la Biblioteca di via Senato mensile, anno iv Milano n.5 – maggio 2012 UTOPIA L’utopia pastorale di Sannazaro di gianluca montinaro ANTICO L’arte della guerra o Mes Rêveries di annette popel pozzo AVVENTURA Alla ricerca di Tusitala di laura mariani conti e matteo noja PRIME EDIZIONI Paolo Buzzi, l’uomo a due teste di valentina conti EMEROTECA Le idee si incontrano sulla “Fiera” di paola maria farina la Biblioteca di via Senato - Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO IV – N.5/31 – MILANO, MAGGIO 2012 Sommario 4 L’Utopia: prìncipi e princìpi L’UTOPIA PASTORALE: L’ARCADIA DI SANNAZARO di Gianluca Montinaro 10 BvS: Avventura LA MAPPA DEL TESORO: IN CERCA DI TUSITALA di Laura Mariani Conti e Matteo Noja 22 BvS: il Fondo Antico L’ARTE DELLA GUERRA O MES RÊVERIES di Annette Popel Pozzo 29 IN SEDICESIMO - Le rubriche CATALOGHI – SPIGOLATURE – L’INTERVISTA D’AUTORE – RECENSIONI – ASTE – MOSTRE 46 BvS: il libro ritrovato LE GLORIE DI NAPOLEONE NEI FASTI DI ANDREA APPIANI di Arianna Calò 51 BvS: il Fondo Sicilia LA “BIBLIOTECA POPOLARE” DI GIUSEPPE PITRÈ di Beatrice Porchera 55 BvS: prime edizioni PAOLO BUZZI, “L’UOMO A DUE TESTE”: AMMINISTRATORE E POETA di Valentina Conti 60 BvS: il Fondo Emeroteca LA CULTURA IN ITALIA SULLE PAGINE DI UNA RIVISTA di Paola Maria Farina 64 BvS: il Fondo Impresa UNA FAMIGLIA DI FOTOGRAFI: I FRATELLI ALINARI di Giacomo Corvaglia 68 BvS: nuove schede RECENTI ACQUISIZIONI DELLA BIBLIOTECA DI VIA SENATO Consiglio di amministrazione della Fondazione Biblioteca di via Senato Marcello Dell’Utri (presidente) Giuliano Adreani, Carlo Carena, Fedele Confalonieri, Maurizio Costa, Ennio Doris, Fabio Pierotti Cei, Fulvio Pravadelli, Miranda Ratti, Carlo Tognoli Segretario Generale Angelo De Tomasi Collegio dei Revisori dei conti Achille Frattini (presidente) Gianfranco Polerani, Francesco Antonio Giampaolo Fondazione Biblioteca di via Senato Elena Bellini segreteria mostre Arianna Calò sala Campanella Valentina Conti studio bibliografico Sonia Corain segreteria teatro Giacomo Corvaglia sala consultazione Margherita Dell’Utri sala consultazione Paola Maria Farina studio bibliografico Claudio Ferri direttore Luciano Ghirelli servizi generali Laura Mariani Conti archivio Malaparte Matteo Noja responsabile dell’archivio e del fondo moderno Donatella Oggioni responsabile teatro e ufficio stampa Annette Popel Pozzo responsabile del fondo antico Beatrice Porchera sala consultazione Gaudio Saracino servizi generali Stampato in Italia © 2012 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Direttore responsabile Matteo Noja Progetto grafico e impaginazione Elena Buffa Coordinamento pubblicità Margherita Savarese Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Direzione e redazione Via Senato, 14 – 20121 Milano Tel. 02 76215318 Fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Bollettino mensile della Biblioteca di via Senato Milano distribuito gratuitamente Referenze fotografiche Saporetti Immagini d’Arte Snc, Milano L’editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Immagine in copertina: Robert Louis Stevenson nel giugno 1885 e la mappa dell’Isola del Tesoro Organizzazione Mostra del Libro Antico e del Salone del Libro Usato Ines Lattuada Margherita Savarese Ufficio Stampa Ex Libris Comunicazione Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Maggiolata Maggio risveglia i nidi, Maggio risveglia i cuori; Porta le ortiche e i fiori, I serpi e l’usignol. Tra colli prati e monti Di fior tutto è una trama: Canta germoglia ed ama L’acqua la terra il ciel. Schiamazzano i fanciulli In terra, e in ciel li augelli: Le donne han ne i capelli Rose, ne gli occhi il sol. E a me germoglia in cuore Di spine un bel boschetto; Tre vipere ho nel petto E un gufo entro il cervel. G. Carducci, Rime nuove, 1894 maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 L’Utopia: prìncipi e princìpi L’UTOPIA PASTORALE: L’ARCADIA DI SANNAZARO La fine dell’Umanesimo fra poesia, storia e morte GIANLUCA MONTINARO R egione del Peloponneso, nella Grecia continentale, l’Arcadia è più un’utopia mentale che un luogo geografico. Antico possedimento di Pan, secondo i racconti della mitologia, questa terra è percorsa da lussureggianti boschi, attraversati da limpidi e placidi torrenti, e da prati verdi e ubertosi. Luogo eletto dai pastori per il pascolo degli armenti, l’Arcadia ha avuto grande fortuna letteraria. Sullo sfondo di questa “quinta teatrale”, Teocrito ha ambientato gli Idilli. Virgilio poi le Bucoliche, storie pastorali di vita semplice e incorrotta, fra amori, suoni di flauto e poesie. Le dieci egloghe (in una delle quali si annuncia la nascita di un puer divino, presto identificato in Gesù Cristo) ebbero grande influenza sulla produzione dei secoli successivi, tanto da diventare uno dei topoi più ripresi e citati, a volte palesemente, a volte cripticamente, di tutta la storia della letteratura europea. Il nome dell’Arcadia divenne presto sinonimo di luogo idillico, di paradiso preservato alla corruzione operata dalla civilizzazione (che allontana l’uomo dal rapporto semplice e diretto con la natura). A differenze di altre utopie che vedono nel progresso della civiltà la A sinistra: frontespizio inciso dell’Arcadia nell’edizione di Giovanni Tommaso Masi, 1781. Sopra: ritratto di Iacopo Sannazzaro, disegnato e inciso da P. Caronni, e contenuto nella Bibliografia od elenco ragionato delle opere contenute nella collezione de’ Classici Italiani (Milano, 1814) via per raggiungere la perfezione, in Arcadia la dimensione utopica (assimilabile a una Età dell’oro) si realizza nella purezza