Anno XXV • Dicembre 2007 • Numero 69
In questo numero:
• Massimo Baldini
• Andrea Barlucchi
• Giorgio Boatti
• Attilio Brilli
• Marco Carminati
• Vito Di Bari
• Fabrizio Galimberti
• Guido Harari
• Antonio Lopez
• Mario Sarcinelli
• Lucetta Scaraffia
• Maurizio Schoeplflin
• Vanna Toninelli
• Silvia Veggetti Finzi
TESORI DI CARTA
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SOMMARIO
COPERTINA
IL MONDO IN UN BIGLIETTO di Marco Carminati
2
Direttore Responsabile
Paolo Schiatti
ECONOMIA & DINTORNI
Periodico quadrimestrale
di informazione di
Banca Etruria
anno XXV n° 69
Dicembre 2007
IL PREZZO CINESE di Fabrizio Galimberti
RESPONSABILITÀ SOCIALE,
VALORE AGGIUNTO di Vanna Toninelli
SPIGOLATURE IN TEMA DI FINANZA
10
di Mario Sarcinelli
24
18
LUOGHI DEL PENSIERO
LA BUONA ABITUDINE DEL RICORDO
30
di Silvia Veggetti Finzi
CITTÀ DA SORSEGGIARE di Attilio Brilli
FELICITÀ: CHI L’HA VISTA? di Maurizio Schoepflin
38
44
ZOOM
L’ARTE DEL RITRATTO di Guido Harari
CANIS LUPUS di Antonio Lopez
52
58
RITROVAMENTI
POSTA & POLITICA di Giorgio Boatti
L’ENIGMA DI MONTESIEPI di Andrea Barlucchi
64
70
RUBRICHE
Questo volume è stato prodotto
Comitato Editoriale
Elio Faralli
Roberto Merli
Alberto Rigotti
Paolo Schiatti
Redazione
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PROSSIMO VENTURO di Vito Di Bari
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GLI AUTORI
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Comunicazioni Aziendali in Italia
Spedizione in abbonamento postale
comma 34 art. 2 L. 549/95
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3 aprile 1982
COPERTINA
IL MONDO IN UN
BIGLIETTO
La collezione di Banca Etruria: più delle monete,
le banconote sono veri e propri trattati di storia
di Marco
Carminati
PERIODO FASCISTA
Le 2 lire emesse
durante il regno
di Vittorio Emanuele III,
ultimo re d’Italia.
UMBERTO I
Cinquanta lire
risalenti al
suo regno, nel
periodo transitorio
tra Banca Nazionale
e Banca d’Italia.
In basso,
la personificazione
della giustizia
con bilancia e spada.
Q
Quando al principio degli anni Ottanta
mi iscrissi alla facoltà di Lettere
dell’Università Cattolica di Milano,
osservando l’elenco delle materie di
insegnamento rimasi abbastanza stupito nel
ritrovare un corso dedicato alla numismatica.
Mi venne quasi da ridere, perché nella mia
giovanile supponenza (incoraggiata da una buona
dose di ignoranza) mi sembrava buffo che quel
che io ritenevo un tipico hobby da persone
anziane o monomaniache potesse trovare un
posto tanto onorevole tra le materie universitarie.
Per mia fortuna, la curiosità prevalse sui pregiudizi, e senza pensarci troppo decisi di iscrivermi
a questo strano corso. In effetti, le lezioni si
rivelarono tutt’altro che scoppiettanti, con un
docente un po’ polveroso che le teneva in un’aula
oscurata per la proiezione delle diapositive, nella
quale il perenne ronzio del proiettore aveva sui
pochi allievi l’effetto della camomilla prima
della ninna nanna.
Resistetti. E fu un bene. Perché, lezione dopo
lezione, il professore dalla voce nasale riuscì a
farci comprendere il cuore della questione. Le
monete, le medaglie e le carte monete non erano
affatto delle “curiosità”, ma erano state in ogni
epoca e luogo dei veri e propri documenti storici,
immensamente utili alla conoscenza di storia,
economia, politica, gusti estetici e progressi
tecnici delle società che le avevano coniate o
emesse. Se così non fosse stato – esemplificava
il professore – non si spiegherebbe perché il
Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo abbia
conservato con estrema cura 3 milioni di pezzi,
di cui 1 milione e duecento mila esclusivamente
di natura numismatica.
l collezionismo numismatico è stato ed è insospettabilmente fiorente. È praticato da privati
cittadini con la passione per le monete e da
antiquari con specifici interessi nel settore. Ma
interessa molto anche le banche, che sono, per
così dire, i naturali luoghi di confluenza delle
raccolte di questo genere. E sono anche il luogo
privilegiato per lo studio e la catalogazione
sistematica delle emissioni storiche.
I
2
3
Tra i falsari si annoveravano anche dei nobili,
celebre il caso del conte Stortiglioni
COPERTINA
composta da 265 esemplari prevalentemente
legati ad emissioni italiane.
La fusione di queste due raccolte, dunque, ha
dotato Banca Etruria di un patrimonio storico
di primaria importanza, che ora, grazie alla
mostra, viene adeguatamente fatto conoscere al
grande pubblico.
Diecimila pezzi sono – a tutta evidenza – un
piccolo mare magnum nel quale sarebbe impossibile addentrarsi in un solo colpo. È stato necessario operare una scelta per l’esposizione e la
pubblicazione, scelta che è ricaduta sulla sezione
d’area italiana che, da sola, raggiunge il ragguardevole computo di 1458 esemplari. Il primo
volume del catalogo pubblicato in occasione
della mostra illustra integralmente la sezione
italiana.
La raccolta di Banca Etruria offre all’ammirazione
le emissioni cartacee dei diversi Stati italiani
prima dell’Unità, comprese le cedole delle Regie
Finanze di Torino che sono prodotti metà tra la
carta moneta e il buono del tesoro, e le fedi di
credito del Meridione, che circolavano come vera
e propria carta moneta, come le carte “monetate”
emesse in particolari emergenze (durante gli
assedi di Mantova e Palmanova, ad esempio) o
le cedole emesse nel periodo delle sottoscrizioni
risorgimentali. Poi, ammiriamo le emissioni
della Banca d’Italia, sia i biglietti di corso legale
nel nostro Paese che quelli circolanti nelle colonie
italiane. A tale nucleo sono stati aggiunte anche
emissioni di governi stranieri destinate al territorio italiano, come i biglietti della Cassa Veneta
dei prestiti, autorizzati dal Governo austroungarico, e le celebri Am lire, biglietti emessi
durante l’occupazione americana del nostro Paese.
La collezione di Banca Etruria comprende, com’è
facile intuire, anche migliaia di emissioni provenienti dal resto del mondo. Il secondo volume
del catalogo riporta, a titolo esemplificativo, i
biglietti più interessanti emessi dai paesi europei
ed extra europei.
a collezione di banconote e titoli cartacei di
Banca Etruria è una di queste realtà. Comprende nel suo complesso quasi 10 mila pezzi, risultato
dell’unione di due raccolte, una delle quali di
grande importanza storica. Nel 1985, infatti, si
rese disponibile sul mercato la raccolta di carta
moneta dei fratelli aretini Antonietta e Vittorio
Bistoni, che a partire dagli anni Settanta (quando
questo settore del collezionismo era ancora agli
esordi) misero insieme una ragguardevole collezione di carta moneta che comprendeva esemplari
italiani, europei ed extraeuropei dalla metà del
Settecento alla prima metà del Novecento. Acquisendo in blocco questo notevole nucleo, Banca
Etruria ne scongiurò la dispersione sul mercato.
Solo quattro anni più tardi, nel 1989, ci fu la
possibilità di acquistare una seconda raccolta
privata di carta moneta, quella di Paola Bruschi
L
RE DI PALERMO
Particolare
di un biglietto del
Banco di Sicilia,
ispirato alla
figura mitica
del vecchio re
dal corpo giovane.
REGIE FINANZE
DI TORINO
Biglietto da 50 lire
del 1799.
Sono visibili
due bolli a secco,
uno con il re
Carlo Emanuele IV
e l’altro con
l’aquila sabauda.
C
4
oncentriamoci ora sulle carte monete italiane.
Per comodità il catalogo è stato suddiviso
in zone geografiche corrispondenti agli Antichi
Stati preunitari. Poi ci sono biglietti emessi dalla
Banca d’Italia, durante le tre fasi storiche dello
stato italiano: il periodo del Regno, gli anni
della Repubblica Sociale, la Repubblica democratica. Un settore a parte si occupa delle emissioni nei territori d’Oltremare.
Chi si accosta a questo materiale con apertura e
consapevolezza del suo intrinseco valore, verrà
ripagato da un’incredibile messe di informazioni
storiche, economiche, estetiche e tecniche, rallegrate ed arricchite da una buona dose di aneddoti
e curiosità. Nonostante la progressiva diffusione
di assegni, di carte di credito e, più attualmente,
di scambi via internet, la carta moneta circola
ancora in abbondanza nei nostri portafogli, e fa
dunque parte dell’esperienza quotidiana di ognuno di noi. Suscitando interessi e domande.
Ecco la prima. Chi fu in Italia il primo ad
emettere questi biglietti cartacei? La mostra
risponde: fu Carlo Emanuele III di Savoia, sovrano
dello Stato Sardo Piemontese, che con un decreto
firmato il 26 settembre 1745 autorizzò
l’emissione di Biglietti di credito, li quali debbino
avere negli Stati nostri lo stesso corso come fossero di
effettivo danaro cotante. Motivo dell’emissione?
Per facilitare il vantaggio del pubblico Commercio.
Motivazioni e risposte semplici. Ma stampare
carta moneta non fu un fatto di poco conto. Fu
necessario stabilire l’ente stampatore, i tagli, le
dimensioni delle banconote e il tipo di carta.
Poi, si dovette scegliere il bozzettista per le
vignette, e l’incisore per la preparazione dei
clichés per la stampa. Senza dimenticare di
stabilire le caratteristiche della filigrana.
Già da questo elenco, si comprende bene quante
e quali competenze siano state necessarie per
realizzare i biglietti di banca.
I primi, quelli stampati dalle Regie Finanze di
Torino, erano in bianco e nero e su una sola
faccia. Non si stabilì subito se fosse più adatto
il formato verticale o orizzontale. Nei primi
decenni circolavano entrambi, tra il sospetto
generale della popolazione piemontese, che non
vedeva affatto di buon occhio queste cedole,
ricordando il disastro finanziario degli assegni
francesi. Queste cedole, essendo appunto di carta
e non di metallo, era facilmente soggetta al
logorio che si pensò di arginare stampando le
monete su cartoncini rinforzati con fili di seta.
5
COPERTINA
CESARE CAPITOLINO
Particolare del retro
delle 2 lire
emesse durante
il periodo fascista.
5 SOMALI
Nel 1950 venne
costituita a Roma
la Cassa per la
circolazione monetaria
della Somalia,
che si appoggiava,
pur essendo
autonoma,
alla Banca d'Italia.
BIGLIETTO AL
PORTATORE
500 lire
con intestazione
della Banca d’Italia.
6
La raccolta di Banca Etruria è una testimonianza
importante della nostra storia carpita tra le filigrane
stampò le cedole usando comuni caratteri tipografici. Oggi questi pezzi sono delle autentiche
rarità.
Il Grand Tour dell’Italia preunitaria attraverso
le emissioni di carta moneta porta il visitatore
della mostra nel Granducato di Toscana (dove
la Banca Toscana emise carta moneta rimasta
valida fino al 1904), negli Stati Pontifici (dove
la carta moneta nasce dalle ricevute dei pegni
depositati al Monte di Pietà) e nel Regno di
Napoli dapprima con le Fedi di credito emesse
dai diversi banchi e poi con la loro trasformazione
in biglietti di banca.
Finché si arriva al fatidico 1861. Il processo di
La filigrana fu l’efficace sistema individuato per
scongiurare la riproduzione da parte di eventuali
falsari, che però spuntarono immediatamente
come funghi, persino tra i nobili (celebre, in
Piemonte, fu il caso del conte Stortiglioni, che
falsificò le cedole delle Regie Finanze). Il reato
di riproduzione fraudolenta di carta moneta
venne esemplarmente punito con la morte, ma
il fenomeno dei falsi non morì affatto. Anzi.
Nel 1785, Vittorio Amedeo III di Savoia fece
apporre alle carte monete un timbro a secco con
la propria effige tra due serti d’alloro. Accanto,
venne impresso un secondo bollo con l’aquila
sabauda circondata dal collare del Toson d’Oro.
Se il motivo principale che spinse l’emissione di
carta moneta fu quello di facilitare il pubblico
commercio, la mostra di Arezzo ci insegna che le
emissioni avvennero anche in momenti di crisi
e di pericolo. Come, ad esempio, nel 1796 a
Mantova, durante l’assedio francese della città,
allora piazzaforte austriaca. Dopo mesi di isolamento, che provocò una cronica carenza di circolante metallico, il vicegovernatore austriaco
di Mantova si mise a stampare della carta moneta
esemplata sui modelli viennesi. Quando il generale Serurier entrò in città alla testa delle truppe
francesi dichiarò tali monete prive di valore.
na cosa analoga accadde a Venezia nel 1848.
Gli austriaci erano stati costretti a lasciare
la città e il Governo Provvisorio della Repubblica
di San Marco emise una moneta patriottica garantita dai prestiti di liquidità (prima volontari e
poi forzosi) dei cittadini più abbienti. Parallelamente, venne emessa una moneta del Comune per
facilitare la circolazione del denaro. Quando, nel
1849, l’effimera Repubblica di San Marco si
arrese all’Austria, la moneta patriottica divenne
carta straccia e quella detta del Comune venne
mantenuta in corso legale ma alla metà del suo
valore.
Carta moneta d’emergenza venne stampata anche
durante l’assedio austriaco di Palmanova. La
produzione venne affidata a Bortolo Baungarter,
che di professione era rilegatore di libri e che
U
7
COPERTINA
biglietti per la semplicità di riproduzione dei
colori usati. In effetti, nonostante l’ottima
qualità della carta, gli inchiostri particolari e
la complessità dei disegni, le banconote furono
oggetto di abilissime falsificazioni, ma così
abili che i falsari passarono alla storia per la
loro “bravura”: si chiamavano Paolo Ciulla e
Attilio Pollastri.
Le turbolenze storiche e politiche dell’Italia
del Novecento sono tutte documentate dalle
carte monete. Il caos monetario generato
dall’armistizio dell’8 settembre 1943 provocò
l’emissione di carta moneta da parte del Regno,
della Repubblica Sociale e delle truppe
d’occupazione americane dopo la Liberazione.
L’ordine ritornò dopo il 1946. Dalle monete
sparirono re e imperatori, e al loro posto arrivarono musicisti (Verdi), scienziati (Galileo),
artisti (Michelangelo) e navigatori (Colombo).
Nel 1997 venne realizzato l’ultimo taglio
massimo prima dell’avvento dell’euro: un biglietto da 500 mila lire dedicato a Raffaello.
Lo disegnò Guglielmo Savini e lo incisero
Trento Cionini e Giorgio Capponi. Una banconota magis ostensa, quam data avrebbero detto
i latini, ovvero più mostrata che effettivamente
distribuita.
unificazione fu tutt’altro che semplice, tant’è
vero che la prima banconota messa in circolazione
con l’intestazione Banca Nazionale del Regno
d’Italia risale al 1866. Era prodotta dalle officine
Carte Valori di Torino con la stessa carta filigrana
usata per i francobolli e gli stessi clichés con la
testa del re usati per i valori bollati. L’urgente
necessità di banconote di taglio piccolo e la
mancanza di ditte specializzate in Italia costrinsero la Banca Nazionale a rivolgersi a imprese
di Londra e Francoforte.
el 1893 nasce la Banca d’Italia, dalle ceneri
dello scandalo della Banca Romana e dalla
fusione di alcune banche preunitarie.
In quel frangente fu data grande importanza
all’emissione di carta moneta con nuovi tipi
stampati dall’istituto di via Nazionale. A disegnare la prima serie venne chiamato nientemeno
che un orafo, il senese Rinaldo Barbetti. I suoi
disegni vennero tradotti in clichés di legno dai
quali poi, con la tecnica della galvanoplastica,
furono cavati i clichés metallici per la stampa
delle banconote. Naturalmente, sui primi biglietti disegnati dal Barbetti piovvero innumerevoli critiche, la più pesante delle quali fu –
guarda caso – la facilità di falsificazione dei
N
VENEZIA
Le 5 lire correnti
emesse nel 1848
dalla città.
8
PAGABILI a vista al PORTATORE
C
hi non ha potuto visitare la mostra, o chi la vorrà ricordare, avrà la possibilità di
ripercorrere la raccolta di carta moneta di Banca Etruria attraverso il catalogo che
correda l’esposizione, curato da Franca Maria Vanni.
Il titolo stesso “Pagabili a vista al portatore” sintetizza che cosa sia un biglietto
di banca: un titolo di stato che prova l’impegno da parte dell’ente emittente di pagare
al portatore la somma soprascritta in moneta metallica.
In un elegante cofanetto sono racchiusi due volumi, il primo dedicato alla cartamoneta
dell’area italiana, il secondo a quella straniera.
Nel primo volume sono stati pubblicati i 1458 pezzi costituenti la sezione dell’area
italiana, suddivisi per aree geografiche di appartenenza e, nell’ambito di queste, per
istituto emittente.
Si comincia con le emissioni degli istituti esistenti nei diversi stati preunitari per
continuare con la carta monetata di emergenza (in circolazione durante gli assedi di
Mantova e di Palmanova), con le cedole emesse durante il periodo risorgimentale, con
i biglietti stampati dalle banche in attività prima del 1893, anno della nascita della
Banca d’Italia la cui produzione comprende sia i biglietti di corso legale in Italia che
quelli per i paesi e le colonie sotto l’influenza italiana.
A completamento della rassegna sulla carta moneta in circolazione nella nostra penisola,
sono stati inseriti anche i biglietti stampati da governi stranieri per il territorio italiano
come i biglietti della Cassa Veneta dei Prestiti o le Am Lire.
Tutti i tagli sono corredati dalle fotografie e da descrizioni particolareggiate. La scheda
di ogni esemplare è completata dall’elenco dei decreti di emissione relativi alla banconota
descritta.
Una particolare attenzione è stata posta alle filigrane sulle quali, in appendice al secondo
volume, è stato pubblicato un breve studio di C. Lovari. A completamento delle schede
dei biglietti con filigrana sono stati inseriti, ingranditi, i particolari di quest’ultima,
talvolta accostati alle opere d’arte da cui sono state tratte come ad esempio la “Flora”
di Tiziano riprodotta in trasparenza sulle 20.000 lire.
Nel secondo volume è stata pubblicata una scelta antologica dei pezzi più pregevoli e
di maggior interesse storico emessi da paesi europei ed extraeuropei taluni dei quali
sono vere e proprie curiosità: mi riferisco ai biglietti emessi dall’Arabia Saudita per il
ricevimento dei pellegrini alla Mecca, agli assegnati in lingua russa emessi da Napoleone
per il vettovagliamento delle truppe nella
campagna di Russia, ai biglietti degli Stati
Confederati d’America, alle emissioni di
feudi giapponesi. Come per la parte
italiana, anche le schede dei biglietti di
banca stranieri sono corredate da fotografie e commento storico.
Il catalogo, pertanto, costituisce non solo
una piacevole presentazione della importante raccolta di carta moneta di
Banca Etruria, ma anche uno strumento
di lavoro che, per il rigore scientifico,
l’inquadramento storico e l’ampia bibliografia, può essere utilizzato come
punto di riferimento per lo studio di
analoghe collezioni.
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ECONOMIA
& DINTORNI
di Fabrizio
Galimberti
CATENA
DI MONTAGGIO
La Cina ha altissimi
ritmi di produzione
e un basso costo
della manodopera.
10
IL PREZZO
CINESE
Il ruolo dell’ex Celeste Impero nell’economia mondiale:
perché il Gigante asiatico può esportare disinflazione
11
ECONOMIA
& DINTORNI
Bisogna andare oltre ed esplorare tutte le determinanti del China price. Si tratta solo del costo del
lavoro o ci sono anche altre ragioni? Per esempio,
condizioni di lavoro più pesanti o invece una
superiore organizzazione, vantaggi da efficienti
“catene di offerta” ed economie di scala da addensamenti produttivi (come nei distretti industriali
italiani); o si tratta invece di vantaggi dovuti a un
cambio manipolato, a sussidi vari? Le risposte a
queste domande servono a decidere le politiche da
seguire: per esempio, se si conclude che il vantaggio
principale è il costo del lavoro, i produttori occidentali non possono far niente, se non aspettare
che la Cina diventi più ricca e i salari aumentino.
Se invece una componente importante del vantaggio è data dal cambio, i Paesi occidentali possono
far pressione sulla Cina perché cambi la politica
valutaria; o se si tratta dei sussidi, si può trascinare
il Governo cinese nei tribunali dell’Omc. Per
studiare da vicino le determinanti del China price
un professore dell’Università della California,
Peter Navarro, ha messo assieme una squadra di
un centinaio di studenti laureandi (molti dei quali
cinesi), e questo China Price Project si è chinato
sul problema (vedi «Deconstructing the China
Price», di Peter Navarro, in Economists’ Voice,
febbraio 2007). Lo scopo del progetto era di
elencare e quantificare i fattori determinanti del
vantaggio competitivo cinese. L’approccio empirico? Un’analisi delle strutture di costo in America
e in Cina.
I risultati sono interessanti. Due dei fattori
considerati – il più basso costo del lavoro e i
guadagni di efficienza dei “distretti industriali”
alla cinese – riflettono semplicemente i vantaggi
comparati della Cina, e spiegano circa il 55% del
China price. E il vantaggio salariale dovrebbe
continuare per decenni, dato che vi sono ancora
da 300 a 500 milioni di cinesi sottoccupati nelle
campagne (un numero pari alla forza lavoro combinata di Usa ed Eurozona); il Governo cinese
intende trasferirli gradualmente nelle fabbriche,
previo addestramento e istruzione.
Rimane però da spiegare ancora quasi la metà
dell’immenso vantaggio competitivo del China
price. E qui i vantaggi si presentano meno difendibili. Fra questi fattori “mercantilisti” il più importante – spiega circa il 17% del vantaggio
complessivo – sta nei sussidi: una rete complessa
di facilitazioni che va dai “prezzi politici”
ono due paroline ma incutono terrore nei
produttori occidentali: il prezzo cinese, il
China price è la prima domanda che si
pone chi, in Occidente (e l’Occidente è
inteso in senso non geografico, comprendendo
tutti i Paesi di antica industrializzazione), voglia
fare un’offerta per un bene o un servizio. Il produttore italiano, per esempio, che voglia esportare
in America delle pianole o dei cavi elettrici ad alta
tensione, si chiede: qual è il China price per questi
articoli? E del pari se lo chiede l’americano che
voglia esportare in Brasile giochi elettronici o
accessori per la vela. Qual è, insomma, l’ostacolo
da superare? Qual è il prezzo che uno stramaledetto
concorrente cinese offrirà per prodotti consimili?
