Retina Suisse Giornale – Journal 1-2/2005 Esce quattro volte l’anno L’associazione d’aiuto reciproco di persone con retinite pigmentosa (RP), degenerazione maculare, sindrome di Usher e altre malattie degenerative della retina Impressum Redazione: Christina Fasser e Renata Martinoni Retina Suisse, Ausstellungsstrasse 36, 8005 Zurigo Tel. 044/444 10 77, fax 044/444 10 70 E-mail [email protected], www.retina.ch Testo italiano: Renata Martinoni Impaginazione e stampa: KSD Kohler, 8033 Zurigo Giornale parlato: Unitas, 6850 Mendrisio Abbonamento annuo: è compreso nella tassa sociale Il Giornale esce: in italiano, francese e tedesco, in versione scritta e su cassetta Conto postale: CP 80-1620-2 Siamo grati per ogni offerta! No. 95–96, ottobre 2005 Sommario Editoriale (Ch. Fasser) .................................................... 3 In memoriam ............................................ 5 Ricerca Novità dal congresso ARVO (Ch. Fasser) ................................................. 6 Stabilizzata la capacità visiva in caso di AMD: informazioni sui risultati degli studi di fase-III del Ranibizumab (Ophta 5/2005) ....................................................... 9 Degenerazione maculare correlata all'età: l’operazione della cataratta è un fattore di rischio (ZAP) ......................... 12 Interesse per le protesi visive: che cosa si aspettano le persone interessate? (R. von Gizycki et al.) ................................. 17 Lenti filtranti e AMD? Presto una ricerca presso la clinica oftalmologia di Tübingen (S. Trauzettel-Klosinski) ............ 30 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 Vivere con ... La questione dell’immagine di sé delle persone con handicap (E.-M. Glofke-Schulz) ................................. 33 La più vasta collezione di lampadine tascabili del mondo (I. Gartmann) ............ 46 A chi serve il braille? (R.-M. Lüthi) ............ 54 Comitato Notizie dal comitato (Ch. Fasser) .............. 59 Stephan Hüsler si presenta ....................... 60 Consigli e informazioni La Mobiliare assicura gli apparecchi acustici (pro audito schweiz) .................... 61 Leggìo con illuminazione .......................... 62 Novità Accesstech SAG .............................. 64 Tastiera da computer ................................. 65 L’AMD alla radio della Svizzera tedesca ... 65 A proposito... Quanti riguardi o dell’incapacità di parlare dei nostri problemi (K. Gerull) ..... 66 Le date da ricordare .............................. 69 2 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 Editoriale Care lettrici, cari lettori «Un po’ di corrente d’aria per fare chiarezza. Sorrido. E mi faccio di nuovo coraggio». Leggendo queste righe di Konrad Gerull non potei fare a meno di pensare che era proprio così che anch’io mi sentivo ... E non solo nella vita privata bensì anche sul lavoro. Per la nostra associazione è giunto il momento di fare una pausa di riflessione per rivedere la propria strategia. Per molti anni abbiamo continuato a ripetere che ci impegnavamo per trovare degli approcci terapeutici. Oggi gli approcci terapeutici sono alle porte o si trovano addirittura in fase d’applicazione concreta. Questa situazione pone la nostra associazione di fronte a sfide totalmente nuove. Le opportunità terapeutiche per le persone con degenerazione maculare correlata all'età nei prossimi mesi si moltiplicheranno. E devono essere accompagnate da un’informazione capillare. In agosto il nostro comitato si è costituito a nuovo. Philipp Schläppi e Susan Kuranoff si sono ritirati dal comitato alfine di poter dedicare tutte le loro forze all’attività professionale. Con le nuove facce in comitato abbiamo acquisito anche nuove idee e possiamo avvalerci di «forze fresche». Phi- Giornale Retina Suisse 1–2/2005 3 lipp e Susan hanno sì lasciato il comitato però si tengono a disposizione per compiti particolari. Susan continuerà inoltre a fungere da persona di riferimento a livello nazionale e internazionale per le questioni relative allla sindrome di Refsum. «Un po’ di corrente d’aria per fare chiarezza» vale anche per le nostre pubblicazioni. Le stiamo infatti aggiornando o rifacendo completamente. Questo lavoro esige però tempo e energie se vogliamo rimanere fedeli ai nostri elevati standard di qualità. Per le pubblicazioni oltre al tempo e alle energie ci vogliono anche mezzi finanziari. Siamo perciò grati ai nostri membri che ci sostengono con tutte le forze. In giugno ricevetti da un membro di lunga data una semplice email che mi invitava a mandargli un bollettino di pagamento perché voleva fare un’offerta a Retina Suisse. Alla fine risultò che Franz Meierhans compiva 60 anni e che invece di regali avrebbe chiesto agli ospiti della festa di compleanno di fare un’offerta alla nostra associazione. Infatti poco dopo entrò un pagamento di 2'000 franchi. Da parte nostra ancora una volta congratulazioni e mille grazie! Buona lettura e un cordialissimo saluto da Christina Fasser 4 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 In memoriam Con tristezza ricordiamo due persone che hanno determinato per anni la vita della nostra associazione. Poco prima di Pasqua decedeva a Winterthur Lize Meier-Spargaaren. Lize ha partecipato alla creazione e allo sviluppo dei gruppi d’aiuto reciproco di persone con degenerazione maculare correlata all'età e diretto fin dall’inizio gli incontri di Coira, Winterthur e San Gallo. Lize seppe svolgere quell’attività con molta umanità, capacità d’immedesimazione e professionalità. Alla fine di agosto abbiamo preso congedo da Susi Donada, una delle fondatrici della nostra associazione. Susi ha perso la battaglia contro la sua grave malattia. Molti di noi ricordano Susi come personalità allegra e ottimista, sempre pronta a ridere di cuore. Susi conobbe però anche molti momenti difficili ed era sempre molto comprensiva nei confronti delle persone che facevano fatica ad accettare la RP. Susi fu sempre molto attiva e impegnata in parecchie organizzazioni, in particolare nello sport handicap e presso la Caritas per i ciechi. Fu membro di comitato di Retina Suisse quando essa si chiamava ancora associazione svizzera di retinite pigmentosa e continuò a coltivare contatti personali con molti dei Giornale Retina Suisse 1–2/2005 5 nostri membri anche dopo la sua uscita dal comitato. Entrambe ci mancano e di entrambe serberemo grato ricordo. Alle loro famiglie porgiamo sincere condoglianze. Novità dal congresso ARVO • Christina Fasser, Servizio di consulenza Retina, Ausstellungstrasse 36, CH-8005 Zurigo ARVO è una parola magica per i ricercatori attivi nel campo dell’oftalmologia. Ma cosa si nasconde dietro quell’acronimo? ARVO sta per American Association for Research in Vision and Ophthalmology. Con il passar degli anni vi aderirono sempre più organizzazioni straniere, tanto che oggi esse ne costituiscono la maggioranza. E così l’ARVO divenne la maggiore organizzazione nel suo campo. Ogni anno l’ARVO organizza nella prima settimana di maggio un grande congresso scientifico al quale partecipano tra 9’000 e 12’000 ricercatori e ricercatrici provenienti da tutti i continenti per presentare i risultati dei loro lavori. Tema di tutti i colloqui di un simile incontro di ricercatori è ovviamente la ricerca. E all’ARVO si 6 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 instaura sempre un clima molto favorevole allo scambio reciproco di informazioni e saperi. Per me, quando partecipo all’ARVO, la sfida più grossa è sempre di decidere quali conferenze seguire e quali poster guardare. Come presidente di Retina International ho la fortuna di prendere parte ogni anno alla riunione del comitato scientifico internazionale e sentire così direttamente dalla bocca dei protagonisti gli ultimissimi sviluppi della ricerca. Sono passati pochi anni da quando in quelle riunioni a tenere banco era un unico tema, la ricerca fondamentale pura. Per i pazienti ciò significava una volta ancora munirsi di pazienza e aspettare. Nel 2004 e nel 2005 i temi dominanti furono invece le informazioni sui tentativi terapeutici. Mi colpì in modo particolare il fatto che quest’anno (2005) si parlò per la prima volta di un tentativo terapeutico su persone con RP. Il professor Paul Sieving presentò infatti i risultati di una ricerca di fase-1 con il CNTF (cilliary neutrophic factor), un fattore di crescita del quale nella sperimentazione animale si poté dimostrare che riusciva a rallentare il progredire della degenerazione delle cellule della retina. Questo primo tentativo ebbe grande successo, infatti nessuna delle persone che vi parteciparono subì effetti collaterali seri. Visti questi buoni risultati, i ricercatori coinvolti ottennero l’autoGiornale Retina Suisse 1–2/2005 7 rizzazione ad avviare la ricerca di fase-2 con 40 pazienti affetti da RP e 40 pazienti affetti da degenerazione maculare correlata all'età. Lo scopo era di determinare i dosaggi del farmaco, necessari per ottenere risultati positivi. Se anche questa fase sarà coronata da successo si passerà a una terza fase destinata all’esame dell’efficacia del farmaco su un numero molto più vasto di pazienti. All’ARVO si parlò inoltre di sperimentazioni con tutta una serie di nuovi farmaci da impiegare per la forma umida della degenerazione maculare correlata all'età. In quest’ambito si va profilando l’opportunità di disporre a breve di svariati farmaci per le diverse forme della malattia. Una conferenza durata un intero giorno era dedicata alla vista artificiale. In questo settore di ricerca i progressi sono enormi. Sentiremo certamente presto maggiori nuove sull’impiego dell’occhio bionico a livello umano. 