Anno XXV • Dicembre 2007 • Numero 69 In questo numero: • Massimo Baldini • Andrea Barlucchi • Giorgio Boatti • Attilio Brilli • Marco Carminati • Vito Di Bari • Fabrizio Galimberti • Guido Harari • Antonio Lopez • Mario Sarcinelli • Lucetta Scaraffia • Maurizio Schoeplflin • Vanna Toninelli • Silvia Veggetti Finzi TESORI DI CARTA VIRTY_EO_08.pdf 2-01-2008 12:07:41 C M Y CM MY CY CMY K Banca Etruria in linea con te Operazioni ancora più sicure, pagamenti più comodi e convenienti anche per le piccole imprese e trading online subito disponibile. Nuovo Virty, l’homebanking si evolve. 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Marketing Communication Mix Via Vittorio Emanuele 194 50134 Firenze Stampato in Italia da Pozzoni S.p.A. via Luigi e Pietro Pozzoni, 11 24034 Cisano Bergamasco (BG) Fotografie Archivio Banca Etruria; Agenzia Contrasto; Grazia Neri; Fotolia; Guido Harari; iStockphoto; Marka; Foto Scala, Firenze; Shutterstock; Getty Images; Antonio Lopez; Glauco Ciacci; Giliola Chiste Etruria Oggi lascia agli Autori la responsabilità delle opinioni espresse. La rivista pubblica solo gli articoli commissionati. I dati relativi ai destinatari della Rivista vengono utilizzati esclusivamente per l'invio della pubblicazione e non vengono ceduti a terzi per alcun motivo. Resta ferma la possibilità per l'interessato di esercitare i diritti di cui all'art. 13 della Legge 675/96. Associata U.S.P.I. Unione Stampa Periodica PROSSIMO VENTURO di Vito Di Bari DENARO E ... di Massimo Baldini GIOCHI DI SPECCHI di Lucetta Scaraffia GLI AUTORI 28 50 78 80 1 Associazione per lo Sviluppo delle Comunicazioni Aziendali in Italia Spedizione in abbonamento postale comma 34 art. 2 L. 549/95 Registrazione Tribunale di Arezzo n° 5 del 3 aprile 1982 COPERTINA IL MONDO IN UN BIGLIETTO La collezione di Banca Etruria: più delle monete, le banconote sono veri e propri trattati di storia di Marco Carminati PERIODO FASCISTA Le 2 lire emesse durante il regno di Vittorio Emanuele III, ultimo re d’Italia. UMBERTO I Cinquanta lire risalenti al suo regno, nel periodo transitorio tra Banca Nazionale e Banca d’Italia. In basso, la personificazione della giustizia con bilancia e spada. Q Quando al principio degli anni Ottanta mi iscrissi alla facoltà di Lettere dell’Università Cattolica di Milano, osservando l’elenco delle materie di insegnamento rimasi abbastanza stupito nel ritrovare un corso dedicato alla numismatica. Mi venne quasi da ridere, perché nella mia giovanile supponenza (incoraggiata da una buona dose di ignoranza) mi sembrava buffo che quel che io ritenevo un tipico hobby da persone anziane o monomaniache potesse trovare un posto tanto onorevole tra le materie universitarie. Per mia fortuna, la curiosità prevalse sui pregiudizi, e senza pensarci troppo decisi di iscrivermi a questo strano corso. In effetti, le lezioni si rivelarono tutt’altro che scoppiettanti, con un docente un po’ polveroso che le teneva in un’aula oscurata per la proiezione delle diapositive, nella quale il perenne ronzio del proiettore aveva sui pochi allievi l’effetto della camomilla prima della ninna nanna. Resistetti. E fu un bene. Perché, lezione dopo lezione, il professore dalla voce nasale riuscì a farci comprendere il cuore della questione. Le monete, le medaglie e le carte monete non erano affatto delle “curiosità”, ma erano state in ogni epoca e luogo dei veri e propri documenti storici, immensamente utili alla conoscenza di storia, economia, politica, gusti estetici e progressi tecnici delle società che le avevano coniate o emesse. Se così non fosse stato – esemplificava il professore – non si spiegherebbe perché il Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo abbia conservato con estrema cura 3 milioni di pezzi, di cui 1 milione e duecento mila esclusivamente di natura numismatica. l collezionismo numismatico è stato ed è insospettabilmente fiorente. È praticato da privati cittadini con la passione per le monete e da antiquari con specifici interessi nel settore. Ma interessa molto anche le banche, che sono, per così dire, i naturali luoghi di confluenza delle raccolte di questo genere. E sono anche il luogo privilegiato per lo studio e la catalogazione sistematica delle emissioni storiche. I 2 3 Tra i falsari si annoveravano anche dei nobili, celebre il caso del conte Stortiglioni COPERTINA composta da 265 esemplari prevalentemente legati ad emissioni italiane. La fusione di queste due raccolte, dunque, ha dotato Banca Etruria di un patrimonio storico di primaria importanza, che ora, grazie alla mostra, viene adeguatamente fatto conoscere al grande pubblico. Diecimila pezzi sono – a tutta evidenza – un piccolo mare magnum nel quale sarebbe impossibile addentrarsi in un solo colpo. È stato necessario operare una scelta per l’esposizione e la pubblicazione, scelta che è ricaduta sulla sezione d’area italiana che, da sola, raggiunge il ragguardevole computo di 1458 esemplari. Il primo volume del catalogo pubblicato in occasione della mostra illustra integralmente la sezione italiana. La raccolta di Banca Etruria offre all’ammirazione le emissioni cartacee dei diversi Stati italiani prima dell’Unità, comprese le cedole delle Regie Finanze di Torino che sono prodotti metà tra la carta moneta e il buono del tesoro, e le fedi di credito del Meridione, che circolavano come vera e propria carta moneta, come le carte “monetate” emesse in particolari emergenze (durante gli assedi di Mantova e Palmanova, ad esempio) o le cedole emesse nel periodo delle sottoscrizioni risorgimentali. Poi, ammiriamo le emissioni della Banca d’Italia, sia i biglietti di corso legale nel nostro Paese che quelli circolanti nelle colonie italiane. A tale nucleo sono stati aggiunte anche emissioni di governi stranieri destinate al territorio italiano, come i biglietti della Cassa Veneta dei prestiti, autorizzati dal Governo austroungarico, e le celebri Am lire, biglietti emessi durante l’occupazione americana del nostro Paese. La collezione di Banca Etruria comprende, com’è facile intuire, anche migliaia di emissioni provenienti dal resto del mondo. Il secondo volume del catalogo riporta, a titolo esemplificativo, i biglietti più interessanti emessi dai paesi europei ed extra europei. a collezione di banconote e titoli cartacei di Banca Etruria è una di queste realtà. Comprende nel suo complesso quasi 10 mila pezzi, risultato dell’unione di due raccolte, una delle quali di grande importanza storica. Nel 1985, infatti, si rese disponibile sul mercato la raccolta di carta moneta dei fratelli aretini Antonietta e Vittorio Bistoni, che a partire dagli anni Settanta (quando questo settore del collezionismo era ancora agli esordi) misero insieme una ragguardevole collezione di carta moneta che comprendeva esemplari italiani, europei ed extraeuropei dalla metà del Settecento alla prima metà del Novecento. Acquisendo in blocco questo notevole nucleo, Banca Etruria ne scongiurò la dispersione sul mercato. Solo quattro anni più tardi, nel 1989, ci fu la possibilità di acquistare una seconda raccolta privata di carta moneta, quella di Paola Bruschi L RE DI PALERMO Particolare di un biglietto del Banco di Sicilia, ispirato alla figura mitica del vecchio re dal corpo giovane. REGIE FINANZE DI TORINO Biglietto da 50 lire del 1799. Sono visibili due bolli a secco, uno con il re Carlo Emanuele IV e l’altro con l’aquila sabauda. C 4 oncentriamoci ora sulle carte monete italiane. Per comodità il catalogo è stato suddiviso in zone geografiche corrispondenti agli Antichi Stati preunitari. Poi ci sono biglietti emessi dalla Banca d’Italia, durante le tre fasi storiche dello stato italiano: il periodo del Regno, gli anni della Repubblica Sociale, la Repubblica democratica. Un settore a parte si occupa delle emissioni nei territori d’Oltremare. Chi si accosta a questo materiale con apertura e consapevolezza del suo intrinseco valore, verrà ripagato da un’incredibile messe di informazioni storiche, economiche, estetiche e tecniche, rallegrate ed arricchite da una buona dose di aneddoti e curiosità. Nonostante la progressiva diffusione di assegni, di carte di credito e, più attualmente, di scambi via internet, la carta moneta circola ancora in abbondanza nei nostri portafogli, e fa dunque parte dell’esperienza quotidiana di ognuno di noi. Suscitando interessi e domande. Ecco la prima. Chi fu in Italia il primo ad emettere questi biglietti cartacei? La mostra risponde: fu Carlo Emanuele III di Savoia, sovrano dello Stato Sardo Piemontese, che con un decreto firmato il 26 settembre 1745 autorizzò l’emissione di Biglietti di credito, li quali debbino avere negli Stati nostri lo stesso corso come fossero di effettivo danaro cotante. Motivo dell’emissione? Per facilitare il vantaggio del pubblico Commercio. Motivazioni e risposte semplici. Ma stampare carta moneta non fu un fatto di poco conto. Fu necessario stabilire l’ente stampatore, i tagli, le dimensioni delle banconote e il tipo di carta. Poi, si dovette scegliere il bozzettista per le vignette, e l’incisore per la preparazione dei clichés per la stampa. Senza dimenticare di stabilire le caratteristiche della filigrana. Già da questo elenco, si comprende bene quante e quali competenze siano state necessarie per realizzare i biglietti di banca. I primi, quelli stampati dalle Regie Finanze di Torino, erano in bianco e nero e su una sola faccia. Non si stabilì subito se fosse più adatto il formato verticale o orizzontale. Nei primi decenni circolavano entrambi, tra il sospetto generale della popolazione piemontese, che non vedeva affatto di buon occhio queste cedole, ricordando il disastro finanziario degli assegni francesi. Queste cedole, essendo appunto di carta e non di metallo, era facilmente soggetta al logorio che si pensò di arginare stampando le monete su cartoncini rinforzati con fili di seta. 5 COPERTINA CESARE CAPITOLINO Particolare del retro delle 2 lire emesse durante il periodo fascista. 5 SOMALI Nel 1950 venne costituita a Roma la Cassa per la circolazione monetaria della Somalia, che si appoggiava, pur essendo autonoma, alla Banca d'Italia. BIGLIETTO AL PORTATORE 500 lire con intestazione della Banca d’Italia. 6 La raccolta di Banca Etruria è una testimonianza importante della nostra storia carpita tra le filigrane stampò le cedole usando comuni caratteri tipografici. Oggi questi pezzi sono delle autentiche rarità. Il Grand Tour dell’Italia preunitaria attraverso le emissioni di carta moneta porta il visitatore della mostra nel Granducato di Toscana (dove la Banca Toscana emise carta moneta rimasta valida fino al 1904), negli Stati Pontifici (dove la carta moneta nasce dalle ricevute dei pegni depositati al Monte di Pietà) e nel Regno di Napoli dapprima con le Fedi di credito emesse dai diversi banchi e poi con la loro trasformazione in biglietti di banca. Finché si arriva al fatidico 1861. Il processo di La filigrana fu l’efficace sistema individuato per scongiurare la riproduzione da parte di eventuali falsari, che però spuntarono immediatamente come funghi, persino tra i nobili (celebre, in Piemonte, fu il caso del conte Stortiglioni, che falsificò le cedole delle Regie Finanze). Il reato di riproduzione fraudolenta di carta moneta venne esemplarmente punito con la morte, ma il fenomeno dei falsi non morì affatto. Anzi. Nel 1785, Vittorio Amedeo III di Savoia fece apporre alle carte monete un timbro a secco con la propria effige tra due serti d’alloro. Accanto, venne impresso un secondo bollo con l’aquila sabauda circondata dal collare del Toson d’Oro. Se il motivo principale che spinse l’emissione di carta moneta fu quello di facilitare il pubblico commercio, la mostra di Arezzo ci insegna che le emissioni avvennero anche in momenti di crisi e di pericolo. Come, ad esempio, nel 1796 a Mantova, durante l’assedio francese della città, allora piazzaforte austriaca. Dopo mesi di isolamento, che provocò una cronica carenza di circolante metallico, il vicegovernatore austriaco di Mantova si mise a stampare della carta moneta esemplata sui modelli viennesi. Quando il generale Serurier entrò in città alla testa delle truppe francesi dichiarò tali monete prive di valore. na cosa analoga accadde a Venezia nel 1848. Gli austriaci erano stati costretti a lasciare la città e il Governo Provvisorio della Repubblica di San Marco emise una moneta patriottica garantita dai prestiti di liquidità (prima volontari e poi forzosi) dei cittadini più abbienti. Parallelamente, venne emessa una moneta del Comune per facilitare la circolazione del denaro. Quando, nel 1849, l’effimera Repubblica di San Marco si arrese all’Austria, la moneta patriottica divenne carta straccia e quella detta del Comune venne mantenuta in corso legale ma alla metà del suo valore. Carta moneta d’emergenza venne stampata anche durante l’assedio austriaco di Palmanova. La produzione venne affidata a Bortolo Baungarter, che di professione era rilegatore di libri e che U 7 COPERTINA biglietti per la semplicità di riproduzione dei colori usati. In effetti, nonostante l’ottima qualità della carta, gli inchiostri particolari e la complessità dei disegni, le banconote furono oggetto di abilissime falsificazioni, ma così abili che i falsari passarono alla storia per la loro “bravura”: si chiamavano Paolo Ciulla e Attilio Pollastri. Le turbolenze storiche e politiche dell’Italia del Novecento sono tutte documentate dalle carte monete. Il caos monetario generato dall’armistizio dell’8 settembre 1943 provocò l’emissione di carta moneta da parte del Regno, della Repubblica Sociale e delle truppe d’occupazione americane dopo la Liberazione. L’ordine ritornò dopo il 1946. Dalle monete sparirono re e imperatori, e al loro posto arrivarono musicisti (Verdi), scienziati (Galileo), artisti (Michelangelo) e navigatori (Colombo). Nel 1997 venne realizzato l’ultimo taglio massimo prima dell’avvento dell’euro: un biglietto da 500 mila lire dedicato a Raffaello. Lo disegnò Guglielmo Savini e lo incisero Trento Cionini e Giorgio Capponi. Una banconota magis ostensa, quam data avrebbero detto i latini, ovvero più mostrata che effettivamente distribuita. unificazione fu tutt’altro che semplice, tant’è vero che la prima banconota messa in circolazione con l’intestazione Banca Nazionale del Regno d’Italia risale al 1866. Era prodotta dalle officine Carte Valori di Torino con la stessa carta filigrana usata per i francobolli e gli stessi clichés con la testa del re usati per i valori bollati. L’urgente necessità di banconote di taglio piccolo e la mancanza di ditte specializzate in Italia costrinsero la Banca Nazionale a rivolgersi a imprese di Londra e Francoforte. el 1893 nasce la Banca d’Italia, dalle ceneri dello scandalo della Banca Romana e dalla fusione di alcune banche preunitarie. In quel frangente fu data grande importanza all’emissione di carta moneta con nuovi tipi stampati dall’istituto di via Nazionale. A disegnare la prima serie venne chiamato nientemeno che un orafo, il senese Rinaldo Barbetti. I suoi disegni vennero tradotti in clichés di legno dai quali poi, con la tecnica della galvanoplastica, furono cavati i clichés metallici per la stampa delle banconote. Naturalmente, sui primi biglietti disegnati dal Barbetti piovvero innumerevoli critiche, la più pesante delle quali fu – guarda caso – la facilità di falsificazione dei N VENEZIA Le 5 lire correnti emesse nel 1848 dalla città. 8 PAGABILI a vista al PORTATORE C hi non ha potuto visitare la mostra, o chi la vorrà ricordare, avrà la possibilità di ripercorrere la raccolta di carta moneta di Banca Etruria attraverso il catalogo che correda l’esposizione, curato da Franca Maria Vanni. Il titolo stesso “Pagabili a vista al portatore” sintetizza che cosa sia un biglietto di banca: un titolo di stato che prova l’impegno da parte dell’ente emittente di pagare al portatore la somma soprascritta in moneta metallica. In un elegante cofanetto sono racchiusi due volumi, il primo dedicato alla cartamoneta dell’area italiana, il secondo a quella straniera. Nel primo volume sono stati pubblicati i 1458 pezzi costituenti la sezione dell’area italiana, suddivisi per aree geografiche di appartenenza e, nell’ambito di queste, per istituto emittente. Si comincia con le emissioni degli istituti esistenti nei diversi stati preunitari per continuare con la carta monetata di emergenza (in circolazione durante gli assedi di Mantova e di Palmanova), con le cedole emesse durante il periodo risorgimentale, con i biglietti stampati dalle banche in attività prima del 1893, anno della nascita della Banca d’Italia la cui produzione comprende sia i biglietti di corso legale in Italia che quelli per i paesi e le colonie sotto l’influenza italiana. A completamento della rassegna sulla carta moneta in circolazione nella nostra penisola, sono stati inseriti anche i biglietti stampati da governi stranieri per il territorio italiano come i biglietti della Cassa Veneta dei Prestiti o le Am Lire. Tutti i tagli sono corredati dalle fotografie e da descrizioni particolareggiate. La scheda di ogni esemplare è completata dall’elenco dei decreti di emissione relativi alla banconota descritta. Una particolare attenzione è stata posta alle filigrane sulle quali, in appendice al secondo volume, è stato pubblicato un breve studio di C. Lovari. A completamento delle schede dei biglietti con filigrana sono stati inseriti, ingranditi, i particolari di quest’ultima, talvolta accostati alle opere d’arte da cui sono state tratte come ad esempio la “Flora” di Tiziano riprodotta in trasparenza sulle 20.000 lire. Nel secondo volume è stata pubblicata una scelta antologica dei pezzi più pregevoli e di maggior interesse storico emessi da paesi europei ed extraeuropei taluni dei quali sono vere e proprie curiosità: mi riferisco ai biglietti emessi dall’Arabia Saudita per il ricevimento dei pellegrini alla Mecca, agli assegnati in lingua russa emessi da Napoleone per il vettovagliamento delle truppe nella campagna di Russia, ai biglietti degli Stati Confederati d’America, alle emissioni di feudi giapponesi. Come per la parte italiana, anche le schede dei biglietti di banca stranieri sono corredate da fotografie e commento storico. Il catalogo, pertanto, costituisce non solo una piacevole presentazione della importante raccolta di carta moneta di Banca Etruria, ma anche uno strumento di lavoro che, per il rigore scientifico, l’inquadramento storico e l’ampia bibliografia, può essere utilizzato come punto di riferimento per lo studio di analoghe collezioni. 9 ECONOMIA & DINTORNI di Fabrizio Galimberti CATENA DI MONTAGGIO La Cina ha altissimi ritmi di produzione e un basso costo della manodopera. 10 IL PREZZO CINESE Il ruolo dell’ex Celeste Impero nell’economia mondiale: perché il Gigante asiatico può esportare disinflazione 11 ECONOMIA & DINTORNI Bisogna andare oltre ed esplorare tutte le determinanti del China price. Si tratta solo del costo del lavoro o ci sono anche altre ragioni? Per esempio, condizioni di lavoro più pesanti o invece una superiore organizzazione, vantaggi da efficienti “catene di offerta” ed economie di scala da addensamenti produttivi (come nei distretti industriali italiani); o si tratta invece di vantaggi dovuti a un cambio manipolato, a sussidi vari? Le risposte a queste domande servono a decidere le politiche da seguire: per esempio, se si conclude che il vantaggio principale è il costo del lavoro, i produttori occidentali non possono far niente, se non aspettare che la Cina diventi più ricca e i salari aumentino. Se invece una componente importante del vantaggio è data dal cambio, i Paesi occidentali possono far pressione sulla Cina perché cambi la politica valutaria; o se si tratta dei sussidi, si può trascinare il Governo cinese nei tribunali dell’Omc. Per studiare da vicino le determinanti del China price un professore dell’Università della California, Peter Navarro, ha messo assieme una squadra di un centinaio di studenti laureandi (molti dei quali cinesi), e questo China Price Project si è chinato sul problema (vedi «Deconstructing the China Price», di Peter Navarro, in Economists’ Voice, febbraio 2007). Lo scopo del progetto era di elencare e quantificare i fattori determinanti del vantaggio competitivo cinese. L’approccio empirico? Un’analisi delle strutture di costo in America e in Cina. I risultati sono interessanti. Due dei fattori considerati – il più basso costo del lavoro e i guadagni di efficienza dei “distretti industriali” alla cinese – riflettono semplicemente i vantaggi comparati della Cina, e spiegano circa il 55% del China price. E il vantaggio salariale dovrebbe continuare per decenni, dato che vi sono ancora da 300 a 500 milioni di cinesi sottoccupati nelle campagne (un numero pari alla forza lavoro combinata di Usa ed Eurozona); il Governo cinese intende trasferirli gradualmente nelle fabbriche, previo addestramento e istruzione. Rimane però da spiegare ancora quasi la metà dell’immenso vantaggio competitivo del China price. E qui i vantaggi si presentano meno difendibili. Fra questi fattori “mercantilisti” il più importante – spiega circa il 17% del vantaggio complessivo – sta nei sussidi: una rete complessa di facilitazioni che va dai “prezzi politici” ono due paroline ma incutono terrore nei produttori occidentali: il prezzo cinese, il China price è la prima domanda che si pone chi, in Occidente (e l’Occidente è inteso in senso non geografico, comprendendo tutti i Paesi di antica industrializzazione), voglia fare un’offerta per un bene o un servizio. Il produttore italiano, per esempio, che voglia esportare in America delle pianole o dei cavi elettrici ad alta tensione, si chiede: qual è il China price per questi articoli? E del pari se lo chiede l’americano che voglia esportare in Brasile giochi elettronici o accessori per la vela. Qual è, insomma, l’ostacolo da superare? Qual è il prezzo che uno stramaledetto concorrente cinese offrirà per prodotti consimili? S l China price è, in fin dei conti, una specie di barra di qualificazione: chi voglia entrare a far parte della squadra nazionale di atletica per le gare di salto in alto alle Olimpiadi deve superare la barra a una certa altezza. Se non la supera, non è ammesso. Così, eguagliare il China price rappresenta la qualifica per essere ammessi alla gara di un’offerta di vendita. Certamente, si può giocare sulla qualità e su tanti elementi diversi dalla competitivitàprezzo, ma alla fine il prezzo rappresenta un parametro cruciale della scelta. Forse questo “piccolo prezzo cinese” non acquisterà mai la rinomanza della Grande Muraglia, ma oggi come oggi è il China price al primo posto fra le attrattive della Cina. Attrattive? Qui la società civile si divide in due. Da una parte ci sono i consumatori, che sono ben contenti di pagare poco i prodotti Made in China, dall’altra ci sono i produttori, per i quali, come detto, la concorrenza cinese rappresenta un incubo. Naturalmente, il China price non deve essere preso geograficamente alla lettera. Anche se nella grande maggioranza dei casi si tratta proprio della Repubblica popolare cinese, si può applicare quell’espressione ai prezzi espressi in altri Paesi emergenti, dal Vietnam alle Filippine, dall’Indonesia all’India... Il problema è che, per quanti sforzi si facciano di ridurre i costi, ci sarà sempre, in questo mondo globalizzato, uno scomodo produttore emergente che fa pagare di meno... Ma perché il China price è così basso? La domanda è meno peregrina di quanto sembri. La prima risposta che viene in mente – il costo del lavoro è un ventesimo di quello occidentale – non basta. I HONG KONG AFFOLLATA In Cina vivono più di 1 miliardo e 300 milioni di abitanti ed è il paese più popoloso del mondo. Hong Kong è una metropoli di circa 7 milioni di persone. 