blocchi e trasportato, legato con forti funi e pali, sulla “lizza”. La lizza, una sorta di slitta di robusti tronchi, veniva ancorata con funi ai “piri”, pali di legno saldamente conficcati nel terreno alla sommità della via di lizza, quindi scivolava sui “parati”, travi di legno insaponate disposte come i binari delle ferrovie, ma perpendicolarmente alla corsa della lizza. Sfruttando le pendenze del monte o gli alvei dei torrenti, i blocchi giungevano fino alla valle di Colonnata, da cui carri tirati da buoi li portavano fino al porto di Marina di Carrara. Il blocco più grosso mai trasportato fu un monolito lungo 20 m., largo 3, alto 3, pesante 350 ton., destinato a diventare nel 1929 l’obelisco del Foro Mussolini vicino allo Stadio Olimpico a Roma. Estratto nella cava di Carbonera, ci vollero cinque mesi per percorrere gli 11 km fino al porto, oltre 100 uomini e 72 buoi maremmani dalle lunghe corna per trainarlo. La lizzatura oggi è diventata uno spettacolo rievocativo annuale nella suggestiva cornice delle Alpi Apuane accompagnato da canti dialettali di incitamento con cui i cavatori accompagnavano le manovre. Per secoli la tecnica di estrazione e di trasporto non mutò più di tanto; dopo la seconda guerra mondiale cambiò la tecnologia. Oggi macchinari potenti aiutano i cavatori: lame a cinghia diamantata tagliano “fette” di marmo in galleria o a cielo aperto come se fosse burro. Il marmo si è formato 250milioni di anni fa quando in questa zona c’era il mare, e sotto l’acqua si creò uno strato di carbonato di calcio, conchiglie, pesci fossili, plancton. Era una zona sismica dove si sono create alte temperature che hanno cristallizzato il carbonato di calcio; pressato dai movimenti della terra, esso si è trasformato in marmo dalle sfumature e venature più varie: oltre al più puro bianco porcellana, esistono il venato, l’arabescato, il bardiglio, il bardiglio nuvolato con tonalità azzurrine. Il marmo di Carrara è indubbiamente il più famoso nel mondo per la sua storia, per l’ampiezza del bacino estrattivo che comprende tre valli, per i duemila anni di tradizioni che hanno reso i cavatori del luogo esperti che vengono chiamati in tutto il mondo, per le opere d’arte con esso realizzate. Le cave dopo la caduta dell’Impero Romano per un lungo periodo caddero in disuso, ma ripresero intorno all’anno 1100 per costruire edifici religiosi come il Duomo e il Battistero di Pisa (per la torre costruita nel 1400 fu usato un marmo più economico) e il loro arredo interno. Giovanni Pisano e Nicola Pisano lo utilizzarono per le loro opere nell'Italia centrale. In seguito Michelangelo veniva a scegliere personalmente i blocchi con cui realizzare le proprie opere. Anche Canova lo usò. Il marmo di Carrara è unico soprattutto per un discorso morfologico: avendo subito due cristallizzazioni, i cristalli che lo compongono sono piccoli come granelli di zucchero, e quando viene lucidato ha un colore unito, mentre i marmi bianchi di altra provenienza ne hanno subito una sola, per cui i 25 Vita di Club n.1 loro cristalli sono come sale da cucina e una volta lucidati, appaiono cristallini. Affascinati dalla storia del marmo seguiamo tantissime altre spiegazioni di carattere tecnico e scientifico finché la pioggia dispettosa non ci fa fuggire, non senza aver raccolto ciottoli del meraviglioso marmo per farne fermacarte a ricordo della bellissima esperienza. 4. Il pittore e la poetessa Quando l’amore coniuga le arti… I l 24 1uglio 2008, nell’ambito delle celebrazioni iniziate nel Comune di Talamello, che ospita il museo a lui intitolato, per i cinquant’anni di attività artistica di Fernando Gualtieri, si è tenuta presso il Museo della Città, alla presenza del sindaco Alberto Ravaioli e di Marcello Di Bella, direttore del Settore Biblioteca ed Attività Culturali del Comune di Rimini, la cerimonia di donazione di tre opere del M.° Gualtieri: "La Scintillante" (1999-2000); "Le corde del porto di Rimini" (2005); "Rimini. Piazza Cavour al crepuscolo" (2007). Duplice la motivazione della donazione: l’amore per Rimini amplificato dalla lontananza e la certezza che la perennità dei suoi quadri sarà garantita in questa bella e prestigiosa sede. Come spiega Yvette Gualtieri, il quadro più grande e imponente, "La scintillante", già esposto al Caroussel del Louvre nel 2000, coglie un'armonia di chiaroscuri che ricorda un frammento di poesia di Baudelaire: "Qui dove tutto è bellezza, quiete e voluttà. Non è una natura morta, ma / una natura silenziosa, un'anima che palpita". Nell’opera intitolata "Le corde del porto di Rimini" c’è Fernando bambino e adolescente che amava raccogliere preziosi tesori come le corde da marinaio, trovate nel porto di Rimini, le quali prefiguravano per lui avventure e viaggi lontani. Nello strano paesaggio dove tutto è simbolico, è contenuto il suo amore per la Romagna, per quel porto che non poteva dipingere dal suo studio di Parigi. Finalmente, dopo aver dipinto in tanti paesi lontani (Francia, Canada, Giappone, Cina...) e vicini (piazza Garibaldi a Talamello), Fernando, alla bella età di 88 anni portata con indomabile disinvoltura bohèmienne, ritorna alle sue radici e realizza un sogno a lungo accarezzato: farsi riconoscere come pittore riminese e dipinge la piazza Cavour, per lui "la più bella d'Italia", in due versioni: "Rimini. Piazza Cavour al crepuscolo", quella donata a Rimini, e la versione notturna esposta attualmente all' Ambasciata Italiana a San Marino. Gli amici di sempre, che hanno seguito dagli anni ottanta il suo caparbio intento di conquistare, in Rimini, una sede percepita sentimentalmente più prestigiosa rispetto alle città del mondo dove è conosciuto e riconosciuto, gli erano vicini, contenti che abbia smentito l’antico e consolidato detto: nemo propheta in patria. La moglie Yvette, innamorata tenace e appassionata dell’uomo e dell’artista, nonché interprete della sua anima e della sua opera, così lo descrive nella poesia intitolata “Piazza Cavour”: Dipinge incurvato, trattenendo il suo sospiro, orientando il suo sguardo, concentrato e perso nella bellezza. I ricordi d'infanzia lo avvolgono di un soffio voluttuoso. I profumi della città, i rumori lo accompagnano. Talvolta piccioni e passerotti si avvicinano per essere dipinti vicino ai portici. Vuole rimodellare ogni pietra, scolpire di nuovo la fontana della pigna, come un fiore splendente in tutte le stagioni, i suoi getti luminosi cantano sulla tela. I bambini lo osservano incantati, 26 Vita di Club n.1 improvvisamente silenziosi, esplorano immobili il nuovo continente: l' Arte. Quando prende la sua bella, la solleva con dolcezza e come un amante frettoloso, l'immobilizza sul suo cavalletto. Le vuole offrire il cielo come gioiello, ma non sa scegliere per accendere il suo splendore. Tenta i colori i più eclatanti e le nuvole le più sottili. La sua piazza, il pittore la vuole immortalare di giorno e di notte. Al crepuscolo in fiamme e sotto una notte blu di Cina, dove le luci la inondano di colore. Al tramonto la vuole stringere in silenzio e infine danzare con lei sotto le stelle. Il suo sogno si è realizzato: ha conquistato la sua amata. Ogni giorno l' abbellisce sotto le carezze dei suoi pennelli. La vuol stringere in silenzio e infine danzare con lei sotto le stelle, amante felice, sorride dipingendo... La piazza Cavour l' attende traboccante d' amore ! Yvette Gualtieri (traduzione dal francese della nipote Chiara Baratoux) 5. La festa di mezza estate Quando l’amicizia attenua l’afa… A cercare refrigerio da un’afa che mette a dura prova tutti e in primis i … cardiopatici del Consiglio Direttivo impegnatissimi nell’organizzazione, il 2 agosto ci siamo recati nell’entroterra, in quel di Pulzone di Saludecio, dove la Villa “I tramonti” mette a disposizione un magnifico panorama in … technicolor e vista vision. Sono con la numerosa comitiva Achille Ginnetti, che insieme con la moglie ha preferito una serata informale per farci visita da amico prima ancora che da governatore, e il past governatore Ezio Angelini ormai promosso presidente del suo club; la loro collaborazione conforta il nostro Paolo Giulio Gianessi che si accinge ad affrontare il personale “anno paolino” con un progetto molto impegnativo dal punto di vista economico. Il primo passo è la vendita di magliette firmate Lions Club Rimini Malatesta che tutti ci affrettiamo a comprare per cominciare la raccolta di fondi, consapevoli però che senza sponsor importanti si farà poca strada. Comunque chi ben comincia… A movimentare la serata ci pensa addirittura un poeta, scanzonato, strampalato, eccentrico combinatore di parole e versi, alla Bergonzoni tanto per intenderci, e altrettanto intelligente. È il socio Gianfranco Simonetti a “Ci sono dei giorni...” Ci sono dei giorni In cui del mondo ti senti un figliastro E nel puzzle della tua vita declamare i propri numerosi testi con divertito fervore; garantito l’applauso ammirato e caloroso. Per la meritata pubblicazione due poesie scelte dallo stesso autore: Non trovi l’incastro Ci sono dei giorni Con l’odore salmastro Preludio o metafora Di un futuro disastro 27 Vita di Club n.1 Ci sono dei giorni In cui non arriva mai notte Hai le ossa in soqquadro Rimembranza di lotte Ci sono dei giorni Che fan seguito ad altri Mentre alcuni sono nuovi Tu li cerchi e rimuovi i pensieri più scaltri Ci sono dei giorni Che ti spingono avanti Quelli che ancor sono dietro Di sicuro sono tanti E alla falce che incalza Tu gli innalzi coi guanti Un pagano divieto Mentre brindi col bicchiere di vetro Ci sono dei giorni Di profondo regresso Hai un gran brutto umore E ti senti depresso Con i tuoi pensieri disadorni Vuoi convincere gli altri Ma non capisci i contorni E tu danneggi te stesso Ci sono dei giorni In cui era meglio davvero Se tu fossi rimasto Nelle braccia di Morfeo Dopo un brusco risveglio Ti presenti al tuo prossimo Ti cambi la maschera Scegli tra i tuoi umori di sicuro il ‘più pessimo’ Ci sono dei giorni Di minuscole svolte Hai una nuova dialettica Procedi a briglie sciolte Parli al saggio E alle stolte E racconti di tue Mai vissute rivolte Ci sono dei giorni… “Il Funambolo” Mi basta solo un attimo Per adattarmi al ruolo E viaggio anche nei secoli In un pindarico volo Confesso il mio rammarico Perché chi assiste alle mie recite Non è mai consapevole Del mio genio artistico E tanto meno applaudono Perché essi non capiscono Di essere comparse e pubblico Di un grande palcoscenico È certo sono l’unico Inimitabile artista vero E anche se gli altri non comprendono Io ne sono orgoglioso e fiero Qualcuno dal loggione Urla, fa confusione Ma non è disturbando il pubblico Che si fa valer ragione Chiunque dica se ha da dire Faccia se ha da fare Ma sappia che qui sono l’unico Che sa davvero recitare Chiunque io sia o sia stato Non ve lo posso dire Sarebbe davvero inutile Se poi vi è scomodo capire Recitando vado per la mia strada Recitando vedo sol quello che mi aggrada Gianfranco Simonetti Recitando vado per la mia strada Recitando vedo sol quello che mi aggrada Cambio sempre la maschera Con il mutar del tempo Scelgo tra le mie maschere Quella che si confà all’evento Quante siano le maschere Neppure io lo so Ma posso averne di nuove Fin quante ne vorrò Recitando so fingere D’essere falso o sincero Recitando so convincere D’essere incerto o sicuro Ci salutiamo dandoci appuntamento per il 14 agosto … 6. La dodicesima notte Quando la fantasia trascende la realtà… N otte magica a Sarsina dove nell’ambito del Festival Plautino viene rappresentata “La dodicesima notte” di William Shakespeare nell’allestimento curato da Beppe Arena e che vede in scena, fra gli altri, Mario Scaccia, Debora Caprioglio e Marco Messeri. Scritta da uno Shakespeare non più giovane, tutta tesa tra il malinconico e il giocoso, è una commedia di equivoci e di travestimenti; sotto una vera luna che fa capolino nel cielo blu sopra l’arena e una manciata di stelle rimaste dalla notte di San Lorenzo, su una grande pedana circolare che gli stessi attori muovono per rendere di volta in volta i molteplici luoghi dell’azione, vanno in scena patetici languori, buffi scherzi e lazzi, innamoramenti lampo e scambi di effusioni tra personaggi dal sesso incerto. Una leggiadra fanciulla,Viola, naufraga sulla costa dell’Illyria e, certa che suo fratello gemello Sebastiano sia morto, entra al servizio del duca Orsino, travestita da ragazzo col nome di Cesario. Orsino, innamorato della contessa Olivia, una deliziosa e spigliata Debora Caprioglio, delega Viola-Cesario a corteggiarla per lui, ottenendo l’inimmaginabile: Olivia si innamora di Cesario. Viola, a sua volta, si innamora di Orsino. All’arrivo del sopravvissuto Sebastiano salvato da Antonio, capitano di 28 Vita di Club n.1 vascello (cui dà volto e voce in perfetto… romanesco Angelo Maresca, fresco sposo della Caprioglio), la confusione aumenta: Olivia, confondendo Sebastiano con Viola-Cesario, gli chiede di sposarla. Lui non si fa pregare, ma si verifica un ulteriore problema quando Olivia vede Viola-Cesario e la chiama "marito". Quando Viola rivela la sua vera identità, Orsino le chiede di sposarlo. Spassosi i personaggi di contorno: lo zio di Olivia Sir Toby (un Marco Messeri strepitosamente nella parte), il suo amico Sir Andrew, la cameriera Maria e il buffone Feste cospirano a far credere al maggiordomo di Olivia, il grigio Malvolio (Mario Scaccia: pur con gli acciacchi dell’età sempre più difficilmente dissimulabili, basta che faccia un passo ed è già teatro), che Olivia sia innamorata di lui. Copiando la grafia della sua padrona, Maria gli scrive una lettera in cui Olivia vuole che Malvolio porti calze gialle con giarrettiere incrociate e sorrida sempre. Lui esegue e sembra aver perso la ragione, per cui è messo in prigione per pazzia: la derisione di Feste che lo visita vestito da prete, lo rende furibondo. Divertiti e soddisfatti, rendiamo merito alla Compagnia, portando loro in camerino i complimenti del Club nella persona del suo Presidente. Ma se c’è una Compagnia in gamba, ebbene questa è la nostra; il Rimini Malatesta trova la sua vera identità di club ogni qual volta agisce all’unisono per la solidarietà, per l’amicizia, per la cultura, per il divertimento comune. Anche se, nel gioco delle parti della vita reale, qualcuno inspiegabilmente si dissocia. 7. La regia di ferragosto Quando è l’ora del dilettante… Q uasi non si volesse separare, il gruppo si ricompatta sui colli dell’entroterra, tra i vecchi borghi di Levola e Cerreto in un edificio del primo novecento diventato Agriturismo, per la cena di Ferragosto cui partecipa Maurizio Scaparro in qualità di ospite d’onore, ma soprattutto di amico affezionato che ricambia la nostra ammirazione sia con la simpatia nei nostri confronti sia riservandoci sempre posti privilegiati ai suoi spettacoli. In questa occasione la regia di un siparietto teatrale l’abbiamo fatta noi con tanto di lionistico attestato di Apprezzamento, di dono malatestiano (il duo Isotta-Sigismondo nella versione ceramica di Guido Baldini), di dedica in versi (Nino Biondi: un poeta per tutte le stagioni) e di applausi corali. Dopo il ferragosto insieme, il gruppo si saluta e parte per vacanze separate. Agli incontri di ottobre, amici! Tutto questo è cominciato Con un meeting sul teatro Franco Palma fu a invitarlo Il relatore era Scaparro Quella sera eccezionale Il maestro fu speciale Con la sua bonomia Ci parlò della regia Raccontò dei suoi lavori E di tutti i suoi amori L’impegno da lui messo Per raggiungere il successo Le sue opere speciali Son finite sui giornali I Mémoires e Don Giovanni Li ricorderò per anni Tu continua a lavorare E non scordarti di invitare Questo gruppo che ti ha applaudito E nel mondo ti ha seguito Ma stasera a ferragosto Prendiamo un attimo il tuo posto E con un colpo di magia Facciamo noi questa regia! Fotografie di Mario Alvisi 29 Vita di Club n.1 TEATRO MAGICA TURANDOT IMPRESSIONI ED EMOZIONI Inizia lo spettacolo e da subito si è attirati, totalmente ed inesorabilmente dentro la favola, una favola rivisitata in chiave immaginifica e raffinatissima. di FRANCA MARANI una Turandot piena di fascino, preziosissima e al contempo sobria, emotivamente coinvolgente, quella cui assistiamo a Torre del lago, nel nuovo teatro appena inaugurato, sabato 19 luglio, nella prima replica del 54° Festival Puccini per la regia di Maurizio Scaparro, le scene di Ezio Frigerio e i costumi di Franca Squarciapino. La tetra e cupa mole di una reggia imponente incombe sul protagonista di un terribile evento: nel proscenio avanza con esasperata lentezza, scandita da tempi musicali dilatati, il Principe di Persia, l’ultimo dei pretendenti sconfitti, tutto fulgore e oro, lama di pura luce. Impassibile e dignitoso, va a incontrare il suo destino senza lasciarsi minimamente turbare dal sinistro scintillio delle scimitarre e dalle danze minacciose dei servi del boia. Blocco di colori smorzati e cupi il popolo di Pechino: una massa compatta che manifesta il timore verso la crudeltà del potere ritraendosi come l’onda del mare all’improvviso apparire sulla sommità del palazzo della terribile Principessa, immagine di lucente freddezza, gelida e scintillante come il ghiaccio, che con gesto inesorabile suggella la condanna. Lo scintillio freddo di cui è circonfusa si riverbera sulla lama del boia che sugli spalti si alza improvvisa portatrice di morte secondo lo spietato desiderio di vendetta della Principessa di Gelo per l’antica violenza subita dalla sua ava. Da questo momento parte una successione di quadri incantati ed onirici, antichi e senza tempo È entro cui si muovono secondo un’attenta regia i personaggi del dramma, vestiti con gli straordinari costumi di Franca Squarciapino, raffinatissimi, ammalianti, in materiali sia tradizionali che techno, con disegni, ornamenti, ricami studiati nel minimo dettaglio ed esaltati dallo scintillio dell’argento e dell’oro. Le scene di Ezio Frigerio ne accrescono il fascino, degna cornice per incanto e bellezza. Indimenticabile l’immensa pagoda del secondo atto che, all’accendersi delle luci, si staglia improvvisa contro il nero della notte, complice una luna rotonda, tanto perfetta da parere finta, sullo sfondo (magia di un’anticonvenzionale linea liberty) un’immensa vetrata, quasi un grande occhio sul lago amato da Puccini, fantasmagorica per colori (oro, giada, ambra, viola) e mutevole per giochi di luce al variare dell’azione, a sottolinearne il pathos secondo il sapiente disegno di quel grande maestro della regia che è Maurizio Scaparro. Questa vetrata si fa sfondo magico per il dispiegarsi di un indimenticabile movimento di masse in un suggestivo gioco di colori, quasi un caleidoscopio: una squadra di paggi, dopo aver 30 Vita di Club n.1 sbandierato elegantemente sul proscenio stendardi dal sapore antico nel segno del dragone, va a disporsi scenograficamente sulla grande scalinata del terrazzo imperiale, cui successivamente accedono