8 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 Stabilizzata la capacità visiva in caso di AMD: informazioni sui risultati degli studi di faseIII del Ranibizumab Una ricerca di fase-III sul Ranibizumab (Lucentis), un farmaco in pieno sviluppo, arrivò a toccare il suo primo picco d’efficacia, il mantenimento della capacità visiva in presenza della forma umida della degenerazione maculare correlata all'età (AMD). Dopo un trattamento con iniezioni di Ranibizumab durante un intero anno circa il 95% dei pazienti con una AMD umida minima o occulta aveva conservato o migliorato la capacità visiva. Quale obiettivo d’efficacia per questa fase della ricerca era stata fissata una perdita dell’acuità visiva inferiore a 15 lettere dell’alfabeto sulla tavola ETDRS (Early Treatment of Diabetic Retinopathy). Nei pazienti del gruppo di controllo quelli che riuscirono a conservare l’acuità visiva precedente erano il 62%. La differenza, situata al livello p<0.0001, era molto significativa. Rispetto alla situazione all’inizio della ricerca, nei pazienti trattati con l’anticorpo dopo 12 mesi l’acuità visiva era significativamente migliorata (picco finale secondario) mentre nel gruppo di Giornale Retina Suisse 1–2/2005 9 controllo l’acuità visiva era diminuita. Questi risultati furono presentati in occasione del 23. simposio annuale dell’American Society of Retina Specialists (ASRS) tenutosi a Montreal (Canada). Rispetto al gruppo di controllo, gli effetti collaterali che si presentarono più frequentemente nel gruppo delle persone trattate con il Ranibizumab erano leggeri o di media gravità e comprendevano in particolare delle emorragie della congiuntiva, dolori agli occhi e opacizzazioni del corpo vitreo. Effetti collaterali gravi a livello di occhi si presentarono solo raramente (<1%), segnatamente in forma di uveite o endoftalmite. Per quanto attiene agli effetti collaterali gravi non interessanti gli occhi non risultò nessuna differenza tra il gruppo di controllo e il gruppo trattato con il farmaco. Il Ranibizumab è un frammento di anticorpo umanizzato, che lega e inibisce il fattore di crescita vascolare endoteliale A (VEGF-A) in tutte le sue isoforme. VEGF svolge un ruolo decisivo nell’angiogenesi. Il frammento attraversa più facilmente la retina ed è verosimile che abbia una maggiore affinità con il VEGF che l’anticorpo integrale Bevacizumab. Per la ricerca citata, intitolata «Minimally classic/occult trial of the Anti-VEGF antibody Ranibizumab (formerly, RhuFab) in the treatment of Neovascular AMD» (MARINA), furono reclutati negli USA 716 pazienti con una AMD umida classica, minima o occulta. 10 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 La randomizzazione era di 2:1 e la sostanza iniettata nel corpo vitreo era il Ranibizumab rispettivamente una pseudo-iniezione. Al momento sono in corso due ulteriori sperimentazioni di fase-III con l’anticorpo: l’una mette a confronto in forma randomizzata multicentro doppia cieca due diversi dosaggi del Ranibizumab con la terapia fotodinamica con verteporfina. La ricerca comprende 423 pazienti negli USA, in Europa e Australia, affetti in massima parte da una AMD neovascolare classica. I risultati sono attesi ancora nel 2005. La ricerca di fase-IIIb denominata PIER contrappone, pure in forma randomizzata doppia cieca, due diversi dosaggi della sostanza a delle pseudo-iniezioni. Essa interessa 184 pazienti con AMD umida. Il reclutamento dei pazienti per questa seconda fase di sperimentazione si concluse nel primo trimestre del 2005. In: Ophta 05/2005 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 11 Degenerazione maculare correlata all'età: l’operazione della cataratta è un fattore di rischio Una delle più felici esperienze che paziente e oculista possono vantare è la buona riuscita dell’operazione della cataratta. La graduale perdita della capacità visiva dovuta a una degenerazione maculare correlata all'età (AMD) è invece un’esperienza molto frustrante sia per il paziente sia per la o l’oftalmologo curante. A tutt’oggi non esiste una terapia che aiuti la maggioranza delle persone colpite da quest’affezione a salvare la vista. Le indicazioni sui modi di prevenire la malattia arrivano quasi sempre troppo tardi. Una ricerca pubblicata recentemente sulla rivista Ophthalmology ha rilevato l’esistenza di un nesso causale tra la terapia chirurgica dell’una e la patogenesi dell’altra affezione visiva. Tanto la cataratta quanto la degenerazione maculare correlata all'età hanno in comune svariati fattori di rischio; il più importante è senz’altro l’età, tuttavia anche un’eccessiva esposizione alla luce, determinati aspetti dell’alimentazione e il vizio del fumo sono presi in considerazione quali cause o quali elementi che accelerano l’insorgere 12 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 della malattia. Non di rado, poco tempo dopo un riuscito intervento di cataratta, gli oftalmologi osservavano delle modifiche della macula, del genere neovascolarizzazione coroidale. Non era però quasi mai chiaro se queste modifiche del fondo dell’occhio sussistessero già prima dell’intervento, ma semplicemente non visibili in quanto letteralmente nascoste dal velo dell’opacizzazione del cristallino. Dopo la valutazione statistica di due grosse ricerche epidemiologiche, la Beaver Dam Eye Study e la Blue Mountain Eye Study, non sussiste più nessuna ragione plausibile a sostegno dell’ipotesi della preesistenza di modifiche sul fondo dell’occhio di pazienti operati di cataratta. La Beaver Dam Study venne svolta dalle cliniche oftalmologiche universitarie di Madison (Wisconsin) e di Sydney a partire dal 1988. Entrambe le ricerche miravano a una valutazione della frequenza e del decorso di importanti affezioni visive quali la cataratta, il glaucoma e la degenerazione maculare correlata all'età. A cinque anni dall’inizio della ricerca i partecipanti furono sottoposti obbligatoriamente a esami oftalmologici per verificare la diagnosi iniziale. Giornale Retina Suisse 1–2/2005 13 Incidenza decisamente maggiore dell’AMD nelle persone operate di cataratta Suddividendo gli oltre 6'000 partecipanti alla ricerca in gruppi d’età la presenza della degenerazione maculare correlata all'età era, come c’era da aspettarsi, strettamente correlata con l’età. Nel gruppo delle persone sotto i 60 anni essa riguardava lo 0,04 – 0,06% mentre superava il 6% nei probandi di più di 80 anni. Che l’occhio destro fosse più spesso colpito da ADM del sinistro può essere considerato come un fatto curioso, ma non rappresenta di certo un riconoscimento nuovo scaturito dalla recente ricerca. Facendo capo all’abituale prassi biomatematica dei cosiddetti adattamenti all’età dei probandi e al luogo della ricerca, gli autori calcolarono un fattore di rischio del 3,7 (per l’occhio destro) e del 3,9 (per l’occhio sinistro) per l’insorgenza di una AMD neovascolare nel periodo successivo all’intervento di cataratta. A livello di percentuale di incidenza questo significa il 4,2% rispettivamente il 4,1% nei probandi operati di cataratta rispetto allo 0,4% – 0,3% delle persone che in un controllo effettuato 5 anni dopo il primo esame possedevano ancora il cristallino naturale. Per l’insieme delle degenerazioni maculari correlate all'età di carattere grave (neovascolarizzazione coroidale oppure atrofia geografica) i 14 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 calcoli effettuati davano una frequenza del 6% – 7,5% (occhio sinistro) per le persone operate di cataratta mentre solo lo 0,7% delle persone con il proprio cristallino sviluppavano una AMD con grave perdita dell’acuità visiva. Per contro gli autori non riuscirono a riconoscere un’altrettanto evidente legame causale tra la forma di cataratta e il rischio di contrarre una AMD. Essi non poterono constatare una relazione tra cataratta nucleare e degenerazione maculare correlata all'età e neppure tra un’opacizzazione corticale e una AMD con neovascolarizzazione coroidale. Per contro trovarono una relazione statisticamente significativa con l’atrofia geografica. Cura e osservazione postoperatoria potrebbero diventare molto importanti Il riassunto delle constatazioni degli oftalmologi statunitensi e australiani è chiaro: il rischio di contrarre, nel giro di 5 anni, una degenerazione maculare correlata all'età clinicamente rilevante è fino a cinque volte maggiore nelle persone cui venne asportato il cristallino rispetto alle persone non operate, della stessa età e sesso e con le stesse abitudini in fatto di fumo. Questa notevole scoperta potrebbe essere dovuta alle mutate condizioni in cui l’occhio si trova a funzionare dopo l’intervento chirurgico. Una delle cause Giornale Retina Suisse 1–2/2005 15 potrebbe essere l’esposizione alla luce, ma non è affatto escluso che vi siano «degli altri fattori finora non ancora presi in considerazione e associati sia alla cataratta che alla degenerazione maculare correlata all'età». La correlazione rilevata tra l’intervento oftalmologico più frequente (in molti paesi si tratta addirittura dell’intervento chirurgico più frequente in assoluto) e la AMD dovrebbe portare a un’approfondita riflessione e indurre gli addetti ai lavori a riconsiderare l’indicazione per l’intervento, il metodo chirurgico, la terapia prima e dopo l’operazione nonché l’osservazione postoperatoria dei pazienti. Bibliografia: Wang, J., Klein, R., Smith, W., Klein, B. E. K., Tomany, S., Mitchell, R: Cataract Surgery and the 5-Year Incidence of LateStage Age-Related Maculopathy. Ophthalmology 110: 1960-1967 (2003) Tratto da: Zeitschrift für praktische Augenheilkunde no. 25: 81-84 (2004) 16 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 Interesse per le protesi visive: che cosa si aspettano le persone interessate? • Rainald von Gizycki, Florence Duret, Géraldine Michaux, Claude Veraart, Jean Delbeke Secondo stime recenti, in Europa vivono 300'000 pazienti con una distrofia degenerativa della retina (retinite pigmentosa RP, malattia di Stargardt, degenerazione maculare). Molte di queste persone potrebbero trarre beneficio da una protesi visiva. Con un simile ausilio visivo si arriverebbe anche a una diminuzione non indifferente dei costi della salute. Basti pensare che in Germania ogni anno le casse malati pagano almeno 1 miliardo di Euro quale indennizzo alle persone con handicap visivo. Al momento, a livello mondiale sono in scorso 16 progetti per la sperimentazione di protesi visive. In alcuni di essi si è già arrivati a innestare le protesi negli occhi di persone con RP per un periodo di tempo prolungato. Esistono quattro metodi d’impiego di protesi visive, diverse tra di loro a dipendenza del punto di stimolazione scelto per attivare le cellule ancora funzionanti del sistema visivo: Giornale Retina Suisse 1–2/2005 17 • • il metodo Epiret di stimolazione sulla retina il metodo Subret di stimolazione sotto la retina • il metodo del nervo ottico per stimolare i filamenti del nervo ottico • il metodo della corteccia visiva per stimolare la zona della corteccia visiva. Dato che a livello mondiale sono già più di venti i tentativi di innesto di protesi visive in persone con retinite pigmentosa, una ricerca sul grado di accettazione si impone nel modo più assoluto. Essa dovrebbe fornire informazioni empiriche sull’atteggiamento e sulle aspettative delle persone direttamente interessate affinché quanti sono chiamati a decidere, a livello privato e pubblico, siano in chiaro su come e quando le protesi visive sono disponibili e richieste. L’inchiesta tra le/gli utenti partiva da due ipotesi essenziali: • L’«esperienza visiva» dei pazienti con degenerazione visiva rappresenta uno dei massimi fattori decisionali in funzione dell’accettazione o meno di una protesi visiva. • I principali elementi di questa «esperienza visiva» sono la diagnosi stessa nonché il decorso e la gravità del deficit visivo. 