della vita primordiale. Nel 1504, un umanista napoletano, Jacopo Sannazaro (14581530), pubblica un prosimetro significativamente intitolato Arcadia. Di certo non immaginava il successo che la sua opera avrebbe riscosso, divenendo uno dei libri più stampati nei tre secoli successivi, testo di riferimento assoluto, assieme al Cortegiano di Baldassarre Castiglione, della nobiltà cortigiana europea. La vicenda, tanto semplice quanto di oscura interpretazione, si sviluppa su sei giorni. Sullo sfondo si susseguono albe, tramonti e notti. In primo piano la storia, focalizzata sulla figura di Sincero (ipostasi dell’autore stesso) il quale, dopo aver abbandonato Napoli a causa di una delusione d’amore, si rifugia nella tranquillità dell’Arcadia. Qui prende parte alla normale vita dei pastori, fra giochi, amori, cacce e scherzi (ma anche, significativamente, furti e invidie) fintanto che, in seguito a un sogno, rientra a Napoli (attraverso un passaggio sotterraneo) ove viene a sapere del decesso dell’amata. Le vicende editoriali dell’Arcadia sono piuttosto complesse perché l’opera non ricevette mai dal suo autore, nel frattempo impegnato in altre imprese letterarie, una revisione definitiva. Furono i primi stampatori (con edizioni non autorizzate) ad affidare le curatele. Tralasciando l’impressione pirata del 1503 (Libro pastorale nominato Arcadio, stampato a Venezia da Bernardino da Ver- 6 celli), la Biblioteca di via Senato conserva, a testimonianza dell’importanza dell’opera, diverse edizioni dell’Arcadia. Fra esse la rarissima princeps (curata da Pietro Summonte, 1463-1526, umanista amico di Sannazaro) conosciuta in Italia solo attraverso dodici esemplari: Arcadia del Sannazaro tutta fornita et tratta emendatissima dal suo originale (In Napoli : per maestro Sigismundo Mayr : con somma & assidua diligenza di Petro Summontio, 1504 del mese di marzo). Altrettanto rara è l’edizione di poco successiva: Arcadia del Sannazaro tutta fornita et tratta emendatissima dal suo originale et nuovamente in Napoli restampita, che non riporta né l’editore (probabilmente sempre Mayr) né la data (in ogni caso di poco successiva al 1504). I due volumi, in 4to, differiscono anche nel numero delle carte: 98 il primo, 104 il secondo. la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 Altre edizioni di pregio sono le numerose ristampe settecentesche, realizzate in un momento in cui grazie all’Accademia dell’Arcadia di Roma - l’opera del letterato napoletano visse una seconda giovinezza. Quasi tutte le edizioni di questo periodo ripropongono la versione curata dal poligrafo cinquecentesco Francesco Sansovino annotata da Tommaso Porcacchi. Importanti sono Le opere volgari di M. Sanazzaro cavaliere napoletano; cioè l’Arcadia, alla sua vera lezione restituita, colle annotazioni del Porcacchi, del Sansovino, e del Massarengo; Le rime, arricchite di molti componimenti, tratti da codici mss. ed impressi; e Le lettere, novellamente aggiunte dal dottor Gio. Antonio Volpi, e da Gaetano di lui fratello (In Padova. 1723. A’ 25. di settembre. Presso Giuseppe Comino), L’Arcadia di M. Giacomo Sannazaro. Colle an- maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 7 A sinistra: Proemio dell’Arcadia, contenuto nell’edizione di Comino del 1723. A destra: l’Arcadia in un’edizione veneziana del 1772 contenente anche annotazioni di Tommaso Porcacchi tiche Annotazioni di Tommaso Porcacchi, Insieme colle Rime dell’Autore, ed una farsa del medesimo non istampata altre volte. In questa edizione, accresciuta della Vita dell’istesso. Scritta già da Giambatista Crispo (In Venezia, presso Nicolao Pardini, 1772) e L’Arcadia di messer Jacopo Sanazzaro (Londra 1781. Si vende in Livorno presso Gio. Tom. Masi e comp.). Amore e politica si intrecciano nelle tante letture che sono state date di questo volume. L’Arcadia è, in effetti, un’opera libresca, densa di citazioni e di rimandi, antichi e moderni. Le sue pagine provocano lo spaesamento del lettore, immerso in una selva intellettualistica e ambigua. Nello spirito molto simile alla misteriosa Hypnerotomachia Poliphili, l’Arcadia è il frutto della medesima temperie culturale, della medesima «assurda esplosione patologica della cultura umanista».1 Ma, a differenza del Polifilo, che godette di minor fortuna letteraria, la lunga durata della fortuna del volume di Sannazaro si deve all’utopica idealizzazione di un mondo semplice, lontano dal formalismo delle corti, dagli inganni degli uomini e dalle insidie della vita politica e sociale. Sulla scia della riscoperta dei classici, del rinnovato amore per la campagna e la natura, Sannazaro introduce la tipica figura dell’amante petrarchesco in un contesto pastorale, inserendo canti e poesie in una struttura in prosa. Il successo e «la fortuna dell’opera sono straordinarie e solo si possono spiegare col fatto che, come nel caso del Cortegiano, anche l’Arcadia è un libro che fa sognare e che propone a uomini sempre più privi di un centro e di radici, sempre più pedine della storia, un mitico modello di completezza e di armonia fra il presente e il passato, non più praticabile neppure a livello di illusione, ma tuttavia piacevole da immaginare».2 Sogliono il più delle volte gli alti e speziosi alberi negli orridi monti dalla natura prodotti, più che le coltivate piante da dotte mani espurgate negli adorni giardini, a riguardanti aggradire. E molto più per i solitari boschi i selvatichi uccelli sopra i verdi rami cantando a chi gli ascolta piacere, che per le piene cittadi dentro le vezzose ed ornate gabbie non piacciono gli ammaestrati. Per la qual cosa