armigeri in ocra e rosso, saggi ieratici, tutto oro, le ancelle della principessa in nere uniformi e corazze d’argento a comporre un quadro indimenticabile. Al sommo della scala, prepotentemente e maleficamente interrogativa, la principessa Turandot drappeggiata in oro, truce e corrucciata, ostinatamente tesa a portare morte; a contrasto, sul proscenio, il granitico Calaf in verde smeraldo arabescato d’oro, impassibile e fermo nella sua ostinata determinazione. Sfondo a questa lotta tra odio e amore, vita e morte, tra il canto drammatico di Turandot e quello eroico di Calaf ancora il popolo di Pechino, coro sommesso nei toni e nei colori. Terminata la scena degli enigmi, solenne e contrastata, l’azione scorre verso il magico “Nessun dorma” cantato in modo mirabile, con voce calda e potente, precisa nella dizione, dal bravo tenore coreano Francesco Hong, già altre volte ascoltato e sempre convincente. L’incanto di questo momento perfetto riesce a far dimenticare per un attimo la scarsa avvenenza di questo tenore che, pur rispondente al ruolo per i tratti mongoli, non possiede le physique du rôle auspicabile per un principe da sogno. Altro momento di emozionante canto sono le arie “Tanto amore segreto” e “Tu che di gel sei cinta” eseguite da una dolcissima Liù, la debuttante Donata D’Annunzio Lombardi, molto applaudita, che ci commuove con un’interpretazione dai limpidi accenti, suadenti melodie e patetiche trepidazioni in una toccante manifestazione d’amore non corrisposto, fedele fino alla morte. Dopo la morte della schiava Liù, predestinata vittima d’amore, antitesi al gelo della principessa, sul teatro cala il buio in un clima di raccolto e teso silenzio. Pare di rivivere l’attimo in cui, durante la prima rappresentazione dell’opera al Teatro alla Scala il 25 aprile 1926, il direttore Arturo Toscanini, deposta la bacchetta, si rivolse al pubblico dicendo “Qui il maestro è morto”, quindi lasciò la sala. Ma a Torre del Lago, dopo una sospensione di alcuni minuti, l’esecuzione riprende con quel finale non troppo convincente sia per la trama coll’improbabile repentino mutare dei sentimenti sia per la musica priva della ricerca pucciniana di nuovi effetti armonici strumentali e vocali, e pur tuttavia non privo di suggestione grazie ai giochi di luce voluti dal maestro Scaparro. D’altro canto è cosa nota che “L’Incompiuta” è rimasta tale forse per la difficoltà di Puccini a trovare l’ispirazione per un finale tanto in contrasto con l’essenza del personaggio delineato fino a quel momento gelido e crudele, quasi disumano, piuttosto che per la sua improvvisa scomparsa. Va infatti tenuto presente che prima di essere colpito dal male che lo ha ucciso Puccini per quasi un anno aveva tentato invano di comporre il duetto e la parte finale, come attestano le trentasette facciate di appunti che ci ha lasciato e su cui Alfano con Toscanini ha lavorato. Comunque sia, ci viene proposto il lieto fine, come per ogni favola che si rispetti, un lieto fine in cui il soprano Francesca Patanè si esprime con accenti più convincenti sia per potenza vocale che per sonorità timbriche, facendo in parte dimenticare una esecuzione piuttosto deludente e sottotono, debole e poco comprensibile, resa significativa più dalla gestualità che dalla voce. Una Turandot indimenticabile, letta con rigore filologico e meditativo, atemporale nella connotazione di un Oriente immutabile nella sua ritualità impassibile e crudele, affascinante e raffinatissima per messa in scena e costumi, è uno dei tanti doni che Maurizio Scaparro ci ha fatto e di cui gli siamo profondamente grati. Fotografie di Paolo Marani 31 Vita di Club n.1 La donna dall’infanzia alla maternità nelle creature- sculture di Angela Micheli Bimba che dorme. Bambina su poltrona grigia. Bimba che dorme. Terrecotte policrome I Genesi 2. Bronzo dorato Guardando l’orizzonte. Bronzo Voglia di coccole 2. Terracotta policroma Grande abbraccio. Bronzo II Madre mattutina, dalle porte dei tamerici, nata dal tessuto della pietra serena, madre antica, ora remota… Dalla raccolta “Mater matuta di Rosita Copioli Figura assorta. Bronzo Indagare il cosmo- donna per cogliere le più recondite profondità della sacralità della vita e la misterità dell’essere madre. Ciò spiega l’atto artistico in continua evoluzione di Angela Micheli. Vito Laporta Castello del Verginese Riposo su poltrona.. Terracotta policroma Gambulaga di Portomaggiore Ferrara 13 settembre – 6 dicembre 2008 III Voglia di coccole 2. Terracotta policroma Maternità. Bronzo Maternità inconscia. Terracotta policroma … Ci accorgiamo così che le madri presenti e future della Micheli incarnano in maniera archetipa un tema formale e ideale che esula dal semplice riscontro intimistico: la donna che abbraccia, dispensatrice per l’umanità del dono dell’affetto, è una creatura conformata persino fisicamente per svolgere questa funzione. È un modo per riaffermare la santità del ruolo materno, ma finalmente senza nostalgie fuori luogo, senza nuovi contributi al campionario delle ovvietà. Dal testo critico di Vittorio Sgarbi IV ARTISTE RIMINESI ANGELA MICHELI L’UNIVERSO FEMMINILE Nata a Verucchio ( RN) da sempre si è dedicata al disegno ed alla pittura in genere. Nel 1986 è passata alla scultura dopo aver frequentato specifici corsi a Ravenna e Faenza. Dalla saltuaria collaborazione con studi di noti scultori, a Rimini con quello di Morri, ha coltivato la passione del tutto tondo nella modellazione dell'argilla. Dopo un periodo di ricerca sul tema della figura è approdata da qualche anno ad una maturazione stilistica lavorando a pochi soggetti che vanno dalla maternità ai ritratti ed a episodi di vita familiare. Ha affrontato impegni espositivi di notevole rilevanza, ha esposto, invitata da istituzioni pubbliche, a Trieste, Verona, San Marino, Udine, Roma, Passariano a Villa Manin, San Leo, Rimini, Milano, Cesena, Cividale del Friuli e a Verrucchio con una splendida mostra nella Rocca Malatestiana. Alcune sue opere sono state pubblicate da prestigiose riviste d'arte e figurano in numerose collezioni private e pubbliche. E'stata segnalata sul catalogo generale d'arte contemporanea De Agostini e nel Marzo del 2008 è stata premiata alla VII edizione del" Premio alla produzione artistica al femminile", organizzato dal Comune di Montescudo con il Patrocinio della Regione Emila Romagna e della Provincia di Rimini. Vive e lavora tra Rimini e la sua amata Verucchio. di ANNA GRAZIOSI RIPA A ccanto al Verginese - delizia estense ancora ben conservata, piccolo castello con brolo e colombaia che ci appare ancora nella sua sobria bellezza bianca e color cotto che ne sottolinea la forma e l' eleganza - sorge la Vinaia, imponente edificio appena restaurato che, dal 13 settembre e fino al 6 Dicembre 2008, ospita una suggestiva mostra di Angela Micheli, la scultrice Verucchiese che plasma con l'argilla e getta in bronzo figure, soprattutto femminili, dalle forme antichissime ed attuali insieme, come eterno è il loro destino di amore e di creazione della vita. Queste figure entrano sempre e magicamente in un rapporto armonico con l' ambiente che le ospita; le loro forme così naturali e familiari, le cromie consumate delle patine sontuose, i gesti umani ed essenziali, entrano immediatamente a far parte del luogo e ne divengono protagoniste: abitano, serene e gentili, case, palazzi e castelli; si ambientano nei parchi e nei giardini, ne occupano nicchie e boschetti con giochi infantili e movenze incantevoli; entrano solenni e serene nelle Chiese, dove, quasi senza attributi, acquistano il ruolo di angeli e Madonne. Oggi questo si realizza nuovamente qui con rinnovata e sempre stupefacente magia, anche qui infatti le bambine e le donne di Angela Micheli si presentano con la consueta naturalezza. Silenziose, forti e serene, consapevoli del loro destino di amore e sacrificio, vivono i nuovi spazi come se vi fossero sempre state. Incantano con la loro naturalezza, catturano l'attenzione ed il cuore di chi le guarda, fanno riflettere per la profondità dei sentimenti che ne intridono la forma e gli atti. Queste creature femminili e infantili, pur così originali, rimandano tuttavia alla forza plastica delle madri e delle veneri preistoriche e delle Madonne medievali. Esse si radicano a terra con i grandi piedi, stringono l'oggetto del loro amore con mani enormi per il bisogno di abbracciare; con le schiene incurvate fanno di sé una nicchia quasi a voler prolungare il tempo unico e irripetibile della gestazione e trattenere in sé il figlio, quanto più possibile, con struggente tenerezza. 32 Vita di Club n.1 RIMINESI ILLUSTRI CARLO MALATESTA TROPPO BUONO PER FAR NOTIZIA Il Lions Club Rimini Malatesta nel 2003 indirizzò una petizione al Sindaco e al Quartiere Uno, proponendo di studiare il miglior modo per ricordare Carlo Malatesta; nel luglio 2005 il socio Stefano Cavallari rivolse al Direttore dei Musei Comunali, dott. Luigi Foschi, l’accorata richiesta di collaborare affinché il grande personaggio, mai degnamente ricordato dai Riminesi, fosse finalmente onorato con una lapide o con l’attribuzione di una via cittadina. Una città che ha dedicato una strada persino al feroce Giovanni Acuto (alias John Hawkwood, condottiero inglese il cui nome fu italianizzato da Niccolò Machiavelli), autore di una strage immane e della distruzione di Cesena nel 1377 a capo della sua banda di mercenari, non riconosce l‘importanza storica del più nobile dei Malatesti e non ha ancora risposto concretamente all’iniziativa del nostro Club. di FRANCO PALMA L a signoria di Carlo Malatesta va dal 1385 al 1429, quando egli subentra a Galeotto I alla morte di costui nel 1385. I1 vicariato di Carlo può considerarsi uno dei periodi più fortunati e costruttivi nella storia della famiglia e della città ad essa soggetta: Rimini. Figlio di Pandolfo I, ha due fratelli: Pandolfo III e Andrea. Uomo di guerra e di stato, al servizio della chiesa in uno dei momenti più critici per la Santa Sede (si pensi al grande scisma di occidente risolto poi da Carlo stesso), Carlo acquista prestigio anche grazie alla sua non comune capacità diplomatica impiegata non a caso a favore dei pontefici romani. Il suo prestigio non è pari sui campi di battaglia; nel 1416 viene sconfitto da Braccio da Montone presso Perugia, addirittura è fatto prigioniero e deve pagare 20.000 scudi per il riscatto. La seconda sconfitta gli tocca sul campo di Zagonara presso Faenza dove viene nuovamente fatto prigioniero nel 1425 ad opera di Filippo Maria Visconti. La figura di Carlo, principe di gran mente e di valori non comuni, viene ricostruita dallo storico riminese Tonini, il quale, se pur brevemente, esamina la politica urbanistica e monetaria elaborata da Carlo per la sua città. Altrettanto il Tonini fa in senso celebrativo a proposito della attività diplomatica svolta da Carlo durante lo scisma in favore di papa Gregorio XII, dove il nostro si trova ad operare in una realtà alquanto problematica. Di Carlo sono particolarmente importanti le relazioni con i potentati italiani ed in particolare con la Santa Sede; mentre risultano in minore evidenza quelle con il mondo cittadino e con quello rurale. Nonostante ciò, Carlo cerca di sottomettere fortemente il territorio della "Civitas" creando spazi politici ed economici, disciplinando i poteri locali in strutture stabili e rafforzando i poteri statali. Sigillo di Carlo Malatesta - Museo Nazionale di Firenze. Carlo inoltre stipula alleanze politico-militari con i Visconti, i Gonzaga, la repubblica di Venezia, Firenze e con altre consorterie familiari romagnole e marchigiane, per la cui stabilità è 33 Vita di Club n.1 aleatorio pronunziarsi. Sposa infatti Elisabetta Gonzaga dalla quale non avrà eredi e diventa precettore di Francesco Gonzaga. Contemporaneamente Carlo Malatesta è capitano di una delle tante compagnie di ventura che nell’Italia del XIV - XV secolo popolano la penisola al servizio dei vari potentati, cosa che determina il suo impegno politico militare (unica vittoria, seppur notevole quella di Governolo 1397 contro le armate viscontee). Tutto ciò lega l'economia all'approvvigionamento di denaro mediante le tasse per il pagamento degli ingaggi e per il reclutamento delle milizie (benché il mestiere del mercenario produca ingenti guadagni). Come uomo d'arme lo troviamo spesso impegnato in episodi bellici, dove si comporta da valoroso, anche se non fortunato; ma è anche avveduto amministratore, quando succede al padre Pandolfo I come podestà di Bergamo, Brescia, Pesaro, Cesena, Rimini e Fano. Profondamente credente, uomo di fede, puro di cuore e di comportamento; non si hanno notizie di sue avventure galanti, anche se è uomo bello e forte. Oltre che ad opere militari, si dedica a costruzioni di carattere ecclesiastico, come il monastero fortificato di S. Maria in Scolca (attuale S. Fortunato). Ma il suo capolavoro è l'assistenza dedicata a papa Gregorio XII1, di cui assume la protezione nel novembre del 1408 (Rimini diventa per tre anni sede papale) quando è in corso il Grande Scisma della chiesa, prima divisa fra Roma ed Avignone2, poi per la presenza di due papi3. 1 Gregorio XII in una bolla del 20 aprile 1411 scrive che Carlo, «verae fidei propugnator», aveva giustamente deciso «se de mandato nostro movere, et pro defensione catholicae fidei, ac honore et statu, atque vera unione ac pace universali Ecclesiae». 2 Cattività avignonese (1309-1377), detta anche Cattività babilonese della Chiesa; residenza del papa in Avignone da Clemente V a Gregorio XI e soggezione alla politica della monarchia francese. 3 La disputa ha inizio nel 1367. Urbano V è il sesto pontefice di Avignone e torna a Roma. Alla sua morte eleggono a Roma Gregorio XI. Nel gennaio del 1377 i Bretoni guidati da Giovanni Acuto al soldo di Clemente VII di Avignone, che era stato cardinale di Gregorio XI, compiono la strage di Cesena: trentamila morti. Il 2 aprile 1378 inizia lo scisma. Viene eletto Urbano VI a Roma, ma non viene accettato, ci sono tumulti per le contestazioni sulla elezione non avvenuta all'unanimità, ma il 3 settembre 1368 Urbano VI si trova di fronte un altro papa: Clemente VII raccomandato dal re di Francia Carlo V e dai vescovi timorosi di perdere il potere. Urbano VI muore e viene eletto a Roma Bonifacio IX che propone la rinuncia al pontefice Clemente VII di Avignone, questi non accetta L'entrata in campo di Carlo Malatesta risolve la contesa ovvero determina la composizione di uno scisma durato la bellezza di 37 anni. Si trovano di fronte Gregorio XII e Benedetto XIII. Dopo una serie di schermaglie e di concili promossi ed aboliti a Pisa, Perpignano, Cividale del Friuli, quando l'avvocato della curia dichiara contumaci i due papi, Carlo tiene duro e vuol vederci chiaro, ma nel frattempo da Avignone viene eletto Alessandro V, mentre ancora si discute la sede del concilio. Il 25 aprile comincia il concilio di Pisa, che il 10 maggio dichiara eretici e spergiuri i tre papi, essendosi trasformato in conclave. Alessandro V il 3 maggio 1410 muore avvelenato a Bologna, gli succede Baldassarre Cossa col nome di Giovanni XXIII. Nel frattempo Ladislao, re di Napoli, stanco del comportamento di Giovanni XXIII, lo induce a convocare un concilio; che, non essendosi potuto tenere a Pisa, viene spostato dall'imperatore Sigismondo a Costanza. Il 5 novembre 1414 l'imperatore Sigismondo diffida sia Gregorio che Giovanni. Fervono i preparativi, Gregorio prospetta la sua rinuncia al papato se altrettanto farà Giovanni. Il momento è maturo: la crisi del Papato è crisi della Chiesa, ma la crisi della Chiesa significa crisi della cristianità. Giovanni XXIII è irritato e commette una serie di scorrettezze tali da provocarne la fuga; il 29 maggio il concilio lo processa, deponendolo e mettendolo in carcere a Tottene in Germania. Per Carlo avere difeso il papa Gregorio XII con dignità e senza interessi significa avere una posizione di rilievo anche presso i cardinali e soprattutto di fiducia presso Sigismondo, l'imperatore del Sacro Romano Impero. Lo scisma ha fine il 4 luglio 1415. Tutto inizia con l'entrata in Costanza del signore di Rimini, “parato a gala”, recando 24 muli bardati di bianco, carichi di doni, il corteo è costituito da 250 cavalli e vessilli malatestiani al vento. Il 4 luglio al concilio è presidente Sigismondo, partecipano Ludovico Palatino del Reno, Enrico ma muore il 16 settembre dopo 16 anni di pontificato. Gli scismatici dicono: morto Clemente VII, Bonifacio IX rinunci; ma purtroppo un anti-conclave elegge Benedetto XIII (Pietro de Luna), che giura di riunire la chiesa, ma però tira a campare. La Spagna protegge Bonifacio IX di Roma, la Francia invece richiama Benedetto XIII, ma perché spergiuro viene arrestato ed incarcerato. Bonifacio IX indice un giubileo, ma muore prime dell'attuazione (1 ott. 1404) e mentre Benedetto è fuori campo viene eletto in Avignone papa Innocenzo VII (Cosimo Migliorati) che muore il 6 novembre. Il 18 il conclave elegge Gregorio XII a Roma. 34 Vita di Club n.1 duca di Baviera, Burgavio di Norimberga e Andrea di Ungheria con la corona. Carlo siede accanto a Sigismondo. La rinuncia di Gregorio XII è in mano a Carlo che ne ha la procura speciale. Gregorio è come fosse stato eletto da un concilio; il papa è legittimo nella figura del Malatesta. A questo punto viene sancita la legittimità del papa. Alessandro V scompare! Ne segue il canto del Te deum laudamus. Viene pensionato Gregorio XII. Giovanni XXIII, dati segni di pentimento, è accolto e perdonato dal nuovo papa Martino V. Di contro Benedetto XIII continua a proclamarsi papa per altri 7 anni, fuggito da Perpignano, è condannato per diavoleria; la morte lo coglie a 90 anni. Se grandi meriti vengono a Carlo a livello internazionale per la soluzione del Grande Scisma, altrettanti gli dovrebbero essere attribuiti dalla sua città per la trasformazione che ad essa deriva dalle sue decisioni. A quei tempi il fiume Marecchia, passato il ponte di Tiberio, virava bruscamente a destra percorrendo un tratto pressoché coincidente con l'attuale via Roma, per poi congiungersi con un bacino determinato dallo sbocco in mare del torrente Ausa. Questo bacino a forma di mezza luna era stato fin dall'epoca romana il porto di Rimini, purtroppo le impetuose piene del fiume con il passare dei secoli avevano finito con l'interrarlo; le ripetute messe in opera si presentavano assai difficili, se non impossibili. Oltre all'interramento del porto, le piene facevano disastri in una zona artigianale che era sorta in vicinanza del porto (1391-13961399). Carlo prende la decisione: demolita parte delle mura federiciane, costruisce quelle che vanno fino alla fine di via Roma. La chiesa di S. Nicolò che prima era alla sinistra del fiume si trova oggi alla sua destra, ed un lungo canale diventa il letto del Marecchia fino al mare e contemporaneamente il nuovo porto di Rimini. L'opera deve avere avuto un costo