DIOCESI DI PITIGLIANO SOVANA ORBETELLO PRIMO SINODO del TERZO MILLENNIO 28 settembre 2003 - 22 marzo 2005 1 2 Presentazione Il titolo di questo libro sinodale può apparire altisonante, ma in realtà è scaturito da due constatazioni molto semplici: l’impossibilità di stabilire il numero esatto dei sinodi della Chiesa di Sovana nei 1500 anni della sua storia e l’auspicio che altri sinodi possano accompagnare questa comunità in un futuro sempre più intenso di vita cristiana. Un piccolo passo nella storia. Il sinodo ha voluto costituire un piccolo passo nella storia della nostra Chiesa. Ha voluto raccogliere la preziosa eredità del passato, fatta della testimonianza quotidiana di tante generazioni di fedeli e della dedizione generosa di tanti pastori che in questo territorio hanno custodito la fede, tramandandola da un secolo all’altro e consolidandola con forti tradizioni popolari e numerose espressioni di arte e di cultura. Ha voluto però confrontare questa esperienza di fede con le attuali condizioni di vita della popolazione e con le peculiari esigenze di ordine pastorale che sono sembrate più urgenti. Mentre appaiono ormai lontane le pressioni esterne, che in passato hanno cercato di minacciare la sussistenza della diocesi, e si mostra ancora più motivato l’entusiasmo dei sacerdoti e dei fedeli, il sinodo ha inteso incoraggiare questa Chiesa ad esprimere la sua vivacità e a trasmetterla con fiducia alle generazioni che verranno. Un “manuale” per la nostra Chiesa. Il libro, che raccoglie i documenti approvati nel sinodo e promulgati dal vescovo, vuole essere una piccola guida pastorale per la nostra Chiesa, un manuale a disposizione dei parroci e di quanti collaborano con loro per annunciare il vangelo, testimoniare l’amore e dare lode a Dio. Le indicazioni che vi sono contenute abbracciano tutta la vita delle nostre comunità e, se applicate con disciplina e intelligenza, potranno servire non poco a sostenere la nostra comunione e ad alimentare il nostro impegno missionario. Il libro vuole anche presentarsi come strumento di dialogo per tutti coloro che desiderano conoscere la nostra Chiesa e intendono camminare con noi su tutti i sentieri che accomunano quanti cercano la Verità con cuore sincero. 3 Un doveroso ringraziamento. La Chiesa esprime ogni giorno un sentimento costante di riconoscenza al Signore per tutti i suoi benefici. Nella nostra comunità diocesana c’è anche la viva gratitudine per il sinodo appena concluso. Da parte mia ringrazio nuovamente tutti i sinodali e quanti hanno offerto il loro contributo di riflessione e di preghiera. Un grazie particolare a don Mariano Landini, segretario generale del sinodo, per il lavoro silenzioso e puntuale: la sua sollecitudine è stata determinante per giungere alla pubblicazione di queste pagine. Il Signore, che conosce i meriti di ciascuno, ricompensi tutti con l’abbondanza della sua misericordia e con la sua benedizione. + Mario Meini vescovo di Pitigliano Sovana Orbetello 4 PROSPETTO GENERALE DEL LIBRO PARTE PRIMA - VIVERE LA FEDE Documento 1. 1. COMUNICARE IL VANGELO Introduzione Un annuncio per tutti 2. Un diverso contesto sociale. 3. Un impegno di tutti. 4. A favore di tutti 5. I sacri ministri. 6. I religiosi e i laici. 7. Le famiglie cristiane. 8. Le parrocchie. La catechesi e i suoi soggetti 9. L’illuminazione dello Spirito Santo. 10. La famiglia. 11. Le parrocchie. 12. I catechisti. 13. Il mandato. 14. L’ufficio catechistico. La catechesi per l’iniziazione cristiana 15. Importanza dell’iniziazione cristiana. 16. Nuove richieste nella diocesi. 17. Il riferimento alle indicazioni del rituale. 18. L’accoglienza. 19. L’iniziazione degli adulti. 20. L’iniziazione di fanciulli, ragazzi e giovani. 21. I battezzati che devono completare l’iniziazione. 22. I cresimandi adulti. 23. Il battesimo dei bambini. 24. La confermazione dei ragazzi /fanciulli. 25. La comunione ai fanciulli. 26. L’iniziazione cristiana dei diversamente abili. La testimonianza cristiana nella scuola 27. La Chiesa attenta alla scuola. 28. Incoraggiamento a genitori e insegnanti. 29. La comunità cristiana deve collaborare con la scuola. 30. Gli insegnanti di religione cattolica. 31. Le scuole cattoliche. 5 La testimonianza cristiana con i mezzi di comunicazione 32. Nuovi orizzonti. 33. Educare al giusto uso dei media. 34. Incoraggiare quanti operano nel mondo della comunicazione. 35. Attenzioni nella diocesi. 36. Il settimanale diocesano. 37. Attenzioni nelle parrocchie. 38. Attenzioni nei vicariati. La testimonianza cristiana nella cultura 39. La Chiesa evento culturale. 40. L’impegno culturale dei fedeli. 41. La valorizzazione di quanto già è vivo in diocesi. 42. Le parrocchie e la cultura popolare cristiana. 43. La valorizzazione dei beni culturali ecclesiastici. “Andate in tutto il mondo...” 44. La Chiesa in missione nel mondo. 45. Nella missione la Chiesa si rinnova. 46. La responsabilità è di tutti i fedeli. 47. La cooperazione missionaria nelle parrocchie. 48. Conclusione. Documento 2 . 49-50. CELEBRARE I SANTI MISTERI Introduzione Dignità di ogni celebrazione liturgica 51-52. La cura di ogni singola celebrazione. 53. Le celebrazioni con maggiore afflusso di fedeli. 54. Il carattere comunitario delle celebrazioni liturgiche. 55. Liturgia, catechesi e testimonianza della carità. L’assemblea liturgica e i vari ministeri 56. L’assemblea riunita. 57-58. I ministri nell’assemblea liturgica. 59-60. La musica nella liturgia. Gli spazi e i tempi della liturgia 61-62. Gli spazi. 63-64. I tempi. L’iniziazione cristiana ai santi misteri 65. Un momento qualificante. 66. Importanza della celebrazione dell’iniziazione cristiana. 67. L’iniziazione degli adulti. 6 68. 69-70. 71-72. 73-74. L’iniziazione di giovani e ragazzi. Il battesimo dei bambini. La confermazione dei fanciulli/ragazzi. La prima Comunione dei fanciulli/ragazzi. La celebrazione dell’eucaristia e il culto eucaristico 75. Fonte e culmine. 76-77. L’Eucaristia della domenica. 78. L’Eucaristia nei giorni feriali. 79. La concelebrazione. 80-81. Le intenzioni e le offerte per la messa. 82. La comunione agli ammalati. 83-84. L’adorazione eucaristica. Gli altri sacramenti 85-86. La riconciliazione. 87-88. L’unzione degli infermi. 89-90. L’Ordine sacro. 91-92. Il Matrimonio. Le altre celebrazioni liturgiche 93. Introduzione. 94-95. La liturgia delle ore. 96-97. Le Benedizioni. 98. Gli Esorcismi. 99-100. Le Esequie e il culto per i defunti. 101-102.Le processioni. La preghiera cristiana al di fuori delle celebrazioni liturgiche 103-104. La pietà popolare. 105-106. La preghiera personale. 107. Conclusione. Documento 3. 108. TESTIMONIARE L’AMORE Introduzione La vocazione all’amore nella Chiesa 109. La vocazione cristiana all’amore. 110. Vocazione di tutta la comunità cristiana. 111. La scelta preferenziale per i poveri. 112. Accanto alle famiglie che assistono malati e anziani. 113. La comunità cristiana e le nuove povertà. 114. La comunità cristiana e gli immigrati. 115. La comunità cristiana e le istituzioni civili al servizio del bene comune. 7 La Caritas nella diocesi e nelle parrocchie 116. La Caritas e le sue finalità. 117. La Caritas diocesana. 118. La Caritas parrocchiale. 119. I compiti della Caritas parrocchiale. 120. Le “opere segno”. Il volontariato 121. Valore del volontariato. 122. Il volontariato nel nostro territorio. 123. I cristiani impegnati nel volontariato. 124. Le associazioni cristiane di volontariato. 125. La formazione al volontariato. La cooperazione missionaria fra le Chiese 126. Tutto il popolo di Dio deve essere missionario. 127. Segni di collaborazione. Educarci alla giustizia, alla pace e alla responsabilità sul creato 128. Giustizia e pace. 129. Custodia del creato. 130. Responsabilità dei cristiani. 131. La testimonianza. 132. La riflessione. 133. Iniziative specifiche. 134. Conclusione. PARTE SECONDA - NELLA NOSTRA CHIESA Documento 4. LA NOSTRA CHIESA E LE SUE PARROCHIE 135. Introduzione. La nostra Chiesa particolare 136. L’insegnamento del Concilio Vaticano II. 137. Il dettato del Codice di Diritto Canonico e del Catechismo. 138. Le caratteristiche della nostra Chiesa. 139. La nostra responsabilità attuale. 140. La responsabilità personale del vescovo. 141. Il segno della cattedrale. 142. L’apporto e il consiglio di tutti. 143. L’aiuto specifico della curia diocesana. 144. L’ordinamento attuale della curia. 145. Per la missione comune. 8 Le parrocchie nella nostra Chiesa particolare 146. Il dettato del Codice di Diritto canonico. 147. La nota pastorale della CEI. 148. Le nostre parrocchie. 149. Case e scuole di comunione. 150. Comunità in missione. 151. Con il coraggio che viene dallo Spirito Santo. 152. Tutti corresponsabili della missione. 153. La responsabilità dei parroci. 154. Un mandato a cui saper rinunciare. 155. Un servizio alla comunione. 156. Altre responsabilità specifiche. 157. I consigli parrocchiali. 158. Le persone consacrate. 159. Le associazioni. 160. Le nuove realtà ecclesiali. 161. Le singole famiglie. 162. Per annunciare il vangelo senza sosta. 163. Le parrocchie e la missione nel territorio. La collaborazione fra le parrocchie 164. Le indicazioni dei vescovi italiani. 165. La realtà della nostra diocesi. 166. Due zone nell’unica diocesi. 167. Quattro vicariati foranei. 168. Le attività da condurre nei vicariati. 169. Le aree territoriali. 170. Le attività da condurre nelle aree territoriali. 171. Le unità pastorali. 172. Conclusione. Documento 5. 173. 174. 175. 176. L’ATTENZIONE A CHI VIENE FRA NOI Introduzione. Rischi del turismo di massa. Viene interpellata la comunità cristiana. Le motivazioni più autentiche del turismo. Coloro che da poco abitano fra noi 177. L’attenzione delle parrocchie ai nuovi arrivati. Coloro che vengono fra noi nel giorno del Signore 178. L’attenzione ai “parrocchiani della domenica”. 179. L’iniziazione cristiana e i matrimoni. 180. Valorizzare le possibili risorse. 9 I turisti occasionali 181. Chi sono. 182. L’accoglienza nei luoghi sacri. 183. L’accoglienza nelle celebrazioni liturgiche. 184. La collaborazione con le strutture di ricezione. 185. La collaborazione con gli operatori turistici. I cristiani a servizio dei turisti 186. Un’attenzione necessaria. 187. Salvaguardare il legame con la comunità. 188. Il valore insostituibile del giorno del Signore. 189. Percorsi di formazione comuni e specifici. 190. Invito alla preghiera. Verso Dio, bellezza infinita. 191. Il significato cristiano del turismo. 192. Educare al turismo sostenibile. 193. Favorire l’incontro con le culture. 194. Il viaggio come arricchimento spirituale. 195. Conclusione Documento 6. LA CONDIVISIONE DEI BENI DONATI 196. Introduzione. Contribuire alla necessità della Chiesa 197. Corresponsabilità di tutti i fedeli. 198. Varietà di forme. 199. Le offerte libere dei fedeli. 200. Le offerte in occasione di celebrazioni dei sacramenti. 201. I doni e le offerte portati all’altare nella Eucaristia festiva. 202. L’ offerta per una particolare intenzione nella Messa. 203. Le collette obbligatorie. 204. Le donazioni, le eredità e i legati. 205. Le opportunità consentite dalla legislazione italiana. 206. Importanza della sensibilizzazione al sostegno economico alla Chiesa. 207. Generosità anche verso gli istituti religiosi e le associazioni. 208. Un’attenzione particolare per l’ente diocesi. Amministrare nella luce del vangelo 209. La raccomandazione del Vaticano II. 210. Uno stile di sobrietà. 211. A chi compete la responsabilità amministrativa. 212. Necessità del consiglio per gli affari economici. 213. Rispetto delle leggi canoniche e civili. 214. Diligenza amministrativa. 10 215. 216. 217. 218. Trasparenza amministrativa. Distinguere sempre i beni amministrati da quelli personali. Rispetto della volontà del donatore. Funzioni di vigilanza e di supplenza. Gli atti di straordinaria amministrazione 219. Determinazione degli atti di straordinaria amministrazione. 220. I “controlli canonici”. 221. I riconoscimenti civili. 222. Le richieste di contributo. 223. Evitare le barriere architettoniche. 224. La scelta delle imprese cui affidare i lavori. 225. Tenere a norma gli impianti. L’amministrazione della diocesi 226. La personalità giuridica della diocesi. 227. Il patrimonio della diocesi. 228. Le somme assegnate dalla CEI. 229. Le offerte e i contributi alla diocesi. 230. I fondi diocesani. 231. L’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. 232. Il seminario vescovile. 233. La giornata per il seminario. L’amministrazione della parrocchia 234. La personalità giuridica delle parrocchie. 235. La responsabilità amministrativa del parroco. 236. Il consiglio parrocchiale per gli affari economici. 237. Amministrazione ordinaria e straordinaria. 238. La cassa parrocchiale. 239. Gli immobili parrocchiali. 240. L’archivio parrocchiale. 241. Eventuali attività non istituzionali. 242. La vigilanza dei vicari foranei. L’amministrazione dei beni culturali della Chiesa 243. L’importanza. 244. La cura. 245. L’utilizzazione. 246. L’esposizione al pubblico. 247. L’attenzione ai beni mobili. 248. Il museo diocesano. 249. Gli archivi storici della diocesi. 250. La salvaguardia degli archivi delle parrocchie. 251. Conclusione. 11 PARTE TERZA - A SERVIZIO DI TUTTI Documento 7. FAMIGLIE PER DARE LA VITA E L’AMORE Sezione I LA FAMIGLIA NELLA VITA DELLA CHIESA 252. Introduzione. La famiglia cristiana 253. Segno vivo dell’amore. 254. Fonte della vita. 255. Luogo primo dell’educazione. 256. Anche nel dolore e di fronte alla morte. 257. La preghiera in famiglia. 258. La parrocchia e la famiglia. 259. Le famiglie in situazione canonicamente irregolare. La preparazione al matrimonio 260. La vocazione al matrimonio. 261. La responsabilità personale. 262. La preparazione remota. 263. Il tempo del fidanzamento. 264. Gli incontri per fidanzati. 265. L’accompagnamento successivo. Gli anziani nelle famiglie 266. Anziani sempre più numerosi. 267. Da guardare con fiducia. 268. Da valorizzare con intelligenza. 269. Gli anziani non autosufficienti. 270. Gli anziani soli. 271. L’accompagnamento spirituale. Sezione II 272. LA NOSTRA CHIESA GUARDA CON FIDUCIA AI GIOVANI Introduzione. In ascolto dei giovani 273. Tutti in ascolto. 274. In tutti i luoghi di incontro. La comunità cristiana e i giovani 275. Un impegno di tutta la comunità. 276. Una proposta cristiana globale. 277. Da attuare mediante una progettualità costante. 278. Con animatori validi e preparati. 279. Nelle parrocchie. 12 280. 281. 282. 283. 284. L’importanza dell’oratorio. Con progetti coordinati. Cercando i giovani dove sono. Insieme alle famiglie. Con l’aiuto della diocesi. 285. Conclusione Documento 8. MINISTRI DEL SIGNORE PER IL SUO POPOLO 286. Introduzione. Il vescovo 287. Il vescovo successore degli apostoli. 288. In comunione col papa e con tutto il collegio episcopale. 289. Il vescovo per i fedeli tra i fedeli. 290. Il rapporto del vescovo con i presbiteri e i diaconi. 291. Il rapporto dei presbiteri e dei diaconi verso il vescovo. 292. Il vescovo sappia responsabilizzare. 293. Guardando a Cristo buon pastore. I presbiteri 294. Cooperatori dell’ordine episcopale. 295. In comunione fra loro. 296. Considerare lo specifico del ministero presbiterale. 297. Attuare scelte pastorali coerenti. 298. Favorire una certa vita comune. 299 Valutare una certa mobilità. 300. Sostenere i giovani presbiteri. 301. Accompagnare i presbiteri più anziani. 302. Evitare situazioni di solitudine. 303. La premura per eventuali necessità particolari. 304. La formazione dei candidati al sacerdozio ministeriale. 305. La cura delle vocazioni al sacerdozio ministeriale. I diaconi 306. Diaconi per il servizio del popolo di Dio. 307. I diaconi nella nostra Chiesa. 308. La formazione. 309. Il discernimento vocazionale. Ravvivare il dono di Dio 310. Ravvivare il dono ricevuto. 311. Ricerca sincera di comunione. 312. Formazione permanente. 313. Impegno personale di ogni presbitero. 13 314. 315. Sostegno da parte della Chiesa locale. Stimoli ulteriori. 316. Conclusione. Documento 9 CONSACRATI A DIO PER LA CHIESA E PER IL MONDO 317. Introduzione. 318. 319. 320. 321. 322. 323. I consigli evangelici nella Chiesa. Un ricco e variegato patrimonio spirituale. Da rinnovare continuamente. Nella nostra Chiesa particolare. Per un impegno specifico e qualificante. Il sostegno della Chiesa locale alle persone consacrate. 324. Conclusione. Documento 10. 325. LAICI CRISTIANI NELLA REALTÀ SOCIO-POLITICA Introduzione. La comunità cristiana e la politica Vede 326. I cambiamenti della società. 327. Il cambiamento della politica e dei partiti. Valuta 328. 329. 330. 331. La straordinaria rilevanza della politica. La necessità per il cristiano dell’impegno politico. La considerazione che la politica non è tutto. La giusta visione dei rapporti tra comunità politica e Chiesa. Agisce 332. Stando dentro la modernità a modo di riferimento. 333. Mediante il discernimento comunitario. 334. Alla luce della dottrina sociale della Chiesa. La comunità cristiana e i valori della politica Vede 335. Il rischio di una politica senza orizzonte progettuale. Valuta 336. 337. 338. 14 La strada obbligata del programma politico. La centralità della questione etica. La necessità di un criterio morale. Agisce 339. Favorendo lo sviluppo delle convinzioni sulla natura, l’origine e il fine dell’uomo nella società. 340. Proponendo indicazioni per una grammatica etica comune. 341. Contribuendo alla riflessione sulle problematiche emergenti di carattere globale... 342. ... e sulle questioni fondamentali riguardanti le persone che vivono nel nostro territorio. La comunità cristiana, il potere politico e i politici Vede 343. Gli ostacoli al fare politica. 344. La presenza di politici adeguati e non adeguati. Valuta 345. 346. L’uomo politico deve possedere uno sguardo progettuale lungimirante. L’uomo politico deve prestare attenzione alla concretezza delle situazioni e delle persone. Agisce 347. Richiamando gli orientamenti che debbono essere tenuti presenti da chi si impegna in politica. 348. Stimolando la società civile ad appropriarsi della funzione politica sua propria. La comunità cristiana e i cristiani impegnati in politica Vede 349. I cristiani impegnati in politica. 350. Il passaggio dall’unità politica dei cattolici ad un pluralismo non assestato. Valuta 351. 352. 353. 354. Agisce 355. 356. 357. 358. 359. 360. Indispensabile la presenza dei fedeli laici nel servizio cristiano del mondo. Qualificante lo spirito evangelico nel servizio politico. Legittimo il pluralismo tra i cristiani impegnati in politica. Opportuno dar vita ad una unità trasversale sui valori. Attraverso la testimonianza di laici maturi. Preparando personalità politiche mature e radicate nella fede. Favorendo il sorgere di autentiche vocazioni cristiane alla politica. Promuovendo luoghi di dialogo e impegnandosi nella formazione sociale e politica. Proponendo ai laici cristiani della diocesi di creare un’area culturale cristianamente orientata. Auspicio finale. 15 APPENDICE I sinodi nella storia della diocesi La preparazione del sinodo La celebrazione del sinodo Omelia del vescovo per la celebrazione di apertura. Presidenza del Sinodo Segreteria del Sinodo Elenco dei sinodali Per camminare insieme Atto di affidamento alla vergine Madre di Dio Indice 16 AVVERTENZE 1. La forma in cui si presentano i dieci documenti sinodali non risulta omogenea e rispecchia le diverse esigenze dei vari argomenti trattati, come pure le diverse impronte delle varie persone che hanno contribuito alla redazione dei singoli testi. In particolare è necessario far presente che in sede di commissione preparatoria fu stabilito di imprimere ai documenti sinodali un carattere prevalentemente normativo e molto scarno, riducendo al minimo le introduzioni di ordine dottrinale e non citando esplicitamente i corrispondenti testi del magistero. Così appaiono soprattutto i primi documenti. In seguito, ascoltando le esigenze dell’assemblea, si è preferito adottare un criterio diverso, introducendo numerosi riferimenti e ampie citazioni di testi del magistero. Così appaiono soprattutto gli ultimi documenti approvati nel corso del sinodo. 2. Nel corso del dibattito sul documento n. 2, Celebrare i santi misteri, fu convenuto di sfoltire il testo, selezionando una serie di indicazioni da considerare come integrative rispetto ai contenuti essenziali del documento. Tali indicazioni sono ben identificabili, perché scritte con caratteri più piccoli e introdotte dalla formula stereotipa “inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni”. 3. Nel documento n. 6, La condivisione dei beni donati, il vescovo ha fatto aggiungere alcune piccole precisazioni di ordine tecnico. 17 18 PRIMA PARTE VIVERE LA FEDE 19 20 I COMUNICARE IL VANGELO 1. Comunicare il Vangelo è il compito fondamentale della Chiesa. La Chiesa annuncia Cristo innanzitutto professando la sua fede in lui, unico salvatore di tutti gli uomini, riconoscendolo Figlio di Dio e vero uomo, ricordando le sue parole, imitando il suo esempio, accogliendo il suo perdono, aprendosi alla speranza nella vita eterna che egli ha inaugurato per tutti. Noi annunciamo quello che di Lui abbiamo udito e quanto della sua grazia abbiamo sperimentato, comunichiamo la gioia della nostra fede perché anche gli altri abbiano la gioia di poterlo incontrare. Per questo sentiamo di essere nella Chiesa, insieme a tutti coloro che credono in Lui. L’incontro col Signore nella fede è una esperienza per noi già avviata, ma che ogni giorno ha bisogno di ravvivarsi con una adesione sempre nuova. Così, proprio nel comunicarci reciprocamente la gioia di averlo conosciuto e di lasciarci costantemente rinnovare da lui, testimoniamo e annunciamo anche agli altri la “buona notizia” di Cristo, unica speranza dell’uomo. Coscienti del dono prezioso della fede ricevuta dal Signore nella Chiesa, forti della grazia che viene dallo Spirito Santo per la testimonianza del vangelo, anche noi vogliamo camminare sulla via della nuova evangelizzazione che tante volte il papa Giovanni Paolo II ci ha indicato, in modo da essere sempre più una comunità cristiana aperta alla missione e collaborare con fiducia all’edificazione del Regno di Dio. Un annuncio per tutti 2. Un diverso contesto sociale. Il contesto sociale e culturale in cui viviamo è cambiato profondamente nel corso degli ultimi anni e, se per un verso si fa sempre più forte la richiesta di conoscere il Signore e di condividere l’esperienza dello Spirito, per un altro si avverte sempre più reale anche fra noi il rischio che nelle espressioni concrete della vita quotidiana la fede possa perdere la 21 sua vivacità e restare marginale alla cultura delle nostre famiglie e delle nuove generazioni. Questa constatazione ci spinge a cercare costantemente una continua conversione pastorale, con lo sguardo fisso sul Signore che invita a prendere il largo, con il cuore aperto a tutti coloro che il Signore stesso ci permette di incontrare. Da qui l’urgenza di aprire la nostra comunità cristiana ad uno stile di vita che faccia di ogni iniziativa una occasione propizia per l’annuncio del vangelo. 3. Un impegno di tutti. L’impegno di comunicare il vangelo deve costituire per tutta la comunità cristiana e per i singoli fedeli, l’urgenza primaria di ogni pensiero e di ogni attività. 4. A favore di tutti Coloro che hanno ricevuto il dono della fede debbono sentirsi davanti a tutti come testimoni del Signore e inviati per far conoscere il suo vangelo; nondimeno però debbono sempre continuare a sentirsi destinatari dell’annuncio di salvezza, sostenendosi a vicenda ogni giorno nella fede e incoraggiandosi reciprocamente ad una coerenza sempre maggiore. a. Memori dell’invito del Signore a rimanere in lui, perché senza di lui non possiamo far niente, i fedeli debbono ricordarsi vicendevolmente e senza sosta che solo la vita santa, in piena comunione col Signore, rende credibile l’annuncio del vangelo e dona fecondità ad ogni azione pastorale. b. L’annuncio deve essere proposto a tutti con semplicità, lasciando che sia il Signore a far germogliare il seme secondo i tempi della sua volontà e testimoniando comunque l’amore cristiano non solo a chi accoglie la fede ma anche a chi non la accoglie. c. Si deve porre sempre molta attenzione a far sì che quanti sono più assidui nel frequentare le parrocchie non diventino mai un ostacolo per coloro che desiderano avvicinarsi, educando la comunità cristiana a saper essere sempre accogliente verso tutti e a sentire gioia sincera nel veder crescere la famiglia dei credenti. 5. I sacri ministri. Il vescovo, i presbiteri e i diaconi, in considerazione del mandato specifico ricevuto nella sacra ordinazione, devono sentire come primario il compito di annunciare il vangelo, dedicandosi soprattutto, in atteggiamento di continua conversione e di costante attenzione alle profonde 22 trasformazioni in atto nella società, a studiare e a meditare devotamente la parola di Dio, a cercare con costanza i modi e le occasioni migliori per proporre oggi nella nostra Chiesa l’annuncio cristiano, ad accompagnare sempre con la preghiera il comune impegno nell’opera di evangelizzazione. 6. I religiosi e i laici. Questa sensibilità e queste attenzioni sono raccomandate analogamente ai religiosi e ai fedeli laici, specialmente a coloro che più direttamente si rendono disponibili ad offrire il loro servizio nella Chiesa. 7. Le famiglie cristiane. Le famiglie non sono solamente destinatarie dell’annuncio del vangelo, ma ne sono veri e propri soggetti, mediante il dono reciproco dell’amore cristiano, l’educazione dei bambini, l’attenzione agli ammalati e agli anziani, il rispetto costruttivo verso i familiari non credenti o non praticanti, la testimonianza semplice e palese di una serena vita cristiana della famiglia. 8. Le parrocchie. Ogni parrocchia nel suo insieme, in comunione col vescovo, ha poi una responsabilità fondamentale nell’annuncio del vangelo a tutti coloro che risiedono nel territorio in cui essa è configurata. a. L’attività di evangelizzazione e di annuncio in ogni parrocchia sia frutto ogni anno di una previa programmazione, con l’apporto del consiglio pastorale e di quanti possono offrire in proposito un proprio contributo: nella programmazione si consideri la necessità di proporre il vangelo non solo a quanti frequentano la parrocchia, ma, in varie forme e con diverse attenzioni, soprattutto a coloro che non credono in Dio, a coloro che appartengono ad una diversa religione, a coloro che sono battezzati ma hanno abbandonato la fede, a coloro che si dichiarano credenti e non vivono o non trasmettono la fede. b. I parroci e i loro cooperatori visitino le famiglie, non solo per la benedizione pasquale, ma ancor più quando vi si trovano gli ammalati e gli anziani, o quando la famiglia versa in qualche difficoltà. c. Si confermi, o si riscopra, e comunque si costituisca l’impegno dei messaggeri parrocchiali per tenere contatti regolari con tutte le famiglie del quartiere. Si scelgano persone idonee, pur nella sempli23 d. e. f. g. h. cità, se ne curi costantemente la formazione cristiana, si incoraggi la loro fatica. Si ripeta almeno una volta l’anno, o comunque secondo la concreta opportunità di ogni singola parrocchia, l’esperienza dei centri d’ascolto, cercando però di prepararli adeguatamente, soprattutto mediante una appropriata scelta degli animatori, ma anche con una sapiente indicazione degli argomenti e una valida offerta di sussidi. Nei luoghi di culto aperti al pubblico, specialmente se molto visitati, si espongano sobri, ma chiari segni di accoglienza. Quando le situazioni lo permettono, si propongano volentieri anche cicli di conferenze, testimonianze, dibattiti, recitals, o altre eventuali iniziative che possono costituire occasioni propizie di annuncio o di riflessione sulla fede. Al termine dell’anno nelle parrocchie si faccia una congrua verifica delle attività di evangelizzazione messe in programma. Non si dimentichi poi che la condizione previa e la verifica migliore di un proficuo annuncio del vangelo è la testimonianza della carità: quando una comunità cristiana vive e testimonia il comandamento dell’amore, annuncia il vangelo ancor prima e più efficacemente di quando si affida alle parole. La catechesi e i suoi soggetti 9. L’illuminazione dello Spirito Santo. Il catechista dei cristiani è lo Spirito Santo, che apre i cuori all’ascolto della Parola, che muove i credenti nell’amore, che li riunisce in comunione: la comunità prende gradualmente coscienza della presenza e dell’azione dello Spirito Santo attraverso l’ascolto e la meditazione della Parola e la riflessione sui segni dei tempi presenti nella storia. Tutta la comunità cristiana, animata dallo Spirito è così soggetto di catechesi. 10. La famiglia. Nella comunità cristiana primo soggetto di catechesi è la famiglia: nel reciproco sostegno spirituale degli sposi, nell’educazione cristiana dei figli, nell’accompagnamento fedele dei malati e degli anziani si offre l’iniziazione più immediata alla vita di fede. 24 11. Le parrocchie. Ciascun parroco avrà cura, in comunione con il vescovo, di assicurare un servizio catechistico accessibile a tutti i fedeli che intendono prendervi parte. a. Sia posta ogni attenzione affinché la catechesi non si esaurisca nella sola presentazione dei contenuti della fede, ma costituisca una autentica testimonianza di vita cristiana e un sempre più motivato coinvolgimento alla vita della Chiesa. Si favorisca quindi per quanto possibile uno stile di catechesi esperienziale, mirando ad una piena e autentica formazione del cristiano. b. Nella catechesi parrocchiale si faccia riferimento ai catechismi della CEI. Si cerchino poi con cura valide mediazioni e adeguati sussidi, badando bene a non improvvisare mai, e a coltivare sempre il pieno rispetto che merita la trasmissione della fede. c. La proposta catechistica sia offerta dalla parrocchia ai fedeli di tutte le età, secondo le indicazioni della CEI: adulti, giovani, ragazzi, fanciulli a partire dai sei anni, bambini con le loro famiglie. d. Si ponga ogni cura per coinvolgere le famiglie non solo nella catechesi dei bambini, ma anche in quella dei fanciulli e in quella dei ragazzi. e. Nelle singole parrocchie si valuti l’opportunità di accogliere le proposte catechistiche offerte dalle aggregazioni riconosciute dalla S. Sede o dalla CEI. Si presti particolare attenzione al cammino offerto dall’Azione Cattolica. Comunque le proposte catechistiche delle varie aggregazioni devono mantenersi in armonia con le proposte e le attività parrocchiali. f. Qualora alcune parrocchie non siano in grado di offrire una catechesi adeguata a singole fasce di età, i parroci avranno cura di coordinarsi con le parrocchie vicine, creando una valida collaborazione fra catechisti e mettendo volentieri a disposizione le strutture più idonee. g. La programmazione catechistica in parrocchia sia frutto di una attenta riflessione da parte del parroco, del gruppo dei catechisti e del consiglio pastorale. Al termine dell’anno poi si proceda ad una congrua verifica. 12. I catechisti. Un ruolo specifico è poi quello del gruppo dei catechisti, cui è affidato il grave impegno di introdurre i fratelli ad una conoscenza sempre più profonda del mistero di Cristo. 25 a. I catechisti devono lasciarsi guidare dallo Spirito nel conoscere la verità del vangelo per dare chiara testimonianza a Cristo e nel comprendere la realtà concreta in cui sono inseriti i destinatari della catechesi per scoprirvi i segni della presenza di Dio. b. Coltivando fra loro un dialogo aperto e sereno, condividendo comunitariamente le gioie, le ansie e gli obiettivi, i catechisti si sforzino sempre di insegnare il vangelo non solo con le parole, ma anche con la testimonianza costante di una vita santa. 13. Il mandato. Nel dichiararsi disponibili a questo servizio i catechisti rispondono ad una vocazione personale; tuttavia per svolgere il proprio compito a nome della Chiesa ricevono uno specifico mandato dal vescovo su presentazione del parroco. a. Per ricevere il mandato di catechisti i parroci presentino al vescovo fedeli scelti con cura, che abbiano una congrua conoscenza della fede cristiana provata anche dalla partecipazione a corsi di formazione specifica, offrano una coerente testimonianza di vita cristiana confermata dalla buona reputazione presso il popolo, possiedano qualità didattiche sufficientemente sperimentate in un congruo tirocinio, siano in grado di intessere valide e stabili relazioni, si impegnino a svolgere il loro compito secondo le indicazioni del vescovo. b. È auspicabile che il servizio del catechista abbia un carattere di stabilità, evitando possibilmente un avvicendarsi troppo frequente all’interno del gruppo dei catechisti nella parrocchia. c. Nel dare il mandato ai catechisti, il vescovo ne determina anche la durata. Se il vescovo, sentito il parroco, ne ravvisa la necessità, il mandato può venire ritirato. d. Il mandato del vescovo ai catechisti viene ordinariamente rinnovato dopo che siano stati certificati l’assenso del parroco e l’attestato di frequenza ai corsi di aggiornamento nella vicaria. e. Ogni catechista deve avere compiuto diciotto anni. E’ tuttavia auspicabile che si scelgano alcuni fedeli più giovani per avviare la loro preparazione e iniziare l’esperienza di tirocinio, entrando così a far parte del gruppo educante della parrocchia. f. Ciascun catechista è invitato a rimettere il suo mandato al sopraggiungere di un eventuale impedimento (condizioni di salute, età avanzata, ecc.) che non gli consenta di svolgere adeguatamente un servizio tanto importante. 26 g. È compito del vicario foraneo organizzare in ogni vicaria, dopo aver sentito i parroci e in accordo con l’ufficio catechistico diocesano, alcuni corsi di preparazione per i nuovi catechisti e di aggiornamento per quelli che sono in servizio, tenendo conto delle reali necessità esistenti nelle varie zone. h. Ordinariamente ciascun catechista presti il suo servizio nella propria parrocchia; tuttavia, se le circostanze lo richiedono, non si ponga rifiuto a servire fratelli in altra parrocchia carente di catechisti preparati ed esperti. 14. L’ufficio catechistico. È compito dell’ufficio catechistico diocesano suggerire validi sussidi per la catechesi, organizzare corsi e offrire indicazioni per la formazione dei catechisti. La catechesi per l’iniziazione cristiana 15. Importanza dell’iniziazione cristiana. L’iniziazione cristiana ha sempre costituito un momento qualificante della vita della Chiesa, stimolando la riflessione sull’essenziale della fede espresso sinteticamente nelle formule dei simboli, offrendo occasione di approfondimenti di ordine teologico e obbligando a stabilire norme di prassi pastorale. 16. Nuove richieste nella diocesi. Nella nostra diocesi l’iniziazione cristiana è rimasta per molti secoli quasi esclusivamente iniziazione dei fanciulli alla cresima e alla prima comunione. Progressivamente tuttavia le situazioni stanno cambiando e anche nelle nostre comunità è in aumento il numero degli adulti che per la prima volta vengono alla fede e chiedono il battesimo: sono fanciulli o ragazzi non battezzati, che per vari motivi hanno sentito il desiderio di unirsi ai propri coetanei nel prendere parte alla catechesi cristiana e nel partecipare alla vita della Chiesa anche con la ricezione dei sacramenti; sono anche fedeli, che per vari motivi dopo il battesimo non hanno più partecipato alla vita della Chiesa, o che dopo la prima comunione hanno interrotto la loro frequenza alla catechesi e ai sacramenti, ma che in seguito desiderano riprendere il proprio cammino spirituale. 27 17. Il riferimento alle indicazioni del rituale. A partire dalle numerose indicazioni contenute nel Rito per l’Iniziazione Cristiana degli Adulti (RICA) e nei documenti offerti dalla CEI fra il 1997 e il 2003, questo sinodo intende richiamare alcune norme o esplicitare alcuni suggerimenti che l’esperienza pastorale invita a considerare con grande attenzione. 18. L’accoglienza. In genere si ponga sempre ogni attenzione per accogliere con amore quanti vengono alla fede o vi fanno ritorno dopo un tempo di disorientamento e di ricerca, così come grande attenzione viene riservata ai fanciulli battezzati e cristianamente educati che giunti alla congrua età vengono avviati a ricevere la confermazione e l’Eucaristia. 19. L’iniziazione degli adulti. Riguardo agli adulti che chiedono di diventare cristiani si faccia sempre riferimento al vescovo come responsabile e moderatore dell’iniziazione cristiana e comunque ci si attenga almeno ai seguenti criteri. a. Quando un adulto chiede di diventare cristiano si avvii un periodo di pre-catecumenato durante il quale, sotto la guida del parroco o di un garante indicato dal vescovo, si esplicita e si completa il primo annuncio del vangelo, si presenta la vita della Chiesa e si verifica la scelta di chiedere il battesimo. b. Quando il vescovo, d’accordo col parroco o con il garante, lo ritiene opportuno, il fratello chiamato alla fede viene ammesso al catecumenato possibilmente mediante il previsto rito di ammissione. c. Il periodo del catecumenato, la cui durata viene stabilita dal vescovo dopo aver valutate le singole circostanze, deve essere vero tempo di purificazione e di illuminazione, caratterizzato da specifiche ed intense catechesi, dalla progressiva partecipazione alla liturgia e da una sempre più stretta collaborazione alla vita della Chiesa. d. Circa i momenti rituali del catecumenato ci si attenga alle norme liturgiche contenute nel Rito della Iniziazione Cristiana degli Adulti. 20. L’iniziazione di fanciulli, ragazzi e giovani. Quando a chiedere di diventare cristiani sono fanciulli, ragazzi o giovani, per iniziativa dei loro genitori, o comunque col loro consenso, si deve prospettare un itinerario analogo a quello degli adulti, ma ovviamente adattato alla loro età e alle condizioni specifiche di ciascuno. 28 a. Durante un periodo iniziale di primo annuncio e di verifica, si coinvolgano direttamente i genitori e si mettano i candidati in condizione di unirsi ai propri coetanei nella catechesi parrocchiale. b. I candidati frequenteranno regolarmente la catechesi parrocchiale insieme ai coetanei. c. Circa i momenti rituali del catecumenato: per i giovani ci si attenga con i necessari adattamenti a quanto è previsto per gli adulti, per i fanciulli e i ragazzi ci sia attenga a quanto indicato nel capitolo V del RICA e comunque ci si accordi con il vescovo diocesano. 21. I battezzati che devono completare l’iniziazione. Riguardo a coloro che hanno ricevuto il battesimo da bambini, ma poi sono rimasti lontani dalla catechesi e dai sacramenti, se chiedono di concludere l’iniziazione cristiana con la confermazione e la comunione al Corpo del Signore, si consideri la condizione realmente diversa da quella dei catecumeni e si riconosca che il fondamento della loro conversione è il battesimo già ricevuto, la cui forza essi devono sviluppare. a. Si chieda loro innanzitutto un periodo in cui, sotto la guida del parroco o di un garante, si completa il primo annuncio del vangelo: durante questo periodo essi si riaccostano progressivamente alla vita della Chiesa per maturare la seria volontà di seguire Cristo e di ricevere i sacramenti. b. Quando il vescovo, d’accordo col parroco o con il garante, lo ritiene opportuno, il fratello può venire presentato alla comunità e comunque si inizia un tempo di preparazione più intensa, che possibilmente deve coincidere con la quaresima e concludersi con la celebrazione del sacramento della penitenza. c. In questo cammino si ricordi comunque che il battesimo è già stato ricevuto e i suoi effetti sono già attivi. d. Circa i momenti rituali ci si attenga alle relative norme liturgiche. 22. I cresimandi adulti. Coloro che hanno preso parte alla vita della Chiesa in parrocchia, ma non hanno completato l’iniziazione cristiana con la confermazione vengano inseriti nel cammino di catechesi degli adulti, o dei giovani, curando anche qualche momento di incontro personale con il parroco o con altro sacerdote. Il parroco poi, al momento ritenuto opportuno, ma senza inutili dilazioni, presenti questi candidati al vescovo per la con29 fermazione insieme agli altri cresimandi della parrocchia, oppure in una delle date previste nel calendario diocesano per le cresime degli adulti. 23. Il battesimo dei bambini. Il battesimo dei bambini ha sempre costituito una premura costante della Chiesa, fin dalle sue origini e progressivamente attraverso i secoli la prassi di battezzare i neonati si è sempre più divulgata e consolidata con l’invito ai genitori cristiani di chiedere quanto prima il battesimo per il proprio figlio. a. Il parroco, o altri per suo conto, offra ai genitori e ai padrini e alle madrine una adeguata catechesi per presentare il sacramento e offrire un incoraggiamento all’educazione cristiana del figlio. Eventualmente si lasci aiutare in questo compito da qualche coppia di sposi cristiani idoneamente preparati. b. In occasione del battesimo dei figli si presenti ai genitori il “catechismo dei bambini” e lo si consegni loro, invitandoli ad usarlo progressivamente per favorire la crescita cristiana del bambino fin dalle sue prime espressioni. c. Si raccomanda di accompagnare le famiglie cristiane nell’educazione dei loro figli, tenendo conto della singole situazioni e delle iniziative di pastorale familiare in atto. d. Durante la catechesi ai fanciulli si insista molto per abituare le famiglie a ricordare non solo il compleanno dei loro bambini, ma anche l’anniversario del battesimo. 24. La confermazione dei ragazzi /fanciulli. Il sacramento della Confermazione deve essere tenuto da tutti in grande considerazione, valutando bene il dono dello Spirito Santo quale Paraclito che non abbandona mai i fedeli e abilita a vivere pienamente nella Chiesa secondo il vangelo del Signore. a. Il parroco abbia cura che i ragazzi, quando chiedono la confermazione, abbiano percorso la tappa di catechesi prevista dal testo della CEI “Sarete miei testimoni” con una durata di circa due anni. b. Si eviti assolutamente di impostare la catechesi anteriore alla cresima come finalizzata a ricevere il sacramento, quasi che la conferma del dono dello Spirito Santo abbia a costituire una meta da raggiungere, piuttosto che una spinta per intraprendere la testimonianza cristiana in maniera più convinta. c. Si organizzi la catechesi in modo che la celebrazione del sacramen30 to non ne permetta una interruzione, ma i ragazzi siano avviati già prima della cresima, o comunque subito dopo a percorrere la tappa catechistica tracciata dal catechismo della CEI “Vi ho chiamati amici”, preferibilmente utilizzando una metodologia di tipo esperienziale e avviando i ragazzi ad alcune esperienze ministeriali, sia nel servizio liturgico che nella testimonianza della carità. 25. La comunione ai fanciulli. Il dono più grande che offre la Chiesa ai fedeli nel corso dell’iniziazione cristiana è la comunione eucaristica al Corpo e al Sangue del Signore. a. È un dovere dei genitori e dei parroci provvedere che i fanciulli, raggiunto l’uso di ragione, siano debitamente preparati e quanto prima, premessa la confessione sacramentale, siano alimentati con il Pane di vita eterna. b. Ai fanciulli che per la prima volta si accostano a questo sacramento si richiede una sufficiente conoscenza di questo sacramento, così da poterlo ricevere con fede e devozione. c. La preparazione non potrà ovviamente limitarsi ad una conoscenza nozionistica di alcune verità di fede, ma dovrà esprimersi soprattutto in una progressiva iniziazione alla vita della Chiesa con una attiva partecipazione alla liturgia eucaristica e una crescita nella testimonianza dell’amore cristiano. d. La prima comunione venga data ai fanciulli durante l’itinerario quadriennale di catechesi indicato dai due volumi del catechismo della CEI “Io sono con voi” e “Venite con me”, all’età di circa dieci anni, dopo aver celebrato con la necessaria preparazione il sacramento della penitenza. e. E’ importante far comprendere che l’Eucaristia non costituisce un momento isolato, legato a qualche festa o circostanza particolare, ma un appuntamento costante della Chiesa al quale tutti i fedeli sono sempre invitati. f. Può essere assai opportuno, secondo le realtà che caratterizzano le singole parrocchie, affidare ai fanciulli che hanno ricevuto la prima comunione alcuni servizi nella liturgia festiva, purché risultino compatibili con la loro età (ministranti, servizi di accoglienza, ecc.). g. Si cerchi di accompagnare i fanciulli in alcuni gesti di testimonianza della carità, in modo da far loro percepire il nesso stretto che intercorre fra la catechesi, la celebrazione liturgica e il comandamento dell’amore. 31 h. In tutto il percorso di preparazione dei fanciulli alla confessione e alla prima comunione, come pure nel successivo accompagnamento sarà molto importante guardare con grande attenzione ai genitori, cercando di coinvolgerli non solo come educatori dei figli, ma eventualmente anche come destinatari di una rinnovata evangelizzazione e di una adeguata ripresentazione dei sacramenti. 26. L’iniziazione cristiana dei diversamente abili. La carità pastorale è più che mai necessaria quando a chiedere l’iniziazione cristiana per i propri figli sono i genitori di fanciulli o ragazzi diversamente abili. a. Si offra alle famiglie tutta la collaborazione possibile, coinvolgendo quanti nel territorio siano in grado di offrire una specifica competenza b. L’itinerario catechistico deve essere personalizzato in relazione alle potenzialità di ciascuno, in modo da valorizzare le condizioni favorevoli alla sua crescita spirituale. c. I coetanei chiamati a percorrere l’itinerario catechistico insieme ai diversamente abili siano educati a saper condividere con loro l’impegno comune, maturando insieme una valida esperienza cristiana nell’amore e nel servizio. d. Quando poi la disabilità è di ordine mentale, si abbia la massima delicatezza nel collaborare con i genitori che chiedono con fede di preparare i figli alla Eucaristia. e. Nella formazione dei catechisti si cerchi di offrire alcune fondamentali competenze anche riguardo a tutte queste eventualità e soprattutto non manchi l’attenzione a saperle adeguatamente valorizzare. La testimonianza cristiana nella scuola 27. La Chiesa attenta alla scuola. Nel corso della storia la Chiesa, sempre attenta a far conoscere i contenuti della fede cattolica e alla formazione cristiana dei fedeli, ha costantemente guardato alla scuola come fondamentale strumento educativo per le nuove generazioni, dando vita a nuove istituzioni scolastiche e 32 sostenendo la fatica di quanti in vario modo si sono dedicati all’istruzione dei giovani. 28. Incoraggiamento a genitori e insegnanti. Questo sinodo desidera prendere parte a questa preoccupazione della Chiesa, incoraggiando l’impegno dei genitori e particolarmente degli insegnanti cristiani e di quanti sono chiamati a rendere testimonianza al vangelo nel mondo della scuola. 29. La comunità cristiana deve collaborare con la scuola. Da parte della comunità cristiana si mostri costante disponibilità a collaborare con le istituzioni scolastiche a favore della formazione dei giovani e dei ragazzi. a. I parroci che nel territorio affidato alla loro cura pastorale hanno una istituzione scolastica si presentino periodicamente ai responsabili della scuola per una visita di cortesia, offrendo e chiedendo collaborazione in pieno rispetto alle legittime autonomie delle diverse istituzioni. b. Siano incoraggiate e sostenute le organizzazioni e le associazioni cattoliche, o di ispirazione cattolica, di genitori e di insegnanti, che a vario titolo possono avere accesso alle istituzioni scolastiche, o che comunque facciano riferimento al mondo della scuola. c. Si favoriscano anche le collaborazioni con le istituzioni scolastiche da parte dei centri culturali di ispirazione cristiana. d. I sacerdoti e i laici cristiani, se invitati all’interno della scuola (in occasione di assemblee, ecc.), si prestino volentieri e magari siano pronti a indicare serenamente le persone più idonee per ogni singola occasione. e. Un incoraggiamento caloroso e concreto va offerto agli insegnanti e ai genitori cristiani, affinché partecipino assiduamente e attivamente alla vita della scuola per offrire con generosità e libertà il proprio contributo di idee e di esperienza, anche rendendosi disponibili ad essere eletti negli organi collegiali. f. Un sostegno particolare deve poi essere dato dalla diocesi e dalle parrocchie agli insegnanti cristiani che operano nelle istituzioni pubbliche, in modo che, mediante lo scrupoloso svolgimento del loro servizio e mediante una coerente testimonianza di vita siano sempre pronti a rendere conto della fede cristiana. g. Quando vicino alla scuola si trova una chiesa o un altro luogo adat33 to, si proponga un breve momento di preghiera, adatto all’età degli alunni e si invitino anche gli insegnanti cristiani e, nel caso di bambini piccoli, anche i genitori. Tale iniziativa merita di essere sostenuta anche nel caso in cui la frequenza non risulti elevata. h. Dove non risulti possibile proporre un incontro di preghiera comune, si cerchi almeno di incoraggiare gli insegnanti e gli studenti a sostare singolarmente in chiesa per un breve momento di preghiera. i. Nelle famiglie e nelle parrocchie si preghi di frequente per tutti gli educatori e gli alunni che frequentano la scuola. 30. Gli insegnanti di religione cattolica. Un pensiero di fiducia e di incoraggiamento viene rivolto dal sinodo agli insegnanti di religione cattolica perché possano svolgere con serenità il loro mandato. a. Alle famiglie e ai giovani si raccomanda vivamente l’importanza di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. b. A tutta la comunità cristiana si chiede di apprezzare l’impegno degli insegnanti che dal vescovo hanno ricevuto l’idoneità per l’insegnamento della religione cattolica, accompagnando con la preghiera la loro quotidiana fatica. c. Agli insegnanti di religione cattolica si chiede lo sforzo di restare all’altezza del compito loro affidato, cercando di testimoniare sempre con l’esempio concreto ciò che insegnano nelle aule. d. Per quanto di sua competenza, la diocesi offra occasioni di formazione e di aggiornamento per tutti gli insegnanti di religione cattolica, anche agli insegnanti di classe delle scuole materne ed elementari che si sono assunti questo compito. e. I parroci che hanno istituzioni scolastiche nel territorio affidato alla loro cura pastorale si premurino di incontrare periodicamente gli insegnanti di religione cattolica. Meglio se questi incontri avvengono con la partecipazione dei parroci di tutti gli alunni che frequentano la medesima scuola. f. Ovviamente per ciò che riguarda l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole ci si attiene alle indicazioni emesse dalla Conferenza Episcopale Italiana e dalla Conferenza Episcopale Toscana nel rispetto della normativa civile vigente. 31. Le scuole cattoliche. Il sinodo rivolge poi la sua attenzione alle scuole cattoliche esistenti 34 nella nostra diocesi (purtroppo sono rimaste solo alcune scuole materne), esprimendo sentimenti di viva riconoscenza alle religiose, che prestano gratuitamente il loro servizio, alla dedizione disinteressata e generosa dei parroci, al servizio fedele delle insegnanti e dei vari collaboratori. E’ motivo di soddisfazione per tutti lo sforzo enorme intrapreso dalla diocesi e da alcune parrocchie per ristrutturare alcuni edifici scolastici, altrimenti destinati alla chiusura. L’impegno fondamentale resta tuttavia quello di mantenere vive le scuole cattoliche, perfezionandole sempre meglio nella qualificazione didattica e nella testimonianza cristiana. a. Le scuole cattoliche si impegnino a mantenere la stima delle famiglie per la serietà degli insegnanti e per la qualità dell’offerta didattica, come anche per la testimonianza di una serena educazione cristiana. b. Le parrocchie che hanno scuole materne cattoliche le riconoscano e le presentino come veri laboratori di educazione cristiana, impegnandosi a qualificarle in tutto ciò che riguarda l’ispirazione cristiana dell’educazione e a sostenerle in ciò che riguarda il continuo adeguamento alle normative vigenti. c. Le parrocchie che hanno scuole cattoliche propongano ai docenti, e ai genitori credenti alcuni momenti specifici di preghiera e di formazione spirituale. d. Le scuole cattoliche del territorio si facciano promotrici di una valida e concreta collaborazione con le altre scuole e in genere con le istituzioni del territorio. e. La diocesi proponga almeno annualmente incontri di aggiornamento e di formazione per gli insegnanti delle scuole cattoliche. f. In tutte le parrocchie della diocesi sia faccia una giornata annuale per le scuole cattoliche, illustrandone il significato, raccogliendo fondi in loro favore e soprattutto invitando alla costante preghiera per gli insegnati e per gli alunni. g. Si faccia conoscere ai genitori, particolarmente nelle vicarie del mare e del nord Albegna, la scuola cattolica media e superiore istituita dalla vicina diocesi di Grosseto. h. Si indirizzino volentieri all’Università Cattolica del S. Cuore gli studenti meritevoli, avviandoli anche a concorrere per le borse di studio messe a disposizione. Si ricordi poi la giornata annuale di preghiera e di sostegno promossa dalla CEI. 35 La testimonianza cristiana con i mezzi di comunicazione 32. Nuovi orizzonti. Dovendo annunciare il messaggio di Gesù a tutti gli uomini della terra, la Chiesa deve valutare le nuove modalità di comunicazione, valorizzandole al meglio per una trasmissione sempre più estesa e capillare della parola che salva nella trasmissione di questo messaggio nelle mutate condizioni sociali e culturali in cui viviamo oggi. Anche la nostra comunità cristiana deve guardare a questo “Areopago del tempo moderno”, che è costituito dai mezzi di comunicazione sociale, riflettendo profondamente sui valori e le possibilità che presenta, ma anche sui rischi e sugli aspetti negativi e deleteri che comporta, educando i fedeli e soprattutto le nuove generazioni ad un sereno e proficuo orientamento. 33. Educare al giusto uso dei media. Innanzitutto è da considerare la formazione ad un saggio uso dei mezzi di comunicazione sociale e ad una fruizione evangelica delle loro potenzialità. a. Si ponga costante attenzione a quanto di valido e di buono viene proposto per sceglierlo con cura e farlo conoscere adeguatamente. b. Poiché di fatto, attraverso gli indici di lettura o di ascolto, ogni scelta comporta una solidarietà e quindi un sostegno a quanto viene proposto, si consideri seriamente che ogni singola opzione può farci diventare preziosi collaboratori di quanti si adoperano per offrire letture e programmi di alto profilo, ma che, d’altra parte, può renderci gravemente corresponsabili nel diffondere letture e programmi che offendono la dignità dell’uomo e mortificano i principi fondamentali della morale cristiana. c. Nelle famiglie si favorisca il dialogo e anche la lettura, evitando una invasione eccessiva dei mezzi televisivi. d. In particolare si presti attenzione ad una premurosa educazione dei figli per un uso sereno della stampa e soprattutto dei mezzi televisivi e telematici, utilizzandoli insieme con loro in spirito di dialogo e offrendo anche l’esempio di una saggia temperanza. 34. Incoraggiare quanti operano nel mondo della comunicazione. Dobbiamo anche guardare con fiducia ai cristiani che prestano la loro 36 opera nei mezzi di comunicazione sociale, curando la loro formazione, sostenendo il loro impegno, aiutandoli a far sì che la loro testimonianza possa risultare sempre credibile e vivace. 35. Attenzioni nella diocesi. La diocesi, soprattutto mediante l’ufficio per le comunicazioni sociali, deve farsi promotrice di alcune specifiche attenzioni e iniziative: a. innanzitutto la diocesi deve accompagnare e sostenere la formazione di giovani cristiani che intendono qualificarsi come operatori nel mondo delle comunicazioni sociali, facilitando anche la eventuale frequenza a corsi specifici offerti dalle università cattoliche; b. l’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali deve adoperarsi per tenere sempre aperto il dialogo con tutti gli operatori mediatici, coltivando costantemente una leale collaborazione e un sereno confronto; c. è necessario studiare, magari in collaborazione con le diocesi vicine, la possibilità di accedere ad alcuni spazi nelle trasmissioni delle radio e televisioni locali; d. il sito diocesano sia riattivato e aggiornato poi con attenzione e assiduità; e. è auspicabile la tempestiva segnalazione a coloro che curano le informazioni nelle parrocchie di alcune valide trasmissioni televisive o radiofoniche presenti nei palinsesti delle emittenti nazionali e locali; f. la diocesi deve organizzare momenti di convegno e occasioni di stimolo per sensibilizzare una presa di coscienza sempre più vigile in questo campo e per favorire servizi sempre più qualificati. 36. Il settimanale diocesano. Si prende atto volentieri della cura attenta e preziosa con cui viene portato avanti il settimanale diocesano “Confronto” in collaborazione con la testata regionale Toscanaoggi: a. la diocesi continui a sostenerlo con fiducia, intervenendo anche alla eventuale necessità di integrarne le spese; b. si promuova ulteriormente la collaborazione delle parrocchie, delle aggregazioni e dei singoli fedeli nel contribuire con articoli, interventi e segnalazione di notizie, in modo che il settimanale sia sempre più specchio vero di tutta la diocesi; c. nelle parrocchie e nei gruppi si ponga un impegno maggiore nel favorire la sua capillare diffusione. 37 37. Attenzioni nelle parrocchie. Nelle parrocchie ci dovrà impegnare soprattutto a: a. cercare un confronto sereno e leale con quanti già operano nei mezzi di comunicazione, instaurando una collaborazione fattiva che offra spunti e notizie, o magari anche eventuali puntualizzazioni e proposte; b. indicare puntuali segnalazioni di letture e programmi ritenuti maggiormente validi; c. promuovere la conoscenza del settimanale diocesano “Confronto”, del quotidiano “Avvenire” e in genere della stampa cattolica; d. incaricare un responsabile della divulgazione della stampa cattolica, che prenda a cuore questo servizio alla sana formazione cristiana dei fedeli; e. preparare (eventualmente insieme ad altre parrocchie vicine) un foglio di collegamento e di informazione sulle varie iniziative, corredato magari anche da alcune brevi riflessioni; tramite i messaggeri parrocchiali inviarlo poi a tutte le famiglie della parrocchia; f. ogni anno si valorizzi come momento di preghiera e di riflessione la Giornata delle Comunicazioni sociali, utilizzando il messaggio che ogni volta viene inviato dal Santo Padre. 38. Attenzioni nei vicariati. Nei vicariati si organizzino ogni anno alcuni incontri per la formazione dei fedeli più attenti alle problematiche delle comunicazioni, in modo da formare progressivamente alcuni validi incaricati nelle singole parrocchie. La testimonianza cristiana nella cultura 39. La Chiesa evento culturale. Il primo ed essenziale contributo che la Chiesa può offrire alla cultura è l’annuncio stesso del vangelo. Da questo annuncio prendono vigore tutti gli altri contributi della comunità dei credenti, nel suo insieme, e dei fedeli nella catechesi, nella tradizione liturgica e devozionale, nella creazione e nell’esposizione delle varie opere d’arte cristiana, nella documentazione storica degli archivi ecclesiastici, nella testimonianza concreta dei valori di solidarietà e di servizio, nella ricerca costruttiva del dialogo con tutti. 38 40. L’impegno culturale dei fedeli. Questo sinodo intende raccogliere lo stimolo della CEI a promuovere l’impegno culturale dei cristiani e desidera incoraggiare tutti i fedeli della diocesi a: a. riscoprire e consolidare il valore cristiano delle espressioni culturali della nostra terra; b. essere presenti e operosi in tutti gli ambienti dove si fa cultura (scuole, enti locali, associazioni culturali, e in genere ovunque sinceramente ci si sforza di promuovere la cultura) offrendo con umiltà le proprie competenze e favorendo la partecipazione delle persone più qualificate; c. favorire in ogni modo il dialogo e la collaborazione con gli uomini e le donne che nel nostro territorio esprimono i diversi campi della cultura, per contribuire insieme alla conoscenza della verità e alla ricerca sincera del bene comune e offrire alle nuove generazioni una ricca e feconda eredità spirituale. 41. La valorizzazione di quanto già è vivo in diocesi. Si valorizzino con cura le istituzioni che nel territorio della nostra diocesi già svolgono questo servizio, in modo da mantenere viva la loro presenza. a. Si continui e possibilmente si estenda l’attività della scuola di formazione teologica in favore di tutti coloro che vogliono approfondire la propria conoscenza del pensiero cristiano. b. Analogamente si faccia con la “scuola di base” nelle varie zone, particolarmente per la illustrazione sistematica del tema annuale scelto per tutta la diocesi. c. Si favorisca il sorgere (o il risorgere) di centri culturali cattolici (o comunque di ispirazione cattolica) come veri e propri cenacoli culturali, aperti alla sperimentazione e al dialogo. d. Si curino attentamente le associazioni di ispirazione cristiana già costituite (Circoli, Unioni Sportive ecc.), cosicché nella loro autonomia non perdano il riferimento ecclesiale e non sottraggano risorse alla parrocchia e alla sua azione pastorale. 42. Le parrocchie e la cultura popolare cristiana. Le parrocchie sono chiamate a promuovere e diffondere una adeguata comprensione della caratteristica globale e popolare della cultura cristiana, senza omettere tuttavia alcune iniziative per i fedeli che più 39 specificamente si dedicano all’approfondimento e alla ricerca. In collaborazione con l’ufficio diocesano per le comunicazioni e la cultura dovranno anche guardare con lungimiranza alla preparazione di persone competenti e disponibili, sostenendone i sacrifici, costruendo il dialogo con le parrocchie, rispettandone le legittime autonomie. 43. La valorizzazione dei beni culturali ecclesiastici. Si valorizzino i beni culturali ecclesiastici (chiese e relativi arredi, edifici, archivi e biblioteche) come validi strumenti per offrire un contributo cristiano alla cultura, secondo le possibilità e le necessità che di volta in volta si rendono attuabili. “Andate in tutto il mondo...” 44. La Chiesa in missione nel mondo. La Chiesa è per natura sua missionaria: il Signore l’ha voluta e l’ha costituita perché l’annuncio del vangelo raggiunga tutti i confini della terra e sia proclamato a tutti i popoli di tutti i tempi. Il vangelo è annunciato dalla Chiesa con la predicazione ordinaria, con la testimonianza quotidiana delle comunità e dei singoli fedeli, con l’invio di missionari nei luoghi dove il vangelo non è ancora conosciuto. In ogni caso, sia nell’esperienza dei singoli, sia nell’esperienza delle comunità, la missione non si esaurisce mai nel dare, ma ha bisogno anche di ricevere: chi evangelizza deve sempre restare disponibile a essere evangelizzato. In questo slancio missionario aperto a tutti si esprime e si qualifica la “cattolicità” della Chiesa, la sua costitutiva disponibilità ad accogliere tutti gli uomini di ogni popolo e cultura, seguendo i tracciati dello Spirito, che non ha frontiere. 45. Nella missione la Chiesa si rinnova. Verificando continuamente la propria indole missionaria, la Chiesa purifica se stessa, riflettendo sulla sua natura e sul mandato ricevuto dal Signore. a. Chi annuncia e chi invia ad annunciare sono coinvolti in un cammino di dialogo, di scambio e di reciproco arricchimento con chi accoglie l’annuncio: la missione fa sentire tutti membra vive dell’unica grande famiglia cattolica, sapendo che ovunque nel mondo fratelli e 40 b. c. d. e. sorelle credono, sperano e amano come anche noi crediamo, speriamo e amiamo. Annunciare il vangelo a quanti lo ascoltano per la prima volta, o a quanti hanno in qualche modo perduto la fede, esige una attenta riflessione su ciò che costituisce l’essenziale della vita cristiana, sul modo di presentare il vangelo in maniera semplice e vitale, sulla ricerca di modalità sempre nuove per l’annuncio. La conoscenza delle giovani Chiese con le loro esigenze e le loro speranze è un invito per tutti a prendere coscienza della responsabilità missionaria che incombe a ciascuno, secondo il dono ricevuto dal Signore. I missionari, sapendo di andare ad annunciare il vangelo in nome e per conto della propria comunità ecclesiale di origine e portando con sé la millenaria esperienza della propria Chiesa d’origine, si sentono spiritualmente rafforzati e materialmente aiutati. L’esperienza missionaria non può esaurirsi nel «partire», ma deve anche svilupparsi nel «tornare», per riportare alla Chiesa madre le esperienze maturate in terra di missione. 46. La responsabilità è di tutti i fedeli. Siccome tutto il popolo di Dio è responsabile dell’annuncio del Vangelo, tutte le comunità cristiane devono effettivamente adoperarsi a favorire l’annuncio del vangelo in tutto il mondo. a. Il vescovo, i sacerdoti e i diaconi si impegnino per imprimere alla nostra Chiesa particolare un’impronta missionaria, promovendo uno stile di annuncio e di reale corresponsabilità. b. I fedeli laici devono coltivare il senso della propria missionarietà non solo come servizio nella propria parrocchia o nel proprio ambiente di lavoro, ma anche come proiezione verso il mondo intero. c. Tutti chiedano umilmente al Signore di ravvivare nella nostra Chiesa il fervore missionario anche continuando l’invio di altri sacerdoti o religiosi e favorendo la partenza di famiglie, o di singoli laici, per servire la Chiesa in altre terre. 47. La cooperazione missionaria nelle parrocchie. Nelle singole parrocchie, in collaborazione con l’ufficio diocesano per la cooperazione missionaria fra le Chiese, si abbia cura di: a. promuovere il senso missionario nella vita quotidiana e nelle iniziative ordinarie della comunità; 41 b. favorire la formazione di coscienze missionarie, con particolare attenzione ai giovani; c. animare giornate e incontri di sensibilizzazione missionaria anche verso i non cristiani presenti tra noi; d. valorizzare le iniziative già in atto e le occasioni di scambio reciproco con altre comunità cristiane; e. promuovere e sostenere la celebrazione dell’ottobre missionario e della giornata dell’infanzia missionaria come momenti preziosi per la formazione per la preghiera, oltre che per le collette. * * * 48. In piena comunione con il papa successore di Pietro, con il collegio episcopale, con quanti nel mondo intero custodiscono la fede trasmessa dagli apostoli, desideriamo impegnarci perché in ciascuna delle nostre parrocchie l’annuncio del vangelo sia il criterio ispiratore di ogni attività e perché chiunque è chiamato dallo Spirito Santo alla conoscenza della Verità possa trovare in noi testimoni leali della misericordia di Dio. Il Signore, che attraverso i secoli ha custodito la nostra Chiesa nella fedeltà al suo vangelo, ci renda capaci di saper trasmettere il dono ricevuto ai fratelli e alle sorelle che avremo la gioia di incontrare lungo la strada che conduce a lui. 42 II CELEBRARE I SANTI MISTERI 49. Celebrare i santi misteri di Cristo è rinnovare nella Chiesa l’incontro con Dio che per mezzo di lui ci dona con il suo il Spirito l’unica salvezza. Nella celebrazione liturgica, infatti, la comunità cristiana attinge continuamente alla sorgente che è Cristo stesso, riceve energia sempre nuova per affrontare con coraggio le prove di ogni giorno ed esprime la gioiosa speranza che quanto adesso si compie solo nel segno troverà pieno compimento nella gloriosa assemblea del cielo. La liturgia dona così al nostro tempo il senso cristiano della storia, e offre a tutti noi il necessario sostegno nel pellegrinaggio terreno al seguito di Cristo Signore. 50. Anche la nostra Chiesa locale desidera esprimere al meglio se stessa nella sua liturgia e vuole impegnarsi a far sì che ogni celebrazione non solo compia effettivamente nel cuore dei fedeli quanto esprime con i simboli nel rito, ma offra anche a tutti coloro che vi partecipano la giusta comprensione di ciò che celebrano e l’intima gioia di avervi preso parte. È questo lo scopo che il sinodo si propone nell’affidare a tutti le seguenti norme. Dignità di ogni celebrazione liturgica 51. La cura di ogni singola celebrazione. L’assemblea liturgica, anche nelle comunità più piccole, è sempre l’espressione viva della Chiesa intera, che insieme a Cristo Signore offre a Dio il culto spirituale. L’ordinamento liturgico è per noi, ma non è da noi: ci è offerto dalla Chiesa come frutto della sua fede nel Signore e della sua bimillenaria esperienza di ossequio ai segni che il Signore stesso le ha lasciato, o che lo Spirito Santo ha voluto suggerirle. Tuttavia, se nessuno di noi può usarne in maniera arbitraria, tutti, ciascuno secondo il proprio ufficio e la propria responsabilità, ne siamo ministri 43 e interpreti: il rispetto verso i santi misteri e l’espressione della loro bellezza, come anche la vivacità coinvolgente di ogni celebrazione liturgica sono affidati alla nostra competenza, alla nostra sensibilità e alla nostra responsabilità pastorale. a. Ogni singola celebrazione liturgica è sempre azione di Cristo nella sua Chiesa e pertanto deve essere sempre curata con la massima attenzione possibile per la gloria di Dio e per l’edificazione del popolo cristiano, specialmente da parte dei sacri ministri che ne sono direttamente responsabili. b. Tutti i fedeli, ciascuno secondo il loro ordine e secondo le proprie possibilità, abbiano a cuore di partecipare attivamente alla sacra liturgia, come membra vive del Corpo del Signore e di rendersi disponibili per i vari servizi, secondo le possibilità e le competenze che ciascuno può esprimere. c. In particolare, l’impegno di curare attentamente le azioni liturgiche deve essere sentito dal vescovo, dai preti e dai diaconi: considerino bene per tempo i compiti che di volta in volta sono chiamati a svolgere, predispongano i segni e i riti delle singole celebrazioni con chiarezza e con rispetto delle indicazioni contenute nei testi ufficiali della Chiesa, si avvalgano delle legittime facoltà di adattamento che i medesimi testi affidano a chi presiede. d. Deve essere riconosciuta grande importanza alle celebrazioni presiedute dal vescovo, specialmente a quelle che hanno luogo in cattedrale, quali celebrazioni tipiche della Chiesa locale. e. Analogamente si deve guardare alle assemblee dei fedeli riunite nelle singole parrocchie sotto la guida di un presbitero che fa le veci del vescovo: perciò la vita liturgica della parrocchia e il suo legame con il vescovo devono essere coltivati nell’animo e nell’azione dei fedeli e del clero e bisogna fare in modo che il senso della comunità parrocchiale fiorisca soprattutto nella celebrazione comunitaria della messa domenicale. f. Nelle varie celebrazioni si esprima chiaramente la venerazione della Chiesa per la Parola di Dio e si curi sempre al meglio la sua proclamazione, in modo che il popolo convenuto per la sacra liturgia non resti mai privato di questo essenziale nutrimento. 52. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. 