ancora (sì come io stimo) avviene che le silvestri canzoni vergate nelle ruvide corteccie de’ faggi dilettino non meno a chi legge che li colti versi scritti nelle rare carte degli adorni libri. E le incerate canne de’ pastori porgono per le fiorite valli forse più piacevole suono che i tersi e pregiati bossi de’ musici per le pompose camere non fanno. […] Dunque in ciò fidandomi, potrò ben io fra queste deserte piagge agli ascoltanti alberi, ed a quei pochi pastori che vi saranno, raccontare le rozze egloghe da naturale vena uscite, così d’ornamento ignude esprimendole come sotto le dilettevoli ombre al mormorio de’ liquidissimi fonti da’ pastori di Arcadia le udii cantare.3 Almeno una cinquantina di ristampe vedono la lu- 8 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 A sinistra: frontespizio dell’Arcadia in princeps, stampata da Sigismondo Mayr a Napoli nel 1504; a destra: frontespizio de Le opere volgari di M. Sanazzaro cavaliere napoletano (Padova, Giuseppe Comino, 1723) dissima erbetta sì ripieno […]. Ove son forse dodici o quindici alberi di tanto strana ed eccessiva bellezza che chiunque li vedesse giudicherebbe che la maestra natura vi si fosse con sommo diletto studiata in formarli. Li quali, alquanto distanti, ed in ordine non artificioso disposto, con la loro rarità la naturale bellezza del luogo oltra misura annobiliscono.4 ce nei cento anni successivi, scatenando un’autentica moda che, dal punto di vista architettonico, puntuale riscontro trova nelle numerose edificazioni di ville e residenze suburbane. Rispetto alla sublimazione platonizzante fiorentina, la natura di Sannazaro, come fosse un’immagine uscita dal pennello di Giorgione o del primo Tiziano, acquista immediatezza e vivacità, mostrando, nella sua perenne mutazione, il percorso verso il ritorno all’origine. L’Arcadia è anche la narrazione di un viaggio, che si conclude in un nostos: viaggio sia fisico (la descrizione di luoghi e costumi lontani, attraverso la testimonianza di chi sostiene di averli visti in prima persona) che mentale (le vicende legate alla maturazione del protagonista che torna a Napoli profondamente cambiato dall’esperienza arcadica). E di una maturazione, quella di Sincero che, giunto a Napoli, non può che constatare la morte della persona amata, vicenda allegorica che rimanda alla fine della dinastia aragonese e al passaggio del reame napoletano alla corona spagnola. La vista di Napoli si consuma nel dolore: Miserando spettacolo si offerse agli occhi miei. […] Lettore, io ti giuro […] che io mi trovai in tal punto sì desideroso di morire che di qualsivoglia maniera di morte mi sarei contentato. Et essendo a me medesmo venuto in odio, maladissi l’ora che da Arcadia partito mi era, e qualche volta entrai in speranza che quello che io vedeva e udiva fusse per sogno, maximamente non sapendo fra me stesso stimare quanto stato fusso lo spazio ch’io sotterra dimorato era.5 Giace nella sommità del Partenio, non umile monte della pastorale Arcadia, un dilettevole piano, di ampiezza non molto spaziosa […] ma di minuta e verBibliografia: Iacopo Sannazzaro, Arcadia del Sannazaro tutta fornita et tratta emendatissima dal suo originale et novamente in Napoli restampita, Napoli, s.e. [i.e. Mayr, Sigismondo], s.d., 4to; cc. 104. Iacopo Sannazzaro, Le opere volgari di M. Sanazzaro cavaliere napoletano; cioè l’Arcadia, alla sua vera lezione restituita, colle annotazioni del Porcacchi, del Sansovino, e del Massarengo; Le rime, arricchite di molti componimenti, tratti da codici mss. ed impressi; e Le lettere, novellamente aggiunte dal dottor Gio. Antonio Volpi, e da Gaetano di lui fratello, Padova, Giuseppe Comino, 1723. 4to; pp. 25; [16], LXIV, 461, [3]. Iacopo Sannazzaro, L’Arcadia di M. Giacomo Sannazaro. Colle antiche Annotazioni di Tommaso Porcacchi, Insieme colle Rime dell’Autore, ed una farsa del medesimo non istampata altre volte. In questa edizione, accresciuta della Vita dell’istesso. Scritta già da Giambatista Crispo. In Venezia 1772. Con licenza de’ Superiori. 12mo; pp .XXXVI, 244, 134, [4]. Iacopo Sannazzaro, L’Arcadia di messer Jacopo Sanazzaro. Londra 1781. Si vende in Livorno presso Gio. Tom. Masi e comp. 12mo; pp. XVI, 360, [2] cc. di tavola. maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 9 Storia e poesia si intrecciano nel racconto delle vicende umane. L’estinzione della dinastia aragonese coincide con il finis Italiae, ovvero con la discesa nella Penisola degli eserciti asburgici e francesi. La civiltà dell’Umanesimo italiano, di cui Sannazaro era stato uno degli esponenti di punta, giunge a naturale conclusione, cadendo nel vuoto drammatico della perdita di ogni autonomia politica. Nel triste commiato, indirizzato «a la sampogna» (zampogna), l’autore dichiara che imporrà al proprio strumento musicale, secondo il volere del fato, «lungo silenzio forse eterna quiete». Alla zampogna, strumento boschereccio, non si addicono gli alti palagi de’ prencipi, né le superbe piazze de le populose cittadi, per avere i sonanti plausi, gli adombrati favori, o le ventose glorie: vanissime lusinghe, falsi allettamenti, stolte e aperte adulazioni de l’infido volgo. Il tuo umile suono mal si sentirebbe tra quello delle spaventevoli buccine o de le reali trombe. Assai ti fia qui tra questi monti essere da qualunque bocca di pastori gonfiata, insegnando le rispondenti selve di risonare il nome de la tua donna e di piagnere amaramente con teco il duro e inopinato caso de la sua immatura morte, cagione efficacissima de le mie eterne lacrime e de la dolorosa e inconsapevole vita ch’io sostengo; se pur