il GIORNALE di CIVITA Pubblicazione periodica dell’Associazione Civita Anno III, numero 7, luglio - agosto 2008 di Antonio Paolucci* All’inizio del secolo e del millennio responsabili politici, amministratori e tecnici dovranno dare risposta soddisfacente alla domanda che gli ultimi anni hanno proposto con forza. È una domanda decisiva dalla cui soluzione dipende la sopravvivenza di quel venerabile istituto che chiamiamo museo. La domanda - semplice, addirittura banale - è questa: chi sono i fruitori del museo? Volendo possiamo girarla (c’è chi lo fa e sempre più spesso) in senso totalmente aziendalistico e invece della parola fruitori usare il termine “clienti”; “customers”come si dice nell’inglese internazionale dell’economia e della finanza. Chi sono dunque i clienti del museo? La domanda - avete già capito che non si tratta di un quesito banale - legittima due risposte, due risposte che aprono scenari radicalmente diversi, addirittura antitetici. Prima risposta: i clienti dei musei sono la gente che li visita, che ha voglia, tempo e danaro per viaggiare, che desidera almeno una volta nella vita vedere la “Primavera” di Botticelli o i “Girasoli” di Van Gogh o la “Ronda di Notte” di Rembrandt o la “Sistina” di Michelangelo. I clienti sono i turisti, le scolaresche, i giapponesi e gli americani in “all inclusive tours”. I clienti sono potenzialmente il mondo intero. L’unica democrazia che esiste sotto il cielo è la democrazia dei consumi, anche dei consumi culturali. Questi ultimi vanno dunque favoriti, serviti e soddisfatti al meglio. Questa è la prima possibile risposta al quesito. Seconda risposta alla domanda di cui sopra: i clienti del museo sono le donne e gli uomini che devono ancora nascere. Portare all’estremo teorico la prima risposta significa incoraggiare oltre misura i flussi turistici, aumentare gli orari di apertura, fare opera di promozione anche portando all’estero i capolavori, anche creando sezioni staccate in paesi remoti, organizzare mostre, concedere prestiti numerosi e generosi, pubblicizzare nei modi anche più spregiudicati il nome e l’immagine del museo. Portare all’estremo teorico la seconda risposta significa fare l’esatto contrario. Limitare al massimo l’usura antropica e i rischi da viaggi, spostamenti e mostre. Significa illuminare il meno possibile le collezioni, perché la luce è dannosa. Significa tenere lontano per quanto possibile il pubblico generico, non ampliando ma piuttosto riducendo l’orario di apertura. A una domanda semplice ho dato due risposte, entrambe legittime però radicalmente diverse. Ho forzato l’una e l’altra fino all’estremo teorico solo per fare intendere con un minimo - mi auguro – di efficacia retorica quali sono, ai giorni nostri e in progressione futuribile, i reali termini del dilemma. L’alternativa, così come l’ho disegnata, è fra il museo come azienda, consumo, gratificazione di massa, evasione e il museo come conservazione della memoria. Queste sono le estreme linee di tendenza, le derive radicali. Naturalmente noi che siamo tecnici di lungo corso e di molta esperienza, rispondiamo alla domanda dicendo che bisogna tenere il giusto mezzo, coniugare fruizione e conservazione, favorire e incrementare i flussi ma vigilare allo stesso tempo – con il controllo ambientale, con la conservazione programmata e così via – sulla buona salute delle opere. Sono riflessioni opportune e giudiziose, noi le conosciamo bene e ci sforziamo anche di tradurle in buone pratiche di lavoro. Però noi sappiamo altrettanto bene che l’arduo binomio FUTURO MUSEO Chicago, Art Institute Expansion © RPBW - Renzo Piano Building Workshop I.P. il Luglio - Agosto 2008 Giornale di civita LA SFIDA segue dalla copertina “valorizzazione – conservazione”, spesso si presenta come un ossimoro, come una contraddizione in termini. Il primo consiglio da dare a chi affronta da storico dell’arte o da archeologo la gestione di un museo ai nostri giorni è dunque questo: guardarsi dalla deriva aziendalistica male intesa, evitare di consumare il patrimonio oltre un certo limite, ricordare sempre che ci sono donne e uomini che devono ancora nascere e che anche per loro, (soprattutto per loro) esiste il museo. Guardiamoci dagli effetti nefasti della mondializzazione, la quale oggi significa il moltiplicarsi ormai esponenziale di prestiti continui, incessanti, ai quattro angoli del mondo. Le mostre di arte antica sono diventate un colossale business che muove somme cospicue, dà lavoro a migliaia di persone (curatori, allestitori, restauratori, trasportatori, assicuratori, cacciatori di sponsor) coinvolge la politica, quella locale, quella nazionale, spesso quella internazionale. Le opere d’arte non hanno sindacati che le rappresentino e tutelino. Tocca ai direttori assumersi il ruolo (spesso difficile perché sgradito alla politica e agli affari) di chi le protegge dalla usura eccessiva. Immagino un direttore dei nostri giorni che sappia smontare gli stereotipi, le frasi fatte che gravano (come gli idola Phori del grande Bacone) sull’universo dei musei. Siamo sicuri, per esempio, che il museo sia strumento di crescita culturale, di educazione delle masse? Forse lo è stato nell’Ottocento liberale e borghese e nel Novecento dei fascismi e dei comunismi quando il museo veniva inteso come veicolo di educazione e argomento di patriottismo. Non oggi. Oggi, almeno in Italia, il museo è visto soprattutto come svago, evasione, turismo, tempo libero. Si dice anche (altro idolum Phori ) che il turismo dei grandi numeri fa conoscere il museo a tanta più gente. Non è così. Al contrario l’industria turistica che ha tempi stretti e concentra l’attenzione solo sui grandi capolavori “pop”, oscura il museo, non lo fa intendere oppure ne favorisce una percezione sbagliata o grottesca. Chi va al Louvre vuole vedere (o piuttosto vuol credere di aver visto) la “Gioconda”. Altrimenti non gli sembrerà neanche di essere stato al Louvre. E la Nike di Samotracia e i Poussin? Molti non li vedono neanche. La “Gioconda” oscura tutto il resto. Agli Uffizi nel 1937 entravano ogni anno 50.000 persone. Nel 2007 ne sono entrati più di un milione e mezzo; un aumento di trenta volte in meno di un secolo. Ebbene io sono convinto che c’era più gente che usciva dagli Uffizi avendo capito qualcosa e ricordando qualcosa fra i cinquantamila del ’37 che fra il milione e mezzo di oggi. Concludo con un messaggio sintetico di due sole parole da affidare ai responsabili di museo per il millennio appena iniziato: conservazione ed educazione. *Direttore dei Musei Vaticani Presidente Comitato Scientifico Associazione Civita Musei, luoghi di memoria viva Dal futuro non si fugge a meno di non arrivarci. Potrebbe essere il caso del museo d’Arte Moderna di Verona e della sua prestigiosa sede, Palazzo Forti, con i suoi scavi romani, la struttura che risale al Medioevo e gli affreschi settecenteschi. L’edificio è stato messo in vendita per 65 milioni di euro dopo un opportuno cambio di destinazione d’uso da parte della giunta leghista, nonostante il lascito del benemerito Achille Forti indicasse chiaramente le condizioni della donazione. Allo stesso tempo la città ha in programma una mostra (che al momento di scrivere resta sospesa) di capolavori del Louvre, curata da Marco Goldin e organizzata da Linea d’Ombra, un noleggio che costerebbe al comune circa 4 milioni di euro. Potrebbe essere questo il futuro delle politiche culturali in Italia? Da un lato la dismissione del museo come istituzione permanente e dall’altro investimenti che vanno ben oltre la spesa corrente in grandi eventi? Le amministrazioni di qualsiasi colore, sempre più affamate di denaro e di visibilità, tendono a favorire un utilizzo della cultura volta alle grandi occasioni, ai “festival” (parola molto di moda), legato all’immagine del politico in ascesa, prosciugando i risicati budget per la manutenzione delle istituzioni e incuranti della loro vocazione educativa di formazione permanente per la popolazione, sostegno alla convivenza sociale, luogo d’incontro per persone di tutte le TENDENZE DEI MUSEI EUROPEI NEL TERZO MILLENNIO Nell’edizione del 1979 della Encyclopaedia Universalis (l’erede della Enciclopedie di Diderot e D’Alambert e corrispondente francese della Britannica o della Treccani) alla voce “Museologia” si legge: “Nel 1970 il totale dei musei del mondo può essere collocato tra i 17000 e i 18000. ...la Francia ne conta 1183, l’Unione Sovietica 1012, l’Italia 972… la cifra più alta riguarda gli Stati Uniti che ne contano circa 6000”. Oggi noi stimiamo che solo nell’Europa del Consiglio d’Europa (che include Russia e Turchia) ci siano circa 38-39.000 musei se non di più e in Italia se ne contano circa 3500. In circa 30 anni il numero dei musei europei è diventato più del doppio di quelli di tutto il mondo. La prima conseguenza di questo fenomeno sta ne fatto che statisticamente, osservare il paesaggio museale europeo significa imbattersi in buona parte (al di là delle apparenze) in realtà nuove, a volte nuovissime. Ricavare da questa osservazione indicazioni per il futuro è difficile perché si tratta di una situazione in piena trasformazione, capace di riservare continue sorprese. Per orientarsi possono esserci utili i risultati di due incontri europei appena svoltisi, e cioè la 31a edizione del Premio Europeo Museo dell’Anno (EMYA) patrocinato dal Consiglio d’Europa e destinato specificamente a musei di nuova istituzione o che si siano radicalmente rinnovati negli ultimi due anni (EMYA 2008, Dublin 14-17 maggio) e la settima edizione della European Museum Advisors Conference tenutasi a Graz dal 27 al 30 maggio 2008. Il primo evento ci ha detto qualcosa su quanto avviene nella concezione e realizzazione di nuovi ambienti museali in tutta Europa e nei più diversi settori, il secondo su quanto sta avvenendo nei musei europei in termini di organizzazione e gestione. Il Premio EMYA è andato quest’anno al KuMu Art Museum di Tallin, tentativo di ricostituire un pezzo di identità nazionale dopo la lunga notte sovietica e insieme di segnare la città con un elemento forte di architettura contemporanea, ma anche tentativo di rafforzare attraverso diversi strumenti e programmi incentrati sull’arte di oggi un dialogo culturale con la consistente minoranza russa che non si è ritrovata nel processo di indipendenza e oggi deve fare fronte all’ulteriore shock culturale della integrazione dell’Estonia nella Unione Europea. Tentativi riusciti o almeno molto promettenti a giudizio dei giurati di EMYA sono stati quello del totale rinnovamento (a poco più di dieci anni dalla fondazione) del Catharijneconvent Museum, Utrecht, incentrato sul patrimonio artistico - culturale cristiano in Olanda, il nuovo museo archeologico di Almeria e il Wimbledon Lawn Tennis Museum di Londra (anch’esso costituito circa 15 anni fa). Il Premio del Consiglio d’Europa è andato al Museo di Svalbard (Norvegia) situato oltre il circolo polare artico nella località dove si sta costituendo la grande biblioteca mondiale dei semi per preservare la biodioversità e consegnarla alle future generazioni. Se guardiamo ai risultati di EMYA 2008 e degli ultimi 5 anni possiamo avanzare alcune ipotesi sul futuro dei musei europei, almeno nel breve periodo. 