44 Ogni parroco è direttamente responsabile, in comunione col vescovo, di ogni azione liturgica che si svolge nella sua parrocchia; anche quando egli non celebra personalmente i santi misteri, abbia cura che questi si b. c. d. svolgano secondo le indicazioni contenute nei libri liturgici. Si costituisca in ogni parrocchia un gruppo di fedeli che si prenda cura di aiutare i sacri ministri nella preparazione delle celebrazioni e nell’animazione dell’assemblea liturgica. Sarà cura del parroco offrire a questi fedeli la possibilità di una formazione specifica, magari in collaborazione con gli altri parroci vicini e con l’ufficio liturgico diocesano. Questo gruppo non dovrà mai apparire chiuso ed esclusivo, quasi riservato ad alcuni fedeli; il parroco avrà cura di ravvivarlo continuamente cercando la collaborazione di nuove persone disponibili a servire lietamente il Signore e l’assemblea cristiana. Si favorisca l’assidua collaborazione di questi animatori liturgici con i catechisti, con i responsabili della Caritas e in genere con tutti coloro che prestano il proprio servizio in parrocchia. 53. Le celebrazioni con maggiore afflusso di fedeli. Se tutte le celebrazioni liturgiche, in quanto atti della Chiesa, devono essere preparate con grande attenzione e vissute con sincera devozione, una cura tutta particolare deve essere riservata a quelle in cui confluisce un numero maggiore di fedeli, molti dei quali ordinariamente non frequentano la preghiera liturgica. a. La preoccupazione principale deve essere quella di coinvolgere quanti casualmente entrano in chiesa, in modo che ciascuno possa rendersi conto della serietà e dell’importanza che i fedeli attribuiscono alla liturgia e che molti magari possano anche sentirsi personalmente persuasi a tornare. b. In particolare si preparino con cura la Pasqua, la Pentecoste e il Natale, le feste patronali e mariane più sentite dai fedeli nelle singole parrocchie, la messa con la celebrazione dell’iniziazione cristiana, dei matrimoni e delle esequie. c. Convinti che una azione liturgica ben preparata e ben condotta resta sempre la migliore occasione per annunciare il vangelo del Signore e far conoscere il mistero della Chiesa, ciascuna di queste circostanze sia considerata come momento propizio per l’annuncio del Regno di Dio fra noi. d. Infine si tenga sempre presente che ogni singola celebrazione ha un suo proprio carattere specifico e, pur celebrando di volta in volta i medesimi misteri, è sempre necessario il congruo adattamento per ogni diversa assemblea liturgica. 54. Il carattere comunitario delle celebrazioni liturgiche. Anche quando il numero dei partecipanti è più esiguo, specialmente 45 nelle parrocchie meno numerose o nelle celebrazioni feriali, l’azione liturgica è sempre un atto di tutta la Chiesa ed esprime comunque per sua natura un’indole comunitaria. a. Si deve porre ogni cura per esprimere il carattere comunitario di ciascuna celebrazione liturgica e di conseguenza per evitare che i santi misteri possano in qualche modo venire considerati benefici da recepire in maniera quasi privata. b. Per favorire questa indole comunitaria le azioni liturgiche si svolgano ordinariamente in chiesa o nell’oratorio e siano comunque aperte a tutti coloro che intendono parteciparvi. c. In particolare sia celebrata in chiesa o nell’oratorio l’Eucaristia. Per celebrare l’Eucaristia nelle cappelle private, o fuori del luogo sacro si chieda il consenso esplicito del vescovo. d. È sempre buona norma non moltiplicare, ma semmai ridurre il numero delle celebrazioni. 55. Liturgia, catechesi e testimonianza della carità. La liturgia, in quanto culto “razionale” che i fedeli offrono a Dio, non può mai essere scissa dal vissuto quotidiano della comunità cristiana: presuppone sempre una adeguata catechesi e alla catechesi offre un puntuale riscontro; soprattutto è finalizzata alla santificazione dei fedeli e quindi ad una vita quotidiana ispirata e fondata dal comandamento evangelico dell’amore. a. Si curi molto lo stretto legame esistente fra la catechesi, la liturgia e la carità, spiegando nella catechesi i santi misteri, facendo sì che i riti liturgici annuncino effettivamente ciò che per loro natura esprimono e collegando sempre le singole celebrazioni con l’invito a tradurre nella vita quotidiana il comandamento dell’amore. b. Si offrano ai catechisti abbondanti riferimenti di ordine liturgico e nella preparazione dei catechisti si presti la massima attenzione alla loro formazione liturgica. L’assemblea liturgica e i vari ministeri 56. L’assemblea riunita. Il Signore ha promesso che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, egli si fa presente e si fa garante della loro preghiera al Padre. Così da 46 sempre i cristiani, non solo hanno personalmente invocato e cercato il Signore, ma si sono riuniti insieme, specialmente la domenica e nei giorni di festa, per fare esperienza di comunione col Signore e cogliere i frutti messi a disposizione dallo Spirito Santo attraverso i segni sacramentali. Così l’assemblea liturgica non è semplicemente massa di persone in un medesimo locale, ma popolo riunito nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. a. Si cerchi di evidenziare in ogni modo che il primo segno della presenza del Signore nella celebrazione liturgica è dato dall’assemblea riunita. b. I fedeli si impegnino a esprimere bene questo segno giungendo puntuali alle celebrazioni, e disponendosi con ordine ai propri posti, pronti eventualmente ad assumere i rispettivi uffici. c. L’assemblea liturgica venga sempre rispettata nel suo ruolo, curandone la disposizione, coinvolgendola nel canto e nelle altre espressioni di partecipazione attiva. d. Si ponga ogni sforzo perché tutta l’assemblea liturgica possa partecipare attivamente alle celebrazioni, cercando di non creare i presupposti per cui alcuni fedeli abbiano a sentirsi semplicemente spettatori. 57. I ministri nell’assemblea liturgica. Il popolo di Dio non è da intendere come assemblea piatta e amorfa, ma come popolo caratterizzato dalla varietà dei carismi e gerarchicamente strutturato. La celebrazione liturgica tanto più diventa segno vivo della realtà profonda della Chiesa quanto più l’assemblea riunita riesce ad esprimere se stessa nella sua varietà e ricchezza. a. Nell’assemblea liturgica un compito particolare e specifico compete ai sacri ministri. Per quanto è possibile si cerchi sempre, almeno nella liturgia festiva, di poter impegnare il maggior numero possibile di ministri, in modo che ciascuno svolga ordinariamente tutto e solo ciò che gli compete. b. Per ciò che riguarda il ruolo dei ministri ordinati ci si attenga con semplicità e intelligenza a quanto è indicato nei testi liturgici. c. I parroci cerchino con fiducia, anche se con la necessaria prudenza pastorale, di individuare quei fedeli che di fatto possono rendersi disponibili a svolgere alcuni ministeri nella preparazione e nello svolgimento delle celebrazioni liturgiche. d. Se c’è il lettore istituito si impegni nel suo compito. In ogni caso sia chiamato a proclamare le letture chi è cosciente di ciò che legge ed 47 è in grado di proclamarlo bene, in modo che il testo possa essere da tutti ben ascoltato. e. Se c’è l’accolito istituito si impegni nel suo compito. Accanto a lui o in sua sostituzione si chieda anche ad altri fedeli idonei di prestare servizio all’altare, senza limitare questo ufficio ai soli bambini. Tuttavia i bambini non siano esclusi, ma si invitino assiduamente a prestare servizio intorno all’altare, offrendo loro la possibilità di validi momenti formativi, tali da costituire una vera e propria mistagogia adatta alla loro età. 58. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b. c. d. e. f. g. Quanti, anche di fatto, svolgono un ministero abbiano coscienza di essere a servizio del Signore e dei fratelli, adoperandosi con tutta umiltà e semplicità in ogni incarico ricevuto. Nelle singole vicarie, o almeno in due o tre zone della diocesi, in collaborazione con l’ufficio liturgico diocesano, si dovranno offrire alcuni momenti formativi per i fedeli che si rendono disponibili ad animare la liturgia nelle parrocchie. Almeno nelle celebrazioni festive e in occasione di particolari celebrazioni alcuni fedeli accolgano fraternamente all’ingresso della chiesa quanti giungono per partecipare alla sacra liturgia e offrano loro i sussidi che sono stati preparati. Per il rispetto che si deve alla parola di Dio e perché tutti i fedeli la possano ben ascoltare, in ogni parrocchia si costituisca un gruppo di lettori formato da fedeli stimati dal popolo, che siano in grado di leggere dignitosamente, che accettino di partecipare ad alcuni incontri formativi anche per ciò che riguarda la dizione, che si preparino scrupolosamente in anticipo, che nutrano sincero desiderio di testimoniare nella vita quanto proclamano dall’ambone. Sarà cura anche dei lettori abituali cercare altri fedeli disponibili a condividere il loro servizio Dove se ne ravvisi la necessità si scelgano alcuni fedeli stimati dal popolo per affidare loro, con il consenso del vescovo, il compito di ministri straordinari della comunione eucaristica. In ogni vicariato (o nelle due zone della diocesi) si abbia cura di invitare saltuariamente i fioristi e i fotografi che operano nella zona per far conoscere loro le indicazioni liturgiche che possono risultare utili allo svolgimento del loro servizio. 59. La musica nella liturgia. Riunendosi insieme per celebrare le meraviglie di Dio, i fedeli hanno sempre elevato lodi a lui con salmi, inni e cantici spirituali e hanno caratterizzato proprio con il canto diversi riti che compongono le celebrazioni stesse. 48 È importante per noi salvaguardare quanto di valido e di bello la liturgia ha attinto dall’eredità musicale del passato ed è necessario al contempo continuare a tenere viva questa tradizione valorizzando quanto di valido offre il momento presente. In ogni caso è fondamentale il riferimento alle indicazioni che ha espresso la riforma avviata dal Vaticano II e che sono state codificate nei testi ufficiali per l’uso liturgico. Nelle nostre comunità non mancano esempi di bel canto nelle assemblee liturgiche, anche se purtroppo non mancano qua e là taluni esempi contrari. È auspicabile pertanto una rinnovata attenzione anche a questo aspetto della vita liturgica, in modo da sostenere la fatica di quanti stanno operando bene e di superare le incertezze insorte a motivo del periodo di precarietà che la riforma liturgica ha comportato. a. Si spieghi ai fedeli e soprattutto a coloro che curano l’aspetto musicale delle celebrazioni il vero significato del canto liturgico seguendo gli insegnamenti del magistero e le indicazioni del messale romano. b. È importante che il popolo canti, che l’intera assemblea, unita agli angeli e ai santi, esprima nel canto la sua piena partecipazione alla sacra liturgia. Non si permetta mai di escludere il popolo dall’eseguire le parti che i testi liturgici gli assegnano come proprie. Durante le processioni di ingresso e di comunione si usi preferibilmente la forma responsoriale, secondo l’antica consuetudine. c. I sacri ministri per primi si sforzino di apprezzare idoneamente il valore del canto liturgico, attingendo la propria formazione non da fonti precarie, ma direttamente dai testi ufficiali. d. Nelle celebrazioni liturgiche il coro ha come primo compito quello di sostenere il canto dell’assemblea, magari dialogando con essa, comunque senza mai sostituirla. In alcuni momenti delle celebrazioni il coro può opportunamente eseguire brani propri, secondo le indicazioni delle rubriche. e. In ogni parrocchia si cerchi di favorire la formazione musicale di quanti sono disponibili per il servizio liturgico: direttori, solisti, organisti, strumentisti e si incoraggino a perseverare in questo servizio tanto prezioso per le assemblee liturgiche e a perfezionarsi sempre di più per lodare il Signore con arte. f. Data l’importanza della formazione liturgica di coloro che scelgono i canti o che guidano il canto dell’assemblea, dei maestri di coro, degli organisti e degli strumentisti, in ogni vicaria, o in alcune zone 49 della diocesi, verranno istituiti brevi corsi periodici sugli elementi essenziali della musicologia liturgica. g. Nelle parrocchie della nostra diocesi i cori liturgici sono assai numerosi: se ne prende atto con viva soddisfazione, se ne auspica un ulteriore incremento, si raccomanda di curare la formazione liturgica dei loro responsabili. 60. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. I testi dei canti siano possibilmente quelli indicati dal messale, o comunque presi dalle sacre scritture secondo la tradizione liturgica. Per gli altri canti è necessaria l’approvazione della CEI o dall’ordinario diocesano. b. Si tenga nella debita considerazione il canto gregoriano, soprattutto nelle celebrazioni del vescovo in cattedrale e in quelle del monastero carmelitano; nelle parrocchie poi non si dimentichino i canti gregoriani maggiormente in uso nel popolo. c. Non si confondano i canti liturgici con altri canti, magari validi e utili per l’uso didattico-catechistico o per momenti devozionali, ma non idonei per la liturgia. d. Si eviti di far eseguire nella liturgia canti di genere “leggero”, che nulla hanno in comune con la nobile semplicità richiesta per i sacri riti. e. Nel valorizzare opportunamente il repertorio musicale del passato, la scelta dei canti avvenga secondo le norme del messale attualmente vigenti. f. Nella scelta del repertorio dei canti liturgici si cerchi con ogni cura di valutare la bontà musicale dei brani, la congruenza liturgica, l’opportunità pastorale. g. Nel predisporre i canti di una celebrazione si tenga conto dell’assemblea che vi partecipa, del tempo liturgico corrente, dell’equilibrio da mantenere fra le varie parti della celebrazione. h. In ogni parrocchia il parroco abbia cura della dignità che deve caratterizzare il canto durante le sacre assemblee, avvalendosi della collaborazione degli esperti, ma senza rinunciare alla sua responsabilità. i. Per favorire la partecipazione del popolo si eviti di introdurre troppo spesso canti nuovi e si ponga attenzione a creare una “tradizione” di canto liturgico, insistendo sui canti più validi secondo i vari tempi dell’anno e secondo i vari riti delle singole celebrazioni. l. Tenendo conto delle proprie condizioni vocali i sacri ministri eseguano le parti loro richieste nei libri liturgici, dopo averli adeguatamente preparati. m. Prima di insegnare nuovi canti liturgici, il maestro li concordi con il parroco, in modo da prestare un valido servizio e non faticare inutilmente. n. Quando non è possibile avere la partecipazione del coro, sia cerchi di avere almeno un bravo solista. o. Al di fuori delle celebrazioni liturgiche, i parroci e i rettori possono permettere esecuzioni musicali nelle rispettive chiese se ad organizzarle è un ente ecclesiastico, se il programma è prevalentemente di musica 50 p. q. sacra e comunque non contiene opere disdicevoli al luogo sacro, se l’ingresso è libero e gratuito; mancando una di queste tre condizioni è sempre necessaria la licenza scritta dell’ordinario diocesano. Di norma dove esistono sale o teatri si ricorra all’uso delle chiese per i concerti solo in casi veramente eccezionali e motivati. I parroci abbiano cura che i concerti da eseguire nelle chiese ordinariamente officiate non abbiano a intralciare in alcun modo le consuete celebrazioni liturgiche. Possibilmente si prepari qualche breve comunicazione, fatta da persona effettivamente qualificata, che illustri non solo il valore artistico, ma anche il significato religioso delle opere che vengono eseguite. Gli spazi e i tempi della liturgia 61. Gli spazi. L’assemblea liturgica deve trovare nella chiesa una disposizione degli spazi sacri veramente idonea alla celebrazione. L’idoneità degli spazi liturgici e dei vari arredi, come anche la loro bellezza, caratterizzata da semplicità e nobiltà, concorre spesso in maniera determinante a far sì che i ministri svolgano adeguatamente il loro servizio e i fedeli partecipino fruttuosamente alla celebrazione. Non ci si deve lasciar guidare da criteri minimalisti, né si deve lasciar prevalere un banale senso della funzionalità. La liturgia ha bisogno dei suoi spazi e ha bisogno anche di esprimersi nella bellezza. a. La chiesa parrocchiale sia accogliente e linda, con i banchi disposti in modo da permettere ai fedeli di vedere bene l’altare, l’ambone e la sede del celebrante, di sentire bene quanto viene proclamato dal sacerdote e dai lettori, di poter attivamente prendere parte alla celebrazione, di potersi recare agevolmente a ricevere la comunione o a compiere altri gesti liturgici. b. La chiesa parrocchiale (opportunamente anche le altre chiese maggiormente officiate) sia dedicata e il ricordo della consacrazione sia scritto su una lapide ben visibile; ogni anno se ne celebri solennemente la ricorrenza. Là dove non esiste una testimonianza certa della avvenuta dedicazione, si cerchi un momento propizio per preparare i fedeli e procedere a questo importante adempimento. c. L’altare sia solido, fisso, costruito con nobile materiale, posto armonicamente nel presbiterio e sia venerato come il luogo spirituale di riferimento per tutta la vita cristiana. 51 d. Il ciborio in cui si custodisce il SS. Sacramento sia ben visibile e soprattutto ben tenuto, con custodia di sicurezza e nobile ornamento. E’ auspicabile che almeno nelle chiese più grandi il SS. Sacramento venga custodito in una cappella raccolta, idonea per l’adorazione e magari utilizzabile per le celebrazioni dell’Eucaristia nei giorni feriali. Comunque davanti al ciborio ci sia sempre un congruo spazio per sostarvi in adorazione. e. La custodia degli oli santi sia decorosa e ben visibile, possibilmente sia posta nel presbiterio, oppure accanto al fonte battesimale, comunque in un luogo degno dei segni sacramentali che contiene. f. L’ambone abbia le nobili caratteristiche proprie del luogo da cui si proclama la parola di Dio e, per quanto possibile, venga anche ornato con semplicità e nobiltà, in modo conforme all’altare. Salvo il caso di oratori, o chiese molto piccole, officiate saltuariamente, non si sostituisca mai l’ambone con un semplice leggio, anche se fisso. g. La sede del sacerdote che presiede la celebrazione, da non confondere con la cattedra propria del vescovo, ma da non ridurre ad una semplice sedia su cui appoggiarsi durante le letture, sia unica, dignitosa e ben visibile da tutta l’assemblea. h. Secondo l’antica consuetudine il fonte battesimale sia maestoso e possibilmente posto all’ingresso della chiesa parrocchiale, oppure in una specifica cappella adeguata. Si utilizzi sempre il sacro fonte nella celebrazione del battesimo e nella veglia pasquale. Si illustri ai fedeli il suo significato, invitandoli a venerarlo come luogo sacro e a recarvisi spesso per rinnovare personalmente la professione di fede. i. Le sedi confessionali siano poste in luoghi della chiesa ben accessibili e al tempo stesso alquanto riservati. Siano costruite in modo che i penitenti e i confessori possano disporsi agevolmente alla celebrazione del sacramento e che i vari riti, compresa la lettura della parola di Dio, possano svolgersi adeguatamente. Almeno una sede confessionale in ogni chiesa abbia la grata fissa. l. Quando detto a riguardo delle chiese parrocchiali, è da intendere analogamente anche per tutte le altre chiese e oratori. m. Nelle cappelle private non si celebri la Messa, o altre sacre funzioni, se non dietro licenza dell’ordinario del luogo. 62. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. 52 Nelle chiese parrocchiali con spazi interni non ancora adeguati alle norme liturgiche vigenti si studi adeguatamente, con l’aiuto di persone serie e competenti come procedere ad un congruo restauro, cercando la possibilità di mettere fine a situazioni provvisorie e posticce. Comunque per dare inizio ai lavori è sempre necessario il consenso scritto dell’ordinario diocesano. b. L’altare serva esclusivamente per il sacrificio eucaristico: si eviti pertanto di usarlo come pulpito come sede presidenziale, ecc. c. Per il rispetto che si deve all’altare e perché appaia chiaro il suo ruolo esclusivo per il sacrificio, vi si pongano sopra soltanto gli oggetti essenziali e al momento opportuno. d. In chiesa vi sia un solo altare per la celebrazione, salvo il caso di cappelle annesse, ma ben distinte. Nelle chiese artistiche dove si hanno altri altari, questi non vengano ornati e soprattutto non abbiano la tovaglia bianca simile a quella della mensa eucaristica. e. L’ambone sia usato solo per la proclamazione della parola di Dio e per quanto specificamente indicato dal messale, mai per dirigere il canto dell’assemblea, per dare avvisi o per altri usi non pertinenti. f. Dove esistono antichi pulpiti vengano valorizzati almeno per la proclamazione del vangelo nei giorni festivi. g. Secondo le vigenti norme liturgiche la sede sia posta sul fondo, in luogo centrale, a meno che in alcune chiese antiche questa collocazione non sia impedita da evidenti motivi architettonici. Comunque si eviti una collocazione laterale, da cui sia difficile presiedere. h. Colui che presiede utilizzi la sede propria per presiedere adeguatamente la liturgia: per dialogare con l’assemblea, esortarla, dirigerla e anche, se lo ritiene opportuno per tenervi l’omelia. i. In luogo congruo, accanto alla sede di colui che presiede, ma distinti da essa, vi siano i posti per i ministri. Nelle celebrazioni maggiori, quando c’è varietà di ministri, si distinguano con sedi diverse i concelebranti, i diaconi, gli altri ministri. l. Si valorizzi il battistero, oltre che per la celebrazione dei battesimi, anche in altre circostanze significative, soprattutto quando si rinnovano le promesse battesimali. m. Anche le “acquasantiere” siano belle e decorose: si ricordi spesso ai fedeli il nesso fra l’acqua benedetta e il battesimo, invitandoli ad usare piccole acquasantiere anche in famiglia per il segno di croce al mattino e alla sera. n. Quando nelle celebrazioni interviene il coro, gli si riservi un posto che rispetti l’acustica dell’ambiente e le esigenze dell’esecuzione musicale, ma che nondimeno permetta ai singoli cantori di partecipare agevolmente alla liturgia e di poter ricevere la comunione. o. Analogamente si disponga per l’organista e altri eventuali strumentisti. p. Riguardo alla visita e all’utilizzazione di una chiesa al di fuori delle celebrazioni liturgiche, si tenga saldo il principio che questa deve essere accessibile liberamente e gratuitamente a tutti nell’orario stabilito dal parroco o dal rettore. Nel caso poi che si tratti di chiese con notevole valore artistico, o che custodiscono beni culturali di valore esposti al pubblico, il parroco o il rettore, con l’aiuto di persone specificamente 53 qualificate, predispongano qualche opuscolo o altro strumento idoneo ad illustrare non solo il valore artistico, ma anche il significato religioso delle opere. 63. I tempi. In tutte le culture e in tutte le religioni l’esperienza umana ha individuato alcuni giorni particolari nel corso dell’anno, organizzandoli in varie forme secondo specifiche esigenze, per viverli come festa. La Chiesa ha caratterizzato il fluire del tempo disponendo nel corso dell’anno la celebrazione dei misteri di Cristo e convocando i fedeli ogni settimana, nel giorno della resurrezione. La scansione liturgica del tempo è divenuta così, attraverso i secoli, una scuola viva e costante di fede e spiritualità, un riferimento irrinunciabile per la Chiesa che intende esprimere se stessa come comunità legata al tempo e alla storia. a. Si spieghi ai fedeli il significato dei tempi che si susseguono durante l’anno liturgico, educandoli a comprendere e a rispettare l’indole propria di ciascuno. In particolare si tenga conto dei tempi forti della quaresima e della pasqua, e dell’avvento. b. Si continui nelle parrocchie a tenere l’ordinamento proprio dell’anno liturgico come valido riferimento per l’organizzazione delle iniziative pastorali, specialmente nel programmare la catechesi e la carità. Analogamente si valorizzi la scansione dell’anno liturgico in ordine alla vita spirituale, considerando nei diversi tempi i vari atteggiamenti interiori del cristiano e cercando di cogliere la ricchezza che la tradizione della Chiesa ci offre soprattutto per la preghiera. c. Il Triduo sacro del Signore crocifisso, sepolto e risorto è il centro di tutto l’anno liturgico, deve pertanto venire celebrato con il massimo di attenzione e di devozione, studiandone bene per tempo le modalità e iniziando la preparazione già all’inizio della quaresima. d. Si dia massima importanza alla veglia pasquale, invitando tutti ripetutamente e caldamente a prendervi parte. Si evidenzino bene i singoli segni, in modo che vengano adeguatamente compresi. Si ponga ogni sforzo per poter amministrare il battesimo durante questa celebrazione. e. Si tenga fermo, con tenace determinazione, il valore insostituibile del “giorno del Signore”, incoraggiando continuamente i fedeli a comprenderne il senso e a gustarne il dono. f. La celebrazione del giorno del Signore, pur avendo nell’Eucaristia 54 la sua caratteristica essenziale, tuttavia non può esaurirsi nella sola partecipazione alla messa festiva: si spieghi ai fedeli il vero significato del riposo, il senso della domenica come giorno della carità e della famiglia, l’opportunità di ravvivare la speranza anche mediante la visita alle tombe dei propri cari. g. Si raccomandi in ogni modo di voler santificare tutto il tempo che il Signore ci dona con la preghiera assidua e con le opere di carità sincera. 64. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b. c. d e. f. g. h. Prima di tutto si tenga in grande considerazione il triduo sacro della passione, morte e resurrezione del Signore, preparandolo accuratamente per tempo e favorendo l’attiva partecipazione dei fedeli. Nei giorni precedenti si favorisca l’accesso dei fedeli al sacramento della penitenza, programmandone magari la celebrazione comunitaria e comunque chiamando in parrocchia una varietà di confessori a beneficio di tutti i fedeli. Ordinariamente si valorizzi la celebrazione del giovedì santo per presentare le offerte raccolte in parrocchia durante la Quaresima della carità. Anche la consuetudine, esistente in diverse parrocchie, di offrire ai fedeli un pane benedetto sia presentata e sostenuta come segno di carità fraterna, come condivisione non solo del Pane di vita eterna, ma anche del pane quotidiano. L’adorazione eucaristica del giovedì santo, ordinariamente assai sentita dal popolo, sia raccomandata a tutti i fedeli e ben preparata in ogni parrocchia con adeguati sussidi. Si eviti ogni eventuale idea di “sepolcro” e si spieghi invece l’importanza di adorare il Signore che ci ha amati fino a dare il suo Corpo e il suo Sangue per noi. Nel giorno del venerdì santo si compia l’azione liturgica pomeridiana, ma si tenga giusto conto anche delle numerose tradizioni di genuina pietà popolare esistenti in molte parrocchie. La veglia pasquale è la celebrazione più importante dell’anno: pertanto se ne raccomandi la partecipazione fin dall’inizio della quaresima, come pure nei momenti di maggiore presenza dei fedeli (domenica delle palme, venerdì santo...). La partecipazione alla veglia pasquale, come pure l’amministrazione in essa del battesimo possono venire favorite anche dalla scelta di orari convenienti, accessibili anche a bambini e anziani: è importante iniziare dopo il tramonto del sole, ma non esiste alcun vincolo con la mezzanotte. Dove i fedeli chiedono la benedizione delle uova pasquali, si cerchi possibilmente di concentrarle tutte in un medesimo rito al momento più opportuno (magari al mattino di pasqua) e soprattutto se ne spieghi il significato di richiamo alla vita nuova del Cristo risorto. Si insista con grande cura per spiegare ed evidenziare in ogni circostanza il significato e l’importanza del “giorno del Signore” nella vita di ogni cristiano. 55 i. Come nel calendario liturgico ufficiale, così anche nelle singole parrocchie non si sovrapponga mai di fatto una qualche festa alla domenica, specialmente a quelle dei tempi forti: in pratica, al di là di quanto è già scritto nel calendario liturgico ufficiale, in giorno di domenica è consentito celebrare solo la solennità del titolare della parrocchia e solo se cade in una domenica del tempo ordinario. l. Si eviti di “rimandare” alla domenica solennità o feste molto sentite dai fedeli che hanno un giorno proprio, in modo da non confonderle con il giorno del Signore; come lodevolmente già avviene con notevole profitto in molte parrocchie, è preferibile convocare i fedeli alla sera del giorno proprio in cui ricorrono le singole feste. m. Si ricordi spesso che il significato autentico del suono delle campane nelle varie ore del giorno non è solo quello di annunciare le celebrazioni, ma soprattutto quello di invitare i fedeli alla preghiera, alla riflessione serena sul fluire del tempo e alla lode di Cristo Signore della storia. L’iniziazione cristiana ai santi misteri 65. Un momento qualificante. L’iniziazione cristiana ha sempre costituito un momento qualificante della vita della Chiesa non solo stimolando la riflessione sulla fede, ma anche offrendo alla Chiesa stessa l’opportunità di esprimere la propria natura attraverso i segni sacramentali che la caratterizzano. Da duemila anni i credenti rinascono dall’acqua e dallo Spirito, si nutrono del Corpo e Sangue del Signore e si trovano così abilitati ad offrire a Dio Padre quel culto spirituale che solo i veri adoratori sanno compiere in spirito e verità. La celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana porta i credenti ad accogliere la vita nuova in Cristo, ad apprendere e a riscoprire continuamente la propria dignità, ad intraprendere la vita secondo lo Spirito e a lasciarsi confermare nella scelta di vivere non per se stessi, ma per il Signore Gesù che è morto e risorto per noi. 66. Importanza della celebrazione dell’iniziazione cristiana. La cura per celebrare bene questi segni sacramentali non sarà mai sufficiente ad esprimere la venerazione per le meraviglie di Dio in nostro favore e per sostenere la piena e fruttuosa partecipazione dei singoli fedeli e dell’intera comunità locale. 67. L’iniziazione degli adulti. La celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana degli adulti è 56 di competenza del vescovo e ordinariamente ha luogo in cattedrale durante la veglia di pasqua secondo le indicazioni contenute nel Rito per l’Iniziazione Cristiana degli Adulti. a. Quando un adulto chiede il battesimo ci si rivolga al vescovo per concordare l’itinerario catecumenale e le varie tappe con le relative celebrazioni. b. Gli adulti già battezzati che chiedono la cresima possono ricevere il sacramento nel giorno in cui viene amministrato ai ragazzi della propria parrocchia, oppure in una delle date previste nel calendario diocesano; si faccia richiesta del conferimento individuale della cresima solo in via eccezionale e per seri motivi accertati. 68. L’iniziazione di giovani e ragazzi. Quando a chiedere di diventare cristiani sono ragazzi o giovani fino a diciotto anni, dopo aver verificato il consenso dei loro genitori, ci si attenga alle indicazioni previste specificamente dal Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti per queste circostanze secondo l’età di ciascuno. a. Tutti i candidati, dopo un periodo iniziale di primo annuncio e di verifica, dovranno aver frequentato regolarmente la catechesi parrocchiale per i fanciulli e per i ragazzi. b. Circa le tappe del catecumenato, per i giovani ci si attenga con i necessari adattamenti a quanto previsto per gli adulti, per i ragazzi ci sia attenga a quanto indicato nel capitolo V del RICA; in ogni caso ci si accordi con il vescovo. 69. Il battesimo dei bambini. a. È bene che i genitori cristiani facciano battezzare i propri figli quanto prima dopo la loro nascita. b. Si faccia attenzione che il battesimo non venga chiesto per pura consuetudine, senza alcun impegno all’educazione cristiana del figlio; tuttavia la prudenza del parroco eviti inutili irrigidimenti che magari potrebbero poi anche risultare dannosi. c. Non si opponga rifiuto alla richiesta del battesimo per il proprio figlio fatta da genitori che per vari motivi non si sono sposati in chiesa, ma che si dichiarano sinceramente disponibili a favorire la sua educazione cristiana. d. Deve essere posta ogni cura perché la celebrazione del battesimo possa esprimere anche nel rito la fondamentale importanza che questo sacramento ha nella vita della Chiesa. Possibilmente lo si 57 celebri sempre con grande solennità e con la partecipazione della comunità parrocchiale. e. Anche quando particolari circostanze richiedono che il battesimo venga celebrato senza concorso di popolo, si evidenzi comunque il suo carattere comunitario di sacramento che introduce nella comunità cristiana. f. L’incarico di padrino o di madrina sia affidato a fedeli che si impegnino a cooperare effettivamente con i genitori nell’educazione cristiana del bambino. g. Se il padrino o la madrina hanno il domicilio canonico nella parrocchia dove viene amministrato il battesimo, il parroco si fa garante dei requisiti richiesti, eventualmente anche mediante una dichiarazione da loro sottoscritta; se provengono da una parrocchia diversa, sia chiesto al loro parroco di attestare per scritto tali requisiti. 70. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b. c. d. e. 58 Prima di fissare la data del battesimo, il parroco sia certo che i genitori, o almeno i padrini, abbiano vera conoscenza del significato del battesimo richiesto per il figlio. Si cerchi di celebrare il battesimo nella veglia pasquale; negli altri periodi dell’anno, specialmente nelle parrocchie più piccole dove le nascite sono meno frequenti, per quanto possibile si amministri il battesimo durante l’Eucaristia festiva: si preferiscano le ricorrenze dell’anno liturgico che più direttamente fanno riferimento al battesimo (oltre la veglia pasquale, la solennità di pentecoste, le domeniche del tempo di pasqua, la solennità dell’epifania o la festa del battesimo del Signore); si eviti l’amministrazione del battesimo durante le celebrazioni natalizie e si attenda la solennità dell’epifania o la festa del battesimo del Signore; soprattutto si eviti di amministrare il battesimo durante il tempo di quaresima e si attenda la veglia pasquale. Nelle parrocchie più grandi si favorisca la riunione di più bambini nella medesima celebrazione battesimale. Ordinariamente il battesimo sia celebrato nella chiesa parrocchiale del luogo ove dimora la famiglia del neonato. Per serio e ponderato motivo si può concordare di celebrarlo in altra chiesa parrocchiale. Colui al quale viene richiesto di amministrare il battesimo, prima di procedere alla celebrazione, si rivolga al parroco della parrocchia di provenienza e richieda da lui il permesso scritto per procedere la celebrazione del sacramento; a celebrazione avvenuta si prenda cura poi di comunicargli la relativa certificazione. Quando il battesimo viene amministrato in una parrocchia diversa, è opportuno che il parroco della parrocchia di residenza del battezzato annoti l’avvenuta celebrazione del sacramento nel proprio registro dei battezzati. f. Eccetto il caso di necessità, a nessuno è lecito, senza la debita licenza, conferire il battesimo nel territorio altrui. g. Il battesimo viene amministrato nella chiesa parrocchiale, dove si trova il fonte battesimale. Non è consentito amministrare il battesimo in oratori privati. h. Si tenga in grande onore il fonte battesimale, evitando l’uso di vassoi o bacinelle e invitando i fedeli a venerarlo, entrando in chiesa, in ricordo del proprio battesimo. i. Il ministro celebrante spieghi bene non solo gli effetti personali del sacramento del battesimo, ma anche quelli ecclesiali e comunitari, invitando i genitori a partecipare assiduamente alla liturgia festiva e alla vita della comunità parrocchiale. l. Tutti i registri dei battezzati eventualmente tenuti in passato presso le cappelle degli ospedali o presso altre chiese non parrocchiali siano consegnati alla parrocchia di pertinenza e lì siano conservati fino al passaggio nell’archivio storico della diocesi. m. Si esorti la famiglia del neonato a compiere in occasione del battesimo qualche segno di solidarietà e di carità cristiana, secondo le proprie possibilità, soprattutto tenendo conto delle necessità di altri bambini, nella propria parrocchia o altrove, oppure aiutando l’opera missionaria della santa infanzia. 71. La confermazione dei fanciulli/ragazzi. a. Ordinariamente il vescovo si reca ogni anno in ciascuna parrocchia per confermare col sigillo dello Spirito Santo i fedeli che gli vengono presentati dal parroco. b. Il vescovo sia accolto con semplicità e dignità, in modo che appaia chiaramente la sua caratteristica di successore degli apostoli che viene a dar conferma dei doni con cui lo Spirito Santo continuamente arricchisce la comunità cristiana e ad esprimere il senso di comunione con tutta la Chiesa locale. c. Si dia rilievo al sacro Crisma, accogliendolo nella processione d’ingresso con chiari segni di venerazione (incenso, o altro). d. La presentazione dei cresimandi sia fatta dal parroco, o da un catechista, o da un genitore a nome anche di tutti gli altri, comunque da persona notoriamente significativa nella parrocchia e di sicura reputazione presso tutti. e. Nel corso della celebrazione si cerchi di esprimere la fiducia che tutta la comunità parrocchiale ripone nello Spirito Santo. f. In ossequio alle disposizioni attuali della CEI, la confermazione viene conferita all’età di circa 12 anni. Nessun parroco pertanto presenti al vescovo ragazzi di età inferiore. 59 72. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b c. d. e. Quando le circostanze di luogo lo permettono, la rinnovazione delle promesse battesimali si faccia presso il battistero (se necessario, si disponga una piccola processione come nella notte di pasqua). Alla presentazione dei doni per la liturgia eucaristica si esprima un segno di carità, preparato in precedenza dai cresimandi e dalle loro famiglie, in modo che costituisca per tutti un invito alla solidarietà fraterna. Per i padrini e la madrine si osservi quanto prescritto per il battesimo. Quando le circostanze non lo impediscano, è auspicabile che il padrino del battesimo lo sia anche della cresima. Di norma si chieda il sacramento della cresima nella propria parrocchia di residenza. Si può concordare di accedervi in altra parrocchia per serio e ponderato motivo: in tal caso il parroco che viene richiesto di presentare il candidato alla cresima, prima di procedere alla celebrazione, si rivolga al parroco della parrocchia di provenienza e richieda da lui il permesso scritto per procedere la celebrazione del sacramento; a celebrazione avvenuta si prenda cura poi di comunicargli la relativa certificazione. Qualora esistano registri dei cresimati tenuti presso cappelle o chiese non parrocchiali, siano consegnati alla parrocchia di pertinenza e lì siano conservati fino al passaggio nell’archivio storico della diocesi. 73. La prima comunione dei fanciulli/ragazzi. a. Nel predisporre la celebrazione in cui alcuni fanciulli si accostano per la prima volta alla mensa eucaristica si evidenzi sempre l’importanza dell’avvenimento, invitando l’intera comunità parrocchiale a prendervi parte e a fare festa. b. Si eviti di isolare la festa della prima comunione dal resto dell’iniziazione cristiana di cui costituisce la tappa più alta e soprattutto si cerchi di insistere sopra l’ordinarietà della comunione eucaristica in ogni domenica. c. Si cerchi, per quanto possibile, di coinvolgere i genitori dei fanciulli nel prendere parte attiva alla celebrazione: ciò avvenga tuttavia senza inutili forzature, rispettando la condizione e anche la sensibilità di ciascuno. d. Soprattutto si cerchi di coinvolgere i genitori in un itinerario di accompagnamento dei figli alla celebrazione eucaristica della domenica, magari prendendo motivo dalla prima comunione dei figli per favorire con pazienza e lungimiranza il momento propizio di un eventuale ritorno alla pratica sacramentale. e. Ordinariamente i fanciulli vengono ammessi alla prima comunione all’età di circa dieci anni, comunque dopo essersi regolarmente in60 seriti nell’itinerario catechistico e avere percorso le tappe indicate da questo sinodo. 74. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b. c. d. e. f. g. La celebrazione dell’Eucaristia con la prima comunione dei bambini avvenga ordinariamente durante il tempo di pasqua o nella solennità del Corpo e Sangue del Signore, comunque in giorno di domenica. Non è conveniente far accedere alla prima comunione il giovedì santo e nemmeno in una celebrazione “riservata” ai soli comunicandi. Di norma si chieda di accedere alla prima comunione nella parrocchia in cui risiede la famiglia del bambino. Per serio e ponderato motivo si può concordare di accedervi in altra parrocchia. In tal caso il parroco a cui viene chiesto di amministrare il battesimo, prima di procedere alla celebrazione, si rivolga al parroco della parrocchia di provenienza e richieda da lui il permesso scritto per procedere la celebrazione del sacramento; a celebrazione avvenuta si prenda cura poi di comunicargli la relativa certificazione. Solo a causa di un grave motivo si consenta che un bambino acceda individualmente alla prima comunione, badando bene comunque che tale circostanza non costituisca in alcun modo un qualsiasi motivo di privilegio. La celebrazione sia quella della domenica corrente. Eventualmente si può sostituire la consueta professione di fede con la rinnovazione delle promesse battesimali, magari accompagnando processionalmente i bambini al fonte battesimale. Se si ritiene opportuno, si può valorizzare, dopo una adeguata preparazione, quanto è indicato nel testo ufficiale del rito della Messa per i fanciulli. La celebrazione sia preparata con solennità e decoro, ma senza indulgere ad eccessi. Nelle parrocchie poi si studino i modi migliori per riportare la festa della prima comunione al suo genuino significato religioso. Ai genitori dei fanciulli si raccomandi con semplicità, ma con coraggio e costanza di non convertire questo importante avvenimento cristiano in una occasione di spreco e di regali inutili. Piuttosto si cerchi di educare i fanciulli e le famiglie alla carità e alla condivisione, in modo da esprimere con verità la comunione al Corpo del Signore. È opportuno coinvolgere nella celebrazione i genitori dei bambini, o almeno coloro che sono maggiormente disponibili, badando bene tuttavia a non creare situazioni di imbarazzo o di discriminazione per i fanciulli che vivono in realtà familiari segnate dalla divisione, favorendo invece l’incontro positivo dei genitori con la vita della parrocchia. La celebrazione sia preparata in modo da far emergere che la comunione al Corpo del Signore costituisce per il cristiano l’appuntamento fondamentale di ogni domenica. Comunque si abbia cura di invitare i bambini alla Eucaristia delle domeniche successive, impegnandoli direttamente nelle celebrazioni e accompagnandoli progressivamente fino a quando la loro partecipazione si sarà consolidata. 61 La celebrazione dell’eucaristia e il culto eucaristico 75. Fonte e culmine. La celebrazione dell’Eucaristia è la fonte e il culmine di tutta la vita della Chiesa e quindi anche della vita personale di ciascun cristiano. Nulla ci è dato di più grande e di più nobile che il poterci ritrovare insieme a celebrare il memoriale della pasqua del Signore, nell’ascolto della sua parola e nella comunione al suo corpo e al suo sangue, pregustando così la realtà futura della gloria eterna. La grazia sempre straordinaria di questo incontro ordinario col Signore richiede da parte nostra la massima cura perché, radunandoci insieme per “spezzare il pane”, ogni segno sia posto con la dignità necessaria e ogni fedele sia messo in grado di prendervi parte con la massima devozione. 76. L’Eucaristia della domenica. La partecipazione alla mensa della parola di Dio e del Corpo di Cristo nell’Eucaristia, in comunione con i fratelli sparsi nel mondo intero, è il momento qualificante del giorno del Signore. a. Tutti i fedeli accolgano con gioia l’invito della Chiesa alla eucaristia della domenica e non lo trascurino mai se non per gravi e insuperabili motivi. b. Ciascun fedele può partecipare all’Eucaristia in qualunque luogo del mondo, perché una sola è la Chiesa; tuttavia è bene prendere parte alla celebrazione nella propria comunità parrocchiale, magari riunendo insieme la propria famiglia, o almeno quanti della famiglia abitualmente intendono prendervi parte. c. Nella celebrazione festiva dell’Eucaristia si ricorra all’impegno di tutti i ministri disponibili e si ponga ogni sforzo per coinvolgere effettivamente l’assemblea. d. Soprattutto si metta attenzione a far sì che ogni fedele, al termine della celebrazione, possa sempre trovarsi rinnovato dalla parola ascoltata e dal sacramento ricevuto. 77. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b. 62 Si valorizzino adeguatamente le varie proposte del messale per collegare sempre quanto si esprime nel rito con la realtà concreta della vita, in modo che ogni celebrazione festiva costituisca per tutti i fedeli una occasione propizia per crescere nell’amore. Dove le condizioni lo permettono si celebri l’Eucaristia una sola volta nel giorno del Signore, per esprimere al meglio l’unità del Corpo di c. d. e. f. g. Cristo. Comunque anche nelle comunità più numerose si eviti il moltiplicarsi delle celebrazioni e si invitino i fedeli a preferire quella che maggiormente esprime l’unitarietà della parrocchia. Nel giorno festivo si faccia il possibile per non aggiungere altre celebrazioni della messa oltre quelle previste dall’orario consueto: nelle piccole parrocchie, data la rarità delle circostanze, si faccia coincidere la messa festiva con la celebrazione battesimale, nuziale ed eventualmente, se le circostanze lo permettono, anche con quella esequiale; nelle parrocchie più numerose si studino orientamenti consoni alle singole situazioni. Si valuti anche l’esperienza già in atto in alcune parrocchie di ricorrere alla specifica liturgia della parola prevista per queste celebrazioni rituali; nel caso delle esequie si dovrà comunque favorire nei giorni successivi la partecipazione ad una messa in suffragio del defunto, perché questi non sia privato di un così grande beneficio spirituale. Nel giorno festivo non si celebri l’Eucaristia per piccoli gruppi, ma tutti siano invitati alla celebrazione comune. Si verifichi ovunque la possibilità di ridurre ulteriormente il numero delle celebrazioni festive: si studi il nuovo ordinamento tenendo conto non solo delle singole parrocchie, ma delle zone pastorali. Non si introducano nuove celebrazioni se non per grave motivo e con il consenso esplicito del vescovo. Se in qualche domenica, per gravi motivi, in una parrocchia non è possibile la celebrazione festiva dell’Eucaristia, si affidi a un diacono l’incarico di presiedere la liturgia della parola e di distribuire il Corpo del Signore. Pur essendo l’Eucaristia fonte e culmine della vita cristiana, la celebrazione del giorno del Signore non può esaurirsi tuttavia nella sola partecipazione alla messa: nelle parrocchie si illustri frequentemente ai fedeli il vero significato del riposo festivo, il senso della domenica come giorno della carità e della famiglia, l’opportunità di ricordare i defunti per ravvivare la speranza nella domenica senza tramonto. 78. L’Eucaristia nei giorni feriali. Ai fedeli che ne hanno possibilità si raccomandi la partecipazione devota alla messa anche nei giorni feriali, spiegandone l’importanza per la crescita nella vita spirituale. Si raccomandi in particolare la partecipazione nei giorni che la tradizione riconosce come solennità o come feste e nei tempi forti dell’anno liturgico. a. Se piccoli gruppi di fedeli per motivi plausibili chiedono una particolare celebrazione dell’Eucaristia, il parroco, valutate le circostanze e la disponibilità dei sacerdoti, nei giorni feriali conceda questa opportunità. b. Può essere utile che in talune circostanze, nei giorni feriali il parroco disponga la celebrazione dell’Eucaristia in particolari zone o 63 ambienti della parrocchia, soprattutto per l’utilità degli anziani e dei malati, o anche come segno vivo e fecondo di comunione per i fedeli che vivono o lavorano in quel luogo. 79. La concelebrazione. La pratica della concelebrazione è raccomandata per meglio esprimere il senso comunitario della Eucaristia. a. I sacerdoti preferiscano sempre la concelebrazione rispetto alla successione di diverse celebrazioni con un esiguo numero di fedeli. b. Chi ha già celebrato o dovrà celebrare la S. Messa per opportunità pastorale, può concelebrare nelle seguenti occasioni: la veglia pasquale, la messa crismale, la messa delle ordinazioni, la messa stazionale, la messa presieduta dal vescovo in una riunione pastorale o spirituale, la messa capitolare, la messa conventuale, alcune celebrazioni di una messa rituale in cui le circostanze consigliano palesemente la concelebrazione. c. Non è mai lecito concelebrare binando per soddisfare una intenzione dei fedeli e nemmeno per dare maggiore solennità al rito. 80. Le intenzioni e le offerte per la messa. a. Riguardo all’offerta che i fedeli elargiscono ai sacerdoti in occasione della celebrazione della messa ci si attenga scrupolosamente a quanto disposto dai canoni 945-958 del CJC. b. È doveroso spiegare chiaramente ai fedeli che il sacrificio di Cristo è uno solo e ha sempre valore per tutti, anche se nelle singole celebrazioni si possono porre particolari intenzioni di preghiera. Non ci si stanchi poi di insegnare che con l’offerta “non si paga” la messa, ma si intende semmai contribuire al bene della Chiesa, partecipando alla sua sollecitudine per il mantenimento dei suoi ministri e delle sue opere. 81. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b. 64 Si tenga presente che deve essere applicata una Messa distinta per ciascuna delle intenzioni per cui è stata data e accettata un’offerta, anche se esigua e nel caso che in talune chiese od oratori vengano richieste delle celebrazioni in numero maggiore di quante se ne possano ivi celebrare, è consentito far celebrare altrove quelle in eccesso, a meno che gli offerenti abbiano manifestato espressamente una volontà contraria. A nessun sacerdote è lecito indicare un’offerta maggiore di quella stabilita dalla Conferenza Episcopale Toscana: eventuali sollecitazioni in tal senso, anche indirette, saranno ritenute una grave mancanza da riprendere apertamente. c. Qualunque sacerdote può trattenere per sé una sola offerta al giorno: eventuali irregolarità in merito saranno ritenute gravi a norma del diritto. d. Chi è tenuto all’applicazione per il popolo nei giorni festivi, se celebra la Messa una sola volta, deve applicare la messa per il popolo; se celebra una seconda volta, può trattenere per sé l’offerta eventualmente elargita per la seconda celebrazione; se celebra una terza volta, l’offerta percepita deve essere inviata alla curia vescovile: il sacerdote può tuttavia trattenere per sé in terzo dell’offerta, inviando gli altri due terzi alla curia. e. Chi non è tenuto all’applicazione per il popolo nei giorni festivi, se celebra la Messa una sola volta, può trattenere per sé l’offerta eventualmente elargita; se celebra una seconda volta, l’offerta percepita deve essere inviata alla curia vescovile: il sacerdote può tuttavia trattenere per sé in terzo dell’offerta, inviando gli altri due terzi alla curia. f. Se un sacerdote in giorno feriale celebra la Messa una sola volta, può trattenere per sé l’offerta eventualmente elargita; se celebra una seconda volta, l’offerta percepita deve essere inviata alla curia vescovile. g. Qualunque sacerdote ha facoltà di applicare l’eventuale seconda o terza celebrazione “ad mentem episcopi”, segnalando alla curia l’avvenuta celebrazione. h. Se un sacerdote celebra una seconda volta non per obblighi o doveri pastorali inerenti al suo ufficio, ma per altra necessità (ad es. la sostituzione di un altro parroco, o l’aiuto in altre parrocchie non affidate alla sua cura), qualora non sia stato ricompensato in altro modo, può trattenere per sé la sola offerta stabilita dalla Conferenza Episcopale Toscana e inviare la parte restante alla curia vescovile. i. Quando un sacerdote concelebra e la messa concelebrata è l’unica celebrazione eucaristica della giornata, ogni sacerdote la può applicare per la propria intenzione e percepire la relativa offerta; chi per un lecito motivo concelebra la Messa dopo averla celebrata o dovendola celebrare per opportunità dei fedeli, può applicare la Messa per una propria intenzione, ma a nessun titolo può percepire l’offerta per questa applicazione; può applicare la Messa per una intenzione generale (per la gloria di Dio, per la Chiesa, ecc.). l. A nessun sacerdote è consentito raccogliere indistintamente più di una offerta per la medesima celebrazione della Messa secondo più di una intenzione, a meno che “gli offerenti, previamente ed esplicitamente avvertiti, consentano liberamente che le loro offerte siano cumulate con altre in un’unica offerta” (Congregazione per il clero, decr. Mos iugiter, del 22 febbraio 1991). Il parroco può predisporre questa circostanza non più di due volte alla settimana, indicando preventivamente il giorno, il luogo e l’ora di tale celebrazione (cfr. ib.). Il sacerdote celebrante potrà poi trattenere per sé una sola offerta e consegnare la somma restante all’ordinario diocesano, che la destinerà per fini da lui stabiliti. m. In ogni chiesa dove ordinariamente si celebra l’Eucaristia si custodisca e si aggiorni regolarmente uno speciale registro nel quale annotare le singole celebrazioni. 65 82. La comunione agli ammalati. a. Secondo quanto già avviene lodevolmente in molte parrocchie, ogni settimana, magari nel giorno del Signore, o comunque almeno una volta al mese, si porti la comunione ai malati e agli anziani che non possono intervenire alla celebrazione eucaristica in chiesa. b. Per questo ministero, quando è impossibilitato il sacerdote o il diacono, ci si serva dell’accolito e se non c’è l’accolito si predispongano uno o più ministri straordinari, col consenso del vescovo. c. Quando la comunione è recata abitualmente ai malati da un altro ministro, il parroco, o comunque un altro sacerdote li visiti personalmente almeno una volta al mese, per portare la sua benedizione ed eventualmente rendersi anche disponibile per il ministero della riconciliazione. 83. L’adorazione eucaristica. a Si continui la lodevole consuetudine, viva in molte parrocchie, di dedicare ogni settimana un congruo tempo alla solenne adorazione eucaristica. b. Nelle parrocchie dove questa consuetudine non esiste, si studi la possibilità di poterla avviare, magari facendola seguire ad una celebrazione feriale dell’Eucaristia. 84. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b. c. d. e. f. 66 Almeno nelle parrocchie in cui risiede il parroco, questi renda noto un momento della settimana che egli dedica alla adorazione eucaristica, invitando i fedeli a prendervi parte con lui. Analogamente si faccia quando diversi sacerdoti si riuniscono insieme e si dedicano all’adorazione eucaristica. Si mantenga ed eventualmente si rinvigorisca la consuetudine dell’adorazione eucaristica continuata (spesso chiamata “quarant’ore”). Dove la consuetudine non esiste si cerchi di inserirla. Ordinariamente si preferisca il tempo pasquale, ma si rispettino le radicate consuetudini locali. Si favorisca nei fedeli l’abitudine all’adorazione eucaristica personale e si divulghino adeguati sussidi per farla comprendere e per facilitarla. In particolare a quanti non possono prendere parte alla messa nei giorni feriali si raccomandi di compiere una visita quotidiana in chiesa; a coloro che abitano distanti dalla chiesa si raccomandi la visita al ss. sacramento nei momenti in cui durante la settimana hanno modo di passare vicino a una chiesa. Si raccomandi alle persone più libere (per es. agli anziani ancora validi) di farsi intercessori davanti al Signore per tutta la comunità. Si invitino i genitori e quanti si prendono cura dei bambini ad avviarli nel fare visita al Signore in chiesa per un breve momento di preghiera adeguato alla loro età. Gli altri sacramenti 85. La riconciliazione. La misericordia di Dio è eterna e si estende di generazione in generazione, per questo i credenti sono chiamati a confessarla con animo riconoscente nel ricevere il segno del perdono dei propri peccati. L’esperienza dei penitenti che ritrovano la gioia della salvezza e dei confessori che maggiormente donano il loro tempo per il ministero sacerdotale della riconciliazione ci dice che, mentre si registra un certo calo nel numero oggettivo delle confessioni, cresce la ricerca di una autentica motivazione nel cercare il sacramento e di una sua celebrazione più attenta e più attiva. Si accennano qui solo alcune raccomandazioni di ordine pastorale per incoraggiare la celebrazione della penitenza con assiduità e soprattutto con fede sincera. a. A tutti i fedeli si raccomanda di voler beneficiare del sacramento della riconciliazione e di riceverlo con devozione sincera. Soprattutto si deve ricordare che la confessione sacramentale è necessaria quando ci si è resi responsabili di un grave peccato. b. Ciascuno è tenuto ad esaminare la propria coscienza e a lasciarsi giudicare dalla parola di Dio predicata nella Chiesa: riconoscendo il proprio peccato, nessuno cerchi di autogiustificarsi con leggerezza, assolvendosi da solo, piuttosto ogni credente si incammini decisamente sulla via di una sincera conversione e si affidi con umiltà alla misericordia di Dio, espressa efficacemente nel sacramento della riconciliazione. c. Anche quando, grazie a Dio, la coscienza non ci rimprovera gravi peccati, è sempre bene ricorrere di frequente a questo salutare sacramento. d. Per evidenziare l’aspetto ecclesiale del perdono e per facilitare l’accesso dei fedeli al sacramento in ogni parrocchia si preveda almeno tre volte all’anno (avvento, quaresima, festa patronale o altra festa in estate) la celebrazione comunitaria della penitenza, invitando un congruo numero di sacerdoti. e. Si curi con attenzione particolare l’educazione dei fanciulli a questo sacramento, seguendo le indicazioni offerte dai testi di catechismo della CEI e dallo stesso Rito della Penitenza, in modo che la richiesta diventi sempre più motivata, la celebrazione gioiosa e l’esperienza sacramentale sempre più adeguata all’età. 67 86. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. Tutti i sacerdoti abbiano a cuore il sacramento della riconciliazione pregando assiduamente per la conversione dei peccatori, predicando con fiducia il vangelo della misericordia, cercando sempre di esprimere in ogni atteggiamento l’immagine di Cristo, venuto a cercare e salvare tutti gli uomini, offrendo volentieri la disponibilità per questo ministero. b. Ogni sacerdote, quando gli viene chiesto di amministrare il sacramento del perdono, acconsenta subito, invochi lo Spirito Santo e inizi la celebrazione accogliendo il penitente con affabilità e gioia. c. Nella cattedrale e nelle concattedrali i penitenzieri stabiliscano orari fissi per l’esercizio del loro ministero. d. In ogni vicaria si stabiliscano turni dei sacerdoti per le confessioni, tenendo conto degli orari più accessibili ai fedeli. Tali turni devono essere rivisti almeno una volta all’anno. e. I vicari foranei poi abbiano cura che in ogni chiesa aperta al culto siano chiaramente esposti gli orari con la effettiva disponibilità dei singoli sacerdoti in tutta la zona, in modo che ogni fedele sia in condizione di scegliere liberamente il sacerdote a cui rivolgersi. f. Analogamente negli ospedali si esponga pubblicamente l’orario in cui il cappellano è presente in chiesa, a disposizione non solo degli ammalati, ma anche di quanti operano o visitano l’ospedale. g. Educando i fedeli ad accostarsi al sacramento della Penitenza negli orari stabiliti, sarà più facile imprimere alla celebrazione un carattere di calma e di serenità, curando il necessario annuncio della Parola di Dio, come indicato nel rito ed evitando così, per quanto è possibile, che i fedeli, per accedere al sacramento, abbiano ad interrompere la partecipazione alla celebrazione della Messa. h. Ciascun parroco inviti spesso nella propria parrocchia altri sacerdoti in modo da offrire a tutti i fedeli la possibilità di momenti straordinari per accedere al sacramento del perdono. i. Al di fuori dei momenti di necessità, il sacerdote accolga il penitente in chiesa, nel luogo delle confessioni e indossi le vesti liturgiche prescritte, esprimendo così anche nel segno esteriore la dignità sacramentale della celebrazione. l. In particolare è da raccomandare la confessione all’inizio dell’avvento, a Natale, all’inizio della quaresima, a Pasqua, a Pentecoste, in una o più circostanze offerte nel periodo estivo (per esempio l’indulgenza francescana del 1 e 2 agosto, o una particolare festa in settembre), in prossimità della festa di Tutti i Santi e della commemorazione dei fedeli defunti: sarà opportuno educare i fedeli a caratterizzare la confessione secondo il momento liturgico che di volta in volta viene celebrato. m. Per quanto possibile si cerchi di distinguere adeguatamente tra la direzione/conversazione spirituale e la celebrazione liturgica della Penitenza (magari recandosi in chiesa alla sede confessionale, indossando la veste liturgica, o mediante altri segni), in modo da evidenziare sempre la specificità dell’atto sacramentale. n In tutte le chiese aperte al culto si offrano brevi opuscoli per favorire 68 o. p. la preparazione dei fedeli a ricevere fruttuosamente il sacramento del perdono. Quando si propone la celebrazione comunitaria della penitenza agli adulti, ordinariamente la si proponga (se ritenuto opportuno in orario diverso) anche ai bambini, in modo da far sentire anche a loro, proporzionatamente alla loro età, il carattere comunitario del sacramento. Si eviti tuttavia che i fedeli, particolarmente i bambini, accedano solo alla celebrazione comunitaria, trascurando l’iniziativa personale di chiedere il sacramento. 87. L’unzione degli infermi. Cristo Signore si è sempre chinato sui malati, spesso prendendoli per mano e sollevandoli. In suo nome e con la sua grazia oggi la Chiesa continua il medesimo ministero testimoniando nella carità concreta l’amore ricevuto dal Signore, ma anche offrendo nel segno sacramentale l’energia spirituale di cui il Signore stesso l’ha dotata. Nella nostra diocesi si è visto una rinnovata attenzione a questo sacramento, grazie al diffondersi in molte parrocchie della consuetudine di celebrarlo comunitariamente in particolari momenti di festa per i malati e per gli anziani. Mentre ringraziamo il Signore per questo segno del suo amore per chi si trova nella debolezza e nel dolore, si accennano alcuni suggerimenti per confermare e sostenere una sempre più assidua e devota partecipazione a questo sacramento. a. Si raccomandi a tutti i fedeli di voler beneficiare, se necessario anche con una certa frequenza, del sacramento del sollievo per i malati e gli anziani, superando ogni errato preconcetto e ogni remora inutile che ne impedisca la partecipazione attiva e fruttuosa. b. Come ormai lodevolmente sta diventando consuetudine, in ciascuna parrocchia si predisponga almeno una volta all’anno, la celebrazione comunitaria del sacramento dell’unzione, possibilmente durante la celebrazione dell’Eucaristia. c. Alla celebrazione comunitaria si invitino particolarmente, oltre i malati, gli anziani della parrocchia, esortandoli a non differire inutilmente il conforto di questo sacramento. d. I sacri ministri anziani o malati siano i primi a dare l’esempio ai fedeli chiedendo il sacramento nel corso dell’annuale celebrazione comunitaria in parrocchia e personalmente ogniqualvolta lo consiglino l’aggravamento della malattia o la debolezza. Analogamente coloro che nella comunità cristiana tengono alcuni incarichi, presentandosi l’opportunità, offrano volentieri questa testimonianza di fede. 69 88. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b. c. d. e. A quanti stanno per subire un serio intervento chirurgico e a quanti devono affrontare un laborioso periodo di cura si raccomandi di chiedere questo sacramento con serenità e fiducia per ottenere dalla misericordia del Signore il sollievo nel corpo e nelle spirito. Sotto il profilo liturgico il momento più opportuno per proporre la celebrazione comunitaria è il tempo di pasqua, o in giorno di domenica, tuttavia i parroci possono collegare questa celebrazione alla ricorrenza di alcune festività care alla devozione popolare dei fedeli della parrocchia. Negli ospedali si cerchi la possibilità di programmare ogni mese una celebrazione comunitaria dell’Unzione per quanti possono accedere alla cappella e in quella circostanza si proponga di ricevere il sacramento anche agli altri degenti che lo desiderano. I sacerdoti abbiano cura di visitare mensilmente tutti i malati e gli anziani della parrocchia che accolgono la loro visita e, all’occorrenza, propongano serenamente, offrendo le opportune spiegazioni, di ricevere con fede il sacramento della Unzione. Quando è possibile si invitino i fedeli a ricevere la Sacra Unzione durante l’Eucaristia festiva, che rimane sempre il momento più idoneo per la celebrazione di questo sacramento. 89. L’Ordine sacro. L’ordinazione dei sacri ministri è un dono da parte del Signore alla sua Chiesa che viene molto apprezzato dal popolo di Dio. Appunto per questo le relative celebrazioni di solito vengono anche molto curate e soprattutto vengono vissute con fede sincera e notevole partecipazione. Vengono qui espresse solo poche indicazioni, rimandando per il resto alla prassi già in atto. a. In preparazione delle sacre ordinazioni si proponga ai fedeli una adeguata catechesi sul sacro ministero secondo le opportunità che in ciascuna parrocchia si rendono possibili. b. In occasione delle ordinazioni si offra ai giovani una gioiosa proposta vocazionale. c. Per quanto concerne la celebrazione delle sacre ordinazioni ci si attenga alle norme contenute nel pontificale. d. Si dovrà fare attenzione che nel corso della celebrazione l’attenzione dei fedeli sia incentrata, più che sugli eletti, su Cristo unico e sommo sacerdote e sul mistero della sua Chiesa. 90. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. 70 Di norma le ordinazioni, almeno quelle dei presbiteri e quelle dei diaconi non candidati al presbiterato, si svolgano in cattedrale, o in una delle concattedrali. b. c. d. e. f. Ci si ispiri sempre a un criterio di nobile semplicità, sia in ciò che concerne la celebrazione liturgica, sia negli opportuni intrattenimenti fuori delle celebrazioni. È cosa lodevole, in occasione delle ordinazioni, offrire una sincera testimonianza di carità ponendo segni di generosità e di condivisione. Analoghe attenzioni si abbiano in occasione dell’ingresso del nuovo parroco il cui rito è indicato nel benedizionale e contenuto anche nello specifico sussidio preparato dall’ufficio liturgico diocesano. Similmente ci si comporti anche in occasione di eventuali celebrazioni in ricordo dell’ordinazione dei sacri ministri (25°, 50°, ecc.). In queste circostanze si badi bene a non sostituire mai l’omelia con un “discorso di circostanza”, che peraltro può avvenire, con la dovuta sobrietà, all’inizio o al termine della celebrazione stessa. 91. Il Matrimonio. A Cana di Galilea Cristo Signore ha rivelato la sua gloria nel corso di una festa di nozze, ha mostrato tutto il suo amore per la Chiesa sua sposa dando per lei se stesso e effondendo su di lei il suo Spirito, alla fine dei tempi accoglierà la Chiesa nella gloria come uno sposo accoglie la sposa. La celebrazione liturgica del matrimonio offre agli sposi cristiani il sigillo e la benedizione del loro amore e costituisce per tutti i fedeli un invito a gustare e a vivere la dimensione nuziale della appartenenza alla Chiesa. a. Consapevoli che ogni nuova famiglia è da guardare come un segno di benedizione del Signore e da accogliere come un dono di Dio all’umanità intera, in ogni parrocchia si accolgano volentieri le coppie che vengono a chiedere di celebrare il sacramento e si offra loro l’opportunità di un sereno approfondimento della scelta che stanno per compiere. b. La vera preparazione al matrimonio deve iniziare fin dall’adolescenza con l’avviamento a un responsabile senso della famiglia; deve poi qualificarsi durante il fidanzamento con specifici itinerari spirituali per le coppie che si rendono disponibili a seguirli; infine deve intensificarsi in prossimità delle nozze (almeno tre mesi prima) mediante i colloqui con il parroco, la partecipazione al corso zonale e soprattutto alcuni intensi momenti di preghiera, adeguati alla sensibilità e alle possibilità delle singole coppie. c. Il rito nuziale si svolga secondo gli ordinamenti liturgici contenuti nell’edizione tipica del Rito del matrimonio pubblicato dalla CEI. d. Si ponga attenzione a introdurre le nuove coppie di sposi nel contesto di quanto previsto in parrocchia per la pastorale familiare. 71 92. