il
GIORNALE
di
CIVITA
Pubblicazione periodica
dell’Associazione Civita
Anno III, numero 7, luglio - agosto 2008
di Antonio Paolucci*
All’inizio del secolo e del millennio responsabili politici,
amministratori e tecnici dovranno dare risposta soddisfacente
alla domanda che gli ultimi anni hanno proposto con forza. È
una domanda decisiva dalla cui soluzione dipende la
sopravvivenza di quel venerabile istituto che chiamiamo
museo.
La domanda - semplice, addirittura banale - è questa: chi
sono i fruitori del museo? Volendo possiamo girarla (c’è chi lo
fa e sempre più spesso) in senso totalmente aziendalistico e
invece della parola fruitori usare il termine “clienti”;
“customers”come si dice nell’inglese internazionale
dell’economia e della finanza. Chi sono dunque i clienti del
museo? La domanda - avete già capito che non si tratta di un
quesito banale - legittima due risposte, due risposte che
aprono scenari radicalmente diversi, addirittura antitetici.
Prima risposta: i clienti dei musei sono la gente che li visita,
che ha voglia, tempo e danaro per viaggiare, che desidera
almeno una volta nella vita vedere la “Primavera” di Botticelli
o i “Girasoli” di Van Gogh o la “Ronda di Notte” di Rembrandt
o la “Sistina” di Michelangelo. I clienti sono i turisti, le
scolaresche, i giapponesi e gli americani in “all inclusive tours”.
I clienti sono potenzialmente il mondo intero. L’unica
democrazia che esiste sotto il cielo è la democrazia dei
consumi, anche dei consumi culturali. Questi ultimi vanno
dunque favoriti, serviti e soddisfatti al meglio. Questa è la
prima possibile risposta al quesito.
Seconda risposta alla domanda di cui sopra: i clienti del
museo sono le donne e gli uomini che devono ancora nascere.
Portare all’estremo teorico la prima risposta significa
incoraggiare oltre misura i flussi turistici, aumentare gli orari
di apertura, fare opera di promozione anche portando
all’estero i capolavori, anche creando sezioni staccate in paesi
remoti, organizzare mostre, concedere prestiti numerosi e
generosi, pubblicizzare nei modi anche più spregiudicati il
nome e l’immagine del museo.
Portare all’estremo teorico la seconda risposta significa fare
l’esatto contrario. Limitare al massimo l’usura antropica e i
rischi da viaggi, spostamenti e mostre. Significa illuminare il
meno possibile le collezioni, perché la luce è dannosa.
Significa tenere lontano per quanto possibile il pubblico
generico, non ampliando ma piuttosto riducendo l’orario di
apertura.
A una domanda semplice ho dato due risposte, entrambe
legittime però radicalmente diverse. Ho forzato l’una e l’altra
fino all’estremo teorico solo per fare intendere con un minimo
- mi auguro – di efficacia retorica quali sono, ai giorni nostri e
in progressione futuribile, i reali termini del dilemma.
L’alternativa, così come l’ho disegnata, è fra il museo come
azienda, consumo, gratificazione di massa, evasione e il
museo come conservazione della memoria. Queste sono le
estreme linee di tendenza, le derive radicali. Naturalmente noi
che siamo tecnici di lungo corso e di molta esperienza,
rispondiamo alla domanda dicendo che bisogna tenere il
giusto mezzo, coniugare fruizione e conservazione, favorire e
incrementare i flussi ma vigilare allo stesso tempo – con il
controllo ambientale, con la conservazione programmata e
così via – sulla buona salute delle opere. Sono riflessioni
opportune e giudiziose, noi le conosciamo bene e ci sforziamo
anche di tradurle in buone pratiche di lavoro. Però noi
sappiamo altrettanto bene che l’arduo binomio
FUTURO
MUSEO
Chicago, Art Institute Expansion © RPBW - Renzo Piano Building Workshop
I.P.
il
Luglio - Agosto 2008
Giornale
di
civita
LA SFIDA
segue dalla copertina
“valorizzazione – conservazione”, spesso si presenta come un
ossimoro, come una contraddizione in termini.
Il primo consiglio da dare a chi affronta da storico dell’arte o da
archeologo la gestione di un museo ai nostri giorni è dunque
questo: guardarsi dalla deriva aziendalistica male intesa, evitare di
consumare il patrimonio oltre un certo limite, ricordare sempre che
ci sono donne e uomini che devono ancora nascere e che anche per
loro, (soprattutto per loro) esiste il museo. Guardiamoci dagli effetti
nefasti della mondializzazione, la quale oggi significa il
moltiplicarsi ormai esponenziale di prestiti continui, incessanti, ai
quattro angoli del mondo. Le mostre di arte antica sono diventate
un colossale business che muove somme cospicue, dà lavoro a
migliaia di persone (curatori, allestitori, restauratori, trasportatori,
assicuratori, cacciatori di sponsor) coinvolge la politica, quella
locale, quella nazionale, spesso quella internazionale. Le opere
d’arte non hanno sindacati che le rappresentino e tutelino. Tocca ai
direttori assumersi il ruolo (spesso difficile perché sgradito alla
politica e agli affari) di chi le protegge dalla usura eccessiva.
Immagino un direttore dei nostri giorni che sappia smontare gli
stereotipi, le frasi fatte che gravano (come gli idola Phori del
grande Bacone) sull’universo dei musei.
Siamo sicuri, per esempio, che il museo sia strumento di crescita
culturale, di educazione delle masse? Forse lo è stato nell’Ottocento
liberale e borghese e nel Novecento dei fascismi e dei comunismi
quando il museo veniva inteso come veicolo di educazione e
argomento di patriottismo. Non oggi. Oggi, almeno in Italia, il
museo è visto soprattutto come svago, evasione, turismo, tempo
libero.
Si dice anche (altro idolum Phori ) che il turismo dei grandi numeri
fa conoscere il museo a tanta più gente. Non è così. Al contrario
l’industria turistica che ha tempi stretti e concentra l’attenzione
solo sui grandi capolavori “pop”, oscura il museo, non lo fa
intendere oppure ne favorisce una percezione sbagliata o grottesca.
Chi va al Louvre vuole vedere (o piuttosto vuol credere di aver visto)
la “Gioconda”. Altrimenti non gli sembrerà neanche di essere stato
al Louvre. E la Nike di Samotracia e i Poussin? Molti non li vedono
neanche. La “Gioconda” oscura tutto il resto.
Agli Uffizi nel 1937 entravano ogni anno 50.000 persone. Nel 2007
ne sono entrati più di un milione e mezzo; un aumento di trenta
volte in meno di un secolo. Ebbene io sono convinto che c’era più
gente che usciva dagli Uffizi avendo capito qualcosa e ricordando
qualcosa fra i cinquantamila del ’37 che fra il milione e mezzo di
oggi.
Concludo con un messaggio sintetico di due sole parole da affidare
ai responsabili di museo per il millennio appena iniziato:
conservazione ed educazione.
*Direttore dei Musei Vaticani
Presidente Comitato Scientifico Associazione Civita
Musei, luoghi
di memoria viva
Dal futuro non si fugge a meno di non arrivarci. Potrebbe
essere il caso del museo d’Arte Moderna di Verona e della sua
prestigiosa sede, Palazzo Forti, con i suoi scavi romani, la
struttura che risale al Medioevo e gli affreschi settecenteschi.
L’edificio è stato messo in vendita per 65 milioni di euro dopo
un opportuno cambio di destinazione d’uso da parte della
giunta leghista, nonostante il lascito del benemerito Achille
Forti indicasse chiaramente le condizioni della donazione. Allo
stesso tempo la città ha in programma una mostra (che al
momento di scrivere resta sospesa) di capolavori del Louvre,
curata da Marco Goldin e organizzata da Linea d’Ombra, un
noleggio che costerebbe al comune circa 4 milioni di euro.
Potrebbe essere questo il futuro delle politiche culturali in
Italia? Da un lato la dismissione del museo come istituzione
permanente e dall’altro investimenti che vanno ben oltre la
spesa corrente in grandi eventi?
Le amministrazioni di qualsiasi colore, sempre più affamate di
denaro e di visibilità, tendono a favorire un utilizzo della
cultura volta alle grandi occasioni, ai “festival” (parola molto
di moda), legato all’immagine del politico in ascesa,
prosciugando i risicati budget per la manutenzione delle
istituzioni e incuranti della loro vocazione educativa di
formazione permanente per la popolazione, sostegno alla
convivenza sociale, luogo d’incontro per persone di tutte le
TENDENZE DEI MUSEI EUROPEI NEL TERZO MILLENNIO
Nell’edizione del 1979 della Encyclopaedia
Universalis (l’erede della Enciclopedie di Diderot e
D’Alambert e corrispondente francese della
Britannica o della Treccani) alla voce “Museologia”
si legge: “Nel 1970 il totale dei musei del mondo
può essere collocato tra i 17000 e i 18000. ...la
Francia ne conta 1183, l’Unione Sovietica 1012,
l’Italia 972… la cifra più alta riguarda gli Stati
Uniti che ne contano circa 6000”.
Oggi noi stimiamo che solo nell’Europa del
Consiglio d’Europa (che include Russia e Turchia)
ci siano circa 38-39.000 musei se non di più e in
Italia se ne contano circa 3500.
In circa 30 anni il numero dei musei europei è
diventato più del doppio di quelli di tutto il
mondo. La prima conseguenza di questo
fenomeno sta ne fatto che statisticamente,
osservare il paesaggio museale europeo significa
imbattersi in buona parte (al di là delle apparenze)
in realtà nuove, a volte nuovissime. Ricavare da
questa osservazione indicazioni per il futuro è
difficile perché si tratta di una situazione in piena
trasformazione, capace di riservare continue
sorprese. Per orientarsi possono esserci utili i
risultati di due incontri europei appena svoltisi, e
cioè la 31a edizione del Premio Europeo Museo
dell’Anno (EMYA) patrocinato dal Consiglio
d’Europa e destinato specificamente a musei di
nuova istituzione o che si siano radicalmente
rinnovati negli ultimi due anni (EMYA 2008,
Dublin 14-17 maggio) e la settima edizione della
European Museum Advisors Conference tenutasi a
Graz dal 27 al 30 maggio 2008. Il primo evento ci
ha detto qualcosa su quanto avviene nella
concezione e realizzazione di nuovi ambienti
museali in tutta Europa e nei più diversi settori, il
secondo su quanto sta avvenendo nei musei
europei in termini di organizzazione e gestione. Il
Premio EMYA è andato quest’anno al KuMu Art
Museum di Tallin, tentativo di ricostituire un
pezzo di identità nazionale dopo la lunga notte
sovietica e insieme di segnare la città con un
elemento forte di architettura contemporanea, ma
anche tentativo di rafforzare attraverso diversi
strumenti e programmi incentrati sull’arte di oggi
un dialogo culturale con la consistente minoranza
russa che non si è ritrovata nel processo di
indipendenza e oggi deve fare fronte all’ulteriore
shock culturale della integrazione dell’Estonia
nella Unione Europea. Tentativi riusciti o almeno
molto promettenti a giudizio dei giurati di EMYA
sono stati quello del totale rinnovamento (a poco
più di dieci anni dalla fondazione) del
Catharijneconvent Museum, Utrecht, incentrato
sul patrimonio artistico - culturale cristiano in
Olanda, il nuovo museo archeologico di Almeria e
il Wimbledon Lawn Tennis Museum di Londra
(anch’esso costituito circa 15 anni fa). Il Premio
del Consiglio d’Europa è andato al Museo di
Svalbard (Norvegia) situato oltre il circolo polare
artico nella località dove si sta costituendo la
grande biblioteca mondiale dei semi per preservare
la biodioversità e consegnarla alle future
generazioni.
Se guardiamo ai risultati di EMYA 2008 e degli
ultimi 5 anni possiamo avanzare alcune ipotesi sul
futuro dei musei europei, almeno nel breve
periodo.
1. Il ciclo di vita degli allestimenti è destinato ad
accorciarsi notevolmente: 10 anni massimo
2. La tendenza alla diversificazione dei temi è in
pieno sviluppo, sempre di più il museo si
focalizza su un nucleo contenutistico specifico
3. La dimensione narrativa è diventata prevalente,
l’aspetto documentario tende ad essere al
servizio della prima e non il contrario
4. La collezione è sempre l’elemento connotativo,
ma la quantità è sempre meno importante e
forse anche la qualità; quello che conta è
l’ambiente cioè la struttura spaziale e
comunicativa
5. Il museo entra esplicitamente in molte
questioni della vita sociale contemporanea:
dalla guerra, all’ambiente, dalla religione alla
psichiatria, dall’educazione e al sogno.
EMAC, invece, non ha neppure sfiorato questi
argomenti trattandosi di un incontro tra
consulenti museali pubblici e privati orientati
professionalmente verso le questioni organizzative.
