Dos s i e r
Guerra dell’oppio” è il nome dato agli scontri armati tra truppe cinesi e forze di sbarco britanniche, che
appoggiavano militarmente l’importazione dell’oppio in Cina, contro la volontà del governo cinese. Porta la
data del 1840-’42.
Da molto tempo i cinesi usavano l’oppio come medicinale. Era prodotto in Cina in quantità limitate e dal sec.
XVIII veniva importato attraverso Canton dalla Compagnia (inglese) delle Indie orientali. Questa Compagnia aveva il monopolio del commercio tra l’Inghilterra e la Cina e da questa importava soprattutto seta e tè.
Pensava dapprima di pagare le importazioni con le esportazioni di tessuti di lana dello Yorkshire; ma resasi
conto delle difficoltà di esportarne in grande quantità, decise di ricorrere piuttosto al commercio dell’oppio,
che la Compagnia coltivava nel Bengala.
Il vizio del fumo dell’oppio si era diffuso in Cina durante il XVIII sec., fino a diventare una piaga sociale, sintomo della decadenza dei tempi. L’incoscienza dei mercanti, non solo inglesi, nell’approfittare dell’occasione
appartiene alle deformazioni del “libero commercio”. D’altra parte il governo cinese era incapace di frenare
l’importazione della droga e il vizio del fumo d’oppio. Nel 1729 un editto imperiale proibiva il commercio e il
fumo d’oppio; nel 1796 un altro decreto vietava l’importazione e la produzione in Cina. Dopo il 1800 editti e
decreti proibitivi si moltiplicarono. Senza effetto, perché il commercio-importazione e le fumerie trovavano
troppe connivenze in Cina, da parte di mercanti, funzionari e società segrete organizzate per la malavita. Il
contrabbando era diventato un vero “interesse cantonese” e i mercanti stranieri erano pronti a farsi strada
corrompendo chi doveva vigilare sul contrabbando.
Dal 1800 al 1821 le importazioni di oppio erano in media di 4.500 balle (di 133 libbre l’una) all’anno. Nel
1838 erano diventate 40.000 balle. Ciò comportava per la Cina un’emorragia di argento per pagare le importazioni: dal 1821 al 1839 un deficit per la Cina di 100 milioni di once d’argento. Il danno si riversava specialmente sulla popolazione rurale, che era tenuta a pagare le tasse in un controvalore riferito all’argento; e
questo era cresciuto di valore, data la crescente scarsità.
Il commercio con la Cina, e non solo quello dell’oppio, era lucrativo. Il monopolio affidato da parte inglese
alla Compagnia delle Indie orientali contrastava con le richieste di altre ditte commerciali inglesi. Ciò portò il
governo inglese a sciogliere (1834) la Compagnia; ma in questo modo, di fronte alle autorità cinesi di Canton
i mercanti inglesi non avevano più un “capo” (daiban o taipan) responsabile per loro, per cui Londra nominò
allora un “sovrintendente”; ma non era un mercante, come si aspettavano i cinesi: l’incarico invece venne
dato a Lord Napier, nobile ed ex-ammiraglio. Da questa nomina gli inglesi si ripromettevano di poter trattare
con la Cina, alla pari, un accordo su problemi di interesse comune.
by Roberto Romano’
II. TENTATIVI DIPLOMATICI
Primo e principale desiderio dell’Inghilterra era quello di aprire con la Cina un normale e riconosciuto canale
di comunicazione che non fosse quello di vassallaggio e tributi, non ristretto, nell’ipotesi migliore, a quello di
mercanti, ospiti temporanei, controllati dai mercanti cinesi autorizzati agli scambi. Ma queste erano le uniche
formule giuridiche accette alla corte di Pechino. I tentativi inglesi, ripetuti fin dal sec. XVIII, di cambiare la
situazione erano andati falliti. C’erano inoltre da chiarire altri problemi che concernevano alcune pratiche
penali cinesi, quali arresto arbitrario, tortura e pene corporali, inammissibili per il diritto anglosassone; solo
per un modus vivendi non concordato, le autorità cinesi lasciavano spesso che i “capi” stranieri trattassero le
cause penali dei loro connazionali. Non era poi previsto nessun modo per i mercanti stranieri di riscuotere i
debiti contratti dai colleghi cinesi per prestiti o altro.
Nel luglio 1834 Lord Napier arriva a Macao e poi a Canton. Ignora molti requisiti del protocollo cinese e
soprattutto si comporta da “ambasciatore”, non richiesto né approvato dai cinesi, e non da “capo” dei mercanti
inglesi. Nasce qualche incidente, ma il momento serve solo da sintomo dell’incomprensione reciproca tra due
mentalità di rapporti internazionali; per i cinesi questi non possono ancora aver altra forma che quelli di un
vassallo verso l’imperatore di Cina.
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A
ll’inizio del XIV secolo la dinastia Ming pose fine al dominio mongolo. Beijing (Pechino) divenne la capitale
della Cina. Sotto i Ming l’impero raggiunse l’apice della prosperità. Fu un’epoca di grandi riforme, di aperture
culturali e commerciali con i Paesi d’oltremare. Venne restaurata la Grande Muraglia, costruita la Città imperiale e il Tempio del Cielo. Venne redatta un’enciclopedia di tutta la letteratura cinese.
Nel XVII secolo iniziò la decadenza. I Mancesi penetrarono in Cina dal nord e proclamano la dinastia dei Qing. Il confucianesimo divenne dottrina di Stato. Come segno di sudditanza, i Qing imposero a tutti i sudditi cinesi di portare il
codino, alla moda mancese, pena la decapitazione.
Sul finire del XVIII secolo e poi nel XIX secolo, la Gran Bretagna cominciò ad interessarsi alla Cina. La base dell’Impero britannico in Asia era allora l’India. La Corona inglese aveva affidato la gestione di tutti gli scambi commerciali tra
la Corona e le colonie alla Compagnia delle Indie Orientali. Della Cina si sapeva ben poco. Gli unici reportage da quel
paese erano stati, prima di allora, quelli redatti secoli prima da Marco Polo. L’Inghilterra si interessò quindi alla Cina
cercando di consolidare con essa delle relazioni commerciali.
Cina in cinese si dice Chung Kuo, che significa letteralmente “Paese Centrale”. In effetti la Cina di allora si credeva al
centro del mondo. Attorno ad essa non concepiva che terre incolte, abitate da popolazioni incivili e turbolente.
Gli inglesi pretendevano di pagare i loro scambi commerciali con altre merci; modalità che non interessava ai cinesi, che
pretendevano invece pagamenti in argento. E’ passata alla storia, in tal senso, la lettera inviata dall’Imperatore Ch’ien
Lung a Re Giorgio III d’Inghilterra: «Come il tuo ambasciatore ha potuto personalmente constatare, noi possediamo ogni cosa. Noi non attribuiamo alcun valore ai tuoi oggetti strani e ingegnosi e non sappiamo
che uso fare dei prodotti del tuo Paese ».
Vista l’impermeabilità cinese ad accettare il modo di concepire gli scambi commerciali degli inglesi, quest’ultimi optarono per soluzioni meno nobili, ma più efficaci: il commercio dell’oppio. Ciò diede origine a due guerre: la prima tra il
1839 e il 1842 e tra il 1856 e il 1860 della Gran Bretagna ; la seconda della Gran Bretagna e la Francia successivamente,
contro l’impero cinese, allo scopo di imporre la liberalizzazione del commercio dell’oppio. In particolare la prima guerra
dell’oppio segnò l’inizio dell’imperialismo europeo in Cina. 
La Guerra dell’oppio
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a molto tempo i cinesi usavano l’oppio come medicinale. Era prodotto in Cina in quantità
limitate e dal sec. XVIII veniva importato attraverso Canton dalla Compagnia delle Indie
orientali. Questa Compagnia aveva il monopolio del commercio tra l’Inghilterra e la Cina e da
questa importava soprattutto seta e tè. Pensava dapprima di pagare le importazioni con le esportazioni di tessuti di lana dello Yorkshire; ma resasi conto delle difficoltà di esportarne in grande
quantità, decise di ricorrere piuttosto al commercio dell’oppio, che la Compagnia coltivava nel
Bengala.
Il vizio del fumo dell’oppio si era diffuso in Cina durante il XVIII sec., fino a diventare una piaga
sociale, sintomo della decadenza dei tempi. Nel 1729 un editto imperiale proibiva il commercio e
il fumo d’oppio; nel 1796 un altro decreto vietava l’importazione e la produzione in Cina. Editti
e decreti si moltiplicarono, ma senza effetto, perché il commercio-importazione e le fumerie trovavano troppe connivenze in Cina, da parte di mercanti, funzionari, società segrete, malavita
organizzata. Il contrabbando era diventato un vero “business” e la corruzione era dilagante.
Dal 1800 al 1821 le importazioni di oppio erano decuplicate. Ciò comportò per la Cina un’emorragia di argento per pagare le importazioni e un deficit di bilancio di 100 milioni di once d’argento.
Il danno si riversava specialmente sulla popolazione rurale, costretta a sopportare un consistente
aumento di tasse.
antica fumeria d’oppio
Lo strapotere commerciale (e strategico) consolidato dalla
Compagnia delle Indie Orientali, grazie a questo traffico,
convinse il governo inglese a sciogliere nel1834 la Compagnia; con conseguente sconvolgimento nelle relazioni commerciali e gerarchiche che fino ad allora si erano instaurate. I mercanti inglesi non avevano più un referente (daiban
o taipan) e si ritrovarono invece un “sovrintendente” plenipotenziario nominato da Londra. Da questa nomina gli
inglesi si ripromettevano di poter trattare con la Cina, alla
pari, un accordo su problemi di interesse comune. Ma i tentativi inglesi, ripetuti fin dal sec. XVIII, di stabilire con i
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cinesi diverse relazioni commerciali fallì. Nacque qualche incidente, sintomo delle reciproche
incomprensioni dovute alle diverse mentalità
Un fiero nemico dell’uso dell’oppio era Lin Zexu, governatore delle due province dello Hubei e dello Hunan, nella Cina centrale, che confiscava intere partite di oppio e materiale da fumo e distribuiva medicinali a chi voleva liberarsi dal vizio. Nel 1839 Lin fu nominato commissario a Canton,
perché si adoperasse per impedire il contrabbando della droga. Ordinò agli inglesi di consegnare
subito tutto l’oppio giacente nei loro magazzini e nelle loro navi. Per tacitare le loro resistenze,
strinse un assedio agli inglesi residenti nei quartieri riservati agli stranieri a Canton; e ordinò ai
loro domestici cinesi di abbandonarli. Furono così consegnate a Lin Zexu oltre 1.270 t di oppio.