12 balizzata di offerta (delocalizzando fasi produttive o intere fabbriche), ha portato a costanti pressioni al ribasso sui prezzi. Il trade-off, lo scambio fra inflazione e crescita, è quindi cambiato in molti Paesi. Se in precedenza una crescita forte portava inflazione, oggi a ogni dato tasso di crescita corrisponde un tasso di inflazione più basso rispetto a prima. E questo sia per il fattore appena citato – le pressioni competitive dei Paesi emergenti – sia perché la globalizzazione della finanza rende più facile finanziare gli squilibri delle bilance dei pagamenti: la domanda interna elevata in un Paese causava alti tassi di utilizzo della capacità produttiva e da qui pressioni sui costi e sui prezzi; ma oggi la domanda può essere più facilmente soddisfatta dalle importazioni; la capacità produttiva da considerare diventa quella del mondo intero, e molto più tempo deve passare prima che l’utilizzo di questa capacità porti a pressioni sui prezzi. dell’energia, dell’acqua, del capitale finanziario e dei terreni, a varie agevolazioni fiscali. Poi vengono, a un livello sorprendentemente basso, lo yuan sottovalutato (contribuisce per l’11%), la contraffazione (9%) e i bassi standard ambientali. Il China price ha comunque anche una dimensione macroeconomica, oltre a quella “micro” che abbiamo visto. La Cina non esporta solo immense quantità di beni ad attraenti rapporti qualità/prezzo, esporta anche disinflazione, cioè prezzi bassi che calmierano i prezzi dei Paesi concorrenti. Se nel nuovo secolo i tassi d’inflazione in giro per il mondo si sono ovunque abbassati, gran parte del merito va a un evento epocale, cominciato con la caduta del Muro di Berlino e continuato con l’apertura al mercato di Cina e India e l’ingresso nell’arena competitiva di altri Paesi emergenti come il Brasile: l’acronimo Bric (Brasile, Russia, India e Cina) è rappresentativo di una realtà più vasta, che comprende anche altri Paesi dell’Europa orientale, dell’Asia e dell’America latina. Ma anche i Bric da soli bastano ad affermare un fatto sconvolgente: nell’ultimo quarto di secolo è raddoppiata nel mondo la forza lavoro appartenente all’area dell’economia di mercato. E praticamente tutta la forza lavoro addizionale è disposta a lavorare per un costo orario che è una frazione di quello occidentale. Tutto questo, unito al sempre più facile trasferimento di tecnologie e all’entusiasmo di molti produttori occidentali che abbracciano volentieri le opportunità offerte da una catena glo- un fatto ormai acquisito, insomma, che questo orientale China price abbia calmierato l’inflazione occidentale. Ma la storia potrebbe non fermarsi qui. Se la Cina continuasse a crescere a rotta di collo, non potrebbe innescare un processo inflazionistico in casa propria? I China price calmierano i prezzi degli altri, non i propri. E una volta che l’inflazione sia innescata in Cina non potrebbe questo Paese, finora esportatore di disinflazione, cominciare a esportare inflazione? È 13 è anche vero che i costi del lavoro in Cina aumentano a passi di due cifre. La produttività tuttavia fa anch’essa passi da gigante: il continuo afflusso di lavoro dalle campagne alle città alimenta la fornace dell’immensa macchina produttiva cinese, e le gesta del surplus esterno (Grafico 3) rappresentano una crescita che trabocca nell’export, dato che la secolare frugalità cinese mantiene un alto tasso di risparmio, e la produzione non ce la fa a essere tutta assorbita all’interno. In questo senso la crescita cinese – così come la crescita giapponese degli anni Cinquanta-Sessanta – non è un caso di “crescita tirata dalle esportazioni”, ma un caso di “esportazioni tirate dalla crescita”. Questo radicamento strutturale della crescita del sub-continente cinese, sia detto per inciso, spiega la performance del mercato azionario in Cina, che non è stato minimamente toccato dalle crisi dell’estate 2007 (Grafico 4). Questa dinamica della produttività, pur vivace, non riuscirà sempre a tenere a bada le pressioni sui prezzi. Guardiamo al caso degli scambi commerciali fra Usa e Cina. Si tratta di un caso rilevante, perché la Cina è la causa principale dell’immenso deficit esterno americano, e quindi dovrebbero essere più forti le influenze dei China price sull’inflazione Usa. Il Grafico 5 mostra due variabili: da una parte l’andamento dei prezzi dell’import americano di beni di consumo escluse auto (una categoria dove si concentra gran parte dell’export cinese in America), dall’altro l’andamento dei prezzi dei soli prodotti cinesi importati dagli Stati Uniti. Come si vede, la dinamica di questi ultimi è stata per lungo tempo sotto zero, contribuendo quindi al processo di disinflazione americano (o quanto meno, contribuendo a far sì che il tasso di inflazione fosse più basso di quel che si sarebbe dato altrimenti). Ma negli ultimi mesi la dinamica dei prezzi dei prodotti cinesi ha cominciato a farsi positiva. Beninteso, non si tratta certo di inflazione rampante: ad agosto 2007 i prezzi dell’import cinese in Usa registravano 1- I PREZZI AL CONSUMO IN CINA variazione % su 12 mesi ECONOMIA & DINTORNI Fonte: Elaborazioni su dati Bureau of Statistica - China 2- LA CRESCITA CINESE variazione % su 4 trimestri del PIL in volume Fonte: Elaborazioni su dati Ocse 3- BILANCIA CORRENTE IN % DEL PIL Fonte: Elaborazioni su dati e previsioni Fmi Guardiamo ai fatti (Grafico 1). Nel corso del 2007, parallelamente all’accelerazione della crescita (Grafico 2) il tasso di aumento dei prezzi al consumo in Cina si è impennato. A nche se è vero che il recente aumento dei prezzi cinesi deve molto al settore alimentare, 14 Il mercato, come la vita, è fatto di scelte: qualità o convenienza, nazionalismo o disinflazione? prezzi ricevuti dai produttori cinesi per quei beni esportati negli Usa, e per i quali gli importatori americani hanno registrato aumenti di prezzi. Vuol dire che anche i produttori cinesi hanno beneficiato di questi aumenti? Il Grafico 6 mostra che questo non è stato il caso. Qui entra in gioco il fattore cambio, che fa da mediatore fra i prezzi in dollari pagati dagli importatori americani e i prezzi in yuan ricevuti dai produttori cinesi. All’inizio di luglio del 2005 la un aumento di solo l’1 per cento. E parte di questo aumento – dato che le statistiche sui prezzi all’importazione sono influenzate anche dalla composizione dell’import – può esser dovuto a spostamenti verso beni a maggior valore aggiunto. Ma è significativo il passaggio dal negativo al positivo. Le forze inflattive nell’economia americana non possono più essere compensate dall’effetto disinflattivo dell’import cinese. È anche interessante vedere che cosa è successo ai 4- LE BORSE NEL MONDO 5- USA: IMPORT DI INFLAZIONE? indici gennaio 2005 = 100 variazione % su 12 mesi Fonte: Elaborazioni su dati Reuters - *media S&P e Eurostaxx Fonte: Elaborazioni su dati US Census Bureau 15 La forza lavoro in Cina è la più grande al mondo e può aumentare in maniera esponenziale ECONOMIA & DINTORNI consolazione che possono avere gli europei – non i produttori ma i consumatori – è che per loro la Cina continua a esportare disinflazione! Cina prese la storica decisione di dismettere il cambio fisso della propria moneta – lo yuan renmimbi – col dollaro. E da allora lo yuan si è andato lentamente apprezzando verso la moneta Usa. Questo apprezzamento è la ragione della divaricazione fra i prezzi in dollari dell’export cinese verso gli Usa (come si è visto, la dinamica di quei prezzi si è volta positiva) e l’andamento dei prezzi in yuan ricevuti dagli esportatori cinesi: come si vede nel Grafico 6, i prezzi in yuan hanno continuato a ridursi a ritmi vicini al 4% annuo. 6- USA-CINA: I PREZZI DELL’IMPORT prezzi dell’import Usa dalla Cina - var. % su 12 mesi ia l’evidenza aneddotica che l’andamento della Borsa suggeriscono che i margini di profitto delle imprese siano rimasti elevati. Ma come è possibile che questo avvenga, con prezzi in yuan che continuano a ridursi? La risposta sta nei guadagni di produttività. Diventa quindi difficile arguire che vi sia un problema di inflazione in Cina, malgrado gli andamenti recenti dei prezzi al consumo (principalmente dovuti, come detto, alla componente alimentare). Se i prezzi dei prodotti cinesi nei Paesi importatori aumentano, la ragione sta quindi nel cambio. Ma l’apprezzamento della moneta cinese è appunto quello che chiedono a gran voce i produttori europei e americani, e il prezzo da pagare per questo apprezzamento (vedi Grafico 7) è la fine di quel particolare export cinese che è la disinflazione. S ARRETRATI O AVANZATI? Il colosso asiatico ha sempre avuto un’economia orientata prevalentemente all’agricoltura: oggi sta diventando un competitor per la manifattura e la tecnologia. Notevole il contrasto tra le risaie e lo skyline di Shangai. Fonte: Elaborazioni su dati US Census Bureau 7- IL CAMBIO DELLO YUAN dati mensili ome si vede dal grafico, a partire dal 2005 sia il cambio nominale che quello reale effettivo (cioè il cambio medio ponderato rispetto a tutti i partner commerciali, e corretto per i differenziali di inflazione) sono andati apprezzandosi, sia pure partendo da un livello molto basso. Piuttosto, una legittima lamentela, da parte dei produttori dell’area euro, si rivolge alla formula usata dalla Banca centrale cinese per determinare il cambio dello yuan. Questa formula è troppo sbilanciata sul dollaro: come si vede dal Grafico 8, l’apprezzamento dello yuan rispetto alla moneta Usa non ha impedito, complice l’estrema debolezza del dollaro verso l’euro, che lo yuan si indebolisse, invece di apprezzarsi, rispetto alla moneta unica europea. L’unica C Fonte: Elaborazioni su dati Bri 8- IL CAMBIO DELLO YUAN - 2 dati giornalieri - diminuzione = apprezzamento dello yuan Fonte: Reuters 16 17 ECONOMIA & DINTORNI RESPONSABILITÀ SOCIALE VALORE AGGIUNTO L’attenzione alla qualità della vita da parte delle banche è uno scenario che apre prospettive inedite di Vanna Toninelli B l’86% di loro riferiva di ricadute positive. Se i dati raccolti mostrano molte luci, non bisogna sottovalutare la presenza di qualche ombra: i comportamenti virtuosi infatti non sembrano sempre sostenuti dalla piena consapevolezza dei vantaggi che questi possono portare. Ben vengano quindi le numerose iniziative che puntano a diffondere la cultura della Responsabilità sociale d’impresa (Rsi) nel mondo finanziario, a cominciare dalla III edizione del Forum Csr Abi, in programma a Roma per i prossimi 28 e 29 gennaio. D’altro canto era stata proprio l’edizione precedente dello stesso Forum a sottolineare una grande attenzione al tema della Rsi – all’epoca più dell’80% delle banche stilava un bilancio sociale – ma anche una certa difficoltà a riconoscergli lo status di asset anking on sustainability, un recente studio condotto dall’International Finance Cor poration del World Bank Group (Ifc), pubblicato anche con il contributo dell’Italia, dimostra come gli istituti di credito capaci di conciliare nelle loro strategie le preoccupazioni ambientali, sociali e di governance riescano ad aggiungere valore al proprio business. La ricerca prende in esame le condotte di 14 banche che, in dodici paesi in via di sviluppo, hanno avviato prodotti, servizi e una politica aziendale sostenibili. L’indagine, di fatto, riconferma i risultati riportati da una ricerca del 2005, condotta intervistando 120 istituzioni finanziarie a proposito delle conseguenze osservate in seguito all’introduzione di aspetti sociali e ambientali nelle loro strategie: 18 19 ECONOMIA & DINTORNI è un modello per coniugare l’economicità della gestione e la qualità delle relazioni tra l’impresa e i suoi interlocutori. La stessa associazione di settore non ha mancato – grazie al gruppo di lavoro interbancario sull’argomento, al quale partecipano il 75% degli istituti di credito associati, il che significa l’87% degli sportelli attivi sul territorio italiano – di fornire strumenti utili in tal senso, come il Position paper del dicembre scorso, nato dalla sollecitazione della Comunicazione della Commissione Europea “Il partenariato per la crescita e l’occupazione: fare dell’Europa un polo di eccellenza in materia di responsabilità sociale delle imprese”. Nel documento l’Associazione ribadisce di ritenere due i pilastri della responsabilità sociale: la volontarietà e la centralità dei rapporti con gli stakeholders nella creazione di valore, in un mercato che attribuisce un peso sempre crescente alla reputazione delle aziende. In merito al primo aspetto è quasi superfluo sottolineare come la Csr in realtà punti ad andare ben oltre gli obblighi imposti dalla legge, e come un modello strategico, e non solo di strumento di comunicazione. Come dire: l’attenzione ai temi cari agli stakeholders, ossia a tutti coloro che detengono un legittimo interesse verso l’impresa, rischia di ridursi a una questione di maquillage che non modifica realmente il Dna delle banche (e delle aziende in generale). Un estremo pessimismo però sarebbe fuori luogo. Molto è stato fatto – pensiamo alle iniziative di Sodalitas e Abi (Associazione Bancaria Italiana) – e molto si sta facendo per costruire un linguaggio, e quindi un sentire, comune sull’argomento della Corporate social responsibility (Csr). Soprattutto è stato da più parti ribadito come i codici etici, da soli, non bastino: occorre tradurli in comportamenti e in norme specifiche per ogni settore d’impresa. Il segmento del credito, per sua stessa natura trasversale a tutte le altre aziende e con un indiscusso ruolo di motore dell’economia di un Paese, più di ogni altro richiede una sempre maggiore presa di coscienza in questo senso. Per Abi la responsabilità sociale d’impresa non è un’attività addizionale, ma riguarda direttamente il core business della banca, 20 standard imposto dall’alto si rivelerebbe inefficace e molto simile a quell’operazione di maquillage cui accennavamo. E qui implicitamente già s’introduce il secondo aspetto, quello della rendicontazione come strumento di trasparenza nei rapporti con gli stakeholders, già implicito nella scelta di preferire questa terminologia a quella generica di Bilancio sociale, che suona come una dichiarazione d’intenti della volontà di assumere il punto di vista dei portatori d’interesse. In quest’ottica la rendicontazione cessa di essere una mera presentazione di dati, numeri e condotte, ma segnala una diversa valutazione delle proprie performance, integrando i risultati economici con quelli ambientali e sociali. Da questi presupposti è nata la guida per le banche Il rendiconto agli stakeholders, redatta da Abi ed EconomEtica, il Centro interuniversitario per l’etica economica e la responsabilità sociale d’impresa. Non si tratta di uno standard, ma di uno strumento metodologico ed esemplificativo per le banche interessate a migliorare e approfondire il rapporto con i propri stakeholders. Se i sistemi di rendicontazione sono necessari per uscire dall’autoreferenzialità, la loro proliferazione può generare confusione, finendo per minare il rapporto di fiducia e di credibilità posto alla base del rapporto tra la banca e gli investitori, si tratti di semplici correntisti, piccoli azionisti o grandi investitori. Il rifiuto di assecondare un modello standard di rendicontazione, infatti, non vuole aprire la porta alla più totale assenza di regole e controlli. Piuttosto, si tratta di fornire agli interlocutori della banca (azionisti, clienti, dipendenti, territorio, società civile e no profit) gli strumenti adatti ad essere loro stessi controllori, sia nei confronti dell’impresa che nei confronti degli altri stakeholders, perché la tutela degli interessi di una parte non si traduca in svantaggio per un’altra. A questa volontà di bilanciare gli interessi delle BILANCIO SOCIALE 2006 M etti insieme lo spirito cooperativo del credito popolare, una Banca attenta alla società circostante e un progetto multistakeholder che dura da tre anni: ecco la pubblicazione del nono Bilancio Sociale di Banca Etruria. Dal documento è emerso un dato decisamente positivo: 178 milioni di euro, distribuiti soprattutto come dividendi ai Soci, elargizioni e stipendi a garanzia dell’occupazione. Un plus che si coniuga con la tradizionale attività bancaria, e nel quale va considerato che 1,7 milioni di euro sono stati destinati, sempre nel 2006, alle richieste di Enti e Associazioni per attività sociali e sportive, oltre ai numerosi interventi a favore del patrimonio artistico e culturale. Tra le novità del documento, redatto secondo le nuove linee guida pubblicate da ABI, c’è il diretto riferimento alla Carta dei Valori e al Codice Etico nel Capitolo Relazione di Scambio Sociale. Un modo per evidenziare al lettore la coerenza e l’evoluzione dell’impegno socialmente responsabile della Banca. All’interno del Bilancio Sociale e nel sito www.bancaetruria.it è a disposizione di tutti gli interessati un questionario anonimo da cui prendere spunti costruttivi e capire le aspettative degli interlocutori. Tutti i lettori possono compilarlo e farlo pervenire alla Banca, come parte integrante della stesura e del miglioramento del documento. 