Rimini, Santuario delle Grazie, Cappella di S. Antonio, Il trionfo della Chiesa, antica stampa (cm. 140x98).
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Collaboratori del 1° numero, anno 2008/2009
Mario Alvisi - Elio Bianchi - Giulio Comani - Franca Fabbri Marani
Roberto Fambrini - Daniele Farneti - Paolo Giulio Gianessi
Anna Graziosi Ripa - Cristina Manzini - Barbara Margiacchi
Anna Mariotti Biondi - Giambattista Montorsi - Roberto Morbidi
Leonardo Nobili - Loretta Nucci Feduzi - Elisabetta Padovani Tura
Franco Palma - Sandro Piscaglia - Lorenzo Valenti
Progetto grafico e impaginazione
Anna Mariotti Biondi
Vita di Club
Anno lionistico 2008 – 2009
Numero 1
Rivista del Lions Club Rimini - Malatesta
SOMMARIO:
Incontri
Conferenze
Conviviali
Servizi
Viaggi
Curiosità
Novità
Ricordi
Arte
Musica
Poesia
Amicizia
Solidarietà
Mostre
Musei
Gastronomia
Posta
Attualità
Chiacchiere
Pensieri
Brevi
Lionismo
Anniversari
Ospiti
Atmosfere
Nostalgie
Progetti
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9
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12
14
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55
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58
60
61
La pagina del Presidente
Meeting
Educazione civica
Storie riminesi
Arte-Scienza-Letteratura
Service
Estate Lions
Teatro
Artiste riminesi
Inserto
Riminesi illustri
Arte a Rimini
Saggio
Donne in Mostra
Meeting
Rimini in Mostra
Medicina
Artiste riminesi
Curiosità matematiche
Service
Religione
Un service ovvero un sogno
L’impianto cocleare
Il tricolore
La chiesa che non c’è
L’infinito. 1. Arte: La porta dell’infinito
2. L’infinito in Matematica
3. La letteratura indaga l’infinito
La Fattoria del sorriso
1. Modelli sempiterni di bellezza e armonia
2. Favole d’amore e morte
3. Un mondo di marmo
4. Il pittore e la poetessa
5. La festa di mezza estate
6. La dodicesima notte
7. La regia di Ferragosto
Magica Turandot
Angela Micheli
Le creature-sculture di Angela Micheli
Carlo Malatesta
Elisabetta Sirani
Gli Ebrei
Matilde di Canossa
Valmarecchia. Meeting fuori porta
L’anelito verso la Romagna
Un mondo di filo
Ippoterapia
Natura, donna e mistero
Matematica, che passione!
La città è la tua casa, rispettala!
Un presepe diverso
LA PAGINA DEL PRESIDENTE
UN SERVICE
OVVERO UN SOGNO
Nell’anno della mia presidenza vorrei realizzare un sogno, mio
certamente, ma in realtà di tutto il club e di tutti gli uomini di buona
volontà: vincere la sordità di un bambino.
di PAOLO GIULIO GIANESSI
M
i rivolgo a tutte le persone di
buona volontà per avere un aiuto e
un sostegno per realizzare questo
sogno a favore di un bambino della
nostra collettività che ha presentato alla nascita o
acquisito nei primi anni di vita gravi patologie
dell’udito tali da richiedere un intervento
sanitario.
La sordità neonatale, come quella dell’adulto e
dell’anziano, deve essere prevenuta, conosciuta e
curata in tempo; oggi la tecnologia, la
bioingegneria e l’elettronica possono aiutare a
sconfiggere questo problema che colpisce un
bambino su mille o sedici anziani su mille. Nel
primo caso li rende incapaci di udire e quindi di
parlare; i secondi, li riduce piano piano in un
mondo di silenzio dove si perde la capacità di
comunicare e si entra in una spirale di solitudine
e di depressione. Il servizio di Audiologia
Foniatria dell’UO di ORL di Rimini da anni si
occupa di patologie dell’udito e, più di recente,
di patologie dell’udito in bambini, anche neonati.
Il percorso che il servizio garantisce si fa carico
di questi piccoli già dalla nascita mediante un
protocollo di screening audiologico neonatale. Il
nostro
Club
in
passato
ha
donato
un’apparecchiatura per lo screening audiologico
neonatale, dimostrando di essere già da allora
sensibile al grave problema. Il percorso di
diagnosi identifica bambini da avviare ad una
protesizzazione acustica o ad un impianto
cocleare qualora la protesi acustica non fornisca
un risultato adeguato. Ora vorremmo donare a un
bambino riminese sordomuto la possibilità di una
vita normale con l’impianto cocleare. Mentre
l’impianto è a carico dell’ASL, per la
riabilitazione non c’è attualmente sufficiente
personale specializzato. Il nostro contributo
potrebbe consistere in una borsa di studio per la
preparazione di un logopedista riservato ai
bambini impiantati. Come in passato abbiamo
inserito il computer nelle scuole come supporto
per studenti portatori di handicap, dando un
esempio che ha trascinato le istituzioni a fare
altrettanto, oggi ci sentiamo chiamati a fare da
apripista cercando di forzare le istituzioni a
provvedere in questo senso. Come coprire i
costi? Con meeting ai quali intervengano
personaggi di spessore e di fama nazionale, con
manifestazioni teatrali e sportive e con sponsor
prestigiosi.
Le prime persone che credono, e quindi mi
aiuteranno a procedere in questo progetto sono i
dottori Vincenzo Calabrese e Daniele Farneti
dell’Ospedale degli Infermi di Rimini, i quali nel
novembre 2007 collocarono un impianto
cocleare, più noto come orecchio bionico, ad una
ragazza riminese di ventitré anni, ottenendo un
grande successo. Saranno i relatori del primo
meeting e ci spiegheranno tutto il percorso.
Nel programma dell’anno sociale 2008-2009 ci
adopereremo per portare avanti service nazionali
permanenti come I CANI GUIDA PER CIECHI,
affidato all’Officer Pietro Giovanni Biondi, e
UN POSTER PER LA PACE, affidato a Isabella
Annarella, nonché i service locali come il premio
ENRICO ALVISI per i più bravi neodiplomati
dell’Istituto Belluzzi, il premio di poesia
MORENA UGOLINI per poeti, narratori, grafici
in erba, il premio V. VITALE riservato ad un
musicista del Lettimi. Se avremo la disponibilità
economica collaboreremo anche al service
distrettuale che consiste nella costruzione di un
Centro Polivalente Lions di Solidarietà a Cervia
4 Vita di Club n.1
per l’assistenza a ragazze madri, minori e
portatori di handicap. Sperando nella solidarietà
di chiunque legga queste righe e nella
collaborazione di tutto il
AIUTATEMI AD AIUTARE!
club,
chiedo:
MEETING
L’IMPIANTO COCLEARE
PER VINCERE LA SORDITÀ
Il primo meeting dell’anno sociale 2008 –
2009 non poteva che essere dedicato
all’importante missione che il club si
prefigge di compiere: raccogliere fondi per
sostenere i costi della rieducazione post
impianto. Infatti martedì 28 ottobre presso
l’Hotel Holiday Inn il dott. Vincenzo
Calabresi e il dott. Daniele Farneti, hanno
illustrato nei minimi dettagli che cos’è un
impianto cocleare e a quale rieducazione è
sottoposto il soggetto cui è stato
impiantato. Il primo è il Direttore dell’Unità
Operativa
di
Otorinolaringoiatria
dell’Ospedale degli Infermi di Rimini, è
ragusano e, dopo aver conseguito la
laurea e la specializzazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, oltre a prestare servizio negli
Ospedali (ha al suo attivo oltre 4000 interventi chirurgici), ha girato il mondo partecipando a Congressi internazionali
per arricchire la sua formazione, è stato docente di innumerevoli corsi, ha realizzato oltre sessanta lavori scientifici
pubblicati sia in italiano che in inglese. Il secondo, verucchiese, conseguita la laurea e la specializzazione presso
l’Ateneo di Modena, ha ugualmente partecipato a corsi e congressi in tutto il mondo, ne ha organizzati in Italia, e,
oltre ad essere aiuto primario all’Ospedale di Rimini (con ca. 2200 interventi chirurgici all’attivo), è titolare
dell’insegnamento di ORL per il Corso di Laurea in Infermieristica dell’Università di Bologna e autore di numerosi
lavori scientifici. Al dott. Farneti la parola.
di DANIELE FARNETI
L
e sordità nell'infanzia rappresentano un
problema emergente nella nostra
collettività. Quando pensiamo a
disturbi di udito in bambini di diversa
età, siamo portati a pensare alle sordità più gravi,
quelle che impediscono lo sviluppo del
linguaggio. Di fatto questo è vero: nel 2008 (con
le risorse tecnologiche di cui disponiamo)
dobbiamo assolutamente evitare che un bambino,
con un grave disturbo di udito, non possa
sviluppare il linguaggio. Esistono sordità meno
gravi che permettono di acquisire il linguaggio
ma in maniera non completa o corretta. Il primo
gruppo di sordità sono sordità perlopiù congenite
(cioè presenti alla nascita) o acquisite poco dopo
la nascita, ma comunque prima dello sviluppo
del linguaggio. Questo periodo della vita, che va
da 0 a 36 mesi, è il più importante, perché
utilizza al massimo le potenzialità del cervello
per acquisire il linguaggio (funzione innata, per
la specie umana), che si basa sulla plasticità
cerebrale. Superato questo periodo, acquisire il
linguaggio è sempre possibile, ma con risultati
più bassi in funzione della sordità e della
precocità della terapia adeguata (protesizzazione
e riabilitazione logopedica). Queste sordità più
5 Vita di Club n.1
gravi hanno una incidenza di circa un bambino
ogni 1000 e sono spesso legate a condizioni
determinate da malattie genetiche. In questo
gruppo di malattie la sordità è presente
isolatamente o associata ad altri disturbi
(malattie sindromiche). Altre volte la sordità è
dovuta a cause non genetiche, ad esempio
infezioni contratte dalla madre in gravidanza
(toxoplasmosi, citomegalovirus, rosolia, HIV e
infezioni erpetiche), l’esposizione all'azione di
farmaci lesivi sulle vie acustiche o teratogeni ed
infine disordini metabolici. Altre volte il
bambino può contrarre malattie che determinano
sordità
durante
il
parto
(ipossia,
iperbilirubinemia, prematurità, basso peso) o nei
primi anni di vita (meningite, encefaliti, parotite,
morbillo, citomegalovirus). Esiste sempre una
percentuale di sordità per le quali non
riconosciamo una causa. La potenziale
compromissione della capacità di acquisire il
linguaggio impone una valutazione attenta di
tutti i neonati, per identificare quei bambini che
presentano uno dei rischi sopra ricordati.
Rispetto a quanto appena detto, esiste sempre
una quota di bambini che presenta una sordità
non prevedibile e a causa sconosciuta. Nella
provincia di Rimini viene attuato un protocollo
di screening delle sordità infantili che è esteso a
tutti i bimbi nati presso l'ospedale Infermi (punto
nascita della Provincia): sui bimbi sani,
ricoverati presso il Nido e sui bimbi ricoverati
presso la terapia intensiva neonatale. Il
protocollo di screening è attuato dal Servizio di
Audiologia Foniatria dell'Ospedale di Rimini con
la collaborazione importante della Unità
operativa di Neonatologia e della Pediatria. Lo
screening è effettuato da una tecnica
audiometrista del Servizio di Audiologia
Foniatria ed indica una procedura audiologica
detta di Primo livello. Il protocollo di screening,
in bimbi sani, è attuato con la ricerca delle
emissioni otoacustiche in tutti i neonati entro la
dimissione dal Nido (24-36 ore dalla nascita). Le
emissioni otoacustiche sono degli echi emessi
dalle cellule dell'organo dell'udito quando sono
perfettamente funzionanti. La loro presenza è
indicativa di una perfetta funzione uditiva. La
loro assenza non indica il contrario, ma solo la
necessità di procedere con accertamenti
audiologici più raffinati. Il piccolo che non
presenta emissioni otoacustiche alla nascita
viene inviato al Servizio di Audiologia Foniatria
entro il primo mese di vita per eseguire ulteriori
accertamenti. Innanzitutto si ripetono le
emissioni otoacustiche con strumentazioni più
raffinate. Se sono presenti non si procede con gli
accertamenti: se sono assenti si procede con un
esame più complesso, rappresentato dalla ricerca
di soglia mediante ABR (potenziali evocati del
tronco). Questa procedura audiologica è detta di
Secondo livello. L'ABR è una specie di
elettroencefalogramma che rileva le variazioni
elettrofisiologiche indotte nel tronco da un
segnale acustico. È un esame che ci permette di
stimare con buona approssimazione la soglia di
udito del piccolo. Sulla scorta dell'ABR
possiamo stimare se il piccolo sente
adeguatamente o se, in caso contrario, ha
necessità di esami ancora più approfonditi (per
esempio una elettrococleografia, esame detto di
Terzo livello) o di una protesi acustica o di un
impianto cocleare. In ogni caso è importante che
entro i primi 6-8 mesi di vita il piccolo venga
avviato ad un programma di riabilitazione, che
prevede la correzione del deficit uditivo (con
protesi o impianto cocleare) e l'inizio della
terapia logopedica. Nella Provincia di Rimini
nascono circa 2700 bambini all'anno, tutti
sottoposti a screening, dei quali circa il l0-l5%
accede ad un secondo livello.
Il servizio di Audiologia Foniatria si fa oggi
carico di tutti i piccoli con disturbi di udito, non
solo quelli più gravi (come abbiamo visto), ma
anche di quelli meno gravi o con sordità
moderate, che comunque determinano un ritardo
di linguaggio. Il Servizio attua tutti gli
accertamenti di secondo livello e tutti gli
accertamenti audiologici in bambini già portatori
di protesi. In questi bambini gli accertamenti
audiologici vengono condotti mediante tecniche
di tipo comportamentale (vedendo come il
piccolo reagisce ad un suono che ha certe
caratteristiche di frequenza ed intensità) e di
condizionamento con rinforzo visivo (cioè
addestrando il piccolo ad associare un segnale
sonoro ad uno visivo, proposto come gioco).
Questi esami vengono condotti dalla tecnica
audiometrista
e
dalla
logopedista
contemporaneamente.
Richiedono
molta
pazienza ed esperienza da parte di tutto il
personale del servizio. Mediante questi esami e
con la valutazione fatta dall'audiologo foniatra e
dalla logopedista si verifica il regolare sviluppo
del linguaggio e cognitivo del bambino, per
permettergli una vita scolastica e di relazione
eguale a quella di coetanei normoudenti. Va
precisato, per completezza, che il Servizio di
Audiologia Foniatria seleziona e riabilita
6 Vita di Club n.1
pazienti adulti sottoposti ad impianto cocleare.
Dallo scorso novembre 1'Unità Operativa di
ORL impianta questo tipo particolare di protesi,
con un livello di sofisticazione che lo rendono
simile al funzionamento dell'orecchio (si parla
anche di orecchio bionico). Il lavoro richiesto
alla équipe è veramente importante e qualificato.
La mole di attività che è richiesta al Servizio, che
porta avanti tutte le ordinarie altre attività di
diagnosi audiologica e protesica (oltre a tutta
l'attività foniatrica) è oggi enormemente
aumentata e la necessità di rinforzare l'organico
(soprattutto per la parte diagnostica) è una
esigenza irrinunciabile.
EDUCAZIONE CIVICA
IL TRICOLORE
7 gennaio 1797 – 7 gennaio 2009
“La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso a tre bande verticali di eguali dimensioni”.
Così recita l’art. 12 della Costituzione italiana del 27/12/1947 pubblicato nella G.U. n.298 Edizione Straordinaria del
1947. La Costituzione sancisce e conferma, anche se con le opportune varianti storiche, che il vessillo italiano è il
tricolore, nato il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia.
di ROBERTO FAMBRINI
S
rosso dell’antico stemma comunale di Milano il
ono passati 212 anni, si sono succedute
verde delle uniformi della guardia civile
guerre, rivoluzioni, catastrofi naturali e
milanese. Il vento della libertà e le ripetute
non, sconvolgimenti sociali, ma la
vittorie delle truppe napoleoniche dell’Armée
nostra bandiera è sempre la stessa:
d’Italie sugli eserciti piemontesi ed austriaci
simbolo dell’Unità d’Italia e della Patria con i
provocano crisi profonde nei ducati di Parma, di
suoi bellissimi colori che per i Padri
Modena e Reggio nonché nei legati pontifici di
risorgimentali significavano: verde: il colore
Bologna, Ferrara e della Romagna, tanto che il
delle nostre pianure; bianco: la neve delle nostre
26 agosto 1796 la città di Reggio
montagne; rosso: il sangue dei
Emilia proclama la “Repubblica
nostri caduti. Come altre bandiere,
reggina”, a cui farà seguito la
anche l’italiana si ispira alla
“Federazione
cispadana”
con
bandiera francese introdotta con la
l’adesione di tutte le città emiliane. Il
rivoluzione del 1789. Quando
18 ottobre 1796 la Federazione
l’Armée d’Italie di Napoleone
delibera la costituzione della
irrompe in Italia, a partire dal marzo
“Legione italiana”, composta di
1796, bandiere di foggia tricolore
cinque coorti di 700 uomini l’una,
vengono adottate tanto dalle varie
ognuna delle quali avrà il vessillo
neonate “Repubbliche giacobine”
tricolore bianco, rosso e verde. Il
quanto dai reparti militari che
Il più antico tricolore.
tricolore diventa così una realtà
affiancano l’esercito francese. Il
nell’autunno del 1796, ed avrà il battesimo del
primo esempio di tricolore italiano di cui si ha
fuoco nella battaglia di Arcole del 16 novembre
notizia certa è la bandiera militare della
1796, “combattendo” a fianco delle truppe
“Legione lombarda” (formata da patrioti
napoleoniche. Tuttavia trattasi ancora di una
lombardi, emiliani e romagnoli, unitisi alle
“bandiera militare”, considerata uno stendardo
formazioni napoleoniche), che univa al bianco e
7 Vita di Club n.1
di battaglia e non un simbolo di unità e di Patria.
Sarà soltanto il secondo congresso cispadano
apertosi a Reggio il 27 dicembre 1796 a segnare
la svolta decisiva nella storia del nostro vessillo e
del nostro paese. Infatti i 102
deputati cispadani, riunitisi nella
stessa sala (oggi chiamata “Sala
del Tricolore”) dove
siede
tuttora il consiglio comunale di
Reggio, decretano all’unanimità
di costituire una “Repubblica
una e indivisibile”. Nasce così la
“Repubblica Cispadana”, il
primo
stato
democratico
italiano. Il 7 gennaio 1797 il deputato di Lugo
Giuseppe Compagnoni propone, ed il congresso
decreta che “si renda universale lo stendardo,
o bandiera cispadana di tre colori verde,
bianco e rosso, e che questi tre colori si usino
anche nella coccarda cispadana, la quale
debba portarsi da tutti”.
Con questo atto nasce
ufficialmente
la
bandiera di stato. I
colori del tricolore
vengono
quindi
adottati anche dalla
“Repubblica
Cisalpina”. Poi le
avverse sorti della
guerra
nella
primavera del 1798, il regno d’Italia di
Napoleone e ovviamente le decisioni del
Congresso di Vienna (9 giugno 1815) fanno sì
che il tricolore venga ufficialmente abbandonato.
Ma il 23 marzo 1848 Carlo Alberto, re di
Sardegna e Piemonte, inizia la 1ª Guerra
d’Indipendenza dispiegando nuovamente il
tricolore, con lo stemma sabaudo al centro,
vessillo che sarà la bandiera italiana sino al 2
giugno 1946, giorno in cui con referendum il
popolo italiano decide di dar vita alla
Repubblica Italiana, rappresentata dall’attuale
bandiera: verde, bianca e rossa a
bande
verticali
di
eguali
dimensioni.
Mi piace concludere questo breve
e certamente non esauriente
saggio, con le parole pronunciate
dal Presidente emerito della
Repubblica che più si è
adoperato per risvegliare nel
popolo italiano
l’amore ed il
rispetto per il nostro simbolo più alto, Carlo
Azeglio Ciampi:
“Il tricolore non è semplice insegna di stato. È
un vessillo di libertà, di una libertà conquistata
da un popolo che si riconosce unito, che trova la
sua identità nei principi di fratellanza, di
uguaglianza, di giustizia nei valori della propria
storia e della propria civiltà. Per questo
adoperiamoci perché in ogni famiglia, in ogni
casa ci sia un tricolore a testimoniare i
sentimenti che ci uniscono fin dai giorni del
glorioso risorgimento”.
Bibliografia: Ugo Bellocchi, L’Italia del tricolore.
SERVICE
ADESIONE ALLA CAMPAGNA TELETHON - LIONS
I
nsieme con tutti gli altri Governatori, il nostro Achille Ginnetti si è recato nella sede di Telethon dove è
avvenuta la presentazione della rinnovata collaborazione con i Lions. Erano presenti, oltre ai vertici di
Telethon e della Fondazione Agnelli, anche il ricercatore che sta mettendo a punto la terapia genetica per
l'Amaurosi congenita di Leber, Milly Carlucci, sostenitrice di Telethon, ed Emilia con tutta la sua
famiglia. Emilia è una graziosissima bimba di 5 anni che dall'età di quattro mesi ha perso completamente
la vista a causa dell'amaurosi congenita. I fondi che i Lions raccoglieranno saranno destinati alla ricerca
per questa gravissima forma di patologia ereditaria. Per conoscerla meglio guardare il video:
"Segui la mia voce" http://it.youtube.com/watch?v=Zmc8dP4BOHE.
8 Vita di Club n.1
STORIE RIMINESI
LA CHIESA CHE NON C’È
DA UN GIORNALE DI VIAGGIO DEL 1697
«Fra il declinare del secolo diciottesimo e il sorgere di questo diciannovesimo fu per noi tale un’epoca di distruzione
che per poco non cambiò la faccia di questa città».
Luigi Tonini
di MARIO ALVISI
N
el precedente numero della nostra
rivista vi ho parlato di Pereto nell’alta
Valmarecchia e del suo Patrono San
Paterniano Vescovo di Fano.
Chi conosce bene la storia della nostra città, sa
che, prima delle distruzioni descritte dal Tonini,
anche a Rimini esisteva una chiesa dedicata a
San Paterniano.
«Edificata sul muro della Città con il titolo di
parrocchia, ospitò la Confraternita dei Tedeschi
che l’arricchì di numerosi dipinti. Nel 1560
venne concessa alle Suore Convertite dalle quali
fu rinnovata nel 1765. Però nel 1798 il regime
napoleonico la soppresse. L’antica chiesa era
posta sulla strada che conduceva alla porta dei
Cavalieri (via Giovanni XXIII fra i giardini
Ferrari e la via Roma - mi scuso con gli storici
per la mia imprecisione non avendo adeguata
documentazione). Nel ventesimo secolo fu
convertita ad edificio civile».1
Ebbene nelle mie ricerche bibliografiche su
questo Santo sconosciuto, mi sono imbattuto in
una cronaca tratta da “Un Giornale di viaggio”
del 1697 a cura di I. P. Grossi O.P., in Memorie
Domenicane, quaderno 885, gennaio-aprile
1968, pp. 24-25. Si tratta di un viaggio fatto da
tre frati domenicani: Padre Raimondo Cenci,
Padre Giacomo Origlia e Padre Domenico Olmi,
da Roma a Venezia, passando per Loreto e
Bologna. Durante questa occasione i tre
viaggiatori fecero tappa nel convento del loro
ordine a Fano, di cui era Vescovo San
Paterniano. Il cronista non ci offre molte notizie
al riguardo, ma vale comunque la pena di leggere
la loro curiosa testimonianza, che abbraccia il
tratto che va da Ancona a Rimini.
Ve la trascrivo così come è stata tramandata:
«A dì 2 8bre (ottobre). Credendo il P. Olmi
poter partire per tempo da Ancona, alle hore 9 si
alzò et andò a svegliare i compagni, i quali
anche s’alzarono, ma, convenendo aspettare i
segni del cannone per l’apertura delle porte,
bisognò trattenersi fino alle 12 hore; le quali
sonate, si partì e si presero tre somarini per fin a
Sinigaglia, su dè quali si montò e si proseguì il
viaggio sempre a lido di mare; e s’incontrammo
in un luogo ove si tirava una sciaccigha (rete a
strascico per la pesca), si aspettò e si prese di
1
D. Gasparini, Le chiese del porto canale di Rimini,
Edizioni La Stamperia.
9 Vita di Club n.1
quel pesce, e si seguitò fin a Casa abbruciata
(ancora oggi vicino a Pesaro esiste la frazione
Case Bruciate, ma il cronista o confonde i luoghi
oppure poteva esistere una località dal nome
uguale prima di Senigallia - in Italia ci sono
diverse località così chiamate) ove si disse
Messa, si fece colazione e si tirò avanti fin a
Sinigaglia, da dove si caminò a piedi fin ad
un’hostaria sei miglia distante, et ivi rinfrescati,
si presero tre somarini e si caminò fino a Fano,
ove era il Priore con tutti i padri infermi; con
carità tutta volta ci accolse, cenammo, si fecero i
conti e si andò a dormire.
A dì 3 8bre. La mattina doppo le 12 hore
s’intraprese il viaggio a piedi su la riva del mare
per Pesaro. Ove arrivati andammo a cercar la
benedizione del P. Priore, che trovammo
travagliato d’apoplessia; cortesissimamente ci
accolse e, detta Messa, ci fece dare una bona
colazione, regalandoci di zuccherini et
intervenendo anch’egli alla nostra refezione ci
fece grandissime espressioni. Egli poi andò al
Monastero et i padri pellegrini intrapreso il
viaggio su i somari fino alla Cattolica, ove si
cambiò i somarini in un calesse, et andassimo a
Rimini, ove tanto il P. Priore quanto il P.
Maestro Sambaldi Inquisitore ci fecero
grandissime cortesie, e nelle camere del S.
Officio si cenò con il P. Inquisitore e P. Vicario,
rimanendo il P. Cenci a dormire nelle stanze del
S. Officio e gli altri due Padri nel commun
dormitorio».
Così termina la descrizione del viaggio da
Ancona a Rimini; perciò mi è sembrato curioso
scoprire quale fosse il convento riminese che il
racconto non precisa. A Rimini i Domenicani
avevano il loro monastero che il Tonini2 così
colloca «percorrendo poi anche l'ultimo tratto di
via Gambalunga si vede in fondo a destra l'area
2
L. Tonini, Guida illustrata di Rimini, Bruno Ghigi
Editore.
dell'ampia Chiesa di San Cataldo, poi San
Domenico, eretta nel 1276 (la data non sembra
certa perché parlando dell'Ospedale degli Infermi
- ora Museo - lo stesso Tonini ci dice che fu
venduto al PP. di S. Domenico, trasferendovisi
questi dall’antica loro Casa di S. Cataldo che
tenevano in fondo a via Gambalunga fin dal
1254), per vecchiezza abbandonata dai
Domenicani l'ottobre 1796, e demolita per intero
a' tempi nostri dopo aver servito più anni a
comodissima caserma».
La datazione di questa Chiesa-convento mi
sembra comunque imprecisa. Difatti Davide
Gasparini della chiesa di San Cataldo, elencata
fra le chiese che non ci sono più, dice:
«Discendendo poi verso il mare vi è la
venerabile Chiesa di San Cataldo che fu
concessa ai Padri di San Domenico nell'anno
1256 (!) da li Signori Preposto e Canonici della
Chiesa Cattedrale di Rimini».
Secondo il Clementini, in San Cataldo insegnò
filosofia e teologia l’angelico dottor Tommaso
Santo che addottrinò molti soggetti di questa
città e altri che vi capitarono. I domenicani nel
1278 edificarono un nuovo tempio ad una sola
navata e con numerosi altari laterali. Sulla
facciata della chiesa, Giotto - secondo il Vasari fece, pregato da un priore fiorentino che allora
10 Vita di Club n.1
era in San Cataldo da Rimino, fuor dalla porta
della Chiesa, un San Tommaso d’Aquino che
legge ai nostri frati. Nel 1493, Pandolfo IV,
sfuggito ad una congiura, offrì a San Cataldo,
una tavola dipinta dal Ghirlandaio su cui sono
figurati San Vincenzo Ferreri, San Rocco e San
Sebastiano e, inginocchiati, alcuni Malatesti
(oggi al Museo della Città). Sull’altare del
Rosario, nel 1513, venne posta la tavola
rappresentante la Madonna con San Domenico,
San Francesco ed alcuni angeli, eseguita da
Benedetto Coda.
cedendo, in permuta, il Convento e San Cataldo.
Ma l’invasione napoleonica del 1797 portò alla
confisca della proprietà e alla soppressione
dell’Ordine. L’intero complesso venne usato
come caserma e, divenuto proprietà privata, fu
abbattuto nel 1816. Infine un’ultima annotazione
dalla Storia Urbana di Grazia Gobbi Sica3:
«L’insediarsi, verso la metà del XIII secolo,
degli ordini mendicanti per fronteggiare le
spinte eretiche di matrice popolare (Patarini e
Catari) - che in questa comunità etnicamente
variegata sono quanto mai vivaci - rinnova in
profondità
l'articolazione
religiosa
urbana sotto il
segno di una
oculata
strategia
ubicativa:
i
Francescani si
installano
in
S.Maria
al
Trivio,
nel
cuore
del
turbolento
Il convento fu in parte riedificato nel 1551 con il
contributo del Consiglio Municipale e, nel 1569,
il pavimento della chiesa venne alzato di un
piede e mezzo per prevenire i danni provocati
dalle inondazioni del Marecchia. L’altare
maggiore fu arricchito da una tela del Tintoretto
raffigurante San Domenico nell’atto di
presentare la Regola dell’Ordine al pontefice
Onorio III, dono del riminese Pietro Belmonti
Cima. Lo studio domenicano riminese ospitò fra
i suoi allievi il giovane Carlo Goldoni che nelle
sue memorie scrisse: «I Domenicani di Rimini
erano in gran reputazione per la logica, che
apre la strada a tutte le scienze fisiche e
speculative».
I
Domenicani
nel
1796
comperarono dal Vescovo di Rimini la Chiesa di
San Francesco Saverio ed il collegio annesso
quartiere
patarino, gli
Eremitani di
S. Agostino in
prossimità del
quartiere
ebraico,
i
Domenicani nella zona del quartiere portuale di
Ripa Maris». E ancora: «Del complesso
domenicano di S. Cataldo, dotato di un ampio
chiostro quadrangolare esorbitante dal confine
murario, abbiamo testimonianze attraverso la
vedutistica cinque-seicentesca, che lo assume
come elemento caratterizzante il profilo della
città dal mare».
3
Piero Meldini e Angelo Turchini, Storia illustrata di
Rimini, Nuova Editoriale AIEP.