Il fatto non potè non avere conseguenze; l’oppio fu una miccia eccellente per lo scoppio di una
guerra, commerciale, politica e militare contro la Cina.
Lin Zexu pretese che la ripresa di scambi commerciali tra Cina ed Inghilterra venisse condizionata dalla firma di un documento col quale gli inglesi si impegnavano a non importare più oppio e,
al tempo stesso accettarono la giurisdizione e le norme cinesi per punire le eventuali trasgressioni. Tali norme potevano anche prevedere l’esecuzione sommaria del trasgressore. Le condizioni,
così poste, erano irricevibili per gli inglesi, che rifiutarono di firmare.
Nel luglio 1839 un incidente funse da detonatore ad una situazione già incandescente. Gli inglesi
si rifiutarono di consegnare alle autorità cinesi un marinaio inglese che, ubriaco, aveva ucciso
un cinese. Consegnarlo voleva dire farlo condannare a morte; gli inglesi invece lo volevano giudicare secondo la legge inglese. Lin Zexu cercò di far pressione sugli inglesi irrigidendo le misure
commerciali ai danni dei mercanti inglesi.
Per tutta risposta, il 3 novembre 1839 la flotta inglese attaccò il forte di Chuanbi, la prima difesa
marittima di Canton; tre cannoniere cinesi andarono a
picco. L’imperatore intervenne per vietare ogni sorta di
rappresaglia nei confronti degli inglesi. Ma gli inglesi
non si fermarono. Forte di 15.000 uomini, nel giugno
1840 la flotta inglese puntò verso nord, giungendo di
fronte ad Amoy (attuale Xiamen, prov. del Fujian). Una
fregata issò la bandiera bianca e alcuni uomini si diressero a terra per parlamentare. I cinesi, ignorando il
significato della bandiera bianca, spararono e gli inglesi risposero al fuoco. A seguuito di questo incidente intensificarono la controffensiva militare. Occuparono il
porto di Dinghai (isola di Zhousan), bloccarono i porti
nei pressi della foce del fiume Yangzi, avanzarono fino
al fiume Beihe, vicino a Tianjin; effettuarono sbarchi dimostrativi nelle province orientali.
La corte imperiale cominciò allora a sospettare che Lin Zexu avesse esagerato e che gli inglesi
dopotutto avessero una parte di ragione. L’imperatore lo destituì e inviò a Canton un nuovo funzionario, Qisan, per trattare con gli inglesi. Ma gli inglesi non si accontentarono di ripristinare
i normali rapporti commerciali preesistenti, alzarono la posta: pretesero una base commerciale a
Hong Kong e l’abolizione del sistema tributario in essere. Qisan non aveva potere per sottosscrivere quanto richiesto e rifiutò l’accordo. La flotta inglese allora occupò il forte di Chuanbi. A quel
punto Qisan si vide costretto, suo malgrado a firmare la Convenzione di Chuanbi che prevedeva:
1) cessione di Hong Kong, 2) indennizzo agli inglesi, 3) rapporti cino-inglesi su basi paritarie, 4)
riapertura del porto di Canton. Gli inglesi da parte loro si impegnarono a restituire i forti occupati.
L’imperatore cinese però non approvò tale Convenzione; ordinò la deposizione di Qisan, nominò
un nuovo plenipotenziario e inviò nuove truppe a Canton. Ma nel frattempo gli inglesi avevano
rioccupato il forte, diedero battaglia e alla fine le truppe cinesi chiesero la resa. Gli inglesi imposero la firma di un documento, che impegnava i cinesi a pagare entro una settimana 6 milioni
di dollari in cambio dell’incolumità di Canton, e a ritirare le truppe a cento chilometri da Canton.
L’imperatore non accettò neppure questo accordo; mosso dalla volontà di rigettare a mare gli
inglesi. Questi sbarcarono sulla costa orientale della provincia del Zhejiang, conquistarono Shanghai e risalirono lo Yangzi. Il 21 luglio 1842 occuparono Zhenjiang all’incrocio tra il canale impe-
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riale e il fiume. Sottoposero al plenipotenziario
dell’Imperatore un ultimatum, pena il bombardamento di Nanchino e, sotto questa minaccia,
il commissario imperiale accettò di trattare e di
sottoscrivere il Trattato di Nanchino, che aprì
la serie di successivi trattati, tutti a svantaggio
della Cina, che saranno poi chiamati i “Trattati
ineguali”.
firma del Trattato di Nanchino
Il trattato prevedeva: 1) indennizzo alla Corona inglese; 2) cessione perpetua di Hong Kong alla
corona inglese, 3) apertura di cinque porti (Canton, Fuzhou, Amoy, Ningbo, Shanghai), 4) tariffe
doganali unitarie. Nei cinque porti potevano risiedere inglesi con le famiglie, godendo del beneficio della extraterritorialità. Dell’oppio, che era stata la scintilla del conflitto, il trattato ne faceva
appena un accenno indiretto.
Nel 1844, analoghi trattati vennero stipulati dai cinesi con Stati Uniti e Francia, accordando anche a loro la clausola della “”nazione più favorita”. Senza combattere la “guerra dell’oppio”, francesi e americani entrarono così nello scenario cinese.
I Taiping; la grande insurrezione
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bbiamo appena visto come, sul finire del XIX secolo le ultime guerre dell’Oppio si conclusero con l’intervento armato degli inglesi e dei francesi. Nel corso di quegli anni le potenze occidentali e il Giapponesi
intensificarono la loro presenza in Cina saccheggiando letteralmente gran parte dell’economia del paese.
Verso la metà del secolo, la Cina stava attraversando una grave crisi: uno sviluppo demografico galoppante, calamità naturali, una miseria straziante, la corruzione dei mandarini, e l’influenza destabilizzante dei missionari
cristiani; tutto ciò favorì il nascere di numerose società segrete.
Una di queste, la setta degli “Adoratori di Dio”, nata verso la metà degli anni ‘40 del XIX secolo, fu fondata da
Hong Xiuquan, che si autoproclamò fratello minore di Gesù Cristo e Tianwang (“re celeste”). Hong Xiuquan
elaborò una sua dottrina religiosa cristiana con forti elementi sincretistici (fondeva elementi della tradizione
cinese con contenuti tipici della morale cristiana), che predicava l’egualitarismo, il monoteismo e la volontà di
riportare il prestigio e la sovranità della Cina sconvolta dopo le guerre dell’oppio. Tutto questo avrebbe dato il
via al movimento Taiping, che si costituì in organizzazioni di tipo paramilitare.
Nel 1851, con ormai migliaia di seguaci al loro seguito, gli adoratori di Dio proclamarono un proprio stato
indipendente, il “Regno Celeste della Grande Pace” (Taiping tianguo), con capitale l’antica città imperiale di
Nanchino (rinominata Capitale Celeste, Tianjing).
Nel 1853 i Taiping attuarono una riforma agraria, prevedeva una ripartizione delle terre per nucleo familiare
e teneva conto del numero dei membri componenti, incluse anche le donne. I Taiping instaurarono una sorta
di socialismo ante litteram, un “cristianesimo sociale”; un sistema di vita comune e di comunione di tutti beni,
la popolazione venne organizzata in gruppi di venticinque famiglie (ku), una struttura di base che aveva nello
stesso tempo competenze amministrative, militari, religiose e di produzione. Il commercio privato venne abolito.
tando con sé milioni di cadaveri. Contemporaneamente il potere centrale languiva e perdeva la propria dignità
di fronte alle potenze europee che accorsero a spartirsi ingenti ricchezze, favoriti dai “trattati ineguali”.
Il paese scricchiolava e non seppe controllare numerose sommosse su vari fronti: a ovest i mussulmani e nel
nord della Cina i ribelli Nian, fomentati dalla società segreta del Loto Bianco.
Quando morì, nel 1861, l’imperatore lasciò un figlio di appena quattro o cinque anni, nato dalla concubina
Yehonala, figlia di un membro della piccola nobiltà manciù. Questa si proclamerà imperatrice (col nome di Tze
Shi) e si accaparrerà il potere. Lo conserverà per circa cinquant’anni, fino alla sua morte, nel 1908.
Ma, dopo il successo degli anni Cinquanta, per i Taiping, che avevano colto il loro successo sulle macerie sociali
di quell’impero ormai senza controllo; le cose cominciarono a cambiare. A partire dal 1860 le truppe governative partirono alla riconquista dei territori insorti, che del resto erano le province più ricche dell’Impero. Questo
sussulto del potere era partito della classe dei mandarini, dei letterati, i sostenitori dell’amministrazione delle
province, spaventati dai saccheggi, dalle distruzioni, dagli attentati all’ordine stabilito, dalle migliaia di morti
prodotti dalla guerra civile; e soprattutto dall’audacia delle riforme. I mandarini videro crollare, attoniti, la
totalità del loro universo.
La svolta decisiva avvenne nel 1862, quando i Taiping minacciarono Shanghai, diventata la principale città-emporio delle potenze internazionali, un porto che i ribelli fino a quel momento avevano volutamente
“ignorato”. Anche gli occidentali finora avevano finto d’ignorare la guerra civile. Sostenuto dalla piccola nobiltà
provinciale e dai mandarini, il generale l­ etterato Zeng Guofan (1811-1872), alla testa di un esercito confuciano
dello Hunan, partì per primo alla riconquista del paese. Le potenze occidentali optarono per i propri interessi
particolari e diedero man forte alle truppe governative; truppe francesi e inglesi, dal 1860, furono messe a disposizione del potere manciù.
Nanchino fu cinta d’assedio cadde il 19 luglio 1864; i suoi 100.000 difensori furono massacrati senza pietà.
Davanti allo sfacelo, Hong, l’agitatore che pretendeva di instaurare un certo “cristianesimo sociale” nel paese, si
suicidò, il suo cadavere venne poi riesumato, tagliato a pezzi e bruciato.
E che dire dei suoi più stretti collaboratosi: discordia, lotte intestine e litigi li avevano di fatto neutralizzati.
Pagarono innanzitutto la contraddizione di vivere nel lusso mentre imponevano sobrietà e indigenza ai propri
“sudditi”. Per di più, le loro truppe erano svantaggiate militarmente, perchè prive della cavalleria. Tuttavia, per
due anni, nel Fujian continuarono ancora i combattimenti, e alcuni Taiping, sfuggiti ai massacri, avrebbero poi
costituito i così detti “Padiglioni Neri” che si batterono contro i francesi nella guerra di conquista del Tonkino.
Il bilancio dell’esperienza dei Taiping fu devastante: decine di milioni di morti. La provincia del Jiangsu, quella
di cui Nanchino è capoluogo, dovette venir ripopolata con emigranti dall’Hubei, tanto era stato dissanguata.