si può dir che viva chi nel profondo delle miserie è sepelito. Dunque, sventurata, piagni; piagni che ne hai ben ragione. La poesia nulla può di fronte alla morte della persona amata (ulteriore topos che l’Arcadia condivide col Polifilo). Non può richiamarla in vita: solo piangerne l’assenza eterna. La poesia nulla può neppure di fronte al fato. Di fronte al dilagare della guerra e della violenza, dell’avidità e della corruzione della natura umana, gli umanisti si arrendono, abbandonando per sempre la ricerca di una rigenerazione dell’uomo attraverso la cultura e lo studio. Nulla possono più fare per salvare quel mondo (idealizzato e cristallizzato da Castiglione nel Cortegiano) nel quale avevano sperato e per il quale avevano lavorato. Agli uomini di buona volontà non rimane che ritirarsi, serbando nel proprio cuore il seme della cortesia e della civiltà, diventando esempi viventi di stile e sobrietà. Onde per cosa vera e indubitata tener ti puoi che chi più di nascoso e più lontano dalla moltitudine vive, miglior vive; e colui tra’ mortali si può con più verità chia- mar beato che, senza invidia de le altrui grandezze, con modesto animo de la sua fortuna si contenta. Sannazaro, utilizzando la prima persona plurale, quasi scrivesse a nome di un’intera generazione, fa scivolare sul proprio mondo una pietra tombale. Muore la poesia, muore la storia, muore l’utopia. Rimane solo il sogno sfumato di un’Arcadia lontana, nel tempo e nello spazio. Le nostre Muse sono estinte, secchi sono i nostri lauri, ruinato è il nostro Parnaso, le selve son tutte mutole, le valli e i monti per doglia son divenuti sordi. Non si trovano più ninfe o satiri per li boschi, i pastori han perduto il cantare. […] Ogni cosa si perde, ogni speranza è mancata, ogni consolazione è morta. Non ti rimane altro omai, sampogna mia, se non dolerti, e notte e giorno con obstinata perseveranza attristarti.6 NOTE 1 G. Ferroni, Storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2000, I, p. 385. 2 J. SANNAZARO, Arcadia, a c. di F. Erspamer, Milano, Mursia, 2000, p. 25 (dall’intr. di F. Erspamer). 3 Ibidem, pp. 53-54. 4 Ib., p. 56. 5 Ib., pp. 221-222. 6 Ib., pp. 238-241. 10 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 11 BvS: Avventura LA MAPPA DEL TESORO: IN CERCA DI TUSITALA Breve vita di R. L. Stevenson attraverso i libri della BvS LAURA MARIANI CONTI E MATTEO NOJA R obert Louis Stevenson considerava condizioni Anche se il titolo non è quello scelto da Stevenimprescindibili per vivere bene «la solitudine e son, è sicuramente l’isola con la sua presenza fisica a la presenza vivificante dell’acqua»1. Per questo ispirarlo e a condurlo nella narrazione, presenza sublil’isola è sempre stato per lui un luogo privilegiato. mata nella mappa che la rappresenta e suggerisce. AlcuL’isola, cirdondata dal mare, è per lui l’esatta ni anni dopo, in un breve saggio dal titolo My First Book: espressione geografica, adatta a contenere l’uomo e la The Treasure Island3, egli scriverà: «La mappa era il fulsua avventura. cro della trama. Arriverei a dire che [la mappa] era la Da piccolo, seguendo il padre, ingegnere civile trama stessa». specializzato nella costruzione di fari, rimase colpito La mappa è quindi l’origine del racconto, quella dall’isolotto di Earraid, nelle Ebridi Interne, che gli sumappa disegnata e poi arricchita da Samuel Lloyd sciterà poi ricorrenti fantasie: ricordato in Memories Osbourne, figlio della donna che Stevenson sposa nel and Portraits, vi ambienterà il racconto The Merry Men 1880, e a cui lo scrittore scozzese dedica il romanzo4: e, soprattutto, lo userà come sfondo nell’anno in cui viene pubblicato, il per le vicende di David Balfour in ragazzo ha 15 anni. Kidnapped. Come ogni mappa è la rappreSi è da poco aggiunto ai nostri In un’altra piccola isola, Upolu sentazione semplificata, a due diFondi un cospicuo numero di libri in Polinesia, egli terminerà il suo camensioni, di un luogo, in questo caso scritti da R. L. Stevenson. pitolo terrestre. Upolu, incantata e l’isola, che di dimensioni ne ha almeSi tratta di una scelta significativa sperduta ai confini del globo, vedrà no tre. Così ogni bibliografia, a due dei maggiori romanzi e libri infatti la fine della storia di “Tusitadimensioni come la mappa, è la rapdi racconti scritti da Tusitala, la”, “l’uomo che raccontava storie”, presentazione semplificata di un au“l’uomo che raccontava storie” in lingua Samoa. Lì verrà sepolto, setore, che di dimensioni ne ha più di nella lingua delle Samoa. condo i suoi desideri, sul monte Vaea. tre: il suo percorso – nella vita, nelNoto soprattutto per l’Isola del Tesoro e Lo strano caso del dottor Non è quindi un caso che il l’arte, nella storia – può essere ricoJekyll e Mr. Hyde, lo scrittore suo romanzo di maggior successo, nosciuto attraverso le brevi note che 2 ci ha lasciato una lunghisima serie si intitoli L’Isola del Tesoro . contraddistinguono le sue opere. di scritti in prosa e in poesia. Partendo dalla somiglianza tra Partendo da questi testi mappe e bibliografie, tentiamo qui abbiamo provato a tracciarne A sinistra: Robert Louis Stevenson di raccontare la vita dello scrittore un breve profilo biografico. descrivendo la consistenza di un nel giugno 1885 e la mappa dell’Isola piccolo tesoro, tra i tanti altri, prodel Tesoro 12 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 A sinistra: Stevenson a 16 anni in piedi accanto al padre; a destra: lo scrittore in piedi sul bompresso dell’“Equator” (1889) tetto e custodito nella Biblioteca di via Senato. Robert Lewis Balfour Stevenson nasce a Edinburgo, in Scozia, il 