21 Gli Istituti di Credito che praticano la Csr coniugano l’economicità della gestione con la qualità delle relazioni ECONOMIA & DINTORNI diverse realtà si riferisce l’espressione politica multistakeholders, che trova nella realtà bancaria uno degli ambiti più favorevoli. Sono gli stessi interlocutori degli istituti di credito a doverne prendere coscienza, così da poter chiedere (e verificare) una sempre maggiore trasparenza. Anche questo particolare comparto dell’attività finanziaria conferma che trasparenza e rendicontazione si configurano come due leve strategiche fondamentali per gli istituti di credito. La comunicazione di sostenibilità non può limitarsi ad essere asettica e formalmente ineccepibile, ma deve davvero fornire elementi per valutare la ricaduta della propria attività. In questo modo le banche alimentano un circolo virtuoso nel quale la cura dei rapporti con i propri interlocutori, ritenuti elemento fondamentale della creazione di valore, rinnova la credibilità dell’azienda, mentre la società e il territorio che la legittimano, condividendone i comportamenti, contribuiscono al raggiungimento dei suoi obiettivi, ossia la produzione di valore e il successo competitivo. è un aspetto dell’attività bancaria che non va trascurato in questo contesto. Le banche, nel momento in cui forniscono i capitali necessari a realizzare progetti d’impresa, hanno di fatto la possibilità di scegliere se privilegiare le iniziative di sostenibilità. E non solo erogando capitali, ma anche indirizzando i risparmiatori verso prodotti socialmente responsabili. A questo proposito basti ricordare l’intervento del direttore generale di Abi Giuseppe Zadra. Nel corso del convegno organizzato dal forum della Finanza sostenibile per presentare le Linee Guida in materia di rendicontazione ambientale e sociale per le forme pensionistiche complementari, Zadra ha fornito dati più che incoraggianti, a cominciare dall’aumento del 150% in tre anni del volume di capitali gestiti legati a fondi etici. Un elemento che, unito al fatto che “i fondi socialmente responsabili hanno premiato il risparmiatore anche in termini di risultati”, consente a Zadra di pronosticare la crescita dell’ ”offerta di prodotti etici nel campo delle forme pensionistiche complementari”. Non si tratta di una tendenza solo italiana: l’indice etico Ftse4Good Global, che seleziona i titoli non solo con riguardo alla performance finanziaria ma in base al rispetto di criteri attenti alla sostenibilità, ha registrato un incremento del 94% del valore dei titoli delle imprese socialmente responsabili negli ultimi dieci anni, segnando un +19% rispetto all’indice generale Msci World, come evidenzia una ricerca di Bipiemme Gestioni e Etica Sgr. Anzi, è proprio a partire dal crescente peso del consumo critico nei paesi anglosassoni, tradizionalmente più attenti a queste tematiche, che gli analisti ipotizzano una crescita sia della domanda che dell’offerta di questi prodotti. C’ uesto legame con il territorio assume un peso specifico maggiore laddove le aggregazioni tra istituti diversi, che assicurano dimensioni ritenute più competitive nel mercato globale, rischia, allontanando di fatto i centri decisionali dal territorio di riferimento, di rompere il legame tra le banche che hanno dato vita a un certo gruppo e il contesto in cui operano da sempre. La globalizzazione, da questo punto di vista, trova nelle politiche di Csr, che garantiscono ricadute positive in termini sociali e ambientali anche locali, un valido strumento di fidelizzazione della clientela. Q e questo è in sintesi lo stato dell’arte, quali sono le prossime sfide che attendono le banche in materia di Rsi? Quello dell’inclusione finanziaria degli immigrati è senza dubbio tra i temi più interessanti. I servizi rivolti agli stranieri che scelgono di stabilirsi nel nostro Paese non rappresenta solo una delle vie maestre per l’integrazione dei migranti, ma anche un appetibile spazio di mercato per gli istituti di credito. Spazio che si fa sempre più rilevante, se consideriamo le stime Abi appena pubblicate dalla rivista Bancaforte (I. Ferraro e C. Provatoli, 6/2007): su dieci S 22 finanziamenti per l’acquisto della casa, almeno uno porta la firma di un immigrato, per un totale di circa 350 mila contratti. Basti dire che nel 2004 il volume di credito erogato agli immigrati “ha raggiunto 4,85 miliardi di euro, segnando un aumento del 43% rispetto all’anno precedente” e che – citiamo sempre l’intervento su Bancaforte – “secondo un’indagine dell’Istituto di ricerche Scenari Immobiliari nel 2005 gli immigrati stranieri in Italia proprietari di abitazioni erano 560.000 e rappresentavano quasi il 15% della quota totale di acquisto di immobili (per un totale di 860.000 case e un fatturato di 12 miliardi di euro a bilancio del 2005)”. Ma non è solo il credito per l’acquisto della casa a mandare segnali interessanti agli operatori. Negli ultimi cinque anni il tasso di crescita delle imprese gestite e controllate da immigrati ha superato il 10%, contro l’1,21% nazionale per il 2006. Il tema dell’inclusione finanziaria merita quindi d’essere approfondito, come promette il programma del III Forum Csr, dedicato a “La relazione sostenibile. La responsabilità d’impresa e degli stakeholder: gestire la complessità per una relazione vantaggiosa”. In particolare potrà essere utile a chi si occupa d’inclusione finanziaria la sessione dedicata a questo tema, nel corso della quale verrà presentato lo studio condotto da Abi e Cespi, che fotografa i rapporti tra migranti e sistema bancario italiano. Analisi dei bisogni finanziari e assicurativi degli immigrati – questo il titolo della ricerca – offrirà dati quantitativi e qualitativi, anche con focus specifici sulle singole aree geografiche del nostro paese. Un’analoga indagine effettuata nel 2005 forniva già numeri di tutto rispetto: all’epoca oltre il 57% dei migranti adulti aveva rapporti stabili con un istituto di credito. Le stime Abi prevedono che, entro dieci anni, saranno oltre tre milioni i conti correnti aperti da immigrati, circa il 10% dei conti attivi in Italia. Uno scenario in grado di aprire nuove prospettive anche dal punto di vista del rapporto multistakeholders e della responsabilità sociale, a proposito di pari opportunità e non solo. A dimostrazione che le politiche di Csr non possono essere qualcosa di cristallizzato, ma devono essere in grado di evolversi in risposta al mutare del panorama di riferimento. 23 ECONOMIA & DINTORNI SPIGOLATURE IN TEMA DI FINANZA Gli argomenti “caldi” della seconda globalizzazione di Mario Sarcinelli LA BANCA CENTRALE EUROPEA L'istituto di Francoforte è chiamato a svolgere un ruolo chiave per l'integrazione finanziaria e la crescita economica europea. N settore finanziario attraverso la formulazione e l’approvazione del Financial Services Action Plan. Tuttavia, i risultati dipendono, oggi come domani, dall’applicazione delle direttive approvate. I risultati sono stati sinora diseguali e scarsi soprattutto nei mercati al dettaglio, mentre nel campo azionario è ancora riconoscibile un home bias. D’altra parte, il processo Lamfalussy può avanzare se si raggiunge un consenso tra 27 paesi, spesso non solo desiderosi di mantenere qualche controllo sugli intermediari finanziari nazionali, ma anche responsabili della stabilità finanziaria. Le spinte ad adeguare il quadro istituzionale per l’integrazione europea provengono dagli M&A transnazionali, che oggi interessano non solo primarie banche, ma anche le strutture borsistiche, le società mercato. Tuttavia, lo stesso processo di integrazione comporta nuovi e diversi rischi, in misura maggiore probabilmente nel comparto bancario poiché le interazioni sono più rapide che in altri settori tra cui quello assicurativo. Sebbene attraverso la supervisory convergence si cerchi di dare maggiore omogeneità alla vigilanza sul mercato finanziario europeo, sfide addizionali si presentano ai responsabili della supervisione, sempre meno in grado di controllare banche con operatività transfrontaliera. Ne discende l’ovvia necessità di condividere l’informazione, ma ciò non sembra essere più sufficiente. Si comincia, perciò, a guardare anche a forme di corresponsabilità, a obblighi congiunti di rendicontazione al fine di internalizzare diseconomie e spillovers, cioè per evitare che l’azione di un supervisore cambi le opzioni disponibili per gli altri. on avviene nel vuoto l’integrazione del mercato finanziario europeo: non solo bisogna varare nuove norme, ma anche modificare le prassi della vigilanza. In questo cangiante quadro normativo, gli intermediari non possono dimenticare i rapporti con la propria clientela, né quanto avviene sul più vasto orizzonte mondiale. L’ultima debuttante, la MiFID o direttiva sui mercati degli strumenti finanziari, entrerà in vigore il 1° novembre; allontanandosi dal modello sinora seguito, rappresenta un esempio di massima armonizzazione per assicurare un vero campo livellato. La lenta ripresa del processo politico-diplomatico sul futuro Trattato europeo fortunatamente non sembra influire negativamente sui lavori in corso per l’integrazione finanziaria del Continente. È questa fattore critico non solo per alleviare gli effetti di shock che colpiscano in modo differenziato i territori di un’unione monetaria, ma soprattutto per aumentare la crescita in Europa. Quest’ultima è stata, sia nell’eurozona sia in tutta l’Unione, più bassa che negli Stati Uniti, soprattutto negli ultimi dieci anni. Ebbene, secondo le ricerche del FMI, pubblicate nel recente volume Integrating Europe’s Financial Markets, il differenziale negativo di 0,75, nella crescita tra il 1996 e il 2003, per una metà è addebitabile alla più bassa crescita della produttività nei settori finanziari, escluso quello assicurativo. I responsabili politici, consapevoli di ciò, hanno spinto negli anni recenti per l’integrazione del 24 25 ECONOMIA & DINTORNI JEAN CLAUDE TRICHET È presidente della Banca Centrale Europea dal 2003. L'internazionalizzazione del sistema bancario rende indispensabile una supervisione che assicuri la condivisione di informazioni e di responsabilità Jean Claude Trichet a Cernobbio ha affermato che l’obiettivo della Bce non è quello di puntare a “un supervisore unico per il settore finanziario di Eurolandia, ma ... [a] un sistema sempre decentralizzato che sia, tuttavia, così strettamente coordinato da essere percepito come un tutt’uno dai mercati finanziari” (Il Sole-24 Ore, 9/09/2007, n. 247, p. 2). Chissà se è un’ipotesi realistica?! Tra i temi caldi non v’è solo l’integrazione del mercato a cui il banchiere deve prestare attenzione. Un posto di rilievo occupa, o dovrebbe occupare, la percezione da parte della clientela delle imprese che offrono servizi finanziari. Ha questo tema un sapore amarognolo che può non risultare gradito al palato di qualche intermediario, ma non può essere trascurato per il rispetto che si deve alla pubblica opinione e per l’obbligo morale che ciascuno di noi ha di migliorare i propri comportamenti in una società che voglia rimanere coesa. Secondo un’indagine McKinsey, che ha coperto 4.063 consumatori in Cina, Francia, Germania, Giappone, India, Regno Unito e Stati Uniti nel luglio 2006, la clientela ritiene che i fornitori di servizi finanziari potrebbero gestire meglio: a) le relazioni con la clientela; b) la trasparenza con riferimento ai prodotti e alle condizioni contrattuali; c) la salvaguardia degli interessi del consumatore; d) l’indebitamento irresponsabile di quest’ultimo, problema sentito molto, pare, in Francia e nel Regno Unito; e) il profilo sociale e ambientale dell’attività creditizia. Il punto sub e) è ritenuto, però, meno importante degli altri. Qualche nota a margine dell’indagine citata. Sebbene l’Italia non sia inclusa tra i paesi del campione, è impossibile immaginare che il consumatore-risparmiatore italiano esprima giudizi diversi da quello francese, inglese o tedesco: è troppo recente la scottatura dovuta ai titoli dell’Argentina, della Parmalat, della Cirio, della Giacomelli… È stata fatta nel 2006, ma nulla fa ritenere che i comportamenti siano cambiati nell’anno in corso. Ad esempio, negli Stati Uniti non può essere migliorata la percezione quando, da parte di alcune società finanziarie, soggetti con insufficiente merito di credito sono stati sollecitati a indebitarsi ipotecariamente per acquistare una casa o studenti non agiati sono stati indotti a contrarre prestiti onerosissimi da parte di intermediari sussidiati dal governo federale. ulla trasparenza di prodotti e condizioni contrattuali insistono molto i regolatori, ma nella concreta esplicazione questa esigenza non di rado si risolve in aggravi procedurali che rispettano le forme, ma non necessariamente migliorano la comprensione dei rischi, immunizzano dal conflitto d’interesse, ecc. Spesso l’esigenza di trasparenza si scontra con la continua innovazione negli strumenti e nei contratti, con la mancanza quindi di dati omogenei che sulla base del passato possano essere di conforto nell’affrontare il futuro. Infine, incontra un limite nel grado di conoscenza finanziaria del cliente il quale, nella maggior parte dei casi, è a caccia di certezze, mentre ciò che gli si può onestamente offrire è uno spettro di probabilità... Molta fiducia è oggi riposta nella tutela differenziata secondo S 26 Ci si attende che gli istituti di credito si facciano portatori inflessibili di valori sociali e ambientali il grado presunto delle conoscenze della clientela. È un passo avanti, dubito che sia risolutivo, può essere fonte di controversie con clienti che eccepiscano, in caso l’investimento abbia prodotto perdite, di non essere stati sufficientemente informati... Della responsabilità sociale e ambientale nella concessione del credito fanno fede l’esistenza di molti fondi di investimento a ciò vincolati e l’adesione di parecchie istituzioni finanziarie internazionali agli Equator Principles. Anche se questa strada, ancora lunga, sarà intrapresa da un crescente numero di intermediari, ciò che probabilmente la massa dei consumatoririsparmiatori si attende dalle banche è che esse si facciano portatrici inflessibili dei valori sociali e ambientali che un’indistinta società di tempo in tempo esprime. A questo riguardo, l’autoregolamentazione incontra limiti non solo nei comportamenti della concorrenza, ma anche nel rispetto della libertà economica di ogni individuo. La legge, proprio perché portatrice di sanzione giuridica, può certamente spingersi più in là dell’autoregolamentazione nella difesa dei valori sociali e ambientali, ma incontra pur sempre gli stessi limiti. Cosa è possibile fare perché migliori la percezione delle banche da parte dei consumatori-investitori? Difficile dare una risposta unica poiché ogni banca ha un modus operandi, un mix di clientela, una specializzazione in questo o quel tipo di operazioni. Tuttavia, tutti gli intermediari hanno la necessità di comunicare meglio con la clientela. In questa accezione, comunicare non significa pubblicizzare il prodotto o rendere più riconoscibile il brand, ma semplicemente rendere più comprensibile il linguaggio, meno pervasivo o condizionante il conflitto di interessi, più aperto il colloquio. Poiché il cliente è lo stakeholder più importante, mantenere o riconquistare la sua fiducia non è della massima importanza? Le recenti turbolenze, innescate dalla crisi dei sub prime loans in America, hanno reso evidente che il mercato finanziario è tra quelli che hanno capacità di reazione veramente mondiale. Tuttavia, non vanno sottovalutati né i richiami delle sirene protezioniste che sperano ancora di ammaliare i naviganti nell’oceano della globalizzazione, né il rafforzarsi della geopolitica nel campo delle risorse energetiche e in qualche misura anche in quello delle materie prime e delle granaglie. Anzi, bisogna subito aggiungere che pure nel settore finanziario la geopolitica si sta affacciando con i fondi sovrani costituiti dai paesi produttori di gas e petrolio o da quelli che sono stati protagonisti di una formidabile crescita industriale trainata dalle esportazioni, come la Cina, la Corea del Sud, Singapore. Si calcola che essi abbiano a disposizione per investimenti 2,5 trilioni di dollari e che in dieci anni le loro fortune potrebbero crescere sino a toccare i 17,5 trilioni. Con gli ingenti mezzi a disposizione, sono a caccia di assets da acquisire nei paesi occidentali; per la dimensione del fenomeno, soprattutto in prospettiva, è abbastanza diffuso il timore che questi fondi finiscano col controllare industrie strategiche e che addirittura possano acquisire influenza politica negli Stati Uniti come in Europa... Per il momento, si può solo registrare un fenomeno che potrebbe reintrodurre una buona dose di intervento politico nell’allocazione internazionale dei flussi di capitale e indurre i paesi importatori di fondi a istituire filtri, a chiedere l’adesione a codici di condotta o addirittura ad escludere tali fondi da alcuni settori sensibili. n tempo, quando la seconda globalizzazione era agli albori, erano i paesi meno sviluppati a manifestare apprensione per l’invadenza dei capitali privati esteri e per la loro influenza non solo sulla struttura dell’economia, ma soprattutto sulla configurazione del potere nazionale o locale; oggi, con l’emergere di nuove potenze, sono l’America e la vecchia Europa a temere per la propria indipendenza economica. È la nemesi della storia e anche dell’economia... U 27 PROSSIMO VENTURO EVVIVA LA PROVINCIA futuro eco-sostenibile. Allora, vediamo un po’: ambiente, clima ,paesaggi, qualità della vita, socialità amichevole, arte, cultura… ma questa è la provincia italiana! Errore, oggi come oggi questa è Silicon Valley. Oppure la provincia di Victoria in Australia, il polo manifatturiero del Pearl River Delta vicino Hong Kong, la zona di Sophie Antipolis vicino Nizza e quella di Kista vicino Stoccolma, o la provincia di Aragona in Spagna. na delle teorie più calde del momento è quella della dis-urbanizzazione di Joel Kotkin, il nuovo guru di trend sociodi Vito Di Bari economici globali. Kotkin ha scritto il saggio The new geography nel quale scrive che in una società post industriale molto evoluta le nazioni dovranno il loro successo alla capacità di attrarre in territori circoscritti forza lavoro estremamente qualificata ed attenta alla qualità della vita proveniente dalle metropoli e dai paesi esteri. In pratica, l’asso nella manica dei Paesi più competitivi sarà qualche provincia particolarmente attraente ed adeguatamente attrezzata (infrastrutture, istruzione superiore, normative, sistema territoriale e così via). U orniamo a Silicon Valley. Vi garantisco che ci si vive bene: il clima è mite e il posto è bello, la gente è cordiale ed amichevole, c’è senso d’appartenenza e coesione della comunità. Insomma, la Silicon Valley è il bel paese. Ma non lo eravamo noi? O forse queste cose non ci sembrano importanti solo perché le abbiamo da sempre? Silicon Valley era solo un posto bello e a misura d’uomo, oggi è una società multietnica con un ingegnere o scienziato su due nato altrove e trasferitosi lì (perché lì c’erano interessanti opportunità di formazione e di lavoro) e che però ci sono rimasti (perché lì si vive bene). E restandoci, ne hanno costruito il successo, oggi il reddito della famiglia media di Silicon Valley è ormai di 148 mila dollari. T otkin asserisce che entro il 2030 il 50% della popolazione si sposterà dalle città a territori paesaggisticamente belli e connotati da clima mite, ambiente preservato, qualità della vita e socialità amichevole. Questo è importante perché il decremento demografico e l’allungamento della vita trasformerà entro il 2050 i paesi più sviluppati – inclusa l’America, dice Kotkin – in granny countries, che è come dire paesi di nonnetti. E l’invecchiamento progressivo andrà a danno della competizione e dello sviluppo economico, salvo che questi Paesi non attraggano giovani talenti IN CALIFORNIA dall’estero. K Il rinomato Campus della Stanford University ha avuto un ruolo fondamentale nel successo della Silicon Valley. Lasciare la città per vivere meglio. Ma solo se sul territorio convivono cultura e informazione uesto significa che le chanches di successo delle economie nazionali non risiederanno tanto nel decentrare le lavorazioni in paesi a basso costo del lavoro, ma piuttosto nell’investire in luoghi a forte potere d’attrazione di talenti nazionali ed internazionali. Come direbbe – per l’appunto – Kotkin. Q economista favorito di Bill Gates, Richard Florida, si è inserito in questo dibattito affermando che l’esistenza di arte e cultura nel territorio costituirà un elemento risolutivo nelle scelte di vita residenziali. Florida è il profeta del L’ 28 Se Kotkin avesse ragione questo vorrebbe dire che l’Italia potrebbe partire in pole position. Ma attenzione, essere il bel paese non basta. A Silicon Valley la burocrazia è ridotta al minimo ed esiste un sistema territoriale compatto e concretamente a supporto del distretto produttivo. Costituito da banche, istituzioni, enti territoriali e volontà politica. Esiste una forte cultura dell’innovazione e del trasferimento tecnologico. E – non dimentichiamolo – esiste la Stanford University che si è messa al servizio della crescita economica del distretto. Perché le province di successo nel mondo hanno una forte connessione con un poderoso e concreto sistema di formazione. Facciamo qualche esempio. La provincia di Bangalore sforna ogni anno decine di migliaia di ingegneri e tecnici con ottima preparazione.Il distretto di ha un sistema educativo che include 67 università con circa 58.000 laureati in loco ogni anno. parlare dei casi di eccellenza: Fen in Inghilterra, trainata da Cambridge e Silicon Valley, appunto, trainata da Stanford. Silicon Valley, Bangalore, Silicon Fen e Changzhou sono province assolutamente diverse dalle nostre. Non possiamo semplicemente copiarle, possiamo però attingere idee e poi definire una nostra strategia coerente di valorizzazione delle migliori province italiane. A condizione di tre capisaldi dai quali – secondo me – non possiamo prescindere: un sistema universitario all’altezza della sfida, uno Stato amico che si schieri concretamente a supporto della crescita economica e la valorizzazione del territorio. n territorio da utilizzare come un fattore di vantaggio competitivo per attrarre tecnici e scienziati di talento da tutto il mondo. A cominciare dai nostri cervelli di ritorno. Territori e comunità a cui bisogna, innanzi tutto, restituire l’orgoglio di appartenenza. Ecco, è questo che Kotkin ci dice: per vincere la competizione economica, dobbiamo tornare in provincia ed al genius loci. U 29 LUOGHI DEL PENSIERO LA BUONA ABITUDINE DEL ricordo di Silvia Veggetti Finzi Rammentare o rimuovere? PER NON DIMENTICARE Visuale del monumento commemorativo dell’Olocausto a Berlino, formato da centinaia di blocchi irregolari di marmo. 30 31 “Questo libro non è un libro di storia. È quel che mi rimanda la memoria..." Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso. LUOGHI DEL PENSIERO n questi anni la memoria costituisce un tema centrale nell’ambito della cultura e un motivo di contendere nel dibattito politico. In un’epoca di disgregazione dell’io e del noi, di anonime individualità, si cercano nel passato elementi d’identità e prospettive per il futuro. Il secolo scorso si è chiuso infatti sulle rovine delle grandi ideologie politiche, fascismo, nazismo e comunismo, che avevano costituito per milioni di persone modi d’appartenenza, modelli d’identificazione, stili di vita. Ma proprio mentre l’Occidente si sta interrogando, cercando risposte alla domanda chi siamo noi? – si pensi al recente dibattito sulla Costituzione europea – la morsa del fondamentalismo suscita atteggiamenti speculari, opposizioni frontali, semplificazioni concettuali. Mentre emozioni immediate ed elementari vengono sollecitate periodicamente dalla minaccia del terrorismo dentro e fuori il perimetro dei suoi confini. La contrapposizione frontale tra noi e gli altri si riverbera poi sul confronto interno, suscitando atteggiamenti intolleranti e provocatori che abbassano inevitabilmente il livello dello scontro politico e della coscienza collettiva. È significativo che, intorno al giorno dedicato alla “memoria dell’Olocausto” si sia accesa una polemica tra chi lo considera una forzatura, un dovere o un compito. Ricordare è piuttosto una necessità. Non possiamo sapere chi siamo e dove stiamo andando se non conosciamo da dove veniamo. Ma l’archivio della memoria non contiene dati obiettivi, perfettamente inseriti, impeccabilmente catalogati. I suoi materiali, spesso casuali, sono stati preventivamente selezionati, più o meno esplicitamente organizzati (può bastare porre i fatti in un determinato ordine di tempo per suggerire un rapporto causa-effetto) e il loro recupero è sempre intenzionale. Chi opera una ricognizione nei polverosi scaffali del passato ha molte probabilità di trovare solo ciò che cerca. Ad esempio, come immediato contrappunto alla commemorazione dei campi di sterminio nazisti sì è rievocato l’eccidio delle Foibe, come se fosse possibile azzerare il male con il male, cancellare il dolore con il dolore. Compito della storiografia è indubbiamente l’obiettività, ma si tratta di un ideale regolativo più che di un dato di fatto, di un lavoro ininterrotto più che di un risultato definitivo, di un cammino da percorre e ripercorrere senza che la meta sia mai raggiunta una volta per tutte. Come sostiene Aristotele, la storia si attiene al verosimile restandole la verità irraggiungibile. Elementi di verità si possono tuttavia ottenere col confronto dei diversi punti di vista, con la disamina critica delle differenti posizioni, con la coerenza delle argomentazioni, con un’ermeneutica che esplicita i valori e i progetti che la orientano, con una esposizione pacata e controllata dei fatti che limita le suggestioni retoriche. I LA MEMORIA A differenza della storia, si trasmette per prossimità ed empatia, attraverso canali privati, riti e abitudini. ale certamente per i popoli e le comunità storico-politiche quello che vale per gli individui: non vi è identità senza memoria. In ciascuno la spola dell’Io narrante tesse continuamente il filo che collega il passato al futuro e il futuro al passato, conferendo alla percezione di sé continuità e senso. La memoria intesa nel senso più completo del termine, come capacità di conservare, rammemorare e dimenticare secondo vettori di senso, non è pertanto un accessorio del pensiero ma una condizione della sua umanità, ciò che lo differenzia dal più sofisticato motore cibernetico. Il soggetto completamente smemorato non sa più chi è e non è in grado di definirsi finchè non recupera il proprio passato, essendo la soggettività un effetto dell’ io narrante. Allo stesso modo i gruppi sociali emergenti tratteggiano la prospettiva del futuro a partire da un passato possibile. Quando il Femminismo ha cercato di conferire alla donne un’identità di genere, non complementare a quella maschile ma specifica e differente, ha dovuto affrontare per prima cosa il difficile compito di una ricerca storiografica. E poichè quella tradizionale ha V 32 ignorato il contributo delle donne in quanto tali, è stato necessario definire un oggetto e mettere a punto un metodo in modo che una storia al femminile non fosse semplicemente contraddistinta dall’identità sessuale delle ricercatrici ma aprisse nuove prospettive sul mondo, nuove possibilità di riconoscersi soggetto anzichè oggetto di memoria. La realizzazione di questo progetto è tuttora in atto, perchè il fare storia è coesteso al tempo, sebbene soggetto al conflitto dei poteri e ai margini di autorevolezza che si possono di volta in volta conquistare e difendere. Da sempre però le donne hanno trasmesso nel privato, di madre in figlia, un saper fare che comporta un saper pensare in conformità ai loro 33 Passato, presente e futuro si influenzano e si controllano a vicenda, per questo non si finisce mai di riscrivere la storia LUOGHI DEL PENSIERO del passato e la proiezione verso l’avvenire, costituisce un antidoto a tale spossatezza psichica”. compiti naturali e sociali. Ma prive di sistematizzazione, di trascrizione, di istituzioni quelle conoscenze si sono rivelate fragilissime, come mostra la rapida dissoluzione della plurisecolare competenza delle ostetriche che, per ingiunzione del potere medico, è stata cancellata repentinamente come irrazionale e superstiziosa. uando un paziente giunge in analisi, insegna Lacan, di solito lamenta un sintomo ma la sua domanda va al di là del disturbo contingente. L’impossibilità di comprendere e controllare comportamenti ossessivi, fobici o isterici, inducendolo a dubitare di essere padrone in casa propria, lo confronta con l’enigma della sua identità, con la domanda chi sono io?, cui lo psicoanalista, inaugurando una ricerca condivisa dal transfert, risponde: tu sei la tua storia. Una storia che va recuperata passo per passo, ricostruita, costruita seguendo gli itinerari della memoria ma anche i sentieri notturni del sogno e della fantasia, interpretando i vuoti dell’amnesia e i geroglifici del sintomo, perchè proprio nelle cancellazioni, nelle distorsioni, nei ricordi di copertura, così come nei margini apparentemente irrilevanti del racconto risiede la verità del soggetto, la sua personale, unica, irrepetibile motivazione esistenziale. La spinta propriamente umana a esistere, a trascendere l’economia dei bisogni finalizzati alla sopravvivenza e alla riproduzione, consiste nel desiderio che, per il fatto di radicarsi nella contradditoria onnipotenza dell’inconscio, risulta sempre connesso alle sue interdizioni. Al cogito ergo sum di Cartesio, la psicoanalisi oppone un desidero ergo sum, un’intenzionalità inconscia che orienta da lontano il sentire e l’agire. Poichè il desiderio è tensione verso l’avvenire, verso l’irrealizzato, l’incompiuto, rovesciando la consueta priorità che vuole la storia magistra vitae, si può asserire che non c’è passato senza futuro. Il ricordo di ciò che siamo stati dipende in gran parte da ciò che vorremmo essere, dall’io ideale cui ci conformiamo. A tal proposito la domanda di Freud non è come ricordiamo?, di cui si occupano piuttosto la psicologia e le neuroscienze, ma perchè dimentichiamo? Non si tratta di una deficienza della memoria da attribuire a immaturità, debolezza o inefficienza, Q questo punto è opportuno distinguere la storia – ove il passato è sedimentato nei reperti archeologici, nei libri, nelle espressioni simboliche forti – dalla memoria che si trasmette per prossimità, per empatia, attraverso canali privati, narrazioni orali, codici non necessariamente linguistici, azioni materiali, strumenti di lavoro, riti, abitudini e costumi. Basta pensare, in questo senso, alla pratica quotidiana di cucinare che solo recentemente si è trasformata in una forma di cultura e spettacolo. Benchè più forte e più stabile della memoria, la storia non costituisce un lascito pietrificato, un patrimonio museale freddo e insensibile, contrapposto al transito caldo, vivo e diretto delle esperienze che passano di persona in persona o di cosa in cosa. Prodotta o interrogata dall’urgenza del presente, la storia non funziona come una fotocopiatrice, ma come una tipografia, dove ciò che viene conservato e rammemorato non sarà mai uguale a ciò che è stato vissuto e che resta, come tale, irrecuperabile. È piuttosto nell’interazione tra passato e futuro, all’incrocio delle due coordinate del tempo che si colloca il fare storia. Pensiamo, ad esempio, al recupero della romanità operato dal fascismo per giustificare e valorizzare la sua vocazione imperiale. Anche nella costruzione della propria biografia, il nesso tra i due poli è ineludibile perchè, come scrive Remo Bodei in Il dottor Freud e i nervi dell’anima: “Tolto lo slancio verso l’ulteriorità, verso il futuro, la vita interamente immersa nel presente rischia di diventare opportunistica e predatoria. La psicoanalisi, restituendo agli individui la profondità A ALBUM DI FAMIGLIA Le fotografie sono il più forte contatto visivo con il passato. 34 Ricordare può essere difficile o talvolta doloroso, ma è sempre necessario e organizzare in una narrazione completa e coerente. La rimozione resta, entro certi limiti, un’attività necessaria in quanto non costituisce l’antitesi della memoria ma una sua componente, un dispositivo necessario al suo funzionamento. Negli ultimi tempi del regime comunista, nella ex DDR, la Stasi, la Polizia segreta di Stato, spiava tutti i cittadini, registrava in segreto loro comportamenti e archiviava tutti i dati raccolti, col risultato di renderli inutilizzabili per eccesso. La memoria infatti è funzionale nella misura in cui seleziona il materiale da conservare e che merita di essere recuperato. Ricordare tutto e dimenticare tutto sono entrambi comportamenti che bloccano la vita psichica. D’altra parte il rimosso non scompare per sempre, anzi, tende a ritornare alla superficie comportandosi secondo la diagnosi positivista di esaurimento nervoso, ma di un vero e proprio meccanismo di difesa, che diviene patologico solo quando funziona in eccesso. Il suo esercizio è volto a evitare le conseguenze negative che potrebbe provocare la realizzazione, immaginaria o fattuale, di impulsi sessuali e violenti condannati dalla morale e dalla società. Inibendoli sul nascere, impedendo che diventino immagini, pensieri, intenzioni, si sacrifica il piacere al timore del dispiacere. In certe circostanze sarebbe piacevole uccidere chi si odia e possedere immediatamente chi si ama ma la civiltà non lo consente a costo di barattare la felicità con la sicurezza. Utilizziamo pertanto la rimozione sia per conservare la nostra immagine ideale sia per tutelare l’ordine sociale, interruzioni, deviazioni che la psicoanalisi s’incarica di colmare 35 LUOGHI DEL PENSIERO La memoria è indispensabile per mantenere le origini, anche se spesso non è obiettiva ZAKHOR! È l'imperativo morale della coscienza ebraica: ricordare. darie, ritrovarsi tra di loro ed esprimere nel gioco i loro impulsi violenti e competitivi (si pensi ai ragazzi della via Paal), ora il controllo della famiglia e della scuola sono diventati così assidui e capillari da impedire ogni manifestazione di spontanea, libera pulsionalità. Ma non sono soltanto i comportamenti ad essere proibiti, anche le fantasie vengono inibite e sostituite con la fruizione passiva dei messaggi televisivi. Le energie rimaste prive di autonoma rappresentazione, di immagini pertinenti, di espressioni simboliche condivise, circolano così, in modo caotico, tra la mente e il corpo senza trovare adeguate modalità di espressione. come un piantagrane, dice Freud, che cacciato dalla porta cerchi di rientrare dalla finestra. Per impedire la sua perturbante riapparizione siamo pertanto obbligati a contrapporgli un costante presidio di energie, con la conseguenza di impoverire le risorse vitali a nostra disposizione. La rimozione agisce però, e questo è molto importante, soltanto sui pensieri, le immagini, le ideazioni mentali, lasciando vaganti, privi di rappresentazione corrispondente, le pulsioni e gli affetti che si rendono ora disponibili a differenti investimenti. Benchè finalizzata alla tutela del benessere individuale e collettivo, la rimozione ha finito per diventare un motivo di disagio e una causa di nevrosi. Con il progresso, la civiltà è diventata infatti sempre più esigente, addirittura esosa, nel pretendere dai suoi membri il controllo delle spinte erotiche e aggressive. Mentre un tempo i bambini potevano, in luoghi riservati all’infanzia come i cortili, gli spiazzi dinnanzi alle chiese, i campetti, le strade secon- al canto suo l’educazione, ridotta sempre più a istruzione priva di profondità storica, di valori spirituali e di prospettive a lunga scadenza, non é in grado di recuperarle e di incanalarle verso mete socialmente valorizzate, verso scopi collettivi che conferiscano senso alla fisiologica D 36 prima, i nonni poi, non hanno trasmesso ai figli la memoria delle loro vicissitudini, non hanno narrato le loro esperienze, dato parola alle passioni – quali la paura, la colpa, il rimorso, l’ orgoglio o la vergogna – che sempre accompagnano e sovente seguono lo svolgimento dei grandi eventi storici. irruenza adolescenziale. È significativo che, tra gli alunni, la trasgressione più comune sia quella di allagare la scuola, come se l’acqua rappresentasse simbolicamente le loro energie non incanalate, inutilizzate, dilaganti. Il gesto fattuale immediato, irriflesso sostituisce allora la rappresentazione mentale, la simbolizzazione e la comunicazione delle pulsioni. Per sfuggire al malessere mentale, questi adolescenti regrediscono alla modalità infantile di evacuare le tensioni con l’agire motorio. La scarica immediata, qui e ora, dei conflitti psichici denuncia una carenza di tempo interno, di autobiografia, di storia individuale e collettiva. Forse è mancata, nel nostro paese, non tanto l’elaborazione storica del recente passato, quanto un’adeguata trasmissione generazionale della memoria vissuta. entre la prima guerra mondiale ha prodotto una ricca e articolata mitologia nazionale, la seconda è stata ben presto posta sotto silenzio e questo in entrambi gli schieramenti politici, come se fosse disdicevole e inopportuno ricordare il passato tanto per i persecutori quanto per i perseguitati, quasi non si riconoscessero né vincitori né vinti. Questa amnesia non è stata priva di conseguenze: ha indebolito l’identità familiare e la continuità generazionale favorendo una corriva omologazione sociale intorno all’immaginario e al lessico televisivo. Si è così prodotta una società che, pur condividendo bisogni e consumi, è rimasta in parte priva d’ identità nazionale, di sentimenti di cittadinanza, dotata di un debole senso dello stato e della responsabilità collettiva, incapace di accettare le regole del vivere civile. M agli anni ‘5O è prevalsa una voglia di dimenticare che ha prematuramente cancellato le vicende della dittatura, delle persecuzioni politiche e razziali, della guerra, della resistenza, del conflitto civile che ha caraterizzato il primo dopoguerra. Nella maggior parte delle famiglie i genitori D 37 LUOGHI DEL PENSIERO CITTÀ DA sorseggiare Caffè letterari, artistici, politici: tra una tazzina e l’altra, l’aroma del luogo che li ospita di Attilio Brilli devono operare i caffettieri colti attorno alla metà del Settecento: “Essi con ingegnosa e amorevole diligenza studiano che l’architettura della bottega sia grata all’occhio quanto possa; tanto che, appressandosi ad alcuna di esse, non ti pare di vedere bottega, ma piuttosto un delizioso spettacolo di teatro: e vi potrai godere, all’interno, finzioni dipinte di giardini, di paesaggi, di cacce e giochi finissimi d’intagli incornicianti specchiere, della comodità, che t’accoglie, delle poltrone e dei canapè”. nteso come approdo sia occasionale che abitudinario, il Caffè è una figura retorica: è il contenente che sta per il contenuto, ma anche una parte che prende il posto del tutto (nel senso di un prodotto che ne rappresenta tanti altri), e come tale non conosce grandi mutamenti nella sua storia che risale – a detta degli esperti – alla metà del Seicento: forse a Venezia, forse in Albione, chissà? La sua conformazione interna non conosce grandi variazioni e può essere ricondotta a due forme dominanti: a padiglione con spazi idealmente suggeriti da colonne e da rari tramezzi tipo Vauxhall, oppure può essere composto di più ambienti per rispondere a fruizioni diverse dello spazio, alla gamma dei passatempi e dei ristori, alle tonalità variabili delle voci. Il Caffè accoglie infatti forme differenti di aggregazione sociale: spazi di intimità o di dibattito, angoli di lettura e di riflessione, sale per feste e celebrazioni. Di conseguenza sono numerosi i caffè prestigiosi che, come l’Antico Caffè Tommaseo aperto a Trieste nel 1825, si ispirano al modello di locale multisala viennese. All’esterno molti di questi locali si adeguano alla struttura del palazzo che li ospita, mentre quando possono aspirare ad una propria individualità architettonica prediligono un’enfatica monumentalità. A VENEZIA In una acuta riflessione su questo luogo tipico L’Antico Caffè Florian, della moderna civiltà occidentale, l’editore della aperto nel 1720. “Gazzetta Veneta”, Gasparo Gozzi, ci dice come I a il caffè è anche luogo eminente d’osservazione, del continuo occhieggiare dall’interno verso l’esterno e viceversa, e infatti Gozzi prosegue: “Donde, ancora, osserverai e conoscerai, nel movimento della gente, dentro e fuori attraverso le ampie vetrate, gli usi e i costumi del paese, le situazioni locali dell’abbigliamento e mille altri dettagli ancora; e sarai partecipe, grazie alla conversazione degli avventori come alle gazzette offerte in lettura, delle ultime novità di ciò che accade nel mondo”. Non è facile trovare più esaustiva descrizione della valenza sociale e culturale che il Caffè riveste, specie per quel suo incantevole giuoco fra il dentro ed il fuori, fra il pigro localismo e il moto del vasto mondo. Sin dalle origini il Caffè si è dimostrato un luogo dei mille incontri, qualificandosi come caffè d’informazione dove la città si ascolta, sussurra e spettegola, come caffè della borsa, o luogo deputato alle transazioni commer- M 38 39 La cultura si sviluppa unendosi all’intelletto LUOGHI DEL in luoghi insieme pubblici e privati, esibiti e appartati PENSIERO chiaioli e i loro sodali nel fiorentino Caffè Michelangelo, mentre l’altro più tardo sacrario fiorentino del nettare nero, le Giubbe Rosse, ospita le tumultuanti redazioni di La Voce e di Lacerba e quindi i protagonisti del modernismo italiano, da Marinetti a Boccioni, a Papini fino a Gadda. Un altro famoso dipinto a tema, Amici al Caffè, eseguito da Amerigo Bartoli nel 1930, raffigura la famosa terza saletta del Caffè Aragno, già sede della redazione della Ronda con la presenza di alcuni esponenti della scuola romana e della letteratura novecentesca: Cardarelli, Baldini, Cecchi, Barilli, Soffici e Ungaretti. E bene fece il geniale Gianbattista Vicari a far rivivere nel secondo Novecento la rivista satirica il Caffè, a rinnovata memoria dell’altra storica rivista dei fratelli Verri e del Beccaria intitolata al bollente distillato che fu palestra dell’intelligenza padana. Ci sono poi caffè nei quali l’arte e la letteratura hanno pigramente indugiato sin dalle origini, fermentando e ribollendo, e dove si sono dati appuntamento personaggi della cultura internazionale. Non c’è viaggiatore che non faccia riferimento ai caffè connotati da un’aura letteraria delle città in cui sosta, e non c’è guida che non li annoveri fra i luoghi celebri da conoscere, da visitare e a cui rendere gradevole omaggio. Quasi sempre la fama di questi locali è data dal genere dominante degli avventori. Gli artisti e i viaggiatori britannici a Roma s’incontravano al Caffè degli Inglesi di cui ci parla nel 1776 il pittore Thomas Jones: “Per trovare un po’ di sollievo l’unica alternativa era scappare al Caffè degli Inglesi, uno stanzone a volta con le pareti affrescate con sfingi, obelischi e piramidi, ispirate ai disegni fantastici del Piranesi, più adatti in verità ad un sepolcro egizio che ad un luogo di conversazione. Qui, seduti attorno a un braciere acceso, cercavamo di stare allegri bevendo una tazza di caffè o un bicchiere di punch, per poi cercare a tentoni la via di casa, nel buio, nella solitudine, nel silenzio”. ciali e infine come caffè letterario ed artistico, o centro dove si discute d’arte in prevalenza d’avanguardia. uesta ultima dimensione è talmente connaturata al Caffè, che uno degli esemplari più antichi, il Florian di Venezia, nato nel 1725, diventa sede redazionale della Gazzetta Veneta del Gozzi. D’altronde i Caffè delle principali città sono spesso editori in proprio di fogli d’informazione e di giornali che talora recano il medesimo titolo del locale. Basti ricordare il napoletano Caffè del Molo, “ritrovo nel quale convenivano e discettavano cultori di lettere e d’arte” con l’omonima gazzetta, il padovano Caffè Pedrocchi con il suo “Foglio politico-letterario”, il bolognese Caffè di Petronio editore di “Notizie teatrali, bibliografiche e urbane” ed altri ancora. Che poi il dibattito culturale finisse spesso per trasformarsi in dibattito politico è una conseguenza naturale che vede molti caffè italiani diventare delle autentiche palestre carbonare assurgendo al rango di testimoni dei momenti cruciali della storia della città. Tanto per fare un esempio, quando ancora si trovava all’angolo di Piazza della Scala, il Caffè Cova svolse un importante ruolo strategico nell’insurrezione delle Cinque giornale di Milano. Gli ingegni più acuti avevano da tempo intuito che questi locali sarebbero diventati il luogo d’incubazione di idee politiche innovative se non rivoluzionarie, tanto è vero che Montesquieu aveva annotato sarcastico: “Se fossi il sovrano di questo paese chiuderei i caffè perché coloro che frequentano questi luoghi vi si riscaldano il cervello: l’ebrezza che mette loro il caffè li rende pericolosi per l’avvenire del paese”. Nella stessa epoca Demetrio, anfitrione del caffè ideale dei fratelli Verri sentenziava: “V’è nel caffè una virtù risvegliativa degli spiriti animali, come nell’oppio v’è la virtù assoporativa e dormitiva”. Tale è la fortuna dei caffè letterari nelle maggiori città italiane fra Ottocento e Novecento, che i nomi di alcuni locali sono intercambiabili con quelli dei movimenti culturali che hanno ospitato. Nel 1861 Adriano Cecioni immortalava i Mac- Q A ROMA Celebrità al Caffè Strega di Via Veneto, 1958. Da sinistra: Milena Milani, Vincenzo Cardarelli, Leonetta Cecchi Pieraccini, Giuseppe Ungaretti, Vincenzo Talarico, Mario Ubaldini, Emilio Cecchi e Amerigo Bertoli. a ogni città ha il suo accogliente Caffè ed è anche suo tramite che ostenta la propria civiltà. L’americano William De Forest ci presenta M 40 Se scrittori e artisti trovano l’agio del pensare intorno ad un tavolo, allora il Caffè diventa letterario il ritrovo per eccellenza della società cosmopolita fiorentina attorno al 1855, nell’attuale via Tornabuoni: “Doney è sempre lindo e pulito, coi suoi tre saloni, le colonne color crema, i tavolini di marmo, le uniformi bianche dei militari austriaci, le giacche di tweed dei turisti inglesi e i camerieri che sono il moto perpetuo e urlano le ordinazioni dei clienti con la veemenza dei lupi di mare”. John Ruskin ricorda spesso il Florian di Venezia dove soleva sedere a meditare sulle pietre venerande e ad ascoltare la banda austriaca che suonava la marcia di Radevski. Un vivace ricordo del padovano Caffè Pedrocchi, caro a Stendhal, ci viene offerto attorno al 1860 dal romanziere William Dean Howells che lo definisce: “Un edificio di granito che s’ispira all’architettura egizia e che è il mausoleo della fortuna del suo proprietario. Gli avventori si riuniscono la sera nelle eleganti sale e vi restano fino a notte fonda, davanti alle tazze fumanti e ai gelati, con i giornali e le loro chiacchiere”. A Roma il Caffè Greco ha soppiantato quello degli Inglesi come ritrovo degli artisti di tutte le nazionalità. Appena varcata la soglia, annota nel 1845 William M. Gillespie, autore della prima guida americana di Roma, ci si trova avvolti da una nube di fumo. Nella caligine azzurrognola s’intravedono barbe lunghe, fieri mustacchi, cappelli a tesa bassa, giacche di velluto, mantelli con gli alamari e fisionomie selvatiche ma argute, tipiche degli artisti romani. Tutti fumano, prendono il caffè del dopo pranzo, oppure conversano in una babele di lingue. Sempre a Roma, una trentina d’anni dopo, la giornalista americana Elizabeth Robins annota che dopo pranzo suole trasferirsi con il disegnatore Joseph Pennell al caffè, “benedetta istituzione per i senza dimora”, e quindi prosegue con una smaccata citazione dantesca: “È straordinario notare come gli artisti, in qualsiasi città si trovino, si dirigano sempre allo stesso caffè e al medesimo tavolino, come vanno i colombi al dolce nido. Noi avevamo scelto il Caffè Nazionale, a Piazza Colonna, tutto specchi e dorature, dove ci trovavamo subito circondati da amici”. 