DEL POPOLO IL TEMA DEL MESE La disinformazione e i pregiudizi antico, ma spesso mal gestito nella nostra società”. “Il corso è gratuito, obbligatorio solo per i proprietari di cani che si siano manifestati ‘a rischio elevato’”, ha osservato la Martini, lasciando però ai veterinari una più precisa identificazione delle situazioni a rischio. Il corso dovrà essere “offerto a tutti” dalle amministrazioni locali, a cura, in particolare, dei sindaci che “sono i responsabili delle tematiche legate al randagismo e alla educazione dei proprietari dei cani”. “Sono i cittadini – ha rilevato la Martini –, che devono in questo senso stimolare i sindaci”. “Il patentino nasce per venire incontro a un’esigenza che la popolazione sente”, ha spiega Pasqualino Santori, presidente del Comitato di bioetica veterinaria di Roma, che ha contribuito a preparare l’iniziativa delineandone le linee guida. “Un’esigenza nata dalle notizie di aggressioni e ferimenti da parte di cani, che pur essendo in numero statisticamente poco rilevante, hanno contribuito a diffondere una certa apprensione tra la gente”. Santori ha ricordato come una razza di cani “esiste per certe necessità”, ed è un errore quando si sostituisce la “cultura storica con il consumismo”. Non si può scegliere un cane, ha sottolinea il veterinario, sulla base di quanto sia di moda o di quanto ci faccia fare bella figura quando lo portiamo a passeggio: “è un approccio sbagliato alla tipologia di cane”. Santori ha rilevato inoltre che “un cane non può essere lasciato a se stesso”, ma che necessità di un’educazione”. E anche come siano colpevoli certe “disattenzioni” dei padroni, che devono essere in grado di cogliere e saper contrastare “già le prime manifestazioni di comportamenti problematici dei loro cani”, come ad esempio dei “ringhi fuori contesto”. Spesso, ha concluso l’esperto, gli incidenti sono determinati dal fatto che si tratta di cani “gestiti malissimo. Per il patentino è stato preparato e messo a disposizione del materiale informativo: un opuscolo in cui divise per capitoli sono contenute una serie di informazioni e indicazioni destinate ai proprietari dei cani o a chi ne voglia adottare uno. C’è poi un CD con immagini, filmati e interventi di esperti sempre per creare quella che viene definita una cultura diffusa per un corretto rapporto tra uomo e cane. (kb) ce vo /la .hr dit w.e ww S trano come la disinformazione, o meglio, la cattiva informazione, possa creare psicosi quali quella per i cosiddetti cani “killer” e il Pit bull in particolare. Sul Pit bull ormai da diversi anni s’è sentito di tutto… Dalla presunta “bestialità” della razza creata in laboratorio, tesi insostenibile, in quanto le sue origini si possono collocare già nel ‘700, all’autentica fandonia dell’aggressività innata verso l’uomo come sua caratteristica genetica. Non si può negare che esistano razze più inclini a un comportamento aggressivo di altre, ma è altrettanto vero che un animale addestrato bene non si rivelerà mai pericoloso per chi gli sta attorno. Quando un cane viene ben allevato e socializzato, molto raramente darà veri problemi. Certo, gli incidenti sono sempre possibili, è normale: dopo tutto, il cane è pur sempre un animale con un suo linguaggio e un suo modo di “vedere le cose” che l’uomo non sempre è in grado di interpretare correttamente. Quando si decide di prendere in casa un cane è importante affidarsi a un allevatore serio, in grado di selezionare i propri animali non solo in base alle prerogative estetiche, ma anche a quelle caratteriali. Il Pit bull, ad esempio, non è un cane per tutti. A dire il vero, non esiste un cane che sia davvero “per tutti”, neppure un piccolo Yorkshire terrier lo è, a causa di quel suo temperamento irascibile e permaloso. Ecco perché l’unica soluzione efficace per risolvere il problema dei cani cosiddetti “pericolosi” è quello di diffondere il più possibile una vera cultura cinofila, lontana dalle mode, che responsabilizzi allevatori e proprietari. Proprio a tale scopo in Italia è nato ufficialmente il “patentino” per i proprietari di cani o per coloro che desiderino diventarlo. Il sottosegretario alla Salute Francesca Martini ha presentato il progetto alla stampa all’inizio di questo mese. “Il patentino è – ha spiegato la Martini –, un ‘programma di formazione’ aperto e consigliato a tutti. Risponde a quanto previsto dall’ordinanza del 3 marzo 2009 sulla ‘tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani’”. “L’obiettivo – ha proseguito il sottosegretario –, è quello della creazione di un corretto rapporto uomo-cane, un rapporto animali An no II 9 200 • n. 2 e r b o 9 • Mercoledì, 21 ott IL RUGGITO di Krsto Babić Siamo tutti creature di Dio Hanno fatto il giro del mondo le immagini del ragno che dopo essersi posato sul Santo Padre ha iniziato a “passeggiare” sulle spalle di Benedetto XVI. Il curioso episodio si è verificato il 26 settembre scorso, nel Salone spagnolo del Castello di Praga, mentre Papa Ratzinger si stava rivolgendo ai rappresentanti delle autorità della Repubblica Ceca, dove il Pontefice si era recato alla fine dello scorso mese in visita pastorale. L’imprevisto non è sembrato aver turbato particolarmente il Papa, che ha portato a termine il proprio discorso senza scomporsi. D’altra parte anche il ragno è apparso a suo agio sull’abito papale. L’aracnide ha suscitato un enorme interesse tra i giornalisti presenti, che hanno riportato la notizia in tutto il mondo. Le immagini e i filmati della scena sono diventati in breve tempo tra i contenuti più cliccati su Internet. I mezzi d’informazione cechi, ma anche quelli internazionali come la BBC, hanno dato ampio spazio al ragno “andato in pellegrinaggio” sul Papa; tanto quanto il discorso pronunciato da Benedetto XVI e le successive reazioni. “Il Papa non si è fatto disturbare dall’ospite indesiderato”, è stato il commento del quotidiano MF Dnes. “Milioni di fedeli sognano una simile esperienza: un contatto personale con Papa Benedetto XVI”, ha riportato, invece, l’emittente televisiva CT 24. È impossibile non fare il paragone con il presidente americano Barack Obama, che non tanto tempo fa in una situazione analoga ha avuto una reazione assai meno signorile. L’inquilino della Casa Bianca non ha esitato a schiacciare una mosca che lo stava infastidendo durante un’intervista rilasciata a John Harwood, giornalista della Cnbc. Il presidente statunitense, dopo aver cercato invano di allontanare l’ospite non gradito, ha aspettato che l’insetto si posasse, uccidendolo con una mano al primo colpo. “Non male eh? – ha commentato poi Obama rivolgendosi all’intervistatore –. L’ho beccata, la maledetta”. Sia Joseph Ratzinger sia Barack Obama sono due grandi personaggi del nostro tempo. In loro il mondo ripone fiducia e grandi speranze. Il “Papa dotto” nell’episodio con il ragno ha dato dimostrazione di classe, difficilmente lo stesso lo si può affermare per il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Per carità, Obama non ha commesso nulla di particolarmente grave uccidendo una mosca, d’altronde chi di noi non l’ha fatto? Siamo però convinti che sarebbe risultato molto più simpatico se si fosse alzato dalla sedia e avesse aperto una finestra permettendo alla mosca di uscire dalla stanza. 