la Biblioteca di via Senato
mensile, anno iv
Milano
n.5 – maggio 2012
UTOPIA
L’utopia
pastorale
di Sannazaro
di gianluca montinaro
ANTICO
L’arte della
guerra
o Mes Rêveries
di annette popel pozzo
AVVENTURA
Alla ricerca
di Tusitala
di laura mariani conti
e matteo noja
PRIME EDIZIONI
Paolo Buzzi,
l’uomo
a due teste
di valentina conti
EMEROTECA
Le idee
si incontrano
sulla “Fiera”
di paola maria farina
la Biblioteca di via Senato - Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO IV – N.5/31 – MILANO, MAGGIO 2012
Sommario
4 L’Utopia: prìncipi e princìpi
L’UTOPIA PASTORALE:
L’ARCADIA DI SANNAZARO
di Gianluca Montinaro
10 BvS: Avventura
LA MAPPA DEL TESORO:
IN CERCA DI TUSITALA
di Laura Mariani Conti
e Matteo Noja
22 BvS: il Fondo Antico
L’ARTE DELLA GUERRA
O MES RÊVERIES
di Annette Popel Pozzo
29 IN SEDICESIMO - Le rubriche
CATALOGHI – SPIGOLATURE –
L’INTERVISTA D’AUTORE –
RECENSIONI – ASTE –
MOSTRE
46 BvS: il libro ritrovato
LE GLORIE DI NAPOLEONE
NEI FASTI DI ANDREA APPIANI
di Arianna Calò
51 BvS: il Fondo Sicilia
LA “BIBLIOTECA POPOLARE”
DI GIUSEPPE PITRÈ
di Beatrice Porchera
55 BvS: prime edizioni
PAOLO BUZZI,
“L’UOMO A DUE TESTE”:
AMMINISTRATORE
E POETA
di Valentina Conti
60 BvS: il Fondo Emeroteca
LA CULTURA IN ITALIA
SULLE PAGINE
DI UNA RIVISTA
di Paola Maria Farina
64 BvS: il Fondo Impresa
UNA FAMIGLIA
DI FOTOGRAFI:
I FRATELLI ALINARI
di Giacomo Corvaglia
68 BvS: nuove schede
RECENTI ACQUISIZIONI
DELLA BIBLIOTECA
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Robert Louis Stevenson nel giugno
1885 e la mappa dell’Isola del Tesoro
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Questo periodico è associato alla
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11/03/2009
Maggiolata
Maggio risveglia i nidi,
Maggio risveglia i cuori;
Porta le ortiche e i fiori,
I serpi e l’usignol.
Tra colli prati e monti
Di fior tutto è una trama:
Canta germoglia ed ama
L’acqua la terra il ciel.
Schiamazzano i fanciulli
In terra, e in ciel li augelli:
Le donne han ne i capelli
Rose, ne gli occhi il sol.
E a me germoglia in cuore
Di spine un bel boschetto;
Tre vipere ho nel petto
E un gufo entro il cervel.
G. Carducci, Rime nuove, 1894
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
L’Utopia: prìncipi e princìpi
L’UTOPIA PASTORALE:
L’ARCADIA DI SANNAZARO
La fine dell’Umanesimo fra poesia, storia e morte
GIANLUCA MONTINARO
R
egione del Peloponneso,
nella Grecia continentale,
l’Arcadia è più un’utopia
mentale che un luogo geografico.
Antico possedimento di Pan, secondo i racconti della mitologia, questa
terra è percorsa da lussureggianti boschi, attraversati da limpidi e placidi
torrenti, e da prati verdi e ubertosi.
Luogo eletto dai pastori per il pascolo degli armenti, l’Arcadia ha avuto
grande fortuna letteraria. Sullo sfondo di questa “quinta teatrale”, Teocrito ha ambientato gli Idilli. Virgilio
poi le Bucoliche, storie pastorali di vita
semplice e incorrotta, fra amori, suoni di flauto e poesie.
Le dieci egloghe (in una delle quali si annuncia la
nascita di un puer divino, presto identificato in Gesù Cristo) ebbero grande influenza sulla produzione dei secoli
successivi, tanto da diventare uno dei topoi più ripresi e citati, a volte palesemente, a volte cripticamente, di tutta la
storia della letteratura europea.
Il nome dell’Arcadia divenne presto sinonimo di
luogo idillico, di paradiso preservato alla corruzione
operata dalla civilizzazione (che allontana l’uomo dal
rapporto semplice e diretto con la natura). A differenze
di altre utopie che vedono nel progresso della civiltà la
A sinistra: frontespizio inciso dell’Arcadia nell’edizione
di Giovanni Tommaso Masi, 1781. Sopra: ritratto di
Iacopo Sannazzaro, disegnato e inciso da P. Caronni, e
contenuto nella Bibliografia od elenco ragionato delle opere
contenute nella collezione de’ Classici Italiani (Milano, 1814)
via per raggiungere la perfezione, in
Arcadia la dimensione utopica (assimilabile a una Età dell’oro) si realizza
nella purezza della vita primordiale.
Nel 1504, un umanista napoletano, Jacopo Sannazaro (14581530), pubblica un prosimetro significativamente intitolato Arcadia.
Di certo non immaginava il successo
che la sua opera avrebbe riscosso, divenendo uno dei libri più stampati
nei tre secoli successivi, testo di riferimento assoluto, assieme al Cortegiano di Baldassarre Castiglione,
della nobiltà cortigiana europea.
La vicenda, tanto semplice quanto di oscura interpretazione, si sviluppa su sei giorni. Sullo sfondo si susseguono albe, tramonti e notti. In primo piano la storia, focalizzata sulla figura di Sincero (ipostasi dell’autore stesso) il quale, dopo aver abbandonato Napoli a causa di una
delusione d’amore, si rifugia nella tranquillità dell’Arcadia. Qui prende parte alla normale vita dei pastori, fra
giochi, amori, cacce e scherzi (ma anche, significativamente, furti e invidie) fintanto che, in seguito a un sogno,
rientra a Napoli (attraverso un passaggio sotterraneo)
ove viene a sapere del decesso dell’amata.
Le vicende editoriali dell’Arcadia sono piuttosto
complesse perché l’opera non ricevette mai dal suo autore, nel frattempo impegnato in altre imprese letterarie,
una revisione definitiva. Furono i primi stampatori (con
edizioni non autorizzate) ad affidare le curatele. Tralasciando l’impressione pirata del 1503 (Libro pastorale nominato Arcadio, stampato a Venezia da Bernardino da Ver-
6
celli), la Biblioteca di via Senato conserva, a testimonianza dell’importanza dell’opera, diverse edizioni dell’Arcadia. Fra esse la rarissima princeps (curata da Pietro Summonte, 1463-1526, umanista amico di Sannazaro) conosciuta in Italia solo attraverso dodici esemplari: Arcadia
del Sannazaro tutta fornita et tratta emendatissima dal suo
originale (In Napoli : per maestro Sigismundo Mayr : con
somma & assidua diligenza di Petro Summontio, 1504
del mese di marzo). Altrettanto rara è l’edizione di poco
successiva: Arcadia del Sannazaro tutta fornita et tratta
emendatissima dal suo originale et nuovamente in Napoli restampita, che non riporta né l’editore (probabilmente
sempre Mayr) né la data (in ogni caso di poco successiva al
1504). I due volumi, in 4to, differiscono anche nel numero delle carte: 98 il primo, 104 il secondo.
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
Altre edizioni di pregio sono le numerose ristampe settecentesche, realizzate in un momento in cui grazie all’Accademia dell’Arcadia di Roma - l’opera del
letterato napoletano visse una seconda giovinezza.
Quasi tutte le edizioni di questo periodo ripropongono
la versione curata dal poligrafo cinquecentesco Francesco Sansovino annotata da Tommaso Porcacchi. Importanti sono Le opere volgari di M. Sanazzaro cavaliere
napoletano; cioè l’Arcadia, alla sua vera lezione restituita,
colle annotazioni del Porcacchi, del Sansovino, e del Massarengo; Le rime, arricchite di molti componimenti, tratti da
codici mss. ed impressi; e Le lettere, novellamente aggiunte
dal dottor Gio. Antonio Volpi, e da Gaetano di lui fratello (In
Padova. 1723. A’ 25. di settembre. Presso Giuseppe
Comino), L’Arcadia di M. Giacomo Sannazaro. Colle an-
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
7
A sinistra: Proemio dell’Arcadia, contenuto nell’edizione
di Comino del 1723. A destra: l’Arcadia in un’edizione
veneziana del 1772 contenente anche annotazioni di
Tommaso Porcacchi
tiche Annotazioni di Tommaso Porcacchi, Insieme colle Rime
dell’Autore, ed una farsa del medesimo non istampata altre
volte. In questa edizione, accresciuta della Vita dell’istesso.
Scritta già da Giambatista Crispo (In Venezia, presso Nicolao Pardini, 1772) e L’Arcadia di messer Jacopo Sanazzaro (Londra 1781. Si vende in Livorno presso Gio.
Tom. Masi e comp.).
Amore e politica si intrecciano nelle tante letture
che sono state date di questo volume. L’Arcadia è, in effetti, un’opera libresca, densa di citazioni e di rimandi, antichi e moderni. Le sue pagine provocano lo spaesamento
del lettore, immerso in una selva intellettualistica e ambigua. Nello spirito molto simile alla misteriosa Hypnerotomachia Poliphili, l’Arcadia è il frutto della medesima temperie culturale, della medesima «assurda esplosione patologica della cultura umanista».1 Ma, a differenza del Polifilo, che godette di minor fortuna letteraria, la lunga durata della fortuna del volume di Sannazaro si deve all’utopica idealizzazione di un mondo semplice, lontano dal
formalismo delle corti, dagli inganni degli uomini e dalle
insidie della vita politica e sociale.
Sulla scia della riscoperta dei classici, del rinnovato
amore per la campagna e la natura, Sannazaro introduce
la tipica figura dell’amante petrarchesco in un contesto
pastorale, inserendo canti e poesie in una struttura in prosa. Il successo e «la fortuna dell’opera sono straordinarie
e solo si possono spiegare col fatto che, come nel caso del
Cortegiano, anche l’Arcadia è un libro che fa sognare e che
propone a uomini sempre più privi di un centro e di radici, sempre più pedine della storia, un mitico modello di
completezza e di armonia fra il presente e il passato, non
più praticabile neppure a livello di illusione, ma tuttavia
piacevole da immaginare».2
Sogliono il più delle volte gli alti e speziosi alberi negli
orridi monti dalla natura prodotti, più che le coltivate
piante da dotte mani espurgate negli adorni giardini, a
riguardanti aggradire. E molto più per i solitari boschi
i selvatichi uccelli sopra i verdi rami cantando a chi gli
ascolta piacere, che per le piene cittadi dentro le vezzose ed ornate gabbie non piacciono gli ammaestrati.
Per la qual cosa ancora (sì come io stimo) avviene che le
silvestri canzoni vergate nelle ruvide corteccie de’ faggi dilettino non meno a chi legge che li colti versi scritti nelle rare carte degli adorni libri. E le incerate canne
de’ pastori porgono per le fiorite valli forse più piacevole suono che i tersi e pregiati bossi de’ musici per le
pompose camere non fanno. […] Dunque in ciò fidandomi, potrò ben io fra queste deserte piagge agli ascoltanti alberi, ed a quei pochi pastori che vi saranno, raccontare le rozze egloghe da naturale vena uscite, così
d’ornamento ignude esprimendole come sotto le dilettevoli ombre al mormorio de’ liquidissimi fonti da’
pastori di Arcadia le udii cantare.3
Almeno una cinquantina di ristampe vedono la lu-
8
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
A sinistra: frontespizio dell’Arcadia in princeps, stampata
da Sigismondo Mayr a Napoli nel 1504; a destra:
frontespizio de Le opere volgari di M. Sanazzaro cavaliere
napoletano (Padova, Giuseppe Comino, 1723)
dissima erbetta sì ripieno […]. Ove son forse dodici o
quindici alberi di tanto strana ed eccessiva bellezza
che chiunque li vedesse giudicherebbe che la maestra natura vi si fosse con sommo diletto studiata in
formarli. Li quali, alquanto distanti, ed in ordine
non artificioso disposto, con la loro rarità la naturale
bellezza del luogo oltra misura annobiliscono.4
ce nei cento anni successivi, scatenando un’autentica
moda che, dal punto di vista architettonico, puntuale
riscontro trova nelle numerose edificazioni di ville e residenze suburbane. Rispetto alla sublimazione platonizzante fiorentina, la natura di Sannazaro, come fosse
un’immagine uscita dal pennello di Giorgione o del
primo Tiziano, acquista immediatezza e vivacità, mostrando, nella sua perenne mutazione, il percorso verso
il ritorno all’origine.
L’Arcadia è anche la narrazione di un viaggio, che
si conclude in un nostos: viaggio sia fisico (la descrizione
di luoghi e costumi lontani, attraverso la testimonianza
di chi sostiene di averli visti in prima persona) che mentale (le vicende legate alla maturazione del protagonista che torna a Napoli profondamente cambiato dall’esperienza arcadica). E di una maturazione, quella di
Sincero che, giunto a Napoli, non può che constatare la
morte della persona amata, vicenda allegorica che rimanda alla fine della dinastia aragonese e al passaggio
del reame napoletano alla corona spagnola.
La vista di Napoli si consuma nel dolore:
Miserando spettacolo si offerse agli occhi miei. […]
Lettore, io ti giuro […] che io mi trovai in tal punto sì
desideroso di morire che di qualsivoglia maniera di
morte mi sarei contentato. Et essendo a me medesmo venuto in odio, maladissi l’ora che da Arcadia
partito mi era, e qualche volta entrai in speranza che
quello che io vedeva e udiva fusse per sogno, maximamente non sapendo fra me stesso stimare quanto
stato fusso lo spazio ch’io sotterra dimorato era.5
Giace nella sommità del Partenio, non umile monte
della pastorale Arcadia, un dilettevole piano, di ampiezza non molto spaziosa […] ma di minuta e verBibliografia:
Iacopo Sannazzaro, Arcadia
del Sannazaro tutta fornita et
tratta emendatissima dal suo originale et novamente in Napoli restampita, Napoli, s.e. [i.e. Mayr, Sigismondo], s.d.,
4to; cc. 104.
Iacopo Sannazzaro, Le opere
volgari di M. Sanazzaro cavaliere
napoletano; cioè l’Arcadia, alla
sua vera lezione restituita, colle
annotazioni del Porcacchi, del
Sansovino, e del Massarengo; Le
rime, arricchite di molti componimenti, tratti da codici mss. ed impressi; e Le lettere, novellamente
aggiunte dal dottor Gio. Antonio
Volpi, e da Gaetano di lui fratello,
Padova, Giuseppe Comino, 1723.
4to; pp. 25; [16], LXIV, 461,
[3].
Iacopo Sannazzaro, L’Arcadia
di M. Giacomo Sannazaro. Colle
antiche Annotazioni di Tommaso
Porcacchi, Insieme colle Rime
dell’Autore, ed una farsa del medesimo non istampata altre volte.
In questa edizione, accresciuta
della Vita dell’istesso. Scritta già
da Giambatista Crispo. In Venezia
1772. Con licenza de’ Superiori.
12mo; pp .XXXVI, 244, 134,
[4].
Iacopo Sannazzaro, L’Arcadia
di messer Jacopo Sanazzaro. Londra 1781. Si vende in Livorno
presso Gio. Tom. Masi e comp.
12mo; pp. XVI, 360, [2] cc. di
tavola.
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
9
Storia e poesia si intrecciano nel racconto delle vicende umane. L’estinzione della dinastia aragonese coincide con il finis Italiae, ovvero con la discesa nella Penisola degli eserciti asburgici e francesi. La civiltà dell’Umanesimo italiano, di cui Sannazaro era stato uno degli
esponenti di punta, giunge a naturale conclusione, cadendo nel vuoto drammatico della perdita di ogni autonomia politica. Nel triste commiato, indirizzato «a la
sampogna» (zampogna), l’autore dichiara che imporrà
al proprio strumento musicale, secondo il volere del fato,
«lungo silenzio forse eterna quiete». Alla zampogna,
strumento boschereccio, non si addicono
gli alti palagi de’ prencipi, né le superbe piazze de le
populose cittadi, per avere i sonanti plausi, gli adombrati favori, o le ventose glorie: vanissime lusinghe,
falsi allettamenti, stolte e aperte adulazioni de l’infido
volgo. Il tuo umile suono mal si sentirebbe tra quello
delle spaventevoli buccine o de le reali trombe. Assai ti
fia qui tra questi monti essere da qualunque bocca di
pastori gonfiata, insegnando le rispondenti selve di risonare il nome de la tua donna e di piagnere amaramente con teco il duro e inopinato caso de la sua immatura morte, cagione efficacissima de le mie eterne lacrime e de la dolorosa e inconsapevole vita ch’io sostengo; se pur si può dir che viva chi nel profondo delle
miserie è sepelito. Dunque, sventurata, piagni; piagni
che ne hai ben ragione.
La poesia nulla può di fronte alla morte della persona amata (ulteriore topos che l’Arcadia condivide col Polifilo). Non può richiamarla in vita: solo piangerne l’assenza
eterna. La poesia nulla può neppure di fronte al fato. Di
fronte al dilagare della guerra e della violenza, dell’avidità
e della corruzione della natura umana, gli umanisti si arrendono, abbandonando per sempre la ricerca di una rigenerazione dell’uomo attraverso la cultura e lo studio.
Nulla possono più fare per salvare quel mondo (idealizzato e cristallizzato da Castiglione nel Cortegiano) nel quale
avevano sperato e per il quale avevano lavorato. Agli uomini di buona volontà non rimane che ritirarsi, serbando
nel proprio cuore il seme della cortesia e della civiltà, diventando esempi viventi di stile e sobrietà.
Onde per cosa vera e indubitata tener ti puoi che chi
più di nascoso e più lontano dalla moltitudine vive, miglior vive; e colui tra’ mortali si può con più verità chia-
mar beato che, senza invidia de le altrui grandezze, con
modesto animo de la sua fortuna si contenta.
Sannazaro, utilizzando la prima persona plurale,
quasi scrivesse a nome di un’intera generazione, fa scivolare sul proprio mondo una pietra tombale. Muore la poesia, muore la storia, muore l’utopia. Rimane solo il sogno
sfumato di un’Arcadia lontana, nel tempo e nello spazio.
Le nostre Muse sono estinte, secchi sono i nostri lauri,
ruinato è il nostro Parnaso, le selve son tutte mutole, le
valli e i monti per doglia son divenuti sordi. Non si trovano più ninfe o satiri per li boschi, i pastori han perduto il cantare. […] Ogni cosa si perde, ogni speranza è
mancata, ogni consolazione è morta. Non ti rimane altro omai, sampogna mia, se non dolerti, e notte e giorno con obstinata perseveranza attristarti.6
NOTE
1
G. Ferroni, Storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2000, I, p. 385.
2
J. SANNAZARO, Arcadia, a c. di
F. Erspamer, Milano, Mursia, 2000,
p. 25 (dall’intr. di F. Erspamer).
3
Ibidem, pp. 53-54.
4
Ib., p. 56.
5
Ib., pp. 221-222.
6
Ib., pp. 238-241.
10
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BvS: Avventura
LA MAPPA DEL TESORO:
IN CERCA DI TUSITALA
Breve vita di R. L. Stevenson attraverso i libri della BvS
LAURA MARIANI CONTI
E MATTEO NOJA
R
obert Louis Stevenson considerava condizioni
Anche se il titolo non è quello scelto da Stevenimprescindibili per vivere bene «la solitudine e
son, è sicuramente l’isola con la sua presenza fisica a
la presenza vivificante dell’acqua»1. Per questo
ispirarlo e a condurlo nella narrazione, presenza sublil’isola è sempre stato per lui un luogo privilegiato.
mata nella mappa che la rappresenta e suggerisce. AlcuL’isola, cirdondata dal mare, è per lui l’esatta
ni anni dopo, in un breve saggio dal titolo My First Book:
espressione geografica, adatta a contenere l’uomo e la
The Treasure Island3, egli scriverà: «La mappa era il fulsua avventura.
cro della trama. Arriverei a dire che [la mappa] era la
Da piccolo, seguendo il padre, ingegnere civile
trama stessa».
specializzato nella costruzione di fari, rimase colpito
La mappa è quindi l’origine del racconto, quella
dall’isolotto di Earraid, nelle Ebridi Interne, che gli sumappa disegnata e poi arricchita da Samuel Lloyd
sciterà poi ricorrenti fantasie: ricordato in Memories
Osbourne, figlio della donna che Stevenson sposa nel
and Portraits, vi ambienterà il racconto The Merry Men
1880, e a cui lo scrittore scozzese dedica il romanzo4:
e, soprattutto, lo userà come sfondo
nell’anno in cui viene pubblicato, il
per le vicende di David Balfour in
ragazzo ha 15 anni.
Kidnapped.
Come ogni mappa è la rappreSi è da poco aggiunto ai nostri
In un’altra piccola isola, Upolu
sentazione
semplificata, a due diFondi un cospicuo numero di libri
in Polinesia, egli terminerà il suo camensioni,
di
un luogo, in questo caso
scritti da R. L. Stevenson.
pitolo terrestre. Upolu, incantata e
l’isola, che di dimensioni ne ha almeSi tratta di una scelta significativa
sperduta ai confini del globo, vedrà
no tre. Così ogni bibliografia, a due
dei maggiori romanzi e libri
infatti la fine della storia di “Tusitadimensioni come la mappa, è la rapdi racconti scritti da Tusitala,
la”, “l’uomo che raccontava storie”,
presentazione semplificata di un au“l’uomo che raccontava storie”
in lingua Samoa. Lì verrà sepolto, setore, che di dimensioni ne ha più di
nella lingua delle Samoa.
condo i suoi desideri, sul monte Vaea.
tre: il suo percorso – nella vita, nelNoto soprattutto per l’Isola
del Tesoro e Lo strano caso del dottor
Non è quindi un caso che il
l’arte, nella storia – può essere ricoJekyll e Mr. Hyde, lo scrittore
suo romanzo di maggior successo,
nosciuto attraverso le brevi note che
2
ci
ha
lasciato
una
lunghisima
serie
si intitoli L’Isola del Tesoro .
contraddistinguono le sue opere.
di scritti in prosa e in poesia.
Partendo dalla somiglianza tra
Partendo da questi testi
mappe e bibliografie, tentiamo qui
abbiamo provato a tracciarne
A sinistra: Robert Louis Stevenson
di raccontare la vita dello scrittore
un breve profilo biografico.
descrivendo la consistenza di un
nel giugno 1885 e la mappa dell’Isola
piccolo tesoro, tra i tanti altri, prodel Tesoro
12
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
A sinistra: Stevenson a 16 anni in piedi accanto al padre; a destra: lo scrittore in piedi sul bompresso dell’“Equator”
(1889)
tetto e custodito nella Biblioteca di via Senato.
Robert Lewis Balfour Stevenson nasce a Edinburgo, in Scozia, il 13 novembre 1850. Nel corso degli
anni muterà il suo nome, fino ad assumere quello noto
di Robert Louis Stevenson. È figlio unico di Thomas
Stevenson, ingegnere civile specializzato nella costruzione di fari, e di Magaret Balfour, figlia di un pastore
presbiteriano. Dalla famiglia paterna erediterà la passione per il mare e per l’avventura, nella casa del nonno
materno passerà l’infanzia.
Lo alleverà la balia, Alison Cunningham, chiamata affettuosamente Cummy, cui lo scrittore dedicherà il
primo libro di poesie, A Child’s Garden of Verses (1885).
È lei che comincia a raccontargli delle storie per
bambini, ma anche episodi tratti dalla Bibbia e dalla vita dei “Covenanters”5 che saranno i protagonisti della
sua prima storia, pubblicata privatamente a spese della
famiglia nel 1866, The Pentland Rising.