Incalcolabili le distruzioni. Un paese esangue e rovinato, sollevazioni che si diffondevano come un contagio
in tutto il paese. Tuttavia, questo scossone dei Taiping sarà il punto di partenza dei movimenti rivoluzionari
cinesi del nostro secolo, e Mao stesso ammetterà di esservisi ispirato. 
rivolta dei Taiping
I Taiping potevano così contare su un vero e proprio stato indipendente, in grado di rivaleggiare con l’impero
Manchu e dotato di un proprio esercito indipendente. Fallito, nel 1855, il tentativo di conquistare Pechino, la
guerra civile si protrasse per un altro decennio. I tentativi di radicale riforma sociale ed il sostanziale esproprio
dei proprietari terrieri crearono all’interno dello stato taiping numerosi dissidenti. Fu proprio l’erosione del
consenso sociale che facilitò la repressione.
Lo sfondo di una rivolta
Indubbiamente la stupefacente rapidità dell’avanzata dei Taiping, l’espansione repentina e trionfante di questa
ribellione, si spiegano con la grande miseria del popolo, le umiliazioni subite, le grandi inondazioni del fiume
Giallo che aveva appena cambiato il corso del suo letto, creando al suo passaggio terribili devastazioni e por-
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La ribellione dei Boxer
I
n seguito alla guerra dell’oppio e alla rivolta dei Taiping, la Cina era stata ulteriormente indebolita dall’aggressione nipponica del 1894-1895, cosicché le grandi potenze l’avevano suddivisa in zone d’influenza. Alla fine del XIX secolo, il risentimento nei confronti degli occidentali
giunse al suo apice a causa della continua ingerenza straniera negli affari interni della Cina, con
la connivenza passiva dell’Imperatrice vedova Tze Shi.
Erano gli anni del grande assalto all’impero di mezzo, in piena decadenza con la dinastia dei Manciù, per strappare concessioni territoriali, zone di influenza, miniere e appalti per la costruzione
delle ferrovie. Erano in corsa, per la spartizione, inglesi, russi, giapponesi, tedeschi. Sembrava
che la Cina stesse per fare la stessa fine dell’Africa: a fine Ottocento erano già 62 i settlements
stranieri presenti in Cina. La rabbia derivava non tanto dall’invasione di una nazione sovrana,
quanto dalla sistematica violazione delle tradizioni e regole di comportamento cinesi, che non
venivano perseguite perché di fatto gli Occidentali erano immuni da qualsiasi procedimento.
Questo risentimento crebbe fino al punto di portare alla distruzione e alla violenza contro aziende
straniere, loro dipendenti, e persino oggetti quali violini, automobili, linee telefoniche, ecc. Anche
se il governo Qing condannò formalmente le azioni violente,
non ne perseguì i responsabili. I disordini antioccidentali iniziarono nel 1899, la guerra vera e propria contro le truppe occidentali cominciò nel giugno 1900 e durò fino al 7 settembre
1901, durante gli anni finali dell’impero Manciù in Cina, sotto
la guida della dinastia Qing.
A scatenare una nuova e furiosa corsa alla spartizione fu, nel
giugno 1900, l’assedio posto dai Boxer al quartiere delle legazioni a Pechino, assedio sostenuto anche da reparti dell’esercito regolare con il tacito consenso dell’imperatrice Tze Shi.
I membri dei Gruppi di Giustizia e Concordia erano chiamati
semplicemente “Boxer” dagli occidentali, per via della loro pratica di arti marziali. Il nome stesso dei Boxer significa “Pugni
della giustizia e dell’armonia”.
ribelli Boxer
I Boxer raggruppavano contadini senza terre, carrettieri, artigiani, portatori di sedie, piccoli funzionari, ex soldati. Essi
vedevano con autentico terrore l’ampliamento della rete ferroviaria, la costruzione delle linee telegrafiche, la comparsa sulle vie fluviali di navi a vapore, l’apparizione di tessuti e filati fabbricati
a macchina. Tutte novità che, nell’immediato, toglievano loro posti di lavoro. Portatori di queste
novità erano gli stranieri, in modo particolare gli ingegneri delle ferrovie e delle miniere. Essi
erano ferocemente odiati assieme a un’altra categoria, quella dei missionari, cattolici e protestanti. Un testo cinese redatto all’epoca da Mao Zedong spiegava che:
« questi missionari stranieri, i cattolici soprattutto, mentre facevano costruire chiese si impadro-
nivano di terre, minacciavano i funzionari locali, s’ingerivano nell’amministrazione, intervenivano nello svolgimento dei processi, raccoglievano vagabondi e ne facevano dei “convertiti”, di cui
si servivano per opprimere le masse. Un tal modo di agire non poteva che provocare l’indignazione del popolo cinese.[ C. Po-tsan, S. Hsun-cheng e H. Hua, Storia della Cina antica e moderna, Editori Riuniti, Roma 1960,
pagina 117] »
Una fonte meno sospetta, quella dello storico britannico Peter Fleming, giungeva però alle stesse
conclusioni e precisava che le pretese secolari dei missionari cattolici erano senza limiti. In una
istanza al trono, presentata il 15 marzo 1899, essi chiedevano che si riconoscessero loro, incondizionatamente e interamente, i diritti politici e i privilegi concessi ai cinesi di altissimo rango: per
esempio l’equiparazione dei vescovi ai governatori generali.
I Boxer si batterono da principio, oltre che per la salvaguardia delle tradizioni nazionali contro
“l’inquinamento” straniero, anche in difesa dei contadini contro le soperchierie dell’amministrazione imperiali e dei grandi signori cinesi, ma i governanti di Pechino riuscirono poi a incanalare
tutto l’odio dei Boxer unicamente contro gli stranieri.
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La rivolta iniziò nel Nord della Cina come movimento contadino, anti-imperialista e antistraniero.
Gli attacchi erano rivolti verso gli stranieri che stavano costruendo le ferrovie e verso i cristiani,
considerati responsabili della dominazione straniera in Cina.
Nel complesso chi pagò il prezzo più alto furono i cinesi cristiani, molte migliaia dei quali furono
uccisi, 18.000, erano cattolici. Iniziata nello Shandong, diffusasi poi nello Shanxi e nell’Hunan, la
Rivolta dei Boxers raggiunse anche lo Tcheli Orientale Meridionale, allora Vicariato Apostolico di
Xianxian, affidato ai gesuiti. Secondo alcuni storici, in tale Vicariato circa 5.000 Cattolici furono
uccisi.
Nel maggio del 1898 una parte dei Boxers – i quali, sostituendo il secondo carattere nella scrittura del proprio nome, ora si facevano chiamare “I Ho Tuan”, cioè Bande della Giusta Armonia - era
diventata un’organizzazione volontaria e il governatore dello Shantung, intendeva incorporarli
nella milizia locale.
Ma i primi accenni di parte occidentale all’attività dei Boxer paiono risalire solo al maggio 1899,
in seguito ai primi moti anticristiani. Erano anche stati trovati affissi, per le vie, dei manifesti in
cui i Boxer annunciavano l’inizio del massacro degli stranieri il primo giorno della quinta luna.
Da allora gli attacchi vibrati contro le missioni, i convertiti cinesi e i bianchi andarono aumentando e, quando il 31 dicembre 1899 venne ucciso un missionario protestante inglese, il corpo
diplomatico cominciò a preoccuparsi. Lo stesso giorno un gruppo di ingegneri ferroviari francesi
e belgi venne aggredito a cinquanta chilometri da Tien tsin: quattro furono uccisi alcuni altri
feriti. Vennero fatti passi congiunti presso il ministero degli Esteri cinese chiedendo la messa
fuori legge dei Boxers.
Man mano che le violenze e gli eccidi di convertiti aumentavano, i dispacci inviati in Europa si infittivano e i ministri plenipotenziari occidentali avevano suggerito ai rispettivi governi una dimostrazione navale congiunta per premere sul Governo cinese. Washington, Berlino e Roma accettarono e stabilirono l’invio di navi a Ta ku, il porto più vicino alla capitale; Parigi mise le proprie
in preallarme e, davanti a questi movimenti, anche Londra stabilì di mandare un paio di unità.
Il 1º giugno le navi europee, giapponesi e americane a largo di Ta Ku fecero arrivare un contingente di 436 marinai a Pechino per proteggere le rispettive delegazioni. A Pechino arrivarono
2.000 marinai del secondo contingente occidentale – tra cui un altro contingente di marinai
italiani. Come forze erano più dimostrative che altro; ma il loro movimento verso Pechino aveva
preoccupato il popolo, esacerbato i Boxer e intimorito il Governo, il quale, già xenofobo di per sé,
non gradiva certo la presenza di militari stranieri armati nella propria capitale.
Il governo dell’Imperatrice vedova Tse Shi si rivelò di fatto impotente. Anche se il governo Qing
condannò formalmente le azioni violente, non ne perseguì i responsabili e dopo l’inizio dell’assedio alle Legazioni, il 20 giugno 1900 dichiarò guerra alle otto Potenze. La situazione, fattasi
sempre più tesa, giunse infine al punto di rottura proprio in quella giornata, quando la stessa imperatrice cinese Tze Shi spinse i Boxer ad attaccare e assediare il quartiere di Pechino dov’erano
insediate le delegazioni straniere. Chi salvò la situazione dal disastro totale furono i viceré cinesi,
che riuscirono a impedire l’estensione delle ostilità al di fuori delle regioni settentrionali.
Venne così data consistenza alla tesi, successivamente sostenuta dal Governo cinese, che l’assedio delle Legazioni era stata un’iniziativa dei Boxer in rivolta contro la dinastia, alla quale oltretutto erano sfuggite di mano pure gran parte delle forze regolari stanziate fra Ta ku e Pechino.
Le legazioni di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Austria-Ungheria, Spagna, Belgio, Paesi
Bassi, Stati Uniti, Russia e Giappone si trovavano nel quartiere delle legazioni di Pechino a sud
della Città Proibita. Ricevuta la notizia dell’attacco ai Forti di Ta ku il 19 giugno, l’imperatrice
ordinò immediatamente alle legazioni che i diplomatici e tutti gli altri stranieri avrebbero dovuto
abbandonare Pechino sotto la scorta dell’esercito cinese entro 24 ore.
La mattina successiva fu trucidato il plenipotenziario tedesco barone Klemens Freiherr von Ketteler, ucciso per le strade di Pechino da un capitano Manciù. Gli altri diplomatici temevano che
sarebbero stati uccisi anch’essi se avessero lasciato il quartiere delle legazioni, e così non rispettarono l’ordine cinese di abbandonare Pechino. Il 21 giugno l’imperatrice Tze Shi dichiarò guerra
a tutte e otto le potenze straniere.