enorme (corrispondente a 93 milioni di Euro), ma ha apportato un cospicuo allargamento della città verso il mare (km 1,5-2,00) con il recupero di una vastissima area divenuta successivamente edificabile. Se questa è stata l'altezza della figura di Carlo Malatesta non altrettanta è stata la memoria dei posteri. Nemo profeta in patria? No! La storia ha privilegiato Sigismondo Pandolfo Malatesta, anche lui signore di Rimini. Il papato ha preferito perpetuare l'odio, il disprezzo e la denuncia dei misfatti di Sigismondo, invece che ricordare le gesta di un suo fedele servitore. Il confronto fra Carlo, devoto difensore della chiesa, e Sigismondo, vicario infedele, truffaldino, lussurioso ed altro…, da un punto di vista storico ha pesato di più a favore di quest'ultimo. PER RIFLETTERE «La nostra decenza, se ancora possiamo averne una, sta nel servire più che nel parlare e ognuno deve farsi servitore di qualcosa, di qualcuno» Ho colto questa frase del poeta e scrittore irpino Franco Arminio perché sembra esprimere appieno lo spirito lionistico. Facciamola nostra, amici. Mario Alvisi 35 Vita di Club n.1 ARTE A RIMINI ELISABETTA SIRANI GENIO E MISTERO Le donne che hanno fatto la storia dell’arte sono molto più numerose di quel che si creda, però la loro fama è stata offuscata dalla discriminazione che impone un sesso anche alla cultura. di ELISABETTA PADOVANI TURA N ella suggestiva chiesa di San Giuliano martire di Rimini per caso alcuni mesi fa la mia attenzione è stata attirata da un dipinto di una pittrice del XVII sec. a me del tutto sconosciuta: Elisabetta Sirani. L’attribuzione della tela corredata da una concisa annotazione cronologica “circa 1650” mi ha particolarmente incuriosito e mi ha portato a riflettere sulla presenza di talenti femminili nel campo dell’arte, oltre a quello della poesia, in un secolo così profondamente inquieto, complesso e fecondo di artisti di supremo rilievo. Il soggetto del dipinto, presente nella terza cappella a destra è l’Annunciazione; la tela, impostata iconicamente su una diagonale, cattura l’osservatore per il potente tratto con cui è stata delineata la figura dell’arcangelo Gabriele, che, avvolto in un ricco panneggio luminescente come le ali, sospeso su una nube, intensamente ispirato nel volto, si accinge ad offrire il giglio della purezza ad una fanciulla, Maria. Questa, al vertice opposto, raffigurata in ginocchio, intenta alla lettura delle Sacre Scritture, viene colta nell’attimo fugace e repentino dell’apparizione, resa in tutto il suo inatteso stupore, che si traduce nella lieve torsione del collo, cui, peraltro, corrisponde il significativo gesto delle mani protese verso l’alto ad esprimere l’immediata risposta alla chiamata. Il volto dai tratti dolci, teneri di virginea fanciulla, eppure decisi, si presenta in ideale contrasto con quello ieratico e solenne dell’arcangelo. Nella creatura la pittrice ha reso magistralmente la dote dell’umiltà attraverso lo stupore dell’essere prediletta e la modestia della sua vita, rappresentata dal comune inginocchiatoio e dagli abiti. In questi, tuttavia, il cromatismo è del tutto allusivo al suo destino: il bel rosso della veste, emblema della carità e della passione di Cristo, da Lei generato, l’azzurro intenso del manto, che l’avvolge come la volta celeste ed una sorta di “linteamen” al collo intessuto di fili di sola consistenza luminosa come l’aura soffusa intorno al capo, irradiata verticalmente dalla colomba dello Spirito Santo, sembrano ricordare le cadenze delle litanie alla sua gloria: “Mater purissima”, “Domus aurea”, “Ianua coeli”. Altrettanto nell’icasticità del gesto di obbedienza a Maria riecheggiano interiormente in chi osserva le parole del “Magnificat”: «Magnificat anima mea 36 Vita di Club n.1 Dominum:/ et exultavit spiritus meus in Deo salutari meo./ Quia respexit humilitatem ancillae suae»; né si può dimenticare la preghiera di Bernardo a Maria: «Vergine madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’etterno consiglio, / tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che il suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura.» (Dante, Pd. XXXIII, vv, 1-6). Stupita per la mia tardiva “scoperta” e affascinata dall’intensità particolare della Vergine, mi sono chiesta: Chi fu Elisabetta Sirani? Quale la sua vita? Fascino e mistero mi hanno accompagnato nella ricerca, di cui ora mi piace riferire qualche informazione. Nata l’8 gennaio del 1638 in una Bologna fiorente e ricca di stimoli culturali e artistici, da un padre mercante d’arte e pittore formatosi all’ombra di Guido Reni, Elisabetta cresce fra colori e pennelli, animata da una grande predisposizione e passionalità per il gusto estetico. Toccanti le sue parole al babbo; «Tu non vuoi che io faccia la pittrice», scrive in una delle sue tante lettere al padre, costretto a viaggiare per il suo lavoro di mercante e poi «Lo dici sempre alla mamma, ma a me mi vengono le figure». Elisabetta era tormentata dalla necessità di tracciare figure sulla tela, su ritagli di carta; era inquieta per la sua stessa genialità, che il padre Giovanni Andrea non voleva assolutamente incoraggiare. Ma un amico del padre, Carlo Cesare Malvasia, giurista, pittore, erudito, osservando il talento della fanciulla e notando a Bologna il fiorire di altre figure femminili, fra cui Lavinia Fontana, Caterina De’ Vigri e, più che mai a Roma, Artemisia Gentileschi, cercò di convincere il padre a non ostacolare la figlia. Malvasia, oscuro come pittore, era tuttavia uomo di mondo; sapeva riconoscere la genialità e solo dopo, quando Elisabetta morirà misteriosamente all’età di ventisette anni, si pentirà di averle fatto da mentore. Eppure la carriera di Elisabetta è interessantissima; la sua produzione è febbrile: infatti dall’età di diciassette anni, in cui ottenne il primo incarico pubblico, fino alla morte riuscì a produrre duecento opere oltre a incisioni e disegni. Donna di poliedrici aspetti, allargò i suoi orizzonti dedicandosi alla musica e al canto, alla lettura di filosofi, senza, peraltro, mai appagare la sua sete di conoscenza. Tale è il ritratto intellettuale presentato da C. Cesare Malvasia nella sua interessante opera “Felsina pittrice”, mentre la madre la descrive in una lettera “bella, giovane, gagliarda e robusta”. Divenuta il sostegno della famiglia in seguito alla malattia del padre, fonda anche una piccola accademia tutta privata e aperta alle donne. Proprio lei, cui nessuno aveva insegnato nulla per la sua innata genialità, diventa maestra nella tecnica del disegno delle sorelle Barbara ed Anna e di altre come Ginevra Cantofoli, Teresa Muratori, Maria Panzacchi, Vincenza Franchi. Nutre, tuttavia, un desiderio in fondo al cuore, che non riuscirà mai a soddisfare: l’amore per i viaggi, la curiosità di vedere, osservare e studiare fuori da Bologna l’arte dei grandi. Amata, stimata e ricercata da potenti in Italia e nelle corti d’Europa, dipinge ritratti particolari e caratteristici, che firma inserendo il suo nome in un bottone o in un merletto. Fra questi, di cui parecchi a memoria, si annoverano il ritratto della madre Margherita, di Ginevra Cantofoli, sua amica e allieva, della moglie del dottor Gallerani, medico del padre, mentre un altro ritratto, non terminato, presenta Elisabetta in atto di raffigurare il padre. Soggetti mitologici, allegorici, storici costituiscono il tema dei suoi dipinti, ma le sue Maddalene, castamente eloquenti e le sue Madonne, divinamente umane, seducono. Osservazioni del tutto credibili ed emotivamente condivise se già quella Vergine, dipinta a soli dodici anni, conservata nella chiesa di S. Giuliano martire ha l’intensità di un’opera matura! Tuttavia per il suo talento Elisabetta diviene ben presto oggetto di invidia e di maldicenza, aspetti di una vita sociale, cui forse il padre avrebbe voluto sottrarla o di cui era complice. Per sottrarsi a tali ingiurie la pittrice esegue in pubblico le sue opere davanti a visitatori ed il suo studio è spesso visitato da intellettuali e principi. In una lettera del 37 Vita di Club n.1 13/05/1664 la Sirani scrive: «Fu in casa nostra il serenissimo Cosimo, gran principe di Toscana, a vedere le mie pitture; ed io in sua presenza lavorai un quadro del signor principe Leopoldo, suo zio». Alla fine della lettera, dopo aver accettato la committenza di due quadri, chiosa: «Mi regalò una croce con cinquantasei diamanti». Ma l’opera della Sirani è onorata e richiesta anche da persone comuni: il biografo ottocentesco Antonio Manaresi1 riferisce come «l’organista di S. Petronio le chiede una Madonna, lo speziale del Pavaglione un’Annunziata e un S. Giovannino, un gioielliere ignoto la Maddalena nel deserto in contemplazione del Crocefisso e poi S. Gerolamo in atto di temperare la penna». Pregevole è il dipinto “Il Battesimo nel Giordano” commissionato e conservato presso la Certosa di Bologna. In esso Cristo è presentato fra due sante, in una delle quali, quella che rivolge gli occhi al cielo, Elisabetta ritrasse significativamente se stessa. Annota il Manaresi nell’opera citata: «Tratti reniani sembrano ravvisarsi nel delineare teste belle e ben disegnate e nel gruppo delle donne sedute». Nel catalogo delle opere compilato dallo stesso cronista, a proposito del dipinto “S. Antonio da Padova” conservato nella pinacoteca di Bologna, l’autore apprezza particolarmente il bel volto del santo in atto di baciare il piede a Gesù Bambino apparsogli ed evidenzia la delicatezza e la freschezza del dipinto. In questa opera e nel grandioso “S. Francesco” della Galleria Estense di Modena come in opere di carattere mitologico quali “Galatea” in collezione privata e “Ruggiero e Angelica” della Cassa di Risparmio di Forlì la pittrice introduce una specifica indagine luministica incline ad esplorare la gamma di variazioni della luce artificiale. Si tratta dello studio di una luce indiretta tesa ad evidenziare le forme in uno sperimentalismo aperto a vie nuove suggerite in Emilia dal Correggio. La pittrice, tuttavia, sempre più cosciente del suo valore, circondata da un’atmosfera malevola, divenuta disdegnosa e 1 A. Manaresi, Elisabetta Sirani, la vita, l’arte, la morte, la tradizione del veneficio, il processo, i prodromi, l’autossia, la causa mortis, Bologna, Nicola Zanichelli 1898. restia agli altri, comincia improvvisamente a star male. Il viso, sempre rubicondo e sorridente, si gonfia e si deforma; dolori atroci al ventre la costringono a stare immobile a letto e ad abbandonare quell’arte che è stata la vera passione e ragione della sua vita. Il 28 agosto del 1665, all’età di ventisette anni, Elisabetta muore. La morte, tanto improvvisa quanto strana, scatena subito l’ipotesi di un avvelenamento, di cui viene accusata una sua domestica: Lucia Tolomelli, intenzionata da tempo a lasciare quella casa per frequenti litigi con la pittrice e sua madre Margherita. Impedita di farlo, Lucia Tolomelli prese proprio l’iniziativa nel giorno in cui Elisabetta morì. Il processo, privo di prove certe, terminò con l’allontanamento della domestica dalla città. Ma l’eco della vicenda della giovane pittrice rimase per lungo tempo a ricordare una delle esponenti di primo piano del classicismo bolognese ed europeo. Il riconoscimento del suo genio è attestato anche da prose e versi atti a ricordare la sua fama e a onorare le sue opere secondo la forma e l’eloquenza preziosa, ardita e barocca di C. Achillini. Così, a proposito del “Battesimo nel Giordano” un anonimo scrive: «Ditelo voi, che qui dipinte siete, / salme, se siete morte o pur se vive; / ch’io per me vi dierei di vita prive, / ch’io per me giurerei che spirto avete». Ed ancora sulla varietà di forme e fogge delle Madonne un poeta osserva: «Ella in più idee l’unica imago onora». Inoltre, in riferimento alla Beata Vergine, realizzata per il principe Cosimo de’ Medici, il poeta immagina che lo stesso Gesù Bambino porga un ramoscello di rose alla pittrice assimilata alla “Vergine bella”: «Quel bambin che formasti / sappia del Ren pittrice / e della Genitrice animasti, / parla e parmi che dica: / “Premio di tua fatica, / queste rose divine / prendi e corona il crine / Vergine bella…». Ed un sonetto di anonimo soffuso di atmosfera elegiaca, quasi virgiliana, così scandisce la sua morte prematura: «Come ratta vi andasti / dal suolo innamorato, o breve Elisa!?». Oh mistero della morte! Oggi la si può andare ad onorare nella basilica di S.Domenico a Bologna; Elisabetta Sirani giace accanto a Guido Reni, considerata ormai sua degna erede. 38 Vita di Club n.1 SAGGIO GLI EBREI BREVE VIAGGIO INTORNO ALL’UNIVERSO EBRAICO Il 14 maggio 1948, David Ben Gurion legge davanti alla seduta del consiglio provvisorio a Tel Aviv la Dichiarazione di Indipendenza che sancisce la creazione dello Stato di Israele. Dopo venti secoli di dispersione e migrazioni in cui ogni anno gli Ebrei, ovunque si trovassero, avevano concluso la cena pasquale con l'augurio di celebrare la festa "l'anno prossimo" a Gerusalemme, la preghiera fu esaudita. Ma in fondo chi erano e chi sono gli Ebrei? di LORETTA NUCCI PREMESSA L a shoah e la creazione di Israele hanno posto gli Ebrei tra i grandi protagonisti, nel bene e nel male, di questo secolo. Eppure per molti la conoscenza di questo popolo avveniva attraverso la realtà falsata da secolari stereotipi. Gli Ebrei sono un popolo di cui si parla tanto, abbastanza da far dimenticare quanto sia stato e sia tuttora numericamente piccolo. Tra l'anno Mille e oggi essi non hanno mai rappresentato più dell'uno per cento della popolazione mondiale; eppure la loro eccezionale epopea tra secoli e luoghi ha fatto in modo che fossero sempre sotto i riflettori della storia. Tutto ciò rende un poco complicato riuscire a cogliere pienamente la realtà dell'ebraismo contemporaneo, perché esso è il prodotto storico di quasi quattromila anni di storia, di cui duemila senza limiti geografici. In perenne movimento, il rischio di un futuro incerto lo ha però obbligato a tenersi sempre pronto a una nuova partenza: il piccolo popolo nomade ha saputo sviluppare per sopravvivere sia una grande capacità di adattamento sia un forte senso della propria identità. È proprio questo carattere mobile che ha fatto accrescere la complessità della realtà ebraica. Perché per capire gli Ebrei bisogna conoscere la loro storia, la loro religione e le loro tradizioni. Ma ancora non basta: la definizione di ebreo rimane oggi in confini sempre meno rigidi, proprio perché in questi millenni di esistenza si è evoluta e si è modificata la concezione di ebraismo. Se oggi guardiamo alla storia dell'umanità cercando di focalizzare sulla presenza ebraica, ci accorgiamo che, seppur con intensità variabile nei luoghi e nei tempi, é possibile ritrovarne delle tracce quasi ovunque. Dal continente europeo all'Africa, passando dall'Asia all'America, le comunità ebraiche fiorivano o morivano in svariati angoli del nostro pianeta. Questo sparpagliamento ha contribuito a creare la complessità dell'identità ebraica; infatti gli appartenenti al popolo ebraico sanno essere tanto diversi tra loro perché integrati nelle culture con le quali sono stati a contatto, ma allo stesso tempo sono riusciti a mantenere sufficienti elementi in comune per poter essere raggruppati nonostante le loro differenze sotto lo stesso appellativo, Ebrei. Si cercherà comunque di tracciare un quadro, necessariamente superficiale, ma che tocchi i maggiori aspetti che rivestono gli Ebrei e le varie caratteristiche che definiscono l'ebraismo. È necessario avere chiari alcuni concetti, come ad esempio i diversi vocaboli che vengono usati per riferirsi agli Ebrei. La parola ebreo è la più antica, e si suppone che derivi da Eber, che è il nome di un discendente di Sem, figlio di Noè. Dallo stesso Sem deriva la parola semita. Il termine ebreo è quello con il quale la Bibbia si riferisce ai membri del popolo eletto da Dio e indica in generale tutti i discendenti di Abramo, ovunque il loro destino li abbia portati. È dunque una parola che connota la discendenza senza localizzazione geografica. La parola giudeo ha invece un'origine storica più recente, e ha una connotazione differente. Si riferisce all'origine di una parte del popolo ebraico stanziato su una realtà geografica ben precisa, la Giudea. Il giudeo era dunque l'abitante di un'area geografica concreta nata dopo la fine del regno di Salomone, quando il suo territorio venne diviso in due parti tra il regno d'Israele e quello di Giuda. In questo senso non tutti gli ebrei erano giudei, perché non tutti gli ebrei abitavano nella terra del regno di Giuda. La parola giudeo ha finito però con l'acquisire una connotazione storica molto negativa, in quanto termine che veicolava l'antiebreaismo cattolico. Il termine israelita ha la stessa accezione storica di giudeo, in quanto si riferisce al secondo Stato che si formò accanto alla Giudea dopo la morte di Salomone, il regno d'Israele che sparì poco dopo. Mentre in italiano si usa oggi la parola ebreo, il termine giudeo è caduto in disuso per via della connotazione negativa. In francese e in inglese invece la parola che corrisponde al nostro ebreo si riferisce essenzialmente all'antico popolo biblico, mentre al giorno d'oggi si usa il termine equivalente nelle loro lingue al nostro giudeo, e cioè juif e jew. Nelle tre lingue poi, il termine israelita è stato usato nel periodo dell'emancipazione in sostituzione di altre parole perché si pensava che 39 Vita di Club n.1 potesse sottolineare di più il cambiamento in atto delle loro condizioni, ma è poi caduto in disuso a favore delle parole che usiamo oggi. Il termine israeliano si riferisce invece solamente al cittadino del moderno Stato d'Israele. Non tutti gli ebrei dunque sono israeliani e non tutti gli israeliani sono ebrei, ma possono essere anche musulmani, cristiani e via dicendo. LA CULTURA EBRAICA L a cultura è l'insieme delle tradizioni e delle usanze che accomunano gli appartenenti a un popolo e li differenziano dagli altri. Ma quella ebraica è difficile da inquadrare pienamente. Essa infatti ruota attorno al perno primordiale e originale rappresentato dalla religione. Ma le sue regole così precise e la sua storia hanno portato allo sviluppo di caratteristiche comportamentali prettamente ebraiche. Un'altra particolarità è dovuta alla dispersione del popolo ebraico che ha portato a notevoli differenziazioni all'interno della cultura ebraica. Si sono infatti innestati sulla comune radice degli elementi culturali pur sempre ebraici ma molto diversi fra loro. La cultura ebraica amalgama elementi tipicamente propri e i tratti caratterizzanti delle culture ospitanti: gli Ebrei polacchi hanno integrato nelle tradizioni religiose cibi specifici del nord Europa, mentre quelli del nord Africa vi hanno adattato usanze musulmane. LA RELIGIONE L a religione ebraica è cronologicamente la prima delle grandi religioni monoteiste. Il Dio di Abramo si diversificava