STORIA DELLA CULTURA A BERGAMO 1797 - 1870 INTRODUZIONE Il lavoro di Barbara Cattaneo che presentiamo nei Quaderni del Museo Storico della Città di Bergamo ci fornisce la possibilità non solo di ripercorrere, attraverso un’accurata ricerca storica e bibliografica, la storia della cultura cittadina e, più in generale, la collocazione di quest’ultima all’interno del più ampio dibattito “nazionale”, ma anche di leggere una “urbanistica della cultura”. Il Quaderno è stato pensato da Barbara Cattaneo per essere letto su più livelli: la divisione in capitoli, l’uso dei segni grafici specificati nell’avvertenza posta a pagina 4 e i preziosissimi indici posti alla fine, infatti, ci consentono di evidenziare la complessità e l’interazione tra i diversi aspetti del sapere; parallelamente, la trascrzione di documenti e la bibliografia fanno di questo Quaderno un interessantissmo strumento didattico. Pubblicazioni a disposizione: Per la serie dei Quaderni del Museo Storico della Città: 0. Oscar Castellini, La storia minore. La prima guerra mondiale nei documenti della raccolta Castellini, Bergamo, Lubrina editore, 1996 (£ 12.000) 1. Mauro Gelfi, L’economia a Bergamo nell’Ottocento. I primi anni della dominazione austriaca, Bergamo, 1996 (£ 1.000) 2. Mauro Gelfi, La società a Bergamo nell’Ottocento. 1860: la relazione del prefetto Stefano Centurione al Ministro Camillo Benso conte di Cavour, Bergamo, 1996 (£ 1.000) 3. Cesare Fenili, Sanità e assistenza a Bergamo nell’Ottocento. Profili biografici di alcuni medici bergamaschi, Bergamo, 1996 (£ 1.000) 4. Cesare Fenili, Sanità e assistenza a Bergamo nell’Ottocento. Malattie ed epidemie a Bergamo, Bergamo, 1996 (£ 1.000) 5. Cesare Fenili, Sanità e assistenza a Bergamo nell’Ottocento. Il sistema assistenziale a Bergamo dal 1797 al 1880, Bergamo, 1996 (£ 1.000) 6. Barbara Cattaneo, Storia della cultura a Bergamo 1797-1870. I luoghi, le forme e i protagonisti del dibattito culturale fra tradizione e rinnovamento, Bergamo, 1997 (£ 5.000) Margherita Cancarini, Mauro Gelfi, Rosanna Paccanelli (Regia di Alberto Cima), Una città che cambia. Il volto di Bergamo nell’Ottocento, Bergamo, 1996 (VHS, durata 12”50’) (£ 20.000) Mauro Gelfi, Archivio Francesco e Luigi Cucchi. Catalogo, Bergamo, 1997 (£ 20.000) Mauro Gelfi, Francesco Rossi, Terra di San Marco, Bergamo, 1996 (£ 15.000) Sono, inoltre, ancora disponibili alcuni volumi editi da “Civitas Garibaldina”. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] STORIA DELLA CULTURA A BERGAMO Sommario Nota per la consultazione Memorie Patrie La ricerca storica locale a Bergamo tra universalismo illuministico e identità municipale, Le memorie patrie tra ricerca erudita e coscienza storica della realtà locale: il caso del Museo Lapidario, Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti Dalla fisiocrazia degli Arvali alla Società Industriale Bergamasca Classe dirigente e istituzioni culturali: il caso dell’Ateneo di Bergamo Biblioteca Civica Dalla biblioteca privata all’istituto pubblico: la Biblioteca Civica di Bergamo La Raccolta Beltrami alla Biblioteca Civica: ragioni storico-politiche nelle trasformazioni di un fondo AMBITI DI FORMAZIONE CULTURALE Accademia Carrara Forme dell’egemonia politico-culturale della classe dirigente bergamasca: la nascita dell’Accademia Carrara Ragioni culturali e politiche nella campagna di restauro dell’Accademia Carrara 1835-1838 Le scuole dell’Accademia Tra arte e industria: l’Accademia Carrara e le scuole d’arti applicate Istruzione La mancata riforma dell’istruzione dalla fine del governo veneto all’unificazione nazionale I limiti storici dell’istruzione tecnica a Bergamo Quando la matematica era rivoluzionaria: Lorenzo Mascheroni e la Società di Pubblica Istruzione Il conflitto tra Stato e Chiesa attraverso la contrapposizione istruzione laica istruzione clericale nel contesto bergamasco Il rapporto tra Stato unitario centralizzato e realtà locale: il piemontesismo FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] UNA CULTURA OPERANTE Musica Le molteplici funzioni sociali della musica nella cultura bergamasca dell’Ottocento Teatri Teatro e spazio urbano: il progetto dell’ing. Angelo M. Ponzetti (1856) Johann Simon Mayr e Luigi Deleidi detto il Nebbia tra teatro, musica e pittura Editoria Vincenzo e Giacomo Antoine stampatori e librai L’editoria a Bergamo tra politica e cultura: il caso emblematico degli Antoine Stampa periodica La cultura italiana ed europea attraverso le pagine dei giornali di Bergamo Dalla superstizione all’educazione: gli almanacchi popolari FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] NOTA PER LA CONSULTAZIONE • degli indici Le voci d’indice rimandano alla sigla delle schede in cui ogni voce è citata. Qui di seguito si elenca lo scioglimento delle sigle: AC Accademia Carrara AT Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo BI Biblioteca Civica di Bergamo ED Editoria IS Istruzione MP Memorie Patrie MU Musica SP Stampa Periodica TE Teatro • delle schede Ogni volta che una voce d’indice compare in due o più schede, il rimando all’interno delle schede viene evidenziato attraverso le seguenti convenzioni tipografiche: parola sottolineata la voce d’indice riguarda argomenti inerenti alla cultura a Bergamo nell’800 e rimanda ad altre schede parola sottolineata e in grassetto come nel caso della parola sottolineata, la voce d’indice riguarda argomenti inerenti alla cultura a Bergamo nell’800 e rimanda ad altre schede; inoltre, ha la funzione di evidenziare la pertinenza della voce culturale in oggetto anche per altri ambiti di ricerca (politica, industria, agricoltura, sanità, demografia, ecc.) non sviluppati nelle presenti schede. La parola sottolineata e la parola sottolineata in grassetto all’interno della scheda sono seguite dalla segnalazione fra parentesi delle schede di rimando. Ad es. Pier Luigi Speranza (cfr. IS1-3-4-5) Marco Alessandri (cfr. AC1, BI2, ED1-2, IS3, TE2) FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Il trattino tra le sigle, serve solo come separatore tra i numeri delle schede con sigla comune. Pertanto non indica un intervallo tra due numeri non consecutivi. All’interno delle singole schede, le voci evidenziate solo in grassetto e senza sottolineature stanno ad indicare temi di significativo rilievo storico. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] LA RICERCA STORICA LOCALE A BERGAMO. TRA UNIVERSALISMO ILLUMINISTICO E IDENTITÀ MUNICIPALE Se Luigi Fantoni, spinto dalla propria curiosità intellettuale, non avesse acquistato i manoscritti di Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS1-2-3, MP2, SP2) dal fratello di questi Giuseppe, probabilmente gran parte dei manoscritti autografi del matematico bergamasco non sarebbero ora conservati nella Biblioteca Civica (cfr. AC1, AT1, BI1-2, MP2) di Bergamo ma risulterebbero distrutti o dispersi. Luigi Fantoni, discendente della famiglia dei noti intagliatori e scultori di Rovetta, avviò una propria attività editoriale caratterizzata dalla pubblicazione di testi di notevole valore culturale. L’acquisto dei manoscritti del Mascheroni preludeva a un lavoro di spoglio, riordino e vaglio letterario prima di una edizione in realtà mai realizzata. Questa piccola ma significativa vicenda mette in luce il valore della memoria storica, della conservazione documentaria, della organizzazione archivistica di ogni materiale che sia testimonianza delle vicende del passato. Lo studio della storia non sarebbe possibile o risulterebbe impoverito senza il fondamentale contributo di coloro che hanno conservato e studiato secondo le categorie critiche coeve le varie testimonianze del passato. Decisivo, a tale proposito, fu il ruolo della cultura illuministica, che stimolò enormemente il recupero di tutti quei documenti che potessero costituire una precisa e rigorosa testimonianza del passato. Ciò permise il netto superamento della cultura storiografica seicentesca, fondato su una acritica e passiva accettazione della tradizione e tutta rivolta ad una ricerca antiquaria di quanto fosse esotico e curioso. Nello stesso tempo, proprio la concezione secondo cui la ricerca, il ritrovamento e l’organizzazione delle fonti costituivano l’elemento qualificante e decisivo dell’indagine storiografica - “documento-monumento” - fu uno dei limiti principali e tipici dell’illuminismo. Nella particolare situazione bergamasca, oltre alla situazione appena considerata, pesava un fattore che contribuì a determinare l’evoluzione degli studi storici. Bergamo, terra di frontiera durante la Repubblica Veneta e il Regno Lombardo-Veneto, sviluppò uno spiccato municipalismo destinato a rimanere vivo anche nel periodo unitario e ad influenzare non solo la sfera culturale ma anche quella politica. D’altra parte, l’ispirazione municipalistica delle ricerche valorizzava le peculiarità dei centri periferici, rimasti fino ad allora sostanzialmente passivi nei confronti dei grandi centri di dibattito culturale. Lo studio del passato della propria città significava non escludere alcun settore di ricerca. Pertanto, accanto alle ricerche erudite su manoscritti e documenti antichi, si intensifica la ricerca archeologica e si diffonde lo spirito collezionistico. Un esempio degli effetti positivi scaturiti da questo ritrovato orgoglio municipalistico consiste nel recupero delle opere dei cosiddetti “primitivi”, cioè l’interesse per la pittura anteriore al ‘500, iniziato con il conte Giacomo Carrara (cfr. AC-2-3, BI1, MP2) e il conte Guglielmo Lochis (cfr. AC1-2, TE1-2) per arricchire le rispettive quadrerie. L’allestimento nel 1863, cioè ad unità nazionale avvenuta, di una sala dedicata ai “primitivi” nella Galleria (cfr. AC1-2) dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1-2, BI1, IS1, MP2, MU1, SP1, TE2) va inteso come reazione all’accentramento del potere politico e culturale determinato dall’organizzazione del nuovo Stato unitario, e come recupero in senso campanilistico delle proprie “radici” attraverso la salvaguardia delle piu antiche testimonianze della scuola pittorica bergamasca (cfr. IS5-AC2). È importante rilevare lo spirito illuministico che animò tali ricerche, perché ciò consente di comprendere meglio le forme in cui si realizzò la ricerca storiografica e il culto delle memorie patrie. La cultura enciclopedista, il valore assunto dai documenti come ‘prova scientifica’ del fatto storico, una rigorosa mentalità classificatrice e ordinatrice sono alla base di istituzioni come il Museo Lapidario (cfr. AC1, AT1-2, BI1, MP2) e di opere come il Codex Diplomaticus di Mario Lupo (cfr. AC4, AT1, ED2, IS2). La stesura del Codice, sollecitata da Giuseppe FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Ercole Mozzi autore delle Antichità bergamasche, è lo specchio di questa mentalità ordinatrice: il Lupo utilizzò il metodo delle schede per la creazione di indici, cataloghi, elenchi, raccolte bibliografiche. Alla sua opera monumentale collaborarono nomi illustri della cultura non solo bergamasca ma anche europea: il letterato Girolamo Tiraboschi, il matematico Lorenzo Mascheroni appassionato cultore di antichità, l’architetto Giovanni Francesco Lucchini (cfr. AC4, AT1-2, IS2, TE1-2) per le tavole, il canonico Antonio Adelasio che, “predecessore del Lupo, quale archivista dell’Archivio Capitolare ordinò per primo l’immenso materiale di pergamene ed atti notarili che vi era raccolto alla rinfusa, compilando un indice accurato di quelle carte da lui classificate ed annotate” (A. Pinetti). Girolamo Tiraboschi, autore della Storia della letteratura italiana, stampata a Modena tra il 1772 e il 1782, è indicato da Francesco Carrara (cfr. AC1, BI1) fratello di Giacomo come “l’uomo che dovrebbe scrivere la storia della nostra patria sì confusa e maltrattata dai nostri rozzi scrittori” (14 febbraio 1778). E dieci anni dopo scriveva: “Si dovrebbe pensare a far stendere dall’ab. Tiraboschi la storia della nostra città tanto maltrattata dai ridicoli scrittori Calvi, Farina, Celestino ed altri, ora particolarmente che le memorie o tessitura lasciata dal fu G.B. Rota (cfr. AT1-2, ED2, MP2) possono servire di materiale. Potrebbe il detto Tiraboschi venire costì nelle vacanze del suo impiego e compiere quest’opera gloriosa a lui e a noi”. E’ significativa del nuovo metodo di indagine storica la durezza con cui il Carrara tratta i precedenti scrittori della storia di Bergamo. Ed è proprio l’abbondanza di studi sulla storia locale che caratterizza il lavoro degli studiosi tra fine ‘700 e primi ‘800, attingendo in modo organico dalle fonti che l’indagine dotta man mano portava alla luce. Oltre al già citato G.B. Rota, la cui opera fu pubblicata postuma nel 1804 dal tipografo Vincenzo Antoine (cfr. AC4, ED1-2, SP2), lo stesso Giacomo Carrara lasciò numerosi manoscritti in proposito: Memorie diverse e appunti di storia bergomense tra cui uno studio Dell’origine di Bergamo. Molti furono gli eruditi appartenenti alla risorta Accademia degli Eccitati (cfr. AT1-2, BI1, ED1, SP2) che contribuirono in maniera decisiva all’indagine sulla storia bergamasca: il conte Giovanni Battista Gallizioli (cfr. AT1), il conte Pietro Calepio, il padre Barnaba Vaerini (cfr. ED2, MU1), gli abati Maffeo Rocchi, Angelo Mazzoleni, Camillo Agliardi (cfr. BI1), Giuseppe Beltramelli (cfr. AT2, BI1, IS2) oltre che Mario Lupo, Francesco Brembati (cfr. BI1, MP2), Ercole Mozzi, i fratelli Francesco e Giacomo Carrara. Più tardo è invece il contributo di Giuseppe Ronchetti (Memorie istoriche della città e Chiesa di Bergamo, Bergamo, Natali, 1805-1807, 3 voll. ristampato da Sonzogni nel 1817-19). Girolamo Tiraboschi, i cardinali Angelo Mai (cfr. TE2) e Alessandro Furietti (cfr. AC1, AT1, BI1-2, MP2), l’abate Pier Antonio Serassi (cfr. AC1, AT1, MP2), il conte Francesco Brembati sono le figure principali intorno alle quali si strinsero gli studiosi sopra citati, uniti da una comune passione per la ricerca archeologica, per la storia locale, per la letteratura e la storia dell’arte. Mai, Furietti, Serassi, e altri intellettuali fecero da ideale tramite fra Bergamo e Roma, città nella quale svolsero gran parte del loro operato. Ciò consentì al ristretto ambito bergamasco di venire influenzato positivamente dalla vivacità e dal fervore degli studi di quella città. È proprio grazie alla mediazione del fratello Francesco, cardinale a Roma, che Giacomo Carrara poté approfondire la sua formazione ed entrare in contatto con artisti e intellettuali di grande importanza. Il legame con Bergamo era determinato in particolare dal fatto che molti giovani bergamaschi si poterono formare culturalmente a Roma in base all’accoglienza offerta dal Collegio Nazareno, legato a Bergamo per via del lascito testamentario del canonico Flaminio Cerasoli, e dalla Confraternita dei Bergamaschi in Roma di origine cinquecentesca: “Dopo aver ricevuto una prima formazione scolastica di base presso le scuole della città, a differenza di quella che era la prassi per gli altri sudditi della Serenissima, i giovani bergamaschi spesso preferivano all’Ateneo padovano gli istituti superiori e l’Università dei due maggiori centri intellettuali della Lombardia poi asburgica, Pavia e Milano. Per i figli della nobiltà bergamasca, intenzionati a vestire l’abito talare, sede obbligata degli studi era Roma, presso i collegi o le istituzioni religiose gestite da bergamaschi”. (M. Belotti). Questa controtendenza rispetto alle altre città della Terraferma era ancora una volta dovuta alla posizione di frontiera che Bergamo occupava e della quale si è già accennato in precedenza. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] La Società Storica Bergamasca “In Italia paese storico per eccellenza, non è d’uopo spendere parole per dimostrare l’importanza dello studio della storia (…). Ma la straordinaria abbondanza di materiali toglie a molti il coraggio d’imprendere illustrazioni, ed anche ai più animosi impedisce quasi sempre di fare lavori compiuti. A scemare d’assai le difficoltà che incontra lo studioso isolato, noi ravvisiamo come valido mezzo la costituzione di una Società Storica Bergamasca (cfr. MP2), in seno alla quale si raccolgano tutti coloro che agli studi di patria storia portano vivo amore (…)”. Questo si legge nel programma della Società Storica Bergamasca fondata a Bergamo il 19 aprile 1874 per iniziativa dello storico, demologo e lessicografo bergamasco Antonio Tiraboschi (cfr. MP2). La Società, nata sulle orme della Società Storica Lombarda di Milano, contava tra i soci personaggi come Federico Alborghetti (cfr. TE2), Pasino Locatelli (cfr. AC4, AT1, BI2, IS4-5, MP2, SP1), Carlo Lochis (cfr. AC4, IS2, MU1, SP1), Angelo Mazzi e Giovanni Finazzi (cfr. IS4-5, MP2, TE2).Il sodalizio aveva come scopo il recupero degli antichi documenti archivistici, la loro “illustrazione” e la pubblicazione di opere sulla storia patria. In questo programma è evidente il legame e il rapporto di filiazione rispetto all’opera svolta dagli eruditi che si occuparono della ricerca storica locale tra la fine del ‘700 e i primi dell’800. Negli intenti della Società Storica Bergamasca è ancora presente la sopravvivenza dello spirito collezionistico. Primaria è l’importanza data al documento come testimonianza, mentre si rivela la necessità, man mano che i documenti vengono rintracciati e raccolti, di ordinamento e catalogazione organici del materiale. L’elaborazione di lavori di ricerca basati su una lettura e un confronto critico delle fonti, restano relegati a una fase successiva. A differenza però di quanto avveniva tra fine ‘700 e primi ‘800 la costituzione della Società Storica Bergamasca porta almeno due significative novità. Innanzitutto la presenza della Società avrebbe potuto offrire maggiori opportunità per l’organicità della ricerca archivistica e la collaborazione fra gli studiosi; in secondo luogo, grazie a questo sodalizio la storia locale non diveniva più appannaggio di pochi eruditi nobili o ecclesiastici. E ciò non solo perché tra i soci si trovano storici e dilettanti e perché le quote sociali sono differenziate per facilitare l’accesso alla società, ma anche e soprattutto perché l’organizzazione di recupero del materiale archivistico da fondi pubblici ma anche da collezioni private, mirava essenzialmente a mettere a disposizione della collettività questa importante testimonianza del passato. Il progetto pertanto rientra nella tendenza più generale ad un progressivo, anche se lento e spesso contradditorio, allargamento della cultura a fasce sempre più ampie di popolazione. L’importanza di raccogliere materiale riguardante il passato non era mai venuta meno nel corso dell’800. Già molte famiglie, con i lasciti alla Biblioteca Civica, avevano dimostrato come fosse viva la convinzione che le patrie memorie non andassero disperse. Proprio il conte Paolo Vimercati Sozzi (cfr. BI2, MP2), Presidente della Società Storica, scriveva il 30 giugno 1870 alla figlia Giuseppina, in occasione del dono di parte delle sue raccolte archivistiche, numismatiche ed archeologiche fatto alla Città di Bergamo l’anno precedente: “Frutto d’assidue cure, d’ore sudate, d’economizzati solazzi fu certo la Collezione di cui temendone il disperdimento, non senza forte abnegazione, volli vivente assicurata alla Patria. L’apposito scaffale che nella Civica Biblioteca porta per titolo Documenti patrii Dono Vimercati-Sozzi starà perenne documento onorato di nostra famiglia e forse vi si associerà la gratitudine degli studiosi”. Proprio gli archivi familiari sono uno dei principali interessi del Tiraboschi. Egli “citando J.S. Mayr (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MU1, SP1-2, TE1-2) esprime la convinzione che si debba far storia cominciando dai soggetti più vicini e insieme universali e cioè ‘le famiglie e i municipi’” (S. Pesenti); solo lo studio degli archivi locali potrà permettere, secondo le parole del Tiraboschi, di fare una storia generale d’Italia.È proprio grazie a questi tentativi che oggi la storia locale (non in senso restrittivo o peggiorativo rispetto a quella generale) ha assunto il rilievo che merita. Come afferma Franco Della Peruta, le indagini di storia locale “hanno spesso superato gli impacci e i limiti di una erudizione fine a se stessa e di un ancoraggio al documento di stampo positivistico per fondare la loro validità sullo stretto nesso con la storia generale, sull’uso di metodologie appropriate, sull’impiego di impianti concettuali criticamente scaltriti”. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] LE MEMORIE PATRIE TRA RICERCA ERUDITA E COSCIENZA STORICA DELLA REALTÀ LOCALE: IL CASO DEL MUSEO LAPIDARIO In una litografia del 1870-80 ca. conservata nella Biblioteca Civica (cfr. AC1, AT1, BI1-2, MP1) di Bergamo è rappresentata la galleria del conte Paolo Vimercati Sozzi (cfr. BI2, MP1) situata nella sua casa di Via Pignolo, antica residenza dei Tasso (l’attuale numero civico 80). Nella stampa si dà una visione d’insieme della disposizione degli oggetti d’arte, archeologia, numismatica, bibliografia che facevano parte della raccolta del conte. In questo ‘museo’ privato si possono riscontrare le caratteristiche essenziali della “galleria del connaisseur “ che “era concepita (…) per esibire le raccolte nel loro comporsi più ricco e meravigliante, e insieme conservava il carattere intimo e domestico dell’ambiente di studio, aperto solo occasionalmente ad un pubblico scelto. In un allestimento che combinava esigenze di arredo, propositi dimostrativi e ambizioni autocelebrative, si offriva all’ammirazione del visitatore una miriade di esemplari di genere diverso - dal capo d’opera dipinto o scolpito al reperto archeologico, dal cimelio storico alla rarità letteraria e scientifica - composti e presentati secondo un gusto essenzialmente decorativo. L’estetica del frammento e di una eterogenea, quanto apparente, casualità espositiva, erede ideale della tradizione delle Wunderkammern, le ‘stanze delle meraviglie cinquecentesche’, e dei Cabinets de curiosité del Settecento, riprende vigore in epoca romantica nella disposizione delle collezioni private, in antitesi all’impostazione metodologica e razionale del neoclassicismo, che andava ordinando le principali raccolte pubbliche italiane secondo i criteri architettonici ed espositivi ancora oggi esistenti” (L. Rigon). La raccolta del Sozzi, così come altre raccolte bergamasche, è frutto di un appassionato lavoro di ricerca che portò al ritrovamento di reperti archeologici, numismatici e artistici. Il contributo del Sozzi e quello di Giovanni Finazzi (cfr. IS4-5, MP1, TE2) risultarono fondamentali per uno studio sistematico dell’archeologia nel territorio di Bergamo. Tale sistematicità nella ricerca e nella documentazione è testimoniata dalla puntualità dei disegni e delle descrizioni contenute nello Spicilegio archeologico bergomense dall’Anno 1835 al 1868, e nella Raccolta artistica, lapidaria, libraria e numismatica del Museo “Conte Paolo Vimercati Sozzi” in Bergamo. Attraverso lo Spicilegio si ha il primo tentativo organico di sistemazione del materiale archeologico del territorio bergamasco. Tuttavia un limite proprio della ricerca archeologica ottocentesca fu la sottovalutazione del contesto, del sito archeologico in cui i reperti venivano alla luce. Togliendoli dal contesto e trasformandoli in “pezzi da museo” si accentuava per il raccoglitore il carattere collezionistico dell’oggetto più che il suo effettivo valore storicoarcheologico. Prima del Sozzi i più importanti sopralluoghi archeologici nella provincia di Bergamo erano stati diretti dal conte Francesco Brembati (cfr. BI1, MP1). Figlio del conte Coriolano, acceso anti-gesuita, il Brembati si formò a Modena dove divenne amico di Ludovico Antonio Muratori (cfr. AT1). L’amicizia con il Muratori non era determinata solo da una comune passione per gli studi antiquari (al proposito Francesco Brembati fornì al Muratori materiale sulla storia bergamasca per la stesura dei Rerum Italicarum Scriptores), ma da un profondo comune sentire in materia religiosa. Il nuovo corso dato agli studi storici con la necessità di risalire al “vero” tramite un’analisi rigorosa delle fonti e l’abbandono di tutte le “anticipate opinioni” portava evidentemente alla messa in discussione di certe forme della religione. Brembati, in questo più avanzato del Muratori, ebbe chiare simpatie gianseniste e un’avversione per la Compagnia dei gesuiti, ed ebbe ruolo di primo piano nell’organizzazione del gruppo filogiansenista bergamasco nelle cui fila era presente anche Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS1-2-3, MP1, SP2). Sull’esempio dell’esperienza di Scipione Maffei, che a Verona nel 1714 aveva iniziato l’allestimento di un museo di antichità, Francesco Brembati intendeva allestire una sala in cui collocare i reperti archeologici FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] ritrovati. Pose mano così all’istituzione di un museo dove avrebbero dovuto essere collocate, tra l’altro, le lapidi costituenti la raccolta epigrafica. Fin dal Rinascimento, l’attenzione al mondo antico aveva determinato anche a Bergamo la formazione di una prima raccolta pubblica di epigrafi collocate nella Loggia del Palazzo della Ragione (cfr. BI1, TE1). Nel Settecento si rinnova l’interesse per le testimonianze epigrafiche e Brembati e Serassi (cfr. AC1, AT1, MP1) furono tra i principali raccoglitori di iscrizioni. La costruzione del Museo d’Antichità sopra al Fontanone, poi sede dell’Ateneo (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, SP1, TE2), fu inoltre caldeggiata da Giacomo Carrara (cfr. AC1-2-3, BI1, MP1). Il Magnifico Consiglio della città ne approvò il progetto nel 1752. La costruzione dell’edificio subì una sospensione momentanea nel 1759 e venne ultimato nel 1770 su progetto dell’architetto Costantino Gallizioli (cfr. AC1), lo stesso che elaborò il primo progetto dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1, MU1, SP1, TE2). La collocazione nel museo delle lapidi che costituivano la raccolta epigrafica avvenne per opera dell’archeologo Giovanni Battista Rota (cfr. AT1-2, ED2, MP1), subentrato alla morte del Brembati, e per l’intervento di Giacomo Carrara, che aveva offerto mille ducati per il completamento del Museo e la destinazione di un locale alla biblioteca donata dal cardinale Alessandro Furietti (cfr. AC1, AT1, BI1-2, MP1). Il Comune, mentre accettava l’offerta per il Museo, decise di declinare quella per la Biblioteca, che venne collocata nel Palazzo Comunale. Nell’ottocento studiarono le iscrizioni epigrafiche, oltre al Sozzi, il Maironi Da Ponte (cfr. AT1-2, IS2-3, MU1, SP1, TE2), e soprattutto Giovanni Finazzi che non solo si occupò della loro sistemazione nelle sale dell’Ateneo, ma pubblicò la più completa opera sull’argomento: Le antiche lapidi di Bergamo descritte e illustrate (Bergamo, 1876). Proprio sulla destinazione delle lapidi sarà la Società Storica Bergamasca (cfr. MP1) a rappresentare l’ultimo atto della sua breve storia, conclusasi nel 1878. Antonio Tiraboschi (cfr. MP1), infatti, propose di raccogliere e salvare quelle lapidi che si trovavano nell’ex monastero di S. Agostino (cfr. AT1). Nel 1881 tali lapidi verranno collocate in Piazza Vecchia. Attraverso le vicende del Museo Lapidario (cfr. AC1, AT1-2, BI1, MP1) e della Società Storica Bergamasca è possibile constatare come la tutela del patrimonio storico-artistico fosse una questione delegata in gran parte all’iniziativa privata degli eruditi e storici locali. Al cultore della storia patria e delle bellezze artistiche restava, oltre l’iniziativa personale di salvaguardia, la possibilità di denunciare lo stato di abbandono e di incuria da parte dei governi, salvo poi vedersi censurati simili interventi. È il caso della Guida di Bergamo del 1824 del conte Girolamo Marenzi (cfr. AT2, TE1). La stampa dell’opera venne sospesa probabilmente perché nella descrizione dei monumenti e delle opere vi sono “attenti pareri sui restauri e sullo stato di conservazione delle opere” oltre che “penetranti denuncie sulla cattiva gestione dei beni” (M. Panzeri) che finivano inevitabilmente per porre in discussione l’amministrazione locale. A unità nazionale avvenuta, a Bergamo si costituirà nel 1867 la Commissione Conservatrice dei monumenti e degli oggetti d’arte, che contava tra i suoi membri attivi Pasino Locatelli (cfr. AC4, AT1, BI2, IS4-5, MP1, SP1). La Commissione, tentativo significativo di dare normativa alla materia, era regolata dal R. Decreto del 9 Ottobre 1867 N. 3980, firmato dal ministro Michele Coppino (cfr. IS1). I membri della Commissione bergamasca erano nove, divisi in 4 sezioni: Pittura, Scultura, Architettura, Archeologia ed Erudizione storico artistica. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] DALLA FISIOCRAZIA DEGLI ARVALI ALLA SOCIETÀ INDUSTRIALE BERGAMASCA 1. L’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti e la Società Industriale Bergamasca: il mutamento del contesto economico-sociale e l’evoluzione dell’associazio-nismo. In un discorso tenuto all’Ateneo (cfr. AC2, AT2, BI1-2, ED2, MP2, SP1, TE2) nel 1844 il socio Giovanni Battista Berizzi, industriale serico, denuncia il ritardo e l’immobilismo delle attività produttive della provincia bergamasca e propone la creazione di un’istituzione “per l’istruzione e per l’incoraggiamento dell’industria agraria e manifatturiera della città e provincia di Bergamo”, che verrà poi denominata Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, IS1-2-3-5, MU1, SP1-2, TE1). Il fatto che le basi della Società Industriale siano state poste nell’Ateneo di Bergamo da uno degli esponenti più significativi della borghesia imprenditoriale bergamasca, costituisce una sorta di spartiacque tra il modo in cui, fino ad allora, l’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti aveva inteso le questioni legate allo sviluppo sociale ed economico della provincia, e la necessità della creazione di strutture organizzative adeguate allo sviluppo industriale e tecnologico. In tale passaggio non si deve vedere un momento di rottura, ma piuttosto una naturale evoluzione delle forme associative (qui, l’Ateneo) in base al mutamento del contesto sociale, culturale ed economico. La Società Industriale era costituita in gran parte da imprenditori, che della soluzione “pratica” dei problemi legati allo sviluppo agricolo e manifatturiero fecero la loro principale preoccupazione. Molto diversa era la composizione dei soci dell’Ateneo, soprattutto se si risale alle sue origini alla fine del ‘700: nobili, intellettuali maggiormente indirizzati al dibattito erudito. 2. Dall’Accademia Arvale all’Ateneo: il contributo allo studio delle questioni agricole tra scienza economica e letteratura divulgativa L’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti nasce ufficialmente nel 1811 in seguito al decreto napoleonico del 1810, che disponeva la fusione in un unico istituto delle accademie presenti in una stessa città. A Bergamo, al momento del decreto, erano presenti due accademie: quella degli Eccitati (cfr. AT2, BI1, ED1, MP1, SP2) e quella degli Arvali (cfr. AT2), benché la loro attività fosse di fatto sospesa dal 1797 in seguito agli eventi rivoluzionari. L’Accademia degli Eccitati, di carattere prettamente letterario, era stata fondata nel 1642 e aveva sede nel monastero di S. Agostino (cfr. MP2). Dopo un periodo di decadenza, nel 1749 venne ricostituita da Pier Antonio Serassi (cfr. AC1, MP1-2 - zio del costruttore d’organi Giuseppe Antonio Serassi - cfr. TE1-TE2) con il contributo del cardinale Alessandro Furietti (cfr. AC1, BI1-2, MP1-2) e ad essa aderirono tutti i principali eruditi locali come Mario Lupo (cfr. AC4, ED2, IS2, MP1), Giovanni Battista Rota (cfr. AT2, ED2, MP1-2), Giovanni Battista Gallizioli, (cfr. MP1), ecc. . La rinascita di questa Accademia si deve anche all’influenza delle tesi formulate da Ludovico Antonio Muratori (cfr. MP2) nell’Accademia dell’Arcadia e nei Primi disegni della repubblica letteraria (1703). In omaggio alla moda dell’epoca vennero introdotti anche temi scientifici, di cui si occuparono tra gli altri Lorenzo Mascheroni (significativo esponente della poesia scientifica di radice illuminista, Mascheroni preparò, tra l’altro, un saggio accademico sull’agricoltura - cfr. AT2, BI1-2, ED2, IS1-2-3, MP1-2, SP2) e Giovanni Maironi Da Ponte (cfr. AT2, IS2-3, MP2, MU1, SP1, TE2). Ma fu soprattutto nell’indagine sulla storia bergamasca che gli Accademici fornirono i loro più importanti contributi. Con l’occupazione francese e la soppressione di S. Agostino, trasformato in accademia militare, l’Accademia sospese la propria attività. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Nella riunione plenaria delle due Accademie (5 maggio 1811), l’approvazione della fusione dei due istituti sancisce la nascita dell’Ateneo. Solo nel 1816, anche a seguito degli eventi politici, Giovanni Maironi Da Ponte ne viene nominato segretario con il compito di formare il Corpo Accademico. Soci di diritto erano il direttore ed i professori del Liceo (cfr. AT2, BI2, IS2-4, MU1, TE2) cittadino, dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT2, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2), il bibliotecario della Biblioteca Civica (cfr. AC1, BI1-2, MP1-2) , quattro allievi del Liceo e due dell’Accademia Carrara aggregati come ‘Alunni’, su proposta del direttore e dei professori delle rispettive scuole. La prima riunione ufficiale dell’Ateneo si tenne nel 1817 in locali del Liceo di Piazza Rosate e vi figuravano Gerolamo Adelasio (già esponente di spicco della rivoluzione del 1797) come presidente, Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT2, BI1-2, ED2, IS2-3, MU1, SP1, TE2) come vice-presidente, Giovanni Maironi Da Ponte come segretario perpetuo. Nel 1818 venne stampato il primo Statuto. Dal 1819 l’Ateneo ebbe sede nell’edificio costruito sopra il Fontanone e che era stato costruito per ospitare il Museo Lapidario (cfr. AC1, AT2, BI1, MP1-2), poi sgomberato. Il locale fu riadattato da Giacomo Bianconi (cfr. AC3, AT1, IS1, MU1), progettista della Scuola Elementare Maggiore ai Tre Passi (cfr. AC4, BI1, IS1) e insegnante alla Carrara, e dall’architetto Giovanni Francesco Lucchini (cfr. AC4, AT2, IS2, MP1, TE1-2), progettista del Teatro Riccardi (cfr. AC4, MU1, TE1-2), entrambi soci dell’Ateneo. Nel 1855 entrò in vigore il nuovo statuto dell’Ateneo alla cui stesura aveva contribuito anche Gabriele Rosa (cfr. BI2, IS5, SP1) che aveva inviato al conte Pietro Moroni (cfr. AC2, AT2, BI2, IS2, TE1-2) una bozza del progetto. In una lettera del 30 giugno 1825, Johann Simon Mayr (cfr. AC2, AT2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1-2, TE1-2), che fu presidente dell’Ateneo dal 1823 al 1826, chiedeva all’autorità austriaca che l’istituto da lui rappresentato, erede e continuatore dell’Accademia Economico-Arvale (cfr. AT2, IS2), potesse beneficiare di una dotazione annua così come a suo tempo il Senato veneto aveva disposto in favore dell’Accademia degli Arvali, “per esperimenti agrari”. In effetti nel 1768 il Senato veneto aveva invitato il Maggior Consiglio della Città di Bergamo a fondare una Accademia Arvale (dal latino arvum ‘campo’, con un evidente richiamo all’antichità romana dove i Fratres Arvales erano sacerdoti dediti al culto della dea Dia attraverso riti propiziatori per la fertilità dei campi). “Come tutto il Mistero della Georgica consiste nell’uso de’ mezzi più adatti a sciorre le molecole della Terra, ad aprirne i pori, ad esporle alle benigne influenze delle meteore, onde animare quello spirito plastico, ossia agente universale, che tutta la natura vivifica, così tutto lo studio degli Accademici sarà principalmente indirizzato al ritrovamento di essi mezzi più semplici, e meno dispendiosi conducenti a tal fine” (statuto 1769). Dell’Accademia di Bergamo fecero parte numerosi accademici Eccitati, tra i quali molti erano i proprietari terrieri e gli esponenti della borghesia. Modello di ispirazione erano l’Accademia di Verona e quella dei Georgofili di Firenze. Dopo una prima fase di attività incerta, l’Accademia rinacque nel 1788 con il nome di EconomicoArvale, poiché oltre all’agricoltura si occupava anche del commercio e delle arti. “L’Accademia avrà per ispezione principale l’Agricoltura: oggetto singolare della sua prima fondazione. Dovrà poi anche versare sul Commerzio e su quelle Scienze, che hanno immediatamente influenza su questi due rami della Sociale Economia” (statuto 1788). FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Nel 1807 Maironi ottenne di riprendere l’attività accademica, sospesa quasi completamente a seguito degli eventi rivoluzionari, con l’utilizzo di una sala dell’ex-convento dei Frati minori conventuali di S. Francesco. Lo scopo di tali istituzioni culturali negli intenti della Serenissima era stato quello di sollevare, attraverso appositi studi e il miglioramento delle tecniche di coltivazione e allevamento, il grave stato di arretratezza dell’agricoltura, dovuto in gran parte all’impreparazione degli addetti. Particolare attenzione era stata inoltre dedicata alla coltivazione delle piante industriali. Ciò è desumibile dalle memorie inviate anche nel periodo francese dalla Prefettura di Bergamo all’Accademia Arvale, poi Ateneo, relativamente alla coltivazione del lino, del cotone, delle patate per la fabbricazione dello zucchero, del guado per l’estrazione dell’indaco. Il 15 gennaio 1815, inoltre, il conte Vincenzo Dandolo trasmetteva all’Ateneo una sua pubblicazione sulla coltivazione dei bachi da seta. L’attenzione alla terra e ai suoi prodotti, oltre ad essere determinata in primo luogo dall’interesse diretto dei proprietari terrieri, membri dell’accademia, trovava la sua radice più profonda nel generale rinnovamento degli studi economici, che nel settecento determinò lo sviluppo di differenti dottrine economiche. Fu probabilmente il pensiero fisiocratico a trovare significativa diffusione nell’Accademia Arvale. Nella teoria fisiocratica la fonte dello sviluppo economico delle nazioni è la terra perché essa è considerata l’unico fattore di produzione che generi prodotti netti, mentre le attività manifatturiere e mercantili sono solo in grado di trasformare. Il teorico della fisiocrazia, François Quesnay, così si esprimeva in proposito: “Il sovrano e la nazione non devono mai perdere di vista che la terra è l’unica fonte delle ricchezze e che è l’agricoltura che le moltiplica (…). Bisogna che la proprietà dei beni immobili e delle ricchezze mobiliari sia assicurato a coloro che ne sono i legittimi possessori, giacché la sicurezza della proprietà è il fondamento essenziale dell’ordine economico della società (…). Una nazione che possiede un vasto territorio da coltivare e può esercitare facilmente un ampio commercio di prodotti agricoli non deve estendere troppo l’impiego del denaro e degli uomini nelle manifatture e nel commercio di lusso, a discapito dei lavori e degli investimenti nell’agricoltura, giacché uno Stato deve in pirmo luogo essere popolato da ricchi coltivatori. Le terre impiegate nella coltivazione del grano debbono essere riunite in grandi aziende e sfruttate da ricchi coltivatori, giacché in tal modo si hanno minori spese per la manutenzione e la riparazione degli edifici e, in proporzione, costi molto inferiori e prodotto netto molto superiore nelle grandi imprese agricole piuttosto che nelle piccole”. Sull’istruzione agricola si era già espresso il Piano Generale di Pubblica Istruzione, alla cui stesura aveva partecipato anche Lorenzo Mascheroni (cfr. IS3), accademico eccitato e arvale. Nel Piano era previsto l’insegnamento di elementi di agraria nelle scuole elementari e superiori. La legge del 4 settembre 1802, coerentemente a tale indirizzo, decretò che nei licei venisse introdotto l’insegnamento di agraria ed elementi di storia naturale. Tale cattedra, nel Liceo di Bergamo, verrà significativamente tenuta da Giovanni Maironi Da Ponte (cfr. IS2-AT2). La stessa Accademia Economico-Arvale, allo scopo di migliorare le tecniche agricole, tentò a sua volta di articolare un programma di istruzione che comprendeva tra l’altro i già citati esperimenti agrari, per i quali la stessa Amministrazione Dipartimentale del Serio (lettera del 15 febbraio 1802) era disposta a erogare delle sovvenzioni cogli “avanzi delle doti d’Istruzione Pubblica”. Gli intenti istruttivi perseguiti dall’Accademia Arvale si erano concretizzati anche attraverso la pubblicazione di un «Almanacco ad uso de’ contadini della provincia bergamasca» nel 1796. Come rileva l’autore Giovanni Maironi Da Ponte, tale volume era “tutto sparso d’agronomici ritrovati” per istruire in merito alla “distruzione di certa specie di cavallette” che avevano devastato la provincia nel 1795. Va qui sottolineata la scelta dell’almanacco come veicolo di divulgazione scientifico-tecnica (cfr. SP2-ED2) alla quale si rifà lo stesso statuto FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] (1769) dell’Accademia: “Doverassi pure in principio d’ognanno eleggersi uno de’ più esperti Accademici, uffizio del quale sarà il dare al pubblico Stampatore de Calendari, alcuni canoni, sentenze d’Auttori, esempi d’Agricoltura relativi alle particolari campagnesche ispezioni di cadaun mese a lume e scorta de’ Villici. Questo Calendario sarà chiamato il giornale portativo dell’Agricoltura, e saranno bandite le rancide e ridevoli fanfaluche degli Almanacchi correnti, e l’anile superstizione delle lune nove e vecchie”. Quest’ultimo concetto viene ribadito nel successivo statuto dell’Accademia Economico-Arvale del 1788: “L’Agricoltura d’ispezione dell’Accademia sarà spezialm. e la pratica, e la conveniente alle singolari circostanze della nostra Patria, e che tenda non meno alla estirpazione de’ dannosi pregiudizj, che alla introduzione di una pratica tutta analoga ai veri principj della buona Fisica, e della Metereologia”. Nello statuto del 1788 vi è un ulteriore brano su cui soffermarsi: “Altro Deputato eleggerassi, il quale debba comporre un ben ragionato Catechismo, che contenga in compendio gl’elementi dell’Agricoltura praticata da trasmettersi a cadaun Paroco del Territorio, con insinuazione al medesimo di spiegarlo a’ Parochiani ogni Festa per mezz’ora dopo il Vespero” (cfr. IS2). Questo paragrafo è emblematico dell’indiscussa influenza che l’autorità ecclesiastica esercitava soprattutto nelle campagne, così come ancora nel 1860 ribadiva il governatore Stefano Centurione (cfr. IS3-4-5, SP2) nel suo rapporto sullo stato della provincia bergamasca quando rilevava “la non ancor del tutto spenta influenza della dominazione Veneta” nel nuovo contesto unitario. “In fatti nella popolazione di queste campagne incredibile è il rispetto che si ha verso i funzionarj del Governo, i padroni, ed i capi di famiglia che esercitano sugli altri membri una specie di illimitata autorità patriarcale; ed è appunto io credo per questo motivo che i contadini hanno una cieca deferenza, una specie di devozione per il Clero che pur troppo in certe parti esercita su di essi una nocivissima e fatale influenza”. L’opera di divulgazione che l’Accademia Arvale si propone ha ulteriori ramificazioni: “E perché questo Territorio si divide principalmente in tre parti cioè Piano, Isola e Valli, così nel primo anno le lezioni, i discorsi , i quesiti, gli esperimenti verseranno sopra il rettificamento dell’Agricoltura del piano, il secondo sopra quello dell’Isola, ed il terzo sopra quello delle Valli, prendendosi in considerazione le tre precipue categorie de’ fondi, arativi, prativi, e boschivi sì rispetto all’intrinsica loro attitudine, come alli varj generi degli Alberi più analoghi a ciascheduna di esse. In conseguenza di che doverà formarsi una Mappa Georgicografica in uno, o più volumi, con la descrizione di cadauno comune, fondi eggicenti, loro situazione, indole, ed appartenenze, con i Beni Comunali, pascoli, strade, fiumi, rade di essi, Acquedotti, col numero delle famiglie, e degli Animali di qualunque specie, prodotti particolari, metodi d’Istromati, e lavori rurali, e ciò all’oggetto di concepire la più esatta conoscenza dello Stato Territoriale, e di applicarvi quelle provvidenze, che fossero credute più opportune al bisogno e maggiore vantaggio di esso (…) Li risultati migliori delle osservazioni e conferenze, li fortunati sperimenti, le utili scoperte assistite da una serie costante ed uniforme di buoni effetti, saranno stampati in fogli mensuali (giusta la prattica dell’Accademia de’ Georgofili di Firenze)”. La consapevolezza dell’importanza di uno studio scientifico e sistematico del territorio (la ‘Mappa Georgicografica’ citata nel brano precedente) in opposizione a un modo di procedere affidato esclusivamente alla pratica è esplicitata in un altro passo dello statuto del 1769: “E perché può ben essere noto a chicchesia quanto da una parte siano utili a’ Terreni li due nostri fiumi principali Brembo e Serio per la derivazione da essi di tante proficue Seriole e dall’altra quanto altresì sieno dannosi li medesimi per le loro frequenti escrescenze, ed inondazioni, doveranno pure gli Accademici estendere li loro Studj a quella si preziosa parte di filosofia, che Idrostatica s’appella, onde formarsi le giuste nozioni delle misure delle Acque, loro livellazioni, dimissioni, e ben intese distribuzioni, così pure delle varie strutture, figure ed ubicazioni più favorevoli de’ ripari, e delle Arginature, oggetti tutti quanto negletti ed ignorati FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] in un ramo principalissimo dell’Agricoltura, al qual intendimento non lasciamo di suggerire che sarebbe utile molto l’elezione di un Ingegnere o Idrometra”. Andrà in tal senso l’opera che l’ingegnere idraulico Antonio Tadini (cfr. BI2, IS2-3) svolgerà in proposito nel territorio bergamasco e ciò rimanda, più in generale, all’opera che Mascheroni, Giuseppe Mangili (cfr. BI2, IS3) e lo stesso Maironi Da Ponte svolsero per lo sviluppo del sapere scientifico e soprattutto delle sue applicazioni nei più diversi settori della tecnica (cfr. IS3). Interessante, in tal senso, il fatto che nel 1794 proprio Mascheroni iniziasse a lavorare alla carta topografica della provincia di Bergamo. Questo lavoro non completato da Mascheroni, venne ripreso dall’abate Luigi Felice Beltrami (cfr. BI2) (fratello dell’esploratore Giacomo Costantino Beltrami (cfr. AC3, BI2) che a sua volta non lo portò a termine. 