18 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 La ricerca ebbe inizio con cinque interviste di carattere narrativo della durata di 2–4 ore con persone affette da degenerazione retinica. I risultati di queste interviste portarono a un allargamento e a una più precisa formulazione delle ipotesi iniziali nonché alla stesura definitiva delle domande del «questionario per gli utenti». Subito dopo si passò all’inchiesta vera e propria presso i pazienti. Venne usato un questionario, sottoposto in precedenza a test e comprendente 26 domande in massima parte chiuse (concetti e indicazioni scalari). Le interviste furono fatte da due intervistatori sperimentati negli anni 2003 e 2004 utilizzando il telefono o la posta elettronica oppure recandosi presso le persone da intervistare. La valutazione avvenne nel quadro delle due ipotesi essenziali sopra citate e delle relative variabili determinate empiricamente, raccolte in una griglia complessa di fattori condizionanti e di variabili d’obiettivo («griglia delle variabili»). Le caratteristiche del gruppo dei pazienti intervistati: • totale persone intervistate: N = 54 (100%) • nazionalità delle persone intervistate: soprattutto belgi e tedeschi; in totale sette nazioni europee Giornale Retina Suisse 1–2/2005 19 • • • • • diagnosi: • retinite pigmentosa/coroideremia: 39 (72%) • sindrome di Usher: 8 (15%) • degenerazione maculare giovanile: 7 (13%) età media: 54 anni (± 15 anni) sesso: • uomini: 30 (55%) • donne: 24 (45%) situazione familiare: • nubili o celibi/vedove o vedovi: 30 (56%) • con partner di vita/coniugati: 24 (44%) situazione professionale: • al beneficio di una rendita: 35 (65%) • non beneficiarie/i di rendite: 19 (35%). Le caratteristiche del gruppo esaminato sono tipiche della struttura sociale di pazienti con degenerazioni retiniche, in particolare per l’elevata parte di persone al beneficio di una rendita nonostante l’età media «attiva» nonché per l’elevata parte di uomini e di persone nubili/celibi e della suddivisione dei tipi di diagnosi. La domanda sul grado del deficit visivo venne volutamente posta in termini di autovalutazione. In tal modo si ottennero informazioni sull’espe- 20 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 rienza visiva soggettiva e sul suo influsso sull’atteggiamento nei confronti della propria malattia nonché riguardo alle questioni dell’accettazione e delle terapie. Delle persone interrogate 52 caratterizzarono il loro deficit visivo nel modo seguente: • handicap visivo lieve: 11 (21%) • handicap visivo grave: 30 (58%) • cecità: 11 (21%). La perdita successiva della capacità visiva, per es. delle persone con RP, può portare a importanti modifiche del progetto di vita. Basti citare la riduzione delle attività del tempo libero, la perdita del posto di lavoro, il divorzio e le depressioni e finanche la propensione al suicidio. Stupisce perciò poco che il 93% delle persone intervistate (N = 40) dica che l’handicap visivo ha mutato in modo significativo la loro vita. E grande è la fatica ad accettare la menomazione. Le persone affette sono in chiaro sul naturale decorso della loro malattia visiva e prendono già decisioni di carattere «anticipatorio» che indirizzano la loro vita in una direzione che in realtà non avevano progettato, per esempio in quanto rinunciano ad avere figli o non abbracciano la professione che avevano sognato. Agli stadi precoci della malattia le persone affette non sono Giornale Retina Suisse 1–2/2005 21 perciò praticamente mai pronte ad accettare la loro malattia: solo il 45% delle persone con handicap lieve accetta la malattia come «parte della propria vita» oppure come «non risolvibile» mentre l’80% delle persone che dichiarano un handicap visivo grave e il 69% di quelle cieche ci riescono. In particolare le persone con handicap visivo grave valutano la loro malattia come purtroppo (non ancora) «risolvibile». Tale giudizio sembra dovuto alle esperienze negative fatte con vari approcci terapeutici. Infatti, oltre i tre quarti degli intervistati con handicap grave (79%) ha preso parte ad almeno un tentativo di terapia. Di tutti e tre i gruppi di persone con handicap visivo sono quelli con handicap grave a desiderare più ardentemente una terapia che porti a successo (47% rispetto al 20% di quelli che si dichiarano ciechi). Questo desiderio va di pari passo con la forte esigenza di preservare il residuo visivo di cui ancora dispongono. In queste loro aspirazioni cercano il sostegno di persone in situazione analoga. Infatti quasi i due terzi degli intervistati con handicap visivo grave (63%) sono attivi in gruppi d’auto-aiuto o vi sono perlomeno iscritti. Questo atteggiamento risulta, per contro, nel 44% delle persone con handicap visivo lieve e nel 36% dei ciechi, entrambe percentuali decisamente infe- 22 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 riori a quelle delle persone con handicap visivo grave. Per le persone con menomazione visiva le protesi visive rappresentano un’alternativa terapeutica relativamente nuova. Mentre il livello d’informazione degli intervistati in merito alle protesi visive è in generale assai basso, le persone organizzate in gruppi d’auto-aiuto sono piuttosto ben informate. Ciò vale soprattutto per quelle con handicap grave. Il 60% di esse dice di essere «molto bene informato/a» o «sufficientemente informato/a», il che rappresenta il doppio rispetto alle persone con handicap visivo lieve (30%) o rispetto ai ciechi (27%). La differenza più evidente tra persone con handicap visivo grave e persone cieche sussiste a livello di ricerca di informazioni in campo medico in Internet. La ricerca in Internet delle persone con handicap visivo grave supera di oltre tre volte quella dei ciechi (il 65% rispetto al 18%). Qui entra indubbiamente in gioco la difficoltà di accesso a Internet dei ciechi e il fatto che in media sono più anziani degli altri intervistati. Citiamo a titolo di confronto che l’accesso a Internet delle persone con handicap visivo lieve è del 60%. A proposito dell’atteggiamento di principio nei confronti delle protesi visive, gli intervistati venGiornale Retina Suisse 1–2/2005 23 nero interrogati a tre livelli di domande facenti riferimento alla prosecuzione della ricerca sulle protesi, all’interesse individuale di ricevere una protesi e alla valutazione del potenziale successo di ulteriori sviluppi delle protesi. Ne risultò un vasto assenso nei confronti della ricerca nel campo delle protesi visive, il 98% dei 54 intervistati sosteneva infatti l’opportunità di continuare le ricerche. La disponibilità a farsi innestare una protesi visiva risultava invece minore, pur essendo percentualmente notevole. Il 72% degli intervistati indicava che in caso di sopravvenuta cecità sarebbero stati pronti a prendere in considerazione l’innesto di una protesi visiva. L’inchiesta manifesta tuttavia anche un certo scetticismo nei confronti dell’attuale ricerca sulle protesi visive. Solo il 40% delle persone con handicap visivo lieve e il 43% di quelle con handicap visivo grave credevano che la tecnologia in questione avrebbe sfondato presto. Questo dubbio era condiviso da più della metà delle persone cieche (55%). Visto che i ciechi sono meno bene informati, questo atteggiamento sembra rispecchiare piuttosto «un auspicio» mentre le persone con un residuo visivo dispongono probabilmente di informazioni ben maggiori sui problemi reali che incontra lo sviluppo delle protesi. 24 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 Ci si aspetta un vantaggio reale dalle protesi visive da innestare ed esso è ovviamente messo in relazione con i rischi dell’intervento. Per «vantaggio» gli intervistati intendono un miglioramento generale della capacità visiva nonché il ricupero di capacità visive specifiche. Le cinque attese maggiormente citate (oltre il 90% di assensi) sono: • il ricupero delle capacità d’orientamento e mobilità • il ricupero dell’autonomia nella vita quotidiana • il miglioramento generale della capacità visiva • la capacità di riconoscere i visi • il ricupero della capacità di leggere. I rischi chirurgici dell’innesto di una protesi visiva che gli intervistati conoscono sono (risposte tra l’80 e il 90%): • il timore di un danno cerebrale • i rischi chirurgici • l’impossibilità di asportare più tardi la protesi visiva • il timore di un ripetersi della fase di lenta perdita della vista. Le interviste, nel loro insieme, nonostante la mancata significatività statistica dei risultati, permettono di tirare le seguenti caute conclusioni: Giornale Retina Suisse 1–2/2005 25 a) le persone affette da degenerazione retinica desiderano che le ricerche nel campo delle protesi visive siano portate avanti. Una grande maggioranza degli intervistati è anche pronta, in caso perdessero completamente la vista, a prendere in considerazione l’inserimento di una protesi visiva nell’occhio; b) sembra esserci un legame tra la difficoltà ad accettare l’handicap visivo e l’interesse a far curare la propria affezione visiva. Le persone che meno bene sanno accettare l’handicap visivo sono le più propense nei confronti delle protesi visive (e verso altre forme di trattamento); c) le persone con handicap visivo grave sono maggiormente interessate agli approcci terapeutici per la loro malattia di quelle colpite meno fortemente o di quelle cieche. Le persone più interessate alle terapie sono anche quelle che cercano maggiormente informazioni e desiderano aderire a gruppi d’autoaiuto; d) visto l’elevato numero di «attivisti delle terapie» e in pari tempo un desiderio generale piuttosto tiepido nei confronti delle terapie sembra sussistere in molti degli intervistati una certa «dissonanza cognitiva» nei confronti dei tentativi terapeutici sulla «propria 26 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 pelle». Nonostante gli insuccessi degli approcci terapeutici finora praticati l’interesse e gli sforzi per ulteriori terapie rimangono largamente immutati. È perciò presumibile che quest’atteggiamento abbia un effetto positivo sulla propensione ad accettare una protesi visiva; e) per quanto riguarda lo stadio delle ricerche e l’utilità delle protesi visive le organizzazioni d’aiuto reciproco e i ricercatori (nonché i futuri portatori di una protesi visiva) rappresentano