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Spedizione in abbonamento postale 45% - art.2, comma 20/B, legge 662/96v - Filiale di Trento - Supp. alla rivista “Archivio trentino”, n.1/2000, periodico semestrale reg. dal Tribunale di Trento il 20.2.1997, n. 944 Direttore responsabile: Sergio Benvenuti
ALTRE
IN QUESTO
NUMERO
La “deaustrificazione”
dell’Austria
di Günther Pallaver
Haider e la paura del
futuro. Intervista con
Joe Berghold
di Paolo Piffer
Castel Tirolo:
un progetto per il
nuovo museo
Il sindaco Alberto
Pacher: “un rapporto
sempre più stretto con
la città”
I 50 anni della rivista
del Museo
Giuseppe e Vittorio
Gozzer: due fratelli in
guerra
di Giuseppe Ferrandi e
Lorenzo Pevarello
STORIE
rivista periodica a cura del museo storico in
trento, anno secondo, numero tre, luglio 2000
http://www.museostorico.tn.it
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ALTRE
STORIE
La
“deaustrificazione”
dell’Austria
di Günther Pallaver
F
ino agli anni ottanta l’Austria era considerata una
nazione con un grado di
organizzazione politica insolitamente alto, un consenso tra
le élite particolarmente forte ed
una altissima prevedibilità politica, e quindi governabilità. Tutto ciò è visibilmente cambiato. I
primi giudizi sulla futura evoluzione di questo processo formulati agli inizi degli anni novanta
prevedevano una irrefrenabile
erosione del sistema dei partiti,
la diminuzione degli elettori dei
socialdemocratici (SPÖ) e dei
popolari (ÖVP) e la perdita del
potere di coesione delle tre subculture, quella cattolica, quella
socialista e quella nazional tedesca. In tutte le varianti possibili, comunque, gli osservatori
erano concordi nel ritenere che
l’Austria si trovasse sulla via
di una normalizzazione europea: emancipazione della società dal sistema politico, dalle istituzioni dello stato partitocratico
e consociativo ed emancipazione degli elettori dalle subculture.
L’evoluzione del sistema politico fino ad una normalizzazione
“europea” è sembrata giungere
a compimento all’inizio del febbraio 2000. Per la prima volta
nel dopoguerra i due partiti borghesi-conservatori (ÖVP e FPÖ/
Freiheitliche Partei Österreichs/
Die Freiheitlichen) hanno stret-
to una coalizione. La “Grande
Coalizione” tra SPÖ e ÖVP è
tramontata, dopo trent’anni di
governo il partito del cancelliere
(la SPÖ) si è ritrovato all’opposizione.
L’alternanza dei partiti e delle
coalizioni significa l’avvenuta
normalizzazione dell’Austria. In
un sistema parlamentare nulla
è più normale del cambiamento
di ruoli di partito dal governo
all’opposizione e viceversa.
Altrettanto normale è il fatto
che il secondo (FPÖ) ed il terzo
(ÖVP) partito più votato governino grazie ad una maggioranza
parlamentare, mentre il partito
di maggioranza relativa si trova
all’opposizione.
Alternanza come prova di democrazia, se non fosse per l’Unione europea, i cui altri 14 membri sotto la presidenza del Portogallo hanno deliberato di ridurre i rapporti bilaterali con l’Austria, il che equivale ad una
sanzione. Oltre al monito venuto dalla commissione europea
anche il Parlamento europeo
ha condannato apertamente la
formazione del nuovo governo
austriaco. Questa reazione senza precedenti dell’UE alla coalizione tra la ÖVP e la FPÖ contraddice la tesi della normalità
austriaca. È evidente che il problema non è il cambio di governo, ma un partito ben preciso.
Per l’Unione europea la FPÖ è e
rimane un partito di estrema destra non legittimato
a governare.
Se le nazioni dell’Unione
europea e gli Stati Uniti
reagiscono in maniera più
critica e di rifiuto nei
confronti di partiti di
estrema destra tedeschi e
austriaci piuttosto che francesi e italiani, il motivo
è nella memoria collettiva
del nazionalsocialismo e
dell’olocausto. L’olocausto è infatti, per l’Europa,
l’esperienza negativa per
antonomasia del secolo
passato.
L’Unione europea ha sem-
pre avuto l’impressione che la
FPÖ giocasse con questa esperienza, poiché i suoi esponenti
ripetutamente hanno minimizzato il nazionalsocialismo, gli
hanno attribuito aspetti positivi,
messo in dubbio o persino negato l’olocausto, praticato una retorica xenofoba. Per questi motivi la FPÖ è stata sempre isolata
a livello europeo ed esclusa
dall’Internazionale liberale, poiché nessun partito liberale vuole
avere legami con un partito che
ha rapporti ambigui con il nazismo, la xenofobia e l’antisemitismo.
L’isolamento della FPÖ a livello
europeo è stato un prodromo dell’isolamento del nuovo governo
formato con essa. L’Austria viene considerata come outsider
che si rifiuta di praticare e di
intendere la democrazia così
come è intesa dagli altri paesi
europei.
Per ora la normalizzazione dell’Austria è quindi rinviata a causa dell’entrata nel governo della FPÖ. La “deaustrificazione”,
di cui spesso si è discusso, che
si è espressa nella formazione di
un nuovo sistema di partiti, nell’erosione delle subculture politiche, nella messa in discussione dello stato consociativo e nel
rafforzamento della società civile nei confronti dei partiti prima dominanti, è stata messa in
ombra dal ritorno del passato.
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ALTRE
STORIE
Joe Berghold, Italien-Austria. Von der
Erbfeindschaft zur europäischen Öffnung,
Werner Eichbauer Verlag, Wien 1997
Haider e la
paura del
futuro.
Intervista con
Joe Berghold
di Paolo Piffer
Joe Berghold,
austriaco, si occupa di
psicologia politica.
È conclusa da poco la
traduzione in italiano
di un suo ampio lavoro
sui rapporti tra Italia
e Austria, dalla secolare amicizia
all’apertura europea.
Ora si sta lavorando
ad un’attenta revisione
del saggio per poterne
proporre, in un prossimo futuro, la pubblicazione in Italia.