41 LUOGHI DEL PENSIERO Nelle città illuministe di fine Ottocento si fece insistente la necessità di interscambi culturali. Ecco dove questi avvenivano AD AREZZO Piazza S. Francesco, agli inizi del secolo scorso. compagnia”. Sia come sia, se ad una città, grande o piccola, si toglie il suo storico caffè si vanifica almeno in parte lo spirito del luogo. Prima ancora di procedere per le mete d’arte, è qui che il turista colto si volge per tastare il polso della città, per guardarsi nelle specchiere che riflettono generazioni di avventori. La piazza che dovesse veder spegnersi per sempre le luci del caffè che ha ospitato per secoli degraderebbe da luogo di sosta, ricco di aromi e di conversari, ad anonimo luogo di transito. E il viandante locale o forestiere che percepisce questa inopinata assenza, passando per cotesta globalizzata tetraggine affretterebbe il passo, forse incespicherebbe pensando al richiamo olfattivo, alle pregustate delizie, agli appuntamenti galanti, agli incontri fortuiti, all’agio delle gradevoli chiacchiere di un tempo. Animati o meno da ambizioni letterarie, molti caffè di provincia si scrollano di dosso la polvere dell’immobilismo e il torpore della consuetudine quando diventano occasionale luogo d’incontro fra il flusso cosmopolita dei viaggiatori e la stanzialità locale. Ne è un esempio impareggiabile il ritratto che William Dean Howells ci fa del caffè di Cento, la città natale del Guercino nella quale il maestro del realismo americano fa una breve sosta nel 1871: “Ci dirigemmo verso il caffè principale di Cento per fare colazione, un caffè troppo grande per la cittadina con i suoi immensi sofà dai cuscini foderati di pelle rossa e con l’aria gelida, desolata di un decoro pretenzioso e miserabile a un tempo, un caffè pulito comunque dal soffitto alto e pieno di spifferi. Qui ci raggiunsero i nobilotti e i notabili della città i quali ordinarono il caffè per potersi sedere e concederci il piacere della loro squisita 42 IL CAFFÈ DEI COSTANTI al 1805, anno di apertura, il Caffè dei Costanti, ad Arezzo, ha costituito l’approdo rituale degli aretini e l’ammaraggio provvisorio dei forestieri che qui si rinfrescavano prima di entrare nell’antistante Albergo Reale alle Armi d’Inghilterra o sorbivano un punch prima di mettere il piede sul predellino della carrozza. È stato il punto di incontro fra la borghesia del luogo e il flusso di forestieri che lambisce la città, e come ogni caffè storico può vantare una ricca messe di aneddoti. Nel 1913 la pubblica lettura tenuta in questo locale dal poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti si concluse con un cospicuo lancio di ortaggi. Fu qui che il cortonese Pietro Pancrazi ebbe l’idea di definire Arezzo “la città delle statue” per il gran numero di simulacri marmorei e di coccio che ne costellano i punti strategici. La “scoperta” degli affreschi di Piero della Francesca porta in città la più viva intelligenza europea e americana. Edward Morgan Forster, l’autore di Camera con vista, annota di aver ricevuto una tale folgorazione dagli affreschi di Piero, da esser dovuto ricorrere ad un cordiale nel Caffè dei Costanti. L’aneddoto più impertinente, ma pertinente al luogo, ci viene dall’autobiografia di Sir Kenneth Clark, dove l’autore narra che quando scriveva la celebre monografia pierfrancescana, nel secondo dopoguerra, soleva trascorrere la mattina a studiare gli affreschi in S. Francesco, mentre nel pomeriggio si sedeva al Caffè dei Costanti con l’intento di contare i minuti che i suoi sedicenti appassionati connazionali dedicavano al divino Piero. Negli anni Sessanta del XX secolo era facile imbattersi nell’elegante, severa figura di Arturo Benedetti Michelangeli che vi sostava dopo le lezioni di perfezionamento pianistico. Negli stessi anni Guido Piovene annotava, standosene seduto al caffè, come S. Francesco fosse l’unica chiesa in Italia al cui muro d’ingresso i contadini continuavano ad appoggiare la bicicletta come fosse un fienile. La riapertura del Caffè dei Costanti si qualifica oggi non solo come l’apporto di nuova linfa per l’esangue spirito del luogo, bensì come recupero di un essenziale punto di riferimento e di una gradevole sosta nel cuore della città, una sosta che con la propria attrattiva riorganizza il flusso di quella cittadinanza aretina che si sente allergica ai processi omogeneizzanti e sensibile invece al sapore della tradizione, al senso civico dell’incontro e della conversazione e all’identità del luogo in cui ha la fortuna di vivere. Reso celebre dalle famose scene del film La vita è bella di Roberto Benigni, ultima pellicola italiana ad aver avuto il riconoscimento dell’Oscar per il cinema, il Caffè dei Costanti è tornato ai fasti della sua migliore tradizione il 6 dicembre scorso, grazie all’intervento di Banca Etruria che ne ha fatto dono alla città, in occasione delle celebrazioni del suo 125° anniversario dalla fondazione. D 43 LUOGHI DEL PENSIERO Felicità: CHI L’HA VISTA? Teologi, filosofi, persone comuni: tutti la cercano, pochi la trovano. Ma dove si nasconde? di Maurizio Schoepflin GEORG WILHELM FRIEDRICH HEGEL (1770 - 1831) È considerato il filosofo più significativo dell'Idealismo tedesco. Q ualche tempo fa ha goduto di una certa notorietà e di discreta fortuna un film intitolato La ricerca della felicità. Senza entrare nel merito del valore artistico di tale opera cinematografica, si può tuttavia affermare che il suo titolo, in un certo senso, rappresentasse già di per sé una garanzia di successo, dal momento che quella della vita felice e del suo ottenimento è una questione che ha affascinato gli uomini fin dagli albori della loro storia, se è vero, come ci informa Sant’Agostino, che l’erudito Marco Terenzio Varrone, vissuto alle soglie dell’era cristiana, aveva contato oltre duecentottanta dottrine filosofiche relativa alla felicità. Dunque, circa duemila anni fa era già stata elaborata una strabiliante quantità di teorie concernenti la vita felice, prova evidente dell’enorme attrazione che tale questione ha sempre esercitato sull’umanità. E non si pensi che i filosofi abbiano desistito: nei venti secoli che ci separano da Varrone, essi hanno continuato imperterriti a proporre idee e soluzioni per garantire al genere umano quello straordinario tesoro che chiamiamo felicità. A questo proposito, è ancora Sant’Agostino a venirci in aiuto, ricordandoci, nel Sermone 150, che, di norma, ogni filosofo indirizza la propria ricerca alla conoscenza e al raggiungimento di una vita felice. È possibile sintetizzare i risultati di tanta fatica? Proveremo a farlo, indicando alcune concezioni fondamentali di cui le numerosissime teorie sviluppate sul tema della felicità fino ai nostri giorni possono essere considerate delle varianti più o meno significative. Diremo innanzitutto che, lungo la millenaria storia della filosofia occidentale, a una concezione forte della felicità se ne è costantemente affiancata una debole: la prima si basa sulla convinzione che l’essere felici deve coincidere con una sorta di appagamento totale; la seconda, al contrario, ritiene che sia possibile soltanto un appagamento parziale, qualunque sia la strada scelta per tentare di raggiungere la felicità. In realtà esiste pure una posizione intermedia, quella di chi ritiene che nell’uomo alberghi un desiderio di appagamento totale, che tuttavia non potrà mai essere soddisfatto, dal momento che non esiste alcun oggetto capace di donare una tale soddisfazione. Per quanto riguarda quella che abbiamo definito concezione forte della felicità, è opportuno dire che alcuni suoi fautori pensano che essa non è comunque realizzabile, cosa che li conduce a far 44 45 Il Superuomo è capace di vivere con entusiastica accettazione della vita LUOGHI DEL PENSIERO FRIEDERICH WILHELM NIETZSCHE (1844 - 1900) Il suo pensiero è considerato uno spartiacque della filosofia contemporanea. Qui è ritratto da Hans Holde. IMMANUEL KANT (1724 – 1804) Celebre il suo epitaffio: “Due cose in vita mi furono sommamente care: il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” cristianesimo, erano in grado di assicurare la felicità: anzi, a suo giudizio, l’etica socratica e quella cristiana umiliano gli uomini, deprimono le loro potenzialità e li illudono circa la possibilità di raggiungere la pace e la serenità. Per uscire da questa situazione non resta altro che prendere atto della tragicità della realtà e accettarla coraggiosamente. Non bisogna subire il ricatto della sofferenza – sostiene Nietzsche –, ma superarlo grazie alla volontà che sa e può trasformare la negatività in positività. Per ottenere questo risultato, l’uomo non dovrà avere né rimpianti per il passato, né progetti per il futuro, ma vivere esclusivamente nel presente. È questo un nuovo tipo di uomo, un super-uomo, che non avvertirà più alcuna mancanza e sarà capace di vivere secondo lo spirito dionisiaco, spirito di ebbrezza e di passione, che esprime un’entusiastica accettazione della vita, ben lontana e ben diversa dalla rassegnazione, ma somigliante piuttosto a un estremo atto di potenza che permette all’uomo di dominare il caos e il nulla, su cui egli sta come sospeso. Tra le dottrine della felicità maggiormente diffuse dobbiamo annoverare l’edonismo, il cui nome deriva dalla parola greca edoné, che significa piacere: si tratta di una teoria o, meglio, di un gruppo di teorie, accomunate dalla convinzione che la felicità vada ricercata nel piacere, inteso come godimento sensibile che può essere sperimentato sia a livello fisico che psichico. A questo riguardo, emblematica è la figura di Aristippo di Cirene (fine V sec. – metà IV sec. a.C.), che affermò senza mezzi termini che il piacere, ogni piacere, è sempre bene. Per quanto concerne le caratteristiche che il filosofo cirenaico attribuisce ad esso, egli sembra non nutrire dubbi nel considerare veramente soddisfacente soltanto il piacere fisico, quello che si coglie e si consuma nell’istante: di qui lo spiccato carattere materialistico della filosofia di Aristippo e il suo ottimismo, che deriva dalla certezza di potersi assicurare la felicità attraverso il godimento. Prendendo in considerazione queste dottrine tanto efficaci quanto semplicistiche, ci si è proprio un deciso pessimismo circa l’effettivo conseguimento di una vita felice. A questo proposito, il primo nome che viene alla mente è quello di Arthur Schopenhauer (1788-1861); nemico giurato di Hegel e del suo ottimismo legato alla convinzione della completa razionalità di tutto ciò che accade, Schopenhauer afferma che la vita assomiglia a un pendolo che oscilla fra il dolore e la noia: il dolore, figlio del desiderio e della volontà (l’uomo desidera sempre qualcosa), la noia, prodotta dal fatto che una volta ottenuto, l’oggetto del desiderio non interessa più e viene sostituito da un altro. noto che la lettura delle opere di Schopenhauer influenzò Friedrich Nietzsche (1844-1900), che condivise la visione schopenhaueriana di un mondo dominato dall’irrazionalità e dal dolore. Egli ritenne però che l’uomo non dovesse soccombere dinanzi alla tragicità della vita, schiacciato da un inguaribile pessimismo, e fu altresì convinto che né le virtù etiche, come le aveva insegnate e testimoniate Socrate, né la fede in un Dio salvatore, come viene annunciata dal È 46 «L'uomo più felice è quello in grado di collegare la fine della sua vita con l'inizio di essa.» J. W. Goethe abituati a raffigurare l’edonista come una specie di crapulone gozzovigliatore e depravato; e se l’esistenza di qualche forma estrema di edonismo può autorizzare una simile interpretazione, non bisogna dimenticare che uno dei primi e più celebri maestri che hanno sostenuto questa teoria fu Epicuro (341-270 a. C.), da taluni ritenuto una specie di monaco laico, che pensò al piacere come all’assenza di dolore e ricondusse la felicità alla sobrietà, alla liberazione dal timore della morte e della divinità, alla capacità di sopportare le sofferenze, a una vita trascorsa nel nascondi47 LUOGHI DEL PENSIERO SANT’AGOSTINO (354 – 430) Fu un filosofo, vescovo e teologo algerino, ma di cultura ellenistico-romana. Qui è ritratto in un affresco di Giusto di Gand (sec. XV). ARTHUR SCHOPENHAUER (1788 – 1860) Il filosofo del pessimismo in un dipinto di Franz Van Lenvach: ritiene che la vita sia, sostanzialmente, dolore. la vita contemplativa il vertice dell’umana felicità. Nella filosofia platonica, sapienza, virtù e felicità sono tanto intimamente connesse da diventare una cosa sola. Anche Aristotele appare fermamente convinto che all’uomo competa coltivare e sviluppare la parte migliore di sé, legata alla ragione e alla contemplazione: ciò avverrà praticando quelle che il grande pensatore greco chiama le virtù dianoetiche, le virtù tipiche della razionalità, superiori a quelle etiche che sono le virtù dell’uomo pratico. mento. Vi sono poi le teorie del sentimento, secondo le quali la felicità è il frutto di atteggiamenti disinteressati e altruistici che indirizzano gli uomini a dedicarsi al bene dell’umanità intera e della società. Un’altra importante impostazione è quella rappresentata dal razionalismo, entro il cui ampio perimetro convergono tutte quelle dottrine per le quali la felicità coincide con una morale e una vita sottoposte al dominio della razionalità. Come non pensare a questo proposito a Immanuel Kant (1724-1804) e alla sua etica rigorosissima imposta all’uomo dalla ragione stessa? Si può tuttavia affermare che questo indirizzo di pensiero ha avuto due padri nobilissimi in Platone (428/427-347 a.C.) e in Aristotele (384/383-322 a.C.), i quali, seppur manifestando notevoli diversità, concordano nel considerare econdo Aristotele, la saggezza dominerà gli impulsi e la sapienza eleverà ancora di più l’uomo, proiettandolo verso le altezze della metafisica e della pura contemplazione, permettendogli così di realizzare il suo vero fine, che S 48 Per Aristotele i piaceri più autentici derivano dalla conoscenza e dalla contemplazione conosce tramonto. Tornando al punto da cui ho preso le mosse – il cinema – ricordo che qualche anno fa il trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo interpretò un film intitolato Chiedimi se sono felice: chissà se la breve carrellata filosofica sul tema della felicità proposta poco sopra risulterà utile per rispondere a una simile domanda? è appunto quello di valorizzare al massimo la propria dimensione intellettuale, l’unica che possa garantirgli il raggiungimento della felicità. Aristotele non considerò in maniera negativa ogni forma di piacere, ma non dubitò minimamente che i piaceri più autentici e profondi fossero quelli derivanti dall’attività conoscitiva e contemplativa. Per il filosofo di Stagira felice è dunque l’uomo che comprende il primato della vita intellettuale: per un uomo simile la contemplazione non è passività, e l’impegno teoretico, lungi dall’essere vuoto e inutile, è azione costruttiva per eccellenza e fonte di profonda felicità. Un posto a parte deve essere riservato alla concezione cristiana della felicità: in essa, infatti, pur non mancando elementi riconducibili sia all’universo della ragione che a quello del sentimento, l’elemento centrale è costituito da un deciso richiamo all’Assoluto, cioè a Dio, e alla presenza di un ordine di realtà diverso e superiore rispetto a quello fisico e materiale, l’unico che, secondo la prospettiva cristiana, può fondare e giustificare in modo certo e definitivo l’esistenza e il possesso della felicità. Emblematica risulta a questo riguardo la concezione elaborata da Sant’Agostino (354-430). Secondo il Santo Vescovo di Ippona, l’uomo per essere felice ha bisogno di Dio, di conoscerlo e di amarlo; la separazione da Lui è il vero motivo dell’umana infelicità. gostino meditò a fondo la verità cristiana secondo la quale l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, e sostenne con vigore la convinzione che il male che l’uomo compie distrugge questa somiglianza, mentre il bene e l’amore la reintegrano, garantendo il raggiungimento della felicità. Il grande pensatore africano svolse la riflessione conclusiva sulla felicità richiamando l’attenzione sul premio eterno che i salvati godranno in paradiso: solamente lì la felicità sarà completa e la speranza umana pienamente soddisfatta; i beati avranno la conferma che amare Dio è l’unico modo per amare se stessi e per ottenere la felicità che non A 49 DENARO E... di Massimo Baldini L’AVARIZIA occupazione, alfine scopre questa passione così assurda e mostruosa che bene si adatta alla freddezza e all’inattività del suo carattere”. L’avarizia viene di solito aggettivata negativamente e vista come una malattia da cui è difficile (se non impossibile) guarire. L’avarizia, scrive Cicerone, provoca un “gran danno agli uomini”, per Boileau si tratta di una “strana rabbia” che, sono parole di San Tommaso d’Aquino, “rende gli uomini odiosi ed è causata dal troppo amore di se stessi”. L’avarizia, per Voltaire, è sempre il frutto di un “ingegno ristretto”, per Catone è “la radice di tutti i vizi” e per Giovenale si tratta di un “vizio che può trarre in inganno perché all’inizio assume l’aspetto di una virtù”. Per Publilio Siro “l’unica cosa buona che fa l’avaro è morire”. Per T. Browne l’avaro è un “folle” e per Seneca un mostro. L’avaro, scrive Emerson, “non è mai ricco”, a lui “manca – come nota Rivarol – tanto quello che non ha tanto quello che ha”. e i pareri intorno al denaro sono discordi, tanto che taluni lo considerano l’unico Dio che gli uomini devono adorare, mentre altri lo vedono come un “male in se stesso” (Tolstoj) o ritengono che “l’amore per il denaro” sia “la radice di tutti i mali” (Butler), ben diversa la situazione in merito al vizio dell’avarizia e alla virtù del risparmio. In questo caso, infatti, il coro è quasi unanime: di condanna del primo e di lode della seconda. S n verità, l’avarizia è più un vizio del passato che del presente. È, infatti, veramente difficile, se non impossibile, essere avari in una società opulenta qual è la nostra, in una società in cui abbonda non solo il necessario, ma anche il superfluo, in una società, in cui, tra l’altro, le tecniche volte a persuadere i consumatori che il superfluo non è necessario, ma necessarissimo, hanno raggiunto un livello di estrema raffinatezza. I anto l’avarizia è stata deprecata da filosofi e moralisti, politici e religiosi, poeti e romanzieri quanto il risparmio è stato celebrato. La figura del risparmiatore, si è argomentato, è ben diversa da quella dell’avaro. In primo luogo, il risparmiatore è “il benefattore della società”, mentre l’avaro le arreca solo danni (”Ai popoli – ha scritto Machiavelli – nuoce molto più l’avarizia de’ suoi cittadini che la rapacità degli nimici”). In secondo luogo, il risparmiatore si libera solo del superfluo, mentre l’avaro del necessario. elle opere letterarie e pittoriche dei secoli passati l’avaro è descritto sempre come un uomo in là con gli anni, facendoci supporre che si tratti di un vizio che affligge alla fin fine più i vecchi che i giovani. L’avaro, scrive Mantegazza, “è sempre vecchio” e San Gerolamo afferma che “mentre gli altri vizi invecchiano, invecchiando l’uomo l’avarizia ringiovanisce”. L’avarizia, dunque, a detta di molti autori, è l’ultima bruciante passione dell’uomo e in questo dato di fatto è forse possibile trovare, sulla scia del filosofo inglese David Hume, una qualche attenuante. “La scusa migliore – egli ha scritto – che si può avanzare per l’avarizia è che essa generalmente si impadronisce di uomini vecchi, o di uomini dal temperamento freddo, nei quali si sono ormai estinte tutte le altre passioni; e poiché l’animo è incapace di restare senza qualche passione o qualche N SHYLOCK Al Pacino lo interpreta nella versione cinematografica de “Il mercante di Venezia” di Michael Radford. Shylock è un ricco usuraio, così spietatamente avido da chiedere una libbra di carne come risarcimento. T n verità, non sempre è possibile risparmiare, ma la ricetta del risparmio è semplicissima: occorre spendere meno di quello che si guadagna. Il risparmio, ha scritto Luigi Einaudi, “è l’atto volitivo di chi decide di non impiegare il frutto del suo I 50 Plauto e Moliére descrissero gli avari per eccellenza: il povero Euclione ed il facoltoso Arpagone lavoro in consumi immediati, ma in beni futuri”. E il sociologo Vance Packard ha giustamente sottolineato il fatto che “troppo spesso si pensa al risparmio come ad una specie di investimento per la vecchiaia. Ma la sua funzione più importante è quella di darci l’indipendenza adesso”. Tuttavia, il risparmio visto con gli occhi di un dandy ha tutt’altro aspetto. Sul finire dell’Ottocento Oscar Wilde scriveva: “ognuno predica l’importanza di quelle virtù che nella vita non ha bisogno di mettere in pratica: il ricco elogia il valore del risparmio e il pigro fa sproloqui sulla dignità del lavoro”. 