PUBBLICAZIOAII
Rassegna di studi teatini
La stesura di queste righe è un modesto segno di stima per l'inclito Ordine
Teatino, cui tanto deve anche la natia città di Lecce, ed una prova di sincera
amicizia per chi ha contribuito a farmi meglio conoscere le benemerenze dei
Chierici Regolari
Provvida occasione è stato l'incontro con le pagine commemorative d'un
illustre sodale: il B. Giovanni Marinoni, a quattro secoli dal pio transito.
(Il Beato Giovanni Marinoni nel IV Centenario della sua morte (1562-1962), Roma,
Edizioni « Regnum Dei », Piazza Vidoni, n. 6, 1963).
Scorrerle non è soltanto fare la conoscenza con Colui, che nella città delle
lagune nasceva il 25 dicembre 1490 da famiglia bergamasca con il nome di Francesco Maria e dai lidi partenopei salpava per l'eternità il 13 dicembre 1562, tra
i primi diseenoli di S. Gaetano, cui aderì già sacerdote e canonico di S. Marco.
La Laura di quelle pagine vale quanto un esame dei singoli aspetti di un
poliedro in grazia degli studi specifici che le compongono. Con l'effetto d'un
armonioso mosaico si coglie insieme la competenza delle mani, che hanno apposto le firme al lavoro celebrativo.
Il profilo, redatto con intelletto d'amore dal P.D. Cleto Linari C.R., è tale
perchè volutamente contenuto, ma si documenta con un corredo di testi e di note,
da lasciar comprendere tutto un materiale disponibile per un più largo respiro degno dell'emerito soggetto, il cui culto fu « riconosciuto e sancito da
Clemente XIII con decreto dell'i 1 settembre 1762 » (E', fuori dubbio, uno svarione quello dell'« Enciclopedia Cattolica », vol. VIII, p. 163, che parla di Innocenzo XIII!).
E poichè lo stile rivela l'uomo, il venerato sembiante viene a completarsi
con le Lettere e gli Sà'itti del Beato, un autentico tesoro riscoperto dalle « diligenti ricerche dei padri Gabriele Llompart e Bartolomeo Mas, teatini, i quali
hanno potuto mettere insieme, da fonti inedite e stampate, quanto ci è rimasto ».
Presenta questa sezione da par suo e con adatta cornice storica il P.D. Francesco
Andreu C.R.; se tanto nomini nulla riesce ad aggiungere una parola elogiativa,
ciò non dispensa dal dovere della gratitudine per l'impegno dispiegato dell'offrirci la ristretta corrispondenza (ma con personaggi di primo piano, quali il
Card. B. Scotti e Sr. Maria Carafa, sorella di Paolo IV) e i brevi trattati di parafrasi o commento biblico, di esortazione o di profonda pietà di chi « amava più
fare che scrivere, come aveva preferito alla coltura l'azione ».
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Perciò, nessuno meglio dello stesso P. Andreu poteva delineare La spiritualità del R. Giovanni Marinoni, il pezzo forte del libro, il panegirico del santo
atleta informato ai principi dell'apostolica vivendi forma e del sacerdos alter
Christus, che lo resero intento, come religioso, alla piena realizzazione dell'abneget semetipsum, del quaerite primum Regnum Dei, del tollat crucem suam, e che,
come ministro del Signore, lo trasfiguravano all'altare, al coro, al confessionale,
B. Giovanni Marinoni (Venezia, 1490 - Napoli, 1562)
sul pulpito, infiammandolo di zelo e di carità, al punto da stupire lo stesso S. Gaetano: « Egli è un Angelo rivestito di carne umana!: » (P. Chiminelli, S. Gaetano
Thiene cuore della Riforma cattolica, Vicenza 1948, p. 562. Posseggo la copia che
porta il n. 758, ambito dono e caro ricordo del P.D. Francesco Andreu per fortunate indagini esperite nell'Archivio del Capitolo della Chiesa di Lecce in riferimento al governo interinale della Diocesi del Ven. Vincenzo
Morelli C. R.,
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cittadino leccese ed arcivescovo di Otranto). Giudizio d'un competente dà affiàncare
a quello di un altro intenditore di santità: S. Andrea Avellino primo biografo del
B. Marinoni, che è ancora un contributo dovuto al P. Andreu nell'intento di
mettere in giusta luce il confratello; il saggio riproduce la lettera che S. Andrea
Avellino scriveva nel 1600 al P. D. Giovanni Scorcovi I lo Preposito Generale dei
Teatini: « Egli era devotissimo e vigilantissimo, et astinentissimo: », c' è tutto
il Beato in questi superlativi, che formano i tre punti sviluppati nel testo cori
abbondanza di episodi e di dati.
E per dare un conveniente sfondo umano alla grandezza interiore, Geremia
Pacchiani ne Le vicende della famiglia del B. Giovanni Marinoni ricostruisce
l'albero genealogico fino al sec. XI, dichiarando l'appartenenza dell'umile religioso a « una delle famiglie nobili di Clusone » e che « ebbe riconosciuta cittadinanza veneta verso il 1530 ». Distinzione di prosapia brillò, dunque, in Luí
che però fu motivo di più delicata finezza nel sentire e nell'operare: « ...nell'oblio
di sè... ricchi e poveri Egli li amò con lo stesso incondizionato amore, con cui
amò Dio,... agli uni offrì le sue ricchezze spirituali, chiedendo in cambio, per gli
altri, le loro ricchezze materiali » scrive P. D. Bernardo Laugeni C. R. ne Il Beato
Giovanni Marinoni ideatore e promotore del Monte di Pietà precursore del
Banco di Napoli.
Con irrefutabili prove storiche, sicure testimonianze e validi documenti,
il P. Laugeni rivendica la verità storica, che postula, in coincidenza con l'espulsione degli Ebrei da Napoli e da tutto il Regno, per il decreto imperiale di Carlo V del 10 novembre 1539, l'atto di nascita del Monte di Pietà, « onde perchè
non mancasse il modo alla povertà di sovvenimento grazioso nel gran bisogno
di poter trovare in prestanza danari sopra il pegno senza alcuna sorta di usura »
(G. B. del Tufo, Supplemento alla Historia della Religione de' Chierici Regolari,
Roma, appresso Iacomo Mascardi, 1616).
La geniale idea ed il caritatevole proposito furono segni dello zelo del B. Marinoni realizzati grazie all'aiuto e alla comprensione di S. Gaetano Thiene e del
P. Alfonso Salmeròn S. J., quale valido argomento della perenne attualità del
Vangelo in ogni settore di vita, sia individuale che associata, in grazia della mirabile riunione dei redenti nel corpo mistico di Gesù Cristo.