1. Il ciclo di vita degli allestimenti è destinato ad accorciarsi notevolmente: 10 anni massimo 2. La tendenza alla diversificazione dei temi è in pieno sviluppo, sempre di più il museo si focalizza su un nucleo contenutistico specifico 3. La dimensione narrativa è diventata prevalente, l’aspetto documentario tende ad essere al servizio della prima e non il contrario 4. La collezione è sempre l’elemento connotativo, ma la quantità è sempre meno importante e forse anche la qualità; quello che conta è l’ambiente cioè la struttura spaziale e comunicativa 5. Il museo entra esplicitamente in molte questioni della vita sociale contemporanea: dalla guerra, all’ambiente, dalla religione alla psichiatria, dall’educazione e al sogno. EMAC, invece, non ha neppure sfiorato questi argomenti trattandosi di un incontro tra consulenti museali pubblici e privati orientati professionalmente verso le questioni organizzative. In breve ha insistito sui seguenti punti: centralità dello sviluppo di strumenti per il Quality Management dei musei, valore strategico del networking, sia esso tra professionisti o tra organizzazioni, ruolo crescente dei consulenti degli advisor, dei facilitatori, forse anche spazio per forme di lobbysmo virtuoso nuove per l’Europa, crescente dimensione sopranazionale dell’azione del museo (specialmente sotto l’impulso dei programmi UE più che come risultato di una vocazione culturale). Quanto i risultati di EMYA e quelli di EMAC siano destinati a convergere è da vedere. In quale misura la qualità della esperienza museale sia determinata dalle qualità dell’ambiente espositivo o dalla qualità della collezione o ancora dalle qualità della organizzazione del museo è domanda alla quale non si è in grado di fornire una risposta esauriente. Conquistare l’interesse, la curiosità e il cuore del visitatore è la sfida di ogni giorno del museo e la formula “chimica” che ottiene questo risultato a modo suo un poco magico è molto difficile da elaborare. Massimo Negri Direttore European Museum Forum Docente Museologia IULM, Milano il Giornale di civita Luglio - Agosto 2008 LA SFIDA Parigi, Musée du Quai Branly Biglietteria del Cenacolo Vinciano provenienze. Svanite le illusioni degli anni ’90 di fare soldi con il patrimonio, ragionamento alla base della riforma che ha portato alla separazione della valorizzazione dalla tutela lasciando la valorizzazione (portatrice di introiti) ai privati e la tutela (costosa) allo Stato - all’interno dello stesso museo si è creata una situazione di convivenza da “separati in casa” tra funzionari addetti alla conservazione e personale responsabile della valorizzazione e della comunicazione. C’è da chiedersi come si uscirà da questa impasse, quali energie esprima oggi il museo e, soprattutto, come viene visto dai cittadini. Il destino dei musei in Italia è strettamente collegato alla consapevolezza del perché e per chi si fa cultura e del significato stesso di questa parola. È singolare che il sindaco leghista di Verona, così orgoglioso delle proprie tradizioni, non abbia cercato le proprie radici culturali nei luoghi belli e prestigiosi della città, identificabili in quell’edificio storico e incarnato dallo spirito civico di quel lascito. E non è sufficiente additare chi non sa come colpevole della propria ignoranza e della propria estraneità. La domanda richiede una risposta che sia frutto di una profonda riflessione sull’esclusione sociale tra italiani, sul mancato senso di appartenenza a una cultura vissuta come patrimonio comune, ricchezza e orgoglio di tutti; ma ancora più singolare è il senso di impotenza che esprimono i funzionari conservatori che vivono la loro condizione come ostaggi della politica, incompresi nel loro ruolo salvifico di ultimi baluardi della Cultura contro il mondo alieno dei consumi, sempre più arroccati a difesa del Tempio, sia perché logorati dai circuiti e dai numeri del grande turismo, sia perché quegli stessi circuiti non lambiscono la loro istituzione, disertata dagli abitanti del luogo. Il segnale di Verona preannuncia una disaffezione dall’istituzione museale, la cui sopravvivenza non può più essere ritenuta una certezza, ma che domani potrebbe essere giudicata non sostenibile. La conservazione e l’educazione sono sicuramente, come afferma Antonio Paolucci qui accanto, funzioni fondamentali del museo, ma ancora più importante e urgente è dare un senso contemporaneo agli oggetti della propria collezione. Rielaborare, ricontestualizzare all’interno di un dibattito culturale odierno e aggiornato vuol dire aprire un canale di comunicazione con il proprio pubblico che vada oltre la visione dell’opera soltanto come icona, o peggio, come feticcio; evitare che la memoria diventi “heritage”, che il passato diventi esclusivamente folklore. Senza un dialogo continuo con i vivi alla posterità non ci si arriva. Ogni museo deve guadagnarsi faticosamente, ad ogni nuova generazione, il proprio pubblico, perché il pubblico, come la democrazia, non è mai dato, ma va costruito ed educato attraverso un dialogo continuo, esattamente come affermava il grande filosofo John Dewey. La via più breve è la persuasione, la via più lunga, più democratica, è l’educazione ai principi della democrazia. Il ruolo fondamentale delle istituzioni culturali - e tra questi il museo - è quello di essere luogo di mediazione, di riformulazione e di trasformazione del rapporto dei cittadini con la memoria. La memoria è un concetto mobile, come anche l’arte, e come dimostra il successo del museo più entusiasmante degli ultimi anni, il Museo del Quai Branly di Parigi che raccoglie ma, soprattutto, riconsidera e riposiziona le collezioni di due musei di epoca coloniale, il Musée de l’Homme e il Musée nationale de l’Afrique e de l’Oceanie. Progettato da Jean Nouvel, l’edificio ha una facciata di “verde vivente” realizzata dai botanici Gilles Clément e Patrick Blanc. Il senso dell’allestimento, nonostante le molte polemiche, ha in sostanza segnato la fine dell’etnografia eurocentrica, dando dignità di Arte a culture non occidentali, le cui espressioni artistiche erano sempre state considerate soltanto “rituali”. Una grande diversità di materiali e documenti, compresi filmati antichi e contemporanei, sono allestiti come fossero delle installazioni d’arte contemporanea. A prima vista si vede che si è trattato di un lavoro di equipe tra professionisti di discipline diverse che hanno operato con pari dignità. Non una visione di tecnici o storici dell’arte innamorati della loro specialità, ma un lavoro corale che ha compiuto un piccolo miracolo: quello di rendere la cultura degli Altri qualcosa di sexy, di erotico, da esplorare e conoscere attraverso tante mostre temporanee reclamate da grandi striscioni sulla facciata. Durante il campionato di rugby del 2007 il museo si è inventato un campo di rugby sul tetto e una serie di incontri sul tema la melée des cultures, giocando con il linguaggio dello sport per creare un ponte con i suoi potenziali visitatori, utilizzando a pieno le tecnologie a disposizione di tutti, tra gli aspetti più entusiasmanti della nostra epoca così disperatamente “consumista”. Anna Detheridge Presidente Connecting Cultures LE PROSPETTIVE NELLA GESTIONE DEI SERVIZI MUSEALI Le numerose e importanti esperienze di Civita nei musei si sono fondate sulla definizione di una chiara strategia che ha sempre visto il museo come luogo vivo, capace di produrre cultura e di accompagnare alla funzione di conservazione delle collezioni quella di una fruizione moderna del nostro patrimonio culturale. La collaborazione pubblico–privato è l’unica via per far crescere le risorse economiche, migliorare l’efficienza nella gestione, innovare i processi, mantenendo ferma la centralità pubblica dell’azione conservativa e di valorizzazione del patrimonio culturale. Una collaborazione che per essere efficace non deve essere squilibrata, garantendo che ciascuna parte sia consapevolmente impegnata nel proprio ruolo, pur essendo capace di interpretare le nuove esigenze. Ad un privato che deve mettere in campo professionalità di tipo organizzativo, gestionale e promozionale, nell’autonomia del proprio profilo imprenditoriale, deve corrispondere un attore pubblico in grado di esercitare una prevalente capacità di indirizzo culturale e scientifico, di definizione delle priorità nella valorizzazione. Nell’ultimo decennio si è assistito ad una vera rivoluzione che, prima di toccare gli aspetti gestionali, amministrativi, museografici, ha richiesto un complesso e notevole cambiamento dell’idea stessa di museo. Se pur è innegabile che il nuovo modello gestionale introdotto con la Ronchey ha effettivamente dato avvio ad un processo di modernizzazione che ha contribuito a cambiare volto a molti musei del nostro Paese, rilevanti sono, tuttavia, le contraddizioni che ancor oggi interessano la gestione museale. Ciò malgrado da diversi anni, prima con il Testo Unico, poi con l’art. 33 della Legge Finanziaria per il 2002, passando per il Codice Urbani e per i provvedimenti ministeriali del 2005, si sia tentato di affrontare l’evoluzione normativa della legge Ronchey. Un efficace processo di evoluzione del sistema dei servizi aggiuntivi è del resto invocato da tutto il settore e, in particolare, dai concessionari “privati”, con la speranza che si possano determinare quelle condizioni che dovrebbero condurre ad un sistema di gestione integrata di beni e servizi, che superi i confini della collaborazione pubblicoprivato applicata ai soli servizi aggiuntivi, per allargarsi al processo di valorizzazione. Il tentativo di intervenire con un’opera di risistematizzazione della materia dei servizi aggiuntivi si è concluso con l’introduzione di un provvedimento (Decreto 29 gennaio 2008), il cui risultato però non è stato rispondente alle aspettative maturate, avendo dato avvio alle procedure di gara per l’affidamento delle tante concessioni in scadenza o scadute in maniera non uniforme e disomogenea. L’attuale fase costituisce il banco di prova per la creazione di un nuovo spazio di collaborazione fra i privati e il gestore pubblico, che premetta di valorizzare il ruolo culturale delle direzioni scientifiche, garantire unità di gestione di tutta la macchina museale, ottimizzare l’impegno delle risorse professionali e formative, favorire l’investimento in promozione e il consolidamento delle imprese nel settore. A fronte della prospettiva disomogenea che si sta delineando, foriera di confusione sia tra gli operatori economici che fra le varie Soprintendenze e Direzioni regionali, è necessario introdurre idonei correttivi. Nel proseguire lungo la direzione tracciata del recente Decreto, sarà opportuno sia supportare le Direzioni regionali e le Soprintendenze nella valutazione ex ante degli aspetti economici per la definizione dei bandi, sia verificare la congruità economica delle procedure in atto o di prossima scadenza. Qualora, invece, le strategie del Ministero volgessero verso la sospensione del processo avviato per le nuove gare, sarà necessario attivare una collaborazione fra operatori e amministrazione per individuare le soluzioni operative in grado di gestire la situazione transitoria e di sviluppare una fase di rinegoziazione degli aspetti economico-gestionali. L’introduzione di regole coerenti e durature rappresenta certamente il punto di partenza della nuova e auspicata collaborazione fra pubblico e privato. Albino Ruberti Amministratore Delegato Civita Servizi il Giornale di civita Luglio - Agosto 2008 LA SFIDA Tallin, KUMU Art Museum © Kaido Haagen Sfide del Terzo Millennio: Museo d’Arte Estone KUMU Il Museo d’Arte Estone ha quasi novant’anni. Ma, nonostante sia stato fondato nel 1919, non è mai stato costruito un edificio ad hoc per ospitarlo. E così il museo ha continuato a cambiare sede cercando di adattarsi man mano alle varie strutture e agli spazi espositivi. Il museo d’arte Kumu, completato nel 2005 e inaugurato nel 2006, è la prima sede espositiva del Museo d’Arte Estone e include altri quattro musei. Il nuovo edificio non ha rappresentato soltanto una nuova sede per il museo. La nuova struttura del Kumu, infatti, un esempio straordinario di architettura nordica, ci ha dato la possibilità di osservare la funzione di un museo nel suo complesso e da un punto di vista del tutto inedito. Al principio non avevamo preso in considerazione l’idea di un museo inteso come sede espositiva di collezioni permanenti. La doppia natura del museo, però, ci permetteva di operare una collaborazione dinamica tra programmi diversi e di organizzare esposizioni attive. Abbiamo iniziato a parlare del Kumu come museo in continuo movimento, nel senso che mentre la sera le sale espositive chiudono al pubblico, il programma dell’auditorium continua, gli studi non smettono di lavorare e le attività che coinvolgono i giovani vanno avanti. Abbiamo iniziato a chiamare il Kumu “il museo dell’arte viva” e a progettare i principi per elaborare un sistema fatto di parti diverse che si integrassero tra loro. Abbiamo utilizzato i concetti di asse verticale e asse orizzontale, laddove l’asse verticale rappresenta la cornice delle mostre e quella orizzontale include tutti i principi su cui si basano le nostre mostre e tutti gli eventi che organizziamo. L’esposizione stabile, che include opere dal principio del XVIII secolo fino al 1944, è disposta su due piani ed è associata a mostre tematiche sempre diverse dello stesso periodo. Uno spazio di novecento mq circa ospita le mostre d’arte contemporanea, mentre uno spazio simile è destinato alle mostre d’arte internazionale. L’interazione col pubblico è molto importante per il Kumu. Ci preme sottolineare che tutto ciò che accade all’interno della struttura è di un livello professionale elevato, ma lo comunichiamo