51 ZOOM di Guido Harari TOM WAITS Cantautore, compositore e attore statunitense, adottò la filosofia neobeatnik nell'arte e nella vita. 52 L’ARTE DEL RITRATTO Gli scatti di un celebre fotografo italiano 53 La fotogenia lascia che la propria interiorità passi attraverso l’obiettivo, con una vita propria ZOOM H o scattato le mie prime foto ai miei genitori quando avevo cinque-sei anni d’età, con la macchina fotografica di mio padre: una Zeiss 6x9 a soffietto. Ricordo il piacere tattile nel maneggiare quell’oggetto, ingombrante eppure leggero, e l’ansia di vedere poi le immagini stampate. Mio padre era un semplice appassionato che però aveva un gusto sopraffino nel fissare i momenti importanti della nostra vita, un po’ come lo zio della famiglia ritratta nel primo ciclo del film di Edgar Reitz, “Heimat”. Quello che mi ha comunicato è stato fin da subito l’importanza di “esserci”, di vivere e gustare appieno la vita attraverso la fotografia. La memoria, in questo caso visiva, come progetto di definizione del proprio mondo interiore: un accumulo di passioni e di ricordi, da custodire come gli amuleti di uno sciamano. Le prime foto con ambizioni larvatamente professionali le scattai ad un concerto di Alan Sorrenti e Jean-Luc Ponty all’epoca del disco Aria. Era il 1972 e avevo 19 anni. Le vendetti ad un settimanale TV con i negativi e tutto, ripagandomi appena dei costi vivi. d’anni. I ritratti che gli feci sapevano di routine: non riuscivo a trovare la chiave giusta per cogliere l’armonia della persona. Decisi di fare una pausa e spensi le luci. Allora Peterson e la figlia si accucciarono a terra e lui prese a suonare la tromba per lei. Afferrai lo spunto che mi si offriva e riaccesi le luci sul fondale, lasciando i soggetti in silouette, e mi sdraiai per terra, in attesa. La piccola cominciò a volteggiare intorno al padre in una piccola danza che terminò inaspettatamente quando infilò il proprio musino nella campana della tromba. Avevo la mia foto, perfetta, imprevedibile, “giusta”. Ho fotografato anche oggetti e paesaggi per diletto, ma sempre come parte di reportage su una persona, a completamento di una storia. l volto è la finestra sull’anima di una persona. Amo moltissimo scattare primissimi piani, eliminando ogni distrazione, addirittura a volte correg- I mo fotografare persone che abbiano una storia da raccontare, non importa che siano celebrità o emeriti sconosciuti. Soprattutto conta il rapporto che si stabilisce col soggetto da fotografare. A volte bisogna anche sapere riporre la macchina fotografica e privilegiare il contatto umano senza il quale nessuna immagine racconta davvero qualcosa. Ad esempio, ricordo di aver letto qualche anno fa di Hannibal Peterson, un compositore jazz afroamericano che, dopo aver scoperto di avere un cancro incurabile, decise di tornare nella terra dei suoi antenati, in Africa, per morire. Qui uno sciamano riuscì a guarirlo e su quell’esperienza scrisse un’intera opera, Diary of an AfricanAmerican. Quando venne in tournée in Italia, lo contattai, certo per fotografarlo, ma soprattutto per avvicinarlo e capire come e quanto quell’esperienza lo avesse segnato. Mi trovai davanti un uomo con una presenza irresistibile, con un’ammirevole calma interiore, accompagnato dalla giovane moglie e dalla figlioletta di un paio A PAOLO CONTE 21 album editi, iniziò a scrivere la prima canzone della sua vita durante una noiosa lezione di diritto all'università. ENNIO MORRICONE Ha composto più di 500 colonne sonore, di cui solo 30 per film western. Ha contribuito a far divenire i film di Sergio Leone capolavori indiscussi. 54 Ogni fotografo è un voyeur, ma anche un ricercatore in grado di cogliere e definire mondi interiori gendo le geometrie di un viso con un’inquadratura stretta. Lo sguardo è tutto. Ci si specchia nell’altro, lo si cerca, lo si stana quasi. Fino a riconoscersi nell’altro, a perdersi nell’altro e a ritrovarcisi di nuovo. Conta il magnetismo della persona, la sua storia e quello che vuole proiettare di sé. Ad esempio, c’è un mio ritratto di Paolo Conte, talmente stretto da escludere mento e fronte. Trovo che quella immagine sia un tatuaggio perfetto dell’artista, e apra una finestra credibile sul suo carattere, sulla sua personalità. A volte mi sono trovato in forte imbarazzo a fotografare donne bellissime, ma senz’anima. O uomini troppo sicuri di sé, chiusi in insopportabili clichès. Ma credo ad uno stile discreto, al dovere, da parte del fotografo, di non sovrapporsi o addirittura sostituirsi al suo soggetto. E’ questo, il soggetto, il centro dell’immagine: è lui il cosiddetto “messaggio”. Il fotografo ha il dovere di coglierne al meglio l’essenza, di definirne compiutamente l’identità, la personalità, il carattere. Se penso ai ritratti di Alfred Newman, ad esempio, percepisco fortissima la personalità del fotografo, che però è il tramite prezioso attraverso cui arrivare all’essenza del soggetto fotografato. Pensi ai ritratti di Stravinskji, di Hailè Selassiè, di Picasso. Le scelte compositive di Newman, come pure quelle di Irving Penn negli anni Cinquanta, sono magistrali. Nel mio piccolo credo di aver centrato l’obbiettivo, ad esempio, con Ennio Morricone, un personaggio assolutamente fotofobico. Si lasciò fotografare tra mille moine, ma senza veramente concedersi. Poi, cogliendo la mia frustrazione ma anche la mia voglia di ironia , ebbe un colpo di genio: propose lui stesso di posare nascosto a metà dietro la porta del suo studiolo, lasciando che i suoi occhiali (il suo marchio di fabbrica) fluttuassero nell’aria “in absentia”. L’immagine in questione ha una giocosità di sapore magrittiano davvero inaspettata, che però restituisce alla perfezione il carattere del soggetto. fato nelle regioni più degradate del pianeta. Eppure aveva incontrato anche gente allo stremo, come in Africa, che chiedeva di essere fotografata, perché quella sarebbe stata la loro sola possibilità di sopravvivere. Credo che certe fotografie catturino davvero l’anima di una persona, ma che l’aiutino a volare in giro per il mondo. Non si può posare lo sguardo su una persona per più di pochi secondi senza essere percepiti come dei voyeurs, dei seccatori o dei pervertiti. Fotografare permette di osservare, analizzare una persona (che, ricordiamo, è in movimento davanti alla macchina fotografica) e di poterla riguardare I l grande reportagista Sebastiao Salgado mi disse una volta che la macchina fotografica spesso fungeva da detonatore, anche di violenze, specie in situazioni critiche come quelle che ha fotogra55 ZOOM a posteriori. A volte penso che la fotografia sia l’unica forma plausibile di “sesso sicuro”, perché presuppone comunque una forma di innamoramento tra fotografo e fotografato. C’è una fotografia che ho realizzato in Bangladesh, al seguito dei medici di Progetto Sorriso nel Mondo. Ci trovavamo nel mercato fluviale di Khulna e, nel caos generale, notai da lontano il volto di un vecchio immobile che pareva irradiare pura beatitudine. Ricordo che mi avvicinai risolutamente a lui, senza che lui muovesse un ciglio, senza che il suo sorriso accennasse a scomparire. Arrivai a pochi centimetri da quel viso e volli cogliere in assoluta semplicità quella visione di magnetica armonia. Non mi staccò neppure per un attimo lo sguardo di dosso: fiero, elegante, “centrato”. Come comunicare con lui, come poter “tornare” a lui, se non attraverso una fotografia? Rimane a tutt’oggi uno degli incontri che ricordo con maggior emozione. ggi mi documento il più possibile sul personaggio o sulla situazione che devo o voglio fotografare. Cerco di trovare argomenti di conversazione, punti di contatto, per far decollare il rapporto col soggetto nel più breve tempo possibile. Poi, a seconda dell’ambiente i cui mi troverò a fotografare, cerco di immaginare quali luci potrò usare e quali spunti varrà la pena di valorizzare. Le celebrità che vendono attraverso la propria immagine sanno già come porsi davanti all’obbiettivo, ma è pura finzione, o meglio mestiere. E’ difficile scalfire ciò che anni di esperienza hanno trasformato nella capacità quasi innata di intuire cosa funziona meglio in termini di vendibilità di sé e del proprio mito. In questi casi non c’è spazio per cogliere nulla di autentico, solo una maschera. Anche quando il personaggio vorrebbe offrire un lato meno artefatto di sé. Per la star non può esserci margine d’errore: tutto deve funzionare al meglio, senza rischi. Andy Warhol diceva: “Perché essere sinceri in un’intervista o in una foto? In tre secondi hai rivelato tutto, e poi? A me piace dare risposte sempre diverse alla stessa domanda”. Aggiungo che la persona è nuda davanti all’obbiettivo solo se lo vuole. E non necessariamente questo va inteso come una posizione d’inferiorità. E poi chi di noi non porta una maschera? Credo che l’essenza, la verità di una O sistono foto costruite, artefatte, manipolate all’eccesso. Penso alle “visioni” di LaChapelle. Ma illustrano alla perfezione il suo mondo e i suoi soggetti ne entrano a far parte, come marionette nelle mani di un sapiente burattinaio. Poi esistono foto spacciate per vere, come il miliziano di Robert Capa, che si dice sia un’abile ricostruzione. Realismo? Falsismo? Credo che sia tutto nell’occhio di chi guarda. Sarà banale, ma direi che esistono foto, prive di finezze artistiche, che “parlano” e altre, ipersofisticate, che non smuovono nulla. Della tecnica, col tempo, si trattiene solo ciò che è funzionale alla propria “visione”. Proprio per concentrarsi totalmente sull’intuizione visiva. Credo che sia molto importante anche la composizione, o l’impaginazione, di un’immagine: la ricerca di un’armonia tra i vari elementi che la compongono; un’armonia che, nel migliore dei casi, può aggiungere più piani di lettura dell’immagine stessa. A tale fine contano molto l’esperienza, la curiosità e il desiderio di vedere “oltre”. E HANNIBAL PETERSON Trombettista e compositore jazz, guarito miracolosamente da un Masai in Africa, dove la musica viene usata per guarire ed elevare il popolo. IL VECCHIO DEL BANGLADESH Certi volti non hanno bisogno di parole per comunicare. 56 Chi è dietro l’obiettivo dovrebbe sparire per lasciare tutto lo spazio al soggetto, alle persone e alle loro storie fotografia non esista, come non esiste nella vita vera. E’ tutto soggettivo. Certo Giselle Bundchen o Naomi Campbell sono fotogeniche nel senso più canonico. Ma la fotogenia, per me, è lasciarsi guardare, lasciare che la propria interiorità passi attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica e si fissi su un’emulsione (o in un chip), e diventi “qualcos’altro”, acquisti vita propria. diventavano uomini davanti all’obbiettivo. Ecco, questo sarebbe il mio sogno di fotografo: fissare l’evoluzione della vita delle persone, i loro cambiamenti, le sbandate, le pause d’arresto. Luci e ombre di questo magico e spesso indecifrabile cammino che è la vita. otografare per me è stato fin a qualche anno fa un privilegio e un piacere, una passione. Poi questa si è lentamente dissolta in qualcos’altro. Oggi amo di più fotografare senza macchina fotografica, realizzando libri e mostre. Creando le immagini più composite, più articolate e approfondite che con la macchina fotografica sarebbero impensabili. Soprattutto ho trovato una dimensione di tempo dilatato, di tempo lento, che mi permette di conoscere il mio soggetto come mai avrei potuto immaginare di fare prima. Un’esperienza molto intima, tutta interiore, che prescinde dall’incontro reale col soggetto. F a fotografia è senza dubbio un’arte, ma rimango molto più ammirato davanti a un quadro che a una fotografia. Un quadro di Bacon o di Munch, di Frida Kahlo o di Mati Klarwein, mi comunicano “sangue, sudore e lacrime”, con un impatto emotivo che nessuna fotografia potrà mai avere. Sono anche attratto dal racconto in movimento, dal superamento del fotogramma singolo e dalla possibilità del commento sonoro. Ci sono film fotografati impeccabilmente: “Il terzo uomo” di Carol Reed, “Il cielo sopra Berlino” di Wenders, “Il posto delle fragole” di Bergman, “Il gattopardo” di Visconti, “2001 Odissea nello spazio” di Kubrick, “Apocalypse Now” di Coppola, per citarne solo alcuni. La fotografia è cinema, e viceversa. Il confine tra i due è quasi inesistente. Ma la fotografia è per me soprattutto musica, è cogliere la melodia cinetica della vita. Ho parlato prima di Reitz e del suo “Heimat”, un film che il regista ha girato lungo un arco interminabile di anni, con gli stessi attori che, da ragazzini, gli L 57 ZOOM di Antonio Lopez LA VARIETÀ APPENNINICA È di dimensioni medio-grandi, pesa dai 30 ai 50 Kg. ll pelo ha un colore bruno-giallastro, con zampe più scure e la punta della coda nera. 58 CANIS LUPUS Il predatore schivo che abita a branchi in Casentino 59 Il lupo una ricchezza faunistica del nostro territorio, da proteggere e salvaguardare ZOOM È il più potente dei nostri carnivori, secondo per grandezza solo all’orso bruno. Forte e spietato nella caccia, si muove al calar delle ombre, silenzioso e guardingo, ed è capace di percorrere in una sola notte fino a 60 chilometri di distanza. E quando arriva, all’improvviso, sulle prede, non lascia scampo. È il lupo, il Canis lupus come lo chiamano i ricercatori, il signore delle nostre foreste, straordinaria macchina d’intelligenza con olfatto e udito finissimi, che lo rendono abilissimo a sfuggire agli uomini e straordinario nello scovare le sue vittime. Di solito sono cinghiali, cervi e caprioli, che popolano numerosi i nostri boschi e i parchi naturali dell’Appennino e delle Alpi; ma anche pecore, puledri e vitelli. Il lupo, da diverso tempo, ha in Toscana una delle sue roccaforti italiane più importanti, grazie alla numerosa presenza di boschi per nascondersi e di animali selvatici da predare. Con grandi novità. Dopo decenni di assenza il predatore è tornato in luoghi dove se n’era persa da tempo la memoria. E le sue tracce e i segni del suo passaggio si scoprono addirittura a una manciata di chilometri dal Cupolone del Brunelleschi. Per esempio, sul Monte Morello, la montagna che domina l'aeroporto fiorentino, e in altri luoghi della verde periferia della città gigliata, dal Fiesolano al Chiantigiano. “Negli ultimi 18 mesi sono stati predati nella Provincia di Firenze 480 animali, l’80 per cento sono state pecore. Le campagne più colpite dalle predazioni sono quelle dei comuni del Mugello”, conferma Vito Mazzarone, dell’ufficio provinciale di gestione faunistica. Questa in breve la storia. “Nell’ottobre 2004 abbiamo individuato un branco di nove lupi sulle colline di Borgo San Lorenzo, Vicchio, Pontassieve e Firenze; li abbiamo osservati anche sul monte Morello e sulle rive della Sieve”, continua il faunista. Oggi la presenza del carnivoro è diventata stabile, si sono avute per certe due riproduzioni, e altri centri mugellani come Vaglia e Barberino hanno ricevuto la sua visita. Ma la reazione degli uomini non si è fatta attendere. È stata immediata e pesante. E si è tradotta in MANDRIA DI CERVI schioppettate a pallettoni e in polpette avvelenate. nel parco Faunistico Quattro lupi sono stati trovati morti solo lo scorso del Monte Amiata. anno, nonostante fosse partita una campagna per indennizzare i danni. E nonostante si sappia che negli ultimi 200 anni, mai nessuna persona in Italia sia stata ammazzata o ferita da un lupo. E nonostante ci sia il modo semplice ed efficace per proteggere armenti e bovini. “In collaborazione con l’Associazione provinciale degli allevatori, abbiamo favorito la costruzione delle recinzioni elettriche: sono sicure perché gli impulsi, appena percepibili dagli uomini, allontanano i lupi e proteggono gli animali domestici durante la notte. Il costo è a carico della Provincia di Firenze, la recinzione di un ettaro di superficie può costare dai 250 ai 270 euro. E gli allevamenti con le recinzioni elettriche non hanno avuto perdite”, riferisce Mazzarone. ian della Burraia, panoramico alpeggio a 1.500 metri di quota sul confine tra la Toscana di Arezzo e la Romagna di Forlì e Cesena. Un vento gelido rinfresca una luminosa giornata e muove appena l’erba bassa. Questo è uno dei luoghi magici del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, per osservare il grigio dei calanchi e delle colline aspre della Romagna, da un lato; e il morbido e verde di boschi in Toscana, dall’altro. Non solo. Ma è anche uno dei luoghi usati dai ricercatori del parco e dalle guardie forestali del CTA (Coordinamento territoriale per l’Ambiente) per censire i lupi con la tecnica degli ululati indotti (Wolf Howling), versi registrati del carnivoro sparati a tutto volume con degli amplificatori che spingono i lupi, se presenti, a rispondere. “Non è la sola tecnica usata per contare gli animali”, spiega Nevio Agostini, direttore dell’area protetta, “ recuperando campioni biologici del carnivoro (peli, escrementi, carcasse) riusciamo a stabilirne il Dna di ogni individuo e ad avere un quadro preciso delle popolazioni. Oggi possiamo parlare di almeno otto branchi distinti, per una popolazione vitale di 30-40 individui in circa 45.000 ettari di superficie, compresi i territori limitrofi al Parco che si estende per 36.500 ettari. Significa un lupo ogni 25 chilometri quadrati”. Significa che le foreste del crinale tra la Toscana e la Romagna insieme al Pratomagno, all’Alpe di Serra e all’intero Casentino rappresentano uno dei più importanti rifugi italiani del lupo. E hanno una densità di lupi superiore a quella dei grandi parchi nordamericani. Uno studio della Forestale, fatto in P 60 dell’indennizzo (300 euro contro i 140 rimborsabili) e i pastori si sentono doppiamente penalizzati”, spiega Niso Cini, direttore del Parco faunistico del monte Amiata. Risultato: le carcasse sono spesso abbandonate all’aperto e qualcuno si fa giustizia da solo... “E al lupo sono attribuite colpe non sue: spesso sono i cani randagi a far razzia di pecore”, conclude Cini. Secondo uno studio dell’Infs in Italia, difatti, ci sarebbero circa 1 milione e 200 mila cani, che vagano per le campagne e che sono autori della gran parte delle aggressioni attribuite al lupo. E si calcola in circa 2 milioni di euro (dieci volte meno di quanto si spende per i danni provocati dai cinghiali) l’indennizzo versato ogni anno per le predazioni dei canidi sugli animali domestici. “In Italia ci sono 500-600 lupi: negli anni Settanta erano un centinaio e rischiavano l’estinzione. Sono duemila volte meno dei cani vaganti”, chiarisce Piero Genovesi, ricercatore dell’INFS. “Popolano principalmente la dorsale appenninica, le Foreste Casentinesi, la Toscana centro-meridionale, l’Abruzzo, la Sila, il Pollino e l’Aspromonte, in Calabria. Si sono insediati sulle Alpi occidentali, tra Francia e Piemonte, e c’è qualche piccolo gruppo su quelle centrali, ai confini con la Svizzera”, aggiunge Genovesi. Ma è ancora la Toscana a sorprendere. “Abbiamo visto il lupo in riva al mare. È la prima volta che accade nel Belpaese”, scherza Giampiero Sammuri, presidente del Parco della Maremma. “È collaborazione con l’INFS (Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica), durato dal 2002 al 2006, ha raccolto nell’area interessata circa 1000 campioni biologici, isolando 323 genomi, che appartenevano a 98 lupi diversi. Significa che in quattro anni, 98 Canis lupus, hanno frequentato il Casentino. E uno addirittura – si è scoperto – due anni dopo è andato a vivere sull’Appennino Modenese, a 140 chilometri di distanza; perché lì è stato ritrovato un suo campione che ha consentito di riconoscerne il Dna. Ma di che cosa si nutrono i nostri lupi? Risponde Agostini: “Il 90 per cento della loro dieta è costituita da animali selvatici, in particolare cinghiale e capriolo. Il restante è costituito da animali domestici e da qualche frutto”. Nonostante ciò dal 1993 ad oggi, nel comprensorio del Parco, sono state abbattuti 38 lupi. Ciò significa che il fenomeno del bracconaggio è ancora lontano dall’essere debellato. n’altra area calda è la Provincia di Grosseto. In vent’anni sono stati abbattuti 24 lupi e, secondo le Asl, sono circa duemila le pecore uccise o disperse ogni anno dal predatore o dai cani randagi rinselvatichiti. Zona caldissima è quella dell’Amiata, nei comuni di Arcidosso, Roccalbegna, Semproniano e Scansano operano 1.200 allevatori, ma pochi denunciano le aggressioni. Perché? “Per legge le carcasse degli ovini vanno cremate, ma l’incenerimento costa più U 61 ZOOM IL PARCO FAUNISTICO del Monte Amiata conta 200 ettari di aree delimitate per i lupi ed altri animali protetti. l lupo è specie vulnerabile inserita nella lista rossa dell’IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura) ed è tutelato dalla Convenzione di Berna (1979), di cui l’Italia è firmataria, che ne vieta l’uccisione, la cattura, la distruzione delle tane e il commercio degli esemplari e loro derivati. La nostra legge sulla caccia (n.157 dell’11/02/1992) lo definisce specie particolarmente protetta (art. 2) e ne successo nel settembre del 2003, quando ho osservato due lupi a Macchiozze, vicino a Marina di Alberese (Gr). Mentre un altro esemplare lo abbiamo filmato a gennaio 2005. Oggi la presenza del lupo nel comprensorio del Parco sembra essersi stabilizzata in 5/10 individui. Siamo felici di questo. Il carnivoro preda animali deboli, ammalati o con problemi, perciò serve anche a migliorare la salute delle popolazioni dei daini e dei cinghiali”. I 62 soppressione crudele che all’inganno premeditato aggiunge la sofferenza della morte lenta per avvelenamento, di solito durante la stagione di caccia al cinghiale o quella primaverile del rilascio di fagiani, lepri e altra selvaggina. Si stima che sull’intero Appennino centro-meridionale nel decennio 19601970 siano stati eliminati per avvelenamento circa 500 lupi. Una catastrofe per la specie che venne ridotta al lumicino e sull’orlo