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. Spetta al parroco di residenza civile della sposa o al parroco di residenza civile dello sposo istruire interamente la pratica matrimoniale; eventualmente poi questi avrà cura di trasmetterla al parroco nel cui territorio sarà celebrato il rito nuziale. Per motivi di prudenza il parroco eviti di consegnare ai nubendi e tanto meno ad altri la documentazione contenuta nella pratica matrimoniale, ma proceda per via d’ufficio. b. Negli incontri con i fidanzati i parroci, o i sacerdoti da loro incaricati, adempiano scrupolosamente quanto è richiesto dal CJC e dal decreto generale sul matrimonio canonico della CEI, ricevendo singolarmente i fidanzati per le domande previste nell’esame circa lo stato libero, il consenso al matrimonio da celebrare e gli eventuali impedimenti o divieti, compilando e raccogliendo con precisione tutti i documenti necessari. c. Soprattutto i parroci, o i sacerdoti da loro incaricati, facciano sentire la gioia della Chiesa per la nuova famiglia che si sta formando e, per quanto è possibile, si mostrino disponibili ad accogliere i legittimi desideri dei nubendi riguardo alla celebrazione, esponendo semmai con dolcezza e vera carità pastorale eventuali rifiuti dovuti alle norme liturgiche. d. Il parroco che cura l’istruzione della pratica matrimoniale si prenda cura che i fidanzati prendano parte alla catechesi in preparazione al sacramento nuziale. e. I percorsi di preghiera e di catechesi per fidanzati sul sacramento del matrimonio e la famiglia vengano programmati in ogni vicaria, o comunque in ogni zona, secondo le specifiche esigenze e possibilità. Nel proporre questi itinerari di preparazione al matrimonio i parroci cerchino la collaborazione di alcuni sposi della parrocchia stessa o della zona, che siano in grado di offrire uno specifico aiuto. f. Prima della celebrazione nuziale il parroco, o il sacerdote che assisterà al matrimonio, avrà cura di illustrare il rito ai nubendi, di prepararli al sacramento della penitenza e di esortarli a qualche momento più intenso di preghiera, secondo le loro possibilità. g. Si metta ogni cura affinché l’assemblea presente al rito nuziale possa partecipare attivamente alla sacra liturgia, offrendo una disposizione stabile dei posti, facilitando le risposte anche con adeguati sussidi, scegliendo per la celebrazione canti idonei all’uso liturgico. h. In particolare il sacerdote che presiede la sacra liturgia sia vigile nel coinvolgere i fedeli presenti e nel suscitare una devota attenzione; in particolare prepari bene l’omelia adeguandola all’assemblea che sa di incontrare. i. Se il rito nuziale non avviene durante la messa festiva, nella domenica precedente si ricorderanno al Signore i futuri sposi durante la preghiera dei fedeli. l. Comunque si ponga ogni attenzione a salvaguardare l’aspetto comunitario del sacramento del matrimonio e si eviti, salvo effettive e serie motivazioni, di imprimere al rito nuziale un carattere quasi privato. m. Ordinariamente il rito nuziale sia celebrato nella parrocchia della sposa, o dello sposo, o anche nella parrocchia dove i novelli sposi andranno ad 72 n. o. p. q. r. s. t. abitare. Con il consenso del vescovo o del proprio parroco il rito nuziale può essere celebrato altrove. Il luogo della celebrazione nuziale sia la chiesa parrocchiale o comunque un santuario o una chiesa ordinariamente e regolarmente officiati; nessun parroco conceda di celebrare il rito nuziale in cappelle private o tanto meno all’aperto. Per rispetto alla specificità dei luoghi restano proibite le celebrazioni nuziali nel santuario dell’Addolorata al Cerreto, nel santuario della Presentazione e nella chiesa di San Giuseppe al Monte Argentario, come pure nella cattedrale di Sovana; in quest’ultima si potrà celebrare il rito nuziale solo nel caso in cui almeno uno dei due sposi sia residente a Sovana e lì abbia ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Se i nubendi esprimono il desiderio che sia assistente al matrimonio un sacerdote loro conoscente, il parroco conceda volentieri la delega, invitando poi il sacerdote a mantenere vivo il contatto pastorale con la nuova famiglia; tuttavia, se il parroco non ha conoscenza certa della effettiva esperienza del sacerdote o diacono delegato ad assistere al matrimonio, vigili di persona che si osservino pienamente le norme liturgiche e gli adempimenti canonici e concordatari. Si esortino gli sposi a cercare un criterio di nobile semplicità nei fiori e nell’addobbo; il parroco abbia cura che non si accentuino differenze fra le varie celebrazioni. Al termine della celebrazione si leggano sempre gli articoli del codice civile, a meno che gli sposi, per qualche motivo, non abbiano già contratto civilmente il loro matrimonio. Se gli sposi, dopo il matrimonio andranno ad abitare in una nuova residenza in parrocchia diversa, il parroco che ha curato la pratica matrimoniale segnali al futuro parroco l’arrivo della nuova famiglia. Il parroco, o comunque il sacerdote che ha benedetto le nozze, ricordi volentieri con gli sposi l’anniversario di matrimonio con qualche momento di preghiera insieme. Le altre celebrazioni liturgiche 93. Oltre i sette sacramenti la tradizione cristiana riconosce anche altri segni sacri per mezzo dei quali vengo significati e offerti ai fedeli alcuni benefici spirituali. Senza voler trattare di tutti e singoli questi segni, è sembrato tuttavia doveroso precisare almeno qualche indicazione riguardo alle benedizioni e agli esorcismi. 94. La liturgia delle ore. La liturgia della ore è la preghiera con cui la Chiesa in ogni parte del 73 mondo si unisce a Cristo per santificare il tempo, in modo che, nel succedersi delle ore, ogni nostra azione abbia da lui il suo inizio e in lui il suo compimento. E’ la preghiera quotidiana del papa e di tutti i vescovi, di tutti i sacerdoti e di tutti i diaconi, di tutti i monasteri e di tutte le case religiose, ma anche di tutte le famiglie e di tutti i cristiani che si uniscono a quest’unico coro unanime che la Chiesa in qualunque parte del mondo, unita a Cristo Signore in un solo Spirito, innalza a Dio Padre. Nessuna preghiera personale potrà essere paragonata a questo coro universale che unisce sulla terra tutti coloro che vi prendono parte e li associa, in Cristo, con tutta l’assemblea dei santi in paradiso. a. I fedeli guardino con gratitudine ai sacri ministri che ogni giorno lodano e supplicano Dio per tutto il popolo con la preghiera ufficiale della Chiesa. b. I sacri ministri, da parte loro, coltivino ogni giorno la fedeltà a questo grave impegno, assunto nel momento dell’ordinazione diaconale. c. Nelle parrocchie si curi l’educazione dei fedeli alla liturgia delle ore, in modo che questa fondamentale forma di preghiera della Chiesa sia sempre più conosciuta e sempre più praticata. d. In particolare si abbia cura di spiegare in varie circostanze il significato dei salmi, specialmente di quelli presenti nella liturgia delle lodi e dei vespri, prestando particolare attenzione ai testi che appaiono particolarmente difficili o lontani dal nostro linguaggio abituale. 95. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b. c. d. e. f. I sacerdoti e i diaconi, quando celebrano la liturgia delle ore, associno volentieri i fedeli che sono disponibili, anche se eventualmente pochi. Si confermi e si consolidi con perseveranza la lodevole consuetudine, già viva in non poche parrocchie, di celebrare in chiesa comunitariamente le lodi mattutine e/o i vespri. Nelle parrocchie dove questa consuetudine non è ancora in atto, si faccia il possibile per avviarla, magari accostandola alla celebrazione della messa. Si raccomandi comunque la celebrazione della liturgia delle ore, spiegando che anche quando viene celebrata individualmente è sempre un atto liturgico di tutta la Chiesa che unisce a tutti i cristiani del mondo. In particolare se ne raccomandi la celebrazione in famiglia. Nei ritiri e nei campi scuola si educhino i giovani alla liturgia delle ore, spiegandone il significato e avviandone la pratica. 96. Le Benedizioni. Cristo Signore ha benedetto i suoi discepoli e ha lasciato alla Chiesa il 74 segno della sua benedizione. I fedeli di ogni tempo cercano sempre questo segno nella Chiesa per trovare conforto e sostegno ai loro problemi e alle loro speranze. Da parte loro i sacri ministri ben volentieri prestino questo servizio al popolo nel nome del Signore, impegnandosi anche a fare di se stessi e del loro ministero un segno vivo della benedizione di Dio alla sua Chiesa. a. Nelle parrocchie si spieghi ripetutamente ai fedeli il giusto significato della benedizione, in modo che questa non abbia a cadere in disuso, ma nemmeno venga intesa in maniera distorta. b. Si riconosca l’importanza della benedizione nella vita cristiana e i sacri ministri si prestino volentieri per offrire questo prezioso ministero specialmente ai bambini, ai malati, agli anziani, e comunque a quanti ne facciano opportunamente richiesta con fede sincera. c. E’ da incoraggiare la lodevole usanza della benedizione pasquale alle famiglie, non solo come occasione di un contatto del sacerdote o del diacono con le singole famiglie della parrocchia, ma soprattutto per il valore della benedizione stessa e anche per il fatto che questa venga offerta alla famiglia nel suo luogo proprio. d. Senza il consenso esplicito dell’ordinario del luogo i sacri ministri non procedano in alcun modo a particolari benedizioni o preghiere di guarigione non contenute nel Benedizionale. e. I parroci devono prestare attenzione per evitare ogni abuso e ogni uso non legittimo del ricorso alla benedizione; in particolare devono tutelare che ciascun rito si compia secondo quanto è chiaramente indicato nel libro liturgico “Benedizionale”, senza aggiunte o arbitrarie interpretazioni. 97. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b. c. Dove ancora se ne ravvisi la necessità, si esortino i fedeli a non intendere il rito della benedizione pasquale alle famiglie come “benedizione delle case”, ma si illustri con dolcezza e pazienza il vero senso della benedizione delle famiglie, evidenziando lo stretto legame fra la pasqua del Signore, il battesimo e la famiglia. La visita per la benedizione pasquale sia raccordata dal parroco con le altre visite che egli stesso, o i suoi collaboratori, compiono in altri momenti alle famiglie, specialmente là dove vivono persone anziane o malate. Si mettano in guardia i fedeli cristiani dal ricorrere a maghi e cartomanti, ricordando come tale ricorso, oltre che costituire un grave peccato, susciti spesso un rapporto di dipendenza e altre forme di anomalie, anche di ordine psichico, che ledono in maniera considerevole l’equilibrio spirituale delle persone. Si avvertano coloro che già vi fossero incorsi 75 d. a voler ritornare quanto prima umilmente al Signore, unico salvatore e infinito nella misericordia. Analogamente si invitino i fedeli a non prestare attenzione agli oroscopi e a non fare uso di amuleti o “portafortuna”: tali futili sciocchezze non possono accompagnare coloro che sono stati segnati con sacro crisma e sono stati costituiti tempio dello Spirito Santo. 98. Gli Esorcismi. Cristo Signore ha compiuto anche numerosi esorcismi e spesso ha cacciato i demoni, riportando poi la vittoria definitiva sul loro potere nella sua pasqua di morte e resurrezione. Obbediente al comando del risorto, la Chiesa in ogni tempo ha lottato e lotta contro il potere del maligno per testimoniare a tutti gli uomini la potenza vittoriosa del Signore. Confortati dalla grazia dello Spirito Santo dalla solidarietà di tutta la Chiesa i fedeli sono invitati a considerare seriamente le tentazioni del maligno, ma anche ad affrontarle serenamente, fiduciosi nella vittoria di Cristo. a. Non si escluda mai pregiudizialmente l’azione del demonio nei fedeli, si eviti però qualunque esagerazione nel riscontrare in maniera semplicistica la sua presenza. b. Si tenga presente che la lotta migliore contro il maligno consiste in una fedele vita cristiana, espressa nell’amore sincero verso Dio e verso il prossimo, nutrita della sacre scritture e dei sacramenti, come pure di una serena devozione alla Vergine Madre di Dio e ai Santi. c. Quando sorge il dubbio, ragionato e fondato, di una certa relazione con potenze demoniache, si interpelli un sacerdote di fiducia, prudente e saggio, perché compia un primo discernimento. Se il sacerdote, memore di quanto è indicato nella introduzione al Rito degli esorcismi, dovesse riscontrare che effettivamente si possa presumere una probabile necessità di ricorrere agli esorcismi, si rivolga all’esorcista incaricato dal vescovo, oppure avverta il vescovo, che, caso per caso, indicherà a chi fare riferimento. d. Il ministero degli esorcismi, a motivo della sua delicatezza, è riservato solamente a quei sacerdoti che il vescovo abbia designato esplicitamente per scritto. Nessuno, per nessun motivo, si senta autorizzato a compiere esorcismi senza il consenso esplicito del vescovo, neanche utilizzando solo parzialmente il rito dell’esorcismo maggiore. e. I fedeli che ritengono di essere in qualche modo molestati dal mali76 gno siano accolti con cristiana carità e con pazienza, pregando con loro ed esortandoli a confidare serenamente nell’aiuto dello Spirito Santo. 99. Le Esequie e il culto per i defunti. La venerazione verso i defunti è molto sentita da parte del popolo cristiano, anche se non mancano talvolta alcuni eccessi, dettati soprattutto dal dolore o in qualche caso dalla superstizione e non mancano all’opposto alcuni casi in cui ogni ricordo sembra chiudersi al momento delle esequie. Ordinariamente però si tratta di una venerazione profondamente ispirata alla fede cristiana, vissuta poi da ciascuno secondo la propria sensibilità e secondo i modi a ciascuno più convenienti. Molti vanno a pregare sulle tombe dei loro cari al cimitero; alcuni li ricordano volentieri nella propria casa, quasi a percepire il senso di una famiglia più larga; alcuni affidano la loro preghiera silenziosa ad un fiore; tanti chiedono opportunamente di ricordare i propri defunti sull’altare di Dio nella celebrazione dell’Eucaristia. a. La morte di una persona è un evento sempre importante non solo per la famiglia del defunto, ma per tutta la comunità parrocchiale: si tenga presente e si evidenzi questo aspetto nella celebrazione delle esequie e negli altri momenti di preghiera comune. b. Le esequie si svolgano secondo le norme contenute nel testo ufficiale della CEI, evitando differenze liturgicamente non previste. c. Come di solito troviamo lodevolmente attestato nella vita delle nostre parrocchie, ogni parroco continui a seguire con affetto e intelligenza i familiari dei defunti, soprattutto coloro che restano più soli. d. Riguardo all’Eucaristia offerta in suffragio per i defunti si ricordi che la Messa è sempre una sola e ha sempre valore per tutti; che il Signore non ha bisogno dei nostri solleciti per dare il perdono, ma noi abbiamo bisogno di entrare sempre più in comunione con lui con la partecipazione frequente alle celebrazioni dell’unica Messa, per divenire e sentirci cooperatori attivi della sua misericordia anche verso i defunti. 100. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. Secondo la buona consuetudine già in atto, il parroco, appresa la notizia della morte, si rechi sempre alla casa del defunto (o all’obitorio), oppure invii un cooperatore per benedire la salma, pregare e confortare i familiari. 77 b. c. d. e. f. g. h. i. l. L’omelia della celebrazione esequiale, anche se eventualmente senza l’Eucaristia, sia sempre molto curata, con grande attenzione all’assemblea presente in quella circostanza e sia sempre incentrata sul mistero di Cristo vincitore della morte e sulla speranza nella vita eterna. Il necessario riferimento al defunto eviti assolutamente qualunque forma di elogio funebre. Questo anche nell’eventuale ricordo del defunto dopo la messa, prima delle esequie. Il parroco abbia cura che tutte le esequie, anche quelle delle persone più sole, si svolgano con grande dignità, secondo le consuetudini locali, facendo il possibile perché non venga mai meno il senso comunitario di questa celebrazione. Nelle parrocchie più grandi, dove appare più difficile esprimere questo carattere comunitario, nella domenica, alla preghiera dei fedeli, si ricordino coloro che sono morti nella settimana precedente. Si accolga volentieri l’uso di rendere omaggio ai defunti con i fiori, ma si esortino i fedeli ad evitare inutili sprechi, proponendo magari alcune opere di carità. Si proponga con semplicità e chiarezza la sana dottrina, custodita dalla viva tradizione della Chiesa e insegnata esplicitamente dal concilio di Trento, riguardo al suffragio per i defunti soprattutto con la partecipazione al sacrificio di Cristo nella messa, ma anche con le altre forme di preghiera, con l’elemosina e con la testimonianza sincera della carità cristiana. Nella messa della domenica e nelle celebrazioni festive si eviti di dire il nome di singoli defunti, a meno che non si tratti della messa esequiale o che non sia accaduto qualche evento palesemente eccezionale. Si eviti ogni forma che possa deteriorare la percezione del vero significato del suffragio mediante la celebrazione del sacrificio del Signore, come ad esempio la ricerca ossessiva di un numero maggiore di celebrazioni, la richiesta altrettanto ossessiva di ripetere il nome del defunto, una ingiustificata sensazione di nesso fra il valore della celebrazione e l’eventuale offerta corrisposta, ecc. Anche le visite al cimitero siano sobrie, possibilmente sostenute dalla serenità che viene dalla fede, programmate possibilmente nel giorno di domenica, ricordando la resurrezione del Signore e la nostra resurrezione futura. Le tombe dei cristiani siano decorose, senza sfarzo, contraddistinte con un segno che indichi la fede nel Signore e la speranza nella vita eterna. 101. Le processioni. Le processioni religiose, frequenti nei nostri paesi, specialmente in occasione delle festività più solenni, costituiscono una provvidenziale occasione di testimonianza cristiana, sia nel rendere pubblica lode al Signore, sia nel manifestare in semplicità e letizia la nostra fede. Ordinariamente si svolgono in forma molto solenne e costituiscono sempre un significativo richiamano per un numero considerevole di persone. Si 78 tratta insomma di circostanze che di per sé stesse, per la loro frequenza, per la partecipazione che esprimono e per il carattere pubblico che detengono, si impongono alla attenzione di tutti coloro che amano la Chiesa e in essa si impegnano con cuore sincero. Qualunque processione costituisce un valido segno che esprime la realtà stessa della Chiesa: popolo radunato nel nome del Signore, formato di tante persone diverse per età, esperienza cristiana e sensibilità umana, che, inneggiando e cantando a Dio, cammina compatto nel mondo verso la gloria eterna. Coloro che prendono parte alle processioni lodano insieme il Signore, la Vergine Maria e i Santi, insieme si sostengono nel cammino, insieme manifestano la loro fede, spesso anche davanti a molte persone ordinariamente non praticanti, ma che intervengono a motivo della festa. Le processioni sono prima di tutto un atto di lode a Dio; questo è il motivo fondamentale che esige una accurata preparazione e una attenta conduzione, cercando di favorire in ogni modo, secondo le varie possibilità e le diverse circostanze, il raccoglimento e la preghiera. Le processioni sono poi anche una occasione propizia di testimonianza e di annuncio del vangelo: un gruppo di fedeli, che devotamente esprime in pubblico la propria fede, è di per se stesso uno stimolo per tutti i partecipanti a rimanere uniti e a rinnovare la propria adesione alla fede della Chiesa; nondimeno quel gruppo, festante e compatto nella lode di Dio, si presenta per chiunque lo incontra lungo il cammino come un appello vivente e comunitario a riflettere sulla fede e ad interrogarsi sul significato della scelta cristiana di vita. a. Ogni processione deve costituire una occasione propizia per lodare il Signore e per testimoniare la propria fede. b. Quanti vi assistono anche solo brevemente come spettatori devono restare positivamente impressionati sulla serietà dei fedeli che camminano insieme pregando. c. Se si prevede che una processione potrebbe non riuscire bene, o che potrebbe rendere una controtestimonianza a eventuali spettatori, si eviti assolutamente di uscire per strada e ci si disponga piuttosto a pregare con dignità il Signore in altro modo nell’interno della chiesa. 102. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. In ogni parrocchia il parroco è diretto responsabile della corretta preparazione e del dignitoso svolgimento di ciascuna processione. Ciascun parroco sia ben sollecito nel saper cercare adeguate collaborazioni spe79 cialmente fra gli abituali animatori liturgici e i membri delle varie compagnie o aggregazioni. b. I parroci di parrocchie vicine mettano ogni sforzo per organizzare le processioni in orari diversi in modo da potersi reciprocamente aiutare, valorizzando le reali competenze di ciascuno. c. Le processioni siano preparate accuratamente, cercando di non lasciare nulla alla improvvisazione d. Venga data la massima importanza alle processioni liturgiche, spiegandone adeguatamente il significato, organizzandole con cura e presentandole come le sole processioni veramente essenziali ed importanti. e. La processione della festa della Presentazione del Signore non sia ridotta semplicemente a “candelora”, ma sia una vera e solenne processione verso la chiesa principale, con un reale tragitto da percorrere. f. La processione della domenica delle palme sia molto festosa e proporzionatamente lunga, con i bambini e i giovani quali veri protagonisti. g. La processione del “Corpus Domini”, sia solenne e devota, usando ogni rispetto al SS. Sacramento. h. Nelle processioni collegate al rito delle esequie si invitino i fedeli presenti a pregare insieme, utilizzando adeguati sussidi o proponendo il rosario. i. Si dia il giusto valore anche alle processioni devozionali, ossia a quelle processioni non previste dai sacri riti liturgici, ma che la gente celebra volentieri, tanto da essere ormai entrate a far parte della consuetudine viva delle nostre popolazioni (la processione del venerdì santo, le processioni mariane, le processioni per il santo patrono, ecc…). l. È doveroso non limitarsi a ripeterle ogni anno, ma coltivarle e magari purificarle da eventuali degenerazioni per far emergere sempre meglio il loro genuino significato. m. Si programmino tragitti idonei, evitando inutili lungaggini col percorrere ripetutamente le medesime strade. n. Tutte le volte che queste processioni sono unite alla celebrazione dell’Eucaristia, secondo la normativa liturgica devono coincidere con la processione di ingresso: si parta quindi da una cappella succursale, o comunque da un luogo adatto e si proceda verso la chiesa, spiegando ai fedeli il significato fondamentale della processione segno del popolo di Dio in cammino verso il santuario eterno. o. Quando l’aspetto folcloristico non permette un adeguato raccoglimento, non si insista per una continua richiesta di preghiera, ma si tenga comunque in mano l’organizzazione, facendo sì che in ciascuna manifestazione ci sia almeno qualche momento di preghiera autentica e di evangelizzazione. p. Solo la Conferenza episcopale o il vescovo possono indire processioni straordinarie in occasione di particolari circostanze, a motivo di una pubblica preghiera di supplica, o quando comunque sia eccezionalmente ritenuto opportuno. 80 La preghiera cristiana al di fuori delle celebrazioni liturgiche 103. La pietà popolare. La Chiesa è unica e si espande in tutti i popoli della terra. Ogni popolo tuttavia ha il suo modo di esprimersi e quindi anche di pregare. Nell’unità della Chiesa questa legittima diversità di espressioni, se ben intesa e ben coltivata, diventa un fecondo stimolo di confronto e di crescita insieme. Anche nelle nostre parrocchie sono diffuse varie tradizioni popolari, che evidenziano in modo semplice e profondo i principali misteri dell’anno liturgico, o che esprimono devozione sincera alla Madre di Dio e ai Santi. Tradizioni spesso simili fra loro, talvolta anche diverse, tutte collegate però dal medesimo senso di fede, senza particolari eccessi o deviazioni. Come comunità cristiana siamo chiamati a valorizzare queste espressioni popolari e a farne occasioni propizie per annunciare il vangelo e condurre alla vita di fede. a. Le tradizioni religiose popolari sono da considerare e da accogliere come una eredità preziosa ricevuta dai nostri padri e da trasmettere responsabilmente alle nuove generazioni. b. Le espressioni di devozione popolare devono essere costantemente purificate, confrontandole con la luce del vangelo, con la genuina tradizione liturgica e con il magistero della Chiesa. c. Quando una tradizione è particolarmente sentita dal popolo, si cerchi di prepararne bene la ricorrenza, valorizzandola con momenti di incisiva predicazione e di catechesi. d. Le espressioni di religiosità popolare non devono mai prevalere o sostituirsi alle celebrazioni liturgiche, ma integrarsi ad esse, in modo da non mortificare la fede semplice del popolo, ma da presentare sempre la liturgia e particolarmente l’Eucaristia come fonte e culmine della vita cristiana. e. In occasione poi delle feste popolari si cerchino i momenti migliori per proporre a tutti i fedeli la celebrazione del sacramento della penitenza. f. Particolare attenzione si ponga per mantenere vive le feste popolari in onore della Madre di Dio, come pure la preghiera comune del rosario almeno nei mesi maggio e di ottobre. g. Si favorisca e si alimenti la pratica dei pii esercizi ispirati al vangelo, specialmente la “via della Croce”, sia nella forma comunitaria in chiesa o in famiglia, sia nella forma privata come espressione di 81 devozione personale. h. Si tenga nel debito conto la tradizione di preparare alcune feste maggiori con novene o tridui caratterizzati da valida predicazione e un più intenso invito alla preghiera: là dove queste consuetudini sono vive, si cerchi di alimentarle; dove non esistono si valuti l’opportunità di poterle progressivamente istituire. 104. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b. c. d. e. f. g. h. Le celebrazioni liturgiche o devozionali, che tradizionalmente richiamano uno straordinario concorso di popolo, siano predisposte in maniera tale che non manchino mai di alcuni momenti di forte annuncio e di incoraggiamento dei fedeli alla vita cristiana. Si ponga inoltre molta attenzione a coinvolgere nella celebrazione e nella preparazione delle feste più tradizionali anche i fedeli che meno frequentano la liturgia in parrocchia, in modo che si sentano accolti e magari invitati a continuare il loro servizio nelle occasioni ordinarie. In occasione delle celebrazioni più tradizionali si procuri sempre di invitare alcuni confessori straordinari, in modo da facilitare per tutti i fedeli l’accesso al sacramento della Riconciliazione. Si ponga attenzione a non lasciar cadere le tradizioni ancora vive nelle singole parrocchie e ci si impegni piuttosto a rinvigorirle, rendendole attuali mediante una più attenta predicazione e l’equilibrato inserimento di nuove iniziative. Le ricorrenze di novene e ottavari particolarmente sentite dalla popolazione siano ritenute occasioni propizie per la predicazione e per l’educazione del popolo alla preghiera. Ciò vale anche per gli appuntamenti mariani nei mesi di maggio e di ottobre, da tenere saldi con costanza e alimentare con saggia fantasia. Ogni giorno in parrocchia si preghi con il rosario prima o dopo la celebrazione della messa e delle lodi mattutine (o dei vespri). Si raccomandi anche la preghiera del rosario in famiglia, specialmente agli ammalati e agli anziani. In particolare si preghi con il rosario in parrocchia e in famiglia almeno nelle varie feste della Madre di Dio, nei mesi di maggio e di ottobre. Si ricorra sempre alla preghiera del rosario nei momenti di maggiore difficoltà e sofferenza e soprattutto nella prova delle tentazioni. Nei venerdì di quaresima o in altre circostanze particolari si continui e si diffonda la pratica della “via della Croce”; nel tempo pasquale, magari in un giorno settimanale fisso, o in altre circostanze adatte la “via della luce”; in avvento o in occasione di feste mariane la “via della madre”. 105. La preghiera personale. Durante il corso della sua vita terrena, e soprattutto nella sua passione e nella sua morte, Gesù ha pregato il Padre e ha insegnato a noi come pregare; risorto dai morti, egli è sempre vivo a intercedere per noi pres82 so il Padre, perché col dono dello Spirito santo siamo una cosa sola nella sua Chiesa. Gesù ci chiede di vegliare e pregare per non cadere in tentazione, di pregare sempre senza stancarci mai, di pregare per coloro che ci fanno del male, di lodare e invocare Dio chiamandolo “Padre”. Il modo migliore di pregare è coltivare in noi gli stessi sentimenti di Gesù e aprire poi il nostro cuore a Dio nella lode, nel ringraziamento, nella meditazione, nella supplica. Questi sentimenti sono meravigliosamente espressi e saggiamente sparsi nella preghiera liturgica, ma possono e devono essere estesi anche alla preghiera personale e alla preghiera comunitaria, specialmente in famiglia. a. Ogni cristiano è chiamato ad esprimere e a coltivare la propria fede mediante la preghiera assidua, crescendo di giorno in giorno nell’intimità con il Signore e purificando costantemente il proprio cuore. b. I sacri ministri abbiano cura di educare i fedeli alla preghiera lasciandosi essi stessi guidare per primi all’esperienza prolungata della meditazione e del dialogo con il Signore. Di conseguenza sarà più credibile il loro invito nella predicazione e più sicuro il loro servizio nell’accompagnamento spirituale. c. Consapevoli che nella Sacra Scrittura Dio ci ha offerto la più bella scuola di preghiera, si cerchi soprattutto nei testi sacri l’ispirazione valida per rivolgersi adeguatamente al Signore. d. In ogni parrocchia si offrano al popolo preziose occasioni per ascoltare insieme la parola di Dio e quindi anche per apprendere come leggerla sapientemente (avviamento alla “Lectio divina”). Dove è possibile si offra un appuntamento settimanale, dove questo non è possibile si valorizzino almeno i tempi forti dell’anno liturgico. e. Si incoraggi la preghiera del rosario come “rilettura biblica”, spiegando l’importanza della contemplazione dei vari “misteri” in unione con la Madre di Dio e offrendo l’aiuto di adeguati sussidi. f. Ciascuno si disponga alla preghiera personale secondo la propria sensibilità e secondo le proprie disponibilità, valorizzando i momenti di silenzio, tenendo come modello i santi e magari prendendo dai loro scritti le più belle espressioni di preghiera. g. Ciascuno valuti i suoi ritmi e i suoi momenti per la preghiera, badando però a rispettare almeno alcuni tempi precisi e a coltivare solide abitudini, in modo da non restare distratto dalle mille faccende quotidiane e trascurare proprio la preghiera. h. Si incoraggino le famiglie cristiane, secondo le possibilità che cia83 scuna famiglia riscontra, a raccogliersi insieme per la preghiera e a sentirsi sempre più vera Chiesa domestica, cogliendo nella preghiera la forza per crescere ogni giorno nell’amore. 106. Inoltre si tenga conto delle seguenti indicazioni: a. b. c. d. e. f. g. h. i. 84 Si raccomandi caldamente ai fedeli la lettura personale della parola di Dio, indicando anche semplici sussidi che ne favoriscano la comprensione. I parroci offrano volentieri abbondanti e adeguati sussidi, secondo le varie sensibilità e necessità, approfittando anche delle visite che compiono alle famiglie e particolarmente a quelle dove vivono ammalati o anziani. Si proponga a tutti, secondo la generosità che lo Spirito Santo gli suggerisce: un tempo per la preghiera ogni giorno, un tempo maggiore ogni giorno di festa, un tempo di raccoglimento ogni mese, un momento “forte” ogni anno. Ciascuno abbia pure il suo luogo dove concentrarsi meglio: alcuni ascoltino il consiglio del Signore che invita a chiudere la porta della propria stanza, altri seguano il suo esempio di ritirarsi in montagna o in campagna, altri seguano per radio o per televisione trasmissioni di preghiera, altri ancora cerchino suggerimenti di preghiera via internet, ecc. Si ponga ogni cura da parte dei pastori, dei catechisti, degli educatori e in genere di tutti i fedeli per evitare il diffondersi di forme di preghiera che non esprimono il genuino senso cristiano della fede; in particolare si avvertano i fedeli di non lasciarsi deviare da quanti si improvvisano maestri di preghiera o addirittura si autopresentano come veggenti, piuttosto si esortino a seguire un vero tirocinio spirituale basato sulla retta fede e sulla tradizione della Chiesa. Si invitino anche i fedeli a cercare con la preghiera la volontà di Dio nell’obbedienza della fede, secondo i principi del vangelo; si insegni che è legittimo e anche bello esprimere al Signore i propri desideri, ma che non possiamo mai pretendere da lui il compimento della nostra volontà. Si educhi non solo alla preghiera come richiesta, ma alla preghiera in tutte le sue forme: meditazione, lode, ringraziamento, supplica; nella preghiera di supplica si educhi a chiedere “ordinatamente”, ossia a cercare prima di tutto il regno di Dio, quindi a pregare per la Chiesa, per il mondo, per coloro che ci governano, per la giustizia e la pace, per le famiglie, per i poveri, gli ammalati e gli anziani, i disoccupati, quindi per i propri cari, in ultimo per noi stessi. Si favorisca e si faciliti la partecipazione a corsi di preghiera, esercizi spirituali, ritiri e a tutte quelle occasioni che costituiscono una autentica scuola di preghiera. Si valorizzino i pellegrinaggi come momenti forti di preghiera e di ricarica spirituale, scegliendo mete che favoriscano effettivamente la riflessione e la preghiera. * * * 107. Il Signore conceda alla nostra Chiesa una sempre maggiore assiduità alla vita sacramentale in modo da progredire continuamente nella via della santità e offrire con tutta la vita un culto spirituale a lui gradito, in attesa di venire chiamati a partecipare in eterno alla liturgia degli angeli e dei beati in paradiso. 85 86 III TESTIMONIARE L’AMORE 108. Testimoniare l’amore con cui Dio ci ha amato: è questa la consegna che il Signore Gesù ha lasciato alla sua Chiesa, la consegna che noi vogliamo responsabilmente accogliere, generosamente vivere e fedelmente tramandare alle generazioni più giovani. Pur consapevole della sua miseria e delle sue debolezze, la nostra Chiesa diocesana, desidera stringersi solidamente al suo Signore con la forza dello Spirito Santo per rendere questa evangelica testimonianza di amore, attingendo energia nelle celebrazioni sacramentali e soprattutto nell’Eucaristia, impegnandosi in una scelta preferenziale per chi si trova nella necessità e nella prova. Consapevole che, unitamente all’annuncio del vangelo e alla celebrazione dei Sacramenti la testimonianza della carità è una dimensione costitutiva della Chiesa, questo sinodo intende incoraggiare tutti i fedeli ad ispirare sempre più la loro vita all’esempio del Signore, venuto nel mondo non per essere servito, ma per servire e dare la vita a vantaggio di tutti. La vocazione all’amore nella Chiesa 109. La vocazione cristiana all’amore. “Chi ama è nato da Dio e conosce Dio, chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,7-8). La carità non è soltanto lo stile, il modo di agire di Dio, ma in un certo senso è Dio stesso, la rivelazione della sua natura più intima e più vera. Per capire la carità e sapere come viverla si deve guardare a Dio, immergersi nel suo mistero. Questo orizzonte della carità ci è stato indicato dal Signore Gesù quando ci ha rivelato di averci amati come il Padre ha amato lui e ci ha invitati a “rimanere nel suo amore” (Gv 15,9). Egli stesso poi ci ha dato l’esempio di quale sia l’amore più grande offrendo per noi la sua vita. Ricordandoci che saremo riconosciuti da tutti come suoi discepoli se 87 avremo amore gli uni per gli altri (cfr. Gv 13,35) ci ha testimoniato che proprio la carità è via alla fede, è il grande segno che induce a credere al Vangelo. La carità cristiana pertanto non è semplicemente una virtù morale, ma è virtù teologale, perché in Dio stesso è la sua sorgente e Dio è il suo vero riferimento: sarebbe equivoco ridurre la carità cristiana ad una dimensione esclusivamente orizzontale, senza riconoscere la centralità della presenza divina che fonda ed esprime l’identità stessa della Chiesa. 110. Vocazione di tutta la comunità cristiana. La Chiesa è stata voluta dal Signore come luogo di incontro per fare esperienza dell’amore di Dio e quasi toccarlo con mano nella testimonianza che ne offrono i cristiani, sia individualmente che comunitariamente nelle famiglie e nelle parrocchie. La Chiesa deve esprimere questa testimonianza prima di tutto al suo interno mediante la ricerca costante e appassionata dell’unità, del perdono reciproco e della correzione fraterna, disponendosi così ad accogliere l’amore che Dio costantemente ci dona e a diventare fermento di amore fra gli uomini. Tutta la comunità cristiana deve impegnare se stessa con tutto il suo ordinamento pastorale (persone, ambienti, programmi) per vivere e testimoniare il comandamento evangelico dell’amore, senza accontentarsi di coltivare le pur generose e necessarie testimonianze individuali di gratuità e di servizio. a. Ogni comunità cristiana, pur nella consapevolezza della fragilità umana e delle quotidiane tentazioni, deve sempre tenere presente l’impegno fondamentale di crescere ogni giorno nell’unità secondo l’insegnamento del Signore e il dono che lo Spirito Santo concede. b. Siccome poi la sorgente dell’amore cristiano è solo in Dio, i progetti pastorali della diocesi e delle parrocchie dovranno sempre evidenziare che il fondamento della disponibilità e del servizio agli altri va cercato in un autentico rapporto di intimità con il Signore: tutti i fedeli devono ricordare che senza il costante alimento della Parola di Dio e dei sacramenti, non soltanto sarebbe loro impossibile perseverare nel servizio, ma soprattutto non sarebbe assicurata l’autenticità della carità cristiana che intendono vivere e testimoniare. c. I fedeli inoltre non abbiano timore a ricordarsi reciprocamente l’invito del Signore alla correzione fraterna, senza la quale sarebbe impossibile la crescita nell’unità e quindi anche la testimonianza della carità. 88 d. Una attenzione particolare deve poi essere riservata alla promozione di rapporti caratterizzati dalla dolcezza e dal rispetto per tutte le persone, senza mai rendere male per male, anche quando eventualmente ciò dovesse comportare di soffrire per la giustizia. e. Nella catechesi e nelle varie proposte di formazione cristiana si promuova una educazione alla carità che vada oltre la semplice donazione di cose o di denaro e miri piuttosto all’ impegno personale nella condivisione del proprio tempo e della propria vita. Le forme di condivisione più alte e impegnative, anche quando non diventano esperienza personale di tutti i singoli fedeli, dovranno comunque restare sempre il riferimento costante per la comunità cristiana. f. La condivisione con i poveri deve trovare espressione anche nella liturgia, ponendo particolari attenzioni nel corso delle singole celebrazioni e cercando di educare i fedeli ad accompagnare le ricorrenze festive con segni concreti di carità. g. Si continui poi a caratterizzare i tempi forti dell’anno liturgico, particolarmente la quaresima e l’avvento, come momenti propizi per l’impegno nella carità, non come occasioni sporadiche e marginali per dare il superfluo, ma come segni importanti di richiamo alla condivisione. h. Sia nelle loro espressioni comunitarie, sia nelle scelte personali e familiari i cristiani sono anche chiamati a dare testimonianza di uno stile di vita sobrio ed essenziale, che, senza escludere le legittime esigenze della festa, non manchi mai di rispetto a coloro che sono nel bisogno. i. Infine dobbiamo ricordare sempre che tutti saremo personalmente giudicati dal Signore sull’accoglienza dei “più piccoli”, che egli ha equiparato a sé. 111. La scelta preferenziale per i poveri. La Chiesa è chiamata non solo a presentarsi come comunità che vive per i poveri e con i poveri, ma anche ad assumere come proprio stile di vita la povertà nell’abbandono a Dio e nel servizio ai fratelli, sull’esempio di Gesù, che non stimò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio e prese la condizione di servo (cfr. Fil 2,7). Il fenomeno della povertà è molto complesso e spesso anche non facile a conoscersi. La povertà non è solo quella di denaro, ma è anche la mancanza di salute, la solitudine affettiva, l’insuccesso personale, l’assenza di relazioni, gli handicaps mentali, fisici, psicologici, le sventure familiari, l’asservimento alle so89 stanze stupefacenti, all’alcool, ai farmaci, l’incapacità ad integrarsi in una società efficientissima…In definitiva povero è chi non ce la fa a stare al passo degli altri, chi non può, non sa, non possiede... L’amore preferenziale per i poveri non può essere semplicemente l’espressione di un momento particolare o la risposta ad alcune situazioni di emergenza, ma deve costituire sempre un costante criterio di discernimento pastorale. a. Si faccia in modo che i poveri siano presenti e protagonisti delle varie strutture di partecipazione pastorale della diocesi e delle parrocchie e non si abbia paura di scommettere su di loro, in quanto proprio per il fatto di essere poveri sono già di per sé portatori di valori e di messaggi per tutta la comunità cristiana. b. Soprattutto è necessario non dimenticare mai questi fratelli nei momenti di festa, negli inviti alle assemblee, ai campi scuola, alle varie attività delle parrocchie. c. Le parrocchie verifichino le singole necessità e possibilità di demolire eventuali barriere architettoniche nelle chiese regolarmente officiate e nei locali parrocchiali. d. Nel preparare i bilanci di previsione della diocesi e delle singole parrocchie si abbia premura che la condivisione dei beni con i poveri costituisca sempre una tra le voci principali. e. Le nostre comunità cristiane valutino anche la possibilità di utilizzare alcune strutture per l’accoglienza e il sostegno dei più poveri. 112. Accanto alle famiglie che assistono malati e anziani. Le famiglie che si prendono cura direttamente, nella propria casa, degli ammalati e degli anziani devono essere apprezzate, incoraggiate e sostenute dalla comunità cristiana, specialmente quando le malattie appaiono umanamente insuperabili o quando toccano la mente stessa delle persone. In particolare: a. una speciale attenzione di vicinanza deve poi essere offerta dai cristiani alle famiglie in cui vivono persone diversamente abili, valorizzando le specifiche risorse di ognuno e collaborando serenamente con tutti; b. quando poi qualche persona, specialmente se anziana, si trova a vivere da sola e soffre per la propria solitudine, deve essere fatta segno di particolare premura, affinché non manchi la percezione che l’amore del Signore non viene mai meno per nessuno; c. analogamente si tenga conto delle famiglie e delle persone che per 90 qualche motivo sono venute a trovarsi in effettive condizioni di povertà; d. per quanto possibile e raccomandando la più grande delicatezza, si incoraggino i vicini di casa a farsi carico nel nome del Signore di quanti si trovano in difficoltà; e. soprattutto in queste situazioni deve essere frequente la visita discreta e rasserenante del parroco, come pure di alcuni collaboratori parrocchiali ritenuti effettivamente idonei per questi servizi. 113. La comunità cristiana e le nuove povertà. È purtroppo in aumento il numero di coloro che restano coinvolti in dipendenze da alcool e droghe, e di coloro che si trovano in difficoltà per situazioni di disagio giovanile; non mancano poi difficoltà per reperire una casa a prezzo equo o per vivere dignitosamente con l’unico stipendio troppo esiguo, ecc. La comunità cristiana deve guardare a queste persone, senza abbandonarle nella prova e cercando di aiutarle con estrema discrezione: a. l’attenzione all’emarginazione giovanile deve esprimersi soprattutto in un impegno educativo di prevenzione attraverso itinerari formativi che siano proposte di servizio e condivisione; è da favorire pertanto ogni iniziativa che promuova incontri e collaborazioni fra le varie realtà educative: famiglia, parrocchia, scuola, associazioni; b. le parrocchie devono offrire alcune proposte forti di condivisione, tali da far fronte per quanto possibile alle reali esigenze e per valorizzare adeguatamente le varie risorse: esperienze di volontariato con anziani e diversamente abili, turni di servizio in centri di accoglienza, servizi educativi ai minori, ecc.; c. si ponga sempre attenzione affinché le proposte di questi eventuali progetti siano aperte a tutti, senza imprimere caratteristiche di esclusività, al di là della condivisione delle idee e dei comportamenti. 114. La comunità cristiana e gli immigrati. L’immigrazione è una realtà ormai considerevole anche nella nostra diocesi, tale da non poter più venire considerata come semplice fenomeno di emergenza. La popolazione straniera è sparsa in vario modo tra le varie località del vasto territorio e non di rado tende anche ad isolarsi, per cui gli incontri talvolta sono casuali, indotti magari da motivi di bisogno. Nasce perciò l’esigenza di meglio conoscerci reciprocamente per meglio dialogare e valorizzare i vari aspetti culturali e spirituali, per 91 favorire un graduale inserimento e una serena integrazione nelle nostre comunità: a. la Caritas diocesana e l’ufficio diocesano per i migranti si adoperino per promuovere l’integrazione dei cittadini stranieri coinvolgendo anche gli organismi di volontariato ecclesiali e laici, i sindacati e tutte le altre forze sociali; b. le parrocchie si presentino come primo luogo di aggregazione e di integrazione, dove i cittadini stranieri possano valorizzare le risorse umane e culturali che portano con sé; c. le parrocchie si facciano anche coscienza critica nel promuovere la dignità e i diritti delle singole persone presso le istituzioni pubbliche, le associazioni, le società sportive, ecc.; d. i centri di ascolto e gli altri servizi valutino la possibilità di offrire ai cittadini stranieri alcuni momenti di aggregazione fra loro e con la comunità accogliente; e. i cristiani non abbiano pregiudizi nel concedere l’affitto di alloggi o nell’offrire proposte di lavoro agli stranieri, ma valutino concretamente le singole possibilità come avviene per i cittadini italiani; f. le famiglie cristiane e gli anziani che ospitano persone straniere per la collaborazione domestica, si impegnino a offrire loro una buona testimonianza, assumendole regolarmente nel rispetto delle leggi vigenti e apprezzando il loro servizio quando viene puntualmente offerto; g. le singole parrocchie si preoccupino di incontrare e di accogliere accuratamente le persone straniere che vivono nelle varie famiglie, incoraggiando il servizio che svolgono, rilevandone il valore evangelico, offrendo loro, se accolto, anche uno specifico servizio religioso con la periodica presenza in zona di qualche sacerdote loro connazionale; h. soprattutto le parrocchie pongano particolare attenzione ai cristiani e specialmente ai cattolici di altra nazionalità che sono venuti a vivere fra noi, facendoli sentire parte viva della nostra comunità cristiana, inserendoli adeguatamente nelle strutture parrocchiali, valorizzando i loro carismi nell’assemblea eucaristica e nelle varie attività che vengono proposte a tutti i fedeli. 115. La comunità cristiana e le istituzioni civili al servizio del bene comune. Per l’esercizio della carità e il servizio ai bisogni degli uomini ha una 92 grande importanza il rapporto che la Chiesa riesce ad intessere con le varie istituzioni che operano nella vita sociale. La comunità cristiana non intende affatto sostituirsi a nessuna di queste istituzioni, dichiara tuttavia la propria disponibilità ad una collaborazione sincera, franca e costante, senza mai sottrarsi alle proprie responsabilità nei confronti di chi vive in condizione di povertà e di disagio. Il doveroso rispetto verso le istituzioni si unisce alla irrinunciabile passione per i poveri, connaturale alla missione stessa della Chiesa. a. I cristiani sono invitati a collaborare attivamente con le varie istituzioni del territorio, attraverso opportuni e costanti coordinamenti, per leggere i reali bisogni della gente e trasformarli in progetti e servizi. b. Sarà sempre necessario caratterizzare questa collaborazione attraverso uno stile di rapporto che sia in ogni caso costruttivo, eventualmente critico, ma comunque propositivo, cercando in ogni circostanza il bene maggiore e la reale concretezza nel rispondere ai bisogni. La Caritas nella diocesi e nelle parrocchie 116. La Caritas e le sue finalità. La Caritas è l’organismo pastorale che ha per scopo l’animazione della testimonianza della carità da parte dell’intera comunità ecclesiale, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell’uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi. In quanto organismo ecclesiale, la Caritas ha un carattere essenzialmente diocesano e si articola a livello parrocchiale, o magari, dove si ritenga opportuno, a livello interparrocchiale. Le diocesi d’Italia fanno riferimento alla Caritas Italiana come espressione della CEI per il coordinamento nazionale. Analogamente le diocesi toscane hanno costituito un coordinamento regionale con riferimento alla Conferenza Episcopale Toscana. I suoi compiti essenziali sono quelli di favorire nella comunità cristiana la comprensione del comandamento evangelico della carità e la ricerca sincera della giustizia, educare allo spirito e all’esperienza della testimonianza comunitaria della carità, collaborare al coordinamento di 93 gruppi e iniziative per un servizio sempre più valido di solidarietà e di aiuto nelle parrocchie e nella società. I necessari e puntuali interventi che la Caritas compie nelle singole situazioni di emergenza, o comunque di bisogno, possono indurre alcuni a considerarla come una dinamica associazione di volontariato: è importante che i singoli responsabili della Caritas tengano una chiara cognizione della propria identità, in modo da non sentirsi supplenti di una massa che non corrisponde, ma animatori di una comunità che, pure in mezzo a tante difficoltà e tante remore, intende crescere continuamente nell’amore evangelico. 117. La Caritas diocesana. La Caritas diocesana è lo strumento pastorale a servizio della diocesi sotto la presidenza del vescovo per promuovere e organizzare la testimonianza della carità nella nostra Chiesa locale. Per operare e risponder alla sua missione la Caritas diocesana si basa su un proprio statuto. Le finalità peculiari della Caritas diocesana sono soprattutto quelle di animare la comunità al senso della carità e della giustizia, di educare allo spirito e all’esperienza della testimonianza comunitaria della carità, promuovere, sostenere e armonizzare le caritas parrocchiali, secondo le indicazioni del vescovo, di coordinare gruppi e iniziative per un miglior servizio alla comunità e alla società in collaborazione con gli altri uffici di pastorale diocesana e con la Caritas italiana. Quanti ricoprono un incarico diocesano nella direzione o nel consiglio della Caritas lo fanno per mandato esplicito del vescovo. a. La Caritas diocesana presenta e sostiene il cammino della diocesi nella educazione alla testimonianza comunitaria della carità, coordina le attività delle Caritas parrocchiali al fine di assicurare un comune operato e una reciproca collaborazione in tutta diocesi. b. È suo compito anche mantenere rapporti con le istituzioni civili preposte alle attività socio-assistenziali presenti nel territorio. c. Dovrà anche promuovere studi e ricerche sui bisogni e le risorse del territorio, sia a livello diocesano, sia a livello zonale. d. Per ascoltare le persone in difficoltà ed eventualmente indirizzarle verso servizi corrispondenti ai loro bisogni, la Caritas diocesana promuove e sostiene i centri d’ascolto. e. Per rilevare in modo regolare, competente e sistematico i bisogni e le risorse esistenti nel territorio, la Caritas diocesana intende dotarsi un osservatorio delle povertà, in grado di utilizzare i dati prove94 f. g. h. i. l. nienti dai centri di ascolto e da tutte le fonti informative possibili, in modo da suggerire le iniziative che la comunità cristiana deve intraprendere e quelle già avviate da altri soggetti con cui collaborare. Un servizio utile sarà pure quello di segnalare le idee, le iniziative, gli approfondimenti e quanto di valido viene offerto a livello provinciale, regionale, nazionale, ecc.. La Caritas diocesana dovrà poi favorire l’attività di un laboratorio, quale gruppo di lavoro propositivo nelle varie realtà, al fine di sostenere le Caritas parrocchiali e interparrocchiali nelle diverse fasi di avvio, crescita, progettazione e verifica, anche mediante convegni, seminari, giornate di studio, a livello diocesano e/o zonale. Dovrà ancora segnalare i problemi dello sviluppo nelle zone più povere del mondo e promuovere iniziative volte a favorire l’educazione alla pace e alla solidarietà tra i popoli. Nelle eventuali situazioni di emergenza dovrà organizzare specifici interventi, secondo le particolari circostanze. La Caritas diocesana si presenta ai ragazzi e alle ragazze che intendono impegnarsi nell’esperienza del servizio civile: in collaborazione con i responsabili della pastorale giovanile offre la sua disponibilità a sostenere la loro formazione e ad accogliere il loro servizio in varie strutture della diocesi. 118. La Caritas parrocchiale. In ogni parrocchia la Caritas è lo strumento pastorale che, sotto la direzione del parroco, deve costituire un vero presidio sul territorio per comprendere le reali necessità della gente e, per quanto possibile, aiutare la comunità a mettere in atto le risposte più adeguate. Questo sinodo fa proprio l’auspicio del papa Giovanni Paolo II per una continua diffusione delle Caritas parrocchiali perché “attraverso la loro opera possa crescere una carità di popolo e di parrocchie che coinvolga ciascun battezzato in modo da far emergere così il volto di una chiesa non solo preoccupata di promuovere servizi per i poveri ma anche e soprattutto di avviare percorsi di condivisione.” (discorso per i 30 anni della Caritas Italiana). a. Nelle parrocchie in cui ancora non fosse stata costituita, si costituisca quanto prima la Caritas parrocchiale, badando bene a non confonderla con l’attività sporadica di alcune persone volenterose alle quali delegare qualche esercizio della carità, ma a proporla come effettivo organismo pastorale, rappresentato nel consiglio pastorale 95 parrocchiale, come il gruppo dei catechisti e degli animatori liturgici. b. I principali responsabili della Caritas parrocchiale abbiano il mandato del vescovo, che li qualifica come animatori pastorali della carità. Il vescovo concederà il mandato dopo un congruo tempo di formazione che comprenda la partecipazione a brevi corsi specifici con adeguati programmi, un itinerario di vita spirituale guidato dal parroco o da altra persona idonea, un congruo tirocinio all’interno della Caritas stessa. c. Per il buon funzionamento della Caritas parrocchiale è necessario un metodo di lavoro costante e programmato: riunioni periodiche, tempi comuni di preghiera, di studio, responsabilizzazione mediante incarichi personali per specifici ambiti, contatto con la Caritas diocesana, raccordo coi servizi sociali, programmazione e verifica annuale. d. Nelle parrocchie più piccole, dove risulterebbe difficile costituire una vera e propria Caritas parrocchiale, non manchi comunque almeno una persona che, in collaborazione con le parrocchie vicine, costituisca il punto di riferimento della dimensione caritativa della piccola comunità. 119. I compiti della Caritas parrocchiale. Fra i compiti della Caritas parrocchiale sono da rilevare almeno i seguenti: a. animare tutta la comunità parrocchiale in modo che ogni fedele prenda coscienza dell’importanza di vivere il comandamento dell’amore; b. collaborare con la Caritas diocesana nel segnalare i bisogni e le risorse, suggerire programmi, coordinare iniziative e accompagnarle: quanto compete alla Caritas diocesana interpella conseguentemente anche la Caritas nelle singole parrocchie; c. informare, eventualmente anche con l’aiuto di validi esperti, sulle povertà del territorio e coinvolgere sui problemi che emergono con maggiore gravità e urgenza tutta la comunità e particolarmente quei settori e organismi della vita parrocchiale (catechisti, animatori della liturgia, servizi di pastorale familiare e giovanile, ecc) che di volta in volta appaiono di più specifica competenza; d. coordinare i gruppi cristiani di volontariato che operano in parrocchia ed eventualmente sollecitarne la nascita dove non esistono; 96 e. f. g. h. i. collaborare attivamente con tutte le associazioni di volontariato del territorio; collaborare con le istituzioni civili che nel territorio sono preposte alle attività socio-assistenziali, in modo da far sentire la presenza attiva dei cristiani nelle singole necessità; orientare la comunità parrocchiale al valore e alla pratica dell’accoglienza, magari grazie alla collaborazione di alcune famiglie disponibili ad offrire ospitalità temporanea a persone in difficoltà; incontrarsi periodicamente con i catechisti proponendo loro di coinvolgere quanti frequentano la catechesi in esperienze forti di carità vissuta; unirsi agli animatori della liturgia per preparare insieme alcune celebrazioni in cui si voglia maggiormente evidenziare l’aspetto della carità; restare a disposizione per intervenire nelle emergenze, individuando disponibilità sul territorio per un intervento diretto. 120. Le “opere segno”. Se la Chiesa è chiamata ad essere comunità di salvezza per tutti gli uomini, il modo più autentico per far conoscere questa sua caratteristica è quello di far sì che i poveri si sentano in ogni comunità cristiana come a casa loro. La carità delle opere assicura una forza inequivocabile alla carità delle parole. Le opere segno (centri di ascolto, centri di solidarietà e di accoglienza, ecc.) vogliono essere testimonianza comunitaria di carità mediante strutture che evidenziano immediatamente la presenza di una comunità che accoglie i più bisognosi e li fa sentire parte di se stessa. La Caritas diocesana, impegnando anche le Caritas parrocchiali e seguendo le indicazioni dei centri di ascolto e dell’osservatorio delle povertà, intende sostenere le opere già attive in diocesi e promuovere ulteriori itinerari e modalità perché non solo siano offerti servizi attenti ai bisogni reali, ma perché essi siano anche luoghi di educazione alla gratuità e alla costruzione di relazioni solidali. a. Devono essere incoraggiati e sostenuti i servizi e le “opere segno” già vive in diocesi, ponendo ogni cura per assicurarne la continuità nel tempo, la funzionalità effettiva e la freschezza nella testimonianza cristiana. b. La prima e più impegnativa “opera segno” è la “Casa Famiglia”, sorta come espressione della parrocchia di Piancastagnaio e animata dalla “Comunità della Resurrezione”, che da oltre trenta anni vi 97 c. d. e. f. g. h. i. 98 presta servizio gratuito a tempo pieno, nello spirito della specifica scelta vocazionale, coinvolgendo anche altri volontari. Un’altra importante opera segno è la mensa che la Caritas diocesana, grazie alla disponibilità di un gruppo di volontari che si alternano nei turni di servizio, ha aperto da oltre un anno nel vescovado di Orbetello, unitamente al Centro d’ascolto. Altri “centri di ascolto” sono attivi in diocesi, mentre altri ancora devono essere costituiti, in modo da rispondere in maniera sempre più puntuale e capillare ai bisogni e alle problematiche presenti sul territorio. È da consolidare l’osservatorio delle povertà e delle risorse, utilizzando i dati provenienti dai centri di ascolto e quelli provenienti da tutte le fonti informative possibili, per rilevare in modo regolare, competente e sistematico la qualità dei bisogni e insieme delle risorse pubbliche e private esistenti nel territorio, suggerendo anche eventuali iniziative e interventi ritenuti necessari, nell’ambito delle politiche sociali. Qualora dai centri d’ascolto e dall’osservatorio ne venga ravvisata la necessità, sarà necessario attivare eventuali servizi sperimentali anche coraggiosi per testimoniare che i poveri sono accolti e fanno parte della nostra comunità cristiana, coinvolgendo in vario modo volontari competenti e tutta la comunità, chiamando in causa anche le strutture pubbliche e i responsabili degli enti locali. Si valuti l’opportunità di mettere a disposizione alcuni beni ecclesiastici per attuare piccole strutture di limitate dimensioni e capillarmente diffuse nel territorio da utilizzare come case–famiglia per l’accoglienza di persone in difficoltà, o per il temporaneo soggiorno di persone senza fissa dimora, secondo le effettive esigenze e possibilità concrete. Qualora poi vi siano volontari effettivamente capaci di assumerne la responsabilità, favorendo magari anche la nascita di cooperative sociali, non si escluda la prospettiva più coraggiosa di preparare ambienti per una intelligente accoglienza di persone con problemi anche più gravi. Queste eventuali realizzazioni abbiano comunque un accompagnamento comunitario, coinvolgano le varie associazioni di volontariato con le loro specifiche competenze, facciano leva sulla sensibilità di tutti i fedeli e siano poste in atto solo con il consenso esplicito del vescovo diocesano. Il volontariato 121. Valore del Volontariato. Il volontariato è riconosciuto come una delle espressioni più significative della solidarietà umana, come una delle componenti più preziose per la crescita armonica della società. Mentre costituisce un indispensabile apporto alla rimozione delle forme più consolidate e drammatiche del disagio sociale, il volontariato costituisce parimenti una forza profetica di educazione e di rinnovamento dei rapporti sociali e dei valori più alti, testimoniando la volontà di sostituire la logica del profitto con quella della condivisione, del camminare con gli ultimi. Il dono disinteressato della propria disponibilità qualifica la relazione d’aiuto offerta dai volontari e la rende diversa dalle altre presenti nel mondo della solidarietà espressa dai servizi pubblici e dalle imprese sociali. Tuttavia il servizio volontario di alcune persone più sensibili e generose, e magari anche più libere, non deve mai assumere un carattere di sostituzione, tale da deresponsabilizzare gli altri membri della comunità; piuttosto deve essere per tutti uno stimolo ad assumere le rispettive responsabilità verso i poveri e verso quanti sono nel bisogno. 122. Il volontariato nel nostro territorio. Nelle nostre comunità esiste una antica tradizione di volontariato, sia in maniera spontanea a livello di rapporti personali e di famiglie, sia in maniera organizzata mediante associazioni caratterizzate da sempre per attenzioni specifiche ai bisogni concreti di tante persone nelle diverse condizioni di vita. Entrambe le forme sussistono e sono vive anche oggi: la forma spontanea è più diffusa nelle campagne e nei piccoli borghi, la forma associata è presente in vario modo in tutto il territorio. 123. I cristiani impegnati nel volontariato. Il volontariato cristiano è segno e espressione di carità evangelica, dono gratuito e disinteressato di se stesso al prossimo, forte testimonianza del servizio della nostra Chiesa nei confronti delle diverse forme di povertà. Prima ancora di essere un’azione utile, l’attività di volontariato è comunque un dono che esprime l’essere stesso del cristiano. a. I cristiani impegnati nel volontariato dovranno tenere ben chiara e alimentare in sé la consapevolezza di essere partecipi dell’amore di Dio e di aver ricevuto gratuitamente da lui il dono del tempo e di ogni altra dote umana. 99 b. I cristiani si distinguano per la generosità nel servizio, rifuggendo da qualunque interesse di prestigio o di potere, o da qualunque desiderio di umana gratificazione, affidandosi unicamente al Signore che per primo ci ha amati e che ci ha chiesto di amarci gli uni gli altri. c. I cristiani non permettano in alcun modo che siano scambiati per volontariato i servizi espressi sotto forma di impresa o di collaborazione, o comunque a vario titolo retribuiti, perché non resti minimamente offuscato il fondamentale senso di gratuità che deve animare ogni iniziativa proposta come volontariato. 124. Le associazioni cristiane di volontariato. La comunità cristiana guarda con fiducia alle varie associazioni cristiane di volontariato esistenti in diocesi, sia nelle singole parrocchie, sia nelle zone, ben sapendo che esse costituiscono una reale risorsa per la società e una effettiva ricchezza della comunità cristiana. a. Si aggiorni la mappa conoscitiva delle varie realtà esistenti e si costituisca una consulta diocesana. b. Si incoraggino le associazioni più vive, affinché non abbiano mai a perdere la loro energia, accompagnandole con sincera attenzione, offrendo puntuali occasioni di formazione e frequenti appuntamenti di preghiera. c. Si guardi con cura particolare a quelle che versano in condizioni più precarie, creando condizioni e occasioni di ripresa. d. Si ponga costante attenzione perché venga salvaguardato il genuino carisma di ciascuna aggregazione e perché la doverosa ricerca dell’efficienza sia accompagnata da uno stile di semplicità e di gratuità evangelica che deve comunque caratterizzare ogni forma di volontariato cristiano. e. Si coltivino e ulteriormente si promuovano forme di collaborazione con i diversi gruppi di volontariato, particolarmente dove varie associazioni si trovano ad operare all’interno della medesima parrocchia o della zona. f. Si promuovano incontri periodici, interscambi e rapporti personali sia fra i dirigenti che fra i volontari non solo fra le associazioni di ispirazione cristiana, ma anche con quelle sorte per generoso senso umanitario. 125. La formazione al volontariato. Chiunque offre il suo impegno nel volontariato necessita di un continuo 100 e adeguato impegno di formazione in modo da rinnovare progressivamente le proprie competenze e rafforzare sempre più le motivazioni fondamentali. a. Le singole associazioni cristiane abbiano cura di offrire ai propri volontari non solo un necessario addestramento di ordine operativo, ma anche una specifica formazione sulla fede cristiana e soprattutto sulle motivazioni evangeliche del dono di sé e del proprio tempo. b. La Caritas stessa, magari in collaborazione con le associazioni interessate, proponga vari percorsi formativi al volontariato cristiano, tenendo conto delle varie esigenze esistenti nelle diverse zone. c. Il volontariato cristiano a favore dei più deboli può diventare per i giovani anche un itinerario di formazione per accogliere una vocazione definitiva o per orientarsi in vista di un impegno permanente. La cooperazione missionaria fra le Chiese 126. Tutto il popolo di Dio deve essere missionario. La missione della Chiesa per annunciare il vangelo e per testimoniare l’amore con cui Dio ci ha amato non ha confini ed è propria di ciascuna comunità e di ogni singolo cristiano. Ogni volta che la Chiesa guarda se stessa, si scopre missionaria. Ciascuno collabora alla missione della Chiesa secondo la propria condizione, secondo la grazia ricevuta dallo Spirito Santo e, ovviamente, secondo la misura di generosità che la sua coscienza gli suggerisce. a. Tutto il popolo di Dio è responsabile dell’annuncio del vangelo: si ponga pertanto concreta attenzione a consolidare e incoraggiare la sensibilità missionaria di tutte le componenti ecclesiali, cercando di imprimere un carattere missionario a tutta l’attività pastorale della comunità. b. Siano valorizzate le occasioni di scambio reciproco con le Chiese che visitiamo, che conosciamo e con le quali abbiamo stabilito rapporti di gemellaggio: le loro testimonianze ci siano di stimolo per gesti di aiuto all’evangelizzazione che coinvolgono tutti membri delle nostre comunità parrocchiali. c. Nelle iniziative di attività di formazione e cooperazione missionaria si rivolga attenzione ai giovani proponendo loro la vocazione missionaria o almeno alcune occasioni di impegno temporaneo per un certo periodo della loro vita. 101 d. Si chieda umilmente al Signore la grazia di poter continuare l’esperienza “fidei donum”, inviando nuovi sacerdoti, in nome e per conto dell’intera comunità, là dove il loro ministero può sembrare più urgente. 127. Segni di collaborazione. Prendendo atto che nella nostra diocesi esiste una notevole tradizione di sensibilità alla collaborazione missionaria con le altre Chiese, è doveroso sostenere lo sviluppo della coscienza “missionaria” e incoraggiare ulteriori nuove iniziative che possano incrementarla adeguandola alle attuali esigenze e possibilità. a. L’ufficio diocesano per la cooperazione missionaria tra le chiese si faccia carico, insieme alla Caritas e agli altri uffici della curia, di animare giornate ed incontri di sensibilizzazione. b. Si sostengano e si incrementino le iniziative già in atto nella nostra diocesi e le occasioni di scambio reciproco con le altre Chiese: gemellaggi per la cooperazione, microrealizzazioni, adozioni a distanza, fondi etici, commercio equo e solidale, servizio civile internazionale, il sostegno ai missionari, ecc. c. L’ottobre missionario con la giornata missionaria mondiale e la giornata dell’infanzia missionaria siano valorizzati come momenti preziosi per la formazione missionaria e siano celebrati con particolare cura, nella preghiera, nella catechesi e nelle collette. d. Una attenzione tutta particolare deve essere tenuta per i fratelli cristiani della Terra Santa, ricordandoli nella preghiera, organizzando periodici pellegrinaggi, sostenendoli anche economicamente mediante la specifica giornata e le libere offerte. Educarci alla giustizia, alla pace e alla responsabilità sul creato 128. Giustizia e pace. Non si può certo nascondere la fatica di cogliere in tutta la sua complessità lo stretto legame fra il nostro benessere e la grave povertà di tanta parte del mondo. La coscienza di questo divario sempre più ampio e del fatto che proprio il nostro benessere costituisce una delle cause più gravi della povertà degli altri, frutto di precise scelte economiche, politiche 102 e prima ancora morali e culturali, non ci può lasciare indifferenti mentre professiamo la nostra fede nell’unico Padre di tutti. Se è doverosa la ricerca di sicurezza di fronte alla minaccia incombente del terrorismo, non è meno doveroso per noi cristiani collaborare alla ricerca sincera della giustizia e della pace: prima di tutto per coerenza con la nostra fede e inoltre anche perché non sarà mai possibile avere sicurezza se non sulla base della giustizia, senza la quale è impossibile la pace. Nasce così l’esigenza di una sempre più solida e convinta opera di educazione alla pace, al perdono, alla riconciliazione, lontana da sterili e indesiderate strumentalizzazioni di parte e fondata sui principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa. Questa educazione alla pace e alla riconciliazione trova la sua prima verifica nei rapporti individuali tra vicini e si apre poi in una vera e propria cultura della pace relativa ai rapporti fra popoli e all’ordine internazionale. La cultura della pace presuppone l’educazione alla giustizia: al rispetto delle singole persone come immagini vive del Creatore, alla ricerca di una equa partecipazione alle risorse offerte dal nostro pianeta, capace finalmente di interrompere la spirale di ingiustizia per cui i popoli ricchi diventano sempre più ricchi e i popoli poveri sempre più poveri. Il magistero della Chiesa non si è mai stancato di ripetere che senza giustizia è impossibile la pace. Sotto ogni profilo la testimonianza dell’amore diventa ricerca appassionata della giustizia, sia nell’ambito del nostro territorio, sia nell’orizzonte più vasto del pianeta. La ricerca della giustizia è garanzia di una genuina educazione alla pace. 129. Custodia del creato. “L’impegno per la salvaguardia del creato rappresenta un’urgenza imprescindibile del nostro tempo che va affrontata in tutte le sue implicazioni, senza perdere di vista la dignità unica dell’essere umano” (Evan. e Testim. della Carità, 42). Creare un ambiente di vita a dimensione d’uomo, significa l’uso rispettoso del creato a servizio dell’uomo. È pertanto necessaria una educazione che miri al conseguimento di adeguate conoscenze del problema e alla conseguente sensibilizzazione per assumere con coerenza le necessarie responsabilità nella ricerca del bene comune. 130. Responsabilità dei cristiani. I cristiani sono chiamati a credere nella possibilità di un giusto ordinamento della vita nel mondo e nella attuabilità della pace non tanto come 103 parentesi tra due guerre, ma come compimento del destino dell’umanità secondo il progetto di Dio. La brama esclusiva del profitto e la forza prevaricante del potere hanno sempre costituito una minaccia alla pacifica coesistenza delle persone e dei popoli. Oggi poi il processo sempre più avanzato di globalizzazione e l’organizzazione sempre più crudele del terrorismo aggiungono alle minacce di sempre nuovi scenari con prospettive di sviluppi. In questo contesto drammatico i cristiani sono chiamati innanzitutto a non conformarsi alla mentalità di questo mondo e quindi a rifiutare le logiche perverse del profitto e della violenza. Ma sono chiamati anche a realizzare una grande opera educativa e culturale indicando quanto sia urgente e necessario scegliere secondo coscienza e assumersi responsabilità in ordine alla salvaguardia della giustizia, della pace e dell’integrità del creato. Ogni comunità cristiana deve qualificarsi come luogo di educazione alla giustizia, alla pace e alla responsabilità sul creato attenta alla ricerca sincera delle cause di ingiustizia diffuse nel nostro paese e nel mondo intero, capace di promuovere una cultura basata sulla civiltà dell’amore. 