24 anno dieci numero ventiquattro 3 Introduzione 5 TRA CITTADINO E PAZIENTE: IL DESTINATARIO DELL’INFORMAZIONE SANITARIA FedericaBresciani 66 Caratteristiche del processo comunicativo LorenzoChieffi Informazione sanitaria e scelta terapeutica RenatoMiori 70 La condivisione nel gruppo di lavoro PaoloDordoni L’identità del destinatario negli spazi di cura contemporanei 77 I casi 6 9 MauroMiselli 38 Informazione sanitaria e “disease mongering” 50 I casi PaoloBenciolini 60 Comunicazione sanitaria e Medicina Legale 81 Le riflessioni del gruppo di lavoro 83 COMUNICAZIONE E “SILENZIO TERAPEUTICO”: IL DIRITTO DI SAPERE E DI NON SAPERE 52 Le riflessioni del gruppo di lavoro AntonioAutiero 84 Sapere, parlare, tacere 55 LA COMUNICAZIONE TRA MauroBarni 90 Diritto di non sapere e obbligo informativo GLI OPERATORI SANITARI FrancescaBeltrame 56 Comunicazione sanitaria in clinica pediatrica Provincia Autonoma di Trento - Punto Omega n. 24 FabioBranz 93 Il diritto del paziente e il dovere del curante Elena Ioriatti 97 Il “diritto” di “non sapere” 105 I casi 143 TAVOLA ROTONDA CONCLUSIVA: COMUNICAZIONE E RESPONSABILITÀ 110 Le riflessioni del gruppo di lavoro Gianfranco Domenighetti 144 Comunicazione sanitaria e responsabilità 113 INFORMAZIONE E Jean-François Malherbe 151 Comunicazione, dialogo e responsabilità DISINFORMAZIONI NELL’ERA DELLA COMUNICAZIONE Maurizio Bonati 114 L’informazione sanitaria in rete Roberta Calza 118 L’informazione farmaceutica Marco Clerici 125 La relazione medicopaziente: i cambiamenti nell’era dell’informazione Gaia Marsico 132 L’informazione e l’autonomia della scelta 137 I casi 140 Le riflessioni del gruppo di lavoro Annamaria Marchionne 158 Dal dr. Arrieta al dr. House: frammenti di un dialogo possibile tra medico e paziente Federica Rosa 175 Attori e organizzazione del processo informativo sanitario Fabio Cembrani 182 Comunicazione e responsabilità: sintonie e interferenze 196 I casi 199 Le riflessioni del gruppo di lavoro 201 A conclusione “Serrati gli uni contro gli altri dalla crescita del loro numero e dalla moltiplicazione dei collegamenti, accomunati dal risveglio della speranza e dell’angoscia per il futuro, gli uomini di domani lavoreranno per la formazione di una coscienza unica e di una conoscenza condivisa”. (Pierre Teilhard de Chardin) “Punto Omega”, nel pensiero di Teilhard de Chardin, filosofo e teologo vissuto tra il 1881 e il 1955, è il punto di convergenza naturale dell’umanità, laddove tendono tutte le coscienze, nella ricerca dell’unità che sola può salvare l’Uomo e la Terra. “Punto Omega” è anche il titolo scelto per la rivista quadrimestrale del Servizio sanitario del Trentino ideata nel 1995 da Giovanni Martini, poiché le sue pagine vogliono rappresentare un punto di incontro per tutti coloro che sono interessati ai temi della salute e della qualità della vita. Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Introduzione L’edizione 2007 dei Dialoghi di bioetica e biodiritto nasce dalla collaborazione tra il Servizio Organizzazione e qualità delle attività sanitarie della Provincia Autonoma di Trento, il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università degli Studi di Trento (Progetto Biodiritto) e tre diversi Ordini professionali della Provincia di Trento: Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, Collegio IPASVI e Ordine dei Farmacisti. I Dialoghi, il cui tema generale è stata la comunicazione in ambito sanitario, sono stati strutturati in una serie di cinque incontri presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Trento. Dialogo del 14 giugno 2007 Tra cittadino e paziente: il destinatario dell’informazione sanitaria Moderatore: Giuseppe Zumiani (Presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Trento). Relatori: Lorenzo Chieffi (Preside della Facoltà di giurisprudenza, Seconda Università di Napoli), Paolo Dordoni (Dottore di ricerca in Filosofia e Bioeticista), Mauro Miselli (Dirigente del Servizio informazione e documentazione scientifica delle Farmacie Comunali Riunite di Reggio Emilia). Dialogo del 21 settembre 2007 La comunicazione tra gli operatori sanitari Moderatore: Luisa Zappini (Presidente del Collegio degli Infermieri, Assistenti Sanitari, Vigilatrici d’Infanzia della Provincia di Trento). Relatori: Francesca Beltrame (Pediatra, Ospedale S. Gerardo dei Tintori di Monza), Paolo Benciolini (Professore di Medicina legale presso l’Università di Padova), Federica Bresciani (Infermiera Servizio Cure domiciliaripalliative Distretto Trento, Valle dei Laghi Rotaliana-Paganella), Renato Miori (già primario Medico internista presso l’Ospedale S. Chiara di Trento). Dialogo del 19 ottobre 2007 Comunicazione e “silenzio terapeutico” Moderatore: Carlo Casonato (Professore di Diritto Costituzionale, responsabile scientifico del progetto “BioDiritto”). Relatori: Antonio Autiero (Direttore dell’ITC, Fondazione Bruno Kessler ISR “Centro per le scienze religiose”, Trento) Mauro Barni (già Professore di Medicina legale presso l’Università di Siena e Vicepresidente del Comitato nazionale di Bioetica), Fabio Branz (Medico Direttore della II Unità Operativa di Medicina e della Sezione Malattie Infettive dell’Ospedale S. Chiara di Trento) Elena Ioriatti (Ricercatore in Diritto privato comparato Università di Trento). Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Introduzione Dialogo del 16 novembre 2007: Informazione e disinformazioni nell’era della comunicazione Moderatore: Edoardo De Abbondi (Presidente dell’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Trento). Relatori: Maurizio Bonati (Responsabile del Laboratorio per la Salute Materno-Infantile presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”), Roberta Calza (Farmacista), Marco Clerici (Medico di medicina generale), Gaia Marsico (Bioeticista e docente di Bioetica presso l’Università di Padova). Dialogo del 7 dicembre 2007 Tavola rotonda conclusiva: Comunicazione e responsabilità Moderatore: Fabrizio Franchi (Presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Trentino-Alto Adige/Südtirol). Relatori: Gianfranco Domenighetti (docente presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università della Svizzera Italiana di Lugano e presso la Facoltà di Economia dell’Università di Losanna), JeanFrançois Malherbe (Professore di Etica applicata presso l’Università di Sherbrooke, Québec, Canada), Annamaria Marchionne (Presidente dell’Associazione Trentina Malati Reumatici), Federica Rosa (Infermiera), Fabio Cembrani (Direttore della Unità Operativa di Medicina Legale dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento). I partecipanti hanno prodotto 410 elaborati di riflessione e puntualizzazione rispetto agli argomenti trattati nei vari Dialoghi. A loro volta, questi elaborati hanno costituito Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 oggetto di un’ampia riflessione da parte di un Gruppo di lavoro composto da medici, infermieri e una farmacista, nell’ambito di un progetto di formazione sul campo relativo ai Dialoghi stessi. Il Gruppo di lavoro era composto da Federica Bresciani (infermiera), Marika Brugnara (infermiera), Roberta Calza (farmacista), Aldo Genovese (medico), Francesco Gongolo (medico), Maria Rosanna Gorza (medico), Mariangela Locatelli (infermiera), Cinzia Piciocchi (giurista), Chiara Refatti (infermiera). Il Comitato scientifico era composto da Franca Bellotti, Fabio Branz, Carlo Casonato, Edoardo De Abbondi, Michela Fedrizzi, Aldo Genovese, Marco Ioppi, Giovanni Martini, Cinzia Piciocchi, Loreta Rocchetti, Luisa Zappini, Giuseppe Zumiani. Così com’è avvenuto per l’edizione precedente (Punto Omega n. 17 e n. 18), si è ritenuto di procedere alla pubblicazione degli atti (che sono stati curati da Cinzia Piciocchi), in modo da contribuire alla più ampia diffusione di un’esperienza proficua, che si ripete ormai da alcuni anni. In questa pubblicazione, ogni Dialogo è preceduto da una breve presentazione esplicativa del tema. Fanno seguito gli interventi dei relatori, la sezione “I casi” (alcuni tra gli elaborati dei partecipanti all’incontro ritenuti più significativi in relazione all’argomento trattato) e, a conclusione, le considerazioni finali del gruppo di lavoro. Tra cittadino e paziente: il destinatario dell’informazione sanitaria. Dialogo di Bioetica e Biodiritto del 14 giugno 2007 I codici deontologici delle diverse professioni sanitarie fanno riferimento ora al paziente, ora alla persona, ora al cittadino. Ma sussiste una distinzione in termini di comunicazione tra questi soggetti? Per esempio, che caratteristiche ha, o dovrebbe avere, la comunicazione rivolta alla generalità dei cittadini, rispetto a quella che rivolta ai pazienti – e alle diverse categorie di pazienti? Che connotazione assume quando ci si rivolge alla persona? Chi è, in definitiva, il destinatario della comunicazione in materia di salute: il cittadino, il paziente, l’utente…? Sussiste una distinzione tra queste figure e, in caso affermativo, che cosa trasforma il cittadino in paziente? I mass media, le associazioni dei malati, le imprese farmaceutiche concorrono a diverso titolo nella definizione del soggetto “malato”, sia da parte degli operatori del settore, sia nell’autopercezione da parte dei cittadini stessi. Il Dialogo intende esaminare queste tematiche in una prospettiva interdisciplinare. Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Informazione sanitaria e scelta terapeutica Lorenzo Chieffi Solo un’informazione adeguata e indipendente dai molteplici interessi coinvolti nel campo sanitario (economici, professionali, etico-religiosi) rende il paziente pienamente protagonista del proprio percorso terapeutico. L’informazione e la scelta terapeutica Tra le “parole chiave” che ricorrono all’interno di un dibattito sul rapporto tra “Medicina” e ”Informazione” assumono un particolare rilievo, in un settore come quello sanitario (volto ad assicurare un adeguato stato di benessere per l’individuo), quelle dell’informazione stessa e della partecipazione. In considerazione di una loro stretta correlazione e logica funzionalizzazione, è indubbio che solo in presenza di una informazione esaustiva si potrebbe consentire al paziente una consapevole partecipazione alla decisione terapeutica. La comunicazione, da parte dell’operatore sanitario, delle notizie sullo stato di salute del malato, sulle cure necessarie, sul loro esito, potrà infatti rendere possibile una scelta terapeutica che, in considerazione degli indispensabili spazi di autonomia decisionale, potranno agevolare l’instaurazione di quella necessaria “alleanza” tra paziente Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 e istituzioni erogatrici del servizio sanitario e, in particolare, tra paziente e medico curante. A fronte della condizione di sudditanza che caratterizzava tradizionalmente questo rapporto, è proprio attraverso l’accentuazione dei canali di informazione e degli strumenti di partecipazione che si potrà giungere a una condizione di maggiore parità dialettica (di tipo narrativo), pure in presenza di una inevitabile asimmetria tra i due protagonisti del rapporto terapeutico, di cui soltanto uno è detentore delle adeguate conoscenza scientifiche. Soprattutto in un’epoca che si caratterizza, in modo crescente, per la presenza di un elevato livello di tecnologizzazione anche nell’esercizio dell’arte ippocratica, questo recupero di una visione olistica del paziente, protagonista del rapporto terapeutico, consentirebbe di migliorare la dimensione relazionale con il medico curante. La progressiva trasformazione dell’arte medica, in direzione di un “tecnicismo” e di uno “specismo” impersonali rischierebbe infatti di condurre a un inesorabile allentamento del rapporto “simpatetico” tra medico e paziente, con l’effetto di provocare il “tramonto”, o l’abbandono, dell’irrinunciabile approccio dialogico o narrativo che, in passato, aveva caratterizzato l’esercizio di questa nobile professione, preordinata a sanare i mali che affliggono l’umanità. L’impersonalità dell’approccio adottato dalla scienza medica ha certamente rappresentato una delle principali cause di quella progressiva sfiducia manifestata nei suoi confronti dalla collettività. Infatti i pazienti che, in numero crescente, hanno deciso di abbandonare i rimedi offerti dalle terapie mediche tradizionali per approdare alle cure naturalistiche non convenzionali, accanto alla sfiducia nelle proprietà diagnostiche e terapeutiche dei rimedi tecnologicamente avanzati, portano a sostegno di questa scelta proprio la presenza di una migliore “comunicazione” con i cultori della medicina non allopatica. Mass media e informazione medica Le fonti di informazione che, rivolgendosi all’opinione pubblica in generale, favoriscono la conoscenza dell’efficacia terapeutica di un rimedio sanitario, contribuiscono per ciò stesso alla maturazione di una “cittadinanza scientifica” (Borgna). Nonostante l’importanza di questi strumenti di informazione “di massa”, per l’acquisizione di una maggiore fiducia verso la scienza medica (e le sue capacità di porre rimedio alla malattia) è assolutamente inadeguato, salvo poche eccezioni, il ruolo svolto dai mass media, causa di uno stato di incertezza da parte dell’individuo, vieppiù aggravata dalla estrema difficoltà di selezionare una moltitudine di notizie provenienti da Internet. L’effetto di questo tumultuoso, e spesso disordinato, flusso di informazioni somministrate da una pluralità di fonti, sovente prive dei necessari filtri selettivi, è una difettosa valutazione sul grado di pericolosità di talune tecniche innovative nel campo della medicina. Ad aggravare la profonda incertezza e la confusione sugli effetti della scienza concorrono i mass media che, nella spasmodica ricerca dello scoop (ritenuto indispensabile per aumentare il numero dei lettori), ricorrono sovente a ingiustificate forme di sensazionalismo e di spettacolarizzazione della notizia, attraverso l’eccessiva amplificazione della portata di una qualche scoperta, per effetto, generalmente, di una preoccupante sindrome di analfabetismo scientifico. E così, il ricorso a immagini degli effetti impressionanti e apocalittici provocati da un uso incauto dell’ingegneria genetica, ritenuta da alcuni commentatori capace di realizzare forme di ibridazione tra diverse specie viventi (per esempio, il topo-uomo o il mucca-uomo), ha finito per provocare confusione e un diffuso scetticismo sulle conseguenze della ricerca scientifica. Analoghe preoccupazioni, per un impiego discriminatorio delle informazioni rilasciate dal filamento di DNA, hanno destato notizie frequentemente apparse sui quotidiani a proposito della scoperta di geni rivelatori di comportamenti i più disparati (il gene del fumo, della obesità, della perversione, della omosessualità o, addirittura, della criminalità, solo per fare qualche esempio). Da qui l’esigenza, contenuta nella Carta di Perugia del 1995 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria (sottoscritta dagli Ordini regionali umbri dei medici, dei giornalisti e degli psicologi), di migliorare il livello di informazione sulle reali opportunità offerte dalle scoperte scientifiche, sulla utilità o meno dei rimedi terapeutici, in modo da evitare di ingenerare tra i malati, e più in generale tra gli utenti, delle false aspettative o di provocare “allarmismi, turbative e ogni possibile distorsione della verità” (Borgna). Solo un’informazione adeguata e quanto più possibile neutra e indipendente dai molteplici interessi (economici, professionali, etico-religiosi) che si contendono il campo, potrebbe infatti consentire ai soggetti interessati di manifestare, in piena autonomia e libertà, la propria volontà. Lorenzo Chieffi è Preside della Facoltà di giurisprudenza, Seconda Università di Napoli. Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 L’identità del destinatario negli spazi di cura contemporanei Paolo Dordoni La cura non deve essere centrata solo sulla persona (istanza etica tradizionale), né deve essere solo efficace e appropriata (istanza tecnica). Oggi le si richiede anche di essere partecipativa, inclusiva dell’altro. Dell’interrogativo… (o della questione del “chi”) Sulla chiarificazione del problema “Chi” è il destinatario dell’informazione sanitaria? Ecco una domanda che non è affatto banale, perché pone a proprio tema, ciò che in un primo momento potrebbe sembrare ovvio. I destinatari dell’informazione sanitaria, infatti, dovrebbero essere – per esempio e almeno per un certo tipo di informazione – i pazienti, attuali o futuri. Ma, “chi” sono i pazienti? Quello che loro stessi pensano di essere o quello che gli altri dicono di loro? Sono persone affette da un problema che si rivolgono a un professionista della salute per cercare di risolverlo, quando possibile, o sono invece, anche “utenti” di un servizio, “cittadini”, titolari di diritti, “clienti” da soddisfare, “soggetti morali” da includere nei processi decisionali? Non vi è il rischio che i pazienti perdano la propria identità, non sappiano più chi siano, come debbano comportarsi? Non vi è il rischio, parafrasando il titolo di un famoso romanzo di Pirandello, che da “uno” si trasformino in “nessuno”, di fronte alle “centomila” caratterizzazioni che gli altri (operatori sanitari, amministratori, politici, persino famigliari e persone care) danno di loro, spesso per il loro bene? Il soggetto malato nella sua identità, nel suo “chi” correrebbe il rischio di frantumarsi nei vari “che cosa” o ruoli, che gli altri gli attribuirebbero. Non sarà dunque tempo perso riflettere su quella che con una espressione apposita potremmo denominare la questione del “chi”, la questione dell’identità dei destinatari dell’informazione sanitaria. A ben vedere, però, potrebbe darsi che nelle considerazioni precedenti ci siamo spinti troppo in avanti. Ciascuno di noi, infatti, quando si trova nelle condizioni di essere un paziente, si sente ancora “se stesso”, una “identità”, “un medesimo soggetto”. E questo, nonostante gli possano essere stati applicati più nomi, “maschere”, etichette. È sempre lui, la stessa persona di sempre, che ora si trova a essere anche malata, quello che gli altri chiamano con nomi nuovi, come “cliente”, “utente”, “cittadino”… Tali nomi intaccherebbero dunque la questione del “che cosa”, ma non quella del suo “chi” o, se si vuole, intaccherebbero la questione del “chi” da un’angolatura diversa. La questione dell’identità che qui verrà esaminata, necessita dunque di alcune precisazioni. Dire che è sempre la stessa persona quella che è malata e non un’altra, che essa è un’identità, Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria non esclude affatto che le persone malate si interroghino su di sé. Non esclude per nulla il fatto che le persone esposte a patologie gravi e insistenti talora non sappiano più chi siano. Per esempio, non si ritrovino più in ciò che sono diventate, sino a faticare a riconoscere come “proprio” quel corpo che talvolta sembra procedere per conto suo, senza obbedire loro più. Con tale disagio però esse rivendicano proprio il loro essere: sono proprio “loro”, infatti, quelle che percepiscono quel disagio. Sono ancora “loro” quelle che esprimono le proprie scelte. E non qualcun’altro, anche se in un certo senso non sono più quelli che un tempo erano. 1 La malattia mette alla prova le nostre forze ma, tranne che in alcuni casi, non mette in discussione se siamo o non siamo una identità personale. Neppure il carattere burocratico, standardizzato delle cure, così aspramente criticato, di per sé è segno della scomparsa della nostra identità di curati. Il fatto che talora le cure abbiano favorito l’insorgere di pratiche, considerate da chi le riceve “impersonali”, generando quindi nei curati obiezioni e resistenze, ci attesta che quelle persone, proprio con il loro “resistere” ci ricordano del loro “esistere”, del loro voler preservare la propria identità, quella identità esposta che essi ancora sono e che non per questo cessa di cambiare di continuo. Ora è possibile porre tra parentesi per il discorso qui in oggetto la questione di come la malattia possa trasformare radicalmente la 10 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 percezione dell’identità del soggetto stesso. Come essa lo esponga al faticoso compito di ricostruire in parte una identità diversa, rispondente alle condizioni da questi vissute in quella situazione. Per la prosecuzione dell’argomentazione possiamo accontentarci del fatto che la persona malata, non cessa perché è malata di essere una identità, un “chi” di individuale. Pur sapendo però che si tratta di un “chi” destinato a cambiare. 2 La persona, infatti, durante la malattia potrà cambiare la sua identità, potrà modificarla, spesso senza rendersene conto. Difficilmente, però accetterà di essere trasformata in una serie di nomi e categorie, senza avere la possibilità di fare propri tali nomi, di integrarli con la propria percezione di sé. Non ci pare azzardato affermare dunque che il paziente, almeno dal suo punto di vista, si sente ancora un paziente, dove l’espressione “un” non sta in luogo di “uno qualsiasi”, ma di “quello stesso, quell’uno” che ciascuno sente di essere, pur rendendosi talora conto che qualcosa in lui sta cambiando. È probabile allora che il paziente sia anche qualcosa d’altro, per esempio un “cittadino”, un “utente”, un “cliente”... ma che sia un “uno” e non un “nessuno”, per quanto esposto al rischio di diventarlo. Per il momento, è quanto basta per cominciare la nostra riflessione. Nel trattare la questione del “chi”, allora, ci si preoccuperà di verificare se sia oggi possibile (e come) una integrazione tra chi noi siamo e cosa gli altri dicono di noi, senza per questo dover ammettere come punto di partenza lo sgretolamento completo delle nostre identità. Vedremo poi come una tale riflessione non possa che coinvolgere la cura stessa, il senso di essa, perché quei “chi” di cui stiamo parlando sono spesso i suoi referenti. La questione del “chi” dunque si sposterà, almeno per un momento, su quella del senso della cura stessa. A maggior ragione, dal momento che il contesto entro cui tale discussione si inserisce concerne l’informazione sanitaria, ci si potrebbe chiedere se a vivere una crisi di identità (fatte salve le precisazioni sopra esposte) non siano i pazienti, ma la medicina stessa. Una medicina che, proprio per far fronte ai cambiamenti che sta vivendo al suo interno cambierebbe i “nomi” dei destinatari delle sue informazioni. È curioso infatti osservare come al cambiamento dei pazienti (almeno per quanto concerne la loro identificazione nominale) non sia ancora seguito un cambiamento altrettanto decisivo nella denominazione delle professioni della salute. Nelle professioni di cura ci sono sempre i medici, gli infermieri, insieme a nuovi professionisti, questo sì. Ma, se i pazienti diventano “cittadini”, “clienti”, “utenti”, che cosa diventeranno i curanti? Chissà che non sia per questo motivo che a poco a poco si iniziano anche a intravedere modalità differenti di concepire il ruolo e il lavoro dei professionisti della salute. Si tratta di cambiamenti inevitabili, probabilmente, se in gioco non è un mero cambia- mento di nomi, ma di significati. Tutto questo ci rammenta che forse siamo stati precipitosi nel sospettare che i pazienti stiano vivendo una crisi di identità a partire da cui noi dovremmo riflettere. E questo, non solo perché la loro identità a un livello profondo ci pare sufficientemente presente. Da quanto detto è più probabile invece che a essere in crisi sia la stessa medicina o il modo con cui oggi riusciamo a concepire la cura al suo interno. In effetti, sembra che questa non sia un’impresa molto facile. Ci si impone quindi nuovamente una riflessione sulla cura. Le tappe del percorso Fatte tali precisazioni, possiamo iniziare. In questo saggio, mi propongo di contestualizzare la questione del “chi”, la questione del destinatario dell’informazione sanitaria, nel quadro più ampio della cura, tale come essa si è andata configurando nel tempo sino ai giorni nostri. Lo farò seguendo un percorso fatto di diverse tappe. Dapprima cercherò di precisare le questioni in gioco nella cura prima che essa divenisse il risultato di un intervento medico, di un’ars medica. Come vedremo, sarà un viaggio “nella” cura, “prima della cura”, anzi “al di qua della cura”, nel segno della dimensione costitutiva e antropologica dei gesti di cura. Sulla scorta di tali indicazioni cercherò di mostrare come la medicina contemporanea stia vivendo ancora oggi sulla sua pelle alcune questioni di fondo in un contesto (pur dinamico) segna11 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria to, tra le altre cose, dal pluralismo dei valori. Sarà questa l’occasione per precisare la questione del “chi” nel contesto riproposto che, come vedremo, sarà segnato dalla presenza di tensioni non sempre facilmente compatibili tra loro. Dalla capacità di trovare equilibri parziali tra di esse risulteranno, come vedremo, modi di pensare la cura più o meno soddisfacenti e modi di integrare in modo più o meno sensato i nuovi volti/nomi dei pazienti, con le identità di questi ultimi e dei curanti. Il percorso fin qui svolto mi permetterà poi di accennare alla questione di come il cambiamento dei destinatari (o meglio: il cambiamento nella nostra denominazione di essi) comporti anche una trasformazione nei modi di pensare e impostare il processo informativo-comunicativo. Le tesi che avrò occasione di illustrare in questo cammino sono due, di cui la prima occuperà la maggior parte degli sforzi di questo lavoro, mentre la seconda sarà un’occasione per fornire alcuni spunti. I molti volti dei destinatari dell’informazione sanitaria riflettono i cambiamenti occorsi in medicina, riflettono il contesto della cura contemporanea nella quale ci troviamo. I molti volti dei destinatari ci suggeriscono di impostare e pensare in modo diverso il processo stesso informativo/comunicativo con il quale si pensa di raggiungerli. Da processi lineari unidirezionali dove è chiaro il darsi di un emittente e di un destinatario (in cui il processo della informa- 12 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 zione e comunicazione deve poter risultare entro certi limiti “senza rumori”) a processi più circolari, quando possibile. In essi anche i destinatari possono contribuire alla precisazione di quei contenuti informativi, che più che essere già “dati”, sembrano da darsi, da farsi. È tempo però di iniziare il percorso. Inizieremo dalle sorgenti, dalle origini della cura. Al di qua della cura: alla ricerca degli elementi portanti della cura “In origine, era la cura...”, si potrebbe dire. È a essa dunque che cerchiamo di tornare per cercare di evidenziarne le molteplici istanze e tensioni. Prima che la cura assumesse le forme che oggi siamo soliti attribuirle, prima che la cura fosse considerata prevalentemente nei termini del risultato di un intervento medico, di una tecnica apposita, poi supportata dalla scienza e dalla tecnologia, la cura si presentava – e probabilmente continua a presentarsi – come un gesto umano fondamentale, costitutivo “della” e “per” la persona stessa. Prima ancora che la cura si distinguesse in “cura” e “prendersi cura”, prima ancora che divenisse un’arte, alle origini dell’uomo, la cura, probabilmente, era fatta di gesti di sollecitudine, gesti di attenzione, di accompagnamento, di protezione, il risultato di un sapere relazionale, quasi spontaneo, profondamente umano. Il linguaggio quotidiano ce lo ricorda continuamente con le sue espressioni idiomatiche che per parlare di cura non hanno certo bisogno di fare riferimento a stru- menti terapeutici o diagnostici, ma a relazioni affettive tra persone. È per questo che l’approccio scelto per parlare della cura, prenderà ora le mosse dalla ricognizione di diversi miti legati alle origini dell’uomo: il mito di Cura, di matrice grecolatina, di cui ci è data testimonianza da Igino l’astronomo nel secondo secolo d.C.; il mito di Prometeo, di matrice greca, già presente nella Teogonia di Esiodo (507 ss.) come nella sua Le opere e i giorni (42 ss.), risalente in questo caso all’VIII-VII secolo a.C.; il mito della Torre di Babele, presente in Genesi 1, 9-11, di matrice giudaica, risalente alla tradizione Jahvista del secolo IX a.C. Dall’incrocio di questi tre racconti, provenienti da tre tradizioni fondamentali per la nostra cultura, la tradizione latina, greca ed ebraica, cercheremo di evidenziare la dimensione costitutiva di cura. Ciò che segue non ha la pretesa di valere in quanto sorretto dal mito. Al contrario potremmo dire che il mito vale, ha senso, solo se ci aiuta a ricomprendere, seppure nella forma di un racconto fatto per immagini, il nostro tempo e la nostra situazione. Non vi è dunque alcun bisogno di esaltare il racconto mitico quale fonte di per sè vera, né di ridicolizzarlo quale fonte immatura, infantile, previa rispetto a quella scientifica e da essa superata. È sufficiente che, per quanto segua, ci si ponga al suo ascolto e ci si lasci interrogare da esso svolgendo una interpretazione che ambisce soltanto alla possibilità di essere persuasiva. Nulla più, ma neppure nulla di meno. Cura Inizierò con il mito di Cura. Esso, come quello di Prometeo, ci narra della nascita dell’uomo. I protagonisti di tale racconto sono quattro divinità del tempo, la dea Cura, il dio Giove, la dea Terra, e il dio Saturno. Cura, trovandosi in cammino, più specificamente, durante l’attraversamento di un fiume, si rende conto, “vede”, “nota” del fango argilloso. Qualcosa di in-forme dunque, di indeterminato le si presenta dinnanzi agli occhi. Il suo gesto è quello di raccoglierlo e di darvi forma. Il suo atteggiamento è di essere pensosa. Cura, dunque, entra in azione, per così dire, quando si trova già in cammino, in ricerca, (sta attraversando) e quando si trova in una condizione di attenzione e meditazione (è pensosa). Essa vede ciò che altri non notano, e rimane in un atteggiamento riflessivo che ne accompagna l’azione. L’azione poi si qualifica come quella di “dare forma” a ciò che forma ancora non ha. Tenuto insieme da Cura ciò che essa ha fatto è ancora privo di vita. Per questo Cura chiede a Giove di animarlo e di fornirne lo spirito vitale. Interessante è che subito dopo questo gesto, questa animazione, ha luogo una disputa: di chi è, infatti, questa nuova identità? O meglio, chi gli deve dare il nome? 3 La disputa, dapprima interessa Cura e Giove, i quali, rispettivamente, rivendicano per sé tale prerogativa. Poi coinvolge anche Terra. In effetti, se Giove ha fornito lo Spirito, Terra ha fornito la materia, mentre Cura, come sappiamo il lavoro, la sollecitudine, le 13 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria cure necessarie a tenerlo insieme, a trasformare l’informe in un qualcosa di formato. Ciascuno dunque sembra avere buone ragioni alle sue spalle. Sarà Saturno, il tempo, forse segno della temporalità stessa del nostro vivere, della nostra finitezza, a risolvere la disputa. Giove difatti riceverà lo spirito alla fine della vita. Terra avrà il privilegio di dare il proprio nome al nuovo essere, Homo da Humus, ma sarà Cura a custodire/possedere questo essere, questa identità, finché essa avrà vita. 4 Ne possiamo dunque già ricavare alcuni spunti. L’uomo non può esistere, neppure “stare insieme”, giungere a una forma, senza gesti di cura. Quella identità che noi siamo, quell’unità che siamo soliti chiamare psico-somatica, spirituale, ha bisogno di gesti di cura per esistere, per non sfaldarsi, per non ritornare allo stato informe precedente, che non necessariamente significa scomparire. Sono i gesti di cura dei nostri genitori, di chi ci ha amato, sono quelli che noi riusciamo a realizzare nei nostri confronti come in quelli di altri, quelli che ci tengono insieme, che fanno essere “ciò” e “chi” siamo. Questi gesti però sono a un tempo dei gesti di potere, e implicano dunque anche la questione del possesso. Per un curante oggi è facile rendersi conto del potere che può esercitare nei confronti della persona vulnerabile che assiste. Il gesto di cura è dunque costitutivo per il nostro essere, ma si presenta come già di per sé ambivalente. Questo è un punto che sarà opportuno tenere presente. 14 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Prometeo Il racconto di Prometeo, di cui esistono numerose varianti e di cui sono noti diversi episodi (tra cui quello narrante l’origine dei sacrifici agli dei, il vaso di Pandora e il ratto del fuoco, su cui qui ci concentreremo), ci consente di cogliere un altro aspetto. Quella a cui ho attinto è una versione tarda, tramandataci da Platone (427-347 a.C.) nel Protagora. Anche in questo caso si parla della nascita dell’uomo, della stirpe dei mortali. Anche qui essi vengono plasmati dagli dei, mescolando tra loro vari elementi, tra cui la terra e il fuoco. Il problema, però, qui si pone in modo diverso: permettere agli uomini di sopravvivere. È tempo difatti che essi vengano alla luce e che siano provvisti del necessario. È un compito questo affidato a Prometeo (colui il quale letteralmente “vede prima” ed è in grado di “pre-vedere”) e al fratello Epimeteo (colui il quale “vede dopo”, meglio sarebbe dire “in ritardo”). Sappiamo che Prometeo si renderà colpevole di fronte a Zeus di un furto, operato nei confronti di Efesto e di Atena (rispettivamente, dio del fuoco e dea delle arti/téchnai). Si tratta del furto del fuoco e delle arti, appunto, che egli donerà agli uomini per permettere loro di sopravvivere. Platone ci racconta che Epimeteo, dopo aver già donato a tutte le altre specie animali tutte le facoltà che aveva a disposizione, ne era rimasto completamente privo per la specie umana. L’uomo era dunque rimasto sprovvisto di aiuti, di doni, di facoltà atte a garantirne la sopravvivenza. Da qui l’intervento riparatore di Prometeo, il quale, come sappiamo, sarà duramente punito per il suo gesto. Verrà difatti condannato a vivere legato a una rupe, condannato a un supplizio eterno: durante il giorno un rapace gli strapperà il fegato a morsi; durante la notte il fegato si ricostruirà, in modo tale che il giorno seguente si possa ripetere questa macabra tortura. Dal mito sappiamo anche che Prometeo in seguito verrà liberato e che le punizioni di Zeus si spingeranno ben oltre (vedi il vaso di Pandora). A noi, però, per l’economia di questo discorso, interessa questa prima parte del racconto. In particolare il fatto che Prometeo doni all’uomo il fuoco e l’uso delle arti/tecniche (téchnai). Un dono particolare, poiché è concepito nei termini di un furto e di una assimilazione agli dei. Sembra dunque che l’uomo nasca da un’ingiustizia, peraltro inevitabile, pena la non sopravvivenza degli uomini stessi. Vorrei soffermarmi qui sul contenuto del dono. Potrà sembrare banale, ma il fuoco che viene donato è fondamentale. In effetti, è proprio ciò che permette all’uomo di ripararsi dalle fiere, di trasformare i cibi, di modificare i metalli... in altre parole di dare vita alle diverse arti. Il fuoco, dunque, prima ancora di divenire principio filosofico, costitutivo della realtà, è ciò che permette all’uomo di possedere le téchnai, termine di solito tradotto con l’espressione “tecnica” o “arte”, di cui la medicina, non sarà superfluo ricordarlo, è considerata la madre. 5 Esse non sono semplicemente dei “saper fare”, delle “tecniche” che noi avremmo appreso per semplice ripetizione di esperienze. E neppure esse sono “solo” (come spesso le si traduce) delle “arti”, come oggi noi potremmo erroneamente intenderle, trasponendo un significato a noi più noto di esse: qualcosa che sia frutto dell’ingegno dell’uomo, dell’intuizione di questi (artista), o qualcosa che sia legato alla competenza della persona abile nel saper fare qualcosa (artigiano). Tali termini riflettono solo in parte il senso dell’espressione téchnai. Essa ha a che fare piuttosto con la téchnê, che provvisoriamente potremmo qualificare come un saper fare/produrre accompagnato dalla conoscenza del perché riusciamo a raggiungere ciò che ci proponiamo di costruire/produrre. 6 Riusciamo ad agire, a intervenire con efficacia, non per caso, per abilità manuale o per genialità, ma per il possesso delle téchnai, dei loro saperi e degli atteggiamenti che essi stessi prevedono. Sono dunque il segno di un modo di pensare e agire, di un modo di essere dell’uomo. 7 Il mito ci invita a riflettere su di un altro aspetto centrale: la capacità dell’uomo di modificare, adattare alle sue esigenze l’“ambiente”, che non è solo l’ambiente naturale, ma tutto ciò che lo circonda, che ne costituisce lo spazio vitale. Senza tale conoscenza tecnica e senza l’atteggiamento caratteristico di essa, che porta l’uomo a volere trasformare, modificare, dominare la realtà che lo circonda per renderla abitabile, adatta alla sua sopravvi15 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria venza, l’uomo non sarebbe in grado di sopravvivere. La sua condizione fisica è quella di un essere nudo, inerme, minacciato dalle fiere e dalla natura. Il ricorso alla tecnica tale come lo abbiamo configurato, però, non è solo la risposta a una paura costitutiva, quella di essere sopraffatti dal mondo, non è solo una condizione per poter esistere, per continuare a farlo, ma probabilmente il modo proprio dell’essere dell’uomo. L’uomo nasce, quando diviene l’uomo della téchnê, l’homo poieticus (da poíêsis, produzione, il tipo di azione in cui si estrinseca il sapere umano della téchnê). Tale caratteristica più che aggiunta è costitutiva almeno tanto quanto lo era quella di dover essere accolto, sostenuto, accudito, curato a cui il mito precedente aveva fatto riferimento. Anche in questo caso, come nel precedente mito, siamo di fronte a una ambivalenza. La tecnica, pur essendoci costitutiva, può superare una certa soglia e divenire distruttiva dell’ambiente e dell’uomo stesso. 8 Per quanto dunque tale dimensione sia fondamentale, essa non pare ancora essere sufficiente. Platone ci lascia presagire, infatti, che essa abbia necessità di una integrazione. Platone accenna qui alla sapienza politica, alla capacità di stare insieme, che è in fondo un invito a esplorare il terzo racconto che avevamo anticipato, quello di Babele. 9 Che cosa mai potrà aggiungere il racconto della torre di Babele a quanto abbiamo evidenziato? A mio parere, il con- 16 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 testo entro cui oggi ci muoviamo e la necessità di introdurre quella sapienza politica a noi ignota. Babele “Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole”. In questo caso gli uomini esistono già. Non devono nascere. Ciò che qui si appresta a nascere è la capacità di stare con gli altri uomini, di vivere insieme ad altri, diversi da noi. In fondo, proprio quella sapienza politica di cui si lamentava l’assenza nel mito precedente. Anche in questo caso, l’evento prende le mosse da un movimento, da una emigrazione. L’uomo è alla ricerca di un luogo dove poter vivere. Non basta sopravvivere. Una volta giunto in una pianura ritenuta adatta, l’uomo intraprende il progetto di costruire una città, una torre dove poter vivere. Anche qui ritorna la questione del nome, che è a un tempo quella dell’identità e del possesso: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome per non disperderci su tutta la terra”. Sappiamo come è finita. Dio avrebbe impedito agli uomini di realizzare tale progetto disperdendoli sulla terra. Il progetto della costruzione della torre-città ci ricorda la dimensione della téchnê insita nell’uomo e ci mostra qui come essa, se presa di per sé, possa essere esposta alla alienazione dell’uomo stesso. L’uomo difatti sembra dimenticare le ragioni per cui sta costruendo. Edifica la costruzione a fine in sé. Si aliena nel costruire. Probabilmente non riesce nemmeno più ad abitare insieme ad altri la sua torre, tanto è preso nella sua impresa, nella sua costruzione. 10 Anche la medicina oggi, a volte, ci sembra alienata, avendo incrementato esponenzialmente le proprie capacità tecniche, ma essendo anche diventata muta di fronte alla questione del senso di ciò che con essa si sta realizzando. Il suo silenzio, a volte, sembra attestare la sua incapacità di rispondere a questi interrogativi con quegli stessi strumenti che ne hanno garantito la grandezza e la fortuna. Anch’essa con il suo linguaggio e le stesse parole, non sa affrontare gli altri problemi, nati dall’interrelazione con gli altri, che quel linguaggio, spesso quello scientifico-matematico, non riesce a cogliere o trasformare in modo soddisfacente. Nel racconto di Babele, al desiderio dell’uomo di farsi una casa, di abitare, di rafforzare la sua identità, fa da contrappeso il gesto divino con il quale l’uomo viene disperso, un gesto che viene presentato quasi nei termini di una punizione. Dio, infatti, punirebbe gli uomini per la loro superbia, per il fatto di essersi voluti fare simili a lui, di aver voluto giungere sino al cielo. Eppure il gesto divino, potrebbe anche essere inteso diversamente, nei termini di un invito, per esempio. È probabile, difatti, che l’uomo possa uscire dalla sua alienazione, in questo caso, quella di aver scisso tra loro i gesti di cura e di prendersi cura, le istanze etiche e le tecniche di quel gesto originario. E lo possa fare, per esempio, disperdendosi, apprendendo diverse lingue, imparando a stare con gli altri in modi diversi. Allora questo è un racconto che, più che simboleggiare una punizione, ci sembra esortare al confronto, al pluralismo, a una convivenza diversa, al rispetto dell’altro, all’apprendimento di nuovi linguaggi e alla capacità di costruire comunità e identità rispettose delle differenze di ciascuno. È, in fondo, quello che stiamo cercando di fare oggi, anche con la medicina di oggi. Ed è anche quello che facciamo fatica a realizzare. Forse è l’edificio che stiamo costruendo a non essere del tutto adatto. Forse è il senso del nostro fare che deve diventare oggetto di riflessione. Ma, forse, sono anche i molti nomi con cui abbiamo a che fare che ci possono dare degli spunti. 11 In ogni caso, se la cura è il risultato di due tensioni antropologiche costitutive (che abbiamo richiamato con il mito di Cura e quello di Prometeo, e che abbiamo provvisoriamente nominato con le voci “istanze etiche” e “tecniche”), il rischio di scivolare in un estremo o nell’altro è forse superabile, aprendo tale sforzo alla pluralità delle lingue, dei valori, dei linguaggi. Perché non ci si dimentichi che in gioco è la nostra capacità di essere noi stessi, ma anche di stare con gli altri, un qualcosa di altrettanto fondante per l’uomo a motivo della sua vocazione relazionale. Quanto sin qui raccolto ci permette dunque di provare a interpretare lo spazio di cura entro cui oggi viviamo ed entro cui, non va 17 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria dimenticato, dovrà essere impostata la questione del destinatario della informazione sanitaria che qui è oggetto di indagine. Lo faremo prendendo le mosse da una rilettura della storia della cura che tenga conto delle indicazioni qui offerte. Uno spazio in equilibrio/disequilibrio ...rileggendo la nostra storia La medicina occidentale, che si ispira alla tradizione ippocratica, nasce quando i gesti e i saperi di cura di cui abbiamo parlato, raggiungono lo statuto epistemologico e operativo di una téchnê, di un’ars, un saper fare peculiare, un ars medica appunto, una téchnê iatrikê. Un saper fare che, come abbiamo visto deve essere accompagnato dalla conoscenza del perché si sia in grado di raggiungere ciò che ci si propone; nella fattispecie, per esempio, il mantenimento o il recupero, se possibile, di uno stato di salute. 12 Siamo ben oltre dunque la mera abilità manuale, la mera esperienza, con la quale si raggiungerebbero dei risultati, senza sapere però rendere ragione del perché di tale successo/insuccesso. Siamo però anche ben lontani dal rigore di ciò che è richiesto dai saperi dimostrativi (epistemici in senso stretto) con il quale potremmo concludere con la certezza propria di una dimostrazione matematica. Ci troviamo in un dominio più labile, esposto all’incertezza e all’incrocio di due competenze: quello di chi appunto si propone come esperto, tecnico, competente e quello di chi 18 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 si propone come saggio, capace di discernere ciò che sia bene fare nella situazione concreta, anche in condizioni di incertezza, difficoltà, tensioni emotive. Al medico per suo peculiare tipo di azione si richiedeva dunque il possesso di entrambe, una sintesi, di certo non facile. 13 La nascita della medicina ippocratica è un passaggio essenziale, un passaggio, però, che parla anche di una tensione costitutiva nella medicina: quella tra un’istanza etica, di accompagnamento (segnata a sua volta dalla questione del possesso) e un’istanza tecnica, di dominio, sia conoscitivo che operativo (a sua volta segnata dalla presenza o meno di una consapevolezza del senso del proprio fare e del limite). È l’intreccio o, se si vuole, il matrimonio tra due miti, ciò che qui sta avendo e ha avuto luogo; quello che abbiamo simboleggiato richiamandoci al mito di Cura e al mito di Prometeo. Ed è l’invito alla ricerca di un equilibrio soddisfacente tra la dimensione di saggezza e di competenza tecnica richiesta ai curanti: un lavoro questo per nulla scontato. La medicina, cercherà sempre di mantenere in una giusta tensione, seppure nella forma di un equilibrio provvisorio, questi due aspetti, per evitare sbilanciamenti eccessivi a favore dell’uno o dell’altro. Da questo dipenderà anche parte della sua credibilità. Quello che ci preme sottolineare, però è che tali dimensioni sono compresenti in essa sin dal suo inizio. In medicina, la cura ci si presenta dunque come ambivalente, esposta a perdere il senso della sua misura e a dimenticare la dimensione di potere in essa presente. Ma anche esposta a non poter agire diversamente, a dover in un certo senso intervenire, manipolare, esercitare un potere, e a dover scoprire di volta in volta il limite legato al suo fare e agire. La “invenzione” della medicina ippocratica poi, prima ancora che essere di ordine pratico, è di ordine mentale. In effetti, prima ancora di avere a disposizione gli strumenti e le conoscenze necessarie per intervenire sul corpo umano con efficacia, la medicina, intesa nei termini sopra indicati, inaugura qualcosa di ben più radicale. Si tratta, se si vuole mantenere la metafora coniugale, di un parto peculiare: quello di una forma mentis, di un modo di pensare e agire che sappia conciliare competenza tecnica con competenza morale, ovvero téchnê (arte-tecnica) e phrónêsis (di solito tradotto con “saggezza”, “sapere morale”) in essa presenti. La forma mentis del medico, (meglio sarebbe dire del curante) è una forma che oggi diamo per scontata, dimenticando di aver a che fare con qualcosa di innovativo. Di fronte alla malattia non ci si preoccupa di fare dei sacrifici per accattivarsi delle divinità, né ci si impegna in speculazioni astratte, riferendosi ad alcuni principi supremi in grado di spiegare la totalità del reale. Si cerca di intervenire con perizia e a ragion veduta, avvalendosi dell’esperienza, questo sì, ma anche del ragionamento rivolto su di essa, supportati dal ricorso a modelli interpretativi e teorici espli- cativi del reale e della condizione di salute e malattia a cui si fa riferimento. E si cerca di svolgere tale ricerca nel massimo rispetto, fatto di attenzione, pudore, riservatezza, dedizione con i quali ci si appresta a impegnarsi perché il paziente possa raggiungere il suo bene. Un connubio scientifico-etico, dunque viene richiesto ai curanti. È quella forma mentis con cui il medico si dispone ad ascoltare, far ricordare il paziente, attraverso l’anamnesi (anámnesis); a diagnosticare, (diá-gnosis, da diagignóskein, guardare attraverso); a prognosticare (pro-gnôsis, da progignóskein, cercare di prevedere, anticipare, conoscere prima); a proporre delle terapie (therapeía) sulla scorta di un ragionamento che è già in nuce caratterizzato dalla relazione costitutiva tra il ricorso all’esperienze e l’interpretazione teorica di esse. Ben distante dalla mera speculazione, ma anche dalla semplice abilità tecnica. Un modo di pensare che, è bene ricordarlo, non è affatto scontato, ma è dovuto essere formulato dai greci, partorito da quell’unione simbolica di cui abbiamo parlato. A motivo della natura limitata delle risorse terapeutiche a livello farmacologico, chirurgico (se confrontate e valutate con il metro delle attuali) la chiave di volta della medicina ippocratica, di questa forma mentis peculiare, diviene, almeno nella scuola di Kos, la prognosi: la capacità di prevedere, entro certi limiti il decorso della malattia, il suo carattere (condizione necessaria per poter 19 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria agire sensatamente rispetto a essa) e di non perdere quello che per il medico diverrà un ideale regolativo: la scelta del momento opportuno, del tempo opportuno per decidere (kairós). 14 Sappiamo che oggi la medicina ha realizzato il suo sogno, giungendo a successi un tempo impensabili, grazie all’adozione del metodo scientifico sperimentale e al ricorso dei contributi scientifico-tecnologici, tanto a livello teorico come a livello operativo. Uno sviluppo che ha spostato l’attenzione sul momento della diagnosi e della terapia, lasciando la questione della prognosi, almeno nella relazione clinica, sullo sfondo. Di fronte ai pazienti essa, infatti, rimane nel dominio dell’imponderabile; di fronte ai curanti, invece, in quello del controllo statistico e della impostazione del tipo di cura da offrire. Sappiamo anche che la medicina ha dovuto attendere diversi secoli prima di disporre delle conoscenze e degli strumenti necessari per giungere a quella che oggi noi consideriamo essere la sua maturità: lo statuto di un sapere e di una pratica validati, corroborati da conoscenze ed esperimenti. Dal momento che l’adozione del metodo sperimentale nelle scienze fisiche viene di solito collocata nel XVII secolo, mentre in quelle mediche nel XIX secolo, con Claude Bernard, semplificando possiamo affermare che l’attesa è stata di più di due millenni se consideriamo che i primi scritti ippocratici risalgono al VI sec. a.C. Un innesto questo, però, 20 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 ci pare opportuno sottolinearlo, che difficilmente avrebbe potuto avvenire se già la medicina non si fosse strutturata in modo tale da accoglierlo e attenderlo. Ovvero, se non fosse stata già segnata da quella forma mentis alla quale abbiamo fatto riferimento. Oggi sappiamo anche che questo progetto (istituire, utilizzando termini moderni, una medicina scientifica e tecnologica, che sapesse giungere ai risultati che si proponeva e a renderne pubblica ragione, una medicina dunque affidabile, legittimata) ha saputo fare tesoro non solo di nuove conoscenze, ma anche di strumenti (per esempio, quelli del calcolo) capaci di dominare l’incertezza con cui la medicina ha avuto e avrà sempre a che fare. È sufficiente qui fare menzione all’uso della teoria della probabilità e al ricorso sempre più frequente alla statistica con cui i professionisti hanno cercato, pur con certi limiti, di controllare razionalmente quell’incertezza all’interno della quale si rivolgeva e rivolge ancora il loro studio e il loro agire. 15 La messa in questione Curiosamente, però, sarà proprio in corrispondenza di questi successi (che tenderanno a far pendere la bilancia della istanza costitutiva della cura verso la dimensione tecnica piuttosto che quella relazionale) che la medicina entrerà in crisi e faticherà a riconoscere se stessa. E da più parti. Dapprima con il movimento dell’umanesimo medico, che cercherà di riportare all’attenzione dei curanti la perso- na nella sua interezza, criticando il positivismo scientifico proprio della medicina del XIX secolo. Poi giungeranno le altre professioni, non più disposte ad assumere il ruolo di ancelle e di subordinate rispetto alla medicina, imbrigliate in rapporti fortemente gerarchici. La nascita e l’emancipazione delle professioni infermieristiche intorno al concetto di presa in carico, per esempio, negli anni sessanta/settanta del secolo scorso, ne è un esempio. Ma ne sono anche un segno le frequenti ricerche di pratiche e medicine considerate dal nostro punto di vista alternative. Infine, la reazione dei malati, per citare solo alcuni dei fenomeni a noi recenti. L’elenco potrebbe proseguire sino a giungere alla nascita della bioetica e pervenire ai giorni nostri, come vedremo, sino a toccare la crisi delle stesse professioni della salute. 16 Paradossalmente, oggi ci troviamo in una situazione che talora sembra essere quasi di separazione, di alienazione, come se avessimo perso il senso del nostro fare o come se le tensioni di cui abbiamo parlato già a proposito del mito non abbiano trovato un equilibrio da noi ritenuto soddisfacente. “Cura” e “prendersi cura” sono state distinte e hanno dato origine a professioni differenti, talora in antagonismo tra loro, spesso incapaci di cogliere i linguaggi delle altre. Lo stesso smarrimento da parte dei professionisti e dei pazienti a volte ci ricorda con insistenza di questa crisi. In fondo stiamo ancora cercando di ricostituire un equilibrio più soddisfacente tra la nostra capacità di intervenire con competenza e la nostra capacità di prenderci cura dei soggetti temporaneamente affidatici, un compito questo, come abbiamo visto, che segna la medicina sin dai suoi primi passi e che probabilmente sarà destinato a segnarla anche in futuro. La storia non è dunque giunta a una fine, ma riprende le sue questioni di sempre e da esse è stimolata ad andare avanti. Con fatica iniziamo anche a renderci conto che quel modo di pensare caratteristico del metodo sperimentale e indispensabile per il successo della medicina, se applicato alle relazioni di cura in modo acritico, rischia di stravolgerle. Non è infatti in gioco solo la spiegazione della malattia, la conoscenza di essa, la sua riduzione, laddove possibile, alle sue cause, quando note. Questi sono tutti degli aspetti indispensabili per un intervento di cura efficace, libero dagli arbitri del momento e del caso. Senza sminuire ciò a cui la medicina (almeno nel nostro contesto) aspira e probabilmente deve aspirare, cioè la cura di una malattia (che, nonostante quel che se ne dica, è ancora ciò che pazienti e curanti sperino accada), è opportuno ricordare, che a essere in gioco è spesso anche la vita di una persona, la comprensione di quest’ultima, di ciò che le accade. Si tratta di una individualità irripetibile, di una unità psico-somatica, sorgente a un tempo di valori e di modalità espressive uniche, capace di far fronte o di non far fronte alla propria condizione di paziente in 21 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria modi diversi nel corso del tempo. L’adozione del modello psicosociale a integrazione di quello biomedico ci ricorda di questa necessaria integrazione, ma anche di quanto essa sia faticosa, a volte difficile e persino impossibile in tutte le sue istanze. I paradossi dell’adozione del modello psicosociale non sono infatti minori di quelli legati a quello meramente biomedico e ci invitano a una riflessione critica su di essi che qui possiamo solo nominare, senza svolgere. Forse è venuto anche tempo per riflettere in modo critico su ciò che pretendiamo fare, divenendo consapevoli di ciò che effettivamente siamo in grado di fare in qualità di curanti, ma anche in qualità di pazienti. Inoltre, che si debba ridurre il soggettivo all’obiettivo, il caso individuale alla regola generale, che vi sia un metodo scientifico per risolvere i problemi etici con rigore, che sia possibile applicarlo a diversi casi, che il soggettivo sia da tenere in sospetto a tutto vantaggio di ciò che è misurabile, controllabile, dominabile dal calcolo e dal rigore degli strumenti adoperati, che il mondo dei fatti, sia distinto da quello dei valori da una cesura netta, che l’intenzione beneficente sia di per sé garante della moralità degli atti eseguiti e via dicendo, sono solo alcuni presupposti su cui sarebbe opportuno riflettere con attenzione nonostante si creda che su parte di essi si regga l’edificio stesso della medicina. Difatti se essi ci sono di aiuto per consolidare un atteggiamento conoscitivo rigoroso, ci possono essere di impedimento 22 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 per qualcosa di altro. Per esempio, per entrare in una relazione di conoscenza con quella persona di cui ci stiamo prendendo cura. Ma sarebbe ingenuo pensare che per entrare in una siffatta relazione sia sufficiente la buona volontà o una giusta predisposizione. Così come sarebbe ingenuo pensare che tutto dovrebbe essere affrontato dalla medicina, dalle cure. Forse vengono richiesti anche modelli comportamentali e cognitivi differenti, che è opportuno sin da ora segnalare, ma la cui discussione ci porterebbe troppo lontano. Prima di passare oltre, ci sembra però opportuno prendere sul serio un’altra obiezione che ci si potrebbe muovere. In fondo, ciò che stiamo rimproverando alla medicina è qualcosa di già noto, una vecchia storia, una critica che si troverebbe già inclusa nell’aforisma di latina memoria con cui gli antichi ci ammonivano che il medico doveva essere un vir bonus medendi peritus. La competenza tecnica da sola non basta. Bisognerebbe che fosse accompagnata dalla qualità morale del soggetto. Fin qui nulla da dire. Ciò nonostante non ci sembra che la bontà del medico sia di per sé sufficiente a far fronte all’impegno della cura quando essa, appunto, cerca un equilibrio parziale e rivedibile tra manipolazione e accompagnamento. Gli atteggiamenti, le convinzioni, i presupposti necessari per divenire medendi peritus infatti possono ostacolare il darsi di quel processo di comprensione/interpretazione della singolarità del paziente, che non è di per sé garantito dalla qualità morale del medico. Questi, per esempio può essere convinto di agire per il bene del paziente, può essere una persona scrupolosa e seria nel suo lavoro, dedita a esso, ma può anche non essersi accorto di quel paziente che ha di fronte, dei suoi interrogativi, delle sue preoccupazioni, spesso diverse da quelle del diagnostico. Vi è un incontro tra lingue e mondi diversi. La letteratura, prima ancora che i trial clinici, più volte ce ne ha dato testimonianza. Neppure sembra valere l’adagio, spesso citato a titolo di legittimazione, secondo cui si afferma di aver “agito in scienza e coscienza”. Esso non fa che attestare una ulteriore dicotomia, data per ovvia e scontata: quella che vi sia un mondo obiettivo, retto da conoscenze scientifiche e un mondo soggettivo, sede del privato e della coscienza, oggetto di un rispetto assoluto. Di fronte a coscienze diverse se non sarà possibile avvalersi di criteri scientifici o di modelli culturali comuni, come ci si atteggerà? E che ne sarà della cura? Ecco la sfida di oggi per la cura, su cui sarà opportuno soffermare la nostra attenzione rendendo esplicito ora lo spazio entro cui oggi essa pare muoversi. È uno spazio ben più complesso e articolato di quello tracciato dalle due istanze qui nominate. Lo spazio della cura Si intravede sin d’ora come l’asse strutturale della cura sinora delineato, quello esistente tra le sue istanze tecniche e relazionali, sia attraversato da un asse ulteriore, che lo taglia perpendicolarmente e che rende ancor più complicato trovare degli equilibri soddisfacenti. Si tratta di quell’asse ai cui estremi si possono scorgere le istanze di autonomia e di giustizia rivendicate dalla cura e non solo dai curati. Sono istanze che paiono legittime almeno tanto quanto pretendono di esserlo quelle di competenza etica e tecnica. Istanze che, in fondo, arricchiscono la dimensione etica che è costitutiva della stessa cura inserendo due nuovi poli di attrazione. Dunque aumentano le tensioni in gioco, le spinte centrifughe presenti nella cura, rendendola una impresa instabile e complessa. Lo si può cogliere anche soltanto da una semplice ricognizione del linguaggio. Si dice infatti che la cura non deve essere solo centrata sulla persona (istanza etica tradizionale), né deve essere solo efficace, appropriata (istanza tecnica). Oggi le si richiede anche di essere partecipativa, inclusiva dell’altro (per esempio, rispettando l’autonomia dei pazienti). Le si richiede anche di essere efficiente, economicamente sostenibile ed equa (rispettando in tal modo l’istanza di giustizia sopra accennata). Oggi, infatti, riteniamo che ciascuno debba poter ricevere un minimo dignitoso di assistenza sanitaria. È il riflesso dell’accettazione di un diritto all’assistenza sanitaria. Ma, come non è affatto scontato che l’istanza tecnica e etica costitutive della cura siano conciliabili tra loro spontaneamente, non è neppure ovvio che lo siano 23 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria l’istanza di autonomia e di giustizia a cui abbiamo fatto brevemente cenno. Non è dunque detto che un rispetto incondizionato delle scelte del paziente, quand’anche il medico o il professionista della salute fossero d’accordo con questi, sia compatibile con le istanze di giustizia rivendicate da un servizio di salute pubblico. La prima istanza, quella relativa alla autonomia, è entrata in medicina con irruenza e probabilmente ancora fatica a trovarvi ospitalità piena. La bioetica ne è stata la testimone più nota dando voce a quella che da più parti è stata chiamata la crisi del paternalismo. In essa si è sentita con forza la voce dei pazienti che hanno rivendicato il diritto di scegliere anche in merito a questioni legate alla propria salute. Si badi bene: i pazienti non sarebbero autorizzati a scegliere “nonostante” siano malati, ma proprio “perché” sono tali. È una rivoluzione radicale. Non che prima i pazienti non godessero della libertà decisionale: semplicemente, si riteneva che non fossero nelle condizioni di scegliere, sia per la condizione di malattia che per l’assenza di conoscenze ed esperienza in merito a essa. Affidarsi a un esperto era, e spesso ancora è, la cosa migliore. Il connubio tra paternalismo e medicina scientifica tecnologica era garante di qualità. Ma, ci chiediamo oggi, fino a che punto? Di cosa è esperto il professionista? I pazienti (o almeno per una parte di loro) oggi rivendicano uno spazio per le proprie 24 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 scelte non tanto e non solo per difendersi da una medicina ritenuta talora eccessivamente invasiva, ma forse anche per l’acquisizione di un cambiamento culturale in merito alla gestione della propria corporeità. 17 Essi lo fanno nella consapevolezza di essere le persone più indicate a esprimere giudizi di valore sul proprio stato, spesso perché sono proprio “loro” quelli che lo vivono e ne hanno fatto esperienza. Naturalmente non pretendono di diagnosticare la propria malattia o di sostituirsi al sapere tecnico dei curanti. Essi però rivendicano la propria competenza e legittimità decisionale in questioni attinenti la propria qualità di vita. Vogliono essere loro, spesso, a decidere come vivere il tempo che gli resta, a valutare l’opportunità o meno di seguire una certa terapia, ad accettare o meno di vivere la malattia nelle modalità suggerite dai professionisti. Si è dunque in parte rotta l’equivalenza “bene clinico = bene del paziente”, non tanto perché i medici non sappiano fare bene il loro lavoro, ma piuttosto perché i pazienti si sono ritagliati uno spazio di autonomia e responsabilità decisionale che comporta una ridefinizione di parte dei ruoli e dei comportamenti di entrambe le parti, sempre che a essere in gioco siano solo due attori e non, come pare, molti di più. La seconda istanza, quella di giustizia, è testimoniata, per esempio, dalla nascita in Italia del SSN (Servizio Sanitario Nazionale) nel 1978 e dalla rivoluzione aziendalista avvenuta in sanità nel 1992. L’efficienza, infatti, è condizione sine qua non per la creazione di un servizio sostenibile nel tempo. Da qui le reiterate critiche degli economisti ai medici e i reiterati tentativi di introdurre strumenti di controllo, di misurazione, di calcolo, per una gestione più oculata delle risorse, umane come materiali. Abbattere gli sprechi, razionare e razionalizzare le risorse. Ecco i nuovi mantra della medicina. Sappiamo come questo processo non sia esente da critiche e sappiamo anche che, a volte, questo processo ha perso di vista le ragioni del suo darsi – che è il mantenimento di un servizio di cura equo, e non l’introduzione del libero mercato nello scenario di cura. Ora qualcuno potrà ritenere che il libero mercato in sanità possa aiutare quest’ultima a offire un servizio migliore. È questa una possibilità su cui si potrebbe discutere. Resta il fatto, però, che come la tecnica e la scienza devono fare i patti con quei gesti originari di cura da cui provengono e da cui in parte traggono la propria sorgente di senso, anche le istanze economiche devono poter integrarsi in modo convincente con la cura di cui sono al servizio. Non viceversa. Eppure spesso si ha l’impressione che avvenga proprio il contrario. È proprio la cura, nel suo gesto originario e primo, quella che si sente perduta e alienata, tanto negli eccessi tecnico scientifici, come in quelli burocratici amministrativi e, ora, aziendalistici. Dal momento che in gioco sono delle questioni di fondo, le reazioni spesso sono forti e conflittuali, tanto tra i professionisti come tra i pazienti. La capacità di tenere insieme queste diverse forze, di non generare forze eccessivamente centrifughe, risulterà in una medicina sufficientemente accettabile e capace, entro certi limiti, di portare a compimento la sua difficile funzione probabilmente non più da sola ma in sinergia con altre forze. Riprendendo la questione del “chi”… Quanto sin qui detto ci permette sin da ora, di ritornare sulla questione del “chi”: la questione del destinatario dell’informazione sanitaria. I molti volti a cui avevamo fatto riferimento, in effetti, ci attestano il carattere fluido, in movimento, della nostra situazione. Non sono più il risultato di un’arbitraria volontà, ma lo sforzo di ricostruire la cura nel contesto attuale. Ecco allora che il “paziente” (punto di partenza della cura, in quanto simbolo del patire, del soffrire, a cui la cura sin dalle sue origini si rivolge) è anche un “malato”. Ed è un malato perché è portatore, pur con tutti i limiti legati alle classificazioni e al presunto statuto ontologico delle nostre classificazioni diagnostiche, di quello che noi chiamiamo una “malattia”. Non è affatto indifferente per la cura il fatto che noi cerchiamo di intervenire sulle malattie, anche se questo talora comporta, seppure non sempre necessariamente, delle pratiche impersonali e la nostra riduzione a meri casi, numeri o quant’altro. Però il paziente, il malato, oggi rivendica con forza il proprio statuto morale. 