13 novembre 1850. Nel corso degli anni muterà il suo nome, fino ad assumere quello noto di Robert Louis Stevenson. È figlio unico di Thomas Stevenson, ingegnere civile specializzato nella costruzione di fari, e di Magaret Balfour, figlia di un pastore presbiteriano. Dalla famiglia paterna erediterà la passione per il mare e per l’avventura, nella casa del nonno materno passerà l’infanzia. Lo alleverà la balia, Alison Cunningham, chiamata affettuosamente Cummy, cui lo scrittore dedicherà il primo libro di poesie, A Child’s Garden of Verses (1885). È lei che comincia a raccontargli delle storie per bambini, ma anche episodi tratti dalla Bibbia e dalla vita dei “Covenanters”5 che saranno i protagonisti della sua prima storia, pubblicata privatamente a spese della famiglia nel 1866, The Pentland Rising. Fin da bambino, Stevenson soffre di tubercolosi, malattia che lo perseguiterà per tutta la vita. Nell’infanzia trascorse molto tempo a letto, componendo storie ancor prima di imparare a leggere. Da adulto, per la malattia, ci saranno momenti in cui non potrà indossare la giacca per paura di provocare un’emorragia ai polmoni. Nel 1867 comincia a studiare ingegneria ma con scarsi risultati. Frequenta irregolarmente l’Università attratto da uno stile di vita affatto diverso da quello che cerca di inculcargli il padre. Legge voracemente di tutto: Shakespeare, Walter Scott, John Bunyan, ma anche Whitman, Daniel Defoe, William Hazlitt. Non sono i calcoli scientifici ad appassionarlo, ma il narrare, lo scorrere delle parole, la letteratura. Unico segno tangibile dei suoi studi d’ingegneria rimane la memoria On a New Form of Intermittent Light for Lighthouses, dove spiega i vantaggi economici di un maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 In senso orario: la famiglia Stevenson con le domestiche nel 1865 (a destra la balia Cummy, in primo piano il cane Coolin); lo scrittore a Vailima con moglie, figlio e alcuni indigeni; la tomba sul monte Vaea; sulla goletta “Equator” utilizzo combinato di specchi girevoli e lampade a olio, che legge pubblicamente alla Royal Scottish Society of Arts il 27 marzo 1871 e per la quale riceve una medaglia d’argento. Gli ci vuole tempo per riuscire a convincere il padre e la famiglia intera a lasciarlo scrivere. Unico compromesso imposto dai genitori, che egli consegua, almeno, la laurea in legge. I contrasti con il padre sono una costante di tutta la giovinezza di Stevenson: dalla carriera studentesca alla religione, lo scrittore mostrerà un’indipendenza di spirito e d’opinioni molto spiccata, poco consona all’epoca vittoriana e all’ambiente presbiteriano, in cui i giovani si mostrano per lo più rispettosi delle tradizioni e del pensiero dei genitori. Ottenuta la laurea in legge nel 1875, intraprende, con l’amico Walter Grindlay Simpson, un lungo viaggio a piedi attraverso la Scozia. Il racconto di quel viaggio costituirà la materia del libro An Inland Voyage (1888). Viaggia poi in Belgio e in Francia. Arrivato a Parigi, conosce una donna americana, Fanny Vandegrift Osbourne. Tra loro inizia una storia d’amore, benché lei sia già sposata, anche se ufficialmente divisa dal marito. Fanny ha dieci anni più di Robert e anche due figli, Isobel detta Belle e Samuel Lloyd, chiamato poi semplicemente Lloyd; un terzo figlio, Hervey, muore di tubercolosi a Parigi, nel 1876. È a Parigi per dimenticare un matrimonio a dir poco tumultuoso. Il marito, cercatore d’oro, l’ha costretta a una serie di spostamenti tra le diverse città della West Coast e i luoghi impervi dell’entroterra, infliggendole violenze e tradimenti. A un certo punto viene creduto morto, ucciso da un orso grizzly; poi, con gran sorpresa, ricompare vivo con l’intenzione di condurre una vita virtuosa. I suoi pii propositi durano poco. Torna infatti sulla strada dei vizi: gioco, donne, violenza. La povera Fanny cerca scampo viaggiando ap- 14 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 punto in Europa, dove a Parigi nel 1876 incontra il giovane scrittore scozzese. Si innamorano e lei lo sostiene, lo cura amorosamente; diventa la sua musa ispiratrice. Quattro anni dopo, il 19 maggio 1880 si sposano a San Francisco, contro il parere dei genitori di lui, soprattutto dell’ingegner Thomas. Dal viaggio di nozze, compiuto nella Napa Valley in California, nasce Gli accampati di Silverado (The Silverado Squatters6), che narra del loro soggiorno in un campo abbandonato di minatori, sul monte Saint Helena, a nord di San Francisco. Li accompagna Lloyd, il figlio di Fanny, che da questo momento diventa per Stevenson un vero e proprio fratello con cui giocare e divertirsi; negli anni, il divertimento sfocerà in una proficua collaborazione letteraria. Per la tisi che lo affligge Stevenson si deve recare molto spesso in località termali o in luoghi che abbiano almeno un clima mite, in Inghilterra, in Svizzera, nella Francia del Sud, sulle colline scozzesi. Nel 1883, anno della sua consacrazione e del successo, anche economico, lo scrittore soggiorna durante i mesi invernali a Davos e poi, nei pressi di Nizza, nelle isole di Hières. Qui comincia a scrivere Prince Otto. A Romance7, fredda ma raffinata fiaba – ambientata in un minuscolo, inesistente principato dell’impero germanico –, che previene tutto un genere, portato al successo poi dal cinema e che avrà come capostipite Il prigioniero di Zenda8. Nell’anno di pubblicazione del Prince Otto, esce il racconto More New Arabian Nights: The Dynamiter9, scritto in collaborazione con la moglie Fanny – anche se qualcuno, tra i critici meno benevoli, dichiara minimi e secondari