delle fonti d’informazione degne di fede. Soprattutto il gruppo-obiettivo delle persone cieche dovrebbe considerare maggiormente queste fonti d’informazione e non dare ascolto soltanto ai media in generale. A questo punto non si può predire se le elevate attese dei pazienti con distrofie della retina nei confronti di una terapia per le loro malattie saranno soddisfatte, in particolare con delle protesi visive. (1) A titolo illustrativo ecco due esempi: Il responsabile del progetto Epiret 3 presso il politecnico di Aquisgrana (Renania-Westfalia), il professor Mocwa, sul «bollettino online d’informazione oftalmologica» (14.6.2005): «La protesi visiva permetterà di riconoscere delle immagini schematiche quali contorni e Giornale Retina Suisse 1–2/2005 27 forma delle cose nonché di distinguere il nero dal bianco». (2) La prima paziente cieca a causa di una retinite pigmentosa, cui nel 1998 fu innestata mediante un intervento intra-craniale una protesi nel nervo ottico (progetto OPTIVIP), dopo l’operazione era in grado, grazie a dei fosfeni, di localizzare e afferrare degli oggetti. Per contro un anziano paziente RP, cui era stato praticato un intervento intra-orbitale, a un anno di distanza non ottiene ancora impressioni visive tali da farne un uso di qualche utilità. Nonostante gli euforici rendiconti dei mass-media, anche i risultati presentati all’ARVO 2005 in merito ai progetti in corso negli Stati Uniti non riuscirono a convincere. A tutt’oggi in nessuno dei tentativi fatti si ottenne qualcosa di lontanamente paragonabile alla vista naturale. Se perciò in futuro gli specialisti che mettono a punto degli implantati visivi, per esempio degli implantati retinici finalizzati al mantenimento di un residuo visivo naturale (come annunciato di recente dalla ditta Optobionics), non è escluso che nascano nuovi dubbi etici sia nelle persone interessate sia nelle commissioni etiche. In questo preciso caso parliamo di quegli implantati che interagiscono con una retina parzialmente capace di funziona- 28 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 re. Le organizzazioni tedesche dei pazienti, che hanno partecipato in modo decisivo al lancio della ricerca sulle protesi visive in Germania, in particolare Pro Retina Deutschland e.V., sono estremamente reticenti a esprimere giudizi sui risultati finora ottenuti. De facto parlano unicamente del ricupero di una «ben modesta capacità visiva». Appare invece certo che l’efficacia delle protesi visive e delle nuove terapie per le malattie retiniche non potrà che migliorare. Osservazione: il presente articolo riassume i risultati di un sotto-progetto della «empirica», un’organizzazione specializzata in ricerche sulla comunicazione e la tecnologia Sarl, Bonn. Il sotto-progetto fu svolto nel quadro del progetto europeo «OPTIVIP» («Optimization of a Visual Implantable Prosthesis»), realizzato per incarico dell’UCL/ GREN (Université catholique de Louvain a Bruxelles/Laboratoire de génie de la réabilitation neurale). Indirizzo per la corrispondenza: [email protected] Giornale Retina Suisse 1–2/2005 29 Lenti filtranti e AMD? Presto una ricerca presso la clinica oftalmologica di Tübingen • Prof. dott. med. S. Trauzettel-Klosinski e S. Schuchardt, clinica oftalmologica universitaria, Schleichstrasse 12 – 16, D-72076 Tübingen Le pubblicazioni sul tema dei filtri-barriera, soprattutto se in combinazione con affezioni della macula, sono rare. I filtri-barriera trovano impiego nelle malattie che comportano un’elevata sensibilità all’abbagliamento e una ridotta visione dei contrasti. Tutti i filtri-barriera assorbono le radiazioni UV e la luce blu visibile. La luce blu a onde corte ha energia molto elevata e porta a una maggiore dispersione della luce e di conseguenza alla riduzione dei contrasti e a un forte abbagliamento, in particolare quando i mezzi di rifrazione dell’occhio sono opacizzati. Rispetto ai filtri convenzionali, i filtri-barriera hanno il vantaggio di «tagliare via» in un punto precisamente definito dello spettro luminoso una parte dello stesso. Ciò permette l’assorbimento di tutta l’irradiazione al di sotto di questo limite. In presenza di alcune affezioni degenerative della retina, per esempio nella retinite pigmentosa, usando 30 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 lenti con filtri-barriera si arriva a migliorare la visione dei contrasti. Tuttavia è tipico che questo aumento del contrasto è percepito in modo molto diverso da paziente a paziente. Ricerca sulla visione dei contrasti Finora nessuna ricerca scientifica si è chinata sull’interrogativo a sapere se anche nelle persone con degenerazione maculare correlata all'età si possa ottenere un miglioramento della visione dei contrasti mediante filtri-barriera. Un’indagine della clinica oftalmologica di Tübingen dovrebbe ora appurare l’influsso dei filtri-barriera sulla visione dei contrasti in pazienti con degenerazione maculare correlata all'età, prestando particolare attenzione alle attività specifiche delle persone anziane quali per esempio la lettura. La ricerca in questione, prevista presso il consultorio per disabili della vista della clinica oftalmologica di Tübingen, rientra in un lavoro di diploma svolto sotto la direzione della professora Trauzettel-Klosinski. Perno del lavoro sarà la determinazione dell’acuità visiva a distanza e della sensibilità ai contrasti in 3 gruppi di pazienti di cui il primo si sottoporrà agli esami senza filtri particolari (ma con lenti con la migliore rifrazione possibile), il secondo si servirà di lenti protettive (con il 50 percento di assorbimento delle radiazioni) e il terzo sperimenterà due diversi filtri-barriera Giornale Retina Suisse 1–2/2005 31 (450 nm rispettivamente 527 nm). L’acuità visiva sarà esaminata tramite la lettura di numeri o lettere dell’alfabeto di grandezza variante fino alla soglia di riconoscimento. La sensibilità al contrasto al centro del campo visivo sarà esaminata con tavole con numeri e lettere dell’alfabeto dal contrasto ridotto. In seguito verrà utilizzato un nuovo test per esaminare la sensibilità al contrasto paracentrale. La capacità visiva sarà esaminata mediante un test di recente realizzazione che paragona il riconoscimento di caratteri a pieno contrasto (nero al 100 percento) e a contrasto ridotto (nero al 10 percento) con la misurazione contemporanea della velocità di lettura. Per concludere, oltre alla valutazione oggettiva i probandi saranno interrogati sulle loro impressioni soggettive a proposito dell’effetto dei diversi filtri. Con questa ricerca la clinica oftalmologica di Tübingen si ripropone di ottenere una risposta all’interrogativo a sapere se questi filtri-barriera portino a un miglioramento della visione dei contrasti in pazienti con AMD. Alla ricerca possono partecipare, indipendentemente dallo stadio della malattia, persone con diagnosi di degenerazione maculare correlata all'età in almeno un occhio. 32 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 La questione dell’immagine di sé delle persone con handicap • Eva-Maria Glofke-Schulz, psicologa diplomata, Germania «Tutti voi siete individui!» Brian: Anche voi siete individui! I discepoli (ripetendo in coro): Sì, siamo tutti individui! Brian: E siete ognuno diverso dall’altro! I discepoli: Sì, siamo del tutto diversi l’uno dall’altro. Uno del gruppo grida: Io no! I discepoli: Psst! Brian: Ognuno di voi dovrebbe provare a scoprire da sé come stanno le cose. (Monty Python: Vita di Brian) Nel 2004, in occasione dell’«anno europeo delle persone con handicap», non volendo accontentarci di bei discorsi e di frasi banali di sicuro effetto sul pubblico, non volendo ricalcare l’interrogativo «ho un handicap e ora che faccio?» fu giocoforza inserire una pausa di riflessione per chinarci sull’immagine che noi stessi ci facciamo delle persone con handicap e del relativo ruolo Giornale Retina Suisse 1–2/2005 33 nell’attuale contesto sociale. Da qualche anno due pietre miliari affiancano la via della partecipazione paritaria senza barriere alla vita della società. Si tratta del divieto di discriminazione (art. 3 cpv. 3 della costituzione tedesca) e la legge sulla parità di diritti entrata in vigore nel 2002. Lo sfrenato progresso tecnologico fa sì che le persone con handicap riescano ad accedere, mediante mezzi ausiliari sempre più sofisticati, a settori finora inaccessibili. Dall’altro lato, in tempi di casse pubbliche vuote e di una sempre più frenetica competizione nel mondo del lavoro nonché delle raffinate possibilità della diagnostica preimplantatoria e prenatale, la vita delle persone con handicap è vieppiù marginalizzata. Lo sconvolgente giudizio, decretato pochi anni or sono dalla corte costituzionale di Karlsruhe, ne è un esempio palese. In questo campo di tensione, caratterizzato dalla polarizzazione crescente delle opinioni, vivere con un handicap si fa più difficile e nel contempo cresce l’esigenza di posizionarsi chiaramente. Una malattia dagli effetti incisivi o un handicap che cambia radicalmente la vita producono innanzitutto un grossissimo scossone identitario. Siccome la malattia o l’handicap incombente rappresentano delle vere e proprie lacerazioni nella loro biografia, all’apice della crisi le persone colpite non sono in grado di sviluppare nuove identità e progetti di vita ricchi di 34 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 senso e atti a favorire l’integrazione nella società. Aldilà d’ogni possibile misura per risolvere la crisi e di ogni azione mirata alla riabilitazione, il compito fondamentale consiste nel trovare/ritrovare la propria identità. Nel contesto del tema qui trattato non è questione di autostima affermata con frasi di carattere generale (come hanno fatto i giovani nello scorcio di film presentato all’inizio). Come il nostro (involontario) eroe Brian purtroppo inutilmente tenta di spiegare ai suoi discepoli, ognuno e ognuna deve cercare da sé la propria strada. Per questo motivo mi limiterò a formulare alcune riflessioni onde dare qualche spunto per questa ricerca individuale, tenendo tuttavia presenti alcuni principi fondamentali del concetto di identità dell’essere umano. Anche se l’umanità spesso mi appare come un branco in corsa senza testa e senza meta e quindi i miei molti dubbi in merito all’immagine positiva dell’umanità appaiono più che giustificati, continuo a partire dall’ipotesi che l’essere umano sia fondamentalmente un soggetto capace di agire attivamente, dotato della ragione e in grado di assumere delle responsabilità, un soggetto che riflette su sé stesso e possiede doti di progettualità, un