S
l China price è, in fin dei conti, una specie di
barra di qualificazione: chi voglia entrare a far
parte della squadra nazionale di atletica per le gare
di salto in alto alle Olimpiadi deve superare la
barra a una certa altezza. Se non la supera, non è
ammesso. Così, eguagliare il China price rappresenta
la qualifica per essere ammessi alla gara di un’offerta
di vendita. Certamente, si può giocare sulla qualità
e su tanti elementi diversi dalla competitivitàprezzo, ma alla fine il prezzo rappresenta un parametro cruciale della scelta.
Forse questo “piccolo prezzo cinese” non acquisterà
mai la rinomanza della Grande Muraglia, ma oggi
come oggi è il China price al primo posto fra le
attrattive della Cina. Attrattive? Qui la società
civile si divide in due. Da una parte ci sono i
consumatori, che sono ben contenti di pagare poco
i prodotti Made in China, dall’altra ci sono i
produttori, per i quali, come detto, la concorrenza
cinese rappresenta un incubo. Naturalmente, il
China price non deve essere preso geograficamente
alla lettera. Anche se nella grande maggioranza
dei casi si tratta proprio della Repubblica popolare
cinese, si può applicare quell’espressione ai prezzi
espressi in altri Paesi emergenti, dal Vietnam alle
Filippine, dall’Indonesia all’India... Il problema
è che, per quanti sforzi si facciano di ridurre i
costi, ci sarà sempre, in questo mondo globalizzato,
uno scomodo produttore emergente che fa pagare
di meno...
Ma perché il China price è così basso? La domanda
è meno peregrina di quanto sembri. La prima
risposta che viene in mente – il costo del lavoro
è un ventesimo di quello occidentale – non basta.
I
HONG KONG
AFFOLLATA
In Cina vivono più
di 1 miliardo
e 300 milioni di abitanti
ed è il paese più
popoloso del mondo.
Hong Kong è una
metropoli di
circa 7 milioni di
persone.
12
balizzata di offerta (delocalizzando fasi produttive
o intere fabbriche), ha portato a costanti pressioni
al ribasso sui prezzi.
Il trade-off, lo scambio fra inflazione e crescita, è
quindi cambiato in molti Paesi. Se in precedenza
una crescita forte portava inflazione, oggi a ogni
dato tasso di crescita corrisponde un tasso di
inflazione più basso rispetto a prima. E questo sia
per il fattore appena citato – le pressioni competitive dei Paesi emergenti – sia perché la globalizzazione della finanza rende più facile finanziare
gli squilibri delle bilance dei pagamenti: la domanda interna elevata in un Paese causava alti
tassi di utilizzo della capacità produttiva e da qui
pressioni sui costi e sui prezzi; ma oggi la domanda
può essere più facilmente soddisfatta dalle importazioni; la capacità produttiva da considerare
diventa quella del mondo intero, e molto più
tempo deve passare prima che l’utilizzo di questa
capacità porti a pressioni sui prezzi.
dell’energia, dell’acqua, del capitale finanziario e
dei terreni, a varie agevolazioni fiscali. Poi vengono,
a un livello sorprendentemente basso, lo yuan
sottovalutato (contribuisce per l’11%), la contraffazione (9%) e i bassi standard ambientali.
Il China price ha comunque anche una dimensione
macroeconomica, oltre a quella “micro” che abbiamo visto. La Cina non esporta solo immense quantità di beni ad attraenti rapporti qualità/prezzo,
esporta anche disinflazione, cioè prezzi bassi che
calmierano i prezzi dei Paesi concorrenti. Se nel
nuovo secolo i tassi d’inflazione in giro per il
mondo si sono ovunque abbassati, gran parte del
merito va a un evento epocale, cominciato con la
caduta del Muro di Berlino e continuato con
l’apertura al mercato di Cina e India e l’ingresso
nell’arena competitiva di altri Paesi emergenti
come il Brasile: l’acronimo Bric (Brasile, Russia,
India e Cina) è rappresentativo di una realtà più
vasta, che comprende anche altri Paesi dell’Europa
orientale, dell’Asia e dell’America latina. Ma anche
i Bric da soli bastano ad affermare un fatto sconvolgente: nell’ultimo quarto di secolo è raddoppiata
nel mondo la forza lavoro appartenente all’area
dell’economia di mercato. E praticamente tutta la
forza lavoro addizionale è disposta a lavorare per
un costo orario che è una frazione di quello occidentale. Tutto questo, unito al sempre più facile
trasferimento di tecnologie e all’entusiasmo di
molti produttori occidentali che abbracciano volentieri le opportunità offerte da una catena glo-
un fatto ormai acquisito, insomma, che questo
orientale China price abbia calmierato l’inflazione
occidentale. Ma la storia potrebbe non fermarsi
qui. Se la Cina continuasse a crescere a rotta di
collo, non potrebbe innescare un processo inflazionistico in casa propria? I China price calmierano i
prezzi degli altri, non i propri. E una volta che
l’inflazione sia innescata in Cina non potrebbe
questo Paese, finora esportatore di disinflazione,
cominciare a esportare inflazione?
È
13
è anche vero che i costi del lavoro in Cina
aumentano a passi di due cifre. La produttività tuttavia fa anch’essa passi da
gigante: il continuo afflusso di lavoro
dalle campagne alle città alimenta la
fornace dell’immensa macchina produttiva
cinese, e le gesta del surplus esterno
(Grafico 3) rappresentano una crescita che
trabocca nell’export, dato che la secolare
frugalità cinese mantiene un alto tasso
di risparmio, e la produzione non ce la
fa a essere tutta assorbita all’interno. In
questo senso la crescita cinese – così come
la crescita giapponese degli anni Cinquanta-Sessanta – non è un caso di
“crescita tirata dalle esportazioni”, ma un
caso di “esportazioni tirate dalla crescita”.
Questo radicamento strutturale della
crescita del sub-continente cinese, sia
detto per inciso, spiega la performance
del mercato azionario in Cina, che non
è stato minimamente toccato dalle crisi
dell’estate 2007 (Grafico 4).
Questa dinamica della produttività, pur
vivace, non riuscirà sempre a tenere a bada
le pressioni sui prezzi.
Guardiamo al caso degli scambi commerciali fra Usa e Cina. Si tratta di un
caso rilevante, perché la Cina è la causa
principale dell’immenso deficit esterno
americano, e quindi dovrebbero essere
più forti le influenze dei China price
sull’inflazione Usa.
Il Grafico 5 mostra due variabili: da una
parte l’andamento dei prezzi dell’import
americano di beni di consumo escluse
auto (una categoria dove si concentra gran
parte dell’export cinese in America),
dall’altro l’andamento dei prezzi dei soli
prodotti cinesi importati dagli Stati Uniti.
Come si vede, la dinamica di questi ultimi
è stata per lungo tempo sotto zero, contribuendo quindi al processo di disinflazione americano (o quanto meno, contribuendo
a far sì che il tasso di inflazione fosse più basso di
quel che si sarebbe dato altrimenti). Ma negli
ultimi mesi la dinamica dei prezzi dei prodotti
cinesi ha cominciato a farsi positiva. Beninteso,
non si tratta certo di inflazione rampante: ad agosto
2007 i prezzi dell’import cinese in Usa registravano
1- I PREZZI AL CONSUMO IN CINA
variazione % su 12 mesi
ECONOMIA
& DINTORNI
Fonte: Elaborazioni su dati Bureau of Statistica - China
2- LA CRESCITA CINESE
variazione % su 4 trimestri del PIL in volume
Fonte: Elaborazioni su dati Ocse
3- BILANCIA CORRENTE IN % DEL PIL
Fonte: Elaborazioni su dati e previsioni Fmi
Guardiamo ai fatti (Grafico 1). Nel corso del 2007,
parallelamente all’accelerazione della crescita (Grafico 2) il tasso di aumento dei prezzi al consumo
in Cina si è impennato.
A
nche se è vero che il recente aumento dei
prezzi cinesi deve molto al settore alimentare,
14
Il mercato, come la vita, è fatto di scelte:
qualità o convenienza, nazionalismo o disinflazione?
prezzi ricevuti dai produttori cinesi per quei beni
esportati negli Usa, e per i quali gli importatori
americani hanno registrato aumenti di prezzi. Vuol
dire che anche i produttori cinesi hanno beneficiato
di questi aumenti? Il Grafico 6 mostra che questo
non è stato il caso.
Qui entra in gioco il fattore cambio, che fa da
mediatore fra i prezzi in dollari pagati dagli importatori americani e i prezzi in yuan ricevuti dai
produttori cinesi. All’inizio di luglio del 2005 la
un aumento di solo l’1 per cento. E parte di questo
aumento – dato che le statistiche sui prezzi
all’importazione sono influenzate anche dalla
composizione dell’import – può esser dovuto a
spostamenti verso beni a maggior valore aggiunto.
Ma è significativo il passaggio dal negativo al
positivo. Le forze inflattive nell’economia americana
non possono più essere compensate dall’effetto
disinflattivo dell’import cinese.
È anche interessante vedere che cosa è successo ai
4- LE BORSE NEL MONDO
5- USA: IMPORT DI INFLAZIONE?
indici gennaio 2005 = 100
variazione % su 12 mesi
Fonte: Elaborazioni su dati Reuters - *media S&P e Eurostaxx
Fonte: Elaborazioni su dati US Census Bureau
15
La forza lavoro in Cina è la più grande al mondo
e può aumentare in maniera esponenziale
ECONOMIA
& DINTORNI
consolazione che possono avere gli europei – non
i produttori ma i consumatori – è che per loro la
Cina continua a esportare disinflazione!
Cina prese la storica decisione di dismettere il
cambio fisso della propria moneta – lo yuan renmimbi – col dollaro. E da allora lo yuan si è andato
lentamente apprezzando verso la moneta Usa.
Questo apprezzamento è la ragione della divaricazione fra i prezzi in dollari dell’export cinese verso
gli Usa (come si è visto, la dinamica di quei prezzi
si è volta positiva) e l’andamento dei prezzi in yuan
ricevuti dagli esportatori cinesi: come si vede nel
Grafico 6, i prezzi in yuan hanno continuato a
ridursi a ritmi vicini al 4% annuo.
6- USA-CINA: I PREZZI DELL’IMPORT
prezzi dell’import Usa dalla Cina - var. % su 12 mesi
ia l’evidenza aneddotica che l’andamento
della Borsa suggeriscono che i margini di profitto delle imprese siano rimasti elevati. Ma come
è possibile che questo avvenga, con prezzi in yuan
che continuano a ridursi? La risposta sta nei guadagni di produttività. Diventa quindi difficile
arguire che vi sia un problema di inflazione in
Cina, malgrado gli andamenti recenti dei prezzi
al consumo (principalmente dovuti, come detto,
alla componente alimentare). Se i prezzi dei prodotti
cinesi nei Paesi importatori aumentano, la ragione
sta quindi nel cambio. Ma l’apprezzamento della
moneta cinese è appunto quello che chiedono a
gran voce i produttori europei e americani, e il
prezzo da pagare per questo apprezzamento (vedi
Grafico 7) è la fine di quel particolare export cinese
che è la disinflazione.
S
ARRETRATI
O AVANZATI?
Il colosso asiatico
ha sempre avuto
un’economia orientata
prevalentemente
all’agricoltura:
oggi sta diventando
un competitor
per la manifattura
e la tecnologia.
Notevole il contrasto
tra le risaie
e lo skyline
di Shangai.
Fonte: Elaborazioni su dati US Census Bureau
7- IL CAMBIO DELLO YUAN
dati mensili
ome si vede dal grafico, a partire dal 2005
sia il cambio nominale che quello reale effettivo
(cioè il cambio medio ponderato rispetto a tutti i
partner commerciali, e corretto per i differenziali
di inflazione) sono andati apprezzandosi, sia pure
partendo da un livello molto basso. Piuttosto, una
legittima lamentela, da parte dei produttori dell’area
euro, si rivolge alla formula usata dalla Banca
centrale cinese per determinare il cambio dello
yuan. Questa formula è troppo sbilanciata sul
dollaro: come si vede dal Grafico 8, l’apprezzamento
dello yuan rispetto alla moneta Usa non ha impedito, complice l’estrema debolezza del dollaro verso
l’euro, che lo yuan si indebolisse, invece di apprezzarsi, rispetto alla moneta unica europea. L’unica
C
Fonte: Elaborazioni su dati Bri
8- IL CAMBIO DELLO YUAN - 2
dati giornalieri - diminuzione = apprezzamento dello yuan
Fonte: Reuters
16
17
ECONOMIA
& DINTORNI
RESPONSABILITÀ
SOCIALE
VALORE AGGIUNTO
L’attenzione alla qualità della vita
da parte delle banche è uno scenario che apre prospettive inedite
di Vanna
Toninelli
B
l’86% di loro riferiva di ricadute positive.
Se i dati raccolti mostrano molte luci, non bisogna
sottovalutare la presenza di qualche ombra: i
comportamenti virtuosi infatti non sembrano
sempre sostenuti dalla piena consapevolezza dei
vantaggi che questi possono portare.
Ben vengano quindi le numerose iniziative che
puntano a diffondere la cultura della Responsabilità
sociale d’impresa (Rsi) nel mondo finanziario, a
cominciare dalla III edizione del Forum Csr Abi,
in programma a Roma per i prossimi 28 e 29
gennaio.
D’altro canto era stata proprio l’edizione precedente
dello stesso Forum a sottolineare una grande
attenzione al tema della Rsi – all’epoca più dell’80%
delle banche stilava un bilancio sociale – ma anche
una certa difficoltà a riconoscergli lo status di asset
anking on sustainability, un recente studio
condotto dall’International Finance Cor
poration del World Bank Group (Ifc),
pubblicato anche con il contributo
dell’Italia, dimostra come gli istituti di credito
capaci di conciliare nelle loro strategie le
preoccupazioni ambientali, sociali e di governance
riescano ad aggiungere valore al proprio business.
La ricerca prende in esame le condotte di 14 banche
che, in dodici paesi in via di sviluppo, hanno
avviato prodotti, servizi e una politica aziendale
sostenibili.
L’indagine, di fatto, riconferma i risultati riportati
da una ricerca del 2005, condotta intervistando
120 istituzioni finanziarie a proposito delle
conseguenze osservate in seguito all’introduzione
di aspetti sociali e ambientali nelle loro strategie:
18
19
ECONOMIA
& DINTORNI
è un modello per coniugare l’economicità della
gestione e la qualità delle relazioni tra l’impresa
e i suoi interlocutori.
La stessa associazione di settore non ha mancato
– grazie al gruppo di lavoro interbancario
sull’argomento, al quale partecipano il 75% degli
istituti di credito associati, il che significa l’87%
degli sportelli attivi sul territorio italiano – di
fornire strumenti utili in tal senso, come il Position
paper del dicembre scorso, nato dalla sollecitazione
della Comunicazione della Commissione Europea
“Il partenariato per la crescita e l’occupazione: fare
dell’Europa un polo di eccellenza in materia di
responsabilità sociale delle imprese”.
Nel documento l’Associazione ribadisce di
ritenere due i pilastri della responsabilità sociale:
la volontarietà e la centralità dei rapporti con
gli stakeholders nella creazione di valore, in un
mercato che attribuisce un peso sempre crescente
alla reputazione delle aziende. In merito al primo
aspetto è quasi superfluo sottolineare come la
Csr in realtà punti ad andare ben oltre gli
obblighi imposti dalla legge, e come un modello
strategico, e non solo di strumento di
comunicazione. Come dire: l’attenzione ai temi
cari agli stakeholders, ossia a tutti coloro che
detengono un legittimo interesse verso l’impresa,
rischia di ridursi a una questione di maquillage che
non modifica realmente il Dna delle banche (e
delle aziende in generale).
Un estremo pessimismo però sarebbe fuori luogo.
Molto è stato fatto – pensiamo alle iniziative di
Sodalitas e Abi (Associazione Bancaria Italiana) –
e molto si sta facendo per costruire un linguaggio,
e quindi un sentire, comune sull’argomento della
Corporate social responsibility (Csr). Soprattutto è
stato da più parti ribadito come i codici etici, da
soli, non bastino: occorre tradurli in comportamenti
e in norme specifiche per ogni settore d’impresa.
Il segmento del credito, per sua stessa natura
trasversale a tutte le altre aziende e con un indiscusso
ruolo di motore dell’economia di un Paese, più di
ogni altro richiede una sempre maggiore presa di
coscienza in questo senso. Per Abi la responsabilità
sociale d’impresa non è un’attività addizionale,
ma riguarda direttamente il core business della banca,
20
standard imposto dall’alto si rivelerebbe inefficace
e molto simile a quell’operazione di maquillage
cui accennavamo.
E qui implicitamente già s’introduce il secondo
aspetto, quello della rendicontazione come
strumento di trasparenza nei rapporti con gli
stakeholders, già implicito nella scelta di preferire
questa terminologia a quella generica di Bilancio
sociale, che suona come una dichiarazione d’intenti
della volontà di assumere il punto di vista dei
portatori d’interesse. In quest’ottica la
rendicontazione cessa di essere una mera
presentazione di dati, numeri e condotte, ma
segnala una diversa valutazione delle proprie
performance, integrando i risultati economici con
quelli ambientali e sociali.
Da questi presupposti è nata la guida per le banche
Il rendiconto agli stakeholders, redatta da Abi ed
EconomEtica, il Centro interuniversitario per
l’etica economica e la responsabilità sociale
d’impresa. Non si tratta di uno standard, ma di
uno strumento metodologico ed esemplificativo
per le banche interessate a migliorare e approfondire
il rapporto con i propri stakeholders. Se i sistemi
di rendicontazione sono necessari per uscire
dall’autoreferenzialità, la loro proliferazione può
generare confusione, finendo per minare il rapporto
di fiducia e di credibilità posto alla base del
rapporto tra la banca e gli investitori, si tratti di
semplici correntisti, piccoli azionisti o grandi
investitori.
Il rifiuto di assecondare un modello standard di
rendicontazione, infatti, non vuole aprire la porta
alla più totale assenza di regole e controlli.
Piuttosto, si tratta di fornire agli interlocutori
della banca (azionisti, clienti, dipendenti, territorio,
società civile e no profit) gli strumenti adatti ad
essere loro stessi controllori, sia nei confronti
dell’impresa che nei confronti degli altri stakeholders,
perché la tutela degli interessi di una parte non si
traduca in svantaggio per un’altra.
A questa volontà di bilanciare gli interessi delle
BILANCIO SOCIALE 2006
M
etti insieme lo spirito cooperativo del credito popolare, una Banca attenta alla
società circostante e un progetto multistakeholder che dura da tre anni: ecco
la pubblicazione del nono Bilancio Sociale di Banca Etruria.
Dal documento è emerso un dato decisamente positivo: 178 milioni di euro,
distribuiti soprattutto come dividendi ai Soci, elargizioni e stipendi a garanzia
dell’occupazione.
Un plus che si coniuga con la tradizionale attività bancaria, e nel quale va considerato
che 1,7 milioni di euro sono stati destinati,
sempre nel 2006, alle richieste di Enti e Associazioni per attività sociali e sportive, oltre ai
numerosi interventi a favore del patrimonio
artistico e culturale.
Tra le novità del documento, redatto secondo
le nuove linee guida pubblicate da ABI, c’è il
diretto riferimento alla Carta dei Valori e al Codice
Etico nel Capitolo Relazione di Scambio Sociale.
Un modo per evidenziare al lettore la coerenza
e l’evoluzione dell’impegno socialmente responsabile della Banca.
All’interno del Bilancio Sociale e nel sito
www.bancaetruria.it è a disposizione di tutti gli
interessati un questionario anonimo da cui
prendere spunti costruttivi e capire le aspettative
degli interlocutori. Tutti i lettori possono
compilarlo e farlo pervenire alla Banca, come
parte integrante della stesura e del miglioramento
del documento.
21
Gli Istituti di Credito che praticano la Csr
coniugano l’economicità della gestione
con la qualità delle relazioni
ECONOMIA
& DINTORNI
diverse realtà si riferisce l’espressione politica
multistakeholders, che trova nella realtà bancaria
uno degli ambiti più favorevoli. Sono gli stessi
interlocutori degli istituti di credito a doverne
prendere coscienza, così da poter chiedere (e
verificare) una sempre maggiore trasparenza.
Anche questo particolare comparto dell’attività
finanziaria conferma che trasparenza e rendicontazione si configurano come due leve strategiche
fondamentali per gli istituti di credito. La
comunicazione di sostenibilità non può limitarsi
ad essere asettica e formalmente ineccepibile, ma
deve davvero fornire elementi per valutare la
ricaduta della propria attività. In questo modo le
banche alimentano un circolo virtuoso nel quale
la cura dei rapporti con i propri interlocutori,
ritenuti elemento fondamentale della creazione di
valore, rinnova la credibilità dell’azienda, mentre
la società e il territorio che la legittimano,
condividendone i comportamenti, contribuiscono
al raggiungimento dei suoi obiettivi, ossia la
produzione di valore e il successo competitivo.
è un aspetto dell’attività bancaria che non
va trascurato in questo contesto. Le banche,
nel momento in cui forniscono i capitali necessari
a realizzare progetti d’impresa, hanno di fatto la
possibilità di scegliere se privilegiare le iniziative
di sostenibilità. E non solo erogando capitali, ma
anche indirizzando i risparmiatori verso prodotti
socialmente responsabili.
A questo proposito basti ricordare l’intervento del
direttore generale di Abi Giuseppe Zadra. Nel
corso del convegno organizzato dal forum della
Finanza sostenibile per presentare le Linee Guida
in materia di rendicontazione ambientale e sociale
per le forme pensionistiche complementari, Zadra
ha fornito dati più che incoraggianti, a cominciare
dall’aumento del 150% in tre anni del volume di
capitali gestiti legati a fondi etici. Un elemento
che, unito al fatto che “i fondi socialmente responsabili
hanno premiato il risparmiatore anche in termini di
risultati”, consente a Zadra di pronosticare la
crescita dell’ ”offerta di prodotti etici nel campo delle
forme pensionistiche complementari”.
Non si tratta di una tendenza solo italiana: l’indice
etico Ftse4Good Global, che seleziona i titoli non
solo con riguardo alla performance finanziaria ma
in base al rispetto di criteri attenti alla sostenibilità,
ha registrato un incremento del 94% del valore
dei titoli delle imprese socialmente responsabili
negli ultimi dieci anni, segnando un +19% rispetto
all’indice generale Msci World, come evidenzia una
ricerca di Bipiemme Gestioni e Etica Sgr.
Anzi, è proprio a partire dal crescente peso del
consumo critico nei paesi anglosassoni,
tradizionalmente più attenti a queste tematiche,
che gli analisti ipotizzano una crescita sia della
domanda che dell’offerta di questi prodotti.
C’
uesto legame con il territorio assume un
peso specifico maggiore laddove le
aggregazioni tra istituti diversi, che assicurano
dimensioni ritenute più competitive nel mercato
globale, rischia, allontanando di fatto i centri
decisionali dal territorio di riferimento, di rompere
il legame tra le banche che hanno dato vita a un
certo gruppo e il contesto in cui operano da sempre.