In breve ha insistito sui seguenti punti: centralità
dello sviluppo di strumenti per il Quality
Management dei musei, valore strategico del
networking, sia esso tra professionisti o tra
organizzazioni, ruolo crescente dei consulenti degli
advisor, dei facilitatori, forse anche spazio per
forme di lobbysmo virtuoso nuove per l’Europa,
crescente dimensione sopranazionale dell’azione
del museo (specialmente sotto l’impulso dei
programmi UE più che come risultato di una
vocazione culturale).
Quanto i risultati di EMYA e quelli di EMAC siano
destinati a convergere è da vedere.
In quale misura la qualità della esperienza museale
sia determinata dalle qualità dell’ambiente
espositivo o dalla qualità della collezione o ancora
dalle qualità della organizzazione del museo è
domanda alla quale non si è in grado di fornire
una risposta esauriente.
Conquistare l’interesse, la curiosità e il cuore del
visitatore è la sfida di ogni giorno del museo e la
formula “chimica” che ottiene questo risultato a
modo suo un poco magico è molto difficile da
elaborare.
Massimo Negri
Direttore European Museum Forum
Docente Museologia IULM, Milano
il
Giornale
di
civita
Luglio - Agosto 2008
LA SFIDA
Parigi, Musée du Quai Branly
Biglietteria del Cenacolo Vinciano
provenienze.
Svanite le illusioni degli anni ’90 di fare soldi con il
patrimonio, ragionamento alla base della riforma che ha
portato alla separazione della valorizzazione dalla tutela lasciando la valorizzazione (portatrice di introiti) ai privati e la
tutela (costosa) allo Stato - all’interno dello stesso museo si è
creata una situazione di convivenza da “separati in casa” tra
funzionari addetti alla conservazione e personale responsabile
della valorizzazione e della comunicazione. C’è da chiedersi
come si uscirà da questa impasse, quali energie esprima oggi il
museo e, soprattutto, come viene visto dai cittadini.
Il destino dei musei in Italia è strettamente collegato alla
consapevolezza del perché e per chi si fa cultura e del
significato stesso di questa parola. È singolare che il sindaco
leghista di Verona, così orgoglioso delle proprie tradizioni, non
abbia cercato le proprie radici culturali nei luoghi belli e
prestigiosi della città, identificabili in quell’edificio storico e
incarnato dallo spirito civico di quel lascito. E non è sufficiente
additare chi non sa come colpevole della propria ignoranza e
della propria estraneità. La domanda richiede una risposta che
sia frutto di una profonda riflessione sull’esclusione sociale tra
italiani, sul mancato senso di appartenenza a una cultura
vissuta come patrimonio comune, ricchezza e orgoglio di tutti;
ma ancora più singolare è il senso di impotenza che esprimono
i funzionari conservatori che vivono la loro condizione come
ostaggi della politica, incompresi nel loro ruolo salvifico di
ultimi baluardi della Cultura contro il mondo alieno dei
consumi, sempre più arroccati a difesa del Tempio, sia perché
logorati dai circuiti e dai numeri del grande turismo, sia perché
quegli stessi circuiti non lambiscono la loro istituzione,
disertata dagli abitanti del luogo.
Il segnale di Verona preannuncia una disaffezione
dall’istituzione museale, la cui sopravvivenza non può più
essere ritenuta una certezza, ma che domani potrebbe essere
giudicata non sostenibile.
La conservazione e l’educazione sono sicuramente, come
afferma Antonio Paolucci qui accanto, funzioni fondamentali
del museo, ma ancora più importante e urgente è dare un
senso contemporaneo agli oggetti della propria collezione.
Rielaborare, ricontestualizzare all’interno di un dibattito
culturale odierno e aggiornato vuol dire aprire un canale di
comunicazione con il proprio pubblico che vada oltre la visione
dell’opera soltanto come icona, o peggio, come feticcio; evitare
che la memoria diventi “heritage”, che il passato diventi
esclusivamente folklore. Senza un dialogo continuo con i vivi
alla posterità non ci si arriva. Ogni museo deve guadagnarsi
faticosamente, ad ogni nuova generazione, il proprio pubblico,
perché il pubblico, come la democrazia, non è mai dato, ma va
costruito ed educato attraverso un dialogo continuo,
esattamente come affermava il grande filosofo John Dewey. La
via più breve è la persuasione, la via più lunga, più
democratica, è l’educazione ai principi della democrazia. Il
ruolo fondamentale delle istituzioni culturali - e tra questi il
museo - è quello di essere luogo di mediazione, di
riformulazione e di trasformazione del rapporto dei cittadini
con la memoria.
La memoria è un concetto mobile, come anche l’arte, e come
dimostra il successo del museo più entusiasmante degli ultimi
anni, il Museo del Quai Branly di Parigi che raccoglie ma,
soprattutto, riconsidera e riposiziona le collezioni di due musei
di epoca coloniale, il Musée de l’Homme e il Musée nationale
de l’Afrique e de l’Oceanie. Progettato da Jean Nouvel,
l’edificio ha una facciata di “verde vivente” realizzata dai
botanici Gilles Clément e Patrick Blanc. Il senso
dell’allestimento, nonostante le molte polemiche, ha in
sostanza segnato la fine dell’etnografia eurocentrica, dando
dignità di Arte a culture non occidentali, le cui espressioni
artistiche erano sempre state considerate soltanto “rituali”. Una
grande diversità di materiali e documenti, compresi filmati
antichi e contemporanei, sono allestiti come fossero delle
installazioni d’arte contemporanea. A prima vista si vede che si
è trattato di un lavoro di equipe tra professionisti di discipline
diverse che hanno operato con pari dignità. Non una visione di
tecnici o storici dell’arte innamorati della loro specialità, ma un
lavoro corale che ha compiuto un piccolo miracolo: quello di
rendere la cultura degli Altri qualcosa di sexy, di erotico, da
esplorare e conoscere attraverso tante mostre temporanee
reclamate da grandi striscioni sulla facciata. Durante il
campionato di rugby del 2007 il museo si è inventato un
campo di rugby sul tetto e una serie di incontri sul tema la
melée des cultures, giocando con il linguaggio dello sport per
creare un ponte con i suoi potenziali visitatori, utilizzando a
pieno le tecnologie a disposizione di tutti, tra gli aspetti più
entusiasmanti della nostra epoca così disperatamente
“consumista”.
Anna Detheridge
Presidente Connecting Cultures
LE PROSPETTIVE NELLA GESTIONE
DEI SERVIZI MUSEALI
Le numerose e importanti esperienze di Civita nei musei si
sono fondate sulla definizione di una chiara strategia che
ha sempre visto il museo come luogo vivo, capace di
produrre cultura e di accompagnare alla funzione di
conservazione delle collezioni quella di una fruizione
moderna del nostro patrimonio culturale.
La collaborazione pubblico–privato è l’unica via per far
crescere le risorse economiche, migliorare l’efficienza nella
gestione, innovare i processi, mantenendo ferma la
centralità pubblica dell’azione conservativa e di
valorizzazione del patrimonio culturale.
Una collaborazione che per essere efficace non deve essere
squilibrata, garantendo che ciascuna parte sia
consapevolmente impegnata nel proprio ruolo, pur essendo
capace di interpretare le nuove esigenze. Ad un privato che
deve mettere in campo professionalità di tipo
organizzativo, gestionale e promozionale, nell’autonomia
del proprio profilo imprenditoriale, deve corrispondere un
attore pubblico in grado di esercitare una prevalente
capacità di indirizzo culturale e scientifico, di definizione
delle priorità nella valorizzazione.
Nell’ultimo decennio si è assistito ad una vera rivoluzione
che, prima di toccare gli aspetti gestionali, amministrativi,
museografici, ha richiesto un complesso e notevole
cambiamento dell’idea stessa di museo. Se pur è innegabile
che il nuovo modello gestionale introdotto con la Ronchey
ha effettivamente dato avvio ad un processo di
modernizzazione che ha contribuito a cambiare volto a
molti musei del nostro Paese, rilevanti sono, tuttavia, le
contraddizioni che ancor oggi interessano la gestione
museale. Ciò malgrado da diversi anni, prima con il Testo
Unico, poi con l’art. 33 della Legge Finanziaria per il 2002,
passando per il Codice Urbani e per i provvedimenti
ministeriali del 2005, si sia tentato di affrontare
l’evoluzione normativa della legge Ronchey.
Un efficace processo di evoluzione del sistema dei servizi
aggiuntivi è del resto invocato da tutto il settore e, in
particolare, dai concessionari “privati”, con la speranza che
si possano determinare quelle condizioni che dovrebbero
condurre ad un sistema di gestione integrata di beni e
servizi, che superi i confini della collaborazione pubblicoprivato applicata ai soli servizi aggiuntivi, per allargarsi al
processo di valorizzazione.
Il tentativo di intervenire con un’opera di
risistematizzazione della materia dei servizi aggiuntivi si è
concluso con l’introduzione di un provvedimento (Decreto
29 gennaio 2008), il cui risultato però non è stato
rispondente alle aspettative maturate, avendo dato avvio
alle procedure di gara per l’affidamento delle tante
concessioni in scadenza o scadute in maniera non uniforme
e disomogenea.
L’attuale fase costituisce il banco di prova per la creazione
di un nuovo spazio di collaborazione fra i privati e il
gestore pubblico, che premetta di valorizzare il ruolo
culturale delle direzioni scientifiche, garantire unità di
gestione di tutta la macchina museale, ottimizzare
l’impegno delle risorse professionali e formative, favorire
l’investimento in promozione e il consolidamento delle
imprese nel settore.
A fronte della prospettiva disomogenea che si sta
delineando, foriera di confusione sia tra gli operatori
economici che fra le varie Soprintendenze e Direzioni
regionali, è necessario introdurre idonei correttivi.
Nel proseguire lungo la direzione tracciata del recente
Decreto, sarà opportuno sia supportare le Direzioni
regionali e le Soprintendenze nella valutazione ex ante
degli aspetti economici per la definizione dei bandi, sia
verificare la congruità economica delle procedure in atto o
di prossima scadenza.
Qualora, invece, le strategie del Ministero volgessero verso
la sospensione del processo avviato per le nuove gare, sarà
necessario attivare una collaborazione fra operatori e
amministrazione per individuare le soluzioni operative in
grado di gestire la situazione transitoria e di sviluppare una
fase di rinegoziazione degli aspetti economico-gestionali.
L’introduzione di regole coerenti e durature rappresenta
certamente il punto di partenza della nuova e auspicata
collaborazione fra pubblico e privato.
Albino Ruberti
Amministratore Delegato Civita Servizi
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civita
Luglio - Agosto 2008
LA SFIDA
Tallin, KUMU Art Museum © Kaido Haagen
Sfide del Terzo Millennio:
Museo d’Arte Estone KUMU
Il Museo d’Arte Estone ha quasi novant’anni.
Ma, nonostante sia stato fondato nel 1919,
non è mai stato costruito un edificio ad hoc
per ospitarlo. E così il museo ha continuato a
cambiare sede cercando di adattarsi man mano
alle varie strutture e agli spazi espositivi. Il
museo d’arte Kumu, completato nel 2005 e
inaugurato nel 2006, è la prima sede espositiva
del Museo d’Arte Estone e include altri quattro
musei.
Il nuovo edificio non ha rappresentato soltanto
una nuova sede per il museo. La nuova
struttura del Kumu, infatti, un esempio
straordinario di architettura nordica, ci ha dato
la possibilità di osservare la funzione di un
museo nel suo complesso e da un punto di
vista del tutto inedito. Al principio non
avevamo preso in considerazione l’idea di un
museo inteso come sede espositiva di collezioni
permanenti. La doppia natura del museo, però,
ci permetteva di operare una collaborazione
dinamica tra programmi diversi e di
organizzare esposizioni attive.
Abbiamo iniziato a parlare del Kumu come
museo in continuo movimento, nel senso che
mentre la sera le sale espositive chiudono al
pubblico, il programma dell’auditorium
continua, gli studi non smettono di lavorare e
le attività che coinvolgono i giovani vanno
avanti. Abbiamo iniziato a chiamare il Kumu “il
museo dell’arte viva” e a progettare i principi
per elaborare un sistema fatto di parti diverse
che si integrassero tra loro. Abbiamo utilizzato
i concetti di asse verticale e asse orizzontale,
laddove l’asse verticale rappresenta la cornice
delle mostre e quella orizzontale include tutti i
principi su cui si basano le nostre mostre e
tutti gli eventi che organizziamo. L’esposizione
stabile, che include opere dal principio del
XVIII secolo fino al 1944, è disposta su due
piani ed è associata a mostre tematiche sempre
diverse dello stesso periodo. Uno spazio di
novecento mq circa ospita le mostre d’arte
contemporanea, mentre uno spazio simile è
destinato alle mostre d’arte internazionale.