2 animali Mercoledì, 21 ottobre 2009 ORNITOLOGIA Lo Smeriglio è un uccello migratore elegante Il volo dello «Spirito Santo» A cura di Valentino Pizzulin L o Smeriglio (Falco columbarius) è un uccello migratore. Nidifica dall’Europa settentrionale alla Siberia centrale e sudoccidentale, nel Kazakistan settentrionale e nella parte nord-orientale dell’America settentrionale. Le aree di svernamento delle popolazioni della Regione Paleartica occidentale comprendono l’Europa a Sud del 60.esimo parallelo Nord, l’Africa a Nord del Sahara e il Medio Oriente. La migrazione post-riproduttiva verso i quartieri di svernamento si svolge da fine agosto a novembre, mentre quella pre-riproduttiva verso i quartieri di nidificazione ha luogo dalla fine di febbraio ad aprile. In Italia è migratore e svernante regolare. I contingenti in transito o svernanti in Italia, Croazia e Slovenia provengono dalle popolazioni nidificanti in Scandinavia e in Russia. Lo Smeriglio è il più piccolo fra i falchi europei. Lo caratterizzano un’apertura alare tra i 56 e i 62 centimetri e un peso non superiore ai 150 - 200 grammi. Frequenta ambienti aperti e semi-boscati, brughiere e zone umide. Nidifica nella tundra e nelle brughiere nordiche. Si ciba soprattutto di piccoli uccelli fino alle dimensioni di un tordo e in minor misura di piccoli mammiferi e insetti. Solo occasionalmente preda rettili e anfibi. Lo Smeriglio è un animale territoriale e durante il periodo riproduttivo è piuttosto aggressivo nei confronti di altre specie che si avvicinano al nido. Ha un volo assai rapido con battiti alari interrotti da brevi scivolate e plana ad ali piatte. Può sostare in volo nella posizione chiamata dello “spirito santo”. Compie eleganti manovre aeree ed è capace di forti accelerazioni. Caccia sia all’agguato appostato su un posatoio sia, più spesso, volando a bassa quota con grande agilità; cattura le prede sia in volo che a terra. Dopo aver subito un forte regresso fino alla metà del secolo scorso, attualmente in Europa le popolazioni di questa specie appaiono piuttosto stabili. La specie è tutelata dalle convenzioni di Bonn e Berna, nonché dalla Direttiva uccelli varata dall’Unione europea. La riproduzione Lo Smeriglio costruisce il nido su cenge di pareti rocciose o sul suolo tra cespugli di erica e betulle nane. Depone le uova, in genere non più di una mezza dozzina alla volta, tra maggio e giugno (una covata all’anno). La covata, effettuata dalla femmina dura circa un mese. I pulcini sono nidicoli e raggiungono la capacità del volo all’età di circa quattro settimane. I giovani si rendono indipendenti dopo circa un mese dall’involo. RODITORI Salvato da un triste destino da cavia Il coniglio Neozelandese di origini Yankee A cura di Giorgio Adria I conigli Neozelandesi bianchi (che, a dispetto del nome, non hanno nulla a che fare con la Nuova Zelanda, essendo una razza selezionata negli Stati Uniti), sono stati usati per lungo tempo nei laboratori di vivisezione perché hanno la sfortuna di avere occhi e pelli particolarmente sensibili. Sono stati allevati pure come cibo perché la loro carne ha una percentuale di colesterolo particolarmente bassa. Ora vengono considerati ottimi animali da compagnia. La maggior parte dei Neozelandesi hanno il pelo di colore bianco e gli occhi rosso-rosati, ma esistono anche altre varianti: quella dal mantello rosso (leggermente più piccoli), con occhi marroni, e quella nera (estremamente rara). Il Neozelandese adulto medio è solitamente più grosso dei comuni gatti domestici e arriva a pesare anche tra i 5 e i 6 chilogrammi. Hanno solitamente orecchie molto grandi e diritte ed enormi piedi. La forma del corpo è a “mandolino”, molto gradita dagli allevatori appassionati della cosiddetta morfologia ad ariete. Alcuni esemplari hanno musi e zampe più snelli e affusolati, ma solitamente sono piuttosto vigorosi. Naturalmente ogni coniglio ha la sua personalità, ma di solito i Neozelandesi sono fra i conigli più amabili, calmi e dolci che si possano trovare. Sfortunatamente, sono quelli che vengono venduti più spesso nel periodo pasquale, spacciandoli per conigli “nani” (mentre si tratta soltanto di coniglietti molto, troppo giovani, spesso non ancora svezzati), e che trascorso il periodo delle feste spesso vengono abbandonati proprio perché diventano troppo ingombranti. Un’altra causa di abbandono, assurdamente è dovuta all’aspetto dei loro occhi. A molte persone gli occhi rossi non piacciono. I conigli bianchi con occhi rossi sono probabilmente i più difficili da sistemare, perché spesso le persone prendono una decisione sull’adottare un animale basandosi su considerazioni puramente estetiche. I Neozelandesi sono stati selezionati per avere la pelliccia bianca, in modo da fornire uno standard uniforme per la sperimentazione, cosa che richiede un’altissima incidenza di albinismo. Un animale è albino quando eredita un tratto singolo o un insieme di caratteristiche che interrompano la formazione della melanina, il pigmento primario che determina il colore della pelle, del pelo e degli occhi di un mammifero. Tuttavia non tutti gli albini sono necessariamente di colore bianco puro. A volte alcuni tratti genetici che controllano la formazione della melanina compaiono nella pelliccia degli animali e il pelo appare macchiato. D’altro canto, non tutti gli animali bianchi sono albini. Come si fa a capire la differenza? Basta guardarli negli occhi. Infatti, la melanina influisce sullo sviluppo del sistema visivo: senza i pigmenti bruno-nerastri o rosso-giallastri della melanina che colorano l’iride, gli occhi di un animale albino appaiono rosso-rosa o azzurro chiarissimo. Molti animali hanno la pelliccia color bianco puro, ma non sono albini: basti pensare agli orsi polari: questi animali sono detti leucisti: alcuni, come la lepre artica, hanno fasi leucistiche solo in determinati periodi dell’anno. La melanina protegge dai raggi solari e contribuisce allo sviluppo di diverse parti del sistema visivo, compresi l’iride, la retina, i muscoli dell’occhio e i nervi ottici. L’assenza di me- lanina risulta in uno sviluppo meno organizzato dell’occhio che causa agli animali albini minore capacità di percezione della profondità, maggiore sensibilità alla luce solare e difficoltà a mettere a fuoco, soprattutto le immagini fisse. Infatti è per questo che spesso i conigli con gli occhi rossi (Neozelandesi o meno) muovono lentamente la testa orizzontalmente, come se negassero, quando guardano fissamente qualcosa. In realtà sono impegnati a “scannerizzare” l’oggetto fermo. animali 3 Mercoledì, 21 ottobre 2009 FELINI Il Gatto di Bombay: quando la fantasia si tramuta in realtà L’incarnazione di Bagheera Mowgli e Bagheera A cura di Sabrina Ružić più morbida, lo sguardo diventava sempre più luminoso e dorato. “…Un’ombra nera piombò nel cerchio. Era Bagheera, la pantera nera, nera dappertutto come l’inchiostro. Tutti conoscevano Bagheera e nessuno osava attraversargli la strada.