L’esercito regolare cinese e i Boxer assediarono il quartiere delle legazioni per 55 giorni, dal giu-
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gno al 14 agosto 1900; in esso trovarono rifugio circa mille persone tra civili e soldati, di otto
Paesi diversi e oltre 3.000 cinesi convertiti al cristianesimo con i loro servitori. (il l film “55 giorni
a Pechino” di Nicholas Ray, del 1963, si sarebbe poi ispirato a quei fatti).
L’entrata a Pechino del corpo di spedizione internazionale indusse il 14 agosto 1900 l’imperatrice
vedova Tze Shi, l’Imperatore, e i più alti ufficiali a fuggire dal Palazzo Imperiale per Xi’an, da dove
iniziarono le trattative per la pace. Il governo cinese fu costretto a dare un indennizzo alle vittime
e a fare altre concessioni. Altre riforme successive alla crisi del 1900 causarono, almeno in parte,
la fine della Dinastia Qing e la nascita della Repubblica Cinese che durò poi fino al 1949. Anche
il Regno d’Italia inviò un Corpo di spedizione italiano in Cina e alla fine delle ostilità ottenne la
concessione di Tientsin.
A questa dichiarazione di guerra Germania, Austria, Francia, Italia, Gran Bretagna, Russia, Stati
Uniti e Giappone risposero inviando un corpo di spedizione di circa 20.000 uomini, che occupò
Tientsin e, raggiunta Pechino, riuscì senza incontrare particolari difficoltà a liberare gli assediati.
Il Kaiser Guglielmo II pronunciò un esplicito invito a radere al suolo Pechino per vendicare il
barone von Ketteler. Pechino non fu rasa al suolo, ma le efferatezze auspicate dal Kaiser non
mancarono, Un numero elevatissimo tra Boxer, soldati imperiali e civili cinesi furono uccisi dalle
truppe occidentali durante la guerra, nella quale, con soddisfazione del Kaiser, i soldati tedeschi
si distinsero per brutalità, assieme ai russi e alle truppe indiane dell’Impero britannico.
Mentre parte del corpo di spedizione cercava di ripulire le sacche di resistenza intorno a Tientsin, massacrando i civili quando i Boxer riuscivano a eclissarsi, il “corpo di liberazione”, lasciava
Tientsin e marciava su Pechino incontrando una debole resistenza. Il 13 agosto le truppe delle
otto nazioni si trovavano sotto le mura della capitale e l’indomani giapponesi, americani, francesi, russi e inglesi, suddivisi in quattro colonne, lanciarono l’attacco finale, preceduto dal fuoco di
tutte le artiglierie.
Vinta l’ultima resistenza, entrarono in città lo stesso 14 agosto 1900, liberando le legazioni e la
cattedrale di Beitang. L’imperatrice vedova Tse Shi, travestita da contadina, fuggì con l’Imperatore e i più alti ufficiali dal Palazzo Imperiale per Xi’an, e inviarono un emissario per le trattative di
pace. Nell’assedio persero la vita qualche centinaio di persone tra gli assediati; le perdite furono
ben più gravi per gli assedianti.
Subito dopo la liberazione degli assediati, le forze internazionali procedettero alla spartizione della capitale. Iniziò allora una carneficina e un saccheggio sistematici che superano di gran lunga
tutti gli eccessi compiuti dai boxer
Il saccheggio di Pechino, durò molti mesi, mentre ciascun contingente accusava gli altri di rapacità e sosteneva, per proprio conto, di avere le mani
pulite.
Nel settembre 1901 l’imperatrice Tze Shi fu costretta a firmare il Protocollo dei Boxer, che impose alla
Cina una pesante indennità di guerra, garanzia per
il ripristino delle dogane, che del resto erano già
in mano agli occidentali dal 1859. Le riparazioni di
guerra sarebbero state pagate in oro. La Cina pagò
indennizzi per l’equivalente di circa 61 miliardi di
dollari americani.
Sun Yatsen
(1866 ≈1925)
L
eader della rivoluzione cinese e teorico politico, considerato il padre della Repubblica, nacque
vicino a Macao, nel sud della Cina, il 12 novembre da genitori agricoltori. La conversione
del padre al cristianesimo influì indubbiamente sulla formazione iniziale di Sun, che continuò a
considerarsi cristiano durante tutta la vita. Ben presto fu inviato ad Honolulu presso il fratello
maggiore ivi emigrato, e là frequentò la scuola dei missionari protestanti; quindi si iscrisse a medicina ad Hong Kong dove si laureò nel 1892.
Dopo un breve periodo di pratica clinica, egli si identificò col movimento rivoluzionario contro
la dinastia mancese, diede vita alla Xingzhonghui (“Società per la rinascita della Cina”) e, nonostante le forti resistenze incontrate, proseguì nell’azione di propaganda politica fra gli studenti
cinesi ed i commercianti stranieri. La sua partecipazione ad un complotto rivoluzionario dopo la
disfatta della Cina ad opera del Giappone nel 1895, aggiunta alla precedente attività, fece di lui
un perseguitato del governo imperiale tanto da essere costretto a fuggire negli Stati Uniti e in
Gran Bretagna.
Nel 1896, mentre si trovava a Londra, fu rapito e sequestrato nella legazione cinese per diversi
giorni finché intervenne a favore del suo rilancio, quale rappresentante del governo inglese, Sir
James Cantlie, da lui conosciuto e stimato fin dall’epoca dell’università. In questo periodo di esilio
studiò le condizioni politiche ed economiche dei Paesi occidentali, cercando sempre di combinare
in una sintesi ideale pensiero ed esperienza cinesi con le teorie e le politiche dell’Occidente più
idonee ed adeguate a tale conciliazione. Nel 1898, infatti, Sun mise a punto i primi lineamenti
della sua dottrina politico-sociale che sarà pienamente esposta nei suoi scritti pubblicati diversi
anni più tardi.
I suoi famosi “tre principi”, nazionalismo, democrazia e benessere per il popolo ebbero forte risonanza provocando consensi in gran parte del popolo, tanto che, successivamente,
furono posti quali principi del Guomindang, il partito nazionalista che Sun fondò nel 1912. Fedele all’ideale rivoluzionario e sempre attento nel rinvenire i mezzi appropriati a tale
scopo, Sun tentò di utilizzare la reazione sviluppatasi dopo
l’insurrezione dei Boxer (1900) - che respingevano l’Occidente in nome di un angusto e fanatico nazionalismo - per stabilire un governo democratico, decretando così la fine del regime mancese. Ma anche questo tentativo fallì ed egli, costretto
nuovamente a lasciare la Cina per raggiungere Tokyo, iniziò
qui la pubblicazione del “Giornale del popolo” (Min Bao), che
gli consentì di diffondere il suo pensiero fra i connazionali
all’estero. La dottrina del “benessere per il popolo”, basata
sull’uguaglianza e la cooperazione delle varie parti sociali, fu
una forma moderata di socialismo che ripudiava il livellamento sociale estremo affidando ad ogni uomo il proprio posto
nella società civile secondo le capacità ed i meriti personali.
Le navi straniere presidiarono le coste settentrionali della Cina a partire dall’aprile del 1900. La
ribellione fu definitivamente sedata dall’Alleanza delle otto nazioni di Austria-Ungheria, Francia,
Germania, Italia, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti d’America. 
Nell’ottobre del 1911, quando iniziò la rivolta militare di Wuchang, primo episodio della rivoluzione, Sun si trovava in Gran Bretagna, dopo aver peregrinato
per la Cocincina, Giava, Stati Uniti ed Europa, dovunque sostenendo la causa del popolo cinese e
sollecitando interventi politici affinché cessassero gli aiuti economici stranieri al governo imperiale. Ritornato in Cina a fine dicembre, già il 5 gennaio dell’anno successivo giurò nelle vesti di
presidente provvisorio del nuovo governo repubblicano dopo che, appena giunto in patria, un’assemblea dei “delegati provvisori” di quattordici province riunitasi a Nanchino lo aveva acclamato
primo presidente della Repubblica.
Frattanto, nel febbraio 1912, un proclama imperiale in cui si annunciava l’abdicazione dell’imperatore ed il trasferimento dei poteri del reggente ai rappresentanti del popolo, autorizzava
Yuan Shikai a formare un governo repubblicano. Considerata attentamente la situazione e vista
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Le somme venivano prelevate alle dogane, direttaBoxer decapitati
mente dagli occidentali; la dipendenza della Cina nei
riguardi degli occidentali era completa. Il quartiere
delle legazioni, al centro della capitale, venne ingrandito, posto sotto il controllo permanente delle truppe straniere e vietato ai residenti cinesi. Vari responsabili del massacro di Pechino furono
autorizzati dall’imperatrice a suicidarsi.
l’impossibilità di unificare il paese sotto la sua presidenza, anche per la ripresa del conflitto fra le
province settentrionali e meridionali, Sun si ritirò in favore di Yuan Shikai, accettando la funzione di direttore generale dei trasporti e del commercio. In questo incarico ebbe modo di verificare
la sua concezione dell’equilibrio fra sovranità popolare e “governo di esperti”, adoperandosi nel
contempo sia per lo sviluppo adeguato dei mezzi di comunicazione accompagnato dal necessario
progetto tecnologico e produttivo, sia per la promozione di una qualificazione maggiore delle maestranze, sia per la partecipazione popolare alle decisioni dell’esecutivo.
Mentre Sun operava secondo le linee della nascente repubblica, divennero presto chiare le intenzioni di Yuan, il quale combatteva apertamente il Guomindang e rifiutava al parlamento qualsiasi
diritto di intervento nella gestione dei fondi pubblici. Nel dicembre dello stesso anno, ad aggravare una situazione già precaria, scoppiò una rivolta interna “antimonarchica”, coagulatasi intorno
all’opposizione fra il nord ed il sud, a causa delle ambizioni del presidente Yuan che voleva restaurare nella propria persona l’istituto imperiale. Dopo la morte di Yuan (6 giugno 1916), Sun fu
l’animatore del governo autonomo di Canton, che era una promettente base rivoluzionaria, e dove
poteva contare anche sui sentimenti dei meridionali contro il prevalere dei “signori della guerra”
nordisti. Tuttavia le idee rivoluzionarie di Sun si scontrarono con le mire dei leader militari di
Canton, che lo costrinsero a trovare rifugio a Shanghai.
Nel periodo di forzato ritiro (1918-’20) scrisse l’opera “Programma di costruzione nazionale”, nella quale espose tre tipi di ricostruzione: psicologica, sociale e materiale. Quella psicologica implica il ribaltamento della precedente filosofia cinese secondo la quale “la conoscenza è facile ma l’azione è difficile”, per sostenere la difficoltà ed insieme la necessità della conoscenza scientifica in
funzione di una effettiva azione per il progresso. La ricostruzione materiale indica a grandi linee
il processo di modernizzazione della Cina attraverso nuovi sistemi di comunicazione e un diverso
utilizzo delle risorse. Infine quella sociale, connessa strettamente ai tipi precedenti, riprende la
dottrina dei “tre principi”, accennando alla possibilità di un futuro comunismo e rimproverando
nel contempo a quello sovietico la sua poca adattabilità ai bisogni della Cina. Sun precorre così
mezzo secolo di storia situandosi in un punto centrale fra la vicenda epica dei Taiping e la Repubblica Popolare Cinese.