La globalizzazione, da questo punto di vista, trova
nelle politiche di Csr, che garantiscono ricadute
positive in termini sociali e ambientali anche
locali, un valido strumento di fidelizzazione della
clientela.
Q
e questo è in sintesi lo stato dell’arte, quali
sono le prossime sfide che attendono le banche
in materia di Rsi? Quello dell’inclusione finanziaria
degli immigrati è senza dubbio tra i temi più
interessanti. I servizi rivolti agli stranieri che
scelgono di stabilirsi nel nostro Paese non
rappresenta solo una delle vie maestre per
l’integrazione dei migranti, ma anche un appetibile
spazio di mercato per gli istituti di credito. Spazio
che si fa sempre più rilevante, se consideriamo le
stime Abi appena pubblicate dalla rivista Bancaforte
(I. Ferraro e C. Provatoli, 6/2007): su dieci
S
22
finanziamenti per l’acquisto della casa, almeno
uno porta la firma di un immigrato, per un totale
di circa 350 mila contratti. Basti dire che nel
2004 il volume di credito erogato agli immigrati
“ha raggiunto 4,85 miliardi di euro, segnando un
aumento del 43% rispetto all’anno precedente” e che
– citiamo sempre l’intervento su Bancaforte –
“secondo un’indagine dell’Istituto di ricerche Scenari
Immobiliari nel 2005 gli immigrati stranieri in Italia
proprietari di abitazioni erano 560.000 e
rappresentavano quasi il 15% della quota totale di
acquisto di immobili (per un totale di 860.000 case
e un fatturato di 12 miliardi di euro a bilancio del
2005)”.
Ma non è solo il credito per l’acquisto della casa
a mandare segnali interessanti agli operatori.
Negli ultimi cinque anni il tasso di crescita delle
imprese gestite e controllate da immigrati ha
superato il 10%, contro l’1,21% nazionale per
il 2006.
Il tema dell’inclusione finanziaria merita quindi
d’essere approfondito, come promette il
programma del III Forum Csr, dedicato a “La
relazione sostenibile. La responsabilità d’impresa e
degli stakeholder: gestire la complessità per una relazione
vantaggiosa”. In particolare potrà essere utile a
chi si occupa d’inclusione finanziaria la sessione
dedicata a questo tema, nel corso della quale
verrà presentato lo studio condotto da Abi e
Cespi, che fotografa i rapporti tra migranti e
sistema bancario italiano. Analisi dei bisogni
finanziari e assicurativi degli immigrati – questo il
titolo della ricerca – offrirà dati quantitativi e
qualitativi, anche con focus specifici sulle singole
aree geografiche del nostro paese.
Un’analoga indagine effettuata nel 2005 forniva
già numeri di tutto rispetto: all’epoca oltre il
57% dei migranti adulti aveva rapporti stabili
con un istituto di credito. Le stime Abi prevedono
che, entro dieci anni, saranno oltre tre milioni
i conti correnti aperti da immigrati, circa il 10%
dei conti attivi in Italia.
Uno scenario in grado di aprire nuove prospettive
anche dal punto di vista del rapporto
multistakeholders e della responsabilità sociale, a
proposito di pari opportunità e non solo. A
dimostrazione che le politiche di Csr non possono
essere qualcosa di cristallizzato, ma devono essere
in grado di evolversi in risposta al mutare del
panorama di riferimento.
23
ECONOMIA
& DINTORNI
SPIGOLATURE IN TEMA DI
FINANZA
Gli argomenti “caldi” della seconda globalizzazione
di Mario
Sarcinelli
LA BANCA
CENTRALE EUROPEA
L'istituto di
Francoforte
è chiamato
a svolgere un ruolo
chiave per
l'integrazione
finanziaria e la crescita
economica europea.
N
settore finanziario attraverso la formulazione e
l’approvazione del Financial Services Action Plan.
Tuttavia, i risultati dipendono, oggi come domani, dall’applicazione delle direttive approvate. I
risultati sono stati sinora diseguali e scarsi soprattutto nei mercati al dettaglio, mentre nel
campo azionario è ancora riconoscibile un home
bias. D’altra parte, il processo Lamfalussy può
avanzare se si raggiunge un consenso tra 27 paesi,
spesso non solo desiderosi di mantenere qualche
controllo sugli intermediari finanziari nazionali,
ma anche responsabili della stabilità finanziaria.
Le spinte ad adeguare il quadro istituzionale per
l’integrazione europea provengono dagli M&A
transnazionali, che oggi interessano non solo
primarie banche, ma anche le strutture borsistiche,
le società mercato. Tuttavia, lo stesso processo
di integrazione comporta nuovi e diversi rischi,
in misura maggiore probabilmente nel comparto
bancario poiché le interazioni sono più rapide
che in altri settori tra cui quello assicurativo.
Sebbene attraverso la supervisory convergence si
cerchi di dare maggiore omogeneità alla vigilanza
sul mercato finanziario europeo, sfide addizionali
si presentano ai responsabili della supervisione,
sempre meno in grado di controllare banche con
operatività transfrontaliera. Ne discende l’ovvia
necessità di condividere l’informazione, ma ciò
non sembra essere più sufficiente. Si comincia,
perciò, a guardare anche a forme di corresponsabilità, a obblighi congiunti di rendicontazione
al fine di internalizzare diseconomie e spillovers,
cioè per evitare che l’azione di un supervisore
cambi le opzioni disponibili per gli altri.
on avviene nel vuoto l’integrazione del
mercato finanziario europeo: non solo
bisogna varare nuove norme, ma anche
modificare le prassi della vigilanza. In
questo cangiante quadro normativo, gli intermediari non possono dimenticare i rapporti con la
propria clientela, né quanto avviene sul più vasto
orizzonte mondiale. L’ultima debuttante, la MiFID
o direttiva sui mercati degli strumenti finanziari,
entrerà in vigore il 1° novembre; allontanandosi
dal modello sinora seguito, rappresenta un esempio di massima armonizzazione per assicurare un
vero campo livellato. La lenta ripresa del processo
politico-diplomatico sul futuro Trattato europeo
fortunatamente non sembra influire negativamente
sui lavori in corso per
l’integrazione finanziaria
del Continente. È questa
fattore critico non solo per alleviare gli effetti di
shock che colpiscano in modo differenziato i
territori di un’unione monetaria, ma soprattutto
per aumentare la crescita in Europa. Quest’ultima
è stata, sia nell’eurozona sia in tutta l’Unione,
più bassa che negli Stati Uniti, soprattutto negli
ultimi dieci anni. Ebbene, secondo le ricerche
del FMI, pubblicate nel recente volume Integrating
Europe’s Financial Markets, il differenziale negativo
di 0,75, nella crescita tra il 1996 e il 2003, per
una metà è addebitabile alla più bassa crescita
della produttività nei settori finanziari, escluso
quello assicurativo.
I responsabili politici, consapevoli di ciò, hanno
spinto negli anni recenti per l’integrazione del
24
25
ECONOMIA
& DINTORNI
JEAN CLAUDE
TRICHET
È presidente della
Banca Centrale
Europea
dal 2003.
L'internazionalizzazione del sistema bancario
rende indispensabile una supervisione che assicuri
la condivisione di informazioni e di responsabilità
Jean Claude Trichet a Cernobbio ha affermato
che l’obiettivo della Bce non è quello di puntare
a “un supervisore unico per il settore finanziario di
Eurolandia, ma ... [a] un sistema sempre decentralizzato che sia, tuttavia, così strettamente coordinato da
essere percepito come un tutt’uno dai mercati finanziari”
(Il Sole-24 Ore, 9/09/2007, n. 247, p. 2). Chissà
se è un’ipotesi realistica?!
Tra i temi caldi non v’è solo l’integrazione del
mercato a cui il banchiere deve prestare attenzione. Un posto di rilievo occupa, o dovrebbe occupare, la percezione da parte della clientela delle
imprese che offrono servizi finanziari. Ha questo
tema un sapore amarognolo che può non risultare
gradito al palato di qualche intermediario, ma
non può essere trascurato per il rispetto che si
deve alla pubblica opinione e per l’obbligo morale
che ciascuno di noi ha di migliorare i propri
comportamenti in una società che voglia rimanere
coesa. Secondo un’indagine McKinsey, che ha
coperto 4.063 consumatori in Cina, Francia,
Germania, Giappone, India, Regno Unito e Stati
Uniti nel luglio 2006, la clientela ritiene che i
fornitori di servizi finanziari potrebbero gestire
meglio:
a) le relazioni con la clientela;
b) la trasparenza con riferimento ai prodotti
e alle condizioni contrattuali;
c) la salvaguardia degli interessi del consumatore;
d) l’indebitamento irresponsabile di
quest’ultimo, problema sentito molto, pare,
in Francia e nel Regno Unito;
e) il profilo sociale e ambientale dell’attività
creditizia.
Il punto sub e) è ritenuto, però, meno importante
degli altri.
Qualche nota a margine dell’indagine citata.
Sebbene l’Italia non sia inclusa tra i paesi del
campione, è impossibile immaginare che il consumatore-risparmiatore italiano esprima giudizi
diversi da quello francese, inglese o tedesco: è
troppo recente la scottatura dovuta ai titoli
dell’Argentina, della Parmalat, della Cirio, della
Giacomelli… È stata fatta nel 2006, ma nulla
fa ritenere che i comportamenti siano cambiati
nell’anno in corso. Ad esempio, negli Stati Uniti
non può essere migliorata la percezione quando,
da parte di alcune società finanziarie, soggetti
con insufficiente merito di credito sono stati
sollecitati a indebitarsi ipotecariamente per
acquistare una casa o studenti non agiati sono
stati indotti a contrarre prestiti onerosissimi da
parte di intermediari sussidiati dal governo
federale.
ulla trasparenza di prodotti e condizioni
contrattuali insistono molto i regolatori, ma
nella concreta esplicazione questa esigenza non
di rado si risolve in aggravi procedurali che
rispettano le forme, ma non necessariamente
migliorano la comprensione dei rischi, immunizzano dal conflitto d’interesse, ecc. Spesso l’esigenza
di trasparenza si scontra con la continua innovazione negli strumenti e nei contratti, con la
mancanza quindi di dati omogenei che sulla base
del passato possano essere di conforto
nell’affrontare il futuro. Infine, incontra un limite
nel grado di conoscenza finanziaria del cliente il
quale, nella maggior parte dei casi, è a caccia di
certezze, mentre ciò che gli si può onestamente
offrire è uno spettro di probabilità... Molta fiducia
è oggi riposta nella tutela differenziata secondo
S
26
Ci si attende che gli istituti di credito
si facciano portatori inflessibili
di valori sociali e ambientali
il grado presunto delle conoscenze della clientela.
È un passo avanti, dubito che sia risolutivo, può
essere fonte di controversie con clienti che eccepiscano, in caso l’investimento abbia prodotto
perdite, di non essere stati sufficientemente
informati...
Della responsabilità sociale e ambientale nella
concessione del credito fanno fede l’esistenza di
molti fondi di investimento a ciò vincolati e
l’adesione di parecchie istituzioni finanziarie
internazionali agli Equator Principles. Anche se
questa strada, ancora lunga, sarà intrapresa da
un crescente numero di intermediari, ciò che
probabilmente la massa dei consumatoririsparmiatori si attende dalle banche è che esse
si facciano portatrici inflessibili dei valori sociali
e ambientali che un’indistinta società di tempo
in tempo esprime. A questo riguardo, l’autoregolamentazione incontra limiti non solo nei comportamenti della concorrenza, ma anche nel
rispetto della libertà economica di ogni individuo.
La legge, proprio perché portatrice di sanzione
giuridica, può certamente spingersi più in là
dell’autoregolamentazione nella difesa dei valori
sociali e ambientali, ma incontra pur sempre gli
stessi limiti.
Cosa è possibile fare perché migliori la percezione
delle banche da parte dei consumatori-investitori?
Difficile dare una risposta unica poiché ogni
banca ha un modus operandi, un mix di clientela,
una specializzazione in questo o quel tipo di
operazioni. Tuttavia, tutti gli intermediari hanno
la necessità di comunicare meglio con la clientela.
In questa accezione, comunicare non significa
pubblicizzare il prodotto o rendere più riconoscibile il brand, ma semplicemente rendere più
comprensibile il linguaggio, meno pervasivo o
condizionante il conflitto di interessi, più aperto
il colloquio. Poiché il cliente è lo stakeholder più
importante, mantenere o riconquistare la sua
fiducia non è della massima importanza?
Le recenti turbolenze, innescate dalla crisi dei
sub prime loans in America, hanno reso evidente
che il mercato finanziario è tra quelli che hanno
capacità di reazione veramente mondiale. Tuttavia,
non vanno sottovalutati né i richiami delle sirene
protezioniste che sperano ancora di ammaliare i
naviganti nell’oceano della globalizzazione, né
il rafforzarsi della geopolitica nel campo delle
risorse energetiche e in qualche misura anche in
quello delle materie prime e delle granaglie.
Anzi, bisogna subito aggiungere che pure nel
settore finanziario la geopolitica si sta affacciando
con i fondi sovrani costituiti dai paesi produttori
di gas e petrolio o da quelli che sono stati protagonisti di una formidabile crescita industriale
trainata dalle esportazioni, come la Cina, la Corea
del Sud, Singapore. Si calcola che essi abbiano a
disposizione per investimenti 2,5 trilioni di
dollari e che in dieci anni le loro fortune potrebbero crescere sino a toccare i 17,5 trilioni. Con
gli ingenti mezzi a disposizione, sono a caccia di
assets da acquisire nei paesi occidentali; per la
dimensione del fenomeno, soprattutto in prospettiva, è abbastanza diffuso il timore che questi
fondi finiscano col controllare industrie strategiche e che addirittura possano acquisire influenza
politica negli Stati Uniti come in Europa... Per
il momento, si può solo registrare un fenomeno
che potrebbe reintrodurre una buona dose di
intervento politico nell’allocazione internazionale
dei flussi di capitale e indurre i paesi importatori
di fondi a istituire filtri, a chiedere l’adesione a
codici di condotta o addirittura ad escludere tali
fondi da alcuni settori sensibili.
n tempo, quando la seconda globalizzazione
era agli albori, erano i paesi meno sviluppati
a manifestare apprensione per l’invadenza dei
capitali privati esteri e per la loro influenza non
solo sulla struttura dell’economia, ma soprattutto
sulla configurazione del potere nazionale o locale;
oggi, con l’emergere di nuove potenze, sono
l’America e la vecchia Europa a temere per la
propria indipendenza economica. È la nemesi della
storia e anche dell’economia...
U
27
PROSSIMO
VENTURO
EVVIVA LA
PROVINCIA
futuro eco-sostenibile.
Allora, vediamo un po’: ambiente, clima ,paesaggi, qualità della vita, socialità amichevole,
arte, cultura… ma questa è la provincia italiana!
Errore, oggi come oggi questa è Silicon Valley.
Oppure la provincia di Victoria in Australia, il
polo manifatturiero del Pearl River Delta vicino
Hong Kong, la zona di Sophie Antipolis vicino
Nizza e quella di Kista vicino Stoccolma, o la
provincia di Aragona in Spagna.
na delle teorie più calde del momento
è quella della dis-urbanizzazione di Joel
Kotkin, il nuovo guru di trend sociodi Vito Di Bari
economici globali. Kotkin ha scritto il
saggio The new geography nel quale scrive che in
una società post industriale molto evoluta le
nazioni dovranno il loro successo alla capacità
di attrarre in territori circoscritti forza lavoro
estremamente qualificata ed attenta alla qualità
della vita proveniente dalle metropoli e dai paesi
esteri. In pratica, l’asso nella manica dei Paesi
più competitivi sarà qualche provincia particolarmente attraente ed adeguatamente attrezzata
(infrastrutture, istruzione superiore, normative,
sistema territoriale e così via).
U
orniamo a Silicon Valley. Vi garantisco che ci
si vive bene: il clima è mite e il posto è bello,
la gente è cordiale ed amichevole, c’è senso
d’appartenenza e coesione della comunità. Insomma, la Silicon Valley è il bel paese. Ma non
lo eravamo noi? O forse queste cose non ci
sembrano importanti solo
perché le abbiamo da
sempre? Silicon Valley era
solo un posto bello e a
misura d’uomo, oggi è una
società multietnica con un
ingegnere o scienziato su
due nato altrove e trasferitosi lì (perché lì c’erano interessanti opportunità
di formazione e di lavoro) e che però ci sono
rimasti (perché lì si vive bene). E restandoci, ne
hanno costruito il successo, oggi il reddito della
famiglia media di Silicon Valley è ormai di 148
mila dollari.
T
otkin asserisce che entro il 2030 il 50% della
popolazione si sposterà
dalle città a territori paesaggisticamente belli e
connotati da clima mite,
ambiente preservato, qualità della vita e socialità
amichevole. Questo è importante perché il decremento demografico e l’allungamento della vita
trasformerà entro il 2050 i paesi più sviluppati
– inclusa l’America, dice Kotkin – in granny
countries, che è come dire paesi di nonnetti. E
l’invecchiamento progressivo andrà a danno della
competizione e dello sviluppo economico, salvo
che questi Paesi non attraggano giovani talenti
IN CALIFORNIA dall’estero.
K
Il rinomato Campus
della Stanford
University
ha avuto un ruolo
fondamentale
nel successo
della Silicon Valley.
Lasciare la città
per vivere meglio.
Ma solo se sul territorio
convivono cultura
e informazione
uesto significa che le chanches di successo
delle economie nazionali non risiederanno
tanto nel decentrare le lavorazioni in paesi a
basso costo del lavoro, ma piuttosto nell’investire
in luoghi a forte potere d’attrazione di talenti
nazionali ed internazionali. Come direbbe – per
l’appunto – Kotkin.
Q
economista favorito di Bill Gates, Richard
Florida, si è inserito in questo dibattito
affermando che l’esistenza di arte e cultura nel
territorio costituirà un elemento risolutivo nelle
scelte di vita residenziali. Florida è il profeta del
L’
28
Se Kotkin avesse ragione questo vorrebbe dire
che l’Italia potrebbe partire in pole position. Ma
attenzione, essere il bel paese non basta. A Silicon
Valley la burocrazia è ridotta al minimo ed esiste
un sistema territoriale compatto e concretamente
a supporto del distretto produttivo. Costituito
da banche, istituzioni, enti territoriali e volontà
politica. Esiste una forte cultura dell’innovazione
e del trasferimento tecnologico. E – non dimentichiamolo – esiste la Stanford University che
si è messa al servizio della crescita economica
del distretto.
Perché le province di successo nel mondo hanno
una forte connessione con un poderoso e concreto sistema di formazione. Facciamo qualche
esempio. La provincia di Bangalore sforna ogni
anno decine di migliaia di ingegneri e tecnici
con ottima preparazione.Il distretto di ha un
sistema educativo che include 67 università
con circa 58.000 laureati in loco ogni anno.
parlare dei casi di eccellenza: Fen in Inghilterra,
trainata da Cambridge e Silicon Valley, appunto,
trainata da Stanford.
Silicon Valley, Bangalore, Silicon Fen e Changzhou sono province assolutamente diverse dalle
nostre. Non possiamo semplicemente copiarle,
possiamo però attingere idee e poi definire una
nostra strategia coerente di valorizzazione delle
migliori province italiane. A condizione di tre
capisaldi dai quali – secondo me – non possiamo
prescindere: un sistema universitario all’altezza
della sfida, uno Stato amico che si schieri concretamente a supporto della crescita economica
e la valorizzazione del territorio.
n territorio da utilizzare come un fattore di
vantaggio competitivo per attrarre tecnici
e scienziati di talento da tutto il mondo. A
cominciare dai nostri cervelli di ritorno. Territori
e comunità a cui bisogna, innanzi tutto, restituire
l’orgoglio di appartenenza. Ecco, è questo che
Kotkin ci dice: per vincere la competizione
economica, dobbiamo tornare in provincia ed al
genius loci.
U
29
LUOGHI DEL
PENSIERO
LA BUONA ABITUDINE DEL
ricordo
di Silvia
Veggetti Finzi
Rammentare o rimuovere?
PER NON
DIMENTICARE
Visuale del monumento
commemorativo
dell’Olocausto a Berlino,
formato da centinaia
di blocchi
irregolari di marmo.
30
31
“Questo libro non è un libro di storia.
È quel che mi rimanda la memoria..."
Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso.
LUOGHI DEL
PENSIERO
n questi anni la memoria costituisce un tema
centrale nell’ambito della cultura e un motivo
di contendere nel dibattito politico. In un’epoca
di disgregazione dell’io e del noi, di anonime
individualità, si cercano nel passato elementi
d’identità e prospettive per il futuro. Il secolo
scorso si è chiuso infatti sulle rovine delle grandi
ideologie politiche, fascismo, nazismo e comunismo, che avevano costituito per milioni di persone
modi d’appartenenza, modelli d’identificazione,
stili di vita.
Ma proprio mentre l’Occidente si sta interrogando,
cercando risposte alla domanda chi siamo noi? – si
pensi al recente dibattito sulla Costituzione europea
– la morsa del fondamentalismo suscita atteggiamenti speculari, opposizioni frontali, semplificazioni concettuali. Mentre emozioni immediate ed
elementari vengono sollecitate periodicamente
dalla minaccia del terrorismo dentro e fuori il
perimetro dei suoi confini. La contrapposizione
frontale tra noi e gli altri si riverbera poi sul
confronto interno, suscitando atteggiamenti intolleranti e provocatori che abbassano inevitabilmente il livello dello scontro politico e della
coscienza collettiva.
È significativo che, intorno al giorno dedicato alla
“memoria dell’Olocausto” si sia accesa una polemica tra chi lo considera una forzatura, un dovere
o un compito.
Ricordare è piuttosto una necessità. Non possiamo
sapere chi siamo e dove stiamo andando se non
conosciamo da dove veniamo. Ma l’archivio della
memoria non contiene dati obiettivi, perfettamente
inseriti, impeccabilmente catalogati. I suoi materiali, spesso casuali, sono stati preventivamente
selezionati, più o meno esplicitamente organizzati
(può bastare porre i fatti in un determinato ordine
di tempo per suggerire un rapporto causa-effetto)
e il loro recupero è sempre intenzionale. Chi opera
una ricognizione nei polverosi scaffali del passato
ha molte probabilità di trovare solo ciò che cerca.
Ad esempio, come immediato contrappunto alla
commemorazione dei campi di sterminio nazisti
sì è rievocato l’eccidio delle Foibe, come se fosse
possibile azzerare il male con il male, cancellare
il dolore con il dolore. Compito della storiografia
è indubbiamente l’obiettività, ma si tratta di un
ideale regolativo più che di un dato di fatto, di
un lavoro ininterrotto più che di un risultato
definitivo, di un cammino da percorre e ripercorrere senza che la meta sia mai raggiunta una volta
per tutte. Come sostiene Aristotele, la storia si
attiene al verosimile restandole la verità irraggiungibile. Elementi di verità si possono tuttavia
ottenere col confronto dei diversi punti di vista,
con la disamina critica delle differenti posizioni,
con la coerenza delle argomentazioni, con
un’ermeneutica che esplicita i valori e i progetti
che la orientano, con una esposizione pacata e
controllata dei fatti che limita le suggestioni
retoriche.