“ Queste parole, scritte alla fine dell’Ottocento da Rudyard Kipling ne “Il libro della giungla”, le cui pagine hanno fatto sognare intere generazioni di bambini, devono aver profondamente impressionato anche l’americana Nikki Horner. Originaria di Luisville, nel Kentucky, Nikki allevava gatti sin dall’età di sedici anni. Negli anni Cinquanta, Nikki decise di tentare di realizzare un sogno: creare una razza felina il più possibile simile alla saggia pantera di Kipling. La pantera non è altro che un leopardo con un’eccessiva produzione di melanina. Le classiche macchie nere del mantello del leopardo comune permangono anche sul manto della pantera, ma sono poco visibili. Infatti non si distinguono sul tipico fondo color sabbia dorata, ma su una pelliccia anch’essa color notte. Mentre il mantello di Bagheera è nero marezzato, quello dei mici che la Horner aveva in mente doveva presentare una differenza sostanziale: essere completamente nero, senza marezzature o sfumature. Nero come la notte, il carbone, l’inchiostro. La pantera di Kipling, che salva il cucciolo d’uomo Mowgli scambiandolo con un toro alla Rupe del Consiglio, è selvaggia e dolce allo stesso tempo. Consapevole della propria forza, la usa a fin di bene… proprio l’affidabilità della personalità di Bagheera contrapposta al suo aspetto selvaggio sono le doti che Nikki Horner avrebbe voluto ricreare nei suoi gatti. Le razze preferite dalla Horner erano, a quel tempo, il rustico American Shorthair e il misterioso gatto Burmese. In particolare la Horner amava il Burmese classico, cioè quello dal pelo tinto di un caldo color castagna, con gli occhi dorati, che il linguaggio della catofilia internazionale chiama “zibellino”. Per coronare il sogno di ottenere un micio il più possibile simile a Bagheera, Nikki incrociò una delle sue femmine di Burmese con un maschio di American Shorthair di colore nero. Ci vollero anni di dura selezione prima che i micetti nati da questo esperimento iniziassero a presentare una morfologia sempre più distinta ed unica: la pelliccia si assottigliava e si faceva molto La nascita del Bombay Alla fine degli anni Settanta, finalmente, le cucciolate avevano caratteristiche morfologiche e caratteriali costanti. Era così nata una nuova razza di splendide e affettuose “pantere da salotto”. La Horner volle chiamarla “Bombay”, dal nome della città natale di Rudyard Kipling. È un nome che evoca Bombay è la più grande metropoli nonché porto dell’India. Con una popolazione stimata in 13,66 milioni di abitanti, è la seconda città più popolosa del mondo dopo Shanghai. Dal 1995 il nome ufficiale della città è Mumbai le atmosfere esotiche dell’India e delle sue fitte giungle, entro le quali si muove sinuoso il leopardo nero. Nel 1976 il Bombay fu riconosciuto definitivamente come razza felina e il suo standard fu approvato ufficialmente. Se è vero che ogni razza felina ha una caratteristica distintiva, per il Bombay è sicuramente il colore. La morfologia Nero dalla radice alla punta e morbido al tatto, il pelo del Bombay è così luccicante che viene descritto come “di vernice”. Oltre a quello del mantello, un altro colore è importantissimo nel qualificare la razza: quello degli occhi, la cui tinta deve variare tra il giallo oro e il rosso rame, considerato più prestigioso, tanto che gli occhi magnetici del Bombay sono stati definiti “penny di rame nuovo”. Il suo peso è molto superiore rispetto a ciò che la sua taglia suggerirebbe: prendendolo in braccio ci sorprenderemo a scoprire quanto è pesante e possente la sua muscolatura. Se si sceglie di vivere con un Bombay, bisogna mettere in conto di prenderlo in braccio di frequente perché è uno dei mici più affettuosi dell’universo felino. Ama vivere “appiccicato come una cozza” al proprio adorato padrone. Oggi che la razza è riconosciuta ufficialmente, gli accoppiamenti tra gatti Bombay sono all’ordine del giorno. Tuttavia, gli allevatori esperti, al fine di “rinforzare” la razza, ogni tre generazioni fanno accoppiare i propri Bombay con un esemplare di gatto Burmese zibellino. Nelle cucciolate di due Bombay, potrebbero quindi esserci gattini color castagna! Il nero è una tinta dominante, ma se i due genitori presentano entrambi il gene recessivo che presiede al colore zibellino, il medesimo può apparire in qualcuno dei cuccioli, che in Europa vengono considerati Burmesi a tutti gli effetti. È importante ricordare che del Bombay esistono due varianti, esattamente come per i Burmesi: il tipo contemporaneo, dalla morfologia più tondeggiante, e il tipo tradizionale, dal corpo e dal muso più affinati. Anche se lo standard del Bombay riconosciuto in America è quello contemporaneo, è necessario incrociare Bombay contemporanei con Bombay tradizionali se si desiderano evitare problemi alla strutture cranio-facciale dei piccoli. Il carattere Quali caratteristiche ha preso il Bombay da “genitori” così diversi tra loro? Dal Burmese ha senz’altro ereditato il look esotico e l’affettività vulcanica. È un gatto che si affeziona a tutta la famiglia e ha bisogno del contatto fisico ed emotivo con il proprio padrone. Dal genitore più rustico, l’American Shorthair, ha ereditato il buon carattere e la capacità di apprendimento: il Bombay risponde al nome e impara molti giochi. Curioso e vivace, di certo non si nasconderà sotto il letto quando in casa entrano degli sconosciuti. Di buon temperamento, il Bombay è adorabile con i bambini piccoli, ma è impensabile pensare di affiancargli un compagno a quattro zampe, una volta divenuto adulto. Come una vera pantera, non ama molto i suoi simili… Questi gatti raggiungono presto la maturità sessuale, tra i sei e nove mesi, ma non sono molto prolifici. Questo è uno dei motivi della loro rarità persino negli Stati Uniti, il loro paese d’origine. Dotato di ottimo appetito, il Bombay non presenta particolari difficoltà nella cura del mantello: basta spazzolarlo una volta alla settimana o lucidarlo con un panno di pelle di daino. Insomma, il Bombay è una pantera dolcissima che non ruggisce, ma che riempirà di fusa altisonanti ogni nostra giornata. 4 Mercoledì, 21 ottobre 2009 Mercoledì, 21 ottobre 2009 5 CINOFILIA Il Pit bull è un cane potenzialmente pericoloso dotato di una forza immensa Un gladiatore irascibile nato per combattere A cura di Krsto Babić L’ Lo standard L’American pit bull terrier ha la testa piatta e squadrata, le mascelle molto potenti e il corpo altamente muscoloso, trasuda potenza. Corpo più lungo che alto, petto molto largo e muscoloso e un poderoso posteriore che gli permette di effettuare enormi balzi. Per alloggiare le mascelle poderose il muso dell’American pitt bull terrier è particolarmente largo in corrispondenza delle guance. La taglia va dai 46 ai 56 centimetri per un peso che oscilla dai 23 ai 46 chilogrammi. L’occhio è rotondo e spesso molto scuro. Le orecchie fino al dicembre del 2006 venivano di norma tagliate rimanendo così piccole e erette; quando non tagliate le orecchie risultano semierette. La coda è corta (non raggiunge i garretti) e portata orizzontalmente quando il cane è in azione. Il pelo è fitto, corto e lucente; non presenta sottopelo. Sono ammesse tutte le colorazioni, ma il bianco non deve coprire più dell’80 p.c. del corpo. American pit bull terrier o semplicemente Pit bull è descritto come un cane tenace e indomito, estremamente coraggioso e impavido. Nelle cronache mediatiche, questo animale è stato spesso additato come esempio di razza particolarmente feroce e pericolosa. Secondo il divulgatore David Alderton, probabilmente