131. La testimonianza. Il contributo più forte che i cristiani possono offrire per l’educazione alla giustizia, alla pace e al rispetto del creato è la testimonianza di una scelta di vita coerente. Ne deriva: a. l’incoraggiamento reciproco ad assumere serenamente le varie responsabilità, oltre ogni forma di qualunquismo e oltre qualsiasi valutazione egoistica nella impostazione dei problemi; b. uno stile di vita più sobrio, volto alla moderazione e al consumo critico, come rispetto della volontà di Dio creatore che chiede un uso intelligente e solidale dei beni creati e come rispetto della condizione di quanti si trovano nell’indigenza; per quanto possibile si cerchi di tradurre la testimonianza della sobrietà in piccole scelte quotidiane: l’arredamento degli ambienti, la scelta del vestiario, le priorità da porre nei bilanci familiari, l’uso del tempo, ecc.; c. il ricorso a modelli alternativi di consumo, di commercio, di risparmio e di investimenti ispirati ad una solidarietà più ampia e universale (tra questi il commercio equo e solidale, la banca etica, ecc.) in modo da incoraggiare i progetti di sviluppo per la costruzione dell’ordine mondiale nella giustizia e sostenere le politiche tese a riequilibrare le condizioni di vita fra le varie popolazioni del mondo. 104 132. La riflessione. I cristiani, secondo le proprie capacità e possibilità, sono poi chiamati ad offrire il loro contributo nella riflessione sempre più complessa sui problemi riguardanti lo sviluppo dell’ecosistema. a. Quanti si dedicano allo studio si aprano volentieri ai nuovi orizzonti che le condizioni attuali permettono e non abbiano timore a indicare i limiti da stabilire per guidare l’intervento dell’uomo nel rispetto della salvaguardia del creato, di fronte al rischio reale del deperimento della qualità della vita sulla terra. b. I cristiani poi sostengano con forza e con saggezza i progetti economici e politici di quanti sono impegnati, o desiderano sinceramente impegnarsi a superare le varie forme di sfruttamento delle risorse naturali. c. La fede impegna tutti i cristiani, ciascuno secondo le proprie responsabilità, anche al dovere profetico della denuncia: le comunità e i singoli credenti sono chiamati, in rapporto alle loro possibilità, a diventare voce di chi non ha voce, mediante prese di posizione franche, predicazione coraggiosa, scelte economiche coerenti. 133. Iniziative specifiche. La diocesi e le parrocchie mediante la Caritas sono chiamate a promuovere una costante attività di sensibilizzazione della comunità cristiana e civile. a. Il primo impegno deve essere quello di guardare le varie componenti delle parrocchie e le aggregazioni cattoliche con finalità educativa e di coinvolgerle nel diffondere una cultura della pace e uno stile di vita improntati al vangelo. b. I catechisti e gli animatori giovanili dovranno sempre incoraggiare i bambini, i ragazzi e i giovani a diventare cristiani e cittadini responsabili, autentici costruttori di pace e coerenti servitori della giustizia con uno stile di vita improntato al senso della gratuità e del dono. c. Quando circostanze straordinarie, soprattutto nei momenti più gravi richiedono particolari riflessioni ed interventi, si dovrà di volta in volta valutare quelle che potranno risultare le iniziative più utili e più opportune, evitando sterili strumentalizzazioni e cercando di non far mancare un proficuo contributo. d. In questo delicato compito la comunità cristiana, soprattutto mediante la Caritas, ponga ogni sforzo per interagire con sincero spirito di collaborazione e in piena autonomia insieme agli altri organi105 smi del territorio, in modo da valorizzare la ricchezza della diversità nel perseguimento di finalità condivise. * * * 134. Ciascun cristiano porta in sé l’anelito a costruire una comunità d’amore fraterno nella quale la preferenza per chi soffre e per chi è povero diventi semplice esperienza quotidiana. Ma tutti noi sappiamo bene che per vivere in sincerità di spirito il comandamento nuovo del vangelo ed essere effettivamente di aiuto al prossimo occorre un continuo rinnovamento interiore e una perseverante formazione, fino a raggiungere una intensa vita spirituale. La vocazione a testimoniare l’amore con cui Dio ci ha amati è per tutti, perché tutti siamo destinatari del medesimo amore eterno e perché ciascuno alla fine sarà giudicato da Dio proprio sull’amore. 106 SECONDA PARTE NELLA NOSTRA CHIESA 107 108 IV LA NOSTRA CHIESA E LE SUE PARROCHIE 135. La nostra Chiesa, articolata nelle sue parrocchie, diffuse nel vasto territorio che dal monte Amiata si estende fino al mare e all’Isola del Giglio, intende presentarsi a tutti con umiltà e fierezza per farsi conoscere come comunità di fedeli che credono in Gesù e si radunano nel suo nome. I singoli credenti che, per grazia di Dio, la compongono sono ben coscienti dei propri limiti e dei propri peccati: per questo ogni giorno invocano la misericordia di Dio per se stessi e per il mondo intero; ma sono altresì consapevoli della inestimabile energia spirituale che ricevono continuamente dal Signore nell’ascolto del suo vangelo e nella celebrazione dei sacramenti. Forti di questa energia spirituale, i nostri padri hanno custodito la fede e l’anno trasmessa di generazione in generazione fino a noi. Con la stessa energia vogliamo anche noi trasmettere la fede alle nuove generazioni, testimoniando il vangelo, celebrando i misteri del Signore e invitando tutti a rimanere uniti nell’amore. La nostra Chiesa particolare 136. L’insegnamento del Concilio Vaticano II. La Costituzione dogmatica sulla Chiesa offre l’insegnamento fondamentale per comprendere correttamente l’identità di ciascuna Chiesa particolare nella comunione dell’unica Chiesa cattolica: “Tutti gli uomini sono chiamati a formare il Popolo di Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio creò la natura umana una, e volle infine radunare insieme i suoi figli, che si erano dispersi (cfr. Gv. 11, 52). A questo scopo Dio mandò il Figlio suo, al quale conferì il dominio di tutte le cose (cfr. Eb. 1, 2), perché fosse Maestro, Re e Sacerdote di tutti, Capo del nuovo e universale popolo dei figli di Dio. Per questo pure mandò Dio lo Spirito 109 del Figlio suo, Signore e Vivificatore, il quale per tutta la Chiesa e per tutti e singoli i credenti è principio di unione e di unità nell’insegnamento degli Apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle orazioni (cfr. At. 2,42). In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo Popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo Regno, non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo, comunicano con gli altri nello Spirito Santo, e così «chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra». In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, e così il tutto e le singole parti sono rafforzate, comunicando ognuna con le altre e concordemente operando per il completamento nell’unità. Nella comunione ecclesiastica, vi sono legittimamente le Chiese particolari, con proprie tradizioni, rimanendo però integro il primato della Cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale di carità, tutela le varietà legittime, e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva. E infine ne derivano, tra le diverse parti della Chiesa, vincoli di intima comunione circa i tesori spirituali, gli operai apostolici e gli aiuti materiali. Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del Popolo di Dio, che presigna e promuove la pace universale, e alla quale in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia, infine, tutti gli uomini, dalla grazia di Dio chiamati alla salvezza.” (LG, 13). 137. Il dettato del Codice di Diritto Canonico e del Catechismo. Echeggiando un testo del Concilio (cfr. CD, 11), il codice afferma che “la diocesi è la porzione del popolo di Dio che viene affidata alla cura pastorale del Vescovo con la cooperazione del presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e da lui riunita nello Spirito Santo mediante il Vangelo e l’Eucaristia, costituisca una Chiesa particolare in cui è veramente presente e operante la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica e apostolica” (CJC, 369). Analogamente si esprime il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Per Chiesa particolare, che è la diocesi, si intende una comunità di fedeli cristiani in comunione nella fede e nei sacramenti con il loro vescovo ordinato nella successione apostolica” (CCC, 833). 138. Le caratteristiche della nostra Chiesa. Da 1500 anni la nostra diocesi vive questa esperienza di comunione 110 nella fede e nei sacramenti con riferimento al vescovo quale successore degli apostoli (sono quasi cento i vescovi che da questa cattedra hanno predicato il vangelo). Da poco più di vent’anni questa diocesi ha visto tornare sotto la sua giurisdizione alcuni territori che già le erano appartenuti nel corso della storia e oggi essa si estende su quasi tutta la vasta zona che le era propria nei secoli di maggiore espansione. Si tratta di un territorio vasto e assai diversificato per storia, per cultura e anche per dialetti, senza una città che possa fungere da centro di gravitazione, con una densità di popolazione relativamente bassa, specialmente nelle colline e sulla montagna. Queste caratteristiche presentano non poche difficoltà quando si tratta di progettare iniziative pastorali comuni, a motivo delle notevoli distanze che obbligano a moltiplicare i viaggi e rendono faticoso l’incontro fra le diverse comunità. Offrono però anche notevoli vantaggi per vivere in semplicità l’esperienza cristiana, perché la facile conoscenza reciproca dei fedeli nelle parrocchie favorisce una effettiva comunione di vita e la possibilità di continui rapporti interpersonali aiuta la comunicazione del vangelo. La tradizione di fede è notevolmente sentita dal popolo, sia pure con variegate differenze fra le zone e anche fra le singole parrocchie. Molto si deve alla “tradizione” familiare che ha trasmesso la fede e ha custodito una cultura essenzialmente cristiana. Molto si deve nondimeno all’opera dei sacerdoti, che spesso hanno curato le piccole comunità con zelo e costanza davvero ammirevoli: anche oggi il presbiterio diocesano si presenta omogeneo, con una età media relativamente bassa, costante nella testimonianza di fedeltà al ministero ricevuto. Un apporto considerevole alla formazione spirituale dei fedeli è venuta dagli ordini religiosi, che tuttavia hanno progressivamente ritirato o quantomeno assottigliato le loro presenze in diocesi: degli ordini maschili rimangono e sono attivi i passionisti con la loro casa madre e il noviziato nazionale sul Monte Argentario; degli ordini femminili sono attualmente aperte dodici case, fra cui un Carmelo. Molto hanno inciso le religiose nella educazione alla fede e nella testimonianza evangelica. In questo tessuto diocesano sostanzialmente valido e incoraggiante non mancano tuttavia, come nelle altre comunità cristiane, motivi di preoccupazione e anche di apprensione: la difficoltà della secolarizzazione è sempre più accentuata, l’uso non responsabile dei mezzi televisivi è sempre più diffuso con le relative conseguenze nella mentalità e nella 111 cultura della gente, un progressivo senso di deterioramento pervade ormai la cultura della famiglia, ecc. Sono problemi, questi, che la nostra Chiesa deve affrontare con coraggio tenendo presenti le reali difficoltà da superare e guardando con fiducia ai nuovi orizzonti che l’annuncio del vangelo ci sta aprendo. In tale contesto ci troviamo a vivere questo frammento della storia e a riflettere sopra le peculiarità che caratterizzano la nostra Chiesa particolare, come pure sopra le urgenze che le sono poste davanti. 139. La nostra responsabilità attuale. Questo sinodo sente l’invito a continuare la lunga e meravigliosa esperienza di comunione, invitando tutti i fratelli e le sorelle nella fede a rendere testimonianza al Signore qui e adesso mediante la concordia nella preghiera e l’accoglienza reciproca nell’amore, per comunicare così anche alle future generazioni la ricchezza della fede che ci è stata trasmessa. Nell’affrontare questo compito abbiamo il sostegno dei forti vincoli di comunione con il successore dell’apostolo Pietro, il papa Giovanni Paolo II e in lui con tutta la santa Chiesa cattolica. Questo senso di comunione è vissuto concretamente e in maniera speciale nei rapporti costanti con le altre Chiese particolari che sono in Italia e più da vicino con quelle che sono in Toscana e nella nostra medesima provincia ecclesiastica. Il loro affetto ci incoraggia, la loro esperienza ci istruisce e soprattutto la loro preghiera ci infonde speranza. 140. La responsabilità personale del vescovo. La responsabilità di governare la diocesi pesa sulle spalle del vescovo” (AS [Apostolorum Successores. Direttorio sulla vita e l’ufficio dei vescovi], 161: è al vescovo, infatti, in quanto successore degli apostoli, che compete il dovere di garantire nella nostra Chiesa l’integrità della fede e lo slancio missionario, la lode di Dio e la santificazione dei fedeli attraverso i sacramenti, il progresso nella carità fraterna e l’unità di mente e di cuore fra tutti i fedeli; “i suoi diritti e i suoi doveri personali di governo lo impegnano a decidere personalmente secondo coscienza e verità” (Ib.) Questo sinodo ha già trattato ampiamente del vescovo e dei suoi compiti nella Chiesa in altro documento riguardante i ministri del Signore. 141. Il segno della cattedrale. La cattedrale deve essere considerata come “segno di unità della Chiesa 112 particolare, luogo dove si realizza il momento più alto della vita della diocesi e si compie pure l’atto più eccelso e sacro dell’ufficio di santificare proprio del Vescovo, che comporta, come la liturgia stessa che egli presiede, la santificazione delle persone e il culto e la gloria di Dio”(AS,156). Tutti i fedeli devono sentire la cattedrale come il grembo materno della Chiesa che genera e nutre i suoi figli nella fede, come la propria casa, dove i figli di Dio sperimentano l’appartenenza all’unica Chiesa fondata dal Signore sugli apostoli. In particolare i sacerdoti e i diaconi devono trovare nella cattedrale il ricordo vivo della loro ordinazione e il segno della propria appartenenza all’unico presbiterio per servire insieme il Signore e il suo popolo. Il vescovo, da parte sua, con l’aiuto dei suoi collaboratori, deve aver cura della cattedrale, presentandola sempre viva e accogliente provvedendo che le celebrazioni liturgiche ci si svolgano con decoro, rispetto e fervore comunitario (cfr. AS,156). Anche nel segno delle sue cattedrali la nostra diocesi riflette la sua storia ed esprime la sua attuale configurazione. L’antica cattedrale di Sovana (oggi con-cattedrale) rimane il simbolo della nostra diocesi, la radice della nostra tradizione, la memoria della nostra storia cristiana: lì di solito hanno luogo le celebrazioni che per la loro propria natura esprimono maggiormente l’unità della Chiesa particolare. La cattedrale di Pitigliano è quella prossima all’abitazione ordinaria del vescovo, che lì presiede le celebrazioni nelle principali ricorrenze dell’anno liturgico. La concattedrale di Orbetello si trova al centro della zona più popolata della diocesi e sempre più diventa il luogo di incontro con assemblee numerose: anche lì, come a Pitigliano il vescovo presiede le celebrazioni nelle principali ricorrenze dell’anno liturgico. Al fine di valorizzare e rendere più solenni le celebrazioni nella cattedrale e nelle concattedrali, (cfr, AS,156), sono costituiti “ab immemorabili” e prestano servizio due capitoli di canonici, uno a Pitigliano e Sovana, l’altro a Orbetello. Gli statuti dei due capitoli siano opportunamente rinnovati secondo le attuali esigenze. 142. L’apporto e il consiglio di tutti. Nell’esercizio del suo ministero pastorale di governo il vescovo deve cercare la collaborazione di tutto il popolo di Dio, individuando e valorizzando le varie competenze specifiche. Nell’ascolto fiducioso dei fedeli il vescovo non rinuncia all’esercizio della sua specifica autorità, piuttosto cerca coscienziosamente di saggiare ogni proposta per tenere 113 ciò che è buono. Solo da questo vigile ascolto e da questa indole comunitaria del discernimento può venire a lui la serenità nel cercar di comprendere e discernere ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. In particolare il vescovo deve mantenere uno stretto legame con i sacerdoti e i diaconi, quali “fratelli e amici... ascoltandone volentieri il parere... consultandoli e dialogando con loro su quanto concerne le necessità del lavoro pastorale e il bene della diocesi” (PO, 8). Deve poi ascoltare con fiducia i vari organismi di consultazione previsti dal diritto: il consiglio presbiterale, il collegio dei consultori, il consiglio pastorale diocesano e il consiglio diocesano per gli affari economici, come pure le altre consulte o commissioni di cui legittimamente egli intenda avvalersi costituite in diocesi. Inoltre il vescovo deve cercare sempre il contatto personale con i fedeli, senza mai rinunciare a incontrare anche singolarmente chi vuole conferire con lui quando si reca nelle parrocchie e offrendo piena disponibilità ad ascoltare chiunque in vescovado sia a Pitigliano, sia a Orbetello. 143. L’aiuto specifico della curia diocesana. Un aiuto diretto e costante è offerto al vescovo dalla curia diocesana, che è “la struttura di cui il vescovo si serve per esprimere la propria carità pastorale nei suoi vari aspetti” (PG [Pastore Gregis. Esortazione postsinodale del S.Padre Giovanni Paolo II sul ministero dei vescovi],45; AS,177); essa, infatti, “consta di quegli organismi e persone che collaborano col vescovo nel governo di tutta la diocesi, principalmente nella direzione dell’attività pastorale, nell’amministrazione della diocesi e nell’esercizio della potestà giudiziale” (CJC, can 469). Sede ufficiale della curia diocesana è il palazzo vescovile in piazza Fortezza Orsini a Pitigliano: lì trovano posto la maggior parte degli uffici. Una sede succursale è istituita nel palazzo vescovile (“palazzo abbaziale”) di Orbetello: lì sono istituiti stabilmente un dislocamento della cancelleria, l’archivio storico relativo all’Abbazia delle Tre Fontane, alcuni uffici pastorali, la mensa e un centro d’ascolto della Caritas; lì possono trovare spazio gli ufficiali di curia che in varie circostanze devono offrire un servizio nella zona costiera. 144. L’ordinamento attuale della curia. Fatta salva la piena libertà del vescovo nel determinare diversamente di fronte a nuove esigenze, il sinodo riconosce l’attuale ordinamento della curia diocesana. 114 a. b. 1 2 3 c. 1 2 3 d. 1 Il Vicario generale (cfr. cann. 475-481). Il vicario generale ha potestà ordinaria e presta il suo aiuto al vescovo per tutta la sua attività nel governo della diocesi. Il tribunale diocesano (cfr. cann 1419-1427). Nella diocesi il giudice di prima istanza è il vescovo, che tuttavia per l’esercizio di questo ministero nomina un vicario giudiziale. Il vicario giudiziale resta anche a disposizione dei sacerdoti e dei fedeli per un fraterno servizio di consulenza. Oltre il vicario giudiziale compongono il tribunale diocesano il promotore di giustizia e difensore del vincolo, il cancelliere e un notaio, o attuario, per la compilazione dei verbali e la redazione degli atti. Il tribunale di seconda istanza è quello della curia metropolitana di Siena. La cancelleria e gli archivi (cfr. cann 482-491). Il cancelliere è anche segretario e notaio della curia; il suo incarico principale consiste nel provvedere che gli atti della curia siano redatti compiutamente e ben custoditi; inoltre a lui compete di controfirmare gli atti ufficiali dell’ordinario, custodire gli atti prima della loro collocazione in archivio o nelle rispettive posizioni, custodire il protocollo, controllare i documenti matrimoniali sottoposti alla legalizzazione della firma. Accanto al cancelliere e in sua vece operano i vice-cancellieri, che hanno come compito quello di collaborare con il cancelliere nella stesura degli atti e anche di sostituirlo in sua assenza. Uno dei vice-cancellieri svolge le sue funzioni nel vescovado di Orbetello e ha competenza per tutti gli atti di curia che si svolgono in quella sede. Gli archivi diocesani sono due: l’archivio vescovile di Pitigliano ospita anche la biblioteca donata da Mons. Aldo Vagaggini; l’archivio di Orbetello custodisce quanto appartenuto all’archivio storico dell’Abbazia delle tre Fontane. Gli uffici economici L’economo ha il compito (cfr. cann. 492-494), in conformità con le direttive stabilite dal Consiglio diocesano per gli affari economici, di amministrare per conto del vescovo i beni della diocesi e provvedere il necessario al funzionamento della curia e alle iniziative pastorali della diocesi; inoltre poi l’economo ha il compito di vigilare sulla retta cura e sull’amministrazione dei beni delle parrocchie, ricevere la consegna dei beni parrocchiali da parte dei parroci che lasciano la parrocchia e consegnare i medesimi ai nuovi parroci che subentrano, esaminare i conti consuntivi delle parrocchie, offrire ai parroci assistenza in campo fiscale e assicurativo, fungere da segretario della cassa diocesana delle pie fondazioni e accettare le pie fondazioni, gestire e amministrare i legati pii, pronunciarsi sui progetti relativi a nuove costruzioni o ristrutturazioni di vecchi edifici, richiedendo il necessario giudizio delle commissioni 115 2 3 4 e. 1 2 3 4 116 interessate, provvedere a riscuotere i contributi secondo le indicazioni date dal vescovo. L’ufficio per il sostegno economico alla Chiesa ha il compito di promuovere in tutta la diocesi la sensibilizzazione dei fedeli per contribuire alle necessità economiche della Chiesa, in relazione con l’apposito servizio della segreteria generale della CEI. L’ufficio per i beni culturali ha il compito particolare di censire i beni culturali ecclesiastici esistenti nella diocesi, favorirne una opportuna conoscenza e valorizzazione secondo le norme civili e canoniche, collaborare con l’economo nella vigilanza sulla loro adeguata effettiva custodia e nell’istruire le pratiche relative al loro restauro. L’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (IDSC), che è regolato dalle norme proprie emanate dalla CEI, amministra i beni di proprietà dell’Istituto e provvede alla remunerazione mensile dei sacerdoti in relazione con l’Istituto centrale della CEI. Gli uffici per l’evangelizzazione L’ufficio catechistico ha il compito di aiutare il vescovo nel custodire e far conoscere la dottrina della fede e nel favorire la pastorale catechistica, offrendo sussidi e collaborazioni in riferimento alle diverse età, ai vari ambienti e situazioni, ai contenuti e agli strumenti. L’ufficio per la scuola ha il compito di aiutare il vescovo nel favorire la testimonianza cristiana nella scuola, nel curare la formazione cristiana degli insegnanti, nel provvedere alla designazione e alla costante formazione degli insegnanti di religione cattolica, nel prendersi cura delle scuole cattoliche esistenti in diocesi, nel tenere i rapporti con le autorità scolastiche. L’ufficio per le comunicazioni sociali e la cultura ha il compito di curare l’applicazione di quanto concerne la testimonianza cristiana nel mondo della cultura e nel settore delle comunicazioni, diffondere i comunicati e le notizie inerenti la vita diocesana, mantenere rapporti con le locali agenzie di informazione, favorire l’educazione a un saggio uso degli strumenti di comunicazione sociale. In collegamento con l’ufficio per le comunicazioni sociali e la cultura sono la redazione del settimanale diocesano “ToscanaOggi–Confronto” e del sito diocesano. L’ufficio per i pellegrinaggi e il tempo libero ha il compito di favorire la partecipazione ai pellegrinaggi in terra santa e nei luoghi più significativi della fede, di organizzare ed animare i pellegrinaggi diocesani, di promuovere la pastorale del tempo libero, turismo e sport. f. L’Ufficio liturgico È compito dell’Ufficio liturgico aiutare il vescovo in quanto responsabile della divina liturgia nella diocesi. In particolare i vari componenti dell’ufficio devono curare le celebrazioni episcopali, predisporre o segnalare sussidi liturgici utili alle parrocchie, promuovere il canto liturgico. g. 1 Gli uffici per la testimonianza della carità. La Caritas diocesana ha lo scopo di aiutare il vescovo a promuovere e 2 3 4 h. 1 2 3 4 5 6 coordinare la testimonianza della carità e la formazione alla giustizia e alla pace. La Caritas diocesana sostiene anche alcune opere-segno, fra cui una mensa nel vescovado di Orbetello. È compito dell’ufficio per la cooperazione missionaria fra le Chiese promuovere la puntuale celebrazione della giornata missionaria mondiale, mantenere particolari e regolari contatti con i missionari e le missionarie della nostra diocesi che operano nel mondo, curare che tutta la pastorale diocesana si mantenga aperta alle necessità della Chiesa intera. L’ufficio per l’ecumenismo e il dialogo con le altre religioni ha il compito di favorire nei fedeli la sensibilità al dialogo con i cristiani non cattolici, gli ebrei e i musulmani presenti nel nostro territorio. L’ufficio per i problemi sociali ha il compito di studiare i problemi sociali esistenti in diocesi e proporre opportune iniziative, di promuovere e coordinare le attività dei cristiani e delle associazioni nella vita politica e sociale. I delegati diocesani per alcune categorie di fedeli I delegati diocesani aiutano il vescovo nella cura pastorale di alcune specifiche categorie di persone. I delegati per le famiglie hanno il compito di sostenere le parrocchie (o le vicarie) nella preparazione dei giovani al matrimonio e alla famiglia, favorire nelle parrocchie l’attenzione e l’impegno alla spiritualità familiare, prendersi cura delle famiglie in difficoltà collaborando con gli altri uffici competenti. Il delegato per gli ammalati ha il compito di stimolare l’attenzione verso gli ammalati da parte di tutti gli operatori pastorali, favorire l’impegno degli ammalati e degli anziani nella preghiera e nell’offerta della propria sofferenza, coordinare la cooperazione fra le associazioni che si interessano degli ammalati, promuovere la celebrazione annuale della giornata per gli ammalati. Il delegato per i giovani ha il compito di sostenere le parrocchie e le zone nel promuove la pastorale giovanile, coordinare le forze che operano in campo giovanile. Il delegato per le vocazioni di speciale consacrazione ha il compito di promuovere l’impegno alla proposta vocazionale da parte delle parrocchie, anche mediante l’organizzazione di particolari “giornate vocazionali”; è suo compito inoltre seguire e accompagnare quei fedeli che abbiano espresso segni di vocazione alla vita ministeriale o religiosa. Il delegato per i diaconi ha il compito di curare la formazione continua di quanti hanno ricevuto l’ordine diaconale e coloro che vi sono candidati; è suo compito inoltre coltivare rapporti di formazione con le loro rispettive famiglie. Il delegato per le persone consacrate ha il compito di prendersi cura della formazione spirituale e del tenore di vita dei religiosi e soprattutto delle religiose (più numerose) che vivono in diocesi, collaborando anche a questo scopo con l’USMI diocesana. 117 7 8 i. 1 2 3 4 5 6 7 Il delegato per le aggregazioni laicali ha il compito di coordinare i rapporti fra le associazioni e i gruppi che aderiscono alla consulta delle aggregazioni laicali, favorendo la collaborazione fra le varie aggregazioni, il loro sereno inserimento nella vita diocesana e parrocchiale. Il delegato per i rapporti con le istituzioni ha il compito di mantenere contatti con le istituzioni civili del territorio e di rappresentare il vescovo negli incontri pubblici ai quali egli non possa prendere parte personalmente. Norme fondamentali per coloro che prestano servizio nella curia diocesana Tutti coloro che ricevono un incarico nella curia diocesana siano coscienti del servizio che prestano al Vescovo per la Chiesa locale e si impegnino ad espletarlo con senso di responsabilità e con carità pastorale. Nello stile di lavoro si privilegi sempre l’intesa e la collaborazione con coloro che operano negli altri uffici. I singoli componenti della curia sono chiamati a porre ogni sforzo per formarsi una autentica e provata competenza in ciò che riguarda il proprio incarico, sia con un assiduo e serio studio personale, sia con una vigile attenzione alle indicazioni provenienti dalla S. Sede, dagli uffici della CEI e dalle legittime autorità dello stato, sia con la partecipazione a convegni e incontri specifici. Il segreto d’ufficio e il rispetto delle persone esigono grande discrezione anche nel divulgare circostanze e valutazioni, soprattutto quelle relative a decisioni dell’autorità ecclesiastica e della conseguente pubblicazione in atti ufficiali; nessuno pertanto divulghi, ufficialmente o privatamente, notizie e valutazioni senza il consenso esplicito dell’ordinario. L’autorizzazione a porre un determinato atto giuridico è data unicamente dall’ordinario mediante decreto scritto, previa presentazione della domanda corredata da debita documentazione; il parere positivo o negativo di un responsabile degli uffici di curia su un determinato atto giuridico, non costituisce autorizzazione o rifiuto, ma semplice servizio di consulenza. Le nomine di coloro che prestano servizio nella curia diocesana hanno la durata di un quinquennio e sono reiterabili. Chiunque presta un servizio nella curia diocesana, è invitato a presentare al vescovo la rinunzia al suo ufficio; il vescovo, considerate tutte le circostanze, deciderà se accettarla o differirla. In casi particolari poi il vescovo può affidare un incarico specifico a qualche sacerdote anziano, in modo da valorizzare la sua esperienza a beneficio di tutti. Consapevole dell’importanza e della delicatezza del servizio offerto alla Chiesa da coloro che collaborano col vescovo per l’animazione collegiale della vita diocesana, il sinodo esprime loro sincera gratitudine. 118 145. Per la missione comune. Il vescovo, successore degli apostoli in questa Chiesa particolare, chiamato a servire l’intero popolo di Dio e a valorizzare tutti i carismi donati dallo Spirito Santo, deve esercitare la sua autorità coinvolgendo il maggior numero possibile di fedeli, offrendo a tutti la possibilità e la gioia di sentirsi partecipi dell’unica comunità cristiana (cfr. AS,165). Il vescovo deve essere e presentarsi come il servo della comunione. Il popolo, da parte sua, deve corrispondere sentendosi un cuor solo e un’anima sola, assiduo all’insegnamento del successore degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr. At 2,42 . 4,32). Anche nella nostra Chiesa deve echeggiare continuamente l’antico adagio: “Niente senza il vescovo, niente senza il consiglio dei presbiteri, niente senza il consenso del popolo”. Forte della sua storia, fiduciosa nell’aiuto dello Spirito Santo invocato costantemente nella preghiera, sostenuta dalla protezione della Madre di Dio e dei nostri Santi, questa Chiesa vuole disporsi ad affrontare le sfide della nuova evangelizzazione, vuol dilatare se stessa per accogliere tutti coloro che incontra, vuole guardare in avanti con coraggio, protesa verso Cristo suo Signore. Le parrocchie nella nostra Chiesa particolare 146. Il dettato del Codice di Diritto canonico. Il codice definisce la parrocchia come “una determinata comunità di fedeli costituita stabilmente nell’ambito di una Chiesa particolare, e la cui cura pastorale è affidata al parroco come a suo proprio pastore, sotto l’autorità del vescovo diocesano” (can. 515, §1). 147. La nota pastorale della CEI. I vescovi italiani hanno pubblicato nella scorsa solennità di Pentecoste una nota pastorale per creare comunione tra le diocesi nell’impegno del rinnovamento pastorale della parrocchia in senso missionario (“Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia” [VMP]). La nota pastorale inquadra così le parrocchie nel contesto della propria Chiesa locale. “La parrocchia, che vive nella diocesi, non ne ha 119 la medesima necessità teologica, ma è attraverso di essa che la diocesi esprime la propria dimensione locale. Pertanto, la parrocchia è definita giustamente come «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie» [CL, 26]. Agli inizi, la Chiesa si edificò attorno alla cattedra del vescovo e con l’espandersi delle comunità si moltiplicarono le diocesi. Quando poi il cristianesimo si diffuse nei villaggi delle campagne, quelle porzioni del popolo di Dio furono affidate ai presbiteri. La Chiesa poté così essere vicina alle dimore della gente, senza che venisse intaccata l’unità della diocesi attorno al vescovo e all’unico presbiterio con lui. La parrocchia è dunque una scelta storica della Chiesa, una scelta pastorale, ma non è una pura circoscrizione amministrativa, una ripartizione meramente funzionale della diocesi: essa è la forma storica privilegiata della localizzazione della Chiesa particolare. Con altre forme la Chiesa risponde a molte esigenze dell’evangelizzazione e della testimonianza: con la vita consacrata, con le attività di pastorale d’ambiente, con le aggregazioni ecclesiali. Ma è la parrocchia a rendere visibile la Chiesa come segno efficace dell’annuncio del Vangelo per la vita dell’uomo nella sua quotidianità e dei frutti di comunione che ne scaturiscono per tutta la società. Scrive Giovanni Paolo II: la parrocchia è «il nucleo fondamentale nella vita quotidiana della diocesi» [PG, 45]. La parrocchia è una comunità di fedeli nella Chiesa particolare, di cui è «come una cellula», a cui appartengono i battezzati nella Chiesa cattolica che dimorano in un determinato territorio, senza esclusione di nessuno, senza possibilità di elitarismo. In essa si vivono rapporti di prossimità, con vincoli concreti di conoscenza e di amore, e si accede ai doni sacramentali, al cui centro è l’Eucaristia; ma ci si fa anche carico degli abitanti di tutto il territorio, sentendosi mandati a tutti. Si può decisamente parlare di comunità “cattolica”, secondo l’etimologia di questa parola: “di tutti”. Più che di “parrocchia” dovremmo parlare di “parrocchie”: la parrocchia infatti non è mai una realtà a sé, ed è impossibile pensarla se non nella comunione della Chiesa particolare. Di qui un ulteriore indirizzo per il suo rinnovamento missionario: valorizzare i legami che esprimono il riferimento al vescovo e l’appartenenza alla diocesi. È in gioco l’inserimento di ogni parrocchia nella pastorale diocesana. Alla base di tutto sta la coscienza che i parroci e tutti i sacerdoti devono avere di far parte dell’unico presbiterio della diocesi e quindi il sentirsi responsabili con il vescovo di tutta la Chiesa particolare, rifuggendo da autonomie e protagonismi. La stessa prospettiva di effettiva comu120 nione è chiesta a religiosi e religiose, ai laici appartenenti alle varie aggregazioni”. (VMP, 3). 148. Le nostre parrocchie. Le parrocchie della nostra diocesi sono oggi 71 e presentano caratteristiche assai diverse fra loro, secondo le varie zone, ma anche secondo la storia e la condizione specifica di ciascuna. Ordinariamente si tratta di parrocchie molto estese, solo poche tuttavia raggiungono un elevato numero di abitanti. Nella vita sociale ordinaria la gente fa spesso riferimento al centro maggiore, che di solito è il capoluogo del comune e che quasi sempre corrisponde anche alla parrocchia principale. La specifica configurazione del territorio, le reali distanze che di fatto esistono fra i centri abitati e la ricchezza viva di tradizioni cristiane in genere motivano ampiamente l’esistenza delle singole parrocchie. Soprattutto poi deve essere considerata la vivacità con cui si porta avanti l’esperienza di fede nelle singole comunità: salvo alcuni casi in cui si è registrato un certo calo di entusiasmo, sono proprio le parrocchie più piccole a presentarsi come le più vive e ad offrire una bella testimonianza di impegno nella vita cristiana, nella frequenza all’Eucaristia e ai sacramenti, nel rispetto della famiglia, nella testimonianza della carità e nella trasmissione della fede alle nuove generazioni. Nella zona costiera le caratteristiche di vita e di lavoro sono diverse, le comunicazioni sono più facili, il numero degli abitanti è proporzionalmente più alto e i maggiori centri abitati, fra loro vicini, praticamente vengono a costituire una città. Nelle parrocchie più numerose si assiste ad un continuo fiorire di iniziative pastorali e ad una costante attività delle associazioni cattoliche e di volontariato come delle aggregazioni di nuove realtà ecclesiali sorte in periodi più recenti. In tutto il territorio della diocesi, sia pure con tempi e modi diversi nelle varie zone, si registra una considerevole presenza di persone (in buona parte provenienti da Roma) che abitualmente vengono fra noi a trascorrere il sabato e la domenica: alcuni frequentano con regolarità la liturgia festiva, tutti sono destinatari della nostra attenzione pastorale. Sotto ogni profilo appare sempre più necessaria una stretta e organica collaborazione fra le varie parrocchie, in modo da essere coerenti e credibili nella nostra testimonianza al Signore. 121 149. Case e scuole di comunione. Le nostre parrocchie sono chiamate innanzitutto ad essere case e scuole di comunione (cfr. NMI [Novo Millennio ineunte], 43), “luoghi” del vangelo e dei sacramenti, dove i discepoli del Signore si riconoscono nel comandamento dell’amore. Comunione significa carità, unità, corresponsabilità e partecipazione, caratteristiche che devono qualificare la vita delle parrocchie e dei loro vari organismi: chiunque si accosta alla parrocchia vi deve scoprire una comunità accogliente, non selettiva, non chiusa, ma dilatata, che vive relazioni fraterne e condivide l’amore per i poveri, una comunità che non mira a se stessa, ma che lavora per il Regno di Dio. Nel guardare alla vivacità delle parrocchie si tenga presente non solo il numero degli abitanti, la mole delle strutture, o l’elenco delle iniziative, ma soprattutto la capacità di generare nella fede e di stabilire autentici vincoli di comunione in Cristo: a questo scopo e in questo spirito prendono valore tutte le organizzazioni, le iniziative e le strutture di cui ciascuna parrocchia può essere dotata. Perché le nostre parrocchie siano effettivamente case e scuole di comunione si deve consolidare e stabilizzare un modo di vivere nella comunità che rispetti almeno i seguenti requisiti fondamentali. a. Cercare l’unità. In tutte le parrocchie si deve porre ogni sforzo per realizzare l’impegno fondamentale alla crescita quotidiana nell’unità, alla correzione fraterna, alla promozione di rapporti caratterizzati da dolcezza e rispetto verso tutti. b. Valorizzare i carismi personali. È fondamentale che in tutte le parrocchie si ponga la massima attenzione a valorizzare i doni, i carismi e i ministeri dati dallo Spirito Santo ai singoli fedeli per il bene comune, in modo che ciascuno abbia voce e parola nella comunità e tutti si sentano persone vive in mezzo a tanti fratelli e sorelle nella fede. Si deve porre una saggia creatività nell’individuare nuovi servizi pastorali che favoriscano la partecipazione e la corresponsabilità di numerosi fedeli: distribuire il minor numero di responsabilità al maggior numero di persone, ricordando come sia meglio che molti facciano poco piuttosto che pochi facciano molto. c. Aprirsi a tutti. Le singole parrocchie devono promuovere strutture partecipative allargate, in cui ogni battezzato possa esprimersi serenamente. 122 Si raccomanda in particolar modo di curare bene, coinvolgendo il maggior numero possibile di persone, le assemblee di programmazione all’inizio dell’anno e quelle di verifica, i centri di ascolto, le varie feste popolari, e in genere tutte le possibili occasioni di incontro con il popolo. Non si dimentichi mai di invitare ai momenti di condivisione i fratelli più poveri ed emarginati. Quanti poi partecipano in modo più diretto alla vita della parrocchia devono mostrarsi aperti verso tutte le altre persone che si trovano nel territorio parrocchiale, anche se non praticanti, o appartenenti ad altra religione, o ancora in cammino alla ricerca della Verità. 150. Comunità in missione. Nessuna parrocchia può accontentarsi di essere comunità “autoreferenziale”, piccolo gruppo di persone che stanno bene insieme a coltivare rapporti fra di loro; come pure nessuna parrocchia può ridursi a semplice “centro di servizi” per l’amministrazione dei sacramenti. Oggi più che mai, per presentarsi come luogo credibile di comunione, la parrocchia deve esprimere tutto lo slancio missionario di cui lo Spirito Santo rende capaci i suoi fedeli (cfr. VMP,4). Da vari anni la nostra diocesi ha fatto propria questa scelta nei suoi programmi pastorali: spesso le risposte delle parrocchie sono state cariche di entusiasmo e caratterizzate da impegno sincero; talvolta, invece, sono emersi segni di fatica e si è assistito a iniziative non convinte e quindi non portate avanti. 151. Con il coraggio che viene dallo Spirito Santo. Questo sinodo intende incoraggiare tutte le singole parrocchie a fare propria questa scelta missionaria e quindi a “concentrarsi sulla scelta fondamentale dell’evangelizzazione” (Ib.). Ciò non significa rinnegare quanto già esiste di valido nelle nostre parrocchie, significa piuttosto “valutare, valorizzare e sviluppare le potenzialità missionarie già presenti, anche se spesso in forme latenti, nella pastorale ordinaria” e soprattutto significa l’esigenza di trovare “il coraggio della novità che lo Spirito chiede oggi alle Chiese” (VMP, 5). Limitarci soltanto a una statica gestione dell’esistente, ripetendo progetti, modi e proposte del passato, sarebbe una mancanza di rispetto per i fratelli e le sorelle che il Signore ci fa incontrare oggi, con i problemi, le esigenze e le speranze proprie di questo momento, sarebbe una mancanza di fiducia nella provvidenza che apre sempre nuovi orizzonti nella storia e sarebbe anche un impoverimento della grande eredità che i nostri padri ci hanno lasciato. 123 Il coraggio della novità consiste proprio nel rispondere noi oggi agli attuali impulsi dello Spirito Santo, come loro hanno fatto ieri, secondo quanto allora lo Spirito stesso chiedeva. Solo in questo spirituale coraggio della missione le nostre parrocchie possono esprimere se stesse e guardare al proprio futuro. 152. Tutti corresponsabili della missione. “Il cammino missionario della parrocchia è affidato alla responsabilità di tutta la comunità parrocchiale... Singolarmente e insieme, ciascuno è responsabile del Vangelo e della sua comunicazione.” (VMP, 12). È ciò che i vescovi italiani indicano come “pastorale integrata”, intesa come stile della parrocchia missionaria (cfr. VMP, 11). Tutti i fedeli, ciascuno secondo il dono che Dio gli ha dato e il servizio che la Chiesa gli ha affidato, sono chiamati a sostenere questa responsabilità coltivando una intensa vita spirituale, da cui trarre alimento per vivere in comunione costante col Signore e crescere ogni giorno nella disponibilità e nella generosità verso tutti. Del resto “la Chiesa non ha bisogno di professionisti della pastorale, ma di una vasta area di gratuità nella quale chi svolge un servizio lo accompagna con uno stile di vita evangelico” (Ib.). 153. La responsabilità dei parroci. In questo contesto di responsabilità comunitaria c’è innanzitutto la responsabilità del parroco e dei sacri ministri. Quanto il Codice di Diritto Canonico chiede al parroco, e con lui agli altri presbiteri e diaconi suoi collaboratori, è da intendere in questo spirito di custodia e di ricerca di quanti sono stati affidati alla loro cura pastorale, perché il Padre «non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Mt 18, 14; cfr. VMP, 12). “Il rinnovamento della parrocchia in prospettiva missionaria non sminuisce affatto il ruolo di presidenza del presbitero, ma chiede che egli lo eserciti nel senso evangelico del servizio a tutti, nel riconoscimento e nella valorizzazione di tutti i doni che il Signore ha diffuso nella comunità, facendo crescere la corresponsabilità”. (VMP, 12). 154. Un mandato a cui saper rinunciare. Considerando l’importanza dell’impegno missionario nelle parrocchie e la fatica necessaria per coordinare e valorizzare i singoli carismi dei fedeli, appare saggio che il vescovo ordinariamente accetti la rinuncia che ogni parroco è invitato a presentare nel momento in cui compie il 124 settantacinquesimo anno di età. Tuttavia, quando il parroco è titolare di una parrocchia numericamente piccola, è ancora in grado di svolgere bene il proprio ministero, non vive da solo e si trova in condizioni tali da lasciar presumere che anche negli anni futuri potrà essere effettivamente accudito, il vescovo può valutare la possibilità di prorogare l’accoglienza della rinunzia; ordinariamente però al compimento dell’ottantesimo anno la rinunzia viene comunque accettata. 155. Un servizio alla comunione. Una delle fatiche specifiche del parroco, e in genere dei sacri ministri, deve essere quella di dedicarsi alla cura personale dei singoli fedeli per aiutare ciascuno a riscoprire la propria soggettività battesimale, prima di tutto per la testimonianza di vita nella comunità ed eventualmente poi anche in vista dell’esercizio di alcuni ministeri. Al parroco è chiesto di essere sempre meno protagonista diretto per molte incombenze e sempre più guida capace di animare una comunità, suscitando all’interno di essa una serie di presenze responsabili nel servizio loro affidato. “Il parroco sarà meno l’uomo del fare e dell’intervento diretto e più l’uomo della comunione; e perciò avrà cura di promuovere vocazioni, ministeri e carismi... Il suo specifico ministero di guida della comunità parrocchiale va esercitato tessendo la trama delle missioni e dei servizi: non è possibile essere parrocchia missionaria da soli.” (Ib.). 156. Altre responsabilità specifiche. Accanto alle responsabilità dei parroci, sono dunque fondamentali le responsabilità specifiche di altri soggetti importanti, che prestano la loro opera nella parrocchia non per fare supplenza ai ministeri ordinati, ma direttamente per esprimere la molteplicità dei doni che il Signore offre e la varietà dei servizi di cui la Chiesa ha bisogno. “La sua passione sarà far passare i carismi dalla collaborazione alla corresponsabilità, da figure che danno una mano a presenze che pensano insieme e camminano dentro un comune progetto pastorale” (Ib.). 157. I consigli parrocchiali. I primi collaboratori del parroco e dei sacri ministri che operano in parrocchia sono coloro che hanno assunto la responsabilità di formare il Consiglio Pastorale Parrocchiale. Proprio esercitando il servizio del discernimento comunitario, il consiglio pastorale è testimonianza viva della Chiesa come comunione e sempre più deve diventare ef125 fettivamente il vero laboratorio missionario della comunità. I membri del Consiglio Pastorale devono condividere con il parroco e con i sacri ministri l’ansia missionaria dell’evangelizzazione e impegnarsi con saggezza evangelica nel discernimento comunitario delle situazioni, delle esigenze, delle risorse presenti. Con il loro apporto il parroco deve annualmente elaborare un organico progetto pastorale, in accordo con le indicazioni del vescovo, curandone poi costantemente l’attuazione, verificandone puntualmente il progresso e, al termine dell’anno, valutandone sinceramente l’esito (Cfr. ib.). Altrettanto importante è il regolare funzionamento del Consiglio per gli Affari Economici. Il coinvolgimento dei fedeli negli aspetti economici della vita della parrocchia è un segno concreto di appartenenza ecclesiale: si esprime nel contribuire con generosità ai suoi bisogni, nel collaborare per una corretta e trasparente amministrazione, nel venire incontro alle necessità di tutta la Chiesa (Cfr. ib.). 158. Le persone consacrate. “Una parrocchia che valorizza i doni del Signore per l’evangelizzazione, non può dimenticare la vita consacrata e il suo ruolo nella testimonianza del Vangelo. Non si tratta di chiedere ai consacrati cose da fare, ma piuttosto che essi siano ciò che il carisma di ciascun istituto rappresenta per la Chiesa, con il richiamo alla radice della carità e alla destinazione escatologica, espresso mediante i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza... Ogni parrocchia dia spazio alle varie forme di vita consacrata... riconosca la dedizione di tante donne consacrate, che nella catechesi o nella carità hanno costruito un tessuto di relazioni che continua a fare della parrocchia una comunità.” (Ib.). 159. Le associazioni. “Il rapporto più tradizionale della parrocchia con le diverse associazioni ecclesiali va rinnovato, riconoscendo ad esse spazio per l’agire apostolico e sostegno per il cammino formativo, sollecitando forme opportune di collaborazione” (VMP, 11). Tra le varie associazioni un ruolo speciale nelle parrocchie deve essere affidato all’Azione Cattolica, che “non è un’aggregazione tra le altre ma, per la sua dedizione stabile alla Chiesa diocesana e per la sua collocazione all’interno della parrocchia, deve essere attivamente promossa in ogni parrocchia. Da essa è lecito attendersi che continui ad essere quella scuola di santità laicale che ha 126 sempre garantito presenze qualificate di laici per il mondo e per la Chiesa” (Ib.). 160. Le nuove realtà ecclesiali. “Un ulteriore livello di integrazione riguarda i movimenti e le nuove realtà ecclesiali, che hanno un ruolo particolare nella sfida ai fenomeni di scristianizzazione e nella risposta alle domande di religiosità, incontrando quindi, nell’ottica della missione, la parrocchia. La loro natura li colloca a livello diocesano, ma questo non li rende alternativi alle parrocchie. Sta al vescovo sollecitare la loro convergenza nel cammino pastorale diocesano e al parroco favorirne la presenza nel tessuto comunitario, della cui comunione è responsabile, senza appartenenze privilegiate e senza esclusioni. In questo contesto il Vescovo non ha solo un compito di coordinamento e integrazione, ma di vera guida della pastorale d’insieme, chiamando tutti a vivere la comunione diocesana e chiedendo a ciascuno di riconoscere la propria parrocchia come presenza concreta e visibile della Chiesa particolare in quel luogo. La diocesi e la parrocchia favoriranno da parte loro l’ospitalità verso le varie aggregazioni, assicurando la formazione cristiana di tutti e garantendo a ciascuna aggregazione un adeguato cammino formativo rispettoso del suo carisma” (Ib.). La Parrocchia, ponendosi come luogo centrale di aggregazione e di comunione, non deve appiattire o soffocare la varietà dei gruppi e dei movimenti presenti nel proprio territorio, come pure non deve accentrare nelle sole mani del parroco o di un gruppo, l’attività di evangelizzazione propria di tutta la Chiesa. Allo stesso tempo però coloro che ne fanno parte devono rimanere in comunione con la Chiesa e sentire di appartenere all’intero Popolo di Dio. Neppure lontanamente queste forme di aggregazione ecclesiale possono concepirsi e volersi in alternativa alla comunità parrocchiale o diocesana, ma devono in ogni situazione collaborare con esse, sempre disponibili ad adeguare i loro modi di vedere e i loro piani di azione alle visioni ed ai piani pastorali delle comunità più grandi nelle quali Dio le ha chiamate a vivere e operare. (cfr. CEI. Comunione e Comunità, 46) 161. Le singole famiglie. Le nostre parrocchie sono e devono essere “famiglie di famiglie”, per trasmettere comunitariamente la fede, favorire vincoli di amore e di comunione, aprirsi progressivamente e insieme alla realtà del Regno di Dio (cfr VMP, 9).Le parrocchie devono sentirsi e porsi costantemente a 127 servizio delle singole famiglie, per sostenerle nella loro identità cristiana e nella loro missione di rivelare l’amore, donare la vita, trasmettere la fede. Le famiglie devono poter trovare nelle parrocchie il necessario nutrimento spirituale, nell’ascolto della Parola di Dio, nel dono dei sacramenti, nella condivisione delle esperienze, nel dono reciproco dei carismi personali. Inserita nella vita della parrocchia, ogni famiglia deve poter sperimentare il suo essere più grande dei suoi diretti componenti, deve poter respirare il palpito “cattolico” della Chiesa. 162. Per annunciare il vangelo senza sosta. Nella comune responsabilità missionaria della parrocchia, la preoccupazione fondamentale deve essere quella di un rinnovato primo annuncio della fede. Come esortano i vescovi italiani, “di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali”(VMP, 6). Analoga attenzione missionaria deve essere posta nelle celebrazioni liturgiche, animando al senso vivo della missione i fedeli che assiduamente vi partecipano e curando specificamente le celebrazioni in cui sono presenti fedeli occasionali. La verifica sulla affidabilità e la credibilità del volto missionario delle nostre parrocchie viene dalla loro effettiva capacità di accoglienza fraterna e di testimonianza della carità evangelica. 163. Le parrocchie e la missione nel territorio. Forte di questo connaturale impegno missionario che la invita continuamente a prendersi cura di tutti, la parrocchia esprime il suo “stretto legame con il territorio”... legame che la qualifica rispetto ad altre realtà con cui nella Chiesa si dà forma comunitaria all’esperienza di fede (VMP, 10). “Oggi tale legame diventa più complesso: sembra allentato, perché i confini della parrocchia non racchiudono più tutte le esperienze della sua gente; ma risulta moltiplicato, perché la vicenda umana si gioca oggi su più territori, non solo geografici ma soprattutto antropologici” (VMP, 10). Il territorio delle singole parrocchie non è da intendere come riserva sulla quale attuare dei diritti, ma piuttosto come l’orizzonte della missione, la garanzia che nessuno di quanti lo abitano rimanga escluso dalla cura premurosa dei ministri del vangelo. “E’ fondamentale tessere rapporti diretti con tutti gli abitanti, cristiani e non cristiani, partecipi della vita della comunità o ai suoi margini. Nulla nella vita della gente, eventi lieti o tristi, deve sfuggire alla conoscenza e alla presenza discreta e attiva della parrocchia, fatta di prossimità, condivisione, cura”. (Ib.). 128 Nel nuovo modo di attuare e di vivere questo rapporto tradizionale con il territorio sta il futuro delle nostre parrocchie. La collaborazione fra le parrocchie 164. Le indicazioni dei vescovi italiani. Nella nota pastorale sul volto missionario delle parrocchie i vescovi italiani ci ricordano che “la radice locale è la nostra forza, perché rende la nostra presenza diffusa e rispondente alle diverse situazioni, ma se diventa chiuso particolarismo, si trasforma nel nostro limite, in quanto impedisce di operare insieme, a scapito della nostra incidenza sociale e culturale” (VMP, 11). Nasce così l’invito caloroso e motivato ad una costante e sistematica collaborazione fra le diverse parrocchie. “L’attuale organizzazione parrocchiale, che vede spesso piccole e numerose parrocchie disseminate sul territorio, esige un profondo ripensamento. Occorre però evitare un’operazione di pura “ingegneria ecclesiastica”, che rischierebbe di far passare sopra la vita della gente decisioni che non risolverebbero il problema, né favorirebbero lo spirito di comunione. È necessario peraltro che gli interventi di revisione non riguardino solo le piccole parrocchie, ma coinvolgano anche quelle più grandi, tutt’altro che esenti dal rischio del ripiegamento su se stesse. Tutte devono acquisire la consapevolezza che è finito il tempo della parrocchia autosufficiente. Per rispondere a queste esigenze la riforma dell’organizzazione parrocchiale in molte diocesi segue una logica prevalentemente “integrativa” e non “aggregativa”: se non ci sono ragioni per agire altrimenti, più che sopprimere parrocchie limitrofe accorpandole in una più ampia, si cerca di mettere le parrocchie “in rete” in uno slancio di pastorale d’insieme. Non viene ignorata la comunità locale, ma si invita ad abitare in modo diverso il territorio, tenendo conto dei mutamenti in atto, della maggiore facilità degli spostamenti, come pure delle domande diversificate rivolte oggi alla Chiesa e della presenza di immigrati, ai quali si rivolgono i centri pastorali etnici che stanno sorgendo in molte città. Così le nuove forme di comunità potranno lasciar trasparire il servizio concreto all’esistenza cristiana non solo a livello ideale, ma anche esistenziale concreto. A questo mirano pure i progetti attuati e in via di attuazione in diverse diocesi che vanno sotto il nome di unità pastorali, in cui l’integrazione prende una forma anche struttu129 ralmente definita. Con le unità pastorali si vuole non solo rispondere al problema della sempre più evidente diminuzione del clero, lasciando al sacerdote il compito di guida delle comunità cristiane locali, ma soprattutto superare l’incapacità di tante parrocchie ad attuare da sole la loro proposta pastorale. Qui si deve distinguere tra i gesti essenziali di cui ciascuna comunità non può rimanere priva e la risposta a istanze – in ambiti come carità, lavoro, sanità, scuola, cultura, giovani, famiglie, formazione, ecc. – in ordine alle quali non si potrà non lavorare insieme sul territorio più vasto, scoprire nuove ministerialità, far convergere i progetti. In questo cammino di collaborazione e corresponsabilità, la comunione tra sacerdoti, diaconi, religiosi e laici, e la loro disponibilità a lavorare insieme costituiscono la premessa necessaria di un modo nuovo di fare pastorale.” (Ib.). 165. La realtà della nostra diocesi. Questo sinodo intende fare proprio l’invito dei vescovi italiani alla collaborazione, riflettendo seriamente sulle modalità con cui poterlo calare nella concreta situazione che caratterizza il territorio della nostra diocesi. Tenendo conto delle esperienze già avviate e delle prospettive concretamente realizzabili, appare doveroso stabilire quattro diversi livelli nella collaborazione interparrocchiale: due zone, quattro vicariati, alcune aree territoriali, alcune unità pastorali. 166. Due zone nell’unica diocesi. È di fondamentale importanza evidenziare e salvaguardare sempre il carattere unitario della diocesi, tenendo ferma , anche a prezzo di notevoli sacrifici, l’unicità di alcune celebrazioni (specialmente quelle nella cattedrale madre di Sovana: messa crismale, ordinazioni, festa di san Gregorio VII e altre ricorrenze) o riunioni (sinodo, convegni, assemblee del clero e altre importanti iniziative di ordine pastorale). Tuttavia le oggettive difficoltà nelle comunicazioni viarie non permettono di ricorrere con troppa frequenza a impegnare i fedeli in convocazioni di carattere diocesano. Da qui la necessità di polarizzare almeno alcune iniziative in due diverse zone della diocesi: la zona più interna, comprendente le colline e la montagna, con riferimento alla cattedrale e al vescovado di Pitigliano e la zona costiera, con riferimento la cattedrale e al vescova130 do di Orbetello. Quando le iniziative sono ripetute nelle due zone, le varie parrocchie possono usufruire liberamente dell’una o dell’altra. Più che due ambiti di collaborazione fra parrocchie, le due zone vengono in un certo senso a costituire due distinte polarizzazioni nel vasto territorio della diocesi. L’importante è far sì che queste due diverse polarizzazioni, motivate semplicemente da ragioni funzionali, non vengano a ingenerare nei fedeli alcuna sensazione di scollamento: il loro scopo è quello di rendere più agevole la partecipazione diretta ad alcune iniziative comuni e di contribuire così a coltivare in tutti il senso dell’appartenenza all’unica Chiesa. 167. Quattro vicariati foranei. I vicariati foranei sono peculiari raggruppamenti di parrocchie vicine, istituiti allo scopo di favorire la cura pastorale mediante un’azione comune. (Cfr. CJC can 374, §2). I diritti e i doveri fondamentali del vicario foraneo sono indicati dal codice stesso (cfr. cann 553-555). Nella nostra diocesi il territorio è suddiviso in quattro vicariati foranei, la cui definizione territoriale appare stabilizzata dalla consuetudine: - il vicariato della Montagna con le parrocchie dei comuni di Castell’Azzara, Piancastagnaio, Roccalbegna e Santa Fiora e anche la parrocchia di Stribugliano (comune Arcidosso); - il vicariato del Fiora con le parrocchie dei comuni di Manciano, Pitigliano, Semproniano e Sorano; - il vicariato del Nord Albegna con le parrocchie poste nei comuni di Magliano in Toscana e Scansano; - il vicariato del Mare con le parrocchie dei comuni di Capalbio, Isola del Giglio, Monte Argentario e Orbetello. 168. Le attività da condurre nei vicariati. Le principali iniziative da progettare a livello vicariale (secondo opportunità anche per più vicariati insieme, o a livello zonale) sono le seguenti. a. b. Per ciò che riguarda la catechesi e l’annuncio del vangelo si devono predisporre i corsi di preparazione per i nuovi catechisti e di aggiornamento per quelli che sono in servizio, il sostegno alla formazione dei fedeli più attenti alle problematiche della cultura, delle comunicazioni sociali, la cura di un eventuale sito telematico interparrocchiale. Nella preparazione della liturgia si devono attuare brevi corsi periodici per la formazione di coloro che scelgono o guidano i canti dell’assemblea, dei maestri di coro, degli organisti e degli strumentisti, come pure 131 c. d. e. alcuni incontri per i fioristi e i fotografi; si devono stabilire in maniera coordinata il numero e gli orari delle celebrazioni, tenendo conto non solo dei desideri delle singole parrocchie, ma anche delle reali esigenze di tutto il territorio; analogamente si devono stabilire turni dei sacerdoti per le confessioni, tenendo conto degli orari più accessibili ai fedeli; gli orari delle celebrazioni nelle singole parrocchie e della effettiva disponibilità dei singoli sacerdoti per le confessioni e i colloqui, devono essere esposti in ogni luogo aperto al culto. Nella testimonianza della carità si deve rendere possibile la collaborazione fra le varie parrocchie per esprimere attenzione alle famiglie in difficoltà, ai malati e alle persone sole; si deve offrire sostegno generoso e attivo ai centri d’ascolto che esistono (o che comunque devono nascere) nei vicariati; si devono proporre percorsi formativi al volontariato cristiano, tenendo conto delle varie esigenze esistenti nei diversi territori. Nella pastorale familiare e nella pastorale giovanile si devono creare comuni itinerari e iniziative di pastorale giovanile, come pure comuni percorsi di preghiera e di catechesi per fidanzati sul sacramento del matrimonio e la famiglia; si devono anche proporre itinerari per sostenere un cammino spirituale relativamente comune tra le famiglie (ritiri, esercizi spirituali, momenti di condivisione spirituale e ricreativa, ecc...). Nell’accoglienza cristiana dei turisti si devono predisporre alcuni incontri di formazione per guide turistiche e, nelle zone maggiormente interessate, anche alcuni incontri specifici per i cristiani che in vario modo vivono a servizio dei turisti. Responsabile del coordinamento pastorale nel vicariato è il vicario foraneo. Sarà suo compito soprattutto mantenere contatti stabili con i parroci, istituire il consiglio pastorale vicariale, curare l’attuazione delle iniziative comuni in tutto il vicariato. Le inevitabili difficoltà, specialmente all’inizio, non devono scoraggiare o indirizzare a sterili ripiegamenti, ma devono piuttosto purificare gli atteggiamenti e far crescere nell’umiltà e nella fiducia, per confidare solo nel Signore. 169. Le aree territoriali. Non tutte le forme di collaborazione fra parrocchie possono esprimersi a livello vicariale: esistono rapporti, iniziative, attività che si presentano possibili solo in aree più circoscritte. Guardando la realtà della nostra diocesi, le aree territoriali sono da identificare, pur con i necessari aggiustamenti, alle delimitazioni dei quattordici comuni in cui la diocesi stessa si estende. L’attenzione ai confini comunali non deve essere intesa come un parametro di valore assoluto, ma esprime comunque una contingenza importante e concreta da non sottovalutare. 132 Rispetto ai confini comunali le varianti che si impongono sono soprattutto le seguenti: - la parrocchia di Stribugliano è da considerare insieme a quelle del comune di Roccalbegna, - le parrocchie vicine a Saturnia possono organizzarsi con quelle del comune di Semproniano, - nel comune di Orbetello si possono distinguere due aree: quella a nord vicino all’Albegna, quella che gravita più direttamente intorno al capoluogo; - le due parrocchie del comune di Monte Argentario esprimono una situazione particolare, non riconducibile ad un’area territoriale omogenea. 170. Le attività da condurre nelle aree territoriali. Per un cammino comune all’interno delle singole aree territoriali risultano necessarie alcune attenzioni fondamentali. a. b. c. d. Si preparino insieme progetti di primo annuncio del vangelo e proposte di riflessione sulla fede: cicli di conferenze, testimonianze, dibattiti, recitals, “presepi viventi”, ecc. Può apparire utile anche la redazione di un foglio di collegamento, che informi sulle iniziative comuni e su quelle delle singole parrocchie. Analogamente, dove risulti possibile, si proceda alla cura di un sito telematico. Nell’organizzare la catechesi si cerchino collaborazioni dirette fra parroci e catechisti della medesima area, specialmente per programmare la catechesi agli adulti e ai giovani, per andare incontro alle legittime esigenze delle famiglie (non sempre il luogo di lavoro, di scuola o di interessi corrisponde a quello di residenza anagrafica), per sostenere le parrocchie che possono contare su un minor numero di catechisti: ordinariamente ciascun catechista presti il suo servizio nella propria parrocchia, tuttavia, se le circostanze lo richiedono, non ponga rifiuto a servire una parrocchia vicina carente di catechisti esperti. In occasione di feste popolari o di particolari celebrazioni, si presti molta attenzione ad invitare i fedeli di tutte le parrocchie della medesima area territoriale, creando quasi un turno di servizio fra parrocchie vicine e valorizzando di volta in volta la peculiarità di ciascuna a vantaggio di tutte. Le processioni vengano programmate, per quanto possibile, in orari diversi, in modo da favorire un aiuto reciproco fra i parroci e tra i fedeli. Inevitabile deve essere poi la collaborazione fra le Caritas delle singole parrocchie, in modo da favorire una animazione concorde e intraprendere iniziative comuni. 171. Le unità pastorali. Per “unità pastorale” si vuole intendere una forma stabile e ben defi133 nita di collaborazione fra due o più parrocchie vicine e giuridicamente distinte, tale da formare tra loro una sola comunità (cfr. VMP, 11). A partire da questa indicazione e tenendo conto delle realtà esistenti nella nostra diocesi e di quelle prevedibili nei prossimi anni, il sinodo intende stabilire alcune determinazioni fondamentali. a. Certamente si devono attuare le unità pastorali nel caso di parrocchie create per motivi contingenti all’interno di una medesima comunità sociale omogenea. b. Si dovranno anche necessariamente attuare le unità pastorali nel caso in cui parrocchie poco numerose postulano necessariamente l’appoggio su altre maggiori. c. Per garantire la “forma strutturalmente definita” le unità pastorali si compongano fra parrocchie che insistono sul territorio del medesimo comune. d. Fatto salvo ciò che appartiene al campo strettamente giuridico, le unità pastorali devono essere curate e animate praticamente come una sola parrocchia: sia unico il parroco, unico il consiglio pastorale, unico il progetto pastorale, unica la programmazione a tutti i livelli. e. Il vescovo, considerando le varie circostanze, disporrà liberamente quali parrocchie dovranno essere aggregate nelle singole unità pastorali e quali indicazioni dovranno essere attuate. * * * 172. Vari luoghi e vari livelli per convocare i credenti ad accogliere e testimoniare l’amore di Dio per tutti: la medesima fede che trae alimento dall’unico vangelo e dagli stessi sacramenti, specialmente dall’Eucaristia. Così la nostra Chiesa è chiamata a riconoscersi, ad esprimersi e a crescere ogni giorno secondo la volontà di Dio. Questo sinodo intende esprimere viva riconoscenza al Signore per averci chiamato a incontrarlo e a seguirlo in questo particolare momento della storia e in questa Chiesa di Pitigliano Sovana Orbetello. Nel secolo appena trascorso ripetute pressioni esterne hanno minacciato la futura sussistenza della diocesi con gravi ripercussioni sull’impegno pastorale e soprattutto sulla assimilazione di quanto il Concilio Vaticano II ha insegnato riguardo alla Chiesa locale. Oggi queste minacce sembrano finalmente lontane e l’entusiasmo pastorale sembra essere intenso. Guardando al futuro, il sinodo auspica e chiede che la nostra 134 Chiesa possa vivere serenamente la sua esperienza di comunione e di missione, valorizzando in pienezza tutta la vivacità che le nostre parrocchie sono in grado di esprimere. Lo Spirito Santo continui a riversare su di noi la grazia del Signore, a custodirci uniti, a favorire la reciproca collaborazione di tutti nell’ edificazione del Regno di Dio. 135 136 V L’ATTENZIONE A CHI VIENE FRA NOI 173. L’attenzione a chi viene fra noi deve diventare sempre più una caratteristica qualificante della nostra comunità cristiana. Tutte le generazioni cristiane hanno praticato e testimoniato l’accoglienza dei pellegrini e dei forestieri. Oggi poi il fenomeno dell’emigrazione ha raggiunto espressioni e dimensioni mai conosciute prima (per l’accoglienza degli immigrati cfr. n. 114 e in genere tutto il doc. 3 Testimoniare l’amore). Ma anche un altro fenomeno, assai diverso da quello dell’immigrazione, sta interessando la nostra diocesi e, a vari livelli, interpella la nostra sensibilità pastorale: negli ultimi decenni il nostro territorio ha conosciuto una notevole crescita turistica, prima nella zona costiera, poi progressivamente anche nelle zone interne; molte persone, affascinate dalla bellezza delle risorse naturali dei luoghi e anche dalle varie espressioni delle nostre culture, mostrano di venire e di sostare volentieri in mezzo a noi. Si tratta senza dubbio di una prospettiva quanto mai benefica per una terra segnata in passato dalla povertà e dai disagi, ma non possiamo nasconderci la possibilità di rischi, anche gravi sul piano sociale e su quello specificamente religioso, che meritano di essere valutati con attenzione. 174. Rischi del turismo di massa. Il turismo, soprattutto quello di massa, ha un impatto notevole sull’ambiente naturale, non sempre in grado di reggerlo senza danni, ma soprattutto ha un impatto considerevole sulle società e le culture locali, che possono rivelarsi fragili, come e più dell’ambiente naturale. Il fenomeno turistico introduce progressivamente, ma anche con violenza, nuovi valori, nuove gerarchie, nuovi lavori, trasformando la società locale in un mercato perfettamente funzionale al turismo stesso. Come conseguenze possono aversi gravi fenomeni di deculturazione, di disgregazione comunitaria, di perdita irreversibile dei riferimenti valoriali tradizionali. Per di più aumenta il rischio di veder crescere trasgressioni, criminalità, lievitazioni dei prezzi, disgregazioni familiari, alterazioni del mercato del lavoro e delle professioni e più in generale mercificazione delle culture ridotte a mero folclore, banalizzazione dei luoghi e della loro 137 complessità storica, offerti come occasioni di divertimenti, senza radici e senza centro. 