STORIA DELLA CULTURA A BERGAMO 1797 - 1870
INTRODUZIONE
Il lavoro di Barbara Cattaneo che presentiamo nei Quaderni del Museo Storico della Città di Bergamo ci
fornisce la possibilità non solo di ripercorrere, attraverso un’accurata ricerca storica e bibliografica, la storia
della cultura cittadina e, più in generale, la collocazione di quest’ultima all’interno del più ampio dibattito
“nazionale”, ma anche di leggere una “urbanistica della cultura”.
Il Quaderno è stato pensato da Barbara Cattaneo per essere letto su più livelli: la divisione in capitoli, l’uso dei
segni grafici specificati nell’avvertenza posta a pagina 4 e i preziosissimi indici posti alla fine, infatti, ci
consentono di evidenziare la complessità e l’interazione tra i diversi aspetti del sapere; parallelamente, la
trascrzione di documenti e la bibliografia fanno di questo Quaderno un interessantissmo strumento didattico.
Pubblicazioni a disposizione:
Per la serie dei Quaderni del Museo Storico della Città:
0. Oscar Castellini, La storia minore. La prima guerra mondiale nei documenti della raccolta Castellini,
Bergamo, Lubrina editore, 1996 (£ 12.000)
1.
Mauro Gelfi, L’economia a Bergamo nell’Ottocento. I primi anni della dominazione austriaca, Bergamo,
1996 (£ 1.000)
2.
Mauro Gelfi, La società a Bergamo nell’Ottocento. 1860: la relazione del prefetto Stefano Centurione al
Ministro Camillo Benso conte di Cavour, Bergamo, 1996 (£ 1.000)
3.
Cesare Fenili, Sanità e assistenza a Bergamo nell’Ottocento. Profili biografici di alcuni medici
bergamaschi, Bergamo, 1996 (£ 1.000)
4.
Cesare Fenili, Sanità e assistenza a Bergamo nell’Ottocento. Malattie ed epidemie a Bergamo, Bergamo,
1996 (£ 1.000)
5.
Cesare Fenili, Sanità e assistenza a Bergamo nell’Ottocento. Il sistema assistenziale a Bergamo dal 1797
al 1880, Bergamo, 1996 (£ 1.000)
6.
Barbara Cattaneo, Storia della cultura a Bergamo 1797-1870. I luoghi, le forme e i protagonisti del
dibattito culturale fra tradizione e rinnovamento, Bergamo, 1997 (£ 5.000)
Margherita Cancarini, Mauro Gelfi, Rosanna Paccanelli (Regia di Alberto Cima), Una città che cambia. Il volto
di Bergamo nell’Ottocento, Bergamo, 1996 (VHS, durata 12”50’) (£ 20.000)
Mauro Gelfi, Archivio Francesco e Luigi Cucchi. Catalogo, Bergamo, 1997 (£ 20.000)
Mauro Gelfi, Francesco Rossi, Terra di San Marco, Bergamo, 1996 (£ 15.000)
Sono, inoltre, ancora disponibili alcuni volumi editi da “Civitas Garibaldina”.
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STORIA DELLA CULTURA A BERGAMO
Sommario
Nota per la consultazione
Memorie Patrie
La ricerca storica locale a Bergamo tra universalismo illuministico e identità municipale,
Le memorie patrie tra ricerca erudita e coscienza storica della realtà locale: il caso del Museo Lapidario,
Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti
Dalla fisiocrazia degli Arvali alla Società Industriale Bergamasca
Classe dirigente e istituzioni culturali: il caso dell’Ateneo di Bergamo
Biblioteca Civica
Dalla biblioteca privata all’istituto pubblico: la Biblioteca Civica di Bergamo
La Raccolta Beltrami alla Biblioteca Civica: ragioni storico-politiche
nelle trasformazioni di un fondo
AMBITI DI FORMAZIONE CULTURALE
Accademia Carrara
Forme dell’egemonia politico-culturale della classe dirigente bergamasca: la nascita dell’Accademia Carrara
Ragioni culturali e politiche nella campagna di restauro dell’Accademia Carrara 1835-1838
Le scuole dell’Accademia
Tra arte e industria: l’Accademia Carrara e le scuole d’arti applicate
Istruzione
La mancata riforma dell’istruzione dalla fine del governo veneto all’unificazione nazionale
I limiti storici dell’istruzione tecnica a Bergamo
Quando la matematica era rivoluzionaria: Lorenzo Mascheroni e la Società di Pubblica Istruzione
Il conflitto tra Stato e Chiesa attraverso la contrapposizione istruzione laica istruzione clericale nel contesto
bergamasco
Il rapporto tra Stato unitario centralizzato e realtà locale: il piemontesismo
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UNA CULTURA OPERANTE
Musica
Le molteplici funzioni sociali della musica nella cultura bergamasca dell’Ottocento
Teatri
Teatro e spazio urbano: il progetto dell’ing. Angelo M. Ponzetti (1856)
Johann Simon Mayr e Luigi Deleidi detto il Nebbia tra teatro, musica e pittura
Editoria
Vincenzo e Giacomo Antoine stampatori e librai
L’editoria a Bergamo tra politica e cultura: il caso emblematico degli Antoine
Stampa periodica
La cultura italiana ed europea attraverso le pagine dei giornali di Bergamo
Dalla superstizione all’educazione: gli almanacchi popolari
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NOTA PER LA CONSULTAZIONE
• degli indici
Le voci d’indice rimandano alla sigla delle schede in cui ogni voce è citata.
Qui di seguito si elenca lo scioglimento delle sigle:
AC
Accademia Carrara
AT
Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo
BI
Biblioteca Civica di Bergamo
ED
Editoria
IS
Istruzione
MP
Memorie Patrie
MU
Musica
SP
Stampa Periodica
TE
Teatro
• delle schede
Ogni volta che una voce d’indice compare in due o più schede, il rimando all’interno delle schede viene
evidenziato attraverso le seguenti convenzioni tipografiche:
parola sottolineata
la voce d’indice riguarda argomenti inerenti alla cultura a Bergamo nell’800 e rimanda ad altre schede
parola sottolineata e in grassetto
come nel caso della parola sottolineata, la voce d’indice riguarda argomenti inerenti alla cultura a Bergamo
nell’800 e rimanda ad altre schede; inoltre, ha la funzione di evidenziare la pertinenza della voce culturale in
oggetto anche per altri ambiti di ricerca (politica, industria, agricoltura, sanità, demografia, ecc.) non sviluppati
nelle presenti schede.
La parola sottolineata e la parola sottolineata in grassetto all’interno della scheda sono seguite dalla
segnalazione fra parentesi delle schede di rimando. Ad es.
Pier Luigi Speranza (cfr. IS1-3-4-5)
Marco Alessandri (cfr. AC1, BI2, ED1-2, IS3, TE2)
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Il trattino tra le sigle, serve solo come separatore tra i numeri delle schede con sigla comune. Pertanto non
indica un intervallo tra due numeri non consecutivi.
All’interno delle singole schede, le voci evidenziate solo in grassetto e senza sottolineature stanno ad indicare
temi di significativo rilievo storico.
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LA RICERCA STORICA LOCALE A BERGAMO. TRA UNIVERSALISMO ILLUMINISTICO E IDENTITÀ
MUNICIPALE
Se Luigi Fantoni, spinto dalla propria curiosità intellettuale, non avesse acquistato i manoscritti di Lorenzo
Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS1-2-3, MP2, SP2) dal fratello di questi Giuseppe, probabilmente gran
parte dei manoscritti autografi del matematico bergamasco non sarebbero ora conservati nella Biblioteca Civica
(cfr. AC1, AT1, BI1-2, MP2) di Bergamo ma risulterebbero distrutti o dispersi. Luigi Fantoni, discendente della
famiglia dei noti intagliatori e scultori di Rovetta, avviò una propria attività editoriale caratterizzata dalla
pubblicazione di testi di notevole valore culturale. L’acquisto dei manoscritti del Mascheroni preludeva a un
lavoro di spoglio, riordino e vaglio letterario prima di una edizione in realtà mai realizzata.
Questa piccola ma significativa vicenda mette in luce il valore della memoria storica, della conservazione
documentaria, della organizzazione archivistica di ogni materiale che sia testimonianza delle vicende del
passato. Lo studio della storia non sarebbe possibile o risulterebbe impoverito senza il fondamentale contributo
di coloro che hanno conservato e studiato secondo le categorie critiche coeve le varie testimonianze del
passato.
Decisivo, a tale proposito, fu il ruolo della cultura illuministica, che stimolò enormemente il recupero di tutti quei
documenti che potessero costituire una precisa e rigorosa testimonianza del passato. Ciò permise il netto
superamento della cultura storiografica seicentesca, fondato su una acritica e passiva accettazione della
tradizione e tutta rivolta ad una ricerca antiquaria di quanto fosse esotico e curioso. Nello stesso tempo, proprio
la concezione secondo cui la ricerca, il ritrovamento e l’organizzazione delle fonti costituivano l’elemento
qualificante e decisivo dell’indagine storiografica - “documento-monumento” - fu uno dei limiti principali e tipici
dell’illuminismo. Nella particolare situazione bergamasca, oltre alla situazione appena considerata, pesava un
fattore che contribuì a determinare l’evoluzione degli studi storici. Bergamo, terra di frontiera durante la
Repubblica Veneta e il Regno Lombardo-Veneto, sviluppò uno spiccato municipalismo destinato a rimanere
vivo anche nel periodo unitario e ad influenzare non solo la sfera culturale ma anche quella politica. D’altra
parte, l’ispirazione municipalistica delle ricerche valorizzava le peculiarità dei centri periferici, rimasti fino ad
allora sostanzialmente passivi nei confronti dei grandi centri di dibattito culturale. Lo studio del passato della
propria città significava non escludere alcun settore di ricerca. Pertanto, accanto alle ricerche erudite su
manoscritti e documenti antichi, si intensifica la ricerca archeologica e si diffonde lo spirito collezionistico. Un
esempio degli effetti positivi scaturiti da questo ritrovato orgoglio municipalistico consiste nel recupero delle
opere dei cosiddetti “primitivi”, cioè l’interesse per la pittura anteriore al ‘500, iniziato con il conte Giacomo
Carrara (cfr. AC-2-3, BI1, MP2) e il conte Guglielmo Lochis (cfr. AC1-2, TE1-2) per arricchire le rispettive
quadrerie. L’allestimento nel 1863, cioè ad unità nazionale avvenuta, di una sala dedicata ai “primitivi” nella
Galleria (cfr. AC1-2) dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1-2, BI1, IS1, MP2, MU1, SP1, TE2) va inteso
come reazione all’accentramento del potere politico e culturale determinato dall’organizzazione del nuovo Stato
unitario, e come recupero in senso campanilistico delle proprie “radici” attraverso la salvaguardia delle piu
antiche testimonianze della scuola pittorica bergamasca (cfr. IS5-AC2).
È importante rilevare lo spirito illuministico che animò tali ricerche, perché ciò consente di comprendere meglio
le forme in cui si realizzò la ricerca storiografica e il culto delle memorie patrie. La cultura enciclopedista, il
valore assunto dai documenti come ‘prova scientifica’ del fatto storico, una rigorosa mentalità classificatrice e
ordinatrice sono alla base di istituzioni come il Museo Lapidario (cfr. AC1, AT1-2, BI1, MP2) e di opere come il
Codex Diplomaticus di Mario Lupo (cfr. AC4, AT1, ED2, IS2). La stesura del Codice, sollecitata da Giuseppe
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Ercole Mozzi autore delle Antichità bergamasche, è lo specchio di questa mentalità ordinatrice: il Lupo utilizzò il
metodo delle schede per la creazione di indici, cataloghi, elenchi, raccolte bibliografiche. Alla sua opera
monumentale collaborarono nomi illustri della cultura non solo bergamasca ma anche europea: il letterato
Girolamo Tiraboschi, il matematico Lorenzo Mascheroni appassionato cultore di antichità, l’architetto Giovanni
Francesco Lucchini (cfr. AC4, AT1-2, IS2, TE1-2) per le tavole, il canonico Antonio Adelasio che,
“predecessore del Lupo, quale archivista dell’Archivio Capitolare ordinò per primo l’immenso materiale di
pergamene ed atti notarili che vi era raccolto alla rinfusa, compilando un indice accurato di quelle carte da lui
classificate ed annotate” (A. Pinetti). Girolamo Tiraboschi, autore della Storia della letteratura italiana, stampata
a Modena tra il 1772 e il 1782, è indicato da Francesco Carrara (cfr. AC1, BI1) fratello di Giacomo come
“l’uomo che dovrebbe scrivere la storia della nostra patria sì confusa e maltrattata dai nostri rozzi scrittori” (14
febbraio 1778). E dieci anni dopo scriveva: “Si dovrebbe pensare a far stendere dall’ab. Tiraboschi la storia
della nostra città tanto maltrattata dai ridicoli scrittori Calvi, Farina, Celestino ed altri, ora particolarmente che le
memorie o tessitura lasciata dal fu G.B. Rota (cfr. AT1-2, ED2, MP2) possono servire di materiale. Potrebbe il
detto Tiraboschi venire costì nelle vacanze del suo impiego e compiere quest’opera gloriosa a lui e a noi”. E’
significativa del nuovo metodo di indagine storica la durezza con cui il Carrara tratta i precedenti scrittori della
storia di Bergamo. Ed è proprio l’abbondanza di studi sulla storia locale che caratterizza il lavoro degli studiosi
tra fine ‘700 e primi ‘800, attingendo in modo organico dalle fonti che l’indagine dotta man mano portava alla
luce. Oltre al già citato G.B. Rota, la cui opera fu pubblicata postuma nel 1804 dal tipografo Vincenzo Antoine
(cfr. AC4, ED1-2, SP2), lo stesso Giacomo Carrara lasciò numerosi manoscritti in proposito: Memorie diverse e
appunti di storia bergomense tra cui uno studio Dell’origine di Bergamo. Molti furono gli eruditi appartenenti alla
risorta Accademia degli Eccitati (cfr. AT1-2, BI1, ED1, SP2) che contribuirono in maniera decisiva all’indagine
sulla storia bergamasca: il conte Giovanni Battista Gallizioli (cfr. AT1), il conte Pietro Calepio, il padre Barnaba
Vaerini (cfr. ED2, MU1), gli abati Maffeo Rocchi, Angelo Mazzoleni, Camillo Agliardi (cfr. BI1), Giuseppe
Beltramelli (cfr. AT2, BI1, IS2) oltre che Mario Lupo, Francesco Brembati (cfr. BI1, MP2), Ercole Mozzi, i fratelli
Francesco e Giacomo Carrara. Più tardo è invece il contributo di Giuseppe Ronchetti (Memorie istoriche della
città e Chiesa di Bergamo, Bergamo, Natali, 1805-1807, 3 voll. ristampato da Sonzogni nel 1817-19). Girolamo
Tiraboschi, i cardinali Angelo Mai (cfr. TE2) e Alessandro Furietti (cfr. AC1, AT1, BI1-2, MP2), l’abate Pier
Antonio Serassi (cfr. AC1, AT1, MP2), il conte Francesco Brembati sono le figure principali intorno alle quali si
strinsero gli studiosi sopra citati, uniti da una comune passione per la ricerca archeologica, per la storia locale,
per la letteratura e la storia dell’arte.
Mai, Furietti, Serassi, e altri intellettuali fecero da ideale tramite fra Bergamo e Roma, città nella quale svolsero
gran parte del loro operato. Ciò consentì al ristretto ambito bergamasco di venire influenzato positivamente
dalla vivacità e dal fervore degli studi di quella città. È proprio grazie alla mediazione del fratello Francesco,
cardinale a Roma, che Giacomo Carrara poté approfondire la sua formazione ed entrare in contatto con artisti e
intellettuali di grande importanza. Il legame con Bergamo era determinato in particolare dal fatto che molti
giovani bergamaschi si poterono formare culturalmente a Roma in base all’accoglienza offerta dal Collegio
Nazareno, legato a Bergamo per via del lascito testamentario del canonico Flaminio Cerasoli, e dalla
Confraternita dei Bergamaschi in Roma di origine cinquecentesca: “Dopo aver ricevuto una prima formazione
scolastica di base presso le scuole della città, a differenza di quella che era la prassi per gli altri sudditi della
Serenissima, i giovani bergamaschi spesso preferivano all’Ateneo padovano gli istituti superiori e l’Università
dei due maggiori centri intellettuali della Lombardia poi asburgica, Pavia e Milano. Per i figli della nobiltà
bergamasca, intenzionati a vestire l’abito talare, sede obbligata degli studi era Roma, presso i collegi o le
istituzioni religiose gestite da bergamaschi”. (M. Belotti). Questa controtendenza rispetto alle altre città della
Terraferma era ancora una volta dovuta alla posizione di frontiera che Bergamo occupava e della quale si è già
accennato in precedenza.
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La Società Storica Bergamasca
“In Italia paese storico per eccellenza, non è d’uopo spendere parole per dimostrare l’importanza dello studio
della storia (…). Ma la straordinaria abbondanza di materiali toglie a molti il coraggio d’imprendere illustrazioni,
ed anche ai più animosi impedisce quasi sempre di fare lavori compiuti. A scemare d’assai le difficoltà che
incontra lo studioso isolato, noi ravvisiamo come valido mezzo la costituzione di una Società Storica
Bergamasca (cfr. MP2), in seno alla quale si raccolgano tutti coloro che agli studi di patria storia portano vivo
amore (…)”. Questo si legge nel programma della Società Storica Bergamasca fondata a Bergamo il 19 aprile
1874 per iniziativa dello storico, demologo e lessicografo bergamasco Antonio Tiraboschi (cfr. MP2). La
Società, nata sulle orme della Società Storica Lombarda di Milano, contava tra i soci personaggi come Federico
Alborghetti (cfr. TE2), Pasino Locatelli (cfr. AC4, AT1, BI2, IS4-5, MP2, SP1), Carlo Lochis (cfr. AC4, IS2, MU1,
SP1), Angelo Mazzi e Giovanni Finazzi (cfr. IS4-5, MP2, TE2).Il sodalizio aveva come scopo il recupero degli
antichi documenti archivistici, la loro “illustrazione” e la pubblicazione di opere sulla storia patria. In questo
programma è evidente il legame e il rapporto di filiazione rispetto all’opera svolta dagli eruditi che si
occuparono della ricerca storica locale tra la fine del ‘700 e i primi dell’800. Negli intenti della Società Storica
Bergamasca è ancora presente la sopravvivenza dello spirito collezionistico. Primaria è l’importanza data al
documento come testimonianza, mentre si rivela la necessità, man mano che i documenti vengono rintracciati e
raccolti, di ordinamento e catalogazione organici del materiale. L’elaborazione di lavori di ricerca basati su una
lettura e un confronto critico delle fonti, restano relegati a una fase successiva. A differenza però di quanto
avveniva tra fine ‘700 e primi ‘800 la costituzione della Società Storica Bergamasca porta almeno due
significative novità. Innanzitutto la presenza della Società avrebbe potuto offrire maggiori opportunità per
l’organicità della ricerca archivistica e la collaborazione fra gli studiosi; in secondo luogo, grazie a questo
sodalizio la storia locale non diveniva più appannaggio di pochi eruditi nobili o ecclesiastici. E ciò non solo
perché tra i soci si trovano storici e dilettanti e perché le quote sociali sono differenziate per facilitare l’accesso
alla società, ma anche e soprattutto perché l’organizzazione di recupero del materiale archivistico da fondi
pubblici ma anche da collezioni private, mirava essenzialmente a mettere a disposizione della collettività questa
importante testimonianza del passato. Il progetto pertanto rientra nella tendenza più generale ad un
progressivo, anche se lento e spesso contradditorio, allargamento della cultura a fasce sempre più ampie di
popolazione. L’importanza di raccogliere materiale riguardante il passato non era mai venuta meno nel corso
dell’800. Già molte famiglie, con i lasciti alla Biblioteca Civica, avevano dimostrato come fosse viva la
convinzione che le patrie memorie non andassero disperse. Proprio il conte Paolo Vimercati Sozzi (cfr. BI2,
MP2), Presidente della Società Storica, scriveva il 30 giugno 1870 alla figlia Giuseppina, in occasione del dono
di parte delle sue raccolte archivistiche, numismatiche ed archeologiche fatto alla Città di Bergamo l’anno
precedente: “Frutto d’assidue cure, d’ore sudate, d’economizzati solazzi fu certo la Collezione di cui temendone
il disperdimento, non senza forte abnegazione, volli vivente assicurata alla Patria. L’apposito scaffale che nella
Civica Biblioteca porta per titolo Documenti patrii Dono Vimercati-Sozzi starà perenne documento onorato di
nostra famiglia e forse vi si associerà la gratitudine degli studiosi”. Proprio gli archivi familiari sono uno dei
principali interessi del Tiraboschi. Egli “citando J.S. Mayr (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MU1, SP1-2, TE1-2)
esprime la convinzione che si debba far storia cominciando dai soggetti più vicini e insieme universali e cioè ‘le
famiglie e i municipi’” (S. Pesenti); solo lo studio degli archivi locali potrà permettere, secondo le parole del
Tiraboschi, di fare una storia generale d’Italia.È proprio grazie a questi tentativi che oggi la storia locale (non in
senso restrittivo o peggiorativo rispetto a quella generale) ha assunto il rilievo che merita. Come afferma
Franco Della Peruta, le indagini di storia locale “hanno spesso superato gli impacci e i limiti di una erudizione
fine a se stessa e di un ancoraggio al documento di stampo positivistico per fondare la loro validità sullo stretto
nesso con la storia generale, sull’uso di metodologie appropriate, sull’impiego di impianti concettuali
criticamente scaltriti”.
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LE MEMORIE PATRIE TRA RICERCA ERUDITA E COSCIENZA STORICA DELLA REALTÀ LOCALE: IL
CASO DEL MUSEO LAPIDARIO
In una litografia del 1870-80 ca. conservata nella Biblioteca Civica (cfr. AC1, AT1, BI1-2, MP1) di Bergamo è
rappresentata la galleria del conte Paolo Vimercati Sozzi (cfr. BI2, MP1) situata nella sua casa di Via Pignolo,
antica residenza dei Tasso (l’attuale numero civico 80). Nella stampa si dà una visione d’insieme della
disposizione degli oggetti d’arte, archeologia, numismatica, bibliografia che facevano parte della raccolta del
conte. In questo ‘museo’ privato si possono riscontrare le caratteristiche essenziali della “galleria del
connaisseur “ che “era concepita (…) per esibire le raccolte nel loro comporsi più ricco e meravigliante, e
insieme conservava il carattere intimo e domestico dell’ambiente di studio, aperto solo occasionalmente ad un
pubblico scelto. In un allestimento che combinava esigenze di arredo, propositi dimostrativi e ambizioni
autocelebrative, si offriva all’ammirazione del visitatore una miriade di esemplari di genere diverso - dal capo
d’opera dipinto o scolpito al reperto archeologico, dal cimelio storico alla rarità letteraria e scientifica - composti
e presentati secondo un gusto essenzialmente decorativo. L’estetica del frammento e di una eterogenea,
quanto apparente, casualità espositiva, erede ideale della tradizione delle Wunderkammern, le ‘stanze delle
meraviglie cinquecentesche’, e dei Cabinets de curiosité del Settecento, riprende vigore in epoca romantica
nella disposizione delle collezioni private, in antitesi all’impostazione metodologica e razionale del
neoclassicismo, che andava ordinando le principali raccolte pubbliche italiane secondo i criteri architettonici ed
espositivi ancora oggi esistenti” (L. Rigon).
La raccolta del Sozzi, così come altre raccolte bergamasche, è frutto di un appassionato lavoro di ricerca che
portò al ritrovamento di reperti archeologici, numismatici e artistici. Il contributo del Sozzi e quello di Giovanni
Finazzi (cfr. IS4-5, MP1, TE2) risultarono fondamentali per uno studio sistematico dell’archeologia nel territorio
di Bergamo. Tale sistematicità nella ricerca e nella documentazione è testimoniata dalla puntualità dei disegni e
delle descrizioni contenute nello Spicilegio archeologico bergomense dall’Anno 1835 al 1868, e nella Raccolta
artistica, lapidaria, libraria e numismatica del Museo “Conte Paolo Vimercati Sozzi” in Bergamo. Attraverso lo
Spicilegio si ha il primo tentativo organico di sistemazione del materiale archeologico del territorio bergamasco.
Tuttavia un limite proprio della ricerca archeologica ottocentesca fu la sottovalutazione del contesto, del sito
archeologico in cui i reperti venivano alla luce. Togliendoli dal contesto e trasformandoli in “pezzi da museo” si
accentuava per il raccoglitore il carattere collezionistico dell’oggetto più che il suo effettivo valore storicoarcheologico.
Prima del Sozzi i più importanti sopralluoghi archeologici nella provincia di Bergamo erano stati diretti dal conte
Francesco Brembati (cfr. BI1, MP1).
Figlio del conte Coriolano, acceso anti-gesuita, il Brembati si formò a Modena dove divenne amico di Ludovico
Antonio Muratori (cfr. AT1). L’amicizia con il Muratori non era determinata solo da una comune passione per gli
studi antiquari (al proposito Francesco Brembati fornì al Muratori materiale sulla storia bergamasca per la
stesura dei Rerum Italicarum Scriptores), ma da un profondo comune sentire in materia religiosa. Il nuovo
corso dato agli studi storici con la necessità di risalire al “vero” tramite un’analisi rigorosa delle fonti e
l’abbandono di tutte le “anticipate opinioni” portava evidentemente alla messa in discussione di certe forme
della religione. Brembati, in questo più avanzato del Muratori, ebbe chiare simpatie gianseniste e un’avversione
per la Compagnia dei gesuiti, ed ebbe ruolo di primo piano nell’organizzazione del gruppo filogiansenista
bergamasco nelle cui fila era presente anche Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS1-2-3, MP1, SP2).
Sull’esempio dell’esperienza di Scipione Maffei, che a Verona nel 1714 aveva iniziato l’allestimento di un
museo di antichità, Francesco Brembati intendeva allestire una sala in cui collocare i reperti archeologici
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ritrovati. Pose mano così all’istituzione di un museo dove avrebbero dovuto essere collocate, tra l’altro, le lapidi
costituenti la raccolta epigrafica. Fin dal Rinascimento, l’attenzione al mondo antico aveva determinato anche a
Bergamo la formazione di una prima raccolta pubblica di epigrafi collocate nella Loggia del Palazzo della
Ragione (cfr. BI1, TE1). Nel Settecento si rinnova l’interesse per le testimonianze epigrafiche e Brembati e
Serassi (cfr. AC1, AT1, MP1) furono tra i principali raccoglitori di iscrizioni. La costruzione del Museo d’Antichità
sopra al Fontanone, poi sede dell’Ateneo (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, SP1, TE2), fu inoltre caldeggiata da
Giacomo Carrara (cfr. AC1-2-3, BI1, MP1). Il Magnifico Consiglio della città ne approvò il progetto nel 1752. La
costruzione dell’edificio subì una sospensione momentanea nel 1759 e venne ultimato nel 1770 su progetto
dell’architetto Costantino Gallizioli (cfr. AC1), lo stesso che elaborò il primo progetto dell’Accademia Carrara
(cfr. AC1-2-3-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1, MU1, SP1, TE2). La collocazione nel museo delle lapidi che costituivano
la raccolta epigrafica avvenne per opera dell’archeologo Giovanni Battista Rota (cfr. AT1-2, ED2, MP1),
subentrato alla morte del Brembati, e per l’intervento di Giacomo Carrara, che aveva offerto mille ducati per il
completamento del Museo e la destinazione di un locale alla biblioteca donata dal cardinale Alessandro Furietti
(cfr. AC1, AT1, BI1-2, MP1). Il Comune, mentre accettava l’offerta per il Museo, decise di declinare quella per
la Biblioteca, che venne collocata nel Palazzo Comunale. Nell’ottocento studiarono le iscrizioni epigrafiche,
oltre al Sozzi, il Maironi Da Ponte (cfr. AT1-2, IS2-3, MU1, SP1, TE2), e soprattutto Giovanni Finazzi che non
solo si occupò della loro sistemazione nelle sale dell’Ateneo, ma pubblicò la più completa opera
sull’argomento: Le antiche lapidi di Bergamo descritte e illustrate (Bergamo, 1876). Proprio sulla destinazione
delle lapidi sarà la Società Storica Bergamasca (cfr. MP1) a rappresentare l’ultimo atto della sua breve storia,
conclusasi nel 1878. Antonio Tiraboschi (cfr. MP1), infatti, propose di raccogliere e salvare quelle lapidi che si
trovavano nell’ex monastero di S. Agostino (cfr. AT1). Nel 1881 tali lapidi verranno collocate in Piazza Vecchia.
Attraverso le vicende del Museo Lapidario (cfr. AC1, AT1-2, BI1, MP1) e della Società Storica Bergamasca è
possibile constatare come la tutela del patrimonio storico-artistico fosse una questione delegata in gran parte
all’iniziativa privata degli eruditi e storici locali. Al cultore della storia patria e delle bellezze artistiche restava,
oltre l’iniziativa personale di salvaguardia, la possibilità di denunciare lo stato di abbandono e di incuria da
parte dei governi, salvo poi vedersi censurati simili interventi. È il caso della Guida di Bergamo del 1824 del
conte Girolamo Marenzi (cfr. AT2, TE1). La stampa dell’opera venne sospesa probabilmente perché nella
descrizione dei monumenti e delle opere vi sono “attenti pareri sui restauri e sullo stato di conservazione delle
opere” oltre che “penetranti denuncie sulla cattiva gestione dei beni” (M. Panzeri) che finivano inevitabilmente
per porre in discussione l’amministrazione locale. A unità nazionale avvenuta, a Bergamo si costituirà nel 1867
la Commissione Conservatrice dei monumenti e degli oggetti d’arte, che contava tra i suoi membri attivi Pasino
Locatelli (cfr. AC4, AT1, BI2, IS4-5, MP1, SP1). La Commissione, tentativo significativo di dare normativa alla
materia, era regolata dal R. Decreto del 9 Ottobre 1867 N. 3980, firmato dal ministro Michele Coppino (cfr. IS1).
I membri della Commissione bergamasca erano nove, divisi in 4 sezioni: Pittura, Scultura, Architettura,
Archeologia ed Erudizione storico artistica.
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DALLA FISIOCRAZIA DEGLI ARVALI ALLA SOCIETÀ INDUSTRIALE BERGAMASCA
1. L’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti e la Società Industriale Bergamasca: il mutamento del contesto
economico-sociale e l’evoluzione dell’associazio-nismo.
In un discorso tenuto all’Ateneo (cfr. AC2, AT2, BI1-2, ED2, MP2, SP1, TE2) nel 1844 il socio Giovanni Battista
Berizzi, industriale serico, denuncia il ritardo e l’immobilismo delle attività produttive della provincia bergamasca
e propone la creazione di un’istituzione “per l’istruzione e per l’incoraggiamento dell’industria agraria e
manifatturiera della città e provincia di Bergamo”, che verrà poi denominata Società Industriale Bergamasca
(cfr. AC4, IS1-2-3-5, MU1, SP1-2, TE1). Il fatto che le basi della Società Industriale siano state poste
nell’Ateneo di Bergamo da uno degli esponenti più significativi della borghesia imprenditoriale bergamasca,
costituisce una sorta di spartiacque tra il modo in cui, fino ad allora, l’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti aveva
inteso le questioni legate allo sviluppo sociale ed economico della provincia, e la necessità della creazione di
strutture organizzative adeguate allo sviluppo industriale e tecnologico. In tale passaggio non si deve vedere un
momento di rottura, ma piuttosto una naturale evoluzione delle forme associative (qui, l’Ateneo) in base al
mutamento del contesto sociale, culturale ed economico. La Società Industriale era costituita in gran parte da
imprenditori, che della soluzione “pratica” dei problemi legati allo sviluppo agricolo e manifatturiero fecero la
loro principale preoccupazione. Molto diversa era la composizione dei soci dell’Ateneo, soprattutto se si risale
alle sue origini alla fine del ‘700: nobili, intellettuali maggiormente indirizzati al dibattito erudito.
2. Dall’Accademia Arvale all’Ateneo: il contributo allo studio delle questioni agricole tra scienza
economica e letteratura divulgativa
L’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti nasce ufficialmente nel 1811 in seguito al decreto napoleonico del 1810,
che disponeva la fusione in un unico istituto delle accademie presenti in una stessa città. A Bergamo, al
momento del decreto, erano presenti due accademie: quella degli Eccitati (cfr. AT2, BI1, ED1, MP1, SP2) e
quella degli Arvali (cfr. AT2), benché la loro attività fosse di fatto sospesa dal 1797 in seguito agli eventi
rivoluzionari.
L’Accademia degli Eccitati, di carattere prettamente letterario, era stata fondata nel 1642 e aveva sede nel
monastero di S. Agostino (cfr. MP2). Dopo un periodo di decadenza, nel 1749 venne ricostituita da Pier Antonio
Serassi (cfr. AC1, MP1-2 - zio del costruttore d’organi Giuseppe Antonio Serassi - cfr. TE1-TE2) con il
contributo del cardinale Alessandro Furietti (cfr. AC1, BI1-2, MP1-2) e ad essa aderirono tutti i principali eruditi
locali come Mario Lupo (cfr. AC4, ED2, IS2, MP1), Giovanni Battista Rota (cfr. AT2, ED2, MP1-2), Giovanni
Battista Gallizioli, (cfr. MP1), ecc. . La rinascita di questa Accademia si deve anche all’influenza delle tesi
formulate da Ludovico Antonio Muratori (cfr. MP2) nell’Accademia dell’Arcadia e nei Primi disegni della
repubblica letteraria (1703).
In omaggio alla moda dell’epoca vennero introdotti anche temi scientifici, di cui si occuparono tra gli altri
Lorenzo Mascheroni (significativo esponente della poesia scientifica di radice illuminista, Mascheroni preparò,
tra l’altro, un saggio accademico sull’agricoltura - cfr. AT2, BI1-2, ED2, IS1-2-3, MP1-2, SP2) e Giovanni
Maironi Da Ponte (cfr. AT2, IS2-3, MP2, MU1, SP1, TE2). Ma fu soprattutto nell’indagine sulla storia
bergamasca che gli Accademici fornirono i loro più importanti contributi. Con l’occupazione francese e la
soppressione di S. Agostino, trasformato in accademia militare, l’Accademia sospese la propria attività.
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Nella riunione plenaria delle due Accademie (5 maggio 1811), l’approvazione della fusione dei due istituti
sancisce la nascita dell’Ateneo. Solo nel 1816, anche a seguito degli eventi politici, Giovanni Maironi Da Ponte
ne viene nominato segretario con il compito di formare il Corpo Accademico.
Soci di diritto erano il direttore ed i professori del Liceo (cfr. AT2, BI2, IS2-4, MU1, TE2) cittadino,
dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT2, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2), il bibliotecario della Biblioteca
Civica (cfr. AC1, BI1-2, MP1-2) , quattro allievi del Liceo e due dell’Accademia Carrara aggregati come ‘Alunni’,
su proposta del direttore e dei professori delle rispettive scuole.
La prima riunione ufficiale dell’Ateneo si tenne nel 1817 in locali del Liceo di Piazza Rosate e vi figuravano
Gerolamo Adelasio (già esponente di spicco della rivoluzione del 1797) come presidente, Agostino Salvioni
(cfr. AC2, AT2, BI1-2, ED2, IS2-3, MU1, SP1, TE2) come vice-presidente, Giovanni Maironi Da Ponte come
segretario perpetuo.
Nel 1818 venne stampato il primo Statuto.
Dal 1819 l’Ateneo ebbe sede nell’edificio costruito sopra il Fontanone e che era stato costruito per ospitare il
Museo Lapidario (cfr. AC1, AT2, BI1, MP1-2), poi sgomberato. Il locale fu riadattato da Giacomo Bianconi (cfr.
AC3, AT1, IS1, MU1), progettista della Scuola Elementare Maggiore ai Tre Passi (cfr. AC4, BI1, IS1) e
insegnante alla Carrara, e dall’architetto Giovanni Francesco Lucchini (cfr. AC4, AT2, IS2, MP1, TE1-2),
progettista del Teatro Riccardi (cfr. AC4, MU1, TE1-2), entrambi soci dell’Ateneo. Nel 1855 entrò in vigore il
nuovo statuto dell’Ateneo alla cui stesura aveva contribuito anche Gabriele Rosa (cfr. BI2, IS5, SP1) che aveva
inviato al conte Pietro Moroni (cfr. AC2, AT2, BI2, IS2, TE1-2) una bozza del progetto.
In una lettera del 30 giugno 1825, Johann Simon Mayr (cfr. AC2, AT2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1-2, TE1-2),
che fu presidente dell’Ateneo dal 1823 al 1826, chiedeva all’autorità austriaca che l’istituto da lui rappresentato,
erede e continuatore dell’Accademia Economico-Arvale (cfr. AT2, IS2), potesse beneficiare di una dotazione
annua così come a suo tempo il Senato veneto aveva disposto in favore dell’Accademia degli Arvali, “per
esperimenti agrari”.
In effetti nel 1768 il Senato veneto aveva invitato il Maggior Consiglio della Città di Bergamo a fondare una
Accademia Arvale (dal latino arvum ‘campo’, con un evidente richiamo all’antichità romana dove i Fratres
Arvales erano sacerdoti dediti al culto della dea Dia attraverso riti propiziatori per la fertilità dei campi).
“Come tutto il Mistero della Georgica consiste nell’uso de’ mezzi più adatti a sciorre le molecole della Terra, ad
aprirne i pori, ad esporle alle benigne influenze delle meteore, onde animare quello spirito plastico, ossia
agente universale, che tutta la natura vivifica, così tutto lo studio degli Accademici sarà principalmente
indirizzato al ritrovamento di essi mezzi più semplici, e meno dispendiosi conducenti a tal fine” (statuto 1769).
Dell’Accademia di Bergamo fecero parte numerosi accademici Eccitati, tra i quali molti erano i proprietari terrieri
e gli esponenti della borghesia. Modello di ispirazione erano l’Accademia di Verona e quella dei Georgofili di
Firenze. Dopo una prima fase di attività incerta, l’Accademia rinacque nel 1788 con il nome di EconomicoArvale, poiché oltre all’agricoltura si occupava anche del commercio e delle arti.
“L’Accademia avrà per ispezione principale l’Agricoltura: oggetto singolare della sua prima fondazione. Dovrà
poi anche versare sul Commerzio e su quelle Scienze, che hanno immediatamente influenza su questi due
rami della Sociale Economia” (statuto 1788).
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Nel 1807 Maironi ottenne di riprendere l’attività accademica, sospesa quasi completamente a seguito degli
eventi rivoluzionari, con l’utilizzo di una sala dell’ex-convento dei Frati minori conventuali di S. Francesco.
Lo scopo di tali istituzioni culturali negli intenti della Serenissima era stato quello di sollevare, attraverso
appositi studi e il miglioramento delle tecniche di coltivazione e allevamento, il grave stato di arretratezza
dell’agricoltura, dovuto in gran parte all’impreparazione degli addetti. Particolare attenzione era stata inoltre
dedicata alla coltivazione delle piante industriali.
Ciò è desumibile dalle memorie inviate anche nel periodo francese dalla Prefettura di Bergamo all’Accademia
Arvale, poi Ateneo, relativamente alla coltivazione del lino, del cotone, delle patate per la fabbricazione dello
zucchero, del guado per l’estrazione dell’indaco. Il 15 gennaio 1815, inoltre, il conte Vincenzo Dandolo
trasmetteva all’Ateneo una sua pubblicazione sulla coltivazione dei bachi da seta.
L’attenzione alla terra e ai suoi prodotti, oltre ad essere determinata in primo luogo dall’interesse diretto dei
proprietari terrieri, membri dell’accademia, trovava la sua radice più profonda nel generale rinnovamento degli
studi economici, che nel settecento determinò lo sviluppo di differenti dottrine economiche. Fu probabilmente il
pensiero fisiocratico a trovare significativa diffusione nell’Accademia Arvale. Nella teoria fisiocratica la fonte
dello sviluppo economico delle nazioni è la terra perché essa è considerata l’unico fattore di produzione che
generi prodotti netti, mentre le attività manifatturiere e mercantili sono solo in grado di trasformare.
Il teorico della fisiocrazia, François Quesnay, così si esprimeva in proposito:
“Il sovrano e la nazione non devono mai perdere di vista che la terra è l’unica fonte delle ricchezze e che è
l’agricoltura che le moltiplica (…). Bisogna che la proprietà dei beni immobili e delle ricchezze mobiliari sia
assicurato a coloro che ne sono i legittimi possessori, giacché la sicurezza della proprietà è il fondamento
essenziale dell’ordine economico della società (…). Una nazione che possiede un vasto territorio da coltivare e
può esercitare facilmente un ampio commercio di prodotti agricoli non deve estendere troppo l’impiego del
denaro e degli uomini nelle manifatture e nel commercio di lusso, a discapito dei lavori e degli investimenti
nell’agricoltura, giacché uno Stato deve in pirmo luogo essere popolato da ricchi coltivatori. Le terre impiegate
nella coltivazione del grano debbono essere riunite in grandi aziende e sfruttate da ricchi coltivatori, giacché in
tal modo si hanno minori spese per la manutenzione e la riparazione degli edifici e, in proporzione, costi molto
inferiori e prodotto netto molto superiore nelle grandi imprese agricole piuttosto che nelle piccole”.
Sull’istruzione agricola si era già espresso il Piano Generale di Pubblica Istruzione, alla cui stesura aveva
partecipato anche Lorenzo Mascheroni (cfr. IS3), accademico eccitato e arvale. Nel Piano era previsto
l’insegnamento di elementi di agraria nelle scuole elementari e superiori. La legge del 4 settembre 1802,
coerentemente a tale indirizzo, decretò che nei licei venisse introdotto l’insegnamento di agraria ed elementi di
storia naturale. Tale cattedra, nel Liceo di Bergamo, verrà significativamente tenuta da Giovanni Maironi Da
Ponte (cfr. IS2-AT2). La stessa Accademia Economico-Arvale, allo scopo di migliorare le tecniche agricole,
tentò a sua volta di articolare un programma di istruzione che comprendeva tra l’altro i già citati esperimenti
agrari, per i quali la stessa Amministrazione Dipartimentale del Serio (lettera del 15 febbraio 1802) era disposta
a erogare delle sovvenzioni cogli “avanzi delle doti d’Istruzione Pubblica”.
Gli intenti istruttivi perseguiti dall’Accademia Arvale si erano concretizzati anche attraverso la pubblicazione di
un «Almanacco ad uso de’ contadini della provincia bergamasca» nel 1796. Come rileva l’autore Giovanni
Maironi Da Ponte, tale volume era “tutto sparso d’agronomici ritrovati” per istruire in merito alla “distruzione di
certa specie di cavallette” che avevano devastato la provincia nel 1795. Va qui sottolineata la scelta
dell’almanacco come veicolo di divulgazione scientifico-tecnica (cfr. SP2-ED2) alla quale si rifà lo stesso statuto
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(1769) dell’Accademia: “Doverassi pure in principio d’ognanno eleggersi uno de’ più esperti Accademici, uffizio
del quale sarà il dare al pubblico Stampatore de Calendari, alcuni canoni, sentenze d’Auttori, esempi
d’Agricoltura relativi alle particolari campagnesche ispezioni di cadaun mese a lume e scorta de’ Villici. Questo
Calendario sarà chiamato il giornale portativo dell’Agricoltura, e saranno bandite le rancide e ridevoli fanfaluche
degli Almanacchi correnti, e l’anile superstizione delle lune nove e vecchie”. Quest’ultimo concetto viene
ribadito nel successivo statuto dell’Accademia Economico-Arvale del 1788: “L’Agricoltura d’ispezione
dell’Accademia sarà spezialm. e la pratica, e la conveniente alle singolari circostanze della nostra Patria, e che
tenda non meno alla estirpazione de’ dannosi pregiudizj, che alla introduzione di una pratica tutta analoga ai
veri principj della buona Fisica, e della Metereologia”. Nello statuto del 1788 vi è un ulteriore brano su cui
soffermarsi: “Altro Deputato eleggerassi, il quale debba comporre un ben ragionato Catechismo, che contenga
in compendio gl’elementi dell’Agricoltura praticata da trasmettersi a cadaun Paroco del Territorio, con
insinuazione al medesimo di spiegarlo a’ Parochiani ogni Festa per mezz’ora dopo il Vespero” (cfr. IS2).