25 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria Sono “persone” a tutti gli effetti, sono competenti dal punto di vista decisionale, sono “soggetti morali”. Il che non significa affatto che sia sufficiente registrare le loro preferenze. Piuttosto, forse, è auspicabile entrare in dialogo con essi, a certe condizioni e se lo desiderano, rispettando anche le loro scelte, entro certi limiti. In effetti, proprio nel momento in cui essi si rivolgono alla sanità in quanto “cittadini”, i “pazienti”, a un tempo “malati”, “persone”, “soggetti morali”, divengono anche degli “utenti” di un servizio pubblico, con tutto quello che questo comporta per loro, nel bene e nel male. La burocrazia, infatti, può essere assai cieca. E quando questi “utenti”, titolari di diritti, ma anche di doveri, si rendono conto di essere “quasi dei clienti”, essi rivendicano per loro e la comunità la qualità del servizio loro rivolto, non disgiunta dalla loro soddisfazione. Criteri questi, però che a loro volta sono esposti alla conciliabilità con l’equità del servizio, la non discriminazione nei confronti di altri, la serietà scientifica di quanto loro proposto, e altri ancora. I molti nomi riflettono dunque le molte istanze, talora centrifughe alle quali abbiamo di volta in volta fatto riferimento. Oggi sembra che l’adozione di una parola quasi magica, “partecipazione”, possa rappresentare la soluzione di queste tensioni. È partecipando che si riesce a offrire la cura migliore, (si pensi, per esempio, al paziente esperto nelle patologie croniche). Così come è partecipando alle scelte 26 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 che si viene rispettati, trattati come persone, tutelati. Ed è ancora partecipando che si possono costruire insieme sistemi equi di salute. Così sembrerebbe. Eppure la partecipazione implica almeno tanta responsabilità/corresponsabilità quanta rivendicazione ed è a sua volta esposta ai limiti di ciò che con essa è possibile raggiungere. Piuttosto che farne un nuovo mito (oggi infatti il mito, il racconto da cui siamo partiti, viene considerato pseudo-scientifico, non accorgendosi che di fatto esso viene sostituito con altri e diversi miti) è opportuno riflettervi e contestualizzarlo in quella che ora possiamo chiamare il campo di forze della cura. Lo schema in Figura 1 cercherà di raccogliere nella forma di un’immagine quanto sinora qui descritto a proposito della cura e dei suoi destinatari. Con questo schema concludiamo la prima parte, con la quale ci siamo proposti di mostrare come i molti volti del destinatario della informazione sanitaria riflettano la nostra situazione attuale, lo spazio della cura entro cui ci muoviamo. Come si può vedere, il paziente è stato in parte riassorbito dai linguaggi della politica, del diritto, dell’amministrazione, dell’economia e si trova, insieme ai curanti con cui interagisce, alla ricerca di mediazioni più soddisfacenti. Va da sé che il paziente resta sempre un paziente, una persona sofferente e vulnerabile che si pone alla ricerca di aiuto, e va da sé che in gioco, come abbiamo cercato di mostrare Fig. 1. La cura e i suoi destinatari SOGGETTO MORALE “prendersi cura” ISTANZA ETICA ● appropriata ● personalizzata “cura” CURA medicina scientifica ars medica ISTANZA TECNICA ● efficace MALATO PAZIENTE AUTONOMIA ● condivisa GIUSTIZIA ● equa ● efficiente ● partecipativa UTENTE CLIENTE CITTADINO Direzione per un ri-posizionamento della cura in modo che possa essere “ad un tempo” equa, efficace, partecipativa, efficiente, rivolta alla persona... Direzione centrifuga: tendenza della cura a perdersi in una delle sue istanze e a venir meno alla complessità delle istanze cui è esposta ● abcdef Aggettivi chiamati a integrarsi alla cura, precisandone le istanze ABCD Destinatari della informazione sanitaria c’è ancora il tipo di cura che saremo in grado di offrire. Ripensare il processo informativo/comunicativo... Abbiamo sostenuto la tesi che il processo informativo-comunicativo cambia a seconda che si abbia a che fare con uno o con un altro di questi ruoli/identità. È su tale tesi dunque che ora spostiamo l’attenzione nella seconda (e più breve) parte della nostra rflessione. Il fatto che il destinatario dell’informazione sanitaria abbia molti volti/ruoli trasforma in modo deciso anche i modi di pensare e impostare il processo informativocomunicativo stesso. I destinatari, come vedremo, da meri recettori 27 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria della informazione tendono a divenirne co-produttori. Utilizzo volutamente l’espressione “processo informativo-comunicativo”, quasi che la mera sottolineatura “informativo” non fosse sufficiente. Difatti l’informare, pur essendo in senso lato già una forma di comunicazione, potrebbe non essere sufficiente a qualificare le peculiarità di ciò di cui stiamo parlando. Si è infatti soliti sottolineare come la mera trasmissione delle informazioni debba essere accompagnata e inserita in una relazione più profonda: una relazione “comunicativa” tra i soggetti in gioco. 18 Tutto questo pare essere tanto più pertinente quanto più ci avviciniamo ai contesti della relazione clinica. Ma forse appare meno pertinente quando si ha a che fare con altri mondi, quelli in cui l’informazione non avviene tramite un incontro personale tra emittente e destinatario, come per esempio capita quando il processo in questione prende le mosse dai mass-media. In ogni caso, distinguere tra “informazione” e “comunicazione”, come se si avesse a che fare rispettivamente con ciò che viene comunicato e con la comunicazione stessa, per quanto possa aiutare, richiederebbe una ricerca ulteriore. Come oggetto di ulteriori ricerche dovrebbero essere anche lo studio dei rapporti tra tali due aspetti/dimensioni del processo. Per l’economia di questo discorso è sufficiente assumere che si tratta di due dimensioni fondamentali, sia che esse abbiano a che fare con un 28 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 medesimo atto (informativo-comunicativo) o con atti differenti (di informazione, di comunicazione). Si tratta di componenti che in un qualche modo afferiscono sia al contenuto di ciò che si vuole trasmettere che alle modalità stesse e alle relazioni in cui una tale trasmissione ha luogo. A volte li considereremo separatamente, a volte congiuntamente assecondando le esigenze del discorso e lasciando sullo sfondo le questioni sopra menzionate come questioni aperte. Da quanto detto risulterebbe dunque che la diversità dei destinatari, la molteplicità dei ruoli assunti da uno stesso paziente, non solo ci aiuta a capire il contesto di cura entro cui ci muoviamo. Essa ci spingerebbe oltre. La consapevolezza di tali identità complesse ci porta a riflettere e a modificare il nostro modo di concepire e impostare il processo informativo-comunicativo al quale facciamo riferimento. Possiamo solo offrire alcuni cenni. Il fatto che in un medesimo destinatario dell’informazione vi siano diversi soggetti e diversi ruoli ci invita a riflettere su quella che ora ci potrebbe apparire come un’immagine semplificata del percorso informativo-comunicativo a esso rivolto. Probabilmente un tale processo non è più concepibile semplicemente nei termini di un passaggio unidirezionale di informazioni. In tale passaggio un “emittente” trasmetterebbe un “contenuto informativo” a un “destinatario”, preferibilmente nel modo più preciso possibile, privo di “rumori”. Ciascuna delle parti in gioco poi avrebbe ruoli già chiari e definiti sin dall’inizio. Un paziente, però, seppure a diverso titolo, in quanto a un tempo anche “cliente”, “cittadino”, “utente”, “soggetto morale”, nei diversi contesti in cui si trova ad agire non riceve solo informazioni. Egli è a un tempo fonte, sorgente ed emittente di informazioni. Ciò che avviene qui non è tanto e non solo uno “scambio” di informazioni (un movimento che da uni-direzionale diverrebbe bi-direzionale), ma una vera e propria “costruzione” della informazione, nell’atto stesso in cui essa viene a precisarsi. Il destinatario può dunque contribuire alla creazione di quel contenuto informativo, che invece di essere completamente “già dato” è in parte anche da darsi e da farsi. Non nel senso che ancora non c’è, per quanto talora sia possibile anche questo, ma nel senso che esso ancora non ha assunto quella forma che gli consentirebbe di essere “effettivamente informativo”, per essere adoperato in quel contesto e in quella situazione. L’informazione difatti deve essere compresa. Questo potrà sembrare banale. Tuttavia, spesso, per essere compresa essa dovrà essere modificata, rielaborata. È dunque destinata a trasformarsi. Emittente e destinatario si scambiano le parti lavorando insieme sull’oggetto della informazione, chiarendosi spesso, reciprocamente, i propri fraintendimenti, piuttosto che non trasmettendosi messaggi già chiari sin dall’inizio. Al punto che talvolta il paziente può persino aiutare il clinico a formulare un progetto di cura. Non perché gioca “a fare il dottore”, ma perché, avendo la possibilità di esprimersi, può aiutare il medico a capire cosa egli pensi, cosa per lui sia importante. Anche il cittadino, a sua volta, è produttore di informazioni e conoscenze, quando per esempio si interroga insieme con i responsabili sanitari sulle politiche da essi svolte, sulle priorità scelte. In tal modo egli li aiuta a rendersi conto che spesso in gioco non ci sono solo criteri di appropriatezza, di efficacia e di efficienza, ma anche priorità di altro valore, che necessitano di discussione e di corresponsabilità da parte dei soggetti coinvolti. Il mero dato informativo separato dal contesto informativo entro cui esso si presenta può non significare ancora nulla di preciso. Ma perché l’informazione venga contestualizzata il destinatario, in molti casi, dovrà esserne fatto partecipe. Questi, infatti, non è un otre da riempire, ma un soggetto che si pone delle domande, che ha desideri, aspettative, pregiudizi... La nostra attenzione dunque non si rivolgerà prevalentemente alla questione della ricezione effettiva del messaggio, quasi che a essere centrale sia il fatto di permettere una trasmissione non deformata da rumori di sorta (siano essi legati al “canale” scelto per la trasmissione, al “segnale” in esso trasmesso, al “codice” impiegato o all’ambivalenza degli stessi “emittenti”, portatori a loro volta di interessi e non neutri apparecchi 29 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria meccanici). In questo caso difatti non ci si occupa della costruzione del messaggio, ma della sua ricezione. Ora, se è pur vero che da qualcosa si dovrà ben partire, senza dover necessariamente ricostruire tutto da capo da parte di tutti, è altrettanto vero che quel qualcosa da cui si partirà (lo stato dell’arte, le conoscenze acquisite, un’ipotesi diagnostica, una rivendicazione in materia di diritti…), dovrà poi essere compreso, assunto, contestatalizzato, ricevuto, da chi ne è in quel momento il destinatario. Non ci pare sufficiente quindi adottare un modello concettuale del processo informativo comunicativo di tipo lineare. E neppure ci pare sufficiente aggiungere a esso semplicemente il fatto che pur essendo chiari gli emittenti, i messaggi e i destinatari, essi potranno e forse dovranno nel corso del processo invertire i propri ruoli, scambiandosi semplicemente le informazioni. Un modo di concepire il processo informativo-comunicativo siffatto tenderebbe a impostare il problema nei termini di una ricerca di tecniche e strumenti sempre più precisi per poter garantire la trasmissione corretta. Così facendo, però, porrebbe meno l’attenzione sul ruolo attivo che i destinatari della informazione agiscono su di essa, retroattivamente, modificandola recependola e cercando di intenderla. E ancor meno porterebbe l’attenzione sulla responsabilità che i destinatari stessi della informazione possono esercitare su di essa, consentendo una realizzazione effettiva di quel 30 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 processo informativo-comunicativo di cui stiamo parlando. Ciò che avviene, probabilmente, piuttosto che essere il riflesso di un agire tecnico ben fatto, per usare un’espressione cara a Jurgen Habermas, é il riflesso di un “agire comunicativo”, intersoggettivo, un agire peculiare con le sue modalità proprie. 19 Non abbiamo dunque a che fare, probabilmente con processi lineari, già predeterminati, con contenuti fissi, ma con processi più circolari, più esposti al cambiamento e all’indeterminatezza per poter funzionare. I contenuti non sono semplicemente “già là”, ma sono in parte “da farsi”, da costruirsi nello scambio di informazioni-comunicazioni. 20 Ci si permetta in questo senso avvalerci di alcuni spunti tratti dalla lettura di un filosofo recentemente scomparso, Hans Georg Gadamer. In Verità e metodo egli cerca di spiegare lo specifico della esperienza ermeneutica avvalendosi dei modi diversi con cui si può concepire la relazione comunicativa tra soggetti. 21 Prendendo spunto da questa chiave di lettura, cercherò ora di suggerire come modalità diverse di concepire la relazione comunicativa tra soggetti (di cui almeno uno è considerato soggetto personale) trasformi il modo di pensare e impostare i processi informativi-comunicativi. Abbiamo visto come la cura sia il risultato di un intreccio di tensioni non sempre tra loro compatibili. La cura si presenta dunque come il provvisorio equilibrio di un insieme di forze talvolta convergenti Tab. 1. I processi informativicomunicativi originati dai diversi modi di intendere la relazione con l’altro. identità del destinatario informazione comunicazione empatia Malato / malattia Oggettiva / data unidirezionale Tecnica (... (alterità)...) Tu / altro compreso Paziente sofferente soggettiva / Ricostruita Unidirezionale Arte Riduzione dell’alterità / negazione di sé Tu / altro tu Persona malata sofferente intersoggettiva Attesa / da farsi Prassi dialogica Ascolto Tensione io-tu Tu / oggetto conosciuto e talvolta divergenti tra loro. Ne è derivata un’immagine che, più che essere quella di una bilancia in perfetto equilibrio, è quella di un campo di forze, o di un qualcosa di simile a un materasso ad acqua. Nel materssao ad acqua, in corrispondenza allo spostamento del peso da una parte, vi è una riorganizzazione delle altri parti, in modo che il tutto si adatta alla forma del corpo sdraiato. Nel nostro caso al nostro offrire/concepire un tipo particolare di cure si otterrebbe una riorganizzazione dei pesi e delle forze in gioco. In tale campo/materasso le istanze tecniche hanno un peso rilevante, ma lo hanno anche quelle etiche, di presa in carico, in un contesto che abbiamo visto essere attraversato anche da richieste di autonomia e di giustizia. Tutto questo ha un certo rilievo per quanto andremo qui esponendo. Si osservi la Tabella 1. Alla colonna in verde di sinistra corrispondono modi diversi di intendere la relazione con l’altro. Esso è un mero “oggetto” da conoscere; un “soggetto” che si pensa di conoscere meglio di quanto egli stesso non sappia fare; “un altro tu”, di fronte a noi, in parte non conoscibile. Ciascuna di tali modalità ha delle conseguenze per l’“identità del destinatario”, l’“informazione” a esso data, la “comunicazione” sviluppata, il tipo di “empatia” realizzabile. È la parte superiore della tabella: la prima linea orizzontale. La tabella può essere letta in verticale (confrontando le diverse voci che ne risultano a seconda che si consideri il soggetto della relazione) o in orizzontale, (osservando come ciascun modo di concepire la relazione tenda a dare origine a processi informativi-comunicativi peculiari) che è ciò che qui ci interessa. È inevitabile che quel soggetto con cui, come curanti, ci raffrontiamo sia anche, benché non solo, un oggetto da conoscere: una malattia, appunto. L’informazione che tenderemo a dare e a estrarre avrà la pretesa di essere oggettiva, conforme allo stato dell’arte e delle conoscenze attuali e sarà data prevalentemente in un modo unidirezionale. Alle nostre domande indagatrici, l’altro malato, la malattia nascosta, risponderà alle nostre richieste. Se si vorrà distinguere in tale modalità relazionale la comuni31 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria cazione, essa tenderà ad assumere i tratti di una tecnica. Dovremo difatti essere in grado di far capire al paziente cosa vogliamo sapere da lui, dovremmo convincerlo a prendere certi farmaci, a seguire certe terapie... La sua alterità, il suo essere una persona altra da noi, in questo contesto gioca un ruolo soltanto nella misura in cui tale individualità afferisce in modo singolare alla patologia in esame. Il resto dovrà essere messo tra parentesi. Non perché privo di importanza in sé, ma perché privo di aiuto, se non in alcuni casi, per il lavoro svolto dal curante in quel momento. Spostandoci alla riga successiva possiamo osservare come il destinatario dell’informazione qui assuma il volto di una persona, di cui noi, però, pensiamo di conoscere meglio di quanto essa stessa sia in grado di fare, ciò che sta vivendo e soffrendo. È il paziente sofferente qui il nostro destinatario, piuttosto che non il malato, caso particolare di una malattia. L’informazione tenderà a essere soggettiva e, come nel caso precedente, a essere diretta dai curanti stessi. Si dice che in questi casi la comunicazione è simile a un’arte. L’empatia riscontrabile con il soggetto tenderà o a negare la sua peculiarità (sapremo di lui ciò che noi pensiamo soggettivamente di aver ricostruito da questi sulla scorta dei suoi indizi) o a negare la nostra (tenderemo a mettere tra parentesi le nostre aspettative, i nostri pregiudizi, per “farci uno” con la persona, “metterci nei suoi panni”). Entrambi i 32 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 casi, non realizzabili fino in fondo e frutto di una interpretazione forzata dell´empatia, riflettono i nostri sforzi di comunicare in modo non solo tecnico, ma empatico e sono esposti come i precedenti a paradossi e ambivalenze che qui, per ragioni di tempo, non possiamo trattare. È l’ultima riga, però, quella che ci pare più significativa e ricca di spunti. L’altro, il soggetto destinatario è un altro tu e come tale è considerato nel processo. L’informazione non è né oggettiva, né soggettiva, ma il risultato di una azione intersoggettiva. La comunicazione tende a farsi prassi peculiare, agire comunicativo, agire dialogico, in cui l’alterità dell’altro non è ridotta alla nostra, né la nostra assorbita da questa. Si mantengono entrambe in equilibrio, in tensione, “l’uno di fronte all’altro”, ma non “l’uno contro l’altro”, alla ricerca di percorsi possibili, seppur limitati, di dialogo. È una prassi di pensiero, un pensare insieme, in cui lo stesso dato informativo viene costruito e le modalità comunicative messe in pratica da entrambi. I limiti di una tale impostazione, se generalizzata, sono evidenti. Non sempre nel processo informativo-comunicativo abbiamo a che fare con due “tu” che si pongono in relazione comunicativa e dialogica. Tuttavia quando ciò avviene è lo stesso processo informativo e comunicativo ad assumere tratti diversi da quelli che noi pensiamo esso debba avere. Tutto questo ha delle conseguenze interessanti perché ci invita a pensare alla comunicazione nei termini di una esperienza conoscitiva, relazionale, morale. Un’esperienza in cui si apprende a rispettarsi reciprocamente, in cui ciascuno, non si limita a dare informazioni, ma a trovarsi in un percorso conoscitivo. Perché un tale dialogo non diventi mera cacofonia, incapacità di ascoltarsi o non si perda nell’astrattezza formale di un linguaggio, il quale è tanto più unico quanto più incapace di avere presa su quelle unicità che ciascuno di noi è, è necessario che ciascuno, consapevole dei suoi ruoli, si metta alla ricerca delle ragioni dell’altro e alla messa in gioco delle proprie responsabilità. È così dunque che vogliamo concludere questo breve viaggio nell’identità dei destinatari della informazione sanitaria. Dopo aver cercato di ricostruire sulla scorta del mito e del racconto il nostro spazio di cura e averne identificato le istanze, dopo aver rivisto all’interno di tale spazio i molti volti del destinatario e essersi sentiti all’interno di un percorso in movimento, abbiamo visto come queste nostre nuove identità siano anche uno stimolo per ripensare i processi informativi e comunicativi nelle loro modalità, nel loro “come” e, probabilmente, anche nelle loro ragioni, nei loro “perché”. Possiamo dunque concludere con alcune domande che spero possano dare avvio a un approfondimento della riflessione. Quale dialogo è possibile tra cittadini e sanità? Quale dialogo è possibile proporre nella relazione clinica? E tra operatori? Perché la partecipazione viene considerata importante? E che limiti presenta al suo interno? La strada verso una cura sufficientemente solida da reggere il peso dei suoi paradossi e delle sue ambivalenze, delle sue istanze, è ancora da percorrere. Molto però dipenderà da come ci incammineremo in essa, da come noi, quei “chi” di cui tanto abbiamo parlato, saremo in grado di assumere quei ruoli che essa riflette e tende a darci. Senza con questo, naturalmente, dimenticare il senso e i limiti di ciò che stiamo facendo e vivendo, azioni, queste che spesso (è opportuno insistervi) realizziamo non da soli, ma insieme ad altri. Di nuovo, sembra di sentire da lontano quel racconto di Babele, in cui in parte, forse, si sta giocando anche la nostra capacità di pensare/immaginare/ costruire cure al servizio dell’uomo e non uomini al servizio di esse. NOTE [1] Un approfondimento rispetto alla questione dell’identità personale lo si potrà trovare nell’opera di Paul Ricoeur Sé come un altro, Jaca Book, Milano, 1993, in cui l’autore chiarisce la questione dell’identità anche, ma non solo, nei termini di una dialettica esistente tra il medesimo (idem) e lo stesso (ipse): l’identità intesa nei termini di un medesimo permanere nel tempo, dall’identità intesa nei termini della ipseità. Parafrasando e in parte semplifi33 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria cando il pensiero dell’autore: il nostro essere non soltanto “lo stesso”, il medesimo per opposizione a ciò che è altro, ma “noi stessi”, la nostra singolarità propria, costituentesi quest’ultima in relazione dialettica con l’alterità. [2] La letteratura, da una parte, la ricognizione filosofica nell’alveo della corrente fenomenologica dall’altra, ci hanno offerto descrizioni interessanti rispetto a questo aspetto. Mi limito a indicare qui lo studio di Drew Leder The Absent Body, The University of Chicago Press, Chicago and London, 1990 (pp. 69-103), e quello di Byron Good Narrare la malattia, Edizioni di Comunità, Torino 1999 (pp. 177-207). [3] Interessante sarebbe confrontare questo racconto, che ha a che fare appunto con la questione del nome con i racconti presenti in Genesi della creazione, rispettivamente della tradizione sacerdotale e Jahvista, dove a loro volta è possibile identificare la presenza ambivalente legata alla dimensione del possesso e della custodia. Gen 1, 1-31 (in particolare Gen 1, 26-29); Gen 2, 4b-25 (in particolare Gen 2, 15). [4] “Mentre Cura stava attraversando un certo fiume, vide del fango argilloso Lo raccolse pensosa e cominciò a dargli forma. Ora, mentre stava riflettendo su ciò che aveva 34 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 fatto, si avvicinò Giove. Cura gli chiese di dare lo spirito di vita a ciò che aveva fatto e Giove acconsentì volentieri. Ma quando Cura pretese di imporre il suo nome a ciò che aveva fatto, Giove glielo proibì e volle che fosse imposto il proprio nome. Mentre Cura e Giove disputavano sul nome, intervenne anche Terra, reclamando che a ciò che era stato fatto fosse imposto il proprio nome, perché essa, la Terra, gli aveva dato il proprio corpo. I disputanti elessero Saturno, il Tempo a giudice, il quale comunicò ai contendenti la seguente decisione: Tu Giove, che hai dato lo spirito al momento della morte riceverai lo spirito; tu Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma, poiché fu Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso viva, lo custodisca la Cura (“Cura enim quia prima finxit, teneat quamdiu vixerit”). Per quanto concerne la controversia sul nome, si chiami Homo poiché è stato tratto da Humus”. La traduzione qui presentata (i corsivi sono nostri), è stata tratta dal testo Reich Warren T. Prendersi cura dei vulnerabili: il punto di incontro tra etica secolare e etica religiosa nel mondo pluralistico, Provincia Autonoma di Trento, 2001. [5] Si veda a tal proposito Ippocrate, Opere, a cura di Mario Vegetti, Utet, Torino, 1996, il testo ippocratico Antica Medicina uno dei più antichi. Leggasi anche di Eschilo nella tragedia Prometeo incatenato il secondo episodio, e di Sofocle nella tragedia dell’Antigone il primo stasimo per una considerazione esistenziale sulla nascita della medicina. [6] Si veda: Aristotele, Etica a Nicomaco, VI, 4-5 1140 a 1 – 1140b 30, a proposito della distinzione tra Téchnê e Phrónêsis quali distinte virtù dianoetiche; Aristotele, Politica, II, 2, 1282a a proposito dei diversi saperi del medico. Si veda poi Aristotele, Metafisica, I 980 a 1 – 982 a3 a proposito della differenza tra empeiría e téchnê (980 b 13 – 30) rispetto alla differenza tra il conoscere il puro dato di fatto e il perché e la causa. Interessante poi è anche vedere come Aristotele descrive il processo relativo alla formazione dell’esperienza in Aristotele, Analitici secondi XIX, 100 a 13-15. [7] Qui è indispensabile ricordare la riflessione di Martin Heidegger in Essere e Tempo, Longanesi, Milano, 1976. [8] Hans Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino, 1990. [9 ] “C’era un tempo in cui esistevano gli dei, ma non esistevano le stirpi mortali. (D) Quando anche per queste giunse il tempo segnato dal destino per la loro generazione, nell’interno della terra gli dei le plasmarono, facendo una mescolanza di terra e fuoco, e degli altri elementi che si possono unire col fuoco e con la terra. E quando si trovarono nel momento di farle venire alla luce, affidarono a Prometeo e a epimeteo il compito di fornire e distribuire le facoltà a ciascuna razza in modo conveniente. […] Orbene, Epimeteo, che non era troppo sapiente, non si accorse (C) di aver esaurite tutte le facoltà per gli animali: e a questo punto gli restava ancora la razza umana non sistemata e non sapeva come rimediare. Mentre egli si trovava in questa situazione imbarazzante, Prometeo viene a vedere la distribuzione, e si accorge che tutte le razze degli altri animali erano convenientemente fornite di tutto, mentre l’uomo era nudo, scalzo, scoperto e inerme. E ormai s’avvicinava il giorno segnato dal destino in cui anche l’uomo doveva uscire dalla terra alla luce. Allora, Prometeo, in questa imbarazzante situazione, non sapendo quale mezzo di salvezza escogitare per l’uomo, (D) ruba a Efesto e Atena la loro sapienza tecnica insieme col fuoco (senza il fuoco era infatti impossibile acquisire e utilizzare quella sapienza) e la dona all’uomo. In tal modo l’uomo ebbe la sapienza tecnica necessaria per la vita, ma non ebbe la sapienza politica…” Protagora 320d-322d. 35 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria [10]Un saggio interessante, da cui abbiamo preso molti spunti e a cui invitiamo per un approfondimento, è il testo di Petrosino Silvano, Babele. Architettura, filosofia e linguaggio di un delirio, Il Melangolo, Genova, 2003. [11]“1. Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3. Si dissero l’un l’altro: Venite facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4. Poi dissero: Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci per tutta la terra. 5. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6. Il Signore disse: Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro. 8. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore li disperse su tutta la terra.” Gen. 11, 1-9 Traduzione tratta dalla versione ufficiale della CEI (i corsivi sono nostri). 36 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 [12]Ippocrate, Opere, a cura di Mario Vegetti, Utet, Torino, 1996. D’ora in avanti semplicemente: Ippocrate, Opere, seguito dall’opera in oggetto e la numerazione di pagina del testo sopra citato. “[…] definirò ciò che ritengo essere la medicina: in prima approssimazione, liberare i malati dalle sofferenze e contenere la violenza delle malattie, e non curare chi è ormai sopraffatto dal male, sapendo che questo non può farlo la medicina.” Arte I, 3 (pp. 461-2). “Descrivere il passato, comprendere il presente, prevedere il futuro: questo è il compito. Tendere nelle malattie a due scopi: giovare o non essere di danno. L’arte ha tre momenti, la malattia e il malato e il medico. Il medico è ministro dell’arte: si opponga al male il malato insieme con il medico.” Epidemie, Libro I, 11; (pp. 328). [13]Per uno studio relativo ai tipi diversi di sapere e alla loro perfezione rimando al libro VI di Aristoele, Etica a Nicomaco, su cui più tardi torneremo. Un lavoro recente, interessante per quanto concerne l’identità epistemologica del sapere medico si trova in Pellegrino E. Thomasma D., A Philosophical Basis of medical Practice, Oxford University Press, New York-Oxford, 1981 (in particolare alle pagine 119-152). [14]Per una contestualizzazione storica della medicina ippocratica e uno studio approfon- dito della sua peculiare forma mentis rimando al saggio introduttivo di Mario Vegetti in Ippocrate, Opere, A cura di Mario Vegetti, Utet, Torino 1996 (1 ed. 1965) e a Lain Entralgo Pedro, La medicina hipocrática, Alianza Universidad, Madrid, 1987. [15]Si veda per esempio: Scandellari Cesare, La diagnosi clinica. Principi metodologici del procedimento decisionale, Masson, Milano, 2005. [16]Sulla crisi delle professioni rimando a Diego Gracia Guillen, “La ética de las profesiones sanitarias”, in Como arqueros al blanco. Estudios de bioética, Triacastela, Madrid, 2004. [17]Si veda per esempio il saggio di Diego Gracia Guillen, “Los fines de la medicina en el umbral del siglo XXI”, in Como arqueros al blanco, Editorial Triacastela, Madrid, 2004, (pp. 79-91). [18]Si veda a tal proposito nella miscellanea curata da Amedeo Santosuosso, Il consenso informato. Tra giustificazione per il medico e diritto del paziente, Raffaello Cortina, 1996, il saggio di Tamburini, “Dalla informazione alla comunicazione”. [19]Si legga per esempio, a proposito del concetto di agire comunicativo, Jurgen Habermas, Teoria dell’agire comunicativo, (trad. di P. Rinaudo), Il Mulino, Bologna, 1986. [20]Alcune osservazioni interessanti si possono ritrovare nell’approccio psicologico. Si veda per esempio: AA.VV., La progettazione sociale. Quaderni di animazione e formazione. Suppl. al n. 10/2005 di Animazione sociale, Gruppo Abele, Torino, 2005; insieme a Manoukian Franca Olivetti, Re-immaginare il lavoro sociale. Appigli per una nuova progettualità. Suppl. al n. 1/2005 di Animazione sociale (i Geki), Gruppo Abele, Torino, 2005. [21]H.G. Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano, 1983 (pp. 414-418). Paolo Dordoni è Dottore di ricerca in Filosofia e Bioeticista 37 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Informazione sanitaria e “disease mongering” Mauro Miselli Come tutti i mercati, anche l’industria della salute per crescere deve moltiplicare i prodotti, spingere a consumi crescenti e reclutare nuovi clienti, soprattutto tra coloro che non hanno disturbi o si ritengono sani. Cittadino, paziente e informazione sanitaria possono essere considerati elementi interagenti in una reazione chimica nella quale un soggetto sano (il cittadino) si trasforma in uno malato (il paziente) per opera dell’informazione sanitaria che agisce da catalizzatore della reazione. Antropologi e sociologi hanno dimostrato come il concetto di malattia sia un costrutto sociale che si modifica nel tempo a seconda del periodo storico e della etnia. Da sempre abituati a considerarle due condizioni distinte, salute e malattia hanno oggi contorni così sfumati dall’essere difficilmente identificabili come tali. La distanza si è annullata per l’ampliamento dei confini delle malattie indotto da una sistematica e capillare opera di medicalizzazione. Dietro questa operazione, che ha dimensioni globali e finalità commerciali, c’è la regia occulta dell’industria farmaceutica. Pur rappresentando una quota minoritaria del settore economico che ruota attorno alla salute dove sono cresciuti i produttori di appa38 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 recchiature diagnostiche, reagenti chimici, dispositivi usa e getta, le case farmaceutiche, per dimensioni e organizzazione (il fatturato di alcune multinazionali supera il PIL di nazioni mediamente sviluppate), mantengono un ruolo di guida strategica di questa trasformazione forzata di persone sane in malate. La salute, oltre a possedere l’intrinseco valore che tutti le riconoscono, rappresenta ormai la ragione d’essere di uno dei mercati più floridi e proficui dei paesi occidentali, le cui dimensioni costituiscono il 10% dei consumi in Europa (il 15% negli USA). Questa “industria della salute”, come è stata definita, fornisce un’ampia gamma di prodotti e servizi all’interno dei quali, il cittadino, per poter scegliere consapevolmente, dovrebbe disporre di informazioni indipendenti e di buona qualità. Ma questo accade raramente, perché, da questo punto di vista, si tratta di un mercato imperfetto. In questo quadro economico la scienza ha un ruolo ambivalente. Da un lato dovrebbe fornire quelle prove di efficacia sulle quali l’individuo e gli operatori sanitari dovrebbero basare le proprie scelte. In realtà, la scienza, come ricerca clinica, essendo finanziata prevalentemente dall’industria, viene programmata con le regole del marketing e persegue l’obiettivo del massimo profitto col minimo rischio. Conducendo, cioè, gli studi in aree della medicina non orfane di trattamenti, ma già sovraffollate di terapie adeguate, per arrivare quanto più rapidamente possibile alla registrazione di un farmaco. Nuovo farmaco che, nella maggior parte dei casi, altro non è che una “copia” di quelli già disponibili sul mercato, ma con un costo decisamente superiore. Come tutti i mercati, anche l’industria della salute per crescere deve moltiplicare i prodotti e i servizi per spingere a consumi crescenti – poco importa se superflui, inappropriati o addirittura dannosi – e deve reclutare nuovi clienti, soprattutto tra coloro che non hanno disturbi o si ritengono sani. Tra le strategie di allargamento del mercato più adottate figurano le campagne di sensibilizzazione e di prevenzione. C’erano un tempo (oggi sono più rare) iniziative spontanee nate per volontà comune di medici e malati, finalizzate a promuovere le conoscenze per meglio prevenire e combattere questa o quella malattia. Le enormi potenzialità promozionali di queste campagne informative sono state presto sfruttate dall’industria della salute che le ha finanziate e dirette in prima persona. Questo fenomeno che viene indicato col termine inglese di disease mongering (letteralmente: commercio, vendita delle malattie), è diventata anche la principale modalità con cui i cittadini ricevono informazioni di carattere sanitario. La realtà odierna sembra ricalcare quanto previsto quasi 80 anni fa nel cinico paradosso secondo cui “un sano è tale solo perché non sa di essere malato”. La medicalizzazione della società sta avvenendo su tre fronti: sul piano qualitativo, creando nuove malattie; sul piano quantitativo, abbassando le soglie di normalità; sul piano temporale, anticipando le diagnosi. La creazione di nuove malattie “Si possono fare un sacco di soldi dicendo alle persone sane che sono ammalate”. Questo era l’inizio eloquente di un articolo pubblicato sul British Medical Journal nel 2002. Accanto alla tradizionale attività di produrre nuovi farmaci per vecchie malattie, l’industria farmaceutica sta incrementando una nuova forma di business: “costruire” nuove malattie per vecchi farmaci. Si parte da una normale variabile umana e la si ridefinisce in termini che siano compatibili con le attività necessarie per creare il mercato di uno o più farmaci. Fenomeni considerati fisiologici (per esempio la menopausa o la perdita di capelli), parafisiologici (come l’osteoporosi e l’invecchiamento), fattori di rischio (l’obesità, le dislipidemie, ecc.) o sintomi lievi e benigni (colon irritabile, sindrome premestruale e così via) si trasformano in malattie che giustificano l’intervento medico. Come personaggi pirandelliani, i farmaci in cerca di malattie sono molti. Il deficit cognitivo lieve, il disturbo bipolare, la sindrome da iperattività e deficit di attenzione, la sindrome delle gambe senza riposo, sono malattie costruite su misura per farmaci già disponibili. Prendiamo, per esempio, il donepezil e gli altri inibitori delle colinesterasi. Poiché nei pazienti con morbo di Alzheimer, hanno dimostrato di essere efficaci (peraltro in misura modesta e su parametri non clinici) solo nel sottogruppo di malati con disturbo cognitivo lieve, per la loro promozione è stato necessario introdurre una nuova sub-unità clinica: 39 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria la demenza di grado lieve moderato. È bastato uno studio condotto con criteri di valutazione di efficacia forti (progressione della malattia e ritardo nella istituzionalizzazione del paziente, miglioramento dell’autonomia funzionale, tempo del care-giver) per dimostrare che si tratta di farmaci privi di qualsiasi utilità nei pazienti con demenza di Alzheimer lieve-moderata. Osteoporosi Non è sempre necessario che una malattia venga creata ex novo. A volte basta partire da un problema reale e ridefinirlo opportunamente, com’è successo con l’osteoporosi. L’osteoporosi è un processo fisiologico legato all’età e rappresenta uno dei tanti fattori di rischio di fratture (gli altri sono, per esempio, il fumo, la dieta povera di calcio, la sedentarietà, l’ambiente in cui si vive). Si reinterpreta la rarefazione dell’osso in termini di malattia e se ne dà una definizione in chiave strumentale (MOC – Mineralometria Ossea Computerizzata) prendendo come termine di riferimento la massa ossea di una persona giovane. Questo conferisce alla diagnosi un elemento di obiettività, quando in realtà la soglia per definire chi soffre o meno di osteoporosi è arbitraria. In questo modo si limita la prevenzione delle fratture al solo consolidamento delle ossa e si riduce la molteplicità dei possibili interventi per rendere salde le ossa ai soli farmaci. Le cifre tratteggiano una vera e propria epidemia tanto che sarebbe logico attendersi un impegno a 360 gradi verso tutti i fattori di rischio, sia quelli legati allo sviluppo 40 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 e al peggioramento dell’osteoporosi, sia quelli legati alla probabilità di caduta dell’anziano che, va ricordato, è il determinante fondamentale della frattura del femore. Viceversa, l’impegno maggiore nelle campagne di informazione sull’osteoporosi è di promuovere l’approccio farmacologico in pazienti – le donne in menopausa – certamente a maggior rischio di perdita di massa ossea, ma che corrono anche un pericolo reale di fratture molto lontano nel tempo. Scarsa attenzione viene, invece, rivolta alla promozione in premenopausa di abitudini di vita più salutari (a partire dall’aumento dell’attività fisica) e poco viene fatto per evitare le cadute nell’anziano come il mantenimento del trofismo muscolare, una alimentazione bilanciata e la bonifica ambientale (eliminazione dei tappeti, scendiletto, uso di calzature appropriate, corrimano e così via). La costruzione del concetto di malattia è tale che di fatto qualunque donna, allo scattare della menopausa, diventa automaticamente a rischio di osteoporosi. Nonostante le controversie scientifiche, lo scarso valore predittivo della densità ossea come marker di future fratture gravi e il rischio basso e spostato nel tempo, l’osteoporosi viene pubblicizzata presso il pubblico femminile di ogni età. Disfunzione erettile Quanto sia artificioso il tentativo di medicalizzare alcune condizioni lo si può capire dal fatto che il primo farmaco orale proposto per il trattamento dell’impotenza, il sildenafil (Viagra), sia stato scoperto per caso, segno del sostanziale disinteresse della ricerca in questo settore (il miglioramento delle prestazioni sessuali era un effetto “collaterale”, non proprio indesiderato, riportato dai pazienti con angina pectoris nei quali il farmaco veniva sperimentato). Quando, però, ci si è trovati con un farmaco efficace contro la disfunzione erettile si è messo in moto il meccanismo per riaccendere l’interesse su questo tema. L’impotenza, da difficoltà occasionale sottovalutata e spesso nascosta dai pazienti è diventata una patologia frequente e diffusa che ha ricevuto l’onore delle cronache in concomitanza con una campagna di sensibilizzazione progettata e diffusa in tutto il mondo dalla ditta produttrice. In Italia, il battage è stato molto soft e “discreto” con qualche annuncio su giornali e cartelloni (“Erezione insufficiente – si rivolga al suo medico”). L’argomento non è stato spinto oltre misura, ritenendo forse controproducente mettere in piazza le disfunzioni sessuali degli italiani che hanno fama di grandi amatori. Nei paesi anglosassoni si è, invece, enfatizzata la prevalenza dei disturbi di erezione come chiave per aumentare la probabilità di contatto col medico. In Australia, per esempio, è stata costruita sullo slogan (“Problemi di erezione, difficile parlarne, ma la soluzione è facile”) una campagna di informazione basata sui risultati di uno studio che quantificava nel 40% gli uomini con disturbi di erezione. Solo leggendo per intero lo studio si capiva che la cifra, impressionante, era stata ottenuta sommando tutti i tipi di disfunzione erettile, anche quelli occasionali, in un campione di uomini dall’età media di 71 anni. Un altro studio che più realisticamente indicava nel 3% dei maschi 40enni la prevalenza di questo problema è stato, ovviamente, trascurato. Le emozioni diventano malattie L’area nella quale il disease mongering è risultato più aggressivo è quella dei disturbi mentali. In questi ultimi anni c’è stato un fiorire di classificazioni nosologiche che hanno trasformato in diagnosi anche le più diverse situazioni del disagio di vivere, prospettando per ognuna di esse, un farmaco in grado di risolverla. Negli Stati Uniti, nella primavera del 2001, numerose emittenti locali riferivano che “almeno 10 milioni di americani soffrono di una malattia nuova e sconosciuta … che lascia chi ne soffre paralizzato da paure irrazionali”. I telespettatori venivano avvertiti di prestare attenzione al alcuni sintomi, tra cui irrequietezza, stanchezza, irritabilità, tensione muscolare, nausea, diarrea, sudorazione. In molti di questi programmi intervenivano una paziente che dopo due anni di clausura per colpa della malattia era guarita e un noto psichiatra. Il disturbo nuovo e sconosciuto era “il disturbo di ansia generalizzata”, un vero e proprio contenitore psichiatrico multiuso, potenzialmente universale. I programmi televisivi non citavano nessun farmaco particolare, ma, guarda caso, il 16 aprile 2001, la Food and Drug Administration aveva autorizzato l’estensione delle indicazioni di un antidepressivo, la 41 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria paroxetina, anche al trattamento del disturbo di ansia generalizzata. Non solo, lo stesso giorno, un gruppo di pazienti chiamato Freedom From Fear (Libertà dalla paura) diffondeva un sondaggio telefonico secondo il quale le persone colpite da questa malattia trascorrono 40 ore alla settimana, un lavoro a tempo pieno, a preoccuparsi. Il sondaggio non citava la paroxetina né chi la produceva, ma la ditta che lo aveva condotto era quella che curava le pubbliche relazioni della casa farmaceutica. Occorre precisare che per le aziende farmaceutiche, ottenere una nuova indicazione terapeutica per un farmaco già in commercio è estremamente vantaggioso (in termini di tempo e di profitti): servono meno di 18 mesi contro gli 8 anni che sono necessari perché un farmaco passi dallo stadio di ricerca in laboratorio al banco della farmacia. “Vincere la timidezza. Ora basta una pillola. Timidi di tutto il mondo le vostre sofferenze sono prossime alla fine”. Era l’incipit di un articolo (La Repubblica, 27.11.2001) che informava sulle possibilità di rimediare ai balbettii in pubblico, al rossore sulle guance, a inopportune sudorazioni, a tutte le manifestazioni tipiche della timidezza. La pillola cui il quotidiano faceva riferimento era un antidepressivo (la paroxetina) proposto per il trattamento di un disturbo, il disordine di ansia sociale, che è una forma di timidezza patologica molto rara. A giudicare da quanto è successo in altri paesi e dallo spazio che in quegli anni la stampa ha dedicato al tema, pareva 42 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 scoppiata una epidemia di timidezza a livello planetario. L’arcano è spiegato dal fatto un’agenzia di pubbliche relazioni aveva orchestrato una campagna di informazione ad hoc sui giornali, radio e tv. La manovra di creare nuove malattie per vecchi farmaci ancora una volta aveva colpito nel segno e c’era chi se ne vantava come il responsabile marketing della ditta produttrice: “Il sogno di tutti noi è trovare un mercato non ancora identificato e svilupparlo. È ciò che siamo stati capaci di fare col disturbo di ansia sociale” (Washington Post, 1.9.2002). In una sorta di “rimappazione” nosologica delle emozioni, dal disturbo di ansia generalizzata si è presto passati al disordine di ansia sociale, al disordine da stress posttraumatico (un disturbo molto raro che interessa i veterani di guerra e le vittime di traumi violenti), per arrivare al disordine di shopping compulsivo, una sorta di frenesia incontrollabile a comprare, di conio recente. “Disorders made to order” (Disturbi costruiti su ordinazione) li chiamava la rivista americana Mother Jones nell’agosto del 2002. Ogni azienda farmaceutica produttrice si è ritagliata per il proprio antidepressivo una sindrome su misura: il disordine disforico premestruale, le vampate di calore della donne in menopausa, i disordini di ansia alimentare. Questa “epidemiologia creativa” non ha confini. Quale sarà la prossima? La disfunzione sessuale femminile Si è partiti dall’assunto semplicistico che nelle donne isterectomizzate e ovariectomizzate, in terapia sostitutiva con estrogeni, la carenza di testosterone sia responsabile della diminuzione della libido (che, in realtà, dipende da meccanismi complessi) e il gioco è stato presto fatto. Si è costruita una sindrome su misura, la disfunzione sessuale femminile; è bastato dimostrare che il cerotto di testosterone consente un rapporto sessuale soddisfacente in più al mese rispetto al placebo per avere trovato “il Viagra femminile” e gridare alla, finalmente raggiunta, parità dei diritti. L’arrivo sul mercato italiano del cerotto a base di testosterone, ormai imminente, è stato preceduto da una iniziativa ad hoc. Alcune società scientifiche hanno, infatti, promosso il “Progetto Lei”, teso formalmente a informare e sensibilizzare le donne in menopausa chirurgica sul problema del calo del desiderio sessuale. La Repubblica del 4 aprile annunciava: “Arriva il cerotto al testosterone, riaccende il desiderio nelle donne”. Nel frattempo qualcuno già auspicava di non limitare l’uso del testosterone alle sole donne in menopausa chirurgica, ma di estenderlo anche a quelle in menopausa fisiologica: “L’ormone del desiderio” (Io Donna, 2007). Abbassamento delle soglie di normalità Un esempio importante in cui i fattori di rischio sono stati trasformati in malattie, e poi definiti sulla base di soglie quantitative periodicamente riviste al ribasso, è quello degli eventi cardiovascolari. Negli ultimi venti anni, per glicemia, colesterolo e pressione arteriosa, sono stati proposti vari livelli di intervento, capaci di coinvolgere popolazioni da trattare sempre più vaste. Negli anni ’70, i valori di glicemia a digiuno considerati normali erano 160mg/ dl; negli anni ’80-90 sono scesi a 140mg/dl. Alla fine del 1997, una commissione di specialisti americani ha deciso di ridurre il valore di glicemia a digiuno oltre il quale si pone diagnosi di diabete a 126mg/dl. Per effetto di questa decisione (che ha ricevuto il benestare di varie prestigiose istituzioni scientifiche tra cui l’OMS), in tutto il mondo milioni di persone che sino ad allora erano considerate sane hanno cominciato a essere etichettate come malate di diabete, con tutte le conseguenze che questo ha sotto il profilo medico, lavorativo, sociale e personale. Nel 2003, un comitato governativo statunitense in un proprio documento sull’ipertensione arteriosa, ha ridotto il limite di normalità dei valori pressori a 120/80 mmHg (sistolica su diastolica). In precedenza, si riteneva normale una pressione sino a 140/90 mmHg, mentre trent’anni fa il limite arrivava a 160/95 mmHg. Per il colesterolo la dinamica è stata la stessa. Nel 2004, un comitato di esperti del National Cholesterol Educational Program, ha emanato nuovi standard per la concentrazione di colesterolo nel sangue che aggiornavano le linee guida di tre anni prima. Le novità sono due: si diminuisce a 100mg/dl la soglia di intervento per il colesterolo LDL nei pazienti con rischio ischemico superiore al 20% e si abbassa a 70mg/dl l’obiettivo da raggiungere. Questa variazione significa che 43 43 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria milioni di americani sono candidati al trattamento con una statina per ridurre il colesterolo. Per promuovere l’uso delle statine non si è andati troppo per il sottile. In Canada si è ricorsi a una inserzione pubblicitaria dove il messaggio diretto ai cittadini era: “Preferiresti fare un test per il colesterolo o subire un’autopsia”. Sullo sfondo, l’immagine di due piedi di un cadavere disteso su un lettino nei locali di un obitorio. Con buona pace delle evidenze che non attribuiscono alcun ruolo terapeutico all’uso generalizzato delle statine in prevenzione primaria. Anticipazione della diagnosi Per ogni condizione di pertinenza medica, soprattutto in campo oncologico, si tende ad anticipare il momento del riconoscimento, e di conseguenza dell’intervento. È un fenomeno legato a quello dell’abbassamento della soglia di normalità; la sua forma più organizzata è lo screening. Si fonda sull’assunzione, apparentemente semplice e convincente, che riconoscere una malattia in fase precoce consenta maggiori possibilità di cura. In realtà, per tante predizioni, una sola si avvererà, mentre le altre resteranno senza conseguenze (salvo gli effetti negativi della predizione stessa). In sostanza, si individuano precocemente malattie che non avranno conseguenze. La medicina contemporanea propone un numero crescente di controlli periodici su persone sane, ma allo stato attuale delle conoscenze, solo pochi interventi (come la diagnosi precoce del tumore della mammella e del colon-retto) risultano di provata 44 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 efficacia in termini di riduzione della mortalità specifica per la malattia in questione. Molti altri screening vengono proposti al di fuori di qualsiasi dimostrazione che i benefici superino gli inconvenienti; in alcuni casi, vi sono, anzi, fondate ragioni per temere che i danni sopravanzino i vantaggi, come succede per lo screening del tumore della prostata. Negli ultimi dieci anni si è molto diffuso il dosaggio del PSA (antigene specifico per la prostata) in soggetti asintomatici (in alcuni paesi più del 50% dei maschi con più di 50 anni si sottopone al test), senza che, di fatto, all’aumento delle diagnosi di cancro della prostata sia corrisposto un miglioramento della prognosi e dell’aspettativa di vita dei pazienti. In assenza di un effetto positivo sulla mortalità, la cascata di eventi cui è costretto un 50enne senza disturbi con PSA positivo è infinita: ecografia, biopsia, chirurgia (con rischi elevati di impotenza e incontinenza urinaria), farmaci, presidi, visite, controlli, esami… Nel 2007, in occasione della tradizionale Festa del Papà, una fondazione di urologi ha lanciato una campagna di sensibilizzazione proprio sul tumore della prostata tra il 12 e il 19 marzo. Scopo dell’iniziativa, sponsorizzata da una ditta, la Takeda, era quello di “informare e sensibilizzare la popolazione italiana nei riguardi del tumore della prostata, di facile diagnosi e altamente curabile”. Come già successo anche in altre occasioni, si sono enfatizzati gli aspetti positivi dello screening del tumore della prostata, omettendo, però, le importanti con- seguenze negative dell’intervento di prostatectomia e l’elevato numero di pazienti che non trarrebbero comunque alcun vantaggio dall’anticipo della diagnosi. Nel comitato d’onore figuravano testimonial del mondo dello spettacolo e della moda e l’evento ha avuto il patrocinio del Ministero della salute, della Presidenza della Repubblica, del Consiglio dei Ministri e di altri enti autorevoli. Per fortuna, una voce fuori dal coro c’è stata. L’iniziativa è stata, infatti, duramente contestata da alcune associazioni di medici di medicina generale perché “ancora una volta si trasmette al pubblico un’informazione omissiva sui limiti, sui rischi, sulle incertezze di uno screening ancora in corso di valutazione scientifica, su cui la comunità medica internazionale è divisa per la mancanza di conoscenze ragionevolmente sicure sull’efficacia e sul rapporto beneficio/rischio”. Il fascino del termine “prevenzione” è così forte che la disponibilità a sottoporsi agli screening (o ai controlli periodici) è superiore a ogni ragionevole dubbio e certezza. Secondo il Journal of the American Medical Association, le donne senza il collo dell’utero che continuano a fare il Pap-test sono una su due; sempre negli Stati Uniti, la percentuale di adulti che preferiscono sottoporsi a un total-body scanner piuttosto che ricevere 1000 dollari in contanti è pari al 73%, mentre gli adulti che sono disposti a sottoporsi a un test di diagnosi precoce, anche per un tumore del quale non esiste una cura, rappresentano il 66%. Sulla base di dati italiani (Domenighetti et al.) la proporzione di donne che credono che lo screening mammografico eviti o riduca il rischio di ammalarsi in futuro di tumore è dell’81%. I protagonisti Le campagne di informazione e sensibilizzazione vedono come protagonisti principali i medici specialisti della malattia di cui si vuole promuovere la consapevolezza (organizzati nelle loro associazioni scientifiche), affiancati dalle associazioni dei pazienti e dai mezzi di comunicazione. Medici specialisti Hanno iniziato con la migliore delle intenzioni: svolgere un ruolo attivo di prevenzione e promozione della salute, anziché limitarsi a curare i cittadini quando sono già malati. La loro intraprendenza è, però, condizionata dalla falsa percezione che gli interventi preventivi comportino sempre un miglioramento della prognosi. Come già sottolineato, si dispongono di prove certe che i benefici superino gli effetti negativi solo per pochissimi interventi preventivi. Gli specialisti hanno, inoltre, tutto l’interesse a reclutare pazienti, moltiplicare le prestazioni, potenziare le strutture, per una maggiore “visibilità” e reputazione (potere), oltre che per gli stretti legami economici con le ditte farmaceutiche. Associazioni dei pazienti I rappresentanti dei malati hanno un interesse, personale e di associazione, a ottenere dalla società 45 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria civile un maggior impegno (anche economico) per la specifica malattia di cui sono portatori. A ciò si aggiungono la frequente subalternità culturale nei confronti degli specialisti e la difficoltà di accesso a fonti di informazione indipendente. La cronica insufficienza di mezzi necessari per svolgere le proprie attività spinge poi le associazioni a ricercare e accettare finanziamenti dagli sponsor più disponibili, le industrie farmaceutiche, senza la necessaria chiarezza sui conflitti di interesse che questa sovvenzione introduce, e spesso senza la necessaria trasparenza (gli sponsor preferiscono apparire il meno possibile perché, non senza ragione, pensano che la provenienza dei finanziamenti potrebbe gettare un’ombra di sospetto sulle finalità della campagna informativa). Tutti questi fattori hanno trasformato le associazioni dei malati in strumenti, più o meno consapevoli, della medicalizzazione. Mezzi di comunicazione “Ci sono tre cose abbondantissime in questo mondo: l’acqua, l’aria e l’informazione. Purtroppo tutte e tre sono contaminate”. I mezzi di comunicazione rappresentano la cassa di risonanza delle iniziative promozionali in campo medico; prestandosi alla loro diffusione veicolano le motivazioni commerciali che le sottendono. Vendere salute, anche per i giornali e la televisione, è diventata una esigenza di mercato. Si tratta di un comportamento indotto da diversi elementi: una fiducia cieca nella tecnologia, nell’autorità della scienza e nell’innovazione, una con- 46 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 cezione trionfalistica della medicina e l’accondiscendenza nei confronti del potere economico. Limitandoci, tra i tanti possibili, ai soli titoli dei quotidiani che si sono occupati di due categorie di farmaci già nominate, possiamo renderci conto di quale sia il livello di ottimismo, privo di ogni fondamento scientifico, che li caratterizza. “L’Alzheimer si può vincere ma battendolo sul tempo. La ricerca ha fatto grandi progressi e le cause della malattia sembrano più chiare. Ormai ci sono farmaci per curarla”: a proposito degli anticolinesterasici, supplemento Salute de La Repubblica; “Colesterolo, una pillola al giorno ripulisce le arterie e contribuisce a ridurre il rischio di infarto”: il Corriere della Sera a proposito dell’ultima statina (rosuvastatina) uscita in commercio, per la quale non esistono studi indicanti la sua capacità di ridurre l’infarto e la mortalità cardiovascolare. Anche quando non si occupano direttamente di farmaci, giornali e televisione parlano dei progressi della medicina in termini trionfalistici (“Nella malattia [tumore] non c’è sconfitta”: Il Sole24 ore) che generano aspettative irrealistiche riguardo alle possibilità di cura di malattie – i tumori – che non hanno, invece, riscontro concreto nella pratica attuale. Come nasce una nuova malattia La strategia del disease mongering segue un cliché collaudato. Si parte da una condizione o un problema minore, ma con una popolazione estremamente ampia di potenziali sofferenti, presunti (molto numerosi, per induzione) o veri (molti meno); si promuove presso la popolazione la percezione che il problema è sottodiagnosticato (la maggior parte delle persone è sana, ma ignora di avere questo problema) e sottotrattato, presentando dati statistici spesso esagerati (si ingigantisce il problema); si ingaggiano illustri clinici, opinion leader del settore, per affermare la frequenza del problema e la possibilità di cura (“è diffuso e serio, ma curabile”); si utilizzano i media per creare presa di coscienza, suscitare paure, enfatizzando gli effetti negativi per la salute, il benessere, il lavoro, le relazioni sociali; si sopravalutano i rischi, si inducono visite ed esami, attirando l’attenzione pubblica sul trattamento (“niente paura, c’è un farmaco che risolve tutto”). La realizzazione della campagna mediatica viene affidata a una agenzia di pubbliche relazioni che funge da intermediaria tra gli sponsor (le ditte che mettono a disposizione i finanziamenti) e le associazioni di medici e malati (che mettono in gioco la loro autorevolezza e credibilità). Compito dell’agenzia è quello di frapporre uno schermo tra i contenuti del messaggio e gli interessi commerciali che ne beneficiano, presentare i fatti senza lasciar vedere che sono manipolati dall’industria farmaceutica. L’ultima nata “Preoccupazioni, stanchezza, stato di tensione, mancanza di riposo, stress sul posto di lavoro e a casa, scarso interesse per attività una volta apprezzate. Non è la vita, è la sindrome disforica con disordini ansiosi da deficit di attenzione”, si legge nel sito dell’Havidol (www. havidol.com), l’unico farmaco registrato per il trattamento di questo nuovo disturbo che affligge milioni di persone, ignare di essere malate. “Quando di più non è abbastanza”. Havidol può essere preso per sempre, non c’è bisogno di smettere di bere alcool, può dare luogo a pensieri straordinari, comunicazione interspecie, eccessiva salivazione, e per aumentare la sua efficacia subito dopo l’assunzione è necessario svolgere attività fisiche fuori dalla norma. Per sapere se si soffre di questa malattia c’è un questionario di autodiagnosi con domande (alle quali è difficile rispondere negativamente): “Preferisci le cose nuove alle vecchie? Pensi che la vita sia più facile quando si hanno maggiori risorse rispetto agli altri? Ti sembra di non essere più giovane come un tempo?”. In realtà, si tratta di una bufala colossale, organizzata dall’associazione dei consumatori australiani che con l’aiuto di artisti pubblicitari ha fatto le cose in grande. Ha inventato una malattia e la cura, tutta la campagna di marketing che l’accompagna, dagli spot televisivi che girano su internet sfruttando il canale multimediale offerto da YouTube (www.youtube.com) al sito di supporto, al questionario di autodiagnosi. L’obiettivo? Denunciare la crescente medicalizzazione e prendere in giro la pubblicità dei farmaci, soprattutto gli antidepressivi, che negli Stati Uniti martella i consumatori 24 ore al giorno (mentre in 47 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il destinatario dell’informazione sanitaria Europa, almeno per ora, è vietata). Il risultato è stato più credibile di quanto si pensi. “La cosa che mi ha colpito di più è che molte persone non si sono rese conto della parodia o della satira”, ha commentato una delle ideatrici della campagna. Notizie serie sull’Havidol sono state trovate in molti siti dedicati ai disturbi da panico e d’ansia, a riprova di quanto sia semplice convincere le persone di essere malate e di aver bisogno di medicine. Giocando la carta dell’ironia, lo scorso anno anche il British Medical Journal aveva denunciato la scoperta di una nuova malattia, la sindrome da deficit motivazionale, una forma di apatia sottodiagnosticata e sottotrattata, potenzialmente mortale nei casi più gravi nei quali chi ne soffre smette di respirare per mancanza di stimoli. Alcuni giornali, anche in Italia, avevano preso sul serio la notizia senza prestare troppa attenzione al fatto che lo scopritore di questa nuova malattia era il dott. Leth Argos e il farmaco proposto per curarla, efficace e ben tollerato, si chiamava Indolebant. Per limitare gli eccessi della medicalizzazione, la satira, anche se corrosiva, non è sufficiente. Serve un progetto organico, di lungo respiro, che sappia cerare una nuova cultura sanitaria. “I venditori di malattie divorano la fiducia in noi stessi e nella nostra capacità di far fronte alle normali difficoltà della vita”. Serve, prima di tutto, che a livello politico si comprenda il fenomeno del disease mongering, in quanto responsabile dell’aumento esponenziale dei consumi e della 48 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 spesa per farmaci (oltre che dei loro effetti iatrogeni), è una minaccia per i sistemi sanitari pubblici e per la solidarietà sociale che essi rappresentano. Nel settembre 2007 viene presentata al Parlamento Europeo una proposta di legge in cui è prevista la possibilità, da parte delle ditte, di pubblicizzare i farmaci da prescrizione direttamente al paziente. Di fronte al rischio, reale, che il disease mongering venga legalizzato, qual è la posizione delle autorità sanitarie, dei medici, dei farmacisti, dei cittadini, dei rappresentanti dei malati? Se la satira rimarrà la nostra unica arma, in futuro saremo costretti a denunciare situazioni di medicalizzazione ben più allarmanti e diffuse. BIBLIOGRAFIA [1] Satolli R. “Prevenzione e industria della salute”, in Tombesi M. Prevenzione nella Pratica Clinica. Torino: UTET, 2006 (99-120). [2] Satolli R. Campagne di prevenzione: una guida all’uso. www. partecipasalute.it, 20.10.2005. [3] Moynihan R et al. “Selling sickness: the pharmaceutical industry and disease mongering”, in BMJ 2002; 324: 886-91. [4] Disease mongering. www.plosmedicine.org, 11 articles in April 2006 issue. [5] Grassi M. “Campagne subdole per intrappolare malati immaginati”, in Occhio Clinico 2002; 8: 38-41. [6] Courtney C et al. “Long-term donepezil treatment in 565 with Alzheimer’s disease (AD2000): randomised double-blind trial”, in Lancet 2004; 363: 2105-15. [7] Calmi S. Havidol e indolebant per la cura dei vizi capitali, www. partecipasalute.it, 8.06.2007. 