L'ignoranza della lingua spagnola, in cui sono stilati, non ha permesso di approfondire — come doveroso — i due studi conclusivi del P. D. Gabriele Llompart, « S. Paolo Maggiore » de Nàpoles una iglesia de la primera reforma católica
e Los Cléricos Regulares a mediados del siglo XVI. Otros documentos ineditos.
Ma i documentos sono in volgare e l'animo si è tanto rallegrato nel leggere in
essi con frequenza il nome del Cardinale Giovanni Michele Saraceni, intermediario presso il Papa a favore dei Teatini per ottenere loro le indulgenze della
Compagnia dei Bianchi. Della porpora del Saraceni si onora la Chiesa di Lecce, che
egli ebbe il 13 settembre 1560 e che resignò il 29 novembre successivo a vantaggio del
fratello minore (?), Annibale (Cfr. C. Eubel, H. C., p. 225).
E tra quei documenti spicca pure l'attestato di Fabrizio di Sangro, duca di
Vietri, nipote di Paolo IV e congiunto di due altri Vescovi di Lecce, Consalvo e
Alfonso di Sangro, che con giuramento afferma circa l'ingiunzione fatta dal Papa
Carafa « ri gidissimo fra i rigidi » al Marinoni di succedergli nel governo della
Chiesa di Napoli e « quello buon padre con grandissima humiltà allegando la
sua insufficienza si scusò di non poterla accettare ».
Volgono così al termine le riuscite pagine, che non concedono il lusso di distrarsi una volta avute tra le mani, e, quasi a rendere più duro il distacco, cade
sott'occhi una nutrita bibliografia (da p. 210 a p. 236), paziente e lodevole fatica
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del P. D. Bartolomeo Mas, divisa in « I. Lettere e scritti del B. Giovanni Marinoni » e « II. Scritti sul B. Giovanni Marinoni ».
Sembra di pagare il pedaggio per il piacere provato sfogliando l'elegante volume: appena un preludio, dunque, del molto, del tutto che si vorrebbe sapere
intorno a questo prode campione di virtù.
Un plauso fraternamente sincero ai dotti e diligenti compilatori del volume
e la preghiera affettuosa e viva di voler continuare a pubblicare nova et vetera,
cavandole da quell'Archivio romano di S. Andrea della Valle, gazofilacio, dovizioso ed ordinato, d'insigni memorie: anche la Storia è Provvidenza! (*).
D.
UGO DE BLASI
***
Io non so se Monopoli abbia assolto il suo debito onorando — sia pure con
una tabella viaria — la memoria di un suo grande figlio che, fiorito a mezzo
Cinquecento, meritò, per le sue doti di dottrina, di prudenza e di coraggio, di divenire allievo, amico e collaboratore di Santi, consigliere ricercato da pontefici
e da vescovi, austero teologo e profondo canonista, difensore dei diritti della
Chiesa contro le invadenze dell'autorità civile e limpida figura della riforma
cattolica.
Certo è però che maggiore onore e più nobile celebrazione non poteva venire al nome del monopolitano P. Girolamo Ferro (1528-1592) dell'accurata e sagace rievocazione che della sua vicenda ha fatto un fine studioso di cose ecclesiastiche napoletane Romeo Maio (Un riformatore teatino del Cinquecento:
Girolamo Ferro, in « Regnum Dei ». XVI, 1960).
In questo saggio, comparso nelle pagine della romana collectanea dei PP. Teatini, egli ha ricostruito la vita del Ferro nella vita dell'età sua, raccogliendo con
paziente ricerca e analisi minuta il materiale ora dalle lettere, ora dal primo biografo, il Castaldo, ora, e più largamente, dagli archivi della congregazione teatina cui il P. Girolamo appartenne.
Fu il Ferro, per il suo rigorismo morale, l'ardente spirito di rinnovamento
della vita religiosa e la salda cultura teologica e giuridica, tempra di severo
casuista, d'intransigente riformatore e di rigido inquisitore forgiata certo più
allo stile « domenicano » di Gian Pietro Carafa, l'austero Paolo IV, che a quello
apostolico di S. Gaetano Thiene.
Ma, oltre a un senso di ascetismo che sgomentava per la ferma sua freddezza e che in lui si fece saldo costume di vita e ragione, così dell'opera non indulgente volta alla lotta contro l'immoralità, le eresie e i soprusi, come della restaurazione evangelica, il Ferro ebbe in alto grado doti di governo e di coraggio
che gli procurarono l'amicizia e la stima delle più eminenti personalità del suo
tempo.
Esperto dei negozi curialeschi, egli, che all'Ordine dei Chierici Regolari era
venuto dalla pratica di legato della corte barese di Bona Sforza, stette insieme
con l'aretino Paolo Burali, poi cardinale, alla scuola di un altro Beato, il P. Giovanni Marinoni, in quell'operoso centro della riforma cattolica e fucina di Santi
che fu, per tutto il Cinquecento, la chiesa napoletana di S. Paolo Maggiore.
(*) in « Tempi Nostri », X, 1964, n. 13, p. 11.
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5 - LA ZAGAGLIA
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Dai superiori dell'Ordine e dall'arcivescovo Mario Carafa il Ferro fu chiamato a delicati incarichi e a gravose responsabilità: a Napoli e a Venezia resse
le sorti delle case teatine, succedendo nel governo di S. Paolo al Burali e a S.
Andrea Avellino, e a Napoli, appunto, s'adoperò attivamente per far cessare la
condotta tristemente rilassata delle benedettine dei monasteri di S. Gregorio
Armeno e di S. Patrizia, per esaminare i confessori del clero secolare ed i religiosi regolari, per inquisire sulle sette giudaiche e perchè fosse affidata ai PP. Somaschi la cura del conservatorio di S. Maria di Loreto.
Ma tutto questo, se rivela all'attento lettore gli aspetti dell'energica personalità
del Ferro, non fa che confermare la sua posizione di uomo di punta del movimento riformista napoletano, che un momento di singolare contrasto tra la Chiesa e lo Stato
poneva in prima linea nella difesa delle prerogative spirituali contro il fanatico giurisdizionalismo del vicerè Granvela.
Occasione del conflitto tra le due autorità fu nel 1573 la violazione -- prima
e dopo d'allora fonte di vivaci dissensi — del foro ecclesiastico. L'episodio che, sul
piano politico, era l'ultimo di una serie di abusi con cui l'autorità civile si era scontrata con l'arcivescovado, culminò con la scomunica fulminata dal Carafa contro
gli incauti esecutori dell'arbitrio viceregnale e mantenuta ad onta della reazione civile.