Questo paragrafo è emblematico dell’indiscussa influenza che l’autorità ecclesiastica esercitava soprattutto
nelle campagne, così come ancora nel 1860 ribadiva il governatore Stefano Centurione (cfr. IS3-4-5, SP2) nel
suo rapporto sullo stato della provincia bergamasca quando rilevava “la non ancor del tutto spenta influenza
della dominazione Veneta” nel nuovo contesto unitario.
“In fatti nella popolazione di queste campagne incredibile è il rispetto che si ha verso i funzionarj del Governo, i
padroni, ed i capi di famiglia che esercitano sugli altri membri una specie di illimitata autorità patriarcale; ed è
appunto io credo per questo motivo che i contadini hanno una cieca deferenza, una specie di devozione per il
Clero che pur troppo in certe parti esercita su di essi una nocivissima e fatale influenza”.
L’opera di divulgazione che l’Accademia Arvale si propone ha ulteriori ramificazioni: “E perché questo Territorio
si divide principalmente in tre parti cioè Piano, Isola e Valli, così nel primo anno le lezioni, i discorsi , i quesiti,
gli esperimenti verseranno sopra il rettificamento dell’Agricoltura del piano, il secondo sopra quello dell’Isola, ed
il terzo sopra quello delle Valli, prendendosi in considerazione le tre precipue categorie de’ fondi, arativi, prativi,
e boschivi sì rispetto all’intrinsica loro attitudine, come alli varj generi degli Alberi più analoghi a ciascheduna di
esse. In conseguenza di che doverà formarsi una Mappa Georgicografica in uno, o più volumi, con la
descrizione di cadauno comune, fondi eggicenti, loro situazione, indole, ed appartenenze, con i Beni Comunali,
pascoli, strade, fiumi, rade di essi, Acquedotti, col numero delle famiglie, e degli Animali di qualunque specie,
prodotti particolari, metodi d’Istromati, e lavori rurali, e ciò all’oggetto di concepire la più esatta conoscenza
dello Stato Territoriale, e di applicarvi quelle provvidenze, che fossero credute più opportune al bisogno e
maggiore vantaggio di esso (…) Li risultati migliori delle osservazioni e conferenze, li fortunati sperimenti, le utili
scoperte assistite da una serie costante ed uniforme di buoni effetti, saranno stampati in fogli mensuali (giusta
la prattica dell’Accademia de’ Georgofili di Firenze)”.
La consapevolezza dell’importanza di uno studio scientifico e sistematico del territorio (la ‘Mappa
Georgicografica’ citata nel brano precedente) in opposizione a un modo di procedere affidato esclusivamente
alla pratica è esplicitata in un altro passo dello statuto del 1769:
“E perché può ben essere noto a chicchesia quanto da una parte siano utili a’ Terreni li due nostri fiumi
principali Brembo e Serio per la derivazione da essi di tante proficue Seriole e dall’altra quanto altresì sieno
dannosi li medesimi per le loro frequenti escrescenze, ed inondazioni, doveranno pure gli Accademici
estendere li loro Studj a quella si preziosa parte di filosofia, che Idrostatica s’appella, onde formarsi le giuste
nozioni delle misure delle Acque, loro livellazioni, dimissioni, e ben intese distribuzioni, così pure delle varie
strutture, figure ed ubicazioni più favorevoli de’ ripari, e delle Arginature, oggetti tutti quanto negletti ed ignorati
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in un ramo principalissimo dell’Agricoltura, al qual intendimento non lasciamo di suggerire che sarebbe utile
molto l’elezione di un Ingegnere o Idrometra”.
Andrà in tal senso l’opera che l’ingegnere idraulico Antonio Tadini (cfr. BI2, IS2-3) svolgerà in proposito nel
territorio bergamasco e ciò rimanda, più in generale, all’opera che Mascheroni, Giuseppe Mangili (cfr. BI2, IS3)
e lo stesso Maironi Da Ponte svolsero per lo sviluppo del sapere scientifico e soprattutto delle sue applicazioni
nei più diversi settori della tecnica (cfr. IS3). Interessante, in tal senso, il fatto che nel 1794 proprio Mascheroni
iniziasse a lavorare alla carta topografica della provincia di Bergamo. Questo lavoro non completato da
Mascheroni, venne ripreso dall’abate Luigi Felice Beltrami (cfr. BI2) (fratello dell’esploratore Giacomo
Costantino Beltrami (cfr. AC3, BI2) che a sua volta non lo portò a termine.
3. Le iniziative in campo agricolo della Società Industriale Bergamasca
A circa novant’anni dal primo statuto dell’Accademia Arvale, poi Economico-Arvale, la Società Industriale
Bergamasca, inaugurata nel 1847 ma in realtà operante solo dal 1856, organizzò la propria attività nella quale
l’istruzione tecnica popolare diventava per statuto uno degli obiettivi principali, più organicamente realizzato
però solo negli anni ottanta. “Costituitasi con lo scopo di predisporre alcune condizioni che stimolassero il
progresso economico della provincia, la Società si caratterizzò al suo sorgere, come terreno di aggregazione
delle forze progressiste saldate intorno agli interessi economici del paese” (B.Valota). Furono tali forze a
strutturare le prime significative esperienze di formazione degli addetti non solo al settore agricolo, ma anche a
quello manifatturiero, ponendo le prime basi per una maggiore divulgazione del sapere scientifico applicato alle
attività agricole e industriali. Fallì un primo progetto di creare un podere modello, già presente nelle aspirazioni
della Accademia Economico-Arvale:
“Proveduta che sia dalla Sovrana Munificenza l’Accademia di un congruo annuo assegnamento da impiegarsi
nelle ispezioni e negli oggetti di Agricoltura, se la Società lo troverà conveniente, potrà condurre in affitto un
pezzo proporzionato di terreno in sito comodo ed opportuno onde potervi praticare i propri sperimenti”.
Il progetto della Società Industriale Bergamasca trovava il suo pendant nell’analoga iniziativa, che in quegli
anni, venne promossa a Milano dalla locale Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri (cfr. AC4) per la
costituzione dell’ Associazione Agricola Lombarda detta di Corte del Palasio (1856).
Scopo dell’iniziativa milanese, di cui venne a conoscenza la stessa Società Industriale Bergamasca per tramite
di Carlo Tenca (cfr. BI2, SP1-2) e Pasino Locatelli (cfr. AC4, BI2, IS4-5, MP1-2, SP1), segretario della Società
bergamasca, era quella di avviare “una pratica istruzione di agricoltura”. Tale vicenda, oltre a testimoniare
ulteriormente lo stretto legame tra il capoluogo lombardo e la provincia bergamasca, evidenzia ancora una
volta il ruolo chiave di quei personaggi che, nei diversi contesti in cui si trovarono ad agire, si preoccuparono
innanzitutto di creare le condizioni per la divulgazione dell’istruzione. Va comunque sottolineata la volontà di
autonomia dell’istituzione bergamasca rispetto a quella milanese, volontà che riflette più in generale
l’autonomia del mondo imprenditoriale bergamasco rispetto al contesto lombardo. Tale situazione era in larga
misura determinata dall’influenza dell’organizzazione economica della comunità evangelica bergamasca, molto
compatta e solidale al suo interno e proiettata in una dimensione commerciale europea.
Numerose furono le iniziative nel campo dell’istruzione della Società Industriale Bergamasca, con alterne
fortune. Dai cicli di conferenze di agricoltura pratica, alle lezioni agrarie ambulanti, dalla costituzione di un
Comizio Agrario (sostituito in seguito da quelli di emanazione governativa) alla fondazione nel 1874 della
Scuola pratica di agricoltura di Grumello del Monte, senza contare le numerose iniziative nel campo
dell’istruzione tecnica applicata all’industria (cfr. AC4). Anche se più volte era stato ribadito il ruolo
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dell’agricoltura quale “industria fondamentale della provincia, non fu al settore primario che le attenzioni
concrete vennero indirizzate, se non nel primissimo periodo” (L. Della Valentina). In effetti per lo stesso motivo
per il quale l’Accademia Arvale era rinata nel 1788 come Economico-Arvale, e cioè per “rivolgere le sue
applicazioni” al “Commerzio (...) principalmente (…) delle Sete, del Ferro, e delle Lane: articoli tutti
importantissimi, che per la fisica costituzione del nostro suolo si trovano eminentemente influire sulla proprietà
nazionale”, così a questi stessi settori dell’economia la Società Industriale Bergamasca dedicherà gran parte
della sua attività.
A margine di tali istituzioni va ricordata la breve ma significativa esperienza della Società Politecnica di
Bergamo, nata nel 1863 su iniziativa del dr. Carlo Zucchi membro del Comitato Bergamasco dell’Associazione
Medica Italiana. Tale società doveva “favorire la riunione fra gli studiosi e promuovere la coltura delle scienze e
le loro applicazioni sociali”. L’attività della Società, conclusasi nel 1868, sembra “richiamare in modo specifico
da una parte la Società Industriale, più attenta allo sviluppo ed ai problemi economici e rivolta alla formazione
professionale; dall’altra l’Ateneo, già articolato su grandi settori d’interesse culturale con le sue ‘classi’ (V.
Mora).
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CLASSE DIRIGENTE E ISTITUZIONI CULTURALI: IL CASO DELL’ATENEO DI BERGAMO
1. La critica della Guida di Bergamo all’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti
In data 8 maggio 1824 Giovanni Maironi Da Ponte (cfr. AT1, IS2-3, MP2, MU1, SP1, TE2), vicepresidente
dell’Ateneo (cfr. AC2, AT1, BI1-2, ED2, MP2, SP1, TE2) di Bergamo, scriveva da Valtesse una lettera al
maestro di cappella Johann Simon Mayr (cfr. AC2, AT1, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1-2, TE1-2) all’epoca
presidente dello stesso Ateneo. In “istrettissima confidenza” il Maironi faceva pervenire al Mayr un pezzo a lui
“capitato in tutta secretezza”, stralciato dalla Guida di Bergamo che il conte Girolamo Marenzi (cfr. MP2, TE1)
si apprestava a stampare presso il tipografo Mazzoleni. Il brano in questione, benché non specificato nella
lettera, si riferiva certamente all’Ateneo, presentato dal nobile Marenzi in termini tutt’altro che lusinghieri.
Proprio il tenore di tale descrizione aveva allarmato non poco il Maironi, che si affrettava a spiegare: “Pare alla
insufficienza mia che all’Ateneo convenga di fare ogni sforzo, onde con una stampa non venga perpetuata una
ignominia fatta al di lui decoro. Un pronto ricorso all’I.R. Censura Centrale di Milano, a cui il N.S. Marenzi fu
presentato potrebbe portare un ordine all’autore di stralciare un tale articolo. Ma non conviene perdere tempo.
L’affare deve maneggiarsi da Lei, e dalla nostra Censura. Ella perdoni se ho osato di darle suggerimento”.
Questa vicenda a prima vista parrebbe non avere particolare rilevanza, e un’analisi sommaria potrebbe ridurre
la portata dell’episodio al tentativo operato dal Maironi (membro delle Accademie degli Arvali (cfr. AT1) e degli
Eccitati (cfr. AT1, BI1, ED1, MP1, SP2), in seguito segretario, poi vice-presidente dell’Ateneo di Bergamo dal
1818 al 1832, ispettore alle stampe per la censura austriaca) di tutelare da qualsiasi attacco l’istituzione di cui
egli era uno dei più significativi rappresentanti.
In realtà, uno studio più attento del contesto e dei personaggi coinvolti nella vicenda permette di cogliere la
complessità dei rapporti politici e culturali all’interno della classe dirigente bergamasca in generale e
dell’Ateneo in particolare. In tal senso l’episodio della censura della Guida di Bergamo mette in luce le
posizioni sostanzialmente conservatrici dell’Ateneo, fedele espressione di gran parte dell’aristocrazia
dominante. Così, quando all’interno dell’istituzione il momento culturale si profila problematico sul piano
politico, come nel caso qui preso in esame dell’opposizione Maironi-Marenzi, l’Ateneo stesso trova al suo
interno gli strumenti per ristabilire equilibri solo occasionalmente messi in pericolo. A questo proposito si può
richiamare, per analogia, l’episodio che vide, all’interno dell’Ateneo, lo scontro tra Carlo Marenzi (cfr. AC2, TE12), fratello di Girolamo, e Pietro Benaglio (cfr. AC2) a proposito della contrapposizione di primo ‘800 tra
neoclassicismo, il cui dettato estetico incarnò, almeno in un primo momento, gli ideali della rivoluzione
francese, e manierismo sei-settecentesco, espressione del gusto della classe dirigente bergamasca (cfr. AC2).
Il prevalere progressivo del dettato neoclassico portò ben presto all’esaurimento della sua carica rivoluzionaria
e alla sua identificazione con le posizioni conservatrici della classe egemone.
2. Il luogo della discordia
Fatta tale premessa è ora utile rifarsi ai verbali dell’Ateneo per ricostruire alcune delle fasi che consentirono
all’istituzione di trovar sede nel 1819 presso la sala sopra il Fontanone che ospitava il Museo Lapidario (cfr.
AC1, AT1, BI1, MP1-2). Un dispaccio del 13 aprile 1818 dell’I.R. Delegato Provinciale Francesco Torriceni
(diventato nel maggio successivo socio onorario dell’Ateneo per i meriti “in letteratura e nella pubblica
Amministrazione”) informava l’Ateneo che si era resa disponibile una somma di cui era “creditrice verso la Città
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l’Accademia Economico-Arvale (cfr. AT1, IS2) incorporata nell’Ateneo”. Poiché la Delegazione Provinciale
chiedeva contestualmente di indicare la destinazione di tale fondo, l’Assemblea dei soci dell’Ateneo, riunitasi il
1° maggio 1818, discusse “se, non essendo che precariamente assegnato a soggiorno dell’Ateneo il Refettorio
e contigua stanza dell’Ex Convento di Rosate (cfr. IS2) luogo disagiato e non opportuno (…) si abbia
primieramente a rintracciare altro pubblico locale, in cui trasferirlo, e spendere la somma risultante del detto
credito nell’allestimento del medesimo”. A tal proposito, Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1, BI1-2, ED2, IS2-3,
MU1, SP1, TE2), vicepresidente dell’Ateneo, richiamò all’assemblea le deliberazioni prese alcuni anni prima dal
Consiglio Comunale della città relativamente alla ristrutturazione del Museo Lapidario. L’opera non venne
realizzata per “ragioni istantanee di economia pubblica”, ma il credito goduto dall’Ateneo, poteva finalmente
consentire di realizzare i lavori e dare una sede stabile all’istituzione culturale. “Applaudì l’Assemblea alla
proposizione del Sig. V. Pres.te, e lo pregò a voler esso destinare quattro dei membri dell’Ateneo a formare un
analogo progetto, e a indagare lo stato preciso delle cose riguardo al detto Museo”. Salvioni incaricò per questo
un’apposita “Deputazione” costituita dal marchese Giuseppe Terzi , i conti Pietro Benaglio, Pietro Moroni (cfr.
AC2, AT1, BI2, IS2, TE1-2) e Bartolomeo Secco Suardo (cfr. BI1, SP1) con il compito di procurarsi i disegni già
esistenti presso la Congregazione Municipale e di avviare le trattative con la stessa per ristrutturare la sala e
cederla in uso all’Ateneo.
Tutti i membri della “Deputazione” erano figure di primo piano nella vita culturale e politica della città.
Giuseppe Terzi (1790-1819), dilettante di pittura, partecipò alla campagna napoleonica di Russia. Grazie
all’amicizia con Giacomo Quarenghi (cfr. TE1-2) frequentò l’aristocrazia russa a San Pietroburgo e sposò Elisa
Galitzin. Tornato a Bergamo nel 1815, ospitò l’anno successivo l’imperatore Francesco I (cfr. BI1) in visita a
Bergamo. Nel 1817 Giuseppe Terzi divenne socio dell’Ateneo e il 14 maggio 1818 ne venne eletto presidente.
Pietro Benaglio (1782-1829), già ricordato in precedenza per la disputa con Carlo Marenzi, condivise con
Giuseppe Terzi la passione per la pittura. Fu in relazione con Giuseppe Beltramelli (cfr. BI1, IS2, MP1) e
Angelica Kaufmann.
Pietro Moroni fu assessore della Congregazione Municipale dal 1816 al 1826 quando lasciò l’incarico perché
nominato Podestà (incarico riconfermato fino al 1840). Direttore del Liceo di Bergamo (cfr. AT2, BI2, IS2-4,
MU1, TE2), fu tra il 1819 e il 1821 e in anni successivi presidente dell’Ateneo.
Bartolomeo Secco Suardo, collaboratore del «Giornale della Provincia di Bergamo» fu podestà nel 1848.
Nella Sessione del 15 luglio 1818 la Congregazione Municipale decise di concedere la sala del Museo
all’Ateneo. Per il riattamento del locale furono incaricati i soci Giovanni Francesco Lucchini (cfr. AC4, AT1, IS2,
MP1, TE1-2), professore di architettura al Liceo cittadino, e Giacomo Bianconi (cfr. AC3, AT1, IS1, MU1),
professore di architettura all’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2). Il
resoconto della vicenda si ferma qui, dato che i verbali dell’Ateneo non vennero più redatti dal 15 aprile 1819
fino al 2 marzo 1826. A supplire in parte a tale lacuna interviene la Guida del Marenzi, che rivela senza mezzi
termini la cattiva gestione dei lavori: “Questi rispettabili, benché pochi avanzi di antichità patrie [le lapidi]
disposti regolarmente dal 1768 nei muri laterali, furono con vandalica operazione levati dal loro sito, parte rotti
o dispersi, ed il rimanente confinato in un camerino mancante di luce. Il popolo conoscitore ha riguardato con
isdegno questo saggio d’ignoranza e la perdita della più interessante fra le sudette iscrizioni…”.
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3. La reazione di censura dell’Ateneo alla Guida e il ruolo di Giovanni Maironi Da Ponte
“Una rapida scorsa alla Guida mostra come proprio su quei monumenti (…) che rappresentavano, con alto
valore simbolico per il richiamo alle vicende della storia patria, l’immagine artistica ma anche politica e culturale
cittadina si fossero appuntate le critiche più severe, e non soltanto di gusto, di Girolamo Marenzi” (M.E.
Manca). È per questo che l’intervento di censura richiesto dal Maironi per il brano in esame venne poi nei fatti
applicato a tutta la guida. La pubblicazione della guida venne bloccata quando già erano stati stampati i fogli
che precedevano il paragrafo dedicato all’Ateneo. Della guida originaria, l’anno successivo venne stampata
una versione intitolata Servitore di piazza per la città di Bergamo per le belle arti, depurata “a tal punto da
essere ridotta quasi ad una schematica elencazione dei monumenti cittadini” (si è dovuto aspettare fino al
1985, per recuperare e stampare integralmente il manoscritto della Guida marenziana). Significativamente
l’admittitur sul manoscritto del Servitore di piazza, datato 19 giugno 1825, è firmato da Giovanni Maironi Da
Ponte.
Lo stesso Maironi, nel suo Dizionario odeporico o sia storico-politico-naturale della provincia bergamasca,
stampato a Bergamo tra il 1819 e il 1820 presso la stamperia Mazzoleni, la stessa della Guida marenziana,
descrive a sua volta l’Ateneo e il Museo Lapidario. Risulta evidente a prima vista la differenza di tono e di
contenuti rispetto al Marenzi.
“In fianco della Cattedrale resta il Museo, oggidì stanza anche dell’Ateneo Nazionale. Questa fabbrica conta la
sua fondazione nel passato secolo dalla munificenza della città, e dalle sollecitudini del nostro dotto antiquario
sig. Giambattista Rota, di cui si fa onorevole menzione nel catalogo degli uomini illustri della patria. Contiene le
lapidi, ed i resti delle antichità, che segnatamente mercé le cure di quel benemerito concittadino si poterono
rintracciare nella nostra città e provincia. La raccolta certamente è preziosa e rispettabile, e lo sarebbe anche di
più, se sgraziatamente [il corsivo è mio] non ne fossero state distratte alcune che ora adornano il Museo di
Verona e quello di Modena. Questi preziosi documenti servono a prova irrefragabile dell’antichità ed anche
dello splendore e della grandezza, a cui pur giunse in altri tempi la patria nostra. Il catalogo, che di siffatte
iscrizioni, e di tali monumenti ci lasciò il lodato sig. Rota con note di illustrazione, e il compimento di questo
istruttivo lavoro, che noi attendiamo dalla erudita penna del nostra Bibliotecario D. Agostino Salvioni, non ci
lascieranno che desiderare anche sul maggiore schiarimento di qualche punto di patria storia, che da tali lapidi
viene comprovato. Essendo poi ampio questo locale oltre l’occorrenza d’un provinciale Museo l’anno 1818, la
Congregazione municipale, mercè la cooperazione del nobile sig. Rocco Cedrelli Podestà si è compiaciuta di
riattarlo anche a decorosa comoda stanza dell’Ateneo, che risulta in gran parte dalla riunione delle antiche due
Accademie degli Eccitati, ed Economico-Arvali”.
Nel suo testo Maironi non lesina elogi a personaggi e istituzioni in vista della città (Giovanni Battista Rota - cfr.
AT1, ED2, MP1-2 -, Agostino Salvioni, Rocco Cedrelli, la Congregazione Municipale). Tuttavia, a fronte del
puntuale resoconto del loro operato, stona la laconicità di quel “sgraziatamente (…) distratte” che non fornisce
alcuna traccia sull’individuazione dei responsabili della rimozione delle lapidi tanto deprecata dal Marenzi. E
parrebbe proprio che Maironi abbia volutamente omesso degli episodi a lui noti, dato che poi mostra di sapere
che parte di quelle lapidi hanno trovato posto nei musei di Verona e di Modena.
Il confronto tra questa descrizione e l’intervento di censura richiesto nei confronti del Marenzi permette di
osservare quanto segue:
a) La già ricordata centralità della figura del Maironi nell’attività dell’Ateneo può far supporre che il Maironi non
sia stato estraneo al “vandalico” smantellamento del Museo Lapidario. Pertanto l’omissione da parte sua di
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informazioni sui responsabili della ristrutturazione potrebbe spiegarsi come un tentativo di tutelare il suo ruolo e
il suo operato all’interno dell’Ateneo, tentativo messo in pericolo dalla denuncia del Marenzi.
Non va dimenticato inoltre che una certa rivalità tra Marenzi e Maironi era probabilmente determinata anche
dal fatto che entrambi si erano cimentati in pubblicazioni di guidistica locale.
Prima del Marenzi, come si è visto, Giovanni Maironi aveva stampato negli anni 1819-20 presso lo stesso
tipografo Mazzoleni i tre volumi del Dizionario odeporico. Successivamente sempre Mazzoleni stampava la
Descrizione e Guida della Città di Bergamo che, così come avvertiva lo stesso stampatore, “non è che l’articolo
- Bergamo - del Dizionario Odeporico o sia Storico-Politico-Naturale della Provincia Bergamasca - testé
pubblicato, che noi abbiamo amato di stralciare dall’opera stessa per comodo segnatamente dei forestieri, colle
relative correzioni e aggiunte”. Leggendo però il manoscritto della Guida del Marenzi, che offre una “prova della
diligenza e della sistematicità del lavoro: sia per il numero delle opere citate che per la qualità e quantità delle
notizie”, si scopre che la Descrizione e guida della città di Bergamo di Giovanni Maironi da Ponte del 1819 è
“forse maliziosamente non citata (…) per i difficili rapporti che intercorsero tra l’autore e i Marenzi” (M. Panzeri).
b) Andrebbero indagati più approfonditamente i rapporti intrattenuti da Maironi con i soci Agostino Salvioni,
Johann Simon Mayr e gli architetti incaricati della ristrutturazione Giacomo Bianconi e Giovanni Francesco
Lucchini. Quest’ultimo, in particolare, era docente di disegno nel Liceo cittadino all’epoca in cui il Maironi, oltre
che docente, vi svolgeva anche la funzione di reggente. E proprio l’apprezzamento del Maironi per l’attività
didattica del suo collega architetto potrebbe far pensare alla volontà di difendere il lavoro di una persona che
stimava.
c) Proprio l’opposta posizione politica di Maironi e Marenzi è stata individuata come una delle cause principali
dell’intervento censorio. Bortolo Belotti, parlando del Maironi all’epoca della caduta della Repubblica di Venezia
e dell’avvento dei francesi, osserva che “fra le due correnti di pensiero allora nettamente delineate, e cioè
quella conservatrice e fedelmente attaccata a Venezia, alle sue istituzioni, alle sue direttive, e quella
riformatrice e anzi rivoluzionaria, che si onorava del grande nome di Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1, BI1-2, ED2,
IS1-2-3, MP1-2, SP2), il Maironi era per la prima”. All’opposto, i fratelli Marenzi, entrambi di chiare simpatie
giacobine, ebbero ruoli di rilievo durante il periodo rivoluzionario e francese a Bergamo (Girolamo fu capocantone per città alta), e ciò li pose in evidente antagonismo con la maggior parte della conservatrice nobiltà
bergamasca. Con la restaurazione austriaca, la carriera politica dei Marenzi subì un vistoso ridimensionamento
a favore dell’ascesa al potere di quei personaggi dell’aristocrazia bergamasca che per le loro posizioni
conservatrici erano ben visti dall’Austria. Così “la Guida, di argomento apparentemente neutro, si scontrò di
fatto per i suoi contenuti, non tanto con gli intendimenti dell’Imperial Regio Censore Parravicini che ne aveva in
prima istanza consentita la pubblicazione, quanto con l’ala più retriva dell’élite culturale cittadina, che
evidentemente mal sopportò i pungenti giudizi negativi espressi da Girolamo Marenzi - dal passato giacobino relativamente allo stato di conservazione, e quindi ai sistemi di gestione di alcuni tra i più importanti e
rappresentativi monumenti della città” (M.E. Manca).
Queste considerazioni portano all’ovvia conseguenza che l’intervento censorio voluto dal Maironi sia in realtà
espressione di una tensione presente all’interno dell’aristocrazia bergamasca tra i personaggi più aperti alle
nuove istanze politiche e quelli arroccati su posizioni conservatrici. Non era solo il Maironi a vedere con scarsa
simpatia il Marenzi. Con la sua descrizione quest’ultimo metteva in discussione almeno cinque delle persone
che avevano reso possibile la ristrutturazione del Museo Lapidario e che all’epoca della Guida ricoprivano
ancora le più alte cariche della città: il nobile Rocco Cedrelli (assessore della I.R. Delegazione di Polizia nel
1799 durante la repressione austro-russa, fu podestà dal 1817 al 1826) e i quattro assessori della
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Congregazione Municipale, uno dei quali era, come si è visto, Pietro Moroni. Moroni, inoltre, fu presidente
dell’Ateneo proprio dal 1819 al 1821. Tale constatazione potrebbe ricondurre l’opposizione con i Marenzi anche
al contesto dei rapporti tra soci all’interno dell’istituzione, puntualmente regolati dallo Statuto pubblicato nel
1818.
A differenza di quanto era disposto nei precedenti statuti delle Accademie degli Arvali e degli Eccitati e di
quanto contemplerà lo statuto dell’Ateneo del 1855, nello statuto del 1818 numerosi articoli sono dedicati alla
censura e vengono istituite le figure dei censori. Nelle disposizioni generali dello Statuto si legge: (art. XIX) “Nei
componimenti, nei discorsi, e nelle opere di belle Arti, esposte nell’Ateneo, si userà tutta la decenza voluta da
una saggia morale, e dalla ragione politica. Il Presidente, ed i Censori potranno sospendere quelle letture, o
proibire la esposizione di quegli oggetti, per cui si peccasse contro questa regola”; (art. XXI) “Un Accademico,
che pubblicare volesse opera alcuna col nome di socio dell’Ateneo, dovrà averne l’approvazione dalla
Censura”. E più specificamente negli articoli dedicati alla Censura si legge: (art. XXXVIII) “Appartiene all’ufficio
de’ Censori l’esame, e l’approvazione delle opere, che si vogliono pubblicare dagli Accademici col titolo di socj
dell’Ateneo”; (art. XLIII) “Le sessioni della Censura sono legali, quando quattro membri della medesima
saranno convenuti insieme con il Presidente”. Ora, se all’epoca della guida, Girolamo Marenzi non era più
formalmente socio dell’Ateneo benché lo fosse ancora il fratello Carlo, proprio il cenno del Maironi al Mayr,
citato all’inizio, sul fatto che “l’affare deve maneggiarsi da Lei, e dalla nostra Censura” porta a supporre che il
Maironi, per ottenere lo scopo, si riferisse al dettato di tali articoli come punto di partenza per ottenere
l’intervento successivo da parte della censura austriaca.
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DALLA BIBLIOTECA PRIVATA ALL’ISTITUTO PUBBLICO: LA BIBLIOTECA CIVICA DI BERGAMO
Nel testamento rogato a Roma nel 1760 il cardinale bergamasco Alessandro Furietti (cfr. AC1, AT1, BI2, MP12) dà disposizioni affinché la propria biblioteca venga lasciata alla città di Bergamo, con la clausola che la
stessa si impegni a metterla al servizio del pubblico entro cinque anni dalla sua morte.
Prima del dono del Furietti, il Comune di Bergamo possedeva una biblioteca composta essenzialmente da
opere di carattere giuridico e di storia patria. Pertanto il lascito Furietti veniva a colmare un vuoto significativo,
soprattutto se si considera che Bergamo fu uno degli ultimi grossi centri in Italia ad aprire una biblioteca
pubblica. Dopo la morte del Furietti (14 gennaio 1764), Giacomo Carrara (cfr. AC1-2-3, MP1-2) offrì un
contributo alla città per erigere sopra il Fontanone in Piazza Mercato del Pesce un locale da destinare alla
raccolta delle lapidi e alla conservazione della biblioteca del Furietti. La proposta, per quanto riguarda la
biblioteca, non venne accolta in quanto i libri del Furietti vennero posti nella sala del Palazzo Comunale nel
Palazzo Nuovo, l’attuale sede della Biblioteca, che fu aperta al pubblico il 3 febbraio 1768. Fino al 1797,
tuttavia, il funzionamento regolare della biblioteca fu faticoso per gli scarsi finanziamenti, gli spazi ristretti e i
limitati orari d’apertura.
Se la scelta del Furietti va senz’altro considerata nel contesto più generale del mecenatismo settecentesco
(proprio in quegli anni, ad esempio, il cardinale Querini, amico del Furietti, apriva una biblioteca a Brescia),
nonché della rinascita degli studi antiquari e filologici (cfr. MP1) (lo stesso Furietti fu letterato, giurista, filologo e
storico di grande rilievo), esistono anche ragioni contingenti che motivano in modo ancora più complesso il
lascito bibliotecario del cardinale bergamasco. Dal suo soggiorno a Roma, l’alto prelato manteneva stretti
rapporti con Bergamo grazie anche alla mediazione del cardinale Francesco Carrara (cfr. AC1, MP1) e di suo
fratello Giacomo Carrara, fondatore dell’omonima Accademia di Belle Arti. Già da tempo Furietti invitava gli
amici della sua città natale “a salvaguardare il patrimonio bergamasco attraverso la ricerca dei manoscritti e il
loro acquisto, e la loro conservazione con la trascrizione e la pubblicazione” (I. Sonzogni). Era stato inoltre
fervido sostenitore della formazione del Museo Lapidario di Bergamo (cfr. AC1, AT1-2, MP1-2), aveva
incoraggiato la rifondazione dell’Accademia degli Eccitati (cfr. AT1-2, ED1, MP1, SP2) avvenuta nel 1749, era
stato mecenate per i giovani eruditi bergamaschi. Questo intenso impegno per favorire lo sviluppo culturale e il
progresso degli studi erano quindi la naturale premessa al lascito testamentario del Furietti alla sua città, anche
in considerazione del fatto che le biblioteche private, fossero esse di un ente religioso piuttosto che di una
famiglia nobiliare, non offrivano garanzie di conservazione nel tempo del patrimonio raccolto. “Lo stesso Furietti
si dovette render conto di persona di tanti altri limiti delle biblioteche private, come la difficoltà di consultazione
per gli studiosi e la stessa esiguità di ogni singola biblioteca privata, rispetto alle necessità dello spirito
settecentesco ormai proiettato alla riscoperta e alla ricostruzione del passato” (I. Sonzogni). La biblioteca del
Furietti presentava essa stessa simili limiti in quanto conteneva opere legate agli interessi personali del
cardinale, tanto che il Furietti stesso si preoccupò di integrarla in vista del lascito testamentario e dell’utilizzo
che ne sarebbe derivato. La decisione del cardinale fu quanto mai preveggente in relazione agli eventi storici
che accaddero a Bergamo tra fine ‘700 e inizio ‘800.
A Bergamo, infatti, vi erano molte biblioteche private; le più cospicue erano quelle dei nobili Gian Jacopo Tassi,
Camillo Agliardi (cfr. MP1), Giuseppe Beltramelli (cfr. AT2, IS2, MP1), Giacomo Carrara, Francesco Brembati
(cfr. MP1-2), nella biblioteca del quale figuravano testi di scienze, letteratura, archeologia, filosofia e teologia,
scritti giansenisti, opere di illuministi. Tali biblioteche erano lo specchio degli interessi degli eruditi che le
possedevano, della loro passione di bibliofili e delle tendenze culturali dell’epoca. Molte di queste raccolte
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vennero smembrate, vendute (è il caso della biblioteca del Brembati venduta dagli eredi attraverso la
mediazione del libraio Borella di Bergamo) e, nei casi più fortunati, trasferite alla Biblioteca Civica (cfr. AC1,
AT1, BI2, MP1-2) o in biblioteche di enti religiosi.
Un immenso patrimonio librario era raccolto nelle biblioteche dei monasteri di Bergamo e provincia, come quelli
degli Agostiniani, dei Domenicani, dei Francescani, dei Benedettini, dei Vallombrosani. Nessuna di queste
biblioteche sopravvisse alla rivoluzione di Bergamo del 1797 e all’avvento della Repubblica Cisalpina. La
soppressione di conventi e monasteri determinò il trasferimento dei beni mobili all’Ospedale di S. Marco (cfr.
AC4, IS2, TE1) e agli istituti assistenziali, mentre il patrimonio bibliotecario confluì nella biblioteca comunale,
che si arricchì di un ingente patrimonio librario. Anche la Biblioteca del Capitolo della Cattedrale e l’edificio
annesso vennero requisiti dalla Municipalità. In una sala della stessa Canonica del Duomo vennero trasferiti i
libri del comune per costituire un’unica biblioteca comunale. È evidente il significato politico di tali decisioni,
tanto più se si considera l’assoluta egemonia che gli enti religiosi avevano avuto sino ad allora nella gestione
della cultura a Bergamo, e dei conflitti che ne erano derivati con i sostenitori di una cultura laica e aperta agli
sviluppi della scienza moderna(cfr. IS3). “Fin dagli inizi del Settecento la biblioteca si presenta come luogo
alternativo alle istituzioni culturali tradizionali ed alle accademie in particolare, per l’incontro di tutti quegli
intellettuali che, favorevoli al progetto muratoriano di costituire una «Repubblica de’ Letterati», sono
attivamente impegnati nel programma di rinnovamento e svecchiamento della cultura italiana, mettendosi a
confronto con l’«intelligenza» europea, spezzando, dopo quasi due secoli, l’isolamento imposto dalla
egemonica politica culturale dei gesuiti. Nasce la figura del bibliotecario moderno che evade dalle mura della
sua libreria, allaccia contatti epistolari con i colleghi italiani e stranieri, proponendosi come animatore ed
intermediario culturale” (M. Belotti). È emblematico in tal senso il fatto che sia proprio Agostino Salvioni (cfr.
AC2, AT1-2, BI2, ED2, IS2-3, MU1, SP1, TE2) a svolgere il ruolo di bibliotecario della Biblioteca di Bergamo dal
1800 al 1853 con l’incarico specifico assegnatogli dal Municipio di “classificare quell’ammassamento di libri” (G.
Bini) provenienti anche dalle biblioteche degli enti religiosi.
Tra i principali studi di Salvioni connessi al suo ruolo di bibliotecario vanno ricordati Del modo di ordinare una
pubblica biblioteca. Ragionamento di Agostino Salvioni bibliotecario della Regia Città di Bergamo, Bergamo,
Crescini, 1843 e La statua della Pace inaugurata solennemente nella pubblica biblioteca di Bergamo Lì 25
Agosto 1844. Discorso recitato dal bibliotecario l’Ab. Agostino Salvioni, Bergamo, Crescini, 1844. Non solo con
la sua attività di bibliotecario, ma anche con la sua docenza presso il Liceo (cfr. AT1-2, BI2, IS2-4, MU1, TE2)
cittadino e l’opera svolta come segretario dell’Ateneo (cfr. AC2, AT1-2, BI2, ED2, MP2, SP1, TE2), Salvioni
ebbe un ruolo significativo nel mediare i rapporti culturali tra gli intellettuali non solo bergamaschi. Ad esempio
fu lui ad introdurre il pittore Giuseppe Diotti (cfr. AC2-3, TE2), poi docente all’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-34, AT1-2, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2), nell’ambiente bergamasco.
In un primo tempo egli fu abate nel monastero benedettino di S. Paolo d’Argon (cfr. BI2), quello stesso
monastero a cui, nel ‘700, faceva capo il circolo giansenista bergamasco (avversario dei gesuiti) dove vennero
tradotti molti testi giansenisti francesi. In seguito, con la rivoluzione del 1797, il Salvioni smise l’abito talare e
aderì alla massoneria in quella loggia dove, grazie alla presenza di Mascheroni (cfr. AT1-2, BI2, ED2, IS1-2-3,
MP1-2, SP2), di Mayr (cfr. AC2, AT1-2, ED2, MP1, MU1, SP1-2, TE1-2), degli Ambrosioni (cfr. ED2, IS3),
erano circolate le idee gianseniste e degli Illuminati di Baviera (cfr. ED2, IS3, MU1, SP2, TE2). “(…) Al nostro
ch. Salvioni voglionsi le debite laudi per quella costante diligenza, per quel fino discernimento ed amor patrio,
che adopera nello sciegliere, sempre con superiore approvazione, libri ed opere di una decisa utilità; mirando
egli più presto all’acquisto di opere importanti e costose anzicché a volumi di lieve momento e di poca spesa
(…) il Salvioni adoperando in tal modo, provvede anche al maggior lustro dello Stabilimento; arricchendolo di
sontuose e magnifiche edizioni, proprie, direi quasi esclusivamente, delle pubbliche Biblioteche”: così scriveva
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il letterato Giacomo Bini (cfr. BI2, SP1) nel 1839 nell’opuscolo intitolato Sulla Biblioteca Pubblica di Bergamo e
circa il decretato traslocamento di essa. Cenni storici. Da queste righe emerge la consapevolezza delle
potenzialità di un istituto pubblico di conservazione e consultazione del materiale librario in opposizione alla
scarsa flessibilità di una biblioteca privata: “Imperocchè l’opera che costa una decina di franchi può essere
comperata da qualsivoglia individuo col proprio dinaro: mentre non può accadere così per tutti, ove si tratti di
una che ne costi a migliaja”. In occasione del trasferimento della biblioteca, nel 1843, dai locali della Canonica
del Duomo al Palazzo della Ragione (cfr. MP2, TE1), Salvioni, con la collaborazione del vice bibliotecario, di tre
sacerdoti e dei conti Leonino e Bartolomeo Secco Suardo (cfr. AT2, SP1), riorganizzò la biblioteca ridefinendo
la collocazione del materiale a stampa e manoscritto. Inoltre venne iniziata la compilazione del Catalogo
Generale della Pubblica Biblioteca Comunale della Regia Città di Bergamo compilato per studio e fatica del
Conte Bartolomeo Secco Suardo tra il 1844 e il 1865. Questo trasloco avrebbe dovuto aver luogo già nel 1825
in occasione della visita dell’imperatore Francesco I (cfr. AT2) a Bergamo. Procastinata al 1838 per la venuta di
Ferdinando I, venne effettivamente realizzata nel 1843.
I Regolamenti della Biblioteca Civica
Nelle intenzioni del Furietti la biblioteca lasciata in dono alla città di Bergamo avrebbe dovuto essere luogo
privilegiato per favorire la ricerca da parte degli studiosi. Secondo il regolamento del 1771 (Lettera dei Deputati
G.P. Calepio, I. Rota e M. Tomini Foresti al Consiglio Maggiore di Bergamo, 8 gennaio 1771) l’apertura della
biblioteca era limitata a due giorni settimanali, era escluso il prestito “a chicchesia nemmeno con ricevuta, non
ostante che fosse deputato” ed era possibile solo la consultazione del materiale librario. Era inoltre compito di
tre Deputati “di far stampare, ed affiggere in diversi luoghi della Città, e Borghi un Avviso, il quale faccia palese
al Pubblico, qual sia il primo, ed i successivi giorni dell’aprimento della Libraria ad oggetto, che studiosi
possano a loro talento prevalere”. In seguito al trasloco dei libri dal Liceo alla sede della Biblioteca (il relativo
decreto è del 1825 ma l’effettivo trasferimento è del 1843), il prestito librario venne concesso in via eccezionale
ai professori del Liceo e della Scuola Elementare Maggiore (cfr. AC4, AT1, IS1).
A cento anni di distanza dall’entrata in vigore di queste norme venne stilato il Regolamento per la Biblioteca
Civica di Bergamo Approvato dal Civico Consiglio nella tornata 4 Febbrajo 1874 e modificato nelle tornate 25
Aprile e 30 Giugno 1872, stampato a Bergamo dalla Tipografia Pagnoncelli nel 1872.
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LA RACCOLTA BELTRAMI ALLA BIBLIOTECA CIVICA: RAGIONI STORICO-POLITICHE NELLE
TRASFORMAZIONI DI UN FONDO
Nella Prefazione all’opuscolo di Gabriele Rosa, Della vita e degli scritti di Costantino Beltrami da Bergamo,
scopritore delle fonti del Mississippi, stampato a Bergamo da Pagnoncelli nel 1861, si legge: “Quattro anni
sono, l’erede dell’illustre viaggiatore Costantino Beltrami (cfr. ACE, AT1) di Bergamo, donò alla Biblioteca della
sua città natale una raccolta preziosa di manoscritti di lui, alcuni oggetti che gli servirono ne’ viaggi lungo il
Mississippi, ed attrezzi e vestiti di selvaggi incontrati su quello. Ora che il Municipio di Bergamo li fa disporre in
mostra opportuna nella sala d’ingresso alla Biblioteca, diventa desiderata qualche notizia su quell’illustre nostro
compatriota, sì poco noto ancora in Italia e fuori”.
La raccolta cui si accenna nel testo citato è la donazione che Giovanni Battista Beltrami, nipote dell’esploratore
bergamasco, fece nei primi mesi del 1855, subito dopo la morte dello zio (6 gennaio 1855) alla città di
Bergamo. Così come per i numerosi fondi donati alla Biblioteca da privati cittadini, o quelli acquisiti in seguito
alla soppressione o cessazione di enti, la vicenda della Raccolta Beltrami costituisce un piccolo ma significativo
esempio di come la storia e l’attività della Biblioteca Civica (cfr. AC1, AT1, BI1, MP1-2), a partire dal nucleo
originario di formazione in seguito al lascito del cardinale Alessandro Furietti (cfr. AC1, AT1, BI1, MP1-2), sia
ininterrottamente segnata da un continuo mutamento e incremento del suo patrimonio. Questo costante
apporto, oltre a confermare il ruolo primario di servizio pubblico di conservazione svolto dall’istituto, è premessa
indispensabile per dare continuità e organicità al lavoro di ricerca storica, scientifica, ecc. spesso resa difficile,
se non impossibile, dalla dispersione e smarrimento del materiale documentario (cfr. MP2).