A lui abbiamo rivolto,
contattandolo tramite
e-mail nella sua casa
di Vienna, alcune
domande sulla situazione austriaca, sui
rapporti con l’Europa
e l’Italia, su che cosa
significhi l’ascesa di
un leader come Haider.
L
ei scrive, in termini generali, “del risorgere di tensioni nazionalistiche ed
etniche” a fronte di “una
globalizzazione che va avanti a
passi da gigante”. Perché questo è accaduto e accade?
Indubbiamente questo fatto è
riconducibile ad una varietà di
cause e fattori. Secondo me, una
delle cause principali è comunque il dilagare di enormi paure
davanti alla logica socialdarwinista che si sta affermando nel tipo
di globalizzazione nel quale ci
troviamo coinvolti (caratterizzato cioè da una forte deregolamentazione dei mercati, da un continuo abbassamento delle sicurezze sociali e dei valori di solidarietà, delle virtù civiche e dello
spazio accordato alla “res publica”, alle discussioni e decisioni
politiche). Andando di pari passo con rapide spinte tecnologiche e scientifiche, questo sviluppo non può non preoccupare fortemente un numero di persone in
continuo aumento: sta diventando sempre più incerto per sempre più attori in quell’arena di
concorrenza sconfinata se si riesce ancora a cavarsela, ad evitare una caduta economica e sociale nel vuoto. Ad un livello più
generale, deve provocare paure
esistenziali anche il fatto che
nel mondo odierno — che per
sopravvivere ha un drammatico
bisogno di una solidarietà capace di comprendere l’intera società umana — prevalga invece in
misura crescente la legge del più
forte. Queste paure, se non vengono affrontate in modo adeguato, devono per forza portare sia
alla rimozione che al panico, tutti e due tipi di reazione che si rafforzano a vicenda. I vari nazionalismi, gli odi etnico-razziali,
le xenofobie e le varie “mentalità da fortezza” risultano poi
modi particolarmente “idonei”
per esprimere quell’insieme di
rimozione e panico — non da
ultimo perché le contrapposizioni nazionalistiche permettono
“meglio” di tutte le altre di chiudere gli occhi sul fatto che oramai ci troviamo tutti nella stessa
barca in quanto specie umana
che convive su un piccolo pianeta.
Le illusioni che in una comunità
“etnicamente epurata” (o in una
fortezza-Europa) si possa stare al
riparo dai venti gelidi della “libera” concorrenza globale, o che
il proprio gruppo sia per natura
superiore a tutti gli altri, possono
servire alla rimozione; e le paure rimosse devono poi cercarsi
altri oggetti (spostati) che vengono ingigantiti nella fantasia fobica: vari altri gruppi etnico-nazionali o “extracomunitari” vengono così investiti di percezioni di
minaccia, che dovrebbero inve-
Rappresentazione satirica dell’Impero austro-ungarico
ce trovare le loro cause reali in
una dimensione sociale diversa
— che ben poco ha a che fare
con i conflitti che pure possono
anche esserci tra varie comunità
definite per la loro lingua, origine geografica o etnica, religione,
usi culturali.
L’Austria ha trovato una sua
dimensione europea specchio
anche di un livello di vita medio
e di sviluppo ormai avanzati.
Dopo anni di consenso nei confronti dei popolari e dei socialisti, cosa ha portato la popolazione a schierarsi a destra acclamando Haider?
La notevole perdita di consensi
subita dai partiti popolare (Övp)
e socialdemocratico (Spö) a partire dagli anni ottanta è molto
condizionata dalle crescenti insicurezze nell’ambito della globalizzazione in corso, che persino in un paese benestante come
l’Austria fa aumentare in modo
preoccupante il divario tra ricchi
e poveri. Mentre quei partiti (e le
varie reti corporativistiche ad essi
collegate) si dimostrano sempre
meno in grado di garantire alle
loro clientele le consuete nicchie
economiche, si stanno appunto,
come già accennato sopra, diffondendo le paure del futuro
— magari aggravate, nel caso
austriaco, da una assai diffusa
mentalità inflessibile e chiusa. La
destra haideriana cresce in larga
misura su questo humus di paure,
e al riguardo il messagio di Haider si potrebbe riassumere con
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ALTRE
STORIE
una affermazione del tipo: “Nel
mondo socialdarwinista che si
sta delineando, di generalizzata
caccia a chi è debole e indifeso,
sono io il cacciatore di gran lunga
più forte e spietato, e se voi piccoli uomini volete ancora mantenere una speranza di sopravvivere dovete far parte del mio branco
e sottomettervi senza discussioni
alla mia volontà” In questo contesto, anche le numerose scandalose asserzioni di Haider a favore del nazismo trovano un loro
significato molto preciso.
Del resto trovo interessante che
Lei parli della “popolazione” austriaca, e non solo di un suo settore minoritario, che si sia schierato con la destra haideriana. Qualcuno potrebbe certo obiettare che
il suo partito Fpö era poi votato
dal “solo” 27 per cento dell’elettorato (o ancora da meno degli
aventi diritto al voto). Ma è purtroppo evidente che quel successo elettorale esprime un consenso indiretto che va molto al di
là di quella percentuale, tanto da
comprendere, nelle sue varie sfumature, una maggioranza tale da
giustificare anche l’espressione
“la popolazione”. Altrimenti sarebbe infatti impensabile che un
partito che non nasconde minimamente il suo estremo autoritarismo e che usa una retorica
sconvolgente da caccia all’uomo, non riscontri una reazione
molto più energica da parte di
un’ampia opinione pubblica. Chi
non si oppone con fermezza ad
un uomo politico che (per citare
solo un esempio) ripetutamente
descrive i suoi avversari come
insetti (ad es., come “pidocchi
del pube”) contro i quali il proprio partito dovrà agire da “prodotto chimico antiparassitario”
(“Schädlingsbekämpfungsmittel”)
— e persino da “acido cianidrico” (“Blausäure”), cioè l’agente
chimico usato ad Auschwitz!! —
in realtà è complice, segnala il
suo tacito consenso; perché è logicamente impossibile rimanere
neutrali rispetto a quel tipo di
propositi che preannunciano barbarie. Se buona parte della popolazione è quindi stata portata
a schierarsi a favore di Haider,
questo è dovuto non da ultimo
Stemma della Carinzia
al fatto che la società austriaca
è stata in larga misura incapace
di affrontare e superare mentalmente il suo passato coinvolgimento col nazismo (la disfatta
del Terzo Reich non avendo corrisposto in Austria a qualsiasi
movimento di liberazione di rilievo). Credo che anche l’egemonia semi-feudale dei partiti
popolare e socialdemocratico nei
decenni del dopoguerra non sarebbe stata possibile senza il profondo effetto stordente e paralizzante che il nazismo ha portato
su quel poco di cultura democratica che la società austriaca era
stata in grado di sviluppare prima.