Fin da bambino, Stevenson soffre di tubercolosi,
malattia che lo perseguiterà per tutta la vita. Nell’infanzia trascorse molto tempo a letto, componendo storie ancor prima di imparare a leggere. Da adulto, per la
malattia, ci saranno momenti in cui non potrà indossare la giacca per paura di provocare un’emorragia ai polmoni.
Nel 1867 comincia a studiare ingegneria ma con
scarsi risultati. Frequenta irregolarmente l’Università
attratto da uno stile di vita affatto diverso da quello che
cerca di inculcargli il padre. Legge voracemente di tutto: Shakespeare, Walter Scott, John Bunyan, ma anche
Whitman, Daniel Defoe, William Hazlitt. Non sono i
calcoli scientifici ad appassionarlo, ma il narrare, lo
scorrere delle parole, la letteratura.
Unico segno tangibile dei suoi studi d’ingegneria
rimane la memoria On a New Form of Intermittent Light
for Lighthouses, dove spiega i vantaggi economici di un
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
13
In senso orario: la famiglia Stevenson con le domestiche nel 1865 (a destra la balia Cummy, in primo piano il cane
Coolin); lo scrittore a Vailima con moglie, figlio e alcuni indigeni; la tomba sul monte Vaea; sulla goletta “Equator”
utilizzo combinato di specchi girevoli e lampade a olio,
che legge pubblicamente alla Royal Scottish Society of
Arts il 27 marzo 1871 e per la quale riceve una medaglia
d’argento.
Gli ci vuole tempo per riuscire a convincere il padre e la famiglia intera a lasciarlo scrivere. Unico compromesso imposto dai genitori, che egli consegua, almeno, la laurea in legge.
I contrasti con il padre sono una costante di tutta la
giovinezza di Stevenson: dalla carriera studentesca alla
religione, lo scrittore mostrerà un’indipendenza di spirito e d’opinioni molto spiccata, poco consona all’epoca
vittoriana e all’ambiente presbiteriano, in cui i giovani si
mostrano per lo più rispettosi delle tradizioni e del pensiero dei genitori.
Ottenuta la laurea in legge nel 1875, intraprende,
con l’amico Walter Grindlay Simpson, un lungo viaggio
a piedi attraverso la Scozia. Il racconto di quel viaggio
costituirà la materia del libro An Inland Voyage (1888).
Viaggia poi in Belgio e in Francia. Arrivato a Parigi, conosce una donna americana, Fanny Vandegrift
Osbourne. Tra loro inizia una storia d’amore, benché lei
sia già sposata, anche se ufficialmente divisa dal marito.
Fanny ha dieci anni più di Robert e anche due figli,
Isobel detta Belle e Samuel Lloyd, chiamato poi semplicemente Lloyd; un terzo figlio, Hervey, muore di tubercolosi a Parigi, nel 1876. È a Parigi per dimenticare un
matrimonio a dir poco tumultuoso. Il marito, cercatore
d’oro, l’ha costretta a una serie di spostamenti tra le diverse città della West Coast e i luoghi impervi dell’entroterra, infliggendole violenze e tradimenti. A un certo
punto viene creduto morto, ucciso da un orso grizzly;
poi, con gran sorpresa, ricompare vivo con l’intenzione
di condurre una vita virtuosa. I suoi pii propositi durano
poco. Torna infatti sulla strada dei vizi: gioco, donne,
violenza. La povera Fanny cerca scampo viaggiando ap-
14
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
punto in Europa, dove a Parigi nel 1876 incontra il giovane scrittore scozzese. Si innamorano e lei lo sostiene,
lo cura amorosamente; diventa la sua musa ispiratrice.
Quattro anni dopo, il 19 maggio 1880 si sposano a San
Francisco, contro il parere dei genitori di lui, soprattutto dell’ingegner Thomas.
Dal viaggio di nozze, compiuto nella Napa Valley
in California, nasce Gli accampati di Silverado (The Silverado Squatters6), che narra del loro soggiorno in un
campo abbandonato di minatori, sul monte Saint Helena, a nord di San Francisco.
Li accompagna Lloyd, il figlio di Fanny, che da
questo momento diventa per Stevenson un vero e proprio fratello con cui giocare e divertirsi; negli anni, il
divertimento sfocerà in una proficua collaborazione
letteraria.
Per la tisi che lo affligge Stevenson si deve recare
molto spesso in località termali o in luoghi che abbiano
almeno un clima mite, in Inghilterra, in Svizzera, nella
Francia del Sud, sulle colline scozzesi.
Nel 1883, anno della sua consacrazione e del successo, anche economico, lo scrittore soggiorna durante i
mesi invernali a Davos e poi, nei pressi di Nizza, nelle
isole di Hières.
Qui comincia a scrivere Prince Otto. A Romance7,
fredda ma raffinata fiaba – ambientata in un minuscolo,
inesistente principato dell’impero germanico –, che previene tutto un genere, portato al successo poi dal cinema
e che avrà come capostipite Il prigioniero di Zenda8.
Nell’anno di pubblicazione del Prince Otto, esce il
racconto More New Arabian Nights: The Dynamiter9,
scritto in collaborazione con la moglie Fanny – anche
se qualcuno, tra i critici meno benevoli, dichiara minimi e secondari gli apporti di lui. La storia, abbastanza
complicata, ambientata a Londra, ha come protagonista il principe Florizel, personaggio già incontrato nel
precedente New Arabian Nights10. Quest’ultima raccolta di racconti contiene alcune tra le migliori prove di
Stevenson nelle “short stories”, e cioè The Suicide
Club11, e The Rajah’s Diamond12, The Pavilion on the Links
(1880), A Lodging for the Night: A Story of Francis Villon
(1877), The Sire de Maletroit’s Door (1878), e Providence
and the Guitar (1878). Stevenson ha certamente letto le
Arabian Nights – Le Mille e una Notte – nella classica traduzione di Edward Lane, ma sono quelli gli stessi anni
in cui lo “scandaloso” Richard Francis Burton ritraduce e pubblica in inglese The Book of the Thousand Nights
and a Night (1885-88).
Alcune copertine dei libri di Stevenson presenti nella raccolta della BvS: The Black Arrow (1888); The Ebb Tide, scritto in
collaborazione con Lloyd Osbourne, figlio della moglie Fanny (1894); The Master of Ballantrae (1889)
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
15
16
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
A sinistra: incisione nella prima edizione di The Silverado Squatters (1883); a destra in un ritratto di W. B. Richmond (1886)
Sono gli anni in cui compaiono anche i racconti
raccolti sotto il titolo Merry Men and Other Tales and Fables13: The Merry Men (1882), Will o’the Mill (1878), Markheim (1885), Thrawn Janet (1881), Olalla (1885), The
Treasure of Franchard (1883).
Gli Allegri compari del racconto che dà il titolo alla
raccolta sono le onde del mare di Scozia, che spesso sono
terribilmente cupe e minacciose, «rombando e rombando», ma che, pietosamente, depositano sulla spiaggia i
resti dei naufragi; un racconto noir, tra i più belli di Stevenson, dove si intrecciano vicende di tremendi delitti e
di tesori di navi affondate. Sempre di tesori si parla nel Tesoro di Franchard, mentre in Will del mulino lo scrittore
mette in scena uno strano dialogo a distanza tra la Morte
e un ragazzo che, crescendo e diventando uomo, rinuncia
a vivere per paura di provare dolore [è presente qui l’argomento del coraggio di vivere, costante in tutta la scrittura di Stevenson]. Markheim è un racconto sul tema del
“doppio”, che per certi versi prefigura Lo strano caso del
14
dottor Jekyll e Mr. Hide . Con questo ultimo romanzo ha a
che vedere anche il racconto Olalla, che narra di un incubo che può ad ogni momento degenerare in follia. Mentre, infine, Janet la storta è la storia dell’inconfessata maledizione di un reverendo che vive sulle colline scozzesi.
Questo racconto Stevenson lo scrive per una raccolta di
storie di fantasmi che doveva comporre con la moglie: lei
scrive The Shadow on the Bed mentre lui scrive la storia del
reverendo Murdoch Soulis ossessionato dal pensiero
della sciancata Janet. Nei giorni in cui scrivono queste
storie di spettri non senza qualche brivido, – siamo nel
1881 –, trascorrendo «gran parte del tempo fra le quattro
mura di una casa lugubremente nota come il “cottage
della defunta signorina McGregor”» (così racconta lo
stesso scrittore) a Pitlochry, nelle Highlands scozzesi,
Robert comincia anche a disegnare, insieme a Lloyd, la
mappa dell’Isola del tesoro.
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
Il 1887, anno di Merry Men, è comunque per Stevenson un anno travagliato. Muore il padre e lui, per le
cattive condizioni di salute e in preda a una crisi depressiva, non riesce a partecipare al funerale. La morte del genitore lo addolora sinceramente. Ma la scrittura lo aiuta a
superare la crisi. Tanto più che ora è libero di decidere
della sua vita senza dover render conto a nessuno: in agosto salpa per gli Stati Uniti dove, dopo una breve permanenza a New York, raggiunge il lago Saranac, al confine
con il Canada.
Oltre a Merry Men, esce un volume di saggi, Memories and Portraits15, e una raccolta di poesie, Underwoods16
che contiene 38 componimenti in inglese e 16 in scozzese. Già nel titolo Stevenson lascia intendere come per lui
la poesia sia meno importante dei lavori in prosa. Le poesie della seconda parte sono interessanti per la lingua usata, lo scozzese, e per la nota che le precede, Table of Vowel
Sounds, dove si spiegano i criteri linguistici secondo cui
leggerle e recitarle.
Tra le poesie in inglese molte sono dedicate ad amici e conoscenti. Una è intitolata allo scrittore americano
Henry James, con il quale molto spesso polemizzerà sulla
natura del romanzo: se dovesse essere aderente alla realtà
come, tra i tanti scrittori attratti dal verismo o dal naturalismo, propugnava l’americano ormai trapiantato a Londra, oppure irreale – appunto romanzesco – come intendeva Stevenson, che si sentiva erede di sir Walter Scott.
Ambedue, poi, concordavano amichevolmente sul fatto
che la vita è troppo grande e complessa per essere contenuta dall’arte.
Della morte di Stevenson, James scriverà: «…è
un’assoluta desolazione. Mi agghiaccia e indebolisce,
avendo la precisa, timorosa sensazione dello spegnimento, visibile e materiale, di una luce indispensabile».
Nel 1888 esce in volume un romanzo che Stevenson ha già pubblicato a puntate sulla rivista “Young
Folks” nel giugno 1883, The Black Arrow: A Tale of Two
Roses17. Storia romantica, è ambientata durante la “guerra
delle due Rose” (1453-1487) per la successione al trono
inglese tra i Lancaster e gli York; chiamata così da Walter
Scott per gli stemmi dei casati che, rispettivamente, recavano una rosa rossa e una bianca.
Nel giugno dello stesso anno si imbarca sullo yacht
“Casco” per un viaggio tra le isole del Pacifico, da San
Francisco fino a Tahiti, che raggiunge nel gennaio del
17
1889. «Il viaggio è di due tipi, e questo mio viaggio attraverso l’oceano li combina tra loro… Non stavo solo viaggiando fuori dal mio paese in latitudine e longitudine,
stavo viaggiando fuori da me stesso».
Nel 1889 esce il Master of Ballantrae. A Winter’s Tale18, uno dei suoi più riusciti romanzi. Incominciato nel
1887, sul lago Saranac, continuato poi nelle crociere sull’oceano, viene terminato a Tahiti. Incentrato sul tema
del “doppio”, sull’eterna lotta tra bene e male che lo affascinava, gli fu ispirato dalla lettura del romanzo The
Phantom Ship di Robert Marryat.
Viene pubblicato anche The Wrong Box19, scritto a
quattro mani con Lloyd Osbourne. È il primo dei lavori
scritti con il figlio di Fanny a uscire, cui faranno seguito
nel 1892 The Wrecker20 e nel 1894 The Ebb Tide. A Trio and
Quartette21. Gli scritti in collaborazione con Lloyd vengono portati a termine nella casa di Vailima, nelle Samoa.
Stevenson ha lo stesso piacere di condividere le storie con
lui anche ora che ha 21 anni, esattamente come quando,
Copertina e dorso della prima edizione della raccolta di
racconti The Merry Men (1882)
18
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
Due tavole di Norman Wilkinson tratte dall’edizione Chatto & Windus di Virginibus Puerisque & Other Papers del 1921
giovanissimo, era l’interlocutore privilegiato durante la
stesura dell’Isola del Tesoro. Alla morte del patrigno, per
un certo periodo di tempo Lloyd sarà vice-console americano nelle isole Samoa.
Nell’anno in cui esce il Master of Ballantrae, Stevenson si reca con la moglie nelle Hawaii per avere notizie di prima mano su un personaggio molto discusso
in quel periodo, il missionario belga padre Damien De
Veuster che aveva soccorso i lebbrosi di Molokai e che
pochi mesi prima era morto dello stesso morbo. Le testimonianze che raccoglie parlano del grande coraggio
e della grande umanità di padre Damien e contraddicono le male lingue che volevano si fosse ammalato di lebbra per aver abusato sessualmente di alcune donne contagiate. Stevenson scrive così Father Damien: An Open
Letter to the Reverend Dr. Hyde of Honolulu (1889) per ristabilire la verità sul personaggio.
Da Tahiti si imbarca sulla goletta Equator per trasferirsi ad Apia, sull’isola di Upolu, la più grande delle Samoa. Nel gennaio 1890 firma il contratto d’acquisto per
la tenuta di Vailima dove si stabilisce definitivamente. Il
nome del villaggio ha una doppia traduzione plausibile:
vuol dire “acqua [vai] nella mano [lima]” – molto più probabile e in accordo con una leggenda delle isole Samoa –,
ma anche “cinque [lima, che vuol dire “mano” ma anche
“cinque”] fiumi [vai]”.
Da Upolu si reca alcune volte in Australia, visitando
Auckland e la Nuova Zelanda, le isole Cooks, la Nuova
Caledonia, le Nuove Ebridi e Naumea.
Le memorie del suo vagabondare tra le isole del Pacifico verranno raccolte e edite postume nel 1896 con il
titolo In the South Seas22. Nel raccogliere il materiale per il
libro, fatto di attente osservazioni sugli usi e costumi delle
varie popolazioni indigene, egli si accorge che queste non
sono composte solo da cannibali selvaggi assetati di san-
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
gue, ma da uomini che hanno la loro storia e i loro diritti.
Nel 1890 pubblica Ballads23, una raccolta di poemi
che narrano le leggende delle isole del Pacifico, accanto
a quelle delle “colline di casa”, della sua Scozia, dove ha
passato la gioventù e con le quali mantiene un rapporto
strettissimo nonostante la lontananza. La raccolta contiene: The Song of Rahero: A Legend of Tahiti24, The Feast
of Famine: Marquesan Manners25, Ticonderoga: A Legend
of the West Highlands26, Heather Ale: A Galloway Legend27,
Christmas at Sea. Le prime due ballate riguardano le
isole dei mari del Sud e il folclore dei loro abitanti,
mentre le altre riguardano usi e costumi scozzesi.
Chiude il libro la ballata Natale al mare, amara accettazione del destino di chi parte solitario, lasciando la propria terra e i propri affetti per luoghi lontani.
Vivendo a stretto contatto con gli abitanti delle isole avverte ancora di più la ricchezza e la molteplicità delle
loro diverse culture e nota con timore i tentativi di assoggettarle e di approfittarne da parte dei “rapaci” bianchi.
Si schiera ovviamente con gli indigeni, cercando di aiutarli nello sventare ogni tentativo messo in atto dalle varie potenze presenti – l’americana, l’inglese e la tedesca –,
per controllare politicamente e militarmente il vasto arcipelago e scomporlo in protettorati che ne avrebbero
permesso meglio lo sfruttamento. Nella speranza di poter ripristinare il vecchio sistema politico samoano, scri-
NOTE
1
R.L. Stevenson, La casa ideale, in RLS,
Romanzi racconti e saggi, I Meridiani, Milano,
Arnoldo Mondadori Editore, 1982.
2
The Treasure Island, apparso a puntate
sulla rivista “Young Folks” dall’ottobre 1881 al
gennaio 1882, sotto lo pseudonimo di Capitano George North; rivisto e raccolto in volume nel 1883 per l’editore Cassell & Co. di Londra; 20 cm, p. VIII, 292.
3
“The Idler”, agosto 1894.
4
«A S.L.O., gentiluomo americano. Questo
racconto è stato ideato in armonia con il suo
gusto classico, ed è oggi dedicato a lui, in
cambio delle numerose ore piacevoli e con gli
auguri più cari, dal suo affezionatissimo amico l’autore»
5
Gli “uomini del patto” – Covenant – per
19
ve e pubblica A Footnote to History: Eight Years of Trouble in
Samoa28 dove narra gli avvenimenti che si stanno svolgendo sotto i suoi occhi, mettendo in risalto i problemi che la
“civilizzazione” comporta, sottolineando le discordie dei
nativi, nate sia tra di loro, sia con i bianchi, per fare chiarezza sul presente, promuovere pacifici compromessi tra
le varie fazioni, cercare una nuova giustizia per il futuro.
«La vicenda che sto per narrare è ancora in corso mentre
scrivo […] è un pezzo di storia contemporanea nel senso
più esatto del termine»29.
A quel tempo Stevenson lavora a Weir of Hermiston, romanzo uscito postumo e incompiuto nel 189630.
In una lettera inviata da Upolu a S.R. Crockett, Stevenson scrive: «Non vedrò più Auld Reekie31. […] Qui starò fin che morirò e qui sarò sepolto. La parola è detta e il
destino è scritto». Weir of Hermiston, quasi presagendo
la fine vicina, manifesta la sua profonda nostalgia verso
la Scozia. Con il tema della ribellione filiale, l’evocazione dei paesaggi, della lingua e delle tradizioni scozzesi, ne fa una delle opere migliori e più mature di Stevenson, sicuramente la migliore dichiarazione d’amore
verso la sua terra.
Incomincia a scriverlo nel 1892; ad esso sta lavorando anche la mattina dell’ultimo giorno, il 3 dicembre 1894. Alla sera, mentre sta parlando con la moglie e
aprendo una bottiglia di vino, lo coglie un’emorragia
difendere la religione, martiri presbiteriani
caduti sotto la mannaia di Carlo II nella seconda metà del XVII secolo.
6
London, Chatto & Windus, 1883; 254 p.,
20 cm.
7
London, Chatto & Windus, 1885; VIII,
300 p., 20 cm.
8
A. H. Hawkins, The Prisoner of Zenda,
London, 1894.
9
London, Longmans Green & Co., 1885;
VI, 207 p., 18 cm.
10
London, Chatto & Windus, 1882; la BvS
lo ha nella ristampa del 1913; p. X, 329, 20 cm.
11
Story of the Young Man with the Cream
Tarts, Story of the Physician and the Saratoga
Trunk, The Adventure of the Hansom Cabs.
12
Story of the Bandbox, Story of the
Young Man in Holy Orders, Story of the House
with the Green Blinds, The Adventure of Prince Florizel and a Detective.
13
London, Chatto & Windus, 1887; 296 p.,
20 cm.
14
London, Longmans Green & Co. 1886 .
15
London, Chatto & Windus, 1887; X, 299
p., 20 cm; contiene: Preface, by Way of Criticism; Victor Hugo’s Romances (1874); Some
Aspects of Robert Burns (1879); The Gospel
According to Walt Whitman (1878); Henry
David Thoreau: His Character and Opinions
(1880); Yoshida-Torajiro (1880); François Villon, Student, Poet, Housebreaker (1877),
Charles of Orleans (1876); Samuel Pepys
(1881); John Knox and his Relations to Women (1875)
16
London, Chatto & Windus, 1887; XV,
137 p., 19 cm.
20
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
cerebrale. «Che mi sta succedendo? Cos’è questa stranezza? È cambiata la mia faccia?» queste le ultime parole, mentre cade a terra;
muore dopo poche ore.
Gli indigeni, afflitti dalla sua
morte, insistono per vegliarne il
corpo durante la notte.
Lloyd Osbourne scrive: «In
quell’ultimo giorno della sua vita
scrisse con fervore; riteneva che
Hermiston, quasi finito, fosse il libro più bello che avesse scritto e il
senso dello sforzo coronato da successo lo rendeva, più di ogni altro
evento, felice ed esultante»32. Il
manoscritto del romanzo viene
portato subito in Inghilterra e, su
pressione di Henry James, pubblicato a puntate sulla rivista “Cosmopolis”, dal gennaio all’aprile del 1895. Il titolo fu
dato dal curatore, in questo caso l’amico Sidney Colvin: fino ad allora Stevenson si era riferito al romanzo
chiamandolo The Justice-Clerk. Anche l’Isola del Tesoro
aveva per lui un altro titolo: Il cuoco di bordo [The SeaCook]. Fu l’amico James Henderson, editore e direttore di “Young Folks”, su cui il romanzo comparve a pun-
London, Cassell & Co., 1888; VIII, 324 p.,
20 cm.
18
Pubblicato a puntate su “Scribner’s Magazine” dal novembre 1888 all’ottobre 1889,
viene edito prima a New York da Charles
Scribner’s Sons e poi, quasi contemporaneamente, a Londra da Cassell & Co. [quello della
BvS; VIII, 332 p., 20 cm]. Stevenson, nel 1888,
per tutelarne i diritti prima della normale
pubblicazione, fa stampare a sue spese anche
un’edizione in poche copie che comprende i
primi 5 capitoli.
19
London, Longmans Green & Co.; [2] c.,
283, 16 p., 19 cm.
20
London, Cassell & Co.; VI, 427 p., 20 cm;
già apparso a puntate su “Scribner”.
21
London, W. Heinemann; 204 p., 18 cm;
già apparso a puntate su “Today”.
17
Copertina di Jessie Marion King per
Robert L. Stevenson Memories (1912)
tate, a insistere per cambiarlo e a
imporgli il definitivo, affascinante
titolo di The Treasure Island.
Le isole di Earraid e di Upolu
così distanti nel tempo e nello spazio,
alla fine diventano per Stevenson vicine, nella circolare narrazione del
suo destino in cui «la narrazione esiste perché è la voce della vita, voce
dei suoi passi dalla culla alla tomba,
circolarmente»33.
Sulla tomba son scritti alcuni
suoi versi che terminano così:
«Tu solo questo scrivi per me:
quivi lui dorme ove volle, ov’è.
Così si torna dai flutti foschi,
così, la sera, a casa dai boschi»34.
Qualcuno di voi, dimentico della ricchezza dei libri, ora dirà: – E il tesoro?
«Prua verso il mare! Al diavolo il tesoro. È l’incanto
del mare che mi ha dato alla testa…»35.
Il titolo completo riporta: Being an account of experiences and observations in the
Marquesas, Paumotus and Gilbert Islands in
the course of two cruises, in the yacht “Casco”
(1888) and the schooner “Equator” (1889). In
BvS è presente l’edizione del 1900, London,
Chatto & Windus; VII, 343 p., 20 cm.
23
London, Chatto & Windus; VI p., [2] c.,
[3]-137 p., [1] c., 20 cm.
24
Che comprende: I. The Slaying of Tamatea; II. The Venging of Tamatea; III. Rahero;
Notes to the Song of Rahero.
25
Che comprende: I. The Priest’s Vigil; II.
The Lovers; III. The Feast IV. The Raid; Notes to
the Feast of Famine.
26
Che comprende: I. The Saying of the Name; II. The Seeking of the Name; III. The Place of
the Name; Notes to Ticonderoga.
22
Segue: Note to Heather Ale.
London, Casssell & Co., 1892; VIII, 322
p., 20 cm.
29
Op. cit., p. 1.
30
Weir of Hermiston. An Unfinished Romance, London, Chatto and Windus, 1896; 20
cm, 298 p.
31
Nomignolo affettuoso in Middle Scots
per chiamare Edinburgo e che vuol dire Old
Smoky, “Vecchia Ciminiera”.