Anche in quella circostanza, ascoltato consigliere dell'arcivescovo ed anzi dichiarato fautore della grave misura, era stato il P. Ferro, onde, ad arginare le conseguenze della crisi tosto scoppiata fra Roma e Napoli, furono esercitate pressioni
sul superiore del Ferro perchè questi lasciasse Napoli.
La vicenda non ebbe, per la resistenza del preposito di S. Paolo al presidente
del Consiglio Collaterale, l'esito dell'incontro descritto dal Manzoni fra il superiore
del P. Cristoforo ed il conte zio; pure, mentre il dissidio fra il Carafa ed il Granvela si
andava componendo per il personale intervento di D. Giovanni d'Austria, al Ferro
veniva destinata dal Capitolo dell'Ordine una «nicchia », per dirla appunto col conte
zio, che se lo allontanava da Napoli, non intendeva però apparire segno di bia
simo al suo fermo operato.
A Milano, dove fu inviato quale collaboratore di S. Carlo, D. Girolamo non smentì se stesso, sapendosi meritare per lo zelo di abile riformatore e di sottile diplomatico la fiducia del Borromeo che di lui si valse — come rivelano gli atti carolini delle visite apostoliche studiati da Papa Giovanni XXIII — nell'attività pastorale e di governo.
Chiamato il 1590 a Roma da Gregorio XIV che lo stimava, ne divenne fedele
consigliere e consultore fu pure del successore dello Sfrondati, Innocenzo IX, che
invano cercò di fargli accettare la dignità episcopale di Umbriatico.
Mentre a Milano, dove aveva fatto ritorno, D. Girolamo chiudeva la sua vita travagliata, a Napoli l'opera di riforma, di cui egli aveva gettato il seme, progrediva.
Sui tempi che avevano veduto la propaganda eterodossa del de Valdes, dell'Ochino e del Vermigli e conosciuto il gesto « pieno di fascino » del marchese di Vico di
crociana memoria e la politica antiecclesiastica dei vicerè di Napoli, la figura del P.
Ferro passava ai posteri illuminta dalla dignità e la fermezza che ne avevano retto
l'operato, dalla chiarezza delle idee e l'amore per l'intimo rinnovamento religioso
che lo avevano fatto caro agli spiriti più sensibili alla riforma della Chiesa, dallo spirito di pietà, dalla dottrina e dal consiglio che ne fecero ben presto includere il ricordo nei fasti dell'Ordine suo (").
(*) in « Archivio Storico Pugliese », XV, 1962, fasc. I-V, pp. 282-4.
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Pure in occasione delle celebrazioni quattro volte centenarie della morte del Beato Giovanni Marinoni (1490-1562), il P. D. Bernardo Laugeni C. R., Preposito della
napoletana casa di S. Paolo Maggiore, dedica a quel gran discepolo di S. Gaetano
e maestro di Santi e di vescovi insigni una biografia condotta con diligente preparazione ed amoroso zelo (Beato Giovanni Marinoni Teatino grande apostolo ed
insigne benefattore di Napoli, con pref.ne a c. del P. D. Cleto Linari C. R., Napoli, s.d.,
ma 1963, Pp. 128, con 14 ill.ni).
L'A., partito da una ricerca che rivendica all'insigne apostolo di Napoli il merito di aver suscitato e promosso la fondazione del Monte di Pietà, precursore del
Banco di Napoli, ha poi esteso, con attenta meditazione e laboriosa ricerca delle fonti, la monografia a lumeggiare tutta la vita operosa del Beato.
Da queste pagine, scritte con familiare e lindo nitore e calda simpatia, la bella
figura dell'apostolo teatino « uomo d'azione e uomo di preghiera, umile e ardito,
ardente e riservato, contemplativo e pieno di zelo operoso e infaticabile, idealista
e realizzatore di razza », come scrive il P. Linari, viene evocata con efficace e netto
risalto, nel quadro sagacemente ricostruito della vita napoletana del Cinquecento.
* * *
Un limpido profilo bio-bibliografico di S. Andrea Avellino, altro figlio spirituale
e, col B. Paolo Burali d'Arezzo e i Venerabili Giacomo Torno e Salvatore Caracciolo,
discepolo del B. Giovanni Marinoni, è quello che P. D. Francesco Andreu C. R. ha, con
tratto felicissimo e salda dottrina, schizzando per il « Dizionario Biografico degli
Italiani » (I, pp.. 69-73).
Del grande Santo, in cui S. Carlo Borromeo amava ravvisare con ammirata
devozione « l'idea più viva che possiamo farci del vero apostolo », la vicenda biografica, l'eccezionale - statura evangelica, il contributo offerto alla causa della riforma cattolica, l'ardente spiritualità e la nota bibliografica sono presentate con l'usato impegno studioso ed il fine garbo stilistico che caratterizzano gli scritti dell'eminente religioso teatino.
* * *
Notizie su uomini e fatti legati alle vicende della leccese casa teatina di S. Irene,
dopo le altre fornite da A. Quattrone (in « Regnum Dei », V, 1949, n. 17, pp, 51-7 su
cui cfr. M. Paone in « Studi Salentini », IV, 1959, n. 8, pp. 452-3) e dallo stesso Paone
(pure in « Studi Salentini », V, 1960, n. 9, p. 100), offrono Vincenzo Liaci, Francesco
Stampacchia e Teodoro Pellegrino.
Il primo (Curiosità storiche salentine. 'III. La festa di S. Oronzo a Lecce nel
. n. 19, p. 304), attingendo ad un'inedita biografia
Settecento, in questa Rivista, V, 1963,
dell'arciprete Alessandro Cardone (1710-1770) di Salve, ricorda come quel pio sacerdote celebrò la Messa il 27 agosto 1770 in S. Irene « chiesa veramente magnifica, ove fu
benevolmente accolto dal Padre Preposito uomo di somma pietà e dottrina ».
Lo Stampacchia, in una fine chiosa su Lecce e Terra d'Otranto negli anni 1859
1860 (Lecce — Galatina, s.d., ma 1960, p. 5 e p. 14, riprodotta col titolo Lecce e Terra d'Otranto un secolo fa, in « Studi Salentini », V, 1960, n. 10, p. 305 e p. 310 e nel
volume miscellaneo Contributi alla storia del Risorgimento salentino, Lecce 1961,
P. 199 e p. 204), rievoca come il Plebiscito che consacrò l'unione all'Italia delle province meridionali ebbe luogo in Lecce nella chiesa di S. Irene, di cui il Comune
pretendeva avere il patronato.