soggetto alla ricerca del senso della vita e desideroso di crescere moralmente. Seppure, visti i capricci di un imprevedibile destino, le frontiere tra l’incapacità vissuta o reale e l’agire responsaGiornale Retina Suisse 1–2/2005 35 bile e l’attitudine a risolvere i problemi sono fluide e non sempre ben definite, non siamo neppure esposti passivamente ad ogni colpo del destino. Al contrario, possediamo la capacità di rispondere in modo cosciente e attivo anche ad esigenze estreme che la vita ci presenta, pur ammettendo che il picco massimo fattibile può variare da persona a persona. Infine vorrei fare riferimento a un fatto basilare, da sempre considerato dalla filosofia e dalla religione, a sapere che i percorsi di vita, individuali e collettivi, non sono mai lineari e esenti da contraddizioni e non si dipanano secondo una logica dall’apparenza razionale. Questi percorsi sono piuttosto gravati da contraddizioni irrisolvibili e seguono regole proprie, imperscrutabili ai nostri occhi. Hermann Hesse scriveva: «Il nostro destino è di riconoscere con certezza le contraddizioni, in primo luogo in quanto contrari e in un secondo tempo in quanto poli di un’unità» (in «Il gioco delle perle di vetro»). Tra i compiti di sviluppo che dobbiamo affrontare sta quello di provare e riprovare finché abbiamo trovato la nostra personale posizione tra poli così diversi quali il bene e il male, la vita e la morte, la lacerazione e l’integrità, la luce e l’ombra, il desiderio d’agire e il bisogno di tranquillità, la chiarezza delle idee e il dominio inconscio dei sensi, la struttura e il caos, la speranza e la disperazione. Tenendo ben presenti questi mo- 36 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 delli identitari vorrei formulare alcuni interrogativi in merito a una serie di polarità che ritengo essenziali, polarità tra le quali dobbiamo continuare a muoverci nella ricerca della nostra identità di persone con handicap. Non sarà perciò mai questione di scegliere tra due possibilità bensì di vivere nel bel mezzo di contraddizioni autentiche o apparenti, unite tra di loro come le due facce di una medaglia. Posizionarsi tra i poli malattia – salute Vivo il mio handicap come una malattia (da combattere in tutti i modi) e quindi mi sento malato o malata? Oppure il mio handicap è semplicemente una variante della norma corrente, che per certi aspetti mi limita, ma che non appena ho trovato un modus vivendi con tutto ciò che il mio handicap comporta a livello fisico, mentale e sociale nonché di ordinaria quotidianità mi fa sentire comunque sana ai sensi dell’OMS (la definizione di persona sana propagata dall’organizzazione mondiale della sanità OMS abbraccia l’insieme di benessere fisico, mentale e sociale)? Che significato ha questo mio modo di vivere sull’approccio con me stesso o me stessa e per il mio interagire con il mondo? Deficit – diversità La nostra definizione di sano/sana o di malato/ malata è strettamente connessa con il modo con Giornale Retina Suisse 1–2/2005 37 cui gestiamo l’handicap, cioè se lo viviamo principalmente come un deficit che ci fa apparire inferiori nei confronti delle persone «normodotate» oppure se lo consideriamo come una caratteristica individuale che ci distingue dagli altri in un preciso punto di vista. Un modo di considerare le cose all’insegna del motto «l’essere diversi è normale». Senza handicap – con handicap In presenza di una malattia che progredisce molto lentamente o che si manifesta con attacchi ripetuti (quale per esempio la retinite pigmentosa o la sclerosi a placche) nasce un nuovo interrogativo. Le persone affette si chiedono per quanto tempo ancora e fino a quale punto non debbano ritenersi handicappate e a partire da quale stadio della malattia e in quali frangenti della vita invece lo siano. Qui la questione non è semplicemente quella dell’etichetta che ci affibbiamo e delle conseguenze che ne deriveranno. No, la problematica risiede nella risposta che diamo a noi stessi perché essa è di grande significato per come gestiremo la vita quotidiana. Quella risposta incide per esempio sull’accettazione e sull’impiego o meno di mezzi ausiliari tecnici rispettivamente sul nostro continuare ad arroccarci su norme, capacità, tecniche di vita quotidiana del mondo normale – spesso a costo di sforzi imma- 38 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 ni. Ovviamente anche questi interrogativi toccano molto da vicino il sentimento della nostra identità. Non a caso, infatti, le persone che si trovano in uno stadio intermedio della malattia dicono di non sentirsi «né carne né pesce». Caratteristiche divergenti – caratteristiche comuni Dalla ricerca sui pregiudizi sappiamo che le persone normali spesso vedono gli individui handicappati come dei diversi. Questo significa mettere l’accento su ciò che divide, ignorando ciò che unisce. Un simile approccio favorisce l’emarginazione delle persone con handicap, che a loro volta spesso fanno propria quest’immagine. In quale modo mi distinguo dalle persone normali? In quali settori desidero poter essere diverso o diversa? Dove invece è importante vedere ciò che ci unisce e anche poterlo mettere in pratica? Dipendenza – autonomia Come gestisco il fatto che in determinati settori e frangenti ho bisogno dell’aiuto di terzi in misura maggiore di quanto lo abbiano le persone senza handicap? Questo fatto mi fa sentire dipendente? Oppure riesco a conservare la mia autonomia (mentale e psicologica)? E poi, come fare per distinguere autonomia e autarchia (presunta)? Fino a che punto sono cosciente del fatto che l’aver bisogno degli altri e la dipendenza reciproca soGiornale Retina Suisse 1–2/2005 39 no condizioni basilari dell’esistenza umana e che allora esse riguardano per principio anche le persone che non hanno un handicap (ma che possono più facilmente negare l’esistenza di questi bisogni fondamentali)? Potrebbe addirittura darsi che le mie riflessioni sull’handicap mi aiutino a raggiungere una libertà mentale e psicologica che senza il difficile compito di vedermela con l’handicap forse non avrei mai raggiunto? Adattamento – individualità Cosa rappresenta per me il concetto di «integrazione», un concetto usato sempre e dappertutto, ma poco suffragato da riflessioni? Lo intendo come un adattamento unilaterale ai requisiti e alle norme delle persone senza handicap? Dove, senza riflettere sul perché e sul come, mi adeguo ai valori e alle norme di altre persone con handicap, mettendomi così sotto pressione e vivendo così una sensazione di alienazione? Dove è indispensabile e necessario adattarsi? Dove trovare degli spazi per vivere in modo autonomo e non conforme alle norme generali? Quale significato potrebbe avere l’«integrazione» per la coesistenza tra individui con e senza handicap, una coesistenza nella quali gli uni possono imparare dagli altri? Che effetti ha il mio concetto di integrazione sul modo con cui vivo la mia identità e autostima? 40 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 Di peso o d’arricchimento per la società? Come mi arrangio con il fatto che produco dei costi (assegni per ciechi, assistenza sul posto di lavoro ecc.) che la comunità assume e per di più in tempi di casse pubbliche vuote o che si stanno svuotando? Che impatto hanno questi costi sulla mia immagine intrinseca e sulla mia posizione nella società in un’epoca in cui i metodi diagnostici e soprattutto la diagnostica prenatale si fanno sempre più precisi e quindi mettono sempre più in discussione i costi prodotti dagli handicap? Mi sento in colpa e mi sembra di essere un peso morto? O ritengo l’impegno finanziario supplementare di cui abbisogno un diritto connesso con la convinzione che le persone con handicap costituiscono una parte inderogabile e valida della società, di una collettività che da questi suoi membri può trarre insegnamento e arricchimento? In quale preciso ambito di questa società vedo il mio compito specifico di persona con handicap? Limitazione o allargamento delle mie prospettive di vita Come supero le numerose rinunce che devo accettare quando la vista man mano se ne va (non poter più leggere, fare fotografie, andare in bicicletta o guidare l’automobile, ammirare dei dipinti, riconoscere i visi della gente ecc. ecc.)? Sento che il progredire dell’handicap visivo limita Giornale Retina Suisse 1–2/2005 41 sempre più la mia vita o che addirittura essa perde sostanza e senso? Riesco, nonostante le inevitabili limitazioni, a conquistare nuovi spazi esistenziali e a dare nuovo senso alla vita? Posso in tal modo godere di arricchimenti che senza l’handicap forse non avrei mai scoperto? Potrebbe allora essere che io intensifichi le opportunità insite nei sensi ben funzionanti imparando per esempio a riconoscere le voci degli uccelli o dedicandomi maggiormente ai miei interessi musicali. Le numerose occasioni di attività e di incontro in organizzazioni di aiuto reciproco possono essere fonte di gioia. Potrebbe darsi che la relazione con il mio cane-guida, molto più sentita di quella con gli altri animali domestici, rappresenti una nuova grande soddisfazione. Potrebbe darsi che la «massima carica di adrenalina» io non debba procurarmela praticando sport estremi (spesso in modo incosciente) bensì ce l’abbia essendo capace, dopo aver fatto un training di mobilità, di trovare un luogo in ambiente sconosciuto. Potrebbe darsi che i miei ritmi, fattisi per forza più lenti, mi insegnino a gestire in modo diverso le risorse di tempo e in tal modo a liberarmi un poco dalle «manette» che un mondo sempre più frenetico e eccitato impone all’uomo. Non da ultimo e in tutta franchezza devo pormi la domanda se non già prima dell’instaurarsi dell’handicap incontravo delle difficoltà nella gestione della vita quotidia- 42 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 na, nel trovare il senso delle cose, quei problemi insomma per cui oggi erroneamente attribuisco la colpa all’handicap. In casi estremi un’eccessiva riflessione sul proprio handicap, che allora diverrebbe il contenuto principale della vita, potrebbe addirittura servire (almeno apparentemente) a colmare una mancanza di senso della vita già presente in precedenza. Arresto – sviluppo Il doversi confrontare con la malattia degli occhi rispettivamente con l’handicap in un primo tempo interrompe lo sviluppo della persona. Può per esempio darsi che segni bruscamente la fine di una promettente carriera professionale. Nel mio articolo spero comunque d’aver saputo mostrare in quali vasti modi la riflessione su un handicap possa portare a importanti sviluppi della personalità, sviluppi