32
Citato in R.L. Stevenson, Romanzi racconti e saggi, I Meridiani, Arnoldo Mondadori
Editore, 1982, p. 1985.
33
Alessandro Ceni, Introduzione in R.L.S.,
Racconti, Torino, Einaudi, 1999.
34
Trad. di A. Ceni, op. cit.
35
Sono le parole del conte Trelawney nel
cap. VII dell’Isola del Tesoro.
27
28
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21
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
23
BvS: il Fondo Antico
L’ARTE DELLA GUERRA
O MES RÊVERIES
Le strategie di guerra nei manuali dell’epoca moderna
ANNETTE POPEL POZZO
P
arliamo di Guerra e Pace, con
le parole di Lev Tolstoj, o
meglio diciamo che, Guerra
è Pace, con le parole di George Orwell. La politica e le strategie di
guerra assumono un’importante rilevanza fin dall’antichità. L’uomo
di stato tedesco Hans Delbrück
(1848-1929), che fu anche uno storico insigne, precisa nella sua fondamentale Geschichte der Kriegskunst (da tradurre con Storia dell’arte della guerra, considerando che
una traduzione italiana dei quattro
volumi usciti tra il 1900 e il 1920
purtroppo non venne mai fatta) che
“la storia dell’arte della guerra è un
unico filo rosso nei contesti della storia del mondo e comincia con questa — die Geschichte der Kriegskunst ist ein
einzelner Faden in dem Zusammenhange der UniversalGeschichte und beginnt mit dieser.”1 Dettagli relativi all’arte militare ci furono tramandati fin dall’Iliade, che
descrive la guerra di Troia con grande attenzione ai
particolari. Seguirono informazioni sull’arte bellica
greca, romana (documentata da Tucidide, Xenofonte e
Vegezio) e medievale. Il mutamento decisivo, che defi-
A sinistra: Armure du cavalier in Moritz von Sachsen, Mes
rêveries (Amsterdam, Lipsia e Parigi, Arkstée et Merkus,
Desaint et Saillant, Durand, 1757). Sopra: Fourageur in
Moritz von Sachsen, Mes rêveries (1757)
nì il passaggio all’epoca moderna,
avvenne grazie agli Svizzeri e consistette nella supremazia – dopo dieci
secoli – della fanteria.
Benché la riflessione strategica sulla guerra sia destinata prevalentemente alla prasseologia, in
quanto si occupa sostanzialmente
delle modalità tecniche di impiego
della forza militare, va sottolineato
che “il nucleo più importante e vitale del pensiero strategico riguarda il
rapporto fra la politica e la guerra. A
tutt’oggi su questo punto il pensiero strategico è debitore a pochi
grandi pensatori del passato, […]
quelli che più hanno segnato le nostre concezioni dei rapporti fra guerra e politica.”2 Sebbene il più antico testo di strategia a noi pervenuto sia di
Sun Tzu (vissuto a cavallo tra VI e V secolo a.C.), fu per
primo Niccolò Machiavelli (1469-1527) il fondatore
della scienza politica moderna, ad analizzare lo stretto
legame tra politica e guerra. Coinvolto più volte in incarichi militari e in delicati servizi diplomatici, Machiavelli pubblicava nel 1521 a Firenze il Libro della arte
della guerra presso gli eredi di Filippo Giunta. Non va
dimenticato che si tratta del suo unico testo politico
stampato vivente l’Autore.3 Scritta probabilmente tra il
1516 e il 1517 e rifinita nel 1520, l’opera – con la copia
della nostra biblioteca in legatura coeva in pergamena –
dedicata al cardinale Lorenzo Strozzi, si divide in un
proemio e sette libri (capitoli) composti da una serie di
24
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
Dettaglio della tavola Entrée des Français dans Moskou, le 14 septembre 1812, contenuta nell’opera di Adolphe Thiers e
Carle Vernet, Campagnes des Français sous le consulat & l’empire album de cinquante-deux batailles et cent portraits des
maréchaux, généraux et personnages les plus illustres de l’époque et le portrait de Napoléon Ier (Parigi, ca. 1860)
dialoghi immaginari che sarebbero avvenuti nel 1516
negli Orti Oricellari tra Cosimo Rucellai, Luigi Alamanni, Zanobi Buondelmonti, Battista della Palla e il
famoso condottiere Fabrizio Colonna. Nel Proemio,
Machiavelli precisa: “E benché sia cosa animosa trattare di quella materia della quale altri non ne abbia fatto
professione, nondimeno io non credo sia errore occupare con le parole uno grado il quale molti, con maggiore presunzione, con le opere hanno occupato; perché gli errori che io facessi, scrivendo, possono essere
sanza danno d’alcuno corretti, ma quegli i quali da loro
sono fatti, operando, non possono essere, se non con la
rovina degli imperii, conosciuti.” Arricchito da disegni dello stesso Machiavelli sulla forma dell’esercito e
sull’alloggiamento (esempi che nella princeps sono illustrati da sette figure, ciascuna su due pagine), il testo
contiene “la condanna senza appello delle armi mercenarie e la difesa appassionata delle armi proprie – e
quindi di una fanteria di leva in opposizione alla cavalleria dei condottieri.”4 Non è un mistero che Machiavelli dimostri un’incondizionata ammirazione per la
strategia e la tattica militare dell’antica Roma repubblicana.
Il testo non si svolge però in modo diretto, ma attraverso la mediazione del dialogo, modello stimato e
classico, che affronta non soltanto le problematiche
belliche ma anche la stessa nozione di battaglia su un set
immaginario – una scelta che nella critica ha causato
qualche perplessità da parte degli storici militari. Del
resto, la modernità del pensiero militare machiavelliano non è affatto da sottovalutare e consiste nella comprensione del fatto che “da una superiorità tattica deri-
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25
Figura che dimostra la forma dell’alloggiamento nell’opera I sette libri dell’Arte della Guerra di Niccolò Machiavelli,
Venezia, Giambattista Pasquali, 1769 nella copia appartenuta al conte Giovanni Battista Giovio (1748-1814)
va una superiorità strategica e questa trova il suo sostegno e anche le sue limitazioni nel grado di coesione dello Stato. […] Sollevandosi a più alto volo ha ben mostrato come la strategia si leghi alla politica, anzi sia un
aspetto di questa, e come quindi la saldezza dello Stato
sia alla base di ogni condotta di guerra.”5
Quest’idea di vedere la guerra subordinata alla
politica e come strumento di essa, prima di essere ripreso e portato alla perfezione nell’Ottocento dal generale
e teorico militare prussiano Carl von Clausewitz
(1780-1831),6 che sull’esperienza delle guerre napoleoniche (sotto l’aspetto di rinnovate strategie e manovre) pubblicava il trattato militare Della guerra (Vom
Kriege, 1832), viene ripreso tra Sei e Settecento da numerosi testi militari e strategici di varia dimensione e
importanza, dei quali vogliamo mettere in risalto soltanto qualche modello.
Il principe modenese Raimondo Montecuccoli
(1609-1680) per esempio, formato sotto l’istruzione
del re svedese Gustavo Adolfo e di Albrecht von Wallenstein, ed emerso con bravura durante la Guerra dei
Trent’anni (1618-1648), scriveva durante l’imprigionamento a Stettino, fruendo della sua ricchissima biblioteca, il suo celebre Trattato della Guerra (1642), seguito dall’Arte militare (1653) e, dal suo scritto più famoso, Della guerra col Turco in Ungheria (in tre parti,
1665-1670, comprendente i celebri Aforismi sull’arte
bellica). I testi si trovano riuniti in una bella edizione a
cura di Ugo Foscolo, edita dal 1807 al 1808 in 2 volumi
in folio dal milanese Luigi Mussi (noto per le sue edizioni limitate e di lusso), con la copia della nostra biblioteca proveniente dalla raccolta settecentesca del
26
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Sistemi di fortificazione e di assedio a’ tempi di Raimondo Montecuccoli, tavola presente nelle Opere, stampate a Milano da
Luigi Mussi nel 1807-1808, a cura di Ugo Foscolo
conte milanese Ercole di Belgioioso. Foscolo ponendo
alla base dell’incisione raffigurante l’Autore disegnata
da Francesco Rosaspina l’elogio “Raymundus Montecucoli scribendo fecit aeterna quae gessit” (Raimondo
Montecuccoli, con gli scritti rese eterno quanto aveva compiuto con le sue gesta), sottolinea dunque proprio l’esperienza militare combinata al talento letterario del principe. L’elogio continua anche nel commento sullo stile:
“Lo stile dell’autore negli Aforismi sa del filosofo e del
guerriero: ne’ Commentarii è pieno di storica ingenuità, e sente la scuola del Davanzati. Un libro tutto grandi
idee vedute chiaramente, meditate e sentite sarà sempre esemplare di stile a’ pensatori.”7 A Foscolo si deve
dunque la riscoperta del ruolo svolto da Montecuccoli
per l’incipiente Risorgimento, quando scriveva nella
Prefazione che: “Spetta agli scrittori di rivendicare i diritti letterarj della loro patria, ed io tento di sdebitare di
questo ufficio pubblicando nella lor vera lezione gli
Aforismi e i Commentarj del maggiore e del più dotto
fra’ capitani nati in Italia dopo il risorgimento dalla
barbarie”. E qualche riga dopo: “Non il catalogo del
Crevenna, non la biblioteca Firmiana, non fra’ libri rari
dell’Haim, non il Fontanini o il suo acerrimo annotatore Apostolo Zeno, non l’Andres nè il Niceron notarono
il nome di Raimondo Montecuccoli; tanto l’opera e le
edizioni rimaneano sconosciute anche agli uomini letterati. Unico, che da noi sappiasi, il Tiraboschi bibliotecario nella patria dell’autore lasciò memoria degli
scritti tacendo su le edizioni.”8
Un caso più particolare ma altrettanto rinomato
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Machine à monter les canons, in Moritz von Sachsen, Mes rêveries (1757)
è quello del generale Maurizio di Sassonia (16961750), figlio illegittimo di Augusto II, re di Polonia ed
Elettore di Sassonia. Educato fin da piccolo per la carriera militare, partecipò a numerose guerre. Le sue osservazioni e riflessioni sull’arte della guerra vennero
pubblicate postume la prima volta nel 1756 in francese
sotto il titolo Les rêveries ou Memoires sur l’art de la guerre, seguite da una seconda edizione ampliata sempre in
francese nell’anno seguente a cura dell’abate Gabriel
Pérau, cambiando il titolo in Mes rêveries.9 Sulle motivazioni dell’opera, il generale precisava nell’introduzione che “cet ouvrage n’est point enfanté par le desir
d’établir un nouveau système sur l’art de la guerre: je le
compose pour m’amuser & pour m’instruire.”10 Al generale importa più il piacere che l’utilità, cosa che si
vede anche dall’ordine degli argomenti esposti: “Je
commencerai par notre méthode de lever des troupes:
Celle de les habiller; Celle de les entretenir; Celle de
les former; Et celle de combattre.”11
L’edizione contiene inoltre un importante apparato di illustrazioni, composto da ben 84 tavole, in parte ripiegate e tutte colorate a mano. Mentre altri manuali sull’arte della guerra sono privi di illustrazioni o
contengono al massimo qualche tavola sulle formazioni o manovre strategiche, le meditazioni del principe
sassone includono immagini sull’abbigliamento, la postura, i cavalli, la loro imbrigliatura, il montaggio degli
attrezzi, ecc. Nell’Avertissement si legge: “Les estampes
28
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
Dettaglio della tavola Plan de la Forteresse de Mantoue
(1796) contenuta nell’atlante dell’opera di Antoine Henri
de Jomini, Histoire critique et militaire des guerres de la
revolution (Parigi, Anselin et Pochard, 1820-1824)
[…] ne sont point de simples ornemens; ells sont une
partie essentielle de l’ouvrage. […] De-là cette suite de
tableaux intéressans que le maréchal a fait executer sous
ses yeux pour l’intelligence de son ouvrage.”12 Lo storico della guerra Azar Gat, in The Origins of Military
Thought from the Enlightenment to Clausewitz, chiarisce
che “De Saxe’s work is a comprehensive treatise on war.
He puts forward his ideal military model, his legion,
and taking issue with the views and practices of his age,
he advances many original ideas. However, rather than
discussing his military doctrines, the aim of this book is
to elucidate the intellectual premises that dominated
his mind: he saw a need to subject military affairs to reasoned criticism and intellectual treatment, and the ensuing military doctrines were perceived as forming a
definitive system.”13 La guerra, dunque, si presenta come antidoto a una pace foriera di disgrazie.
NOTE
1
HANS DELBRÜCK, Geschichte der Kriegskunst, Berlino, Stilke, 1900-1920, vol. 1, p. 1.
2
Treccani, Enciclopedia delle Scienze Sociali, (http://www.treccani.it/scuola/dossier/2006/guerra/7.html; controllato 11-042012).
3
L’edizione censita in poche copie nelle
biblioteche italiane, che insieme ai Discorsi e
al Principe rappresenta il nucleo portante del
moderno pensiero politico machiavelliano, si
presenta in formato 8vo di 124 carte (cfr. Bertelli-Innocenti 3 e Gerber II, pp. 44ss., no 1).
4
NICCOLÒ MACHIAVELLI, Le grandi opere
politiche, a cura di Gian Mario Anselmi e Carlo Varotti, vol. 1: Il principe, Dell’arte della
guerra, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p.
146.
5
PIERO PIERI, Guerra e politica negli scrittori italiani, Milano, Mondadori, 1975, p. 55.
Proprio a von Clausewitz si deve la citazione che “la guerra non è se non la continuazione del lavoro politico, al quale si
frammischiano altri mezzi.” La sua riflessione infine “collocandosi sullo sfondo storico
delle guerre della Rivoluzione francese e di
Napoleone Bonaparte […] coglie la grande
novità che segna lo spartiacque fra passato e
presente, fra le guerre tradizionali e la guerra
moderna, e che è data dall’inedito ruolo assunto dalle masse. […] È riflettendo sulla
guerra napoleonica e sulle novità che essa
ha introdotto che Clausewitz elabora la sua
definizione ‘trinitaria’ della guerra” (Treccani, Enciclopedia delle Scienze Sociali,
(http://www.treccani.it/
scuola/dossier/2006/guerra/7.html; controllato 11-042012).
7
UGO FOSCOLO nella prefazione di Raimondo Montecuccoli, Opere, a cura di Ugo
6
Foscolo, Milano, Luigi Mussi, 1807-1808, vol.
1, p. IXs. L’edizione foscoliana contiene in appendice anche delle lettere inedite tratte dagli autografi.
8
UGO FOSCOLO nella prefazione di Raimondo Montecuccoli, 1807-1808, vol. 1, p. IV
e X.
9
Un’edizione inglese viene pubblicata
nel 1757, mentre una traduzione tedesca appare nel 1767.
10
MORITZ VON SACHSEN, Mes rêveries,
Amsterdam, Lipsia & Parigi, Arkstée et Merkus, Desaint et Saillant, Durand, 1757, vol. 1,
Avant-propos, p. 1.
11
MORITZ VON SACHSEN, 1757, p. 6.
12
MORITZ VON SACHSEN, 1757, carta
*1r/v.
13
AZAR GAT, The Origins of Military
Thought from the Enlightenment to Clausewitz, Oxford, Clarendon Press, 1989, p. 33.
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
29
inSEDICESIMO
S P I G O L AT U R E – C ATA L O G H I – L’ I N T E RV I S TA D ’ A U T O R E –
RECENSIONI – MOSTRE – ASTE
ET AB HIC ET AB HOC
Minima pascoliana. Tra gli scaffali
a passeggio tra i versi di Giovanni Pascoli
di laura mariani conti e matteo noja
Nido. Una delle voci più frequenti
nella poesia pascoliana è “nido”. Ma cosa
vuol dire per il poeta? Vissuto sempre
nella provincia agreste romagnola
e garfagnina, è innanzitutto metafora
della famiglia, degli affetti e dei legami
di sangue. Dopo la morte del padre,
prima, e della madre poi, si fa più
ossessiva la sua volontà di ricreare
gelosamente quell’intimità con le sorelle
e i fratelli. Idea fissa e ossessiva per tutta
la vita, che gli impedirà di avere una sua
famiglia, provocando in lui forti
risentimenti quando, rimasto solo con
Maria e Ida, quest’ultima deciderà di
sposarsi e abbandonare appunto il nido.
Che è sinonimo di parole come casolare,
focolare, culla e anche siepe, quella
che nella poesia dedicata a d’Annunzio
delimita per lui il suolo patrio. E che,
a causa dei lutti familiari, non sarà
mai disgiunto dal senso di pericolo
e di morte.
Onomatopea e fonosimbolismo.
Il fonosimbolismo consiste nella
valorizzazione dell’aspetto fonico delle
parole per particolari scopi espressivi,
come l’allitterazione: «…trema un trotto
tranquillo…». L’onomatopea
è la coniazione di voci sulla base
di una suggestione sonora collegabile
al significato di esse, fino alla pura
suggestione fonica. Cigolare, bisbigliare,
ticchettio, borbottare sono parole
onomatopeiche. Ma a queste non
si limita Pascoli, che dà voce ad animali
e oggetti: scilp, dicono i passeri;
vitt…videvitt, le rondini; kikkabau,
la civetta; dan, dan, le campane; finc finc,
la foglia che cade. «Non, quindi,
propriamente di fonosimbolismo si tratta,
ma di una sfera, per così dire, al di qua
o al di là del suono, che non simbolizza
nulla, ma, semplicemente, indica
un’intenzione di significato, cioè la voce
nella sua purezza originaria…»
(G. Agamben).
Rebus. Antica è l’enigmistica,
e i rebus sono tra le sue prime
manifestazioni. Dai faraoni che nei
sigilli giocavano con le parole per
comporre il loro proprio nome, passando
da Leonardo per arrivare a Duchamp,
la storia dei rebus è molto lunga. Cosa
poco nota è che Pascoli sia stato
inventore e disegnatore di questi giochi.
Per lui le parole erano scomponibili in
sillabe o altre parole con significati
affatto differenti. Ne sono esempio i vari
rebus che, dedicati alle sorelle, ha lasciato
disegnati sui suoi biglietti da visita.
«Il D 8 [sormontato da una corona=re] G
I [ova] N N IP [città in Italia=Ascoli] A M
[ale] S O [sormontato da una corona=re]
LLE = Il dottore Giovanni Pascoli ama le
sorelle». Nello stesso periodo, il grande
linguista Ferdinand de Saussure
gli chiede conto di un anagramma
contenuto in una poesia latina,
Catullocalvos.
Parole. Tra i vari, preziosi
vocabolarietti che Giuseppe Lando
Passerini ha compilato non manca certo
quello che riguarda Giovanni Pascoli.
440 pagine di parole curiose, desuete,
dialettali, arcaiche, poetiche che il poeta
di Castelvecchio ha usato. Molte desunte
da lessici specialistici, quello botanico
e agricolo sopra tutti, ma anche da quello
del mondo medievale o quello relativo
al mondo classico. Duddo e palestrita,
battifallo e bastita: parole di cui non si
immagina l’esistenza, ma che sono lì col
loro bel significato (in ordine: il tesoriere
presso i Longobardi, colui che frequenta
la palestra e due tipi di fortificazioni
medievali). Ci colpisce la definizione
di grigio: «per metafora, di cosa oscura,
incerta, come è il color grigio o bigio, che
“non è nero ancòra e ’l bianco muore”».
Il poeta, sempre attento alla precisione
nel linguaggio, pensa alla lingua “grigia”,
cioè incerta, che «si presta poco all’arte».
30
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
ASTE, FIERE E MOSTRE-MERCATO
Una piccola retrospettiva del mese
di aprile e maggio tra Copernico e Sade
di annette popel pozzo
LIBRI DI PREGIO
E MANOSCRITTI
Asta 8 del 27 aprile
Firenze
http://www.gonnelli.it/
Nell’asta primaverile della libreria
fiorentina spicca un “set di 3
manoscritti inediti copiosamente e
magistralmente illustrati, composti tra
Pisa e Firenze alla fine del Cinquecento.
Di sapore galileiano, contiene studi sulla
misurazione e sulla gnomonica condotti
forse su suggerimento e commissione
del Granduca Ferdinando I, che nel
medesimo periodo progettava una
raccolta di strumenti e testi scientifici
che avrebbero trovato posto nel suo
celebre studiolo” (Catalogo Asta 8, lotto
31; stima €100.000, ritirato).
WERTVOLLE BÜCHER –
HANDSCHRIFTEN
Asta del 2-3 e 5 maggio
Königstein im Taunus
http://www.reiss-sohn.de/
Al lotto 1293 troviamo la rara prima
edizione de Le Ciel réformé. Essai de
traduction de partie du livre italien
Spaccio della Bestia trionfante. L’an
1000 700 50 [i.e. 1750] di Giordano
Bruno (stima €1.000). Seguendo il
destino dell’edizione originale dello
Spaccio (Parigi, 1584), anche la presente
traduzione venne condannata, e così la
troviamo censita per ovvi motivi in
pochissimi esemplari presso le
biblioteche italiane, come del resto è il
caso della princeps parigina. Sempre
sull’onda della riforma e controriforma
si segnala la prima edizione
dell’Amphitheatrum aeternae
providentiae divino-magicum (Lione, de
Harsy, 1615; lotto 897, €2.500) del liber
pensatore Giulio Cesare Vanini, che
come noto, riconosciuto colpevole del
reato di ateismo e di bestemmie contro
il nome di Dio, fu giustiziato nel 1619,
prima strappata la lingua, poi
strangolato e infine arso.
Oltre al catalogo dei libri antichi e
dei manoscritti, la casa d’asta si
presenta con un catalogo geografico
(tra atlanti, carte e vedute) e un
catalogo di stampe antiche e moderne.
HANDSCHRIFTEN –
BÜCHER
Asta del 9 al 11 maggio
Monaco di Baviera
http://de.zisska.de/onlinekatalog
Nell’asta primaverile spicca qualche
vera rarità. In primis la rarissima prima
edizione del primo scritto firmato da
Galileo Galilei Le operazioni del
compasso geometrico, et militare
(Padova, Marinelli, 1606). L’edizione
stampata in sole 60 copie risale a un
progetto del 1597 circa, che presentando
un compasso geometrico e militare
“univa alle funzioni di squadra per
artiglieri usi distanziometrici, altimetrici e
di calcolo preludenti a quelli dei
successivi regoli. Il debito verso
strumenti precedenti non è del tutto
chiaro; esibì il compasso nelle lezioni
private e ne vendette esemplari con un
manuale d’uso poi dedicato al principe
Cosimo de’ Medici” (DBI 51, p. 476).
Soltanto tre copie erano in asta durante
gli ultimi trent’anni (stima di €200.000).
Inoltre viene offerta la prima edizione del
trattato astronomico De revolutionibus
orbium coelestium (Le Rivoluzioni dei
corpi celesti) di Niccolò Copernico
(Norimberga, Petreius, 1543; lotto 551a).
Considerando lo stato di conservazione, il
prezzo del volume (senza errata, in
legatura del sec. XIX e copia lavata
anticamente) parte con una stima di
€150.000.
La casa d’asta bavarese offre in un
catalogo separato (Asta 59, 10 maggio
2012) la “Sammlung Leonhardt” che
contiene quasi 1.000 lotti dedicati agli
erotica. Segnaliamo la prima edizione di
Justine, ou les malheurs de la vertu di
Sade (Parigi, Girouard, 1791), che
verosimilmente è l’unica copia censita
contenente l’avviso dell’editore,
posseduta in precedenza da J. B. Rund di
New York (lotto 1716, stima €40.000).
Sempre di Sade una prima edizione di La
philosophie dans le boudoir (Londra, ma
Parigi, aux dépens de la Compagnie,
1795, lotto 1732, stima €20.000).