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Il Pellegrino, infine, in un centone di minori episodi relativi alla vicenda risorgimentale di Lecce e cli Terra d'Otranto riportato in appendice al denso fascicolo
edito per le celebrazioni del Centenario dell'Unità della Patria (Il Salento nell'epopea
risorgimentale, Lecce — Galatina 1961), riferisce (p. 159) il gustoso particolare di frate! Andrea De Blasi sacrestano in S. Irene che, tra il 1847 e l'anno successivo, nascondendo sotto le statue e dietro i quadri dei Santi i libri indiziati e le carte sospette ai
gendarmi borbonici, appartenenti ai patrioti Stampacchia, esclamava: « Beh, mettiamo anche questo sotto la protezione della Madonna! ».
Pure il Pellegrino, tracciando un completo profilo sull'impianto e gli sviluppi
della Biblioteca provinciale «N. Bernardini» di Lecce (in Il servizio bibliografico in
Puglia e Lucania, Bari - Roma 1960, pp. 127 - 32), scrive (p. 129) che il settembre
1864 furono ceduti all'istituto leccese i libri della biblioteca dei soppressi PP. Teatini
di S. Irene. In quella libreria si conservavano, come ricorda il teatino G. M.' Monforte (Memoria storico - polemico - canonico - critica sul preteso diritto di proprietà e di padronato che crede vantare il Comune di Lecce sulla Chiesa di S. Irene
de' Padri Teatini, Napoli 1832, p. 13, n. 2), l'opera dei Bollandisti che, seppur mancante di molti libri, il Ministero dell'Interno aveva disposto passasse dalla biblioteca
del Collegio a quella della casa di S. Irene.
Torna a questo proposito opportuno riferire, come vuole una tradizione orale
raccolta da mons. Vincenzo De Sanctis Arcidiacono della Cattedrale di Lecce e Rettore della chiesa di S. Irene, che, a seguito della seconda soppressione (1866), gli
splendidi paramenti ed i sacri arredi della famiglia teatina di Lecce furono alienati alla chiesa parrocchiale di Botrugno.
***
Negli anni stessi in cui a Lecce i due fratelli Grandi, il Cicala, il Bruni, il Pipino ed altri poeti e rimatori locali gareggiavano ad ornar di fronde peneie e di lauri
guerrieri la fama di D. Francesco Lanario storico delle guerre di Fiandra e Preside,
per volere del duca d'Ossuna, della Provincia di Terra d'Otranto, un religioso
leccese, il teatino D. Fulgenzio Gemma, coglieva, oltre i confini della piccola patria,
non scarsi segni di ammirazione e di plauso e raggiungeva, alla corte gonzaghesca
di Mantova, posizioni di grande prestigio e la confidenza stessa di quei duchi.
Mal noto ancora oggi alla sua patria, che di lui non conserva altra memoria
che il breve elogio tracciato dall'Infantino, il Gemma merita un cenno che ne rammenti la personale vicenda e fermi, trascegliendo nella compiaciuta prosa del
confratello Giov. M. a Minioti, i punti della singolare carriera.
Novizio e professo nella leccese casa di S. Irene (30 maggio 1595), D. Fulgenzio
si distinse nella Congregazione per il fervido ingegno e la profonda dottrina e fu
lettore di teologia e di filosofia.
Magg iore e più distinto nome s'acquistò per l'efficace facondia della parola,
sicchè, come ad oratore di grido, gli accadde di correre per la Penisola, predicando
nelle più illustri città.
Da Milano, dove il 1614 era ritornato dietro invito del cardinale arcivescovo
Federico Borromeo per un corso di prediche in Duomo il religioso leccese passò
a Mantova richiesto dal duca Ferdinando quale predicatore e confessore della
sua famiglia.
E fu appunto a Mantova che s'imposero alla considerazione della corte e
brillarono le capacità e i talenti del P. Gemma.
Da Ferdinando, che il 1612 per succedere al fratello Francesco II aveva rinunciato alla porpora romana, D. Fulgenzio fu impiegato in delicate mansioni di
* governo, ammesso al suo privato consiglio e, infine, più volte, ma senza successo,
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proposto al Pontefice quale coadiutore cum futura successione del vecchissimo
presule di Lecce, mons. Scipione Spina (1591-1639).
Dei molti benefici, di cui la benevolenza ducale intese ricoprirlo, il teatino
leccese accettò solo, e dopo molte refiute, l'abazia mitrata di S. Barbara di Mantova
alla cui rendita cospicua andavano connessi singolari privilegi quali l'essere abate
immediate subiectus a Roma, superiore di un clero folto di p iù di cento soggetti
e,con sei dignità, ed inoltre il diritto di usare insegne ed esercitare funzioni episcopali e d'inquartare nelle sue le armi gonzaghesche.
Morto il 1626 il duca Ferdinando, il P. Gemma seguì a Siena la vedova Caterina
de' Medici, costituita governatrice di quella città dal fratello Ferdinando II granduca di Toscana, assumendo ad un tempo la direzione spirituale della principessa
e la cura del governo della città toscana.
Di Caterina, oltre che confessore e ministro, il P. Gemma fu pure il biografo
ufficiale ed il Ritratto che di lei formò co' lineamenti dell'eroiche sue virtù, vide la
luce in Siena il 1630 ed ebbe l'onor di una seconda edizione fiorentina più che un
secolo appresso (1737).
Ritiratosi, dopo la morte della duchessa, a Lecce, dove predicò nella quaresima del 1634 con tal sodisfattione che non può dirsi maggiore, secondo l'Infantino
che fu suo uditore, D. Fulgenzio si preparava a dare alle stampe le opere teologiche
e di esegesi biblica, come il corso quaresimale, i Commentarii in Athanasii symbolum e l'Explanatio in Job, alle quali intendeva affidare presso i posteri il ricordo
e la fama.
Morì, invece, quello stesso anno, il 2 di ottobre, e della sua produzione non fu
edito altro scritto che le postume Meditazioni sopra i principali articoli della nostra
fede contenuti nel Credo (Lecce, appresso Pietro Micheli, 1667) sfuggite al Vezzosi
e ricordate dal Foscarini (*).
* * *
I presuli teatini sulla Cattedra di S. Cataldo e culto pubblico a S. Gaetano in
Taranto e archidiocesi ha dedicato un nutrito saggio (in « Regnum Dei », III, 1947,
n. 10-11, pp. 103-34, con 1 ill.ne) mons. Francesco Ruggieri.