Le recenti sanzioni europee nei
confronti dell’Austria rischiano
di bloccare il cammino di integrazione politica e culturale nell’Europa unita o sono solo un
incidente di percorso?
Queste cosiddette “sanzioni” —
che in realtà sono poi misure
quasi interamente simboliche —
sono l’esatto contrario di un incidente di percorso. Corrispondono ad una presa di posizione
doverosa da parte di chi vuole
mantenere la credibilità di una
integrazione europea che sia un
progetto di società civile, di una
comunità vera di cittadini disposti a condividere le responsabilità per il comune destino — e
non meramente un grande mercato omogeneizzato sotto i dik-
tat neoliberisti. Di per sé, le
misure bilaterali prese dai quattordici governi della UE potrebbero costituire un segnale importante nella direzione di una integrazione sostenibile, capace di
contrastare le dinamiche che
rischiano di far saltare in aria la
coesione sociale necessaria per
costituire una “polis europea”.
Una preoccupante debolezza della presa di posizione dei Quattordici consiste invece nel fatto che
nell’insieme, le loro politiche si
muovano prevalentemente nella
stessa direzione neoliberista che
fa svuotare lo spazio di partecipazione cittadina e fa crescere le
paure del futuro che costituiscono la materia prima per il successo di movimenti del tipo haideriano.
Ha fatto sensazione che gli Stati
Uniti, in prima persona, siano
intervenuti nei confronti dell’Austria. Tanta solerzia non è stata
riservata ad altri paesi, quali
la Turchia, con problemi ancora
più gravi al loro interno quali la
discriminazione nei confronti dei
curdi e dei musulmani. Come se
lo spiega?
Il motivo principale mi pare
fin troppo evidente: nessun altro
partito in nessun altro governo
rompe il consenso antirazzista
internazionale del dopo-1945 in
modo altrettanto frontale, aperto
ed infame quanto lo fa il partito di
Haider. Quel consenso risale più
che altro alla forte scossa morale provocata dai crimini nazisti
contro l’umanità e sta alla base di
elementi-chiave che hanno marcato il nostro mondo dopo la
disfatta del fascismo (le Nazioni
unite, la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, il processo di Norimberga, la Corte internazionale di giustizia, il successo a lungo termine di movimenti
quale Amnesty international, la
stessa costruzione europea iniziata dai Schuman, De Gasperi
ed Adenauer). Questo consenso
del dopo-1945 può certo essere
criticato, e legittimamente, finché si vuole (per le sue ipocrisie, i suoi compromessi fasulli,
le politiche di potere che dietro
si nascondono, le oppressioni, le
5
ALTRE
STORIE
Particolare di una scultura nella Biblioteca di Admont (Stiria)
guerre e i massacri che comunque continuano in tanti luoghi);
ma rappresenta un piccolo —
seppur troppo piccolo — passo
storico in avanti, che ad ogni
modo si colloca ad un livello
morale superiore anni luce rispetto al nazismo e a chiunque voglia
minimizzare o giustificare i suoi
crimini. Che con l’arrivo del partito di Haider al governo suonino i campanelli d’allarme anche
oltre-Oceano, mi pare quindi proprio il segno di un sano senso
morale — che purtroppo può
anche coesistere con una vergognosa ottusità morale nei confronti delle violenze commesse
da altri (come ad esempio dal
governo turco). Facendo il confronto tra l’Austria (con la sua
attuale tendenza ad “haiderizzarsi”) ed un paese quale la Turchia, si deve certo tenere conto
della differenza tra una violenza
(in larga misura) “solo” retorica
d’una parte ed una massiccia
violenza fisica dall’altra (con le
sue conseguenze di gran lunga
più sconvolgenti). Indubbiamente questa differenza è quanto mai
fondamentale e riflette la parte
di verità che c’è nel detto che
“tra il dire e il fare c’è di mezzo
il mare”. Ma stiamo attenti: se
un dire viene ribadito con tanta
ossessione come lo vediamo nel
caso di Haider e dei suoi seguaci,
il mare che c’è di mezzo potrebbe essiccare molto più rapidamente di quello che si preferirebbe credere.
I rapporti di buon vicinato tra
Italia e Austria possono risentire
di questa situazione?
Mi pare improbabile che l’attuale governo austriaco avrà un
effetto molto negativo specificamente sui rapporti italo-austriaci. E’ vero che nel 1992 il partito di Haider è stato l’unico nel
parlamento austriaco a votare,
con dichiarazioni anche acerrime, contro la quietanza liberatoria ponendo fine definitivamente
alla vertenza sull’Alto Adige.
Ma oramai quei conflitti che per
tanto tempo avevano condizionato le tensioni tra i due paesi
sono acqua passata, almeno in
larga misura, e non potrebbero
più creare fuochi rilevanti di attrito bilaterali — anche se certi
attori politici ci provassero. Sotto un
punto di vista più
generale, però, i rapporti dell’Italia con
l’Austria stanno sicuramente
subendo — in modo
paragonabile a molti altri paesi — un effetto di alienazione: sia a causa della
natura di un partito
che in realtà perderebbe la sua ragion
d’essere senza un continuo priapismo politico e la
demonizzazione dei più variegati gruppi, etnico-nazionali o altri,
che in linea di principio si potrebbe quindi rivolgere contro pressoché tutto il mondo; sia a causa
della legittima costernazione da
parte di un’opinione pubblica che
si sente anche solo un minimo
solidale con i valori democratici
e civili.
I rapporti tra Alto-Adige, Trentino
e Tirolo, la collaborazione transfrontaliera, l’Euregio.