contro il Pit Bull è stato promulgato il maggior numero di leggi e normative, più che verso qualunque altra razza canina. In Gran Bretagna, ad esempio, è consentito il possesso solo di esemplari registrati e castrati. In Italia gli attacchi di Pit bull alle persone hanno spinto il governo ad emettere provvedimenti verso questa razza, inserita nella Lista delle razze canine pericolose. Gli esperti descrivono tuttavia la sua aggressività come di tipo intraspecifico (cioè nell’ambito della stessa specie) o predatorio (cioè verso altre specie che sono abituali prede del cane). La razza non dimostra normalmente aggressività nei confronti dell’uomo, verso cui il Pit bull si dimostra molto amichevole, fiducioso e sottomesso, tanto da non essere considerato un buon cane da guardia. Le origini del Pit bull sono di fatto antiche e trovano le loro radici in quel gruppo di molossoidi impiegati dai guardacaccia nell’Inghilterra del medioevo, ovvero al Bandog (detto anche Tydog) o all’Alaunt, cani tanto forti e massicci da riuscire ad atterrare e a bloccare la persona inseguita fino all’arrivo del proprio padrone. Prima ancora si deve, però, citare quel variegato ceppo di cani da combattimento, dai Canes Pugnaces romani ai Pugnax Britanniae, che da secoli avevano dato vita ai combattimenti nelle arene: non solo tra cani, ma anche con animali di ogni specie e mole. E ciò è dato anche dal fatto che dal diciassettesimo al diciottesimo secolo circa non si può distinguere una razza dall’altra con sicurezza. Colpa anche di quell’infinità di nomi diversi utilizzati sostanzialmente per indicare uno stesso modello di cane: un molossoide, agile e forte, adatto a lottare. Così per tutto il sedicesimo secolo i cani da combattimento erano genericamente chiamati Mastiff, mentre nel secolo successivo fu adottato il termine Bulldog per indicare con maggiore precisione il molossoide impiegato per la lotta con il toro. A complicare le cose c’è inoltre il fatto che ogni regione della Gran Bretagna, culla di questo primo ceppo di cani, si adoperava da secoli per selezionare i soggetti più adatti alle specifiche esigenze del momento, incuranti di ogni forma di criterio, al di fuori di quello utilitaristico. Diventano allora frequenti gli incroci tra Bandog e Bulldog e poi ancora tra Bulldog e vari terrier tra cui il Black and Tan terrier (cioè il nucleo più significativo da cui discende l’odierno Pitt bull). Nel corso dell’800 i combattimenti tra cani, tori e orsi furono messi al bando in Gran Bretagna e il Bulldog rischiò di non essere più motivo d’interesse. “Fortunatamente” proliferano le arene clandestine nelle quali a sfidarsi erano i cani tra di loro. Per questo triste spettacolo, ancora oggi sin troppo spesso praticato, occorreva tuttavia un cane più agile e veloce. La famiglia dei Terrier rappresentava in questo senso un ottimo ceppo da cui attingere. Nacque così il Bull terrier, un cane che a fine secolo si presentava sufficientemente robusto e agile, nonostante i suoi diversi colori e le varie pezzature tradissero le sue origini non certo pure. Quindi a fine ‘800 si avevano due diversi tipi di cane nati entrambi dal Bull terrier. Il primo, adatto per le esposizioni, venne chiamato English bull terrier. Il secondo Pit bull terrier e la sua strada rimase quella dei combattimenti nelle arene. Lo sbarco in America Per comprendere meglio la strada intrapresa dal Pit bull occorre tuttavia spostarsi negli Stati Uniti. In questo paese il Pit bull, chiamato anche in questo caso con nomi differenti tra cui Bull and Terrier, Half and Half, Pit dog, Yankee terrier e altri ancora, approdò già nel diciottesimo secolo, portandosi dietro tut- ta quella scia di diffidenza che in Inghilterra ne aveva segnato gli ultimi decenni di permanenza. Joseph Colby, allevatore di Pit bull scrisse che “fin dalle sue origini la razza ebbe un’ingiusta reputazione dovuta alla sua abilità nel combattimento e alle caratteristiche del proprietario”. A fianco di questi cani c’erano infatti spesso soggetti non del tutto raccomandabili, come ad esempio pugili o bulli di strada. Persone, insomma, che vedevano nel combattimento tra cani una fonte di divertimento e di una pur discutibile forma di selezione delle qualità di forza e resistenza di questa razza. Infatti, una volta terminata la moda del Pit (arena) nel “Vecchio continente”, la medesima proliferò nel “Nuovo mondo”. La Police Gazette (1846-1932) divenne l’organo di comunicazione ufficiale sul quale erano riportate le date e i risultati degli incontri, prima che il neonato libro delle origini americano e, l’United kennel club (UKC, 1898) cominciassero a pubblicare il Bloodlines Journal con le notizie inerenti ai combattimento tra cani. L’arena stava cominciando a diventare scomoda anche per gli Stati Uniti. A New York, ad esempio, il combattimento tra cani venne proibito nel 1856, costringendo gli organizzatori a spostarsi in periferia. La stessa UKC poi, dopo la morte del suo fondatore C.Z. Bennet, incominciò a prendere le distanze dai pitmen: gli allevatori di Pit bull da combattimento. Era così maturato il tempo per l’istituzione di un nuovo registro che accogliesse ufficialmente i nuovi nati di questa razza. Nacque così, nel 1909, l’American dog breeder association (ADBA), e con essa l’unico libro delle origini ad accogliere solo cani di razza Pit bull. La clonazione Passavano gli anni e gli allevatori premevano per un riconoscimento dei loro soggetti in modo tale da epurarli da quella reputazione negativa che li accompagnava. Così, nel 1936, l’AKC riconobbe alcuni American pit bull terrier dandogli il nome di American Staf- fordshire terrier. Da allora in poi le strade di questa razza si divisero in modo netto. Lo Staffordshire, grazie al restyling politico offerto dall’AKC e poi dalla Federazione cinofila internazionale (FCI), intraprese la strada delle esposizioni. L’American pit bull terrier, invece, continuò la sua carriera di combattente. Le lotte tra cani erano ormai divenute quasi del tutto clandestine. Si ottenne così una specie di clonazione dello stesso cane con caratteristiche, però, differenti: meno forte e resistente lo Staffordshire, in quanto ormai votato alle esigenze estetiche più che funzionali; sempre più agile e meno massiccio il Pit bull, che perfezionava in questo modo secoli di selezione volta al combattimento per ottenere la massima forza nel minimo di peso. Di Pit bull Terrier si è parlato molto negli ultimi decenni del se- colo scorso. Si son fatti molti discorsi circa la sua indole aggressiva e, di conseguenza, il suo alto grado di pericolosità nei confronti dei propri simili e, soprattutto, dell’uomo. Inoltre si sono mossi in tanti, dalle associazioni animaliste fino ai politici, per cercare di introdurre nuove norme legislative che in qualche modo ne limitassero se non addirittura proibissero l’allevamento. L’impiego moderno A prescindere dai suoi trascorsi da combattente, il Pit bull è oggi molto apprezzato come cane da compagnia. Anche se molto spesso è salito negativamente agli onori della cronaca, questo cane se ben socializzato da cucciolo, è un ottimo babysitter. Negli Stati Uniti il Pit bull terrier è persino incluso tra la razza impiegate nelle sedute di pet terapy. L’indole L’American