Mausoleo di Sun Yatsen
a Nanchino
Nel febbraio 1923 Sun poté tornare a Canton grazie all’appoggio
dei generali del Guangxi e dello Yunnan, ma perse buona parte
del sostegno che era stato dato a lui e al Guomindang dai cinesi
residenti all’estero, avendo permesso l’uso di metodi violenti nell’azione militare per la riconquista di Canton nel marzo 1924. Però
le sue idee politiche e la sua opera instancabile, interpreti di una
volontà collettiva e ormai diffusa, gli garantirono il consenso di
gran parte dei lavoratori e degli studenti, grazie anche alla collaborazione di Michail Borodin, agente del Comintern sovietico, che
si adoperò nel dare una efficiente organizzazione al Guomindang.
Nello stesso anno fu pubblicata l’opera Jianguo dagang, nella quale egli descrisse i tre stadi attraverso i quali la rivoluzione dovrà
sfociare infine nella democrazia: uno stadio militare per l’unificazione del Paese, quindi un periodo di dittatura politica - in modo
solo formalmente analogo al modello sovietico perché basata su
fondamenti ideologici diversi - ed infine l’età costituzionale.
Ma come fu assente durante la rivolta di Wuchang nel 1911, così,
confermando comunque la sua influenza umana e politica indipendentemente dalle distanze, Sun non poté essere presente nel periodo unitario della Repubblica
cinese, fu stroncato da un tumore a soli 59 anni, il 12 marzo 1925, a Pechino, dove si era recato
per trattare un’intesa con i “signori della guerra” del nord, con la speranza di unità e di pace per
il popolo cinese.
Mao Tse Dong
C
lasse 1893, nato nello Hunan, a Shaoshan. Figlio di contadini relativamente benestanti, fu
allevato secondo i metodi tradizionali della piccola borghesia rurale cinese, alternando lo studio al lavoro della terra del padre e sposandosi appena adolescente.
Per sfuggire all’opprimente ambiente familiare, poco più che quattordicenne si arruolò volontario nell’esercito repubblicano di Sun Yat-sen, che lasciò dopo un anno per dedicarsi agli studi di
istitutore.
Dopo essersi diplomato alla scuola normale di Changsha Mao Tse Dong e Chu En Lai nel 1945
(Hunan) [1918], trascorse un breve soggiorno a Pechino
per seguire alcuni corsi universitari e qui ebbe i suoi primi contatti con il nascente movimento marxista cinese e in
particolare con l’economista Li Ta-chao e il futuro segretario del partito comunista Ch’en Tu-hsiu.
Ritornato nel 1919 a Changsha partecipò attivamente all’organizzazione del movimento rivoluzionario dello Hunan e
nel 1920 fondò i primi circoli marxisti locali, dai quali fu
poi delegato al congresso costitutivo del partito comunista
cinese (conferenza di Shanghai, 1921).
Dopo le repressioni anticomuniste condotte da Chiang
Kai-shek (1927), che eliminò numerosi quadri del partito
comunista, Mao si ritirò nella zona montagnosa di Chingkang shan, al confine tra lo Hunan e il Jianxi; divenendo un
punto di riferimento ed organizzatore di truppe partigiane.
Condusse i suoi uomini nella ‘lunga marcia’ fino alla vittoria finale ed alla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese.
La sua leadership fu molto autorevole, basata su principi molto fermi; ma anche molto ideologica.
Promosse una campagna di denuncia dei gruppi di ‘opportunisti di destra’ dentro e fuori del partito che ‘sabotavano’ la costruzione del socialismo in Cina. Avvenuta la rottura con Mosca che ritirò
gli esperti sovietici dalla Cina (luglio 1960), Mao, (settembre 1962), propose di intensificare la
lotta contro il revisionismo di Krusciov a livello mondiale e la lotta contro ‘i dirigenti degenerati’
in Cina attraverso un ‘movimento d’educazione socialista’, che durò sino al 1966.
Nel corso di quell’anno, Mao approvò la pubblicazione del primo giornale murale (datzebao), redatto all’università, che attaccava violentemente il sindaco di Pechino Peng Cheng e, indirettamente, lo stesso presidente della repubblica Liu Shao-chi.
Gli eventi successivi, come la misteriosa scomparsa di Lin
Piao, in seguito accusato di tradimento, e il nuovo indirizzo
della politica estera cinese, ridimensionarono il successo di
Mao, che cedette sempre più la direzione politica del paese
al ‘numero due’, il primo ministro Chou En Lai, uomo di
grande spessore politico, leader dei moderati e capo della
diplomazia cinese.
Il “Grande Timoniere”, come era stato definito, morì nel
1976. Gli fu riservato un posto d’onore in Tien an’ men, a
Pechino, dove la sua salma riposa in un grande mausoleo.
Il culto della sua personalità, dopo la sua morte, ebbe ripercussioni politiche rilevanti che originarono lotte intestine
nel Partito comunista cinese. Alcuni suoi componenti vennero bollati come gruppo antimaoista, dopo essere stati
definiti la “banda dei quattro”. 
Nel 90° anniversario della nascita di Sun, Mao Zedong disse: «Noi abbiamo reso fertile la rivoluzione democratica lasciata incompiuta dal dott. Sun; l’abbiamo sviluppata e trasformata in quella
rivoluzione socialista, che siamo ora in procinto di completare» 
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(1893 ≈1976)
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La Rivoluzione Cinese
Chiang Kai-Shek
A
lla morte di Sun Yatsen seguì l’ascesa del
generale Chiang Kai-shek, che eliminò in un
primo tempo la componente comunista dall’esercito (1926), ed in un secondo tempo costrinse le
forze comuniste alla clandestinità (1927) dando
inizio ad una guerra civile che sarebbe terminata
solo nel 1950. Da questo momento iniziò il cosiddetto decennio di Nanchino (1927-1937).
La crescente aggressività giapponese portò all’invasione della Manciuria (1931) e di Shanghai
(1932). Il governo di Chiang Kai-shek preferì però
continuare la guerra civile, lasciando campo libero ai giapponesi. I comunisti di Mao Zedong, che nel frattempo avevano istituito la “repubblica
sovietica cinese” nel sud del paese, furono costretti ad intraprendere una lunga marcia (19341935) per sfuggire all’accerchiamento delle truppe di Chiang.
la Lunga Marcia
La Marcia costo il sacrificio di 100.000 uomini.
Nel 1936 fu arrestato a Xi’an e costretto a coinvolgere i comunisti per formare un fronte unico antigiapponese. Da parte
comunista l’epoca di Yan’An (1935-1945) ossia la seconda fase
della “sperimentazione”, coincise con la fine della Lunga Marcia e fu caratterizzata dall’uso indiscriminato della legislazione
comunista e nazionalista, con l’esclusione dei provvedimenti
nazionalisti ritenuti assolutamente incompatibili con l’ideologia e l’etica rivoluzionaria.
Con la sconfitta dei paesi dell’Asse nella seconda guerra mondiale, la Cina si ritrovò fra le potenze vincitrici, ottenendo un
seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU; malgrado lìopposizione degli Stati Uniti.
La terza ed ultima fase, l’epoca post-bellica (1946-1949), iniziò dopo la capitolazione del Giappone.
In questo periodo il partito provvide al perfezionamento delle istituzioni che avrebbero amministrato il paese. Nel 1946 riprese la guerra civile, e forze comuniste si assestarono nel nord del
paese, mentre quelle nazionaliste arretrarono verso sud. La debolezza dell’esercito nazionalista si
dimostrò nell’avanzata quasi incontrastata degli avversari che costrinse infine Chiang Kai-shek a
rifugiarsi con le sue ultime truppe sull’isola di Taiwan (luglio 1949) sotto la protezione della flotta
americana.
Il 1º ottobre del 1949 fu proclamata, sulla piazza Tien An Men la Repubblica Popolare Cinese ad
opera del Partito comunista. Si iniziò così l’opera di edificazione del socialismo, che ha mutato
profondamente l’aspetto del paese sia nei rapporti sociali, sia nelle strutture economiche, sia nelle idee e negli orientamenti umani. La nuova società si caratterizzò come “dittatura democratica
popolare”, secondo la definizione data da Mao in un articolo scritto il 30 giugno 1949 per commemorare il 28° anniversario della fondazione del Partito
Mao Tse Dong proclama la
Comunista Cinese (luglio 1921)
Repubblica Popolare Cinese
Il governo popolare centrale si dedicò alla creazione
delle strutture amministrative (governi popolari locali) e alla ripresa delle attività economiche in tutto il paese, nell’ambito della politica di fronte unito e di nuova
democrazia.
Il primo problema da risolvere fu quello della lotta contro l’arretratezza e contro la minaccia di aggressione
imperialista.
Si decise di creare un’industria simile a quella della
Russia, che avrebbe assicurato un forte accrescimento
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industriale e garantito la sicurezza nazionale. Ma lo sviluppo dell’insieme dell’economia non poteva tenere lo stesso passo. L’agricoltura avrebbe dovuto produrre un surplus che permettesse sia
di rifornire di sufficienti materie prime l’industria e di viveri le città, sia investire nella meccanizzazione dell’agricoltura. Ma per far ciò occorreva produrre quel surplus che potesse permettere
quella spinta. Insomma sembrava un circolo vizioso dal quale era impossibile uscire. Ricorrere
all’aiuto esterno significava compromettere l’indipendenza nazionale poiché nessuno fra i paesi
che potevano procurare tali mezzi era disposto ad aiutare la Cina in modo disinteressato, senza
contropartite.
Oltre a ciò c’era la situazione finanziaria non certo solida. La borghesia dei “rentiers”, al seguito
del Guomintang era fuggita a Taiwan portandosi con sé tutti i capitali e la maggior parte della
flotta mercantile.
Nel 1952 avvenne la nazionalizzazione del commercio e delle banche. I sovietici restituirono alla
Cina la ferrovia trans-manciurica.
Nel 1953 venne varato il primo piano quinquennale, che accordava la priorità all’industria pesante. L’Unione Sovietica stanziò per i cinesi aiuti finanziari, tecnici e industriali. Studenti e
giovani cinesi si recano in Russia per addestrarsi tecnicamente.