utilizzando diversi registri linguistici, in base alla preparazione e agli interessi della platea. Per questo motivo abbiamo organizzato dei programmi destinati a un pubblico vario: dalle così dette serate Kumu, dove gli specialisti approfondiscono particolari aspetti dell’arte da un punto di vista storico, fino ai così detti Venerdì degli anziani, destinati a gente di una certa età. Il Centro Educativo Kumu è molto amato, sviluppa e realizza programmi diversi per i bambini in età scolare, mentre la Scuola d’Arte Kumu è destinata sia a bambini molto piccoli sia a laureati. Il programma espositivo del Kumu, inoltre, è associato alle attività dell’auditorium. La tecnologia moderna ha da tempo cancellato i confini che separavano i mezzi di comunicazione dell’arte tradizionale e i nuovi mezzi di comunicazione. La sala riunioni, all’avanguardia per le sue strutture, può ospitare fino a 264 persone ed è uno spazio invidiabile per diverse attività: proiezioni cinematografiche, danza moderna, spettacoli multimediali, e così via. E, ovviamente, per le conferenze scientifiche. Al Kumu poniamo molta attenzione sulle mostre che si basano su un lavoro di ricerca. Le nostre innumerevoli collezioni, infatti, ci costringono a studiare la storia dell’arte estone. Il Kumu ha assunto il ruolo di istituzione di rilievo, deve contemporaneamente essere molto flessibile, deve prendere in considerazione e occuparsi dei cambiamenti che accadono nel mondo dell’arte giovane, deve saper prevedere i processi che coinvolgono l’arte al di fuori delle mura del museo. Se vogliamo che l’arte viva nel Kumu dobbiamo saper accettare la pubertà infinita dell’arte. Oggi tutti i musei sono abituati alla gente che sfrutta come può il proprio tempo libero, tutti lavorano con un pubblico differenziato, escogitando composizioni moderne. Per noi è difficile farlo a causa del numero limitato di visitatori. Il ruolo di un museo per una nazione piccola è, apparentemente, più difficile di quello dei grandi musei. L’ambizione internazionale è importante per noi: anche se si tratta di un museo di una nazione piccola non significa necessariamente che le sue vedute siano ristrette. Museo d’Arte Contemporanea KIASMA Il Museo d’Arte Contemporanea Kiasma è stato fondato a Helsinki dieci anni fa. Allora lo scenario era completamente diverso da oggi. Il nuovo museo era all’avanguardia nel finanziamento privato, nelle collaborazioni internazionali e nell’attività pedagogica museale. Il futuro presenta numerose sfide e possibilità. Come parte della Galleria Nazionale Finlandese il Kiasma è statale ed è largamente finanziato dallo stato. Le circostanze economiche, tuttavia, stanno cambiando rapidamente e una maggiore sfida del futuro sarà quella di sviluppare una base di finanziamenti privati sostenibili per il museo. Quando i finanziamenti statali diminuiscono alcuni dei compiti principali del museo sono a rischio. Quest’anno, per esempio, il Kiasma ha dovuto ridurre gli ingressi gratuiti notturni e le visite guidate gratuite per la mancanza di finanziamenti. E questa è un’altra sfida importante per il futuro: in che modo equilibrare il ruolo di un’istituzione nazionale con quello del museo? Sirje Helme Direttore Museo d’Arte Kumu Un anno mezzo fa il nuovo direttore del Kiasma, Berndt Arell, ha delineato la visione per il Kiasma per i prossimi cinque anni. Si basa su tre punti cardine: 1) il rapporto con il pubblico, 2) le collaborazioni internazionali, 3) lo sviluppo di finanziamenti privati e pubblici. Il suo scopo è quello di creare un’idea di museo che stabilisca un dialogo con il suo pubblico, presentare la migliore arte contemporanea in Finlandia e offrire agli artisti contemporanei finlandesi la possibilità di essere presentati all’estero. L’intenzione è anche di allargare il pubblico del Kiasma. Negli scorsi anni il Kiasma ha instaurato collaborazioni internazionali e ha presentato il proprio concetto all’Art 38 Basel. Il numero di visitatori è cresciuto e i media internazionali hanno mostrato interesse nei confronti del museo. Ovviamente bisogna guardare avanti, ma per affrontare le sfide che ci aspettano c’è bisogno di concentrazione, guida e immaginazione. Sanna-Mari Jantti Responsabile Marketing e Sponsorship Kiasma Courtesy the artist and Galerie Eva Presenhuber, Zurigo Foto: Petri Virtanen MUSEO NAZIONALE DELLA SCIENZA E DELLA TECNOLOGIA “LEONARDO DA VINCI” Da dove viene e dove sta andando il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano? Dalla sua fondazione, nel febbraio del 1953, questa istituzione si è quotidianamente impegnata nell’essere un luogo di scoperta, esperienza, comprensione e ispirazione accessibile a tutti. Dati alla mano negli ultimi anni l’attuazione di questa missione ha registrato una forte accelerazione: circa 400mila visite in un anno, 1° museo più visitato della Lombardia e 20° in assoluto in Italia, oltre un quarto dell’intera superficie museale rinnovata. Oggi è giunto anche un momento di “pausa”: la chiusura al pubblico dal 9 giugno al 15 settembre 2008, per permettere la realizzazione, a cura del Comune di Milano proprietario dell’immobile, di un impianto di climatizzazione a emissioni zero oltre ad altri numerosi interventi. Ovviamente il Museo ha chiuso ma non è andato in ferie e si lavora già per la riapertura e per numerosi progetti rivolti al suo futuro, con l’impegno di attuare una serie di misure per fondere l’anima di un “museo classico” con quella di un science centre: il futuro, infatti, si può ricercare attraverso una forma mista, dove a una esposizione ricca e ben allestita di oggetti storici in grado di emozionare e affascinare, siano fortemente integrati, negli stessi spazi o in aree complementari, strutture interattive, exhibit e strumenti di semplice ed efficace esemplificazione; ma – fatto fondamentale – con la presenza di animatori professionalmente preparati a rivolgersi a differenti tipologie di pubblico in una logica “one to group” e con una visita “integrata”. Ufficio stampa Museo Leonardo da Vinci il Giornale di civita Luglio - Agosto 2008 LA SFIDA la parola ai Musei Exploratorium Giunto al principio del XXI secolo, il movimento a favore dei poli scientifici, e i musei in generale, si trova di fronte a un nuovo scenario didattico. I poli scientifici sono figli di un’era plasmata dalle profonde trasformazioni nel panorama formativo della loro epoca. Il settore si adatterà di nuovo al contesto educativo che cambia, ridefinendo a sua volta se stesso, oppure farà di tutto per mantenere l’identità attuale di fronte a un mondo che subisce mutamenti radicali? Che cosa vuol dire essere un’istituzione in un mondo non istituzionalizzato? Che cosa significa avere un’identità intesa in termini di tempo reale e luogo “spaziale” reale in un mondo sempre più virtuale? Che cosa significa quando il pubblico può creare e vendere audio tour delle nostre mostre? Quando la gente può visitare online il patrimonio di un museo distante? Quando l’autorità dalle istituzioni passa agli individui? Quando i nostri visitatori usano dispositivi mobili per interagire tra di loro e col mondo esterno durante la visita? Quando pensiamo ai discenti non solo come studenti a scuola ma come partecipanti attivi in un ambiente educativo fatto di scuole, case, mezzi di comunicazione e musei? Chi sono i nuovi avversari e i nuovi alleati del nostro lavoro? Le nostre istituzioni sono una risorsa valida per il nostro pubblico e alle loro condizioni? Oppure i poli scientifici diventano semplicemente irrilevanti per l’esperienza educativa del nostro pubblico? Come tutti i poli scientifici, anche l’Exploratorium ha dovuto far fronte a questo nuovo scenario. Ha trascorso i primi 15 anni di vita a perfezionare la creazione di esperienze didattiche attraverso mostre e programmi sul posto per il pubblico, per gli insegnanti e per gli studenti. I successivi 15 anni sono stati impiegati a sviluppare i mezzi, le collaborazioni e le reti che ci hanno permesso di allargare tali esperienze a un pubblico esterno alle mura del museo attraverso le attività online, l’aggiornamento professionale degli insegnanti, un gruppo di ricerca attivo e i rapporti con musei ed educatori di tutto il mondo. Ora che stiamo entrando nella terza fase, il nostro obiettivo è quello di creare opportunità per il nostro pubblico di divenire un vero partner nel nostro sviluppo. Le possibilità includono l’offerta di opzioni per partecipare alla valorizzazione di mostre e programmi, favorire materiali online creati dagli user utilizzando le nostre risorse e creare una nuova struttura agevole, basata sulla collaborazione e sull’idea di creare un ambiente didattico ripartito. In questa fase la nostra idea è ancora in divenire, eppure la nostra missione nel corso degli anni non è cambiata affatto: vogliamo creare una cultura della formazione attraverso scenari innovativi, programmi e strumenti che aiutino la gente a nutrire la propria curiosità sul mondo che li circonda. Torino, Museo Egizio Tratto dall’articolo comparso in Curator: The Museum Journal, vol. 51, number 1, January 2007 copyright California Academy of Sciences San Francisco, The Exploratorium © Amy Snyder Intervento di Robert J. Semper, vicedirettore esecutivo, Exploratorium, San Francisco MUSEO EGIZIO DI TORINO Nessun direttore di museo lo ammetterebbe mai, ma si deve accettare il fatto che i musei sono diventati parte integrante dell’industria del tempo libero di oggi e di domani. I musei sono in competizione gli uni con gli altri e con tutta una serie di attività dedicate al tempo libero quali sport, cinema, teatri, giardini pubblici, etc. Il grande pubblico desidera divertirsi, ma anche essere “istruito”. Sempre più spesso privatizzati, a causa di gestioni fallimentari o a causa della scarsità di fondi pubblici, i musei devono dimostrare di essere in grado di rispondere ai bisogni del pubblico e di attirare un numero sempre maggiore di visitatori. Nessun direttore desidera misurare il suo successo con il numero di visitatori, soprattutto se si tiene conto del fatto che l’ICOM definisce il ruolo del museo in termini seri e non populistici: il ruolo di un museo è quello di acquisire, documentare, fare ricerca, pubblicare, restaurare, esporre e spiegare. Queste attività devono forse essere messe da parte in nome “dei piedi che varcheranno la soglia e non in base alle teste”? Sfortunatamente l’aspettativa del sistema è che il numero di visitatori conta. Con mio grande disappunto, fin dal mio arrivo a Torino il mio successo è stato in larga parte misurato in base all’incremento del numero di visitatori e non necessariamente giudicato in base al concreto lavoro effettuato all’interno del museo. Durante il mio primo anno, periodo caratterizzato dai Giochi Olimpici Invernali, il mio museo ha registrato un incremento dei visitatori dell’86%: le motivazioni più evidenti sono da individuare nell’aumento della presenza di stranieri in città, nella spettacolare illuminazione dello Statuario etc. In verità, però, la maggioranza dei cittadini ha confuso il Presidente della Fondazione con il Direttore, non considerando gli sforzi della struttura organizzativa per il raggiungimento degli obiettivi. Nel 2007, con un decremento importante del flusso turistico in città, l’affluenza in museo si è mantenuta costante: sopra i 500.000 visitatori annui. A tutt’oggi non ci sono spazi da destinare ad esibizioni temporanee, e di conseguenza non è possibile fare affidamento su eventi di grande interesse per il pubblico, eventi comunque invariabilmente costosi e tendenzialmente ad alto rischio economico. Tutti sognano un’esibizione di grande successo, ma pochi sono consapevoli di quanto siano rare le percentuali di questo successo! L’esperienza m’insegna che un’unica cattiva recensione può rovinare una mostra, indipendentemente dalle somme destinate all’attività promozionale. Devo confessare di aver investito tanto, nel 2007, nell’attività di marketing e pubblicità con una serie di iniziative che includevano ad esempio agevolazioni sulle tariffe dei biglietti per i taxisti e altre categorie di visitatori. Non si discute sul fatto che una prolungata campagna pubblicitaria faccia aumentare i numeri, tuttavia questo risulta essere possibile solo se la stessa è abbinata ad un efficiente lavoro di pulizia del museo e ad una comprensibile esposizione delle collezioni. A mio parere, il museo è innanzitutto un veicolo d’informazione: al visitatore devono essere trasmesse informazioni di qualità. Didascalie essenziali, tali