pit bull terrier è coraggiosissimo e pieno di vitalità. Lo contraddistingue la capacità di intuire subito le buone dalle cattive intenzioni degli estranei. Se non ben socializzato da cucciolo è propenso a dimostrarsi aggressivo con gli altri cani. Le cure L’American pit bull terrier è resistente alle malattie, può vivere all’aperto, ma d’inverno necessita di un riparo riscaldato. In ogni caso il suo ambiente ideale è in casa vicino al proprio padrone. Va alimentato in modo completo, ma senza esagerare per non farlo ingrassare. L’American pit bull terrier va spazzolato raramente con una spazzola a setole morbide, aumentando la frequenza unicamente nei periodi di muta del pelo. 6 animali Mercoledì, 21 ottobre 2009 FATTI L’ultimo addio a Titus RACCONTI Ago e Felice Nonno Biagio era un pastore che ogni giorno portava al pascolo le sue pecore giù verso il mare per i terreni sassosi ed incolti del Prostimo nella bassa Istria. A dire la verità non possedeva un gregge molto numeroso: erano una quarantina in tutto, bestie pacifiche che non lo facevano mai arrabbiare andando a far danni sui seminati, nelle vigne o negli oliveti e che una volta all’anno, prima della tosatura, portava in una baietta a Barbariga, le costringeva a suon di fischi, urla e qualche bastonata per le più ostinate, ad immergersi nell’acqua limpida in modo da potersi togliere un po’ di quel rosso della terra istriana che durante l’annata s’era infiltrato nella spessa lana. Ma non è delle pecore di nonno Biagio che oggi vi voglio raccontare, bensì di un piccolo riccio affamato che egli trovò un giorno di primavera mentre si scaldava al sole a ridosso di una muriccia, di una masiera. La povera bestiola era tutta raggrinzita e forse anche a causa del lungo sonno invernale era ancora impigrita, faceva fatica a tenere gli occhietti aperti, addirittura ad appallottolarsi. Nonno Biagio la raccolse, le diede un pezzetto di pane, la tenne tutto il giorno al calduccio nel suo berrettone di pelo e quando tornò col suo gregge in paese la regalò al nipote Domenico, meglio Nico, che ne fu felice. Anzi più felice ancora lo fu mamma Femia che esclamò convinta: - Ben fata! El ne magnerà i bacoli che spasegia per la casa! Nico aveva desiderato da tanto tempo avere una bestiola. Una volta aveva posseduto una bella checa, una gazza con sulle ali le piume azzurre, ma dato che questo uccello, a detta della nonna, faceva sparire le robe lustre, un bel giorno sparì anche lui. Ma lasciamo stare ora questa faccenda e parliamo di Ago. Questo fu il nome che il ragazzino appioppò al riccio il quale ne parve felice come del resto di quel nome ne parve felice anche il gatto… Felice. Già in questa storia ha una parte importante anche il gatto Felice. Sembrerà strano ma i due animali diventarono grandi amici. Dapprima no, dapprima Ago si appallottolava non appena il gatto accennava ad avvicinarglisi e qualche volta si punse anche le zampe e il naso nel tentativo di convincere il riccio delle sue intenzioni amichevoli. Poi, pian piano, cominciarono ad uscire insieme in esplorazione. Prima nell’orto, poi nel frutteto, oltre la masiera lungo il limido fino nella Valle de Punci, ma più spesso tutti e due se ne rimanevano nel vasto cortile davanti la vecchia casa perché avevano una solenne paura dei cani. Ago diventò così un membro della famiglia. Di notte, se riusciva ad uscire, andava a cacciare le lumache con grande sollievo di mamma Femia perché quele bone de gnente le danneggiavano l’insalata e soprattutto el radiceto tenero tenero, bon, propio bon!, di giorno spesso se ne stava appallottolato nella vecchia poltrona di Nonno Biagio accanto a Nico che intanto faceva i compiti e che imparava a voce alta la tabellina del sette: una volta sette sette, due volte sette quattordici, tre volte sette ventuno, quattro volte sette… Già, quattro volte sette! Quanto farà quattro volte sette? Il ragazzo sbagliava sempre ma il riccio era un animale paziente e sopportava rimanendo al suo posto immobile e tutto rassegnato. Insomma nella vecchia casa tutto andava per il meglio quando un giorno accadde il fattaccio. Felice – a detta di nonna Fosca, - era andato a fare un po’ di ginnastica su un albero oltre la strada e s’era affilato ben bene le unghie sulla corteccia ruvida poiché aveva visto un grosso ratto che da qualche giorno s’era insediato nella stalla delle pecore e che bisognava stanare ad ogni costo. Ma mentre Felice se ne stava tranquillo a pregustare quella malignasa preda, passò un cagnaccio, uno di quelli enormi e spelacchiati al seguito dei pastori montenegrini che se ne andavano in transumanza su verso le praterie del Monte Maggiore dopo aver pas- sato coi loro grandi greggi tutto l’inverno nella bassa Istria. Il gatto, all’abbaiare selvaggio, impaurito dovette precipitosamente darsi alla fuga e non si accorse di un’automobile che stava sopraggiungendo sulla strada asfaltata… Ci fu un botto tremendo, un miagolio disperato e dopo poco Nico dovette raccogliere il povero… infelice, ferito gravemente. Aveva una botta sopra un occhio, una zampa spezzata, il pelo strappato in più punti, la coda che penzolava immobile. Per fortuna le ruote l’avevano risparmiato. Al cospetto di Ago che roteava i suoi occhietti increduli i inarcava le spine, il ragazzo medicò il povero e sfortunato Felice, gli immobilizzò la zampa tra due assicelle, lo depose alla fine entro una cesta in cucina accanto al fogoler nonostante mamma Femia brontolasse arrabbiata: - Fora, fora de qua! No voio bestiasse in cusina! Da quel giorno Ago trascurò Nico e le sue tabellone del sette e poi quelle dell’otto e del nove. Anche quando il ragazzo voleva magari portarselo a fare un giretto sul vicino limido Marso dove c’erano delle lumache grosse e appetitose se ne rimase appallottolato caparbio accanto alla cesta di Felice. Naturalmente la nonna borbottava acida: - Cossa le ga de tanto importante da dirse quele do bestie! Mai vista ‘na roba precisa! I par do morseti inamoradi… Nico avrebbe voluto risponderle che quando si è ammalati e si è costretti all’immobilità anche la semplice presenza di un amico basta ad alleviare parte delle sofferenze. Ecco forse Ago questo lo aveva intuito. Ma non finì qui la sua prova di amicizia. Alla sera, immancabilmente, il riccio andava a raspare alla porta e guai se non lo lasciavano uscire. Si metteva a rotolare come una palla spinosa per la cucina finché qualcuno gli apriva la porta. Di solito era mamma Femia che lo faceva perché sperava che andasse a cacciare le lumache che le divoravano el suo radiceto tenero, tenero, bon propio bon. Ma Ago in quelle notti non andava a divorare le lumache. Non si sa con esattezza dove andasse a cacciarli, ma immancabilmente, ogni mattina lo si trovava accanto alla porta della cucina con accanto un topolino di campagna per il suo amico Felice. Questa storia durò finché il gatto non si fu del tutto ristabilito. Un giorno le assicelle vennero da Nico levate dalla zampa, anche l’occhio riprese il suo normale luccichio e la coda si alzò dritta. Così i due amiconi poterono di nuovo avviarsi ad esplorare l’orto, il frutteto, oltre la masiera anche il prato della Valle de Punci. Sempre badando bene ai cani che quando li vedevano si mettevano ad abbaiare come ossessi. Per