L'A., ritornando sulla figura dell'arcivescovo teatino Tommaso Caracciolo (16371663) (L'Arcivescovo Tommaso Caracciolo e il Sinodo diocesano del 1642, in « Taranto », Rassegna del Comune, VII, 1938, pp. 15-9), ne delinea efficacemente i tratti più
salienti relativi ,all'attività pastorale, soffermandosi con particolare interesse a considerare le disposizioni del Sinodo diocesano celebrato il 1642, sulle opere volte a
rendere magnifico il culto divino in Duomo e sull'introduzione in Taranto e nell'archidiocesi della devozione del Santo della Provvidenza.
Rammenta pure fugacemente gli altri arcivescovi teatini della città bimare: Francesco Pignatelli, Giovanni Rossi, già stato vescovo di Ugento (cfr. p. 103) ed arcivescovo di Acerenza, e Francesco Saverio Mas trilli (sui quali cfr. utilmente D. L. De
Vincentiis, Storia di Taranto, Taranto 1878, p. 144; 145-6; 146 e, per l'arcivescovo
T. Caracciolo, p. 143).
* * *
In Puglia Sacra: I. La Diocesi di Bitonto nella storia, con pref.ne a e. di
Mons. Aurelio Marena vescovo di Ruvo e Bitonto (Bitonto 1963), Antonio Castellano scrive che, durante l'episcopato di Mons. Flaminio Parisio (1592-1602),
(') in « La Tribuna del Salento », VI, 1964, n. 12, p. 3.
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« vennero in Bitonto i Padri Teatini ai quali fu concessa la Chiesa di S. Nicola
contigua alla Cattedrale. I Padri regolari vennero nella nostra città il 1601 in
seguito a petizione fatta a Roma dall'Università di Bitonto, dopo gli straordinari
effetti spirituali per le prediche quaresimali di D. Girolamo Stinca, napoletano »
(p. 42).
A p. 43 è la notizia che « il 6 dicembre 1609 (il vescovo bitontino Mons. Girolamo
Pallanterio (1603-1619) pose la prima pietra della nuova chiesa di S. Gaetano dove
i Teatini innalzarono il loro monastero ».
La chiesa di S. Gaetano fu consacrata da Mons. Luca Antonio Gatta (Della
Gatta), patrizio di Otranto e vescovo di Bitonto il 17 settembre 1730 (pp. 51-2).
Del teatino presule di Bitonto Giovanni Battista Capano (1700-1720) il Castellano scrive che «nobile cavaliere napolitano, preposito e visitatore dell'Ordine dei
Teatini, fu nominato vescovo di Bitonto da Innocenzo XII. Resse la cattedra bitontina con prudenza e rettitudine per vent'anni.
Introdusse nella Chiesa di S. Maria del Popolo i Carmelitani scalzi; promosse
numerosi restauri alla Cattedrale.
Pare che alla sua morte abbia lasciato alla Diocesi la sua eredità per compiere
importanti opere di pubblica utilità e che, invece, la somma sia stata usata dal
vescovo successore (Mons, Domenico M. Cedronio) per rivestire di stucchi la Cattedrale ». (p. 51).
MICHELE PAONE
***
Traendo dall'oblio il profilo di mons. Michele Pignatelli, che fu oratore di grido,
lettore di teologia e definitore generale dell'Ordine, lasciatoci da Nicola Fatalò nella
sua inedita Serie de' Vescovi di Lecce, Michele Paone ha curato l'edizione di quelle
pagine (Un Teatino sulla Cattedra di S. Oronzo: Mons. Michele Pignatelli (16221695), estratto da « Rivista Diocesana di Lecce », XXI, 1964, n. 1, pp. 15-20), premettendovi una breve introduzione e corredando il testo di un essenziale apparato
critico.
Al Pignatelli, dei duchi di Bellosguardo, del ramo calabrese cioè della celebre
famiglia del Regno, si dovettero, oltre a molte opere volte a rendere più sontuosa
ed ornata la Cattedrale, la celebrazione di un sinodo diocesano il 1687 e l'inizio
(1694) della fabbrica del Seminario.
D. UGO DE BLASI
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Quaerite primum Regnum Dei
(Matth., VI. 33)
* * *
Interessanti, seppur necessariamente succinti, profili di presuli dell'Ordine teatino che tennero le cattedre di Ugento e di Alessano offre nella sua pregevole opera
(Ugento Leuca Alessano, Siena 1960) mons. Giuseppe Ruotolo, Pastore, appunto,
della diocesi dell'estremo lembo d'Italia.
Nel secolo successivo furono presuli di Ugento i padri Andrea Maddalena,
Antonio Carafa.
Il primo, « napoletano, fu vicario generale dell'Ordine e predicatore presso il
re di Spagna. Eletto vescovo da Innocenzo X il 17 dicembre 1650, morì poco dopo
ad Ugento » (pp. 56-7).
L'altro « nobile napoletano dei Carafa Stadera fu insigne teologo. Dopo aver
coperto cariche importanti nell'Ordine come superiore di vari collegi, fu nominato
vescovo a 47 anni, il 12 febbraio 1663. In oltre quarant'anni di episcopato compì
opere salutari per il bene della diocesi e lasciò il suo ricco patrimonio al Capitolo
Cattedrale con intento di alimentare il culto sacro ed erigere il campanile della
chiesa cattedrale. Detti beni in parte servirono alla costruzione della nuova chiesa
cattedrale, iniziata sotto l'episcopato di Mons. Nicola Spinelli. Tenne un sinodo il
1680; morì il 1704 » (p. 57).
Nel secolo successivo furono presuli di Ugento i Padri Andrea Maddalena,
Giovanni Rossi e Gennaro Carmignani.
Il Maddalena « fu vescovo di Ugento dal 1722 al 1724, quando fu promosso
arcivescovo di Brindisi » (p. 58).
(A Brindisi il M. fece ricostruire la Cattedrale danneggiata dal terremoto del
1743 ed il prospetto del Seminario. Cfr. N. Vacca, Brindisi ignorata, Trani 1954,
pp. 278-9. S'interessò pure di studi archeologici e rilevò, tra il 1732 ed il 1733, come
osserva l'abate Pratilli, il tracciato della via Appia « poco lontano da Messagna ».