che vanno ben oltre l’accettazione in senso stretto dell’handicap. Per il fatto che non possiamo più fare tutto quanto vorremmo, abbiamo la chance di imparare a concentrarci sull’essenziale. Seguendo la psicologia dello sviluppo di Erik Erikson sappiamo che proprio le più svariate crisi esistenziali danno una spinta decisiva al processo di creazione dell’identità in quanto ci obbligano a ripensare in piena coscienza come siamo e come siamo posizionati rispetto al nostro mondo. Karl Jaspers scriveva in merito: Giornale Retina Suisse 1–2/2005 43 «Nel corso dello sviluppo, la ,crisi’ rappresenta il momento in cui tutto si capovolge e l’essere umano ne esce trasformato. Può allora prendere nuove decisioni o esser travolto dalla situazione. È la storia di vita (...) che porta le vicissitudini al loro apice, al punto in cui si deve decidere. Limitandosi ad opporre resistenza agli sviluppi in corso, l’essere umano può fare il vano tentativo di tenere aperte le opzioni senza decidere. Allora saranno però gli altri a decidere sul suo conto, semplicemente perché la vita continua comunque.» (Karl Jaspers: Psicopatologia generale, 1965) Osservazioni conclusive: Al di là dell’individualità Le riflessioni che ho qui esposto riguardano alcuni dei variegati campi di tensione nei quali ci muoviamo nel corso della ricerca di una nostra specifica identità in quanto persone con un handicap. In tempi di crescente individualizzazione della persona in contesti comunitari sempre più all’insegna della solitudine individuale vorrei invitare a riflettere su punti di vista di carattere spirituale che considerano il singolo essere nel suo fare parte del grande insieme cosmico. In quest’accezione, come persona con handicap sono parte di una totalità che senza di me sarebbe un po’ meno completa e allora la questione del 44 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 senso delle cose si pone in modo leggermente diverso. Non sarà più il caso di chiedermi che senso abbia la vita per me bensì quale sia il senso della mia presenza in questa vita e precisamente nel mio essere specifico di persona con handicap. E allora, in virtù della mia situazione di persona con handicap, proprio io potrò mettere in questione valori culturalmente acquisiti, ma che non giovano alla salute del nostro pianeta quali le norme della produttività e della meritocrazia, le fantasie collettive della fattibilità assoluta, il modo di gestire le limitazioni della vita umana ecc. ecc. Vorrei incoraggiare le lettrici e i lettori a chinarsi sulle riflessioni proposte in quest’articolo e a svilupparle in una specie di gioco fantasioso. E vorrei pure incoraggiare quanti mi hanno letto a non avere timore di seguire dei percorsi non convenzionali nella ricerca della loro identità. Da Retina Aktuell no. 3/2004, bollettino di Pro Retina Deutschland Giornale Retina Suisse 1–2/2005 45 La più vasta collezione di lampade tascabili del mondo • Ines Gartmann (email: [email protected]) Circa 13 anni or sono un oculista mi annunciava che avevo una predisposizione alla maculopatia. Mi spiegò che vedeva un punto sulla mia retina da tenere d’occhio. Siccome mia nonna aveva contratto una degenerazione maculare correlata all’età a 98 anni, pensai che era lecito ritenere che avevo ancora molto tempo davanti a me. Allora non sapevo nulla delle diverse forme della malattia. Le prime impressioni che «qualcosa non funzionasse a dovere» le registrai, ma per farmi andare dall’oculista ci volle la spinta dell’ottico presso il quale da anni compravo gli occhiali. La diagnosi di «maculopatia da miopia» mi colpì molto duramente. Appena un anno prima avevo deciso di cambiare mestiere e avevo anche ripreso a lavorare parzialmente in proprio. L’oculista mi consegnò un opuscolo di Retina Suisse, altre informazioni me le procurai in Internet. I problemi su cui ritornerò più in basso aumentavano continuamente e nonostante una buona capacità visiva sulla distanza (grazie alle lenti a contatto) avevo l’impressione di non vedere bene. Tuttavia 46 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 nessuno sembrava volerci credere. Fu così che alla fine del 2003 presi contatto con Christina Fasser di Retina Suisse a Zurigo e in pari tempo mi annunciai a titolo provvisorio all’assicurazione invalidità. Dopo due ulteriori mesi di paure, incertezze e grande sfinimento fisico ebbi un nuovo colloquio con Christina Fasser. In quell’occasione ella mi consigliò di recarmi presso il servizio di consulenza per persone disabili della vista, insistendo pure sulla necessità di un esame lowvision. Quasi allo stesso momento un amico gravemente disabile della vista mi raccomandò di fare un test con le lenti filtranti che il consultorio metteva a disposizione in prova. Già i primi esami fatti a Coira fecero pensare a deficit sparsi del campo visivo. Finalmente sentii che qualcuno mi prendeva sul serio, che qualcuno credeva a quanto andavo dicendo. Seguirono parecchi colloqui di consulenza a proposito di mezzi ausiliari, di lampade per un’illuminazione a giorno, di lenti filtranti e altro ancora. I successivi esami oftalmologici indicarono la presenza, oltre alle perdite di campo visivo, di metamorfosie. Queste immagini doppie continuarono a peggiorare e intanto la cornea e il corpo vitreo si opacizzavano. L’oculista tentò di facilitarmi la situazione sul lavoro con degli occhiali speciali e con una terapia vitaminica con Ocuvite. Mi fece inoltre una fluorangiografia retinica e un esame MRI della testa Giornale Retina Suisse 1–2/2005 47 dopodiché nell’ottobre del 2004, tramite il consultorio di Coira mi iscrissi definitivamente all’AI. «Incoraggiare i pazienti!» A prescindere dal fatto che mi ci è voluto molto tempo, il mio percorso è da considerarsi emblematico. Presso l’Al ho infatti ricevuto al momento giusto le necessarie indicazioni per sapere a chi rivolgermi per ottenere ulteriori aiuti. Eppure anche se il mio racconto può apparire parecchio distaccato tutto ciò non significa che le cose andarono sempre lisce. In casi del genere occorre superare la reticenza ad accedere a un servizio di consulenza e in seguito bisogna vincere l’orgoglio e saper chiedere aiuto. Una persona che nel bel mezzo della vita improvvisamente si trova confrontata con una menomazione visiva ha urgente bisogno d’aiuto per affrontare il problema, dev’essere accompagnata e motivata a non arrendersi. In simili momenti ci si muove sull’orlo di un baratro e spesso una piccola incomprensione del prossimo, un’osservazione da niente, una disavventura, un’ulteriore preoccupazione di tipo esistenziale ci fa vacillare e può farci precipitare nel vuoto. Perciò appello ai medici e al personale specializzato coinvolto di rendere le persone attente alle diverse possibilità a disposizione affinché facciano subito qualcosa per risolvere la loro situazione! Chiedo pure che incoraggino i loro 48 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 pazienti a cercare aiuto e ad accettarlo. Magari ci si reca presso un consultorio «unicamente» per delle lenti filtranti o per una lente d’ingrandimento o qualche altro ausilio banale – eppure un simile passo è spesso preceduto da lunghe sofferenze perché dietro ci sta ben di più che un semplice problema visivo. Per me il servizio di consulenza è diventato il mio principale «punto di riferimento», il luogo in cui convergono tutti i fili, il centro che coordina i contatti con le altre istituzioni, che dispensa consigli pratici, ma anche il posto dove trovo in ogni momento qualcuno pronto ad ascoltarmi, a colloquiare, a tranquillizzarmi e a porgermi i fazzolettini di carta …per asciugare le lacrime che sempre ancora sgorgano abbondanti. È insomma il luogo dove sento di essere capita e presa sul serio. «Pochissima tolleranza sul lavoro» Già poco tempo dopo la diagnosi definitiva dovetti fare fronte alle prime conseguenze concrete della malattia. Sul lavoro si presentarono problemi di vario genere quali lavori che esigevano improvvisamente molto più tempo e mi stancavano molto o non potevano più essere svolti in modo soddisfacente. Facevo per esempio molta fatica a colorare i piani e a ritagliare con precisione dei modelli. Al computer stentavo a mettere a fuoco l’immagine, le tabelle che dapprima mi appariGiornale Retina Suisse 1–2/2005 49 vano «distorte» dopo un po’ di tempo sembravano grovigli di spaghetti, i testi scritti si incurvavano formando delle onde e i numeri non erano più nitidi (ma, sarà uno zero o piuttosto un tre o magari un otto o addirittura un 33?). Davanti agli occhi galleggiavano continuamente delle forme nere, l’occhio destro guardava nella «nebbia» e a seconda del bello o del brutto tempo e del mio stato generale mi si paravano davanti dei «travi diagonali più o meno annebbiati». La paura di fare degli errori, la mania di controllare tutto due volte, le mani sempre gelide e il continuo irrigidimento di tutto il corpo mi rendevano sempre più insicura. La domanda a sapere se ce l’avrei fatta a continuare senza ulteriori grossi problemi mi assillava. Nonostante avessi informato fin dall’inizio i miei colleghi dovetti continuare a ripetere le stesse cose e a giustificarmi. Questo processo mi procurò molte sofferenze. Anche se capisco perfettamente che le persone con vista normale non possono immaginare come veda una persona con handicap visivo, non ne posso comunque più di dover continuare a spiegare perché riesco a vedere il gallo sulla punta del campanile anzi a volte ne vedo addirittura due e poi mi ci vuole un’eternità per riuscire a infilare la zip della giacca a vento. Nonostante mi fossi procurata per iniziativa mia molte informazioni, nonostante mi fossi sottoposta a tutti gli esami medici possibili 50 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 e immaginabili (nota bene quasi tutti durante le vacanze) dovetti farmi dire che mi ero imbarcata sulla via sbagliata, che avevo fatto troppo poco, che lavoravo troppo lentamente, che dovevo riflettere se ero ancora «al posto giusto» e via di seguito. Intanto al mattino mi metto a lavorare un’ora prima del solito perché mi occorre più tempo di un anno fa. Male mi fanno anche certe osservazioni del genere che non dispongo del giusto atteggiamento nei confronti dell’handicap, che una menomazione potrebbe anche essere una chance ecc. ecc. A seconda di come mi sento, queste osservazioni mi fanno saltare in aria o mi fanno scoppiare in lacrime. Comunque sia, la situazione è veramente scoraggiante ed è umiliante sentire che nel mondo del lavoro la tolleranza nei confronti dell’handicap è molto ma molto bassa. «Le cose che non funzionano» Un