gli apporti di lui. La storia, abbastanza complicata, ambientata a Londra, ha come protagonista il principe Florizel, personaggio già incontrato nel precedente New Arabian Nights10. Quest’ultima raccolta di racconti contiene alcune tra le migliori prove di Stevenson nelle “short stories”, e cioè The Suicide Club11, e The Rajah’s Diamond12, The Pavilion on the Links (1880), A Lodging for the Night: A Story of Francis Villon (1877), The Sire de Maletroit’s Door (1878), e Providence and the Guitar (1878). Stevenson ha certamente letto le Arabian Nights – Le Mille e una Notte – nella classica traduzione di Edward Lane, ma sono quelli gli stessi anni in cui lo “scandaloso” Richard Francis Burton ritraduce e pubblica in inglese The Book of the Thousand Nights and a Night (1885-88). Alcune copertine dei libri di Stevenson presenti nella raccolta della BvS: The Black Arrow (1888); The Ebb Tide, scritto in collaborazione con Lloyd Osbourne, figlio della moglie Fanny (1894); The Master of Ballantrae (1889) maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 15 16 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 A sinistra: incisione nella prima edizione di The Silverado Squatters (1883); a destra in un ritratto di W. B. Richmond (1886) Sono gli anni in cui compaiono anche i racconti raccolti sotto il titolo Merry Men and Other Tales and Fables13: The Merry Men (1882), Will o’the Mill (1878), Markheim (1885), Thrawn Janet (1881), Olalla (1885), The Treasure of Franchard (1883). Gli Allegri compari del racconto che dà il titolo alla raccolta sono le onde del mare di Scozia, che spesso sono terribilmente cupe e minacciose, «rombando e rombando», ma che, pietosamente, depositano sulla spiaggia i resti dei naufragi; un racconto noir, tra i più belli di Stevenson, dove si intrecciano vicende di tremendi delitti e di tesori di navi affondate. Sempre di tesori si parla nel Tesoro di Franchard, mentre in Will del mulino lo scrittore mette in scena uno strano dialogo a distanza tra la Morte e un ragazzo che, crescendo e diventando uomo, rinuncia a vivere per paura di provare dolore [è presente qui l’argomento del coraggio di vivere, costante in tutta la scrittura di Stevenson]. Markheim è un racconto sul tema del “doppio”, che per certi versi prefigura Lo strano caso del 14 dottor Jekyll e Mr. Hide . Con questo ultimo romanzo ha a che vedere anche il racconto Olalla, che narra di un incubo che può ad ogni momento degenerare in follia. Mentre, infine, Janet la storta è la storia dell’inconfessata maledizione di un reverendo che vive sulle colline scozzesi. Questo racconto Stevenson lo scrive per una raccolta di storie di fantasmi che doveva comporre con la moglie: lei scrive The Shadow on the Bed mentre lui scrive la storia del reverendo Murdoch Soulis ossessionato dal pensiero della sciancata Janet. Nei giorni in cui scrivono queste storie di spettri non senza qualche brivido, – siamo nel 1881 –, trascorrendo «gran parte del tempo fra le quattro mura di una casa lugubremente nota come il “cottage della defunta signorina McGregor”» (così racconta lo stesso scrittore) a Pitlochry, nelle Highlands scozzesi, Robert comincia anche a disegnare, insieme a Lloyd, la mappa dell’Isola del tesoro. maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano Il 1887, anno di Merry Men, è comunque per Stevenson un anno travagliato. Muore il padre e lui, per le cattive condizioni di salute e in preda a una crisi depressiva, non riesce a partecipare al funerale. La morte del genitore lo addolora sinceramente. Ma la scrittura lo aiuta a superare la crisi. Tanto più che ora è libero di decidere della sua vita senza dover render conto a nessuno: in agosto salpa per gli Stati Uniti dove, dopo una breve permanenza a New York, raggiunge il lago Saranac, al confine con il Canada. Oltre a Merry Men, esce un volume di saggi, Memories and Portraits15, e una raccolta di poesie, Underwoods16 che contiene 38 componimenti in inglese e 16 in scozzese. Già nel titolo Stevenson lascia intendere come per lui la poesia sia meno importante dei lavori in prosa. Le poesie della seconda parte sono interessanti per la lingua usata, lo scozzese, e per la nota che le precede, Table of Vowel Sounds, dove si spiegano i criteri linguistici secondo cui leggerle e recitarle. Tra le poesie in inglese molte sono dedicate ad amici e conoscenti. Una è intitolata allo scrittore americano Henry James, con il quale molto spesso polemizzerà sulla natura del romanzo: se dovesse essere aderente alla realtà come, tra i tanti scrittori attratti dal verismo o dal naturalismo, propugnava l’americano ormai trapiantato a Londra, oppure irreale – appunto romanzesco – come intendeva Stevenson, che si sentiva erede di sir Walter Scott. Ambedue, poi, concordavano amichevolmente sul fatto che la vita è troppo grande e complessa per essere contenuta dall’arte. Della morte di Stevenson, James scriverà: «…è un’assoluta desolazione. Mi agghiaccia e indebolisce, avendo la precisa, timorosa sensazione dello spegnimento, visibile e materiale, di una luce indispensabile». Nel 1888 esce in volume un romanzo che Stevenson ha già pubblicato a puntate sulla rivista “Young Folks” nel giugno 1883, The Black Arrow: A Tale of Two Roses17. Storia romantica, è ambientata durante la “guerra delle due Rose” (1453-1487) per la successione al trono inglese tra i Lancaster e gli York; chiamata così da Walter Scott per gli stemmi dei casati che, rispettivamente, recavano una rosa rossa e una bianca. Nel giugno dello stesso anno si imbarca sullo yacht “Casco” per un viaggio tra le isole del