175. Viene interpellata la comunità cristiana. Si deve inoltre considerare che in molte parrocchie i ritmi e lo stile di vita dei fedeli sono completamente cambiati, mentre l’espressione della fede e l’impegno alla testimonianza evangelica si trovano davanti ostacoli e orizzonti finora inimmaginabili. Eppure, come cristiani, siamo chiamati a cogliere la “profezia”, che questa mobilità dell’uomo contemporaneo richiede da noi. Guardando alle nostre esperienze turistiche, siamo chiamati per primi a saperle caratterizzare con motivazioni sempre più valide. Guardando ai turisti che vengono fra noi, siamo chiamati ad essere testimoni qualificati per contribuire alla scoperta dei segni che Dio stesso ha voluto lasciare nel nostro territorio attraverso le bellezze del creato, le testimonianze dei monumenti storici che ricordano la fede dei nostri padri, la testimonianza attuale di una vita cristiana vissuta con semplicità e fedeltà, tradotta in scelte coerenti ispirate alla rettitudine e alla giustizia. Siamo chiamati comunque ad affrontare questo nuovo momento con grande fiducia nel Signore sempre presente in mezzo a noi e con la determinatezza di chi sente la consegna di testimoniare il vangelo in tutte le situazioni della storia. Siamo chiamati a guardare con occhi nuovi il fenomeno turistico e ad aiutare quanti vengono fra noi a saper cogliere l’umanità profonda e la ricchezza spirituale che l’incontro turistico può contenere. 176. Le motivazioni più autentiche del turismo. In questo contesto si caricano di significato le motivazioni più autentiche e profonde del turismo, legate al senso della scoperta, alla conoscenza di un popolo attraverso la sua storia e cultura, all’approfondimento di nozioni apprese durante gli studi, e anche al saper apprezzare l’offerta dei prodotti tipici locali, elevando il semplice elemento consumistico a esperienza di un incontro culturale e umano con persone prima sconosciute . 138 Coloro che da poco abitano fra noi 177. L’attenzione delle parrocchie ai nuovi arrivati. La nostra attenzione si rivolge innanzitutto a coloro che sono venuti recentemente ad abitare fra noi, qualunque sia il luogo o la cultura da cui provengono e anche se magari intendono rimanere solo per un determinato periodo. a. Siano considerati subito destinatari dell’annuncio evangelico. b. Ciascuna parrocchia favorisca la rapida e piena aggregazione di tutti, nel pieno rispetto delle convinzioni e delle scelte personali e con discreta attenzione anche alle eventuali necessità dei singoli, in modo che nessuno abbia a trovarsi ospite o forestiero, ma che tutti, se lo desiderano, possano sentirsi membra vive delle nostre comunità. c. Quando si tratta di fratelli nella fede cattolica si invitino con cordialità e rispetto a partecipare alla mensa eucaristica e comunque a sentirsi coinvolti nella medesima testimonianza dell’amore di Dio per noi. Coloro che vengono fra noi nel giorno del Signore 178. L’attenzione ai “parrocchiani della domenica”. Un analogo riguardo deve poi essere rivolto a coloro che vengono fra noi quasi abitualmente ogni settimana, di solito dalla sera del venerdì fino al pomeriggio della domenica, soprattutto nelle zone costiere e collinari, ma anche nella zona amiatina, offrendo loro le stesse cure pastorali che vengono riservate agli altri fedeli stabilmente residenti. Ordinariamente si presti attenzione a: a. annunciare loro il vangelo e offrire la catechesi che eventualmente non può essere ricevuta durante la settimana nella parrocchia di residenza; b. avvisarli puntualmente, magari attraverso i messaggeri parrocchiali, di tutte le iniziative che la parrocchia propone e a coinvolgerli con attenzione e rispetto nel loro svolgimento; c. proporre la possibilità di svolgere alcuni servizi liturgici durante l’assemblea eucaristica domenicale, secondo le attitudini e la disponibilità di ciascuno; 139 d. tenere conto anche della loro presenza nel predisporre l’orario per il sacramento della Penitenza; e. garantire il ricordo nella preghiera durante la settimana e chiedere loro di fare altrettanto. 179. L’iniziazione cristiana e i matrimoni. Nel caso in cui qualcuno che abitualmente alla domenica frequenta una nostra parrocchia faccia richiesta dei sacramenti ci si regoli secondo le seguenti indicazioni: a. riguardo ai sacramenti dell’iniziazione cristiana ci si comporterà come con gli altri parrocchiani, avendo poi cura di segnalare l’avvenuta celebrazione al parroco di residenza anagrafica, magari specificando il fatto dell’abituale presenza fra noi nel giorno del Signore; b. analogamente ci si comporterà nel caso in cui venga richiesta la celebrazione del rito del matrimonio, prestando tuttavia la massima attenzione ad osservare la normativa prevista per la procedura matrimoniale. 180. Valorizzare le possibili risorse. Si cerchi con prudenza, ma anche con magnanimità, di valorizzare tutti gli eventuali doni dello Spirito presenti nei “parrocchiani della domenica”, offrendo la possibilità di impegni nella Caritas, nelle aggregazioni, nella testimonianza attraverso conferenze, ecc. Qualora se ne riscontri la capacità e la disponibilità, qualcuno può essere invitato anche a far parte del consiglio pastorale parrocchiale. I turisti occasionali 181. Guardiamo poi alle molte persone che occasionalmente vengono a trascorrere alcuni momenti di svago o di riposo nel nostro territorio: sulle coste, sulle colline, alle terme, nei parchi, nelle zone archeologiche o sulla montagna, con il desiderio di poter offrire loro una chiara testimonianza di accoglienza cristiana. 182. L’accoglienza nei luoghi sacri. a. I luoghi sacri siano opportunamente fruibili,con adeguati orari di apertura, pannelli illustrativi, testi di saluto, ecc. 140 b. I luoghi sacri siano tenuti con decoro, secondo le norme liturgiche, in modo che appaia chiaramente a chiunque vi entri che ci si trova “alla presenza del Signore”. Ciò vale particolarmente per il luogo dove è custodito il SS. Sacramento. c. Si preparino opuscoli illustrativi dei “percorsi della fede” e del significato autentico dei luoghi cristiani con le relative opere d’arte sacra. 183. L’accoglienza nelle celebrazioni liturgiche. a. Nelle zone interessate gli orari delle celebrazioni siano stabiliti di comune accordo fra i parroci, tenendo conto anche dell’afflusso dei turisti, senza tuttavia moltiplicare il numero delle celebrazioni. Analogamente anche gli orari della disponibilità dei sacerdoti della zona per il dialogo personale e per la Confessione. b. In ogni chiesa siano segnalati con chiarezza gli orari delle celebrazioni dell’Eucaristia in tutta la zona. c. All’inizio delle celebrazioni si disponga una cordiale accoglienza dei turisti alla porta della chiesa, affidando questo compito a fedeli capaci e disponibili. d. Quando risulti possibile si affidino a turisti ritenuti idonei alcuni servizi liturgici, come segno di accoglienza per tutti (una lettura, la partecipazione all’offerta dei doni, ecc.). 184. La collaborazione con le strutture di ricezione. I parroci si impegnino a cercare una costante e fattiva collaborazione con i gestori delle varie strutture di ricezione, sia pubbliche, che private. a. In particolare mettano a loro disposizione opuscoli contenenti indicazioni circa gli orari delle celebrazioni eucaristiche e della disponibilità dei sacerdoti non solo nella propria parrocchia, ma in tutta la zona circostante. b. Dove i gestori sono disponibili, si lascino nelle camere dei turisti i libri del vangelo e alcuni opuscoli che orientano alla riflessione. 185. La collaborazione con gli operatori turistici. Nei vicariati si propongano periodicamente incontri di formazione per guide turistiche, e in genere per tutti gli operatori turistici che si mostrino interessati, in ordine alla visione cristiana della vita, alla genuina interpretazione dei monumenti cristiani e delle opere d’arte sacra. 141 I cristiani a servizio dei turisti 186. Un’attenzione necessaria. Guardiamo infine al numero sempre più alto di persone delle nostre parrocchie che dedicano il loro lavoro alla accoglienza turistica: albergatori, gestori di agriturismo, ristoratori, commercianti… forze dell’ordine. Anche per loro, come per tutti, la Chiesa ha il dovere di annunciare il vangelo e di mettere a disposizione i suoi sacramenti, invitando ciascuno a sentirsi membro vivo della comunità cristiana e testimone dell’amore con cui Dio accoglie tutti gli uomini. 187. Salvaguardare il legame con la comunità. È doveroso salvaguardare il legame di questi fratelli con tutta la comunità cristiana, in modo che nessuno si senta spinto verso una religiosità di carattere individualistico, ma che tutti possano percepire in ogni momento il senso della propria appartenenza all’unica Chiesa. 188. Il valore insostituibile del giorno del Signore. È necessario ribadire in maniera positiva e propositiva, ma anche ferma e sicura, il valore del giorno del Signore come giorno peculiare per la comunità cristiana: soprattutto si dovrà affermare che la partecipazione all’Eucaristia della domenica non potrà essere sostituita con la partecipazione a celebrazioni feriali o con altri momenti di preghiera, che tuttavia mantengono integra la propria validità e importanza. 189. Percorsi di formazione comuni e specifici. È importante ritenere che i percorsi fondamentali di formazione cristiana per i fedeli che operano nel settore turistico sono gli stessi che le parrocchie offrono a tutti gli altri fedeli. Tuttavia è anche opportuno che, nei tempi più liberi dall’attività turistica, vengano programmate a livello zonale o vicariale alcune possibilità di formazione specifica per questa categoria di fedeli. In particolare si dovrà: a. annunciare che, secondo le Sacre Scritture e la Tradizione cristiana, l’accoglienza del prossimo è accoglienza del Signore stesso; b. spiegare quindi che l’accoglienza degli altri per il cristiano non può ridursi semplicemente a compiere un lavoro, ma 142 c. d. deve costituire un modo peculiare di vivere il vangelo; educare ad una specifica responsabilità di testimonianza cristiana, discreta ma sincera, sia nell’incontro con altri fedeli provenienti da varie comunità, sia nel contatto con persone non credenti o alla ricerca della fede; esortare all’onestà nel guadagno e nella concorrenza, secondo gli insegnamenti della morale cattolica. 190. Invito alla preghiera. È bene invitare i cristiani che operano nell’accoglienza dei turisti a pregare per tutte le persone che incontrano e che servono, affinché il loro soggiorno fra noi possa sempre costituire una tappa ulteriore di crescita umana, culturale e spirituale. Verso Dio, bellezza infinita. 191. Il significato cristiano del turismo. In ultimo è doveroso ricordare che per i cristiani il turismo vuole e deve essere soprattutto l’occasione per gioire nella contemplazione delle meraviglie che Dio ha fatto per gli uomini e per ammirare i capolavori prodotti dagli uomini che Dio ha creato a sua immagine e somiglianza, dotandoli di intelligenza, di creatività e di senso della bellezza. Per tutti il turismo deve costituire la possibilità non solo di un legittimo svago e di un necessario riposo, ma anche la possibilità di una elevazione spirituale e di una crescita nella comprensione dell’uomo, delle civiltà e delle culture. 192. Educare al turismo sostenibile. Da qui l’importanza dell’educazione a favorire un turismo che aiuti a vedere e anche a capire ciò che si vede, l’importanza dell’impegno a costruire un turismo sostenibile, capace di salvaguardare con lungimiranza per il futuro quanto abbiamo ricevuto generosamente dal passato. I cristiani pertanto devono educarsi ed educare le presenti generazioni a soddisfare i propri desideri di svago e di cultura senza compromettere la possibilità che in futuro anche gli altri possano fare altrettanto. In particolare si tratta di porre l’attenzione a curare l’ambiente e le ricchezze spirituali, a valorizzare l’innovazione e la tradizione secondo una logica 143 di comunità, a non innescare processi di deterioramento ambientale o di sradicamento dalla storia e dalla cultura. 193. Favorire l’incontro con le culture. Si deve poi favorire un turismo capace di instaurare il dialogo fra culture diverse, offrendo valide risposte alle curiosità e sensibilità che portano il visitatore a cercare ed apprezzare non solo le differenze umane e ambientali, ma anche le caratteristiche spirituali delle persone che si incontrano. 194. Il viaggio come arricchimento spirituale. Infine appare fondamentale guardare oltre il semplice ecoturismo, o il solo turismo storico o museale, proponendo e illustrando il senso del viaggio, non come semplice vacanza a livello “consumistico”, ma come esperienza viva di arricchimento nell’apertura a nuove realtà, nuove culture, nuovi orizzonti spirituali. * * * 195. Accogliendo chi viene fra noi accogliamo il Signore di cui ogni persona è immagine viva. Ogni fratello e ogni sorella che il Signore ci fa incontrare possono costituire per noi una testimonianza viva del vangelo e dell’amore di Dio per tutti. A nostra volta noi abbiamo la responsabilità di poter offrire loro una serena testimonianza di fede. Come le meraviglie del paesaggio in cui viviamo e come le opere d’arte affidate alle nostre cure, abbiamo la gioia di poter narrare a tutti ogni giorno la gloria di Dio e di annunziare la bellezza delle sue opere. 144 VI LA CONDIVISIONE DEI BENI DONATI 196. La condivisione dei beni donati alla Chiesa è un diritto e un dovere per tutti i fedeli, mentre la loro saggia e onesta amministrazione un dovere grave e preciso per coloro che hanno ricevuto il mandato di prendersene cura. I fedeli cristiani, infatti hanno sempre sentito come proprio il compito di sovvenire alle necessità della Chiesa e, ciascuno secondo la propria sensibilità e la propria responsabilità, hanno sostenuto con libere offerte o con attività generose l’opera di evangelizzazione, di educazione cristiana e di cooperazione missionaria, hanno reso possibile ovunque la celebrazione del culto divino, hanno provveduto all’onesto sostentamento degli “operai del vangelo”, hanno promosso innumerevoli opere di carità nel mondo intero, mantenendo piena fiducia in Dio, che ha potere di far abbondare ogni grazia perché, avendo il necessario, sia possibile compiere generosamente le opere di bene (cfr. 2 Cor 9,7-8). Quando poi la tentazione della ricchezza si è fatta sentire, la Chiesa ha guardato a Cristo suo Signore, il quale “pur essendo di natura divina... spogliò se stesso prendendo forma di servo” (Fil 2,6-7), trovando così il coraggio di riformarsi e di continuare a chiedere umilmente di “usare con sapienza i beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni” ( coll. XVII sett. tempo ordin.). Composta di uomini e consapevole delle esigenze umane, la Chiesa ha provveduto a darsi opportuni ordinamenti anche di natura amministrativa, adeguandoli nel tempo alle necessità sempre nuove dei fedeli e al contesto economico in cui le singole comunità si sono trovate a vivere. Per noi oggi ha valore soprattutto la normativa contenuta nel Codice di Diritto Canonico (cann 1254-1310) e nella Istruzione amministrativa promulgata dalla Conferenza Episcopale Italiana il 1 aprile 1992: il sinodo intende aderire a queste disposizioni, ispirandosi ad esse nel proporre le sue norme pastorali e riferendone alcune anche esplicitamente. 145 Contribuire alla necessità della Chiesa 197. Corresponsabilità di tutti i fedeli. La comune appartenenza di tutti i battezzati alla medesima Chiesa fonda la corresponsabilità di tutti nell’impegno per la sua missione e, di conseguenza, fonda anche la gioia e il dovere di preoccuparsi delle relative esigenze, comprese quelle di ordine economico, sia in ambito locale, sia in ambito universale (cfr. can 222, §1). Da sempre i fedeli cristiani hanno avvertito questa gioia e questo dovere e, anche nei periodi e nelle condizioni di maggiore povertà, non hanno mai mancato di contribuire in vari modi al bene di tutta la comunità e al sostegno delle sue iniziative. 198. Varietà di forme. Molte sono poi le forme in cui i fedeli possono “sovvenire alle necessità della Chiesa”, dalle offerte libere di vario genere, alla disponibilità del proprio tempo e delle proprie competenze per amministrare i beni della comunità, alla firma per far destinare alla Chiesa Cattolica i fondi dell’otto per mille che lo Stato italiano mette a disposizione: modi nuovi e modi antichi per le finalità di sempre, urgenti oggi non meno che in passato. 199. Le offerte libere dei fedeli. Le forme più semplici e immediate di sostegno alle necessità della Chiesa sono quelle costituite dalle libere offerte dei fedeli, elargite nelle parrocchie, nei santuari, ecc. a. Si mantenga la possibilità di elargire offerte in maniera spontanea nelle occasioni e nelle circostanze più disparate: pellegrinaggi, espressioni di ringraziamento, segni di partecipazione alla vita comunitaria, libere volontà. b. Si tenga presente tuttavia, come ricordano i vescovi d’Italia, che “la forma insieme più agile e più sicura di apporto non è quella affidata all’impulso emotivo ed episodico, ma quella del contributo regolare e stabile per le diverse necessità ecclesiali, che dovrebbe essere concepito come impegno di ciascuna famiglia cristiana e messo in qualche modo in bilancio nella programmazione mensile o annuale della destinazione delle risorse familiari” (Sovvenire alle necessità della Chiesa, 15). Si favorisca pertanto il diffondersi dell’abitudine già in atto a intervenire, anche se con piccole offerte, ma in modo sistemati146 co e puntuale, in favore della propria parrocchia per le sue particolari necessità, o della Conferenza Episcopale Italiana per il sostentamento dei sacerdoti e per le opere che la Conferenza stessa sostiene. 200. Le offerte in occasione di celebrazioni dei sacramenti. Le offerte sono spesso elargite liberamente dai fedeli in occasione di celebrazioni dei sacramenti o di sacramentali: battesimi, matrimoni, benedizione delle famiglie... a. È di fondamentale importanza che nel predicare il vangelo, nel celebrare i sacramenti e nel visitare i malati, si renda sempre testimonianza alla consegna evangelica: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). b. Si spieghi con insistenza e con chiarezza ai fedeli che queste offerte hanno un loro valore e sono pienamente giustificate, se vengono intese come partecipazione riconoscente alle necessità della Chiesa. c. Trattandosi di celebrazioni liturgiche, si eviti ogni rigida determinazione o pretesa di offerte. d. I parroci vigilino con scrupolosa attenzione affinché queste offerte non vengano in alcun modo presentate o comunque possano essere considerate come il corrispettivo di una prestazione. d. Le offerte ricevute in occasione di celebrazioni liturgiche non possono essere in alcun modo trattenute dal ministro celebrante o da chiunque altro, ma devono essere versate nella cassa della parrocchia o della chiesa o del santuario. 201. I doni e le offerte portati all’altare nella Eucaristia festiva. Antichissima è la consuetudine di portare doni e offerte all’altare nel corso dell’Eucaristia festiva: è un gesto di comunione fraterna da mantenere, spiegando opportunamente ai fedeli che le offerte, quando non siano ordinate collette particolari, vengono generalmente utilizzate per i poveri e per le necessità della Chiesa. 202. L’ offerta per una particolare intenzione nella Messa. “Secondo l’uso approvato della Chiesa, ad ogni sacerdote che celebra o concelebra la Messa è consentito ricevere un’offerta per l’applicazione della Messa secondo una determinata intenzione” (can 945, § 1): con questa offerta “i fedeli contribuiscono al bene della Chiesa, partecipando alla sua sollecitudine per il mantenimento dei suoi ministri e delle sue opere” (can 946). 147 203. Le collette obbligatorie. La comunione dei beni nella Chiesa si attua poi anche mediante le collette obbligatorie da effettuarsi puntualmente in tutte le chiese e gli oratori pubblici dove si svolgono le celebrazioni festive, in alcune “giornate” indette in forma stabile e ricorrenti ogni anno. a. Sono giornate con collette obbligatorie in tutta la Chiesa: la solennità dell’Epifania per l’infanzia missionaria, un giorno della settimana santa la giornata per i cristiani della Terra Santa, l’ultima domenica di giugno per la carità del papa, la terza domenica di ottobre per le opere missionarie. b. Sono giornate con collette obbligatorie nelle diocesi d’Italia: la prima domenica di maggio per l’università cattolica, la terza domenica di novembre “pro migrantes”. c. Nella nostra diocesi è obbligatoria la colletta per i seminaristi: la quarta domenica di pasqua o altra domenica ritenuta più opportuna dal parroco. d. Si ricorda che compete all’Ordinario del luogo ordinare collette speciali per determinate iniziative (cfr. can 1266) e soprattutto che “è vietato a qualunque persona privata, sia fisica che giuridica, raccogliere offerte per qualsiasi istituto o fine pio o ecclesiastico, senza la licenza scritta del proprio Ordinario o dell’Ordinario del luogo” (can 1265, §1) e. La Caritas Diocesana raccoglie le offerte dell’Avvento di Fraternità e nella Quaresima di carità da destinarsi a particolari finalità caritative. f. Tutte le somme di denaro raccolte nelle chiese, sia parrocchiali, sia non parrocchiali e negli oratori pubblici, compresi quelli degli istituti di vita consacrata, nel corso delle “giornate” con collette obbligatorie sono destinate esclusivamente alla finalità stabilita e devono essere inviate sollecitamente alla curia vescovile per essere subito trasmesse all’ente interessato. 204. Le donazioni, le eredità e i legati. Una forma straordinaria di sovvenzione alla Chiesa per le sue necessità è quella di stabilire donazioni , eredità e legati mediante beni mobili e immobili, con o senza finalità determinate. Molte opere di educazione della gioventù, di assistenza ai malati e agli anziani, di mantenimento degli edifici di culto, sono state possibili grazie a questi provvidenziali contributi. 148 a. Si ricordi ogni tanto ai fedeli questa valida opportunità per aiutare adeguatamente la diocesi e le parrocchie. b. Si cerchi di evitare il vincolo di oneri e condizionamenti che potrebbero rendere difficoltosa o addirittura impossibile la fruizione dei beni donati. c. Una particolare attenzione è chiesta ai sacerdoti nello stabilire le loro ultime volontà: ricordarsi del seminario, della diocesi, dell’IDSC e del fondo di solidarietà fra sacerdoti (cfr. Istruz. Ammin., 36). 205. Le opportunità consentite dalla legislazione italiana. L’attuale legislazione italiana consente alcune opportunità sulle quali è necessario istruire adeguatamente i fedeli. a. Innanzitutto la possibilità di apporre la propria firma, al momento della denuncia dei redditi, per far destinare alla Chiesa Cattolica i fondi dell’8 per mille del gettito IRPEF che lo Stato italiano mette a disposizione: si tratta di un sostegno non oneroso per i contribuenti, ma estremamente prezioso per il beneficio che la Chiesa ne riceve. b. C’è inoltre la possibilità di elargire all’“Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero” alcune offerte deducibili, fino a € 1032,91, dal proprio reddito complessivo ai fini dell’IRPEF, mediante specifici moduli di conto corrente postale reperibili in ogni chiesa o negli uffici postali, appositi bonifici bancari, versamenti su carte di credito, consegne dirette all’“Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero. 206. Importanza della sensibilizzazione al sostegno economico alla Chiesa. Per promuovere adeguatamente nei fedeli della diocesi la sensibilizzazione per il sostegno economico alla Chiesa deve essere stabilizzata e continuamente vivificata una rete di collaborazione fra la curia diocesana e le singole parrocchie. In particolare: a. nella curia diocesana l’ufficio per il sostegno economico alla Chiesa ha il compito di coordinare e sostenere l’azione di sensibilizzazione dei fedeli, in collegamento con il Servizio centrale della CEI; b. in ogni parrocchia deve operare almeno un referente per il sostegno economico alla Chiesa con il compito di preparare e animare le giornate annuali e di tenere viva l’attenzione della comunità a questo impegno comune; 149 c. in tutte le parrocchie e in tutti gli oratori pubblici, anche di istituti religiosi, che sono regolarmente officiati, ci si impegni a preparare adeguatamente le due giornate annuali di sensibilizzazione per il sostegno economico alla Chiesa, istituite dalla CEI: in particolare si devono illustrare i principi e le finalità del sostegno economico alla Chiesa, le modalità per elargire le “offerte deducibili”, l’opportunità di apporre la propria firma per la Chiesa Cattolica nei documenti relativi alla denuncia dei redditi; d. si evidenzi l’importanza dell’invito a considerare non solo le necessità immediate delle singole comunità di appartenenza diretta, ma anche l’impegno a sostenere i fondi da far pervenire alla CEI per il servizio che viene reso a tutte le comunità cristiane d’Italia; e. questa attenzione si fa maggiormente necessaria in ragione dei grandi benefici che le comunità della nostra diocesi ricevono costantemente dai fondi amministrati dalla CEI (prima di tutto il sostentamento dei sacerdoti, ma anche iniziative di carità, restauro edifici di culto, costruzione nuove chiese, ecc.). 207. Generosità anche verso gli istituti religiosi e le associazioni. “La Chiesa apprezza che la generosità dei fedeli si orienti liberamente anche nella direzione degli istituti di vita consacrata, delle associazioni variamente configurate che hanno finalità di apostolato o di animazione cristiana della società... Si ricordi tuttavia che l’attenzione alla propria parrocchia, alla propria diocesi e alle necessità del Papa per l’aiuto a tutta la Chiesa dovrebbe essere avvertita sempre più da parte di tutti i fedeli singoli e associati, come criterio di verifica di un senso di Chiesa veramente formato” (Istruz. Ammin., 34; Sovvenire alle necessità della Chiesa, 13). Per dovere di chiarezza a tale riguardo si ricorda che: a. “salvo il diritto dei religiosi mendicanti, si fa divieto a qualunque persona privata sia fisica che giuridica di raccogliere denaro per qualunque fine o istituto pio o ecclesiastico, senza la licenza scritta del proprio ordinario e di quello del luogo” (Can 1265, § 1); b. “i religiosi non procedano alla raccolta di sussidi mediante pubblica sottoscrizione senza il consenso dell’ordinario del luogo in cui tali sussidi sono raccolti” (Istruz. Ammin., 35; Eccesial. Santae, 27). 208. Un’attenzione particolare per l’ente diocesi. “Un’attenzione particolare merita il problema della risorse necessarie 150 per la vita e l’attività dell’ente diocesi” (Istruz. Ammin., 38): se infatti non dovessero giungere alla diocesi offerte e donazioni, non solo essa sarebbe impossibilitata a sostenere le parrocchie che si trovano in difficoltà di ordine economico, ma non si troverebbe più neanche nella condizione di poter far fronte ai suoi doveri essenziali, quali il funzionamento della curia, l’indirizzo e il coordinamento della pastorale diocesana, il dovere di solidarietà (cfr. ibid.). Amministrare nella luce del vangelo 209. La raccomandazione del Vaticano II. Il Concilio Vaticano II, trattando della vita e del ministero dei presbiteri, offre una serie di insegnamenti fondamentali riguardo al giusto uso dei beni di questo mondo, che possono risultare validi non solo per i sacerdoti stessi, ma in genere per quanti nella Chiesa sono chiamati ad amministrare ciò che serve per la comunità. I presbiteri “vivendo in mezzo al mondo devono però sempre avere presente che... non appartengono al mondo. Perciò usando del mondo come se non ne usassero, possono giungere a quella libertà che riscatta da ogni disordinata preoccupazione e rende docili all’ascolto della voce di Dio nella vita di ogni giorno. (...) Quanto ai beni ecclesiastici..., i sacerdoti devono amministrarli come esige la natura stessa di tali cose, a norma delle leggi ecclesiastiche e possibilmente con l’aiuto di competenti laici; devono sempre impiegarli per quegli scopi che giustificano l’esistenza di beni temporali della Chiesa, vale a dire: l’organizzazione del culto divino, il dignitoso mantenimento del clero, il sostenimento delle opere di apostolato e di carità, specialmente in favore dei poveri. Quanto poi ai beni che si procurano in occasione dell’esercizio di qualche ufficio ecclesiastico, i Presbiteri, come pure i Vescovi salvi restando alcuni diritti particolari, devono impiegarli anzitutto per il proprio onesto mantenimento e per l’assolvimento dei doveri del proprio stato; il rimanente potrà essere destinato per il bene della Chiesa e per le opere di carità. Non trattino dunque l’ufficio ecclesiastico come occasione di guadagno, né impieghino il reddito che ne deriva per aumentare il proprio patrimonio personale. I Sacerdoti, quindi, senza affezionarsi in alcun modo alle ricchezze, debbono evitare ogni bramosia ed astenersi da qualsiasi tipo di commercio”. (PO, 17). 151 210. Uno stile di sobrietà. Il principio evangelico di povertà e distacco dai beni temporali, valido non soltanto per i singoli fedeli, ma anche per ogni forma di vita comunitaria e per la stessa istituzione ecclesiastica, esige che la Chiesa eserciti il diritto di acquistare, possedere e utilizzare beni temporali in uno stile di sobrietà, evitando il ricorso a mezzi sproporzionati o comunque non necessari agli specifici scopi per cui sono destinati. 211. A chi compete la responsabilità amministrativa. “L’amministrazione dei beni ecclesiastici spetta a chi regge immediatamente la persona giuridica cui gli stessi beni appartengono, a meno che non dispongano altro il diritto particolare, gli statuti o la legittima consuetudine, e salvo il diritto dell’Ordinario d’intervenire in caso di negligenza dell’amministratore” (can. 1279 - §1). 212. Necessità del consiglio per gli affari economici. “Ogni persona giuridica abbia il proprio consiglio per gli affari economici o almeno due consiglieri, che coadiuvino l’amministratore nell’adempimento del suo compito, a norma degli statuti” (can. 1280). 213. Rispetto delle leggi canoniche e civili. Per fondamentale dovere di onestà e per rendere chiara testimonianza di spirito evangelico, coloro che amministrano i beni ecclesiastici sono tenuti a rispettare tutte le leggi canoniche, sia quelle della Chiesa universale, sia quelle della Chiesa particolare. (Le normative di riferimento sono contenute soprattutto nel CJC e nella legislazione pattizia relativa al Concordato fra la Repubblica Italiana e la Santa Sede e alle successive norme di applicazione. Un testo fondamentale è poi la “Istruzione amministrativa” emanata dalla CEI in data 1 marzo 1992). Pari rispetto dovrà essere riservato a tutte le leggi civili, evitando qualunque forma di illegalità, chiedendo le necessarie autorizzazioni e corrispondendo i legittimi tributi. 214. Diligenza amministrativa. A tutti gli amministratori di beni ecclesiastici, il diritto canonico richiede la “diligenza del buon padre di famiglia” (can 1284,§1). Sia la trascuratezza nella buona conservazione del patrimonio, sia l’eccesso di 152 intraprendenza, sono contrari ad una amministrazione ordinata, rispettosa delle norme canoniche e civili. In particolare si richiede agli amministratori di: a. far puntualmente redigere i verbali di consegna e di riconsegna dei beni dell’ente, corredati dai relativi inventari con i documenti relativi agli strumenti sui quali si fondano i diritti patrimoniali dell’ente; copia di tali documenti sia depositata presso gli uffici competenti della curia vescovile; b. aggiornare e conservare gli inventari dei beni; ricercando, qualora non esistano, i documenti relativi agli strumenti sui quali si fondano i diritti patrimoniali dell’ente; copia di tali documenti sia trasmessa agli uffici competenti della curia; c. prestare la massima attenzione alla stabilità degli edifici e alla integra conservazione di tutti i beni mediante puntuali e appropriati interventi di restauro; d. rispettare scrupolosamente le norme di sicurezza degli impianti e custodire i regolari attestati di conformità; e. stipulare adeguate assicurazioni contro i rischi, che possono derivare alle persone dalle proprie attrezzature e attività e contro i danni e le perdite del patrimonio immobiliare e mobiliare; 215. Trasparenza amministrativa. I responsabili degli enti ecclesiastici che possiedono beni mobili o immobili favoriscano la massima trasparenza amministrativa. In particolare poi, quando gli enti sono soggetti alla giurisdizione del vescovo, ci si attenga scrupolosamente alle seguenti indicazioni: a. si compilino con diligenza e si custodiscano in apposito archivio i libri contabili (che possono essere integrati ma non sostituiti da registrazione informatica) con la relativa documentazione di entrate e di uscite; b. si prepari puntualmente ogni anno, sentito il consiglio per gli affari economici, il bilancio preventivo; analogamente si rediga nei tempi e nei modi stabiliti dall’ordinario il consuntivo annuale, da sottoporre al consiglio per gli affari economici; copia del bilancio di previsione e del consuntivo, sottoscritta dai componenti il consiglio per gli affari economici, sia inviata all’Ordinario diocesano, corredata dalla fotocopia degli estratti conto bancari del 31 dicembre e dalla fotocopia delle pagine annuali del registro delle entrate e delle uscite; 153 c. si faccia conoscere alla comunità il rendiconto annuale, informando i fedeli anche circa l’ammontare e l’utilizzo delle offerte ricevute per particolari destinazioni. 216. Distinguere sempre i beni amministrati da quelli personali. Chiunque è titolare e amministratore di un ente ecclesiastico è gravemente tenuto a distinguere con chiarezza la titolarità e l’amministrazione dei beni dell’ente ecclesiastico da quelle dei propri beni personali, anche nei casi in cui l’amministratore intenda agire liberamente e con generosità in favore dell’ente amministrato. a. Tutti i beni, mobili e immobili, pertinenti ad un ente ecclesiastico civilmente riconosciuto e soggetto alla giurisdizione del vescovo diocesano, devono essere regolarmente intestati all’ente stesso, non alla persona che lo rappresenta. b. Nel procedere alla stipulazione di contratti d’acquisto o all’accettazione di donazioni di beni immobili, ci si attenga sempre alle disposizioni contenute nella autorizzazione concessa dall’Ordinario diocesano, intestando con esattezza il bene acquisito all’ente indicato esplicitamente nell’autorizzazione stessa. c. Qualora esistano ancora situazioni di beni pertinenti ad un ente ecclesiastico ma intestati a persone fisiche private, si provveda immediatamente e con la massima cura al regolare trasferimento. d. Qualsiasi somma di denaro appartenente ad un ente ecclesiastico, da depositare presso uffici postali o istituti di credito, oppure da investire in titoli, va intestata esclusivamente all’ente stesso con la sua corretta denominazione. e. Non si faccia mai transitare danaro dell’ente amministrato attraverso conti postali o bancari intestati alla persona fisica dell’amministratore, o comunque non intestati all’ente stesso. f. Qualora il titolare di un ente ritenga opportuno prestare all’ente amministrato, anche a titolo gratuito, danaro o altri beni mobili o immobili di sua proprietà, o di suoi familiari, o amici, qualunque sia l’entità di tale prestito, si consulti prima il relativo consiglio per gli affari economici e si chieda poi licenza scritta all’ordinario diocesano. g. Per l’apertura di conti correnti intestati alla parrocchia, per prestiti a nome della parrocchia, per l’accensione di mutui è sempre richiesta l’autorizzazione dell’Ordinario. h. La documentazione amministrativa, e a maggior ragione eventuali 154 somme di danaro, siano scrupolosamente custodite in luogo diverso da quello in cui il titolare di un bene ecclesiastico custodisce i suoi averi personali. E viceversa. Non si contravvenga mai a questo principio nemmeno in via del tutto provvisoria. i. I sacerdoti diocesani evidenzino chiaramente i propri beni anche nelle disposizioni testamentarie, senza mai confonderli con quelli degli enti che hanno amministrato, in modo da evitare malintesi, abusi, o addirittura scandali derivanti da una mancata chiarezza. l. Il testamento dei sacerdoti sia consegnato direttamente al vescovo in busta sigillata: questa sarà conservata nella cartella personale del singolo sacerdote nell’archivio segreto di cui ai cann. 489-490. Analogamente si proceda per eventuali successive modifiche. Comunque il testamento di un sacerdote (o le eventuali modifiche successive) non sia consegnato a privati. Nel caso in cui si voglia depositarlo presso un ufficio legale, si consegni comunque al vescovo la busta sigillata contenente l’indicazione esatta del legale che ha accettato il deposito. 217. Rispetto della volontà del donatore. In tutti i casi in cui si deve amministrare un bene, mobile o immobile, offerto dal donatore con finalità specifiche, la volontà del donatore sia da tutti scrupolosamente rispettata (cfr. CJC, 1267, §3). Analogamente si deve tenere conto degli statuti e delle disposizioni legate alla nature dei singoli enti. 218. Funzioni di vigilanza e di supplenza. Spetta al vescovo diocesano il potere-dovere di esercitare la vigilanza sull’amministrazione dei beni appartenenti alle persone giuridiche pubbliche a lui soggette (cfr. can. 392, §2; can. 1276, §1) e anche sull’attività amministrativa delle associazioni private dei fedeli, ai sensi e nei limiti dei cann. 305 e 325. Collegata alla funzione di vigilanza è anche quella di supplenza, da esercitarsi da parte dell’ordinario diocesano nei termini previsti dal can. 1279. a. La necessità del superiore controllo deve essere intesa come garanzia ed è determinata dalla natura stessa dei beni ecclesiastici, dal loro carattere pubblico di mezzi a servizio delle finalità stesse della Chiesa (cfr. can. 1254, §1). b. Gli atti di vigilanza che non richiedono l’esercizio della potestà ese155 cutiva del vescovo sono abitualmente affidati all’economo diocesano (cfr. can. 1278). c. L’attività di vigilanza deve essere accompagnata dalla disponibilità di consulenza da parte dei competenti organismi della curia vescovile. Gli atti di straordinaria amministrazione 219. Determinazione degli atti di straordinaria amministrazione. Nella nostra diocesi sono da considerare opere di straordinaria amministrazione per le persone giuridiche soggette al vescovo diocesano, ai sensi del can. 1281, §2: a. l’alienazione di beni immobili di qualunque valore; b. l’alienazione di beni mobili di valore superiore a un quinto della somma minima stabilita dalla CEI per gli atti di cui al can. 1291, §1; c. ogni disposizione pregiudizievole per il patrimonio, quali, ad esempio, la locazione, la concessione di usufrutto, di comodato, di diritto di superficie, di servitù, di enfiteusi, di ipoteca, di pegno o di fideiussione; d. l’acquisto a titolo oneroso di immobili; e. la mutazione della destinazione d’uso di immobili di qualsiasi valore; f. l’accettazione di donazioni, eredità e legati; g. la rinuncia a donazioni, eredità, legati e diritti in genere; h. l’esecuzione di lavori di costruzione, ristrutturazione, restauro e risanamento conservativo, straordinaria manutenzione di qualunque valore; i. ogni atto relativo a beni mobili o immobili di interesse artistico, storico o culturale; l. l’inizio, il subentro o la cessione di attività imprenditoriali commerciali; m. la costituzione o la partecipazione in società di qualunque tipo; n. la costituzione di un ramo di attività ONLUS; o. la contrazione di debiti di qualsiasi tipo con istituti di credito, persone giuridiche, enti di fatto, persone fisiche; p. la decisione di nuove voci di spesa non previste nel preventivo approvato; 156 q. l’assunzione di personale dipendente e la stipulazione di contratti per prestazioni non aventi carattere occasionale; r. l’introduzione di un giudizio davanti alle autorità giudiziarie, i collegi arbitrali e le giurisdizioni amministrative e speciali dello Stato; s. per le parrocchie, l’ospitalità permanente a qualsiasi persona non facente parte del clero parrocchiale. 220. I “controlli canonici”. Per ogni atto di straordinaria amministrazione è sempre necessaria la licenza scritta dell’ordinario diocesano (cfr. can 1281, §1). Nei casi in cui è previsto il consenso del consiglio per gli affari economici e del collegio dei consultori, il decreto del vescovo diocesano, controfirmato dal cancelliere, deve indicare tale consenso con la data delle sedute dei rispettivi organismi. Anche nel caso in cui il diritto non prevede alcuna consultazione specifica è consigliabile che il vescovo chieda il parere del consiglio diocesano per gli affari economici e/o del collegio dei consultori. (Per utilità si riporta in allegato la relativa tabella). 221. I riconoscimenti civili. Si tenga presente, infine, che “i negozi giuridici validi agli effetti canonici sono riconosciuti validi anche nell’ordinamento statale. I negozi giuridici canonicamente invalidi o inefficaci sono invalidi anche agli effetti civili” (Istruz. Ammin., 66: nel testo sono precisate anche le eventuali limitazioni). 222. Le richieste di contributo. Per quanto concerne le richieste di contributo si deve tenere presente in particolare che: a. le domande di contributo alla Conferenza Episcopale Italiana per la costruzione di nuovi edifici di culto o per restauri di beni culturali sono di competenza dell’Ordinario diocesano; b. anche le domande riguardanti le somme relative agli oneri di urbanizzazione secondaria che i comuni, per legge regionale, devono assegnare agli enti ecclesiastici, devono essere presentate dall’Ordinario diocesano; ai singoli parroci è chiesto di: - non rivolgersi direttamente alle amministrazioni comunali, in quanto non ne hanno facoltà; - concordare con gli altri parroci del medesimo comune una con157 grua turnazione da sottoporre all’Ordinario diocesano; - rispettare la relativa procedura legislativa, consegnando ai competenti uffici comunali tutta la documentazione richiesta. 223. Evitare le barriere architettoniche. Si ponga attenzione a evitare ogni tipo di barriera architettonica, così da permettere un facile accesso ed uso degli ambienti ad ogni persona, intervenendo, per quanto è possibile e con le apposite autorizzazioni, anche sugli immobili già esistenti. 224. La scelta delle imprese cui affidare i lavori. Nelle opere di nuove costruzioni, o di restauro di immobili e di suppellettili, si presti particolare attenzione alla scelta delle persone e delle imprese cui affidare l’ideazione, la progettazione e l’esecuzione delle opere stesse. La scelta avvenga dopo aver interpellato le persone e le imprese che operano “in loco”, senza esclusioni pregiudiziali, coinvolgendo sempre il relativo consiglio per gli affari economici. Eventualmente si consultino anche i competenti uffici della curia diocesana. 225. Tenere a norma gli impianti. Si curi che i vari impianti (elettrico, acustico, riscaldamento, condizionatori d’aria) siano sempre eseguiti da ditte competenti, idonee a rilasciare i necessari attestati di conformità. L’amministrazione della diocesi 226. La personalità giuridica della diocesi. La diocesi di Pitigliano Sovana Orbetello, al pari delle altre diocesi ha personalità giuridica canonica pubblica ed è riconosciuta dallo stato italiano ed è iscritta nel registro delle persone giuridiche del tribunale di Grosseto al n. 168. Amministratore e legale rappresentante della diocesi è il vescovo diocesano, il quale, a norma del diritto (cfr in particolare cann 492-494 . 1277; Istruz. Ammin.,75), si avvale della funzione esecutiva e della competenza amministrativa dell’economo diocesano, come pure della collaborazione qualificata del consiglio diocesano per gli affari economici e del collegio dei consultori. 158 227. Il patrimonio della diocesi. Il patrimonio della diocesi è costituito dai seguenti immobili: la cattedrale di Sovana con gli annessi edifici dell’antico episcopio; il santuario dell’Addolorata al Cerreto di Sorano con gli edifici e gli spazi annessi; il santuario della Madonna di San Pietro a Piancastagnaio con la relativa canonica e un terreno adiacente; il vescovado di Pitigliano, sede legale della diocesi, dove ordinariamente abita il vescovo e dove si trovano la maggior parte degli uffici della curia diocesana; il vescovado di Orbetello, conosciuto come “palazzo abbaziale”, dove opportunamente in alcuni giorni abita il vescovo e dove si trovano alcuni uffici della curia diocesana e la mensa aperta dalla Caritas diocesana; il rudere della chiesa di San Francesco a Pitigliano, in prossimità del luogo che per circa un secolo era stata dimora dei vescovi. Il patrimonio è poi incrementato dalle offerte dei fedeli e dalle eventuali donazioni di vario genere, come pure dalle tasse e dai tributi previsti dalla legislazione ecclesiastica in favore delle diocesi, ma soprattutto dalle somme erogate dalla CEI, provenienti dall’otto per mille. 228. Le somme assegnate dalla CEI. Le somme provenienti dalla CEI per le esigenze di culto della popolazione e per gli interventi caritativi devono essere amministrate, sentito l’incaricato diocesano per la promozione del sostegno economico alla Chiesa, il direttore della Caritas, udito il parere del consiglio diocesano per gli affari economici e del collegio dei consultori, secondo le determinazioni stabilite dalla CEI relative alla assegnazione, alla erogazione e al successivo rendiconto. Analogo rendiconto deve essere pubblicato ed è compito dell’incaricato diocesano per la promozione del sostegno economico alla Chiesa farlo conoscere. 229. Le offerte e i contributi alla diocesi. Considerato che la diocesi non ha altre fonti di entrata per le spese necessarie, si cerchi di favorire la destinazione alla diocesi, come opportunamente si fa per le parrocchie e per gli altri enti, di offerte libere dei fedeli, di donazioni, eredità o legati. È doveroso poi che quanti sono tenuti a versare propri contributi alla curia vescovile, lo facciano con puntualità e sollecitudine. In particolare si chiede: a. ai sacerdoti di corrispondere alla curia diocesana con fedeltà e sollecitudine le offerte ricevute dai fedeli in occasione di celebrazioni “binate o trinate” della S. Messa; 159 b. ai fedeli, tramite i parroci, di attenersi alle indicazioni stabilite dalla Conferenza Episcopale Toscana per quanto concerne le tasse di cancelleria (cfr. can 1264, §1); c. ai parroci e in genere agli amministratori di enti ecclesiastici di corrispondere annualmente alla curia diocesana il tributo capitario (cfr can 1263, accompagnare le richieste di autorizzazioni dell’Ordinario diocesano per atti di manutenzione straordinaria con il versamento della quota corrispondente, stabilita dalla Conferenza Episcopale Toscana (cfr. Istruz. ammin,, 3c; la quota attualmente stabilita dalla Conferenza Episcopale Toscana è il dieci per cento del valore dell’atto). 230. I fondi diocesani. In diocesi esistono attualmente due fondi non autonomi, con finalità specifiche, propri regolamenti e con relativi consigli di amministrazione: il fondo di solidarietà per i sacerdoti ammalati o anziani e l’Opera Missionaria Diocesana. Altri possono venire istituiti dal vescovo, valutate le opportunità e le circostanze. 231. L’Istituto diocesano per il sostentamento del clero. “L’Istituto diocesano per il sostentamento del clero non è un ufficio della curia, né un fondo diocesano, ma una persona giuridica pubblica, distinta dall’ente diocesi e dotata di propria autonomia; esso è sottoposto all’autorità del vescovo a norma del diritto comune e del proprio statuto approvato dal vescovo” (Istruz. Ammin., 79). Le finalità dell’Istituto sono quelle di provvedere all’integrazione della remunerazione spettante al clero che svolge servizio a favore della Diocesi e di svolgere eventualmente funzioni assistenziali e previdenziali integrative e autonome per il clero. A tale scopo, nell’ambito delle proprie competenze, l’Istituto intrattiene opportuni contatti con le amministrazioni civili locali e può compiere tutti gli atti di natura mobiliare e immobiliare necessari o utili tanto per la migliore realizzazione dei fini istituzionali, quanto per la organizzazione e realizzazione delle proprie strutture (cfr. art 2 dello Statuto). L’istituto ha proprie norme stabilite nello statuto. Anche in ciò che concerne la necessaria licenza dell’ordinario diocesano per le opere di straordinaria amministrazione, l’istituto segue norme specifiche stabilite dalla CEI. 160 232. Il seminario vescovile. Il seminario vescovile, ente giuridico riconosciuto canonicamente e civilmente, sotto il profilo amministrativo è autonomo rispetto all’ente diocesi, anche se la sua ragion d’essere è proprio quella di servire la Chiesa locale. Dal momento che oggi i seminaristi della diocesi non compiono più il loro itinerario a Pitigliano, la sede del seminario, in via Mons. Cardella a Pitigliano, è stata adibita parzialmente a casa del clero e per il resto a luogo di accoglienza per ragazzi, giovani o adulti che dalle parrocchie e da altri gruppi intendono usufruirne per incontri di formazione e di spiritualità. Analoga destinazione all’accoglienza tiene la villa presso Valentano. Oltre che da questi due edifici, il patrimonio del seminario è costituito da altri immobili minori e dalle offerte dei fedeli. Con le offerte che vengono raccolte nelle parrocchie in occasione della giornata per il seminario si provvede, almeno parzialmente, al mantenimento dei seminaristi. 233. La giornata per il seminario. Si raccomanda vivamente che in tutte le parrocchie si faccia ogni anno la giornata per il seminario, con la relativa raccolta di offerte per le rette dei seminaristi: per tutti i fedeli questa giornata costituisce un modo sensibile, oltre la preghiera, di farsi vivi con i seminaristi e di sentirsi più compartecipi della loro formazione al sacerdozio; per i sacerdoti è anche un atto di riconoscenza verso il seminario che li ha accolti, li ha formati umanamente e spiritualmente, li ha resi idonei al ministero e li ha accompagnati alle ordinazioni. L’amministrazione della parrocchia 234. La personalità giuridica delle parrocchie. Le parrocchie della diocesi sono tutte costituite prima del 30 settembre 1986, sono civilmente riconosciute e regolarmente iscritte nel registro delle persone giuridiche presso il tribunale di Grosseto o di Siena. Amministratore della parrocchia è il parroco, che la rappresenta, a norma del diritto, in tutti i negozi giuridici (cfr. can 532). Sia sotto il profilo canonico, sia sotto il profilo civile e anche penale, “la responsabilità amministrativa del parroco è sempre sotto l’autorità del vescovo... è però una responsabilità personale, alla quale il parroco non può rinun161 ciare (cfr. can 1289) e che non può demandare ad altri limitandosi, ad esempio, a ratificare le decisioni prese dal consiglio parrocchiale per gli affari economici. Anche l’ordinario diocesano non può sostituirsi alla responsabilità diretta e personale del parroco, se non nel caso di negligenza” ( Istruz Ammin., 83). 235. La responsabilità amministrativa del parroco. Ogni parroco deve amministrare la propria parrocchia attenendosi a quanto stabilito nei cann 1281-1288 del CJC e nelle indicazioni di questo documento riguardanti l’amministrazione ordinaria e l’amministrazione straordinaria degli enti ecclesiastici. I parroci vigilino anche perché tali norme siano osservate anche da altri enti ecclesiastici eventualmente esistenti nella propria parrocchia. a. Al momento dell’ingresso in parrocchia sia consegnato al parroco lo stato patrimoniale della parrocchia stessa. Tale stato patrimoniale sia poi verificato annualmente dal vicario foraneo. b. La responsabilità personale del parroco si estende a tutte le attività di cui la parrocchia è titolare, anche se gestite in modo distinto dal resto della amministrazione parrocchiale: ad esempio, scuole, oratori, centri culturali o sociali, ecc. c. I parroci amministrino sempre il patrimonio parrocchiale con tutta trasparenza, anche quando si tratta di piccole entità. d. Nell’amministrare la parrocchia i parroci abbiano cura di evidenziare con ogni mezzo l’appartenenza dei beni parrocchiali a tutta la comunità, in modo che tutti i fedeli possano sentirsene responsabili. e. Il parroco deve avvalersi della collaborazione dei laici, particolarmente nell’ambito del Consiglio parrocchiale per gli affari economici. f. I parroci vigilino perché i piani regolatori e gli strumenti urbanistici contengano adeguate previsioni per le attrezzature religiose e per la tutela dei beni ecclesiastici. 236. Il consiglio parrocchiale per gli affari economici. In ogni parrocchia deve essere costituito il consiglio parrocchiale per gli affari economici per aiutare il parroco nell’amministrazione dei beni della parrocchia.(cfr. can 537). a. I consiglieri devono distinguersi per integrità morale, competenza amministrativa e partecipazione alla vita della parrocchia, devono essere in grado di valutare le questioni con spirito ecclesiale, non 162 devono essere congiunti del parroco, né avere rapporti di attività economica con la parrocchia, i consiglieri siano nominati per cinque anni e, salvo deroga scritta dell’Ordinario diocesano, non siano confermati per più di due mandati consecutivi. b. Per affrontare questioni che presentano particolari difficoltà, il parroco può lodevolmente convocare in consiglio qualche esperto. c. Il Consiglio parrocchiale sarà regolato secondo le norme che verranno emanate in uno specifico regolamento da adottarsi in tutte le parrocchie della diocesi. 237. Amministrazione ordinaria e straordinaria. La parrocchia deve essere amministrata come qualsiasi altra persona giuridica pubblica secondo la normativa generale e particolare riguardante i beni temporali della Chiesa. 238. La cassa parrocchiale. Ogni parrocchia deve avere una sua propria cassa. Nel caso poi delle unità pastorali il vescovo può disporre che si attui una amministrazione unica. a. Nella cassa parrocchiale devono affluire tutte le offerte che il parroco e i suoi collaboratori ricevono dai fedeli (cfr. can 531), eccetto l’offerta per la messa (comprese quindi le offerte ricevute in occasione della celebrazione di sacramenti o sacramentali, della benedizione pasquale delle famiglie, ecc.). b. Il sacerdote può trattenere per sé solo quanto gli è dato esplicitamente dall’offerente come dono personale. c. Alla medesima cassa parrocchiale devono affluire gli eventuali proventi patrimoniali destinati dalla parrocchia e i proventi derivati da particolari attività; qualora queste attività vengano amministrate autonomamente, si deve comunque garantire che tale amministrazione rimanga sempre nell’ambito della gestione generale della parrocchia affidata al parroco e al consiglio parrocchiale per gli affari economici (cfr. Istruz. Ammin., 87a). d. Con le disponibilità della cassa parrocchiale si deve provvedere a tutte le spese ordinarie della gestione parrocchiale, compreso il sostentamento del parroco e di eventuali sacerdoti suoi collaboratori, secondo le norme previste per il sostentamento del clero nelle diocesi di Italia. 163 e. È bene che la gestione della cassa parrocchiale sia condotta in modo da prevedere anche le inevitabili necessità di straordinaria amministrazione che periodicamente si presentano. 239. Gli immobili parrocchiali. Gli immobili parrocchiali, come tutto ciò che appartiene alla parrocchia, devono essere custoditi come bene prezioso di tutta la comunità. Il parroco ha l’obbligo della loro conservazione, predisponendo con l’aiuto del consiglio per gli affari economici un programma di corretta manutenzione ordinaria e di adeguamento a tutte le vigenti norme di legge. Circa la loro destinazione d’uso ci si attenga alle seguenti indicazioni: a. la destinazione d’uso naturale degli ambienti parrocchiali è quella dell’attività pastorale per le finalità istituzionali della parrocchia stessa; b. è bene che la parrocchia abbia il possesso esclusivo dell’intero complesso parrocchiale (comprese le aree destinate ad attività ricreative) e che il parroco, in quanto rappresentante legale della parrocchia, detenga le chiavi di tutti i locali e gli impianti; c. eventuali convenzioni con associazioni o enti, se ritenute pastoralmente utili, devono comunque essere autorizzate per scritto dall’ordinario diocesano; d. è sconsigliato concedere l’uso di locali di culto e pastorale a terzi per singole iniziative non connesse ai fini istituzionali della parrocchia (feste private, assemblee condominiali, comitati di quartiere, ecc.) al fine di non rischiare la mancanza di copertura assicurativa; e. non si conceda verbalmente l’uso di locali parrocchiali a terzi perché anche l’accordo verbale può produrre vincoli contrattuali e comunque perché è assai difficile il recupero di un locale goduto da altri; f. se la parrocchia intende dare ad altri l’uso temporaneo dei locali e ricevere un compenso che ecceda il rimborso delle spese, si chieda l’autorizzazione dell’ordinario diocesano, poi si stipuli un contratto di locazione o di prestazione di servizi, infine si dichiari ai fini fiscali il corrispettivo ricevuto. 240. L’archivio parrocchiale. Ogni parrocchia deve avere il suo archivio con i relativi libri parrocchiali, da aggiornare e custodire sotto la responsabilità del parroco (cfr. 164 can 535), tenendo conto anche della vigente normativa italiana riguardo ai dati personali. a. Sono obbligatori i seguenti libri: libro dei catecumeni (cfr. can 788, §1); libro dei battezzati (cfr. can 535, § 1); libro dei confermati (cfr.); libro dei matrimoni (cfr. can 535, § 1 ); libro dei defunti (cfr. can 535, § 1); registro delle celebrazioni della messa (cfr. can 958, § 1); registro dei legati (cfr. can 1307; delib. CEI n. 6); registri delle entrate e delle uscite (cfr. can 1284, § 2,7 °); registri dell’amministrazione dei beni (cfr. delib. CEI n.6). b. Sono raccomandati i seguenti libri: registro dello “status animarum” (cfr. delib CEI n. 7); registro delle prime comunioni (cfr. delib CEI n. 7); registro della cronaca parrocchiale (cfr. delib CEI n. 7). c. I libri obbligatori, i documenti ufficiali riguardanti la parrocchia e gli eventuali testi di documentazione sono da conservare nell’archivio e non possono essere sostituiti da supporti magnetici. Devono essere esibiti al vescovo o ai convisitatori nella visita pastorale e al vicario foraneo nella visita foraniale o ad ogni sua legittima richiesta (cfr. can. 535). d. Per quanto riguarda libri e documenti di valore storico ci si attenda alle norme indicate al n. 264. 241. Eventuali attività non istituzionali. Le parrocchie, in quanto persone giuridiche civilmente riconosciute, possono svolgere direttamente non solo attività di religione e di culto, ma anche altre attività (cfr. Istruz. ammin., 81): particolarmente quelle scolastiche, sportive, artistiche, culturali, assistenziali. a. Ciascun parroco, prima di avviare per conto della parrocchia una particolare attività straordinaria, che preveda un impegno amministrativo da parte della parrocchia stessa, chieda l’autorizzazione scritta dell’Ordinario diocesano. b. Ogni attività della parrocchia deve svolgersi nel pieno rispetto delle leggi dello Stato e del regime tributario vigente. c. Per svolgere tali attività si eviti di far sorgere nell’ambito parrocchiale altri soggetti giuridici (associazioni, cooperative, ecc.): è importante mantenere in questo campo un atteggiamento di prudenza, per evitare il rischio che le iniziative e le stesse strutture parrocchiali vengano sottratte alla soggettività della parrocchia. d. Per affidare la gestione o comunque la compartecipazione nella gestione di tali attività ad altri soggetti diversi dalla parrocchia, 165 anche se di natura associativa e canonicamente riconosciuti, si chieda sempre l’autorizzazione scritta dell’Ordinario diocesano. In tali collaborazioni si stabiliscano sempre le opportune convenzioni, da definire sia sotto il profilo giuridico, sia nel contesto della programmazione pastorale, soprattutto se è previsto l’utilizzo di immobili della parrocchia (sale, campi sportivi, spazi all’aperto, ecc.). Anche le singole convenzioni devono essere autorizzate dall’Ordinario diocesano. 242. La vigilanza dei vicari foranei. I Vicari foranei hanno l’obbligo di vigilare sulla conservazioni dei beni temporali e sulla buona amministrazione delle parrocchie del vicariato (cfr. can 555,§ 1, 3°). Di tale vigilanza faranno relazione annuale al vescovo. L’amministrazione dei beni culturali della Chiesa 243. L’importanza. I beni di interesse storico e artistico appartenenti ai vari enti ecclesiastici della diocesi sono testimonianza della fede di diverse generazioni, hanno rilevanza pastorale, e sono patrimonio culturale anche per la società civile. La loro tutela, conservazione e valorizzazione, anche se comporta un impegno a volte oneroso, risponde ai fini propri dell’attività ecclesiale e della promozione culturale della società. La Chiesa si assume ben volentieri questo compito e si pone in spirito di sincera collaborazione con i competenti organismi pubblici e anche con quelli privati che operano seriamente in questo campo. 244. La cura. Ogni comunità cristiana deve considerare il patrimonio culturale e le memorie di cui è depositaria come bene inalienabile e come preziosa risorsa pastorale. Gli enti ecclesiastici sono in ogni caso tenuti a fare riferimento alle norme canoniche e agli orientamenti emanati dalla Conferenza Episcopale Italiana e dalla diocesi in questa specifica materia. Pertanto i restauri, le nuove collocazioni, i prestiti e le eventuali alienazioni, devono sempre essere debitamente autorizzati dalle competenti autorità ecclesiastiche e civili. 166 Ogni ente conservi e annualmente aggiorni l’inventario dei beni culturali, redatto in collaborazione con l’ufficio diocesano competente. 245. L’utilizzazione. L’utilizzazione dei beni culturali ecclesiastici presuppone alcune scelte fondamentali: a. la loro valorizzazione diretta secondo la finalità liturgica, devozionale o pastorale per cui sono sorti: questa deve comunque essere l’attenzione prima e fondamentale; b. la disponibilità a predisporre una adeguata fruizione turistica; c. la tutela e conservazione, nel rispetto delle norme canoniche e civili. 246. L’esposizione al pubblico. Per quanto possibile l’accoglienza di visitatori e turisti venga affidata a persone preparate, che alla spiegazione storica e artistica sappiano coniugare la serena esposizione del significato cristiano espresso dalle opere. 247. L’attenzione ai beni mobili. Particolare attenzione è dovuta ai beni culturali mobili (libri, documenti, vasi sacri, candelabri, tavole, tele, paramenti, suppellettili, oggetti relativi alla religiosità popolare): siano tutelati, conservati e valorizzati secondo la loro natura. La loro conservazione sia sempre in luoghi provvisti di adeguati dispositivi di sicurezza. In tutte le situazioni in cui non è possibile garantire una custodia sicura e specialmente là dove il parroco non è residente, si provveda quanto prima a trasferire i beni culturali presso la curia diocesana, o in altro luogo sicuro concordato con l’Ordinario diocesano, con l’impegno scritto che tali beni restano a disposizione delle parrocchie soprattutto in alcune circostanze specifiche (feste patronali, ecc). 248. Il museo diocesano. La diocesi gestisce direttamente il museo diocesano nel vescovado (Palazzo Orsini) di Pitigliano. La finalità del museo diocesano è quella di custodire, conservare e valorizzare beni particolarmente rilevanti per la memoria delle fede riguardante l’intera diocesi, specialmente quelle opere che le singole parrocchie non possono adeguatamente custodire e far conoscere. 167 Anche altri enti ecclesiastici, specialmente le parrocchie, possono allestire piccoli musei o esporre significative collezioni, sulla base però di precisi progetti ben studiati e con l’autorizzazione scritta dell’ordinario diocesano e delle competenti autorità civili. 249. Gli archivi storici della diocesi. La diocesi ha due archivi storici, quello principale nella sede vescovile di Pitigliano e l’ex archivio dell’Abbazia delle Tre Fontane nel vescovado di Orbetello. a. Nell’archivio di Pitigliano giacciono i documenti relativi all’antica diocesi di Sovana, poi Sovana-Pitigliano e quelli relativi alle parrocchie comprese nel suo territorio. b. Nell’archivio di Orbetello restano i documenti relativi all’Abbazia delle Tre Fontane e i documenti storici relativi alle parrocchie già comprese nel suo territorio. c. In entrambi gli archivi si proceda nella informatizzazione dei documenti. d. Entrambi gli archivi sono accessibili al pubblico negli orari e nelle modalità previste dal regolamento predisposto dall’ordinario diocesano. e. Presso l’archivio di Pitigliano ha recentemente trovato sede la biblioteca donata alla diocesi da Mons. Aldo Vagaggini, che rimane aperta al pubblico per la consultazione negli orari e nelle modalità stabilite per l’archivio. 250. La salvaguardia degli archivi delle parrocchie. Una attenzione tutta particolare deve essere riservata agli archivi delle parrocchie e analogamente agli archivi degli altri enti ecclesiastici soggetti alla giurisdizione del vescovo diocesano. a. Gli archivi parrocchiali vengano conservato in luoghi e in mobili sicuri, prestando seria attenzione alla sicurezza, all’umidità e agli incendi. b. Gli archivi con i libri e i documenti della parrocchia (o di altro ente ecclesiastico) rimangano rigorosamente chiusi; il parroco, o l’amministratore dell’ente, dopo ogni singola consultazione abbia la massima cura che nulla rimanga fuori luogo, o che singoli documenti siano confusi con carte personali. c. Nelle parrocchie senza parroco residente ci sia un luogo ben sicuro (almeno un armadio in metallo), accessibile solo al parroco, nel qua168 le custodire l’archivio corrente (relativo agli ultimi cinquant’anni), mentre l’archivio storico deve comunque venire depositato presso l’archivio diocesano. d. È consigliabile che anche l’archivio storico (oltre gli ultimi cinquant’anni) delle parrocchie dove risiede il parroco sia depositato nell’archivio diocesano; si conservi in parrocchia solo se si è in grado di custodirlo sicuramente, di procedere alla sua catalogazione informatica, di renderlo fruibile per la consultazione. e. Per concedere l’accesso agli archivi delle parrocchie e degli altri enti ecclesiastici il parroco, o l’amministratore responsabile dell’ente, esiga che siano rispettate le norme ordinarie per la consultazione degli archivi privati. In ogni caso i parroci e i titolari degli enti, considerando la propria diretta responsabilità personale, non permettano la consultazione degli archivi se non in loro presenza o in presenza di altra persona da loro specificamente designata. * * * 251. L’osservanza delle norme amministrative esige pazienza e disciplina, ma è per tutti garanzia di chiarezza, di trasparenza, di collaborazione e di credibilità. Possa la nostra comunità diocesana rispecchiarsi nella prima comunità di Gerusalemme che sapeva mettere tutto in comune per essere un cuor solo e un’anima sola (cfr. At 4, 32-37). Allegato. Tabella dei controlli canonici. 169 170 171 172 TERZA PARTE A SERVIZIO DI TUTTI 173 174 VII FAMIGLIE PER DARE LA VITA E L’AMORE Sezione I La famiglia nella vita della Chiesa 252. Per dare la vita e l’amore Dio ha voluto le famiglie. Creando l’uomo e la donna a sua immagine, non solo ha posto nel genere umano una fondamentale e innata vocazione all’amore, ma realmente ha costituito la famiglia come cellula originaria della vita sociale, luogo della vita, segno dell’amore, inizio di ogni relazione e di ogni esperienza personale. Gesù stesso. Figlio di Dio generato nell’eternità quando gli uomini non esistevano, è venuto nella nostra storia e si è fatto uomo inserendosi in una famiglia. Sull’esempio della famiglia di Nazaret ogni famiglia cristiana è chiamata ad essere “Chiesa domestica”, piccola comunità che vive la fede, la speranza e l’amore, continuando l’attività creatrice di Dio Padre e testimoniando l’insegnamento del vangelo con il mutuo sostegno, con il reciproco servizio, con il vicendevole incoraggiamento ad una costante formazione spirituale. Ma se questa è la vocazione che Dio dona ad ogni famiglia, non mancano difficoltà, talvolta anche gravi, nel comprendere questa chiamata e nel perseguirla con fedeltà. Cosi la famiglia è oggi al centro di continui dibattiti ed interessi diversificati. Si discute sul senso stesso della famiglia, sul suo ruolo nella società, sulla qualità dei servizi che ad essa si rivolgono, sui problemi che l’affliggono e sulle possibili soluzioni; mai però come oggi la società sembra essersi allontanata da una visione dell’esistenza che realmente ponga l’istituto familiare al centro delle preoccupazioni e delle attenzioni, nonostante se ne faccia un gran parlare. È incalcolabile il contributo che le famiglie danno alla vita sociale, facendosi carico anche di gravi difficoltà; tuttavia la famiglia, quale soggetto sociale, è ben poco aiutata anche per la debolezza e l’incertezza delle politiche familiari che spesso non la sostengono in modo adeguato. D’altra parte però, quando le preoccupazioni economiche sono oggettivamente eccessive, quando il lavoro prende tutto, risulta problematico promuovere una qualità della vita rispettosa dei ritmi familiari, 175 favorevole all’incontro e al dialogo di coppia, all’educazione attenta dei figli, alla cura degli anziani e, in generale, alla crescita delle persone. La famiglia non è un caso a sé, ma è “affare” di tutti, perché tutto passa attraverso di essa: non c’è evento, sacramento o avvenimento nella Chiesa, che non passi per la famiglia o sia ad essa trasversale. Basti pensare alle tappe sacramentali, ai percorsi formativi, alla scuola, al lavoro, ai giovani, agli adulti, agli anziani, al tempo libero, nonché alle problematiche relative alla povertà e sofferenza. La famiglia è pertanto il punto unificatore di tutta l’azione pastorale della Chiesa e per ogni progetto pastorale che si intraprenda, è sempre bene verificarsi su quali siano i riflessi nell’ambito della famiglia stessa. Questo sinodo pertanto si rivolge a tutte le famiglie cristiane, riconoscendo il loro compito prezioso e insostituibile nella società e nella Chiesa. Desidera sostenere i genitori nell’educazione cristiana dei figli, essere vicina agli adolescenti e ai giovani per condividere le loro speranze e i loro problemi, incoraggiare coloro che si preparano al matrimonio, esprimere gratitudine agli sposi che si aprono al dono della vita, offrire concreto sostegno a coloro che curano i malati e gli anziani, stringersi con affetto a tutte le famiglie, anche a quelle lontane dalla fede, che vivono momenti di difficoltà, essere per tutti segno vivo dell’amore e della benedizione di Dio sulle famiglie. La famiglia cristiana 253. Segno vivo dell’amore. La famiglia che vive il Sacramento del Matrimonio, come cammino di santità, fa la storia della Chiesa, è testimone dell’amore di Dio e rende visibile nel mondo la missione di salvezza affidatale dal Signore Gesù. I coniugi che esercitano quotidianamente il loro ministero attraverso il dono dell’ intima unione, che è amore scambievole, tenerezza, solidarietà, mutua assistenza, reciprocità, carità, costituiscono la trama su cui si intreccia il tessuto della Chiesa e pongono le basi per la crescita e l’unità del Popolo di Dio. 254. Fonte della vita. In quanto testimone dell’amore di Dio, la famiglia è chiamata ad essere immagine del Creatore che dona la vita e la conserva. Questa vocazione 176 di sempre assume oggi per noi una grande importanza, anche a motivo della generale tendenza alla denatalità che caratterizza il mondo occidentale e particolarmente la zona in cui viviamo. A tutte le famiglie che accolgono nuove creature si deve esprimere viva gratitudine, ma anche incoraggiamento e sostegno; particolarmente quando l’accoglienza della vita richiede notevoli sacrifici. Una vicinanza particolare deve essere espressa dalla comunità cristiana a quelle famiglie che, con pieno disinteresse e autentica generosità, si sono rese disponibili per le adozioni e per gli affidi. Analoga gratitudine e pari incoraggiamento devono essere espressi a quelle famiglie che con amore curano in casa propria la vita degli ammalati, anche quando le loro condizioni appaiono umanamente senza rimedio. 