3. Le iniziative in campo agricolo della Società Industriale Bergamasca A circa novant’anni dal primo statuto dell’Accademia Arvale, poi Economico-Arvale, la Società Industriale Bergamasca, inaugurata nel 1847 ma in realtà operante solo dal 1856, organizzò la propria attività nella quale l’istruzione tecnica popolare diventava per statuto uno degli obiettivi principali, più organicamente realizzato però solo negli anni ottanta. “Costituitasi con lo scopo di predisporre alcune condizioni che stimolassero il progresso economico della provincia, la Società si caratterizzò al suo sorgere, come terreno di aggregazione delle forze progressiste saldate intorno agli interessi economici del paese” (B.Valota). Furono tali forze a strutturare le prime significative esperienze di formazione degli addetti non solo al settore agricolo, ma anche a quello manifatturiero, ponendo le prime basi per una maggiore divulgazione del sapere scientifico applicato alle attività agricole e industriali. Fallì un primo progetto di creare un podere modello, già presente nelle aspirazioni della Accademia Economico-Arvale: “Proveduta che sia dalla Sovrana Munificenza l’Accademia di un congruo annuo assegnamento da impiegarsi nelle ispezioni e negli oggetti di Agricoltura, se la Società lo troverà conveniente, potrà condurre in affitto un pezzo proporzionato di terreno in sito comodo ed opportuno onde potervi praticare i propri sperimenti”. Il progetto della Società Industriale Bergamasca trovava il suo pendant nell’analoga iniziativa, che in quegli anni, venne promossa a Milano dalla locale Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri (cfr. AC4) per la costituzione dell’ Associazione Agricola Lombarda detta di Corte del Palasio (1856). Scopo dell’iniziativa milanese, di cui venne a conoscenza la stessa Società Industriale Bergamasca per tramite di Carlo Tenca (cfr. BI2, SP1-2) e Pasino Locatelli (cfr. AC4, BI2, IS4-5, MP1-2, SP1), segretario della Società bergamasca, era quella di avviare “una pratica istruzione di agricoltura”. Tale vicenda, oltre a testimoniare ulteriormente lo stretto legame tra il capoluogo lombardo e la provincia bergamasca, evidenzia ancora una volta il ruolo chiave di quei personaggi che, nei diversi contesti in cui si trovarono ad agire, si preoccuparono innanzitutto di creare le condizioni per la divulgazione dell’istruzione. Va comunque sottolineata la volontà di autonomia dell’istituzione bergamasca rispetto a quella milanese, volontà che riflette più in generale l’autonomia del mondo imprenditoriale bergamasco rispetto al contesto lombardo. Tale situazione era in larga misura determinata dall’influenza dell’organizzazione economica della comunità evangelica bergamasca, molto compatta e solidale al suo interno e proiettata in una dimensione commerciale europea. Numerose furono le iniziative nel campo dell’istruzione della Società Industriale Bergamasca, con alterne fortune. Dai cicli di conferenze di agricoltura pratica, alle lezioni agrarie ambulanti, dalla costituzione di un Comizio Agrario (sostituito in seguito da quelli di emanazione governativa) alla fondazione nel 1874 della Scuola pratica di agricoltura di Grumello del Monte, senza contare le numerose iniziative nel campo dell’istruzione tecnica applicata all’industria (cfr. AC4). Anche se più volte era stato ribadito il ruolo FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] dell’agricoltura quale “industria fondamentale della provincia, non fu al settore primario che le attenzioni concrete vennero indirizzate, se non nel primissimo periodo” (L. Della Valentina). In effetti per lo stesso motivo per il quale l’Accademia Arvale era rinata nel 1788 come Economico-Arvale, e cioè per “rivolgere le sue applicazioni” al “Commerzio (...) principalmente (…) delle Sete, del Ferro, e delle Lane: articoli tutti importantissimi, che per la fisica costituzione del nostro suolo si trovano eminentemente influire sulla proprietà nazionale”, così a questi stessi settori dell’economia la Società Industriale Bergamasca dedicherà gran parte della sua attività. A margine di tali istituzioni va ricordata la breve ma significativa esperienza della Società Politecnica di Bergamo, nata nel 1863 su iniziativa del dr. Carlo Zucchi membro del Comitato Bergamasco dell’Associazione Medica Italiana. Tale società doveva “favorire la riunione fra gli studiosi e promuovere la coltura delle scienze e le loro applicazioni sociali”. L’attività della Società, conclusasi nel 1868, sembra “richiamare in modo specifico da una parte la Società Industriale, più attenta allo sviluppo ed ai problemi economici e rivolta alla formazione professionale; dall’altra l’Ateneo, già articolato su grandi settori d’interesse culturale con le sue ‘classi’ (V. Mora). FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] CLASSE DIRIGENTE E ISTITUZIONI CULTURALI: IL CASO DELL’ATENEO DI BERGAMO 1. La critica della Guida di Bergamo all’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti In data 8 maggio 1824 Giovanni Maironi Da Ponte (cfr. AT1, IS2-3, MP2, MU1, SP1, TE2), vicepresidente dell’Ateneo (cfr. AC2, AT1, BI1-2, ED2, MP2, SP1, TE2) di Bergamo, scriveva da Valtesse una lettera al maestro di cappella Johann Simon Mayr (cfr. AC2, AT1, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1-2, TE1-2) all’epoca presidente dello stesso Ateneo. In “istrettissima confidenza” il Maironi faceva pervenire al Mayr un pezzo a lui “capitato in tutta secretezza”, stralciato dalla Guida di Bergamo che il conte Girolamo Marenzi (cfr. MP2, TE1) si apprestava a stampare presso il tipografo Mazzoleni. Il brano in questione, benché non specificato nella lettera, si riferiva certamente all’Ateneo, presentato dal nobile Marenzi in termini tutt’altro che lusinghieri. Proprio il tenore di tale descrizione aveva allarmato non poco il Maironi, che si affrettava a spiegare: “Pare alla insufficienza mia che all’Ateneo convenga di fare ogni sforzo, onde con una stampa non venga perpetuata una ignominia fatta al di lui decoro. Un pronto ricorso all’I.R. Censura Centrale di Milano, a cui il N.S. Marenzi fu presentato potrebbe portare un ordine all’autore di stralciare un tale articolo. Ma non conviene perdere tempo. L’affare deve maneggiarsi da Lei, e dalla nostra Censura. Ella perdoni se ho osato di darle suggerimento”. Questa vicenda a prima vista parrebbe non avere particolare rilevanza, e un’analisi sommaria potrebbe ridurre la portata dell’episodio al tentativo operato dal Maironi (membro delle Accademie degli Arvali (cfr. AT1) e degli Eccitati (cfr. AT1, BI1, ED1, MP1, SP2), in seguito segretario, poi vice-presidente dell’Ateneo di Bergamo dal 1818 al 1832, ispettore alle stampe per la censura austriaca) di tutelare da qualsiasi attacco l’istituzione di cui egli era uno dei più significativi rappresentanti. In realtà, uno studio più attento del contesto e dei personaggi coinvolti nella vicenda permette di cogliere la complessità dei rapporti politici e culturali all’interno della classe dirigente bergamasca in generale e dell’Ateneo in particolare. In tal senso l’episodio della censura della Guida di Bergamo mette in luce le posizioni sostanzialmente conservatrici dell’Ateneo, fedele espressione di gran parte dell’aristocrazia dominante. Così, quando all’interno dell’istituzione il momento culturale si profila problematico sul piano politico, come nel caso qui preso in esame dell’opposizione Maironi-Marenzi, l’Ateneo stesso trova al suo interno gli strumenti per ristabilire equilibri solo occasionalmente messi in pericolo. A questo proposito si può richiamare, per analogia, l’episodio che vide, all’interno dell’Ateneo, lo scontro tra Carlo Marenzi (cfr. AC2, TE12), fratello di Girolamo, e Pietro Benaglio (cfr. AC2) a proposito della contrapposizione di primo ‘800 tra neoclassicismo, il cui dettato estetico incarnò, almeno in un primo momento, gli ideali della rivoluzione francese, e manierismo sei-settecentesco, espressione del gusto della classe dirigente bergamasca (cfr. AC2). Il prevalere progressivo del dettato neoclassico portò ben presto all’esaurimento della sua carica rivoluzionaria e alla sua identificazione con le posizioni conservatrici della classe egemone. 2. Il luogo della discordia Fatta tale premessa è ora utile rifarsi ai verbali dell’Ateneo per ricostruire alcune delle fasi che consentirono all’istituzione di trovar sede nel 1819 presso la sala sopra il Fontanone che ospitava il Museo Lapidario (cfr. AC1, AT1, BI1, MP1-2). Un dispaccio del 13 aprile 1818 dell’I.R. Delegato Provinciale Francesco Torriceni (diventato nel maggio successivo socio onorario dell’Ateneo per i meriti “in letteratura e nella pubblica Amministrazione”) informava l’Ateneo che si era resa disponibile una somma di cui era “creditrice verso la Città FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] l’Accademia Economico-Arvale (cfr. AT1, IS2) incorporata nell’Ateneo”. Poiché la Delegazione Provinciale chiedeva contestualmente di indicare la destinazione di tale fondo, l’Assemblea dei soci dell’Ateneo, riunitasi il 1° maggio 1818, discusse “se, non essendo che precariamente assegnato a soggiorno dell’Ateneo il Refettorio e contigua stanza dell’Ex Convento di Rosate (cfr. IS2) luogo disagiato e non opportuno (…) si abbia primieramente a rintracciare altro pubblico locale, in cui trasferirlo, e spendere la somma risultante del detto credito nell’allestimento del medesimo”. A tal proposito, Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1, BI1-2, ED2, IS2-3, MU1, SP1, TE2), vicepresidente dell’Ateneo, richiamò all’assemblea le deliberazioni prese alcuni anni prima dal Consiglio Comunale della città relativamente alla ristrutturazione del Museo Lapidario. L’opera non venne realizzata per “ragioni istantanee di economia pubblica”, ma il credito goduto dall’Ateneo, poteva finalmente consentire di realizzare i lavori e dare una sede stabile all’istituzione culturale. “Applaudì l’Assemblea alla proposizione del Sig. V. Pres.te, e lo pregò a voler esso destinare quattro dei membri dell’Ateneo a formare un analogo progetto, e a indagare lo stato preciso delle cose riguardo al detto Museo”. Salvioni incaricò per questo un’apposita “Deputazione” costituita dal marchese Giuseppe Terzi , i conti Pietro Benaglio, Pietro Moroni (cfr. AC2, AT1, BI2, IS2, TE1-2) e Bartolomeo Secco Suardo (cfr. BI1, SP1) con il compito di procurarsi i disegni già esistenti presso la Congregazione Municipale e di avviare le trattative con la stessa per ristrutturare la sala e cederla in uso all’Ateneo. Tutti i membri della “Deputazione” erano figure di primo piano nella vita culturale e politica della città. Giuseppe Terzi (1790-1819), dilettante di pittura, partecipò alla campagna napoleonica di Russia. Grazie all’amicizia con Giacomo Quarenghi (cfr. TE1-2) frequentò l’aristocrazia russa a San Pietroburgo e sposò Elisa Galitzin. Tornato a Bergamo nel 1815, ospitò l’anno successivo l’imperatore Francesco I (cfr. BI1) in visita a Bergamo. Nel 1817 Giuseppe Terzi divenne socio dell’Ateneo e il 14 maggio 1818 ne venne eletto presidente. Pietro Benaglio (1782-1829), già ricordato in precedenza per la disputa con Carlo Marenzi, condivise con Giuseppe Terzi la passione per la pittura. Fu in relazione con Giuseppe Beltramelli (cfr. BI1, IS2, MP1) e Angelica Kaufmann. Pietro Moroni fu assessore della Congregazione Municipale dal 1816 al 1826 quando lasciò l’incarico perché nominato Podestà (incarico riconfermato fino al 1840). Direttore del Liceo di Bergamo (cfr. AT2, BI2, IS2-4, MU1, TE2), fu tra il 1819 e il 1821 e in anni successivi presidente dell’Ateneo. Bartolomeo Secco Suardo, collaboratore del «Giornale della Provincia di Bergamo» fu podestà nel 1848. Nella Sessione del 15 luglio 1818 la Congregazione Municipale decise di concedere la sala del Museo all’Ateneo. Per il riattamento del locale furono incaricati i soci Giovanni Francesco Lucchini (cfr. AC4, AT1, IS2, MP1, TE1-2), professore di architettura al Liceo cittadino, e Giacomo Bianconi (cfr. AC3, AT1, IS1, MU1), professore di architettura all’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2). Il resoconto della vicenda si ferma qui, dato che i verbali dell’Ateneo non vennero più redatti dal 15 aprile 1819 fino al 2 marzo 1826. A supplire in parte a tale lacuna interviene la Guida del Marenzi, che rivela senza mezzi termini la cattiva gestione dei lavori: “Questi rispettabili, benché pochi avanzi di antichità patrie [le lapidi] disposti regolarmente dal 1768 nei muri laterali, furono con vandalica operazione levati dal loro sito, parte rotti o dispersi, ed il rimanente confinato in un camerino mancante di luce. Il popolo conoscitore ha riguardato con isdegno questo saggio d’ignoranza e la perdita della più interessante fra le sudette iscrizioni…”. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] 3. La reazione di censura dell’Ateneo alla Guida e il ruolo di Giovanni Maironi Da Ponte “Una rapida scorsa alla Guida mostra come proprio su quei monumenti (…) che rappresentavano, con alto valore simbolico per il richiamo alle vicende della storia patria, l’immagine artistica ma anche politica e culturale cittadina si fossero appuntate le critiche più severe, e non soltanto di gusto, di Girolamo Marenzi” (M.E. Manca). È per questo che l’intervento di censura richiesto dal Maironi per il brano in esame venne poi nei fatti applicato a tutta la guida. La pubblicazione della guida venne bloccata quando già erano stati stampati i fogli che precedevano il paragrafo dedicato all’Ateneo. Della guida originaria, l’anno successivo venne stampata una versione intitolata Servitore di piazza per la città di Bergamo per le belle arti, depurata “a tal punto da essere ridotta quasi ad una schematica elencazione dei monumenti cittadini” (si è dovuto aspettare fino al 1985, per recuperare e stampare integralmente il manoscritto della Guida marenziana). Significativamente l’admittitur sul manoscritto del Servitore di piazza, datato 19 giugno 1825, è firmato da Giovanni Maironi Da Ponte. Lo stesso Maironi, nel suo Dizionario odeporico o sia storico-politico-naturale della provincia bergamasca, stampato a Bergamo tra il 1819 e il 1820 presso la stamperia Mazzoleni, la stessa della Guida marenziana, descrive a sua volta l’Ateneo e il Museo Lapidario. Risulta evidente a prima vista la differenza di tono e di contenuti rispetto al Marenzi. “In fianco della Cattedrale resta il Museo, oggidì stanza anche dell’Ateneo Nazionale. Questa fabbrica conta la sua fondazione nel passato secolo dalla munificenza della città, e dalle sollecitudini del nostro dotto antiquario sig. Giambattista Rota, di cui si fa onorevole menzione nel catalogo degli uomini illustri della patria. Contiene le lapidi, ed i resti delle antichità, che segnatamente mercé le cure di quel benemerito concittadino si poterono rintracciare nella nostra città e provincia. La raccolta certamente è preziosa e rispettabile, e lo sarebbe anche di più, se sgraziatamente [il corsivo è mio] non ne fossero state distratte alcune che ora adornano il Museo di Verona e quello di Modena. Questi preziosi documenti servono a prova irrefragabile dell’antichità ed anche dello splendore e della grandezza, a cui pur giunse in altri tempi la patria nostra. Il catalogo, che di siffatte iscrizioni, e di tali monumenti ci lasciò il lodato sig. Rota con note di illustrazione, e il compimento di questo istruttivo lavoro, che noi attendiamo dalla erudita penna del nostra Bibliotecario D. Agostino Salvioni, non ci lascieranno che desiderare anche sul maggiore schiarimento di qualche punto di patria storia, che da tali lapidi viene comprovato. Essendo poi ampio questo locale oltre l’occorrenza d’un provinciale Museo l’anno 1818, la Congregazione municipale, mercè la cooperazione del nobile sig. Rocco Cedrelli Podestà si è compiaciuta di riattarlo anche a decorosa comoda stanza dell’Ateneo, che risulta in gran parte dalla riunione delle antiche due Accademie degli Eccitati, ed Economico-Arvali”. Nel suo testo Maironi non lesina elogi a personaggi e istituzioni in vista della città (Giovanni Battista Rota - cfr. AT1, ED2, MP1-2 -, Agostino Salvioni, Rocco Cedrelli, la Congregazione Municipale). Tuttavia, a fronte del puntuale resoconto del loro operato, stona la laconicità di quel “sgraziatamente (…) distratte” che non fornisce alcuna traccia sull’individuazione dei responsabili della rimozione delle lapidi tanto deprecata dal Marenzi. E parrebbe proprio che Maironi abbia volutamente omesso degli episodi a lui noti, dato che poi mostra di sapere che parte di quelle lapidi hanno trovato posto nei musei di Verona e di Modena. Il confronto tra questa descrizione e l’intervento di censura richiesto nei confronti del Marenzi permette di osservare quanto segue: a) La già ricordata centralità della figura del Maironi nell’attività dell’Ateneo può far supporre che il Maironi non sia stato estraneo al “vandalico” smantellamento del Museo Lapidario. Pertanto l’omissione da parte sua di FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] informazioni sui responsabili della ristrutturazione potrebbe spiegarsi come un tentativo di tutelare il suo ruolo e il suo operato all’interno dell’Ateneo, tentativo messo in pericolo dalla denuncia del Marenzi. Non va dimenticato inoltre che una certa rivalità tra Marenzi e Maironi era probabilmente determinata anche dal fatto che entrambi si erano cimentati in pubblicazioni di guidistica locale. Prima del Marenzi, come si è visto, Giovanni Maironi aveva stampato negli anni 1819-20 presso lo stesso tipografo Mazzoleni i tre volumi del Dizionario odeporico. Successivamente sempre Mazzoleni stampava la Descrizione e Guida della Città di Bergamo che, così come avvertiva lo stesso stampatore, “non è che l’articolo - Bergamo - del Dizionario Odeporico o sia Storico-Politico-Naturale della Provincia Bergamasca - testé pubblicato, che noi abbiamo amato di stralciare dall’opera stessa per comodo segnatamente dei forestieri, colle relative correzioni e aggiunte”. Leggendo però il manoscritto della Guida del Marenzi, che offre una “prova della diligenza e della sistematicità del lavoro: sia per il numero delle opere citate che per la qualità e quantità delle notizie”, si scopre che la Descrizione e guida della città di Bergamo di Giovanni Maironi da Ponte del 1819 è “forse maliziosamente non citata (…) per i difficili rapporti che intercorsero tra l’autore e i Marenzi” (M. Panzeri). b) Andrebbero indagati più approfonditamente i rapporti intrattenuti da Maironi con i soci Agostino Salvioni, Johann Simon Mayr e gli architetti incaricati della ristrutturazione Giacomo Bianconi e Giovanni Francesco Lucchini. Quest’ultimo, in particolare, era docente di disegno nel Liceo cittadino all’epoca in cui il Maironi, oltre che docente, vi svolgeva anche la funzione di reggente. E proprio l’apprezzamento del Maironi per l’attività didattica del suo collega architetto potrebbe far pensare alla volontà di difendere il lavoro di una persona che stimava. c) Proprio l’opposta posizione politica di Maironi e Marenzi è stata individuata come una delle cause principali dell’intervento censorio. Bortolo Belotti, parlando del Maironi all’epoca della caduta della Repubblica di Venezia e dell’avvento dei francesi, osserva che “fra le due correnti di pensiero allora nettamente delineate, e cioè quella conservatrice e fedelmente attaccata a Venezia, alle sue istituzioni, alle sue direttive, e quella riformatrice e anzi rivoluzionaria, che si onorava del grande nome di Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1, BI1-2, ED2, IS1-2-3, MP1-2, SP2), il Maironi era per la prima”. All’opposto, i fratelli Marenzi, entrambi di chiare simpatie giacobine, ebbero ruoli di rilievo durante il periodo rivoluzionario e francese a Bergamo (Girolamo fu capocantone per città alta), e ciò li pose in evidente antagonismo con la maggior parte della conservatrice nobiltà bergamasca. Con la restaurazione austriaca, la carriera politica dei Marenzi subì un vistoso ridimensionamento a favore dell’ascesa al potere di quei personaggi dell’aristocrazia bergamasca che per le loro posizioni conservatrici erano ben visti dall’Austria. Così “la Guida, di argomento apparentemente neutro, si scontrò di fatto per i suoi contenuti, non tanto con gli intendimenti dell’Imperial Regio Censore Parravicini che ne aveva in prima istanza consentita la pubblicazione, quanto con l’ala più retriva dell’élite culturale cittadina, che evidentemente mal sopportò i pungenti giudizi negativi espressi da Girolamo Marenzi - dal passato giacobino relativamente allo stato di conservazione, e quindi ai sistemi di gestione di alcuni tra i più importanti e rappresentativi monumenti della città” (M.E. Manca). Queste considerazioni portano all’ovvia conseguenza che l’intervento censorio voluto dal Maironi sia in realtà espressione di una tensione presente all’interno dell’aristocrazia bergamasca tra i personaggi più aperti alle nuove istanze politiche e quelli arroccati su posizioni conservatrici. Non era solo il Maironi a vedere con scarsa simpatia il Marenzi. Con la sua descrizione quest’ultimo metteva in discussione almeno cinque delle persone che avevano reso possibile la ristrutturazione del Museo Lapidario e che all’epoca della Guida ricoprivano ancora le più alte cariche della città: il nobile Rocco Cedrelli (assessore della I.R. Delegazione di Polizia nel 1799 durante la repressione austro-russa, fu podestà dal 1817 al 1826) e i quattro assessori della FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Congregazione Municipale, uno dei quali era, come si è visto, Pietro Moroni. Moroni, inoltre, fu presidente dell’Ateneo proprio dal 1819 al 1821. Tale constatazione potrebbe ricondurre l’opposizione con i Marenzi anche al contesto dei rapporti tra soci all’interno dell’istituzione, puntualmente regolati dallo Statuto pubblicato nel 1818. A differenza di quanto era disposto nei precedenti statuti delle Accademie degli Arvali e degli Eccitati e di quanto contemplerà lo statuto dell’Ateneo del 1855, nello statuto del 1818 numerosi articoli sono dedicati alla censura e vengono istituite le figure dei censori. Nelle disposizioni generali dello Statuto si legge: (art. XIX) “Nei componimenti, nei discorsi, e nelle opere di belle Arti, esposte nell’Ateneo, si userà tutta la decenza voluta da una saggia morale, e dalla ragione politica. Il Presidente, ed i Censori potranno sospendere quelle letture, o proibire la esposizione di quegli oggetti, per cui si peccasse contro questa regola”; (art. XXI) “Un Accademico, che pubblicare volesse opera alcuna col nome di socio dell’Ateneo, dovrà averne l’approvazione dalla Censura”. E più specificamente negli articoli dedicati alla Censura si legge: (art. XXXVIII) “Appartiene all’ufficio de’ Censori l’esame, e l’approvazione delle opere, che si vogliono pubblicare dagli Accademici col titolo di socj dell’Ateneo”; (art. XLIII) “Le sessioni della Censura sono legali, quando quattro membri della medesima saranno convenuti insieme con il Presidente”. Ora, se all’epoca della guida, Girolamo Marenzi non era più formalmente socio dell’Ateneo benché lo fosse ancora il fratello Carlo, proprio il cenno del Maironi al Mayr, citato all’inizio, sul fatto che “l’affare deve maneggiarsi da Lei, e dalla nostra Censura” porta a supporre che il Maironi, per ottenere lo scopo, si riferisse al dettato di tali articoli come punto di partenza per ottenere l’intervento successivo da parte della censura austriaca. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] DALLA BIBLIOTECA PRIVATA ALL’ISTITUTO PUBBLICO: LA BIBLIOTECA CIVICA DI BERGAMO Nel testamento rogato a Roma nel 1760 il cardinale bergamasco Alessandro Furietti (cfr. AC1, AT1, BI2, MP12) dà disposizioni affinché la propria biblioteca venga lasciata alla città di Bergamo, con la clausola che la stessa si impegni a metterla al servizio del pubblico entro cinque anni dalla sua morte. Prima del dono del Furietti, il Comune di Bergamo possedeva una biblioteca composta essenzialmente da opere di carattere giuridico e di storia patria. Pertanto il lascito Furietti veniva a colmare un vuoto significativo, soprattutto se si considera che Bergamo fu uno degli ultimi grossi centri in Italia ad aprire una biblioteca pubblica. Dopo la morte del Furietti (14 gennaio 1764), Giacomo Carrara (cfr. AC1-2-3, MP1-2) offrì un contributo alla città per erigere sopra il Fontanone in Piazza Mercato del Pesce un locale da destinare alla raccolta delle lapidi e alla conservazione della biblioteca del Furietti. La proposta, per quanto riguarda la biblioteca, non venne accolta in quanto i libri del Furietti vennero posti nella sala del Palazzo Comunale nel Palazzo Nuovo, l’attuale sede della Biblioteca, che fu aperta al pubblico il 3 febbraio 1768. Fino al 1797, tuttavia, il funzionamento regolare della biblioteca fu faticoso per gli scarsi finanziamenti, gli spazi ristretti e i limitati orari d’apertura. Se la scelta del Furietti va senz’altro considerata nel contesto più generale del mecenatismo settecentesco (proprio in quegli anni, ad esempio, il cardinale Querini, amico del Furietti, apriva una biblioteca a Brescia), nonché della rinascita degli studi antiquari e filologici (cfr. MP1) (lo stesso Furietti fu letterato, giurista, filologo e storico di grande rilievo), esistono anche ragioni contingenti che motivano in modo ancora più complesso il lascito bibliotecario del cardinale bergamasco. Dal suo soggiorno a Roma, l’alto prelato manteneva stretti rapporti con Bergamo grazie anche alla mediazione del cardinale Francesco Carrara (cfr. AC1, MP1) e di suo fratello Giacomo Carrara, fondatore dell’omonima Accademia di Belle Arti. Già da tempo Furietti invitava gli amici della sua città natale “a salvaguardare il patrimonio bergamasco attraverso la ricerca dei manoscritti e il loro acquisto, e la loro conservazione con la trascrizione e la pubblicazione” (I. Sonzogni). Era stato inoltre fervido sostenitore della formazione del Museo Lapidario di Bergamo (cfr. AC1, AT1-2, MP1-2), aveva incoraggiato la rifondazione dell’Accademia degli Eccitati (cfr. AT1-2, ED1, MP1, SP2) avvenuta nel 1749, era stato mecenate per i giovani eruditi bergamaschi. Questo intenso impegno per favorire lo sviluppo culturale e il progresso degli studi erano quindi la naturale premessa al lascito testamentario del Furietti alla sua città, anche in considerazione del fatto che le biblioteche private, fossero esse di un ente religioso piuttosto che di una famiglia nobiliare, non offrivano garanzie di conservazione nel tempo del patrimonio raccolto. “Lo stesso Furietti si dovette render conto di persona di tanti altri limiti delle biblioteche private, come la difficoltà di consultazione per gli studiosi e la stessa esiguità di ogni singola biblioteca privata, rispetto alle necessità dello spirito settecentesco ormai proiettato alla riscoperta e alla ricostruzione del passato” (I. Sonzogni). La biblioteca del Furietti presentava essa stessa simili limiti in quanto conteneva opere legate agli interessi personali del cardinale, tanto che il Furietti stesso si preoccupò di integrarla in vista del lascito testamentario e dell’utilizzo che ne sarebbe derivato. La decisione del cardinale fu quanto mai preveggente in relazione agli eventi storici che accaddero a Bergamo tra fine ‘700 e inizio ‘800. A Bergamo, infatti, vi erano molte biblioteche private; le più cospicue erano quelle dei nobili Gian Jacopo Tassi, Camillo Agliardi (cfr. MP1), Giuseppe Beltramelli (cfr. AT2, IS2, MP1), Giacomo Carrara, Francesco Brembati (cfr. MP1-2), nella biblioteca del quale figuravano testi di scienze, letteratura, archeologia, filosofia e teologia, scritti giansenisti, opere di illuministi. Tali biblioteche erano lo specchio degli interessi degli eruditi che le possedevano, della loro passione di bibliofili e delle tendenze culturali dell’epoca. Molte di queste raccolte FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] vennero smembrate, vendute (è il caso della biblioteca del Brembati venduta dagli eredi attraverso la mediazione del libraio Borella di Bergamo) e, nei casi più fortunati, trasferite alla Biblioteca Civica (cfr. AC1, AT1, BI2, MP1-2) o in biblioteche di enti religiosi. Un immenso patrimonio librario era raccolto nelle biblioteche dei monasteri di Bergamo e provincia, come quelli degli Agostiniani, dei Domenicani, dei Francescani, dei Benedettini, dei Vallombrosani. Nessuna di queste biblioteche sopravvisse alla rivoluzione di Bergamo del 1797 e all’avvento della Repubblica Cisalpina. La soppressione di conventi e monasteri determinò il trasferimento dei beni mobili all’Ospedale di S. Marco (cfr. AC4, IS2, TE1) e agli istituti assistenziali, mentre il patrimonio bibliotecario confluì nella biblioteca comunale, che si arricchì di un ingente patrimonio librario. Anche la Biblioteca del Capitolo della Cattedrale e l’edificio annesso vennero requisiti dalla Municipalità. In una sala della stessa Canonica del Duomo vennero trasferiti i libri del comune per costituire un’unica biblioteca comunale. È evidente il significato politico di tali decisioni, tanto più se si considera l’assoluta egemonia che gli enti religiosi avevano avuto sino ad allora nella gestione della cultura a Bergamo, e dei conflitti che ne erano derivati con i sostenitori di una cultura laica e aperta agli sviluppi della scienza moderna(cfr. IS3). “Fin dagli inizi del Settecento la biblioteca si presenta come luogo alternativo alle istituzioni culturali tradizionali ed alle accademie in particolare, per l’incontro di tutti quegli intellettuali che, favorevoli al progetto muratoriano di costituire una «Repubblica de’ Letterati», sono attivamente impegnati nel programma di rinnovamento e svecchiamento della cultura italiana, mettendosi a confronto con l’«intelligenza» europea, spezzando, dopo quasi due secoli, l’isolamento imposto dalla egemonica politica culturale dei gesuiti. Nasce la figura del bibliotecario moderno che evade dalle mura della sua libreria, allaccia contatti epistolari con i colleghi italiani e stranieri, proponendosi come animatore ed intermediario culturale” (M. Belotti). È emblematico in tal senso il fatto che sia proprio Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2, BI2, ED2, IS2-3, MU1, SP1, TE2) a svolgere il ruolo di bibliotecario della Biblioteca di Bergamo dal 1800 al 1853 con l’incarico specifico assegnatogli dal Municipio di “classificare quell’ammassamento di libri” (G. Bini) provenienti anche dalle biblioteche degli enti religiosi. Tra i principali studi di Salvioni connessi al suo ruolo di bibliotecario vanno ricordati Del modo di ordinare una pubblica biblioteca. Ragionamento di Agostino Salvioni bibliotecario della Regia Città di Bergamo, Bergamo, Crescini, 1843 e La statua della Pace inaugurata solennemente nella pubblica biblioteca di Bergamo Lì 25 Agosto 1844. Discorso recitato dal bibliotecario l’Ab. Agostino Salvioni, Bergamo, Crescini, 1844. Non solo con la sua attività di bibliotecario, ma anche con la sua docenza presso il Liceo (cfr. AT1-2, BI2, IS2-4, MU1, TE2) cittadino e l’opera svolta come segretario dell’Ateneo (cfr. AC2, AT1-2, BI2, ED2, MP2, SP1, TE2), Salvioni ebbe un ruolo significativo nel mediare i rapporti culturali tra gli intellettuali non solo bergamaschi. Ad esempio fu lui ad introdurre il pittore Giuseppe Diotti (cfr. AC2-3, TE2), poi docente all’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-34, AT1-2, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2), nell’ambiente bergamasco. In un primo tempo egli fu abate nel monastero benedettino di S. Paolo d’Argon (cfr. BI2), quello stesso monastero a cui, nel ‘700, faceva capo il circolo giansenista bergamasco (avversario dei gesuiti) dove vennero tradotti molti testi giansenisti francesi. In seguito, con la rivoluzione del 1797, il Salvioni smise l’abito talare e aderì alla massoneria in quella loggia dove, grazie alla presenza di Mascheroni (cfr. AT1-2, BI2, ED2, IS1-2-3, MP1-2, SP2), di Mayr (cfr. AC2, AT1-2, ED2, MP1, MU1, SP1-2, TE1-2), degli Ambrosioni (cfr. ED2, IS3), erano circolate le idee gianseniste e degli Illuminati di Baviera (cfr. ED2, IS3, MU1, SP2, TE2). “(…) Al nostro ch. Salvioni voglionsi le debite laudi per quella costante diligenza, per quel fino discernimento ed amor patrio, che adopera nello sciegliere, sempre con superiore approvazione, libri ed opere di una decisa utilità; mirando egli più presto all’acquisto di opere importanti e costose anzicché a volumi di lieve momento e di poca spesa (…) il Salvioni adoperando in tal modo, provvede anche al maggior lustro dello Stabilimento; arricchendolo di sontuose e magnifiche edizioni, proprie, direi quasi esclusivamente, delle pubbliche Biblioteche”: così scriveva FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] il letterato Giacomo Bini (cfr. BI2, SP1) nel 1839 nell’opuscolo intitolato Sulla Biblioteca Pubblica di Bergamo e circa il decretato traslocamento di essa. Cenni storici. Da queste righe emerge la consapevolezza delle potenzialità di un istituto pubblico di conservazione e consultazione del materiale librario in opposizione alla scarsa flessibilità di una biblioteca privata: “Imperocchè l’opera che costa una decina di franchi può essere comperata da qualsivoglia individuo col proprio dinaro: mentre non può accadere così per tutti, ove si tratti di una che ne costi a migliaja”. In occasione del trasferimento della biblioteca, nel 1843, dai locali della Canonica del Duomo al Palazzo della Ragione (cfr. MP2, TE1), Salvioni, con la collaborazione del vice bibliotecario, di tre sacerdoti e dei conti Leonino e Bartolomeo Secco Suardo (cfr. AT2, SP1), riorganizzò la biblioteca ridefinendo la collocazione del materiale a stampa e manoscritto. Inoltre venne iniziata la compilazione del Catalogo Generale della Pubblica Biblioteca Comunale della Regia Città di Bergamo compilato per studio e fatica del Conte Bartolomeo Secco Suardo tra il 1844 e il 1865. Questo trasloco avrebbe dovuto aver luogo già nel 1825 in occasione della visita dell’imperatore Francesco I (cfr. AT2) a Bergamo. Procastinata al 1838 per la venuta di Ferdinando I, venne effettivamente realizzata nel 1843. I Regolamenti della Biblioteca Civica Nelle intenzioni del Furietti la biblioteca lasciata in dono alla città di Bergamo avrebbe dovuto essere luogo privilegiato per favorire la ricerca da parte degli studiosi. Secondo il regolamento del 1771 (Lettera dei Deputati G.P. Calepio, I. Rota e M. Tomini Foresti al Consiglio Maggiore di Bergamo, 8 gennaio 1771) l’apertura della biblioteca era limitata a due giorni settimanali, era escluso il prestito “a chicchesia nemmeno con ricevuta, non ostante che fosse deputato” ed era possibile solo la consultazione del materiale librario. Era inoltre compito di tre Deputati “di far stampare, ed affiggere in diversi luoghi della Città, e Borghi un Avviso, il quale faccia palese al Pubblico, qual sia il primo, ed i successivi giorni dell’aprimento della Libraria ad oggetto, che studiosi possano a loro talento prevalere”. In seguito al trasloco dei libri dal Liceo alla sede della Biblioteca (il relativo decreto è del 1825 ma l’effettivo trasferimento è del 1843), il prestito librario venne concesso in via eccezionale ai professori del Liceo e della Scuola Elementare Maggiore (cfr. AC4, AT1, IS1). A cento anni di distanza dall’entrata in vigore di queste norme venne stilato il Regolamento per la Biblioteca Civica di Bergamo Approvato dal Civico Consiglio nella tornata 4 Febbrajo 1874 e modificato nelle tornate 25 Aprile e 30 Giugno 1872, stampato a Bergamo dalla Tipografia Pagnoncelli nel 1872. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] LA RACCOLTA BELTRAMI ALLA BIBLIOTECA CIVICA: RAGIONI STORICO-POLITICHE NELLE TRASFORMAZIONI DI UN FONDO Nella Prefazione all’opuscolo di Gabriele Rosa, Della vita e degli scritti di Costantino Beltrami da Bergamo, scopritore delle fonti del Mississippi, stampato a Bergamo da Pagnoncelli nel 1861, si legge: “Quattro anni sono, l’erede dell’illustre viaggiatore Costantino Beltrami (cfr. ACE, AT1) di Bergamo, donò alla Biblioteca della sua città natale una raccolta preziosa di manoscritti di lui, alcuni oggetti che gli servirono ne’ viaggi lungo il Mississippi, ed attrezzi e vestiti di selvaggi incontrati su quello. Ora che il Municipio di Bergamo li fa disporre in mostra opportuna nella sala d’ingresso alla Biblioteca, diventa desiderata qualche notizia su quell’illustre nostro compatriota, sì poco noto ancora in Italia e fuori”. La raccolta cui si accenna nel testo citato è la donazione che Giovanni Battista Beltrami, nipote dell’esploratore bergamasco, fece nei primi mesi del 1855, subito dopo la morte dello zio (6 gennaio 1855) alla città di Bergamo. Così come per i numerosi fondi donati alla Biblioteca da privati cittadini, o quelli acquisiti in seguito alla soppressione o cessazione di enti, la vicenda della Raccolta Beltrami costituisce un piccolo ma significativo esempio di come la storia e l’attività della Biblioteca Civica (cfr. AC1, AT1, BI1, MP1-2), a partire dal nucleo originario di formazione in seguito al lascito del cardinale Alessandro Furietti (cfr. AC1, AT1, BI1, MP1-2), sia ininterrottamente segnata da un continuo mutamento e incremento del suo patrimonio. Questo costante apporto, oltre a confermare il ruolo primario di servizio pubblico di conservazione svolto dall’istituto, è premessa indispensabile per dare continuità e organicità al lavoro di ricerca storica, scientifica, ecc. spesso resa difficile, se non impossibile, dalla dispersione e smarrimento del materiale documentario (cfr. MP2). La stessa consistenza della Raccolta Beltrami come oggi si presenta in Biblioteca Civica, non è più quella dell’epoca del dono. Gli oggetti di carattere etnografico passarono al Regio Istituto Tecnico (cfr. AC4, IS2) con il suo Museo, finché nel 1917, con l’apertura del Museo Civico di Storia Naturale, i reperti vennero definitivamente assegnati a questo istituto. Alcuni reperti di numismatica vennero donati al conte Paolo Vimercati Sozzi (cfr. MP1-2) e ora sono probabilmente confluiti nel Museo Archeologico di Bergamo. Inoltre anche l’integrità della parte di materiale beltramiano che gli eredi trattennero a Filottrano nel palazzo che il viaggiatore aveva acquistato durante la sua carriera di giudice, venne intaccata. Qui, “l’archivio, fino al 1944, era conservato nel piano delle soffitte in armadi di legno e si presentava disposto in grossi fascicoli legati (…) Nel 1923 fu esaminato sommariamente e privato di numerosi documenti, tra gli altri il testamento di G.C. Beltrami, che sono presso la Presidenza della Società Nazionale «Dante Alighieri» in Roma. Nel luglio 1944, i combattimenti della II guerra mondiale investirono l’abitato di Filottrano. Le truppe della Wehrmacht che si erano insediate nel grosso edificio situato nel punto più elevato della città , ritennero opportuno, per evitare eventuali incendi delle strutture lignee del tetto, trasferire alla rinfusa il materiale cartaceo dalle soffitte ai piani sottostanti. Purtroppo l’edificio venne colpito da bombardamento aereo e buona parte dei documenti andò perduta” (G. Luchetti). Come suggerisce la prefazione citata in apertura, e come spesso accade in situazioni analoghe, l’atto della donazione fece tornare alla ribalta un personaggio importante per la storia patria e sollecitò una ripresa degli studi sul suo conto. Gabriele Rosa (cfr. AT1, IS5, SP1) scrive infatti a Carlo Tenca (cfr. AT1, SP1-2) il 16 maggio 1855: “Un erede del viaggiatore Beltrami donò una cassa di oggetti de’ selvaggi d’America alla biblioteca di Bergamo, e qualche manoscritto. Di tutto faccio uno studio, e per conoscere meglio il soggetto mi occorre una recente descrizione geografica o statistica del Mississippi. Dimmi tu come mi posso orientare”. A seguito di quegli studi Rosa pubblicò i suoi scritti sul Beltrami nella «Rivista Veneta» e nella «Gazzetta di Bergamo» del 1856, ripresi poi nel volume del 1865 Costantino Beltrami da Bergamo. Notizie e lettere pubblicate per cura del Municipio di Bergamo e dedicate alla Società Storica di Minnesota, Bergamo, FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Pagnoncelli, 1865. Conformemente ai tratti generali del suo operato (cfr. SP3), Rosa si pone anche in questa circostanza come uomo di cultura interessato a divulgare la conoscenza degli uomini e delle cose della propria realtà locale. A questo proposito non va dimenticato che il Rosa fu in relazione con il linguista Bernardino Biondelli, il quale potè studiare un reperto di grande interesse, l’Evangelario azteco portato in Italia dal Beltrami e in seguito andato perduto. La Raccolta Beltrami giunge a Bergamo da Filottrano nel 1855. Quell’anno, così come il 1856, il 1861 e il 1865, date di articoli del Rosa sull’esploratore bergamasco, sono momenti cruciali per l’unità italiana e non è quindi casuale la frequenza con cui Bergamo si occupa del suo concittadino. In tal senso è significativo che non solo Rosa celebrasse in quegli anni la figura del viaggiatore bergamasco, ma anche il conte Pietro Moroni (cfr. AC2, AT1-2, IS2, TE1-2) con un discorso all’Ateneo (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MP2, SP1, TE2), il professor Pasino Locatelli (cfr. AC4, AT1, IS4-5, MP1-2, SP1) con due articoli sulla «Gazzetta di Bergamo», il pittore Enrico Scuri (cfr. AC3, TE2) con un quadro esposto nella mostra dei reperti indiani e poi presentato all’Esposizione Italiana di Firenze (cfr. AC3, TE2), il sindaco di Bergamo Giovanni Battista Camozzi-Vertova (cfr. IS5) e lo Stato del Minnesota con il provvedimento istituzionale di chiamare Beltrami County l’area intorno alle sorgenti del Mississippi. “In Italia, dove tutto è rimembranza di glorie, dove ogni sasso è il nome di un eroe, quale ufficio più santo, più strettamente avvinto ai comuni interessi della nazione, che codesto di scrivere la vita e le gesta de’ suoi Grandi?” («Gazzetta di Bergamo»). L’intensità di questo interesse intorno a Beltrami deriva dalla funzionalità politica dei suoi scritti e delle sue vicende al più generale contesto storico risorgimentale, e significativamente contrasta con la sostanziale marginalità riservata all’opera dell’esploratore mentre questi era in vita: ciò non è strano se si pensa che i suoi scritti sull’esplorazione nel Nord America e in Messico vennero messi all’Indice dallo Stato Pontificio e censurati dal governo austriaco. Anzi, l’emarginazione cui Beltrami era stato fatto oggetto da questi governi lo mette in sintonia con il movimento risorgimentale. Il suo breve scritto L’Italie et l’Europe, per esempio, viene definito come anticipatore delle tesi giobertiane espresse nel Primato morale e civile degli italiani e si presta particolarmente ad una interpretazione di chiara impronta risorgimentale. Nella Biblioteca Civica sono conservati quattro volumi manoscritti in italiano e in tedesco, che costituiscono le Note delle opere proibite dall’I.R. censura centrale dei libri in Vienna con suprema approvazione dagli anni 1816 al 1842, dove figurano iscritte le opere di Beltrami. Nelle sue relazioni di viaggio, oltre all’aspetto geografico ed etnografico, hanno un particolare rilievo le considerazioni di carattere politico-religioso, stimolate dalle vicende della rivoluzione messicana che Beltrami visse come spettatore privilegiato. Le dure condanne espresse nei confronti degli ordini religiosi, del potere temporale della Chiesa, dei governi dispotici e la vicenda personale di Beltrami erano motivi più che sufficienti perché il governo austriaco prendesse simili provvedimenti. Beltrami, così come il fratello Luigi Felice (cfr. AT1) amico del Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1, ED2, IS1-2-3, MP1-2, SP2), era membro della loggia massonica bergamasca (cfr. ED2-IS3), aveva partecipato alla rivoluzione di Bergamo ed era stato giudice a Macerata durante il regno napoleonico. Accusato di appartenere alla carboneria e di aver preso parte ai moti risorgimentali del 1821, subì un processo. Durante il suo soggiorno americano ebbe relazioni con l’ “Oriente” massonico di New Orleans, collegato al “Grande Oriente di Francia”; venne inoltre denunciato come eretico dal vescovo della Louisiana con l’accusa di professare teorie cosmologiche in contrasto con i Padri della Chiesa (cfr. IS3). Di fronte a un simile personaggio P. Moroni dovette superare alcune difficoltà con il governo austriaco per poter conservare nella Biblioteca Civica le copie delle opere che Beltrami aveva donato alla sua città. Il letterato Giovanni Colleoni è molto esplicito al riguardo in una lettera inviata a Beltrami il 20 aprile 1832: “Il nostro podestà Conte Moroni ottenne dal Presidente del governo austriaco di Lombardia, che le copie, ch’Ella FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] regalò al natio Municipio, a lui stesso ed a me, quantunque vietata dalla censura di Vienna, venissero depositate nella Biblioteca di Bergamo”. Tali esemplari, oggi rarissimi proprio a seguito degli interventi di censura e quindi della scarsissima diffusione delle opere stesse, fanno parte da allora del patrimonio della Biblioteca Civica anche se, significativamente, la relazione sul Messico è priva delle parti introduttive, stralciate in quanto ritenute particolarmente “sovversive”. La lettera del Colleoni, lega per altri versi il nome di Beltrami a quello della Biblioteca di Bergamo: “Celebre Signore! Eccole il diploma di socio del nostro Ateneo, ove appena venne a nome mio dal segretario Salvioni proposto il Beltrami (…) non vi ebbe che un solo grido di lode (…)”. Al di là dell’associazione all’Ateneo cittadino, è importante sottolineare la relazione che Beltrami ebbe con il bibliotecario Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, IS2-3, MU1, SP1, TE2). Appartenente alla stessa loggia massonica del Beltrami insieme a Mascheroni, Mangili (cfr. AT1, IS3), Tadini (cfr. AT1, IS2-3) e Alessandri (cfr. AC1, ED1-2, IS3, TE2), il segretario dell’Ateneo così è presentato da una cronaca coeva: “Salvioni don Agostino, bergamasco, si sfratò durante la rivoluzione del 1797 [era abate del monastero di San Paolo d’Argon (cfr. BI1) prima delle soppressioni napoleoniche, diventò professore al Liceo (cfr. AT1-2, BI1, IS2-4, MU1, TE2), segretario e bibliotecario dell’Ateneo. Perdé la cattedra nel 1825 essendo risultato ch’era stato Venerabile della L. di Berg.°. Cerca ora di salvare le apparenze col suo contegno, ma in fondo è rimasto massone. Ha molte cognizioni letterarie” (L. Carrara). Proprio questa amicizia, tra Beltrami e Salvioni, durata ben oltre il periodo francese, così come è testimoniato dalle lettere, e il fatto che l’ex abate fosse anche bibliotecario della Biblioteca di Bergamo, possono avere contribuito, da una parte a far sentire più fortemente all’esploratore il legame con la sua città natale, dall’altra a sollecitare la sorveglianza del governo austriaco. Inoltre Beltrami e Salvioni avevano in comune l’amicizia con il poligrafo cremonese Vincenzo Lancetti, autore di importanti opere a carattere bibliografico e funzionario con alte cariche durante il periodo napoleonico. Fatto interessante al riguardo è che l’opuscolo del 1839 (cfr. BI1) scritto dal critico e letterato bergamasco Giacomo Bini (cfr. BI1, SP1), primo significativo compendio sulla storia della biblioteca, è dedicato proprio al Lancetti. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] FORME DELL’EGEMONIA POLITICO-CULTURALE DELLA CLASSE DIRIGENTE BERGAMASCA: LA NASCITA DELL’ACCADEMIA CARRARA Il conte Giacomo Carrara e il suo lascito testamentario Giacomo Carrara (Bergamo 9/6/1714 - 20/4/1796) (cfr. AC2-3, BI1, MP1-2) nacque dal conte Carlo e da Anna Maria Passi. Insieme al fratello Francesco (cfr. BI1, MP1), che seguirà poi a Roma gli studi ecclesiastici, frequentò il Collegio Mariano (cfr. IS2-IS3) a Bergamo durante la gestione gesuita. Giacomo si formò artisticamente presso le scuole d’arte di Verona, Venezia e Bologna. Di ritorno a Bergamo, la frequentazione degli eruditi locali (cfr. MP1) lo avvicinò agli studi storici e archeologici che lo porteranno a promuovere la costruzione del Museo Lapidario (1766) (cfr. AT1-2, BI1, MP1-2). Alla morte del padre (1755) fece un viaggio di studio in Italia (1756-1759) sostando tra l’altro a Parma, dove visitò la Reale Accademia di Belle Arti, e a Roma, dove conobbe il cardinale Alessandro Furietti (cfr. AT1, BI1-2, MP1-2), donatore del nucleo originario della Biblioteca Civica (cfr. AT1, BI1-2, MP1-2) alla città di Bergamo, l’abate P.A. Serassi (cfr. AT1, MP1-2) e l’incisore Giovan Battista Piranesi che dedicherà al conte Le Antichità Romane (Roma, 1757). La competenza e capacità di analisi critica così acquisite influenzarono la formazione della sua quadreria che, avviata con i dipinti ereditati alla morte del padre, si ampliò progressivamente assumendo una fisionomia unica rispetto a tutte le altre collezioni private cittadine. Collezioni artistiche sono presenti già nel ‘700 presso le più importanti famiglie nobili della città: i Bettami, gli Asperti, i Pesenti, i Tassi, i Brembati. Tra le quadrerie più significative quelle dei Moroni, Roncalli, Agliardi, Suardi, Terzi, Scotti, Piccinelli, Ceresa, ecc. Una delle più importanti quadrerie dell’800, a fianco della Carrara, fu quella del conte Guglielmo Lochis (cfr. AC2, MP1, TE1-2), i cui cataloghi, stampati nel 1834, 1846, 1858, ne testimoniano lo sviluppo. Alla morte del Lochis, nel 1859, la collezione fu smembrata e confluì in parte nella Carrara. Dal 1750 al 1790, oltre a contributi per opere di studiosi italiani, il Carrara scrisse, lasciandoli inediti, l’Abbozzo di una descrizione delle pitture notevoli in Bergamo, scritto dal C. G. Carrara per correggere gli errori gravi in cui era incorso M.r Cochin nella descrizione che fece di Bergamo nel suo Voyage d’Italie , che costituì la fonte de Le Pitture, Sculture ed Architetture delle Chiese, e d’altri Luoghi Pubblici di Bergamo (Vicenza, Bressan, 1774) prima guida artistica della città, opera di Francesco Bartoli, e le Giunte alle Vite de’ pittori del conte F. Tassi. Quest’ultimo scritto va connesso alla collaborazione del Carrara alla stesura delle Vite de’ pittori, scultori e architetti bergamaschi (Bergamo, Locatelli, 1793) del conte Francesco Maria Tassi. Sempre in ambito locale il Carrara collaborò a Le pitture notabili di Bergamo che sono esposte alla vista del pubblico (Bergamo, Locatelli, 1775) di Andrea Pasta (cfr. SP2). Le dimensioni della quadreria avevano raggiunto nel frattempo tali proporzioni che il Carrara la trasferì nel 1781 nel palazzo che ancora oggi ospita l’Accademia omonima. Nel 1793 nello stesso edificio iniziò a funzionare anche una scuola d’arte. Con testamento del 24 settembre 1795 Carrara istituì “erede universale d’ogni suo avere” la Galleria (cfr. AC2, MP1) e la Scuola di disegno (cfr. MU1). Il primo catalogo delle opere conservate nell’Accademia fu redatto nel 1796, l’anno stesso della morte del Carrara, da Bartolomeo Borsetti restauratore di fiducia del conte. 1.Le origini dell’Accademia Il palazzo dell’Accademia Carrara (cfr. AC2-3-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2) è uno dei primi esempi in Italia di stabile appositamente progettato e realizzato per ospitare una pinacoteca e una scuola d’arte. Per la propria Galleria il conte Carrara si rifaceva come modello alle Pinacoteche di Bologna e di Roma. Così, nel 1775, per dare degna collocazione alla sua quadreria fino ad allora ospitata nella sua casa di Via Pignolo, acquistò la vicina locanda della Campana e gli orti annessi per costruirvi un edificio adeguato. Nel 1781, su progetto dell’architetto Costantino Gallizioli (cfr. AT1, MP2), venivano portati a termine i lavori, ma il FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] palazzo eretto rivelò da subito l’insufficienza degli spazi. Tale situazione influì anche sullo sviluppo delle scuole, ancora limitate alla sola Scuola di Disegno. Alla morte del conte nel 1796 il problema dell’ampliamento dell’edificio si impose all’attenzione della Commissarìa Carrara (cfr. AC2-3, MU1), l’organo preposto all’amministrazione dell’istituzione che, così come previsto nel testamento del conte del 1795, doveva essere composta esclusivamente da cinque (poi sette) nobili. La nomina degli architetti (Leopoldo Pollack - cfr. TE1 - e Simone Elia) cui affidare la elaborazione dei progetti per il concorso indetto nel 1804, e le motivazioni che indussero la Commissarìa a preferire la soluzione proposta dall’Elia, sono questioni da connettersi ai rapporti tra gusto estetico e temperie politico-culturale (cfr. AC2). 2.I progetti Pollack ed Elia: le ragioni di una scelta Leopoldo Pollack in seguito all’avvento del regime napoleonico si era trasferito a Bergamo, diventando l’architetto ufficiale dell’aristocrazia locale dopo essere stato a Milano l’architetto ufficiale della Casa d’Austria. La sua impronta neoclassica doveva contribuire ad uno svecchiamento del volto di Bergamo, ancora legata al gusto rococò e neo-cinquecentista. Numerose sono infatti le opere progettate dall’architetto in città e provincia; tra esse vanno ricordate la sistemazione della villa di Marco Alessandri (cfr. ED1-2, IS3, TE2) a Credaro (1796), quella del conte Pietro Pesenti (cfr. IS3) a Sombreno (1798/1801) e il progetto del 1803 per il Teatro della Società (cfr. TE1-2) in Bergamo Alta. Riguardo ai primi due lavori è possibile che esista una relazione tra la posizione di rilievo assunta dai due personaggi durante il periodo della rivoluzione a Bergamo e la connotazione rivoluzionaria assunta dal neoclassicismo, caratteristica che perderà completamente negli anni successivi (cfr. AC2). Per quanto riguarda l’incarico del Teatro Sociale è utile qui ricordare che i committenti del teatro e quelli della Carrara erano sostanzialmente gli stessi in quanto, sia nell’uno che nell’altro caso, le due istituzioni rappresentavano gli interessi e l’espressione autocelebrativa della classe dirigente locale, costituita prevalentemente da aristocratici. Tra gli aspetti rilevanti del progetto del Pollack per la Carrara emerge il ruolo assegnato al contesto urbano in cui era inserito il palazzo. Il legame con la città bassa era previsto attraverso una modifica della situazione viaria. Va ricordato che di fronte all’edificio della Carrara sorgeva un piccolo isolato con la chiesina di S. Tommaso, demoliti tra il 1836 e il 1866. In tal modo venne conferita maggiore rilevanza e aulicità al palazzo dell’Accademia, prima sacrificata in uno spazio più angusto. Il rapporto con l’alta città “fu interpretato in chiave simbolica: l’architetto pensò infatti ad una specie di promozione del paesaggio naturale, trasformando gli orti ed i terreni incolti circostanti in un parco all’inglese - circondato da un corso d’acqua dall’andamento sinuoso - che risalisse la collina a nord-ovest fino alla Porta S. Agostino; in questo modo i visitatori provenienti dalla città alta, pur non potendo vedere l’Accademia, ne avrebbero avvertito la presenza tramite la razionalizzazione del paesaggio” (G. Gregori). Solo nel 1820, con gli accordi per la costruzione della via della Noca, il collegamento con la città alta avrebbe cominciato a diventare un fatto reale. Il progetto del Pollack è interessante per la fedeltà alle esigenze espresse nel testamento Carrara sulla destinazione d’uso dei locali. Alla maggiore attenzione dedicata alla superficie espositiva fa da contrappeso uno spazio minore riservato alle scuole. Il conte Carrara, del resto, aveva programmato la costruzione dell’Accademia per la conservazione dei suoi quadri e la scuola d’arte si collocava rispetto a ciò in subordine (cfr. AC3). All’epoca del progetto per il concorso, tuttavia, le esigenze della Commissarìa si mostravano ben diverse da quelle del Carrara e il progetto dell’Elia si adattava meglio ad esse. Infatti gli spazi riservati alle scuole ebbero il sopravvento, poiché si voleva fare dell’Accademia Carrara una Scuola di Belle Arti (cfr. AC2-3-4, MU1, TE2) che avrebbe conferito ulteriore prestigio all’organismo privato che la gestiva e, indirettamente, alla classe dirigente bergamasca. Il ruolo della FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Commissarìa veniva sancito anche con la destinazione di alcune sale allo svolgimento delle funzioni amministrative dell’organismo. L’approvazione del progetto Elia fu determinata anche da altri fattori, come il fatto che l’architetto era stato allievo dello stesso Pollack e, proprio per la sua giovane età, sarebbe stato maggiormente adattabile alle richieste della committenza più del suo affermato maestro. Benché l’approvazione ufficiale avvenisse nel 1805, i lavori iniziarono solo nel 1808 per concludersi nel 1813, anche se lavori di manutenzione e modifica continuarono fino al 1820. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] RAGIONI CULTURALI E POLITICHE NELLA CAMPAGNA DI RESTAURO DELL’ACCADEMIA CARRARA (1835-1838) 1. L’Accademia Carrara tra crisi e ripresa Tra il 1835 e il 1838 si svolge la prima campagna di restauro del patrimonio dell’Accademia Carrara (cfr. AC13-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2). La Galleria (cfr. AC1, MP1) aveva visto negli anni precedenti alterne fortune. La stesura nel 1803 dell’Inventario de’ quadri riservati di ragione della Nazione permette di conoscere le vicissitudini di parte del patrimonio artistico dell’intera provincia durante il dominio francese. Saccheggi, rapine, espropri di proprietà, soppressioni di monasteri e confraternite causarono un’ingente dispersione dei beni artistici, ma provocarono anche un significativo mutamento nelle forme di approccio all’opera d’arte. L’immobilismo delle collezioni, il forte radicamento dell’opera d’arte al suo contesto, fosse esso una chiesa o una raccolta privata, lasciarono progressivamente spazio a una concezione commerciale del bene artistico: un investimento patrimoniale con notevole mobilità sul mercato dell’arte. In altre parole, le raccolte perdevano il valore di “testimonianza di un’antica tradizione familiare” per cui venivano “gelosamente custodite e tramandate agli eredi” (M. Belotti). Prima di allora lo stesso Carrara (cfr. AC1-3, BI1, MP1-2) aveva effettuato fin dal 1760 illuminati acquisti nelle chiese bergamasche, salvaguardando così opere sottovalutate ma di grande valore (per esempio quelle di Vincenzo Foppa) (cfr. MP1). Le conseguenze dell’abbandono si fecero sentire anche nella Carrara, così come veniva comunicato fin dal 1801 al Commissario Straordinario di Governo del Dipartimento del Serio. Ma già nel 1804 un primo segno di ripresa dell’istituzione fu l’acquisizione delle opere della collezione del nobile Salvatore Orsetti di Venezia, l’indizione di un concorso per il progetto di ampliamento del palazzo (cfr. AC1) e l’avvio delle pratiche per la ricerca di un insegnante di disegno per la scuola (cfr. AC3). Principale animatore di tali iniziative fu Carlo Marenzi (cfr. AT2, TE1-2), promotore della campagna di restauro in questione. Ancora nel 1833 Carlo Facchinetti (cfr. MU1, SP1), redattore delle «Notizie Patrie», lamentava le precarie condizioni della Pinacoteca e dei quadri in essa ammassati. La mancanza di spazi aveva imposto fino ad allora il penalizzante metodo della esposizione a “tappezzeria” che, sacrificando la disposizione per scuole, aree geografiche, ecc., forzava “il quadro a servire al luogo e non il luogo al quadro” (C. Marenzi 1834). 2. La campagna di restauro L’interesse della campagna di restauro non risiede tanto nel suo carattere di eccezionalità rispetto ai sistemi conservativi vigenti nelle principali gallerie italiane, quanto nelle scelte stilistiche che ispirarono l’impresa, in cui si può leggere una precisa situazione sociale e politica. L’operazione contemplava innanzitutto il recupero delle opere maggiormente compromesse e un riassetto complessivo della pinacoteca. A questo scopo vennero venduti all’asta oltre 2000 dipinti, cui seguì il restauro delle opere superstiti e il loro riassetto espositivo. La selezione delle opere da porre in vendita, fatta secondo il gusto neoclassico, penalizzò le tele del ‘600 e ‘700 condannate per il gusto barocco e rococò. All’epoca della campagna di restauro, infatti, il neoclassicismo rappresentava lo stile ufficiale della classe dirigente, costituita in gran parte da aristocratici. Questa FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] acquisizione stilistica, però, era un dato recente in quanto, tra fine ‘700 e i primi anni dell’800, lo stesso gruppo sociale aveva rifiutato il neoclassicismo perché il suo dettato estetico incarnava gli ideali etici e politici portati dalla rivoluzione francese. Non è casuale che proprio il nobile Carlo Marenzi, di chiare simpatie giacobine e in ciò in posizione eccentrica rispetto alla maggior parte dell’aristocrazia bergamasca, proponesse nel suo discorso La pittura in Bergamo, tenuto all’Ateneo (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, MP2, SP1, TE2) cittadino il 24 maggio 1821, il manifesto del neoclassicismo locale (cfr. AT2). Come risposta, il conte Pietro Benaglio (cfr. AT2), rappresentante della nobiltà reazionaria e conservatrice, con le sue Osservazioni sulle vicende della pittura in Italia si opponeva alle istanze innovatrici del Marenzi in questioni d’arte ribadendo indirettamente la retriva posizione politica della classe dominante. Nel 1835 il neoclassicismo, tuttavia, ormai svuotato di ogni senso rivoluzionario, era diventato l’espressione del buon gusto e del decoro formale della classe egemone. A questo proposito è importante ricordare che l’estrazione nobiliare dei Commissari dell’Accademia, voluta dal conte Carrara per testamento, implicava che in alcuni casi vi potesse essere sovrapposizione tra il ruolo istituzionale di alcuni membri della Commissarìa (cfr. AC1-3, MU1) e il ruolo politico da loro svolto per la città. Ad esempio, i conti Pietro Moroni (cfr. AT1-2, BI2, IS2, TE1-2)e Guglielmo Lochis (cfr. AC1, MP1, TE1-2) furono entrambi podestà di Bergamo e membri della Commissarìa. In questa situazione la selezione dei quadri in base ai principi neoclassici esercitata dai nobili C. Marenzi e G. Lochis, membri della Commissarìa e principali promotori della campagna di restauro, assumeva un significato politico. La fedeltà al dettato neoclassico e il sostanziale rifiuto delle nuove tendenze da una parte rivelano la chiara posizione conservatrice della classe dirigente, dall’altra rallentano lo sviluppo dell’istituzione accademica che, anziché divenire ambito privilegiato di apertura al dibattito artistico, si trova invece a dover rappresentare gli interessi autocelebrativi dei notabili della città. L’indirizzo neoclassico dato alla Pinacoteca da G. Lochis e C. Marenzi (indirizzo che privilegia le scene di carattere storico, biblico o mitologico rispetto ai paesaggi), ha il suo corrispettivo nell’attività della Scuola (cfr. AC1-3-4, MU1, TE2) diretta dal neoclassico Giuseppe Diotti (cfr. AC3, BI1, TE2). La posizione artistica di Diotti non è, in realtà, così rigida, così come non lo è quella politica dove “(…) si assiste (…) all’oscillazione (…) tra giacobinismo e ossequio allo stile aristocratico; alla dialettica relazione, in arte, tra fedeltà al Neoclassicismo e contributo al nazionalismo romantico. Se amicizie a vario titolo importanti come quelle del bibliotecario Agostino Salvioni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS2-3, MU1, SP1, TE2), del musicista Johann Simon Mayr (cfr. AT1-2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1-2, TE1-2), del conte Andrea Vertova (cfr. TE2), tutti bergamaschi e massoni, o i rapporti più antichi coi “giacobini” braidensi Appiani (cfr. AC3) e Bossi sembrano aggregare il Diotti al versante blandamente eversivo, la frequentazione di personaggi altrimenti orientati, come i filoaustriaci conti Giacomo Mellerio milanese, Guglielmo Lochis o Pietro Moroni bergamaschi, controbilanciano la situazione” (R. Mangili). Anche la committenza del pittore si rivela molto variegata: da un lato l’aristocrazia fondiaria di formazione illuministica, sostenitrice del cauto riformismo austriaco e del neoclassicismo; dall’altro la borghesia (imprenditori e professionisti) caratterizzata da paternalismo e moderatismo, promotrice dell’unità nazionale e aperta in arte a temi postclassici. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Specchietto riassuntivo Due storie parallele 1835 Accademia Carrara Cultura ufficiale Antiaccademismo Cultura non ufficiale nobiltà borghesia conservazione apertura a nuove istanze di arte contemporanea neoclassicismo romanticismo soggetti aulici e storici familiarità e rispettabilità dei soggetti rifiuto ‘600-‘700 e rivalutazione ‘500 per magistero dei grandi maestri rivalutazione ‘600-’700 Un anno importante: il 1835 Il 1835 non è significativo solo per la campagna di restauro promossa dall’Accademia Carrara, ma anche perché segna una tappa decisiva nel percorso artistico di Giovanni Carnovali detto il Piccio (cfr. TE2). Infatti, mentre con il 1835 la Carrara sancisce il suo arroccamento su rigide posizioni neoclassiche, proprio in quell’anno uno dei più promettenti ex allievi della scuola dell’Accademia indirizza in senso opposto il proprio linguaggio artistico. Il Piccio, allievo di Giuseppe Diotti alla Carrara, inizialmente ne assorbì l’influenza neoclassica. La fedeltà del pittore agli insegnamenti del maestro, riscontrabile nel tono aulico e ufficiale dei ritratti eseguiti per le personalità più in vista della città, fa comprendere il favore della committenza per questo allievo prediletto dal Diotti. Nel 1835, tuttavia, con il ritratto del Lochis il Piccio conclude il periodo della committenza nobiliare. Nello stesso anno, conosciuto a Milano il mecenate Daniele Farina di estrazione borghese (tipico esponente di quella forma di collezionismo alternativo a quello tradizionale delle grandi raccolte nobiliari, aperto alle novità della pittura contemporanea, svincolato da categorizzazioni storiche, ammiratore proprio di quelle stesse tele del ‘600 e ‘700 sfrattate dall’Accademia), il Piccio si svincola definitivamente dalla pittura accademica e idealizzante. Da quel momento ritrae intere famiglie del nuovo ambiente sociale da lui frequentato (Moretti, Scotti, Elia, Berizzi, Fuzier, ecc.). Di questa committenza, variamente occupata in attività professionali e imprenditoriali, politicamente moderata, dall’atteggiamento paternalista, il Piccio evidenzia nei suoi ritratti i caratteri di familiarità e “rispettabilità”. Il progressivo estraniamento del Piccio dalla cultura accademica ufficiale è decretato anche dalle scelte stilistiche, dove il primato del colore sul disegno, l’aderenza al vero e il rifiuto dell’artificiosità, l’elemento passionale, ecc. lo allontanano definitivamente dai precetti neoclassici, avvicinandolo progressivamente all’ambito romantico. La borghesia “per intima concordanza di scelte”non poteva che essere il naturale sbocco di questo nuovo indirizzo artistico e culturale “e varrà la pena di ricordare l’acuta osservazione del Pevsner che cioè il realismo è l’equivalente in arte del liberalismo in economia” (F. Rossi). FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] LE SCUOLE DELL’ACCADEMIA 1. L’Accademia Carrara alla Esposizione di Firenze del 1861 Un importante momento di crescita per l’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2) e la sua scuola si ebbe in occasione dell’Esposizione Italiana Agraria, Industriale e Artistica (cfr. BI2, TE2) tenuta in Firenze nel 1861, organizzata all’indomani dell’unità italiana. La diminuita attenzione per la questione nazionale, almeno politicamente in parte risolta, determinò in campo artistico alcune importanti conseguenze anche per l’Accademia bergamasca: a) la soluzione del processo unitario contribuì a sbloccare tra gli altri l’immobilismo del mercato artistico bergamasco, soffocato dal rigido governo austriaco e da una retriva aristocrazia alla direzione dell’Accademia, riguardo alla quale venne significativamente posta significativamente in discussione l’ascendenza nobile dei membri della Commissarìa (AC1-2, MU1); b) nella sede dell’Esposizione di Firenze, la Carrara ebbe modo di confrontarsi con i risultati raggiunti da altri ambienti artistici italiani; c) l’impatto generato da questo confronto impose all’ambiente artistico bergamasco un severo autoesame e contribuì a rendere esplicite alcune polemiche, fino ad allora rimaste latenti, sul ruolo svolto dalle accademie e sulla loro validità per la formazione artistica (cfr. AC4). 2. La polemica in seno all’Accademia Carrara Tra i quadri inviati a Firenze per rappresentare l’accademia bergamasca figurava il ritratto dell’esploratore Costantino Beltrami alle fonti del Mississippi, (cfr. AT1, BI2) opera di Enrico Scuri (cfr. BI2, TE2) insegnante di pittura nella stessa accademia. Enrico Scuri (Bergamo 1806-1884) dal 1841 supplisce Diotti (cfr. AC2, BI1, TE2) come professore della Scuola di pittura dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-4, MU1, TE2). Nel 1846 assume incarico ufficiale sostituendo definitivamente il Diotti e rimanendo in carica fino alla morte. Benché la critica ufficiale ritenesse che nel quadro fosse resa l’unione di “spirito patriottico e iniziativa avventurosa” e la capacità di immortalare una gloria patria, non pochi tuttavia furono coloro che sottolinearono come l’aspetto pittorico e formale fosse assolutamente subordinato al concetto da veicolare. Al carattere teatrale e convenzionale del quadro veniva contrapposta la naturalezza e il realismo delle frontiere artistiche più avanzate. La critica al quadro va intesa in senso più generale come critica al metodo didattico dello Scuri, in sostanziale continuità con quello di Diotti suo maestro e suo predecessore nella docenza di pittura all’Accademia Carrara e, di conseguenza, alla sostanziale arretratezza dell’Accademia. Le reazioni negative al quadro dello Scuri e al metodo didattico del professore si esplicitano compiutamente in quegli anni a partire dagli stessi allievi dell’Accademia. Vespasiano Bignami, allievo dello Scuri, si fa interprete di tali disagi sottolineando come “i giovani, tornando alla scuola dopo essere stati sfolgorati da codesti lampi, vedessero bujo nei metodi vecchi. Le sorde mormorazioni si mutavano in tranquille ma aperte ribellioni. Gli allievi criticavano il maestro dietro le spalle, poi andavano a pregarlo di cambiare le pose dei modelli. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Desideravano qualcosa di più naturale. Erano cose mai successe prima. Ed erano punture morali che andarono spesseggiando vieppiù”. Nonostante queste opposizioni, ancora nel 1880 come riporta la «Provincia-Gazzetta di Bergamo» di quell’anno, lo Scuri si attardava su metodi didattici ormai da tempo sorpassati: a) “Alcuni studii di poco conto fatti per avvezzar la mano ad obbedire all’occhio nell’uso della matita”. b) Copia di teste del Diotti tratte da “antichi autori”. c) Studio del nudo e copie di nudi da disegni e da statue. d) Studio del colore da Moroni e Ghislandi. e) Studio delle pieghe. h) Studio del manichino. (Contro l’uso del manichino in posa e a favore dei modelli vivi si era espresso fin dal 1842 Pietro Selvatico (cfr. AC4, IS2, MU1): “(…) come è facile da immaginare questo fantoccio arieggia tanto la più eletta delle creature, quanto certe meschine scritture arieggiano i versi ed i romanzi di Manzoni (cfr. MU1) e di Grossi. Quindi è che i movimenti dissimigliano affatto da quelli dell’uomo (…)” i) Studio di anatomia. Nella pittura dello Scuri permane la fedeltà alla sua formazione neoclassica, mentre l’elaborazione di soggetti romantici non implica il rinnovamento dell’elemento pittorico formale. Se fin dagli anni ‘40 si condannavano le “convenzioni” e la “maniera”, inculcati negli allievi dai sistemi didattici vigenti in nome di una maggior naturalezza, negli anni ‘50 e ‘60 si era arrivati a mettere in discussione il ruolo delle accademie, auspicando o un loro rinnovo e riordino o, addirittura, la loro soppressione. Tale dibattito interessava ora anche la stessa Carrara ed è importante evidenziare quanto fosse ormai distante da essa la mentalità artistica e culturale che ne aveva visto l’esordio tra ‘700 e ‘800. Quella mentalità si può compendiare in un duplice ordine di ragioni: a) il progressivo tramonto delle botteghe e l’affermarsi delle accademie derivava dal “principio fatto stabile nel passaggio tra sette e ottocento [sul]l’insostituibilità dell’Accademia di belle arti quale garante nella formazione dell’artista di professione e quale nuovo topos dell’incontro arte-società” (R. Mangili) (cfr. AC2); b) d’altra parte la scuola, istituita a scopo benefico per la formazione di dodici giovani bergamaschi in difficoltà economica (cfr. MU1), rivestiva per il fondatore dell’accademia solo un interesse secondario: chi intendeva intraprendere tali studi poteva rivolgersi alle ben più prestigiose accademie delle città vicine (per es. Brera (cfr. AC4) a Milano) che, per la loro tradizione e per il fatto di disporre di insegnanti maggiormente qualificati, offrivano maggiori garanzie. Nella scuola di Bergamo, ad esempio, non erano mai state istituite la scuola di anatomia, la scuola di prospettiva, la cattedra di estetica, ecc. “Non sono in tutto chiare le finalità che [il Carrara (cfr. AC1-2, BI1, MP1-2) ] voleva raggiungere con questa iniziativa, maturata in un lungo corso di anni (forse, come si è detto, dal 1760 circa) e finalmente realizzata nel 1793 (…) Certo, egli voleva assicurare una continuità nel tempo a quella scuola pittorica bergamasca che egli stesso aveva contribuito a rivelare: e, illuministicamente, riteneva che ciò fosse possibile solo con una scuola, che sostituisse con chiarezza di metodo le ormai esaurite botteghe artigiane (…). Il programma di insegnamento puntava apertamente in direzione accademica e classicheggiante, limitandosi al disegno e alla accademia di nudo” (F. Rossi). FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Alcune figure di insegnanti alla Carrara fino al 1884 Fino al 1810 l’insegnamento alla scuola della Carrara si rivelò piuttosto precario e ciò è dimostrato dalla frequenza nell’alternanza dei professori: il milanese Dionigi Sadis nel 1793 e Pietro Roncalli (cfr. AC4, IS2) dal 1794 (incisori e pittori di storia); dopo la pausa rivoluzionaria il bergamasco Domenico Brignoli (1801) e Giovanni Crotta di Treviglio (dal 1802 al 1810) per il solo insegnamento del disegno. Dal 1811 al 1846 inizia l’insegnamento il cremonese Giuseppe Diotti (1779/1846), nominato dalla Commissaria professore di pittura su indicazione di Andrea Appiani (cfr. AC2), Commissario governativo per le belle arti. Pietro Ronzoni (cfr. TE2) viene associato alla cattedra di Diotti come insegnante fuori ruolo di paesaggio e veduta. Giacomo Bianconi (cfr. AT1-2, IS1, MU1), compagno di studi a Roma del pittore Luigi Deleidi detto il Nebbia (cfr. TE2), amico del Diotti, diventa professore all’Accademia Carrara di architettura e ornato. Enrico Scuri, succede al Diotti nella cattedra di pittura dal 1846 al 1884. Eugenio de’ Capitani (morto nel 1850), era stato per quasi un ventennio Professore di Architettura presso la Scuola di Pittura. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] TRA ARTE E INDUSTRIA: L’ACCADEMIA CARRARA E LE SCUOLE D’ARTI APPLICATE 1. L’Accademia Carrara “unicamente consacrata alle Belle Arti” Nella polemica degli anni ‘60 intorno al ruolo delle Accademie, i fautori del rinnovamento dell’istituzione accademica aprirono il dibattito sull’importanza di riformare il sistema didattico anche a favore dei generi cosiddetti “minori”. Così come sosteneva il critico e storico dell’arte Pietro Selvatico (cfr. AC3, IS2, MU1), quello dei “generi minori” era un settore ormai indispensabile per l’industria e in tal senso, nei suoi numerosi scritti sull’argomento, proponeva di affiancare alle Accademie di Belle Arti delle scuole di disegno tecnico industriale. Questa evoluzione nel rapporto tra arte e industria non modificò l’impostazione didattica della Scuola dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3, MU1, TE2) che, nata per favorire la rinascita della tradizione artistica locale, non mostrò alcun interesse di rilievo per la formazione professionale di architetti e artigiani (“L’Accademia di Bergamo è, e deve restare unicamente consacrata alle Belle Arti”, affermava nel 1863 Pasino Locatelli - cfr. AT1, BI2, IS4-5, MP1-2, SP1)), a differenza di quanto accadde ad esempio nell’Accademia di Brera (cfr. AC3) a Milano. 2. Le scuole tecniche della Società Industriale Bergamasca e le “arti minori” Questa situazione potrebbe essere uno dei motivi per cui la Società Industriale Bergamasca (cfr. AT1, IS1-2-35, MU1, SP1-2, TE1), nella necessità di tesaurizzare nell’industria la tradizione artigianale delle arti minori, promosse fin dai primi anni del suo effettivo funzionamento (1858) la costituzione di corsi d’istruzione tecnica (cfr. IS2). La convinzione, ormai diffusa nella borghesia imprenditoriale, era che l’istruzione tecnica popolare fosse fattore determinante per il progresso sociale ed economico. Come spesso succedeva nei rapporti tra Bergamo e Milano (cfr. MP1) per l’organizzazione dell’istruzione, la Società Industriale Bergamasca si rifaceva alle esperienze della Società di Incoraggiamento d’Arti e Mestieri di Milano (cfr. AT1), fondata nel 1838. Inoltre, proprio nel campo dell’istruzione, a partire dagli anni ‘70 la Società bergamasca avvierà una significativa collaborazione con l’Istituto Tecnico di Bergamo (cfr. BI2, IS2). L’istituzione del ‘Regio Istituto Tecnico Vittorio Emanuele’ nel 1861 fu la risposta all’esigenza e alla volontà da parte della Società Industriale Bergamasca, della Camera di Commercio e Industria (cfr. IS2, TE1) e più in generale del mondo imprenditoriale, di “colmare il divario esistente tra mondo produttivo e mondo accademico” (D. Marzola) (cfr. IS2). L’istruzione tecnica e popolare era prevista dallo statuto della Società bergamasca: le scuole erano accessibili a tutti, gratuite e popolari. Tuttavia, benché mirassero al miglioramento delle condizioni di vita e all’attenuazione del divario fra le diverse classi sociali, questo obiettivo fu perseguito in un’ottica non democratica ma paternalistica (cfr. MU1), dettata cioè dal timore che l’affrancamento degli strati sociali più poveri potesse sfociare in un sovvertimento dell’ordine sociale-politico. Tra i numerosi corsi avviati dalla Società Industriale Bergamasca figura una scuola di disegno, le cui lezioni furono inaugurate nel 1858 presso un locale delle I.R. Scuola Elementare ai Tre Passi (cfr. AT1, BI1, IS1) grazie anche all’interessamento di Edoardo Zuppinger, industriale tessile di origine svizzero-tedesca. Il corso, voluto dalla Commissione scientifico-tecnica della Società per la preparazione di maestranze impiegate nell’industria serica e nell’agricoltura, serviva da integrazione a corsi pratici di meccanica. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] 3. I corsi “pratici”. È proprio sul termine ‘pratica’, in opposizione a ‘teoria’, che si basarono la maggior parte dei corsi avviati dalla Società. Significativamente il corso di disegno in questione doveva essere, secondo i progetti iniziali, “non d’astratto d’ornato o d’architettura, ma applicato alle macchine ed ai mestieri”. In realtà la scuola di disegno si concretò in due sezioni distinte: quella di ornato, la cui cattedra fu affidata al pittore Luigi Bettinelli e quella di architettura e meccanica, affidata all’architetto Antonio Preda. Fin dalla sua apertura (1803), anche presso il Liceo dipartimentale del Serio (cfr. IS2) erano istituite la cattedra di Principi di figura affidata al pittore Pietro Roncalli (cfr. AC3, IS2), che era già stato per breve tempo insegnante alla Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1, TE2), e la cattedra di Principi di disegno architettonico. Tale cattedra fu tenuta dal 1803 al 1826 dall’architetto bergamasco Giovanni Francesco Lucchini (cfr. AT1-2, IS2, MP1, TE1-2), che a Bergamo realizzò numerosi progetti come l’edificio del Teatro Riccardi (1786 e 1810) (cfr. AT1, MU1, TE1-2), i lavori di adattamento dello stesso liceo (1815-17) (cfr. IS2) e il progetto per lo Stabilimento degli esposti vicino all’Ospedale di S. Marco (1823) (cfr. BI1, IS2, TE1). Fu inoltre autore delle tavole del Codex del canonico Mario Lupo (cfr. AT1, ED2, IS2, MP1) stampato presso l’editore Antoine (cfr. ED1-2, MP1, SP2). Arte e industria nell’800 A fine ‘800 l’impulso dato all’economia europea dal settore industriale, determinò una più netta opposizione tra le nuove frontiere della serializzazione produttiva e la tradizione artigianale, ormai insufficiente per un mercato sempre più vasto. Lo sviluppo di scuole tecniche come quelle citate è una delle risposte che il mondo intellettuale formulò per conciliare tale dicotomia. Questa integrazione tra mondo dell’arte e industria è ben evidente nelle parole del critico e storico dell’arte Pietro Selvatico che, in uno dei suoi frequenti contatti con Bergamo, ebbe significativi rapporti con Carlo Lochis (cfr. IS2, MP1, MU1, SP1), presidente della Società Industriale Bergamasca, al quale così scriveva in una lettera del 13 ottobre 1871 relativa a un Progetto di una scuola di plastica e intaglio da eseguirsi nel cortile delle R. Scuole ai tre passi in Bergamo: “Eccellente il pensiero d’aprire una scuola di disegno applicato agli stipettaj ed ebanisti (…) E perché non istituire una scuola di carte dipinte (…). Una simile scuola è adattissima anche alle donne, anzi forse più alle donne che agli uomini. Poi, di necessità ammaestra sulla pittura dei fiori dal vero, ramo d’arte in cui, come in quasi tutti gli altri, siamo piccini assai. Questa della carta dipinta io stimo industria più che mai cercata oggidì, perché amandosi una certa proprietà decorosa, rimane possibile anche alle modeste fortune di aver un pajo di stanzette a modo mercé un po’ di rotoli di carta dipinta”. (P. Selvatico, significativamente proprio in quell’anno pubblicava a Bergamo su questi temi l’opera Educhiamo il capitale alle industrie). Sotto la spinta dello sviluppo industriale il confronto tra arte e industria si concretizza a Bergamo nelle prime Esposizioni Permanenti d’arte e industria della fine degli anni ‘70, nelle quali “la presenza dei prodotti industriali non doveva eludere lo scopo più specificatamente artistico ma, piuttosto, incentivare l’interesse della popolazione locale ben poco educata al gusto per le belle Arti e di certo più interessata all’industria ed ai suoi prodotti” (D. Pacchetti). È evidente come le soluzioni prospettate a livello locale su questi temi siano in realtà il riflesso di un mutamento più generale nell’organizzazione dei rapporti tra arte e industria. Se l’artista inglese William Morris, temendo lo scadimento di gusto negli oggetti derivati dalla produzione industriale, teorizzava, attraverso il movimento “Arts FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] and Crafts” da lui fondato, una riforma nel rapporto tra arte e industria, battendosi per la salvaguardia delle arti applicate e dell’artigianato artistico, al contrario, uno degli assunti teorici del modernismo (il liberty in Italia) si basava sul fatto che arte e industria potevano convivere con reciproco vantaggio. Grazie alla produzione industriale il “bello” e il fatto artistico non erano più appannaggio di pochi, né tantomeno confinati ai generi tradizionali, ma potevano essere presenti in tutti gli oggetti della vita quotidiana, dai più umili a quelli di maggior pregio. Veniva così vanificata la tradizionale divisione tra arti maggiori e minori. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] LA MANCATA RIFORMA DELL’ISTRUZIONE DALLA FINE DEL GOVERNO VENETO ALL’UNIFICAZIONE NAZIONALE Dalla fine del ‘700 agli anni sessanta dell’800 la provincia di Bergamo, come il resto della Lombardia e dell’Italia, subì le vicende legate al succedersi dei governi di dominazione prima e del governo unitario poi. L’analisi delle forme con cui i diversi governi affrontarono la questione dell’istruzione, fa emergere, nonostante la discontinuità dei contesti politici, una sostanziale continuità nell’intervenire in modo inadeguato. Ciò che infatti accomuna la situazione scolastica generale dalla fine della Repubblica Veneta allo Stato unitario, è la distanza tra le norme e i regolamenti imposti dal governo dominante e la realtà sociale e culturale, in cui è difficile, se non impossibile, applicare le deliberazioni legislative. Due condizioni essenziali erano all’origine di tale distanza: a) un’obbiettiva situazione di arretratezza socio-economica, che rendeva difficile l’immediata attuazione pratica delle norme legislative; b) la deliberata volontà dei governi di evitare riforme radicali che avrebbero potuto contribuire ad un pericoloso mutamento dell’assetto sociale e politico. Così, all’apparente chiarezza delle riforme realmente promosse non faceva da contraltare l’analisi della situazione effettiva in cui avrebbero dovuto essere applicate. L’analogia tra le legislazioni dei diversi governi è tanto più evidente se si considera che, nonostante l’amministrazione dominante si opponesse a quelle precedenti sul piano politico, sul piano amministrativo spesso ne presupponeva le misure. L’I.R. Scuola Elementare Maggiore Maschile di IV Classi (cfr. AC4, AT1, BI1), “sontuoso edifizio nella contrada di S. Bartolomeo, vicino ai Tre Passi” (l’attuale Scuola Donadoni in via Torquato Tasso), era stata inaugurata negli anni ‘20 su progetto dell’architetto Giacomo Bianconi (cfr. AC3, AT1-2, MU1), docente di architettura e ornato all’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1-2, BI1, MP1-2, MU1, SP1, TE2). Non è privo di significato il fatto che questa scuola elementare fosse stata istituita dal governo austriaco. La riforma teresiano-giuseppina, attuata nello Stato di Milano dal 1776 al 1790, ebbe il merito di portare un decisivo progresso nell’organizzazione della scuola elementare, resa gratuita e obbligatoria, con ciò ponendosi come termine di confronto per i successivi interventi in materia. Lo stesso governo austriaco, subentrato nel 1815 al dominio francese nel Lombardo-Veneto, in piena continuità con le riforme teresiano-giuseppine emanerà nel 1818 il Regolamento ed istruzioni per le scuole elementari. Nel 1798, in pieno periodo repubblicano, anche il Piano Generale di Pubblica Istruzione (cfr. IS2-3) elaborato da una commissione di 7 membri tra i quali Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS2-3, MP1-2, SP2) per quanto riguarda l’istruzione elementare si ispirava al modello austriaco, mentre per l’istruzione superiore si basava sulla legge francese del 1795. L’attenzione di Mascheroni alla riforma teresiano-giuseppina è facilmente comprensibile se si considera la matrice laica e illuminista delle riforme avanzate da Maria Teresa d’Austria e Giuseppe II. Soprattutto con quest’ultimo avvenne un deciso ridimensionamento del potere ecclesiastico, non solo nel campo dell’istruzione ma in generale nell’amministrazione statale. Tali riforme, osteggiate dai gesuiti, vennero vigorosamente sostenute in particolare dal gruppo giansenista che si era raccolto nell’Università di Pavia (cfr. IS2-IS3), dove lo stesso Mascheroni aveva insegnato. Il piano del FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Mascheroni, mai attuato, oltre a un indirizzo prevalentemente scientifico e realistico, prevedeva il passaggio nelle mani dello Stato di tutti gli ordini di scuole e la contemporanea eliminazione degli istituti religiosi. In tale ottica non appare contradditorio il fatto che nel 1812, in pieno periodo napoleonico, lo stampatore bergamasco Antoine, (cfr. ED1-2, IS3) già massone e giacobino , stampasse il Trattato elementare dei doveri dell’uomo con le regole della civiltà ad uso delle scuole d’Italia di Francesco Soave (cfr. ED2), uno dei principali organizzatori di cultura nella Lombardia teresiano-giuseppina. Nonostante l’affermazione dei principi giacobini e anticlericali portati dalla rivoluzione (di cui la soppressione degli ordini religiosi e la spoliazione dei beni ecclesiastici fu uno dei più clamorosi effetti), l’istruzione elementare fu in parte ancora gestita da istituti religiosi: “provvisoriamente sussistono le scuole elementari dovunque si trovano”. Non scomparve nemmeno l’uso del catechismo: nel 1807 la Stamperia Reale di Milano stampava il Piccolo catechismo ad uso del Regno d’Italia. Ciò si spiega con la perdita d’incisività della carica rivoluzionaria nell’ambito territoriale bergamasco, rapidamente ridimensionata dalla politica di dominio dei francesi, tanto che anche in periodo napoleonico l’immagine del potere temporale e del potere spirituale risultavano inscindibilmente legate in quell’alleanza trono-altare che doveva così fortemente condizionare la storia politica e culturale italiana. Il catechismo, insieme alle ‘Regole di civiltà’ fu uno degli strumenti principali dell’istruzione ottocentesca, in quanto anche attraverso di esso gli alunni apprendevano il senso del dovere e della subordinazione, così come era raccomandato dalle Discipline per gli alunni delle scuole elementari nella monarchia austriaca (1825). In una circolare dell’I.R. Delegazione Provinciale di Bergamo (cfr. SP1) del 1 luglio 1853, viene sottolineato il fatto che il catechismo e le preghiere sono un’occasione “immancabile” per “insinuare” nei ragazzi la venerazione a Dio e l’amore al “Supremo Imperante”. Nella provincia di Bergamo la diffusione del catechismo ebbe un’importanza particolare: il Catechismo ad uso delle Chiese e Scuole della Diocesi di Bergamo (Bergamo, Crescini, 1823) rimase in uso nella diocesi fino al 1855, quando venne sostituito dalla Dichiarazione della Dottrina Cristiana in forma di Catechismo ad uso delle Chiese e Scuole della Diocesi di Bergamo (Bergamo, Crescini), opera del clericalissimo vescovo Pier Luigi Speranza (cfr. IS3-4-5). Benché la riforma della scuola di base del governo austriaco fosse tra le più moderne in Europa, essa era comunque inadeguata alla realtà in cui venne applicata. Proprio la definizione di ‘I.R. Scuola Elementare Maggiore Maschile’ data alla scuola ai Tre Passi in Bergamo consente di fare alcune considerazioni in merito. La strutturazione della scuola elementare era fortemente gerarchica: alle scuole maggiori si contrapponevano quelle minori; a quelle maschili, le femminili; a quelle della città, quelle di campagna. Ciò determinò notevoli squilibri e penalizzazioni, in quanto le scuole minori erano finanziate esclusivamente dalle esigue finanze locali e non consentivano l’accesso al ginnasio e al liceo; l’insegnamento nelle scuole femminili era ridotto rispetto a quelle maschili; nei periodi dell’anno in cui era maggiormente gravoso il lavoro agricolo, le scuole di campagna venivano disertate per l’incompatibilità degli orari per gli allievi tra i tempi della scuola e quelli del lavoro. Di qui l’esigenza, sostenuta dagli istituti religiosi e, per parte laica, dalla Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS2-3-5, MU1, SP1-2, TE1), di istituire scuole elementari serali e festive. Sarà soltanto con una legge del 1828 che il governo austriaco decreterà senza troppa convinzione l’istituzione di simili scuole. Analoghi problemi si posero con le riforme della legge Casati (cfr. IS2) del 1859 e quella Coppino (cfr. MP2) del 1877 nell’Italia unita, a prova ulteriore della strutturale inadeguatezza della scuola italiana di rispondere alle esigenze della realtà socio-culturale in cui era inserita. A queste contraddizioni si deve aggiungere il fatto che il Regolamento del 1818 era molto vago circa la preparazione dei maestri. Con un’attenzione rivolta più al decoro formale e alla condotta politica che alla effettiva competenza, l’ordinamento austriaco preparava i maestri con corsi di metodica di soli tre o sei mesi. Il misero stipendio, inoltre, obbligava il maestro ad impegnarsi contemporaneamente su altri fronti lavorativi. La FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Scuola Normale Femminile di Bergamo (l’attuale Istituto Magistrale Paolina Secco Suardo), istituita sotto il governo unitario nel 1861, a seguito delle disposizioni previste dalla legge Casati, determinò tuttavia un miglioramento nelle condizioni di preparazione delle maestre. Se a questa situazione generale si aggiunge il fatto che le condizioni di salubrità delle aule era spesso ai limiti della vivibilità, la strumentazione didattica e l’arredo scolastico inadeguati e le classi sovraffollate, apparirà tutt’altro che scontato l’intervento di Lorenzo Mascheroni che, nel Piano Generale di Pubblica Istruzione del 1798 (i Regolamenti del governo austriaco sono del 1818, la legge Casati è del 1859!), afferma: ”Se gli istruttori stenteranno a vivere, mancherà loro la lena per istruire ed è certo che non essendo ben persuasi, essi non avranno forza per persuadere gli altri (…). Le aule delle scuole devono essere ben illuminate, i banchi per gli scolari devono essere tutti disposti nella stessa fila, in maniera che la luce cada alla sinistra di chi scrive… è pure necessario che questi banchi siano fermati al piede del sedile e fissati se si può sopra un piano inclinato di tavole, affinché tutti gli scolari sieno sotto l’occhio del maestro”. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] I LIMITI STORICI DELL’ISTRUZIONE TECNICA A BERGAMO In una lettera del 7 settembre 1871 che il critico d’arte Pietro Selvatico (cfr. AC3-4, MU1) scrive al Presidente della Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS1-3-5, MU1, SP1-2, TE1), Carlo Lochis (cfr. AC4, MP1, MU1, SP1), in merito all’istituzione di scuole tecnico-pratiche, si legge: “Le aggiunte ch’Ella mi accenna al primitivo programma, mi pajono opportunissime; meno opportuna forse quella del canto corale. Il tanto ch’io vissi con artigianelli artieri ed artisti di qui e di Venezia, mi ha dimostrato che quando uno, ajutato da bella voce, s’innamora del canto, è perduto per l’imparamento d’altri mestieri, e finisce ad andar a fare il corista nel teatro, o a condurre spesso la vita più sciupona del mondo”. Il giudizio di Selvatico, al di là delle considerazioni specifiche sull’ambito musicale, è la metafora della situazione generale della scuola tecnica italiana, caratterizzata dall’indetermi-natezza e dalla incertezza dei programmi didattici e dal basso profilo professionale degli studenti che ne hanno concluso il percorso formativo. La collocazione cronologica della lettera è relativa a un periodo importante per lo sviluppo industriale ed economico della provincia bergamasca e, più in generale, dell’Italia. A fronte del progresso industriale, tuttavia, le scuole tecniche in generale e, nel caso specifico, anche quella di Bergamo, non erano ancora in grado di fornire all’industria forza lavoro con la preparazione adeguata. Da una parte, infatti, l’istruzione tecnica era una conquista recente in Italia dato che, se si escludono, nel caso di Bergamo, i tentativi della Società Industriale Bergamasca, prima dell’unità italiana vi era un’assoluta dominanza dell’istruzione classica. Inoltre, anche quando la legislazione del nuovo stato unitario tentò di regolamentare l’istruzione tecnica, essa venne posta in subordine rispetto a quella classica, e ciò ne penalizzò inevitabilmente lo sviluppo. Più in generale “l’istruzione tecnica non era figlia di disegni politico-culturali di vasto respiro; almeno in terra bergamasca la spinta nasceva sul piano del pragmatismo, di necessità contingenti che, se smuovevano gli indugi, peccavano proprio per l’eccessiva subordinazione della scuola tecnico-professionale alle esigenze del mondo economico” (G. Della Valentina). Nel 1872, l’anno successivo a quello della lettera citata, l’Istituto Tecnico di Bergamo (cfr. AC4, BI2), in conformità al regio decreto del 30 marzo, venne dotato di una sezione ragionieristica e di una scientifica, “quest’ultima di carattere fisico-matematico, perdendo proprio quell’indirizzo pratico-industriale che era stato il suo originario punto di forza, e riaffidando la selezione e la preparazione dei quadri tecnici e di un ceto dirigente di fabbrica ad un corso di studi di natura genericamente scientifica” (G. Della Valentina). Riforme di questo tipo, in cui veniva persa la specificità dell’insegnamento tecnico-pratico nel tentativo di coniugare un buon livello di cultura generale con una buona preparazione tecnico-professionale, rendevano difficile il consolidamento dell’esperienza di questi istituti, che già fin dalla loro nascita avevano dovuto fare i conti con alcune contraddizioni legislative. L’Istituto Tecnico di Bergamo, poi intitolato a Vittorio Emanuele II, era stato inaugurato alla fine del 1862. La sua fondazione, resa possibile dalle disposizioni della legge Casati (cfr. IS1) del 1859, in base alla quale vennero fondati nella provincia di Bergamo nove istituti di istruzione tecnica a partire dal 1860, fu avviata dal Consiglio provinciale, dalla Camera di Commercio e Industria (cfr. AC4, TE1) e dalla Rappresentanza Municipale. I limiti principali che segnarono il nuovo istituto derivavano proprio dalla situazione legislativa ed economica che ne aveva determinato la nascita. Per la legge Casati, infatti, l’istruzione classica restava in primo piano rispetto a quella tecnica tanto che, ad esempio, le spese per le scuole classiche erano a carico dello Stato, mentre quelle tecniche erano a carico dei Comuni. Di fronte alla necessità di istituire simili scuole per dare risposta all’industria locale, la classe dirigente bergamasca dovette probabilmente sentire ancora una volta il peso di un governo fortemente centralizzato che, lasciando alle singole realtà locali il peso dei problemi più urgenti e specifici, ne decretava la sostanziale marginalità rispetto all’auspicabile processo di integrazione nazionale (cfr. IS5). FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Questa differenza tra cultura classica e tecnica, dovuta anche a conflitti di classe e contrapposizioni ideologiche, condizionò fortemente lo sviluppo della scuola tecnica che preparò per decenni “impiegati dei gradi più bassi, un gran numero di ragionieri e di geometri e un numero limitato di periti industriali ed agrari in misura spesso non corrispondente alle esigenze produttive locali” (G. Candeloro). Oltre a ciò occorre considerare che nei principi ispiratori della legge Casati la preminenza della scuola classica rispetto a quella tecnica era dovuta alla convinzione che, grazie ad essa, si sarebbe formata la futura classe dirigente. Questa convinzione, non era in realtà molto distante da quella propugnata nelle amministrazioni precedenti a quella dello stato unitario: in periodo napoleonico ad esempio “il governo curò ed ammodernò l’istruzione classica, formata dal ginnasio e liceo, e l’università, con disposizioni sempre più rigide e fiscali, trascurando invece piuttosto quella elementare e disattendendo in pratica quella tecnico-professionale. Lo scopo era quello di accentrare sempre più, rafforzando l’indirizzo autoritario della politica scolastica che tendeva a formare una classe dirigente preparata tecnicamente ma anche e soprattutto docile all’indirizzo politico del sovrano” (L. Tironi). Nemmeno in periodo austriaco l’istruzione tecnica godette di maggiori favori. Nel 1818, tra le materie insegnate nei licei, venne introdotta anche la ‘tecnologia’ che tuttavia, secondo un dispaccio del 1823, doveva limitarsi a dare “semplicemente un quadro storico dei varj mestieri, dei lavori, e degli attrezzi relativi, non che dei prodotti di cadaun mestiere, delle qualità di questi prodotti e simili”. Benché personaggi come Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS1-3, MP1-2, SP2), Antonio Tadini (cfr. AT1, BI2, IS3), Giovanni Maironi da Ponte (cfr. AT1-2, IS3, MP2, MU1, SP1, TE2), consapevoli dell’importanza di introdurre materie tecnico-scientifiche nell’insegna-mento, avessero operato agli inizi dell’800 per radicare nella scuola questa branca di studi, non ne derivò una solida tradizione di studi tecnico-scientifici che, anche per i motivi politici sopra accennati, rimasero per decenni ancillari rispetto all’istruzione classica. All’inizio dell’800 tra le materie tecnico-scientifiche insegnate al Liceo di Bergamo (cfr. AT1-2, BI1-2, IS4, MU1, TE2) figuravano: storia naturale insegnata da Giovanni Maironi Da Ponte, così come agraria; chimica farmaceutica con docente Francesco Maccarani, anatomia, chirurgia ed ostetricia con Giovanni Antonio Piccinelli (cfr. IS3, SP2, TE2) (le lezioni si tenevano presso l’Ospedale di S. Marco - cfr. AC4, BI1, TE1), botanica impartita da Giacomo Facheris (cfr. ED2) (anche l’orto botanico era presso l’Ospedale), geometria ed algebra con Andrea Mozzoni, fisica generale e sperimentale con Giuseppe Maranesi; principi di disegno architettonico con Giovanni Francesco Lucchini (cfr. AC4, AT1-2, MP1, TE1-2) (le lezioni di disegno architettonico e quelle di principi di figura erano frequentate in particolar modo da chi poi entrava nelle Scuole del Genio di Modena). La mancanza di volontà politica per la creazione di un’adeguata istruzione tecnico-scientifica era particolarmente sentita a Bergamo nei settori tradizionali dell’economia bergamasca e cioè l’agricoltura, l’industria tessile e mineraria. Maironi Da Ponte aveva più volte posto l’accento su tali lacune, alle quali egli dovette in più di una circostanza porre rimedio con l’iniziativa personale. In una relazione del 1804, all’epoca in cui, oltre che essere professore di agraria e storia naturale, era anche reggente del Liceo Dipartimentale del Serio, egli evidenziava la mancanza di un gabinetto di storia naturale (creato solo nel 1820) per le esercitazioni e le osservazioni pratiche, così da essere costretto a portare a casa sua gli studenti per lo studio delle sue raccolte mineralogiche e naturalistiche. L’ordine del 1810 del Direttore Generale della P.I. di creare nei licei dei musei di storia naturale era destinato a rimanere sulla carta, in quanto si scontrava con difficoltà organizzative a cui l’amministrazione non era preparata e in grado di dare risposta. Infatti il Maironi, quale reggente della scuola, oppose la mancanza di spazi e chiese il trasferimento della scuola dalla sede del Pio Luogo della Misericordia (cfr. IS3, MU1, TE2) in via Arena all’ex convento di Rosate (cfr. AT2). FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Oltre a ciò Maironi mise in evidenza altri limiti dell’insegnamento. Ad esempio, sulla scorta anche dell’esperienza nell’Accademia Economico-Arvale (cfr. AT1-2), Maironi rilevava la scarsa attenzione dedicata alle lezioni di agraria. Egli propose perciò che alle sue lezioni intervenissero i chierici del seminario perché, “fatti preti e ritornati alle loro case, o impiegati nelle parrocchie, potranno servire di buoni conduttori nella diffusione della ragionata madre scienza agricola” (cfr. AT2). Con ciò Maironi, ben consapevole dell’influenza del clero sulla popolazione delle campagne, si riallacciava idealmente a un articolo dello statuto della stessa Accademia, che prevedeva la stesura di “un ben ragionato Catechismo, che contenga in compendio gl’elementi dell’Agricoltura praticata da trasmettersi a cadaun Paroco del Territorio”. A un sessantennio di distanza dalle proposte del Maironi, molta era ancora la strada da percorrere in tal senso. Gli istituti tecnici, anziché dipendere come le altre scuole dal Ministero della Pubblica Istruzione (cfr. IS4-5), rimasero dal 1861 al 1877 sotto il controllo del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. Quando la Deputazione Provinciale per la fondazione dell’Istituto Tecnico di Bergamo richiese il programma degli studi, il Ministero “avvertiva però che la sezione agronomica, facente parte integrante dell’insegnamento di un istituto tecnico di secondo grado, non doveva essere in esso compreso; ciò in attesa di nuovi studi per un migliore ordinamento dell’istruzione agraria” (D. Marzola). “Sempre su proposta dello stesso Maironi, il vice prefetto Ghiringhelli, con lettera circolare del 13 aprile 1813, invitava le Congregazioni di carità dei Comuni delle Valli di Scalve, Camonica, Seriana e Brembana a stanziare fondi per mantenere agli studi qualche giovane che seguisse le lezioni di Chimica mineralogica, presso il Liceo, per poi potersi impiegare nei lavori delle miniere delle valli stesse” (L. Tironi). Della preparazione del personale per il lavoro nel settore dell’industria mineraria si occupò il presidente dell’Istituto Tecnico Luigi Ottavio Ferrero. Su sue indicazioni e proposte, il Ministero dell’Agricoltura trasformò con R. D. del 1864 l’Istituto Tecnico in Istituto Speciale di Mineralogia e Metallurgia Industriale. La riforma ebbe scarsa fortuna, tanto che pochi anni dopo venne attivata la nuova sezione di costruzioni e meccanica. La mancanza di respiro della scuola tecnica è tanto più evidente se si pensa che la realtà economica industriale del 1870 era molto diversa da quella “del ventennio precedente: ad esempio, nella esposizione del 1870 vi furono più di 1.000 espositori, mentre in quella del 1857 gli espositori erano stati solamente 134. Alle antiche industrie della seta, della lana, del cotone e del ferro, si aggiungevano nuovi comparti produttivi, quali quelli del cemento e delle calci idrauliche, delle farine, dei concimi artificiali. Infine, benché esistenti da antica data, ebbero un particolare sviluppo i settori della filatura del lino e delle ferriere” (D. Marzola). A tal proposito va ricordato che, anche in questo caso, la Società Industriale Bergamasca con le sue iniziative di istruzione tecnico-pratica aveva fatto da battistrada alle successive esperienze dell’Istituto Tecnico bergamasco. Ad esempio, sotto la presidenza del conte Pietro Moroni (cfr. AC2, AT1-2, BI2, TE1-2), la Società, allo scopo di incrementare le attività industriali, aveva promosso “la costituzione di un museo mineralogico” e compilato “una statistica sui forni fusori e sulla produzione del ferro nelle valli bergamasche” (B. Valota). Negli anni ‘80 la cooperazione tra le Scuole tecniche della Società Industriale Bergamasca (cfr. IS5) e l’Istituto Tecnico Vittorio Emanuele II diventerà più organica in quanto le lezioni si svolgeranno nella stessa sede e procederanno verso comuni intenti. Il Liceo Sarpi La secolare istituzione di beneficenza della Misericordia Maggiore aveva iniziato ad organizzare una propria attività scolastica nel XIV secolo. La sede delle scuole della Misericordia rimase in Via Arena fino al 1815, quando venne trasferita nei locali del soppresso Convento delle Clarisse di Rosate. L’adattamento dei locali venne effettuato attuato su progetto dell’architetto Giovanni Francesco Lucchini. Quando tra il 1845 e il 1852 il vecchio convento venne abbattuto per consentire la costruzione del nuovo edificio della scuola (progetto FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Ferdinando Crivelli), l’attività didattica si svolse nei locali attigui alla chiesa di S. Matteo. Le scuole della Misericordia ebbero un periodo di particolare rilievo alla fine del ‘700, quando il canonico Mario Lupo (cfr. AC4, AT1, ED2, MP1) venne incaricato dal Consiglio del Luogo Pio di preparare la riforma per la scuola che venne poi definitivamente decretata con la stampa del Regolamento del Collegio Mariano (1782) (cfr. AC1, IS3). Alla serietà degli studi contribuì in modo determinante la presenza di docenti quali il Mascheroni, il Tadini, il Maironi Da Ponte, ecc. A seguito degli eventi rivoluzionari del 1797, la Municipalità provvisoria assunse il controllo politico-disciplinare della scuola che, con proclama del 15 novembre 1803, divenne Liceo Dipartimentale del Serio e, dal 1805, divenne Regio Liceo con il Regno Italico. La legge del 4 settembre 1802, ispirata al Piano Generale di Pubblica Istruzione (cfr. IS1-IS3), regolò tutta l’organizzazione scolastica della Repubblica Italiana. Per le scuole superiori erano previste cattedre di Umane lettere ed eloquenza italiana e latina, Analisi delle idee e filosofia morale, Elementi di geometria e d’algebra, Elementi di fisica generale e sperimentale, Principi di disegno architettonico e di figura, Agraria ed elementi di storia naturale. Secondo la legge, ove fossero presenti importanti ospedali e in accordo con le Università di Pavia (cfr. IS1-3) e di Bologna ,potevano essere attivati gli insegnamenti di ostetricia, clinica medica e chirurgica, anatomia, chimica farmaceutica. Bergamo poté giovarsi di tale disposizione grazie alla presenza dell’Ospedale. Tra gli insegnanti più importanti di questo primo periodo vanno ricordati Giovanni Maironi Da Ponte (Agraria e Storia Naturale), Francesco Maccarani (chimica farmaceutica), Giuseppe Beltramelli (cfr. AT2; BI1, MP1) (Umane Lettere, ed Eloquenza Italiana), Giovanni Francesco Lucchini (principi di disegno architettonico), Pietro Roncalli (cfr. AC34) (principi di figura), Giovanni Antonio Piccinelli (Anatomia, Chirurgia ed Ostetricia), Giacomo Facheris (Botanica). Durante il periodo francese vennero riassunti i professori licenziati durante il dominio della Serenissima perché filo-francesi (Giuseppe Alborghetti, Pietro Poli (cfr. ED2) nominato reggente delle scuole). Un nuovo mutamento per motivi politici nel corpo insegnante si ebbe durante la parentesi austro-russa (1799-1800). Dal 1801 venne introdotta la cattedra di storia naturale con Giovanni Maironi da Ponte, che dal 1802 successe al Poli come reggente. Nel 1815 con il dominio austriaco il Liceo diventò Imperial Regio Ginnasio Liceale e venne trasferito nei locali del soppresso convento di Rosate. Il conte Pietro Moroni fu vice direttore del ginnasio dal 1819 al 1835 e poi fino al 1848 direttore del Liceo. Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, IS3, MU1, SP1, TE2) fu il prefetto del ginnasio dal 1818 al 1825. Nel 1825 venne allontanato dalla scuola per motivi politici. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] QUANDO LA MATEMATICA ERA RIVOLUZIONARIA: LORENZO MASCHERONI E LA SOCIETÀ DI PUBBLICA ISTRUZIONE Nell’Elenco dei Franchi Muratori della Loggia (Massonica) Bergamasca autori della ribellione di Bergamo del 1797, sono presenti tre figure fondamentali nella storia dell’istruzione a Bergamo: gli abati Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS1-2, MP1-2, SP2) e i suoi allievi Antonio Tadini (cfr. AT1, BI2, IS2) e Giuseppe Mangili (cfr. AT1, BI2). La comune appartenenza massonica non è fatto trascurabile. Essa caratterizza personaggi di rilievo nella storia politico-culturale bergamasca: Marco Alessandri (cfr. AC1, BI2, ED1-2, TE2), Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, IS2, MU1, SP1, TE2), Giovanni Antonio Piccinelli (cfr. IS2, SP2, TE2), Pietro Pesenti (cfr. AC1), Giuseppe e Bernardo Ambrosioni (cfr. ED2, BI1), ecc. Forse proprio per la mediazione di questi ultimi, editori di Poschiavo, imparentati con il barone Tommaso De Bassus (cfr. ED2, MU1) esponente della loggia massonica degli Illuminati di Baviera (cfr. BI1, ED2, MU1, SP2, TE2), penetrò nella loggia massonica bergamasca la discussione su temi di carattere pedagogico. Le esperienze nel campo dell’istruzione di Mascheroni, Tadini e Mangili (tutti insegnanti al Collegio Mariano - cfr. AC1, IS2 - e all’Università di Pavia - cfr. IS1-2), come quelle di Salvioni e Piccinelli, dovevano rendere particolarmente intensa la discussione in proposito, soprattutto per il difficile periodo che la provincia bergamasca stava attraversando in seguito alla caduta della Repubblica Veneta e all’avvento della Repubblica Bergamasca prima e Cisalpina poi. Rivelatrice è una lettera di Antonio Tadini, insegnante al Collegio Mariano, che così scriveva nel 1792 a Lorenzo Mascheroni, all’epoca docente all’Università di Pavia: “Colui che scrive è dichiarato un empio miscredente , un marcio eretico, un nuovo Voltaire (cfr. ED2), un Mirabò [n.d.r. Mirabeau] (…). Ne dia nuove all’ab. Mangili, anzi all’Università intera, perché si conosca un fradicio filosofo scomunicato”. Proprio per questi motivi il Tadini fu costretto nel 1793 a lasciare l’insegnamento: fatto, questo, sintomatico dell’aspro conflitto che a Bergamo opponeva conservatorismo ecclesiastico e cultura laica, gesuitismo e giansenismo. Per comprendere la portata delle innovazioni relative al settore dell’istruzione portate dalla rivoluzione bergamasca, occorre rifarsi alla costituzione della Società di Pubblica Istruzione (cfr. ED2) promossa da Mascheroni, Mangili, Bettoni (cfr. ED2), Alessandri ed altri, e della quale lo stesso Mascheroni fu nominato presidente. Nel proclama programmatico del 21 aprile 1797 si afferma che l’Istruzione Pubblica è la base fondamentale di tutte le democrazie, mentre i governi assolutisti “hanno regnato sull’ignoranza e sull’errore”. Nel discorso tenuto il 25 aprile 1797 il matematico bergamasco presentò alla cittadinanza la Società e le sue finalità. In esso viene soprattutto messa in luce l’urgenza di superare l’oscurantismo del periodo precedente e sottolineata l’importanza dello studio del diritto. Inoltre vengono precisati i criteri della separazione dei poteri tra Stato e Chiesa: “Lasciando tutte le dispute di Religione a quel dotto Clero, che solo col degnissimo Prelato, che vi presiede, ne deve avere la cura: noi, Società d’Istruzione cittadinesca, attenderemo a separare diligentemente le materie, che sono di diritto pubblico, inalienabile, imperscrittibile, che invano l’ipocrisia, l’ignoranza, l’avarizia di alcuni pochi vorrebbe ritirare dentro i confini del Tempio per formarsi un diritto di perturbare la Società, fomentare l’ozio, e impinguare gli inutili”. Infine Mascheroni conferma la necessità di coltivare la scienza e l’arte per garantire il progresso materiale e spirituale dell’uomo. L’influenza delle tesi mascheroniane in ambito locale è riscontrabile anche nel Piano di Scuole per la pubblica Istruzione ed educazione della Nazione Bergamasca del Cittadino Vincenzo Bettoni (Bergamo, Antoine, 1797) (cfr. ED1) e Il Discorso pronunciato dall’Abate Mangili nella Società di Pubblica Istruzione pubblicata il dì 5 Pratile 1797. Nel 1798 Mascheroni contribuisce alla elaborazione del Piano Generale di Pubblica Istruzione (cfr. IS1-2) mai messo in atto per le vicende del 1799. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Queste esperienze e competenze nel campo dell’istruzione derivavano al Mascheroni dagli anni dedicati all’insegnamento al Seminario, al Collegio Mariano (dal 1773) e in ultimo (dal 1786) all’Università di Pavia, della quale fu anche rettore. Mascheroni insegnò dapprima retorica e poi lettere e filosofia (nel cui insegnamento era compresa la logica, la metafisica e la fisica) per approdare alla matematica. Dopo lo scioglimento della Compagnia dei gesuiti, a partire dal 1794 il Collegio Mariano dove Mascheroni insegnava, venne nuovamente affidato dal governo veneto alla direzione dell’ordine. Proprio questa alleanza tra clero conservatore e governo veneto fu una delle cause principali dell’arretratezza dell’istruzione. Un sessantennio più tardi, quando il governatore Stefano Centurione (cfr. AT1, IS4-5, SP2), all’indomani dell’unità italiana scrisse una relazione sullo stato della provincia di Bergamo, mostrò come le conseguenze di quella situazione pesassero ancora sulla popolazione. L’influenza gesuitica non tardò a manifestarsi attraverso rigidi controlli sui nuovi metodi dell’insegnamento matematico. La filosofia insegnata era sclerotizzata nella ripetizione delle tesi aristoteliche e cartesiane, mentre le discipline matematiche erano poste in assoluto subordine. Al contrario proprio il rilievo dato da Mascheroni alle materie scientifiche (matematica, fisica, chimica, geometria, astronomia, ecc.), la fiducia nel progresso delle scienze, l’introduzione del metodo galileiano, una concezione laica dell’approccio al sapere, lo spirito indipendente, i viaggi di studio per il perfezionamento in fisica sperimentale alla libera Università di Pavia, pervasa da uno spirito giansenista al quale Mascheroni non era estraneo, l’ostilità all’ingerenza temporale del clero e dei gesuiti, tutto ciò pose ben presto il matematico in aperto contrasto con questi ultimi e con lo stesso vescovo Dolfin, il quale sosteneva che la “filosofia moderna” generasse “odio contro la sacra teologia”. Anche il tentativo di aggiornare i criteri organizzativi del gabinetto di fisica fu motivo di conflitto. L’ambiente ecclesiastico era renitente alle innovazioni sia d’ordine teorico che pratico: Mons. Dolfin, che visitò insieme al Vescovo di Brescia e di Crema le macchine della Misericordia (cfr. IS2, MU1, TE2), al vedere il moto della precessione degli equinozi nella sfera copernicana e all’udire che questo moto seguiva in 25.000 anni: “oh dunque - disse - non è mai seguito ne mai seguirà perché voglio che stiamo con la religione” (P. Capaccioli). La posizione del vescovo Giovanni Paolo Dolfin è particolarmente emblematica ed evidenzia la centralità dell’atteggiamento politico-culturale dei vescovi di Bergamo nel più generale contesto della vita cittadina. Negli anni successivi gli episcopati del filo-giansenista Pietro Mola (cfr. MU1), del liberal moderato Carlo Gritti Morlacchi, dell’intransigente Pier Luigi Speranza (cfr. IS1-4-5) si porranno come significativi e importanti punti di riferimento nel complesso rapporto tra Chiesa e società civile. “L’arrivo del Mola (1821-1829) fu ben visto dagli avversari del Collegio apostolico e dei gesuiti. Marco Alessandri, già presidente del direttorio cisalpino se ne rallegrava” (R. Amadei). Carlo Gritti Morlacchi, anch’egli di probabili simpatie gianseniste, per il suo patriottismo fu ritenuto “speciale nemico” del governo austriaco. L’Austria ebbe invece in Pier Luigi Speranza un fedele sostenitore. Avverso “a tutti i movimenti che si ponevano in contrasto con la gerarchia ecclesiastica, in primo luogo il giansenismo e il giuseppinismo” (R. Amadei), lo Speranza soffocò in Seminario qualsiasi idea giansenista, rosminiana e giobertiana, sottolineò l’importanza dell’obbedienza alla S. Sede e la fedeltà alle tesi gesuitiche e salesiane(cfr. IS4). Di fronte a uno scontro ormai insanabile, Mascheroni accettò l’invito dell’Università di Pavia di occupare la cattedra di matematica e algebra che lasciò nel 1796 quando, in seguito ai primi eventi rivoluzionari, l’Ateneo pavese fu chiuso e Mascheroni fece ritorno a Bergamo per partecipare agli eventi della sua città. Uno dei meriti di Mascheroni fu quello di mostrare come il sapere scientifico fosse necessario alla soluzione di questioni fino ad allora affidate alla sola pratica. A Pavia, pubblica nel 1793 i Problemi per gli agrimensori con FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] varie soluzioni. Nel trattato di meccanica architettonica sull’Equilibrio delle volte (1785) “Mascheroni applicò la geometria e l’analisi ai problemi degli architetti (…)”. Ma “il Papa, Pio VI, saputo di un prete geometra, che ardiva scrivere sull’Equilibrio degli archi e delle cupole, mostrò tutta la sua indignazione (…)” (P. Capaccioli). Di questo approccio allo studio delle scienze furono convinti sostenitori anche i suoi allievi Mangili e Tadini. Per quanto riguarda Mangili si rimanda all’ultima parte del suo Discorso, riportato qui di seguito, in cui sottolineò come la conoscenza scientifica fosse indispensabile per la comprensione della realtà. A questo proposito è evidente il richiamo all’opera di Giovanni Maironi Da Ponte (cfr. AT1-2, IS2, MP2, MU1, SP1, TE2), autore, tra l’altro, Della storia naturale della provincia di Bergamo (1782), Dei carboni fossili o antraci bituminosi di Gandino (1785), della Memoria orografico-mineralogica delle montagne spettanti alle valli di Scalve e di Bondione (1788). Per quanto riguarda Tadini, basta ricordare che, oltre all’insegnamento dell’idrometria e della geodetica, divenne ispettore generale delle acque e delle strade nel Regno Italico. Numerosi furono i suoi contributi in idraulica: Del movimento e della misura delle acque correnti (1816), Tavole igrometriche per la dispensa delle acque correnti per uso della R. Città di Bergamo (1825), Di varie cose all’idraulica scienza appartenenti (1834), ecc. L’opera di questi autori è un passo significativo per quel progresso nelle conoscenze tecnico-scientifiche indispensabili allo sviluppo sociale ed economico e del quale negli anni successivi diventerà interprete la Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS1-2-5, MU1, SP1-2, TE1). Vengono qui proposti alcuni dei brani salienti del Discorso pronunciato dall’Abate Mangili nella società di Pubblica Istruzione pubblicata il dì 5 Pratile 1797. In esso si trovano, oltre che riferimenti generali alla cultura francese e illuministica, anche questioni specifiche legate all’ambito bergamasco e al modo con cui, sulla scia degli interventi del Mascheroni, vennero formulate e discusse proposte per una riforma dell’istruzione che tenesse maggiormente conto della concretezza della realtà circostante e dell’evolvere dei tempi. “Cittadini Uno de’ mezzi più valevoli a promovere e consolidare lo spirito Repubblicano si è l’Istruzione pubblica, la quale facendo conoscere agli uomini la loro costituzione fisica e morale origine dei loro diritti e dei loro doveri getta i fondamenti più sicuri di qualunque Governo democratico. I lumi derivano dai Filosofi, li quali dopo di avere lungamente esaminato la Natura e le leggi del nostro Individuo, e delle cose che ne circondano presentano in poche linee que’ meravigliosi risultati che mettono a portata di apprendentere la Fisica, la storia Naturale, la Storia degli uomini, la scienza del diritto e delle leggi, e tutto quello che conduce l’uomo ad essere virtuoso ed utile cittadino. (…) Sono le scienze e sopratutto le filosofiche quelle che non solo fisicamente migliorano la sorte dei Popoli, ma raddrizzano e rischiarano radicalmente l’opinione, e formano quello spirito pubblico, che con meraviglia e sorpresa universale va a rigenerare una così gran parte della specie umana. (…) Finora pare che non si sia pensato se non a que’ studj che soli si credevano necessarj per chierici se si osserverà bene il sistema non solo delle Scuole del Seminario, ma anche delle Scuole pubbliche, che dovevano servire per ogni classe di cittadini, si troverà con sorpresa che sino al tempo prsente le une e le altre sono state quasi esattamente conformi in ogni loro parte metodo ed ordine. Che se qualcuno persuaso che ai FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] liberi cittadini potesse esser utile, ed anche necessario qualche altro ramo di scienze come l’aritmetica e l’algebra, la Geometria, la Chimica, la Storia Naturale, gli elementi d’Agricoltura, e li abbia voluti poco a poco introdurne nelle stesse pubbliche scuole, quantunque da prinicipio venisse ciò in qualche maniera approvato più per effetto di novità che per persuasione di massima, quando chi governava s’accorse, che questo poteva alterare il sistema degli studj considerati puramente ecclesiastici tutte le aggiunte furono credute profane e perniciose. (…) Qual delitto no parve che alcuni allievi di Tadini e di Mascheroni avessero tentato di spiegare in pubblico de’ punti più difficili dell’alta Astronomia? In pena di questo attentato si fece divieto che per le Trigonometrie, per le Sessioni coniche non che per il calcolo infinitesimale non ci fusse più la Misericordia. Non basta: benché il divieto fusse urgente ed i lettori vi si adattassero loro malgrado per quella necessità di destino che mette ostacolo a tante utili imprese, pure sordamente ed anche apertamente non si restava di far la guerra a quelle Scuole, nelle quali le scienze filosofiche avevano avuto l’ardire di crescere. Qual fusse l’origine di questa prescrizione abominevole e tirannica non è difficile l’indagarlo. Fu l’ignoranza di alcuni Nobili, e la perfidia ( mi sia lecito di dirlo, poiché è a tutti manifesto) di pochi intriganti del Ceto Ecclesiastico. (…) Pensino ora i Rappresentanti del Popolo fissare un piano d’Istruzione pubblica affatto gratuita, il quale agevolando indistintamente a tutti i cittadini l’acquisto delle cognizioni filosofiche le più utili non che le politiche e le morali tenda a realizzare sempre più l’eguaglianza dei diritti. (…) Qual rimedio più potente della Fisica per raddrizzare le menti pregiudicate, e condurle alla cognizione del vero? (…) La Storia Naturale poi accompagnata dalla Chimica qual vantaggio non apporterebbe agli abitatori delle nostre montagne. Con questa si potrebbe perfezionare la metallurgia, e mettere a profitto alcuni prodotti che per essere sconosciuti restano inutili. Oltre di che acquisterebbero questi abitanti una cognizione esatta dei differenti prodotti minerali e fossili che costituiscono specialmente la parte montuosa della nostra Provincia. (…) Una cattedra per l’agricoltura, e per il commercio unica sorgente della ricchezza nazionale sarebbe opportunissima. (…) Voi siete ora invitati in nome della Patria rigenerata a formare piani d’istruzione pubblica degni di un popolo libero, e tali che interessino a nostro favore i legislatori e l’Eroe del secolo Bonaparte”. Le 2 schede che seguono hanno origine comune nella lettera che il patriota e letterato Luigi Settembrini (Napoli 1813 - 1876) inviò al professor Pasino Locatelli (Bergamo, 1822 - 1894), insegnante al Regio Liceo-Ginnasio ‘P. Sarpi’ di Bergamo, giornalista, storico dell’arte e anch'egli patriota. La testimonianza costituita da questa lettera è tale da aprire la riflessione su almeno due questioni relative al tema dell'istruzione nell'Italia post unitaria e, in particolare, a Bergamo: 1) Il conflitto fra Stato e Chiesa attraverso la contrapposizione istruzione laica istruzione clericale nel contesto bergamasco. 