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
31
32
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
IL CATALOGO
DEGLI ANTICHI
Libri da leggere
per comprare libri
di annette popel pozzo
DALLA LETTERA
DI FRANÇOIS I AL BIGLIETTO
DI MARCEL PROUST
Salon International du Livre Ancien
au Grand Palais à Paris
27-29 aprile 2012
http://www.salondulivreancienparis.fr/
Parigi merita sempre una visita,
soprattutto in questi giorni, quando gli
espositori del Salon International du
Livre Ancien insieme a quelli del Salon
de l’Estampe si uniscono sotto
l’impressionante cupola di vetro del
Grand Palais a Parigi per la mostra
mercato internazionale del libro antico.
La libreria antiquaria parigina
Hugues de Latude offre una copia della
quarta edizione francese della
Hypnerotomachie ou discours du Songe
de Poliphile, déduisant comme Amour le
combat à l’occasion de Polia (Parigi,
Jacques Kerver, 1561) che segue la
prima fortunatissima traduzione
francese del 1546 (ristampata nel 1551
e 1554) con figure diverse rispetto
all’edizione italiana. Camille Sourget
offre l’insolita prima traduzione dal
greco in volgare della Republica di
Platone (Venezia, Giolito de Ferrari,
1554) a cura di Panfilo Fiorimbene
(€5.000). Le scarse informazioni sul
traduttore si limitano a farci sapere che
fu professore di medicina e filosofia,
che nel 1550 pubblicò una Collectanea
de febribus e nel 1553 un Discorso, nel
quale si tratta della gotta, & con
efficacissime ragioni si dimostra, che li
gottosi deltutto si possono risanare. Lo
studio bibliografico viennese Inlibris
invece offre un Sammelband di tre
edizioni di Erasmo da Rotterdam,
contenente anche l’opera Morias
Enkomion, id est Stultitiae Laus,
stampata a Strasburgo da Johann
Knobloch nel 1521, cioè soltanto dieci
anni dopo la princeps del 1511. Il
Sammelband si presenta in una legatura
rinascimentale in scrofa su assi di legno
con placche a secco e fermagli
(€9.500). Sempre da Inlibris troviamo la
monumentale edizione de I monumenti
dell’Egitto e della Nubia. Disegnati dalla
spedizione scientifico-letteraria Toscana
in Egitto (Pisa, Nicolò Capurro, 18321844; €185.000) di Ippolito Rosellini,
amico di Champollion e considerato il
padre dell’egittologia italiana. Presso la
Librairie Picard si trova l’edizione di
François-Maximilien Misson (16501722) Nouveau voyage d’Italie (L’Aia,
1702, €3.000). Il libro, pubblicato per la
prima volta nel 1691 e tradotto in tre
lingue (inglese, tedesco e olandese), e
che si basa sul tour di formazione sul
continente nel 1687, è stato tra i più
usati libri da viaggio, specialmente nel
XVIII secolo. L’opera contiene un ricco
apparato illustrativo composto da 57
tavole (numerose sono ripiegate). Il
libraio americano Bruce McKittrick offre
la teoria militaria di Machiavelli
“accessible to the rudest soldier”
(Cockle, A Bibliography of Military Books
up to 1642, 765) presentando una prima
edizione francese datata (Lione, Jacques
Moderne, 1529, €12.200) di Battista
Della Valle, Il Vallo. Libro continente
appertinente à Capitanij, retenere et
fortificare una Città con bastioni, con
novi artificij de fuoco aggionti, come
nella Tabola appare, et de diverse sorte
polvere, et de espugnare una Città con
ponti, scale, argani, trombe, trenciere,
artigliarie, cave, dare avisamenti senza
messo allo amico, fare ordinanze,
battaglioni, et ponti de disfida con lo
pingere, opera molto utile con la
esperientia del arte militare. “Essa ebbe
notevole fortuna come testimoniano le
numerose edizioni e le traduzioni che ne
vennero fatte nel corso di tutto il
Cinquecento e ancora nel Seicento.
Sembra che la editio princeps dell’opera
sia quella apparsa a Napoli nel 1521 in
12o, rinvenuta nella Biblioteca dei
Gerolamini da Mariano d’Ayala e da
questo segnalata all’erudito C. Minieri
Riccio […] Secondo il D. la figura del
soldato risulta anche socialmente più
utile di quella del letterato, che è di
peso alla società. L’opera si conclude
con un discorso sul duello, sulle cause
che lo determinano e sulle regole che lo
disciplinano, senza tralasciare
l’occasione di toccare un argomento
all’epoca di attualità, e cioè l’influsso
degli astri sull’esito dei combattimenti.
A questo proposito la posizione del D. è
cauta e si allinea sull’opinione comune
che detto influsso si eserciti
esclusivamente sulle materie elementari,
lasciando quindi libera la volontà
dell’uomo perché questi è nato libero e
dotato di gran intendimento”(DBI 37, p.
728s.).
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
IL CATALOGO
DEI MODERNI
Libri da leggere
per comprare libri
di matteo noja
L’AVANGUARDIA
SCONOSCIUTA: IL LETTRISMO
«Fondato nel 1945 da Isidore Isou
(1925-2007), il lettrismo s’è imposto in un
dato momento della storia universale
come il solo movimento rivoluzionario
dopo il dadaismo e il surrealismo. Amico di
Tristan Tzara, padre spirituale di Guy
Debord, Isidore Isou proclama la
distruzione della poesia con la parola a
profitto d’una estetica basata sulle lettere
e il segno». Così la home page del sito
dedicato al lettrismo. Il lettrismo e i suoi
derivati sono protagonisti del catalogo che
ci è giunto dalla libreria parigina Librairie
Lecointre Drouet.
Alcuni libri descritti nel catalogo ci
fanno conoscere meglio un movimento
letterario, del quale l’indubbia importanza
storica e l’influenza, talvolta decisiva, su
altre tendenze posteriori, non ha finora
corrisposto a un’adeguata notorietà sia di
pubblico, sia di critica. “The unknown
avant-garde”, così veniva chiamato in
occasione della prima mostra americana il
lettrismo, fu introdotto anche in Italia agli
inizi degli anni ’60.
Del fondatore del Lettrismo, il
rumeno Isidore Isou, il catalogo propone
Amos ou Introduction à la
Métagraphologie (s.l., Arcanes, s.d. [1953];
edizione di 300 copie; 26 p.; €1500).
Questa pubblicazione è la sola
testimonianza di un tentativo di Isou di
comporre un film che in 9 fotografie,
ritoccate dall’artista, raccontasse gli eventi
di una giornata. Il testo che l’accompagna
(che costituiva, recitato nella sala
cinematografica, la colonna sonora) è
anche il manifesto della métagraphologie
(primo nome della hypergraphie): arte
basata sull’organizzazione dei segni della
comunicazione visiva, alfabeti e
ideogrammi, conosciuti o possibili,
esistenti o inventati, tipica espressione del
lettrismo.
Tra le altre offerte della libreria, un
incunabolo del movimento: SaintGhetto-des-Prets. Grimoire di Gabriel
Pomerand. Si tratta di un volume di 47
tavole con testi e illustrazioni; la scheda
che lo accompagna ci informa che si
tratta di un «lungo rebus, che contiene
tutti gli elementi dei suoi disegni e lavori
futuri» (Paris, O.L.B., [1950]; [128] p., 47
tav.; €1200). Pomerand (1926-1972)
incontrò Isou quando questi arrivò a
Parigi nel 1945. Chiamato l’“archange
Gabriel”, Pomerand partecipò per primo a
tutte le manifestazioni lettriste di Isou,
come la contestazione della “poesia della
Resistenza” di Aragon e l’interruzione di
La Fuite di Tristan Tzara al teatro Vieux
Colombiers. Il suo carattere eccentrico e
seduttivo ne fece uno dei protagonisti di
Saint-Germaine-des-Prés nel
dopoguerrra.
Altro libro importante, tra le più
belle realizzazioni tipografiche del
lettrismo: Les Hypergraphies. Treize
peintres lettristes (Paris, Editions Georges
Visat, 1974; edizione di 115 copie; 4 cc. e
13 acqueforti, acquetinte e incisioni su
linoleolum di vari autori: Isidore Isou,
Maurice Lemaître, Roland Sabatier, Alain
33
Satié, Micheline Hachette, Jean Paul
Curtay, Jacqueline Tarkieltaub, GérardPhilippe Broutin, François Poyet, Jean
Pierre Gillard, Antoine Grimaud, Alain de
la Tour e Frederic Studeny; € 4800).
Stampate dal celebre George Visat, queste
ipergrafie, che associano lettere, segni e
immagini, danno vita ad una nuova
forma di scrittura destinata a uscire dalla
pagina per aprirsi alla tridimensionalità e
“andare nella strada e divenire evento
pubblico”.
Un libro che non si collega
direttamente al lettrismo, ma nel quale
si respira profumo di avanguardie, è
quello di Charles Henry Ford Spare
Parts. A new view book (New York,
Horizon Press,1966; una delle 100 copie
f.c., su una tiratura complessiva di 950;
[158] p.; € 1200). Il libro propone una
serie di Poster Poems inventati da Ford,
che si possono considerare, come
suggerisce la scheda, dei «“calligrammes
pop art”, stampati in litografia offset a
colori, secondo una tecnica che mischia
fotografia, fotomontaggio e interventi
dell’artista al momento della stampa».
Ford (1908-2002) fu uno dei più attivi
intellettuali delle avanguardie
americane; nel 1929 fondò la rivista
Blues: A Magazine of New Rhythms, che
nei suoi otto numeri presentò contributi
dei migliori scrittori del momento. Nel
1933, con Parker Tyler, scrisse The Young
and Evil, che è considerato il primo
romanzo gay, proibito negli Stati Uniti e
in Inghilterra fino agli anni Sessanta.
Nel 1940 fondò la rivista View che
durante il periodo bellico permise il
confronto tra scrittori e artisti europei e
americani.
Librairie Lecointre Drouet
9 rue de Tournon – 75006 Paris
Tel. 00 33 (0)1 43 26 02 92 - Fax 00 33
(0)1 46 33 11 40
[email protected] www.lecointredrouet.com
34
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
35
look!
Color your
look!
TTutti
utti i dir
diritti
itti sono rriservati
iser vati ai rrispettivi
ispettivi pr
proprietari.
oprietari.
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
Un mondo di divertimento.
er timento.
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gruppopreziosi.it
uppopreziosi.it
rreziosi.it
36
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
L’intervista d’autore
IL BIBLIOFILO INVEROSIMILE,
OVVERO L’EDITORE APPASSIONATO
di luigi mascheroni
siciliani si distinguono, per
l’eleganza, in due cose. Gli abiti e
i libri. Vincenzo Campo,
palermitano di nascita e milanese per
destino, ai primi concede la giusta
importanza: veste in stile
“intellettual casual”.
Ai secondi, invece, chiede la
perfezione: da collezionista sceglie i
titoli più singolari, da editore
pubblica solo i migliori.
Insegnante part time e
bibliomane a tempo pieno, dopo un
passato da consulente editoriale, nel
2009 – insoddisfatto della qualità
media dei libri in commercio – ha
osato l’inosabile. Fondare una casa
editrice. Non piccola, ma minuscola.
Non raffinata, ma esclusiva.
E nacquero, rubando lo pseudonimo
più famoso di Stendhal, le edizioni
Henry Beyle. Per dare nuova vita
letteraria a vecchi testi, dimenticati
da anni: «Il mio è un viaggio a
ritroso nel tempo, e infatti tutti gli
autori in catalogo sono defunti». Tra
i libri rinati nell’ufficio poco
aziendale e molto bohemien nel
romanzesco quartiere Bovisa, alla
periferia nord di Milano, ci sono, i
cinque di una nuova collana cucita a
mano che si intitola “Quaderni di
prosa e di invenzione” e ospita tra gli
altri: Giovanni Comisso Il lamento del
conservatore, Ennio Flaiano Frasario
essenziale per passare inosservati in
società, Italo Cremona Consigli di
prudenza…
I
Lei non si definisce editore. E
va bene. Ma almeno bibliofilo sì. O,
no? Che cosa significa collezionare
libri?
Significa dare inizio a una storia
sentimentale. Nel mettere insieme una
biblioteca, per quanto piccola, tentiamo
di costruire una relazione affettiva.
Desideriamo che tra noi e i libri vi sia
un’ordinata liaison: un tentativo che di
continuo rifiuta di definirsi perché
subisce mutamenti di rotta, aggiunte,
esclusioni, nuove scoperte che scalzano
le precedenti, tradimenti. Molti bibliofili
si vergognano del loro primo amore.
Commercialmente per nulla
prudente e abituato a non passare
inosservato nella società intellettuale,
Vincenzo Campo – affatto
conservatore, ma incline al lamento:
ancora si dispera per un refuso
lasciato in un suo libretto sei mesi fa
– pubblica, in tiratura limitata, pochi
titoli l’anno.
Le sue collane principali sono
intitolate una “Piccola biblioteca
degli oggetti letterari”, dove riunisce
storie di bibliofili e avventure librarie,
e l’altra “Piccola biblioteca dei luoghi
letterari”. Testi in 575 esemplari
numerati, su carta “vellutata”
Zerkall-Butten, con pagine lasciate
da tagliare e stampa a piombo.
Rigore massimo per ottenere il
meglio e snobismo quanto basta per
far finta di non darlo a vedere.
Poi cosa succede?
La nostra biblioteca finisce col
somigliare a una prigione.
Nell’impossibilità di fuggire – che
faremmo noi senza libri? – cerchiamo di
perfezionarla, di renderla ai nostri occhi
più affascinante, di fatto più angusta. Il
bibliofilo, dopo diverse oscillazioni, si
concentra su un solo tema, ha un preciso
oggetto del desiderio. Acquista la
consapevolezza che la divagazione è il
suo nemico mortale. Georges Perec dice
che la biblioteca perfetta è quella del
capitano Nemo sul Nautilus: una
biblioteca fossilizzata: l’inabissamento
ha impedito ogni aggiunta.
Anche a Lei è capitato?
In piccolo… la mia biblioteca è
fatta, con due sole eccezioni, di collane
incomplete, di storie d’amore troncate
dall’affermarsi di nuovi interessi: l’avvio
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
delle edizioni Henry Beyle ha fatto
cessare il desiderio di rincorrere rarità
bibliografiche, di completare le collane di
cui avevo avviato la raccolta.
Stupidamente sono diventato una
variante di Wuz, il maestro del racconto
di Jean Paul: ho dato nuova veste
grafica, nuova visibilità, a libri che non
l’avevano più. La mia biblioteca è
diventata la mia casa editrice. Ogni vero
bibliofilo inorridisce leggendo tale
affermazione. Dunque non sono un
bibliofilo.
E quali sono le due eccezioni?
Le uniche due collane che ho
completato sono la “Biblioteca
romantica” diretta da G.A. Borgese per
Mondadori e le “Centopagine” di Italo
Calvino per Einaudi; col tempo però ho
finito con l’amare di più quelle rimaste
incomplete: la “NUE” Einaudi e “Il
Tornasole” di Vittorio Sereni e Niccolò
Gallo, quest’ultimo un geniale uomo di
editoria, un siciliano di cui nessuno parla
più e che di suo ha lasciato solo poche
decine di pagine.
Come e dove acquista i libri?
Bancarelle, Remainders, librerie
antiquarie o sul web?
Sono affascinato dal girovagare
ricercando un libro che non so mai
inizialmente quale sia. Vado a caccia.
Oggi cerco soprattutto quello che può
avere nuova vita editoriale. Questo tipo
di ricerca ha avuto la sua maggiore
soddisfazione quando un venditore
occasionale mi propose un piccolo lotto
di libri… Non c’era nulla d’interessante.
Uno dei testi era però un’edizione
Vallecchi di Papini, Figure umane,
aprendolo vi trovai quel testo per me
strabiliante che può stare accanto a
Bartleby lo scrivano di Melville e che si
intitola Il libraio inverosimile, testo che
non conoscevo e che ritengo essere tra i
dieci racconti più belli del ’900, il secolo
37
libro?
misteriosi. I libri che ho cercato negli
anni successivi rimandano al desiderio di
aprire quel modesto mobile libreria
rimasto irrimediabilmente chiuso in una
stanza in apparenza abbandonata…
Mio padre è stato un
commerciante di grano; nelle estati della
mia gioventù – giocoforza – lo seguivo,
andavamo col camion negli ex feudi
della Sicilia occidentale, o in piccoli
paesi; un giorno un sensale ci portò in
una chiesa sconsacrata, adibita a
magazzino: dovevamo caricare del
frumento; nell’attesa io girovagavo nei
dintorni. In una stanza vicina c’era una
vetrinetta strapiena di libri di cui si
poteva leggere il solo dorso di alcuni;
uno scaffale conteneva libri per ragazzi,
diversi Salgari dai titoli affascinanti – mi
piace ricordare che un titolo fosse La
Scotennatrice, ma non potrei giurarlo – e
molti altri dalla stampa modesta, forse
edizioni Capitol, i più sono rimasti
E il libro che le manca e
vorrebbe avere?
Mi piace ricordare libri che
rientrano in una concreta possibilità
d’essere trovati, ad esempio non ho una
raccolta di testi intitolata Bibliofobia.
Dell’odio per i libri e della loro distruzione,
pubblicata nel 1978 da Pierre Marteau. So
che la troverò, che alcuni miei amici la
possiedono. Quest’antologia contiene Il
libraio inverosimile di cui parlavamo. Un
racconto della prima metà del ’900 ha
finito, per strade diverse e a distanza di
decenni, con l’ avere un simile destino:
essere ripubblicato. La cosa più bella che
possa capitare ad un libro e naturalmente
al suo autore.
che ricopre quasi esclusivamente i miei
interessi.
Quale è stato il suo primo
38
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI
Per una biblioteca degli oggetti letterari.
Due libri sui libri e i loro dintorni
di matteo noja
DALLE SCRIVANIE INGOMBRE
ARRIVANO I PENSIERI
pparentemente non li lega
nessuna cosa, tranne, appunto,
il parlare dei libri, o dei loro
dintorni. Sono Scrivanie e Le voci dei
libri. In realtà li lega strettamente una
fotografia pubblicata nel secondo, che
ritrae l’autore, Ezio Raimondi, seduto a
una scrivania ingombra di libri e altri
oggetti.
Le scrivanie hanno per gli scrittori
una funzione quasi apotropaica. Ce ne
parla in una sorta di auto-recensione
(apparsa sul “Domenicale” del “Sole 24
Ore” di domenica 22 aprile scorso),
l’editore di Scrivanie, Vincenzo Campo,
delle edizioni “Henry Beyle”, che da
qualche tempo ci approvvigiona di testi
rari e raffinati, perlopiù dimenticati,
nelle piccole edizioni di pregio che
prendono il nome da quel milanese
“doc” che fu Stendhal.
Campo (di cui pubblichiamo
un’intervista a cura di Luigi Mascheroni
a p.36) ci conduce tra le “pieghe del
ventre” degli scrittori con perizia.
Peccato che non abbia pensato a
mettere questo testo come prefazione al
suo libretto: lo avrebbe arricchito. Ci
parla di uomini con e senza scrivania: ci
parla di Montale e Cardarelli, “senza”,
ma anche delle scrivanie di Moravia,
Pasolini e degli amuleti di molti scrittori.
D’altronde la collana in cui compare il
libretto si chiama “Piccola Biblioteca
degli Oggetti Letterari”. Forse l’editore
non s’è mischiato per pudore nei
confronti degli autori. Ma ha fatto male:
A
ci avrebbe guidato meglio tra questi
oggetti che nella mitomania di noi
lettori sono sacri.
I testi sono di mani preziose:
Kafka, Perec e “l’innominabile anglista”,
il grande saggista ed esteta Mario Praz.
Tre testi che ci presentano, quasi in una
dialettica hegeliana, la filosofia, la
materialità e lo stile del luogo dove
alcuni uomini traducono in parole
l’ineffabile alito dell’ispirazione.
Per Kafka le troppe cose
disordinate sulla scrivania sono prive
d’armonia ed equilibrio tanto da essere
intollerabili: «Opuscoli, vecchi giornali,
cataloghi, cartoline illustrate, lettere, in
parte stracciate, in parte aperte. […]
Vecchie carte che avrei già buttato da
un pezzo, se avessi un cestino, matite
spuntate, una scatoletta di fiammiferi
vuota, un fermacarte di Karlsbad, un
righello con un bordo troppo
accidentato anche per una strada di
campagna, innumerevoli bottoni da
solino, lame da rasoio senza più filo (per
loro non c’è posto al mondo), mollette
da cravatta e un altro pesante
fermacarte di ferro…». Tutto ciò crea:
«Miseria, miseria, eppure intenzioni
buone». Ma tale miseria non può
togliergli il diritto a scrivere: «La
lampada accesa, la casa quieta, le
tenebre di fuori, gli ultimi istanti di
veglia mi danno il diritto di scrivere,
fosse pure la cosa più misera. E di tale
diritto mi avvalgo al piu presto. Sono
fatto così».
Riecheggiano le parole di un
nostro grande autore dell’Ottocento,
spesso dimenticato, Vittorio Imbriani:
«Non oso scommettere ma giurerei
d’esserci più caos, molto più, sul mio
tavolino che nell’amministrazione
italiana: carte scritte, da scrivere e
geografiche; armi bianche e da fuoco;
oggetti di scrittojo; capi di vestiario;
libri e libercoli; occhiali e cannocchiali;
mille cosette stravaganti vi sono
confusissimamente frammischiate; e
quantunque volte m’accade di cercare o
questo o quello, travolgo ogni cosa in
guisa da far maggiore il disordine, se
fosse possibile. Altrimenti, se tutto fosse
ordinato, sistemato e classificato, non
saprei lavorare, non mi verrebbe un
pensiero» [Merope IV. Sogni e fantasie di
Quattr’Asterischi, cap. 1, Il mio scrittoio,
Napoli 1867].
Perec descrive invece la
consistenza della sua scrivania e degli
oggetti che vi sono appoggiati come un
entomologo: «vi sono oggetti utili al
mio lavoro che non si trovano o non si
trovano sempre sul mio tavolo (colla,
forbici, nastro adesivo, bottiglie
d’inchiostro, cucitrice), altri che non
sono immediatamente utili (timbro per
cera lacca), o che servono ad altro
(limetta per unghie) o che non servono
proprio a niente (conchiglia) e che ciò
nonostante vi si trovano». Anche se
nell’elencare gli oggetti si rammarica di
quanto sia complicato fare una lista e
come la letteratura contemporanea non
ne sia più capace, avendo «dimenticato
l’arte di enumerare: le liste di Rabelais,
l’elenco linneano dei pesci in Ventimila
leghe sotto i mari, l’enumerazione dei
geografi che hanno esplorato l’Australia
ne I Figli del capitano Grant…». Alla
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
scrivania ci è arrivato tardi lo scrittore
francese e spesso gli piace ancora
scrivere nei bar (vedere il suo Tentativo
di esaurimento di un luogo parigino,
edito in questi giorni da Voland, scritto
interamente nei caffè di Place SaintSulpice). Ma se si trova a casa, non può
scrivere che sul suo tavolo da lavoro, e
questo non serve a null’altro.
«In quest’angolo del salone, vicino
alla finestra, è collocata la scrivania. Per
uno scrittore questo dovrebbe essere il
mobile principale, il primo da ricercare
conforme al concetto che si sarà
formato della propria missione, il quale
non potrà non possedere un certo
grado di elevatezza, per quanto voglia la
sua modestia schermirsi. Lo scrittoio è
per lui quel che per la bella donna è la
psiche; e lo specchio sarà nel suo caso il
foglio bianco su cui si rifletterà il
contenuto della sua anima, sicché con
piena ragione si potrà dire essere la
scrivania la psiche dello scrittore». Per
Praz, la scrivania è quindi quanto di più
intimo possa appartenere allo scrittore,
l’atelier dove esercitare la sua arte.
Perciò deve essere consona alla sua
personalità e rispecchiarne peculiarità
ed eleganze. Ne ebbe diverse il critico di
scrivanie: da quella dove scrisse la tesi
di laurea (l’indimenticabile La carne, la
morte e il diavolo nella letteratura
romantica), mobile di cui non ricorda
più le fattezze, fino ad arrivare a quella
stile impero di Casa, la vita. Non
nasconde però di avere scritto ovunque,
anche in camere d’albergo in Inghilterra
o addirittura sotto un pino a Viareggio.