La stessa consistenza della Raccolta Beltrami come oggi si presenta in Biblioteca Civica, non è più quella
dell’epoca del dono. Gli oggetti di carattere etnografico passarono al Regio Istituto Tecnico (cfr. AC4, IS2) con il
suo Museo, finché nel 1917, con l’apertura del Museo Civico di Storia Naturale, i reperti vennero
definitivamente assegnati a questo istituto. Alcuni reperti di numismatica vennero donati al conte Paolo
Vimercati Sozzi (cfr. MP1-2) e ora sono probabilmente confluiti nel Museo Archeologico di Bergamo. Inoltre
anche l’integrità della parte di materiale beltramiano che gli eredi trattennero a Filottrano nel palazzo che il
viaggiatore aveva acquistato durante la sua carriera di giudice, venne intaccata. Qui, “l’archivio, fino al 1944,
era conservato nel piano delle soffitte in armadi di legno e si presentava disposto in grossi fascicoli legati (…)
Nel 1923 fu esaminato sommariamente e privato di numerosi documenti, tra gli altri il testamento di G.C.
Beltrami, che sono presso la Presidenza della Società Nazionale «Dante Alighieri» in Roma. Nel luglio 1944, i
combattimenti della II guerra mondiale investirono l’abitato di Filottrano. Le truppe della Wehrmacht che si
erano insediate nel grosso edificio situato nel punto più elevato della città , ritennero opportuno, per evitare
eventuali incendi delle strutture lignee del tetto, trasferire alla rinfusa il materiale cartaceo dalle soffitte ai piani
sottostanti. Purtroppo l’edificio venne colpito da bombardamento aereo e buona parte dei documenti andò
perduta” (G. Luchetti).
Come suggerisce la prefazione citata in apertura, e come spesso accade in situazioni analoghe, l’atto della
donazione fece tornare alla ribalta un personaggio importante per la storia patria e sollecitò una ripresa degli
studi sul suo conto. Gabriele Rosa (cfr. AT1, IS5, SP1) scrive infatti a Carlo Tenca (cfr. AT1, SP1-2) il 16
maggio 1855: “Un erede del viaggiatore Beltrami donò una cassa di oggetti de’ selvaggi d’America alla
biblioteca di Bergamo, e qualche manoscritto. Di tutto faccio uno studio, e per conoscere meglio il soggetto mi
occorre una recente descrizione geografica o statistica del Mississippi. Dimmi tu come mi posso orientare”. A
seguito di quegli studi Rosa pubblicò i suoi scritti sul Beltrami nella «Rivista Veneta» e nella «Gazzetta di
Bergamo» del 1856, ripresi poi nel volume del 1865 Costantino Beltrami da Bergamo. Notizie e lettere
pubblicate per cura del Municipio di Bergamo e dedicate alla Società Storica di Minnesota, Bergamo,
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Pagnoncelli, 1865. Conformemente ai tratti generali del suo operato (cfr. SP3), Rosa si pone anche in questa
circostanza come uomo di cultura interessato a divulgare la conoscenza degli uomini e delle cose della propria
realtà locale.
A questo proposito non va dimenticato che il Rosa fu in relazione con il linguista Bernardino Biondelli, il quale
potè studiare un reperto di grande interesse, l’Evangelario azteco portato in Italia dal Beltrami e in seguito
andato perduto.
La Raccolta Beltrami giunge a Bergamo da Filottrano nel 1855. Quell’anno, così come il 1856, il 1861 e il 1865,
date di articoli del Rosa sull’esploratore bergamasco, sono momenti cruciali per l’unità italiana e non è quindi
casuale la frequenza con cui Bergamo si occupa del suo concittadino. In tal senso è significativo che non solo
Rosa celebrasse in quegli anni la figura del viaggiatore bergamasco, ma anche il conte Pietro Moroni (cfr. AC2,
AT1-2, IS2, TE1-2) con un discorso all’Ateneo (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MP2, SP1, TE2), il professor Pasino
Locatelli (cfr. AC4, AT1, IS4-5, MP1-2, SP1) con due articoli sulla «Gazzetta di Bergamo», il pittore Enrico Scuri
(cfr. AC3, TE2) con un quadro esposto nella mostra dei reperti indiani e poi presentato all’Esposizione Italiana
di Firenze (cfr. AC3, TE2), il sindaco di Bergamo Giovanni Battista Camozzi-Vertova (cfr. IS5) e lo Stato del
Minnesota con il provvedimento istituzionale di chiamare Beltrami County l’area intorno alle sorgenti del
Mississippi. “In Italia, dove tutto è rimembranza di glorie, dove ogni sasso è il nome di un eroe, quale ufficio più
santo, più strettamente avvinto ai comuni interessi della nazione, che codesto di scrivere la vita e le gesta de’
suoi Grandi?” («Gazzetta di Bergamo»). L’intensità di questo interesse intorno a Beltrami deriva dalla
funzionalità politica dei suoi scritti e delle sue vicende al più generale contesto storico risorgimentale, e
significativamente contrasta con la sostanziale marginalità riservata all’opera dell’esploratore mentre questi era
in vita: ciò non è strano se si pensa che i suoi scritti sull’esplorazione nel Nord America e in Messico vennero
messi all’Indice dallo Stato Pontificio e censurati dal governo austriaco. Anzi, l’emarginazione cui Beltrami era
stato fatto oggetto da questi governi lo mette in sintonia con il movimento risorgimentale. Il suo breve scritto
L’Italie et l’Europe, per esempio, viene definito come anticipatore delle tesi giobertiane espresse nel Primato
morale e civile degli italiani e si presta particolarmente ad una interpretazione di chiara impronta risorgimentale.
Nella Biblioteca Civica sono conservati quattro volumi manoscritti in italiano e in tedesco, che costituiscono le
Note delle opere proibite dall’I.R. censura centrale dei libri in Vienna con suprema approvazione dagli anni
1816 al 1842, dove figurano iscritte le opere di Beltrami.
Nelle sue relazioni di viaggio, oltre all’aspetto geografico ed etnografico, hanno un particolare rilievo le
considerazioni di carattere politico-religioso, stimolate dalle vicende della rivoluzione messicana che Beltrami
visse come spettatore privilegiato. Le dure condanne espresse nei confronti degli ordini religiosi, del potere
temporale della Chiesa, dei governi dispotici e la vicenda personale di Beltrami erano motivi più che sufficienti
perché il governo austriaco prendesse simili provvedimenti. Beltrami, così come il fratello Luigi Felice (cfr. AT1)
amico del Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1, ED2, IS1-2-3, MP1-2, SP2), era membro della loggia massonica
bergamasca (cfr. ED2-IS3), aveva partecipato alla rivoluzione di Bergamo ed era stato giudice a Macerata
durante il regno napoleonico. Accusato di appartenere alla carboneria e di aver preso parte ai moti
risorgimentali del 1821, subì un processo. Durante il suo soggiorno americano ebbe relazioni con l’ “Oriente”
massonico di New Orleans, collegato al “Grande Oriente di Francia”; venne inoltre denunciato come eretico dal
vescovo della Louisiana con l’accusa di professare teorie cosmologiche in contrasto con i Padri della Chiesa
(cfr. IS3). Di fronte a un simile personaggio P. Moroni dovette superare alcune difficoltà con il governo austriaco
per poter conservare nella Biblioteca Civica le copie delle opere che Beltrami aveva donato alla sua città. Il
letterato Giovanni Colleoni è molto esplicito al riguardo in una lettera inviata a Beltrami il 20 aprile 1832: “Il
nostro podestà Conte Moroni ottenne dal Presidente del governo austriaco di Lombardia, che le copie, ch’Ella
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regalò al natio Municipio, a lui stesso ed a me, quantunque vietata dalla censura di Vienna, venissero
depositate nella Biblioteca di Bergamo”. Tali esemplari, oggi rarissimi proprio a seguito degli interventi di
censura e quindi della scarsissima diffusione delle opere stesse, fanno parte da allora del patrimonio della
Biblioteca Civica anche se, significativamente, la relazione sul Messico è priva delle parti introduttive, stralciate
in quanto ritenute particolarmente “sovversive”.
La lettera del Colleoni, lega per altri versi il nome di Beltrami a quello della Biblioteca di Bergamo: “Celebre
Signore! Eccole il diploma di socio del nostro Ateneo, ove appena venne a nome mio dal segretario Salvioni
proposto il Beltrami (…) non vi ebbe che un solo grido di lode (…)”. Al di là dell’associazione all’Ateneo
cittadino, è importante sottolineare la relazione che Beltrami ebbe con il bibliotecario Agostino Salvioni (cfr.
AC2, AT1-2, BI1, ED2, IS2-3, MU1, SP1, TE2). Appartenente alla stessa loggia massonica del Beltrami
insieme a Mascheroni, Mangili (cfr. AT1, IS3), Tadini (cfr. AT1, IS2-3) e Alessandri (cfr. AC1, ED1-2, IS3, TE2),
il segretario dell’Ateneo così è presentato da una cronaca coeva: “Salvioni don Agostino, bergamasco, si sfratò
durante la rivoluzione del 1797 [era abate del monastero di San Paolo d’Argon (cfr. BI1) prima delle
soppressioni napoleoniche, diventò professore al Liceo (cfr. AT1-2, BI1, IS2-4, MU1, TE2), segretario e
bibliotecario dell’Ateneo. Perdé la cattedra nel 1825 essendo risultato ch’era stato Venerabile della L. di Berg.°.
Cerca ora di salvare le apparenze col suo contegno, ma in fondo è rimasto massone. Ha molte cognizioni
letterarie” (L. Carrara). Proprio questa amicizia, tra Beltrami e Salvioni, durata ben oltre il periodo francese, così
come è testimoniato dalle lettere, e il fatto che l’ex abate fosse anche bibliotecario della Biblioteca di Bergamo,
possono avere contribuito, da una parte a far sentire più fortemente all’esploratore il legame con la sua città
natale, dall’altra a sollecitare la sorveglianza del governo austriaco. Inoltre Beltrami e Salvioni avevano in
comune l’amicizia con il poligrafo cremonese Vincenzo Lancetti, autore di importanti opere a carattere
bibliografico e funzionario con alte cariche durante il periodo napoleonico. Fatto interessante al riguardo è che
l’opuscolo del 1839 (cfr. BI1) scritto dal critico e letterato bergamasco Giacomo Bini (cfr. BI1, SP1), primo
significativo compendio sulla storia della biblioteca, è dedicato proprio al Lancetti.
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FORME DELL’EGEMONIA POLITICO-CULTURALE DELLA CLASSE DIRIGENTE BERGAMASCA: LA
NASCITA DELL’ACCADEMIA CARRARA
Il conte Giacomo Carrara e il suo lascito testamentario
Giacomo Carrara (Bergamo 9/6/1714 - 20/4/1796) (cfr. AC2-3, BI1, MP1-2) nacque dal conte Carlo e da Anna
Maria Passi. Insieme al fratello Francesco (cfr. BI1, MP1), che seguirà poi a Roma gli studi ecclesiastici,
frequentò il Collegio Mariano (cfr. IS2-IS3) a Bergamo durante la gestione gesuita. Giacomo si formò
artisticamente presso le scuole d’arte di Verona, Venezia e Bologna. Di ritorno a Bergamo, la frequentazione
degli eruditi locali (cfr. MP1) lo avvicinò agli studi storici e archeologici che lo porteranno a promuovere la
costruzione del Museo Lapidario (1766) (cfr. AT1-2, BI1, MP1-2). Alla morte del padre (1755) fece un viaggio di
studio in Italia (1756-1759) sostando tra l’altro a Parma, dove visitò la Reale Accademia di Belle Arti, e a Roma,
dove conobbe il cardinale Alessandro Furietti (cfr. AT1, BI1-2, MP1-2), donatore del nucleo originario della
Biblioteca Civica (cfr. AT1, BI1-2, MP1-2) alla città di Bergamo, l’abate P.A. Serassi (cfr. AT1, MP1-2) e
l’incisore Giovan Battista Piranesi che dedicherà al conte Le Antichità Romane (Roma, 1757). La competenza
e capacità di analisi critica così acquisite influenzarono la formazione della sua quadreria che, avviata con i
dipinti ereditati alla morte del padre, si ampliò progressivamente assumendo una fisionomia unica rispetto a
tutte le altre collezioni private cittadine. Collezioni artistiche sono presenti già nel ‘700 presso le più importanti
famiglie nobili della città: i Bettami, gli Asperti, i Pesenti, i Tassi, i Brembati. Tra le quadrerie più significative
quelle dei Moroni, Roncalli, Agliardi, Suardi, Terzi, Scotti, Piccinelli, Ceresa, ecc. Una delle più importanti
quadrerie dell’800, a fianco della Carrara, fu quella del conte Guglielmo Lochis (cfr. AC2, MP1, TE1-2), i cui
cataloghi, stampati nel 1834, 1846, 1858, ne testimoniano lo sviluppo. Alla morte del Lochis, nel 1859, la
collezione fu smembrata e confluì in parte nella Carrara.
Dal 1750 al 1790, oltre a contributi per opere di studiosi italiani, il Carrara scrisse, lasciandoli inediti, l’Abbozzo
di una descrizione delle pitture notevoli in Bergamo, scritto dal C. G. Carrara per correggere gli errori gravi in
cui era incorso M.r Cochin nella descrizione che fece di Bergamo nel suo Voyage d’Italie , che costituì la fonte
de Le Pitture, Sculture ed Architetture delle Chiese, e d’altri Luoghi Pubblici di Bergamo (Vicenza, Bressan,
1774) prima guida artistica della città, opera di Francesco Bartoli, e le Giunte alle Vite de’ pittori del conte F.
Tassi. Quest’ultimo scritto va connesso alla collaborazione del Carrara alla stesura delle Vite de’ pittori, scultori
e architetti bergamaschi (Bergamo, Locatelli, 1793) del conte Francesco Maria Tassi. Sempre in ambito locale il
Carrara collaborò a Le pitture notabili di Bergamo che sono esposte alla vista del pubblico (Bergamo, Locatelli,
1775) di Andrea Pasta (cfr. SP2). Le dimensioni della quadreria avevano raggiunto nel frattempo tali
proporzioni che il Carrara la trasferì nel 1781 nel palazzo che ancora oggi ospita l’Accademia omonima. Nel
1793 nello stesso edificio iniziò a funzionare anche una scuola d’arte. Con testamento del 24 settembre 1795
Carrara istituì “erede universale d’ogni suo avere” la Galleria (cfr. AC2, MP1) e la Scuola di disegno (cfr. MU1).
Il primo catalogo delle opere conservate nell’Accademia fu redatto nel 1796, l’anno stesso della morte del
Carrara, da Bartolomeo Borsetti restauratore di fiducia del conte.
1.Le origini dell’Accademia
Il palazzo dell’Accademia Carrara (cfr. AC2-3-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2) è uno dei primi
esempi in Italia di stabile appositamente progettato e realizzato per ospitare una pinacoteca e una scuola
d’arte. Per la propria Galleria il conte Carrara si rifaceva come modello alle Pinacoteche di Bologna e di Roma.
Così, nel 1775, per dare degna collocazione alla sua quadreria fino ad allora ospitata nella sua casa di Via
Pignolo, acquistò la vicina locanda della Campana e gli orti annessi per costruirvi un edificio adeguato. Nel
1781, su progetto dell’architetto Costantino Gallizioli (cfr. AT1, MP2), venivano portati a termine i lavori, ma il
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palazzo eretto rivelò da subito l’insufficienza degli spazi. Tale situazione influì anche sullo sviluppo delle scuole,
ancora limitate alla sola Scuola di Disegno. Alla morte del conte nel 1796 il problema dell’ampliamento
dell’edificio si impose all’attenzione della Commissarìa Carrara (cfr. AC2-3, MU1), l’organo preposto
all’amministrazione dell’istituzione che, così come previsto nel testamento del conte del 1795, doveva essere
composta esclusivamente da cinque (poi sette) nobili. La nomina degli architetti (Leopoldo Pollack - cfr. TE1 - e
Simone Elia) cui affidare la elaborazione dei progetti per il concorso indetto nel 1804, e le motivazioni che
indussero la Commissarìa a preferire la soluzione proposta dall’Elia, sono questioni da connettersi ai rapporti
tra gusto estetico e temperie politico-culturale (cfr. AC2).
2.I progetti Pollack ed Elia: le ragioni di una scelta
Leopoldo Pollack in seguito all’avvento del regime napoleonico si era trasferito a Bergamo, diventando
l’architetto ufficiale dell’aristocrazia locale dopo essere stato a Milano l’architetto ufficiale della Casa d’Austria.
La sua impronta neoclassica doveva contribuire ad uno svecchiamento del volto di Bergamo, ancora legata al
gusto rococò e neo-cinquecentista.
Numerose sono infatti le opere progettate dall’architetto in città e provincia; tra esse vanno ricordate la
sistemazione della villa di Marco Alessandri (cfr. ED1-2, IS3, TE2) a Credaro (1796), quella del conte Pietro
Pesenti (cfr. IS3) a Sombreno (1798/1801) e il progetto del 1803 per il Teatro della Società (cfr. TE1-2) in
Bergamo Alta. Riguardo ai primi due lavori è possibile che esista una relazione tra la posizione di rilievo
assunta dai due personaggi durante il periodo della rivoluzione a Bergamo e la connotazione rivoluzionaria
assunta dal neoclassicismo, caratteristica che perderà completamente negli anni successivi (cfr. AC2). Per
quanto riguarda l’incarico del Teatro Sociale è utile qui ricordare che i committenti del teatro e quelli della
Carrara erano sostanzialmente gli stessi in quanto, sia nell’uno che nell’altro caso, le due istituzioni
rappresentavano gli interessi e l’espressione autocelebrativa della classe dirigente locale, costituita
prevalentemente da aristocratici.
Tra gli aspetti rilevanti del progetto del Pollack per la Carrara emerge il ruolo assegnato al contesto urbano in
cui era inserito il palazzo. Il legame con la città bassa era previsto attraverso una modifica della situazione
viaria. Va ricordato che di fronte all’edificio della Carrara sorgeva un piccolo isolato con la chiesina di S.
Tommaso, demoliti tra il 1836 e il 1866. In tal modo venne conferita maggiore rilevanza e aulicità al palazzo
dell’Accademia, prima sacrificata in uno spazio più angusto. Il rapporto con l’alta città “fu interpretato in chiave
simbolica: l’architetto pensò infatti ad una specie di promozione del paesaggio naturale, trasformando gli orti ed
i terreni incolti circostanti in un parco all’inglese - circondato da un corso d’acqua dall’andamento sinuoso - che
risalisse la collina a nord-ovest fino alla Porta S. Agostino; in questo modo i visitatori provenienti dalla città alta,
pur non potendo vedere l’Accademia, ne avrebbero avvertito la presenza tramite la razionalizzazione del
paesaggio” (G. Gregori). Solo nel 1820, con gli accordi per la costruzione della via della Noca, il collegamento
con la città alta avrebbe cominciato a diventare un fatto reale. Il progetto del Pollack è interessante per la
fedeltà alle esigenze espresse nel testamento Carrara sulla destinazione d’uso dei locali. Alla maggiore
attenzione dedicata alla superficie espositiva fa da contrappeso uno spazio minore riservato alle scuole. Il
conte Carrara, del resto, aveva programmato la costruzione dell’Accademia per la conservazione dei suoi
quadri e la scuola d’arte si collocava rispetto a ciò in subordine (cfr. AC3). All’epoca del progetto per il
concorso, tuttavia, le esigenze della Commissarìa si mostravano ben diverse da quelle del Carrara e il progetto
dell’Elia si adattava meglio ad esse. Infatti gli spazi riservati alle scuole ebbero il sopravvento, poiché si voleva
fare dell’Accademia Carrara una Scuola di Belle Arti (cfr. AC2-3-4, MU1, TE2) che avrebbe conferito ulteriore
prestigio all’organismo privato che la gestiva e, indirettamente, alla classe dirigente bergamasca. Il ruolo della
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Commissarìa veniva sancito anche con la destinazione di alcune sale allo svolgimento delle funzioni
amministrative dell’organismo.
L’approvazione del progetto Elia fu determinata anche da altri fattori, come il fatto che l’architetto era stato
allievo dello stesso Pollack e, proprio per la sua giovane età, sarebbe stato maggiormente adattabile alle
richieste della committenza più del suo affermato maestro. Benché l’approvazione ufficiale avvenisse nel 1805,
i lavori iniziarono solo nel 1808 per concludersi nel 1813, anche se lavori di manutenzione e modifica
continuarono fino al 1820.
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RAGIONI CULTURALI E POLITICHE NELLA CAMPAGNA DI RESTAURO DELL’ACCADEMIA CARRARA
(1835-1838)
1. L’Accademia Carrara tra crisi e ripresa
Tra il 1835 e il 1838 si svolge la prima campagna di restauro del patrimonio dell’Accademia Carrara (cfr. AC13-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2). La Galleria (cfr. AC1, MP1) aveva visto negli anni precedenti
alterne fortune. La stesura nel 1803 dell’Inventario de’ quadri riservati di ragione della Nazione permette di
conoscere le vicissitudini di parte del patrimonio artistico dell’intera provincia durante il dominio francese.
Saccheggi, rapine, espropri di proprietà, soppressioni di monasteri e confraternite causarono un’ingente
dispersione dei beni artistici, ma provocarono anche un significativo mutamento nelle forme di approccio
all’opera d’arte. L’immobilismo delle collezioni, il forte radicamento dell’opera d’arte al suo contesto, fosse esso
una chiesa o una raccolta privata, lasciarono progressivamente spazio a una concezione commerciale del
bene artistico: un investimento patrimoniale con notevole mobilità sul mercato dell’arte. In altre parole, le
raccolte perdevano il valore di “testimonianza di un’antica tradizione familiare” per cui venivano “gelosamente
custodite e tramandate agli eredi” (M. Belotti). Prima di allora lo stesso Carrara (cfr. AC1-3, BI1, MP1-2) aveva
effettuato fin dal 1760 illuminati acquisti nelle chiese bergamasche, salvaguardando così opere sottovalutate
ma di grande valore (per esempio quelle di Vincenzo Foppa) (cfr. MP1).
Le conseguenze dell’abbandono si fecero sentire anche nella Carrara, così come veniva comunicato fin dal
1801 al Commissario Straordinario di Governo del Dipartimento del Serio.
Ma già nel 1804 un primo segno di ripresa dell’istituzione fu l’acquisizione delle opere della collezione del
nobile Salvatore Orsetti di Venezia, l’indizione di un concorso per il progetto di ampliamento del palazzo (cfr.
AC1) e l’avvio delle pratiche per la ricerca di un insegnante di disegno per la scuola (cfr. AC3).
Principale animatore di tali iniziative fu Carlo Marenzi (cfr. AT2, TE1-2), promotore della campagna di restauro
in questione.
Ancora nel 1833 Carlo Facchinetti (cfr. MU1, SP1), redattore delle «Notizie Patrie», lamentava le precarie
condizioni della Pinacoteca e dei quadri in essa ammassati. La mancanza di spazi aveva imposto fino ad allora
il penalizzante metodo della esposizione a “tappezzeria” che, sacrificando la disposizione per scuole, aree
geografiche, ecc., forzava “il quadro a servire al luogo e non il luogo al quadro” (C. Marenzi 1834).
2. La campagna di restauro
L’interesse della campagna di restauro non risiede tanto nel suo carattere di eccezionalità rispetto ai sistemi
conservativi vigenti nelle principali gallerie italiane, quanto nelle scelte stilistiche che ispirarono l’impresa, in cui
si può leggere una precisa situazione sociale e politica.
L’operazione contemplava innanzitutto il recupero delle opere maggiormente compromesse e un riassetto
complessivo della pinacoteca. A questo scopo vennero venduti all’asta oltre 2000 dipinti, cui seguì il restauro
delle opere superstiti e il loro riassetto espositivo.
La selezione delle opere da porre in vendita, fatta secondo il gusto neoclassico, penalizzò le tele del ‘600 e
‘700 condannate per il gusto barocco e rococò. All’epoca della campagna di restauro, infatti, il neoclassicismo
rappresentava lo stile ufficiale della classe dirigente, costituita in gran parte da aristocratici. Questa
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acquisizione stilistica, però, era un dato recente in quanto, tra fine ‘700 e i primi anni dell’800, lo stesso gruppo
sociale aveva rifiutato il neoclassicismo perché il suo dettato estetico incarnava gli ideali etici e politici portati
dalla rivoluzione francese. Non è casuale che proprio il nobile Carlo Marenzi, di chiare simpatie giacobine e in
ciò in posizione eccentrica rispetto alla maggior parte dell’aristocrazia bergamasca, proponesse nel suo
discorso La pittura in Bergamo, tenuto all’Ateneo (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, MP2, SP1, TE2) cittadino il 24
maggio 1821, il manifesto del neoclassicismo locale (cfr. AT2). Come risposta, il conte Pietro Benaglio (cfr.
AT2), rappresentante della nobiltà reazionaria e conservatrice, con le sue Osservazioni sulle vicende della
pittura in Italia si opponeva alle istanze innovatrici del Marenzi in questioni d’arte ribadendo indirettamente la
retriva posizione politica della classe dominante.
Nel 1835 il neoclassicismo, tuttavia, ormai svuotato di ogni senso rivoluzionario, era diventato l’espressione del
buon gusto e del decoro formale della classe egemone. A questo proposito è importante ricordare che
l’estrazione nobiliare dei Commissari dell’Accademia, voluta dal conte Carrara per testamento, implicava che in
alcuni casi vi potesse essere sovrapposizione tra il ruolo istituzionale di alcuni membri della Commissarìa (cfr.
AC1-3, MU1) e il ruolo politico da loro svolto per la città. Ad esempio, i conti Pietro Moroni (cfr. AT1-2, BI2, IS2,
TE1-2)e Guglielmo Lochis (cfr. AC1, MP1, TE1-2) furono entrambi podestà di Bergamo e membri della
Commissarìa. In questa situazione la selezione dei quadri in base ai principi neoclassici esercitata dai nobili C.
Marenzi e G. Lochis, membri della Commissarìa e principali promotori della campagna di restauro, assumeva
un significato politico. La fedeltà al dettato neoclassico e il sostanziale rifiuto delle nuove tendenze da una parte
rivelano la chiara posizione conservatrice della classe dirigente, dall’altra rallentano lo sviluppo dell’istituzione
accademica che, anziché divenire ambito privilegiato di apertura al dibattito artistico, si trova invece a dover
rappresentare gli interessi autocelebrativi dei notabili della città. L’indirizzo neoclassico dato alla Pinacoteca da
G. Lochis e C. Marenzi (indirizzo che privilegia le scene di carattere storico, biblico o mitologico rispetto ai
paesaggi), ha il suo corrispettivo nell’attività della Scuola (cfr. AC1-3-4, MU1, TE2) diretta dal neoclassico
Giuseppe Diotti (cfr. AC3, BI1, TE2).
La posizione artistica di Diotti non è, in realtà, così rigida, così come non lo è quella politica dove “(…) si assiste
(…) all’oscillazione (…) tra giacobinismo e ossequio allo stile aristocratico; alla dialettica relazione, in arte, tra
fedeltà al Neoclassicismo e contributo al nazionalismo romantico. Se amicizie a vario titolo importanti come
quelle del bibliotecario Agostino Salvioni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS2-3, MU1, SP1, TE2), del musicista Johann
Simon Mayr (cfr. AT1-2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1-2, TE1-2), del conte Andrea Vertova (cfr. TE2), tutti
bergamaschi e massoni, o i rapporti più antichi coi “giacobini” braidensi Appiani (cfr. AC3) e Bossi sembrano
aggregare il Diotti al versante blandamente eversivo, la frequentazione di personaggi altrimenti orientati, come i
filoaustriaci conti Giacomo Mellerio milanese, Guglielmo Lochis o Pietro Moroni bergamaschi, controbilanciano
la situazione” (R. Mangili). Anche la committenza del pittore si rivela molto variegata: da un lato l’aristocrazia
fondiaria di formazione illuministica, sostenitrice del cauto riformismo austriaco e del neoclassicismo; dall’altro
la borghesia (imprenditori e professionisti) caratterizzata da paternalismo e moderatismo, promotrice dell’unità
nazionale e aperta in arte a temi postclassici.
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Specchietto riassuntivo
Due storie parallele
1835
Accademia Carrara
Cultura ufficiale
Antiaccademismo
Cultura non ufficiale
nobiltà
borghesia
conservazione
apertura a nuove istanze di arte contemporanea
neoclassicismo
romanticismo
soggetti aulici e storici
familiarità e rispettabilità dei soggetti
rifiuto ‘600-‘700 e rivalutazione ‘500 per magistero dei grandi maestri rivalutazione ‘600-’700
Un anno importante: il 1835
Il 1835 non è significativo solo per la campagna di restauro promossa dall’Accademia Carrara, ma anche
perché segna una tappa decisiva nel percorso artistico di Giovanni Carnovali detto il Piccio (cfr. TE2). Infatti,
mentre con il 1835 la Carrara sancisce il suo arroccamento su rigide posizioni neoclassiche, proprio in
quell’anno uno dei più promettenti ex allievi della scuola dell’Accademia indirizza in senso opposto il proprio
linguaggio artistico.
Il Piccio, allievo di Giuseppe Diotti alla Carrara, inizialmente ne assorbì l’influenza neoclassica. La fedeltà del
pittore agli insegnamenti del maestro, riscontrabile nel tono aulico e ufficiale dei ritratti eseguiti per le
personalità più in vista della città, fa comprendere il favore della committenza per questo allievo prediletto dal
Diotti. Nel 1835, tuttavia, con il ritratto del Lochis il Piccio conclude il periodo della committenza nobiliare. Nello
stesso anno, conosciuto a Milano il mecenate Daniele Farina di estrazione borghese (tipico esponente di quella
forma di collezionismo alternativo a quello tradizionale delle grandi raccolte nobiliari, aperto alle novità della
pittura contemporanea, svincolato da categorizzazioni storiche, ammiratore proprio di quelle stesse tele del
‘600 e ‘700 sfrattate dall’Accademia), il Piccio si svincola definitivamente dalla pittura accademica e
idealizzante. Da quel momento ritrae intere famiglie del nuovo ambiente sociale da lui frequentato (Moretti,
Scotti, Elia, Berizzi, Fuzier, ecc.). Di questa committenza, variamente occupata in attività professionali e
imprenditoriali, politicamente moderata, dall’atteggiamento paternalista, il Piccio evidenzia nei suoi ritratti i
caratteri di familiarità e “rispettabilità”. Il progressivo estraniamento del Piccio dalla cultura accademica ufficiale
è decretato anche dalle scelte stilistiche, dove il primato del colore sul disegno, l’aderenza al vero e il rifiuto
dell’artificiosità, l’elemento passionale, ecc. lo allontanano definitivamente dai precetti neoclassici,
avvicinandolo progressivamente all’ambito romantico. La borghesia “per intima concordanza di scelte”non
poteva che essere il naturale sbocco di questo nuovo indirizzo artistico e culturale “e varrà la pena di ricordare
l’acuta osservazione del Pevsner che cioè il realismo è l’equivalente in arte del liberalismo in economia” (F.
Rossi).
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LE SCUOLE DELL’ACCADEMIA
1. L’Accademia Carrara alla Esposizione di Firenze del 1861
Un importante momento di crescita per l’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1,
TE2) e la sua scuola si ebbe in occasione dell’Esposizione Italiana Agraria, Industriale e Artistica (cfr. BI2, TE2)
tenuta in Firenze nel 1861, organizzata all’indomani dell’unità italiana. La diminuita attenzione per la questione
nazionale, almeno politicamente in parte risolta, determinò in campo artistico alcune importanti conseguenze
anche per l’Accademia bergamasca:
a) la soluzione del processo unitario contribuì a sbloccare tra gli altri l’immobilismo del mercato artistico
bergamasco, soffocato dal rigido governo austriaco e da una retriva aristocrazia alla direzione dell’Accademia,
riguardo alla quale venne significativamente posta significativamente in discussione l’ascendenza nobile dei
membri della Commissarìa (AC1-2, MU1);
b) nella sede dell’Esposizione di Firenze, la Carrara ebbe modo di confrontarsi con i risultati raggiunti da altri
ambienti artistici italiani;
c) l’impatto generato da questo confronto impose all’ambiente artistico bergamasco un severo autoesame e
contribuì a rendere esplicite alcune polemiche, fino ad allora rimaste latenti, sul ruolo svolto dalle accademie e
sulla loro validità per la formazione artistica (cfr. AC4).
2. La polemica in seno all’Accademia Carrara
Tra i quadri inviati a Firenze per rappresentare l’accademia bergamasca figurava il ritratto dell’esploratore
Costantino Beltrami alle fonti del Mississippi, (cfr. AT1, BI2) opera di Enrico Scuri (cfr. BI2, TE2) insegnante di
pittura nella stessa accademia.
Enrico Scuri (Bergamo 1806-1884) dal 1841 supplisce Diotti (cfr. AC2, BI1, TE2) come professore della Scuola
di pittura dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-4, MU1, TE2). Nel 1846 assume incarico ufficiale sostituendo
definitivamente il Diotti e rimanendo in carica fino alla morte.
Benché la critica ufficiale ritenesse che nel quadro fosse resa l’unione di “spirito patriottico e iniziativa
avventurosa” e la capacità di immortalare una gloria patria, non pochi tuttavia furono coloro che sottolinearono
come l’aspetto pittorico e formale fosse assolutamente subordinato al concetto da veicolare. Al carattere
teatrale e convenzionale del quadro veniva contrapposta la naturalezza e il realismo delle frontiere artistiche
più avanzate.
La critica al quadro va intesa in senso più generale come critica al metodo didattico dello Scuri, in sostanziale
continuità con quello di Diotti suo maestro e suo predecessore nella docenza di pittura all’Accademia Carrara
e, di conseguenza, alla sostanziale arretratezza dell’Accademia.
Le reazioni negative al quadro dello Scuri e al metodo didattico del professore si esplicitano compiutamente in
quegli anni a partire dagli stessi allievi dell’Accademia. Vespasiano Bignami, allievo dello Scuri, si fa interprete
di tali disagi sottolineando come “i giovani, tornando alla scuola dopo essere stati sfolgorati da codesti lampi,
vedessero bujo nei metodi vecchi. Le sorde mormorazioni si mutavano in tranquille ma aperte ribellioni. Gli
allievi criticavano il maestro dietro le spalle, poi andavano a pregarlo di cambiare le pose dei modelli.
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Desideravano qualcosa di più naturale. Erano cose mai successe prima. Ed erano punture morali che
andarono spesseggiando vieppiù”.
Nonostante queste opposizioni, ancora nel 1880 come riporta la «Provincia-Gazzetta di Bergamo» di
quell’anno, lo Scuri si attardava su metodi didattici ormai da tempo sorpassati:
a) “Alcuni studii di poco conto fatti per avvezzar la mano ad obbedire all’occhio nell’uso della matita”.
b) Copia di teste del Diotti tratte da “antichi autori”.
c) Studio del nudo e copie di nudi da disegni e da statue.
d) Studio del colore da Moroni e Ghislandi.
e) Studio delle pieghe.
h) Studio del manichino. (Contro l’uso del manichino in posa e a favore dei modelli vivi si era espresso fin dal
1842 Pietro Selvatico (cfr. AC4, IS2, MU1): “(…) come è facile da immaginare questo fantoccio arieggia tanto la
più eletta delle creature, quanto certe meschine scritture arieggiano i versi ed i romanzi di Manzoni (cfr. MU1) e
di Grossi. Quindi è che i movimenti dissimigliano affatto da quelli dell’uomo (…)”
i) Studio di anatomia.
Nella pittura dello Scuri permane la fedeltà alla sua formazione neoclassica, mentre l’elaborazione di soggetti
romantici non implica il rinnovamento dell’elemento pittorico formale. Se fin dagli anni ‘40 si condannavano le
“convenzioni” e la “maniera”, inculcati negli allievi dai sistemi didattici vigenti in nome di una maggior
naturalezza, negli anni ‘50 e ‘60 si era arrivati a mettere in discussione il ruolo delle accademie, auspicando o
un loro rinnovo e riordino o, addirittura, la loro soppressione. Tale dibattito interessava ora anche la stessa
Carrara ed è importante evidenziare quanto fosse ormai distante da essa la mentalità artistica e culturale che
ne aveva visto l’esordio tra ‘700 e ‘800. Quella mentalità si può compendiare in un duplice ordine di ragioni:
a) il progressivo tramonto delle botteghe e l’affermarsi delle accademie derivava dal “principio fatto stabile nel
passaggio tra sette e ottocento [sul]l’insostituibilità dell’Accademia di belle arti quale garante nella formazione
dell’artista di professione e quale nuovo topos dell’incontro arte-società” (R. Mangili) (cfr. AC2);
b) d’altra parte la scuola, istituita a scopo benefico per la formazione di dodici giovani bergamaschi in difficoltà
economica (cfr. MU1), rivestiva per il fondatore dell’accademia solo un interesse secondario: chi intendeva
intraprendere tali studi poteva rivolgersi alle ben più prestigiose accademie delle città vicine (per es. Brera (cfr.
AC4) a Milano) che, per la loro tradizione e per il fatto di disporre di insegnanti maggiormente qualificati,
offrivano maggiori garanzie. Nella scuola di Bergamo, ad esempio, non erano mai state istituite la scuola di
anatomia, la scuola di prospettiva, la cattedra di estetica, ecc.
“Non sono in tutto chiare le finalità che [il Carrara (cfr. AC1-2, BI1, MP1-2) ] voleva raggiungere con questa
iniziativa, maturata in un lungo corso di anni (forse, come si è detto, dal 1760 circa) e finalmente realizzata nel
1793 (…) Certo, egli voleva assicurare una continuità nel tempo a quella scuola pittorica bergamasca che egli
stesso aveva contribuito a rivelare: e, illuministicamente, riteneva che ciò fosse possibile solo con una scuola,
che sostituisse con chiarezza di metodo le ormai esaurite botteghe artigiane (…). Il programma di
insegnamento puntava apertamente in direzione accademica e classicheggiante, limitandosi al disegno e alla
accademia di nudo” (F. Rossi).
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Alcune figure di insegnanti alla Carrara
fino al 1884
Fino al 1810 l’insegnamento alla scuola della Carrara si rivelò piuttosto precario e ciò è dimostrato dalla
frequenza nell’alternanza dei professori: il milanese Dionigi Sadis nel 1793 e Pietro Roncalli (cfr. AC4, IS2) dal
1794 (incisori e pittori di storia); dopo la pausa rivoluzionaria il bergamasco Domenico Brignoli (1801) e
Giovanni Crotta di Treviglio (dal 1802 al 1810) per il solo insegnamento del disegno.
Dal 1811 al 1846 inizia l’insegnamento il cremonese Giuseppe Diotti (1779/1846), nominato dalla Commissaria
professore di pittura su indicazione di Andrea Appiani (cfr. AC2), Commissario governativo per le belle arti.
Pietro Ronzoni (cfr. TE2) viene associato alla cattedra di Diotti come insegnante fuori ruolo di paesaggio e
veduta.
Giacomo Bianconi (cfr. AT1-2, IS1, MU1), compagno di studi a Roma del pittore Luigi Deleidi detto il Nebbia
(cfr. TE2), amico del Diotti, diventa professore all’Accademia Carrara di architettura e ornato.
Enrico Scuri, succede al Diotti nella cattedra di pittura dal 1846 al 1884.
Eugenio de’ Capitani (morto nel 1850), era stato per quasi un ventennio Professore di Architettura presso la
Scuola di Pittura.
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TRA ARTE E INDUSTRIA: L’ACCADEMIA CARRARA E LE SCUOLE D’ARTI APPLICATE
1. L’Accademia Carrara “unicamente consacrata alle Belle Arti”
Nella polemica degli anni ‘60 intorno al ruolo delle Accademie, i fautori del rinnovamento dell’istituzione
accademica aprirono il dibattito sull’importanza di riformare il sistema didattico anche a favore dei generi
cosiddetti “minori”. Così come sosteneva il critico e storico dell’arte Pietro Selvatico (cfr. AC3, IS2, MU1), quello
dei “generi minori” era un settore ormai indispensabile per l’industria e in tal senso, nei suoi numerosi scritti
sull’argomento, proponeva di affiancare alle Accademie di Belle Arti delle scuole di disegno tecnico industriale.
Questa evoluzione nel rapporto tra arte e industria non modificò l’impostazione didattica della Scuola
dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3, MU1, TE2) che, nata per favorire la rinascita della tradizione artistica
locale, non mostrò alcun interesse di rilievo per la formazione professionale di architetti e artigiani
(“L’Accademia di Bergamo è, e deve restare unicamente consacrata alle Belle Arti”, affermava nel 1863 Pasino
Locatelli - cfr. AT1, BI2, IS4-5, MP1-2, SP1)), a differenza di quanto accadde ad esempio nell’Accademia di
Brera (cfr. AC3) a Milano.
2. Le scuole tecniche della Società Industriale Bergamasca e le “arti minori”
Questa situazione potrebbe essere uno dei motivi per cui la Società Industriale Bergamasca (cfr. AT1, IS1-2-35, MU1, SP1-2, TE1), nella necessità di tesaurizzare nell’industria la tradizione artigianale delle arti minori,
promosse fin dai primi anni del suo effettivo funzionamento (1858) la costituzione di corsi d’istruzione tecnica
(cfr. IS2). La convinzione, ormai diffusa nella borghesia imprenditoriale, era che l’istruzione tecnica popolare
fosse fattore determinante per il progresso sociale ed economico. Come spesso succedeva nei rapporti tra
Bergamo e Milano (cfr. MP1) per l’organizzazione dell’istruzione, la Società Industriale Bergamasca si rifaceva
alle esperienze della Società di Incoraggiamento d’Arti e Mestieri di Milano (cfr. AT1), fondata nel 1838. Inoltre,
proprio nel campo dell’istruzione, a partire dagli anni ‘70 la Società bergamasca avvierà una significativa
collaborazione con l’Istituto Tecnico di Bergamo (cfr. BI2, IS2).
L’istituzione del ‘Regio Istituto Tecnico Vittorio Emanuele’ nel 1861 fu la risposta all’esigenza e alla volontà da
parte della Società Industriale Bergamasca, della Camera di Commercio e Industria (cfr. IS2, TE1) e più in
generale del mondo imprenditoriale, di “colmare il divario esistente tra mondo produttivo e mondo accademico”
(D. Marzola) (cfr. IS2).
L’istruzione tecnica e popolare era prevista dallo statuto della Società bergamasca: le scuole erano accessibili
a tutti, gratuite e popolari. Tuttavia, benché mirassero al miglioramento delle condizioni di vita e all’attenuazione
del divario fra le diverse classi sociali, questo obiettivo fu perseguito in un’ottica non democratica ma
paternalistica (cfr. MU1), dettata cioè dal timore che l’affrancamento degli strati sociali più poveri potesse
sfociare in un sovvertimento dell’ordine sociale-politico. Tra i numerosi corsi avviati dalla Società Industriale
Bergamasca figura una scuola di disegno, le cui lezioni furono inaugurate nel 1858 presso un locale delle I.R.
Scuola Elementare ai Tre Passi (cfr. AT1, BI1, IS1) grazie anche all’interessamento di Edoardo Zuppinger,
industriale tessile di origine svizzero-tedesca. Il corso, voluto dalla Commissione scientifico-tecnica della
Società per la preparazione di maestranze impiegate nell’industria serica e nell’agricoltura, serviva da
integrazione a corsi pratici di meccanica.
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3. I corsi “pratici”.
È proprio sul termine ‘pratica’, in opposizione a ‘teoria’, che si basarono la maggior parte dei corsi avviati dalla
Società. Significativamente il corso di disegno in questione doveva essere, secondo i progetti iniziali, “non
d’astratto d’ornato o d’architettura, ma applicato alle macchine ed ai mestieri”. In realtà la scuola di disegno si
concretò in due sezioni distinte: quella di ornato, la cui cattedra fu affidata al pittore Luigi Bettinelli e quella di
architettura e meccanica, affidata all’architetto Antonio Preda.
Fin dalla sua apertura (1803), anche presso il Liceo dipartimentale del Serio (cfr. IS2) erano istituite la cattedra
di Principi di figura affidata al pittore Pietro Roncalli (cfr. AC3, IS2), che era già stato per breve tempo
insegnante alla Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2), e la cattedra di
Principi di disegno architettonico. Tale cattedra fu tenuta dal 1803 al 1826 dall’architetto bergamasco Giovanni
Francesco Lucchini (cfr. AT1-2, IS2, MP1, TE1-2), che a Bergamo realizzò numerosi progetti come l’edificio del
Teatro Riccardi (1786 e 1810) (cfr. AT1, MU1, TE1-2), i lavori di adattamento dello stesso liceo (1815-17) (cfr.