2) Il rapporto tra Stato unitario centralizzato e realtà locale: il piemontesismo. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Napoli, 13 settembre 1871 "Egregio Professor Locatelli La ringrazio dei due numeri della gazzetta della provincia di Bergamo: (…) Hanno fatto benissimo ad usare severità negli esami, ed io, per quello che può valere una mia preghiera, prego tutti cotesti professori ad essere più che severi, perché così la gente si persuade che gli studi sono qualcosa di serio e non una ciarlataneria, così si sollevano gli studi. A me piace di sapere e di vedere come la falange dei professori di Bergamo con a capo il Preside combatta fiera e continua battaglia coi clericali capitanati dal Valsecchi. Dove si combatte lì vi è vita. Mio egregio amico e collega, quuel che si è fatto finora per l'Italia è nulla, è la parte esteriore: ci resta l'opera più difficile, la fatica più lunga, dobbiamo spapare, sfratare, spretare l'Italia, dobbiamo risanarla dalla lebbra nera che da tanti secoli la deforma; dobbiamo quindi lavorare nelle coscienze, nella novella generazione, nel campo della istruzione. Quel che s'è fatto finora non è poco, ma il da fare è ancora molto. I Valsecchi sono ancora necessari per farci andare innanzi, cauti, sensati, senza trasmodanze pazze, distruggere il male non rovesciare tutto, sono necessari come a fare l'Italia sono stati necessari i Borboni, come polo negativo. Avanti dunque tutti quanti animosi: la vittoria sarà della ragione. Da un capo all'altro dell'Italia abbiamo un volere, un fine, una parola: riusciremo a bene, certissimamente, ma dobbiam lavorare. Saluto l'ottimo Preside, il simpatico Gambirasio, e il Pellegrini e il Palma. Oh, quando mi ricordo di Bergamo, io vorrei esserci, e trovarmi in mezzo a voi altri amici e a cotesti bravi giovani dei quali ho letto con piacere i nomi nella Gazzetta. Mi faccia il piacere di presentare i miei saluti al Prefetto Comm. Coffaro, ed al mio Arabia. Cordialmente la riverisco e le auguro ogni bene Suo aff.o amico L. Settembrini" BCB, Carteggio P. Locatelli, 35 R 7(73) FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] IL CONFLITTO FRA STATO E CHIESA ATTRAVERSO LA CONTRAPPOSIZIONE ISTRUZIONE LAICA ISTRUZIONE CLERICALE NEL CONTESTO BERGAMASCO "Hanno fatto benissimo ad usare severità negli esami, ed io, per quello che può valere una mia preghiera, prego tutti cotesti professori ad essere più che severi, perché così la gente si persuade che gli studi sono qualcosa di serio e non una ciarlataneria, così si sollevano gli studi. A me piace di sapere e di vedere come la falange dei professori di Bergamo con a capo il Preside combatta fiera e continua battaglia coi clericali capitanati dal Valsecchi. Dove si combatte lì vi è vita. Mio egregio amico e collega, quuel che si è fatto finora per l'Italia è nulla, è la parte esteriore: ci resta l'opera più difficile, la fatica più lunga, dobbiamo spapare, sfratare, spretare l'Italia, dobbiamo risanarla dalla lebbra nera che da tanti secoli la deforma; dobbiamo quindi lavorare nelle coscienze, nella novella generazione, nel campo della istruzione". Dalla lettera di Luigi Settembrini a Pasino Locatelli, Napoli, 13 settembre 1871. Nel maggio del 1871 il Ministero della Pubblica Istruzione (cfr. IS2-5) invia a Bergamo i professori Luigi Settembrini (cfr. IS5) e Luigi Pigorini per un'ispezione scolastica al Regio Liceo Ginnasio Paolo Sarpi (cfr. AT12, BI1-2, IS2, MU1, TE2). La visita cade in un momento particolarmente delicato dei rapporti tra lo stesso Liceo, diretto dal preside Amato Amati, laico e anticlericale, e il Collegio Vescovile S. Alessandro di Bergamo, presieduto dal Rettore Alessandro Valsecchi, coadiutore del Vescovo Pier Luigi Speranza (cfr. IS1-3-5) e, come questi, rappresentante dell'intransigentismo clericale che caratterizza Bergamo come altre città italiane. Citiamo in proposito due episodi, apparentemente marginali ma enfatizzati dai giornali locali e nazionali, che mostrano sia l’influenza e il ruolo assunti dalla stampa che l’inasprimento del conflitto tra Stato e Chiesa. 1) Nel dicembre 1870 il giornale bergamasco «La Provincia di Bergamo», liberale e laico, accusava un professore del Collegio S. Alessandro di aver assegnato agli studenti un tema dal titolo: "Esporre in un sonetto una preghiera a Maria V. Immacolata perché liberi il Santo Padre dai ladroni che l'hanno spogliato". A prescindere dalla veridicità o meno del fatto, il rilievo dato alla notizia dal quotidiano locale era funzionale alla necessità di rendere ancora più esplicito un conflitto di scottante attualità dato che: • l'8 dicembre 1864 papa Pio IX pubblicava il Sillabo degli errori del nostro tempo in cui il contrasto tra la Chiesa cattolica e la concezione dello Stato moderno si fa più aspro, e dura è la condanna dei tentativi fino ad allora sostenuti dai cattolici-liberali di conciliare le questioni di fede con la politica liberale; • il 20 settembre 1870 l'esercito regio entrava a Roma ponendo fine al potere temporale dei papi; • il 13 maggio 1871 il governo italiano emanava la "legge per le guarentigie delle prerogative del Sommo Pontefice e della Santa Sede e per le relazioni dello Stato con la Chiesa", legge peraltro subito respinta da Pio IX; • il 10 settembre 1874 con il non expedit la Santa Sede diede parere negativo a proposito della partecipazione dei cattoli italiani alle elezioni e alla vita politica dello Stato. Il Vescovo di Bergamo Speranza venne portato a esempio dal Papa come interprete esemplare di questo indirizzo politico. 2) Al termine dell'anno scolastico 1870-1871, e cioè dopo la visita a Bergamo del Settembrini, Pasino Locatelli (cfr. AC4, AT1, BI2, IS5, MP1-2, SP1) e il preside Amato Amati furono accusati di aver bocciato ingiustamente alcuni degli allievi del Collegio S. Alessandro presentatisi, come d'obbligo, agli esami presso il Liceo Sarpi. Il fatto scatenò accesi dibattiti nell'opinione pubblica non solo bergamasca ma anche nazionale, dato che se ne occuparono i giornali liberali «La Perseveranza», il «Corriere di Milano», e quelli cattolici come l'«Armonia» e FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] l'«Osservatore», oltre che, naturalmente, «La Provincia di Bergamo». La questione doveva chiudersi con la temporanea chiusura del Collegio, decisa con decreto ministeriale. In tale situazione, la presenza di Settembrini a Bergamo quale rappresentante governativo, e il rapporto con Locatelli, interprete delle stesse posizioni in sede locale, permettono di chiarire il ruolo dell’istruzione nel corpo sociale e nella formazione delle classi dirigenti dello Stato. Ciò spiega il rilievo assunto dalla vicenda a livello nazionale e il conflitto d’interesse delle autorità laiche ed ecclesiastiche nel controllare l’organizzazione e la gestione di una funzione fondamentale dello Stato. Nell’incontro tra Settembrini e Locatelli, nel parallelo che ne deriva tra un'esperienza di rilievo nazionale e una di carattere locale (entrambi furono protagonisti del processo di unificazione nazionale, laici e liberali, docenti di lettere italiane e quindi sensibili al tema dell’istruzione), si rivela un comune sentire sulla necessità della laicità dell’istruzione. Settembrini, Ispettore Generale dell'Istruzione, proveniva da quella corrente di liberali progressisti e di democratici del Mezzogiorno d'Italia "ostili al cattolicesimo liberale, poiché in genere erano rimasti fedeli alla tradizione iiluministica e giacobina, laica ed anticlericale" (G. Candeloro). In tal senso è significativo che, proprio a seguito della sua visita a Bergamo, Settembrini esortasse il preside Amati ad esporre nei locali del Liceo un ritratto di Paolo Sarpi, simbolo dell’opposizione al potere temporale della Chiesa. Il Liceo era stato intitolato allo storico veneziano del ‘500 già da alcuni anni, in base ad una scelta di chiara ispirazione anticlericale. A sua volta, nel 1864 Pasino Locatelli scriveva sulla «Gazzetta di Bergamo» a proposito delle Influenze clericali nell’istruzione ed educazione della gioventù: “Se prima d’ora alcuno ci avesse detto, che circa l’influenze clericali la Provincia di Bergamo è in Italia fra quelle che sono in condizioni peggiori, avremmo cercato con ogni mezzo di smentirlo. Ma oggimai sono tanti i fatti, le esperienze, le prove che si accumularono e si accumulano da renderci invero alquanto inclini a non credere del tutto infondato un così sfavorevole giudizio”. Dal discorso di Locatelli emerge come, tra l’altro, nell’istruzione clericale fossero presenti atteggiamenti e insegnamenti tesi a formare coscienze ostili al nuovo stato unitario. Di questa situazione si era già fatto portavoce il governatore Stefano Centurione (cfr. AT1, IS3-5, SP2) nel suo Rapporto sullo stato generale della Provincia del 1860. In esso si metteva in luce la responsabilità di quella parte del clero più fanatica e intransigente nel mantenere la popolazione, soprattutto delle campagne, in una condizione di ignoranza e superstizione per poter più facilmente osteggiare le iniziative governative. La situazione del clero era però tutt’altro che compatta e omogenea; accanto agli esempi citati di intransigenza e fanatismo, si erano fatti strada da tempo atteggiamenti di apertura alle nuove istanze della società civile. Un esempio di ciò è costituito dalla fondazione a Bergamo nel 1860 dell’Unione Ecclesiastica di S. Bartolomeo, sciolta per tenace opposizione del Vescovo Speranza nel 1861. Di essa furono membri tra gli altri i sacerdoti Giuseppe Bravi, Giovanni Colombo, Martino Dolci e Giovanni Finazzi (cfr. IS5, MP1-2, TE2). La posizione dell’Unione di fronte ai nuovi e urgenti problemi dell’unità nazionale è emblematicamente rappresentata nel documento Lettera di un cattolico sulla questione del giorno, scritta dal sacerdote M. Dolci a proposito della questione romana. In essa si affermava, ad esempio, che non solo il potere temporale del Papa sullo Stato Pontificio non era essenziale, ma anche che la rinuncia a tale potere era richiesta dal diritto dei popoli alla loro libertà. Pertanto le guerre d’indipendenza per l’Italia erano assolutamente legittime e andavano condannati, invece, quei rappresentanti del clero che reclamavano le armi straniere per garantire la sovranità dello Stato Pontificio. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] IL RAPPORTO TRA STATO UNITARIO CENTRALIZZATO E REALTÀ LOCALE: IL PIEMONTESISMO “Avanti dunque tutti quanti animosi: la vittoria sarà della ragione. Da un capo all’altro dell’Italia abbiamo un volere, un fine, una parola: riusciremo a bene, certissimamente, ma dobbiam lavorare”. Dalla lettera di Luigi Settembrini a Pasino Locatelli, Napoli, 13 settembre 1871. La realtà di un’Italia unita non solo dal punto di vista politico, ma anche nelle coscienze e nell’azione congiunta delle amministrazioni centrali e periferiche, è ben lungi dall’essere realizzata e la consapevolezza di ciò non è solo presente nelle parole sopra citate di Luigi Settembrini (cfr. IS4) a Pasino Locatelli (cfr. AC4, AT1, BI2, IS4, MP1-2, SP1), ma è condivisa anche dagli esponenti del gruppo dirigente bergamasco di indirizzo liberalmoderato di cui lo stesso Locatelli faceva parte. In questo nuovo scenario l’istruzione, per il ruolo fondamentale che svolge all’interno di uno stato moderno, è un ambito in cui si manifestano in modo evidente i riflessi della più generale evoluzione delle dinamiche politiche. Di ciò sono ampiamente rivelatori i due documenti qui proposti. “Caro Pasino, Rosa resta Provveditore a Bergamo: ha dovuto accettare, diversamente si mandava un piemontese. Mi è incombensa dartene avviso”. Lettera di Vittore Pagnoncelli (cfr. SP1) a Pasino Locatelli del 29 ottobre 1860. “Cariss. Cesar, Mi viene detto che il Rosa, provveditore agli studii per la nostra Provincia abbia dato la sua dimissione. (…) Nel pubblico già si dice che il canonico Finazzi possa far passi presso il Ministero (cfr. IS2-IS4) onde esser rimesso al posto che il Rosa occupava, e che era prima da lui disimpegnato. Il rinominarlo ora sarebbe cosa impolitica (…) Esso d’altronde è prete, e come tale deve dipendere dal suo superiore che è il Vescovo; e da qui eccone, forse, quistioni per l’avvenire: è quindi bene tenersene fuori. Brave persone non ne mancano e al caso sarà meglio mandare un secolare d’altro paese che scegliere il Canonico Finazzi, che sebbene possa dirsi liberale, pure non lo fu sempre o almeno col suo carattere non mostra di esserlo abbastanza”. Lettera di Giovanni Battista Camozzi-Vertova (cfr. BI2) a Cesare Giulini del 19 agosto 1862. Dai testi sopra riportati emerge come l’amministrazione locale cercasse di tutelarsi da una eccessiva ingerenza dello Stato centrale da una parte e del clero dall’altra, e ciò al fine di accrescere il proprio peso politico nell’organizzazione complessiva dello Stato unitario. Occorre ricordare che negli anni immediatamente successivi all’unità italiana, i piemontesi svolsero nella vita pubblica un ruolo preminente anche per la loro maggiore esperienza politica, amministrativa e legislativa, nell’ambito dello Stato sabaudo. La città di Bergamo aveva contribuito attivamente alla realizzazione del processo unitario e pertanto c’era un diffuso senso di sfiducia quando, dopo l’unificazione nazionale, le aspettative di soluzione delle questioni locali FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] furono deluse dalla marginalità in cui erano relegate dal governo. Il governo intervenne rigidamente nella realtà locale, spesso soffocandone le iniziative e imponendo uomini e strutture: si manifestava in tal modo il fenomeno del ‘piemontesismo’. In tal senso va intesa la prima delle due lettere sopra riportate, nella quale il tipografo liberale V. Pagnoncelli, appunto per contrastare una nomina “piemontese”, informa P. Locatelli della decisione del patriota Gabriele Rosa (cfr. AT1, BI2, SP1) di rimanere provveditore a Bergamo. Nonostante il tentativo, qui sopra richiamato, di mantenere una qualche autonomia in ambito locale, i liberalmoderati si trovarono costretti a sostenere strenuamente l’unità nazionale, non ancora consolidata, per meglio fronteggiare l’opposizione del clero, nella maggior parte austriacante. L’episcopato di Pier Luigi Speranza (cfr. IS1-3-4) era stato fortemente caratterizzato in tal senso (cfr. IS3). Secondo il rapporto del governatore Centurione (cfr. AT1, IS3-4, SP2) era necessario un urgente intervento governativo per promuovere l’istruzione. Sempre nell’analisi del governatore, le gravi carenze nel settore, ereditate dal governo nazionale, erano da addebitarsi almeno in parte al governo della Repubblica Veneta, che con la sua struttura oligarchica, imperniata sui privilegi dell’aristocrazia e la soggezione delle masse mantenute nell’ignoranza, le aveva abituate, come scriveva Centurione, “ad una specie di cieca deferenza, di misterioso rispetto verso l’autorità (...) ed è appunto io credo per questo motivo che i contadini hanno una cieca deferenza, una specie di devozione per il Clero che pur troppo in certe parti esercita su di essi una nocivissima e fatale influenza. Ignoranza e pregiudizio non giovano a ben disporre la popolazione nei confronti del Governo Nazionale, poichè si aspettano una serie di diritti e nessun dovere, confondendo la “libertà colla licenza. (…) Ed in tali errori sono principalmente e ad arte indotti da quella parte di Clero ignorante e fanatica ciecamente devota alle esigenze Papali, che crede con ciò di creare imbarazzi al Governo, di opporgli ostacoli all’annessione delle Romagne e di acquistarsi per tal modo l’approvazione del Pontefice”. Bigottismo e pregiudizi sono sfruttati “da una parte del Clero avverso alla Causa Nazionale e che si arrovella a fuorviare la coscienza dell’ignorante popolazione”. In quest’ottica assume particolare rilievo l’opera svolta dalla Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS1-2-3, MU1, SP1-2, TE1), di cui Pasino Locatelli scrisse una sintesi storica con le finalità dell’associazione e per la quale promuoverà scuole serali e festive per gli operai (Cenni intorno alla fondazione, alle prime operazioni ed al presente stato della Società Industriale Bergamasca, 1856). Le scuole della Società (cfr. IS5) furono un tentativo significativo di istruzione laica, con un raggio d’azione mirato alla situazione della provincia e quindi meno generico rispetto agli interventi governativi. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Uno dei capri espiatori nell’opinione dei laici sul clero fu il canonico Giovanni Finazzi (cfr. IS4, MP1-2, TE2), a cui è dedicata la seguente satira, composta probabilmente da P. Locatelli e comparsa sulla «Gazzetta del Popolo di Lombardia» del 23 agosto 1860: Ritratto di un Canonico Lombardo a dispetto dell’opinione pubblica impiegato nella pubblica Istruzione Di Storia natural vero portento, Egli è, di Giano al par, mostro bifronte, Ruminante, forzuto e corpulento; Cuvier lo crederebbe un mastodonte. Ai bassi intrighi, al subdolo talento, Buffon di volpe in lui vedria le impronte; Pur, dal mutar colore ad ogni evento, Più ch’altra bestia egli è camaleonte. Cecco Beppo adorò tra vile e scaltro: Per la pagnotta or serve il Galantuomo, Pronto a tradirlo se tornasse l’altro. Nato Arlecchin, ne sfoggia a tempo i lazzi: Più che Italia ama l’Austria, il papa e ‘l duomo... Ecco al vivo il Canonico Finazzi. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] LE MOLTEPLICI FUNZIONI DELL’OTTOCENTO SOCIALI DELLA MUSICA NELLA CULTURA BERGAMASCA Il 7 settembre 1871 il critico d’arte Pietro Selvatico (cfr. AC3-4, IS2) scriveva da Padova al Presidente della Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS1-2-3-5, SP1-2, TE1), Carlo Lochis (cfr. AC4, IS2, MP1, SP1), per l’istituzione a Bergamo di scuole tecnico-pratiche (cfr. IS2). Nel testo della lettera egli si opponeva all’idea di inserire tra le materie di insegnamento il “canto corale” ed esprimeva un giudizio fortemente negativo sull’ambiente musicale. Per Selvatico chi “s’innamora del canto, è perduto per l’imparamento d’altri mestieri, e finisce ad andar a fare il corista nel teatro, o a condurre spesso la vita più sciupona del mondo. Lo so bene che può uscirne un Rubini (cfr. SP1, TE1-2), ma le eccezioni non van contate. A me pare che in Italia siasi cantato abbastanza; è tempo di fare e di fare utilmente. La nostra società alta e media che canta o suona tutto, contenta di questo talento spesso crudele tormentatore degli orecchi, è la più ciuca e la più corbella del mondo. Levatela dal cembalo, trovate il vuoto, l’oziosità, l’incultura. La musica è sirena che ammalia chi l’abbracci: datemi un operaio che s’innamori del canto e del suono e sarà strumento il meno operoso della sua professione. Questa del resto, è una mia opinione individuale che va posta probabilmente nel ferrovecchio, ne io intendo imporla a nessuno”. Per comprendere la ragione delle posizioni di Selvatico, occorre far riferimento al contesto politico della recente unificazione nazionale implicito nel testo della lettera. Uno dei principali problemi dell’Italia unita era proprio l’istruzione, che andava ampiamente riformata per consentire lo sviluppo armonico di un paese che, socialmente e culturalmente difforme, scontava già decenni di ritardo nel panorama europeo su fronti come quello culturale ed economico. Il richiamo di Selvatico al conte Lochis sull’operosità che anche Bergamo doveva mostrare in tale direzione, esprime quel sentimento liberal-paternalistico che investiva gli elementi socialmente e culturalmente più elevati del compito di occuparsi, tra l’altro, dell’istruzione delle masse. In tale contesto, pertanto, anche la musica, così come vissuta da una parte di “società alta e media” che trovava in essa, come dice Selvatico, il modo per nascondere “il vuoto, l’oziosità, l’incultura”, costituiva un ostacolo al “fare utilmente”, anziché un’occasione di istruzione. Le severe parole di Selvatico, che costituiscono una sorta di bilancio sul ruolo della musica in Italia, non sono veritiere se riferite al caso di Bergamo. Qualche decennio prima, infatti, il musicista bavarese Johann Simon Mayr (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MP1, SP1-2, TE1-2)aveva dato vita a Bergamo a un progetto, in seguito modello per altre realtà italiane, in cui proprio la musica era elemento centrale di un programma di istruzione. Le parole che il 12 marzo 1805 Mayr scrisse in una Memoria al Consiglio del Pio Luogo della Misericordia Maggiore (cfr. IS2-3, TE2) di Bergamo per l’istituzione di “Una piccola Scuola di Musica, cioè: Lezioni pratiche di canto e di suono, ed alcune Lezioni teoretiche (senza di cui le pratiche sono sempre incerte e troppo meccaniche) per dodici poveri ragazzi del dipartimento [del Serio] scelti opportunamente”, presuppongono un punto di vista diametralmente opposto a quello che sarà di Selvatico. Con le istituzioni musicali da lui fondate a Bergamo, Mayr tentò, e in larga misura con successo, di dare alla musica esiti molto diversi da quelli che avrebbe lamentato il critico d’arte sessantacinque anni dopo. Pur nella distanza cronologica, è opportuno confrontare il testo della lettera di Selvatico con alcuni brani della Memoria di Mayr per comprendere il ruolo che ebbero a Bergamo nella prima metà dell’800 le Lezioni Caritatevoli di Musica (cfr. ED2, SP2), l’Unione Filarmonica (cfr. SP1, TE1-2)e il Pio Istituto Musicale. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] 1. Le opposizioni tra istruzione umanistica e tecnico-pratica, istruzione caritativa e diritto all’istruzione. Il brano citato della lettera di Selvatico si riferiva all’istituzione in Bergamo di una scuola tecnico-pratica di plastica e intaglio. Negli anni post unitari, in concomitanza con le necessità del mondo industriale in espansione, era cresciuta la richiesta di formazione tecnica nelle scuole italiane, tenuta da sempre in subordine rispetto a quella umanistica (cfr. IS2). La severità del giudizio di Selvatico verso quest’ultima, a cui viene chiaramente contrapposta l’istruzione tecnica, riassume il tentativo di dare almeno pari dignità e reciproca autonomia ai due rami di istruzione. La conferma di quanto la tradizione dell’istruzione umanistica fosse radicata e dominante viene proprio da un brano della citata Memoria di J.S. Mayr. L’opportunità offerta dalle Lezioni Caritatevoli di Musica agli allievi, scelti dalla Congregazione di Carità in base alla condizione di povertà e alle attitudini individuali, era così sintetizzata dal Mayr: “Invece che vengano destinati alle arti meccaniche (forse tutt’affatto contrarie al loro genio) voi assegnate a’ medesimi una sfera più elevata [la musica], in cui, se corrispondono alle mire da voi prefisse, potranno avere uno stato più agiato ad inalzare la lor sorte e la loro fama al di sopra del comune (…)”. Sarebbe tuttavia riduttivo scorgere nelle parole di Mayr una semplice considerazione di superiorità delle materie umanistiche rispetto a quelle meccaniche. Il discorso mayriano, molto più complesso, e che in questa sede è solo possibile accennare, considerava la musica come strumento privilegiato di educazione. Dal compositore e teorico musicale Giuseppe Tartini (1692-1770) Mayr aveva appreso che “la scienza della musica conserva i costumi di una Nazione e di un popolo nella sua prospettiva di conoscenza. Se decade la musica, decade la società” (J.S. Allitt). E facendo propria tale prospettiva, Mayr asseriva che né il Filosofo, né il Politico potevano ignorare “l’influenza che ha la coltura della musica sull’educazione (…) su i costumi e (…) sulla società medesima”. Non bisogna dimenticare però, che il concetto di elevazione tramite lo studio espresso nelle parole di Mayr, benché riguardasse allievi provenienti da classi sociali disagiate, non significava apertura democratica all’istruzione delle masse. Come sottolineato, gli elementi da inserire nella scuola venivano scelti dalla Congregazione di Carità secondo un criterio caritativo e pertanto paternalistico. Il fondamento caritativo delle Lezioni era comune ad iniziative analoghe nate a Bergamo in quegli anni: la Scuola di Belle Arti (cfr. AC1-2-3-4, TE2) dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, SP1, TE2) e le scuole di carità istituite da enti religiosi ne sono un esempio. La sottolineatura di questo aspetto serve a ricordare che il dibattito tra l’istruzione come diritto e l’istruzione come concessione paternalistica nei confronti di ceti economicamente e socialmente più deboli, assume toni particolarmente vivaci tra fine ‘700 e primi ‘800. Ciò è dovuto anche agli effetti di applicazione delle riforme teresiano-giuseppine in Lombardia, alla spinta democratica sollecitata dalla rivoluzione francese e ai risultati che, con i nuovi regolamenti in materia di istruzione, il governo austriaco restaurato si proponeva di ottenere nel Lombardo-Veneto (cfr. IS1). Nel progetto di Mayr, inoltre, pesava anche l’influenza della sua formazione presso la loggia massonica degli Illuminati di Baviera (cfr. BI1, ED2, IS3, SP2, TE2). Quest’ordine, di cui si parlerà più avanti, non mirava a creare “movimenti di plebe o di massa. Intendeva che la vita di pochi illuminati che lavorassero in collaborazione avrebbe portato un più grande beneficio per la società, agendo come lievito nella farina per produrre il pane” (J.S. Allitt). 2. Le Lezioni Caritatevoli di Musica: studio specialistico e cultura generale. Nelle parole di Selvatico la contrapposizione tra educazione tecnica e umanistica è radicale, perché chi “s’innamora del canto, è perduto per l’imparamento d’altri mestieri (…). Datemi un operaio che s’innamori del canto e del suono e sarà strumento il meno operoso della sua professione”. Il pessimismo di Selvatico in tal FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] senso deriva probabilmente anche dal fallimento dei tentativi operati in quegli anni di istituire scuole tecnicopratiche con formazione specialistica. La persistenza della formazione umanistica a fianco della tecnica aveva snaturato di fatto gli obbiettivi faticosamente perseguiti nei programmi delle scuole di istruzione tecnica (cfr. IS2). Al contrario, l’esperienza di Mayr si colloca in un periodo nel quale la preparazione specialistica non era in contrasto con una coltura di tipo enciclopedico. Fisica, medicina, matematica, storia naturale, scienze politiche, arti e mestieri, scienze ermetiche, tutte queste materie rientravano, del resto, nel curriculum di studi che egli stesso aveva seguito durante l’apprendistato come ‘Illuminato’. Mayr pensava la formazione musicale parte di una formazione complessiva, in grado di sostenere culturalmente il futuro musicista e tale da rendergli possibile l’eventuale accesso ad altre attività. Infatti, nella sua Memoria, egli tiene a specificare che se l’allievo scelto avesse, nel corso degli anni, mutato la voce e mostrato di non avere “genio per la Musica stromentale, le cognizioni elementari della grammatica, aritmetica, storia, geografia, mitologia e poesia che nel medesimo tempo” gli sarebbero state insegnate nel Liceo (cfr. AT1-2, BI1-2, IS2-4, TE2), lo avrebbero messo in condizione di “dedicarsi a qualunque arte o scienza a cui il suo genio” lo avesse chiamato. Inizialmente, quindi, Mayr pensava che lo studio della musica alle Lezioni Caritatevoli dovesse essere affiancato a quello al Liceo. Di fatto, dal 1812, fu l’abate Baizini ad occuparsi, all’interno della scuola di musica, dell’insegnamento delle materie complementari. Gli allievi della scuola integravano la loro preparazione anche con la partecipazione a corsi esterni alla scuola musicale, così come fu nel caso di Gaetano Donizetti (cfr. TE2). “Alcuni documenti attestano la presenza di Donizetti in due scuole bergamasche molto importanti: l’Accademia delle Belle Arti Carrara e l’annessa Scuola di architettura (cfr. AC1) del professor Bianconi (cfr. AC3, AT1-2, IS1). Cicconetti dipinge l’adolescenza del Donizetti come ‘erudita nel disegno, nell’architettura e nella poesia” (F. Bellotto). La cura dell’aspetto pedagogico venne portata avanti da Mayr anche con la stesura di testi di teoria musicale, redatti appositamente per i suoi allievi: Il piccolo catechismo elementare, Metodo di applicatura ossia per le regolari e più comode posizioni delle dita sul cembalo, Trattato per il pedale, Alcuni cenni sul modo di scrivere pei corni da caccia. Per alcuni di tali testi egli si affidò agli altri insegnanti della scuola, come Francesco Salari per la stesura di un Nuovo Metodo di canto per l’insegnamento ai giovani allievi. Influenzato anche dai suoi studi nella facoltà di medicina non trascurò di studiare le questioni mediche legate all’ambito musicale, così come testimoniano i suoi Studi sull’udito in rapporto alla Musica eDella voce umana e delle sue malattie e rimedi, e sul canto. Per comprendere gli intendimenti con cui il musicista tedesco istituì le Lezioni Caritatevoli di Musica e i motivi, in parte già accennati, della sua attenzione ai temi pedagogici come strumento per combattere la superstizione e per accrescere “la virtù e la saggezza” della società, occorre rifarsi alla sua formazione. Fondamentale fu il suo apprendistato presso il collegio dei gesuiti ad Ingolstadt e la sua appartenenza alla loggia massonica degli Illuminati di Baviera fondata da Adam Weishaupt. Presso il collegio dei gesuiti (1772) Mayr continuò la sua formazione musicale iniziata con il padre, organista a Mendorf. Fu presso i gesuiti, grazie alle rappresentazioni sacre nelle chiese, che Mayr apprese la prima volta l’uso proficuo del teatro come aiuto all’insegnamento. Dal 1780 al 1784 frequentò la facoltà di medicina, nel 1784 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza. Su di lui ebbe molta influenza il suo insegnante A. Weishaupt, fondatore nel 1776 dell’ordine massonico degli Illuminati, di cui Mayr divenne presto membro. Dello stesso ordine massonico era entrato a far parte il barone Tommaso De Bassus (cfr. ED2, IS3) nel 1777, e dal 1779 si occupò della sua diffusione in Italia, diramando da Poschiavo pubblicazioni di carattere riformatore. Nei suoi viaggi tra i Grigioni e le città della Repubblica veneta egli era accompagnato dal giovane Mayr, divenuto musicista di famiglia. Come affermava lo stesso Bassus, l’ordine degli Illuminati “predicava niente più che una rigorosa moralità, un’aurea moderazione e un indiscusso impegno nello studio”. Proprio l’educazione, lo studio, l’attenzione ai temi pedagogici erano i cardini fondamentali FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] dell’ordine che si batteva, nelle forme ricordate sopra, contro la superstizione a vantaggio di una più elevata istruzione dell’umanità. Oltre a Weishaupt e Bassus, all’interno dell’ordine degli Illuminati Mayr ebbe l’esempio di Hans Georg Nägeli (allievo del pedagogista svizzero Johan Heinrich Pestalozzi - cfr. ED2 - anch’egli massone) che si era occupato della “nuova impostazione pedagogica del ‘far musica’ ” (G. Appolonia) e di Goethe, anch’egli molto sensibile al ruolo educativo del teatro. Sulla base delle sue esperienze teatrali, Mayr realizzò due azioni sacre, in cui vengono rappresentati momenti di vita di figure edificanti: Samuele (1821) e San Luigi Gonzaga (1822) (cfr. TE1). La prima venne composta per l’ingresso del vescovo Pietro Mola (cfr. IS3) a Bergamo e narra la storia del profeta che, come è ricordato nella scena quinta, istituì nella sua patria delle “religiose accademie, nelle quali i giovani si ammaestravano allo studio delle divine scritture, e al canto d’inni, o salmi profetici concernenti le lodi, e i misterj di Dio”. La seconda (…) fu eseguita nella chiesa di S. Pancrazio (cfr. TE1) ed è dedicata al canonico Giovanni Mosconi che fu membro della Commissarìa dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3), della Deputazione del Seminario vescovile e Imperial Regio Ispettore Provinciale delle Scuole elementari. Secondo J.S. Allitt “Samuele e S. Luigi Gonzaga dovrebbero essere collocati nel contesto del crescente interesse di Mayr per la realizzazione, con l’aiuto di altri, di un libro di canti italiani per la devozione popolare. In collegamento con il movimento ceciliano, che Mayr stesso divulgava in quegli anni, il Maestro si trovava in prima fila nel tentativo di rendere possibile a molte persone la comprensione delle cose sacre”. In questa prospettiva rientrava anche la rivalutazione da parte di Mayr del folklore e del canto popolare. Così, nel 1834, con la collaborazione del musicista Luigi Gambale e del letterato e patriota bergamasco Samuele Biava, Mayr musicò un volume di melodie sacre su testi in lingua volgare stampate nel 1835 con il titolo Melodie sacre o inni, cantici, salmi popolari della Chiesa. Un’opera di questo genere nacque nell’ambito di un cattolicesimo che riteneva ormai imprescindibile una maggiore partecipazione dei fedeli alla preghiera anche grazie all’adozione di una lingua comprensibile a tutti. A questo proposito è utile rifarsi a un precedente importante, costituito dagli Inni Sacri di Alessandro Manzoni (cfr. AC3), composti tra il 1812 e il 1817. Con essi lo scrittore “ribattezzò nel nome di Cristo l’egualitarismo del secolo decimottavo e della rivoluzione francese in un cristianesimo liberale, attento più ai valori morali e al significato umanitario del Nuovo Testamento che alla solennità del Vecchio, o agli aspetti teologali del culto” (G. Petronio). In questo panorama occorre far riferimento anche agli Inni Cristiani (1866) e ai Dodici Inni Sacri (1871) del poeta e patriota bergamasco Ottavio Tasca (cfr. SP1). L’esperienza religiosa e politica del poeta costituì il fondamento delle due opere, in cui il cattolicesimo romano lasciava il posto a una riscoperta della Chiesa Apostolica delle origini. In tal senso la preoccupazione di Tasca perché il popolo italiano si abituasse a pregare Dio “nella propria favella e non in una lingua morta” è il riflesso di una più generale concezione, al contempo politica e religiosa, nella quale, sul modello della Chiesa Anglicana, il centro è rappresentato non dall’istituzione (politica o ecclesiastica) bensì dalla comunità dei fedeli: “Chiesa nazionale con base episcopale staccata dal papa, fedele al Re e allo Statuto, ma sottratta al potere laicale. (…) Se gli Inni Sacri di Manzoni sono l’esito poetico d’una conversione dal giansenismo al cattolicesimo, i Dodici Inni Sacri di Tasca sono il risultato poetico d’un percorso opposto, dal cattolicesimo al protestantesimo” (B. Gallo). Esempio di questo tentativo di educare le masse anche attraverso una rilettura del sacro si realizzò attraverso il culto a Santa Cecilia (cfr. TE2), patrona della musica. Sulla vita della santa, Mayr scrisse un testo di cui si avvalse l’amico Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, IS2-3, SP1, TE2) per redigere e stampare presso il tipografo Mazzoleni nel 1852, sette anni dopo la morte di Mayr, La vita di Santa Cecilia volgarizzata sugli atti antichi de’ santi martiri e corredata di opportune illustrazioni. Nella premessa dedicatoria, scritta nel 1835, Salvioni, rivolgendosi al suo “ottimo amico” Mayr, ricorda che l’Unione Filarmonica, istituita dal musicista bavarese, aveva come scopo di “festeggiare solennemente ogni anno la nascita di S. Cecilia”. Inoltre, era intenzione dello stesso Mayr “che fosse recata a volgar cognizione la vita della celeste Protettrice” e che di ciò FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] si occupasse proprio Salvioni. Così, fedele agli intenti di Mayr, Salvioni affermava di aver “volgarizzati fedelmente gli Atti antichissimi” e con intento evidentemente educativo credette “ben fatto corredare questo volgarizzamento di alcune osservazioni sulla veneranda antichità degli Atti originali e sul culto della santa martire, specialmente per ciò che s’appartiene all’arte musicale”. Questo richiamo alla rigorosità dell’indagine storica per la ricostruzione delle origini del culto alla santa, si colloca nel tentativo di ristabilire un rapporto tra sacro e popolo dei fedeli non più basato sulla superstizione. L’intento divulgativo di Mayr si concretizzò anche nella realizzazione nel 1826 di un «Almanacco musicale» (cfr. SP2), però mai stampato. L’almanacco era ritenuto uno dei mezzi più consoni all’ educazione delle masse (cfr. ED1) e quindi non pare strano che anche Mayr si sia misurato con tale tipo di produzione. La riflessione colta e filosofica di Mayr sul ruolo della musica non gli impediva di valutare, oltre ai risvolti sociali e culturali, anche quelli economici di una corretta gestione dell’istituzione musicale che egli si apprestava a fondare. Citando nella sua Memoria Giovanni Maironi Da Ponte (cfr. AT1-2, ED1, IS2-3, MP2, SP1, TE2), Mayr afferma: “In un popolo [quello bergamasco] la di cui sussistenza dipende tutto dall’industria, e che dalla sterilità del suo suolo è costretto a procacciarsi sussidj da varie molteplici fonti, non può, né devesi trascurare alcun mezzo da cui ridondar possa notabile vantaggio, particolarmente per quella classe nella quale spesso la mancanza de’ mezzi lascia venir meno e perire i più grandi genji”. In tal senso, se si pensa all’essenziale funzione di richiamo svolta dagli spettacoli allestiti al Teatro Riccardi (cfr. AC4, AT1, TE1-2)per i commerci della Fiera di Bergamo (cfr. ED1, TE1), e alle questioni economiche politiche e culturali connesse a tale rapporto (cfr. TE1), pare evidente che il nesso musica-oziosità-incultura avanzato da Selvatico non riguarda certo il modo di “far musica” mayriano. 