da poter essere colte al primo sguardo, sono fondamentali. In Europa, le didascalie devono essere bilingui (tassativo l’inglese), e devono essere disponibili opuscoli informativi. La chiarezza della disposizione, l’installazione, il design e l’allestimento sono importanti per agevolare la comprensione delle collezioni. Un prezzo ragionevole del biglietto, gratuito o simbolicamente basso, fa la differenza per il visitatore che vuole fare soltanto una rapida visita. Dopo tutto, l’obiettivo del museo non è soltanto quello di essere al servizio del turista di passaggio, ma è, soprattutto, quello di attirare il “repeat visitor” (visitatore che tende a reiterare). Poiché la visita al museo può rivelarsi per sua stessa natura stancante, i musei devono provvedere a tutta una serie di comodità, quali i posti dove sedersi, le fontane per bere, i punti di ristoro, le boutique di libri e di merchandising, per qualsiasi tipo di portafoglio, i servizi igienici attrezzati (con facilitazioni specifiche), il servizio di biglietteria con uno staff professionale, il guardaroba e le aree di riposo magari con postazioni internet, etc. Soprattutto, il museo deve preservare la sua credibilità accademica attraverso una continua documentazione, un’attività di ricerca e restauro e con delle pubblicazioni scientifiche e divulgative. Un servizio di didattica museale deve essere di alta qualità e costantemente in evoluzione e non rivolto soltanto alle scolaresche ma anche agli adulti. Comunque condivido il riservare al marketing ed alla pubblicità una buona percentuale del budget in modo da soddisfare il “gioco dei numeri”! Eleni Vassilika Direttore Museo Egizio di Torino il Giornale di civita Luglio - Agosto 2008 LA SFIDA Intervista ad Angelo Failla, Direttore Fondazione IBM Italia Quali prospettive e quali scenari immaginate perchè un museo possa affrontare le sfide e soddisfare le richieste che riserva il domani? Nell’ambito della fruizione dei beni culturali, così come in buona parte è già avvenuto in molti aspetti della vita quotidiana, emerge la differenza nei modelli di comportamento di coloro che sono nati in un’epoca in cui la tecnologia era già ampiamente diffusa, e stanno tutt’ora crescendo con essa, e coloro che hanno dovuto imparare a conviverci. Ciò apre prospettive del tutto nuove. Da un lato, il passaggio verso la definitiva affermazione dei nativi digitali consentirà anche alla tecnologia dedicata ai musei, ed ai beni culturali in genere, di realizzare nuove soluzioni che potranno avvalersi delle capacità ideative e delle competenze tecniche che le nuove generazioni di utenti digitali posseggono e sanno padroneggiare con facilità. Dall’altro, la capacità dei musei di cogliere e soddisfare le richieste che provengono da utenti/visitatori con modelli di comportamento nuovi e assai differenziati, assumerà importanza crescente. Si tratta di una sfida molto difficile, da cui dipende la possibilità di favorire l’accesso al nostro immenso patrimonio culturale a quote crescenti di giovani, attualizzandolo e facendolo percepire come un’eredità viva, senza mai perdere di vista la centralità dei contenuti, l’effettiva comprensione dell’opera d’arte e del bene culturale in quanto patrimonio da conservare e valorizzare e con una funzione educativa fondamentale per le persone e per la collettività. Quali tecnologie ritiene importanti ed auspicabili al fine del miglioramento, in futuro, della comunicazione museale e della fruizione da parte del pubblico di visitatori? Lo sviluppo delle simulazioni tridimensionali e la nascita di comunità virtuali di utenti che condividono gli stessi interessi, con l’affermazione di modalità interattive di creazione cooperativa di contenuti, aprono scenari di grande interesse e richiedono atteggiamenti nuovi da parte di tutti gli attori coinvolti nella gestione e nella comunicazione museale. La tecnologia 3D è una componente essenziale dei mondi digitali in cui è immersa una quota crescente della popolazione ed è una prova di come la tecnologia possa essere finalizzata al superamento dei limiti legati alla realtà e al contesto in cui ci si trova. Un vantaggio essenziale dei mondi virtuali è pertanto rappresentato dalla valorizzazione della capacità di apprendimento attraverso l’interazione, anche se ciò avviene – ed è questo l’aspetto innovativo - in un contesto che non ci circonda fisicamente. I mondi virtuali infatti offrono, ed in alcuni casi richiedono, la cooperazione tra team per il raggiungimento di obiettivi. La possibilità di valorizzare gli aspetti positivi dell’apprendimento in mondi virtuali non competitivi ma collaborativi, dedicati ai beni culturali, offre molte IBM, progetto Eternal Egypt Nuove tecnologie opportunità che già cominciano a prefigurare modalità del tutto nuove di comunicazione da parte di musei. Quali tecnologie potrebbero servire a supporto del museo del terzo millennio per soddisfarne l’aspetto dei servizi? La tecnologia ha senso se non obbliga ad imparare, se permette di muoversi liberamente senza ricorrere a percorsi obbligati ma è in grado di seguire i desideri di chi la utilizza, se è conosciuta e posseduta. In altre parole se gli utenti se ne appropriano tanto da farla diventare trasparente ai loro stessi occhi. IBM lavora da sempre per trasformare la ricerca tecnologica in soluzioni usabili da tutti attraverso gli strumenti che già possediamo e sappiamo usare, per dare vantaggi senza chiedere in cambio lo sforzo di imparare, per aiutare e guidare quando serve, dove serve. Esempio dei risultati che si possono raggiungere con un approccio che mette l’utente al centro è Migs (Mobile Informations & Guidance Services), una soluzione IBM che permette agli utenti di accedere ad un museo, ad un’area turistica, ad uno spazio pubblico e di essere guidati attraverso di essi senza dover ricevere nessun apparato specifico ma permettendo di utilizzare gli strumenti (cellulare, pda) già in loro possesso. Tuttavia, soddisfare una richiesta crescente di servizi di qualità significa pensare alla visita come al momento della verità di una relazione con il museo che inizia prima della visita vera e propria e che dovrebbe poter continuare anche dopo, perchè tra visitatori, museo e comunità nella quale è inserito si crea un legame profondo e duraturo. Le tecnologie di rete sono al riguardo uno strumento ormai insostituibile, per le possibilità che offrono di simulare e sperimentare in anticipo la visita – e sempre più spesso stimolando il visitatore ad effettuarla nella realtà - nonchè di dare vita a comunità che interagiscono e possono scambiare conoscenze anche dopo aver visitato un museo. MUSEI NELLA RETE La ricerca su web e musei che il Centro Studi ha realizzato per il nuovo Rapporto Civita consente alcune valutazioni sui siti dei musei italiani. Prevale la cura dei contenuti, con una attenzione particolare alla presentazione delle opere e dei reperti conservati nei musei (descrizione, informazioni storiche, etc.), oltre ad una descrizione curata degli edifici che li ospitano. L’approccio ai contenuti è però analogo a quello che si avrebbe nella predisposizione di un catalogo o di un testo su supporto cartaceo. La costruzione di relazioni tra gli oggetti, gli autori, la collocazione nel tempo e sul territoio non sono mai sviluppate con tutte le potenzialità offerte dalle tecnologie. Eppure la specificità del nostro patrimonio museale sta proprio nel fatto che esso è il più delle volte inscindibile dal territorio e ha con esso un legame straordinario. Allorchè se ne voglia approfondire la conoscenza, la costruzione di nessi e legami è indispensabile. Si tratta, in sostanza, non di virtualizzare il museo, ma di utilizzare le tecnologie per un salto di qualità nelle informazioni, in modo da proporre una contestualizzazione nel tempo e nello spazio degli oggetti, che mostri la documentazione sulla tecnica di esecuzione o sui lavori di restauro. Un approccio che modifichi il modo stesso di avvicinarsi alla cultura, che solleciti la crescità di curiosità e conoscenza. Rispetto ai musei stranieri, gli elementi che più ci differenziano sono legati ad un approccio generale che non riguarda solo il mondo del web e il suo rapporto con il museo. All’estero, troviamo una particolare attenzione alla trasparenza (sono descritte le attività del museo, illustrati i risultati raggiunti) ed in genere c’è una attenzione particolare al visitatore, del quale si preoccupa di soddisfare le esigenze e di conoscerne le aspettative, ma anche di stimolarne la partecipazione in organizzazioni di sostegno dei musei (Amici dei musei). I servizi (prenotazioni, acquisti, servizi personalizzati e interattività) sia nei confronti del pubblico generico che degli specialisti sono in Italia piuttosto trascurati. Per un paese caratterizzato da una forte attrattività turistica, un elemento di fragilità è rappresentato dalla scarsa attenzione al tema del multilinguismo: talvolta persino in musei di fama internazionale manca la traduzione almeno nella lingua inglese. L’offerta didattica, che spesso nel museo è ricca e qualificata, viene esclusivamente presentata e non favorisce l’interazione con gli utenti (non è quasi mai possibile scaricare materiali didattici, testi e altro per l’attività didattica esterna al museo) come invece accade in molti musei stranieri. Anche le aree dedicate al merchandising da noi sono trascurate (in pratica non esiste il commercio elettronico e quasi mai la possibilità di prenotare on-line) mentre queste opportunità sono ottimamente organizzate nei musei europei, ma soprattutto negli Stati Uniti. Quali sono le caratteristiche del pubblico? Le domande sottoposte al campione hanno permesso di ottenere alcune indicazioni abbastanza interessanti che rappresentano un unicum sullo scenario della ricerca in questo settore. Gli utilizzatori di internet che accedono ai siti museali sono il 35,1% del totale, in prevalenza maschi, con il 67% circa nella fascia di età tra i 25 e i 64 anni e solo l’11% tra i 15 e i 24 anni. Le motivazioni della visita al sito sono prevalentemente quelle informative ed i siti risultano apprezzati dalla grande maggioranza degli utenti, che in prevalenza chiede un maggior grado di interazione con il sito. Massimo Misiti Responsabile Centro Studi e Ricerche Associazione Civita il Giornale di civita Luglio - Agosto 2008 LA SFIDA Le tecnologie multimediali sono diventate negli ultimi anni uno strumento di grande efficacia al servizio della comunicazione museale. Tuttavia la storia della loro utilizzazione ha avuto fasi alterne. Nei primi anni Novanta si era diffusa la convinzione, almeno in alcuni ambienti, che le tecnologie dovessero invadere il mondo dei musei fino al punto che qualcuno prevedeva che le visite virtuali potessero sostituire le visite reali. Questo entusiasmo iniziale ha lasciato il posto, nel corso del tempo, ad analisi meno ingenue e più caute ed articolate, che hanno distinto i tanti casi particolari nel variegato universo della museologia. Le tecnologie sono diventate oggi strumenti consolidati per tanti aspetti, si pensi ad esempio alla promozione ed alla gestione. Le audioguide sono strumenti ormai ampiamente diffusi e graditi dal pubblico, mentre appare più delicata la questione relativa alla presenza di altri strumenti multimediali all’interno dei percorsi museali. Il discorso è complesso e meriterebbe una trattazione riferita alle singole tipologie di museo, se non addirittura ad ogni singolo museo. Va detto che su questo tema il dibattito teorico appare spesso più sviluppato delle reali applicazioni. Per questo motivo, preferiamo descrivere, a titolo di esempio, un caso reale di allestimento museale molto particolare nel quale siamo stati coinvolti personalmente, che ci ha permesso di sperimentare sul campo alcune idee e di imparare molto dalla pratica sperimentale. La Provincia di Roma ha recentemente promosso nuovi scavi archeologici nel sottosuolo di Palazzo Valentini, sua sede istituzionale, situata di fronte ai Fori Imperiali, a pochi metri dalla Colonna Traiana. Quello che si è scoperto è stato davvero sorprendente: sono stati rinvenuti resti di due “Domus” patrizie di età imperiale, appartenenti a potenti famiglie dell’epoca, forse a senatori, con splendidi reperti, tra i quali mosaici, pareti decorate in opus sectile, pavimenti policromi, vasche termali, e ancora basolati, statue, tracce del sistema idraulico e altro ancora. Dopo il restauro, ci è stata richiesto un progetto per la valorizzazione del