I Cento Fiori (maggio 1956 - giugno 1957)
Con l’immagine dei Cento Fiori si indica un’ardua battaglia, un grande fraintendimento tra il
potere e il popolo - e più in particolare gli intellettuali - un episodio d’apertura liberale che fallì.
Nella primavera del 1956, il potere stesso avviò una campagna di libera critica, che però in poche
settimane si trasformò in un’ondata contestataria e di denuncia politica del Partito di dimensioni
e virulenza notevoli. Questo tentativo di liberalizzazione si risolse quindi in un fallimento per il
P.C.C., presto seguito da una delle purghe più spietate attraversate dal paese. Dopo tutto, i sostenitori dell’ortodossia maoista ne uscirono rafforzati, perché il Grande Timoniere non aveva
nascosto la propria ostilità nei riguardi di questa liberalizzazione riformista, che aveva scatenato,
ma che gli era sfuggito di mano.
Il 26 maggio 1956, il responsabile del Dipartimento della Propaganda, Lu Dingyi pronunciò, davanti a un’assemblea di scrittori, dei discorsi dalle risonanze liberali, nuove, sul tema che veniva
chiamato dei Cento Fiori e che riprendeva l’antico slogan: “Che cento fiori sboccino, che cento
scuole rivaleggino”, una formula rispolverata da Mao e che era stata propagandata secoli prima
dal grande filosofo taoista Zhuangzi (IV - III secolo a.C.), a proposito delle varie scuole filosofiche
che fiorivano alla sua epoca, durante il periodo dei Regni Combattenti (480-220 a.C.).
Da-Tze Bao a Shanghai
Durante quest’autentica epoca dorata delle attività intellettuali, in Cina si svilupparono in modo particolare il
taoismo, il confucianesimo e la Scuola dei Legisti. Questo discorso liberale e liberatore del 1956 avrebbe avuto
una notevole risonanza. Sostenuti da artisti, scrittori e
studenti, i piccoli partiti non comunisti che erano stati
tenuti a freno, in una sorta di libertà vigilata, per salvare una parvenza di dialogo democratico, “uscirono allo
scoperto” e intrapresero una campagna denigratoria che
guadagnava consensi e si diffondeva nell’intero paese. Si
era venuta a creare una situazione nuova e inedita, dunque. Agitate riunioni di giornalisti, intellettuali e studenti denunciavano gli abusi e gli errori del Partito, abbandonandosi a una critica
radicale della gestione economica. Si denunciò l’assenza di libertà di opinione e di una vera legislazione civile e penale, nonché gli abusi e gli eccessi della “nuova classe dirigente”. Mao stesso
non venne risparmiato: “le sue collere, il suo orgoglio e la sua impulsività” iniziavano a stancare.
Stranamente innescata dal Partito, questa campagna voleva sottolineare tre dei suoi errori: il
settarismo, il burocratismo e il soggettivismo. Mao aveva detto, forse un po’ affrettatamente, che
«il marxismo è una verità scientifica; non teme la critica e la critica non potrebbe trionfare su di
esso». Parole imprudenti; ci si aspettavano delle critiche, certamente, ma sotto forma di “una dolce pioggerella e una brezza leggera” (!). Di fatto si trattò di una marea di biasimo e di ostilità, un
diluvio di rimproveri e di forti rimostranze. Un vero e proprio scossone politico che inizialmente
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lasciò i dirigenti sbalorditi e sorpresi.
Nella primavera del 1957 le recriminazioni si fecero sentire in ogni ambiente. All’interno delle
amministrazioni, nei giornali, sui dazibao murali, si avvicendarono appelli e manifesti; l’università di Pechino, vera e propria sede dei contestatori, era in fermento, e influenzò ben presto le
facoltà di provincia, tra cui quella di Wuhan (nello Hubei), che si distinse in modo particolare per
una campagna di dazibao estremamente critica. I dirigenti del partito furono messi in discussione ; fu messa in discussione l’autorità stessa del partito e le sue capacità di governo. Davanti a
questa rumorosa ondata di ostilità, le autorità inizialmente tollerarono, immerse in un evidente
smarrimento. Ma la controffensiva e la reazione non tardarono ad arrivare. Mao stesso, il 25
maggio denunciò qualsiasi presa di distanza dal socialismo come uno sbaglio e un grave errore.
L’archeologo e storico Guo Moruo se la prese con i “fiori velenosi” di cui bisognva liberarsi, e li
contrappose ai “fiori profumati” del socialismo. I dirigenti del partito dicevano: “Letteratura e
ne di arretratezza, e alle sue strutture mentali sorpassate, per entrare ormai in un’era di rapida
crescita e di prosperità continua. Lo spirito di tale crociata fu definito a Wuhan (nello Hubei), in
occasione dell’VIII congresso, nell’inverno 1958.
II contrattacco, la reazione “contro la destra”, fu quindi messa in atto; ai contestatori venne intimato di ritrattare, e perfino di umiliarsi e di chiedere di venir puniti. A centinaia di migliaia,
i comunisti e i non comunisti che si erano comportati da “nemici di classe, borghesi di destra”,
vennero mandati nelle campagne per essere rieducati e per sentire il polso della vita contadina.
Centomila persone furono arrestate e venne lanciata un’ampia campagna di rettifica; l’epurazione
comportò revoche, sventure e rieducazioni. Tre dei responsabili del delirio all’università di Wuhan
furono fucilati.
L’esodo degli abitanti delle città verso i campi aveva come obiettivo riconosciuto la correzione di una
certa “distorsione socioeconomica”: lo sviluppo della
classe dei tecnici staccata dai contadini, e tuttavia
sempre massicciamente maggioritaria, in Cina, indispettiva i puri del Partito. Ritenevano che un’immersione nella vita di campagna non potesse che
fare loro del bene.
arte, ingranaggi e dadi del meccanismo generale, devono sottomettersi e dare il proprio apporto
per concorrere alla realizzazione del compito della rivoluzione”. II criterio politico, socialista e
collettivista, deve sempre prevalere sul criterio artistico. E ancora: ‘In questo tipo di civiltà non è
possibile tollerare l’individualismo, fonte di tutti i mali... l fiori che devono sbocciare sono i fiori
del socialismo”. Cento fiori, sì, ma “cento fiori socialisti”!
Così, paradossalmente, questo movimento che andava alla ricerca di una liberalizzazione, di fatto
ottenne come risultato un rafforzamento dell’autorità e della dittatura del Partito, all’interno del
quale i “puri e duri”, gli intransigenti, riprendevano in mano le redini più di prima e meglio di
prima. E sarà su basi “risanate” (!) che l’arte e la letteratura dei vent’anni seguenti dovranno svilupparsi. Qualsiasi opera sarà intesa come elemento che concorre all’edificazione del socialismo,
e quindi a esaltare e diffondere il materialismo dialettico marxista. “L’arte per l’arte è un errore
di destra” , si diceva. Un quadro esaltante!
Ma come si può spiegare questa campagna dei Cento Fiori? Era innanzitutto una operazione che si inseriva nel contesto ideologico e politico
della destalinizzazione che aveva colto totalmente di sorpresa le autorità
cinesi, ma era anche spiegata dal fatto che all’interno esisteva un’effettiva corrente di malcontento generale, del proletariato delle città, dei contadini e anche dell’intellighenzia, dato che da vari anni tutti erano stati
intensamente sollecitati e mobilitati dalla collettivazione.
Deng Xiaoping, che soprintendette a questa operazione, ne trasse la morale: “Nel grande problema dei Cento Fiori abbiamo acceso un focolaio per incenerire al tempo stesso i nostri nemici e le nostre debolezze”.
Significava riconoscere la strana contraddizione e l’equivoco di questo
episodio; forse questa risoluzione drastica è stata montata di tutto punto
per smascherare meglio gli scontenti o gli oppositori o forse i dirigenti
hanno sottovalutato la portata delle critiche di cui erano oggetto, e per alcune settimane sono
stati scavalcati dalla violenza di queste critiche.
Il Grande Balzo in avanti (1958-59)
Per due anni (1958-1959), l’intera attività politica fu imposta al ritmo di slogan e di frasi del tipo:
“Qualche anno di sforzi a di lavoro per diecimila anni di felicità”, oppure “Avanzare con entrambe
le gambe”, per preconizzare attività abbinate e simultanee. La gerarchia delle priorità economiche
venne quindi sconvolta; la prima parola d’ordine fu: “producete acciaio”.Così si assistette all’edificazione, ovunque e fin nel più piccolo villaggio, di migliaia di “altiforni rustici”. Questa campagna
fu l’elemento più assurdo di quello che poi si rivelerà un errore gigantesco, un’aberrazione collettiva che in molti casi allontanò i contadini dalle campagne, dato che quasi tutti erano impegnati
a produrre un acciaio che ormai non si sapeva più come utilizzare. E, viceversa, gli abitanti delle
città e gli studenti venivano mandati nei campi sotto la parvenza di una pretesa “esaltazione spontanea”. Di fatto nella maggior parte dei casi vi venivano condotti militarmente. Nelle comuni si
partiva al lavoro con tamburi e ottoni in testa, con vessilli al vento, slogan continuamente recitati
da altoparlanti disseminati fin nelle più piccole risaie.
È nell’agosto del 1958 che furono create le famose
Comuni popolari: 26.000 di queste unità (nel 1980 se
ne contavano esattamente il doppio) furono incaricate di sostituire, previo raggruppamento, 730.000
cooperative giudicate troppo deboli e inefficaci; diventarono delle “Squadre di produzione”. La Comune popolare doveva essere la struttura, la leva
e l’agente principale di questa auspicata trasformazione dei mezzi di produzione, ma anche degli
animi e del modo di vita.
Fu necessario un ridimensionamento. Dopo i prime notiziari che cantavano vittoria, nel 1958, si
palesò rapidamente la delusione e si dovette ammettere che l’intero apparato produttivo era disorganizzato e traballante. Tanto più che questo periodo rivoluzionario coinciderà, tra il 1959 e il
1961, con calamità naturali (invasioni di cavallette, inondazioni, siccità), e con il ritiro dell’aiuto
economico e tecnico dei sovietici. Fu una catastrofe. Le vie ferrate erano bloccate da convogli di
carbone e di minerali in attesa di essere smistati da qualche parte. Neppure la produzione d’acciaio trovava un mercato o un equilibrio armonico. La popolazione, spossata e colta dal dubbio, si
interrogava sulla sensatezza di questa frenesia produttiva da cui risultava ormai chiaro come si
stesse girando a vuoto. La produzione cerealicola precipitò pericolosamente: 205 milioni di tonnellate nel 1958; 150 nel 1960, mentre nel 1980 è stata di 320 milioni di tonnellate e nel 1985 di
380 milioni di tonnellate.