Conditio sine qua non, la quiete, il
silenzio, a differenza di Gogol che
scriveva anche nelle osterie vocianti.
Piuttosto che il rumore, Praz amava
sentire magari un odore che, con
qualche «associazione sentimentale
manifesta o recondita», potesse acuire
la sua sensibilità e affilare l’ingegno.
Dicevamo all’inizio di una
fotografia, che idealmente lega i due
libri. Ritrae Ezio Raimondi seduto alla
scrivania, con alle spalle i suoi libri.
Paolo Ferratini, nella postfazione a La
voce dei libri, scrive: «Tra le fotografie di
Raimondi nella sua biblioteca, ve n’è
una scattata dall’alto che lo ritrae
seduto al tavolo, mentre guarda
l’obiettivo. Non c’è finzione
grandangolare, le proporzioni sono
rispettate. Le pareti scolpite di volumi
intorno, lo spazio libero per il lavoro,
sulla scrivania, ridotto al minimo,
assediato da colonne di libri in dubbio
equilibrio. Ma il rischio del crollo non
pare avvertito dal signore del luogo, che
posa a suo agio, incorniciato dalle
copertine, lo sguardo appena stupito e
interrogante. Forse si domanda che
cosa, del suo stare al proprio posto,
meriti di essere immortalato».
La lista dei titoli accademici del
critico bolognese è talmente lunga che,
anche per non contraddire Perec, la
tralasciamo. Ci ha ammaliato la sua
storia semplice, di figlio di artigiani che
si imbatte nei libri e di loro diventa
signore, non prigioniero. Ci parla di libri
incontrati e mai dimenticati: da Sein
und Zeit letto tra le macerie di Bologna,
a Curtius (Europäische Literatur und
39
lateinisches Mittelalter) che l’amico
Franco Serra (nipote di Renato) gli porta
dalla Germania appena stampato, a
Rabelais di Lucien Febvre, dall’incontro
con Bachtin a Fuoco pallido di Nabokov.
«Ho già raccontato come le letture, per
me, in quegli anni, dentro un mestiere
che era di volta in volta quello
dell’impiegato, del maestro, fossero un
modo per uscire dal tran tran grigio del
quotidiano, per dare uno spazio più
luminoso a una strada da percorrere,
chissà con quali passaggi. Tutto questo
era la fede nel futuro, con magari
qualcosa di allucinato. I grandi eventi si
vivono come i passaggi delle comete, si
vivono senza sapere di esserci dentro: si
apprendono dopo, quando sono passati
e diventano il richiamo, il senso
dell’origine, il bisogno del passato, il
lascito della tradizione, il problema delle
radici».
Al termine del libro, Raimondi
confessa: «Ho parlato di libri che
divengono compagni di strada e di doni
che durano una vita; resta da chiederci,
guardandoci intorno e ascoltando i
segni e i suoni della fenomenologia
quotidiana, se libri, doni e amicizie siano
ancora plausibili in una vita che al
piccolo negozio del passato sostituisce
le cattedrali del consumo e la mitologia
mercantile del consumatore che ripete
un’esperienza ordinata da altri. Ciò, che
si è detto finora non è solo il racconto
di quanto è accaduto a un individuo
figlio ancora dell’universo di Gutenberg,
ma una speranza, un desiderio, un
orientamento eventuale, il non cedere
all’evidenza del contrario vittorioso».
“Kafka, Perec, Praz, Scrivanie”,
Milano, Henri Beyle, 2012; edizione
di 575 copie num.; 39 p., € 25,00
Ezio Raimondi, “Le voci dei libri”,
Bologna, Il Mulino, 2012;
113 p., € 13,00
LA TUA TV. SEMP
PRE PIÙ GRANDE.
42
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
ANDANDO PER MOSTRE
A Venezia, fra Liberty, vedute e tauromachie
dal Settecento al XX secolo
di luca pietro nicoletti
CANALETTO,
IL QUADERNO VENEZIANO
A PALAZZO GRIMANI
S
i è insistito molto, in passato, sulla
leggenda di Canaletto che gira per
Venezia con la camera ottica per
riprendere gli scorci da restituire poi, con
grande fedeltà, sulla tela: si era arrivati
all’aberrazione di ritenere queste opere
alla stregua della fotografia. Più rare,
invece, sono state le occasioni di poter
vedere dal vivo i disegni del maestro
veneziano e rendersi conto di come la
questione del disegno sia più complessa
del previsto. Verte intorno a questo la
mostra Canaletto. Il quaderno veneziano
di Palazzo Grimani, a Venezia (fino al
1 luglio), dedicata all’omonimo quaderno
di vedute della città - appena pubblicato
in copia anastatica da Marsilio - tornato
in laguna soltanto nel 1949 dopo
un complicato periplo collezionistico:
rilegato soltanto nell’Ottocento, alla fine
degli anni Quaranta del Novecento don
Guido Cagnola di Gazzada, suo ultimo
Sopra: Antonio Canaletto, Schizzi
architettonici; Quaderno dei disegni, l'Arsenale
A destra: Antonio Canaletto e Antonio
Visentini, Campo Santa Maria Formosa
CANALETTO
IL QUADERNO VENEZIANO
VENEZIA,
MUSEO DI PALAZZO GRIMANI
FINO AL 1° LUGLIO
www.palazzogrimani.org
proprietario, ormai anziano, lo spedisce
per posta al Gabinetto dei Disegni e delle
Stampe dell’Accademia di Venezia.
Si tratta di un documento prezioso per
capire il modo di lavorare del pittore,
e immaginarlo girare per la città con
i suoi fascicoli di carte per raccogliere
spunti, viste e inquadrature matita nera,
a sanguigna, oppure a penna o punta
metallica, talvolta con acquerellature.
Non c’è dubbio che si trattasse di disegni
preparatori per dei dipinti, perché molti,
come è pratica nota del pittore, recano
delle annotazioni ad uso personale circa
i colori, ma anche indicazioni su come
ricomporre in modo unitario le singole
parti disegnate dal vero in un’unica
veduta. In mostra, però, ci sono anche
alcuni fogli rari già appartenuti alla
collezione Corniani Algarotti, che
possedeva in origine trentacinque schizzi
del maestro dispersi fra 1850 e 1854
e solo in parte reperibili in sedi diverse,
che complicano il discorso. Si tratta
infatti di schizzi a penna che conservano
l’immediatezza della copia in presa
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
diretta, quella vivacità di segno poi
completamente trattenuta nell’astrazione
puramente mentale della sua pittura
su tela: bisogna guardare da vicino le tele
per ritrovare quella vivacità di tocco
sintetico all’interno di una pittura
di minuta definizione, ma ben lontana
dal luogo comune che vuole riconoscervi
una veduta quasi da iperrealismo
Ma il quaderno veneziano, al di là
della possibilità di capire meglio la tecnica
del “carabotto” - lo “schizzo” come lo
chiamava il pittore - presenta anche altri
motivi di interesse. I cinque fascioli
centrali, infatti, risalgono al 1731, periodo
in cui Canaletto riceve la commissione
di ventiquattro vedute della città, ancora
oggi a Woburn Abbey, da parte di John
Russel, quarto duca di Bedford, allora
in visita a Venezia durante il Gran Tour.
Non si deve mai dimenticare, infatti,
l’enorme fortuna che la pittura di
Canaletto ha avuto nel mondo
anglosassone, specialmente grazie al
banchiere Joseph Smith, giunto giovane
a Venezia, che incarica il pittore trentenne
di dipingere delle tele per la sua dimora in
Palazzo Balbi sul Canal Grande: è l’inizio
di un momento di grande fortuna, perché
la sua pittura incontra il gusto dei signori
inglesi in Gran Tour che di passaggio a
Venezia visitano il palazzo: da allora gli
inglesi guarderanno le “pietre di Venezia”
con gli occhi di Canaletto.
AMBROISE VOLLARD
E PABLO PICASSO,
FRA DIPINTI E STAMPE
l 24 giugno 1901, in una galleria al
numero 6 di rue Lafitte, inaugurano
una mostra due pittori spagnoli:
il primo è Francisco Iturrino, il secondo
Pablo Picasso agli esordi. Il titolare della
galleria era il mercuriale e autorevole
Ambroise Vollard, che a quel tempo
poteva già vantare il merito, se non avesse
poi avuto anche quello di scoprire Picasso,
I
43
Sopra: Pablo Picasso, La Minotauromachia, 1935 Acquaforte
di aver consacrato la fortuna postuma di
Paul Cézanne: è sempre da rue Lafitte,
infatti, che inizia la celebrità del pittore di
Aix en Provence, che in vita non aveva
certo avuto la fortuna e il ruolo di padre
fondatore dell’arte moderna che invece
avrà proprio grazie a Vollard. E oltre a
questi, le amicizie con Renoir, con Matisse
e con Rouault rendono un’esperienza
quasi unica quella raccontata dal gallerista
stesso nelle famose Memorie di un
mercante di quadri. Ma è al binomio fra
l’inventore del cubismo e il suo primo
mercante che è dedicata la mostra Picasso
e Vollard. Il genio e il mercante, visitabile
fino all’8 luglio presso Palazzo Cavalli
Franchetti di Venezia, sede dell’Istituto
Veneto di Scienze Lettere ed Arti.
Per la prima volta viene raccontato in una
mostra il rapporto fra i due, sottolineando
il ruolo “produttivo” di questo incontro:
Vollard non era soltanto un mercante e
non si limitava soltanto alla compravendita
e alla promozione commerciale delle
opere, perché la sua vera passione, come
scrive egli stesso, erano le stampe:
«Ho sempre avuto una grande passione
per le stampe. Fin da quando mi allogai in
rue Laffitte, verso il 1895, la mia più alta
ambizione fu quella di pubblicare incisioni,
ma che fossero opere di pittori. “Pittori
incisori” è un termine di cui si è poi
abusato, applicandolo a professionisti
dell’incisione che erano tutto fuorché
pittori. La mia idea era invece di chiedere
delle incisioni ad artisti che non facessero
gli incisori di professione». E dalle stampe,
il passo ai libri d’arte era molto breve.
In tal senso, Vollard svolge un ruolo
trainante, soprattutto nei confrontid i
Picasso: è grazie a lui, infatti, che il
maestro catalano realizza tre famose serie
di incisioni dedicate ai Saltimbanchi,
all’Histoire naturelle di Buffon, oltre ai
celeberrimi cento fogli della Suite Vollard.
Un caso a parte sono le illustrazioni
per lo Chef-d’oeuvre inconnu di Honoré
de Balzac. Vollard pensa questo libro
a cent’anni dalla sua prima edizione, nel
1931, ma Picasso, diversamente dalle altre
serie, non realizza delle grafiche
appositamente per questa pubblicazione:
come racconta l’artista stesso, sarà Vollard
in prima persona ad attingere alla
sconfinata produzione di disegni del
pittore e a scovare, fra questi, quelli iù
adatti a dare immagine alla storia del
vecchio pittore Frenhofer.
44
ECHI DI KLIMT IN LAGUNA:
VITTORIO ZECCHIN
E GALILEO CHINI
ovrebbe far riflettere la singolare
situazione che fa sì di trovare
contemporanea a Venezia una
grande e bella mostra dedicata a Klimt
e al suo tempo – che porta nelle sale del
Palazzo Correr persino il monumentale
Fregio di Beethoven – e una mostra a
Milano che si limita a proporre i disegni
dello stesso fregio. Si potrà discutere
se non sia stato un azzardo muovere
un’opera così fragile, ma di certo
l’occorrenza di due mostre sullo stesso
artista, in due città diverse, e senza
rendere possibile il confronto fra un
caposaldo della storia dell’arte moderna
e le sue fasi ideative, risponde a logiche
davvero difficili da spiegare.
Sembra essere passata in sordina,
invece, una piccola ma preziosa mostra
che all’ultimo piano di Ca’ Pesaro, sede
della Galleria d’arte moderna di Venezia
(fino all’8 luglio), fa da corollario alla
grande manifestazione di piazza San
Marco. Si tratta di Spirito klimtiano.
Galileo Chini, Vittorio Zecchin e la
grande decorazione a Venezia. Una
mostra come questa era necessaria
D
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
per chiarire il nesso fra il pittore
viennese e Venezia, e la scelta di
dedicargli una grande mostra in
occasione dei centocinquant’anni della
nascita. Nel 1910, infatti, la Biennale
aveva ospitato una importante sala di
Klimt, in cui il pubblico italiano (e non
solo), poté vedere per la prima volta
la famosa Giuditta e altre opere del
maestro. Non a tutti piacque quella sala
veneziana, tanto da attirarsi gli strani
di Ardengo Soffici, che non esitò a
definirla «un Carnevale in una stanza
mortuaria». Tuttavia, quella mostra non
era rimasta senza eco, anzi aveva dato
avvio ad un vero e proprio spirito
“klimtiano” nel Liberty veneziano. Lo
dimostrano i due grandi cicli decorativi
cui è dedicata la mostra. Il primo, oggi
smembrato (sei delle dodici tele
conservate a Cà Pesaro), è Le mille e una
notte di Vittorio Zecchin, realizzate
dall’artista muranese nel 1914 per
decorare la sala da pranzo del veneziano
Hotel Terminus. Il secondo, dello stesso
anno, è la Primavera commissionato
a Galileo Chini da Antonio Fradeletto
per la decorazione del Salone centrale
del Palazzo dell’Esposizione della Biennale
(oggi della Galleria Nazionale d’Arte
Moderna di Roma, ma esposti presso
Sopra: Galileo Chini,
La primavera che
perennemente si rinnova II
A sinistra: Vittorio Zecchin,
dal ciclo Mille e una notte,
Le principesse e i guerrieri
il Museo Boncompagni, dove approderà
questa mostra in autunno). Da queste
tele ci si rende conto della forza
generatrice dell’opera di Klimt in Italia.
Dal maestro viennese, infatti, i pittori
italiani prendono non tanto degli
andamenti lineari, e nemmeno quella
tendenza ad un pittura di tipo divisionista:
lo “spirito” del maestro, invece, si
riscontra nella scelta di una decorazione
ornata raffinatissima, che carpisce subito
la suggestione dell’applicazione dell’oro a
missione e dell’uso del rilievo in pastiglia:
in questo modo si potevano amplificare
le possibilità di rifrazione luminosa delle
superficie riflettenti e accrescere la
percezione preziosa dell’ornamento. Su
motivi astratti che sembrano preludere al
mondo della pura non rappresentazione,
dunque, questi artisti costruivano un
mondo incantato, privo forse delle
inquietudini decadenti del maestro
viennese, ma che portavano la sua
lezione nel mondo incantato delle fiabe.
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
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46
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
BvS: il libro ritrovato
Le glorie di Napoleone
nei Fasti di Andrea Appiani
La testimonianza grafica di un ciclo pittorico andato distrutto
ARIANNA CALÒ
C
apita spesso nella storia dell’arte che la fruizione e la
fortuna di un’opera siano
dovute non alla trasmissione dell’originale, ma alla diffusione della sua
traduzione. È il caso della maggiore
opera di Andrea Appiani, la più ufficiale, quella che gli valse la popolarità tra i suoi contemporanei, poi
distrutta e tramandata attraverso la
riproduzione nelle incisioni che ne
vennero tratte: sono le pitture di
Palazzo Reale, realizzate dal pittore
milanese tra il 1803 e il 1807, nel
periodo di massimo fulgore della
sua carriera, su mandato di Napoleone; fedele a quanto scrisse poi
nel suo diario – «Sapevo che per restare alla ribalta occorreva catturare l’attenzione […]: giacché gli uomini sono grati a chi li stupisce» –
Napoleone chiese di essere rappresentato in allegorie allusive agli
eventi della sua storia recente e ce-
lebrative delle sue gesta. I trentacinque chiaroscuri a tempera realizzati da Appiani correvano per oltre cento metri lungo tutto il ballatoio della Sala delle Cariatidi, a narrare una storia continua; Napoleone li vide per la prima volta in un
ballo ufficiale di corte indetto dopo
la seconda campagna di Germania,
nel 1807, e da allora rimasero esposti nella Sala per tutta la durata della
sua reggenza.
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
Alla sua caduta, quando la furia iconoclasta del nuovo governo
suggeriva un categorico delenda est
alla cronaca delle glorie imperiali, il
ciclo fu staccato dalle pareti, ma riuscì a salvarsi dalla distruzione solo
grazie all’amore per le belle arti del
nuovo imperatore Francesco I, che
si risolse in un trasferimento delle
tele nei depositi del palazzo di corte. Qui rimasero fino al 1828, quando l’Accademia di Belle Arti riuscì a
ottenerle in dono dall’arciduca Ranieri d’Asburgo proponendo, a scopo didattico, una nuova sistemazione nella grande sala dei gessi al piano terra del Palazzo di Brera. Un
compromesso che non favoriva di
certo la fruizione delle immagini,
ma che ottenne il suo riscatto all’ennesimo ribaltamento politico:
nel vento dell’unificazione nazionale, Milano decise il solenne ritorno, il 27 maggio 1860, dei Fasti di
Napoleone proprio nella Sala delle
Cariatidi per la quale vennero creati. E lì li sorprese, distruggendoli, il
bombardamento alleato dell’agosto del 1943.
La storia delle incisioni segue
da vicino le vicende delle tele da cui
furono tratte, quasi ne fossero un
ideale completamento: ancora su
richiesta di Napoleone, rivelatasi
poi di grande lungimiranza, Appiani venne incaricato di trarre dal ciclo di chiaroscuri una serie di lastre
in rame, e lo conferma un biglietto
del principe Eugenio de Beauharnais datato 31 luglio 1805, subito
dopo la nomina di Appiani a primo
pittore dell’Imperatore.
47
«Furono tutte le composizioni, per ordine del Governo Francese, fatte incidere in un quarto dell’altezza del dipinto, e la direzione
fu affidata al cav. Professore Giuseppe Longhi. Appiani ebbe allora il
Titolo di Commissario I.R. di Belle
Arti. Si vuole che Napoleone per rimeritarlo facesse ordinare i rami,
con proposito di ritirarne 200 copie,
e lasciar quindi ad Appiani i rami in
proprietà. […] Le incisioni cominciarono nel 1807, e finirono nel
1816. Costarono in totale […] la
somma d’italiane lire 116206.08».1
In questo stralcio è citato Giuseppe Longhi, voluto dallo stesso
Bonaparte a dirigere l’opera incisoria, consapevole del prestigio goduto che lo rendeva insieme a Raffaello Morghen l’artista in quel periodo
A sinistra: particolare tratto dalla tavola raffigurante il Combattimento al Ponte di Lodi del 10 maggio 1796 e qui
ritagliato sulla figura di Napoleone lanciata in combattimento. Sotto: tavola dedicata al giuramento solenne alla
Costituzione della Repubblica Cisalpina (9 luglio 1787). È la tavola in cui la critica ha riconosciuto nella figura paludata
all’estrema sinistra il poeta Vincenzo Monti
48
più apprezzato; Longhi a sua volta
chiamò a collaborare Michele Bisi,
suo allievo prediletto, e il bolognese
Francesco Rosaspina, conosciuto
durante i Comizi di Lione e già forte
di una riconosciuta fama come acquafortista, il quale, insieme al fratello Giuseppe, avrebbe dato il contributo maggiore all’intaglio delle
lastre dei Fasti.2 Longhi preparò
una serie di prime incisioni nel 1807
come riferimento per gli altri collaboratori; nel 1811, quando le sue lastre furono terminate, subentrarono al lavoro Bisi, Benaglia e i Rosaspina; non senza problemi,3 il lavoro
venne portato a termine nel 1816,
sempre sotto l’accurata supervisione di Appiani, che fece appena in
tempo a vedere, prima di morire
l’anno successivo, la realizzazione
completa di «ces magnifiques gra-
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
vures dont la vue dut un instant le
consoler des ses malheurs».4
Una volta terminata, la serie
di incisioni passò poi, attraverso la
Scuola d’Incisione dell’Accademia
di Brera dove era in deposito, all’incisore della Zecca Milanese Giuseppe Bazzaro; costui ricevette solo
nel 1845 l’opera completa che iniziò a far circolare d’accordo con i
fratelli Ubicini e poi con l’editore
Silvestri. Nel 1860 i rami furono
trasferiti a Parigi presso i fratelli
Didot che, a distanza di quarant’anni dal completamento delle lastre, promossero una magnifica
edizione in folio oblungo, rilegata
ad album, e dedicata da Pietro Barboglio a Napoleone III, con la quale si era potuto portare finalmente a
compimento «un voeu non satisfait
du Grand Empereur, qui en avait
Dall’alto: tavola per l’elezione
di Bonaparte a Primo Console,
risolta da Appiani in chiave
allegorica: la Francia, seduta al trono,
riceve la spada, omaggio e simbolo
di fedeltà, da Napoleone,
a sua volta protetto da Marte
e tenuto per mano dalla Gloria.
Sotto: le tre Parche filano lo stame
della vita di Napoleone,
ma il Destino sottrae le forbici
ad Atropo; una congiura era stata
infatti ordita nel dicembre 1800,
ma Bonaparte ne uscì illeso.
Nella pagina a destra: particolare
dalla Battaglia di Arcole,
con l’eroico gesto di Napoleone
che, in un momento di difficoltà
delle truppe, raccoglie la bandiera
francese e si lancia contro
l’esercito avversario
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
ordonné la publication, rendre aux
peuples de France et d’Italie une
parte de leur gloire, et restituire aux
Arts un grand travail, dont il ont été
trop longtemps dépouillés».5
L’esemplare posseduto dalla
Biblioteca di via Senato, con ex libris di provenienza di Sidney George Reilly, appartiene a questa edizione, grazie alla quale, con lo stesso intento celebrativo che aveva
mosso il primo Napoleone a ordinare l’esecuzione delle tele originali, per la prima volta venne data
giusta evidenza al risultato di un
concorso così brillante di apporti,
che fece dei Fastes di Napoleone
«una serie d’eccezione, un messaggio visivo, carico insieme di valenze
politiche e figurative, rispondenti
ai valori più alti della cultura storicista ottocentesca».6
Scorrono nelle trentacinque
tavole7 le gesta di guerra napoleoniche, dalla battaglia di Montenotte del 1796 alla vittoria di Friedland
del 1807, passando per l’epica
Campagna d’Egitto del 1798: Appiani aveva saputo infondere nella
pittura il mandato della Convenzione per cui «les artistes deviennent les histoiriens de notre gloire», enfatizzando al massimo il primo valore dell’epica napoleonica –
l’eroismo – nelle scene concitate
degli scontri tra eserciti; il campo di
battaglia diventa il teatro della rivoluzione e Napoleone ne esce
sempre attore trionfante, immortalato in alcune pose divenute poi
iconiche, come nell’atto di incitare
alla lotta ammantato nella bandiera
49
francese o icasticamente in sella ad
un cavallo lanciato a sfondare le
truppe nemiche.
La cronaca tumultuosa degli
eventi bellici si stempera nelle
composte rievocazioni delle celebrazioni del suo potere, come nella
tavola che ricrea il giuramento sulla
Costituzione della Repubblica Cisalpina (dove la critica ha riconosciuto l’omaggio a Vincenzo Monti
nella figura paludata all’estrema
destra) e nella celebrazione di Napoleone a Re d’Italia; o nelle grandiose allegorie classiche a cui Appiani fa ricorso per mitizzare i passaggi salienti della carriera del generale, dal Consolato all’Impero: il
punto massimo si tocca nella scena
dell’incoronazione a Imperatore
dei Francesi, dove oltre alle già rappresentate figure mitologiche, Ap-
50
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
Napoleone Re d’Italia, 26 maggio 1805: Appiani ferma il momento in cui Napoleone si cinge il capo con la Corona Ferrea
piani inserisce una stella – allusiva
al mito del Sidus Iulium – e il cavallo
alato Pegaso, a stabilire un collegamento tra le vicende di Bonaparte e
Giulio Cesare, e a far assumere alla
rievocazione allegorica il valore
dell’apoteosi.