L’interazione col pubblico è molto importante
per il Kumu. Ci preme sottolineare che tutto
ciò che accade all’interno della struttura è di
un livello professionale elevato, ma lo
comunichiamo utilizzando diversi registri
linguistici, in base alla preparazione e agli
interessi della platea. Per questo motivo
abbiamo organizzato dei programmi destinati a
un pubblico vario: dalle così dette serate
Kumu, dove gli specialisti approfondiscono
particolari aspetti dell’arte da un punto di vista
storico, fino ai così detti Venerdì degli anziani,
destinati a gente di una certa età. Il Centro
Educativo Kumu è molto amato, sviluppa e
realizza programmi diversi per i bambini in età
scolare, mentre la Scuola d’Arte Kumu è
destinata sia a bambini molto piccoli sia a
laureati.
Il programma espositivo del Kumu, inoltre, è
associato alle attività dell’auditorium. La
tecnologia moderna ha da tempo cancellato i
confini che separavano i mezzi di
comunicazione dell’arte tradizionale e i nuovi
mezzi di comunicazione. La sala riunioni,
all’avanguardia per le sue strutture, può
ospitare fino a 264 persone ed è uno spazio
invidiabile per diverse attività: proiezioni
cinematografiche, danza moderna, spettacoli
multimediali, e così via. E, ovviamente, per le
conferenze scientifiche. Al Kumu poniamo
molta attenzione sulle mostre che si basano su
un lavoro di ricerca. Le nostre innumerevoli
collezioni, infatti, ci costringono a studiare la
storia dell’arte estone.
Il Kumu ha assunto il ruolo di istituzione di
rilievo, deve contemporaneamente essere molto
flessibile, deve prendere in considerazione e
occuparsi dei cambiamenti che accadono nel
mondo dell’arte giovane, deve saper prevedere i
processi che coinvolgono l’arte al di fuori delle
mura del museo. Se vogliamo che l’arte viva
nel Kumu dobbiamo saper accettare la pubertà
infinita dell’arte. Oggi tutti i musei sono
abituati alla gente che sfrutta come può il
proprio tempo libero, tutti lavorano con un
pubblico differenziato, escogitando
composizioni moderne. Per noi è difficile farlo
a causa del numero limitato di visitatori. Il
ruolo di un museo per una nazione piccola è,
apparentemente, più difficile di quello dei
grandi musei. L’ambizione internazionale è
importante per noi: anche se si tratta di un
museo di una nazione piccola non significa
necessariamente che le sue vedute siano
ristrette.
Museo d’Arte Contemporanea
KIASMA
Il Museo d’Arte Contemporanea Kiasma è
stato fondato a Helsinki dieci anni fa. Allora
lo scenario era completamente diverso da
oggi. Il nuovo museo era all’avanguardia nel
finanziamento privato, nelle collaborazioni
internazionali e nell’attività pedagogica
museale. Il futuro presenta numerose sfide e
possibilità. Come parte della Galleria
Nazionale Finlandese il Kiasma è statale ed è
largamente finanziato dallo stato. Le
circostanze economiche, tuttavia, stanno
cambiando rapidamente e una maggiore
sfida del futuro sarà quella di sviluppare una
base di finanziamenti privati sostenibili per il
museo. Quando i finanziamenti statali
diminuiscono alcuni dei compiti principali
del museo sono a rischio. Quest’anno, per
esempio, il Kiasma ha dovuto ridurre gli
ingressi gratuiti notturni e le visite guidate
gratuite per la mancanza di finanziamenti.
E questa è un’altra sfida importante per il
futuro: in che modo equilibrare il ruolo di
un’istituzione nazionale con quello
del museo?
Sirje Helme
Direttore Museo d’Arte Kumu
Un anno mezzo fa il nuovo direttore del
Kiasma, Berndt Arell, ha delineato la visione
per il Kiasma per i prossimi cinque anni. Si
basa su tre punti cardine:
1) il rapporto con il pubblico, 2) le
collaborazioni internazionali, 3) lo sviluppo
di finanziamenti privati e pubblici. Il suo
scopo è quello di creare un’idea di museo
che stabilisca un dialogo con il suo pubblico,
presentare la migliore arte contemporanea in
Finlandia e offrire agli artisti contemporanei
finlandesi la possibilità di essere presentati
all’estero. L’intenzione è anche di allargare il
pubblico del Kiasma. Negli scorsi anni il
Kiasma ha instaurato collaborazioni
internazionali e ha presentato il proprio
concetto all’Art 38 Basel. Il numero di
visitatori è cresciuto e i media internazionali
hanno mostrato interesse nei confronti del
museo. Ovviamente bisogna guardare avanti,
ma per affrontare le sfide che ci aspettano
c’è bisogno di concentrazione, guida e
immaginazione.
Sanna-Mari Jantti
Responsabile Marketing e Sponsorship Kiasma
Courtesy the artist and Galerie Eva Presenhuber, Zurigo
Foto: Petri Virtanen
MUSEO NAZIONALE DELLA SCIENZA E DELLA TECNOLOGIA “LEONARDO DA VINCI”
Da dove viene e dove sta andando il Museo Nazionale della Scienza
e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano?
Dalla sua fondazione, nel febbraio del 1953, questa istituzione si è
quotidianamente impegnata nell’essere un luogo
di scoperta, esperienza, comprensione e
ispirazione accessibile a tutti. Dati alla mano negli
ultimi anni l’attuazione di questa missione ha
registrato una forte accelerazione: circa 400mila
visite in un anno, 1° museo più visitato della
Lombardia e 20° in assoluto in Italia, oltre un
quarto dell’intera superficie museale rinnovata.
Oggi è giunto anche un momento di “pausa”: la
chiusura al pubblico dal 9 giugno al 15 settembre
2008, per permettere la realizzazione, a cura del
Comune di Milano proprietario dell’immobile, di
un impianto di climatizzazione a emissioni zero
oltre ad altri numerosi interventi. Ovviamente il
Museo ha chiuso ma non è andato in ferie e si lavora già per la
riapertura e per numerosi progetti rivolti al suo futuro, con
l’impegno di attuare una serie di misure per fondere l’anima di un
“museo classico” con quella di un science centre:
il futuro, infatti, si può ricercare attraverso una
forma mista, dove a una esposizione ricca e ben
allestita di oggetti storici in grado di emozionare e
affascinare, siano fortemente integrati, negli stessi
spazi o in aree complementari, strutture
interattive, exhibit e strumenti di semplice ed
efficace esemplificazione; ma – fatto
fondamentale – con la presenza di animatori
professionalmente preparati a rivolgersi a differenti
tipologie di pubblico in una logica “one to group”
e con una visita “integrata”.
Ufficio stampa Museo Leonardo da Vinci
il
Giornale
di
civita
Luglio - Agosto 2008
LA SFIDA
la parola ai Musei
Exploratorium
Giunto al principio del XXI secolo, il movimento a favore dei poli
scientifici, e i musei in generale, si trova di fronte a un nuovo
scenario didattico. I poli scientifici sono figli di un’era plasmata
dalle profonde trasformazioni nel panorama formativo della loro
epoca. Il settore si adatterà di nuovo al contesto educativo che
cambia, ridefinendo a sua volta se stesso, oppure farà di tutto
per mantenere l’identità attuale di fronte a un mondo che
subisce mutamenti radicali? Che cosa vuol dire essere
un’istituzione in un mondo non istituzionalizzato? Che cosa
significa avere un’identità intesa in termini di tempo reale e
luogo “spaziale” reale in un mondo sempre più virtuale? Che
cosa significa quando il pubblico può creare e vendere audio
tour delle nostre mostre? Quando la gente può visitare online il
patrimonio di un museo distante? Quando l’autorità dalle
istituzioni passa agli individui? Quando i nostri visitatori usano
dispositivi mobili per interagire tra di loro e col mondo esterno
durante la visita? Quando pensiamo ai discenti non solo come
studenti a scuola ma come partecipanti attivi in un ambiente
educativo fatto di scuole, case, mezzi di comunicazione e musei?
Chi sono i nuovi avversari e i nuovi alleati del nostro lavoro? Le
nostre istituzioni sono una risorsa valida per il nostro pubblico e
alle loro condizioni? Oppure i poli scientifici diventano
semplicemente irrilevanti per l’esperienza educativa del nostro
pubblico? Come tutti i poli scientifici, anche l’Exploratorium ha
dovuto far fronte a questo nuovo scenario. Ha trascorso i primi
15 anni di vita a perfezionare la creazione di esperienze
didattiche attraverso mostre e programmi sul posto per il
pubblico, per gli insegnanti e per gli studenti. I successivi 15
anni sono stati impiegati a sviluppare i mezzi, le collaborazioni e
le reti che ci hanno permesso di allargare tali esperienze a un
pubblico esterno alle mura del museo attraverso le attività online,
l’aggiornamento professionale degli insegnanti, un gruppo di
ricerca attivo e i rapporti con musei ed educatori di tutto il
mondo. Ora che stiamo entrando nella terza fase, il nostro
obiettivo è quello di creare opportunità per il nostro pubblico di
divenire un vero partner nel nostro sviluppo. Le possibilità
includono l’offerta di opzioni per partecipare alla valorizzazione
di mostre e programmi, favorire materiali online creati dagli user
utilizzando le nostre risorse e creare una nuova struttura agevole,
basata sulla collaborazione e sull’idea di creare un ambiente
didattico ripartito. In questa fase la nostra idea è ancora in
divenire, eppure la nostra missione nel corso degli anni non è
cambiata affatto: vogliamo creare una cultura della formazione
attraverso scenari innovativi, programmi e strumenti che aiutino
la gente a nutrire la propria curiosità sul mondo che li circonda.
Torino, Museo Egizio
Tratto dall’articolo comparso in Curator: The Museum Journal,
vol. 51, number 1, January 2007
copyright California Academy of Sciences
San Francisco, The Exploratorium © Amy Snyder
Intervento di Robert J. Semper, vicedirettore esecutivo,
Exploratorium, San Francisco
MUSEO EGIZIO DI TORINO
Nessun direttore di museo lo ammetterebbe mai, ma si
deve accettare il fatto che i musei sono diventati parte
integrante dell’industria del tempo libero di oggi e di
domani. I musei sono in competizione gli uni con gli altri
e con tutta una serie di attività dedicate al tempo libero
quali sport, cinema, teatri, giardini pubblici, etc. Il grande
pubblico desidera divertirsi, ma anche essere “istruito”.
Sempre più spesso privatizzati, a causa di gestioni
fallimentari o a causa della scarsità di fondi pubblici, i
musei devono dimostrare di essere in grado di rispondere
ai bisogni del pubblico e di attirare un numero sempre
maggiore di visitatori. Nessun direttore desidera misurare il
suo successo con il numero di visitatori, soprattutto se si
tiene conto del fatto che l’ICOM definisce il ruolo del
museo in termini seri e non populistici: il ruolo di un
museo è quello di acquisire, documentare, fare ricerca,
pubblicare, restaurare, esporre e spiegare. Queste attività
devono forse essere messe da parte in nome “dei piedi che
varcheranno la soglia e non in base alle teste”?
Sfortunatamente l’aspettativa del sistema è che il numero
di visitatori conta. Con mio grande disappunto, fin dal
mio arrivo a Torino il mio successo è stato in larga parte
misurato in base all’incremento del numero di visitatori e
non necessariamente giudicato in base al concreto lavoro
effettuato all’interno del museo. Durante il mio primo
anno, periodo caratterizzato dai Giochi Olimpici Invernali,
il mio museo ha registrato un incremento dei visitatori
dell’86%: le motivazioni più evidenti sono da individuare
nell’aumento della presenza di stranieri in città, nella
spettacolare illuminazione dello Statuario etc. In verità,
però, la maggioranza dei cittadini ha confuso il
Presidente della Fondazione con il Direttore, non
considerando gli sforzi della struttura organizzativa per il
raggiungimento degli obiettivi. Nel 2007, con un
decremento importante del flusso turistico in città,
l’affluenza in museo si è mantenuta costante: sopra i
500.000 visitatori annui. A tutt’oggi non ci sono spazi da
destinare ad esibizioni temporanee, e di conseguenza non
è possibile fare affidamento su eventi di grande interesse
per il pubblico, eventi comunque invariabilmente costosi e
tendenzialmente ad alto rischio economico. Tutti sognano
un’esibizione di grande successo, ma pochi sono
consapevoli di quanto siano rare le percentuali di questo
successo! L’esperienza m’insegna che un’unica cattiva
recensione può rovinare una mostra, indipendentemente
dalle somme destinate all’attività promozionale. Devo
confessare di aver investito tanto, nel 2007, nell’attività di
marketing e pubblicità con una serie di iniziative che
includevano ad esempio agevolazioni sulle tariffe dei
biglietti per i taxisti e altre categorie di visitatori. Non si
discute sul fatto che una prolungata campagna
pubblicitaria faccia aumentare i numeri, tuttavia questo
risulta essere possibile solo se la stessa è abbinata ad un
efficiente lavoro di pulizia del museo e ad una
comprensibile esposizione delle collezioni.