Non mi aspetterei contraccolpi
importanti proprio sui rapporti
tra i gruppi etnici o tra le rappresentanze regionali e provinciali dell’area tridentina-tirolese. Credo che nel giro degli ultimi decenni le vecchie ferite hanno potuto essere superate in una
misura tale da appartenere quasi
interamente ad un passato che è
passato davvero. Vi emergeranno pur sempre varie contrarietà
o risentimenti minori, ma credo
che nella vostra regione un processo di pace etnica abbia messo radici capillari nella società
in modo che i possibili tentativi
di aizzare ancora il vecchio odio
nazionalistico sono destinati a
rimanere senza eco seria. Non
mi pare un caso che all’opposto
della situazione in Austria, gli
haideriani in Alto Adige abbiano
fatto naufragio.
Lei come vede l’Euregio, che
giudizio ne dà, e, a causa di questi difficili rapporti con l’Europa, che sviluppo intravede?
Vado abbastanza d’accordo con
Bruno
Luverà
che nel suo
ottimo libro di
riferimento
“Oltre il confine”
dimostra come
l’attuale regionalismo transfrontaliero in Europa sia marcato da una forte ambiguità. D’una parte può promuovere ponti tra le nazioni che favoriscano il dialogo, la convivenza
e la valorizzazione delle diversità, e in questo senso fornisce
“mattoni” oltremodo validi per
la costruzione della casa comune
europea. D’altra parte, però, viene anche strumentalizzato da un
nuovo tipo di etno-nazionalismo
che mira ad un modello di
regioni etnicamente omogeneizzate e che porterebbe ad una politica intollerante e di discriminazione contro i diversi. Evidentemente il mio giudizio sull’Euregio (Trentino - Alto Adige Tirolo) dipende molto dalla questione del suo orientamento
rispetto a quella alternativa; mi
pare una questione ancora aperta. Sulla base della assai solida
convivenza interetnica sviluppatasi negli ultimi decenni sarei un
po’ più ottimista di Luverà e sarei
incline a credere alla probabilità
che l’Euregio serva da ponte di
intesa anziché da fortezza etnonazionalista (ma trovo pure interessante anche la sua proposta
alternativa di una regione europea alpina). Sulla base dell’andamento politico attuale in Austria,
e forse tra poco anche in Italia,
si potrebbe certo anche essere
più pessimisti. D’altra parte, un
“euregio-ponte” credibile potrebbe anche esercitare una influenza
salutare contro le tendenze all’autoritarismo e alle demonizzazioni
nazionalistiche.
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ALTRE
STORIE
Il fenomeno Haider è destinato
a durare nel tempo o si tratta
di un qualche cosa di passeggero? Rappresenta cioè uno stato
di disagio, di insicurezza profondi, o una protesta momentanea?
A prescindere dalla futura carriera della persona in questione
— che sarebbe infatti cosa ardua
predire — temo, ad ogni modo,
che il tipo di uomo politico,
di movimento, di umori ossessionati rappresentati da Haider
siano destinati non solo a perdurare, ma a guadagnare ancora
d’importanza (e sarei certo molto contento se dovessi aver torto). Finché la nostra società non
saprà mobilitare le sue capacità
di compassione, le sue energie
e le sue intelligenze per affrontare le grandi sfide dei nostri
tempi, un continuo aumento di
paure diffuse — con i suoi già
accennati effetti combinati di
rimozione e di panico — farà
aumentare ugualmente una “tossicodipendenza psichica” nei
confronti di demagoghi alla
Haider: cioè per un culto maniacale della forza e dello strapotere (del proprio capo-messia e
del proprio gruppo), per la caccia a tanti capri espiatori, l’ossessione dei risentimenti e della
vendetta, la scissione paranoica
del mondo tra buoni e cattivi.
Finché non riusciremo a contrastare l’indebolimento della coesione sociale e lo svuotarsi dello spazio di partecipazione cittadina, a garantire a tutti almeno un benessere modesto (in un
mondo che disporrebbe più che
ampiamente dei mezzi necessari), ad assicurare uno sviluppo sostenibile dal punto di vista
ambientale e a disinnescare nelle sue radici le minacce esistenziali che ci vengono dagli armamenti moderni, andremo rapidamente verso il fallimento della nostra civiltà. A mio parere, i
fenomeni rischiosi e incombenti alla Haider sono come barometri impazziti che ci indicano
drammatici disturbi atmosferici. L’antidoto dovrà consistere nel decisivo affermarsi dei
valori di solidarietà, di dialogo
e della responsabilità condivi-
sa per il comune destino del
nostro mondo.
La recente dichiarazione del cancelliere Schüssel che riguarda
l’introduzione nella Costituzione della tutela delle minoranze
cosa rappresenta e, soprattutto,
è un atto che avrà risvolti concreti o solo di immagine nei confronti della Comunità europea?
La dichiarazione del Cancelliere rappresenta certo, come
spesso accade nella vita politica, la risultante di una pluralità di vettori (influenze, motivi,
intenti). Tra l’altro, direi, anche
di un intento dei popolari di
marcare una certa diversità nei
confronti dei loro imbarazzanti
alleati più a destra, di agire un
po’ da contrappeso contro le
pretese estremistiche di un Haider — che ora non esita nemmeno più a parlare ripetutamente di “alto tradimento” (secondo lui punibile anche con la
galera), ad esempio se ai politici dell’opposizione venisse in
mente “di non difendere la propria patria” davanti alle “sanzioni” e le critiche internazionali contro l’attuale governo (credo che neanche ad un Milosevic
sarebbe riuscito dirlo meglio).
Il vettore più cospicuo e
più importante, però, mi
pare consista senz’altro nella fretta di migliorare l’immagine del governo davanti
all’attenzione critica europea ed occidentale. Se, o in
quale misura, la dichiarazione di intenti di Schüssel avrà
poi anche auspicabili risvolti concreti (o no), dipende
non da ultimo proprio dalla
pressione esercitata da quell’attenzione — dal suo acume, dal suo vigore, dalla
sua persistenza. Più ancora, però, dalla vitalità della
cultura critica e democratica all’interno della società
austriaca — che attualmente invece si trova esposta a
crescenti attacchi. In questo contesto, il recente caso
della condanna in tribunale
di Anton Pelinka mi pare
oltremodo emblematico per
i venti gelidi che soffiano
contro la libertà di espressione.