sito, per far rivivere questi ritrovamenti. Il fatto di essere stati chiamati, quali esperti di divulgazione e museologia, a scegliere non solo i contenuti, ma anche e soprattutto i mezzi della comunicazione, ci ha fatto meditare non San Francisco, The Exploratorium © Amy Snyder per nuovi Musei poco: da un lato eravamo inizialmente preoccupati, essendo l’allestimento di un’area archeologica una situazione nuova per noi, ma d’altro canto eravamo anche molto attratti dall’occasione, poiché da anni pensiamo che i divulgatori siano spesso i grandi assenti nella museologia italiana. La bellezza dei luoghi e l’atteggiamento dei committenti e degli archeologi ci hanno alla fine convinti ad accettare la difficile sfida. Abbiamo progettato la visita nei luoghi dei ritrovamenti guidati soltanto da luci, voci e suoni, senza la presenza di personale o testi scritti. Il visitatore è letteralmente condotto Valencia, Città delle Arti e delle Scienze, progetto di Santiago Calatrava per mano dalle voci narranti, dalle musiche e dagli effetti sonori. E’ un viaggio immersivo nel passato, attraverso l’utilizzo combinato di reperti reali ed effetti multimediali. L’idea generale è stata quella di far entrare il visitatore in un’atmosfera “magica”, dove le luci creano sorprese ed emozioni e gli effetti luminosi “raccontano” i reperti con sistemi speciali di proiezione che “disegnano” le parti mancanti, oppure sottolineano strutture di particolare interesse. In più punti si ha la curiosa sensazione di vedere al tempo stesso la realtà, dinanzi a sé, e la proiezione delle ricostruzioni virtuali (ottimamente realizzate per noi dall’ing. Gaetano Capasso) di come potevano apparire i luoghi, sulla base delle strutture e dei “frammenti di decorazione” tuttora esistenti. Abbiamo lavorato su una sorta di asse di equilibrio, come abbiamo imparato a fare da molti anni: per evitare da un lato di essere pedanti e dall’altro di creare un clima disneyano, ma anche di essere troppo banali o troppo sofisticati, sia nel linguaggio sia nei concetti. E ancora, forse elemento più importante, con la necessità di calibrare la presenza delle tecnologie e delle immagini virtuali per non rovinare la magia del luogo, anzi per esaltarla: abbiamo, in un certo senso, dovuto proteggere i reperti dalla nostra invasione, che infatti è stata trasparente al massimo grado. Quando si accendono tutte le luci, non appare nessun elemento tecnologico a disturbare i luoghi. Nel corso di tutto il lavoro di ideazione e progettazione ci siamo avvalsi della consulenza e della supervisione di archeologi e storici per controllare la rigorosa correttezza scientifica sia del testo sia delle ricostruzioni. La sintonia che si è creata con tutti loro è stata un altro elemento decisivo nel raggiungimento del risultato. Il progetto è stato tecnologicamente molto complesso ed ha infatti coinvolto in totale circa quaranta persone, tra esperti, divulgatori e tecnici. Abbiamo numerosi segnali che indicano che il risultato è di soddisfazione per i visitatori. Crediamo che uno dei segreti della riuscita di questo progetto sia stato il fatto che attori diversi, con competenze diverse, ovvero la Provincia di Roma, gli esperti, noi divulgatori, la Mizar srl e infine Civita per la gestione, hanno sempre agito con spirito di grande collaborazione e di competenza nel pieno rispetto dei rispettivi ruoli. In conclusione, non crediamo che esista una ricetta generale per l’utilizzo efficace delle nuove tecnologie per affrontare le sfide e le richieste che dovranno affrontare i musei nel futuro. Tuttavia crediamo che uno studio attento delle specificità di ciascun museo e un utilizzo accorto delle nuove tecnologie possa dare un contributo notevolissimo all’arricchimento della esperienza di visita, fornendo al visitatore le chiavi di lettura e di contestualizzazione che rendono la visita più efficace, significativa e piacevole. Piero Angela e Paco Lanciano divulgatori scientifici il Giornale di civita Luglio - Agosto 2008 LA SFIDA “Big Scale” la globalizzazione è rivoluzionaria per i musei? franchising del marchio: l’Hermitage per esempio, e più recentemente con grande corteo di polemiche e firme di intellettuali anche il classicissimo Louvre di Parigi. Apparentemente la logica seguita è semplice: il capitale simbolico incorporato nei marchi di alcune istituzioni che, per storia, prestigio della collezione, capolavori, sono fortemente posizionate sul mercato globale, è stato valorizzato in un prospettiva di “brand extension” o di economia di scopo. Il museo ha smesso di essere quell’edificio, quella collezione, quel sistema di conservazione, per diventare un attore culturale articolato e multiforme. I risultati di questo esercizio sono stati importanti sul piano economico e di mercato. Hanno consentito di aprire sedi negoziando condizioni particolarmente favorevoli di accesso alle risorse (nel quadro di politiche di rilancio urbano), di internalizzare i vantaggi della circuitazione internazionale di mostre, di rinforzare ulteriormente i marchi sostenendo un ruolo di players globali nella valorizzazione e nel mercato dell’arte, di canalizzare flussi di visitatori sempre meno capaci di distinguere e screziare i loro gusti e i loro percorsi. D’altra parte hanno anche portato qualche problema: l’incremento della complessità e dei costi di coordinamento, ad esempio, mentre la lentezza dei ritorni (molto diseguali nei diversi siti) rispetto alla veloce crescita del cash flow hanno determinato l’insorgere di significative difficoltà finanziarie. Come possono essere interpretate queste scelte? Sono il segnale di un mutamento globale nel mondo museale? Di un cambio di registro che mette in discussione profondamente il senso e la natura dell’idea di Museo nella nostra contemporaneità? Certamente i musei negli ultimi lustri hanno, in generale, superato i loro confini tradizionali. Lo hanno fatto i musei della scienza che si sono espansi in direzione dell’entertainment, dell’hands on, delle applicazioni tecnologiche; in modo diverso lo stanno facendo i musei di arte contemporanea che si propongono come vere centrali di sviluppo urbano e sociale. Il segnale dato dai Big Ones è però di natura molto particolare: è un’espansione multinazionale, fortemente orientata alla dimensione commerciale, necessariamente aperto alla massa. Da una parte, infatti, questa strategia risponde ad un mutamento globale e comune che si manifesta nei comportamenti dei fruitori: e si chiama “aumento della mobilità”, “diffusione dello sviluppo e della ricchezza”, “crescita e semplificazione dei consumi culturali di massa”, “concentrazione delle percezioni comuni su alcune principali icone e disinteresse dei grandi numeri per il resto”. La logica perseguita si focalizza sul valore del marchio delle istituzioni più che sulle specificità storiche e artistiche delle collezioni. Il museo assume forti tratti aziendalistici, si orienta molto alla valorizzazione o per meglio dire al marketing e allo sfruttamento dell’opportunità generata dal nuovo mercato globale. Dall’altra, le tre esperienze citate sono molto diverse per tempi, modi e priorità. Il marchio americano ha operato per primo ponendosi francamente come interlocutore globale delle politiche culturali dei principali paesi in via di modernizzazione. Il grande museo russo ha prevalentemente lavorato sul licensing, quindi con una politica di espansione relativamente “a basso rischio”, o a rischio condiviso con alleanze mirate. L’istituzione francese ha operato invece all’interno di un partenariato tra la nazione francese e uno dei suoi principali interlocutori economici globali. Senza entrare in valutazioni di merito, sono comunque esperienze che mettono profondamente in discussione la nozione tradizionale di Museo, baricentrandola su obiettivi e sistemi di competenze e di priorità molto diversi da quelli tradizionali. Soprattutto il mutamento non proviene tanto dall’“interno” delle istituzioni museali. Si tratta piuttosto della formazione di una nuova “arena” di gioco o di competizione culturale, creata dalla globalizzazione e con essa la possibilità per alcune istituzioni e alcuni sistemi paese di tentare una scommessa i cui esiti oggi non sono ancora davvero valutabili. Certo questa strategia non manca di sollecitare una risposta, che in parte dovrebbe valere anche per il nostro Paese. È giusto muoversi in questa direzione? Esistono in Italia le condizioni per sostenere una simile scelta? Quali azioni sarebbero da condurre? Sarebbe forse interessante una riflessione più esplicita ed allargata su questo tema. Stefano Baia Curioni Dipartimento di Analisi Isitituzionale e Politiche Pubbliche Direttore centro di ricerca ASK Università Bocconi, Milano Abu Dhabi, progetto del nuovo Louvre © Ateliers Jean Nouvel Circa otto anni fa, la Fondazione Corriere della Sera, ha organizzato alla Casa Italiana della New York University un seminario dedicato alla “grande dimensione” dei musei. L’ipotesi era che la componente dimensionale potesse rappresentare, di per sé stessa, una sfida specifica in qualche modo capace di determinare i registri gestionali e la natura profonda di alcune istituzioni museali, rendendole intrinsecamente diverse da tutte quelle, solo apparentemente simili, esistite in precedenza. Alfred Chandler aveva teorizzato una simile discontinuità osservando il mondo delle imprese industriali sul crinale della Seconda Rivoluzione Industriale. La necessità di competere sui limiti estremi delle possibilità tecnologiche e delle economie di scala e di velocità aveva imposto una trasformazione istituzionale il cui risultato era stato la nascita di entità, di istituzioni industriali, non solo di dimensioni, ma anche di natura incomparabile alle imprese precedenti, istituzioni su cui si è poggiata l’ipermodernità e la globalizzazione. “Big Scale” era il titolo del seminario, e il confronto era avvenuto tra alcuni casi italiani e alcuni corrispettivi americani tra cui lo Smithsonian e il Moma. Non solo nelle parole, ma anche sui volti dei relatori, traspariva la difficoltà da parte di dirigenti pur importanti, di capire il tema del seminario. Per molti di loro la natura profonda della pratica museale non mostrava discontinuità con il passato: era profondamente e indissolubilmente legata alla gestione della collezione, in seconda battuta con la sua valorizzazione. Tutte le altre funzioni erano concepite come secondarie e ancillari. Grandi collezioni = Grandi Musei. L’equazione lasciava tutto il resto simile e contiguo. Tra musei grandi e musei piccoli cambiava solo la dimensione e la complessità: tutto il resto era da pensarsi uguale o molto simile. Lo stesso convegno fatto oggi certamente darebbe risposte diverse, e sarebbe vissuto con una consapevolezza ben differente. Il primo a sparigliare le carte, con risultati discussi e forse discutibili, ma indubbiamente eclatanti, è stato il Guggenheim guidato da Thomas Krens: la moltiplicazione delle sedi museali, il coraggio nelle scelte di impatto urbano, la presenza in luoghi eterogenei (Bilbao, Las Vegas, Berlino) sono state il segno di una profonda trasformazione dell’istituzione. Altri poi hanno seguito una simile strategia di crescita per gemmazione o il Giornale di civita Luglio - Agosto 2008 LA SFIDA Musei e architettura: largo al cambiamento? Il concetto su cui vorrei costruire alcune riflessioni relative alla natura del progetto di architettura riguarda soprattutto la sua potenziale ed inesauribile energia verso il cambiamento. Il cambiamento anche dell’architettura dei musei, per quanto possa essere lento ed accidentato, appoggia, nei casi migliori, sulle idee che diventano guida critica per la ricerca di tutte quelle risorse e potenzialità che nel futuro rappresenteranno la realtà dominante. L’architettura, intesa come spazio costruito o immaginato per lo sviluppo e l’interpretazione del pensiero, nell’ambito dei musei molto spesso si presenta in modo ambiguo per le semplificazioni che adotta. La complessità spaventa anziché confortare per la sua straordinaria ricchezza e, poiché credo in questa ricchezza, ritengo che il cambiamento vada favorito e ricercato perché rappresenta la strada maestra, anche se impervia, per raggiungere quelle vette che ogni epoca deve scalare. L’anno prossimo a Milano verranno organizzati due convegni, uno dedicato a Licisco Maganato e l’altro a Mercedes Garberi, studiosi entrambi di Museologia e Museografia che, in qualità inoltre di direttori di musei civici, hanno apportato