A mio parere, il museo è innanzitutto un veicolo
d’informazione: al visitatore devono essere trasmesse
informazioni di qualità. Didascalie essenziali, tali da poter
essere colte al primo sguardo, sono fondamentali. In
Europa, le didascalie devono essere bilingui (tassativo
l’inglese), e devono essere disponibili opuscoli informativi.
La chiarezza della disposizione, l’installazione, il design e
l’allestimento sono importanti per agevolare la
comprensione delle collezioni. Un prezzo ragionevole del
biglietto, gratuito o simbolicamente basso, fa la differenza
per il visitatore che vuole fare soltanto una rapida visita.
Dopo tutto, l’obiettivo del museo non è soltanto quello di
essere al servizio del turista di passaggio, ma è,
soprattutto, quello di attirare il “repeat visitor” (visitatore
che tende a reiterare). Poiché la visita al museo può
rivelarsi per sua stessa natura stancante, i musei devono
provvedere a tutta una serie di comodità, quali i posti
dove sedersi, le fontane per bere, i punti di ristoro, le
boutique di libri e di merchandising, per qualsiasi tipo di
portafoglio, i servizi igienici attrezzati (con facilitazioni
specifiche), il servizio di biglietteria con uno staff
professionale, il guardaroba e le aree di riposo magari con
postazioni internet, etc. Soprattutto, il museo deve
preservare la sua credibilità accademica attraverso una
continua documentazione, un’attività di ricerca e restauro
e con delle pubblicazioni scientifiche e divulgative. Un
servizio di didattica museale deve essere di alta qualità e
costantemente in evoluzione e non rivolto soltanto alle
scolaresche ma anche agli adulti. Comunque condivido il
riservare al marketing ed alla pubblicità una buona
percentuale del budget in modo da soddisfare il “gioco
dei numeri”!
Eleni Vassilika
Direttore Museo Egizio di Torino
il
Giornale
di
civita
Luglio - Agosto 2008
LA SFIDA
Intervista ad Angelo Failla,
Direttore Fondazione IBM
Italia
Quali prospettive e quali scenari
immaginate perchè un museo possa
affrontare le sfide e soddisfare le richieste
che riserva il domani?
Nell’ambito della fruizione dei beni culturali,
così come in buona parte è già avvenuto in
molti aspetti della vita quotidiana, emerge la
differenza nei modelli di comportamento di
coloro che sono nati in un’epoca in cui la
tecnologia era già ampiamente diffusa, e
stanno tutt’ora crescendo con essa, e coloro
che hanno dovuto imparare a conviverci. Ciò
apre prospettive del tutto nuove. Da un lato,
il passaggio verso la definitiva affermazione
dei nativi digitali consentirà anche alla
tecnologia dedicata ai musei, ed ai beni
culturali in genere, di realizzare nuove
soluzioni che potranno avvalersi delle
capacità ideative e delle competenze tecniche
che le nuove generazioni di utenti digitali
posseggono e sanno padroneggiare con
facilità. Dall’altro, la capacità dei musei di
cogliere e soddisfare le richieste che
provengono da utenti/visitatori con modelli di
comportamento nuovi e assai differenziati,
assumerà importanza crescente. Si tratta di
una sfida molto difficile, da cui dipende la
possibilità di favorire l’accesso al nostro
immenso patrimonio culturale a quote
crescenti di giovani, attualizzandolo e
facendolo percepire come un’eredità viva,
senza mai perdere di vista la centralità dei
contenuti, l’effettiva comprensione dell’opera
d’arte e del bene culturale in quanto
patrimonio da conservare e valorizzare e con
una funzione educativa fondamentale per le
persone e per la collettività.
Quali tecnologie ritiene importanti ed
auspicabili al fine del miglioramento, in
futuro, della comunicazione museale e della
fruizione da parte del pubblico di visitatori?
Lo sviluppo delle simulazioni tridimensionali e
la nascita di comunità virtuali di utenti che
condividono gli stessi interessi, con
l’affermazione di modalità interattive di
creazione cooperativa di contenuti, aprono
scenari di grande interesse e richiedono
atteggiamenti nuovi da parte di tutti gli attori
coinvolti nella gestione e nella comunicazione
museale. La tecnologia 3D è una componente
essenziale dei mondi digitali in cui è immersa
una quota crescente della popolazione ed è
una prova di come la tecnologia possa essere
finalizzata al superamento dei limiti legati alla
realtà e al contesto in cui ci si trova.
Un vantaggio essenziale dei mondi virtuali è
pertanto rappresentato dalla valorizzazione
della capacità di apprendimento attraverso
l’interazione, anche se ciò avviene – ed è
questo l’aspetto innovativo - in un contesto
che non ci circonda
fisicamente. I mondi virtuali
infatti offrono, ed in alcuni
casi richiedono, la
cooperazione tra team per il
raggiungimento di obiettivi.
La possibilità di valorizzare
gli aspetti positivi
dell’apprendimento in mondi
virtuali non competitivi ma
collaborativi, dedicati ai beni
culturali, offre molte
IBM, progetto Eternal Egypt
Nuove tecnologie
opportunità che già cominciano a
prefigurare modalità del tutto nuove
di comunicazione da parte di
musei.
Quali tecnologie potrebbero
servire a supporto del museo
del terzo millennio per
soddisfarne l’aspetto dei
servizi?
La tecnologia ha senso se
non obbliga ad imparare,
se permette di muoversi
liberamente senza ricorrere
a percorsi obbligati ma è in
grado di seguire i desideri
di chi la utilizza, se è
conosciuta e posseduta. In
altre parole se gli utenti se
ne appropriano tanto da
farla diventare trasparente
ai loro stessi occhi. IBM
lavora da sempre per
trasformare la ricerca
tecnologica in soluzioni
usabili da tutti attraverso gli
strumenti che già possediamo e
sappiamo usare, per dare
vantaggi senza chiedere in cambio
lo sforzo di imparare, per aiutare e
guidare quando serve, dove serve.
Esempio dei risultati che si possono
raggiungere con un approccio che mette
l’utente al centro è Migs (Mobile Informations
& Guidance Services), una soluzione IBM che
permette agli utenti di accedere ad un museo,
ad un’area turistica, ad uno spazio pubblico e
di essere guidati attraverso di essi senza dover
ricevere nessun apparato specifico ma
permettendo di utilizzare gli strumenti
(cellulare, pda) già in loro possesso.
Tuttavia, soddisfare una richiesta crescente di
servizi di qualità significa pensare alla visita
come al momento della verità di una relazione
con il museo che inizia prima della visita vera
e propria e
che dovrebbe poter continuare anche dopo,
perchè tra visitatori, museo e comunità nella
quale è inserito si crea un legame profondo e
duraturo. Le tecnologie di rete sono al
riguardo uno strumento ormai insostituibile,
per le possibilità che offrono di simulare e
sperimentare in anticipo la visita – e sempre
più spesso stimolando il visitatore ad
effettuarla nella realtà - nonchè di dare vita a
comunità che interagiscono e possono
scambiare conoscenze anche dopo aver
visitato un museo.
MUSEI NELLA RETE
La ricerca su web e musei che il Centro Studi ha realizzato per
il nuovo Rapporto Civita consente alcune valutazioni sui siti
dei musei italiani. Prevale la cura dei contenuti, con una
attenzione particolare alla presentazione delle opere e dei
reperti conservati nei musei (descrizione, informazioni storiche,
etc.), oltre ad una descrizione curata degli edifici che li
ospitano. L’approccio ai contenuti è però analogo a quello che
si avrebbe nella predisposizione di un catalogo o di un testo
su supporto cartaceo. La costruzione di relazioni tra gli
oggetti, gli autori, la collocazione nel tempo e sul territoio
non sono mai sviluppate con tutte le potenzialità offerte dalle
tecnologie. Eppure la specificità del nostro patrimonio
museale sta proprio nel fatto che esso è il più delle volte
inscindibile dal territorio e ha con esso un legame
straordinario. Allorchè se ne voglia approfondire la
conoscenza, la costruzione di nessi e legami è indispensabile.
Si tratta, in sostanza, non di virtualizzare il museo, ma di
utilizzare le tecnologie per un salto di qualità nelle
informazioni, in modo da proporre una contestualizzazione
nel tempo e nello spazio degli oggetti, che mostri la
documentazione sulla tecnica di esecuzione o sui lavori di
restauro. Un approccio che modifichi il modo stesso di
avvicinarsi alla cultura, che solleciti la crescità di curiosità e
conoscenza.
Rispetto ai musei stranieri, gli elementi che più ci
differenziano sono legati ad un approccio generale che non
riguarda solo il mondo del web e il suo rapporto con il
museo. All’estero, troviamo una particolare attenzione alla
trasparenza (sono descritte le attività del museo, illustrati i
risultati raggiunti) ed in genere c’è una attenzione particolare
al visitatore, del quale si preoccupa di soddisfare le esigenze e
di conoscerne le aspettative, ma anche di stimolarne la
partecipazione in organizzazioni di sostegno dei musei (Amici
dei musei). I servizi (prenotazioni, acquisti, servizi
personalizzati e interattività) sia nei confronti del pubblico
generico che degli specialisti sono in Italia piuttosto trascurati.
Per un paese caratterizzato da una forte attrattività turistica,
un elemento di fragilità è rappresentato dalla scarsa
attenzione al tema del multilinguismo: talvolta persino in
musei di fama internazionale manca la traduzione almeno
nella lingua inglese. L’offerta didattica, che spesso nel museo
è ricca e qualificata, viene esclusivamente presentata e non
favorisce l’interazione con gli utenti (non è quasi mai possibile
scaricare materiali didattici, testi e altro per l’attività didattica
esterna al museo) come invece accade in molti musei stranieri.
Anche le aree dedicate al merchandising da noi sono
trascurate (in pratica non esiste il commercio elettronico e
quasi mai la possibilità di prenotare on-line) mentre queste
opportunità sono ottimamente organizzate nei musei europei,
ma soprattutto negli Stati Uniti.
Quali sono le caratteristiche del pubblico? Le domande
sottoposte al campione hanno permesso di ottenere alcune
indicazioni abbastanza interessanti che rappresentano un
unicum sullo scenario della ricerca in questo settore. Gli
utilizzatori di internet che accedono ai siti museali sono il
35,1% del totale, in prevalenza maschi, con il 67% circa nella
fascia di età tra i 25 e i 64 anni e solo l’11% tra i 15 e i 24
anni. Le motivazioni della visita al sito sono prevalentemente
quelle informative ed i siti risultano apprezzati dalla grande
maggioranza degli utenti, che in prevalenza chiede un
maggior grado di interazione con il sito.
Massimo Misiti
Responsabile Centro Studi e Ricerche
Associazione Civita
il
Giornale
di
civita
Luglio - Agosto 2008
LA SFIDA
Le tecnologie multimediali sono diventate
negli ultimi anni uno strumento di grande
efficacia al servizio della comunicazione
museale. Tuttavia la storia della loro
utilizzazione ha avuto fasi alterne. Nei primi
anni Novanta si era diffusa la convinzione,
almeno in alcuni ambienti, che le tecnologie
dovessero invadere il mondo dei musei fino al
punto che qualcuno prevedeva che le visite
virtuali potessero sostituire le visite reali.
Questo entusiasmo iniziale ha lasciato il
posto, nel corso del tempo, ad analisi meno
ingenue e più caute ed articolate, che hanno
distinto i tanti casi particolari nel variegato
universo della museologia.
Le tecnologie sono diventate oggi strumenti
consolidati per tanti aspetti, si pensi ad
esempio alla promozione ed alla gestione. Le
audioguide sono strumenti ormai ampiamente
diffusi e graditi dal pubblico, mentre appare
più delicata la questione relativa alla presenza
di altri strumenti multimediali all’interno dei
percorsi museali. Il discorso è complesso e
meriterebbe una trattazione riferita alle
singole tipologie di museo, se non addirittura
ad ogni singolo museo. Va detto che su
questo tema il dibattito teorico appare spesso
più sviluppato delle reali applicazioni. Per
questo motivo, preferiamo descrivere, a titolo
di esempio, un caso reale di allestimento
museale molto particolare nel quale siamo
stati coinvolti personalmente, che ci ha
permesso di sperimentare sul campo alcune
idee e di imparare molto dalla pratica
sperimentale.
La Provincia di Roma ha recentemente
promosso nuovi scavi archeologici nel
sottosuolo di Palazzo Valentini, sua sede
istituzionale, situata di fronte ai Fori Imperiali,
a pochi metri dalla Colonna Traiana. Quello
che si è scoperto è stato davvero
sorprendente: sono stati rinvenuti resti di due
“Domus” patrizie di età imperiale,
appartenenti a potenti famiglie dell’epoca,
forse a senatori, con splendidi reperti, tra i
quali mosaici, pareti decorate in opus sectile,
pavimenti policromi, vasche termali, e ancora
basolati, statue, tracce del sistema idraulico e
altro ancora.