Ben presto venne dato ordine di frenare i ritmi di lavoro, insopportabili o inopportuni, o ancora
di concedere ai contadini alcuni “stimoli materiali”, come la concessione di piccoli terreni individuali, e l’autorizzazione ad allevare qualche capo di bestiame a livello domestico, per esempio.
Alla fine del primo piano quinquennale (1953-1957), Mao Zedong avviò la Cina verso un gigantesco sforzo di produzione collettivo, detto il “Grande Balzo in Avanti”, volto a trasformare l’intera
economia del paese e allo stesso tempo a rivoluzionare gli animi, che a suo avviso erano troppo
legati al passato. Quest’esperienza doveva mobilitare tutte le risorse e l’intera manodopera del
paese, nonché smuovere ogni settore d’attività. Come i grandi stati moderni, la Cina sperava,
tramite un terribile sforzo, e spinta da un grande slancio ideologico, di sottrarsi alla sua situazio-
Ciò significava però l’ammissione di un fallimento perché, come si è appena detto, il Grande Balzo
in avanti oltre ad ambizioni di decollo economico, aveva l’obiettivo di strappare i cinesi alla loro
mentalità millenaria, ai costumi, alle tradizioni e alle abitudini ancestrali. Si era creduto di cambiare i presupposti stessi della società: il regime era convinto che le strutture familiari e paesane,
troppo radicate nel passato, frenassero il progresso e quindi il decollo economico. Indubbiamente
quest’esperienza fu preparata male e intrapresa con eccessiva precipitazione, ma l’autorità carismatica di Mao Zedong si mantenne e non venne intaccata. Il fatto è che questa impreparazione
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avrebbe poi avuto come conseguenza la durevole disorganizzazione del paese e che l’intera vita
nazionale ne sarebbe risultata perturbata per anni.
del Partito Comunista Cinese, degli attivisti delle “Guardie rosse” e dell’Esercito di liberazione
popolare, che così si trovava nella posizione di garante della stabilità.
A partire dal 1962, dopo l’inizio dei riordinamentodel 1960-1961, si accettò di riconoscere il fallimento di quest’esperienza comunarda; ma non tutti furono autorizzati a dirlo e alcuni, per questo
motivo, persero il posto o il grado, come il prestigioso e scomodo maresciallo Peng Dehuai, che a
Lushan, nell’agosto del 1959, aveva espresso dei dubbi sull’efficacia dell’esperienza, . “Il capofila
degli esponenti di destra perse il suo mandarinato”, scrive Jacques Guillermaz e Mao Zedong
stesso, di fronte al fallimento, nel dicembre 1958 ha dovuto cedere la Presidenza della Repubblica
a Liu Shaoqi. Spinto dalla sua quarta moglie Jiang Qing, Mao tenterà una nuova esperienza motivata da un’ispirazione simile, nel 1966, con la Rivoluzione culturale; sarà una seconda scossa
altrettanto nociva, come riconobbe il partito stesso. “In entrambi i casi, nota Jacques Guillermaz
Nel 1976 la morte di Mao permise di chiudere la Grande rivoluzione culturale addossando tutte le
responsabilità alla così detta Banda dei Quattro.
ci si trovava in presenza di un’applicazione dei due principi cardinali che continuavano a guidare
l’istruzione nella Cina comunista: totale subordinazione al politico, stretta subordinazione alle
necessità dello Stato, che esclude le preferenze individuali”. (Le Parti comuniste chinois au pouvoir, Grand
Bond en avant et Révolution culturelle)
La Rivoluzione Culturale
Lanciata nella Repubblica Popolare Cinese nel 1966 da Mao Zedong, già de facto estromesso dagli
incarichi dirigenziali dalla dirigenza del Partito Comunista Cinese, era volta a frenare l’ondata
controriformista promossa in seno al partito principalmente da Deng Xiaoping e Liu Shaoqi, per
ripristinare l’applicazione ortodossa del pensiero marxista-leninista. L’epurazione dei controriformisti coinvolse anche l’ex Ministro delle Finanze Bo Yibo, che fu condannato a dieci anni di
carcere.
In appoggio a Mao intervenne Lin Biao, ideatore e curatore della prima edizione del “Libretto
rosso”, una antologia di citazioni di Mao inizialmente utilizzato per fare propaganda all’interno
dell’Esercito di liberazione popolare.
La Rivoluzione culturale era fondata sulla mobilitazione dei giovani, universitari e non, che non fossero iscritti al partito, contro le strutture dello stesso
PCC. Basi teoriche erano il pensiero di Mao sulle
“contraddizioni in seno al popolo e al Partito” in cui
il processo hegeliano di tesi-antitesi-sintesi non veniva a cessare con la presa del potere da parte dei
comunisti, ma continuava incessantemente per evitare fenomeni di imborghesimento del partito stesso.
In ogni città, provincia, qualsiasi “Unità di lavoro” fu investita dalla critica radicale contro gli
esponenti di spicco del PCC. Questi erano costretti all’autocritica e alle dimissioni, sovente seguite da un periodo di rieducazione presso i villaggi contadini più sperduti.
g ua r d i e r o sse
In caso di resistenza da parte delle strutture del PCC
contro i giovani rivoluzionari - generalmente chiamati “Guardie Rosse” anche se in effetti erano tantissimi gruppi autonomi con molti diversi nomi in
lotta spesso anche fra loro, dato che il PCC aveva
fondato sue proprie organizzazioni similari ma antagoniste - si ricorreva allo scontro fisico, talora anche
armato.
Il periodo di caos che ne seguì si interruppe solo nel
1969, tanto che spesso per Rivoluzione culturale si
intende solo il periodo 1966-1969. Nel 1969 infatti le
Unità di Lavoro e ogni centro dirigenziale burocratico fu affidato a una triplice rappresentanza:
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La Banda dei quattro era costituita da quattro politici della Repubblica Popolare Cinese: Jiang
Qing, vedova di Mao e sua quarta e ultima moglie, e tre suoi associati: Zhang Chunqiao, Yao
Wenyuan e Wang Hongwen. I quattro avevano raggiunto un enorme potere pur senza avere
cariche di primissimo piano. Jiang Qing solo dopo il 1966 ebbe degli incarichi politici, in ambito della formulazione delle scelte di politica culturale. Mao e Lin Biao
Yao Wenyuan e Wang Hongwen avevano avuto un ruolo
nell’instaurazione della comune di Shanghai, quando erano stati allontanati i membri del partito comunista cinese
dagli incarichi pubblici e trasformata l’intera città in una
sola “unità di lavoro” a carattere autogestionale. Ma certamente una figura molto più determinante della loro per
l’affermazione della rivoluzione culturale era stata quella
di Lin Biao. Il fatto che negli anni settanta la rivoluzione
culturale avesse fatto suo il motto “critichiamo Lin Biao
critichiamo Confucio” impedì di associare Lin Biao alla
Banda dei Quattro.
La Banda prese di mira anche Zhou Enlai, autorevole ministro degli esteri il quale, secondo la Banda avrebbe compiuto l’errore di portare in auge Deng Xiaoping, dandogli
un ruolo di rilevanza politica nella dirigenza del Partito.
Negli ultimi mesi di vita Zhou riuscì a rafforzare il gruppo
legato a Deng e, in seguito, a far nominare Hua Guofeng
come suo successore alla presidenza del consiglio di stato
e successore di Mao nel partito. La scialba figura di Hua,
pressoché sconosciuto prima e presto dimenticato poi, servì a creare quella tregua durante la quale fu preparata l’azione contro la Banda dei Quattro.
Hua Guo Feng
La Banda dei Quattro fu accusata di preparare un colpo di stato, che sarebbe dovuto scattare dopo
la morte di Mao.
Il 6 ottobre 1976 Hua Guo Feng, annunciando il tentativo
di colpo di stato, fece arrestare i quattro e un certo numero di figure minori vicine alle loro posizioni.
la “Banda dei quattro”
durante il processo a loro carico
Nel 1981 i quattro furono processati, accusati di tutti gli
eccessi della rivoluzione culturale e di attività anti-partito. Jiang Qing e Zhang Chunqiao furono condannati a
morte (pena in seguito modificata in ergastolo), mentre a
Yao Wenyuan e a Wang Hongwen furono dati venti anni di
carcere. Nello stesso anno Hua Guofeng passava formalmente i poteri a Deng Xiaoping.
Fattori determinanti per la Rivoluzione Culturale furono:
 il ruolo dominante di Mao Zedong alla direzione del Partito, considerato massima autorità ideologica e morale; la già esistente definizione di un’unica linea interpretativa corretta (quella
di Mao) contrapposta a linee erronee di destra (posizioni revisioniste o volte all’indebolimento
della rivoluzione) e di sinistra (posizioni volte a visioni astratte tendenti a politiche premature
rispetto ai tempi del processo rivoluzionario);
 l’accostamento di etichettatura politica e demonizzazione del nemico a soggetti politici ritenuti
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responsabili del proseguimento secondo le sopracitate linee erronee;
 l’intolleranza verso la critica e il dissenso degli intellettuali che influenzò la denuncia di massa
nei loro confronti e la loro classificazione come “nona categoria puzzolente”, in fondo alla scala
sociale, al tempo della Rivoluzione Culturale. La loro negatività, sottolineata in meeting e denunce, era addebitata al mancato adeguamento dei comportamenti degli intellettuali alla nuova
realtà.
Nel 1962, alla decima sessione plenaria del Comitato centrale, Mao mise in guardia contro eventuali scivolamenti nel revisionismo e mise in risalto il fatto che lo sviluppo della lotta di classe
non avrebbe dovuto interferire con la normale conduzione del lavoro in campo economico: su
queste basi, ai miglioramenti dati dal processo di riaggiustamento economico, venne accostata,
per quanto riguarda la lotta di classe, la creazione del “Mes” (Movimento di Educazione Socialista)
con l’obiettivo di rinvigorire lo spirito e la lotta di classe, e di migliorare la qualità dei quadri e
dei responsabili del partito.
in umiliazione e violenza.
Il Mes diede avvio ad iniziative volte a correggere
gli errori (di natura economica, politica, ideologica o gestionale) dei quadri e a contrastare corruzione, spreco e speculazione. Sempre più spesso,
soprattutto a partire dal 1963, squadre del Mes si
stabilivano nelle campagne, sostenendo le rivendicazioni dei contadini poveri, reclutavano nuovi
iscritti fra questi mobilitandoli in sessioni di lotta
e di denuncia contro i responsabili scoperti colpevoli. Se da una parte il Mes denunciò comportamenti negativi come cattiva gestione, corruzione,
atteggiamenti oppressivi e repressivi contro le
masse, dall’altra i comportamenti sbagliati (di natura diversa) vennero confusi e si passò spesso a
metodi di risoluzione inadeguati, tali da sfociare
Ancora oggi non è chiaro quanti siano stati i morti dovuti alla Rivoluzione Culturale, e le stime
degli storici oscillano tra 300.000 e 7 milioni di vittime.