11 Vita di Club n.1
ARTE – SCIENZA - LETTERATURA
L’INFINITO
IMMAGINI FINITE DI INFINITO
1. Arte: La porta dell’infinito
Scultura di LEONARDO NOBILI (LIONS CLUB GABICCE MARE)
2. L’Infinito in matematica
«C’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, il cui limitato impero è l’Etica; parlo
dell’Infinito».
Da Otras inquisiciones, J.L. Borges
di BARBARA MARGIACCHI
L
a parola “infinito” fa parte del
linguaggio comune ed è entrata a farne
parte forse seguendo la via teologica, o
quella filosofica, o quella letteraria, o
semplicemente come negazione del “finito”.
Credo non si possa discutere l’esistenza
dell’infinito: “solo se è infinita la fonte da cui è
tolta ogni cosa generata non vengono mai meno
generazione e distruzione” (Aristotele, Fisica). I
numeri naturali, quelli cioè che usiamo per
contare, sono infiniti; per quanto grande
possiamo pensarci un numero, semplicemente
aggiungendo uno ne otteniamo uno più grande.
Sono insiemi infiniti anche quelli dei numeri
12 Vita di Club n.1
pari, dei numeri dispari, dei numeri primi. Una
retta è formata da infiniti punti, il piano ha
infiniti punti. Ma tutte queste infinità sono uguali
o sono diverse? I numeri naturali sono tanti
quanti sono i punti di una retta? Gli infiniti sono
tutti uguali o c’è tra loro una gerarchia?
Aristotele (384-322 a.C.) ritiene
non pensabile, e quindi non
esistente, un infinito attuale, un
infinito al di là del quale non c’è
più nulla; di tale infinito secondo
Aristotele non hanno bisogno
neppure i matematici:
“…l’infinito non è ciò al di fuori
di cui non c’è nulla, ma ciò al di
fuori di cui c’è sempre
qualcosa”. È un infinito, quello
di Aristotele, potenziale, un
infinito in fieri.
La linea aristotelica è fedelmente
interpretata da Euclide (367 a.C.
ca. – 283 a.C.): “Esistono sempre
numeri primi in numero maggiore di quanti
numeri primi si voglia proporre”. Ma
soprattutto, Euclide afferma il principio comune,
fortemente sostenuto dall’intuizione, che “Il
tutto è maggiore della parte” (VIII nozione
comune, Primo Libro degli Elementi).
Un rovesciamento filosofico di prospettiva
avviene con l’innesto nel tronco della filosofia
greca del monoteismo religioso
(Ebraismo, Cristianesimo, Islam):
si concepisce Dio come una sorta
di infinito in atto.
In matematica un certo tipo di
horror infiniti è largamente
diffuso per tutto il XIX secolo.
L’infinito attuale, quello al di
fuori del quale non c’è più nulla e
tuttavia posto al di là di ogni
grandezza finita, diventa presente
nel
Rinascimento
non
nell’Universo numerico, ma nella
geometria e nell’arte: Piero Della
Francesca
scrive
il
De
prospectiva pingendi, Girolamo
Cardano
il De subtilitate. È
Galileo (1564 – 1642) che nei
Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a
due nuove scienze attinenti alla meccanica e i
movimenti locali pubblicati nel 1638 considera
l’infinità dei numeri naturali e l’infinità dei loro
quadrati e, per primo, ne tenta un confronto.
Galileo si rende conto che i due insiemi sono
equipotenti, cioè i numeri naturali sono tanti
quanti i loro quadrati, ma, nonostante questo,
non vuole negare il principio che Euclide aveva
posto a fondamento di ogni scienza e la cui
validità è garantita dalla nostra intuizione, l’VIII
nozione comune sopra citata secondo cui il tutto
è maggiore della parte e
conclude “gli attributi di
maggiore e minore non aver
luogo ne gl’infiniti, ma solo nella
quantità terminate”.
L’infinito in atto acquista un
ruolo estremamente importante a
partire dalla seconda metà del
XIX secolo:
“L’infinito attuale si presenta in
tre contesti: il primo è quello in
cui si presenta nella forma più
completa,
in
un
essere
completamente
indipendente
trascendente questo mondo, in
Deo, ed è questo che io chiamo
l’Infinito Assoluto; il secondo è quando si
presenta nel mondo contingente, nel creato; il
terzo è quando la mente lo afferra in abstracto,
come grandezza matematica, numero o tipo
d’ordine”.
Così ne parla in Gesammelte Abhandlungen
(1932, da pag. 374 a 404) Georg Ferdinand
Ludwig Philip Cantor (San Pietroburgo 1845–
Halle,1918), matematico tedesco
che produce la strabiliante
dimostrazione che l’infinito si
presenta di diverse dimensioni.
Gli insiemi dei numeri naturali,
dei numeri pari, dei dispari, dei
numeri primi e anche quello dei
numeri razionali (cioè le
frazioni) sono della stessa
dimensione, dimensione che
Cantor chiamò, dalla prima
lettera dell’alfabeto ebraico, alefzero ‫א‬0.
Alef-zero ‫א‬0 è il primo numero
transfinito dall’arcana aritmetica,
per cui se si aggiunge uno
all’infinito si ottiene ancora
l’infinito e se si raddoppia
l’infinito si ottiene ancora l’infinito. Il numero
transfinito che esprime quanti sono i numeri
reali, quanti sono i punti di un segmento, i punti
di una retta, quelli del piano, quelli dello spazio è
un numero più grande del precedente ed è
indicato con alef-uno ‫א‬1. Cantor dimostrò
13 Vita di Club n.1
anche che esiste una gerarchia ascendente degli
infiniti, per cui a partire da un insieme infinito se
ne può costruire un altro più grande. Egli stesso,
di fronte a questi incredibili risultati
assolutamente inaspettati, scrisse all’amico
Dedekind: “Lo vedo, ma non ci credo”.
Luca Ronconi nel 2002 ha trattato il tema
dell’infinito in Infinities, basandosi su un testo di
John D. Barrow costruito su cinque sequenze,
che sono poi cinque variazioni sul tema
dell’infinito. Una delle sequenze si svolge
nell’Hotel Infinity, un albergo diverso dagli altri:
ha un numero infinito di stanze. Immaginate che
si presenti un viaggiatore e che le stanze siano
tutte occupate: nessun problema, il direttore
chiede gentilmente alla persona che occupa la
stanza 1 di spostarsi nella 2, a quella che occupa
la stanza 2 di spostarsi nella 3 e così via; il
nuovo ospite avrà a disposizione la stanza 1. A
volte all’Hotel Infinity capita che si presentino
gruppi formati da infinite persone e che questo
albergo così popolare sia completo: il direttore,
imperturbabile, chiede al cliente che occupa la
stanza 1 di spostarsi nella 2, a quello della stanza
2 di spostarsi nella 4, a quello della 3 di spostarsi
nella stanza 6 e così via: i vecchi clienti
occuperanno le stanze pari, e i nuovi verranno
sistemati nelle dispari. Il direttore è tranquillo: sa
che, se fosse necessario, potrebbe sistemare
anche un numero infinito di gruppi, ciascuno dei
quali formato da un numero infinito di persone.
Sui risultati ottenuti da Cantor si possono
fondare altri paradossi oltre a quello
dell’Albergo Infinito, o Albergo di Hilbert
(matematico tedesco, 1862 – 1943); se un uomo
per esempio avesse un reddito cantoriano,
qualunque fosse la sua aliquota fiscale,
pagherebbe al fisco una somma pari al valore del
suo reddito e, nonostante questo, il suo reddito
rimarrebbe invariato.
Affidiamo a Leibniz la conclusione di questo
scritto che, senza addentrarsi né in questioni
tecniche né in questioni filosofiche, non vuole
essere altro che un tentativo di aprire uno
spiraglio sull’infinito matematico :
“Ci sono due famosi labirinti in cui la nostra
ragione spesso si perde: problema della libertà e
necessità da un lato, dall’altro continuità e
infinito”.
3. La Letteratura indaga l’ Infinito
«Non vi è nulla di più irreale della realtà».
L. Pirandello, Sei personaggi in cerca d’ autore
di CRISTINA MANZINI (Lions Club di Gabicce Mare)
P
arlare di infinito! Un ossimoro! Un
tentativo acutamente folle, come
suggerisce l’etimologia di questa parola,
di fissare pirandellianamente in una
forma ciò che è informe, di fermare ciò che
continuamente fluisce.
L’uomo - come ci dice Calvino nelle Lezioni
Americane al capitolo Esattezza - «proietta il suo
desiderio nell’infinito, l’ignoto è sempre più
attraente
del
noto,
la
speranza
e
l’immaginazione sono l’unica consolazione dalle
delusioni e dai dolori dell’esperienza. Ma poiché
la mente umana non riesce a concepire l’infinito,
anzi si ritrae spaventata alla sola sua idea, non
le resta che contentarsi dell’indefinito, delle
sensazioni che, confondendosi l’una con l’altra,
creano un’impressione d’illimitato illusoria ma
comunque piacevole». È il caso foscoliano del
sonetto Alla sera:
«Vagar mi fai co miei pensieri su l’orme
che vanno al nulla eterno, e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme…»
dove il nulla eterno è vissuto come un elemento
positivo, unica possibilità per raggiungere una
pace, che la mobilità dell’elemento negativo,
costituito dal reo tempo, vorrebbe negare.
L’Infinito dunque, unione di Spazio Assoluto e
Tempo Assoluto, si confronta con la nostra
percezione di Spazio Empirico e Tempo
Empirico, problema che domina la filosofia da
Parmenide a Descartes, a Kant, ma che Foscolo
così scioglie e sublima:
«… e involve
tutte cose l’obblio nella sua notte;
14 Vita di Club n.1
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo…»
Dei Sepolcri, vv. 17-22
«Le Muse/ del mortale pensiero animatrici
Siedon custodi de’ sepolcri e quando
il tempo con le sue fredde ali vi spazza
fin le rovine, Le Pimplee fan lieti
di lor canto i deserti e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio»
Dei Sepolcri, vv. 227- 234
L’infinito appare ancora come approdo e pace in
contesa con l’azione di annullamento del Tempo,
con la ripetizione meccanicistica di cicli vitali
impersonali, ed in questo progetto di antitesi al
deserto, al silenzio di mille secoli, si avvale di un
potente alleato: la poesia, la letteratura, l’unica in
grado di raggiungere l’eterno e avvicinarsi
quindi all’infinito, prendendone le fattezze, ma al
contempo conservando la memoria individuale.
Un “absurdus” che crea il mito di Elettra, la
bellissima ninfa, amata da Giove, che, non
potendo sfuggire alla sua finitezza e dovendo
cedere alla Parche che la chiamano, chiede di
essere eternata, di divenire Infinito, attraverso la
fama, cioè la memoria, il canto che il poeta
intesserà su di lei e sulla sua stirpe. Ciò che più
mi colpisce è che Elettra chiede di accedere
all’Infinito adducendo, come credenziali
momenti di vita ben definiti e chiedendo come
strumento di eternità un oggetto del reale: il
sepolcro.
«…E se, diceva,
a te a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie e non mi assente
premio miglior la volontà dei fati…»
Dei Sepolcri, vv. 244-247
«eterno splende ai peregrini un loco,
eterno per la Ninfa a cui fu sposo Giove»
Dei Sepolcri, vv. 236-237
Questo meccanismo è singolare e merita di
essere analizzato, in quanto costituisce il sottile
legame tra finito ed infinito in cui si affida alla
letteratura ed alla poesia il compito di indagare i
confini del conosciuto, e di spingersi, con la
parola, oltre il tempo. Così Omero è il vate cieco,
che brancola tra gli avelli, ed intesse un canto
che donerà “ onor di pianti” ad Ettore e memoria
infinita.
Nella realtà l’infinito non è raggiungibile, ma
l’uomo può figurarsi piaceri infiniti tramite
l’immaginazione,
dice
Leopardi
nello
Zibaldone. La realtà immaginata costituisce la
compensazione, l’alternativa ad una realtà
vissuta che non è che infelicità e noia. Ciò che
stimola l’immaginazione a costruire questa realtà
parallela, in cui l’uomo trova illusorio
appagamento al suo bisogno di infinito, è tutto
ciò che è vago, indefinito, lontano, ignoto. Nasce
una vera teoria della visione in cui, anche qui,
come in Foscolo, si accede all’infinito attraverso
cose contingenti: una siepe, un albero, una torre,
una finestra. L’impedimento della vista che
esclude il reale, nel processo ben noto dell‘Idillio
composto nel 1819, costruisce l’idea di un
infinito spaziale, immerso in silenzi sovraumani
ed ancora in una “profondissima quiete”.
Se nell’Ottocento l’investigazione dell’Infinito è
tema fondamentale della produzione letteraria,
nel Novecento si dilata a tal punto da
coinvolgere non solo i contenuti trattati, ma
anche la struttura stessa dei testi che divengono
moltiplicazioni infinite, replicabili senza limiti.
L’Ottocento aveva ancora la certezza di una
possibilità di comunicazione tra scrittore e
lettore. Gli autori del Novecento invece si fanno
consapevoli di un’assoluta impossibilità di
percezione e di comprensione della molteplicità
del reale e portano questa immensa
frammentarietà nella letteratura. Il romanzo
perde il suo centro narrativo e le forze della
descrizione sono centrifughe. La scomparsa di
ogni certezza esistenziale è ben visibile nella
produzione pirandelliana.
Ne Il fu Mattia Pascal, ad esempio, il romanzo si
apre con una sola certezza del personaggio,
quella del proprio nome e si conclude con il
totale annullamento della stessa:.
«Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io
sapessi di certo era questa: che mi chiamavo
Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual
volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti
dimostrava d’ aver perduto il senno fino al punto
di venire da me per qualche consiglio o
suggerimento mi stringevo nelle spalle,
socchiudevo gli occhi e gli rispondevo :
- Io mi chiamo Mattia Pascal.
- Grazie caro. Questo lo so.
- E ti par poco?»
Il fu Mattia Pascal, cap. I
«Ma io gli faccio osservare che non sono affatto
rientrato né nella legge né nelle mie
particolarità. Mia moglie è moglie di Pomino ed
io non saprei proprio dire ch’io mi sia…»
Il fu Mattia Pascal, cap. XVIII
15 Vita di Club n.1
Lo spazio che si estende intorno all’uomo è
pulviscolare e muta continuamente in base alle
prospettive da cui viene osservato.
Come Leopardi nel Cantico del Gallo Silvestre
immaginava che l’intero universo si spegnesse e
sparisse («Un silenzio nudo ed una quiete
altissima, empieranno lo spazio immenso. Così
questo
arcano
mirabile
e
spaventoso
dell’esistenza universale, innanzi di essere
dichiarato né inteso, si dileguerà e perdurassi»)
e pareva dirci che lo spaventoso e l’inconcepibile
è non il vuoto infinito ma l’esistenza, così
Pirandello nel XIII capitolo del Il fu Mattia
Pascal esplicita la sua teoria della
Lanterninosofia. In un gioco umoristico egli
immagina l’universo nel quale gli uomini si
muovono come un grande spazio buio,
illuminato ora qua, ora là da qualche lanterna,
alcune grandi come gli ideali politici o religiosi,
capaci di illuminare uno spazio discreto attorno a
sé, altre, quelle individuali, in grado di fornire
una luce così fioca da permettere appena la vista
dei propri passi. In questo spazio buio ed infinito
gli uomini si muoverebbero atterriti, temendo
ogni ombra e non avendo alcuna percezione
dell’unità dell’universo:
«E se tutto questo buio, quest’enorme mistero,
nel quale indarno i filosofi dapprima
specularono, e che ora, pur rinunziando
all’indagine di esso, la scienza non esclude, non
fosse in fondo che un inganno come un altro, un
inganno della nostra mente,una fantasia che non
si colora? Se noi finalmente ci persuadessimo
che tutto questo mistero non esiste fuori di noi,
ma soltanto in noi, e necessariamente,per il
famoso privilegio del sentimento che noi
abbiamo della vita, del lanternino cioè, di cui le
ho parlato finora? Se la morte insomma, che ci
fa tanta paura, non esistesse e fosse soltanto,
non l’ estinzione della vita, ma il soffio che
spegne in noi questo lanternino, lo sciagurato
sentimento che noi abbiamo di essa, penoso,
pauroso, perché limitato da questo cerchio
d’ombra fittizio, oltre il breve ambito dello
scarso lume, che noi povere lucciole sperdute ci
proiettiamo attorno, in cui la nostra vita rimane
come imprigionata, come esclusa alcun tempo
dalla vita universale, eterna nella quale ci
sembra che dovremmo un giorno rientrare,
mentre già ci siamo e sempre vi rimarremo, ma
senza più questo sentimento d’ esilio e di
angoscia? Il limite è illusorio, è relativo al poco
lume nostro, della nostra individualità: nella
realtà della natura non esiste. Noi abbiamo
sempre vissuto e sempre vivremo con l’universo,
con l’infinito, anche ora in questa forma nostra
partecipiamo a tutte le manifestazioni
dell’universo ma non lo sappiamo, non lo
vediamo perché questo maledetto lumicino
piagnucoloso ci fa vedere soltanto quel poco a
cui esso arriva e ce lo facesse vedere così com’è
in realtà! Nossignore lo colora a modo suo e ci
fa vedere certe cose che forse in un’altra forma
di esistenza non avremo più una bocca per
poterne fare le matte risate».
Il fu Mattia Pascal, cap. XII
Gli autori del Novecento si comportano come
quei matematici che, dovendo affrontare
problemi che non consentono una soluzione
generale ma piuttosto soluzioni singole, le
combinano tra di loro per avvicinarsi alla
soluzione generale. Così Calvino trasporta
questo concetto in letteratura togliendo ai suoi
personaggi ogni senso se non quello della loro
funzionalità nell’intreccio narrativo. Nel Castello
dei Destini Incrociati, ad esempio le carte,
funzionali non ad un senso intrinseco ma a
quello della posizione occupata, danno luogo a
possibilità di lettura infinite.
In Se una notte d’inverno un viaggiatore, dieci
primi capitoli di romanzi diversi, è la narrazione
in sé che vuole raggiungere l’infinito, mostrando
la sua illimitata capacità di moltiplicazione.
Nulla però si raggiunge, se non un senso di
assoluta solitudine come in Palomar dove il
protagonista è così dematerializzato da essere
solo uno sguardo collocato ad una distanza
siderale. Solo se si attua un distacco che non
permetta più di toccare realmente le cose è
possibile comprenderne il significato, dice
Calvino.
La scrittura del Novecento naviga con bussole
impazzite, senza aiuti scientifici né magici.
«La bussola va impazzita all’avventura
E il calcolo dei dadi più non torna».
Eugenio Montale,
Le Occasioni, La Casa dei doganieri.
Per ottenere una percezione di Infinito essa deve
pagare come caro prezzo l’esilio dalla vita,
l’assenza,
l’impersonalità,
la
scrittura
dell’Ottocento invece poteva immaginare,
perdersi, naufragare, ma assaporare la dolcezza
di tutto ciò con sereno abbandono, senza cinico
distacco.
16 Vita di Club n.1
SERVICE
LA FATTORIA DEL SORRISO
UN SOGNO DIVENUTO REALTÀ
L’Ing.Giulio Comani, emiliano trapiantato in Abruzzo e socio del Club Pescara Host, ne è stato il Presidente nel
2002-03; per onorare la 50ª Charter Night del Club, il primo fondato nel nostro Distretto e il sesto in Italia, ha curato
la realizzazione di un importante service: la costruzione di un fabbricato da adibire a casa-famiglia per ospitare alcuni
dei bambini che sarebbero usciti dagli orfanotrofi la cui chiusura era prevista per fine 2006; di questo service
distrettuale ho riferito i particolari nel 2° numero di Vita di Club del 2004-05. In quel momento era stato stipulato fra
Fondazione e Comune di Pescara il contratto per la cessione del diritto di superficie a titolo gratuito per oltre
cinquant’anni con la contemporanea posa della prima pietra. Nonostante gli intoppi burocratici, la tenacia dell’Amico
Giulio e la generosità dei Lions del Distretto, che hanno aderito al service, hanno avuto uno splendido epilogo che ci
mostra quel che possiamo fare uniti e solidali: la inaugurazione del fabbricato è avvenuta il 9 Giugno 2007 e
nell’articolo che segue, il principale, appassionato e dinamico artefice, con un più che giustificato compiacimento, ci
riferisce la piena operatività raggiunta dalla struttura, uno dei fiori all’occhiello del 108 A.
Elio Bianchi
di GIULIO COMANI
C
ari
amici
Lions,
ad
un
anno
dall’inaugurazione ufficiale la nostra
“Fattoria del Sorriso” è una bella realtà,
pienamente operativa, di cui possiamo e
dobbiamo essere orgogliosi. Le grida gioiose dei
bambini che vi trovano ospitalità ne riempiono gli
spazi, ed i loro sorrisi, che ci accolgono festosi, sono
travolgenti e ci inondano di quella gioia semplice e
profonda che solo le cose più vere sanno dare, quelle
che gonfiano il cuore di emozione e stillano una
lacrima commossa. Spero che traspaia dalle mie
parole l’emozione che ancora suscita questo nostro
service, quella stessa emozione dell’inizio che fu per
noi la spinta forte che ci costrinse a superare ogni
ostacolo che si frapponeva alla realizzazione di ciò
che allora poteva sembrare un sogno, un sogno che
oggi ospita costantemente 7/8 bambini che possono
così sperare in un futuro migliore e che tutti noi
possiamo considerare con infinita tenerezza come
nostri figli adottivi. Vediamo ora più in dettaglio la
operatività del nostro service.
L’anno scorso la struttura fu affidata alla Caritas
Diocesana che assunse l’impegno di gestirla come
“casa famiglia”, ma, per renderla immediatamente
operativa in attesa che gli sposi già individuati
completino il percorso formativo, di comune accordo
fu affidata al “Centro Aiuto alla Vita”, associazione
di volontariato che ha le capacità e le competenze per
gestirla adeguatamente fino a quando non sarà
consegnata ad una vera e propria famiglia in base al
progetto iniziale. Nei primi mesi dell’anno il Centro
Aiuto alla Vita (brevemente C.A.V.) ha impegnato
molte risorse proprie per dotare l’intera struttura degli
arredamenti e attrezzature necessari per il suo
funzionamento: dalle nuove ed allegre camere da
letto, alla sala lettura, al tinello ed all’ampia sala
giochi che possono soddisfare le esigenze dei piccoli
ospiti; per non dire della cucina, dotata di attrezzature
degne di un ristorante, dove mani esperte preparano i
pasti quotidiani. Superata la fase di avvio dei primi
mesi, anche per l’entusiasmo suscitato dalla bella
sede quale mai avevano avuto nei circa venti anni di
attività su Pescara, il C.A.V. ha desiderato presentare
alla cittadinanza questo suo nuovo punto operativo: il
12 luglio, alla presenza del Sindaco di Pescara,
dell’Arcivescovo Metropolita della Diocesi di
Pescara-Penne, di una folta rappresentanza di Lions,
e di numerosi cittadini intervenuti per l’occasione, il
C.A.V. ha inaugurato la nuova sede. La presidente
dott.sa Patrizia Ciaburro, che annoveriamo anche tra i
nostri Lions più attivi, ha illustrato l’opera di
volontariato svolta dal Centro Aiuto alla Vita, ne ha
ripercorso la storia, e non ha mancato di ringraziare i
Lions Club del Distretto 108-A dando ampio risalto
al fondamentale ruolo di servizio che il Lions svolge
per la comunità. Hanno poi preso la parola
l’Arcivescovo di Pescara, il Sindaco ed i presidenti
dei club Lions intervenuti che hanno evidenziato i
vari aspetti della vita della struttura: dalla funzione
umanitaria a quella sociale alle tappe della
realizzazione. È stata una bella giornata di festa,
allietata anche dalla presenza dei figli degli invitati
più giovani che hanno fraternizzato con i piccoli
ospiti della Fattoria del Sorriso. Ma la più piacevole
sorpresa è stata la partecipazione spontanea dei
bambini del vicinato, che hanno così testimoniato il
17 Vita di Club n.1
benevolo accoglimento della nostra struttura, con
tutto ciò che rappresenta, ed è stato forse il momento
di maggiore gratificazione per tutti coloro che hanno
partecipato alla realizzazione dell’opera e ancora vi
operano o vi lavorano. E tra coloro che vi lavorano
non ci sono solo gli operatori del C.A.V., ma ci
siamo anche noi Lions perché la Fattoria del Sorriso è
un service che continua, che nell’immediato vede
impegnato il Club di Pescara Host in un service che il
presidente Di Giovanni ha voluto chiamare il
“Giardino del Sorriso”, ossia la sistemazione della
recinzione, con la piantumazione di una siepe
completa di impianto di irrigazione, e la fornitura di
alcuni giochi da giardino; service che è anche l’inizio
di una collaborazione con i soci Lions che vogliano
prestare le loro professionalità o disponibilità di
tempo auspicata e
sollecitata dallo stesso
C.A.V. E chiunque
abbia il desiderio di
essere ancora vicino a
questa nostra realtà di
servizio può rivolgersi
a me per coordinare al
meglio tempi e modi
degli interventi. Per noi
Lions la F.d.S. è anche
comunicazione verso
l’esterno, verso la
comunità
in
cui
viviamo, perché parla
di noi, della nostra
capacità di riconoscere e affrontare esigenze e/o
emergenze sociali e di individuare le vie per
risolverle. Spesso la stampa locale ha scritto della
Fattoria del Sorriso sia in occasioni ad essa dedicate,
sia per situazioni analoghe perché dopo di noi altre
associazioni si sono mosse, e lo stesso Comune di
Pescara ha intrapreso delle iniziative per realizzare
altre case famiglia, seguendo la strada che noi
avevamo indicato e percorso con successo. E non è
tutto perché la F.d.S. oltre che proiezione esterna è
proiezione interna: è importante per noi stessi perché
testimonia quello che sappiamo fare quando diamo
ascolto all’emozione che suscita una iniziativa che fa
vibrare le corde più profonde del nostro animo, del
nostro essere lions. In essa vediamo infatti compiuti i
dettami della nostra Etica lionistica: “Avere sempre
presenti i doveri di cittadino […] verso la comunità
nella quale viviamo” e dei nostri Scopi: “Prendere
attivo interesse al bene civico, culturale, sociale e
morale
della
comunità”.
Consentitemi
di
soffermarmi un momento e richiamare la vostra
attenzione su questi punti perché ritengo che siano di
fondamentale importanza: in un momento storico nel
quale la licenza sfrenata e l’assenza di regole
sembrano dominare l’ideologia collettiva, amplificata
a dismisura da mass-media che trasmettono di tutto
senza coscienza critica del bene e del male, la nostra
voce di Lions si deve alzare forte e chiara a rimarcare
i nostri, che sono di tutti, doveri di cittadino verso la
comunità nella quale viviamo. Doveri di cittadino:
regole non codificate, ma profondamente scritte in
ciascuno di noi da secoli di storia comune che
dobbiamo tornare a far valere e rispettare per poter
vantare poi il diritto di essere cittadini. Ed il miglior
modo è operare come abbiamo fatto con la F.d.S.:
operare per dimostrare attivo interesse al bene civico,
col voler migliorare i rapporti tra le persone, al bene
culturale, con l’aprire più ampi orizzonti laddove si
stanno restringendo, al bene sociale, con l’aiuto a chi
è più debole, ed infine al bene morale della comunità,
nel riaffermare con l’esempio l’etica dei doveri che
sono alla base del vivere civile. Non possiamo non
ricordare anche un altro dei nostri scopi che recita:
“Unire i club con i
vincoli dell’amicizia”
che non ha bisogno di
alcun commento per
quanto è palese la sua
applicazione in questa
circostanza. Uno scopo
da rammentare con
l’intimo silenzio che
merita
un
giusto
orgoglio. Ma guai, guai
a noi se questo giusto
orgoglio per quanto
fatto si trasformasse in
sterile compiacimento.
Tutt’altro.
Quanto
abbiamo fatto deve essere stimolo per affrontare i
service futuri con maggiore consapevolezza delle
nostre possibilità; e per perseguire, nel caso, obiettivi
più importanti e arditi. Ed il pensiero va ovviamente
al “Centro Polivalente di Solidarietà” di Cervia che
della Fattoria del Sorriso è una naturale, bellissima ed
ineludibile conseguenza. Perché il lascito della F.d.S.
non è solo aver costruito una struttura che sopperisca
ad una importante esigenza sociale, con tutte le
ricadute sociali e morali di cui abbiamo parlato, ed
averlo fatto noi tutti insieme, ma anche, e vorrei dire
soprattutto, aver creato una pietra miliare del nostro
cammino di lions, pietra di paragone che ha tolto il
timore che certi progetti siano troppo impegnativi per
essere realizzati, e che ci deve infondere sì fiducia
nelle nostre capacità operative, ma soprattutto
spronare, spronare nella instancabile opera di servire
la nostra comunità sociale sempre di più e sempre
meglio. Ecco allora che possiamo dire che il service
della F.d.S. non è concluso oggi: ma lo sarà ogni
giorno del nostro futuro quando potremo dire di non
esserci arresi alle difficoltà ed aver così realizzato
quello specifico service, frutto della nostra
instancabile voglia di servire il prossimo, di servire la
nostra comunità per creare un futuro migliore. Viva il
Lions!
18 Vita di Club n.1
ESTATE LIONS
STAGIONE D’ARTE
PER COMBATTERE L’AFA
di ANNA BIONDI
L’estate Lions, sotto la nuova presidenza di Paolo Giulio Gianessi, si apre e si snoda all’insegna della Cultura ad
ampio raggio: una rivisitazione storico-artistica di un Medioevo ormai pronto a trascolorare nel Rinascimento,
un’immersione nel mondo delle favole evocato da una Cina senza tempo, una visita in villa in una Toscana
cinquecentesca punteggiata di storie fosche, una puntatina sulle Alpi Apuane per scoprirne i tesori, un ritorno alla
contemporaneità nel Museo riminese, un saggio di poesia e gastronomia in un sapido recitar mangiando, una sera a
teatro per gustare uno Shakespeare tra il malinconico e il giocoso, un ferragosto dove la regia passa ai dilettanti allo
sbaraglio…
1. Modelli sempiterni di bellezza e armonia
Quando l’arte non è imitazione, ma evoluzione e crescita
I
l primo degli appuntamenti che riuniscono il
club in versione estiva, ovvero senza la
costrizione dell’ufficialità, ma per il piacere
di incontrarsi e di condividere comuni passioni, è
del 29 giugno quando in Castel Sismondo
visitiamo la mostra Exempla, il cui tema è la
scultura italiana del ‘200, secolo chiave per una
formidabile svolta artistica: la scoperta del
mondo classico dopo l’oscurantismo (almeno
apparente) di secoli barbarici. Nella storia della
nostra cultura, saranno molti i momenti in cui i
classici verranno assunti come modelli,
Rinascimento e Neoclassicismo saranno
indubbiamente gli esempi più grandiosi. Ma già
il Medioevo è in rapporto con l’antico, benché in
modo diverso rispetto al ‘400, al ‘500, al ‘700:
esso non è un mondo sentito come perfetto,
ideale, paradiso ormai perduto per sempre che si
può solo tentare di imitare. È invece considerato
presente e il rapporto con i maestri, i padri, i
diretti antecessori è in stretta continuità; ferma
restando l’auctoritas dell’antico sul moderno,
l’arte è sentita come una linea evolutiva in cui
una generazione, inserendosi su quella
precedente, si evolve e procede aggiungendo
qualcosa di suo. L’eredità dei maestri non si
risolve in copiatura, ma cambia la coscienza fino
ad esprimere una nuova umanità: i volti, pur
nelle fattezze classiche, esprimono nuovi
sentimenti in chiave cristiana. Lo spiega anche
Dante: “Credette Cimabue ne la pittura / tener
lo campo, e ora ha Giotto il grido” (Pg. XI, 9495), vale a dire Cimabue ebbe il merito di aver
svincolato la pittura dai rigidi schemi bizantini,
ma fu Giotto a darle caratteri di novità e
maggiore incisività di forme e di colori. In
parallelo con la storia della lingua, nel ‘200 si
afferma il dolce stil novo anche nelle arti
figurative: mentre della duecentesca pittura degli
affreschi si è conservato ben poco, l’impronta del
nuovo stile si rintraccia nitida nella scultura.