Dopo il restauro, ci è stata richiesto un
progetto per la valorizzazione del sito, per far
rivivere questi ritrovamenti. Il fatto di essere
stati chiamati, quali esperti di divulgazione e
museologia, a scegliere non solo i contenuti,
ma anche e soprattutto i mezzi della
comunicazione, ci ha fatto meditare non
San Francisco, The Exploratorium © Amy Snyder
per nuovi Musei
poco: da un lato eravamo inizialmente
preoccupati, essendo l’allestimento di un’area
archeologica una situazione nuova per noi,
ma d’altro canto eravamo anche molto attratti
dall’occasione, poiché da anni pensiamo che i
divulgatori siano spesso i grandi assenti nella
museologia italiana. La bellezza dei luoghi e
l’atteggiamento dei committenti e degli
archeologi ci hanno alla fine convinti ad
accettare la difficile sfida.
Abbiamo progettato la visita nei luoghi dei
ritrovamenti guidati soltanto da luci, voci e
suoni, senza la presenza di personale o testi
scritti. Il visitatore è letteralmente condotto
Valencia, Città delle Arti e delle Scienze, progetto di Santiago Calatrava
per mano dalle voci narranti, dalle musiche e
dagli effetti sonori. E’ un viaggio immersivo
nel passato, attraverso l’utilizzo combinato di
reperti reali ed effetti multimediali. L’idea
generale è stata quella di far entrare il
visitatore in un’atmosfera “magica”, dove le
luci creano sorprese ed emozioni e gli effetti
luminosi “raccontano” i reperti con sistemi
speciali di proiezione che “disegnano” le parti
mancanti, oppure sottolineano strutture di
particolare interesse. In più punti si ha la
curiosa sensazione di vedere al tempo stesso
la realtà, dinanzi a sé, e la proiezione delle
ricostruzioni virtuali (ottimamente realizzate
per noi dall’ing. Gaetano Capasso) di come
potevano apparire i luoghi, sulla base delle
strutture e dei “frammenti di decorazione”
tuttora esistenti.
Abbiamo lavorato su una sorta di asse di
equilibrio, come abbiamo imparato a fare da
molti anni: per evitare da un lato di essere
pedanti e dall’altro di creare un clima
disneyano, ma anche di essere troppo banali o
troppo sofisticati, sia nel linguaggio sia nei
concetti.
E ancora, forse elemento più importante, con
la necessità di calibrare la presenza delle
tecnologie e delle immagini virtuali per non
rovinare la magia del luogo, anzi per esaltarla:
abbiamo, in un certo senso, dovuto
proteggere i reperti dalla nostra invasione, che
infatti è stata trasparente al massimo grado.
Quando si accendono tutte le luci, non appare
nessun elemento tecnologico a disturbare i
luoghi.
Nel corso di tutto il lavoro di ideazione e
progettazione ci siamo avvalsi della
consulenza e della supervisione di archeologi
e storici per controllare la rigorosa correttezza
scientifica sia del testo sia delle ricostruzioni.
La sintonia che si è creata con tutti loro è
stata un altro elemento decisivo nel
raggiungimento del risultato.
Il progetto è stato tecnologicamente molto
complesso ed ha infatti coinvolto in totale
circa quaranta persone, tra esperti, divulgatori
e tecnici.
Abbiamo numerosi segnali che indicano che il
risultato è di soddisfazione per i visitatori.
Crediamo che uno dei segreti della riuscita di
questo progetto sia stato il fatto che attori
diversi, con competenze diverse, ovvero la
Provincia di Roma, gli esperti, noi divulgatori,
la Mizar srl e infine Civita per la gestione,
hanno sempre agito con spirito di grande
collaborazione e di competenza nel pieno
rispetto dei rispettivi ruoli.
In conclusione, non crediamo che esista una
ricetta generale per l’utilizzo efficace delle
nuove tecnologie per affrontare le sfide e le
richieste che dovranno affrontare i musei nel
futuro. Tuttavia crediamo che uno studio
attento delle specificità di ciascun museo e un
utilizzo accorto delle nuove tecnologie possa
dare un contributo notevolissimo
all’arricchimento della esperienza di visita,
fornendo al visitatore le chiavi di lettura e di
contestualizzazione che rendono la visita più
efficace, significativa e piacevole.
Piero Angela e Paco Lanciano
divulgatori scientifici
il
Giornale
di
civita
Luglio - Agosto 2008
LA SFIDA
“Big Scale” la globalizzazione
è rivoluzionaria per i musei?
franchising del marchio: l’Hermitage per esempio, e più
recentemente con grande corteo di polemiche e firme di
intellettuali anche il classicissimo Louvre di Parigi.
Apparentemente la logica seguita è semplice: il capitale
simbolico incorporato nei marchi di alcune istituzioni
che, per storia, prestigio della collezione, capolavori, sono
fortemente posizionate sul mercato globale, è stato
valorizzato in un prospettiva di “brand extension” o di
economia di scopo. Il museo ha smesso di essere
quell’edificio, quella collezione, quel sistema di
conservazione, per diventare un attore culturale articolato
e multiforme.
I risultati di questo esercizio sono stati importanti sul
piano economico e di mercato. Hanno consentito di
aprire sedi negoziando condizioni particolarmente
favorevoli di accesso alle risorse (nel quadro di politiche
di rilancio urbano), di internalizzare i vantaggi della
circuitazione internazionale di mostre, di rinforzare
ulteriormente i marchi sostenendo un ruolo di players
globali nella valorizzazione e nel mercato dell’arte, di
canalizzare flussi di visitatori sempre meno capaci di
distinguere e screziare i loro gusti e i loro percorsi. D’altra
parte hanno anche portato qualche problema:
l’incremento della complessità e dei costi di
coordinamento, ad esempio, mentre la lentezza dei ritorni
(molto diseguali nei diversi siti) rispetto alla veloce
crescita del cash flow hanno determinato l’insorgere di
significative difficoltà finanziarie.
Come possono essere interpretate queste scelte? Sono il
segnale di un mutamento globale nel mondo museale?
Di un cambio di registro che mette in discussione
profondamente il senso e la natura dell’idea di Museo
nella nostra contemporaneità?
Certamente i musei negli ultimi lustri hanno, in generale,
superato i loro confini tradizionali. Lo hanno fatto i
musei della scienza che si sono espansi in direzione
dell’entertainment, dell’hands on, delle applicazioni
tecnologiche; in modo diverso lo stanno facendo i musei
di arte contemporanea che si propongono come vere
centrali di sviluppo urbano e sociale.
Il segnale dato dai Big Ones è però di natura molto
particolare: è un’espansione multinazionale, fortemente
orientata alla dimensione commerciale, necessariamente
aperto alla massa.
Da una parte, infatti, questa strategia risponde ad un
mutamento globale e comune che si manifesta nei
comportamenti dei fruitori: e si chiama “aumento della
mobilità”, “diffusione dello sviluppo e della ricchezza”,
“crescita e semplificazione dei consumi culturali di
massa”, “concentrazione delle percezioni comuni su
alcune principali icone e disinteresse dei grandi numeri
per il resto”. La logica perseguita si focalizza sul valore
del marchio delle istituzioni più che sulle specificità
storiche e artistiche delle collezioni. Il museo assume forti
tratti aziendalistici, si orienta molto alla valorizzazione o
per meglio dire al marketing e allo sfruttamento
dell’opportunità generata dal nuovo mercato globale.
Dall’altra, le tre esperienze citate sono molto diverse per
tempi, modi e priorità.
Il marchio americano ha operato per primo ponendosi
francamente come interlocutore globale delle politiche
culturali dei principali paesi in via di modernizzazione. Il
grande museo russo ha prevalentemente lavorato sul
licensing, quindi con una politica di espansione
relativamente “a basso rischio”, o a rischio condiviso con
alleanze mirate. L’istituzione francese ha operato invece
all’interno di un partenariato tra la nazione francese e
uno dei suoi principali interlocutori economici globali.
Senza entrare in valutazioni di merito, sono comunque
esperienze che mettono profondamente in discussione la
nozione tradizionale di Museo, baricentrandola su
obiettivi e sistemi di competenze e di priorità molto
diversi da quelli tradizionali.
Soprattutto il mutamento non proviene tanto
dall’“interno” delle istituzioni museali. Si tratta piuttosto
della formazione di una nuova “arena” di gioco o di
competizione culturale, creata dalla globalizzazione e con
essa la possibilità per alcune istituzioni e alcuni sistemi
paese di tentare una scommessa i cui esiti oggi non sono
ancora davvero valutabili.
Certo questa strategia non manca di sollecitare una
risposta, che in parte dovrebbe valere anche per il nostro
Paese. È giusto muoversi in questa direzione? Esistono in
Italia le condizioni per sostenere una simile scelta? Quali
azioni sarebbero da condurre? Sarebbe forse interessante
una riflessione più esplicita ed allargata su questo tema.
Stefano Baia Curioni
Dipartimento di Analisi Isitituzionale e Politiche Pubbliche
Direttore centro di ricerca ASK
Università Bocconi, Milano
Abu Dhabi, progetto del nuovo Louvre © Ateliers Jean Nouvel
Circa otto anni fa, la Fondazione Corriere della Sera,
ha organizzato alla Casa Italiana della New York
University un seminario dedicato alla “grande
dimensione” dei musei. L’ipotesi era che la componente
dimensionale potesse rappresentare, di per sé stessa, una
sfida specifica in qualche modo capace di determinare i
registri gestionali e la natura profonda di alcune
istituzioni museali, rendendole intrinsecamente diverse da
tutte quelle, solo apparentemente simili, esistite in
precedenza. Alfred Chandler aveva teorizzato una simile
discontinuità osservando il mondo delle imprese
industriali sul crinale della Seconda Rivoluzione
Industriale. La necessità di competere sui limiti estremi
delle possibilità tecnologiche e delle economie di scala e
di velocità aveva imposto una trasformazione
istituzionale il cui risultato era stato la nascita di entità,
di istituzioni industriali, non solo di dimensioni, ma
anche di natura incomparabile alle imprese precedenti,
istituzioni su cui si è poggiata l’ipermodernità e la
globalizzazione.
“Big Scale” era il titolo del seminario, e il confronto era
avvenuto tra alcuni casi italiani e alcuni corrispettivi
americani tra cui lo Smithsonian e il Moma. Non solo
nelle parole, ma anche sui volti dei relatori, traspariva la
difficoltà da parte di dirigenti pur importanti, di capire il
tema del seminario. Per molti di loro la natura profonda
della pratica museale non mostrava discontinuità con il
passato: era profondamente e indissolubilmente legata
alla gestione della collezione, in seconda battuta con la
sua valorizzazione. Tutte le altre funzioni erano concepite
come secondarie e ancillari.
Grandi collezioni = Grandi Musei. L’equazione lasciava
tutto il resto simile e contiguo. Tra musei grandi e musei
piccoli cambiava solo la dimensione e la complessità:
tutto il resto era da pensarsi uguale o molto simile.
Lo stesso convegno fatto oggi certamente darebbe
risposte diverse, e sarebbe vissuto con una
consapevolezza ben differente.
Il primo a sparigliare le carte, con risultati discussi e forse
discutibili, ma indubbiamente eclatanti, è stato il
Guggenheim guidato da Thomas Krens: la
moltiplicazione delle sedi museali, il coraggio nelle scelte
di impatto urbano, la presenza in luoghi eterogenei
(Bilbao, Las Vegas, Berlino) sono state il segno di una
profonda trasformazione dell’istituzione. Altri poi hanno
seguito una simile strategia di crescita per gemmazione o
il
Giornale
di
civita
Luglio - Agosto 2008
LA SFIDA
Musei e architettura:
largo al cambiamento?
Il concetto su cui vorrei costruire
alcune riflessioni relative alla natura del
progetto di architettura riguarda
soprattutto la sua potenziale ed
inesauribile energia verso il cambiamento.
Il cambiamento anche dell’architettura dei
musei, per quanto possa essere lento ed
accidentato, appoggia, nei casi migliori,
sulle idee che diventano guida critica per
la ricerca di tutte quelle risorse e
potenzialità che nel futuro
rappresenteranno la realtà dominante.
L’architettura, intesa come spazio
costruito o immaginato per lo sviluppo e
l’interpretazione del pensiero, nell’ambito
dei musei molto spesso si presenta in
modo ambiguo per le semplificazioni che
adotta.
La complessità spaventa anziché
confortare per la sua straordinaria
ricchezza e, poiché credo in questa
ricchezza, ritengo che il cambiamento
vada favorito e ricercato perché
rappresenta la strada maestra, anche se
impervia, per raggiungere quelle vette che
ogni epoca deve scalare.