Cfr. A. Profilo, La Messapografia ovvero memorie istoriche di Mesagne in Provincia
di Lecce, Lecce 1870, p. 110; S. Panareo, Una cronaca settecentesca della città di
Brindisi, ín « Rinascenza Salentina », X, 1942, n. 2-3, p. 59, 60, 69, 74, 77).
Giovanni Rossi, « patrizio napoletano, fu eletto vescovo il 1736 e promosso ad
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Acerenza e Matera il 1737. l'un- essendo stato pochissimo tempo in Ugento, compì
importanti restauri al palazzo vescovile e continuò la costruzione della chiesa
cattedrale, come attesta la lapide sulla scala dell'episcopio » (p. 58).
« Si devono alla munificenza di Mons. Giovanni De Rossi l'atrio, il portico e
il corridoio, che congiunge il lato sud del palazzo al corpo principale, come si rileva
dalla lapide, che dice testualmente così: Nuper teterrimas aedes hasce arctas
I
solo impares / ac pene fatiscentes / Joannes Rossi patrie. neapol. antistes
adauxit aequavit reparavit / atq. substruclo propulaeo adituque / intercisas affabre
copulavit sed opus tum domi tum in tempio / iam prope perfecturus / ab hac
dilecta Uxentina sede / ad Materanam et Acherontinam metrop. / extemplo
assumptus Uxentinam erga se pietatem / ac suam in Uxentinos benevolentiam
recogitando moerens abiit / A. D. MDCCXXXVII » (p. 67).
I
Per la diocesi di Alessano, il Ruotolo segnala:
« Nicola Antonio Spinelli, napoletano, fu eletto vescovo dal Papa Paolo V il
16 luglio 1612. Il 1624 un'incursione turca danneggiò il Santuario di Leuca e la
stessa immagine della Madonna. Mons. Spinelli il 1628 introdusse i Cappuccini ad
Alessano; morì il 1635 ». (p. 176-7).
Ricordo però che Giuseppe Cino (Cronache di Lecce, ed. a c. di P. Palumbo, in
« Rivista Storica Salentina », p. 88) scrive (a. 1696) di un mons. Vincenzo della
Marra tentino, che, nel libro del vescovo Ruotolo (p. 178), è, invece, detto De Maria e
segnato come appartenente ai Chierici' regolari lateranensi.
Fra i vescovi nati nella diocesi ugentina (pp. 71-2) bisogna aggiungere mons.
Francesco Surgente che, nativo di Montesardo, fu professo in S. Andrea della Valle
di Roma il 7 marzo 1614. Arcivescovo di Brindisi, consacrò la chiesa di S. Irene di
Lecce il 14 marzo 1639. Fu poi vescovo di Monopoli. (Cfr. A. Panettera, Notizie
della Città di Lecce, ed. a c. di P. Palumbo, in « Rivista Storica Salentina », p. 53).
Chierico regolare e vescovo di Mileto fu mons. Marcello Filomarino, cui si dovè
il 1735 la ricostruzione e l'abbellimento della cappella di S. Michele nella chiesa
parrocchiale di Supersano (Ruotolo, pp. 275-6), fratello del teatino e vescovo di
Gallipoli mons. Oronzo (1700-1741) (Cfr. F. A. P. Coco, Cenni storici di Squinzano,
Lecce 1922, App.ce, doc. XVIII, p. 361).
***
Pure il Liaci (L'antico fonte battesimale del Duomo di Gallipoli, con int.ne a c.
di M. Paone, in questa Rivista, V, 1963, n. 20) rammenta i due vescovi teatini di
Gallipoli, mons. Vincenzo Capece (1596-1620) e mons. Oronzo Filomarino (1700-1741)
entrambi napoletani (B. Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Napoli
1836, pp. 467-8 e pp. 484-8), nonchè un religioso teatino professo in S. Irene di Lecce,
di origine gallipolitana, P. D. Giovanni Genuino.
Del primo riferisce (pp. 405-7), dandone la traduzione in italiano, il brano della
S. Visita (1599), interessante il fonte battesimale, che del presule documenta largamente la scrupolosa sollecitudine pastorale, accennando brevemente (p. 407) alle
opere di splendida magnificenza compiute dall'altro in favore della Cattedrale
gailipolitana.
Del Genuino, figlio dell'artefice Vespasiano, è, infine, sommario accenno a
p. 410, n. 17 bis.
***
I regesti delle pergamene dell'archivio familiare del Venerabile Vincenzo M.a
Morelli conservati nella Biblioteca provinciale di. Lecce pubblica Michela Pastore, in
« Studi Salentini », IV, 1959, n. 8, pp. 411-30.
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Da essi si rileva l'origine da Copertino dell'antico casato, mentre utili
notizie si danno su Bernardino, eccellente matematico e musico e Francesco
Saverio, entrambi fratelli del santo prelato (sui quali cfr. G. M.' Monfor te, Vita
del Venerabile Servo di Dio Vincenzo M." Morelli Chierico Regolare ed Arcivescovo di Otranto etc., Napoli 1835, pp. 11-2 e 9; S. Panareo, L'istruzione in Terra
d'Otranto sotto í Borboni, in « Rinascenza Salentina », IV, 1936, n. 4, p. 273 e
p. 280, n. 3).
* * *
L'andare sulle orme del Venerabile Vincenzo M." Morelli in Terra d'Otranto è
stato il pio volere, ed è pure il titolo dell'agile scritto comparso in questa Rivista
(V, 1963, n. 19, pp. 309-13, con 1 ill.ne) che ha guidato l'itinerario percorso con intelletto d'amore, sostando sui luoghi che conobbero il servizio pastorale dell'affascinante figura dell'arcivescovo Morelli, vanto di Lecce e di Otranto e gloria dell'Ordine,
dal P.D. Francesco Andreu.
Segnalando come l'articolo si aggiunga utilmente agli scritti dovuti al teatino
Raffaele M." Persone (Cenni biografici sul Ven. Vincenzo M. Morelli Teatino ed Arcivescovo di Otranto estratti dal giornale « Il Vessillo della Verità » che si pubblica in
Lecce, ivi 1889, Pp. 68) e al mons. Luigi Muscari (Compendio della Vita del Venerabile
Servo di Dio Vincenzo M." Morelli dei Chierici Regolari Teatini Arcivescovo di Otranto, Taranto 1932, Pp. 100, con 2 ill.ni), ricordiamo, come segnala il Canonico
Penitenziere della Cattedrale di Lecce, D. Ugo De Blasi, che un esemplare del Catechismo del Venerabile si conserva in Lecce, nella biblioteca della Curia Vescovile.