Questa è la scommessa della mostra: far capire
l’evoluzione dello stile in una forma d’arte non
immediatamente comprensibile dal pubblico qual
è la scultura. Siamo nella prima metà del ‘200,
quando la figura di Federico II detta legge in
Italia e nell’Impero, suscitando amore e odio:
"Un miscredente astuto, scaltro, avaro,
lussurioso, malvagio, iracondo", lo definisce il
francescano Salimbene da Parma, "Tra i
principi della terra è il più grande, stupor
mundi e miracoloso trasformatore" gli ribatte
il monaco inglese Matteo Paris. Amando
profondamente il Mezzogiorno d'Italia ed
eleggendolo a dimora personale, l’imperatore vi
promuove una fioritura culturale e artistica senza
precedenti: fonda e restaura città, costruisce
chiese e cattedrali (Bari, Bitonto, Trani, Troia),
nonché fortezze e castelli (Gioia del Colle,
Brindisi, Oria, Lucera, Castel del Monte). Chiamati
19 Vita di Club n.1
cattedrali, nasce lo stil novo, più realistico, più
alle sue corti - di Foggia, di Palermo e di Capua naturalistico. Un capitello di Troia (Puglia) in
maestri delle più lontane culture, tra cui scultori
stile corinzio prende vita nel momento in cui le
oltremontani dal linguaggio gotico e scultori che
foglie d’acanto si trasformano in volti umani
riprendono a livello iconografico le fonti antiche,
caratterizzati secondo le diverse razze presenti in
dà vita alla cultura detta appunto federiciana,
Puglia. L’espressione esiste anche nei
dove l’impronta dei modelli classici,
numerosi grifoni presenti in tutto il
intimamente fusa con elementi di
percorso, tanto da sentirne addosso lo
altra estrazione (romanica, gotica,
sguardo torvo: pur conservando il
saracena), porta un’evoluzione senza
simbolico aspetto di terribilità, un
precedenti. Il riutilizzo dei reperti
modellato più morbido ne rivela
classici era una tradizione in casa
venature e rigonfiamenti sotto gli
normanna e Federico eredita regno e
occhi, e ne sottolinea il realismo. Sono
cultura per parte di madre: il
attribuiti a Nicola Pisano de Apulia,
frammento di sarcofago in cui una
formatosi nei cantieri federiciani dove
figura maschile tiene al guinzaglio un
apprese l’arte di rilavorazione dei
leone (la virtus del defunto che tiene
marmi di spoglio, e considerati
imbrigliata la morte) è posto sul suo
l’anello mancante prima che l’artista
trono a simbolo della terribilità della
arrivi in Toscana e produca capolavori
giustizia contro chi osa violare le
come le sculture del battistero di Pisa.
leggi. Federico, per legittimare la
Naturalismo è dunque l’effetto
propria autorità, riprende per sé
generale della nuova cultura: anche
l’iconografia di Augusto, con la
Federico contribuisce di suo, poiché,
capigliatura disposta a coda di
appassionato
cacciatore,
diventa
rondine e la corona d’alloro, oppure
celebre tra i naturalisti come autore
di Costantino con la corona bassa
del De arte venandi cum avibus, un
bizantina e col globo d’oro (non per
Madonna col bambino.
niente il suo secondo nome era Andrea Pisano, marmo policromato e trattato molto diverso dai fantasiosi e
1348 circa, Orvieto, Museo
superstiziosi bestiari medievali. Una
Costantino). Sono tanti gli esempi dorato,
dell’Opera del Duomo.
curiosità: in mostra è esposto un
che glittica e scultura presentano di
mattone trovato a San Martino in XX, unica
frammenti riutilizzati e di adattamenti di
testimonianza del passaggio di Federico da
significato: dal cammeo “Ercole lotta col leone”
Rimini diretto a Ravenna ad una Dieta con la sua
è ripresa l’immagine della virtus di Federico II
guardia personale di fanti saraceni e il
che lotta contro i Guelfi. In un altro cammeo il
caravanserraglio di animali provenienti da
mito classico della disputa tra Poseidone e Atena
plaghe lontane a sottolineare la maestà e la
per la supremazia nell’Attica (il dio del mare fa
potenza dell’impero. Risalta nell’iscrizione la
scaturire una fonte, Atena un olivo, ai suoi piedi
parola “cammello”; tra scimmie, iene, pantere,
il serpente Erittonio che l’accompagna) è
c’era sì da stupire il mondo. Nello spazio
interpretato come Adamo ed Eva. Dalla glittica
suggestivo della rocca malatestiana tutto risalta
alla scultura lo stile è lo stesso: Pier delle Vigne,
in armonia; così abbiamo visto l’antico diventare
ministro di Federico, è rappresentato nella Porta
Capuana come l’uomo barbuto di un cammeo
moderno e le “copie” diventare capolavori.
esposto, come i personaggi importanti
dell’antichità. La mostra contiene anche calchi di
sculture che fanno parte della decorazione di
cattedrali
pugliesi:
le
divinità,
prima
rappresentate senza i segni del tempo essendo
simboli di eternità, qui sono colte in
atteggiamenti espressivi di sentimenti. Quando la
cultura di tradizione classica si incontra con le
maestranze gotiche che stanno costruendo le
La lupa con Romolo e Remo e Rea Silvia. Nicola e
Giovanni Pisano, marmo statuario apuano, 1278,
Perugia Galleria nazionale dell’Umbria, dal bacino
inferiore della Fontana Maggiore di Perugina.
20 Vita di Club n.1
2. Favole d’amore e morte
Quando la musica traduce il sogno…
P
uccini la descrive così: «Gaudio supremo,
paradiso, eden, empireo, «turris eburnea»,
«vas spirituale», reggia... abitanti 120, 12
case. Paese tranquillo, con macchie splendide
fino al mare, popolate di daini, cignali, lepri,
conigli, fagiani, beccacce, merli, fringuelli e
passere. Padule immenso. Tramonti lussuriosi e
straordinari. Aria maccherona d'estate, splendida
di primavera e di autunno. Vento dominante, di
estate il maestrale, d'inverno il grecale o il
libeccio. Oltre i 120 abitanti sopradetti, i canali
navigabili e le troglodite capanne di falasco, ci
sono
diverse
folaghe,
fischioni, tuffetti
e
mestoloni,
certo
più
intelligenti degli
abitanti, perché
difficili
ad
accostarsi.
Dicono che nella
Pineta "bagoli"
anche
un
animale
raro,
chiamato
Antilisca...».
Il musicista sta parlando della sua Torre
del Lago dove noi siamo accorsi il 19
luglio inseguendo ancora una volta
Maurizio Scaparro. «È stato un onore per
me – ci ha raccontato il famoso regista che
con il nostro gruppo ha passato il
Ferragosto - aprire alla lirica con la
Turandot il Gran Teatro di Torre del Lago,
il primo teatro all’aperto moderno costruito
in Italia. E sono felice che in terra
pucciniana il pubblico abbia apprezzato un
allestimento ispirato al Puccini musicista
europeo, che pensava alla Cina filtrandola
attraverso il liberty…». E noi condividiamo
l’entusiasmo di Puccini per il luogo finché
ceniamo a bordo lago, godendo dell’azzurro
sereno di acqua e cielo; poi, una volta a teatro, ci
lasciamo immediatamente prendere da una
suggestione ammaliante: siamo a Pechino, in un
imprecisato e mitico «tempo delle favole» e la
città imperiale scintilla dorata in lontananza nella
luce sfolgorante del tramonto, mentre in primo
piano tutto sovrasta il grande tetto a forma di
pagoda della reggia di
Turandot, che sembra di
materiale antico, fuori dal
tempo. «Ho pensato che la
favola di Gozzi fosse vista
da Puccini con gli occhi di
Schiller
(autore
delle
versione tedesca del testo) –
continua Scaparro - che attenuò i
tratti di commedia dell'arte per
giustificare nell’atmosfera del
sogno la violenza della favola.
Per Puccini insomma Gozzi è un
pretesto per raccontare cose
dolorose come la fine dell'amore. Soprattutto, mi
piace che tutto sia circondato dalla parola amore
che nel bene e nel male ha segnato la vita del
maestro. Per questo ho detto ai cantanti che, per
scoprire il mistero chiuso nel cuore di Calaf, ma
anche di Puccini, possono essere utili le parole
che forse tutti almeno una volta abbiamo
pronunciato: “T’amo da morire”». In questo
mondo di fiaba le regole della miglior tradizione
sono però sovvertite: la buona ama tanto da
21 Vita di Club n.1
morirne, il principe non l’ama e non la salva, ma
sbava dietro alla cattiva, che, perfida come
poche, condanna a sicura morte chi di lei
s’innamora. La buona Liù, soprano dalla voce
divina, dolcissima, intensa, appassionata nelle
sue note d’amore, muore. Il principe, tenore dalla
voce stupenda, di
timbro caldo, benché
privo del sex appeal
del Principe Azzurro:
essendo
basso
e
panciuto, dirige le sue
caldissime
profferte
d’amore alla cattiva.
La crudele e glaciale
Turandot le riceve con
la degnazione di una
dea immortale verso
un
omuncolo
insignificante; il suo
temperamento
è
perfettamente reso dal
bellissimo, enigmatico
soprano dalla voce
talmente fredda e dalla
dizione assolutamente
criptica, che stentiamo
a
recepirne
lo
sgelamento
e
l’esaltazione amorosa
dell’ultima ora. Forse
anche
la
gelida
principessa è entrata
“tra gli umani per via dell’amore”, come voleva
dimostrare Puccini.
Guadagniamo l’uscita non resistendo a dar
manforte a Calaf nella sua testarda convinzione:
“Tramontate, stelle! All'alba vincerò!”
… e un castello disabitato disvela diafane
presenze…
L
a giornata del 19 luglio, terminata in
questo stato di esaltazione collettiva, era
cominciata con altre storie d’amore e
morte, quelle rivisitate nella Villa medicea di
Cafaggiolo a 25 Km a nord di Firenze, nel cuore
del Mugello. «Cafaggiolo vede meglio di
Fiesole, perché ciò che vede è mio» - diceva
Cosimo il Vecchio che a metà del XV secolo
diede incarico a Michelozzo di trasformare
l’antica fortificazione appartenente alla famiglia
sin dal secolo precedente, in un sontuoso edificio
residenziale. Secondo il Vasari (1568),
Michelozzo ridusse la residenza «a guisa di
fortezza, co’ i fossi intorno», anche se certe
caratteristiche dovevano già essere proprie
dell’edificio; inoltre l’artista «ordinò i poderi, le
strade, i giardini, e le fontane con boschi
attorno, ragnaie, e altre cose da ville molto
onorate». Quanto fosse
meravigliosa dopo la
ristrutturazione in tipica
residenza di campagna,
ben si vede nella lunetta
dipinta da Giusto Utens
nel 1599-1602. La villa
che abbiamo visitato è
effettivamente uno dei
grandi
capolavori
dell’architettura
rinascimentale, e una
delle ville più legate
alla storia dei Medici.
Qui
Lorenzo
il
Magnifico,
fin
da
bambino,
amava
soggiornare a lungo
specialmente in estate, e
qui si crede abbia
composto la Nencia da
Barberino, un poemetto
dedicato a una bella
fanciulla del luogo. Con
la moglie Clarice Orsini
e i figli, ospitò qui
personaggi illustri come
Angelo Poliziano, loro precettore ed educatore,
gli umanisti Marsilio Ficino e Pico della
Mirandola, e Luigi Pulci che leggeva il
Morgante alla mensa del Castello. Dell’antico
fortilizio oggi sono scomparsi il fossato, il ponte
levatoio e la cerchia di mura esterne; esistono
ancora le antiche scuderie, di epoca
cinquecentesca, a sinistra dell'edificio, mentre, al
posto del giardino primitivo con aiuole
geometriche e fontane, oggi c’è una foresta di
alberi secolari che circonda la tenuta e di cui
godiamo la refrigerante ombra dopo la visita. Tra
gli alberi una sephora giapponese che ha
centinaia di anni e una gigantesca sequoia che
una leggenda racconta portata dall’America in
forma di piantina da Amerigo Vespucci e donata
ai Medici e qui trapiantata e sopravvissuta
nonostante il clima non favorevole. All’interno
della villa sono andati perduti completamente gli
affreschi di Sandro Botticelli commissionati da
Lorenzo di Pierfrancesco, biscugino del
22 Vita di Club n.1
Magnifico, il quale nel 1485, fra i vari beni, gli
cedette anche Cafaggiolo per saldare un debito.
Il nuovo proprietario nel 1494 vi impiantò una
manifattura di porcellana, che in futuro avrebbe
avuto
particolare
sviluppo e rinomanza
(un piatto prodotto nella
Fabbrica di Cafaggiolo è
conservato al Victoria
and Albert Museum di
Londra). Le grandi sale
sono spoglie di arredi e
di opere d’arte di grande
valore;
sulle
pareti
campeggiano le copie,
realizzate dal pittore
Carmine Fontanarosa, di
una serie di ritratti di
personaggi
famosi
appartenenti alla casa
Medici, Lorenzo ritratto
dal Vasari, suo figlio,
divenuto papa Leone X,
ritratto da Raffaello,
Eleonora di Toledo,
moglie di Cosimo I, con
sua figlia, ritratte dal
Bronzino. Il nome di
Eleonora ci riporta al
fattaccio annunciato; suo
figlio Pietro, nono figlio di tredici, che amava
farsi chiamare don Pedro per le sue
frequentazioni spagnole, si meritò interamente la
cattiva fama di persona violenta, viziosa,
prepotente e scialacquatrice, una delle
personalità più fosche di tutta la storia del casato
mediceo. Il teatro del delitto è una sala di questo
castello. Nel 1576 un matrimonio combinato per
interesse lo legò a Eleonora, detta Dianora, una
raffinata damigella, sua cugina in quanto nipote
di sua madre Eleonora di Toledo. Poiché Pietro
preferiva continuare la sua vita dissoluta con
donne di malaffare, l’infelice sposa, sola e
abbandonata, trovò un altro amore nel
gentiluomo
Bernardino
degli
Antinori,
appartenente a una nobile famiglia fiorentina; la
stessa cosa fece la
cognata
ed
amica
Isabella de’ Medici,
altrettanto infelicemente
sposata con Giampaolo
Orsini, che prese a
frequentare
amorosamente
un
parente del marito. I
mariti, presto informati
dai soliti invidiosi – le
due donne erano belle,
ricche e potenti decisero di liberarsi delle
mogli nel modo più
brutale: Pietro, nel luglio
del 1586, invitò la
moglie nella villa di
Cafaggiolo, ma dopo la
festa la soffocò con le
sue stesse mani tramite
un "asciugatoio", come
riportano i documenti
dell'epoca. Quasi in
contemporanea
Giampaolo Orsini invitò
la moglie nella sua villa di campagna a sud di
Firenze e le fece fare la stessa fine. In una lettera
a suo fratello, il granduca Francesco, Pietro
scrisse che era avvenuto “un accidente alla
moglie”. Il granduca lasciò correre per salvare
l’onore della famiglia. Le due vittime furono
sepolte in gran riserbo a Firenze, ma, rimaste
invendicate, si aggirano ancora come fantasmi
nei rispettivi castelli. Dalle antiche mura
rimbalzano le parole del poeta: «Disvelato v’ho,
donne…la viltà de la gente» (Dante).
3. Un mondo di marmo
Quando la natura è arte…
I
l giorno dopo, con ancora in mente le
melodie pucciniane, ci spostiamo a
Pietrasanta, il piccolo paese medievale sui
monti a ridosso della Versilia, in provincia di
Lucca, dove ammiriamo la bellissima piazza
piena di antichi monumenti e di gigantesche
statue equestri di uno scultore contemporaneo
che qui ha la sua Mostra a cielo aperto; le
incredibili figure di materiale plastico da lontano
sembrano bronzi e terrecotte che non stonano
stagliandosi sul biancore dei ben più nobili
marmi antichi. Dopo la Messa nel Duomo di S.
Martino, appunto rivestito di marmi bianchi,
(sec.
XIII-XIV,
stile
romanico-gotico),
23 Vita di Club n.1
ripartiamo alla volta di Carrara, la capitale del
marmo. Vediamo la città dall’alto, mentre
saliamo sulle pendici delle Alpi Apuane per la
strada più impervia, ripida, stretta, che si sia mai
trovata in dieci anni di
gite lionistiche: siamo
diretti nella frazione di
Colonnata a 532 m. sul
livello del mare, un
antico borgo di origine
romana, nato come
colonia per l’alloggio
degli schiavi destinati
allo
sfruttamento
intensivo delle cave e
successivamente abitato
da
coloro
che
lavoravano alle cave. In
paese non si può entrare
né con il pullman né con
le auto, ma con una
“pazza” navetta che
s’inerpica traballando
fino alla piazzetta. Nel
punto più alto, ove è
posta la chiesa che
risale al XII sec. e dove
si trova il monumento
al cavatore, si può
arrivare solo a piedi; l’origine del toponimo è
contraddittoria: colonia, columna per le colonne
di marmo che vi era estratte, oppure collis (colle)
o columen (sommità). Ma diciamo la verità, oggi
ci interessa ben altro; siamo saliti fin quassù per
il lardo che ha reso famosa Colonnata nel mondo
e che l’ ha fatta gemellare con Talamello per uno
sposalizio di sapori e di profumi sopraffini,
quello unico del formaggio “Ambra” e quello del
salume arricchito di aromi (cannella, coriandolo,
noce moscata, chiodi di garofano, anice stellato e
origano). Un tempo era il “companatico” dei
cavatori, che lo affettavano sottile per metterlo
dentro le pagnotte rustiche insieme ad alcuni
pezzetti di pomodoro, oggi è un prodotto di
nicchia eccezionalmente buono, ne gustiamo la
delicatezza nel menu
ammannitoci
alla
Locanda
Apuana:
delizioso! Quando ben
pasciuti
riscendiamo,
siamo pronti per una
passeggiata
tra
le
grandiose
pareti
di
marmo di cui tutto il
territorio è fatto (44 cave
attive su una superficie
complessiva di 500 ettari)
e per ascoltare dal
proprietario di una delle
più antiche e grandi cave
la storia di questi luoghi.
Quando ancora Roma
non aveva il controllo di
queste montagne, esse
erano abitate da una
popolazione
nomade,
pastori,
cacciatori
e
guerrieri di origine ligure
che già utilizzavano le
cave per produrre utensili
vari e oggetti decorativi e commemorativi da
interrare nei sarcofagi con i defunti. Gli Apuani
diedero filo da torcere ai Romani che qui si
avventuravano; li attaccavano e li depredavano
per poi rifugiarsi sulle montagne,
imprendibili. Nel II
secolo a.C. i
Romani,
ormai
conquistata quasi
tutta l’Italia, non
potevano
permettere che non
ci
fosse
un
passaggio sicuro dal
centro al nord per le
legioni
e
i
commercianti.
Arrivarono qui in
forze, sconfissero gli
Apuani, li deportarono
nel
Beneventano,
fondarono a valle la
colonia di Luni e
cominciarono ad estrarre il marmo a Carrara
intorno alla prima metà del I sec. a.C. rifornendo
24 Vita di Club n.1
di blocchi di marmo bianco le maggiori
costruzioni pubbliche di Roma e le dimore
patrizie. Della cava romana il proprietario ci
mostra le tracce: un capitello dorico annerito dai
secoli e dalle intemperie e una colonna a pezzo
unico di 7 m. di lunghezza giacciono dove gli
schiavi li abbandonarono a causa di rotture
naturali presenti nei blocchi. L’estrazione del
blocco avveniva così: congiungevano due rotture
con una trincea profonda più di un metro, si
ponevano all’interno e lavoravano il marmo
davanti a sé direttamente sulla montagna,
scavavano una V dove piantavano grossi cunei di
ferro, li picchiavano con pesanti mazze fino a
rompere il marmo da dietro a 45 gradi lungo le
sue venature; il marmo cadeva, veniva squadrato
in blocchi e trasportato, legato con forti funi e
pali, sulla “lizza”. La lizza, una sorta di slitta di
robusti tronchi, veniva ancorata con funi ai
“piri”, pali di legno saldamente conficcati nel
terreno alla sommità della via di lizza, quindi
scivolava sui “parati”, travi di legno insaponate
disposte come i binari delle ferrovie, ma
perpendicolarmente alla corsa della lizza.
Sfruttando le pendenze del monte o gli alvei dei
torrenti, i blocchi giungevano fino alla valle di
Colonnata, da cui carri tirati da buoi li portavano
fino al porto di Marina di Carrara. Il blocco più
grosso mai trasportato fu
un monolito lungo 20 m.,
largo 3, alto 3, pesante
350 ton., destinato a
diventare
nel
1929
l’obelisco
del
Foro
Mussolini vicino allo
Stadio Olimpico a Roma.
Estratto nella cava di
Carbonera, ci vollero
cinque
mesi
per
percorrere gli 11 km fino
al porto, oltre 100 uomini
e 72 buoi maremmani
dalle lunghe corna per
trainarlo. La lizzatura
oggi è diventata uno
spettacolo
rievocativo
annuale nella suggestiva
cornice
delle
Alpi
Apuane accompagnato da
canti
dialettali
di
incitamento con cui i
cavatori
accompagnavano
le
manovre. Per secoli la
tecnica di estrazione e di trasporto non mutò più
di tanto; dopo la seconda guerra mondiale
cambiò la tecnologia. Oggi macchinari potenti
aiutano i cavatori: lame a cinghia diamantata
tagliano “fette” di marmo in galleria o a cielo
aperto come se fosse burro. Il marmo si è
formato 250milioni di anni fa quando in questa
zona c’era il mare, e sotto l’acqua si creò uno
strato di carbonato di calcio, conchiglie, pesci
fossili, plancton. Era una zona sismica dove si
sono create alte temperature che hanno
cristallizzato il carbonato di calcio; pressato dai
movimenti della terra, esso si è trasformato in
marmo dalle sfumature e venature più varie:
oltre al più puro bianco porcellana, esistono il
venato, l’arabescato, il bardiglio, il bardiglio
nuvolato con tonalità azzurrine. Il marmo di
Carrara è indubbiamente il più famoso nel
mondo per la sua storia, per l’ampiezza del
bacino estrattivo che comprende tre valli, per i
duemila anni di tradizioni che hanno reso i
cavatori del luogo esperti che vengono chiamati
in tutto il mondo, per le opere d’arte con esso
realizzate. Le cave dopo la caduta dell’Impero
Romano per un lungo periodo caddero in disuso,
ma ripresero intorno all’anno 1100 per costruire
edifici religiosi come il Duomo e il Battistero di
Pisa (per la torre costruita nel 1400 fu usato un
marmo più economico)
e il loro arredo interno.
Giovanni
Pisano
e
Nicola
Pisano
lo
utilizzarono per le loro
opere nell'Italia centrale.
In seguito Michelangelo
veniva
a
scegliere
personalmente i blocchi
con cui realizzare le
proprie opere. Anche
Canova lo usò.
Il
marmo di Carrara è
unico soprattutto per un
discorso morfologico:
avendo
subito
due
cristallizzazioni,
i
cristalli
che
lo
compongono
sono
piccoli come granelli di
zucchero, e quando
viene lucidato ha un
colore unito, mentre i
marmi bianchi di altra
provenienza ne hanno
subito una sola, per cui i
25 Vita di Club n.1
loro cristalli sono come sale da cucina e una
volta lucidati, appaiono cristallini. Affascinati
dalla storia del marmo seguiamo tantissime altre
spiegazioni di carattere tecnico e scientifico
finché la pioggia dispettosa non ci fa fuggire,
non senza aver raccolto ciottoli del meraviglioso
marmo per farne fermacarte a ricordo della
bellissima esperienza.
4. Il pittore e la poetessa
Quando l’amore coniuga le arti…
I
l 24 1uglio 2008, nell’ambito delle
celebrazioni iniziate nel Comune di
Talamello, che ospita il museo a lui
intitolato,
per
i
cinquant’anni di attività
artistica di Fernando
Gualtieri, si è tenuta
presso il Museo della
Città, alla presenza del
sindaco
Alberto
Ravaioli e di Marcello
Di Bella, direttore del
Settore Biblioteca ed
Attività Culturali del
Comune di Rimini, la
cerimonia di donazione
di tre opere del M.° Gualtieri: "La Scintillante"
(1999-2000); "Le corde del porto di Rimini"
(2005); "Rimini. Piazza Cavour al crepuscolo"
(2007). Duplice la motivazione della donazione:
l’amore per Rimini amplificato dalla lontananza
e la certezza che la perennità dei suoi quadri sarà
garantita in questa bella e prestigiosa sede. Come
spiega Yvette Gualtieri, il quadro più grande e
imponente, "La scintillante", già esposto al
Caroussel del Louvre
nel 2000, coglie
un'armonia di chiaroscuri che ricorda un
frammento di poesia di Baudelaire: "Qui dove
tutto è bellezza, quiete e voluttà. Non è una
natura morta, ma / una natura silenziosa,
un'anima che palpita". Nell’opera intitolata "Le
corde del porto di Rimini" c’è Fernando bambino
e adolescente che amava raccogliere preziosi
tesori come le corde da marinaio, trovate nel
porto di Rimini, le quali prefiguravano per lui
avventure e viaggi lontani. Nello strano
paesaggio dove tutto è simbolico, è contenuto il
suo amore per la Romagna, per quel porto che
non poteva dipingere dal suo studio di Parigi.
Finalmente, dopo aver dipinto in tanti paesi
lontani (Francia, Canada, Giappone, Cina...) e
vicini (piazza Garibaldi a Talamello), Fernando,
alla bella età di 88 anni portata con indomabile
disinvoltura bohèmienne, ritorna alle sue radici e
realizza un sogno a lungo accarezzato: farsi
riconoscere come pittore
riminese e dipinge la piazza
Cavour, per lui "la più bella
d'Italia", in due versioni:
"Rimini. Piazza Cavour al
crepuscolo", quella donata a
Rimini, e la versione notturna
esposta
attualmente
all'
Ambasciata Italiana a San Marino. Gli amici di
sempre, che hanno seguito dagli anni ottanta il
suo caparbio intento di conquistare, in Rimini,
una sede percepita sentimentalmente più
prestigiosa rispetto alle città del mondo dove è
conosciuto e riconosciuto, gli erano vicini,
contenti che abbia smentito l’antico e
consolidato detto: nemo propheta in patria. La
moglie Yvette, innamorata tenace e appassionata
dell’uomo e dell’artista, nonché interprete della
sua anima e della sua opera, così lo descrive
nella poesia intitolata “Piazza Cavour”:
Dipinge incurvato, trattenendo il suo sospiro,
orientando il suo sguardo,
concentrato e perso nella bellezza.
I ricordi d'infanzia
lo avvolgono di un soffio voluttuoso.
I profumi della città,
i rumori lo accompagnano.
Talvolta piccioni e passerotti si avvicinano
per essere dipinti vicino ai portici.
Vuole rimodellare ogni pietra,
scolpire di nuovo la fontana della pigna,
come un fiore splendente in tutte le stagioni,
i suoi getti luminosi cantano sulla tela.
I bambini lo osservano incantati,
26 Vita di Club n.1
improvvisamente silenziosi,
esplorano immobili il nuovo continente: l' Arte.
Quando prende la sua bella, la solleva con dolcezza
e come un amante frettoloso,
l'immobilizza sul suo cavalletto.
Le vuole offrire il cielo come gioiello,
ma non sa scegliere per accendere il suo splendore.
Tenta i colori i più eclatanti
e le nuvole le più sottili.
La sua piazza, il pittore la vuole immortalare
di giorno e di notte.
Al crepuscolo in fiamme
e sotto una notte blu di Cina,
dove le luci la inondano di colore.
Al tramonto la vuole stringere in silenzio
e infine danzare con lei sotto le stelle.
Il suo sogno si è realizzato:
ha conquistato la sua amata.
Ogni giorno l' abbellisce
sotto le carezze dei suoi pennelli.
La vuol stringere in silenzio
e infine danzare con lei sotto le stelle,
amante felice, sorride dipingendo...
La piazza Cavour l' attende traboccante d' amore !
Yvette Gualtieri (traduzione dal francese della nipote
Chiara Baratoux)
5. La festa di mezza estate
Quando l’amicizia attenua l’afa…
A
cercare refrigerio da un’afa che mette a
dura prova tutti e in primis i …
cardiopatici del Consiglio Direttivo
impegnatissimi nell’organizzazione, il 2 agosto
ci siamo recati nell’entroterra, in quel di Pulzone
di Saludecio, dove la Villa “I tramonti” mette a
disposizione un magnifico panorama in …
technicolor e vista vision. Sono con la numerosa
comitiva Achille Ginnetti, che insieme con la
moglie ha preferito una serata informale per farci
visita da amico prima ancora che da governatore,
e il past governatore Ezio Angelini ormai
promosso presidente del suo club; la loro
collaborazione conforta il nostro Paolo Giulio
Gianessi che si accinge ad affrontare il personale
“anno paolino” con un progetto molto
impegnativo dal punto di vista economico. Il
primo passo è la vendita di magliette firmate
Lions Club Rimini Malatesta che tutti ci
affrettiamo a comprare per cominciare la raccolta
di fondi, consapevoli però che senza sponsor
importanti si farà poca strada. Comunque chi ben
comincia… A movimentare la serata ci pensa
addirittura un poeta, scanzonato, strampalato,
eccentrico combinatore di parole e versi, alla
Bergonzoni tanto per intenderci, e altrettanto
intelligente. È il socio Gianfranco Simonetti a
“Ci sono dei giorni...”