L’anno prossimo a Milano verranno
organizzati due convegni, uno dedicato a
Licisco Maganato e l’altro a Mercedes
Garberi, studiosi entrambi di Museologia
e Museografia che, in qualità inoltre di
direttori di musei civici, hanno apportato
profonde innovazioni nelle istituzioni da
loro dirette. Questi convegni offriranno
l’occasione di ricuperare il concetto di
interrelazione tra museologia e
museografia e di rivisitare quegli spazi
che erano e sono tutt’ora in gran parte
testimonianza di come la complessità sia
stata vincente sul piano delle idee fuori
da qualsiasi moda ed abbia introdotto e
promosso il concetto di cambiamento
secondo le modalità di un pensiero che
vive ancor oggi in quei progetti che si
stanno realizzando secondo intuizioni che
da allora hanno preso spinta.
Innanzitutto il rapporto museo e città sta
assumendo una dimensione che integra i
reperti, di cui il museo non è solo
custode, nella quotidianità. Ne deriva che
l’accoglienza definisca spazi nuovi di
servizio ma anche modalità per coniugarsi
con i luoghi di socializzazione urbani
della città multietnica. L’ulteriore
obiettivo risulterebbe nel riconoscere alla
cultura ed al suo spazio un ruolo di
pacificazione molto attraente che
manifesta chiaramente la sua
appartenenza al mondo. I musei negli
anni ’20 chiudevano le finestre rivolte
verso la città ed aprivano lucernai
destinati alla luce zenitale.
La contestualizzazione degli spazi nel
tessuto urbano, la riconquista delle viste
prospettiche, delle trasparenze,
l’ecosostenibilità indicano in concreto un
avvicinamento della storia antica e\o
recente con il quotidiano. Il museo di
Rovereto (MART) testimonia questa
tendenza come pure, credo, il museo
civico Ala Ponzone di Cremona che ha
attivato un sostanziale rinnovamento
della sua struttura divenuta sistema
museale integrato con le peculiarità
culturali di cui fa parte anche la musica.
L’integrazione dei reperti con la città
viene attuata anche attraverso un
ordinamento che si fa carico delle
DOES EVERY MUSEUM IN THE WORLD
NEED TO BE MODERNIZED?
DO ALL MUSEUMS HAVE TO ADHERE
TO THE SAME TECHNICAL CONDITIONS?
DO ALL MUSEUMS
HAVE TO BE EXTENDED AND UPDATED?
È
NECESSARIO CHE TUTTI I MUSEI
DEL MONDO VENGANO MODERNIZZATI?
È
NECESSARIO CHE TUTTI I MUSEI
SI ADEGUINO ALLE STESSE CONDIZIONI
TECNICHE?
Venezia, Biennale 2005 © OMA
È
NECESSARIO CHE TUTTI I MUSEI
SIANO AMPLIATI E AGGIORNATI?
OPPURE
contestualizzazione dei reperti con i
luoghi, con la storia di lunghi
vagabondaggi attraverso le collezioni nate
con il successo delle classi emergenti e
rese pubbliche con il mecenatismo.
La formazione recente di alcuni musei
diocesani come quello di Milano è
dimostrativa di percorsi in cui non solo la
Diocesi è impegnata ma anche la società
civile e laica che, attraverso la cultura,
abbatte luoghi comuni e diffidenze
secolari. Collaborando alla formazione
delle collezioni alla gestione del museo
stesso la società civile è diventata di fatto
attore attivo dello stesso processo
creativo.
I progetti presentati nel recente concorso
bandito dal Comune di Milano per il
completamento del museo stesso, hanno
affrontato con maggior interesse il tema
urbano rispetto a quello museografico. In
un certo senso i progetti hanno disatteso
la complessità di un tema che deve
trovare risposte a problemi che non sono
definibili settorialmente quanto piuttosto
nella loro dimensione integrata alla vita
ed alle aspettative di oggi. Il progetto
spaziale, guidato da un pensiero
innovativo che ha per centro l’uomo nella
città con la sua cultura che si relaziona
con il resto del mondo, propone una
sfida grande: la rinuncia innanzitutto al
protagonismo formale a favore di
contenuti condivisibili con le risorse, a
favore di una flessibilità che promuova il
mutamento e che incentivi il lavoro
intellettuale risvegliando anche valori
morali assopiti.
Nella Mdina di Malta il Museo Diocesano,
ospitato in uno splendido palazzo
barocco che si affaccia verso la cattedrale,
ha colto la necessità della sfida avviando
un progetto di rinnovamento che
interpreti quanto ho cercato di
riassumere. La strada aperta verso la
visione di un sistema museale che
coinvolga alcuni edifici della Mdina, di
recente acquisiti dalla Curia, aprono un
nuovo scenario in verità assai complesso
ma affascinante. Anche in questo
contesto privilegiato è sempre in agguato
la tentazione di eludere i problemi con
qualche soluzione poco impegnativa.
Le reali risorse culturali e di qualità
urbana portano invece a riconsiderare il
“mondo novo” di Giandomenico Tiepolo
in cui il pubblico che partecipa al
cambiamento epocale volta le spalle
al passato coinvolto com’è e affascinato
dal futuro con le sue grandi risorse
e speranze.
Antonio Piva
Architetto
UNA CERTA INATTIVITÀ, UNA
CERTA RESISTENZA AL CAMBIAMENTO
PUÒ IN REALTÀ GIOCARE UN RUOLO
DETERMINANTE NEL MANTENERE UN
GRADO DI AUTENTICITÀ COSÌ SPESSO
CANCELLATA DALLA MODERNIZZAZIONE?
PUÒ L’ARCHITETTO,
UNA PERSONA
ASSUNTA PER MODIFICARE LO STATO
DELLE COSE, INDOSSARE I PANNI DI UN
ARCHEOLOGO ED ESAMINARE
SCRUPOLOSAMENTE LE CONDIZIONI
ATTUALI PER POI PROPORRE UN NUOVO
TIPO DI ORGANIZZAZIONE CHE PERMETTA
A OGNI ELEMENTO DI ESSERE
RIVALUTATO?
IL
PROGETTO
HERMITAGE
NON SI PUÒ
INTENDERE IN TERMINI RIGOROSAMENTE
ARCHITETTONICI; ANZI, NON PUÒ
NEANCHE RIENTRARE NELLA DEFINIZIONE
CLASSICA DI PROGETTO.
PROJECT
L’HERMITAGE
NON È UN PROGETTO: È UN
CONCENTRATO DI PROBLEMI CHE
POSSONO ESSERE RISOLTI SOLO CON UN
APPROCCIO PIÙ APERTO, SIA ESSO
GESTIONALE O INTELLETTUALE.
PIUTTOSTO
CHE UN’IMPOSIZIONE
OTTIMISTICA DEL NUOVO, È NECESSARIO
TROVARE DEI CAMBIAMENTI CHE
PERMETTANO ALL’HERMITAGE DI
FUNZIONARE MEGLIO, MA SENZA ESSERE
INVASIVI.
AMO/OMA
dal progetto per il nuovo Hermitage
a cura di Rem Koolhaas e Reiner de Graaf
il
Luglio - Agosto 2008
Giornale
di
civita
LE ATTIVITÀ
DEL
GRUPPO
VENEZIA
UMBRIA
La prima volta di
George Barbier
Pintoricchio, la proroga
di un successo
Organizzata dai Musei Civici Veneziani in collaborazione con
Venezia Musei, la prima mostra mai dedicata a George Barbier, a
cura di Barbara Martorelli, intende, da un lato, indagarne l’opera
nella sua evoluzione e dall’altro, evidenziare il profondo legame tra
le opere e le edizioni a cui erano destinate, ricomponendo, ove
possibile, i rari e preziosi volumi spesso smembrati dopo la sua
morte. Artista e illustratore di moda, scenografo, creatore di costumi
di teatro, protagonista del movimento déco, George Barbier nacque
a Nantes nel 1882. Guidò l’Ecole des Beaux Arts e realizzò a lungo
illustrazioni, ma anche articoli e recensioni, per la prestigiosa
Gazette du Bon Ton, il cui punto di forza fu il sodalizio esistente tra
lui ed artisti del calibro di Boutet de Monvel, Brissaud, Iribe, Lepape
e Martin. Instancabile illustratore, collaborò con la stampa, con
diverse riviste, in particolare femminili, e si lanciò in personali
progetti editoriali, illustrando articoli e romanzi commissionati ai più
grandi giornalisti, opinionisti e scrittori e pubblicando anche sue
poesie. Fu anche designer di gioielli, creazioni in vetro e creatore di
abiti e decori teatrali. Collabora con Erté a varie scenografie e
costumi cinematografici anche per produzioni americane. Noto è il
suo lavoro per i costumi di Rodolfo Valentino nel film Monsieur
Beaucaire (1924) di Sidney Olcott.
Morì nel 1932, all’apice del suo successo. Alcuni mesi dopo, l’intero
corpus della sua collezione va all’asta a Parigi, provocando lo
smembramento di tutto questo patrimonio.
Le sette sezioni tematico-cronologiche in cui è suddivisa la mostra
consentono al pubblico di comprendere i diversi aspetti della vasta
produzione dell’artista.
Le opere esposte - oltre trecento dipinti, disegni, pochoir, articoli,
foto, libri, manoscritti, film – provengono dai cospicui fondi di
Palazzo Mocenigo-Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume,
dalla Bibliothèque nazionale de France e da ricche collezioni private
francesi. Nell’ambito della mostra, oltre alla proiezione settimanale
di Monsieur Beaucaire, verrà organizzato un palinsesto di attività
con incontri, dibattiti e conferenze sulla moda, il costume e il
fermento artistico di quegli anni.
Una straordinaria affluenza di visitatori allo scadere dei 150 giorni di
apertura della mostra sul Pintoricchio, originariamente programmata
dal 2 febbraio al 29 di giugno, ha contribuito alla decisione sulla
proroga del termine fino al 31 agosto 2008, che consentirà di poter
ammirare i capolavori dell’artista anche durante tutto il periodo
estivo. Il successo - a testimonianza del quale parlano i numeri dei
visitatori, una media di 1.200 al giorno - è stato dunque
grandissimo e ha riguardato non solo la monografica alla Galleria
Nazionale dell’Umbria a Perugia, ma ha anche coinvolto la sede di
Spello - dove particolare entusiasmo ha suscitato, all’interno della
Chiesa di Santa Maria Maggiore, la Cappella Baglioni, interamente
affrescata dall’artista – e l’esposizione a Palazzo Baldeschi al Corso
dell’opera, riconquistata al patrimonio italiano, la Madonna col
Bambino. Grandi i benefici anche per l’intero “Sistema Umbria”,
sviluppatosi intorno alle mostre, con itinerari dislocati sul territorio
della regione, alla scoperta dei capolavori dell’artista.
MOSTRA
GEORGES BARBIER. LA NASCITA DEL DÉCO
Palazzo Fortuny
Venezia, San Marco 3958
Dal 30 agosto 2008 al 5 gennaio 2009
Orario: dalle 10.00 alle 18.00. Chiuso il
martedì, i giorni 25 dicembre e 1 gennaio
La biglietteria chiude un’ora prima
Informazioni e prenotazioni: 041 5209070
Biglietti: intero € 8,00; ridotto € 5,00
Catalogo: Marsilio
Sito internet: www.museiciviciveneziani.it
MANTOVA
Il Medioevo attraverso
la vita di Matilde
di Canossa
Nobildonna e sovrana italiana, la Grancontessa Matilde di Canossa,
una delle figure più interessanti del Medioevo italiano, fu una
potente feudataria ed una ardente sostenitrice del Papato nella lotta
per le investiture. Una donna di assoluto primo piano, per quanto
all’epoca le donne fossero considerate di rango inferiore, che arrivò
a dominare tutti i territori italici a nord degli Stati della Chiesa,
quando nel 1076, a seguito della morte della madre, entra in
possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia,
l’Emilia-Romagna e la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa,
nell’Appennino reggiano. In seguito, nel 1111, fu anche incoronata
presso il castello di Bianello a Reggio Emilia dall’imperatore Enrico
V, Regina d’Italia e Vicaria Papale.
La vicenda biografica e politica di Matilde di Canossa diventa
occasione di lettura e di interpretazione della società dei primi due
secoli dopo il Mille, di quel periodo storico caratterizzato dallo
scontro fra papi e imperatori, che ha portato alla separazione dei
due poteri universali, religioso e laico, di un mondo in profonda
trasformazione. L’eco di quei fatti, la fama di Matilde e l’esigenza di
farne un emblema del sostegno politico al papato hanno
alimentato un mito che ha ispirato anche Dante, Giulio Romano,
Gian Lorenzo Bernini, dando vita a capolavori straordinari. Nasce
così una mostra - promossa dalla Provincia di Mantova con il
sostegno della Fondazione Monte dei Paschi di Siena e della
Fondazione Cariverona, curata da Renata Salvarani e Liana
Castelfranchi, con il coordinamento organizzativo di Civita Servizi
- il cui progetto è frutto di un’ampia operazione di studio che
vede coinvolto un comitato scientifico internazionale composto da
studiosi delle maggiori università ed istituti di ricerca europei ed
americani.