molto dagli altri dei superiori delle religioni politeiste circostanti: il Dio degli Ebrei è unico. È inoltre un Dio infallibile che rappresenta la suprema giustizia. YHWH, il suo nome, è iscritto per la prima volta sul Tabernacolo nel deserto che custodiva le tavole della Legge. Con l'aggiunta delle vocali, che in ebraico non sono visualizzate, si pronuncia Jehova, o Yahve. La forza e la potenza di Dio sono tali che tutt'oggi gli Ebrei religiosi non pronunciano il suo nome. Inoltre all'uomo non è concesso conoscerne e nemmeno tentare di rappresentarne l'immagine. Dio si è manifestato al suo popolo tramite intermediari umani, i profeti, e la religione "rivelata" trova la sua espressione nel libro sacro, la Bibbia. Ma è anche una religione storica che si è formata, consolidata e sviluppata nel tempo umano. La Bibbia ci descrive come Abramo sigillò il patto con Dio; Mosè, l'uscita dall'Egitto e le tavole della Legge rafforzarono definitivamente sia l'alleanza con Dio sia i caratteri del monoteismo. La religione ebraica con le sue numerose leggi ha rappresentato durante gli ultimi duemila anni, oltre all'espressione del rapporto tra gli Ebrei e il loro Dio, anche la base dell'organizzazione sociale di piccole comunità minoritarie tra popolazioni diverse. Esiste un'interessante peculiarità ebraica: è il valore dato alla discussione e al confronto delle opinioni. Se infatti il contenuto biblico è sacro e universale, in quanto parola rivelata da Dio, è stata interpretato ed elaborato in opere che hanno aiutato gli Ebrei a capirlo. Essi infatti non si accontentano di seguire alla lettera i comandamenti del testo sacro, ma analizzano e interpretano le parole divine, sottoponendole all'intelletto umano. L'interpretazione umana non è però né infallibile né universale; potendo anzi sempre essere rimessa in causa, un ruolo crescente ne è derivato per il dialogo, la discussione e il confronto. Per questo motivo alla Bibbia si sono aggiunte numerosissime opere di studio e di interpretazione; questo spiega il ruolo centrale che è sempre stato rivestito nell'ebraismo dall'insegnamento. Imparare non significa solo capire per saper rispondere, ma significa soprattutto imparare a chiedere. La vita della comunità ruota intorno all'interazione tra i vari membri. Nei momenti più importanti della vita, sia lieti sia tristi, vi è sempre un gran posto riservato alla vicinanza e alla socialità. Attraverso la tzedakà (carità) si aiutano i poveri, le persone sole e quelle anziane. Sono infatti fondamentali gli atti di solidarietà concreti ai malati, a tutti i bisognosi, sia in forma di denaro sia nel concedere loro tempo e ascolto. Oltre a riservare loro un poco dei propri guadagni, secondo la tradizione biblica, del proprio raccolto, è anche considerata una buona azione farli partecipare alle feste. A Pasqua si usa simbolicamente lasciare la porta aperta in segno di accoglienza per un eventuale ospite che si presentasse. Un altro elemento importante è la Kabbalà, o Cabala, la mistica ebraica. Ereditata, si dice, da una tradizione orale che si trasmetterebbe dai tempi di Mosè, il termine Cabala (= tradizione ricevuta, in ebraico) nasce verso il XII secolo nel sud della Francia dove si sviluppa, spostandosi in un 40 Vita di Club n.1 secondo momento anche in Spagna. L'opera maggiore di questo movimento è lo Zohar (Libro dello Splendore) scritto da Moses de Léon intorno al 1280, che vuole spiegare i significati più nascosti della Torà. Si ritiene infatti che l'uomo possa, attraverso determinate conoscenze, interagire con l'ordinamento soprannaturale del mondo, in collaborazione con Dio stesso. Il veicolo primordiale di questo potere sarebbero le lettere dell'alfabeto ebraico; si pensa che Dio abbia creato il mondo attraverso le parole, e che le lettere abbiano dunque forza creatrice. A ognuna corrisponde un valore numerico e il cabalista deve dunque capire i misteri che collegano lettere, parole e numeri. I cabalisti suscitarono nei rabbini reazioni diverse; certi li vedevano come grandi studiosi di religione e custodi della tradizione, mentre per altri non erano altro che una sospetta e profana deviazione dell'ebraismo. La Cabala e i suoi misteri suscitarono un grande interesse sia sulle masse sia sugli studiosi; dalla metà del Cinquecento il grande centro cabalistico divenne Safed, in Palestina, dove ebbe uno straordinario sviluppo l'importante scuola di Isaac Luria (15341572). LA BIBBIA L a Bibbia ebraica è chiamata Tanach, ed è composta da tre parti: Torà, Neviim e Ketuvim. Queste ultime due, rispettivamente i "profeti" e gli "scritti", sono meno importanti rispetto alla prima. I Neviim sono suddivisi a loro volta in primi profeti (Giosuè, Giudici e Samuele), e ultimi profeti (Isaia, Geremia, Ezechiele e i 12 profeti minori). I Ketuvim, gli scritti, sono invece composti da Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni, Qohelet, Ester, Daniele, Esdra, Neemia e Cronache. Letteralmente Torà significa "insegnamento", ma viene tradotto con la parola "Legge". È composta dai cinque libri del Pentateuco, cioè Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, ed è molto importante in quanto contiene le Mitzvot (Mitzvà al singolare), i comandamenti. La vita di un ebreo osservante è infatti scandita dall'osservanza di questi comandamenti che sono in tutto 613, di cui 365 negativi, cioè divieti, e 248 positivi, che è invece doveroso attuare. La Torà, legge religiosa e morale, riguarda ogni aspetto della vita e i suoi comandamenti sono volti a sviluppare in coloro che li seguono un determinato stile di vita che esprime il rispetto di Dio e di tutto il suo creato. La Torà, che in principio si tramandava oralmente, è stata compiuta entro il I secolo d. C.; è divisa in sezioni, ad ognuna delle quali si dedica una settimana: ognuno di questi brani risponde al nome di parashà (sezione), e questa divisione permette di leggere l'intero Pentateuco nell'arco di un anno. Le parashot (termine al plurale) vengono analizzate e spiegate. Lo studio della Torà è dunque una materia in continuo movimento ed evoluzione; si è aggiunta, negli ultimi duemila anni, una quantità enorme di opinioni, discussioni e controversie, nella continua ricerca della interpretazione della parola di Dio. Ci si riferisce alla lettura rabbinica sviluppatasi sullo studio della Torà col nome di Torà orale. E infatti, nel tempo si è costituita una fiorente e vastissima letteratura rabbinica, suddivisa in halakha e Aggadà. La prima, halakha, (che viene dal verbo ebraico, halah = andare, camminare), è la più importante e sostanziosa e riguarda l'insieme dei comportamenti da seguire, e tutte le discussioni sull'interpretazione per l'attuazione dei precetti. La seconda, Haggadà, che significa storia in aramaico, è invece il nome sotto il quale sono raggruppati i racconti che custodiscono le vicende del popolo ebraico e del suo Dio. Il Talmud (da lamad, studiare) è la raccolta delle discussioni e del commento della Torà scritta. È formato dalla Mishnà e dalla Gemarà, che sono rispettivamente il nucleo più antico e quello più recente. La Mishnà contiene la codificazione scritta delle precedenti discussioni orali riguardanti comportamenti di vita religiosa, delle feste, ma anche di numerosi aspetti della vita quotidiana e familiare. Si divide in sei ordini diversi che regolano le pratiche agricole, le ricorrenze fisse, i rapporti fra uomo e donna, le norme di giustizia civile e penale, le regole sul culto e sulla purezza rituale di cose e persone. Nei fiorenti centri di studio si sviluppò tutto un ulteriore commento intorno alla Mishnà chiamato Gemarà (completare). I PRECETTI RELIGIOSI E LE REGOLE DI VITA QUOTIDIANA L' organizzazione della vita quotidiana dell'ebreo osservante gira intorno ai precetti enunciati dalla Torà. Oltre ai comportamenti morali che generalmente il credente ebreo deve attuare nella sua vita, vi sono comportamenti rituali da seguire, sia a livello quotidiano sia collegati a particolari feste. Nella Torà e nella letteratura rabbinica si trovano le indicazioni per compiere la volontà di Dio anche riguardo agli aspetti più umani e quotidiani. Vi è regolata la sfera dell'alimentazione, il rapporto tra marito e moglie, quello con la propria famiglia e con gli altri. Sono regolate persino sfere intime come la cura personale e la sessualità, secondo un ordine che rispetta quello instaurato tra Dio e gli uomini, gli uomini e la natura e tra gli uomini e i loro simili. L'alimentazione. L'alimentazione ebraica è sottoposta ad un vasto insieme di regole che ne determinano la purezza, chiamate della Kashrut. Chi segue queste regole mangia dunque Kasher, cioè mette in pratica i precetti divini sul cibo. Nella Torà è indicato precisamente ciò che è o non è consentito mangiare. Intorno a questi permessi e divieti non vi è però nella Bibbia una spiegazione. Sui vegetali non esiste alcun impedimento; Dio disse infatti ad Adamo: "Puoi nutrirti di tutti gli alberi del giardino" (Gen. 2:17). La 41 Vita di Club n.1 carne invece è soggetta a diverse restrizioni. Innanzitutto, non tutti gli animali sono puri, e quindi commestibili, e in secondo luogo non è concesso consumare tutte le parti dell'animale. Si possono mangiare i ruminanti che abbiano anche lo zoccolo spaccato; se una di queste due condizioni è assente, è proibito consumare la carne dell'animale in questione. Ad esempio, si può mangiare la mucca, ruminante con lo zoccolo spaccato. Il coniglio, che rumina ma non possiede lo zoccolo, o il maiale che ha uno zoccolo spaccato ma non rumina, non sono invece permessi. Ci sono numerose restrizioni anche sui volatili, e sono vietati gli insetti.Anche il cibarsi degli abitanti del mare è sottoposto a determinate regole: agli esseri umani non è concesso mangiare gli animali che vivono in mare ma non sono pesci, quelli cioè senza pinne e squame, come i crostacei e tutti i cosiddetti frutti di mare. Accertato se sia lecito mangiare tale animale, è poi necessario procedere a determinate pratiche per macellarlo. Lo Shochet, la persona incaricata di questo compito, usa un coltello molto affilato e provoca la morte immediata dell'animale. È anche incaricato di assicurarsi che l'animale non abbia malattie che abbiano leso i suoi organi. Viene anche separata con molta cura la carne dal sangue. Il sangue, elemento vitale, non può infatti essere consumato: "Però devi tenacemente guardarti dal mangiare il sangue, perché il sangue è vita; non mangerai quindi la vita con la carne" (Deuteronomio 12, 23). Un'altra fondamentale regola alimentare vieta di mischiare la carne e il latte. Questo divieto nasce dal versetto biblico : "non cuocerai il capretto nel latte di sua madre" (Esodo 23:19). Dalla capra questo divieto si è esteso a qualunque tipo di carne, che è vietato mischiare con qualsiasi tipo di latte o latticino: non è dunque consentito consumare latte di capra insieme al pollo. E non solo: il divieto non riguarda soltanto la presenza di questi cibi nello stesso piatto, bensì sulla stessa tavola. La giornata religiosa. La giornata religiosa dell'ebreo inizia appena sveglio; in ogni giorno feriale, egli prega Dio più volte nell'arco delle ventiquattro ore, mattino, pomeriggio e sera. Le preghiere giornaliere sono tre: Shachrit, quella del mattino che può essere recitata tra l'alba e un terzo della giornata; Minchà, recitata al pomeriggio entro il tramonto e Arvit o Maariv la sera. Le preghiere giornaliere sono composte come centro fondamentale da una preghiera chiamata Shmonè Esrè (diciotto in ebraico), le diciotto benedizioni. Sono un insieme di lodi, ringraziamenti e richieste che i fedeli rivolgono a Dio. Le preghiere vanno recitate in ebraico, linguaggio che meglio rappresenta l'espressione del popolo ebraico, e sempre a capo coperto in segno di rispetto verso Dio. Lo Shemà, preghiera molto importante che va recitata la mattina e la sera, contiene in sé i principi fondamentali dell'ebraismo.Professa la superiorità assoluta e l'unicità di Dio, e attraverso essa il fedele riconferma la sua devozione totale e la forza dell'amore dell'uomo per il Signore. Ricorda inoltre l'importanza della glorificazione di Dio tramite la trasmissione ai figli e deve il suo nome all'iniziale parola shemà, "ascolta". "Shemà Israel Adonai Elohenu Adonai Ehad…" (Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è unico…). Per onorare lo Shemà, durante la preghiera del mattino di tutti i giorni non festivi che è la più importante delle tre, gli uomini devono mettere i tefillim (filatteri). Sono cinghie di cuoio che permettono di reggere piccole scatole, all'interno delle quali sono racchiusi brani della Torà, e che sono collocate al braccio e alla fronte. Questi stessi passaggi biblici sono collocati anche all'interno della Mezuzà, piccolo contenitore posto, come comanda lo Shemà, sullo stipite della porta di entrata e delle principali stanze della casa. Durante la preghiera mattutina, gli uomini portano anche il tallit, lo scialle da preghiera ornato dalle frange (tztzit) ai quattro angoli, per ricordare Dio. Le berakot (benedizioni) sono anch'esse un elemento importante e si affiancano alle azioni durante la giornata ebraica; gli Ebrei osservanti infatti accompagnano di benedizioni gran parte delle loro azioni giornaliere. Il rispetto del sabato. Gli Ebrei hanno inventato il concetto di settimana. Questa è infatti l'arco di tempo che passa tra due shabbat, due sabati di riposo per tutti i familiari e gli animali. L'origine religiosa del giorno di riposo settimanale nasce dall'esempio divino; la Genesi racconta come Dio lavorò per compiere la creazione durante sei giorni e che il settimo si riposò. Gli uomini dunque dedicano al riposo e alla preghiera questo giorno. Anche qui l'interpretazione della parola divina e stata allargata. Il divieto riguardante il sabato, "non accenderai il fuoco il giorno di Shabbat", è stato progressivamente dilatato dalla 42 Vita di Club n.1 tradizione contenuta nella Torà orale a ogni tipo di fuoco, fino alla corrente elettrica e a tutti gli utensili a essa connessi, come la cucina. Gli Ebrei osservanti durante lo Shabbat (cioè dal sorgere della prima stella del venerdì sera allo stesso momento del giorno dopo) non accendono luci, non fumano, non prendono l'ascensore o la macchina, e neanche portano oggetti da un luogo privato a un luogo pubblico. È vietato lavorare, ed è quindi per estensione vietato condurre transazioni di alcun genere.Di sabato non è dunque concesso cucinare, e si preparano il giorno precedente gli alimenti che verranno consumati nell'arco del giorno di riposo. Il luogo di culto. Il culto ebraico si organizza intorno alla sinagoga. Anche la comunità ebraica più piccola ne possiede una: questo edificio, luogo di preghiera e custode dei rotoli della Legge, è stato ed è il punto centrale della vita religiosa, sociale e comunitaria. Il nome sinagoga deriva dal greco, ed è una traduzione dell'ebraico Bet Knesset, casa di raduno, di riunione, che esprime dunque un concetto più vasto che semplice luogo di preghiera. E infatti la sinagoga è stata, soprattutto nei periodi più bui della storia, anche il luogo dove si studiava e si trasmetteva il sapere e dove gli Ebrei si potevano riunire ed incontrare per esprimere la loro religiosità senza timore. Oltre dunque all'edificio di celebrazione delle loro feste, diventò anche un posto di significativa rilevanza sociale. L'origine della sinagoga si rintraccia nel tabernacolo costruito nei quarant'anni passati nel deserto dal popolo guidato da Mosè. Sorta di tempio mobile, era stato eretto sia come luogo di culto sia per custodirvi le tavole della Legge. Successivamente, quando dopo l’esilio gli ebrei riuscirono a costruire il loro Stato, il re Salomone onorò il nome di Dio sulla terra promessa costruendo a Gerusalemme il suo sontuoso tempio, eretto sul modello dell'antico e precario tabernacolo. Là venne custodito il contenitore di legno delle tavole della Legge consegnate da Dio a Mosè sul monte Sinai: l'Arca dell'Alleanza. Il Tempio venne definitivamente distrutto da Tito nel 70 d.C. e la sua perdita segna un elemento di dolore molto forte: gli Ebrei oggi pregano e si lamentano contro il muro del pianto, l'unica parete di pietra del tempio originale che è riuscita a stare in piedi nonostante le turbolenti vicende di venti secoli. Il Kotel, il muro, era la parete occidentale esterna. Varie consuetudini dirigono l'esistenza della sinagoga. In primo luogo, le sinagoghe della diaspora sono sempre orientate verso Gerusalemme. Quelle localizzate invece in quella città sono orientate verso i resti del Tempio, il muro del pianto. Gli uomini devono entrare con il capo coperto, con la kippà, la tradizionale papalina. In ogni sinagoga, sulla parete che indica Gerusalemme, è collocato l'elemento più importante, una rappresentazione dell'arca, nella quale è deposto il Sefer Torà (libro della Torà). I fedeli pregano orientati verso di essa. Davanti all'arca è appesa una tenda decorata e ricamata, al centro è invece collocato il bimà, il pulpito da dove viene effettuata la lettura della Torà. Altro richiamo al Tempio perduto è la presenza nelle sinagoghe della Menorà, il candeliere a sette bracci, perennemente acceso. Al giorno d'oggi varie correnti religiose nell'ebraismo hanno diversificato anche le pratiche rituali, ma in una sinagoga tradizionale uomini e donne sono separati. I Sefer Torà delle sinagoghe devono essere manoscritti su pergamena. I rotoli della Legge vengono maneggiati con infinito rispetto e cura, e vengono letti ad alta voce nella sinagoga dal Hazzan, l'officiante scelto dalla comunità per dirigere la preghiera.Perché questo possa avvenire è necessaria la presenza di un gruppo di persone ad ascoltare; si dice che ci vuole Minian (numero) perché per poter leggere il Pentateuco ci vuole un numero minimo di dieci uomini che abbiano fatto il loro Bar Mitzvà, cioè compiuto la maturità religiosa. Il rabbino rappresenta oggi l'autorità religiosa. All'origine erano i Leviti a occuparsi della cura del culto, affiancati poi per determinati incarichi sacerdotali dai Cohen (sacerdoti). Queste due cariche sono ereditarie e si trasmettono ai figli maschi.Levi e Cohen sono tutt'oggi due dei cognomi ebraici più comuni. La figura del rabbino nacque nei primi secoli dopo Cristo, come autorità spirituale e morale. Il rabbino, studioso ed esperto della Bibbia, ha come compito quello di insegnare e tramandare la tradizione nella sua comunità. È dunque stato un personaggio fondamentale della diaspora per la preservazione e la trasmissione della conoscenza. La comunità, in cambio dell'adempimento di questi ruoli, gli garantisce la sopravvivenza. Le feste: l'anno religioso. Le feste che scandiscono l'anno ebraico sono molto suggestive; esse sono cariche di pratiche e di simboli svariati. Se certe feste s'incentrano su avvenimenti tristi, l'ebraismo ha angoli riservati alla gioia, alla