Ci sono dei giorni
In cui del mondo ti senti un figliastro
E nel puzzle della tua vita
declamare i propri numerosi testi con divertito
fervore; garantito l’applauso ammirato e
caloroso. Per la meritata pubblicazione due
poesie scelte dallo stesso autore:
Non trovi l’incastro
Ci sono dei giorni
Con l’odore salmastro
Preludio o metafora
Di un futuro disastro
27 Vita di Club n.1
Ci sono dei giorni
In cui non arriva mai notte
Hai le ossa in soqquadro
Rimembranza di lotte
Ci sono dei giorni
Che fan seguito ad altri
Mentre alcuni sono nuovi
Tu li cerchi e rimuovi i pensieri più scaltri
Ci sono dei giorni
Che ti spingono avanti
Quelli che ancor sono dietro
Di sicuro sono tanti
E alla falce che incalza
Tu gli innalzi coi guanti
Un pagano divieto
Mentre brindi col bicchiere di vetro
Ci sono dei giorni
Di profondo regresso
Hai un gran brutto umore
E ti senti depresso
Con i tuoi pensieri disadorni
Vuoi convincere gli altri
Ma non capisci i contorni
E tu danneggi te stesso
Ci sono dei giorni
In cui era meglio davvero
Se tu fossi rimasto
Nelle braccia di Morfeo
Dopo un brusco risveglio
Ti presenti al tuo prossimo
Ti cambi la maschera
Scegli tra i tuoi umori di sicuro il ‘più pessimo’
Ci sono dei giorni
Di minuscole svolte
Hai una nuova dialettica
Procedi a briglie sciolte
Parli al saggio
E alle stolte
E racconti di tue
Mai vissute rivolte
Ci sono dei giorni…
“Il Funambolo”
Mi basta solo un attimo
Per adattarmi al ruolo
E viaggio anche nei secoli
In un pindarico volo
Confesso il mio rammarico
Perché chi assiste alle mie recite
Non è mai consapevole
Del mio genio artistico
E tanto meno applaudono
Perché essi non capiscono
Di essere comparse e pubblico
Di un grande palcoscenico
È certo sono l’unico
Inimitabile artista vero
E anche se gli altri non comprendono
Io ne sono orgoglioso e fiero
Qualcuno dal loggione
Urla, fa confusione
Ma non è disturbando il pubblico
Che si fa valer ragione
Chiunque dica se ha da dire
Faccia se ha da fare
Ma sappia che qui sono l’unico
Che sa davvero recitare
Chiunque io sia o sia stato
Non ve lo posso dire
Sarebbe davvero inutile
Se poi vi è scomodo capire
Recitando vado per la mia strada
Recitando vedo sol quello che mi aggrada
Gianfranco Simonetti
Recitando vado per la mia strada
Recitando vedo sol quello che mi aggrada
Cambio sempre la maschera
Con il mutar del tempo
Scelgo tra le mie maschere
Quella che si confà all’evento
Quante siano le maschere
Neppure io lo so
Ma posso averne di nuove
Fin quante ne vorrò
Recitando so fingere
D’essere falso o sincero
Recitando so convincere
D’essere incerto o sicuro
Ci salutiamo dandoci appuntamento per il 14 agosto …
6. La dodicesima notte
Quando la fantasia trascende la realtà…
N
otte magica a Sarsina dove nell’ambito
del Festival Plautino viene rappresentata
“La dodicesima notte” di William
Shakespeare nell’allestimento curato da Beppe
Arena e che vede in scena, fra gli altri, Mario
Scaccia, Debora Caprioglio e Marco Messeri.
Scritta da uno Shakespeare non più giovane, tutta
tesa tra il malinconico e il giocoso, è una
commedia di equivoci e di travestimenti; sotto
una vera luna che fa capolino nel cielo blu sopra
l’arena e una manciata di stelle rimaste dalla
notte di San Lorenzo, su una grande pedana
circolare che gli stessi attori muovono per
rendere di volta in volta i molteplici luoghi
dell’azione, vanno in scena patetici languori,
buffi scherzi e lazzi, innamoramenti lampo e
scambi di effusioni tra personaggi dal sesso
incerto. Una leggiadra fanciulla,Viola, naufraga
sulla costa dell’Illyria e, certa che suo fratello
gemello Sebastiano sia morto, entra al servizio
del duca Orsino, travestita da ragazzo col nome
di Cesario. Orsino, innamorato della contessa
Olivia, una deliziosa e spigliata Debora
Caprioglio, delega Viola-Cesario a corteggiarla
per lui, ottenendo l’inimmaginabile: Olivia si
innamora di Cesario. Viola, a sua volta, si
innamora di Orsino. All’arrivo del sopravvissuto
Sebastiano salvato da Antonio, capitano di
28 Vita di Club n.1
vascello (cui dà volto e voce in perfetto…
romanesco Angelo Maresca, fresco sposo della
Caprioglio), la confusione aumenta: Olivia,
confondendo Sebastiano con Viola-Cesario, gli
chiede di sposarla. Lui non si fa pregare, ma si
verifica un ulteriore problema quando Olivia
vede Viola-Cesario e la chiama "marito".
Quando Viola rivela la sua vera identità, Orsino
le chiede di sposarlo. Spassosi i personaggi di
contorno: lo zio di Olivia Sir Toby (un Marco
Messeri strepitosamente nella parte), il suo
amico Sir Andrew, la cameriera Maria e il
buffone Feste cospirano a far credere al
maggiordomo di Olivia, il grigio Malvolio
(Mario Scaccia: pur con gli acciacchi dell’età
sempre più difficilmente dissimulabili, basta che
faccia un passo ed è già teatro), che Olivia sia
innamorata di lui. Copiando la grafia della sua
padrona, Maria gli scrive una lettera in cui Olivia
vuole che Malvolio porti calze gialle con
giarrettiere incrociate e sorrida sempre. Lui
esegue e sembra aver perso la ragione, per cui è
messo in prigione per pazzia: la derisione di
Feste che lo visita vestito da prete, lo rende
furibondo. Divertiti e soddisfatti, rendiamo
merito alla Compagnia, portando loro in
camerino i complimenti del Club nella persona
del suo Presidente. Ma se c’è una Compagnia in
gamba, ebbene questa è la nostra; il Rimini
Malatesta trova la sua vera identità di club ogni
qual volta agisce all’unisono per la solidarietà,
per l’amicizia, per la cultura, per il divertimento
comune. Anche se, nel gioco delle parti della vita
reale, qualcuno inspiegabilmente si dissocia.
7. La regia di ferragosto
Quando è l’ora del dilettante…
Q
uasi non si volesse separare, il gruppo si
ricompatta sui colli dell’entroterra, tra i
vecchi borghi di Levola e Cerreto in un
edificio del primo novecento diventato
Agriturismo, per la cena di Ferragosto cui
partecipa Maurizio Scaparro in qualità di ospite
d’onore, ma soprattutto di amico affezionato che
ricambia la nostra ammirazione sia con la
simpatia nei nostri confronti sia riservandoci
sempre posti privilegiati ai suoi spettacoli.
In questa occasione la regia di un siparietto
teatrale l’abbiamo fatta noi con tanto di lionistico
attestato di Apprezzamento, di dono malatestiano
(il duo Isotta-Sigismondo nella versione
ceramica di Guido Baldini), di dedica in versi
(Nino Biondi: un poeta per tutte le stagioni) e di
applausi corali.
Dopo il ferragosto insieme, il gruppo si saluta e
parte per vacanze separate. Agli incontri di
ottobre, amici!
Tutto questo è cominciato
Con un meeting sul teatro
Franco Palma fu a invitarlo
Il relatore era Scaparro
Quella sera eccezionale
Il maestro fu speciale
Con la sua bonomia
Ci parlò della regia
Raccontò dei suoi lavori
E di tutti i suoi amori
L’impegno da lui messo
Per raggiungere il successo
Le sue opere speciali
Son finite sui giornali
I Mémoires e Don Giovanni
Li ricorderò per anni
Tu continua a lavorare
E non scordarti di invitare
Questo gruppo che ti ha applaudito
E nel mondo ti ha seguito
Ma stasera a ferragosto
Prendiamo un attimo il tuo posto
E con un colpo di magia
Facciamo noi questa regia!
Fotografie di Mario Alvisi
29 Vita di Club n.1
TEATRO
MAGICA TURANDOT
IMPRESSIONI ED EMOZIONI
Inizia lo spettacolo e da subito si è attirati, totalmente ed inesorabilmente
dentro la favola, una favola rivisitata in chiave immaginifica e raffinatissima.
di FRANCA MARANI
una Turandot piena di fascino,
preziosissima e al contempo sobria,
emotivamente coinvolgente, quella cui
assistiamo a Torre del lago, nel nuovo
teatro appena inaugurato, sabato 19 luglio, nella
prima replica del 54° Festival Puccini per la
regia di Maurizio Scaparro, le scene di Ezio
Frigerio e i costumi di
Franca Squarciapino. La
tetra e cupa mole di una
reggia imponente incombe
sul protagonista di un
terribile
evento:
nel
proscenio avanza con
esasperata
lentezza,
scandita da tempi musicali
dilatati, il Principe di
Persia,
l’ultimo
dei
pretendenti sconfitti, tutto
fulgore e oro, lama di pura luce. Impassibile e
dignitoso, va a incontrare il suo destino senza
lasciarsi minimamente turbare dal sinistro
scintillio delle scimitarre e dalle danze
minacciose dei servi del boia. Blocco di colori
smorzati e cupi il popolo di Pechino: una massa
compatta che manifesta il timore verso la
crudeltà del potere ritraendosi come l’onda del
mare all’improvviso apparire sulla sommità del
palazzo della terribile Principessa, immagine di
lucente freddezza, gelida e scintillante come il
ghiaccio, che con gesto inesorabile suggella la
condanna. Lo scintillio freddo di cui è circonfusa
si riverbera sulla lama del boia che sugli spalti si
alza improvvisa portatrice di morte secondo lo
spietato desiderio di vendetta della Principessa di
Gelo per l’antica violenza subita dalla sua ava.
Da questo momento parte una successione di
quadri incantati ed onirici, antichi e senza tempo
È
entro cui si
muovono
secondo
un’attenta
regia
i
personaggi del
dramma,
vestiti con gli straordinari
costumi
di
Franca
Squarciapino,
raffinatissimi,
ammalianti, in materiali
sia
tradizionali
che
techno,
con
disegni,
ornamenti, ricami studiati
nel minimo dettaglio ed esaltati dallo scintillio
dell’argento e dell’oro. Le scene di Ezio Frigerio
ne accrescono il fascino, degna cornice per
incanto e bellezza. Indimenticabile l’immensa
pagoda del secondo atto che, all’accendersi delle
luci, si staglia improvvisa contro il nero della
notte, complice una luna rotonda, tanto perfetta
da parere finta, sullo sfondo (magia di
un’anticonvenzionale linea liberty) un’immensa
vetrata, quasi un grande occhio sul lago amato da
Puccini, fantasmagorica per colori (oro, giada,
ambra, viola) e mutevole per giochi di luce al
variare dell’azione, a sottolinearne il pathos
secondo il sapiente disegno di quel grande
maestro della regia che è Maurizio Scaparro.
Questa vetrata si fa sfondo magico per il
dispiegarsi di un indimenticabile movimento di
masse in un suggestivo gioco di colori, quasi un
caleidoscopio: una squadra di paggi, dopo aver
30 Vita di Club n.1
sbandierato elegantemente sul proscenio
stendardi dal sapore antico nel segno del
dragone, va a disporsi scenograficamente sulla
grande scalinata del terrazzo imperiale, cui
successivamente accedono armigeri in ocra e
rosso, saggi ieratici, tutto oro, le ancelle della
principessa in nere uniformi e corazze d’argento
a comporre un quadro indimenticabile. Al
sommo della scala, prepotentemente e
maleficamente interrogativa, la principessa
Turandot drappeggiata in oro, truce e
corrucciata, ostinatamente tesa a portare morte; a
contrasto, sul proscenio, il granitico Calaf in
verde smeraldo arabescato d’oro, impassibile e
fermo nella sua ostinata determinazione. Sfondo
a questa lotta tra odio e amore, vita e morte, tra il
canto drammatico di Turandot e quello eroico di
Calaf ancora il popolo di Pechino, coro
sommesso nei toni e nei colori. Terminata la
scena degli enigmi, solenne e contrastata,
l’azione scorre verso il magico “Nessun dorma”
cantato in modo mirabile, con voce calda e
potente, precisa nella dizione, dal bravo tenore
coreano Francesco Hong, già altre volte ascoltato
e sempre convincente. L’incanto di questo
momento perfetto riesce a far dimenticare per un
attimo la scarsa avvenenza di questo tenore che,
pur rispondente al ruolo per i tratti mongoli, non
possiede le physique du rôle auspicabile per un
principe da sogno. Altro momento di
emozionante canto sono le arie “Tanto amore
segreto” e “Tu che di gel sei cinta” eseguite da
una dolcissima Liù, la debuttante Donata
D’Annunzio Lombardi, molto applaudita, che ci
commuove con un’interpretazione dai limpidi
accenti, suadenti melodie e patetiche trepidazioni
in una toccante manifestazione d’amore non
corrisposto, fedele fino alla morte. Dopo la
morte della schiava Liù, predestinata vittima
d’amore, antitesi al gelo della principessa, sul
teatro cala il buio in un clima di raccolto e teso
silenzio. Pare di rivivere l’attimo in cui, durante
la prima rappresentazione dell’opera al Teatro
alla Scala il 25 aprile 1926, il direttore Arturo
Toscanini, deposta la bacchetta, si rivolse al
pubblico dicendo “Qui il maestro è morto”,
quindi lasciò la sala. Ma a Torre del Lago, dopo
una sospensione di alcuni minuti, l’esecuzione
riprende con quel finale non troppo convincente
sia per la trama coll’improbabile repentino
mutare dei sentimenti sia per la musica priva
della ricerca pucciniana di nuovi effetti armonici
strumentali e vocali, e pur tuttavia non privo di
suggestione grazie ai giochi di luce voluti dal
maestro Scaparro. D’altro canto è cosa nota che
“L’Incompiuta” è rimasta tale forse per la
difficoltà di Puccini a trovare l’ispirazione per un
finale tanto in contrasto con l’essenza del
personaggio delineato fino a quel momento
gelido e crudele, quasi disumano, piuttosto che
per la sua improvvisa scomparsa. Va infatti
tenuto presente che prima di essere colpito dal
male che lo ha ucciso Puccini per quasi un anno
aveva tentato invano di comporre il duetto e la
parte finale, come attestano le trentasette facciate
di appunti che ci ha lasciato e su cui Alfano con
Toscanini ha lavorato. Comunque sia, ci viene
proposto il lieto fine, come per ogni favola che si
rispetti, un lieto fine in cui il soprano Francesca
Patanè si esprime con accenti più convincenti sia
per potenza vocale che per sonorità timbriche,
facendo in parte dimenticare una esecuzione
piuttosto deludente e sottotono, debole e poco
comprensibile, resa significativa più dalla
gestualità che dalla voce. Una Turandot
indimenticabile, letta con rigore filologico e
meditativo, atemporale nella connotazione di un
Oriente immutabile nella sua ritualità impassibile
e crudele, affascinante e raffinatissima per messa
in scena e costumi, è uno dei tanti doni che
Maurizio Scaparro ci ha fatto e di cui gli siamo
profondamente grati.
Fotografie di Paolo Marani
31 Vita di Club n.1
La donna dall’infanzia alla maternità
nelle creature- sculture di
Angela Micheli
Bimba che dorme.
Bambina su poltrona grigia.
Bimba che dorme.
Terrecotte policrome
I
Genesi 2. Bronzo dorato
Guardando l’orizzonte. Bronzo
Voglia di coccole 2. Terracotta policroma
Grande abbraccio. Bronzo
II
Madre mattutina, dalle porte
dei tamerici, nata dal tessuto
della pietra serena,
madre antica, ora remota…
Dalla raccolta “Mater matuta di Rosita Copioli
Figura assorta. Bronzo
Indagare il cosmo- donna per cogliere
le più recondite profondità della sacralità della vita
e la misterità dell’essere madre. Ciò spiega
l’atto artistico in continua evoluzione di Angela Micheli.
Vito Laporta
Castello del Verginese
Riposo su poltrona..
Terracotta policroma
Gambulaga di Portomaggiore
Ferrara
13 settembre – 6 dicembre 2008
III
Voglia di coccole 2.
Terracotta policroma
Maternità. Bronzo
Maternità inconscia.
Terracotta policroma
… Ci accorgiamo così che le madri presenti
e future della Micheli incarnano in maniera
archetipa un tema formale e ideale che esula
dal semplice riscontro intimistico: la donna
che abbraccia, dispensatrice per l’umanità
del dono dell’affetto, è una creatura
conformata persino fisicamente per svolgere
questa funzione. È un modo per riaffermare
la santità del ruolo materno, ma finalmente
senza nostalgie fuori luogo, senza nuovi
contributi al campionario delle ovvietà.
Dal testo critico di Vittorio Sgarbi
IV
ARTISTE RIMINESI
ANGELA MICHELI
L’UNIVERSO FEMMINILE
Nata a Verucchio ( RN) da sempre si è dedicata al disegno ed alla pittura in
genere. Nel 1986 è passata alla scultura dopo aver frequentato specifici corsi a
Ravenna e Faenza. Dalla saltuaria collaborazione con studi di noti scultori, a
Rimini con quello di Morri, ha coltivato la passione del tutto tondo nella
modellazione dell'argilla. Dopo un periodo di ricerca sul tema della figura è
approdata da qualche anno ad una maturazione stilistica lavorando a pochi
soggetti che vanno dalla maternità ai ritratti ed a episodi di vita familiare. Ha affrontato impegni espositivi di notevole
rilevanza, ha esposto, invitata da istituzioni pubbliche, a Trieste, Verona, San Marino, Udine, Roma, Passariano a
Villa Manin, San Leo, Rimini, Milano, Cesena, Cividale del Friuli e a Verrucchio con una splendida mostra nella
Rocca Malatestiana. Alcune sue opere sono state pubblicate da prestigiose riviste d'arte e figurano in numerose
collezioni private e pubbliche. E'stata segnalata sul catalogo generale d'arte contemporanea De Agostini e nel Marzo
del 2008 è stata premiata alla VII edizione del" Premio alla produzione artistica al femminile", organizzato dal
Comune di Montescudo con il Patrocinio della Regione Emila Romagna e della Provincia di Rimini. Vive e lavora tra
Rimini e la sua amata Verucchio.
di ANNA GRAZIOSI RIPA
A
ccanto al Verginese - delizia estense
ancora ben conservata, piccolo
castello con brolo e colombaia che ci
appare ancora nella sua sobria
bellezza bianca e color cotto che ne sottolinea la
forma e l' eleganza - sorge la Vinaia, imponente
edificio appena restaurato che, dal 13 settembre e
fino al 6 Dicembre 2008, ospita una suggestiva
mostra di Angela Micheli, la scultrice
Verucchiese che plasma con l'argilla e getta in
bronzo figure, soprattutto femminili, dalle forme
antichissime ed attuali insieme, come eterno è il
loro destino di amore e di creazione della vita.
Queste figure entrano sempre e magicamente in
un rapporto armonico con l' ambiente che le
ospita; le loro forme così naturali e familiari, le
cromie consumate delle patine
sontuose, i gesti umani ed
essenziali, entrano immediatamente
a far parte del luogo e ne divengono
protagoniste: abitano, serene e
gentili, case, palazzi e castelli; si
ambientano nei parchi e nei giardini,
ne occupano nicchie e boschetti con
giochi
infantili
e
movenze
incantevoli; entrano solenni e serene
nelle Chiese, dove, quasi senza attributi,
acquistano il ruolo di angeli e Madonne. Oggi
questo si realizza nuovamente qui con rinnovata
e sempre stupefacente magia, anche qui infatti le
bambine e le donne di Angela Micheli si
presentano con la consueta naturalezza.
Silenziose, forti e serene, consapevoli del loro
destino di amore e sacrificio, vivono i nuovi
spazi come se vi fossero sempre state. Incantano
con la loro naturalezza, catturano l'attenzione ed
il cuore di chi le guarda, fanno riflettere per la
profondità dei sentimenti che ne intridono la
forma e gli atti. Queste creature femminili e
infantili, pur così originali, rimandano tuttavia
alla forza plastica delle madri e delle veneri
preistoriche e delle Madonne medievali. Esse si
radicano a terra con i grandi piedi,
stringono l'oggetto del loro amore
con mani enormi per il bisogno di
abbracciare; con le schiene
incurvate fanno di sé una nicchia
quasi a voler prolungare il tempo
unico
e
irripetibile
della
gestazione e trattenere in sé il
figlio, quanto più possibile, con
struggente tenerezza.
32 Vita di Club n.1
RIMINESI ILLUSTRI
CARLO MALATESTA
TROPPO BUONO PER FAR NOTIZIA
Il Lions Club Rimini Malatesta nel 2003 indirizzò una petizione al Sindaco e al Quartiere Uno, proponendo di studiare
il miglior modo per ricordare Carlo Malatesta; nel luglio 2005 il socio Stefano Cavallari rivolse al Direttore dei Musei
Comunali, dott. Luigi Foschi, l’accorata richiesta di collaborare affinché il grande personaggio, mai degnamente
ricordato dai Riminesi, fosse finalmente onorato con una lapide o con l’attribuzione di una via cittadina. Una città che
ha dedicato una strada persino al feroce Giovanni Acuto (alias John Hawkwood, condottiero inglese il cui nome fu
italianizzato da Niccolò Machiavelli), autore di una strage immane e della distruzione di Cesena nel 1377 a capo
della sua banda di mercenari, non riconosce l‘importanza storica del più nobile dei Malatesti e non ha ancora
risposto concretamente all’iniziativa del nostro Club.
di FRANCO PALMA
L
a signoria di Carlo Malatesta va dal
1385 al 1429, quando egli subentra a
Galeotto I alla morte di costui nel
1385. I1 vicariato di Carlo può
considerarsi uno dei periodi più fortunati e
costruttivi nella storia della famiglia e della città
ad essa soggetta: Rimini. Figlio di Pandolfo I, ha
due fratelli: Pandolfo III e Andrea. Uomo di
guerra e di stato, al servizio della chiesa in uno
dei momenti più critici per la Santa Sede (si
pensi al grande scisma di occidente risolto poi da
Carlo stesso), Carlo acquista prestigio anche
grazie alla sua non comune capacità diplomatica
impiegata non a caso a favore dei pontefici
romani. Il suo prestigio non è pari sui campi di
battaglia; nel 1416 viene sconfitto da Braccio da
Montone presso Perugia, addirittura è fatto
prigioniero e deve pagare 20.000 scudi per il
riscatto. La seconda sconfitta gli tocca sul campo
di Zagonara presso Faenza dove viene
nuovamente fatto prigioniero nel 1425 ad opera
di Filippo Maria Visconti.
La figura di Carlo, principe di gran mente e di
valori non comuni, viene ricostruita dallo storico
riminese Tonini, il quale, se pur brevemente,
esamina la politica urbanistica e monetaria
elaborata da Carlo per la sua città. Altrettanto il
Tonini fa in senso celebrativo a proposito della
attività diplomatica svolta da Carlo durante lo
scisma in favore di papa Gregorio XII, dove il
nostro si trova ad operare in una realtà alquanto
problematica. Di Carlo sono particolarmente
importanti le relazioni con i potentati italiani ed
in particolare con la Santa Sede; mentre risultano
in minore evidenza quelle con il mondo cittadino
e con quello rurale. Nonostante ciò, Carlo cerca
di sottomettere fortemente il territorio della
"Civitas" creando spazi politici ed economici,
disciplinando i poteri locali in strutture stabili e
rafforzando i poteri statali.
Sigillo di Carlo Malatesta - Museo Nazionale di Firenze.
Carlo inoltre stipula alleanze politico-militari
con i Visconti, i Gonzaga, la repubblica di
Venezia, Firenze e con altre consorterie familiari
romagnole e marchigiane, per la cui stabilità è
33 Vita di Club n.1
aleatorio pronunziarsi. Sposa infatti Elisabetta
Gonzaga dalla quale non avrà eredi e diventa
precettore di Francesco Gonzaga.
Contemporaneamente Carlo Malatesta è capitano
di una delle tante compagnie di ventura che
nell’Italia del XIV - XV secolo popolano la
penisola al servizio dei vari potentati, cosa che
determina il suo impegno politico militare (unica
vittoria, seppur notevole quella di Governolo
1397 contro le armate viscontee). Tutto ciò lega
l'economia all'approvvigionamento di denaro
mediante le tasse per il pagamento degli ingaggi
e per il reclutamento delle milizie (benché il
mestiere del mercenario produca ingenti
guadagni). Come uomo d'arme lo troviamo
spesso impegnato in episodi bellici, dove si
comporta da valoroso, anche se non fortunato;
ma è anche avveduto amministratore, quando
succede al padre Pandolfo I come podestà di
Bergamo, Brescia, Pesaro, Cesena, Rimini e
Fano.
Profondamente credente, uomo di fede, puro di
cuore e di comportamento; non si hanno notizie
di sue avventure galanti, anche se è uomo bello e
forte. Oltre che ad opere militari, si dedica a
costruzioni di carattere ecclesiastico, come il
monastero fortificato di S. Maria in Scolca
(attuale S. Fortunato).
Ma il suo capolavoro è l'assistenza dedicata a
papa Gregorio XII1, di cui assume la protezione
nel novembre del 1408 (Rimini diventa per tre
anni sede papale) quando è in corso il Grande
Scisma della chiesa, prima divisa fra Roma ed
Avignone2, poi per la presenza di due papi3.
1
Gregorio XII in una bolla del 20 aprile 1411 scrive che
Carlo, «verae fidei propugnator», aveva giustamente
deciso «se de mandato nostro movere, et pro defensione
catholicae fidei, ac honore et statu, atque vera unione ac
pace universali Ecclesiae».
2
Cattività avignonese (1309-1377), detta anche Cattività
babilonese della Chiesa; residenza del papa in Avignone
da Clemente V a Gregorio XI e soggezione alla politica
della monarchia francese.
3
La disputa ha inizio nel 1367. Urbano V è il sesto
pontefice di Avignone e torna a Roma. Alla sua morte
eleggono a Roma Gregorio XI. Nel gennaio del 1377 i
Bretoni guidati da Giovanni Acuto al soldo di Clemente
VII di Avignone, che era stato cardinale di Gregorio XI,
compiono la strage di Cesena: trentamila morti. Il 2 aprile
1378 inizia lo scisma. Viene eletto Urbano VI a Roma, ma
non viene accettato, ci sono tumulti per le contestazioni
sulla elezione non avvenuta all'unanimità, ma il 3
settembre 1368 Urbano VI si trova di fronte un altro papa:
Clemente VII raccomandato dal re di Francia Carlo V e dai
vescovi timorosi di perdere il potere. Urbano VI muore e
viene eletto a Roma Bonifacio IX che propone la rinuncia
al pontefice Clemente VII di Avignone, questi non accetta
L'entrata in campo di Carlo Malatesta risolve la
contesa ovvero determina la composizione di
uno scisma durato la bellezza di 37 anni. Si
trovano di fronte Gregorio XII e Benedetto XIII.
Dopo una serie di schermaglie e di concili
promossi ed aboliti a Pisa, Perpignano, Cividale
del Friuli, quando l'avvocato della curia dichiara
contumaci i due papi, Carlo tiene duro e vuol
vederci chiaro, ma nel frattempo da Avignone
viene eletto Alessandro V, mentre ancora si
discute la sede del concilio. Il 25 aprile comincia
il concilio di Pisa, che il 10 maggio dichiara
eretici e spergiuri i tre papi, essendosi
trasformato in conclave. Alessandro V il 3
maggio 1410 muore avvelenato a Bologna, gli
succede Baldassarre Cossa col nome di Giovanni
XXIII. Nel frattempo Ladislao, re di Napoli,
stanco del comportamento di Giovanni XXIII, lo
induce a convocare un concilio; che, non
essendosi potuto tenere a Pisa, viene spostato
dall'imperatore Sigismondo a Costanza. Il 5
novembre 1414 l'imperatore Sigismondo diffida
sia Gregorio che Giovanni. Fervono i preparativi,
Gregorio prospetta la sua rinuncia al papato se
altrettanto farà Giovanni. Il momento è maturo:
la crisi del Papato è crisi della Chiesa, ma la crisi
della Chiesa significa crisi della cristianità.
Giovanni XXIII è irritato e commette una serie
di scorrettezze tali da provocarne la fuga; il 29
maggio il concilio lo processa, deponendolo e
mettendolo in carcere a Tottene in Germania. Per
Carlo avere difeso il papa Gregorio XII con
dignità e senza interessi significa avere una
posizione di rilievo anche presso i cardinali e
soprattutto di fiducia presso Sigismondo,
l'imperatore del Sacro Romano Impero.
Lo scisma ha fine il 4 luglio 1415. Tutto inizia
con l'entrata in Costanza del signore di Rimini,
“parato a gala”, recando 24 muli bardati di
bianco, carichi di doni, il corteo è costituito da
250 cavalli e vessilli malatestiani al vento. Il 4
luglio al concilio è presidente Sigismondo,
partecipano Ludovico Palatino del Reno, Enrico
ma muore il 16 settembre dopo 16 anni di pontificato. Gli
scismatici dicono: morto Clemente VII, Bonifacio IX
rinunci; ma purtroppo un anti-conclave elegge Benedetto
XIII (Pietro de Luna), che giura di riunire la chiesa, ma
però tira a campare. La Spagna protegge Bonifacio IX di
Roma, la Francia invece richiama Benedetto XIII, ma
perché spergiuro viene arrestato ed incarcerato. Bonifacio
IX indice un giubileo, ma muore prime dell'attuazione (1
ott. 1404) e mentre Benedetto è fuori campo viene eletto in
Avignone papa Innocenzo VII (Cosimo Migliorati) che
muore il 6 novembre. Il 18 il conclave elegge Gregorio XII
a Roma.
34 Vita di Club n.1
duca di Baviera, Burgavio di Norimberga e
Andrea di Ungheria con la corona. Carlo siede
accanto a Sigismondo. La rinuncia di Gregorio
XII è in mano a Carlo che ne ha la procura
speciale. Gregorio è come fosse stato eletto da
un concilio; il papa è legittimo nella figura del
Malatesta. A questo punto viene sancita la
legittimità del papa. Alessandro V scompare! Ne
segue il canto del Te deum laudamus. Viene
pensionato Gregorio XII. Giovanni XXIII, dati
segni di pentimento, è accolto e perdonato dal
nuovo papa Martino V. Di contro Benedetto XIII
continua a proclamarsi papa per altri 7 anni,
fuggito da Perpignano, è condannato per
diavoleria; la morte lo coglie a 90 anni.