255. Luogo primo dell’educazione. Uno dei compiti irrinunciabili della famiglia è quello dell’ educazione. Sempre più spesso oggi ci si trova a dover affrontare problematiche nuove, senza possedere soluzioni immediate per rispondervi adeguatamente. Si vive il difficile, anche se naturale, ruolo di genitori con una certa apprensione, con il timore del futuro. Per di più tante volte sorge l’impressione che la famiglia sia rimasta sola a tentare di difendere un patrimonio di valori che altri cercano di distruggere. a. La Chiesa è chiamata ad accompagnare questo sforzo delle famiglie, non sostituendosi ad esse, ma offrendo e formando competenze specifiche. b. I genitori, in situazione di uguaglianza e di complementarità, hanno la responsabilità di assicurare un’educazione integrale ai figli, curando il loro inserimento nella scuola e nella società, la loro formazione nel campo della sessualità e in quello degli affetti, il loro accompagnamento verso la capacità di compiere scelte coscienti e libere, secondo la loro vocazione. La collaborazione con la scuola e con le altre istituzioni non può mai sminuire, ma semmai incrementare, la diretta responsabilità dei genitori nell’educazione dei figli. c. I genitori cristiani vivano la propria responsabilità di primi educatori dei figli alla fede, insegnando loro i primi elementi della vita cristiana e avviandoli progressivamente alla comunità parrocchiale. d. La famiglia resta sempre il luogo privilegiato di autentiche e ricche relazioni interpersonali, spazio per un adeguato scambio di esperienze tra persone e generazioni diverse, dove si può creare e respi177 rare un clima di disponibile accoglienza, sia al suo interno che in relazione ai vicini, come pure negli ambienti in cui la famiglia stessa naturalmente vive ed opera, così da rendere più umano il tessuto sociale. 256. Anche nel dolore e di fronte alla morte. L’esperienza del dolore costituisce uno dei momenti qualificanti in cui la famiglia esprime il suo peso reale nella educazione dei figli. La sofferenza e la malattia spesso assumono carattere di non-senso o sono vissute come sconfitta; pensiamo in particolare a quelle famiglie con figli portatori di handicap, tossicodipendenti, anziani non autosufficienti... La ragione ne può comprendere solo alcuni aspetti, ma gli inevitabili momenti di difficoltà e di prova costituiscono la circostanza in cui ci si pongono degli interrogativi, nascono dubbi, si sperimenta la solitudine. E’ in questa circostanza che particolarmente gli sposi sono chiamati a rinnovare la fiducia nella promessa del Signore e nella sua grazia, riscoprendo in modo più maturo e profondo il dono che essi sono l’uno per l’altra ed è il momento in cui tutti i membri della famiglia sono posti di fronte al grande mistero del dolore e della salvezza. L’esperienza della morte delle persone care costituisce poi la sfida più radicale della speranza cristiana e la famiglia è chiamata proprio in questa circostanza a dare testimonianza della propria fede, che nel mistero pasquale di Cristo sofferente, morto e risorto, attinge le risorse per affrontare con speranza questo evento. 257. La preghiera in famiglia. Le famiglie cristiane cerchino di educarsi a cercare momenti comuni per l’ascolto della Parola di Dio e per leggere alla sua luce l’esperienza della vita quotidiana. I sacerdoti della famiglia sono gli sposi impegnati ad alimentare la propria fede nella preghiera e nell’ascolto della Parola. Pertanto si promuovano, anche con l’aiuto di sussidi adatti, costanti momenti di preghiera in famiglia, con i figli, tra gli sposi, con gli anziani, in modo che proprio questi momenti costituiscano i rifornimenti privilegiati delle necessarie energie spirituali. Dove la moglie e il marito sono entrambi credenti, ravvivino ogni giorno nella preghiera il vincolo della loro fedeltà matrimoniale e mediante la preghiera comune crescano quotidianamente nell’amore. I genitori cristiani insegnino ai loro figli a pregare con fede, secondo le indicazioni del catechismo dei bambini e di quello dei fanciulli; non permettano mai che s’addormen178 tino davanti al televisore, ma ogni sera invochino con loro dal Signore una notte serena. Dove due o più, o tutti sono credenti e abitualmente ciascuno ha i suoi momenti di preghiera, se possibile si celebrino insieme le Lodi mattutine e i Vespri, o si preghi con una parte del rosario, o con qualche altra forma ritenuta opportuna. Nelle famiglie dove sono persone malate o anziane si preghi con loro, chiedendo a Dio la grazia della guarigione e soprattutto offrendo al Padre le difficoltà e le sofferenze in unione a Cristo Signore crocifisso. Si ricordino con la preghiera insieme alcune feste o momenti particolari della famiglia (compleanni, anniversari del battesimo, del matrimonio, della morte di una persona cara). Se i limiti dell’appartamento non lo impediscono, è consigliabile nella casa di ogni famiglia cristiana un piccolo “spazio sacro” con la Bibbia e una bella immagine sacra che ispiri alla preghiera. Nelle famiglie dove non tutti sono credenti si tenga ogni rispetto e si eviti qualunque forzatura. 258. La parrocchia e la famiglia. La parrocchia poi è chiamata a coltivare le ricchezze e le potenzialità di cui la famiglia è portatrice, riconoscendone sempre l’importanza e il suo ruolo fondamentale. a. Nelle varie attività della parrocchia si ponga sempre una specifica attenzione alla famiglia proprio in quanto famiglia, considerandola nel suo insieme destinataria delle proposte e animatrice di eventuali iniziative: inserendo le coppie nell’animazione, stabilendo orari che vadano incontro alle esigenze della famiglia e non solo dei singoli, in modo da facilitarne la presenza; incoraggiando la partecipazione di tutti ad appuntamenti che riguardano tutta la comunità, che siano annunciati e comunicati a ogni famiglia anche con inviti personalizzati; curando iniziative di incontro, serate ricreative mirate al coinvolgimento delle coppie lontane dalla chiesa; promovendo in ogni parrocchia una “festa della famiglia” o degli anniversari, in cui tutti possano riconoscersi, facendone un appuntamento annuale significativo per le famiglie e per l’intera comunità, a cui tutti si sentano invitati. b. La parrocchia consideri la famiglia luogo privilegiato della catechesi, rendendola attiva nella liturgia, coinvolgendola nella preparazione ai sacramenti (cominciando dal battesimo). Di volta in volta sono da ritenere momenti spiritualmente propizi le varie tappe che scandiscono la storia della famiglia: la preparazione al matrimo179 nio dei futuri sposi, l’accompagnamento spirituale nei primi tempi del matrimonio, la preparazione del battesimo dei figli, l’occasione privilegiata del catechismo dei figli, la vicinanza ai figli nell’adolescenza, il momento in cui i genitori restano più liberi perché i figli escono di casa, la possibile disponibilità di tempo al momento della pensione, l’eventuale assistenza spirituale agli ammalati, la stessa condizione di vedovanza. In queste proposte si mostri grande spirito di accoglienza e di attenzione verso quelle famiglie che si affacciano per la prima volta nella comunità parrocchiale, incoraggiandole con semplicità e calore a proseguire con gioia il cammino intrapreso. c. È inoltre auspicabile la presenza di una commissione per la famiglia in ogni parrocchia o almeno di una coppia di sposi che, in collaborazione con il parroco e con il consiglio pastorale, aiuti l’intera comunità a mantenere viva e operante in ogni azione pastorale, la dimensione familiare e programmi, sempre nella visione di una pastorale organica di tutta la comunità, iniziative particolari per le varie tappe di crescita della coppia e della famiglia. d. In collaborazione con l’ufficio per la pastorale familiare si promuova un collegamento tra famiglie a livello interparrocchiale, zonale e diocesano, al fine di facilitare un cammino ed un impegno comune. Gli sposi che con maggiore determinatezza vivono la loro opera evangelizzatrice all’interno della famiglia e nei confronti delle altre coppie e famiglie possono così aiutarsi reciprocamente a realizzare questa loro “missione”, attraverso momenti forti di spiritualità per le famiglie (ritiri, esercizi spirituali, momenti di condivisione spirituale e ricreativa...) Si tenga presente in queste iniziative che un gruppo cristiano di sposi non si costituisce soltanto per “stare bene insieme” ma per aiutarsi a crescere nelle fede ed a rendere testimonianza nella comunità. Una crescita umana e di fede a questo livello appare realisticamente possibile solo là dove si percorrono itinerari di crescita della fede in piccoli gruppi, sotto la guida di pastori illuminati, che non si sostituiscono ai laici, ma ne orientano e sorreggono il cammino. e. Ogni parrocchia cerchi di valutare al meglio le difficoltà e le sofferenze presenti nelle famiglie del suo territorio, favorendo un’attenzione ricca di carità soprattutto verso le situazioni più difficili, dove più che mai è necessaria una comunità che si faccia vicina concretamente e si mostri capace di sostenere chi è nella prova. 180 259. Le famiglie in situazione canonicamente irregolare. Sono sempre più numerose le famiglie in situazione canonicamente irregolare e le coppie di sposi che vivono in clima di tensione. Crediamo fermamente che, quando una famiglia giunge alla difficile decisione della separazione, tale decisione ultima è frutto di una grande sofferenza. Proprio per questo desideriamo che tutti coloro che vivono una situazione di crisi matrimoniale, o una condizione canonicamente irregolare, possano sentire la Chiesa sempre vicina a loro per condividere i loro disagi. a. Con rispetto e amore sincero questi fratelli e queste sorelle siano sollecitati a prendere parte attiva alla vita della comunità parrocchiale, sia nell’ascolto della parola di Dio, sia nella carità, sia nell’adempimento del compito educativo nei confronti dei figli. b. Nelle parrocchie si faccia conoscere la possibilità di avvalersi di un servizio di consulenza, da ristrutturare in diocesi e nelle zone, a cui potersi rivolgere al fine di avere chiarimenti e aiuti specifici. c. Occorre inoltre che noi tutti ci adoperiamo con delicata prudenza a formare il nostro pensiero riguardo alle varie situazioni di irregolarità canonica, formandoci ad un attento discernimento, astenendoci dall’emettere giudizi che non ci competono, accogliendo con sincero amore cristiano quanti si trovano in disagio, indirizzando con discrezione verso eventuali soluzioni effettivamente possibili. La preparazione al matrimonio 260. La vocazione al matrimonio. La proposta cristiana della fede, invitando a rispondere alla chiamata di Cristo, ha sempre come scopo la realizzazione piena della persona. Ogni autentica proposta di fede è per sua natura una proposta vocazionale. All’interno di un cammino formativo globale, è necessario aiutare i giovani a comprendere che la scoperta del disegno di Dio sulla loro vita è un’esperienza affascinante ed entusiasmante, che riempie di una gioia profonda. Occorre far conoscere e proporre con coraggio ed entusiasmo le varie forme di vita cristiana, presentando la vita come vocazione comune all’amore, che si concretizza nel matrimonio, nella vita consacrata, nel ministero sacerdotale, nella missione. 181 Occorre testimoniare e far comprendere che il matrimonio non è soltanto un’istituzione umana, ma è una vocazione che si fonda sulla scelta di un uomo e una donna di amarsi reciprocamente: attraverso il sacramento del matrimonio Dio dona ai coniugi l’energia spirituale per vivere la vita quotidiana nell’amore. 261. La responsabilità personale. L’energia spirituale che scaturisce dal sacramento non si sostituisce alla natura e alla libertà della persona: Dio rispetta sempre fino in fondo le scelte dell’uomo, anche quando vanno in direzione contraria al suo disegno di salvezza. In un contesto di crisi della famiglia, come quello che stiamo attraversando, occorre mettere ogni sforzo perché gli sposi celebrino il sacramento con piena consapevolezza sia del dono che ricevono sia degli impegni di vita che esso comporta. 262. La preparazione remota. Proprio per l’importanza del sacramento è necessario un cammino che prepari i giovani alla responsabilità della vita coniugale. La preparazione al matrimonio deve partire da lontano e coinvolge tutta la comunità cristiana per testimoniare e coltivare la coscienza di tale vocazione. Pertanto è opportuno promuovere in tutte le tappe dell’età evolutiva, ed in particolare dell’adolescenza, una catechesi organica sui temi riguardanti la famiglia, la vita, l’amore, il matrimonio. 263. Il tempo del fidanzamento. L’innamoramento e il fidanzamento sono momenti straordinari nell’esistenza delle persone e possono divenire eventi in grado di suscitare novità di vita, desiderio di incamminarsi per strade nuove, di guardare con fiducia al futuro. E’un tempo prezioso ed insostituibile per la reciproca conoscenza, una scuola di vita comune, tempo di crescita, di responsabilità, di verifica vocazionale e di grazia. Ed anche se oggi questo tempo della “tenerezza” sembra attraversare una crisi che anticipa quella del matrimonio, tuttavia proprio perché è un progetto di amore voluto da Dio per la coppia è necessario guardare ai giovani con fiducia e simpatia. I fidanzati vengano incoraggiati per un cammino spirituale che li veda protagonisti di incontri in cui i giovani possano affrontare tematiche specifiche, ma anche fare esperienza di confronto con altre coppie “adulte” ed approfondire contenuti di fede grazie all’accompagnamento spirituale del sacerdote. 182 264. Gli incontri per fidanzati. Su questa linea sono già in atto in diocesi varie esperienze di incontri per fidanzati, con alcune fondamentali caratteristiche comuni da conservare. a. L’esperienza suggerisce una serie di incontri con cadenza settimanale o quindicinale, programmati a livello interparrocchiale o vicariale, in orari adeguati delle esigenze delle coppie. b. È bene che il gruppo dei fidanzati sia animato non solo da sacerdoti, ma anche da coppie di sposi che possano essere testimoni diretti della vita coniugale, capaci di presentare la loro esperienza di vita familiare vissuta, e soprattutto trasmettere la fiducia e la serenità per affrontare i problemi. c. Gli itinerari devono essere realizzati con un metodo e uno stile capaci di coinvolgere e interessare i fidanzati, in un clima di gioiosa accoglienza che sappia suscitare il desiderio di gustare la bellezza della vita familiare alla luce del vangelo. d. Gli incontri devono costituire un momento forte di evangelizzazione e di catechesi, di sensibilizzazione alla carità e di apertura agli altri, di ripresentazione del valore dei sacramenti e della preghiera; si dovrà anche illustrare il senso cristiano della vita come risposta a una vocazione e come missione nella Chiesa e nella società. e. In particolare poi si deve trattare del matrimonio cristiano e del suo significato sacramentale, quindi della sua indissolubilità, del ruolo della famiglia nella società e nella Chiesa, della fecondità matrimoniale e della apertura ad accogliere la vita, dell’importanza del dialogo in famiglia. f. È doveroso, infine, curare l’introduzione delle future famiglie in una comunità viva e, dove ci sia la possibilità, in gruppi di spiritualità familiare. 265. L’accompagnamento successivo. Il sostegno alle giovani coppie non può finire con il giorno del matrimonio, ma deve continuare attraverso la programmazione di una pastorale familiare attenta alle giovani famiglie. Esse infatti vivono un momento in cui è forte l’entusiasmo di stare insieme, ma possono aver bisogno di un particolare sostegno per affrontare la quotidianità. Ecco che sono da prevedere momenti di dialogo con coppie “collaudate” e occasioni di incontri anche con giornate diocesane dedicate alla famiglia. 183 Gli anziani nelle famiglie 266. Anziani sempre più numerosi. La presenza degli anziani nelle nostre comunità è numerosa e una specifica attenzione va riservata a quanti, tra gli anziani, sono più bisognosi di affetto e di cure, perché non autosufficienti, o in condizioni di oggettiva debolezza o di isolamento, perché è questo il tempo della vita in cui più spesso si presenta il problema della malattia, della vedovanza, della solitudine. 267. Da guardare con fiducia. Alla comunità cristiana si chiede quindi di dotarsi di tutti i mezzi di conoscenza del fenomeno, per tenere alta la sensibilità di tutti nei confronti di una età della vita nella quale si raccolgono i frutti di tutta l’esistenza: un fenomeno che deve entrare nella considerazione pastorale per cui ci vuole molta attenzione, fantasia, fiducia per valorizzare ruoli e spazi che agli anziani siano congeniali. Basti pensare alla ricchezza costituita dal tempo libero di cui gli anziani dispongono che può essere usato come arricchimento personale nel rapporto con Dio, ma anche come dono da offrire agli altri in forma di servizi. 268. Da valorizzare con intelligenza. Deve essere valorizzata al meglio la ricchezza di esperienza ed i valori di cui essi sono apportatori e di cui forse la famiglia di oggi è proprio alla ricerca: tutto ciò per cui si è lavorato, o per cui è valsa la pena di vivere, può diventare patrimonio culturale da trasmettere ai giovani. Al raggiungimento dell’età pensionabile, c’è spesso la possibilità della cura dei nipoti, dell’aiuto da offrire ai figli nel loro lavoro. Si tratta a volte di dover reinventare un nuovo rapporto con il mondo circostante, a fare i conti con una società che spesso li emargina o fa finta che il problema non esista. Sono in quella fase della vita in cui si ritrovavano con molto tempo libero, spesso privati della presenza dell’altro coniuge, ancora autosufficienti, ma con il rischio di sentirsi inutili. La comunità cristiana non può ignorare le potenzialità di questa fascia di età sia per quanto riguarda il bene e l’aiuto che sono ancora capaci di offrire alla famiglia, sia per la possibilità di mettersi a disposizione della comunità con le proprie capacità di svolgere piccoli incarichi. La memoria del tempo, altra risorsa che l’anziano conserva, va sollecitata con momenti di catechesi e di incontro con i bambini e i ragazzi, dove 184 l’esperienza dell’anziano possa essere messa a disposizione anche con l’insegnamento di attività manuali, che vanno scomparendo, o con racconti da presentare. L’associazionismo in piccoli gruppi o circoli è un modo per dialogare e confrontarsi, per non sentirsi diversi e sostenersi anche in piccoli servizi reciproci. Inoltre la parrocchia predisponga un servizio di trasporto per coloro che non hanno possibilità di spostarsi con mezzi propri, per permettere a tutti di partecipare a manifestazioni e celebrazioni comunitarie. Si incoraggino poi le persone disponibili a farsi animatori di momenti di preghiera, di servizi nella liturgia, di piccoli servizi comunitari nelle parrocchie (messaggeri, sacristi,...). 269. Gli anziani non autosufficienti. Gli anziani non autosufficienti costituiscono la presenza viva del sacramento dell’amore nella famiglia. Possono diventare i “volontari della preghiera”: la vita della parrocchia viene messa così nelle loro mani. La sofferenza e la preghiera personale offerte a sostegno delle iniziative della comunità, sono un modo per dare senso alla propria condizione di sofferente, quando le forze non permettono di offrire altro. Preziosa può risultare in queste situazioni l’adesione a particolari gruppi di spiritualità e di preghiera (CVS, ecc.). 270. Gli anziani soli. Non possiamo però ignorare le situazioni di abbandono in cui versano numerosi anziani, o la presenza di chi è costretto in case di riposo. È la comunità tutta che in quel caso dovrebbe farsi carico di tali situazioni e dare vita ad iniziative che tengano conto di queste persone come parte integrante della comunità stessa. A volte basterebbe, nei confronti di quelle famiglie che hanno un anziano malato in casa, anche il sostegno delle famiglie vicine per alleggerire il peso. Un comportamento, un gesto solidale, potrebbe essere il miglior modo per risolvere anche problemi che nessuna società, anche la più perfetta, può rimediare con il solo intervento di leggi. 271. L’accompagnamento spirituale. Per tutti è fondamentale una costante assistenza spirituale e anche sacramentale, per la quale è bene che il parroco si avvalga anche dell’aiuto di alcuni fedeli specificamente preparati. 185 a. Innanzitutto si proponga sistematicamente l’annuncio evangelico agli anziani. Si curi in maniera particolare la catechesi per gli anziani più vicini alla vita della Chiesa, ma si programmino anche adeguati momenti di primo annuncio e di invito alla fede per coloro che per vari motivi si trovano più lontani dalla pratica religiosa: il tempo libero e la disponibilità alla riflessione consente spesso secondi progressi nella vita di fede. b. In ogni parrocchia si preveda ogni anno una giornata per agli anziani, in cui la comunità riconosce, attraverso le parole di benedizione rivolte dai nonni ai nipoti, la grande ricchezza che essi costituiscono per la famiglia. c. Si preveda anche una celebrazione in cui si amministri l’Unzione degli infermi, momento utile per richiamare l’attenzione di tutti sulla grazia che il Signore vuole riversare soprattutto sui malati e sugli anziani. d. Sono consigliabili, in alcuni momenti dell’anno, celebrazioni comunitarie nelle case degli anziani particolarmente impossibilitati a muoversi, o nella zona dove essi risiedono, sia per far sentire ad essi la vicinanza della comunità, sia per rendere visibile a tutti che ciascuna casa, ciascuna famiglia è Chiesa là dove vive e si incontra con il Signore. e. Il sacerdote o il diacono, o il ministro straordinario della comunione assicurino una visita regolare a chi non può partecipare personalmente alla Eucaristia celebrata in chiesa. 186 Sezione II La nostra Chiesa guarda ai giovani con fiducia 272. La nostra Chiesa guarda ai giovani con fiducia e con il desiderio profondo di entrare sempre più in sintonia con loro. Guarda ai giovani non solo come destinatari dell’annuncio del vangelo, ma anche come potenziali testimoni del Signore risorto. Riconosce in loro l’opera costante dello Spirito Santo che illumina ogni uomo e non cessa di guidare tutti verso la Verità. Sente di avere bisogno del loro entusiasmo e della loro generosità, del loro dinamismo e anche del loro impulso per una continua conversione alla autenticità della fede. I giovani sono una grande sfida per la comunità cristiana: per un verso necessitano di una particolare attenzione da parte dei cristiani adulti perché la loro esuberanza non li inganni o l’esperienza della difficoltà non abbia a scoraggiarli; per altro verso essi costituiscono un aiuto prezioso per stimolare l’intera comunità cristiana a prendere coscienza del suo dovere di trasmettere la fede e ad aprirsi verso gli orizzonti sempre nuovi che l’evangelizzazione richiede. Da parte dei giovani in genere non esiste una contrapposizione netta e un rifiuto pregiudiziale verso la Chiesa come comunità di credenti che cercano di seguire il vangelo del Signore; esiste piuttosto una certa disaffezione, una certa estraneità e marginalità nei confronti della Chiesa come istituzione, vista non di rado come espressione di potere e talvolta anche come presidio di conservatorismo. Del resto anche la comunità cristiana spesso si aspetta dai giovani la richiesta di beni religiosi ben definiti (sacramenti, preghiera, uso di strutture religiose) come ci si potrebbe attendere da persone che ormai hanno consolidato la loro scelta e il loro cammino, oppure si proiettano su di loro domande e attese che sono quelle, magari irrisolte, degli adulti, senza avere sempre chiara l’evidenza che le relazioni dei giovani sono ordinariamente relazioni di tipo “strumentale”: danno cioè fiducia e adesione nella misura in cui sentono di trovare risposte adeguate alle domande che essi stessi si pongono nella vita quotidiana. In proporzione alla nostra capacità di ascolto avremo l’istaurarsi di una relazione di fiducia tra la nostra Chiesa e i giovani: sono domande sulla propria identità, sul senso della vita e dell’amore, sulla loro aggregazione e sulla relazione, sulla trascendenza e sulla ricerca di Dio, sul comportamento 187 etico e sulle norme morali. Su questo terreno concreto di domande e di ricerche si può costruire l’incontro nella speranza che il Signore conceda alla nostra Chiesa orecchi aperti per saper attentamente percepire i suggerimenti dello Spirito e infonda nei nostri giovani il coraggio di compiere scelte di fede mature e generose. In ascolto dei giovani 273. Tutti in ascolto. L’età giovanile, oggi come ieri, è l’età della speranza e dell’entusiasmo, della scoperta del mondo adulto e dell’idealismo, è l’età della ricerca del sé e dell’appartenenza ad uno o a molto gruppi con relazioni fisiche o virtuali, è l’età in cui i giovani gettano le basi per la vita adulta, l’età delle scelte, l’età in cui ogni ragazzo scopre i propri carismi e le proprie potenzialità... È l’età della grande sfida e proprio in questa sfida c’è bisogno dell’ascolto e del sostegno da parte di tutta la comunità. È necessario che tutta la comunità cristiana si metta in ascolto dei giovani, favorendo la nascita di relazioni positive basilari, per iniziare itinerari di scoperta e di consolidamento della fede. I giovani devono poter trovare un valido aiuto nella famiglia, ed in tutta la comunità cristiana, in modo particolare nei sacerdoti e negli animatori. Devono poter essere ascoltati, non soltanto sentiti nei loro dubbi e nelle loro domande, ma sinceramente e attivamente ascoltati per essere capiti, incoraggiati e guidati. Saranno i giovani stessi a cercare nelle persone che sanno ascoltare una guida fatta anche di rimproveri ma che sappia con autorevolezza e chiarezza dire un sì o un no alle loro domande. Sarà un tipo di relazione fondata sull’ascolto che potrà aiutare il giovane a fare le scelte della propria vita valutando le opportunità e le conseguenze in modo da adottare un’ottica progettuale. Tale relazione potrà consentire di aiutare i giovani a vedere come gli ideali vanno calati nelle relazioni concrete perché non rimangano soltanto valori astratti. In modo particolare la comunità cristiana capace di ascoltare potrà aiutare i giovani a vedere come la fede non può essere soltanto un ideale personale ma diviene un’esperienza che coinvolge le scelte e gli atteggiamenti quotidiani ed a scoprire che nell’incontro con Cristo si può trovare la gioia e la risposta all’inquietudine tipica dell’età giovanile. 188 274. In tutti i luoghi di incontro. Tutti i luoghi dove ordinariamente i giovani trascorrono il loro tempo possono e devono essere luoghi dell’ascolto e del dialogo costruttivo. Nelle singole case e nelle scuole, nei luoghi della musica e dello sport, nei punti di aggregazione e soprattutto nelle parrocchie è fondamentale che i giovani possano trovare adulti capaci di offrire testimonianze limpide di vita cristiana, persone capaci di saper comprendere prima di giudicare, di saper rispondere serenamente ai piccoli e grandi problemi che ogni giovani viene a incontrare. Prima ancora di avere la preoccupazione di come “attirare” i giovani alla fede è importante cercare sempre di metterci in condizione di testimoniare la fede con semplicità e sincerità là dove i giovani si trovano. L’unica vera “tattica” di pastorale giovanile è in fondo quella di amare i giovani e di fare sì che si sentano amati. Solo vedendo le opere buone dell’amore, glorificheranno il Padre che è nei cieli. La comunità cristiana e i giovani 275. Un impegno di tutta la comunità. L’obiettivo fondamentale che ci sta di fronte è quello di incoraggiare tutta la comunità cristiana nel suo compito di trasmettere la fede alle nuove generazioni, aiutando i giovani del nostro territorio a scoprire che l’incontro col Signore Gesù è motivo di gioia e di pienezza e che l’appartenenza alla Chiesa è stimolo e sostegno per affrontare la propria vita in modo appassionato e responsabile. In questo obiettivo la comunità cristiana si trova impegnata interamente, in tutte le sue energie e in tutte le sue espressioni. a. Delle famiglie. Prima responsabile dell’educazione dei figli è naturalmente la famiglia. Tutte le altre istituzioni e le altre persone possono aiutarla e sostenerla, ma non sostituirla. Anche quando gli adolescenti e i giovani cercano la propria indipendenza e magari contestano i propri genitori, il ruolo della famiglia resta fondamentale. Anzi, quando proprio in quei momenti delicati la famiglia sa esprimersi con serenità, unendo la chiarezza delle convinzioni con la sensibilità dell’affetto e la disponibilità al dialogo, il giovane trova da confrontarsi con quei principi fondamentali che progressivamente 189 costituiranno i capisaldi fondamentali del suo orientamento di vita. Come opportunamente si insiste molto sulla vocazione della famiglia nel dare la vita col generare i figli, molto si devono incoraggiare le famiglie che con magnanimità e fiducia nulla antepongono al loro impegno di accompagnare i figli fino alla pienezza dell’età adulta. Accanto all’opera dei genitori prezioso può essere l’apporto discreto e costruttivo di nonni, fratelli e sorelle. Quando poi nella famiglia si respira l’insegnamento del vangelo, siamo certi che l’educazione cristiana trasmessa porterà comunque frutti a suo tempo. b. Delle parrocchie. Una responsabilità specifica e inalienabile compete alla parrocchia, come luogo in cui viene ‘narrato’ e vissuto il messaggio liberante del Vangelo di Gesù, come luogo in cui questo annuncio liberante viene celebrato nell’incontro della vita con il suo significato profondo e unico. Talvolta si sente nelle nostre comunità una sorta di impazienza pastorale che vorrebbe i giovani non in cammino, ma già arrivati e pronti ad assumersi responsabilità. D’altro canto però le stesse comunità non sempre sono in grado di proporre nuovi “sentieri” e di esprimere un rinnovato slancio missionario per affascinare giovani in ricerca, che non abbiano ancora maturato una decisa scelta di fede. Soprattutto non sempre la nostra testimonianza al Signore appare così coerente e convinta per essere credibile. Ed ecco allora che l’esigenza di un rinnovato dialogo con i giovani è benefica per tutta la comunità cristiana, in quanto costantemente la invita a convertirsi e a credere sempre più coerentemente nel vangelo. La parrocchia poi deve esprimere soprattutto nella pastorale giovanile il suo slancio missionario, la sua capacità di cercare nuovi ambiti di annuncio del vangelo mediante uno sforzo pastorale che non solo si fermi ad attendere chi è già in cammino, ma che sia capace di uscire “fuori del tempio” per superare la distanza fra “la strada” e la Chiesa, per fare in modo che la “strada” dei giovani diventi “via della Chiesa”. Tenendo conto, inoltre, delle mutate condizioni sociali ed economiche, come pure della aumentata mobilità a livello giovanile, la parrocchia dovrà pensare sempre più ad una progettazione di ampio respiro dal punto di vista ‘territoriale’, valorizzando soprattutto l’ambito vicariale o zonale. c. Delle aggregazioni. Nell’annuncio del vangelo ai giovani e nell’accompagnamento del loro cammino spirituale può essere significativo e talvolta anche de190 terminante l’apporto delle associazioni e dei movimenti, sia perché l’entusiasmo di coloro che vi aderiscono può risultare coinvolgente, sia perché la varietà delle proposte può rispondere alle diverse sensibilità dei singoli giovani. La ricchezza di carismi è da accogliere come un prezioso dono dello Spirito, che sempre dona liberamente secondo la sua misura. Queste potenzialità devono essere amalgamate nella ricerca continua di una rapporto che sia rispettoso delle effettive ricchezze di ciascuna associazione e di ciascun movimento, come pure di un autentico senso della comunione ecclesiale, senza il quale ogni proposta cristiana perderebbe il suo vero significato. Per meglio aiutare i giovani a percepire il senso di appartenenza all’unica Chiesa è importante che i vari responsabili sappiano progettare e poi programmare insieme le varie iniziative, non solo per evitare sterili contrasti, ma soprattutto per incrementare una feconda collaborazione, che già di per sé costituisca una testimonianza chiara di unitarietà. d. Dei giovani stessi. Tutti possono guardare ai giovani e tutti possono impegnarsi per loro, ma nessun altro meglio dei giovani stessi può concorrere a render testimonianza di fede, a offrire reciproco sostegno, a dare vicinanza nella prova, a infondere coraggio nelle difficoltà, ad accompagnare con gioia nei momenti più lieti e più fecondi. Per questo deve essere favorito con ogni energia e con ogni cura l’incontrarsi dei giovani, lo stare insieme, la condivisione del cammino. L’esperienza cristiana della fede non può che essere una esperienza comunitaria e solo attraverso l’esperienza comunitaria della fede si può essere introdotti ad una piena coscienza di vivere nella Chiesa. Il “gruppo” può venire inteso e strutturato (eventualmente anche indicato e chiamato) in vari modi, secondo le realtà e le possibilità delle singole parrocchie o delle singole aree pastorali, resta però l’esigenza fondamentale di educare i giovani più formati e più convinti a testimoniare con coraggio la propria fede e a proporre con entusiasmo agli altri di essere coinvolti: “Quello che abbiamo veduto e udito noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi, con il Padre e il Figlio suo Gesù Cristo... perché la nostra gioia sia piena” (1 Gv 1, 3-4). 276. Una proposta cristiana globale. La nostra Chiesa sente la necessità e l’urgenza di presentare una propo191 sta globale di educazione nei confronti delle nuove generazioni. Sente specificamente che la vera proposta consiste proprio nel presentare se stessa a partire da un impegno sempre più motivato a vivere il Vangelo sotto la guida dello Spirito Santo. a. Un sostegno a scelte di vita coraggiose. La nostra Chiesa si sente chiamata a rinnovare se stessa per sostenere i giovani nel cercare e produrre scelte di vita coraggiose, in base a valori che vanno oltre il semplice appagamento personale (solidarietà, condivisione, giustizia); sente il proprio compito di misurarsi sopra una educazione al realismo e allo smascheramento delle false utopie (fuga dalla realtà e conseguente paura del sacrificio e fallimento esistenziale), sopra una educazione alla responsabilità, alla capacità di scelta, alla libertà di chi si sente chiamato in causa ed è capace anche di muoversi per primo in funzione della risoluzione dei problemi; sopra una educazione integrale alla cultura e al lavoro (inteso, perciò, come strumento privilegiato per offrire al mondo il proprio contributo e come luogo di realizzazione personale), all’assunzione di competenze e responsabilità, a calarsi nel ‘particolare’ senza mai perdere una sensibilità universale. b. Una proposta vocazionale. La nostra Chiesa sente che ogni nostro sforzo di pastorale giovanile deve essere quindi essenzialmente vocazionale, finalizzato a favorire la risposta alle grandi domande esistenziali dei giovani circa la loro identità e i loro progetti di vita, a compiere scelte organizzate sopra una reale scala di valori, a essere veramente se stessi e a vivere in pienezza, a prendere coscienza delle proprie risorse interiori, a sviluppare le proprie capacità, ad aprirsi gradualmente ai problemi della Chiesa e del mondo, a investire la propria libertà e responsabilità in scelte stabili di vita e di servizio. È lo sforzo di orientare alla scoperta di essere chiamati per nome e scelti da Cristo per collaborare con Lui nella costruzione di una umanità nuova. c. Una proposta di iniziazione continua. La nostra Chiesa sente come suo compito specifico quello di ripresentare costantemente Cristo e i suoi sacramenti per la salvezza di ogni uomo. Sente il dovere di offrire ai giovani l’annuncio essenziale del vangelo e l’invito ad una professione di fede adulta e motivata, capace di impegnarli in una testimonianza seria e generosa. Per coloro poi che hanno compiuto la propria scelta di fede e desiderano approfondire le proprie convinzioni e maturazioni viene proposto, 192 secondo le rispettive fasce di età, il riferimento al catechismo dei giovani della Conferenza Episcopale Italiana, quale valido strumento per condurre l’uomo di Dio fino alla pienezza della maturità in Cristo. d. Una proposta praticabile. La nostra Chiesa sente il dovere di offrire concreti modelli di vita cristiana ai giovani delle nuove generazioni. Ben coscienti che Uno solo è il maestro e che nessuno fra noi può presentarsi come riferimento valido di vita nuova, ci sentiamo costantemente invitati all’umiltà e al pentimento, ma nondimeno abbiamo anche il desiderio di testimoniare la semplicità della nostra adesione al vangelo. E’ la difficoltà e la bellezza di far percepire che la fede cristiana è radicalmente esigente, ma al contempo anche pienamente accessibile per tutti. Anche questa caratteristica di forte ideale e di grande concretezza è garanzia che la proposta cristiana può sempre apparire convincente per un giovane. 277. Da attuare mediante una progettualità costante. La pastorale giovanile non può essere lasciata all’improvvisazione, all’iniziativa isolata, seppur interessante, ma deve essere sostenuta da progetti profondamente meditati e presentati al Signore con umiltà nella preghiera. Nella elaborazione dei progetti, ovviamente, non ci si può basare sull’indice di gradimento di alcuni, ma è necessario tenere conto delle esperienze già verificate, della ricerca di percorsi comuni, delle eventuali buone ispirazioni e scelte generose dei giovani stessi, che permettano di far crescere inventiva e capacità critica, che aiutino a servire in modo sempre più efficace. 278. Con animatori validi e preparati. Un compito delicatissimo e fondamentale è quello che all’interno delle parrocchie e delle aggregazioni viene affidato agli educatori e agli animatori, a quei fratelli e a quelle sorelle più grandi che si impegnano a proporre ai giovani un itinerario per la loro crescita umana e cristiana. a. Gli educatori/animatori laici. Innanzitutto è da considerare l’importanza di quei laici che nelle parrocchie e nelle aggregazioni si dedicano alla formazione cristiana dei giovani. La loro figura, diversa da quella dei familiari e anche da quella dei sacerdoti, sotto certi aspetti più vicina alla condizione dei singoli giovani, può costituire per molti di loro un riferimento 193 decisivo. Non è necessario che si tratti di coetanei: più che all’età è necessario guardare alla maturità umana e cristiana che hanno raggiunto e alla capacità di intessere relazioni apprezzabili. E’ importante che abbiano una seria conoscenza del mondo giovanile, pur senza pretendere le competenze teoriche degli specialisti. L’educatore è soprattutto colui che nella semplicità della vita quotidiana si pone accanto ai giovani per sostenerli nella ricerca della propria identità e per camminare insieme con loro sulla via che il Signore sembra avere indicato. b. Le persone consacrate. Là dove sono presenti e dove sono in grado di mettersi in dialogo con i giovani e le ragazze, le persone consacrate possono diventare singolari punti di riferimento per l’educazione cristiana delle nuove generazioni. Come educatori e educatrici sono richieste a loro le stesse qualità e la stessa semplicità nel creare relazioni che vengono presupposte per gli educatori laici. Il fatto però di avere consacrato la loro vita al Signore e al suo vangelo pone questi fratelli e queste sorelle in una condizione tutta particolare: per i giovani che osservano da distanza essi possono apparire soggetti quanto mai lontani dalla loro esperienza quotidiana e, di conseguenza, non interessanti; per coloro che hanno modo di incontrarli e di conoscerli come persone mature e responsabili, i religiose e le religiose possono costituire già con la loro stessa presenza una proposta educativa sul senso della vita e una prospettiva, misteriosa ma al tempo stesso affascinante, sul dono di se stessi per il Regno di Dio. c. I sacerdoti. La figura del sacerdote nella educazione dei giovani alla fede merita una attenta considerazione. Anch’egli è chiamato prima di tutto a sapersi mettere in relazione con i giovani, a saperli ascoltare attentamente e senza pregiudizi, a saper condividere le loro gioie e soprattutto le loro ansie, a saper dare affetto e infondere fiducia. Senza questi semplici e fondamentali presupposti, tutto il resto potrebbe apparire solo “opera di mestiere” e come tale non risulterebbe certamente una testimonianza valida e coinvolgente. Nel fare questo il sacerdote deve ovviamente evitare di ricorrere a superficiali atteggiamenti di “giovanilismo”, o di indulgere a ricerche di simpatia, svalutando così la sua stessa figura presbiterale. Il sacerdote è chiamato a condividere con i giovani il loro entusiasmo, a comprendere le loro istanze, a partecipare della loro vita, ma ri194 manendo sempre la figura adulta, segno visibile di Cristo e del suo Vangelo. Il giovane ha diritto ad avere accanto a sé una persona che lo aiuti a porsi le domande fondamentali della vita e a trovarsi una risposta, ma, soprattutto, ha diritto ad avere accanto a sé una persona che lo aiuti a domandarsi chi è Gesù per lui. In questo senso, allora, il sacerdote diventa punto di riferimento chiaro e coerente con cui il giovane può misurare le sue scelte e verificarle alla luce della verità evangelica. Questo ruolo specifico del sacerdote nella educazione ecclesiale dei giovani rimane ovviamente fondamentale e insostituibile anche quando (e dovrebbe essere la condizione normale) egli collabora con altri animatori laici. Non sarebbe giusto pertanto che egli avesse a catalizzare sopra la sua persona ogni iniziativa, condizionando la collaborazione degli altri. Piuttosto è sempre doveroso che il sacerdote ponga ogni attenzione per dare modo a tutti di sviluppare le proprie capacità e di metterle a servizio della realizzazione del Regno di Dio, considerando i laici non come semplici esecutori, ma come preziosi corresponsabili nella nuova evangelizzazione. d. In collegamento con tutta la comunità. L’opera necessaria di singoli educatori non potrà mai prescindere dal coinvolgere a pieno titolo l’intera comunità adulta, in modo che tra gli adulti e i giovani possano instaurarsi quei rapporti di ‘paternità’ e ‘maternità’ spirituale attraverso i quali la fede viene narrata ‘cuore a cuore’. Naturalmente l’apporto educativo degli adulti dovrà sempre più esprimersi in termini nuovi per rispondere alle tanto diversificate esigenze giovanili di accoglienza, di ascolto, di proposta di valori, di confronto. Sarà la comunità stessa, nella sua creatività, ad offrire la proposta formativa per i giovani e a proporre le forme di presenza maggiormente adeguate alla realizzazione del suo progetto educativo. 279. Nelle parrocchie. La comunità cristiana offre la sua vicinanza ai giovani specialmente nelle parrocchie: naturalmente non si pensa soltanto ai locali parrocchiali e alle iniziative lì organizzate, ma più ancora a quel tessuto di conoscenze e di relazioni che solo può costituire il luogo più prossimo di ascolto e far sentire il senso dell’accoglienza. Si dovrà tuttavia tenere conto che specialmente i giovani nelle loro attività e nelle loro relazioni si spostano facilmente da un luogo all’altro, per cui una visione troppo 195 ingessata dell’appartenenza parrocchiale risulterebbe sterile o addirittura nociva. 280. L’importanza dell’oratorio. Tra gli ambiti a cui guardare con sempre maggiore attenzione per una pastorale giovanile efficace e credibile, vorremmo porre l’attenzione sull’ importanza dell’oratorio, non tanto come insieme di locali riservati ai giovani, ma come ambiente vivo e animato pronto ad accogliere con calore i giovani che si avvicinano e ad accompagnarli con affetto e saggezza. La vitalità dell’oratorio è data soprattutto dalla presenza e dalla disponibilità di animatori, sacerdoti e laici, preparati e coscienti del loro ruolo, capaci di instaurare dialogo, amicizia, volontà di educazione. 281. Con progetti coordinati. Per le proposte da offrire agli adolescenti è opportuno scommettere su progetti pastorali organizzati a livello zonale o interparrocchiale sotto la guida di un coordinatore zonale che abbia il compito, insieme ad alcuni collaboratori, di animare le proposte maturate nella stessa zona pastorale attraverso un’attenta programmazione, valorizzando al massimo le varie risorse presenti nel territorio. 282. Cercando i giovani dove sono. Non va trascurato poi quel ‘luogo educativo’ e di testimonianza che è la strada (o altri luoghi di aggregazione spontanea). E’ importante identificare alcune figure formative (presbiteri e laici) che, dopo un congruo periodo di formazione, possano dedicarsi a questo specifico servizio pastorale, soprattutto nei luoghi dove la presenza dei giovani appare più numerosa. È importante poi favorire fra i giovani che appaiono spiritualmente più maturi l’impegno alla testimonianza diretta, in modo che chiunque si interroga su dove abita il Maestro possa trovare un amico che lo inviti a venire e a vedere. 283. Insieme alle famiglie. Prima di tutto la comunità cristiana deve far sentire la propria vicinanza a tutte le famiglie che attendono un aiuto, sia come chiarimento per la loro opera educativa, sia come sostegno nelle varie difficoltà. In questa opera di dialogo e di costruzione le famiglie cristiane non possono essere lasciate sole: prima ancora di pensare a specifiche iniziative in parrocchia, la comunità cristiana deve impegnarsi a progettare il sostegno 196 alle famiglie nell’opera di educazione dei giovani, a porre ogni sforzo per far sentire a tutte le famiglie questa vicinanza e questa disponibilità. 284. Con l’aiuto della diocesi. In questa attenzione ai giovani nei loro problemi e nelle loro speranze la diocesi è chiamata ad offrire il suo aiuto affinché l’annuncio del vangelo possa giungere ad ogni giovane e la proposta educativa della Chiesa possa essere presentata con tutto il suo fascino. a. L’ufficio diocesano per la pastorale giovanile, coadiuvato anche dalla relativa consulta e particolarmente dai coordinatori zonali nominati dal vescovo, ha il compito di offrire suggerimenti e sostegno alle parrocchie e alle zone nel promuovere le varie iniziative e nel coordinarle, come pure nel curare la formazione degli educatori parrocchiali; ha pure il compito di tenere un contatto costante con le altre diocesi vicine, in modo da cercare la più ampia collaborazione interdiocesana, sia per quanto riguarda appuntamenti specifici, sia per l’elaborazione di progetti comuni; infine è chiamato a progettare alcune proposte formative che possano raggiungere i molti giovani del nostro territorio che, a motivo del lavoro o degli studi universitari, trascorrono altrove quasi l’intero arco della settimana, cercando di creare collaborazioni fra le nostre parrocchie e coloro che nelle varie città curano l’annuncio del vangelo e la pastorale giovanile. b. La consulta diocesana dovrà essere aperta alla partecipazione delle varie realtà di pastorale giovanile effettivamente operanti in diocesi. c. La diocesi si impegna a valorizzare qualche struttura come specifico luogo d’incontro e di formazione di giovani e famiglie, al fine di organizzare giornate di studio, corsi di formazione, campi-scuola, con modalità e costi che possano favorire e incoraggiare la partecipazione di tutti coloro che sinceramente desiderano compiere un cammino di fede. * * * 285. La nostra Chiesa guarda con fiducia alle giovani generazioni e alle famiglie, consapevole che Dio continuerà sempre a manifestare nelle nostre case la ricchezza della sua misericordia. Confidando nell’aiuto 197 del Creatore chiede a ogni famiglia il coraggio di essere se stessa, di rispondere con gioia alla propria vocazione di amore. Lo stesso coraggio chiede ad ogni giovane, pronto a partire dalla sua famiglia per formarne una nuova, o comunque per inoltrarsi nella meravigliosa avventura della vita. Sia pure in mezzo a mille difficoltà e tribolazioni per tutti noi la famiglia continua ad essere la culla della vita e dell’amore, la prima testimonianza del vangelo, la profezia costante che tutti siamo chiamati a formare un’unica grande famiglia in paradiso nella festa delle nozze eterne di Cristo Signore con l’umanità intera. 198 VIII MINISTRI DEL SIGNORE PER IL SUO POPOLO 286. Ministri del Signore per il suo popolo, il vescovo, i preti e i diaconi mediante la sacra ordinazione hanno ricevuto la consegna di annunciare a tutti il vangelo del Signore, di santificare con i sacramenti quanti hanno accolto il dono della fede, di convocare continuamente nel segno dell’unità e dell’amore quelli che si sono lasciati custodire dallo Spirito Santo nell’amore di Dio. Questo sinodo vuole esprimere viva riconoscenza ai ministri di questa Chiesa, desidera incoraggiarli nel dare a tutti l’esempio di una condotta di vita conforme al vangelo che annunciano e ai misteri che celebrano, auspica che nuovi fratelli accolgano l’invito di conformare la propria esistenza a quella di Cristo buon pastore, che ha offerto tutto se stesso per la gloria di Dio e per il bene dei fratelli. La nostra Chiesa è profondamente grata a Dio per i suoi ministri. Ogni giorno esprime questa gratitudine nella celebrazione dell’Eucaristia e nella fiduciosa preghiera personale. Molte comunità e singoli fedeli esprimono poi questa riconoscenza aderendo all’iniziativa di pregare ogni giorno specificamente per un sacro ministro, secondo le indicazioni di un particolare calendario diffuso nelle parrocchie. La gratitudine del popolo si manifesta tuttavia non solo verso il Signore, ma anche verso i ministri stessi e si esprime con sentimenti di personale benevolenza e di affetto sincero, soprattutto nella semplicità dei rapporti quotidiani, negli incontri e nei dialoghi, nei momenti di necessità e nelle occasioni di gioia. Pur legata alle persone concrete, questa gratitudine tuttavia trascende le persone stesse e di solito rimane costante anche quando i vari ministri si succedono negli incarichi, mostrando così che, sia pure con una percezione più o meno esplicita, il motivo profondo della gratitudine consiste essenzialmente nell’accoglienza del dono sacramentale del ministero. Questo diffuso apprezzamento per i sacri ministri non desta meraviglia, ma appartiene alla lunga tradizione che ordinariamente ha sempre caratterizzato nel tempo e caratterizza ancora oggi le nostre comunità cristiane. Del resto, guardando il nostro pre199 sbiterio è doveroso notare che emergono soprattutto e di gran lunga gli aspetti positivi: la fedeltà generale al ministero ricevuto, l’attaccamento dei singoli al proprio ufficio, la disponibilità all’obbedienza, la generosità nel donarsi, l’intensa motivazione di fede, la speranza fondata nel Signore giusto giudice senza pretese di riconoscimenti effimeri. Certo, non mancano i difetti legati alla condizione umana dei singoli ministri: debolezze, stanchezze, fragilità, difficoltà connesse ai vari temperamenti… Ma tutto questo è vissuto dai ministri stessi ed è giustamente recepito dal popolo nel contesto più grande di una costante generosità e di una effettiva donazione senza misura. Mentre esprime la gratitudine del popolo verso i sacri ministri, questo sinodo intende incoraggiare coloro che il Signore ha chiamato al suo servizio e ha santificato con una specifica ordinazione sacramentale a custodire fedelmente il dono ricevuto e a crescere di giorno in giorno nella carità che li spinge a offrire continuamente se stessi, insieme a Cristo, come vittime gradite a Dio per la sua Chiesa. Il vescovo 287. Il vescovo successore degli apostoli. “Il Signore Gesù, all’inizio della sua missione, dopo aver pregato il Padre, costituì dodici Apostoli perché stessero con lui e per mandarli a predicare il regno di Dio e per scacciare i demoni. I Dodici furono voluti da Gesù come un collegio indiviso con a capo Pietro e… adempirono la loro missione, cominciando da Gerusalemme … come testimoni diretti della sua resurrezione verso tutti i popoli della terra. (…) Gli Apostoli… sono il fondamento della Chiesa di Cristo… insegnano con autorità, dirigono la comunità e ne tutelano l’unità. Così la Chiesa è “costruita sul fondamento degli Apostoli” (Ef 2, 20), (…) L’apostolicità della Chiesa è garanzia di fedeltà al Vangelo ricevuto e al sacramento dell’Ordine che rende permanente nel tempo l’ufficio apostolico “ (AS, 9-10). “La speciale effusione dello Spirito Santo, di cui gli Apostoli furono colmati dal Signore risorto (cfr. At 1, 5.8; Gv 20, 22-23), fu da essi partecipata attraverso il gesto dell’imposizione delle mani ai loro collaboratori (cfr. 1Tm 4, 14; 2 Tm 1, 6-7). Questi, a loro volta, con lo stesso gesto la trasmisero ad altri e questi ad altri ancora. In tal modo 200 il dono spirituale dagli inizi è giunto fino a noi mediante l’imposizione delle mani, cioè la consacrazione episcopale, che conferisce la pienezza dell’Ordine, il sommo sacerdozio, la totalità del ministero. Così, per mezzo dei vescovi e dei presbiteri che li assistono, il Signore Gesù Cristo, pur sedendo alla destra di Dio Padre, continua ad essere presente in mezzo ai credenti” (PG, 6). Facendo proprie queste recenti parole del “Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi” e della “Esortazione apostolica” del sommo pontefice Giovanni Paolo II sul “vescovo servitore del vangelo di Gesù Cristo per la speranza del mondo”, questo sinodo guarda al proprio vescovo esprimendo soddisfazione e gratitudine perché nella antica cattedra di Sovana, oggi di Pitigliano Sovana Orbetello è presente il successore degli Apostoli, segno di continuità nella storia e stimolo per una sempre nuova attività pastorale. Il popolo di Dio, che compone questa diocesi trova nel successore degli Apostoli un riferimento vivo per orientarsi nella fede e, mentre assimila progressivamente gli insegnamenti del Concilio Vaticano II riguardanti la figura e il ministero dei vescovi, percepisce in modo sempre più concreto il senso della effettiva appartenenza alla Chiesa. 288. In comunione col papa e con tutto il collegio episcopale. Il Signore costituì i Dodici “sotto forma di collegio o gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro” (LG, 19). “L’unione collegiale tra i vescovi è fondata, insieme, sull’Ordinazione episcopale e sulla comunione gerarchica; tocca pertanto la profondità dell’essere di ogni vescovo e appartiene alla struttura della Chiesa come è stata voluta da Gesù Cristo” (PG, 8). Pertanto il vescovo deve continuamente cercare ed esprimere nell’esercizio del proprio ministero la piena comunione con il sommo pontefice, successore del beato Apostolo Pietro, accogliendo il suo magistero, condividendo con lui la sollecitudine per tutte le Chiese e collaborando sinceramente alla diffusione del vangelo. Parimenti deve vivere ed esprimere la comunione con gli altri vescovi, specialmente con quelli delle diocesi vicine e con quanti appartengono alla stessa conferenza episcopale nella medesima nazione e ancor più nella medesima regione. Questa collaborazione episcopale con il relativo scambio di aiuti e di servizi non impoverisce il ministero diretto di ciascun vescovo nella propria diocesi, ma lo sostiene, lo arricchisce di ulteriori esperienze e ne dilata continuamente l’orizzonte. 201 289. Il vescovo per i fedeli tra i fedeli. “Dono dello Spirito fatto alla Chiesa, il Vescovo è, anzitutto e come ogni altro cristiano, figlio e membro della Chiesa. Da questa Santa Madre egli ha ricevuto il dono della vita divina nel sacramento del Battesimo e il primo ammaestramento nella fede. Con tutti gli altri fedeli egli condivide l’insuperabile dignità di figlio di Dio, da vivere nella comunione e in spirito di grata fraternità. D’altra parte, in forza della pienezza del sacramento dell’Ordine, il Vescovo è anche colui che, di fronte ai fedeli, è maestro, santificatore e pastore, incaricato di agire in nome e in persona di Cristo. Si tratta, evidentemente, di due relazioni non accostate fra loro, bensì in reciproco e intimo rapporto, ordinate come sono l’una all’altra perché entrambe attingono alla ricchezza di Cristo unico e sommo sacerdote. (…) Il ministero pastorale ricevuto nella consacrazione, che pone il vescovo “di fronte” agli altri fedeli, si esprime in un “essere per” gli altri fedeli, che non lo sradica dal suo “essere con” loro. Ciò vale sia per la sua santificazione personale, da ricercare e attuare nell’esercizio del suo ministero, sia per lo stile di attuazione del ministero stesso in tutte le funzioni in cui si esplica” (PG, 10). Per questo il vescovo, proprio per meglio stare “di fronte” ai fedeli e meglio donarsi “per tutti” deve sempre sentirsi “in mezzo al popolo” andando incontro alla gente nelle varie situazioni concrete, al di là delle celebrazioni e dei momenti ufficiali, favorendo contatti diretti con tutti, specialmente con i poveri, i malati, le famiglie. Fratello tra i fratelli, anche il vescovo chiede a tutti sostegno e incoraggiamento: attraverso la preghiera soprattutto, ma anche attraverso la schiettezza nei rapporti, la benevolenza di fronte ai limiti e agli eventuali errori, la collaborazione sincera nella attività pastorale. 290. Il rapporto del vescovo con i presbiteri e i diaconi. Nella solenne preghiera dell’ordinazione presbiterale il vescovo riconosce davanti a Dio la propria debolezza e chiede l’effusione dello Spirito Santo sui fratelli eletti per aiutarlo nella guida del popolo numeroso. I presbiteri sono pertanto, proprio in virtù dell’ordinazione, i principali ed insostituibili collaboratori del vescovo e il vescovo deve considerarli fratelli e amici, consiglieri preziosi e collaboratori necessari. Pertanto “nell’esercizio del suo ministero il Vescovo… si impegni totalmente nel favorire un clima di affetto e di fiducia in modo che i suoi presbiteri rispondano con un’obbedienza convinta, gradita 202 e sicura… Abbia uguali premure e attenzioni verso ciascun presbitero, perché tutti i sacerdoti, benché dotati di attitudini e capacità diverse, sono ugualmente ministri al servizio del Signore e membri del medesimo presbiterio. Il Vescovo favorisca lo spirito di iniziativa dei suoi sacerdoti… si adoperi affinché ciascuno dia il meglio di sé e si doni con generosità… Consideri suo sacrosanto dovere conoscere i presbiteri diocesani, nel carattere e nelle attitudini e aspirazioni, il loro livello di vita spirituale, lo zelo e gli ideali, lo stato di salute e le condizioni economiche, le loro famiglie e tutto ciò che li riguarda… Con animo paterno e con semplice familiarità faciliti il dialogo, trattando quanto è nel loro interesse, degli incarichi ad essi affidati, dei problemi relativi alla vita diocesana… Nutra e manifesti pubblicamente la propria stima per i presbiteri, dimostrando fiducia e lodandoli se lo meritano; rispetti e faccia rispettare i loro diritti e li difenda da critiche infondate; dirima prontamente le controversie, per evitare che inquietudini prolungate possano offuscare la fraterna carità e danneggiare il ministero pastorale” (AS, 76-77). Quando il vescovo deve correggere, lo faccia sempre con chiarezza, ma anche con benevolenza, cercando di ottenere corrispondenza alle sue direttive, ma badando anche a non incrinare mai il rapporto di collaborazione e di fiducia. Là poi, dove esiste qualche caso di incomprensione o di dissidio, il vescovo cerchi di mettere in atto nuovi tentativi e di porre ogni sforzo per giungere a una ricomposizione, valorizzando magari anche la mediazione di altri sacerdoti o di laici stimati. Una particolare attenzione deve essere rivolta dal vescovo ai presbiteri più anziani, ammalati, o per varie ragioni costretti a vivere in condizioni di solitudine, cercando di comprendere i bisogni umani e spirituali di ciascuno, di cogliere con animo fraterno le eventuali confidenze, di infondere coraggio a chi si trova in difficoltà, di confermare nella gioia quanti servono il Signore e la sua Chiesa con letizia. Analogamente il vescovo deve curare i rapporti con i diaconi, i quali, pur non essendo consacrati per il ministero sacerdotale, tuttavia con l’imposizione delle mani sono stati insigniti dell’ordine sacro per servire il Signore nella Chiesa. 291. Il rapporto dei presbiteri e dei diaconi verso il vescovo. Anche i presbiteri e i diaconi devono guardare al vescovo con affetto e comprensione, considerando che egli pure, come loro, ha bisogno 203 di sostegno e di incoraggiamento, di vicinanza nei momenti difficili o delicati, come pure di correzione fraterna e di perdono negli inevitabili errori. Ciò avviene ordinariamente nelle sedi istituzionali previste dal diritto o suggerite dal magistero, ma avviene più spesso nei colloqui personali e informali, durante i quali ogni presbitero può liberamente esprimere al vescovo impressioni, valutazioni, consigli e proposte. È un grande motivo di consolazione per il vescovo che singoli presbiteri o diaconi aprano liberamente il loro cuore davanti a lui e magari lo correggano fraternamente con sincera carità e ponderata semplicità. 292. Il vescovo sappia responsabilizzare. Per quanto essenziale sia il ruolo del vescovo nella Chiesa particolare, tuttavia è anche importante che il vescovo sappia responsabilizzare i presbiteri, i diaconi, le religiose e anche i laici più qualificati nell’assumere responsabilità e compiti adatti al loro stato. Ciò avviene mediante la partecipazione ai vari organismi diocesani, ma avviene nondimeno valorizzando, secondo le possibilità e le competenze di ciascuno, il vicario generale e gli altri ufficiali della curia, come pure i vicari foranei nelle proprie zone. Questa valorizzazione deve essere costantemente cercata e promossa dal vescovo e, al contempo, deve essere accolta responsabilmente dai fedeli, specialmente dai presbiteri. Gli eventuali sacrifici, richiesti da questa collaborazione, gioveranno non poco al consolidamento della nostra Chiesa nella sua struttura e nelle sue articolazioni, contribuendo così a darle credibilità e fiducia nell’affrontare le prove della storia. 293. Guardando a Cristo buon pastore. Al nostro vescovo è chiesto con fiducia di crescere ogni giorno nella somiglianza a Cristo buon pastore per guidare la nostra Chiesa verso gli orizzonti che lo Spirito Santo vorrà indicare. A lui sono affidate particolarmente le determinazioni di questo sinodo che competono in maniera specifica al suo ministero. A lui è raccomandato di attenersi poi alle indicazioni espresse dal Santo Padre nella già ricordata Esortazione Apostolica Pastores gregis, e in quelle contenute nell’altro testo già ricordato, il “Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi” Apostolorum successores, redatto dalla competente Congregazione per i vescovi. 204 I presbiteri 294. Cooperatori dell’ordine episcopale. “I presbiteri... in virtù del sacramento dell’Ordine, ad immagine di Cristo sommo ed eterno sacerdote sono consacrati per predicare il vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti della nuova alleanza. (...) Premurosi collaboratori dell’ordine episcopale... costituiscono col loro vescovo un unico presbiterio, destinato a diversi uffici. In ogni singola assemblea locale di fedeli essi rendono in qualche modo presente il vescovo, al quale restano uniti con fiducia e magnanimità e del quale assumono per la loro parte funzioni e responsabilità che poi esercitano nella cura quotidiana.” (LG, 28). La considerazione dell’importanza e della grandezza di questa missione motiva il rispetto, la venerazione e l’amore che ordinariamente i fedeli riversano sui sacerdoti che di loro si prendono cura, spiega la ricerca di conforto dal loro ministero nei momenti difficili, suscita una profonda relazione di fiducia e di confidenza che spesso incide beneficamente nella memoria. La stessa presenza dei sacerdoti, fra le case e, soprattutto, nella vita della gente, diventa già testimonianza della presenza del Regno di Dio nel mondo. Soprattutto la considerazione della sublimità del dono ricevuto sostiene ogni giorno i presbiteri stessi, li spinge ad una continua purificazione interiore, li incoraggia nelle numerose fatiche pastorali, li abilita a testimoniare la gioia di aver messo la propria vita a servizio del Signore e della Chiesa. 295. In comunione fra loro. “In forza della comune sacra ordinazione e della missione tutti i presbiteri sono legati fra loro da intima fraternità, che deve manifestarsi spontaneamente nel reciproco aiuto spirituale e materiale, pastorale e personale, nelle riunioni e nella comunione di vita, di lavoro, di carità” (LG, 28). Questa fraternità sacerdotale è generalmente sentita da tutti i sacerdoti della nostra diocesi ed è compresa nel suo profondo significato sacramentale. Certo non mancano le difficoltà dovute alla naturale fragilità umana e alle peculiarità che caratterizzano l’indole di ciascuno, come pure non mancano gli ostacoli posti dalle distanze che dividono i luoghi dell’esercizio ministeriale, dal tipo di formazione ricevuta, dall’abitudine ad uno stile pastorale acquisito nel tempo. È doveroso tuttavia registrare con gioia molti segni positivi che indica205 no una reale crescita del sentimento di unità, frutto del reciproco ricordo quotidiano nell’Eucaristia e nella preghiera, ma anche dell’impegno costante e generoso di molti: la responsabilità nel partecipare agli impegni diocesani, la effettiva disponibilità (spesso con grande sacrificio) ad accogliere nuovi incarichi, la volontà di collaborare sinceramente fra vari parroci di parrocchie vicine, il diffondersi di occasioni d’incontro che coltivano amicizie maturate nell’esercizio del ministero, la disponibilità a creare momenti di riconciliazione quando eventuali incomprensioni possono aver turbato i rapporti. Mentre si considerano le possibili stanchezze e le imprevedibili cadute, si deve anche guardare con soddisfazione e fiducia ai progressi concreti, in modo che la coscienza delle imperfezioni non abbia mai a diventare motivo di scoraggiamento e possa sempre costituire uno stimolo alla speranza. 296. Considerare lo specifico del ministero presbiterale. “La gente considera i propri sacerdoti come guide importanti nella comunità e come riferimenti insostituibili per la formazione alla vita spirituale e alla preghiera. Affiora il desiderio di sentirli più vicini nel rapporto personale quotidiano, si richiede da loro una maggiore disponibilità all’ascolto, una presenza non frettolosa, una attenzione maggiore soprattutto nel dolore e nella difficoltà. Si auspica che la comunità sia sempre più sollecita nel sollevarli dai compiti non direttamente inerenti al loro ministero”. Così era scritto nel documento “Il cammino della missione”, presentato in cattedrale a Sovana il 6 maggio 1999 quale sintesi delle “indicazioni emerse dalla prima esperienza della missione diocesana”. In effetti i presbiteri si trovano spesso gravati da molteplici impegni pastorali e da sempre più numerose richieste inerenti al loro ministero, cosicché, mentre davanti ai fedeli cresce continuamente la testimonianza della loro dedizione, aumenta anche dentro di loro il rischio di esaurire le proprie risorse spirituali in una attività troppo estenuante. D’altro canto non mancano talune, rare, situazioni contrarie, quelle cioè di presbiteri che potenzialmente potrebbero svolgere attività maggiori di quelle che esprimono di fatto. 297. Attuare scelte pastorali coerenti. Queste constatazioni ci spingono a cercare con coraggio i doni e i tracciati che lo Spirito Santo presenta oggi alla sua Chiesa, ponendo attenzione a far sì che i sacerdoti siano valorizzati per quello che sono, per 206 evitare che abbiano a disperdersi in quello che fanno. a. Innanzitutto è necessario progettare la distribuzione del clero e l’assegnazione dei vari incarichi tenendo conto non solo delle effettive esigenze pastorali, ma più ancora delle possibilità e delle esigenze che lo Spirito stesso suscita nelle persone, in modo che nessuno sia caricato di pesi impossibili e nessuno veda trascurati i carismi effettivamente ricevuti. b. Inoltre poi è necessario dare piena fiducia ai diaconi, alle religiose e ai collaboratori laici, affidando loro, secondo le peculiari condizioni e disponibilità di ciascuno, i compiti e le attività che non attengono specificamente al ministero presbiterale: questa fiducia, postulata dalle reali esigenze concrete, è fondata in verità sul rispetto per la dignità dei diaconi, delle religiose e dei laici, come pure sulla ricerca sincera dei doni con i quali lo Spirito Santo arricchisce il popolo di Dio. c. Infine è necessario che i singoli presbiteri, si impegnino nel coltivare quotidianamente la propria identità spirituale e pastorale, nel cercare sinceramente l’integrazione e la collaborazione con gli altri presbiteri, nel valorizzare tutti i collaboratori che il Signore stesso fa loro incontrare, evitando così la deriva della dispersione e superando la tentazione di ridursi alla semplice amministrazione ordinaria dei servizi essenziali. 298. Favorire una certa vita comune. “Perché i presbiteri trovino reciproco aiuto a fomentare la vita spirituale e intellettuale, possano collaborare più efficacemente nel ministero ed evitare i pericoli eventualmente derivanti dalla solitudine, si favorisca tra loro qualche modalità di vita comune, o qualche condivisione di vita; questa può tuttavia assumere forme diverse in rapporto alle differenti esigenze personali o pastorali: cioè coabitazione, dove è possibile, oppure una mensa comune, o almeno frequenti e periodici raduni” (PO, 8). Così raccomandava il Concilio Vaticano II in coerenza con il suo insegnamento sulla comunione ministeriale e la collaborazione dei presbiteri con il vescovo e tra loro. Una tale vita comune non può essere imposta come obbligo ai sacerdoti, a motivo delle varie circostanze di vita e dell’indole propria delle singole persone; è doveroso però favorirla in tutti i modi e comunque garantire ai sacerdoti che desiderano realizzarla di essere posti in condizione di poterla praticare. Una certa vita comune, infatti, costituisce già di per sé una reale testimonianza 207 evangelica e favorisce in maniera tutta speciale la serenità umana dei ministri di Dio, mentre facilita la loro collaborazione nelle attività pastorali. “La fisionomia del presbiterio... è quella di una vera famiglia, di una fraternità, i cui legami non sono dalla carne e dal sangue, ma sono dalla grazia dell’Ordine: una grazia che assume ed eleva i rapporti umani, psicologici, affettivi, amicali e spirituali tra sacerdoti” ( PDV, 74). Nella nostra diocesi sono in atto varie esperienze che rispondono a questa indicazione: alcuni preti vivono nella medesima casa, altri abitano appartamenti adiacenti, altri si ritrovano insieme per i pasti, ecc. Ciò che a tutti deve essere raccomandato come impegno fondamentale è l’incontro per la preghiera (specialmente alcune parti della liturgia delle ore) e il frequente dialogo sulle scelte e le attività pastorali. Una vera benedizione è rappresentata dall’opportunità di avere nell’edificio del seminario diocesano una “Casa del Clero”, grazie anche alla provvida disponibilità delle Piccole Figlie di S. Giovanni Gualberto. Si tratta di una struttura aperta e costituisce una valida opportunità per i sacerdoti che lavorano nella curia o che svolgono il proprio ministero nella zona di Pitigliano, come pure per quelli che a motivo dell’età o della salute possono avere bisogno di una certa assistenza. E’ organizzata in modo da offrire momenti comuni per la preghiera e la convivialità, ma da permettere a ciascuno ampia libertà di residenza e di movimento, secondo le proprie necessità e secondo le esigenze del proprio ministero. E’ una semplice opportunità, quindi non è un obbligo per nessuno, ma rimane per tutti una opzione possibile, anche per quanti dovessero trovarsi in condizioni di non autosufficienza. 