Pelinka è stato condannato unicamente per avere espresso una
opinione quanto mai giustificabile e documentabile, e cioè che
Haider ha fatto ripetutamente
affermazioni che minimizzano
il nazismo e che sia perciò
responsabile di una certa
“normalizzazione” di posizioni
di estrema destra. Il messaggio
che non si può non cogliere da
questa condanna è che se persino una persona di chiara fama
internazionale non può più permettersi di dire come stanno le
cose — figuriamoci allora che
cosa può succedere alle persone
che non hanno nella vita pubblica il peso di un Pelinka. Per
non parlare poi dei più deboli
e degli emarginati, come ad
esempio le minoranze o i vari
non-cittadini venuti in Austria
alla ricerca disperata di rifugio
dall’oppressione e dalla miseria
dei loro paesi. Visti questi fatti,
siamo tutti chiamati ad impegnarci per far sì che la tutela
delle minoranze non resti solo
lettera morta. Non è una cosa
da affidare esclusivamente ad
una dichiarazione di intenti di
Schüssel.
7
ALTRE
STORIE
Castel Tirolo:
un progetto
per il nuovo
museo
I
l Museo provinciale di Castel
Tirolo sta affrontando un
periodo di ristrutturazione
e riorganizzazione che porterà
nel giro dei prossimi anni ad
un’impostazione completamente
nuova dell’assetto museologico
e ad una rinnovata apertura verso
il pubblico.
Il progetto prevede una ridefinizione approfondita dei temi storici e dei percorsi all’interno del
Museo stesso.
Su gentile concessione del direttore del Museo, dott. Siegfried
de Rachewiltz, abbiamo avuto
la possibilità di visionare il progetto scientifico ed esecutivo.
Attraverso uno spaccato ampio
della storia e della cultura del
territorio inserito nel contesto
generale dello sviluppo europeo,
l’esposizione si sviluppa su quattro livelli che spaziano dall’archeologia (Ergrabene Geschichte); alla storia medioevale
(Burg und Land im Mittelalter;
Alltag im Mittelalter; Die mittelalterliche Gesellschaft), fino a
giungere alla storia più recente
dell’Alto Adige (Tirol im 20.
Jahrhundert). Dalla premessa
scientifica estrapoliamo una
frase che ci sembra sintetizzare
assai efficacemente contenuti e
obiettivi del progetto: “... Castel
Tirolo rimarrà anche in futuro
un’importante luogo della rappresentazione del territorio dell’Alto Adige. In effetti lo era
già dall’inizio: sede dei Signori
ed espressione della sovranità,
rappresentazione di un territorio al quale diede il suo nome.
Come una volta Castel Tirolo
ha un significato che va al di
là dei confini del territorio e
rimane un importante luogo di
ricordo e di identificazione, che
vede come destinatari i gruppi
linguistici ed etnici in tutto
il territorio del Tirolo storico.
L’obiettivo principale del Museo
sarà raccontare epoche importanti di una storia comune e
creare spazi per nuovi racconti
e nuovi stimoli, in collaborazione con tutte le istituzioni culturali dell’Alto Adige e dei territori vicini per sviluppare pienamente il concetto di un museo
basato sulla cooperazione”.
Accordo di collaborazione tra il Museo di Castel Tirolo e il Museo storico in Trento
Il Museo di Castel Tirolo e il Museo storico in Trento nei mesi scorsi hanno concordato l’avvio di
una collaborazione scientifica che si concretizzerà in contatti reciproci nel settore di attività didattiche e di valorizzazione del patrimonio storico ed artistico e nel prestito di documenti e oggetti da
esporre nelle rispettive sedi espositive. Questo risulta quanto mai interessante per il Museo storico in
Trento che, affrontando in questi mesi la fase di elaborazione del progetto per una nuova sede
espositiva nella zona adiacente il Castello del Buonconsiglio, potrà trarre grande stimolo per
i propri progetti espositivi e culturali e consentirà una comune e complementare visione
critica della storia regionale. L’accordo di collaborazione è stata portata a conoscenza dell’Assemblea generale dei soci del Museo, tenutasi
lo scorso 15 aprile, ottenendo un generale
apprezzamento.
Progetto del Museo di Castel Tirolo - pianta del 2° livello
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ALTRE
STORIE
Il sindaco
Alberto Pacher:
“Un rapporto
sempre più
stretto con la
città”
I 50 anni
della rivista
del Museo
A
lberto Pacher, sindaco di
Trento, è presidente del
Museo storico in Trento.
Quale futuro intravede per
un’istituzione quale il Museo nel
suo rapporto con la città?
Mi sembra un rapporto in crescita e le frequentazioni lo
stanno a dimostrare. Questo
anche grazie ad una serie di iniziative particolarmente centrate
ed accattivanti. Penso, ad esempio, alla mostra che si è svolta
recentemente a Palazzo Geremia sulla scrittura popolare che
ha avuto un buon successo di
visitatori. Sono poi convinto che
la nuova sede potrà giocare un
ruolo importante.
Oggi il Museo è all’interno del
Castello del Buonconsiglio. Una
I
niziata nel 1950 dall’allora
direttrice, Bice Rizzi, la rivista del Museo che a quel
tempo era intitolata Bollettino
del Museo del Risorgimento e
della Lotta per la Libertà si presentava nei primi anni come
un opuscolo quadrimestrale di
poche pagine. Questo bollettino, che la Rizzi diresse fino al
1968, si fece via via più consistente. Suo scopo, oltre che
tenere informati i soci della vita
e delle iniziative del Museo,
era la valorizzazione dell’idea
nazionale nel Trentino e l’affermazione dei principi di libertà e
di democrazia.