Se grandi meriti vengono a Carlo a livello
internazionale per la soluzione del Grande
Scisma, altrettanti gli dovrebbero essere attribuiti
dalla sua città per la trasformazione che ad essa
deriva dalle sue decisioni. A quei tempi il fiume
Marecchia, passato il ponte di Tiberio, virava
bruscamente a destra percorrendo un tratto
pressoché coincidente con l'attuale via Roma, per
poi congiungersi con un bacino determinato
dallo sbocco in mare del torrente Ausa. Questo
bacino a forma di mezza luna era stato fin
dall'epoca romana il porto di Rimini, purtroppo
le impetuose piene del fiume con il passare dei
secoli avevano finito con l'interrarlo; le ripetute
messe in opera si presentavano assai difficili, se
non impossibili. Oltre all'interramento del porto,
le piene facevano disastri in una zona artigianale
che era sorta in vicinanza del porto (1391-13961399). Carlo prende la decisione: demolita parte
delle mura federiciane, costruisce quelle che
vanno fino alla fine di via Roma. La chiesa di S.
Nicolò che prima era alla sinistra del fiume si
trova oggi alla sua destra, ed un lungo canale
diventa il letto del Marecchia fino al mare e
contemporaneamente il nuovo porto di Rimini.
L'opera deve avere avuto un costo enorme
(corrispondente a 93 milioni di Euro), ma ha
apportato un cospicuo allargamento della città
verso il mare (km 1,5-2,00) con il recupero di
una vastissima area divenuta successivamente
edificabile.
Se questa è stata l'altezza della figura di Carlo
Malatesta non altrettanta è stata la memoria dei
posteri. Nemo profeta in patria? No! La storia ha
privilegiato Sigismondo Pandolfo Malatesta,
anche lui signore di Rimini. Il papato ha
preferito perpetuare l'odio, il disprezzo e la
denuncia dei misfatti di Sigismondo, invece che
ricordare le gesta di un suo fedele servitore.
Il confronto fra Carlo, devoto difensore della
chiesa, e Sigismondo, vicario infedele,
truffaldino, lussurioso ed altro…, da un punto di
vista storico ha pesato di più a favore di
quest'ultimo.
PER RIFLETTERE
«La nostra decenza, se ancora possiamo averne una,
sta nel servire più che nel parlare e ognuno deve farsi
servitore di qualcosa, di qualcuno»
Ho colto questa frase del poeta e scrittore irpino Franco Arminio perché sembra
esprimere appieno lo spirito lionistico. Facciamola nostra, amici.
Mario Alvisi
35 Vita di Club n.1
ARTE A RIMINI
ELISABETTA SIRANI
GENIO E MISTERO
Le donne che hanno fatto la storia dell’arte sono molto più numerose di quel che
si creda, però la loro fama è stata offuscata dalla discriminazione che impone un sesso anche alla
cultura.
di ELISABETTA PADOVANI TURA
N
ella suggestiva chiesa di San Giuliano
martire di Rimini per caso alcuni
mesi fa la mia attenzione è stata
attirata da un dipinto di una pittrice
del XVII sec. a me del tutto sconosciuta:
Elisabetta Sirani. L’attribuzione della tela
corredata da una concisa annotazione
cronologica “circa 1650” mi ha particolarmente
incuriosito e mi ha portato a riflettere sulla
presenza di talenti femminili nel campo dell’arte,
oltre a quello della poesia, in un secolo così
profondamente inquieto, complesso e fecondo di
artisti di supremo rilievo. Il soggetto del dipinto,
presente nella terza cappella a destra è
l’Annunciazione; la tela, impostata iconicamente
su una diagonale, cattura l’osservatore per il
potente tratto con cui è stata delineata la figura
dell’arcangelo Gabriele, che, avvolto in un ricco
panneggio luminescente come le ali, sospeso su
una nube, intensamente ispirato nel volto, si
accinge ad offrire il giglio della purezza ad una
fanciulla, Maria. Questa, al vertice opposto,
raffigurata in ginocchio, intenta alla lettura delle
Sacre Scritture, viene colta nell’attimo fugace e
repentino dell’apparizione, resa in tutto il suo
inatteso stupore, che si traduce nella lieve
torsione del collo, cui, peraltro, corrisponde il
significativo gesto delle mani protese verso l’alto
ad esprimere l’immediata risposta alla chiamata.
Il volto dai tratti dolci, teneri di virginea
fanciulla, eppure decisi, si presenta in ideale
contrasto con quello ieratico e solenne
dell’arcangelo. Nella creatura la pittrice ha reso
magistralmente la dote dell’umiltà attraverso lo
stupore dell’essere prediletta e la modestia della
sua
vita,
rappresentata
dal
comune
inginocchiatoio e dagli abiti. In questi, tuttavia, il
cromatismo è del tutto allusivo al suo destino: il
bel rosso della veste, emblema della carità e
della passione di Cristo, da Lei generato,
l’azzurro intenso del manto, che l’avvolge come
la volta celeste ed una sorta di “linteamen” al
collo intessuto di fili di sola consistenza
luminosa come l’aura soffusa intorno al capo,
irradiata verticalmente dalla colomba dello
Spirito Santo, sembrano ricordare le cadenze
delle litanie alla sua gloria: “Mater purissima”,
“Domus aurea”, “Ianua coeli”. Altrettanto
nell’icasticità del gesto di obbedienza a Maria
riecheggiano interiormente in chi osserva le
parole del “Magnificat”: «Magnificat anima mea
36 Vita di Club n.1
Dominum:/ et exultavit spiritus meus in Deo
salutari meo./ Quia respexit humilitatem ancillae
suae»; né si può dimenticare la preghiera di
Bernardo a Maria: «Vergine madre, figlia del tuo
figlio, / umile e alta più che creatura, / termine
fisso d’etterno consiglio, / tu se’ colei che
l’umana natura nobilitasti sì, che il suo fattore /
non disdegnò di farsi sua fattura.» (Dante, Pd.
XXXIII, vv, 1-6).
Stupita per la mia
tardiva “scoperta” e
affascinata
dall’intensità
particolare
della
Vergine, mi sono
chiesta:
Chi
fu
Elisabetta
Sirani?
Quale la sua vita?
Fascino e mistero mi
hanno accompagnato
nella ricerca, di cui
ora mi piace riferire
qualche
informazione. Nata l’8 gennaio del 1638 in una
Bologna fiorente e ricca di stimoli culturali e
artistici, da un padre mercante d’arte e pittore
formatosi all’ombra di Guido Reni, Elisabetta
cresce fra colori e pennelli, animata da una
grande predisposizione e passionalità per il gusto
estetico. Toccanti le sue parole al babbo; «Tu
non vuoi che io faccia la pittrice», scrive in una
delle sue tante lettere al padre, costretto a
viaggiare per il suo lavoro di mercante e poi «Lo
dici sempre alla mamma, ma a me mi vengono le
figure». Elisabetta era tormentata dalla necessità
di tracciare figure sulla tela, su ritagli di carta;
era inquieta per la sua stessa genialità, che il
padre
Giovanni
Andrea
non
voleva
assolutamente incoraggiare. Ma un amico del
padre, Carlo Cesare Malvasia, giurista, pittore,
erudito, osservando il talento della fanciulla e
notando a Bologna il fiorire di altre figure
femminili, fra cui Lavinia Fontana, Caterina De’
Vigri e, più che mai a Roma, Artemisia
Gentileschi, cercò di convincere il padre a non
ostacolare la figlia. Malvasia, oscuro come
pittore, era tuttavia uomo di mondo; sapeva
riconoscere la genialità e solo dopo, quando
Elisabetta morirà misteriosamente all’età di
ventisette anni, si pentirà di averle fatto da
mentore. Eppure la carriera di Elisabetta è
interessantissima; la sua produzione è febbrile:
infatti dall’età di diciassette anni, in cui ottenne
il primo incarico pubblico, fino alla morte riuscì
a produrre duecento opere oltre a incisioni e
disegni. Donna di poliedrici aspetti, allargò i suoi
orizzonti dedicandosi alla musica e al canto, alla
lettura di filosofi, senza, peraltro, mai appagare
la sua sete di conoscenza. Tale è il ritratto
intellettuale presentato da C. Cesare Malvasia
nella sua interessante opera “Felsina pittrice”,
mentre la madre la descrive in una lettera “bella,
giovane, gagliarda e robusta”. Divenuta il
sostegno della famiglia in seguito alla malattia
del padre, fonda anche una piccola accademia
tutta privata e aperta alle donne. Proprio lei,
cui nessuno aveva insegnato nulla per la sua
innata genialità, diventa maestra nella tecnica
del disegno delle sorelle Barbara ed Anna e di
altre come Ginevra Cantofoli, Teresa
Muratori, Maria Panzacchi, Vincenza Franchi.
Nutre, tuttavia, un desiderio in fondo al cuore,
che non riuscirà mai a
soddisfare: l’amore per
i viaggi, la curiosità di
vedere, osservare e
studiare
fuori
da
Bologna l’arte dei
grandi. Amata, stimata
e ricercata da potenti in
Italia e nelle corti
d’Europa,
dipinge
ritratti particolari e
caratteristici, che firma
inserendo il suo nome
in un bottone o in un
merletto. Fra questi, di
cui parecchi a memoria, si annoverano il ritratto
della madre Margherita, di Ginevra Cantofoli,
sua amica e allieva, della moglie del dottor
Gallerani, medico del padre, mentre un altro
ritratto, non terminato, presenta Elisabetta in atto
di raffigurare il padre. Soggetti mitologici,
allegorici, storici costituiscono il tema dei suoi
dipinti, ma le sue Maddalene, castamente
eloquenti e le sue Madonne, divinamente umane,
seducono. Osservazioni del tutto credibili ed
emotivamente condivise se già quella Vergine,
dipinta a soli dodici anni, conservata nella chiesa
di S. Giuliano martire ha l’intensità di un’opera
matura! Tuttavia per il suo talento Elisabetta
diviene ben presto oggetto di invidia e di
maldicenza, aspetti di una vita sociale, cui forse
il padre avrebbe voluto sottrarla o di cui era
complice. Per sottrarsi a tali ingiurie la pittrice
esegue in pubblico le sue opere davanti a
visitatori ed il suo studio è spesso visitato da
intellettuali e principi. In una lettera del
37 Vita di Club n.1
13/05/1664 la Sirani scrive: «Fu in casa nostra il
serenissimo Cosimo, gran principe di Toscana, a
vedere le mie pitture; ed io in sua presenza
lavorai un quadro del signor principe Leopoldo,
suo zio». Alla fine della lettera, dopo aver
accettato la committenza di due quadri, chiosa:
«Mi regalò una croce con cinquantasei
diamanti». Ma l’opera della Sirani è onorata e
richiesta anche da persone comuni: il biografo
ottocentesco Antonio Manaresi1 riferisce come
«l’organista di S. Petronio le chiede una
Madonna,
lo
speziale
del
Pavaglione
un’Annunziata e un S. Giovannino, un gioielliere
ignoto la Maddalena nel deserto in
contemplazione del Crocefisso e poi S.
Gerolamo in atto di temperare la penna».
Pregevole è il dipinto “Il Battesimo nel
Giordano” commissionato e conservato presso la
Certosa di Bologna. In esso Cristo è presentato
fra due sante, in una delle quali, quella che
rivolge gli occhi al cielo, Elisabetta ritrasse
significativamente se stessa. Annota il Manaresi
nell’opera citata: «Tratti reniani sembrano
ravvisarsi nel delineare teste belle e ben
disegnate e nel gruppo delle donne sedute». Nel
catalogo delle opere compilato dallo stesso
cronista, a proposito del dipinto “S. Antonio da
Padova”
conservato
nella
pinacoteca di Bologna, l’autore
apprezza particolarmente il bel
volto del santo in atto di baciare il
piede a Gesù Bambino apparsogli
ed evidenzia la delicatezza e la
freschezza del dipinto. In questa
opera e nel grandioso “S.
Francesco” della Galleria Estense
di Modena come in opere di
carattere
mitologico
quali
“Galatea” in collezione privata e
“Ruggiero e Angelica” della Cassa
di Risparmio di Forlì la pittrice
introduce una specifica indagine
luministica incline ad esplorare la
gamma di variazioni della luce artificiale. Si
tratta dello studio di una luce indiretta tesa ad
evidenziare le forme in uno sperimentalismo
aperto a vie nuove suggerite in Emilia dal
Correggio. La pittrice, tuttavia, sempre più
cosciente del suo valore, circondata da
un’atmosfera malevola, divenuta disdegnosa e
1
A. Manaresi, Elisabetta Sirani, la vita, l’arte, la morte, la
tradizione del veneficio, il processo, i prodromi,
l’autossia, la causa mortis, Bologna, Nicola Zanichelli
1898.
restia agli altri, comincia improvvisamente a star
male. Il viso, sempre rubicondo e sorridente, si
gonfia e si deforma; dolori atroci al ventre la
costringono a stare immobile a letto e ad
abbandonare quell’arte che è stata la vera
passione e ragione della sua vita. Il 28 agosto del
1665, all’età di ventisette anni, Elisabetta muore.
La morte, tanto improvvisa quanto strana,
scatena subito l’ipotesi di un avvelenamento, di
cui viene accusata una sua domestica: Lucia
Tolomelli, intenzionata da tempo a lasciare
quella casa per frequenti litigi con la pittrice e
sua madre Margherita. Impedita di farlo, Lucia
Tolomelli prese proprio l’iniziativa nel giorno in
cui Elisabetta morì. Il processo, privo di prove
certe,
terminò con l’allontanamento della
domestica dalla città. Ma l’eco della vicenda
della giovane pittrice rimase per lungo tempo a
ricordare una delle esponenti di primo piano del
classicismo
bolognese
ed
europeo.
Il
riconoscimento del suo genio è attestato anche
da prose e versi atti a ricordare la sua fama e a
onorare le sue opere secondo la forma e
l’eloquenza preziosa, ardita e barocca di C.
Achillini. Così, a proposito del “Battesimo nel
Giordano” un anonimo scrive: «Ditelo voi, che
qui dipinte siete, / salme, se siete morte o pur se
vive; / ch’io per me vi dierei di vita
prive, / ch’io per me giurerei che
spirto avete». Ed ancora sulla
varietà di forme e fogge delle
Madonne un poeta osserva: «Ella
in più idee l’unica imago onora».
Inoltre, in riferimento alla Beata
Vergine, realizzata per il principe
Cosimo de’ Medici, il poeta
immagina che lo stesso Gesù
Bambino porga un ramoscello di
rose alla pittrice assimilata alla
“Vergine bella”: «Quel bambin che
formasti / sappia del Ren pittrice /
e della Genitrice animasti, / parla
e parmi che dica: / “Premio di tua
fatica, / queste rose divine / prendi e corona il
crine / Vergine bella…». Ed un sonetto di
anonimo soffuso di atmosfera elegiaca, quasi
virgiliana, così scandisce la sua morte prematura:
«Come ratta vi andasti / dal suolo innamorato,
o breve Elisa!?». Oh mistero della morte! Oggi
la si può andare ad onorare nella basilica di
S.Domenico a Bologna; Elisabetta Sirani giace
accanto a Guido Reni, considerata ormai sua
degna erede.
38 Vita di Club n.1
SAGGIO
GLI EBREI
BREVE VIAGGIO INTORNO ALL’UNIVERSO EBRAICO
Il 14 maggio 1948, David Ben Gurion legge davanti alla seduta del consiglio provvisorio a Tel Aviv la Dichiarazione di Indipendenza che
sancisce la creazione dello Stato di Israele. Dopo venti secoli di dispersione e migrazioni in cui ogni anno gli Ebrei, ovunque si trovassero,
avevano concluso la cena pasquale con l'augurio di celebrare la festa "l'anno prossimo" a Gerusalemme, la preghiera fu esaudita. Ma in
fondo chi erano e chi sono gli Ebrei?
di LORETTA NUCCI
PREMESSA
L
a shoah e la creazione di Israele hanno posto gli
Ebrei tra i grandi protagonisti, nel bene e nel
male, di questo secolo. Eppure per molti la
conoscenza di questo popolo avveniva attraverso la
realtà falsata da secolari stereotipi. Gli Ebrei sono un
popolo di cui si parla tanto, abbastanza da far
dimenticare quanto sia stato e sia tuttora
numericamente piccolo. Tra l'anno Mille e oggi essi
non hanno mai rappresentato più dell'uno per cento
della popolazione mondiale; eppure la loro
eccezionale epopea tra secoli e luoghi ha fatto in
modo che fossero sempre sotto i riflettori della storia.
Tutto ciò rende un poco complicato riuscire a
cogliere pienamente la realtà dell'ebraismo
contemporaneo, perché esso è il prodotto storico di
quasi quattromila anni di storia, di cui duemila senza
limiti geografici. In perenne movimento, il rischio di
un futuro incerto lo ha però obbligato a tenersi
sempre pronto a una nuova partenza: il piccolo
popolo nomade ha saputo sviluppare per
sopravvivere sia una grande capacità di adattamento
sia un forte senso della propria identità. È proprio
questo carattere mobile che ha fatto accrescere la
complessità della realtà ebraica. Perché per capire gli
Ebrei bisogna conoscere la loro storia, la loro
religione e le loro tradizioni. Ma ancora non basta: la
definizione di ebreo rimane oggi in confini sempre
meno rigidi, proprio perché in questi millenni di
esistenza si è evoluta e si è modificata la concezione
di ebraismo. Se oggi guardiamo alla storia
dell'umanità cercando di focalizzare sulla presenza
ebraica, ci accorgiamo che, seppur con intensità
variabile nei luoghi e nei tempi, é possibile ritrovarne
delle tracce quasi ovunque. Dal continente europeo
all'Africa, passando dall'Asia all'America, le
comunità ebraiche fiorivano o morivano in svariati
angoli del nostro pianeta. Questo sparpagliamento ha
contribuito a creare la complessità dell'identità
ebraica; infatti gli appartenenti al popolo ebraico
sanno essere tanto diversi tra loro perché integrati
nelle culture con le quali sono stati a contatto, ma allo
stesso tempo sono riusciti a mantenere sufficienti
elementi in comune per poter essere raggruppati
nonostante le loro differenze sotto lo stesso
appellativo, Ebrei. Si cercherà comunque di tracciare
un quadro, necessariamente superficiale, ma che
tocchi i maggiori aspetti che rivestono gli Ebrei e le
varie caratteristiche che definiscono l'ebraismo. È
necessario avere chiari alcuni concetti, come ad
esempio i diversi vocaboli che vengono usati per
riferirsi agli Ebrei. La parola ebreo è la più antica, e
si suppone che derivi da Eber, che è il nome di un
discendente di Sem, figlio di Noè. Dallo stesso Sem
deriva la parola semita. Il termine ebreo è quello con
il quale la Bibbia si riferisce ai membri del popolo
eletto da Dio e indica in generale tutti i discendenti di
Abramo, ovunque il loro destino li abbia portati. È
dunque una parola che connota la discendenza senza
localizzazione geografica. La parola giudeo ha invece
un'origine storica più recente, e ha una connotazione
differente. Si riferisce all'origine di una parte del
popolo ebraico stanziato su una realtà geografica ben
precisa, la Giudea. Il giudeo era dunque l'abitante di
un'area geografica concreta nata dopo la fine del
regno di Salomone, quando il suo territorio venne
diviso in due parti tra il regno d'Israele e quello di
Giuda. In questo senso non tutti gli ebrei erano
giudei, perché non tutti gli ebrei abitavano nella terra
del regno di Giuda. La parola giudeo ha finito però
con l'acquisire una connotazione storica molto
negativa, in quanto termine che veicolava
l'antiebreaismo cattolico. Il termine israelita ha la
stessa accezione storica di giudeo, in quanto si
riferisce al secondo Stato che si formò accanto alla
Giudea dopo la morte di Salomone, il regno d'Israele
che sparì poco dopo. Mentre in italiano si usa oggi la
parola ebreo, il termine giudeo è caduto in disuso per
via della connotazione negativa. In francese e in
inglese invece la parola che corrisponde al nostro
ebreo si riferisce essenzialmente all'antico popolo
biblico, mentre al giorno d'oggi si usa il termine
equivalente nelle loro lingue al nostro giudeo, e cioè
juif e jew. Nelle tre lingue poi, il termine israelita è
stato usato nel periodo dell'emancipazione in
sostituzione di altre parole perché si pensava che
39 Vita di Club n.1
potesse sottolineare di più il cambiamento in atto
delle loro condizioni, ma è poi caduto in disuso a
favore delle parole che usiamo oggi. Il termine
israeliano si riferisce invece solamente al cittadino
del moderno Stato d'Israele. Non tutti gli ebrei
dunque sono israeliani e non tutti gli israeliani sono
ebrei, ma possono essere anche musulmani, cristiani
e via dicendo.
LA CULTURA EBRAICA
L
a cultura è l'insieme delle tradizioni e delle
usanze che accomunano gli
appartenenti a un popolo e li
differenziano dagli altri. Ma
quella ebraica è difficile da
inquadrare pienamente. Essa
infatti ruota attorno al perno
primordiale
e
originale
rappresentato dalla religione.
Ma le sue regole così precise e
la sua storia hanno portato allo
sviluppo di caratteristiche
comportamentali prettamente
ebraiche. Un'altra particolarità
è dovuta alla dispersione del
popolo ebraico che ha portato a
notevoli
differenziazioni
all'interno della cultura ebraica.
Si sono infatti innestati sulla
comune radice degli elementi
culturali pur sempre ebraici ma
molto diversi fra loro. La
cultura
ebraica
amalgama
elementi tipicamente propri e i
tratti
caratterizzanti
delle
culture ospitanti: gli Ebrei
polacchi hanno integrato nelle tradizioni religiose
cibi specifici del nord Europa, mentre quelli del nord
Africa vi hanno adattato usanze musulmane.
LA RELIGIONE
L
a religione ebraica è cronologicamente la prima
delle grandi religioni monoteiste. Il Dio di
Abramo si diversificava molto dagli altri dei
superiori delle religioni politeiste circostanti: il Dio
degli Ebrei è unico. È inoltre un Dio infallibile che
rappresenta la suprema giustizia. YHWH, il suo
nome, è iscritto per la prima volta sul Tabernacolo
nel deserto che custodiva le tavole della Legge. Con
l'aggiunta delle vocali, che in ebraico non sono
visualizzate, si pronuncia Jehova, o Yahve. La forza e
la potenza di Dio sono tali che tutt'oggi gli Ebrei
religiosi non pronunciano il suo nome. Inoltre
all'uomo non è concesso conoscerne e nemmeno
tentare di rappresentarne l'immagine. Dio si è
manifestato al suo popolo tramite intermediari umani,
i profeti, e la religione "rivelata" trova la sua
espressione nel libro sacro, la Bibbia. Ma è anche una
religione storica che si è formata, consolidata e
sviluppata nel tempo umano. La Bibbia ci descrive
come Abramo sigillò il patto con Dio; Mosè, l'uscita
dall'Egitto e le tavole della Legge rafforzarono
definitivamente sia l'alleanza con Dio sia i caratteri
del monoteismo. La religione ebraica con le sue
numerose leggi ha rappresentato durante gli ultimi
duemila anni, oltre all'espressione del rapporto tra gli
Ebrei e il loro Dio, anche la base dell'organizzazione
sociale di piccole comunità minoritarie tra
popolazioni diverse. Esiste un'interessante peculiarità
ebraica: è il valore dato alla discussione e al
confronto delle opinioni. Se
infatti il contenuto biblico è
sacro e universale, in quanto
parola rivelata da Dio, è stata
interpretato ed elaborato in
opere che hanno aiutato gli
Ebrei a capirlo. Essi infatti non
si accontentano di seguire alla
lettera i comandamenti del testo
sacro,
ma
analizzano
e
interpretano le parole divine,
sottoponendole
all'intelletto
umano.
L'interpretazione umana non è
però
né
infallibile
né
universale; potendo anzi sempre
essere rimessa in causa, un
ruolo crescente ne è derivato
per il dialogo, la discussione e il
confronto. Per questo motivo
alla Bibbia si sono aggiunte
numerosissime opere di studio e
di
interpretazione;
questo
spiega il ruolo centrale che è
sempre
stato
rivestito
nell'ebraismo dall'insegnamento. Imparare non
significa solo capire per saper rispondere, ma
significa soprattutto imparare a chiedere. La vita
della comunità ruota intorno all'interazione tra i vari
membri. Nei momenti più importanti della vita, sia
lieti sia tristi, vi è sempre un gran posto riservato alla
vicinanza e alla socialità. Attraverso la tzedakà
(carità) si aiutano i poveri, le persone sole e quelle
anziane. Sono infatti fondamentali gli atti di
solidarietà concreti ai malati, a tutti i bisognosi, sia in
forma di denaro sia nel concedere loro tempo e
ascolto. Oltre a riservare loro un poco dei propri
guadagni, secondo la tradizione biblica, del proprio
raccolto, è anche considerata una buona azione farli
partecipare alle feste. A Pasqua si usa
simbolicamente lasciare la porta aperta in segno di
accoglienza per un eventuale ospite che si
presentasse. Un altro elemento importante è la
Kabbalà, o Cabala, la mistica ebraica. Ereditata, si
dice, da una tradizione orale che si trasmetterebbe dai
tempi di Mosè, il termine Cabala (= tradizione
ricevuta, in ebraico) nasce verso il XII secolo nel sud
della Francia dove si sviluppa, spostandosi in un
40 Vita di Club n.1
secondo momento anche in Spagna. L'opera
maggiore di questo movimento è lo Zohar (Libro
dello Splendore) scritto da Moses de Léon intorno al
1280, che vuole spiegare i significati più nascosti
della Torà. Si ritiene infatti che l'uomo possa,
attraverso determinate conoscenze, interagire con
l'ordinamento soprannaturale del mondo, in
collaborazione con Dio stesso. Il veicolo primordiale
di questo potere sarebbero le lettere dell'alfabeto
ebraico; si pensa che Dio abbia creato il mondo
attraverso le parole, e che le lettere abbiano dunque
forza creatrice. A ognuna corrisponde un valore
numerico e il cabalista deve dunque capire i misteri
che collegano lettere, parole e numeri. I cabalisti
suscitarono nei rabbini reazioni diverse; certi li
vedevano come grandi studiosi di religione e custodi
della tradizione, mentre per altri non erano altro che
una sospetta e profana deviazione dell'ebraismo. La
Cabala e i suoi misteri suscitarono un grande
interesse sia sulle masse sia sugli studiosi; dalla metà
del Cinquecento il grande centro cabalistico divenne
Safed, in Palestina, dove ebbe uno straordinario
sviluppo l'importante scuola di Isaac Luria (15341572).
LA BIBBIA
L
a Bibbia ebraica è chiamata Tanach, ed è
composta da tre parti: Torà, Neviim e Ketuvim.
Queste ultime due, rispettivamente i "profeti" e gli
"scritti", sono meno importanti rispetto alla prima. I
Neviim sono suddivisi a loro volta in primi profeti
(Giosuè, Giudici e Samuele), e ultimi profeti (Isaia,
Geremia, Ezechiele e i 12 profeti minori). I Ketuvim,
gli scritti, sono invece composti da Salmi, Proverbi,
Giobbe, Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni,
Qohelet, Ester, Daniele, Esdra, Neemia e Cronache.
Letteralmente Torà significa "insegnamento", ma
viene tradotto con la parola "Legge". È composta dai
cinque libri del Pentateuco, cioè Genesi, Esodo,
Levitico, Numeri, Deuteronomio, ed è molto
importante in quanto contiene le Mitzvot (Mitzvà al
singolare), i comandamenti. La vita di un ebreo
osservante è infatti scandita dall'osservanza di questi
comandamenti che sono in tutto 613, di cui 365
negativi, cioè divieti, e 248 positivi, che è invece
doveroso attuare. La Torà, legge religiosa e morale,
riguarda ogni aspetto della vita e i suoi
comandamenti sono volti a sviluppare in coloro che li
seguono un determinato stile di vita che esprime il
rispetto di Dio e di tutto il suo creato. La Torà, che in
principio si tramandava oralmente, è stata compiuta
entro il I secolo d. C.; è divisa in sezioni, ad ognuna
delle quali si dedica una settimana: ognuno di questi
brani risponde al nome di parashà (sezione), e questa
divisione permette di leggere l'intero Pentateuco
nell'arco di un anno. Le parashot (termine al plurale)
vengono analizzate e spiegate. Lo studio della Torà è
dunque una materia in continuo movimento ed
evoluzione; si è aggiunta, negli ultimi duemila anni,
una quantità enorme di opinioni, discussioni e
controversie,
nella
continua
ricerca
della
interpretazione della parola di Dio. Ci si riferisce alla
lettura rabbinica sviluppatasi sullo studio della Torà
col nome di Torà orale. E infatti, nel tempo si è
costituita una fiorente e vastissima letteratura
rabbinica, suddivisa in halakha e Aggadà. La prima,
halakha, (che viene dal verbo ebraico, halah =
andare, camminare), è la più importante e sostanziosa
e riguarda l'insieme dei comportamenti da seguire, e
tutte le discussioni sull'interpretazione per
l'attuazione dei precetti. La seconda, Haggadà, che
significa storia in aramaico, è invece il nome sotto il
quale sono raggruppati i racconti che custodiscono le
vicende del popolo ebraico e del suo Dio. Il Talmud
(da lamad, studiare) è la raccolta delle discussioni e
del commento della Torà scritta. È formato dalla
Mishnà e dalla Gemarà, che sono rispettivamente il
nucleo più antico e quello più recente. La Mishnà
contiene la codificazione scritta delle precedenti
discussioni orali riguardanti comportamenti di vita
religiosa, delle feste, ma anche di numerosi aspetti
della vita quotidiana e familiare. Si divide in sei
ordini diversi che regolano le pratiche agricole, le
ricorrenze fisse, i rapporti fra uomo e donna, le
norme di giustizia civile e penale, le regole sul culto e
sulla purezza rituale di cose e persone. Nei fiorenti
centri di studio si sviluppò tutto un ulteriore
commento intorno alla Mishnà chiamato Gemarà
(completare).
I PRECETTI RELIGIOSI E LE REGOLE DI
VITA QUOTIDIANA
L'
organizzazione della vita quotidiana dell'ebreo
osservante gira intorno ai precetti enunciati
dalla Torà. Oltre ai comportamenti morali che
generalmente il credente ebreo deve attuare nella sua
vita, vi sono comportamenti rituali da seguire, sia a
livello quotidiano sia collegati a particolari feste.
Nella Torà e nella letteratura rabbinica si trovano le
indicazioni per compiere la volontà di Dio anche
riguardo agli aspetti più umani e quotidiani. Vi è
regolata la sfera dell'alimentazione, il rapporto tra
marito e moglie, quello con la propria famiglia e con
gli altri. Sono regolate persino sfere intime come la
cura personale e la sessualità, secondo un ordine che
rispetta quello instaurato tra Dio e gli uomini, gli
uomini e la natura e tra gli uomini e i loro simili.
L'alimentazione.