fortuna quelli grandi e spelacchiati dei pastori montenegrini ormai dietro alle greggi avevano raggiunto le vaste praterie del lontano Monte Maggiore. E nonno Biagio chiederete e le sue pecore? Il brutto ratto, meglio la pantegana che passeggiava nel loro ovile e che le disturbava durante il loro tranquillo ruminare notturno venne catturato da una poderosa trappola mentre il caro vecchio non fu davvero ripagato con riconoscenza. Infatti una sera quello sventatello di Nico abbandonò Ago nella vecchia poltrona sfondata del nonno. Il riccio che se ne stava fin troppo comodo sui morbidi cuscini ricamati da nonna Fosca, s’appallottolò ben bene e si addormentò. Nonno Biagio che era anche un po’ miope ma che di occhiali – per l’amor de Dio, mi con quei culi de bicer impiradi sul naso, mai, mai! - non ne aveva voluto sapere, dopo essersi accesa per bene la sua pipa, con un sospirone si sedette… Beh, dicono che quella sera tutto il paese venne messo in allarme da un urlo lacerante che arrivò su e su, fin alla Madonna della Traversa, facendo scappare anche tutte le civette, i ciuki, che già si preparavano al loro lungo concerto notturno… Mario Schiavato La scomparsa del re dei gorilla A cura di Marco Grilli «N on era solo il più potente gorilla dal dorso argentato del Parco dei Vulcani, era anche il più famoso. La sua morte è una grossa perdita per il Ruanda”; con questo comunicato ufficiale l’Ufficio ruandese del turismo e dei parchi nazionali ha dato notizia della scomparsa di Titus, l’indimenticabile Re della foresta morto lo scorso 14 settembre all’età di 35 anni, dopo una breve malattia. I primi a rendere onore al loro capo sono stati i suoi sudditi, che lo hanno salutato e lavato per poi montare la guardia, con i guardaparco che si sono mantenuti a debita distanza, in segno di rispetto. Titus doveva il suo nome alla nota naturalista americana Dian Fossey, giunta ad esplorare la catena dei vulcani di Mikeno all’inizio degli anni ’70, per condurre un censimento dei gorilla. La coraggiosa ricercatrice, che trascorse in Africa centrale circa 20 anni, si batté per la tutela di questi animali di montagna, all’epoca minacciati da deforestazione e bracconaggio, fino a pagare tale dedizione con la sua stessa vita. Fu uccisa in circostanze misteriose nel 1985, quasi probabilmente per mano dei cacciatori di frodo, e la sua storia è stata immortalata dal film del 1988 “Gorilla nella nebbia”, interpretato da Sigourney Weaver e basato sul libro autobiografico della stessa Fossey. La scienziata aveva iniziato i suoi studi seguendo un gruppo con cui riuscì perfino a comunicare secondo il linguaggio dei gesti, guidato da un grande esemplare Dian Fossey maschio che aveva battezzato “Uncle Bert”, in seguito spietatamente massacrato dai bracconieri, molto attivi nella zona per il valore ornamentale delle teste e delle zampe di questi “nobili” primati. Poco dopo la sua morte, la femmina Flossie dette alla luce il piccolo Titus, da subito oggetto delle cure e attenzioni della Fossey, che straordinariamente fornì la prima testimonianza di un piccolo filmato nel suo ambiente naturale. Nel 1979 lo stesso Titus entusiasmò il celebre regista e documentarista inglese Richard Attenborough; curiose e divertenti le scene in cui il gorilla fu ripreso mentre si arrampicava sulla sua schiena. Alla notizia della morte del Re della foresta, l’artista britannico ha dichiarato di aver conosciuto e apprezzato un piccolo animale affascinante, che non gli sarà mai concesso di dimenticare. Titus è stato indubbiamente il gorilla più studiato e fotografato della storia; al 2008 risale l’ultimo documentario a lui dedicato: “Titus, il Re dei gorilla”, realizzato dalla BBC. Un tragitto lungo e complesso ha percorso il nostro “scimmione” per guadagnarsi la leadership del suo gruppo. Subito dopo la sua nascita, avvenuta il 24 agosto 1974, molti scienziati lo considerarono un esemplare sottosviluppato e destinato a morte prematura… Titus, il re dei gorilla quale errore! Oggi Titus è riconosciuto per aver dato alla luce il maggior numero di figli, guidato il più grande gruppo di gorilla nel mondo (quello lungo le pendici del vulcano Visoke, al confine del Ruanda) ed infine per il suo ruolo fondamentale, da saggio comandante, svolto nel portare in salvo la sua tribù durante la sanguinosa guerra civile che martoriò il Ruanda nel 1994. La “carriera” del re dal dorso argentato partì dalla frequentazione per diversi anni di un clan d’esemplari scapoli conosciuto come il gruppo di Betsmee, il nome del maschio dominante. Il 1985, anno tragico che vide la scomparsa di Dian Fossey, fu rischiarato dalla luce del suo primo figlio, Kuryama. All’età di 18 anni, nel 1992, Titus conquistò definitivamente il comando del gruppo, che continuò ad avvalersi della preziosa collaborazione di Betsmee, morto nel 2001. Il dominio del “gorilla nella nebbia” durò per ben 15 anni, periodo in cui Titus fu rispettato e venerato nonostante le continue difficoltà di sopravvivenza per la specie, tra la minaccia dell’habitat, l’insulsa e crudele caccia e, come già ricordato, l’efferato genocidio ruandese. Nel 2007 il capo condusse il suo clan in prossimità del picco vulcanico, ed in quel momento si realizzò la spaccatura, divenuta poi definitiva. Titus, infatti, rimase con alcune delle vecchie femmine, i loro piccoli ed un giovane silverback chiamato Tuyizere, mentre il suo primogenito Kuryama prese il comando della maggioranza del gruppo, spostatosi in zone più accessibili. Dopo 15 anni d’indiscusso dominio, lo scettro passava dalla mano del padre a quella del figlio, emblema di una discendenza dall’inconfutabile prestigio. Nel maggio 2008 Titus e i suoi seguaci tornarono ad unirsi a Kuryama, fornendo il loro contributo fondamentale per la vita quotidiana del gruppo. La cerimonia verificatasi dopo la sua morte è la mirabile testimonianza dell’affetto e riconoscenza immortale dei gorilla verso il loro storico capo. La nobile battaglia di Dian Fossey è vicina oggi a coronare il successo; i gorilla, pur considerati ancora una specie in pericolo, non sono più a rischio d’estinzione. Tra i 380 e 400 esemplari che vivono nel massiccio del Virunga, almeno 265 si trovano in territorio ruandese, dove sono continuamente sorvegliati. I turisti pagano fino a 500 dollari per ammirare i grandi scimmioni nel loro parco ed il Fondo internazionale per i gorilla, istituito dopo la morte di Dian a sua perenne memoria, continua con successo il suo impegno per la tutela di questi interessantissimi primati, alla fine così vicini a noi umani. Titus troverà degna sepoltura nel cimitero del centro ricerche di Karisoka, dove potrà riabbracciare la sua Dian. Anche noi ci accomiatiamo dal grande Re rendendogli i giusti onori, felici di poterlo per sempre ammirare nei filmati che ritraggono la sua forza e nobiltà. animali 7 Mercoledì, 21 ottobre 2009 RITRATTI Il cane dell’ambasciatore italiano Un «Sogno» per amico Alessandro Pignatti Morano di Custoza ZAGABRIA – Alessandro Pignatti Morano di Custoza, ambasciatore della Repubblica Italiana a Zagabria, può dormire tranquillo. A vegliare sul capo della missione diplomatica italiana in Croazia ci pensa un… “Sogno d’oro”. Sogno, infatti, è il nome dello stupendo esemplare di Golden Retriever