Attraverso l’illustrazione di fatti
e personaggi dell’irredentismo
trentino, della Grande Guerra e
della Resistenza, episodi prima
poco noti o del tutto ignorati
venivano ad aggiungere qualche
nuova tessera, a volte magari
molto piccola, ma mai trascurabile, al complesso mosaico della
storia della nostra regione. Tra
i collaboratori del periodico vi
Via Bernardo Clesio, 3
38100 TRENTO
Tel. 0461 230482
fax 0461 237418
sistemazione che certo è funzionale dal punto di vista dei percorsi di visita, ma che fa percepire la struttura come qualcosa di interno al Castello. L’attuale nuova sede per biblioteca e
archivi consente maggiore autonomia e visibilità al Museo.
La strada da percorrere, quindi,
quale può essere?
L’auspicio è quello di proseguire e intensificare il rapporto
con la città anche attraverso iniziative che attraggano e interessino in particolare, ma non
solo, il mondo giovanile, senza
ovviamente tralasciare l’attività
scientifica e di ricerca.
Con quali obiettivi si può collaborare con gli altri musei?
furono alcune eminenti figure
della cultura trentina del tempo:
Enrico Brol, Pietro Pedrotti,
Ernesta Bittanti Battisti, Quirino
Bezzi, Renato Lunelli. A questi,
negli anni sessanta, si aggiunsero Giulio Benedetto Emert e
Renzo Francescotti.
Nel 1970, dopo un anno di
ALTRESTORIE - Periodico di informazione
Comitato di redazione: Giuseppe Ferrandi, Paolo Piffer,
Rodolfo Taiani, Patrizia Marchesoni. Hanno collaborato:
Joe Berghold, Günther Pallaver, Lorenzo Pevarello
C’è la necessità di andare sempre
più verso forme di collaborazione strette tra i musei sui
grandi temi dentro i quali la
città può riconoscersi. Penso, ad
esempio, al 2002 anno mondiale
della montagna. Ebbene, questo
potrebbe essere un momento di
forte collaborazione tra le istituzioni museali, ognuna nel suo
specifico settore. Non dimentichiamo poi le collaborazioni, già
in atto, con il Museo di Castel
Tirolo in Alto Adige e con il
Landes Museum Ferdinandeum
di Innsbruck. Questi contatti e
scambi sono sempre più necessari per la conoscenza e l’approfondimento di una storia comune
quanto positivamente ricca di
differenze e sfumature.
Intervista di Paolo Piffer
sospensione nelle pubblicazioni,
subentrò nella direzione della
rivista il prof. Sergio Benvenuti.
Dalla valorizzazione dell’ideale
nazionale attraverso lo studio
del Risorgimento e dell’irredentismo, il bollettino passò gradualmente al giudizio storico su
fatti e persone del nostro passato, ampliando i temi trattati
dalla storia politica e istituzionale a quella sociale e culturale.
Con il 1990 la rivista mutò titolo
in Archivio trentino di storia
contemporanea per divenire dal
1997 semplicemente Archivio
trentino, denominazione che fu
già della prima rivista storica
trentina, fondata nel 1882 e
pubblicata a cura del Museo
civico e della Biblioteca comunale di Trento. Anche la periodicità passò da quadrimestrale a
semestrale.
Negli ultimi anni la rivista si è
sensibilmente arricchita in contenuti, aprendosi a nuove tematiche e nuovi collaboratori.
Museo storico in Trento onlus
http://www.museostorico.tn.it;
e-mail: [email protected]
Per ricevere la rivista o gli arretrati, fino ad esaurimento, inoltrare richiesta al Museo storico in Trento.
In copertina: pagina del canzoniere militare di Giacinto Vinante, 1910 (Museo storico in Trento - archivio della scrittura popolare).
9
ALTRE
STORIE
Mostre, seminari, cicli di film,
pubblicazioni, incontri pubblici,
attività didattiche, ricerche
sull’Ottocento e il Novecento
AGENDA
Editoria
Il Museo pubblica uno studio di
Giuseppe Pantozzi dedicato alle
vicende del movimento di Resistenza in val di Fiemme. Il libro dal
titolo Il Minotauro argentato giunge
al termine di anni di indagine condotta attraverso testimonianze orali
e fonti inedite.
pp.191, Lire 24.000
Giuseppe Ferrandi è il curatore di un
nuovo volume dedicato alla figura
di Giuliano Pischel.
Ad un’ampia e approfondita introduzione segue un’antologia di scritti
che testimoniano dello spessore culturale, politico ed intellettuale del
personaggio.
pp.234, Lire 30.000
È uscito il n. 1/2000 della rivista
Archivio trentino, semestrale del
Museo, con contributi di Quinto
Antonelli, Sergio Benvenuti, Vincenzo Calì, Dario D’Alessandro,
Mariolina Damonte, Gianni Faustini, Giuseppe Ferrandi, Karin
Heller, Enrico Maria Massucci, Giuseppe Pantozzi, Rodolfo Taiani,
Franco Tomazzolli, Ferdinando
Tonon, Sergio Trevisan, Mara Valtorta .
pp. 212, Lire 30.000
Abbonamento annuo:
Lire 50.000
Archivio della
scrittura popolare
Si è svolta a Trento nel mese di aprile e a Rovereto nel mese di giugno
la mostra “Parole che escono dall’ombra. Scritture popolari in Trentino tra
Otto e Novecento”.
“Il lavoro dell’archivio della scrittura popolare, efficacemente rappresentato nella mostra, evidenzia le enormi possibilità di conoscenza storica
custodite in questo materiale eterogeneo, attraverso il quale è possibile
studiare modi e tempi dell’apprendimento, funzioni della scrittura, luoghi
di produzione e reti di relazione che ne costituiscono il presupposto, culture popolari che agiscono come filtro tra l’apprendimento scolastico e il
contenuto, la lingua e lo stile della lettera, del diario, della autobiografia.
Insieme alle parole, anche i loro autori possono uscire dall’ombra”.
(Il Manifesto, 16 aprile 2000)
Centro
di documentazione
Mauro Rostagno
Inizierà ad ottobre il secondo seminario per laureandi in
discipline storiche moderne e contemporanee: si articolerà in quattro incontri pomeridiani: due di carattere teorico (discipline storiche, ricerca, fonti, ecc.), due “laboratoriali” (uso degli strumenti per la ricerca, ricerca
bibliografica ed archivistica, ecc.).