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L’immagine: due girasoli immersi in un vaso graduato nel quale i gambi diventano azzurroblu a torciglioni (come certi bastoncini di caramelle che trovi sulle bancarelle alla fiera di S.Giuseppe); il vaso si riflette su una base evidentemente di cristallo, lo sfondo è solo un po’ più grigio rispetto al resto della pagina. Sono una persona amante del bello, non posso non osservare queste cose: bravo il designer che le ha inventate. Deve averlo pensato – consciamente o inconsciamente – anche il sig. Riccardo, prelevando la brochure dal bancone del laboratorio d’analisi dove si è recato per un controllo periodico routinario (“Gli esami vanno fatti una volta all’anno per prevenire le malattie”, “Vorrei farli tutti, completi!”… Ormai sono talmente tanti a esserne convinti – però se fossero a pagamento non li farebbero – che mi sono arresa: deve essere vero, vox populi… Limito i miei consigli di educazione sanitaria alle poche persone iscritte nel mio elenco assistiti che mi ascoltano e mi danno soddisfazione). Immagino il processo che ha portato fino a me il sig. Riccardo. In testa alla pagina, in caratteri maiuscoli ed eleganti c’è scritto “ANALIZZIAMO I TUOI VALORI PER DARE VALORE ALLA TUA VITA”. Che bella frase! Raramente mi è capitato di trovare qualcuno che analizzasse i miei valori (Sono una persona con dei valori, la mia vita ha un valore). Segue, in corsivo grassetto “gastropanel” e poi, con gli stessi eleganti caratteri di prima “TRANQUILLITÀ PER IL TUO STOMACO” (È vero: oltre ad avere dei valori ho anche uno stomaco, e forse anche lui ha bisogno di stare tranquillo). “UN SEMPLICE ESAME DEL SANGUE PER UNA RISPOSTA AI TUOI PROBLEMI DI STOMACO”. Ah, erano questi i valori che si offrivano di analizzare… Credevo che per i miei problemi di stomaco, quando ci sono, bastasse un po’ di digiuno, o una limonata calda, o un po’ di bicarbonato e moderazione nel cibo… Rimedi vecchi: funzionavano per la nonna, ma non oggi. Apro il pieghevole: “PESANTEZZA, BRUCIORI, PROBLEMI DI STOMACO? REFLUSSO ACIDO? TI SEI CHESTO IL perché? … è l’helicobacter pylori che vive a livello della mucosa gastrica sviluppando uno stato infiammatorio permanente … basta … un semplice esame del sangue … direttamente senza ricorrere alla gastroscopia … il test … permette di valutare … il danno che questo batterio può aver generato … e la probabilità di sviluppare malattie gastriche più gravi … che possono talvolta nascondersi dietro i sintomi del ‘mal di stomaco’ … L’esame è consigliato ai soggetti di ogni età”. Ora non sono più tanto tranquillo sull’origine benigna dei – sia pur rarissimi, sia pur seguenti a qualche abbuffata – mal di stomaco che mi sembravano così innocui: chissà cosa si nasconde dietro a essi, qualcosa di sicuramente molto grave. Per fortuna c’è gastropanel. Sto per diventare immediatamente seduta stante cliente del laboratorio che ha distribuito la brochure (Sono un potenziale cliente e paziente). Ma l’esame costa e, peraltro, trovo scritto a grandi caratteri: “A CHI 50 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 RIVOLGERSI … IL TUO MEDICO CURANTE O IL TUO PEDIATRA”. Del resto pago anche le tasse, sono un utente del SSN, ho diritto ad avere gli esami gratis. Andrò dal mio medico. Gli utenti dell’ambulatorio del mio medico, devono conoscere le regole: solo su appuntamento, telefonare dalle 8.30 alle 12. Telefono: appuntamento già domani sera. Che bello! Il mio medico non mi può negare l’esame; non sono un cliente molto assiduo, finora sono stato quasi sempre bene, ma adesso… Chissà “cosa si nasconde dietro”. Sì, è ben vero che non soffro né di mal di stomaco né di dispepsia, ma non si mai: meglio fare esami per niente piuttosto che per qualcosa… Stanotte ho sognato che avevo un cancro allo stomaco. Forse ieri ho pensato troppo, al punto che, per distrarmi, mi sono fatto una mega pizza con peperoni e salamino piccante e ho bevuto una birra grande … Ma non può essere quello che mi è rimasto sullo stomaco … Meno male che nel pomeriggio vado dal mio medico, oggi mi sento malato. Evidentemente il mio medico aveva un po’ di tempo, abbiamo parlato. Sto conducendo una vita lavorativa molto intensa, troppo. Sto trascurando i miei … valori. Sono convinto e contento: domani, invece di andare a fare il prelievo, andrò a Modena a vedere la mostra del Mantegna: era tanto che sognavo di farlo! La dottoressa mi ha detto che posso andare quando voglio in ambulatorio, se ho problemi … o se credo di averli. Ora non mi sento già più malato. Ma… la dottoressa mi ha sequestrato il depliant… Non è che ci andrà lei a fare l’esame? Quando andrò a raccontarle com’è la mostra del Mantegna, che lei non riesce ad andare a vedere (predica bene ma…) provo a chiederle se si è sentita anche lei un po’… cliente–utente–paziente… guardando i girasoli dal gambo a torciglione azzurro-blu. [Medico di Medicina generale] 51 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Le riflessioni del gruppo di lavoro Vi sono numerosi motivi d’interesse nei casi pervenuti a seguito del primo incontro dei Dialoghi di bioetica e biodiritto. Le riflessioni si sono caratterizzate per l’analisi approfondita di numerose tematiche attinenti l’informazione e la comunicazione. Esse denotano che la partecipazione degli operatori sanitari non si è limitata all’adempimento “burocratico” dell’invio del caso o della riflessione, ma ha colto l’opportunità per attingere dal proprio vissuto professionale quotidiano per enunciare alcune delle problematiche che circondano il tema centrale della comunicazione/informazione tra operatori sanitari e pazienti. Tra gli elaborati pervenuti, è parso particolarmente significativo il racconto, scelto per la pubblicazione, che bene illustra il tema di questo primo Dialogo: la trasformazione del “cittadino” in “paziente” e le eventuali differenze tra l’una e l’altra figura. Le considerazioni pervenute da parte degli operatori sanitari, inoltre, hanno fornito spunti di riflessione su diverse tematiche. In primo luogo, va richiamata l’esigenza di individuare un tempo e uno spazio per la comunicazione tra operatori sanitari e pazienti. I numerosi riferimenti emersi nei contributi inviati dai partecipanti al primo dei Dialoghi attestano l’importanza di questo tema, avvertito come un’esigenza fondamentale che, talvolta, fatica a ottenere riconoscimento. Il rapporto tra curante e paziente difficilmente può prescindere da una relazione di fiducia che, in qualche misura, si “conquista sul campo”. Il paziente chiede essenzialmente due cose al proprio curante: una terapia (la cura per la propria patologia) e spiegazioni chiare. La prima si fonda sulle capacità cliniche e, più in generale, sul patrimonio di conoscenza del curante; le seconde dettano invece le modalità della comunicazione, rappresentando l’atto primario che consente di rendere il paziente edotto e partecipe, al fine di condividere e quindi di scegliere, serenamente e consapevolmente, il progetto di cura. Per raggiungere quest’obiettivo di fondamentale importanza, risulta essenziale innanzi tutto che l’operatore sanitario possa dedicare un tempo adeguato alla situazione concreta e che dipende da variabili quali la patologia, la maggiore o minore capacità di comprendere del paziente (dovuta, per esempio, alla presenza di aspetti culturali peculiari), ecc. Nello stesso senso va interpretato il riferimento allo spazio nel quale le esigenze della comunicazione possono trovare risposta (inteso, per esempio, come assenza di interruzioni) e nel quale il paziente possa sentirsi accolto e trovare quel riconoscimento come persona sul quale può trovare fondamento una solida “alleanza terapeutica”. Questa può essere una possibile interpretazione del rapporto tra i termini “persona” e “paziente” (che emergono in diversi codici deontologici), e anche un modo per stabilire un legame tra l’uno e l’altro. In questo senso, inoltre, la possibilità di avere uno spazio e un tempo dedicati alla comunicazione tra operatore sanitario e paziente si rivela una sorta di investimento a lungo termine, nel quale il tempo “speso” per fornire spiegazioni chiare favorisce lo svolgimento del percorso terapeutico. In quest’ottica, va sottolineato, le ricadute positive non riguardano solo il paziente, ma anche il curante. Da questo punto di vista, alcuni dei casi pervenuti lasciano scorgere l’importanza di un tema ulteriore (che sarà oggetto del prossimo incontro dei Dialoghi), quello della comunicazione tra i diversi operatori sanitari. La chiarezza delle informazioni dipende anche dall’univocità sia delle informazioni fornite, sia delle modalità della comunica- 52 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 zione stessa (per esempio: quali devono essere i destinatari? quale ruolo possono avere i familiari? quali informazioni il paziente è in grado di ricevere?). A questo riguardo, la previa comunicazione tra gli operatori sanitari coinvolti nella cura del paziente si rivela essenziale. Attraverso la previsione di spazio e tempo dedicati alla comunicazione tra operatori sanitari e pazienti possono essere raggiunti due obiettivi. Il primo è la possibilità di stabilire un legame e un’interazione proficua tra l’atto dell’informazione e la comunicazione, intesa come il modo in cui l’informazione stessa è espressa. Il secondo consiste nella maggiore garanzia e tutela del diritto alla salute e alla dignità della persona, che anche attraverso la comunicazione assumono un più pieno significato. Questo secondo aspetto, in particolare, emerge a più riprese nei casi pervenuti. Il tema della comunicazione come modalità di un pieno riconoscimento della persona nell’ambito del rapporto terapeutico si lega ad alcuni argomenti ulteriori. Innanzi tutto l’aspetto soggettivo, che connota il rapporto tra il cittadino e il paziente: il primo si trasforma nel secondo in presenza di una patologia, ma la definizione di quest’ultima reca con sé un margine di soggettività, nel quale ogni individuo riconosce la propria definizione di “malattia” e la propria concezione di se stesso come “malato”. Alcuni esempi possono spiegare quest’aspetto. Uno di questi può essere rappresentato dal decorso successivo a un evento patologico, che varia grandemente non solo in relazione alla portata della patologia occorsa (per esempio, un infarto), ma anche a come essa sia stata vissuta dal paziente e dal suo contesto familiare, a come la persona si è sentita nei panni di malato e alle paure che possono accompagnare il percorso successivo a una patologia (per esempio, il timore di ricadute). Un altro esempio può essere ravvisato nella scala del dolore, che si fonda anche su di una componente soggettiva e quindi diversa per ciascuno. Il secondo argomento attiene a quelle che possono essere definite come le conseguenze sociali relative al riconoscimento della propria condizione di malato. Queste riflessioni traggono spunto da un articolo proposto all’attenzione del gruppo di lavoro, Riflessioni sul controllo sociale: dalla normalità della devianza alla normalità della malattia, nel quale si considera la definizione di malattia alla luce della costruzione sociale della stessa, ponendola in correlazione con la definizione sociale della devianza e quindi considerando la guarigione come “risocializzazione”. In tale analisi, il processo di individuazione di una malattia non può dirsi socialmente neutro, alla luce delle implicazioni sull’identità del soggetto che si trova a rientrare nella definizione di malato. La considerazione di quest’aspetto da parte della medicina consente di focalizzare l’attenzione sulla persona, sull’uomo, e non solo sulla malattia. Quest’analisi trova conferma in quello che può essere definito “il sovraccarico sociale sul nome di alcune patologie”, quali, per esempio, le malattie che comportano una progressiva perdita di funzioni sul lungo periodo, ma che presentano anche un momento iniziale (più o meno lungo) in cui la qualità della vita del soggetto non subisce cambiamenti radicali. In questi casi, la comunicazione di essere “portatori” della patologia che si svilupperà (spesso inesorabilmente) in futuro svolge un ruolo essenziale nelle definizione di se stesso come malato. 53 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Infine, l’aspetto “sociale” della condizione patologica (in particolare la contestualizzazione della sua definizione nel contesto sociale che la circonda) può essere chiarificatore del rapporto tra cittadino e paziente. La dimensione del cittadino, infatti, può ricondurre a un concetto di responsabilizzazione dello stesso, anche nel momento in cui si trovi a essere paziente. Il concetto di responsabilizzazione emerge, per esempio, nel ruolo di stake-holder (portatore di interessi) che i cittadini rivestono nell’ambito delle associazioni dei malati: in tale veste essi non sono più solamente destinatari, ma anche partner dialogici sul piano della scelta dell’erogazione dei servizi sanitari. Nel momento in cui, in tale prospettiva, il cittadino diventa agente (e non solo utente), esso assume anche un ruolo sul piano della responsabilità, che lo qualifica come soggetto attivo della relazione terapeutica. Quest’aspetto sostanzia il passaggio dalla concezione paternalistica del rapporto tra curante e paziente, a quella fondata sulla “alleanza terapeutica”. Esso, in ipotesi, potrebbe rappresentare una sorta di risposta al mutamento culturale che si è avuto anche con la riforma del Servizio Sanitario Nazionale del 1978. Tale mutamento è a tutt’oggi ancora di difficile lettura, vista la relativa continguità storico-cronologica col momento attuale. Tuttavia, la riforma ha avuto un ruolo importante nell’introduzione del concetto di “utente” dei servizi sanitari, di soggetto, cioè, che chiede un servizio e che, in tale richiesta, deve essere soddisfatto. Da questo punto di vista, l’introduzione del concetto di cittadino accanto a quello di paziente assume un’ulteriore connotazione, che comporta un parziale cambiamento di questa prospettiva. Il riferimento al cittadino evidenzia infatti un ruolo attivo e quindi l’assunzione di responsabilità da parte dello stesso. Il paziente che appartiene a un gruppo di interesse in relazione a una patologia specifica è un soggetto attivo di una contrattazione nella quale si chiedono attenzione e servizi per una determinata malattia e, come tale, è soggetto responsabile delle richieste avanzate. La menzione del cittadino come soggetto che riconquista un ruolo attivo, e quindi anche una parte maggiore di responsabilità nella relazione terapeutica, emerge in modo paradigmatico anche nel tema della comunicazione. Esso, infatti, evidenzia come il cittadino-paziente non sia solamente un “ricettore” di informazioni, ma abbia una posizione determinante nella cessione delle informazioni stesse, assumendo un ruolo attivo nella comunicazione con l’operatore sanitario e, pertanto, nella sua definizione della propria patologia. 54 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 La comunicazione tra gli operatori sanitari Dialogo di Bioetica e Biodiritto del 21 settembre 2007 La presa in carico e la cura di un paziente sono funzioni che vanno condivise tra diverse professioni sanitarie (infermieri, medici, farmacisti, ecc.), che diventano i soggetti di una comunicazione reciproca talvolta non facile. Le difficoltà nelle modalità e negli strumenti della comunicazione creano uno scenario spesso frammentato e di difficile comprensione, nel quale emerge tutta l’importanza del contesto, del tempo e della competenza comunicativa. L’incontro analizza le dinamiche, i vantaggi e i rischi e le responsabilità che possono sorgere in questo specifico ambito della comunicazione. 55 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione sanitaria in clinica pediatrica Francesca Beltrame Un programma d’intervento psico-socio-educativo basato su un approccio multidisciplinare, rivolto al bambino con leucemia e alla sua famiglia. Nella Clinica Pediatrica dell’Ospedale San Gerardo dei Tintori di Monza, diretta dal Prof. Masera, dal settembre 2000 al settembre 2004 è stata condotta un’esperienza finalizzata a valutare da un punto di vista quantitativo e qualitativo la comunicazione e l’assistenza rivolte ai bambini affetti da Leucemia Linfoblastica Acuta e alle loro famiglie, ponendo particolare attenzione al ruolo del consenso informato alla randomizzazione prevista dal protocollo dell’Associazione Italiana di Ematologia e oncologia Pediatrica AIEOP LLA 2000, in atto dall’1 settembre 2000 al 31 luglio 2007. Da questa esperienza è derivato un lavoro, dal titolo “Valutazione della comunicazione e dell’assistenza rivolte ai bambini affetti da Leucemia Linfoblastica Acuta e alle loro famiglie – Ruolo del consenso informato alla randomizzazione in ematologia e oncologia pediatrica”, che ha conseguito nel 2006 il Premio Gemma Gherson. La nostra esperienza si inserisce in un contesto di generale 56 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 e progressiva “umanizzazione dell’ospedale”, nell’ambito di un programma d’intervento psico-socio-educativo in atto nella nostra Clinica da oltre trent’anni, basato su un approccio multidisciplinare, rivolto al bambino con leucemia e alla sua famiglia. Lo studio è stato realizzato grazie alla collaborazione di un servizio di professionisti esterno alla struttura (Prof.ssa Silvia Kanizsa, Dott.ssa Giovanna Bestetti, Dott.ssa Anna Arcari – Facoltà di Epistemologia ed Ermeneutica della Formazione, Università Milano-Bicocca; Prof. John J. Spinetta – Facoltà di Psicologia, Università di San Diego, California), consultati per poter assicurare una maggiore competenza nel processo di analisi. Per quanto riguarda il tema di questo Dialogo, di questa nostra esperienza è importante sottolineare l’organizzazione prevista dal programma psico-socio-educativo che viene riservato da oltre trent’anni nella Clinica Pediatrica dell’ospedale di Monza al bambino affetto da leucemia e alla sua famiglia. Tale programma è basato su un approccio multidisciplinare che prevede la partecipazione integrata di vari operatori (Direttore della Clinica, pediatri, psicologi, pedagogisti, neuropsichiatri infantili, assistenti sociali, infermieri, educatori, insegnanti, volontari…) e dei genitori del paziente. L’obiettivo di un programma così strutturato è quello di realizzare il principio di alleanza terapeutica, ovvero di “collaborazione” tra i diversi operatori sanitari coinvolti e tra loro, il bambino e la sua famiglia. L’intento che finalizza ogni intervento, comune a tutti gli operatori, non è solo quello di guarire il bambino, ma anche quello di offrirgli la miglior “qualità di vita”. La nostra equipe multidisciplinare comprende il Direttore della Clinica, un medico responsabile del programma, una coordinatrice (assistente sociale) delle diverse figure e dei diversi interventi, un medico specialista interno alla struttura, un’infermiere, due psicologi, sei insegnanti, un’insegnante di sostegno, un gruppo numeroso di volontari: il Comitato Maria Letizia Verga, il Gruppo Ascolto, l’ABIO, i Clown-dottori… L’approccio multidisciplinare è finalizzato anche a identificare i bisogni psico-sociali del bambino e della sua famiglia nei vari momenti del percorso di cura e a programmare i relativi interventi di sostegno attraverso incontri periodici programmati. Nel marzo 2002, come frutto di questa positiva esperienza, è stato elaborato un protocollo di accoglienza e presa in carico globale del bambino con emopatia e della sua famiglia. Tale protocollo definisce in modo preciso quali operatori sanitari intervengono nei vari momenti del percorso di cura del bambino leucemico, dall’esordio di malattia in poi: al momento della diagnosi, al momento dell’ingresso in reparto, al primo ricovero, alla dimissione… Il colloquio di comunicazione di diagnosi di leucemia da parte del Direttore della Clinica riveste un ruolo di primaria importanza nell’ambito di tale protocollo di accoglienza. A esso, infatti, vengono riservati un tempo, uno spazio e una modalità particolari e sono ben definite le diverse figure che possono intervenire durante tale colloquio. Nell’intento di migliorare ulteriormente la nostra assistenza al bambino e alla sua famiglia, sono stati attivati diversi progetti di ricerca, collaborazioni nazionali e internazionali con differenti strutture sanitarie e contatti con servizi di valutazione esterni alla struttura. A fronte di un’organizzazione così strutturata tra gli operatori sanitari, è onesto riconoscere l’estrema difficoltà a realizzare una comunicazione tra gli operatori sanitari stessi. Nella nostra esperienza, sono spesso gli operatori del servizio psico-sociale a impegnarsi a partecipare alle riunioni dell’equipe di assistenza sanitaria. In particolare, nel nostro Centro sono previsti incontri programmati settimanali tra il Direttore della Clinica e il personale medico e infermieristico, incontri programmati settimanali tra gli operatori dell’equipe psico-socio-educativa, incontri programmati mensili tra il Direttore della Clinica a l’assistente sociale coordinatrice, mentre risultano meno programmati gli incontri tra tutti gli operatori dell’intero staff di assistenza sanitaria. Gli obiettivi della nostra esperienza sono stati quello di valutare la randomizzazione e il ruolo del 57 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 La comunicazione tra gli operatori sanitari consenso informato alla randomizzazione e quello di valutare a distanza di un anno dall’esordio di leucemia le modalità di comunicazione e di assistenza rivolte alla famiglia e ai bambini durante il primo anno di terapia. In particolare, dall’analisi dei risultati del secondo obiettivo è emerso un giudizio complessivamente positivo sulla modalità d’intervento attuata (basata su un approccio multidisciplinare) come “aspetto più curato”; la percezione di chiarezza e semplicità nelle informazioni fornite, ma anche la percezione di una certa contraddittorietà tra le informazioni ricevute, talvolta causa di confusione; tra l’attenzione iniziale, ricevuta all’esordio di malattia dalle famiglie da parte dei vari operatori sanitari, e il calo di attenzione nei momenti successivi del percorso di cura, con la conseguente consapevolezza, da parte delle famiglie, di aver avuto aspettative eccessive nei confronti di alcuni operatori. È emersa, inoltre, una percentuale molto alta di adesione al protocollo di randomizzazione proposto: dei 214 bambini ammessi al protocollo stesso, solo 5 coppie di genitori hanno rifiutato la randomizzazione. di risorse; la necessità di ulteriori ricerche sull’argomento, finalizzate ad abbattere le barriere nella comunicazione tra gli operatori sanitari e a creare nuovi strumenti di comunicazione; l’importanza dell’ufficializzazione dei vari operatori sanitari facenti parte dell’equipe di assistenza; l’importanza di un programma di accoglienza ben definito che preveda una multidisciplinarietà dei vari operatori che, nel prendersi cura del paziente e della sua famiglia, interagiscono tra loro e con il paziente in modo non casuale; l’importanza della consapevolezza del proprio ruolo e di quello degli altri; l’importanza dell’opinione del paziente nella valutazione dell’accettabilità delle procedure d’intervento e nella verifica dell’efficacia dell’intervento stesso. In particolare, è emerso come la comunicazione tra gli operatori sanitari e tra loro e il paziente (e/o i genitori, se minore) sia uno strumento efficace per poter arrivare a un consenso il più possibile consapevole, libero e informato, per ottenere la fiducia del paziente nei confronti degli operatori sanitari, per ottenere la soddisfazione e la condivisione delle scelte da parte degli operatori sanitari stessi. Dalla nostra esperienza sono emerse la necessità di stabilire periodici incontri programmati tra i vari operatori che prendono in carico il bambino malato e la sua famiglia, e tra loro e i genitori durante il corso della terapia; la necessità di stabilire limiti di tempo, di spazi e BIBLIOGRAFIA 58 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 [1] R efatti C, B evilacqua A. “The integration between doctors and nurses in medical wards: the results of a survey”, in Assist Inferm Ric 2007 Jan-Mar; 26(1): 32-7. 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Francesca Beltrame è Pediatra presso l’Ospedale San Gerardo dei Tintori di Monza. 59 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione sanitaria e Medicina Legale Paolo Benciolini Nell’ambito della comunicazione tra gli operatori sanitari è possibile realizzare una buona dimensione relazionale, indispensabile per conseguire l’obiettivo di tutela della salute in tutte le sue dimensioni. Due domande introduttive Introduco questo intervento ponendomi due domande. La prima riguarda l’obiettivo principale della comunicazione tra gli operatori sanitari. Con questo riferimento intendo subito precisare che il tema al quale è dedicata questa sessione dei Dialoghi riguarda un aspetto particolare del grande e fondamentale tema della comunicazione interpersonale e, nello specifico della sanità, la comunicazione tra operatori sanitari diversi, comprendendo quindi non solo la comunicazione fra professionisti aventi la medesima formazione e competenza (per esempio, medici), ma anche tra professionisti di diversa formazione: infermieri, farmacisti e tutte le figure, anche di supporto, che interagiscono in ambito sanitario. La seconda domanda riguarda il possibile contributo di competenza medico-legale. L’obiettivo della comunicazione tra gli operatori sanitari deve necessariamente essere identificato 60 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 nella previsione della norma costituzionale prevista dall’art. 32 della Costituzione. Anche gli operatori sanitari, infatti, sono richiesti di contribuire alla attuazione (in una prospettiva necessariamente dinamica) della tutela e promozione della salute. Sottolineo, peraltro, che non ne sono gli esclusivi attori perché molti altri soggetti, a cominciare da ciascun cittadino, hanno un ruolo da svolgere. Di conseguenza occorre chiedersi quale sia il concetto di salute al quale occorre fare riferimento. Anche in questo caso la risposta non può essere vaga o approssimativa perché l’Italia ha recepito fin dal 1947 (con apposito Decreto Legislativo dell’allora Capo provvisorio dello Stato) la definizione di “salute” contenuta nell’atto costitutivo dell’OMS (1946) nella quale vengono identificate le tre dimensioni della salute: fisica, psichica e relazionale. Sotto tale profilo appare francamente riduttivo l’art. 3 del Codice di Deontologia Medica (invariato anche nella più recente edizione, 2006) che così testualmente si esprime “La salute è intesa nell’accezione più ampia del termine, come condizione cioè di benessere fisico e psichico della persona”. È vero che – coerentemente con quanto indicato dall’art. 1 della Legge n. 833/78 – lo scopo del Servizio Sanitario Nazionale è di tutelare la salute fisica e psichica dei cittadini, riconoscendo la competenza di altre strutture e servizi (con i quali, tuttavia, va assicurato l’indispensabile “collegamento e coordinamento”) per ciò che attiene alla dimensione relazionale, ma la trasposizione di tali concetti all’attività degli operatori sanitari non considera l’importante ruolo degli stessi anche nel contribuire a promuovere un maggior benessere relazionale. La seconda domanda va meglio precisata, circoscrivendo opportunamente il contributo che mi è stato richiesto alla personale esperienza di cui sono portatore. Pensando alle molteplici sfaccettature della professione medico-legale, ritengo si debbano in questa sede escludere gli stereotipi più comuni che considerano il medico legale come colui che interviene nella risoluzione di eventi delittuosi o che si occupa di infortunistica stradale o di questioni assicurative. A quale esperienza di Medicina Legale intendo qui fare riferimento? Il tema del contributo mi interpella come appartenente a una disciplina impegnata nelle strutture sanitarie e nella formazione dei professionisti che in essa operano. La comunicazione tra gli operatori sanitari nelle diverse esperienze di Medicina Forense e di Medicina Legale Clinica Un primo spunto di riflessione tratto dall’esperienza personale è fornito dalla analisi, in ottica medico-forense, delle controversie in tema di responsabilità dei professionisti sanitari e delle strutture in cui essi operano. Al di là (e indipendentemente) della gravità e della attendibilità delle accuse che pervengono agli uffici legali e alle compagnie di assicurazione in tema di cosiddetta “malasanità”, nonché della loro risonanza mediatica, l’esperienza medico-legale nello studio e nella trattazione dei casi, sia in sede giudiziaria che extragiudiziaria, consente di rilevare come in molti casi l’origine del conflitto nasca da difetti o addirittura da gravi carenze di comunicazione tra i diversi operatori. Una ulteriore (e relativamente recente) esperienza proviene dalla attività che abbiamo definito di “medicina legale clinica” e che è propria delle Unità di Medicina Legale istituite presso le Aziende Sanitarie. Questa nuova dimensione della nostra disciplina è caratterizzata dalla presenza istituzionale dei suoi operatori “al letto del paziente” e “accanto agli altri colleghi”. Si realizza pertanto, almeno prevalentemente, quando ancora non sono emersi eventi connotati da possibile responsabilità degli operatori, perché la richiesta di consulenza viene formulata quando gli operatori stessi si pongono il problema e cercano di affrontarlo in termini corretti anche sotto il profilo medico-giuridico. La preziosa esperienza che si è sviluppata in questi anni (anche nella sede di Trento) ha provocato significative ripercussioni nelle scelte aziendali più illuminate e, in particolare, ha contribuito (e talora addirittura promosso) a sviluppare iniziative di prevenzione del rischio clinico. È il caso di ricordare come il primo Master in Clinical Risk Management sia stato istituito in Italia dall’Università di Padova, su iniziativa e responsabilità della nostra struttura di Medicina Legale clinica e sia ormai alla vigilia della sua terza edizione. 61 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 La comunicazione tra gli operatori sanitari La Medicina Legale come studio ed esperienza degli aspetti deontologici delle professioni sanitarie Appartiene al patrimonio tradizionale della Medicina Legale l’attenzione alla dimensione deontologica della professione medica, attenzione che si è estesa in questi anni alle formulazioni deontologiche di volta in volta elaborate in seno alle altre professioni sanitarie. Non può mancare, pertanto, un richiamo ai principali riferimenti contenuti nei rispettivi Codici, quantomeno dei medici e degli infermieri. Il Codice di Deontologia Medica (2006) all’art. 66 (“Rapporto con altre professioni sanitarie”) così si esprime: “Il medico deve garantire la più ampia collaborazione e favorire la comunicazione fra tutti gli operatori coinvolti nel processo assistenziale, nel rispetto delle peculiari competenze professionali”. Questa affermazione, certamente in tutto condivisibile, potrebbe anche suonare relativamente generica, ma di essa va qui enfatizzata la premessa che così si esprime: “Nell’interesse del cittadino…”. Mi sembra che tale richiamo rimandi nuovamente alle finalità proprie e fondamentali dell’attività affidata a tutti i professionisti sanitari, che pongono la salute del cittadino al centro di ogni iniziativa. L’art. 5.1 del Codice Deontologico degli Infermieri (1999) così si esprime: “L’infermiere collabora con i colleghi e gli altri operatori di cui riconosce e rispetta lo specifico apporto all’interno dell’équipe”. In conformità alla differente impostazione che traspare dal Codice degli Infermieri, l’invito alla “collaborazione”, e 62 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 quindi anche alla comunicazione, sembra considerare maggiormente il riconoscimento della pari dignità di ogni operatore (pur riconoscendo le specificità proprie di ciascuno) e l’importanza di una azione coordinata di tutti coloro che intervengono nel comune lavoro. Ancora il Codice degli Infermieri, all’art. 3.2 così si esprime: “L’infermiere assume responsabilità in base al livello di competenza raggiunto e ricorre, se necessario, all’intervento o alla consulenza di esperti. Riconosce che l’integrazione è la migliore possibilità per far fronte ai problemi dell’assistito; riconosce altresì l’importanza di prestare consulenza, ponendo le proprie conoscenze e abilità a disposizione della comunità professionale”. Un tema privilegiato per la comunicazione: l’informazione Un tema privilegiato per approfondire l’importanza della comunicazione tra le diverse figure di operatori riguarda l’informazione. È purtroppo diventato corrente l’impiego del termine “consenso informato”. In tal modo l’importanza della informazione viene quasi a scomparire nel momento in cui tutta l’attenzione e la preoccupazione (in particolare, ovviamente, dei medici) è concentrata sugli aspetti formali del “consenso”, che si pretende di risolvere con il ricorso ad appositi “moduli”. Una corretta attenzione all’importanza della informazione non solo esige di attribuire alla stessa un ruolo autonomo rispetto al momento della espressione del consenso, ma anche di riconoscere che tale ruolo non è solo propedeutico alla decisione del paziente in ordine alle scelte (diagnostiche e/o terapeutiche) che gli vengono proposte, potendo esso assumere importanza anche laddove tali scelte non siano possibili o proponibili. Il Codice Deontologico degli Infermieri, all’art. 4.5 afferma che “L’infermiere, nell’aiutare e sostenere la persona nelle scelte terapeutiche, garantisce le informazioni relative al piano di assistenza e adegua il livello di comunicazione alla capacità del paziente di comprendere”. Aggiunge, inoltre, che “si adopera affinché la persona disponga di informazioni globali e non solo cliniche…”. Per consentirgli di agire in conformità a tale (condivisibile) impostazione, l’art. 4.4 dichiara che “l’infermiere ha il dovere di essere informato sul progetto diagnostico terapeutico, per le influenze che questo ha sul piano di assistenza e la relazione con la persona”. Il Codice di Deontologia Medica, all’art. 33, pur esprimendosi in termini articolati ed evidenziando la particolare importanza di “comunicare con il soggetto tenendo conto delle sue capacità di comprensione…” e pur ricordando che “ogni ulteriore richiesta di informazione da parte del paziente deve essere soddisfatta”, sembra meno attento all’importanza di informazioni “non solo cliniche” e ignora (o comunque non contiene alcun riferimento) l’esigenza che in tema di comunicazione-informazione gli interventi dei diversi operatori sanitari siano concordati e opportunamente convergenti. La Medicina Legale come esperienza di formazione Il tema della comunicazione è oggi giustamente riconosciuto di fondamentale importanza nella formazione dei futuri professionisti sanitari. Accenno di seguito ad alcune esperienze realizzate negli anni in sede accademica o nella attività della nostra Struttura di Medicina Legale. Sono stati promossi corsi opzionali di sensibilizzazione alla importanza della comunicazione per gli studenti del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia. È stata anche avviata un’esperienza di seminario comune a studenti di Medicina e Infermieristica. L’ostacolo più rilevante incontrato in queste esperienze è risultata la diffusa mentalità, ormai pericolosamente strutturata (specie negli studenti degli ultimi anni del Corso di Laurea di Medicina), secondo modelli di tipo rigidamente gerarchico e, come tali, scarsamente disponibili ad accettare modalità di valida comunicazione interpersonale. Nell’ambito del Corso di Laurea Specialistica in Scienze Infermieristiche e Ostetriche sono stati avviati incontri dedicati alla responsabilità nel coordinamento anche in ordine ai temi dell’informazione. Le riflessioni che tali esperienze suggeriscono sono decisamente a favore della importanza di proporre esperienze per gruppi eterogenei, costituiti cioè da appartenenti a professioni (e ruoli) differenti nonché con modalità operative di natura interattiva che prendono spunto da casi concreti. Il potersi misurare sul diverso modo (personale e/o professionale) di informare, constatando 63 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 La comunicazione tra gli operatori sanitari la difficoltà di far prevalere il reale interesse del paziente costituisce, in ultima analisi, la principale garanzia di una efficace formazione. La comunicazione tra gli operatori sanitari: un problema che riguarda solo la relazione tra “diverse figure di curante”? La traccia fornita per questa edizione dei Dialoghi dedicata alla “Comunicazione” prevede, giustamente, che “la presa in carico e la cura di un paziente sono funzioni che vanno condivise tra diverse figure di curante: infermieri, medici, farmacisti, ecc.” e osserva che gli stessi “diventano i soggetti di una comunicazione reciproca talvolta non facile”. Condivido pienamente tale impostazione, lamentando il persistere di iniziative di formazione circoscritte a singole categorie di professionisti/operatori, quando non addirittura (come avviene frequentemente per i medici) a colleghi aventi la medesima specializzazione. Tuttavia occorre chiedersi se non vadano considerate anche le questioni relative alla comunicazione all’interno della medesima categoria professionale. Richiamo, dal Codice di Deontologia Medica, l’art. 58 (“Rispetto reciproco”): “Il contrasto di opinione non deve violare i principi di un collegiale comportamento e di un civile dibattito”. È probabile che questa affermazione, situata dopo aver ricordato che “Il rapporto tra medici deve ispirarsi ai principi di corretta solidarietà…” non abbia inteso considerare la specifica questione di cui sto ora occupandomi, 64 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 ma vedrei in essa (eventualmente attraverso una maggior articolazione della norma) anche lo spunto per un richiamo alla necessità di assicurare corrette modalità di comunicazione reciproca, evitando fraintendimenti e messaggi contraddittori. È chiaro che in tale ottica il contrasto di opinione, pur fisiologico, non può ripercuotersi a danno del cittadino. Intendo riferirmi non già alla espressione di opinioni diverse sotto il profilo diagnostico e/o terapeutico, ma a comportamenti che conducano a un nocumento del percoso di cura del paziente. Nel Codice Deontologico degli Infermieri l’art. 5.2 prende in considerazione il medesimo problema e, dopo aver affermato il dovere del rispetto e della solidarietà, molto opportunamente (e quindi con maggior aderenza all’esigenza da me più sopra espressa) afferma che “l’infermiere si adopera affinché la diversità di opinione non ostacoli il progetto di cura”. Una particolare formazione alla comunicazione: l’esperienza nei Comitati Etici per la Pratica Clinica La crescente e positiva attenzione alla dimensione etica della attività sanitaria trova un significativo richiamo nel Codice Deontologico degli Infermieri. L’art. 3.4 così si esprime: “L’infermiere si attiva per l’analisi dei dilemmi etici vissuti nell’operatività quotidiana e ricorre, se necessario, alla consulenza professionale e istituzionale, contribuendo così al continuo divenire della riflessione etica”. Non mi è chiaro a cosa si riferisca il richia- mo alla “consulenza professionale e istituzionale”; è possibile che si faccia riferimento alle (poche) iniziative di consulenza etica istituite in talune sedi (a Padova esiste un Servizio di Bioetica Clinica connesso alla nostra Struttura di Medicina Legale). Ritengo peraltro che vada qui richiamata l’importanza dell’esperienza dei Comitati Etici per la Pratica Clinica. Si tratta di strutture caratterizzate dalla composizione pluridisciplinare (con membri anche non appartenenti alle professioni sanitarie) e la cui finalità non è quella di assumere decisioni vincolanti, ma di porsi al fianco degli operatori sanitari per aiutarli a cogliere la dimensione etica dei problemi. In tale ambito il tema della comunicazione tra i diversi operatori (così come, ovviamente, nei confronti dei pazienti e dei loro familiari) costituisce motivo di riflessione pressoché costante. L’esperienza di lavoro all’interno di un Comitato Etico diviene in tal modo strumento di formazione assolutamente privilegiato in quanto impone da un lato di prendere in considerazione casi concreti, per lo più privi di agevole o scontata soluzione, e dall’altro di elaborare, attraverso un confronto di competenze ed esperienze diverse, pareri che esigono di essere adeguatamente e razionalmente motivati. Conclusione L’occasione offertami dallo studio di questo tema mi ha consentito di approfondire un aspetto solitamente trascurato (o, perlomeno, ritenuto di secondario rilievo) e che attiene al ruolo degli operatori sanitari nel contribuire alla tutela e alla promozione della dimensione relazionale della salute. Come ricordavo più sopra, richiamando l’art. 1 della legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, ma come risulta anche dall’art. 3 del Codice di Deontologia Medica (anche nel testo, rimasto invariato, del 2006), l’attività sanitaria (di tutti i professionisti e gli operatori sanitari) viene considerata pertinente alla “tutela della salute fisica e psichica”. Nell’ottica dell’art. 32 della Costituzione e della definizione di salute contenuta nell’atto costitutivo dell’OMS, la terza dimensione, vale a dire quella “relazionale”, viene ritenuta di competenza di altre strutture e servizi, quelli, in particolare, “che svolgono nel settore sociale attività comunque incidenti sullo stato di salute degli individui e della collettività”. Riflettere sul significato della “comunicazione tra gli operatori sanitari” consente di evidenziare come anche in questo ambito gli operatori stessi possano efficacemente contribuire a realizzare, per quanto di loro competenza, una buona dimensione relazionale, a sua volta indispensabile per consentire di pervenire al comune obiettivo di tutela della salute in tutte le sue dimensioni. Paolo Benciolini è Ordinario di Medicina Legale presso l’Università di Padova. 65 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caratteristiche del processo comunicativo Federica Bresciani Se vi sono comunicazione e collaborazione all’interno delle èquipe di cura ospedaliera, di quella territoriale e tra entrambe, l’informazione data al paziente e ai suoi familiari sarà univoca e coerente. Il mio intervento si pone come obiettivo di analizzare cosa si intende per comunicazione, definire, attraverso la condivisione di alcuni casi, quali caratteristiche la contraddistinguono e, infine, riflettere sulle ricadute che il processo di comunicazione tra operatori può avere nel rapporto con il paziente. Il ricorso a casi reali fa sì che gli operatori non si sentano gli unici ad aver vissuto certe situazioni (condividere), che venga sollecitata la riflessione e che, auspicabilmente, gli operatori possano riconoscere di aver bisogno di un aiuto/confronto per “modificare” comportamenti che incidono sul processo comunicativo. La comunicazione è il processo di socializzazione dell’informazione, cioè il processo di trasmissione di informazione compresa e condivisa tra due o più persone. 1 Comunicare significa “mettere in comune con un altro un messaggio, che potrà essere rappresentato da una parola, da un gesto, da un’emozione”. Tale messaggio vie66 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 ne trasmesso, attraverso un canale codificato, da un emittente a un ricevente, il quale a sua volta potrà divenire l’emittente di un altro messaggio, istaurando un’interazione tra le due persone (processo dinamico). Comunicare non è una singola azione ma una sequenza coordinata che include almeno sette fasi: 1. ideazione, 2. codifica, 3. trasmissione, 4. ricezione, 5. decodifica, 6. ricezione, 7. ritorno. La comunicazione di ritorno da parte del destinatario è essenziale nel processo comunicativo, anche quando monodirezionale, in quanto la fonte necessita di un segnale di avvenuta comprensione ed effettiva condivisione dell’informazione per poter considerare efficace l’intero processo. 1 Nel 1967, Watzlawick, Beavin e Jackson 2 definirono cinque assiomi della comunicazione: 1. non si può non comunicare; 2. ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione; 3. la natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti; 4. gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico. Il linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa e di estrema efficacia, ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione, mentre il linguaggio analogico ha la semantica, ma non ha nessuna sintassi adeguata per definire in un modo che non sia ambiguo la natura delle relazioni; 5. tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza. Al fine di accostare alcuni casi vissuti nella quotidianità ai singoli assiomi del processo di comunicazione, analizzerò quattro di questi assiomi, definendoli “caratteristiche del processo di comunicazione”. Prima caratteristica “Non si può non comunicare”, nel senso che non esiste un non-comportamento. Per esempio, se due operatori si “fermano” lungo il corridoio di un reparto per “tentare” di condividere alcune informazioni, è chiara la volontà di entrambi di trovarsi un tempo e uno spazio (seppur non del tutto adeguato) per trasmettersi un messaggio. Di contro, se durante una riunione d’èquipe, mentre un operatore del gruppo sta esprimendo le proprie emozioni o sta discutendo di un argomento, altri operatori sbuffano, guardano altrove o scrivono di altro nelle cartelle, emerge lo scarso interesse da parte degli stessi nei confronti di ciò che sta manifestando colui che parla, il quale, molto probabilmente, cambierà discorso o interromperà ciò che sta dicendo. Seconda caratteristica “Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione […]”. Il contenuto trasmette informazione e la relazione trasmette il tipo di messaggio che deve passare. Mediante le parole vengono trasmesse delle informazioni e con i segnali del corpo vengono date “informazioni alle informazioni”. I due aspetti coesistono e sono complementari in ogni messaggio. Una comunicazione è tanto più sana quanto più l’aspetto relazionale recede sullo sfondo. Se, per esempio, due operatori stanno discutendo, uno potrebbe rivolgersi all’altro dicendo: “Sarebbe stato meglio che tu l’avessi fatto”, oppure dicendo: “Dovevi farlo”. In entrambe le comunicazioni il contenuto che emerge è il medesimo: in quella data situazione sarebbe stato opportuno compiere una determinata azione, che non è stata fatta. L’utilizzo del verbo al condizionale (“sarebbe”) anziché all’imperativo (“dovevi”) fa presupporre invece un aspetto di relazione diverso, più pacato nel primo esempio (suggerimento), categorico nel secondo esempio (imposizione). Secondo il concetto che una comunicazione è tanto più sana quanto l’aspetto relazionale recede sullo sfondo, dobbiamo porre attenzione a che non vi sia una”eccessiva” amicizia anche al di fuori dell’ambiente lavorativo: se così fosse, i due operatori potrebbero tendere a coalizzarsi anche in situazioni non corrette. Di contro, se fosse prevalente un sentimento di antipatia, probabilmente uno dei due operatori coinvolti tenderà a reputare sbagliato ciò che consiglia l’altro, e a fare l’esatto contrario. 67 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 La comunicazione tra gli operatori sanitari Terza caratteristica “La natura di una comunicazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione […]”. Per punteggiatura si intende una sequenza di scambi o modelli di scambio (regole). Al riguardo, un primo esempio: “Ho chiesto al medico che venisse a visitare il paziente perché lo desideravo. Non è venuto, mi sono sentita sola”. Il messaggio appare chiaro: la colpa del fatto che l’operatrice si sia sentita sola nasce dalla mancanza della visita del medico al paziente. Proviamo a rileggere la stessa frase partendo dalla fine: “Mi sono sentita sola, ho chiesto al medico che venisse a visitare il paziente perché lo desideravo. Non è venuto”. Cambia completamente il messaggio che si vuole trasmettere: l’operatrice, sentendosi sola, ha desiderato e chiesto una visita al paziente da parte del medico, che non ha potuto effettuarla. Un secondo esempio: “Vorremmo assegnare questo ruolo al tuo collega, poiché ha dimostrato attitudini diverse dalle tue, più idonee a …” Emerge la volontà da parte di chi sta parlando di spiegare al suo interlocutore perché sia stata scelta un’altra persona anziché lui stesso, senza voler sminuirne le capacità. Se l’operatore al quale è rivolto il messaggio invece leggesse la stessa frase al contrario (“Ha dimostrato attitudini diverse dalle tue, più idonee a … Perciò vorremmo assegnare questo ruolo al tuo collega…”), probabilmente capirebbe non solo di non avere attitudini sufficienti a rivestire tale incarico, ma anche 68 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 di non averne nemmeno altre più idonee ad altri compiti. Quindi in una lunga sequenza di scambio, gli organismi coinvolti, soprattutto se si tratta di persone, punteggeranno la sequenza in modo che sembrerà che l’uno o l’altro abbia iniziativa, ascendente, che si trovi in posizione di dipendenza e così via. Stabiliranno tra loro modelli di scambio – sui quali possono concordare o meno: infatti alla radice di innumerevoli conflitti di relazione si trova un disaccordo su come punteggiare la sequenza di eventi. Questi modelli saranno regole contingenti che concernono lo scambio di rinforzo. 2 Quarta caratteristica “Gli scambi di comunicazione possono essere simmetrici o complementari a seconda che siano basati sulla uguaglianza (simmetrici) o sulla differenza (complementari)”. Ovvero, se due operatori si pongono in atteggiamento di ascolto (one-down) l’uno rispetto all’altro riusciranno facilmente a capirsi e a trasmettersi dei messaggi chiari; viceversa, se nessuno ascolta ma ognuno tende a prevaricare sull’altro, non si arriverà mai a un incontro e a una chiara condivisione del messaggio. L’esempio di ciò può essere la situazione in cui due operatori stanno discutendo in merito all’effettiva urgenza assegnata a un determinato intervento. Potranno motivare e capire il perché di una determinata scelta solo se riusciranno ad ascoltarsi reciprocamente senza la volontà di predominare l’uno sull’altro. Al termine di questa breve analisi di alcune caratteristiche del processo comunicativo si può evincere che, se vi sono comunicazione e collaborazione all’interno dell’èquipe di cura ospedaliera, all’interno dell’èquipe territoriale e tra entrambe le èquipe, verosimilmente anche l’informazione che verrà data al paziente e/o ai suoi familiari sarà univoca e coerente. Ciò è di fondamentale importanza poiché spesso paziente e familiari fanno riferimento a più operatori per ricevere e confrontare le notizie che vengono loro fornite. La coerenza quindi non può che essere misurata nella relazione tra singole azioni e il principio generale di conseguimento di benessere, distinguendo da questo punto di vista due aspetti. La coerenza generale è chiaramente un problema collettivo, non sempre imputabile in assoluto a singoli soggetti. Per il singolo tuttavia si pone un problema importante, che riguarda la propria “partecipazione” alla coerenza generale. Accade sempre più spesso che singoli producano informazioni corrette che concorrono ad azioni comunicative non molto coerenti; in questi casi anche la correttezza del singolo finisce per rientrare nella incoerenza generale. Questo naturalmente serve soprattutto per affermare che la coerenza personale non può essere disgiunta dai risultati generali, che finiscono inevitabilmente per coinvolgere o travolgere il singolo. 1 Zwarenstein e Bryant affermano che “collaborazione e integrazione professionale fra infermiere e me- dico sono d’importanza primaria nella presa in carico dei pazienti, nella riduzione delle degenze, e nel miglioramento della soddisfazione del personale”. 3 Inoltre, “il fallimento di infermieri e medici nel condividere decisioni e nel comunicare, non solo non è auspicabile, ma è realmente non etico perché questo comportamento non risponde ai bisogni del paziente e provoca danni e dolore”. 4 BIBLIOGRAFIA [1] Comitato consultivo regionale di bioetica della R egione V eneto . Parere su “Etica della comunicazione in sanità”. [2] Watzlawick P, Helmick Beavin J, J ackson D. Pragmatica della comunicazione umana. Roma: Astrolabio,1967 [3] Zwarenstein M, Bryant W. “Intervention to promote collaboration between nurses and doctors”, in The Cochrane Database of Systematic Reviews 2000; Issue 2: 1-11. [4] Larson E. “The impact of physician – nurse collaboration on patient care”, in Holistic Nursing Practice 1999; 13 (2): 38-46. Federica Bresciani è Infermiera del Servizio Cure domiciliari–palliative, Distretto di Trento, Valle dei Laghi, RotalianaPaganella. 69 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 La condivisione nel gruppo di lavoro Renato Miori Il condividere in gruppo emozioni, punti di vista, ragionamenti e scelte che riguardano problemi di ordine etico non costituisce un fatto scontato, ma il punto di arrivo di un lungo percorso. La società odierna è caratterizzata dalla complessità. Siamo immersi in una rete di contatti e di informazioni. Il paziente che vedo oggi in ambulatorio possiede già sulla salute tutta una serie di informazioni, giuste o sbagliate, credenze, anche superstizioni; fra una settimana, quando tornerà per riferirmi o portarmi l’esito degli esami o altro, non sarà più lo stesso paziente: avrà elaborato quello che gli ho detto alla luce di tutta una serie di altre informazioni ottenute dal contatto con amici, tecnici della sanità, farmacista, altri medici… ognuno dei quali avrà aggiunto qualcosa di suo, a proposito o a sproposito. Le informazioni che lo bombardano sono generalmente un miscuglio di dati reali e di credenze o di nozioni alla moda; una delle caratteristiche di questa massa di informazioni è data dalla sua volatilità: l’ultima notizia, l’ultima opinione TV… Quando sono in contatto con il mio paziente devo fare un lavoro continuo per “separare il grano 70 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 dal loglio”, e farlo cercando, per quanto possibile, di non aggiungere anch’io un po’ di loglio. Fino a qualche decennio fa il paziente si affidava al medico con fiducia, il rapporto era ancora sostanzialmente quello (oggi considerato deprecabile) dell’affidarsi al medico-stregone. Oggi la quantità di notizie disparate da cui siamo continuamente bersagliati, porta all’esigenza di un rapporto più duttile col paziente da parte dell’operatore sanitario; e di conseguenza si rendono necessari anche meccanismi più articolati e condivisi nel rapporto fra gli operatori sanitari. Sia gli operatori sanitari che i loro pazienti sono persone dotate di raziocinio e di emozioni. Talvolta però nel paziente e nei suoi familiari le emozioni possono prevalere sul raziocinio, soprattutto se esso è frenato dalla mancanza di corrette conoscenze specifiche. Di questa preponderanza di emozioni dobbiamo sempre essere coscienti nel rapporto con il paziente, se vogliamo giovargli. I migliori medici e i migliori infermieri hanno, accanto alla preparazione scientifica e tecnica, due altre doti fondamentali: buonsenso e umana comprensione. Prenderò in esame essenzialmente gli aspetti metodologici del lavoro di gruppo, con le annotazioni dettate dalla mia esperienza. Ho diretto per quasi trent’anni reparti di medicina interna, e ho assistito agli spettacolari avanzamenti di conoscenza e tecnologia fatti dalla medicina nell’ultimo mezzo secolo. Ma nonostante questi progressi vi è nella gente un senso di crescente insoddisfazione per la pratica della medicina. Tra le sue cause: – le aspettative illusorie generate nel profano dalla presentazione in termini a volte irrealistici dei progressi scientifici e tecnologici; – la sensazione di insufficienza e lentezza avvertita nell’applicazione di nuove conoscenze e di nuove tecniche; – la sensazione di disorganizzazione (spesso reale, anche se a volte condizionata dalla complessità dei problemi) nella impostazione del lavoro e nella gestione delle risorse, con sprechi di tempo e di risorse spesso evidenti anche al profano; il quale d’altra parte è poco portato a comprendere la dura realtà della limitatezza delle risorse. La complessità, caratteristica ormai dei sistemi sanitari, la ritroviamo in qualsiasi gruppo di lavoro, generalmente composto da persone che hanno in comune una base di abilità e conoscenze professionali e tecniche, ma con una diversificazione di esperienze, abilità e ruoli professionali. Questa diversificazione, mentre arricchisce le risorse del gruppo, fa sì che un singolo operatore possa assumere in una determinata situazione decisioni non equivalenti a quelle che assumerebbe un suo collega. È ben vero che l’elaborazione di un consenso intorno a lineeguida e l’apporto degli strumenti informatici hanno facilitato l’ado- zione di comportamenti comuni, collaudati da esperienza e ricerca. Il briefing e la discussione su casi clinici complessi sono ormai prassi in molti reparti, ma l’attenzione vi è focalizzata sugli aspetti clinicotecnologici e sull’applicazione di linee guida. Vi sono però momenti, o reparti, in cui l’oggetto dell’attività del gruppo di lavoro implica decisioni ad alto contenuto di responsabilità sul piano umano e sociale o la necessità di adottare comportamenti o esprimere valutazioni che possono risultare opinabili. L’osservazione di quanto si svolge nel campo della nostra sanità (con l’eccezione di strutture specificamente dedicate) dimostra che sono rari gli incontri di riflessione e l’analisi della condivisione su questi aspetti umani, sociali, familiari o assistenziali, in pazienti in condizioni critiche terminali o con prognostico oscuro. L’occasione immediata per occuparmi dell’argomento della condivisione delle valutazioni e delle decisioni nell’ambito di un gruppo di lavoro è venuta dalla discussione, nella Commissione di Bioetica dell’Ordine dei Medici di Trento, sui comportamenti del nostro mondo sanitario di fronte al soggetto in grave sofferenza, fatalmente ingravescente o terminale. Ascoltando le esperienze di operatori (medici e non medici) impegnati in strutture e servizi con pazienti critici (rianimazione, cure palliative, strutture di lungodegenza con maggior carico di pazienti dementi o terminali, servi71 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 La comunicazione tra gli operatori sanitari zi con pazienti con gravi malattie neurologiche…) mi ha colpito la frequente assenza, nell’ambito di alcuni di questi reparti e servizi, di momenti di discussione interna alla ricerca di consenso, in particolare su argomenti che, nel malato problematico, esulano dagli stretti aspetti tecnici per coinvolgere aspetti umani, familiari o sociali, o procedure assistenziali. Questa insufficienza di momenti di valutazione e di riflessione veniva quasi sempre imputata alla mancanza di tempo, che avrebbe dovuto essere sottratto ai più specifici compiti istituzionali richiesti dall’organizzazione sanitaria. Molti dei colleghi interpellati (medici e infermieri) avvertivano acutamente la mancanza di tali occasioni di riflessione. Le difficoltà che incontra il singolo operatore, e le responsabilità cui va incontro, possono essere particolarmente accresciute se egli si trova ad agire in un ambiente in cui non ci sia l’abitudine di elaborare e condividere, ogni volta che sia possibile, le decisioni con gli altri membri del gruppo. Ho l’impressione che la particolare difficoltà e la potenziale conflittualità degli argomenti che possono venire in discussione siano a volte motivo del rifuggire, a livello dirigenziale, dai momenti di incontro, con un atteggiamento di vero e proprio rifiuto psicologico in situazioni che possono essere emotivamente disturbanti. Un collega che si trova a operare in queste condizioni è allora mag- 72 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 giormente esposto a vari rischi: al rischio di dover assumere da solo, e magari con urgenza, decisioni con gravi e irreversibili conseguenze; al rischio di dover prendere decisioni con la paura che le sue valutazioni siano poi contestate o criticate, di fronte al paziente o ai suoi familiari, da parte di qualche altro componente del gruppo; al rischio di essere indotto a delegare ad altri decisioni che dovrebbero essere sue; al rischio di impostare esami e procedure inutili in sé e assunte solo come medicina difensiva… In linea generale, gli incontri tra i membri di un gruppo di lavoro possono concernere vari livelli: – un livello tecnico, strettamente professionale, riguardante le conoscenze, le abilità e le tecniche specifiche dell’attività del gruppo; – un livello organizzativo; – un livello riguardante le procedure di assistenza e le decisioni da assumere nelle situazioni che riguardano pazienti in condizioni critiche, terminali o prognosticamente gravi, o quando si impongano valutazioni e decisioni riguardanti aspetti umani, sociali, familiari, etici. In ognuno di questi tre livelli la discussione può portare notevoli benefici. In quello tecnico-scientifico, perché in una équipe quasi per ogni argomento c’è spesso qualcuno che ha approfondito metodologie o nozioni particolari, da presentare ai colleghi. E comunque, in ogni settore della medicina la somma delle nozioni e abilità specifiche difficilmente viene dominata da un singolo operatore, ed è l’équipe nel suo insieme la depositaria della somma delle conoscenze e delle abilità professionali – somma a cui i singoli componenti contribuiscono ciascuno anche secondo le caratteristiche che li differenziano dagli altri (ruolo, conoscenze, competenze). Nel livello organizzativo l’utilità del dialogo in équipe deriva dalla opportunità di un tempestivo adattamento al variare delle possibilità tecniche, alla disponibilità delle risorse e al mutare delle possibilità di collaborazione con le forze di lavoro esterne al gruppo. Correggere le rigidità organizzative che rendono difficili gli adattamenti alle nuove circostanze, rendere l’impostazione del lavoro più aderente ai compiti, sono tutte facilitazioni implementate dagli incontri d’équipe. Ma è soprattutto sul piano dell’assistenza, non solo materiale, ai pazienti che richiedono decisioni difficili sul piano umano, che si avverte la mancanza di impostazioni concordate nell’ambito del gruppo di lavoro. Né vale l’obiezione che già esistono servizi sociali deputati a questi compiti, perché medico e infermiere non possono estraniarsi dalle problematiche più gravi per il paziente e i suoi familiari, pena il rischio di fornire una medicina monca, disumanizzante. Vengono sempre più spesso alla ribalta giornalistica e politica punti e momenti critici della nostra atti- vità che implicano per forza di cose valutazioni e decisioni con molto contenuto soggettivo e implicazioni etiche. Non dobbiamo farci molte illusioni sulla possibilità che questi problemi siano risolti con una legge. Prendiamo il problema dell’accanimento terapeutico: ammesso anche che si riesca a promulgare una norma che definisca il punto oltre il quale si possa parlare di accanimento terapeutico, chi ha un po’ di esperienza nel campo sa che applicare nel singolo caso una valutazione può essere molto difficile. E comunque, i nostri comportamenti nelle varie situazioni mediche sono strettamente correlati al progresso delle scienze biologiche e della tecnologia, che sono in continua evoluzione, per cui le relative norme saranno sempre in progress. D’altra parte, in attesa che a livello normativo si giunga (per quanto appaia improbabile) a conclusioni chiare, nel lavoro “sul campo” non è possibile rimandare le decisioni fino a quando certi problemi abbiano trovato una soluzione ufficiale. Occorre quindi una forte e convinta spinta per programmare nell’attività dell’équipe tempi da dedicare allo scambio di idee e una strutturazione del lavoro che preveda momenti di discussione per focalizzare la condivisione dei comportamenti. Deve essere chiaro che non c’è bisogno di incontri assembleari (dove “tutti sono uguali”), né di dibattiti che possano assurgere a esibizione di intelligenti futilità. L’adagio 73 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 La comunicazione tra gli operatori sanitari inglese “Un singolo dato concreto vale più di un bastimento carico di argomentazioni” vale anche come regola nelle discussioni di gruppo. Inoltre, esaminati i vari aspetti di un problema, in caso di opinioni contrastanti su argomenti tecnico-scientifici e organizzativi, la decisione finale spetta comunque al responsabile della struttura. D’altra parte, su una serie di questioni difficili e opinabili, a forte contenuto etico, riflettere in gruppo serve a maturare consapevolezza rendendo più facile al singolo rispettare in coscienza le decisioni prese. Obiezioni a questi incontri di riflessione e formazione possono venire dalla dirigenza e dai responsabili amministrativi, che possono essere inizialmente portati a considerarli perdite di tempo. Dobbiamo capire il loro punto di vista, dovendo il loro ruolo tener conto in prima istanza degli impegni assistenziali in termini quantitativi. Ritengo però che i più competenti ed esperti tra loro non abbiano difficoltà a capire che la nostra “produttività” ha una componente qualitativa non misurabile in termini aritmetici. Il creare occasioni di scambio di idee, dove i membri del gruppo possano mettersi in discussione magari anche con un pizzico di ironia, è un mezzo potente di coesione del gruppo, facilita un clima di serenità e di amicizia, rinforza la motivazione nei colleghi più giovani e ne utilizza l’inventiva, evita la moltiplicazione degli esami e degli interventi di medicina difensiva, aumenta le opportunità di migliorare la qualità e l’efficacia del 74 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 nostro lavoro, e soprattutto limita il rischio di demotivazione. Vi sono alcuni aspetti particolari nel lavoro di gruppo, a cui vorrei brevemente accennare. Nell’organizzazione e nel funzionamento del gruppo di lavoro possiamo prendere in considerazione due strategie contrapposte: quelle che Diamond chiama la “topdown” (dall’alto verso il basso) e la “bottom-up” (dal basso verso l’alto). La prima è una strategia dirigistica, la seconda possiamo considerarla come messa in atto con il concorso di tutti i componenti. Mi pare che l’esperienza con le decisioni assembleari abbia largamente provato l’inefficienza di quest’ultima. Tuttavia le due strategie non si autoescludono, e personalmente sono sempre stato convinto che anche nell’organizzazione e nelle scelte strategiche il concorso fattivo e prudente, secondo competenza, di tutti i componenti del gruppo possa assicurare i risultati migliori. Il ruolo direttivo resta ovviamente affidato al responsabile del gruppo, ma con questa annotazione, derivata dall’esperienza anche nell’ambito del management di impresa industriale e commerciale (Lazzati): se è vero che la sua “nomina” viene dall’alto, dalla dirigenza generale a cui spetta il compito e la responsabilità della scelta, è altrettanto indubitabile che il vero accreditamento, il riconoscimento della “autorevolezza”, devono venire dal basso, dal riconoscimento da parte del gruppo delle doti, scientifiche, manageriali e umane del dirigente. Egli avrà successo se saprà tener presente un punto che ritengo prezioso nei compiti di un dirigente: che il minuto meglio speso è quello dedicato alle persone della propria équipe; e che è soprattutto sua responsabilità quella di mettere i suoi collaboratori nelle condizioni di dare il meglio di sé. C’è un altro punto importante. L’incremento della spesa per i sistemi sanitari è continuo, essenzialmente in conseguenza degli sviluppi tecnologici e del costo dei nuovi farmaci. Non facciamoci illusioni: appare praticamente impossibile raggiungere un punto di equilibrio tra richieste e risorse, questo punto tende continuamente a spostarsi a favore delle richieste. Come i problemi ambientali, anche quelli della spesa sanitaria causati dall’uso non sostenibile delle risorse devono alla fine essere risolti, o con mezzi moderati o con mezzi drastici e persino spiacevoli. In analogia con i problemi della protezione ambientale, cominciamo a parlare di “medicina sostenibile” (Callahan; Fleck). Noi medici, infermieri e tecnici della sanità sappiamo quanta spesa inutile viene fatta (in numero di esami non suscettibili di portare vantaggi, in farmaci superflui ed eliminabili, in interventi tecnologici e farmaceutici che possiamo tranquillamente etichettare di accanimento diagnostico e terapeutico, in esami difensivi). E inoltre è generalmente ammesso che l’allungamento della vita media è frutto tanto del miglioramento delle condizioni sociali, lavorative ed economiche quanto del miglioramento delle cure mediche. Il medico, specialmente il giovane medico che non sia educato e convinto della necessità e urgenza di una medicina sostenibile, sentirà la “razionalizzazione” come un “razionamento”, e trasmetterà questa convinzione al paziente. Questo compito di educazione e convincimento (insegnare ragionevoli aspettative per una spesa sanitaria ragionevole) può essere delineato e implementato anche, e direi nel modo migliore, nell’ambito del gruppo di lavoro. Infine, a proposito di comunicazione tra operatori, voglio esporre un piccolo problema, che mi ha sempre disturbato nella mia vita professionale. Non so se nelle recenti procedure per l’accreditamento delle strutture sanitarie vi sia un codicillo riguardante la comunicazione manoscritta: se esaminate i referti di consulenza manoscritti nelle cartelle cliniche dei nostri reparti, o in uscita dai nostri ambulatori, troverete (è una mia stima prudenziale) che in due referti su dieci almeno una parola in posizione determinante risulta illeggibile; e che in almeno un referto su dieci non è intelligibile qualche passaggio essenziale alla comprensione del pensiero o dei suggerimenti del consulente. Ho sottoposto la prima stesura di questa relazione a Mauro Mattarei, che ha lavorato a lungo con me al Santa Chiara di Trento, e che attualmente dirige l’UO di Medicina Interna dell’Ospedale di Rovereto e 75 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 La comunicazione tra gli operatori sanitari dirige il Dipartimento di Medicina Interna dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari di Trento. Il suo commento riassume un po’ la nostra filosofia di lavoro e anche la nostra esperienza: “La forza delle decisioni prese dal gruppo di lavoro deriva in parte da ciò che è in comune e in parte da ciò che differenzia ciascun elemento del gruppo stesso quanto a ruolo, conoscenze, competenze, qualità umane. Il condividere in gruppo emozioni, punti di vista, ragionamenti e, infine, scelte che riguardano problemi di ordine etico non costituisce un fatto scontato, ma il punto di arrivo di un lungo percorso culturale durante il quale debbono essere entrati nel sentire comune del gruppo, a partire dai massimi responsabili, alcuni fondamentali elementi tra cui: 1. abitudine al dialogo e ad ascoltare gli altri come attività routinaria; 2. riconoscimento che la forza delle indicazioni deriva dai fatti e dalle evidenze e non dal ruolo sociale rivestito dai singoli componenti all’interno del gruppo; 3. riconoscimento e rispetto di conoscenze, capacità, mandati e responsabilità dei vari componenti del gruppo stesso e delle loro qualità umane (sensibilità, esperienza, onestà intellettuale); 5. sensazione condivisa di crescita di tutto il gruppo attraverso la responsabilizzazione e la valorizzazione dei singoli componenti nell’assunzione delle decisioni. Una volta consolidato questo metodo di lavoro, i problemi tecnico-scientifici, organizzativi ed etici vengono proposti, discussi e 76 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 affrontati nello stesso modo e con la stessa tempestività.” BIBLIOGRAFIA [1] Callahan D. “Sustainable Medicine”, in Medic 2003; 11: 27-9. [2] Diamond J. Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere. Torino: Einaudi, 2007: pag. 293. [3] Fleck LM. “L’escalation dei costi sanitari e la salute senza prezzo”, intervista, in Boll. Informaz. farmaci 2007; 14: 82-3. [4] Lazzati E. “Il ruolo del manager: dall’orientamento al business alla valorizzazione delle risorse umane”, Convegno “Manager a confronto”, Festival dell’Economia 2007, Trento, 2 giugno 2007. Renato Miori è stato Primario medico internista presso l’Ospedale Santa Chiara di Trento. Caso I Più che di un caso particolare vorrei prendere per esempio positivo di comunicazione tra operatori sanitari: la modalità di consegna del paziente oncologico in dimissione da U.O. ospedaliere quando vengono attivate le cure palliative. Gli attori sono il personale della U.O. di reparto che ha avuto in carico il malato, il personale delle cure palliative che prenderà in carico il malato e il medico di medicina generale. L’incontro coinvolge anche i familiari del malato. Ritengo valida questa iniziativa in quanto la consegna non riguarda solo la parte tecnica e medica del caso, ma contempla una presa in carico umana del malato e dei famigliari, con particolare riguardo ai loro vissuti e all’atteggiamento psicologico nei riguardi della malattia e al grado di accettazione di questa. Modalità simili di presa in carico e di condivisione fra U.O. dovrebbero essere prese in considerazione per tutti i malati cronici con elevate necessità di assistenza, quali gli scompensi cardiaci gravi, i diabetici con gravi complicanze (per esempio, piede diabetico, nefropatia importante…), gli epatopatici, gli ictus invalidanti e i broncopneumopatici. Infatti una presa in carico che coinvolga più servizi e che prenda in considerazione non solo la malattia, ma anche il malato con le risorse umane e ambientali di cui dispone, potrà aumentare la qualità di vita dei soggetti e ridurre il numero di ospedalizzazioni per recidive e complicanze. [Medico] 77 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caso II In questo scritto, desidero esprimere qualche considerazione in merito all’argomento in questione (la comunicazione tra operatori sanitari), portando alla vostra attenzione quelle che sono le modalità di gestione delle informazioni, delle comunicazioni, la condivisione degli obiettivi di cura e riabilitazione in funzione di una presa in carico globale del paziente, adottate ormai da parecchi anni dalla struttura nella quale presto servizio. È verità ampiamente condivisa che la risposta ai bisogni di salute non può derivare esclusivamente dalla conoscenza e dalla competenza del singolo operatore sanitario. La presa in carico del paziente nella sua globalità, come persona affetta da patologia neurologica (e, più spesso, pluripatologia), inserita in un contesto familiare, lavorativo, sociale e relazionale più ampio, rende necessaria, per i professionisti della salute che condividono gli obiettivi di assistenza, cura e riabilitazione, l’esistenza di momenti strutturati di incontro, durante i quali la comunicazione dei traguardi raggiunti, di eventuali dubbi, di nuove problematiche emerse, il fare il punto della situazione, permettono un vero approccio olistico, multidisciplinare all’individuo che si affida alle nostre cure. Questo è ciò che avviene regolarmente all’interno del cosiddetto team neurologico multidisciplinare al quale prendono parte il primario del servizio, i medici di reparto, la caposala, il coordinatore del servizio di fisioterapia, il fisioterapista che ha in carico il paziente, il logopedista e lo psicologo. Il team si riunisce con incontri programmati e strutturati, a cadenza settimanale, della durata di circa un’ora e mezza e le modalità di lavoro al suo interno sono ormai standardizzate. Dopo una prima sintesi dei dati anamnestici e un inquadramento clinico del paziente da parte del personale medico, ciascun professionista comunica ai presenti gli obiettivi specifici inerenti il proprio ambito di competenza, le strategie utilizzate per facilitarne il raggiungimento, i successi ottenuti, gli insuccessi, le difficoltà incontrate, eventuali problematiche emerse, le risorse da valorizzare e fornisce suggerimenti che potrebbero risultare utili agli altri operatori, affinché la presa in carico del paziente sia condotta secondo modalità condivise. In questo contesto, il logopedista, per esempio, riceve dal fisioterapista suggerimenti su come posizionare correttamente un paziente durante le sedute di logoterapia (nella maggior parte dei casi di tratta di posizionamenti in carrozzina), sulle tecniche da utilizzare per mobilizzarlo in modo idoneo, qualora fosse necessario. Il fisioterapista, a sua volta, può essere invitato dal logopedista a utilizzare delle modalità di comunicazione efficaci, procedure di approccio al paziente specifiche, espedienti, strategie che permettono di comunicare in modo adeguato. Questo è un elemento fondamentale, considerato che la maggior parte dei nostri pazienti presentano disturbi di tipo afasico di diversa gravità. Lo psicologo, che incontra regolarmente non solo il paziente ma anche i suoi famigliari, facilita la presa in carico globale, tenendo in opportuna considerazione il vissuto emotivo del paziente e di chi condivide con lui il peso della malattia. La caposala fa eco, all’interno del team, quanto rilevato, e quindi a lei riferito, dal personale infermieristico e dagli operatori socio-sanitari e riporta all’equipe d’assistenza 78 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 quanto emerso nel gruppo multidisciplinare ed eventuali suggerimenti avanzati dai diversi professionisti per una gestione ottimale del paziente. Così facendo i “progressi” di un paziente, le nuove competenze acquisite vengono “vissute” da tutti gli operatori che condividono il progetto di cura e vengono poi opportunamente “impiegate” per facilitare il raggiungimento degli obiettivi specifici del settore di competenza. Ulteriori funzioni del team multidisciplinare sono di incontrare regolarmente i famigliari dei pazienti (rendendoli in questo modo componente attiva del progetto di riabilitazione del proprio congiunto) e di stabilire contatti con i servizi territoriali al momento della dimissione (cercando di garantire così la continuità assistenziale). La comunicazione all’interno del team neurologico multidisciplinare non é solamente uno scambio di informazioni, ma anche e soprattutto la strategia per incidere sulla qualità del progetto di cura; è una vera condivisione del progetto riabilitativo, degli obiettivi, delle strategie, delle modalità, dei successi, delle difficoltà. La comunicazione, in questo specifico contesto, è un incontro di competenze, di ruoli, di abilità che permette di vivere al meglio il proprio lavoro e rispondere al bisogno di salute del paziente. All’interno del team, la reciprocità viene posta a fondamento delle relazioni interpersonali, “trasformando” ogni operatore sanitario in soggetto co-protagonista, assieme al paziente, del progetto di cura e riabilitazione, richiedendo una vera assunzione di responsabilità nei confronti del paziente, da parte di ciascuna delle figure professionali in campo. Il team è un ottimo strumento per la realizzazione di un ambiente assistenziale realmente terapeutico per il paziente (che avverte una presa in carico globale) e nel quale i diversi professionisti della salute si sentono apprezzati e valorizzati per il loro lavoro, messi in condizioni di esprimere al meglio le loro professionalità, stimolati a essere promotori di continuo miglioramento. [Fisioterapista] 79 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caso III Ricordo ancora vivamente un’esperienza vissuta circa quindici anni fa, che ha segnato un cambiamento nel mio operare professionale. Seguivo all’interno del Servizio di NPI un minore e la sua famiglia, giunti per problemi psicologici, inibizione, blocco relazionale, continui processi di malattia del bambino. La madre, persona con disturbi psicologici, di fronte a qualsiasi minimo sintomo somatico del figlio, entrava in panico e portava il bambino al PS, a visite specialistiche, lo sottoponeva a esami strumentali, lo teneva a casa da scuola, lo limitava nelle esperienze extrafamigliari. Per interrompere la catena degli accertamenti, che rinforzavano l’immagine di “malato” nel bambino, e per sostenere la signora a vivere gli eventuali sintomi in modo meno angoscioso, telefonai al medico di base per informarlo sulla situazione del bambino e per chiedere la sua collaborazione per contenere l’angoscia della madre. Il medico non sembrava convinto delle interferenze psicologiche della madre sul bambino e allora, per avallare la mia tesi, riferii un evento traumatico vissuto nell’infanzia dalla signora che mi era stato “confidato” in un colloquio e che il medico non conosceva. Successe che il medico chiese informazioni su questo evento critico alla signora, dicendo che ero stata io a riferirglielo. Logicamente la signora mi telefonò molto risentita e il nostro rapporto di fiducia fu duramente colpito. Dopo questo fatto, nel mio rapporto con i sanitari, ho sempre prestato attenzione a quali informazioni riferire (solo quelle utili per la collaborazione) e a come darle (non in tempi veloci in cui ci si può non capire, meglio di persona che per telefono). [Medico] 80 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Le riflessioni del gruppo di lavoro Gli elaborati pervenuti a seguito del secondo Dialogo hanno focalizzato il tema della comunicazione tra gli operatori sanitari e hanno evidenziato sia esempi di ricadute positive dovute a buoni livelli di comunicazione tra gli operatori sanitari, sia, all’opposto, esempi negativi. Un primo elemento emerso riguarda l’importanza del contesto nel quale la comunicazione ha luogo: da questo punto di vista, l’ambito ospedaliero si caratterizza assai diversamente da quello territoriale. Per esempio, un elemento che può giocare un ruolo diverso e determinante nei diversi contesti è dato dall’emergenza, che indubbiamente ostacola o impedisce la programmazione e impone di confrontarsi con l’imprevedibilità che, talvolta, può essere d’impedimento alla comunicazione stessa. L’emergenza influisce inevitabilmente sulle modalità della comunicazione: basti pensare alla rapidità con cui le decisioni debbono essere prese, per esempio, in un reparto di rianimazione e, all’opposto, alla pianificazione che si può attuare all’ingresso del paziente in RSA. Si tratta di contesti differenti che incidono in maniera sostanziale sulle diverse modalità della comunicazione. Le riflessioni elaborate da alcuni fisioterapisti, per esempio, hanno evidenziato esperienze positive, nelle quali il lavoro quotidiano beneficia della possibilità di programmazione nell’ambito di un’équipe interdisciplinare. Il confronto e lo scambio di opinioni tra le diverse figure coinvolte realizzano, nelle testimonianze degli operatori, una reale presa in carico del paziente, attraverso una proficua condivisione del progetto di cura. Un altro aspetto emerso frequentemente negli elaborati attiene la compresenza di diverse figure di operatori sanitari, alcune delle quali di nascita recente, che mutano il panorama dell’assistenza sanitaria. Per esempio, la figura professionale degli OSS (Operatori Socio-Sanitari), che si trova a stretto contatto con il paziente e che deve coordinare il suo ruolo principalmente con la figura dell’infermiere. La vicinanza e il contatto diretto con gli assistiti determina una comunicazione, che si concretizza sia nella ricezione che nella cessione di informazioni. In quest’ambito, il coordinamento e la comunicazione con gli altri operatori sanitari risultano di cruciale importanza. Un’altra possibile ipotesi critica nella comunicazione tra operatori sanitari risulta, in generale, nel momento delicato del “passaggio delle consegne”, che risente di elementi variabili quali il fattore temporale (per esempio, il passaggio delle consegne dal turno notturno a quello del mattino) o il fattore dell’interdisciplinarietà (per esempio, il passaggio delle consegne da un OSS in RSA a un infermiere). C’è poi un aspetto citato molto frequentemente negli elaborati pervenuti: le riunioni d’équipe. Molti operatori sanitari lamentano come questi incontri, presenti in passato, siano col tempo venuti meno. Nella maggioranza delle riflessioni svolte, si individua in tali riunioni una risorsa, fondata sul reciproco confronto e sui suggerimenti che possono pervenire da operatori di settori differenti. Un ostacolo a tali incontri è individuato nel fattore temporale. Tuttavia emerge la sensazione che dietro al “tempo” (nonostante questo elemento di fondamentale importanza sia spesso effettivamente scarso) vi siano problematiche più profonde e complesse, delle 81 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 quali esso rappresenta solo l’aspetto più evidente o, forse, quello di più facile individuazione. Per esempio, in alcune delle riflessioni pervenute, la riuscita degli incontri d’équipe si lega alle modalità secondo le quali essi sono condotti e, in particolare, alla figura che conduce la discussione. Più che un riferimento al “tempo”, o meglio accanto a esso, emerge la sensazione della necessità di considerare la comunicazione come un valore difficilmente quantificabile in termini immediati, ma con ricadute a lungo termine assai positive sia sulla qualità del lavoro degli operatori sanitari, sia sulla qualità del servizio offerto ai pazienti. Una risorsa, in altre parole, che contribuisce in positivo all’Azienda sanitaria nel suo complesso. Da questo punto di vista, emerge anche il confronto con la “modulistica”: la burocrazia che impone modalità comunicative procedurali che, pur mettendo al riparo da possibili azioni giudiziarie, costringono l’attività terapeutica entro confini talvolta angusti e non sempre rispondenti alla natura più profonda dell’attività sanitaria globalmente intesa. Si delinea pertanto un panorama eterogeneo, dove a casi in cui si evidenziano le ricadute positive sui pazienti di un buon livello di comunicazione tra gli operatori sanitari, si affiancano considerazioni sugli elementi che possono interferire con essa e, in particolare, sulle conseguenze negative per gli utenti del servizio sanitario. Un altro elemento determinante risulta la preparazione alla comunicazione stessa: a più riprese gli elaborati richiamano l’esigenza di una formazione specifica e mirata per gli operatori nel campo della sanità. Tuttavia, accanto a una competenza tecnica in materia di comunicazione, emerge spesso anche un aspetto soggettivo o “personalistico”, nel quale l’operatore si mette in gioco come persona, nella volontà prima che nell’abilità di comunicare. Da questo punto di vista, diversi elaborati lamentano una mancanza di valorizzazione della comunicazione, che emerge dalla mancata predisposizione di spazi e tempi a essa dedicati e dall’attenzione dedicata ad alcuni aspetti e non ad altri (per esempio, agli elementi tecnico-sanitari, dimenticando quelli inerenti alla persona-operatore e alla persona-paziente). In sintesi, si auspica la considerazione della comunicazione come un valore, in quanto vero e proprio “determinante” della salute che può avere ricadute positive sul paziente. 82 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e “silenzio terapeutico”: il diritto di sapere e di non sapere Dialogo di Bioetica e Biodiritto del 19 ottobre 2007 Quali sono i confini del dovere di informare il cittadino-paziente? E come si può conciliare il dovere di comunicazione degli operatori sanitari con il diritto all’informazione dei pazienti? Il curante può trovarsi di fronte a una richiesta di “non-sapere”, che può provenire sia dal paziente stesso, sia da soggetti terzi. Da un lato, per esempio, il paziente può chiedere di non acquisire informazioni, sulla sua possibile “predisposizione” nei confronti di alcune patologie nell’ambito delle possibilità di diagnosi predittiva aperte dalle scoperte in ambito genetico. D’altro lato, i congiunti del paziente chiedono talvolta al medico di non comunicare determinate informazioni al proprio familiare, in particolare nei casi di patologie a prognosi infausta. In queste circostanze diverse dimensioni (deontologica, terapeutica, etica e giuridica) possono entrare in conflitto, poiché per ognuna di esse sussistono diritti e doveri che risultano talvolta inconciliabili tra di loro 83 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Sapere, parlare, tacere Antonio Autiero Il“silenzio terapeutico” è la consapevolezza che determinate situazioni vanno accompagnate, piuttosto che elaborate verbalmente o verbosamente. Sapere/parlare/tacere: quando parliamo di queste tre attività dell’uomo e andiamo alla ricerca della loro valenza etica, soprattutto nell’ambito di un discorso di bioetica e biodiritto sul tema della medicina e della salute, abbiamo a che fare con attività che, a seconda delle specifiche aree in cui vanno a collocarsi, assumono colori diversi. Sapere/parlare/tacere nell’ambito della medicina, per esempio, è diverso nel fine vita o nel contesto della diagnostica o, ancora, nel contesto della riabilitazione. È bene tenere presente questa considerazione, per non mettere nello stesso contenitore cose diverse, la cui colorazione è diversa a seconda degli ambiti. Che cosa è interessante sapere intorno al “sapere”? La nostra società è definita come Wissensgesellschaft (società del sapere) e questa non è una realtà ovvia e scontata, ma piuttosto il risultato di grandi trasformazioni a cui la nostra società è stata assoggettata nel corso della sua storia culturale. 84 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 La storia dello spirito della nostra società ha subìto una grande trasformazione da quella che solitamente si può nominare come la svolta della modernità. Proprio nell’epoca moderna il sapere – pur da sempre attività correlata all’essere al mondo dell’uomo – ha acquisito una nuova centralità. La svolta moderna che determina la società del sapere può essere scandita su due fronti differenziati e pur tuttavia legati tra di loro: la svolta della modernità è, da una parte, soprattutto quella del XVII secolo, una svolta a grande coefficiente scientifico; più tardi, si assiste alla svolta antropologica, e questo rappresenta il riferimento più attinente ai fini dell’argomento qui trattato. La svolta scientifica pone al centro della consapevolezza umana quel processo di acquisizione di sapere riguardante prevalentemente l’aspetto tecnico naturalistico del mondo e dell’uomo nel mondo. Questo comporta nella storia della medicina un’acquisizione di nozioni attorno al corpo: i sistemi di anatomia e fisiologia sono l’oggetto di questa grande svolta dell’epoca moderna sotto il profilo della consapevolezza scientifica. Bacone, Galilei e anche Cartesio sono i grandi protagonisti di questa convergenza (in particolare sul corpo umano). La società del sapere che prende le mosse da questa svolta scientifica della modernità ci fornisce una possibilità di conoscenze intorno al corpo. Questo è un primo gradino, che si trova in contatto molto stretto con un secondo gradino caratterizzante la svolta della modernità: il movimento di ribaltamento dei parametri di comprensione dell’uomo e della visione che l’uomo ha di sé stesso. La svolta antropologica (die antropologische Wende) è usata per primo da Immanuel Kant quando, volendo contrapporre a un processo conoscitivo di che cosa sia l’essere dell’uomo e di che cosa sia per l’uomo la conoscenza di sé, riscatta questa forma di conoscenza da quei movimenti che dall’esterno imprimevano all’uomo una determinata connotazione (sistemi eteronomi, leggi che dall’esterno imponevano all’uomo una determinata conoscenza di sé), giungendo invece a sistemi autonomi. Legata a questa svolta antropologica per Kant c’è l’acquisizione della categoria di autonomia e di partecipazione: tutto questo, nella storia dell’Europa di quell’epoca, va sotto il nome di Illuminismo, die Aufklärung. Kant nella sua opera Was ist die Aufklärung? (Che cos’è l’Illuminismo?), afferma che tale movimento di pensiero è un processo dinamico, dunque mai chiuso; iniziato, ma mai portato a termine, sempre in atto e il cui scopo è il riscatto che l’uomo deve raggiungere rispetto alle forze esterne che lo determinano. Si tratta quindi di un riscatto dell’uomo da sistemi eteronomi: l’Illuminismo è un movimento di emancipazione e in esso appaiono alcuni elementi tipici della svolta antropologica dell’epoca moderna; in particolare, i sistemi di informazione e di partecipazione entrano nel cuore stesso di questo movimento di riscatto ed emancipazione. Si può allora cogliere un dato molto importante da questa prima lettura: la società del sapere da una parte offre una quantità di informazioni (quindi l’informazione è l’oggetto del nostro sapere), d’altra parte, nella società del sapere – nell’accezione moderna illuministica del termine – l’uomo è chiamato ed è messo in condizione di sapere di più riguardo a se stesso. In tale accezione, il sapere non è soltanto relegato a un nucleo di oggetti o di cose sapute, ma rappresenta un movimento di autoriscatto dall’ignoranza di sé ed è dunque in stretta connessione con l’autoconsapevolezza, l’autocoscienza. Kant afferma che in questa autonomia della volontà, quindi etica e morale, dell’uomo risiede la radice della sua dignità: da questo punto di vista, dignità e autonomia sono in stretto rapporto. Pertanto, in un medesimo circuito troviamo dignità, autonomia, informazione e sapere di sé, autoconsapevolezza. Nell’analisi di questo lemma – il sapere – pare importante sottolineare la svolta antropologica, in particolare la svolta illuministica, perché mentre Kant nel 1792 pubblicava le sue opere fondamentali (come per esempio la Metafisica dei costumi), un medico-filosofo della stessa epoca, Johann Karl Osterhausen, pubblica nel 1798 una piccola opera (interessante anche sotto il profilo della storia dell’etica medica) che porta il titolo Medizinische Aufklärung, in merito all’Illuminismo medico. Mentre per Kant il processo dell’Illuminismo è descritto in termini di dinamica di riscatto dalla eteronomia, quindi come percorso di emancipazione, esso può toccare il cuore stesso dell’uomo anche 85 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e “silenzio terapeutico” quando è malato e anche la stessa medicina, che esce dalla svolta scientista del XVII secolo rinnovata sotto i punti di angolazione della fisiologia, patologia (basti pensare a questo proposito al tema dell’anatomia nella scuola padovana). Questa stessa medicina diventa una sorta di primordiale filosofia dell’emancipazione e ciò significa che la medesima angolazione del pensiero del processo di partecipazione e di informazione in merito alla sensazione di ciò che si ha intorno a se stessi, tocca anche l’uomo malato e l’atto medico. Anche la medicina dunque tocca ed è permeata da questo movimento dell’Aufklärung. Questo procedimento di emancipazione che tocca anche la medicina comporta che le strutture dell’atto medico e del rapporto che esso tende a instaurare, di volta in volta, con i suoi attori abbia anch’esso a che fare con il tema della comunicazione e dell’informazione. Passiamo ora al secondo lemma: il parlare in medicina. Va sottolineato come questo secondo passaggio sia fortemente legato al primo (il tema del sapere all’interno della svolta antropologica e scientista della società moderna). In che cosa consiste il parlare o il parlarsi come momento dell’atto medico e come forma di relazione, tra gli attori implicati nell’atto medico? Questa comunicazione diventa il tessuto connettivo del processo terapeutico. Qui va fatto un piccolo passo indietro: Ivan Illich, critico della cultura medica della modernità, in Nemesi medica (1976)afferma 86 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 che la storia della medicina (e in particolare del rapporto medicopaziente) ha coniugato forme di accostamento e di distacco dal parlare, ponendo la parola al centro dell’attività degli attori implicati. Inizialmente, sostiene Illich, la medicina è sorta come attività di relazione parlante tra diversi soggetti; va forse aggiunto: all’interno di un codice di comportamento segnato dalle venature del paternalismo di cui il giuramento di Ippocrate può essere un punto di riferimento. All’inizio, curare una persona significava inglobarla all’interno di un circuito di relazione locutoria. La storia della medicina ci insegna come i primi luoghi di cura fossero prevalentemente affiancati alle istituzioni religiose: i templi di Esculapio, i luoghi di ospitalità dei pazienti dove il sacerdote intratteneva relazioni di carattere comunicativo con le persone che avevano bisogno del suo aiuto. In tale prospettiva, emerge chiaramente come la parola fosse parte integrante del processo terapeutico. Le varie svolte che sono avvenute nel corso della storia della medicina – afferma Illich – hanno portato a una perdita di centralità della parola nel rapporto medico-paziente, in primis in rapporto alla nuova centralità del farmaco, che nel rapporto medico paziente sostituiva il centrale luogo di impatto terapeutico della parola. La prescrizione medica del farmaco prende il posto di quella che nell’antichità era rappresentata dalla prescrizione locutoria, accompagnata da elementi più o meno naturali nella cura delle malattie. Illich individua poi una terza evoluzione, alla quale consegue un ulteriore spostamento: molta dell’attività terapeutica e dell’attesa di una sua buona riuscita viene affidata a una terza struttura, l’apparecchiatura. Oggi, soprattutto in rapporto alle avanzate tecnologie, le apparecchiature non sono più solo diagnostiche ma vanno a incidere sull’eventuale problema che hanno rilevato. In alcuni ambiti si parla, con un temine avveniristico, di teragnostica: terapia e diagnostica. Basti pensare, per esempio, a una colonscopia che verifica la presenza di una poliposi e, allo stesso tempo, interviene chirurgicamente. Per Illich questa evoluzione affascinante deve portare a un recupero di valenza comunicativa in una medicina che non rinnega né il farmaco, né l’apparecchiatura (quindi non si tratta di un ritorno al premoderno), ma conserva la parte migliore della modernizzazione nella medicina, ridonandole un rinnovato riscontro della migliore risorsa, la comunicazione. In tale prospettiva, il ritorno alla parola non rappresenta una sorta di passaggio all’indietro, ma piuttosto una riscoperta, che cambia il contesto in cui avviene. Quest’aspetto va sottolineato, poiché esiste anche un limite alla parola e, per comprendere questo passaggio, è utile ritornare a una reminiscenza storica. Abbiamo già fatto riferimento all’opera di Kant e Osterhausen, ma va ricordato come a metà del 1700 un medico filosofo avesse formulato un detto che evidenziava il limite della parola, affermando che il medico deve saper comunicare con il paziente, ma deve anche saperlo “agganciare” con una sorta di illusione. Questo passaggio è importante, per poter giungere al tema della comunicazione e verità. Il detto del medico Friedrich Hoffmann, nell’operetta Medicus politicus del 1738, recitava: Qui nescit simulare, nescit curare. In quest’asserzione si assiste a una sovrapposizione della parola, che in qualche modo produce un effetto simulatorio: chi non sa simulare, ingannare, non sa neppure curare. Certamente non è il contesto ingannatorio, quello in cui vada auspicato un ritorno alla parola; né si tratta di quello a cui pensa Illich, che piuttosto mira a ristabilire le giuste valenze tra farmaco, tecnica e comunicazione, quest’ultima all’insegna della verità. Siamo così giunti a un tema che nell’ambito dell’etica riveste un ruolo importantissimo: dire o no la verità al paziente. Si tratta di un modo per rispondere alla domanda di quale sia la tipologia del rapporto medico-paziente che si vuole instaurare e al quale ci si vuole ispirare. La discussione bioetica a questo riguardo si è fondata molto sulla riflessione che nell’ambito filosofico, soprattutto nella filosofia del linguaggio, si è andata sviluppando in merito a quali teorie fondative si potessero mettere in campo per rispondere alla domanda etica di che cosa sia la verità: Wahrheit Theorien (le teorie della fondazione della verità, che possono essere ricondotte a tre principali). 87 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e “silenzio terapeutico” Una prima teoria può essere chiamata essenziale o essenzialista: il dovere di dire la verità è una fondazione di tipo deontologico (“alla Kant”), quindi è insito nella stessa struttura dell’atto della comunicazione, poiché la comunicazione stessa di qualcosa è l’adeguamento dell’intelletto alla realtà: non si può imbrogliare. Una seconda teoria di fondazione della verità è quella funzionale: ci sono interessi in gioco e pertanto si dice quella verità che serve a quegli interessi. Non è un fatto del tutto negativo o un uso utilitaristico della comunicazione: ci sono interessi che vanno tutelati e questa, per qualche soggetto, può essere una ragione sufficiente per dire o per non dire. Un terzo approccio volto alla comprensione della teoria della verità risiede invece nella fondazione relazionale: non c’è il dovere di comunicare, né un interesse da perseguire attraverso una determinata comunicazione, ma c’è il soggetto o i soggetti che, attraverso il loro parlarsi, entrano in una relazione reciproca. Questa terza modulazione fondativa della verità riveste molta importanza nell’ambito dell’atto medico, dove la storia tormentata del rapporto medico-paziente ci porta a proprio a questa indicazione della verità, da contestualizzare nella chiave di lettura relazionale. La verità da dire o da non dire al paziente non è legata a un qualche interesse nè ad alcuni doveri (ai quali si possano trovare deroghe), ma è legata a quella storia di rapporto consumata nel breve o nel lungo arco di di tempo una terapia, all’interno della strut- 88 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 tura del rapporto medico-paziente o, in termini più ampi, del rapporto tra tutti gli attori convergenti: il medico e le professioni sanitarie, il paziente, il suo contesto familiare e sociale. Nello stabilire questa relazione, ci si chiede quanto di verità e quanto di non verità dire. Siamo quindi giunti al terzo verbo: tacere. Nell’esporre la teoria relazionale della verità ho fatto riferimento alla verità da dire o da non dire. Il “non dire” non è necessariamente qualcosa che lede il tema dell’autonomia, perché nella svolta antropologica dell’illuminismo si trova necessità di informazione, ma anche necessità di dosaggio dell’informazione stessa. I soggetti di autonomia che entrano in relazione tra di loro devono saper valutare quale sia quella verità che, se fosse un dovere dire a ogni costo, sarebbe la verità della parola e non dello spirito. Basti pensare alla metafora del Vangelo: le parole possono uccidere, mentre lo Spirito dà vita. Qual è lo spirito? Quello di una giusta, sana, terapeutica e sanante relazione tra tutti gli attori che entrano in gioco nella dinamica dell’atto medico. Per tale motivo, si deve rivendicare un riscatto e una dignità del “non dire”, così come di quello che appartiene all’emisfero del “non fare”, del tra-lasciare. Si è fatta l’abitudine, soprattutto in una visione quantitativa delle nostre strutture antropologiche, a una medicina del “fare”, nella considerazione che il “non fare” sia il negativo, o una sorta di controparte del “fare”. In tale prospettiva, il “fare” o il “dire” sono luce e il “non fare” o il “non dire” sono ombra. È invece opportuno riscattare il silenzio da questa connotazione negativa e pensarvi in termini positivi. Il titolo di questo incontro, il “silenzio terapeutico”, non è una sorta di cortocircuito delle formulazioni linguistiche: proprio il “non dire” in determinate condizioni (è fondamentale che si siano stabilite strutture sane di relazione) cura, mentre il “dire” potrebbe risultare in un aggravamento della situazione patologica del paziente. Quindi il “non dire” può avere una valenza positiva, a condizione che vi sia un itinerario di riscatto dalla sua connotazione negativa. In che cosa consiste il silenzio in questo quadro: soltanto nell’assenza di parola o nel girare le spalle al dovere di stabilire una relazione, contro la quale vanno le resistenze interiori o le pressioni esterne che si possono avere? Quello è il silenzio del rifiuto, che uccide la parola: quando un medico, un infermiere o un parente avrebbero dentro di sé parole che vorrebbero dire, ma non hanno la possibilità, la competenza o il coraggio per dirle e allora tacciono, lasciando morire in sé le parole che non sanno dire, ma che sanno essere le parole più vere. Al contrario, il silenzio al quale si fa qui riferimento non è l’aborto della parola, ma la discrezione e il pudore della parola stessa, in una forma che, attraverso un atteggiamento pudico e rispettoso, coltiva il fatto che determinate situazioni nella vita vadano più accompagnate che non elaborate verbalmente o verbosamente. Qui ci si può riferire ad alcuni campi dell’atto medico e prevalentemente a quello della medicina di fine vita. Il tacere è assumersi la responsabilità di ridurre il livello verbale per ampliare quello della presenza, dell’accompagnamento: in questo senso il silenzio terapeutico è un’implementazione del prendersi cura, quando il dare cure non è più adeguato a risolvere la situazione che ci si trova a gestire. In tale prospettiva anche il tacere ha la sua dignità e la sua nobiltà. Ma questa misura tra il “dire” e il “non dire”, tra il tacere e il parlare, è una misura che domanda (soprattutto oggi) un incremento di capacità sapienziale da parte del medico e degli esercenti la professione medica, della famiglia e anche da parte del paziente, quando questi sia in condizione di poter elaborare la problematica che si trova a dover affrontare. Questo silenzio non è rifiuto della parola: piuttosto esso è un dono e uno strumento di ulteriore incremento della capacità comunicativa della struttura e della dinamica dell’atto medico, e dell’attitudine interiore ed esteriore degli attori che vi sono implicati. Il tacere può essere un luogo di esercizio del potere, quando si sa ma non si dice, ma non è a questo tipo di tacere che si è riferito questo intervento poiché, in quel caso, esso mai potrebbe essere un dono. Antonio Autiero è Direttore dell’ITC (ora Fondazione Bruno Kessler) - ISR “Centro per le scienze religiose”, Trento. 89 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Diritto di non sapere e obbligo informativo Mauro Barni Il diritto di non sapere deve essere respinto dal medico ove siano in pericolo interessi vitali per la persona, per altri soggetti, per la società o per il medico stesso, che potrebbe incorrere in un’accusa di trattamento arbitrario. Nell’oblio della Convenzione di Oviedo (4 aprile 1997) su “diritti umani e biomedicina”, il Codice italiano di deontologia medica (2006) tenacemente riprende il già espresso riferimento al diritto del paziente di rifiutare l’informazione sulle proprie condizioni e sulle opzioni mediche tanto diagnostiche quanto terapeutiche (art. 33, ultimo capoverso): “la documentata volontà del paziente di non essere informato o di delegare ad altro soggetto l’informazione deve essere rispettata”. Molto vaga e ininfluente sul piano medico-legale è la letteratura sul tema, cui dedico un primo commento: il dovere di informare il paziente si arresta di fronte al rifiuto e alla manifestazione di totale fiducia e di leale affidamento, ma non in ogni caso può essere considerato come assoluto, per la sussistenza o la possibile emergenza di responsabilità mediche rilevanti. Ebbene, esistendo tali profili e rischi di responsabilità, il medico deve, appunto ben tutelarsi e mai 90 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 assumere autonome iniziative d’importante incidenza sulla salute, sulla futura validità e sulla vita stessa del soggetto, salvi naturalmente i casi di urgenza e di indifferibilità dell’intervento. I rischi dell’assunzione a proprio carico di ogni scelta sono in effetti notevoli e sono tanto maggiori quanto maggiore è il rischio clinico, connesso a una determinata scelta o anche a una non-scelta: rischio per la vita, la salute, la riservatezza, la dignità, le chances della persona nella sua sfera esistenziale e in rapporto con la famiglia, la società, il lavoro, la vita affettiva, sessuale, ecc. E si tratta, come vedremo, di rischi già considerati in giurisprudenza, che (in materia civile) è orientata a risolvere in termini di responsabilità medica per un danno che potremmo definire esistenziale: la perdita cioè di chances. Procedendo con ordine, non si possono che prospettare alcune situazioni esemplificative: a) il diritto di non sapere fa parte della sfera dei diritti minori e secondari, da rispettare solo se la “non conoscenza”, quasi sempre motivata da problemi di emotività, di ansietà, ecc., impedisca ogni opzione e ogni controllo su possibili conseguenze (non necessariamente negative) della decisione solo medica sulle prospettive esistenziali (verrebbe da dire sulle scelte di vita del paziente) e fa meraviglia che il pieno “ri- spetto” del rifiuto di sapere sia propugnato da eccessi di solidarismo di una certa bioetica che magari nega al paziente e al medico scelte, per esempio di fine vita; b) Il diritto di non sapere deve pertanto essere “discusso” col paziente da parte del medico nella fase (non sempre onorata) della “informazione” propedeutica al consenso verso il trattamento proposto, deve essere documentato con le ordinarie procedure (scheda ambulatoriale, cartella clinica, lettera del paziente), deve tuttavia esser respinto dal medico ove siano in pericolo interessi vitali per la persona o per altri soggetti, per la società e per il medico stesso che non può tranquillamente incorrere in un’accusa di trattamento arbitrario, con tutto ciò che può seguirne in termini di responsabilità professionale (anche suscettibile di sequele deontologiche o giuridiche). c) L’obbligo informativo è in ogni caso operante anche in caso di rifiuto (malattie infettive, AIDS in particolare, possibile verificarsi di danni a carico di funzioni quali l’estetica, la sessualità, la capacità riproduttiva, la vita lavorativa e sociale, sempre che si tratti comunque di serie compromissioni o modificazioni, i trapianti d’organo, ecc.). d) Il rifiuto di sapere deve comunque essere seguito dall’indica- zione da parte del paziente dell’eventuale destinatario dell’informazione, in genere, ma non necessariamente, un familiare. Se il soggetto insiste, e sempre in circostanze ovviamente rilevanti, il medico può sospendere la cura informando i parenti del rifiuto (e solo del rifiuto informativo); può eventualmente proporre la nomina di un amministratore di sostegno da parte del giudice tutelare che, in casi di “fragilità” del paziente, può favorire la comunicazione e il dialogo, può (deve) informare del caso l’autorità sanitaria se trattasi di sieropositività, di AIDS o anche di infettiva e diffusiva, a termini di legge. e) La prognosi non può essere nascosta al paziente che non voglia conoscere il proprio destino che si sta compiendo, quanto meno va enunciato in forma possibilistica lasciando elementi di speranza, anche per rispetto del diritto del paziente a un bilancio della propria vita, nel compiersi di un delicato cammino. In definitiva, occorre dire che le possibili conseguenze d’indole deontologica-giudiziaria pesano molto e vanno considerate con grande serietà. Basti citare, per esempio, l’esigenza che il paziente sappia e comunichi al partner la sua possibile contagiosità: che il paziente sappia che nella struttura in cui si trova non esistono sufficienti 91 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e “silenzio terapeutico” opportunità di diagnosi e cura; basta ricordare al medico che il difetto di informazione elide la regolarità “contrattuale” del rapporto di cura. Si ricordi infine che il medico curante è il titolare dei dati sensibili relativi alla salute e alla sessualità del paziente e che anche la comunicazione al paziente ne costituisce trattamento ai sensi del codice “Privacy”, per cui è sempre fondamentale il consenso o il rifiuto (documentato) del paziente (vedi anche art. 7 del Codice di Deontologia). Mauro Barni è stato Professore di Medicina legale presso l’Università di Siena e Vicepresidente del Comitato nazionale di Bioetica. 92 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il diritto del paziente e il dovere del curante Fabio Branz Il rispetto della persona non può prescindere dalla corretta informazione della stessa persona sulle sue reali condizioni. È certamente inusuale discutere di “silenzio terapeutico” in un momento storico che si caratterizza per la sempre maggiore esigenza di trasparenza tra gli attori del “contratto di cura” e per una progressiva perdita del ruolo del medico come protagonista di una scienza/arte misteriosa per i più. Un tale sviluppo del rapporto malato-curante è reso oggi inevitabile dall’affermarsi di una cultura pluralista anche in ambito scientifico e dal prepotente manifestarsi della consapevolezza del diritto soggettivo alla titolarità delle decisioni relative alla propria persona. Questo diritto, codificato in vari documenti negli ultimi due secoli, è recepito in modo inequivocabile dalla nostra Carta Costituzionale (art. 13 e 32). L’affidare al medico la completa gestione del percorso diagnosticoterapeutico rinunciando volontariamente al diritto di essere correttamente informato è oggi una scelta legittima ma, mi si passi il termine, stravagante. Questo atteggiamento è in genere motivato dalla percezione soggettiva di una debolezza psicologica che condiziona una scelta apparentemente autoprotettiva, ma che genera una distorsione nel rapporto malato-curante in grado di condizionare negativamente sia la relazione terapeutica che l’esito finale del trattamento. La necessità di un’alleanza terapeutica fra malato e curante è motivata dall’evoluzione sociale, ma anche dalla complessa trasformazione della medicina moderna. Questa, nell’ultimo secolo, ha visto affermarsi conoscenze e tecnologie che permettono manipolazioni biologiche e possibilità di intervento in grado non solo di modificare la storia naturale di molte malattie, ma anche di rendere possibile un radicale cambiamento nell’evoluzione di momenti decisivi della vita come la nascita e la morte. A questa visione si sono attenuti i codici deontologici del medico (2006) e dell’infermiere (1999) che definiscono molto accuratamente quali siano i ruoli relativi dei curanti e dei malati in una prospettiva di collaborazione attiva alla cura. L’articolo 3 del Codice di Deontologia medica recita: “Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana”. Si sottolinea in modo chiaro il rispetto della dignità e libertà della persona e lo stesso concetto è ben espresso dal Codice dell’Infermiere che afferma: “La responsabilità dell’infermiere consi93 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e “silenzio terapeutico” ste nel curare e prendersi cura della persona, nel rispetto della vita, della salute, della libertà e della dignità dell’individuo”. È chiaro che il rispetto della persona non può prescindere dalla corretta informazione della stessa persona sulle sue reali condizioni. Analoga contraddizione con la volontà di non essere informati si vede chiaramente negli articoli 13 e 16 del Codice di deontologia medica dove si parla di scelte terapeutiche e di “libertà del paziente di rifiutarle e di assumersi la responsabilità del rifiuto stesso” e di accanimento terapeutico con la prescrizione al medico di valutare le situazione anche “tenendo conto delle volontà del paziente”. Volontà del paziente e libertà di rifiutare le cure non possono evidentemente esercitarsi correttamente in assenza di una piena consapevolezza basata sulla reale conoscenza dei fatti e delle prospettive in termini di cura, possibilità di guarigione e qualità della vita. La contraddizione fra il riconoscimento della titolarità delle decisioni al malato e il diritto a non essere informato (delega a terzi della responsabilità delle decisioni) viene sancita nei codici professionali agli articoli 33 del Codice di deontologia medica: “il medico deve fornire al paziente la più idonea informazione, sulla diagnosi, sulla prognosi, sulle prospettive e le eventuali alternative diagnostico-terapeutiche e sulle prevedibili conseguenze delle scelte operate. […] La documentata volontà della persona assistita di non 94 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 essere informata o di delegare ad altro soggetto l’informazione deve essere rispettata” e 4.5 del Codice dell’infermiere che stabilisce che l’infermiere “garantisce le informazioni relative al piano di assistenza e adegua il livello di comunicazione alle capacità del paziente di comprendere. Si adopera affinché la persona disponga di informazioni globali e non solo cliniche e ne riconosce il diritto alla scelta di non essere informato”. Fortunatamente nella realtà della pratica clinica quotidiana questa contraddizione si verifica raramente: nei trentacinque anni della mia esperienza di medico ospedaliero sono stati pochi i casi nei quali il paziente ha richiesto di non essere informato. Anche in questi casi è stato comunque possibile modificare questo atteggiamento durante il percorso di cura grazie a un’attenta valutazione degli aspetti psicologici e con l’aiuto di persone vicine al malato. Molto spesso l’iniziale richiesta di non essere informato nasce dal timore di non riuscire a sopportare il peso della notizia negativa e dalla paura che il passaggio di informazioni con la successiva responsabilità personale nelle decisioni sia il preludio a un abbandono da parte dei curanti. È quindi fondamentale chiarire quanto vi sia di realmente razionale nel rifiuto dell’informazione e quanto invece in questo atteggiamento sia importante il timore di non essere aiutato a sopportare e a superare la paura della sofferenza e della morte. Il ruolo delle persone vicine al malato, parenti e amici, è fondamentale nel tentativo di superare il rifiuto dell’informazione. Anche in questo caso vi sono delle precise limitazioni dettate dai codici di deontologia, esse riguardano il segreto professionale e la comunicazione a terzi: l’articolo 34 prescrive che tale comunicazione “presuppone il consenso esplicitamente espresso dal paziente, fatto salvo quanto previsto all’art. 10 e all’art. 12, allorché sia in grave pericolo la salute o la vita del soggetto stesso o di altri”. Tuttavia è esperienza di tutti i giorni la richiesta, spesso perentoria, dei parenti di non informare il loro familiare di diagnosi a prognosi infausta, con la pretesa di essere considerati gli unici detentori del diritto di essere informati e di proporsi come eventuale tramite e filtro delle notizie da far arrivare al diretto interessato. In realtà è questa la vera questione da porre in discussione, infatti gli operatori sanitari aderiscono quasi con sollievo alla richiesta dei parenti, in questo modo si evita il difficile momento della comunicazione al paziente di diagnosi a prognosi infausta, senza porsi alcune fondamentali questioni. Ad esempio, per il medico è molto difficile, e spesso impossibile, rendersi conto di quali siano i reali rapporti e interessi all’interno delle famiglie; inoltre non ci si chiede quale potrà essere l’influenza dei famigliari e delle loro convinzioni personali sulle scelte successive del medico; quasi mai si chiede all’interessato di decidere se l’informazione va data ai parenti e a chi fra questi in particolare. È quindi necessario che l’operatore sanitario non si limiti ad accettare la richiesta dei parenti, ma esplori sempre la reale posizione del malato riguardo alla delega, individuando insieme a lui un referente preciso e possibilmente unico. Una situazione diametralmente opposta, ma ricca di spunti eticodeontologici e medico-legali è quella che si verifica quanto il malato chiede che la sua situazione clinica non venga comunicata a terzi. Questa condizione è prevista e ben codificata dalla legge (art. 326-622 c.p.) e dalla deontologia (art. 10 e 34 Codice deontologia medica e 4.6 del Codice dell’infermiere) che riconoscono la titolarità del diritto all’informazione al solo interessato. Ma il conflitto si manifesta quando la malattia può rappresentare un rischio reale per la salute di terzi (l’esempio più attuale è l’infezione da HIV). In questo particolare caso la normativa (legge 135/90 sull’infezione da HIV) e la deontologia possono entrare in conflitto con il diritto alla tutela della salute di altre persone. Il quesito che pongo è: quanto può il curante sostituirsi al malato nella comunicazione a persone terze che si possono considerare a rischio per il tipo di relazioni che intrattengono con il portatore di patologie contagiose? Nonostante la casistica di soggetti che hanno consapevolmente contagiato altre persone sia stata più volte affrontata nei tribunali, anche in Italia, e siano state 95 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e “silenzio terapeutico” emesse delle sentenze di condanna, non risulta chiaro quali siano i limiti per gli operatori sanitari nel farsi tramite dell’informazione a terzi nel caso vi sia un rifiuto di consenso da parte dell’interessato. Infine un tema che vorrei porre, anticipando in parte i contenuti del prossimo Dialogo, è quello dell’informazione distorta che pazienti e parenti possono facilmente ottenere utilizzando i mezzi di comunicazione di massa, in particolare Internet: sempre più spesso il medico si trova di fronte a pazienti che pretendono di guidare il percorso diagnostico e terapeutico senza averne gli strumenti culturali (conoscenza e capacità critica) per farlo. Fino a dove è lecito per il medico spingersi nel tentativo di mantenere un legame terapeutico e quali sono i limiti da non valicare? Fabio Branz è Direttore della II Unità Operativa di Medicina e della Sezione Malattie Infettive dell’Ospedale Santa Chiara di Trento. 96 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Il “diritto” di “non sapere” Elena Ioriatti Il fondamento normativo al diritto di non sapere, inteso come interesse giuridicamente rilevante del paziente a ignorare la propria condizione personale in assoluto. Introduzione al problema Contestualmente al diritto del paziente di conoscere la diagnosi e la prognosi relative a proprio stato di salute, il problema dell’esistenza nel nostro ordinamento giuridico del diritto del paziente di “non sapere”, va collocato nell’ambito dei mutati rapporti tra medico paziente. Nella cultura medica tradizionale il mandato di assistenza medica comportava un affidamento incondizionato alla volontà e discrezionalità del medico curante. In un’ottica di assunzione paternalistica delle scelte ritenute migliori per il malato, il medico poteva prendere decisioni per conto e nell’interesse dello stesso, prescindendo dalla volontà di quest’ultimo. In Italia, in particolare, tanto la tradizione giuridica quanto quella medico legale si rifacevano a un’antica posizione della teologia cattolica secondo la quale l’intervento medico era giustificato dallo stato di necessità nel quale si trovava il paziente, il cui corpo poteva essere violato dalla medicina al fine di ristabilire le condizioni precedenti la malattia. 1 È noto come oggi la libertà del medico costituisca ancora un aspetto qualificante della relazione di fiducia che si instaura con il paziente (codice deontologico), ma ci si trovi in un’ottica diversa, maggiormente incentrata sulla responsabilizzazione e sulla tutela dei diritti individuali del paziente, al quale quindi il medico è tenuto a fornire determinate informazioni al fine di consentire a quest’ultimo di sapere, di scegliere e quindi di assumersi anche la responsabilità della scelta della terapia, compreso il diritto di rifiutare le cure. Espressione di tale orientamento è il “consenso informato”. 2 Se osservato dal punto di vista del paziente/malato, il consenso informato si fonda sul principio di autodeterminazione, affermato con sempre maggior forza dalla giurisprudenza e che trova le proprie basi normative negli art. 2 della Costituzione, 3 nell’art. 13 che garantisce l’inviolabilità della libertà personale e nell’art. 32 secondo comma Cost. secondo cui nessuno può essere obbligato a subire a un trattamento sanitario al di fuori dei casi previsti dalla legge. Il consenso informato, se osservato dal punto di vista del medico, costituisce un obbligo informativo che grava sul medico stesso, la cui violazione dà luogo, secondo la giurisprudenza di legittimità (Cass. 2006 n. 5444), a un autonomo illecito civile, con conseguente obbligo per il sanitario a risarcire i danni. 97 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e “silenzio terapeutico” Il quesito che si pone in questa sede riguarda l’esistenza nel nostro ordinamento giuridico di un diverso diritto in capo al paziente, ossia il “diritto di non sapere”, a non essere informato (e quindi a non conoscere l’oggetto dell’informazione intesa come diagnosi, prognosi, prospettive di guarigione, trattamento e le eventuali alternative), ma a fornire nel contempo il consenso alla cura che il medico ritiene idonea alla soluzione del problema. Trattasi di un diritto ipotizzato innanzitutto in dottrina con riferimento alla legge sulla privacy (Codice in materia di protezione dei dati personali 30/6/03 n. 196) il cui diritto alla privacy è inteso anche come potere negativo, ossia diritto di escludere dalla propria sfera privata determinate informazioni “in entrata”, mantenendo così il controllo sulle modalità di costruzione della propria sfera privata. 