299. Valutare una certa mobilità. Da alcuni decenni nella nostra diocesi è stata posta in atto una certa mobilità del clero: gli incarichi nella curia sono tutti affidati “ad tempus” e anche le nomine a parroco sono ordinariamente “per nove anni”. Salva restando la legittima libertà del vescovo nel disporre in questa materia, il sinodo si limita ad alcuni semplici rilievi dettati dall’esperienza in corso questi anni. Per un verso si deve cogliere l’esempio meraviglioso di alcuni sacerdoti che hanno formato generazioni di cristiani e che hanno reso fecondo un incarico svolto fedelmente per molto tempo; si esprime disappunto quindi per l’avvicendamento frequente negli incarichi, ritenendo che la fiducia della gente non si improvvisa, che l’inserimento in un determinato ambiente esige anni di attenzione e di fatica, che i frutti di una attività pastorale hanno bisogno di un lungo periodo per poter 208 maturare. Del resto la stessa normativa canonica permette nomine “ad tempus”, ma accentua il fondamentale carattere di stabilità. Per un altro verso, invece, si ritiene che una certa mobilità sia salutare innanzitutto per i sacerdoti stessi, in quanto li costringe a verificarsi continuamente, ad aprirsi senza sosta verso nuove esperienze e nuovi incontri, a non riposarsi su relazioni condiscendenti e a non demotivarsi per eventuali “insuccessi” o assuefazioni. Si nota che l’avvicendamento nei vari incarichi appare di solito meno sconvolgente là dove il ministero viene esercitato con spirito di servizio e non di possesso, dove l’attività pastorale è incentrata sulle norme comuni e non sulle preferenze personali del sacerdote. Tutte e due le serie di rilievi meritano rispetto, in quanto entrambe supportate da valide esperienze pastorali e entrambe affini a diverse sensibilità e situazioni, sia personali, che comunitarie. Spetta al vescovo valutare di volta in volta ciò che è bene per i singoli presbiteri e soprattutto per la comunità nel suo insieme. 300. Sostenere i giovani presbiteri. “I giovani presbiteri sanno portare, in genere, nel presbiterio e nei contesti vitali delle comunità, capacità di dedizione, entusiasmo, desiderio sincero di servire la Chiesa. Ma d’altra parte emerge la loro più facile stancabilità, il rischio di chiusura in un gruppo omogeneo… in particolare c’è da gestire, in questa età, il prevedibile passaggio dal successo alla delusione, dalla simpatia per le esperienze straordinarie alla fedeltà nel quotidiano. Occorre superare la facile presunzione dell’essere già formati” (CEI, Comm. Ep. Clero… La formazione.., 24). Il vescovo e i presbiteri più adulti abbiano cura di agevolare il progressivo inserimento dei fratelli più giovani nella vita del presbiterio, mostrando loro fiducia e stima, affidando loro incarichi anche delicati, correggendoli con franchezza pari all’affetto, accompagnandoli con carità sincera nelle varie prove, che l’esercizio del ministero presenta. Il vescovo abbia cura di incontrare spesso i giovani presbiteri, li esorti a mantenere saldi rapporti con gli educatori del seminario, raccomandi loro di affidarsi alla guida spirituale di qualche sacerdote più anziano. I presbiteri più anziani cerchino fraternamente nei più giovani alcuni stimoli per il proprio aggiornamento e per una sempre più attenta comprensione delle nuove generazioni. I presbiteri più giovani cerchino di entrare in confidenza con gli anziani, verificando con loro idee, sentimenti e proposte pastorali, soprattutto cercando con tutta delicatezza di offrire loro non soltanto la doverosa disponibilità ad aiutarli nel mi209 nistero, ma anche la sincera premura ad essere loro vicini nelle varie esigenze personali. Per quanto concerne il progressivo avviamento all’esperienza pastorale è importante dare fiducia ai preti giovani, perché si sentano messi in condizione di offrire alla Chiesa il meglio di se stessi, secondo le proprie attitudini, nei vari campi del ministero. È doveroso tuttavia non gravarli inizialmente con incarichi troppo onerosi, né lasciarli soli in mezzo alle varie necessità pastorali, ma avviarli progressivamente al ministero e affiancarli a sacerdoti saggi che siano davvero capaci di prepararli ad assumere le necessarie responsabilità, comprese quelle di ordine giuridico e amministrativo. Mentre guardiamo, insomma, alle effettive urgenze pastorali e alla generosità che i giovani preti possono esprimere, è necessario considerare anche attentamente le garanzie di un rispettoso accompagnamento dei nuovi ministri. 301. Accompagnare i presbiteri più anziani. Ai presbiteri più anziani è doveroso guardare con viva riconoscenza: innanzitutto per il fedele servizio che già hanno offerto al Signore e alla Chiesa, poi anche per l’eventuale preziosa disponibilità che ordinariamente continuano ad offrire nelle comunità in cui risiedono, infine per la preghiera costante con cui accompagnano la vita della nostra Chiesa e per l’incoraggiamento con cui sostengono i confratelli che sono sulla breccia del ministero attivo. Se la presenza degli anziani nelle nostre comunità deve essere apprezzata come una vera risorsa, la presenza dei sacerdoti anziani è da accogliere come una autentica benedizione. Infatti di solito si trovano in loro autentici tesori di esperienza e di saggezza e del loro ministero beneficiano volentieri molti fedeli, particolarmente per il sacramento della Penitenza e per l’accompagnamento spirituale. Da parte loro gli anziani devono essere i primi a sentire se stessi come risorsa nella Chiesa, senza abbandonarsi alla rassegnazione e senza chiudersi in solitudine, ma anche senza illusioni giovanilistiche o velleitari attaccamenti ai propri incarichi, offrendo così una valida testimonianza di vera maturità umana e spirituale. Devono aprirsi ad accogliere saggiamente le nuove stagioni della vita, mediante una solida formazione spirituale avviata fin dall’età giovanile e fondata sulle specifiche virtù cristiane e sullo spirito di servizio. Sarà compito del vescovo valorizzare l’esperienza dei sacerdoti più anziani, impegnandoli in uffici adeguati alle condizioni, alle competenze e ai desideri propri di ognuno. 210 302. Evitare situazioni di solitudine. Una preoccupazione fondamentale per tutti deve essere quella di evitare che i sacerdoti, specialmente se anziani, vengano a trovarsi in situazioni di solitudine. Di per sé la soluzione più bella, sotto ogni profilo, è quella del sacerdote che rimane nella comunità che ha servito, accudito dal popolo, prestando aiuto e collaborazione al nuovo parroco. Per attuare questa soluzione si richiede però che la comunità sia in grado di poter dignitosamente sostenere il sacerdote anziano e soprattutto che questi sia capace di accettare e rispettare il nuovo parroco, senza creare divisioni all’interno della comunità. È poi da apprezzare chi ha deciso di vivere insieme a qualche altro sacerdote, come pure di chi ha scelto di abitare con i propri familiari, o con un’altra famiglia che lo ha accolto, o con una collaboratrice domestica. Sono da lodare quanti hanno scelto di vivere nella casa del clero, o comunque hanno trovato una soluzione rispettosa della propria dignità sacerdotale. L’unica decisione non condivisibile, in quanto non certamente saggia, è quella del sacerdote anziano, o malato, che vuole comunque ostinarsi a vivere da solo, nella casa canonica o in casa propria, esponendosi alla compassione dei fedeli, col rischio di veder annebbiare in poco tempo il molto bene pazientemente coltivato nei lunghi anni di generoso servizio. 303. La premura per eventuali necessità particolari. Si deve esprimere gratitudine all’Istituto per il Sostentamento del Clero che pone oggi i sacerdoti, specialmente gli anziani, in condizione di poter vivere senza preoccupazioni di ordine economico. Possono tuttavia presentarsi situazioni particolari, di fronte alle quali nessun sacerdote anziano deve essere abbandonato. a. È bene che il vescovo affidi a un sacerdote il compito di dedicarsi con grandezza d’animo e disponibilità di tempo alla cura dei sacerdoti anziani, per farsi carico dei loro problemi e sostenerli nei loro legittimi desideri. b. In diocesi è attivo un fondo di solidarietà per il clero, a disposizione dei sacerdoti o diaconi che abbiano a trovarsi in condizioni di reale necessità: l’accesso al fondo e la sua amministrazione sono curati da una apposita commissione presbiterale. 211 c. Una riconoscenza particolare deve anche essere espressa alle Suore Stimmatine di Santa Fiora per l’accoglienza e la cura premurosa che hanno offerto ad alcuni sacerdoti non autosufficienti. 304. La formazione dei candidati al sacerdozio ministeriale. Per la formazione dei candidati al sacerdozio la nostra diocesi fa riferimento da oltre venticinque anni al seminario regionale di Siena, da dove sono lodevolmente usciti quasi tutti i sacerdoti più giovani, così come quelli più anziani erano lodevolmente usciti dal seminario regionale di Viterbo. Nel seminario di Siena attualmente prestano servizio quattro sacerdoti: uno come direttore spirituale e tre come docenti. Senza dubbio il fatto di avere la casa di formazione dei nostri seminaristi fuori del territorio diocesano presenta alcuni evidenti svantaggi. D’altra parte però risulta fondamentale che la formazione al sacerdozio sia curata nell’ambito di una solida e serena vita comunitaria che, dato l’esiguo numero di alunni, non apparirebbe in alcun modo possibile all’interno della nostra diocesi. Il contatto con la diocesi viene curato dai parroci dei seminaristi, specialmente nei periodi che questi trascorrono in famiglia, dai responsabili della pastorale diocesana mediante il loro coinvolgimento in varie iniziative, soprattutto dal vescovo, che resta comunque il principale responsabile della loro formazione, mediante periodici incontri e colloqui personali. 305. La cura delle vocazioni al sacerdozio ministeriale. Una delle preoccupazioni più grandi nella nostra diocesi è quella che riguarda le vocazioni al sacerdozio ministeriale. E’ vero che, almeno per il momento, la provvidenza di Dio non ha permesso fra noi un effettivo calo nel numero dei sacerdoti, come è vero che, grazie alla generosità dei nostri presbiteri e, per quanto di loro competenza, anche dei diaconi, non emergono gravi disagi nella organizzazione della vita pastorale. E’ vero poi che la valida qualità degli attuali seminaristi e soprattutto la serena fiducia nel Signore ci invitano a guardare il futuro con speranza. Ma ciononostante la preoccupazione per le vocazioni al sacerdozio è motivata e deve stimolare l’impegno di tutti a pregare il Padrone della messe e a favorire la risposta generosa di coloro che lo Spirito Santo intende condurre sulla via del sacro ministero. a. Tutta la comunità cristiana ha il compito di curare le vocazioni al sacerdozio, perché è proprio nella comunità che tutte le vocazioni nascono, si sviluppano e vengono riconosciute. La vocazione ha 212 b. c. d. e. sempre una dimensione essenzialmente personale, ma la sua scoperta diventa possibile solo se vissuta nell’ambito di una comunità che vive la fede e che aiuta ogni singolo membro in questo cammino di appropriazione del senso della propria vita. Nelle parrocchie si illustri di frequente il significato dell’ordine sacro, ospitando anche i seminaristi in alcune giornate particolari. Non si abbia timore a proporre, con la dovuta discrezione e il necessario rispetto, l’invito a donare la propria vita per il Signore e per i fratelli. Particolarmente tali proposte non manchino mai nel corso dei campi scuola, dei ritiri e delle riunioni specialmente di giovani. Anche per queste iniziative è sempre auspicabile la presenza discreta dei seminaristi. Oltre la giornata annuale per le vocazioni, da celebrare con la necessaria preparazione e con intensa cura, in tutte le parrocchie si stabiliscano occasioni mensili o settimanali di preghiera e si invitino i fedeli, specialmente gli ammalati e gli anziani a supplicare il Signore per il dono di sempre nuove vocazioni. Sarà compito del servizio diocesano per le vocazioni presentare suggerimenti e sussidi adeguati. Soprattutto i sacerdoti e quanti si prendono cura della formazione cristiana dei giovani si impegnino generosamente, magari insieme ai genitori, per scoprire e sostenere i germi che lo Spirito Santo effonde nella nostra Chiesa e curino con attenzione tutta particolare il discernimento e l’accompagnamento di quanti mostrano sensibilità a consacrare la propria vita, facendo volentieri ricorso anche all’aiuto di altri sacerdoti eventualmente più competenti o comunque più inclini al colloquio con i giovani. I diaconi 306. Diaconi per il servizio del popolo di Dio. “In un grado inferiore della gerarchia stanno i diaconi, ai quali vengono imposte le mani non per il sacerdozio, ma per il servizio. Sostenuti dalla grazia sacramentale, in comunione col vescovo e col suo presbiterio, essi sono al servizio del Popolo di Dio nella diaconia della liturgia, della parola e della carità. Appartiene al diacono... amministrare solennemente il Battesimo, conservare e distribuire l’Eucaristia, assiste213 re e benedire il Matrimonio in nome della Chiesa, portare il Viatico ai moribondi, leggere ai fedeli la sacra Scrittura, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali, presiedere al rito dei funerali e della sepoltura. Dediti alle opere di carità e di assistenza, i diaconi ricordino l’ammonimento del beato Policarpo: siano misericordiosi, attivi, camminino nella verità del Signore, il quale si è fatto servo di tutti. (...) Questo diaconato potrà essere conferito a uomini di età matura, anche sposati, così pure a giovani idonei, per i quali però deve rimanere in vigore la legge del celibato” (LG 29). 307. I diaconi nella nostra Chiesa. L’ordinazione diaconale viene sempre conferita ai candidati al sacerdozio. Da dieci anni, in ossequio alla direttiva conciliare, anche nella nostra Chiesa sono stati ordinati diaconi alcuni uomini che hanno espresso la loro volontà di donare la propria vita al Signore per questo specifico ministero. Nella maggior parte dei casi il valore sacramentale di questo ordine sacro ha preso una chiara configurazione ed è stato ben compreso e accolto dal popolo. In taluni casi, invece, per vari fattori contingenti, non si è ancora giunti a esprimere una specifica concretizzazione di questo ministero e quindi il popolo trova maggiore difficoltà a comprenderne il reale significato. Per il dono inestimabile del diaconato questo sinodo esprime al Signore profonda gratitudine e mentre guarda ai diaconi della nostra Chiesa con sentimenti di stima e di affetto sincero, desidera incoraggiarli a servire sempre il Signore e il popolo di Dio con generosità e letizia. Un sentimento di riconoscenza è doveroso anche per le famiglie dei diaconi, che li accompagnano ogni giorno nella loro esperienza spirituale e, spesso con notevoli sacrifici, ne garantiscono la libertà necessaria all’adempimento del sacro ministero. Attualmente i diaconi della nostra Chiesa sono sei e vengono impegnati in diversi settori della vita diocesana: nella catechesi, nel servizio liturgico, nell’assistenza agli ammalati, nella collaborazione col parroco alla guida della comunità. Prestano servizio nella propria parrocchia di origine, ma anche in parrocchie diverse; uno di loro tiene un incarico nella curia diocesana. Il sinodo guarda con fiducia al ministero dei diaconi e dal loro operato si attende molti frutti spirituali; esorta il vescovo e i presbiteri a impegnare i diaconi in progetti pastorali stabili e lungimiranti, valorizzando saggiamente questa provvidenziale risorsa che il Signore dona alla sua Chiesa. 214 Nell’affidare questi impegni il vescovo tenga presenti le direttive contenute nel Direttorio “Ministero e vita dei diaconi”, emanato dalla Congregazione per il clero il 22 febbraio 1998. Insieme al delegato diocesano poi accompagni con diligenza e affetto i singoli diaconi a crescere continuamente nella santità e nella generosità per essere sempre più idonei a svolgere degnamente e sapientemente il ministero ricevuto. 308. La formazione. Per la formazione dei candidati al diaconato ci si deve attenere alle “Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti”, emanate dalla Congregazione per l’educazione cattolica il 22 febbraio 1998. Responsabile della formazione è il vescovo, che si avvale della cooperazione del delegato diocesano per il diaconato. In particolare per la formazione teologica si chiede la frequenza per quattro anni ai corsi della scuola diocesana di formazione teologica (nel caso in cui a motivo della distanza, o di altro grave impedimento, ciò risulti oggettivamente impossibile, in accordo col vescovo si predispongano percorsi personali equipollenti). Per la formazione spirituale ogni candidato deve affidarsi a un direttore spirituale, da lui scelto fra i sacerdoti che il vescovo ritiene idonei a questo delicato ufficio. Per la formazione all’esercizio del sacro ministero molto vale la cura del parroco della parrocchia di residenza; tuttavia il vescovo avrà cura di avviare progressivamente i candidati a percepire la dimensione diocesana del loro servizio, affidandoli anche ad altri parroci capaci di far loro conoscere diverse esperienze e di iniziarli al senso della responsabilità pastorale. Ogni mese i diaconi e i candidati al diaconato sono invitati ad un incontro di preghiera, di dialogo e di sintesi teologicopastorale. 309. Il discernimento vocazionale. Per il discernimento della vocazione al diaconato si raccomanda ai parroci di cercare all’interno delle proprie comunità gli uomini saggi che potrebbero dare segni di una chiamata specifica al ministero. Se ritengono di averne individuato qualcuno, dopo aver pregato, ne presentino il nome al vescovo. Sarà compito del vescovo, in accordo col delegato diocesano, chiedere eventualmente consiglio su di lui anche ad altri sacerdoti, o fedeli laici di chiara rettitudine, che lo conoscono e di cui possono rendere valida testimonianza. Il vescovo valuterà quindi se chiedergli di entrare tra i candidati al diaconato. 215 Ravvivare il dono di Dio 310. Ravvivare il dono ricevuto. “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te mediante l’imposizione delle mani” (2Tim 1,6). L’accoglienza di questo invito corrisponde all’effetto di un dinamismo di grazia intrinseco al dono di Dio ed è anche frutto del senso di responsabilità di chi è cosciente di quanto sia delicato e importante il compito che gli è stato affidato. Al pari di ogni altro cristiano, i ministri di Dio sono chiamati a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo sulla via della santificazione, beneficiando di tutti i mezzi e i modi che il Signore offre per tutti nella Chiesa, particolarmente l’ascolto fiducioso della parola di Dio e la partecipazione assidua ai sacramenti. Inoltre però i sacri ministri sono anche chiamati a coltivare una spiritualità rispondente al loro ordine e grado, una spiritualità che trova la sua radice nell’ordinazione ed esplica la sua peculiarità proprio nel rispondere alle specifiche esigenze connesse all’ufficio ricevuto. L’esercizio del ministero, infatti, non può assolutamente costituire un ostacolo per corrispondere alla chiamata fondamentale del Signore, anzi, proprio abilitando i ministri al fedele esercizio del compito loro affidato, lo Spirito Santo li guida specificamente a corrispondere alla loro propria vocazione e quindi a compiere la volontà di Dio. Nel considerare con animo disponibile la propria identità ministeriale e nell’applicarsi a viverla concretamente con cuore generoso, i sacri ministri permettono allo Spirito Santo di santificarli nella verità e di assimilarli a Cristo Signore che per noi tutti ha offerto a Dio la sua vita. 311. Ricerca sincera di comunione. Caratteristica essenziale di una genuina spiritualità dei sacri ministri è la ricerca sincera di comunione tra loro, in quanto incorporati nel medesimo ordine. Dalla consapevolezza di questa incorporazione proviene il sostegno alla ricerca di un’indole comunitaria e al superamento della tentazione a ripiegarsi su se stessi, da lì proviene la forza per un allenamento all’aiuto reciproco, alla ricerca di momenti di vita comune, all’impegno di gareggiare sempre nella stima reciproca senza dimenticare il bene che è in ciascuno, all’attenzione premurosa per non lasciare soli gli altri confratelli. Un tale spirito di comunione gioverà molto al progresso di ogni singolo ministro sulla via della santità e al tempo stesso costituirà il presupposto fondamentale per non correre o avere corso invano. 216 312. Formazione permanente. L’esperienza comune testimonia che la vita di ogni uomo costituisce un cammino incessante verso la maturità e che questo cammino si attua proprio attraverso la continua formazione. Consapevole di questa esperienza, il magistero della Chiesa ha sottolineato con insistenza negli ultimi decenni la necessità della formazione permanente per i sacri ministri e l’ha presentata come espressione di fedeltà al ministero ricevuto, in un processo di continua conversione per essere e sentirsi sempre idonei alla predicazione della Parola, alla celebrazione dei sacramenti e alla guida della comunità, per rendere una sempre più autentica testimonianza di amore al Signore Gesù e a tutto il popolo. Proprio la carità pastorale costituisce l’anima della formazione permanente, spingendo il sacro ministro “a conoscere sempre più le attese, i bisogni, i problemi, le sensibilità dei destinatari del suo ministero: destinatari colti nelle loro concrete situazioni personali, familiari, sociali” (PDV, 70). In effetti nessuno fra i sacri ministri può rinunciare ad un serio e costante impegno di formazione per mantenere la fedeltà a Cristo, per tenere vivi i motivi originari della scelta vocazionale e quindi per crescere senza sosta nella carità pastorale che deve contraddistinguere ogni ministro del Signore. L’alternativa sarebbe la demotivazione nelle iniziative pastorali e la ripetitività generica nella predicazione, con grave danno per il popolo cristiano. La formazione permanente dei sacri ministri tuttavia non può consistere in un semplice aggiornamento di tipo professionale, né può limitarsi all’apprendimento di ulteriori nozioni teologico-pastorali, ma comporta il coagulo di varie dimensioni, tutte strettamente connesse fra loro: il consolidamento della progressiva maturità che deve caratterizzare ogni persona; la crescita costante nella saggezza e nell’equilibrio, doti essenziali per chiunque deve svolgere funzioni di guida; lo sviluppo di quelle virtù che rendono credibili davanti agli altri uomini, quali la sincerità e la schiettezza nei rapporti interpersonali, l’onestà e la rettitudine nelle decisioni, la ricerca sincera della verità, la coerenza anche nel riconoscere i limiti e gli errori; il distacco dai beni della terra, da cui deriva la testimonianza evangelica della povertà e della speranza nel Regno dei cieli; la serenità affettiva necessaria per vivere adeguatamente il celibato sacerdotale; quindi anche l’approfondimento delle conoscenze teologiche, sempre necessario per chiunque si dedichi all’annuncio del vangelo; infine la ricerca di una continua “rimotivazione” della propria scelta di vita e della propria disponibilità nel servire 217 il Signore nella Chiesa, per non cedere mai alla rassegnazione e allo scoraggiamento. 313. Impegno personale di ogni presbitero. Nel cammino di formazione molto dipende dalla volontà e dalla sensibilità delle singole persone e ben difficilmente si possono stabilire indicazioni e criteri comuni. Semplicemente si può e si deve ricordare che ogni ministro di Dio non può rinunciare, senza danno per sé e per quanti beneficiano del suo ministero, a proporsi alcuni impegni minimi fondamentali: frequenti occasioni di raccoglimento e di meditazione personale, periodici incontri di preghiera e di studio con altri sacerdoti e magari con religiosi e laici, un corso annuale di effettivi esercizi spirituali, la lettura assidua di libri e riviste teologicamente e pastoralmente qualificati, la lettura di giornali cattolici capaci di offrire valide interpretazioni della realtà quotidiana. 314. Sostegno da parte della Chiesa locale. La diocesi, da parte, sua può sostenere e incentivare l’impegno dei singoli ministri mediante alcune attenzioni che sempre più devono affermarsi come costanti, quali le agevolazioni per la partecipazione dei sacri ministri a convegni di studio e di approfondimento e la qualificazione delle riunioni del clero, sia diocesane che vicariali. In particolare nel preparare queste riunioni si tenga conto che il primo spazio deve essere sempre dato alla preghiera e particolarmente all’ascolto comune della Parola di Dio; inoltre non deve mai mancare un congruo tempo dedicato all’approfondimento di ordine teologico o pastorale valorizzando volentieri anche i sacerdoti della nostra diocesi che hanno potuto conseguire particolari specializzazioni; quando poi risulti possibile si offra l’opportunità di confrontarsi in piccoli gruppi di lavoro per favorire la partecipazione più diretta da parte di tutti. 315. Stimoli ulteriori. Ulteriori stimoli alla formazione permanente possono essere offerti da circostanze o scelte specifiche, quali la possibilità di condurre particolari esperienze di preghiera, o l’opportunità di accedere a particolari corsi di studio. Un incoraggiamento può venire senza dubbio da una serena vita comune, attenta a valorizzare le conversazioni e i momenti di incontro: la vita comune favorisce poi la correzione fraterna e l’incoraggiamento reciproco. 218 Alcuni sacri ministri possono trovare giovamento per il loro cammino spirituale dalla aggregazione a istituti di spiritualità sacerdotale, o dall’adesione ad associazioni o movimenti ecclesiali, purché questi ulteriori legami non li distolgano dal vincolo fondamentale e diretto con la diocesi e con il suo presbiterio. * * * 316. Ogni ministro di Dio possa svegliarsi al mattino col desiderio e la preghiera di incontrare persone nuove per annunciare il vangelo, offrire i sacramenti, testimoniare l’amore di Cristo buon pastore. Ogni ministro di Dio possa addormentarsi alla sera confortato dallo Spirito Santo nella speranza di sentirsi dire alla fine dal Padre: “Vieni, servo buono e fedele... entra nella gioia del tuo Signore” (Mt. 25, ). 219 220 IX CONSACRATI A DIO PER LA CHIESA E PER IL MONDO 317. Consacrati a Dio per la Chiesa e per il mondo, i fratelli e le sorelle che hanno donato interamente la propria vita al Signore, sono stimolo e aiuto per tutti i fedeli nel corrispondere alla fondamentale vocazione universale alla santità. Questa speciale consacrazione ha la sua radice nel battesimo; trova la sua espressione nell’attuazione dei consigli evangelici vissuti come sequela di Gesù casto, povero e obbediente; manifesta il suo significato nella testimonianza di amore indiviso per Cristo Signore; attua la sua concretizzazione nella vita comune, quale luogo privilegiato per il discernimento della volontà di Dio e palestra esigente per la crescita nella carità fraterna. Con la loro stessa esistenza e con la loro presenza quotidiana fra le nostre case, prima ancora che con le loro opere, le comunità religiose annunciano la venuta del Regno di Dio fra noi. Questo sinodo, mentre riconosce con gioia la varietà dei carismi propri di ciascun istituto, intende esprimere gratitudine a tutte le comunità religiose, auspicando la continuità della loro presenza nella diocesi, lo sviluppo del loro servizio di testimonianza e magari anche l’apertura di nuove case da parte di altri ordini religiosi. 318. I consigli evangelici nella Chiesa. “Lo stato religioso, che rende più liberi i suoi seguaci dalle cure terrene, meglio anche manifesta a tutti i credenti i beni celesti già presenti in questo tempo, meglio testimonia l’esistenza di una vita nuova ed eterna, acquistata dalla redenzione di Cristo, e meglio preannunzia la futura resurrezione e la gloria del regno celeste. Parimenti, lo stato religioso imita più fedelmente e rappresenta continuamente nella Chiesa la forma di vita che il Figlio di Dio abbracciò venendo nel mondo per fare la volontà del Padre e che propose ai discepoli che lo seguivano” (LG, 44). La professione dei consigli evangelici, pur comportando la rinuncia di beni apprezzabili, favorisce la purificazione del cuore e la libertà spirituale per un autentico progresso della persona umana. Nessuna delle 221 varie forma di vita religiosa intende estraniarsi dalla comunità degli uomini, ma anche quando talune di esse non rendono fisicamente visibile la loro presenza, si fanno spiritualmente presenti nel Signore a ogni uomo e restano così disponibili a collaborare perché si edifichi la città terrena orientata ai beni eterni. 319. Un ricco e variegato patrimonio spirituale. La consacrazione religiosa è stata sempre attuata nella Chiesa all’interno di singoli istituti, sorti nel corso della storia e riconosciuti dalla competente autorità ecclesiastica. a. Fin dall’antichità alcuni hanno seguito Cristo in orazione sul monte, evidenziando la signoria di Dio sulla storia e la speranza della gloria futura, contribuendo così in maniera tutta propria, con una misteriosa fecondità spirituale, alla crescita del Regno di Dio. b. Altri, invece, si sono consacrati al Signore per servire la Chiesa in un più diretto e dinamico servizio apostolico. Sulle orme dei loro fondatori e delle loro fondatrici questi fratelli e queste sorelle offrono da sempre la loro vita al Signore nella preghiera, nella vita comune e nel servizio del prossimo, specialmente nell’educazione dei giovani, nella carità verso i più emarginati, e in genere nell’annuncio del vangelo. c. Altri ancora hanno scelto di consacrarsi al Signore negli istituti secolari, coltivando particolari legami con il proprio istituto di appartenenza, ma rimanendo a vivere nella propria abitazione per essere lievito di sapienza e diretta testimonianza evangelica all’interno del proprio ambiente. d. Altri poi hanno scelto di consacrarsi al Signore in una società di vita apostolica, senza emettere i voti religiosi, ma vivendo in comune e perseguendo il fine apostolico previsto nelle Costituzioni della propria società. e. La varietà di questi istituti, con le rispettive Regole e Costituzioni forma la testimonianza della ricca varietà di carismi elargiti dallo Spirito Santo e caratterizza la bellezza della Chiesa, molteplice nella sua unità, espressione variegata della fedeltà all’unico Signore del mondo e della storia. 320. Da rinnovare continuamente. Come l’intera comunità cristiana è chiamata ad un continuo rinnovamento per testimoniare in modo credibile il vangelo così anche le sin222 gole comunità religiose devono aprirsi incessantemente al vento dello Spirito. a. In questa continua opera di riforma è necessario tenere lo sguardo fisso al carisma originario indicato nella fondazione e nelle relative costituzioni, in modo da non privare mai la Chiesa della ricchezza specifica di ciascun istituto e non snaturare le finalità fondamentali che hanno maturato l’adesione e la scelta di vita dei singoli credenti. b. Il rinnovamento esige però anche un ascolto attento e coraggioso delle nuove realtà e dei nuovi orizzonti che si affacciano nella Chiesa e nel mondo, in modo da non proporre forme di testimonianza o modelli di vita incomprensibili alle nuove generazioni. c. Garanzia di un autentico e fruttuoso rinnovamento è la ricerca sincera della santità di vita, intesa come fedeltà al vangelo e generosità nell’amore verso Dio e verso tutti. d. Infine, il rinnovamento della vita religiosa deve sentire il respiro della Chiesa, i desideri più profondi del popolo di Dio e la lungimirante vigilanza dell’autorità competente, in modo che nessuno debba mai trovarsi a correre o ad avere corso invano. 321. Nella nostra Chiesa particolare. Nel popolo è radicato un profondo attaccamento ai religiosi e alle religiose: c’è apprezzamento per le loro opere e molto spesso emerge anche un vivo senso di stima e di affetto per le singole persone. Purtroppo si constata un continuo ridursi numerico delle famiglie religiose e un generale innalzamento dell’età media fra gli appartenenti ai vari istituti: questo però non deve diventare un pretesto per abbandonarsi alla sfiducia, ma deve piuttosto costituire l’occasione propizia per maturare nuove proposte e per aprirsi a nuovi orizzonti. Nella nostra diocesi sono attualmente presenti 13 case religiose. Padri passionisti. Ritiro della Presentazione, Casa madre della congregazione: 7 padri e i novizi; Padri Passionisti. Ritiro “S. Giuseppe”, Centro di spiritualità: 3 padri; Carmelo “Janua Coeli” al santuario mariano diocesano del Cerreto: 8 monache e 2 postulanti; Cappuccine del S. Cuore. Scuola materna a Piancastagnaio: 2 suore; Francescane Adoratrici della S. Croce. Scuola materna a Isola del Giglio: 3 suore; Maestre Pie Filippini. Scuola materna a Manciano: 4, suore; Piccole Ancelle del S. Cuore. Scuola materna a Orbetello Scalo: 3 suore. 223 Piccole Figlie di S. Giovanni Gualberto. Casa di riposo a Sorano e Casa del clero a Pitigliano: 5 suore; Povere Figlie delle S. Stimmate di S. Francesco d’Assisi. Casa di riposo a Santa Fiora: 9 suore; Sorelle della misericordia. Casa di riposo a Orbetello: 12 suore; Sorelle della misericordia. Scuola materna a Orbetello: 3 suore; Suore dell’Imitazione di Cristo. Casa di Riposo a Pitigliano: 2 suore; Suore dell’Immacolata. Scuola materna a Porto S. Stefano: 3 suore; 322. Per un impegno specifico e qualificante. La nostra Chiesa chiede specificamente ai religiosi e alle religiose una profonda disponibilità ad essere modelli di vita spirituale, persone e comunità capaci di suscitare il desiderio di incontrare Cristo Signore e il suo vangelo. a. La prima attenzione deve essere quella di valorizzare l’esperienza dei religiosi e delle religiose nella riflessione sui progetti pastorali e nella loro attuazione in tutti i settori della vita diocesana e parrocchiale (catechesi, liturgia, carità...), secondo le specifica disponibilità e le effettive competenze. b. È anche da cercare con fiducia un maggiore inserimento delle persone consacrate nella attività pastorale mediante responsabilità dirette, eventualmente anche affidando loro, pur senza estraniarle dalla propria comunità, la cura specifica di qualche parrocchia. c. A questo scopo appare essenziale l’impegno dei religiosi e delle religiose a prendere parte nelle attività di carattere diocesano indicate nel calendario annuale, o comunque proposte dalla diocesi: convegni, celebrazioni liturgiche, iniziative di carità, ecc. d. In particolare ai religiosi e alle religiose che ne hanno competenza è richiesto di voler proporre corsi di spiritualità e di educazione alla preghiera, come pure di rendersi disponibili per l’ascolto, il consiglio e l’accompagnamento spirituale dei fedeli. e. Per favorire poi il dialogo e la reciproca conoscenza fra sacerdoti e persone consacrate si programmi, almeno una volta all’anno, un incontro comune di preghiera e di aggiornamento teologico pastorale. Altre occasioni si possono lodevolmente cercare a livello vicariale sotto la guida del vicario foraneo. f. I religiosi e le religiose sono invitate a mettersi in dialogo con tutte le altre componenti della diocesi facendosi conoscere mediante ripetuti interventi sul settimanale diocesano, sui vari “siti” e in genere sugli accessi ai “media” curati nella diocesi. Sono da incentivare momenti di incontro con gli adulti, ma soprattutto con i giovani e i 224 ragazzi, per far conoscere il significato della vita consacrata e anche lo specifico carisma delle singole famiglie religiose. 323. Il sostegno della Chiesa locale alle persone consacrate. Alle singole comunità religiose presenti in diocesi non deve mancare, insieme all’affetto e alla gratitudine, il sostegno concreto da parte della comunità cristiana, nelle varie necessità spirituali e materiali. In particolare devono essere garantiti: a. il ricordo quotidiano nella preghiera; b. il necessario servizio di ordine sacramentale; c. un congruo sostegno, se richiesto, per la formazione teologica e spirituale, come pure per l’accompagnamento spirituale; d. la celebrazione annuale in tutte le parrocchie della giornata per la vita religiosa (nella festa della presentazione del Signore al tempio, il 2 febbraio) e della giornata “pro orantibus” (nella memoria della presentazione della Vergine Maria al tempio, il 21 novembre); e. la proposta di particolari “giornate di testimonianza” nelle singole parrocchie o in comune fra parrocchie vicine; f. la collaborazione nelle iniziative di carattere vocazionale, in relazione anche con quanto viene progettato per le vocazioni al sacerdozio e al diaconato; g. l’attenzione alle eventuali necessità quotidiane. * * * 324. Ogni comunità, come famiglia unita nel nome del Signore, gode della sua presenza. È l’unità dei fratelli che manifesta l’avvento di Cristo (cfr Gv 13, 35; 17, 21), e da essa promana grande energia per l’apostolato (cfr PC 15). Chiamata a vivere la dimensione della fraternità, la Chiesa può trovare nella vita religiosa il segno vivo di quanto sia bello che i fratelli vivano insieme, abbracciando la fatica dell’edificarsi vicendevolmente nella carità. Che la testimonianza di una vita serena possa diventare patrimonio comune e invito per tutti a superare le frontiere dell’individualismo! Che la bellezza della consacrazione non resti sotto il moggio, ma splenda sul lucerniere, per essere sempre più luce profetica e motivo di attrazione per scelte coraggiose nella sequela di Cristo Signore. 225 226 X LAICI CRISTIANI NELLA REALTÀ SOCIO-POLITICA 325. Laici cristiani nella realtà socio-politica: è questo un impegno fondamentale che ha sempre investito la coscienza dei fedeli e che progressivamente è venuto a delinearsi, durante il secolo appena trascorso, fino ai nostri giorni, sia nella riflessione teologica e sociale, sia nei ripetuti interventi del Magistero. Nel presentare la sua riflessione su questo argomento, così importante e delicato, il sinodo desidera seguire la linea metodologica codificata, si potrebbe dire, da Paolo VI nell’enciclica Octogesima adveniens: “Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del Vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della Chiesa... individuare con l’assistenza dello Spirito Santo, in comunione con i vescovi responsabili, e in dialogo con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà, le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche” (OA, 4). In altre parole, occorre vedere, valutare, agire: a. la comunità cristiana deve “vedere”, cioè analizzare obiettivamente le situazioni; b. la comunità cristiana deve poi anche valutare cioè confrontare le situazioni alla luce delle parole immutabili del Vangelo e attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della Chiesa; c. la comunità cristiana, infine, deve impegnarsi ad agire, cioè a individuare, con l’assistenza dello Spirito Santo, in comunione con il vescovo, e in dialogo con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà, le scelte e gli impegni che conviene prendere per contribuire al progetto e alla attuazione delle trasformazioni sociali ritenute necessarie. 227 La comunità cristiana e la politica Vede 326. I cambiamenti della società. Da molti anni stiamo vivendo un periodo storico portatore di grandi trasformazioni e incertezze. La struttura sociale sta rapidamente mutando i punti di riferimento, per cui non è più agevole affidarsi a convinzioni e conoscenze consolidiate. I cambiamenti imposti dagli eventi storici, sia mondiali che locali, obbligano ciascuno di noi e ogni comunità ad un attento esame degli eventi e ad un’assunzione di responsabile coscienza dei mutamenti in corso. L’esame sarebbe evidentemente complesso. Qui annotiamo tre aspetti utili alla nostra riflessione. Il pluralismo culturale è un dato di fatto: la società italiana si presenta oggi con una grande varietà di scelte culturali e di atteggiamenti spirituali e religiosi; sembra essere venuta meno quella compattezza culturale di fondo garantita un tempo dal cristianesimo e si percepisce un senso di disorientamento. La modernità, il pluralismo, la secolarizzazione esasperati, hanno frantumato il panorama culturale e ridotto il nucleo di valori comuni: accanto alle tante cose positive dei tempi moderni, notiamo una pericolosa caduta dei valori essenziali e irrinunciabili della persona umana; si tratta di quello “smarrimento dei valori umani fondamentali” che, come afferma il Papa, “ben difficilmente si mantengono, nel vissuto quotidiano, nella cultura e nella società, quando viene meno e si indebolisce la radice della fede in Dio e in Gesù Cristo” (Giovanni Paolo II, alloc. al Conv. Eccl. di Palermo, 5).Accanto alla constatazione di un sentimento cristiano diffuso tra la nostra gente e della presenza dei semi dello Spirito sparsi su tutti (infatti nessun uomo è estraneo al regno di Dio) è parimenti evidente che esiste un notevole divario fra le direttive del magistero della Chiesa e le scelte di vita messe in atto da molti cattolici. Sotto questo aspetto è doveroso ammettere che i cattolici sono una minoranza nel Paese. Ciò è evidente anche nella nostra diocesi. 327. Il cambiamento della politica e dei partiti. Anche la politica e i partiti hanno subito, nell’ultimo decennio, significativi cambiamenti. Ricordiamo quelli che ci sembrano particolarmente problematici. a. La politica si svolge continuamente sotto i riflettori televisivi e la prevalente modalità visiva esalta il carisma della comunicazione: 228 b. c. d. e. f. dopo il fallimento delle ideologie forti che ritenevano di poter spiegare in termini onnicomprensivi e semplificatori la vita dell’uomo e della società, oggi, la politica rischia di perdere lo stimolo alla riflessione e al dibattito fra la gente per diventare una forma di spettacolo televisivo, cui assistere da soli e passivamente, contribuendo non all’approfondimento delle tematiche e magari alla convergenza fra le opinioni, bensì, a motivo dei rilevamenti di “audience”, al successo di singole trasmissioni che spesso fa leva sopra le divergenze fra coloro che intervengono, se non addirittura sopra la violenza dello scontro. La politica talvolta sembra essersi allontanata dai bisogni reali e cresce la disaffezione: come ha affermato il Santo Padre “le domande che si levano dalla società a volte non sono esaminate secondo criteri di giustizia e di moralità, ma piuttosto secondo la forza elettorale o finanziaria dei gruppi che le sostengono. Simili deviazioni del costume politico col tempo generano sfiducia ed apatia con la conseguente diminuzione della partecipazione politica e dello spirito civico in seno alla popolazione, che si sente amareggiata e delusa” (Centesimus annus, 47). Questo ci sembra vero in sede nazionale, ma non meno anche in sede locale. Nei diversi schieramenti ormai i partiti sembrano identificarsi sempre più con i leaders, facendo balzare in secondo piano l’esigenza di formazione di una classe dirigente competente e ampiamente diffusa nella società; i partiti non nascono più dal basso, dall’aggregazione delle persone attorno a progetti, ma dall’alto, mediante operazioni di vertice. Le scelte politiche talora maturano sostanzialmente al di fuori dei partiti: spesso i partiti, avvolti in una specie di crisi esistenziale e non più veicolo di reale partecipazione, rischiano di non riuscire a svolgere la funzione loro propria: concorrere con metodo democratico a determinare la politica locale e nazionale (cfr. Costituzione della Repubblica Italiana, art. 49); anzi diventano preda di gruppi elitari, più o meno organizzati, che al di fuori di ogni mandato democratico, riescono ad indirizzare le scelte decisionali. Alla pazienza del dialogo sembra essere preferito il decisionismo, con la conseguenza che i cittadini si sentono sempre meno responsabilizzati e stimolati alla partecipazione attiva. Sembra emergere una nuova conflittualità che si sostituisce alla vecchia contrapposizione ideologica: una conflittualità non meno aggressiva, che sulla base di interessi e di giochi di potere sovente 229 lascia prendere il sopravvento a “polemiche reciprocamente delegittimanti” (Card. Camillo Ruini, prolusione al Consiglio permanente della CEI, 22.09.2003). Valuta 328. La straordinaria rilevanza della politica. La politica è da considerare come una dimensione intrinseca della stessa esistenza umana, della nostra vita di ogni giorno. Tutti facciamo esperienza che le decisioni politiche, prese a qualsiasi livello (internazionale, nazionale, locale) investono in ogni caso la nostra esistenza personale e comunitaria. La Chiesa, dal canto suo, non ha mai mancato d’insistere sulla straordinaria rilevanza della politica, definendola come “il campo della più vasta carità” (Pio XI), “degna di ogni lode e considerazione” (Gaudium et spes, 75,c), da “prendere sul serio” essendo “una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano a servizio degli altri” (Octogesima adveniens, 46). Il potere politico, poi, è il “modo naturale e necessario per assicurare la coesione del corpo sociale” e “deve avere per scopo la realizzazione del bene comune”. Esso “agisce nel rispetto della legittima libertà degli individui, delle famiglie e dei gruppi sussidiari”; “si muove nei limiti della sua competenza”; “interviene sempre nella sollecitudine della giustizia”. Tuttavia “non elimina il campo d’azione e le responsabilità degli individui e dei corpi intermedi” (Octogesima adveniens, 46). Ovviamente la Chiesa conosce le miserie della politica, sa che la politica, quando prescinde dalla legge morale o quando ubbidisce unicamente alla ragion di Stato può rendersi colpevole delle maggiori nefandezze e della più spietata violenza. Ma la Chiesa apprezza e stima la politica perché essa è lo strumento per mezzo del quale la comunità costituita in Stato raggiunge il bene comune, cioè il bene generale di tutti gli appartenenti alla comunità: essa sola, infatti ha gli strumenti (le leggi, gli ordinamenti e la forza coattiva per farli osservare) per eliminare le ingiustizie sociali e ridurre a livelli accettabili le disuguaglianze sociali, per proteggere i deboli dalle sopraffazioni dei forti, per realizzare una migliore giustizia distributiva tra le classi sociali e per dare a tutti, per quanto è possibile, pari opportunità di riuscita e di autorealizzazione. 329. La necessità per il cristiano dell’impegno politico. Difficoltà e incertezze non possono legittimare un disimpegno del cri230 stiano dalla società e dalla politica: “il cristiano ha l’obbligo di partecipare all’organizzazione della vita della società politica” (Octogesima adveniens, 24). Anzi, ricorda Giovanni Paolo II, “se il disimpegno è sempre stato inaccettabile, il tempo presente lo rende ancora più colpevole. Non è lecito a nessuno rimanere in ozio” (Christifideles laici, 3). “Per il credente l’impegno politico è un dovere da esercitare con chiarezza, con disinteresse, con animo generoso, con capacità di dialogo, con spirito critico coraggioso, misurandosi lealmente con le ingiustizie che interpellano e con i pericoli di egemonizzazione politica e culturale che insidiano il nostro momento storico” (Diocesi di Sovana-Pitigliano-Orbetello, Per una presenza attiva ed efficace della nostra Chiesa nella società. Incontro dei laici cattolici, Pitigliano 21.03.1982, n. 3.5.3). 330. La considerazione che la politica non è tutto. È parimenti ovvio che il servizio cristiano alla società non può ridursi esclusivamente alla partecipazione alla vita politica e all’adesione a un partito. La politica stessa ha una sfera d’influenza larga e conglobante, ma non esclusiva ed è a servizio di alcune verità ultime da cui pure è giudicata (cfr. Centesimus annus, 46). “La politica può soltanto disporre i mezzi, le condizioni, le risorse, le strutture, le leggi e i provvedimenti rispetto ai valori: ma per attingerli davvero bisogna partire da prima della politica e andare oltre la politica” (Vescovi del Triveneto, Per una educazione cristiana alla politica, 1993). La comunità ecclesiale è chiamata a ricordare, anche alla politica, il bene ultimo, la pace vera, la giustizia piena. Le è propria la consapevolezza che nessun progetto sociale e politico per il bene, la giustizia e la pace, può mai concludersi se non nella pienezza del regno di Dio. 331. La giusta visione dei rapporti tra comunità politica e Chiesa. È di assoluto rilievo, in una società pluralista come la nostra, che “si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori” (Gaudium et spes, 76,a). Dalla fede non si può dedurre direttamente un modello di organizzazione sociale, politica, economica. La fede è libera e liberante, e “la missione propria, che Cristo ha affidato alla sua Chiesa, non è di ordine politico, economico e sociale. Il fine, infatti, che le è prefisso è di ordine religioso” 231 (Gaudium et spes, 42 b). Pertanto, “la Chiesa, che, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana” (Gaudium et spes, 76 b). La Chiesa e la comunità politica sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo, pur essendo entrambe “a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane” (Gaudium et spes, 76 c). La politica, allora, è una realtà laica, cioè “profana, temporale”; laico è il bene comune a cui essa tende e laici sono i mezzi per il suo raggiungimento. “Il cristiano accetta la distinzione delle realtà terrene da quelle eterne e spirituali, ma non la separazione. Sa che ogni dimensione della realtà ha leggi proprie ed esige un metodo ed una competenza specifica” (CEI, Catechismo degli adulti, La verità vi farà liberi, p. 520). Pertanto, il cristiano che si dedica all’attività politica non ha un compito religioso ed ecclesiale, ma un compito temporale e profano: egli non è un rappresentante né un fiduciario della Chiesa in campo politico, e tanto meno è in politica per fare gli interessi della Chiesa; non è eletto dalla gerarchia della Chiesa né deve rispondere a questa per quanto egli compie nella sua attività politica; al pari degli altri uomini politici, il politico cristiano rappresenta i suoi concittadini che lo hanno eletto e ad essi deve rispondere. Ciò non vuol dire che, nella sua attività politica, il cristiano possa comportarsi come se Dio non esistesse o come se la fede e la morale cristiana potessero e dovessero restare estranee alla sua azione politica: non si può essere cristiani nella vita privata e prescindere dalla fede nell’attività pubblica. Agisce 332. Stando dentro la modernità a modo di riferimento. L’epoca moderna, accanto a conquiste sicuramente positive, ha anche espresso un alto potenziale di corrosione dei valori cristiani: ne ha presi in prestito molti ma, negandone il fondamento trascendente, li ha persi per strada. La comunità cristiana e il cristiano, però, non devono essere animati da atteggiamenti nostalgici. Essi amano questa umanità e sanno cogliere nella sua storia moderna anche gli elementi positivi. Quando si sentono presenza minoritaria (in un certo senso, essere minoranza fa parte della stessa esperienza cristiana) non si scoraggiano, anzi si sentono stimolati a ripensare il proprio modo di essere lievito e di incidere, 232 anche attraverso la vita politica, sulla costruzione della società, chinandosi con paziente magnanimità sulla nostra società, accettando la poca rilevanza del piccolo gregge e l’umile missione di granello di senapa e di lievito. Questa azione di fermento del mondo si traduce nello sforzo del cristiano volto a ottenere il consenso della coscienza dei cittadini. È allora opportuno maturare atteggiamenti di simpatia con il mondo moderno, ma senza rinunciare alla propria originalità: “preservare con la massima cura e quasi gelosia la differenza e la peculiarità della Parola cristiana rispetto alle parole correnti” (Card. Carlo Maria Martini), “non indebolendo la nostra identità, ma al contrario a partire da essa e in forza di essa” (Card. Camillo Ruini). 333. Mediante il discernimento comunitario. Il servizio critico da rendere al mondo moderno e il superamento di un pluralismo esasperato richiedono che la comunità cristiana si educhi “ai principi e ai metodi di un discernimento non solo personale, ma anche comunitario” (Giovanni Paolo II, Intervento al Convegno ecclesiale di Palermo, n. 10). Il discernimento, ossia il riconoscimento dei segni di Dio nella storia per operare scelte conformi alla sua volontà, è il primo importante servizio da mettere in piedi. Si tratta di un discernimento pastorale, comunitario, che non è di questo o quel gruppo, ma della comunità, unita al suo pastore; richiede la fatica dei tempi lunghi, la pazienza della ricerca comune, l’attesa della maturazione di ciascuno, il coraggio della profezia; può essere strumento appropriato per conoscere la reale situazione culturale, sociale e politica in cui la comunità è inserita; può consentire “ai fratelli di fede, pur collocati in diverse formazioni politiche, di dialogare, aiutandosi reciprocamente a operare in lineare coerenza con i comuni valori professati” (Giovanni Paolo II, Alloc. al Conv. Eccl. di Palermo, 10). 334. Alla luce della dottrina sociale della Chiesa. Il discernimento deve avere uno strumento di maturazione e di confronto, di formazione e di criterio di giudizio: questo è rappresentato dalla Dottrina sociale della Chiesa. “Soprattutto per i fedeli laici variamente impegnati nel campo sociale e politico, è del tutto indispensabile una sua conoscenza più esatta” (Christifideles laici, 60). Il suo scopo, infatti, è quello di interpretare la realtà sociale “esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente” (Sollicitudo rei socialis, 41), per orientare il comportamento cristiano. 233 La comunità cristiana e i valori della politica Vede 335. Il rischio di una politica senza orizzonte progettuale. Pur avendo la politica una sua propria dimensione progettuale, la crisi delle ideologie (che erroneamente hanno spesso dato all’espressione progetto politico un significato ideologico) ha portato ad affermarsi l’idea che la società non può essere in alcun modo guidata. Si sostiene che il libero agire individualistico porterà con sé la migliore società possibile; che i meccanismi di mercato, l’intraprendenza delle imprese e degli individui, la competizione sociale, siano gli strumenti più idonei per la riduzione degli squilibri e delle ingiustizie. La politica non avrebbe, insomma, da fare gran che. In realtà registriamo come i fatti abbiano dimostrato la pericolosità dell’affermarsi di questo pensiero. Valuta 336. La strada obbligata del programma politico. Il governo delle questioni planetarie come quello delle cose locali richiede un’azione positiva da parte della politica e di quegli strumenti (i partiti) che il nostro ordinamento individua per concorrere liberamente a governare il Paese. Nella situazione che si è venuta a creare nel panorama nazionale e locale ormai da circa un decennio, si presenta come obbligata la strada del programma politico, ovvero dell’indicazione di cose concrete da fare in un tempo limitato, da concordare tra partiti, formando coalizioni della più varia ispirazione, fatti salvi i principi irrinunciabili. Questa situazione, da accettare serenamente, non deve impedire lo sforzo di elaborare progettualità politiche che si muovano sulla linea della libertà e della giustizia, del rispetto della persona, della valorizzazione dei gruppi intermedi e del metodo della sussidiarietà. La Dottrina sociale della Chiesa si offre come un costruttivo apporto per la formulazione di progetti e programmi. Essa, infatti, rappresenta un corpus che le permette “di analizzare le realtà sociali, di pronunciarsi su di esse e di indicare orientamenti per la giusta soluzione dei problemi che ne derivano” (Centesimus annus, 5). E di tenere fermi i diritti essenziali (cfr. Centesimus annus, 47). 234 337. La centralità della questione etica. “Il mondo odierno è sempre più consapevole che la soluzione dei gravi problemi nazionali e internazionali non è soltanto questione di produzione economica o di organizzazione giuridica o sociale, ma richiede precisi valori etico-religiosi, nonché cambiamento di mentalità, di comportamento, di strutture” (Centesimus annus, 60). Come cristiani non possiamo sottrarci ad una sapiente opera di evangelizzazione che, rispondendo all’istanza religiosa, sia anche idonea strada per la costruzione di una dimensione etica la più fedele, ma anche la più condivisibile. La questione etica sia oggi centrale, globale e radicale nel mondo, in Italia e anche nel nostro spazio diocesano. Essa precede l’azione politica e rappresenta la questione centrale per le donne e gli uomini impegnati nel sociale e nella politica. 338. La necessità di un criterio morale. Il pensiero politico dei cattolici italiani si è sforzato di delineare le caratteristiche che dovrebbe presentare una società rispettosa dei diritti fondamentali della persona e la promozione della giustizia e del bene comune. L’elaborazione teorica ha ottenuto, con tutti i suoi limiti storici, risultati quali la Costituzione. L’indispensabile collaborazione con i non credenti nel campo della politica nel momento in cui ci si avvale dello strumento del programma politico, non può prescindere dal fatto che ogni accordo sottintende e sintetizza una visione morale. Un programma non può mai essere pensato solo come un elenco di cose da fare per rispondere ai bisogni concreti della gente: è sempre qualcosa di più. Il programma politico non può perciò che adombrare strutture di bene. Agisce 339. Favorendo lo sviluppo delle convinzioni sulla natura, l’origine e il fine dell’uomo nella società. “L’azione politica deve poggiare su un progetto di società coerente nei suoi mezzi concreti e nella sua ispirazione alimentata a una concezione totale della vocazione dell’uomo e delle sue diverse espressioni sociali. Non spetta né allo Stato né a dei partiti politici, che sarebbero chiusi su se stessi, di tentare di imporre una ideologia, con mezzi che sboccherebbero nella dittatura degli spiriti, la peggiore di tutte. È compito dei raggruppamenti culturali e religiosi, nella libertà d’adesione ch’essi 235 presuppongono, di sviluppare nel corpo sociale, in maniera disinteressata e per vie loro proprie, queste convinzioni ultime sulla natura, l’origine e il fine dell’uomo e della società” (Octogesima adveniens,25). 340. Proponendo indicazioni per una grammatica etica comune. “Se vogliamo che un secolo di ‘costrizione’ lasci lo spazio a un secolo di ‘persuasione’, dobbiamo trovare la strada per discutere, con un linguaggio comprensibile e comune, circa il futuro dell’uomo. La legge morale universale, scritta nel cuore dell’uomo, è quella sorta di ‘grammatica’ che serve al mondo per affrontare questa discussione circa il suo stesso futuro” (Giovanni Paolo II, Discorso all’ONU, 5 ottobre 1995). In questo contesto la Chiesa oggi avanza la sua proposta sociale. Si tratta di indicazioni che, mentre da un lato si ispirano al Vangelo, dall’altro sono pienamente conformi alla retta ragione e aperte al contributo di tutti. Una sorta di grammatica etica comune, da cui partire tutti per costruire insieme: il principio personalista, il principio di solidarietà, il principio di sussidiarietà, il principio del bene comune. 341. Contribuendo alla riflessione sulle problematiche emergenti di carattere globale... Se è vero che alcuni problemi, acutamente avvertiti nell’epoca delle contrapposizioni ideologiche, possono essere considerati ormai risolti, nuove problematiche si affacciano in questa stagione della storia del mondo, dopo la crisi delle vecchie ideologie. Su queste problematiche la nostra Chiesa diocesana desidera offrire il proprio contributo di riflessione, di esperienza, di azione. Le più rilevanti ci sembrano attenere: alla qualità della democrazia, soprattutto in relazione ai temi della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, dell’informazione e del rispetto delle diversità; al controllo del processo di globalizzazione attualmente in corso e delle conseguenze che esso ha sul principale soggetto del sistema produttivo, l’uomo che lavora; alla questione ecologica, nuova frontiera di una giustizia sociale che ha per oggetto non solo i beni prodotti dall’uomo, ma anche quei beni naturali che si stanno rivelando sempre più preziosi e minacciati da uno sviluppo tecnologico ed economico miope; al superamento delle ricorrenti esplosioni di violenza e soprattutto della guerra. 342. ... e sulle questioni fondamentali riguardanti le persone che vivono nel nostro territorio. 236 La Comunità ecclesiale è desiderosa di offrire anche il proprio contributo su alcune questioni fondamentali che riguardano la vita delle persone che vivono sul nostro territorio. In particolare per quanto concerne: l’attenzione alla persona, da intendere nella sua globalità; la coesione etica e civile della società diocesana e il rilancio della partecipazione e del senso di cittadinanza; le politiche volte a valorizzare e sostenere l’istituzione familiare, fondata sul matrimonio; l’affermazione e il consolidamento di tutte quelle azioni che incentivano la trasparenza dei processi decisionali e la partecipazione popolare alle scelte politiche; l’introduzione di idonei contenuti e la direzione da imprimere allo sviluppo perché sia veramente umano; la riaffermazione della centralità dell’educazione, della formazione e, in particolare, di una scuola che orienti ai percorsi di vita e prepari al lavoro, ma sia anche fattore di sviluppo collettivo e di promozione umana e culturale. La comunità cristiana, il potere politico e i politici Vede 343. Gli ostacoli al fare politica. Sono ancora molti gli ostacoli che ancora oggi impediscono un sereno impegno nella vita politica. Un primo ostacolo riguarda la possibilità di una dedizione “a tempo pieno”, libera da preoccupazioni economiche, tenuto conto delle risorse personali dei singoli. Un altro ostacolo può essere legato alla eccessiva complessità che presenta la gestione amministrativa di molte istituzioni pubbliche. Le donne, poi, incontrano evidenti difficoltà ad entrare in politica: la media mondiale è del 10% dei seggi assegnati; nel territorio della nostra diocesi, forse, è ancora più bassa. I partiti, anche in questa nuova stagione, continuano a rimanere ambiti piuttosto chiusi alla partecipazione. Vi si entra spesso per scelta dall’alto, col rischio di entrarvi solo se si è protetti da qualcuno al cui carro si viene più o meno aggiogati. Le decisioni anche importanti, come ad esempio la individuazione di candidature da proporre ai cittadini per le pubbliche amministrazioni, sono quasi sempre appannaggio di pochissimi decisori. Molti cittadini, infine, pensano che la politica sia dominio, gioco duro, e chi vi entra deve seguire le sue ferree leggi. Quindi viene ritenuta come un campo minato, dal quale tenersi alla larga, se non si vuole scendere a patti con la morale. 237 344. La presenza di politici adeguati e non adeguati. Per realizzare il suo fine, che è il bene comune, la politica si serve del potere politico. Perciò essa comporta la ricerca, la conquista e l’esercizio del potere, in quanto ciò è necessario per orientare gli sforzi e gli interessi diversi dei membri della comunità politica verso un obiettivo comune. Ma esso è un mezzo, non un fine. Purtroppo, spesso la tendenza è quella di fare del potere, della sua ricerca e del suo mantenimento lo scopo della politica, magari rafforzando con benefici indebiti e favoritismi la propria base clientelare o anche cercando di eliminare gli avversari politici che potrebbero insidiarlo. In tali casi il potere diviene unicamente un mezzo per dominare e asservire gli altri ai propri interessi. Proprio con riferimento a questo specifico aspetto, la realtà politica sotto i nostri occhi ci mostra la presenza di politici adeguati al ruolo che rivestono, nel senso che sono animati da lealtà, spirito di servizio, desiderio di servire il bene comune. Accanto a costoro vi sono, purtroppo, anche politici e soggetti che si avvicinano alla politica non animati dagli stessi sentimenti, ma avvolti dalle logiche del potere, dell’avere, del successo fine a se stesso. Valuta 345. L’uomo politico deve possedere uno sguardo progettuale lungimirante. L’uomo politico dinanzi ad ogni progetto o programma politico, deve chiedersi: tramite queste decisioni, quale città stiamo edificando? Quale convivenza, quale qualità dei rapporti, concorriamo ad instaurare? La capacità di attenzione al quadro d’insieme, al progettare, consente di dare collocazione appropriata e duratura alle soluzioni quotidiane che si vanno elaborando. 346. L’uomo politico deve prestare attenzione alla concretezza delle situazioni e delle persone. L’uomo politico deve tenersi desto per il bene comune e il bene integrale di ogni persona, che ha come test il bisognoso, lo svantaggiato, chi rischia di finire scartato. Il modo con cui si affronta ogni urgenza quotidiana ha conseguenze sull’intera organizzazione dei rapporti sociali. Prestare attenzione a tutti per lavorare concretamente nel singolo caso: può essere questa una buona prospettiva e può rappresentare un 238 modo appropriato di offrire spazio all’intelligenza della carità. Si tratta, naturalmente, di dare corpo alla tutela dei diritti diffusi. Agisce 347. Richiamando gli orientamenti che debbono essere tenuti presenti da chi si impegna in politica. Alcuni orientamenti debbono essere tenuti come fondamentali dalle persone impegnate in politica. a. L’uomo, con i suoi bisogni materiali e spirituali, sia posto sempre al centro della vita economica e sociale, e costituisca l’ansia principale di tutta l’azione politica. b. Riconoscendo la legittima autonomia delle realtà terrene, siano costantemente affermati e chiaramente testimoniati quei valori umani ed evangelici “che sono intimamente connessi con l’attività politica stessa, come la libertà e la giustizia, la solidarietà, la dedizione fedele e disinteressata al bene di tutti, lo stile semplice di vita, l’amore preferenziale per i poveri e per gli ultimi” (Christifideles laici, 42). c. L’impegno politico sia alimentato con decisione dallo spirito di servizio “che solo, unitamente alla necessaria competenza ed efficienza, può rendere trasparente o pulita l’attività degli uomini politici, come del resto la gente giustamente esige” (ibid.). d. Chi ha responsabilità relative alla politica e alla pubblica amministrazione “abbia sommamente a cuore alcune virtù, come il disinteresse personale, la lealtà dei rapporti umani, il rispetto della dignità degli altri, il senso della giustizia, il rifiuto della menzogna e della calunnia come strumento di lotta contro gli avversari, e magari anche contro chi si definisce impropriamente amico, la fortezza per non cedere al ricatto del potente, la carità per assumere come proprie le necessità del prossimo, con chiara predilezione per gli ultimi”. e. Non vengano mai sacrificati “i beni fondamentali della persona e della collettività per ottenere consensi; l’azione politica da strumento per la crescita della collettività non si degradi a semplice gestione del potere, né per fini anche buoni ricorra a mezzi inaccettabili”. f. La politica “non permetta che si incancreniscano situazioni di ingiustizia per paura di contraddire le posizioni forti. Si tagli l’iniquo legame tra politica e affari. Siano facilitati gli strumenti di partecipazione diretta dei cittadini alle scelte fondamentali della vita 239 comunitaria”(Comm. CEI Giustizia e Pace, Educare alla legalità, 16). 348. Stimolando la società civile ad appropriarsi della funzione politica sua propria. Perché la vita sociale possa svolgersi in modo corretto, è indispensabile che la comunità civile si appropri (o riappropri) di quella funzione politica che troppo sovente ha delegato esclusivamente ai cosiddetti professionisti della politica. “Non si tratta di superare l’istituzione partito, che rimane essenziale nell’organizzazione dello Stato democratico, ma di riconoscere che si fa politica non solo nei partiti, ma anche al di fuori di essi, contribuendo a uno sviluppo globale della democrazia con l’assunzione di responsabilità di controllo e di stimolo, di proposta e di attuazione di una reale e non solo declamata partecipazione.” (Ibid, 17). La comunità cristiana e i cristiani impegnati in politica Vede 349. I cristiani impegnati in politica. La presenza dei cristiani nelle istituzioni pubbliche ha una tradizione ed è una realtà che nessuno onestamente può ignorare. Espressa in forma largamente unitaria, anche per responsabile sollecitazione della Chiesa di fronte a situazioni straordinariamente difficili e impegnative, essa è stata presenza decisiva per la ricostruzione del Paese dopo la guerra, per l’elaborazione di un nuovo ordine costituzionale, per la salvaguardia della libertà e lo sviluppo della società italiana in diversi settori di rilievo, per la convinta apertura all’Europa, per la garanzia della pace (cfr. Diocesi di Sovana-Pitigliano-Orbetello, Missione dei laici nella Chiesa e nella società, 3.7 - Incontro dei laici cattolici, Pitigliano 21.03.1982). Il nostro Paese era uscito dalla seconda guerra mondiale in gran parte distrutto nelle sue strutture portanti e moralmente prostrato, ma rapidamente si è ricostruito, si è rinnovato ed è cresciuto fino a divenire una grande potenza economica, a strutturarsi come società più giusta con minori squilibri tra le classi, a costituirsi come nazione democratica e moderna. Tutto questo non è avvenuto da sé, per chissà quali fortunate 240 circostanze. È stata la politica che ha cambiato il volto dell’Italia e ne ha fatto un Paese progredito. E il merito va in larga parte (anche se non solo) agli uomini che hanno operato nel partito d’ispirazione cristiana. Non tutto è stato luce; le ombre non sono mancate: momenti di grave caduta ideale, fatti gravi sotto il profilo morale specie negli ultimi periodi, errori politici. Ma, quando si potrà scrivere con serena obiettività la storia del passato cinquantennio, apparirà chiaramente che nella politica della Democrazia Cristiana il positivo ha superato largamente il negativo, che purtroppo non è mancato. L’apertura, negli ultimi decenni del secolo scorso, della grande stagione del dialogo tra Chiesa e mondo contemporaneo, con il superamento definitivo sia della rottura e del clima di scomunica del passato, sia della nostalgia della cristianità perduta, unitamente ad una serie di straordinari avvenimenti quali la disintegrazione dell’impero sovietico con tutto quello che, a partire dal 1989, ne è seguito, hanno creato le condizioni perché la presenza dei cristiani nella politica del nostro Paese mutasse nelle forme e nei protagonisti. Ciò ha aperto un percorso non ancora concluso e i cui esiti debbono essere ancora colti in profondità. Anche nella nostra diocesi vi è una storia di presenze cristiane in politica lunga e significativa. Presenza che, per lunghi anni, in ragione dei tratti politici del nostro territorio, non ha permesso loro (se non in sporadici casi) di impegnarsi, con ruoli di governo, nelle pubbliche istituzioni. Negli ultimi tempi la situazione è mutata, conducendo persone chiaramente ispirate ai valori cristiani, a ricoprire ruoli istituzionali di primo piano, ad assumere posizioni di governo o a continuare l’attività di controllo e stimolo proprio delle minoranze. 