La sede del seminario è presso il Museo storico. Le
iscrizioni, obbligatorie e gratuite, si raccolgono entro il
6 ottobre. Gli incontri si terranno i martedì 17, 24, 31
ottobre e 7 novembre
Archiblioteca
Dopo dieci mesi di chiusura a
causa dei lavori di trasferimento,
gli archivi e la biblioteca riaprono
all’utenza nei nuovi locali di Ca’
dei Mercanti in piazza Torre d’Augusto.
Orario di apertura:
dal lunedì al venerdì,
dalle 9,00 alle 16,00.
Progetti di
ricerche e mostre
Proseguono gli studi e la ricerca di
materiali per la preparazione della
mostra sull’Associazionismo sportivo in Trentino tra Otto e Novecento che il Museo ha in programma
per il prossimo autunno del 2001.
Il Museo pubblica in coedizione
con l’Union Ladins Fodom e con
il sostegno della Comunità europea
il volume Opzioni, guerra e resistenza nelle Valli ladine, attraverso
le memorie di un contadino di Livinallongo.
pp. 365,
Lire 35.000
Il Centro di documentazione “Rostagno” organizza per
il 9-10 novembre un Seminario di studi dedicato alla
storia politica.
Il seminario farà il punto su alcuni aspetti metodologici
e permetterà di valorizzare alcuni lavori di tesi condotti
nell’ambito dei corsi di Storia regionale a Lettere e di
Storia dei partiti politici a Sociologia (dott.ssa Elena
Tonezzer e i dottori Walter Giuliano e Marco Panizza).
È stata completata l’acquisizione
di un fondo librario appartenuto al
prof. Alessandro Migliazza, docente
di diritto internazionale. Un vivo
ringraziamento alla vedova che ha
acconsentito alla donazione e al
prof. Renato Mazzolini che si è prodigato per il buon esito dell’operazione
Proseguono l’inventariazione e l’informatizzazione dell’archivio Battisti, nonché la catalogazione dell’archivio fotografico e della raccolta
periodici.
Con il n.2/2000 di Archivio trentino
dedicato ai temi della storia sociale
e culturale dell’alpinismo nei secoli
XIX-XX il Museo si apre ad una
nuova area di ricerca.
10
ALTRE
STORIE
Giuseppe e
Vittorio
Gozzer:
due fratelli in
guerra
di
Giuseppe Ferrandi
e Lorenzo Pevarello
Q
ualche mese prima
della morte, sopraggiunta quest’anno, Vittorio Gozzer, trentino di
Mezzocorona, figura di partigiano tra le più significative
del panorama resistenziale,
rilasciava al Museo storico
un’ampia video – intervista.
Un documento importante non
solo in quanto approfondisce
e rimarca alcuni aspetti della
Resistenza italiana e dei rapporti con le Forze alleate, ma
anche perché ne risulta un
intenso dedalo di sentimenti e
profondi affetti con il fratello
maggiore, Giuseppe, medaglia
d’oro della Resistenza, ucciso
dai tedeschi nel campo di concentramento di Herbruck in
Germania.
Quello che segue è un sunto
dell’intervista a Vittorio Gozzer che privilegia proprio il
rapporto con il fratello Giuseppe: una storia familiare nel
tragico teatro di guerra, in Italia, durante il secondo conflitto mondiale.
“Giuseppe era quello, tra i fratelli, più dotato intellettualmente, più precoce. Era uno
spirito irrequieto, vivace, attento. All’inizio, a seguito
di una crisi religiosa, voleva
diventare salesiano. Era già
chierico quando si accorse che
non era la sua strada e ne uscì
a diciotto – diciannove anni.
Pensa che poi si laureò in giurisprudenza alla Statale di Milano in sole due sessioni, nel
1940, con una tesi di diritto
sindacale spagnolo, una rarità
per quei tempi. Era infatti
appena tornato dalla Spagna
dove aveva combattuto come
volontario dalla parte dei franchisti.
Tornò profondamente cambiato da quell’esperienza e, nel
1941, si arruolò nei paracadutisti”.
Vittorio Gozzer racconta gli
avvenimenti di quegli anni,
che mischiano ricordi fraterni
a episodi che composero la
storia italiana del periodo, con
un nitore straordinario, quasi
non fossero passati più di cinquant’anni. “L’avvicinamento
al comunismo di mio fratello
Giuseppe fu progressivo e determinato certo anche dalle
amicizie con Umberto Sannicolò e Maurizio Ferrara, poi
deputati del PCI, con Guttuso
e Trombadori. Dopo l’8 settembre 1943 ebbe il compito,
da parte del CLN, di organiz-
Giuseppe Gozzer, tenente delle “Frecce Azzurre” nel 1938
zare le bande partigiane nei
Castelli Romani. Era una Resistenza composita, vi militavano democristiani, comunisti
ma anche monarchici”. Anche
lei fece parte della resistenza
sui Colli. Come riuscì ad unirsi a suo fratello? “L’incontro
con mio fratello a Roma ha
dell’incredibile. Avevo passato le linee dopo l’8 settembre
ed ero arrivato nella capitale.
Avevo un indirizzo di Bepi,
ma in quel posto non c’era ormai più. Stavo vagando per
Roma pensando a come avrei
potuto trovarlo quando, in pratica, ci sbattei contro subito
dopo piazza Colonna. Da lì
ai Castelli Romani il passo fu
breve”.
“Devo dire che le bande partigiane dei Castelli Romani fecero piccole azioni, ma molta
informazione”, prosegue Vittorio Gozzer. “Quando Giuseppe fu catturato dai tedeschi, nel gennaio del 1944,
per via di una soffiata, e portato nella famigerata sede di
via Tasso a Roma, riuscì a salvarsi, nonostante le torture e
le sofferenze, grazie ad una
straordinaria forza di volontà.
Non fece nomi, negò di essere
comunista e dichiarò di chiamarsi Franco Ruggeri.
Al processo prese otto
anni di lavori forzati.
Uscì con la liberazione
di Roma”.
Quale fu, invece, il suo
percorso in questi anni
turbolenti e drammatici? “Della lotta partigiana sui Colli in parte ho detto. In seguito
mi trasferii sui Monti
Lepini sopra Latina, i
Castelli erano diventati troppo “caldi”.