Pacifico, da San Francisco fino a Tahiti, che raggiunge nel gennaio del 17 1889. «Il viaggio è di due tipi, e questo mio viaggio attraverso l’oceano li combina tra loro… Non stavo solo viaggiando fuori dal mio paese in latitudine e longitudine, stavo viaggiando fuori da me stesso». Nel 1889 esce il Master of Ballantrae. A Winter’s Tale18, uno dei suoi più riusciti romanzi. Incominciato nel 1887, sul lago Saranac, continuato poi nelle crociere sull’oceano, viene terminato a Tahiti. Incentrato sul tema del “doppio”, sull’eterna lotta tra bene e male che lo affascinava, gli fu ispirato dalla lettura del romanzo The Phantom Ship di Robert Marryat. Viene pubblicato anche The Wrong Box19, scritto a quattro mani con Lloyd Osbourne. È il primo dei lavori scritti con il figlio di Fanny a uscire, cui faranno seguito nel 1892 The Wrecker20 e nel 1894 The Ebb Tide. A Trio and Quartette21. Gli scritti in collaborazione con Lloyd vengono portati a termine nella casa di Vailima, nelle Samoa. Stevenson ha lo stesso piacere di condividere le storie con lui anche ora che ha 21 anni, esattamente come quando, Copertina e dorso della prima edizione della raccolta di racconti The Merry Men (1882) 18 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 Due tavole di Norman Wilkinson tratte dall’edizione Chatto & Windus di Virginibus Puerisque & Other Papers del 1921 giovanissimo, era l’interlocutore privilegiato durante la stesura dell’Isola del Tesoro. Alla morte del patrigno, per un certo periodo di tempo Lloyd sarà vice-console americano nelle isole Samoa. Nell’anno in cui esce il Master of Ballantrae, Stevenson si reca con la moglie nelle Hawaii per avere notizie di prima mano su un personaggio molto discusso in quel periodo, il missionario belga padre Damien De Veuster che aveva soccorso i lebbrosi di Molokai e che pochi mesi prima era morto dello stesso morbo. Le testimonianze che raccoglie parlano del grande coraggio e della grande umanità di padre Damien e contraddicono le male lingue che volevano si fosse ammalato di lebbra per aver abusato sessualmente di alcune donne contagiate. Stevenson scrive così Father Damien: An Open Letter to the Reverend Dr. Hyde of Honolulu (1889) per ristabilire la verità sul personaggio. Da Tahiti si imbarca sulla goletta Equator per trasferirsi ad Apia, sull’isola di Upolu, la più grande delle Samoa. Nel gennaio 1890 firma il contratto d’acquisto per la tenuta di Vailima dove si stabilisce definitivamente. Il nome del villaggio ha una doppia traduzione plausibile: vuol dire “acqua [vai] nella mano [lima]” – molto più probabile e in accordo con una leggenda delle isole Samoa –, ma anche “cinque [lima, che vuol dire “mano” ma anche “cinque”] fiumi [vai]”. Da Upolu si reca alcune volte in Australia, visitando Auckland e la Nuova Zelanda, le isole Cooks, la Nuova Caledonia, le Nuove Ebridi e Naumea. Le memorie del suo vagabondare tra le isole del Pacifico verranno raccolte e edite postume nel 1896 con il titolo In the South Seas22. Nel raccogliere il materiale per il libro, fatto di attente osservazioni sugli usi e costumi delle varie popolazioni indigene, egli si accorge che queste non sono composte solo da cannibali selvaggi assetati di san- maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano gue, ma da uomini che hanno la loro storia e i loro diritti. Nel 1890 pubblica Ballads23, una raccolta di poemi che narrano le leggende delle isole del Pacifico, accanto a quelle delle “colline di casa”, della sua Scozia, dove ha passato la gioventù e con le quali mantiene un rapporto strettissimo nonostante la lontananza. La raccolta contiene: The Song of Rahero: A Legend of Tahiti24, The Feast of Famine: Marquesan Manners25, Ticonderoga: A Legend of the West Highlands26, Heather Ale: A Galloway Legend27, Christmas at Sea. Le prime due ballate riguardano le isole dei mari del Sud e il folclore dei loro abitanti, mentre le altre riguardano usi e costumi scozzesi. Chiude il libro la ballata Natale al mare, amara accettazione del destino di chi parte solitario, lasciando la propria terra e i propri affetti per luoghi lontani. Vivendo a stretto contatto con gli abitanti delle isole avverte ancora di più la ricchezza e la molteplicità delle loro diverse culture e nota con timore i tentativi di assoggettarle e di approfittarne da parte dei “rapaci” bianchi. Si schiera ovviamente con gli indigeni, cercando di aiutarli nello sventare ogni tentativo messo in atto dalle varie potenze presenti – l’americana, l’inglese e la tedesca –, per controllare politicamente e militarmente il vasto arcipelago e scomporlo in protettorati che ne avrebbero permesso meglio lo sfruttamento. Nella speranza di poter ripristinare il vecchio sistema politico samoano, scri- NOTE 1 R.L. Stevenson, La casa ideale, in RLS, Romanzi racconti e saggi, I Meridiani, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1982. 2 The Treasure Island, apparso a puntate sulla rivista “Young Folks” dall’ottobre 1881 al gennaio 1882, sotto lo pseudonimo di Capitano George North; rivisto e raccolto in volume nel 1883 per l’editore Cassell & Co. di Londra; 20 cm, p. VIII, 292. 3 “The Idler”, agosto 1894. 