3. La musica operistica e la musica strumentale: il ruolo delle accademie Il numero di allievi che frequentarono le Lezioni Caritatevoli di Musica e intrapresero una brillante carriera musicale è consistente. In tal senso lo specifico caso bergamasco è in contrasto con il bilancio generale tracciato da Selvatico sulla situazione italiana. Con l’insegnamento della musica Mayr si proponeva di aprire ai suoi allievi due strade principali: il canto e, “se per accidente nell’età della pubertà, al cangiarsi della voce, si dasse il caso raro, che alcuno la perdesse del tutto”, la musica strumentale. Le Lezioni proposte da Mayr alla Congregazione di Carità (cfr. TE1) erano sorte per contribuire al risveglio dell’arte musicale, in declino anche a Bergamo. La fine della stagione degli evirati e il divieto alle donne di esibirsi durante le celebrazioni liturgiche avevano suggerito a Mayr di educare al canto, per le funzioni in Santa Maria Maggiore, le voci bianche dei giovinetti, insegnando loro anche la musica strumentale. Nel progetto musicale ideato da Mayr il momento formativo delle Lezioni Caritatevoli di Musica era solo la tappa iniziale. Alla fine dell’anno scolastico gli allievi si esibivano in accademie (concerti) per dare un saggio della loro abilità. Nel 1809, in occasione della fondazione del Pio Istituto Musicale, creato per il sostegno dei musicisti in difficoltà e delle loro famiglie, venne eseguito dagli allievi della scuola e per la prima volta in Italia La creazione del mondo di Haydn. Per gli allievi, le accademie costituivano una prima esperienza di fronte al pubblico. Inoltre, e ciò si intensificherà con la fondazione dell’Unione Filarmonica nel 1823, alle accademie erano spesso invitati cantanti e musicisti professionisti già affermati e ciò costituiva un confronto stimolante per gli allievi. Le accademie, inoltre, erano in quegli anni l’unico luogo dove di fatto si eseguiva musica strumentale. Ciò appare assai significativo “se si pensa che nella prima metà del secolo l’orientamento predominante della cultura musicale italiana era rivolto al melodramma” (M. Eynard). FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] 4. L’Unione Filarmonica come luogo di ‘sociabilità’. Le parole di Selvatico criticano, come si è visto, quella parte di “società alta e media che canta o suona tutto, contenta di questo talento”. Implicitamente, il critico d’arte, prende le distanze dallo stereotipo dell’Italia come patria del bel canto. Lo stesso Mayr non si era sottratto a questo stesso stereotipo, asserendo che “il ridente cielo dell’Italia dispone i suoi abitanti alla melodia e dolcezza di canto, e produce le voci le più omogenee dolci e penetranti”. Pertanto le sue Lezioni Caritatevoli di Musica volevano contribuire a restituire “all’Italia tutta (…) il suo dominio in quell’arte [musicale] sostenendo l’antica sua gloria e la superiorità che altre nazioni s’accingono di contrastarle”. Al di là degli stereotipi e della loro diversa valutazione sul piano storico-culturale (Selvatico Mayr), è indubitabile che in Italia la musica ebbe un ruolo di prim’ordine. Anche a Bergamo la tradizione musicale, legata soprattutto all’ambito liturgico e, successivamente, a quello teatrale, era radicata. Nell’800, in città, erano molti i “melomani accaniti” (cfr. TE2), che si riunivano dilettandosi di canto e musica strumentale. Le cronache danno qualche informazione sulle accademie private organizzate da personaggi appartenenti ai ceti più elevati, che riunivano nei propri salotti gli amanti della musica. Queste riunioni private per “far musica insieme”, costituiscono un esempio significativo di quella parte di storia della cultura e delle relazioni sociali definibile con la categoria storiografica della ‘sociabilità’. In casa di Carlo Facchinetti (cfr. AC2, SP1), il redattore dell’almanacco «Bergamo o sia Notizie Patrie» o in casa di Alessandro Bertoli, appassionato violinista, veniva eseguita ottima musica strumentale per intrattenere gli amici. La connotazione negativa attribuita da Selvatico a questo passatempo della “società alta e media” fa perdere di vista alcuni aspetti importanti legati a questa forma di intrattenimento. Per queste accademie, oltre a dilettanti di musica, spesso si esibivano gli allievi della scuola. Tali esibizioni, così come specifica nei suoi Cenni biografici Marco Bonesi, allievo della scuola, avevano come scopo “di farci conoscere a persone le quali non potevano che giovare alla nostra carriera”. Le accademie private costituivano anche l’occasione per introdurre nuove forme musicali e per conoscere nuove composizioni provenienti anche dal resto d’Europa. Pare che sia stato proprio Alessandro Bertoli a introdurre il quartetto a Bergamo. Insieme a lui suonavano Bonesi, Capuzzi, Donizetti e, in caso di quintetto, anche Mayr. Bertoli doveva possedere una ricca biblioteca musicale comprendente non solo brani da camera ma anche orchestrali. Oltre alle composizioni di Haydn, Beethoven, Mozart, Mayseder, ecc. venivano eseguite anche composizioni d’occasione per gli amici convenuti. Donizetti, ad esempio, dedicò molti dei suoi pezzi da camera ad amici e musicisti bergamaschi. L’istituzione da parte di Mayr nel 1823 dell’Unione Filarmonica con sede nel Teatrino di S. Cassiano (cfr. TE2), sulla base di una preesistente Società dei Filarmocori (1812), e la parallela istituzione nel 1827 dell’Accademia della Fenice (cfr. TE1-2) nella bassa città, si innestano pertanto in un ambiente cittadino molto favorevole dal punto di vista musicale. Scopo dell’Unione era “la coltura e il diletto dell’arte musicale” e suo unico oggetto era l’organizzazione di “Accademie di Musica vocale ed istromentale private e pubbliche”. Tra le accademie più significative vi fu quella del 14 giugno 1841 in occasione del 78° compleanno di Mayr in cui i suoi allievi, alcuni ormai celebri come Donizetti e Salvi, gli tributarono, con le loro composizioni, attestazioni d’affetto e di riconoscenza. 5. Il contributo del mondo musicale alla formazione culturale nazionale. Se il discorso di Selvatico lasciava intendere che la situazione culturale del nuovo Stato unitario necessitava di un intervento operativo da parte degli intellettuali e delle classi al potere, è innegabile che, prima dell’unità nazionale, la contemporanea fondazione di scuole musicali e unioni filarmoniche con scopi pedagogici, divulgativi e professionali contribuì a creare, sul piano strettamente culturale, un comune sentire tra realtà inserite in contesti politico-sociali molto diversi. Lo scambio epistolare di Mayr con accademie e istituti musicali italiani è in tal senso significativo. Da questo punto di vista occorre sottolineare la novità dell’istituzione a FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Bergamo delle Lezioni Caritatevoli di Musica che precedettero di tre anni la fondazione del conservatorio di Milano e servirono da modello anche per altre città come Novara, Parma, Firenze, Padova e Venezia. D’altra parte J.S. Mayr, con i suoi studi sulle Biografie di scrittori e artisti musicali bergamaschi nativi od oriundi, pubblicato postumo nel 1875 in occasione delle celebrazioni mayriane (cfr. TE2), si poneva all’interno di quel filone di indagine storica sulle memorie patrie che, ad unità nazionale raggiunta, sarebbe stata strumentalmente impiegata per una rivalutazione delle specificità locali a fronte di una situazione di accentramento politico e culturale (cfr. MP1 - IS5) (analoga operazione nel campo della letteratura e della pittura era stata compiuta da Barnaba Vaerini (cfr. ED2, MP1) nel 1788 con Gli scrittori di Bergamo e dal conte Francesco Maria Tassi nel 1793 con leVite de’ pittori, scultori e architetti bergamaschi ). I primi insegnanti e allievi delle Lezioni Caritatevoli di Musica I primi insegnanti della scuola furono Johann Simon Mayr, direttore e insegnante di teoria e composizione; Francesco Salari, maestro di canto e sostituto di Mayr quale maestro di cappella; Antonio Capuzzi, insegnante di violino e primo violino in Santa Maria Maggiore; Antonio Gonzales, insegnante di cembalo e organista; Gio. Battista Baizini, massone e insegnante, a partire dal 1812, delle materie complementari: lingua italiana, conteggio, storia, geografia, mitologia e poesia. La prima prova di ammissione per gli allievi fu tenuta il 6 maggio 1806. Tra gli altri furono ammessi: Gaetano Donizetti, che rischiò di essere allontanato dalla scuola per scarse qualità vocali; Marco Bonesi, poi maestro di violino nella scuola e direttore d’orchestra al Riccardi (nei suoi Cenni Biografici il musicista ricorda che, prima dell’introduzione delle materie complementari nel 1812, era Carlo Facchinetti, estensore dell’almanacco «Bergamo o sia Notizie Patrie», a fornire agli allievi suggerimenti e insegnamenti); Giovanni Giuseppe Manghenoni, compositore e maestro di canto; Antonio Dolci (cfr. TE2), poi maestro di pianoforte e organista in S. Maria Maggiore; Gerolamo Forini (cfr. TE2), compositore e maestro di canto; Matteo Salvi, compositore, direttore d’orchestra dell’I.R. Teatro di Vienna (cfr. TE2)e fondatore della Scuola Imperiale di Canto nella stessa città. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] TEATRO E SPAZIO URBANO: IL PROGETTO DELL’ING. ANGELO M. PONZETTI (1856) Con il titolo Abbellimenti della Regia città di Bergamo, l’ingegnere-architetto Angelo Michele Ponzetti (cfr. SP1) pubblicava nel marzo del 1856 sul «Giornale dell’ingegnere architetto ed agronomo» uno studio per la risistemazione dell’area della Fiera (cfr. ED1, MU1)con la costruzione di un nuovo teatro per Bergamo. Nel suo progetto, mai realizzato, Ponzetti descrive dettagliatamente i tre progetti d’intervento da effettuarsi nel centro di Bergamo: 1. Ampliamento e decorazione della gran piazza di Porta Nuova [con la costruzione di un nuovo teatro] 2. Riduzione del locale della Fiera 3. Strada a rotaje di ferro, che serve ad unire la Fiera, il mercato dei grani e l’interno della città con la Strada Ferrata Lombardo-Veneta rimontabile anche con le locomotive; e quindi prolungata ad unire la parte piana con la parte alta della città, e servita per questo tratto a cavalli, e lunga in complesso Lineari Metri 3090. Successivamente, sempre sullo stesso giornale, veniva stampato in dettaglio il progetto, per un Nuovo Teatro per la Città di Bergamo, seguito e completamento dello studio apparso nel marzo del 1856. Infine, anche la «Gazzetta di Bergamo» del 1 aprile 1858 ristampava lo studio ponzettiano. La pubblicazione del progetto, ripetuta a breve distanza di tempo e su periodici diversi, scandisce il dibattito che si era aperto in quegli anni sulla ridefinizione del centro della bassa città in funzione delle mutate esigenze economiche, politiche e culturali della città stessa. In tal senso, la proposta di costruire un unico grande teatro per la città si può intendere solo alla luce del complesso contesto cittadino in cui la nuova costruzione sarebbe andata ad inserirsi (sia in senso spaziale che metaforico). Da questo punto di vista appare particolarmente utile soffermarsi su alcuni punti del progetto. 1. La decadenza della Fiera di Bergamo L’irreversibile decadenza della Fiera di Bergamo è uno dei motivi principali che sta alla base del progetto ponzettiano: “Le facili comunicazioni dovute alle scoperte dei tempi portarono una rivoluzione commerciale. E centralizzando i grossi affari nelle città capitali, fecero pur troppo sentire uno svantaggioso influsso sulla nostra Fiera. Ed in vero da varii anni vediamo restare in gran parte vuote le botteghe ed i magazzini di quel caseggiato una volta florido convegno da lontane contrade di tanto commercio”. In effetti, a metà ‘800 il sistema fieristico bergamasco era entrato in crisi. Gli eventi politici del ‘48, la pebrina che colpì la bachicoltura, l’epidemia di colera del 1855 che impedì lo svolgimento della Fiera e della connessa stagione teatrale, le mutate condizioni del regime doganale furono tutti “fattori che concorsero alla perdita di importanza della Fiera di Bergamo come luogo dell’interscambio. (…) Dopo il 1851 la Fiera di Bergamo cambiò la sua fisionomia: da luogo di stoccaggio e di mercato principalmente dei panni provenienti dalla Germania a centro di contrattazione delle sete e delle cotonerie principalmente rivolto al mercato interno lombardo” (M. Gelfi). Tutto questo comportò una sensibile riduzione della presenza di forestieri in città. In tale situazione Ponzetti profilava la possibilità di rilanciare l’intera zona del centro cittadino “per il pubblico comodo e la vita commerciale della città”, trasformandolo “molto utilmente in un bazar di esposizione permanente di quanto di meglio offre l’industria commerciale ed FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] agricola di questa provincia”. La risistemazione del centro cittadino, con il nuovo teatro, la ristrutturazione delle botteghe della Fiera e le agevolazioni viabilistiche, avevano lo scopo di ottenere “la centralizzazione delle sparse borgate e dell’abitato dell’alta città”, e il centro topografico della città sarebbe diventato “il cuore, se così puossi dire, da cui emanino, e dove concorrano le correnti vitali ed alimentatrici delle membra che formano il corpo della Città medesima”. Bergamo, con la realizzazione del progetto, avrebbe pertanto potuto riappropriarsi in senso geografico, economico e culturale del proprio centro cittadino. 2. Il rapporto Fiera - Teatro La realizzazione di un nuovo teatro riproducente le dimensioni e la forma del Teatro Riccardi (da demolirsi) (cfr. AC4, AT1, MU1, TE2), assumeva, in tale contesto, un rilievo particolare. Il teatro aveva sempre svolto un’importante funzione di richiamo e intrattenimento dei numerosi visitatori della Fiera. Tuttavia, senza la ricchezza di risorse umane ed economiche convogliate dalla Fiera stessa, l’attività teatrale a Bergamo avrebbe faticato ad affermarsi come fenomeno culturale di rilievo nazionale ed internazionale. Nel ‘700 gli spettacoli venivano ospitati in un teatro provvisorio in legno, smontato alla fine di ogni stagione fieristica. Alla fine ‘700, però, Bortolo Riccardi aveva ottenuto dalla direzione dell’Ospedale di S. Marco (cfr. AC4, BI1, IS2), che deteneva i diritti di sfruttamento dell’area della Fiera ricavando utili dall’affitto delle baracche, l’autorizzazione a costruire un teatro stabile in pietra. L’inaugurazione avvenne il 24 agosto 1791 con l’opera Didone abbandonata su libretto di Pietro Metastasio. “Spettacolo della Fiera” era “appunto appellato per il legame che alla stessa lo unisce e che insieme con essa diventa causa ed effetto” così come affermava nel 1856 G.B. Pesenti Magazzeni, membro del governo provvisorio del ‘48. Proprio questa stretta relazione Fiera-Teatro aveva fatto sì che a partire dal 1821 il comune stanziasse un contributo (“dote”) per la realizzazione degli spettacoli teatrali. Dal 1826 tali fondi vennero erogati anche al Teatro Sociale (cfr. AC1, TE2) nell’alta città. L’amministrazione municipale, grazie anche all’intervento di Giordano Alborghetti (cfr. SP1), patriota durante la rivoluzione del 1797, aveva potuto constatare, infatti, che l’onere dell’allestimento degli spettacoli era troppo gravoso per gli impresari, anche perché il livello qualitativo della programmazione teatrale doveva essere all’altezza della “miglior Fiera d’Italia”. Tuttavia, nel 1855, anche a causa della decadenza della Fiera e quindi delle minori entrate, il Consiglio Comunale votò per l’abolizione del contributo ai due teatri cittadini rifiutando, tra l’altro, l’offerta dell’impresario Eugenio Merelli (figlio di Bartolomeo - cfr. TE2) per il triennio 1856-1859. Ciò avrebbe significato la cessazione dell’attività teatrale: nessun impresario avrebbe rischiato l’allestimento di spettacoli senza una garanzie finanziarie, tanto più che dagli anni venti in poi il contributo comunale era andato via via aumentando. La decisione del Consiglio comunale trovò molti oppositori anche all’interno della stessa amministrazione municipale, e da quel momento si avviò un lungo dibattito da cui scaturì anche il tentativo di soluzione proposto dal progetto Ponzetti. 3. Due teatri due città - Un teatro una città Il comune erogava, come detto, il contributo ai due teatri cittadini: il Riccardi nella città bassa, e il Sociale nell’alta città. L’esistenza a Bergamo di due teatri era cosa anomala se confrontata con altre città italiane di pari livello, che ne avevano solo uno. A tal proposito occorre tener presente che, se la presenza del Riccardi era giustificata nella bassa città dalla presenza della Fiera, la maggior parte delle famiglie aristocratiche FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] bergamasche risiedeva nell’alta città dove aveva sede il potere politico. Qui, tra il 1797 e il 1807, funzionò il Teatro Cerri costruito all’interno del Palazzo della Ragione (cfr. BI1, MP2). La sua angustia e provvisorietà non rispondeva, però, all’esigenza di decoro dei maggiorenti dell’alta città, anche perché essi dovevano rivaleggiare con un teatro, il Riccardi appunto, che, progettato dall’architetto Giovanni Francesco Lucchini, (cfr. AC4, AT1-2, IS2, MP1, TE2) “per la distribuzione ed armonia, [poteva] essere considerato fra i migliori d’Italia” (il commento è di Girolamo Marenzi, nella sua Guida di Bergamo del 1824 - cfr. AT2, MP2). Per questo motivo, nel 1803, un gruppo di nobili (tra i quali Luigi Terzi, Pietro Moroni (cfr. AC2, AT1-2, BI2, IS2, TE2) e Carlo Marenzi - cfr. AC2, AT2, TE2), si riunì con lo scopo di realizzare un nuovo teatro nella sede dell’ex palazzo Pretorio. La fabbrica fu significativamente affidata a un noto architetto, il viennese Leopoldo Pollack (cfr. AC1), molto conosciuto a Bergamo per la progettazione di ville nobiliari. Pollack era stato allievo di Piermarini, il progettista del Teatro alla Scala di Milano, ed era diventato a sua volta esperto di costruzioni teatrali. L’almanacco delle «Notizie Patrie», tuttavia, riporta commenti piuttosto critici alla fabbrica, sottolineando anche da questo punto di vista la rivalità con il Riccardi: “Si rimprovera in essa qual imperdonabile errore d’arte la curva interna incongrua per la visuale; inoltre la mancanza di armonia, a diminuire la quale concorre anco la soverchia altezza de’ palchi; difetti tutti che il bravo nostro architetto Francesco Lucchini seppe sì ben evitare nel disegno da lui fornito pel teatro Riccardi di borgo”. Va ricordato a tal proposito che nel 1810 il Lucchini realizzò alcuni disegni per il completamento del Riccardi. Per l’alto livello qualitativo del lavoro proposto alla Direzione generale della Pubblica Istruzione, J. Schiavini Trezzi ha ipotizzato sul progetto di Lucchini un’influenza diretta o indiretta dell’architetto Giacomo Quarenghi (cfr. AT2, TE2). Per il Sociale, che doveva essere vanto e lustro della nobiltà cittadina, il noto costruttore d’organi Giuseppe Antonio Serassi (cfr. TE2) aveva progettato un organo apposito diverso da quello usato nelle chiese e però mai realizzato. In una lettera del 10 ottobre 1815, da lui scritta a Carlo Bigatti, maestro di Cappella di S. Celso in Milano, egli spiega che tale strumento “dovea essere collocato sotto il Scenario, facendo che la voce sortisse orizzontale nel sito dove sta l’Orchestra, e si propagasse in tutto il Teatro; ottima riuscita ne sperava, avendo consultato con le mie compatibili cognizioni dell’arte varj Professori di musica, tra’ quali il Sig. Maestro Mayr (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1-2, TE2) troppo famoso tra noi, e li pregiatissimi nostri musici tenori Davide, e Viganoni (…)”. Il Sociale venne inaugurato il 26 dicembre 1808 con lo spettacolo Ippolita regina delle Amazzoni di Stefano Pavesi. La rivalità fra i due teatri si manifestò anche con una lunga guerra sulle stagioni di apertura. Poiché il Riccardi poteva aprire dalla conclusione dell’ottava di Pasqua alla prima domenica d’Avvento, comprendendo pertanto il periodo della Fiera tra agosto e settembre, con l’inizio della sua attività il Sociale si attribuì la rimanente parte dell’anno comprendente la stagione di Carnevale. I vari tentativi avanzati dalla gestione del Riccardi presso l’amministrazione pubblica per poter aprire tutto l’anno e quindi in concorrenza con il Sociale ebbero scarsi risultati. Per ottenere tale permesso il Riccardi giocò anche la carta del disagio per gli abitanti dei borghi di raggiungere l’alta città in quanto “per la distanza rappresenta quasi un paese dall’altro distinto”, senza contare poi che in inverno la situazione era ancora peggiore a causa delle difficili condizioni delle strade. In effetti le condizioni viabilistiche non dovevano essere particolarmente agevoli come si deduce dalla lettera che Cristoforo Scuri, presidente dell’Accademia Filarmonica della Fenice (cfr. MU1, TE2) nel borgo invia a J.S. Mayr, residente nell’alta città il 26 marzo 1830, invitandolo ad un concerto: “Esimio Signor Maestro FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Potendosi a mercé della di Lei gentilezza (…) eseguire anche nel nostro Locale della Fenice domenica prossima 28 corrente la ripetizione della grande Accademia che avrà luogo domani presso l’Unione Filarmonica (cfr. MU1, SP1, TE2), mi faccio un dovere, (…) di pregarla a volerci onorare (…) della di Lei gradita presenza, osservandole che sarà a sua disposizione apposita vettura, dietro un di Lei cenno, onde renderle meno penoso il viaggio da Città a Borgo e viceversa”. Le due accademie citate nel testo della lettera erano state organizzate da Mayr per ospitare l’ormai celebre tenore Giovan Battista Rubini (cfr. MU1, SP1, TE2) nativo di Romano di Lombardia. Egli fu accolto in città con tutti gli onori e ospitato dal conte Guglielmo Lochis (cfr. AC1-2, MP1, TE2) suo amico. Rubini tornò a Bergamo nel 1837 cantando al Riccardi dove, nel 1811, aveva iniziato come corista. Il progetto Ponzetti si poneva come definitiva soluzione delle questioni fra i due teatri. Il terzo punto del suo progetto, già esplicitato all’inizio, avrebbe, tra l’altro, reso rapidi e agevoli i collegamenti tra l’alta e la bassa città. In questo modo, il nuovo teatro avrebbe potuto diventare, nelle intenzioni del progettista, il teatro per tutta la città. 4. I borghi, luogo dell’economia, richiamano l’alta città, luogo del potere politico. Un ruolo di rilievo nelle questioni sorte tra il Riccardi e il Sociale venne svolto dal conte Pietro Moroni. Nel 1821 egli fu nominato presidente dei palchettisti del Riccardi; in quegli anni fece parte di una commissione nominata dalla Congregazione Municipale sulla questione dei contributi per gli spettacoli. Nel 1857, come detto, tale vertenza non era ancora risolta e Moroni, nominato membro della commissione teatrale, se ne occupò ancora una volta. Come ricorda Alberto Liva, già dal marzo del 1856, in un suo discorso all’amministrazione comunale, Moroni aveva sostenuto l’assoluta necessità di allestire gli spettacoli, e, pertanto, di fornire il contributo, “pena un grave pregiudizio per la città. Nel suo appassionato discorso, egli ricordava il beneficio che traevano i negozianti dal grande afflusso di pubblico durante la Fiera (attirato, soprattutto, dagli spettacoli)”. La questione si protrasse fino alla primavera del ‘58, quando “vennero presentate diverse istanze, di negozianti, esercenti e possidenti, tese a far ripristinare il contributo”. Lo stretto rapporto teatro-economia, già ricordato in precedenza, è qui esplicitato in tutta la sua evidenza. Appare del tutto chiara a questo punto la destinazione degli spazi del nuovo teatro così come ipotizzato dal Ponzetti. Intorno al teatro andava sviluppato un microcosmo inteso a incrementare le attività economiche cittadine. Ecco alcuni punti del progetto particolarmente significativi in tal senso: “Cortile che serve per disimpegno alle carrozze, con portici all’ingiro per comunicare dal teatro al caffé, alla trattoria ed al sito per le carrozze, sempre al coperto. (…) Sedici botteghe aperte sotto il detto portico pubblico. (…) Grande Caffé ed uniti locali di servizio dello stesso. Grande Trattoria con uniti locali di servizio come sopra. (…) Corpo di caseggiato ad uso d’affitto e di abitazione dei principali attori. (…) FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Per la proposta sua distribuzione e consistenza questo edificio, benché apparentemente di puro abbellimento, darebbe colla utilizzazione degli affitti delle botteghe, del caffé, della trattoria, del casino e delle abitazioni pei primi attori una cifra non indifferente di annua rendita”. Il nesso Teatro-Fiera, cioè cultura-economia, va considerato anche in rapporto all’inaugurazione del collegamento con la strada ferrata Lombardo-Veneta (1857) alla cui realizzazione era connesso l’abbattimento (1856) dell’antico convento e chiesa di S. Maria delle Grazie (cfr. TE2) poi ricostruita. “I binari avevano consolidato il laborioso polo alternativo alla ‘Bergamo alta’ saldando le gemmazioni periferiche della città verso la pianura’ (A.M. Galli). Ponzetti nel suo progetto asseconda questa vocazione economica della città bassa tenendo ben presente, con il riferimento alla strada ferrata Lombardo-Veneta, il tentativo della città di meglio inserirsi nel contesto economico lombardo. Il centro della città bassa, come centro degli affari, finisce per assorbire progressivamente anche l’altro centro, quello politico, che aveva sede nell’alta città. Infatti negli anni a venire le sedi del potere politico verranno trasferite nel centro economico della città e ciò sancirà definitivamente il prevalere dei borghi. L’alta città diviene così storia, memoria patria, attrattiva turistica. È così che la vede Ponzetti quando, descrivendo il progetto della nuova piazza della Fiera definisce quest’ultima di “impareggiabile bellezza: perché da qui si presenta in tutta la sua imponenza il sorprendente panorama dell’alta città, precisato nei dettagli per la vicinanza, ed ingrandito di largo contorno pel libero campo del punto di vista”. Non si tratta solo di un rovesciamento di prospettiva dal basso verso l’alto, anziché dall’alto verso il basso, ma di un modo diverso di concepire la città: “si avrebbe una grande piazza centrale a tutta la città, dove ricapitano la strada ferrata Lombardo-Veneta e quella di comunicazione con l’alta città; ed alla quale fanno corona l’edificio della Fiera ridotto col mercato dei grani, quello delle verdure e del pesce, il pubblico macello, e la piazza coperta della Borsa con la Camera di commercio (cfr. AC4, IS2) e l’ufficio del telegrafo elettrico; il teatro col casino di ridotto, la posta, la finanza, la gran guardia; ed a poca distanza l’ospitale, e le pubbliche scuole”. La funzionalità e la modernità della piazza deve trovare riscontro in un suo decoro formale che la possa annoverare “fra le principali piazze d’Italia”. Ecco allora soccorrere a tale scopo “lo sfarzoso abbellimento delle due fontane (che potrebbero simboleggiare i due fiumi di questa provincia che il Serio bagna, ed il Brembo innonda), (…) le vaste sue dimensioni, (…) la decorazione, (…) i molti e sontuosi edifici che le faranno corona, (…) le belle strade di accesso che vi si incrociano ; e più di tutte [il] gran quadro che dalla medesima si prospetta”. Città alta diventa una cartolina, lo scenario di fondo di una città che sta rapidamente cambiando per rimanere al passo con i tempi. Il teatro e le sue vicende diventano così immagine e simbolo di tale trasformazione. È significativo in tal senso che Bergamo accolga due dei suoi più grandi cantanti, Giovan Battista Rubini e Domenico Donzelli (cfr. TE1), rispettivamente nel 1837 e nel 1840, al Teatro Riccardi e non al Sociale. In quelle occasioni vengono realizzate stampe celebrative riproducenti l’area della Fiera. L’antica e bella Piazza Vecchia nell’alta città passa in secondo piano. Chiusa tra i suoi palazzi nobiliari non può fare proprio il dinamismo della bassa città, dove la borghesia imprenditoriale sta definitivamente affermandosi anche attraverso l’organizzazione dell’attività della Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS1-2-3-5, MU1, SP1-2), che iniziò la sua attività effettiva proprio nel 1856 e il cui primo presidente fu Pietro Moroni. 5. Il teatro “stampa l’impronta delle passioni e dei costumi dell’epoca” L’eleganza e la bellezza della piazza progettata dal Ponzetti doveva trovare nel nuovo teatro la sua sintesi. Per l’ingegnere, il teatro è “quello che segna con ben distinta gradazione lo stato di coltura delle arti belle, che in tali edifici [i teatri] tutte unite in fratellevole accordo vi fanno di sé fastosa mostra”. Infatti, “se l’architettura può dirsi la storia monumentale dei tempi, il teatro fra i grandiosi edifici dalla stessa elevati, è quello che più d’ogni altro al certo ne traccia le diverse fasi di sviluppo e di progresso nell’incivilimento delle nazioni”. Da questo punto di FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] vista, il prestigio del Riccardi e del Sociale, deponevano senza dubbio a favore della città, non solo per gli architetti impegnati nella loro costruzione, ma anche per la rinomanza dei decoratori (come Vincenzo Bonomini - cfr. TE2 e forse Alessandro Sanquirico - cfr. TE2). Oltre a ciò, Bergamo aveva da secoli una solida tradizione musicale e, grazie all’impulso dato dal maestro di cappella Johann Simon Mayr, che operò a Bergamo dal 1802 al 1845, anno della sua morte, la vita teatrale cittadina conobbe un periodo di grande vivacità. Il livello qualitativo delle rappresentazioni teatrali era all’altezza dell’importanza della Fiera e ciò fu determinante nel rafforzare quel vincolo Fiera-Teatro più volte richiamato. Il teatro era il luogo di svago privilegiato per la classe aristocratica: “dalle testimonianze d’epoca, anche solo dalle innumeri raccolte di componimenti d’occasione, appare chiaro infatti che la buona nobiltà di Bergamo considerava il teatro d’opera, al Teatro Riccardi e ancor più in occasione della Fiera di S. Alessandro, uno spettacolo irrinunciabile: e assai frequenti erano anche gli inviti a singoli cantanti per feste private” (F. Rossi) come quelle tenute dal conte Guglielmo Lochis presso la sua villa alle Crocette di Mozzo dove cantò più volte il Rubini. Significativamente, il conte Moroni ricorda nel suo discorso del ‘56 che i teatri sono «luoghi di amichevole convegno, di onesto divertimento, scuole di moralità sociale e di conversare civile». A Bergamo, fin dal ‘600 i nobili si dilettavano a rivestire occasionalmente i panni dell’attore allestendo teatri provvisori presso le loro abitazioni. In tal senso la vicenda della contessa Paolina Secco Suardo Grismondi è emblematica: a metà degli anni settanta del ‘700 costituì a Bergamo una compagnia filodrammatica e, aderendo alla moda proveniente dalla Francia, studiò recitazione e interpretò alcune opere teatrali come l’Ipermestra, tragedia di Antoine Marie Le Mierre, che le diede fama internazionale. È ipotizzabile che Ponzetti avesse in mente esempi come questo quando, descrivendo in sintesi l’evoluzione del teatro dall’antica Grecia ai secoli moderni, specificava che l’arte drammatica giunse “nei palazzi dei grandi e nelle corti dei regnanti, che si onorarono a quei dì di vestire loro stessi il coturno o la maschera; e da ultimo nelle accademie letterarie, dove si declamavano come in Grecia le poesie ed i drammi dagli stessi loro autori. Fatto così a poco a poco un divertimento appetito dalla parte colta della società di quei tempi, divenne poi spettacolo pubblico”. A Bergamo fiorirono per tutto l’800 compagnie filodrammatiche di dilettanti che recitarono, ad esempio, nel Teatrino di Rosate (dopo il 1845 Teatrino di Cittadella - cfr. TE2) in città alta, e nel Teatro della Fenice nella contrada di S. Bernardino in Bergamo bassa. Ponzetti ricorda anche le rappresentazioni di carattere religioso realizzate nelle chiese e nei conventi. E, per queste, è immediato il richiamo alle azioni sacre di Mayr come il S. Luigi Gonzaga (cfr. MU1) recitato nel 1822 nella chiesa di S. Pancrazio (cfr. MU1). La realizzazione del nuovo teatro sarebbe venuta a costare, secondo i preventivi indicati dal Ponzetti, £. 348.000. L’ingegnere proponeva al Comune di Bergamo di recuperare “sì ingente cifra” utilizzando il “risparmio annuo che farebbe (…) sospendendo, come ha stanziato in una sua ultima decisione, gli assegni in via di dote alle imprese dei due teatri nella piana e nell’alta città nell’occasione degli spettacoli di Fiera e di carnovale”. Alla luce delle considerazioni sopra enunciate, l’ambizioso progetto del Ponzetti mostrava qui, il suo punto debole. “È un circolo chiuso: la mancata corresponsione della dote causa spettacoli mediocri, la mediocrità degli spettacoli porta ad una scarsa presenza di pubblico, il poco pubblico non invoglia gli impresari e gli esecutori, e la qualità scade sempre di più” (E. Comuzio). FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] JOHANN SIMON MAYR E LUIGI DELEIDI DETTO IL NEBBIA TRA TEATRO, MUSICA E PITTURA Gli studiosi di Mayr (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1-2, TE1) hanno più volte messo in evidenza il fortunato incontro tra il musicista bavarese e la sua città d’adozione: Bergamo. Se per la città la presenza di Mayr fu un’importante occasione di crescita culturale, a Bergamo il maestro tedesco trovò il terreno adatto per realizzare le proprie iniziative non solo musicali ma più generalmente culturali. Arrivando a Bergamo, Mayr entrò in contatto con un ambiente molto sensibile dal punto di vista musicale anche per la secolare tradizione della Cappella di Santa Maria Maggiore, di cui divenne maestro nel 1802. Fin dall’inizio egli instaurò stretti rapporti con allievi, artisti, intellettuali, mecenati, diventando ben presto punto di riferimento fondamentale per l’ambiente culturale bergamasco. Efficace testimonianza visiva di tali rapporti è il dipinto intitolato Conversazione in terrazza, databile tra il 1826 e il 1828 e ora conservato al Museo Donizettiano, opera del pittore bergamasco Luigi Deleidi detto il Nebbia (1784-1853) (cfr. AC3). Nel dipinto, oltre a J.S. Mayr, sono ritratti Gaetano Donizetti (cfr. MU1) e Antonio Dolci (cfr. MU1), l’oste Michele Bettinelli proprietario dell’osteria ‘Tre Gobbi’ di via Broseta, e lo stesso Deleidi. La disposizione e l’atteggiamento dei personaggi nella scena costituiscono lo spunto per approfondire tre temi importanti: • la centralità e l’autorevolezza della figura di Mayr, nel quadro intento ad esaminare uno spartito musicale; • l’importanza del suo ruolo quale maestro di musica, messa in rilievo nel quadro dalla presenza di due dei suoi più brillanti allievi, Donizetti e Dolci; • la stretta relazione tra il mondo teatrale-musicale e quello della pittura, esemplificato nella scena da due particolari. Il primo esplicito: il Nebbia ritrae se stesso nell’atto di disegnare di fronte ai musicisti. Il secondo implicito: Gaetano Donizetti è ritratto “in una posa imbambolata che già conosce il peso dell’iconografia consacrata (è del 1826 il ritratto del Moriggia)” (M. Lorandi). Rimandando ad altra sede l’approfondimento dei primi due punti (cfr. MU1), interessa qui sviluppare alcune considerazioni relative al terzo. Per Mayr il rapporto musica - pittura era di fondamentale importanza e nei suoi scritti egli si sofferma spesso sull’argomento. Quasi a conferma della tesi mayriana, la Medea in Corinto (1813) - che insieme a La Rosa Bianca e la Rosa Rossa (1813) decretò l’apice della carriera di Mayr nel mondo teatrale - ispirò l’immaginazione di numerosi pittori, tra i quali Joseph William Turner che dipinse laVisione di Medea. L’interesse di Mayr per la stretta relazione tra le due arti si concretizzò in alcune scelte, che contribuirono ad influenzare l’indirizzo dell’ambiente (teatrale, musicale e pittorico bergamasco. La sua attività di compositore, congiunta all’attenzione ai temi educativi, creò attorno a lui una fitta rete di relazioni con i più promettenti esponenti del mondo artistico bergamasco. Ed è proprio la vivacità e intensità di queste relazioni che interessa qui mettere in luce, a partire dal rapporto tra Deleidi e Mayr messo in evidenza dal soggetto del quadro citato. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] 1. Deleidi e Ronzoni decoratori della casa di Mayr Intorno al 1813-1815, gli anni cioè del maggior successo delle sue opere, Mayr affidò con tutta probabilità a Luigi Deleidi e a Pietro Ronzoni (cfr. AC3) il compito di affrescare la casa che la Misericordia Maggiore di Bergamo (cfr. IS2-3, MU1) gli aveva assegnato come abitazione nella contrada S. Lorenzino, 151 (l’attuale via S. Mayr al 12 in Bergamo alta). Ronzoni, per un certo periodo associato alla cattedra di Diotti (cfr. AC2-3, BI1) come insegnante fuori ruolo di paesaggio e veduta e che nel 1835 fece parte della commissione che doveva scegliere i dipinti dell’Accademia Carrara da alienare (cfr. AC2), aveva in Giacomo Quarenghi (cfr. AT2, TE1) un suo grande ammiratore. Nel 1812-1813, insieme a Vincenzo Bonomini (cfr. TE1) nel ruolo di “figurista”, realizzò due scenografie al Teatro Riccardi (cfr. AC4, AT1, MU1, TE1) per opere di Mayr: La roccia di Frauenstein e Adelasia e Aleramo. Nella locandina di quest’ultimo melodramma figura per la prima volta il nome del tenore Giovan Battista Rubini (cfr. MU1, SP1, TE1) come corista e pare che Bonomini abbia anche contribuito per il ballo di intermezzo Il noce di Benevento diretto dal coreografo Salvatore Viganò (cfr. R. Mangili). Il ciclo pittorico dell’abitazione del Mayr, suddiviso in sei scene, è, per il Nebbia, una prima importante prova della sua attività. Il rapporto tra il giovane pittore e l’ormai famoso Mayr si colloca probabilmente nel contesto dell’attività che il musicista svolse per incoraggiare lo studio delle arti nella gioventù. 