I
LA MEMORIA
A differenza
della storia,
si trasmette
per prossimità
ed empatia,
attraverso
canali privati, riti
e abitudini.
ale certamente per i popoli e le comunità
storico-politiche quello che vale per gli individui: non vi è identità senza memoria. In ciascuno
la spola dell’Io narrante tesse continuamente il
filo che collega il passato al futuro e il futuro al
passato, conferendo alla percezione di sé continuità
e senso. La memoria intesa nel senso più completo
del termine, come capacità di conservare, rammemorare e dimenticare secondo vettori di senso,
non è pertanto un accessorio del pensiero ma una
condizione della sua umanità, ciò che lo differenzia
dal più sofisticato motore cibernetico.
Il soggetto completamente smemorato non sa più
chi è e non è in grado di definirsi finchè non
recupera il proprio passato, essendo la soggettività
un effetto dell’ io narrante.
Allo stesso modo i gruppi sociali emergenti
tratteggiano la prospettiva del futuro a partire
da un passato possibile. Quando il Femminismo
ha cercato di conferire alla donne un’identità di
genere, non complementare a quella maschile
ma specifica e differente, ha dovuto affrontare
per prima cosa il difficile compito di una ricerca
storiografica. E poichè quella tradizionale ha
V
32
ignorato il contributo delle donne in quanto tali,
è stato necessario definire un oggetto e mettere
a punto un metodo in modo che una storia al
femminile non fosse semplicemente contraddistinta dall’identità sessuale delle ricercatrici ma
aprisse nuove prospettive sul mondo, nuove
possibilità di riconoscersi soggetto anzichè oggetto di memoria.
La realizzazione di questo progetto è tuttora in
atto, perchè il fare storia è coesteso al tempo,
sebbene soggetto al conflitto dei poteri e ai margini
di autorevolezza che si possono di volta in volta
conquistare e difendere.
Da sempre però le donne hanno trasmesso nel
privato, di madre in figlia, un saper fare che
comporta un saper pensare in conformità ai loro
33
Passato, presente e futuro
si influenzano e si controllano a vicenda,
per questo non si finisce mai di riscrivere la storia
LUOGHI DEL
PENSIERO
del passato e la proiezione verso l’avvenire, costituisce
un antidoto a tale spossatezza psichica”.
compiti naturali e sociali. Ma prive di sistematizzazione, di trascrizione, di istituzioni quelle conoscenze si sono rivelate fragilissime, come mostra
la rapida dissoluzione della plurisecolare competenza delle ostetriche che, per ingiunzione del
potere medico, è stata cancellata repentinamente
come irrazionale e superstiziosa.
uando un paziente giunge in analisi, insegna
Lacan, di solito lamenta un sintomo ma la
sua domanda va al di là del disturbo contingente.
L’impossibilità di comprendere e controllare
comportamenti ossessivi, fobici o isterici, inducendolo a dubitare di essere padrone in casa propria,
lo confronta con l’enigma della sua identità, con
la domanda chi sono io?, cui lo psicoanalista,
inaugurando una ricerca condivisa dal transfert,
risponde: tu sei la tua storia. Una storia che va
recuperata passo per passo, ricostruita, costruita
seguendo gli itinerari della memoria ma anche i
sentieri notturni del sogno e della fantasia, interpretando i vuoti dell’amnesia e i geroglifici del
sintomo, perchè proprio nelle cancellazioni, nelle
distorsioni, nei ricordi di copertura, così come nei
margini apparentemente irrilevanti del racconto
risiede la verità del soggetto, la sua personale,
unica, irrepetibile motivazione esistenziale.
La spinta propriamente umana a esistere, a trascendere l’economia dei bisogni finalizzati alla
sopravvivenza e alla riproduzione, consiste nel
desiderio che, per il fatto di radicarsi nella contradditoria onnipotenza dell’inconscio, risulta
sempre connesso alle sue interdizioni.
Al cogito ergo sum di Cartesio, la psicoanalisi oppone
un desidero ergo sum, un’intenzionalità inconscia
che orienta da lontano il sentire e l’agire.
Poichè il desiderio è tensione verso l’avvenire,
verso l’irrealizzato, l’incompiuto, rovesciando la
consueta priorità che vuole la storia magistra vitae,
si può asserire che non c’è passato senza futuro. Il
ricordo di ciò che siamo stati dipende in gran
parte da ciò che vorremmo essere, dall’io ideale
cui ci conformiamo.
A tal proposito la domanda di Freud non è come
ricordiamo?, di cui si occupano piuttosto la psicologia e le neuroscienze, ma perchè dimentichiamo?
Non si tratta di una deficienza della memoria da
attribuire a immaturità, debolezza o inefficienza,
Q
questo punto è opportuno distinguere la
storia – ove il passato è sedimentato nei
reperti archeologici, nei libri, nelle espressioni
simboliche forti – dalla memoria che si trasmette
per prossimità, per empatia, attraverso canali
privati, narrazioni orali, codici non necessariamente
linguistici, azioni materiali, strumenti di lavoro,
riti, abitudini e costumi. Basta pensare, in questo
senso, alla pratica quotidiana di cucinare che solo
recentemente si è trasformata in una forma di
cultura e spettacolo.
Benchè più forte e più stabile della memoria, la
storia non costituisce un lascito pietrificato, un
patrimonio museale freddo e insensibile, contrapposto al transito caldo, vivo e diretto delle esperienze che passano di persona in persona o di cosa
in cosa.
Prodotta o interrogata dall’urgenza del presente,
la storia non funziona come una fotocopiatrice,
ma come una tipografia, dove ciò che viene conservato e rammemorato non sarà mai uguale a ciò
che è stato vissuto e che resta, come tale, irrecuperabile. È piuttosto nell’interazione tra passato
e futuro, all’incrocio delle due coordinate del
tempo che si colloca il fare storia. Pensiamo, ad
esempio, al recupero della romanità operato dal
fascismo per giustificare e valorizzare la sua vocazione imperiale.
Anche nella costruzione della propria biografia,
il nesso tra i due poli è ineludibile perchè, come
scrive Remo Bodei in Il dottor Freud e i nervi
dell’anima: “Tolto lo slancio verso l’ulteriorità, verso
il futuro, la vita interamente immersa nel presente
rischia di diventare opportunistica e predatoria. La
psicoanalisi, restituendo agli individui la profondità
A
ALBUM DI FAMIGLIA
Le fotografie sono il
più forte contatto visivo
con il passato.
34
Ricordare può essere difficile o talvolta doloroso,
ma è sempre necessario
e organizzare in una narrazione completa e coerente.
La rimozione resta, entro certi limiti, un’attività
necessaria in quanto non costituisce l’antitesi della
memoria ma una sua componente, un dispositivo
necessario al suo funzionamento.
Negli ultimi tempi del regime comunista, nella
ex DDR, la Stasi, la Polizia segreta di Stato, spiava
tutti i cittadini, registrava in segreto loro comportamenti e archiviava tutti i dati raccolti, col risultato
di renderli inutilizzabili per eccesso. La memoria
infatti è funzionale nella misura in cui seleziona il
materiale da conservare e che merita di essere
recuperato. Ricordare tutto e dimenticare tutto
sono entrambi comportamenti che bloccano la vita
psichica.
D’altra parte il rimosso non scompare per sempre,
anzi, tende a ritornare alla superficie comportandosi
secondo la diagnosi positivista di esaurimento nervoso,
ma di un vero e proprio meccanismo di difesa, che
diviene patologico solo quando funziona in eccesso.
Il suo esercizio è volto a evitare le conseguenze
negative che potrebbe provocare la realizzazione,
immaginaria o fattuale, di impulsi sessuali e
violenti condannati dalla morale e dalla società.
Inibendoli sul nascere, impedendo che diventino
immagini, pensieri, intenzioni, si sacrifica il
piacere al timore del dispiacere.
In certe circostanze sarebbe piacevole uccidere chi
si odia e possedere immediatamente chi si ama
ma la civiltà non lo consente a costo di barattare
la felicità con la sicurezza. Utilizziamo pertanto
la rimozione sia per conservare la nostra immagine
ideale sia per tutelare l’ordine sociale, interruzioni,
deviazioni che la psicoanalisi s’incarica di colmare
35
LUOGHI DEL
PENSIERO
La memoria è indispensabile per mantenere le origini,
anche se spesso non è obiettiva
ZAKHOR!
È l'imperativo morale
della coscienza
ebraica: ricordare.
darie, ritrovarsi tra di loro ed esprimere nel gioco
i loro impulsi violenti e competitivi (si pensi ai
ragazzi della via Paal), ora il controllo della
famiglia e della scuola sono diventati così assidui
e capillari da impedire ogni manifestazione di
spontanea, libera pulsionalità. Ma non sono
soltanto i comportamenti ad essere proibiti, anche
le fantasie vengono inibite e sostituite con la
fruizione passiva dei messaggi televisivi. Le
energie rimaste prive di autonoma rappresentazione, di immagini pertinenti, di espressioni
simboliche condivise, circolano così, in modo
caotico, tra la mente e il corpo senza trovare
adeguate modalità di espressione.
come un piantagrane, dice Freud, che cacciato
dalla porta cerchi di rientrare dalla finestra. Per
impedire la sua perturbante riapparizione siamo
pertanto obbligati a contrapporgli un costante
presidio di energie, con la conseguenza di impoverire le risorse vitali a nostra disposizione.
La rimozione agisce però, e questo è molto importante, soltanto sui pensieri, le immagini, le ideazioni mentali, lasciando vaganti, privi di rappresentazione corrispondente, le pulsioni e gli affetti
che si rendono ora disponibili a differenti investimenti. Benchè finalizzata alla tutela del benessere
individuale e collettivo, la rimozione ha finito per
diventare un motivo di disagio e una causa di
nevrosi. Con il progresso, la civiltà è diventata
infatti sempre più esigente, addirittura esosa, nel
pretendere dai suoi membri il controllo delle
spinte erotiche e aggressive.
Mentre un tempo i bambini potevano, in luoghi
riservati all’infanzia come i cortili, gli spiazzi
dinnanzi alle chiese, i campetti, le strade secon-
al canto suo l’educazione, ridotta sempre più
a istruzione priva di profondità storica, di
valori spirituali e di prospettive a lunga scadenza,
non é in grado di recuperarle e di incanalarle
verso mete socialmente valorizzate, verso scopi
collettivi che conferiscano senso alla fisiologica
D
36
prima, i nonni poi, non hanno trasmesso ai figli
la memoria delle loro vicissitudini, non hanno
narrato le loro esperienze, dato parola alle passioni
– quali la paura, la colpa, il rimorso, l’ orgoglio
o la vergogna – che sempre accompagnano e sovente
seguono lo svolgimento dei grandi eventi storici.
irruenza adolescenziale.
È significativo che, tra gli alunni, la trasgressione
più comune sia quella di allagare la scuola, come
se l’acqua rappresentasse simbolicamente le loro
energie non incanalate, inutilizzate, dilaganti. Il
gesto fattuale immediato, irriflesso sostituisce
allora la rappresentazione mentale, la simbolizzazione e la comunicazione delle pulsioni. Per sfuggire al malessere mentale, questi adolescenti
regrediscono alla modalità infantile di evacuare
le tensioni con l’agire motorio. La scarica immediata, qui e ora, dei conflitti psichici denuncia
una carenza di tempo interno, di autobiografia,
di storia individuale e collettiva.
Forse è mancata, nel nostro paese, non tanto
l’elaborazione storica del recente passato, quanto
un’adeguata trasmissione generazionale della
memoria vissuta.
entre la prima guerra mondiale ha prodotto
una ricca e articolata mitologia nazionale, la
seconda è stata ben presto posta sotto silenzio e
questo in entrambi gli schieramenti politici, come
se fosse disdicevole e inopportuno ricordare il
passato tanto per i persecutori quanto per i perseguitati, quasi non si riconoscessero né vincitori
né vinti.
Questa amnesia non è stata priva di conseguenze:
ha indebolito l’identità familiare e la continuità
generazionale favorendo una corriva omologazione
sociale intorno all’immaginario e al lessico televisivo. Si è così prodotta una società che, pur condividendo bisogni e consumi, è rimasta in parte
priva d’ identità nazionale, di sentimenti di cittadinanza, dotata di un debole senso dello stato e
della responsabilità collettiva, incapace di accettare
le regole del vivere civile.
M
agli anni ‘5O è prevalsa una voglia di dimenticare che ha prematuramente cancellato le
vicende della dittatura, delle persecuzioni politiche
e razziali, della guerra, della resistenza, del conflitto
civile che ha caraterizzato il primo dopoguerra.
Nella maggior parte delle famiglie i genitori
D
37
LUOGHI DEL
PENSIERO
CITTÀ DA
sorseggiare
Caffè letterari, artistici, politici:
tra una tazzina e l’altra, l’aroma del luogo che li ospita
di Attilio Brilli
devono operare i caffettieri colti attorno alla metà
del Settecento: “Essi con ingegnosa e amorevole
diligenza studiano che l’architettura della bottega sia
grata all’occhio quanto possa; tanto che, appressandosi
ad alcuna di esse, non ti pare di vedere bottega, ma
piuttosto un delizioso spettacolo di teatro: e vi potrai
godere, all’interno, finzioni dipinte di giardini, di
paesaggi, di cacce e giochi finissimi d’intagli incornicianti specchiere, della comodità, che t’accoglie, delle
poltrone e dei canapè”.
nteso come approdo sia occasionale che abitudinario, il Caffè è una figura retorica: è il
contenente che sta per il contenuto, ma anche
una parte che prende il posto del tutto (nel
senso di un prodotto che ne rappresenta tanti
altri), e come tale non conosce grandi mutamenti
nella sua storia che risale – a detta degli esperti
– alla metà del Seicento: forse a Venezia, forse in
Albione, chissà? La sua conformazione interna
non conosce grandi variazioni e può essere ricondotta a due forme dominanti: a padiglione con
spazi idealmente suggeriti da colonne e da rari
tramezzi tipo Vauxhall, oppure può essere composto di più ambienti per rispondere a fruizioni
diverse dello spazio, alla gamma dei passatempi
e dei ristori, alle tonalità variabili delle voci. Il
Caffè accoglie infatti forme differenti di aggregazione sociale: spazi di intimità o di dibattito,
angoli di lettura e di riflessione, sale per feste e
celebrazioni. Di conseguenza sono numerosi i
caffè prestigiosi che, come l’Antico Caffè Tommaseo aperto a Trieste nel 1825, si ispirano al
modello di locale multisala viennese. All’esterno
molti di questi locali si adeguano alla struttura
del palazzo che li ospita, mentre quando possono
aspirare ad una propria individualità architettonica prediligono un’enfatica monumentalità.
A VENEZIA In una acuta riflessione su questo luogo tipico
L’Antico Caffè Florian, della moderna civiltà occidentale, l’editore della
aperto nel 1720. “Gazzetta Veneta”, Gasparo Gozzi, ci dice come
I
a il caffè è anche luogo eminente d’osservazione, del continuo occhieggiare dall’interno
verso l’esterno e viceversa, e infatti Gozzi prosegue: “Donde, ancora, osserverai e conoscerai, nel
movimento della gente, dentro e fuori attraverso le
ampie vetrate, gli usi e i costumi del paese, le situazioni
locali dell’abbigliamento e mille altri dettagli ancora;
e sarai partecipe, grazie alla conversazione degli
avventori come alle gazzette offerte in lettura, delle
ultime novità di ciò che accade nel mondo”. Non è
facile trovare più esaustiva descrizione della
valenza sociale e culturale che il Caffè riveste,
specie per quel suo incantevole giuoco fra il
dentro ed il fuori, fra il pigro localismo e il moto
del vasto mondo. Sin dalle origini il Caffè si è
dimostrato un luogo dei mille incontri, qualificandosi come caffè d’informazione dove la città si
ascolta, sussurra e spettegola, come caffè della
borsa, o luogo deputato alle transazioni commer-
M
38
39
La cultura si sviluppa unendosi all’intelletto
LUOGHI DEL in luoghi insieme pubblici e privati, esibiti e appartati
PENSIERO
chiaioli e i loro sodali nel fiorentino Caffè Michelangelo, mentre l’altro più tardo sacrario fiorentino
del nettare nero, le Giubbe Rosse, ospita le tumultuanti redazioni di La Voce e di Lacerba e quindi
i protagonisti del modernismo italiano, da Marinetti a Boccioni, a Papini fino a Gadda. Un
altro famoso dipinto a tema, Amici al Caffè,
eseguito da Amerigo Bartoli nel 1930, raffigura
la famosa terza saletta del Caffè Aragno, già sede
della redazione della Ronda con la presenza di
alcuni esponenti della scuola romana e della
letteratura novecentesca: Cardarelli, Baldini,
Cecchi, Barilli, Soffici e Ungaretti. E bene fece
il geniale Gianbattista Vicari a far rivivere nel
secondo Novecento la rivista satirica il Caffè, a
rinnovata memoria dell’altra storica rivista dei
fratelli Verri e del Beccaria intitolata al bollente
distillato che fu palestra dell’intelligenza padana.
Ci sono poi caffè nei quali l’arte e la letteratura
hanno pigramente indugiato sin dalle origini,
fermentando e ribollendo, e dove si sono dati
appuntamento personaggi della cultura internazionale. Non c’è viaggiatore che non faccia riferimento ai caffè connotati da un’aura letteraria
delle città in cui sosta, e non c’è guida che non
li annoveri fra i luoghi celebri da conoscere, da
visitare e a cui rendere gradevole omaggio. Quasi
sempre la fama di questi locali è data dal genere
dominante degli avventori. Gli artisti e i viaggiatori britannici a Roma s’incontravano al Caffè
degli Inglesi di cui ci parla nel 1776 il pittore
Thomas Jones: “Per trovare un po’ di sollievo l’unica
alternativa era scappare al Caffè degli Inglesi, uno
stanzone a volta con le pareti affrescate con sfingi,
obelischi e piramidi, ispirate ai disegni fantastici del
Piranesi, più adatti in verità ad un sepolcro egizio
che ad un luogo di conversazione. Qui, seduti attorno
a un braciere acceso, cercavamo di stare allegri bevendo
una tazza di caffè o un bicchiere di punch, per poi
cercare a tentoni la via di casa, nel buio, nella solitudine,
nel silenzio”.
ciali e infine come caffè letterario ed artistico, o
centro dove si discute d’arte in prevalenza
d’avanguardia.
uesta ultima dimensione è talmente connaturata al Caffè, che uno degli esemplari più
antichi, il Florian di Venezia, nato nel 1725,
diventa sede redazionale della Gazzetta Veneta
del Gozzi. D’altronde i Caffè delle principali
città sono spesso editori in proprio di fogli
d’informazione e di giornali che talora recano il
medesimo titolo del locale. Basti ricordare il
napoletano Caffè del Molo, “ritrovo nel quale
convenivano e discettavano cultori di lettere e d’arte”
con l’omonima gazzetta, il padovano Caffè Pedrocchi con il suo “Foglio politico-letterario”, il
bolognese Caffè di Petronio editore di “Notizie
teatrali, bibliografiche e urbane” ed altri ancora.
Che poi il dibattito culturale finisse spesso per
trasformarsi in dibattito politico è una conseguenza naturale che vede molti caffè italiani
diventare delle autentiche palestre carbonare
assurgendo al rango di testimoni dei momenti
cruciali della storia della città. Tanto per fare un
esempio, quando ancora si trovava all’angolo di
Piazza della Scala, il Caffè Cova svolse un importante ruolo strategico nell’insurrezione delle
Cinque giornale di Milano. Gli ingegni più acuti
avevano da tempo intuito che questi locali sarebbero diventati il luogo d’incubazione di idee
politiche innovative se non rivoluzionarie, tanto
è vero che Montesquieu aveva annotato sarcastico:
“Se fossi il sovrano di questo paese chiuderei i caffè
perché coloro che frequentano questi luoghi vi si riscaldano il cervello: l’ebrezza che mette loro il caffè li rende
pericolosi per l’avvenire del paese”. Nella stessa epoca
Demetrio, anfitrione del caffè ideale dei fratelli
Verri sentenziava: “V’è nel caffè una virtù risvegliativa degli spiriti animali, come nell’oppio v’è la virtù
assoporativa e dormitiva”.
Tale è la fortuna dei caffè letterari nelle maggiori
città italiane fra Ottocento e Novecento, che i
nomi di alcuni locali sono intercambiabili con
quelli dei movimenti culturali che hanno ospitato.
Nel 1861 Adriano Cecioni immortalava i Mac-
Q
A ROMA
Celebrità al
Caffè Strega
di Via Veneto,
1958.
Da sinistra: Milena
Milani, Vincenzo
Cardarelli,
Leonetta Cecchi
Pieraccini, Giuseppe
Ungaretti,
Vincenzo Talarico,
Mario Ubaldini,
Emilio Cecchi e
Amerigo Bertoli.
a ogni città ha il suo accogliente Caffè ed
è anche suo tramite che ostenta la propria
civiltà. L’americano William De Forest ci presenta
M
40
Se scrittori e artisti trovano l’agio del pensare
intorno ad un tavolo, allora il Caffè diventa letterario
il ritrovo per eccellenza della società cosmopolita
fiorentina attorno al 1855, nell’attuale via Tornabuoni: “Doney è sempre lindo e pulito, coi suoi tre
saloni, le colonne color crema, i tavolini di marmo, le
uniformi bianche dei militari austriaci, le giacche di
tweed dei turisti inglesi e i camerieri che sono il moto
perpetuo e urlano le ordinazioni dei clienti con la
veemenza dei lupi di mare”. John Ruskin ricorda
spesso il Florian di Venezia dove soleva sedere a
meditare sulle pietre venerande e ad ascoltare la
banda austriaca che suonava la marcia di Radevski.
Un vivace ricordo del padovano Caffè Pedrocchi,
caro a Stendhal, ci viene offerto attorno al 1860
dal romanziere William Dean Howells che lo
definisce: “Un edificio di granito che s’ispira
all’architettura egizia e che è il mausoleo della fortuna
del suo proprietario. Gli avventori si riuniscono la
sera nelle eleganti sale e vi restano fino a notte fonda,
davanti alle tazze fumanti e ai gelati, con i giornali
e le loro chiacchiere”. A Roma il Caffè Greco ha
soppiantato quello degli Inglesi come ritrovo
degli artisti di tutte le nazionalità. Appena varcata
la soglia, annota nel 1845 William M. Gillespie,
autore della prima guida americana di Roma, ci
si trova avvolti da una nube di fumo. Nella
caligine azzurrognola s’intravedono barbe lunghe,
fieri mustacchi, cappelli a tesa bassa, giacche di
velluto, mantelli con gli alamari e fisionomie
selvatiche ma argute, tipiche degli artisti romani.