profonde innovazioni nelle istituzioni da loro dirette. Questi convegni offriranno l’occasione di ricuperare il concetto di interrelazione tra museologia e museografia e di rivisitare quegli spazi che erano e sono tutt’ora in gran parte testimonianza di come la complessità sia stata vincente sul piano delle idee fuori da qualsiasi moda ed abbia introdotto e promosso il concetto di cambiamento secondo le modalità di un pensiero che vive ancor oggi in quei progetti che si stanno realizzando secondo intuizioni che da allora hanno preso spinta. Innanzitutto il rapporto museo e città sta assumendo una dimensione che integra i reperti, di cui il museo non è solo custode, nella quotidianità. Ne deriva che l’accoglienza definisca spazi nuovi di servizio ma anche modalità per coniugarsi con i luoghi di socializzazione urbani della città multietnica. L’ulteriore obiettivo risulterebbe nel riconoscere alla cultura ed al suo spazio un ruolo di pacificazione molto attraente che manifesta chiaramente la sua appartenenza al mondo. I musei negli anni ’20 chiudevano le finestre rivolte verso la città ed aprivano lucernai destinati alla luce zenitale. La contestualizzazione degli spazi nel tessuto urbano, la riconquista delle viste prospettiche, delle trasparenze, l’ecosostenibilità indicano in concreto un avvicinamento della storia antica e\o recente con il quotidiano. Il museo di Rovereto (MART) testimonia questa tendenza come pure, credo, il museo civico Ala Ponzone di Cremona che ha attivato un sostanziale rinnovamento della sua struttura divenuta sistema museale integrato con le peculiarità culturali di cui fa parte anche la musica. L’integrazione dei reperti con la città viene attuata anche attraverso un ordinamento che si fa carico delle DOES EVERY MUSEUM IN THE WORLD NEED TO BE MODERNIZED? DO ALL MUSEUMS HAVE TO ADHERE TO THE SAME TECHNICAL CONDITIONS? DO ALL MUSEUMS HAVE TO BE EXTENDED AND UPDATED? È NECESSARIO CHE TUTTI I MUSEI DEL MONDO VENGANO MODERNIZZATI? È NECESSARIO CHE TUTTI I MUSEI SI ADEGUINO ALLE STESSE CONDIZIONI TECNICHE? Venezia, Biennale 2005 © OMA È NECESSARIO CHE TUTTI I MUSEI SIANO AMPLIATI E AGGIORNATI? OPPURE contestualizzazione dei reperti con i luoghi, con la storia di lunghi vagabondaggi attraverso le collezioni nate con il successo delle classi emergenti e rese pubbliche con il mecenatismo. La formazione recente di alcuni musei diocesani come quello di Milano è dimostrativa di percorsi in cui non solo la Diocesi è impegnata ma anche la società civile e laica che, attraverso la cultura, abbatte luoghi comuni e diffidenze secolari. Collaborando alla formazione delle collezioni alla gestione del museo stesso la società civile è diventata di fatto attore attivo dello stesso processo creativo. I progetti presentati nel recente concorso bandito dal Comune di Milano per il completamento del museo stesso, hanno affrontato con maggior interesse il tema urbano rispetto a quello museografico. In un certo senso i progetti hanno disatteso la complessità di un tema che deve trovare risposte a problemi che non sono definibili settorialmente quanto piuttosto nella loro dimensione integrata alla vita ed alle aspettative di oggi. Il progetto spaziale, guidato da un pensiero innovativo che ha per centro l’uomo nella città con la sua cultura che si relaziona con il resto del mondo, propone una sfida grande: la rinuncia innanzitutto al protagonismo formale a favore di contenuti condivisibili con le risorse, a favore di una flessibilità che promuova il mutamento e che incentivi il lavoro intellettuale risvegliando anche valori morali assopiti. Nella Mdina di Malta il Museo Diocesano, ospitato in uno splendido palazzo barocco che si affaccia verso la cattedrale, ha colto la necessità della sfida avviando un progetto di rinnovamento che interpreti quanto ho cercato di riassumere. La strada aperta verso la visione di un sistema museale che coinvolga alcuni edifici della Mdina, di recente acquisiti dalla Curia, aprono un nuovo scenario in verità assai complesso ma affascinante. Anche in questo contesto privilegiato è sempre in agguato la tentazione di eludere i problemi con qualche soluzione poco impegnativa. Le reali risorse culturali e di qualità urbana portano invece a riconsiderare il “mondo novo” di Giandomenico Tiepolo in cui il pubblico che partecipa al cambiamento epocale volta le spalle al passato coinvolto com’è e affascinato dal futuro con le sue grandi risorse e speranze. Antonio Piva Architetto UNA CERTA INATTIVITÀ, UNA CERTA RESISTENZA AL CAMBIAMENTO PUÒ IN REALTÀ GIOCARE UN RUOLO DETERMINANTE NEL MANTENERE UN GRADO DI AUTENTICITÀ COSÌ SPESSO CANCELLATA DALLA MODERNIZZAZIONE? PUÒ L’ARCHITETTO, UNA PERSONA ASSUNTA PER MODIFICARE LO STATO DELLE COSE, INDOSSARE I PANNI DI UN ARCHEOLOGO ED ESAMINARE SCRUPOLOSAMENTE LE CONDIZIONI ATTUALI PER POI PROPORRE UN NUOVO TIPO DI ORGANIZZAZIONE CHE PERMETTA A OGNI ELEMENTO DI ESSERE RIVALUTATO? IL PROGETTO HERMITAGE NON SI PUÒ INTENDERE IN TERMINI RIGOROSAMENTE ARCHITETTONICI; ANZI, NON PUÒ NEANCHE RIENTRARE NELLA DEFINIZIONE CLASSICA DI PROGETTO. PROJECT L’HERMITAGE NON È UN PROGETTO: È UN CONCENTRATO DI PROBLEMI CHE POSSONO ESSERE RISOLTI SOLO CON UN APPROCCIO PIÙ APERTO, SIA ESSO GESTIONALE O INTELLETTUALE. PIUTTOSTO CHE UN’IMPOSIZIONE OTTIMISTICA DEL NUOVO, È NECESSARIO TROVARE DEI CAMBIAMENTI CHE PERMETTANO ALL’HERMITAGE DI FUNZIONARE MEGLIO, MA SENZA ESSERE INVASIVI. AMO/OMA dal progetto per il nuovo Hermitage a cura di Rem Koolhaas e Reiner de Graaf il Luglio - Agosto 2008 Giornale di civita LE ATTIVITÀ DEL GRUPPO VENEZIA UMBRIA La prima volta di George Barbier Pintoricchio, la proroga di un successo Organizzata dai Musei Civici Veneziani in collaborazione con Venezia Musei, la prima mostra mai dedicata a George Barbier, a cura di Barbara Martorelli, intende, da un lato, indagarne l’opera nella sua evoluzione e dall’altro, evidenziare il profondo legame tra le opere e le edizioni a cui erano destinate, ricomponendo, ove possibile, i rari e preziosi volumi spesso smembrati dopo la sua morte. Artista e illustratore di moda, scenografo, creatore di costumi di teatro, protagonista del movimento déco, George Barbier nacque a Nantes nel 1882. Guidò l’Ecole des Beaux Arts e realizzò a lungo illustrazioni, ma anche articoli e recensioni, per la prestigiosa Gazette du Bon Ton, il cui punto di forza fu il sodalizio esistente tra lui ed artisti del calibro di Boutet de Monvel, Brissaud, Iribe, Lepape e Martin. Instancabile illustratore, collaborò con la stampa, con diverse riviste, in particolare femminili, e si lanciò in personali progetti editoriali, illustrando articoli e romanzi commissionati ai più grandi giornalisti, opinionisti e scrittori e pubblicando anche sue poesie. Fu anche designer di gioielli, creazioni in vetro e creatore di abiti e decori teatrali. Collabora con Erté a varie scenografie e costumi cinematografici anche per produzioni americane. Noto è il suo lavoro per i costumi di Rodolfo Valentino nel film Monsieur Beaucaire (1924) di Sidney Olcott. Morì nel 1932, all’apice del suo successo. Alcuni mesi dopo, l’intero corpus della sua collezione va all’asta a Parigi, provocando lo smembramento di tutto questo patrimonio. Le sette sezioni tematico-cronologiche in cui è suddivisa la mostra consentono al pubblico di comprendere i diversi aspetti della vasta produzione dell’artista. Le opere esposte - oltre trecento dipinti, disegni, pochoir, articoli, foto, libri, manoscritti, film – provengono dai cospicui fondi di Palazzo Mocenigo-Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume, dalla Bibliothèque nazionale de France e da ricche collezioni private francesi. Nell’ambito della mostra, oltre alla proiezione settimanale di Monsieur Beaucaire, verrà organizzato un palinsesto di attività con incontri, dibattiti e conferenze sulla moda, il costume e il fermento artistico di quegli anni. Una straordinaria affluenza di visitatori allo scadere dei 150 giorni di apertura della mostra sul Pintoricchio, originariamente programmata dal 2 febbraio al 29 di giugno, ha contribuito alla decisione sulla proroga del termine fino al 31 agosto 2008, che consentirà di poter ammirare i capolavori dell’artista anche durante tutto il periodo estivo. Il successo - a testimonianza del quale parlano i numeri dei visitatori, una media di 1.200 al giorno - è stato dunque grandissimo e ha riguardato non solo la monografica alla Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, ma ha anche coinvolto la sede di Spello - dove particolare entusiasmo ha suscitato, all’interno della Chiesa di Santa Maria Maggiore, la Cappella Baglioni, interamente affrescata dall’artista – e l’esposizione a Palazzo Baldeschi al Corso dell’opera, riconquistata al patrimonio italiano, la Madonna col Bambino. Grandi i benefici anche per l’intero “Sistema Umbria”, sviluppatosi intorno alle mostre, con itinerari dislocati sul territorio della regione, alla scoperta dei capolavori dell’artista. MOSTRA GEORGES BARBIER. LA NASCITA DEL DÉCO Palazzo Fortuny Venezia, San Marco 3958 Dal 30 agosto 2008 al 5 gennaio 2009 Orario: dalle 10.00 alle 18.00. Chiuso il martedì, i giorni 25 dicembre e 1 gennaio La biglietteria chiude un’ora prima Informazioni e prenotazioni: 041 5209070 Biglietti: intero € 8,00; ridotto € 5,00 Catalogo: Marsilio Sito internet: www.museiciviciveneziani.it MANTOVA Il Medioevo attraverso la vita di Matilde di Canossa Nobildonna e sovrana italiana, la Grancontessa Matilde di Canossa, una delle figure più interessanti del Medioevo italiano, fu una potente feudataria ed una ardente sostenitrice del Papato nella lotta per le investiture. Una donna di assoluto primo piano, per quanto all’epoca le donne fossero considerate di rango inferiore, che arrivò a dominare tutti i territori italici a nord degli Stati della Chiesa, quando nel 1076, a seguito della morte della madre, entra in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia-Romagna e la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell’Appennino reggiano. In seguito, nel 1111, fu anche incoronata presso il castello di Bianello a Reggio Emilia dall’imperatore Enrico V, Regina d’Italia e Vicaria Papale. La vicenda biografica e politica di Matilde di Canossa diventa occasione di lettura e di interpretazione della società dei primi due secoli dopo il Mille, di quel periodo storico caratterizzato dallo scontro fra papi e imperatori, che ha portato alla separazione dei due poteri universali, religioso e laico, di un mondo in profonda trasformazione. L’eco di quei fatti, la fama di Matilde e l’esigenza di farne un emblema del sostegno politico al papato hanno alimentato un mito che ha ispirato anche Dante, Giulio Romano, Gian Lorenzo Bernini, dando vita a capolavori straordinari. Nasce così una mostra - promossa dalla Provincia di Mantova con il sostegno della Fondazione Monte dei Paschi di Siena e della Fondazione Cariverona, curata da Renata Salvarani e Liana Castelfranchi, con il coordinamento organizzativo di Civita Servizi - il cui progetto è frutto di un’ampia operazione di studio che vede coinvolto un comitato scientifico internazionale composto da studiosi delle maggiori università ed istituti di ricerca europei ed americani. La mostra costituisce un viaggio per immagini e per suggestioni scandito da croci gemmate, sigilli, arazzi, avori, sculture, altari, reperti archeologici, pergamene, opere d’arte provenienti da musei italiani ed europei, mentre le dispute, i luoghi, i protagonisti della controversia delle investiture si sviluppano in proiezioni multimediali. Una sezione è dedicata alla città dove è nata Matilde: Mantova, protagonista di duri scontri fra la contessa e i sostenitori dell’imperatore. Ciò rende la mostra il primo grande evento culturale che mette in evidenza la storia e la specificità di Mantova in epoca medievale. La mostra si inserisce nelle celebrazioni per il Millenario Polironiano che si tengono a S. Benedetto Po nell’Abbazia di Polirone ed hanno come evento culminante “L’Abbazia di Matilde. Arte e storia in un grande monastero dell’Europa benedettina” un evento espositivo che ripercorre i momenti salienti della vicenda storica, culturale, artistica ed economica del monastero. NAPOLI Roma - Gerusalemme Lungo le Vie Francigene del Sud I temi del progetto promosso dall’Associazione Civita, insieme a Banco di Napoli S.p.A. e Finmeccanica S.p.A, volto alla valorizzazione e promozione degli itinerari medievali di pellegrinaggio nel Sud Italia verso la Terrasanta, sono divenuti