IS2) e il progetto per lo Stabilimento degli esposti vicino all’Ospedale di S. Marco (1823) (cfr. BI1, IS2, TE1). Fu
inoltre autore delle tavole del Codex del canonico Mario Lupo (cfr. AT1, ED2, IS2, MP1) stampato presso
l’editore Antoine (cfr. ED1-2, MP1, SP2).
Arte e industria nell’800
A fine ‘800 l’impulso dato all’economia europea dal settore industriale, determinò una più netta opposizione tra
le nuove frontiere della serializzazione produttiva e la tradizione artigianale, ormai insufficiente per un mercato
sempre più vasto. Lo sviluppo di scuole tecniche come quelle citate è una delle risposte che il mondo
intellettuale formulò per conciliare tale dicotomia. Questa integrazione tra mondo dell’arte e industria è ben
evidente nelle parole del critico e storico dell’arte Pietro Selvatico che, in uno dei suoi frequenti contatti con
Bergamo, ebbe significativi rapporti con Carlo Lochis (cfr. IS2, MP1, MU1, SP1), presidente della Società
Industriale Bergamasca, al quale così scriveva in una lettera del 13 ottobre 1871 relativa a un Progetto di una
scuola di plastica e intaglio da eseguirsi nel cortile delle R. Scuole ai tre passi in Bergamo:
“Eccellente il pensiero d’aprire una scuola di disegno applicato agli stipettaj ed ebanisti (…) E perché non
istituire una scuola di carte dipinte (…). Una simile scuola è adattissima anche alle donne, anzi forse più alle
donne che agli uomini. Poi, di necessità ammaestra sulla pittura dei fiori dal vero, ramo d’arte in cui, come in
quasi tutti gli altri, siamo piccini assai. Questa della carta dipinta io stimo industria più che mai cercata oggidì,
perché amandosi una certa proprietà decorosa, rimane possibile anche alle modeste fortune di aver un pajo di
stanzette a modo mercé un po’ di rotoli di carta dipinta”. (P. Selvatico, significativamente proprio in quell’anno
pubblicava a Bergamo su questi temi l’opera Educhiamo il capitale alle industrie).
Sotto la spinta dello sviluppo industriale il confronto tra arte e industria si concretizza a Bergamo nelle prime
Esposizioni Permanenti d’arte e industria della fine degli anni ‘70, nelle quali “la presenza dei prodotti industriali
non doveva eludere lo scopo più specificatamente artistico ma, piuttosto, incentivare l’interesse della
popolazione locale ben poco educata al gusto per le belle Arti e di certo più interessata all’industria ed ai suoi
prodotti” (D. Pacchetti).
È evidente come le soluzioni prospettate a livello locale su questi temi siano in realtà il riflesso di un mutamento
più generale nell’organizzazione dei rapporti tra arte e industria. Se l’artista inglese William Morris, temendo lo
scadimento di gusto negli oggetti derivati dalla produzione industriale, teorizzava, attraverso il movimento “Arts
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and Crafts” da lui fondato, una riforma nel rapporto tra arte e industria, battendosi per la salvaguardia delle arti
applicate e dell’artigianato artistico, al contrario, uno degli assunti teorici del modernismo (il liberty in Italia) si
basava sul fatto che arte e industria potevano convivere con reciproco vantaggio. Grazie alla produzione
industriale il “bello” e il fatto artistico non erano più appannaggio di pochi, né tantomeno confinati ai generi
tradizionali, ma potevano essere presenti in tutti gli oggetti della vita quotidiana, dai più umili a quelli di maggior
pregio. Veniva così vanificata la tradizionale divisione tra arti maggiori e minori.
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LA MANCATA RIFORMA DELL’ISTRUZIONE DALLA FINE DEL GOVERNO VENETO ALL’UNIFICAZIONE
NAZIONALE
Dalla fine del ‘700 agli anni sessanta dell’800 la provincia di Bergamo, come il resto della Lombardia e
dell’Italia, subì le vicende legate al succedersi dei governi di dominazione prima e del governo unitario poi.
L’analisi delle forme con cui i diversi governi affrontarono la questione dell’istruzione, fa emergere, nonostante
la discontinuità dei contesti politici, una sostanziale continuità nell’intervenire in modo inadeguato. Ciò che
infatti accomuna la situazione scolastica generale dalla fine della Repubblica Veneta allo Stato unitario, è la
distanza tra le norme e i regolamenti imposti dal governo dominante e la realtà sociale e culturale, in cui è
difficile, se non impossibile, applicare le deliberazioni legislative. Due condizioni essenziali erano all’origine di
tale distanza:
a) un’obbiettiva situazione di arretratezza socio-economica, che rendeva difficile l’immediata attuazione pratica
delle norme legislative;
b) la deliberata volontà dei governi di evitare riforme radicali che avrebbero potuto contribuire ad un pericoloso
mutamento dell’assetto sociale e politico.
Così, all’apparente chiarezza delle riforme realmente promosse non faceva da contraltare l’analisi della
situazione effettiva in cui avrebbero dovuto essere applicate.
L’analogia tra le legislazioni dei diversi governi è tanto più evidente se si considera che, nonostante
l’amministrazione dominante si opponesse a quelle precedenti sul piano politico, sul piano amministrativo
spesso ne presupponeva le misure.
L’I.R. Scuola Elementare Maggiore Maschile di IV Classi (cfr. AC4, AT1, BI1), “sontuoso edifizio nella contrada
di S. Bartolomeo, vicino ai Tre Passi” (l’attuale Scuola Donadoni in via Torquato Tasso), era stata inaugurata
negli anni ‘20 su progetto dell’architetto Giacomo Bianconi (cfr. AC3, AT1-2, MU1), docente di architettura e
ornato all’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1-2, BI1, MP1-2, MU1, SP1, TE2). Non è privo di significato il
fatto che questa scuola elementare fosse stata istituita dal governo austriaco. La riforma teresiano-giuseppina,
attuata nello Stato di Milano dal 1776 al 1790, ebbe il merito di portare un decisivo progresso
nell’organizzazione della scuola elementare, resa gratuita e obbligatoria, con ciò ponendosi come termine di
confronto per i successivi interventi in materia. Lo stesso governo austriaco, subentrato nel 1815 al dominio
francese nel Lombardo-Veneto, in piena continuità con le riforme teresiano-giuseppine emanerà nel 1818 il
Regolamento ed istruzioni per le scuole elementari.
Nel 1798, in pieno periodo repubblicano, anche il Piano Generale di Pubblica Istruzione (cfr. IS2-3) elaborato
da una commissione di 7 membri tra i quali Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS2-3, MP1-2, SP2)
per quanto riguarda l’istruzione elementare si ispirava al modello austriaco, mentre per l’istruzione superiore si
basava sulla legge francese del 1795. L’attenzione di Mascheroni alla riforma teresiano-giuseppina è
facilmente comprensibile se si considera la matrice laica e illuminista delle riforme avanzate da Maria Teresa
d’Austria e Giuseppe II. Soprattutto con quest’ultimo avvenne un deciso ridimensionamento del potere
ecclesiastico, non solo nel campo dell’istruzione ma in generale nell’amministrazione statale. Tali riforme,
osteggiate dai gesuiti, vennero vigorosamente sostenute in particolare dal gruppo giansenista che si era
raccolto nell’Università di Pavia (cfr. IS2-IS3), dove lo stesso Mascheroni aveva insegnato. Il piano del
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Mascheroni, mai attuato, oltre a un indirizzo prevalentemente scientifico e realistico, prevedeva il passaggio
nelle mani dello Stato di tutti gli ordini di scuole e la contemporanea eliminazione degli istituti religiosi.
In tale ottica non appare contradditorio il fatto che nel 1812, in pieno periodo napoleonico, lo stampatore
bergamasco Antoine, (cfr. ED1-2, IS3) già massone e giacobino , stampasse il Trattato elementare dei doveri
dell’uomo con le regole della civiltà ad uso delle scuole d’Italia di Francesco Soave (cfr. ED2), uno dei principali
organizzatori di cultura nella Lombardia teresiano-giuseppina. Nonostante l’affermazione dei principi giacobini e
anticlericali portati dalla rivoluzione (di cui la soppressione degli ordini religiosi e la spoliazione dei beni
ecclesiastici fu uno dei più clamorosi effetti), l’istruzione elementare fu in parte ancora gestita da istituti religiosi:
“provvisoriamente sussistono le scuole elementari dovunque si trovano”. Non scomparve nemmeno l’uso del
catechismo: nel 1807 la Stamperia Reale di Milano stampava il Piccolo catechismo ad uso del Regno d’Italia.
Ciò si spiega con la perdita d’incisività della carica rivoluzionaria nell’ambito territoriale bergamasco,
rapidamente ridimensionata dalla politica di dominio dei francesi, tanto che anche in periodo napoleonico
l’immagine del potere temporale e del potere spirituale risultavano inscindibilmente legate in quell’alleanza
trono-altare che doveva così fortemente condizionare la storia politica e culturale italiana. Il catechismo,
insieme alle ‘Regole di civiltà’ fu uno degli strumenti principali dell’istruzione ottocentesca, in quanto anche
attraverso di esso gli alunni apprendevano il senso del dovere e della subordinazione, così come era
raccomandato dalle Discipline per gli alunni delle scuole elementari nella monarchia austriaca (1825).
In una circolare dell’I.R. Delegazione Provinciale di Bergamo (cfr. SP1) del 1 luglio 1853, viene sottolineato il
fatto che il catechismo e le preghiere sono un’occasione “immancabile” per “insinuare” nei ragazzi la
venerazione a Dio e l’amore al “Supremo Imperante”. Nella provincia di Bergamo la diffusione del catechismo
ebbe un’importanza particolare: il Catechismo ad uso delle Chiese e Scuole della Diocesi di Bergamo
(Bergamo, Crescini, 1823) rimase in uso nella diocesi fino al 1855, quando venne sostituito dalla Dichiarazione
della Dottrina Cristiana in forma di Catechismo ad uso delle Chiese e Scuole della Diocesi di Bergamo
(Bergamo, Crescini), opera del clericalissimo vescovo Pier Luigi Speranza (cfr. IS3-4-5).
Benché la riforma della scuola di base del governo austriaco fosse tra le più moderne in Europa, essa era
comunque inadeguata alla realtà in cui venne applicata. Proprio la definizione di ‘I.R. Scuola Elementare
Maggiore Maschile’ data alla scuola ai Tre Passi in Bergamo consente di fare alcune considerazioni in merito.
La strutturazione della scuola elementare era fortemente gerarchica: alle scuole maggiori si contrapponevano
quelle minori; a quelle maschili, le femminili; a quelle della città, quelle di campagna. Ciò determinò notevoli
squilibri e penalizzazioni, in quanto le scuole minori erano finanziate esclusivamente dalle esigue finanze locali
e non consentivano l’accesso al ginnasio e al liceo; l’insegnamento nelle scuole femminili era ridotto rispetto a
quelle maschili; nei periodi dell’anno in cui era maggiormente gravoso il lavoro agricolo, le scuole di campagna
venivano disertate per l’incompatibilità degli orari per gli allievi tra i tempi della scuola e quelli del lavoro. Di qui
l’esigenza, sostenuta dagli istituti religiosi e, per parte laica, dalla Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4,
AT1, IS2-3-5, MU1, SP1-2, TE1), di istituire scuole elementari serali e festive. Sarà soltanto con una legge del
1828 che il governo austriaco decreterà senza troppa convinzione l’istituzione di simili scuole. Analoghi
problemi si posero con le riforme della legge Casati (cfr. IS2) del 1859 e quella Coppino (cfr. MP2) del 1877
nell’Italia unita, a prova ulteriore della strutturale inadeguatezza della scuola italiana di rispondere alle esigenze
della realtà socio-culturale in cui era inserita.
A queste contraddizioni si deve aggiungere il fatto che il Regolamento del 1818 era molto vago circa la
preparazione dei maestri. Con un’attenzione rivolta più al decoro formale e alla condotta politica che alla
effettiva competenza, l’ordinamento austriaco preparava i maestri con corsi di metodica di soli tre o sei mesi. Il
misero stipendio, inoltre, obbligava il maestro ad impegnarsi contemporaneamente su altri fronti lavorativi. La
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Scuola Normale Femminile di Bergamo (l’attuale Istituto Magistrale Paolina Secco Suardo), istituita sotto il
governo unitario nel 1861, a seguito delle disposizioni previste dalla legge Casati, determinò tuttavia un
miglioramento nelle condizioni di preparazione delle maestre.
Se a questa situazione generale si aggiunge il fatto che le condizioni di salubrità delle aule era spesso ai limiti
della vivibilità, la strumentazione didattica e l’arredo scolastico inadeguati e le classi sovraffollate, apparirà
tutt’altro che scontato l’intervento di Lorenzo Mascheroni che, nel Piano Generale di Pubblica Istruzione del
1798 (i Regolamenti del governo austriaco sono del 1818, la legge Casati è del 1859!), afferma: ”Se gli istruttori
stenteranno a vivere, mancherà loro la lena per istruire ed è certo che non essendo ben persuasi, essi non
avranno forza per persuadere gli altri (…). Le aule delle scuole devono essere ben illuminate, i banchi per gli
scolari devono essere tutti disposti nella stessa fila, in maniera che la luce cada alla sinistra di chi scrive… è
pure necessario che questi banchi siano fermati al piede del sedile e fissati se si può sopra un piano inclinato di
tavole, affinché tutti gli scolari sieno sotto l’occhio del maestro”.
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I LIMITI STORICI DELL’ISTRUZIONE TECNICA A BERGAMO
In una lettera del 7 settembre 1871 che il critico d’arte Pietro Selvatico (cfr. AC3-4, MU1) scrive al Presidente
della Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS1-3-5, MU1, SP1-2, TE1), Carlo Lochis (cfr. AC4, MP1,
MU1, SP1), in merito all’istituzione di scuole tecnico-pratiche, si legge: “Le aggiunte ch’Ella mi accenna al
primitivo programma, mi pajono opportunissime; meno opportuna forse quella del canto corale. Il tanto ch’io
vissi con artigianelli artieri ed artisti di qui e di Venezia, mi ha dimostrato che quando uno, ajutato da bella voce,
s’innamora del canto, è perduto per l’imparamento d’altri mestieri, e finisce ad andar a fare il corista nel teatro,
o a condurre spesso la vita più sciupona del mondo”. Il giudizio di Selvatico, al di là delle considerazioni
specifiche sull’ambito musicale, è la metafora della situazione generale della scuola tecnica italiana,
caratterizzata dall’indetermi-natezza e dalla incertezza dei programmi didattici e dal basso profilo professionale
degli studenti che ne hanno concluso il percorso formativo. La collocazione cronologica della lettera è relativa a
un periodo importante per lo sviluppo industriale ed economico della provincia bergamasca e, più in generale,
dell’Italia. A fronte del progresso industriale, tuttavia, le scuole tecniche in generale e, nel caso specifico, anche
quella di Bergamo, non erano ancora in grado di fornire all’industria forza lavoro con la preparazione adeguata.
Da una parte, infatti, l’istruzione tecnica era una conquista recente in Italia dato che, se si escludono, nel caso
di Bergamo, i tentativi della Società Industriale Bergamasca, prima dell’unità italiana vi era un’assoluta
dominanza dell’istruzione classica. Inoltre, anche quando la legislazione del nuovo stato unitario tentò di
regolamentare l’istruzione tecnica, essa venne posta in subordine rispetto a quella classica, e ciò ne penalizzò
inevitabilmente lo sviluppo. Più in generale “l’istruzione tecnica non era figlia di disegni politico-culturali di vasto
respiro; almeno in terra bergamasca la spinta nasceva sul piano del pragmatismo, di necessità contingenti che,
se smuovevano gli indugi, peccavano proprio per l’eccessiva subordinazione della scuola tecnico-professionale
alle esigenze del mondo economico” (G. Della Valentina).
Nel 1872, l’anno successivo a quello della lettera citata, l’Istituto Tecnico di Bergamo (cfr. AC4, BI2), in
conformità al regio decreto del 30 marzo, venne dotato di una sezione ragionieristica e di una scientifica,
“quest’ultima di carattere fisico-matematico, perdendo proprio quell’indirizzo pratico-industriale che era stato il
suo originario punto di forza, e riaffidando la selezione e la preparazione dei quadri tecnici e di un ceto dirigente
di fabbrica ad un corso di studi di natura genericamente scientifica” (G. Della Valentina). Riforme di questo tipo,
in cui veniva persa la specificità dell’insegnamento tecnico-pratico nel tentativo di coniugare un buon livello di
cultura generale con una buona preparazione tecnico-professionale, rendevano difficile il consolidamento
dell’esperienza di questi istituti, che già fin dalla loro nascita avevano dovuto fare i conti con alcune
contraddizioni legislative. L’Istituto Tecnico di Bergamo, poi intitolato a Vittorio Emanuele II, era stato
inaugurato alla fine del 1862. La sua fondazione, resa possibile dalle disposizioni della legge Casati (cfr. IS1)
del 1859, in base alla quale vennero fondati nella provincia di Bergamo nove istituti di istruzione tecnica a
partire dal 1860, fu avviata dal Consiglio provinciale, dalla Camera di Commercio e Industria (cfr. AC4, TE1) e
dalla Rappresentanza Municipale. I limiti principali che segnarono il nuovo istituto derivavano proprio dalla
situazione legislativa ed economica che ne aveva determinato la nascita. Per la legge Casati, infatti, l’istruzione
classica restava in primo piano rispetto a quella tecnica tanto che, ad esempio, le spese per le scuole classiche
erano a carico dello Stato, mentre quelle tecniche erano a carico dei Comuni. Di fronte alla necessità di istituire
simili scuole per dare risposta all’industria locale, la classe dirigente bergamasca dovette probabilmente sentire
ancora una volta il peso di un governo fortemente centralizzato che, lasciando alle singole realtà locali il peso
dei problemi più urgenti e specifici, ne decretava la sostanziale marginalità rispetto all’auspicabile processo di
integrazione nazionale (cfr. IS5).
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Questa differenza tra cultura classica e tecnica, dovuta anche a conflitti di classe e contrapposizioni
ideologiche, condizionò fortemente lo sviluppo della scuola tecnica che preparò per decenni “impiegati dei gradi
più bassi, un gran numero di ragionieri e di geometri e un numero limitato di periti industriali ed agrari in misura
spesso non corrispondente alle esigenze produttive locali” (G. Candeloro).
Oltre a ciò occorre considerare che nei principi ispiratori della legge Casati la preminenza della scuola classica
rispetto a quella tecnica era dovuta alla convinzione che, grazie ad essa, si sarebbe formata la futura classe
dirigente. Questa convinzione, non era in realtà molto distante da quella propugnata nelle amministrazioni
precedenti a quella dello stato unitario: in periodo napoleonico ad esempio “il governo curò ed ammodernò
l’istruzione classica, formata dal ginnasio e liceo, e l’università, con disposizioni sempre più rigide e fiscali,
trascurando invece piuttosto quella elementare e disattendendo in pratica quella tecnico-professionale. Lo
scopo era quello di accentrare sempre più, rafforzando l’indirizzo autoritario della politica scolastica che
tendeva a formare una classe dirigente preparata tecnicamente ma anche e soprattutto docile all’indirizzo
politico del sovrano” (L. Tironi). Nemmeno in periodo austriaco l’istruzione tecnica godette di maggiori favori.
Nel 1818, tra le materie insegnate nei licei, venne introdotta anche la ‘tecnologia’ che tuttavia, secondo un
dispaccio del 1823, doveva limitarsi a dare “semplicemente un quadro storico dei varj mestieri, dei lavori, e
degli attrezzi relativi, non che dei prodotti di cadaun mestiere, delle qualità di questi prodotti e simili”. Benché
personaggi come Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS1-3, MP1-2, SP2), Antonio Tadini (cfr. AT1,
BI2, IS3), Giovanni Maironi da Ponte (cfr. AT1-2, IS3, MP2, MU1, SP1, TE2), consapevoli dell’importanza di
introdurre materie tecnico-scientifiche nell’insegna-mento, avessero operato agli inizi dell’800 per radicare nella
scuola questa branca di studi, non ne derivò una solida tradizione di studi tecnico-scientifici che, anche per i
motivi politici sopra accennati, rimasero per decenni ancillari rispetto all’istruzione classica.
All’inizio dell’800 tra le materie tecnico-scientifiche insegnate al Liceo di Bergamo (cfr. AT1-2, BI1-2, IS4, MU1,
TE2) figuravano: storia naturale insegnata da Giovanni Maironi Da Ponte, così come agraria; chimica
farmaceutica con docente Francesco Maccarani, anatomia, chirurgia ed ostetricia con Giovanni Antonio
Piccinelli (cfr. IS3, SP2, TE2) (le lezioni si tenevano presso l’Ospedale di S. Marco - cfr. AC4, BI1, TE1),
botanica impartita da Giacomo Facheris (cfr. ED2) (anche l’orto botanico era presso l’Ospedale), geometria ed
algebra con Andrea Mozzoni, fisica generale e sperimentale con Giuseppe Maranesi; principi di disegno
architettonico con Giovanni Francesco Lucchini (cfr. AC4, AT1-2, MP1, TE1-2) (le lezioni di disegno
architettonico e quelle di principi di figura erano frequentate in particolar modo da chi poi entrava nelle Scuole
del Genio di Modena).
La mancanza di volontà politica per la creazione di un’adeguata istruzione tecnico-scientifica era
particolarmente sentita a Bergamo nei settori tradizionali dell’economia bergamasca e cioè l’agricoltura,
l’industria tessile e mineraria. Maironi Da Ponte aveva più volte posto l’accento su tali lacune, alle quali egli
dovette in più di una circostanza porre rimedio con l’iniziativa personale. In una relazione del 1804, all’epoca in
cui, oltre che essere professore di agraria e storia naturale, era anche reggente del Liceo Dipartimentale del
Serio, egli evidenziava la mancanza di un gabinetto di storia naturale (creato solo nel 1820) per le esercitazioni
e le osservazioni pratiche, così da essere costretto a portare a casa sua gli studenti per lo studio delle sue
raccolte mineralogiche e naturalistiche. L’ordine del 1810 del Direttore Generale della P.I. di creare nei licei dei
musei di storia naturale era destinato a rimanere sulla carta, in quanto si scontrava con difficoltà organizzative
a cui l’amministrazione non era preparata e in grado di dare risposta. Infatti il Maironi, quale reggente della
scuola, oppose la mancanza di spazi e chiese il trasferimento della scuola dalla sede del Pio Luogo della
Misericordia (cfr. IS3, MU1, TE2) in via Arena all’ex convento di Rosate (cfr. AT2).
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Oltre a ciò Maironi mise in evidenza altri limiti dell’insegnamento. Ad esempio, sulla scorta anche
dell’esperienza nell’Accademia Economico-Arvale (cfr. AT1-2), Maironi rilevava la scarsa attenzione dedicata
alle lezioni di agraria. Egli propose perciò che alle sue lezioni intervenissero i chierici del seminario perché,
“fatti preti e ritornati alle loro case, o impiegati nelle parrocchie, potranno servire di buoni conduttori nella
diffusione della ragionata madre scienza agricola” (cfr. AT2). Con ciò Maironi, ben consapevole dell’influenza
del clero sulla popolazione delle campagne, si riallacciava idealmente a un articolo dello statuto della stessa
Accademia, che prevedeva la stesura di “un ben ragionato Catechismo, che contenga in compendio gl’elementi
dell’Agricoltura praticata da trasmettersi a cadaun Paroco del Territorio”. A un sessantennio di distanza dalle
proposte del Maironi, molta era ancora la strada da percorrere in tal senso. Gli istituti tecnici, anziché dipendere
come le altre scuole dal Ministero della Pubblica Istruzione (cfr. IS4-5), rimasero dal 1861 al 1877 sotto il
controllo del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. Quando la Deputazione Provinciale per la
fondazione dell’Istituto Tecnico di Bergamo richiese il programma degli studi, il Ministero “avvertiva però che la
sezione agronomica, facente parte integrante dell’insegnamento di un istituto tecnico di secondo grado, non
doveva essere in esso compreso; ciò in attesa di nuovi studi per un migliore ordinamento dell’istruzione
agraria” (D. Marzola).
“Sempre su proposta dello stesso Maironi, il vice prefetto Ghiringhelli, con lettera circolare del 13 aprile 1813,
invitava le Congregazioni di carità dei Comuni delle Valli di Scalve, Camonica, Seriana e Brembana a stanziare
fondi per mantenere agli studi qualche giovane che seguisse le lezioni di Chimica mineralogica, presso il Liceo,
per poi potersi impiegare nei lavori delle miniere delle valli stesse” (L. Tironi). Della preparazione del personale
per il lavoro nel settore dell’industria mineraria si occupò il presidente dell’Istituto Tecnico Luigi Ottavio Ferrero.
Su sue indicazioni e proposte, il Ministero dell’Agricoltura trasformò con R. D. del 1864 l’Istituto Tecnico in
Istituto Speciale di Mineralogia e Metallurgia Industriale. La riforma ebbe scarsa fortuna, tanto che pochi anni
dopo venne attivata la nuova sezione di costruzioni e meccanica. La mancanza di respiro della scuola tecnica è
tanto più evidente se si pensa che la realtà economica industriale del 1870 era molto diversa da quella “del
ventennio precedente: ad esempio, nella esposizione del 1870 vi furono più di 1.000 espositori, mentre in
quella del 1857 gli espositori erano stati solamente 134. Alle antiche industrie della seta, della lana, del cotone
e del ferro, si aggiungevano nuovi comparti produttivi, quali quelli del cemento e delle calci idrauliche, delle
farine, dei concimi artificiali. Infine, benché esistenti da antica data, ebbero un particolare sviluppo i settori della
filatura del lino e delle ferriere” (D. Marzola). A tal proposito va ricordato che, anche in questo caso, la Società
Industriale Bergamasca con le sue iniziative di istruzione tecnico-pratica aveva fatto da battistrada alle
successive esperienze dell’Istituto Tecnico bergamasco. Ad esempio, sotto la presidenza del conte Pietro
Moroni (cfr. AC2, AT1-2, BI2, TE1-2), la Società, allo scopo di incrementare le attività industriali, aveva
promosso “la costituzione di un museo mineralogico” e compilato “una statistica sui forni fusori e sulla
produzione del ferro nelle valli bergamasche” (B. Valota). Negli anni ‘80 la cooperazione tra le Scuole tecniche
della Società Industriale Bergamasca (cfr. IS5) e l’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II diventerà più organica in
quanto le lezioni si svolgeranno nella stessa sede e procederanno verso comuni intenti.
Il Liceo Sarpi
La secolare istituzione di beneficenza della Misericordia Maggiore aveva iniziato ad organizzare una propria
attività scolastica nel XIV secolo. La sede delle scuole della Misericordia rimase in Via Arena fino al 1815,
quando venne trasferita nei locali del soppresso Convento delle Clarisse di Rosate. L’adattamento dei locali
venne effettuato attuato su progetto dell’architetto Giovanni Francesco Lucchini. Quando tra il 1845 e il 1852 il
vecchio convento venne abbattuto per consentire la costruzione del nuovo edificio della scuola (progetto
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Ferdinando Crivelli), l’attività didattica si svolse nei locali attigui alla chiesa di S. Matteo. Le scuole della
Misericordia ebbero un periodo di particolare rilievo alla fine del ‘700, quando il canonico Mario Lupo (cfr. AC4,
AT1, ED2, MP1) venne incaricato dal Consiglio del Luogo Pio di preparare la riforma per la scuola che venne
poi definitivamente decretata con la stampa del Regolamento del Collegio Mariano (1782) (cfr. AC1, IS3).
Alla serietà degli studi contribuì in modo determinante la presenza di docenti quali il Mascheroni, il Tadini, il
Maironi Da Ponte, ecc. A seguito degli eventi rivoluzionari del 1797, la Municipalità provvisoria assunse il
controllo politico-disciplinare della scuola che, con proclama del 15 novembre 1803, divenne Liceo
Dipartimentale del Serio e, dal 1805, divenne Regio Liceo con il Regno Italico. La legge del 4 settembre 1802,
ispirata al Piano Generale di Pubblica Istruzione (cfr. IS1-IS3), regolò tutta l’organizzazione scolastica della
Repubblica Italiana. Per le scuole superiori erano previste cattedre di Umane lettere ed eloquenza italiana e
latina, Analisi delle idee e filosofia morale, Elementi di geometria e d’algebra, Elementi di fisica generale e
sperimentale, Principi di disegno architettonico e di figura, Agraria ed elementi di storia naturale. Secondo la
legge, ove fossero presenti importanti ospedali e in accordo con le Università di Pavia (cfr. IS1-3) e di Bologna
,potevano essere attivati gli insegnamenti di ostetricia, clinica medica e chirurgica, anatomia, chimica
farmaceutica. Bergamo poté giovarsi di tale disposizione grazie alla presenza dell’Ospedale. Tra gli insegnanti
più importanti di questo primo periodo vanno ricordati Giovanni Maironi Da Ponte (Agraria e Storia Naturale),
Francesco Maccarani (chimica farmaceutica), Giuseppe Beltramelli (cfr. AT2; BI1, MP1) (Umane Lettere, ed
Eloquenza Italiana), Giovanni Francesco Lucchini (principi di disegno architettonico), Pietro Roncalli (cfr. AC34) (principi di figura), Giovanni Antonio Piccinelli (Anatomia, Chirurgia ed Ostetricia), Giacomo Facheris
(Botanica).
Durante il periodo francese vennero riassunti i professori licenziati durante il dominio della Serenissima perché
filo-francesi (Giuseppe Alborghetti, Pietro Poli (cfr. ED2) nominato reggente delle scuole). Un nuovo mutamento
per motivi politici nel corpo insegnante si ebbe durante la parentesi austro-russa (1799-1800). Dal 1801 venne
introdotta la cattedra di storia naturale con Giovanni Maironi da Ponte, che dal 1802 successe al Poli come
reggente.
Nel 1815 con il dominio austriaco il Liceo diventò Imperial Regio Ginnasio Liceale e venne trasferito nei locali
del soppresso convento di Rosate.
Il conte Pietro Moroni fu vice direttore del ginnasio dal 1819 al 1835 e poi fino al 1848 direttore del Liceo.
Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, IS3, MU1, SP1, TE2) fu il prefetto del ginnasio dal 1818 al
1825. Nel 1825 venne allontanato dalla scuola per motivi politici.
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QUANDO LA MATEMATICA ERA RIVOLUZIONARIA: LORENZO MASCHERONI E LA SOCIETÀ DI
PUBBLICA ISTRUZIONE
Nell’Elenco dei Franchi Muratori della Loggia (Massonica) Bergamasca autori della ribellione di Bergamo del
1797, sono presenti tre figure fondamentali nella storia dell’istruzione a Bergamo: gli abati Lorenzo Mascheroni
(cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS1-2, MP1-2, SP2) e i suoi allievi Antonio Tadini (cfr. AT1, BI2, IS2) e Giuseppe
Mangili (cfr. AT1, BI2). La comune appartenenza massonica non è fatto trascurabile. Essa caratterizza
personaggi di rilievo nella storia politico-culturale bergamasca: Marco Alessandri (cfr. AC1, BI2, ED1-2, TE2),
Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, IS2, MU1, SP1, TE2), Giovanni Antonio Piccinelli (cfr. IS2, SP2,
TE2), Pietro Pesenti (cfr. AC1), Giuseppe e Bernardo Ambrosioni (cfr. ED2, BI1), ecc. Forse proprio per la
mediazione di questi ultimi, editori di Poschiavo, imparentati con il barone Tommaso De Bassus (cfr. ED2,
MU1) esponente della loggia massonica degli Illuminati di Baviera (cfr. BI1, ED2, MU1, SP2, TE2), penetrò
nella loggia massonica bergamasca la discussione su temi di carattere pedagogico. Le esperienze nel campo
dell’istruzione di Mascheroni, Tadini e Mangili (tutti insegnanti al Collegio Mariano - cfr. AC1, IS2 - e
all’Università di Pavia - cfr. IS1-2), come quelle di Salvioni e Piccinelli, dovevano rendere particolarmente
intensa la discussione in proposito, soprattutto per il difficile periodo che la provincia bergamasca stava
attraversando in seguito alla caduta della Repubblica Veneta e all’avvento della Repubblica Bergamasca prima
e Cisalpina poi. Rivelatrice è una lettera di Antonio Tadini, insegnante al Collegio Mariano, che così scriveva
nel 1792 a Lorenzo Mascheroni, all’epoca docente all’Università di Pavia: “Colui che scrive è dichiarato un
empio miscredente , un marcio eretico, un nuovo Voltaire (cfr. ED2), un Mirabò [n.d.r. Mirabeau] (…). Ne dia
nuove all’ab. Mangili, anzi all’Università intera, perché si conosca un fradicio filosofo scomunicato”. Proprio per
questi motivi il Tadini fu costretto nel 1793 a lasciare l’insegnamento: fatto, questo, sintomatico dell’aspro
conflitto che a Bergamo opponeva conservatorismo ecclesiastico e cultura laica, gesuitismo e giansenismo.
Per comprendere la portata delle innovazioni relative al settore dell’istruzione portate dalla rivoluzione
bergamasca, occorre rifarsi alla costituzione della Società di Pubblica Istruzione (cfr. ED2) promossa da
Mascheroni, Mangili, Bettoni (cfr. ED2), Alessandri ed altri, e della quale lo stesso Mascheroni fu nominato
presidente. Nel proclama programmatico del 21 aprile 1797 si afferma che l’Istruzione Pubblica è la base
fondamentale di tutte le democrazie, mentre i governi assolutisti “hanno regnato sull’ignoranza e sull’errore”.
Nel discorso tenuto il 25 aprile 1797 il matematico bergamasco presentò alla cittadinanza la Società e le sue
finalità. In esso viene soprattutto messa in luce l’urgenza di superare l’oscurantismo del periodo precedente e
sottolineata l’importanza dello studio del diritto. Inoltre vengono precisati i criteri della separazione dei poteri tra
Stato e Chiesa: “Lasciando tutte le dispute di Religione a quel dotto Clero, che solo col degnissimo Prelato, che
vi presiede, ne deve avere la cura: noi, Società d’Istruzione cittadinesca, attenderemo a separare
diligentemente le materie, che sono di diritto pubblico, inalienabile, imperscrittibile, che invano l’ipocrisia,
l’ignoranza, l’avarizia di alcuni pochi vorrebbe ritirare dentro i confini del Tempio per formarsi un diritto di
perturbare la Società, fomentare l’ozio, e impinguare gli inutili”. Infine Mascheroni conferma la necessità di
coltivare la scienza e l’arte per garantire il progresso materiale e spirituale dell’uomo.
L’influenza delle tesi mascheroniane in ambito locale è riscontrabile anche nel Piano di Scuole per la pubblica
Istruzione ed educazione della Nazione Bergamasca del Cittadino Vincenzo Bettoni (Bergamo, Antoine, 1797)
(cfr. ED1) e Il Discorso pronunciato dall’Abate Mangili nella Società di Pubblica Istruzione pubblicata il dì 5
Pratile 1797. Nel 1798 Mascheroni contribuisce alla elaborazione del Piano Generale di Pubblica Istruzione
(cfr. IS1-2) mai messo in atto per le vicende del 1799.
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Queste esperienze e competenze nel campo dell’istruzione derivavano al Mascheroni dagli anni dedicati
all’insegnamento al Seminario, al Collegio Mariano (dal 1773) e in ultimo (dal 1786) all’Università di Pavia, della
quale fu anche rettore. Mascheroni insegnò dapprima retorica e poi lettere e filosofia (nel cui insegnamento era
compresa la logica, la metafisica e la fisica) per approdare alla matematica. Dopo lo scioglimento della
Compagnia dei gesuiti, a partire dal 1794 il Collegio Mariano dove Mascheroni insegnava, venne nuovamente
affidato dal governo veneto alla direzione dell’ordine.
Proprio questa alleanza tra clero conservatore e governo veneto fu una delle cause principali dell’arretratezza
dell’istruzione. Un sessantennio più tardi, quando il governatore Stefano Centurione (cfr. AT1, IS4-5, SP2),
all’indomani dell’unità italiana scrisse una relazione sullo stato della provincia di Bergamo, mostrò come le
conseguenze di quella situazione pesassero ancora sulla popolazione.
L’influenza gesuitica non tardò a manifestarsi attraverso rigidi controlli sui nuovi metodi dell’insegnamento
matematico. La filosofia insegnata era sclerotizzata nella ripetizione delle tesi aristoteliche e cartesiane, mentre
le discipline matematiche erano poste in assoluto subordine. Al contrario proprio il rilievo dato da Mascheroni
alle materie scientifiche (matematica, fisica, chimica, geometria, astronomia, ecc.), la fiducia nel progresso
delle scienze, l’introduzione del metodo galileiano, una concezione laica dell’approccio al sapere, lo spirito
indipendente, i viaggi di studio per il perfezionamento in fisica sperimentale alla libera Università di Pavia,
pervasa da uno spirito giansenista al quale Mascheroni non era estraneo, l’ostilità all’ingerenza temporale del
clero e dei gesuiti, tutto ciò pose ben presto il matematico in aperto contrasto con questi ultimi e con lo stesso
vescovo Dolfin, il quale sosteneva che la “filosofia moderna” generasse “odio contro la sacra teologia”.
Anche il tentativo di aggiornare i criteri organizzativi del gabinetto di fisica fu motivo di conflitto. L’ambiente
ecclesiastico era renitente alle innovazioni sia d’ordine teorico che pratico: Mons. Dolfin, che visitò insieme al
Vescovo di Brescia e di Crema le macchine della Misericordia (cfr. IS2, MU1, TE2), al vedere il moto della
precessione degli equinozi nella sfera copernicana e all’udire che questo moto seguiva in 25.000 anni: “oh
dunque - disse - non è mai seguito ne mai seguirà perché voglio che stiamo con la religione” (P. Capaccioli).
La posizione del vescovo Giovanni Paolo Dolfin è particolarmente emblematica ed evidenzia la centralità
dell’atteggiamento politico-culturale dei vescovi di Bergamo nel più generale contesto della vita cittadina. Negli
anni successivi gli episcopati del filo-giansenista Pietro Mola (cfr. MU1), del liberal moderato Carlo Gritti
Morlacchi, dell’intransigente Pier Luigi Speranza (cfr. IS1-4-5) si porranno come significativi e importanti punti di
riferimento nel complesso rapporto tra Chiesa e società civile. “L’arrivo del Mola (1821-1829) fu ben visto dagli
avversari del Collegio apostolico e dei gesuiti. Marco Alessandri, già presidente del direttorio cisalpino se ne
rallegrava” (R. Amadei). Carlo Gritti Morlacchi, anch’egli di probabili simpatie gianseniste, per il suo patriottismo
fu ritenuto “speciale nemico” del governo austriaco.
L’Austria ebbe invece in Pier Luigi Speranza un fedele sostenitore. Avverso “a tutti i movimenti che si ponevano
in contrasto con la gerarchia ecclesiastica, in primo luogo il giansenismo e il giuseppinismo” (R. Amadei), lo
Speranza soffocò in Seminario qualsiasi idea giansenista, rosminiana e giobertiana, sottolineò l’importanza
dell’obbedienza alla S. Sede e la fedeltà alle tesi gesuitiche e salesiane(cfr. IS4).
Di fronte a uno scontro ormai insanabile, Mascheroni accettò l’invito dell’Università di Pavia di occupare la
cattedra di matematica e algebra che lasciò nel 1796 quando, in seguito ai primi eventi rivoluzionari, l’Ateneo
pavese fu chiuso e Mascheroni fece ritorno a Bergamo per partecipare agli eventi della sua città.
Uno dei meriti di Mascheroni fu quello di mostrare come il sapere scientifico fosse necessario alla soluzione di
questioni fino ad allora affidate alla sola pratica. A Pavia, pubblica nel 1793 i Problemi per gli agrimensori con
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varie soluzioni. Nel trattato di meccanica architettonica sull’Equilibrio delle volte (1785) “Mascheroni applicò la
geometria e l’analisi ai problemi degli architetti (…)”. Ma “il Papa, Pio VI, saputo di un prete geometra, che
ardiva scrivere sull’Equilibrio degli archi e delle cupole, mostrò tutta la sua indignazione (…)” (P. Capaccioli). Di
questo approccio allo studio delle scienze furono convinti sostenitori anche i suoi allievi Mangili e Tadini. Per
quanto riguarda Mangili si rimanda all’ultima parte del suo Discorso, riportato qui di seguito, in cui sottolineò
come la conoscenza scientifica fosse indispensabile per la comprensione della realtà. A questo proposito è
evidente il richiamo all’opera di Giovanni Maironi Da Ponte (cfr. AT1-2, IS2, MP2, MU1, SP1, TE2), autore, tra
l’altro, Della storia naturale della provincia di Bergamo (1782), Dei carboni fossili o antraci bituminosi di
Gandino (1785), della Memoria orografico-mineralogica delle montagne spettanti alle valli di Scalve e di
Bondione (1788). Per quanto riguarda Tadini, basta ricordare che, oltre all’insegnamento dell’idrometria e della
geodetica, divenne ispettore generale delle acque e delle strade nel Regno Italico. Numerosi furono i suoi
contributi in idraulica: Del movimento e della misura delle acque correnti (1816), Tavole igrometriche per la
dispensa delle acque correnti per uso della R. Città di Bergamo (1825), Di varie cose all’idraulica scienza
appartenenti (1834), ecc.
L’opera di questi autori è un passo significativo per quel progresso nelle conoscenze tecnico-scientifiche
indispensabili allo sviluppo sociale ed economico e del quale negli anni successivi diventerà interprete la
Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS1-2-5, MU1, SP1-2, TE1).
Vengono qui proposti alcuni dei brani salienti del Discorso pronunciato dall’Abate Mangili nella società di
Pubblica Istruzione pubblicata il dì 5 Pratile 1797. In esso si trovano, oltre che riferimenti generali alla cultura
francese e illuministica, anche questioni specifiche legate all’ambito bergamasco e al modo con cui, sulla scia
degli interventi del Mascheroni, vennero formulate e discusse proposte per una riforma dell’istruzione che
tenesse maggiormente conto della concretezza della realtà circostante e dell’evolvere dei tempi.
“Cittadini
Uno de’ mezzi più valevoli a promovere e consolidare lo spirito Repubblicano si è l’Istruzione pubblica, la quale
facendo conoscere agli uomini la loro costituzione fisica e morale origine dei loro diritti e dei loro doveri getta i
fondamenti più sicuri di qualunque Governo democratico.
I lumi derivano dai Filosofi, li quali dopo di avere lungamente esaminato la Natura e le leggi del nostro
Individuo, e delle cose che ne circondano presentano in poche linee que’ meravigliosi risultati che mettono a
portata di apprendentere la Fisica, la storia Naturale, la Storia degli uomini, la scienza del diritto e delle leggi, e
tutto quello che conduce l’uomo ad essere virtuoso ed utile cittadino. (…)
Sono le scienze e sopratutto le filosofiche quelle che non solo fisicamente migliorano la sorte dei Popoli, ma
raddrizzano e rischiarano radicalmente l’opinione, e formano quello spirito pubblico, che con meraviglia e
sorpresa universale va a rigenerare una così gran parte della specie umana. (…)
Finora pare che non si sia pensato se non a que’ studj che soli si credevano necessarj per chierici se si
osserverà bene il sistema non solo delle Scuole del Seminario, ma anche delle Scuole pubbliche, che
dovevano servire per ogni classe di cittadini, si troverà con sorpresa che sino al tempo prsente le une e le altre
sono state quasi esattamente conformi in ogni loro parte metodo ed ordine. Che se qualcuno persuaso che ai
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liberi cittadini potesse esser utile, ed anche necessario qualche altro ramo di scienze come l’aritmetica e
l’algebra, la Geometria, la Chimica, la Storia Naturale, gli elementi d’Agricoltura, e li abbia voluti poco a poco
introdurne nelle stesse pubbliche scuole, quantunque da prinicipio venisse ciò in qualche maniera approvato
più per effetto di novità che per persuasione di massima, quando chi governava s’accorse, che questo poteva
alterare il sistema degli studj considerati puramente ecclesiastici tutte le aggiunte furono credute profane e
perniciose. (…)
Qual delitto no parve che alcuni allievi di Tadini e di Mascheroni avessero tentato di spiegare in pubblico de’
punti più difficili dell’alta Astronomia? In pena di questo attentato si fece divieto che per le Trigonometrie, per le
Sessioni coniche non che per il calcolo infinitesimale non ci fusse più la Misericordia. Non basta: benché il
divieto fusse urgente ed i lettori vi si adattassero loro malgrado per quella necessità di destino che mette
ostacolo a tante utili imprese, pure sordamente ed anche apertamente non si restava di far la guerra a quelle
Scuole, nelle quali le scienze filosofiche avevano avuto l’ardire di crescere. Qual fusse l’origine di questa
prescrizione abominevole e tirannica non è difficile l’indagarlo. Fu l’ignoranza di alcuni Nobili, e la perfidia ( mi
sia lecito di dirlo, poiché è a tutti manifesto) di pochi intriganti del Ceto Ecclesiastico. (…)
Pensino ora i Rappresentanti del Popolo fissare un piano d’Istruzione pubblica affatto gratuita, il quale
agevolando indistintamente a tutti i cittadini l’acquisto delle cognizioni filosofiche le più utili non che le politiche
e le morali tenda a realizzare sempre più l’eguaglianza dei diritti. (…)
Qual rimedio più potente della Fisica per raddrizzare le menti pregiudicate, e condurle alla cognizione del vero?