Tutti fumano, prendono il caffè del dopo pranzo,
oppure conversano in una babele di lingue.
Sempre a Roma, una trentina d’anni dopo, la
giornalista americana Elizabeth Robins annota
che dopo pranzo suole trasferirsi con il disegnatore
Joseph Pennell al caffè, “benedetta istituzione per
i senza dimora”, e quindi prosegue con una smaccata citazione dantesca: “È straordinario notare
come gli artisti, in qualsiasi città si trovino, si dirigano
sempre allo stesso caffè e al medesimo tavolino, come
vanno i colombi al dolce nido. Noi avevamo scelto il
Caffè Nazionale, a Piazza Colonna, tutto specchi e
dorature, dove ci trovavamo subito circondati da amici”.
41
LUOGHI DEL
PENSIERO
Nelle città illuministe di fine Ottocento
si fece insistente la necessità di interscambi culturali.
Ecco dove questi avvenivano
AD AREZZO
Piazza S. Francesco,
agli inizi del secolo
scorso.
compagnia”. Sia come sia, se ad una città, grande
o piccola, si toglie il suo storico caffè si vanifica
almeno in parte lo spirito del luogo. Prima ancora
di procedere per le mete d’arte, è qui che il turista
colto si volge per tastare il polso della città, per
guardarsi nelle specchiere che riflettono generazioni
di avventori. La piazza che dovesse veder spegnersi
per sempre le luci del caffè che ha ospitato per
secoli degraderebbe da luogo di sosta, ricco di
aromi e di conversari, ad anonimo luogo di transito.
E il viandante locale o forestiere che percepisce
questa inopinata assenza, passando per cotesta
globalizzata tetraggine affretterebbe il passo, forse
incespicherebbe pensando al richiamo olfattivo,
alle pregustate delizie, agli appuntamenti galanti,
agli incontri fortuiti, all’agio delle gradevoli
chiacchiere di un tempo.
Animati o meno da ambizioni letterarie, molti
caffè di provincia si scrollano di dosso la polvere
dell’immobilismo e il torpore della consuetudine
quando diventano occasionale luogo d’incontro
fra il flusso cosmopolita dei viaggiatori e la
stanzialità locale. Ne è un esempio impareggiabile
il ritratto che William Dean Howells ci fa del
caffè di Cento, la città natale del Guercino nella
quale il maestro del realismo americano fa una
breve sosta nel 1871: “Ci dirigemmo verso il caffè
principale di Cento per fare colazione, un caffè troppo
grande per la cittadina con i suoi immensi sofà dai
cuscini foderati di pelle rossa e con l’aria gelida,
desolata di un decoro pretenzioso e miserabile a un
tempo, un caffè pulito comunque dal soffitto alto e
pieno di spifferi. Qui ci raggiunsero i nobilotti e i
notabili della città i quali ordinarono il caffè per
potersi sedere e concederci il piacere della loro squisita
42
IL CAFFÈ DEI COSTANTI
al 1805, anno di apertura, il Caffè dei Costanti, ad Arezzo, ha costituito l’approdo
rituale degli aretini e l’ammaraggio provvisorio dei forestieri che qui si rinfrescavano
prima di entrare nell’antistante Albergo Reale alle Armi d’Inghilterra o sorbivano
un punch prima di mettere il piede sul predellino della carrozza. È stato il punto
di incontro fra la borghesia del luogo e il flusso di forestieri che lambisce la città, e come
ogni caffè storico può vantare una ricca messe di aneddoti. Nel 1913 la pubblica lettura
tenuta in questo locale dal poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti si concluse con un
cospicuo lancio di ortaggi. Fu qui che il cortonese Pietro Pancrazi ebbe l’idea di definire
Arezzo “la città delle statue” per il gran numero di simulacri marmorei e di coccio che
ne costellano i punti strategici. La “scoperta” degli affreschi di Piero della Francesca porta
in città la più viva intelligenza europea e americana. Edward Morgan Forster, l’autore di
Camera con vista, annota di aver ricevuto una tale folgorazione dagli affreschi di Piero,
da esser dovuto ricorrere ad un cordiale nel Caffè dei Costanti. L’aneddoto più impertinente,
ma pertinente al luogo, ci viene dall’autobiografia di Sir Kenneth Clark, dove l’autore narra
che quando scriveva la celebre monografia pierfrancescana, nel secondo dopoguerra,
soleva trascorrere la mattina a studiare gli affreschi in S. Francesco, mentre nel pomeriggio
si sedeva al Caffè dei Costanti con l’intento di contare i minuti che i suoi sedicenti
appassionati connazionali dedicavano al divino Piero. Negli anni Sessanta del XX secolo
era facile imbattersi nell’elegante, severa figura di Arturo Benedetti Michelangeli che vi
sostava dopo le lezioni di perfezionamento pianistico. Negli stessi anni Guido Piovene
annotava, standosene seduto al caffè, come S. Francesco fosse l’unica chiesa in Italia al
cui muro d’ingresso i contadini continuavano ad appoggiare la bicicletta come fosse un
fienile. La riapertura del Caffè dei Costanti si qualifica oggi non solo come l’apporto di
nuova linfa per l’esangue spirito del luogo, bensì come recupero di un essenziale punto
di riferimento e di una gradevole sosta nel cuore della città, una sosta che con la propria
attrattiva riorganizza il flusso di quella cittadinanza aretina che si sente allergica ai
processi omogeneizzanti e sensibile invece al sapore della tradizione, al senso civico
dell’incontro e della conversazione e all’identità del luogo in cui ha la fortuna di vivere.
Reso celebre dalle famose scene del film La vita è bella di Roberto Benigni, ultima pellicola
italiana ad aver avuto il riconoscimento dell’Oscar per il cinema, il Caffè dei Costanti è
tornato ai fasti della sua migliore tradizione il 6 dicembre scorso, grazie all’intervento di
Banca Etruria che ne ha fatto dono alla città, in occasione delle celebrazioni del suo 125°
anniversario dalla fondazione.
D
43
LUOGHI DEL
PENSIERO
Felicità:
CHI L’HA VISTA?
Teologi, filosofi, persone comuni: tutti la cercano,
pochi la trovano. Ma dove si nasconde?
di Maurizio
Schoepflin
GEORG WILHELM
FRIEDRICH HEGEL
(1770 - 1831)
È considerato
il filosofo
più significativo
dell'Idealismo tedesco.
Q
ualche tempo fa ha goduto di una certa
notorietà e di discreta fortuna un film
intitolato La ricerca della felicità. Senza
entrare nel merito del valore artistico
di tale opera cinematografica, si può tuttavia
affermare che il suo titolo, in un certo senso,
rappresentasse già di per sé una garanzia di
successo, dal momento che quella della vita felice
e del suo ottenimento è una questione che ha
affascinato gli uomini fin dagli albori della loro
storia, se è vero, come ci informa Sant’Agostino,
che l’erudito Marco Terenzio Varrone, vissuto
alle soglie dell’era cristiana, aveva contato oltre
duecentottanta dottrine filosofiche relativa alla
felicità. Dunque, circa duemila anni fa era già
stata elaborata una strabiliante quantità di teorie
concernenti la vita felice, prova evidente
dell’enorme attrazione che tale questione ha
sempre esercitato sull’umanità. E non si pensi
che i filosofi abbiano desistito: nei venti secoli
che ci separano da Varrone, essi hanno continuato
imperterriti a proporre idee e soluzioni per
garantire al genere umano quello straordinario
tesoro che chiamiamo felicità.
A questo proposito, è ancora Sant’Agostino a
venirci in aiuto, ricordandoci, nel Sermone 150,
che, di norma, ogni filosofo indirizza la propria
ricerca alla conoscenza e al raggiungimento di
una vita felice. È possibile sintetizzare i risultati
di tanta fatica? Proveremo a farlo, indicando
alcune concezioni fondamentali di cui le numerosissime teorie sviluppate sul tema della felicità
fino ai nostri giorni possono essere considerate
delle varianti più o meno significative. Diremo
innanzitutto che, lungo la millenaria storia della
filosofia occidentale, a una concezione forte della
felicità se ne è costantemente affiancata una
debole: la prima si basa sulla convinzione che
l’essere felici deve coincidere con una sorta di
appagamento totale; la seconda, al contrario,
ritiene che sia possibile soltanto un appagamento
parziale, qualunque sia la strada scelta per tentare
di raggiungere la felicità. In realtà esiste pure
una posizione intermedia, quella di chi ritiene
che nell’uomo alberghi un desiderio di appagamento totale, che tuttavia non potrà mai essere
soddisfatto, dal momento che non esiste alcun
oggetto capace di donare una tale soddisfazione.
Per quanto riguarda quella che abbiamo definito
concezione forte della felicità, è opportuno dire
che alcuni suoi fautori pensano che essa non è
comunque realizzabile, cosa che li conduce a far
44
45
Il Superuomo è capace di vivere
con entusiastica accettazione della vita
LUOGHI DEL
PENSIERO
FRIEDERICH
WILHELM
NIETZSCHE
(1844 - 1900)
Il suo pensiero è
considerato
uno spartiacque della
filosofia
contemporanea.
Qui è ritratto da
Hans Holde.
IMMANUEL KANT
(1724 – 1804)
Celebre il suo
epitaffio:
“Due cose in vita
mi furono
sommamente care:
il cielo stellato
sopra di me,
la legge morale
dentro di me”
cristianesimo, erano in grado di assicurare la
felicità: anzi, a suo giudizio, l’etica socratica e
quella cristiana umiliano gli uomini, deprimono
le loro potenzialità e li illudono circa la possibilità
di raggiungere la pace e la serenità. Per uscire
da questa situazione non resta altro che prendere
atto della tragicità della realtà e accettarla coraggiosamente. Non bisogna subire il ricatto
della sofferenza – sostiene Nietzsche –, ma
superarlo grazie alla volontà che sa e può trasformare la negatività in positività. Per ottenere
questo risultato, l’uomo non dovrà avere né
rimpianti per il passato, né progetti per il futuro,
ma vivere esclusivamente nel presente. È questo
un nuovo tipo di uomo, un super-uomo, che non
avvertirà più alcuna mancanza e sarà capace di
vivere secondo lo spirito dionisiaco, spirito di
ebbrezza e di passione, che esprime un’entusiastica accettazione della vita, ben lontana e
ben diversa dalla rassegnazione, ma somigliante
piuttosto a un estremo atto di potenza che permette all’uomo di dominare il caos e il nulla, su
cui egli sta come sospeso. Tra le dottrine della
felicità maggiormente diffuse dobbiamo annoverare l’edonismo, il cui nome deriva dalla parola
greca edoné, che significa piacere: si tratta di una
teoria o, meglio, di un gruppo di teorie, accomunate dalla convinzione che la felicità vada
ricercata nel piacere, inteso come godimento
sensibile che può essere sperimentato sia a livello
fisico che psichico.
A questo riguardo, emblematica è la figura di
Aristippo di Cirene (fine V sec. – metà IV sec. a.C.),
che affermò senza mezzi termini che il piacere,
ogni piacere, è sempre bene. Per quanto concerne
le caratteristiche che il filosofo cirenaico attribuisce ad esso, egli sembra non nutrire dubbi nel
considerare veramente soddisfacente soltanto il
piacere fisico, quello che si coglie e si consuma
nell’istante: di qui lo spiccato carattere materialistico della filosofia di Aristippo e il suo ottimismo, che deriva dalla certezza di potersi assicurare la felicità attraverso il godimento.
Prendendo in considerazione queste dottrine
tanto efficaci quanto semplicistiche, ci si è
proprio un deciso pessimismo circa l’effettivo
conseguimento di una vita felice. A questo
proposito, il primo nome che viene alla mente
è quello di Arthur Schopenhauer (1788-1861);
nemico giurato di Hegel e del suo ottimismo
legato alla convinzione della completa razionalità
di tutto ciò che accade, Schopenhauer afferma
che la vita assomiglia a un pendolo che oscilla
fra il dolore e la noia: il dolore, figlio del desiderio
e della volontà (l’uomo desidera sempre qualcosa),
la noia, prodotta dal fatto che una volta ottenuto,
l’oggetto del desiderio non interessa più e viene
sostituito da un altro.
noto che la lettura delle opere di Schopenhauer
influenzò Friedrich Nietzsche (1844-1900),
che condivise la visione schopenhaueriana di un
mondo dominato dall’irrazionalità e dal dolore.
Egli ritenne però che l’uomo non dovesse soccombere dinanzi alla tragicità della vita, schiacciato da un inguaribile pessimismo, e fu altresì
convinto che né le virtù etiche, come le aveva
insegnate e testimoniate Socrate, né la fede in
un Dio salvatore, come viene annunciata dal
È
46
«L'uomo più felice è quello in grado di collegare
la fine della sua vita con l'inizio di essa.» J. W. Goethe
abituati a raffigurare l’edonista come una specie
di crapulone gozzovigliatore e depravato; e se
l’esistenza di qualche forma estrema di edonismo
può autorizzare una simile interpretazione, non
bisogna dimenticare che uno dei primi e più
celebri maestri che hanno sostenuto questa teoria
fu Epicuro (341-270 a. C.), da taluni ritenuto
una specie di monaco laico, che pensò al piacere
come all’assenza di dolore e ricondusse la felicità
alla sobrietà, alla liberazione dal timore della
morte e della divinità, alla capacità di sopportare
le sofferenze, a una vita trascorsa nel nascondi47
LUOGHI DEL
PENSIERO
SANT’AGOSTINO
(354 – 430)
Fu un filosofo, vescovo
e teologo algerino,
ma di cultura
ellenistico-romana.
Qui è ritratto
in un affresco di
Giusto di Gand
(sec. XV).
ARTHUR
SCHOPENHAUER
(1788 – 1860)
Il filosofo del
pessimismo
in un dipinto
di Franz Van Lenvach:
ritiene che la vita sia,
sostanzialmente, dolore.
la vita contemplativa il vertice dell’umana felicità.
Nella filosofia platonica, sapienza, virtù e felicità
sono tanto intimamente connesse da diventare
una cosa sola. Anche Aristotele appare fermamente convinto che all’uomo competa coltivare
e sviluppare la parte migliore di sé, legata alla
ragione e alla contemplazione: ciò avverrà praticando quelle che il grande pensatore greco chiama
le virtù dianoetiche, le virtù tipiche della razionalità, superiori a quelle etiche che sono le virtù
dell’uomo pratico.
mento. Vi sono poi le teorie del sentimento,
secondo le quali la felicità è il frutto di atteggiamenti disinteressati e altruistici che indirizzano
gli uomini a dedicarsi al bene dell’umanità intera
e della società. Un’altra importante impostazione
è quella rappresentata dal razionalismo, entro il
cui ampio perimetro convergono tutte quelle
dottrine per le quali la felicità coincide con una
morale e una vita sottoposte al dominio della
razionalità. Come non pensare a questo proposito
a Immanuel Kant (1724-1804) e alla sua etica
rigorosissima imposta all’uomo dalla ragione
stessa? Si può tuttavia affermare che questo
indirizzo di pensiero ha avuto due padri nobilissimi in Platone (428/427-347 a.C.) e in Aristotele
(384/383-322 a.C.), i quali, seppur manifestando
notevoli diversità, concordano nel considerare
econdo Aristotele, la saggezza dominerà gli
impulsi e la sapienza eleverà ancora di più
l’uomo, proiettandolo verso le altezze della
metafisica e della pura contemplazione, permettendogli così di realizzare il suo vero fine, che
S
48
Per Aristotele i piaceri più autentici
derivano dalla conoscenza e dalla contemplazione
conosce tramonto. Tornando al punto da cui ho
preso le mosse – il cinema – ricordo che qualche
anno fa il trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo
interpretò un film intitolato Chiedimi se sono
felice: chissà se la breve carrellata filosofica sul
tema della felicità proposta poco sopra risulterà
utile per rispondere a una simile domanda?
è appunto quello di valorizzare al massimo la
propria dimensione intellettuale, l’unica che
possa garantirgli il raggiungimento della felicità.
Aristotele non considerò in maniera negativa
ogni forma di piacere, ma non dubitò minimamente che i piaceri più autentici e profondi
fossero quelli derivanti dall’attività conoscitiva
e contemplativa. Per il filosofo di Stagira felice
è dunque l’uomo che comprende il primato della
vita intellettuale: per un uomo simile la contemplazione non è passività, e l’impegno teoretico,
lungi dall’essere vuoto e inutile, è azione costruttiva per eccellenza e fonte di profonda felicità.
Un posto a parte deve essere riservato alla concezione cristiana della felicità: in essa, infatti,
pur non mancando elementi riconducibili sia
all’universo della ragione che a quello del sentimento, l’elemento centrale è costituito da un
deciso richiamo all’Assoluto, cioè a Dio, e alla
presenza di un ordine di realtà diverso e superiore
rispetto a quello fisico e materiale, l’unico che,
secondo la prospettiva cristiana, può fondare e
giustificare in modo certo e definitivo l’esistenza
e il possesso della felicità. Emblematica risulta
a questo riguardo la concezione elaborata da
Sant’Agostino (354-430). Secondo il Santo Vescovo di Ippona, l’uomo per essere felice ha
bisogno di Dio, di conoscerlo e di amarlo; la
separazione da Lui è il vero motivo dell’umana
infelicità.
gostino meditò a fondo la verità cristiana
secondo la quale l’uomo è stato creato a
immagine e somiglianza di Dio, e sostenne con
vigore la convinzione che il male che l’uomo
compie distrugge questa somiglianza, mentre il
bene e l’amore la reintegrano, garantendo il
raggiungimento della felicità. Il grande pensatore
africano svolse la riflessione conclusiva sulla
felicità richiamando l’attenzione sul premio
eterno che i salvati godranno in paradiso: solamente lì la felicità sarà completa e la speranza
umana pienamente soddisfatta; i beati avranno
la conferma che amare Dio è l’unico modo per
amare se stessi e per ottenere la felicità che non
A
49
DENARO E...
di Massimo
Baldini
L’AVARIZIA
occupazione, alfine scopre questa passione così assurda
e mostruosa che bene si adatta alla freddezza e
all’inattività del suo carattere”.
L’avarizia viene di solito aggettivata negativamente e vista come una malattia da cui è difficile
(se non impossibile) guarire. L’avarizia, scrive
Cicerone, provoca un “gran danno agli uomini”,
per Boileau si tratta di una “strana rabbia” che,
sono parole di San Tommaso d’Aquino, “rende gli
uomini odiosi ed è causata dal troppo amore di se
stessi”. L’avarizia, per Voltaire, è sempre il frutto
di un “ingegno ristretto”, per Catone è “la radice di
tutti i vizi” e per Giovenale si tratta di un “vizio
che può trarre in inganno perché all’inizio assume
l’aspetto di una virtù”. Per Publilio Siro “l’unica
cosa buona che fa l’avaro è morire”. Per T. Browne
l’avaro è un “folle” e per Seneca un mostro. L’avaro,
scrive Emerson, “non è mai ricco”, a lui “manca –
come nota Rivarol – tanto quello che non ha tanto
quello che ha”.
e i pareri intorno al denaro sono discordi,
tanto che taluni lo considerano l’unico
Dio che gli uomini devono adorare, mentre altri lo vedono come un “male in se
stesso” (Tolstoj) o ritengono che “l’amore per il
denaro” sia “la radice di tutti i mali” (Butler), ben
diversa la situazione in merito al vizio dell’avarizia
e alla virtù del risparmio. In questo caso, infatti,
il coro è quasi unanime: di condanna del primo
e di lode della seconda.
S
n verità, l’avarizia è più un vizio del passato
che del presente. È, infatti, veramente difficile,
se non impossibile, essere avari in una società
opulenta qual è la nostra, in una società in cui
abbonda non solo il necessario, ma anche il
superfluo, in una società, in cui, tra l’altro, le
tecniche volte a persuadere i consumatori che il
superfluo non è necessario, ma necessarissimo,
hanno raggiunto un livello di estrema raffinatezza.
I
anto l’avarizia è stata deprecata da filosofi e
moralisti, politici e religiosi, poeti e romanzieri
quanto il risparmio è stato celebrato. La figura
del risparmiatore, si è argomentato, è ben diversa
da quella dell’avaro. In primo luogo, il risparmiatore è “il benefattore della società”, mentre
l’avaro le arreca solo danni (”Ai popoli – ha scritto
Machiavelli – nuoce molto più l’avarizia de’ suoi
cittadini che la rapacità degli nimici”). In secondo
luogo, il risparmiatore si libera solo del superfluo,
mentre l’avaro del necessario.
elle opere letterarie e pittoriche dei secoli
passati l’avaro è descritto sempre come un
uomo in là con gli anni, facendoci supporre che
si tratti di un vizio che affligge alla fin fine più
i vecchi che i giovani. L’avaro, scrive Mantegazza,
“è sempre vecchio” e San Gerolamo afferma che
“mentre gli altri vizi invecchiano, invecchiando l’uomo
l’avarizia ringiovanisce”. L’avarizia, dunque, a detta
di molti autori, è l’ultima bruciante passione
dell’uomo e in questo dato di fatto è forse possibile
trovare, sulla scia del filosofo inglese David
Hume, una qualche attenuante. “La scusa migliore
– egli ha scritto – che si può avanzare per l’avarizia
è che essa generalmente si impadronisce di uomini vecchi,
o di uomini dal temperamento freddo, nei quali si sono
ormai estinte tutte le altre passioni; e poiché l’animo
è incapace di restare senza qualche passione o qualche
N
SHYLOCK
Al Pacino lo interpreta
nella versione
cinematografica
de “Il mercante di
Venezia”
di Michael Radford.
Shylock è un ricco
usuraio,
così spietatamente
avido da chiedere
una libbra di carne
come risarcimento.
T
n verità, non sempre è possibile risparmiare,
ma la ricetta del risparmio è semplicissima:
occorre spendere meno di quello che si guadagna.
Il risparmio, ha scritto Luigi Einaudi, “è l’atto
volitivo di chi decide di non impiegare il frutto del suo
I
50
Plauto e Moliére descrissero gli avari per eccellenza:
il povero Euclione ed il facoltoso Arpagone
lavoro in consumi immediati, ma in beni futuri”. E
il sociologo Vance Packard ha giustamente sottolineato il fatto che “troppo spesso si pensa al
risparmio come ad una specie di investimento per la
vecchiaia. Ma la sua funzione più importante è quella
di darci l’indipendenza adesso”. Tuttavia, il risparmio
visto con gli occhi di un dandy ha tutt’altro
aspetto. Sul finire dell’Ottocento Oscar Wilde
scriveva: “ognuno predica l’importanza di quelle virtù
che nella vita non ha bisogno di mettere in pratica: il
ricco elogia il valore del risparmio e il pigro fa sproloqui
sulla dignità del lavoro”.
51
ZOOM
di Guido Harari
TOM WAITS
Cantautore,
compositore e
attore statunitense,
adottò la filosofia
neobeatnik
nell'arte
e nella vita.