2. Mayr , la promozione delle arti e il mecenatismo dell’ambiente musicale: il caso di Moriggia, Luchini e Carnovali, allievi dell’Accademia Carrara. Oltre alle Lezioni Caritatevoli di Musica, Mayr esplicava la sua attività di educatore interessandosi anche di altre realtà, come la Scuola dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, MU1). In tal senso va inteso l’incarico che Mayr, quale Presidente dell’Ateneo (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, MP2, SP1), affidò al pittore Giovanni Moriggia di ritrarre monsignor Angelo Mai (cfr. MP1) per un quadro da esporre nelle sale dell’Ateneo. Moriggia, lo stesso che dipinse il ritratto sopra citato di Donizetti e poi esposto il 23 febbraio 1826 nella sede dell’Unione Filarmonica di Bergamo (cfr. MU1, SP1, TE1), rispose a Mayr da Roma con una lettera del 12 ottobre 1823. In essa, oltre a ringraziare il musicista per l’incarico affidatogli (proprio durante il soggiorno romano il pittore ebbe modo di conoscere personalmente il Mai, prefetto della Biblioteca Vaticana), Moriggia comunica l’invio di un ritratto del tenore bergamasco Domenico Donzelli (cfr. TE1) affinché Mayr possa osservarlo “come la prim’opera di un giovane studente”. Il ritratto del cantante potrebbe collocarsi nell’ambito dei rapporti con il pittore Pietro Luchini, anch’egli, come il Moriggia, allievo dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, MU1, SP1) e a Roma negli stessi anni. Il Luchini (1799-1884), sposò nel 1824 la ballerina Celestina Dupin, figlia del famoso coreografo, sorella di Antonietta, moglie proprio del Donzelli, di cui il Luchini stesso farà un ritratto. La parentela col Donzelli fornirà al Luchini numerose commissioni dal mondo musicale e tetrale, soprattutto bergamasco: il ritratto del tenore Giovan Battista Rubini (1832-33), un Quadro di famiglia commissionato dal tenore Giovanni David (1832), il ritratto di Napoleone Moriani che canta nella Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti e esposto alla Esposizione Italiana di Firenze del 1861 (cfr. AC3, BI2), il ritratto di Giuseppe Donizetti, fratello di Gaetano (1851). La richiesta fatta al Moriggia dal Mayr si va a collocare, come è evidente, in un contesto molto vivace per quanto concerne i rapporti tra pittori e committenza (musicale e non). In tal senso è significativo che il Moriggia, FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] appena tornato dal soggiorno romano, nel 1826 esponga a Bergamo, presso il conte Bartolomeo Suardi, il quadro dell’Educazione della Vergine dipinto per il Santuario di Caravaggio. Nello stesso anno Giovanni Carnovali detto il Piccio (cfr. AC2) esponeva nelle sale dell’Ateneo un quadro dallo stesso titolo, dipinto per la parrocchiale di Almenno San Bartolomeo e che fu, come il quadro di Luchini, esposto nel 1861 all’Esposizione Italiana di Firenze. Sul tema dell’Educazione della Vergine, riportato nella Legenda aurea attingendo dai Vangeli apocrifi, si confrontarono in quegli anni alcuni pittori bergamaschi di grande rilievo. Oltre ai due già citati, Giacomo Trécourt realizzò su commissione di Antonio Manenti, un dipinto sull’argomento, esposto in Accademia Carrara nel 1839, per la parrocchiale di Villongo San Filastro. Del 1840 circa è invece il quadro di Francesco Coghetti, Sant’Anna e San Gioacchino con la Vergine fanciulla, dipinto per una chiesa di Roma. L’esposizione dell’opera del Piccio presso le sale dell’Ateneo, permette di connettere la figura del pittore con quella di Mayr, che, proprio nel 1826, terminò la sua esperienza di Presidente dell’Ateneo, pur restandone socio. L’appartenenza all’Ateneo (in qualità di socio dal 1817 al 1845 e di presidente dal 1823 al 1826) significava per Mayr, educato nella sfera di influenza degli Illuminati di Baviera (cfr. BI1, ED2, IS3, MU1, SP2), l’appartenenza a un gruppo intellettuale che doveva svolgere il proprio ruolo nella direzione di una continua e attenta promozione educativa e culturale. Accanto alla già citata commissione al Moriggia, nel 1835 venne discusso in Ateneo un suo progetto di concorso di Incisione a semplici contorni di alcuni dei migliori quadri di Pittori Patrii; inoltre, con alcune lettere rivolte al Presidente dell’Ateneo conte Pietro Moroni (1836) (cfr. AC2, AT1-2, BI2, IS2, TE1)e al professor Giuseppe Diotti dell’Accademia Carrara, Mayr si fa promotore di iniziative per l’istituzione di premi speciali. I rapporti tra Mayr e Piccio sono testimoniati, così come si legge dal catalogo dell’esposizione all’Accademia Carrara del 1875, anche da un “disegno della S. Cecilia (cfr. MU1) che il nostro Piccio eseguì espressamente pel Mayer all’età di 16 anni, e che il Mayer predilesse sempre con religioso affetto” (cfr. MU1). Tale disegno è riprodotto nel ritratto che Enrico Scuri (cfr. AC3, BI2) fece nel 1874 al maestro bavarese. Il Piccio fu assiduo frequentatore di ambienti musicali e in particolare melodrammatici, realizzando numerosi ritratti di cantanti. Nel 1826 eseguì il ritratto del tenore Matteo Alberti, nel 1836 quello di Maria Malibran, negli anni ‘40 quello del basso Ignazio Marini di Tagliuno. “Ciò che importa ricordare qui è come la musica fosse allora, nell’ambiente del Piccio e verosimilmente da lui stesso, considerata occasione e veicolo di cultura. E una tale condizione non è forse irrilevante a comprendere la sua produzione pittorica degli anni ‘30” (F. Rossi). Significativamente, due dei mecenati del Piccio, Carlo Marenzi (cfr. AC2, AT2, TE1) e Guglielmo Lochis (cfr. AC1-2, MP1, TE1), erano melomani “accaniti”. Numerosi sono i disegni in cui il Piccio ritrae fanciulle che suonano il violino, l’arpa e il pianoforte, scene di opere, costumi e atteggiamenti di scena, ricordo vivo di spettacoli e feste a cui il Piccio aveva assistito. Alcuni suoi quadri “sono «melodrammatici», nel senso tecnico del termine. Per la figura di Dafne nella Morte di Aminta, ad esempio, sembra abbia posato Giuditta Cantù Turina, sentimentalmente legata a Vincenzo Bellini: è casuale il fatto che in un dipinto dai ritmi così molli e distesi, così «corregeschi», proprio Dafne si isoli in una posa teatrale? Gli stessi protagonisti del Ripudio di Agar, così esplicitamente atteggiati, non recitano forse una parte mentre la donna col bambino rappresenta il «coro»? Forse appunto nella frequentazione del teatro, con i suoi rituali scenici, i suoi abbandoni e le sue messe in posa, si motiva almeno in parte la singolare retorica compositiva del Piccio di questi anni” (F. Rossi). FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] 3. Deleidi e Diotti tra teatro, musica e pittura L’amicizia di Mayr con il Deleidi va considerata in rapporto alla frequentazione del pittore con l’ambiente teatrale. Il Nebbia era stato probabilmente alunno presso la Scuola di Scenografia, Pittura e Decorazione di Alessandro Sanquirico (cfr. TE1) a Milano (con quest’ultimo la Deputazione del Teatro della Società - cfr. AC1, TE1 - in Bergamo alta stipulò nel 1829 un contratto per il rinnovo di una parte delle pitture del teatro) e per molti anni aveva lavorato a Bergamo in qualità di pittore scenografo e decoratore per il Teatro Sociale e il Teatro Riccardi. Il 28 dicembre 1822 Giuseppe Diotti scriveva a Pietro Ronzoni lodando l’attività scenografica di Deleidi e intravvedendo per lui una brillante carriera. Fu nel carnevale dell’anno successivo che Deleidi dipinse per il Teatro della Società le scene de La Rosa Bianca e la Rosa Rossa, rappresentata per la prima volta a Bergamo solo in quell’anno, cioè dieci anni dopo la sua composizione. I rapporti tra Deleidi e Diotti trovavano nella comune frequentazione del salotto del conte Andrea Vertova (cfr. AC2) un ulteriore punto di contatto. Il Vertova, massone, accoglieva nel suo palazzo artisti e letterati bergamaschi, alcuni dei quali condividevano con lui la comune appartenenza massonica come J.S. Mayr, Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, IS2-3, MU1, SP1), Marco Alessandri (cfr. AC1, BI2, ED1-2, IS3), il chirurgo Giovanni Antonio Piccinelli (cfr. IS2-3, SP2). Di tale ritrovo è testimonianza l’acquerello di Faustino Boatti del 1826, intitolato Conversazione in casa del Conte Andrea Vertova, in cui sono raffigurati sia Deleidi che Diotti. Per il conte Andrea Vertova, nel 1832 o 1833, il Nebbia eseguì la decorazione a fresco della sala da pranzo del castello di Costa Mezzate. Altro luogo comune di ritrovo era l’Unione Filarmonica istituita dal Mayr nel 1823 e della quale sia Diotti che Deleidi erano soci. Il Nebbia, tra l’altro, intorno al 1828 elaborò un progetto per la ristrutturazione della ex chiesa di San Cassiano, diventata sede della società musicale (cfr. MU1). La frequentazione dell’ambiente musicale, esplicata dal Nebbia addirittura con la sua presenza tra gli orchestrali del Teatro Riccardi (1807) e del Sociale (1822), è ulteriormente testimoniata dal ritratto fatto nel 1827 al poeta Pietro Ruggeri da Stabello (1797-1858), dilettante di musica, molto amico di Mayr e del suo allievo Gerolamo Forini (cfr. MU1). L’opera venne realizzata in occasione della fondazione dell’Accademia Filarmonica della Fenice (cfr. MU1, TE1) in Borgo S. Leonardo. Questa Accademia, parallela all’Unione Filarmonica, organizzava, così come quella mayriana, numerosi concerti (le “accademie”) e contò tra i suoi soci il tenore Giovan Battista Rubini (diploma del 13 agosto 1828) (cfr. TE1). 4. La ritrattistica mayriana nell’opera dei due direttori dell’Accademia Carrara: Giuseppe Diotti e Enrico Scuri Nel 1825 Enrico Scuri aveva già realizzato un ritratto di Pietro Ruggeri, ammiratore del pittore così come lo erano gli esponenti della comunità evangelica (cfr. i ritratti dei Mariton). Scuri fu un appassionato di teatro e recitò presso il Teatrino di Rosate (cfr. TE1), poi di Cittadella. La sua attività di attore continuò in seguito nella compagnia dei Filodrammatici della Fenice. Così come si è già visto per il Piccio, anche i quadri dello Scuri furono influenzati dalla passione del pittore per il teatro. Occorre qui richiamare anche la realizzazione del ritratto di Mayr, commissionato allo Scuri in prossimità delle celebrazioni per Mayr e Donizetti del 1875 e nel quale “gli oggetti che circondano il musicista si lasciano apprezzare maggiormente come i ricordi personali di una città e di una civiltà che il pittore [lo Scuri] aveva certo conosciuto in giovinezza e con altrettanta certezza non ritrovava più: come i titoli dei melodrammi del Mayr che si leggono sugli spartiti” (G. Agosti). FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Il ritratto post mortem di Mayr ad opera dello Scuri ha un precedente nel ritratto eseguito da Diotti, giunto a Bergamo nel 1811 come professore all’Accademia Carrara, e commissionatogli dalla Congregazione di Carità (cfr. MU1) che anche in questo modo, voleva celebrare il famoso musicista. L’opera, realizzata nel 1815, raffigura il maestro di tre quarti nell’atto di comporre al cembalo. Significativi “attributi” presenti nel quadro sono fogli e volumi di opere mayriane, tra cui proprio le sue opere di maggior successo: la Medea in Corinto e La Rosa Bianca e la Rosa Rossa. Notizia del quadro viene fornita anche in una lettera del 10 Agosto 1815 a J.S. Mayr dal costruttore d’organi bergamasco Giuseppe Antonio Serassi (cfr. TE1) che lo stesso Mayr ricorderà come caro amico nelle sue Biografie di scrittori e artisti musicali. L’organaro ebbe occasione di vedere presso il suo “amico” Diotti il ritratto del Mayr e, complimentandosene, colse l’occasione per rimarcare l’importante ruolo svolto dal musicista in ambito artistico: “Questo esimio lavoro resterà a perpetua memoria de’ meriti vostri, ed ancora ad esempio e stimolo della gioventù studiosa delle belle arti per cogliere un giorno gli onorevoli frutti della virtù, ed i premj d’una gloriosa fatica”. 5. Deleidi e Bonomini tra teatro e scuola Nebbia frequenta l’ambiente artistico che ruota attorno alla Scuola dell’Accademia Carrara e oltre che amico di Giuseppe Diotti e Pietro Ronzoni, è in relazione con Vincenzo Bonomini. Il nome di Bonomini, oltre che nei casi citati all’inizio, ricorre spesso nella vita dei teatri di Bergamo. Fu lui a realizzare per il Teatro Riccardi le decorazioni sui parapetti dei palchi e nella volta, per il Teatro della Società la quadratura della volta con inserti floreali, figuristici e animalistici, e dipinti sui parapetti dei palchi, per il Teatrino di S. Cassiano (cfr. MU1) la decorazione del parapetto centrale della loggia (cfr. R. Mangili). Il nome di Deleidi e di Bonomini, trova un ulteriore punto di contatto nella figura dell’architetto Giovanni Francesco Lucchini (cfr. AC4, AT1-2, IS2, MP1, TE1), nominato nel 1803 docente di “principi di disegno architettonico” nel Liceo di Bergamo (cfr. AT1-2, BI1-2, IS2-4, MU1). L’architetto, che era stato il progettista del Teatro Riccardi, “nel 1812 meditò di proporre come proprio supplente [al Liceo] (…) Vincenzo Bonomini che certo conosceva ed apprezzava da anni (…). L’incarico di supplente venne però assegnato, su proposta dello stesso Lucchini, a Luigi Deleidi (…). Dieci anni dopo, nel corso di un’assenza per malattia durata dal 10 giugno al 6 luglio, lo avrebbe invece sostituito l’architetto Giovanni Battista Capitanio” (J. Schiavini Trezzi). 6. L’attività di Francesco Coghetti e Cesare Maironi Da Ponte nell’ambito delle celebrazioni mayriane In un articolo del 27 dicembre 1839 apparso nel «Giornale della Provincia di Bergamo», Agostino Salvioni (cfr. BI2), indirizzandosi al redattore del giornale Adolfo Gustavo Maironi Da Ponte (cfr. SP1), figlio di Giovanni Maironi Da Ponte (cfr. AT1-2, IS2-3, MP2, MU1, SP1), riferisce dell’attività pittorica svolta a Roma da Luigi Deleidi e dal suo amico FrancescoCoghetti. In quegli anni Coghetti realizzava per don Alessandro Torlonia gli affreschi del Teatro Apollo e la decorazione della villa della quale il Nebbia eseguiva uno schizzo a penna intitolato Un angolo di Villa Torlonia. Il Coghetti già nel 1832 aveva eseguito, sempre a Roma, due ritratti dell’amico Donizetti. Sempre alla prima metà del secolo è ascrivibile il ritratto che egli fece di Antonio Dolci, l’allievo di Mayr citato in apertura, maestro di cembalo nell’orchestra del Teatro Sociale e poi maestro del coro. L’attività del Coghetti per il mondo teatrale FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] e musicale comprende anche le commissioni per l’esecuzione del sipario per il Teatro Comunale di Rimini (1857), rappresentante Cesare al passaggio del Rubicone, e quello per il Teatro Nuovo di Spoleto (1861). A Roma Coghetti fu affiancato per un certo periodo anche dal nipote Cesare Maironi (cfr. SP1), figlio dello stesso Adolfo Gustavo citato prima e di Maria Giuditta Coghetti, sorella di Francesco. Dopo aver lavorato con lo zio, Maironi dipinse nel 1854 il sipario per il Teatro Sociale di Bergamo e nel 1855 il telone del Teatrino di Cittadella. Nel 1857 sposò Augusta Merelli, figlia del noto impresario teatrale Bartolomeo Merelli (cfr. TE1), allievo di Mayr, librettista, impresario dell’I.R. Teatro di Vienna (cfr. MU1) e anche del Riccardi, dove portò opere di Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti. Nel 1858 Merelli commissionò al genero “il cartone rappresentante la B.V. Immacolata per l’affresco (che eseguirà nel 1862) da destinarsi, secondo il dono fatto da Merelli a Mons. Speranza, alla chiesa di S. Maria delle Grazie (cfr. TE1) fuori Porta Nuova” (C. Solza) (cfr. TE1). I nomi dei due pittori, oltre che per legami parentali, sono qui associati per il loro intervento in occasione delle celebrazioni organizzate a Bergamo per onorare la memoria di Mayr e Donizetti nel 1875. Infatti tra il 1873 e il 1874 Cesare Maironi scrisse “allo zio Francesco a Roma per avere documenti, lettere o altro di Gaetano Donizetti per una biografia sul celebre musicista che in quegli anni Michelangelo Galli stava compilando e avrebbe avuto degna pubblicazione in occasione del trasporto delle ceneri di Donizetti e del suo maestro Simone Mayr in S. Maria Maggiore” (C. Solza). Nel 1875 il medico Galli e Federico Alborghetti (cfr. MP1) pubblicarono presso Gaffuri e Gatti il libro Gaetano Donizetti e G. Simone Mayr. Notizie e documenti. Anche Bartolomeo Merelli scrisse per l’occasione dei Cenni biografici di Donizetti e Mayr. Il Maironi venne incaricato di ideare il catafalco per il trasporto delle salme dei due musicisti in S. Maria Maggiore. In occasione delle onoranze a Mayr del 1852, lo scultore veronese Innocenzo Fraccaroli aveva realizzato il monumento in Santa Maria Maggiore dedicato a Mayr e intitolato La Musica Sacra. Per tale circostanza Giovanni Finazzi (cfr. IS4-5; MP1-2) scrisse l’orazione Per la solenne inaugurazione del monumento eretto alla memoria del celebre maestro Giovanni Simone Mayr nella Basilica di S. Maria Maggiore in Bergamo. Dello scultore Fraccaroli esiste un ritratto eseguito dall’amico Francesco Coghetti. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] VINCENZO E GIACOMO ANTOINE STAMPATORI E LIBRAI Gli Antoine L'attività di Vincenzo Antoine a Bergamo come libraio è documentata a partire dal 1776, data del Catalogue des livres français et anglais qui se trouvent dans le Magazin de Vincent Antoine à Bergame. Approfittando del fallimento del libraio Giuseppe Rondi (cfr. ED2), all'epoca uno dei principali librai della città, l'Antoine rileva la sua impresa e impianta una stamperia a partire probabilmente dal 1779. La sua abitazione era forse nei pressi della bottega situata nel borgo commerciale di S. Leonardo. Lo scrittore francese Stendhal ospite di Palazzo Terzi a Bergamo nel 1801 ricorda la bottega di Piazza Vecchia nell'alta città. Dal 1798 Vincenzo Antoine (cfr. AC4, ED2, MP1, SP2) viene affiancato nella professione dal figlio Giacomo (1763-1842) (cfr. ED2). Alla morte del padre (1804?), Giacomo distingue sempre di più l'attività di stampatore da quella di libraio. Nel decennio tra il 1810 e il 1820 cessa l'attività della stamperia che viene probabilmente acquisita dallo stampatore Crescini. L'attività della libreria Antoine continua, invece, fino al 1850 quando Teresa Antoine vedova Palazzolo, figlia di Giacomo, comunica con lettera circolare la cessione del commercio librario alla ditta 'Fratelli Tiraboschi'. Gli stampatori e librai Vincenzo e Giacomo Antoine svolsero la loro attività editoriale nel periodo che vide Bergamo passare, tra fine '700 e primo '800, dalla dominazione veneta a quella austriaca, attraverso l'ampia e articolata parentesi della dominazione francese. In tale contesto l'analisi delle principali vicende professionali, politiche e culturali degli Antoine consente di osservare, rapportando il caso concreto al contesto generale, il ruolo svolto dall'editoria bergamasca nell'ambito sociale, politico e culturale della città. 1. L'inizio dell'attività La vicenda imprenditoriale degli Antoine prende le mosse da una contesa giudiziaria sorta tra il libraio Giuseppe Rondi di Bergamo e il suo socio François Blondel di Losanna. E' in una lettera del 12 aprile 1779 scritta dalla famiglia del Rondi alla Società Tipografica di Neuchâtel (cfr. ED2), che viene fatto il nome di Vincenzo Antoine, all'epoca garzone di tipografo con un negozio di libraio. L'attività dell'Antoine ha inizio quindi quando Bergamo è ancora sotto il dominio della Repubblica Veneta. Giuseppe Rondi era personaggio di notevole levatura culturale, in costante rapporto con editori e intellettuali d'Italia e d'Europa con i quali intratteneva oltre che proficui rapporti commerciali, anche stimolanti scambi di vedute. Tra i suoi interlocutori vanno ricordati Cesare Beccaria, autore di Dei delitti e delle pene, e Marco Alessandri (cfr. AC1, BI2, ED2, IS3, TE2), personaggio fondamentale negli anni della rivoluzione a Bergamo e del dominio francese. I rapporti con la Società Tipografica di Neuchâtel, intrattenuti nel 1779 anche dallo stesso Antoine, iniziarono nel 1773 grazie anche alla intermediazione del medico Giuseppe Celestino Astori (cfr. SP2), membro della Accademia degli Eccitati (cfr. AT1-2, BI1, MP1, SP2) e responsabile del primo esperimento di inoculazione del vaiolo a Bergamo il 29 marzo del 1769. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Di tale pratica, sostenuta anche dal medico trevigliese Giovanni Maria Bicetti de’ Buttinoni (cfr SP2) esiste un rapporto dell’Astori copiato da Giovanni Maironi Da Ponte (cfr. AT1-2, IS2-3, MP2, MU1, SP1, TE2) che probabilmente assistette all’esperimento. Nella corrispondenza con la Società Tipografica di Neuchâtel, Rondi espone le ragioni del fallimento della sua attività: alcune specificamente legate alla gestione degli affari, altre dovute, più in generale, alla situazione dell'editoria in quegli anni. Riguardo alle prime, Rondi accusa François Blondel di aver approfittato della precaria situazione finanziaria in cui si trovava per sottrargli l'attività commerciale. Blondel, una volta diventato unico proprietario e gestore dell'impresa, incorse a sua volta in un grave tracollo finanziario a causa della crisi del mercato librario, così da essere costretto a contrattare la cessione dell'attività al libraio Vincenzo Antoine, già cliente dello stesso Rondi. Dal ricavato della vendita dei libri si sarebbe poi dovuta avviare una stamperia. Pertanto l'attività di Antoine come stampatore non è antecedente al 1779. Tuttavia il nome di Blondel non scompare definitivamente perché, ancora nel 1785, circola un Catalogus librorum latinorum qui venales prestat apud Franciscum Aloysium Blondel. Le difficoltà degli ultimi anni della Repubblica Veneta si riflettono anche nel settore librario nelle città della Terraferma ma soprattutto a Venezia. Tali difficoltà sono evidenti soprattutto nei modi seguenti: il sequestro di libri ritenuti pericolosi per i loro contenuti sovversivi; la difficoltà, per lo stesso motivo, di esportare libri negli altri Stati dove esisteva una censura ben più rigida di quella veneta; il calo di nuove edizioni a fronte di un aumento delle ristampe realizzate in esemplari di bassa qualità, il calo delle vendite di libri di ispirazione gesuitica dopo la soppressione dell'Ordine. 2. La gestione della stamperia e della libreria La brevissima corrispondenza intrattenuta da Vincenzo Antoine con la Società Tipografica di Neuchâtel nel 1779 è un esempio del modo in cui si svolgeva il commercio librario a Bergamo alla fine del '700. Per illustrare questo aspetto sono significative anche le lettere scambiate da Antoine con alcuni dei principali tipografi e librai della Lombardia e del Veneto nel 1799, cioè due anni dopo la caduta della Repubblica Veneta e l'arrivo dei francesi a Bergamo. Si scopre così che la fornitura di carta proveniva, oltre che da quelle di Brescia, dalle cartiere di Alzano, in particolare da quelle di Pietro Antonio Pesenti e Giacomo Alberto Sonzogni. I caratteri per la stampa erano forniti dal libraio-stampatore Antonio Zatta (cfr. ED1) di Venezia, uno dei maggiori rappresentanti dell'editoria veneziana, mentre per le illustrazioni pare che fosse lo stesso Giacomo Antoine ad occuparsi di disegno ed incisione. Per quanto riguarda il commercio librario, significative sono le lettere ad Antoine di alcuni librai. Il noto tipografo Giuseppe Galeazzi (cfr. ED2) di Milano, dalla cui bottega era uscito «Il Caffé» dei fratelli Verri, e i cui successori stamperanno la nota e fortunata serie degli «Annali universali di statistica, economia pubblica, storia, viaggi e commercio», chiede al tipografo bergamasco il numero di copie editate della “Lettera sulla Cisalpina” identificabile con tutta probabilità nell’opuscolo Al Popolo Cisalpino. Discorso su la Costituzione, (cfr. ED2) stampato da Antoine nel 1797. Luigi Cassinelli di Lodi lamenta il fatto che lo stampatore Locatelli di Bergamo gli abbia inviato libri già rilegati a caro prezzo, mentre era consuetudine economizzare sui costi inviando i libri stampati in fascicoli ai librai i quali, a loro spese e in base alle richieste del pubblico, ne rilegavano man mano la quantità necessaria. Giovan Battista Coletti (cfr. ED2) di Venezia è interessato a conoscere l'esito della vendita delle opere da lui fornite all'Antoine "nell'incontro della Fiera" (cfr. MU1, TE1). Dalla stessa corrispondenza emergono pure le strategie commerciali più praticate, quali la vendita per associazione e promozione tramite locandine e manifesti, oltre a scambi di libri e stampe tra librai e stampatori e alla vendita di giornali giunti da località italiane e straniere: è tramite il libraio veneziano Antonio Graziosi che Antoine distribuiva il rinomato foglio periodico «Notizie del Mondo» vicino agli ideali illuministici. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Le cedole di spedizione testimoniano l'importante lavoro svolto da corrieri e cavallari per garantire l'effettuazione delle consegne compatibilmente con le condizioni delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto. L'alto costo dei trasporti rendeva necessaria la riduzione delle spese là dove questo fosse possibile. E' il caso di Antonio Zatta che, da Venezia, invia ad Antoine sia la merce che questi gli ha ordinato, sia quella destinata allo stampatore Locatelli. Spetterà poi ai due tipografi bergamaschi spartirsela. Gli elenchi di libri allegati alle lettere sono molto utili per individuare gli argomenti più richiesti dalla clientela, costituita in netta maggioranza da nobiltà e borghesia: manuali scolastici, testi di argomento religioso, opere di attualità. Riguardo a queste ultime, le vicende legate alla dominazione francese e alla breve parentesi dell'occupazione austro-russa incrementano la richiesta di libri attinenti a questi temi. Tra le opere più significative in tal senso vi sono atlanti della Francia, profili storici sulle rivoluzioni celebri, testi di carattere teorico sulla nozione di giacobinismo, una biografia della zarina Caterina II, ben 30 copie di un vocabolario di russo spedite dal libraio J.V. Giegler di Milano e alcune grammatiche tedesche. Anche la letteratura di viaggio è influenzata dalle vicende politiche che determinano una più spiccata richiesta di opere su paesi interessati da guerre di conquista. Un esempio di ciò è la spedizione in Egitto (1798-99) di Napoleone, fatto che spiega la richiesta del Voyage en Égypte et en Syrie, libro scritto dal filosofo e politico francese François-Constantin de Chasseboeuf conte di Volney (1757-1820), teorizzatore del valore palingenetico della rivoluzione. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] L’EDITORIA A BERGAMO TRA POLITICA E CULTURA: IL CASO EMBLEMATICO DEGLI ANTOINE 1. Pubblico di lettori e politica editoriale La produzione editoriale degli Antoine è notevolmente diversificata. In primo luogo vengono stampati volumi di carattere erudito, fondamentali per gli studi di storia locale e per il recupero delle memorie patrie. L'attenzione al passato, il rinnovato interesse collezionistico e antiquario nasce dall'esigenza di una rigorosa ricostruzione degli avvenimenti storici riguardanti anche le singole realtà municipali, fino ad allora ritenute culturalmente passive e periferiche. Così accanto al Codex Diplomaticus Civitatis et Ecclesiae Bergomatis del canonico Mario Lupo (cfr. AC4, AT1, IS2, MP1), stampato tra il 1784 e il 1799, trovano posto Gli scrittori di Bergamo di Barnaba Vaerini (1788) (cfr. MP1, MU1) e l'opera Dell'origine e della storia antica di Bergamo di Giovanni Battista Rota (cfr. AT1-2, MP1-2), stampato postumo nel 1804 a cura del bibliotecario Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, IS2-3, MU1, SP1, TE2). Ad una produzione di questo tipo, destinata a un ristretto gruppo di intellettuali, si affianca la pubblicazione di opere di maggiore divulgazione come, ad esempio, gli almanacchi (cfr. SP2AT1): «La maniera di farsi ricco» (1787), «La Forbice» (1802), «Il Giornale de' Santi e decadario francese» (1802), «Il nuovissimo Computista» (1808). L'almanacco, per la forma e per i contenuti, si rivolge a un pubblico molto eterogeneo: dai nobili ai contadini, dall'alta borghesia agli artigiani. Insieme ai libretti di devozione e alle immagini di santi, gli almanacchi, proprio per l'ampio pubblico al quale si rivolgono e per il loro basso costo, rappresentano spesso nel bilancio della stamperia le sole voci attive. L'almanacco rappresenta quindi per lo stampatore una sicura fonte di guadagno; non va dimenticato però che costituisce anche "uno dei mezzi più efficaci di educazione" delle masse (C. Tenca). Così non si può escludere da parte degli stampatori l'intento di favorire anche attraverso la pubblicazione degli almanacchi una progressiva alfabetizzazione e acculturazione delle classi popolari. 2. Gli Antoine e l'istruzione a Bergamo Gli Antoine dovevano essere particolarmente sensibili al tema dell'istruzione, influenzati in ciò dall'ambiente culturale che frequentavano. Vincenzo Antoine (cfr. AC4, ED1, MP1, SP2), oltre che membro (1797) del consiglio che amministrava l’Ospedale di Bergamo, è esponente della massoneria giacobina in quanto risulta iscritto tra i serventi ed aspiranti della Loggia massonica detta dell'Unione con sede in via del Mattume (ora via S. Alessandro) e presieduta da Marco Alessandri (cfr. AC1, BI2, ED1, IS3, TE2), già corrispondente del libraio Giuseppe Rondi (cfr. ED1). Gli appartenenti a questa loggia sono stati individuati come gli autori della rivoluzione di Bergamo del 1797. Tra gli affiliati figurano anche Bernardo e Giuseppe Ambrosioni (cfr. IS3, BI1), di origine bergamasca ma tipografi a Poschiavo (cfr. MU1) da dove venivano diramate stampe rivoluzionarie. Durante il periodo francese, Bernardo Ambrosioni ricopre a Bergamo cariche di rilievo: è, tra l'altro, rappresentante della provincia per l'estimo (pubblica un'opera sull'argomento proprio presso l'Antoine nel 1802), Viceprefetto di Clusone, membro della Società di Pubblica Istruzione (cfr. IS3). Il figlio Giuseppe è invece giudice supplente all'interno della Municipalità. Negli anni precedenti, Bernardo era stato ospitato a Ingolstadt per gli studi filosofici dallo zio materno barone Tommaso De Bassus (cfr. MU1-IS3). Questi era affiliato della lega massonica degli Illuminati di Baviera (cfr. BI1, IS3, MU1, SP2, TE2) e si occupò di divulgarne le idee nel territorio ancora dominato dalla Repubblica veneta grazie proprio anche alle stampe dell'Ambrosioni. Il legame tra l'Ambrosioni e il Bassus fa pensare che anche nella loggia massonica di Bergamo abbiano avuto spazio i temi svolti dagli Illuminati di Baviera tra i quali aveva posto di rilievo il pedagogismo. Le idee del Bassus e degli Illuminati avevano un ulteriore canale di approdo a Bergamo attraverso la figura del musicista FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Johann Simon Mayr (cfr. AC2, AT1-2, BI1, MP1, MU1, SP1-2, TE1-2), anch'egli massone, aderente alla setta degli Illuminati e in strettissimi rapporti con il Bassus. Proprio sulla pedagogia e l'istruzione si dibattono le prime grandi questioni della Repubblica Bergamasca. Convinto sostenitore del fatto che "l'Istruzione pubblica è la base fondamentale di tutte le democrazie" è l'abate Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, IS1-2-3, MP1-2, SP2), anch'egli affiliato alla stessa loggia massonica dell'Ambrosioni, dell'Antoine e del bibliotecario Salvioni, nonché presidente della Società di Pubblica Istruzione di Bergamo. Mascheroni era inoltre in corrispondenza con Voltaire (cfr. IS3), anch'egli affiliato agli Illuminati di Baviera. Lo stesso Mayr fonderà nel 1805, ispirandosi alle teorie del pedagogista svizzero, illuminato di Baviera, Johan Heinrich Pestalozzi (cfr. MU1), le Lezioni Caritatevoli di Musica (cfr. MU1, SP2). In questo contesto di particolare attenzione al progresso dell'istruzione e al graduale affrancamento delle masse da una situazione più generale di ignoranza, gli Antoine diventano gli stampatori di una grande quantità di opere sull'argomento: l'Allocuzione al popolo di Bergamo fatta avanti l'albero della libertà dal cittadino Pietro Poli (cfr. IS2) rettore delle scuole pubbliche della Misericordia Maggiore (1797), il Piano di scuole per la pubblica istruzione ed educazione della Nazione Bergamasca del Cittadino Vincenzo Bettoni (1797), (cfr. IS3) di impianto chiaramente mascheroniano, le Massime di un padre Repubblicano a' suoi figli - a pubblica istruzione (1798). L'interesse pedagogico degli Antoine continua negli anni a venire. Oltre a pubblicare il noto manuale scolastico di Francesco Soave (cfr. IS1), l'organizzatore della cultura nella Lombardia teresiano-giuseppina (Trattato elementare dei doveri dell'uomo con le regole della civiltà ad uso delle scuole d'Italia, Antoine, 1812 e 1814) (cfr. IS1), Giacomo Antoine (cfr. ED1)stampa per molti anni di seguito (1811-1819) un manuale scolastico da lui redatto intitolato Principj elementari di geografia ad uso de' giovanetti. Non va neppure dimenticato che il Beato Luigi Palazzolo, figura di rilievo per la storia dell'assistenza e dell'educazione dell'infanzia, è un discendente degli stessi Antoine. 3. L'adesione agli ideali rivoluzionari e i rapporti con gli stampatori oltre frontiera La scelta di dare alle stampe le pubblicazioni sopra ricordate rientra per l'Antoine anche in una più generale adesione agli ideali rivoluzionari. Dai torchi dello stampatore escono opere di chiara impronta giacobina e rivoluzionaria come Cosa si intenda per libertà ed eguaglianza - parla un vero amico - al popolo libero della Repubblica Bergamasca (1797), Al popolo Cisalpino. Discorso sulla costituzione (1797), Dodici articoli di fede repubblicana. Gli Antoine si occupano anche di divulgare stampe rivoluzionarie provenienti dall'estero. Bergamo è uno dei centri di smistamento privilegiati grazie alla posizione di confine con la Svizzera, passaggio obbligato tra Francia e Italia. Prima dello scoppio della rivoluzione di Bergamo, si mostra particolarmente pressante il controllo della censura veneta che, nel 1793, requisisce nella bottega dell'Antoine le copie delle Considérations sur la nature de la révolution de la France et sur les causes qui prolongent sa durée giunte al libraio da oltre frontiera. Questo fatto permette di individuare almeno altri due temi importanti: i rapporti con la Svizzera e la funzione dell'editore come tramite tra il proprio ambito territoriale di influenza e le realtà esterne. Relativamente al primo punto, il rapporto di Bergamo con la Svizzera va inquadrato nella specifica relazione creatasi tra la città e la comunità evangelica ivi residente. E' utile richiamare in questo contesto il ruolo svolto da Johan Kaspar von Orelli, primo pastore protestante giunto a Bergamo nel 1807 e rimasto fino al 1814. Egli organizza una scuola di stampo pestalozziano (Orelli era stato allievo del pedagogista svizzero) per i figli degli appartenenti alla colonia svizzera (formata significativamente in quell'epoca da un consistente gruppo di origine franco-svizzera). Più in particolare per l'editoria, il rapporto tra la Svizzera e Bergamo è testimoniato negli anni appena precedenti, dai contatti tra la Società Tipografica di Neuchâtel (cfr. ED1) e il libraio Giuseppe Rondi, oltre che lo stesso Antoine. Lo studio dell'Antoine, come di altri tipografi e librai bergamaschi, mette in evidenza il ruolo svolto dallo stampatore come catalizzatore delle istanze dei gruppi intellettuali presenti nell'ambito cittadino e come attento osservatore della realtà politica e sociale circostante. La breve ma significativa FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] corrispondenza intrattenuta nel 1799 da Antoine con Giacomo Agnelli, J.V. Giegler e Giuseppe Galeazzi (cfr. ED1) di Milano; con Ferdinando Manini di Cremona; con Antonio Zatta, Antonio Caminer, Francesco Andreola, Giovan Battista Coletti (cfr. ED1) di Venezia, mostrano come lo stampatore svolgesse un ruolo decisivo per l'ampliamento e la diffusione del dibattito politico e culturale nella sua città. In questa prospettiva risulta quindi particolarmente strategica l'appartenenza all'Ateneo (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, MP2, SP1, TE2) cittadino di Vincenzo e Giacomo Antoine. In questo centro di cultura, i due stampatori potevano agevolmente entrare in contatto con i principali gruppi di intellettuali della città. A tal proposito è significativo il fatto che, nell’adunanza del 17 dicembre 1818, il botanico e patologo Giacomo Facheris (cfr. IS2), che nel 1804 aveva stampato proprio presso l’Antoine l’opera Delle malattie più comuni nel dipartimento del Serio, consegnasse all’istituzione accademica, a nome di Giacomo Antoine, una copia delle già citate opere che il tipografo bergamasco aveva scritto sulla geografia. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] LA CULTURA ITALIANA ED EUROPEA ATTRAVERSO LE PAGINE DEI GIORNALI DI BERGAMO Nel 1818, durante la restaurazione austriaca e nel clima della Santa Alleanza, a Bergamo si iniziò a stampare settimanalmente, presso il tipografo Luigi Sonzogni, il «Giornale d’Indizj Giudiziarj della Provincia di Bergamo» diretto da Giacomo Muletti, figlio del letterato e bibliofilo Sebastiano. Giacomo Muletti aveva già diretto, a partire dal 1797, il «Giornale degli uomini liberi», nel quale, con uno spirito che lo storico del giornalismo Luigi Piccioni definisce da “Puritani della Repubblica Bergamasca”, non venivano risparmiate critiche alla stessa Municipalità. Alla morte di Muletti il 16 giugno 1826, succedette alla direzione del «Giornale d’Indizj Giudiziarj della Provincia di Bergamo» l’avvocato Adolfo Gustavo Maironi Da Ponte (cfr. TE2), figlio del più noto Giovanni (cfr. AT1-2, IS2-3, MP2, MU1, TE2) e padre dei pittori Alberto e Cesare (cfr. TE2). Adolfo Gustavo fu “primo aggiunto della Delegazione Provinciale nella nostra città ed abilissimo amministratore. Di opinioni liberali si gettò nel 1848 nella rivoluzione e fu a Como. Ma, tornati gli Austriaci, fu, per rappresaglia, messo a riposo. Aperse allora in Bergamo una rivendita di tabacchi” (L. Piccioni), ma morì poco dopo nel settembre del 1849. Fu socio dell’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, MP2, TE2). Durante la direzione del Maironi (1826-1840) il giornale subì significative trasformazioni sia nell’impostazione che nei contenuti. Intanto, con il numero del 3 gennaio 1828 il giornale mutò titolo e divenne «Giornale d’indizj della Provincia di Bergamo». Rispetto al giornale precedente, inoltre, acquistarono maggiore importanza le notizie di carattere culturale, economico e politico, mentre gli atti ufficiali e i dispacci governativi vennero trasferiti dalla prima all’ultima pagina. Tale impostazione venne potenziata nel successivo «Giornale della Provincia di Bergamo», bisettimanale, stampato a partire dal 2 gennaio 1829, nel quale si infittì la schiera dei collaboratori. Accanto al Maironi, al letterato Giacomo Bini (cfr. BI1-2), al bibliotecario Agostino Salvioni (cfr. AC2, AT1-2, BI1-2, ED2, IS2-3, MU1, TE2), si trovano, tra gli altri, Ottavio Tasca (cfr. MU1), Bartolomeo Secco Suardo (cfr. AT2, BI1), Giuseppe Urbani, Giovan Battista Cremonesi, Giovanni Capsoni, Gabriele Rosa (cfr. AT1, BI2, IS5), Luigi Comaschi. Per comprendere il ruolo svolto dal giornale del Maironi è opportuno rifarsi alle parole di Carlo Facchinetti (cfr. AC2, MU1) che, nell’almanacco da lui diretto «Bergamo o sia Notizie Patrie» del 1829, scriveva: “Mancava interamente la nostra provincia d’una periodica produzione, la quale servisse opportunamente a diffondere le notizie risguardanti le recenti invenzioni, introduzioni e miglioramenti in materia di meccanica, di arti e di agricoltura, di commercio e di scienze (…). Il nob. sig. Maironi (…) raccogliendo con istudiosa diligenza dai più accreditati fogli d’Italia le notizie a norma del piano che si è proposto nell’argomento, le diffonde e comunica col facile metodo del periodico suo giornale, e con tenue dispendio a comodo ed utile di qualunque classe di persone”. Infatti, sfogliando le pagine del giornale, si possono leggere numerosi articoli estratti da periodici allora molto diffusi, come i milanesi «Annali universali di statistica, economia pubblica, storia, viaggi e commercio» e «Annali universali di tecnologia, di agricoltura, di economia rurale e domestica, di arti e mestieri», la «Biblioteca Italiana», il «Bollettino di notizie italiane e straniere e delle più importanti invenzioni e scoperte, o progresso dell’industria e delle utili cognizioni», il «Bollettino di notizie statistiche ed economiche italiane e straniere», il «Corriere delle Dame», «L’Eco. Giornale di Scienze, Lettere, Arti, Mode e Teatri», la «Gazzetta privilegiata di Milano»; o ancora la «Gazzetta eclettica di farmacia, chimica medica e industriale» di Verona, la «Raccolta pratica di scienze e d’industria» di Como, il «Repertorio di agricoltura pratica e di economia domestica» di Torino, la «Rivista Orticola» di Piacenza, il «Diario Romano» di Roma; infine i parigini FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] «Le Globe», «Journal des connaissances usuelles et pratiques» e «Journal des connaissances médicales pratiques et pharmacologie», per non citarne che alcuni. La diffusa e apparentemente poco originale pratica di stralciare brani da diversi giornali, va opportunamente contestualizzata, per comprendere la funzione che un giornale come quello di Bergamo svolgeva nella realtà locale. Un primo aspetto da evidenziare è la provenienza dei giornali utilizzati dal Maironi. La netta predominanza di quelli milanesi pone in rilievo il rapporto gerarchico centro-periferia che si era creato tra Milano e Bergamo. Dopo la caduta della Repubblica veneta, e soprattutto con la restaurazione austriaca, la ridefinizione dei confini politici aveva spostato l’attenzione della città bergamasca da Venezia a Milano. Apparentemente inspiegabile, nella prospettiva del nuovo assetto politico del Lombardo-Veneto, è invece il fatto che venissero attinte notizie dai giornali parigini, anziché da quelli di Vienna, con la quale i rapporti erano molto più facili. In realtà il riferimento a Parigi, soprattutto a partire dagli anni Quaranta, assunse via via una chiara connotazione politica di reazione antiaustriaca. Da non sottovalutare, inoltre, l’attenzione prestata a giornali di città italiane come Torino e Roma, inserite in contesti politici differenti e che quindi, nel caso di Bergamo, fornivano un ulteriore parametro di confronto. I titoli dei giornali citati nelle pagine del «Giornale della Provincia di Bergamo» forniscono una prima traccia sul genere di informazioni che Maironi veicolava alla città tramite il suo giornale. Le scelte dei brani per il giornale bergamasco sono in linea con le tendenze di carattere generale della stampa periodica di quel periodo. La maggior parte dei titoli sopra citati riguarda testate dal chiaro intento divulgativo, dove informazioni propriamente culturali e curiosità di puro passatempo si intrecciavano variamente per soddisfare un pubblico variegato, ma costituito in gran parte dall’emergente borghesia imprenditoriale, che voleva essere informata, anche in località periferiche come Bergamo, delle più importanti novità europee. In questa direzione uno dei più affermati periodici lombardi, che contò tra i suoi collaboratori anche Carlo Tenca (cfr. AT1, BI2, SP2), era il «Corriere delle Dame», al quale nel 1830 si rivolse il conte bergamasco Giordano Alborghetti (cfr. TE1) per segnalare l’appuntamento musicale che l’Unione Filarmonica di Bergamo (cfr. MU1, TE1-2) aveva organizzato con l’accademia vocale di Giovan Battista Rubini (cfr. MU1, TE1-2). Inoltre “furoreggiava in quegli anni, e non solo in Lombardia, la voga delle ‘cognizioni utili’; le quali andavano, a seconda dei gusti e della cultura del pubblico, dal giardinaggio e dalla culinaria alle invenzioni scientifiche e alle loro applicazioni pratiche” (V. Castronovo - N. Tranfaglia). I giornali parigini prima citati evidenziano proprio nel titolo l’interesse che anche i paesi stranieri mostravano per questa moda. Uno dei più significativi giornali italiani in tal senso è «L’Ape delle cognizioni utili», stampata dapprima a Capolago in Ticino e poi a Milano. Del giornale fu redattore dal 1839 Giovan Battista Cremonesi, già collaboratore del «Giornale della Provincia di Bergamo», compilatore di almanacchi e poi direttore della «Gazzetta di Bergamo». Il giornale di Bergamo rifletteva a sua volta l’interesse per questo genere di ‘cognizioni’, non solo ricopiando articoli da altri giornali, ma