(…)
La Storia Naturale poi accompagnata dalla Chimica qual vantaggio non apporterebbe agli abitatori delle nostre
montagne. Con questa si potrebbe perfezionare la metallurgia, e mettere a profitto alcuni prodotti che per
essere sconosciuti restano inutili. Oltre di che acquisterebbero questi abitanti una cognizione esatta dei
differenti prodotti minerali e fossili che costituiscono specialmente la parte montuosa della nostra Provincia. (…)
Una cattedra per l’agricoltura, e per il commercio unica sorgente della ricchezza nazionale sarebbe
opportunissima. (…)
Voi siete ora invitati in nome della Patria rigenerata a formare piani d’istruzione pubblica degni di un popolo
libero, e tali che interessino a nostro favore i legislatori e l’Eroe del secolo Bonaparte”.
Le 2 schede che seguono hanno origine comune nella lettera che il patriota e letterato Luigi Settembrini (Napoli
1813 - 1876) inviò al professor Pasino Locatelli (Bergamo, 1822 - 1894), insegnante al Regio Liceo-Ginnasio
‘P. Sarpi’ di Bergamo, giornalista, storico dell’arte e anch'egli patriota. La testimonianza costituita da questa
lettera è tale da aprire la riflessione su almeno due questioni relative al tema dell'istruzione nell'Italia post
unitaria e, in particolare, a Bergamo:
1) Il conflitto fra Stato e Chiesa attraverso la contrapposizione istruzione laica istruzione clericale nel contesto
bergamasco.
2) Il rapporto tra Stato unitario centralizzato e realtà locale: il piemontesismo.
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Napoli, 13 settembre 1871
"Egregio Professor Locatelli
La ringrazio dei due numeri della gazzetta della provincia di Bergamo: (…)
Hanno fatto benissimo ad usare severità negli esami, ed io, per quello che può valere una mia preghiera, prego
tutti cotesti professori ad essere più che severi, perché così la gente si persuade che gli studi sono qualcosa di
serio e non una ciarlataneria, così si sollevano gli studi.
A me piace di sapere e di vedere come la falange dei professori di Bergamo con a capo il Preside combatta
fiera e continua battaglia coi clericali capitanati dal Valsecchi. Dove si combatte lì vi è vita. Mio egregio amico e
collega, quuel che si è fatto finora per l'Italia è nulla, è la parte esteriore: ci resta l'opera più difficile, la fatica più
lunga, dobbiamo spapare, sfratare, spretare l'Italia, dobbiamo risanarla dalla lebbra nera che da tanti secoli la
deforma; dobbiamo quindi lavorare nelle coscienze, nella novella generazione, nel campo della istruzione. Quel
che s'è fatto finora non è poco, ma il da fare è ancora molto. I Valsecchi sono ancora necessari per farci andare
innanzi, cauti, sensati, senza trasmodanze pazze, distruggere il male non rovesciare tutto, sono necessari
come a fare l'Italia sono stati necessari i Borboni, come polo negativo. Avanti dunque tutti quanti animosi: la
vittoria sarà della ragione. Da un capo all'altro dell'Italia abbiamo un volere, un fine, una parola: riusciremo a
bene, certissimamente, ma dobbiam lavorare. Saluto l'ottimo Preside, il simpatico Gambirasio, e il Pellegrini e il
Palma. Oh, quando mi ricordo di Bergamo, io vorrei esserci, e trovarmi in mezzo a voi altri amici e a cotesti
bravi giovani dei quali ho letto con piacere i nomi nella Gazzetta. Mi faccia il piacere di presentare i miei saluti
al Prefetto Comm. Coffaro, ed al mio Arabia.
Cordialmente la riverisco e le auguro ogni bene
Suo aff.o amico L. Settembrini"
BCB, Carteggio P. Locatelli, 35 R 7(73)
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IL CONFLITTO FRA STATO E CHIESA ATTRAVERSO LA CONTRAPPOSIZIONE ISTRUZIONE LAICA
ISTRUZIONE CLERICALE NEL CONTESTO BERGAMASCO
"Hanno fatto benissimo ad usare severità negli esami, ed io, per quello che può valere una mia preghiera,
prego tutti cotesti professori ad essere più che severi, perché così la gente si persuade che gli studi sono
qualcosa di serio e non una ciarlataneria, così si sollevano gli studi.
A me piace di sapere e di vedere come la falange dei professori di Bergamo con a capo il Preside combatta
fiera e continua battaglia coi clericali capitanati dal Valsecchi. Dove si combatte lì vi è vita. Mio egregio amico e
collega, quuel che si è fatto finora per l'Italia è nulla, è la parte esteriore: ci resta l'opera più difficile, la fatica più
lunga, dobbiamo spapare, sfratare, spretare l'Italia, dobbiamo risanarla dalla lebbra nera che da tanti secoli la
deforma; dobbiamo quindi lavorare nelle coscienze, nella novella generazione, nel campo della istruzione".
Dalla lettera di Luigi Settembrini a Pasino Locatelli, Napoli, 13 settembre 1871.
Nel maggio del 1871 il Ministero della Pubblica Istruzione (cfr. IS2-5) invia a Bergamo i professori Luigi
Settembrini (cfr. IS5) e Luigi Pigorini per un'ispezione scolastica al Regio Liceo Ginnasio Paolo Sarpi (cfr. AT12, BI1-2, IS2, MU1, TE2). La visita cade in un momento particolarmente delicato dei rapporti tra lo stesso Liceo,
diretto dal preside Amato Amati, laico e anticlericale, e il Collegio Vescovile S. Alessandro di Bergamo,
presieduto dal Rettore Alessandro Valsecchi, coadiutore del Vescovo Pier Luigi Speranza (cfr. IS1-3-5) e, come
questi, rappresentante dell'intransigentismo clericale che caratterizza Bergamo come altre città italiane. Citiamo
in proposito due episodi, apparentemente marginali ma enfatizzati dai giornali locali e nazionali, che mostrano
sia l’influenza e il ruolo assunti dalla stampa che l’inasprimento del conflitto tra Stato e Chiesa.
1) Nel dicembre 1870 il giornale bergamasco «La Provincia di Bergamo», liberale e laico, accusava un
professore del Collegio S. Alessandro di aver assegnato agli studenti un tema dal titolo: "Esporre in un sonetto
una preghiera a Maria V. Immacolata perché liberi il Santo Padre dai ladroni che l'hanno spogliato". A
prescindere dalla veridicità o meno del fatto, il rilievo dato alla notizia dal quotidiano locale era funzionale alla
necessità di rendere ancora più esplicito un conflitto di scottante attualità dato che:
•
l'8 dicembre 1864 papa Pio IX pubblicava il Sillabo degli errori del nostro tempo in cui il contrasto tra la
Chiesa cattolica e la concezione dello Stato moderno si fa più aspro, e dura è la condanna dei tentativi fino ad
allora sostenuti dai cattolici-liberali di conciliare le questioni di fede con la politica liberale;
•
il 20 settembre 1870 l'esercito regio entrava a Roma ponendo fine al potere temporale dei papi;
•
il 13 maggio 1871 il governo italiano emanava la "legge per le guarentigie delle prerogative del Sommo
Pontefice e della Santa Sede e per le relazioni dello Stato con la Chiesa", legge peraltro subito respinta da Pio
IX;
•
il 10 settembre 1874 con il non expedit la Santa Sede diede parere negativo a proposito della
partecipazione dei cattoli italiani alle elezioni e alla vita politica dello Stato. Il Vescovo di Bergamo Speranza
venne portato a esempio dal Papa come interprete esemplare di questo indirizzo politico.
2) Al termine dell'anno scolastico 1870-1871, e cioè dopo la visita a Bergamo del Settembrini, Pasino Locatelli
(cfr. AC4, AT1, BI2, IS5, MP1-2, SP1) e il preside Amato Amati furono accusati di aver bocciato ingiustamente
alcuni degli allievi del Collegio S. Alessandro presentatisi, come d'obbligo, agli esami presso il Liceo Sarpi. Il
fatto scatenò accesi dibattiti nell'opinione pubblica non solo bergamasca ma anche nazionale, dato che se ne
occuparono i giornali liberali «La Perseveranza», il «Corriere di Milano», e quelli cattolici come l'«Armonia» e
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l'«Osservatore», oltre che, naturalmente, «La Provincia di Bergamo». La questione doveva chiudersi con la
temporanea chiusura del Collegio, decisa con decreto ministeriale. In tale situazione, la presenza di
Settembrini a Bergamo quale rappresentante governativo, e il rapporto con Locatelli, interprete delle stesse
posizioni in sede locale, permettono di chiarire il ruolo dell’istruzione nel corpo sociale e nella formazione delle
classi dirigenti dello Stato. Ciò spiega il rilievo assunto dalla vicenda a livello nazionale e il conflitto d’interesse
delle autorità laiche ed ecclesiastiche nel controllare l’organizzazione e la gestione di una funzione
fondamentale dello Stato.
Nell’incontro tra Settembrini e Locatelli, nel parallelo che ne deriva tra un'esperienza di rilievo nazionale e una
di carattere locale (entrambi furono protagonisti del processo di unificazione nazionale, laici e liberali, docenti di
lettere italiane e quindi sensibili al tema dell’istruzione), si rivela un comune sentire sulla necessità della laicità
dell’istruzione.
Settembrini, Ispettore Generale dell'Istruzione, proveniva da quella corrente di liberali progressisti e di
democratici del Mezzogiorno d'Italia "ostili al cattolicesimo liberale, poiché in genere erano rimasti fedeli alla
tradizione iiluministica e giacobina, laica ed anticlericale" (G. Candeloro). In tal senso è significativo che,
proprio a seguito della sua visita a Bergamo, Settembrini esortasse il preside Amati ad esporre nei locali del
Liceo un ritratto di Paolo Sarpi, simbolo dell’opposizione al potere temporale della Chiesa. Il Liceo era stato
intitolato allo storico veneziano del ‘500 già da alcuni anni, in base ad una scelta di chiara ispirazione
anticlericale.
A sua volta, nel 1864 Pasino Locatelli scriveva sulla «Gazzetta di Bergamo» a proposito delle Influenze clericali
nell’istruzione ed educazione della gioventù: “Se prima d’ora alcuno ci avesse detto, che circa l’influenze
clericali la Provincia di Bergamo è in Italia fra quelle che sono in condizioni peggiori, avremmo cercato con ogni
mezzo di smentirlo. Ma oggimai sono tanti i fatti, le esperienze, le prove che si accumularono e si accumulano
da renderci invero alquanto inclini a non credere del tutto infondato un così sfavorevole giudizio”. Dal discorso
di Locatelli emerge come, tra l’altro, nell’istruzione clericale fossero presenti atteggiamenti e insegnamenti tesi
a formare coscienze ostili al nuovo stato unitario. Di questa situazione si era già fatto portavoce il governatore
Stefano Centurione (cfr. AT1, IS3-5, SP2) nel suo Rapporto sullo stato generale della Provincia del 1860. In
esso si metteva in luce la responsabilità di quella parte del clero più fanatica e intransigente nel mantenere la
popolazione, soprattutto delle campagne, in una condizione di ignoranza e superstizione per poter più
facilmente osteggiare le iniziative governative. La situazione del clero era però tutt’altro che compatta e
omogenea; accanto agli esempi citati di intransigenza e fanatismo, si erano fatti strada da tempo atteggiamenti
di apertura alle nuove istanze della società civile. Un esempio di ciò è costituito dalla fondazione a Bergamo nel
1860 dell’Unione Ecclesiastica di S. Bartolomeo, sciolta per tenace opposizione del Vescovo Speranza nel
1861. Di essa furono membri tra gli altri i sacerdoti Giuseppe Bravi, Giovanni Colombo, Martino Dolci e
Giovanni Finazzi (cfr. IS5, MP1-2, TE2). La posizione dell’Unione di fronte ai nuovi e urgenti problemi dell’unità
nazionale è emblematicamente rappresentata nel documento Lettera di un cattolico sulla questione del giorno,
scritta dal sacerdote M. Dolci a proposito della questione romana. In essa si affermava, ad esempio, che non
solo il potere temporale del Papa sullo Stato Pontificio non era essenziale, ma anche che la rinuncia a tale
potere era richiesta dal diritto dei popoli alla loro libertà. Pertanto le guerre d’indipendenza per l’Italia erano
assolutamente legittime e andavano condannati, invece, quei rappresentanti del clero che reclamavano le armi
straniere per garantire la sovranità dello Stato Pontificio.
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IL RAPPORTO TRA STATO UNITARIO CENTRALIZZATO E REALTÀ LOCALE: IL PIEMONTESISMO
“Avanti dunque tutti quanti animosi: la vittoria sarà della ragione. Da un capo all’altro dell’Italia abbiamo un
volere, un fine, una parola: riusciremo a bene, certissimamente, ma dobbiam lavorare”. Dalla lettera di Luigi
Settembrini a Pasino Locatelli, Napoli, 13 settembre 1871.
La realtà di un’Italia unita non solo dal punto di vista politico, ma anche nelle coscienze e nell’azione congiunta
delle amministrazioni centrali e periferiche, è ben lungi dall’essere realizzata e la consapevolezza di ciò non è
solo presente nelle parole sopra citate di Luigi Settembrini (cfr. IS4) a Pasino Locatelli (cfr. AC4, AT1, BI2, IS4,
MP1-2, SP1), ma è condivisa anche dagli esponenti del gruppo dirigente bergamasco di indirizzo liberalmoderato di cui lo stesso Locatelli faceva parte. In questo nuovo scenario l’istruzione, per il ruolo fondamentale
che svolge all’interno di uno stato moderno, è un ambito in cui si manifestano in modo evidente i riflessi della
più generale evoluzione delle dinamiche politiche. Di ciò sono ampiamente rivelatori i due documenti qui
proposti.
“Caro Pasino,
Rosa resta Provveditore a Bergamo: ha dovuto accettare, diversamente si mandava un piemontese. Mi è
incombensa dartene avviso”. Lettera di Vittore Pagnoncelli (cfr. SP1) a Pasino Locatelli del 29 ottobre 1860.
“Cariss. Cesar,
Mi viene detto che il Rosa, provveditore agli studii per la nostra Provincia abbia dato la sua dimissione. (…) Nel
pubblico già si dice che il canonico Finazzi possa far passi presso il Ministero (cfr. IS2-IS4) onde esser rimesso
al posto che il Rosa occupava, e che era prima da lui disimpegnato. Il rinominarlo ora sarebbe cosa impolitica
(…) Esso d’altronde è prete, e come tale deve dipendere dal suo superiore che è il Vescovo; e da qui eccone,
forse, quistioni per l’avvenire: è quindi bene tenersene fuori. Brave persone non ne mancano e al caso sarà
meglio mandare un secolare d’altro paese che scegliere il Canonico Finazzi, che sebbene possa dirsi liberale,
pure non lo fu sempre o almeno col suo carattere non mostra di esserlo abbastanza”. Lettera di Giovanni
Battista Camozzi-Vertova (cfr. BI2) a Cesare Giulini del 19 agosto 1862.
Dai testi sopra riportati emerge come l’amministrazione locale cercasse di tutelarsi da una eccessiva ingerenza
dello Stato centrale da una parte e del clero dall’altra, e ciò al fine di accrescere il proprio peso politico
nell’organizzazione complessiva dello Stato unitario.
Occorre ricordare che negli anni immediatamente successivi all’unità italiana, i piemontesi svolsero nella vita
pubblica un ruolo preminente anche per la loro maggiore esperienza politica, amministrativa e legislativa,
nell’ambito dello Stato sabaudo.
La città di Bergamo aveva contribuito attivamente alla realizzazione del processo unitario e pertanto c’era un
diffuso senso di sfiducia quando, dopo l’unificazione nazionale, le aspettative di soluzione delle questioni locali
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furono deluse dalla marginalità in cui erano relegate dal governo. Il governo intervenne rigidamente nella realtà
locale, spesso soffocandone le iniziative e imponendo uomini e strutture: si manifestava in tal modo il
fenomeno del ‘piemontesismo’. In tal senso va intesa la prima delle due lettere sopra riportate, nella quale il
tipografo liberale V. Pagnoncelli, appunto per contrastare una nomina “piemontese”, informa P. Locatelli della
decisione del patriota Gabriele Rosa (cfr. AT1, BI2, SP1) di rimanere provveditore a Bergamo.
Nonostante il tentativo, qui sopra richiamato, di mantenere una qualche autonomia in ambito locale, i liberalmoderati si trovarono costretti a sostenere strenuamente l’unità nazionale, non ancora consolidata, per meglio
fronteggiare l’opposizione del clero, nella maggior parte austriacante. L’episcopato di Pier Luigi Speranza (cfr.
IS1-3-4) era stato fortemente caratterizzato in tal senso (cfr. IS3).
Secondo il rapporto del governatore Centurione (cfr. AT1, IS3-4, SP2) era necessario un urgente intervento
governativo per promuovere l’istruzione. Sempre nell’analisi del governatore, le gravi carenze nel settore,
ereditate dal governo nazionale, erano da addebitarsi almeno in parte al governo della Repubblica Veneta, che
con la sua struttura oligarchica, imperniata sui privilegi dell’aristocrazia e la soggezione delle masse mantenute
nell’ignoranza, le aveva abituate, come scriveva Centurione, “ad una specie di cieca deferenza, di misterioso
rispetto verso l’autorità (...) ed è appunto io credo per questo motivo che i contadini hanno una cieca deferenza,
una specie di devozione per il Clero che pur troppo in certe parti esercita su di essi una nocivissima e fatale
influenza. Ignoranza e pregiudizio non giovano a ben disporre la popolazione nei confronti del Governo
Nazionale, poichè si aspettano una serie di diritti e nessun dovere, confondendo la “libertà colla licenza. (…) Ed
in tali errori sono principalmente e ad arte indotti da quella parte di Clero ignorante e fanatica ciecamente
devota alle esigenze Papali, che crede con ciò di creare imbarazzi al Governo, di opporgli ostacoli
all’annessione delle Romagne e di acquistarsi per tal modo l’approvazione del Pontefice”. Bigottismo e
pregiudizi sono sfruttati “da una parte del Clero avverso alla Causa Nazionale e che si arrovella a fuorviare la
coscienza dell’ignorante popolazione”.
In quest’ottica assume particolare rilievo l’opera svolta dalla Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1,
IS1-2-3, MU1, SP1-2, TE1), di cui Pasino Locatelli scrisse una sintesi storica con le finalità dell’associazione e
per la quale promuoverà scuole serali e festive per gli operai (Cenni intorno alla fondazione, alle prime
operazioni ed al presente stato della Società Industriale Bergamasca, 1856). Le scuole della Società (cfr. IS5)
furono un tentativo significativo di istruzione laica, con un raggio d’azione mirato alla situazione della provincia
e quindi meno generico rispetto agli interventi governativi.
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Uno dei capri espiatori nell’opinione dei laici sul clero fu il canonico Giovanni Finazzi (cfr. IS4, MP1-2, TE2), a
cui è dedicata la seguente satira, composta probabilmente da P. Locatelli e comparsa sulla «Gazzetta del
Popolo di Lombardia» del 23 agosto 1860:
Ritratto di un Canonico Lombardo a dispetto dell’opinione pubblica impiegato nella pubblica Istruzione
Di Storia natural vero portento,
Egli è, di Giano al par, mostro bifronte,
Ruminante, forzuto e corpulento;
Cuvier lo crederebbe un mastodonte.
Ai bassi intrighi, al subdolo talento,
Buffon di volpe in lui vedria le impronte;
Pur, dal mutar colore ad ogni evento,
Più ch’altra bestia egli è camaleonte.
Cecco Beppo adorò tra vile e scaltro:
Per la pagnotta or serve il Galantuomo,
Pronto a tradirlo se tornasse l’altro.
Nato Arlecchin, ne sfoggia a tempo i lazzi:
Più che Italia ama l’Austria, il papa e ‘l duomo...
Ecco al vivo il Canonico Finazzi.
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LE MOLTEPLICI FUNZIONI
DELL’OTTOCENTO
SOCIALI
DELLA
MUSICA
NELLA
CULTURA
BERGAMASCA
Il 7 settembre 1871 il critico d’arte Pietro Selvatico (cfr. AC3-4, IS2) scriveva da Padova al Presidente della
Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS1-2-3-5, SP1-2, TE1), Carlo Lochis (cfr. AC4, IS2, MP1,
SP1), per l’istituzione a Bergamo di scuole tecnico-pratiche (cfr. IS2). Nel testo della lettera egli si opponeva
all’idea di inserire tra le materie di insegnamento il “canto corale” ed esprimeva un giudizio fortemente negativo
sull’ambiente musicale. Per Selvatico chi “s’innamora del canto, è perduto per l’imparamento d’altri mestieri, e
finisce ad andar a fare il corista nel teatro, o a condurre spesso la vita più sciupona del mondo. Lo so bene che
può uscirne un Rubini (cfr. SP1, TE1-2), ma le eccezioni non van contate. A me pare che in Italia siasi cantato
abbastanza; è tempo di fare e di fare utilmente. La nostra società alta e media che canta o suona tutto,
contenta di questo talento spesso crudele tormentatore degli orecchi, è la più ciuca e la più corbella del mondo.
Levatela dal cembalo, trovate il vuoto, l’oziosità, l’incultura. La musica è sirena che ammalia chi l’abbracci:
datemi un operaio che s’innamori del canto e del suono e sarà strumento il meno operoso della sua
professione. Questa del resto, è una mia opinione individuale che va posta probabilmente nel ferrovecchio, ne
io intendo imporla a nessuno”.
Per comprendere la ragione delle posizioni di Selvatico, occorre far riferimento al contesto politico della recente
unificazione nazionale implicito nel testo della lettera. Uno dei principali problemi dell’Italia unita era proprio
l’istruzione, che andava ampiamente riformata per consentire lo sviluppo armonico di un paese che,
socialmente e culturalmente difforme, scontava già decenni di ritardo nel panorama europeo su fronti come
quello culturale ed economico. Il richiamo di Selvatico al conte Lochis sull’operosità che anche Bergamo
doveva mostrare in tale direzione, esprime quel sentimento liberal-paternalistico che investiva gli elementi
socialmente e culturalmente più elevati del compito di occuparsi, tra l’altro, dell’istruzione delle masse. In tale
contesto, pertanto, anche la musica, così come vissuta da una parte di “società alta e media” che trovava in
essa, come dice Selvatico, il modo per nascondere “il vuoto, l’oziosità, l’incultura”, costituiva un ostacolo al “fare
utilmente”, anziché un’occasione di istruzione.
Le severe parole di Selvatico, che costituiscono una sorta di bilancio sul ruolo della musica in Italia, non sono
veritiere se riferite al caso di Bergamo. Qualche decennio prima, infatti, il musicista bavarese Johann Simon
Mayr (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MP1, SP1-2, TE1-2)aveva dato vita a Bergamo a un progetto, in seguito
modello per altre realtà italiane, in cui proprio la musica era elemento centrale di un programma di istruzione.
Le parole che il 12 marzo 1805 Mayr scrisse in una Memoria al Consiglio del Pio Luogo della Misericordia
Maggiore (cfr. IS2-3, TE2) di Bergamo per l’istituzione di “Una piccola Scuola di Musica, cioè: Lezioni pratiche
di canto e di suono, ed alcune Lezioni teoretiche (senza di cui le pratiche sono sempre incerte e troppo
meccaniche) per dodici poveri ragazzi del dipartimento [del Serio] scelti opportunamente”, presuppongono un
punto di vista diametralmente opposto a quello che sarà di Selvatico. Con le istituzioni musicali da lui fondate a
Bergamo, Mayr tentò, e in larga misura con successo, di dare alla musica esiti molto diversi da quelli che
avrebbe lamentato il critico d’arte sessantacinque anni dopo. Pur nella distanza cronologica, è opportuno
confrontare il testo della lettera di Selvatico con alcuni brani della Memoria di Mayr per comprendere il ruolo
che ebbero a Bergamo nella prima metà dell’800 le Lezioni Caritatevoli di Musica (cfr. ED2, SP2), l’Unione
Filarmonica (cfr. SP1, TE1-2)e il Pio Istituto Musicale.
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1. Le opposizioni tra istruzione umanistica e tecnico-pratica, istruzione caritativa e diritto all’istruzione.
Il brano citato della lettera di Selvatico si riferiva all’istituzione in Bergamo di una scuola tecnico-pratica di
plastica e intaglio. Negli anni post unitari, in concomitanza con le necessità del mondo industriale in
espansione, era cresciuta la richiesta di formazione tecnica nelle scuole italiane, tenuta da sempre in subordine
rispetto a quella umanistica (cfr. IS2). La severità del giudizio di Selvatico verso quest’ultima, a cui viene
chiaramente contrapposta l’istruzione tecnica, riassume il tentativo di dare almeno pari dignità e reciproca
autonomia ai due rami di istruzione. La conferma di quanto la tradizione dell’istruzione umanistica fosse
radicata e dominante viene proprio da un brano della citata Memoria di J.S. Mayr. L’opportunità offerta dalle
Lezioni Caritatevoli di Musica agli allievi, scelti dalla Congregazione di Carità in base alla condizione di povertà
e alle attitudini individuali, era così sintetizzata dal Mayr: “Invece che vengano destinati alle arti meccaniche
(forse tutt’affatto contrarie al loro genio) voi assegnate a’ medesimi una sfera più elevata [la musica], in cui, se
corrispondono alle mire da voi prefisse, potranno avere uno stato più agiato ad inalzare la lor sorte e la loro
fama al di sopra del comune (…)”. Sarebbe tuttavia riduttivo scorgere nelle parole di Mayr una semplice
considerazione di superiorità delle materie umanistiche rispetto a quelle meccaniche. Il discorso mayriano,
molto più complesso, e che in questa sede è solo possibile accennare, considerava la musica come strumento
privilegiato di educazione. Dal compositore e teorico musicale Giuseppe Tartini (1692-1770) Mayr aveva
appreso che “la scienza della musica conserva i costumi di una Nazione e di un popolo nella sua prospettiva di
conoscenza. Se decade la musica, decade la società” (J.S. Allitt). E facendo propria tale prospettiva, Mayr
asseriva che né il Filosofo, né il Politico potevano ignorare “l’influenza che ha la coltura della musica
sull’educazione (…) su i costumi e (…) sulla società medesima”. Non bisogna dimenticare però, che il concetto
di elevazione tramite lo studio espresso nelle parole di Mayr, benché riguardasse allievi provenienti da classi
sociali disagiate, non significava apertura democratica all’istruzione delle masse. Come sottolineato, gli
elementi da inserire nella scuola venivano scelti dalla Congregazione di Carità secondo un criterio caritativo e
pertanto paternalistico.
Il fondamento caritativo delle Lezioni era comune ad iniziative analoghe nate a Bergamo in quegli anni: la
Scuola di Belle Arti (cfr. AC1-2-3-4, TE2) dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, SP1,
TE2) e le scuole di carità istituite da enti religiosi ne sono un esempio. La sottolineatura di questo aspetto serve
a ricordare che il dibattito tra l’istruzione come diritto e l’istruzione come concessione paternalistica nei confronti
di ceti economicamente e socialmente più deboli, assume toni particolarmente vivaci tra fine ‘700 e primi ‘800.
Ciò è dovuto anche agli effetti di applicazione delle riforme teresiano-giuseppine in Lombardia, alla spinta
democratica sollecitata dalla rivoluzione francese e ai risultati che, con i nuovi regolamenti in materia di
istruzione, il governo austriaco restaurato si proponeva di ottenere nel Lombardo-Veneto (cfr. IS1).
Nel progetto di Mayr, inoltre, pesava anche l’influenza della sua formazione presso la loggia massonica degli
Illuminati di Baviera (cfr. BI1, ED2, IS3, SP2, TE2). Quest’ordine, di cui si parlerà più avanti, non mirava a
creare “movimenti di plebe o di massa. Intendeva che la vita di pochi illuminati che lavorassero in
collaborazione avrebbe portato un più grande beneficio per la società, agendo come lievito nella farina per
produrre il pane” (J.S. Allitt).
2. Le Lezioni Caritatevoli di Musica: studio specialistico e cultura generale.
Nelle parole di Selvatico la contrapposizione tra educazione tecnica e umanistica è radicale, perché chi
“s’innamora del canto, è perduto per l’imparamento d’altri mestieri (…). Datemi un operaio che s’innamori del
canto e del suono e sarà strumento il meno operoso della sua professione”. Il pessimismo di Selvatico in tal
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senso deriva probabilmente anche dal fallimento dei tentativi operati in quegli anni di istituire scuole tecnicopratiche con formazione specialistica. La persistenza della formazione umanistica a fianco della tecnica aveva
snaturato di fatto gli obbiettivi faticosamente perseguiti nei programmi delle scuole di istruzione tecnica (cfr.
IS2).
Al contrario, l’esperienza di Mayr si colloca in un periodo nel quale la preparazione specialistica non era in
contrasto con una coltura di tipo enciclopedico. Fisica, medicina, matematica, storia naturale, scienze politiche,
arti e mestieri, scienze ermetiche, tutte queste materie rientravano, del resto, nel curriculum di studi che egli
stesso aveva seguito durante l’apprendistato come ‘Illuminato’. Mayr pensava la formazione musicale parte di
una formazione complessiva, in grado di sostenere culturalmente il futuro musicista e tale da rendergli possibile
l’eventuale accesso ad altre attività. Infatti, nella sua Memoria, egli tiene a specificare che se l’allievo scelto
avesse, nel corso degli anni, mutato la voce e mostrato di non avere “genio per la Musica stromentale, le
cognizioni elementari della grammatica, aritmetica, storia, geografia, mitologia e poesia che nel medesimo
tempo” gli sarebbero state insegnate nel Liceo (cfr. AT1-2, BI1-2, IS2-4, TE2), lo avrebbero messo in
condizione di “dedicarsi a qualunque arte o scienza a cui il suo genio” lo avesse chiamato. Inizialmente, quindi,
Mayr pensava che lo studio della musica alle Lezioni Caritatevoli dovesse essere affiancato a quello al Liceo.
Di fatto, dal 1812, fu l’abate Baizini ad occuparsi, all’interno della scuola di musica, dell’insegnamento delle
materie complementari. Gli allievi della scuola integravano la loro preparazione anche con la partecipazione a
corsi esterni alla scuola musicale, così come fu nel caso di Gaetano Donizetti (cfr. TE2). “Alcuni documenti
attestano la presenza di Donizetti in due scuole bergamasche molto importanti: l’Accademia delle Belle Arti
Carrara e l’annessa Scuola di architettura (cfr. AC1) del professor Bianconi (cfr. AC3, AT1-2, IS1). Cicconetti
dipinge l’adolescenza del Donizetti come ‘erudita nel disegno, nell’architettura e nella poesia” (F. Bellotto).
La cura dell’aspetto pedagogico venne portata avanti da Mayr anche con la stesura di testi di teoria musicale,
redatti appositamente per i suoi allievi: Il piccolo catechismo elementare, Metodo di applicatura ossia per le
regolari e più comode posizioni delle dita sul cembalo, Trattato per il pedale, Alcuni cenni sul modo di scrivere
pei corni da caccia. Per alcuni di tali testi egli si affidò agli altri insegnanti della scuola, come Francesco Salari
per la stesura di un Nuovo Metodo di canto per l’insegnamento ai giovani allievi. Influenzato anche dai suoi
studi nella facoltà di medicina non trascurò di studiare le questioni mediche legate all’ambito musicale, così
come testimoniano i suoi Studi sull’udito in rapporto alla Musica eDella voce umana e delle sue malattie e
rimedi, e sul canto.
Per comprendere gli intendimenti con cui il musicista tedesco istituì le Lezioni Caritatevoli di Musica e i motivi,
in parte già accennati, della sua attenzione ai temi pedagogici come strumento per combattere la superstizione
e per accrescere “la virtù e la saggezza” della società, occorre rifarsi alla sua formazione. Fondamentale fu il
suo apprendistato presso il collegio dei gesuiti ad Ingolstadt e la sua appartenenza alla loggia massonica degli
Illuminati di Baviera fondata da Adam Weishaupt. Presso il collegio dei gesuiti (1772) Mayr continuò la sua
formazione musicale iniziata con il padre, organista a Mendorf. Fu presso i gesuiti, grazie alle rappresentazioni
sacre nelle chiese, che Mayr apprese la prima volta l’uso proficuo del teatro come aiuto all’insegnamento. Dal
1780 al 1784 frequentò la facoltà di medicina, nel 1784 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Su di lui ebbe
molta influenza il suo insegnante A. Weishaupt, fondatore nel 1776 dell’ordine massonico degli Illuminati, di cui
Mayr divenne presto membro. Dello stesso ordine massonico era entrato a far parte il barone Tommaso De
Bassus (cfr. ED2, IS3) nel 1777, e dal 1779 si occupò della sua diffusione in Italia, diramando da Poschiavo
pubblicazioni di carattere riformatore. Nei suoi viaggi tra i Grigioni e le città della Repubblica veneta egli era
accompagnato dal giovane Mayr, divenuto musicista di famiglia. Come affermava lo stesso Bassus, l’ordine
degli Illuminati “predicava niente più che una rigorosa moralità, un’aurea moderazione e un indiscusso impegno
nello studio”. Proprio l’educazione, lo studio, l’attenzione ai temi pedagogici erano i cardini fondamentali
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dell’ordine che si batteva, nelle forme ricordate sopra, contro la superstizione a vantaggio di una più elevata
istruzione dell’umanità. Oltre a Weishaupt e Bassus, all’interno dell’ordine degli Illuminati Mayr ebbe l’esempio
di Hans Georg Nägeli (allievo del pedagogista svizzero Johan Heinrich Pestalozzi - cfr. ED2 - anch’egli
massone) che si era occupato della “nuova impostazione pedagogica del ‘far musica’ ” (G. Appolonia) e di
Goethe, anch’egli molto sensibile al ruolo educativo del teatro.
Sulla base delle sue esperienze teatrali, Mayr realizzò due azioni sacre, in cui vengono rappresentati momenti
di vita di figure edificanti: Samuele (1821) e San Luigi Gonzaga (1822) (cfr. TE1). La prima venne composta per
l’ingresso del vescovo Pietro Mola (cfr. IS3) a Bergamo e narra la storia del profeta che, come è ricordato nella
scena quinta, istituì nella sua patria delle “religiose accademie, nelle quali i giovani si ammaestravano allo
studio delle divine scritture, e al canto d’inni, o salmi profetici concernenti le lodi, e i misterj di Dio”. La seconda
(…) fu eseguita nella chiesa di S. Pancrazio (cfr. TE1) ed è dedicata al canonico Giovanni Mosconi che fu
membro della Commissarìa dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3), della Deputazione del Seminario vescovile
e Imperial Regio Ispettore Provinciale delle Scuole elementari. Secondo J.S. Allitt “Samuele e S. Luigi Gonzaga
dovrebbero essere collocati nel contesto del crescente interesse di Mayr per la realizzazione, con l’aiuto di altri,
di un libro di canti italiani per la devozione popolare. In collegamento con il movimento ceciliano, che Mayr
stesso divulgava in quegli anni, il Maestro si trovava in prima fila nel tentativo di rendere possibile a molte
persone la comprensione delle cose sacre”. In questa prospettiva rientrava anche la rivalutazione da parte di
Mayr del folklore e del canto popolare. Così, nel 1834, con la collaborazione del musicista Luigi Gambale e del
letterato e patriota bergamasco Samuele Biava, Mayr musicò un volume di melodie sacre su testi in lingua
volgare stampate nel 1835 con il titolo Melodie sacre o inni, cantici, salmi popolari della Chiesa. Un’opera di
questo genere nacque nell’ambito di un cattolicesimo che riteneva ormai imprescindibile una maggiore
partecipazione dei fedeli alla preghiera anche grazie all’adozione di una lingua comprensibile a tutti.
A questo proposito è utile rifarsi a un precedente importante, costituito dagli Inni Sacri di Alessandro Manzoni
(cfr. AC3), composti tra il 1812 e il 1817. Con essi lo scrittore “ribattezzò nel nome di Cristo l’egualitarismo del
secolo decimottavo e della rivoluzione francese in un cristianesimo liberale, attento più ai valori morali e al
significato umanitario del Nuovo Testamento che alla solennità del Vecchio, o agli aspetti teologali del culto”
(G. Petronio). In questo panorama occorre far riferimento anche agli Inni Cristiani (1866) e ai Dodici Inni Sacri
(1871) del poeta e patriota bergamasco Ottavio Tasca (cfr. SP1). L’esperienza religiosa e politica del poeta
costituì il fondamento delle due opere, in cui il cattolicesimo romano lasciava il posto a una riscoperta della
Chiesa Apostolica delle origini. In tal senso la preoccupazione di Tasca perché il popolo italiano si abituasse a
pregare Dio “nella propria favella e non in una lingua morta” è il riflesso di una più generale concezione, al
contempo politica e religiosa, nella quale, sul modello della Chiesa Anglicana, il centro è rappresentato non
dall’istituzione (politica o ecclesiastica) bensì dalla comunità dei fedeli: “Chiesa nazionale con base episcopale
staccata dal papa, fedele al Re e allo Statuto, ma sottratta al potere laicale. (…) Se gli Inni Sacri di Manzoni
sono l’esito poetico d’una conversione dal giansenismo al cattolicesimo, i Dodici Inni Sacri di Tasca sono il
risultato poetico d’un percorso opposto, dal cattolicesimo al protestantesimo” (B. Gallo).
Esempio di questo tentativo di educare le masse anche attraverso una rilettura del sacro si realizzò attraverso il
culto a Santa Cecilia (cfr. TE2), patrona della musica. Sulla vita della santa, Mayr scrisse un testo di cui si
avvalse l’amico Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, IS2-3, SP1, TE2) per redigere e stampare
presso il tipografo Mazzoleni nel 1852, sette anni dopo la morte di Mayr, La vita di Santa Cecilia volgarizzata
sugli atti antichi de’ santi martiri e corredata di opportune illustrazioni. Nella premessa dedicatoria, scritta nel
1835, Salvioni, rivolgendosi al suo “ottimo amico” Mayr, ricorda che l’Unione Filarmonica, istituita dal musicista
bavarese, aveva come scopo di “festeggiare solennemente ogni anno la nascita di S. Cecilia”. Inoltre, era
intenzione dello stesso Mayr “che fosse recata a volgar cognizione la vita della celeste Protettrice” e che di ciò
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si occupasse proprio Salvioni. Così, fedele agli intenti di Mayr, Salvioni affermava di aver “volgarizzati
fedelmente gli Atti antichissimi” e con intento evidentemente educativo credette “ben fatto corredare questo
volgarizzamento di alcune osservazioni sulla veneranda antichità degli Atti originali e sul culto della santa
martire, specialmente per ciò che s’appartiene all’arte musicale”. Questo richiamo alla rigorosità dell’indagine
storica per la ricostruzione delle origini del culto alla santa, si colloca nel tentativo di ristabilire un rapporto tra
sacro e popolo dei fedeli non più basato sulla superstizione.
L’intento divulgativo di Mayr si concretizzò anche nella realizzazione nel 1826 di un «Almanacco musicale» (cfr.
SP2), però mai stampato. L’almanacco era ritenuto uno dei mezzi più consoni all’ educazione delle masse (cfr.
ED1) e quindi non pare strano che anche Mayr si sia misurato con tale tipo di produzione.
La riflessione colta e filosofica di Mayr sul ruolo della musica non gli impediva di valutare, oltre ai risvolti sociali
e culturali, anche quelli economici di una corretta gestione dell’istituzione musicale che egli si apprestava a
fondare. Citando nella sua Memoria Giovanni Maironi Da Ponte (cfr. AT1-2, ED1, IS2-3, MP2, SP1, TE2), Mayr
afferma: “In un popolo [quello bergamasco] la di cui sussistenza dipende tutto dall’industria, e che dalla sterilità
del suo suolo è costretto a procacciarsi sussidj da varie molteplici fonti, non può, né devesi trascurare alcun
mezzo da cui ridondar possa notabile vantaggio, particolarmente per quella classe nella quale spesso la
mancanza de’ mezzi lascia venir meno e perire i più grandi genji”. In tal senso, se si pensa all’essenziale
funzione di richiamo svolta dagli spettacoli allestiti al Teatro Riccardi (cfr. AC4, AT1, TE1-2)per i commerci della
Fiera di Bergamo (cfr. ED1, TE1), e alle questioni economiche politiche e culturali connesse a tale rapporto (cfr.
TE1), pare evidente che il nesso musica-oziosità-incultura avanzato da Selvatico non riguarda certo il modo di
“far musica” mayriano.
3. La musica operistica e la musica strumentale: il ruolo delle accademie
Il numero di allievi che frequentarono le Lezioni Caritatevoli di Musica e intrapresero una brillante carriera
musicale è consistente. In tal senso lo specifico caso bergamasco è in contrasto con il bilancio generale
tracciato da Selvatico sulla situazione italiana. Con l’insegnamento della musica Mayr si proponeva di aprire ai
suoi allievi due strade principali: il canto e, “se per accidente nell’età della pubertà, al cangiarsi della voce, si
dasse il caso raro, che alcuno la perdesse del tutto”, la musica strumentale. Le Lezioni proposte da Mayr alla
Congregazione di Carità (cfr. TE1) erano sorte per contribuire al risveglio dell’arte musicale, in declino anche a
Bergamo. La fine della stagione degli evirati e il divieto alle donne di esibirsi durante le celebrazioni liturgiche
avevano suggerito a Mayr di educare al canto, per le funzioni in Santa Maria Maggiore, le voci bianche dei
giovinetti, insegnando loro anche la musica strumentale. Nel progetto musicale ideato da Mayr il momento
formativo delle Lezioni Caritatevoli di Musica era solo la tappa iniziale. Alla fine dell’anno scolastico gli allievi si
esibivano in accademie (concerti) per dare un saggio della loro abilità. Nel 1809, in occasione della fondazione
del Pio Istituto Musicale, creato per il sostegno dei musicisti in difficoltà e delle loro famiglie, venne eseguito
dagli allievi della scuola e per la prima volta in Italia La creazione del mondo di Haydn. Per gli allievi, le
accademie costituivano una prima esperienza di fronte al pubblico. Inoltre, e ciò si intensificherà con la
fondazione dell’Unione Filarmonica nel 1823, alle accademie erano spesso invitati cantanti e musicisti
professionisti già affermati e ciò costituiva un confronto stimolante per gli allievi. Le accademie, inoltre, erano in
quegli anni l’unico luogo dove di fatto si eseguiva musica strumentale. Ciò appare assai significativo “se si
pensa che nella prima metà del secolo l’orientamento predominante della cultura musicale italiana era rivolto al
melodramma” (M. Eynard).
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4. L’Unione Filarmonica come luogo di ‘sociabilità’.