È lì che, con la formazione della testa di
ponte americana ad
Anzio, nel 1944, presi
contatto con gli Alleati ai quali portammo
alcuni loro soldati che
erano nella nostra ban-
11
ALTRE
STORIE
da. C’è un episodio curioso
a questo proposito. Uno di
quei soldati americani, dopo
la guerra, ritornò in Italia per
una partita di rugby. Riuscì a
mandarmi un telegramma e ci
vedemmo a Milano”.
E prima della Resistenza?
“Negli anni precedenti alla
Resistenza ero stato in Africa
settentrionale, tra il ’38 e il
’40, a Bengasi come allievo
ufficiale dell’esercito italiano
e, allo scoppio della guerra,
in Libia come guardia di frontiera. Poi mi trasferirono a far
la guardia al campo prigionieri di Aversa. Ero molto amico
di alcuni ufficiali indiani prigionieri e proprio questo causò il mio allontanamento dal
campo.
Sono quindi tornato al nord,
a Milano a fare l’avvistatore
aereo e da qui fui spedito in
Croazia.
L’8 settembre mi sorprese lì.
La mia compagnia si rifiutò
di arrendersi ai tedeschi. Questo ci costò l’arresto e l’avvio ad un campo di concentramento. Riuscii però a scappare dal treno nei pressi di
Pordenone”. Sia lei che suo
fratello avete avuto forti contatti con i Servizi alleati, tanto
da collaborare attivamente in
missioni al nord. “Certo. Io,
grazie anche alla conoscenza
delle lingue, mi ero laureato a
Ca’ Foscari a Venezia, entrai
in contatto con gli americani
e partecipai alla liberazione di
Roma. Poi operai nel bellunese e sul Cansiglio. Giuseppe, dopo essere uscito da Regina Coeli, fu paracadutato in
Friuli dove divenne Capo di
stato maggiore della Repubblica della Carnia, una delle
zone liberate dai partigiani
nel nord Italia. Era il comandante Franco. Fu poi catturato
e spedito al campo di concentramento di Flossemburg e da
qui a Herbruck dove, tentando la fuga, fu ucciso”.
Un ricordo forte e ancora
vivo quello di Vittorio Goz-
zer verso il fratello Giuseppe,
pieno di ammirazione. Un ricordo condito anche da pensieri scherzosi:”Sono diventato antifascista anche per come
ci facevano vestire da giovani avanguardisti. Era una questione estetica.
Poi, dopo l’8 settembre, no.
Avevo deciso: era ora di fare
la guerra, io che non avevo
partecipato fino ad allora a
nessuna azione in armi, e mandare via tedeschi e fascisti.
È così che sono andato a
Roma sotto i bombardamenti
alleati a ricongiungermi con
mio fratello. Più tardi – dopo
la Resistenza sui Colli, l’arresto di Bepi e la prigionia
a Regina Coeli – lui, liberato
dal carcere, io, in divisa americana, liberatore di Roma attraverso Porta Maggiore, mi
diceva sempre: “Chi l’avrebbe detto che un poiatel come
te sarebbe stato capace di fare
queste cose! Sarebbe toccato
a me essere al tuo posto”.
Riduzione di Paolo Piffer
Roma, 6 giugno 1946: Giuseppe Gozzer, appena uscito da “Regina Coeli”,
col fratello Vittorio in divisa americana.
12
ALTRE
STORIE
Il Comune in Internet: risponde la Rete Civica
- ORARI E UBICAZIONE SERVIZI
- TEMPO LIBERO E SPORT
- NUMERI UTILI
- EDICOLA
- PROCEDIMENTI
AMMINISTRATIVI
- DELIBERAZIONI
- STRUTTURE
- STRADARIO
- DOCUMENTI
- REGOLAMENTI
- SCHEDE INFORMATIVE
- MODULISTICA
- BANDI
- COMUNICATI STAMPA
- EDITORIA
Prima di tutto l’indirizzo:
www.comune.trento.it
E’ questo il sito internet della Rete civica
del Comune di Trento. Una rete civica divisa in tre spazi, per aree tematiche,
ognuna contraddistinta da un colore: blu,
rosso e verde.
Il “Blu” identifica l’area istituzionale. Vi si
possono trovare informazioni sui servizi,
le procedure e l’attività amministrativa
del Comune. In particolare: i procedimenti, le delibere della Giunta e del Consiglio,
l’organigramma dell’ente, gli organi istituzionali, i regolamenti, lo stradario cittadino, la documentazione relativa a piani,
programmi, progetti, studi, ricerche e statistiche su diversi argomenti, bandi e modulistica.
Lo spazio “Rosso” è ricco di informazioni
sulla città. Quindi, orari e luoghi dei servizi, cinema, teatri, attrezzature e impianti sportivi, parchi e giardini, gallerie
d’arte e musei, numeri utili e un’edicola
con l’accesso ai principali quotidiani locali e nazionali.
Infine lo spazio “Verde” dove attualmente si trovano le schede delle varie associazioni operanti sul territorio comunale. In
prospettiva questo spazio diventerà un
luogo di discussione della società civile
con la possibilità di confrontarsi e avere
un dialogo diretto.
- ASSOCIAZIONI
Osservazioni e domande
Volete fare domande, porre osservazioni, presentare reclami? Oltre al numero verde telefonico (800/017615)
c’è un’altra possibilità.
Andate nella rete civica, l’indirizzo internet è www.comune.trento.it e cliccate sull’icona “IN DIRETT@ CON IL
COMUNE”: potete scegliere se avere
una risposta pubblica direttamente sul
sito, e quindi visibile da tutti, o una risposta privata al vostro indirizzo di posta elettronica. Un altro strumento che
permette al cittadino di dialogare direttamente con il Comune.
Sempre più contatti
E’ dai primi di maggio dello scorso anno
che la rete civica comunale è operativa.
Un servizio in progressivo aumento sia
nell’offerta di informazioni che di accessi.
Fino ad ora sono stati infatti più di cinquantamila i cittadini che hanno contattato il sito. Nell’ultimo periodo i contatti
sono stati in media duecento al giorno,
seimila al mese.
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in questo numero - Fondazione Museo Storico del Trentino