Ultima testimonianza di un
ciclo pittorico andato distrutto,
punto più alto della produzione di
Appiani in una «carriera pittorica
spesso sfiorata, nelle troppe occasioni ufficiali, dalla noia della convenzione»,8 i Fasti di Napoleone
sono anche lo specchio della convinta e partecipata adesione di un
popolo al vento e ai principi di
un’epoca nuova, che confermava le
parole che Stendhal aveva scelto
come incipit per la sua Certosa di
Parma: «Il 15 maggio 1796 il general Bonaparte entrò a Milano, alla
testa del giovine esercito che aveva
allora varcato il ponte di Lodi e mostrato al mondo che, dopo tanti secoli, Cesare e Alessandro avevano
un successore».9
NOTE
1
G. BERETTA, Le opere di Andrea Appiani
primo pittore in Italia di S.M. Napoleone, Milano, 1848, p. 228 citato in F. MAZZOCCA, «Vicende e fortuna grafica dei Fasti Napoleonici
di Andrea Appiani», in Mito e storia nei “Fasti
di Napoleone” di Andrea Appiani. La traduzione grafica di un ciclo pittorico scomparso,
Roma, De Luca, 1986, p.18.
2
Due tavole delle trentacinque vennero
realizzate da Giuseppe Benaglia, ma «rimangono addietro per disegno e per gusto»; probabilmente l’incarico di incisore gli venne affidato come ricompensa per aver sostituito
Longhi per un breve periodo nella sua cattedra a Brera.
3
Il primo gruppo di rami fu oggetto di una
disputa tra l’Intendente generale, che suggeriva al Viceré di depositare le lastre presso il
tesoro della Corona, per evitare la contraffazione o la riproduzione non autorizzata delle
stesse, e lo stesso Appiani, che si mosse invece
verso le ragioni degli artisti incisori, che ne-
cessitavano di possedere sino alla fine del lavoro i rami incisi: «L’incisione de’ miei bassirilievi a tempera forma una serie talmente connessa, che non può un rame incidersi senza
aver sott’occhio il rame precedente. Ciò fa sì
che indispensabile sia che i rami di mano in
mano eseguiti rimangano presso l’autore dell’opera..» cit. in F. MAZZOCCA, p. 19.
4
Fastes de Napoleon Premier, Paris, Typographie de Firmin Didot Frères, Fils et Cie,
[1860], p. 3.
5
Due edizioni vennero promosse successivamente in Italia, dall’editore Moretti di Milano e dal tipografo Landi di Firenze nel 1890,
sfruttando un’ultima tiratura degli ormai
esausti rami passati in proprietà della calcografia di F. Chardon il vecchio a Parigi.
6
F. MAZZOCCA, p. 22. L’alto valore delle incisioni venne registrato sin da subito da Giulio Ferrario, bibliotecario della Braidense che
già nel suo repertorio Le classiche stampe
suggeriva: «e siccome il Longhi e altri valenti
artisti coetanei incisero per eccellenza […] i
Fasti di Napoleone, dall’Appiani in 35 rami, io
consiglierei gli amatori d’ornare la loro scelta
galleria di questo bellissimo fregio». G. FERRARIO, Le classiche stampe, Milano, Santo Bravetta, 1836, p. 196.
7
Tavv. 1-2: Battaglia di Montenotte; 3-4:
Combattimento e passaggio del Ponte di Lodi; 5-7: Ingresso dei Francesi a Milano; 8: Incontro con il messaggero austriaco a Lonato;
9-10: Battaglia di Arcole; 11: Battaglia di Rivoli; 12: Battaglia della Favorita; 13: Festa
della Federazione e della Repubblica Cisalpina; 14-18: Campagna d’Egitto; 19-20: Bonaparte Primo Console; 21-22: Passaggio del
Gran San Bernardo; 23-26: Battaglia di Marengo; 27: La convenzione di Alessandria; 28:
Congiura del 24 dicembre 1800; 29-30: Bonaparte Imperatore dei Francesi; 31: Napoleone Re d’Italia; 32-35: Medaglioni decorativi.
8
F. MAZZOCCA, op. cit., p. 23.
9
STENDHAL, La Certosa di Parma, Milano,
Rizzoli, 1953.
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
51
BvS: il Fondo Sicilia
La “Biblioteca popolare”
di Giuseppe Pitrè
Turpe est in patria vivere et patriam non cognoscere
BEATRICE PORCHERA
«U
omo di media statura, dalle forme
asciutte ed agili:
fronte ampia sopra due occhi vivi,
mobili, nerissimi: barba breve e piena, in cui il nero e il bianco cozzavano
senza mescolarsi e fondersi nel grigio dell’età che lenta decade; e tutta
la faccia e la persona denotava, ancora sui sessant’anni, un vigore gagliardo di spirituale giovinezza ribelle
agli abiti e ai gusti dell’incipiente
vecchiaia. Breve ed arguta come la
barba era la sua parlata; e anch’essa
mista di due forme fortemente distinte, poiché egli, dopo aver usato la
lingua italiana con i forestieri e con le
persone che gli venivano presentate
per la prima volta, passava d’un tratto al suo siciliano: al siciliano di Palermo, con le sue intense nasalità,
con le sue erre sonanti e coi suoi forti
accenti, guizzante di frizzi e motti
proverbiali. Ma era conversazione
gentile, di uomo che parla con gli occhi negli occhi, e ha il cuore caldo e
affettuoso».1 Questa la descrizione
che Giovanni Gentile (1875-1944)
fece del medico, storico, filologo e
poeta Giuseppe Pitrè (1841-1916),
fondatore in Italia della scienza folcloristica, da lui in seguito definita
demopsicologia.
Pitrè nacque a Palermo nel
Ritratto di Giuseppe Pitrè
1841 da una famiglia di pescatori residente in uno dei sobborghi più popolari della città. Nonostante le umili origini dei genitori, riuscì a frequentare l’università laureandosi in
medicina e chirurgia. La professione
di medico gli permise di continuare a
mantenere un contatto diretto e
concreto con quella parte di popolo
che tanto lo incuriosiva e affascinava;
egli dedicò infatti la sua intera vita allo studio delle tradizioni popolari
italiane, in particolar modo siciliane,
raccogliendo instancabilmente do-
cumenti e testimonianze. Frutto di
questo faticoso lavoro furono i 25
volumi della “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane” pubblicati
nella sua città natale tra il 1870 e il
1913, impareggiabile contributo alla
conoscenza della cultura e della civiltà siciliane – sono conservati presso la Biblioteca di via Senato sia alcuni volumi della monumentale opera
in edizione originale, sia l’intera edizione anastatica realizzata a Bologna
da Forni tra il 1968 e il 1969 –.2
Pitrè manifestò un forte interesse nei confronti del folclore fin da
fanciullo. Nella prefazione ai Proverbi (ottavo volume della “Biblioteca”)
scrisse: «L’anno 1858 io ero in un istituto d’istruzione e di educazione.
Avevo appena diciassett’anni, e tra’
pochi miei libri contavo la Raccolta di
proverbi toscani di G. Giusti. Quel libro mi occupava di continuo, principalmente pei riscontri che io trovavo
coi proverbi siciliani […]; e non passava giorno che io non vi studiassi sopra un poco imparandone qualche
pagina. Un mio cugino, amante anche lui dei proverbi, venivami allo
spesso a visitare, e discorrendo del
più e del meno toccava dell’argomento prediletto, e mi pregava di volergli scrivere quando uno quando un
altro dei proverbi toscani corrispon-
52
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
Da sinistra: frontespizio dei Profili biografici di contemporanei italiani, Palermo, tip. Francesco Lao, 1864, prima opera
pubblicata da Pitrè; costume da sposa in Sampiero Niceto tratto dal XXV volume della “Biblioteca”
denti al tale o tal altro siciliano che
egli conoscea e che voleva usare a
tempo e a luogo. Il desiderio mi riusciva gradito, e poiché l’appetito
vien mangiando, entrambi ci appassionavamo sempre più in que’ raffronti, egli domandando, io cercando
e studiando. Quando glien’ebbi fornito parecchie centinaia, il Bartolomeo (che tale è il nome del mio affettuoso cugino), uomo di mare, imprese un lungo viaggio, ed io rimasi coi
miei neonati confronti e col mio Giusti. […] Venne il 1860, e la mia raccoltina siciliana contava oltre a un migliaio di proverbi, dettimi da persone
di casa mia e particolarmente dalla
mamma, che in queste materie mi è
sempre stata consigliera e maestra».3
E fu proprio alla madre, Maria
Stabile, che Pitrè dedicò i primi due
volumi della sua “Biblioteca”, Canti
popolari siciliani raccolti ed illustrati
[…] (1870-1871). Essi presentarono
fin da subito la copertina poi comune
a tutti i tomi della collezione.4
Seguirono gli Studi di poesia popolare (1872)5 e le Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani […] (1875) in
quattro volumi che, stampati dal
1873, contenevano novelle, fiabe,
fole, facezie espresse in quasi cinquanta parlate dell’isola. Alcuni di
questi testi vennero tradotti in fran-
cese, inglese, tedesco e portoghese e
costituirono per scrittori quali Luigi
Capuana (1839-1915) e Giovanni
Verga (1840-1922) materiale a cui
attingere per i loro lavori.6
Nel 1880 uscirono i quattro tomi dei Proverbi siciliani raccolti e confrontati con quelli degli altri dialetti d’Italia. Nella raccolta, in quaranta capitoli, ciascun proverbio siciliano
era seguito dalle varianti che esso riscontrava in trentasei dialetti e parlate d’Italia. Tutti i proverbi marchigiani e napoletani e molti dei genovesi risultarono inediti. Tale ingente
fatica aveva rischiato di andare perduta, come ci raccontò l’autore stes-
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
so nella prefazione all’opera: «Io
abitavo allora in una stanza di S.
Francesco di Paola, ove a ristoro della salute m’ero condotto; quando il
15 settembre 1866 la plebe di Palermo e dei dintorni, […] sollevavasi
con un grido nuovo, ch’essa non
comprendeva e la storia siciliana ricorderà quind’innanzi. Al cominciare di quel moto scomposto io riparai,
com’è da credere, in casa, abbandonando nella confusione le mie carte.
Ma non corse guari che punto dal
dolore e dal rimorso dell’abbandono, e più dalle vaghe e confuse voci
d’un prossimo assalto a S. Francesco
di Paola, deliberai senz’altro di ricuperarle. Devo al coraggio di mio fratello Antonio se, vinta la pietà nella
mamma, potei in tempo salvare il
frutto di otto anni di sudori […]».7
Il dodicesimo volume della
“Biblioteca”, Spettacoli e feste popolari
siciliane […], fece la sua comparsa nel
1881: «Sotto il titolo di Spettacoli
vanno in questo volume le sacre rappresentazioni, gli spettacoli tradizionali del basso popolo, le pantomime, le processioni figurate, parlate e
mute, i riti drammatici, i canti dialogati; opere non tutte, è vero, d’indole
e molto meno d’origine popolare,
ma tali da chiamare a prendervi parte
il popolo come autore, quando come
attore e sempre come spettatore.
Nelle Feste è la esposizione di ciò che
si fece e si fa, di ciò che si credette e si
crede in certi giorni dell’anno dai più
solenni e generalmente riconosciuti
a’ più comuni e poco considerati, da
quelli, cioè, che i Siciliani, al pari
d’altri popoli, celebrano con particolari riti, costumi e superstizioni, a
quelli che, passando inosservati in
tutta l’isola, trovano solo un paese
che li guardi legandovi pratiche ed
usanze degne di considerazione»,8
come Santa Rosalia in Palermo o
Sant’Agata in Catania.9
Gli Spettacoli furono seguiti,
nel 1883, dai Giuochi fanciulleschi siciliani, lavoro dedicato ai bambini di
diversi folcloristi, corredato da 10 tavole in fototipia collocate nel testo e
4 a litografia poste in calce al volume
illustranti giochi e balocchi.10
I quattro volumi degli Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo
siciliano, con dedica al folclorista Salvatore Salomone Marino (18471916), furono stampati tra il 1885 e il
1889. Contengono uno degli studi
più belli di Pitrè relativo alle Tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia, di
cui riporto solo un passo: «Non ho
mai visto la Morte de’ paladini senza
ricevere una viva impressione del
contegno degli spettatori. È raro,
estremamente raro, che l’uditorio
serbi mai tanto silenzio e tanto raccoglimento quanto in questa sera. La
Il carro di Santa Rosalia in Palermo
nel 1897
53
tristezza è sul volto di tutti; le stesse
parole che l’un l’altro gli spettatori si
barattano sono sommesse per riverenza al luogo ed al momento sacro e
solenne. […] All’apparir dell’angelo
a Rinaldo, al benedir che fa Turpino
il conte Orlando, tutti si scoprono il
capo come la sera del Venerdì santo
rappresentandosi il Mortorio di Cristo».11
Seguirono i volumi: Fiabe e leggende popolari siciliane (1888); Medicina popolare siciliana raccolta ed ordinata
(1896) contenente varie immagini
popolari di notevole interesse etnografico raffiguranti santi; Indovinelli,
dubbi, scioglilingua del popolo siciliano
[…] (1897);12 Feste patronali in Sicilia
(1900); Studi di leggende popolari in Sicilia e nuova raccolta di leggende siciliane (1904), in cui si narra, tra le altre, la
leggenda di Cola Pesce; Proverbi,
motti, scongiuri del popolo siciliano
(1910), con più di mille proverbi inediti; Cartelli, pasquinate, canti, leggende, usi del popolo siciliano […] (1913)
dedicato a Palermo e infine La famiglia, la casa e la vita del popolo siciliano
(1913) che, pubblicato in memoria
del figlio Salvatore, contiene 173 illustrazioni.13
Pitrè lavorò alla “Biblioteca”
per la quasi totalità della sua vita. In
parallelo inoltre partecipò ad altre
varie iniziative. Collaborò con le
“Nuove effemeridi siciliane”, periodico pubblicato tra il 1869 e il
1881 – edizione completa conservata presso la BvS – inizialmente dedicato alle scienze, alle lettere e alla filosofia. Nel 1873 promosse la Società siciliana per la storia patria e
nel 1882, insieme a Salvatore Salomone Marino, iniziò la pubblicazione dell’“Archivio per lo studio
delle tradizioni popolari”, rivista
trimestrale per la quale scrissero
54
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
Il carro definito “La Bara” impiegato a Messina per la Festa dell’Assunta
noti studiosi, italiani e stranieri.
I sedici volumi della collezione “Curiosità popolari tradizionali”, pubblicati in collaborazione
con Gaetano di Giovanni, anch’egli siciliano, uscirono tra il 1885 e il
1899 ed estesero a varie regioni d’Italia gli studi sugli usi e i costumi
popolari. La prima edizione della
Bibliografia delle tradizioni popolari
d’Italia fu stampata nel 1894 e costituì fin da subito un imprescindibile
strumento di consultazione per gli
“addetti ai lavori” e non solo.
In aggiunta, ormai anziano
ma instancabile, Pitrè pubblicò nel
1904 La vita in Palermo cento e più
anni fa – l’editio princeps è conserva-
ta presso la nostra Biblioteca –, viva
rappresentazione aneddotica della
città da lui tanto amata; organizzò il
Museo etnografico siciliano e, nel
1911, ottenne a Palermo la prima
cattedra di demopsicologia istituita
nelle università.
Morì nella città natale il 10
aprile 1916.
NOTE
1
G. GENTILE, Giuseppe Pitrè (1841-1916),
Firenze, Sansoni, 1940, pp. 6-7. Cfr. anche ID.,
Il tramonto della cultura siciliana, Firenze,
Sansoni, 19852, pp. 101-129.
2
Cfr. Dizionario generale degli autori italiani contemporanei, Firenze, Vallecchi, 1974,
pp. 1055-1056.
3
G. PITRÈ, Proverbi siciliani raccolti e
confrontati con quelli degli altri dialetti d’Italia da G. Pitrè. Con discorso preliminare,
glossario etc., vol. I, Bologna, Forni, 1969,
pp. VII-VIII (Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, 8).
4
Cfr. Bibliografia degli scritti di Giuseppe
Pitrè, a cura di G. D’Anna, Palermo-San Paolo,
Italo-Latino-Americana Palma, 1998, p. 18.
5
Cfr. ibi, p. 23.
6
Cfr. ibi, pp. 27-28.
7
G. PITRÈ, Proverbi siciliani […], vol. I, Bologna, Forni, 1969, pp. X-XI.
8
ID., Spettacoli e feste popolari […], Bologna, Forni, 1969, p. VII (Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, 12).
Cfr. Bibliografia degli scritti di Giuseppe
Pitrè, p. 38.
10
Cfr. ibi, pp. 43-44.
11
G. PITRÈ, Usi e costumi, credenze e pregiudizi […], vol. I, Bologna, Forni, 1969, p. 147
(Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane,
14). Cfr. Bibliografia degli scritti di Giuseppe
Pitrè, pp. 56-58.
12
200 indovinelli di carattere osceno, seppur raccolti da Pitrè, vennero dall’autore lasciati inediti. Cfr. ibi, p. 79.
13
Cfr. ibi , pp. 82-83, 86-87, 91-92.
9
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
55
BvS: prime edizioni
Paolo Buzzi, “l’uomo a due
teste”: amministratore e poeta
Fratello delle avanguardie, scrittore di sensazioni e idee
VALENTINA CONTI
«P
otrà sembrare un’anomalia ricordare un futurista in una biblioteca, che poi non è dissimile da quei
musei che proprio il Futurismo, a parole, diceva di voler distruggere per
sempre», e soprattutto trattare di
Paolo Buzzi, che si riferiva alle biblioteche come a «quei loculi pieni
di libri», paragonandole a dei cimiteri. L’argomento, però, è lecito per
l’importanza del personaggio, considerato uno scrittore al pari di Lucini e Marinetti per la sensibilità che
riservò agli accadimenti dei primi
anni del Novecento.
Paolo Buzzi nacque a Milano
il 15 febbraio 1874 da Angelo, funzionario statale, e Camilla Riva,
erede di una ricca famiglia borghese meneghina.
Dopo aver studiato giurisprudenza intraprese la carriera amministrativa che lo portò a diventare
segretario generale della provincia
della città lombarda. Fin da giovane
mostrò un grande interesse per la
poesia e nel 1898 esordì pubblicando Rapsodie leopardiane, una raccolta
di sonetti, odi, canzoni e romanze
per il centenario della nascita del
poeta di Recanati.
I suoi primi lavori letterari furono caratterizzati da uno stile in-
fluenzato dalla scapigliatura e dal
classicismo carducciano, ma solo
pochi anni dopo aderì al movimento
futurista, diventandone uno degli
esponenti più in vista. Collaborò come critico letterario alla rivista
“Poesia”, fondata da Sem Benelli e
Filippo Tommaso Marinetti, e vinse
il concorso letterario del periodico
con il poema in prosa L’esilio, in cui
raccontava la crisi spirituale della
borghesia milanese. Nel febbraio
1909 a Parigi fu uno dei primi a firmare il Manifesto del movimento futurista, in cui si leggeva: «Avevamo
vegliato tutta la notte, i miei amici ed
io» e tra questi personaggi era citato
anche Buzzi, presente nella casa di
Marinetti in via Senato 2 a Milano,
per definire i caratteri del nuovo
movimento artistico. I letterati dichiaravano di essere stanchi dell’immobilità della poesia e si proponevano di cantare l’amore del pericolo, la
ribellione, la guerra, il patriottismo
proclamando il disprezzo della donDall’alto: Paolo Buzzi fotografato da
E. Sommariva a Milano; mezzobusto
marmoreo di Paolo Buzzi, così
descritto da Emilio Gucciardi: “Pupille
acute, ironia bonaria, statuario, pallido
e serio; apparentemente immobile,
ma internamente animatissimo”
56
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
A sinistra: dedica di Maria Buzzi
“A Mario Morini, alla giovane recluta
dell’esercito dell’Arte, Paolo che
di lui aveva affetto e lo ricambiava,
insieme alla fede nelle sue forze
spirituali, a mezzo di Maria [?] dedica
in memoria. Maria Buzzi 1 giugno
1956”. In Il flauto inaudibile, Milano,
Intelisano, 1956. Sotto: dedica
autografa di Paolo Buzzi a Mario
Morini: “Al carissimo Mario Morini
con 1000 auguri d’avvenire. Paolo
Buzzi 30-III-52” in Atomiche, Milano,
Gastaldi, 1952
na e premeditando di «uccidere il
chiaro di luna». Il futurismo rispecchiava il disagio di una società stanca
che anelava al rinnovamento, un
cambiamento che gli scrittori vedevano nel considerare aspetti della
poesia ignorati da altri.
Paolo Buzzi ebbe un ruolo
fondamentale soprattutto nella prima fase dell’affermazione del futurismo, tanto che Guillaume Apollinaire lo definì uno dei fondatori del
movimento. Partecipò attivamente
alla causa: testimoniò a favore di
Marinetti nel processo contro il romanzo di questo Mafarka il futurista
e nel 1910 si fece conoscere dal pubblico con lo scandalo provocato dalla sua Ode ad Asinari di Bernezzo, generale costretto da Giolitti a dimettersi per un discorso ai Triestini; la
lettura dell’ode irredentista scatenò
disordini che portarono all’arresto
di Marinetti e dei suoi seguaci. Gli
scontri erano una conclusione abbastanza abituale per le serate futuriste, durante le quali Marinetti era
solito declamare, oltre alle proprie
poesie (specialmente l’Inno alla morte), anche due componimenti di
Paolo Buzzi: l’Inno alla poesia nuova e
il Canto dei reclusi. I due motivi defi-
nivano la poetica dell’autore caratterizzata dall’esaltazione della lotta
sociale e dalla presenza della macchina come ispiratrice di poesia, non
soltanto per il dinamismo, ma anche
per il rinnovamento che rappresentava in campo lavorativo, un aspetto
che spesso sfuggiva ad altri futuristi,
capaci di vedere nella macchina un
mito materiale, dimenticando la sua
funzione di miglioramento e progresso della vita dell’uomo.
Quest’idea squisitamente futurista fu espressa soprattutto nella raccolta Aeroplani (1909), seguita da
molti altri scritti della stessa natura:
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
Versi liberi (1913), L’ellisse e la spirale.
Film e parole in libertà (1915). Fu soprattutto nella poesia che Buzzi regalò il suo apporto linguistico, la sua
continua sperimentazione formale in
rapporto alla tecnica del verso libero
lo portò a essere considerato l’autentico lombardo erede di Lucini.
Carlo Calcaterra, un Maestro
universitario, definì la poesia buzziana «una rappresentazione della Vita
quale vortice di ruote gigantesche
che, invisibili, muovono il mondo.
La purezza di quella Poesia è data da
un unico credo artistico: dilatare al
massimo la tastiera espressiva, rendere, con ogni indipendenza e sincerità di mezzi, polifonici e melodici,
popolareschi e contrappuntistici,
onomatopeici e magari dodecafonici, il nuovo fremito della società meccanica, elettrica turistica e sportiva».
Buzzi si dedicò anche a opere
in prosa di inclinazione futurista (La
luminaria azzurra, 1917; La danza
della iena, 1920; Cavalcata delle vertigini, 1924) e apportò un suo contributo personale alle correnti della
tradizione classica celebrando le virtù eroiche con il Carme di Re Umberto (1901), Bel Canto (1916), Carmi degli augusti e dei Consolari (1919) e il
Poema di Garibaldi (1919).
Nel frattempo non smise di
partecipare alla vita pubblica della
Lombardia e, come Segretario Generale della Provincia di Milano,
diede impulso a molte opere pubbliche, sostenne la diffusione della cultura nelle campagne, sviluppò la Politica del Lavoratore, aumentò l’assistenza sociale e sanitaria a favore
dei lavoratori e incrementò l’interesse per le Belle Arti. Scrisse volumi
sul Decentramento Ospitaliero e approfondì studi sulla lotta contro la
pellagra, la malaria, la tubercolosi e
l’alcolismo nel territorio milanese.