felicità e al divertimento. Mitzva gedola liot be Simcha: "La più grande Mitzvà è vivere nella gioia".Questo bel comandamento contraddice uno stereotipo che dipinge gli Ebrei come persone austere, riflessive e irrimediabilmente serie. Perché, oltre lo studio, l'ebraismo insiste anche molto sull'importanza dell'amore per la vita e la sua piena realizzazione nel benessere fisico e morale. Per poter capire la collocazione delle feste nell'anno ebraico, è utile vedere come quest'ultimo è definito. Il calendario ebraico. Tishrì settembre-ottobre; Keshvàn ottobrenovembre; Kislèv novembre-dicembre; Tevèt dicembre-gennaio; Shvàt gennaio-febbraio; Adàr febbraio-marzo; Nissàn marzo-aprile; Yar aprilemaggio; Sivàn maggio-giugno; Tamùz giugnoluglio; Av luglio-agosto; Elùl agosto-settembre. Il tempo religioso nasce col principio fondatore della religione in questione; l'anno zero del calendario musulmano, che segna l'inizio dell'era islamica, è 43 Vita di Club n.1 quello dell'Egira. Allo stesso modo la nascita di Gesù rappresenta l'inizio dell'era cristiana, quando invece il calendario ebraico identifica l'inizio del tempo con la creazione del mondo da parte di Dio. Siccome la religione ebraica è la più antica delle tre religioni, il suo calendario è più avanti: l'anno Duemila del calendario cristiano è stato quindi per gli Ebrei il 5761. Oltre a questo, il calendario ebraico suddivide l'anno in modo diverso rispetto a quello cristiano. Il calendario ebraico si basa sui cicli lunari, per cui le date delle feste variano ogni anno rispetto al nostro calendario solare. Il primo giorno del mese, Rosh Hodesh, è determinato dalla luna nuova, cioè dall'inizio di un nuovo ciclo dell'astro. L'anno ebraico dura 12 mesi lunari; siccome infatti l'anno lunare ha 354 giorni, 11 meno di quello solare dunque, comporterebbe nell'arco di pochi anni uno sfasamento tra il susseguirsi lunare dei mesi e delle stagioni, che seguono invece il sole. Per impedire questo spostamento tra gli eventi umani e il calendario agricolo si è scelto di recuperare i giorni mancanti dell'anno solare dichiarando sette anni su diciannove bisestili, e aggiungendo un secondo mese di adar. Le feste ebraiche sono molto suggestive e interessanti perché piene di atti e cibi simbolici, a volte molto belli. La maggior parte di esse è stata determinata dal Pentateuco, ma successivamente se ne sono aggiunte altre. Le feste bibliche sono descritte e comandate nella Torà. Così è ad esempio per Rosh Hoshanà, Kippur, Shavuot, Succot e Pesach. Altre invece sono commemorazioni storiche, di cui le due più importanti sono quelle di Hannukà e Purim, ma vi sono anche vari digiuni che ricordano la distruzione del Tempio o l'espulsione degli Ebrei dalla Spagna. L'anno ebraico inizia il primo giorno del mese di Tishrì (settembre-ottobre) con Rosh Hashanà, capodanno, periodo di riflessione e penitenza e culmina con lo Yom Kippur, il Giorno dell'Espiazione. L'evento più importante della celebrazione del nuovo anno consiste nel suono dello shofàr, il corno d'ariete: la festa è infatti anche nota sotto il nome di Yom Teruà, il giorno del suono. Questo strumento è associato nella tradizione ebraica ad avvenimenti molto positivi; festa solenne, ma anche allegra in cui ognuno si augura e augura agli altri di essere messo da Dio nel "libro della vita", ovvero di vivere l'anno che arriva in salute e felicità. La cena di Rosh Hashanà ha un alto carattere simbolico: si evitano i cibi amari o acidi, prediligendo porri, zucche, datteri, cioè piante forti, dolci e feconde. I dieci giorni che seguono l'inizio dell'anno nuovo vengono chiamati Giorni di Tesciuvà (pentimento), o anche giorni terribili. In questo arco di tempo gli uomini e le donne si preparano a ricevere il perdono divino, riconoscendo i propri errori. L'intima ammissione delle proprie colpe non è però sufficiente: è infatti importante la riconciliazione con i propri simili. A Kippur si dovrebbero dunque riparare i torti e saldare le rotture, ed è usanza chiedere perdono alle persone offese. In questo modo ci si prepara per l'arrivo del Yom Kippur, giorno di penitenza per eccellenza, ma anche giorno di perdono e gli Ebrei passano la giornata a digiuno, riflettendo e pregando. L'astinenza totale di cibo e liquidi durante le venticinque ore permette al credente di astrarsi dalle sue necessità fisiche e concentrarsi su se stesso. È anche proibito lavarsi, profumarsi, o mettere scarpe di cuoio, perché in questo giorno si deve essere umili e spogliarsi di ogni vanità terrena. È una giornata di intensa preghiera, che fa dunque permanere i credenti in sinagoga per la maggior parte della giornata. A coloro che espiano sinceramente, Dio concede il perdono e il credente è pronto ad affrontare il novo anno. Sukkòt, chiamata anche la Festa delle capanne, avviene il 15 del mese di Tishrì. La Torà vi si riferisce anche con il nome di Festa del raccolto, perché avviene in autunno. È la festa più allegra e gioiosa tra quelle ebraiche, che ricorda e celebra l'amore che Dio ha mostrato al suo popolo durante la permanenza nel deserto, dopo l'esodo, non facendo mancare niente. Per simboleggiare questa felice vicenda si costruisce una Sukkà, una capanna, dal tetto di rami e foglie che ricorda le tende del deserto e va collocata all'aperto. All'origine si usava adottare la capanna come dimora per i sette giorni di durata della festa e per questo si usa collocarne una nel cortile della sinagoga. Ora si costruisce una Sukkà in giardino o sul balcone. Per i sette giorni della festa si mangia, si legge, si studia e si chiacchiera nella Sukkà che deve essere bella e piacevole. Per celebrare la festa, la Bibbia comanda all'ebreo di legare insieme in un mazzo delle foglie di palma, mirto e salice e di procurarsi un frutto di cedro. Le feste ebraiche sono infatti molto legate anche ai cicli agricoli, e Sukkòt cade nel periodo dei raccolti e della vendemmia. In sinagoga questi 44 Vita di Club n.1 quattro elementi si agitano in segno di gioia e con essi si indicano i quattro punti cardinali. L'ultimo giorno della festa vi è Simhat Torà (la festa della Legge), che chiude il ciclo annuale di lettura del Pentateuco. Anche questa è ricorrenza molto allegra, e in certe comunità si usa ballare abbracciando i rotoli della Legge. In questo giorno non solo si conclude la lettura della Torà ma la si inizia anche nuovamente da capo, a significare l'universalità e l'infinità della Legge. Colui che termina la lettura della Torà viene chiamato Hatan Torà, lo sposo della Legge, mentre quello che riapre il ciclo è il Hatan Bereshit, lo sposo del Principio della Legge. Più avanti, il 25 kislew viene la festa delle luci, Hanukkà. La festa celebra il miracolo avvenuto ai tempi della rivolta guidata da Giuda Maccabeo, nel 167 a.C. Quando i rivoltosi riconquistarono Gerusalemme, come prima cosa liberarono il Tempio e riaccesero la Menorà, il candelabro a sette bracci che doveva fare luce permanente: l'olio non era sufficiente ed erano necessari otto giorni per produrre nuovo olio. Invece la piccola fiala illuminò miracolosamente il Tempio per il tempo necessario, permettendo alla luce di non spegnersi. Si usa celebrare il miracolo accendendo per otto giorni successivi le candele dell'apposito candelabro a nove bracci, la Hannukià. Questo candelabro ha una candela in più perché la nona serve ad accendere le candele e a illuminare la stanza. La prima sera, al calare del sole, si accende la prima candela, la seconda sera se ne accendono due, la terza tre e così via fino all'ultima sera, quando è illuminato tutto il candelabro. Un'altra festa storica è il Purim, ricorrente ogni 14 del mese di Adar. Questa celebrazione ha origine nella bella storia della regina Ester che, aiutata da suo zio Mordechai, salvò il suo popolo dal tentativo di sterminio da parte del perfido Amman, ministro del re persiano Assuero. La festa inizia con la lettura della Meghilat Ester, il rotolo di Ester, pergamena sulla quale è trascritta a mano la storia di Ester. Questa rimane una festa singolare, in quanto ricorda e festeggia gesta prettamente umane. Anche questa ricorrenza è molto allegra, si canta, si balla, si distribuiscono regali ai poveri e si scambiano doni con gli amici. In genere sono doni di cibo, e soprattutto dolci, tra cui le cosiddette "orecchie di Amman" e i bambini usano travestirsi. È raccomandato di mangiare bene e in grande allegria, così come di consumare molto alcol: un detto talmudico consiglia addirittura di ubriacarsi sino a non essere più in grado di riconoscere Mordechai da Amman… Pesach è la festa della liberazione, della fine dell'oppressione e dell'uscita dall'Egitto, e si festeggia il 15 Nissan. E' molto importante in quanto si è visto che è il momento in cui storicamente nasce e si consolida il popolo ebraico in quanto tale. Durante gli otto giorni della festa, si consuma in sostituzione al pane la matzà, pane non lievitato per ricordare che gli Ebrei non ebbero il tempo di aspettare che il pane lievitasse. È scritto nella Torà (Es. 12,15): "Per sette giorni non vi sarà traccia di lievito nelle vostre case poiché chiunque mangerà del hametz sarà escluso dalla comunità di Israele". Nel seguire questo comandamento, il concetto di hametz si è allargato, e si considerano tali tutti gli alimenti che fermentano. Oltre al grano sono vietati i cereali, certi alcolici e per certe comunità anche il riso. Il pane viene dunque sostituito con le azzime, e la farina di azzime serve a sostituire la farina di grano in cucina. Pesach inizia la sera della vigilia e si apre con il seder, la cena che riunisce tutta la famiglia e in cui si legge la Haggadà shel Pesach (il racconto della Pesach). Questo racconto ripercorre la storia della schiavitù e della liberazione ed i cibi, per illustrare questi avvenimenti, sono carichi di significati simbolici ben precisi e altrettanto precisamente deve svolgersi il seder, parola che significa "ordine". Sul tavolo viene appoggiato un apposito vassoio, sul quale sono depositati vari elementi: tre azzime sovrapposte che rappresentano il popolo di Israele; un pezzo di agnello che rappresenta l'antica usanza del sacrificio pasquale all'epoca del Tempio; erbe amare per ricordare quanto fosse amara la vita sotto il giogo degli egizi; un uovo sodo, simbolo di lutto per ricordare il tempio perduto; Haroseth, misto di noci, mele e frutta tritata, che rappresenta simbolicamente l'argilla che gli Ebrei lavoravano in Egitto. Si bevono, in momenti precisi quattro bicchieri di vino e vi è un bicchiere di vino che si versa ma non si beve. Questo bicchiere viene chiamato di Elia, ed è lasciato sulla tavola per il profeta che è considerato il precursore del Messia. Vuotando l'ultimo bicchiere si pronuncia l'augurio di poter celebrare la festa "l'anno prossimo a Gerusalemme". Shavuot si celebra sette settimane dopo Pesach. Il periodo di quarantanove giorni che 45 Vita di Club n.1 intercorre tra le due feste viene chiamato Omer e d è un periodo di lutto che ricorda una drammatica pestilenza. Se la festa di Shavuot (settimane, in ebraico) vuole ricordare il dono della Torà fatto da Dio al popolo ebraico, questa coincide anche con il periodo dei raccolti e della mietitura; si usa dunque decorare le sinagoghe di fiori. LA RELIGIONE NELL'ARCO DELLA VITA C ome in tutte le religioni, i vari momenti della vita che segnano un cambiamento radicale, come la nascita, il passaggio all'età adulta, il matrimonio, vengono celebrati in modo da puntualizzare la loro importanza. La vita di un uomo ebreo inizia con il Berit milà, la cerimonia di circoncisione. Dio ordinò infatti: "Tutti i maschi tra di voi verranno circoncisi. Voi circonciderete la vostra carne e questo sarà segno dell'alleanza tra me e voi. Tutti i maschi, all'età di otto giorni, nelle vostre generazioni saranno circoncisi" (Gen. 17:10-12). L'uomo ebreo ha così scritto nella sua carne da subito e per sempre la sua alleanza con Dio. Si usa lasciare una sedia vuota e che tale rimane durante tutta la cerimonia per il profeta Elia, che si dice assista a tutte le circoncisioni. Durante la cerimonia viene anche assegnato il nome al bimbo. La Bibbia comanda anche che tutti i primogeniti si dedichino al servizio divino (esodo 13: 1-3). Il ruolo era tradizionalmente svolto dagli appartenenti alla tribù di Levi e se i genitori non appartengono né alla stirpe dei Levi né a quella dei Cohen, si deve procedere per il primo figlio al Pidyon Haben, il riscatto del primogenito. Questo avviene tramite il pagamento di una somma simbolica da parte del padre ad un Cohen, che riscatta il bambino dal servizio del Santuario al trentunesimo giorno dalla nascita. Dall'infanzia si insegna progressivamente al bambino a conoscere le mitzvot, i precetti, e quindi a leggere in ebraico. Il processo di apprendimento porta poi il ragazzo verso la maturità religiosa che avviene a tredici anni e si ufficializza nel Bar Mitsvà (letteralmente, figlio del precetto). Il ragazzo celebra questo passaggio alla vita adulta ed è chiamato alla lettura della Torà. Da questo momento in poi il ragazzo viene considerato adulto; le donne diventano tali al compimento dei loro dodici anni. Il matrimonio è il seguente fondamentale passo della vita ebraica; la creazione di un nucleo familiare è infatti uno degli avvenimenti più importanti nella vita di un uomo e di una donna ed il celibato rappresenta dunque una situazione incompleta. La cerimonia si può svolgere sia in sinagoga sia all'aperto, ed è diretta dal rabbino che recita le sette benedizioni del matrimonio. La celebrazione ha luogo nella huppà, il baldacchino nuziale, che simboleggia la casa dove gli sposi andranno a vivere.In certe comunità si procede poi alla lettura della ketubà, il contratto di matrimonio, in cui sono descritti con precisione gli impegni morali e materiali che gli sposi hanno concordato di rispettare. L'usanza vuole che lo sposo simboleggi il ricordo della distruzione del Tempio rompendo con il tacco della scarpa il bicchiere nel quale i due sposi hanno bevuto il vino. In questo modo, nella celebrazione di un lieto evento proiettato verso il futuro, si evoca anche il ricordo del passato. La legge ebraica non vieta il divorzio in caso la scelta si rivelasse per gli sposi sbagliata. Il ghet, l'atto di divorzio, rende loro la libertà. Il ruolo della donna e della madre nella famiglia ebraica è molto importante. Se i personaggi maschili sono predominanti nella Bibbia, non mancano figure importanti di donne. Anche nella vita quotidiana il ruolo della donna ha avuto una duplice connotazione: liturgicamente, passa decisamente in secondo piano rispetto all'uomo; la sua realizzazione si trova nel matrimonio. Le donne sono infatti esentate da molti comandamenti positivi riservati agli uomini per quanto riguarda l'esercizio del culto; essa gestisce la casa, assolve al grande compito di educare i figli. È infatti significativo che sia la donna a trasmettere ai figli la propria religione: secondo la legge ebraica, i figli nati da matrimoni misti sono considerati ebrei se la madre è ebrea e il padre no, mentre nell'ipotesi contraria i figli non sono considerati ebrei. Anche la morte, la sepoltura e il comportamento di parenti e amici seguono delle regole particolari. Al momento del decesso, si recita lo Shemà, riaffermando in questo modo la superiorità e l'unicità di Dio. La salma viene subito coperta da un lenzuolo bianco, viene appoggiata sul pavimento e poi lavata, e la sepoltura deve avvenire il più in fretta possibile. Il corpo, in genere avvolto solamente in un lenzuolo, viene inumato rivolto verso l'alto. Gli Ebrei infatti tradizionalmente non seppelliscono i loro defunti con la bara, perché il corpo umano, dice la Bibbia, viene dalla polvere e a essa deve tornare. La famiglia e gli amici buttano poi della terra sulla tomba, e i familiari si strappano in modo simbolico un pezzo dei propri vestiti in segno di lutto. Il funerale termina con la recita di una preghiera chiamata Qaddish (preghiera dei morti), che è una lode al nome di Dio e un'invocazione al compimento del suo regno. Conclusa la cerimonia, bisogna vegliare il dolore di coloro che sono rimasti e per i familiari inizia un periodo di sette giorni in cui devono stare nella casa del defunto astenendosi da qualsiasi lavoro. Amici e parenti vengono a dare conforto morale, aiuto nelle faccende di casa, portano cibo e partecipano alle preghiere. Per i familiari l'osservanza del lutto finisce dopo la fine di questo periodo; per i figli invece continua per altri undici mesi, in cui è proibito prendere parte ad eventi gioiosi e bisogna recitare ogni giorno il Qaddish. Per tutta la durata di questo periodo si usa mantenere una candela accesa in casa in ricordo del defunto. 46 Vita di Club n.1 DONNE IN MOSTRA MATILDE DI CANOSSA LA MITICA “COMITISSA” Parmigianino, Ritratto di Matilde di Canossa, olio su tela, sec. XVI. Alla figura di Matilde di Canossa, una delle donne più influenti del Medioevo, sono attualmente dedicate due mostre a Mantova e a Reggio Emilia. La mostra mantovana, dal titolo “Matilde di Canossa, il Papato e l’Impero”, allestita nella casa del Mantegna, ricostruisce, attraverso oggetti di potere mai esposti prima, il ruolo storico-politico e territoriale che la famiglia dei Canossa ebbe tra l’ XI e il XII secolo. Il fascino della straordinaria contessa dai capelli rossi, trasfigurata nel mito da poeti ed artisti, arriva intatto fino a noi. di FRANCO PALMA S Lorena con Goffredo il Barbuto, duca di Lorena, e c’è un episodio che a scuola viene Matilde fu promessa al figlio di questi, Goffredo solamente sfiorato e non approfondito è il Gobbo, entrando così in possesso anche di l’episodio di Canossa. Rimane fra noi il questa regione. Le nozze vennero contrastate da detto “andare a Canossa” cioè ritornare Enrico III che, temendo il potere delle due a chiedere perdono, ma spesso non riemergono casate, imprigionò Matilde e sua madre in gli elementi storici che lo hanno determinato. Germania. Riavuta la libertà Matilde, donna di grande … e là m’apparve, sì com’elli appare (1056), Matilde sposò fierezza, guerriera e politica subitamente cosa che disvia Goffredo, ma ben presto lasciò astuta, fu di grande fede, quasi per maraviglia tutto altro pensare, la Lorena per l’Italia. Qui si un’eroina della Chiesa, regnò e una donna soletta che si gia e cantando e scegliendo fior da fiore trovò da un punto di vista difese strenuamente papa ond’era pinta tutta la sua via geografico compressa fra due Gregorio VII in un periodo Dante Alighieri, Pg. XXVIII, 37-42 contendenti: l’imperatore critico per la Chiesa, cioè Enrico IV, suo cugino, ed il papa Gregorio VII, il quando la lotta per le investiture vide l’Impero severissimo Ildebrando di Soana, l’uomo che che voleva nominare i vescovi e i cardinali, l’aveva aiutata in tutte le circostanze difficili. scontrarsi con il Papato che si vedeva esautorato Dicono i maligni che alla fine ne fosse divenuta dei suoi poteri. Gli eventi furono sfavorevoli a l’amante e dicono pure che avesse fatto uccidere Enrico IV che fu costretto a chiedere perdono al il primo marito.1 Infatti Goffredo, oltre ad essere papa. Matilde accolse il papa Gregorio VII al castello di Canossa e presenziò all’incontro fra uno sgorbio, aveva tradito il papa schierandosi Enrico IV e il papa stesso, ma solo dopo aver con l’imperatore. Rimasta vedova, sposò nel fatto attendere il povero Enrico fuori dal castello, 1089 il giovane Guelfo di Baviera di sedici anni, scalzo nella neve, con il capo cosparso di cenere alleato di papa Urbano II e nemico giurato per tre giorni (25-28 gennaio 1077). Matilde di dell’imperatore, ma le nozze non furono felici. Canossa, marchesa di Toscana (Bondeno 1046 Matilde, dopo aver sconfitto in battaglia Enrico Mantova 1115) era figlia di Beatrice di Lorena e IV, si liberò anche del secondo marito: a lui di Bonifacio III, marchese di Toscana, della come al primo non aveva mai permesso neppure casata tedesca degli Attonidi. Dopo la morte del di sfiorarla. Morì senza eredi nel 1115 a padre (1052) e dei fratelli (1055) ereditò Mantova. Per rievocare una personalità vastissimi domini familiari di Toscana, Emilia, 1 Lombardia con propaggini nell’Italia centrale e Goffredo, appartatosi per fare i suoi bisogni, fu ammazzato da uno sgherro che gli infilò una spada meridionale. Risposatasi la madre Beatrice di nell’ano (sic!). 