Le parole di Selvatico criticano, come si è visto, quella parte di “società alta e media che canta o suona tutto,
contenta di questo talento”. Implicitamente, il critico d’arte, prende le distanze dallo stereotipo dell’Italia come
patria del bel canto. Lo stesso Mayr non si era sottratto a questo stesso stereotipo, asserendo che “il ridente
cielo dell’Italia dispone i suoi abitanti alla melodia e dolcezza di canto, e produce le voci le più omogenee dolci
e penetranti”. Pertanto le sue Lezioni Caritatevoli di Musica volevano contribuire a restituire “all’Italia tutta (…) il
suo dominio in quell’arte [musicale] sostenendo l’antica sua gloria e la superiorità che altre nazioni s’accingono
di contrastarle”. Al di là degli stereotipi e della loro diversa valutazione sul piano storico-culturale (Selvatico Mayr), è indubitabile che in Italia la musica ebbe un ruolo di prim’ordine. Anche a Bergamo la tradizione
musicale, legata soprattutto all’ambito liturgico e, successivamente, a quello teatrale, era radicata. Nell’800, in
città, erano molti i “melomani accaniti” (cfr. TE2), che si riunivano dilettandosi di canto e musica strumentale. Le
cronache danno qualche informazione sulle accademie private organizzate da personaggi appartenenti ai ceti
più elevati, che riunivano nei propri salotti gli amanti della musica. Queste riunioni private per “far musica
insieme”, costituiscono un esempio significativo di quella parte di storia della cultura e delle relazioni sociali
definibile con la categoria storiografica della ‘sociabilità’. In casa di Carlo Facchinetti (cfr. AC2, SP1), il
redattore dell’almanacco «Bergamo o sia Notizie Patrie» o in casa di Alessandro Bertoli, appassionato
violinista, veniva eseguita ottima musica strumentale per intrattenere gli amici. La connotazione negativa
attribuita da Selvatico a questo passatempo della “società alta e media” fa perdere di vista alcuni aspetti
importanti legati a questa forma di intrattenimento. Per queste accademie, oltre a dilettanti di musica, spesso si
esibivano gli allievi della scuola. Tali esibizioni, così come specifica nei suoi Cenni biografici Marco Bonesi,
allievo della scuola, avevano come scopo “di farci conoscere a persone le quali non potevano che giovare alla
nostra carriera”. Le accademie private costituivano anche l’occasione per introdurre nuove forme musicali e per
conoscere nuove composizioni provenienti anche dal resto d’Europa. Pare che sia stato proprio Alessandro
Bertoli a introdurre il quartetto a Bergamo. Insieme a lui suonavano Bonesi, Capuzzi, Donizetti e, in caso di
quintetto, anche Mayr. Bertoli doveva possedere una ricca biblioteca musicale comprendente non solo brani da
camera ma anche orchestrali. Oltre alle composizioni di Haydn, Beethoven, Mozart, Mayseder, ecc. venivano
eseguite anche composizioni d’occasione per gli amici convenuti. Donizetti, ad esempio, dedicò molti dei suoi
pezzi da camera ad amici e musicisti bergamaschi. L’istituzione da parte di Mayr nel 1823 dell’Unione
Filarmonica con sede nel Teatrino di S. Cassiano (cfr. TE2), sulla base di una preesistente Società dei
Filarmocori (1812), e la parallela istituzione nel 1827 dell’Accademia della Fenice (cfr. TE1-2) nella bassa città,
si innestano pertanto in un ambiente cittadino molto favorevole dal punto di vista musicale. Scopo dell’Unione
era “la coltura e il diletto dell’arte musicale” e suo unico oggetto era l’organizzazione di “Accademie di Musica
vocale ed istromentale private e pubbliche”. Tra le accademie più significative vi fu quella del 14 giugno 1841 in
occasione del 78° compleanno di Mayr in cui i suoi allievi, alcuni ormai celebri come Donizetti e Salvi, gli
tributarono, con le loro composizioni, attestazioni d’affetto e di riconoscenza.
5. Il contributo del mondo musicale alla formazione culturale nazionale.
Se il discorso di Selvatico lasciava intendere che la situazione culturale del nuovo Stato unitario necessitava di
un intervento operativo da parte degli intellettuali e delle classi al potere, è innegabile che, prima dell’unità
nazionale, la contemporanea fondazione di scuole musicali e unioni filarmoniche con scopi pedagogici,
divulgativi e professionali contribuì a creare, sul piano strettamente culturale, un comune sentire tra realtà
inserite in contesti politico-sociali molto diversi. Lo scambio epistolare di Mayr con accademie e istituti musicali
italiani è in tal senso significativo. Da questo punto di vista occorre sottolineare la novità dell’istituzione a
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Bergamo delle Lezioni Caritatevoli di Musica che precedettero di tre anni la fondazione del conservatorio di
Milano e servirono da modello anche per altre città come Novara, Parma, Firenze, Padova e Venezia.
D’altra parte J.S. Mayr, con i suoi studi sulle Biografie di scrittori e artisti musicali bergamaschi nativi od oriundi,
pubblicato postumo nel 1875 in occasione delle celebrazioni mayriane (cfr. TE2), si poneva all’interno di quel
filone di indagine storica sulle memorie patrie che, ad unità nazionale raggiunta, sarebbe stata
strumentalmente impiegata per una rivalutazione delle specificità locali a fronte di una situazione di
accentramento politico e culturale (cfr. MP1 - IS5) (analoga operazione nel campo della letteratura e della
pittura era stata compiuta da Barnaba Vaerini (cfr. ED2, MP1) nel 1788 con Gli scrittori di Bergamo e dal conte
Francesco Maria Tassi nel 1793 con leVite de’ pittori, scultori e architetti bergamaschi ).
I primi insegnanti e allievi delle Lezioni Caritatevoli di Musica
I primi insegnanti della scuola furono
Johann Simon Mayr, direttore e insegnante di teoria e composizione;
Francesco Salari, maestro di canto e sostituto di Mayr quale maestro di cappella;
Antonio Capuzzi, insegnante di violino e primo violino in Santa Maria Maggiore;
Antonio Gonzales, insegnante di cembalo e organista;
Gio. Battista Baizini, massone e insegnante, a partire dal 1812, delle materie complementari: lingua italiana,
conteggio, storia, geografia, mitologia e poesia.
La prima prova di ammissione per gli allievi fu tenuta il 6 maggio 1806. Tra gli altri furono ammessi:
Gaetano Donizetti, che rischiò di essere allontanato dalla scuola per scarse qualità vocali;
Marco Bonesi, poi maestro di violino nella scuola e direttore d’orchestra al Riccardi (nei suoi Cenni Biografici il
musicista ricorda che, prima dell’introduzione delle materie complementari nel 1812, era Carlo Facchinetti,
estensore dell’almanacco «Bergamo o sia Notizie Patrie», a fornire agli allievi suggerimenti e insegnamenti);
Giovanni Giuseppe Manghenoni, compositore e maestro di canto;
Antonio Dolci (cfr. TE2), poi maestro di pianoforte e organista in S. Maria Maggiore;
Gerolamo Forini (cfr. TE2), compositore e maestro di canto;
Matteo Salvi, compositore, direttore d’orchestra dell’I.R. Teatro di Vienna (cfr. TE2)e fondatore della Scuola
Imperiale di Canto nella stessa città.
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TEATRO E SPAZIO URBANO: IL PROGETTO DELL’ING. ANGELO M. PONZETTI (1856)
Con il titolo Abbellimenti della Regia città di Bergamo, l’ingegnere-architetto Angelo Michele Ponzetti (cfr. SP1)
pubblicava nel marzo del 1856 sul «Giornale dell’ingegnere architetto ed agronomo» uno studio per la
risistemazione dell’area della Fiera (cfr. ED1, MU1)con la costruzione di un nuovo teatro per Bergamo. Nel suo
progetto, mai realizzato, Ponzetti descrive dettagliatamente i tre progetti d’intervento da effettuarsi nel centro di
Bergamo:
1. Ampliamento e decorazione della gran piazza di Porta Nuova [con la costruzione di un nuovo teatro]
2. Riduzione del locale della Fiera
3. Strada a rotaje di ferro, che serve ad unire la Fiera, il mercato dei grani e l’interno della città con la Strada
Ferrata Lombardo-Veneta rimontabile anche con le locomotive; e quindi prolungata ad unire la parte piana con
la parte alta della città, e servita per questo tratto a cavalli, e lunga in complesso Lineari Metri 3090.
Successivamente, sempre sullo stesso giornale, veniva stampato in dettaglio il progetto, per un Nuovo Teatro
per la Città di Bergamo, seguito e completamento dello studio apparso nel marzo del 1856. Infine, anche la
«Gazzetta di Bergamo» del 1 aprile 1858 ristampava lo studio ponzettiano.
La pubblicazione del progetto, ripetuta a breve distanza di tempo e su periodici diversi, scandisce il dibattito
che si era aperto in quegli anni sulla ridefinizione del centro della bassa città in funzione delle mutate esigenze
economiche, politiche e culturali della città stessa. In tal senso, la proposta di costruire un unico grande teatro
per la città si può intendere solo alla luce del complesso contesto cittadino in cui la nuova costruzione sarebbe
andata ad inserirsi (sia in senso spaziale che metaforico). Da questo punto di vista appare particolarmente utile
soffermarsi su alcuni punti del progetto.
1. La decadenza della Fiera di Bergamo
L’irreversibile decadenza della Fiera di Bergamo è uno dei motivi principali che sta alla base del progetto
ponzettiano: “Le facili comunicazioni dovute alle scoperte dei tempi portarono una rivoluzione commerciale. E
centralizzando i grossi affari nelle città capitali, fecero pur troppo sentire uno svantaggioso influsso sulla nostra
Fiera. Ed in vero da varii anni vediamo restare in gran parte vuote le botteghe ed i magazzini di quel caseggiato
una volta florido convegno da lontane contrade di tanto commercio”. In effetti, a metà ‘800 il sistema fieristico
bergamasco era entrato in crisi. Gli eventi politici del ‘48, la pebrina che colpì la bachicoltura, l’epidemia di
colera del 1855 che impedì lo svolgimento della Fiera e della connessa stagione teatrale, le mutate condizioni
del regime doganale furono tutti “fattori che concorsero alla perdita di importanza della Fiera di Bergamo come
luogo dell’interscambio. (…) Dopo il 1851 la Fiera di Bergamo cambiò la sua fisionomia: da luogo di stoccaggio
e di mercato principalmente dei panni provenienti dalla Germania a centro di contrattazione delle sete e delle
cotonerie principalmente rivolto al mercato interno lombardo” (M. Gelfi). Tutto questo comportò una sensibile
riduzione della presenza di forestieri in città. In tale situazione Ponzetti profilava la possibilità di rilanciare
l’intera zona del centro cittadino “per il pubblico comodo e la vita commerciale della città”, trasformandolo
“molto utilmente in un bazar di esposizione permanente di quanto di meglio offre l’industria commerciale ed
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agricola di questa provincia”. La risistemazione del centro cittadino, con il nuovo teatro, la ristrutturazione delle
botteghe della Fiera e le agevolazioni viabilistiche, avevano lo scopo di ottenere “la centralizzazione delle
sparse borgate e dell’abitato dell’alta città”, e il centro topografico della città sarebbe diventato “il cuore, se così
puossi dire, da cui emanino, e dove concorrano le correnti vitali ed alimentatrici delle membra che formano il
corpo della Città medesima”. Bergamo, con la realizzazione del progetto, avrebbe pertanto potuto riappropriarsi
in senso geografico, economico e culturale del proprio centro cittadino.
2. Il rapporto Fiera - Teatro
La realizzazione di un nuovo teatro riproducente le dimensioni e la forma del Teatro Riccardi (da demolirsi) (cfr.
AC4, AT1, MU1, TE2), assumeva, in tale contesto, un rilievo particolare.
Il teatro aveva sempre svolto un’importante funzione di richiamo e intrattenimento dei numerosi visitatori della
Fiera. Tuttavia, senza la ricchezza di risorse umane ed economiche convogliate dalla Fiera stessa, l’attività
teatrale a Bergamo avrebbe faticato ad affermarsi come fenomeno culturale di rilievo nazionale ed
internazionale. Nel ‘700 gli spettacoli venivano ospitati in un teatro provvisorio in legno, smontato alla fine di
ogni stagione fieristica. Alla fine ‘700, però, Bortolo Riccardi aveva ottenuto dalla direzione dell’Ospedale di S.
Marco (cfr. AC4, BI1, IS2), che deteneva i diritti di sfruttamento dell’area della Fiera ricavando utili dall’affitto
delle baracche, l’autorizzazione a costruire un teatro stabile in pietra. L’inaugurazione avvenne il 24 agosto
1791 con l’opera Didone abbandonata su libretto di Pietro Metastasio. “Spettacolo della Fiera” era “appunto
appellato per il legame che alla stessa lo unisce e che insieme con essa diventa causa ed effetto” così come
affermava nel 1856 G.B. Pesenti Magazzeni, membro del governo provvisorio del ‘48. Proprio questa stretta
relazione Fiera-Teatro aveva fatto sì che a partire dal 1821 il comune stanziasse un contributo (“dote”) per la
realizzazione degli spettacoli teatrali. Dal 1826 tali fondi vennero erogati anche al Teatro Sociale (cfr. AC1,
TE2) nell’alta città. L’amministrazione municipale, grazie anche all’intervento di Giordano Alborghetti (cfr. SP1),
patriota durante la rivoluzione del 1797, aveva potuto constatare, infatti, che l’onere dell’allestimento degli
spettacoli era troppo gravoso per gli impresari, anche perché il livello qualitativo della programmazione teatrale
doveva essere all’altezza della “miglior Fiera d’Italia”.
Tuttavia, nel 1855, anche a causa della decadenza della Fiera e quindi delle minori entrate, il Consiglio
Comunale votò per l’abolizione del contributo ai due teatri cittadini rifiutando, tra l’altro, l’offerta dell’impresario
Eugenio Merelli (figlio di Bartolomeo - cfr. TE2) per il triennio 1856-1859. Ciò avrebbe significato la cessazione
dell’attività teatrale: nessun impresario avrebbe rischiato l’allestimento di spettacoli senza una garanzie
finanziarie, tanto più che dagli anni venti in poi il contributo comunale era andato via via aumentando. La
decisione del Consiglio comunale trovò molti oppositori anche all’interno della stessa amministrazione
municipale, e da quel momento si avviò un lungo dibattito da cui scaturì anche il tentativo di soluzione proposto
dal progetto Ponzetti.
3. Due teatri due città - Un teatro una città
Il comune erogava, come detto, il contributo ai due teatri cittadini: il Riccardi nella città bassa, e il Sociale
nell’alta città. L’esistenza a Bergamo di due teatri era cosa anomala se confrontata con altre città italiane di pari
livello, che ne avevano solo uno. A tal proposito occorre tener presente che, se la presenza del Riccardi era
giustificata nella bassa città dalla presenza della Fiera, la maggior parte delle famiglie aristocratiche
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bergamasche risiedeva nell’alta città dove aveva sede il potere politico. Qui, tra il 1797 e il 1807, funzionò il
Teatro Cerri costruito all’interno del Palazzo della Ragione (cfr. BI1, MP2). La sua angustia e provvisorietà non
rispondeva, però, all’esigenza di decoro dei maggiorenti dell’alta città, anche perché essi dovevano rivaleggiare
con un teatro, il Riccardi appunto, che, progettato dall’architetto Giovanni Francesco Lucchini, (cfr. AC4, AT1-2,
IS2, MP1, TE2) “per la distribuzione ed armonia, [poteva] essere considerato fra i migliori d’Italia” (il commento
è di Girolamo Marenzi, nella sua Guida di Bergamo del 1824 - cfr. AT2, MP2). Per questo motivo, nel 1803, un
gruppo di nobili (tra i quali Luigi Terzi, Pietro Moroni (cfr. AC2, AT1-2, BI2, IS2, TE2) e Carlo Marenzi - cfr. AC2,
AT2, TE2), si riunì con lo scopo di realizzare un nuovo teatro nella sede dell’ex palazzo Pretorio. La fabbrica fu
significativamente affidata a un noto architetto, il viennese Leopoldo Pollack (cfr. AC1), molto conosciuto a
Bergamo per la progettazione di ville nobiliari. Pollack era stato allievo di Piermarini, il progettista del Teatro
alla Scala di Milano, ed era diventato a sua volta esperto di costruzioni teatrali. L’almanacco delle «Notizie
Patrie», tuttavia, riporta commenti piuttosto critici alla fabbrica, sottolineando anche da questo punto di vista la
rivalità con il Riccardi: “Si rimprovera in essa qual imperdonabile errore d’arte la curva interna incongrua per la
visuale; inoltre la mancanza di armonia, a diminuire la quale concorre anco la soverchia altezza de’ palchi;
difetti tutti che il bravo nostro architetto Francesco Lucchini seppe sì ben evitare nel disegno da lui fornito pel
teatro Riccardi di borgo”. Va ricordato a tal proposito che nel 1810 il Lucchini realizzò alcuni disegni per il
completamento del Riccardi. Per l’alto livello qualitativo del lavoro proposto alla Direzione generale della
Pubblica Istruzione, J. Schiavini Trezzi ha ipotizzato sul progetto di Lucchini un’influenza diretta o indiretta
dell’architetto Giacomo Quarenghi (cfr. AT2, TE2).
Per il Sociale, che doveva essere vanto e lustro della nobiltà cittadina, il noto costruttore d’organi Giuseppe
Antonio Serassi (cfr. TE2) aveva progettato un organo apposito diverso da quello usato nelle chiese e però mai
realizzato. In una lettera del 10 ottobre 1815, da lui scritta a Carlo Bigatti, maestro di Cappella di S. Celso in
Milano, egli spiega che tale strumento “dovea essere collocato sotto il Scenario, facendo che la voce sortisse
orizzontale nel sito dove sta l’Orchestra, e si propagasse in tutto il Teatro; ottima riuscita ne sperava, avendo
consultato con le mie compatibili cognizioni dell’arte varj Professori di musica, tra’ quali il Sig. Maestro Mayr
(cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1-2, TE2) troppo famoso tra noi, e li pregiatissimi nostri musici tenori
Davide, e Viganoni (…)”.
Il Sociale venne inaugurato il 26 dicembre 1808 con lo spettacolo Ippolita regina delle Amazzoni di Stefano
Pavesi.
La rivalità fra i due teatri si manifestò anche con una lunga guerra sulle stagioni di apertura. Poiché il Riccardi
poteva aprire dalla conclusione dell’ottava di Pasqua alla prima domenica d’Avvento, comprendendo pertanto il
periodo della Fiera tra agosto e settembre, con l’inizio della sua attività il Sociale si attribuì la rimanente parte
dell’anno comprendente la stagione di Carnevale. I vari tentativi avanzati dalla gestione del Riccardi presso
l’amministrazione pubblica per poter aprire tutto l’anno e quindi in concorrenza con il Sociale ebbero scarsi
risultati. Per ottenere tale permesso il Riccardi giocò anche la carta del disagio per gli abitanti dei borghi di
raggiungere l’alta città in quanto “per la distanza rappresenta quasi un paese dall’altro distinto”, senza contare
poi che in inverno la situazione era ancora peggiore a causa delle difficili condizioni delle strade.
In effetti le condizioni viabilistiche non dovevano essere particolarmente agevoli come si deduce dalla lettera
che Cristoforo Scuri, presidente dell’Accademia Filarmonica della Fenice (cfr. MU1, TE2) nel borgo invia a J.S.
Mayr, residente nell’alta città il 26 marzo 1830, invitandolo ad un concerto:
“Esimio Signor Maestro
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Potendosi a mercé della di Lei gentilezza (…) eseguire anche nel nostro Locale della Fenice domenica
prossima 28 corrente la ripetizione della grande Accademia che avrà luogo domani presso l’Unione Filarmonica
(cfr. MU1, SP1, TE2), mi faccio un dovere, (…) di pregarla a volerci onorare (…) della di Lei gradita presenza,
osservandole che sarà a sua disposizione apposita vettura, dietro un di Lei cenno, onde renderle meno penoso
il viaggio da Città a Borgo e viceversa”.
Le due accademie citate nel testo della lettera erano state organizzate da Mayr per ospitare l’ormai celebre
tenore Giovan Battista Rubini (cfr. MU1, SP1, TE2) nativo di Romano di Lombardia. Egli fu accolto in città con
tutti gli onori e ospitato dal conte Guglielmo Lochis (cfr. AC1-2, MP1, TE2) suo amico. Rubini tornò a Bergamo
nel 1837 cantando al Riccardi dove, nel 1811, aveva iniziato come corista.
Il progetto Ponzetti si poneva come definitiva soluzione delle questioni fra i due teatri. Il terzo punto del suo
progetto, già esplicitato all’inizio, avrebbe, tra l’altro, reso rapidi e agevoli i collegamenti tra l’alta e la bassa
città. In questo modo, il nuovo teatro avrebbe potuto diventare, nelle intenzioni del progettista, il teatro per tutta
la città.
4. I borghi, luogo dell’economia, richiamano l’alta città, luogo del potere politico.
Un ruolo di rilievo nelle questioni sorte tra il Riccardi e il Sociale venne svolto dal conte Pietro Moroni. Nel 1821
egli fu nominato presidente dei palchettisti del Riccardi; in quegli anni fece parte di una commissione nominata
dalla Congregazione Municipale sulla questione dei contributi per gli spettacoli. Nel 1857, come detto, tale
vertenza non era ancora risolta e Moroni, nominato membro della commissione teatrale, se ne occupò ancora
una volta. Come ricorda Alberto Liva, già dal marzo del 1856, in un suo discorso all’amministrazione comunale,
Moroni aveva sostenuto l’assoluta necessità di allestire gli spettacoli, e, pertanto, di fornire il contributo, “pena
un grave pregiudizio per la città. Nel suo appassionato discorso, egli ricordava il beneficio che traevano i
negozianti dal grande afflusso di pubblico durante la Fiera (attirato, soprattutto, dagli spettacoli)”.
La questione si protrasse fino alla primavera del ‘58, quando “vennero presentate diverse istanze, di
negozianti, esercenti e possidenti, tese a far ripristinare il contributo”. Lo stretto rapporto teatro-economia, già
ricordato in precedenza, è qui esplicitato in tutta la sua evidenza. Appare del tutto chiara a questo punto la
destinazione degli spazi del nuovo teatro così come ipotizzato dal Ponzetti. Intorno al teatro andava sviluppato
un microcosmo inteso a incrementare le attività economiche cittadine. Ecco alcuni punti del progetto
particolarmente significativi in tal senso:
“Cortile che serve per disimpegno alle carrozze, con portici all’ingiro per comunicare dal teatro al caffé, alla
trattoria ed al sito per le carrozze, sempre al coperto. (…)
Sedici botteghe aperte sotto il detto portico pubblico. (…)
Grande Caffé ed uniti locali di servizio dello stesso.
Grande Trattoria con uniti locali di servizio come sopra. (…)
Corpo di caseggiato ad uso d’affitto e di abitazione dei principali attori. (…)
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Per la proposta sua distribuzione e consistenza questo edificio, benché apparentemente di puro abbellimento,
darebbe colla utilizzazione degli affitti delle botteghe, del caffé, della trattoria, del casino e delle abitazioni pei
primi attori una cifra non indifferente di annua rendita”.
Il nesso Teatro-Fiera, cioè cultura-economia, va considerato anche in rapporto all’inaugurazione del
collegamento con la strada ferrata Lombardo-Veneta (1857) alla cui realizzazione era connesso l’abbattimento
(1856) dell’antico convento e chiesa di S. Maria delle Grazie (cfr. TE2) poi ricostruita. “I binari avevano
consolidato il laborioso polo alternativo alla ‘Bergamo alta’ saldando le gemmazioni periferiche della città verso
la pianura’ (A.M. Galli). Ponzetti nel suo progetto asseconda questa vocazione economica della città bassa
tenendo ben presente, con il riferimento alla strada ferrata Lombardo-Veneta, il tentativo della città di meglio
inserirsi nel contesto economico lombardo. Il centro della città bassa, come centro degli affari, finisce per
assorbire progressivamente anche l’altro centro, quello politico, che aveva sede nell’alta città. Infatti negli anni
a venire le sedi del potere politico verranno trasferite nel centro economico della città e ciò sancirà
definitivamente il prevalere dei borghi. L’alta città diviene così storia, memoria patria, attrattiva turistica. È così
che la vede Ponzetti quando, descrivendo il progetto della nuova piazza della Fiera definisce quest’ultima di
“impareggiabile bellezza: perché da qui si presenta in tutta la sua imponenza il sorprendente panorama dell’alta
città, precisato nei dettagli per la vicinanza, ed ingrandito di largo contorno pel libero campo del punto di vista”.
Non si tratta solo di un rovesciamento di prospettiva dal basso verso l’alto, anziché dall’alto verso il basso, ma
di un modo diverso di concepire la città: “si avrebbe una grande piazza centrale a tutta la città, dove ricapitano
la strada ferrata Lombardo-Veneta e quella di comunicazione con l’alta città; ed alla quale fanno corona
l’edificio della Fiera ridotto col mercato dei grani, quello delle verdure e del pesce, il pubblico macello, e la
piazza coperta della Borsa con la Camera di commercio (cfr. AC4, IS2) e l’ufficio del telegrafo elettrico; il teatro
col casino di ridotto, la posta, la finanza, la gran guardia; ed a poca distanza l’ospitale, e le pubbliche scuole”.
La funzionalità e la modernità della piazza deve trovare riscontro in un suo decoro formale che la possa
annoverare “fra le principali piazze d’Italia”. Ecco allora soccorrere a tale scopo “lo sfarzoso abbellimento delle
due fontane (che potrebbero simboleggiare i due fiumi di questa provincia che il Serio bagna, ed il Brembo
innonda), (…) le vaste sue dimensioni, (…) la decorazione, (…) i molti e sontuosi edifici che le faranno corona,
(…) le belle strade di accesso che vi si incrociano ; e più di tutte [il] gran quadro che dalla medesima si
prospetta”. Città alta diventa una cartolina, lo scenario di fondo di una città che sta rapidamente cambiando per
rimanere al passo con i tempi. Il teatro e le sue vicende diventano così immagine e simbolo di tale
trasformazione. È significativo in tal senso che Bergamo accolga due dei suoi più grandi cantanti, Giovan
Battista Rubini e Domenico Donzelli (cfr. TE1), rispettivamente nel 1837 e nel 1840, al Teatro Riccardi e non al
Sociale. In quelle occasioni vengono realizzate stampe celebrative riproducenti l’area della Fiera. L’antica e
bella Piazza Vecchia nell’alta città passa in secondo piano. Chiusa tra i suoi palazzi nobiliari non può fare
proprio il dinamismo della bassa città, dove la borghesia imprenditoriale sta definitivamente affermandosi anche
attraverso l’organizzazione dell’attività della Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS1-2-3-5, MU1,
SP1-2), che iniziò la sua attività effettiva proprio nel 1856 e il cui primo presidente fu Pietro Moroni.
5. Il teatro “stampa l’impronta delle passioni e dei costumi dell’epoca”
L’eleganza e la bellezza della piazza progettata dal Ponzetti doveva trovare nel nuovo teatro la sua sintesi. Per
l’ingegnere, il teatro è “quello che segna con ben distinta gradazione lo stato di coltura delle arti belle, che in tali
edifici [i teatri] tutte unite in fratellevole accordo vi fanno di sé fastosa mostra”. Infatti, “se l’architettura può dirsi
la storia monumentale dei tempi, il teatro fra i grandiosi edifici dalla stessa elevati, è quello che più d’ogni altro
al certo ne traccia le diverse fasi di sviluppo e di progresso nell’incivilimento delle nazioni”. Da questo punto di
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vista, il prestigio del Riccardi e del Sociale, deponevano senza dubbio a favore della città, non solo per gli
architetti impegnati nella loro costruzione, ma anche per la rinomanza dei decoratori (come Vincenzo Bonomini
- cfr. TE2 e forse Alessandro Sanquirico - cfr. TE2). Oltre a ciò, Bergamo aveva da secoli una solida tradizione
musicale e, grazie all’impulso dato dal maestro di cappella Johann Simon Mayr, che operò a Bergamo dal 1802
al 1845, anno della sua morte, la vita teatrale cittadina conobbe un periodo di grande vivacità. Il livello
qualitativo delle rappresentazioni teatrali era all’altezza dell’importanza della Fiera e ciò fu determinante nel
rafforzare quel vincolo Fiera-Teatro più volte richiamato. Il teatro era il luogo di svago privilegiato per la classe
aristocratica: “dalle testimonianze d’epoca, anche solo dalle innumeri raccolte di componimenti d’occasione,
appare chiaro infatti che la buona nobiltà di Bergamo considerava il teatro d’opera, al Teatro Riccardi e ancor
più in occasione della Fiera di S. Alessandro, uno spettacolo irrinunciabile: e assai frequenti erano anche gli
inviti a singoli cantanti per feste private” (F. Rossi) come quelle tenute dal conte Guglielmo Lochis presso la sua
villa alle Crocette di Mozzo dove cantò più volte il Rubini. Significativamente, il conte Moroni ricorda nel suo
discorso del ‘56 che i teatri sono «luoghi di amichevole convegno, di onesto divertimento, scuole di moralità
sociale e di conversare civile». A Bergamo, fin dal ‘600 i nobili si dilettavano a rivestire occasionalmente i panni
dell’attore allestendo teatri provvisori presso le loro abitazioni. In tal senso la vicenda della contessa Paolina
Secco Suardo Grismondi è emblematica: a metà degli anni settanta del ‘700 costituì a Bergamo una
compagnia filodrammatica e, aderendo alla moda proveniente dalla Francia, studiò recitazione e interpretò
alcune opere teatrali come l’Ipermestra, tragedia di Antoine Marie Le Mierre, che le diede fama internazionale.
È ipotizzabile che Ponzetti avesse in mente esempi come questo quando, descrivendo in sintesi l’evoluzione
del teatro dall’antica Grecia ai secoli moderni, specificava che l’arte drammatica giunse “nei palazzi dei grandi e
nelle corti dei regnanti, che si onorarono a quei dì di vestire loro stessi il coturno o la maschera; e da ultimo
nelle accademie letterarie, dove si declamavano come in Grecia le poesie ed i drammi dagli stessi loro autori.
Fatto così a poco a poco un divertimento appetito dalla parte colta della società di quei tempi, divenne poi
spettacolo pubblico”. A Bergamo fiorirono per tutto l’800 compagnie filodrammatiche di dilettanti che recitarono,
ad esempio, nel Teatrino di Rosate (dopo il 1845 Teatrino di Cittadella - cfr. TE2) in città alta, e nel Teatro della
Fenice nella contrada di S. Bernardino in Bergamo bassa. Ponzetti ricorda anche le rappresentazioni di
carattere religioso realizzate nelle chiese e nei conventi. E, per queste, è immediato il richiamo alle azioni sacre
di Mayr come il S. Luigi Gonzaga (cfr. MU1) recitato nel 1822 nella chiesa di S. Pancrazio (cfr. MU1).
La realizzazione del nuovo teatro sarebbe venuta a costare, secondo i preventivi indicati dal Ponzetti, £.
348.000. L’ingegnere proponeva al Comune di Bergamo di recuperare “sì ingente cifra” utilizzando il “risparmio
annuo che farebbe (…) sospendendo, come ha stanziato in una sua ultima decisione, gli assegni in via di dote
alle imprese dei due teatri nella piana e nell’alta città nell’occasione degli spettacoli di Fiera e di carnovale”. Alla
luce delle considerazioni sopra enunciate, l’ambizioso progetto del Ponzetti mostrava qui, il suo punto debole.
“È un circolo chiuso: la mancata corresponsione della dote causa spettacoli mediocri, la mediocrità degli
spettacoli porta ad una scarsa presenza di pubblico, il poco pubblico non invoglia gli impresari e gli esecutori, e
la qualità scade sempre di più” (E. Comuzio).
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JOHANN SIMON MAYR E LUIGI DELEIDI DETTO IL NEBBIA TRA TEATRO, MUSICA E PITTURA
Gli studiosi di Mayr (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1-2, TE1) hanno più volte messo in evidenza il
fortunato incontro tra il musicista bavarese e la sua città d’adozione: Bergamo. Se per la città la presenza di
Mayr fu un’importante occasione di crescita culturale, a Bergamo il maestro tedesco trovò il terreno adatto per
realizzare le proprie iniziative non solo musicali ma più generalmente culturali.
Arrivando a Bergamo, Mayr entrò in contatto con un ambiente molto sensibile dal punto di vista musicale anche
per la secolare tradizione della Cappella di Santa Maria Maggiore, di cui divenne maestro nel 1802. Fin
dall’inizio egli instaurò stretti rapporti con allievi, artisti, intellettuali, mecenati, diventando ben presto punto di
riferimento fondamentale per l’ambiente culturale bergamasco.
Efficace testimonianza visiva di tali rapporti è il dipinto intitolato Conversazione in terrazza, databile tra il 1826 e
il 1828 e ora conservato al Museo Donizettiano, opera del pittore bergamasco Luigi Deleidi detto il Nebbia
(1784-1853) (cfr. AC3). Nel dipinto, oltre a J.S. Mayr, sono ritratti Gaetano Donizetti (cfr. MU1) e Antonio Dolci
(cfr. MU1), l’oste Michele Bettinelli proprietario dell’osteria ‘Tre Gobbi’ di via Broseta, e lo stesso Deleidi. La
disposizione e l’atteggiamento dei personaggi nella scena costituiscono lo spunto per approfondire tre temi
importanti:
•
la centralità e l’autorevolezza della figura di Mayr, nel quadro intento ad esaminare uno spartito musicale;
•
l’importanza del suo ruolo quale maestro di musica, messa in rilievo nel quadro dalla presenza di due dei
suoi più brillanti allievi, Donizetti e Dolci;
•
la stretta relazione tra il mondo teatrale-musicale e quello della pittura, esemplificato nella scena da due
particolari. Il primo esplicito: il Nebbia ritrae se stesso nell’atto di disegnare di fronte ai musicisti. Il secondo
implicito: Gaetano Donizetti è ritratto “in una posa imbambolata che già conosce il peso dell’iconografia
consacrata (è del 1826 il ritratto del Moriggia)” (M. Lorandi).
Rimandando ad altra sede l’approfondimento dei primi due punti (cfr. MU1), interessa qui sviluppare alcune
considerazioni relative al terzo.
Per Mayr il rapporto musica - pittura era di fondamentale importanza e nei suoi scritti egli si sofferma spesso
sull’argomento. Quasi a conferma della tesi mayriana, la Medea in Corinto (1813) - che insieme a La Rosa
Bianca e la Rosa Rossa (1813) decretò l’apice della carriera di Mayr nel mondo teatrale - ispirò
l’immaginazione di numerosi pittori, tra i quali Joseph William Turner che dipinse laVisione di Medea.
L’interesse di Mayr per la stretta relazione tra le due arti si concretizzò in alcune scelte, che contribuirono ad
influenzare l’indirizzo dell’ambiente (teatrale, musicale e pittorico bergamasco. La sua attività di compositore,
congiunta all’attenzione ai temi educativi, creò attorno a lui una fitta rete di relazioni con i più promettenti
esponenti del mondo artistico bergamasco. Ed è proprio la vivacità e intensità di queste relazioni che interessa
qui mettere in luce, a partire dal rapporto tra Deleidi e Mayr messo in evidenza dal soggetto del quadro citato.
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1. Deleidi e Ronzoni decoratori della casa di Mayr
Intorno al 1813-1815, gli anni cioè del maggior successo delle sue opere, Mayr affidò con tutta probabilità a
Luigi Deleidi e a Pietro Ronzoni (cfr. AC3) il compito di affrescare la casa che la Misericordia Maggiore di
Bergamo (cfr. IS2-3, MU1) gli aveva assegnato come abitazione nella contrada S. Lorenzino, 151 (l’attuale via
S. Mayr al 12 in Bergamo alta).
Ronzoni, per un certo periodo associato alla cattedra di Diotti (cfr. AC2-3, BI1) come insegnante fuori ruolo di
paesaggio e veduta e che nel 1835 fece parte della commissione che doveva scegliere i dipinti dell’Accademia
Carrara da alienare (cfr. AC2), aveva in Giacomo Quarenghi (cfr. AT2, TE1) un suo grande ammiratore. Nel
1812-1813, insieme a Vincenzo Bonomini (cfr. TE1) nel ruolo di “figurista”, realizzò due scenografie al Teatro
Riccardi (cfr. AC4, AT1, MU1, TE1) per opere di Mayr: La roccia di Frauenstein e Adelasia e Aleramo. Nella
locandina di quest’ultimo melodramma figura per la prima volta il nome del tenore Giovan Battista Rubini (cfr.
MU1, SP1, TE1) come corista e pare che Bonomini abbia anche contribuito per il ballo di intermezzo Il noce di
Benevento diretto dal coreografo Salvatore Viganò (cfr. R. Mangili).
Il ciclo pittorico dell’abitazione del Mayr, suddiviso in sei scene, è, per il Nebbia, una prima importante prova
della sua attività. Il rapporto tra il giovane pittore e l’ormai famoso Mayr si colloca probabilmente nel contesto
dell’attività che il musicista svolse per incoraggiare lo studio delle arti nella gioventù.
2. Mayr , la promozione delle arti e il mecenatismo dell’ambiente musicale: il caso di Moriggia, Luchini
e Carnovali, allievi dell’Accademia Carrara.
Oltre alle Lezioni Caritatevoli di Musica, Mayr esplicava la sua attività di educatore interessandosi anche di altre
realtà, come la Scuola dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, MU1). In tal senso va inteso l’incarico che Mayr,
quale Presidente dell’Ateneo (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, MP2, SP1), affidò al pittore Giovanni Moriggia di
ritrarre monsignor Angelo Mai (cfr. MP1) per un quadro da esporre nelle sale dell’Ateneo. Moriggia, lo stesso
che dipinse il ritratto sopra citato di Donizetti e poi esposto il 23 febbraio 1826 nella sede dell’Unione
Filarmonica di Bergamo (cfr. MU1, SP1, TE1), rispose a Mayr da Roma con una lettera del 12 ottobre 1823. In
essa, oltre a ringraziare il musicista per l’incarico affidatogli (proprio durante il soggiorno romano il pittore ebbe
modo di conoscere personalmente il Mai, prefetto della Biblioteca Vaticana), Moriggia comunica l’invio di un
ritratto del tenore bergamasco Domenico Donzelli (cfr. TE1) affinché Mayr possa osservarlo “come la
prim’opera di un giovane studente”. Il ritratto del cantante potrebbe collocarsi nell’ambito dei rapporti con il
pittore Pietro Luchini, anch’egli, come il Moriggia, allievo dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1-2, BI1,
IS1, MP1-2, MU1, SP1) e a Roma negli stessi anni. Il Luchini (1799-1884), sposò nel 1824 la ballerina
Celestina Dupin, figlia del famoso coreografo, sorella di Antonietta, moglie proprio del Donzelli, di cui il Luchini
stesso farà un ritratto.
La parentela col Donzelli fornirà al Luchini numerose commissioni dal mondo musicale e tetrale, soprattutto
bergamasco: il ritratto del tenore Giovan Battista Rubini (1832-33), un Quadro di famiglia commissionato dal
tenore Giovanni David (1832), il ritratto di Napoleone Moriani che canta nella Lucia di Lammermoor di Gaetano
Donizetti e esposto alla Esposizione Italiana di Firenze del 1861 (cfr. AC3, BI2), il ritratto di Giuseppe Donizetti,
fratello di Gaetano (1851).
La richiesta fatta al Moriggia dal Mayr si va a collocare, come è evidente, in un contesto molto vivace per
quanto concerne i rapporti tra pittori e committenza (musicale e non). In tal senso è significativo che il Moriggia,
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appena tornato dal soggiorno romano, nel 1826 esponga a Bergamo, presso il conte Bartolomeo Suardi, il
quadro dell’Educazione della Vergine dipinto per il Santuario di Caravaggio.
Nello stesso anno Giovanni Carnovali detto il Piccio (cfr. AC2) esponeva nelle sale dell’Ateneo un quadro dallo
stesso titolo, dipinto per la parrocchiale di Almenno San Bartolomeo e che fu, come il quadro di Luchini,
esposto nel 1861 all’Esposizione Italiana di Firenze.
Sul tema dell’Educazione della Vergine, riportato nella Legenda aurea attingendo dai Vangeli apocrifi, si
confrontarono in quegli anni alcuni pittori bergamaschi di grande rilievo. Oltre ai due già citati, Giacomo
Trécourt realizzò su commissione di Antonio Manenti, un dipinto sull’argomento, esposto in Accademia Carrara
nel 1839, per la parrocchiale di Villongo San Filastro. Del 1840 circa è invece il quadro di Francesco Coghetti,
Sant’Anna e San Gioacchino con la Vergine fanciulla, dipinto per una chiesa di Roma.
L’esposizione dell’opera del Piccio presso le sale dell’Ateneo, permette di connettere la figura del pittore con
quella di Mayr, che, proprio nel 1826, terminò la sua esperienza di Presidente dell’Ateneo, pur restandone
socio.
L’appartenenza all’Ateneo (in qualità di socio dal 1817 al 1845 e di presidente dal 1823 al 1826) significava per
Mayr, educato nella sfera di influenza degli Illuminati di Baviera (cfr. BI1, ED2, IS3, MU1, SP2), l’appartenenza
a un gruppo intellettuale che doveva svolgere il proprio ruolo nella direzione di una continua e attenta
promozione educativa e culturale. Accanto alla già citata commissione al Moriggia, nel 1835 venne discusso in
Ateneo un suo progetto di concorso di Incisione a semplici contorni di alcuni dei migliori quadri di Pittori Patrii;
inoltre, con alcune lettere rivolte al Presidente dell’Ateneo conte Pietro Moroni (1836) (cfr. AC2, AT1-2, BI2,
IS2, TE1)e al professor Giuseppe Diotti dell’Accademia Carrara, Mayr si fa promotore di iniziative per
l’istituzione di premi speciali.
I rapporti tra Mayr e Piccio sono testimoniati, così come si legge dal catalogo dell’esposizione all’Accademia
Carrara del 1875, anche da un “disegno della S. Cecilia (cfr. MU1) che il nostro Piccio eseguì espressamente
pel Mayer all’età di 16 anni, e che il Mayer predilesse sempre con religioso affetto” (cfr. MU1). Tale disegno è
riprodotto nel ritratto che Enrico Scuri (cfr. AC3, BI2) fece nel 1874 al maestro bavarese.
Il Piccio fu assiduo frequentatore di ambienti musicali e in particolare melodrammatici, realizzando numerosi
ritratti di cantanti. Nel 1826 eseguì il ritratto del tenore Matteo Alberti, nel 1836 quello di Maria Malibran, negli
anni ‘40 quello del basso Ignazio Marini di Tagliuno.
“Ciò che importa ricordare qui è come la musica fosse allora, nell’ambiente del Piccio e verosimilmente da lui
stesso, considerata occasione e veicolo di cultura. E una tale condizione non è forse irrilevante a comprendere
la sua produzione pittorica degli anni ‘30” (F. Rossi). Significativamente, due dei mecenati del Piccio, Carlo
Marenzi (cfr. AC2, AT2, TE1) e Guglielmo Lochis (cfr. AC1-2, MP1, TE1), erano melomani “accaniti”. Numerosi
sono i disegni in cui il Piccio ritrae fanciulle che suonano il violino, l’arpa e il pianoforte, scene di opere, costumi
e atteggiamenti di scena, ricordo vivo di spettacoli e feste a cui il Piccio aveva assistito. Alcuni suoi quadri
“sono «melodrammatici», nel senso tecnico del termine. Per la figura di Dafne nella Morte di Aminta, ad
esempio, sembra abbia posato Giuditta Cantù Turina, sentimentalmente legata a Vincenzo Bellini: è casuale il
fatto che in un dipinto dai ritmi così molli e distesi, così «corregeschi», proprio Dafne si isoli in una posa
teatrale? Gli stessi protagonisti del Ripudio di Agar, così esplicitamente atteggiati, non recitano forse una parte
mentre la donna col bambino rappresenta il «coro»? Forse appunto nella frequentazione del teatro, con i suoi
rituali scenici, i suoi abbandoni e le sue messe in posa, si motiva almeno in parte la singolare retorica
compositiva del Piccio di questi anni” (F. Rossi).
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3. Deleidi e Diotti tra teatro, musica e pittura
L’amicizia di Mayr con il Deleidi va considerata in rapporto alla frequentazione del pittore con l’ambiente
teatrale. Il Nebbia era stato probabilmente alunno presso la Scuola di Scenografia, Pittura e Decorazione di
Alessandro Sanquirico (cfr. TE1) a Milano (con quest’ultimo la Deputazione del Teatro della Società - cfr. AC1,
TE1 - in Bergamo alta stipulò nel 1829 un contratto per il rinnovo di una parte delle pitture del teatro) e per molti
anni aveva lavorato a Bergamo in qualità di pittore scenografo e decoratore per il Teatro Sociale e il Teatro
Riccardi. Il 28 dicembre 1822 Giuseppe Diotti scriveva a Pietro Ronzoni lodando l’attività scenografica di
Deleidi e intravvedendo per lui una brillante carriera. Fu nel carnevale dell’anno successivo che Deleidi dipinse
per il Teatro della Società le scene de La Rosa Bianca e la Rosa Rossa, rappresentata per la prima volta a
Bergamo solo in quell’anno, cioè dieci anni dopo la sua composizione.