ulteriore problema sono gli incidenti che si fanno sempre più frequenti. Continuo infatti ad andare addosso ad ostacoli vari perché valuto in modo sbagliato le distanze e allora ho sempre qualche ammaccatura o degli ematomi qua e là. Recentemente mi feci un profondo taglio sulla mano, mi ferii alla tempia sbattendo contro un cancello di ferro di cui non avevo visto la maniglia, anzi la cui maniglia era finita in un «angolo Giornale Retina Suisse 1–2/2005 51 morto» della mia vista. Mi capita di tanto in tanto di cadere dalle scale per non avere notato un gradino. Per questo motivo presso il mio secondo posto di lavoro ho contato i gradini e ora ne so il numero a memoria. A casa mia vigono regole ferree: tutte le porte hanno da essere sempre spalancate, tutte le ante degli armadi sono da chiudere immediatamente, per principio si stira solo alla luce del giorno, ogni stanza è attrezzata di tutte le lampade necessarie e inoltre dispongo di una lampada Dialite (che fa una luce come la luce del giorno) che se necessario mi porto dietro da una stanza all’altra. Inoltre possiedo la più grande collezione di lampade tascabili dell’emisfero boreale... Un altro handicap è la mobilità sempre più compromessa dalla cecità notturna, di cui soffro fin dall’infanzia. Dalla scorsa estate faccio anche fatica a camminare in discesa quando vado in montagna. Per ovviare a questa difficoltà ora uso i bastoni. D’inverno quando il tempo è brumoso ci vedo assai male e allora preferisco spostarmi a piedi, rinunciando allo sci di fondo. Ma la cosa peggiore dell’ultimo anno e mezzo è l’enorme stanchezza, una stanchezza che mi paralizza e limita ulteriormente le mie azioni. Per motivi esistenziali sono obbligata a lavorare più di quanto in realtà le mie forze permettano e questo beninteso sull’arco di sette giorni e non 52 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 più di cinque. Per me stessa, per la mia vita privata, non resta più nessuna energia. «Sprazzi di luce» Siccome ora anche la lettura mi stanca molto in fretta – e questo è tragico per una come me, nata con un libro in mano – ho deciso di acquistare il Victor Classic Reader per «ascoltare» i libri in formato Daisy presi a prestito alla biblioteca braille. Mi capita però anche di comprare dei libri parlati convenzionali o di farmeli prestare dagli amici. Purtroppo devo però constatare che spesso la sera sono anche troppo stanca e troppo impaziente per assaporare dei libri parlati. Di sollievo è il fatto che nel mio villaggio sono bene integrata, che ho degli amici cari e dei colleghi. Questi contatti fanno sì che non mi ritiro completamente nel mio guscio e che perciò non mi isolo del tutto. Anche il lavoro presso la biblioteca comunale mi offre dei contatti con persone interessanti. Dato che ora ho bisogno di periodi più lunghi per rigenerarmi spesso non dispongo dell’energia per ricevere gli amici e invitare gente come in passato. La mia vita si è perciò fatta spaventosamente tranquilla. Le preoccupazioni e i pensieri che mi assillano mi procurano disturbi del sonno e altri problemi fisici, che riconduco al carico psichico. Riesco a riposarmi e a trovare pace facendo lunghe camminate all’aperto, dove la menomazione Giornale Retina Suisse 1–2/2005 53 visiva mi dà meno fastidio, dove posso affinare gli altri sensi e dove l’anima si riprende dallo stress quotidiano. Mi è di aiuto anche il fatto di essermi chinata presto e con grande intensità sulla mia malattia nonché di avere raccolto il più informazioni possibile in merito. Di inestimabile valore è lo scambio d’esperienze nel gruppo dei VIP, dove mi ritrovo ogni mese con altre persone con handicap visivo – un gruppo e un incontro che sono ormai diventati una specie di ancora di salvezza nella mia vita. In: Der Weg 5/2005 A chi serve la scrittura Braille? • Dott. phil. Rose-Marie Lüthi, Talstrasse 4, 9000 San Gallo Comincerò parlando del modo con cui mi avvicinai alla scrittura braille, alfine di usarla poi in tutte le contingenze della vita. In un secondo momento vorrei soffermarmi sulle possibilità che il braille offre alle persone che «ci arrivano» tardi. Come ho scoperto la scrittura braille… Già da giovane mi resi conto che a breve avrei dovuto fare della scrittura braille il mio modo di 54 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 scrivere. Avevo allora 11 anni e di fatto della cosa mi importava assai poco. Per ragioni pedagogiche prendevo lezioni private presso la mia insegnante. Lo scopo era di farmi fare prime esperienze con il braille. Il braille mi affascinava come sistema, ma nella sostanza non mi interessava affatto. Alle medie imparai la scrittura abbreviata presso un amico dei miei genitori, a sua volta molto debole di vista, che praticava questa variante del braille dopo averla studiata quando aveva già una certa età. Anche con lui studiavo il braille per motivi strettamente pedagogici. Era raro che egli mi chiedesse di leggere forte un testo per farmi fare esercizio. A volte riuscivo anche a distogliere il mio insegnante da quest’intento ponendogli un sacco di domande argute! E poi capitò una cosa impensabile: non superai l’esame d’ammissione al ginnasio perché ero a mala pena capace di leggere, per non parlare poi del leggere forte davanti a un’intera classe. Fu la volta che persino io capii che qualcosa doveva cambiare! Passai allora otto mesi a Losanna dove imparai il francese e mi esercitai nella scrittura braille, ovviamente con le sole dita! Nella mia classe tutte le altre allieve erano capaci di leggere così in fretta come mai, nemmeno nei miei momenti di gloria, ero riuscita a leggere i caratteri a stampa. Giurai a me stessa che se ci riuscivano le altre anch’io non sarei stata da meno! Fu Giornale Retina Suisse 1–2/2005 55 così che non leggevo soltanto di giorno, ma che nemmeno nottetempo e a letto rinunciavo alla lettura. Invece di lodare il mio impegno, le educatrici mi rimproveravano, dicendo che disturbavo la mia compagna di camera. Una grossa ingiustizia se penso che quella passava le sue notti sferruzzando sotto le coperte. Ritornata a Zurigo frequentai il ginnasio, dove dovevo farmi dettare molti testi scolastici. Il vantaggio fu che feci grandi progressi nella lettura. Per lungo tempo la cosa più difficile era il leggere forte in classe. Oggi mi piace leggere forte un testo scritto in braille! La scrittura braille rappresenta ormai un importante aspetto della mia quotidianità. In giro per tutta la casa ci sono sparse annotazioni in braille, ci sono pile di libri e di quaderni con i testi usciti dalla mia stampante ... e io faccio l’insegnante di braille, insegno proprio quella scrittura che a suo tempo mi aveva creato così tanti grattacapi! I miei allievi, che si avvicinano tardi al braille, approfittano della mia esperienza e sono stimolati, almeno lo spero, dal fatto che anch’io una volta ero un’«imbranatissima» principiante. E ancora una cosa: se ci vedessi sarei un tipo estremamente visivo. La scrittura braille mi ha aiutato a tradurre le sensazioni visive in espressioni tattili. 56 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 Quali possibilità offre la scrittura braille alle persone che la scoprono tardi? Oggi chi studia la scrittura braille lo fa con insegnanti ben preparati e qualificati. All’inizio si fanno degli esercizi mirati per sviluppare il senso del tatto. I primi testi sono nella cosiddetta scrittura «large cell», nella quale i punti e le lettere dell’alfabeto sono leggermente distanti tra di loro. Passo per passo si studiano così le lettere dell’alfabeto per passare poi a parole e frasi e alla lettura di brevi testi. Una volta che lo/la studente padroneggia la tecnica con le dita si passa alla scrittura standard. E nelle lingue in cui c’è impara forse anche la scrittura abbreviata, che permette di leggere più in fretta una volta «automatizzate» le abbreviazioni. Indipendentemente dal fatto che si usino i caratteri large cell o i caratteri standard, il braille rappresenta un aiuto molto concreto nella vita di tutti i giorni. Serve infatti per contrassegnare le audiocassette, i CD, i barattoli con le spezie e quant’altro – un modo insomma per riconoscere subito tutto ciò che si prende in mano senza dover chiedere nulla a nessuno o senza dover ricorrere a lenti d’ingrandimento o altri mezzi tecnici. Le etichette in braille sollevano anche il cervello da inutili acrobazie mnemoniche del tipo «allora, la cassetta A è in basso a sinistra….». D’altronde il nostro cervello è già sufficientemente allenato se dobbiamo riGiornale Retina Suisse 1–2/2005 57 cordare gli orari del treno e tutto il resto! La linea braille del computer è di grande aiuto pratico perché con essa si può, in modo semplice e veloce, gettare un rapido sguardo con le dita per appurare se si è pescata la lettera giusta e anche per tenersi a giorno in fatto di ortografia. Senza dimenticare che si risparmiano le orecchie, già abbastanza stimolate tutto il giorno. Se si deve fare una conferenza, preparare un colloquio ecc. il braille è pure utile. Anche chi riesce ancora in qualche modo a leggere può servirsi del braille, annotando per esempio alcune parole-chiave a titolo di promemoria e al momento buoni non dovrà preoccuparsi né di una buona illuminazione né di avere scritto in grande e bene. Un fogliettino è sempre più leggero di un computer portatile e a seconda della situazione può fare «più colpo». Anche chi s’avvicina tardi al braille può diventare un bravo lettore o una brava lettrice e questo indipendentemente dall’età. Leggendo un libro con le dita si coglieranno meglio i dettagli e anche i passaggi un po’ spinti. Se nasce il desiderio di rileggere qualche riga basa tornare indietro all’inizio del capoverso e si ricomincia alla velocità desiderata. Se si legge a letto e si è colti dal sonno il dito rimane là dov’era a differenza del libro parlato che continua a parlare anche se l’ascoltarice o l’ascoltatore è già nelle braccia di Morfeo. Il braille non dev’essere un so- 58 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 stituto, bensì un complemento del libro parlato. La lettura attraverso il tatto apre nuove dimensioni del vissuto. A tutte le persone che stanno riflettendo se darsi o no alla scrittura braille vorrei consigliare di non avere esitazioni e di fare perlomeno una prova. Esposto tenuto nel quadro dell’assemblea generale 2005 di Retina Suisse Notizie dal comitato • Christina Fasser, Ausstellungstrasse 36, CH-8005 Zurigo L’assemblea generale 2005 ha nominato per due anni i membri del comitato. Christina Fasser si è ricandidata – per l’ultima volta – quale