anche fornendo consigli e avvertimenti ‘nostrani’ attribuiti a imprenditori, artigiani, commercianti, coltivatori locali. Anche gli «Annali universali di statistica (…)», l’annesso «Bollettino (…) delle più importanti invenzioni e scoperte, o progresso dell’industria e delle utili cognizioni» e, della stessa serie, gli «Annali universali di tecnologia (…)» furono giornali di ‘cognizioni utili’. In essi, tuttavia, emerse ben presto un chiaro programma di serio impegno civile e non tardarono ad essere molto apprezzati anche all’estero. Gli «Annali di Statistica», diretti da Giandomenico Romagnosi, contarono fra i principali collaboratori Cesare Cantù, Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo. Proprio quest’ultimo, formatosi alla scuola del Romagnosi e cimentatosi giornalisticamente sugli «Annali» e su «L’Eco» prima citato, fondò nel 1839 «Il Politecnico», in cui intensificò la profondità e il rigore scientifico dei suoi articoli dedicati alle “scienze viventi e progressive, sciolte dalle scorie dell’era scolastica”. L’attenzione allo sviluppo dei vari settori lavorativi e la necessità di una sempre maggiore rigorosità nel veicolare le informazioni, portò all’affermazione graduale anche di giornali specialistici. «Il Repertorio FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] d’agricoltura» di Torino ne è un esempio significativo che si inserisce in un panorama sempre più complesso di pubblicazioni dedicate al mondo dell’agricoltura e dell’agronomia. Anche «Il Giornale dell’ingegnere, architetto ed agronomo», nato nel 1853 a Milano, e al quale collaboro l’ingegnere bergamasco Angelo Michele Ponzetti (cfr. TE1), fu un modello per le pubblicazioni nel campo della matematica e delle sue applicazioni. Lo stesso discorso può essere applicato a giornali medici, letterari, commerciali, ecc. Anche il giornale redatto dal Maironi, benché dovesse necessariamente comprendere notizie relative ai settori più diversi, a partire dal 1834 tentò una categorizzazione e un ordinamento delle rubriche più organico che non nel passato. Così a partire dal 27 giugno di quell’anno i numeri del martedì vennero dedicati al Bollettino Statistico, Commerciale ed Annonario, mentre quelli del venerdì, dal Bollettino di Notizie e Produzioni patrie, d’Arti e Mestieri, l’EconomicoAgrario, il Sanitario e il Bibliografico. La Gazzetta d’indizi e di annunci, invece, venne fornita come supplemento su foglio a parte. La presenza di articoli riportati da altri periodici non deve mettere in secondo piano il fatto che il giornale bergamasco pubblicava anche propri articoli, redatti da collaboratori locali. La compresenza nello stesso giornale di questi articoli non deve essere vista, però, come una semplice giustapposizione. Il parallelo tra articoli “esterni” e articoli locali era occasione di confronto e di apertura dal ristretto ambito provinciale al dibattito culturale europeo. Nel giornale diretto dal Maironi, così, si possono trovare: a) articoli “patrii”, prodotti dall’ambiente culturale locale e inerenti alla cronaca e all’attività delle istituzioni cittadine più importanti; b) articoli stralciati da altri giornali; c) articoli di scrittori locali che si misurano su questioni di carattere generale, ma con attinenza anche all’ambito locale, trattate anche in altri giornali italiani ed esteri. Per quanto riguarda il primo punto, la cronaca delle istituzioni culturali cittadine esprime in molte occasioni l’orgoglio municipalistico di potersi presentare, almeno nell’ambito culturale italiano, con attività e personaggi degni dei più accreditati istituti italiani ed europei. Così sul giornale comparivano periodicamente articoli che riguardavano l’attività dell’Ateneo, con una puntuale relazione delle assemblee e il riassunto degli argomenti trattati dai relatori. Trovavano spazio ogni anno anche le relazioni relative alla distribuzione dei premi per i concorsi di disegno e pittura degli allievi dell’Accademia Carrara (cfr. AC1-2-3-4, AT1-2, BI1, IS1, MP1-2, MU1, TE2). Inoltre, il poeta e patriota Ottavio Tasca, appassionato di musica e assiduo frequentatore dei teatri di Bergamo e delle società filarmoniche (aveva sposato la nota cantante Elisa Taccani), si occupava costantemente della cronaca teatrale e musicale della città. Numerose erano anche le composizioni poetiche d’occasione presentate sulle pagine del periodico. Lo stesso Tasca ne aveva pubblicate alcune, tra cui una dedicata a Gioacchino Rossini che mostrò apprezzamento per il poeta bergamasco. Relativamente al terzo punto può essere indicativa una piccola vicenda relativa alla recensione dell’opera di Giovan Battista Carrara Spinelli, Della educazione privata. Dialoghi, edito a Milano da Manini nel 1828 e l’anno successivo a Venezia da Alvisopoli. L’opera del bergamasco era stata oggetto di due recensioni sul giornale locale, rispettivamente del 2 gennaio 1829 e dell’8 gennaio 1830, entrambe a commento di recensioni sulla stessa opera apparse sulla rivista letteraria «Biblioteca Italiana». Nella seconda recensione del «Giornale della Provincia di Bergamo», Giacomo Bini membro, come ricorda L. Piccioni, di sedici accademie letterarie, entra in polemica con il ben più accreditato giornale letterario milanese, difendendo il carattere romantico della scrittura di Carrara Spinelli. La «Biblioteca Italiana», giornale voluto e controllato dall’Austria, costituì l’organo dei classicisti contro i romantici. Su di esso era apparso nel 1816 l’articolo di Mme De Staèl Sulla maniera e la utilità delle traduzioni, che avrebbe avviato proprio la nota polemica tra classicisti e romantici e che avrebbe in FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] seguito acquisito carattere politico. A fronte di ciò, sarebbe pertanto opportuno verificare, nella recensione di Bini, la presenza di un intento di polemica politica, oltreché letteraria, contro il governo austriaco. Giacomo Bini si occupò costantemente delle segnalazioni bibliografiche. Tra le più significative si segnala anche quella (1838) sulla Storia Universale di Cesare Cantù, nella quale Bini faceva riferimento a una lettera critica del prof. Luigi Comaschi, già collaboratore del periodico bergamasco. Luigi Comaschi, professore di latino e greco al liceo di Bergamo, patriota e, dopo l’unità nazionale, consigliere comunale, assessore alla pubblica istruzione, presidente dell’Ateneo di Bergamo, fu dal 1845 al 1852 direttore del «Giornale della Provincia di Bergamo» poi «Giornale di Bergamo». Tra la fine della direzione di Adolfo Maironi (1840) e l’inizio di quella del Comaschi (1845), direttori del giornale locale furono Giovanni Capsoni (dal 1840 al 1844), direttore dell’Ospedale di Bergamo, e Giuseppe Urbani, impiegato dell’I.R. Delegazione Provinciale (cfr. IS1). Nella direzione del giornale Comaschi fu affiancato per un certo periodo dal patriota, letterato e musicista bergamasco Gerolamo Calvi, autore di studi sull’opera di Johann Simon Mayr (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP2, TE1-2). Durante il 1848 il giornale si schierò apertamente a favore dei moti risorgimentali, salvo poi, con il ritorno degli austriaci, dover sottostare a una rigida censura. Costretto a rinunciare alla direzione del periodico per motivi politici, a Luigi Comaschi successe, dal 1852 fino al 1871, il già ricordato Giovanni Battista Cremonesi. Nel 1856 il giornale cessò le pubblicazioni per riprendere come «Gazzetta di Bergamo». Il permanere di un sostanziale orientamento liberale acuì l’opposizione del clero e il conflitto con il governo austriaco. Dal 1858 fino alla sua cessazione, il giornale venne stampato dalla tipografia di Vittore Pagnoncelli (cfr. IS5). Tra gli altri, iniziarono a essere pubblicati numerosi articoli del patriota Pasino Locatelli (cfr. AC4, AT1, BI2, IS4-5, MP1-2), e articoli che riguardavano l’attività della Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS1-2-3-5, MU1, SP2, TE1). Dal 1861 il giornale divenne trisettimanale. Nel 1868 il dissidio sorto tra alcuni collaboratori del giornale aveva portato alla creazione di una testata alternativa dal titolo «La Provincia di Bergamo». Al nuovo giornale parteciparono Pasino Locatelli, Carlo Lochis (cfr. AC4, IS2, MP1, MU1), Luigi Palma, Elia Zerbini e Alessandro Malliani. La concorrenza fra la vecchia «Gazzetta» e il nuovo trisettimanale per accaparrarsi il diritto alla pubblicazione degli Atti Giudiziari minò la solidità di entrambe le testate che, per sopravvivere, nel 1871 si fusero dando luogo alla «Provincia-Gazzetta di Bergamo». FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] DALLA SUPERSTIZIONE ALL’EDUCAZIONE: GLI ALMANACCHI POPOLARI La stampa degli almanacchi, insieme alla pubblicazione di libretti di devozione e immagini sacre, costituì per gli editori dell’800 una delle poche fonti di reddito sicuro in un’attività spesso ridotta al collasso. Ciò spiega l’attenzione rivolta dagli editori a questo modesto ma lucroso prodotto dell’editoria e le accese rimostranze degli stessi stampatori di fronte alle norme restrittive imposte dalla censura sulla stampa. Pubblicizzato tramite avvisi e locandine tra la fine dell’anno e l’inizio di quello nuovo, l’almanacco veniva acquistato da un pubblico numeroso e vario per estrazione sociale e livello culturale. L’almanacco non era un semplice calendario, ma conteneva, in forme molto diverse da un esemplare all’altro, brevi articoli su vari argomenti: racconti, consigli pratici, predizioni, ecc. Per l’immediata fruibilità dei suoi contenuti e per il basso costo, era destinato a diventare l’opera più propriamente popolare. E ciò non tanto perché le classi colte non ne usufruissero, quanto perché probabilmente l’almanacco era l’unica opera che giungesse non occasionalmente nelle mani delle classi subalterne che, attraverso di esso, imparavano i primi rudimenti della lettura e della scrittura a fronte anche dell’inadeguatezza dell’istruzione primaria (cfr. IS1-ED2). La lettura dell’almanacco, in certi casi, assecondava i ritmi di vita del gruppo sociale in cui circolava. Il titolo dell’almanacco «La conversazione nella stalla», stampato nel 1818 dalla stamperia Sonzogni di Bergamo, si rifà, ad esempio, alla consuetudine diffusa soprattutto nei paesi, di riunirsi la sera nella stalla per leggere e pregare. La lettura ad alta voce delle storie, dei proverbi scritti negli almanacchi, consentiva anche agli analfabeti di condividere il contenuto di quelle pagine, favorendo poi il racconto orale, la conversazione, appunto. L’almanacco pertanto ebbe un ruolo di primo piano nell’educazione delle classi subalterne e sulla sua utilità si batterono quegli intellettuali impegnati nel progetto di educazione laica della società civile. Due punti di riferimento in tal senso furono Pietro Verri nel ‘700 e Carlo Tenca (cfr. AT1, BI2, SP1) nell’800: “Quando si pensa che le pubblicazioncelle del capo d’anno, quasi sempre figlie della speculazione, e per lo più vuote ed insulse, sono vendute a migliaja d’esemplari, e passano di mano in mano lette da un’intera classe di popolazione, non è più lecito star indifferenti a un mezzo così potente e pur così facile di educazione” (C. Tenca). L’intellettuale deve fare dell’almanacco un’opera utile e formativa. Da ciò scaturisce in Tenca la dura critica al fatto che l’almanacco, uno dei luoghi privilegiati per un giornalismo di seria divulgazione scientifica per “un’opera di autentica educazione, in senso non paternalistico ma democratico, come espressione di equilibrio sociale, di coscienza nazionale e di «servizio pubblico»” (G. Scalia), sia di fatto sottoposto alle regole del profitto. Pertanto, nella maggior parte dei casi, l’almanacco è compilato per assecondare, anziché per rimuovere, nel lettore incolto, pregiudizi e superstizioni, rinfocolate attraverso predizioni astrologiche, consigli e rimedi basati su infondate credenze. “Nelle arti, nell’industria, nell’igiene, nei costumi, in tutte le necessità della vita pratica, non sono tanto le idee generali e collettive quanto le singole applicazioni che giovano a educare e migliorare la condizione del popolo. E un almanacco che seguisse l’operaio nella sua casa e nella sua officina, che gli apprendesse le pratiche più industri dell’economia domestica, e i miglioramenti di ciascuna arte, e l’igiene applicata ai diversi lavori, e le norme che regolano le private transazioni (…) avrebbe un’utilità assai più efficace ed immediata, di quella che risulta da alcune nozioni e da alcuni consigli che non si traducono pel popolo in pane e salute” (C. Tenca). Sulla scia delle intuizioni di Verri e Tenca operarono anche a Bergamo alcuni intellettuali locali. In mezzo alla moltitudine di almanacchi “dilettevoli, seccaginosi, interessanti, inconcludenti, piacevoli, stomachevoli, pieni di tutte le buone e pessime qualità per l’anno” a venire, così come recita l’almanacco «La minestra senza sale e senza condimento», compilati con intenti preminentemente commerciali, si diffondono progressivamente opere in cui è evidente l’intento educativo ed istruttivo. Fatto FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] interessante, inoltre, è la presenza di almanacchi destinati non solo alle classi più umili genericamente intese, ma anche a categorie sociali e professionali specifiche: i musicisti, i medici, gli operai, i contadini, ecc. Il musicista Johann Simon Mayr, (cfr. AC2, AT1-2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1, TE1-2) compilò nel 1826 un «Almanacco musicale» il cui intento dichiarato era “principalmente storico ed anche bibliografo istruttivo, sapendo quanto poco di tempo o voglia resti a’ professori di musica di acquistare simili cognizioni col mezzo di variata lettura”. L’attenzione all’aspetto educativo presente nell’almanacco non fu certo casuale per Mayr se si pensa al suo costante impegno nel campo pedagogico (l’stituzione delle Lezioni Caritatevoli di Musica (cfr. ED2, MU1), la sua appartenenza alla massoneria bergamasca influenzata dalle tesi pedagogiche degli Illuminati di Baviera - cfr. BI1, ED2, IS3, MU1, TE2). Gli argomenti trattati nell’almanacco ne sono una conferma. Così, oltre al calendario dei santi, in cui sono posti in evidenza quelli in relazione con la storia della musica, sono presenti “le notizie di quanto è stato operato nel corso dell’anno in questo bel suolo, ove la Musica ebbe nuova vita e stabile trono, in qualche modo la Statistica musicale dell’Italia”, le vite di musicisti, cenni storici sullo stato della musica, un indice delle opere nuove rappresentate nei teatri italiani, un indice delle opere teoriche e di metodologia stampate in Italia e all’estero, l’elenco di Istituti e Conservatori, le edizioni musicali, ecc. Il medico trevigliese Giovanni Maria Bicetti de’ Buttinoni (cfr. ED1), in relazione con Parini e Baretti, membro dell’Accademia degli Eccitati (cfr. AT1-2, BI1, ED1, MP1), come Lorenzo Mascheroni (cfr. AT1-2, BI1-2, ED2, IS1-2-3, MP1-2) e Giuseppe Celestino Astori (cfr. ED1), e dei Trasformati, pubblicò dal 1770 al 1773 quattro edizioni del «Medico di se stesso». In piena sintonia con le tesi sostenute dal Verri, il Bicetti sostituisce quei “perniciosi consigli di astrologia propri a fomentare l’ignoranza, la credulità e i più falsi pregiudizi intorno alla salute, malattie e ai rimedi”, con gli insegnamenti scientifici della medicina preventiva. Questo nuovo modo di affrontare le questioni mediche, fondandosi esclusivamente su indagini condotte in modo scientifico, cioè osservativo-sperimentale, nasceva dall’esigenza di superare definitivamente il metodo approssimativo dei medici ciarlatani, basato su pregiudizi e superstizioni. Il lavoro di indagine scientifica svolta da fisiologi e medici bergamaschi fu di notevole rilevanza in tal senso. Oltre al Bicetti, infatti, svolsero tra gli altri un ruolo fondamentale Andrea Pasta (cfr. AC1), Giovanni Antonio Piccinelli (massone e significativamente autore di un «Almanacco per li medici chirurghi e speziali» stampato tra il 1788 e il 1794 - cfr. IS2-3, TE2), Giovanni Palazzini e Filippo Lussana. L’«Almanacco per gli operai campagnoli» del 1867, destinato agli operai dello Stabilimento Butti per la filatura del lino ad Almé, rende evidente nei suoi contenuti l’inscindibile intreccio di paternalismo e di impegno per l’acculturazione delle classi subalterne, intreccio che caratterizzò ad esempio l’attività educativa svolta dalle scuole della Società Industriale Bergamasca (cfr. AC4, AT1, IS1-2-3-5, MU1, SP1, TE1). Queste iniziative sono determinate in profondità da un chiaro intento di controllo sociale. Infatti, accanto ad informazioni strettamente pertinenti all’occupazione professionale degli operai (relazione sull’impiego di nuovi macchinari, storia dell’invenzione della macchina per filare il lino, notizie sulla società cooperativa tra gli operai della filatura del lino in Almé, statuto della Società cooperativa tra gli operai dello stabilimento Butti in Almé, statistica delle Società di Mutuo Soccorso), figurano testi dal chiaro intento educativo ed edificante (discorso sui doveri degli uomini, nell’ordine Religione, Famiglia e Patria, elogio dei martiri dell’industria, massime morali e norme d’igiene per gli operai, danni nell’uso di vino e liquori, cifre sull’analfabetismo in Italia). La ditta Butti rappresenta un caso significativo anche se isolato di fabbrica moderna nella quale si pone il problema della formazione dei lavoratori. “I proprietari stipendiavano il maestro comunale che, la domenica, insegnava a leggere e a scrivere e impartiva l’istruzione religiosa agli operai maschi dai 12 ai 15 anni. Una maestra insegnava alle 52 ragazze, dai 9 ai 12 anni, per tre ore, tre volte la settimana. Le ragazze, per non FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] interrompere il lavoro si avvicendavano a scuola, a gruppi di quattro alunne per ogni squadra di operaie, assentandosi dal lavoro un’ora” (G. Della Valentina). Al contadino non far sapere... Il Tenca in un suo saggio sugli almanacchi sostiene l’urgenza che “la scienza e la filantropia si adoperino a far penetrare nella classe agraria i progressi delle dottrine applicate”. L’attenzione a questo problema è facilmente comprensibile se si pensa alla sopravvivenza di credenze e superstizioni nella conduzione delle pratiche agricole, a fronte della necessità di modernizzare questo settore portante dell’economia anche attraverso un’idonea preparazione dei contadini (cfr. IS2-AT1). Il decadario, ossia l’almanacco prodotto dalla rivoluzione francese, costituì tra fine ‘700 e inizi dell’800 un’interessante sintesi tra il nuovo, portato dalla rivoluzione, e la tradizione, rappresentata dall’antico genere dell’almanacco. Il decadario nasceva in opposizione e in sostituzione del calendario gregoriano e si basava su una diversa scansione del tempo in cui “la nascita della repubblica diviene il momento sacro delle origini, mentre la scansione delle nuove feste àncora i valori repubblicani nel tempo immoto della memoria” (P. Themelly). Pertanto vengono soppresse le tradizionali feste religiose. Anche a Bergamo, a seguito degli eventi rivoluzionari, vengono stampati dei decadari. Uno di questi, il «Decadario francese per l’anno VI della Repubblica Francese», stampato da Vincenzo Antoine (cfr. AC4, ED1-2, MP1), riporta sul frontespizio un’immagine simbolica della rivoluzione, una donna avvolta dalla clamide romana e coi simboli del berretto frigio e dell’ascia; contiene inoltre le regole “per ben adoperare il Decadario, da insegnarsi ai Bergamaschi”. L’introduzione in Francia del calendario rivoluzionario era funzionale alla realizzazione degli ideali repubblicani ed agricoli. Attraverso il calendario si vuole ricondurre il popolo francese all’agricoltura. L’idea di base è di consacrare per mezzo del calendario il sistema agricolo, scandendo le epoche e le frazioni dell’anno con segni presi dall’agricoltura. “Al tempo della Chiesa si sostituisce il tempo della Natura che santifica i prodotti della terra” (P. Themelly). Così alcuni giorni vengono intitolati agli animali domestici, altri ad attrezzi di lavoro, i nomi dei mesi si ispirano al variare del clima e delle stagioni (vendemmiaio, brumaio, frimaio, ecc.). Ma la forte ispirazione agraria del calendario giunge in Italia affievolita, tanto che nello stesso decadario non scompaiono totalmente i riferimenti al calendario tradizionale e agli eventi biblici e religiosi in genere. Il fallimento dell’introduzione del decadario francese, che venne soppresso dopo pochi anni, è legato a una concomitanza di situazioni legate alla forte persistenza della tradizione religiosa di quel mondo agricolo che si voleva mettere al centro della nuova visione del tempo, e la sostanziale avversione alla causa politica rivoluzionaria della popolazione rurale. Anche a Bergamo tra gli almanacchi più diffusi figuravano quelli dedicati al lavoro nei campi; essi erano ricchi di consigli legati più alla superstizione, alle predizioni astrologiche, che non a una conduzione in chiave moderna delle colture agricole. Il successo di tali almanacchi è facilmente comprensibile se si pensa che proprio nelle campagne, era più forte la presenza di un sentimento religioso legato alla superstizione anche a causa della scarsa alfabetizzazione e dell’influenza di quella parte di clero conservatore alleato della classe politica dominante. In questo contesto si sviluppa l’ostilità nei confronti della causa politica portata avanti dalla rivoluzione di Bergamo. Tanto più che essa, essendo permeata dallo spirito anticlericale portato dalla rivoluzione francese, era intesa come una minaccia ai legami, le gerarchie, le credenze che reggevano quel mondo. Pertanto la concezione laica e illuminista della natura e del mondo agricolo, così come appaiono anche attraverso il valore simbolico attribuito al decadario, non poteva avere positivo riscontro in una realtà che come quella delle campagne era fortemente ancorata su tradizioni religiosesuperstiziose. La resistenza del mondo agricolo al mutamento, la subalternità della popolazione delle campagne all’autorità clericale sostenitrice del governo austriaco è tale da persistere fino ben oltre l’unità FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] italiana, così come è chiaramente evidenziato dal rapporto del governatore Stefano Centurione (cfr. AT1, IS34-5). Il mutamento politico è ancora una volta osteggiato nelle campagne e lo sforzo compiuto dalla classe politica liberale per l’educazione civile e morale delle classi subalterne è evidente anche nel ruolo che almanacchi e giornali rivestono. È significativo in tal senso il programma del 1859 del «Buon campagnolo», giornaletto settimanale istruttivo, morale, politico per il popolo di campagna, che si propone di suscitare lo “spirito di nazionalità che poco o nulla [i contadini] conoscono, quell’amor patrio non circoscritto alla sola periferia della loro parocchia, o del loro comune; metterli in cognizione dell’intera estensione della nostra patria l’Italia” per “convincerli del perfetto, incontrastabile accordo che esiste fra questi sentimenti e i sentimenti della nostra Sacrosanta Religione”. FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] INDICE DEI NOMI E DELLE COSE NOTEVOLI Accademia Carrara di Bergamo AC1, AC2, AC3, AC4, AT1, AT2, BI1, IS1, MP1, MP2, MU1, SP1, TE2 Accademia Carrara di Bergamo, Commissarìa AC1, AC2, AC3, MU1 Accademia Carrara, Galleria (Pinacoteca) AC1, AC2, MP1 Accademia Carrara, Scuola di Architettura e Ornato dell’ (cfr. Scuola di Architettura e Ornato dell’Accademia Carrara di Bergamo) Accademia Carrara, Scuola di Belle Arti dell’ (cfr. Scuola di Belle Arti dell’Accademia Carrara di Bergamo) Accademia Carrara, Scuola di Disegno dell’ (cfr. Scuola di Architettura e Ornato dell’Accademia Carrara di Bergamo) Accademia Carrara, Scuola di Pittura dell’ (cfr.Scuola di Belle Arti dell’Accademia Carrara di Bergamo) Accademia degli Arvali di Bergamo AT1, AT2 Accademia degli Eccitati di Bergamo AT1, AT2, BI1, ED1, MP1, SP2 Accademia dei Georgofili di Firenze AT1 Accademia dei Trasformati SP2 Accademia dell’Arcadia AT1 Accademia di Brera, Milano AC3, AC4 Accademia di Verona AT1 Accademia Economico-Arvale di Bergamo AT1, AT2, IS2 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Accademia Filarmonica della Fenice in Borgo S. Leonardo MU1, TE1, TE2 Adelasio Antonio MP1 Adelasio Gerolamo AT1 Agar, personaggio biblico TE2 Agliardi Camillo BI1, MP1 Agnelli Giacomo ED2 Alberti Matteo TE2 Alborghetti Federico MP1, TE2 Alborghetti Giordano SP1, TE1 Alborghetti Giuseppe IS2 Alessandri Marco AC1, BI2, ED1, ED2, IS3, TE2 Alvisopoli, stamperia di Venezia SP1 Amati Amato IS4 Ambrosioni Bernardo ED2, IS3 Ambrosioni Giuseppe FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] ED2, IS3 Ambrosioni, stampatori BI1 Andreola Francesco ED2 Antoine Giacomo ED1, ED2 Antoine, stamperia di Bergamo ED1, ED2, IS1, IS3 Antoine Teresa vedova Palazzolo ED1 Antoine Vincenzo AC4, ED1, ED2, MP1, SP2 Appiani Andrea AC2, AC3 Archivio Capitolare di Bergamo MP1 Asperti, famiglia AC1 Associazione Agricola Lombarda detta di Corte del Palasio AT1 Associazione Medica Italiana, comitato bergamasco AT1 Astori Giuseppe Celestino ED1, SP2 Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo AC2, AT1, AT2, BI2, ED2, MP2, SP1, TE2 Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo, Censura AT2 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Baizini Giovanni Battista MU1 Baretti Giuseppe SP2 Bartoli Francesco AC1 Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo MU1 Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo, Cappella TE2 Bassus Tommaso De ED2, IS3, MU1 Beccaria Cesare ED1 Beethoven Ludwig van MU1 Bellini Vincenzo TE2 Beltramelli Giuseppe AT2, BI1, IS2, MP1 Beltrami County BI2 Beltrami Giacomo Costantino AC3, AT1, BI2 Beltrami Giovanni Battista BI2 Beltrami Luigi Felice AT1, BI2 Benaglio Pietro FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] AC2, AT2 Berizzi, famiglia AC2 Berizzi Giovanni Battista AT1 Bertoli Alessandro MU1 Bettami, famiglia AC1 Bettinelli Luigi AC4 Bettinelli Michele TE2 Bettoni Vincenzo ED2, IS3 Bianconi Giacomo AC3, AT1, AT2, IS1, MU1 Biava Samuele MU1 Biblioteca Civica di Bergamo AC1, AT1, BI1, BI2, MP1, MP2 Biblioteca del Capitolo della Cattedrale di Bergamo BI1 Biblioteca Vaticana di Roma TE2 Bicetti de’ Buttinoni Giovanni Maria ED1, SP2 Bigatti Carlo TE1 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Bignami Vespasiano AC3 Bini Giacomo BI1, BI2, SP1 Biondelli Bernardino BI2 Blondel François ED1 Boatti Faustino TE2 Bonesi Marco MU1 Bonomini Vincenzo TE1, TE2 Borella, libraio BI1 Borsetti Bartolomeo AC1 Bossi Giuseppe AC2 Bravi Giuseppe IS4 Brembati Coriolano MP2 Brembati, famiglia AC1 Brembati Francesco BI1, MP1, MP2 Bressan, stamperia di Vicenza FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] AC1 Brignoli Domenico AC3 Calepio G.P. BI1 Calepio Pietro MP1 Calvi Donato MP1 Calvi Gerolamo SP1 Camera di Commercio e Industria di Bergamo AC4, IS2, TE1 Caminer Antonio ED2 Camozzi-Vertova Giovanni Battista BI2, IS5 Campana, locanda AC1 Canonica del Duomo di Bergamo BI1 Cantù Cesare SP1 Cantù Turina Giuditta TE2 Capitani Eugenio de’ AC3 Capitanio Giovanni Battista TE2 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Capsoni Giovanni SP1 Capuzzi Antonio MU1 Carnovali Giovanni detto il Piccio AC2, TE2 Carrara Carlo AC1 Carrara Francesco AC1, BI1, MP1 Carrara Giacomo AC1, AC2, AC3, BI1, MP1, MP2 Carrara Spinelli Giovan Battista SP1 Cartiere di Alzano ED1 Casati Gabrio IS1, IS2 Cassinelli Luigi ED1 Castello di Costa Mezzate TE2 Cattaneo Carlo SP1 Cattedrale di S. Alessandro, Bergamo AT2 Cecilia, santa MU1, TE2 Cedrelli Rocco FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] AT2 Celestino, storico bergamasco MP1 Centurione Stefano AT1, IS3, IS4, IS5, SP2 Cerasoli Flaminio MP1 Ceresa, famiglia AC1 Chiesa Anglicana MU1 Chiesa di S. Celso di Milano, Cappella TE1 Chiesa di S. Maria delle Grazie fuori Porta Nuova (cfr. Chiesa e convento di S. Maria delle Grazie) Chiesa di S. Matteo IS2 Chiesa di S. Pancrazio MU1, TE1 Chiesa di San Cassiano (cfr. Teatrino di San Cassiano) Chiesa e convento di S. Maria delle Grazie TE1, TE2 Chiesa parrocchiale di Almenno San Bartolomeo TE2 Chiesa parrocchiale di Villongo San Filastro TE2 Chiesina di S. Tommaso AC1 Coghetti Francesco TE2 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Coghetti Maria Giuditta TE2 Coletti Giovan Battista ED1, ED2 Collegio dei gesuiti di Ingolstadt MU1 Collegio Mariano (Misericordia Maggiore) AC1, IS2, IS3 Collegio Nazareno MP1 Collegio Vescovile S. Alessandro di Bergamo IS4 Colleoni Giovanni BI2 Colombo Giovanni IS4 Colonia svizzera (evangelica) di Bergamo ED2 Comaschi Luigi SP1 Comizio Agrario AT1 Commissione Conservatrice dei monumenti e degli oggetti d’arte MP2 Compagnia dei Filodrammatici della Fenice TE2 Confraternita dei Bergamaschi in Roma MP1 Congregazione di Carità (Misericordia Maggiore) FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] MU1, TE2 Conservatorio di Milano MU1 Convento dei Frati minori conventuali di S. Francesco AT1 Convento delle Clarisse di Rosate AT2, IS2 Coppino Michele IS1, MP2 Cremonesi Giovan Battista SP1 Crescini, stamperia di Bergamo BI1, ED1, IS1 Crivelli Ferdinando IS2 Crotta Giovanni AC3 Dafne, personaggio mitologico TE2 Dandolo Vincenzo AT1 David Giacomo TE1 David Giovanni TE2 Deleidi Luigi detto il Nebbia AC3, TE2 Dia, dea AT1 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Diotti Giuseppe AC2, AC3, BI1, TE2 Dolci Antonio MU1, TE2 Dolci Martino IS4 Dolfin Giovanni Paolo IS3 Donizetti Gaetano MU1, TE2 Donizetti Giuseppe TE2 Dono Vimercati-Sozzi MP1 Donzelli Domenico TE1, TE2 Dupin Antonietta TE2 Dupin Celestina TE2 Elia, famiglia AC2 Elia Simone AC1 Esposizione Italiana Agraria, Industriale e Artistica di Firenze (1861) AC3, BI2, TE2 Facchinetti Carlo AC2, MU1, SP1 Facheris Giacomo FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] ED2, IS2 Fantoni Luigi MP1 Farina Daniele AC2 Farina, storico bergamasco MP1 Ferdinando I, imperatore BI1 Ferrari Giuseppe SP1 Ferrero Luigi Ottavio IS2 Fiera di Bergamo ED1, MU1, TE1 Fiera di S. Alessandro (cfr. Fiera di Bergamo) Finazzi Giovanni IS4, IS5, MP1, MP2, TE2 Fontanone in Piazza Mercato del Pesce (cfr. Museo Lapidario) Foppa Vincenzo AC2 Forini Gerolamo MU1, TE2 Fraccaroli Innocenzo TE2 Francesco I, imperatore AT2, BI1 Furietti Alessandro AC1, AT1, BI1, BI2, MP1, MP2 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Fuzier, famiglia AC2 Gaffuri e Gatti, stamperia di Bergamo TE2 Galeazzi Giuseppe ED1, ED2 Galitzin Elisa AT2 Galli Michelangelo TE2 Gallizioli Costantino AC1, MP2 Gallizioli Giovanni Battista AT1, MP1 Gambale Luigi MU1 Ghiringhelli, vice prefetto IS2 Ghislandi Vittore, detto Fra’ Galgario AC3 Giegler J.V. ED2 Giulini Cesare IS5 Giuseppe II, imperatore IS1 Goethe Johann Wolfgang MU1 Gonzaga Luigi, santo FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] MU1, TE1 Gonzales Antonio MU1 Grande Oriente di Francia, loggia massonica BI2 Graziosi Antonio ED1, ED2 Gritti Morlacchi Carlo IS3 Grossi Tommaso AC3 Haydn Franz Joseph MU1 I.R. Censura Centrale dei libri di Vienna BI2 I.R. Censura Centrale di Milano AT2 I.R. Delegazione di Polizia AT2 I.R. Delegazione Provinciale di Bergamo IS1, SP1 I.R. Scuola Elementare Maggiore Maschile di IV Classi, ai Tre Passi AC4, AT1, BI1, IS1 I.R. Teatro di Vienna MU1, TE2 Illuminati di Baviera, loggia massonica BI1, ED2, IS3, MU1, SP2, TE2 Imperial Regio Ginnasio Liceale (cfr. Liceo di Bergamo) Istituto Magistrale Paolina Secco Suardo (cfr. Scuola Normale Femminile di Bergamo) FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Istituto Speciale di Mineralogia e Metallurgia Industriale (cfr. Istituto Tecnico di Bergamo) Istituto Tecnico di Bergamo Vittorio Emanuele II AC4, BI2, IS2 Kaufmann Angelica AT2 Lancetti Vincenzo BI2 Le Mierre Antoine Marie TE1 Lezioni Caritatevoli di Musica ED2, MU1, SP2 Liceo di Bergamo (Piazza Rosate) AT1, AT2, BI1, BI2, IS2, IS4, MU1, TE2 Liceo Dipartimentale del Serio (cfr. Liceo di Bergamo) Liceo Ginnasio Paolo Sarpi (cfr. Liceo di Bergamo) Liceo Sarpi (cfr. Liceo di Bergamo) Locatelli Pasino AC4, AT1, BI2, IS4, IS5, MP1, MP2, SP1 Locatelli, stamperia di Bergamo AC1, ED1 Lochis Carlo AC4, IS2, MP1, MU1, SP1 Lochis Guglielmo AC1, AC2, MP1, TE1, TE2 Lucchini Giovanni Francesco AC4, AT1, AT2, IS2, MP1, TE1, TE2 Luchini Pietro TE2 Lupo Mario FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] AC4, AT1, ED2, IS2, MP1 Lussana Filippo SP2 Maccarani Francesco IS2 Maffei Scipione MP2 Maggior Consiglio della Città di Bergamo AT1 Mai Angelo MP1, TE2 Maironi Alberto SP1 Maironi Cesare SP1, TE2 Maironi Da Ponte Adolfo Gustavo SP1, TE2 Maironi Da Ponte Giovanni AT1, AT2, ED1, IS2, IS3, MP2, MU1, SP1, TE2 Malibran Maria TE2 Malliani Alessandro SP1 Manenti Antonio TE2 Manghenoni Giovanni Giuseppe MU1 Mangili Giuseppe AT1, BI2, IS3 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Manini Ferdinando ED2 Manini, stamperia di Milano SP1 Manzoni Alessandro AC3, MU1 Maranesi Giuseppe IS2 Marenzi Carlo AC2, AT2, TE1, TE2 Marenzi Girolamo AT2, MP2, TE1 Maria Teresa d’Austria, imperatrice IS1 Marini Ignazio TE2 Mariton, famiglia TE2 Mascheroni Giuseppe MP1 Mascheroni Lorenzo AT1, AT2, BI1, BI2, ED2, IS1, IS2, IS3, MP1, MP2, SP2 Mayr Johann Simon AC2, AT1, AT2, BI1, ED2, MP1, MU1, SP1, SP2, TE1, TE2 Mayseder, musicista MU1 Mazzi Angelo MP1 Mazzoleni Angelo FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] MP1 Mazzoleni, stamperia di Bergamo AT2, MU1 Mellerio Giacomo AC2 Merelli Augusta TE2 Merelli Bartolomeo TE1, TE2 Merelli Eugenio TE1 Metastasio Pietro TE1 Ministero della Pubblica istruzione IS2, IS4, IS5 Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio IS2 Mirabeau Victor Riqueti de IS3 Misericordia Maggiore di Bergamo IS2, IS3, MU1, TE2 Mola Pietro IS3, MU1 Monastero benedettino di San Paolo d’Argon BI1, BI2 Monastero di S. Agostino AT1, MP2 Moretti, famiglia AC2 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Moriani Napoleone TE2 Moriggia Giovanni TE2 Moroni Giovanni AC3 Moroni Pietro AC2, AT1, AT2, BI2, IS2, TE1, TE2 Morris William AC4 Mosconi Giovanni MU1 Mozart Wolfgang Amadeus MU1 Mozzi Giuseppe Ercole MP1 Mozzoni Andrea IS2 Muletti Giacomo SP1 Muletti Sebastiano SP1 Muratori Ludovico Antonio AT1, MP2 Museo Archeologico di Bergamo BI2 Museo Civico di Storia Naturale di Bergamo BI2 Museo “Conte Paolo Vimercati Sozzi” di Bergamo FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] MP2 Museo d’Antichità di Bergamo (cfr. Museo Lapidario) Museo Donizettiano TE2 Museo Lapidario di Bergamo (Fontanone) AC1, AT1, AT2, BI1, MP1, MP2 Museo Lapidario di Modena AT2 Museo Lapidario di Verona AT2 Nägeli Hans Georg MU1 Natali, stamperia di Bergamo MP1 Orelli Johan Kaspar ED2 Oriente massonico di New Orleans, loggia massonica BI2 Orsetti Salvatore AC2 Ospedale di S. Marco, Bergamo AC4, BI1, IS2, TE1 Osteria ‘Tre Gobbi’ di via Broseta TE2 Pagnoncelli, stamperia BI1, BI2 Pagnoncelli Vittore IS5, SP1 Palazzini Giovanni FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] SP2 Palazzo Beltrami di Filottrano BI2 Palazzo dei Tasso MP2 Palazzo della Ragione BI1, MP2, TE1 Palazzo Nuovo (Piazza Vecchia) BI1 Palazzo Pretorio TE1 Palazzo Terzi ED1 Palazzolo Luigi ED2 Palma Luigi SP1 Parini Giuseppe SP2 Parravicini, I. R. Censore AT2 Passi Anna Maria AC1 Pasta Andrea AC1, SP2 Pavesi Stefano TE1 Pesenti, famiglia AC1 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Pesenti Magazzeni Giovan Battista TE1 Pesenti Pietro AC1, IS3 Pesenti Pietro Antonio ED1 Pestalozzi Johan Heinrich ED2, MU1 Piano Generale di Pubblica Istruzione IS1, IS2, IS3 Piccinelli Giovanni Antonio IS2, IS3, SP2, TE2 Piermarini Giuseppe TE1 Pigorini Luigi IS4 Pio Istituto Musicale di Bergamo MU1 Pio IX, papa IS4 Pio Luogo della Misericordia in via Arena IS2 Piranesi Giovan Battista AC1 Poli Pietro ED2, IS2 Pollack Leopoldo AC1, TE1 Ponzetti Angelo Michele FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] SP1, TE1 Preda Antonio AC4 Quadreria Agliardi AC1 Quadreria Lochis AC1 Quadreria Moroni AC1 Quadreria Piccinelli AC1 Quadreria Roncalli AC1 Quadreria Scotti AC1 Quadreria Suardi AC1 Quadreria Terzi AC1 Quarenghi Giacomo AT2, TE1, TE2 Quartetto musicale MU1 Querini Angelo Maria BI1 Quesnay François AT1 Raccolta Beltrami BI2 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Reale Accademia di Belle Arti di Parma AC1 Regia Scuola Elementare Maggiore ai Tre Passi (cfr. I.R. Scuola Elementare Maggiore Maschile di IV Classi, ai Tre Passi) Regio Istituto Tecnico (cfr. Istituto Tecnico di Bergamo) Regio Istituto Tecnico Vittorio Emanuele (cfr. Istituto Tecnico di Bergamo) Regio Liceo di Bergamo (cfr. Liceo di Bergamo) Regio Liceo-Ginnasio Paolo Sarpi di Bergamo (cfr. Liceo di Bergamo) Repubblica Bergamasca ED2 Riccardi Bortolo TE1 Rocchi Maffeo MP1 Romagnosi Giandomenico SP1 Roncalli Pietro AC3, AC4, IS2 Ronchetti Giuseppe MP1 Rondi Giuseppe ED1, ED2 Ronzoni Pietro AC3, TE2 Rosa Gabriele AT1, BI2, IS5, SP1 Rossini Gioacchino SP1 Rota Giovanni Battista FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] AT1, AT2, ED2, MP1, MP2 Rota I. BI1 Rubini Giovan Battista MU1, SP1, TE1, TE2 Ruggeri da Stabello Pietro TE2 Sadis Dionigi AC3 Salari Francesco MU1 Salvi Matteo MU1 Salvioni Agostino AC2, AT1, AT2, BI1, BI2, ED2, IS2, IS3, MU1, SP1, TE2 Samuele, profeta MU1 Sanquirico Alessandro TE1, TE2 Santuario di Caravaggio TE2 Sarpi Paolo IS4 Scotti, famiglia AC2 Scuola di Architettura e Ornato dell’Accademia Carrara di Bergamo AC1, MU1 Scuola di Belle Arti dell’Accademia Carrara di Bergamo AC1, AC2, AC3, AC4, MU1, TE2 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Scuola di carte dipinte AC4 Scuola di disegno applicato agli stipettaj ed ebanisti AC4 Scuola di Scenografia, Pittura e Decorazione di Milano TE2 Scuola Donadoni (cfr. I.R. Scuola Elementare Maggiore Maschile di IV Classi, ai Tre Passi) Scuola Elementare Maggiore ai Tre Passi (cfr. I.R. Scuola Elementare Maggiore Maschile di IV Classi, ai Tre Passi) Scuola Imperiale di Canto di Vienna MU1 Scuola Normale Femminile di Bergamo IS1 Scuola pratica di agricoltura di Grumello del Monte AT1 Scuola tecnico-pratica di plastica e intaglio di Bergamo MU1 Scuole del Genio di Modena IS2 Scuole tecniche della Società Industriale Bergamasca IS2, IS5 Scuri Cristoforo TE1 Scuri Enrico AC3, BI2, TE2 Secco Suardo Bartolomeo AT2, BI1, SP1 Secco Suardo Grismondi Paolina TE1 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Secco Suardo Leonino BI1 Selvatico Pietro AC3, AC4, IS2, MU1 Seminario vescovile IS3 Seminario vescovile, Deputazione MU1 Serassi Giuseppe Antonio AT1, TE1, TE2 Serassi Pier Antonio AC1, AT1, MP1, MP2 Settembrini Luigi IS4, IS5 Soave Francesco ED2, IS1 Società dei Filarmocori di Bergamo MU1 Società di Incoraggiamento d’Arti e Mestieri di Milano AC4, AT1 Società di Pubblica Istruzione di Bergamo ED2, IS3 Società Industriale Bergamasca AC4, AT1, IS1, IS2, IS3, IS5, MU1, SP1, SP2, TE1 Società Industriale Bergamasca, Commissione scientifico-tecnica AC4 Società Nazionale «Dante Alighieri» in Roma BI2 Società Politecnica di Bergamo FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] AT1 Società Storica Bergamasca MP1, MP2 Società Storica di Minnesota BI2 Società Storica Lombarda di Milano MP1 Società Tipografica di Neuchâtel ED1, ED2 Sonzogni Giacomo Alberto ED1 Sonzogni Luigi SP1 Sonzogni, stamperia di Bergamo MP1, SP2 Speranza Pier Luigi IS1, IS3, IS4, IS5 Stabilimento Butti di Almé SP2 Stabilimento degli esposti AC4 Staèl Anne-Louise-Germaine Necker Mme De SP1 Stamperia Reale di Milano IS1 Stato del Minnesota BI2 Stendhal (Henry Beyle) ED1 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Strada Ferrata Lombardo-Veneta TE1 Suardi Bartolomeo TE2 Taccani Elisa SP1 Tadini Antonio AT1, BI2, IS2, IS3 Tartini Giuseppe MU1 Tasca Ottavio MU1, SP1 Tassi, famiglia AC1 Tassi Francesco Maria AC1, MU1 Tassi Gian Jacopo BI1 Teatrino di Cittadella di Bergamo (cfr. Teatrino di Rosate) Teatrino di Rosate poi Teatrino di Cittadella di Bergamo TE1, TE2 Teatrino di S. Cassiano di Bergamo MU1, TE2 Teatro alla Scala di Milano TE1 Teatro Apollo di Roma TE2 Teatro Cerri di Bergamo TE1 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Teatro Comunale di Rimini TE2 Teatro della Fenice di Bergamo TE1 Teatro della Società di Bergamo, Deputazione TE2 Teatro della Società (o Teatro Sociale) di Bergamo AC1, TE1, TE2 Teatro di Vienna (cfr. I.R. Teatro di Vienna) Teatro Nuovo di Spoleto TE2 Teatro Riccardi di Bergamo AC4, AT1, MU1, TE1, TE2 Tenca Carlo AT1, BI2, SP1, SP2 Terzi Giuseppe AT2 Terzi Luigi TE1 Tiraboschi Antonio MP1, MP2 Tiraboschi fratelli ED1 Tiraboschi Girolamo MP1 Tomini Foresti Marco BI1 Torlonia Alessandro TE2 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] Torriceni Francesco AT2 Trécourt Giacomo TE2 Turner Joseph William TE2 Unione Filarmonica di Bergamo MU1, SP1, TE1, TE2 Unione, loggia massonica detta dell' ED2 Università di Bologna IS2 Università di Pavia IS1, IS2, IS3 Urbani Giuseppe SP1 Vaerini Barnaba ED2, MP1, MU1 Valsecchi Alessandro IS4 Verri, fratelli ED1 Verri Pietro SP2 Vertova Andrea AC2, TE2 Viganò Salvatore TE2 Viganoni Giuseppe FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected] TE1 Villa Lochis alle Crocette di Mozzo TE1 Villa Torlonia di Roma TE2 Vimercati Sozzi Giuseppina MP1 Vimercati Sozzi Paolo BI2, MP1 Voltaire (François-Marie Arouet) ED2, IS3 Weishaupt Adam MU1 Zatta Antonio ED1, ED2 Zerbini Elia SP1 Zucchi Carlo AT1 Zuppinger Edoardo AC4 FONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA Piazza Mercato del fieno, 6/a - 24129 Bergamo Italy - Tel. +39 035 24 71 16 ; +39 035 22 63 32 - Fax 035 21 91 28 P. Iva 02995900160 - [email protected]