La mostra costituisce un viaggio per immagini e per suggestioni
scandito da croci gemmate, sigilli, arazzi, avori, sculture, altari,
reperti archeologici, pergamene, opere d’arte provenienti da musei
italiani ed europei, mentre le dispute, i luoghi, i protagonisti della
controversia delle investiture si sviluppano in proiezioni
multimediali.
Una sezione è dedicata alla città dove è nata Matilde: Mantova,
protagonista di duri scontri fra la contessa e i sostenitori
dell’imperatore. Ciò rende la mostra il primo grande evento
culturale che mette in evidenza la storia e la specificità di
Mantova in epoca medievale.
La mostra si inserisce nelle celebrazioni per il Millenario
Polironiano che si tengono a S. Benedetto Po nell’Abbazia di
Polirone ed hanno come evento culminante “L’Abbazia di Matilde.
Arte e storia in un grande monastero dell’Europa benedettina” un
evento espositivo che ripercorre i momenti salienti della vicenda
storica, culturale, artistica ed economica del monastero.
NAPOLI
Roma - Gerusalemme
Lungo le Vie Francigene del Sud
I temi del progetto promosso dall’Associazione Civita, insieme a
Banco di Napoli S.p.A. e Finmeccanica S.p.A, volto alla
valorizzazione e promozione degli itinerari medievali di
pellegrinaggio nel Sud Italia verso la Terrasanta, sono divenuti
contenuto del Convegno Roma-Gerusalemme. Lungo le Vie
Francigene del Sud, svoltosi a Napoli nella Sala delle Assemblee
del Banco di Napoli.
All’appuntamento, che testimonia il costante impegno di Civita
nella valorizzazione della Via Francigena, hanno partecipato i
rappresentanti degli Enti promotori, ovvero Vincenzo Pontolillo
MOSTRA
MATILDE DI CANOSSA. IL PAPATO, L’IMPERO.
STORIA, ARTE, CULTURA ALLE ORIGINI DEL ROMANICO
Casa del Mantegna
Mantova, via Acerbi 47
Dal 31 agosto 2008 all’11 gennaio 2009
Orario: dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 18.00.
Chiuso il lunedì. Apertura straordinaria lunedì 8 dicembre,
il 25 dicembre e la mattina del 1° gennaio
Informazioni e prenotazioni: 199 199 111
Biglietti: intero € 6,00; ridotto € 4,00
Catalogo: SilvanaEditoriale
Sito internet: www.mostramatildedicanossa.it
L’AGENDA DELLE MOSTRE
MANTOVA
Palazzo Te
fino al 6 luglio 2008
La forza del bello.
L’arte greca conquista l’Italia
Casa del Mantegna
dal 31 agosto all’11 gennaio 2009
Matilde di Canossa, il papato,
l’impero.
Storia, arte, cultura alle origini
del romanico
MILANO
Castello Sforzesco
dal 5 luglio al 2 settembre 2008
Faïence – Cento anni
del Museo Internazionale delle
Ceramiche in Faenza
ORVIETO
Palazzo Coelli
fino al 20 luglio 2008
Arte dell’oggi e dell’appena ieri.
IL NOVECENTO
nelle collezioni delle Fondazioni
Cariverona e Domus
PERUGIA
Galleria Nazionale dell'Umbria
fino al 31 agosto 2008
Pintoricchio
ROMA
Castel Sant’Angelo
dall’11 luglio
fino al 9 novembre 2008
La Lupa e la Sfinge.
Roma e l’Egitto dalla storia al mito
MILANO/SONDRIO
Galleria Gruppo Credito Valtellinese,
Museo Diocesano/Galleria Credito Galleria Nazionale d’Arte Moderna
Valtellinese, Museo Valtellinese
fino al 28 settembre 2008
di Storia e Arte
Mario Schifano (1934-1998)
fino al 19 luglio 2008
I Ligari. Pittori del ’700 lombardo
VENEZIA
Museo Fortuny
NAPOLI
dal 29 agosto 2008
Maschio Angioino
al 6 gennaio 2009
fino al 30 settembre
George Barbier (1882 – 1932)
Paolo Ricci
Presidente del Banco di Napoli, Remo Pertica Condirettore Generale
di Finmeccanica, Gianfranco Imperatori Segretario Generale
dell’Associazione Civita, e la Regione Campania. Ulteriori interventi
sono stati affidati a relatori ed esperti della materia, quali, tra gli
altri, Sergio Valzania, Direttore dei Programmi Radio RAI, Maria
Carmen Furelos Gaiteiro, Presidente de “I Cammini d'Europa GEIE”,
Pietro Dalena, storico medievalista dell’Università della Calabria,
Renato Stopani, Direttore del Centro Studi Romei di Firenze.
In occasione del Convegno sono stati presentati oltre l’iniziativa,
avviata all’inizio del 2008, anche la pubblicazione RomaGerusalemme. Lungo le Vie Francigene del Sud, in cui sono confluiti
i risultati della ricerca prevista dall’iniziativa e finalizzata alla
ricostruzione del quadro storico e alla restituzione di una
“fotografia” dello stato di fatto relativo a quegli itinerari religiosi.
La pubblicazione, ricca di un consistente apparato iconografico,
raccoglie inoltre preziosi contributi di esperti e studiosi di chiara
fama, come Antonio Paolucci e Franco Cardini, i quali illustrano e
descrivono ampiamente gli itinerari individuati in termini storici e
artistici, accoglie le esperienze di quegli attori locali (Associazioni,
G.A.L., etc.) che hanno sinora percorso alcuni tratti o a favore dei
quali hanno promosso, a livello locale, iniziative o azioni di
valorizzazione, e propone alcune prospettive future e di
organizzazione dei percorsi. L’auspicio è quello di fornire alle
Amministrazioni locali dei territori interessati un quadro il più
possibile completo ed una prima verifica della percorribilità di
alcuni tratti.
Per maggiori informazioni sul Convegno si può consultare il sito
www.civita.it
il
Luglio - Agosto 2008
LE ATTIVITÀ
DEGLI
Giornale
di
civita
ASSOCIATI
ENEL
Al via la seconda
edizione di Enel
Contemporanea
Energia e arte pubblica di nuovo insieme per la seconda
edizione di Enel Contemporanea, il progetto promosso da
Enel - la più grande azienda elettrica d’Italia e la seconda
utility quotata d’Europa - che prevede la realizzazione ogni
anno di una serie di opere sul tema dell’energia
commissionate ad artisti di fama internazionale.
A cura di Francesco Bonami, Enel Contemporanea 2008
(www.enel.it/enelcontemporanea) presenta tre nuovi artisti
internazionali che realizzeranno i propri interventi nei luoghi
simbolici di due diverse città: Roma e, per la prima volta,
Venezia, alternandosi in differenti periodi dell’anno. Ciascuna
opera sarà visibile per circa tre mesi.
La prima installazione, dei brasiliani assume vivid astro focus
(avaf), verrà realizzata nel cuore di Roma, presso le rovine
archeologiche di Largo Argentina dal 3 luglio al 3 settembre
2008; la seconda, degli italiani A12, a Venezia dal 12
settembre al 12 dicembre
in concomitanza con la
Biennale di Architettura, e
la terza, dell’americano
Jeffrey Inaba, al Policlinico
Umberto I di Roma, il
principale ospedale della
capitale e tra i più grandi
d’Europa, dal 28 ottobre al
28 gennaio 2009.
I tre luoghi prescelti
parlano del Tempo e della
sua energia inesplorata
nelle diverse declinazioni di
gioco, immaginazione ed
attesa, temi che raccontano
quella che è oggi l’energia
della società
contemporanea, dove le
modalità di
intrattenimento, incontro e
scambio di idee assumono
talvolta forme nuove e sorprendenti e luoghi ed eventi
diversi diventano connettori di pensieri ed energie in
trasformazione. Grazie al linguaggio internazionale e
trasversale dell’arte, Enel prosegue così il proprio percorso di
azienda fortemente impegnata in programmi di ricerca e
innovazione e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in
materia di energia e sviluppo sostenibile, anche attraverso
iniziative culturali e sociali che vedono al centro l’energia
nelle sue diverse forme.
FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO
DELLA PROVINCIA DELL’AQUILA
L’immagine del potere
È proprio l’immagine del potere. La statua di un Signore
romano del II secolo d.C. ritrovata nel mese di luglio dello
scorso anno presso la vasta area archeologica di Amiternum è
tornata a nuova vita grazie all’intervento della Fondazione Cassa
di Risparmio della Provincia dell’Aquila che ne ha finanziato il
restauro. La statua in marmo pario alta circa due metri e
arrivata fino a noi quasi intera, sarà esposta per tutto il periodo
estivo proprio nella nuova sede della Fondazione Carispaq di
Palazzo dei Combattenti in Corso Vittorio Emanuele II, 194 a
L’Aquila.
L’iniziativa, che ha preso il via il 14 giugno scorso in occasione
della VIII Giornata Nazionale della Fondazione, ha il simbolico
titolo L’immagine del Potere – la lunga storia di un Signore di
Amiternum proprio per evidenziare la grandezza e la potenza di
una città - Amiternum, prefettura romana monumentale e
ricchissima, dotata di teatro, anfiteatro, terme e strade basolate,
di ville fastose - e dei suoi cittadini più potenti come il Signore
ritratto in questa statua. Si tratta di un personaggio di alto
lignaggio che presenta un nudo eroico con clamide e spada alla
moda greca e ad imitazione dell’iconografia dei Dioscuri. Molto
probabilmente questo Signore, ritrovato nell’area dove
attualmente si sta riportando alla luce la sua Domus, un villa di
circa cinquemila metri
quadrati, era il capostipite
della sua “Gens” ovvero
della sua famiglia, una
delle più potenti della
città. “La Fondazione
Carispaq, come è nei suoi
scopi – spiega il Presidente
Roberto Marotta – ha voluto
farsi carico del recupero di uno
dei reperti più importanti
scoperti in una tra le più
famose aree archeologiche
d’Italia. La statua di un alto
dignitario, nostro antenato, è stata così restaurata ed esposta,
presso la nostra sede, alla visita dei suoi concittadini moderni,
oltre che dei numerosi turisti che visitano il nostro territorio.
Un territorio ricco di beni culturali inseriti in un ambiente
ancora incontaminato dove insistono ben due parchi nazionali,
uno regionale e molte aree protette”.
L’esposizione, che chiuderà il 12 settembre 2008, verrà
arricchita con altri reperti importanti, provenienti sempre
dall’area archeologica di Amiternum, a partire dalla metà del
mese di agosto e in concomitanza con le manifestazioni della
Perdonanza Celestianiana dell’Aquila, la settimana di cultura e
spiritualità legata alla figura di Papa Celestino V.
“Con questa operazione – conclude il Presidente – la
Fondazione Carispaq si pone al fianco degli uffici, Direzione
Regionale e Soprintendenze, che si occupano di tutela e
valorizzazione dei beni Culturali collaborando nel recupero di
opere d’arte e di testimonianze della nostra storia che sempre
più spesso giacciono invisibili nei magazzini dei musei”.
FONDAZIONE CASSA
DI RISPARMIO DI ALESSANDRIA
Per riscoprire l’opera
di Antonio Bruschi
La Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, in
collaborazione con l’Associazione Culturale Atalanta Fugiens,
prosegue il proprio impegno in ambito culturale
promuovendo il progetto di riscoperta storico-musicologica
del compositore Antonio Brioschi, pioniere del classicismo, la
cui figura è avvolta dal mistero.
Di lui si sa soltanto che negli anni ’30 del Settecento
risiedeva a Casale Monferrato, dove compose le sue prime
opere. Tra il 1730 e il 1750 Brioschi fu, in assoluto, il più
prolifico autore di sinfonie che furono eseguite e studiate in
tutta Europa favorendo lo sviluppo e la diffusione dello stile
classico. “Il legame di Antonio Brioschi con il territorio
alessandrino e il suo apporto al panorama musicale europeo
del Settecento rappresentano elementi di grande interesse e
orgoglio per la nostra provincia - ha dichiarato Gianfranco
Pittatore, Presidente della Fondazione. La conoscenza ancora
scarsa sulla vita di questo compositore e la volontà di
arricchire la tradizione culturale della nostra provincia ci ha
indotti a promuovere questo prestigioso progetto di ricerca
con uno stanziamento significativo e con un impegno
costante e prolungato nel tempo: dal 2007 al 2009”.
L’obiettivo del ricco carnet di manifestazioni previste nel
corso del 2008, da maggio a settembre, è quindi quello di
far emergere l’eccezionale contributo che Brioschi offrì al
classicismo europeo e alla genesi della sinfonia classica.
Dopo i due concerti di maggio - in occasione dei quali
l’Orchestra Atalanta Fugiens, diretta dal maestro Vanni
Moretto, ha proposto al pubblico alcune sinfonie inedite di
Brioschi in precedenza registrate per la realizzazione di un
cd che verrà pubblicato entro dicembre da Sony BMG - altre
iniziative sono in programma nel mese di settembre: dal 15
al 21 si terrà ad Alessandria un seminario di
perfezionamento musicale per giovani strumentisti, che
porterà all’istituzione dell’Orchestra “Antonio Brioschi”,
composta dai migliori partecipanti al corso, incentivando
così la formazione professionale giovanile sul territorio.