52
L’ARTE DEL
RITRATTO
Gli scatti di un celebre fotografo italiano
53
La fotogenia lascia che la propria interiorità
passi attraverso l’obiettivo, con una vita propria
ZOOM
H
o scattato le mie prime foto ai miei genitori quando avevo cinque-sei anni d’età,
con la macchina fotografica di mio padre:
una Zeiss 6x9 a soffietto. Ricordo il piacere
tattile nel maneggiare quell’oggetto, ingombrante
eppure leggero, e l’ansia di vedere poi le immagini
stampate. Mio padre era un semplice appassionato
che però aveva un gusto sopraffino nel fissare i
momenti importanti della nostra vita, un po’
come lo zio della famiglia ritratta nel primo ciclo
del film di Edgar Reitz, “Heimat”. Quello che
mi ha comunicato è stato fin da subito l’importanza
di “esserci”, di vivere e gustare appieno la vita
attraverso la fotografia. La memoria, in questo
caso visiva, come progetto di definizione del
proprio mondo interiore: un accumulo di passioni
e di ricordi, da custodire come gli amuleti di uno
sciamano. Le prime foto con ambizioni larvatamente professionali le scattai ad un concerto di
Alan Sorrenti e Jean-Luc Ponty all’epoca del disco
Aria. Era il 1972 e avevo 19 anni. Le vendetti ad
un settimanale TV con i negativi e tutto, ripagandomi appena dei costi vivi.
d’anni. I ritratti che gli feci sapevano di routine:
non riuscivo a trovare la chiave giusta per cogliere
l’armonia della persona. Decisi di fare una pausa
e spensi le luci. Allora Peterson e la figlia si
accucciarono a terra e lui prese a suonare la tromba
per lei. Afferrai lo spunto che mi si offriva e
riaccesi le luci sul fondale, lasciando i soggetti in
silouette, e mi sdraiai per terra, in attesa. La
piccola cominciò a volteggiare intorno al padre
in una piccola danza che terminò inaspettatamente
quando infilò il proprio musino nella campana
della tromba. Avevo la mia foto, perfetta, imprevedibile, “giusta”.
Ho fotografato anche oggetti e paesaggi per diletto,
ma sempre come parte di reportage su una persona,
a completamento di una storia.
l volto è la finestra sull’anima di una persona.
Amo moltissimo scattare primissimi piani, eliminando ogni distrazione, addirittura a volte correg-
I
mo fotografare persone che abbiano una storia
da raccontare, non importa che siano celebrità
o emeriti sconosciuti. Soprattutto conta il rapporto
che si stabilisce col soggetto da fotografare. A
volte bisogna anche sapere riporre la macchina
fotografica e privilegiare il contatto umano senza
il quale nessuna immagine racconta davvero qualcosa. Ad esempio, ricordo di aver letto qualche
anno fa di Hannibal Peterson, un compositore
jazz afroamericano che, dopo aver scoperto di avere
un cancro incurabile, decise di tornare nella terra
dei suoi antenati, in Africa, per morire. Qui uno
sciamano riuscì a guarirlo e su quell’esperienza
scrisse un’intera opera, Diary of an AfricanAmerican. Quando venne in tournée in Italia, lo
contattai, certo per fotografarlo, ma soprattutto
per avvicinarlo e capire come e quanto
quell’esperienza lo avesse segnato. Mi trovai davanti
un uomo con una presenza irresistibile, con
un’ammirevole calma interiore, accompagnato
dalla giovane moglie e dalla figlioletta di un paio
A
PAOLO CONTE
21 album editi,
iniziò a scrivere
la prima canzone
della sua vita
durante una
noiosa
lezione di diritto
all'università.
ENNIO MORRICONE
Ha composto
più di 500
colonne sonore,
di cui solo 30
per film western.
Ha contribuito
a far divenire i film
di Sergio Leone
capolavori indiscussi.
54
Ogni fotografo è un voyeur, ma anche un ricercatore
in grado di cogliere e definire mondi interiori
gendo le geometrie di un viso con un’inquadratura
stretta. Lo sguardo è tutto.
Ci si specchia nell’altro, lo si cerca, lo si stana quasi.
Fino a riconoscersi nell’altro, a perdersi nell’altro
e a ritrovarcisi di nuovo. Conta il magnetismo della
persona, la sua storia e quello che vuole proiettare
di sé. Ad esempio, c’è un mio ritratto di Paolo
Conte, talmente stretto da escludere mento e fronte.
Trovo che quella immagine sia un tatuaggio perfetto
dell’artista, e apra una finestra credibile sul suo
carattere, sulla sua personalità.
A volte mi sono trovato in forte imbarazzo a fotografare donne bellissime, ma senz’anima. O uomini
troppo sicuri di sé, chiusi in insopportabili clichès.
Ma credo ad uno stile discreto, al dovere, da parte
del fotografo, di non sovrapporsi o addirittura
sostituirsi al suo soggetto. E’ questo, il soggetto,
il centro dell’immagine: è lui il cosiddetto
“messaggio”. Il fotografo ha il dovere di coglierne
al meglio l’essenza, di definirne compiutamente
l’identità, la personalità, il carattere. Se penso ai
ritratti di Alfred Newman, ad esempio, percepisco
fortissima la personalità del fotografo, che però è
il tramite prezioso attraverso cui arrivare all’essenza
del soggetto fotografato. Pensi ai ritratti di Stravinskji, di Hailè Selassiè, di Picasso. Le scelte
compositive di Newman, come pure quelle di
Irving Penn negli anni Cinquanta, sono magistrali.
Nel mio piccolo credo di aver centrato l’obbiettivo,
ad esempio, con Ennio Morricone, un personaggio
assolutamente fotofobico. Si lasciò fotografare tra
mille moine, ma senza veramente concedersi. Poi,
cogliendo la mia frustrazione ma anche la mia
voglia di ironia , ebbe un colpo di genio: propose
lui stesso di posare nascosto a metà dietro la porta
del suo studiolo, lasciando che i suoi occhiali (il
suo marchio di fabbrica) fluttuassero nell’aria “in
absentia”. L’immagine in questione ha una giocosità
di sapore magrittiano davvero inaspettata, che però
restituisce alla perfezione il carattere del soggetto.
fato nelle regioni più degradate del pianeta.
Eppure aveva incontrato anche gente allo stremo,
come in Africa, che chiedeva di essere fotografata,
perché quella sarebbe stata la loro sola possibilità
di sopravvivere. Credo che certe fotografie catturino davvero l’anima di una persona, ma che
l’aiutino a volare in giro per il mondo.
Non si può posare lo sguardo su una persona per
più di pochi secondi senza essere percepiti come
dei voyeurs, dei seccatori o dei pervertiti. Fotografare permette di osservare, analizzare una
persona (che, ricordiamo, è in movimento davanti
alla macchina fotografica) e di poterla riguardare
I
l grande reportagista Sebastiao Salgado mi disse
una volta che la macchina fotografica spesso
fungeva da detonatore, anche di violenze, specie
in situazioni critiche come quelle che ha fotogra55
ZOOM
a posteriori. A volte penso che
la fotografia sia l’unica forma
plausibile di “sesso sicuro”,
perché presuppone comunque
una forma di innamoramento tra
fotografo e fotografato. C’è una
fotografia che ho realizzato in
Bangladesh, al seguito dei medici
di Progetto Sorriso nel Mondo.
Ci trovavamo nel mercato fluviale
di Khulna e, nel caos generale,
notai da lontano il volto di un
vecchio immobile che pareva
irradiare pura beatitudine. Ricordo che mi avvicinai risolutamente a lui, senza che lui muovesse un ciglio, senza che il suo
sorriso accennasse a scomparire.
Arrivai a pochi centimetri da
quel viso e volli cogliere in assoluta semplicità quella visione
di magnetica armonia. Non mi staccò neppure
per un attimo lo sguardo di dosso: fiero, elegante,
“centrato”. Come comunicare con lui, come poter
“tornare” a lui, se non attraverso una fotografia?
Rimane a tutt’oggi uno degli incontri che ricordo
con maggior emozione.
ggi mi documento il più possibile sul personaggio o sulla situazione che devo o voglio
fotografare. Cerco di trovare argomenti di conversazione, punti di contatto, per far decollare il
rapporto col soggetto nel più breve tempo possibile. Poi, a seconda dell’ambiente i cui mi troverò
a fotografare, cerco di immaginare quali luci potrò
usare e quali spunti varrà la pena di valorizzare.
Le celebrità che vendono attraverso la propria
immagine sanno già come porsi davanti
all’obbiettivo, ma è pura finzione, o meglio mestiere. E’ difficile scalfire ciò che anni di esperienza
hanno trasformato nella capacità quasi innata di
intuire cosa funziona meglio in termini di vendibilità di sé e del proprio mito. In questi casi non
c’è spazio per cogliere nulla di autentico, solo una
maschera. Anche quando il personaggio vorrebbe
offrire un lato meno artefatto di sé.
Per la star non può esserci margine d’errore: tutto
deve funzionare al meglio, senza rischi. Andy
Warhol diceva: “Perché essere sinceri in un’intervista
o in una foto? In tre secondi hai rivelato tutto, e poi?
A me piace dare risposte sempre diverse alla stessa
domanda”.
Aggiungo che la persona è nuda davanti
all’obbiettivo solo se lo vuole. E non necessariamente questo va inteso come una posizione
d’inferiorità. E poi chi di noi non porta una
maschera? Credo che l’essenza, la verità di una
O
sistono foto costruite, artefatte, manipolate
all’eccesso. Penso alle “visioni” di LaChapelle.
Ma illustrano alla perfezione il suo mondo e i
suoi soggetti ne entrano a far parte, come marionette nelle mani di un sapiente burattinaio. Poi
esistono foto spacciate per vere, come il miliziano
di Robert Capa, che si dice sia un’abile ricostruzione. Realismo? Falsismo? Credo che sia tutto
nell’occhio di chi guarda. Sarà banale, ma direi
che esistono foto, prive di finezze artistiche, che
“parlano” e altre, ipersofisticate, che non smuovono nulla.
Della tecnica, col tempo, si trattiene solo ciò che
è funzionale alla propria “visione”. Proprio per
concentrarsi totalmente sull’intuizione visiva. Credo
che sia molto importante anche la composizione,
o l’impaginazione, di un’immagine: la ricerca di
un’armonia tra i vari elementi che la compongono;
un’armonia che, nel migliore dei casi, può aggiungere più piani di lettura dell’immagine stessa. A
tale fine contano molto l’esperienza, la curiosità e
il desiderio di vedere “oltre”.
E
HANNIBAL
PETERSON
Trombettista
e compositore jazz,
guarito
miracolosamente
da un Masai in Africa,
dove la musica
viene usata
per guarire ed elevare
il popolo.
IL VECCHIO
DEL BANGLADESH
Certi volti
non hanno bisogno
di parole
per comunicare.
56
Chi è dietro l’obiettivo dovrebbe sparire per lasciare
tutto lo spazio al soggetto, alle persone e alle loro storie
fotografia non esista, come non esiste nella vita
vera. E’ tutto soggettivo. Certo Giselle Bundchen
o Naomi Campbell sono fotogeniche nel senso più
canonico. Ma la fotogenia, per me, è lasciarsi
guardare, lasciare che la propria interiorità passi
attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica
e si fissi su un’emulsione (o in un chip), e diventi
“qualcos’altro”, acquisti vita propria.
diventavano uomini davanti all’obbiettivo. Ecco,
questo sarebbe il mio sogno di fotografo: fissare
l’evoluzione della vita delle persone, i loro cambiamenti, le sbandate, le pause d’arresto. Luci e
ombre di questo magico e spesso indecifrabile
cammino che è la vita.
otografare per me è stato fin a qualche anno fa
un privilegio e un piacere, una passione. Poi
questa si è lentamente dissolta in qualcos’altro.
Oggi amo di più fotografare senza macchina
fotografica, realizzando libri e mostre. Creando
le immagini più composite, più articolate e approfondite che con la macchina fotografica sarebbero impensabili. Soprattutto ho trovato una
dimensione di tempo dilatato, di tempo lento,
che mi permette di conoscere il mio soggetto
come mai avrei potuto immaginare di fare prima.
Un’esperienza molto intima, tutta interiore, che
prescinde dall’incontro reale col soggetto.
F
a fotografia è senza dubbio un’arte, ma rimango
molto più ammirato davanti a un quadro che
a una fotografia. Un quadro di Bacon o di Munch,
di Frida Kahlo o di Mati Klarwein, mi comunicano
“sangue, sudore e lacrime”, con un impatto emotivo che nessuna fotografia potrà mai avere.
Sono anche attratto dal racconto in movimento,
dal superamento del fotogramma singolo e dalla
possibilità del commento sonoro. Ci sono film
fotografati impeccabilmente: “Il terzo uomo” di
Carol Reed, “Il cielo sopra Berlino” di Wenders,
“Il posto delle fragole” di Bergman, “Il gattopardo”
di Visconti, “2001 Odissea nello spazio” di Kubrick, “Apocalypse Now” di Coppola, per citarne
solo alcuni. La fotografia è cinema, e viceversa. Il
confine tra i due è quasi inesistente.
Ma la fotografia è per me soprattutto musica, è
cogliere la melodia cinetica della vita. Ho parlato
prima di Reitz e del suo “Heimat”, un film che
il regista ha girato lungo un arco interminabile
di anni, con gli stessi attori che, da ragazzini, gli
L
57
ZOOM
di Antonio Lopez
LA VARIETÀ
APPENNINICA
È di dimensioni
medio-grandi, pesa
dai 30 ai 50 Kg.
ll pelo ha un colore
bruno-giallastro,
con zampe più scure
e la punta
della coda nera.
58
CANIS
LUPUS
Il predatore schivo che abita a branchi in Casentino
59
Il lupo una ricchezza faunistica del nostro territorio,
da proteggere e salvaguardare
ZOOM
È
il più potente dei nostri carnivori, secondo
per grandezza solo all’orso bruno. Forte e
spietato nella caccia, si muove al calar delle
ombre, silenzioso e guardingo, ed è capace
di percorrere in una sola notte fino a 60 chilometri
di distanza. E quando arriva, all’improvviso, sulle
prede, non lascia scampo.
È il lupo, il Canis lupus come lo chiamano i ricercatori, il signore delle nostre foreste, straordinaria
macchina d’intelligenza con olfatto e udito finissimi,
che lo rendono abilissimo a sfuggire agli uomini e
straordinario nello scovare le sue vittime. Di solito
sono cinghiali, cervi e caprioli, che popolano numerosi i nostri boschi e i parchi naturali dell’Appennino
e delle Alpi; ma anche pecore, puledri e vitelli. Il
lupo, da diverso tempo, ha in Toscana una delle sue
roccaforti italiane più importanti, grazie alla numerosa presenza di boschi per nascondersi e di animali
selvatici da predare. Con grandi novità. Dopo decenni
di assenza il predatore è tornato in luoghi dove se
n’era persa da tempo la memoria. E le sue tracce e
i segni del suo passaggio si scoprono addirittura a
una manciata di chilometri dal Cupolone del Brunelleschi. Per esempio, sul Monte Morello, la montagna che domina l'aeroporto fiorentino, e in altri
luoghi della verde periferia della città gigliata, dal
Fiesolano al Chiantigiano. “Negli ultimi 18 mesi sono
stati predati nella Provincia di Firenze 480 animali,
l’80 per cento sono state pecore. Le campagne più colpite
dalle predazioni sono quelle dei comuni del Mugello”,
conferma Vito Mazzarone, dell’ufficio provinciale
di gestione faunistica. Questa in breve la storia.
“Nell’ottobre 2004 abbiamo individuato un branco di
nove lupi sulle colline di Borgo San Lorenzo, Vicchio,
Pontassieve e Firenze; li abbiamo osservati anche sul monte
Morello e sulle rive della Sieve”, continua il faunista.
Oggi la presenza del carnivoro è diventata stabile,
si sono avute per certe due riproduzioni, e altri
centri mugellani come Vaglia e Barberino hanno
ricevuto la sua visita.
Ma la reazione degli uomini non si è fatta attendere.
È stata immediata e pesante. E si è tradotta in
MANDRIA DI CERVI schioppettate a pallettoni e in polpette avvelenate.
nel parco Faunistico Quattro lupi sono stati trovati morti solo lo scorso
del Monte Amiata. anno, nonostante fosse partita una campagna per
indennizzare i danni. E nonostante si sappia che
negli ultimi 200 anni, mai nessuna persona in Italia
sia stata ammazzata o ferita da un lupo. E nonostante
ci sia il modo semplice ed efficace per proteggere
armenti e bovini.
“In collaborazione con l’Associazione provinciale degli
allevatori, abbiamo favorito la costruzione delle recinzioni
elettriche: sono sicure perché gli impulsi, appena percepibili
dagli uomini, allontanano i lupi e proteggono gli animali
domestici durante la notte. Il costo è a carico della Provincia
di Firenze, la recinzione di un ettaro di superficie può costare
dai 250 ai 270 euro. E gli allevamenti con le recinzioni
elettriche non hanno avuto perdite”, riferisce Mazzarone.
ian della Burraia, panoramico alpeggio a 1.500
metri di quota sul confine tra la Toscana di
Arezzo e la Romagna di Forlì e Cesena. Un vento
gelido rinfresca una luminosa giornata e muove
appena l’erba bassa. Questo è uno dei luoghi magici
del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, per
osservare il grigio dei calanchi e delle colline aspre
della Romagna, da un lato; e il morbido e verde di
boschi in Toscana, dall’altro. Non solo. Ma è anche
uno dei luoghi usati dai ricercatori del parco e dalle
guardie forestali del CTA (Coordinamento territoriale
per l’Ambiente) per censire i lupi con la tecnica
degli ululati indotti (Wolf Howling), versi registrati
del carnivoro sparati a tutto volume con degli
amplificatori che spingono i lupi, se presenti, a
rispondere. “Non è la sola tecnica usata per contare gli
animali”, spiega Nevio Agostini, direttore dell’area
protetta, “ recuperando campioni biologici del carnivoro
(peli, escrementi, carcasse) riusciamo a stabilirne il Dna
di ogni individuo e ad avere un quadro preciso delle
popolazioni. Oggi possiamo parlare di almeno otto branchi
distinti, per una popolazione vitale di 30-40 individui
in circa 45.000 ettari di superficie, compresi i territori
limitrofi al Parco che si estende per 36.500 ettari. Significa
un lupo ogni 25 chilometri quadrati”.
Significa che le foreste del crinale tra la Toscana e
la Romagna insieme al Pratomagno, all’Alpe di
Serra e all’intero Casentino rappresentano uno dei
più importanti rifugi italiani del lupo. E hanno una
densità di lupi superiore a quella dei grandi parchi
nordamericani. Uno studio della Forestale, fatto in
P
60
dell’indennizzo (300 euro contro i 140 rimborsabili) e
i pastori si sentono doppiamente penalizzati”, spiega
Niso Cini, direttore del Parco faunistico del monte
Amiata. Risultato: le carcasse sono spesso abbandonate all’aperto e qualcuno si fa giustizia da solo...
“E al lupo sono attribuite colpe non sue: spesso sono i cani
randagi a far razzia di pecore”, conclude Cini. Secondo
uno studio dell’Infs in Italia, difatti, ci sarebbero
circa 1 milione e 200 mila cani, che vagano per le
campagne e che sono autori della gran parte delle
aggressioni attribuite al lupo. E si calcola in circa
2 milioni di euro (dieci volte meno di quanto si
spende per i danni provocati dai cinghiali)
l’indennizzo versato ogni anno per le predazioni dei
canidi sugli animali domestici.
“In Italia ci sono 500-600 lupi: negli anni Settanta
erano un centinaio e rischiavano l’estinzione. Sono duemila
volte meno dei cani vaganti”, chiarisce Piero Genovesi,
ricercatore dell’INFS. “Popolano principalmente la
dorsale appenninica, le Foreste Casentinesi, la Toscana
centro-meridionale, l’Abruzzo, la Sila, il Pollino e
l’Aspromonte, in Calabria. Si sono insediati sulle Alpi
occidentali, tra Francia e Piemonte, e c’è qualche piccolo
gruppo su quelle centrali, ai confini con la Svizzera”,
aggiunge Genovesi. Ma è ancora la Toscana a sorprendere. “Abbiamo visto il lupo in riva al mare. È la
prima volta che accade nel Belpaese”, scherza Giampiero
Sammuri, presidente del Parco della Maremma. “È
collaborazione con l’INFS (Istituto Nazionale per
la Fauna Selvatica), durato dal 2002 al 2006, ha
raccolto nell’area interessata circa 1000 campioni
biologici, isolando 323 genomi, che appartenevano
a 98 lupi diversi. Significa che in quattro anni, 98
Canis lupus, hanno frequentato il Casentino. E uno
addirittura – si è scoperto – due anni dopo è andato
a vivere sull’Appennino Modenese, a 140 chilometri
di distanza; perché lì è stato ritrovato un suo campione
che ha consentito di riconoscerne il Dna.
Ma di che cosa si nutrono i nostri lupi? Risponde
Agostini: “Il 90 per cento della loro dieta è costituita
da animali selvatici, in particolare cinghiale e capriolo.
Il restante è costituito da animali domestici e da qualche
frutto”. Nonostante ciò dal 1993 ad oggi, nel comprensorio del Parco, sono state abbattuti 38 lupi.
Ciò significa che il fenomeno del bracconaggio è
ancora lontano dall’essere debellato.
n’altra area calda è la Provincia di Grosseto. In
vent’anni sono stati abbattuti 24 lupi e, secondo
le Asl, sono circa duemila le pecore uccise o disperse
ogni anno dal predatore o dai cani randagi rinselvatichiti. Zona caldissima è quella dell’Amiata, nei
comuni di Arcidosso, Roccalbegna, Semproniano e
Scansano operano 1.200 allevatori, ma pochi denunciano le aggressioni. Perché? “Per legge le carcasse
degli ovini vanno cremate, ma l’incenerimento costa più
U
61
ZOOM
IL PARCO
FAUNISTICO
del Monte Amiata
conta 200 ettari
di aree delimitate
per i lupi
ed altri animali
protetti.
l lupo è specie vulnerabile inserita nella lista rossa
dell’IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura) ed è tutelato dalla Convenzione
di Berna (1979), di cui l’Italia è firmataria, che ne
vieta l’uccisione, la cattura, la distruzione delle tane
e il commercio degli esemplari e loro derivati. La
nostra legge sulla caccia (n.157 dell’11/02/1992)
lo definisce specie particolarmente protetta (art. 2) e ne
successo nel settembre del 2003, quando ho osservato due
lupi a Macchiozze, vicino a Marina di Alberese (Gr).
Mentre un altro esemplare lo abbiamo filmato a gennaio
2005. Oggi la presenza del lupo nel comprensorio del
Parco sembra essersi stabilizzata in 5/10 individui.
Siamo felici di questo. Il carnivoro preda animali deboli,
ammalati o con problemi, perciò serve anche a migliorare
la salute delle popolazioni dei daini e dei cinghiali”.