Oltre alle perdite umane, ingenti danni furono arrecati alla cultura (persecuzione di insegnanti,
scrittori, artisti, intellettuali) e numerose furono anche le epurazioni, che provocarono un ricambio politico fra il 50 e il 70% a seconda dei diversi contesti. Non molto rilevanti furono invece i
danni economici, dato che lo sviluppo riprese il proprio cammino già dal 1969.
La principale causa di danni e perdite subiti dalla Cina fu dovuta alle Guardie Rosse, che si svilupparono nel vuoto politico (già dal 1966) creato dal ritiro dalle università delle squadre di lavoro.
Le guardie rosse, (giovani appartenenti alla classe operaia e alla classe contadina) si contrapposero alle classi “nere” (fra le quali anche gli intellettuali). Ricevettero l’approvazione di Mao e del
Gruppo per la Rivoluzione Culturale, e si diffusero in migliaia di gruppi. Le guardie rosse perseguirono il compito di spazzare via i quattro vecchiumi (vecchie idee, vecchia cultura, vecchie
abitudini e vecchi comportamenti) spesso con metodi estremamente violenti.
L’inasprirsi delle lotte proseguì fino alla primavera del 1967, quando Mao decise di contrastare
la situazione di profonda instabilità e fu aiutato dall’Epl (Esercito Popolare di Liberazione), che
restaurò l’ordine reprimendo le guardie rosse più radicali e gestì le organizzazioni di massa.
Nella primavera del 1968 le guardie rosse furono smobilitate e più di quattro milioni di studenti
(in gran parte guardie rosse) furono inviati nelle campagne a vivere con i contadini e a rieducarsi,
così come molti quadri e responsabili del partito.
Molto intense furono anche le persecuzioni religiose: le pratiche religiose vennero infatti vietate e
chi insisteva nel praticarle subì spesso l’esilio, la carcerazione e la morte. I luoghi di culto vennero
chiusi: la loro parziale riapertura venne consentita nuovamente solo a partire dalla fine degli anni
‘70. 
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Le Quattro Modernizzazioni
A partire dal 1979 Deng Xiaoping avvia una riforma
economica che ottiene indubitabili successi in termini
di sviluppo economico e di aumento della produttività
ma produce anche alcuni guasti sociali. È la cosiddetta
politica delle quattro modernizzazioni: dell’agricoltura,
dell’industria, della difesa e della scienza.
A causa delle grandi diversità esistenti nello sterminato paese, la riforma viene lanciata in tempi diversi e con
modalità differenti a seconda delle aree: alcune sono
aperte all’economia di mercato, in altre permane un’organizzazione collettivistica. Questo approccio pragmatico ha permesso di evitare rotture economiche molto forti e di passare gradualmente dal sistema
a pianificazione centrale al cosiddetto "socialismo di libero mercato".
Modernizzazione dell’economia (agricoltura e industria)
a) Nelle campagne avviene l’eliminazione delle comuni rurali del popolo (1984) e l’avvento del
"sistema della responsabilità personale" con il ritorno a forme privatistiche di produzione: la terra
viene affidata ai contadini per un periodo variabile dai 15 anni (per le colture annuali) ai 50 anni
(per le colture arboree), in pratica per sempre.
In positivo si ha un forte aumento della produttività, dato che ora il contadino ha un interesse diretto al rendimento della terra: in soli cinque anni raddoppia la produzione agricola cinese. L’altra
faccia della medaglia è una disoccupazione contadina - che avrebbe già superato i cento milioni di
unità. I braccianti e i lavoratori poveri emigrano disordinatamente verso le grandi città e le zone
più ricche, creando in molti casi problemi di ordine pubblico. In altre parole, la riprivatizzazione
dell’agricoltura ha riproposto il fenomeno sociale della presenza di contadini ricchi a fianco di
contadini poveri.
Tuttavia secondo "The Economist" il numero dei cinesi in stato di povertà assoluta si sarebbe
dimezzato da 200 a 100 milioni durante i 6 anni della riforma agraria (1979-1985). Ma il rischio
della disoccupazione si pone anche per i quasi 100 milioni di lavoratori non agricoli dipendenti
da imprese di proprietà statale.
b) I prezzi agricoli vengono liberalizzati (eccetto quello
del grano). Questo ha incentivato moltissimo la produzione agricola. Accrescendosi i guadagni dei contadini,
si è creato un surplus di risparmi utile per il successivo
sviluppo industriale. Nel breve periodo la liberalizzazione dei prezzi ha determinato una vampata inflazionistica, che ha considerevolmente inciso sulle condizioni di
vita dei lavoratori a stipendio fisso delle città. All’origine
del malessere degli intellettuali, che è sfociato poi nella
protesta politica di Piazza Tienanmen, c’è stato anche
l’impoverimento personale e delle condizioni lavorative
di una classe sociale che, storicamente, ha sempre goduto di un forte prestigio fra la popolazione. L’inflazione
è stata alimentata anche dall’emissione di una quantità
eccessiva di carta moneta per finanziare il deficit di bilancio dello stato cinese.
c) La liberalizzazione degli scambi ha permesso uno sviluppo tumultuoso del commercio interno
e estero. In questo ultimo campo cade del tutto il monopolio governativo. I beni vengono immessi in circolazione con meccanismi di mercato: i generi immessi sul mercato con meccanismi di
pianificazione centrale passano da 700 nel 1978 a 20 nel 1991. In questi anni la Cina aderisce al
Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale (1980). Vi sono anche maggiori aperture
al turismo internazionale, ben visto perché apportatore di valuta pregiata. All’inizio degli anni
Novanta il governo cinese consente agli stranieri di visitare anche i territori occupati del Tibet.
Questa maggiore libertà economica ha permesso la corsa all’arricchimento di alcune frange sociali, ancora relativamente ristrette rispetto alla maggioranza della popolazione.
d) L’apertura agli investimenti internazionali. Condizioni fiscali e doganali particolarmente favorevoli agli operatori stranieri sono state proposte soprattutto nelle cosiddette "zone economiche
speciali". Nel 1992 il governo ha autorizzato la formazione di 47.000 imprese a capitale straniero.
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Spesso gli imprenditori sono i cinesi della diaspora, quelli cioè residenti in paesi del Sud-Est asiatico come Indonesia, Malesia, Singapore, Thailandia, Taiwan. Tra i 55 milioni di cinesi "etnici" vi
sono molti imprenditori di successo i cui investimenti hanno avviato il boom. I cinesi d’oltremare
controllerebbero il 75% del mercato dei capitali in Asia (Lao Wuguan, Perché non ci potete capire, in
"Limes", n. 1/99, p. 10).
e) La creazione sperimentale nel luglio 1979 di quattro zone speciali (Shenzhen, Xiamen, Zhuhai,
Shantou), aree geograficamente chiuse e privilegiate perché godono di una maggiore autonomia
fiscale ed un clima più liberale nei confronti degli investitori stranieri (come l’esenzione dai dazi
doganali, incentivi fiscali, facilitazioni nell’utilizzo delle valute straniere). Queste zone sono le
punte avanzate di una riforma sempre più accentuatamente neoliberista. Esse sono situate nel
sud del paese: tre nella regione di Guangdong, in prossimità di Hong Kong e una nel Fujian, sullo
stretto di Taiwan. Il successo di queste aree è stato molto superiore al previsto. Nella provincia di
Guangdong la crescita negli ultimi 15 anni è stata di un eccezionale 13% annuo. Nel 1988 anche
l'isola di Hainan è stata separata dalla provincia del Guandong per diventare una Zona Economica
Speciale. In altre regioni della Cina si stanno costituendo zone speciali "ufficiose" per ripetere le
performances delle prime.
f) La costruzione di infrastrutture, di cui la Cina è disperatamente carente. La prima autostrada
cinese è stata costruita a Shanghai solo nel 1989: un piano prevede la costruzione di 35.000 km in
25 anni. L’offerta nel trasporto aereo è enormemente inferiore alle necessità: sono in costruzione
o in ristrutturazione centinaia di aeroporti. Nel 1993 il paese disponeva di soli 30 milioni di linee
telefoniche e progettava di posarne 10 milioni per ogni anno fino al 2000.
Modernizzazione della difesa
Sul piano militare il breve conflitto con il Vietnam nel 1979 evidenzia i limiti dell’esercito di popolo cinese, male armato e incapace di effettuare azioni coordinate fuori dal proprio territorio.
Vengono ridotte le forze convenzionali e potenziate quelle strategiche. Si costituiscono unità di
reazione rapida. Il potere di comando e di controllo è affidato alla Commissione militare centrale.
(Lao Wuguan, Perché non ci potete capire, in "Limes", n. 1/99, p. 8)
Modernizzazione delle scienze
Deng Xiaoping dice già nel 1977 (Rispettiamo il sapere scientifico, rispettiamo il personale qualificato): "la chiave per acquisire la modernizzazione è lo sviluppo della scienza e della tecnologia.
[...] I discorsi vuoti non porteranno il nostro programma di modernizzazione da nessuna parte:
dobbiamo acquisire il sapere scientifico e il personale qualificato [...] Ora sembra che la Cina sia
indietro di almeno vent’anni rispetto ai paesi sviluppati per quanto riguarda la scienza, la tecnologia e l’istruzione."
Uno sviluppo asimmetrico
Durante gli anni Ottanta si ha una crescita economica annuale media del 10%. Lo sviluppo economico non è stato uniformemente distribuito ed ha accentuato i fortissimi squilibri nella produzione e nel reddito tra le aree del Paese. Il reddito medio della popolazione rurale è appena il 40% di
quello della popolazione urbana e quello di un contadino del Gansu può essere addirittura cento
volte inferiore a quello di un manager del Guangdong o del Fujian.
In generale, lo sviluppo economico ha toccato più le regioni costiere rispetto a quelle interne,
quelle meridionali rispetto alle settentrionali, le città rispetto alle campagne, nelle quali vive ancora oltre il 70% della popolazione. Le campagne in prossimità delle città hanno goduto di una
rendita di posizione rispetto a quelle più lontane e non facilmente raggiungibili. Con ciò si sono create le premesse
per le rivolte dei contadini dell’interno nei confronti delle
zone costiere.
Inoltre il quadro generale di sviluppo non ha coinvolto
tutti. Il passaggio all'economia di mercato ha comportato
anche l'aumento della disoccupazione e dell'inflazione e
- per alcuni - la perdita dei servizi sociali in passato garantiti all'interno delle Comuni popolari e delle aziende di
Stato. 
(tutto il materiale dell’opuscolo è stato tratto da Internet e liberamente da me rielaborato)
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Dalla guerra dell`oppio alle quattro modernizzazioni