La prima esibizione pubblica della neonata Orchestra avrà
luogo il 21 settembre presso la Sinagoga degli Argenti di
Casale Monferrato.
Il 20 e il 21 settembre si svolgerà inoltre, a chiusura del
seminario, un convegno internazionale volto a raccogliere il
repertorio sinfonico del Settecento lombardo-piemontese e a
promuoverne lo studio e la diffusione. Nella stessa settimana,
l’orchestra Atalanta Fugiens terrà altri due concerti, entrambi
inseriti nel cartellone del Festival MITO, con musiche di
Brioschi, Chelleri, Zani e Sammartini.
Nel corso del 2009 l’Orchestra Atalanta Fugiens registrerà due
cd, che saranno pubblicati da Sony BMG entro lo stesso anno,
e verrà realizzato un documentario sulla figura di Brioschi ed i
suoi legami con il Monferrato e con le corti europee.
Informazioni sul progetto e sulla ricerca storico musicologica
riguardante la vita e le opere di Antonio Brioschi sono
disponibili sul sito www.antoniobrioschi.org
OPEN CARE
Il restauro di Villa
Necchi Campiglio
Open Care, società di servizi integrati per la conservazione,
gestione e valorizzazione del patrimonio artistico che vanno
dal restauro - con 6 laboratori dedicati a dipinti e affreschi,
arazzi e tessili antichi, tappeti, arredi lignei, analisi
scientifiche e strumenti scientifici - all’art consulting,
caveau e trasporti per l’arte, è sponsor tecnico di parte del
restauro degli interni di Villa Necchi Campiglio.
Preziosa residenza nel cuore di Milano, progettata tra il
1932 e il 1935 dall’architetto Piero Portaluppi per Angelo
Campiglio e le sorelle Necchi, la Villa ha aperto finalmente,
grazie al FAI, le sue porte al pubblico, dopo un’impegnativa
fase di restauri. Nel 2001 infatti l’intero complesso
residenziale era stato lasciato in eredità al FAI affinché
venisse trasformato in una casa-museo, fedele
testimonianza di uno storico aspetto di vita culturale
e artistica lombarda. Il lavoro è stato lungo e articolato,
le scelte operative ponderate e delicate; fortunatamente il
FAI ha potuto avvalersi, oltre che dei contributi degli
sponsor, della consulenza delle sovrintendenze competenti
e del prezioso e costante sostegno tecnico ed economico
di Open Care. L’intervento ha coinvolto tutti i Dipartimenti
di Open Care, che hanno utilizzato le proprie risorse
tecnologiche, le competenze scientifiche e professionali di
cui sono dotati i laboratori di restauro per intervenire nel
pieno rispetto per lo stato originale dei pezzi, su mobili e
boiserie, entre-fénêtre e tessuti di arredo, tappeti, orologi e
sui meravigliosi bassorilievi del Portaluppi che ricoprono
alcuni dei soffitti. “Questa importante opera di restauro cui
diamo il nostro apporto - sottolinea Domenico Sedini,
Direttore dei Dipartimenti di Art Consulting e Conservazione
e restauro di Open Care - ha visto coinvolti oltre 30 dei
nostri restauratori per circa 4 anni e segna un altro
importante riconoscimento alla perizia e professionalità dei
nostri laboratori che, sotto la preziosa guida dei
Responsabili dei Dipartimenti, hanno contribuito a ridare
nuova vita a questi splendidi spazi”. Oltre alla campagna di
restauro Open Care ha curato buona parte della logistica,
dei trasporti e della custodia degli arredi della Villa.
il
Giornale
di
civita
Luglio - Agosto 2008
IN PRIMO PIANO
Rivista mensile dell’Associazione Civita
Iscrizione N.5933 del 17.01.2006
Direttore Responsabile
Gianfranco Imperatori
Comitato Scientifico
Antonio Paolucci (Presidente), Umberto Allemandi,
Francesco Aloisi de Larderel, Armida Batori,
Enrico Bellezza, Paolo Galluzzi, Adriano La Regina,
Luca Odevaine, Pietro A. Valentino
Due musei, la Phillips Collection di
Washington e la Galleria d’Arte
Moderna Ricci Oddi di Piacenza,
benché situati uno nella capitale dello
stato più potente del mondo e l’altro
in una piccola città italiana, hanno
una serie impressionante di punti in
comune. Nascono negli stessi anni e
riflettono il gusto, la mentalità,
l’intelligenza di un unico appassionato
d’arte.
Duncan Phillips e Giuseppe Ricci Oddi
impiegarono tutte le loro sostanze e le
loro energie intellettuali al nobile
scopo di fondare un museo d’arte
moderna. Entrambi vollero scegliere
essi stessi la sede più degna per le
opere che avevano riunito con tanta
passione, l’uno adattando a museo la
propria residenza, l’altro facendo
costruire un edificio apposito.
Entrambi non si accontentavano di
possedere il pezzo di un autore
celebre, volevano il pezzo di
eccezionale qualità, che ricercavano
con infinita pazienza, ragion per cui le
loro raccolte sono folte di capolavori.
Stefano Fugazza
Direttore Galleria d’Arte Moderna
Ricci Oddi
Coordinamento
Albino Ruberti, Giovanna Castelli, Alberto Rossetti,
Dario Zerboni
Caporedattore
Maria Rita Delli Quadri
Redazione
Arianna Diana
Progetto grafico ed impaginazione
Claudio Zito
www.civita.it
ASSOCIAZIONE CIVITA
CIVITA SERVIZI
Presidente
Antonio Maccanico
Presidente
Gianfranco Imperatori
Segretario Generale
Gianfranco Imperatori
Amministratore Delegato
Albino Ruberti
Direttore
Giovanna Castelli
Direttore
Alberto Rossetti
Direttore
Marketing e Sviluppo
Dario Zerboni
Responsabile
Rapporti Istituzionali
Rita Cerri
PERUGIA
La nobile passione dell’arte
A partire dalla metà di settembre, la Fondazione
Cassa di Risparmio di Perugia espone, nella
propria sede di Palazzo Baldeschi al Corso, una
grande mostra internazionale, di cui Civita cura i
servizi e la promozione, con opere provenienti da
una delle più prestigiose collezioni americane, la
Collezione Phillips di Washington e da una delle
maggiori raccolte italiane, la Collezione Ricci
Oddi. Le une e le altre saranno documentate in
un prestigioso catalogo, a cura di Vittorio Sgarbi.
“Con questa iniziativa” - sottolinea il Presidente
Carlo Colaiacovo – “la Fondazione celebra il
Centenario della costituzione della Cassa di
Risparmio di Perugia, di cui ha ereditato
l’impegno sul versante sociale e del mecenatismo
culturale, inaugurando un nuovo ed originale
programma di eventi espositivi dedicati alle
grandi collezioni private. Palazzo Baldeschi al
Corso si conferma così come sede di importanti e
qualificate rassegne, dedicate alla civiltà artistica
dell’Umbria e ora anche ad un più vasto contesto
internazionale. Dopo aver reso omaggio al genio
artistico umbro con le mostre consacrate a
Perugino, Cerrini e Pintoricchio, la Fondazione
ha dunque scelto di esplorare nuove strade,
senza per questo venire meno al suo impegno
istituzionale: sostenere l’arte e la cultura in tutte
le sue manifestazioni e contribuire per questa via
alla crescita civile del territorio umbro.”
La collezione Phillips, quella che ha ispirato la
prima parte del titolo della mostra “Da Corot a
Picasso”, è una delle più prestigiose collezioni di
arte americana ed europea, con circa 2500 opere
dei maggiori protagonisti, dall’impressionismo
alle avanguardie. Inaugurata nel 1921, la Phillips
Collection è il primo museo di arte moderna in
America ad ospitare regolarmente alcune
importanti mostre a livello internazionale. La sua
sede principale è la residenza Georgian Revival,
di proprietà del fondatore, Duncan Phillips, cui si
aggiungono altre residenze minori nel quartiere
Dupont Circle a Washington.
Duncan Phillips (1886 -1966) ha avuto un ruolo
centrale nel diffondere la conoscenza dell’arte in
America. Nipote di James Laughlin, banchiere e
fondatore della Jones e Laughlin Steel Company,
era nato a Pittsburgh e nel 1895 si era trasferito
con la famiglia a Washington D.C.
Dopo la morte improvvisa e precoce del padre e
del fratello, aveva fondato con sua madre la
Phillips Memorial Gallery. A partire da un piccolo
nucleo di opere, la Collezione continuò a
crescere e nel 1930 la famiglia si trasferì in una
nuova abitazione e trasformò ufficialmente la
residenza in un museo. Phillips considerava il suo
museo come “una forza memorabile e benefica
nella comunità dove vivo, una influenza che dà
gioia e migliora la vita aiutando la gente a
vedere la bellezza come la vedono gli artisti.”
Nel 1920 conosce l’artista Marjorie Acker e la
sposa. La coppia collezionerà più di 2000 opere
d’arte, con scelte spesso rivoluzionarie per il loro
tempo. Nel 1923 Phillips acquistò Il Pranzo dei
Canottieri (1880-1881) di Renoir, un’icona
dell’impressionismo che oggi è considerata
l’opera più famosa del museo. La Phillips
Collection di Washington è visitabile sul sito
www.phillipscollection.org
Anche la storia della collezione Ricci Oddi, alla
quale si riferisce la seconda parte del titolo della
mostra “Da Fattori a De Pisis”, ha origini lontane
e risale al tempo in cui il nobile piacentino
Giuseppe Ricci Oddi (1868-1937) si dedicò al
collezionismo, in maniera quasi casuale, spinto
da una passione per la pittura e la scultura che
divenne per lui ragione di vita.
Egli infatti impiegò le sue cospicue sostanze per
mettere assieme un’imponente raccolta, sulla
base di criteri assai rigorosi. Esclusa l’arte antica,
Ricci Oddi collezionò dipinti, sculture e opere
grafiche dall’Ottocento romantico ai suoi tempi,
che divennero infine gli anni Trenta del
Novecento. Il suo sguardo travalicava del tutto
l’ambito locale: gli acquisti avvenivano alla
Biennale di Venezia e nelle principali città
italiane, con l’aiuto di una rete di amici
appassionati d’arte, storici dell’arte, galleristi,
mercanti e gli stessi artisti. L’obiettivo dichiarato
era quello di documentare lo sviluppo delle arti
in Italia - cui si aggiungevano significativi
esempi stranieri - nel secolo XIX e all’inizio del
successivo. Le scelte erano ispirate a un
moderato conservatorismo, per cui solo il
figurativo veniva accolto e le avanguardie
estreme erano del tutto escluse. Entrarono così
nella collezione i protagonisti del romanticismo
italiano, Francesco Hayez e il Piccio, come tutti i
maggiori macchiaioli, da Giovanni Fattori a
Silvestro Lega a Telemaco Signorini. Grande
spazio veniva dedicato ad Antonio Mancini e ad
Antonio Fontanesi, il più internazionale degli
artisti italiani dell’Ottocento. I cosiddetti “italiani
di Parigi” (Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis,
Federico Zandomeneghi) sono presenti con tre
pezzi di eccezionale qualità. La stagione del
simbolismo è molto ben rappresentata e così
pure quella divisionista (con capolavori di Angelo
Morbelli e Giuseppe Pellizza da Volpedo). La
ricerca dell’opera di assoluta qualità era lenta,
faticosa; in più casi il collezionista intratteneva
rapporti amichevoli con gli artisti, come accadde
con lo scultore Medardo Rosso. Entrarono poi
nella raccolta tutti i grandi artisti italiani di
primo Novecento, da Boccioni a Casorati e alcuni
stranieri come Carl Larsson, Albin Egger-Lienz,
Auguste Ravier e Augustus Koopman.
Nel 1924 l’imponente raccolta viene donata alla
città di Piacenza e Ricci Oddi fa costruire, a sue
spese, l’edificio per ospitarla: una struttura
museale modernissima, tra i pochi esempi italiani
di museo progettato per essere tale. Nel 1931 la
Galleria Ricci Oddi viene inaugurata e da allora è
connotata da continue acquisizioni, da
un’intensa attività espositiva e da un continuo
lavoro di studio sull’Ottocento italiano ed
europeo. La Collezione Ricci Oddi è visitabile sul
sito www.riccioddi.it
DA COROT A PICASSO,
DA FATTORI A DE PISIS
•Perugia
•Dal 15 settembre al 15 gennaio 2009
•Palazzo Baldeschi al Corso
Corso vannucci, 66
Orario: tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00
Informazioni e prenotazioni: 199 199 111
[email protected]
Biglietti: intero € 8,00 ridotto € 6,00
ridotto speciale € 3,00
Sito Internet: www.fondazionecrpg.it
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Giugno 2008