I rapporti tra Deleidi e Diotti trovavano nella comune frequentazione del salotto del conte Andrea Vertova (cfr.
AC2) un ulteriore punto di contatto. Il Vertova, massone, accoglieva nel suo palazzo artisti e letterati
bergamaschi, alcuni dei quali condividevano con lui la comune appartenenza massonica come J.S. Mayr,
Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, IS2-3, MU1, SP1), Marco Alessandri (cfr. AC1, BI2, ED1-2,
IS3), il chirurgo Giovanni Antonio Piccinelli (cfr. IS2-3, SP2). Di tale ritrovo è testimonianza l’acquerello di
Faustino Boatti del 1826, intitolato Conversazione in casa del Conte Andrea Vertova, in cui sono raffigurati sia
Deleidi che Diotti. Per il conte Andrea Vertova, nel 1832 o 1833, il Nebbia eseguì la decorazione a fresco della
sala da pranzo del castello di Costa Mezzate.
Altro luogo comune di ritrovo era l’Unione Filarmonica istituita dal Mayr nel 1823 e della quale sia Diotti che
Deleidi erano soci. Il Nebbia, tra l’altro, intorno al 1828 elaborò un progetto per la ristrutturazione della ex
chiesa di San Cassiano, diventata sede della società musicale (cfr. MU1).
La frequentazione dell’ambiente musicale, esplicata dal Nebbia addirittura con la sua presenza tra gli
orchestrali del Teatro Riccardi (1807) e del Sociale (1822), è ulteriormente testimoniata dal ritratto fatto nel
1827 al poeta Pietro Ruggeri da Stabello (1797-1858), dilettante di musica, molto amico di Mayr e del suo
allievo Gerolamo Forini (cfr. MU1). L’opera venne realizzata in occasione della fondazione dell’Accademia
Filarmonica della Fenice (cfr. MU1, TE1) in Borgo S. Leonardo. Questa Accademia, parallela all’Unione
Filarmonica, organizzava, così come quella mayriana, numerosi concerti (le “accademie”) e contò tra i suoi soci
il tenore Giovan Battista Rubini (diploma del 13 agosto 1828) (cfr. TE1).
4. La ritrattistica mayriana nell’opera dei due direttori dell’Accademia Carrara: Giuseppe Diotti e Enrico
Scuri
Nel 1825 Enrico Scuri aveva già realizzato un ritratto di Pietro Ruggeri, ammiratore del pittore così come lo
erano gli esponenti della comunità evangelica (cfr. i ritratti dei Mariton). Scuri fu un appassionato di teatro e
recitò presso il Teatrino di Rosate (cfr. TE1), poi di Cittadella. La sua attività di attore continuò in seguito nella
compagnia dei Filodrammatici della Fenice. Così come si è già visto per il Piccio, anche i quadri dello Scuri
furono influenzati dalla passione del pittore per il teatro. Occorre qui richiamare anche la realizzazione del
ritratto di Mayr, commissionato allo Scuri in prossimità delle celebrazioni per Mayr e Donizetti del 1875 e nel
quale “gli oggetti che circondano il musicista si lasciano apprezzare maggiormente come i ricordi personali di
una città e di una civiltà che il pittore [lo Scuri] aveva certo conosciuto in giovinezza e con altrettanta certezza
non ritrovava più: come i titoli dei melodrammi del Mayr che si leggono sugli spartiti” (G. Agosti).
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Il ritratto post mortem di Mayr ad opera dello Scuri ha un precedente nel ritratto eseguito da Diotti, giunto a
Bergamo nel 1811 come professore all’Accademia Carrara, e commissionatogli dalla Congregazione di Carità
(cfr. MU1) che anche in questo modo, voleva celebrare il famoso musicista. L’opera, realizzata nel 1815,
raffigura il maestro di tre quarti nell’atto di comporre al cembalo. Significativi “attributi” presenti nel quadro sono
fogli e volumi di opere mayriane, tra cui proprio le sue opere di maggior successo: la Medea in Corinto e La
Rosa Bianca e la Rosa Rossa.
Notizia del quadro viene fornita anche in una lettera del 10 Agosto 1815 a J.S. Mayr dal costruttore d’organi
bergamasco Giuseppe Antonio Serassi (cfr. TE1) che lo stesso Mayr ricorderà come caro amico nelle sue
Biografie di scrittori e artisti musicali. L’organaro ebbe occasione di vedere presso il suo “amico” Diotti il ritratto
del Mayr e, complimentandosene, colse l’occasione per rimarcare l’importante ruolo svolto dal musicista in
ambito artistico: “Questo esimio lavoro resterà a perpetua memoria de’ meriti vostri, ed ancora ad esempio e
stimolo della gioventù studiosa delle belle arti per cogliere un giorno gli onorevoli frutti della virtù, ed i premj
d’una gloriosa fatica”.
5. Deleidi e Bonomini tra teatro e scuola
Nebbia frequenta l’ambiente artistico che ruota attorno alla Scuola dell’Accademia Carrara e oltre che amico di
Giuseppe Diotti e Pietro Ronzoni, è in relazione con Vincenzo Bonomini.
Il nome di Bonomini, oltre che nei casi citati all’inizio, ricorre spesso nella vita dei teatri di Bergamo. Fu lui a
realizzare per il Teatro Riccardi le decorazioni sui parapetti dei palchi e nella volta, per il Teatro della Società la
quadratura della volta con inserti floreali, figuristici e animalistici, e dipinti sui parapetti dei palchi, per il Teatrino
di S. Cassiano (cfr. MU1) la decorazione del parapetto centrale della loggia (cfr. R. Mangili).
Il nome di Deleidi e di Bonomini, trova un ulteriore punto di contatto nella figura dell’architetto Giovanni
Francesco Lucchini (cfr. AC4, AT1-2, IS2, MP1, TE1), nominato nel 1803 docente di “principi di disegno
architettonico” nel Liceo di Bergamo (cfr. AT1-2, BI1-2, IS2-4, MU1). L’architetto, che era stato il progettista del
Teatro Riccardi, “nel 1812 meditò di proporre come proprio supplente [al Liceo] (…) Vincenzo Bonomini che
certo conosceva ed apprezzava da anni (…). L’incarico di supplente venne però assegnato, su proposta dello
stesso Lucchini, a Luigi Deleidi (…). Dieci anni dopo, nel corso di un’assenza per malattia durata dal 10 giugno
al 6 luglio, lo avrebbe invece sostituito l’architetto Giovanni Battista Capitanio” (J. Schiavini Trezzi).
6. L’attività di Francesco Coghetti e Cesare Maironi Da Ponte nell’ambito delle celebrazioni mayriane
In un articolo del 27 dicembre 1839 apparso nel «Giornale della Provincia di Bergamo», Agostino Salvioni (cfr.
BI2), indirizzandosi al redattore del giornale Adolfo Gustavo Maironi Da Ponte (cfr. SP1), figlio di Giovanni
Maironi Da Ponte (cfr. AT1-2, IS2-3, MP2, MU1, SP1), riferisce dell’attività pittorica svolta a Roma da Luigi
Deleidi e dal suo amico FrancescoCoghetti. In quegli anni Coghetti realizzava per don Alessandro Torlonia gli
affreschi del Teatro Apollo e la decorazione della villa della quale il Nebbia eseguiva uno schizzo a penna
intitolato Un angolo di Villa Torlonia.
Il Coghetti già nel 1832 aveva eseguito, sempre a Roma, due ritratti dell’amico Donizetti. Sempre alla prima
metà del secolo è ascrivibile il ritratto che egli fece di Antonio Dolci, l’allievo di Mayr citato in apertura, maestro
di cembalo nell’orchestra del Teatro Sociale e poi maestro del coro. L’attività del Coghetti per il mondo teatrale
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e musicale comprende anche le commissioni per l’esecuzione del sipario per il Teatro Comunale di Rimini
(1857), rappresentante Cesare al passaggio del Rubicone, e quello per il Teatro Nuovo di Spoleto (1861).
A Roma Coghetti fu affiancato per un certo periodo anche dal nipote Cesare Maironi (cfr. SP1), figlio dello
stesso Adolfo Gustavo citato prima e di Maria Giuditta Coghetti, sorella di Francesco. Dopo aver lavorato con lo
zio, Maironi dipinse nel 1854 il sipario per il Teatro Sociale di Bergamo e nel 1855 il telone del Teatrino di
Cittadella. Nel 1857 sposò Augusta Merelli, figlia del noto impresario teatrale Bartolomeo Merelli (cfr. TE1),
allievo di Mayr, librettista, impresario dell’I.R. Teatro di Vienna (cfr. MU1) e anche del Riccardi, dove portò
opere di Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti.
Nel 1858 Merelli commissionò al genero “il cartone rappresentante la B.V. Immacolata per l’affresco (che
eseguirà nel 1862) da destinarsi, secondo il dono fatto da Merelli a Mons. Speranza, alla chiesa di S. Maria
delle Grazie (cfr. TE1) fuori Porta Nuova” (C. Solza) (cfr. TE1).
I nomi dei due pittori, oltre che per legami parentali, sono qui associati per il loro intervento in occasione delle
celebrazioni organizzate a Bergamo per onorare la memoria di Mayr e Donizetti nel 1875. Infatti tra il 1873 e il
1874 Cesare Maironi scrisse “allo zio Francesco a Roma per avere documenti, lettere o altro di Gaetano
Donizetti per una biografia sul celebre musicista che in quegli anni Michelangelo Galli stava compilando e
avrebbe avuto degna pubblicazione in occasione del trasporto delle ceneri di Donizetti e del suo maestro
Simone Mayr in S. Maria Maggiore” (C. Solza). Nel 1875 il medico Galli e Federico Alborghetti (cfr. MP1)
pubblicarono presso Gaffuri e Gatti il libro Gaetano Donizetti e G. Simone Mayr. Notizie e documenti. Anche
Bartolomeo Merelli scrisse per l’occasione dei Cenni biografici di Donizetti e Mayr. Il Maironi venne incaricato di
ideare il catafalco per il trasporto delle salme dei due musicisti in S. Maria Maggiore.
In occasione delle onoranze a Mayr del 1852, lo scultore veronese Innocenzo Fraccaroli aveva realizzato il
monumento in Santa Maria Maggiore dedicato a Mayr e intitolato La Musica Sacra. Per tale circostanza
Giovanni Finazzi (cfr. IS4-5; MP1-2) scrisse l’orazione Per la solenne inaugurazione del monumento eretto alla
memoria del celebre maestro Giovanni Simone Mayr nella Basilica di S. Maria Maggiore in Bergamo. Dello
scultore Fraccaroli esiste un ritratto eseguito dall’amico Francesco Coghetti.
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VINCENZO E GIACOMO ANTOINE STAMPATORI E LIBRAI
Gli Antoine
L'attività di Vincenzo Antoine a Bergamo come libraio è documentata a partire dal 1776, data del Catalogue
des livres français et anglais qui se trouvent dans le Magazin de Vincent Antoine à Bergame. Approfittando del
fallimento del libraio Giuseppe Rondi (cfr. ED2), all'epoca uno dei principali librai della città, l'Antoine rileva la
sua impresa e impianta una stamperia a partire probabilmente dal 1779.
La sua abitazione era forse nei pressi della bottega situata nel borgo commerciale di S. Leonardo. Lo scrittore
francese Stendhal ospite di Palazzo Terzi a Bergamo nel 1801 ricorda la bottega di Piazza Vecchia nell'alta
città. Dal 1798 Vincenzo Antoine (cfr. AC4, ED2, MP1, SP2) viene affiancato nella professione dal figlio
Giacomo (1763-1842) (cfr. ED2). Alla morte del padre (1804?), Giacomo distingue sempre di più l'attività di
stampatore da quella di libraio. Nel decennio tra il 1810 e il 1820 cessa l'attività della stamperia che viene
probabilmente acquisita dallo stampatore Crescini. L'attività della libreria Antoine continua, invece, fino al 1850
quando Teresa Antoine vedova Palazzolo, figlia di Giacomo, comunica con lettera circolare la cessione del
commercio librario alla ditta 'Fratelli Tiraboschi'.
Gli stampatori e librai Vincenzo e Giacomo Antoine svolsero la loro attività editoriale nel periodo che vide
Bergamo passare, tra fine '700 e primo '800, dalla dominazione veneta a quella austriaca, attraverso l'ampia e
articolata parentesi della dominazione francese. In tale contesto l'analisi delle principali vicende professionali,
politiche e culturali degli Antoine consente di osservare, rapportando il caso concreto al contesto generale, il
ruolo svolto dall'editoria bergamasca nell'ambito sociale, politico e culturale della città.
1. L'inizio dell'attività
La vicenda imprenditoriale degli Antoine prende le mosse da una contesa giudiziaria sorta tra il libraio
Giuseppe Rondi di Bergamo e il suo socio François Blondel di Losanna. E' in una lettera del 12 aprile 1779
scritta dalla famiglia del Rondi alla Società Tipografica di Neuchâtel (cfr. ED2), che viene fatto il nome di
Vincenzo Antoine, all'epoca garzone di tipografo con un negozio di libraio. L'attività dell'Antoine ha inizio quindi
quando Bergamo è ancora sotto il dominio della Repubblica Veneta. Giuseppe Rondi era personaggio di
notevole levatura culturale, in costante rapporto con editori e intellettuali d'Italia e d'Europa con i quali
intratteneva oltre che proficui rapporti commerciali, anche stimolanti scambi di vedute. Tra i suoi interlocutori
vanno ricordati Cesare Beccaria, autore di Dei delitti e delle pene, e Marco Alessandri (cfr. AC1, BI2, ED2, IS3,
TE2), personaggio fondamentale negli anni della rivoluzione a Bergamo e del dominio francese. I rapporti con
la Società Tipografica di Neuchâtel, intrattenuti nel 1779 anche dallo stesso Antoine, iniziarono nel 1773 grazie
anche alla intermediazione del medico Giuseppe Celestino Astori (cfr. SP2), membro della Accademia degli
Eccitati (cfr. AT1-2, BI1, MP1, SP2) e responsabile del primo esperimento di inoculazione del vaiolo a Bergamo
il 29 marzo del 1769.
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Di tale pratica, sostenuta anche dal medico trevigliese Giovanni Maria Bicetti de’ Buttinoni (cfr SP2) esiste un
rapporto dell’Astori copiato da Giovanni Maironi Da Ponte (cfr. AT1-2, IS2-3, MP2, MU1, SP1, TE2) che
probabilmente assistette all’esperimento.
Nella corrispondenza con la Società Tipografica di Neuchâtel, Rondi espone le ragioni del fallimento della sua
attività: alcune specificamente legate alla gestione degli affari, altre dovute, più in generale, alla situazione
dell'editoria in quegli anni. Riguardo alle prime, Rondi accusa François Blondel di aver approfittato della
precaria situazione finanziaria in cui si trovava per sottrargli l'attività commerciale. Blondel, una volta diventato
unico proprietario e gestore dell'impresa, incorse a sua volta in un grave tracollo finanziario a causa della crisi
del mercato librario, così da essere costretto a contrattare la cessione dell'attività al libraio Vincenzo Antoine,
già cliente dello stesso Rondi. Dal ricavato della vendita dei libri si sarebbe poi dovuta avviare una stamperia.
Pertanto l'attività di Antoine come stampatore non è antecedente al 1779. Tuttavia il nome di Blondel non
scompare definitivamente perché, ancora nel 1785, circola un Catalogus librorum latinorum qui venales prestat
apud Franciscum Aloysium Blondel. Le difficoltà degli ultimi anni della Repubblica Veneta si riflettono anche nel
settore librario nelle città della Terraferma ma soprattutto a Venezia. Tali difficoltà sono evidenti soprattutto nei
modi seguenti: il sequestro di libri ritenuti pericolosi per i loro contenuti sovversivi; la difficoltà, per lo stesso
motivo, di esportare libri negli altri Stati dove esisteva una censura ben più rigida di quella veneta; il calo di
nuove edizioni a fronte di un aumento delle ristampe realizzate in esemplari di bassa qualità, il calo delle
vendite di libri di ispirazione gesuitica dopo la soppressione dell'Ordine.
2. La gestione della stamperia e della libreria
La brevissima corrispondenza intrattenuta da Vincenzo Antoine con la Società Tipografica di Neuchâtel nel
1779 è un esempio del modo in cui si svolgeva il commercio librario a Bergamo alla fine del '700. Per illustrare
questo aspetto sono significative anche le lettere scambiate da Antoine con alcuni dei principali tipografi e librai
della Lombardia e del Veneto nel 1799, cioè due anni dopo la caduta della Repubblica Veneta e l'arrivo dei
francesi a Bergamo. Si scopre così che la fornitura di carta proveniva, oltre che da quelle di Brescia, dalle
cartiere di Alzano, in particolare da quelle di Pietro Antonio Pesenti e Giacomo Alberto Sonzogni. I caratteri per
la stampa erano forniti dal libraio-stampatore Antonio Zatta (cfr. ED1) di Venezia, uno dei maggiori
rappresentanti dell'editoria veneziana, mentre per le illustrazioni pare che fosse lo stesso Giacomo Antoine ad
occuparsi di disegno ed incisione.
Per quanto riguarda il commercio librario, significative sono le lettere ad Antoine di alcuni librai. Il noto tipografo
Giuseppe Galeazzi (cfr. ED2) di Milano, dalla cui bottega era uscito «Il Caffé» dei fratelli Verri, e i cui
successori stamperanno la nota e fortunata serie degli «Annali universali di statistica, economia pubblica,
storia, viaggi e commercio», chiede al tipografo bergamasco il numero di copie editate della “Lettera sulla
Cisalpina” identificabile con tutta probabilità nell’opuscolo Al Popolo Cisalpino. Discorso su la Costituzione, (cfr.
ED2) stampato da Antoine nel 1797. Luigi Cassinelli di Lodi lamenta il fatto che lo stampatore Locatelli di
Bergamo gli abbia inviato libri già rilegati a caro prezzo, mentre era consuetudine economizzare sui costi
inviando i libri stampati in fascicoli ai librai i quali, a loro spese e in base alle richieste del pubblico, ne
rilegavano man mano la quantità necessaria. Giovan Battista Coletti (cfr. ED2) di Venezia è interessato a
conoscere l'esito della vendita delle opere da lui fornite all'Antoine "nell'incontro della Fiera" (cfr. MU1, TE1).
Dalla stessa corrispondenza emergono pure le strategie commerciali più praticate, quali la vendita per
associazione e promozione tramite locandine e manifesti, oltre a scambi di libri e stampe tra librai e stampatori
e alla vendita di giornali giunti da località italiane e straniere: è tramite il libraio veneziano Antonio Graziosi che
Antoine distribuiva il rinomato foglio periodico «Notizie del Mondo» vicino agli ideali illuministici.
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Le cedole di spedizione testimoniano l'importante lavoro svolto da corrieri e cavallari per garantire
l'effettuazione delle consegne compatibilmente con le condizioni delle vie di comunicazione e dei mezzi di
trasporto. L'alto costo dei trasporti rendeva necessaria la riduzione delle spese là dove questo fosse possibile.
E' il caso di Antonio Zatta che, da Venezia, invia ad Antoine sia la merce che questi gli ha ordinato, sia quella
destinata allo stampatore Locatelli. Spetterà poi ai due tipografi bergamaschi spartirsela.
Gli elenchi di libri allegati alle lettere sono molto utili per individuare gli argomenti più richiesti dalla clientela,
costituita in netta maggioranza da nobiltà e borghesia: manuali scolastici, testi di argomento religioso, opere di
attualità. Riguardo a queste ultime, le vicende legate alla dominazione francese e alla breve parentesi
dell'occupazione austro-russa incrementano la richiesta di libri attinenti a questi temi. Tra le opere più
significative in tal senso vi sono atlanti della Francia, profili storici sulle rivoluzioni celebri, testi di carattere
teorico sulla nozione di giacobinismo, una biografia della zarina Caterina II, ben 30 copie di un vocabolario di
russo spedite dal libraio J.V. Giegler di Milano e alcune grammatiche tedesche. Anche la letteratura di viaggio è
influenzata dalle vicende politiche che determinano una più spiccata richiesta di opere su paesi interessati da
guerre di conquista. Un esempio di ciò è la spedizione in Egitto (1798-99) di Napoleone, fatto che spiega la
richiesta del Voyage en Égypte et en Syrie, libro scritto dal filosofo e politico francese François-Constantin de
Chasseboeuf conte di Volney (1757-1820), teorizzatore del valore palingenetico della rivoluzione.
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L’EDITORIA A BERGAMO TRA POLITICA E CULTURA: IL CASO EMBLEMATICO DEGLI ANTOINE
1. Pubblico di lettori e politica editoriale
La produzione editoriale degli Antoine è notevolmente diversificata. In primo luogo vengono stampati volumi di
carattere erudito, fondamentali per gli studi di storia locale e per il recupero delle memorie patrie. L'attenzione
al passato, il rinnovato interesse collezionistico e antiquario nasce dall'esigenza di una rigorosa ricostruzione
degli avvenimenti storici riguardanti anche le singole realtà municipali, fino ad allora ritenute culturalmente
passive e periferiche. Così accanto al Codex Diplomaticus Civitatis et Ecclesiae Bergomatis del canonico Mario
Lupo (cfr. AC4, AT1, IS2, MP1), stampato tra il 1784 e il 1799, trovano posto Gli scrittori di Bergamo di Barnaba
Vaerini (1788) (cfr. MP1, MU1) e l'opera Dell'origine e della storia antica di Bergamo di Giovanni Battista Rota
(cfr. AT1-2, MP1-2), stampato postumo nel 1804 a cura del bibliotecario Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2,
BI1-2, IS2-3, MU1, SP1, TE2). Ad una produzione di questo tipo, destinata a un ristretto gruppo di intellettuali,
si affianca la pubblicazione di opere di maggiore divulgazione come, ad esempio, gli almanacchi (cfr. SP2AT1): «La maniera di farsi ricco» (1787), «La Forbice» (1802), «Il Giornale de' Santi e decadario francese»
(1802), «Il nuovissimo Computista» (1808). L'almanacco, per la forma e per i contenuti, si rivolge a un pubblico
molto eterogeneo: dai nobili ai contadini, dall'alta borghesia agli artigiani. Insieme ai libretti di devozione e alle
immagini di santi, gli almanacchi, proprio per l'ampio pubblico al quale si rivolgono e per il loro basso costo,
rappresentano spesso nel bilancio della stamperia le sole voci attive. L'almanacco rappresenta quindi per lo
stampatore una sicura fonte di guadagno; non va dimenticato però che costituisce anche "uno dei mezzi più
efficaci di educazione" delle masse (C. Tenca). Così non si può escludere da parte degli stampatori l'intento di
favorire anche attraverso la pubblicazione degli almanacchi una progressiva alfabetizzazione e acculturazione
delle classi popolari.
2. Gli Antoine e l'istruzione a Bergamo
Gli Antoine dovevano essere particolarmente sensibili al tema dell'istruzione, influenzati in ciò dall'ambiente
culturale che frequentavano. Vincenzo Antoine (cfr. AC4, ED1, MP1, SP2), oltre che membro (1797) del
consiglio che amministrava l’Ospedale di Bergamo, è esponente della massoneria giacobina in quanto risulta
iscritto tra i serventi ed aspiranti della Loggia massonica detta dell'Unione con sede in via del Mattume (ora via
S. Alessandro) e presieduta da Marco Alessandri (cfr. AC1, BI2, ED1, IS3, TE2), già corrispondente del libraio
Giuseppe Rondi (cfr. ED1). Gli appartenenti a questa loggia sono stati individuati come gli autori della
rivoluzione di Bergamo del 1797. Tra gli affiliati figurano anche Bernardo e Giuseppe Ambrosioni (cfr. IS3, BI1),
di origine bergamasca ma tipografi a Poschiavo (cfr. MU1) da dove venivano diramate stampe rivoluzionarie.
Durante il periodo francese, Bernardo Ambrosioni ricopre a Bergamo cariche di rilievo: è, tra l'altro,
rappresentante della provincia per l'estimo (pubblica un'opera sull'argomento proprio presso l'Antoine nel
1802), Viceprefetto di Clusone, membro della Società di Pubblica Istruzione (cfr. IS3). Il figlio Giuseppe è
invece giudice supplente all'interno della Municipalità. Negli anni precedenti, Bernardo era stato ospitato a
Ingolstadt per gli studi filosofici dallo zio materno barone Tommaso De Bassus (cfr. MU1-IS3). Questi era
affiliato della lega massonica degli Illuminati di Baviera (cfr. BI1, IS3, MU1, SP2, TE2) e si occupò di divulgarne
le idee nel territorio ancora dominato dalla Repubblica veneta grazie proprio anche alle stampe dell'Ambrosioni.
Il legame tra l'Ambrosioni e il Bassus fa pensare che anche nella loggia massonica di Bergamo abbiano avuto
spazio i temi svolti dagli Illuminati di Baviera tra i quali aveva posto di rilievo il pedagogismo. Le idee del
Bassus e degli Illuminati avevano un ulteriore canale di approdo a Bergamo attraverso la figura del musicista
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Johann Simon Mayr (cfr. AC2, AT1-2, BI1, MP1, MU1, SP1-2, TE1-2), anch'egli massone, aderente alla setta
degli Illuminati e in strettissimi rapporti con il Bassus. Proprio sulla pedagogia e l'istruzione si dibattono le prime
grandi questioni della Repubblica Bergamasca. Convinto sostenitore del fatto che "l'Istruzione pubblica è la
base fondamentale di tutte le democrazie" è l'abate Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, IS1-2-3, MP1-2,
SP2), anch'egli affiliato alla stessa loggia massonica dell'Ambrosioni, dell'Antoine e del bibliotecario Salvioni,
nonché presidente della Società di Pubblica Istruzione di Bergamo. Mascheroni era inoltre in corrispondenza
con Voltaire (cfr. IS3), anch'egli affiliato agli Illuminati di Baviera. Lo stesso Mayr fonderà nel 1805, ispirandosi
alle teorie del pedagogista svizzero, illuminato di Baviera, Johan Heinrich Pestalozzi (cfr. MU1), le Lezioni
Caritatevoli di Musica (cfr. MU1, SP2). In questo contesto di particolare attenzione al progresso dell'istruzione e
al graduale affrancamento delle masse da una situazione più generale di ignoranza, gli Antoine diventano gli
stampatori di una grande quantità di opere sull'argomento: l'Allocuzione al popolo di Bergamo fatta avanti
l'albero della libertà dal cittadino Pietro Poli (cfr. IS2) rettore delle scuole pubbliche della Misericordia Maggiore
(1797), il Piano di scuole per la pubblica istruzione ed educazione della Nazione Bergamasca del Cittadino
Vincenzo Bettoni (1797), (cfr. IS3) di impianto chiaramente mascheroniano, le Massime di un padre
Repubblicano a' suoi figli - a pubblica istruzione (1798). L'interesse pedagogico degli Antoine continua negli
anni a venire. Oltre a pubblicare il noto manuale scolastico di Francesco Soave (cfr. IS1), l'organizzatore della
cultura nella Lombardia teresiano-giuseppina (Trattato elementare dei doveri dell'uomo con le regole della
civiltà ad uso delle scuole d'Italia, Antoine, 1812 e 1814) (cfr. IS1), Giacomo Antoine (cfr. ED1)stampa per molti
anni di seguito (1811-1819) un manuale scolastico da lui redatto intitolato Principj elementari di geografia ad
uso de' giovanetti. Non va neppure dimenticato che il Beato Luigi Palazzolo, figura di rilievo per la storia
dell'assistenza e dell'educazione dell'infanzia, è un discendente degli stessi Antoine.
3. L'adesione agli ideali rivoluzionari e i rapporti con gli stampatori oltre frontiera
La scelta di dare alle stampe le pubblicazioni sopra ricordate rientra per l'Antoine anche in una più generale
adesione agli ideali rivoluzionari. Dai torchi dello stampatore escono opere di chiara impronta giacobina e
rivoluzionaria come Cosa si intenda per libertà ed eguaglianza - parla un vero amico - al popolo libero della
Repubblica Bergamasca (1797), Al popolo Cisalpino. Discorso sulla costituzione (1797), Dodici articoli di fede
repubblicana. Gli Antoine si occupano anche di divulgare stampe rivoluzionarie provenienti dall'estero.
Bergamo è uno dei centri di smistamento privilegiati grazie alla posizione di confine con la Svizzera, passaggio
obbligato tra Francia e Italia. Prima dello scoppio della rivoluzione di Bergamo, si mostra particolarmente
pressante il controllo della censura veneta che, nel 1793, requisisce nella bottega dell'Antoine le copie delle
Considérations sur la nature de la révolution de la France et sur les causes qui prolongent sa durée giunte al
libraio da oltre frontiera. Questo fatto permette di individuare almeno altri due temi importanti: i rapporti con la
Svizzera e la funzione dell'editore come tramite tra il proprio ambito territoriale di influenza e le realtà esterne.
Relativamente al primo punto, il rapporto di Bergamo con la Svizzera va inquadrato nella specifica relazione
creatasi tra la città e la comunità evangelica ivi residente. E' utile richiamare in questo contesto il ruolo svolto
da Johan Kaspar von Orelli, primo pastore protestante giunto a Bergamo nel 1807 e rimasto fino al 1814. Egli
organizza una scuola di stampo pestalozziano (Orelli era stato allievo del pedagogista svizzero) per i figli degli
appartenenti alla colonia svizzera (formata significativamente in quell'epoca da un consistente gruppo di origine
franco-svizzera). Più in particolare per l'editoria, il rapporto tra la Svizzera e Bergamo è testimoniato negli anni
appena precedenti, dai contatti tra la Società Tipografica di Neuchâtel (cfr. ED1) e il libraio Giuseppe Rondi,
oltre che lo stesso Antoine. Lo studio dell'Antoine, come di altri tipografi e librai bergamaschi, mette in evidenza
il ruolo svolto dallo stampatore come catalizzatore delle istanze dei gruppi intellettuali presenti nell'ambito
cittadino e come attento osservatore della realtà politica e sociale circostante. La breve ma significativa
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corrispondenza intrattenuta nel 1799 da Antoine con Giacomo Agnelli, J.V. Giegler e Giuseppe Galeazzi (cfr.
ED1) di Milano; con Ferdinando Manini di Cremona; con Antonio Zatta, Antonio Caminer, Francesco Andreola,
Giovan Battista Coletti (cfr. ED1) di Venezia, mostrano come lo stampatore svolgesse un ruolo decisivo per
l'ampliamento e la diffusione del dibattito politico e culturale nella sua città. In questa prospettiva risulta quindi
particolarmente strategica l'appartenenza all'Ateneo (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, MP2, SP1, TE2) cittadino di
Vincenzo e Giacomo Antoine. In questo centro di cultura, i due stampatori potevano agevolmente entrare in
contatto con i principali gruppi di intellettuali della città. A tal proposito è significativo il fatto che, nell’adunanza
del 17 dicembre 1818, il botanico e patologo Giacomo Facheris (cfr. IS2), che nel 1804 aveva stampato proprio
presso l’Antoine l’opera Delle malattie più comuni nel dipartimento del Serio, consegnasse all’istituzione
accademica, a nome di Giacomo Antoine, una copia delle già citate opere che il tipografo bergamasco aveva
scritto sulla geografia.
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LA CULTURA ITALIANA ED EUROPEA ATTRAVERSO LE PAGINE DEI GIORNALI DI BERGAMO
Nel 1818, durante la restaurazione austriaca e nel clima della Santa Alleanza, a Bergamo si iniziò a stampare
settimanalmente, presso il tipografo Luigi Sonzogni, il «Giornale d’Indizj Giudiziarj della Provincia di Bergamo»
diretto da Giacomo Muletti, figlio del letterato e bibliofilo Sebastiano. Giacomo Muletti aveva già diretto, a
partire dal 1797, il «Giornale degli uomini liberi», nel quale, con uno spirito che lo storico del giornalismo Luigi
Piccioni definisce da “Puritani della Repubblica Bergamasca”, non venivano risparmiate critiche alla stessa
Municipalità. Alla morte di Muletti il 16 giugno 1826, succedette alla direzione del «Giornale d’Indizj Giudiziarj
della Provincia di Bergamo» l’avvocato Adolfo Gustavo Maironi Da Ponte (cfr. TE2), figlio del più noto Giovanni
(cfr. AT1-2, IS2-3, MP2, MU1, TE2) e padre dei pittori Alberto e Cesare (cfr. TE2).
Adolfo Gustavo fu “primo aggiunto della Delegazione Provinciale nella nostra città ed abilissimo amministratore.
Di opinioni liberali si gettò nel 1848 nella rivoluzione e fu a Como. Ma, tornati gli Austriaci, fu, per rappresaglia,
messo a riposo. Aperse allora in Bergamo una rivendita di tabacchi” (L. Piccioni), ma morì poco dopo nel
settembre del 1849. Fu socio dell’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2,
MP2, TE2).
Durante la direzione del Maironi (1826-1840) il giornale subì significative trasformazioni sia nell’impostazione
che nei contenuti. Intanto, con il numero del 3 gennaio 1828 il giornale mutò titolo e divenne «Giornale d’indizj
della Provincia di Bergamo». Rispetto al giornale precedente, inoltre, acquistarono maggiore importanza le
notizie di carattere culturale, economico e politico, mentre gli atti ufficiali e i dispacci governativi vennero
trasferiti dalla prima all’ultima pagina. Tale impostazione venne potenziata nel successivo «Giornale della
Provincia di Bergamo», bisettimanale, stampato a partire dal 2 gennaio 1829, nel quale si infittì la schiera dei
collaboratori. Accanto al Maironi, al letterato Giacomo Bini (cfr. BI1-2), al bibliotecario Agostino Salvioni (cfr.
AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, IS2-3, MU1, TE2), si trovano, tra gli altri, Ottavio Tasca (cfr. MU1), Bartolomeo Secco
Suardo (cfr. AT2, BI1), Giuseppe Urbani, Giovan Battista Cremonesi, Giovanni Capsoni, Gabriele Rosa (cfr.
AT1, BI2, IS5), Luigi Comaschi.
Per comprendere il ruolo svolto dal giornale del Maironi è opportuno rifarsi alle parole di Carlo Facchinetti (cfr.
AC2, MU1) che, nell’almanacco da lui diretto «Bergamo o sia Notizie Patrie» del 1829, scriveva: “Mancava
interamente la nostra provincia d’una periodica produzione, la quale servisse opportunamente a diffondere le
notizie risguardanti le recenti invenzioni, introduzioni e miglioramenti in materia di meccanica, di arti e di
agricoltura, di commercio e di scienze (…). Il nob. sig. Maironi (…) raccogliendo con istudiosa diligenza dai più
accreditati fogli d’Italia le notizie a norma del piano che si è proposto nell’argomento, le diffonde e comunica col
facile metodo del periodico suo giornale, e con tenue dispendio a comodo ed utile di qualunque classe di
persone”. Infatti, sfogliando le pagine del giornale, si possono leggere numerosi articoli estratti da periodici
allora molto diffusi, come i milanesi «Annali universali di statistica, economia pubblica, storia, viaggi e
commercio» e «Annali universali di tecnologia, di agricoltura, di economia rurale e domestica, di arti e
mestieri», la «Biblioteca Italiana», il «Bollettino di notizie italiane e straniere e delle più importanti invenzioni e
scoperte, o progresso dell’industria e delle utili cognizioni», il «Bollettino di notizie statistiche ed economiche
italiane e straniere», il «Corriere delle Dame», «L’Eco. Giornale di Scienze, Lettere, Arti, Mode e Teatri», la
«Gazzetta privilegiata di Milano»; o ancora la «Gazzetta eclettica di farmacia, chimica medica e industriale» di
Verona, la «Raccolta pratica di scienze e d’industria» di Como, il «Repertorio di agricoltura pratica e di
economia domestica» di Torino, la «Rivista Orticola» di Piacenza, il «Diario Romano» di Roma; infine i parigini
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«Le Globe», «Journal des connaissances usuelles et pratiques» e «Journal des connaissances médicales
pratiques et pharmacologie», per non citarne che alcuni. La diffusa e apparentemente poco originale pratica di
stralciare brani da diversi giornali, va opportunamente contestualizzata, per comprendere la funzione che un
giornale come quello di Bergamo svolgeva nella realtà locale.
Un primo aspetto da evidenziare è la provenienza dei giornali utilizzati dal Maironi. La netta predominanza di
quelli milanesi pone in rilievo il rapporto gerarchico centro-periferia che si era creato tra Milano e Bergamo.
Dopo la caduta della Repubblica veneta, e soprattutto con la restaurazione austriaca, la ridefinizione dei confini
politici aveva spostato l’attenzione della città bergamasca da Venezia a Milano. Apparentemente inspiegabile,
nella prospettiva del nuovo assetto politico del Lombardo-Veneto, è invece il fatto che venissero attinte notizie
dai giornali parigini, anziché da quelli di Vienna, con la quale i rapporti erano molto più facili. In realtà il
riferimento a Parigi, soprattutto a partire dagli anni Quaranta, assunse via via una chiara connotazione politica
di reazione antiaustriaca. Da non sottovalutare, inoltre, l’attenzione prestata a giornali di città italiane come
Torino e Roma, inserite in contesti politici differenti e che quindi, nel caso di Bergamo, fornivano un ulteriore
parametro di confronto.
I titoli dei giornali citati nelle pagine del «Giornale della Provincia di Bergamo» forniscono una prima traccia sul
genere di informazioni che Maironi veicolava alla città tramite il suo giornale. Le scelte dei brani per il giornale
bergamasco sono in linea con le tendenze di carattere generale della stampa periodica di quel periodo. La
maggior parte dei titoli sopra citati riguarda testate dal chiaro intento divulgativo, dove informazioni
propriamente culturali e curiosità di puro passatempo si intrecciavano variamente per soddisfare un pubblico
variegato, ma costituito in gran parte dall’emergente borghesia imprenditoriale, che voleva essere informata,
anche in località periferiche come Bergamo, delle più importanti novità europee. In questa direzione uno dei più
affermati periodici lombardi, che contò tra i suoi collaboratori anche Carlo Tenca (cfr. AT1, BI2, SP2), era il
«Corriere delle Dame», al quale nel 1830 si rivolse il conte bergamasco Giordano Alborghetti (cfr. TE1) per
segnalare l’appuntamento musicale che l’Unione Filarmonica di Bergamo (cfr. MU1, TE1-2) aveva organizzato
con l’accademia vocale di Giovan Battista Rubini (cfr. MU1, TE1-2). Inoltre “furoreggiava in quegli anni, e non
solo in Lombardia, la voga delle ‘cognizioni utili’; le quali andavano, a seconda dei gusti e della cultura del
pubblico, dal giardinaggio e dalla culinaria alle invenzioni scientifiche e alle loro applicazioni pratiche” (V.
Castronovo - N. Tranfaglia). I giornali parigini prima citati evidenziano proprio nel titolo l’interesse che anche i
paesi stranieri mostravano per questa moda. Uno dei più significativi giornali italiani in tal senso è «L’Ape delle
cognizioni utili», stampata dapprima a Capolago in Ticino e poi a Milano. Del giornale fu redattore dal 1839
Giovan Battista Cremonesi, già collaboratore del «Giornale della Provincia di Bergamo», compilatore di
almanacchi e poi direttore della «Gazzetta di Bergamo». Il giornale di Bergamo rifletteva a sua volta l’interesse
per questo genere di ‘cognizioni’, non solo ricopiando articoli da altri giornali, ma anche fornendo consigli e
avvertimenti ‘nostrani’ attribuiti a imprenditori, artigiani, commercianti, coltivatori locali.
Anche gli «Annali universali di statistica (…)», l’annesso «Bollettino (…) delle più importanti invenzioni e
scoperte, o progresso dell’industria e delle utili cognizioni» e, della stessa serie, gli «Annali universali di
tecnologia (…)» furono giornali di ‘cognizioni utili’. In essi, tuttavia, emerse ben presto un chiaro programma di
serio impegno civile e non tardarono ad essere molto apprezzati anche all’estero. Gli «Annali di Statistica»,
diretti da Giandomenico Romagnosi, contarono fra i principali collaboratori Cesare Cantù, Giuseppe Ferrari e
Carlo Cattaneo. Proprio quest’ultimo, formatosi alla scuola del Romagnosi e cimentatosi giornalisticamente
sugli «Annali» e su «L’Eco» prima citato, fondò nel 1839 «Il Politecnico», in cui intensificò la profondità e il
rigore scientifico dei suoi articoli dedicati alle “scienze viventi e progressive, sciolte dalle scorie dell’era
scolastica”. L’attenzione allo sviluppo dei vari settori lavorativi e la necessità di una sempre maggiore rigorosità
nel veicolare le informazioni, portò all’affermazione graduale anche di giornali specialistici. «Il Repertorio
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d’agricoltura» di Torino ne è un esempio significativo che si inserisce in un panorama sempre più complesso di
pubblicazioni dedicate al mondo dell’agricoltura e dell’agronomia. Anche «Il Giornale dell’ingegnere, architetto
ed agronomo», nato nel 1853 a Milano, e al quale collaboro l’ingegnere bergamasco Angelo Michele Ponzetti
(cfr. TE1), fu un modello per le pubblicazioni nel campo della matematica e delle sue applicazioni. Lo stesso
discorso può essere applicato a giornali medici, letterari, commerciali, ecc. Anche il giornale redatto dal
Maironi, benché dovesse necessariamente comprendere notizie relative ai settori più diversi, a partire dal 1834
tentò una categorizzazione e un ordinamento delle rubriche più organico che non nel passato. Così a partire
dal 27 giugno di quell’anno i numeri del martedì vennero dedicati al Bollettino Statistico, Commerciale ed
Annonario, mentre quelli del venerdì, dal Bollettino di Notizie e Produzioni patrie, d’Arti e Mestieri, l’EconomicoAgrario, il Sanitario e il Bibliografico. La Gazzetta d’indizi e di annunci, invece, venne fornita come supplemento
su foglio a parte.
La presenza di articoli riportati da altri periodici non deve mettere in secondo piano il fatto che il giornale
bergamasco pubblicava anche propri articoli, redatti da collaboratori locali. La compresenza nello stesso
giornale di questi articoli non deve essere vista, però, come una semplice giustapposizione. Il parallelo tra
articoli “esterni” e articoli locali era occasione di confronto e di apertura dal ristretto ambito provinciale al
dibattito culturale europeo. Nel giornale diretto dal Maironi, così, si possono trovare:
a) articoli “patrii”, prodotti dall’ambiente culturale locale e inerenti alla cronaca e all’attività delle istituzioni
cittadine più importanti;
b) articoli stralciati da altri giornali;
c) articoli di scrittori locali che si misurano su questioni di carattere generale, ma con attinenza anche all’ambito
locale, trattate anche in altri giornali italiani ed esteri.
Per quanto riguarda il primo punto, la cronaca delle istituzioni culturali cittadine esprime in molte occasioni
l’orgoglio municipalistico di potersi presentare, almeno nell’ambito culturale italiano, con attività e personaggi
degni dei più accreditati istituti italiani ed europei. Così sul giornale comparivano periodicamente articoli che
riguardavano l’attività dell’Ateneo, con una puntuale relazione delle assemblee e il riassunto degli argomenti
trattati dai relatori. Trovavano spazio ogni anno anche le relazioni relative alla distribuzione dei premi per i
concorsi di disegno e pittura degli allievi dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, MU1,
TE2). Inoltre, il poeta e patriota Ottavio Tasca, appassionato di musica e assiduo frequentatore dei teatri di
Bergamo e delle società filarmoniche (aveva sposato la nota cantante Elisa Taccani), si occupava
costantemente della cronaca teatrale e musicale della città. Numerose erano anche le composizioni poetiche
d’occasione presentate sulle pagine del periodico. Lo stesso Tasca ne aveva pubblicate alcune, tra cui una
dedicata a Gioacchino Rossini che mostrò apprezzamento per il poeta bergamasco.