4 Il diritto a non sapere è inoltre previsto dai Comitati etici: per limitarsi a un solo esempio, secondo il Comitato Nazionale per la Bioetica “Il paziente ha diritto di essere informato (diagnosi, prognosi, alternative terapeutiche), ma ha altresì il diritto di rinunciare all’informazione, ha ossia il diritto di non voler sapere”. Siamo quindi in presenza di un segnale certo di un’esigenza alla quale l’ordinamento giuridico è chiamato a dare risposta, esigenza che ben si comprende se si riflette sul fatto che alla mancanza di configurazione in capo al paziente di un “diritto di non sapere”, consegue un’esasperazione dello speculare “diritto di sapere” (diritto a essere 98 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 informato), il quale trascende in un “obbligo di sapere” per essere curato, nel senso che il paziente non può prestare il proprio consenso al trattamento senza essere previamente informato. Da una visione paternalistica del rapporto medico paziente, così come sopra ricordata, si trascende in una visione di eccessiva responsabilizzazione del paziente. Si tratta probabilmente di un problema che dal punto di vista operazionale interessa maggiormente il profilo di responsabilità del medico per omessa informazione al paziente, più che la violazione di un ipotetico diritto a non sapere: ciò è dimostrato dalla mancanza di giurisprudenza che si pronunci sull’esistenza o meno nel nostro ordinamento giuridico del diritto a non sapere. Ciò premesso in un’ottica ricostruttiva è necessario verificare in primo luogo se esiste un fondamento normativo al diritto di non sapere, inteso come interesse giuridicamente rilevante del paziente a non conoscere e quindi a ignorare la propria condizione personale in assoluto. La Convenzione di Oviedo Tale fondamento si rinviene nella Convenzione di Oviedo – Convenzione per i Diritti dell’Uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti dell’applicazione della biologia e della medicina: Convenzione sui Diritti dell’Uomo e la Biomedicina (4 aprile 1997) – la quale all’art. 10 comma 2 stabilisce come “Ogni persona ha il diritto di conoscere ogni informazione raccolta sulla propria salute. Tuttavia la volontà di una persona di non essere informata deve essere rispettata”. Al pari del “diritto di sapere” la Convenzione riconosce il “diritto di non sapere” quale diritto fondamentale dell’individuo. La Convenzione di Oviedo è stata ratificata dall’Italia con legge 28 marzo 2001 n. 145 la quale all’art. 2 stabilisce come “piena e intera esecuzione è data alla Convenzione e al Protocollo di cui all’art. 1 a decorrere dalla data della loro entrata in vigore (in conformità a quanto disposto, rispettivamente dall’art. 33 della Convezione e dall’art. 5 del Protocollo)”. Si tratta quindi di una legge dello Stato che emana un ordine di piena e intera esecuzione alle autorità dello Stato. È pur vero che all’art. 3 è stabilito come “il Governo è delegato ad adottare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge uno o più decreti legislativi occorrenti per l’adattamento dell’ordinamento giuridico italiano ai principi e alle norme della Convenzione e del Protocollo di cui all’art. 1”. Si tratta però di decreti legislativi recanti innanzitutto “disposizioni ulteriori” e quindi non integrative o di modifica del testo della Convenzione, e inoltre diretti ad adattare l’ordinamento giuridico italiano ai principi e alle norme della Convenzione e del Protocollo. Si tratta quindi di norme immediatamente capaci di disciplinare una fattispecie concreta; ciò che è eventualmente in dubbio è la loro integrazione con le ulteriori norme dell’ordinamento giuridico nazionale. Ai nostri fini possiamo quindi affermare l’esistenza di un fondamento normativo al “diritto di non sapere”, e nello specifico di una legge dello Stato, che fa proprio per intero il testo della Convenzione di Oviedo, e di conseguenza l’art. 10 comma 2. L’integrazione dei principi posti dalla Convenzione di Oviedo nel nostro ordinamento giuridico è stata peraltro recentemente confermata dalla Corte di Cassazione (Cass., Sezione Prima Civile, Sentenza del 16 ottobre 2007 n. 21748), il cui testo afferma quanto segue: “Ora, è noto che, sebbene il Parlamento ne abbia autorizzato la ratifica con la legge 28 marzo 2001, n. 145, la Convenzione di Oviedo non è stata a tutt’oggi ratificata dallo Stato italiano. Ma da ciò non consegue che la Convenzione sia priva di alcun effetto nel nostro ordinamento. Difatti, all’accordo valido sul piano internazionale, ma non ancora eseguito all’interno dello Stato, può assegnarsi – tanto più dopo la legge parlamentare di autorizzazione alla ratifica – una funzione ausiliaria sul piano interpretativo: esso dovrà cedere di fronte a norme interne contrarie, ma può e deve essere utilizzato nell’interpretazione di norme interne al fine di dare a queste una lettura il più possibile a esso conforme. Del resto la Corte Costituzionale, nell’ammettere le richieste di referendum su alcune norme della legge 19 febbraio 2004 n. 40, concernente la procreazione medicalmente assistita, ha precisato che l’eventuale vuoto conseguente al referendum non si sarebbe posto in 99 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e “silenzio terapeutico” alcun modo in contrasto con i principi posti dalla Convenzione di Oviedo del 4 aprile 1997, recepiti nel nostro ordinamento con la legge 28 marzo 2001, n. 145 (Corte cost., sentenze n. 46, 47, 48 e 49 del 2005): con ciò implicitamente confermando che i principi da essa posti fanno già oggi parte del sistema e che da essi non si può prescindere”. Ritornando al tema del Dialogo, segnaliamo come il rapporto esplicativo della Convenzione di Oviedo sottolinea il riconoscimento di un diritto del paziente a non conoscere le informazioni che lo riguardano, qualunque sia la ragione sottostante. Si tratta di un diritto insindacabile, che non costituisce comunque ostacolo alla validità del consenso all’intervento stesso. Alla presenza di un paziente che formuli la propria rinuncia all’informazione e il contestuale consenso alla cura, consegue così l’obbligo per il medico di non comunicare al paziente alcunché con riferimento alla diagnosi e alla terapia da adottarsi e relativi rischi, ma il contestuale obbligo di approntare tutte le cure idonee, qualora il consenso alle stesse sia manifestato. Deve trattarsi naturalmente di un paziente capace di intendere e di volere, ossia di orientarsi nella realtà e di comprendere gli effetti e le conseguenze dei propri atti. 5 L’esistenza del “diritto a non sapere”, così come tratteggiato, validamente esercitato da un paziente, sarebbe di per sé sufficiente a sollevare il medico da qualsiasi conseguenza derivante dalla conseguente omessa informazione 100 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 prestata a monte della somministrazione del trattamento. Dal punto di vista operazionale, e in particolare probatorio, pare comune opportuno suggerire alcune accortezze per ragioni cautelative del medico stesso. È innanzitutto opportuno che la rinuncia all’informazione sia formulata dal paziente per iscritto, non in quanto ciò sia previsto ai fini della validità della rinuncia, la quale non è subordinata a requisiti di forma scritta ab substantiam e può quindi essere manifestata anche verbalmente (solo ai sensi del codice deontologico deve essere “documentata”), ma dovuta a ragioni probatorie. Parimenti, pare opportuno l’inserimento nel formulario di una clausola, la quale deve essere sottoscritta dal paziente, che esoneri il medico da responsabilità per ogni conseguenza derivante dalla mancata informazione. Talvolta può essere addirittura lo stesso malato ad attivare meccanismi di difesa, inviando al medico segnali dai quali si comprende che non vuole conoscere il proprio stato, seppur senza un esplicito rifiuto dell’informazione. In questi casi è chiaro che il medico deve adottare tutte le precauzioni necessarie a evitare al paziente una doppia sofferenza – psichica, che si somma al dolore fisico – ma ciò può concerne solo il quantum dell’informazione e il modo di somministrazione della stessa, che rimane affidato esclusivamente alla sensibilità del medico, il quale può, e spesso deve, mitigare i contenuti dell’informazione soprattutto in caso di malattia grave. Il medico non può però prescindere da una scelta del malato in senso o di rifiuto dell’informazione oppure di pura e semplice manifestazione del consenso informato. Se procede in questo senso lo fa a proprio rischio. Per il diritto, dal punto di vista tanto del malato, quanto del medico, non esistono zone grigie. Il consenso e, specularmene, la propria volontà di non sapere, devono essere manifestate in modo esplicito. Il Codice di Deontologia Medica Tuttavia le disposizioni della Convenzione di Oviedo non sono le uniche norme che richiamano il diritto del paziente a non sapere. Lo stesso Codice di Deontologia Medica all’art. 33, ultimo comma, stabilisce come “la documentata volontà della persona assistita di non essere informata o di delegare ad altro soggetto l’informazione deve essere rispettata”. Le norme deontologiche sono norme di rango secondario, qualificabili come regolamenti (interni) e non hanno quindi forza di legge; trattasi di disposizioni che vincolano unicamente i soggetti appartenenti all’ordine dei medici, in quanto appartenenti al gruppo che le ha prodotte. 6 In quanto tali, non sono quindi norme giuridiche idonee a costituire situazione giuridiche soggettive in capo a soggetti terzi, ossia diversi dal professionista, in questo caso il medico; esse non possono quindi costituire il fondamento di veri e propri diritti soggetti azionabili da soggetti terzi (per esempio, i pazienti), la cui violazione costituisca il presupposto di un’azione civile per il risarcimento dei danni. È però vero che il Codice di Deontologia Medica, e in particolare l’art. 33 (diritto di non sapere), costituisce una fonte sì secondaria, ma caratterizzata da particolare autorevolezza, la quale autorevolezza è data dalla presenza di una fonte primaria, di rango superiore, nella specie la legge di recepimento della Convenzione di Oviedo. Ne consegue che la norma deontologica viene utilizzata dal giudice quale criterio di valutazione di un interesse tutelato, nella specie il diritto di non sapere. Se e in quanto esiste una norma primaria, il giudice può infatti utilizzare le fattispecie previste nel codice deontologico e trasportarle nel giudizio di responsabilità. Se un paziente comunica al medico la propria volontà di non voler sapere e il medico comunica comunque la diagnosi, causando un danno (per esempio, shock nervoso) al paziente, la norma deontologica di cui all’art. 33 relativa all’obbligo del medico di rispettare la volontà del paziente di non sapere può quindi integrare il giudizio di responsabilità, quale criterio di valutazione del fatto come “ingiusto”, ai sensi dell’art. 2043 del codice civile. 7 La violazione di tali norme deontologiche comporta naturalmente la comminazione di una sanzione disciplinare in capo al medico che, 101 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e “silenzio terapeutico” comunicando la diagnosi contro la volontà del paziente, viola il suo diritto di non sapere. Fattispecie ulteriori Richiesta di non informare il malato formulata da un parente del malato o da un terzo. La prassi di assecondare richieste di congiunti relative al desiderio di non comunicare la diagnosi al malato non ha alcuna rilevanza giuridica e di conseguenza nessun effetto scriminante nei confronti del medico; tale richiesta non trova riscontro in alcuna disposizione di legge e contrasta inoltre con il diritto ad autodeterminarsi, diritto personalissimo e non delegabile (salvo in ipotesi di minori o persone affette da malattia mentale). Se il trattamento risulta essere necessario e urgente, in assenza di consenso del paziente, come già affermato poco sopra, il fondamento giuridico dell’azione medica è lo stato di necessità e non la volontà dei congiunti di procedere senza informazione. Richiesta di non sapere accompagnata dall’individuazione di una diversa persona delegata a sapere, così come previsto dal Codice di Deontologia Medica art. 33 e dal Comitato Nazionale per la Bioetica. Il Codice di Deontologia Medica prevede all’art. 33 “la documentata volontà della persona assistita di non essere informata o di delegare ad altro soggetto l’informazione deve essere rispettata”. Seppur il codice deontologico non è del tutto chiaro, certo è che 102 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 l’affermazione “delegare l’informazione” non comprende altresì la delega della manifestazione del consenso. La norma deve essere quindi letta nel senso che l’informazione può essere delegata ad altro soggetto, ma il consenso al trattamento rimane comunque in capo al paziente che decide di non sapere. Interesse del paziente a mantenere segreta una malattia potenzialmente rischiosa per soggetti terzi. Quid juris nell’ipotesi di un paziente che abbia interesse a mantenere segreta una diagnosi in presenza di rischio di danni ad altri soggetti (partner che ignora l’infezione HIV della persona con la quale ha rapporti sessuali)? Il medico può o addirittura deve infrangere il segreto professionale, informando il terzo che si trova in una situazione di potenziale pericolo? La legge 135/1990 all’art. 5 (accertamento dell’infezione) tutela rigorosamente il diritto di riservatezza del malato di HIV o AIDS, obbligando i sanitari al segreto professionale e indicando il malato come unico soggetto legittimato a ricevere gli accertamenti diagnostici. Secondo la dottrina 8 si è di fronte a un classico caso di bilanciamento di interessi diversi, nel quale il diritto alla riservatezza del malato cede di fronte al diritto alla salute del soggetto sano. Lo stesso codice di deontologia medica all’art. 12 consente al medico il trattamento dei dati personali del paziente in assenza di consenso di quest’ultimo quando vi sia la ne- cessità di salvaguardare la vita o la salute del paziente stesso o dei terzi. Ne consegue che il medico non è responsabile della violazione del segreto professionale, ma non è conseguentemente obbligato a informare i terzi che vengano a contatto con il malato, quale il partner. Per il medico si tratta di un problema di coscienza, non giuridico. Responsabile sarà diversamente il soggetto malato qualora trasmetta la malattia al partner ignaro. Sapere troppo e male. Ci si riferisce al problema del paziente che pretende di ottenere dal medico troppe informazioni e infiniti dettagli: il medico è obbligato ad assecondare le continue, spesso inutili, domande del paziente? Il contenuto dell’informazione ai fini del consenso riguarda la diagnosi, la prognosi, le prospettive di guarigione, il trattamento e le eventuali alternative. Il quantum dell’informazione rimane affidato esclusivamente al medico, il quale può incorrere in un giudizio di responsabilità solo qualora l’informazione sia stata mantenuta sotto la soglia minima richiesta (elementi essenziali della diagnosi, prognosi, possibili trattamenti), ma sopra tale soglia minima nulla è dovuto. [2] [3] NOTE [4] [1] Agnino F. Consenso informato al trattamento medico-chirurgico: profili penalistici e civilistici. Torino: Itaedizioni, 2006. [5] Fresa R. La colpa professionale in ambito sanitario: responsabilità civile e penale, consenso informato, colpa e nesso causale, casistica e giurisprudenza. Torino: UTET, 2008. La bibliografia sul tema del consenso informato è sterminata. Per tutti, unitamente all’opera citata nella nota precedente, si veda Castaldi R et al. Il consenso informato: difesa del medico e diritto del paziente: formulario, giurisprudenza, normativa. Santarcangelo di Romagna (RN): Maggioli, 2007. In tema di consenso e risarcimento del danno si legga: Turillazzi E, Guerra C. “Consenso informato: l’obbligo risarcitorio”, in Rivista Italiana di Medicina Legale On-Line 2007; 6: 865. Sull’onere della prova inoltre: Izzo U. La precauzione nella responsabilità civile: analisi di un concetto sul tema del danno da contagio per via trasfusionale. Trento: Università degli Studi di Trento, 2007. “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Rodotà S. Tecnologie e diritti. Bologna: Il Mulino, 1995. È noto come in presenza di un paziente affetto da malattia mentale il consenso al tratta103 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e “silenzio terapeutico” mento sanitario obbligatorio possa essere ottenuto dal tutore, se nominato; in caso contrario il medico può attuare la terapia con tutte le cautele del caso previste dalla legge. Qualora il paziente fosse, diversamente, incosciente, in caso di emergenza il medico può intervenire in assenza di consenso, in quanto il suo operato è legittimato dalla presenza del c.d. “stato di necessità”. [6] Sulla natura delle norme deontologiche si veda Alpa G, Zatti P (a cura di). Codici deontologici e autonomia privata. Giuffrè: 2006. [7] Art. 2043 “Qualunque fatto doloso o colposo che causa ad altri un danno ingiusto obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”. [8] Rodotà S. Op. cit. Elena Ioriatti è Ricercatore in Diritto privato comparato Università di Trento 104 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caso I Tempo fa ho oncontrato una signora di mia conoscenza che mi confidò la paura di avere “un brutto male”, ma nessuno, nè famigliari né dottori, le aveva ancora detto nulla di preciso. Ella mi spiega che non è il cancro in sé a spaventarla, ma il non riuscire a definirne i limiti per la scarsità di informazioni a riguardo. Se conosci i confini e i limiti del tuo nemico hai la possibilità di combatterlo con tutte le tue forze fisiche e psichiche, ma se ciò ti viene precluso le tue energie mentali, non più direzionate, sono preda degli stati d’animo quali la paura, la rassegnazione e la depressione. Nonostante ciò la signora mi appare serena e quasi fiduciosa. I dolori che aumentano sempre più in frequenza e intensità le danno la “quasi certezza” che il vecchio nemico non è mai stato sconfitto ma si è solo nascosto in lei. I medici e i suoi famigliari, al contrario di lei, conoscono molto bene la realtà, ma non sono certi che per lei conoscerla sia la cosa migliore, perché temono che smetta di lottare; essi sono combattuti anche dalla vecchia consuetudine di nascondere al malato una brutta realtà per una strana forma di pietà e rispetto. Qualche tempo dopo ritrovo la signora più serena che in precedenza, nonostante il dolore fisico. Mi confida che finalmente i suoi famigliari le hanno aperto gli occhi sulla realtà. I sospetti e le paure causati dall’ignoranza della conoscenza hanno lasciato il posto alla pace e alla serenità di chi non si sente condannato. Congedandomi da lei, mi resta la consapevolezza che è di fondamentale importanza rendere partecipe il malato di ciò che lo aspetta, per togliergli almeno quella parte di dubbi e incertezze che accompagnano le malattie incurabili. [Farmacista] 105 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caso II Paziente adulto con neoplasia metastatizzata in fase avanzata di malattia, consapevole della neoplasia, ma non della comparsa delle metastasi. La mancata comunicazione della progressione di malattia era stata decisa da parte del medico specialista in accordo con la moglie del paziente, che affermava che il marito non avrebbe potuto tollerare la notizia della progressione rapida della neoplasia. Alla presa in carico sono subito sorte difficoltà nella comunicazione con il paziente, in quanto sempre “presidiato” dai parenti con ordine tassativo di non dire nulla. Il MMG conveniva con loro per non creare dei conflitti. Il primo passo fatto è stato di effettuare un colloquio privato con la famiglia, durante il quale ho spiegato tutte le difficoltà che avremmo incontrato nel mantenere tale atteggiamento, difficoltà che sarebbero diventate troppo pesanti non solo per loro, ma anche per gli operatori sanitari e il paziente stesso. Inoltre veniva comunque ribadito che l’interlocutore per noi era e rimaneva solo il paziente e che anzi avrebbe dovuto essere lui a concederci l’autorizzazione a informare i parenti e non viceversa, e che era indispensabile che il paziente facesse con noi un certo tipo di percorso per portarlo a fare delle scelte sia terapeutiche sia di fine vita, scelte che avrebbe potuto fare liberamente solo se fosse stato messo in determinate condizioni di autonomia, cioè dopo essere stato informato in modo adeguato ed esaustivo. La famiglia, suo malgrado, accettò e dopo alcuni incontri il paziente è stato pienamente informato riguardo la sua malattia. Attualmente è ancora in carico al nostro servizio, ha un rapporto di totale fiducia con tutti gli operatori, tutte le scelte sono state e continuano a essere concordate con lui in prima persona, coinvolgendo in seconda istanza anche la famiglia, che a distanza di tempo ha apprezzato il nostro operato ed è parte integrante del piano di assistenza con un ruolo decisamente più sereno. [Medico] 106 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caso III Dire o non dire la verità, e quando e come dirla sono tra gli aspetti più ostici e delicati del rapporto con le persone. Il rapporto con l’utente non è sempre semplice, spesso ci troviamo a dover scegliere fra ciò che noi pensiamo sia bene per il nostro paziente e quello che invece il paziente vorrebbe per sé stesso. Non sempre queste due esigenze sono conciliabili, la soluzione passa attraverso il rispetto della libertà, dell’autonomia e della dignità della persona, ma anche attraverso il rispetto della giustizia sociale. Nella nostra società esiste una sorta di congiura del silenzio rispetto alla morte, vogliamo che la persona assistita possa morire senza accorgersene. Bene o male? Così la persona che muore è costretta a recitare fino alla fine la commedia della guarigione e dell’immortalità. È una situazione imbarazzante, impedisce un rapporto autentico basato sulla sincerità. Morire non è più un fatto naturale ma un tabù da nascondere. Ma spesso di fronte alla affermazione di una persona anziana di essere arrivata alla fine della sua vita, non so come reagire, e lo so che non esiste una risposta pronta. La morte della persona assistita è il simbolo della nostra morte ed è anche il segno della nostra impotenza. [Infermiera professionale] 107 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caso IV Diritto di sapere e di non sapere (ma manca la quota di dovere) Penso che il diritto del paziente di far modulare l’informazione secondo i suoi bisogni sia legittimo. Ritengo però che sia molto difficile da parte di medici e operatori sanitari bilanciare questo diritto-desiderio con gli obblighi (dovere), imposti al medico, di fornire informazione sullo stato di salute al soggetto. Ho sentito parlare di diritto del cittadino/paziente e di dovere del medico, ma non ho sentito parlare di doveri del cittadino/paziente e di diritto del medico durante l’atto di cura. Questo sbilanciamento a favore del cittadino/utente può generare confusione. E la confusione si crea quando il paziente si trasforma in cittadino e pretende trattamenti che, in quanto paziente, non riteneva utili. Il problema, secondo me, è dato dalla confusione del ruolo paziente/cittadino che incarna diversi desideri, a seconda della veste che ricopre in quel momento, e spesso una veste collide con l’altra. Pertanto, è necessario che il codice deontologico della professione medica, anche se rivisto da poco, venga rivisitato e prenda in considerazione problemi come il rapporto tra la nuova dimensione medico-cittadino e anche il cittadino che lavora come medico che incontra questi utenti che cambiano dimensione e pretese, a seconda di come decidono di porsi in contatto. Penso che questa criticità dipenda dalla configurazione sociale del ruolo attuale del medico, che talora deve essere all’antica (rapporto medico-paziente) e talora deve essere moderno (rapporto medico-cittadino), senza che le regole siano state esplicitate da nessuno, rimanendo affidate al buon senso del medico. [Medico] 108 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caso V Esiste un diritto del paziente a non sapere, a non conoscere una diagnosi, in particolar modo se si tratta di una diagnosi di malattia a prognosi infausta. Nella pratica clinica di tanti anni non mi è mai capitato che un paziente abbia espresso in modo chiaro questa sua volontà. Più frequentemente il paziente ci invia segnali molto sfumati. Spesso non ci chiede di tacere, ma di entrare in sintonia; ci chiede una comunicazione su misura, che non espliciti una diagnosi in modo diretto e crudo, ma piuttosto che si articoli in fasi successive e tempi rispettosi della sua situazione psicologica e culturale. In realtà il paziente vuole sempre sapere, vuole sempre potere sperare e, ovviamente, ne ha il diritto. Il medico si trova così gravato da una grande responsabilità e riveste un ruolo ancora più importante e difficile, quello di unico e insostituibile riferimento per il paziente che vuole la verità, ma una verità filtrata secondo le sue esigenze. È dovere del medico capire e informare. Molta attenzione va posta al rapporto con i famigliari, che possono dare notizie importanti (sempre da valutare con spirito critico), ma mai possono sostituirsi al paziente stesso. Il problema è quindi, più che sapere o non sapere, quanto e in che modo sapere e quindi, per quanto riguarda il medico, come informare. Per questo non esistono schemi né protocolli, ma solo sensibilità e preparazione da parte del medico. [Medico] 109 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Le riflessioni del gruppo di lavoro Il tema del terzo incontro dei Dialoghi ha riguardato il diritto di sapere e di non sapere del paziente. A seguito dell’incontro, sono giunti 106 elaborati inviati dalle diverse figure professionali presenti. L’analisi da parte del gruppo di formazione sul campo ha evidenziato alcune linee comuni nei diversi elaborati considerati, che vengono qui riprese. Una esigua minoranza di casi (4) ha evidenziato l’opportunità di una non comunicazione al paziente, talvolta su indicazione dei familiari, talvolta in base alla “interpretazione” della volontà del paziente. Tale orientamento, alla luce di quanto emerso nelle relazioni della conferenza, si pone, in linea di principio, in contrasto con gli obblighi giuridici degli operatori sanitari. A fronte di questo dato minoritario, la maggioranza degli elaborati pervenuti ha evidenziato la necessità e l’opportunità che il paziente sia informato sulla propria condizione di salute. In diversi elaborati emerge come difficilmente il paziente non voglia sapere. All’opposto, più di un operatore sanitario afferma esplicitamente di non avere mai incontrato un assistito che realmente non volesse essere informato. Questa considerazione si rivela “interdisciplinare”, poiché caratterizza le riflessioni di diversi operatori sanitari, nello specifico: medici, infermieri, fisioterapisti. Data questa affermazione di principio, le considerazioni sulla comunicazione si articolano poi su diversi piani. In primo luogo, si evidenzia un dato illustrato anche da uno dei relatori della conferenza (dott. Branz): la richiesta di non sapere e di non essere informato da parte di un paziente sottende spesso esigenze profonde. Se tali esigenze trovano comprensione da parte dell’operatore sanitario, difficilmente il paziente persiste nella volontà di non sapere. Questa considerazione emerge a più riprese negli elaborati pervenuti. Da questo punto di vista, si comprende il concetto di informazione come responsabilità dell’operatore sanitario e, all’opposto, la non comunicazione come possibile forma di “deresponsabilizzazione” nell’ambito di un aspetto così complesso e delicato quale può essere la trasmissione di notizie negative. In secondo luogo, si evidenzia a più riprese come uno dei motivi in favore della comunicazione quanto più trasparente, possa essere individuato nella mancanza di conoscenza della vita privata dei pazienti. In particolare, le ingerenze dei parenti o delle persone più vicine possono essere determinate dai motivi più disparati, che possono andare dall’affetto, agli interessi economici, a dinamiche di difficile comprensione e delle quali, in ultima analisi, solo il paziente è “arbitro”. In questi casi, la mancanza di informazione interagisce con queste possibili problematiche, pur senza la consapevolezza dell’operatore sanitario. Accanto a questo aspetto, va poi evidenziato come una possibile “interferenza” possa provenire dall’ampio numero di informazioni (e disinformazioni) a disposizione del paziente: la mancata comunicazione si scontra inevitabilmente anche con questo aspetto poiché, 110 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 come richiamato da alcuni operatori, nel panorama attuale è difficile non sapere. La comunicazione, quindi, rischia di lasciare il campo alla ricerca di informazioni da parte del paziente, senza il supporto scientifico necessario alla verifica della bontà delle stesse. In terzo luogo, l’affermazione della necessità di una comunicazione completa da parte dell’operatore sanitario non può prescindere da una riflessione sulle modalità della stessa. Numerosi elaborati hanno preso in esame questo aspetto. Alcune, hanno evidenziato l’importanza della gradualità della comunicazione, che consideri l’individualità del paziente e le sue personali esigenze di comprensione, culturali ed emotive. Da questo punto di vista, è emerso il concetto di informazione parziale. Nelle parole di un fisioterapista: “Ma c’è anche, come spesso nella vita, la via intermedia, la comunicazione volutamente parziale, quella che mette in luce maggiormente la positività e che, fin dove è possibile, ridimensiona, sdrammatizza, espone con le connotazioni più accettabili gli elementi negativi; e c’è la comunicazione volutamente graduale che trasmette le informazioni, specie se scoraggianti, un passo alla volta, affinché siano assorbite e lentamente accettate.” Da questo punto di vista, unanime sembra l’individuazione dell’opportunità di non “delegare” la comunicazione con il paziente ai moduli del consenso informato che andrebbe, all’opposto, “accompagnato” da spiegazioni chiare e dall’ascolto. L’attenzione per le modalità della comunicazione sembra rispondere a una serie di obiettivi importanti: la fiducia verso il curante, indispensabile per un buon “percorso terapeutico”; la risposta alle esigenze inespresse, nondimeno presenti, del paziente; soprattutto, la cura degli aspetti della comunicazione quanto più partecipata e “umana” possibile sembra essere la via principale per coniugare gli obblighi giuridici che incombono sugli operatori sanitari in tema di comunicazione, con la deontologia professionale e quel margine di soggettività che inevitabilmente connota ogni paziente, ogni percorso patologico e quindi, in ultima analisi, ogni relazione medico paziente. Da questo punto di vista, l’attenzione per le modalità della comunicazione persegue l’obiettivo di un connubio tra soggettività e garanzia, tra regole comuni e ascolto del singolo individuo. Nelle parole di un medico: “[…] il sapere (cosa, come, quando, rispetto a chi, eccetera) all’interno della relazione di cura non è un diritto ma una costruzione clinica fatta in collaborazione tra curante e curato.” A tal fine, si rivela indispensabile un buon livello di comunicazione tra gli operatori sanitari stessi: in questo senso si individua un collegamento con il tema del Dialogo precedente (la comunicazione tra gli operatori sanitari). Questo si rivela necessario in primo luogo per concordare le modalità della comunicazione: la gradualità della stessa, la “verità” della quale il paziente è al momento a conoscenza… Non a caso, il concetto di alleanza terapeutica è a più riprese riferito in primis agli operatori sanitari stessi, in un concetto corale e concordato di cura. Ancora una volta emerge l’importanza del tempo della comunicazione, inteso questa volta come momento più opportuno nel quale fornire la comunicazione. In relazione a ciò, sono evidenziate alcune lacune, tra cui le difficoltà della comunicazione stessa, talvolta delegata da un operatore sanitario all’altro, specie se dolorosa. 111 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Vi sono infine alcuni settori che presentano peculiarità loro proprie. È il caso, per esempio, della “medicina predittiva” e, più in generale, delle consulenze in ambito genetico. In questi casi si parla di malattia talvolta potenziale e la comunicazione con il paziente diventa più complessa sia in senso oggettivo (che cosa comunicare?), sia in senso soggettivo (a chi comunicare?), poiché spesso i soggetti coinvolti sono più d’uno, non tutti sono a conoscenza delle medesime informazioni e la comunicazione a un soggetto può ledere il diritto alla riservatezza di un altro. Emergono poi accenni alle problematiche specifiche nei confronti di alcuni soggetti, in particolare i minori. In quest’ambito, le problematiche sia giuridiche, sia mediche, sia deontologiche si complicano e presentano caratteristiche del tutto peculiari, la cui analisi richiede un’attenzione specifica. Problematiche peculiari sorgono anche nei confronti dei soggetti anziani, per i quali sembra amplificarsi la richiesta di “non dire” avanzata dai terzi, in particolare dai parenti. Pur nella difficoltà di adoperare una valutazione che prescinda dalle specificità di ogni singolo caso, emerge la necessità di informare quanto più possibile e con le dovute modalità anche tali soggetti. Infine, va riscontrato come molti operatori sanitari abbiano fatto riferimento a un mutamento rispetto al passato, in cui “non dire era le regola”. Da questo punto di vista, la medicina e la giurisprudenza si allineano; può essere citata, per esempio, la giurisprudenza della Corte di cassazione, che ha subito un simile mutamento, dalla giustificazione di un “non dire” all’obbligo di comunicazione (cfr. a es. il mutamento giurisprudenziale rappresentato da Cass. Civ., Sez. III, n. 3906, 6 dicembre 1968 a Cass. penale, sez. VI, 23 marzo 1997, n. 3599). 112 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Informazione e disinformazioni nell’era della comunicazione Dialogo di Bioetica e Biodiritto del 16 novembre 2007 L’accesso ad informazioni di carattere sanitario è ampiamente facilitato dai mass media ed in particolare dalla grande ed indiscriminata offerta di dati presente in Internet. Tale facilitazione sembra talvolta attenuare l’asimmetria conoscitiva tra le due figure dell’operatore sanitario e del paziente, che pure sussiste ed èforse amplificata dalle difficoltà che il cittadino incontra nel gestire tale massa di informazioni. L’incontro si propone la verifica dell’effettiva portata di questo “avvicinamento”, analizzando in che misura le informazioni reperite dai cittadini-pazienti possono influire sulla comunicazione con il soggetto curante. I confini virtuali delle reti d’informazione (siti di consulenza on-line, newsgroup, riviste o trasmissioni specializzate, ecc.) entrano talvolta in conflitto con i confini delle professioni sanitarie che, giuridicamente, sono delimitati da una tutela assai rigorosa (basti pensare alle norme penalistiche sull’esercizio abusivo di professione): ne deriva un quadro talvolta contraddittorio e di difficile definizione. 113 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 L’informazione sanitaria in rete Maurizio Bonati Le possibilità informative di Internet sono un diritto da potenziare, ma senza prescindere dal fatto che l’informazione deve essere affidabile per il paziente e l’operatore sanitario che vi accedono. Alle informazioni siamo esposti e sottoposti, quotidianamente e continuamente, consapevolmente e inconsapevolmente. Le fonti sono diverse, vanno dai “giornalacci” alle pubblicazioni più blasonate, ma per tutte il tono dell’informazione tende a essere sensazionalistico e la ricerca dello scoop caratterizza anche l’informazione sulla salute. Prendiamo come esempio l’aviaria. In alcuni contesti è ancora un argomento corrente: quanti investimenti sono stati fatti? quanto vaccino è stato acquistato? che ne facciamo ora? Ma sulla stampa l’aviaria è scomparsa. Eppure, a suo tempo, l’informazione era di questo tono: “Fino a 16 milioni di contagi, 2 milioni di ricoveri, 150.000 morti solo in Italia” (Corriere della Sera). Il tutto sottoscritto da autorevoli infettivologi. Il dramma e l’apocalisse! Ma, fortunatamente, il virus ha colpito molto più i media che le persone. Il caso dell’aviaria è emblematico di come venga gestita l’informazione in quello che è, 114 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 fondamentalmente, analfabetismo sanitario. Le grandi paure o le grandi aspettative e la richiesta di una soluzione immediata sono suffragate e supportate dall’ignoranza. Questo non vale solo per il paziente: c’è un’ignoranza anche da parte degli operatori sanitari rispetto all’evoluzione degli strumenti disponibili per l’informazione. Internet è uno strumento semplice, poco costoso, di ampia distribuzione, che tutti possono consultare e a cui tutti possono contribuire. Per esempio, Wikipedia è un’enciclopedia semplice, ma ha il pregio che chiunque può aggiungervi o modificarne i testi. Con le risorse della rete anche un non professionista ha a disposizione una potenzialità di informazione enorme, in grado di condizionare e modificare la conoscenza. I blog fanno sì che non ci sia solo il semplice lettore passivo, ma che chiunque possa partecipare, inviando e ricevendo commenti. Questo è quello che sta succedendo con Internet, anche se in Italia siamo ancora a un livello di utilizzo inferiore rispetto a quello degli USA, dove il 75% della popolazione, indipendentemente dal livello sociale, lo utilizza. Si tratta di uno strumento di tale capacità di penetrazione che ha scardinato i messaggi e le modalità dell’informazione. Vari studi documentano che si utilizza Internet sempre di più anche per avere informazioni sanitarie e che chi si collega alla rete non lo fa a caso, e lo continua a fare almeno tre volte in settimana e più. È una realtà prevalentemente americana, ma questo utilizzo si sta espandendo anche in Europa. Di quel 75% di americani che si collega a Internet, la metà lo usa per avere informazioni sanitarie: per “difendersi/tutelarsi” nell’incontro/ visita con il medico. Questo implica la necessità di un nuovo modo di lavorare per i medici, che devono essere non solo “informati(zzati)”, ma preparati a insegnare al paziente a valutare la struttura, i contenuti e le finalità dei siti che riportano informazione sanitaria. Diventa quindi necessario un bagaglio di conoscenze non previsto né prevedibile ancora pochi anni fa. Le possibilità offerte dalla rete sono positive e vanno incentivate, perché fonte di democrazia, di partecipazione e condivisione di un percorso di in-formazione e conoscenza. Ma c’è un aspetto fondamentale di cui bisogna tenere conto: è importante non soltanto avere a disposizione degli strumenti, ma anche sapere in che misura essi siano utili, necessari e affidabili. Nel percorso curativo, il paziente e il medico interagiscono tra loro, ciascuno con il proprio ruolo; ma l’interazione può modificarsi quando il paziente rivendica una propria autonomia decisionale “informata”. In questo percorso l’uso di Internet non è solo una riposta a un bisogno, ma rappresenta anche un diritto. Per questo l’informazione in ambito sanitario deve passare anche in Internet, non solo con le pagine gestite dalle istituzioni del settore, ma anche con quelle elaborate dai cittadini-pazienti, come momento di partecipazione a una forma di democrazia della realtà sanitaria. Un altro studio ci dice che il 35% di chi si collega cerca informazioni sulla salute. È un dato che non può essere ignorato: un terzo degli accessi alla rete ha a che fare con la sfera dello “star bene”. È importante vedere dove si cerca: dal momento che tutti possono partecipare alla diffusione dell’informazione, la qualità dell’informazione stessa sarà variabilissima. Un altro dato interessante, fornito da uno studio su 12.000 utenti, è che la metà di chi si connette cerca informazioni su problemi di salute, che il 57-60% di loro lo fa più volte alla settimana e che almeno la metà di chi guarda pagine relative alla salute ha una malattia cronica. Lo scambio di informazioni avviene sempre di più nelle chat fra pazienti. È un dato da tenere in considerazione, una modalità dettata dal bisogno, ma anche, e fondamentalmente, un diritto che sarebbe bene potenziare. Tuttavia, non si può prescindere dal fatto che l’informazione deve essere corretta, adeguata, qualitativamente garantita e quindi degna di fiducia da parte del paziente e dell’operatore sanitario che vi accedono. I sistemi per valutare l’attendibilità di un sito ci sono. È operante, per esempio l’HONcode (Health on the Net Foundation Code of Conduct) un organismo internazionale che certifica la qualità del sito. Altre indicazioni si possono ricavare dal115 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Informazione e disinformazioni l’estensione dell’indirizzo del sito: per esempio, .org, .int, .edu ci informano che il sito stesso è gestito da una istituzione ufficiale. Un altro punto critico dell’informazione in rete è il rischio di banalizzare il messaggio o, al contrario, di renderlo di difficile comprensione. L’informazione è democrazia se è comprensibile e se c’è interazione, il che non vuol dire necessariamente condividere le reciproche posizioni, ma significa che almeno le si capisce. Quanto più l’informazione data è scientificamente attendibile, tanto più essa è difficile da comprendere: due studi che hanno analizzato una serie di pagine web di largo utilizzo documentano che, per comprendere appropriatamente quanto riportato, l’utente deve avere una formazione scolastica superiore. E ciò comporta che chi non è messo in grado di comprendere questa informazione di qualità si rivolgerà inevitabilmente ad altre fonti più comprensibili, con il rischio di avere un’informazione scarsa o scorretta. Il fatto di consultare un sito piuttosto che un altro espone non solo al rischio di informazioni diverse e magari contrastanti, ma anche alla possibilità di conseguenze sanitarie negative. In effetti, studi sulla qualità dei siti che danno informazione sanitaria rilevano che molti di questi non forniscono dati corretti, rendendo “dannoso” uno strumento potenzialmente utile. Dieci anni fa abbiamo condotto uno studio di analisi sulle informazioni fornite in rete in merito a un’operazione piuttosto 116 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 banale: la misurazione della febbre nel bambino. Già allora, a seconda del sito consultato, venivano fornite informazioni scorrette. In alcuni siti si diceva che la febbre nel bambino piccolo va misurata sotto l’ascella: un consiglio sbagliato. In altri siti si diceva che al bambino con la febbre si devono applicare spugnature fredde: un rimedio che non solo non è evidence based, ma addirittura controproducente, quando non è dannoso. Più recentemente abbiamo fatto uno studio di valutazione sui siti italiani che si occupano di fibrosi cistica. In merito a questa patologia c’è un network di tutti i centri, in pratica una rete fitta di nodi e ben distribuita. I siti ufficiali sono circa cinquanta: tanti, in particolare se confrontati con quelli dedicati ad altre malattie croniche. Il nostro studio ha rilevato che generalmente le informazioni riportate erano corrette: solo un sito era al di sotto dei requisiti minimi per essere valutato (ma, purtroppo, poteva essere consultato). Alcuni siti erano più focalizzati sulla terapia, altri sulla diagnosi, altri ancora sulla riabilitazione. In particolare, i siti delle associazioni dei pazienti e delle loro famiglie sono risultati i più completi e bene affiancati da referenti scientifici, forse perché espressione diretta, “vissuta”, dei bisogni informativi. Questo non succede per tutti siti delle associazioni di pazienti/familiari. Spesso la mancanza di autonomia culturale e scientifica espone le associazioni al rischio di dipendenza da terzi, motivati da altri fini, anche speculativi (per esempio, le industrie del farmaco). Se si consultano i siti che trattano della depressione si osserva che molti non si attengono alle linee guida, non danno un’adeguata informazione o ne forniscono di sbagliate e addirittura di controproducenti. Va detto però che a fronte di tanti studi fatti sull’utilizzo e sulla positività di Internet, non ci sono studi che documentino che la consultazione della rete per ottenere informazioni sanitarie possa anche nuocere. Per essere precisi, è stato descritto il caso di un cane morto perché l’informazione veterinaria trovata in Internet era errata, ma non si trovano episodi analoghi per quanto riguarda le cure mediche. Infine, un altro aspetto negativo della rete è l’esposizione inconscia alla pubblicità. Digitando i termini “bambino” e “diarrea” in Google, compare una pagina standard con informazioni generali, dove si cita e si mette in evidenza uno specifico prodotto farmaceutico (Enterogermina). Se non viene soppesato il messaggio, è facile giungere alla conclusione: se c’è la diarrea meglio prendere l’Enterogermina, che poi fa bene anche se prendo l’antibiotico e anche se il bambino dovesse avere il vomito. Partendo da questo fatto, abbiamo cercato quale relazione ci sia tra tra la pubblicità occulta o marginale delle pagine web e la pubblicità dei giornali. Abbiamo preso in esame le cinque riviste più distribuite in ambito pediatrico e abbiamo analizzato il tipo di informazione fornita. Tolte le riviste di alcune associazioni non-profit, nelle altre un terzo delle pagine è dedicato alla pubblicità. Il che non è di poco conto se si pensa a quanto è lo spazio disponibile nell’ambito virtuale: infinito! Va poi detto che l’informazione fornita non era molto corretta. Per esempio, da più di dieci anni è stato ratificato il codice sull’allattamento al seno e in Italia c’è una legge che vieta la pubblicità degli starting, ma sulle riviste di pediatria si trova ancora. Non solo: in ogni riga potrebbe essere evidenziata dell’informazione ingannevole. Prendiamo la pubblicità di un biberon: “clinicamente testato, meno coliche e meno pianti”. L’espressione “clinicamente testato” dovrebbe rimandare a studi clinici, ma non c’è nulla di tutto ciò. “Imita il seno materno”: non pertinente e ingannevole. Non va meglio con la pubblicità sui giornali che arrivano al medico: “Reflusso gastroesfageo? No grazie!”, come se fosse una patologia e non un sintomo. Se ci sono messaggi come questi in un settore, le riviste su carta, relativamente controllato, si pensi a cosa ci può essere in uno spazio “senza controllo” come la rete, e che cosa può sottostare a un messaggio apparentemente insignificante. In un ambito sanitario il ruolo importante decisionale spetta comunque e sempre al medico, anche dopo aver consultato Internet. Maurizio Bonati è Responsabile del Laboratorio per la Salute Materno-Infantile presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”. 117 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 L’informazione farmaceutica Roberta Calza L’industria farmaceutica non può essere una fonte di informazioni sicure: non è possibile veicolare insieme propaganda e informazione affidabile. Molte volte, nel mio lavoro, i miei interlocutori, siano essi colleghi, clienti o pubblico in qualche conferenza di educazione alla salute, si rivolgono a me iniziando il discorso con: “Ho letto sul giornale che… Alla televisione hanno detto che… Ho cercato su Internet e ho trovato che…” E l’atteggiamento sottintende quasi sempre che, se lo ha detto Internet, il giornale o la Tv, la cosa ha sicuramente un fondo di verità. Tuttavia, accanto a chi prende per oro colato l’informazione dei mass media e mi si rivolge in modo quasi sprezzante, accusandomi di scarsa informazione, per fortuna, almeno nella mia esperienza professionale, la maggior parte delle persone si pone la domanda: “A chi dar retta?” A volte i pareri non sono concordi neppure fra gli esperti e a confondere ancor più le acque c’è il bombardamento dell’informazione. Credo che non possiamo permetterci di ignorare questo disorientamento: l’attendibilità e la qualità delle informazioni riguardanti la sa118 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 lute non riguarda solo gli operatori sanitari, ma anche i pazienti. A questo proposito, ho provato ad analizzare l’informazione sanitaria fornita recentemente da riviste e settimanali “specializzati in salute” venduti in edicola, quotidiani di larga diffusione nazionale, pubblicità (televisiva, sui giornali, su Internet). Mi sono soffermata sugli argomenti più frequentemente trattati, sugli sponsor citati, sulla pubblicità di farmaci e integratori. Cito degli esempi: – Da AS agenda della Salute, mensile, ottobre 2007, ed. Politecne, con la direzione scientifica di Carlo Gargiulo, della trasmissione televisiva Elisir. Titolo dell’articolo: “Gli integratori alimentari alleati della crescita: non sempre il regime alimentare dei bambini garantisce il necessario apporto di fattori nutrizionali” … studi condotti dimostrano come sia diffusa la carenza di importanti fattori nutrizionali tra i bambini … per questo, oltre a seguire un’alimentazione equilibrata,è utile integrare con fonti concentrate di vitamine, sali minerali ed elementi “attivi” [attivi?] … ora gli integratori sono sempre più simili a caramelle o “snack” … un modo semplice per rendere più sana la merenda dei nostri figli … Alla fine dell’articolo si rimanda a un sito Internet dove si possono comperare visionare e comperare i prodotti. Titolo dell’articolo: “L’intestino dalla A alla Z” … l’intestino è un organo del corpo spesso trascurato, poiché poco conosciuto [poco conosciuto?], ma è fondamentale per il benessere della salute … ecco i consigli per aiutare le sue funzioni con un transito intestinale regolare e una microflora equilibrata … Segue poi una lunga disquisizione sui batteri “buoni” che aiutano il sistema digestivo e quindi facilitano il transito intestinale. In uno specchietto c’è poi una “interessante descrizione” del Bifidus actiregularis (bifidobacterium animalis DN-173 010) e, nelle pagine precedenti e seguenti, un’ampia pubblicità di uno yogurt della Danone. Anche se in questa rivista non ho trovato pubblicità diretta di farmaci, nel sito Internet a cui si rimanda per approfondimenti (www.agendadellasalute. com) sono citate in bella mostra le ditte Bayer Health Care, AstraZeneca,Pfizer. – Da Come stai? Mensile della salute per la famiglia, ottobre 2007, ed. Unitop. Titolo dell’articolo: “Niente paura se c’è un fibroma” … si interviene solamente nel caso in cui sia di grandi dimensioni e dia fastidio, altrimenti basta tenerlo sotto controllo con visite periodiche dal ginecologo … Segue poi un lungo articolo dove vengono descritti i sintomi, le cause, gli esami da fare, i diversi interventi chirurgici e, infine, per combattere il decorso della malattia, specialmente nelle giovani donne, una dettagliata descrizione dei farmaci, con uno specchietto finale dove ne sono elencati alcuni di fascia A, con nome commerciale, forma farmaceutica e dosaggio (Danatrol, Enantone, Lutenyl, Farlutal) e altri di fascia C, con il loro prezzo (Decapeptyl, Enantone). Titolo dell’articolo: “Aiuto, non ho più voce!” … sono numerosi i motivi che possono determinare la raucedine o temporanea afonia. A tutto però c’è un rimedio … L’articolo descrive tutte le possibili cause che spaziano dai polipi alle corde vocali, al reflusso gastroesofageo, all’attacco di virus o batteri, all’ansia e lo stress. Nello specchietto finale dei farmaci efficaci per curare i disturbi della voce sono citati cortisonici di fascia A (Deltacortene, Deflan), antiacidi da banco (Maalox plus), inibitori di pompa di fascia A (Losec, Mepral), antibiotici di fascia A (Clavulin, Augmentin). Nell’articolo non si fa alcun cenno al fatto che si potrebbe cominciare a stare un po’ zitti… – Da Io Donna, supplemento settimanale del Corriere della Sera, novembre 2007, ed. RCS. È una rivista che non si occupa specificatamente di salute, ma spesso si trovano articoli riguardanti la salute. Titolo dell’articolo: “Il Viagra visto dalle donne “ … chi la scioglie di nascosto nel bicchiere del marito e chi la trova con orrore nel suo taschino. Aiuto rassicurante, 119 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Informazione e disinformazioni subdola rivale o droga che crea dipendenza? Ne abbiamo indagato il lato più nascosto: quello femminile … L’articolo ha un taglio abbastanza critico e con commenti ironici (… la scelta è amplia: una pillola per ogni occasione, una al giorno per non perderne neppure una!), ma contiene un evidente specchietto in grassetto dove vengono menzionati i nomi commerciali e i princpi attivi dei farmaci in commercio per la disfunzione erettile, il loro meccanismo d’azione e la durata dell‘ effetto. Infine, nelle riviste sopraccitate ci sono pubblicità mascherate da “comunicazione educazionale” che rimandano a siti Internet sponsorizzati da ditte farmaceutiche. Per esempio: “Come è la tua vita di coppia?”, che rimanda al sito www. tuttosulladisfunzioneerettile.it, sponsor Bayer per la coppia; “Questo è il mio papà: quando non fuma più profuma di buono”, che rimanda al sito www.iosmettocosì.it, sponsor Pfizer costruire salute. Il problema dell’informazione dei farmaci prodotta dalle ditte è un dato di fatto In ambito europeo sta prendendo sempre più corpo l’idea che anche le ditte farmaceutiche possano produrre informazioni sui farmaci per i pazienti. Una proposta di legge in tal senso sarà presentata alla Commissione Europea quanto prima. I sostenitori di tale proposta appartengono al “Pharmaceutical Forum”, 120 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 un gruppo di lavoro formato da due commissari dell’Unione Europea, tre parlamentari europei, ministri degli Stati Membri, almeno cinque associazioni di industrie farmaceutiche, rappresentanti di professionisti sanitari e di assicurazioni. I rappresentanti dei pazienti che fanno parte del gruppo di lavoro provengono dall’European Patient’s Forum, un’associazione finanziata dall’industria farmaceutica. Che tale Forum possa essere pesantemente condizionato nelle sue decisioni dall’industria farmaceutica è un dato di fatto. Solo due Paesi al mondo permettono che si possa fare pubblicità diretta ai cittadini per i farmaci da prescrizione: gli Stati Uniti e la Nuova Zelanda. In entrambi i Paesi, è stato dimostrato che questo tipo di informazione – che altro non è se non pubblicità – anziché migliorare lo stato di salute, lo peggiora. La strategia è collaudata: i messaggi delle ditte si concentrano su pochi farmaci molto prescritti, ne esaltano i benefici e ne nascondono i rischi, ottenendo come risultato di confondere i pazienti, che finiscono col sollecitare i medici a prescrivere farmaci che altrimenti non utilizzerebbero. Nelle informazioni promozionali manca qualsiasi confronto con altri farmaci della stessa categoria terapeutica (così come peraltro avviene con le informazioni ai medici) e quindi i cittadini non hanno la possibilità di scegliere fra le diverse opzioni disponibili potendo soppesare vantaggi reali e svantaggi. Solo cinque anni fa il tentativo di introdurre nell’Unione Europea la pubblicità diretta ai consumatori non ha superato il vaglio del voto parlamentare: la stragrande maggioranza dei parlamentari (494 contro e solo 42 a favore) ha bocciato la proposta di legge. Tuttavia, gli attuali parlamentari sono in gran parte di nomina recente e conoscono ben poco, se non nulla, del dibattito che vi è stato in passato. In questo nuovo tentativo di introdurre nell’Unione Europea la pubblicità diretta ai cittadini si cerca di mistificare l’iniziativa come un modo “per migliorare la qualità dell’informazione disponibile per i cittadini”. Tutto ciò probabilmente porterà a un uso ancora più indiscriminato dei farmaci, aumentandone il consumo complessivo, avrà un impatto negativo sulla salute (più effetti indesiderati, più errori medici) e il tutto si tradurrà in un aumento dei costi. Il mercato della salute non è un mercato come tutti gli altri e i pazienti non sono consumatori. Tutte le scoperte mediche non verificate disorientano i malati e discreditano la scienza L’interesse sempre più crescente verso la ricerca scientifica e i suoi risultati si traduce spesso in una indebita spettacolarizzazione di notizie circa immediati – e spesso improbabili – vantaggi per l’uomo. Mentre invece il più delle volte dovrebbe limitarsi semplicemente a un’informazione in grado di aumentare le nostre conoscenze. Dimentichiamo che la conoscenza è già di per se stessa un bene, questo sembra importare poco: le si attribuisce valore soltanto se è in grado di generare benefici tangibili. Questa situazione oltre a essere fortemente diseducativa, finisce per alimentare false speranze e inevitabili delusioni negli ammalati, con il risultato di screditare, nel tempo, anche la stessa scienza. Una volta, sbagliando, i ricercatori dialogavano solo all’interno della comunità scientifica: oggi sembra ci sia la gara a chi la spara più grossa verso all’esterno, e “apparire” risulta più vantaggioso che “essere”. In realtà i risultati delle ricerche, prima di essere divulgati (e spettacolarizzati), dovrebbero passare proprio al vaglio della comunità scientifica per essere verificati. Nel mese di ottobre 2007 abbiamo assistito a due episodi di questo genere: – Un quotidiano britannico (la cui notizia viene ripresa dalla rubrica cultura e scienze del quotidiano on line Repubblica.it) comunica che biologi molecolari della Case Western Riserve University di Cleveland sono riusciti a realizzare il primo cromosoma umano artificiale. Si ipotizza che questo potrebbe sostituire i cromosomi naturali diventai “difettosi” regolando la produzione carente o alterata di sostanze indispensabili alla nostra salute; e si arriva alla conclusione che un cromosoma artificiale potrebbe essere progettato ad hoc e innestato nelle cellule delle persone malate di distrofia muscolare, compen121 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Informazione e disinformazioni sando cosi il difetto genetico all’origine della patologia. – Un quotidiano italiano annuncia la scoperta di nuovi effetti di sidenafil e tadalafil, solitamente utilizzati per l’impotenza. Sembrerebbe che siano in grado di migliorare la funzionalità delle cellule endoteliali che tappezzano le arterie inibendo i radicali liberi. Da qui l’ipotesi di una attività anti-invecchiamento. Non risulta però nessuna pubblicazione scientifica a tal proposito. Gli spot pubblicitari sui farmaci da banco: alcune riflessioni Con il Decreto del Ministro della Salute del 18 luglio 2007 viene vietata la “compressione fonica” delle avvertenze di carattere sanitario nella pubblicità dei farmaci da banco e pertanto durante la pubblicità le avvertenze relative ai farmaci dovranno essere pronunciate alla stessa velocità delle restanti frasi, al fine di rendere più chiari e comprensibili i possibili effetti collaterali dei prodotti pubblicizzati. È un passo avanti, per quanto piccolo, perchè facilita una scelta consapevole dei cittadino nell’acquisto di prodotti importanti per la cura della salute e perché dà agli utenti la possibilità di avere un’informazione più chiara e trasparente prima dell’acquisto di un farmaco. Ma questo provvedimento non è sufficiente: il messaggio pubblicitario dovrebbe soddisfare in toto alcune regole di correttezza. Sarebbe auspicabile che nello spot, prima della promozione del farmaco, ci fosse un invito a uno 122 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 stile di vita corretto e che alcuni farmaci non fossero presentati come ”miracolosi”. Pensiamo, per esempio, ai medicinali per le malattie da raffreddamento e l’influenza: nei messaggi pubblicitari non è affatto chiarito che questi farmaci sono dei sintomatici anzi, da come vengono presentati sembra avere “poteri magici”, per cui subito dopo la somministrazione i protagonisti dello spot riprendono immediatamente tutte le loro attività uscendo di casa e sfidando le intemperie. Questa non è un’informazione corretta. Gli organi che autorizzano gli spot dei medicinali e dei prodotti di interesse sanitario dovrebbero vigilare di più, affinché vengano trasmessi messaggi pubblicitari chiari, veritieri e trasparenti dal principio alla fine. Una proposta per una corretta informazione sanitaria per i cittadini europei Cinque organizzazioni indipendenti, Health Action International (HAIEuropa), International Society of Drug Bulletins (ISDB), Association Internationale de la Mutualité (AIM), Bureau Européen des Unions de Consommateurs (BEUC) e Medicines in Europe Forum (MiEF), hanno di recente presentato a Bruxelles una dichiarazione/proposta per una corretta informazione sanitaria ai cittadini europei (”Relevant health information for empowered Citizen”). In Europa non è permesso pubblicizzare farmaci o prodotti medicali direttamente ai consumatori, ma si assiste sempre più spesso a tentativi di aggirare questo divieto “spacciando” per informazioni al paziente quelle che in realtà sono informazioni promozionali. In questo documento viene evidenziata con forza la necessità di una chiara distinzione fra informazione sanitaria e promozione. L’industria farmaceutica non può essere una fonte di informazioni affidabile e sicura: pensare che questa possa essere vera informazione è ingenuo, e confondere propaganda con informazione è un errore. Al contrario, sarebbe invece necessario limitare l’influenza dell’industria sia sui pazienti che sui medici, migliorando l’utilizzo dei farmaci con informazioni attendibili, indipendenti e comparative in modo da mettere i pazienti, e i cittadini in generale, nelle condizioni di fare scelte consapevoli. Perché mai ci si dovrebbe sedere allo stesso tavolo dell’industria per sviluppare una informazione diretta ai pazienti? I professionisti che operano nel campo della salute, i consumatori e le associazioni indipendenti dei pazienti, le autorità sanitarie non hanno certo avuto bisogno dell’industria farmaceutica per creare canali informativi indirizzati ai pazienti. In Europa, così come in molti altri Paesi extraeuropei, oggi sono disponibili per il pubblico qualificate fonti di informazione. Le ditte produttrici confidano molto sul fatto che verrà loro concesso, in un prossimo futuro, di pubblicizzare i loro farmaci direttamente ai cittadini (o se questo non sarà possibile, altre forme di comunicazione che comunque “scavalchino” il medico): le varie agenzie di marketing stanno già organizzando seminari su come utilizzare al meglio questa nuova opportunità commerciale come fiorente fonte di guadagno. Questa intraprendenza delle ditte dovrebbe orientarsi più utilmente verso quanto stanno già facendo e che potrebbe essere fatto meglio, a partire dalla redazione di schede tecniche adeguate e di foglietti illustrativi dedicati espressamente al paziente. La soluzione esiste ed è più semplice di quanto si possa pensare: definendo criteri di registrazione dei farmaci che tengano conto della loro reale capacità di segnare un progresso rispetto a quelli già presenti sul mercato. Questo stimolerebbe la competitività tra le industrie farmaceutiche: sarebbe in questo caso il “mercato” a premiare i farmaci migliori, quelli che offrono un reale vantaggio terapeutico. Rispetto alla quasi totalità delle attuali pseudonovità e di farmaci me too (copie dei precedenti), questi farmaci non avrebbero bisogno di grandi sforzi promozionali, avendo nella loro stessa capacità di rispondere ai problemi di salute insoluti la forza per prevalere sugli altri. BIBLIOGRAFIA [1] Informazione sui farmaci, n.1 2007, Bimestrale edito da Fcr, Reggio Emilia. Associato ISDB. 123 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Informazione e disinformazioni [2] Relevant information for empowered citizens, Joint declaration by HAI Europe,ISBD, BEUC,AIM and the medicine in Europe Forum, www.isbdweb. accesso del 30.04.2007. [3] “Terapie con grandi attese, farmaci con pochi dati”, in Bollettino di informazione sui farmaci (Bimestrale dell’Agenzia Italiana del farmaco) 2007; 3: 108. Roberta Calza è Farmacista e Coordinatore Tecnico delle Farmacie Comunali, Trento. 124 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 La relazione medicopaziente: i cambiamenti nell’era dell’informazione Marco Clerici Benché fenomeno complesso e non sempre positivo, Internet accelera positivamente la tendenza a un modello di relazione in cui paziente e medico sono partner di un progetto assistenziale condiviso. La relazione medico-paziente, in particolare quella che si instaura in medicina generale, basata com’è su un lungo rapporto di continuità temporale che si articola in momenti di “crisi” acuta al sorgere di patologie importanti e in lunghi intervalli di stasi, risente molto della situazione sociale, culturale, tecnologica del tempo. Qualsiasi cambiamento significativo che interviene in questo contesto produce un profondo mutamento nella relazione. I medici, detentori fino a ora del braccio dominante di questa relazione, ne sono, prima ancora dei pazienti, acutamente consapevoli, spesso in funzione difensiva. E questo vale anche per Internet, il cui avvento ha avuto un grande impatto innovativo. È facile osservare ancora reazioni di timore e avversione da parte dei medici, ed è comune la descrizione stereotipata, nelle riviste mediche, dell’e-patient come persona che ha perso ogni consapevolezza della sua oggettiva ignoranza della me- dicina e che pretende, e si illude, di poter fare da sé diagnosi e terapia semplicemente consultando Internet. 1 In realtà il fenomeno è molto più complesso e anche poco chiaro per quanto riguarda la direzione in cui sta effettivamente andando. Due osservazioni iniziali vanno fatte, in relazione all’impatto delle tecnologie telematiche sulla relazione medico-paziente. La prima è che si tratta di un fenomeno di massa. Gli argomenti relativi alla salute sono in assoluto i più “gettonati”, e il numero di siti dedicati quasi infinito. La seconda è che si tratta di un fenomeno essenzialmente “democratico”, almeno finora. Tutte le informazioni sanitarie rilevanti, anche dei siti più istituzionali, sono accessibili a tutti, a prescindere da collocazione professionale o grado di istruzione. Sulla relazione medico-paziente si tratta quindi di un impatto pervasivo, che non riguarda solo un ristretto numero di persone particolarmente acculturate, e tendenzialmente distruttivo del linguaggio iniziatico come strumento di potere dei detentori. Internet sembra quindi incidere profondamente sul rapporto medico-paziente nella direzione di una maggiore partecipazione del paziente informato e di un maggiore bilanciamento verso una collaborazione paritetica tecnico-utente. 2 Fin qui tutto bene, ma se si va un po’ più in profondità le cose diventano più complesse. Innanzitutto va osservato che Internet, nel senso di strumento di 125 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Informazione e disinformazioni diffusione estrema di informazioni anche tecnicamente complesse, ha agito molto in profondità nel rapporto medico-sapere medico. Anche questo si configura come un rapporto di potere e riguarda i detentori della conoscenza e gli utilizzatori finali delle sintesi della conoscenza. Prendiamo per esempio il rapporto medico-medico. Non è lontana l’epoca in cui pochi opinionleader (i cattedratici di un tempo), e la “loro” piramidale articolazione territoriale (i primari di una volta) avevano il privilegio, ma anche l’onere, di trasmettere l’innovazione a tutti gli altri professionisti. Oggi Internet consente l’accesso a tutti anche alle innovazioni “in formazione”, per esempio con la possibilità di consultare dati da ricerche prima ancora della loro pubblicazione. Un altro esempio di significativi cambiamenti indotti da Internet è il rapporto medico-industria farmaceutica. Anche in questo caso non è lontana l’epoca in cui il medico, soprattutto il più isolato, identificava nell’informatore scientifico delle industrie produttrici una delle più importanti fonti di informazione e di aggiornamento. La disponibilità pressoché illimitata di letteratura scientifica sul farmaco, in Internet, è certamente una delle cause, anche se non l’unica, della profonda crisi dell’informazione scientifica curata direttamente dal produttore. Internet e il medico Che l’avvento di Internet abbia significato per il medico la possibilità 126 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 di accesso pressoché illimitato alle fonti di informazione, e che quindi lo abbia reso potenzialmente in grado di migliorare la propria performance tecnico-professionale, è ovvio. Meno evidente, ma altrettanto certo e rilevante, è l’aumento delle possibilità che oggi il medico ha di risolvere problemi clinico-assistenziali, anche particolarmente complessi. Individuare centri di eccellenza per particolari patologie verso cui indirizzare i propri assistiti, venire a conoscenza di sperimentazioni cliniche in corso, potenzialmente rilevanti per malattie ancora pressoché incurabili, e inserirvi i propri pazienti, sono nuove abilità professionali che ogni medico può gestire grazie a Internet. 