dell’estinzione. Una lezione che ci è servita? Non sembrerebbe, perché basta poco per mettere in crisi il lupo. “Ogni anno almeno un centinaio di esemplari sono abbattuti, della gran parte di essi non si ha notizia. Rappresentano – secondo il professor Luigi Boitani, zoologo dell’Università la Sapienza di Roma e tra i maggiori studiosi al mondo del predatore – più del 10 per cento della popolazione italiana”. Ci sono voluti quarant’anni per farli ritornare. Speriamo che questa volta restino per sempre. vieta, oltre all’uccisione e la cattura, anche la detenzione (art. 30) con l’arresto da due a otto mesi. Tutte le leggi regionali sulla caccia lo proteggono integralmente, mentre altre norme (diverse da regione a regione e non in tutte) stabiliscono il rimborso dei danni causati (anche dai cani randagi) al patrimonio zootecnico. La Regione Toscana, anche a suo favore, ha promulgato la legge (n.39 del 16 agosto 2001) per vietare l’utilizzo e la detenzione di esche avvelenate. Ci sono voluti quarant’anni perché ripopolasse l’Appennino. E ora che lo ha fatto, per molti pastori e allevatori continua sempre ad essere l’assassino spietato delle loro pecore e dei loro bovini. E per i bracconieri il nemico da massacrare, perché è un competitore nella caccia. Per farlo usano dei mezzi ignobili, ma efficacissimi. Bocconi di salsiccia, colli o teste di pollo, frattaglie o intere carcasse di pecora, farcite con fiale di stricnina e cianuro. O con dosi massicce di veleni usati in agricoltura. Una DOVE VEDERLO DA VICINO l lupo è quasi impossibile da osservare in libertà. E occorre essere dei veri esperti per riconoscerne le impronte, gli escrementi, il pelo e le tracce del suo passaggio. Così per vederlo da vicino ci sono le cosiddette aree faunistiche, una delle più importanti è in provincia di Grosseto, sul monte Amiata. Si chiama Parco Faunistico del Monte Amiata ed è un piccolo miracolo italiano di conservazione, con 200 ettari di aree delimitate per una decina di lupi, una quarantina di cervi, una ventina di caprioli, un’ottantina di daini, mufloni dell’Appennino e camosci dalle Alpi. Sono censite, inoltre, 121 specie di uccelli, alcuni rari come il falco lanario, l’albanella e il biancone, e ospitate una trentina di fattrici del raro asino sorcino crociato di razza amiatina, e un gruppo di capre di Montecristo, anche loro da proteggere. È un’area protetta dove si fa ricerca scientifica e ci sono sentieri natura per 25.000 visitatori l’anno. Il parco istituito nel 1989 ad Arcidosso, ha la più grande area di lupi d’Europa, 18 ettari e una torre di legno per l’osservazione. Peste e Ciuffo sono i genitori da cui, dal 1997, discende il branco attuale. Portarsi un binocolo, una macchina fotografica con teleobiettivo, indossare vestiti con colori non sgargianti e seguire i sentieri del parco, segnati da cartelli indicatori e frecce segnaletiche. Si paga un biglietto d’ingresso e occorre prenotarsi con anticipo. Per informazioni: Parco Faunistico del Monte Amiata, località Podere de’Nobili, 58031 Arcidosso - Grosseto, tel. 0564.966867, sito internet: www.parcofaunistico.it Altro luogo dove è possibile riscontrare la presenza del carnivoro è il Casentino. La presenza del predatore è segnalata dalla Foresta di Vallombrosa al Pratomagno, dall’Alpe di San Benedetto all’Alpe di Catenaia e, soprattutto, nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi. È possibile scorgere le tracce del suo passaggio riconoscendo gli escrementi (di solito ricchi di pelo) che deposita su grandi sassi o a margine dei sentieri meno frequentati e sui passi montani. Oppure, in caso di neve, osservare le impronte, simili a quelle di un grosso cane, sulla coltre bianca o in prossimità di corsi d’acqua e di boschi. È un animale notturno e incontrarlo è una vera fortuna. Per informazioni: Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Palazzo Vigiani, 52015 Pratovecchio - Arezzo, tel. 0575.50301, siti internet: www.parks.it/parco.nazionale.for.casentinesi/index.html; www.parcoforestecasentinesi.it I 63 RITROVAMENTI POSTA & POLITICA Un binomio inscindibile nella storia dell’Italia unita. Con tutte le conseguenze del caso... di Giorgio Boatti IL FRANCOBOLLO Prima che Rowland Hill lo ideasse, il porto era pagato dal destinatario e non dal mittente. S e da qualche parte, in qualche angolo della vostra casa, conservate vecchie lettere che si sono scambiati i vostri antenati nel corso dell’Ottocento, è molto probabile che quelle missive siano scritte in un pallido inchiostro azzurrino. Se pensate che questo derivi da una moda del tempo o da una preferenza delle vostre bis-bisnonne vi sbagliate di grosso. Per lungo tempo, quando le Poste da noi erano ancora ai primi passi, e dunque il peso della missiva poteva influire non poco sul costo della spedizione, l’inchiostro azzurrino fu molto utilizzato perché ritenuto assai meno denso, e dunque meno pesante, degli inchiostri di altro colore. Piccoli dettagli che rivelano però come fosse complicato e difficoltoso, ancora nella seconda metà dell’Ottocento, il ricorso al mezzo postale, soprattutto nella nostra penisola. La questione era semplice e perentoria al tempo stesso: fatta l’Italia, bisognava fare anche le Poste. Non che, nei diversi Stati che erano confluiti nel Regno d’Italia proclamato nel 1861, non esistesse in precedenza qualche forma di servizio postale. Di poste, nonostante il servizio di recapito pubblico delle missive fosse relativamente giovane, anche nella nostra penisola si erano registrate non poche esperienze. A segnalarne il procedere sono i francobolli, il cui primo diffondersi, sul territorio italiano, avviene da parte delle truppe francesi stanziate nel 1848 a presidio della Roma papale. Negli anni successivi, concluso il bellicoso biennio 1848/49, saranno i diversi Stati a provvedere a regolari emissioni di francobolli che, apposti sulle missive, consentono loro di procedere senza altri oneri. "Affrancate" e dunque, letteralmente, libere da altri oneri, le lettere potevano raggiungere i loro destinatari. Ma il cammino, e dunque il lavoro che pesava su tutti coloro che componevano l’amministrazione delle poste, era tutt’altro che lieve. A rendere particolarmente complicata la scommessa di dare all’Italia poste comparabili a quelle degli altri maggiori Paesi europei non erano solo le immense difficoltà nelle comunicazioni ma, altresì, la necessità di omologare la babele di tariffe, norme, consuetudini e organizzazioni che avevano contraddistinto le poste dei precedenti Stati preunitari. anto per fare un esempio, vale la pena di ricordare che persino la forma dei timbri con cui venivano annullate la affrancature cambiava da Stato a Stato: circolare in buona parte della penisola, era invece a forma di ferro di cavallo nel Regno di Napoli, in modo che l’impiegato, nell’annullare il francobollo, potesse "circumnavigare" attorno all’immagine di Ferdinando di Borbone. In questo modo nessuno, tantomeno gli zelanti sbirri del sovrano, poteva avere l’impressione che, timbrando, si intendesse marchiare con volgare inchiostro il volto di quel re che, buon ultimo, aveva introdotto solo nel 1858 le prime affrancature. I primi governi unitari, con una legge approvata nel corso del 1862, si danno un decennio di tempo per raggiungere una meta che molti reputano assolutamente impossibile: estendere il servizio postale alle località più remote di tutto il Regno. T 64 65 RITROVAMENTI INNOVAZIONI POSTALI La cartolina canonica, con la linea verticale che separa l’indirizzo dal messaggio, è nata solo nel 1902 in Inghilterra. E invece, proprio come accade con la rete ferroviaria, che nel giro di un decennio viene triplicata e mette in collegamento – con l’eccezione di nove capoluoghi – tutte le province italiane, anche le Poste raggiungono l’obiettivo loro affidato. Se ci riescono è grazie ai cosiddetti uffici postali di seconda classe. Ovvero: accanto alle normali sedi stanziate nelle città e nelle località di qualche rilievo si pensa di coprire i luoghi più decentrati, dove in quei decenni vive ancora buona parte della popolazione italiana, attraverso sedi postali appaltate, o meglio, affidate, a un titolare e ai suoi famigliari, che gestiscono in proprio, in famiglia, è il caso di dire, tutte le attività del servizio. Svolgono il proprio compito utilizzando un locale che funge al tempo stesso da normale abitazione e da ufficio rifornito, a spese dello Stato, solo della modulistica ufficiale, degli stemmi metallici affissi all’esterno e delle bilance con cui pesare i plichi. Tutto il resto, a cominciare dai mobili, è a totale carico del conduttore, che viene pagato in base al traffico svolto. olitamente queste concessionarie postali poste nelle zone rurali sono affidate a notai, farmacisti, tabaccai, salumieri che già dispongono di un locale aperto al pubblico: unica norma che debbono rispettare è quella di erigere un’inferriata interna che separi la parte di competenza dell’ufficio postale da ogni altra attività lì svolta, così da non mescolare con eccessiva disinvoltura, ad esempio, gli affettati da tagliare alle raccomandate in via di spedizione. Figura decisiva nel recapitare i plichi, sino alle abitazioni più isolate, sono i procaccia, che devono anche prelevare la corrispondenza dalle cassette ubicate in tutte le località sedi di comune e nelle loro molteplici frazioni, e consegnarla all’ufficio postale più vicino. Nei decenni successivi le attività S 66 Nel 1818 un precursore di cartoline e buste preaffrancate apparve nel Regno di Sardegna: la "carta postale bollata" ancora una virtù. Ma sicuramente, anche attraverso questa serietà e spirito di sacrificio che connotava le migliaia di dipendenti, le Poste del Regno, affidate a partire dal marzo 1889 a un apposito ministero, riescono a raggiungere livelli di efficienza paragonabili a quelli dei maggiori Stati europei. Gli uffici postali, dai 1.632 esistenti al momento dell’unificazione italiana, sono diventati 4.574, ai quali è da aggiungere, in 3.503 località minori, quel servizio di posta rurale di cui si è parlato. Questa impressionante ramificazione fa sì che la corrispondenza scambiata nel decennio 1864-1875 raddoppi: da oltre 7 milioni di missive a 15 milioni. Il tutto avvalendosi di un organico fisso di poco più di duemila dipendenti, per un costo, nel 1877, di oltre quattro milioni di lire, mentre, sui bilanci delle Poste, pesano per solo 2 milioni di lire gli che si dipartono attorno all’ufficio postale rurale si moltiplicano e si specializzano in una serie di mansioni – collettori, portalettere, distributori, pedoni – tutti alle dipendenze del concessionario postale. Spesso sono compiti svolti dagli stessi famigliari del titolare, tanto che in ogni paese non manca la presenza di quella che viene definita ufficialmente, nella burocrazia del tempo, la famiglia postale. Queste famiglie – come viene ben spiegato nel saggio Le poste in Italia. Alle origini del servizio pubblico 1861-1889 curato da Giovanni Paoloni e pubblicato da Laterza nel 2005 – “vivevano appartate dal resto della comunità... il motivo era dato dal fatto che, conoscendo qualche segreto su quasi ogni compaesano ed essendo per dovere d’ufficio obbligati alla riservatezza, essi dovevano evitare le occasioni in cui avrebbero rischiato di far trapelare qualcosa...”. Altri tempi, ovviamente, quando il silenzio rappresentava 67 RITROVAMENTI Telegrafo e treno hanno collaborato al rapido spostamento di dati e persone oltre tremila avventizi, fuori organico e senza diritti alla pensione, a cui viene devoluta la gestione di gran parte dei servizi. Un’innovazione, che consente di snellire la corrispondenza in termini di peso ma che finisce con l’incrementare in misura massiccia il traffico postale, è l’introduzione della cartolina. Il primo prototipo di questo mezzo di comunicazione – di estremo successo, visto i costi contenuti – è attribuito al pistoiese Torello Marini: dalla sua introduzione ufficiale, nel 1874, l’incremento è vertiginoso. La cartolina agli italiani piace e se ne scrivono sempre di più: nel 1874 ne sono imbucate 8.824.047, dieci anni dopo siamo a quota 35.521.098 e l’apice viene raggiunto, nel 1898, con quota 95 milioni di cartoline spedite. Agli impiegati postali non spetta solo la mansione di smistarle ma anche, nel caso in cui contengano frasi o immagini contro il comune pudore, di bloccarne l’inoltro: un compito in aperta contraddizione con quel dovere al segreto epistolare che vieta al personale di "sbirciare" nella corrispondenza. Anche i vaglia postali, soprattutto quelli internazionali utilizzati dagli emigranti per inviare denaro alle famiglie rimaste in patria, conoscono, sin dalla semplificazione del loro funzionamento, nel 1889, 68 evolverà, sino a diventare l’Istituto Superiore delle Poste e delle Telecomunicazioni, e che si occuperà anche dei primi collegamenti telefonici. Avviene nel 1877 a Milano, presso la Fratelli Gerosa, la fabbricazione dei primi telefoni su brevetto Bell: gli apparecchi sono impiegati due anni dopo nei collegamenti telefonici permanenti tra gli uffici telegrafici della capitale. Nel 1881 inizia il servizio per i privati e, dopo un anno, si contano già 1.900 utenti telefonici. un grande successo. Dai 5 milioni di vaglia emessi nel 1890 si passa agli oltre 13 milioni di dieci anni dopo. Un problema rimane: vista la mancanza di documenti di identità, introdotti solo negli Anni Venti, è particolarmente spinosa la questione del concreto riconoscimento dei cittadini che si presentano agli sportelli per incassare le somme loro accreditate. Ma, anche in questo caso, i funzionari postali si fanno carico zelantemente di modalità adeguate così da consentire i pagamenti. Altra sfida che le Poste italiane devono affrontare nei primi decenni del loro funzionamento è quella del servizio telegrafico. In pochi anni l’Italia appena unita deve formare una rete telegrafica nazionale che viene a diramarsi, sovrapponendosi alle reti ferroviarie, su due direttrici nord-sud (quella adriatica e quella tirrenica) e sette trasversali “orizzontali”. Troppe volte si dimentica come il binomio telegrafotreno sia inscindibile e si rafforzi con l’impiego reciproco di queste due innovazioni. Infatti i messaggi telegrafici, correndo più veloci delle locomotive, consentono di coordinare scambi e soste dei treni nelle stazioni. Questo fa sì che linee telegrafiche e binari corrano, il più delle volte, sulle stesse direttrici, sotto l’occhio vigile dei "guardafili" che ogni giorno percorrono, a piedi, il tratto loro assegnato. Se questi, addetti alla vigilanza e alla riparazione delle linee, costituiscono la truppa della Direzione Telegrafi accorpata alle Poste, a fare da stato maggiore del nuovo mezzo telegrafico sarà l’Ufficio Tecnico. Una presenza che successivamente ome si è detto solo nel 1889 l’ente postale va a confluire nel Ministero delle Poste costituito ad hoc. Attorno alla nuova struttura e a chi la dovrà guidare – tecnici o politici? – non mancano le polemiche. Non sono pochi quelli che temono, come dice il deputato piemontese Tegas, che “il nuovo ministro, qualunque esso sia, così per fare qualcosa, venga a guastare codesto buono ordinamento”. Ovvero quanto di buono, non poco, s’era fatto sino ad allora. Ovviamente è una facile profezia. Accanto alle continue riorganizzazioni i governi chiedono alle Poste di produrre sempre nuovi utili per le esauste casse dello Stato (le avventure coloniali di Crispi non sono gratis, né in vite umane né in soldi). Nel contempo si preme dall’alto per ridurre gli investimenti e tagliare gli organici. Una conseguenza di quest’ultima scelta è, tra l’altro, l’estromissione delle telegrafiste, le donne che sedici anni prima, seguendo l’esempio inglese, erano state assunte anche da noi. Adesso ci si accorge che è meglio rimandarle a fare le casalinghe: “Poiché la donna italiana – dice un documento ufficiale – non è la donna inglese o americana. La donna italiana ha fuoco, ha vita, non può essere fredda e paziente come le figlie della bionda Albione. È quindi escluso il vantaggio della miglior attitudine che loro si vuol attribuire per questo lavoro”. Quindi tutte a casa, per ordine del ministro Lacava. È un periodo difficile per le Poste e si protrae sino ai primi del Novecento. La crisi ha molte ragioni e una causa principale: “La causa – spiega Filippo Turati, esponente riformista e attentissimo osservatore del mondo della comunicazione – sta nell’aver fatto dell’organismo delle poste un organismo politico, ponendo degli uomini politici alla testa di un dicastero essenzialmente tecnico”. Insomma si è lottizzato. Anche se la lottizzazione, come parola, a quell’epoca non esiste ancora. C 69 RITROVAMENTI L’ENIGMA DI Montesiepi di Andrea Barlucchi La leggenda di San Galgano e della sua spada nella roccia. Un pezzo di storia dal sapore new age L’ABBAZIA CISTERCENSE DI SAN GALGANO È situata a Chiusdino, vicino Siena. La consacrazione avvenne nel 1268, e segnò l'inizio dell'arte gotica in Toscana. 70 71 Galgano Guidotti: tra miracoli e combattimenti. La vera storia del cavaliere è forse nella spada RITROVAMENTI I della cappella a circa 2 metri di profondità, di una cavità a forma di parallelepipedo, delle dimensioni di un sarcofago, in altre parole una tomba vuota. Facile immaginare che si tratti del primitivo luogo di riposo delle spoglie mortali del santo: ma perché quelle spoglie non ci sono più? Perché – a differenza di quanto di solito avviene – non sono state adeguatamente conservate alla pietà popolare dall’ordine cistercense, erede della spiritualità del santo cavaliere? Ci sarebbero ulteriori elementi per imbastire un nuovo giallo? Niente di tutto ciò. Sappiamo benissimo che i resti mortali di san Galgano non sono più in terra senese, ma riposano in Garfagnana presso l’eremo di Vallebona, qui portate dai suoi originari compagni. Come infatti è ben noto a coloro che hanno compiuto ricerche sull’argomento, in parallelo alla tradizione di matrice cistercense, largamente accreditata presso il grande pubblico, ne è sempre esistita un'altra di ambiente agostiniano che rivendica a sé la figura del santo eremita. l Medioevo, si sa, è quell’età romantica popolata di dame e cavalieri in cui periodicamente ci si rifugia quando la quotidianità si fa più grigia del solito. Divengono quindi particolarmente apprezzate le poche reliquie superstiti che più esplicitamente ci parlano di quel tempo felice. Una di queste, famosissima, è la spada infissa nella roccia all’interno della cappella rotonda a Montesiepi, in provincia di Siena, appartenuta secondo la leggenda a Galgano Guidotti, scapestrato cavaliere convertitosi a causa di un prodigio e ritiratosi a vita eremitica dopo aver compiuto il gesto simbolico di piantare la sua arma nel terreno. hi abbia avuto di recente occasione di recarsi alla cappella di Montesiepi e poi, dopo la rituale visita alla spada, si sia fermato un attimo nell'attiguo locale dove si vendono i souvenir, non avrà potuto fare a meno di notare il proliferare di pubblicazioni, opuscoli, libri e libretti di ogni genere, forma e dimensione, sul santo e la sua singolare vicenda. Recentemente poi si sta affermando la tendenza ad una interpretazione dell'intera leggenda, con i suoi molteplici simboli, in chiave esoterica, fin quasi a sconfinare nella New Age: osservando le ombre che si producono sul pavimento della cappella all’alba di certi giorni particolari, si stabiliscono complicate relazioni astrali, per giungere fino a cieli incommensurabilmente lontani. Comprensibile quindi il successo di pubblico. C l quadro delle fonti relative a Galgano è ormai noto. Cronologicamente la più antica testimonianza è rappresentata dal processo di canonizzazione, che possediamo però solo in trascrizione cinquecentesca; abbiamo poi diverse Vitae, scritte a maggiore o minore distanza dai fatti, raggruppabili in massima parte in due filoni, uno – diciamo così – filocistercense e l’altro filoagostiniano. La più antica è quella di Rolandino da Pisa, monaco cistercense di San Galgano, redatta intorno al 1220. In ordine di tempo, vengono poi le Vitae trecentesche, la prima che riporta il punto di vista agostiniano redatta tra il 1326 e il 1342, quindi una Vita vallombrosana, entrambe in codici manoscritti della biblioteca Laurenziana di Firenze. Seguono quindi le numerose epitomi di epoca moderna, che non aggiungono nulla di nuovo ma attestano la tenace persistenza di una tradizione agostiniana che non si rassegna a lasciare ai Cistercensi I lcuni anni fa il mensile “Focus” in collaborazione con il Dipartimento di chimica organica dell’Università di Pavia compì una rilevazione sul sottosuolo della cappella rotonda per analizzare la spada infissa nella roccia, di cui spunta in superficie solo l’elsa e qualche centimetro di lama. Altre volte in passato, con mezzi più rudimentali, erano state compiute simili indagini, ma questa volta venne fatta una scoperta assolutamente nuova: l’esistenza, sul lato nord A 72 La grande comunicazione passava dai binari. Telegrafo e treno si affiancavano collaborando al rapido spostamento di dati e persone irrisolte legate alla figura del santo sono a tuttoggi molteplici. l’eredità spirituale galganiana. C’è da chiedersi comunque, di fronte a questo vero e proprio rosario di attestazioni sull’appartenenza di Galgano agli eremitani riuniti nell’Ordine di Sant’Agostino, come si sia potuto aprire un credito così illimitato alla versione cistercense, che trionfa nella letteratura divulgativa contemporanea. Certo, chi vince fa la storia, e le imponenti rovine dell’abbazia che troneggiano nella pianura ai piedi della cappella con la spada nella roccia stanno lì a ricordarci chi a lungo signoreggiò in quei luoghi. Pur tuttavia appare opportuno prendere in considerazione altre prospettive, non solo per una doverosa correttezza di metodo storiografico, ma anche perché i punti interrogativi e le questioni a versione agostiniana della vita di Galgano si chiude con l’immagine degli eremiti suoi confratelli che, scacciati dal loro cenobio dai Cistercensi, potenti e appoggiati dalla Santa Sede, se ne vanno con i resti mortali del loro fondatore peregrinando per mezza Toscana fino a trovare rifugio in Garfagnana. Ma chi era realmente questo Galgano Guidotti da Chiusdino? La tradizione ufficiale, creata e veicolata dai Cistercensi, ci ha tramandato l’immagine di un cavaliere di nobile stirpe, potentemente caratterizzato dal suo gesto di conficcare la spada nella roccia al momento del rifiuto della vita secolare. L 73 Bisogna precisare però in primo luogo che nella seconda metà del XII secolo i termini di nobile e di cavaliere non necessariamente erano connessi e assommati nella stessa persona: si poteva andare in giro a cavallo e cinti di spada, pur che se ne avesse il denaro bastante, senza per questo appartenere ad una schiatta di antico lignaggio. A questa epoca il combattente a cavallo non può RITROVAMENTI EXCALIBUR Molti studiosi ritengono che il ciclo bretone di Re Artù e la spada nella roccia sia in realtà ispirato alla storia di San Galgano. 