Relativamente al terzo punto può essere indicativa una piccola vicenda relativa alla recensione dell’opera di
Giovan Battista Carrara Spinelli, Della educazione privata. Dialoghi, edito a Milano da Manini nel 1828 e l’anno
successivo a Venezia da Alvisopoli. L’opera del bergamasco era stata oggetto di due recensioni sul giornale
locale, rispettivamente del 2 gennaio 1829 e dell’8 gennaio 1830, entrambe a commento di recensioni sulla
stessa opera apparse sulla rivista letteraria «Biblioteca Italiana». Nella seconda recensione del «Giornale della
Provincia di Bergamo», Giacomo Bini membro, come ricorda L. Piccioni, di sedici accademie letterarie, entra in
polemica con il ben più accreditato giornale letterario milanese, difendendo il carattere romantico della scrittura
di Carrara Spinelli. La «Biblioteca Italiana», giornale voluto e controllato dall’Austria, costituì l’organo dei
classicisti contro i romantici. Su di esso era apparso nel 1816 l’articolo di Mme De Staèl Sulla maniera e la
utilità delle traduzioni, che avrebbe avviato proprio la nota polemica tra classicisti e romantici e che avrebbe in
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seguito acquisito carattere politico. A fronte di ciò, sarebbe pertanto opportuno verificare, nella recensione di
Bini, la presenza di un intento di polemica politica, oltreché letteraria, contro il governo austriaco. Giacomo Bini
si occupò costantemente delle segnalazioni bibliografiche. Tra le più significative si segnala anche quella
(1838) sulla Storia Universale di Cesare Cantù, nella quale Bini faceva riferimento a una lettera critica del prof.
Luigi Comaschi, già collaboratore del periodico bergamasco.
Luigi Comaschi, professore di latino e greco al liceo di Bergamo, patriota e, dopo l’unità nazionale, consigliere
comunale, assessore alla pubblica istruzione, presidente dell’Ateneo di Bergamo, fu dal 1845 al 1852 direttore
del «Giornale della Provincia di Bergamo» poi «Giornale di Bergamo».
Tra la fine della direzione di Adolfo Maironi (1840) e l’inizio di quella del Comaschi (1845), direttori del giornale
locale furono Giovanni Capsoni (dal 1840 al 1844), direttore dell’Ospedale di Bergamo, e Giuseppe Urbani,
impiegato dell’I.R. Delegazione Provinciale (cfr. IS1).
Nella direzione del giornale Comaschi fu affiancato per un certo periodo dal patriota, letterato e musicista
bergamasco Gerolamo Calvi, autore di studi sull’opera di Johann Simon Mayr (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MP1,
MU1, SP2, TE1-2). Durante il 1848 il giornale si schierò apertamente a favore dei moti risorgimentali, salvo poi,
con il ritorno degli austriaci, dover sottostare a una rigida censura. Costretto a rinunciare alla direzione del
periodico per motivi politici, a Luigi Comaschi successe, dal 1852 fino al 1871, il già ricordato Giovanni Battista
Cremonesi. Nel 1856 il giornale cessò le pubblicazioni per riprendere come «Gazzetta di Bergamo». Il
permanere di un sostanziale orientamento liberale acuì l’opposizione del clero e il conflitto con il governo
austriaco. Dal 1858 fino alla sua cessazione, il giornale venne stampato dalla tipografia di Vittore Pagnoncelli
(cfr. IS5). Tra gli altri, iniziarono a essere pubblicati numerosi articoli del patriota Pasino Locatelli (cfr. AC4,
AT1, BI2, IS4-5, MP1-2), e articoli che riguardavano l’attività della Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4,
AT1, IS1-2-3-5, MU1, SP2, TE1). Dal 1861 il giornale divenne trisettimanale. Nel 1868 il dissidio sorto tra alcuni
collaboratori del giornale aveva portato alla creazione di una testata alternativa dal titolo «La Provincia di
Bergamo». Al nuovo giornale parteciparono Pasino Locatelli, Carlo Lochis (cfr. AC4, IS2, MP1, MU1), Luigi
Palma, Elia Zerbini e Alessandro Malliani. La concorrenza fra la vecchia «Gazzetta» e il nuovo trisettimanale
per accaparrarsi il diritto alla pubblicazione degli Atti Giudiziari minò la solidità di entrambe le testate che, per
sopravvivere, nel 1871 si fusero dando luogo alla «Provincia-Gazzetta di Bergamo».
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DALLA SUPERSTIZIONE ALL’EDUCAZIONE: GLI ALMANACCHI POPOLARI
La stampa degli almanacchi, insieme alla pubblicazione di libretti di devozione e immagini sacre, costituì per gli
editori dell’800 una delle poche fonti di reddito sicuro in un’attività spesso ridotta al collasso. Ciò spiega
l’attenzione rivolta dagli editori a questo modesto ma lucroso prodotto dell’editoria e le accese rimostranze degli
stessi stampatori di fronte alle norme restrittive imposte dalla censura sulla stampa. Pubblicizzato tramite avvisi
e locandine tra la fine dell’anno e l’inizio di quello nuovo, l’almanacco veniva acquistato da un pubblico
numeroso e vario per estrazione sociale e livello culturale. L’almanacco non era un semplice calendario, ma
conteneva, in forme molto diverse da un esemplare all’altro, brevi articoli su vari argomenti: racconti, consigli
pratici, predizioni, ecc. Per l’immediata fruibilità dei suoi contenuti e per il basso costo, era destinato a diventare
l’opera più propriamente popolare. E ciò non tanto perché le classi colte non ne usufruissero, quanto perché
probabilmente l’almanacco era l’unica opera che giungesse non occasionalmente nelle mani delle classi
subalterne che, attraverso di esso, imparavano i primi rudimenti della lettura e della scrittura a fronte anche
dell’inadeguatezza dell’istruzione primaria (cfr. IS1-ED2). La lettura dell’almanacco, in certi casi, assecondava i
ritmi di vita del gruppo sociale in cui circolava. Il titolo dell’almanacco «La conversazione nella stalla», stampato
nel 1818 dalla stamperia Sonzogni di Bergamo, si rifà, ad esempio, alla consuetudine diffusa soprattutto nei
paesi, di riunirsi la sera nella stalla per leggere e pregare. La lettura ad alta voce delle storie, dei proverbi scritti
negli almanacchi, consentiva anche agli analfabeti di condividere il contenuto di quelle pagine, favorendo poi il
racconto orale, la conversazione, appunto.
L’almanacco pertanto ebbe un ruolo di primo piano nell’educazione delle classi subalterne e sulla sua utilità si
batterono quegli intellettuali impegnati nel progetto di educazione laica della società civile. Due punti di
riferimento in tal senso furono Pietro Verri nel ‘700 e Carlo Tenca (cfr. AT1, BI2, SP1) nell’800: “Quando si
pensa che le pubblicazioncelle del capo d’anno, quasi sempre figlie della speculazione, e per lo più vuote ed
insulse, sono vendute a migliaja d’esemplari, e passano di mano in mano lette da un’intera classe di
popolazione, non è più lecito star indifferenti a un mezzo così potente e pur così facile di educazione” (C.
Tenca). L’intellettuale deve fare dell’almanacco un’opera utile e formativa. Da ciò scaturisce in Tenca la dura
critica al fatto che l’almanacco, uno dei luoghi privilegiati per un giornalismo di seria divulgazione scientifica per
“un’opera di autentica educazione, in senso non paternalistico ma democratico, come espressione di equilibrio
sociale, di coscienza nazionale e di «servizio pubblico»” (G. Scalia), sia di fatto sottoposto alle regole del
profitto. Pertanto, nella maggior parte dei casi, l’almanacco è compilato per assecondare, anziché per
rimuovere, nel lettore incolto, pregiudizi e superstizioni, rinfocolate attraverso predizioni astrologiche, consigli e
rimedi basati su infondate credenze. “Nelle arti, nell’industria, nell’igiene, nei costumi, in tutte le necessità della
vita pratica, non sono tanto le idee generali e collettive quanto le singole applicazioni che giovano a educare e
migliorare la condizione del popolo. E un almanacco che seguisse l’operaio nella sua casa e nella sua officina,
che gli apprendesse le pratiche più industri dell’economia domestica, e i miglioramenti di ciascuna arte, e
l’igiene applicata ai diversi lavori, e le norme che regolano le private transazioni (…) avrebbe un’utilità assai più
efficace ed immediata, di quella che risulta da alcune nozioni e da alcuni consigli che non si traducono pel
popolo in pane e salute” (C. Tenca). Sulla scia delle intuizioni di Verri e Tenca operarono anche a Bergamo
alcuni intellettuali locali. In mezzo alla moltitudine di almanacchi “dilettevoli, seccaginosi, interessanti,
inconcludenti, piacevoli, stomachevoli, pieni di tutte le buone e pessime qualità per l’anno” a venire, così come
recita l’almanacco «La minestra senza sale e senza condimento», compilati con intenti preminentemente
commerciali, si diffondono progressivamente opere in cui è evidente l’intento educativo ed istruttivo. Fatto
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interessante, inoltre, è la presenza di almanacchi destinati non solo alle classi più umili genericamente intese,
ma anche a categorie sociali e professionali specifiche: i musicisti, i medici, gli operai, i contadini, ecc. Il
musicista Johann Simon Mayr, (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1, TE1-2) compilò nel 1826 un
«Almanacco musicale» il cui intento dichiarato era “principalmente storico ed anche bibliografo istruttivo,
sapendo quanto poco di tempo o voglia resti a’ professori di musica di acquistare simili cognizioni col mezzo di
variata lettura”. L’attenzione all’aspetto educativo presente nell’almanacco non fu certo casuale per Mayr se si
pensa al suo costante impegno nel campo pedagogico (l’stituzione delle Lezioni Caritatevoli di Musica (cfr.
ED2, MU1), la sua appartenenza alla massoneria bergamasca influenzata dalle tesi pedagogiche degli
Illuminati di Baviera - cfr. BI1, ED2, IS3, MU1, TE2). Gli argomenti trattati nell’almanacco ne sono una
conferma. Così, oltre al calendario dei santi, in cui sono posti in evidenza quelli in relazione con la storia della
musica, sono presenti “le notizie di quanto è stato operato nel corso dell’anno in questo bel suolo, ove la
Musica ebbe nuova vita e stabile trono, in qualche modo la Statistica musicale dell’Italia”, le vite di musicisti,
cenni storici sullo stato della musica, un indice delle opere nuove rappresentate nei teatri italiani, un indice delle
opere teoriche e di metodologia stampate in Italia e all’estero, l’elenco di Istituti e Conservatori, le edizioni
musicali, ecc.
Il medico trevigliese Giovanni Maria Bicetti de’ Buttinoni (cfr. ED1), in relazione con Parini e Baretti, membro
dell’Accademia degli Eccitati (cfr. AT1-2, BI1, ED1, MP1), come Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2,
IS1-2-3, MP1-2) e Giuseppe Celestino Astori (cfr. ED1), e dei Trasformati, pubblicò dal 1770 al 1773 quattro
edizioni del «Medico di se stesso». In piena sintonia con le tesi sostenute dal Verri, il Bicetti sostituisce quei
“perniciosi consigli di astrologia propri a fomentare l’ignoranza, la credulità e i più falsi pregiudizi intorno alla
salute, malattie e ai rimedi”, con gli insegnamenti scientifici della medicina preventiva. Questo nuovo modo di
affrontare le questioni mediche, fondandosi esclusivamente su indagini condotte in modo scientifico, cioè
osservativo-sperimentale, nasceva dall’esigenza di superare definitivamente il metodo approssimativo dei
medici ciarlatani, basato su pregiudizi e superstizioni. Il lavoro di indagine scientifica svolta da fisiologi e medici
bergamaschi fu di notevole rilevanza in tal senso. Oltre al Bicetti, infatti, svolsero tra gli altri un ruolo
fondamentale Andrea Pasta (cfr. AC1), Giovanni Antonio Piccinelli (massone e significativamente autore di un
«Almanacco per li medici chirurghi e speziali» stampato tra il 1788 e il 1794 - cfr. IS2-3, TE2), Giovanni
Palazzini e Filippo Lussana.
L’«Almanacco per gli operai campagnoli» del 1867, destinato agli operai dello Stabilimento Butti per la filatura
del lino ad Almé, rende evidente nei suoi contenuti l’inscindibile intreccio di paternalismo e di impegno per
l’acculturazione delle classi subalterne, intreccio che caratterizzò ad esempio l’attività educativa svolta dalle
scuole della Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS1-2-3-5, MU1, SP1, TE1). Queste iniziative sono
determinate in profondità da un chiaro intento di controllo sociale. Infatti, accanto ad informazioni strettamente
pertinenti all’occupazione professionale degli operai (relazione sull’impiego di nuovi macchinari, storia
dell’invenzione della macchina per filare il lino, notizie sulla società cooperativa tra gli operai della filatura del
lino in Almé, statuto della Società cooperativa tra gli operai dello stabilimento Butti in Almé, statistica delle
Società di Mutuo Soccorso), figurano testi dal chiaro intento educativo ed edificante (discorso sui doveri degli
uomini, nell’ordine Religione, Famiglia e Patria, elogio dei martiri dell’industria, massime morali e norme
d’igiene per gli operai, danni nell’uso di vino e liquori, cifre sull’analfabetismo in Italia).
La ditta Butti rappresenta un caso significativo anche se isolato di fabbrica moderna nella quale si pone il
problema della formazione dei lavoratori. “I proprietari stipendiavano il maestro comunale che, la domenica,
insegnava a leggere e a scrivere e impartiva l’istruzione religiosa agli operai maschi dai 12 ai 15 anni. Una
maestra insegnava alle 52 ragazze, dai 9 ai 12 anni, per tre ore, tre volte la settimana. Le ragazze, per non
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interrompere il lavoro si avvicendavano a scuola, a gruppi di quattro alunne per ogni squadra di operaie,
assentandosi dal lavoro un’ora” (G. Della Valentina).
Al contadino non far sapere...
Il Tenca in un suo saggio sugli almanacchi sostiene l’urgenza che “la scienza e la filantropia si adoperino a far
penetrare nella classe agraria i progressi delle dottrine applicate”. L’attenzione a questo problema è facilmente
comprensibile se si pensa alla sopravvivenza di credenze e superstizioni nella conduzione delle pratiche
agricole, a fronte della necessità di modernizzare questo settore portante dell’economia anche attraverso
un’idonea preparazione dei contadini (cfr. IS2-AT1). Il decadario, ossia l’almanacco prodotto dalla rivoluzione
francese, costituì tra fine ‘700 e inizi dell’800 un’interessante sintesi tra il nuovo, portato dalla rivoluzione, e la
tradizione, rappresentata dall’antico genere dell’almanacco. Il decadario nasceva in opposizione e in
sostituzione del calendario gregoriano e si basava su una diversa scansione del tempo in cui “la nascita della
repubblica diviene il momento sacro delle origini, mentre la scansione delle nuove feste àncora i valori
repubblicani nel tempo immoto della memoria” (P. Themelly). Pertanto vengono soppresse le tradizionali feste
religiose. Anche a Bergamo, a seguito degli eventi rivoluzionari, vengono stampati dei decadari. Uno di questi,
il «Decadario francese per l’anno VI della Repubblica Francese», stampato da Vincenzo Antoine (cfr. AC4,
ED1-2, MP1), riporta sul frontespizio un’immagine simbolica della rivoluzione, una donna avvolta dalla clamide
romana e coi simboli del berretto frigio e dell’ascia; contiene inoltre le regole “per ben adoperare il Decadario,
da insegnarsi ai Bergamaschi”. L’introduzione in Francia del calendario rivoluzionario era funzionale alla
realizzazione degli ideali repubblicani ed agricoli. Attraverso il calendario si vuole ricondurre il popolo francese
all’agricoltura. L’idea di base è di consacrare per mezzo del calendario il sistema agricolo, scandendo le
epoche e le frazioni dell’anno con segni presi dall’agricoltura. “Al tempo della Chiesa si sostituisce il tempo
della Natura che santifica i prodotti della terra” (P. Themelly). Così alcuni giorni vengono intitolati agli animali
domestici, altri ad attrezzi di lavoro, i nomi dei mesi si ispirano al variare del clima e delle stagioni
(vendemmiaio, brumaio, frimaio, ecc.). Ma la forte ispirazione agraria del calendario giunge in Italia affievolita,
tanto che nello stesso decadario non scompaiono totalmente i riferimenti al calendario tradizionale e agli eventi
biblici e religiosi in genere.
Il fallimento dell’introduzione del decadario francese, che venne soppresso dopo pochi anni, è legato a una
concomitanza di situazioni legate alla forte persistenza della tradizione religiosa di quel mondo agricolo che si
voleva mettere al centro della nuova visione del tempo, e la sostanziale avversione alla causa politica
rivoluzionaria della popolazione rurale. Anche a Bergamo tra gli almanacchi più diffusi figuravano quelli dedicati
al lavoro nei campi; essi erano ricchi di consigli legati più alla superstizione, alle predizioni astrologiche, che
non a una conduzione in chiave moderna delle colture agricole. Il successo di tali almanacchi è facilmente
comprensibile se si pensa che proprio nelle campagne, era più forte la presenza di un sentimento religioso
legato alla superstizione anche a causa della scarsa alfabetizzazione e dell’influenza di quella parte di clero
conservatore alleato della classe politica dominante. In questo contesto si sviluppa l’ostilità nei confronti della
causa politica portata avanti dalla rivoluzione di Bergamo. Tanto più che essa, essendo permeata dallo spirito
anticlericale portato dalla rivoluzione francese, era intesa come una minaccia ai legami, le gerarchie, le
credenze che reggevano quel mondo. Pertanto la concezione laica e illuminista della natura e del mondo
agricolo, così come appaiono anche attraverso il valore simbolico attribuito al decadario, non poteva avere
positivo riscontro in una realtà che come quella delle campagne era fortemente ancorata su tradizioni religiosesuperstiziose. La resistenza del mondo agricolo al mutamento, la subalternità della popolazione delle
campagne all’autorità clericale sostenitrice del governo austriaco è tale da persistere fino ben oltre l’unità
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italiana, così come è chiaramente evidenziato dal rapporto del governatore Stefano Centurione (cfr. AT1, IS34-5). Il mutamento politico è ancora una volta osteggiato nelle campagne e lo sforzo compiuto dalla classe
politica liberale per l’educazione civile e morale delle classi subalterne è evidente anche nel ruolo che
almanacchi e giornali rivestono. È significativo in tal senso il programma del 1859 del «Buon campagnolo»,
giornaletto settimanale istruttivo, morale, politico per il popolo di campagna, che si propone di suscitare lo
“spirito di nazionalità che poco o nulla [i contadini] conoscono, quell’amor patrio non circoscritto alla sola
periferia della loro parocchia, o del loro comune; metterli in cognizione dell’intera estensione della nostra patria
l’Italia” per “convincerli del perfetto, incontrastabile accordo che esiste fra questi sentimenti e i sentimenti della
nostra Sacrosanta Religione”.
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INDICE DEI NOMI E DELLE COSE NOTEVOLI
Accademia Carrara di Bergamo
AC1, AC2, AC3, AC4, AT1, AT2, BI1, IS1, MP1, MP2, MU1, SP1, TE2
Accademia Carrara di Bergamo, Commissarìa
AC1, AC2, AC3, MU1
Accademia Carrara, Galleria (Pinacoteca)
AC1, AC2, MP1
Accademia Carrara, Scuola di Architettura e Ornato dell’ (cfr. Scuola di Architettura e Ornato dell’Accademia
Carrara di Bergamo)
Accademia Carrara, Scuola di Belle Arti dell’ (cfr. Scuola di Belle Arti dell’Accademia Carrara di Bergamo)
Accademia Carrara, Scuola di Disegno dell’ (cfr. Scuola di Architettura e Ornato dell’Accademia Carrara di
Bergamo)
Accademia Carrara, Scuola di Pittura dell’ (cfr.Scuola di Belle Arti dell’Accademia Carrara di Bergamo)
Accademia degli Arvali di Bergamo
AT1, AT2
Accademia degli Eccitati di Bergamo
AT1, AT2, BI1, ED1, MP1, SP2
Accademia dei Georgofili di Firenze
AT1
Accademia dei Trasformati
SP2
Accademia dell’Arcadia
AT1
Accademia di Brera, Milano
AC3, AC4
Accademia di Verona
AT1
Accademia Economico-Arvale di Bergamo
AT1, AT2, IS2
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Accademia Filarmonica della Fenice in Borgo S. Leonardo
MU1, TE1, TE2
Adelasio Antonio
MP1
Adelasio Gerolamo
AT1
Agar, personaggio biblico
TE2
Agliardi Camillo
BI1, MP1
Agnelli Giacomo
ED2
Alberti Matteo
TE2
Alborghetti Federico
MP1, TE2
Alborghetti Giordano
SP1, TE1
Alborghetti Giuseppe
IS2
Alessandri Marco
AC1, BI2, ED1, ED2, IS3, TE2
Alvisopoli, stamperia di Venezia
SP1
Amati Amato
IS4
Ambrosioni Bernardo
ED2, IS3
Ambrosioni Giuseppe
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ED2, IS3
Ambrosioni, stampatori
BI1
Andreola Francesco
ED2
Antoine Giacomo
ED1, ED2
Antoine, stamperia di Bergamo
ED1, ED2, IS1, IS3
Antoine Teresa vedova Palazzolo
ED1
Antoine Vincenzo
AC4, ED1, ED2, MP1, SP2
Appiani Andrea
AC2, AC3
Archivio Capitolare di Bergamo
MP1
Asperti, famiglia
AC1
Associazione Agricola Lombarda detta di Corte del Palasio
AT1
Associazione Medica Italiana, comitato bergamasco
AT1
Astori Giuseppe Celestino
ED1, SP2
Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo
AC2, AT1, AT2, BI2, ED2, MP2, SP1, TE2
Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo, Censura
AT2
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Baizini Giovanni Battista
MU1
Baretti Giuseppe
SP2
Bartoli Francesco
AC1
Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo
MU1
Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo, Cappella
TE2
Bassus Tommaso De
ED2, IS3, MU1
Beccaria Cesare
ED1
Beethoven Ludwig van
MU1
Bellini Vincenzo
TE2
Beltramelli Giuseppe
AT2, BI1, IS2, MP1
Beltrami County
BI2
Beltrami Giacomo Costantino
AC3, AT1, BI2
Beltrami Giovanni Battista
BI2
Beltrami Luigi Felice
AT1, BI2
Benaglio Pietro
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AC2, AT2
Berizzi, famiglia
AC2
Berizzi Giovanni Battista
AT1
Bertoli Alessandro
MU1
Bettami, famiglia
AC1
Bettinelli Luigi
AC4
Bettinelli Michele
TE2
Bettoni Vincenzo
ED2, IS3
Bianconi Giacomo
AC3, AT1, AT2, IS1, MU1
Biava Samuele
MU1
Biblioteca Civica di Bergamo
AC1, AT1, BI1, BI2, MP1, MP2
Biblioteca del Capitolo della Cattedrale di Bergamo
BI1
Biblioteca Vaticana di Roma
TE2
Bicetti de’ Buttinoni Giovanni Maria
ED1, SP2
Bigatti Carlo
TE1
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Bignami Vespasiano
AC3
Bini Giacomo
BI1, BI2, SP1
Biondelli Bernardino
BI2
Blondel François
ED1
Boatti Faustino
TE2
Bonesi Marco
MU1
Bonomini Vincenzo
TE1, TE2
Borella, libraio
BI1
Borsetti Bartolomeo
AC1
Bossi Giuseppe
AC2
Bravi Giuseppe
IS4
Brembati Coriolano
MP2
Brembati, famiglia
AC1
Brembati Francesco
BI1, MP1, MP2
Bressan, stamperia di Vicenza
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AC1
Brignoli Domenico
AC3
Calepio G.P.
BI1
Calepio Pietro
MP1
Calvi Donato
MP1
Calvi Gerolamo
SP1
Camera di Commercio e Industria di Bergamo
AC4, IS2, TE1
Caminer Antonio
ED2
Camozzi-Vertova Giovanni Battista
BI2, IS5
Campana, locanda
AC1
Canonica del Duomo di Bergamo
BI1
Cantù Cesare
SP1
Cantù Turina Giuditta
TE2
Capitani Eugenio de’
AC3
Capitanio Giovanni Battista
TE2
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Capsoni Giovanni
SP1
Capuzzi Antonio
MU1
Carnovali Giovanni detto il Piccio
AC2, TE2
Carrara Carlo
AC1
Carrara Francesco
AC1, BI1, MP1
Carrara Giacomo
AC1, AC2, AC3, BI1, MP1, MP2
Carrara Spinelli Giovan Battista
SP1
Cartiere di Alzano
ED1
Casati Gabrio
IS1, IS2
Cassinelli Luigi
ED1
Castello di Costa Mezzate
TE2
Cattaneo Carlo
SP1
Cattedrale di S. Alessandro, Bergamo
AT2
Cecilia, santa
MU1, TE2
Cedrelli Rocco
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AT2
Celestino, storico bergamasco
MP1
Centurione Stefano
AT1, IS3, IS4, IS5, SP2
Cerasoli Flaminio
MP1
Ceresa, famiglia
AC1
Chiesa Anglicana
MU1
Chiesa di S. Celso di Milano, Cappella
TE1
Chiesa di S. Maria delle Grazie fuori Porta Nuova (cfr. Chiesa e convento di S. Maria delle Grazie)
Chiesa di S. Matteo
IS2
Chiesa di S. Pancrazio
MU1, TE1
Chiesa di San Cassiano (cfr. Teatrino di San Cassiano)
Chiesa e convento di S. Maria delle Grazie
TE1, TE2
Chiesa parrocchiale di Almenno San Bartolomeo
TE2
Chiesa parrocchiale di Villongo San Filastro
TE2
Chiesina di S. Tommaso
AC1
Coghetti Francesco
TE2
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Coghetti Maria Giuditta
TE2
Coletti Giovan Battista
ED1, ED2
Collegio dei gesuiti di Ingolstadt
MU1
Collegio Mariano (Misericordia Maggiore)
AC1, IS2, IS3
Collegio Nazareno
MP1
Collegio Vescovile S. Alessandro di Bergamo
IS4
Colleoni Giovanni
BI2
Colombo Giovanni
IS4
Colonia svizzera (evangelica) di Bergamo
ED2
Comaschi Luigi
SP1
Comizio Agrario
AT1
Commissione Conservatrice dei monumenti e degli oggetti d’arte
MP2
Compagnia dei Filodrammatici della Fenice
TE2
Confraternita dei Bergamaschi in Roma
MP1
Congregazione di Carità (Misericordia Maggiore)
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MU1, TE2
Conservatorio di Milano
MU1
Convento dei Frati minori conventuali di S. Francesco
AT1
Convento delle Clarisse di Rosate
AT2, IS2
Coppino Michele
IS1, MP2
Cremonesi Giovan Battista
SP1
Crescini, stamperia di Bergamo
BI1, ED1, IS1
Crivelli Ferdinando
IS2
Crotta Giovanni
AC3
Dafne, personaggio mitologico
TE2
Dandolo Vincenzo
AT1
David Giacomo
TE1
David Giovanni
TE2
Deleidi Luigi detto il Nebbia
AC3, TE2
Dia, dea
AT1
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Diotti Giuseppe
AC2, AC3, BI1, TE2
Dolci Antonio
MU1, TE2
Dolci Martino
IS4
Dolfin Giovanni Paolo
IS3
Donizetti Gaetano
MU1, TE2
Donizetti Giuseppe
TE2
Dono Vimercati-Sozzi
MP1
Donzelli Domenico
TE1, TE2
Dupin Antonietta
TE2
Dupin Celestina
TE2
Elia, famiglia
AC2
Elia Simone
AC1
Esposizione Italiana Agraria, Industriale e Artistica di Firenze (1861)
AC3, BI2, TE2
Facchinetti Carlo
AC2, MU1, SP1
Facheris Giacomo
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
ED2, IS2
Fantoni Luigi
MP1
Farina Daniele
AC2
Farina, storico bergamasco
MP1
Ferdinando I, imperatore
BI1
Ferrari Giuseppe
SP1
Ferrero Luigi Ottavio
IS2
Fiera di Bergamo
ED1, MU1, TE1
Fiera di S. Alessandro (cfr. Fiera di Bergamo)
Finazzi Giovanni
IS4, IS5, MP1, MP2, TE2
Fontanone in Piazza Mercato del Pesce (cfr. Museo Lapidario)
Foppa Vincenzo
AC2
Forini Gerolamo
MU1, TE2
Fraccaroli Innocenzo
TE2
Francesco I, imperatore
AT2, BI1
Furietti Alessandro
AC1, AT1, BI1, BI2, MP1, MP2
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
Fuzier, famiglia
AC2
Gaffuri e Gatti, stamperia di Bergamo
TE2
Galeazzi Giuseppe
ED1, ED2
Galitzin Elisa
AT2
Galli Michelangelo
TE2
Gallizioli Costantino
AC1, MP2
Gallizioli Giovanni Battista
AT1, MP1
Gambale Luigi
MU1
Ghiringhelli, vice prefetto
IS2
Ghislandi Vittore, detto Fra’ Galgario
AC3
Giegler J.V.
ED2
Giulini Cesare
IS5
Giuseppe II, imperatore
IS1
Goethe Johann Wolfgang
MU1
Gonzaga Luigi, santo
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
MU1, TE1
Gonzales Antonio
MU1
Grande Oriente di Francia, loggia massonica
BI2
Graziosi Antonio
ED1, ED2
Gritti Morlacchi Carlo
IS3
Grossi Tommaso
AC3
Haydn Franz Joseph
MU1
I.R. Censura Centrale dei libri di Vienna
BI2
I.R. Censura Centrale di Milano
AT2
I.R. Delegazione di Polizia
AT2
I.R. Delegazione Provinciale di Bergamo
IS1, SP1
I.R. Scuola Elementare Maggiore Maschile di IV Classi, ai Tre Passi
AC4, AT1, BI1, IS1
I.R. Teatro di Vienna
MU1, TE2
Illuminati di Baviera, loggia massonica
BI1, ED2, IS3, MU1, SP2, TE2
Imperial Regio Ginnasio Liceale (cfr. Liceo di Bergamo)
Istituto Magistrale Paolina Secco Suardo (cfr. Scuola Normale Femminile di Bergamo)
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
Istituto Speciale di Mineralogia e Metallurgia Industriale (cfr. Istituto Tecnico di Bergamo)
Istituto Tecnico di Bergamo Vittorio Emanuele II
AC4, BI2, IS2
Kaufmann Angelica
AT2
Lancetti Vincenzo
BI2
Le Mierre Antoine Marie
TE1
Lezioni Caritatevoli di Musica
ED2, MU1, SP2
Liceo di Bergamo (Piazza Rosate)
AT1, AT2, BI1, BI2, IS2, IS4, MU1, TE2
Liceo Dipartimentale del Serio (cfr. Liceo di Bergamo)
Liceo Ginnasio Paolo Sarpi (cfr. Liceo di Bergamo)
Liceo Sarpi (cfr. Liceo di Bergamo)
Locatelli Pasino
AC4, AT1, BI2, IS4, IS5, MP1, MP2, SP1
Locatelli, stamperia di Bergamo
AC1, ED1
Lochis Carlo
AC4, IS2, MP1, MU1, SP1
Lochis Guglielmo
AC1, AC2, MP1, TE1, TE2
Lucchini Giovanni Francesco
AC4, AT1, AT2, IS2, MP1, TE1, TE2
Luchini Pietro
TE2
Lupo Mario
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
AC4, AT1, ED2, IS2, MP1
Lussana Filippo
SP2
Maccarani Francesco
IS2
Maffei Scipione
MP2
Maggior Consiglio della Città di Bergamo
AT1
Mai Angelo
MP1, TE2
Maironi Alberto
SP1
Maironi Cesare
SP1, TE2
Maironi Da Ponte Adolfo Gustavo
SP1, TE2
Maironi Da Ponte Giovanni
AT1, AT2, ED1, IS2, IS3, MP2, MU1, SP1, TE2
Malibran Maria
TE2
Malliani Alessandro
SP1
Manenti Antonio
TE2
Manghenoni Giovanni Giuseppe
MU1
Mangili Giuseppe
AT1, BI2, IS3
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
Manini Ferdinando
ED2
Manini, stamperia di Milano
SP1
Manzoni Alessandro
AC3, MU1
Maranesi Giuseppe
IS2
Marenzi Carlo
AC2, AT2, TE1, TE2
Marenzi Girolamo
AT2, MP2, TE1
Maria Teresa d’Austria, imperatrice
IS1
Marini Ignazio
TE2
Mariton, famiglia
TE2
Mascheroni Giuseppe
MP1
Mascheroni Lorenzo
AT1, AT2, BI1, BI2, ED2, IS1, IS2, IS3, MP1, MP2, SP2
Mayr Johann Simon
AC2, AT1, AT2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1, SP2, TE1, TE2
Mayseder, musicista
MU1
Mazzi Angelo
MP1
Mazzoleni Angelo
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
MP1
Mazzoleni, stamperia di Bergamo
AT2, MU1
Mellerio Giacomo
AC2
Merelli Augusta
TE2
Merelli Bartolomeo
TE1, TE2
Merelli Eugenio
TE1
Metastasio Pietro
TE1
Ministero della Pubblica istruzione
IS2, IS4, IS5
Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio
IS2
Mirabeau Victor Riqueti de
IS3
Misericordia Maggiore di Bergamo
IS2, IS3, MU1, TE2
Mola Pietro
IS3, MU1
Monastero benedettino di San Paolo d’Argon
BI1, BI2
Monastero di S. Agostino
AT1, MP2
Moretti, famiglia
AC2
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
Moriani Napoleone
TE2
Moriggia Giovanni
TE2
Moroni Giovanni
AC3
Moroni Pietro
AC2, AT1, AT2, BI2, IS2, TE1, TE2
Morris William
AC4
Mosconi Giovanni
MU1
Mozart Wolfgang Amadeus
MU1
Mozzi Giuseppe Ercole
MP1
Mozzoni Andrea
IS2
Muletti Giacomo
SP1
Muletti Sebastiano
SP1
Muratori Ludovico Antonio
AT1, MP2
Museo Archeologico di Bergamo
BI2
Museo Civico di Storia Naturale di Bergamo
BI2
Museo “Conte Paolo Vimercati Sozzi” di Bergamo
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
MP2
Museo d’Antichità di Bergamo (cfr. Museo Lapidario)
Museo Donizettiano
TE2
Museo Lapidario di Bergamo (Fontanone)
AC1, AT1, AT2, BI1, MP1, MP2
Museo Lapidario di Modena
AT2
Museo Lapidario di Verona
AT2
Nägeli Hans Georg
MU1
Natali, stamperia di Bergamo
MP1
Orelli Johan Kaspar
ED2
Oriente massonico di New Orleans, loggia massonica
BI2
Orsetti Salvatore
AC2
Ospedale di S. Marco, Bergamo
AC4, BI1, IS2, TE1
Osteria ‘Tre Gobbi’ di via Broseta
TE2
Pagnoncelli, stamperia
BI1, BI2
Pagnoncelli Vittore
IS5, SP1
Palazzini Giovanni
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
SP2
Palazzo Beltrami di Filottrano
BI2
Palazzo dei Tasso
MP2
Palazzo della Ragione
BI1, MP2, TE1
Palazzo Nuovo (Piazza Vecchia)
BI1
Palazzo Pretorio
TE1
Palazzo Terzi
ED1
Palazzolo Luigi
ED2
Palma Luigi
SP1
Parini Giuseppe
SP2
Parravicini, I. R. Censore
AT2
Passi Anna Maria
AC1
Pasta Andrea
AC1, SP2
Pavesi Stefano
TE1
Pesenti, famiglia
AC1
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
Pesenti Magazzeni Giovan Battista
TE1
Pesenti Pietro
AC1, IS3
Pesenti Pietro Antonio
ED1
Pestalozzi Johan Heinrich
ED2, MU1
Piano Generale di Pubblica Istruzione
IS1, IS2, IS3
Piccinelli Giovanni Antonio
IS2, IS3, SP2, TE2
Piermarini Giuseppe
TE1
Pigorini Luigi
IS4
Pio Istituto Musicale di Bergamo
MU1
Pio IX, papa
IS4
Pio Luogo della Misericordia in via Arena
IS2
Piranesi Giovan Battista
AC1
Poli Pietro
ED2, IS2
Pollack Leopoldo
AC1, TE1
Ponzetti Angelo Michele
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
SP1, TE1
Preda Antonio
AC4
Quadreria Agliardi
AC1
Quadreria Lochis
AC1
Quadreria Moroni
AC1
Quadreria Piccinelli
AC1
Quadreria Roncalli
AC1
Quadreria Scotti
AC1
Quadreria Suardi
AC1
Quadreria Terzi
AC1
Quarenghi Giacomo
AT2, TE1, TE2
Quartetto musicale
MU1
Querini Angelo Maria
BI1
Quesnay François
AT1
Raccolta Beltrami
BI2
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
Reale Accademia di Belle Arti di Parma
AC1
Regia Scuola Elementare Maggiore ai Tre Passi (cfr. I.R. Scuola Elementare Maggiore Maschile di IV Classi, ai
Tre Passi)
Regio Istituto Tecnico (cfr. Istituto Tecnico di Bergamo)
Regio Istituto Tecnico Vittorio Emanuele (cfr. Istituto Tecnico di Bergamo)
Regio Liceo di Bergamo (cfr. Liceo di Bergamo)
Regio Liceo-Ginnasio Paolo Sarpi di Bergamo (cfr. Liceo di Bergamo)
Repubblica Bergamasca
ED2
Riccardi Bortolo
TE1
Rocchi Maffeo
MP1
Romagnosi Giandomenico
SP1
Roncalli Pietro
AC3, AC4, IS2
Ronchetti Giuseppe
MP1
Rondi Giuseppe
ED1, ED2
Ronzoni Pietro
AC3, TE2
Rosa Gabriele
AT1, BI2, IS5, SP1
Rossini Gioacchino
SP1
Rota Giovanni Battista
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
AT1, AT2, ED2, MP1, MP2
Rota I.
BI1
Rubini Giovan Battista
MU1, SP1, TE1, TE2
Ruggeri da Stabello Pietro
TE2
Sadis Dionigi
AC3
Salari Francesco
MU1
Salvi Matteo
MU1
Salvioni Agostino
AC2, AT1, AT2, BI1, BI2, ED2, IS2, IS3, MU1, SP1, TE2
Samuele, profeta
MU1
Sanquirico Alessandro
TE1, TE2
Santuario di Caravaggio
TE2
Sarpi Paolo
IS4
Scotti, famiglia
AC2
Scuola di Architettura e Ornato dell’Accademia Carrara di Bergamo
AC1, MU1
Scuola di Belle Arti dell’Accademia Carrara di Bergamo
AC1, AC2, AC3, AC4, MU1, TE2
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
Scuola di carte dipinte
AC4
Scuola di disegno applicato agli stipettaj ed ebanisti
AC4
Scuola di Scenografia, Pittura e Decorazione di Milano
TE2
Scuola Donadoni (cfr. I.R. Scuola Elementare Maggiore Maschile di IV Classi, ai Tre Passi)
Scuola Elementare Maggiore ai Tre Passi (cfr. I.R. Scuola Elementare Maggiore Maschile di IV Classi, ai Tre
Passi)
Scuola Imperiale di Canto di Vienna
MU1
Scuola Normale Femminile di Bergamo
IS1
Scuola pratica di agricoltura di Grumello del Monte
AT1
Scuola tecnico-pratica di plastica e intaglio di Bergamo
MU1
Scuole del Genio di Modena
IS2
Scuole tecniche della Società Industriale Bergamasca
IS2, IS5
Scuri Cristoforo
TE1
Scuri Enrico
AC3, BI2, TE2
Secco Suardo Bartolomeo
AT2, BI1, SP1
Secco Suardo Grismondi Paolina
TE1
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
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P. Iva 02995900160 - [email protected]
Secco Suardo Leonino
BI1
Selvatico Pietro
AC3, AC4, IS2, MU1
Seminario vescovile
IS3
Seminario vescovile, Deputazione
MU1
Serassi Giuseppe Antonio
AT1, TE1, TE2
Serassi Pier Antonio
AC1, AT1, MP1, MP2
Settembrini Luigi
IS4, IS5
Soave Francesco
ED2, IS1
Società dei Filarmocori di Bergamo
MU1
Società di Incoraggiamento d’Arti e Mestieri di Milano
AC4, AT1
Società di Pubblica Istruzione di Bergamo
ED2, IS3
Società Industriale Bergamasca
AC4, AT1, IS1, IS2, IS3, IS5, MU1, SP1, SP2, TE1
Società Industriale Bergamasca, Commissione scientifico-tecnica
AC4
Società Nazionale «Dante Alighieri» in Roma
BI2
Società Politecnica di Bergamo
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
AT1
Società Storica Bergamasca
MP1, MP2
Società Storica di Minnesota
BI2
Società Storica Lombarda di Milano
MP1
Società Tipografica di Neuchâtel
ED1, ED2
Sonzogni Giacomo Alberto
ED1
Sonzogni Luigi
SP1
Sonzogni, stamperia di Bergamo
MP1, SP2
Speranza Pier Luigi
IS1, IS3, IS4, IS5
Stabilimento Butti di Almé
SP2
Stabilimento degli esposti
AC4
Staèl Anne-Louise-Germaine Necker Mme De
SP1
Stamperia Reale di Milano
IS1
Stato del Minnesota
BI2
Stendhal (Henry Beyle)
ED1
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
Strada Ferrata Lombardo-Veneta
TE1
Suardi Bartolomeo
TE2
Taccani Elisa
SP1
Tadini Antonio
AT1, BI2, IS2, IS3
Tartini Giuseppe
MU1
Tasca Ottavio
MU1, SP1
Tassi, famiglia
AC1
Tassi Francesco Maria
AC1, MU1
Tassi Gian Jacopo
BI1
Teatrino di Cittadella di Bergamo (cfr. Teatrino di Rosate)
Teatrino di Rosate poi Teatrino di Cittadella di Bergamo
TE1, TE2
Teatrino di S. Cassiano di Bergamo
MU1, TE2
Teatro alla Scala di Milano
TE1
Teatro Apollo di Roma
TE2
Teatro Cerri di Bergamo
TE1
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
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P. Iva 02995900160 - [email protected]
Teatro Comunale di Rimini
TE2
Teatro della Fenice di Bergamo
TE1
Teatro della Società di Bergamo, Deputazione
TE2
Teatro della Società (o Teatro Sociale) di Bergamo
AC1, TE1, TE2
Teatro di Vienna (cfr. I.R. Teatro di Vienna)
Teatro Nuovo di Spoleto
TE2
Teatro Riccardi di Bergamo
AC4, AT1, MU1, TE1, TE2
Tenca Carlo
AT1, BI2, SP1, SP2
Terzi Giuseppe
AT2
Terzi Luigi
TE1
Tiraboschi Antonio
MP1, MP2
Tiraboschi fratelli
ED1
Tiraboschi Girolamo
MP1
Tomini Foresti Marco
BI1
Torlonia Alessandro
TE2
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
Torriceni Francesco
AT2
Trécourt Giacomo
TE2
Turner Joseph William
TE2
Unione Filarmonica di Bergamo
MU1, SP1, TE1, TE2
Unione, loggia massonica detta dell'
ED2
Università di Bologna
IS2
Università di Pavia
IS1, IS2, IS3
Urbani Giuseppe
SP1
Vaerini Barnaba
ED2, MP1, MU1
Valsecchi Alessandro
IS4
Verri, fratelli
ED1
Verri Pietro
SP2
Vertova Andrea
AC2, TE2
Viganò Salvatore
TE2
Viganoni Giuseppe
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
P. Iva 02995900160 - [email protected]
TE1
Villa Lochis alle Crocette di Mozzo
TE1
Villa Torlonia di Roma
TE2
Vimercati Sozzi Giuseppina
MP1
Vimercati Sozzi Paolo
BI2, MP1
Voltaire (François-Marie Arouet)
ED2, IS3
Weishaupt Adam
MU1
Zatta Antonio
ED1, ED2
Zerbini Elia
SP1
Zucchi Carlo
AT1
Zuppinger Edoardo
AC4
FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28
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INTRODUZIONE Il lavoro di Barbara Cattaneo che presentiamo nei