MICHELE PAONE
***
« L'uomo di una sola idea, l'idea cristiana, e l'uomo di un solo libro, la Bibbia ».
Ecco in sintesi delineata la personalità di quegli che, al pari del Rosmini e del Gioberti, fu una figura di spicco sulla ribalta del pensiero politico italiano del sec.XIX:
il P. D. Gioacchino Ventura C. R.
Questa la considerazione che mi ha guidato per tutta la lettura di un recente,
pregevolissimo saggio che alla vicenda biografica dell'insigne religioso siciliano ha
dedicato, con grande competenza e non minore zelo, un profondo studioso dei fasti
dell'Ordine dei Chierici. Regolari, il P. D. Francesco Andreu (P. Gioacchino Ventura.
Saggio biografico, estratto da « Regnurn Dei », XVII, 1961, Pp. 1-161, con App.ce di
doc.ti in.ti e con 4 ill.ni), cui molti altri contributi si debbono sulla spiritualità e i più
eminenti personaggi della sua Congregazione.
Nella storia del Cattolicesimo liberale italiano, un posto a sè spetta al Ventura
che, fedele amico del Lamennais, ne condivise, unico in Italia, le dottrine, ma non
gli fu compagno nell'apostasia.
Il P. Ventura fu un Lamennais edizione italiana, privo, bisogna affermarlo, dell'originalità del pensiero del Francese, ma, forse proprio per questo, più fortemente ancorato alla tradizione italiana dominata dal pensiero di S. Tommaso che egli contribui
non poco a porre nelle giusta luce e nel debito risalto.
Nato a Palermo nel dicembre del 1791, Gioacchino Ventura fu allievo dei PP. Gesuiti Spagnoli in Sicilia, ma alla Regola di S. Ignazio certo mal si adattava lo animo
inquieto del Ventura, che, nell'agosto del 1817, lasciava liberamente la Compagnia di
Gesù per rendersi Teatino. Dai Gesuiti però gli derivò la passione per la rinascita
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del tomismo, della quale furono insigni esponenti il Masdeu, il Soldevila, lo Zunica.
Una volta entrato nel nuovo Ordine, il Ventura fece valere la sua forte personalità,
al punto che nel maggio del 1824 tu eletto Procuratore generale della Congregazione
e nel febbraio del 1830 Preposito Generale.
Ma, a questo punto, è necessario che ci fermiamo per analizzare la prima fase
del suo pensiero.
Al cessare della bufera napoleonica, si sentì forte l'esigenza per la Chiesa di ridare il dovuto prestigio alla Sede di Pietro, ai Papi, contro i frammentarismi naziopali. Nacque e si affermò così la corrente u I tramontana che, d'ispirazione reazionaria, raccoglieva coloro che nell'alleanza dell'Altare e del Trono parteggiavano per la
supremazia del primo sul secondo. Il Ventura fu un oltremontano. Ostilissimo ai liberali ed alla « febbre tricolore », traduce varie opere degli ultramontani francesi (De
Maistre, De Bonald, Lamennais) e fonda l'Enciclopedia Ecclesistica, attaccando
l'indifferenza, la tolleranza e le Costituzioni « che legano le mani ai Principi ».
Nel 1824, il Ventura s'incontra con Lamennais; ormai si delinea il conflitto che
la Restaurazione non è riuscita a sanare, fra il Trono e l'Altare, tra centralizzazione
e decentralizzazione, tra vecchio e nuovo.
Il Ventura, infatti, seguendo il Lamennais, cercava nel Senso comune, dopo il
fallimento della Ragione, il criterio della certezza; nel Senso comune quindi, nella
Chiesa intesa nel suo aspetto istituzionale depositaria, della Verità nei secoli.
Isolata, infatti, la testimonianza offre soltanto una semplice probabilità, nel
Senso comune determina invece una certezza assoluta. E' la Tradizione che offre
questa certezza e gli ultramontani si fanno tradizionalisti.
Sarebbe troppo lungo esaminare in questa sede il Tradizionalismo nei suoi due
aspetti, quello rigido, condannato chiaramente dal Concilio Vaticano I, e l'altro, mitigato, per il quale la condanna è meno chiara. Basterà accennare però come esso riconoscesse alla Ragione una semplice facoltà dimostrativa e non inquisitiva, dimostrativa di verità dato in principio da Dio all'uomo e trasmesse attraverso il linguaggio.
Alla Chiesa, quindi, come al criterio della certezza in generale, dovevano essere
subordinate le Monarchie, criterio della certezza in temporalibus. Ben sappiamo però come le varie teste coronate dell'epoca tendessero a riprendere
sulle Chiese nazionali quel controllo che, sino alla Rivoluzione francese, nessuno aveva loro negato, ed a porsi, pertanto, in un rapporto di parità con Roma.
Sulla validità dei Concordati si ruppe perciò l'unità tra ultramontani e gallicani. I
primi, come consideravano lesive del principio d'autorità le Costituzioni, così reputavano contrari all'ordine naturale delle cose i Concordati.
Di questa prima fase del pensiero del. Ventura, ricordiamo la collaborazione prestata dal 1824 al « Giornale Ecclesiastico » di Roma, i suoi rapporti con gli altri ultramontani italiani, in special modo col Baraldi di Modena, la raccolta delle lezioni
da lui tenute in quegli anni alla Sapienza, sotto il titolo De jure publico ecclesiastico, uscite nel 1826, e nelle quali esponeva il suo sistema teocratico. Quest'opera suscitò le ire della diplomazia europea ed il Teatino fu costretto a rinunziare all'insegnamerito. Due anni appresso vide la luce il De methodo philosophandi, sintesi del suo
pensiero filosofico. In quest'opera, il Ventura si rifaceva all'autorità di S. Tommaso,
ma, come giustamente osserva la Cristofori in Il pensiero filosofico di Padre G.
Ventura, i testi dell'Aquinate il più delle volte sono mutili ed interpretati a rovescio, in favore delle tesi tradizionaliste.
Ma ritorniamo al Ventura politico.
Quando in Francia il Lamennais ruppe con la Monarchia di Carlo X, il Ventura
la seguì anche se con qualche esitazione. E' del 1833 lo scritto Dello spirito della Rivoluzione e dei mezzi per farla cessare. In quest'opera, il Teatino dichiara apertamen-
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te il suo amore per la libertà. Se la Chiesa non può contare sui Troni, si allei coi Popoli, sposi il principio di libertà (fratesca, osserva il Montazio nella sua biografia,
perchè derivata dalla Scolastica ed intesa principalmente come decentralizzazione).