3 Ancor meno evidente, ma forse più affascinante, è l’ipotesi, indagata recentemente in letteratura, che Internet possa aumentare persino la capacità diagnostica, una delle abilità centrali del medico, attraverso un percorso quasi fortuito, semplicemente inserendo in un motore di ricerca una serie di parole chiave identificative di segni e sintomi, e vedere cosa ne viene fuori. Una diagnosi raffinata, probabilmente alla portata di pochi grandi clinici, raggiungibile quasi per “serendipity”, sfogliando i risultati di una selezione bibliografica. 4 Internet e il paziente Una prima osservazione da fare è che sarebbe limitativo soffermarsi sul diffuso scarso livello di qualità di gran parte delle informazioni sanitarie presenti in Internet, e dei rischi che questo comporta se, come sempre più spesso accade, il paziente sviluppa totalmente in autonomia una sua idea su diagnosi e possibili opzioni terapeutiche, basandosi esclusivamente sulla consultazione di siti web: tutto ciò è vero, ma non coglie l’ampiezza dei mutamenti in atto. In realtà il paziente non ha a disposizione soltanto un’informazione “basic” più o meno corretta, ma può facilmente accedere a siti totalmente attendibili e autorevoli, e quindi alle ultime novità scientifiche, alle differenti opzioni terapeutiche disponibili, per sé ma anche per i suoi familiari più anziani. Il medico non si trova di fronte quindi solo al paziente confuso da un ‘informazione distorta, ma anche a un soggetto piuttosto nuovo: un utente fortemente motivato dalla sua malattia, che si presenta alla visita chiedendo di fatto un “secondo parere” rispetto a una propria valutazione elaborata utilizzando le informazioni reperibili in Internet. 5 E che vuole condividere la scelta delle opzioni migliori (cosa fare e dove farlo). In questo senso, Internet accelera positivamente la tendenza, già peraltro in atto da tempo, a passare da una relazione totalmente asimmetrica, dove il medico detiene totalmente la responsabilità della cura, a un modello in cui paziente e medico sono partner di un progetto assistenziale condiviso. 6 Internet e il rapporto medico-paziente Ma, proprio analizzando il rapporto di queste due figure, piuttosto che singolarmente il medico e il paziente, emergono gli aspetti più interessanti, e forse più problematici. Innanzitutto va osservato che Internet si sta rivelando strumento potente e privilegiato di quel fenomeno descritto come disease mongering. Il disease mongering mira ad aumentare il numero di consumatori di farmaci medicalizzando aspetti della vita comune (menopausa, calvizie…), trasformando fattori di rischio in malattia (colesterolo, osteoporosi), enfatizzando disturbi lievi descrivendoli come gravemente disturbanti. Si attua con campagne mediatiche tese formalmente a promuovere le conoscenze delle persone per meglio prevenire e curare, si avvale di un’alleanza informale con specialisti di riferimento e associazioni di malati, si fonda sia su un’opportunistica accentuazione della crescente percezione di fragilità sia sulla fede nel progresso scientifico e nell’innovazione. Moltissimi sono ormai i siti, spesso gestiti direttamente dalle case farmaceutiche, che contengono strumenti diagnostici (per esempio, questionari da compilare on line), più o meno validati, che portano a una possibile definizione di esistenza di malattia, e suggeriscono anche un approccio terapeutico. Tutto ciò sembra tendere a creare un rapporto diretto tra il produttore della merce farmaco e l’utilizzatore (paziente o consumatore?) finale, saltando la mediazione tecnica del medico. Ovviamente questo è tanto più 127 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Informazione e disinformazioni fattibile e produttivo quanto più la “malattia” è frequente e non portatrice di importanti conseguenze per il “malato”. Sta di fatto che sempre più spesso il medico, in particolare il medico di medicina generale, si trova a esercitare il ruolo un po’ strano di chi, pur formato a diagnosticare e trattare patologie, deve cercare di frenare una progressiva medicalizzazione dei sani, che a volte appare inesorabile, vista la potenza economica degli interessi in gioco e la fascinazione persuasiva che un mezzo tecnologico come Internet indubbiamente possiede. Ma le cose sono anche più sottili. Prendiamo per esempio la diagnosi, uno dei “core elements” della professione del medico, che forse più di ogni altra cosa ne definisce la capacità. La diagnosi è, nella maggior parte dei casi, il risultato di un’elaborazione mentale che a ogni singolo passaggio (valutazione di un sintomo o di un segno), attribuisce un aumento di probabilità di essere di fronte a una codificata condizione patologica. O che, viceversa, verifica, con lo stesso percorso procedurale, che diminuiscono le possibilità che la diagnosi inizialmente sospettata sia vera. È ovvio che questo procedimento, per portare a risultati attendibili, richiede il possesso di una serie di nozioni epidemiologiche, fisiopatologiche, cliniche, che consentono di pesare correttamente i dati che man mano vengono raccolti per formulare la diagnosi. L’uso di Internet per raccogliere informazioni su sintomi percepiti, o 128 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 su risultati di esami di laboratorio, da parte di utenti che non possono possedere questo bagaglio di conoscenza e di esperienza pratica, tende a spostare la conclusione “diagnostica” verso l’ipotesi peggiore e più grave, anche se molto meno probabile. Ne deriva, e anche di questo il medico di medicina generale ha quotidiana esperienza, un progressivo aumento delle consultazioni finalizzate a tranquillizzare, a confutare conclusioni allarmate (“Dottore, sarà un cancro?”) su sintomi che poi si rivelano banali. Non è una consultazione facile questa, e non sempre è sufficiente richiamare il paziente alla fiducia nel proprio medico. Spesso la conclusione della visita è la prescrizione di esami diagnostici di livello superiore (Eco,TAC, RM), anche per l’atteggiamento difensivo (le conseguenze legali di un errore…) che il medico tende ad assumere sempre di più. Ne consegue, a volte, una diagnosi incidentale, che non riguarda cioè l’ipotesi per cui l’esame era stato prescritto, ma che viene casualmente messa in evidenza. A volte ciò può rappresentare una casualità fortunata (per esempio, un aneurisma dell’aorta addominale, facilmente operabile) ma altre volte è un evento che può creare grave ansia al paziente, come per esempio una risonanza magnetica suggestiva per sclerosi multipla in una persona che non ha (ancora?) alcun sintomo della malattia. Tutto ciò contribuisce ulteriormente e progressivamente a creare, quasi a selezionare nel tempo, persone sempre più preoccupate della loro salute, che ricorrono a secondi pareri, magari sempre in Internet, che richiedono periodicamente esami strumentali di controllo, che abbisognano costantemente di rassicurazione. Qui a volte si raggiunge il controsenso che l’esame diagnostico venga interpretato come terapia, sia dal paziente, ma anche dal medico: se l’esame è negativo siamo tutti più tranquilli… L’avvento di Internet come fonte quasi inesauribile di informazioni in tempo reale si inserisce in un contesto più generale di sviluppo della capacità/possibilità di comunicazione immediata ovunque ci troviamo. Da questo punto di vista anche il telefono cellulare ha avuto, a mio parere, delle ricadute non trascurabili sul rapporto medicopaziente. La mancanza di qualsiasi filtro di tipo temporale, quale semplicemente il tempo necessario per raggiungere un telefono fisso per poter comunicare, ha fatto in modo che qualsiasi piccolo problema di salute, quasi sempre autorisolvibile in poco tempo, o anche la più lieve curiosità che viene improvvisamente alla mente, si trasformi immediatamente, e in ogni luogo ci si trovi, in una comunicazione telefonica con il proprio medico. Il medico, a sua volta, raggiungibile ovunque, si trova sempre più spesso immerso in un impegnativo “multitasking”, a volte semplicemente faticoso (mentre sto andando in auto a fare una visita devo rispondere a due, tre telefonate), a volte disturbante la qualità del lavoro complessivo (mentre sto parlando a un paziente della sua grave malattia, un altro mi chiede una banalità). Ovviamente la questione non è risolvibile semplicemente evitando di rispondere. Lo “standard” è ormai questo, e se il proprio medico non è raggiungibile, si va in pronto soccorso… L’incremento di questo “rumore di fondo” ha già trovato in letteratura un nome: empty medicine, medicina vuota. La possibilità di reperire immediatamente qualsiasi tipo di informazione, e di comunicare subito ovunque ci si trovi, sta inoltre creando, e questa è forse la conseguenza in prospettiva più rilevante, una sorta di percezione dei tempi di diagnosi e cura che sembra più coerente con un tempo virtuale che con il vero tempo biologico. Le conseguenze sono già visibili nella pratica quotidiana, e nell’evoluzione del rapporto medico-paziente. Appare sempre meno praticabile, per esempio, l’utilizzo del tempo come strumento diagnostico. Aspettare alcuni giorni a instaurare una terapia antibiotica in caso di febbre, procedura assolutamente corretta dal punto di vista tecnico in quanto permette di discriminare i più frequenti eventi autolimitanti, sta diventando sempre più difficile. Difficile è persino convincere che una terapia antibiotica richiede comunque un tempo non infinitesimo per manifestare la sua efficacia (“Ho preso il primo antibiotico sei ore fa e ho ancora la febbre…”). 129 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Informazione e disinformazioni La qualità delle informazioni sanitarie in Internet e il rapporto medico-paziente: che fare? Da quanto sopra esposto sembra apparire chiara una constatazione: Internet si caratterizza come un medium alternativo, in cui l’iniziativa non è più di chi trasmette informazioni, ma di chi usa la rete per costruirsi un percorso autonomo di acquisizione di informazioni finalizzate alla soluzione del proprio problema di salute. È pertanto cruciale aiutare gli utenti a discriminare tra i siti disponibili in funzione della qualità delle informazioni contenute. Un grande sforzo è stato fatto in questi anni sia per costruire sistemi di valutazione della qualità delle informazioni, sia per assistere i produttori a sviluppare siti di qualità e sia per aiutare i consumatori a valutarne la affidabilità. 7, 8 In realtà però molti analisti del fenomeno Internet ritengono che un qualche tipo di regolamentazione “interna” alla rete sulla qualità delle informazioni sanitarie sia un’utopia. Inoltre la “popolarità” dei siti di informazione sanitaria non coincide con il rispetto di standard di qualità riconosciuti, ma risponde a logiche del tutto diverse. Il paziente comunque “userà” attivamente il proprio medico come sorgente di informazioni nel contesto delle nuove possibilità offerte da Internet. Ciò che i pazienti non otterranno dal medico lo cercheranno in Internet, e viceversa. Come può il medico adeguarsi a questa nuova modalità di relazione? 130 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Sembrano delinearsi tre modelli comportamentali possibili, ciascuno con vantaggi e svantaggi. 9 Nel primo, che potrebbe essere definito come modello orientato al ruolo, il medico consapevolmente restringe la comunicazione con il paziente esplicitando che la diagnosi, la terapia, il counselling non possono essere garantiti da Internet, almeno allo stesso livello di qualità della relazione classica medico-paziente, e che non è corretto dedicare troppo tempo ai pazienti utilizzatori di Internet rispetto agli altri, che sono tra l’altro probabilmente i più svantaggiati. Il secondo modello, che si potrebbe definire più orientato alla soddisfazione, prende atto che ogni paziente ha bisogni individuali di comunicazione e che il medico deve adeguarsi e confrontarsi con il livello di qualità delle informazioni che il paziente riporta. È questa una strategia possibile finche i pazienti utilizzatori di Internet per i propri bisogni di salute costituiscono una minoranza. Il terzo modello è prevalentemente orientato all’educazione. Il medico si pone come mediatore che cerca di aiutare i propri pazienti a migliorare le capacità di reperire informazioni di qualità, consigliando siti autorevoli e adatti al singolo problema di salute, indicando link utili, al limite costruendo un proprio website. È questo il modello probabilmente più innovativo, molto dispendioso all’inizio in termini di tempo, ma tendenzialmente finalizzato non solo allo sviluppo della qualità ma anche al mantenimento dell’equità del rapporto medico-paziente. Bibliografia [9] C ees MJ. “The Internet and primary care physicians:coping with different expectations”, in Am J Clin Nutr 2003; 77 (suppl): 1016S-8S. [1] Jadad K. “Promoting partnership: challenges for the Internet age”, in BMJ 1999; 319: 761-764. [2] Akerkar SM et al. “Doctor patient relationship: changing dynamics in the information age”, in J Postgrad Med 2004; 50: 120-22. [3] Smithline N et al. ” Physicians and the Internet: understanding where we are and where we are going”, in J Ambul Care Manage 2001; 24: 39-53. [4] Tang H et al. “Googling for a diagnosis – use of Google as a diagnostic aid: Internet based study”, in BMJ 2006; 333: 1143-48. [5] Eysenbach G et al. “How do consumers search for and appraise health information on the world wide web?“, in BMJ 2002; 324: 573-76. [6] Ferguson T. “The first generation of e-patients”, in BMJ 2004; 328: 1148-9. [7] Wilson P. “How to find the good and avoid the bad or ugly: a short guide to tools for rating quality of health information on the Internet”, in BMJ 2002; 324: 598-60. [8] Gagliardi A et al. “Examination of instruments used to rate quality of health information on the Internet”, in BMJ 2002; 324: 569-72. Marco Clerici è Medico di Medicina Generale. 131 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 L’informazione e l’autonomia della scelta Gaia Marsico La razionalità non garantisce di per sé l’autonomia: scelte libere e autonome sono quelle che alla razionalità aggiungono la libertà di pensiero. La bioetica si è interessata molto poco al problema dell’informazione sulla salute, nonostante tra le sue competenze vi sia la verifica di come avvengano le scelte, il capire se il paziente partecipa al percorso curativo, in che misura vi partecipa e quali sono le istanze negative nell’ambito della partecipazione e della scelta. Le persone acquistano farmaci, chiedono esami, arrivano dal medico con delle diagnosi già pronte, ma in tutto questo quanto sono consapevoli, libere, informate? Gli esempi di informazione che abbiamo di fronte sono decisamente scoraggianti: riviste scientifiche che fanno pubblicità a farmaci, non-farmaci che vengono spacciati per farmaci… Se non c’è informazione, non è possibile la partecipazione. È naturale allora che le persone si rivolgano a una comunicazione informale, a Internet, ai blog tra pazienti, tra non pazienti, tra pazienti immaginari… La responsabilità di questa situazione è di tutti gli attori. Le mie esperienze nelle scuole, per esempio, benché 132 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 molto interessanti mi hanno spesso lasciata sconcertata di fronte al caos totale nell’informazione. Gli studenti sanno tutto (cioè: pensano di sapere tutto) di cose su cui in realtà si è ancora ben lontani dalla certezza (per esempio, il vaccino per il papilloma virus), ma non hanno mai sentito parlare di acido folico. L’eccesso di informazione, non di rado cattiva informazione, cui sono esposti crea spesso confusione. Prendiamo in esame, per esempio, i test genetici per il cancro al seno, problema importante connesso anche al tumore alle ovaie. Pensiamo al caso di una giovane donna che sente parlare dei test genetici e appartiene a una famiglia dove ci sono stati due o tre casi di tumore al seno. Se si chiede a gente comune o a studenti se hanno sentito parlare dei test genetici per il cancro, la risposta è spesso positiva. E qui sorge un primo problema poiché pensano che siano test diagnostici: se eseguo il test, ho un tumore, o lo avrò. Dunque, il messaggio che il test indica solo la possibilità di un rischio aumentato ancora non è passato, ed è la prima informazione da fornire. Si deve poi riflettere su ciò che si può fare con un’informazione del genere. Il test genetico BRCA1/ BRCA1 è stato ottenuto dalla Myriad Genetics utilizzando fondi pubblici e alcuni studi di ricerca di base. Il vaccino è stato immediatamente pubblicizzato, coprendolo naturalmente con brevetto commerciale, in un modo eccessivamente rassicurante, rafforzando l’idea che “la conoscenza è sicuramente sempre e comunque un bene”. Ma, in realtà, “sapere di più” è un dato positivo o un qualcosa che crea ansia? Nella nostra società cresce la sensazione di essere sempre esposti a qualche cosa e tendiamo a sottoporci a qualsiasi test che misuri qualsiasi rischio, anche se non se ne conosce la ragione. In questo caso specifico il messaggio è: “la conoscenza è potere e speranza”. Ma potere rispetto a cosa? Quando si illustrano le possibilità che seguono a un test del genere si apre uno scenario al quale molti stentano a credere. Il sito web che, qualche anno fa, pubblicizzava il vaccino è un esempio molto interessante. Per l’analisi del BRCA ci sono dei quiz, ma non esiste la consulenza genetica, mentre la Convenzione di Oviedo, le linee guida, le Raccomandazioni, ecc. partono dall’assunto, che il test si può effettuare solo se c’è, prima e dopo, una consulenza genetica.Le domande del quiz, invece, sono di questo tipo: “Hai madre, zia, sorella che ha avuto un tumore?” Su questa base, qualsiasi persona può risultare a rischio. Nel sito si sostiene che il 510% dei tumori può essere correlato a dati genetici; eppure è noto che i tumori sono patologie multifattoriali, determinate anche dallo stile di vita, dall’alimentazione, ecc. Inoltre, essere a rischio non significa necessariamente ammalarsi, ma anche questo non viene esplicitato. A cosa serve allora, concretamente, sottoporsi a un tale test? Ad avere notizie su dati genetici importanti, ma non determinanti. Il sito presenta con enfasi i benefici del sapere, ma non fa cenno all’utilizzo di quell’informazione, cioè alla scelta terapeutica che ne dovrebbe conseguire. Tali scelte non sono presentate nel sito, ma emergono dalla letteratura scientifica: mastectomia bilaterale, asportazione delle ovaie, chemioterapia preventiva. Secondo i protocolli di ricerca, per 20 donne (non pazienti) si prevede l’asportazione delle ovaie a 20-25 anni, per 20 chemioterapia preventiva, per 20 mastectomia bilaterale, per 20 solo osservazione.Emerge poi che, quando si asporta il seno, residua comunque del tessuto mammario e possono intervenire casi tumorali anche dopo la mastectomia. Sembra evidente che l’asportazione delle ovaie incida in positivo, ma si tratta di un percorso particolarmente impegnativo, ancor più se proposto a una donna giovane o giovanissima. Il problema dei test di suscettibilità, non di diagnosi, è serio e complesso. Secondo studi per verificare la ricaduta psicologica del test, le donne sono in generale soddisfatte di poter avere informazioni di questo tipo. Ma, al riguardo, la posizione delle donne affette da cancro appartenenti alla Breast Cancer Coalition, risulta diversa. Successivamente alla diffusione di questo test (accompagnato dallo slogan: “Preferisci sapere o non sapere? La conoscenza è potere”), l’associazione nel 2001 lo bollava come un’operazione esclusivamente commerciale, sottolineando di non essere favorevoli alla diffusione di questo tipo di informazioni in mancanza di strategie preventive 133 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Informazione e disinformazioni serie non invasive né aggressive. L’associazione invita a far sì che tutti siano accompagnati a prendere decisioni pienamente consapevoli. Come si può prendere una decisione di questa portata basandosi su di un’informazione mediata da chi ha interesse a vendere il proprio prodotto? Sono scelte terapeutiche veramente impegnative: negli articoli scientifici che confrontano la mastectomia, la chemioterapia preventiva, l’asportazione delle ovaie, ciò che viene riportato sono protocolli reali di medicalizzazione talmente aggressiva da risultare talvolta incredibile. Non stiamo parlando di vitamine superflue, ma di una mutilazione, dell’impossibilità di procreare. Ho scelto il caso del tumore al seno perché è particolarmente eclatante, ma non è l’unico: adesso si stanno diffondendo i test genetici per il melanoma, per la poliposi, ecc. Molte richieste per il test genetico provengono da donne giovanissime: se a una donna di vent’anni sono morte la madre, la zia e la nonna di tumore al seno è normale che richieda di effettuare il test. La responsabilità terapeutica in questi casi è del curante, ma spesso si trova di fronte al “danno fatto”: la persona arriva dal medico avendo già letto tutto ciò che poteva leggere. Nell’era in cui si parla di partecipazione, di diritti e di bioetica c’è un’informazione incontrollata: se tutto deve ruotare intorno al concetto di scelta, in un contesto di questo tipo di informazione scegliere è impossibile. Se una 134 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 donna di ventinove anni ha visto morire la nonna, la madre e la zia, si trova comunque in una situazione di vulnerabilità, indipendentemente dal suo livello culturale. Alla luce di tutto questo, come si può rendere libera la scelta? Oltre alla Breast Cancer Coalition, vorrei citare Dipex, un sito inglese che raccoglie esperienze di pazienti affetti da diverse malattie (http:// www.dipex.org). Se vi cerchiamo l’esperienza di una donna affetta da cancro al seno, troveremo quante influenze ci sono da parte dei media, quali sono gli effetti della chemioterapia… La testimonianza è scritta da un paziente, ma filtrata da operatori competenti. A differenza della censura pura e semplice, un filtro di questo genere può essere a beneficio dell’autonomia. In certe situazioni dovremmo forse invocare una sorta di censura: un po’ di sobrietà informativa incentiva le domande. Di fronte a cento informazioni non si fanno domande; se di informazioni se ne ricevono tre, forse alcune domande nascono spontanee. Questo sito nasce dall’idea che la competenza personale sia imprescindibile: chi ha il problema riesce a raccontarlo meglio, e la sua testimonianza, con un sorta di guida, di filtro, diventa un passaggio importante come esperienza di partecipazione e di democrazia. Anche nell’ambito della ricerca e della sperimentazione questa facilità di reperire informazione sta diventando un problema. Vorrei citare il caso del marito di una mia collega, ammalato di cancro. Benché tutti gli oncologi consultati avessero dichiarato che non c’era più niente a fare, voleva entrare a tutti i costi in un trial e aveva iniziato a cercarlo in Internet (il “reclutamento” dei pazienti viene fatto anche in questo modo). Sua moglie era disperata perché si rendeva conto che, in quella situazione, lui poteva cadere in qualunque trappola, anche di accanimento terapeutico. Rispetto a questo fatto, i medici si trovano in una posizione delicata, perché i pazienti arrivano già con la richiesta di entrare in una sperimentazione: quando non c’è più niente da fare si prova qualsiasi cosa. Partecipare a una ricerca di questo tipo è un diritto, ma dovrebbe essere anche una scelta consapevole e libera (per quanto questo sia realisticamente immaginabile), non dettata unicamente dalla disperazione. Nel sito Dipex si trovano anche esperienze di persone che hanno partecipato a sperimentazioni, alcuni perché non c’era più niente da fare, altri in maniera più riflessiva, dopo aver avuto un colloquio, ecc. C’è anche il problema dei tempi: voglio avere una risposta veloce e guarire subito, ma la formulazione della diagnosi può necessitare anche di diversi mesi. Che conseguenze può avere una sceta in tempi brevi basata su strumenti inadeguati e inattendibili? In questi casi il medico è una vittima della situazione. Nasce un nuovo ruolo educativo per i medici di medicina generale, i pediatri. Ho partecipato a un convegno dell’ACP (Associazione Culturale Pediatri) sui vaccini per il papilloma virus, sulla libertà di aderire o meno a queste vaccinazioni. Alla fine, dopo aver ascoltato gli altri relatori, sono intervenuta come mamma, dicendo che, nonostante non mi manchino gli adeguati strumenti culturali, avevo capito poco o, meglio, avevo capito solo che c’è una gran confusione sul tema. Tutto questo è veicolato anche a livello istituzionale: c’è un mandato e si criticano le Regioni che non vi aderiscono subito; come fa il medico ad avere un ruolo pedagogico? Credo che il pediatra e il medico di medicina generale possano giocare un ruolo determinante proprio nell’accompagnare, nel sostenere il paziente nel suo percorso curativo. Facilitare la scelta significa stare accanto, non porsi nell’atteggiamento “io informo, tu scegli, poi ti lascio solo”. Generalmente, le persone in queste situazioni vogliono essere accompagnate. E questo non per delegare: non voglio delegare al medico, voglio essere accompagnata. Non solo perché il medico ne sa più di me, ma perché è anche più lucido, non essendo coinvolto personalmente nel problema. Accompagnare significa fare un pezzo di strada insieme. In questo senso si costruisce autonomia. Abbiamo incertezze da condividere (mentre spesso i messaggi commerciali evocano solo certezze), bisogna avere il coraggio di stimolare l’autonomia nelle persone, condividendone le incertezze. Dal punto di vista bioetico, il centro dovrebbe essere l’ambito della scelta, che avviene in contesti specifici in cui noi viviamo, con pressioni (an135 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Informazione e disinformazioni che di tipo economico) che possono condizionare il nostro modo di vivere. La medicalizzazione è motivata dall’idea che si debba controllare tutto (dipendenza dai tecnici) e la razionalità che si invoca nelle scelte non ha sempre senso: certe scelte sono razionali, ma non per questo sono libere. La donna che sceglie di fare una mastectomia preventiva crede di fare una scelta razionale, ma resta da vedere se quel passo è davvero ragionevole e libero. Anche la mamma che compra le vitamine superflue per il figlio fa una scelta razionale, ma non libera, perché condizionata e quindi non autonoma. La razionalità non garantisce di per sé l’autonomia: le scelte libere e autonome sono quelle che alla razionalità aggiungono la libertà di pensiero. L’ambiente in cui viviamo condiziona la scelta. L’eccesso di informazioni che satura la nostra quotidianità deve essere nutrito di percorsi di autonomia, che è impossibile costruire da un giorno all’altro. Prima c’era il paternalismo medico, adesso la situazione è in un certo senso peggiorata: prima mi affidavo a una persona, che potevo anche confutare se mi rendevo conto che mi stava manipolando; ora è difficile individuare chi mi sta manipolando, chi sta negando la mia autonomia. Non si sa neppure più a chi ascrivere la responsabilità: chi si sostituisce a me come persona, la Roche, la Glaxo, le istituzioni, le riviste scientifiche? È un problema 136 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 trasversale e quindi è ancora più preoccupante. Ma a fianco delle perplessità si possano immaginare anche delle possibilità: ricordiamo che nella medicina ci sono anche incertezze e impariamo a condividerle; ricordiamo che dove le informazioni non sono esorbitanti (è questo il concetto di ”sobrietà informativa“) le persone saranno più motivate a ragionare e quindi a compiere delle scelte autonome. L’autonomia, nel campo della salute, non si raggiunge introducendo il consenso informato: come non c’è un farmaco che risolve immediatamente il problema, l’autonomia non si raggiunge semplicemente perché le persone firmano il consenso informato. L’autonomia va pazientemente costruita, seminata, coltivata; con la partecipazione di tutti gli attori: gli operatori sanitari, i docenti di bioetica, i cittadini e le associazioni. Gaia Marsico è Bioeticista e docente di Bioetica presso l’Università di Padova. Caso I Conto fino a 10 Molti dei miei pazienti sono affetti da una patologia cronica, ben organizzati in un’associazione e… molto informati! Quando ho cominciato a lavorare con loro, avevo già dodici anni di professione alle spalle e ho faticato non poco ad accettare pazienti che arrivavano con risposte prima che con domande, che erano presenti alle riunioni dell’associazione dei medici e che partecipavano a convegni nazionali e internazionali in cui le sessioni sono aperte sia ai medici che ai pazienti. Solo col tempo, contando spesso fino a 10, ho capito che questa poteva essere non una limitazione, ma un motivo di arricchimento culturale anche per me e ho imparato a condividere le informazioni e le scelte, con la sensazione che il mettersi al fianco, piuttosto che di fronte, portasse i pazienti stessi a fidarsi di più del loro medico. Con il trascorrere degli anni e la diffusione di Internet e della stampa medica, il fenomeno si è amplificato e il disagio dei primi tempi si rinnova. Soprattutto nei confronti di chi, di solito i meno colti e meno critici rispetto alle informazioni dilaganti, arriva a conclusioni che giudico distorte e non condivisibili. Rinnovo lo sforzo di affiancamento, che trovo l’unica possibilità di pervenire a una comune soluzione dei problemi, non sempre però realizzabile un po’ per arroganza dei pazienti, ma anche per momenti di mia stanchezza e rassegnazione. [Medico] 137 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caso II Mi ha colpito notare che nel titolo del Dialogo “informazione” è al singolare e “disinformazioni” al plurale. Ma forse il problema è che anche anche le informazioni sono multiple. In questo periodo storico di facile accesso alle informazioni vi è un bisogno quasi compulsivo dei cittadini di informazioni di salute. Spesso quelle trovate sono legate a farmaci da promuovere e in questo gioco le donne sono il bersaglio preferito. Infatti molti giornali e siti di internet parlano di malattie considerate femminili (menopausa precoce, obesità, cellulite…) con percentuali più alte rispetto ad altri argomenti di salute. Ho trovato nel sito www.partecipasalute.it una frase della sociologa Doroty Nelkin molto interessante: “Troppo spesso la scienza appare sui mezzi di comunicazione più come un tema di consumo che come un soggetto da sottomettere al pubblico scrutinio, più come una fonte di divertimento che d’informazione. Troppo spesso la scienza viene presentata come un’attività arcana che sovrasta le capacità di comprensione umane, e dunque anche di controllo. Troppo spesso la trattazione giornalistica è di tipo promozionale e acritico, incoraggia un senso di apatia, un senso di impotenza, e la tendenza diffusa ovunque di delegare le decisioni agli esperti”. Il sito pubblica anche un prontuario per l’uso della consulenza in campo medico, descrivendo dieci trappole (www.partecipasalute.it /cms/trappole): 1. Fidarsi degli esperti 2. Interrogare lo specialista sbagliato 3. Confondere la fantascienza con la scienza 4. Farsi ingannare dai numeri 5. Prendere gli aneddoti come prove 6. Non porre le giuste domande a uno studio clinico 7. Estrapolare dalla ricerca pura alla pratica medica 8. Enfatizzare le implicazioni cliniche di uno studio 9. Trasformare un fattore di rischio in una malattia 10.Presentare in modo alterato i rischi Di sicuro quello che si può intravvedere è la solitudine e il “fai da te” del paziente che crede di essere informato, ma in realtà ha informazioni che non sempre sono utili per la sua salute. Questa anarchia di percorso diagnostico può anche non portare buoni risultati per il cittadino-utente-paziente. Anni fa ho avuto occasione di parlare con una paziente con C.A. mammario che sosteneva orgogliosamente di aver costretto i chirurghi a eseguire l’intervento come voleva lei perché era convinta, in base a informazioni ottenute non so come, che quella era l’unica possibilità di cura, e concludeva: “Ho fatto tutto io, loro hanno solo tagliato, ma se avessi potuto avrei fatto anche quello.” Mi ha fatto molta pena e il suo può essere un esempio di informazione-disinformazione (magari unito a sindrome di onnipotenza). [Medico] 138 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caso III Nel Dialogo si è fatto un gran parlare di Internet, che sicuramente rappresenta una grandissima rivoluzione nella possibilità di reperire informazioni in ogni ambito, anche in quello sanitario, ma non si è fatto alcun cenno alla televisione. Io credo che chi voglia reperire notizie attraverso Internet faccia un “atto attivo”, perchè volutamente accende il computer e comincia a navigare per cercare quello che gli interessa; chi sta seduto in poltrona davanti al televisore, invece, si vede propinare vari messaggi, anche in tema di salute, benchè non li abbia chiesti e non ne avverta il bisogno. Ciò comporta un aumento di richieste di esami, accertamenti, visite specialistiche. I giornali hanno parlato, per esempio, di un "effetto Elisir": la gente il lunedì interpellava il medico lamentando qualche sintomo correlato alla patologia di cui si era parlato la sera prima in televisione durante la trasmissione Elisir. Ci sono poi trasmissioni che presentano particolari trattamenti per una data patologia, che si praticano in questo o quel centro, facendo passare come "informazione scientifica" un subdolo messaggio pubblicitario di fronte a uno spettatore passivo e, a volte, anche indifeso. Credo che in ambito televisivo le trasmissioni che parlano di salute dovrebbero essere limitate e, soprattutto, ben strutturate per dare una corretta informazione e non creare falsi bisogni, con conseguente aumento dei costi per la società, in un settore dove i soldi non sono mai abbastanza e non dovrebbero essere sprecati in sterili e inutili ricerche di ciò che un paziente non ha. [Medico] 139 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Le riflessioni del gruppo di lavoro L’accessibilità alle informazioni di più vario genere ha subito uno sviluppo notevole negli ultimi anni, sia attraverso i mezzi di comunicazione, sia attraverso Internet. L’informazione specifica di carattere sanitario rientra appieno in questo fenomeno: negli ultimi tempi la divulgazione sull’argomento salute è divenuta sempre più consistente. Da questo punto di vista si segnalano le trasmissioni televisive, le riviste dedicate o gli inserti dei quotidiani e i siti Internet. Questi ultimi, in particolare, unitamente alla stampa, sono stati oggetto di particolare attenzione nelle relazioni svolte e, di conseguenza, negli elaborati pervenuti. Fra tutti i mezzi d’informazione, Internet presenta alcune caratteristiche – sottolineate e analizzate anche nella letteratura internazionale – che si riassumono nell’essere centrate sul consumatore che può essere al contempo autore, critico e consumatore dei canali d’informazione nella rete (cfr. a es. J.G. Anderson, M.R. Rainey, G. Eysenbach, “The Impact of CyberHealthcare on the Physician–Patient Relationship”, in Journal of Medical Systems, Vol. 27, n. 1, Feb. 2003). Tuttavia va sottolineato come Internet sia solo una delle fonti di informazione in materia sanitaria. A tal proposito si può citare “European Union citizens and sources of information about health”, sondaggio condotto nel 2003 dall’European Opinion Research Group (EORG) nel quale la seconda fonte di informazione sanitaria, dopo i professionisti della salute, è la televisione. Questo dato trova parziale conferma nella più recente indagine “Fiducia, dialogo, scelta. La comunicazione medico-paziente nella sanità italiana”, condotta in Italia dal Censis e presentata il 5 luglio 2007, secondo la quale le fonti di informazione più consultate, qualora sorga la necessità di uno specialista o di usufruire di una prestazione sanitaria, sono per il 24,8% giornali e trasmissioni televisive e per il 19,9% Internet. Va sottolineato come, secondo questa indagine, la fonte primaria rimangano gli operatori sanitari. La discussione del gruppo di formazione sul campo ha quindi considerato i cambiamenti dovuti alle diverse fonti di informazione (così come le relazioni del Dialogo in oggetto), non limitandosi a Internet ma in una panoramica più generale. Gli elaborati giunti a seguito del Dialogo su informazione e disinformazioni, pur trattando principalmente di Internet, focalizzano alcuni temi principali sui cambiamenti nel ruolo del paziente. Questo fenomeno incide sulla comunicazione tra operatori sanitari e pazienti secondo dinamiche differenti. Un elemento univoco emerge in maniera netta nelle considerazioni svolte negli elaborati. Da un lato, si evidenziano gli aspetti positivi dell’ampia reperibilità di informazioni da parte degli operatori sanitari. Diverse considerazioni sottolineano questo aspetto, evidenziando come la circolazione di informazioni tra i professionisti del settore sanitario abbia ricadute indubbiamente positive sulla professione e, di conseguenze, sulla qualità del servizio offerto ai pazienti. Il giudizio diventa più complesso quando si sposta l’attenzione sull’altro versante, quello dei pazienti. Anche da questo secondo punto di vista, pur nella diversità delle opi- 140 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 nioni espresse, si possono tracciare alcuni elementi comuni. L’acquisizione di informazioni nell’ambito dei mezzi di comunicazione è un dato di fatto. Da questo punto di vista, gli elaborati pervenuti segnalano una prevalenza del ricorso a siti Internet, ma va sottolineato come le fonti di informazione di carattere sanitario siano oggi ampiamente diffuse anche in programmi televisivi, riviste e testate giornalistiche (così come ricordato anche nelle relazioni svolte durante la conferenza). Non sussistono dubbi in merito alla quantità di informazioni reperibili, assai vasta, tuttavia la loro qualità, intesa come attendibilità, si caratterizza per una grande eterogeneità. Quest’aspetto rappresenta un primo elemento di problematicità, poiché le informazioni che il paziente reperisce da solo possono essere valide, ma possono essere anche non corrette o false o, più semplicemente, di difficile interpretazione da parte di chi non abbia un bagaglio di conoscenza scientifica più ampio. In questa prospettiva, l’ampia disponibilità e reperibilità di informazioni attenua ma non elimina l’asimmetria informativa con l’operatore sanitario. Per questi motivi, la grande maggioranza degli elaborati pervenuti evidenzia come passaggio obbligato il ricorso all’operatore sanitario per la verifica e la corretta interpretazione delle informazioni ottenute. Quest’opera di “filtro” è ritenuta indispensabile e, tuttavia, incide sul contenuto e le modalità della comunicazione. L’operatore sanitario si trova a dover fornire spiegazioni, a volte smentendo dati non corretti o non correttamente interpretati. Quindi, una conseguenza – forse la principale – consiste nel dialogo e nelle spiegazioni ulteriori che il curante deve fornire: conseguenza che si complica quando deve affrontare le premesse di un’informazione non corretta. Tali premesse presentano due aspetti principali: da un lato c’è la possibile “deriva” della ricerca autonoma di informazioni, che può sfociare nella ”autocura”: concetto, questo, ripreso più volte all’interno degli elaborati. D’altro lato, e come risposta a questo fenomeno, emerge la riaffermazione dell’autorevolezza della professioni sanitarie, che si manifesta nel ricorso al curante, anche quando il paziente sia già in possesso di numerose informazioni reperite autonomamente. Da questo punto di vista, il ricorso a mezzi di informazione disparati rappresenta un aspetto per certi versi inevitabile. In alcuni casi, esso può risultare utile: quando si costituiscano associazioni di malati o forum dedicati per esempio a patologie croniche. In essi il paziente può trovare non solo informazioni, ma anche un sostegno alle proprie esigenze emotive nel percorso della malattia. La possibile conseguenza negativa dell’autocura, quindi, non sussiste se il malato si rivolga a un operatore sanitario; piuttosto essa sussiste nel caso di “perdita” del paziente, quando esso non dia più ascolto al curante. In tale prospettiva, possono risultare utili alcune considerazioni. In primo luogo la preparazione dell’operatore sanitario. Oggi il confronto con un panorama informativo assai vasto è ineludibile, quindi è utile una consapevolezza in tal senso. Inoltre, la condivisione 141 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 dell’utilizzo: di fronte alla richiesta di approfondimento da parte del paziente, l’operatore sanitario può svolgere un ruolo di “guida”, indirizzandolo a fonti attendibili. Infine (ed è forse l’aspetto più importante) l’autorevolezza: la comunicazione con pazienti informati e disinformati dalle più eterogenee fonti di informazione può essere considerata uno stimolo all’affermazione ancor maggiore dell’autorevolezza delle professioni sanitarie e all’arricchimento della comunicazione con il paziente. 142 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Tavola rotonda conclusiva: comunicazione e responsabilità Dialogo di Bioetica e Biodiritto del 7 dicembre 2007 Il momento di chiusura dei Dialoghi è volto ad analizzare i profili emersi negli incontri precedenti. La tavola rotonda conclusiva considera la comunicazione alla luce della responsabilità, intesa come condivisione nella quale i diversi soggetti considerati (pazienti, operatori sanitari, cittadini, operatori nell’ambito dell’informazione) partecipano coralmente all’individuazione e alla costruzione di un concetto, la salute, che concilia dimensione sociale e individuale. In questa prospettiva, libertà e responsabilità del singolo e della collettività possono trovare un punto d’incontro nella dimensione più propriamente etica della comunicazione, che pone a proprio fondamento la possibilità di individuare alcuni punti di riferimento nella definizione dei concetti di “patologia” e di “malato”. 143 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione sanitaria e responsabilità Gianfranco Domenighetti In futuro internet e l’e-health saranno un potente strumento di “empowerment” del cittadino-paziente, che tuttavia necessiterà della verifica tramite la comunicazione interpersonale con un professionista della sanità. I sistemi sanitari “universali” sono sistemi complessi dominati dall’offerta. È infatti quest’ultima che omologa la domanda, che potrà quindi beneficiare di un accesso a prestazioni e a servizi il cui costo sarà poi socializzato. Ogni sistema sanitario è pure caratterizzato da interessi molto spesso contrapposti tra gli attori implicati: pazienti-cittadini, fornitori di prestazioni, produttori di tecnologia, amministratori, politici. Inoltre, dal lato dell’offerta, l’attività sanitaria è dominata dalla complessità, dall’incertezza, dall’asimmetria dell’informazione, dalla qualità poco o non misurabile, dai conflitti di interesse, dall’autoritarismo e dalla opacità delle decisioni; dal lato della domanda, da preferenze individuali e sociali orientate verso un sempre maggior benessere psico-fisico, spesso riconducibile ad attese di efficacia dell’impresa medico-sanitaria che superano ogni ragionevole evidenza. Queste ultime sono in larga misura indotte dai media e dagli 144 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 opuscoli “informativi” prodotti dai servizi. Ne consegue che emettere informazioni medico-sanitarie verso la società civile, in particolare se “buone notizie”, significa acquisire e/o mantenere “potere”. È pure indispensabile sottolineare che, oltre ai classici attori che operano su questo mercato (utentipazienti, fornitori di prestazioni e servizi, assicuratori, enti pubblici), ve n’è uno, generalmente “innominato”, rappresentato dai produttori di tecnologia medico-sanitaria, cioè dall’industria, in particolare quella farmaceutica. Obiettivi, espliciti e legittimi, di quest’ultimo attore sono essenzialmente l’espansione dei mercati e la crescita dei profitti. La strategia utilizzata è quella di influenzare i regolatori, i prescrittori, i cittadini e i pazienti tramite politiche sovente aggressive di marketing e di lobbying largamente fondate sull’informazione e la comunicazione diretta o indiretta che mirano soprattutto a condizionare i prescrittori ponendoli sovente in situazioni di conflitto di interesse. La conseguenza finale di una tale strategia di mercato è la medicalizzazione della società 1, 2 attuata in particolare tramite: – la sistematica revisione al ribasso delle soglie che definiscono “il patologico“ per tutta una serie di fattori di rischio diffusi (ipertensione, ipercolesterolemia, diabete, ecc.); – la promozione della “diagnosi precoce“, oggigiorno percepita dalla popolazione come sinonimo di guarigione e perfino di prevenzione dall’insorgenza di questa o di quella morbidità; – lo statuto di “malattia“ vieppiù attribuito a condizioni che fanno parte del normale processo biologico di invecchiamento oppure a “nuove” problematiche psicologiche conseguenti al mutare del contesto sociale di vita e di lavoro. Oggigiorno la costruzione sociale delle malattie sta per essere sostituita dalla loro costruzione industriale. Paradossalmente i sistemi sanitari, creati per lottare contro la malattia e la morte prematura, stanno in realtà creando milioni di ammalati supplementari e facendo a poco a poco scomparire le persone in buona salute. 3 Questa dinamica avrà conseguenze maggiori sull’ansia e l’angoscia sociale nonché sulle capacità di finanziamento dei sistemi sanitari e quindi sulla loro durabilità futura quanto al mantenimento della ”universalità“ di accesso nella forma che oggi noi conosciamo. La comunicazione sanitaria In estrema sintesi, due sono i principali canali che convogliano, direttamente e/o indirettamente, le informazioni medico-sanitarie verso il cittadino e la società civile: Il primo canale è rappresentato dai professionisti della salute, essenzialmente medici, quando operano nell’ambito della pratica quotidiana. Essi si trovano condizionati in misura più o meno grande dal marketing industriale (in particolare farmaceutico) inteso a influenzare la loro prescrizione. 4 L’informazione che emana dall’industria è general- mente unilaterale nel senso che, per esempio, i cosiddetti “informatori scientifici del farmaco“ sono pagati in base alla loro abilità di influenzare la prescrizione e pertanto l’accento informativo sarà unicamente posto sui benefici presunti o reali della tecnologia oggetto della sponsorizzazione e si tenderà all’omissione sistematica dei rischi e degli eventi indesiderati. 5 Inoltre le ricerche su cui è fondata la ”innovazione“ sono spesso manipolate o costruite metodologicamente in modo tale da ottenere risultati positivi per il prodotto oggetto della sponsorizzazione. 6 Anche le riviste mediche di miglior reputazione sono sovente accusate di fungere da cassa di risonanza del marketing industriale. 7, 8 La vera “innovazione“, cosa questa poco nota, è stata negli ultimi vent’anni assai scarsa. 9 La rivista indipendente Prescrire ha evidenziato che dal 1981 al 2005 sui 3335 nuovi farmaci messi sul mercato francese, solo 7 (0,21%) hanno rappresentato un progresso terapeutico “maggiore” e 78 (2,34%) un progresso “importante” (con alcuni limiti), mentre gli altri erano sostanzialmente delle copie oppure farmaci senza nessun interesse clinico o perfino dannosi. 10 Il secondo canale che convoglia verso il cittadino e la società civile l’informazione in materia medicosanitaria è rappresentato dai media e, subordinatamente, dai supporti informativi prodotti dai servizi sanitari. Tutti i sondaggi sulla fiducia pubblica verso le diverse professioni mostrano come la professione me145 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità dica goda presso i cittadini del più elevato grado di credibilità, seguita dagli insegnanti e dai professori universitari. Il “privilegio” di avere i più bassi indici di credibilità spetta ai politici e, ultimi della graduatoria, ai giornalisti. Probabilmente proprio per questo motivo i giornalisti che si occupano di sanità utilizzano i medici in qualità di esperti per veicolare informazioni e notizie verso l’opinione pubblica. Tuttavia questi ultimi sono sovente non aggiornati, sottoposti all’influenza di vari conflitti di interesse e, soprattutto, sottoposti al giudizio della corporazione di appartenenza, che abitualmente gradisce e preferisce, quando ci si rivolge “ai laici”, i canti “corali” a quelli dei “solisti”. Solo i “guru” nazionali o regionali di riferimento possono permettersi di uscire dal coro dando così il “là” su questo o quell’argomento a tutta la corporazione di riferimento. Diverse analisi hanno evidenziato come i media (e gli opuscoli “informativi” prodotti dai servizi) costituiscano la principale minaccia a un’informazione fondata sulle evidenze. Le caratteristiche principali delle informazioni e delle notizie relative alla scienza e all’arte medica diffuse dai media sono quelle di essere: – fondate esclusivamente sull’enfatizzazione dei soli benefici delle pratiche e delle prestazioni (anche se essi sono solo potenziali); – silenti circa i rischi, gli effetti non desiderati e le “incertezze”; – silenti sulle eventuali controversie di tipo scientifico, 11 146 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 il che equivale a diffondere verso i cittadini un “pensiero unico” di generale efficacia e onnipotenza, sovente intriso di conflitti di interesse di vario genere che mirano all’espansione dei consumi, dei mercati e dei profitti, al mantenimento o alla promozione del potere professionale e, in non pochi casi, in particolare quando si promuovono screening e check-up, alla ricerca di soggetti con questa o quella morbilità da sottoporre a protocolli di studio in particolare di tipo oncologico. Oggigiorno (ad eccezione dell’Iraq e di qualche altra sfortunata regione) si domina con la seduzione, e quale miglior seduzione di quella di rivolgersi a individui, che di regola preferiscono vivere piuttosto che morire, dicendo loro, magari dopo averli angosciati e resi ansiosi sull’ultimo problema di salute che potrebbe colpirli: “Tranquilli stiamo lavorando per voi e la soluzione eccola qua!”. Titoli quali “Assalto alle cellule per cercare l’immortalità”, “Parti di ricambio su misura”, “Il robot entra in circolo”, “Con un esame del sangue tumori scoperti in anticipo”, “Tumori, chiamatelo male guaribile”, “Il biochip al Dna trova il tumore al polmone in anticipo”, 12 sono probabilmente devastanti. Un esempio recente fra i molti di manipolazione informativa di cui sono oggetto i cittadini è come La Repubblica informava sui risultati del recentissimo studio che ha mostrato l’inefficacia della TAC spirale preventiva nel ridurre la mortalità per tumore al polmone. 13 Titolava l’illustre quotidiano del 7 marzo 2007 “Tumore al polmone, così si batte. Giulia Veronesi: con la diagnosi precoce operabilità al 90%”. Anche solo leggendo il titolo il comune cittadino ne deduceva probabilmente che, vista “l’operabilità al 90%”, il tumore al polmone identificato precocemente era guaribile in 9 casi su 10. Come per altri casi anche qui siamo in presenza di un evidente conflitto di interessi. Infatti i risultati dello studio americano sull’efficacia della TAC spirale creavano un ostacolo maggiore al reclutamento di pazienti per uno studio analogo condotto dall’Istituto Europeo di Oncologia. Comunicazione istituzionale versus marketing industriale La comunicazione istituzionale dovrebbe mirare a promuovere una migliore autogestione della salute e un accesso più consapevole ai consumi medico-sanitari da parte dei cittadini. Essa rimane lo strumento essenziale e di scelta poiché senza di essa non si raggiungerebbero i singoli e i gruppi in vista di un loro libero e autonomo “empowerment” nella direzione desiderata e nemmeno si potrebbe ipotizzare un riaggiustamento dell’asimmetria informativa esistente tra i produttori di tecnologia, i fornitori di servizi e prestazioni e i cittadini. Nel campo della promozione della salute e di un accesso più consapevole ai consumi medicosanitari è tuttavia essenziale identificare chiaramente chi “emette” le informazioni, nel senso che l’agente “emittente” dovrà essere assolutamente insospettabile quanto a conflitti di interesse. Di conseguenza esso non potrà essere che l’attore almeno potenzialmente meno sottoposto alle pressioni degli interessi particolari e del mercato, cioè l’attore pubblico, e la comunicazione dovrà quindi essere di tipo “istituzionale”. Se guardiamo tuttavia le risorse pubbliche destinate a tale scopo ci rendiamo immediatamente conto della loro “povertà”, soprattutto se confrontata con le disponibilità di altri agenti e attori privati che fanno del marketing nella sanità con l’unico fine di espandere i mercati, accrescere i profitti oppure aumentare la loro considerazione o autorevolezza sociale. Le undici più importanti case farmaceutiche hanno destinato nel 2004 circa 100 miliardi di dollari 4 per spese di marketing (contro circa il 50% per la ricerca e lo sviluppo) senza contare le somme che gli altri produttori di tecnologia medico-sanitaria hanno speso per convincere medici, associazioni di pazienti, media, opinione pubblica e la politica a investire nei loro prodotti. La salute pubblica ha ormai abbandonato il suo modello sociale di riferimento, oggi sostituito da quello farmacologico fondato sulla prescrizione di statine, antiipertensivi, cerotti per la terapia contro il tabagismo e antidepressivi. 14 La prevenzione primaria, così ridefinita dall’industria farmaceutica, distoglie di fatto i governi dall’onere di occuparsi in modo significativo delle ineguaglianze 147 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità di salute, della precarizzazione e dell’impatto delle politiche pubbliche sullo stato sanitario dei cittadini e dell’educazione sanitaria centrata sui fattori di rischio e di protezione delle malattie cronicodegenerative. È quindi evidente che tecnologie povere e senza mezzi, come l’educazione sanitaria del cittadino, sono a rischio (se già non lo sono) di essere ridicolizzate dall’arroganza del marketing industriale che ha capito che si possono fare molti soldi convincendo i sani di essere ammalati, aumentando così l’ansia e l’angoscia sociale che rappresentano l’incentivo di prima scelta nella promozione del consumismo. Per una politica sanitaria anche di tipo“culturale” Un’ulteriore considerazione, più di fondo, è che, stante l’attuale scollamento tra medicalizzazione della vita (che eserciterà una pressione significativa sulla crescita dei costi, delle prestazioni e dei servizi) e risorse disponibili per il finanziamento dei sistemi sanitari, è indispensabile e urgente la messa in atto, accanto alla classica politica sanitaria di tipo organizzativostrutturale, anche di una politica sanitaria di tipo culturale. Una politica, cioè, che miri a combattere il consumismo e a ricondurre alla realtà della ”evidenza” le attese smisurate (e in larga misura indotte) degli individui e della società verso l’efficacia dell’impresa medico-sanitaria. Una tale politica dovrebbe essere fondata sull’informazione istituzionale e centrata 148 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 sulla comunicazione del rischio e sulla messa in evidenza dell’incertezza della medicina, dei conflitti di interesse e della “corruzione” soggiacenti 15 in modo tale da creare un sano sospetto (o se si preferisce “un approccio scettico”) verso l’efficacia a 360 gradi di tutto quanto proposto dal sistema e dal mercato. 16 Il problema è che il successo di una tale politica sanitaria di tipo culturale in vista di una “deprogrammazione” della società civile richiederebbe la partecipazione entusiasta dei professionisti della sanità, il che non sembra essere, almeno fino a oggi, per nulla evidente. Conclusioni Oggigiorno la comunicazione sanitaria diretta verso la società civile dovrebbe quindi anche, se non soprattutto, orientarsi verso una lettura critica della medicalizzazione della vita indotta direttamente o indirettamente dall’industria della tecnologia della salute. Non a caso il rapporto 2006 di Transparency International è tutto dedicato alla “Corruzione nel settore sanitario”. 15 Infatti, asimmetria informativa, complessità e incertezza danno ai produttori, ai fornitori e ai prescrittori di beni e servizi sanitari una rendita di posizione sconosciuta agli altri settori economici di largo consumo. Essa è in grado di manipolare le preferenze dei cittadini che, nella loro quasi totalità, preferiscono ovviamente vivere piuttosto che morire. L’uso dell’e-health e di internet può o potrà aiutare il cittadino a distinguere il grano dal loglio? Probabilmente già ora i giovani (più abili in informatica) nella misura in cui conoscono la lingua inglese e sono minimamente “letterati” al gergo medico-sanitario possono accedere a siti di qualità come per esempio quelli prodotti dal National Health Service britannico o da altre agenzie pubbliche e, in Italia, dall’Istituto Mario Negri (www.partecipasalute.it). Sicuramente in un prossimo futuro internet e l’e-health saranno un potentissimo strumento di “empowerment” del cittadino-consumatore che tuttavia necessiterà, in particolare per il paziente, della verifica tramite la comunicazione interpersonale con un professionista della sanità. In ogni caso, il confronto dialettico ne sarà probabilmente arricchito per tutte quelle situazioni dove l’urgenza non imporrà decisioni immediate. “Secondo Google sto benissimo” è una frase che si sente dire sempre più spesso. 17 BIBLIOGRAFIA [1] Hadler NM. The Last Well Person: How to Stay Well Despite the Health-care System. 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[17]Tang H, Ng Jh. “Googling for a diagnosis-use of google as a diagnostic aid: internet based study”, in BMJ 2006; 333: 1143-1145. Gianfranco Domenighetti è docente presso l’Istituto di Comunicazione Istituzionale e Formativa (ICIF), Università della Svizzera Italiana di Lugano e l’Istituto di Economia e Management della Sanità (IEMS), Università di Losanna. 150 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione, dialogo e responsabilità Jean-François Malherbe Il dialogo è una relazione fra almeno due persone che parlano e ascoltano a turno per scambiarsi informazioni, discutere argomenti, esprimere i propri sentimenti… La porta della comunicazione “Un giorno ti trovi qua presente, senza sapere affatto né lo scopo né il perché. Qualcuno ti chiama, qualcuno ti parla sollecitando una tua risposta. Lo ascolti, cogli intuitivamente che si attende qualcosa da te, che non sei una nullità ai suoi occhi, ma non senti nulla di quel che ti dice. Egli non si scoraggia, insiste e persevera. Col passar del tempo tu cominci a intendere qualche parola. A poco a poco, egli ti fa prendere coscienza. Comprendi che ti parla di te stesso, di sè e anche di qualcun’altro che a sua volta ti parla. Tenti di rispondere ma egli non capisce granché dei tuoi balbettamenti. Ciò malgrado, egli è incoraggiato a proseguire una conversazione che non è più a senso unico. Finalmente la sua parola e il tuo esercizio ti offrono la chiave del rebus. Il tuo interlocutore ti apre la porta del linguaggio. Ti ha introdotto nel regno dei simboli”. 1 E questo regno dei simboli non è diverso dal mondo umano, cioè dal mondo etico della responsabilità comunicativa. Che cos’è l’etica pratica? L’etica pratica è: – il lavoro che mi consente di fare – con altri – qui e ora – di ridurre, nella misura del possibile, – la discrepanza fra - i miei valori proclamati (dichiarati) e - i miei valori effettivamente vissuti. Riprendiamo e commentiamo tutti gli elementi della definizione. Il “lavoro”… Per me, l’etica pratica non è una lista di norme, di regole o di leggi. È una pratica, qualcosa cioè che va oltre il solo pensiero e la parola. Questa pratica è l’applicazione di una particolare energia umana nel conseguimento di un fine determinato, ovvero la riduzione della discrepanza menzionata. L’energia in questione è quella unitiva, caratteristica della vita dell’ uomo. Questo lavoro è socialmente utile perché contribuisce a sviluppare il senso dell’armonia fra il dire e il fare. Questo lavoro dona la vita a qualcuno: a un soggetto umano più autentico e dunque meglio realizzato nella sua qualità umana. … che “consente” di fare … Non è possibile costringere né obbligare una persona contro la sua volontà a praticare il lavoro dell’etica. Il passo verso l’etica si pratica solo volontariamente, deliberatamente, di proposito. Perché? Perché è un 151 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità lavoro interiore dell’uomo, un lavoro fatto con se stesso su se stesso. Un lavoro di auto-trasformazione. Un lavoro auto-poietico. … “con altri” … In solitudine questo lavoro di solito non si può fare, perché la coscienza umana e la propria lucidità non si possono approfondire senza lo specchio, necessario per ingrandire la conoscenza che abbiamo di noi stessi, che gli altri ci tendono. Nella filosofia, il metodo di lavorare insieme si chiama intersoggettività critica. L’intersoggettività critica consiste nel confronto argomentato delle opinioni – tenute da diverse persone – a proposito di un tema particolare. Non è una garanzia di obbiettività; permette però di evitare le decisioni arbitrarie. … “qui e ora” … L’etica pratica non si fa nel passato e nemmeno nel futuro. Si fa nel momento presente: nel piccolo e rapido solco tra la memoria del passato e l’anticipo del futuro. Il sentimento di colpa verso avvenimenti passati e l’entusiasmo romantico per un futuro necessariamente migliore non c’entrano. Il lavoro dell’etica si compie nella realtà vissuta del momento presente. Non intendo togliere l’importanza al passato nel campo etico, abbiamo sempre da imparare dagli errori commessi. Non voglio nemmeno dire che il futuro non è importante per l’etica, visto che noi tutti siamo portatori di progetti in via di realizzazione. La memoria e l’anticipazione del futuro sono attivi nel momento presente. 