350. Il passaggio dall’unità politica dei cattolici ad un pluralismo non assestato. Il nuovo pluralismo dei cattolici, che abbiamo imparato a conoscere da alcuni anni a questa parte, non è stato tanto il frutto di una maturazione, quanto piuttosto di eventi esterni non sufficientemente metabolizzati. Esso, per un verso, non ha fatto altro che realizzare quanto da tempo affermato dalla riflessione sociale cristiana e può essere portatore di fermenti positivi nel tessuto sociale e politico. Peraltro, il rischio che ancora porta con sé è quello di vanificare le conquiste fatte da Sturzo in avanti: cioè, di far regredire la presenza autonoma dei laici cattolici in politica relegandoli nel tunnel dell’insignificanza e di ritornare ad usare categorie solo o prevalentemente religiose piuttosto che categorie men241 tali di tipo politico. Inoltre, le divisioni e le lotte politiche degli ultimi tempi hanno rischiato di ripercuotersi e in certi casi si sono ripercosse anche dentro la comunità ecclesiale diocesana. E può essersi ingenerata una sorta di qualunquismo politico consistente nell’idea che tutti i partiti si equivalgono e che il cattolico possa dare il suo assenso a tutti i programmi politici. Valuta 351. Indispensabile la presenza dei fedeli laici nel servizio cristiano del mondo. Se c’è un punto fermo emerso sia dalla crisi sociale e culturale del nostro tempo, sia dall’approfondimento dell’ecclesiologia del Concilio, è la necessità di fedeli laici maturi (uomini e donne), che si dedichino alla nuova evangelizzazione e al servizio cristiano del mondo. Laici cristiani il cui campo proprio della loro attività evangelizzatrice “è il mondo vasto e complicato della politica, della realtà sociale e dell’economia; (…). Più ci saranno laici penetrati di spirito evangelico, responsabili di queste realtà ed esplicitamente impegnati in esse, competenti nel promuoverle e consapevoli di dover sviluppare tutta la loro capacità cristiana spesso tenuta nascosta e soffocata, tanto più queste realtà, senza nulla perdere né sacrificare del loro coefficiente umano, ma manifestando una dimensione trascendente spesso sconosciuta, si troveranno al servizio dell’edificazione del Regno di Dio, e quindi della salvezza in Gesù Cristo” (Evangelii nuntiandi, n. 70). Veramente i laici cristiani “non possono affatto abdicare alla partecipazione alla politica” (Christifideles laici, 42). 352. Qualificante lo spirito evangelico nel servizio politico. Per vivere da cristiani un servizio alla politica il criterio cardine è la coerenza col Vangelo. Coerenza non solo teorica, ma vissuta nella vita personale e testimoniata e mediata nella vita pubblica. Coerenza che non è mera proclamazione, in via di principio, dei valori discendenti dal patrimonio di fede e dalla dottrina sociale della Chiesa: quali la dignità della persona umana dal suo concepimento fino al termine naturale della vita, la famiglia, la scuola, il lavoro, la destinazione universale dei beni della terra a tutti gli uomini, la scelta preferenziale per i poveri, la lotta al sottosviluppo e l’accesso di tutti a una vita dignitosa e sicura, la difesa dei deboli contro la sopraffazione dei forti. Affermare questi 242 valori è già una forma di coerenza. Ma è anche individuazione di strumenti di traduzione pratica che possono essere condivisi. Del resto il cristiano che si impegna nella politica trova nel vangelo e nella dottrina sociale della Chiesa non un ostacolo all’esercizio libero del suo servizio, ma piuttosto un sostegno alla sua coscienza perché il suo agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune. In questo senso non ci può essere divisione di coscienza nel cristiano impegnato in politica fra il suo aderire al vangelo e il suo servire laicamente la comunità (cfr. Congreg. Per la dottrina della fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 6) Esiste un modo cristiano di fare politica. È indicato efficacemente nella parabola del servo inutile: anche quando compie imprese grandi, fa esperienza della propria inadeguatezza e della potenza di Dio. Da questo principio deriva l’identikit del cristiano in politica: deve essere un uomo libero, coraggioso e creativo, capace di gratuità. Capace di vivere l’impegno per la costruzione della città dell’uomo non come una professione qualsiasi, ma come una vocazione, cioè come parte integrante della stessa vocazione battesimale, confidando più sulla forza della grazia di Dio che sulle proprie doti naturali. L’attenzione dei cristiani poi, oltre che ai contenuti, deve guardare anche ai metodi della politica, dal momento che gli stessi valori rischiano di essere messi in pericolo da un metodo generale di fare politica. Anzi, la vita ispirata dal Vangelo lancia suggestioni di fondo sui fini e sulle modalità di gestire la politica: la Pasqua di Gesù attesta che Dio esprime la sua grandezza nel prendersi cura, nel far crescere, non nel sottomettere. È il prendersi cura delle condizioni che consentano la partecipazione di tutti. S. Gregorio Magno ricorda che “governano rettamente coloro che non guardano in sé il potere del grado, ma l’uguaglianza di condizione e non godono nel fare superiori, ma nel fare il bene agli altri” (S. Gregorio Magno, Commento al libro di Giobbe, 21,23). Gesù, inoltre, domanda di interpretare i compiti che il campo della politica pone, senza lasciarsi assorbire dai suoi giochi, ma ispirandosi alla dignità dell’uomo e al suo cammino storico di maturazione (cfr. Lc, 20, 20-26). Vi è inoltre da considerare una tentazione sottile che insidia oggi i cristiani: rinunciare alla costruzione del modello globale della città e dello Stato, per accontentarsi di vivere e agire nel pre-politico e nel sociale, senza lo sforzo di pensare e agire “politicamente”. Pur non negando 243 l’importanza di queste forme di presenza, è però chiaro che questo non è sufficiente. Sarebbe grave se i cattolici, per ottenere la concessione di qualche vantaggio su problemi che stanno a cuore alla Chiesa, accettassero di mettersi in disparte, lasciando ad altri elaborare e attuare il progetto globale di società. Un simile comportamento servirebbe magari a far passare qualche richiesta valoriale, ma ciò però avverrebbe solo per bruta forza contrattuale, non come esito di una maturazione e di un convincimento del costume di tutti. Se quindi i credenti si appagassero di essere lodati da tutte le forze politiche solo per impegni parziali, potrebbe verificarsi una frattura indebita dell’impegno politico, che riserverebbe spazi settoriali al cristiano, precludendogli la visione più globale di costruzione dell’uomo e della società, che sarebbe appannaggio di altri costruttori, più globali. 353. Legittimo il pluralismo tra i cristiani impegnati in politica. Il pluralismo delle opzioni politiche è, come detto, ormai prassi normale anche tra i cristiani: si possono dare programmi, ugualmente coerenti con i valori cristiani e con la dottrina sociale della Chiesa, sui quali tuttavia è legittimo esprimere giudizi diversi quanto alla loro maggiore o minore opportunità, efficacia o urgenza. Ciò non vuol dire che qualsiasi programma sia indifferente per la coscienza cristiana. Il pluralismo legittimo dei cristiani non significa relativismo culturale ed etico o indifferentismo, non significa dare il medesimo valore a tutte le concezioni sul bene dell’uomo (cfr. Congreg. per la dottrina della fede Nota dottrinale..., 6). 354. Opportuno dar vita ad una unità trasversale sui valori. Nella società secolarizzata e pluralistica la sfida non sembra stare, allora, nel ricostruire l’unità partitica dei cristiani, ma piuttosto nel realizzare una nuova forma di presenza, a cominciare da una necessaria unità trasversale sui valori. Occorre creare luoghi di dialogo e di confronto tra i cristiani che legittimamente hanno fatto opzioni politiche diverse. Parimenti, occorre superare il fossato tra cattolici e laici, per cui si tende a presentare come confessionali problemi che in realtà sono semplicemente civili (cfr. Congreg. per la dottrina della fede Nota dottrinale..., 5). Agisce 355. Attraverso la testimonianza di laici maturi. L’orientamento di tutta la società a Dio è un compito primario dei laici: 244 “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (Lumen gentium 31). Senza un laicato maturo e impegnato non è più possibile oggi alla Chiesa rendersi socialmente presente nel mondo. Ciò è vero anche per la nostra situazione diocesana. E’ attraverso la loro scelta sociopolitica (da soli o in gruppo) che essi assolvono al compito di “rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze in cui essa non può divenire sale della terra se non per mezzo loro” (Lumen gentium, 33). 356. Preparando personalità politiche mature e radicate nella fede. La visione cristiana della politica riserva sempre il primo posto alla formazione della coscienza: prima di tutto la formazione alla vita cristiana che parte dai comuni mezzi della santità, riscopre la centralità della coscienza, prevede un adeguato itinerario educativo; quindi la formazione alla politica che parte dalla scuola della vita quotidiana (osservare le leggi, salvo quelle dichiarate ingiuste, pagare le tasse, informarsi, esercitare i diritti quali il voto e via dicendo); poi si incontra con la conoscenza della Dottrina Sociale della Chiesa; infine, viene il tirocinio del singolo alla scuola della partecipazione politica più diretta, nel partito o nelle funzioni istituzionali, mediante la maturazione della capacità di assumersi delle responsabilità. Come per ogni vocazione, ciò richiede tempo e quindi capacità di sapere attendere. 357. Favorendo il sorgere di autentiche vocazioni cristiane alla politica. La comunità cristiana si impegna a favorire il sorgere di autentiche vocazioni cristiane alla politica, nel suo seno e sensibilizzando le famiglie ad essere fedeli alla vocazione dell’amore matrimoniale. Come ogni vocazione, infatti, una vera vocazione politica cristiana può nascere solo da una comunità parrocchiale viva, che faccia sperimentare l’aiuto alle persone, la collaborazione nella risoluzione dei problemi, il farsi carico di attività di servizio, il dialogo rispettoso delle diverse età e sensibilità. Può altresì derivare da famiglie fedeli alla loro vocazione, nell’ambito delle quali trovano spazio la maturazione delle virtù civiche, un protagonismo sociale attivo, il rispetto reciproco e l’amore vicendevole. Tutto ciò crea l’humus necessario allo sbocciare e al crescere di autentiche vocazioni cristiane alla politica. 358. Promuovendo luoghi di dialogo e impegnandosi nella formazione sociale e politica. 245 È una precisa e inderogabile responsabilità pastorale della comunità ecclesiale individuare e predisporre luoghi, strumenti, servizi finalizzati alla formazione della coscienza sociale e politica dei cristiani (cfr. CEI, La Chiesa italiana e le prospettive del Paese, 39, e Commissione CEI per i problemi sociali e il lavoro, La formazione all’impegno sociale e politico). L’analisi della nostra situazione diocesana fa ritenere utile riprendere, se necessario con nuove modalità, l’organizzazione di Scuole di formazione all’impegno sociale e politico, dove i vari itinerari di tipo spirituale, dottrinale, etico e culturale possono far maturare autentiche motivazioni di impegno nel campo del sociale e della politica. 359. Proponendo ai laici cristiani della diocesi di creare un’area culturale cristianamente orientata. Se è vero che la natura della crisi odierna è essenzialmente culturale, morale e spirituale, il bisogno più urgente che si avverte è quello di risolverla a partire proprio da queste sue radici, cioè dalla riaffermazione dei valori etici e culturali. Per collaborare, nel nostro piccolo, alla realizzazione di una nuova civiltà dell’amore, bisogna allora essere presenti moralmente e culturalmente nel nostro territorio e tra la nostra gente. Ciò va fatto in una forma nuova che si collochi tra la scelta religiosa della comunità ecclesiale e la scelta socio-politica dei fedeli laici che decidono di testimoniare i valori cristiani militando in politica. Da ciò può derivare la possibilità di proporre alla libertà dei laici cristiani della Diocesi la creazione di un Area culturale cristianamente orientata, gestita dai fedeli laici, ma aperta a tutti, credenti e non credenti. * * * 360. “La nostra conversione non è un atto pietistico, ma un fatto politico: vuol dire contribuire a che il piano di Dio si realizzi nella storia. Occorre collaborare al piano di Dio con decisione e abbandonare le esitazioni; ormai le nostre piccole cose, la nostra piccola politica non ci interessano più: siamo corresponsabili di un grande disegno, di una grande avventura” (G. La Pira). 246 APPENDICI 247 248 I SINODI NELLA STORIA DELLA DIOCESI (*) La prima menzione di «sinodi», solitamente tenuti in Sovana, la troviamo nel noto «Processo di Acquapendente» del 28 giugno 1193 tra il nostro vescovo Giordano e la Chiesa di Orvieto per le terre usurpate della Val di lago (cfr. I. Corridori, La Diocesi di Pitigliano Sovana Orbetello nella storia, vol. I, pp. 214 -223). Da più testi vengono ricordati detti sinodi. Il primo a parlarne è un tal Paganuccio da Pitigliano che aveva visto con i suoi occhi i preti di Grotte di Castro venire al sinodo e alle ordinazioni al tempo del vescovo Pietro: «.. et vidit clericos criptenses venire ad sinodum et ad ordinationes..» (cfr. ivi, p. 219). Sinodo anticamente era sinonimo di concilio, o comunque sempre di assemblee importanti che trattavano problemi del clero e del popolo di una diocesi. Andando per ordine possiamo trovare tracce di diversi di questi sinodi nella nostra diocesi. Un vero e proprio sinodo, il primo di cui si ha memoria certa, fu quello celebrato a Sovana il 2 maggio 1601 dal vescovo Metello Bichi (cfr. ivi, p. 309). Il secondo viene celebrato a Sovana il primo giugno 1620 dal vescovo Ottavio Saracini. L’assemblea si svolge in cattedrale con la Messa dello Spirito Santo ed una processione all’interno della chiesa a motivo di una pioggia torrenziale. Il pranzo è consumato nella sala superiore dell’episcopio. Nel pomeriggio viene emessa dai partecipanti la professione di fede e vengono eletti dieci esaminatori sinodali per il buon governo della diocesi (cfr. ivi, p.312). Il terzo è quello del vescovo Scipione Tancredi celebrato nel 1626. La notizia la troviamo nel 1639 negli atti sinodali del successore, vescovo Spennazzi (cfr. ivi, p. 313). Il quarto è quello del 17 novembre 1639 in Sovana, indetto dal vescovo Enea Spennazzi. Si tratta del primo sinodo descritto con ricchezza di particolari (cfr. ivi, pp 315-316). Nella mattinata di quel giovedì novembrino una grande processione anima Sovana (30 chierici, 20 sacerdoti semplici e 50 beneficiati, molti canonici di Sovana, Pitigliano, Sorano e Scansano; il Vescovo che reca la reliquia del braccio di san Gregorio VII; maggiorenti e fedeli). Seguono: la Messa dello Spirito Santo; un cenno ai sinodi celebrati; si ricordano le costituzioni sinodali del concilio di Trento; l’elezione di tre penitenzieri; la nomina dei vicari foranei; dei giudici sinodali; del segretario del sinodo e degli esaminatori sinodali (cfr. ivi, pp. 315-316). Il quinto sinodo risulta quello del vescovo Pier Maria Bichi, convocato in Pitigliano il 15 ottobre 1682 (cfr. ivi, p. 324). Il sesto quello di mons. Pietro Valentini, adunato nella chiesa di San Francesco a Pitigliano il 13 maggio 1687. Presenti 29 canonici, 29 fra parroci e curati, 55 beneficiati, 39 non beneficiati, 40 chierici; per un totale di 192 presenti. Ne escono fuori le Costituzioni, redatte in 23 capitoletti che ripetono le consuete trattazioni (cfr. ivi, p. 326). Entra in diocesi il 13 dicembre 1688 il vescovo Domenico Maria Della Ciaia. Con lui si ha una fioritura eccezionale di visite pastorali (ben sette) e di sinodi (ben sei) e la fondazione del primo seminario diocesano. Questi i sinodi: il 9 maggio 1690 in Sovana. Due anni dopo ne vengono redatte le Costituzioni, composte di 23 capitoletti con le consuete trattazioni; il 20 aprile 1693 in Scansano; il 15 maggio 1696 in Pitigliano; il 22 maggio 1703 in Pitigliano; il 3-4 maggio 1706 in Pitigliano; il 13 maggio 1709 in Pitigliano (cfr. ivi, 328- 343). 249 Nel 1707, presso la tipografia del seminario di Montefiascone, veniva stampato un libro sui sinodi dal titolo «Diocesana synodus suanensis», contenente le Costituzioni sinodali promulgate nei sinodi del 1690, 1693, 1696 e 1703. Nell’appendice sono contenuti i testi di bolle, decreti, dichiarazioni e lettere della S. Congregazione dei vescovi. Interessante il Compendio della Dottrina cristiana. Il volume, di 194 pagine, di formato medio e ben rilegato, con copertina pesante in cartone marmorizzato, è conservato nel nostro archivio storico diocesano (cfr. ivi, pp. 340-342). Alla distanza di ben 227 anni dal precedente, viene celebrato il tredicesimo sinodo in Pitigliano, nel palazzo dell’episcopio, nei giorni 23 e 24 settembre 1936. A tenerlo è il vescovo Stanislao Battistelli. Rimane a testimonianza la storica fotografia dinanzi al solenne e monumentale ingresso del palazzo e, come scritto, rimane il volumetto «Suanen - Pitilianen Synodus A.D. MCMXXXVI», stampato presso la tipografia Augustiniana di Roma, su mandato del vescovo menzionato (cfr. ivi, pp. 508-510). Il quattordicesimo sinodo, indetto dal vescovo Battistelli, veniva celebrato, in un modo quasi inavvertito, nel luglio 1946. In esso si chiedeva al papa Pio XII di proclamare san Gregorio VII patrono «aeque principaliter» della diocesi con San Mamiliano, mentre San Paolo della Croce veniva dichiarato patrono secondario (cfr. ivi, p. 516). Il sinodo appena celebrato potrebbe essere quindi il quindicesimo, ma per maggiore tranquillità sarà bene definirlo «Il primo sinodo del terzo millennio cristiano». Questa è la verità che gli compete, giustamente, senza il pericolo di sbagliare. (*) Mons. Ippolito Corridori 250 LA PREPARAZIONE DEL SINODO Il 25 maggio 2002, giorno in cui la Chiesa ricorda San Gregorio VII, il vescovo Mario Meini, nella cattedrale di Sovana, città natale del grande Ildebrando, nell’atto di concludere ufficialmente la Visita Pastorale, ha indetto il Sinodo diocesano, firmando il seguente decreto. La veneranda tradizione della Chiesa testimonia che molte volte i vescovi hanno sentito il dovere di convocare il clero e il popolo per invocare, unanimi, lo Spirito del Signore e per cercare insieme, nella luce del vangelo, le risposte più adatte alle esigenze che ogni momento della storia comporta. Dopo sei anni di ministero in questa diocesi, segnato dalla felice e feconda celebrazione del giubileo di fine millennio, al termine della visita pastorale che mi ha fatto incontrare sistematicamente molti fedeli e considerare con maggiore vicinanza la condizione delle singole parrocchie, è sembrato bene anche a me valutare l’opportunità di mettere in atto una convocazione sinodale per cercare di ascoltare insieme che cosa oggi lo Spirito Santo dice alla nostra Chiesa. Avendo ascoltato il parere del consiglio presbiterale e poi anche del consiglio pastorale diocesano, con il presente decreto indico il Sinodo Diocesano da tenersi secondo le norme del codice di diritto canonico e le indicazioni contenute nella recente istruzione sui sinodi emanata dalle competenti congregazioni della Santa Sede. Chiedo a tutti i presbiteri, i diaconi, i religiosi e i laici della Chiesa di Dio che è in Pitigliano Sovana Orbetello di volersi preparare spiritualmente a questa celebrazione e di rendersi disponibili a collaborare in ogni modo per la sua buona riuscita. Affido questo impegno all’intercessione della Madre di Dio, devotamente venerata nei santuari e nelle chiese della diocesi, alla protezione di S. Mamiliano, di San Paolo della Croce e soprattutto di San Gregorio VII, inclito figlio della nostra terra, nella cui festa annuale appongo il sigillo a questo atto, sopra l’altare dell’antica cattedrale di Sovana. Dalla cattedrale di Sovana, il 25 maggio 2002, festa di san Gregorio VII. + Mario Meini, vescovo can.co Adorno Stendardi, cancelliere 251 Una lunga preparazione remota Negli anni precedenti la diocesi aveva vissuto e messo in atto una serie di proposte pastorali, che di fatto hanno costituito una progressiva preparazione alla celebrazione del sinodo. Una rapida sintesi di questa lunga preparazione remota è stata offerta dal vescovo stesso nell’omelia della celebrazione di apertura del sinodo. “La convocazione di oggi non viene all’improvviso: in questi anni, che il Signore ci ha concesso di percorrere insieme, abbiamo affrontato precise scadenze, senza indulgere alla pigrizia che inclina a rimandare e del percorso compiuto siamo ora in grado non solo di vedere i difetti e le lacune, ma anche di scoprire il filo conduttore, che, passo dopo passo, ci ha portati a questa tappa. Innanzitutto ci fu l’invito a preparare il giubileo con la mobilitazione a confermare o ad imprimere uno slancio missionario in tutte le attività pastorali, a tenere sempre l’annuncio del vangelo come motivo primo di ogni nostra preoccupazione. Ci fu poi la grazia dell’evento giubilare e la considerazione del vangelo della misericordia, con l’invito alla novità della conversione e alla gioia della riconciliazione. Fece seguito la visita pastorale per favorire e incoraggiare lo stile di missione nelle nostre parrocchie: durante quella visita ebbi modo di evidenziare ovunque il molto bene trovato e di annotare con dolcezza, scrivendolo come consiglio per il futuro, quanto mi apparve più carente. L’insieme dei rilievi positivi e dei consigli suggeriti nella visita ha costituito un materiale abbondante per avviare la consultazione nelle parrocchie e tra i fedeli di buona volontà, in vista del sinodo. Le indicazioni emerse poi da questa ulteriore consultazione durante l’anno appena trascorso e soprattutto la preghiera assidua di tante persone, particolarmente dei malati e degli anziani, ci permettono ora di guardare con fiducia al compito che ci attende.” Nel decreto di indizione veniva anche indicata la costituzione della commissione preparatoria, che di fatto (inseguito alla rinuncia per ragioni personali da parte di due membri ) risultava così composta: Presidente, il vescovo Meini mons. Mario, Vice presidente il vicario generale, Bindi mons. Fosco, Segretario e addetto stampa Landini don Mariano, Gubernari mons. Giorgio, Burattini don Antonio, Caprini don Luca, Carrucola don Maurilio, Guerrini don Gian Pietro, Serio don Marcello, Rocchi suor Rosa, Dal Col Simonetta, Friz Marcella; Gentili Stefano; Ginesi Maria Ada; Rossi Piero. Immediatamente insediata, la commissione ha subito iniziato il suo lavoro di orientamento e di programmazione. 252 La preparazione prossima Quindici giorni dopo l’indizione, il 7 giugno 2002, solennità del Sacro Cuore, valutate le proposte della commissione preparatoria, il vescovo ha presentato a tutto il clero della diocesi, riunito a Pitigliano in assemblea, la bozza organizzativa del sinodo. Valutate anche le osservazioni dei sacerdoti e dei diaconi, il documento è stato pubblicato in data 22 luglio con il titolo “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice...”. Se ne riportano alcuni brani che tracciano il lavoro di preparazione, chiesto alle parrocchie e quindi a tutti i fedeli. (...) Quest’anno in preparazione al Sinodo sarà opportuno considerare bene come il medesimo Spirito, che “ha parlato per mezzo dei profeti” e ha ispirato le sacre pagine, continua a parlare ancora oggi alla sua Chiesa, sia pure in modi diversi e sempre nuovi: scegliamo quindi come tema dell’anno “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice…” con lo scopo di comprendere meglio in che modo lo Spirito Santo ci ricorda la parola del Signore e ci guida verso la verità intera. In questo contesto di discernimento spirituale la proposta del sinodo intende costituire una forma privilegiata di ascolto dello Spirito che parla alla sua Chiesa. Cos’è il sinodo. Fare un sinodo significa, alla lettera, fare insieme un cammino. Il codice di diritto canonico presenta il sinodo diocesano come la “riunione di sacerdoti e di altri fedeli… per prestare aiuto al vescovo in ordine al bene comune di tutta la comunità diocesana”... Perché fare un sinodo. Il motivo per cui è stato indetto questo sinodo è quello di compiere insieme un cammino per giungere a condividere alcune determinazioni, ritenute importanti per la vita della diocesi: un desiderio di confrontarci attentamente perché le decisioni del vescovo possano maturare nell’ascolto di chiunque abbia voluto offrire un suo contributo alla preparazione e di quanti saranno chiamati, insieme ai sacerdoti, a comporre l’assemblea sinodale Non possiamo ignorare che la nostra diocesi sta attraversando un periodo di forte cambiamento: un cambiamento nella vita sociale ed economica delle persone, che incide profondamente anche nelle abitudini e nella pratica religiosa. Alcune antiche parrocchie hanno visto scendere vertiginosamente il numero dei loro abitanti. Le zone costiere e quelle del primo entroterra vengono a popolarsi, in maniera fino a pochi decenni or sono impensata, di persone che sistematicamente trascorrono fra noi il sabato e la domenica; analogamente ha preso uno sviluppo notevole la rete dell’agriturismo, con l’aumento davvero sensibile della popolazione soprattutto nei giorni festivi e l’avvio di un sistema di lavoro che ha sconvolto i ritmi consueti di vita nelle nostre campagne. L’immagine 253 della vita parrocchiale ha subito un condizionamento notevole in tutti i suoi aspetti. Dobbiamo poi tener conto del desiderio di stabilità che si registra in diocesi. Alcuni sacerdoti, specialmente i più anziani, dicono di aver conosciuto molti vescovi, ciascuno con i propri punti vista e per di più in un periodo, quello postconciliare, che è stato caratterizzato da un notevole cambiamento in tutta la Chiesa; l’esperienza poi degli amministratori apostolici e i ripetuti tentativi di soppressione hanno acuito ulteriormente questo senso di smarrimento. Adesso sembra il momento opportuno per riconsiderare il tutto con calma, cercando di consolidare meglio il senso della nostra Chiesa locale e di stabilire alcuni orientamenti essenziali per il prossimo futuro. Tutto questo dovrebbe favorire una bella esperienza di Chiesa, una crescita serena dei fedeli nella consapevolezza e nella responsabilità, una purificazione nella nostra disponibilità a seguire più generosamente il Signore e a servire più puntualmente i fratelli. Gli argomenti per il sinodo. Gli argomenti vogliono abbracciare un po’ tutta la nostra vita diocesana; ne sono stati previsti dieci: l’annuncio del vangelo, la liturgia e l’educazione alla preghiera, la testimonianza della carità, le famiglie (coppie, educazione dei figli, giovani, anziani), i cristiani nella Chiesa e nella vita pubblica, l’accoglienza dei turisti, l’organizzazione della diocesi e le parrocchie, il vescovo, i sacerdoti e i diaconi, le persone di vita consacrata, l’amministrazione della diocesi e delle parrocchie. La preparazione del sinodo. Il primo impegno nella preparazione del sinodo non può che essere quello della preghiera. Ciascuna parrocchia dovrà sentirsi come la prima comunità cristiana stretta intorno a Maria e agli apostoli, tutti unanimi nella preghiera in attesa della Pentecoste. Per facilitare l’invito alla preghiera sarà stampata e distribuita ai fedeli una immagine con una invocazione specifica per questo evento della nostra Chiesa. Saranno altresì distribuiti alle parrocchie alcuni formulari da inserirsi nella preghiera universale della messa e nelle intercessioni della liturgia delle ore. Di capitale importanza resta l’invito alla preghiera personale, particolarmente alla preghiera degli ammalati e degli anziani, che esprimeranno così, in questa forma preziosa e insostituibile, la loro partecipazione al sinodo e alle fasi della sua preparazione. È fondamentale poi comprendere bene e far comprendere il significato del sinodo e la sua importanza nella vita della Chiesa. A tale scopo sembra utile prima di tutto valorizzare le iniziative consuete già in atto: le scuole zonali in autunno, eventuali giornate particolari di studio, gli incontri ordinari dei sacerdoti, gli incontri delle religiose. Nelle singole parrocchie si troverà il modo migliore per spiegare ai fedeli il significato del sinodo. A suo tempo poi saranno organizzati incontri specifici per i “sinodali”. 254 È già attiva una commissione preparatoria centrale con una segreteria per indirizzare e coordinare i lavori. A sua volta la commissione centrale ha costituito dieci sottocommissioni di lavoro, una per ogni argomento da trattare, formate da circa dodici persone ciascuna: sono stati invitati a formare queste commissioni tutti i sacerdoti e i diaconi, alcune religiose e un buon numero di laici. I presidenti e i segretari delle commissioni sono già a lavoro, mentre le prime riunioni avranno luogo in settembre. A tempo opportuno verranno indicati i “sinodali”: tutti i sacerdoti e inoltre un certo numero di religiose e laici, secondo criteri da stabilire. Il “Sinodo in parrocchia”. Fra i vari aspetti della preparazione del sinodo diocesano un momento importante sarà costituito dalla consultazione parrocchiale, che chiameremo “sinodo in parrocchia”. Il principio fondamentale che deve animare la consultazione parrocchiale è questo: chiunque vuole è chiamato ad esprimere in piena libertà il suo parere, personalmente o comunitariamente, secondo la propria competenza e la propria disponibilità, ascoltando con fede il suggerimento dello Spirito Santo. Per rendere più facile la consultazione saranno preparate alcune schede, brevi e semplicissime, che verranno inviate alle parrocchie (e a chiunque desidera riceverle) entro il mese di ottobre, prima che si concludano i corsi della scuola zonale. Le singole schede possono venire esaminate, rispettivamente secondo il loro contenuto: dal consiglio parrocchiale, dai catechisti, dal consiglio per gli affari economici, dal consiglio della Caritas, da una assemblea parrocchiale (meglio se una serie di assemblee), da persone non praticanti, dai centri d’ascolto … ma anche personalmente dal parroco o da singoli fedeli. In giorno di domenica o comunque in una circostanza festiva ritenuta particolarmente idonea, si celebri in ogni parrocchia la conclusione ufficiale del “Sinodo in Parrocchia”, presentando alla assemblea eucaristica i risultati raggiunti. La circostanza suggerita per questa celebrazione è la prima domenica di quaresima (9 marzo 2003), oppure un’altra domenica di quaresima, oppure la festa di S. Giuseppe o dell’Annunciazione. Le riflessioni, debitamente firmate, dovranno essere inviate per scritto al vescovo o al segretario generale del sinodo possibilmente entro giovedì 13 marzo (assemblea quaresimale del clero) comunque non oltre la V domenica di quaresima, 6 aprile 2003. (...) Confermando quanto già in atto. La preparazione di un sinodo potrà essere veramente feconda solo nella misura in cui viene a calarsi nel tessuto vivo dell’esistenza quotidiana della comunità; l’attenzione specifica di quest’anno non deve distogliere 255 la nostra attenzione da quelli che sono gli impegni costanti di ogni comunità cristiana. Di per sé quindi l’unica vera esortazione dovrebbe essere questa: prepariamo il sinodo semplicemente vivendo bene la nostra vita cristiana nelle parrocchie. E l’orizzonte si apre sulla evangelizzazione, sulla liturgia, sulla carità e la vita sociale, ecc. La vita ordinaria (che è poi la vita più vera) delle parrocchie deve continuare integralmente in tutti suoi aspetti. Sarebbe assurdo preparare un sinodo per rinvigorirci nel cammino e intanto allentare le redini. Ma sono convinto che ogni parrocchia imposterà la propria preparazione al sinodo diocesano proprio cercando di rendere vivo ciò che meglio la caratterizza e la esprime. (...) Mentre la coscienza dei nostri limiti ci grava e ci fa sperimentare il senso della debolezza, la protezione della Madre di Dio e dei Santi patroni ci sostiene e ci ricorda che “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”. Per questo guardiamo con fiducia al sinodo e al nuovo anno pastorale, per intraprendere il santo viaggio, sapendo che sarà il Signore a guidare i nostri passi. La Commissione preparatoria, dopo aver enucleato i primi orientamenti del cammino sinodale, ha individuato dieci argomenti sui quali interessare il sinodo e ha indicato al vescovo la composizione di altrettante sottocommissioni. Dal lavoro di queste e dalla redazione messa i atto nella commissione preparatoria sono uscite le dieci schede inviate alle parrocchie nel mese di settembre, perché servissero da strumento di riflessione per il “sinodo in parrocchia”. Un appuntamento importante è stato quello del 27 settembre 2002. È venuto a Pitigliano il segretario generale della CEI, il vescovo mons. Giuseppe Betori. e ha inaugurato l’aula sinodale, appena restaurata (la sala “Ildebrando” già attiva nel palazzo vescovile) unitamente all’annesso archivio diocesano. Mons. Betori ha parlato agli oltre 200 intervenuti sugli aspetti teologici e pratici del sinodo. In quella circostanza si è cominciato a respirare il clima sinodale. Durante l’autunno 2002 e il successivo inverno si è svolto il “sinodo in parrocchia”. Nella primavera 2003 sono giunte le risposte. Molte sono state quelle inviate comunitariamente dalle parrocchie, molte anche quelle di singoli fedeli, diverse sono state maturate nei gruppi, alcuni hanno risposto dopo essersi interrogati in famiglia. Su tutte queste proposte, durante la primavera e l’estate 2003, le sottocommissioni hanno elaborato alcuni schemi, rivisti in seguito dalla commissione preparatoria e quindi anche dal vescovo stesso, per essere poi presentati all’assemblea sinodale. I testi pervenuti dalle parrocchie, dai gruppi e dai singoli fedeli, come pure i successivi schemi elaborati dalle commissioni, sono depositati nell’archivio diocesano. Intanto giungevano alla segreteria del sinodo i nominativi dei “sinodali”, cioè i sacerdoti che hanno accettato l’incarico, le religiose indicate dalle rispettive comunità, i laici indicati dalle parrocchie (in numero proporzionale a quello della rispettiva popo- 256 lazione), i laici scelti dal vescovo, in ragione del proprio ufficio nella curia diocesana o di particolari competenze. L’assemblea sinodale era stata pensata in modo da risultare sufficientemente rappresentativa, ma non eccessivamente numerosa (120-150 persone), idonea, insomma, per un iter di lavoro serio, ma anche spedito. 257 258 LA CELEBRAZIONE DEL SINODO Domenica 28 settembre 2003 la cattedrale di Sovana era gremita di fedeli, convenuti da tutte le parrocchie della diocesi insieme ai sinodali. Nella notte precedente e poi per tutta la mattina l’Italia era rimasta al buio per una improvvisa e generale mancanza della corrente elettrica, ma nel pomeriggio le antiche pietre della cattedrale avevano la luce, i colori e i suoni della festa. La solenne celebrazione d’apertura Il saluto iniziale del vescovo ricorda distintamente gli intervenuti ed esprime il clima della celebrazione Pace e luce dal Signore nostro Gesù Cristo a tutti voi nella sua santa Chiesa. L’augurio caldo e profondo che questo giorno sia momento significativo di un proficuo cammino, portato avanti sotto la guida dello Spirito Santo, sulla via che il Signore ci illumina e con la pace che lui solo sa infondere. Il primo pensiero deferente è per il santo Padre, che tramite il cardinale segretario di stato, rimasto a Roma presso di lui, si è fatto presente a questa celebrazione con un proprio messaggio. Con la nostra gratitudine desideriamo esprimere al papa gli auguri più fervidi per il prossimo giubileo del suo pontificato. Anche l’arcivescovo di Siena, nostro metropolita, non potendo oggi venire a Sovana, ha inviato un messaggio di affetto, di augurio e di partecipazione; da parte nostra contraccambiamo con un grato ricordo. E’ invece fra noi, e ci fa immensamente piacere, il vescovo Giovanni D’Ascenzi, che ha guidato questa Chiesa in anni difficili, compiendo passi determinanti per la nostra storia: se oggi siamo qui riuniti, molto si deve anche alla sua intelligenza, alla sua pertinacia, alla sua passione per la Chiesa. E’ con noi anche il vescovo Giovanni di Massa Marittima e Piombino, che ringrazio con affetto fraterno e stima sincera: la tua presenza ci onora, il tuo affetto ci incoraggia, la tua compagnia nella preghiera ci sostiene, la tua amicizia di oggi rinverdisce l’antico legame fra le nostre diocesi, innestato già con San Mamiliano. Saluto e ringrazio con te, il tuo vicario don Enzo e la coppia di sposi del consiglio pastorale che ti hanno accompagnato, Saluto cordialmente i delegati delle altre diocesi vicine, i vicari generali don Icilio Rossi di Montepulciano Chiusi Pienza, don Desiderio Gianfelici di Grosseto, figlio della nostra terra in Porto S. Stefano, don Marco Fabbri di Volterra, mio successore nel servizio parrocchiale a S. Giusto: i vostri volti ci confermano che la vicinanza non è un fattore di territorio, 259 ma un dono di comunione nello Spirito Santo. Restateci vicini e pregate per noi. Un ringraziamento colmo di fiduciosa ammirazione e di grande riconoscenza a tutti e singoli i sinodali: sacerdoti, diaconi, religiose e laici; avete assunto generosamente questo impegno gravoso e oggi siete pronti a iniziarlo, emettendo la professione di fede; il Signore vi conceda magnanimità e saggezza e vi ricompensi con la consolazione della sua grazia. Infine un saluto affettuoso a tutti voi, che oggi in questa cattedrale siete segno vivo dell’attenzione e della preghiera che ci accompagna, della fiducia con cui nella nostra Chiesa si guarda al sinodo che sta per iniziare. Intraprendiamo dunque il santo cammino. Lo Spirito Santo illumini le nostre menti, riscaldi i nostri cuori e guidi i nostri passi nella volontà di Dio Padre. Le litanie dei Santi scandivano l’ingresso dei sacri ministri in cattedrale e iniziava così la celebrazione. Era la XXVI domenica del tempo ordinario. Dopo l’omelia è stato cantato il Veni Creator, quindi, con i testi dell’Ordo ad synodum dell’antico pontificale, i sinodali hanno invocato insieme lo Spirito Santo e il vescovo li ha esortati alla franchezza. “Venerabili sacerdoti e fratelli nostri carissimi, dopo aver invocato lo Spirito del Signore e confidando nel suo aiuto, occorre che ciascuno di voi consideri con amore e buona volontà e con il massimo impegno possibile tutte le questioni che siamo chiamati a esaminare in questo sinodo: l’annuncio del vangelo, la celebrazione dei sacri misteri, i santi ministeri, i nostri comportamenti e tutte le necessità della Chiesa. Ciascuno proponga con rispetto come correggere tutto quello che sembra opportuno correggere. Se poi qualcuno disapprova qualche comportamento e qualche proposta, lo manifesti apertamente, senza temere il dibattito, perché una discussione sterile non precluda la scelta delle soluzioni più giuste e non si affievolisca la passione della nostra Chiesa nella ricerca della verità”. È seguita la professione di fede, quindi il vescovo ha dichiarato aperto il sinodo: Confidando nella grazia dello Spirito Santo che Dio nostro Padre ci ha promesso per mezzo del Signore Gesù Cristo, nell’intercessione della beata Vergine Maria, di San Mamiliano, di san Gregorio VII, di san Paolo della Croce e di tutti i santi della nostra Chiesa i cui nomi sono scritti nel libro della vita, nella buona volontà e nella costanza di tutti voi che avete emesso la professione della nostra fede, dichiaro aperto il sinodo diocesano della nostra Chiesa di Pitigliano Sovana Orbetello e invito tutti i membri sinodali a prender parte attiva alle varie riunioni generali che si susseguiranno a partire da oggi secondo il calendario stabilito. Il Signore porti a compimento quanto ha iniziato in noi e renda spiritualmente feconda questa eletta assemblea sinodale. 260 Le riunioni sinodali Nel corso della celebrazione in cattedrale è stato consegnato a tutti i sinodali il primo schema Comunicare il vangelo. Venerdì 10 ottobre si è aperto il primo dibattito in aula. Nel vescovado di Pitigliano era stata da poco ripristinata la Sala Ildebrando: lì si sono svolte tutte le riunioni assembleari. I singoli schemi sono stati prima discussi in maniera generale, poi letti in aula e discussi e corretti, articolo per articolo. Una volta approvati distintamente tutti gli articoli con voto palese per alzata di mano, ogni singolo documento è stato messo a votazione segreta su apposite schede. La prima sessione ha visto sette riunioni. Nella riunione del 14 novembre è stato votato il documento n. 1 <Comunicare il vangelo>: presenti 130; votanti 128; favorevoli 127, contrari 1. Il 21 novembre, al termine della riunione, alle 20.30, nella cattedrale di Pitigliano un sinodale è stato ordinato diacono: Maurizio Chimenti, della parrocchia di Cana. Al rito era presente anche la moglie Tecla. All’ultima riunione del 12 dicembre è intervenuto l’arcivescovo metropolita di Siena, Mons. Antonio Buoncristiani, con il vescovo di Massa Marittima Piombino, Mons. Giovanni Santucci e il vescovo di Grosseto Mons. Franco Agostinelli: i sinodali hanno vissuto un momento intenso di comunione fra Chiese sorelle. La seconda sessione è iniziata venerdì 23 gennaio 2004 e si è conclusa il 27 febbraio: cinque riunioni interamente dedicate al dibattito sugli schemi e alle votazioni. La terza sessione è iniziata venerdì 16 aprile e, attraverso sette riunioni, si è conclusa il 25 giugno. Alla riunione del 21 maggio, accompagnato dal vescovo emerito di Volterra, Mons. Vasco Bertelli, è intervenuto l’arcivescovo di Pisa, Mons. Alessandro Plotti, vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana e presidente della Conferenza Episcopale Toscana. L’arcivescovo si è confrontato con i sinodali, presentando una serie di riflessioni sulle parrocchia e la comunicazione del vangelo. Nella medesima riunione del 21 maggio si è votato il documento n. 2 <Celebrare i misteri di Cristo>: presenti 103, votanti 101, 97 sì, 3 no 1 astenuto; si è votato poi il documento n. 3 e <Testimoniare l’amore>: presenti 103, votanti 101, 100 sì, 0 no e 1 astenuto. La quarta sessione è iniziata venerdì 8 ottobre e si protratta per dieci riunioni fino al giorno 11 gennaio 2005. Nell’assemblea del 12 novembre 2004 sono stati votati i seguenti documenti: documento n. 7 (già schema n. 4) <Famiglie per dare la vita e l’amore>: presenti e votanti 110, 107 sì, 2 no, 1 bianca; documento n. 5 <L’attenzione a chi viene fra noi>: presenti e votanti 110, 110 sì; documento n. 10 (già schema n. 6) <Laici cristiani nella realtà socio-politica>; presenti e votanti 110, 105 sì, 2 no e 3 bianche; documento n. 8 <Ministri del Signore per il suo popolo>: presenti e votanti 110, 105 sì, 4 no, 1 bianca. Il 21 novembre, quasi improvvisamente, è morta Visma Sanchini, della parrocchia di Elmo: due giorni prima aveva partecipato regolarmente alla riunione sinodale. Nella 261 riunione successiva, il 26 novembre, il vescovo l’ha ricordata con affetto e riconoscenza; tutti i presenti hanno pregato per lei. Il 10 dicembre è intervenuto il cardinale Ennio Antonelli, arcivescovo di Firenze, che ha dialogato con i sinodali sul ruolo dei sacerdoti nel dare alle parrocchie un volto missionario. Il 10 gennaio, dopo breve malattia, è morto don Lucio Mattei, parroco di Semproniano, Petricci e Cellena, già parroco a Marsiliana, poi a Pitigliano; era stato anche rettore del seminario e cancelliere vescovile. Valente musicista, aveva composto per il sinodo l’invocazione alla Madre del buon consiglio. Con quel canto era iniziata ogni assemblea sinodale. Venerdì 14 gennaio il vescovo ha ricordato don Lucio e in particolare la sua appassionata vivacità nel sinodo; tutti i presenti hanno pregato per lui. Nell’ultima riunione, il 21 gennaio 2005, sono stati votati gli ultimi tre documenti: documento n. 4 (già schema n. 7) <La nostra Chiesa e le sue parrocchie>: presenti e votanti 106, 102 sì, 2 no, 2 bianche; documento 9 <Consacrati a Dio per il suo popolo>, presenti e votanti 106, 100 sì, 4 no, 2 bianche; documento 6 (già schema n. 10) <La condivisione dei beni>: presenti e votanti 106, 100 sì, 3 no, 3 bianche. Questo ultimo documento, riguardante l’amministrazione degli enti ecclesiastici, contrariamente a tutti gli altri schemi, non è stato discusso e votato nei singoli articoli, ma dopo la presentazione nel mese di novembre e la successiva discussione generale, sono stati chiesti emendamenti scritti sulle singole norme; alla fine, illustrate le varie correzioni, è stato votato complessivamente, come gli altri documenti, con votazione segreta. L’ultima riunione ha visto anche l’approvazione di una lettera dei sinodali ai fratelli e alle sorelle che sono nelle parrocchie: la lettera sarà consegnata dai parroci a tutte le famiglie, durante la benedizione pasquale. Il vescovo ha annunciato la nomina di don Gian Pietro Guerrini a vicario episcopale per l’applicazione del sinodo in diocesi. Al termine c’è stato l’affidamento della Diocesi alla Madre di Dio e ai Santi Patroni. In tutto trentuno riunioni: una di apertura nella cattedrale di Sovana, ventinove di dibattito nell’aula sinodale nel vescovado di Pitigliano, l’ultima, di chiusura, è prevista, ancora nella cattedrale a Sovana, per martedì 22 marzo 2005, in occasione della messa del Crisma. In quella occasione il vescovo promulgherà i documenti sinodali, che entreranno poi in vigore il 25 maggio, giorno della festa di S. Gregorio VII. 262 OMELIA tenuta dal vescovo il 28 settembre 2003 nella cattedrale di Sovana per la celebrazione di apertura del sinodo Ringraziamo il Signore, che ci riunisce oggi in questa chiesa madre per avviare col sinodo un cammino di comunione e di speranza. Ringraziamo il Signore e rimaniamo con fede alla sua presenza, garantita da lui, quando due o tre sono riuniti, non a titolo proprio, ma specificamente nel suo nome. Disponiamoci ad accogliere i suggerimenti del suo Spirito per lasciarci guidare da lui solo a compiere un’esperienza di Chiesa libera e serena. Ragionando secondo gli uomini può sembrare assurdo convocare un’assemblea numerosa e aprire un dibattito dall’esito incerto per stabilire norme che il vescovo potrebbe di per sé dettare anche da solo. Ragionando secondo la logica di Dio, sperimentata nella bimillenaria tradizione della Chiesa, nulla ci appare più congruo e opportuno che trattare insieme ciò che riguarda tutti, affinché il poco o il tanto che verrà deciso non scaturisca dall’intraprendenza di uno, ma sia frutto maturo della riflessione di tanti. Mentre vi ringrazio di aver aderito alla convocazione sinodale, mi affido alla vostra magnanimità e alla vostra sapienza per studiare insieme come essere oggi più credibili nella testimonianza a Gesù e al suo vangelo, come essere sempre più liberi e puntuali nella nostra organizzazione pastorale. (...) Una nuova realtà È sotto gli occhi di tutti e davanti al cuore di ognuno il cambiamento vertiginoso che la nostra società sta subendo e attuando. È un cambiamento che coinvolge l’umanità intera e quindi, in gradi diversi, l’occidente, il nostro paese e il nostro territorio. La vita che voi oggi conducete non è più quella dei vostri genitori, o tanto meno quella dei vostri nonni: è radicalmente cambiata nei suoi ritmi e in tante sue forme. Talvolta, invece, l’organizzazione della diocesi e i modi di annunciare il vangelo sono rimasti gli stessi di allora. Certo non mancano preziosi e significativi elementi di novità, come non mancano effettive sensibilità e lodevoli suggestioni per un opportuno rinnovamento pastorale. Si tratta ora di farne una verifica, di stabilire insieme ciò che è buono e di richiederne poi a tutti con autorevolezza una puntuale attuazione. Una nuova sfida Abbiamo davanti a noi una sfida: quella fede, che i nostri padri ci hanno tramandato e che noi abbiamo accolto con gioia, deve essere trasmessa, integra e viva, alle generazioni che verranno; quell’amore, che il Signore ha sempre riversato nella sua Chiesa e nelle famiglie e che noi abbiamo beneficamente sperimentato, deve essere comunicata a tutti gli uomini del nostro tempo. Di questa sfida siamo responsabili e di questa responsabilità dovremo rendere conto al Signore, ciascuno secondo il proprio ordine e grado. È una sfida che ci accomuna a tutti i fratelli nella fede di ogni luogo della terra, sotto la guida del Santo Padre, successore del beato apostolo Pietro. Ci accomuna particolarmente alla sollecitudine del vescovi italiani e dei loro collaboratori per annunciare il vangelo in un mondo che cambia. 263 Più da vicino questa sfida ci riguarda per il futuro della nostra Chiesa diocesana. Molti fedeli attendono da noi un segnale: alcuni con lucida coscienza, altri senza esplicita percezione, ma sono in molti ad attendere un segnale chiaro di fede autentica nel Signore Gesù Cristo e di testimonianza generosa per costruire la civiltà dell’amore. Guardano a noi molti fratelli e sorelle che sono forti nella fede: aspettano un incoraggiamento per camminare più sicuri. Guardano a noi molti fratelli e sorelle che si sono allontanati dalla vita cristiana: aspettano un aiuto per decifrare la nostalgia di Dio e compiere il passo decisivo del ritorno. Guardano a noi fratelli e sorelle che non hanno conosciuto il Signore o comunque non hanno avuto modo di apprezzarlo: ci interrogano sul senso vero della vita e attendono anche per mezzo nostro risposte persuasive. Guardano a noi, forse non meno intensamente degli altri, quelle persone che dicono di non credere, o che mostrano disinteresse per il Signore e la sua Chiesa: inconsapevolmente ci mettono alla prova e verificano la sincerità della nostra testimonianza. Davvero chi non è contro di noi è con noi! Una nuova profezia Abbiamo questa responsabilità e dobbiamo affrontarla con il coraggio della profezia. Senza cercare cose grandi, superiori alle nostre forze, senza sognare progetti inattuabili, ma anche senza dimenticare che lo Spirito di Dio agisce in noi. In sinodo ciascuno dovrà parlare ed esprimersi come lo Spirito Santo gli suggerirà in quel momento. Sia questo il momento della profezia! Fossimo tutti profeti nella nostra Chiesa! Se, dopo la consultazione dello scorso anno, qualcosa di valido non fosse stato recepito negli schemi che verranno presentati, lo si proponga di nuovo. Siate persone che nulla risparmiano di quanto ritengono essenziale al bene della Chiesa, per non contrastare lo Spirito, che agisce liberamente in tutti. Sentitevi sempre pronti ad accettare il bene da chiunque, anche da quelli che apparentemente non sembrano “dei nostri”, perché diversi da noi nel modo di cogliere le istanze del presente o di interpretare i problemi della vita. Faremo tesoro del consiglio dell’Apostolo e ci ascolteremo a vicenda con carità e pazienza, con tutta umiltà, considerando gli altri superiori a noi, senza cercare il proprio interesse o il proprio punto di vista, ma l’interesse di tutti, il bene della Chiesa. Una nuova tradizione Il dibattito sinodale sia vivo e caloroso per costruire insieme, sotto la guida dello Spirito Santo, una vera “tradizione” locale, incentrata sulla comunicazione del vangelo, destinata a noi stessi e alle prossime generazioni che verranno. La fede non si trasmette con l’improvvisazione, ma con la tradizione vivente della Chiesa. Senza tradizione non c’è la Chiesa e non esiste il cristiano. La tradizione è gioia di attingere e di offrire, di accogliere e di donare, perché noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Signore. La tradizione è anche palestra di buone abitudini, che ritmano e qualificano la vita della comunità e delle persone; la tradizione è segno di identità, di appartenenza, di continuità nella storia e di fecondità per il futuro. Noi abbiamo bisogno di rafforzare la nostra identità, di sperimentare la gioia d’appartenere a questa Chiesa locale. Se il Signore ci ha posti qui e oggi, avrà pure i suoi scopi e i 264 suoi disegni! Diciamogli grazie e impegniamoci generosamente a non disperdere il dono ricevuto. Diamo un segno forte di stabilità della nostra Chiesa: non solo nel ministero del vescovo, ma anche nel sentire comune dei preti, nella vivacità di fede dei laici. Da parte mia sono profondamente convinto che la nostra realtà diocesana è assai più vivace e compatta di quanto le circostanze non hanno permesso di esprimere. Ma appunto per questo ritengo necessario l’impegno di tutti a costruire insieme la “nostra” tradizione: nell’annuncio del vangelo, nella liturgia e nel canto, nella pietà popolare, nella testimonianza della carità, nell’organizzazione pastorale, nella disciplina amministrativa; tradizione anche sulla famiglia, soggetto irrinunciabile da sostenere con forza e da rimotivare con entusiasmo. Tradizione viva, non consuetudine stanca e strascicata. Tradizione che affonda saldamente le radici sul vangelo immutabile del Signore e stende i rami della profezia verso ogni riflesso dello Spirito Santo che brilla all’orizzonte. L’esperienza sinodale ci aiuti a sentire la fierezza di appartenere a questa Chiesa e a cercare la gioia di servirla generosamente da protagonisti. Il libro sinodale possa costituire un autentico tesoro da cui poter sapientemente estrarre le cose antiche di sempre e le cose nuove dell’oggi. Lo Spirito di Dio aleggi su di noi Con umiltà e fervore, con tenera devozione e stabile fiducia invoco sul sinodo l’intercessione della Madre di Dio, madre del buon consiglio. Invoco l’intercessione dei nostri santi patroni; particolarmente ci sia vicino Gregorio VII, che di sinodi ha avuto una esperienza singolare: ci sia vicino qui nella sua Sovana e nell’aula sinodale, intitolata al suo nome. L’immagine che ha dato volto alla preghiera per il sinodo e che ancora ci accompagna, raffigura lo Spirito Santo che aleggia su questa cattedrale. Possa davvero aleggiare su noi lo Spirito di Dio e rendere feconda la sua Chiesa! Possa librarsi come colomba da questa chiesa madre sulle colline fino alla montagna e fino al mare! Anche se noi, per la nostra debolezza, ci attardassimo a dormire negli ovili, splendano come d’argento le sue ali e le sue piume con riflessi d’oro! Vieni, Spirito Santo. Vieni e forgia ognuno di noi come strumento vivo della tua grazia. Vieni su questo sinodo, perché ogni nostra decisione sia da te ispirata e da te sia resa conforme alla volontà di Dio. E se, per ignoranza, dovessi accingermi a firmare qualcosa che non corrisponde al vero bene della Chiesa, trattieni prima la mia mano, qualunque sia il modo in cui tu voglia farlo. Vieni, Spirito Santo. Se pensiamo a noi, ci sentiamo incapaci, ma in te è la nostra fiducia, in te la nostra speranza, per questo sappiamo che il sinodo non lascerà delusi. E se vedremo frutti di bene per la nostra Chiesa, non sarà per noi motivo di vanto, ma solo occasione di riconoscere che tu hai guidato le nostre menti e sostenuto i nostri cuori. Vieni, Spirito Santo. Aiutaci a far sì che questo sinodo si accordi alla lode perenne che tutta la Chiesa innalza a te, unico Dio con il Padre e il Figlio Gesù Cristo, nei secoli dei secoli. Amen. 265 266 PRESIDENZA DEL SINODO PRESIDENTE Il vescovo Mons. Mario Meini VICEPRESIDENTE Il vicario generale Mons. Fosco Bindi MODERATORI Don Enzo Baccioli - Maria Ada Ginesi - Stefano Gentili SEGRETERIA DEL SINODO SEGRETARIO GENERALE Don Mariano Landini ADDETTI SEGRETERIA don Antonio Burattini consulente giuridico; Graziano Petreni - suor Maria Teresa Boschi verbalisti; don Domenico Donati; - don Gino Governi; - don Marco Monari; Carlo Santunione; - Michela Scalandrelli; - Gloria Pelli; Stefano Renzi; - Valeria Elmi; - Francesco Spano. COMMISSIONE DI VERIFICA don Adorno Stendardi, cancelliere vescovile; don Giovanni Angeli; - suor Bernardina Fedeli; (don Adorno Della Monaca; - Angelo Landini; - Mauro Schiano). CUSTODI Loris Razzi - Mara Mosci 267 ELENCO DEI SINODALI che hanno partecipato a tutto il sinodo Presbiteri Don Mario Amati; don Giovanni Angeli; don Stefano Angeloni; don Enzo Baccioli; don Alessandro Baglioni; don Antonio Bartalucci; mons. Fosco Bindi; don Michele Bistazzoni; don Angelo Borrini; don Giovanni Braghin; don Antonio Burattini; don Luca Caprini; don Maurilio Carrucola; don Arnaldo Combi; mons. Ippolito Corridori; mons. Luciano Domenichelli; don Domenico Donati; don Giuseppe Dossi; don Leopoldo Genovesi; don Gino Governi; mons. Giorgio Gubernari; don Gian Pietro Guerrini; don Mariano Landini; don Lido Lodolini; mons. Cesare Maselli; don Lucio Mattei + il 10/01/05; don Antonio Metrano; don Marco Monari; don Pietro Natali; don Sebastian Palakkattu; don Carlo Paris; mons. Isacco Pezzotta; don Antonio Scolesi; don Marcello Serio; 268 don Adorno Stendardi; don Tito Testi; don Augusto Tosti; mons. Aldo Vagaggini; mons. Girolamo Vagaggini; don Francesco Vallerini. Diaconi Carlo Boriolo; Evio Cecconi; Maurizio Chimenti; Alberto Giuliani. Religiose suor Anna Maria Ambra; suor Noemi Areechira; suor Maria Teresa Boschi; suor Dinalisa Cappellari; suor Brunelma Contiero; suor Bernardina Fedeli; suor Brunella Gargano; suor Elisa Mampallil; suor Rita Pantone; suor Piergiuseppina Pitino; suor Rosa Rocchi; suor Luisa Simone; suor Maria Zizzi. Laici Maria Alberti; Domenico Alocci; Giulio Aloisi; Anna Anastasia; Maria Lilia Bachiorrini; Oscar Baffetti; Ernesta Baffetti; Girolamo Benedetti; Sirio Benedetti; Maria Graziana Betti; 269 Stefano Bianchini; Stefano Bigliazzi; Piero Burattini; Maria Teresa Calcagno; Claudia Calenda; Gloria Camillo; Maria Quintilia Citerni; Maria Laura Contorni; Paola Conviti; Lorenzo Cori; Artemisia Corridori; Simonetta Da Col; Valeria Elmi; Rita Fastelli; Filiberto Fè; Mario Felloni; Michele Ferrazzani; Vincenzo Ferroni; Lucia Figuccia; Ettore Franci; Marcella Friz; Bruno Gaibisso; Noemi Galloni; Giovanni Gavini; Stefano Gentili; Maria Ada Ginesi; Ermanno Lenzi; Corrado Loffredo; Enza Lucherini; Valerio Lupi; Alessandra Manfroni; Amorino Mariotti; Aldo Martina; Antonio Masotti; Rita Mastacchini; Nino Moreno Micheli; Raffaella Minici; Antonio Minucci; Duilio Mugnaioli; 270 Maria Beppa Nonna; Rosanna Paoli; Maria Gloria Pelli; Michela Periccioli; Graziano Petreni; Nazzareno Posani; Stefano Renzi; Monica Renzi; Maria Rita Riccioni; Piero Rossi; Maira Rossi; Iride Rossi; Lucio Sabatini; Visma Sanchini (+ il 21/11/04); Ornella Santamaria; Carlo Santunione; Michela Scalandrelli; Massimo Scotto; Pina Sestigiani; Antonio Sovani; Francesco Spano; Roberto Trucchi; Pier Giuseppe Vagaggini; Rita Zanotti. Hanno partecipato alle prime tre sessioni: Padre Fiorenzo Bordo; don Adorno Della Monaca; don Elio Lazzeri; Santa Costaglione; Simona Damiani; Angelo Landini, Anna Maria Mazzella; Laura Metrano; Laura Nesti; Egidio Papalini; Alba Sevieri. 271 PER CAMMINARE INSIEME Lettera dei fratelli che hanno partecipato al sinodo diocesano ai fratelli e alle sorelle che vivono nelle parrocchie Quando il vescovo ci ha convocati per prendere parte al sinodo diocesano, abbiamo aderito con gioia, consapevoli dell’importanza di questo invito, delle difficoltà che avremmo potuto incontrare, ma anche dell’utilità di questo servizio alla Chiesa. Molti di noi sono stati designati dalle parrocchie, altri sono stati chiamati dal vescovo, tutti abbiamo fatto un “cammino insieme” che ci ha permesso di riflettere serenamente e liberamente in assemblea su tutto ciò che interessa l’attività, l’organizzazione e la vita quotidiana della Chiesa nel nostro territorio. In pratica abbiamo fatto un prolungato esame di coscienza sulla nostra diocesi e sulle prospettive del suo futuro, cercando come correggere ciò che va migliorato e come consolidare quanto di valido è già in atto. Per un anno e mezzo, nel corso di trentuno riunioni, abbiamo maturato un’esperienza che, progressivamente, è diventata per noi vera scuola di impegno cristiano, di educazione all’ascolto reciproco, di condivisione delle responsabilità, di amore alla Chiesa, di allargamento dei nostri abituali orizzonti. Alla fine il vescovo ha raccolto una serie di indicazioni che desideriamo presentare sommariamente a tutti, perché tutti insieme siamo chiamati ad attuarle nelle nostre parrocchie. 1. La prima, fondamentale domanda che ha caratterizzato tutte le riunioni è questa: come trasmettere oggi la fede? Si è trattato così dell’annuncio del vangelo a chi ordinariamente non frequenta le nostre parrocchie, poi anche della catechesi, non solo ai bambini, ma specialmente agli adulti, della testimonianza del vangelo nel mondo della cultura e della scuola, del sostegno ai missionari che operano in tutte le parti del mondo. Ci siamo poi interrogati su come poter promuovere la partecipazione attiva dei fedeli alle varie celebrazioni liturgiche e su come poter favorire l’ascolto del Signore nella preghiera personale. Consapevoli inoltre che la fede senza le opere è morta, abbiamo cercato come poter testimoniare sempre meglio il comandamento dell’amore in tutte le situazioni e in tutte le circostanze della vita. In particolare abbiamo pensato all’opera della Caritas nella diocesi e nelle parrocchie. 2. Ci siamo quindi fermati a considerare la struttura della nostra comunità cristiana e le sue attuali esigenze. Abbiamo guardato alla diocesi come luogo primario dove vivere il mistero della Chiesa e in questo contesto ci siamo occupati dell’organizzazione diocesana e del servizio che compete alla curia. Ampia e approfondita è stata la riflessione sulle nostre parrocchie: l’importanza e il notevole rilievo che esse hanno nella vita quotidiana della gente, la necessità di caratterizzarle con un vivo slancio missionario e con uno stile di apertura verso tutti; l’opportunità di integrare nel contesto parrocchiale tutte le energie esistenti, specialmente le aggregazioni e i movimenti di ispirazione cristiana; l’urgenza di sostenere le varie 272 forme di collaborazione fra parrocchie vicine; la cura nell’accogliere quanti vengono ad abitare fra noi o si fermano come turisti, specialmente nel giorno del Signore. Non è mancata poi l’attenzione per il sostegno economico alla Chiesa e per l’amministrazione di quanto appartiene agli enti ecclesiastici. 3. La nostra riflessione è stata quindi orientata sul servizio che i cristiani, sono chiamati a offrire nei vari ambiti della vita quotidiana. Il primo pensiero è stato per le famiglie, dove si dona la vita, si impara l’amore e si trasmette la fede. Non ci siamo nascosti le difficoltà, ma abbiamo guardato al futuro con speranza, incoraggiando il cammino delle famiglie cristiane, la preparazione delle nuove coppie al matrimonio, la vicinanza premurosa agli anziani. Un’attenzione particolare abbiamo rivolto ai giovani, cercando di metterci in ascolto sincero di loro e delle loro esigenze, interrogandoci su come proporre un autentico itinerario di crescita secondo il vangelo e soprattutto su come far esprimere i giovani stessi quali testimoni di Gesù per i propri coetanei e per l’intera comunità cristiana. Ai ministri del Signore, vescovo, presbiteri e diaconi, abbiamo espresso gratitudine per il dono della propria vita e per la fedeltà al ministero che svolgono in nostro favore. Abbiamo anche voluto incoraggiarli a continuare con gioia il loro servizio e magari a migliorarlo ulteriormente, offrendo da parte nostra la disponibilità a sostenerlo con una sincera ed effettiva collaborazione. Pari gratitudine abbiamo espresso alle persone consacrate, mostrando apprezzamento per la loro presenza fra noi e per la generosa perseveranza nella preghiera, nella educazione cristiana, nelle opere di misericordia, auspicando anche un maggiore coinvolgimento nella vita e nella organizzazione della diocesi. Infine ci siamo occupati della testimonianza cristiana nella società e nella politica, riflettendo sulla realtà della politica, sui suoi valori, sulle persone che vi si dedicano e specificamente sui cristiani che si impegnano in questo campo così importante e delicato: l’intento è stato quello di individuare criteri per osservare correttamente le situazioni, per esprimere opportune valutazioni e per agire con sapienza e coerenza. L’esperienza diocesana che abbiamo vissuto è irripetibile nelle singole comunità; vogliamo tuttavia auspicare che lo “stile sinodale” abbia a diffondersi in tutte le parrocchie, creando un clima di dialogo, di ascolto sincero. Questo sarebbe certamente il frutto più maturo e prezioso del sinodo. Desideriamo incoraggiare i fratelli nella fede ad accogliere con favore gli orientamenti sinodali promulgati dal vescovo e a tradurli in opere di autentico rinnovamento spirituale. Abbiamo viva speranza che questo “cammino” serva a consolidare l’unità di tutti i fedeli nelle singole parrocchie e di tutte le parrocchie nell’unica Chiesa, favorendo validi contatti e feconde collaborazioni con tutte le persone e anche con le istituzioni e i gruppi del nostro territorio. Per quanto ci è possibile cerchiamo con tutto il cuore di lasciarci guidare dallo Spirito Santo. Preghiamo Dio gli uni per gli altri. Il Signore ci custodisca tutti nella sua pace. I sacerdoti, i diaconi, le religiose e i laici che hanno partecipato al sinodo. 273 ATTO DI AFFIDAMENTO ALLA VERGINE MADRE DI DIO Santa Madre di Dio, ci rivolgiamo a te per mettere sotto la tua protezione i desideri e i propositi che lo Spirito Santo ha voluto suscitare nel sinodo della nostra Chiesa. Madre del buon Consiglio, sei stata invocata con umile fiducia prima di ogni riunione; ora affidiamo a te la nostra volontà di attuare quanto è stato proposto. Madre fedele, aiutaci ad essere uditori attenti e testimoni credibili del Vangelo, a saper comunicare umilmente la fede a tutti coloro che la cercano in sincerità di cuore e a riconoscere in ogni fratello l’immagine viva di Gesù tuo Figlio che ci ha amati per primo e ci ha lasciato il comandamento dell’amore. Madre degli apostoli, aiutaci ad essere sempre un cuor solo e un’anima sola, perché le nostre parrocchie siano luoghi di comunione, che hanno come centro l’altare e come orizzonte la persona più dimenticata. Accompagna il nostro vescovo, i nostri sacerdoti e i diaconi, perché siano sempre fedeli al ministero ricevuto e servano la Chiesa con animo generoso e con la vita santa. Madre delle vergini, assisti le persone consacrate; dona loro perseveranza e gioia: perché siano per tutti segno vivo del Regno dei cieli che attendiamo nella gloria. Madre dell’amore, benedici le nostre famiglie e custodiscile ogni giorno nella fedeltà; guida i nostri giovani a incontrare il tuo Figlio che è via, verità e vita; conforta i nostri malati, rendi sereni i nostri anziani. 274 Madre della pace, aiutaci ad essere nel mondo lievito di amore, collaborando con tutti per costruire questa città terrena, senza perdere mai di vista che la nostra patria è in cielo. Madre della Chiesa, affidiamo a te la nostra Chiesa, alla tua materna protezione, alla tua tenerissima misericordia, alla tua incrollabile fedeltà. Affidiamo a te il futuro della nostra diocesi. Passeranno le nostre figure dalla scena di questo mondo, ma tu rimarrai Madre per sempre e dalle nostre chiese continuerà a levarsi il canto che magnifica il Signore. Ci affidiamo anche ai nostri santi patroni. Al papa Gregorio, eletto figlio di questa terra, che con i suoi sinodi e soprattutto con il suo amore e la sua santità ha riformato la Chiesa. Al vescovo Mamiliano, umile e tenace testimone della fede. A Paolo della croce, austero innamorato della passione del tuo Figlio e missionario instancabile nella nostra terra. A Lucia Filippini, donna saggia e illuminata, capace di insegnare il vangelo, educando alla vita. La preghiera dei nostri santi si unisca alla tua intercessione di madre. Tu conosci e comprendi le nostre debolezze. Noi sappiamo che il tuo cuore di Madre ci amerà sempre come ama Gesù e non permetterà mai alla nostra Chiesa di separarsi da Lui. O Madre nostra, vogliamo essere tuoi, accanto al tuo Figlio, per sempre. Amen. 275 IL VESCOVO DI PITIGLIANO SOVANA ORBETELLO Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Dopo l’indizione del sinodo di questa Chiesa di Pitigliano Sovana Orbetello in data 25 maggio 2002; dopo l’intensa preparazione nelle parrocchie della diocesi con fiduciosa preghiera allo Spirito Santo e sincero ascolto del Popolo di Dio; dopo la celebrazione del sinodo, aperta domenica 28 settembre 2003 nell’antica cattedrale di Sovana e proseguita nel vescovado di Pitigliano con ventinove riunioni plenarie, suddivise in quattro sessioni, durante le quali i dieci documenti proposti sono stati esaminati, discussi nei singoli paragrafi e, alla fine, votati a scrutinio segreto; dopo che nell’ultima riunione plenaria, il 21 gennaio 2005, fu esaurito ogni opportuno adempimento; dopo aver rivisto, alla luce della Parola di Dio, del Magistero e delle tradizioni pastorali di questa diocesi, i testi approvati dall’assemblea sinodale; riconoscente a Dio per la grazia di tanti validi collaboratori; riconoscente ai sacerdoti, ai diaconi, alle religiose e ai laici, che con amore generoso e lodevole costanza hanno condiviso questo cammino comune; invocando lo Spirito Santo, la Beata Vergine Madre di Dio e i nostri Santi Patroni; confortato dalla presenza fraterna e premurosa dell’arcivescovo metropolita e di altri vescovi; a norma del can. 466 del Codice di Diritto Canonico, promulgo i documenti del primo sinodo nel terzo millennio di questa Chiesa di Pitigliano Sovana Orbetello, stabilendo che abbiano vigore dal prossimo 25 maggio, festa di san Gregorio VII. I testi sinodali, dei quali l’interpretazione autentica è riservata al vescovo diocesano, hanno valore per tutto il territorio della diocesi e devono essere accolti da sacerdoti, diaconi, religiosi e laici, come norme per la vita ecclesiale e l’attività pastorale nella Chiesa di Dio che è in Pitigliano Sovana Orbetello. A Dio fonte d’ogni bene, per mezzo di Cristo nostro unico Signore, nell’unità dello Spirito Santo, gloria e onore dalla nostra Chiesa e dall’universo intero per tutti i secoli dei secoli. Amen. Sovana, 22 marzo 2005, in Missa Chrismatis + Mario Meini vescovo di Pitigliano Sovana Orbetello 276 INDICE Presentazione Prospetto generale del libro pag. » 3 5 » » » 21 43 87 » » » 109 137 145 » » » » 175 199 221 227 I sinodi nella storia della diocesi La preparazione del sinodo La celebrazione del sinodo Omelia del vescovo per la celebrazione di apertura Presidenza del Sinodo Segreteria del Sinodo Elenco dei sinodali Per camminare insieme Atto di affidamento alla vergine Madre di Dio » » » » » » » » » 249 251 259 263 267 267 268 272 274 Decreto di Promulgazione » 276 Prima parte: Vivere la fede I II III Comunicare il vangelo Celebrare i santi misteri Testimoniare l’amore Seconda parte: Nella nostra Chiesa IV V VI La nostra Chiesa e le sue parrocchie L’attenzione a chi viene fra noi La condivisione dei beni donati Terza parte: A servizio di tutti VII VIII IX X Famiglie per dare la vita e l’amore Ministri del Signore per il suo popolo Consacrati a Dio per la Chiesa e per il mondo Laici cristiani nella realtà socio-politica Appendici 277 278 279 Finito di stampare nel mese di Marzo 2005 dalla Tipolitografia ATLA di Pitigliano 280