I
62
soppressione crudele che all’inganno premeditato
aggiunge la sofferenza della morte lenta per avvelenamento, di solito durante la stagione di caccia al
cinghiale o quella primaverile del rilascio di fagiani,
lepri e altra selvaggina. Si stima che sull’intero
Appennino centro-meridionale nel decennio 19601970 siano stati eliminati per avvelenamento circa
500 lupi. Una catastrofe per la specie che venne
ridotta al lumicino e sull’orlo dell’estinzione. Una
lezione che ci è servita? Non sembrerebbe, perché
basta poco per mettere in crisi il lupo. “Ogni anno
almeno un centinaio di esemplari sono abbattuti, della
gran parte di essi non si ha notizia. Rappresentano –
secondo il professor Luigi Boitani, zoologo
dell’Università la Sapienza di Roma e tra i maggiori
studiosi al mondo del predatore – più del 10 per cento
della popolazione italiana”. Ci sono voluti quarant’anni
per farli ritornare. Speriamo che questa volta restino
per sempre.
vieta, oltre all’uccisione e la cattura, anche la detenzione (art. 30) con l’arresto da due a otto mesi. Tutte
le leggi regionali sulla caccia lo proteggono integralmente, mentre altre norme (diverse da regione
a regione e non in tutte) stabiliscono il rimborso
dei danni causati (anche dai cani randagi) al patrimonio zootecnico. La Regione Toscana, anche a suo
favore, ha promulgato la legge (n.39 del 16 agosto
2001) per vietare l’utilizzo e la detenzione di esche
avvelenate. Ci sono voluti quarant’anni perché
ripopolasse l’Appennino. E ora che lo ha fatto, per
molti pastori e allevatori continua sempre ad essere
l’assassino spietato delle loro pecore e dei loro bovini.
E per i bracconieri il nemico da massacrare, perché
è un competitore nella caccia. Per farlo usano dei
mezzi ignobili, ma efficacissimi. Bocconi di salsiccia,
colli o teste di pollo, frattaglie o intere carcasse di
pecora, farcite con fiale di stricnina e cianuro. O
con dosi massicce di veleni usati in agricoltura. Una
DOVE VEDERLO DA VICINO
l lupo è quasi impossibile da osservare in libertà. E occorre essere dei veri esperti per
riconoscerne le impronte, gli escrementi, il pelo e le tracce del suo passaggio. Così per
vederlo da vicino ci sono le cosiddette aree faunistiche, una delle più importanti è in
provincia di Grosseto, sul monte Amiata. Si chiama Parco Faunistico del Monte Amiata
ed è un piccolo miracolo italiano di conservazione, con 200 ettari di aree delimitate per
una decina di lupi, una quarantina di cervi, una ventina di caprioli, un’ottantina di daini,
mufloni dell’Appennino e camosci dalle Alpi. Sono censite, inoltre, 121 specie di uccelli,
alcuni rari come il falco lanario, l’albanella e il biancone, e ospitate una trentina di fattrici
del raro asino sorcino crociato di razza amiatina, e un gruppo di capre di Montecristo,
anche loro da proteggere. È un’area protetta dove si fa ricerca scientifica e ci sono sentieri
natura per 25.000 visitatori l’anno. Il parco istituito nel 1989 ad Arcidosso, ha la più
grande area di lupi d’Europa, 18 ettari e una torre di legno per l’osservazione. Peste e
Ciuffo sono i genitori da cui, dal 1997, discende il branco attuale. Portarsi un binocolo,
una macchina fotografica con teleobiettivo, indossare vestiti con colori non sgargianti
e seguire i sentieri del parco, segnati da cartelli indicatori e frecce segnaletiche.
Si paga un biglietto d’ingresso e occorre prenotarsi con anticipo.
Per informazioni: Parco Faunistico del Monte Amiata, località Podere de’Nobili, 58031
Arcidosso - Grosseto, tel. 0564.966867, sito internet: www.parcofaunistico.it
Altro luogo dove è possibile riscontrare la presenza del carnivoro è il Casentino. La presenza
del predatore è segnalata dalla Foresta di Vallombrosa al Pratomagno, dall’Alpe di San
Benedetto all’Alpe di Catenaia e, soprattutto, nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi.
È possibile scorgere le tracce del suo passaggio riconoscendo gli escrementi (di solito
ricchi di pelo) che deposita su grandi sassi o a margine dei sentieri meno frequentati e
sui passi montani. Oppure, in caso di neve, osservare le impronte, simili a quelle di un
grosso cane, sulla coltre bianca o in prossimità di corsi d’acqua e di boschi. È un animale
notturno e incontrarlo è una vera fortuna.
Per informazioni: Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Palazzo Vigiani, 52015 Pratovecchio - Arezzo, tel. 0575.50301, siti internet:
www.parks.it/parco.nazionale.for.casentinesi/index.html; www.parcoforestecasentinesi.it
I
63
RITROVAMENTI
POSTA
& POLITICA
Un binomio inscindibile nella storia dell’Italia unita.
Con tutte le conseguenze del caso...
di Giorgio Boatti
IL FRANCOBOLLO
Prima che Rowland Hill
lo ideasse, il porto
era pagato
dal destinatario e
non dal mittente.
S
e da qualche parte, in qualche angolo della
vostra casa, conservate vecchie lettere che
si sono scambiati i vostri antenati nel corso
dell’Ottocento, è molto probabile che quelle
missive siano scritte in un pallido inchiostro azzurrino. Se pensate che questo derivi da una moda del
tempo o da una preferenza delle vostre bis-bisnonne
vi sbagliate di grosso. Per lungo tempo, quando
le Poste da noi erano ancora ai primi passi, e dunque
il peso della missiva poteva influire non poco sul
costo della spedizione, l’inchiostro azzurrino fu
molto utilizzato perché ritenuto assai meno denso,
e dunque meno pesante, degli inchiostri di altro
colore. Piccoli dettagli che rivelano però come fosse
complicato e difficoltoso, ancora nella seconda metà
dell’Ottocento, il ricorso al mezzo postale, soprattutto nella nostra penisola.
La questione era semplice e perentoria al tempo
stesso: fatta l’Italia, bisognava fare anche le Poste.
Non che, nei diversi Stati che erano confluiti nel
Regno d’Italia proclamato nel 1861, non esistesse
in precedenza qualche forma di servizio postale. Di
poste, nonostante il servizio di recapito pubblico
delle missive fosse relativamente giovane, anche nella
nostra penisola si erano registrate non poche esperienze. A segnalarne il procedere sono i francobolli,
il cui primo diffondersi, sul territorio italiano, avviene
da parte delle truppe francesi stanziate nel 1848 a
presidio della Roma papale.
Negli anni successivi, concluso il bellicoso biennio
1848/49, saranno i diversi Stati a provvedere a
regolari emissioni di francobolli che, apposti sulle
missive, consentono loro di procedere senza altri
oneri. "Affrancate" e dunque, letteralmente, libere
da altri oneri, le lettere potevano raggiungere i loro
destinatari. Ma il cammino, e dunque il lavoro che
pesava su tutti coloro che componevano
l’amministrazione delle poste, era tutt’altro che lieve.
A rendere particolarmente complicata la scommessa
di dare all’Italia poste comparabili a quelle degli
altri maggiori Paesi europei non erano solo le immense difficoltà nelle comunicazioni ma, altresì, la
necessità di omologare la babele di tariffe, norme,
consuetudini e organizzazioni che avevano contraddistinto le poste dei precedenti Stati preunitari.
anto per fare un esempio, vale la pena di ricordare
che persino la forma dei timbri con cui venivano
annullate la affrancature cambiava da Stato a Stato:
circolare in buona parte della penisola, era invece
a forma di ferro di cavallo nel Regno di Napoli, in
modo che l’impiegato, nell’annullare il francobollo,
potesse "circumnavigare" attorno all’immagine di
Ferdinando di Borbone.
In questo modo nessuno, tantomeno gli zelanti
sbirri del sovrano, poteva avere l’impressione che,
timbrando, si intendesse marchiare con volgare
inchiostro il volto di quel re che, buon ultimo,
aveva introdotto solo nel 1858 le prime affrancature.
I primi governi unitari, con una legge approvata
nel corso del 1862, si danno un decennio di tempo
per raggiungere una meta che molti reputano
assolutamente impossibile: estendere il servizio
postale alle località più remote di tutto il Regno.
T
64
65
RITROVAMENTI
INNOVAZIONI
POSTALI
La cartolina canonica,
con la linea verticale
che separa
l’indirizzo
dal messaggio, è nata
solo nel 1902
in Inghilterra.
E invece, proprio come accade con la rete ferroviaria,
che nel giro di un decennio viene triplicata e mette
in collegamento – con l’eccezione di nove capoluoghi – tutte le province italiane, anche le Poste
raggiungono l’obiettivo loro affidato. Se ci riescono
è grazie ai cosiddetti uffici postali di seconda classe.
Ovvero: accanto alle normali sedi stanziate nelle
città e nelle località di qualche rilievo si pensa di
coprire i luoghi più decentrati, dove in quei decenni
vive ancora buona parte della popolazione italiana,
attraverso sedi postali appaltate, o meglio, affidate,
a un titolare e ai suoi famigliari, che gestiscono in
proprio, in famiglia, è il caso di dire, tutte le
attività del servizio.
Svolgono il proprio compito utilizzando un locale
che funge al tempo stesso da normale abitazione
e da ufficio rifornito, a spese dello Stato, solo della
modulistica ufficiale, degli stemmi metallici affissi
all’esterno e delle bilance con cui pesare i plichi.
Tutto il resto, a cominciare dai mobili, è a totale
carico del conduttore, che viene pagato in base al
traffico svolto.
olitamente queste concessionarie postali poste
nelle zone rurali sono affidate a notai, farmacisti,
tabaccai, salumieri che già dispongono di un locale
aperto al pubblico: unica norma che debbono
rispettare è quella di erigere un’inferriata interna
che separi la parte di competenza dell’ufficio postale
da ogni altra attività lì svolta, così da non mescolare
con eccessiva disinvoltura, ad esempio, gli affettati
da tagliare alle raccomandate in via di spedizione.
Figura decisiva nel recapitare i plichi, sino alle
abitazioni più isolate, sono i procaccia, che devono
anche prelevare la corrispondenza dalle cassette
ubicate in tutte le località sedi di comune e nelle
loro molteplici frazioni, e consegnarla all’ufficio
postale più vicino. Nei decenni successivi le attività
S
66
Nel 1818 un precursore di cartoline e buste preaffrancate
apparve nel Regno di Sardegna: la "carta postale bollata"
ancora una virtù.
Ma sicuramente, anche attraverso questa serietà e
spirito di sacrificio che connotava le migliaia di
dipendenti, le Poste del Regno, affidate a partire
dal marzo 1889 a un apposito ministero, riescono
a raggiungere livelli di efficienza paragonabili a
quelli dei maggiori Stati europei. Gli uffici postali,
dai 1.632 esistenti al momento dell’unificazione
italiana, sono diventati 4.574, ai quali è da aggiungere, in 3.503 località minori, quel servizio di
posta rurale di cui si è parlato. Questa impressionante ramificazione fa sì che la corrispondenza
scambiata nel decennio 1864-1875 raddoppi: da
oltre 7 milioni di missive a 15 milioni. Il tutto
avvalendosi di un organico fisso di poco più di
duemila dipendenti, per un costo, nel 1877, di
oltre quattro milioni di lire, mentre, sui bilanci
delle Poste, pesano per solo 2 milioni di lire gli
che si dipartono attorno all’ufficio postale rurale
si moltiplicano e si specializzano in una serie di
mansioni – collettori, portalettere, distributori,
pedoni – tutti alle dipendenze del concessionario
postale. Spesso sono compiti svolti dagli stessi
famigliari del titolare, tanto che in ogni paese non
manca la presenza di quella che viene definita
ufficialmente, nella burocrazia del tempo, la famiglia postale. Queste famiglie – come viene ben
spiegato nel saggio Le poste in Italia. Alle origini
del servizio pubblico 1861-1889 curato da Giovanni
Paoloni e pubblicato da Laterza nel 2005 – “vivevano
appartate dal resto della comunità... il motivo era dato
dal fatto che, conoscendo qualche segreto su quasi ogni
compaesano ed essendo per dovere d’ufficio obbligati alla
riservatezza, essi dovevano evitare le occasioni in cui
avrebbero rischiato di far trapelare qualcosa...”. Altri
tempi, ovviamente, quando il silenzio rappresentava
67
RITROVAMENTI
Telegrafo e treno hanno collaborato
al rapido spostamento di dati e persone
oltre tremila avventizi, fuori organico e senza diritti
alla pensione, a cui viene devoluta la gestione di
gran parte dei servizi.
Un’innovazione, che consente di snellire la corrispondenza in termini di peso ma che finisce con
l’incrementare in misura massiccia il traffico postale,
è l’introduzione della cartolina. Il primo prototipo
di questo mezzo di comunicazione – di estremo
successo, visto i costi contenuti – è attribuito al
pistoiese Torello Marini: dalla sua introduzione
ufficiale, nel 1874, l’incremento è vertiginoso. La
cartolina agli italiani piace e se ne scrivono sempre
di più: nel 1874 ne sono imbucate 8.824.047,
dieci anni dopo siamo a quota 35.521.098 e l’apice
viene raggiunto, nel 1898, con quota 95 milioni
di cartoline spedite. Agli impiegati postali non
spetta solo la mansione di smistarle ma anche, nel
caso in cui contengano frasi o immagini contro il
comune pudore, di bloccarne l’inoltro: un compito
in aperta contraddizione con quel dovere al segreto
epistolare che vieta al personale di "sbirciare" nella
corrispondenza.
Anche i vaglia postali, soprattutto quelli internazionali utilizzati dagli emigranti per inviare denaro
alle famiglie rimaste in patria, conoscono, sin dalla
semplificazione del loro funzionamento, nel 1889,
68
evolverà, sino a diventare l’Istituto Superiore delle
Poste e delle Telecomunicazioni, e che si occuperà
anche dei primi collegamenti telefonici. Avviene
nel 1877 a Milano, presso la Fratelli Gerosa, la
fabbricazione dei primi telefoni su brevetto Bell:
gli apparecchi sono impiegati due anni dopo nei
collegamenti telefonici permanenti tra gli uffici
telegrafici della capitale. Nel 1881 inizia il servizio
per i privati e, dopo un anno, si contano già 1.900
utenti telefonici.
un grande successo.
Dai 5 milioni di vaglia
emessi nel 1890 si
passa agli oltre 13
milioni di dieci anni
dopo. Un problema
rimane: vista la mancanza di documenti di
identità, introdotti
solo negli Anni Venti,
è particolarmente
spinosa la questione
del concreto riconoscimento dei cittadini
che si presentano agli
sportelli per incassare
le somme loro accreditate. Ma, anche in
questo caso, i funzionari postali si fanno
carico zelantemente di
modalità adeguate così
da consentire i pagamenti.
Altra sfida che le Poste
italiane devono affrontare nei primi decenni del loro funzionamento è quella del
servizio telegrafico. In
pochi anni l’Italia appena unita deve formare una rete telegrafica nazionale che viene a
diramarsi, sovrapponendosi alle reti ferroviarie, su
due direttrici nord-sud (quella adriatica e quella
tirrenica) e sette trasversali “orizzontali”.
Troppe volte si dimentica come il binomio telegrafotreno sia inscindibile e si rafforzi con l’impiego
reciproco di queste due innovazioni. Infatti i messaggi telegrafici, correndo più veloci delle locomotive, consentono di coordinare scambi e soste dei
treni nelle stazioni. Questo fa sì che linee telegrafiche e binari corrano, il più delle volte, sulle stesse
direttrici, sotto l’occhio vigile dei "guardafili" che
ogni giorno percorrono, a piedi, il tratto loro
assegnato. Se questi, addetti alla vigilanza e alla
riparazione delle linee, costituiscono la truppa della
Direzione Telegrafi accorpata alle Poste, a fare da
stato maggiore del nuovo mezzo telegrafico sarà
l’Ufficio Tecnico. Una presenza che successivamente
ome si è detto solo nel 1889 l’ente postale va
a confluire nel Ministero delle Poste costituito
ad hoc. Attorno alla nuova struttura e a chi la dovrà
guidare – tecnici o politici? – non mancano le
polemiche. Non sono pochi quelli che temono,
come dice il deputato piemontese Tegas, che “il
nuovo ministro, qualunque esso sia, così per fare qualcosa,
venga a guastare codesto buono ordinamento”. Ovvero
quanto di buono, non poco, s’era fatto sino ad allora.
Ovviamente è una facile profezia. Accanto alle
continue riorganizzazioni i governi chiedono alle
Poste di produrre sempre nuovi utili per le esauste
casse dello Stato (le avventure coloniali di Crispi
non sono gratis, né in vite umane né in soldi). Nel
contempo si preme dall’alto per ridurre gli investimenti e tagliare gli organici. Una conseguenza
di quest’ultima scelta è, tra l’altro, l’estromissione
delle telegrafiste, le donne che sedici anni prima,
seguendo l’esempio inglese, erano state assunte
anche da noi. Adesso ci si accorge che è meglio
rimandarle a fare le casalinghe: “Poiché la donna
italiana – dice un documento ufficiale – non è la
donna inglese o americana. La donna italiana ha fuoco,
ha vita, non può essere fredda e paziente come le figlie
della bionda Albione. È quindi escluso il vantaggio
della miglior attitudine che loro si vuol attribuire per
questo lavoro”. Quindi tutte a casa, per ordine del
ministro Lacava.
È un periodo difficile per le Poste e si protrae sino
ai primi del Novecento.
La crisi ha molte ragioni e una causa principale:
“La causa – spiega Filippo Turati, esponente
riformista e attentissimo osservatore del mondo
della comunicazione – sta nell’aver fatto
dell’organismo delle poste un organismo politico, ponendo
degli uomini politici alla testa di un dicastero essenzialmente tecnico”. Insomma si è lottizzato. Anche
se la lottizzazione, come parola, a quell’epoca non
esiste ancora.
C
69
RITROVAMENTI
L’ENIGMA DI
Montesiepi
di Andrea
Barlucchi
La leggenda di San Galgano e della sua spada nella roccia.
Un pezzo di storia dal sapore new age
L’ABBAZIA
CISTERCENSE
DI SAN GALGANO
È situata a Chiusdino,
vicino Siena.
La consacrazione
avvenne nel 1268,
e segnò l'inizio
dell'arte gotica
in Toscana.
70
71
Galgano Guidotti:
tra miracoli e combattimenti.
La vera storia del cavaliere è forse nella spada
RITROVAMENTI
I
della cappella a circa 2 metri di profondità, di
una cavità a forma di parallelepipedo, delle
dimensioni di un sarcofago, in altre parole una
tomba vuota. Facile immaginare che si tratti del
primitivo luogo di riposo delle spoglie mortali
del santo: ma perché quelle spoglie non ci sono
più? Perché – a differenza di quanto di solito
avviene – non sono state adeguatamente conservate alla pietà popolare dall’ordine cistercense,
erede della spiritualità del santo cavaliere? Ci
sarebbero ulteriori elementi per imbastire un
nuovo giallo? Niente di tutto ciò. Sappiamo
benissimo che i resti mortali di san Galgano non
sono più in terra senese, ma riposano in Garfagnana presso l’eremo di Vallebona, qui portate
dai suoi originari compagni. Come infatti è ben
noto a coloro che hanno compiuto ricerche
sull’argomento, in parallelo alla tradizione di
matrice cistercense, largamente accreditata presso
il grande pubblico, ne è sempre esistita un'altra
di ambiente agostiniano che rivendica a sé la
figura del santo eremita.
l Medioevo, si sa, è quell’età romantica popolata
di dame e cavalieri in cui periodicamente ci
si rifugia quando la quotidianità si fa più
grigia del solito. Divengono quindi particolarmente apprezzate le poche reliquie superstiti
che più esplicitamente ci parlano di quel tempo
felice. Una di queste, famosissima, è la spada
infissa nella roccia all’interno della cappella
rotonda a Montesiepi, in provincia di Siena,
appartenuta secondo la leggenda a Galgano
Guidotti, scapestrato cavaliere convertitosi a
causa di un prodigio e ritiratosi a vita eremitica
dopo aver compiuto il gesto simbolico di piantare
la sua arma nel terreno.
hi abbia avuto di recente occasione di recarsi
alla cappella di Montesiepi e poi, dopo la
rituale visita alla spada, si sia fermato un attimo
nell'attiguo locale dove si vendono i souvenir,
non avrà potuto fare a meno di notare il proliferare
di pubblicazioni, opuscoli, libri e libretti di ogni
genere, forma e dimensione, sul santo e la sua
singolare vicenda. Recentemente poi si sta affermando la tendenza ad una interpretazione
dell'intera leggenda, con i suoi molteplici simboli, in chiave esoterica, fin quasi a sconfinare
nella New Age: osservando le ombre che si
producono sul pavimento della cappella all’alba
di certi giorni particolari, si stabiliscono complicate relazioni astrali, per giungere fino a cieli
incommensurabilmente lontani. Comprensibile
quindi il successo di pubblico.
C
l quadro delle fonti relative a Galgano è ormai
noto. Cronologicamente la più antica testimonianza è rappresentata dal processo di canonizzazione, che possediamo però solo in trascrizione
cinquecentesca; abbiamo poi diverse Vitae, scritte
a maggiore o minore distanza dai fatti, raggruppabili in massima parte in due filoni, uno –
diciamo così – filocistercense e l’altro filoagostiniano. La più antica è quella di Rolandino da
Pisa, monaco cistercense di San Galgano, redatta
intorno al 1220. In ordine di tempo, vengono
poi le Vitae trecentesche, la prima che riporta il
punto di vista agostiniano redatta tra il 1326
e il 1342, quindi una Vita vallombrosana, entrambe in codici manoscritti della biblioteca
Laurenziana di Firenze. Seguono quindi le numerose epitomi di epoca moderna, che non
aggiungono nulla di nuovo ma attestano la
tenace persistenza di una tradizione agostiniana
che non si rassegna a lasciare ai Cistercensi
I
lcuni anni fa il mensile “Focus” in collaborazione con il Dipartimento di chimica
organica dell’Università di Pavia compì una
rilevazione sul sottosuolo della cappella rotonda
per analizzare la spada infissa nella roccia, di cui
spunta in superficie solo l’elsa e qualche centimetro di lama. Altre volte in passato, con mezzi
più rudimentali, erano state compiute simili
indagini, ma questa volta venne fatta una scoperta
assolutamente nuova: l’esistenza, sul lato nord
A
72
La grande comunicazione passava dai binari.
Telegrafo e treno si affiancavano
collaborando al rapido spostamento di dati e persone
irrisolte legate alla figura del santo sono a
tuttoggi molteplici.
l’eredità spirituale galganiana.