152 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 L’etica pratica è un lavoro dell’attimo presente, non c’è un solo attimo da perdere. Ora è il momento opportuno per decidere e agire in modo etico. … “valori proclamati” e “valori effettivamente vissuti” … Un valore è ciò che porta l’uomo. Si dice spesso nell’etica che “Il fatto è l’essere e il valore è il dover essere”. Il valore designa ciò in cui un soggetto umano s’impegna in modo assoluto. I valori proclamati sono i valori che dichiaro onestamente e sinceramente di voler rispettare. I valori effettivamente vissuti sono quelli che guidano realmente i miei comportamenti. … la “discrepanza” … C’è una discrepanza fra valori proclamati (desiderio – ideale) e valori vissuti (realizzazione – realtà). Questa discrepanza non è una colpa, neanche il risultato di una colpa. È piuttosto una caratteristica della condizione umana (escludiamo qui, nella definizione dei valori proclamati, i casi d’ipocrisia e di disonestà). La condizione umana si contraddistingue notevolmente per tre caratteristiche: – la sua solitudine: Il fatto di essere la sola persona che può dire “IO” per se stessa, da non confondere con il fatto di essere “solo al mondo”; – la sua finitudine (o i suoi limiti): il fatto di essere limitati nella realizzazione dei desideri che ci mettono in movimento; – la sua incertitudine (incertezza): il fatto di non sapere da dove ve- niamo, dove andiamo e nemmeno chi siamo veramente. Dunque: il problema morale non è nell’esistenza di una discordanza nella messa in atto dei valori, bensì il di determinare che cosa fare per avvicinare i valori vissuti a quelli proclamati, ovvero ridurne la discrepanza. … ridurre … La riduzione del disaccordo fra i valori proclamati e vissuti può essere realizzata lavorando: – sui valori proclamati riformulandoli più modestamente; – sui comportamenti concreti per avvicinarli più rigorosamente ai valori proclamati; – su ambedue le possibilità allo stesso momento. Dunque, risolvere il problema morale è un lavoro creativo che consiste nell’inventare: – strategie, – mezzi, – processi per contribuire alla riduzione della discrepanza dei valori. Dal punto di vista etico, non si è in torto se tale diversità esiste, ma se nulla è tentato per ridurla! … nella misura del possibile … “Ad ogni giorno la sua pena”. La discrepanza dei valori non si restringe in un solo giorno. L’esigenza etica è di fare oggi ciò che è possibile fare oggi! Senza sentirsi in colpa per la propria limitatezza e finitudine, ma anche senza pigra compiacenza di fronte ai propri limiti. Vorrei sottolineare alcune proprietà del concetto di etica pratica. L’etica pratica è: – un processo (passaggio attivo dalla potenzialità all’atto) piuttosto che uno stato stabile; – un’opera collettiva (realizzata almeno in due o tre); – un lavoro di intersoggettività critica che tenta di superare l’arbitrio senza pretendere l’oggettività (che non esiste in campo etico); – il “paese” dove può nascere un soggetto umano, umanamente più umano. Il soggetto umano nella sua responsibilità comunicativa Rimane allora un’altra questione: che cosa è un soggetto umano? Un soggetto umano è un sorprendente artigiano della propria armonia. … “soggetto” … Un “soggetto” è un essere che dice “IO” quando parla di se stesso. Ma chi è veramente questo “IO”? Chi dice “IO” quando IO parlo? I miei genitori dai quali ripeto le frasi? La Santa Chiesa cattolica della quale ho integrato la dottrina? Il Partito comunista del quale ho imparato e adottato la visione del mondo e della società? Un bambino che cerca di fare piacere al nonno o alla nonna? Un innamorato che cerca di sedurre la persona amata? … Oppure IO stesso come soggetto abbastanza autonomo della mia vita? Non è facile rispondere a questa domanda perché tutti noi abbiamo iniziato la nostra vita riprendendo come nostro il discorso di altri. Imparando la mia lingua materna, sono stato prima un “esso” nelle parole di coloro che parlavano di 153 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità me. Ero, per così dire, un oggetto del loro discorso. Loro parlavano di me come di un bambino che aveva tante similitudini con il proprio padre, ecc. Mesi dopo, sono divenuto un “Tu” nella loro parola. Era quando sono diventato capace di dire qualcosa, di “rispondere” più o meno alle loro domande diventando progressivamente un interlocutore pertinente. E solo ancora più tardi sono divenuto un “IO” autentico. Veramente autentico? Assolutamente no! Perché questo “IO” non parlava cosi direttamente il proprio linguaggio. Inizialmente, lui ha imitato le parole degli adulti più vicini secondo un processo mimetico. Queste sue parole non erano ancora le parole proprie del soggetto. Diventare adulto (e ci sono alcuni che non lo diventano mai!) significa diventare il soggetto della propria vita, l’“IO” autonomo, indipendente e libero che – nella misura del possibile – sa perché lui fa questo piuttosto che quello. Un soggetto capace di fare le sue scelte in modo autonomo. … sorprendente … Ogni giorno mi sorprendo. Mi lascio sorprendere dagli avvenimenti che succedono. Sono sorpreso da me stesso, dai miei sogni, dai miei atti incomprensibili, dai miei lapsus (freudiani), ecc. “Non faccio IO ciò che voglio e non voglio IO ciò che faccio!” diceva già San Paolo. Queste sorprese potrebbero essere messaggi della nostra “autenticità”, del nostro “Sé” che riescono ad attraversare la nostra “maschera”. Questa differenziazione fra il “Sé” e 154 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 la “maschera” fu fatta da Carl-Gustav Jung riprendendo una distinzione classica già compiuta da Socrate e Meister Eckhart. Anche Hannah Arendt se ne occupa (vedi Tabella 1). Socrate definiva il suo “Daimonion” come “questa piccola voce senza parole che mi indica gli errori da evitare senza mai dirmi che cosa fare”! Non è la voce della coscienza del cristianesimo, poiché essa dice che cosa fare. Non è neanche il Super-IO freudiano, perché anch’esso dice non soltanto IO che sta male ma anche IO che sta bene. Si può notare che la differenza fra il polo interiore e il polo esteriore è la stessa discrepanza di quella che marca la differenza fra i valori dichiarati o proclamati e i valori effettivamente vissuti. La “sorprendenza” (neologismo) è la caratteristica della soggettività, della condizione umana sempre debordata e sorpassata da se stessa. L’etica è la costruzione artigianale dell’armonia fra attore e autore. Quest’armonia è propriamente la felicità. “Felicità” in Greco antico si dice “eudaimonia”, letteralmente: “vita in armonia con il proprio daimonion”! L’ “energia unitiva” sopra menzionata è precisamente il risultato di questo lavoro artigianale. Il dialogo come via maggiore della comunicazione Il dialogo è una relazione fra almeno due persone che parlano e ascoltano ambedue a loro turno per scambiarsi informazioni, discutere argomenti, esprimere i propri sentimenti, ecc. Un dialogo non è una chiacchierata! Ci sono delle regole da seguire per dialogare e Platone ne ha dato Tab. 1. La differenza tra polo interiore e polo esteriore in vari Autori. polo interiore polo esteriore Socrate > Il “Daimonion” Il ruolo sociale Eckhart > Der innere Mensch Der äussere Mensch Jung Il “Sé” La “maschera” L’autore (dello scenario della propria vita) L’attore (dello scenario della propria vita) > Arendt > una formulazione molto precisa e acuta nel suo Gorgia 2 che riassumo qui in sette punti. 1. Ciascuno parla e ascolta a turno. Ciò vuol dire anche che nessuno può tacere quando è venuto il suo turno di parlare. Coloro che non hanno mai niente da dire non fanno parte del dialogo, essi sono piuttosto consumatori delle parole altrui. 2. Ciascuno deve essere convinto che l’altro è una persona che vale la pena di essere ascoltata, che l’altro ha qualcosa di intelligente e interessante da dire e che l’altro potrebbe anche lui trovare una ricchezza nel dialogo. 3. Ciascuno cerca di esprimersi in modo chiaro, conciso, rigoroso e senza aggiungere nessuna difficoltà inutile al suo modo di comunicare. 4. Ciascuno ricerca la verità, la bellezza o il bene. Queste “trascendenze” sono le finalità del dialogo. 5. Ciascuno è cosciente dei limiti della propria conoscenza non arrischiandosi a oltrepassare quei limiti. In caso contrario, la persona rischia di imporre ad altri la propria visione del mondo. 6. Ciascuno è convinto che il ri- fiuto della propria opinione è più istruttivo che la conferma di essa. Quando la mia opinione viene confermata, apprendo qualcosa in più, ma ogni conferma consecutiva mi porta un po’ meno rispetto alla precedente. Al contrario, se la mia opinione si trova giustamente rifiutata, apprendo qualcosa di molto più prezioso visto che mi trovo nella situazione di ripensare e rielaborare la mia opinione! Questo è molto più creativo che la conferma indefinita della mia opinione di sempre. 7. Ciascuno preferisce essere vittima della violenza dell’altro piuttosto che esserne l’autore. Per dialogare vale di più essere la vittima che l’aggressore! Questo non significa lasciarsi fare del male da un aggressore ma, piuttosto, protestare contro la violenza dell’altro senza esercitare nessuna vendetta! Dialogare sapendo che la migliore vendetta è il perdono esplicito. Il ruolo del dialogo in una filosofia del piacere Che cosa cerchiamo nel dialogo con le persone assistite? Cerchiamo il loro benessere che vorrei qui desi155 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità gnare come il loro piacere. Cercando il loro piacere, noi cerchiamo anche il nostro! Ma che cos’è allora il vero piacere? Ispirandomi alla filosofia di Epicuro 3 e soprattutto alla sua Lettera a Meneceo (testo interessantissimo e di non difficile lettura): il piacere è, per così dire, la sanzione positiva di una vita vissuta in armonia con se stessi, con gli altri e con la natura. È uno stato di non sofferenza corporea e mentale che, giunta all’accettazione della vita così com’è, procura la gioia spirituale. E questa gioia è moltiplicata quando è condivisa con i veri amici. La filosofia di Epicuro non è l’edonismo, cioè il pensare che il piacere sia la finalità ultima della vita. Per Epicuro, il piacere è la conseguenza di un modo di vivere in accordo con la nostra natura e quella degli altri. È una filosofia dell’armonia integrale. Epicuro insegnava che esistono quattro maggiori ostacoli da evitare per vivere la vita in armonia con la natura: 1. Temere il dolore. 2. Temere la morte. 3. Temere gli dei. 4. Temere la frustrazione. Di fronte a questi ostacoli, il filosofo proponeva quattro farmaci: 1a.L’uso della memoria di un passato gioioso per controbilanciare e minimizzare il dolore attuale. 1b.Il ricorso all’acido salicilico come analgesico. 1c.L’uso della morfina se l’acido salicilico non è sufficiente come analgesico. 1d.Il ricorso al suicidio se veramente si trova il dolore insopporta- 156 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 bile al punto di impedire alla propria vita di avere ancora un senso. 2. L’educazione della propria coscienza in accordo con il principio che “Quando siamo noi non c’è la morte, e quando c’è la morte noi non siamo più”. La retta conoscenza della morte libera la propria vita dal desiderio dell’immortalità. 3. “Considera la divinità un essere immortale e beato, come la comune nozione del divino suggerisce. Gli dei esistono perché la loro conoscenza è evidente, ma non esistono nel modo in cui la maggior parte li concepisce perché non conservano la nozione che ne hanno. In realtà essi sono dediti soltanto alle loro virtù e accolgono i loro simili reputando estraneo tutto ciò che non è tale”. 4. Per quanto riguarda la frustrazione, bisogna considerare che: –alcuni desideri sono naturali e altri vani, –e di quelli che sono naturali alcuni sono necessari per la felicità (mangiare, bere, dormire, proteggersi, ecc.) e altri ancora facoltativi. Il filosofo raccomandava di: –realizzare ogni giorno i desideri necessari; –accettare la realizzazione dei desideri facoltativi (buon vino, sesso, ecc.) quando si presenta l’opportunità, ma senza mai cercarli attivamente; –mai cercare la realizzazione dei desideri vani (soldi, prestigio, fama, ecc.) perché por- tano all’illusione coloro che se ne preoccupano, la quale diventa poi inevitabilmente un’occasione di frustrazione. Il filosofo sottolineava anche che non scegliamo ogni piacere, soprattutto quando hanno come conseguenza prevedibile un fastidio maggiore (ubriacarsi ne è un esempio). Epicuro diceva anche che preferiamo molti dolori ai piaceri quando ne consegue un piacere maggiore (cagionare sofferenza ai propri propri muscoli e arrivare in cima a una montagna da dove si vede un panorama eccezionale). Queste due affermazioni definiscono la “prudenza” epicurea: tutti i piaceri sono buoni, ma non tutti valgono la pena di essere cercati. La prudenza consiste nel giudicare tutte queste cose in base a una visione opportunamente commisurata dei vantaggi e degli svantaggi, perché in certe circostanze il bene può essere per noi un male e viceversa. La prudenza insegna che non è possibile una vita felice se essa non è saggia, bella e giusta. “Medita dunque queste cose e quelle dello stesso genere giorno e notte, in te stesso e con chi è simile a te, e non avrai mai turbamento né nel sonno, né da sveglio, ma vivrai come un dio fra gli uomini: perché in nulla è simile a un mortale un uomo che vive fra beni immortali”. L’amicizia epicurea Secondo Epicuro, l’amicizia è l’arte di diventare epicureo nella compagnia di un altro (o un’altra) che s’impiega nello stesso programma di vita e che sa farsi gentilmente critico (o critica) nel caso in cui non siamo più fedeli alla pratica autentica dell’epicureismo. Evidentemente questo tipo di amicizia si vive sulla base della più stretta reciprocità dialogale. BIBLIOGRAFIA [1] Malherbe JF. Per un’etica della medicina. Cinisello Balsamo (Milano): Edizioni Paoline, 1989: 23. [2] Platone. Gorgia. Roma: Editori Laterza, 1997. [3] E picuro . Opere, Frammenti, Testimonianze. Roma: Editori Laterza, 2003. Jean-François Malherbe è Titolario di Etica applicata presso l’Università di Sherbrooke (Canada), Straordinario di filosofia sociale presso l’Università di Trento. 157 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Dal dr. Arrieta al dr. House: frammenti di un dialogo possibile tra medico e paziente Annamaria Marchionne Il rapporto tra pazienti e medici deve configurarsi come una collaborazione che prenda atto delle asimmetrie di potere e dei rischi di reciproca sudditanza, per dar vita a un patto basato su reciproca fiducia. La malattia e la relazione medicopaziente riguardano una condizione che attraversa ogni percorso esistenziale: le testimonianze che di tale esperienza ci vengono offerte dalla letteratura e dall’arte ci consentono una possibilità di lettura “altra”, che può illuminare di luce più intensa, più penetrante, la nostra riflessione rispetto a quella ordinaria di carattere tecnico, scientifico, sociologico. Arte, medicina, arte della medicina Hans Georg Gadamer (1900-2002), filosofo tedesco allievo di Heidegger, che su questo aspetto ha scritto pagine fondamentali, ci aiuta ad approfondire il senso di questa relazione fra arte e medicina. Gadamer, cogliendo il cuore di “irrazionalità” o meglio di “oltre razionalità” che c’è nel mestiere del medico, dice: “Risulta motivato il fatto che il medico non identifichi la sua professione soltanto con il ruolo del ricercatore e dello scienziato e nemmeno con quello del tecnico specializzato che 158 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 applica la sua scienza e le sue conoscenze per “produrre la salute”. In questo lavoro esiste una prossimità all’arte che non rientra nella sfera di quanto si può fornire con l’insegnamento teorico e che risponde al nome di arte medica” (H.G.Gadamer, Dove si nasconde la salute). La soggettività del medico e quella del paziente sono componenti ineliminabili dalla conoscenza diagnostica, dalla cura, dal curare farmacologico, che non possono essere semplicemente ricondotte nel solco dei criteri conoscitivi delle scienze della natura. Ho scelto di iniziare il mio contributo con due figure di medici: il dr. Arrieta, del celebre autoritratto di Goya, e il dr. House, protagonista dell’omonima serie televisiva. Le immagini di Arrieta e di House risuonano ciascuna di una propria peculiare forza evocativa, poli estremi ed emblematiche sintesi visive di due opposte concezioni del rapporto medico-paziente, separate da un arco cronologico – dal secondo decennio dell’800 alla contemporaneità – che ne segna la siderale distanza. Nel 1819 il pittore spagnolo Francisco Goya (1746-1828) si ammala gravemente: in un celebre dipinto del 1820 l’artista si autoritrae all’età di settantatre anni in preda a una crisi di subedema polmonare insieme al suo medico curante, dott. Arrieta. Goya si ritrae nei panni di un paziente sofferente e riluttante tra le braccia del suo medico, che delicatamente, ma con decisione, gli somministra una medicina. Goya recupera la salute grazie all’amico Arrieta e lo ringrazia regalandogli il doppio ritratto di medico e paziente con l’iscrizione: “Goya grato al suo amico Arrieta: per l’abilità e l’attenzione con cui gli salvò la vita durante la sua breve e pericolosa malattia, insorta alla fine del 1819 all’età di settantatre anni“. L’autoritratto si trasforma in una sorta di ex voto, di cui è destinatario il medico curante, visto come salvatore. C’è un legame indissolubile fra Goya e Arrieta, che la malattia sancisce e isola nella sua unicità. La guarigione irrompe quasi come un evento miracoloso, come il frutto del fiducioso abbandono alle cure del proprio medico, come il frutto di quell’alleanza fra medico e paziente di cui parla Ippocrate di Kos, padre della medicina occidentale, che nel 450 a.C. auspicava: “Malato e medico combattano insieme contro la malattia”. Di fronte all’immagine di Arrieta e del suo paziente la domanda che ci poniamo è: quest’alleanza, suggellata dall’abbraccio di Arrieta attorno al corpo sfinito di Goya, è la tappa di un percorso ininterrotto di questa intesa tra medico e paziente che attraverso i secoli si rinnova, senza soluzione di continuità? Oppure, più verosimilmente, quella tra medico e paziente è piuttosto una storia assai più complessa, assai più “tormentata”, come più volte è stata definita? Medico e paziente: due solitudini a confronto La risposta ci viene data da alcune tra le pagine più alte della letteratura europea dall’800 fino ai giorni nostri. Il rapporto medico-paziente è un tema molto diffuso in lettera- tura, tanto che se ne può parlare come di un topos letterario. Qualche frammento tratto da queste testimonianze letterarie, ci permette di cogliere elementi utili alla comprensione del senso, spesso nascosto, dell’essere medici, dell’essere pazienti, che rivelano una straordinaria attualità. Tolstoj In un piccolo capolavoro, scritto fra il 1884 e il 1886, La morte di Ivan Il’ic, Tolstoj descrive con grande efficacia l’incontro fra il protagonista, Ivan Il’ic, Consigliere di Corte d’Appello a San Pietroburgo, e un noto luminare della medicina: “Egli ci andò. Tutto fu come si aspettava. Tutto come sempre avviene. Gli uomini vanno presi alla stessa maniera. Esattamente come in tribunale. Il noto dottore teneva verso di lui lo stesso contegno che Ivan Il’ic teneva in tribunale verso gli imputati […] Per Ivan Il’ic una sola cosa era importante, sapere se la sua situazione era grave oppure no. Ma il dottore ignorava quella richiesta inopportuna. Dal suo punto di vista era una domanda oziosa che non meritava considerazione; si trattava solo di soppesare alcune ipotesi: rene mobile, catarro cronico o affezione all’intestino cieco. E il dottore risolse brillantemente questa disputa a vantaggio dell’intestino cieco. Dalle parole del dottore Ivan Il’ic si creò la convinzione di essere molto ammalato. E capì che la cosa non importava un gran che al dottore e in fondo nemmeno agli altri. Ma lui stava male. La scoperta lo ferì dolorosamente, suscitandogli un sen159 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità timento di pena verso se stesso e di rabbia verso il dottore, indifferente a una questione tanto importante. Tuttavia non fece commenti, si alzò, depose i soldi sul tavolo e sospirando disse soltanto: ‘Probabilmente noi malati rivolgiamo spesso domande fuori luogo. Ma questa malattia è grave o no?’ Il dottore gettò uno sguardo severo da un occhio solo, attraverso gli occhiali, come a dire: imputato, se non rimanete nei limiti delle domande che vi vengono poste sarò costretto a farvi allontanare dall’aula. ‘Vi ho già detto ciò che ritengo utile e necessario –rispose il dottore. – Il resto sarà rivelato dalle analisi’ e con ciò si inchinò.” Thomas Mann Nei grandi romanzi di Thomas Mann la medicina e i medici hanno molta importanza e l’intuizione sferzante dello scrittore tedesco riesce a cogliere il senso molteplice e camaleontico dell’arte medica. In due dei suoi romanzi quali emerge una percezione a volte sconvolgente dei modi di essere delle malattie e dei modi di confrontarsi con esse da parte dei medici. Nel suo primo stupefacente romanzo, I Buddenbrook, scritto nel 1901, ci è possibile cogliere un brano di discorso in cui la dimensione psicologica della malattia, è descritta e illustrata magistralmente. Un altro grande romanzo di Thomas Mann ci parla dei modi di fare medicina, La Montagna Incantata (1924), che sfida il tempo e coglie modelli di vivere e morire ancora oggi attuali. Che cosa ci dice Thomas Mann? Questo: quando si entra in una istituzione chiusa (nel sanatorio 160 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 di Davos metaforizzato e simbolizzato nel romanzo), si perde a mano a mano ogni autonomia e ogni libertà di scelta, ci si adatta all’ambiente, si è divorati dall’ambiente, nello spegnersi di ogni slancio vitale. Cosa fanno i medici in un’istituzione chiusa e come si confrontano con la malattia? La figura e il modo di essere del direttore del sanatorio in cui si svolge la straordinaria avventura esistenziale di Hans Castorp, il protagonista del romanzo, rimandano a quelle forme di fare medicina, di essere medici, contrassegnate dal potere, dalla gelida strutturazione dei ruoli. Nella figura del consigliere aulico Behrens, direttore del sanatorio, Mann tratteggia con straordinaria percezione critica ambivalenze e contraddizioni della relazione fra medico e paziente. Quando la moglie del direttore del sanatorio muore, egli decide di fermarsi definitivamente, immedesimandosi nel destino e nel modo di vivere dei malati. A un certo punto si interroga su un aspetto della relazione che riguarda il rapporto tra guaritore malato e paziente: “Ma è mai possibile un giusto spirituale dominio su una forza in chi è tra gli schiavi di essa? Può liberare chi è a sua volta sottomesso? Il medico malato è pur sempre un paradosso per l’uomo semplice, un fenomeno problematico. La sua conoscenza teorica della malattia non è forse tanto arricchita e moralmente consolidata dalla conoscenza empirica quanto offuscata e confusa. Egli non affronta la malattia con decisa ostilità, è prevenuto, è un avversario poco sicuro, e con tutta la dovuta cautela conviene chiedersi se un appartenente al mondo degli infermi possa avere interesse alla guarigione o magari soltanto alla conservazione del prossimo quanto un campione della salute.“ Hermann Hesse Nella cornice di una decadente stazione termale a Baden, Hermann Hesse, l’autore di Siddharta, scrive nel 1925 La cura, dedicando al rapporto tra medico e paziente alcune straordinarie pagine. Con sottile ironia ci descrive le proprie aspettative nei confronti del medico che dovrà visitarlo: “Mi aspetto da un medico, nemmeno io so bene perché, un resto di quell’umanesimo per cui si richiede la conoscenza del latino e del greco oltre a una certa preparazione filosofica, e che nella maggior parte delle professioni, oggigiorno, non è più necessario. […] Il suo viso intelligente prometteva comprensione e, come si conviene a due pugili ben educati, ci salutammo prima dello scontro con una cordiale stretta di mano […]. Il medico aveva nel suo repertorio alcuni termini del gergo sanitario che io decifravo solo in modo approssimativo, ma che conferivano alle sue asserzioni un grande prestigio ornamentale e rafforzavano in maniera sensibile la sua posizione nei miei confronti.” Franz Kafka La solitudine del medico, la sua angoscia lacerante, la disperata esigenza di un colloquio, si delinea in uno dei racconti più belli di Kafka Un medico di campagna scritto nel 1919: il teatro è la povera casa di un villaggio sferzato da una violenta bu- fera di neve, raggiunta con difficoltà dal calesse del medico condotto. Kafka mette in scena la solitudine del medico, l’ambiente famigliare del malato che non ne riconosce il senso e che accresce lo scacco, la non utilità del medico, fino all’inconcludenza dell’azione medica. Le luci, le ombre, le antinomie e le contraddizioni, le speranze la disperazione, i naufragi fatali, i labili trionfi, che contraddistinguono l’arte medica, riemergono dal discorso implacabile di Kafka. Dal racconto scaturisce una straordinaria descrizione del modo in cui una volta, ma ancora oggi in aree non metropolitane, si poteva veder accogliere in una casa: “ I cavalli si sono fermati, ha smesso di nevicare, chiaro di luna tutt’intorno; i genitori del malato si precipitano fuori della casa, seguiti dalla sorella, mi tolgono quasi di peso dalla carrozza, non capisco nulla dai loro discorsi confusi; nella stanza del malato l’aria è quasi irrespirabile”. Come appare il malato agli occhi sbigottiti del medico? “Magro, senza febbre, né freddo, né caldo, con gli occhi vuoti, il giovane si solleva la camicia di sotto ai piumini, mi s’attacca al collo, mi sussurra all’orecchio: Dottore, lasciami morire ”. Il medico non constata nulla nel paziente: “La miglior cosa sarebbe buttarlo giù dal letto con uno scappellotto” e poi aggiunge: “Sono un impiegato del comune e faccio il mio dovere fino in fondo, fino quasi all’eccesso. Benché mal retribuito, sono generoso e soccorrevole verso i poveri“. Poi fulminea e lacerante l’affermazione emblematica per ogni medicina: “Scriver ricette è facile, ma 161 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità intendersi con la gente è difficile”. La conclusione del racconto sigilla modi di essere emblematici di ogni situazione e di ogni epoca: “Così la gente del mio paese. Pretende sempre l’impossibile dal medico. Hanno perduto la vecchia fede, il parroco se ne resta a casa a sfilacciare una dopo l’altra le sue pianete, ma il medico deve saper fare di tutto con la sua mano leggera di chirurgo”. Le ultime righe del racconto con il linguaggio radicale ed essenziale di ogni testo kafkiano descrivono la parabola del destino e del naufragio possibile di ogni arte medica. Ecco quest’ultima citazione del racconto così realistico, così oscuro e così splendente: “Nudo, esposto al gelo di questo secolo sciagurato, su una carrozza reale, con cavalli irreali, vado vagando per il mondo, io povero vecchio. La mia pelliccia si trascina dietro la vettura, ma io non la posso prendere, e nessuno fra la plebaglia irrequieta dei pazienti, muove un dito in mio aiuto. Sono stato ingannato! Ingannato! Se hai seguito una volta solo il suono illusorio del campanello notturno, non c’è più rimedio per te!” Marguerite Yourcenar Nel romanzo storico Memorie di Adriano (1951), protagonista è il vecchio imperatore romano Adriano: ha 62 anni, si sente vicino alla fine, scrive una lunga lettera al giovane Marco Aurelio per raccontargli la propria vita. Nell’incipit del romanzo Adriano racconta all’amico Marco di essersi recato dal suo medico Ermogene poiché è malato ed è sicuro di una sua prossima morte 162 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 per un’idropisia di cuore. Adriano racconta del suo rapporto con il medico, ma anche del rapporto con il proprio corpo: “E per la prima volta, stamane, m’è venuto in mente che il mio corpo, compagno fedele, amico sicuro e a me noto più dell’anima, è solo un mostro subdolo che finirà per divorare il padrone”. Thomas Bernhard La rappresentazione dei modi di essere e di agire dei medici che Thomas Bernhard fa in uno dei suoi romanzi più belli, Il nipote di Wittgenstein, 1989, è crudele e spietata: si coglie nel suo discorso la critica radicale di ogni arte medica che si esaurisca nella mera tecnica. Dal romanzo stralcio alcuni brani che mettono in evidenza la nostalgia implicita di una medicina umanizzata e incentrata sulla persona del malato. Come si vive e come si muore in ospedale si coglie bene in altre parole sferzanti e dolorose di Bernhard: “Nel Padiglione Hermann i pazienti morivano senza dare nell’occhio, senza un grido, senza un’invocazione d’aiuto, la maggior parte delle volte senza fare rumore. Di primo mattino si vedeva in corridoio il loro letto vuoto che subito veniva coperto con lenzuola fresche per il prossimo paziente. Le infermiere sorridevano quando noi passavamo accanto a loro, il nostro sapere non le turbava affatto.” E infine il senso della malattia e della guarigione: “I malati non capiscono i sani come, viceversa, i sani non capiscono i malati, e molto spesso nasce tra sani e malati come un conflitto mortale che il malato in definitiva non riesce ad affrontare. Il malato in effetti è sempre un uomo solo e l’aiuto che gli viene concesso dall’esterno si rivela quasi sempre, questo lo sappiamo bene, soltanto un impedimento o soltanto un disturbo. L’aiuto di cui il malato ha bisogno è qualcosa di veramente impalpabile, che i sani però non sono in grado di offrirgli.” Qui il discorso di Bernhard si fa meno reciso, meno drastico: riecheggia una nota dolorosa e nostalgica in questo desiderio di umana vicinanza, questo qualcosa di “impalpabile” che realizza l’aiuto e la speranza di cui ogni malato sente, acuta e lacerante l’esigenza. Nella penombra della malattia e delle sue risonanze dolorose che abbiamo attraversato insieme a Tolstoj, Mann, Hesse, Kafka, Bernhard, Yourcenar, rifulgono alcune testimonianze sulla profondità delle ragioni che fanno della medicina non una semplice e manichea articolazione scientifico-naturale, ma una modalità di essere medici e di curare alla quale non può essere estranea la trascendenza della tecnica: non la negazione della tecnica, ma la sua armonizzazione con quelle che sono le aree della intuizione, del contatto interpersonale, del colloquio, dell’ascolto, della partecipazione. Gli artisti e i loro medici: un legame che va oltre la vita L’arte ha la straordinaria capacità di penetrare e mettere a nudo la solitudine drammatica e il grido angosciato della sofferenza. L’artista malato comunica la propria sofferenza, la propria fragilità nell’unico modo possibile per un artista, attraverso le sue opere, facendo parlare i suoi quadri. L’artista lavora ai confini dell’indicibile per rivelare messaggi che le parole talora esprimono in modo inadeguato. Ritratto del dr. Felix Rey Il dott. Felix Rey viene ritratto da Van Gogh nel mese di gennaio 1889: il 23 dicembre Vincent durante una crisi si era tagliato il lobo dell’orecchio sinistro e il giorno successivo era stato ricoverato in gravi condizioni all’Ospedale psichiatrico di Saint Paul a Saint Remy, dove era stato curato affettuosamente appunto dal dott. Rey. Nello sguardo del dott. Rey Van Gogh sigilla il proprio desiderio di comprensione: “ La stima che abbiamo di noi stessi dipende molto anche dai nostri rapporti con il prossimo”. Lo sguardo del dott. Rey, capace di accogliere l’altro, sembra volerci comunicare una serenità di fondo pur nella drammaticità dell’esistenza. Ritratto del dr. Gachet Quando nel maggio 1890 Van Gogh si trasferisce in quella che sarà la sua ultima abitazione a Auvers sur Oise, incontra il medico cardiologo Paul Gachet, un individuo eccentrico, anticonformista, amico di artisti che aiuta economicamente. Gachet capisce che la terapia migliore alla malattia dell’artista consiste nell’aiutarlo a lavorare, nel lasciargli lo spazio e la possibilità di dedicarsi alla pittura, così gli consente di dipingere nella sua casa, nel suo giardino. Il Ritratto del dottor Gachet, 163 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità dipinto da Van Gogh nel 1890, anno della sua morte, è per intensità psicologica e originalità compositiva una prova straordinaria delle infinite capacità espressive del pittore: di questo ritratto l’autore parla in una lettera alla sorella Wilhelmina: “Ho trovato nel dottor Gachet un vero amico e qualcosa come un fratello, tanto ci assomigliamo fisicamente e anche moralmente. È molto nervoso e bizzarro anche lui, e ha reso agli artisti della nuova scuola molti servizi e molte prove di amicizia per quanto ha potuto. […] Ha perduto sua moglie qualche anno fa, il che ha contribuito molto a demolirlo. Siamo diventati amici, per così dire, subito. Ho fatto il ritratto del dott. Gachet con un’espressione di malinconia che spesso a chi guarderà il quadro potrà sembrare una smorfia. […] Triste ma dolce, chiaro e intelligente, così bisognerebbe fare l’espressione dei ritratti.” Van Gogh, ormai alle soglie del definitivo tracollo che lo porterà nel luglio 1890 al suicidio, si autoritrae in due opere riconosciute dalla critica come capolavori assoluti di Van Gogh. Nel primo, intitolato Autoritratto con orecchio bendato del gennaio 1889, la crisi che lo aveva portato a tagliarsi con il rasoio il lobo dell’orecchio sinistro è apparentemente superata, il colore rivela toni luminosi, il disegno giapponese sul fondo e il cavalletto con una tela bianca indicano la volontà di ricominciare a dipingere, dunque a vivere. Nel secondo intitolato Autoritratto del settembre 1889 Van Gogh si raffigura con lo sguardo corrucciato, il volto smagrito, ossuto, 164 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 immerso totalmente quasi a confondersi con lo sfondo. L’andamento vorticoso della pennellata costruisce la quinta contro cui si staglia con fermezza il sofferto autoritratto, lo sguardo drammaticamente intenso di Vincent ci conduce nella profondità della coscienza, dove gli unici appigli sicuri a cui sembra essere condotto lo sguardo dell’osservatore sono gli intensissimi occhi celesti al centro della scena. Renoir Un altro paziente del dott. Gachet fu Pierre Auguste Renoir, il Maestro dell’impressionismo che vediamo in un’intensa immagine, che ci rivela la drammaticità della condizione fisica dell’artista: egli soffrì infatti a lungo di una grave forma di artrite reumatoide, pur continuando fino all’ultimo a dedicare ogni attimo della sua vita alla pittura. Edvard Munch Il grande pittore norvegese Munch, come nessun altro artista del secolo scorso, ha vissuto sino in fondo con drammatica consapevolezza la crisi della coscienza e della cultura occidentale. In Munch la tragicità e la dissoluzione della propria vita si fondono e si combinano con la tragicità della propria opera. Il pittore mette a nudo la propria condizione psicologica, scrutando la propria solitudine in molti autoritratti. Uno di questi, del 1919, conservato a Oslo, lo ritrae in poltrona, in veste da camera, accanto al suo letto ancora sfatto: è affetto da influenza spagnola, la terribile epidemia di spagnola che flagellò l’Europa in quegli anni. Il suo volto è quasi irriconoscibile tanto la figura appare consumata dalla malattia. Egli sopravvivrà alla spagnola e morirà di polmonite nel 1944. Frida Kahlo La vita della pittrice messicana Frida Kahlo, moglie del grande pittore muralista Diego Rivera, fu segnata da un lungo calvario di dolore, sofferenza fisica e disperazione. Da bambina fu colpita da poliomielite infantile e, a diciotto anni, l’autobus su cui viaggiava venne investito da un tram, una sbarra metallica la colpì in pieno, la passò da parte a parte, lasciandola con molteplici fratture dall’omero al bacino. Si salvò per miracolo, ma i medici sottovalutarono la lesione che aveva riportato alla spina dorsale, quando corsero ai ripari imponendole nove mesi di immobilità totale il danno era ormai irreparabile. Fu poi costretta a subire numerosi interventi per recuperare la mobilità. Fu comunque proprio durante il lungo periodo di sofferenza che Frida cominciò a dipingere. Frida Kahlo trova l’ispirazione per dipingere nella propria immagine riflessa in uno specchio, l’unica compagna dei lunghi periodi trascorsi immobilizzata nella solitudine della malattia, una grave forma di fibromialgia postraumatica. Nel celebre autoritratto La colonna rotta, 1944, la sofferenza di Frida è raffigurata dai chiodi conficcati nel suo corpo nudo martoriato, uno spacco che assomiglia a una fenditura di terremoto le apre il busto, al cui interno una colonna ionica spezzata ha preso il posto della colonna vertebrale. I fianchi sono coperti da un perizoma che evoca le figure di martiri cristiani, così come gli infiniti chiodi nel volto e nel corpo che ricordano San Sebastiano trafitto dalle frecce. Frida volge lo sguardo fisso davanti a sé, con dignità, le lacrime bagnano le guance, ma i suoi lineamenti si rifiutano di piangere. Curativa come ogni pratica di autocoscienza, di racconto di sé, per Frida la pittura è un modo di venire a patti con il dolore e di tenere a bada la disperazione, riguadagnando il controllo sull’immagine del proprio corpo frantumato e sterile. Henry Ford Hospital (1933) è un’opera di una violenza espressiva coraggiosa e quasi insopportabile, un autoritratto ambientato nell’ospedale di Detroit dove, durante il suo primo soggiorno negli Stati Uniti, Frida era stata ricoverata per un aborto spontaneo. I sentimenti, le sensazioni, sono trasformati in oggetti concreti, che simboleggiano i profondi processi interiori. Al centro il feto, un ritratto atrocemente accurato del suo bambino perduto, a sinistra un modello medico, cioè l’idea che la scienza ha di ciò che una donna ha dentro di sé, in basso a destra una riproduzione della sua zona pelvica, la parte “colpevole”, le ossa rotte a causa dell’incidente che le impediscono di portare a termine la gravidanza. Anche Frida si ritrae con il proprio medico, nell’Autoritratto con un ritratto del dott. Farill (1951), in cui offre una risposta più serena alla medicina. È l’unico fra gli autoritratti in cui si rappresenta come 165 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità artista. Formalmente è uno degli autoritratti più controllati, ma la sua semplicità è illusoria. In modo significativo sostituisce la tavolozza con un cuore e i pennelli sembrano grondare sangue, il cuore è raffigurato come reale e corporeo. Il sangue della Kahlo rappresenta la pittura, mentre il cuore è la fonte delle sue raffigurazioni, ma sembra avere anche una funzione di offerta al dott. Juan Farill che l’aveva avuta in cura per diversi mesi l’anno precedente, in cui la Kahlo fu ospedalizzata e sottoposta a due delicati interventi alla spina dorsale. Il 13 luglio del 1954, a 47 anni, durante la notte Frida muore. Le ultime righe scritte nel suo diario dimostrano la sua straordinaria e indomita capacità di affrontare il peggio con singolare determinazione e realismo senza compromessi: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non ritornare più. Frida” René Magritte Il terapeuta (1962) di Magritte, grande protagonista del Surrealismo, identifica l’icona moderna del medico. Che cosa rappresenta questo terapeuta-viaggiatore? Magritte ci invita a entrare nell’enigma di questo personaggio seduto su un muretto in una landa deserta. Il personaggio non ha volto, la cappa aperta svela al posto del viso e del petto un cielo diurno, in contrasto col cielo notturno sullo sfondo. L’ambiente e gli oggetti riconoscibili sono associati in modo inatteso, provocando un senso di spaesamento. Il cielo luminoso che si apre al nostro sguardo è un invito al viag- 166 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 gio? L’immagine avvolta nel mistero ci permette di recuperare il valore ancestrale del medico-stregone che incute timore, inquietudine, rispetto in quanto è l’ultima difesa sul ciglio del baratro della malattia. La pittura assume un ruolo liberatore quando mette l’uomo in presenza del mistero del mondo. Il terapeuta accompagna nella notte il viaggiatore alla scoperta della pittura, delle cose invisibili, che si nascondono dietro le cose visibili. Karl Plattner Il pittore altoatesino Plattner, uno tra gli artisti più interessanti e problematici della pittura figurativa italiana della seconda metà del ‘900, morto suicida nel 1986, si accosta in più occasioni al tema della medicina. Nell’opera Il chirurgo (1970-71) l’artista raffigura il personaggio a mezzo busto, di profilo, emblematicamente fasciato come in atto di entrare in un’asettica sala chirurgica, rarefatta in traslucide trasparenze di bianchi. Il chirurgo di Plattner assume le sembianze di una presenza totemica di dichiarata ieraticità. Lo sguardo vitreo fissato nel vuoto lascia intravedere l’inquietudine per l’imprevedibilità e imponderabilità che rimandano ad arbitri più decisivi per i destini di vita. Il genio sregolato: Dr. House Gregory House è il protagonista del serial televisivo che è già di culto e che ha addirittura ispirato libri impegnati. La missione del medico zoppo, antipatico, con evidenti problemi di dipendenza da farmaci, non è quella di far guarire i pazienti: il suo vero scopo è quello di sconfiggere la malattia – per lui, infettivologo dalle grande capacità diagnostiche, una vera sfida. Anticonvenzionale, privo di tatto, scontroso, misantropo, antipatico ai suoi pazienti, cinico, narcisista, egocentrico, sarcastico, violento, intemperante, eccessivo, infantile: l’antitesi dell’eroe empatico e positivo. House, è stato detto, è una figura che eccede i modelli classici di etica. House insegna che la malattia è prima di tutto un oggetto da pensare: tocca al suo genio sregolato e spregiudicato appropriarsene con la mente per respingerla. Il medico esercita un grande fascino sui telespettatori sia per la sua trasgressività e non osservanza delle regole, sia per la coivolgente struttura del telefilm, costruito come un giallo, in cui sulla base degli indizi, spesso fuorvianti, disseminati nel corpo del paziente, House deve scoprire chi sia il colpevole, cioè la patologia di cui il paziente soffre. Ma il ruvido appeal di House non lo rende un buon medico: perché è la negazione incarnata del buon rapporto medico-paziente, perché tratta i malati come cavie e li sottopone a raffiche di esami che ammazzerebbero chiunque, oltre ad affossare qualsiasi sistema sanitario. House rappresenta un certo tipo di immagine della professione medica, ipertecnologizzata, disumanizzata che non può certo essere un modello positivo. Il dr. House è esattamente agli antipodi del modello di medicina incarnato dal dr. Arrieta. Umanità ed empatia di un medico d’altri tempi C’è un dipinto molto noto che raffigura l’immagine di una medicina paternalistica, ma, al tempo stesso, profondamente umana: The Doctor, (1891) di Sir Luke Fildes. In questo dipinto il centro della scena è occupato dalla figura del medico, che vorrebbe salvare la piccola malata, ma ne è incapace e vive il dramma dell’esperienza del proprio limite. Il dottore da un punto di vista medico non può fare nulla per salvare la bambina, però rimane ancora lì, vigile, guardando il respiro lieve della bimba che si va via via affievolendo. Il padre della bambina con dignità e rispetto osserva l’operato del medico, tenendo la spalla della madre disperata. L’idea del quadro si era fatta strada nella mente di Fildes quando il dott. Murray aveva visitato suo figlio Philip per la malattia di cui sarebbe morto il mattino di Natale 1877. Il comportamento del dott. Murray divenne per lui il simbolo della dedizione professionale. Il pubblico tardo-vittoriano apprezzò molto il quieto eroismo del dottore di famiglia: l’eroe, non è colui che compie grandi gesta ma chi vive la pienezza del quotidiano. Un medico illustre ebbe a dire: “Tutta la biblioteca non farebbe ciò che questo quadro ha fatto e farà per la professione medica: rendere il cuore del nostro prossimo famigliare e caro a noi […] Soprattutto qualsiasi sia il grado raggiunto nella tua professione, ricordati sempre di tenere di fronte la figura ideale del quadro di Fildes, ed essere al tempo stesso un nobiluomo e un nobile medico”. I medici trovano difficile capire un 167 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità paradosso: riveriti quando erano relativamente inefficaci (come The doctor, impotente nei confronti della malattia – forse polmonite – del bambino), essi si trovano sempre più soggetti a critiche oggi, quando sono in grado di cambiare il decorso di molte malattie gravi. Forse questo accade perché il possesso e la gestione di tecnologie e rimedi di grande efficacia può trasformare il medico in esperto che ripara o guarisce guasti biologici, ma che ha perso la capacità di vedere il malato come una persona e di stabilire con lui quel particolare rapporto umano che definiamo empatia. Anche il padre del cubismo, Pablo Picasso, nei primi anni di studio all’Accademia di Barcellona, si cimenta con il tema della malattia in Scienza e Carità (1897). L’opera è eseguita secondo le esigenze del saggio accademico, ancora dentro il filone del realismo spagnolo, da cui dopo qualche anno Picasso si emanciperà a contatto con la cultura artistica parigina. La Scienza è rappresentata dal medico al capezzale di una paziente, mentre la Carità è rappresentata da una monaca che tiene in braccio il figlioletto della malata. Scienza e Carità che qui sono raffigurate insieme, a fianco della malata, si separeranno poi in modo sempre più netto nel corso del ‘900. Da quando siamo un colloquio Molto ha esperito l’uomo. Molti celesti ha nominato da quando siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un l’altro. (Friedrich Hölderlin, 1770-1843). 168 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Un paziente “esigente” Integrare queste significative testimonianze letterarie e artistiche con il racconto della mia esperienza della malattia non intende personalizzare i problemi della relazione di cura, ma cercare di evidenziare quelle che possono essere le attese di ogni malato nei confronti della relazione e della comunicazione con il proprio medico. Nella mia vita ho incontrato diversi medici: bravi, meno bravi, più o meno attenti, più o meno sensibili, più o meno capaci di comunicare, più o meno inclini a disporsi all’ascolto del paziente, ho incontrato medici pervasi di onnipotenza, oppure dotati di una maturazione personale che, in qualche caso, passava attraverso la cognizione del dolore, i “guaritori feriti”, cioè i curanti consapevoli della comune matrice umana, corporea e mortale che unisce al di là dei ruoli, medico e paziente. La malattia, il dolore Ho capito, durante la malattia, che il rapporto con il dolore, la sofferenza, la cura, l’esperienza della malattia, attengono al vivere quotidiano: la malattia non è un mero accidente, ma in ogni caso la via di una trasformazione, l’accesso a un nuovo percorso interiore. La malattia, la sofferenza sono, in fondo, come colpi di una sonda che rimuovono le nebbie dell’indifferenza, ridestandoci, come diceva Rainer Maria Rilke (Lettere a un giovane poeta), a una conoscenza diversa di sé e egli altri. La sofferenza cambia il nostro modo di vivere e di morire, cambia il mondo in cui siamo immersi e solo se sorge in noi la consapevolezza di dover accettare la nostra esistenza quanto più ampiamente possibile, riusciamo a intendere il senso della sofferenza e la sua dimensione umana. La comunicazione nel rapporto medico-paziente La mia esperienza di malato cronico mi ha aiutato a comprendere l’importanza della comunicazione tra medici e pazienti, che è un grosso nodo etico, prima ancora che un problema di virtù personali e di tecniche comunicative. Del resto come sosteneva un malato eccellente quale fu Marcel Proust, “una grande parte di quello che i medici sanno è insegnato loro dai malati”. Oggi, alle soglie del terzo millennio, la medicina rivela aspetti contrastanti, talvolta decisamente contradditori: ci troviamo nella situazione paradossale di un progresso tecnologico-scientifico che ha favorito enormemente, rendendola più agevole, sia la diagnosi sia la terapia di molte malattie, d’altra parte, mai come ora è in crisi il rapporto medico-paziente, in cui l’uomo si è progressivamente annullato e il momento strumentale ha preso il sopravvento. In altre parole il progresso tecnologico ha portato con sé il distacco del medico dal malato e viceversa e la disumanizzazione della medicina. Diventa sempre più difficile trovare un medico che si prenda cura “globale” di un malato nella sua complessità psicofisica e spi- rituale. Molto più facile trovare la disponibilità di un “tecnico” capace di risolvere un “guasto” organico magari con interventi di altissima tecnologia sino al trapianto multiplo di organi. Il distacco del medico dal paziente riflette lo sguardo della medicina che analizzando aspetti sempre più microscopici della malattia finisce per perdere di vista l’elemento più importante, la persona malata. Il paziente è cambiato Anche il paziente è molto cambiato negli ultimi cinquant’anni: la modificazione ha una matrice positiva, tipica della modernità: l’uomo moderno rivendica in ogni atto la sua individualità e la sua autonomia. Infatti negli ultimi decenni si è assistito, in parallelo ad altri grandi eventi sociali, a una crescita di autonomia del paziente, che lo ha portato a rifiutare una medicina di tipo paternalistico per preferire un approccio in cui anch’egli è parte in causa. L’istituzione del Tribunale dei diritti del malato o la regolamentazione del consenso informato sono segni indicativi di questa nuova autonomia. Il paziente è oggi più esigente e più informato: crescono le associazioni dei malati, in cui i pazienti decidono di tramutare la sofferenza privata in ricerca di migliori condizioni di cura e assistenza e anche di una migliore comunicazione medico-paziente. Il principio di autonomia rappresenta un passo avanti nella relazione medico e paziente: il malato non è più oggetto passivo, ma diviene soggetto attivo nel processo decisionale 169 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità e persino nel processo di guarigione dalla malattia. In questo caso il medico lavora con il paziente. È chiaro che il rapporto medicopaziente deve evolversi in sintonia con il progresso scientifico senza perdere però la caratteristica fondamentale e irrinunciabile di essere un’alleanza tra persone. La crisi nella comunicazione medico-paziente Le esperienze di molti pazienti mettono in luce invece che la comunicazione medico-paziente è spesso insoddisfacente e frustrante per entrambi, sia sul piano verbale che su quello non verbale. Ogni paziente vorrebbe trovare nel proprio medico curante una versione del vecchio caro medico di famiglia, come ormai ce lo tramanda solo la tradizione popolare: uno specialista esperto, scrupoloso, ma prima di tutto un uomo: caloroso, amichevole e anche fine psicologo. Si tratta di una figura mitica e forse anche il medico mosso dalle migliori intenzioni non riuscirebbe a emularne le capacità e l’umanità: il problema è che l’attuale rapporto medico-paziente si risolve spesso in una visita sbrigativa, spersonalizzata e insoddisfacente per il paziente che non si sente capito e per il medico che vede i suoi sforzi terapeutici vanificati spesso dalla mancanza di collaborazione da parte dell’assistito. Un dialogo più profondo e aperto invece andrebbe vantaggio dell’efficacia della cura: se i pazienti sono informati e coinvolti nelle decisioni, si rivelano più collaborativi e più aderenti alle prescrizioni. 170 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Le aspettative del paziente si possono riassumere in questi punti: – Essere riconosciuto come persona che ha bisogno di aiuto e non come organo da curare; – Essere rispettato; – Essere ascoltato; – Essere guardato; – Avere informazioni chiare e semplici sulla malattia e sulla terapia; – Poter esprimere i propri dubbi, paure, ansie; – Non sentirsi giudicato; – Essere accompagnato. Spesso, nel gergo sanitario, ho sentito parlare di “presa in carico” del paziente: questa espressione, a ben vedere, evoca un senso di pesantezza, di oppressivo fardello inanimato da sostenere. A questo proposito vale forse la pena di ricordare che il malato, la persona che soffre, soffre prima di tutto quando si sente un peso per gli altri. In realtà, forse, sarebbe più opportuno parlare di “accompagnamento” nella malattia e nel tragitto finale che conclude il percorso esistenziale di ogni essere umano. Alcune illuminanti riflessioni di Karl Jaspers (1883-1969), grande filosofo e medico tedesco, nel suo saggio Il medico nell’età della tecnica, possono aiutarci a far luce sul senso più profondo della medicina: “Giunti ai confini della medicina scientifica, senza filosofia non si può dominare la stoltezza, il medico che sulla base del progresso scientifico è in grado di fare cose inaudite, diventa veramente medico solo quando assume tali pratiche nel suo filosofare. Attraverso l’intimità coi suoi malati il medico perviene, nella sua sobrietà, all’esperienza umana”. Jaspers ci soccorre anche in un altro aspetto molto importante della riflessione: ”Il medico non è solo un tecnico né un salvatore ma un uomo che sa di dover morire lui stesso, un’esistenza al servizio di altre esistenze, che realizza con il paziente, nel paziente e in se stesso le virtù della dignità e della libertà.” Su questa riflessione di Jaspers dovrebbero meditare i medici, ma anche i pazienti, che spesso corrono il rischio di idealizzare la figura del medico. Non dovremmo scordarci infatti che il medico è innanzi tutto un essere umano che ha scelto una professione, che, con tutti i limiti e le discordanze della natura umana, è stata per secoli quella di accompagnare il proprio simile nel dramma ineludibile della sofferenza e della morte, contrastandole con empatia. In particolare, ogni paziente dovrebbe avere ben presente che il medico: – È un essere umano; – Non è onnisciente e onnipotente; – Può sbagliare; – Si aspetta la fiducia del paziente e la sua collaborazione. Chirone, il guaritore ferito Karl Jaspers chiarisce un altro aspetto fondamentale per la nostra riflessione: “Il progresso della tecnica, della conoscenza scientifica, se non si accompagna a una consapevolezza dei propri limiti, viola la terapia e violenta il malato, frustrando lo spirito e l’anima”. Chirone, il guaritore ferito, il centauro che insegnò l’arte medica a Esculapio, era portatore di ferite inguaribili. Il filosofo H. G. Gadamer, recuperando il mito del centauro Chirone, sostiene che quello occorre per una medicina più umana è la figura del medico visto come un guaritore ferito. Ma per riuscire a comunicare con il malato sarebbe assurdo attendere che il medico si ammali: questa consapevolezza deve passare anche attraverso un percorso di maturazione, fatto di una diversa formazione, una pratica clinica più completa, una versione aggiornata del binomio “scienza e coscienza”. La diffusa istanza di “umanizzazione” della medicina sembra invocare meno tecnica e meno scienza: in realtà occorrono più umanità e più scienza: la scienza va arricchita con il sapere delle relazioni, che non è esterno alla professione medica, il vissuto dei pazienti li fa diversi uno dall’altro e richiede risposte diverse al medesimo protocollo. L’ostacolo maggiore nella comprensione reciproca consiste nella natura intrinsecamente statistica della conoscenza e del ragionamento medico, che fa correre il rischio di trascurare come rumore di fondo informazioni essenziali che può dare il paziente e di perdere la ricchezza di sapere che ogni caso individuale porta con sé. Un altro rischio che corre il paziente è quello di essere ridotto a dato biologico, alla malattia, se non agli organi colpiti: l’utero, il cuore, il fegato, di non sentirsi trattato come una persona intera dotata di corpo e 171 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità spiritualità. Si discute sempre di più del “dolore”inutile”, ma la sofferenza va oltre il dolore fisico. Nietzsche ha scritto: “Il malato soffre più dei suoi pensieri che della stessa malattia”. Se il medico è competente sulla malattia, il malato è l’unico competente a dire come la vive e la soffre, solo il paziente sa quali sintomi accusa e la descrizione dei sintomi è varia quanto i pazienti stessi. Il medico deve imparare dal malato le informazioni su come vive la malattia. Quest’esigenza è molto sentita fra i malati e spiega perché molti che si rivolgano alle medicine non convenzionali, forse perché in quei contesti curante e curato si interrogano insieme sul male e la cura. Terzani nel suo racconto sull’approccio con la medicina occidentale dice a questo proposito: “Io ero un corpo, un corpo ammalato da guarire. E avevo un bel dire: ma io sono una mente, forse anche uno spirito e certo sono un cumulo di storie, di esperienze, di sentimenti, di pensieri, di emozioni che con la mia malattia hanno probabilmente avuto un sacco a che fare! Nessuno sembrava volerne o poterne tenere conto. Quello che veniva attaccato era il cancro ben descritto nei manuali. Ma non il mio! Non persi al fiducia nei medici a cui mi ero affidato, anzi. Ma più li conoscevo più sentivo che erano come violini cui mancava una corda. L’esperto di turno non veniva a toccarmi, o ad auscultarmi. La sua attenzione era rivolta esclusivamente a pezzi, alla loro rappresentazione, all’immagine che di quei vari pezzi compariva sullo schermo del suo computer”. 172 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 La responsabilità del paziente Tuttavia non è in gioco solo il mio diritto di malato a essere preso in cura, a essere informato e ascoltato, a esprimermi sul modo in cui vivo la malattia. C’è anche il mio diritto/dovere di contribuire ad accrescere, come paziente, la scientificità della relazione terapeutica. La quale, quando funziona, non produce solo una cura, ma un sapere, un sapere nuovo, condiviso, prodotto dall’incontro tra competenza disciplinare del medico e sapere di sé. Se per medici può risultare fondamentale potenziare maggiormente la propria formazione, a noi pazienti serve comunicare sia verticalmente che orizzontalmente tra noi: per imparare a trattare col medico, per rassicurarci, per rafforzarci, ma anche per elevare il livello di consapevolezza e costruire un patrimonio culturale condiviso, fatto di esperienze di cura e comunicazione, che consenta di aumentare la conoscenza, di avere un confronto con la scienza medica, di pensare nel merito e nel metodo di cura e di comunicazione. In quanto persone dotate di conoscenze (per esempio sugli effetti dei farmaci sul proprio organismo), possiamo trasformare diversi aspetti della prassi medica, fra cui anche il modo in cui si guarda alla malattia. In generale tutte le associazioni dei malati sono un luogo di mediazione tra pazienti e medicina e svolgono un ruolo propositivo dando impulso alla ricerca anche sulla base dei dati epidemiologici dei propri soci. Medici e ricerca- tori hanno un’insperata fortuna ad avere una fonte così mirata di informazioni, di cui potrebbero avvalersi. Appare chiaro allora come quello che serve tra pazienti e medici non sia un rapporto paternalistico, o amicale, e, tantomeno, un rapporto formale, meramente contrattuale, ma un nuovo patto morale: il British Medical Journal ha parlato di un nuovo “contratto sociale”, una collaborazione che parta senza demagogia dalla presa d’atto delle asimmetrie di potere e dei rischi di reciproca sudditanza, per dar vita a un patto basato su reciproca fiducia. Da paziente esigente, innanzi tutto con me stessa, vorrei che i malati, meglio se organizzati, si ricordassero che il loro primo dovere – se si vuole davvero rinnovare un patto epocale come quello che ci sta davanti – è quello di prendersi la loro parte di responsabilità della malattia e della cura, informarsi, uscire dall’ignoranza e dalla rassegnazione comunicativa. Il ruolo di un’associazione di malati In questi anni di impegno nell’Associazione Trentina Malati Reumatici è maturata in me la consapevolezza dell’importanza che l’azione di un’associazione di malati può svolgere per migliorare le condizioni di cura e di assistenza dei malati, ma anche per migliorare il lavoro degli stessi medici: rendendoli consapevoli che il paziente è, in definitiva, il luogo stesso di origine dell’arte medica, e che le opinioni del paziente, per quanto discutibili, non sono mai arbitrarie, che il medico può esercitare la propria arte mettendosi in gioco, cimentando la propria “ verità” con quella del malato, rammentando che la verità scaturisce dalla comunicazione con l’altro. Il dialogo, il confronto continuo con i nostri medici del reparto di Reumatologia dell’Ospedale Santa Chiara e dell’Unità Operativa di Medicina Legale dell’APSS, ci ha permesso di avviare una fruttuosa cooperazione, che ha prodotto risultati importanti sia sul piano dell’informazione che della comunicazione: insieme abbiamo progettato e realizzato un sito internet per i malati reumatici del Trentino (www.reumaticitrentino. it), che affianca un altro strumento informativo, il notiziario, di recente pubblicazione. Possiamo affermare, con un certo orgoglio, di essere riusciti a dar vita a una sinergia che mette in campo le competenze scientifiche dei medici e dall’altro le competenze dei malati sulle proprie malattie e sulle problematiche sociali e relazionali che ogni giorno debbono affrontare. Insieme ai nostri medici stiamo lavorando anche ad altri progetti, cui attribuiamo particolare rilievo: fra essi voglio ricordare, proprio per l’attinenza che ha con il tema dei Dialoghi, un convegno intitolato La relazione di cura: medico e paziente fra tecnica e nuovo umanesimo, che è stato ideato dalla nostra Associazione, ma ha trovato l’adesione convinta di personalità che con il loro contributo faranno sì che 173 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità l’iniziativa sia un’occasione di incontro e confronto interdisciplinare fra medici, infermieri, studiosi di ambiti disciplinari diversi, rappresentanti di associazioni dei malati. Il convegno, organizzato in collaborazione con l’Ordine dei Medici e il Collegio degli Infermieri del Trentino, avrà luogo a Trento, alla Sala della Cooperazione, l’8 marzo 2008. Per il nostro convegno abbiamo scelto come immagine emblematica l’affresco della Sala del Pellegrinaio (1440), un affresco Domenico di Bartolo all’Ospedale di Santa Maria della Scala, Siena. La sala del Pellegrinaio è il più antico ambiente superstite dell’architettura ospedaliera italiana, adibito fin dai primi decenni del ‘300 al ricovero di infermi, estremo rifugio dei disperati, poveri, malati contagiosi. La decorazione del Pellegrinaio, con l’affresco Il governo degli infermi fu affidata all’artista senese Domenico di Bartolo. Quest’immagine riassume emblematicamente il senso profondo dell’assistenza agli infermi come gesto di carità, in cui la cura del corpo è importante tanto quella dell’anima… Per concludere, ritengo che la collaborazione con il malato aiuti il medico a coinvolgersi nella decifrazione del messaggio che l’ammalato cerca di comunicargli. E questa collaborazione conduca medico e malato fuori dalle rispettive solitudini, facendoli ritornare alla complicità dell’antichissima arte della guarigione, facendoli percorrere insieme il cammino verso un nuovo Umanesimo. 174 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Medico aiuta te stesso, così aiuterai anche i tuoi malati. Questo sia il suo aiuto migliore: che egli guardi con gli occhi colui che risana se stesso. (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra). Annamaria Marchionne è Presidente dell’Associazione Trentina Malati Reumatici. Attori e organizzazione del processo informativo sanitario Federica Rosa Creare condizioni organizzative significa anche costruire un clima in cui la centralità del paziente faccia crescere una cultura di complementarietà piuttosto che di contrapposizione e dipendenza gerarchica. Le basi normative della professione infermieristica Prendendo in esame la responsabilità che norma l’agire professionale dell’infermiere, e quindi la responsabilità giuridica, il primo riferimento, anche in ordine di importanza, è la Costituzione, che all’art. 32 parla del consenso ai trattamenti. Tale responsabilità innegabilmente investe anche lo specifico professionale dell’infermiere che sempre di più diventa corresponsabile di scelte assistenziali quali, per esempio, l’applicazione di presidi, la decisione del ricorso alla contenzione non farmacologia (a cui nel codice deontologico è dedicato un comma dell’art.4,), la compartecipazione a scelte terapeutiche controverse sia per gli operatori che per i famigliari come la nutrizione artificiale… Le leggi sul segreto professionale e d’ufficio e, più recentemente, la legge 675/96 sulla tutela della privacy vanno considerate nella gestione quotidiana delle informazioni, anche in virtù della tipologia di pazienti di cui prevalentemente ci occupiamo (pazienti anziani e/o cronici), sia per la quantità di informazioni che li accompagnano, che per la loro “delicatezza”. Ci sono dei momenti, quali i passaggi di informazioni (per esempio, la consegna nell’avvicendamento dei turni), che richiedono un approccio particolarmente responsabile e attento. Prevedere inoltre degli spazi dedicati, anche per i colloqui con i pazienti e con i loro famigliari, diventa una necessità non più procastinabile. Il Profilo dell’infermiere (D.L. 736/1994) da questo punto di vista si può definire altamente innovativo in quanto, oltre all’autonomia in ambito assistenziale, riconosce all’infermiere una specifica responsabilità in ambito relazionale, riconoscendo infatti che l’assistenza infermieristica “è di natura tecnica, relazionale, educativa”. Un altro riferimento importante è il Codice deontologico che dedica un articolo alla relazione con l’assistito. L’articolo è strutturato in 18 commi, tra i quali il 4.15 è dedicato all’ascolto, che arricchisce la comunicazione rendendola qualcosa di diverso dall’informazione: “L’infermiere ascolta, informa, coinvolge la persona e valuta con la stessa i bisogni assistenziali, anche al fine di esplicitare il livello di assistenza garantito e consentire all’assistito di esprimere le proprie scelte”. La legge 42 del 1999 da pieno riconoscimento e forza al profilo: ”Il campo proprio di attività e di responsabilità delle professioni sanitarie […] è determinato dai contenuti dei decreti ministeriali istitutivi dei relativi profili professionali e degli 175 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità ordinamenti didattici dei rispettivi corsi di diploma universitario e di formazione post-base nonché degli specifici codici deontologici”. Il processo di comunicazione Quali sono gli attori coinvolti? In primo luogo il paziente, che è l’unico detentore delle informazioni che lo riguardano. Questa prerogativa crea talvolta situazioni di difficile gestione che chiamano in causa modalità di delega non contemplate dalla normativa vigente a cui si deve supplire ricercando alleanza, consenso, confronto e integrazione anche tra le diverse figure allo scopo di ricercare soluzioni adeguate e, spesso, di compromesso. Attorno al paziente ruota una molteplicità di persone che in qualche modo entrano nel processo della comunicazione: gli operatori interni alla struttura appartenenti ad altre unità operative e servizi, spesso specialisti, che devono gestire la complessità clinico-assistenziale di cui sono portatori i pazienti; gli operatori esterni, operatori dei Distretti, medici di base, assistenti sociali, con i quali è indispensabile costruire una rete di collaborazione basata sullo di scambio di informazioni. Tutte queste persone hanno formazione, ruoli e responsabilità, ma anche appartenenze e culture, diverse. La trasformazione culturale che investe la nostra società riguarda e riguarderà sempre di più non solo i pazienti, ma anche gli operatori. Il fenomeno delle badanti è già una realtà con cui quotidianamente dobbiamo misurarci. Le badanti, che supportano le famiglie 176 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 e i care-givers, vengono coinvolte nell’assunzione di responsabilità, che gli operatori delegano loro attraverso pratiche educative. Va sottolineata l’importanza della continuità delle informazioni, finalizzata alla continuità assistenziale. C’è una responsabilità che investe ogni operatore nel tenere un collegamento rispetto alle informazioni importanti che riguardano il paziente e il suo contesto di riferimento, soprattutto se correlate al processo decisionale, considerando non solo quelle riguardanti il “qui e ora”, ma anche quelle attinenti a “il prima e il dopo” di un evento, come, per esempio, il ricovero in una struttura ospedaliera, di lungodegenza, RSA o il rientro a domicilio. L’educazione negli ultimi anni ha assunto un ruolo di rilievo nel processo assistenziale anche se, per rispondere efficacemente alle nuove esigenze e domande che riguardano la salute, sarebbe necessario un notevole investimento professionale e organizzativo. In Salute, malattia e cura. Teorie e percorsi di clinica della formazione per gli operatori sociosanitari, della pedagogista Lucia Zannini, si trovano interessanti spunti di riflessione sulla relazione educativa. In particolare,viene sottolineata l’importanza dell’ascolto della persona che costituisce la condizione per attuare un processo di educazione del paziente. La persona, con la sua storia, deve essere coinvolta in modo attivo, anche mediante la relazione d’aiuto, non deve essere lasciata sola nei momenti difficili, ma sostenuta nella scelta e nelle decisioni. La relazione d’aiuto ha acquisito all’interno dei percorsi formativi un certo rilievo, non esteso però automaticamente al mondo lavorativo, il quale appare variegato anche in termini di preparazione e di competenze professionali e che quindi richiederà tempo per il suo consolidamento. La documentazione rimane una finalità che indubbiamente responsabilizza il singolo operatore, quantunque comporti il rischio di una mentalità difensivistica, da cui è bene prendere le distanze. Rispetto alla documentazione e all’educazione anche a livello di macro-organizzazione, il processo di accreditamento della struttura ha visto la realizzazione e diffusione di un sistema di procedure comportamentali che, a partire dal sistema informativo, ha ridisegnato alcuni processi clinico assistenziali. È stato avviato un importante processo innovativo che rinforza modelli di assunzione di responsabilità degli operatori e prevede l’utilizzo di strumenti quali la cartella integrata, per la registrazione, la documentazione e il passaggio delle informazioni, contenente anche strumenti finalizzati alla gestione della continuità assistenziale (piano assistenziale, di dimissione) e dell’educazione ai pazienti e ai famigliari. La sicurezza (che approfondiremo più avanti) è una finalità importante, sebbene talvolta risulti trascurata,anche per il peso che sta acquisendo nel dibattito tra i professionisti, soprattutto a livello di macro-organizzazione. Lo scenario attuale Il progresso tecnologico ha interessato profondamente il mondo dell’informazione. Da una parte, ciò sta producendo inflazione e consumismo dell’informazione, talvolta disorientando e creando disparità nell’accesso e nell’utilizzo della stessa. Ma, al contempo, offre l’opportunità di dare il via a un processo di democratizzazione che rende ormai inevitabile (anche se lento e talvolta conflittuale) un processo di trasformazione dei rapporti operatore sanitario-paziente. È utile allargare l’analisi del contesto richiamando l’importanza del processo di transizione epidemiologica dalla malattia acuta a quella cronica, legata all’allungamento dell’aspettativa di vita con le sue ripercussioni sull’intero processo clinico-assistenziale. La radicale trasformazione demografica (e conseguentemente socio-economica) avvenuta negli ultimi decenni, ha messo in crisi il sistema di Welfare, con una ricaduta del carico assistenziale all’interno di famiglie che, sia sul piano strutturale che su quello economico, sono sempre meno in grado di farvi fronte. Queste considerazioni spingono a disegnare nuovi modelli organizzativi che ridefiniscano la responsabilità a diversi livelli, diano la possibilità di costruire relazione e integrazione interprofessionali e sostengano la necessità di allargare a chi con noi condivide la gestione di pazienti i nostri confini relazionali, che diventano sempre più complessi e più compromessi, sia sul piano funzionale che su quello psicologico/cognitivo. 