della famiglia Pignatti Morano. I Golden Retriever o semplicemente “Goldy” sono una razza relativamente recente, originaria della Gran Bretagna, nata grazie alla passione del barone di Tweedmouth nella seconda metà del diciottesimo secolo. Sono animali estremamente dolci, intelligenti, ubbidienti e affettuosi. Sono considerati una delle razze più idonee da affiancare ai bambini. Adorano vivere a stretto contatto con il padrone e tollerano male la solitudine. Nemmeno la possibilità di vivere comodamente in una elegante villa con parco, sopperisce alla loro gioia di poter stare accanto a un essere umano con il quale poter giocare, magari in acqua, visto che sono abili nuotatori. (kb) VETERINARIA L’occlusione intestinale Sogno ritratto davanti alla residenza dell’ambasciatore NATURA Specie rare Le cure per i conigli Un lupo sulle Dolomiti L’occlusione intestinale o ileo rappresenta uno dei più frequenti disturbi ai quali sono soggetti i conigli d’appartamento. La patologia è spesso provocata dall’ingestione del pelo che lo stesso animale perde durante il periodo della muta. L’occlusione intestinale può essere causata pure dall’ingestione di pezzi di plastica o altro materiale non digeribile. I sintomi manifestati dagli animali colpiti da ileo sono apatia, portamento scorretto, addome gonfio, occhi arrossati e stitichezza. I conigli affetti dal disturbo solitamente rimangono immobili per lunghi periodi sfregando i denti. Se si sospetta che l’animale soffre di occlusione intestinale è indispensabile ricorrere all’aiuto di un veterinario. Nei casi urgenti si può soccorrere l’animale facendogli ingerire un piccolo quantitativo di spremuta di ananas senza zucchero. Se l’animale si rifiuta di bere, potete tentare di somministragli il liquido direttamente in bocca con l’ausilio di una siringa. L’animale proverà sollievo anche da un semplice massaggio circolare eseguito sulla zona addominale. Per prevenire casi di ileo è indicato spazzolare quotidianamente i conigli con una spazzola dalle setole morbide per rimuovere il pelo morto. (kb) ALLEGHE (BELLUNO) – Anche il lupo, dopo l’orso, ricompare sulle Dolomiti, dov’era assente da oltre ottant’anni. In realtà, purtroppo, è ricomparsa per ora solo la carcassa di un lupo. I resti di un esemplare adulto, morto per cause naturali, sono stati trovati infatti, ha reso noto nelle scorse settimane il Consorzio turistico Dolomiti Stars, nei pressi del Passo San Pellegrino. Era dal 1929 che non si segnalava la presenza di questo animale sulle Dolomiti. Probabilmente si tratta di un esemplare proveniente dall’area balcanica, forse dalla Croazia o dalla Slovenia, come l’orso ribattezzato “Dino”, che da alcuni mesi ha scelto le Dolomiti per trascorrere le sue giornate. Questi esemplari sono una conferma di come molte specie rare stiano ricolonizzando le Dolomiti bellunesi. Oltre all’orso e al lupo, sono stati intravisti anche esemplari di aquila e di gufo reale. Animali rari che si aggiungono a cervi, caprioli, stambecchi, camosci, volpi, tassi, scoiattoli. Tutte specie che amano stare lontane dai luoghi affollati, animali che si muovono spesso in zone impervie, al calar della notte e anche per questo non sono un pericolo per abitanti e turisti della montagna. Secondo gli uomini della Guardia Forestale “è più probabile che un lupo transiti nel territorio bellunese passando lungo il corridoio che porta da est verso le aree montuose meno popolate dell’Austria e della Svizzera, piuttosto che scelga per tutta una serie di motivazioni di stazionare qui in Italia”. (a) CRONACA La storia di Nerino Un cane clandestino per amore LA SPEZIA – Residente regolare a Marinella di Sarzana, dove è considerato “cane di quartiere” ai sensi di una legge regionale, ha rischiato di essere messo in gabbia in quanto “immigrato clandestino”, per amore, nel confinante comune di Ortono- vo, sempre in provincia della Spezia. Protagonista della vicenda, riportata nei giorni scorsi dal Secolo XIX, è Nerino, cane meticcio, e della sua amata, una cagnetta che vive nella vicina Luni Mare, nel Comune di Ortonovo. Nerino, adottato dagli abitanti di Marinella, è stato registrato come cane di quartiere in base alla legge regionale 23 della Liguria. È vaccinato, ha dei tutori, e può girare libero, ma nella sua zona. Però si è fatto delle “amichette” nella vicina zona di Luni. E qualcuno, vedendolo a spasso con la “fidanzata”, ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine e dell’accalappiacani. Il cane di quartiere è stato “invitato”, attraverso i suoi tutori, a non varcare i confini comunali. La vicenda ha suscitato l’interesse dei media, che hanno spinto le autorità a intervenire in soccorso dell’animale. Francesco Pietrini, sindaco di Ortonovo, ha accolto la richiesta del sindaco del Comune confinante di Sarzana, Massimo Caleo e al meticcio Nerino, cane di quartiere di Sarzana che sconfinava a Ortonovo per amore di una cagnetta di nome Peggy, sarà consentito l’accesso. Si profila dunque un finale lieto per la storia del cane “clandestino per amore”, un cagnetto pezzato, salvato dopo una tremenda storia di maltrattamenti. L’intervento di Antonietta Zarrelli, responsabile dell’Ufficio provinciale tutela animali, ha suscitato attenzione nazionale: “non possiamo separare queste due creature, che la stessa legge europea riconosce come senzienti: già Nerino ha molto sofferto. Ora ha una bella amicizia. Perché‚ disturbarlo, o addirittura paventarne l’arresto, e la reclusione in canile, solo perché‚ sconfina?”. EDITORIA «Le notti dell’orso» AOSTA – Protagonista dell’ultimo libro del fotografo naturalista Stefano Unterthiner, l’orso bruno riceverà i diritti d’autore dell’opera. “Le notti dell’orso” (Edizioni Ylaios, 128 pagine, 35 euro), frutto di 80 notti trascorse in un piccolo capanno perduto nella taiga finlandese, è un diario per immagini dedicato al misterioso abitante delle foreste boreali. L’autore, il valdostano Stefano Unterthiner, è considerato uno dei maggiori fotografi naturalisti del momento. Nel 2008 ha vinto il BBC Wildlife photographer of the year nella categoria Animal portraits e nel settembre 2009 ha pubblicato, primo italiano, un servizio completo sull’edizione americana di National Geographic. L’autore e l’editore hanno deciso di devolvere a favore dell’orso bruno i diritti d’autore per le straordinarie immagini che il plantigrado ha concesso di scattare. Per ogni copia venduta, un euro sarà donato a favore di un progetto di conservazione del Fondo internazionale per la protezione degli animali (Ifaw). I fondi andranno a sostenere un centro di riabilitazione nella Russia occidentale che accoglie i cuccioli di orso orfani i cui genitori vengono uccisi dai cacciatori, durante il periodo di letargo. (a) 8 animali CONCORSO In Più Animali ti premia Scatta una fotografi a, scrivi una poesia, fai un disegno (su foglio A4) o dedica un racconto ad un animale, vero o immaginario, al quale sei particolarmente legato e invialo in busta chiusa a “La Voce del Popolo” – “In più Animali” (Via Re Zvonimir 20a – Fiume (Rijeka) 51000 – Croazia). Nella busta inserisci un biglietto con su scritti il tuo nome, recapito telefonico, indirizzo ed età. Ogni mese saranno pubblicati i lavori più belli. Tra le opere pubblicate ne sarà