In un suo intervento Buzzi, facendo considerazioni sul suo doppio
ruolo di poeta e amministratore
pubblico, scrisse: «Dicono che i
Poeti siano pessimi amministratori,
eppure furono dei grandi maestri [si
riferiva a Gaetano Negri e Tullo
Massarani] a insegnarmi come un
uomo possa benissimo sdoppiare la
propria vita fra la gestione pubblica e
il regno dello spirito» e parlò di se
stesso descrivendosi così: «Eccovi
l’uomo a due teste, o amatori di fiere
e di fenomeni! Egli una ne curva al
giogo asinario per sollevare l’altra al
Cigno dei Cieli».
Proseguì la sua attività letteraria con opere sia in prosa, sia in versi
integrando temi futuristi con quelli
eroici e lirici (scrisse ad esempio:
Canti per le chiese vuote, 1929; Le dannazioni, 1929; Le beatitudini, 1930;
Echi del Labirinto, 1931; Canto quotidiano, 1933).
Dopo trentotto anni di carriera pubblica, nel 1935 abbandonò volontariamente la carica di Amministratore provinciale di Milano per
Opera in bronzo raffigurante Paolo
Buzzi di profilo realizzata da Enrico
Pancera. Il maestro ne colse i tratti
fisici e la psiche
57
dedicarsi completamente alla poesia
e alle lettere, ritirandosi in Brianza,
sua terra d’origine.
Cominciò per Buzzi un lungo
periodo di esilio, che durò fino alla
sua morte (1956), lontano dalla vita
mondana a cui era avvezzo. Viaggiò
per l’Egitto, l’Europa e le Alpi con la
sua sposa Maria definita «custode
guerriera» che lo seguiva ovunque
«coi suoi passi di Calpurnia eroica e
di Cecilia cristiana». Lo scrittore rimase in contatto con il mondo attraverso i suoi libri e gli articoli per i
giornali, ma apprezzava molto la visita di qualche amico o la curiosità e
il rispetto di qualche giovane interessato all’amicizia di un personaggio così eclettico e affascinante.
Tra questi possiamo annoverare Mario Morini (1929-2005), scrittore, giornalista culturale per la
“Nazione”, “Il Resto del Carlino”,
“Il Corriere Lombardo”, “La Notte”, personaggio che fu molto legato
all’autore, tanto da essere definito
dalla moglie di Buzzi, Maria, «il figlio spirituale di Paolo».
Tale informazione è fornita
dalle dediche autografe presenti
sugli esemplari delle opere di Buzzi
conservate presso il Fondo di Letteratura del Novecento della Biblioteca di via Senato.
La Biblioteca possiede quasi
tutte le opere di Paolo Buzzi, molte
delle quali in prima edizione e corredate di dediche manoscritte firmate dall’autore stesso o dalla moglie Maria nel caso di scritti pubblicati postumi.
La maggior parte dei componimenti realizzati dopo l’abbandono degli impegni pubblici del 1935
restarono inediti, a eccezione di
Nostra signora degli Abissi, 1935;
Poema di Radio-Onde, 1940; Elica ad
58
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
Da sinistra: esempio di poesia futurista di Paolo Buzzi; dedica “A Mario Morini perché continui con autentico amore
ad essere il figlio spirituale di Paolo. Maria Buzzi gennaio 1957” in Il canto quotidiano, Milano, La Prora, 1933
Est, 1946; Atomiche, 1952.
Nella sua vita Buzzi scrisse circa 40 opere, a metà della sua carriera
letteraria dichiarò: «Io ho scritto
troppo, in versi e in poesia. Lo riconosco», e nonostante le sue innumerevoli attività letterarie e amministrative si definì sempre un uomo di
poco valore: «un povero essere, dopotutto, nonostante le origini lontanamente illustri».
L’attività di pubblica ammini-
Bibliografia:
PAOLO BUZZI, Selecta (18981954). Poesie e prose edite e inedite, Torino, Edizioni Impronta,
1955.
strazione rese Buzzi molto sensibile
ai fatti storici e politici riguardanti
Milano e la Lombardia, che furono
un tema molto presente nelle sue
opere. In Nostra Signora degli Abissi,
scritto nel 1935, riuscì anche a prevedere la distruzione di Milano sotto
le bombe delle incursioni aeree che
avvenne nel 1943.
Paolo Buzzi non appartenne a
una precisa corrente letteraria, ma
con la sua fantasia e sensibilità con-
Dizionario biografico degli
italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1972, XV, pp.
662-664.
Omaggio a Paolo Buzzi, Mi-
tribuì allo sviluppo di molte avanguardie, riuscendo a essere apprezzato in differenti stili, come manifestò nell’ultimo paragrafo della premessa a Poema dei Quarant’anni del
1922: «Lo dedico ai miei fratelli di
tutte le avanguardie del mondo i
quali hanno mostrato tanto spesso
d’amarmi come è giusto che si amino, vivi, i Poeti null’altro chiedenti
all’avvenire fuor che una stella sovra
la tomba appartata».
lano, Torino, Edizioni Impronta,
1958.
ELENA RAMPAZZO, Paolo Buzzi
tra Gabriele D’Annunzio e
Giuseppe Garibaldi. Presente
e passato nella mitopoiesi
d e l l a «Nuova Italia», i n
“ R i v i s t a d i letteratura italiana”, XXVII (2009), 3, pp. 203219.
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
59
60
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
BvS: il Fondo Emeroteca
La cultura in Italia
sulle pagine di una rivista
“La Fiera letteraria” tra le due guerre (1925-1936)
PAOLA MARIA FARINA
«U
scirà il 12 del prossimo Dicembre in Milano un nuovo giornale settimanale di lettere, scienze
ed arti intitolato “La Fiera letteraria”. Sarà un giornale del formato
normale di un quotidiano, in sei o otto pagine illustrate, stampato in rotativa, sul tipo dei giornali letterari
che hanno attualmente così largo
successo in Francia […]. “La Fiera
letteraria” non sarà l’esponente di un
piccolo gruppo di scrittori ma un
giornale destinato a un vasto pubblico, redatto con criteri giornalistici,
largamente informativo, e rispecchierà nel modo più completo il movimento letterario, scientifico ed artistico italiano e straniero».1
Con queste parole, in una lettera del 17 novembre 1925, Umberto Fracchia (1889 – 1930), saggista e
romanziere, annunciava la pubblicazione di una nuova rivista, “La Fiera
letteraria” (presso la nostra biblioteca, le annate complete dal 1925 al
1936), il cui primo numero vide la luce il 13 dicembre 1925 sotto la direzione dello stesso Fracchia, già fondatore di “Lirica” e collaboratore
per lungo tempo de “Il Marzocco”.2
Le ragioni del settimanale sono spiegate nell’editoriale del numero d’esordio, Esistere nel tempo
(non firmato ma, in realtà, dello
stesso direttore), in cui viene chiarita anche la scelta del nome: «i nomi
più belli e solenni […] ci sono apparsi i meno adatti per noi che, ritrovandoci in pochi e così lontani l’uno
dall’altro, non avremmo mai osato
pensare di poterci riunire insieme
per costruire un tempio o qualche
cosa che assomigli a un tempio […].
La fiera […] è il luogo che si conviene ad uomini della nostra età: che i
nostri propilei e la nostra scuola di
Atene siano fatti di baracche rabberciate alla meglio, con insegne
Nella pagina accanto, da sinistra:
prima pagina del primo numero de
“La Fiera letteraria” uscito il 13
dicembre 1925; prima pagina della
rivista con il nuovo titolo, “L’Italia
letteraria” (7 aprile 1929)
Qui a sinistra, un articolo di Enrico
Falqui, fedele e celebre collaboratore
del periodico, sull’edificazione di una
città letteraria, con vie, piazze e
monumenti ispirati ai grandi autori
della letteratura italiana (4 ottobre
1931, p. 3)
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
sfacciate e bugiarde, piuttosto che di
lucidi marmi e di statue armoniose,
non ci impedirà di essere quali noi
saremmo stati nel secolo di Pericle,
o in quello di Augusto, o nello stupido adorabile XIX secolo».3
La “fiera” si configura, dunque, come luogo moderno di incontro e di scambio di idee in contrapposizione al “tempio” in cui il letterato
tendeva a rifugiarsi in aristocratico
isolamento; a differenza della “fiera”, caratterizzata da un’idea di movimento e dinamismo, il “tempio”,
nella sua statica solennità, è presentato, invece, come il simbolo per eccellenza di una tradizione letteraria
che richiede un rinnovamento.
L’impegno della redazione,
continua l’editoriale programmatico, è quello di proporre un periodi-
co, sul modello del francese “Les
Nouvelles Littéraires”, «che sia
letto dal maggior numero di persone […] completo, libero nei suoi
giudizi, scrupoloso nella esattezza
delle sue informazioni e notizie,
stampato bene, e sotto ogni aspetto
attraente» grazie al prezioso contributo di autori, critici e giornalisti
moderati che «stiano insieme non
per la difesa contro un comune nemico, ma con l’animo pacifico di
chi contribuisce volontariamente
ad un lavoro utile».4
Grazie ai finanziamenti delle
case editrici Mondadori (presso la
quale Fracchia aveva lavorato) e Treves e all’appoggio di Giovanni Treccani e Ugo Ojetti, il direttore poté
realizzare il proprio progetto, avvalendosi di una nutrita schiera di gio-
61
vani redattori (tra i quali Giovanni
Battista Angioletti, Riccardo Bacchelli, Giovanni Titta Rosa, Giuseppe Ravegnani, Enrico Falqui) e di valenti collaboratori in tutto il territorio nazionale (Anton Giulio Bragaglia, Alberto Cecchi e Curzio Malaparte a Roma; Cesare Padovani e
Raffaello Franchi a Firenze; Francesco Flora a Napoli).5
Idealmente collegata all’esperienza de “La Ronda”6 (Vittorio
Vettori la annoverava tra le riviste
che accolsero e svilupparono l’eredità rondesca), la testata si distinse
sin dagli esordi per la sua tendenza
umanistico-retorica e per le posizioni moderate che assunse in letteratura e in politica.7 Nel raccogliere, all’indomani della grande guerra, le voci più notevoli del dibattito
62
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
Da sinistra: immagine pubblicitaria della rivista con la relativa campagna abbonamenti contenuta nel numero del 2
maggio 1926 (p. 3); manifesto per la prima Festa del Libro sostenuta e promossa con entusiasmo dalla redazione del
periodico. Il manifesto (nel numero dell’8 maggio 1927, p. 3) propone un’accesa esortazione alla lettura e il libro viene
presentato come prodotto di cultura e di civiltà; l’idea di istituire una Giornata del Libro – patrocinata dal Ministero
della Pubblica Istruzione – era nata a seguito della constatazione della scarsa affezione del pubblico alla lettura e tra i
promotori di tale iniziativa Umberto Fracchia fu tra i più impegnati
culturale, svolse il ruolo di cardine
tra le esperienze de “La Voce” e
della sopracitata “La Ronda” e le
successive riviste “Solaria”, “Circoli” e “Letteratura”, accogliendo
gli scritti di autori come Luigi Pirandello, Alfredo Panzini, Grazia
Deledda, Ada Negri, Ardengo Soffici, Giuseppe Ungaretti, Umberto
Saba, Carlo Emilio Gadda, Alberto
Longhi, Libero de Libero, Elio
Vittorini e molti altri nomi noti.8
L’impostazione interdisciplinare, la posizione di critica costrutti-
va, l’apertura alle diverse sollecitazioni ideologiche e l’impegno nella
diffusione della cultura connotarono il periodico soprattutto nella prima stagione, cioè tra il 1925 e il 1936,
quando il regime fascista ne bloccò le
pubblicazioni, che ripresero solamente dieci anni dopo.
Sotto la direzione di Fracchia,
dal 1925 al 1929, il successo de “La
Fiera letteraria” andò crescendo ad
ogni numero domenicale; nei primi
anni la redazione aveva sede in Milano (viale Piave 20, poi via della Spiga
24, quindi piazza S. Carlo 2) per poi
essere spostata, nel 1928, a Roma. Il
trasferimento della sede, di fatto,
venne a coincidere con altre due importanti modifiche: la nuova direzione con Curzio Malaparte (1898 –
1957) e Giovanni Battista Angioletti
(1896 – 1961), dal numero del 18
marzo 1928, e, nel 1929, l’adozione
del nuovo nome “L’Italia letteraria”.
All’inizio la rivista uscì in fascicoli di 6 pagine al costo di 50 centesimi, mentre dal numero del 27
giugno 1926 le pagine furono por-
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
63
tate a 8 e il costo salì a 80 centesimi.
Ogni domenica, il settimanale proponeva articoli dedicati ad autori e
opere di letteratura, pezzi di cronaca sui fatti del mondo letterario, critiche, recensioni, saggi e racconti;
per esempio, tra il 1925 e il 1926, furono pubblicati a puntate l’inedito
pirandelliano Uno nessuno centomila,
Cinelandia di Ramòn Gomez de la
Serna (prima traduzione italiana) e
il poco conosciuto Catalogo delle idee
chic di Gustave Flaubert a cura di Alberto Cecchi.
L’attenzione della rivista era
rivolta non solo alla letteratura italiana, ma anche a quella estera, come attestano la rubrica dedicata alle riviste straniere e quella delle
edizioni tradotte. Ampio spazio era
poi destinato alle recensioni di rappresentazioni teatrali, alle novità
musicali e alle esposizioni d’arte,
senza trascurare le notizie a carattere scientifico. Tra le rubriche fisse meritano di essere menzionate
Cambusa e Otto volante, sezioni dal
forte carattere ironico e dai toni
leggeri, La borsa letteraria, in cui venivano presentati gli autori di maggiore successo e le loro opere più
famose, Foglie della Sibilla, rubrica
in cui si svolgevano duelli letterari,
La colonna infame, che presentava
esponenti del mondo letterario
contemporaneo, e la sezione dedicata alle rarità per bibliofili.9 Molto
curiose sono anche le numerose illustrazioni e le vignette, spesso dai
toni scherzosi e irriverenti, che costellano le pagine del giornale interrompendo il succedersi degli articoli e rendendo, quindi, gradevole anche alla vista l’impaginazione.
Con la nomina di Curzio Malaparte a direttore nel 1929 e l’adozione del nome “L’Italia letteraria”
la rivista mostrò, all’inizio degli anni ’30, un discreto avvicinamento al
fascismo, evidente soprattutto nell’aumento degli articoli dedicati a
fatti di natura politica, ma continuò
a conservare un certo spirito libertario, più a livello culturale che politico. Proprio per questa sua natura libera e per il carattere esterofilo
nel 1936 il periodico venne censurato dal regime; solo nel 1946, dieci
anni più tardi, la rivista riprese le
pubblicazioni con il titolo originario grazie all’iniziativa di Corrado
Alvaro (1895 – 1956), sotto la direzione di un comitato composto, tra
gli altri, da Emilio Cecchi, Gianfranco Contini e Giuseppe Ungaretti. Questa seconda stagione del-
la rivista ebbe termine nel 1968,
quando la formula giornalistica
adottata pareva ormai superata dai
nuovi mezzi di comunicazione; un
ulteriore tentativo di pubblicazione fu attuato nel 1971, ma non durò
a lungo e nel 1977 “La Fiera letteraria” cessò nuovamente di uscire.
Un’ultima serie uscì fra il 1983 e il
1984, quando la testata chiuse in
maniera definitiva.10
La rivista di Fracchia è da
considerarsi preziosa testimonianza della vivacità culturale e dell’impegno letterario dell’Italia tra le
due guerre; sulle sue pagine trovavano spazio i nomi di autori affermati della letteratura mondiale accanto a giovani esordienti, articoli
di critica filologica e vignette satiriche, recensioni librarie e teatrali e
contributi scientifici. Nel rispetto
della tradizione letteraria del paese, non temette di rinnovarla e si
impegnò a diffondere e promuovere la lettura in un periodo storico
assai delicato; attraverso la divulgazione delle novità che la cultura in
quegli anni proponeva, si sforzò di
sostituire al monolitico e solitario
“tempio” eretto dagli autori fino ad
allora una più variegata, affollata e
piacevole “fiera” delle parole.
NOTE
1
Lettera di Umberto Fracchia, 17 novembre 1925.
2
FRANCESCA ROCCHETTI (scheda e indici a
cura di), «La Fiera letteraria», in C.I.R.C.E. Catalogo Informatico Riviste Culturali Europee: http://circe.lett.unitn.it/le_riviste/riviste/fiera%20letteraria.html (controllato il
16/04/2012).
3
Esistere nel tempo, in “La Fiera letteraria”, A. I, n. 1 (dicembre 1925), p. [1].
4
Ibidem.
Vedi anche DIEGO DIVANO, Alle origini
della «Fiera letteraria» (1925-1926). Un progetto editoriale tra cultura e politica, Firenze, Società editrice fiorentina, 2009.
6
Tra i redattori de “La Ronda” figurava
anche Vincenzo Cardarelli, il quale fu direttore de “La Fiera letteraria” per diversi anni
dal 1949.
7
IRENE BARTALENA, «La Fiera Letteraria»
negli anni 1949 e 1950. Erudizione oltre
l’“impegno”, Roma, Aracne, 2009, p. 17.
8
Per le riviste letterarie: RENATO BERTAC-
CHINI, Le riviste del Novecento. Introduzione
e guida allo studio dei periodici italiani.
Storia, ideologia e cultura, Firenze, Le Monnier, 1984 (Profili letterari, 21) e GIUSEPPE
LANGELLA, Le riviste di metà Novecento, Editrice La Scuola, Brescia, 1981 (Sintesi e documenti di letteratura italiana contemporanea, 7).
9
F. ROCCHETTI (scheda e indici a cura di),
«La Fiera letteraria», in C.I.R.C.E.
10
I. BARTALENA, «La Fiera Letteraria» negli
anni 1949 e 1950, p. 21.
5
64
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
BvS: il Fondo Impresa
Una famiglia di fotografi:
i Fratelli Alinari
Centosessantanni di storia attraverso le fotografia
GIACOMO CORVAGLIA
S
ono trascorsi 173 anni da quel
primo dagherrotipo, il procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini messo a punto dal
francese Louis Jacques Mandé Daguerre sino alle immagini digitalizzate di oggi. E i 160 anni di storia della Fatelli Alinari coincidono e ne sono parte integrante della storia della
fotografia.
La Fratelli Alinari viene fondata a Firenze da Leopoldo Alinari ed è
la più antica azienda tuttora operante nel campo della fotografia.
È il 1852 quando Leopoldo,
aiutato finanziariamente da Giuseppe Bardi, il famoso calcografo
presso il quale aveva fatto il suo apprendistato, apre un piccolo laboratorio fotografico in via Cornina. Ma
è nel 1854, con i fratelli Giuseppe e
Romualdo, che viene fondata la società che prende il nome di “Fratelli
Alinari”. Giuseppe ha il ruolo di fotografo mentre Romualdo ha compiti amministrativi.
Gli Alinari cominciano a riprodurre i monumenti e le opere
d’arte della città. Le lastre con le vedute di Firenze vengono vendute
alla borghesia parigina dai fratelli
Bisson, noti fotografi a Parigi, e riscuotono tanto successo da costringere i Fratelli Alinari a cercare loca-
Fratelli Alinari: dalla fotografia
all’immagine. 1852-2002. Copertina
A destra: W. Wultz, Io + gatto.
(Archivi Alinari)
li più ampi e più idonei in via Nazionale a causa della crescente domanda. Il 1855 per i Fratelli Alinari è
l’anno della consacrazione con la
loro prima presentazione ufficiale
all’Esposizione di Parigi. L’anno seguente vengono pubblicati, in lingua francese, due cataloghi che propongono le foto delle più importanti opere d’arte del Granducato di
Toscana e dello Stato della Chiesa.
Nel 1858 il principe Alberto
d’Inghilterra gli commissiona una
campagna fotografica dedicata ai disegni di Raffello custoditi dall’Acca-
demia di Venezia e dalla collezione
privata dell’arciduca Carlo d’Asburgo a Vienna. Nell’anno seguente
verrà pubblicata una raccolta di 310
fotografie dal titolo Disegni di Raffaello e d’altri maestri esistenti nelle gallerie di Firenze, Venezia e Vienna riprodotti in fotografia dai Fratelli Alinari e
pubblicati da L. Bardi in Firenze.
Nel 1865, a soli trentatre anni, Leopoldo muore ed i due fratelli
assumono la guida dell’ azienda divenuta ormai di fama internazionale. Giuseppe e Romualdo girano l’Italia ad immortalare le bellezze artistiche e paesaggistiche per gli appassionati di tutto il mondo.
Nel 1890, quando l’azienda
sembra essere al culmine del prestigio internazionale, i due fratelli
muoiono, a distanza di quattro mesi
l’uno dall’altro. La responsabilità
del laboratorio e dei trenta dipendenti che ormai vi lavorano, passa a
Vittorio, figlio non ancora ventenne del fondatore Leopoldo.
A partire dal 1893 viene avviata
una propria attività editoriale con
pubblicazioni dedicate alla storiografia artistica e di costume curata
dai più importanti critici d’arte del
tempo. Ne è un esempio il volume,
custodito nella nostra biblioteca,
pubblicato nel 1902 dai Fratelli Ali-
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
nari Editori Arte e artisti Toscani dal
1850 ad oggi a cura di Anna Franchi.
Vittorio Alinari è forse meno
tecnico dei suoi predecessori, ma è
un giovane dai molteplici interessi
artistici e letterari ed è pienamente
inserito nel clima culturale del suo
tempo. È amico dei più brillanti intellettuali e frequenta i Macchiaioli
molti dei quali partecipano ai concorsi da lui stesso indetti. Nel 1900
chiama a raccolta gli artisti migliori
per rappresentare una Madonna
con bambino ed una madre con figlio e l’anno successivo propone di
illustrare la Divina Commedia. Alle
due iniziative partecipano pittori
come Fattori, Zanardel, Spadini,
Zardo e Muccioli.
Nel 1909 l’Azienda inizia a
pubblicare il Decamerone, con illustrazioni di Tito Lessi, che verrà
65
conclusa nel 1915. Negli stessi anni
Vittorio comincia un’impresa nuova
e appassionante: fotografare tutti i
paesaggi italiani citati da Dante nella
Commedia. Il paesaggio italico nella
Divina Commedia vedrà la luce nel
1921 con prefazione di Giuseppe
Vandelli. È il testamento artistico di
Vittorio Alinari, infatti, così scrive
nella prefazione il Vandelli: “L’opera
che Vittorio Alinari mette ora alla lu-
66
ce non si può dire di un genere veramente nuovo. Non è questa la prima
volta che opere egregie, e da uomini
egregi, così in Italia come fuori de’
suoi confini, sono consacrate allo
studio e alla rappresentazione anche
grafica de’ luoghi ricordati nella Divina Commedia, e in particolare di
quelli d’Italia; […] Ma è questa la prima volta, crediamo, che a ciò dedica
una vivida intelligenza, un fervido
amore e lunghe tenaci fatiche un uomo che, senza presumere di essere o
venir considerato quale dantista di
professione, può in coscienza vantarsi di conoscere e comprendere assai bene tutto il Poema per aver sempre dato allo studio di questo, sin
dalla prima giovinezza, qualche parte del tempo libero dalle cure di una
pratica attività, molteplice e infaticata; e che a siffatta cognizione congiungendo quella, teorica e pratica,
di tutti i mezzi e i processi moderni
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
delle arti grafiche e un fine senso artistico, si è proposto di visitare e osservare coi proprii occhi i luoghi d’Italia che Dante ricorda e ritrarli da
sè col mezzo della fotografia in quelle parti e da quei punti di vista che al
suo buon criterio e al suo gusto son
parsi i migliori o a farli ritrarre da artisti degni con la matita o col pennello; il tutto poi riprodurre con
ogni diligenza, valendosi degli accennati mezzi e procedimenti che
sono da porre fra le più belle e meravigliose applicazioni partitiche di
verità scoperte dalle scienze fisiche.