177 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità Nella gestione di momenti in cui la comunicazione mette a dura prova, anche in termini di coinvolgimento emotivo, chi si trova a gestirli in prima persona, gioca un ruolo centrale il medico. Egli rimane la figura professionale maggiormente coinvolta in alcune fasi cruciali del percorso clinico-assistenziale, quali la comunicazione di diagnosi o prognosi infauste, la decisione in merito a scelte terapeutiche di fine vita o nella fase avanzata di malattie croniche, neurologiche, caratterizzate da grave deterioramento cognitivo. Diventa sempre più importante la ricerca del confronto e dell’integrazione con altre figure professionali che contribuiscano alla raccolta di informazioni, all’interno di tempi e spazi della complessità comunicativa dedicati all’ascolto e alla comprensione degli aspetti peculiari che riguardano il contesto famigliare, sociale e affettivo. Informazioni che diventano particolarmente importanti quando, per garantire efficacia, appropriatezza e continuità nelle cure al paziente, si devono cercare strategie e modalità (anche comunicative e di integrazione) non consuete e, soprattutto, quando esse diventano determinanti nel migliorare la qualità di vita del paziente e della famiglia. La competenza linguistica La complessità del processo comunicativo comporta la ricerca di risposte formulate da prospettive diverse e la necessità di attribuire diversi livelli di responsabilità. Si consideri, per esempio, la competenza linguistica che dovrebbero 178 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 possedere i diversi protagonisti del processo di comunicazione per evitare conseguenze negative, soprattutto nell’ambito della sicurezza. La competenza linguistica (health literacy) è il grado di capacità che ha l’individuo nel raggiungere, elaborare e comprendere le informazioni basilari e il fabbisogno di servizi per decidere in modo appropriato. Moltissime persone (per svariati motivi: età, condizioni economiche, o sociali, cultura e lingua diverse…) si trovano in una situazione di svantaggio rispetto alla competenza linguistica. È importante sottolineare che anche le persone più competenti possono essere limitate nella comprensione di informazioni sulla salute quando sono toccate da una malattia, in quanto si sentono più vulnerabili. Una ricerca pubblicata in Archives of Internal Medicine rileva come negli anziani con una scarsa competenza linguistica e una ridotta comprensione dei testi scritti vi sia un tasso di mortalità superiore rispetto ai coetanei più acculturati (più competenti linguisticamente). Da alcuni anni, nella letteratura medica anglosassone la competenza linguistica è oggetto di studi e ricerche che sottolineano come talvolta si trascurino o si diano erroneamente per scontate caratteristiche degli attori del processo di comunicazione. Caratteristicamente, il contesto socioculturale americano presenta connotati di forte differenziazione e disomogeneità, ma profondi e rapidi mutamenti stanno interessando anche la realtà europea e italiana, prospettando l’affermarsi di una società multietnica e multiculturale che sta già facendo emergere nuovi bisogni e domande anche nel mondo della salute. La Joint Commission statunitense ha pubblicato un documento (white paper) contenente una serie di raccomandazioni per migliorare le abilità dei pazienti nella comprensione delle complesse informazioni in campo medico. Il documento mette a punto raccomandazioni per i diversi soggetti interessati, compresi i politici, allo scopo di ridurre i rischi correlati alla scarsa competenza linguistica. Tra gli argomenti presi in esame compare anche il consenso ai trattamenti, rispetto al quale vengono riportati dati che testimoniano quanto sia ancora attuale l’ormai annoso dibattito sul tema: il 44% delle persone non comprendono a fondo il significato di ciò che stanno firmando; il 60-70% non leggono o non comprendono le informazioni contenute nel testo. Queste percentuali comprendono una quota, attualmente non quantificata, riguardante persone con bassa competenza linguistica. Un’altra importante segnalazione riguarda l’alta percentuale di errori ed eventi avversi causati da insuccessi nella comunicazione: il data base che raccoglie gli eventi sentinella rileva che per il 65% sono dovuti a errori di comunicazione. Anche la comunicazione verbale è causa di errori di omissione per dimenticanza, conseguenti ad ambiguità semantica, fonetica o lessicale. Il documento riporta diversi casi emblematici, storie che probabilmente fanno parte della quotidianità di ogni operatore sanitario. Ne riportiamo due, a titolo esemplificativo: il caso della moglie di un paziente che acconsentì all’inserzione di una PEG per la nutrizione, decisione che andava contro i desideri della famiglia; il caso dei genitori che non furono in grado di descrivere correttamente l’episodio epilettico occorso alla figlia agli operatori del servizio di emergenza i quali, sulla base delle informazioni ricevute, iniziarono a trattarla per una presunta polmonite. Nel documento si segnala che diverse iniziative sono in corso per promuovere buone pratiche e favorire una comunicazione centrata sul paziente, tra cui la predisposizione di una guida per far comprendere proposte di trattamenti e relative possibili complicanze. Si incoraggia, per esempio, l’adozione della tecnica della ripetizione di informazioni sui trattamenti (back-teach), modalità che evidentemente non è scontata come potrebbe sembrare. I modelli organizzativi Raggiunta a domicilio, su segnalazione dei vicini, l’anziana signora G.A. giunge nel reparto di geriatria in condizioni igieniche e nutrizionali precarie. Dall’infermiera che si occupa delle dimissioni difficili (Coordinatore di percorso) viene contattata l’assistente sociale del territorio. Unico familiare di riferimento risulta una nipote che da anni non vede la zia; entrambe manifestano la non 179 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità disponibilità a incontrarsi. La signora, pur migliorata clinicamente, non aveva raggiunto la completa autosufficienza e, inoltre, un lieve deterioramento cognitivo la rendeva inabile alla gestione autonoma della terapia. La realizzazione di un progetto di continuità assistenziale sul territorio procedeva molto a rilento. Ma, alla fine, anche grazie alla nipote, si riuscì a creare una rete sul territorio proponendo alla signora una soluzione che lei accettò: un periodo in lungodegenza in attesa di un posto in RSA – che poteva essere temporaneo, in attesa dell’attivazione di adeguato supporto sociosanitario a domicilio, oppure definitivo, se la signora si fosse trovata bene. Si è provveduto inoltre a fornirla di un apparecchio acustico, eliminando una barriera che si poneva tra lei e gli altri. Recentemente, la nipote ci ha riferito che la zia, nella RSA dove si trova, è soddisfatta e si sente protetta e accudita. Questa storia è emblematica: avere creato le condizioni organizzative, avere cioè individuato una figura dedicata alla gestione di casi complessi, anche sul piano comunicativo, ha permesso di arrivare a una soluzione soddisfacente prevedendo anche il tempo necessario alle persone coinvolte per maturarla. Sono necessari quindi modelli organizzativi centrati sulla presa in carico e sulla continuità assistenziale, aventi come finalità anche la creazione di una rete di supporto che aiuti il paziente e la famiglia a trovare risposte ade- 180 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 guate. Di supporto a tali modelli sono gli strumenti di integrazione (cartella clinica integrata, piani di dimissione, percorsi educativi, lettere di dimissione…) il cui utilizzo deve consolidarsi diventando prassi condivisa. Ma sono necessari anche modelli organizzativi che prevedano lo sviluppo e la differenziazione delle competenze. La sperimentazione di una figura di collegamento, che nella nostra realtà è stata individuata nel coordinatore di percorso, è una delle modalità organizzative sperimentate in diversi Paesi europei e anglosassoni. Questa scelta è in linea con il dibattito che si sta sviluppando all’interno della professione, riguardante la ricerca di modelli organizzativi che meglio rispondono ai mutati bisogni di salute e che permettano di sperimentare buone pratiche nella comunicazione centrata sul paziente. Altri modelli organizzativi e strumenti di integrazione, quali il primary nurse e il case manager, già sperimentati in alcune realtà, ci suggeriscono di muoverci in altre direzioni. Creare le condizioni organizzative significa stabilire “chi risponde” e “a chi si risponde”, creare spazi organizzativi per ampliare “spazi mentali” e costruire un clima dove la centralità del paziente e la famiglia fanno crescere una cultura di complementarietà piuttosto che di contrapposizione e dipendenza gerarchica. Creare le condizioni organizzative significa anche rivedere modalità e strumenti di gestione che già possediamo, come l’inserimento di un neoassunto, il profilo delle competenze, le diverse fasi della valutazione. I modelli organizzativi di cui si è parlato fanno emergere anche la necessità di prevedere diversi livelli di responsabilità: – una responsabilità diffusa, riferita ai mandati professionali, capace di integrare i diversi attori coinvolti, in virtù della quale ciascun operatore deve essere responsabile nel garantire un determinato standard di comunicazione; – una responsabilità del singolo professionista, che riconduce allo sviluppo di competenze specifiche e/o avanzate per la gestione non tanto di attività quanto di percorsi assistenziali, educativi, di gestione del progetto clinico-assistenziale nei casi più complessi. Federica Rosa è Infermiera. 181 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità: sintonie e interferenze Fabio Cembrani La responsabilità che fonda l’alleanza tra il professionista e il cittadino è la responsabilità del sapere: del saper essere, del saper fare, della competenza, della lealtà, dell’impegno, dell’ascolto. Il tema di questo Dialogo è un tema modulato da ampie “sintonie” e da profonde “interferenze” che condizionano, alla stregua di forze vettoriali opposte, la relazione di cura che voglio intendere e rappresentare come un ambiente sociale dove il linguaggio è forma di vita e dove il dire non è semplicemente far rumore, in quanto tra le parole e il dire esiste la dimensione dell’approvazione sociale (Cavicchi, 2004). Certamente sul tema della responsabilità comunicativa convergono ampie “sintonie” e mi riferisco alle indicazioni, chiare e inequivoche, del diritto vivente, delle norme sovranazionali e delle deontologie professionali che sanciscono un diritto preciso: quello all’informazione adeguata che, nel campo medico, conferisce alla persona la capacità di partecipare in maniera attiva al processo di cura e che rappresenta la pre-condizione di esercizio della libertà personale e di affermazione della dignità personale. Ma, altrettanto certamente, il tema è condizionato da profonde 182 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 “interferenze” o, per dirla in altre parole, da forze che agiscono antiteticamente alle precedenti non tanto nel contrastare il diritto della persona di avere un’informazione adeguata in campo bio-medico, quanto invece nel rendere tale diritto statico e, molto spesso, purtroppo, formale-nominale. Riguardo le “sintonie” credo che in questi Dialoghi sia stato detto molto in riferimento alle indicazioni, chiare e inequivoche, che emergono dalla Dichiarazione Universale dei Diritto dell’uomo (1948), dalla Carta costituzionale (1948), dalla Convenzione sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina adottata a oviedo il 4 aprile del 1997, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2000) e dalla Carta europea dei diritti del malato (2003). Indicazioni che non potevano non essere accolte dai Codici di deontologia professionale che hanno progressivamente perso la loro originaria impostazione “corporativa” con un progressivo e graduale allargamento di orizzonte in cui trovano oggi ampio spazio le regole di condotta professionale in rapporto alle istituzioni, ai rapporti intra- e inter-professionali e, soprattutto, in relazione ai destinatari dell’azione professionale e ai diritti fondamentali della persona. Tra questi, il diritto di ricevere un’informazione adeguata e a esprimere, di conseguenza, il proprio personale consenso a qualsiasi attività diagnostica e/o terapeutica. Una carrellata dei diversi Codici di deontologia professionale è certamente utile per rafforzare ciò. Codice di deontologia medica Art. 33 (Informazione al cittadino) Il medico deve fornire al paziente la più idonea informazione sulla diagnosi, sulla prognosi, sulle prospettive e le eventuali alternative diagnostico-terapeutiche e sulle prevedibili conseguenze delle scelte operate. Il medico dovrà comunicare con il soggetto tenendo conto delle sue capacità di comprensione, al fine di promuoverne la massima partecipazione alle scelte decisionali e l’adesione alle proposte diagnostico-terapeutiche. Ogni ulteriore richiesta di informazione da parte del paziente deve essere soddisfatta. Il medico deve, altresì, soddisfare le richieste di informazione del cittadino in tema di prevenzione. Le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazione e sofferenza alla persona, devono essere fornite con prudenza, usando terminologie non traumatizzanti e senza escludere elementi di speranza. La documentata volontà della persona assistita di non essere informata o di delegare ad altro soggetto l’informazione deve essere rispettata. Art. 35 (Acquisizione del consenso) Il medico non deve intraprendere attività diagnostica e/o terapeutica senza l’acquisizione del consenso esplicito e informato del paziente. Il consenso, espresso in forma scritta nei casi previsti dalla legge e nei casi in cui per la particolarità delle prestazioni diagnostiche e/o terapeutiche o per le possibili conseguenze delle stesse sulla integrità fisica si renda opportuna una manifestazione documentata della volontà della persona, è integrativo e non sostitutivo del processo informativo di cui all’art. 33. Il procedimento diagnostico e/o il trattamento terapeutico che possano comportare grave rischio per l’incolumità della persona, devono essere intrapresi solo in caso di estrema necessità e previa informazione sulle possibili conseguenze, cui deve far seguito una opportuna documentazione del consenso. In ogni caso, in presenza di documentato rifiuto di persona capace, il medico deve desistere dai conseguenti atti diagnostici e/o curativi, non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona. Il medico deve intervenire, in scienza e coscienza, nei confronti del paziente incapace, nel rispetto della dignità della persona e della qualità della vita, evitando ogni accanimento terapeutico, tenendo conto delle precedenti volontà del paziente. Codice deontologico del farmacista Art. 5 1. Costituisce obbligo professionale del farmacista fornire al paziente le informazioni e i chiarimenti opportuni circa: conservazione, contenuto, attività terapeutica, posologia, modalità e 183 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità tempi di somministrazione, controindicazioni, effetti collaterali e incompatibilità di qualunque natura dei medicinali dispensati. Deve anche fornire consigli e indicazioni igieniche, sanitarie e alimentari, a completamento e sostegno dell’evoluzione e della appropriatezza della terapia, mirando al recupero e al mantenimento dello stato di salute. 2. Il complesso degli interventi che accompagnano la dispensazione del farmaco deve essere svolto in condizione di riservatezza per il paziente. 3. Il farmacista concorre alla correttezza della terapia attraverso un puntuale servizio di farmacovigilanza. 4. Il farmacista promuove e partecipa a campagne di prevenzione e di educazione sanitaria. Codice deontologico dello psicologo Art. 24 Lo psicologo, nella fase iniziale del rapporto professionale, fornisce all’individuo, al gruppo, all’istituzione o alla comunità, siano essi utenti o committenti, informazioni adeguate e comprensibili circa le sue prestazioni, le finalità e le modalità delle stesse, nonché circa il grado e i limiti giuridici della riservatezza. Pertanto, opera in modo che chi ne ha diritto possa esprimere un consenso informato. Se la prestazione professionale ha carattere di continuità nel tempo, dovrà esserne indicata, ove possibile, la prevedibile durata. 184 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Art. 9 Nella sua attività di ricerca lo psicologo è tenuto a informare adeguatamente i soggetti in essa coinvolti al fine di ottenerne il previo consenso informato... Egli deve altresì garantire a tali soggetti la piena libertà di concedere, di rifiutare ovvero di ritirare il consenso stesso. Nell’ipotesi in cui la natura della ricerca non consenta di informare preventivamente e correttamente i soggetti su taluni aspetti della ricerca stessa, lo psicologo ha l’obbligo di fornire comunque, alla fine della prova ovvero della raccolta dei dati le informazioni dovute e di ottenere l’autorizzazione all’uso dei dati raccolti. Per quanto concerne i soggetti che, per età o per altri motivi, non sono in grado di esprimere validamente il loro consenso, questo deve essere raccolto da chi ne ha la potestà genitoriale o la tutela e, altresì, dai soggetti stessi, ove siano in grado di comprendere la natura della collaborazione richiesta. […] Codice deontologico del Fisioterapista Art. 23 La persona assistita, o colui che esercita la legale rappresentanza sullo stesso, deve essere debitamente informato su tutti gli aspetti riguardanti la terapia consigliata prima di iniziare le cure. In questo modo gli avrà l’opportunità di accettare o rifiutare la proposta terapeutica. Codice deontologico dell’ostetrica/o 3.1-Nel rapporto con la persona assistita l’ostetrica/o impronta la propria opera professionale al rispetto dei diritti umani fondamentali. 3.2-L’ostetrica/o assiste e consiglia la persona assistita informandola in modo esauriente, con linguaggio adeguato al livello intellettivo e culturale della stessa su tutte le pratiche e provvedimenti socio-assistenziali ritenuti necessari. 3.3-Ferma restando l’informazione prescritta dal paragrafo 3.2, l’ostetrica/o ha il dirittodovere di acquisire il consenso informato prima di intraprendere sulla persona qualunque atto professionale. Il consenso è espresso in forma scritta nei casi previsti dalla legge. Codice deontologico dell’infermiere 4.2 L’infermiere ascolta, informa, coinvolge la persona e valuta con la stessa i bisogni assistenziali, anche al fine di esplicitare il livello di assistenza garantito e consentire all’assistito di esprimere le proprie scelte. 4.3. L’infermiere, rispettando le indicazioni espresse dall’assistito, ne facilita i rapporti con la comunità e le persone per lui significative, che coinvolge nel piano di cura. 4.4. L’infermiere ha il dovere di essere informato sul progetto diagnostico terapeutico, per le influenze che questo ha sul piano di assistenza e la relazione con la persona. 4.5. L’infermiere, nell’aiutare e sostenere la persona nelle scelte terapeutiche, garantisce le informazioni relative al piano di assistenza e adegua il livello di comunicazione alla capacità del paziente di comprendere. Si adopera affinché la persona disponga di informazioni globali e non solo cliniche e ne riconosce il diritto alla scelta di non essere informato. Quest’ultimo Codice di deontologia professionale meglio di tutti esprime la responsabilità comunicativa lungo l’asse del processo di cura in cui, ben oltre il consenso tautologicamente chiosato con l’aggettivo “informato” nel linguaggio professionale (Cembrani, 2005), prevale l’ascolto, il coinvolgimento attivo della persona e la valutazione con la stessa degli specifici bisogni/ necessità assistenziali. Ma si diceva, anche, delle “interferenze” che condizionano negativamente il tema di questo Dialogo e che individuo: – in alcune pronunce giurisprudenziali in punto di qualificazione giuridica dell’attività medica effettuata senza l’informazione e il consenso; – nelle sollecitazioni (dirette e indirette) rivolte dalle Compagnie assicurative per ridurre i costi assicurativi e il contenzioso professionale; – in alcune norme di settore (Decreto lgs. n. 196/2003: Codice 185 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità in materia di protezione dei dati personali. Decreto Lgs. n. 82/2005: Codice dell’amministrazione digitale); – nella globalizzazione dell’informazione e nell’alfabetizzazione informatica condizionata dalle Industrie, dai media e dalla Pubblica amministrazione sulla spinta di una progressiva necessità di dematerializzazione cartacea di tutti i documenti sia pur con l’intento di semplificare la vita al cittadino. Ed è molto verosimile che alla base di queste diverse forze vettoriali che agiscono alla stregua di “interferenze” ci sia quel fenomeno che Stefano Rodotà (2007) ha definito law-satured society; una società strapiena di diritto, di regole giuridiche dalle provenienze più diverse con un diritto invadente in troppi settori e tuttavia assente là dove se ne avvertirebbe più il bisogno che è all’origine della giuridizzazione della medicina (prodotta dalla progressiva espansione della norma giuridica in territori che ne erano originariamente scevri e dove i rapporti e le relazioni erano regolati dai doveri e dalle obbligazioni di ordine sostanzialmente morale che ciascuno si assumeva all’interno di un rapporto prevalentemente fiduciario), di una spinta assiomatizzazione (proceduralizzazione/standardizzazione) della cura modulata da istanze diverse molto spesso di tipo economico e, non da ultimo, di un pericoloso emergere di una cultura professionale orientata in termini difensivi, particolarmente attenta 186 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 alla pre-costituzione di cause di giustificazione per non avere e per evitare guai. Le conseguenze della giuridizzazione della medicina sono purtroppo evidenti e sotto gli occhi di tutti. Il contratto regola ormai tutti i rapporti professionali e la medicina è sempre più legata all’ottenimento di risultato con il conseguente ricorso al giudice ordinario nel caso di inadempienza del contratto (giudiziarizzazione) che finisce con l’applicare la sanzione sociale all’attività medica (penalizzazione della condotta); l’esplosione del contenzioso giudiziario per presunta colpa professionale e le deprecabili spinte mediatiche riguardo a una presunta dilagante “malasanità” finiscono, infine, per dar conto dell’iper-responsabilizzazione giuridica dei professionisti cui fa da contrappunto la progressiva de-responsabilizzazione sul versante etico e deontologico. L’assiomatizzazione della cura, intesa come la spinta proceduralizzazione/standardizzazione dei percorsi assistenziali e della prassi professionale rispetto a procedure, protocolli, linee-guida, standard di accreditamento istituzionale o nonistituzionale e a tutto quell’insieme ormai noto come evidence non sempre centrata sui diritti e sui bisogni della persona e che risponde – spesso – a esigenze di razionalizzazione e di razionamento delle risorse (Cavicchi, 2001), è una inevitabile conseguenza di tutto ciò che, a sua volta, condiziona alcune variabili della medicina moderna; mi riferisco alla diffusione della medicina difen- siva orientata a garantire il medico e i professionisti della salute dai possibili rilievi mossi in sede giudiziaria (Benciolini, 1990), all’emergere di una serie di “luoghi comuni” e/o di cliché stereotipizzati (Rodriguez, 2006) che, ancorchè ampiamente utilizzati nel lessico comune, non sempre esprimono un significato univoco e condiviso dalla comunità scientifica e la consapevolezza del processo culturale grazie al quale si è determinata la scelta di una parola rispetto a un’altra (la confusione che c’è, per esempio, tra “obiezione” e “clausola di coscienza” ne è un esempio sintomatico: Cembrani, 2008) e al valore formativo-pedagogico attribuito alle sentenze giudiziarie (si badi bene, solo a quelle di condanna!) utilizzate per modulare, alla stregua di un’ulteriore evidence, l’agire professionale secondo l’adagio “Della scienza, della coscienza e della giurisprudenza”. Su quest’ultimo punto la responsabilità di molti giuristi e di molti medici legali è stata e continua purtroppo a essere deleteria nell’innescare circuiti di medicina difensiva anche se, esaminando il tema della responsabilità professionale medica, si deve riconoscere l’esistenza di un’ampia difformità tra l’ambito penale pre-ordinato, con finalità sanzionatorie, all’accertamento di quei comportamenti definiti come reati e l’ambito civile preordinato alla regolamentazione dei rapporti di natura privatistica dove si privilegia la posizione del paziente e il ristoro economico del danno e di un ondivago (altalenante) fluttuare della giurisprudenza sia in tema di nesso causale che di qualificazione giuridica dell’attività medica effettuata senza il consenso o con una carente informazione. La Corte di Cassazione (Sezione penale) ha esaminato tre situazioni tra loro molto simili (1992, 2001 e 2002) in punto di qualificazione giuridica dell’attività medica effettuata senza il consenso pervenendo a conclusioni di gran lunga diverse; in tutti e tre i casi si verteva su un intervento chirurgico ampiamente demolitivo che è andato ben oltre a quanto consentito dal paziente, effettuato senza quello stato di necessità (art. 54 C.p.) che avrebbe consentito di modificare il piano chirurgico per il sopravvenire di impreviste esigenze che lo rendevano necessario nell’interesse della persona incapace di esprimere una manifestazione di volontà e che ha comportato la morte dei pazienti. Ebbene in queste tre situazioni la Sezione penale della Corte di Cassazione è pervenuta a conseguenze giuridiche ampiamente diverse sul piano della rilevanza penale: nel primo caso (Cassazione, Sezione IV penale, 21 aprile 1992) il chirurgo, che sottopose una donna a un intervento chirurgico di resezione addomino-perineale con confezionamene di una colostomia definitiva per una neoplasia del retto quando la stessa aveva consentito a un intervento chirurgico di resezione trans-anale, è stato reso responsabile di omicidio preter-intenzionale e radiato dall’Ordine professionale [“Qualsiasi forma di intervento medico-chirurgico richiede l’esplicito consenso del 187 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità paziente (o del suo rappresentante legale), senza che possa avere rilevanza un consenso meramente presunto: risponde quindi del reato di lesioni volontarie (o, in caso di conseguente morte del paziente, di quello di omicidio preter-intenzionale) il chirurgo che, senza che ricorrano i presupposti dello stato di necessità di cui all’art. 54 c.p., cambi il tipo di operazione e sottoponga il paziente a un intervento più cruento di quello consentito e inizialmente intrapreso.”]; nel secondo caso (Cassazione, Sezione IV penale, 9 marzo 2001-12 luglio 2001, n. 585) si è pervenuti a un addebito di responsabilità per omicidio colposo per una scorretta gestione del post-operatorio ma non per l’inosservanza della volontà decisionale della persona [“Nelle situazioni di urgenza terapeutica che concretizzano lo stato di necessità o l’adempimento di un dovere (ovvero altre cause di giustificazione anche non codificate) qualora siano in gioco non solo la vita fisica del paziente ma anche la sua integrità fisica mai potrà affermarsi che il medico abbia intenzionalmente provocato la lesione della salute del paziente; perché, nelle ipotesi in esame, la condotta è intenzionalmente diretta a tutelare la salute del paziente e non a provocare una menomazione della sua integrità fisica o psichica.”]; nel terzo caso, infine, (Cassazione, Sezione I penale, 29 maggio-11 luglio 2002, n. 3122) si è giunti alla piena assoluzione del medico [“Il medico che abbia adempiuto il suo obbligo morale e professionale di mettere in grado il paziente di compiere la sua scelta e abbia anche verificato la 188 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 libertà della scelta medesima e desista, in caso di esplicito e libero dissenso del paziente, dall’intervenire, non può essere chiamato a rispondere di nulla, giacchè, di fronte a un comportamento del paziente nel quale si manifesta l’esercizio di un vero e proprio diritto, la sua astensione da qualsiasi iniziativa di segno contrario diviene doverosa, potendo altrimenti configurarsi a suo carico persino gli estremi del reato di cui all’art. 610 c.p.. Il medico è peraltro legittimato anche in assenza di esplicito assenso a sottoporre il paziente affidato alle sue cure al trattamento che ritenga necessario alla salvaguardia della salute”]. In tale non convincente direzione si pongono altre pronunce della Corte di Cassazione che hanno esaminato il tema della volontà manifestata anticipatamente dalla persona (Corte di Cassazione, IV sez. penale, 18 maggio 2006: “Il sanitario non deve tenere in conto il documento da cui risulti il rifiuto del paziente a pratiche trasfusionali anche se in caso di necessità e urgenza, e cioè per due ragioni: sia perché ricorre una situazione di necessità che imporrebbe l’esecuzione dell’atto trasfusionale; sia perché comunque il dissenso precedentemente espresso dal paziente non può vincolare il medico, essendo una manifestazione di volontà sprovvista dell’indispensabile requisito dell’attualità”) con conclusioni assolutamente non coerenti con la deontologia professionale e con la Convenzione di Oviedo. Questa Convenzione prevede, infatti (art. 9: Volontà espresse precedentemente) che “saranno prese in considerazione le volontà precedentemente espresse nei confronti dell’intervento medico da parte del paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la propria volontà”; e anche il Codice di deontologia medica và in questa stessa direzione con l’art 38 (Autonomia del cittadino e direttive anticipate) laddove si prevede che “… il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà, deve tenere conto nelle proprie scelte di quanto precedentemente manifestato dallo stesso in modo certo e documentato”. Se andiamo a esaminare, invece, la giurisprudenza della Cassazione civile si deve notare come una recente pronuncia (Cassazione, sezione civile, n. 5444 del 14 marzo 2006: “Poiché la responsabilità del sanitario per violazione dell’obbligo di consenso informato discende dalla tenuta della condotta omissiva di adempimento dell’obbligo di informazione circa le prevedibili conseguenze del trattamento cui il paziente viene sottoposto, seguita dalla verificazione, in conseguenza dell’esecuzione del medesimo trattamento (e quindi in forza di un nesso di causalità con esso), di un aggravamento delle condizioni di salute del paziente, il fatto che l’esecuzione dell’intervento effettuato dal sanitario si rilevi immune da censure della lege artis non impedisce di ritenere sussistere l’illecito per violazione degli artt. 32, secondo comma, e 13 Cost., nonché dell’art. 33 della legge 833/1978. L’obbligo di informare sui rischi e sulle possibili conseguenze negative della terapia prescritta al paziente grava sul sanitario che effettua l’intervento terapeutico, a nulla rilevando il fatto che egli intervenga, su richiesta del paziente, per attuare una terapia previamente prescritta da un diverso medico specialista”) contenga spunti di interesse per il tema affrontato in questo Dialogo pur sollevando ampie difficoltà sul piano pratico. Gli spunti di interesse riguardano tre precise circostanze fattuali: – l’auto-determinazione della persona (art. 13 Cost.) è funzionale rispetto alla salvaguardia della sua integrità psico-fisica (art. 32 Cost.); – l’obbligo di informazione è un obbligo contrattuale autonomo rispetto alla esecuzione della prestazione sanitaria la cui violazione ha rilievo risarcitorio autonomo; – l’autonomia dell’obbligo informativo è posto in capo a ogni sanitario, senza alcuna distinzione riguardo la fase terapeutica. Le difficoltà che si incontrano sul piano pratico riguardano invece: – la coerenza dell’informazione che deve essere garantita dai diversi professionisti che intervengono nelle molte fasi del piano diagnostico-terapeutico e del piano di cura (processo condiviso, supportato da logiche organizzative chiare e condivise); – i contenuti quantitativi dell’informazione per la parte relativa in particolare ai rischi (accanimento informativo). 189 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità Riguardo al “quantum” e al “quomodo” informativo il Codice di deontologia medica (art. 33: Informazione al cittadino) stabilisce che il medico è tenuto a fornire al paziente la più idonea informazione sulla diagnosi, sulla prognosi, sulle prospettive e le eventuali alternative diagnostico-terapeutiche e sulle prevedibili conseguenze delle scelte operate, che l’informazione dovrà essere fornita tenendo conto delle capacità di comprensione della persona al fine di promuoverne la massima partecipazione alle scelte decisionali e l’adesione alle proposte diagnostico-terapeutiche, che ogni ulteriore richiesta di informazione da parte del paziente deve essere soddisfatta, che le informazioni riguardanti prognosi gravi o infauste o tali da poter procurare preoccupazione e sofferenza alla persona, devono essere fornite con prudenza, usando terminologie non traumatizzanti e senza escludere elementi di speranza e che la documentata volontà della persona assistita di non essere informata o di delegare ad altro soggetto l’informazione deve essere rispettata. Il riferimento alla “più idonea” informazione lascia aperto il dubbio: l’informazione dovrà essere apofantica (“accanimento informativo”) considerando, per esempio, tutti i rischi, anche quelli statisticamente bassi o percentualmente irrilevanti? O dovrà essere essenziale (“lealtà informativa”) comunicando solo quei rischi che, avendo una significatività statistica, sono ragionevolmente prevedibili? 190 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Ma, in quest’ultimo caso, chi decide il cut-off della significativa statistica e, dunque, della ragionevolezza comunicativa: i medici? I pazienti? Le corti? Le società scientifiche? È utile, a questo proposito, richiamare l’attenzione sul fatto che, a livello internazionale, si stanno diffondendo termini non ancora entrati nel nostro lessico professionale: il riferimento è al rischio non concreto (immaterial risk) e al rischio concreto (material risk) così definito da Skene e Smallowood (2002): “… Se nelle circostanze del caso particolare una reasonable person nei panni del paziente, se avvisata del rischio, conferirebbe a questo un qualche valore nella decisione o se il medico è, o potrebbe ragionevolmente essere, conscio che quel particolare paziente, se informato del rischio, avrebbe conferito significato a quel rischio”. Ma chi è questa reasonable person? Una persona che ha la piena capacità giuridica? Una persona che ha conservate le sue capacità cognitive? Una persona che è in grado di decidere? Una persona che è in grado di esprimere le proprie personali preferenze? O, forse, un mix di tutto ciò? O, in alternativa, dobbiamo guardare a quanto stà avvenendo in Australia dove le Corti impongono ai medici di comunicare i rischi in queste specifiche circostanze: – Oftalmia simpatica a seguito di chirurgia oculistica (rischio 1:14.000); – Fallimento di intervento oculistico elettivo con peggioramento del visus; – Fistola retto-vaginale dopo isterectomia e plastica vaginale (rischio 1:500); – Disturbi dell’ATM a seguito di chirurgia ortognatica (rischio 10%); – Perforazione dell’utero e malattia infiammatoria pelvica dopo applicazione di IUD; – Stenosi anale dopo emorroidectomia; – Danno nervoso a seguito di linfoadenectomia latero-cervicale; – Asimmetria facciale, danno nervoso e retrazione delle labbra a seguito di lifting facciale; – Cicatrice ipertrofica dopo rimozione di tatuaggio con tecnica laser, dopo intervento di mastoplastica additiva. Quello che è certo è che esistono organismi nazionali, come il National Health system Litigation Autority che hanno approvato sistemi di Risk alert con le seguenti raccomandazioni: – attenzione estrema nella acquisizione del consenso; – fornire informazioni complete e comprensibili in merito a tutti i possibili significant adverse outcomes; – il paziente deve essere invitato a firmare per confermare che è stato informato sui rischi, che li ha compresi e che li ha parimenti accettati; – è comunque necessaria una firma se il trattamento viene rifiutato dal paziente includendo in nota le relative ragioni. C’è da chiedersi se tutto ciò sia appropriato e necessario o se, andando anche noi in questa direzione, non si corra il rischio di burocratizzare ulteriormente la relazione di cura e di rafforzare la medicina difensiva! Si annotavano, tra le “interferenze”, le sollecitazioni (dirette e indirette) rivolte dalle Compagnie assicurative per ridurre i costi assicurativi e il contenzioso professionale e alcune norme di settore, come il Decreto Lgs. n. 196/2003 (“Codice in materia di protezione dei dati personali”) che non hanno purtroppo trovato spazio di analisi in questi Dialoghi. Il riferimento è all’art. 23, comma 2, della Legge n. 675/1996 (“Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali”) come modificato da Decreto Lgs. n. 196/2003 nella parte in cui si prevede che i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute possono essere resi noti all’interessato “… solo per il tramite di un medico designato dall’interessato o dal titolare”. Il diritto vivente in materia di privacy postula il principio della titolarità dell’informazione e della tassatività del soggetto informatore che è unico e che è espressamente individuato nel medico, circoscrive a un unico soggetto il rendere noto al paziente i dati personali idonei a rivelarne lo stato di salute ed esclude dai compiti informativi coloro che, pur esercitando professioni sanitarie, non sono medici senza considerare: – che il presupposto comune a tutte le professioni sanitarie del 191 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità dovere di informare il paziente è da ricercare nel dovere più generale di operare per la salute che incombe su ogni professionista sanitario; – che ogni professionista sanitario ha propri ambiti di attività e di responsabilità e specifiche competenze professionali, in relazione alle quali è ovvio il dovere di informazione; – che il profilo dell’infermiere (D.M. n. 739/94) nel qualificare il campo di responsabilità dell’infermiere indica che l’assistenza infermieristica ha “… natura … relazionale” ed “educativa” (art. 1, comma 2). Tutto ciò non può non influenzare negativamente la relazione di cura che è stata definita alla stregua di un chiliagono (figura geometrica inventata da Descartes per distinguere l’intelletto dall’immaginazione) che, in geometria, indica un poligono avente mille lati impossibili da rappresentare da parte della mente umana che lo identifica pertanto come un cerchio (la misura di ogni angolo in un chiliagono regolare è di 179,64°). Un chiliagono in cui emergono almeno due figure: la persona malata con il suo linguaggio descrittivo/ narrativo, con la sua dimensione bio-psico-sociale, con la sua non conoscenza, con la sua fragilità, sofferenza, richiesta di guarigione; e il medico con le sue conoscenze, con il suo linguaggio scientificoprescrittivo (nominalismo medico), con il suo metodo sperimentale ipotetico-deduttivo basato su sche- 192 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 mi analitico-classificatori rigidi (scientismo medico). Scientismo medico che è caratterizzato da una forte selettività nei confronti degli altri saperi per la conservazione di un apparato concettuale storicizzato (nel dibattito scientifico esiste la clamorosa assenza di qualsivoglia discorso sul linguaggio), da un rigoroso nominalismo (linguaggio rigidamente centrato dentro lo schema del positivismo che riduce la persona a complesso cellulare senza considerarne la realtà bio-psico-sociale), dallo spinto verificazionismo (ciò che dice il malato evade spesso la verifica sperimentale e osservativa), da un procedimento che è prevalentemente se non esclusivamente logico (lo schema è prevalentemente ancorato al metodo sperimentale ipoteticodeduttivo), da una pratica informativa orientata, uni-direzionalmente, in senso cibernetico (messaggio come trasmissione di informazioni da decodificare in senso nosologiconominalistico). E ritorna la domanda che spesso ha animato questi Dialoghi: in medicina occorre informare o comunicare? La nostra lingua (Dizionario della Lingua Italiana Garzanti, 2003) assegna alla parola informazione (dal latino informatio = rappresentazione mentale) i seguenti significati: 1. l’informare, l’informarsi, l’essere informato: libertà di informazione; diritto all’informazione. Elemento che consente di avere conoscenza di fatti, situazioni, eventi, ecc.; notizia, ragguaglio: dare, prendere, chiedere informazioni; ufficio informazioni. Dim. Informazioncella; 2. (inform.) dato che si affida alla memoria di un elaboratore elettronico. Teoria dell’informazione. Studio mediante la teoria delle probabilità, dei problemi di trasferimento dei messaggi da una sorgente emettitrice a un ricevitore; 3. informazione genetica, (biol.) l’insieme dei messaggi ereditari contenuti nei geni dei cromosomi di una cellula; 4. il formare, il formarsi: è disposta la terra nel principio de la primavera a ricevere in sé la informazione de l’erbe e de li fiori (Dante, Convivio). L’informazione è, in questo senso, la produzione di una differenza in cui occorrono due entità (reali o immaginarie) tali che la differenza tra esse possa essere immanente alla loro relazione reciproca; e il tutto deve essere tale che la notizia della loro differenza sia rappresentabile come differenza all’interno di una qualche entità elaboratrice di informazioni, per esempio un cervello o un calcolatore (Bateson, 1979). Il conseguente modello ingegneristico proposto da Shannon e Weaver (1949) presenta limiti del tutto evidenti se si applica alla comunicazione tra esseri umani perché poggia sull’idea che la comunicazione è uno scambio di informazioni, perché individua un modello lineare e deterministico (meccanico, cibernetico) dove una parte attiva e una passiva raggiungono il loro obiettivo nel momento in cui il messaggio arriva a destinazione e soprattutto perché è interessato unicamente alla sintassi del codice (costruzione di una codifica valida) più che ai suoi aspetti semantici (studio delle relazioni tra il codice e gli oggetti che indica) e pragmatici (studio delle relazioni tra il codice, coloro che le usano e il comportamento conseguente a questo uso). Questi problemi rendono ragione dell’ampio dibattito oggi in corso riguardo al modello ideale di cura che utilizza due stereotipi: – il modello cibernetico (intervista) centrato sulla malattia, prescrittivo (prescrive le scelte) interessato ai segnali (decodificati nel sistema analitico-classificatorio del medico) e mono-logico; – il modello autopoietico (dialogo) centrato sul malato, dialogante (produce le scelte), interessato a produrre informazioni (relazioni tra soggetti dialoganti), dia-logico. In questo secondo modello la comunicazione è rappresentata come uno scambio interattivo osservabile tra due o più partecipanti, dotato di intenzionalità reciproca e di un chiaro livello di consapevolezza, in grado di far condividere un determinato significato sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione (Anolli, 2002); ed è in questo che la comunicazione che ha una radice sanscrita com (mettere in comune) evoluta nella parola latina communis (cum = insieme e munis = obbligazione, debito, dono) si differenza dall’informazione. 193 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Comunicazione e responsabilità Comunicare significa, dunque, condividere ed è l’intenzionalità (partecipo a questa forma di interazione con lo scopo di condividere un significato con altri) e la consapevolezza (mi rendo conto che quanto sta avvenendo è una comunicazione e che anche il mio interlocutore la sta vivendo come tale) che distingue lo scambio comunicativo dallo scambio informativo; è in questo senso che la comunicazione è un processo di costruzione collettiva e condivisa del significato dotato di livelli diversi di formalizzazione, consapevolezza e intenzionalità” (Paccagnella, 2004). Comunicazione, dunque: non solo come un qualcosa di meramente strumentale al metodo sperimentale (dove i messaggi, le parole, i segnali e le mezze parole sono decodificati nel linguaggio della nosologia clinica) ma come elemento che caratterizza la relazione di cura quale rapporto di reciproca comprensione con un significato ontologicamente ampio (Heidegger), come “esserci insieme”, come coesistenza intesa come la capacità delle persone adulte di dare significato e valore a ogni singola azione. Ed è questa l’agire comunicativo che Habermas (1986) riferiva all’interazione di almeno due soggetti capaci di linguaggio e di azione che (con mezzi verbali o extraverbali) stabiliscono una relazione interpersonale, in cui gli attori cercano un’intesa per coordinare di comune accordo i propri piani di azione e quindi il loro agire e dove gli agenti comunicativi si muovono sempre al- 194 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 l’interno dell’orizzonte del loro mondo vitale da cui non possono uscire; interazione che rappresenta il luogo trascendentale nel quale parlante e ascoltatore si incontrano, nel quale possono avanzare reciprocamente la pretesa che le loro espressioni si armonizzino con il mondo (quello oggettivo, sociale e soggettivo) e nel quale essi possono criticare e confermare queste pretese di validità, esternare il proprio dissenso e raggiungere l’intesa. Rappresentare, dunque, la relazione di cura come un ambiente (comunità) sociale e il linguaggio come una vera e propria forma di vita ci aiuta a fare chiarezza e a recuperare, con un orizzonte ontologicamente ampio, il senso della nostra personale responsabilità. Una responsabilità che è l’impegno professionale concreto a operare nell’interesse della salute della persona o della collettività secondo idonee regole di condotta, una responsabilità che costruisce e partecipa al progetto di vita della persona stessa considerandone la sofferenza, valutandone i bisogni e ispirandosi alla solidarietà. È la responsabilità che, a mio giudizio, fonda l’alleanza tra il professionista e il cittadino: è la responsabilità del sapere, del saper essere, del saper fare, della competenza, della lealtà, dell’impegno, dell’ascolto. È la responsabilità dove il dire assume il valore di una struttura sociale valoriale e dove il parlare non è semplicemente far rumore, perché tra il dire e il rumore esiste la dimensione dell’approvazione sociale: dimensione dove la relazione assume quell’importanza strategica della relazione clinica in una comunità linguistica che si rappresenta come una vera e propria struttura sociale, che da sola ha l’autorità di dire, in accordo con l’insieme di regole che essa, quale parte di una comunità più grande, si è liberamente data (Cavicchi, 2004). Fabio Cembrani è Direttore dell’Unità Operativa Medicina Legale, Azienda provinciale per i Servizi sanitari di Trento. 195 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caso I Ho saputo da pochi giorni che è stato eseguito un sondaggio i cui risultati mi hanno particolarmente sconvolto. Sembra che la maggioranza degli intervistati consideri la medicina una scienza esatta, alla stregua della matematica. Mi preoccupa molto la presentazione del sondaggio che non parla immediatamente dell’assurdità del riscontro. La responsabilità della comunicazione viene sempre intesa come comunicazione tra paziente e medico, ma ci sono molti altri canali, per esempio questo appena citato. Sicuramente chi ha letto l’articolo, comparso nei giornali quotidiani locali, arriva dal medico con aspettative e attese che vanno oltre la realtà (e secondo gli economisti anche oltre la disponibilità economica). Ogni processo informativo produce reazioni che lo caratterizzano in modo diverso a seconda di chi lo produce e lo consuma. La responsabilità della comunicazione in genere è percepita come compito del medico e del personale sanitario. Ma la quota di informazioni data da altri enti o istituzioni è in una zona franca che non deve sottostare ad alcun obbligo o vincolo. Faccio un esempio: se un medico o un’altra figura sanitaria dà al paziente una informazione non esatta o incompleta viene subito stigmatizzato (si parla di malasanità), se invece un giornale o un media dà informazioni non esatte non succede niente. Ma chi deve poi gestire il danno procurato da quella notizia è la classe sanitaria. Vi si dovrebbe porre rimedio, altrimenti possiamo eliminare lauree e ordini professionali e ognuno faccia quello che vuole, ma senza alcun obbligo deontologico. [Medico] 196 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caso II Al termine del percorso Dialoghi di Bioetica e Biodiritto penso sia molto importante, da parte di noi operatori sanitari e dei cittadini-utenti, una presa di coscienza dei propri limiti: il limite del curare (non sempre le cure portano una completa guarigione), il limite del chiedere (con la capacità di saper accettare la malattia). Nella realtà di oggi, in ambito sanitario, le tecnologie e la scienza hanno preso il sopravvento sulla malattia. Di conseguenza dobbiamo prendere atto che la comunicazione ha acquisito una valenza di primo piano, allo stesso livello della terapia vera e propria. [Infermiera] 197 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Caso III L’infermiere ha una grande responsabilità nell’ambito educativo del paziente. Come è specificato nelle varie fonti legislative che regolano la sua professione, deve garantire l’assistenza non solo di natura tecnica, ma anche di natura relazionale ed educativa. La comunicazione con il paziente avviene svariate volte durante il percorso assistenziale: quando si comunica una diagnosi, quando si eseguono le varie procedure, dall’esecuzione degli esami diagnostici alla somministrazione della terapia. “Disturbati” dall’ambiente ospedaliero e dall’ansia del ricovero, non di rado i pazienti faticano a comprendere ciò che viene comunicato loro e molte volte acconsentono agli accertamenti e alle terapie proposte senza aver capito esattamente in cosa consistono. Per questo si deve fare molta attenzione al momento in cui vengono date le informazioni al paziente o alla sua famiglia. Spesso, infatti, chi ci ascolta non capisce ciò che comunichiamo, spesso perché forniamo nozioni troppo specialistiche senza aver prima valutato il suo grado di cultura. Per valutare se il nostro interlocutore ha compreso cosa gli abbiamo comunicato basterebbe mettere in pratica alcuni piccoli accorgimenti, come, per esempio, fargli ripetere ciò che abbiamo detto. Il paziente vuole essere ascoltato e riconosciuto come una persona che ha bisogno di aiuto: non vuole solo avere una semplice comunicazione, ma anche la possibilità di essere informato chiaramente e di poter porre liberamente le sue domande. La comunicazione tra operatore sanitario e paziente ha sì lo scopo di informarlo, ma anche di coinvolgerlo attivamente nel suo percorso assistenziale e di sostenerlo nelle sue decisioni, molte volte determinanti per il processo stesso. Il momento, o meglio i momenti in cui si danno informazioni, devono quindi essere considerati importanti come tutti gli altri elementi del percorso terapeutico. [Infermiere] 198 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 Le riflessioni del gruppo di lavoro Il tema proposto nell’ultimo dei Dialoghi era volto a focalizzare il concetto di responsabilità ed è stato concepito come momento di chiusura e sintesi del percorso compiuto negli incontri precedenti. In particolare, si è inteso mettere in luce la costruzione corale del concetto di salute, come risultato dell’interazione tra i diversi soggetti rappresentati nelle conferenze (operatori sanitari, cittadini, operatori nell’ambito dell’informazione e pazienti) allo scopo di evidenziare la dimensione più propriamente etica della comunicazione, nella ricerca della possibilità di individuare alcuni punti di riferimento nella definizione del concetto di “patologia” e di “malato”. Come negli altri incontri, quindi, il tema considerato – la responsabilità – è stato analizzato alla luce delle sue implicazioni sul filo conduttore dei Dialoghi di quest’anno – la comunicazione – cercando di ricercarne i tratti maggiormente condivisi. Innanzi tutto dagli operatori sanitari: in relazione a essi, sono richiamate le considerazioni svolte anche nelle tematiche affrontate durante gli incontri precedenti e che possono essere riassunte nell’attenzione per la comunicazione stessa. Per esempio, emerge nuovamente il tema dell’ “alleanza terapeutica” riferita agli operatori sanitari prima che ai pazienti. Ancora una volta, inoltre, a più riprese gli elaborati pervenuti sottolineano l’importanza dell’abilità e della competenza comunicativa, che si realizza sia nella chiarezza delle informazioni fornite al paziente, sia nella comprensione di come esse debbano essere calibrate alla luce della persona che si ha di fronte, considerata nella sua complessità (coinvolgimento emotivo, capacità di comprensione, ecc.). Quest’ultima considerazione, in particolare, si lega alla necessità – anche questa richiamata in alcuni elaborati – di consentire al paziente di non sentirsi considerato “come un organo”, mantenendo una visione d’insieme e globale dello stesso, anche a fronte della sempre maggiore specializzazione delle diverse branche mediche. La comunicazione, quindi, si pone per certi aspetti allo stesso livello della terapia, ma non tutto si risolve in essa: i ruoli e, soprattutto, le loro diversità permangono. Parafrasando le parole di uno dei relatori intervenuti, il superamento della concezione paternalistica del rapporto con il paziente non deve condurre all’abbandono del paziente stesso (nel senso di attribuirgli totalmente la scelta terapeutica). La comunicazione non esclude un ruolo di guida da parte dell’operatore sanitario, che si differenzia naturalmente secondo il contesto in cui è considerato (nell’ambito dell’emergenza, per esempio, esso trova probabilmente una delle sue realizzazioni più intense). Invece, nei percorsi terapeutici a lungo termine (tipicamente, nella patologie croniche) la comunicazione si modella in base alla costruzione di un rapporto tra medico e paziente destinato a protrarsi nel tempo. Da questo punto di vista la comunicazione si concilia con il concetto di responsabilità, se fondata sul binomio dato da competenza e autorevolezza, che può fornire una risposta alle problematiche che emergono sul secondo versante, quello del paziente. Nelle parole di uno degli elaborati pervenuti: “I cittadini acquisiscono attraverso i media conoscenze generiche e superficiali, spesso legate a logiche economiche, cosicché anche la salute si configura sempre più come un bene che si può acquistare. Quando invece il 199 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 cittadino diventa utente della struttura sanitaria, i suoi bisogni reali lo portano a un’altra visione della salute, in cui è predominante la necessità di capire e di essere capito. È chiara quindi l’esigenza di un rapporto comunicativo intenso e appropriao tra il soggetto e l’istituzione sanitaria rappresentata dal suo personale medico e paramedico”. Anche per il paziente, tuttavia, il mutamento che porta alla condivisione del percorso verso le scelte terapeutiche comporta un ruolo di responsabilizzazione maggiore. In particolare, emerge la necessità di un’accettazione del margine di incertezza che può caratterizzare le scelte di cura (esse non sempre si presentano come “giuste” o “sbagliate”, ma sono spesso complesse e possono presentare aspetti positivi e negativi), concretando una soluzione i cui vantaggi sono superiori agli svantaggi, non eliminandoli. Da questo punto di vista, responsabilizzazione può significare, da parte del paziente, accettare l’idea di non ricercare risposte “volute”, “preferite”, piuttosto che corrette ancorchè “impopolari”. In questa prospettiva, la consapevolezza dei limiti si propone come conquista e anche come importante passaggio culturale, sia per gli operatori sanitari che per i pazienti. Accanto al binomio dato da competenza e autorevolezza che si accompagna alla comunicazione da parte degli operatori sanitari, si aggiunge quindi, nella prospettiva del paziente, quello di cultura e formazione. Entrambe, infatti, non caratterizzano solo l’operato degli operatori sanitari, ma anche il paziente che si muove in una maggiore consapevolezza, in un panorama in cui l’informazione sanitaria può celare diverse motivazioni o interessi, specialmente nell’ambito dei mass media. 200 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 A conclusione Dialogo immaginario tra un maestro di tanti secoli fa e un discepolo moderno Sìcrite: O Criticone, come mai a quest’ora, non è forse già tardi? Criticone: Si, certo S: Ma che ore sono? C: È l’ora decima, Sìcrite, ma non potevo aspettare: ho perso l’equilibrio, non posso più curare se non ritrovo la saggezza. S: È vero: un Medico che ha perso l’equilibrio non può aiutare nessuno a ritrovare il suo. Dimmi dunque o Criticone, cosa ti turba. C: È un problema geometrico, Sìcrite, un problema di centri e circonferenze credo. S: Il centro è il punto di massimo equilibrio, quali problemi puoi avere con esso? Il nostro concittadino Pitagola ha ragionato molto su questo puoi consultarlo. C: Non è di Pitagola ma di voi che ho bisogno. Molte volte avete parlato, con Platone in particolare, di come deve essere un rapporto di cura per essere saggio, sano ed efficace. S: Certo e ho anche detto – non offenderti Criticone, ma mi pare che tu spesso abbia problemi di denaro, e forse è questo che ti sconvolge – che se curi un malato senza farti carico di lui, lui non ti deve nulla perché l’hai trattato non come persona, ma come oggetto. Cito a memoria, anche qui nell’Ade esiste una forma di smemoratezza senile. Chiedi a Platone, sempre lì a prendere appunti, l’ha segnato di sicuro. Ebbene non ti pare che quando hai capito questo non sono inutili tutte le altre considerazioni? C: Si è vero, ma… Ho partecipato a una agorà dove alcuni dotti parlavano e molta folla ascoltava e interveniva. Parlavano di “comunicazione tra gli operatori sanitari” e avevano problemi di “centro”. Gli speziali lamentavano di essere emarginati, mentre sono il centro della sanità; gli infermieri paventavano di aver perso il centro nella comunicazione col malato, spostato verso altre figure come gli OSS; i medici non parlavano di centro, ma si capiva bene che ci stavano comodamente sopra. S: Non riesco a capire quello che dici, non riesco a immaginare una simile organizzazione per la cura. Ma non pensi che se ognuno cura il rapporto reale, personale, empatico con il malato, le cose funzionano comunque? C: Si Maestro, ma… dove sta il malato? O è al centro, e tutti gli altri attorno (un vero assedio), oppure è al centro di un sistema come quello solare: lui è il sole e tutti i pianeti gli girano attorno, e ogni pianeta ha una sua orbita e un suo centro. S: Cosa dici Criticone? C: È vero, Sìcrite, ai tuoi tempi queste cose non si sapevano. Ma tu puoi immaginare… Ti faccio un disegno… S: Ho capito, ma se i vari… pianeti come tu li chiami, girano sempre ciascuno nella sua orbita senza incontrarsi mai, che rapporto hanno col sole al centro? Ricevono solo senza mai dare! Esistono perché esiste il sole, il centro… Non sarebbero nulla altrimenti. Non ti sembra che il tuo sia un modello di incomunicabilità? C: Sì, Sìcrite, lo credo. S: Non credi che, comunque, vi sia una responsabilità comune dei curanti verso chi chiede il loro aiuto, e quindi una colpa comune se non vi è guarigione? C: Si, lo credo Sìcrite. 201 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24 S: E non pensi che se tanti parlano tra loro di uno, in un passaparola gerarchico, soprattutto se ognuno vuole instaurare un vero rapporto profondo, la persona malata alla fine non riconoscerà più se stessa nel come è percepita dagli altri? C: Certo, Sìcrite, anche questo è vero. E allora come è possibile fare? S: Non pensi che se tutti esercitano la fronesis, se ognuno si sente al servizio della persona che chiede il suo intervento e non delle istituzioni, della categoria o di se stesso, anche il comunicare è banale conseguenza? C: Si, hai ragione Sìcrite, anch’io la penso così S: Caro Criticone, riprendiamo la discussione domani, vediamoci al liceo, Platone prenderà appunti per i posteri… Ma quale era il problema che avevi col centro, o era la retta, o l’ipotenusa? C: Ora nessun problema Sìcrite, ho capito. S: Allora lasciami andare perché anche qui nell’Ade oggi va in onda la puntata del dottor House e non me la voglio perdere. Voglio vedere come va a finire perché non ho ancora capito se egli è uomo libero che cura uomini liberi, o schiavo che cura degli schiavi… Per la verità, non ho nemmeno ben capito se cura… Non ha la stoffa, né l’equilibrio, né la salute… E poi non si parla mai di spirito, di logos, di futuro… Mah… Ma mi affascinano questi racconti anche se, devo ammettere, non ci sono più le Tragedie di una volta… Lasciami andare Criticone. C: Buona visione Sìcrite, io vado a leggermi i fumetti di Asterix. A domani. [Medico di Medicina generale] 202 Provincia Automa di Trento - Punto Omega n. 24