L'alimentazione ebraica è sottoposta ad un vasto
insieme di regole che ne determinano la purezza,
chiamate della Kashrut. Chi segue queste regole
mangia dunque Kasher, cioè mette in pratica i
precetti divini sul cibo. Nella Torà è indicato
precisamente ciò che è o non è consentito mangiare.
Intorno a questi permessi e divieti non vi è però nella
Bibbia una spiegazione. Sui vegetali non esiste alcun
impedimento; Dio disse infatti ad Adamo: "Puoi
nutrirti di tutti gli alberi del giardino" (Gen. 2:17). La
41 Vita di Club n.1
carne invece è soggetta a diverse restrizioni.
Innanzitutto, non tutti gli animali sono puri, e quindi
commestibili, e in secondo luogo non è concesso
consumare tutte le parti dell'animale. Si possono
mangiare i ruminanti che abbiano anche lo zoccolo
spaccato; se una di queste due condizioni è assente, è
proibito consumare la carne dell'animale in
questione. Ad esempio, si può mangiare la mucca,
ruminante con lo zoccolo spaccato. Il coniglio, che
rumina ma non possiede lo zoccolo, o il maiale che
ha uno zoccolo spaccato ma non rumina, non sono
invece permessi. Ci sono numerose restrizioni anche
sui volatili, e sono vietati gli insetti.Anche il cibarsi
degli abitanti del mare è sottoposto a determinate
regole: agli esseri umani non è concesso mangiare gli
animali che vivono in mare ma non sono pesci, quelli
cioè senza pinne e squame, come i crostacei e tutti i
cosiddetti frutti di mare.
Accertato se sia lecito mangiare
tale animale, è poi necessario
procedere
a
determinate
pratiche per macellarlo. Lo
Shochet, la persona incaricata
di questo compito, usa un
coltello molto affilato e
provoca la morte immediata
dell'animale. È anche incaricato
di assicurarsi che l'animale non
abbia malattie che abbiano leso
i suoi organi. Viene anche
separata con molta cura la
carne dal sangue. Il sangue,
elemento vitale, non può infatti
essere consumato: "Però devi
tenacemente guardarti dal
mangiare il sangue, perché il
sangue è vita; non mangerai
quindi la vita con la carne"
(Deuteronomio
12,
23).
Un'altra fondamentale regola
alimentare vieta di mischiare la
carne e il latte. Questo divieto
nasce dal versetto biblico : "non cuocerai il capretto
nel latte di sua madre" (Esodo 23:19). Dalla capra
questo divieto si è esteso a qualunque tipo di carne,
che è vietato mischiare con qualsiasi tipo di latte o
latticino: non è dunque consentito consumare latte di
capra insieme al pollo. E non solo: il divieto non
riguarda soltanto la presenza di questi cibi nello
stesso piatto, bensì sulla stessa tavola.
La giornata religiosa.
La giornata religiosa dell'ebreo inizia appena sveglio;
in ogni giorno feriale, egli prega Dio più volte
nell'arco delle ventiquattro ore, mattino, pomeriggio e
sera. Le preghiere giornaliere sono tre: Shachrit,
quella del mattino che può essere recitata tra l'alba e
un terzo della giornata; Minchà, recitata al
pomeriggio entro il tramonto e Arvit o Maariv la sera.
Le preghiere giornaliere sono composte come centro
fondamentale da una preghiera chiamata Shmonè
Esrè (diciotto in ebraico), le diciotto benedizioni.
Sono un insieme di lodi, ringraziamenti e richieste
che i fedeli rivolgono a Dio. Le preghiere vanno
recitate in ebraico, linguaggio che meglio rappresenta
l'espressione del popolo ebraico, e sempre a capo
coperto in segno di rispetto verso Dio. Lo Shemà,
preghiera molto importante che va recitata la mattina
e la sera, contiene in sé i principi fondamentali
dell'ebraismo.Professa la superiorità assoluta e
l'unicità di Dio, e attraverso essa il fedele riconferma
la sua devozione totale e la forza dell'amore
dell'uomo per il Signore. Ricorda inoltre l'importanza
della glorificazione di Dio tramite la trasmissione ai
figli e deve il suo nome all'iniziale parola shemà,
"ascolta". "Shemà Israel Adonai Elohenu Adonai
Ehad…" (Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il
Signore è unico…). Per
onorare lo Shemà, durante la
preghiera del mattino di tutti i
giorni non festivi che è la più
importante delle tre, gli uomini
devono mettere i tefillim
(filatteri). Sono cinghie di
cuoio che permettono di
reggere
piccole
scatole,
all'interno delle quali sono
racchiusi brani della Torà, e
che sono collocate al braccio e
alla fronte. Questi stessi
passaggi biblici sono collocati
anche all'interno della Mezuzà,
piccolo contenitore posto,
come comanda lo Shemà, sullo
stipite della porta di entrata e
delle principali stanze della
casa. Durante la preghiera
mattutina, gli uomini portano
anche il tallit, lo scialle da
preghiera ornato dalle frange
(tztzit) ai quattro angoli, per
ricordare Dio. Le berakot
(benedizioni) sono anch'esse un elemento importante
e si affiancano alle azioni durante la giornata ebraica;
gli Ebrei osservanti infatti accompagnano di
benedizioni gran parte delle loro azioni giornaliere.
Il rispetto del sabato.
Gli Ebrei hanno inventato il concetto di settimana.
Questa è infatti l'arco di tempo che passa tra due
shabbat, due sabati di riposo per tutti i familiari e gli
animali. L'origine religiosa del giorno di riposo
settimanale nasce dall'esempio divino; la Genesi
racconta come Dio lavorò per compiere la creazione
durante sei giorni e che il settimo si riposò. Gli
uomini dunque dedicano al riposo e alla preghiera
questo giorno. Anche qui l'interpretazione della
parola divina e stata allargata. Il divieto riguardante il
sabato, "non accenderai il fuoco il giorno di
Shabbat", è stato progressivamente dilatato dalla
42 Vita di Club n.1
tradizione contenuta nella Torà orale a ogni tipo di
fuoco, fino alla corrente elettrica e a tutti gli utensili a
essa connessi, come la cucina. Gli Ebrei osservanti
durante lo Shabbat (cioè dal sorgere della prima
stella del venerdì sera allo stesso momento del giorno
dopo) non accendono luci, non fumano, non
prendono l'ascensore o la macchina, e neanche
portano oggetti da un luogo privato a un luogo
pubblico. È vietato lavorare, ed è quindi per
estensione vietato condurre transazioni di alcun
genere.Di sabato non è dunque concesso cucinare, e
si preparano il giorno precedente gli alimenti che
verranno consumati nell'arco del giorno di riposo.
Il luogo di culto.
Il culto ebraico si organizza intorno alla sinagoga.
Anche la comunità ebraica più piccola ne possiede
una: questo edificio, luogo di preghiera e custode dei
rotoli della Legge, è stato ed è il punto centrale della
vita religiosa, sociale e comunitaria. Il nome sinagoga
deriva dal greco, ed è una traduzione dell'ebraico Bet
Knesset, casa di raduno, di riunione, che esprime
dunque un concetto più vasto che semplice luogo di
preghiera. E infatti la sinagoga è stata, soprattutto nei
periodi più bui della storia, anche il luogo dove si
studiava e si trasmetteva il sapere e dove gli Ebrei si
potevano riunire ed incontrare per esprimere la loro
religiosità senza timore. Oltre dunque all'edificio di
celebrazione delle loro feste, diventò anche un posto
di significativa rilevanza sociale. L'origine della
sinagoga si rintraccia nel tabernacolo costruito nei
quarant'anni passati nel deserto dal popolo guidato da
Mosè. Sorta di tempio mobile, era stato eretto sia
come luogo di culto sia per custodirvi le tavole della
Legge. Successivamente, quando dopo l’esilio gli
ebrei riuscirono a costruire il loro Stato, il re
Salomone onorò il nome di Dio sulla terra promessa
costruendo a Gerusalemme il suo sontuoso tempio,
eretto sul modello dell'antico e precario tabernacolo.
Là venne custodito il contenitore di legno delle tavole
della Legge consegnate da Dio a Mosè sul monte
Sinai: l'Arca dell'Alleanza. Il Tempio venne
definitivamente distrutto da Tito nel 70 d.C. e la sua
perdita segna un elemento di dolore molto forte: gli
Ebrei oggi pregano e si lamentano contro il muro del
pianto, l'unica parete di pietra del tempio originale
che è riuscita a stare in piedi nonostante le turbolenti
vicende di venti secoli. Il Kotel, il muro, era la parete
occidentale esterna. Varie consuetudini dirigono
l'esistenza della sinagoga. In primo luogo, le
sinagoghe della diaspora sono sempre orientate verso
Gerusalemme. Quelle localizzate invece in quella
città sono orientate verso i resti del Tempio, il muro
del pianto. Gli uomini devono entrare con il capo
coperto, con la kippà, la tradizionale papalina. In ogni
sinagoga, sulla parete che indica Gerusalemme, è
collocato
l'elemento
più
importante,
una
rappresentazione dell'arca, nella quale è deposto il
Sefer Torà (libro della Torà). I fedeli pregano
orientati verso di essa. Davanti all'arca è appesa una
tenda decorata e ricamata, al centro è invece
collocato il bimà, il pulpito da dove viene effettuata
la lettura della Torà. Altro richiamo al Tempio
perduto è la presenza nelle sinagoghe della Menorà,
il candeliere a sette bracci, perennemente acceso. Al
giorno d'oggi varie correnti religiose nell'ebraismo
hanno diversificato anche le pratiche rituali, ma in
una sinagoga tradizionale uomini e donne sono
separati. I Sefer Torà delle sinagoghe devono essere
manoscritti su pergamena. I rotoli della Legge
vengono maneggiati con infinito rispetto e cura, e
vengono letti ad alta voce nella sinagoga dal Hazzan,
l'officiante scelto dalla comunità per dirigere la
preghiera.Perché questo possa avvenire è necessaria
la presenza di un gruppo di persone ad ascoltare; si
dice che ci vuole Minian (numero) perché per poter
leggere il Pentateuco ci vuole un numero minimo di
dieci uomini che abbiano fatto il loro Bar Mitzvà,
cioè compiuto la maturità religiosa. Il rabbino
rappresenta oggi l'autorità religiosa. All'origine erano
i Leviti a occuparsi della cura del culto, affiancati poi
per determinati incarichi sacerdotali dai Cohen
(sacerdoti). Queste due cariche sono ereditarie e si
trasmettono ai figli maschi.Levi e Cohen sono
tutt'oggi due dei cognomi ebraici più comuni. La
figura del rabbino nacque nei primi secoli dopo
Cristo, come autorità spirituale e morale. Il rabbino,
studioso ed esperto della Bibbia, ha come compito
quello di insegnare e tramandare la tradizione nella
sua comunità. È dunque stato un personaggio
fondamentale della diaspora per la preservazione e la
trasmissione della conoscenza. La comunità, in
cambio dell'adempimento di questi ruoli, gli
garantisce la sopravvivenza.
Le feste: l'anno religioso.
Le feste che scandiscono l'anno ebraico sono molto
suggestive; esse sono cariche di pratiche e di simboli
svariati. Se certe feste s'incentrano su avvenimenti
tristi, l'ebraismo ha angoli riservati alla gioia, alla
felicità e al divertimento. Mitzva gedola liot be
Simcha: "La più grande Mitzvà è vivere nella
gioia".Questo bel comandamento contraddice uno
stereotipo che dipinge gli Ebrei come persone
austere, riflessive e irrimediabilmente serie. Perché,
oltre lo studio, l'ebraismo insiste anche molto
sull'importanza dell'amore per la vita e la sua piena
realizzazione nel benessere fisico e morale. Per poter
capire la collocazione delle feste nell'anno ebraico, è
utile vedere come quest'ultimo è definito.
Il calendario ebraico.
Tishrì
settembre-ottobre;
Keshvàn
ottobrenovembre; Kislèv novembre-dicembre; Tevèt
dicembre-gennaio; Shvàt gennaio-febbraio; Adàr
febbraio-marzo; Nissàn marzo-aprile; Yar aprilemaggio; Sivàn maggio-giugno; Tamùz giugnoluglio; Av luglio-agosto; Elùl agosto-settembre.
Il tempo religioso nasce col principio fondatore della
religione in questione; l'anno zero del calendario
musulmano, che segna l'inizio dell'era islamica, è
43 Vita di Club n.1
quello dell'Egira. Allo stesso modo la nascita di Gesù
rappresenta l'inizio dell'era cristiana, quando invece il
calendario ebraico identifica l'inizio del tempo con la
creazione del mondo da parte di Dio. Siccome la
religione ebraica è la più antica delle tre religioni, il
suo calendario è più avanti: l'anno Duemila del
calendario cristiano è stato quindi per gli Ebrei il
5761. Oltre a questo, il calendario ebraico suddivide
l'anno in modo diverso rispetto a quello cristiano. Il
calendario ebraico si basa sui cicli lunari, per cui le
date delle feste variano ogni anno rispetto al nostro
calendario solare. Il primo giorno del mese, Rosh
Hodesh, è determinato dalla luna nuova, cioè
dall'inizio di un nuovo ciclo
dell'astro. L'anno ebraico dura
12 mesi lunari; siccome infatti
l'anno lunare ha 354 giorni, 11
meno di quello solare dunque,
comporterebbe nell'arco di
pochi anni uno sfasamento tra
il susseguirsi lunare dei mesi e
delle stagioni, che seguono
invece il sole. Per impedire
questo spostamento tra gli
eventi umani e il calendario
agricolo si è scelto di
recuperare i giorni mancanti
dell'anno solare dichiarando
sette anni su diciannove
bisestili, e aggiungendo un
secondo mese di adar. Le feste
ebraiche sono molto suggestive
e interessanti perché piene di
atti e cibi simbolici, a volte
molto belli. La maggior parte di
esse è stata determinata dal
Pentateuco,
ma
successivamente se ne sono
aggiunte altre. Le feste bibliche sono descritte e
comandate nella Torà. Così è ad esempio per Rosh
Hoshanà, Kippur, Shavuot, Succot e Pesach. Altre
invece sono commemorazioni storiche, di cui le due
più importanti sono quelle di Hannukà e Purim, ma
vi sono anche vari digiuni che ricordano la
distruzione del Tempio o l'espulsione degli Ebrei
dalla Spagna. L'anno ebraico inizia il primo giorno
del mese di Tishrì (settembre-ottobre) con Rosh
Hashanà, capodanno, periodo di riflessione e
penitenza e culmina con lo Yom Kippur, il Giorno
dell'Espiazione. L'evento più importante della
celebrazione del nuovo anno consiste nel suono dello
shofàr, il corno d'ariete: la festa è infatti anche nota
sotto il nome di Yom Teruà, il giorno del suono.
Questo strumento è associato nella tradizione ebraica
ad avvenimenti molto positivi; festa solenne, ma
anche allegra in cui ognuno si augura e augura agli
altri di essere messo da Dio nel "libro della vita",
ovvero di vivere l'anno che arriva in salute e felicità.
La cena di Rosh Hashanà ha un alto carattere
simbolico: si evitano i cibi amari o acidi,
prediligendo porri, zucche, datteri, cioè piante forti,
dolci e feconde. I dieci giorni che seguono l'inizio
dell'anno nuovo vengono chiamati Giorni di Tesciuvà
(pentimento), o anche giorni terribili. In questo arco
di tempo gli uomini e le donne si preparano a
ricevere il perdono divino, riconoscendo i propri
errori. L'intima ammissione delle proprie colpe non è
però sufficiente: è infatti importante la
riconciliazione con i propri simili. A Kippur si
dovrebbero dunque riparare i torti e saldare le rotture,
ed è usanza chiedere perdono alle persone offese. In
questo modo ci si prepara per l'arrivo del Yom
Kippur, giorno di penitenza per
eccellenza, ma anche giorno di
perdono e gli Ebrei passano la
giornata a digiuno, riflettendo
e pregando. L'astinenza totale
di cibo e liquidi durante le
venticinque ore permette al
credente di astrarsi dalle sue
necessità fisiche e concentrarsi
su se stesso. È anche proibito
lavarsi, profumarsi, o mettere
scarpe di cuoio, perché in
questo giorno si deve essere
umili e spogliarsi di ogni
vanità terrena. È una giornata
di intensa preghiera, che fa
dunque permanere i credenti in
sinagoga per la maggior parte
della giornata. A coloro che
espiano sinceramente, Dio
concede il perdono e il
credente è pronto ad affrontare
il
novo
anno.
Sukkòt,
chiamata anche la Festa delle
capanne, avviene il 15 del
mese di Tishrì. La Torà vi si riferisce anche con il
nome di Festa del raccolto, perché avviene in
autunno. È la festa più allegra e gioiosa tra quelle
ebraiche, che ricorda e celebra l'amore che Dio ha
mostrato al suo popolo durante la permanenza nel
deserto, dopo l'esodo, non facendo mancare niente.
Per simboleggiare questa felice vicenda si costruisce
una Sukkà, una capanna, dal tetto di rami e foglie che
ricorda le tende del deserto e va collocata all'aperto.
All'origine si usava adottare la capanna come dimora
per i sette giorni di durata della festa e per questo si
usa collocarne una nel cortile della sinagoga. Ora si
costruisce una Sukkà in giardino o sul balcone. Per i
sette giorni della festa si mangia, si legge, si studia e
si chiacchiera nella Sukkà che deve essere bella e
piacevole. Per celebrare la festa, la Bibbia comanda
all'ebreo di legare insieme in un mazzo delle foglie di
palma, mirto e salice e di procurarsi un frutto di
cedro. Le feste ebraiche sono infatti molto legate
anche ai cicli agricoli, e Sukkòt cade nel periodo dei
raccolti e della vendemmia. In sinagoga questi
44 Vita di Club n.1
quattro elementi si agitano in segno di gioia e con
essi si indicano i quattro punti cardinali. L'ultimo
giorno della festa vi è Simhat Torà (la festa della
Legge), che chiude il ciclo annuale di lettura del
Pentateuco. Anche questa è ricorrenza molto allegra,
e in certe comunità si usa ballare abbracciando i
rotoli della Legge. In questo giorno non solo si
conclude la lettura della Torà ma la si inizia anche
nuovamente da capo, a significare l'universalità e
l'infinità della Legge. Colui che termina la lettura
della Torà viene chiamato Hatan Torà, lo sposo della
Legge, mentre quello che riapre il ciclo è il Hatan
Bereshit, lo sposo del Principio della Legge. Più
avanti, il 25 kislew viene la festa delle luci,
Hanukkà. La festa celebra il
miracolo avvenuto ai tempi
della rivolta guidata da Giuda
Maccabeo, nel 167 a.C.
Quando
i
rivoltosi
riconquistarono
Gerusalemme, come prima
cosa liberarono il Tempio e
riaccesero la Menorà, il
candelabro a sette bracci che
doveva fare luce permanente:
l'olio non era sufficiente ed
erano necessari otto giorni
per produrre nuovo olio.
Invece la piccola fiala
illuminò miracolosamente il
Tempio
per
il
tempo
necessario, permettendo alla
luce di non spegnersi. Si usa
celebrare
il
miracolo
accendendo per otto giorni
successivi
le
candele
dell'apposito candelabro a
nove bracci, la Hannukià.
Questo candelabro ha una
candela in più perché la nona serve ad accendere le
candele e a illuminare la stanza. La prima sera, al
calare del sole, si accende la prima candela, la
seconda sera se ne accendono due, la terza tre e così
via fino all'ultima sera, quando è illuminato tutto il
candelabro. Un'altra festa storica è il Purim,
ricorrente ogni 14 del mese di Adar. Questa
celebrazione ha origine nella bella storia della regina
Ester che, aiutata da suo zio Mordechai, salvò il suo
popolo dal tentativo di sterminio da parte del perfido
Amman, ministro del re persiano Assuero. La festa
inizia con la lettura della Meghilat Ester, il rotolo di
Ester, pergamena sulla quale è trascritta a mano la
storia di Ester. Questa rimane una festa singolare, in
quanto ricorda e festeggia gesta prettamente umane.
Anche questa ricorrenza è molto allegra, si canta, si
balla, si distribuiscono regali ai poveri e si scambiano
doni con gli amici. In genere sono doni di cibo, e
soprattutto dolci, tra cui le cosiddette "orecchie di
Amman" e i bambini usano travestirsi. È
raccomandato di mangiare bene e in grande allegria,
così come di consumare molto alcol: un detto
talmudico consiglia addirittura di ubriacarsi sino a
non essere più in grado di riconoscere Mordechai da
Amman… Pesach è la festa della liberazione, della
fine dell'oppressione e dell'uscita dall'Egitto, e si
festeggia il 15 Nissan. E' molto importante in quanto
si è visto che è il momento in cui storicamente nasce
e si consolida il popolo ebraico in quanto tale.
Durante gli otto giorni della festa, si consuma in
sostituzione al pane la matzà, pane non lievitato per
ricordare che gli Ebrei non ebbero il tempo di
aspettare che il pane lievitasse. È scritto nella Torà
(Es. 12,15): "Per sette giorni non vi sarà traccia di
lievito nelle vostre case poiché
chiunque mangerà del hametz
sarà escluso dalla comunità di
Israele". Nel seguire questo
comandamento, il concetto di
hametz si è allargato, e si
considerano tali tutti gli alimenti
che fermentano. Oltre al grano
sono vietati i cereali, certi
alcolici e per certe comunità
anche il riso. Il pane viene
dunque sostituito con le azzime,
e la farina di azzime serve a
sostituire la farina di grano in
cucina. Pesach inizia la sera
della vigilia e si apre con il
seder, la cena che riunisce tutta
la famiglia e in cui si legge la
Haggadà shel Pesach (il
racconto della Pesach). Questo
racconto ripercorre la storia della
schiavitù e della liberazione ed i
cibi,
per
illustrare
questi
avvenimenti, sono carichi di
significati simbolici ben precisi e
altrettanto precisamente deve svolgersi il seder,
parola che significa "ordine". Sul tavolo viene
appoggiato un apposito vassoio, sul quale sono
depositati vari elementi: tre azzime sovrapposte che
rappresentano il popolo di Israele; un pezzo di
agnello che rappresenta l'antica usanza del sacrificio
pasquale all'epoca del Tempio; erbe amare per
ricordare quanto fosse amara la vita sotto il giogo
degli egizi; un uovo sodo, simbolo di lutto per
ricordare il tempio perduto; Haroseth, misto di noci,
mele e frutta tritata, che rappresenta simbolicamente
l'argilla che gli Ebrei lavoravano in Egitto. Si bevono,
in momenti precisi quattro bicchieri di vino e vi è un
bicchiere di vino che si versa ma non si beve. Questo
bicchiere viene chiamato di Elia, ed è lasciato sulla
tavola per il profeta che è considerato il precursore
del Messia. Vuotando l'ultimo bicchiere si pronuncia
l'augurio di poter celebrare la festa "l'anno prossimo a
Gerusalemme". Shavuot si celebra sette settimane
dopo Pesach. Il periodo di quarantanove giorni che
45 Vita di Club n.1
intercorre tra le due feste viene chiamato Omer e d è
un periodo di lutto che ricorda una drammatica
pestilenza. Se la festa di Shavuot (settimane, in
ebraico) vuole ricordare il dono della Torà fatto da
Dio al popolo ebraico, questa coincide anche con il
periodo dei raccolti e della mietitura; si usa dunque
decorare le sinagoghe di fiori.
LA RELIGIONE NELL'ARCO DELLA
VITA
C
ome in tutte le religioni, i vari momenti della vita
che segnano un cambiamento radicale, come la
nascita, il passaggio all'età adulta, il matrimonio,
vengono celebrati in modo da puntualizzare la loro
importanza. La vita di un uomo ebreo inizia con il
Berit milà, la cerimonia di circoncisione. Dio ordinò
infatti: "Tutti i maschi tra di voi verranno circoncisi.
Voi circonciderete la vostra carne e questo sarà segno
dell'alleanza tra me e voi. Tutti i maschi, all'età di
otto giorni, nelle vostre generazioni saranno
circoncisi" (Gen. 17:10-12). L'uomo ebreo ha così
scritto nella sua carne da subito e per sempre la sua
alleanza con Dio. Si usa lasciare una sedia vuota e
che tale rimane durante tutta la cerimonia per il
profeta Elia, che si dice assista a tutte le
circoncisioni. Durante la cerimonia viene anche
assegnato il nome al bimbo. La Bibbia comanda
anche che tutti i primogeniti si dedichino al servizio
divino (esodo 13: 1-3). Il ruolo era tradizionalmente
svolto dagli appartenenti alla tribù di Levi e se i
genitori non appartengono né alla stirpe dei Levi né a
quella dei Cohen, si deve procedere per il primo
figlio al Pidyon Haben, il riscatto del primogenito.
Questo avviene tramite il pagamento di una somma
simbolica da parte del padre ad un Cohen, che
riscatta il bambino dal servizio del Santuario al
trentunesimo giorno dalla nascita. Dall'infanzia si
insegna progressivamente al bambino a conoscere le
mitzvot, i precetti, e quindi a leggere in ebraico. Il
processo di apprendimento porta poi il ragazzo verso
la maturità religiosa che avviene a tredici anni e si
ufficializza nel Bar Mitsvà (letteralmente, figlio del
precetto). Il ragazzo celebra questo passaggio alla
vita adulta ed è chiamato alla lettura della Torà. Da
questo momento in poi il ragazzo viene considerato
adulto; le donne diventano tali al compimento dei
loro dodici anni. Il matrimonio è il seguente
fondamentale passo della vita ebraica; la creazione di
un nucleo familiare è infatti uno degli avvenimenti
più importanti nella vita di un uomo e di una donna
ed il celibato rappresenta dunque una situazione
incompleta. La cerimonia si può svolgere sia in
sinagoga sia all'aperto, ed è diretta dal rabbino che
recita le sette benedizioni del matrimonio. La
celebrazione ha luogo nella huppà, il baldacchino
nuziale, che simboleggia la casa dove gli sposi
andranno a vivere.In certe comunità si procede poi
alla lettura della ketubà, il contratto di matrimonio, in
cui sono descritti con precisione gli impegni morali e
materiali che gli sposi hanno concordato di rispettare.
L'usanza vuole che lo sposo simboleggi il ricordo
della distruzione del Tempio rompendo con il tacco
della scarpa il bicchiere nel quale i due sposi hanno
bevuto il vino. In questo modo, nella celebrazione di
un lieto evento proiettato verso il futuro, si evoca
anche il ricordo del passato. La legge ebraica non
vieta il divorzio in caso la scelta si rivelasse per gli
sposi sbagliata. Il ghet, l'atto di divorzio, rende loro la
libertà. Il ruolo della donna e della madre nella
famiglia ebraica è molto importante. Se i personaggi
maschili sono predominanti nella Bibbia, non
mancano figure importanti di donne. Anche nella vita
quotidiana il ruolo della donna ha avuto una duplice
connotazione: liturgicamente, passa decisamente in
secondo piano rispetto all'uomo; la sua realizzazione
si trova nel matrimonio. Le donne sono infatti
esentate da molti comandamenti positivi riservati agli
uomini per quanto riguarda l'esercizio del culto; essa
gestisce la casa, assolve al grande compito di educare
i figli. È infatti significativo che sia la donna a
trasmettere ai figli la propria religione: secondo la
legge ebraica, i figli nati da matrimoni misti sono
considerati ebrei se la madre è ebrea e il padre no,
mentre nell'ipotesi contraria i figli non sono
considerati ebrei. Anche la morte, la sepoltura e il
comportamento di parenti e amici seguono delle
regole particolari. Al momento del decesso, si recita
lo Shemà, riaffermando in questo modo la superiorità
e l'unicità di Dio. La salma viene subito coperta da un
lenzuolo bianco, viene appoggiata sul pavimento e
poi lavata, e la sepoltura deve avvenire il più in fretta
possibile. Il corpo, in genere avvolto solamente in un
lenzuolo, viene inumato rivolto verso l'alto. Gli Ebrei
infatti tradizionalmente non seppelliscono i loro
defunti con la bara, perché il corpo umano, dice la
Bibbia, viene dalla polvere e a essa deve tornare. La
famiglia e gli amici buttano poi della terra sulla
tomba, e i familiari si strappano in modo simbolico
un pezzo dei propri vestiti in segno di lutto. Il
funerale termina con la recita di una preghiera
chiamata Qaddish (preghiera dei morti), che è una
lode al nome di Dio e un'invocazione al compimento
del suo regno. Conclusa la cerimonia, bisogna
vegliare il dolore di coloro che sono rimasti e per i
familiari inizia un periodo di sette giorni in cui
devono stare nella casa del defunto astenendosi da
qualsiasi lavoro. Amici e parenti vengono a dare
conforto morale, aiuto nelle faccende di casa, portano
cibo e partecipano alle preghiere. Per i familiari
l'osservanza del lutto finisce dopo la fine di questo
periodo; per i figli invece continua per altri undici
mesi, in cui è proibito prendere parte ad eventi
gioiosi e bisogna recitare ogni giorno il Qaddish. Per
tutta la durata di questo periodo si usa mantenere una
candela accesa in casa in ricordo del defunto.
46 Vita di Club n.1
DONNE IN MOSTRA
MATILDE DI CANOSSA
LA MITICA “COMITISSA”
Parmigianino, Ritratto di
Matilde di Canossa, olio su
tela, sec. XVI.
Alla figura di Matilde di Canossa, una delle donne più influenti del
Medioevo, sono attualmente dedicate due mostre a Mantova e a
Reggio Emilia. La mostra mantovana, dal titolo “Matilde di
Canossa, il Papato e l’Impero”, allestita nella casa del Mantegna,
ricostruisce, attraverso oggetti di potere mai esposti prima, il
ruolo storico-politico e territoriale che la famiglia dei Canossa
ebbe tra l’ XI e il XII secolo. Il fascino della straordinaria contessa
dai capelli rossi, trasfigurata nel mito da poeti ed artisti, arriva
intatto fino a noi.
di FRANCO PALMA
S
Lorena con Goffredo il Barbuto, duca di Lorena,
e c’è un episodio che a scuola viene
Matilde fu promessa al figlio di questi, Goffredo
solamente sfiorato e non approfondito è
il Gobbo, entrando così in possesso anche di
l’episodio di Canossa. Rimane fra noi il
questa regione. Le nozze vennero contrastate da
detto “andare a Canossa” cioè ritornare
Enrico III che, temendo il potere delle due
a chiedere perdono, ma spesso non riemergono
casate, imprigionò Matilde e sua madre in
gli elementi storici che lo hanno determinato.