contenuto del Convegno Roma-Gerusalemme. Lungo le Vie Francigene del Sud, svoltosi a Napoli nella Sala delle Assemblee del Banco di Napoli. All’appuntamento, che testimonia il costante impegno di Civita nella valorizzazione della Via Francigena, hanno partecipato i rappresentanti degli Enti promotori, ovvero Vincenzo Pontolillo MOSTRA MATILDE DI CANOSSA. IL PAPATO, L’IMPERO. STORIA, ARTE, CULTURA ALLE ORIGINI DEL ROMANICO Casa del Mantegna Mantova, via Acerbi 47 Dal 31 agosto 2008 all’11 gennaio 2009 Orario: dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 18.00. Chiuso il lunedì. Apertura straordinaria lunedì 8 dicembre, il 25 dicembre e la mattina del 1° gennaio Informazioni e prenotazioni: 199 199 111 Biglietti: intero € 6,00; ridotto € 4,00 Catalogo: SilvanaEditoriale Sito internet: www.mostramatildedicanossa.it L’AGENDA DELLE MOSTRE MANTOVA Palazzo Te fino al 6 luglio 2008 La forza del bello. L’arte greca conquista l’Italia Casa del Mantegna dal 31 agosto all’11 gennaio 2009 Matilde di Canossa, il papato, l’impero. Storia, arte, cultura alle origini del romanico MILANO Castello Sforzesco dal 5 luglio al 2 settembre 2008 Faïence – Cento anni del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza ORVIETO Palazzo Coelli fino al 20 luglio 2008 Arte dell’oggi e dell’appena ieri. IL NOVECENTO nelle collezioni delle Fondazioni Cariverona e Domus PERUGIA Galleria Nazionale dell'Umbria fino al 31 agosto 2008 Pintoricchio ROMA Castel Sant’Angelo dall’11 luglio fino al 9 novembre 2008 La Lupa e la Sfinge. Roma e l’Egitto dalla storia al mito MILANO/SONDRIO Galleria Gruppo Credito Valtellinese, Museo Diocesano/Galleria Credito Galleria Nazionale d’Arte Moderna Valtellinese, Museo Valtellinese fino al 28 settembre 2008 di Storia e Arte Mario Schifano (1934-1998) fino al 19 luglio 2008 I Ligari. Pittori del ’700 lombardo VENEZIA Museo Fortuny NAPOLI dal 29 agosto 2008 Maschio Angioino al 6 gennaio 2009 fino al 30 settembre George Barbier (1882 – 1932) Paolo Ricci Presidente del Banco di Napoli, Remo Pertica Condirettore Generale di Finmeccanica, Gianfranco Imperatori Segretario Generale dell’Associazione Civita, e la Regione Campania. Ulteriori interventi sono stati affidati a relatori ed esperti della materia, quali, tra gli altri, Sergio Valzania, Direttore dei Programmi Radio RAI, Maria Carmen Furelos Gaiteiro, Presidente de “I Cammini d'Europa GEIE”, Pietro Dalena, storico medievalista dell’Università della Calabria, Renato Stopani, Direttore del Centro Studi Romei di Firenze. In occasione del Convegno sono stati presentati oltre l’iniziativa, avviata all’inizio del 2008, anche la pubblicazione RomaGerusalemme. Lungo le Vie Francigene del Sud, in cui sono confluiti i risultati della ricerca prevista dall’iniziativa e finalizzata alla ricostruzione del quadro storico e alla restituzione di una “fotografia” dello stato di fatto relativo a quegli itinerari religiosi. La pubblicazione, ricca di un consistente apparato iconografico, raccoglie inoltre preziosi contributi di esperti e studiosi di chiara fama, come Antonio Paolucci e Franco Cardini, i quali illustrano e descrivono ampiamente gli itinerari individuati in termini storici e artistici, accoglie le esperienze di quegli attori locali (Associazioni, G.A.L., etc.) che hanno sinora percorso alcuni tratti o a favore dei quali hanno promosso, a livello locale, iniziative o azioni di valorizzazione, e propone alcune prospettive future e di organizzazione dei percorsi. L’auspicio è quello di fornire alle Amministrazioni locali dei territori interessati un quadro il più possibile completo ed una prima verifica della percorribilità di alcuni tratti. Per maggiori informazioni sul Convegno si può consultare il sito www.civita.it il Luglio - Agosto 2008 LE ATTIVITÀ DEGLI Giornale di civita ASSOCIATI ENEL Al via la seconda edizione di Enel Contemporanea Energia e arte pubblica di nuovo insieme per la seconda edizione di Enel Contemporanea, il progetto promosso da Enel - la più grande azienda elettrica d’Italia e la seconda utility quotata d’Europa - che prevede la realizzazione ogni anno di una serie di opere sul tema dell’energia commissionate ad artisti di fama internazionale. A cura di Francesco Bonami, Enel Contemporanea 2008 (www.enel.it/enelcontemporanea) presenta tre nuovi artisti internazionali che realizzeranno i propri interventi nei luoghi simbolici di due diverse città: Roma e, per la prima volta, Venezia, alternandosi in differenti periodi dell’anno. Ciascuna opera sarà visibile per circa tre mesi. La prima installazione, dei brasiliani assume vivid astro focus (avaf), verrà realizzata nel cuore di Roma, presso le rovine archeologiche di Largo Argentina dal 3 luglio al 3 settembre 2008; la seconda, degli italiani A12, a Venezia dal 12 settembre al 12 dicembre in concomitanza con la Biennale di Architettura, e la terza, dell’americano Jeffrey Inaba, al Policlinico Umberto I di Roma, il principale ospedale della capitale e tra i più grandi d’Europa, dal 28 ottobre al 28 gennaio 2009. I tre luoghi prescelti parlano del Tempo e della sua energia inesplorata nelle diverse declinazioni di gioco, immaginazione ed attesa, temi che raccontano quella che è oggi l’energia della società contemporanea, dove le modalità di intrattenimento, incontro e scambio di idee assumono talvolta forme nuove e sorprendenti e luoghi ed eventi diversi diventano connettori di pensieri ed energie in trasformazione. Grazie al linguaggio internazionale e trasversale dell’arte, Enel prosegue così il proprio percorso di azienda fortemente impegnata in programmi di ricerca e innovazione e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in materia di energia e sviluppo sostenibile, anche attraverso iniziative culturali e sociali che vedono al centro l’energia nelle sue diverse forme. FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DELLA PROVINCIA DELL’AQUILA L’immagine del potere È proprio l’immagine del potere. La statua di un Signore romano del II secolo d.C. ritrovata nel mese di luglio dello scorso anno presso la vasta area archeologica di Amiternum è tornata a nuova vita grazie all’intervento della Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila che ne ha finanziato il restauro. La statua in marmo pario alta circa due metri e arrivata fino a noi quasi intera, sarà esposta per tutto il periodo estivo proprio nella nuova sede della Fondazione Carispaq di Palazzo dei Combattenti in Corso Vittorio Emanuele II, 194 a L’Aquila. L’iniziativa, che ha preso il via il 14 giugno scorso in occasione della VIII Giornata Nazionale della Fondazione, ha il simbolico titolo L’immagine del Potere – la lunga storia di un Signore di Amiternum proprio per evidenziare la grandezza e la potenza di una città - Amiternum, prefettura romana monumentale e ricchissima, dotata di teatro, anfiteatro, terme e strade basolate, di ville fastose - e dei suoi cittadini più potenti come il Signore ritratto in questa statua. Si tratta di un personaggio di alto lignaggio che presenta un nudo eroico con clamide e spada alla moda greca e ad imitazione dell’iconografia dei Dioscuri. Molto probabilmente questo Signore, ritrovato nell’area dove attualmente si sta riportando alla luce la sua Domus, un villa di circa cinquemila metri quadrati, era il capostipite della sua “Gens” ovvero della sua famiglia, una delle più potenti della città. “La Fondazione Carispaq, come è nei suoi scopi – spiega il Presidente Roberto Marotta – ha voluto farsi carico del recupero di uno dei reperti più importanti scoperti in una tra le più famose aree archeologiche d’Italia. La statua di un alto dignitario, nostro antenato, è stata così restaurata ed esposta, presso la nostra sede, alla visita dei suoi concittadini moderni, oltre che dei numerosi turisti che visitano il nostro territorio. Un territorio ricco di beni culturali inseriti in un ambiente ancora incontaminato dove insistono ben due parchi nazionali, uno regionale e molte aree protette”. L’esposizione, che chiuderà il 12 settembre 2008, verrà arricchita con altri reperti importanti, provenienti sempre dall’area archeologica di Amiternum, a partire dalla metà del mese di agosto e in concomitanza con le manifestazioni della Perdonanza Celestianiana dell’Aquila, la settimana di cultura e spiritualità legata alla figura di Papa Celestino V. “Con questa operazione – conclude il Presidente – la Fondazione Carispaq si pone al fianco degli uffici, Direzione Regionale e Soprintendenze, che si occupano di tutela e valorizzazione dei beni Culturali collaborando nel recupero di opere d’arte e di testimonianze della nostra storia che sempre più spesso giacciono invisibili nei magazzini dei musei”. FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI ALESSANDRIA Per riscoprire l’opera di Antonio Bruschi La Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, in collaborazione con l’Associazione Culturale Atalanta Fugiens, prosegue il proprio impegno in ambito culturale promuovendo il progetto di riscoperta storico-musicologica del compositore Antonio Brioschi, pioniere del classicismo, la cui figura è avvolta dal mistero. Di lui si sa soltanto che negli anni ’30 del Settecento risiedeva a Casale Monferrato, dove compose le sue prime opere. Tra il 1730 e il 1750 Brioschi fu, in assoluto, il più prolifico autore di sinfonie che furono eseguite e studiate in tutta Europa favorendo lo sviluppo e la diffusione dello stile classico. “Il legame di Antonio Brioschi con il territorio alessandrino e il suo apporto al panorama musicale europeo del Settecento rappresentano elementi di grande interesse e orgoglio per la nostra provincia - ha dichiarato Gianfranco Pittatore, Presidente della Fondazione. La conoscenza ancora scarsa sulla vita di questo compositore e la volontà di arricchire la tradizione culturale della nostra provincia ci ha indotti a promuovere questo prestigioso progetto di ricerca con uno stanziamento significativo e con un impegno costante e prolungato nel tempo: dal 2007 al 2009”. L’obiettivo del ricco carnet di manifestazioni previste nel corso del 2008, da maggio a settembre, è quindi quello di far emergere l’eccezionale contributo che Brioschi offrì al classicismo europeo e alla genesi della sinfonia classica. Dopo i due concerti di maggio - in occasione dei quali l’Orchestra Atalanta Fugiens, diretta dal maestro Vanni Moretto, ha proposto al pubblico alcune sinfonie inedite di Brioschi in precedenza registrate per la realizzazione di un cd che verrà pubblicato entro dicembre da Sony BMG - altre iniziative sono in programma nel mese di settembre: dal 15 al 21 si terrà ad Alessandria un seminario di perfezionamento musicale per giovani strumentisti, che porterà all’istituzione dell’Orchestra “Antonio Brioschi”, composta dai migliori partecipanti al corso, incentivando così la formazione professionale giovanile sul territorio. La prima esibizione pubblica della neonata Orchestra avrà luogo il 21 settembre presso la Sinagoga degli Argenti di Casale Monferrato. Il 20 e il 21 settembre si svolgerà inoltre, a chiusura del seminario, un convegno internazionale volto a raccogliere il repertorio sinfonico del Settecento lombardo-piemontese e a promuoverne lo studio e la diffusione. Nella stessa settimana, l’orchestra Atalanta Fugiens terrà altri due concerti, entrambi inseriti nel cartellone del Festival MITO, con musiche di Brioschi, Chelleri, Zani e Sammartini. Nel corso del 2009 l’Orchestra Atalanta Fugiens registrerà due cd, che saranno pubblicati da Sony BMG entro lo stesso anno, e verrà realizzato un documentario sulla figura di Brioschi ed i suoi legami con il Monferrato e con le corti europee. Informazioni sul progetto e sulla ricerca storico musicologica riguardante la vita e le opere di Antonio Brioschi sono disponibili sul sito www.antoniobrioschi.org OPEN CARE Il restauro di Villa Necchi Campiglio Open Care, società di servizi integrati per la conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio artistico che vanno dal restauro - con 6 laboratori dedicati a dipinti e affreschi, arazzi e tessili antichi, tappeti, arredi lignei, analisi scientifiche e strumenti scientifici - all’art consulting, caveau e trasporti per l’arte, è sponsor tecnico di parte del restauro degli interni di Villa Necchi Campiglio. Preziosa residenza nel cuore di Milano, progettata tra il 1932 e il 1935 dall’architetto Piero Portaluppi per Angelo Campiglio e le sorelle Necchi, la Villa ha aperto finalmente, grazie al FAI, le sue porte al pubblico, dopo