47 Vita di Club n.1 femminile di tale levatura è stata allestita a Mantova la mostra “Matilde di Canossa. Papato e Impero”, che si sta svolgendo dal 31 agosto all’11 gennaio 2009. L’evento in sé è poca cosa se non segnaliamo accanto ai fatti storici le implicazioni politiche e la moltitudine di opere connesse con le donazioni di pievi e monasteri volute da una donna ricca di passioni e di ambizione. Il suo territorio è cosparso di donazioni, di opere religiose, costruzioni di chiese, conventi con ricchi altari, sculture, croci gemmate, coperture argentee di volumi, avori e gioielli, sigilli e arazzi; tutto ciò visibile nella mostra ricolma di oggetti provenienti da musei italiani ed europei. L’espressione del potere è in questi simboli, grazie a troni, scettri, corone, tessuti, gioiellerie, pergamene di trattati, codici liturgici e normativi. È praticamente innumerevole la quantità di codici miniati e di scritti liturgici che la contessa aveva seguito personalmente nelle lunghe giornate trascorse nello scriptorium del monastero di Polirone a San Benedetto Po, osservando gli amanuensi chini sui manoscritti da ricopiare. A tutto questo si aggiungono le mappe di archivio che illustrano il lavoro dei monaci per il controllo del Po e per il contenimento del fiume negli argini. Commovente rimane lo splendido mosaico pavimentale da lei scelto per il primo luogo di sepoltura nell’antica abbazia benedettina di Polirone, nel quale quattro figure di donna rappresentano le quattro virtù cardinali, riconosciute alla contessa dal suo biografo. La salma fu poi traslata nella basilica di San Pietro in Roma quasi a compenso del suo incondizionato appoggio al Papato e alla Chiesa. Enrico IV invoca l’abate di Cluny e Matilde perché intercedano per lui presso Gregorio VII a Canossa. Miniatura del Codice originale della “Vita Mathildis” di Donizone di Canossa (sec. XII), Biblioteca Apostolica Vaticana. Idem. Miniatura, Lucca, Biblioteca Governativa. Donizone offre il suo poema a Matilde in trono. Miniatura, Bibl. Apostolica Vaticana. L’Abbazia di Matilde a Polirone. Monogramma con firma di Matilde in un documento dell’Atto Capitolare di Reggio Emilia, Guastalla 1 maggio 1101. Ritratto di Matilde, tratto da “Vite e ritratti delle donne celebri”, Milano Ubicini 1838. 48 Vita di Club n.1 MEETING VALMARECCHIA MEETING FUORI PORTA di ANNA BIONDI D opo aver commemorato i soci defunti del Lions Club Rimini Malatesta con la Messa nella straordinaria Chiesa di S. Maria d’Antico (la Valmarecchia è uno scrigno di tesori), dove alla Madonna romanica che accoglie i fedeli sul portale si aggiunge nel presbiterio la dolcissima, tenera Madonna di Luca della Robbia (1484) che sembra estendere a tutti il delicato abbraccio con cui tiene Gesù, domenica 9 novembre saliamo a Talamello. Nella capitale del formaggio di fossa (cioè stagionato nelle fosse di arenaria riscoperte nelle case più antiche) il club si raduna dai tempi in cui erano presidenti Luigi Dell’Omo prima, Chicco Gori poi, il quale per questo paese alle propaggini del monte Pincio (da cui, tra castagni e pini, si può ammirare tutta la Valmarecchia) aveva una particolare affezione. Figuriamoci se nell’anno di presidenza di Paolo Giulio Gianessi, nativo di Talamello, come peraltro il suo cerimoniere Pietro Giovanni Biondi, non si riprendeva la bella tradizione. Eccoci dunque puntuali all’appuntamento che, dopo l’ottobrina fiera della castagna (il marrone del Montefeltro è una varietà pregiata), richiama riminesi e montefeltrani attirati dal profumo dell’Ambra, così battezzato da Tonino Guerra per gli odori e i sapori di cui è ricco. Inoltre l’Ambra è una “creatura” così generosa che ogni anno passa a nuove nozze: dal lardo di Colonnata alle lenticchie di Castelluccio di Norcia, dall’aceto balsamico di Modena alle olive ascolane, dalla mela rosa dei Sibillini all’olio extravergine di Colbordolo, dalla cipolla di Cannara alla moretta di Fano, dal radicchio rosso di Treviso al culatello di Carpegna, nel “piccolo talamo” dei Malatesti si celebrano gustosi matrimoni gastronomici che contribuiscono ad arricchire la cultura dei visitatori. Quest’anno l’Ambra di Talamello si unisce con due specialità calabresi: l’anona e il bergamotto. Come ci ha spiegato la socia peruviana Lilli Sherpa, la prima è un frutto tropicale diffuso nelle Americhe che si è perfettamente acclimatato in Calabria, matura proprio in questo periodo dell’anno, ha un sapore dolce e delicato che ricorda la banana, la fragola e l’ananas insieme; il secondo, più noto, è un agrume dal sapore amaro e dal profumo intenso che da noi si lascia coltivare solo nella solare Calabria e la cui essenza viene usata in profumeria e nella preparazione di liquori. 49 Vita di Club n.1 Ovviamente chi si stanca di girare tra le bancarelle può rifarsi lo spirito con i tesori artistici che Talamello racchiude: lo splendido Crocifisso del '300 attribuito a Giovanni da Rimini, la cella del Cimitero decorata con affreschi del 1437 di Antonio Alberti da Ferrara e il moderno Museo Gualtieri, che il pittore rende sempre più ricco con nuove opere e a cui i critici dispensano sempre maggiori lodi. Dopo aver ascoltato brandelli di conferenze importanti in corso nei siti ufficiali, ci ritroviamo a Casa Tomasetti per un’allegra conviviale che i volontari della Pro Loco rendono unica per la squisitezza della loro cucina. Infine coinvolge tutti, romagnoli, marchigiani e “marchignoli” (sono forse questi i danteschi “romagnoli tornati in bastardi”?) l’interessante relazione dell’avv. Lorenzo Valenti, presidente della Comunità Montana Alta Valmarecchia, terra per cultura e tradizioni ancora più romagnola della riviera ormai “internazionalizzatasi”, se consideriamo che fu territorio malatestiano per tanto tempo e che da duecento anni aspira a ritornare in Romagna, la “dolce terra latina” (If. XXVII) che anche il toscano Dante amava, nonostante l’avversione per le guerre che vi si combattevano a causa delle ambizioni di quei signori bastardi cui veramente egli si riferiva (Pg. XIV) e il cui epiteto abbiamo preso scherzosamente a prestito. 50 Vita di Club n.1 Fotografie di Mario Alvisi L’ANELITO VERSO LA ROMAGNA A Rimini nel Palazzo del Podestà dal 18 al 26 ottobre si è svolta la Mostra dal titolo "Alta scorre la valle che nel mare si specchia", «dedicata ai sette Comuni dell' Alta Valmarecchia, le cui popolazioni hanno espresso, a stragrande maggioranza, il desiderio di "ritornare a casa" cioè ricongiungersi con Rimini, intende provocare […] un'ampia quanto articolata e profonda riflessione proprio sulle radici della civiltà e l'identità di un territorio, come quello riminese, che si caratterizza per essere sempre stato, ancor prima dei romani ed anche in seguito, zona di frontiera, avamposto, ma anche snodo, crocevia ed approdo naturale di genti diverse che nei secoli, attraversando le dorsali o risalendo la costa o scendendo dalla valle del piccolo mare, detta anche "la marecchia", vi si insediano con uno sguardo rivolto all' Adriatico e l'altro alle grandi pianure del Nord». Lions Mauro Gardenghi Segretario Provinciale della Confartigianato di Rimini Intervento di LORENZO VALENTI al meeting del 9 novembre a Talamello L ’appartenenza dell’Alta Valmarecchia alla Romagna è per noi valligiani un fatto del tutto scontato. Ma per chi affronta per la prima volta il tema attuale della aggregazione dei nostri comuni alla Provincia di Rimini non guasta un breve ragguaglio storico. Il Montefeltro storico è sempre appartenuto alla Romagna dai tempi che furono. La Diocesi di Montefeltro apparteneva all’Arcidiocesi di Ravenna dalla quale dipendeva tutto l’ambito della Romagna. Senza scomodare Dante, per il quale i nostri conterranei incontrati nell’al di là sono indubitabilmente romagnoli, prima dell’avvento della famiglia dei Montefeltro avvenuta nella metà del Quattrocento, tutta l’area della Valmarecchia è sempre stata sotto l’influenza del riminese e dei Malatesta. Nel confronto tra Sigismondo Malatesta e Federico da Montefeltro, quest’ultimo, com’è noto, vince la famosa battaglia del Cesano e tutto il nostro territorio cade sotto il dominio dei Montefeltro, già signori d’ Urbino. Da allora esso è stato sotto la giurisdizione del Ducato prima e della Legazione di Urbino poi. È vero che da quando il Ducato si devolve al Papato nel 1630, fino al 1860 i nostri abitati sono stati formalmente sotto la Legazione di Urbino. Ma il territorio faceva sempre capo alla Romagna e si sentiva romagnolo. La provincia feretrana, che si riuniva a S. Leo dove c’era un piccolo parlamento, sapeva di essere sempre e comunque Romagna, anche se soggetta a Urbino! Con la dominazione francese (1797) dopo la rivoluzione, i francesi organizzano in maniera “illuminista” il territorio e tutte le distanze vengono ridotte. Il nostro territorio viene aggregato all’allora Dipartimento del Rubicone. Quindi la nostra vallata faceva capo a Rimini e la vallata del Savio faceva capo a Cesena, ecc.; in quel frangente si rompe per la prima volta il legame con Urbino creato dalla famiglia dei Montefeltro e si realizza la prima aggregazione alla Romagna. Il ritorno del Papato, dopo l’ondata rivoluzionaria ed il periodo napoleonico, ripristina tutto come prima. Solo con l’Unità d’Italia le popolazioni potranno esprimere la loro volontà di tornare sotto la Romagna. I primi consigli comunali di Pennabilli e di Sant’Agata Feltria del 1861, votano delibere per essere aggregati all’allora provincia forlivese. In un documento del comune di Pennabilli si legge: «per tale osservazione l’intero Consiglio si è pronunciato favorevolissimo per la prospettata annessione 51 Vita di Club n.1 del Montefeltro alla provincia forlivese». I santagatesi in una memoria diretta al Ministro Farini che allora stava decidendo la conformazione delle regioni d’Italia, scrivono: «è per questo Eccellenza, che noi qui sotto segnati per l’affetto che portate al nazionale riscatto, vi preghiamo di essere ascoltati e dalla vostra giustizia altamente reclamiamo la naturale nostra riunione alla provincia di Forlì». Istanze non accolte, forse perché la Romagna di allora era troppo repubblicana per farne una regione. E infatti fu unita alla più quieta Emilia. Nel 1922-23, approfittando di un’altra svolta storica come l’avvento del fascismo, si fanno nuove richieste pensando che il nuovo governo possa intervenire ancora sulle confinazioni. Il consiglio comunale di Pennabilli delibera nel 1924: «considerato come l’amministrazione provinciale di Pesaro-Urbino mai abbia effettivamente preso a cuore il benessere dei comuni dell’Alto Montefeltro, specialmente di questa città, promuovendone e migliorandone, sia pure con il concorso dei Municipi, la viabilità da e per i capoluoghi di provincia del circondario quali Rimini, Pennabilli, Sant’Agata, Scavolino, Casteldelci che sono pressoché isolati. Constatato che le esigenze del traffico del moderno vivere civile richiamino tutte le forme di attività e di vita di questa zona verso la vicina Rimini, che per la sua felice ubicazione può attrarre le attività e i nostri prodotti, ritenuto solo che dall’unione alla Romagna questa popolazione, avente parlate ed usi romagnoli, possa attendersi una più usata comprensione ai propri bisogni e un migliore avvenire, delibera di farsi promotore delle iniziative per il passaggio alla provincia di Forlì». Proprio in quel tempo gli studiosi cominciano ad interessarsi del problema; il titolo di un libro di Franciosi del 1923 presenta un dubbioso punto interrogativo “Il Montefeltro è in Romagna?”. Qualche anno dopo, approfonditi gli studi, l’autore corregge il tiro e afferma categorico in un titolo di un altro volume: “Il Montefeltro deve considerarsi Romagna”. Il problema sotto il fascismo rimaneva però legato alla mancata istituzione della provincia di Rimini. Non si poteva infatti allora istituire la nuova provincia di Rimini poiché sotto Forlì e ”la provincia del Duce non si tocca!”. Subito dopo la guerra nel 1946 in un convegno a S. Agata Feltria, si richiede l’aggregazione alla Romagna e negli anni seguenti si crea un comitato promotore per la provincia di Rimini con una sezione intercomunale di Novafeltria (1956). Con l’aumento dei trasporti e dei rapporti fra l’alta montagna e la costa e con l’intensa emigrazione dalla Valmarecchia (la popolazione che contava circa 30.000 abitanti nel 1951, si riduce a circa 15.000 nel 1971), i montanari scendono a valle (con la fiumana, si suol dire scherzosamente). Contribuisce ad intensificare il fenomeno la chiusura della miniera di Perticara nel 1964 e i 2.500 occupati o raggiungono le altre sedi della Montecatini o si riversano sulla riviera in cerca di lavoro. Si aumentano così ulteriormente i rapporti tra la montagna e la costa riminese. Peraltro con l’avvento dell’industrializzazione, i distretti produttivi si costruiscono lungo le vallate, le quali identificano lo sviluppo più che i monti. Com’è noto tutti i distretti industriali delle Marche sono stati costruiti lungo i fiumi perché si metteva insieme la costa, la montagna e i facili percorsi del fondovalle. Così da noi non è stato, tanto che lo studioso Lucio Gabbi, storico e geografo, esperto della nostra zona, commenta: «Conservarlo inalterato ( il confine a metà della valle, così com’è attualmente al Torello) per gli anni venturi equivarrebbe da parte dei governi e dei parlamenti che verranno ad un atto di deliberata insipienza e di criminalità politica, di crimen nel senso originale come delitto pubblico 52 Vita di Club n.1 che colpisce una organizzazione della società ritenuta razionale». Parole sante!. Con la costituzione della Provincia di Rimini nel 1992, le speranze aumentano, si susseguono i convegni e il movimento si organizza. Mancava però la norma giusta, finché con la modifica del titolo V della Costituzione nei primi anni 2000, viene modificato l’articolo 132 della Costituzione che impediva fino allora in pratica di fare il referendum in quanto imponeva che fossero sentite tutte le popolazioni coinvolte, cioè sia quelle della regione Marche che dell’intera Emilia-Romagna. Da allora invece il referendum riguarda solo le popolazioni interessate al cambio di regione. Si costituisce quindi il Comitato per il sì che raccoglie le adesioni dei sindaci della valle che indicono il referendum. Si tratta di un referendum comunque difficile perché per essere valido deve avere un quorum pari alla metà più uno degli iscritti al voto. Peraltro il referendum è solo una tappa dell’iter, perché la legge ne prevede tre: il referendum, i pareri delle assemblee delle regioni interessate e una legge dello Stato che approvi tutto l’iter. Com’è noto per ora solo le prime due tappe sono state svolte: il referendum è stato vinto dal sì, con risultato eclatante, l’84% delle persone che hanno votato si sono espresse favorevolmente, cioè il 56% degli aventi diritto al voto su tutti comuni della valle. La seconda fase riguarda i pareri delle regioni: il parere della Regione Marche è stato negativo, come ci si aspettava, ma non è un parere chiuso in quanto nelle motivazioni si giustifica in qualche modo la richiesta dei nostri monti di passare con l’EmiliaRomagna, contenendo motivazioni che assomigliano a quelle del parere positivo della Regione Emilia-Romagna. Questo è molto importante perché il nostro è l’unico referendum che ha il parere favorevole della Regione accettante, mentre i referendum dei comuni che dal Veneto vogliono passare al Trentino hanno avuto parere negativo non solo dalla Regione Veneto, ma anche dalla Regione Trentino. L’ultimo passaggio è il Parlamento; la strada maestra prevede che la legge venga presentata dal Governo, cioè che sia il Ministro dell’Interno, oggi Maroni, a presentare il disegno di legge per discuterlo in parlamento e farlo approvare. Ci aspettavamo che fosse presentato subito dopo le recenti elezioni, viste le promesse in campagna elettorale: sono passati invece cinque mesi. I problemi sono costituiti dalle richieste dei comuni veneti, come Cortina d’Ampezzo che indubbiamente ha un peso superiore a noi sia come territorio che come abitanti residenti. Né il Veneto e neppure il Trentino vogliono il passaggio di Cortina. E questo mette in difficoltà anche il nostro passaggio. Si pensa forse che possa esserci un effetto “vaso di Pandora”, se a noi viene dato il consenso. Invece noi siamo in una posizione diversa, avendo il parere favorevole della Regione Emilia-Romagna che si è comportata in maniera egregia (non finiremo mai di ringraziare). Anche la Provincia di Rimini si è comportata molto bene con noi perché, sollecitata dalla Provincia di Pesaro ad accordi (ad esempio sulla viabilità) per evitare il referendum, ha rifiutato, agevolando il percorso del referendum. Se non sarà depositata la legge entro la fine dell’anno, il Comitato prenderà decisioni eclatanti, perché non si possono conculcare i diritti democratici di popolazioni che si sono espresse all’interno di una normativa che lo prevedeva. Devo aggiungere che anche i Comuni di Sassofeltrio e di Montecopiolo hanno fatto a loro volta un referendum che non ha niente a che fare con i nostri sette, avendo ciascuno un iter legislativo diverso; e anche i comuni di Montegrimano e di Mercatino Conca hanno fatto un referendum, ma non ha vinto il si. I confini cosi sono stati già ben definiti dai referendum e 53 Vita di Club n.1 non si verifica nessun paventato smottamento dei comuni pesaresi verso