Germania. Riavuta la libertà
Matilde, donna di grande … e là m’apparve, sì com’elli appare
(1056),
Matilde
sposò
fierezza, guerriera e politica subitamente cosa che disvia
Goffredo, ma ben presto lasciò
astuta, fu di grande fede, quasi per maraviglia tutto altro pensare,
la Lorena per l’Italia. Qui si
un’eroina della Chiesa, regnò e una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
trovò da un punto di vista
difese
strenuamente
papa
ond’era pinta tutta la sua via
geografico compressa fra due
Gregorio VII in un periodo
Dante Alighieri, Pg. XXVIII, 37-42
contendenti:
l’imperatore
critico per la Chiesa, cioè
Enrico IV, suo cugino, ed il papa Gregorio VII, il
quando la lotta per le investiture vide l’Impero
severissimo Ildebrando di Soana, l’uomo che
che voleva nominare i vescovi e i cardinali,
l’aveva aiutata in tutte le circostanze difficili.
scontrarsi con il Papato che si vedeva esautorato
Dicono i maligni che alla fine ne fosse divenuta
dei suoi poteri. Gli eventi furono sfavorevoli a
l’amante e dicono pure che avesse fatto uccidere
Enrico IV che fu costretto a chiedere perdono al
il primo marito.1 Infatti Goffredo, oltre ad essere
papa. Matilde accolse il papa Gregorio VII al
castello di Canossa e presenziò all’incontro fra
uno sgorbio, aveva tradito il papa schierandosi
Enrico IV e il papa stesso, ma solo dopo aver
con l’imperatore. Rimasta vedova, sposò nel
fatto attendere il povero Enrico fuori dal castello,
1089 il giovane Guelfo di Baviera di sedici anni,
scalzo nella neve, con il capo cosparso di cenere
alleato di papa Urbano II e nemico giurato
per tre giorni (25-28 gennaio 1077). Matilde di
dell’imperatore, ma le nozze non furono felici.
Canossa, marchesa di Toscana (Bondeno 1046 Matilde, dopo aver sconfitto in battaglia Enrico
Mantova 1115) era figlia di Beatrice di Lorena e
IV, si liberò anche del secondo marito: a lui
di Bonifacio III, marchese di Toscana, della
come al primo non aveva mai permesso neppure
casata tedesca degli Attonidi. Dopo la morte del
di sfiorarla. Morì senza eredi nel 1115 a
padre (1052) e dei fratelli (1055) ereditò
Mantova. Per rievocare una personalità
vastissimi domini familiari di Toscana, Emilia,
1
Lombardia con propaggini nell’Italia centrale e
Goffredo, appartatosi per fare i suoi bisogni, fu
ammazzato da uno sgherro che gli infilò una spada
meridionale. Risposatasi la madre Beatrice di
nell’ano (sic!).
47 Vita di Club n.1
femminile di tale levatura è stata allestita a
Mantova la mostra “Matilde di Canossa. Papato
e Impero”, che si sta svolgendo dal 31 agosto
all’11 gennaio 2009. L’evento in sé è poca cosa
se non segnaliamo accanto ai fatti storici le
implicazioni politiche e la moltitudine di opere
connesse con le donazioni di pievi e monasteri
volute da una donna ricca di passioni e di
ambizione. Il suo territorio è cosparso di
donazioni, di opere religiose, costruzioni di
chiese, conventi con ricchi altari, sculture, croci
gemmate, coperture argentee di volumi, avori e
gioielli, sigilli e arazzi; tutto ciò visibile nella
mostra ricolma di oggetti provenienti da musei
italiani ed europei. L’espressione del potere è in
questi simboli, grazie a troni, scettri, corone,
tessuti, gioiellerie, pergamene di trattati, codici
liturgici
e
normativi.
È
praticamente
innumerevole la quantità di codici miniati e di
scritti liturgici che la contessa aveva seguito
personalmente nelle lunghe giornate trascorse
nello scriptorium del monastero di Polirone a
San Benedetto Po, osservando gli amanuensi
chini sui manoscritti da ricopiare. A tutto questo
si aggiungono le mappe di archivio che illustrano
il lavoro dei monaci per il controllo del Po e per
il contenimento del fiume negli argini.
Commovente rimane lo splendido mosaico
pavimentale da lei scelto per il primo luogo di
sepoltura nell’antica abbazia benedettina di
Polirone, nel quale quattro figure di donna
rappresentano le quattro virtù cardinali,
riconosciute alla contessa dal suo biografo. La
salma fu poi traslata nella basilica di San Pietro
in Roma quasi a compenso del suo
incondizionato appoggio al Papato e alla Chiesa.
Enrico IV invoca l’abate di Cluny e Matilde perché intercedano per lui presso
Gregorio VII a Canossa. Miniatura del Codice originale della “Vita Mathildis” di
Donizone di Canossa (sec. XII), Biblioteca Apostolica Vaticana.
Idem. Miniatura, Lucca, Biblioteca Governativa.
Donizone offre il suo poema a Matilde in trono. Miniatura, Bibl. Apostolica Vaticana.
L’Abbazia di Matilde a Polirone.
Monogramma con firma di Matilde in un documento dell’Atto Capitolare di Reggio
Emilia, Guastalla 1 maggio 1101.
Ritratto di Matilde, tratto da “Vite e ritratti delle donne celebri”, Milano Ubicini 1838.
48 Vita di Club n.1
MEETING
VALMARECCHIA
MEETING FUORI PORTA
di ANNA BIONDI
D
opo aver commemorato i
soci defunti del Lions Club
Rimini Malatesta con la
Messa nella straordinaria Chiesa di S.
Maria d’Antico (la Valmarecchia è
uno scrigno di tesori), dove alla
Madonna romanica che accoglie i
fedeli sul portale si aggiunge nel
presbiterio la dolcissima, tenera
Madonna di Luca della Robbia (1484) che
sembra estendere a tutti il delicato abbraccio con
cui tiene Gesù, domenica 9 novembre saliamo a
Talamello. Nella capitale del formaggio di fossa
(cioè stagionato nelle fosse di arenaria riscoperte
nelle case più antiche) il club si raduna dai tempi
in cui erano presidenti Luigi Dell’Omo prima,
Chicco Gori poi, il quale per questo paese alle
propaggini del monte Pincio (da cui, tra castagni
e pini, si può ammirare tutta la Valmarecchia)
aveva una particolare affezione. Figuriamoci se
nell’anno di presidenza di Paolo Giulio Gianessi,
nativo di Talamello, come peraltro il suo
cerimoniere Pietro Giovanni Biondi, non si
riprendeva la bella tradizione. Eccoci dunque
puntuali all’appuntamento che, dopo l’ottobrina
fiera della castagna (il marrone del Montefeltro è
una varietà pregiata), richiama riminesi e
montefeltrani attirati dal profumo dell’Ambra,
così battezzato da Tonino Guerra per gli odori e i
sapori di cui è ricco. Inoltre l’Ambra è una
“creatura” così generosa che ogni anno passa a
nuove nozze: dal lardo di Colonnata alle
lenticchie di Castelluccio di Norcia, dall’aceto
balsamico di Modena alle olive ascolane, dalla
mela rosa dei Sibillini all’olio extravergine di
Colbordolo, dalla cipolla di Cannara alla moretta
di Fano, dal radicchio rosso di Treviso al
culatello di Carpegna, nel “piccolo talamo” dei
Malatesti si celebrano gustosi matrimoni
gastronomici che contribuiscono ad arricchire la
cultura dei visitatori. Quest’anno l’Ambra di
Talamello si unisce con due specialità calabresi:
l’anona
e
il
bergamotto.
Come
ci
ha
spiegato la socia
peruviana
Lilli
Sherpa, la prima è
un frutto tropicale diffuso nelle Americhe che si
è perfettamente acclimatato in Calabria, matura
proprio in questo periodo dell’anno, ha un sapore
dolce e delicato che ricorda la banana, la fragola
e l’ananas insieme; il secondo, più noto, è un
agrume dal sapore amaro e dal profumo intenso
che da noi si lascia coltivare solo nella solare
Calabria e la cui essenza viene usata in
profumeria e nella preparazione di liquori.
49 Vita di Club n.1
Ovviamente chi si stanca di girare tra le
bancarelle può rifarsi lo spirito con i tesori
artistici che Talamello racchiude: lo splendido
Crocifisso del '300 attribuito a Giovanni da
Rimini, la cella del Cimitero
decorata con affreschi del
1437 di Antonio Alberti da
Ferrara e il moderno Museo
Gualtieri, che il pittore rende
sempre più ricco con nuove
opere e a cui i critici
dispensano sempre maggiori
lodi. Dopo aver ascoltato
brandelli
di
conferenze
importanti in corso nei siti ufficiali, ci ritroviamo
a Casa Tomasetti per un’allegra conviviale che i
volontari della Pro Loco rendono unica per la
squisitezza della loro cucina. Infine coinvolge
tutti,
romagnoli,
marchigiani
e
“marchignoli”
(sono
forse questi i danteschi
“romagnoli tornati in
bastardi”?)
l’interessante relazione
dell’avv.
Lorenzo
Valenti, presidente della
Comunità Montana Alta
Valmarecchia, terra per
cultura e tradizioni
ancora più romagnola
della
riviera
ormai
“internazionalizzatasi”, se consideriamo che
fu territorio malatestiano per tanto tempo e
che da duecento anni aspira a ritornare in
Romagna, la “dolce terra latina” (If.
XXVII) che anche il toscano Dante amava,
nonostante l’avversione per le guerre che vi
si combattevano a causa delle ambizioni di
quei signori bastardi cui veramente egli si
riferiva (Pg. XIV) e il cui epiteto abbiamo
preso scherzosamente a prestito.
50 Vita di Club n.1
Fotografie di Mario Alvisi
L’ANELITO VERSO LA ROMAGNA
A Rimini nel Palazzo del Podestà dal 18 al 26 ottobre si è svolta la Mostra dal titolo "Alta scorre la valle che nel mare
si specchia", «dedicata ai sette Comuni dell' Alta Valmarecchia, le cui popolazioni hanno espresso, a stragrande
maggioranza, il desiderio di "ritornare a casa" cioè ricongiungersi con Rimini, intende provocare […] un'ampia quanto
articolata e profonda riflessione proprio sulle radici della civiltà e l'identità di un territorio, come quello riminese, che si
caratterizza per essere sempre stato, ancor prima dei romani ed anche in seguito, zona di frontiera, avamposto, ma
anche snodo, crocevia ed approdo naturale di genti diverse che nei secoli, attraversando le dorsali o risalendo la
costa o scendendo dalla valle del piccolo mare, detta anche "la marecchia", vi si insediano con uno sguardo rivolto
all' Adriatico e l'altro alle grandi pianure del Nord».
Lions Mauro Gardenghi
Segretario Provinciale della Confartigianato di Rimini
Intervento di LORENZO VALENTI al meeting del 9 novembre a Talamello
L
’appartenenza dell’Alta Valmarecchia
alla Romagna è per noi valligiani un
fatto del tutto scontato. Ma per chi
affronta per la prima volta il tema
attuale della aggregazione dei nostri comuni alla
Provincia di Rimini non guasta un breve
ragguaglio storico.
Il Montefeltro storico è sempre appartenuto alla
Romagna dai tempi che furono. La Diocesi di
Montefeltro
apparteneva
all’Arcidiocesi di Ravenna dalla quale
dipendeva tutto l’ambito della
Romagna. Senza scomodare Dante,
per il quale i nostri conterranei
incontrati nell’al di là sono
indubitabilmente romagnoli, prima
dell’avvento della famiglia dei
Montefeltro avvenuta nella
metà del Quattrocento, tutta
l’area della Valmarecchia è
sempre
stata
sotto
l’influenza del riminese e
dei
Malatesta.
Nel
confronto tra Sigismondo
Malatesta e Federico da
Montefeltro, quest’ultimo,
com’è noto, vince la
famosa
battaglia
del
Cesano e tutto il nostro
territorio cade sotto il
dominio dei Montefeltro,
già signori d’ Urbino. Da
allora esso è stato sotto la giurisdizione del
Ducato prima e della Legazione di Urbino poi. È
vero che da quando il Ducato si devolve al
Papato nel 1630, fino al 1860 i nostri abitati sono
stati formalmente sotto la Legazione di Urbino.
Ma il territorio faceva sempre capo alla
Romagna e si sentiva romagnolo. La provincia
feretrana, che si riuniva a S. Leo dove c’era un
piccolo parlamento, sapeva di essere sempre e
comunque Romagna, anche se soggetta a
Urbino!
Con la dominazione francese (1797) dopo la
rivoluzione, i francesi organizzano in maniera
“illuminista” il territorio e tutte le distanze
vengono
ridotte.
Il
nostro
territorio
viene
aggregato
all’allora
Dipartimento
del
Rubicone.
Quindi
la
nostra vallata
faceva capo a Rimini e la vallata del Savio
faceva capo a Cesena, ecc.; in quel frangente si
rompe per la prima volta il legame con Urbino
creato dalla famiglia dei Montefeltro e si realizza
la prima aggregazione alla Romagna. Il ritorno
del Papato, dopo l’ondata rivoluzionaria ed il
periodo napoleonico, ripristina tutto come prima.
Solo con l’Unità d’Italia le popolazioni potranno
esprimere la loro volontà di tornare sotto la
Romagna. I primi consigli comunali di
Pennabilli e di Sant’Agata Feltria del 1861,
votano delibere per essere aggregati all’allora
provincia forlivese. In un documento del comune
di Pennabilli si legge: «per tale osservazione
l’intero
Consiglio
si
è
pronunciato
favorevolissimo per la prospettata annessione
51 Vita di Club n.1
del Montefeltro alla provincia forlivese». I
santagatesi in una memoria diretta al Ministro
Farini che allora stava decidendo la
conformazione delle regioni d’Italia, scrivono:
«è per questo Eccellenza, che noi qui sotto
segnati per l’affetto che portate al nazionale
riscatto, vi preghiamo di essere ascoltati e dalla
vostra giustizia altamente reclamiamo la
naturale nostra riunione alla provincia di
Forlì». Istanze non accolte, forse perché la
Romagna di allora era troppo repubblicana per
farne una regione. E infatti fu unita alla più
quieta Emilia.
Nel 1922-23, approfittando di un’altra svolta
storica come l’avvento del fascismo, si fanno
nuove richieste pensando che il nuovo governo
possa intervenire ancora sulle confinazioni. Il
consiglio comunale di Pennabilli delibera nel
1924: «considerato come l’amministrazione
provinciale di Pesaro-Urbino mai abbia
effettivamente preso a cuore il benessere dei
comuni dell’Alto Montefeltro, specialmente di
questa città, promuovendone e migliorandone,
sia pure con il concorso dei Municipi, la
viabilità da e per i capoluoghi di provincia del
circondario
quali
Rimini,
Pennabilli,
Sant’Agata, Scavolino, Casteldelci che sono
pressoché isolati. Constatato che le esigenze del
traffico del moderno vivere civile richiamino
tutte le forme di attività e di vita di questa zona
verso la vicina Rimini, che per la sua felice
ubicazione può attrarre le attività e i nostri
prodotti, ritenuto solo che dall’unione alla
Romagna questa popolazione, avente parlate ed
usi romagnoli, possa attendersi una più usata
comprensione ai propri bisogni e un migliore
avvenire, delibera di farsi promotore delle
iniziative per il passaggio alla provincia di
Forlì». Proprio in quel tempo gli studiosi
cominciano ad interessarsi del problema; il titolo
di un libro di Franciosi del 1923 presenta un
dubbioso punto interrogativo “Il Montefeltro è in
Romagna?”. Qualche anno dopo, approfonditi gli
studi, l’autore corregge il tiro e afferma
categorico in un titolo di un altro volume: “Il
Montefeltro deve considerarsi Romagna”. Il
problema sotto il fascismo rimaneva però legato
alla mancata istituzione della provincia di
Rimini. Non si poteva infatti allora istituire la
nuova provincia di Rimini poiché sotto Forlì e
”la provincia del Duce non si tocca!”.
Subito dopo la guerra nel 1946 in un convegno a
S. Agata Feltria, si richiede l’aggregazione alla
Romagna e negli anni seguenti si crea un
comitato promotore per la provincia di Rimini
con una sezione intercomunale di Novafeltria
(1956). Con l’aumento dei trasporti e dei rapporti
fra l’alta montagna e la costa e con l’intensa
emigrazione dalla Valmarecchia (la popolazione
che contava circa 30.000 abitanti nel 1951, si
riduce a circa 15.000 nel 1971), i montanari
scendono a valle (con la fiumana, si suol dire
scherzosamente). Contribuisce ad intensificare il
fenomeno la chiusura della miniera di Perticara
nel 1964 e i 2.500 occupati o raggiungono le
altre sedi della Montecatini o si riversano sulla
riviera in cerca di lavoro. Si aumentano così
ulteriormente i rapporti tra la montagna e la costa
riminese.
Peraltro
con
l’avvento
dell’industrializzazione, i distretti produttivi si
costruiscono lungo le vallate, le quali
identificano lo sviluppo più che i monti. Com’è
noto tutti i distretti industriali delle Marche sono
stati costruiti lungo i fiumi perché si metteva
insieme la costa, la montagna e i facili percorsi
del fondovalle. Così da noi non è stato, tanto che
lo studioso Lucio Gabbi, storico e geografo,
esperto della nostra zona, commenta:
«Conservarlo inalterato ( il confine a metà della
valle, così com’è attualmente al Torello) per gli
anni venturi equivarrebbe da parte dei governi e
dei parlamenti che verranno ad un atto di
deliberata insipienza e di criminalità politica, di
crimen nel senso originale come delitto pubblico
52 Vita di Club n.1
che colpisce una organizzazione della società
ritenuta razionale». Parole sante!.
Con la costituzione della Provincia di Rimini nel
1992, le speranze aumentano, si susseguono i
convegni e il movimento si organizza. Mancava
però la norma giusta, finché con la modifica del
titolo V della Costituzione nei primi anni 2000,
viene
modificato
l’articolo
132
della
Costituzione che impediva fino allora in pratica
di fare il referendum in quanto imponeva che
fossero sentite tutte le popolazioni coinvolte,
cioè sia quelle della regione Marche che
dell’intera Emilia-Romagna. Da allora invece il
referendum riguarda solo le popolazioni
interessate al cambio di regione. Si costituisce
quindi il Comitato per il sì che raccoglie le
adesioni dei sindaci della valle che indicono il
referendum. Si tratta di un referendum
comunque difficile perché per essere valido deve
avere un quorum pari alla metà più uno degli
iscritti al voto. Peraltro il referendum è solo una
tappa dell’iter, perché la legge ne prevede tre: il
referendum, i pareri delle assemblee delle
regioni interessate e una legge dello Stato che
approvi tutto l’iter. Com’è noto per ora solo le
prime due tappe sono state svolte: il referendum
è stato vinto dal sì, con risultato eclatante, l’84%
delle persone che hanno votato si sono espresse
favorevolmente, cioè il 56% degli aventi diritto
al voto su tutti comuni della valle. La seconda
fase riguarda i pareri delle regioni: il parere della
Regione Marche è stato negativo, come ci si
aspettava, ma non è un parere chiuso in quanto
nelle motivazioni si giustifica in qualche modo la
richiesta dei nostri monti di passare con l’EmiliaRomagna,
contenendo
motivazioni
che
assomigliano a quelle del parere positivo della
Regione Emilia-Romagna. Questo è molto
importante perché il nostro è l’unico referendum
che ha il parere favorevole della Regione
accettante, mentre i referendum dei comuni che
dal Veneto vogliono passare al Trentino hanno
avuto parere negativo non solo dalla Regione
Veneto, ma anche dalla Regione Trentino.
L’ultimo passaggio è il Parlamento; la strada
maestra prevede che la legge venga presentata
dal Governo, cioè che sia il Ministro
dell’Interno, oggi Maroni, a presentare il disegno
di legge per discuterlo in parlamento e farlo
approvare. Ci aspettavamo che fosse presentato
subito dopo le recenti elezioni, viste le promesse
in campagna elettorale: sono passati invece
cinque mesi. I problemi sono costituiti dalle
richieste dei comuni veneti, come Cortina
d’Ampezzo che indubbiamente ha un peso
superiore a noi sia come territorio che come
abitanti residenti. Né il Veneto e neppure il
Trentino vogliono il passaggio di Cortina. E
questo mette in difficoltà anche il nostro
passaggio. Si pensa forse che possa esserci un
effetto “vaso di Pandora”, se a noi viene dato il
consenso. Invece noi siamo in una posizione
diversa, avendo il parere favorevole della
Regione Emilia-Romagna che si è comportata in
maniera egregia (non finiremo mai di
ringraziare). Anche la Provincia di Rimini si è
comportata molto bene con noi perché,
sollecitata dalla Provincia di Pesaro ad accordi
(ad esempio sulla viabilità) per evitare il
referendum, ha rifiutato, agevolando il percorso
del referendum.
Se non sarà depositata la legge entro la fine
dell’anno, il Comitato prenderà decisioni
eclatanti, perché non si possono conculcare i
diritti democratici di popolazioni che si sono
espresse all’interno di una normativa che lo
prevedeva. Devo aggiungere che anche i Comuni
di Sassofeltrio e di Montecopiolo hanno fatto a
loro volta un referendum che non ha niente a che
fare con i nostri sette, avendo ciascuno un iter
legislativo diverso; e anche i comuni di
Montegrimano e di Mercatino Conca hanno fatto
un referendum, ma non ha vinto il si. I confini
cosi sono stati già ben definiti dai referendum e
53 Vita di Club n.1
non si verifica nessun paventato smottamento dei
comuni pesaresi verso la Romagna.
L’aggregazione dei nostri sette comuni alla
Romagna produrrebbe solo reciproci vantaggi
nelle economie della montagna come della costa.
Ora siamo in un momento di stallo
amministrativo in cui non si possono fare
programmazioni. Ringraziamo Rimini per la
divulgazione del nostro problema di fronte
all’opinione pubblica, ad esempio le conferenze
organizzate dalla Confartigianato dal 18 al 26
ottobre sul tema “Alta scorre la Valle che nel
Mare si Specchia” hanno avuto largo seguito e ci
hanno dato visibilità. Speriamo che i
parlamentari di tutti i partiti (il Comitato è
trasversale) votino a favore della nostra
aggregazione, poiché la nostra situazione è
assolutamente originale in Italia. Dopo un’attesa
di duecento anni speriamo in un celere lieto fine.
Fotografie di Mario Alvisi
RIMINI IN MOSTRA
UN MONDO DI FILO
TRINE, MERLETTI, RICAMI
Rimini, Palazzo del Podestà, 4 – 14 0ttobre 2008. Con un magico filo, un ago o
un uncinetto mani laboriose creano splendidi capolavori mantenendo in vita una
tradizione ricca di fascino: un’antica arte che impreziosisce la modernità.
di SANDRO PISCAGLIA
S
ono andato a vedere la mostra delle scuole
di ricamo della Provincia di Rimini. È una
bella mostra ed è una emozione intensa. È
una vera avventura in cui si entra senza
accorgersene e si procede sommessi, silenti, solo
qualche gridolino di ammirata sorpresa per le
preziosità più affascinanti e si procede alla...
scoperta dell’antico. Antichi modi, antiche
forme, antichi, delicati, sobri colori, antichissimi
gesti legati ad uno strumento semplicissimo
usato con modi di fata, da mani di maga con
sentimento innocente. C’è bel garbo, grazia nelle
forme che hanno moltissime simmetrie e nessuna
geometria, se per geometria s’intende il
razionale, lo spigoloso, l’aspetto definito da rette
o da curve tirate col compasso. Ti può parere una
miniatura di una architettura grandiosa di Gaudì
od il seme di quella. Tutto è delicato ed ogni
opera devi guardarla con gli occhi di un
innocente o di un semplice. La gente colta, che
ha tanti libri nella testa, si trova un po’ a disagio.
Ci si trova bene se, senza voler vedere tutto, ci si
incanta su un centrino di filet (o macramè o
punto ombra o chiacchierino) e si guarda a
lungo. Non ci si stanca mai, come quando si
guarda la fiamma nel camino od il mare che
s’infrange su uno scoglio. Ci si trova bene se nel
centrino si riesce a vedere tutti i sospirosi sogni
che faceva la delicata creatura che li realizzava,
se si ode tutta la rievocazione di tante vite se a
costruire il centrino fosse una nonna che
lavorava con le stanghette sottili degli occhiali
poggiate su diafani padiglioni dell'orecchio e le
lenti sulla punta del naso con l’arguzia di un
conciabrocche. Se dal centrino ti vengono
racconti, essi richiamano per l’ampiezza quelli
che fa il mare quando s’adagia ritmicamente
sulla spiaggia, e per la tenerezza e per la grazia
le forme della schiuma e ti sembrerà di entrare in
un mondo che è già stato vissuto. Conosco
alcune delle autrici di quei piccoli capolavori.
Una ha la casa in via del Mangano, altre abitano
nella contrada dei Marangoni. Sono nomi d’altri
tempi, di una Rimini che molti credono non
esista più. Vegeta stentatamente, fiorisce
raramente e si sente che è mancato molto sole.
Piegano un poco il capo, ai complimenti, le
autrici timide e modeste. I loro centrini, i loro
merletti, ogni trina è il loro fiore. Ai visitatori
non resta che ammirare e gioire.
54 Vita di Club n.1
MEDICINA
L’IPPOTERAPIA
L’IMPIEGO DEL CAVALLO PER RIEDUCARE
È una tecnica molto antica: i medici greci la usavano per il recupero funzionale dei soldati mutilati e Ippocrate fu il
primo a descrivere il "salutare ritmo del cavallo". Merkurialis, nel 1569, nella sua opera "De arte gymnastica"
sottolineava l'importanza dell'effetto del cavallo sui sensi e sul corpo. A livello medico dobbiamo attendere il 1700,
quando venne consigliata da medici tedeschi per curare l'isteria, perché, secondo loro, il cavallo rendeva le fibre
meno eccitabili. La prima pubblicazione sulla Riabilitazione equestre avvenne in Germania nel 1961; in Francia, con
Lallery, nel 1967 e in Italia la TMC prese vita nel 1975 con la fondazione dell'ANIRE, riconosciuta giuridicamente dal
Presidente della Repubblica, nel 1986 (decreto 610).
di ORIETTA SORIANI
(Tecnico della Rieducazione Equestre presso Associazione Tana Libera Tutti)
L
a TMC è un metodo, una tecnica che
cerca di ridurre determinati deficit e
potenziare le possibilità del soggetto
disabile, utilizzando appunto il cavallo,
prevedendo la messa in sella. È un metodo
globale analitico: globale perché sollecita la
partecipazione di tutto 1'individuo, sia nella sua
componente psichica che fisica, ed è allo stesso
tempo, un metodo analitico perché permette di
realizzare movimenti gestuali molto precisi. C'è
un soggetto con difficoltà, un terapista o
educatore ma, rispetto ad altri metodi già
esistenti, ha in sé una novità: il cavallo e
l'ambiente all'aria aperta e, fattore importante, il
soggetto è posto in una situazione continuamente
attiva e stimolante. È posto in relazione con un
altro essere vivente, con cui instaura
inevitabilmente un dialogo tonico (corpo a
corpo) e una relazione affettiva. L'impatto con il
cavallo è fortemente coinvolgente, una volta che
la persona è messa a cavallo è immersa in un
bagno di sensazioni che provengono dal cavallo,
dal suo movimento, ma anche dall'ambiente
circostante; bagno di sensazioni che, lentamente,
vengono percepite dal soggetto, elaborate ed
interpretate. Questa tecnica è fonte di numerose
stimolazioni: tattili: provocate dal contatto
diretto del soggetto con il cavallo, sia a terra che
sopra; visive: dovute all'ambiente e al
movimento dell' animale; acustiche ed olfattive:
legate alle caratteristiche del maneggio e del
cavallo; neuromuscolari: legate al movimento
tridimensionale del cavallo, alla sua andatura con
le sue accelerazioni e decelerazioni; il dorso del
cavallo è paragonabile ad un piano oscillante,
mobile che sollecita nel cavaliere reazioni di
equilibrio, di raddrizzamento e risposte
muscolari.
A cavallo l'individuo è coinvolto dal punto di
vista fisico, nelle sue strutture articolari e nel suo
sistema neuromuscolare, e dal punto di vista
psichico perché è posto in una situazione attiva e
da protagonista. Il corpo del cavallo si pone
come strumento in un dialogo tonico con il
soggetto, dove ogni movimento dell’uno è in
funzione di quello dell’altro. Il soggetto ha la
possibilità d verificare che ogni suo gesto suscita
una risposta immediata nell'animale, anzi, questa
risposta è in sintonia con la sua volontà; egli
percepisce la possibilità che, lentamente e poi
sempre più consapevolmente, il suo corpo può
agire; scopre un IO che agisce e che è capace di
superare paure ed insicurezze. È necessario che il
soggetto sia aiutato a disporre di un'immagine
del proprio corpo operativa, a partire dalla quale
potrà "esercitare la sua disponibilità verso
l'altro" (Le Boulch). Dominare il proprio cavallo
significa dominare la propria apprensione, le
proprie paure, scoprendosi soggetto con capacità
nuove che pensava di non possedere. Si assiste
lentamente ad uno sblocco delle emozioni, si
assiste alla nascita di uno sguardo trionfante e
gioioso, perché in quel momento si sente capace
ed il suo deficit non gli impedisce di vivere
sensazioni piacevoli ed emozioni positive. Ciò
significa valorizzare il corpo e il proprio IO. Il
terapista ha un ruolo di mediazione e, come una
buona madre lascia la mano del bambino per
55 Vita di Club n.1
fargli prendere fiducia, così lui o lei lentamente
si distacca dal soggetto. È una relazione d'aiuto e
di fiducia. Il fine ultimo che l'educatore si
prefigge è il raggiungimento di una massima
autonomia fisica, intellettiva ed affettiva e la si
può raggiungere solo strutturando nel soggetto
una buona immagine del corpo in termini di
conoscenza delle parti del corpo e dei confini e
in termini di coscienza delle proprie capacità.
Il TMC è consigliabile sia a soggetti con lesioni
sul piano motorio e neuromotorio (sindromi, pci
ecc), sia a soggetti con disturbi nella sfera
psichica (dalle psicosi ai disturbi relazionali).
Esistono delle controindicazioni in alcuni casi,
ecco perché è necessaria la presenza di un
medico specializzato in TMC nell'equipe di
lavoro di un centro. Ho già accennato all'unità
psico-fisica del soggetto e che è impossibile
agire separatamente; tuttavia, per comodità
espositiva, suddivido gli obiettivi dal punto di
vista neuromotorio e dal punto di vista
psicologico e relazionale.
Sul piano neuromotorio: regolazione del tono
muscolare (rilassamento in situazione di
ipertonia e rinforzo del tono in situazione di
ipotonia); raddrizzamento dell'asse capo-tronco
(raggiungimento di una postura corretta);
miglioramento
della
mobilità
articolare;
miglioramento della coordinazione generale del
movimento;
potenziamento
muscolare;
affinamento della propriocettività (senso di
posizione delle parti del corpo).