un’impegnativa fase di restauri. Nel 2001 infatti l’intero complesso residenziale era stato lasciato in eredità al FAI affinché venisse trasformato in una casa-museo, fedele testimonianza di uno storico aspetto di vita culturale e artistica lombarda. Il lavoro è stato lungo e articolato, le scelte operative ponderate e delicate; fortunatamente il FAI ha potuto avvalersi, oltre che dei contributi degli sponsor, della consulenza delle sovrintendenze competenti e del prezioso e costante sostegno tecnico ed economico di Open Care. L’intervento ha coinvolto tutti i Dipartimenti di Open Care, che hanno utilizzato le proprie risorse tecnologiche, le competenze scientifiche e professionali di cui sono dotati i laboratori di restauro per intervenire nel pieno rispetto per lo stato originale dei pezzi, su mobili e boiserie, entre-fénêtre e tessuti di arredo, tappeti, orologi e sui meravigliosi bassorilievi del Portaluppi che ricoprono alcuni dei soffitti. “Questa importante opera di restauro cui diamo il nostro apporto - sottolinea Domenico Sedini, Direttore dei Dipartimenti di Art Consulting e Conservazione e restauro di Open Care - ha visto coinvolti oltre 30 dei nostri restauratori per circa 4 anni e segna un altro importante riconoscimento alla perizia e professionalità dei nostri laboratori che, sotto la preziosa guida dei Responsabili dei Dipartimenti, hanno contribuito a ridare nuova vita a questi splendidi spazi”. Oltre alla campagna di restauro Open Care ha curato buona parte della logistica, dei trasporti e della custodia degli arredi della Villa. il Giornale di civita Luglio - Agosto 2008 IN PRIMO PIANO Rivista mensile dell’Associazione Civita Iscrizione N.5933 del 17.01.2006 Direttore Responsabile Gianfranco Imperatori Comitato Scientifico Antonio Paolucci (Presidente), Umberto Allemandi, Francesco Aloisi de Larderel, Armida Batori, Enrico Bellezza, Paolo Galluzzi, Adriano La Regina, Luca Odevaine, Pietro A. Valentino Due musei, la Phillips Collection di Washington e la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza, benché situati uno nella capitale dello stato più potente del mondo e l’altro in una piccola città italiana, hanno una serie impressionante di punti in comune. Nascono negli stessi anni e riflettono il gusto, la mentalità, l’intelligenza di un unico appassionato d’arte. Duncan Phillips e Giuseppe Ricci Oddi impiegarono tutte le loro sostanze e le loro energie intellettuali al nobile scopo di fondare un museo d’arte moderna. Entrambi vollero scegliere essi stessi la sede più degna per le opere che avevano riunito con tanta passione, l’uno adattando a museo la propria residenza, l’altro facendo costruire un edificio apposito. Entrambi non si accontentavano di possedere il pezzo di un autore celebre, volevano il pezzo di eccezionale qualità, che ricercavano con infinita pazienza, ragion per cui le loro raccolte sono folte di capolavori. Stefano Fugazza Direttore Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi Coordinamento Albino Ruberti, Giovanna Castelli, Alberto Rossetti, Dario Zerboni Caporedattore Maria Rita Delli Quadri Redazione Arianna Diana Progetto grafico ed impaginazione Claudio Zito www.civita.it ASSOCIAZIONE CIVITA CIVITA SERVIZI Presidente Antonio Maccanico Presidente Gianfranco Imperatori Segretario Generale Gianfranco Imperatori Amministratore Delegato Albino Ruberti Direttore Giovanna Castelli Direttore Alberto Rossetti Direttore Marketing e Sviluppo Dario Zerboni Responsabile Rapporti Istituzionali Rita Cerri PERUGIA La nobile passione dell’arte A partire dalla metà di settembre, la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia espone, nella propria sede di Palazzo Baldeschi al Corso, una grande mostra internazionale, di cui Civita cura i servizi e la promozione, con opere provenienti da una delle più prestigiose collezioni americane, la Collezione Phillips di Washington e da una delle maggiori raccolte italiane, la Collezione Ricci Oddi. Le une e le altre saranno documentate in un prestigioso catalogo, a cura di Vittorio Sgarbi. “Con questa iniziativa” - sottolinea il Presidente Carlo Colaiacovo – “la Fondazione celebra il Centenario della costituzione della Cassa di Risparmio di Perugia, di cui ha ereditato l’impegno sul versante sociale e del mecenatismo culturale, inaugurando un nuovo ed originale programma di eventi espositivi dedicati alle grandi collezioni private. Palazzo Baldeschi al Corso si conferma così come sede di importanti e qualificate rassegne, dedicate alla civiltà artistica dell’Umbria e ora anche ad un più vasto contesto internazionale. Dopo aver reso omaggio al genio artistico umbro con le mostre consacrate a Perugino, Cerrini e Pintoricchio, la Fondazione ha dunque scelto di esplorare nuove strade, senza per questo venire meno al suo impegno istituzionale: sostenere l’arte e la cultura in tutte le sue manifestazioni e contribuire per questa via alla crescita civile del territorio umbro.” La collezione Phillips, quella che ha ispirato la prima parte del titolo della mostra “Da Corot a Picasso”, è una delle più prestigiose collezioni di arte americana ed europea, con circa 2500 opere dei maggiori protagonisti, dall’impressionismo alle avanguardie. Inaugurata nel 1921, la Phillips Collection è il primo museo di arte moderna in America ad ospitare regolarmente alcune importanti mostre a livello internazionale. La sua sede principale è la residenza Georgian Revival, di proprietà del fondatore, Duncan Phillips, cui si aggiungono altre residenze minori nel quartiere Dupont Circle a Washington. Duncan Phillips (1886 -1966) ha avuto un ruolo centrale nel diffondere la conoscenza dell’arte in America. Nipote di James Laughlin, banchiere e fondatore della Jones e Laughlin Steel Company, era nato a Pittsburgh e nel 1895 si era trasferito con la famiglia a Washington D.C. Dopo la morte improvvisa e precoce del padre e del fratello, aveva fondato con sua madre la Phillips Memorial Gallery. A partire da un piccolo nucleo di opere, la Collezione continuò a crescere e nel 1930 la famiglia si trasferì in una nuova abitazione e trasformò ufficialmente la residenza in un museo. Phillips considerava il suo museo come “una forza memorabile e benefica nella comunità dove vivo, una influenza che dà gioia e migliora la vita aiutando la gente a vedere la bellezza come la vedono gli artisti.” Nel 1920 conosce l’artista Marjorie Acker e la sposa. La coppia collezionerà più di 2000 opere d’arte, con scelte spesso rivoluzionarie per il loro tempo. Nel 1923 Phillips acquistò Il Pranzo dei Canottieri (1880-1881) di Renoir, un’icona dell’impressionismo che oggi è considerata l’opera più famosa del museo. La Phillips Collection di Washington è visitabile sul sito www.phillipscollection.org Anche la storia della collezione Ricci Oddi, alla quale si riferisce la seconda parte del titolo della mostra “Da Fattori a De Pisis”, ha origini lontane e risale al tempo in cui il nobile piacentino Giuseppe Ricci Oddi (1868-1937) si dedicò al collezionismo, in maniera quasi casuale, spinto da una passione per la pittura e la scultura che divenne per lui ragione di vita. Egli infatti impiegò le sue cospicue sostanze per mettere assieme un’imponente raccolta, sulla base di criteri assai rigorosi. Esclusa l’arte antica, Ricci Oddi collezionò dipinti, sculture e opere grafiche dall’Ottocento romantico ai suoi tempi, che divennero infine gli anni Trenta del Novecento. Il suo sguardo travalicava del tutto l’ambito locale: gli acquisti avvenivano alla Biennale di Venezia e nelle principali città italiane, con l’aiuto di una rete di amici appassionati d’arte, storici dell’arte, galleristi, mercanti e gli stessi artisti. L’obiettivo dichiarato era quello di documentare lo sviluppo delle arti in Italia - cui si aggiungevano significativi esempi stranieri - nel secolo XIX e all’inizio del successivo. Le scelte erano ispirate a un moderato conservatorismo, per cui solo il figurativo veniva accolto e le avanguardie estreme erano del tutto escluse. Entrarono così nella collezione i protagonisti del romanticismo italiano, Francesco Hayez e il Piccio, come tutti i maggiori macchiaioli, da Giovanni Fattori a Silvestro Lega a Telemaco Signorini. Grande spazio veniva dedicato ad Antonio Mancini e ad Antonio Fontanesi, il più internazionale degli artisti italiani dell’Ottocento. I cosiddetti “italiani di Parigi” (Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi) sono presenti con tre pezzi di eccezionale qualità. La stagione del simbolismo è molto ben rappresentata e così pure quella divisionista (con capolavori di Angelo Morbelli e Giuseppe Pellizza da Volpedo). La ricerca dell’opera di assoluta qualità era lenta, faticosa; in più casi il collezionista intratteneva rapporti amichevoli con gli artisti, come accadde con lo scultore Medardo Rosso. Entrarono poi nella raccolta tutti i grandi artisti italiani di primo Novecento, da Boccioni a Casorati e alcuni stranieri come Carl Larsson, Albin Egger-Lienz, Auguste Ravier e Augustus Koopman. Nel 1924 l’imponente raccolta viene donata alla città di Piacenza e Ricci Oddi fa costruire, a sue spese, l’edificio per ospitarla: una struttura museale modernissima, tra i pochi esempi italiani di museo progettato per essere tale. Nel 1931 la Galleria Ricci Oddi viene inaugurata e da allora è connotata da continue acquisizioni, da un’intensa attività espositiva e da un continuo lavoro di studio sull’Ottocento italiano ed europeo. La Collezione Ricci Oddi è visitabile sul sito www.riccioddi.it DA COROT A PICASSO, DA FATTORI A DE PISIS •Perugia •Dal 15 settembre al 15 gennaio 2009 •Palazzo Baldeschi al Corso Corso vannucci, 66 Orario: tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00 Informazioni e prenotazioni: 199 199 111 [email protected] Biglietti: intero € 8,00 ridotto € 6,00 ridotto speciale € 3,00 Sito Internet: www.fondazionecrpg.it GLI ASSOCIATI ABB ABN AMRO ACCADEMIA NAZIONALE DELLE SCIENZE ACCENTURE ACEA AIR ONE ALD AUTOMOTIVE ALLIANZ ALL MEDIA ALMAVIVA AMERICAN EXPRESS ANAS ANSA API AREA ARNALDO CAPRAI ARTICOLO 1 ASSOCARTA ASSOCIAZIONE NAZIONALE FRA LE BANCHE POPOLARI ASSOCIAZIONE INDUSTRIALI DELLA PROVINCIA DI VITERBO ASSOCIAZIONE PROVINCIALE DEGLI INDUSTRIALI DI SIRACUSA ATM AURORA AUTOSTRADE AXA ART BANCA DELLA CIOCIARIA BANCA ESPERIA BANCA FIDEURAM BANCA MEDIOLANUM BANCA POPOLARE DI VICENZA BARTOLINI CORRIERE ESPRESSO BENETTON BENI STABILI BLOOMSBURY AUCTIONS BLUEFIN BNL BODINO BOYDEN BOSCOLO HOTELS BOWNE INTERNATIONAL BRITISH AMERICAN TOBACCO ITALIA BULGARI CAMERA DI COMMERCIO DI SIRACUSA CASSA DI RISPARMIO DELLA PROVINCIA DELL’AQUILA CASSA DI RISPARMIO DI CIVITAVECCHIA CASSA DI RISPARMIO DI FABRIANO E CUPRAMONTANA CASSA DI RISPARMIO DI FERRARA CBS OUTDOOR CENTRO SERENA CHALLENGE CITTÀ DELLA SCIENZA CITY4CITY CNR COLACEM CONFCOMMERCIO CONSORZIO MILES COSMIT COSTA EDUTAINMENT D’AMICO SOCIETÀ DI NAVIGAZIONE DIES GROUP DOMINA TRAVEL EDIZIONI METRO EGG EVENTI E SPONSORIZZAZIONI ELETTRONICA EMU ENEA ENEL ENI ENTE CASSA DI RISPARMIO DELLA PROVINCIA DI VITERBO ERG ERICSSON EULER HERMES SIAC EUR FASTWEB FEDERALBERGHI ROMA FEDERAZIONE ITALIANA TABACCAI FERROVIE DELLO STATO FEUDI DI SAN GREGORIO FILTABACCO FINCANTIERI FINMECCANICA FMR - ART’È FONDAZIONE BANCA AGRICOLA MANTOVANA FONDAZIONE BANCO DI SICILIA FONDAZIONE CASSA DEI RISPARMI DI FORLÌ FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DELLA PROVINCIA DELL’AQUILA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI ALESSANDRIA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI SPOLETO FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO IN BOLOGNA FONDAZIONE CASSA RISPARMIO PERUGIA FONDAZIONE DI VENEZIA FONDAZIONE PER L’ARTE DELLA COMPAGNIA DI SAN PAOLO FRATELLI ALINARI GAMBERO ROSSO GENERALI GIUNTI GRUPPO EDITORIALE GRUPPO ADNKRONOS GRUPPO CREMONINI GRUPPO DAB GRUPPO FINELCO GRUPPO MERIDIANO HACHETTE RUSCONI HERMÈS ITALIE H3G IBM ITALIA iGUZZINI IMPRESA PIEMONTE INGHIRAMI COMPANY INTESA SANPAOLO ISTITUTO DELLA ENCICLOPEDIA ITALIANA ISTITUTO POLIGRAFICO E ZECCA DELLO STATO ISTITUTO UNIVERSITARIO SCIENZE MOTORIE ITAL BROKERS IULM JAGUAR ITALIA JOHN CABOT UNIVERSITY KPMG KUWAIT PETROLEUM ITALIA LEASYS LISTONE GIORDANO-MARGARITELLI LOGOTEL LOTTOMATICA LOVELLS MATER DEI MEDIABANCA MEDIASET MERCEDES BENZ ITALIA MERLONI FINANZIARIA MP MIRABILIA NEC ITALIA NETSYSTEM NORMAN 95 OPEN CARE OPUS PROCLAMA PIRELLI RE PORRO & C POSTE ITALIANE PRESTIGE HOTELS PROGRESS INSURANCE BROKER PUBBLI A QUI! 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