Solo poche delle tavole di questo volume ridanno figurazioni precedentemente eseguite da altri: quasi dugento di esse sono del tutto nuove,
cioè procurate dall’Alinari stesso
appositamente per questo volume
che mira a illustrare il Paesaggio Italico nella Divina Commedia […]”.
L’anno precedente l’uscita del-
Lo stabilimento Alinari e la sala di posa nei primi del ’900
l’opera, Vittorio decide di lasciare il
timone della Casa fondata dal padre
ottant’anni prima. L’azienda, il patrimonio fotografico di 62.000 lastre
e il marchio vengono cedute ad un
gruppo di nobili, intellettuali e imprenditori. Nasce così la Fratelli Alinari I.D.E.A. (Istituto Edizioni Artistiche) S.p.A., la prima “società anonima” ad operare nella cultura, presieduta dal barone Luigi Ricasoli.
Tuttavia, a causa del crollo di Wall
Street, negli anni trenta molti storici
azionisti della Fratelli Alinari decidono di vendere le loro quote al banchiere Raffele Mattioli che raccoglie
la quasi totalità dei pacchetti azionari e li cede al senatore Vittorio Cini e
ad alcune società da lui controllate.
Nel 1954 si celebra il primo
centenario della fondazione della
Società e la Fratelli Alinari pubblica
il volume Fratelli Alinari. Istituto di
edizioni artistiche, Firenze. centenario
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
67
Da sinistra: Arte e artisti toscani dal 1850 ad oggi. Fratelli Alinari Editori, 1902; Giubilare per il centenario della
fondazione; Vittorio Alinari. Il paesaggio italico nella Divina Commedia.
della fondazione, 1854-1954.
Esce, nel 1976, il primo volume della più importante opera in
collotipia sull’arte italiana, la Biblioteca di Disegni. L’opera, a cura di
Ulrich Middeldorf, viene portata a
termine con il ventottesimo volume nel 1984.
Nel 1985 viene aperto, nello
storico Palazzo Ruccellai, il Museo
di Storia della Fotografia Fratelli
Alinari nel quale sono conservate
oltre 800.000 foto originali in bianco e nero oltre ad apparecchi ed altri materiali correlati alla storia
della fotografia. All’interno del
museo è ubicata la Biblioteca specializzata in Storia della Fotografia
con oltre 16.000 volumi.
Nel 2001 nasce Alinari On Line con la digitalizzazione dell’archivio fotografico della società. L’anno
successivo la Fratelli Alinari compie
150 anni di attività e per celebrare
l’evento viene dato alle stampe Fratelli Alinari: dalla Fotografia all’Im-
magine. 1852 – 2002. Il volume ripercorre, attraverso il testo di Claudio de Polo e le numerossime immagini a colori e in bianco e nero, l’intera storia dell’Azienda che, da un piccolo laboratorio di fotografia aperto nel 1852 da Leopoldo, diventa la
più impotante azienda operante
nella fotografia a livello mondiale.
Nel 2003 si inaugura a Palazzo
Strozzi la mostra che celebra i 150
anni di Alinari dal titolo: Fratelli
Alinari, Fotografi in Firenze. 150 anni che illustrano il mondo 1852/2002.
Contestualmente alla mostra viene
pubblicato il catalogo dal titolo
omonimo a cura di Arturo Carlo
Quintavalle e Monica Maffioli.
Il 27 luglio 2007 con il seguente comunicato nasce Alinari 24 Ore:
“Milano, 26 luglio 2007. Il Gruppo
Il Sole 24 ORE e la Fratelli Alinari
Istituto di Edizioni Artistiche Spa
hanno firmato una joint venture per
la valorizzazione del patrimonio storico e artistico della società fiorenti-
na, proprietaria di uno dei più importanti archivi fotografici al mondo
con oltre 4 milioni e mezzo di foto.
Nella ALINARI 24 ORE, la nuova
realtà aziendale che nasce dall’accordo, il Gruppo Il Sole 24 ORE ha il 55
per cento delle azioni e la Fratelli
Alinari il 45 per cento.
La joint venture, che si inserisce nella strategia di sviluppo del
Sole 24 ORE nella cultura e fa seguito all’acquisizione di Motta Architettura e di Arti Grafiche Motta,
pone la newco ALINARI 24 ORE
tra i pochi grandi players mondiali
nelle immagini di storia, cultura e
industria e nelle foto d’arte. La Fratelli Alinari, che conserva la proprietà degli immobili, il museo e
l’archivio a Firenze, oltre al marchio, è un brand storico dell’economia e della cultura italiana fondato
agli albori dell’industria fotografica ed ha arricchito nel corso del
tempo il suo patrimonio con altri
grandi archivi fotografici”.
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
BvS: nuove schede
Recenti acquisizioni della
Biblioteca di via Senato
Da un compendio cinquecentesco ai manifesti della fiera di Milano
Arianna Calò, Valentina Conti,
Giacomo Corvaglia, Paola Maria
Farina, Annette Popel Pozzo
e Beatrice Porchera
Amaduzzi, Isabella; Rancilio,
Luca.
Rancilio e le sue macchine - Rancilio’s machine. Villastanza di Parabiago (Milano), Rancilio macchine per
il caffè spa, 2003.
La pubblicazione, attraverso
il testo in italiano e inglese, numerosi manifesti pubblicitari, brossure e depliant, ripercorre la storia
delle macchine da caffè Rancilio.
Da La Regina, la prima macchina
per caffè da bar, sino ai più moderni
macchinari. (G.C.)
Beccaria, Cesare (1738-1794);
Verri, Pietro (1728-1797).
Sul disordine delle monete a Milano nel Settecento. Milano, Electa,
1986.
Edizione speciale, con tiratura
limitata a 1500 copie, realizzata dalla
Banca del Monte di Milano e curata
da Mariapia Bortolotti e Bernadette
Cereghini. L’opera, arricchita da illustrazioni in bianco e nero, raccoglie saggi di Cesare Beccaria (Del disordine e de’ rimedi delle monete nello
Stato di Milano nell’anno 1762) e Pietro Verri (Dialogo sul disordine delle
monete nello Stato di Milano nel 1762 e
Consulta su la riforma delle monete dello
Stato di Milano), in cui viene analizzata la difficile situazione economico-finanziaria dello stato milanese
alla vigilia della riforma portata a
compimento nel 1778 sotto la guida
dello stesso Beccaria. In fine contiene Dispaccio dell’Imperatrice Maria
Teresa sulla riforma monetaria nello
Stato di Milano, 1778. (P.M.F.)
Beltrami, Luca (1854-1933).
Memorie milanesi a Parigi. (Per
le fauste nozze Alberto Dubini - Franca
Resta Pallavicino). Milano, Tipografia Umberto Allegretti, 1912.
Edizione a tiratura limitata a
200 esemplari, stampata per le nozze
di Alberto Dubini e Franca Resta
Pallavicino (figlia del senatore Ferdinando) dell’11 maggio 1912. Contiene due studi di Luca Beltrami, il
primo dei quali porta al riconoscimento del soggetto di un quadro
conservato al Louvre e sino ad allora
definito “incognito” (si tratterebbe
di un ritratto di Bernardo de la Sala),
mentre il secondo è rivolto a un manoscritto di storia milanese con de-
scrizione in pittura delle antiche
chiese della città, conservato nella
Biblioteca del Re di Francia. (A.C.)
Brusoni, Edmondo (a cura di).
Guida alle montagne comasche ed
adiacenze del Lago Maggiore e Luganese. Melegnano, Tipografia Giacomo
Dedè, 1885.
Sulla copertina del volume è
stampato un titolo differente: Guida
alle prealpi comasche del prof. ed. Brusoni. Montagne Varesine, Lariane,
Brianzole, Lecchesi, Valsassinesi. Comprendendo inoltre il lago Maggiore, il
Cantone Ticino, l’Alto Milanese e la
Valle Talleggio. Milano, ditta Artaria
di Ferd. Sacchi e Figli, 1885.
Prima edizione di questa rara
“guidina” illustrata con carte e schizzi topografici e un profilo panoramico. Sono presenti anche una rappresentazione grafica di una sezione
dell’Italia realizzata dall’Istituto militare nazionale; un grafico indicante
le quote altimetriche delle vette
comprese nella regione descritta
nella guida; due carte raffiguranti le
prealpi comasche viste dal Duomo di
Milano; una veduta della catena di
la Biblioteca di via Senato
69
Milano
Questo “bollettino” mensile è distribuito
gratuitamente presso la sede della Biblioteca
in via Senato 14 a Milano.
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per l’invio dei 10 numeri
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la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
San Primo dal Borgovico di Como;
due schizzi topografici, uno del
gruppo Campanile-Cavregasco e
l’altro del gruppo pian di BobbioCampelli e una carta itineraria. Le illustrazioni e tabelle, come avverte
l’Autore stesso, fanno preferire questa guida alle molte altre già esistenti
riguardanti lo stesso territorio, in
quanto “nessuna di esse, può essere
usata da un viaggiatore o da un alpinista, mancando assolutamente d’itinerari, di quote altimetriche e d’indicazioni qualsiasi per certe località
alquanto sconosciute e poco note.”
L’esemplare riporta annotazioni
manoscritte. (V.C.)
Caesar, Gaius Iulius (100/102
a.C.-44 a.C.).
Il ponte sul Reno. Borgo a Mozzano, Tipografia di N. Vannini,
1898.
Edizione non censita dall’ICCU della traduzione ottocentesca
del capitolo 17 del libro IV del De
bello gallico di Giulio Cesare, eseguita da Francesco Maria Pellegrini. Il volume contiene una tavola illustrante le componenti strutturali
del ponte. (B.P.)
Campana, Andrea (a cura di;
1935-)
Catalogo della biblioteca Leopardi
in Recanati (1847-1899). (Firenze),
Leo S. Olschki, 2011.
Nuova edizione, con prefazione di Emilio Pasquini (1977-), dell’opera che fu pubblicata per la prima
volta ad Ancona nel 1899. Stampato
con il contributo della «Commissione per i testi di lingua» e del «Centro
Nazionale di Studi Leopardiani», il
catalogo presenta un’accurata correzione dei refusi della stampa ottocentesca e in un’Errata Corrige sono
messi in evidenza i punti in cui il testo a stampa diverge dal manoscritto
recanatese da cui è tratto. (P.M.F.)
Carafa, Diomede (14201487).
De regis et boni principis officio
opusculum. Napoli, Castaldi, 1668.
Edizione latina nella variante B
con 88, [8] pagine, segnalata nell’opac di SBN ICCU. Le informazioni
sulla presente edizione includono
che “Il 1º nov. 1472 avveniva a Napoli il matrimonio per procura fra
Eleonora di Aragona ed Ercole d’Este, […] Per questa principessa, che
meritò le lodi degli storici per la saggezza e l’avvedutezza con cui coadiuvò il marito nel governo del ducato, il
C. scrisse prima del 1476 il Memoriale sui doveri del principe. Pubblicato
nel 1899 da T. Persico nella sua monografia sul C., esso ci è pervenuto
mutilo del principio e della fine, alle
cc. 1-11 di un manoscritto quattrocentesco, conservato nella Biblioteca della Società di storia patria napoletana (XX. C.26). L’operetta ebbe un’immediata fortuna, tanto che
ne furono fatte due traduzioni in latino, una di Colantonio Lentulo
(De regimine principum), di cui si
conserva nella bibl. del Museo di
Stato dell’Ermitage di Leningrado
(O.R. N. 26) un esemplare, già
propr. Galitzin, scritto in oro ed argento su pergamena purpurea, opera del celebre copista Giovanni
Marco Cinico; l’altra, per incarico
della stessa duchessa, fu eseguita da
Giovanni Battista Guarino (De regis
et boni principis officio) e fu edita per
la prima volta a Napoli nel 1668”
(DBI 19, p. 527). (A.P.P.)
D’Annunzio, Gabriele (18631938).
La riscossa. Milano, Casa editrice d’Arte Bestetti & Tumminelli,
1918.
Prima edizione fuori commercio a cura del sottosegretario
per la stampa. Antiporta con xilografia liberty raffigurante San Giorgio che abbatte il drago con il motto
“Fin che non sia confitto alla vergogna” e frontespizio inciso con lo
stesso stile da Giulio Aristide Sartori. Si tratta di una raccolta di dieci
prose belliche indirizzate dall’Autore ai soldati italiani impegnati nella Prima guerra mondiale. L’opera
contiene discorsi appassionati pronunciati da D’Annunzio alle truppe
nei giorni di Caporetto. (V.C.)
D’Annunzio, Gabriele (18631938).
Pel generalissimo. [S.l.], [s.n.],
1924.
Fascicoletto in prima edizione
formato da 24 quartine in rima incrociata. Come segnalato sulla
brossura: “Questa preghiera apparsa
nel Corriere della sera il 19 dicembre 1915 viene pubblicata col cortese consenso del poeta a cura del Comitato Nazionale Onoranze a Luigi
Cadorna, in occasione della consegna della casa offerta al generalissimo dalla riconoscenza dei memori
italiani”. Sul controfrontespizio è
incisa la riproduzione di una targa
probabilmente affissa sulla casa in
questione, su di essa fu citato un
verso dell’ode: “La sua casa egli
pensa sul suo lago quieta dove per la
porta adorna d’una ghirlanda il terzo dei Cadorna rientrerà sol di silenzi pago”. (V.C.)
Dorfles, Gillo; Fioravanti,
Giorgio; Romani, Marzio A.
Soc. Anon. Fratelli Branca Mi-
maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano
lano. “Novare serbando” 1845. Milano, Fratelli Branca Distillerie s.r.l.,
2002.
Edizione in inglese a cura di
Graziella Buccellati e Benedetta
Manetti. Di questo volume composto in caratteri Garamond sono state stampate 2000 copie. Il libro, attraverso cartoline d’epoca, manifesti pubblicitari e fotografie, illustra
la lunga storia delle famose distillerie. (G.C.)
Iustinus, Marcus Iunianus
(sec. II o III d.C.).
Iustino historico clarissimo, nelle
Historie di Trogo Pompeo. Nuovamente in lingua toscana tradotto, &
con somma diligentia & cura
stampato. Venezia, Bernardino Bindoni, 1542.
Si tratta di un’accurata edizione di un importante trattato di storia. Marco Giuniano Giustino fu
autore latino di un compendio delle
Historiae Philippicae di Pompeo Trogo. “L’epitomatore suddivise la sua
materia secondo i quarantaquattro
libri dell’originale, ma nell’omettere, nel contrarre, nel riprodurre, seguì il proprio arbitrio, se si vuole, il
proprio criterio. L’interesse di G. è
rivolto in particolare alla parte
aneddotica e alle curiosità. Di fronte all’interesse per ciò che potesse
essere arguto o moralmente notevole, per i tratti capaci di dilettare o
di sorprendere, per le arguzie o per
la scienza, per i tempi inedita, passano in secondo ordine o scompaiono
affatto cronologia e interessi topografici e precisa determinazione pur
nella semplice successione di fatti”
(Enciclopedia italiana di scienze, lettere
ed arti 17, p. 393). Declinando nel
tempo l’interesse culturale, il riassunto soverchiò l’originale e la co-
noscenza diretta dell’intera opera di
Trogo dovette presto essere rarità.
Enciclopedia italiana di scienze,
lettere ed arti 17, p. 393. (B.P.)
Laugier, Cesare.
Lettera d’un uffiziale italiano
agli autori dell’Effemeridi militari di
Francia. Italia, [s.n.], 1819.
Rara edizione di questo libello
censito in pochissime copie in Italia.
Davide Bertolotti, Il raccoglitore, ossia Archivj di geografia, di viaggi
[...], Milano, Batelli & Fanfani, Società tipografica dei Classici italiani, V, pp. 235-238: “Lo scrittore di
questa Lettera (il capitano Cesare
Laugier) rimprovera agli Autori
delle Effemeridi militari di Francia
la negligenza con cui, nel narrare i
fasti degli eserciti che militarono
per la repubblica e l’impero francese, passano sotto ingrato silenzio
quella notabilissima parte di gloria
che si compete alle truppe italiane
[...]”. (A.C.)
Masia, Luca.
La Fiera di Milano: lavoro e società nei manifesti storici 1920-1990.
Cinisello Balsamo, Silvana, Fondazione Fiera Milano, 2011.
Edizione a cura di Tiziana
Ferrari. Il volume racconta, attraverso il testo in italiano e inglese,
manifesti pubblicitari e numerose
foto a colori e in bianco e nero, la
storia della Fiera di Milano nel settantennio che va dal 1920 al 1990.
(G.C.)
Masini, Eliseo (m. 1627).
Sacro arsenale ouero Prattica
dell’officio della Santa Inquisitione.
Nuouamente corretto, & ampliato.
Bologna, ad instanza del Baglioni,
1665.
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Ristampa bolognese dell’edizione ampliata del Sacro arsenale del
domenicano Eliseo Masini. Egli
trasse ispirazione dalla propria attività di giudice per compilare l’opera che per molto tempo rappresentò il solo manuale in volgare destinato ai giudici del S. Uffizio romano. Il lavoro, pubblicato per la prima volta a Genova nel 1621, ottenne un successo quasi immediato,
“anche perché il testo si presentava
come un vademecum d’ufficio privo
del consueto e sovrabbondante
commento alle fonti bibliche, giuridiche e teologiche che, ancora
nella prima metà del Seicento, appesantiva le pratiche e i testi di diritto inquisitoriale. […] Due anni
dopo il M. chiuse un processo per
stregoneria che lasciò insoddisfatta
la congregazione del S. Uffizio
[…], si può ipotizzare che quell’incidente (non il primo nella carriera
del M.) lo abbia spinto a compilare
una seconda e definitiva versione
dell’Arsenale (Genova 1625)” (DBI
71, p. 618). Le ultime 32 pp. dell’esemplare contengono le Aggionte al
Sacro arsenale della Santa Inquisizione, talvolta mancanti.
DBI 71, pp. 616-619. (B.P.)
Mazzatinti, Giuseppe (18551906); Menghini, Mario (18651945); Natali, Giulio (1855-1906).
Bibliografia leopardiana. Firenze, Leo S. Olschki, 1931-1932 (Biblioteca di Bibliografia diretta da
Albano Sorbelli. Supplementi periodici a «La Bibliofilia», diretta da
Leo S. Olschki, n. XI-XII).
Redatta sotto l’auspicio del
Pio Sodalizio dei Piceni di Roma,
questa bibliografia leopardiana è
frutto dell’infaticabile lavoro del filologo e bibliografo Giuseppe
72
la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012
Mazzatinti, il quale ha curato, in
collaborazione con Mario Menghini, la prima parte dell’opera arrivando sino al 1898. Il lavoro è stato,
in seguito, continuato da Giulio
Natali, che ha redatto l’intera seconda parte riguardante gli anni dal
1898 al 1930.
DBI 72, pp. 542-543. (P.M.F.)
Nédelec, Claudine (a cura di).
Les bibliothèques, entre imaginaires et réalités. Actes des colloques
Bibliothèques en fiction (8-9 juin
2006) et Bibliothèques et collections (25-26 janvier 2007), Université d’Artois, «Textes & Cultures».
Arras Cedex, Artois Press Université, 2009 (Études littéraires et linguistiques).
L’opera contiene gli atti di due
convegni tenutisi presso l’Università di Artois nel giugno 2006 e nel
gennaio 2007. Nelle quattro sezioni
in cui il testo è suddiviso la biblioteca, o collezione, ideale o reale, viene
osservata secondo differenti punti
di vista, quello dell’utente-lettore e
quello del produttore (bibliotecario
e/o editore), quindi viene inserita
nel campo delle lettere e definita sia
come luogo del sapere sia come luogo di potere. Infine, vengono presentate le biblioteche di alcuni scrittori per analizzare il rapporto tra un
autore e i libri scritti da altri. In copertina è presente la riproduzione
di una stampa del 1664 di Jean Lepautre (1618-1682) dal titolo Un bibliophile en costume de fou. (P.M.F.)
Porzio, Simone (1497-1554).
De conflagratione agri Puteolani,
Simonis Portii Neapolitani epistola. Firenze, Lorenzo Torrentino, 1551.
Prima edizione uscita dai torchi del tipografo fiorentino della ra-
ra opera in sole otto pagine del medico e filosofo napoletano che contiene il riassunto sul terremoto di
Pozzuoli. L’Autore, insieme a Francesco Del Nero, fu testimone dell’eruzione del Monte Nuovo. (A.P.P.)
Vico, Giovanni Battista
(1668-1744).
Panegyricus Philippo V. Hispaniarum, Indiarumque, & utriusque
Siciliae potentissimo regi a Jo: Baptista a’ Vico, regio eloquentiae professore
inscriptus, dictatus. Napoli, Felice
Mosca, 1702.
Prima e unica edizione di
estrema rarità con attualmente nessuna copia censita in Italia e soltanto
una copia censita in Massachusetts
(cfr. OPAC Worldcat). “E nel Catalogo delle opere, che segue alla Autobiografia stampata a Venezia nel
1728, il Vico aggiunge che il Panegyricus Pilippo V Hispaniarum regi dictus
fu ‘stampato in Napoli l’anno 1702,
che, come si può vedere dal contesto,
l’autore lavorò in un giorno, per comando del duca di Ascalona viceré di
Napoli’ (V, p. 89). Infine, nel Catalogo che accompagna una supplica
dell’anno 1734, aggiunge ancora che
il Panegyricus fu ‘stampato in Napoli
dal Mosca’, e che ‘ne presentò una
copia scritta a mano ad esso serenissimo principe quando venne in Napoli, e gli stampati distribuì per la
corte; e gli altri neppur si trovano’ (V,
p. 92). Un’orazione dunque o, meglio, un’allocuzione che il Vico ebbe
‘l’ordine di scrivere, stampare e presentare appena otto giorni prima
della partenza del re da Napoli, cioè
il 25 maggio 1702’ (VII, Nota Bibliografica, p. 311), e che egli scrisse
d’un fiato e tumultuosamente e compose ‘in un giorno’ e ‘sulle stampe’,
cioè, come suppone il Nicolini, ‘pas-
sando le cartelle al suo amico tipografo Felice Mosca via via che le riempiva’” (Giambattista Vico, Minora: scritti latini storici e d’occasione, a
cura di Gian Galeazzo Visconti, Napoli, Guida, 2000, p. 122). Pubblicata per incarico dell’Università di Napoli, l’allocuzione ha uno scopo decisamente laudativo, in onore di un
sovrano che la storia ricorda come
un uomo di pochi difetti ma anche di
poche virtù (cfr. Rosalinda D’Angelo, Per l’edizione critica dell’allocuzione
sulla venuta di Filippo V a Napoli,
1702, Napoli, 1982). (A.P.P.)
Wyatt, M. Digby (18201877).
The art of illuminating as practised in Europe from the earliest times.
Illustrated by borders, initial letters,
and alphabets, selected & chromolitographed by W.R. Tymms with an essay
and instructions by M.D. Wyatt. Londra, Day and Son, [1860].
Prima edizione di questa interessante opera, importante esempio di stampa cromolitografica e testimonianza dell’interesse del XIX
secolo verso l’arte e la decorazione
gotica. M. Digby Wyatt (18201877), architetto organizzatore
dell’Esposizione di Londra del
1851, vi traccia un excursus della
storia dell’adornamento applicato
al libro e propone un modello per i
futuri artigiani decoratori. L’edizione è arricchita da 95 tavole cromolitografate contenenti riproduzioni di ornamenti e miniature medievali realizzate da William
Tymms, apprezzato poi per il lavoro con John Obadiah Westwood sui
Facsimiles of the Miniatures & Ornaments of Anglo-Saxon & Irish Manuscripts (1868).
McLean 85. (A.C.)
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