presidente. Il nuovo vicepresidente è Reto Hotz. Se tutto funzionerà come previsto egli assumerà, nel 2007, la presidenza della nostra associazione e Christina Fasser potrà dedicare tutte le sue forze alla conduzione operativa. In tal modo dovrebbe realizzarsi un desiderio di vecchia data a sapere la scissione dei ruoli di presidente e di responsabile del servizio di consulenza e delle attività dell’associazione. Quali nuovi membri di comitato furono eletti all’unanimità Stephan Hüsler, Mario Giornale Retina Suisse 1–2/2005 59 Capt e Céline Môret. Vennero inoltre rieletti per un altro biennio Myrta Basler-Buser, Rita Filippini e Hansburkard Meier. Stephan Hüsler assume la carica di tesoriere in sostituzione di Susan Kuranoff e Rita Filippini rimane la segretaria dell’associazione. Con i nuovi arrivi disponiamo di una squadra rinnovata e di nuove idee e energie. Essa si è ritrovata all’inizio di luglio per una riunione di riflessione e di pianificazione strategica, che ha prodotto le prime indicazioni per le future linee direttrici dell’associazione. Pensiamo di mettere su carta per la fine dell’anno una prima bozza delle linee direttrici alfine di dare avvìo a una vasta discussione sul futuro di Retina Suisse. Stephan Hüsler si presenta Mi chiamo Stephan Hüsler e vivo con mia moglie e i nostri quattro figli a Kriens presso Lucerna. Lavoro quale consulente alla clientela presso l’UBS SA. Frequentavo le elementari quando mi vennero prescritti i miei primi occhiali. Nonostante che non ci vedessi bene ho fatto servizio militare e ho servito per due anni nella Guardia Pontificia Svizzera a Roma. Nel 2001 i miei scontri con «ostacoli mobili e fissi» si ripeterono così spesso che decisi di consultare i medici della clinica oculistica dell’ospedale cantonale di Lucerna. La diagnosi di «retinite pigmentosa» costituì un auten- 60 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 tico sollievo perché in tal modo il pericoloso fantasma che mi andava perseguitando ricevette finalmente un nome. Nel mio tempo libero canto, sono infatti uno dei tenori del coro della radio della svizzera tedesca, i DRS-Singers. Questo coro si produce ogni anno in pubblico, tra l’altro nel periodo dell’Avvento. Dopo aver frequentato un primo corso di braille ho ripreso a leggere. Nella mia attività di membro del comitato, segnatamente di tesoriere, potrò far valere le mie competenze professionali. Gli anni a venire ci porteranno sicuramente risultati interessanti e appassionanti nel campo della ricerca scientifica. Per tutte le persone con una malattia degenerativa della retina come pure per la ricerca è importante che Retina Suisse possa essere una partner valida e forte. Consigli e informazioni 1. La Mobiliare assicura gli apparecchi acustici Grazie all’impegno di pro audito schweiz, l’associazione dei deboli d’udito, ora è di nuovo possibile stipulare un’assicurazione per gli apparecchi acustici presso La Mobiliare. Questa compagnia d’assicurazioni, la nuova partner di pro auGiornale Retina Suisse 1–2/2005 61 dito, assicura gli apparecchi acustici fino a un valore massimo di 3'000 franchi per apparecchio o 6'000 franchi per due apparecchi. La Mobiliare risarcisce il valore temporale (prezzo d’acquisto dedotto l’ammortamento del 15 percento per ogni anno d’impiego iniziato). La franchigia è di almeno 100 franchi. L’assicurazione copre (in tutto il mondo) danni imprevedibili e improvvisi o la distruzione in seguito a atti violenti per cause esterne nonché il furto o la perdita. Non sono assicurati i danni o la perdita dovuti a incendio o danni della natura, usura, invecchiamento, riparazioni, lavori di garanzia, disturbi tecnici. Il premio unico (per la durata di cinque anni) ammonta a 75 franchi per ogni 1'000 franchi di valore assicurato (inclusa la tassa federale di bollo). Assicurare la somma d’acquisto di 2'700 franchi per un apparecchio acustico costerà allora franchi 202.50. Ulteriori informazioni presso pro audito schweiz e/o La Mobiliare, agenzia generale di Uster, JeanJacques Gueissaz, Bankstrasse 19, casella postale, 8610 Uster 1, tel. 044 905 91 11, fax 044 905 91 12, email: [email protected], www.mobi.ch. 2. Leggìo con lampada Ogni volta che lo specialista prescrive degli ausili visivi dovrebbe includere nelle misure anche l’acquisto di un leggìo. Infatti un leggìo è indispen- 62 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 sabile per assicurare una postura rilassata quando si legge con l’ausilio di mezzi ingrandenti. Inoltre con un’illuminazione ottimale si possono «risparmiare» da uno a due gradi d’ingrandimento. Il nuovo leggìo con lampada incorporata è l’ideale per rispondere al meglio alle due esigenze citate. Dati tecnici: • piano d’appoggio: 40 x 35 cm • materiale: legno d’acero color naturale • 5 diverse inclinazioni del piano d’appoggio • stopper ai bordi per evitare che il libro/il giornale scivoli via • illuminazione: lampada fluorescente compatta 11 W / 900 Im / G 23 / colore 21 • lampada orientabile per illuminare in modo ottimale il libro/il giornale • lampadina di riserva: no. ordinazione 16032 Eschenbach Optik GmbH, Leutschenbachstrasse 46, CH-8050 Zurigo Tel. 044 308 80 30, fax 044 308 80 33, Internet: www.eschenbach-optik.ch, email: [email protected] Altri leggii meno sofisticati si trovano presso il servizio dei mezzi ausiliari dell’UCBC, Niederlenzer Kirchweg 1, Gleis 1, 5600 Lenzburg, Tel. 062 888 28 70, fax 062 888 28 77, email: [email protected] Giornale Retina Suisse 1–2/2005 63 3. Novità Accesstech SA In collaborazione con la Federazione svizzera dei ciechi e deboli di vista FSC, Accesstech SA ha aperto recentemente una filiale a San Gallo. Le persone cieche e ipovedenti residenti nella Svizzera orientale possono ora farsi consigliare nella loro regione. Accesstech è specializzata in soluzioni informatiche adattate, apparecchi di lettura a circuito chiuso e cura in proprio l’istruzione per tutti gli ausili che propone. Visitando il nuovo centro Accesstech ci hanno colpito i seguenti prodotti: SARA – l’apparecchio che sa leggere bene Sara è la risposta giusta per chi desidera un apparecchio di lettura facile da maneggiare, di dimensioni limitate, ma di ottima qualità. Sara è una semplice cassetta provvista di grandi tasti colorati, muniti di marcature tattili. Basterà digitare due soli tasti e già SARA legge i diversi testi che le sono proposti. Sara sa leggere in varie lingue e sa anche riportare correttamente testi scritti su diverse colonne. Dimensioni: 52 x 30 x 12 cm (lungh. x largh. x altezza), peso: 8 kg Apparecchio di lettura a circuito chiuso Strix Strix è il nome di un apparecchio di lettura a circuito chiuso portatile, da usare in casa e fuori per vedere da vicino e da lontano. Strix lavora con 64 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 colori autentici e un forte contrasto negativo o positivo con un’autonomia di oltre 3 ore. Strix è in vendita presso: Accesstech AG, Zentralstrasse 38, 6003 Lucerna, tel. 041 227 41 27, nonché Accesstech AG, Rosenbergstrasse 87, 9000 San Gallo, tel. 071 277 44 11, [email protected]; www.accesstech.ch 4. Tastiera da computer ben contrastata e con maxilettere Oggi sono svariate le ditte che propongono delle tastiere da computer ben contrastate e con maxicaratteri. Tra le ditte in questione annoveriamo Accesstech SA e Agentur Brogle, Neutalstrasse 17, 8207 Sciaffusa, tel. 052 643 52 87 5. L’AMD alla radio della Svizzera tedesca Il 13 luglio 2005 la radio DRS ha proposto una trasmissione sul tema della degenerazione maculare correlata all'età. Vi hanno preso parte anche alcune donne uomini con AMD, che hanno spiegato come vivono questa malattia, che cosa si possa fare per migliorare la qualità di vita in caso di degenerazione maculare correlata all'età e di quanto sia utile partecipare in gruppi di colloquio. Alla trasmissione sono pure intervenuti l’oculista e degli specialisti della riabilitazione. Giornale Retina Suisse 1–2/2005 65 La trasmissione in lingua tedesca è disponibile su CD (al prezzo di costo) presso Retina Suisse (telefono 044 444 10 77 o posta elettronica [email protected]) A proposito... Quanti riguardi o dell’incapacità di parlare dei nostri problemi Recandomi in un luogo che mi è poco familiare percepisco più acutamente come la mia vista peggiori. E mi colpisce come un lampo, una pietra miliare negativa, la perdita di tutto un mondo, che pezzo per pezzo se ne va e mai più ritornerà. In casa dei miei amici, per esempio, dove ogni angolo mi era noto, oggi mi muovo con grande circospezione e sempre mi accompagna il timore di rompere qualcosa. Gli amici se ne accorgono immediatamente. Leggeri come piume, mi aiutano con discrezione e grande naturalezza. Stiamo assieme e chiacchieriamo eppure un tabu si infila tra di noi: 66 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 io ci soffro, voi non siete a vostro agio, ma nessuno parla apertamente del tema che tutti ci affligge. E cosi sprechiamo il nostro tempo, riguardosi e imbarazzati, aspettando che l’altro finalmente dica a voce alta ciò che ci tormenta. Certo, voi temete di farmi male, non volete attirare lo sguardo sulle cose che non vanno. Anche dei segni del tempo che passa, delle rughe, della calvizie e di quant’altro non si parla. O forse ci tenete a mostrare che la mia malattia visiva non vi dà fastidio. Le limitazioni le accettate, per il resto sono rimasto quello di sempre. Anch’io non ne parlo volentieri: non mi va di essere sempre il «cieco». Troppa gente mi ha sempre considerato il «quasi cieco» e non ha mai visto la persona che effettivamente sono. Io stesso ne ho abbastanza del tema che fin dall’infanzia mi accompagna: «ahimé i tuoi occhi, ci vedi sempre peggio, come farai ad arrangiarti nella vita?» E poi voglio comunque evitare di occuparmi troppo del mio male. Giornale Retina Suisse 1–2/2005 67 Anche voi avete un peso da portare e lo portare senza tanto lamentarvi. Senza dimenticare che in quanto uomo non posso mostrarmi così deboluccio perché se mostro la mia tristezza gli altri hanno compassione. Sono queste le ragioni che mi induriscono, che mi rinchiudono in un involucro di pietra ... Un po’ di corrente d’aria per fare chiarezza! Sorrido. E mi faccio di nuovo coraggio. Adattamento di un tema in versi di Konrad Gerull, Germania 68 Giornale Retina Suisse 1–2/2005 Le date da ricordare • • 03.12.2005 Colletta Telethon 22.04.2006 Assemblea generale ordinaria di Retina Suisse a Friburgo Indirizzo: Retina Suisse, Ausstellungsstrasse 36, 8005 Zurigo Tel. 044/444 10 77, fax 044/444 10 70 E-mail [email protected], www.retina.ch Conto postale 80-1620-2