74 Conteso tra Agostiniani e Cistercensi, il santo-cavaliere è un archetipo e misterioso senza personalità, una spada prodotta frettolosamente in serie, come dovevano essere quelle delle milizie comunali, che addirittura si spezza fra le mani sacrileghe dei suoi rustici avversari, quei profanatori invidiosi che secondo la leggenda in sua assenza devastarono l’eremitaggio. Ma lo stesso gesto di conficcare la spada nel terreno, il cui significato sembrerebbe apparentemente il rifiuto della violenza per abbracciare la vita religiosa, ha insita una buona dose di ambiguità, essendo piuttosto legato ad un quadro culturale germanico nel quale la spada conficcata nel terreno è al contempo oggetto di culto pagano e strumento giuridico. essere immediatamente identificato come un miles: esistevano infatti i berrovieri, che potremmo definire corpi di cavalleria leggera armati essenzialmente di spada, reclutati sia fra i ranghi della bassa aristocrazia che dai ceti artigiani e popolari. Ancora: contrariamente a quanto una sterminata produzione letteraria ci ha fatto credere, il possesso della spada, in questi anni, non è affatto caratteristica esclusiva del cavaliere, anche il popolo e i suoi combattenti ne era dotato, come hanno mostrato gli studi più recenti condotti da Aldo Settia. Certo, non si sarà trattato di buone armi, non avranno avuto fregi e ornamenti cesellati; saranno state spade di seconda scelta, ma erano pur sempre spade e tali dovevano apparire. Insomma, per farla breve, a questa epoca comunale l’incontro con un uomo a cavallo con una spada al fianco non necessariamente significava l’incontro con un miles. Infine, per concludere bisogna notare che in tutto il processo di canonizzazione del nostro santo, che si svolge appena quattro anni dopo la sua morte, nessuno dei 20 testimoni, nemmeno la madre che pure inizia la sua deposizione raccontando della vocazione alla cavalleria ottenuta in sogno da suo figlio, gratifica mai Galgano con il termine di miles. questo proposito, dobbiamo prendere in considerazione gli atti del processo di canonizzazione. La tredicesima testimonianza ci tratteggia sommariamente un rito di guarigione condotto da Galgano su una ragazza di Arezzo che aveva le mani contratte: il santo ordina alla malata di stendere le mani e con esse raccattare tre denari che si trovavano per terra, e un mozzicone di candela, quindi di completare la liturgia pregando di fronte alla spada. È una sequenza inquietante, soprattutto quando si rammenta che, nella magia medievale, spada, candele e denari sono fra gli elementi costitutivi del rituale di invocazione degli spiriti. Un rituale da assolvere nel tracciato di un cerchio magico, ma che cos’altro è la rotonda di Montesiepi da un punto di vista geometrico se non un cerchio? C'è poi questa preghiera di fronte alla spada. Come già accennato in precedenza, Cardini ha messo in evidenza il fatto che, presso tutti i popoli germanici, la spada era sacra e oggetto di venerazione molto prima che vi si potesse scorgere la somiglianza tra la forma dell'elsa e la croce: questa individuazione non sarebbe dunque il prodotto di una sacralizzazione della spada, bensì del processo inverso, cioè dell'accettazione nella cultura cristiana di una tradizione pagana fortemente radicata nei Germani, resa possibile dalla somiglianza formale dell'elsa con il simbolo di A offermiamoci ora a considerare la spada, che tanto efficacemente ai nostri giorni evoca il mondo incantato di re Artù e della Tavola Rotonda. Franco Cardini, in un famoso studio sulle origini della cavalleria medievale, ha sottolineato il carattere fortemente sacrale della spada nell’antica cultura germanica: le lame in mano agli eroi della letteratura nordica hanno un nome proprio (Excalibur, Durendal, Gioiosa), una personalità (la spada chiamata Tyrving esige la morte di un uomo ogni volta che viene sguainata; la Hviting ferisce e risana; Atveig canta quando viene sguainata e gronda sangue quando da qualche parte è in corso una battaglia), e sono in genere invincibili. Al loro confronto, il nostro povero Galgano impugna un ferro senza nome e S 75 RITROVAMENTI Cristo. Ma se così è – scrive sempre Cardini – come non vedere in questo strano rito compiuto di fronte alla spada la sopravvivenza, in una Toscana profondamente segnata dalla presenza longobarda, di antichi culti germanici? Si tratta, nel suo complesso, di un rituale che avrebbe attirato l’attenzione di un Bernardo Guy, principe degli inquisitori reso celebre ai nostri giorni dalla rappresentazione cinematografica de Il nome della rosa, che nel suo Manuale dell’inquisitore scritto ai primi del Trecento tratta proprio di candele e offerte in denaro nel capitolo De sortilegis et divinis et invocatoribus demonum. Con questo naturalmente non si vuole affermare che Galgano fosse uno stregone, ma semplicemente che il confine dell’ortodossia alla sua epoca non era così rigidamente tracciato come sarà in seguito, nell’età appunto di Bernardo Guy, quando certe ritualità e credenze popolari non avranno più spazio e non saranno più tollerate, bollate irrimediabilmente come stregonerie. Ma questo rito da lui presieduto e diretto consegna Galgano ad una religiosità popolare profonda, ancora intrisa di simboli e credenze pagani, remota rispetto alla religiosità colta dei chierici. gione, è quello di non lavorare il sabato: siamo in piena ideologia del lavoro, che si sacrifica a Dio in misura superiore al canonico riposo domenicale. Religiosità popolare ai confini dell’ortodossia, antichi riti di derivazione pagana, spiritualità laicale fortemente critica del secolo e della gerarchia ecclesiastica: siamo molto lontani dall’immagine dolciastra e accattivante del cavaliere convertito, tanto cara ai Cistercensi. Nel contempo, questo quadro potrebbe spiegare la decisione pontificia di insediare un ordine di fiducia, come era quello cistercense, sul luogo dell’eremitaggio galganiano, disperdendo l’esiguo gruppetto, potenzialmente pericoloso, dei suoi antichi compagni. Bisogna infatti ricordare che due di questi eremiti, dopo aver deposto al processo di canonizzazione, si rifiutarono di prestare giuramento, gesto che li arruola d’ufficio nelle correnti religiose eterodosse del momento. olti anni dopo questi fatti, quando tra fine Duecento e inizi Trecento si pensava che il loro ricordo fosse ormai cancellato, i Cistercensi cominciarono ad impossessarsi della figura di Galgano: compare il reliquiario d’argento per la testa del santo e vengono commissionati ai Lorenzetti gli affreschi nella cappella a lato della rotonda di Monte Siepi. Tutti oggetti di rara bellezza che facevano mostra di sé, veicolando la storia del santo cavaliere entrato in punto di morte nell’ordine Cistercense. A questo punto gli Agostiniani, che avevano inglobato quasi tutti gli spezzoni dispersi del movimento eremitano, reagirono: a distanza di quasi un secolo e mezzo il ricordo della peculiare spiritualità di Galgano anche per essi era ormai sbiadito, ma ancora conservavano un particolare fondamentale di quella vicenda e cioè che le reliquie erano in mano loro, non dei monaci bianchi. Di qui la Vita conservata alla biblioteca Laurenziana che conosciamo, nella quale si specifica puntigliosamente che i resti mortali del santo riposano in Garfagnana. Come si vede, la realtà storica che si può ipotizzare a partire dalla documentazione superstite è forse ancora più interessante dei voli di fantasia, e dovrebbe spingere ad un riesame critico delle fonti che ci hanno tramandato questa intricata vicenda. M empre fra le testimonianze del processo di canonizzazione, colpisce la frequenza dei miracoli nei quali il santo guarisce persone dagli arti paralizzati o comunque impediti. Non è una sua peculiarità, molti altri santi medievali godono di questo potere; ma nel caso di Galgano si nota una sottolineatura della connessione fra le mani e il lavoro che con esse si svolge. Sono le mani in primo piano, cioè gli strumenti di lavoro per eccellenza di cui è dotato l'uomo. Gerardinus Bindi, che ha il figlio impedito, chiede al santo se mai egli guarirà e Galgano, dopo una pausa di riflessione, gli dice solennemente: “Confida in Dio, che libererà tuo figlio fino al punto che potrà lavorare con le sue mani”. La restituzione della dignità umana offesa dalla malattia risiede dunque nel ripristino della possibilità di compiere un lavoro manuale. È una delle poche volte che udiamo direttamente la voce del santo e l'importanza da lui attribuita al lavoro manuale potrebbe accostare Galgano a certe correnti religiose laicali, tipiche del XII secolo, che avevano in questo uno degli elementi costitutivi la propria spiritualità. Non a caso il voto fatto dal ragazzo, in caso di guari- S A CIELO APERTO La mancanza di copertura conferisce un fascino particolare all’abbazia. Il tetto è crollato nel 1768, dopo una lenta decadenza del luogo di culto. 76 77 GIOCHI DI SPECCHI L’IRRESISTIBILE LEGGEREZZA DELLE IMMAGINI di Lucetta Scaraffia O all’interno del corpo della madre. L’ecografia ostetrica ha compiuto i primi passi fra il 1960 e il 1970: grazie all’uso degli ultrasuoni si presenta come strumento di controllo e misurazione della gravidanza, non come mezzo rivolto alla visualizzazione del feto. Dopo gli anni Settanta l’ecografia si diffonde e negli anni Novanta diventa possibile vedere il feto con un effetto tridimensionale interpretato dalle gestanti come il ritratto del bambino. ggi, anche se le immagini sono sempre più diffuse e potenti, sono deprivate di significato: come sostiene Baudrillard, “l’immagine è il puro simulacro di se stessa”, cioè non porta più alcun riferimento a realtà e verità. Per questo, “quando tutte le immagini simulano soltanto, come se non ci fosse più una realtà senza di esse, crolla la differenza stessa fra icone e idoli”: a scriverlo, con lucidità, è Hans Belting, storico dell’arte ma soprattutto studioso di antropologia dell’immagine. Del resto, l’attuale lamentarsi dell’eccesso di immagini vuote che ci circonda costituisce un retaggio religioso, perché presuppone la fede in una realtà assoluta che oggi la società non ritrova nelle immagini. nascono subito società che propongono foto e dvd dell’ecografia a fini strettamente commerciali, mentre i libri dedicati alle foto del primo anno di vita del bambino prevedono che si cominci con le immagini dell’ecografia. Oggi dunque l’ecografia promette alle donne di avere una prima immagine del feto e di ridefinire su tali basi il processo di gestazione, essenzialmente immaginario, del proprio bambino. Ma in realtà le immagini prodotte dall’ecografia sono ben lontane dal permettere di vedere davvero il bambino, essendo solo macchie di diversa intensità di colore in movimento. Nonostante ciò l’ecografia diventa un momento molto importante: producendo una immagine del bambino, introduce una nuova temporalità nella gravidanza perché conferisce all’esperienza dell’attesa – fino a quel momento interiore, vaga e fantastica – un supporto visivo. Alla base dell’ecografia vi è dunque un malinteso: i futuri genitori vogliono vedere il loro bambino, mentre i medici verificano eventuali anomalie. E e immagini del passato, infatti, interrompevano una quotidianità che di solito ne era priva ed erano dotate di uno spessore semantico che stimolava nello spettatore intensità interpretativa. Quelle immagini avevano una vera funzione rappresentativa e si contrapponevano agli idoli, immagini senza riferimento e senza forza simbolica. Oggi invece tutte le immagini si possono trasformare in idoli, perché siamo solo noi – e non la somiglianza con il reale, e neppure la volontà di rappresentazione – a dare o togliere loro significato. Un esempio di questa leggerezza di attribuzione di senso alle immagini è l’atteggiamento che abbiamo verso un nuovo tipo di immagini, le ecografie, intese come possibilità di vedere il feto L L’ECOGRAFIA È un sistema di indagine diagnostica medica basata sull'emissione di eco. Quando è tridimensionale, come nella foto, il bimbo si muove come in un filmato. 78 Sempre più invasive e meno efficaci: la crisi del rapporto fra la realtà e la sua rappresentazione Le stesse macchie dicono cose diverse a seconda dello sguardo che le interroga, ma genitori e medici concordano sul fatto che si tratta dell’immagine di un bambino, benché molto piccolo. Ben diversamente si pone il problema quando l’ecografia viene fatta in previsione di un aborto: allora niente viene interpretato come immagine di un bambino, ma piuttosto come materiale biologico da asportare. E naturalmente nessuna “foto” dell’ecografia viene donata alla donna, che non vuole vedere in questa immagine suo figlio. Si tratta di un esempio perfetto di totale mancanza di consistenza di una immagine, alla quale si possono dare significati molto diversi, perfino opposti: il bambino esiste solo se è accettato e desiderato, e le macchie registrate dall’ecografia acquistano il significato che si vuole loro attribuire. La nostra realtà è costruita da immagini invadenti, ma senza una consistenza propria, immagini a cui vogliamo dare noi significato, negando che l’abbiano di per sé. Resta da stabilire se si tratta di una acquisizione di libertà, o se ci stiamo allontanando irreparabilmente dalla realtà. 79 GLI AUTORI MASSIMO BALDINI, Professore di semiotica presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma, membro del comitato nazionale di bioetica e attualmente Vice Presidente della Facoltà di Scienze Politiche. Ha pubblicato numerose opere alcune delle quali tradotte in russo, spagnolo, portoghese e rumeno tra le quali ricordiamo: La storia dell’amicizia Armando, Roma; Parlar chiaro parlare oscuro Laterza, Bari; Il linguaggio dei mistici Queriniana, Brescia; Educare all’ascolto La Scuola, Brescia; La storia della comunicazione Newton Compton. GUIDO HARARI, fotografo, ha realizzato molte mostre, come Rockshots (1983/84), Fotografie in musica (1992), Italians (2000) e Khulna, Bangladesh (2003), e diversi libri, come Notti di note (1985), Fotografie in musica (1991), Il Circo di Paolo Rossi. Sotto un cielo di gomma (1995), Fabrizio De André. E poi, il futuro (2001) e Vasco! (2006). Ha firmato numerose copertine di dischi per artisti internazionali come Bob Dylan, BB King, Paul McCartney, Lou Reed, Simple Minds e Frank Zappa. È stato fotografo ufficiale di Dire Straits, Duran Duran, Peter Gabriel, Pat Metheny e Santana. In Italia ha collaborato soprattutto con Claudio Baglioni, Paolo Conte, Pino Daniele, Fabrizio De André, Ligabue, Gianna Nannini, PFM e Vasco Rossi. ANDREA BARLUCCHI insegna Storia Medievale presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena. Il suo principale campo di ricerca è il contado toscano in età tardomedievale, nei suoi rapporti economico-sociali e politicoistituzionali con la città comunale. Fra i suoi lavori si segnala il volume Il contado senese all’epoca dei Nove (1287-1355). Recentemente ha ritrovato presso l’Archivio di Stato di Firenze un inedito Statuto della Mercanzia Aretina del 1341, di cui ha curato l’edizione, prossima alla stampa. ANTONIO LOPEZ è giornalista del mensile Airone dal 1989, dove ricopre la carica di Vice-caposervizio. Ha pubblicato guide e libri dedicati alla natura italiana e ha realizzato, con il regista Francesco Barilli, una decina di cortometraggi sui parchi e le aree protette. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti professionali tra cui il Premio Guidarello di giornalismo e il Mario Pastore, giornalista per l’ambiente. ATTILIO BRILLI è docente di letteratura americana all’Università di Siena. Esperto di letteratura di viaggio, ha curato le opere di Boswel, Ruskin, Irving, James e altri. Tra i suoi libri: In viaggio con Leopardi (2000) e i Saggi La vita che corre (1999) e Il viaggio in Italia. Storia di una grande tradizione culturale (2006). Cura inoltre i volumi della Collana Le Città ritrovate, edita da Banca Etruria. MARIO SARCINELLI è studioso di questioni monetarie, bancarie, finanziarie e fiscali. Autore di numerose pubblicazioni, insegna presso l’Università La Sapienza di Roma. È Presidente di Dexia Crediop e consigliere di amministrazione di alcune società bancarie, assicurative e di servizi. In passato è stato Vice direttore generale della Banca d’Italia, Direttore Generale del Tesoro, Vice presidente della BERS, Presidente della BNL, Presidente della Diners Club Sim e, durante il 1987, Ministro del commercio estero. GIORGIO BOATTI, giornalista, collabora alla Stampa di Torino. Ha pubblicato diversi volumi dedicati a vicende della storia contemporanea italiana. Tra le opere più recenti: Cielo nostro. Le battaglie smarrite del generale Govone (Baldini & Castoldi, 1997). Editi da Einaudi i recenti saggi Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta (1999), e Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini (2001). LUCETTA SCARAFFIA insegna storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza. Si è occupata soprattutto di storia delle donne e di storia del cristianesimo. Ha inoltre studiato i rapporti fra la società occidentale e l’islam nell’età moderna. Ha curato, insieme a Eugenia Roccella, i tre volumi che raccolgono 247 ritratti di donne italiane che hanno contato nella vita del nostro paese. È vicepresidente di Scienza e Vita e fa parte del Comitato Nazionale di Bioetica. Collabora con l’Avvenire, il Foglio, il Corriere della sera e con altre riviste.Tra i suoi libri Donne e fede. Santità e vita religiosa in Italia (1994), Rinnegati. Per una storia dell’identità occidentale (1993) e Il giubileo (1999). MARCO CARMINATI è autore di monografie d’arte su Piero della Francesca e sulla Gioconda di Leonardo da Vinci. Ha appena trascritto e pubblicato le ultime lezioni radiofoniche tenute da Federico Zeri. È caposervizio responsabile delle pagine di arte della Domenica de Il Sole 24 Ore. VITO DI BARI insegna Progettazione e Gestione dell’Innovazione al Politecnico di Milano, e Corporate Communication alla Bocconi. Presiede il Comitato Scientifico di ASCAI (l’Associazione per lo Sviluppo della Comunicazione Aziendale in Italia), è membro dell’Advisory Board della Fondazione Italiana Accenture, del Comitato Scientifico di Harvard Business Review Italia e della Federazione Distretti Italiani. È opinionista del quotidiano Il Sole 24 Ore, fra gli ultimi testi pubblicati per Il Sole 24 Ore Libri: Web 2.0 (2007); Il futuro che già c’è (2006); 2015, Weekend nel futuro (2005); Strategie per la Next Economy (2003). MAURIZIO SCHOEPFLIN è docente di Filosofia nei Licei, presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose all’Apollinare di Roma e alla Luiss Guido Carli. Scrive sulle pagine culturali dei quotidiani Avvenire, Libero, Il Foglio. È autore di numerosi libri, tra cui: Il De magistro di Sant’Agostino e Il tema dell’educazione nel cristianesimo antico; La felicità secondo i filosofi; Pensare da credenti: ritratti di filosofi dell’Europa cristiana. VANNA TONINELLI già giornalista professionista a L’Eco di Bergamo. Dal 2003 ha scelto la carriera di free lance, firmando su quotidiani e riviste nazionali. Per il Corriere della Sera si è occupata di temi legati alle risorse umane e alla formazione professionale. FABRIZIO GALIMBERTI dopo la libera docenza in Scienza delle Finanze e l’insegnamento universitario a Roma e a Ferrara, ha lavorato dal 1970 al 1980 al Dipartimento di Economia dell’OCSE, a Parigi. È stato consigliere economico del Ministro del Tesoro nel 1980-83, e a Torino Chief Economist della Fiat. Dal 1986 collabora con Il Sole 24 Ore come editorialista. Fra le sue più recenti pubblicazioni Il volo del calabrone – breve storia dell’economia italiana del novecento, con Luca Paolazzi e Claudia Galimberti, Le Monnier 1998; Economia e pazzia – crisi finanziarie di ieri e di oggi, Laterza 2002; L’economia spiegata a un figlio, Laterza 2004. SILVIA VEGETTI FINZI insegna Psicologia Dinamica presso l’Università di Pavia. Collabora al Corriere della Sera e alle riviste Io donna e Insieme. I suoi libri, tradotti in molte lingue, sono editi negli Oscar Mondadori e da Laterza. Ha inoltre curato: Psicoanalisi al femminile, Storia delle passioni (Laterza, Roma-Bari). Il suo ultimo libro è Silvia Vegetti Finzi dialoga con le mamme. 80 C M Y CM MY CY CMY K Messaggio pubblicitario con finalità promozionale. Per informazioni sulle principali condizioni economiche e contrattuali consultare i Fogli Informativi e l’Avviso “Principali norme di trasparenza” disponibili presso tutti gli sportelli di Banca Etruria. MR_EO_08 copia.pdf 2-01-2008 12:07:05 Ho messo casa su Largo Augusto ma posso riprendere a pagare fra tre giri. Le rate del tuo mutuo non sono più un problema, nemmeno in caso di imprevisti. Da oggi infatti puoi spostare avanti i tuoi pagamenti, anche per 6 mesi consecutivi. Con Movirata per comprare casa non è necessario fare mille giri. 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