Sul piano psicomotorio e psicologico:
miglioramento delle facoltà psicomotorie (ritmo,
equilibrio, coordinazione, organizzazione spaziotemporale, ecc.); aumento dei tempi di
attenzione; incremento dei tempi di resistenza al
lavoro; miglioramento dell'immagine del corpo;
aumento della consapevolezza di sé; incremento
dell'autostima;
conoscenza
di
regole
comportamentali; rottura dell'isolamento, nel
quale spesso i soggetti disabili e la loro famiglia
vivono, attraverso 1'inserimento sportivo e
sociale. La TMC si divide in quattro fasi e
ciascun soggetto è inserito in una di esse secondo
il tipo di deficit che presenta e secondo le sue
capacità: Ippoterapia, Rieducazione Equestre,
Pre-sport, Sport. Sono fasi di difficoltà crescente,
da un punto di vista di destrezza sportiva. Nelle
ultime due fasi rientrano soggetti che hanno
superato le prime due fasi o coloro, i quali, pur
accostandosi al cavallo per la prima volta,
dispongono di una buona coordinazione e di una
strutturazione spazio-temporale già integrata.
Nella fase pre-sport viene insegnata l'equitazione
nelle sue evoluzioni (passo, trotto, galoppo) e
tale fase prevede due momenti: il lavoro
individuale per apprendere le andature del
cavallo e per eseguire le figure da maneggio; un
lavoro in sezione, di gruppo, dove il soggetto è
inserito in un gruppo di coetanei o cavalieri che
frequentano il centro. Qui spesso il terapista
della R.E. lascia il posto all'istruttore di
equitazione che può inserire il soggetto in un
gruppo dei suoi allievi, favorendo così una reale
integrazione. Inoltre, nel gruppo, il soggetto è
obbligato a tenere conto dell'altro e il gruppo
rompe il rapporto a due, che caratterizza le prime
due fasi e spinge il soggetto in una realtà più
complessa. CONI e FISD (Federazione Italiana
Sport Disabili) organizzano gare, campionati,
olimpiadi, dove questi atleti possono concorrere,
gareggiare e vivere momenti di autonomia,
lontano da casa. In genere una seduta di TMC
dura dai 20 ai 30 minuti, ma, dove è possibile, si
può inserire una fase di lavoro a terra. È
importante prendersi cura dell'animale da terra,
sia prima della messa in sella che dopo; il
cavallo deve essere lavato, spazzolato, vestito,
svestito. I finimenti devono essere ingrassati, il
box pulito e il cavallo alimentato. Questa fase è
importante dal punto di vista affettivo perché il
soggetto si prende cura di un altro essere vivente,
sia dal punto di vista cognitivo perché deve
conoscere l'attrezzatura e le regole per usarla
correttamente, sia dal punto di vista relazionale
perché i soggetti più esperti potrebbero diventare
degli "insegnanti" per i nuovi arrivati, aiutando
l'educatore nel lavoro a terra o nel tenere la
lunghina durante le sedute. Nella mia esperienza
ho potuto constatare che questa fase è
significativa sotto tanti aspetti ed è successo che
siamo riusciti ad inserire a lavorare, all'interno
del centro, due ragazzi disabili con la mansione
di aiuto scuderia. Parlo di inserimento lavorativo
vero. Concludo, dicendo che questo metodo non
lo si può improvvisare o inventare, ma è
necessaria la presenza di personale specializzato,
formato, proprio perché ogni soggetto possa
ricevere un intervento individualizzato secondo
le sue reali capacità e secondo le sue esigenze.
Come disse il neurologo Oliver Sacks: "Non
avremmo idea di tutte le risorse che esistono in
potenza se non le vedessimo evocate quando
servono". Sta a noi aiutare i soggetti in difficoltà
ad evocarle.
56 Vita di Club n.1
ARTISTE RIMINESI
FERNANDA TANTALO
NATURA, DONNA E MISTERO
Una pittrice da ricordare per l’intensità febbrile delle sue ricerche tematiche e tecniche.
di ANNA GRAZIOSI RIPA
U
na piccola mostra delle opere di
Fernanda Tantalo aperta per breve tempo
in uno spazio espositivo di viale
Vespucci (1 - 15 giugno 2008) ha voluto
ricordare la pittrice
nel secondo anno
dalla sua morte; è la
quarta esposizione
da
allora.
Mantovana
di
origine
l'artista
giunge a Rimini
bambina, vi compie
gli studi e vi rimane
tutta
la
vita.
Coltissima, è stata
prima insegnante di
discipline
umanistiche,
poi
preside di scuola
media e, dai primi
anni ‘60, pittrice
originalissima. Dalla
"scoperta"
della
pittura, che ha avuto
su di lei l'effetto di
un
totale
cambiamento di vita,
Fernanda non ha mai
smesso di dipingere
e si è dedicata a
questa arte quasi con
accanimento, in una
ricerca inesausta di
nuove forme espressive per realizzare temi in
realtà non proprio nuovi ma che lei percepiva
come tali. In sostanza i temi trattati: la natura, la
figura umana - quasi
esclusivamente
femminile e infantile ma
anche
figure
fantastiche, magiche,
oniriche
mostri,
draghi, maghe - non
sono
nuovi
nella
pittura tradizionale ma
in lei sono del tutto
inedite perché realizzate con tecniche non nuove
neppure queste, ma rinnovate: come l'olio
leggerissimo trasformato in velature di luce e i
pastelli densi e profondi sottolineati ed esaltati
dal carboncino. L'originalità del linguaggio e
l'intensità dei temi trattati la rendono diversa ed
isolata nel panorama della pittura riminese e la
legano, invece, alla rivoluzione artistica del ‘900
che lei, chiusa nel piccolo mondo della città e
della famiglia, scopre tardi attraverso libri e
mostre. La sua profonda sensibilità e la sua vasta
cultura le permettono di percepire, prima di altri,
problematiche attuali quali l'ecologia e la
violenza sulle donne e sui bambini che, per
lungo tempo, ha rappresentato con tecniche
attualissime, assemblaggi di cartoni, plastiche,
metalli, tessuti, carte argentate ed ogni sorta di
oggetti.
57 Vita di Club n.1
CURIOSITÀ MATEMATICHE
MATEMATICA,
CHE PASSIONE!
ANCHE LA MATEMATICA HA UN CUORE
Matematica: elementare, pura, applicata, applicabile, attuariale, discreta…c’è da perdersi!
di MARIO ALVISI
I
miei anni scolastici, quelli dei miei figli e,
ora, quelli dei miei nipoti sono stati e sono
contraddistinti dall’antipatia verso la
matematica, la materia di studio più ostica
e, senza offesa, con gli insegnanti più antipatici.
E non ditemi che non è così! Qui apro una
parentesi personale. Nonostante ciò, io sono stato
fortunato avendo superato indenne gli ostacoli
scolastici annuali, premiato da una favorevole
coincidenza: avevo un professore che durante i
compiti in classe dava l’opportunità di copiare
perché, come diceva, la matematica o la si
capisce oppure non si va da nessuna parte. Pur di
andare da qualche parte… io copiavo dagli
appunti che riuscivo a carpire mentre egli
spiegava, scrivendo alla lavagna con la sinistra e
cancellando con la destra, cosa difficilissima che
gli altri studenti non riuscivano a fare. La
conclusione era che io riuscivo a fare il compito
in classe prendendo un ottimo voto, mentre gli
altri si prendevano un’insufficienza; oggi però
loro sapranno la matematica, mentre io ne so ben
poca. Chiusa la parentesi.
Che la matematica sia un problema in tutti i sensi
è rafforzato dalle statistiche che ci pongono
sempre agli ultimi posti nei corsi scientifici
mondiali. Ho letto un annuncio che invitava ad
assumere extracomunitari purché ingegneri,
meglio se matematici, perché costano quanto gli
operai comuni, ma hanno un rendimento in
qualità nettamente superiore. Ultimamente le
notizie che ci giungono dall’India, dalla Cina e
da tutto l’Oriente sulla loro preparazione
scientifica hanno risvegliato in noi la ricerca dei
motivi che causano la modesta conoscenza
matematica degli studenti italiani ed abbiamo
iniziato un percorso di recupero. Come mai
questa stortura di carattere nazionale quando,
contrariamente ad altre popolazioni, siamo gente
di cultura e, di conseguenza, dovremmo amare
anche la matematica? In fondo la matematica afferma uno dei maggiori matematici viventi,
Michael Atiyah - stranamente “ha un cuore”
perché “persegue la propria indagine per
ragioni non troppo diverse da quelle per cui il
pittore dipinge o il musicista compone. Ragioni
che grandi pensatori hanno definito la gloria
dello spirito umano”. Non solo. Egli paragona la
condizione ottimale dei matematici a quella degli
artisti che si formavano nelle grandi botteghe
rinascimentali. Allora chi meglio di noi italiani
potrebbe percepirne la grandezza intellettuale?
Addirittura Atiyah si spinge oltre dicendo che
“anche in matematica la bellezza è una guida
importante per raggiungere la verità”. E ancora:
“la matematica è il collante che tiene unità
l’umanità”.
A me sembra incredibile che l’esempio dei tanti
grandi matematici italiani nella storia non sia
riuscito a far coltivare e amare la matematica
come è successo con la pittura e la musica che ci
hanno proiettati nella cultura mondiale. Insomma
non ci spieghiamo perché la matematica debba
sollevare difficoltà non indifferenti per il nostro
cervello. Forse le cose oggi stanno cambiando
per merito, a mio avviso, di un nuovo concetto di
matematica. Infatti, oltre ad avere scoperto il
“cuore” della matematica, credo che si stia
verificando un mutamento epocale: nella cultura
moderna sta scomparendo il famoso detto “la
matematica non è una opinione”, assioma non
più sostenibile; quindi le nuove generazioni
58 Vita di Club n.1
dovrebbero superare l’ostacolo. Pensate all’uso
del telefonino i cui sms (cioè la moderna
scrittura per comunicare) non sono altro che
insiemi di numeri. Ci sono opuscoli, se non
vocabolari, per scrivere in modo numerico
quanto vogliamo esprimere a chicchessia.
Pensate alla rivoluzione di internet che ci
consente di approcciarci ad una matematica
esposta con un linguaggio non più professorale,
ma semplificato per adattarlo a tutti gli
internauti. Ormai tutte le scuole e le università
hanno corsi on line adatti a tutte le capacità di
apprendimento. Pensate all’informatica che è
una fonte notevole di problemi difficili da
risolvere attraverso la matematica. Ad esempio,
riferendomi al tema “orecchio bionico” trattato
recentemente in un nostro meeting, si sta
risolvendo il problema della sordità con un
programma informatico, un gran numero di
informazioni
numeriche
ridotte
in
piccolissimo spazio. In
Canada si sta studiando un
“orecchio di silicio”, un
orecchio elettronico che
consente
di
vagliare
milioni di tracce musicali
secondo i gusti, cosa fino
ad oggi impossibile
perché ogni secondo di
musica
registrata
contiene circa 90 mila
numeri. Che i numeri siano opinioni lo dimostra
la matematica finanziaria con il grande crack
monetario che stiamo vivendo sulla nostra pelle.
Doveva mettere fine al rischio, invece, l’ha
moltiplicato a causa di un uso “furbesco” di studi
prestigiosi di grandi economisti ora caduti dalle
stelle alle stalle. Un mondo tutto giovanile legato
alla matematica è la musica. Questi gli ultimi
titoli che mi sono annotato:
“Algoritmo del jazz il suono della
matematica” dove un software è talmente
creativo che può sostituire il musicista; uno
studio sui cervelli di sei pianisti con l’ausilio
della risonanza magnetica fa luce sui meccanismi
neuronali dell’improvvisazione; e questo
attraverso lo studio di un musicista che intona
una successione di note con frequenze distanti
fra loro come frazioni di numeri interi o come
un’armonia di distanze matematiche; un
algoritmo genetico che funziona con un sistema
di intelligenza artificiale grazie al quale, a forza
di consigli e suggerimenti, consente al jazzista di
imparare e improvvisare meglio!
“La matematica delle ottave” perché una star
della musica diceva che quando ascoltiamo
funzioni matematiche con le nostre orecchie, le
chiamiamo suoni, e quando la matematica
assume forme particolarmente eleganti ed
ordinate, la chiamiamo musica. Dove le note, le
seminote e le ottave formano scale logaritmiche
che rendono una melodia gradevole alle nostre
orecchie.
“Ritmo ancestrale, la musica è il linguaggio
originario del genere umano”, cioè in principio
non fu la parola, ma la musica. Un insieme di
note, quelle note che oggi tanto ci appassionano
e, come visto, sono pura matematica. Qui
l’antropologo sostiene che dall’espressione
musicale discende la conoscenza dei numeri e
dell’aritmetica.
Pensate
alla
numerosa
pubblicistica oggi esistente sulla teoria dei
numeri primi. Recentemente è stata divulgata la
notizia che ricercatori matematici canadesi
hanno scoperto un numero primo lungo quaranta
cifre, guadagnando così la
bella cifra di un milione
di dollari messo in palio
da
un
istituto
internazionale
di
matematica.
Una
enormità di numeri e
dollari frutto di mesi e
mesi
di
lavoro
al
computer, a testimonianza
che la matematica è una
opinione. Infatti, una citazione tratta dal libro
“L’enigma dei numeri primi”, poi parafrasato
con “la musica dei numeri primi”, dice che “i
numeri primi, a dispetto della loro apparente
semplicità e nonostante più di duemila anni di
sforzi, sembrano vanificare ogni tentativo di
inserirli in uno schema regolare”, e ancora:
“uno schema in cui ogni numero prima lancia un
ritmo, un suono determinato e determinabile da
cui poi scaturisce il successivo suono”, ma che
poi bisogna adeguatamente se non opinatamene
incasellare (ancora traspare il concetto
matematica/musica). Sui numeri primi un
piccolo aneddoto storico. Nella Cina antica i
generali erano soliti allineare le proprie truppe in
file di tre, cinque, sette, undici (che sono i primi
quattro numeri della scala dei numeri primi) per
contarne più rapidamente la consistenza secondo
una regola ancora oggi conosciuta: il teorema
cinese del resto. Ma c’è anche la matematica
trasformata in arte, vere formule di bellezza. C’è
un artista inglese che incornicia formule come
59 Vita di Club n.1
fossero quadri e ce le fa percepire come
solitamente si fruiscono le “vere” opere d’arte.
Uno dei quadri in questione ferma, con
perentoria efficacia fotografica, la formula di
Eulero (eiπ+1=0) per la nostra incondizionata e
imperitura ammirazione. Segnalo che per questa
formula i buoni insegnanti non mancano di far
notare ai ragazzi le numerose e scoppiettanti,
incredibili ramificazioni di quella formula. Lo
stesso artista poi afferma che “l’espressione
massima che se ne ricava è che la verità della
matematica si fa bella” e che se “la si guarda
nel modo giusto possiede, non solo verità ma
anche suprema bellezza”, “una bellezza fredda
e austera come quella di una scultura”!
Prima di concludere vorrei ricordare che anche la
letteratura ci ha proposto tanta matematica.
Prima ho ricordato “L’enigma dei numeri primi”
di Marcus. Ma più attuale è il libro di Paolo
Giordano “La solitudine dei numeri primi”,
che ancora sta scalando le classifiche dei libri più
venduti perché racconta la storia dolorosa e
commovente di due primi gemelli. Cioè dalla
fredda matematica alla piena tenerezza e alla
tenace speranza. Tante opinioni che scombinano
e ricombinano la matematica nei modi più
variegati e quindi più facili da apprendere in via
diretta, attraverso lo studio e l’insegnamento
scolastico, ma, anche, con qualsiasi altro mezzo
che oggi la tecnologia ci mette a disposizione
rendendocela appetibile e addomesticabile.
Alla fine mi domando, e mi domanderete, perché
hai voluto scrivere un articolo proprio sulla
matematica? Sinceramente la risposta è insita nel
mio desiderio di conoscenza. In passato ho fatto
cinema, pittura, fotografia e scrittura. Ma
evidentemente queste passioni via via tralasciate
non potevano che sfociare nella matematica da
cui tutte sono intaccate. E con la matematica ho
voluto forse iniziare a scalare l’immortalità! Sì
perché, come ha fatto recentemente notare un
matematico britannico, “Archimede vivrà anche
quando Eschilo sarà dimenticato e anche se
l’immortalità è forse una parola insensata, sono
forse solo i matematici che possono ambire a
raggiungerla”.
Non vorrei essere preso sul serio, ma, nel
dubbio, provateci anche voi.
SERVICE
LA CITTÀ È LA TUA CASA, RISPETTALA!
Il Lions Club Rimini Malatesta ha prodotto un breve spot avente ad oggetto il tema della "città pulita".
Lo spot contiene immagini di ambienti cittadini mal tenuti, pochi fotogrammi, con un taglio ad effetto,
richiamano tutti noi al rispetto della città recitando lo slogan: "LA CITTÀ È LA TUA CASA,
RISPETTALA", e chiudendo poi con un'immagine rassicurante ed il logo Lions.
Lo spot è riconducibile al concetto di "Pubblicità Progresso" della durata di circa 15 secondi e le
immagini movimentate sono accompagnate da un sottofondo musicale incalzante. Riteniamo sia un
ottimo strumento per sensibilizzare e far riflettere i cittadini, grandi e piccoli, ad un atteggiamento più
civile verso la città e l' ambiente in generale.
Lo spot è disponibile in diversi formati:
- PREVIEW FILMATO OTTIMIZZATO PER SITO WEB;
- FORMATO TV -DV-PAL 720x576;
- FORMATO CINEMA HIGH DEFINITION 1920xl080;
ed è possibile scaricarlo gratuitamente dal sito http: //www.cubosensations.it/lions
Confidiamo nella collaborazione della stampa a sostenere l'iniziativa pubblicando quanto espresso, oltre a
contribuire ad informare e sensibilizzare operatori ed istituzioni per diffondere il messaggio attraverso TV
locali, sale cinematografiche, società pubbliche di servizi, Comuni, Istituti Scolastici od altro.
Cogliamo l'occasione per ringraziare il Past President Massimo Mancini promotore dell’'iniziativa e il
Governatore Achille Ginnetti che ha esteso l’informazione a tutti i Distretti Lions italiani.
Lions Roberto Morbidi
60 Vita di Club n.1
RELIGIONE
UN PRESEPE DIVERSO
PER CELEBRARE LA FESTA DELLE FESTE
…uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno, secondo le sue possibilità, ceri e
fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s'accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i
tempi.
di GIAMBATTISTA MONTORSI (Rettore
del Santuario di S. Maria delle
Grazie di Rimini)
U
n pensiero che preoccupa tante
persone nell’imminenza del Natale è
il presepio; in particolare nelle chiese
si deve preparare un presepio
complesso che soddisfi le attese dei visitatori.
Tutti sanno che l’inventore del presepio è S.
Francesco e quindi può essere utile chiedersi
come lo ha preparato lui, nel lontano 1223.
Prima di tutto non dobbiamo dimenticare che il
29 novembre di quell’anno è un giorno molto
importante per la vita del poverello; è il giorno in
cui egli ottiene, finalmente, dal Papa, anche per
iscritto, l’approvazione alla sua norma di vita. È
pieno di gioia e, lasciata Roma, prende la strada
per ritornare ad Assisi. Percorre la via Salaria
fino a Rieti, evangelizzando, secondo il suo
solito, durante il cammino. Raggiunge Greccio
nelle vicinanze del Natale; in quel contesto di
gioia vuole celebrare la “festa delle feste”, come
egli chiamava il Natale, in modo diverso dagli
altri anni, per fare in modo che la sua gioia fosse
vissuta anche da altri.
Leggiamo nella prima vita di Tommaso da
Celano (nn. 84-86; Fonti francescane nn. 466470): «È degno di perenne memoria e di devota
celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni
prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il
giorno del Natale del Signore.
«C'era in quella contrada un uomo di nome
Giovanni, di buona fama e di vita anche
migliore, ed era molto caro al beato Francesco,
perché, pur essendo nobile e molto onorato nella
sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito
che quella della carne. Circa due settimane prima
della festa della Natività, il beato Francesco,
come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse:
Affresco della grotta di Greccio.
“Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di
Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: Vorrei
rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in
qualche modo vedere con gli occhi del corpo i
disagi in cui si è trovato per la mancanza delle
cose necessarie a un neonato, come fu adagiato
in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue
e l'asinello”. Appena l'ebbe ascoltato, il fedele e
pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel
luogo designato tutto l'occorrente, secondo il
disegno esposto dal Santo.
«Giunge il giorno della letizia, il tempo
dell'esultanza! Per l'occasione sono qui convocati
molti frati da varie parti; uomini e donne
arrivano festanti dai casolari della regione,
portando ciascuno, secondo le sue possibilità,
ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella
quale s'accese splendida nel cielo la Stella che
illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine
Francesco; vede che tutto è predisposto secondo
il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si
accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si
introducono il bue e l'asinello. In quella scena
61 Vita di Club n.1
(TOMMASO DA CELANO, Vita I, n. 85, Fonti
commovente risplende la semplicità evangelica,
si loda la povertà, si raccomanda l'umiltà.
Francescane n. 469). S. Francesco infatti era
Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.
convinto che ogni celebrazione eucaristica fosse
«Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce
una nuova incarnazione, un nuovo Natale. Infatti
agli uomini e agli animali! La gente accorre e si
nelle sue ammonizioni leggiamo: «Ecco, ogni
allieta di un gaudio mai assaporato prima,
giorno egli si umilia, come quando dalla sede
davanti al nuovo mistero. La selva risuona di
regale discese nel grembo della Vergine; ogni
voci e le rupi imponenti echeggiano i cori
giorno viene a noi in apparenza umile; ogni
festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la
giorno discende dal seno del Padre sopra
notte sembra tutta un sussulto di gioia.
l’altare
nelle
mani
del
sacerdote»
«Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo
(AMMONIZIONI, I; Fonti Francescane n. 144).
spirito vibrante di compunzione e di gaudio
Nel santuario delle Grazie questo appare
ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente
evidente: al centro del presbiterio del 1500
abbiamo infatti in alto una lunetta, purtroppo non
1’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora
una consolazione mai gustata prima.
molto visibile, nella quale è raffigurato il Padre
«Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali,
celeste con lo Spirito santo (la colomba) nella
perché era diacono, e canta con voce sonora il
mano sinistra; sotto abbiamo la bellissima
santo Vangelo: quella voce, forte e dolce,
Annunciazione di Ottaviano Nelli (1415); ancora
limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo.
più sotto abbiamo l’altare e il tabernacolo. A
Poi parla al popolo e con parole dolcissime
prima vista non appare nulla di particolare, ma se
rievoca il neonato Re povero e la piccola città di
guardiamo il Padre che con la mano destra invita
Betlemme. Spesso, quando voleva nominare
lo Spirito a scendere a Nazareth per realizzare
Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo
quanto l’angelo annuncia a Maria, e se
chiamava “il Bambino di Betlemme”, e quel
ricordiamo che il Sacerdote, nella celebrazione
nome “Betlemme” lo pronunciava riempiendosi
dell’Eucaristia, prega il Padre di mandare lo
la bocca di voce e ancor più di tenero affetto,
Spirito santo sull’altare, affinché il pane cessi di
producendo
un
essere pane per
suono come belato
diventare il corpo di
di pecora. E ogni
Cristo e il vino cessi
volta che diceva
di essere vino per
«Bambino
di
diventare il sangue di
Betlemme»
o
Cristo,
allora
«Gesù», passava la
l’unione di Nazareth
lingua sulle labbra,
con il tabernacolo ci
quasi a gustare e
annuncia
un
trattenere tutta la
meraviglioso
dolcezza di quelle
messaggio:
ogni
parole. ...Terminata
volta
che
quella
veglia
partecipiamo
solenne, ciascuno
all’Eucaristia siamo
tornò a casa sua
presenti
ad
una
pieno di ineffabile
nuova incarnazione.
gioia».
Particolare dell’affresco della grotta di Greccio. Il bambino in Questo mistero lo
Noi, abituati ai vari primo piano, anche se non rispecchia la narrazione del Celano, dobbiamo vivere in
presepi
viventi, mette bene in evidenza che, mentre il sacerdote celebrava la Messa, particolare
nel
Francesco vedeva nella sua mente il bambino nato a Betlemme.
facciamo presto ad
giorno di Natale
accorgerci che nel progetto di Francesco manca
davanti al presepio, unendo idealmente presepio
il personaggio più importante: manca il bambino.
ed Eucaristia. Quanto colpisce maggiormente
Come mai? Francesco non aveva chiesto che
alla lettura dell’episodio di Greccio è però la
fosse portato anche un bambino, perché pensava
gioia, che Tommaso da Celano rende
ad un’altra presenza. In realtà al momento
meravigliosamente presente in tanti passaggi.
opportuno «il sacerdote celebra solennemente
Infatti egli sottolinea che: il Natale è il giorno
della letizia, il tempo dell’esultanza; Francesco è
l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora
una consolazione mai gustata prima»
raggiante di letizia; uomini e donne arrivano
62 Vita di Club n.1
festanti dai casolari della regione; la gente
accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato
prima, davanti al nuovo mistero; arriva alla fine
Francesco e vede che tutto è predisposto secondo
il suo desiderio, ed è raggiante di letizia; la selva
risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano di
cori festosi; i frati cantano scelte lodi al Signore,
e la notte sembra tutta un sussulto di gioia; il
Santo è estatico di fronte al presepio, lo spirito
vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile;
Francesco canta con voce sonora il santo
Vangelo e la sua voce, forte e dolce, limpida e
sonora, rapisce tutti in desideri di cielo;
terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a
casa sua pieno di ineffabile gioia. Questo
continuo richiamo alla gioia può veramente
sorprendere e suscitare, negli uomini di oggi, una
certa invidia, perché essi hanno soprattutto
bisogno di riscoprire la fonte della gioia: hanno
tantissime cose, ma non si può certo dire che
vivano nella gioia, anche se questa è la loro
maggiore aspirazione. Cristo tiene presente
questa aspirazione e vuole portare agli uomini la
gioia; dal Vangelo appare infatti che egli è fonte
di gioia: «Giovanni esulta di gioia» nel seno di
Elisabetta (Lc. 1,44); l’angelo dice ai pastori:
«Vi annuncio una grande gioia” (Lc. 2,10); i
magi «al vedere la stella provarono una grande
gioia» (Mt. 2,10); durante l’ultima cena egli
afferma «Questo vi ho detto perché la mia gioia
sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11);
alla conclusione della sua missione, rivolgendosi
al Padre, afferma chiaramente: «Ora io vengo a
te e dico queste cose, mentre sono ancora nel
mondo, perché abbiamo in se stessi la pienezza
della mia gioia» (Gv 17,13).
La gioia è anche una delle grandi preoccupazioni
di S. Francesco; infatti «Cercava di rimanere
sempre nel giubilo del cuore, di conservare
l’unzione dello spirito e l’olio della letizia.
Evitava con la massima cura la malinconia, il
peggiore di tutti i mali, tanto che correva il più
presto possibile all’orazione, appena ne sentiva
qualche cenno nel cuore» (TOMMASO DA
CELANO, Vita II, 125; FF 709). «Quando la
malattia si faceva più grave egli cominciava a
cantare le lodi di Dio per le sue creature, cantico
composto da lui. Faceva cantare anche i suoi
compagni, affinché, assorti nella lode del
Signore, dimenticassero l’acerbità dei dolori e
della malattia di lui» (Specchio di perfezione,
119; FF 1819). Anche di fronte alla morte è
felice: «Sentendo che l’ora della morte era ormai
imminente, chiamò a sé due suoi frati e figli
prediletti, che a piena voce cantassero le lodi al
Signore con animo gioioso per l’approssimarsi
della morte, anzi della vita» (TOMMASO DA
CELANO, Vita I, 109; FF 509). A frate Elia che
lo invitava a non cantare perché era vicino al
momento della morte, rispondeva di lasciarlo
nella gioia, e diceva: «Per me la morte è la porta
della vita» (TOMMASO DA CELANO, Vita II; FF
809). Il Celano assicura: «Accolse la morte
cantando» (TOMMASO DA CELANO, Vita II, 214;
FF 804).
Anche noi cerchiamo la gioia, ma tante volte
proviamo una profonda delusione perché non la
raggiungiamo; il presepio di S. Francesco
potrebbe aiutarci a trovarla. Il santo crea
l’ambiente nel quale Cristo è nato: una grotta, un
po’ di fieno, il bue, l’asinello; il bambino lo
rende presente nella maniera più bella, mediante
la celebrazione dell’Eucaristia. Anche noi ci
preoccupiamo di creare l’ambiente nel quale
Cristo è nato, ponendo forse troppe cose. Nei
nostri presepi abbiamo bisogno di vedere il sole
e la luna che sorgono e tramontano, abbiamo
bisogno di vedere le stelle e tante statue in
movimento; siamo però arrivati al punto che il
“bambino”, posto di solito in un angolo,
interessa relativamente. In realtà se qualcuno lo
portasse via dai così detti presepi meccanici e
sonori, probabilmente tanti non se ne
accorgerebbero nemmeno.
Siamo forse riusciti a portare nel presepio la
nostra vita frenetica, presa dalle tante cose che si
debbono fare, ma possiamo chiederci:
Allontanandoci dai nostri presepi per riprendere
la nostra vita quotidiana siamo partecipi della
“ineffabile gioia” provata dagli abitanti di
Greccio, quando hanno lasciato la grotta, per
riprendere il cammino della vita di ogni giorno?
Per provare la gioia di Francesco dovremmo
tenere presenti le ragioni che lo hanno portato a
inventare il presepio; disse all’amico Giovanni:
«Vorrei rappresentare il Bambino nato a
Betlemme, e in qualche modo vedere con gli
occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la
mancanza delle cose necessarie a un neonato,
come fu adagiato in una greppia e come giaceva
sul fieno tra il bue e l'asinello». Francesco in
quella notte, ponendo il bambino al centro delle
sue preoccupazioni, ha potuto contemplare
l’amore di Dio per lui, amore che ha portato
Gesù a vivere povero per arricchirlo della sua
grazia, in modo particolare attraverso il
sacramento dell’Eucaristia che è una nuova
incarnazione. Francesco si è sentito amato da
63 Vita di Club n.1
Dio e questo gli ha portato una profondissima
gioia, nonostante tutte le difficoltà che ha dovuto
superare. Il Concilio afferma: «Chiunque segue
Cristo, l'uomo perfetto, diventa anch'egli più
uomo». (Gaudium et spes, n. 41). Ai nostri giorni
tanti non sono interessati a Cristo e si sono
allontanati da lui, sperando così di realizzarsi
pienamente. In realtà che cosa hanno trovato? Il
Natale vissuto come Francesco, l’uomo della
gioia, non potrebbe aiutare a riscoprire
l’importanza di Cristo nella vita dell’uomo,
ritrovando così quella gioia, inutilmente cercata
altrove?
Rimini, Santuario delle Grazie: Presepio del 1700, gruppo della Natività.
Con questa divina immagine la Redazione augura a tutti:
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