scelta una, al cui autore andrà in premio un libro della casa editrice EDIT di Fiume. I testi, che non devono superare le 3.600 battute (spazi compresi), le foto e i disegni, se in formato digitale, possono essere inviati anche all’indirizzo di posta elettronica [email protected] (le foto scattate con i cellulari la cui fotocamera ha una risoluzione inferiore a 3,2 megapixel non sono idonee alla pubblicazione). I testi, i disegni e le foto non saranno restituiti. Mantenersi in forma Bella è una simpatica meticcia nata dall’incrocio tra un Labrador e un Cane da pastore tedesco, di circa un anno d’età. Bella vive a Jadranovo in compagnia delle proprie padrone, le sorelle Danijela e Dijana Kažović, e durante l’estate gode un mondo a tuffarsi in mare per “soccorrere” i bagnanti. Ora che la stagione dei bagni si è conclusa... Bella ha deciso di mantenersi in forma allenandosi alla cyclette. (kb) Mercoledì, 21 ottobre 2009 AGENDA Associazioni “Snoopy” - Pola: Gsm: 098/856-660 Web: www.snoopy.hr Canile di Pola Tel: 052/541-100 Gsm: 098/855-066 Società per la potezione degli animali di Fiume Gsm: 098/649-939 Web: www.azil.org “Lunjo i Maza” - Laurana Gsm: 091/736-8459 Associazione per il benessere e la tutela dei gatti “Mijau” Gsm: 091/543-5819 Associazione amici degli animali “Capica” - Fiume Tel/fax: 051/2629-68 e 051/227-266 Gsm: 098/264-892 Gruppi cinofili Società cinofila “OPATIJA” Casella postale 12, 51410 Abbazia Tel: 051/250-555 Società cinofila “RIJEKA” Via dei combattenti di Valscurigne 2a, 51000 Fiume Tel: 051/216-030 Gsm: 091/563-4460 E-mail: [email protected] Club di cinofilia sportiva “RIJEKA” Via Kumičić 38, 51000 Fiume Tel: 051/421-457 Gsm: 091/120-8975 E-mail: [email protected] Associazione cinofila “BUZET” Piazza Fontana 7, 52420 Pinguente Tel: 052/773-654 Gsm: 098/207-689 E-mail: [email protected] Associazione cinofila “LABIN” Vines, Casa di cultura s.n., 52220 Albona Gsm: 098/610-801 E-mail: [email protected] Società cinofila “POREČ” Via Mauro Gioseffi s.n., 52440 Parenzo Tel: 052/431-530 Società cinofila “PULA” Via Marulić 4/I, 52100 Pola Tel: 052/535-041 Società cinofila “ROVINJ” Via della 43.esima divisione istriana 34, 52210 Rovigno Tel: 052/829-041 Gsm: 091/568-2781 E-mail: [email protected] Club “ISTARSKI GONIČ” Via Albona s.n., 52470 Umago Tel: 052/756-006, 052/742-101 e 052/742-019 Società cinofila “PAZIN” 52000 Pisino Tel: 052/624-361 Gsm: 091/624-7210 Società cinofila “ISTARSKI GONIČ” Via dell’Istria 36, 52460 Buie Tel: 052/742-884 Gsm: 091/252-8165 Società venatorie Italia Federazione italiana della caccia Via Salaria 298/A, 00199 Roma Tel: +39/06/8440941 Fax: +39/06/844094217 Web: www.federcaccia.org Federazione croata della caccia Via Vladimir Nazor 63, 10000 Zagreb Tel: 01/48-34-560, 01/48-34-559 Fax: 01/48-34-557 Web: www.hls.com.hr Federazione slovena della caccia Via Župančič 9, 1000 Lubiana Tel: +386/01/24-10-910 Fax:+386/01/24-10-926 Web: www.lovska-zveza.si Associazione venatoria di Capodistria Via del distaccamento istriano 2, 6000 Capodistria Tel: +386/041/427-321 E-mail: [email protected] Associazione venatoria di Isola Baredi 20, 6310 Isola Tel: +386/041/327-650 E-mail: lovska.druzina.izola @siol.net “Platak” – Fiume Via Frane Rački, 51000 Fiume Gsm: 091/537-0818 “Lane” – Abbazia Via M.Lahinja 14, 51410 Abbazia Tel: 051/271-515 Fax: 051/718-913 Gsm: 091/272-6921 “Kobac 1960” – Laurana Via Maresciallo Tito 84, 51415 Laurana Tel: 051/292-461, Gsm: 091/912-2143 “Perun” – Draga di Moschiena Mošćenice 21, 51417 Draga di Moschiena Tel: 051/737-441 Fax: 051/739-030 Gsm: 091/794-2590 “Kamenjarka” – Lussinpiccolo Casella postale 96, 51550 Lussinpiccolo Gsm: 098/240-864 “Orebica” – Cherso Via 20 travanj 3, 51557 Cherso Gsm: 098/864-894 “Lisjak” – Castua Šporova jama 2, 51215 Castua Tel: 051/543-238 Gsm. 091/790-7148 Programmi televisivi Sabato ore 10.20 su TVC1: “Beniamini domestici” Da lunedì al venerdì ore 16.55 Rai tre: Geo&Geo” ATTUALITÀ Si attiva la Farnesina LA FOTO DEL MESE La battuta di caccia La piaga del contrabbando Entro Natale l’Italia avrà la legge contro il traffico illegale di cuccioli di cani e gatti. Lo ha detto il ministro degli Affari esteri Franco Frattini, annunciando che in Parlamento ci sarà una “corsia preferenziale” per il disegno di legge di ratifica della Convenzione di Strasburgo sulla protezione degli animali da compagnia. Il provvedimento, proposto dal ministro Frattini d’intesa con il ministero della Salute, è stato approvato il 2 ottobre scorso dal Consiglio dei ministri. “Ci siamo accordati con il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito – ha spiegato il ministro in una conferenza stampa alla Farnesina tenuta insieme al sottosegretario alla Salute Francesca Martini –, per garantire una corsia preferenziale che conduca ad una legge entro Natale”. Il disegno di legge di ratifica riguarda una normativa del 1987 e l’Italia ha colto l’occasione per “regolare con la dovuta severità pratiche inaccettabili e purtroppo diffuse” come il taglio della coda o delle orecchie o esperimenti di laboratorio. Il ministro ha quindi reso noto che organizzerà prima di Natale “un’azione coordinata con le Ambasciate italiane nei Paesi europei e in quelli del vicinato orientale, spesso paesi di origine di questo traffico e con gli ambasciatori in Italia di quei Paesi per una collaborazione più forte e per aumentare la sensibilità sul tema”. Se dopo 22 anni si è arrivati alla ratifica delle norme contro il traffico illegale di cuccioli in sede di Consiglio dei ministri “lo dobbiamo a una straordinaria sinergia di Governo. Oggi la compattezza e l’unione di intenti ci ha permesso di portare questo contributo di civiltà”, ha sottolineato il sottosegretario alla Salute Martini. Un disegno di legge che introduce anche, ha ricordato, “sanzioni penali fondamentali contro le mutilazioni a soli scopi estetici, la recisione delle corde vocali e le estirpazioni di unghie e denti”. (f) Anno II/ n. 29 del 21 ottobre 2009 Il gatto è essenzialmente carnivoro. Già nei primi mesi di vita si possono osservare i gattini impegnati a simulare battute di caccia, con la coda della madre che funge da preda. Il gatto utilizza due tecniche di caccia. La prima tecnica è detta dinamica e consiste nell’avvicinarsi lentamente e silenziosamente alla preda, fino raggiungere la distanza giusta per eseguire il balzo finale. La seconda tecnica è definita statica. Consiste nel posizionarsi in una zona di interesse e aspettare, ad esempio nei pressi della tana di un topo, che passi una possibile preda per poterle tendere un agguato. (kb) “LA VOCE DEL POPOLO” - Caporedattore responsabile: Errol Superina IN PIÙ Supplementi a cura di Errol Superina Progetto editoriale di Silvio Forza / Art director: Daria Vlahov Horvat edizione: ANIMALI / e-mail: [email protected] Redattore esecutivo: Krsto Babić / Impaginazione: Denis Host-Silvani Collaboratori: Giorgio Adria, Marco Grilli, Valentino Pizzulin, Sabrina Ružić e Mario Schiavato / Foto di Goran Žiković e d’archivio La pubblicazione del presente supplemento viene supportata dall’Unione Italiana grazie alle risorse stanziate dal Governo italiano con la Legge 193/04, in esecuzione al Contratto N° 83 del 14 gennaio 2008, Convezione MAE-UI N° 2724 del 24 novembre 2004