la Romagna. L’aggregazione dei nostri sette comuni alla Romagna produrrebbe solo reciproci vantaggi nelle economie della montagna come della costa. Ora siamo in un momento di stallo amministrativo in cui non si possono fare programmazioni. Ringraziamo Rimini per la divulgazione del nostro problema di fronte all’opinione pubblica, ad esempio le conferenze organizzate dalla Confartigianato dal 18 al 26 ottobre sul tema “Alta scorre la Valle che nel Mare si Specchia” hanno avuto largo seguito e ci hanno dato visibilità. Speriamo che i parlamentari di tutti i partiti (il Comitato è trasversale) votino a favore della nostra aggregazione, poiché la nostra situazione è assolutamente originale in Italia. Dopo un’attesa di duecento anni speriamo in un celere lieto fine. Fotografie di Mario Alvisi RIMINI IN MOSTRA UN MONDO DI FILO TRINE, MERLETTI, RICAMI Rimini, Palazzo del Podestà, 4 – 14 0ttobre 2008. Con un magico filo, un ago o un uncinetto mani laboriose creano splendidi capolavori mantenendo in vita una tradizione ricca di fascino: un’antica arte che impreziosisce la modernità. di SANDRO PISCAGLIA S ono andato a vedere la mostra delle scuole di ricamo della Provincia di Rimini. È una bella mostra ed è una emozione intensa. È una vera avventura in cui si entra senza accorgersene e si procede sommessi, silenti, solo qualche gridolino di ammirata sorpresa per le preziosità più affascinanti e si procede alla... scoperta dell’antico. Antichi modi, antiche forme, antichi, delicati, sobri colori, antichissimi gesti legati ad uno strumento semplicissimo usato con modi di fata, da mani di maga con sentimento innocente. C’è bel garbo, grazia nelle forme che hanno moltissime simmetrie e nessuna geometria, se per geometria s’intende il razionale, lo spigoloso, l’aspetto definito da rette o da curve tirate col compasso. Ti può parere una miniatura di una architettura grandiosa di Gaudì od il seme di quella. Tutto è delicato ed ogni opera devi guardarla con gli occhi di un innocente o di un semplice. La gente colta, che ha tanti libri nella testa, si trova un po’ a disagio. Ci si trova bene se, senza voler vedere tutto, ci si incanta su un centrino di filet (o macramè o punto ombra o chiacchierino) e si guarda a lungo. Non ci si stanca mai, come quando si guarda la fiamma nel camino od il mare che s’infrange su uno scoglio. Ci si trova bene se nel centrino si riesce a vedere tutti i sospirosi sogni che faceva la delicata creatura che li realizzava, se si ode tutta la rievocazione di tante vite se a costruire il centrino fosse una nonna che lavorava con le stanghette sottili degli occhiali poggiate su diafani padiglioni dell'orecchio e le lenti sulla punta del naso con l’arguzia di un conciabrocche. Se dal centrino ti vengono racconti, essi richiamano per l’ampiezza quelli che fa il mare quando s’adagia ritmicamente sulla spiaggia, e per la tenerezza e per la grazia le forme della schiuma e ti sembrerà di entrare in un mondo che è già stato vissuto. Conosco alcune delle autrici di quei piccoli capolavori. Una ha la casa in via del Mangano, altre abitano nella contrada dei Marangoni. Sono nomi d’altri tempi, di una Rimini che molti credono non esista più. Vegeta stentatamente, fiorisce raramente e si sente che è mancato molto sole. Piegano un poco il capo, ai complimenti, le autrici timide e modeste. I loro centrini, i loro merletti, ogni trina è il loro fiore. Ai visitatori non resta che ammirare e gioire. 54 Vita di Club n.1 MEDICINA L’IPPOTERAPIA L’IMPIEGO DEL CAVALLO PER RIEDUCARE È una tecnica molto antica: i medici greci la usavano per il recupero funzionale dei soldati mutilati e Ippocrate fu il primo a descrivere il "salutare ritmo del cavallo". Merkurialis, nel 1569, nella sua opera "De arte gymnastica" sottolineava l'importanza dell'effetto del cavallo sui sensi e sul corpo. A livello medico dobbiamo attendere il 1700, quando venne consigliata da medici tedeschi per curare l'isteria, perché, secondo loro, il cavallo rendeva le fibre meno eccitabili. La prima pubblicazione sulla Riabilitazione equestre avvenne in Germania nel 1961; in Francia, con Lallery, nel 1967 e in Italia la TMC prese vita nel 1975 con la fondazione dell'ANIRE, riconosciuta giuridicamente dal Presidente della Repubblica, nel 1986 (decreto 610). di ORIETTA SORIANI (Tecnico della Rieducazione Equestre presso Associazione Tana Libera Tutti) L a TMC è un metodo, una tecnica che cerca di ridurre determinati deficit e potenziare le possibilità del soggetto disabile, utilizzando appunto il cavallo, prevedendo la messa in sella. È un metodo globale analitico: globale perché sollecita la partecipazione di tutto 1'individuo, sia nella sua componente psichica che fisica, ed è allo stesso tempo, un metodo analitico perché permette di realizzare movimenti gestuali molto precisi. C'è un soggetto con difficoltà, un terapista o educatore ma, rispetto ad altri metodi già esistenti, ha in sé una novità: il cavallo e l'ambiente all'aria aperta e, fattore importante, il soggetto è posto in una situazione continuamente attiva e stimolante. È posto in relazione con un altro essere vivente, con cui instaura inevitabilmente un dialogo tonico (corpo a corpo) e una relazione affettiva. L'impatto con il cavallo è fortemente coinvolgente, una volta che la persona è messa a cavallo è immersa in un bagno di sensazioni che provengono dal cavallo, dal suo movimento, ma anche dall'ambiente circostante; bagno di sensazioni che, lentamente, vengono percepite dal soggetto, elaborate ed interpretate. Questa tecnica è fonte di numerose stimolazioni: tattili: provocate dal contatto diretto del soggetto con il cavallo, sia a terra che sopra; visive: dovute all'ambiente e al movimento dell' animale; acustiche ed olfattive: legate alle caratteristiche del maneggio e del cavallo; neuromuscolari: legate al movimento tridimensionale del cavallo, alla sua andatura con le sue accelerazioni e decelerazioni; il dorso del cavallo è paragonabile ad un piano oscillante, mobile che sollecita nel cavaliere reazioni di equilibrio, di raddrizzamento e risposte muscolari. A cavallo l'individuo è coinvolto dal punto di vista fisico, nelle sue strutture articolari e nel suo sistema neuromuscolare, e dal punto di vista psichico perché è posto in una situazione attiva e da protagonista. Il corpo del cavallo si pone come strumento in un dialogo tonico con il soggetto, dove ogni movimento dell’uno è in funzione di quello dell’altro. Il soggetto ha la possibilità d verificare che ogni suo gesto suscita una risposta immediata nell'animale, anzi, questa risposta è in sintonia con la sua volontà; egli percepisce la possibilità che, lentamente e poi sempre più consapevolmente, il suo corpo può agire; scopre un IO che agisce e che è capace di superare paure ed insicurezze. È necessario che il soggetto sia aiutato a disporre di un'immagine del proprio corpo operativa, a partire dalla quale potrà "esercitare la sua disponibilità verso l'altro" (Le Boulch). Dominare il proprio cavallo significa dominare la propria apprensione, le proprie paure, scoprendosi soggetto con capacità nuove che pensava di non possedere. Si assiste lentamente ad uno sblocco delle emozioni, si assiste alla nascita di uno sguardo trionfante e gioioso, perché in quel momento si sente capace ed il suo deficit non gli impedisce di vivere sensazioni piacevoli ed emozioni positive. Ciò significa valorizzare il corpo e il proprio IO. Il terapista ha un ruolo di mediazione e, come una buona madre lascia la mano del bambino per 55 Vita di Club n.1 fargli prendere fiducia, così lui o lei lentamente si distacca dal soggetto. È una relazione d'aiuto e di fiducia. Il fine ultimo che l'educatore si prefigge è il raggiungimento di una massima autonomia fisica, intellettiva ed affettiva e la si può raggiungere solo strutturando nel soggetto una buona immagine del corpo in termini di conoscenza delle parti del corpo e dei confini e in termini di coscienza delle proprie capacità. Il TMC è consigliabile sia a soggetti con lesioni sul piano motorio e neuromotorio (sindromi, pci ecc), sia a soggetti con disturbi nella sfera psichica (dalle psicosi ai disturbi relazionali). Esistono delle controindicazioni in alcuni casi, ecco perché è necessaria la presenza di un medico specializzato in TMC nell'equipe di lavoro di un centro. Ho già accennato all'unità psico-fisica del soggetto e che è impossibile agire separatamente; tuttavia, per comodità espositiva, suddivido gli obiettivi dal punto di vista neuromotorio e dal punto di vista psicologico e relazionale. Sul piano neuromotorio: regolazione del tono muscolare (rilassamento in situazione di ipertonia e rinforzo del tono in situazione di ipotonia); raddrizzamento dell'asse capo-tronco (raggiungimento di una postura corretta); miglioramento della mobilità articolare; miglioramento della coordinazione generale del movimento; potenziamento muscolare; affinamento della propriocettività (senso di posizione delle parti del corpo). Sul piano psicomotorio e psicologico: miglioramento delle facoltà psicomotorie (ritmo, equilibrio, coordinazione, organizzazione spaziotemporale, ecc.); aumento dei tempi di attenzione; incremento dei tempi di resistenza al lavoro; miglioramento dell'immagine del corpo; aumento della consapevolezza di sé; incremento dell'autostima; conoscenza di regole comportamentali; rottura dell'isolamento, nel quale spesso i soggetti disabili e la loro famiglia vivono, attraverso 1'inserimento sportivo e sociale. La TMC si divide in quattro fasi e ciascun soggetto è inserito in una di esse secondo il tipo di deficit che presenta e secondo le sue capacità: Ippoterapia, Rieducazione Equestre, Pre-sport, Sport. Sono fasi di difficoltà crescente, da un punto di vista di destrezza sportiva. Nelle ultime due fasi rientrano soggetti che hanno superato le prime due fasi o coloro, i quali, pur accostandosi al cavallo per la prima volta, dispongono di una buona coordinazione e di una strutturazione spazio-temporale già integrata. Nella fase pre-sport viene insegnata l'equitazione nelle sue evoluzioni (passo, trotto, galoppo) e tale fase prevede due momenti: il lavoro individuale per apprendere le andature del cavallo e per eseguire le figure da maneggio; un lavoro in sezione, di gruppo, dove il soggetto è inserito in un gruppo di coetanei o cavalieri che frequentano il centro. Qui spesso il terapista della R.E. lascia il posto all'istruttore di equitazione che può inserire il soggetto in un gruppo dei suoi allievi, favorendo così una reale integrazione. Inoltre, nel gruppo, il soggetto è obbligato a tenere conto dell'altro e il gruppo rompe il rapporto a due, che caratterizza le prime due fasi e spinge il soggetto in una realtà più complessa. CONI e FISD (Federazione Italiana Sport Disabili) organizzano gare, campionati, olimpiadi, dove questi atleti possono concorrere, gareggiare e vivere momenti di autonomia, lontano da casa. In genere una seduta di TMC dura dai 20 ai 30 minuti, ma, dove è possibile, si può inserire una fase di lavoro a terra. È importante prendersi cura dell'animale da terra, sia prima della messa in sella che dopo; il cavallo deve essere lavato, spazzolato, vestito, svestito. I finimenti devono essere ingrassati, il box pulito e il cavallo alimentato. Questa fase è importante dal punto di vista affettivo perché il soggetto si prende cura di un altro essere vivente, sia dal punto di vista cognitivo perché deve conoscere l'attrezzatura e le regole per usarla correttamente, sia dal punto di vista relazionale perché i soggetti più esperti potrebbero diventare degli "insegnanti" per i nuovi arrivati, aiutando l'educatore nel lavoro a terra o nel tenere la lunghina durante le sedute. Nella mia esperienza ho potuto constatare che questa fase è significativa sotto tanti aspetti ed è successo che siamo riusciti ad inserire a lavorare, all'interno del centro, due ragazzi disabili con la mansione di aiuto scuderia. Parlo di inserimento lavorativo vero. Concludo, dicendo che questo metodo non lo si può improvvisare o inventare, ma è necessaria la presenza di personale specializzato, formato, proprio perché ogni soggetto possa ricevere un intervento individualizzato secondo le sue reali capacità e secondo le sue esigenze. Come disse il neurologo Oliver Sacks: "Non avremmo idea di tutte le risorse che esistono in potenza se non le vedessimo evocate quando servono". Sta a noi aiutare i soggetti in difficoltà ad evocarle. 56 Vita di Club n.1 ARTISTE RIMINESI FERNANDA TANTALO NATURA, DONNA E MISTERO Una pittrice da ricordare per l’intensità febbrile delle sue ricerche tematiche e tecniche. di ANNA GRAZIOSI RIPA U na piccola mostra delle opere di Fernanda Tantalo aperta per breve tempo in uno spazio espositivo di viale Vespucci (1 - 15 giugno 2008) ha voluto ricordare la pittrice nel secondo anno dalla sua morte; è la quarta esposizione da allora. Mantovana di origine l'artista giunge a Rimini bambina, vi compie gli studi e vi rimane tutta la vita. Coltissima, è stata prima insegnante di discipline umanistiche, poi preside di scuola media e, dai primi anni ‘60, pittrice originalissima. Dalla "scoperta" della pittura, che ha avuto su di lei l'effetto di un totale cambiamento di vita, Fernanda non ha mai smesso di dipingere e si è dedicata a questa arte quasi con accanimento, in una ricerca inesausta di nuove forme espressive per realizzare temi in realtà non proprio nuovi ma che lei percepiva come tali. In sostanza i temi trattati: la natura, la figura umana - quasi esclusivamente femminile e infantile ma anche figure fantastiche, magiche, oniriche mostri, draghi, maghe - non sono nuovi nella pittura tradizionale ma in lei sono del tutto inedite perché realizzate con tecniche non nuove neppure queste, ma rinnovate: come l'olio leggerissimo trasformato in velature di luce e i pastelli densi e profondi sottolineati ed esaltati dal carboncino. L'originalità del linguaggio e l'intensità dei temi trattati la rendono diversa ed isolata nel panorama della pittura riminese e la legano, invece, alla rivoluzione artistica del ‘900 che lei, chiusa nel piccolo mondo della città e della famiglia, scopre tardi attraverso libri e mostre. La sua profonda sensibilità e la sua vasta cultura le permettono di percepire, prima di altri, problematiche attuali quali l'ecologia e la violenza sulle donne e sui bambini che, per lungo tempo, ha rappresentato con tecniche attualissime, assemblaggi di cartoni, plastiche, metalli, tessuti, carte argentate ed ogni sorta di oggetti. 57 Vita di Club n.1 CURIOSITÀ MATEMATICHE MATEMATICA, CHE PASSIONE! ANCHE LA MATEMATICA HA UN CUORE Matematica: elementare, pura, applicata, applicabile, attuariale, discreta…c’è da perdersi! di MARIO ALVISI I miei anni scolastici, quelli dei miei figli e, ora, quelli dei miei nipoti sono stati e sono contraddistinti dall’antipatia verso la matematica, la materia di studio più ostica e, senza offesa, con gli insegnanti più antipatici. E non ditemi che non è così! Qui apro una parentesi personale. Nonostante ciò, io sono stato fortunato avendo superato indenne gli ostacoli scolastici annuali, premiato da una favorevole coincidenza: avevo un professore che durante i compiti in classe dava l’opportunità di copiare perché, come diceva, la matematica o la si capisce oppure non si va da nessuna parte. Pur di andare da qualche parte… io copiavo dagli appunti che riuscivo a carpire mentre egli spiegava, scrivendo alla lavagna con la sinistra e cancellando con la destra, cosa difficilissima che gli altri studenti non riuscivano a fare. La conclusione era che io riuscivo a fare il compito in classe prendendo un ottimo voto, mentre gli altri si prendevano un’insufficienza; oggi però loro sapranno la matematica, mentre io ne so ben poca. Chiusa la parentesi. Che la matematica sia un problema in tutti i sensi è rafforzato dalle statistiche che ci pongono sempre agli ultimi posti nei corsi scientifici mondiali. Ho letto un annuncio che invitava ad assumere extracomunitari purché ingegneri, meglio se matematici, perché costano quanto gli operai comuni, ma hanno un rendimento in qualità nettamente superiore. Ultimamente le notizie che ci giungono dall’India, dalla Cina e da tutto l’Oriente sulla loro preparazione scientifica hanno risvegliato in noi la ricerca dei motivi che causano la modesta conoscenza matematica degli studenti italiani ed abbiamo iniziato un percorso di recupero. Come mai questa stortura di carattere nazionale quando, contrariamente ad altre popolazioni, siamo gente di cultura e, di conseguenza, dovremmo amare anche la matematica? In fondo la matematica afferma uno dei maggiori matematici viventi, Michael Atiyah - stranamente “ha un cuore” perché “persegue la propria indagine per ragioni non troppo diverse da quelle per cui il pittore dipinge o il musicista compone. Ragioni che grandi pensatori hanno definito la gloria dello spirito umano”. Non solo. Egli paragona la condizione ottimale dei matematici a quella degli artisti che si formavano nelle grandi botteghe rinascimentali. Allora chi meglio di noi italiani potrebbe percepirne la grandezza intellettuale? Addirittura Atiyah si spinge oltre dicendo che “anche in matematica la bellezza è una guida importante per raggiungere la verità”. E ancora: “la matematica è il collante che tiene unità l’umanità”. A me sembra incredibile che l’esempio dei tanti grandi matematici italiani nella storia non sia riuscito a far coltivare e amare la matematica come è successo con la pittura e la musica che ci hanno proiettati nella cultura mondiale. Insomma non ci spieghiamo perché la matematica debba sollevare difficoltà non indifferenti per il nostro cervello. Forse le cose oggi stanno cambiando per merito, a mio avviso, di un nuovo concetto di matematica. Infatti, oltre ad avere scoperto il “cuore” della matematica, credo che si stia verificando un mutamento epocale: nella cultura moderna sta scomparendo il famoso detto “la matematica non è una opinione”, assioma non più sostenibile; quindi le nuove generazioni 58 Vita di Club n.1 dovrebbero superare l’ostacolo. Pensate all’uso del telefonino i cui sms (cioè la moderna scrittura per comunicare) non sono altro che insiemi di numeri. Ci sono opuscoli, se non vocabolari, per scrivere in modo numerico quanto vogliamo esprimere a chicchessia. Pensate alla rivoluzione di internet che ci consente di approcciarci ad una matematica esposta con un linguaggio non più professorale, ma semplificato per adattarlo a tutti gli internauti. Ormai tutte le scuole e le università hanno corsi on line adatti a tutte le capacità di apprendimento. Pensate all’informatica che è una fonte notevole di problemi difficili da risolvere attraverso la matematica. Ad esempio, riferendomi al tema “orecchio bionico” trattato recentemente in un nostro meeting, si sta risolvendo il problema della sordità con un programma informatico, un gran numero di