C’è da chiedersi comunque, di fronte a questo
vero e proprio rosario di attestazioni sull’appartenenza di Galgano agli eremitani riuniti
nell’Ordine di Sant’Agostino, come si sia potuto
aprire un credito così illimitato alla versione
cistercense, che trionfa nella letteratura divulgativa contemporanea. Certo, chi vince fa la
storia, e le imponenti rovine dell’abbazia che
troneggiano nella pianura ai piedi della cappella
con la spada nella roccia stanno lì a ricordarci
chi a lungo signoreggiò in quei luoghi. Pur
tuttavia appare opportuno prendere in considerazione altre prospettive, non solo per una doverosa correttezza di metodo storiografico, ma
anche perché i punti interrogativi e le questioni
a versione agostiniana della vita di Galgano
si chiude con l’immagine degli eremiti suoi
confratelli che, scacciati dal loro cenobio dai
Cistercensi, potenti e appoggiati dalla Santa
Sede, se ne vanno con i resti mortali del loro
fondatore peregrinando per mezza Toscana fino
a trovare rifugio in Garfagnana. Ma chi era
realmente questo Galgano Guidotti da Chiusdino? La tradizione ufficiale, creata e veicolata dai
Cistercensi, ci ha tramandato l’immagine di un
cavaliere di nobile stirpe, potentemente caratterizzato dal suo gesto di conficcare la spada nella
roccia al momento del rifiuto della vita secolare.
L
73
Bisogna precisare però in primo luogo che nella
seconda metà del XII secolo i termini di nobile
e di cavaliere non necessariamente erano connessi
e assommati nella stessa persona: si poteva andare
in giro a cavallo e cinti di spada, pur che se ne
avesse il denaro bastante, senza per questo appartenere ad una schiatta di antico lignaggio. A
questa epoca il combattente a cavallo non può
RITROVAMENTI
EXCALIBUR
Molti studiosi
ritengono che
il ciclo bretone
di Re Artù e la spada
nella roccia
sia in realtà ispirato
alla storia di
San Galgano.
74
Conteso tra Agostiniani e Cistercensi,
il santo-cavaliere è un archetipo e misterioso
senza personalità, una spada prodotta frettolosamente in serie, come dovevano essere quelle delle
milizie comunali, che addirittura si spezza fra
le mani sacrileghe dei suoi rustici avversari, quei
profanatori invidiosi che secondo la leggenda in
sua assenza devastarono l’eremitaggio. Ma lo
stesso gesto di conficcare la spada nel terreno,
il cui significato sembrerebbe apparentemente
il rifiuto della violenza per abbracciare la vita
religiosa, ha insita una buona dose di ambiguità,
essendo piuttosto legato ad un quadro culturale
germanico nel quale la spada conficcata nel
terreno è al contempo oggetto di culto pagano
e strumento giuridico.
essere immediatamente identificato come un
miles: esistevano infatti i berrovieri, che potremmo
definire corpi di cavalleria leggera armati essenzialmente di spada, reclutati sia fra i ranghi della
bassa aristocrazia che dai ceti artigiani e popolari.
Ancora: contrariamente a quanto una sterminata
produzione letteraria ci ha fatto credere, il possesso della spada, in questi anni, non è affatto
caratteristica esclusiva del cavaliere, anche il
popolo e i suoi combattenti ne era dotato, come
hanno mostrato gli studi più recenti condotti
da Aldo Settia. Certo, non si sarà trattato di
buone armi, non avranno avuto fregi e ornamenti
cesellati; saranno state spade di seconda scelta,
ma erano pur sempre spade e tali dovevano
apparire. Insomma, per farla breve, a questa
epoca comunale l’incontro con un uomo a cavallo
con una spada al fianco non necessariamente
significava l’incontro con un miles.
Infine, per concludere bisogna notare che in
tutto il processo di canonizzazione del nostro
santo, che si svolge appena quattro anni dopo la
sua morte, nessuno dei 20 testimoni, nemmeno
la madre che pure inizia la sua deposizione
raccontando della vocazione alla cavalleria ottenuta in sogno da suo figlio, gratifica mai Galgano
con il termine di miles.
questo proposito, dobbiamo prendere in
considerazione gli atti del processo di canonizzazione. La tredicesima testimonianza ci
tratteggia sommariamente un rito di guarigione
condotto da Galgano su una ragazza di Arezzo
che aveva le mani contratte: il santo ordina alla
malata di stendere le mani e con esse raccattare
tre denari che si trovavano per terra, e un mozzicone di candela, quindi di completare la liturgia
pregando di fronte alla spada. È una sequenza
inquietante, soprattutto quando si rammenta
che, nella magia medievale, spada, candele e
denari sono fra gli elementi costitutivi del rituale
di invocazione degli spiriti. Un rituale da assolvere nel tracciato di un cerchio magico, ma che
cos’altro è la rotonda di Montesiepi da un punto
di vista geometrico se non un cerchio? C'è poi
questa preghiera di fronte alla spada. Come già
accennato in precedenza, Cardini ha messo in
evidenza il fatto che, presso tutti i popoli germanici, la spada era sacra e oggetto di venerazione
molto prima che vi si potesse scorgere la somiglianza tra la forma dell'elsa e la croce: questa
individuazione non sarebbe dunque il prodotto
di una sacralizzazione della spada, bensì del
processo inverso, cioè dell'accettazione nella
cultura cristiana di una tradizione pagana fortemente radicata nei Germani, resa possibile dalla
somiglianza formale dell'elsa con il simbolo di
A
offermiamoci ora a considerare la spada, che
tanto efficacemente ai nostri giorni evoca il
mondo incantato di re Artù e della Tavola Rotonda. Franco Cardini, in un famoso studio sulle
origini della cavalleria medievale, ha sottolineato
il carattere fortemente sacrale della spada
nell’antica cultura germanica: le lame in mano
agli eroi della letteratura nordica hanno un nome
proprio (Excalibur, Durendal, Gioiosa), una
personalità (la spada chiamata Tyrving esige la
morte di un uomo ogni volta che viene sguainata;
la Hviting ferisce e risana; Atveig canta quando
viene sguainata e gronda sangue quando da
qualche parte è in corso una battaglia), e sono
in genere invincibili. Al loro confronto, il nostro
povero Galgano impugna un ferro senza nome e
S
75
RITROVAMENTI
Cristo. Ma se così è – scrive sempre Cardini –
come non vedere in questo strano rito compiuto
di fronte alla spada la sopravvivenza, in una
Toscana profondamente segnata dalla presenza
longobarda, di antichi culti germanici?
Si tratta, nel suo complesso, di un rituale che
avrebbe attirato l’attenzione di un Bernardo
Guy, principe degli inquisitori reso celebre ai
nostri giorni dalla rappresentazione cinematografica de Il nome della rosa, che nel suo Manuale
dell’inquisitore scritto ai primi del Trecento tratta
proprio di candele e offerte in denaro nel capitolo
De sortilegis et divinis et invocatoribus demonum. Con
questo naturalmente non si vuole affermare che
Galgano fosse uno stregone, ma semplicemente
che il confine dell’ortodossia alla sua epoca non
era così rigidamente tracciato come sarà in
seguito, nell’età appunto di Bernardo Guy, quando certe ritualità e credenze popolari non avranno
più spazio e non saranno più tollerate, bollate
irrimediabilmente come stregonerie. Ma questo
rito da lui presieduto e diretto consegna Galgano
ad una religiosità popolare profonda, ancora
intrisa di simboli e credenze pagani, remota
rispetto alla religiosità colta dei chierici.
gione, è quello di non lavorare il sabato: siamo
in piena ideologia del lavoro, che si sacrifica a
Dio in misura superiore al canonico riposo domenicale.
Religiosità popolare ai confini dell’ortodossia,
antichi riti di derivazione pagana, spiritualità
laicale fortemente critica del secolo e della gerarchia
ecclesiastica: siamo molto lontani dall’immagine
dolciastra e accattivante del cavaliere convertito,
tanto cara ai Cistercensi. Nel contempo, questo
quadro potrebbe spiegare la decisione pontificia
di insediare un ordine di fiducia, come era quello
cistercense, sul luogo dell’eremitaggio galganiano, disperdendo l’esiguo gruppetto, potenzialmente pericoloso, dei suoi antichi compagni.
Bisogna infatti ricordare che due di questi eremiti, dopo aver deposto al processo di canonizzazione, si rifiutarono di prestare giuramento,
gesto che li arruola d’ufficio nelle correnti religiose eterodosse del momento.
olti anni dopo questi fatti, quando tra fine
Duecento e inizi Trecento si pensava che il
loro ricordo fosse ormai cancellato, i Cistercensi
cominciarono ad impossessarsi della figura di
Galgano: compare il reliquiario d’argento per la
testa del santo e vengono commissionati ai
Lorenzetti gli affreschi nella cappella a lato della
rotonda di Monte Siepi. Tutti oggetti di rara
bellezza che facevano mostra di sé, veicolando
la storia del santo cavaliere entrato in punto di
morte nell’ordine Cistercense. A questo punto
gli Agostiniani, che avevano inglobato quasi
tutti gli spezzoni dispersi del movimento eremitano, reagirono: a distanza di quasi un secolo e
mezzo il ricordo della peculiare spiritualità di
Galgano anche per essi era ormai sbiadito, ma
ancora conservavano un particolare fondamentale
di quella vicenda e cioè che le reliquie erano in
mano loro, non dei monaci bianchi. Di qui la
Vita conservata alla biblioteca Laurenziana che
conosciamo, nella quale si specifica puntigliosamente che i resti mortali del santo riposano in
Garfagnana.
Come si vede, la realtà storica che si può ipotizzare
a partire dalla documentazione superstite è forse
ancora più interessante dei voli di fantasia, e
dovrebbe spingere ad un riesame critico delle
fonti che ci hanno tramandato questa intricata
vicenda.
M
empre fra le testimonianze del processo di
canonizzazione, colpisce la frequenza dei
miracoli nei quali il santo guarisce persone dagli
arti paralizzati o comunque impediti. Non è una
sua peculiarità, molti altri santi medievali godono
di questo potere; ma nel caso di Galgano si nota
una sottolineatura della connessione fra le mani
e il lavoro che con esse si svolge. Sono le mani
in primo piano, cioè gli strumenti di lavoro per
eccellenza di cui è dotato l'uomo. Gerardinus
Bindi, che ha il figlio impedito, chiede al santo
se mai egli guarirà e Galgano, dopo una pausa
di riflessione, gli dice solennemente: “Confida in
Dio, che libererà tuo figlio fino al punto che potrà lavorare
con le sue mani”. La restituzione della dignità
umana offesa dalla malattia risiede dunque nel
ripristino della possibilità di compiere un lavoro
manuale. È una delle poche volte che udiamo
direttamente la voce del santo e l'importanza da
lui attribuita al lavoro manuale potrebbe accostare
Galgano a certe correnti religiose laicali, tipiche
del XII secolo, che avevano in questo uno degli
elementi costitutivi la propria spiritualità. Non
a caso il voto fatto dal ragazzo, in caso di guari-
S
A CIELO APERTO
La mancanza di
copertura
conferisce un fascino
particolare all’abbazia.
Il tetto è crollato
nel 1768,
dopo una lenta
decadenza
del luogo di culto.
76
77
GIOCHI DI
SPECCHI
L’IRRESISTIBILE
LEGGEREZZA
DELLE IMMAGINI
di Lucetta
Scaraffia
O
all’interno del corpo della madre. L’ecografia
ostetrica ha compiuto i primi passi fra il 1960
e il 1970: grazie all’uso degli ultrasuoni si
presenta come strumento di controllo e misurazione della gravidanza, non come mezzo rivolto
alla visualizzazione del feto. Dopo gli anni
Settanta l’ecografia si diffonde e negli anni
Novanta diventa possibile vedere il feto con un
effetto tridimensionale interpretato dalle gestanti
come il ritratto del bambino.
ggi, anche se le immagini sono sempre
più diffuse e potenti, sono deprivate
di significato: come sostiene Baudrillard, “l’immagine è il puro simulacro di
se stessa”, cioè non porta più alcun riferimento
a realtà e verità. Per questo, “quando tutte le
immagini simulano soltanto, come se non ci fosse più
una realtà senza di esse, crolla la differenza stessa
fra icone e idoli”: a scriverlo, con lucidità, è Hans
Belting, storico dell’arte ma soprattutto studioso
di antropologia dell’immagine. Del resto,
l’attuale lamentarsi dell’eccesso di immagini
vuote che ci circonda costituisce un retaggio
religioso, perché presuppone la fede in una realtà
assoluta che oggi la società non ritrova nelle
immagini.
nascono subito società che propongono foto
e dvd dell’ecografia a fini strettamente commerciali, mentre i libri dedicati alle foto del
primo anno di vita del bambino prevedono che
si cominci con le immagini dell’ecografia. Oggi
dunque l’ecografia promette alle donne di avere
una prima immagine del feto e di ridefinire su
tali basi il processo di gestazione, essenzialmente
immaginario, del proprio bambino. Ma in realtà
le immagini prodotte dall’ecografia sono ben
lontane dal permettere di vedere davvero il
bambino, essendo solo macchie di diversa intensità di colore in movimento. Nonostante ciò
l’ecografia diventa un momento molto importante: producendo una immagine del bambino,
introduce una nuova temporalità nella gravidanza
perché conferisce all’esperienza dell’attesa – fino
a quel momento interiore, vaga e fantastica –
un supporto visivo. Alla base dell’ecografia vi è
dunque un malinteso: i futuri genitori vogliono
vedere il loro bambino, mentre i medici verificano
eventuali anomalie.
E
e immagini del passato, infatti, interrompevano una quotidianità che di solito ne era
priva ed erano dotate di uno spessore semantico
che stimolava nello spettatore intensità interpretativa. Quelle immagini avevano una vera funzione rappresentativa e si contrapponevano agli
idoli, immagini senza riferimento e senza forza
simbolica. Oggi invece tutte le immagini si
possono trasformare in idoli, perché siamo solo
noi – e non la somiglianza con il reale, e neppure
la volontà di rappresentazione – a dare o togliere
loro significato.
Un esempio di questa leggerezza di attribuzione
di senso alle immagini è l’atteggiamento che
abbiamo verso un nuovo tipo di immagini, le
ecografie, intese come possibilità di vedere il feto
L
L’ECOGRAFIA
È un sistema di indagine
diagnostica medica
basata sull'emissione
di eco. Quando
è tridimensionale,
come nella foto,
il bimbo si muove
come in un filmato.
78
Sempre più invasive e meno efficaci:
la crisi del rapporto fra la realtà e la sua rappresentazione
Le stesse macchie dicono cose diverse a seconda
dello sguardo che le interroga, ma genitori e
medici concordano sul fatto che si tratta
dell’immagine di un bambino, benché molto
piccolo. Ben diversamente si pone il problema
quando l’ecografia viene fatta in previsione di
un aborto: allora niente viene interpretato come
immagine di un bambino, ma piuttosto come
materiale biologico da asportare. E naturalmente
nessuna “foto” dell’ecografia viene donata alla
donna, che non vuole vedere in questa immagine
suo figlio.
Si tratta di un esempio perfetto di totale mancanza
di consistenza di una immagine, alla quale si
possono dare significati molto diversi, perfino
opposti: il bambino esiste solo se è accettato e
desiderato, e le macchie registrate dall’ecografia
acquistano il significato che si vuole loro attribuire.
La nostra realtà è costruita da immagini invadenti,
ma senza una consistenza propria, immagini a cui
vogliamo dare noi significato, negando che
l’abbiano di per sé. Resta da stabilire se si tratta
di una acquisizione di libertà, o se ci stiamo
allontanando irreparabilmente dalla realtà.
79
GLI AUTORI
MASSIMO BALDINI, Professore di semiotica presso
l’Università Luiss Guido Carli di Roma, membro del
comitato nazionale di bioetica e attualmente Vice Presidente
della Facoltà di Scienze Politiche. Ha pubblicato numerose
opere alcune delle quali tradotte in russo, spagnolo, portoghese e rumeno tra le quali ricordiamo: La storia
dell’amicizia Armando, Roma; Parlar chiaro parlare oscuro
Laterza, Bari; Il linguaggio dei mistici Queriniana, Brescia;
Educare all’ascolto La Scuola, Brescia; La storia della comunicazione Newton Compton.
GUIDO HARARI, fotografo, ha realizzato molte mostre,
come Rockshots (1983/84), Fotografie in musica (1992),
Italians (2000) e Khulna, Bangladesh (2003), e diversi libri,
come Notti di note (1985), Fotografie in musica (1991), Il
Circo di Paolo Rossi. Sotto un cielo di gomma (1995), Fabrizio
De André. E poi, il futuro (2001) e Vasco! (2006). Ha firmato
numerose copertine di dischi per artisti internazionali
come Bob Dylan, BB King, Paul McCartney, Lou Reed,
Simple Minds e Frank Zappa. È stato fotografo ufficiale
di Dire Straits, Duran Duran, Peter Gabriel, Pat Metheny
e Santana. In Italia ha collaborato soprattutto con Claudio
Baglioni, Paolo Conte, Pino Daniele, Fabrizio De André,
Ligabue, Gianna Nannini, PFM e Vasco Rossi.
ANDREA BARLUCCHI insegna Storia Medievale presso
la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena. Il suo
principale campo di ricerca è il contado toscano in età tardomedievale, nei suoi rapporti economico-sociali e politicoistituzionali con la città comunale. Fra i suoi lavori si segnala
il volume Il contado senese all’epoca dei Nove (1287-1355).
Recentemente ha ritrovato presso l’Archivio di Stato di Firenze
un inedito Statuto della Mercanzia Aretina del 1341, di cui ha
curato l’edizione, prossima alla stampa.
ANTONIO LOPEZ è giornalista del mensile Airone dal
1989, dove ricopre la carica di Vice-caposervizio. Ha
pubblicato guide e libri dedicati alla natura italiana e ha
realizzato, con il regista Francesco Barilli, una decina di
cortometraggi sui parchi e le aree protette. Ha ricevuto
numerosi riconoscimenti professionali tra cui il Premio
Guidarello di giornalismo e il Mario Pastore, giornalista per
l’ambiente.
ATTILIO BRILLI è docente di letteratura americana
all’Università di Siena. Esperto di letteratura di viaggio, ha
curato le opere di Boswel, Ruskin, Irving, James e altri.
Tra i suoi libri: In viaggio con Leopardi (2000) e i Saggi La
vita che corre (1999) e Il viaggio in Italia. Storia di una grande
tradizione culturale (2006). Cura inoltre i volumi della Collana
Le Città ritrovate, edita da Banca Etruria.
MARIO SARCINELLI è studioso di questioni monetarie,
bancarie, finanziarie e fiscali. Autore di numerose pubblicazioni, insegna presso l’Università La Sapienza di Roma.
È Presidente di Dexia Crediop e consigliere di amministrazione di alcune società bancarie, assicurative e di servizi.
In passato è stato Vice direttore generale della Banca
d’Italia, Direttore Generale del Tesoro, Vice presidente
della BERS, Presidente della BNL, Presidente della Diners
Club Sim e, durante il 1987, Ministro del commercio
estero.
GIORGIO BOATTI, giornalista, collabora alla Stampa di
Torino. Ha pubblicato diversi volumi dedicati a vicende
della storia contemporanea italiana. Tra le opere più recenti:
Cielo nostro. Le battaglie smarrite del generale Govone (Baldini
& Castoldi, 1997). Editi da Einaudi i recenti saggi Piazza
Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta
(1999), e Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si
opposero a Mussolini (2001).
LUCETTA SCARAFFIA insegna storia contemporanea
all’Università di Roma La Sapienza. Si è occupata soprattutto
di storia delle donne e di storia del cristianesimo. Ha inoltre
studiato i rapporti fra la società occidentale e l’islam nell’età
moderna. Ha curato, insieme a Eugenia Roccella, i tre
volumi che raccolgono 247 ritratti di donne italiane che
hanno contato nella vita del nostro paese. È vicepresidente
di Scienza e Vita e fa parte del Comitato Nazionale di Bioetica.
Collabora con l’Avvenire, il Foglio, il Corriere della sera e con
altre riviste.Tra i suoi libri Donne e fede. Santità e vita religiosa
in Italia (1994), Rinnegati. Per una storia dell’identità occidentale
(1993) e Il giubileo (1999).
MARCO CARMINATI è autore di monografie d’arte
su Piero della Francesca e sulla Gioconda di Leonardo da
Vinci. Ha appena trascritto e pubblicato le ultime lezioni
radiofoniche tenute da Federico Zeri. È caposervizio
responsabile delle pagine di arte della Domenica de Il Sole
24 Ore.
VITO DI BARI insegna Progettazione e Gestione
dell’Innovazione al Politecnico di Milano, e Corporate
Communication alla Bocconi. Presiede il Comitato Scientifico
di ASCAI (l’Associazione per lo Sviluppo della Comunicazione Aziendale in Italia), è membro dell’Advisory Board
della Fondazione Italiana Accenture, del Comitato Scientifico
di Harvard Business Review Italia e della Federazione
Distretti Italiani. È opinionista del quotidiano Il Sole 24
Ore, fra gli ultimi testi pubblicati per Il Sole 24 Ore Libri:
Web 2.0 (2007); Il futuro che già c’è (2006); 2015, Weekend
nel futuro (2005); Strategie per la Next Economy (2003).
MAURIZIO SCHOEPFLIN è docente di Filosofia nei
Licei, presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose
all’Apollinare di Roma e alla Luiss Guido Carli. Scrive sulle
pagine culturali dei quotidiani Avvenire, Libero, Il Foglio.
È autore di numerosi libri, tra cui: Il De magistro di
Sant’Agostino e Il tema dell’educazione nel cristianesimo antico;
La felicità secondo i filosofi; Pensare da credenti: ritratti di filosofi
dell’Europa cristiana.
VANNA TONINELLI già giornalista professionista a
L’Eco di Bergamo. Dal 2003 ha scelto la carriera di free lance,
firmando su quotidiani e riviste nazionali. Per il Corriere della
Sera si è occupata di temi legati alle risorse umane e alla
formazione professionale.
FABRIZIO GALIMBERTI dopo la libera docenza in
Scienza delle Finanze e l’insegnamento universitario a
Roma e a Ferrara, ha lavorato dal 1970 al 1980 al Dipartimento di Economia dell’OCSE, a Parigi. È stato consigliere economico del Ministro del Tesoro nel 1980-83,
e a Torino Chief Economist della Fiat. Dal 1986 collabora
con Il Sole 24 Ore come editorialista. Fra le sue più recenti
pubblicazioni Il volo del calabrone – breve storia dell’economia
italiana del novecento, con Luca Paolazzi e Claudia Galimberti, Le Monnier 1998; Economia e pazzia – crisi finanziarie
di ieri e di oggi, Laterza 2002; L’economia spiegata a un figlio,
Laterza 2004.
SILVIA VEGETTI FINZI insegna Psicologia Dinamica
presso l’Università di Pavia. Collabora al Corriere della Sera
e alle riviste Io donna e Insieme. I suoi libri, tradotti in
molte lingue, sono editi negli Oscar Mondadori e da
Laterza. Ha inoltre curato: Psicoanalisi al femminile, Storia
delle passioni (Laterza, Roma-Bari). Il suo ultimo libro è
Silvia Vegetti Finzi dialoga con le mamme.
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