Il Ventura non plaude alla Rivoluzione, ma ne riconosce le cause nel dispotismo
dei Principi; non vuole la Repubblica, ma chiede ai Sovrani il regime rappresentativo. Non vuole la resistenza attiva, ma consiglia ai popoli quella passiva e
l'obbedienza attiva; non è ancora per la libertà di coscienza, ma per la libertà
della Chiesa.
E' questo il giusto mezzo che il Ventura conserverà sino alle infuocate
giornate del '48, quel giusto mezzo così caro a tanti cattolici che confondono le
soluzioni avanzate con quelle estremiste.
Dal 1833 al 1846 il Ventura si dedicò ai suoi diletti studi religiosi, abbandonando
la scena politica. Con l'elezione di Pio IX, il Ventura riacquistò nuova fama e divenne uno dei più ascoltati consiglieri del nuovo Pontefice.
Furono quelli, dal 1847 al 1849, tre anni di lavoro intensissimo per il Ventura;
vennero, in quel periodo, a maturazione le sue idee politiche. Nel giugno del 1847, recitò nella splendida chiesa romana dell'Ordine, S. Andrea della Valle, l'elogio funebre di Daniele O' Connell. Il successo fu strepitoso. Il Ventura fece dell'Irlandese il
paladino della libertà ed espresse chiaramente i principi già delineati quattordici
anni innanzi. La Religione senza Libertà è fanatismo, la Libertà senza Religione è
anarchia. Nella seconda parte del suo discorso, il Ventura chiarisce il proprio punto di
vista relativamente alla libertà di coscienza, da lui rivendicata solo nei confronti del
lo Stato laico, ma non a Roma, sede del Papa.
Una sensibile evoluzione del pensiero venturiano è segnata dal Discorso funebre
per i morti di Vienna (27 novembre 1848) in cui, accanto ad alcuni punti che varranno la condanna all'Indice dell'opuscolo, si nota una presa di posizione più netta nei
confronti dei problemi del tempo.
La resistenza attiva è giustificata; i caduti nella Rivoluzione di Vienna sono morti per la causa della Religione e della Libertà. Il discorso fu pronunziato pochi giorni
dopo la fuga del Papa a Gaeta. Il Ventura ha perso la sua battaglia e con la forza della
disperazione si lancia contro la Curia Romana che avvelena il bell'animo di Pio La
democrazia! ecco la forma di Stato del domani; la sua divisa politica è presa in prestito dal Vangelo », come osserva la Rizzo; la Rivoluzione, dopo essere stata giustificata, viene benedetta.
Nel gennaio del 1849 il Ventura ricevette un biglietto dal d'Harcourt che gli notificava il permesso di Pio IX a far parte dell'Assemblea Costituente.
Schieratosi prima contro la Repubblica Romana, la riconobbe poi di fatto e assistette, quale rappresentante diplomatico del Governo Siciliano, alla Celebrazione
della Pasqua. Ormai il Ventura è per la Repubblica. Il suo amore per la libertà, prima esclusivamente patticistico, perchè in difesa della sola libertà della Chiesa, si va
trasformando in qualcosa di nuovo. Il Teatino comincia ad amare la libertà per se
stessa e si schiera contro il potere temporale del Papa.
Vedendo il crollo della situazione, ai primi di maggio si ritira a Civitavecchia
e il 12 giugno scrive la sua opera più ardita: una lettera ad un « amico e fratello » di
Francia. In questa lettera scongiura il clero francese a scendere nell'agone politico
alla destra del popolo e a non innorridire dinanzi al socialismo.
Nel luglio, il Ventura parte per la Francia; dopo i primi anni di sofferenze, la
sua fama si diffonde anche lì e Napoleone III lo invita a Corte nel 1857 per predicare
durante la Quaresima. Da queste prediche, raccolte insieme, uscì il Potere politico
cristiano a cui fece seguito, qualche anno appresso, il Saggio sul potere pubblico,
le due ultime opere politiche del Ventura.
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In esse ammiriamo la magnifica sistemazione della materia e la profonda cono-
scenza di S. Tommaso, ma il Ventura non si rileva qui altro che un erudito. La
sua elaborazione personale si riduce a poco o nulla; il moderatismo gli ha preso
la mano. Il Ventura è ritornato alle timide — rispetto a quelle del 1849 — posizioni
del 1833.
Mentre nell'elogio cli O' Connell aveva escluso ogni ingerenza del potere laico
nelle questioni di coscienza, qui ritorna a considerare l'Imperatore un vescovo
esterno. Per quel che riguarda l'Unità d'Italia, il Ventura, fedele alla sua libertà
fratesca, sognò un'Italia confederata con molti centri di potere e con larghissime
autonomie locali. Fu un anticipatore di idee nuove nella sua speranza di una
Sicilia unita federativamente all'Italia e persino agli Stati Uniti.
Morì nell'agosto del 1861 nella pace della Chiesa (già 1'8 settembre 1849 aveva
aderito alla condanna del suo Discorso funebre sui Morti di Vienna). Interessanti
furono i suoi rapporti col Lamennais e coì cattolici liberali italiani. Ma, come mai,
ci chiediamo, il primo finì apostata e l'Italiano no? Il Lamennais cercava nella
Chiesa solo il criterio della certezza, il Ventura, nato nella Chiesa, le attribuì anche
questo compito. La differenza con i cattolici liberali italiani sta nel fatto che, mentre
il Ventura vuole l'autorità della Chiesa inter homines, i primi vogliono la libertà in
interiore homine, gli ultimi vogliono la libertà della Chiesa e dalla Chiesa, il Teatino
solo la prima.
Ma, ora che un sommario profilo dell'uomo e del pensatore è compiuto, il libro.
che mi sta dinanzi, reclama un sia pur breve cenno di esame. Dirò solo che esso è
condotto con aggiornata ed approfondita conoscenza dei testi e delle fonti; è di notevole importanza per la cospicua documentazione, il largo corredo bibliografico ed
archivistico e per la fluida eleganza e la bella piacevolezza dello stile. Per queste
peculiari caratteristiche, il saggio rappresenta senza dubbio un validissimo contributo alla conoscenza del Ventura e la base per ogni studio successivo ed approfondito che si vorrà fare sull'opera filosofica e politica del Teatino.
Gioacchino Ventura, attraverso il saggio del P. D. Francesco Andreu, ha
trovato finalmente l'Autore che ne ha saputo mettere in chiaro la dottrina e
l'opera spesa per la libertà.
STANISLAO NATALI
Lecce, 10 novembre 1963.
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