informazioni numeriche ridotte in piccolissimo spazio. In Canada si sta studiando un “orecchio di silicio”, un orecchio elettronico che consente di vagliare milioni di tracce musicali secondo i gusti, cosa fino ad oggi impossibile perché ogni secondo di musica registrata contiene circa 90 mila numeri. Che i numeri siano opinioni lo dimostra la matematica finanziaria con il grande crack monetario che stiamo vivendo sulla nostra pelle. Doveva mettere fine al rischio, invece, l’ha moltiplicato a causa di un uso “furbesco” di studi prestigiosi di grandi economisti ora caduti dalle stelle alle stalle. Un mondo tutto giovanile legato alla matematica è la musica. Questi gli ultimi titoli che mi sono annotato: “Algoritmo del jazz il suono della matematica” dove un software è talmente creativo che può sostituire il musicista; uno studio sui cervelli di sei pianisti con l’ausilio della risonanza magnetica fa luce sui meccanismi neuronali dell’improvvisazione; e questo attraverso lo studio di un musicista che intona una successione di note con frequenze distanti fra loro come frazioni di numeri interi o come un’armonia di distanze matematiche; un algoritmo genetico che funziona con un sistema di intelligenza artificiale grazie al quale, a forza di consigli e suggerimenti, consente al jazzista di imparare e improvvisare meglio! “La matematica delle ottave” perché una star della musica diceva che quando ascoltiamo funzioni matematiche con le nostre orecchie, le chiamiamo suoni, e quando la matematica assume forme particolarmente eleganti ed ordinate, la chiamiamo musica. Dove le note, le seminote e le ottave formano scale logaritmiche che rendono una melodia gradevole alle nostre orecchie. “Ritmo ancestrale, la musica è il linguaggio originario del genere umano”, cioè in principio non fu la parola, ma la musica. Un insieme di note, quelle note che oggi tanto ci appassionano e, come visto, sono pura matematica. Qui l’antropologo sostiene che dall’espressione musicale discende la conoscenza dei numeri e dell’aritmetica. Pensate alla numerosa pubblicistica oggi esistente sulla teoria dei numeri primi. Recentemente è stata divulgata la notizia che ricercatori matematici canadesi hanno scoperto un numero primo lungo quaranta cifre, guadagnando così la bella cifra di un milione di dollari messo in palio da un istituto internazionale di matematica. Una enormità di numeri e dollari frutto di mesi e mesi di lavoro al computer, a testimonianza che la matematica è una opinione. Infatti, una citazione tratta dal libro “L’enigma dei numeri primi”, poi parafrasato con “la musica dei numeri primi”, dice che “i numeri primi, a dispetto della loro apparente semplicità e nonostante più di duemila anni di sforzi, sembrano vanificare ogni tentativo di inserirli in uno schema regolare”, e ancora: “uno schema in cui ogni numero prima lancia un ritmo, un suono determinato e determinabile da cui poi scaturisce il successivo suono”, ma che poi bisogna adeguatamente se non opinatamene incasellare (ancora traspare il concetto matematica/musica). Sui numeri primi un piccolo aneddoto storico. Nella Cina antica i generali erano soliti allineare le proprie truppe in file di tre, cinque, sette, undici (che sono i primi quattro numeri della scala dei numeri primi) per contarne più rapidamente la consistenza secondo una regola ancora oggi conosciuta: il teorema cinese del resto. Ma c’è anche la matematica trasformata in arte, vere formule di bellezza. C’è un artista inglese che incornicia formule come 59 Vita di Club n.1 fossero quadri e ce le fa percepire come solitamente si fruiscono le “vere” opere d’arte. Uno dei quadri in questione ferma, con perentoria efficacia fotografica, la formula di Eulero (eiπ+1=0) per la nostra incondizionata e imperitura ammirazione. Segnalo che per questa formula i buoni insegnanti non mancano di far notare ai ragazzi le numerose e scoppiettanti, incredibili ramificazioni di quella formula. Lo stesso artista poi afferma che “l’espressione massima che se ne ricava è che la verità della matematica si fa bella” e che se “la si guarda nel modo giusto possiede, non solo verità ma anche suprema bellezza”, “una bellezza fredda e austera come quella di una scultura”! Prima di concludere vorrei ricordare che anche la letteratura ci ha proposto tanta matematica. Prima ho ricordato “L’enigma dei numeri primi” di Marcus. Ma più attuale è il libro di Paolo Giordano “La solitudine dei numeri primi”, che ancora sta scalando le classifiche dei libri più venduti perché racconta la storia dolorosa e commovente di due primi gemelli. Cioè dalla fredda matematica alla piena tenerezza e alla tenace speranza. Tante opinioni che scombinano e ricombinano la matematica nei modi più variegati e quindi più facili da apprendere in via diretta, attraverso lo studio e l’insegnamento scolastico, ma, anche, con qualsiasi altro mezzo che oggi la tecnologia ci mette a disposizione rendendocela appetibile e addomesticabile. Alla fine mi domando, e mi domanderete, perché hai voluto scrivere un articolo proprio sulla matematica? Sinceramente la risposta è insita nel mio desiderio di conoscenza. In passato ho fatto cinema, pittura, fotografia e scrittura. Ma evidentemente queste passioni via via tralasciate non potevano che sfociare nella matematica da cui tutte sono intaccate. E con la matematica ho voluto forse iniziare a scalare l’immortalità! Sì perché, come ha fatto recentemente notare un matematico britannico, “Archimede vivrà anche quando Eschilo sarà dimenticato e anche se l’immortalità è forse una parola insensata, sono forse solo i matematici che possono ambire a raggiungerla”. Non vorrei essere preso sul serio, ma, nel dubbio, provateci anche voi. SERVICE LA CITTÀ È LA TUA CASA, RISPETTALA! Il Lions Club Rimini Malatesta ha prodotto un breve spot avente ad oggetto il tema della "città pulita". Lo spot contiene immagini di ambienti cittadini mal tenuti, pochi fotogrammi, con un taglio ad effetto, richiamano tutti noi al rispetto della città recitando lo slogan: "LA CITTÀ È LA TUA CASA, RISPETTALA", e chiudendo poi con un'immagine rassicurante ed il logo Lions. Lo spot è riconducibile al concetto di "Pubblicità Progresso" della durata di circa 15 secondi e le immagini movimentate sono accompagnate da un sottofondo musicale incalzante. Riteniamo sia un ottimo strumento per sensibilizzare e far riflettere i cittadini, grandi e piccoli, ad un atteggiamento più civile verso la città e l' ambiente in generale. Lo spot è disponibile in diversi formati: - PREVIEW FILMATO OTTIMIZZATO PER SITO WEB; - FORMATO TV -DV-PAL 720x576; - FORMATO CINEMA HIGH DEFINITION 1920xl080; ed è possibile scaricarlo gratuitamente dal sito http: //www.cubosensations.it/lions Confidiamo nella collaborazione della stampa a sostenere l'iniziativa pubblicando quanto espresso, oltre a contribuire ad informare e sensibilizzare operatori ed istituzioni per diffondere il messaggio attraverso TV locali, sale cinematografiche, società pubbliche di servizi, Comuni, Istituti Scolastici od altro. Cogliamo l'occasione per ringraziare il Past President Massimo Mancini promotore dell’'iniziativa e il Governatore Achille Ginnetti che ha esteso l’informazione a tutti i Distretti Lions italiani. Lions Roberto Morbidi 60 Vita di Club n.1 RELIGIONE UN PRESEPE DIVERSO PER CELEBRARE LA FESTA DELLE FESTE …uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno, secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s'accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. di GIAMBATTISTA MONTORSI (Rettore del Santuario di S. Maria delle Grazie di Rimini) U n pensiero che preoccupa tante persone nell’imminenza del Natale è il presepio; in particolare nelle chiese si deve preparare un presepio complesso che soddisfi le attese dei visitatori. Tutti sanno che l’inventore del presepio è S. Francesco e quindi può essere utile chiedersi come lo ha preparato lui, nel lontano 1223. Prima di tutto non dobbiamo dimenticare che il 29 novembre di quell’anno è un giorno molto importante per la vita del poverello; è il giorno in cui egli ottiene, finalmente, dal Papa, anche per iscritto, l’approvazione alla sua norma di vita. È pieno di gioia e, lasciata Roma, prende la strada per ritornare ad Assisi. Percorre la via Salaria fino a Rieti, evangelizzando, secondo il suo solito, durante il cammino. Raggiunge Greccio nelle vicinanze del Natale; in quel contesto di gioia vuole celebrare la “festa delle feste”, come egli chiamava il Natale, in modo diverso dagli altri anni, per fare in modo che la sua gioia fosse vissuta anche da altri. Leggiamo nella prima vita di Tommaso da Celano (nn. 84-86; Fonti francescane nn. 466470): «È degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore. «C'era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco, perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: Affresco della grotta di Greccio. “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello”. Appena l'ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l'occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo. «Giunge il giorno della letizia, il tempo dell'esultanza! Per l'occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno, secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s'accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco; vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l'asinello. In quella scena 61 Vita di Club n.1 (TOMMASO DA CELANO, Vita I, n. 85, Fonti commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l'umiltà. Francescane n. 469). S. Francesco infatti era Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. convinto che ogni celebrazione eucaristica fosse «Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce una nuova incarnazione, un nuovo Natale. Infatti agli uomini e agli animali! La gente accorre e si nelle sue ammonizioni leggiamo: «Ecco, ogni allieta di un gaudio mai assaporato prima, giorno egli si umilia, come quando dalla sede davanti al nuovo mistero. La selva risuona di regale discese nel grembo della Vergine; ogni voci e le rupi imponenti echeggiano i cori giorno viene a noi in apparenza umile; ogni festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la giorno discende dal seno del Padre sopra notte sembra tutta un sussulto di gioia. l’altare nelle mani del sacerdote» «Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo (AMMONIZIONI, I; Fonti Francescane n. 144). spirito vibrante di compunzione e di gaudio Nel santuario delle Grazie questo appare ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente evidente: al centro del presbiterio del 1500 abbiamo infatti in alto una lunetta, purtroppo non 1’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima. molto visibile, nella quale è raffigurato il Padre «Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, celeste con lo Spirito santo (la colomba) nella perché era diacono, e canta con voce sonora il mano sinistra; sotto abbiamo la bellissima santo Vangelo: quella voce, forte e dolce, Annunciazione di Ottaviano Nelli (1415); ancora limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. più sotto abbiamo l’altare e il tabernacolo. A Poi parla al popolo e con parole dolcissime prima vista non appare nulla di particolare, ma se rievoca il neonato Re povero e la piccola città di guardiamo il Padre che con la mano destra invita Betlemme. Spesso, quando voleva nominare lo Spirito a scendere a Nazareth per realizzare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo quanto l’angelo annuncia a Maria, e se chiamava “il Bambino di Betlemme”, e quel ricordiamo che il Sacerdote, nella celebrazione nome “Betlemme” lo pronunciava riempiendosi dell’Eucaristia, prega il Padre di mandare lo la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, Spirito santo sull’altare, affinché il pane cessi di producendo un essere pane per suono come belato diventare il corpo di di pecora. E ogni Cristo e il vino cessi volta che diceva di essere vino per «Bambino di diventare il sangue di Betlemme» o Cristo, allora «Gesù», passava la l’unione di Nazareth lingua sulle labbra, con il tabernacolo ci quasi a gustare e annuncia un trattenere tutta la meraviglioso dolcezza di quelle messaggio: ogni parole. ...Terminata volta che quella veglia partecipiamo solenne, ciascuno all’Eucaristia siamo tornò a casa sua presenti ad una pieno di ineffabile nuova incarnazione. gioia». Particolare dell’affresco della grotta di Greccio. Il bambino in Questo mistero lo Noi, abituati ai vari primo piano, anche se non rispecchia la narrazione del Celano, dobbiamo vivere in presepi viventi, mette bene in evidenza che, mentre il sacerdote celebrava la Messa, particolare nel Francesco vedeva nella sua mente il bambino nato a Betlemme. facciamo presto ad giorno di Natale accorgerci che nel progetto di Francesco manca davanti al presepio, unendo idealmente presepio il personaggio più importante: manca il bambino. ed Eucaristia. Quanto colpisce maggiormente Come mai? Francesco non aveva chiesto che alla lettura dell’episodio di Greccio è però la fosse portato anche un bambino, perché pensava gioia, che Tommaso da Celano rende ad un’altra presenza. In realtà al momento meravigliosamente presente in tanti passaggi. opportuno «il sacerdote celebra solennemente Infatti egli sottolinea che: il Natale è il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza; Francesco è l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima» raggiante di letizia; uomini e donne arrivano 62 Vita di Club n.1 festanti dai casolari della regione; la gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero; arriva alla fine Francesco e vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia; la selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano di cori festosi; i frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia; il Santo è estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile; Francesco canta con voce sonora il santo Vangelo e la sua voce, forte e dolce, limpida e sonora, rapisce tutti in desideri di cielo; terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia. Questo continuo richiamo alla gioia può veramente sorprendere e suscitare, negli uomini di oggi, una certa invidia, perché essi hanno soprattutto bisogno di riscoprire la fonte della gioia: hanno tantissime cose, ma non si può certo dire che vivano nella gioia, anche se questa è la loro maggiore aspirazione. Cristo tiene presente questa aspirazione e vuole portare agli uomini la gioia; dal Vangelo appare infatti che egli è fonte di gioia: «Giovanni esulta di gioia» nel seno di Elisabetta (Lc. 1,44); l’angelo dice ai pastori: «Vi annuncio una grande gioia” (Lc. 2,10); i magi «al vedere la stella provarono una grande gioia» (Mt. 2,10); durante l’ultima cena egli afferma «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11); alla conclusione della sua missione, rivolgendosi al Padre, afferma chiaramente: «Ora io vengo a te e dico queste cose, mentre sono ancora nel mondo, perché abbiamo in se stessi la pienezza della mia gioia» (Gv 17,13). La gioia è anche una delle grandi preoccupazioni di S. Francesco; infatti «Cercava di rimanere sempre nel giubilo del cuore, di conservare l’unzione dello spirito e l’olio della letizia. Evitava con la massima cura la malinconia, il peggiore di tutti i mali, tanto che correva il più presto possibile all’orazione, appena ne sentiva qualche cenno nel cuore» (TOMMASO DA CELANO, Vita II, 125; FF 709). «Quando la malattia si faceva più grave egli cominciava a cantare le lodi di Dio per le sue creature, cantico composto da lui. Faceva cantare anche i suoi compagni, affinché, assorti nella lode del Signore, dimenticassero l’acerbità dei dolori e della malattia di lui» (Specchio di perfezione, 119; FF 1819). Anche di fronte alla morte è felice: «Sentendo che l’ora della morte era ormai imminente, chiamò a sé due suoi frati e figli prediletti, che a piena voce cantassero le lodi al Signore con animo gioioso per l’approssimarsi della morte, anzi della vita» (TOMMASO DA CELANO, Vita I, 109; FF 509). A frate Elia che lo invitava a non cantare perché era vicino al momento della morte, rispondeva di lasciarlo nella gioia, e diceva: «Per me la morte è la porta della vita» (TOMMASO DA CELANO, Vita II; FF 809). Il Celano assicura: «Accolse la morte cantando» (TOMMASO DA CELANO, Vita II, 214; FF 804). Anche noi cerchiamo la gioia, ma tante volte proviamo una profonda delusione perché non la raggiungiamo; il presepio di S. Francesco potrebbe aiutarci a trovarla. Il santo crea l’ambiente nel quale Cristo è nato: una grotta, un po’ di fieno, il bue, l’asinello; il bambino lo rende presente nella maniera più bella, mediante la celebrazione dell’Eucaristia. Anche noi ci preoccupiamo di creare l’ambiente nel quale Cristo è nato, ponendo forse troppe cose. Nei nostri presepi abbiamo bisogno di vedere il sole e la luna che sorgono e tramontano, abbiamo bisogno di vedere le stelle e tante statue in movimento; siamo però arrivati al punto che il “bambino”, posto di solito in un angolo, interessa relativamente. In realtà se qualcuno lo portasse via dai così detti presepi meccanici e sonori, probabilmente tanti non se ne accorgerebbero nemmeno. Siamo forse riusciti a portare nel presepio la nostra vita frenetica, presa dalle tante cose che si debbono fare, ma possiamo chiederci: Allontanandoci dai nostri presepi per riprendere la nostra vita quotidiana siamo partecipi della “ineffabile gioia” provata dagli abitanti di Greccio, quando hanno lasciato la grotta, per riprendere il cammino della vita di ogni giorno? Per provare la gioia di Francesco dovremmo tenere presenti le ragioni che lo hanno portato a inventare il presepio; disse all’amico Giovanni: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello». Francesco in quella notte, ponendo il bambino al centro delle sue preoccupazioni, ha potuto contemplare l’amore di Dio per lui, amore che ha portato Gesù a vivere povero per arricchirlo della sua grazia, in modo particolare attraverso il sacramento dell’Eucaristia che è una nuova incarnazione. Francesco si è sentito amato da 63 Vita di Club n.1 Dio e questo gli ha portato una profondissima gioia, nonostante tutte le difficoltà che ha dovuto superare. Il Concilio afferma: «Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, diventa anch'egli più uomo». (Gaudium et spes, n. 41). Ai nostri giorni tanti non sono interessati a Cristo e si sono allontanati da lui, sperando così di realizzarsi pienamente. In realtà che cosa hanno trovato? Il Natale vissuto come Francesco, l’uomo della gioia, non potrebbe aiutare a riscoprire l’importanza di Cristo nella vita dell’uomo, ritrovando così quella gioia, inutilmente cercata altrove? Rimini, Santuario delle Grazie: Presepio del 1700, gruppo della Natività. Con questa divina immagine la Redazione augura a tutti: UâÉÇ atàtÄx x YxÄ|vx TÇÇÉ aâÉäÉ 4 64 Vita di Club n.1