4 «A S.L.O., gentiluomo americano. Questo racconto è stato ideato in armonia con il suo gusto classico, ed è oggi dedicato a lui, in cambio delle numerose ore piacevoli e con gli auguri più cari, dal suo affezionatissimo amico l’autore» 5 Gli “uomini del patto” – Covenant – per 19 ve e pubblica A Footnote to History: Eight Years of Trouble in Samoa28 dove narra gli avvenimenti che si stanno svolgendo sotto i suoi occhi, mettendo in risalto i problemi che la “civilizzazione” comporta, sottolineando le discordie dei nativi, nate sia tra di loro, sia con i bianchi, per fare chiarezza sul presente, promuovere pacifici compromessi tra le varie fazioni, cercare una nuova giustizia per il futuro. «La vicenda che sto per narrare è ancora in corso mentre scrivo […] è un pezzo di storia contemporanea nel senso più esatto del termine»29. A quel tempo Stevenson lavora a Weir of Hermiston, romanzo uscito postumo e incompiuto nel 189630. In una lettera inviata da Upolu a S.R. Crockett, Stevenson scrive: «Non vedrò più Auld Reekie31. […] Qui starò fin che morirò e qui sarò sepolto. La parola è detta e il destino è scritto». Weir of Hermiston, quasi presagendo la fine vicina, manifesta la sua profonda nostalgia verso la Scozia. Con il tema della ribellione filiale, l’evocazione dei paesaggi, della lingua e delle tradizioni scozzesi, ne fa una delle opere migliori e più mature di Stevenson, sicuramente la migliore dichiarazione d’amore verso la sua terra. Incomincia a scriverlo nel 1892; ad esso sta lavorando anche la mattina dell’ultimo giorno, il 3 dicembre 1894. Alla sera, mentre sta parlando con la moglie e aprendo una bottiglia di vino, lo coglie un’emorragia difendere la religione, martiri presbiteriani caduti sotto la mannaia di Carlo II nella seconda metà del XVII secolo. 6 London, Chatto & Windus, 1883; 254 p., 20 cm. 7 London, Chatto & Windus, 1885; VIII, 300 p., 20 cm. 8 A. H. Hawkins, The Prisoner of Zenda, London, 1894. 9 London, Longmans Green & Co., 1885; VI, 207 p., 18 cm. 10 London, Chatto & Windus, 1882; la BvS lo ha nella ristampa del 1913; p. X, 329, 20 cm. 11 Story of the Young Man with the Cream Tarts, Story of the Physician and the Saratoga Trunk, The Adventure of the Hansom Cabs. 12 Story of the Bandbox, Story of the Young Man in Holy Orders, Story of the House with the Green Blinds, The Adventure of Prince Florizel and a Detective. 13 London, Chatto & Windus, 1887; 296 p., 20 cm. 14 London, Longmans Green & Co. 1886 . 15 London, Chatto & Windus, 1887; X, 299 p., 20 cm; contiene: Preface, by Way of Criticism; Victor Hugo’s Romances (1874); Some Aspects of Robert Burns (1879); The Gospel According to Walt Whitman (1878); Henry David Thoreau: His Character and Opinions (1880); Yoshida-Torajiro (1880); François Villon, Student, Poet, Housebreaker (1877), Charles of Orleans (1876); Samuel Pepys (1881); John Knox and his Relations to Women (1875) 16 London, Chatto & Windus, 1887; XV, 137 p., 19 cm. 20 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 cerebrale. «Che mi sta succedendo? Cos’è questa stranezza? È cambiata la mia faccia?» queste le ultime parole, mentre cade a terra; muore dopo poche ore. Gli indigeni, afflitti dalla sua morte, insistono per vegliarne il corpo durante la notte. Lloyd Osbourne scrive: «In quell’ultimo giorno della sua vita scrisse con fervore; riteneva che Hermiston, quasi finito, fosse il libro più bello che avesse scritto e il senso dello sforzo coronato da successo lo rendeva, più di ogni altro evento, felice ed esultante»32. Il manoscritto del romanzo viene portato subito in Inghilterra e, su pressione di Henry James, pubblicato a puntate sulla rivista “Cosmopolis”, dal gennaio all’aprile del 1895. Il titolo fu dato dal curatore, in questo caso l’amico Sidney Colvin: fino ad allora Stevenson si era riferito al romanzo chiamandolo The Justice-Clerk. Anche l’Isola del Tesoro aveva per lui un altro titolo: Il cuoco di bordo [The SeaCook]. Fu l’amico James Henderson, editore e direttore di “Young Folks”, su cui il romanzo comparve a pun- London, Cassell & Co., 1888; VIII, 324 p., 20 cm. 18 Pubblicato a puntate su “Scribner’s Magazine” dal novembre 1888 all’ottobre 1889, viene edito prima a New York da Charles Scribner’s Sons e poi, quasi contemporaneamente, a Londra da Cassell & Co. [quello della BvS; VIII, 332 p., 20 cm]. Stevenson, nel 1888, per tutelarne i diritti prima della normale pubblicazione, fa stampare a sue spese anche un’edizione in poche copie che comprende i primi 5 capitoli. 19 London, Longmans Green & Co.; [2] c., 283, 16 p., 19 cm. 20 London, Cassell & Co.; VI, 427 p., 20 cm; già apparso a puntate su “Scribner”. 21 London, W. Heinemann; 204 p., 18 cm; già apparso a puntate su “Today”. 17 Copertina di Jessie Marion King per Robert L. Stevenson Memories (1912) tate, a insistere per cambiarlo e a imporgli il definitivo, affascinante titolo di The Treasure Island. Le isole di Earraid e di Upolu così distanti nel tempo e nello spazio, alla fine diventano per Stevenson vicine, nella circolare narrazione del suo destino in cui «la narrazione esiste perché è la voce della vita, voce dei suoi passi dalla culla alla tomba, circolarmente»33. Sulla tomba son scritti alcuni suoi versi che terminano così: «Tu solo questo scrivi per me: quivi lui dorme ove volle, ov’è. Così si torna dai flutti foschi, così, la sera, a casa dai boschi»34. Qualcuno di voi, dimentico della ricchezza dei libri, ora dirà: – E il tesoro? «Prua verso il mare! Al diavolo il tesoro. È l’incanto del mare che mi ha dato alla testa…»35. Il titolo completo riporta: Being an account of experiences and observations in the Marquesas, Paumotus and Gilbert Islands in the course of two cruises, in the yacht “Casco” (1888) and the schooner “Equator” (1889). In BvS è presente l’edizione del 1900, London, Chatto & Windus; VII, 343 p., 20 cm. 23 London, Chatto & Windus; VI p., [2] c., [3]-137 p., [1] c., 20 cm. 24 Che comprende: I. The Slaying of Tamatea; II. The Venging of Tamatea; III. Rahero; Notes to the Song of Rahero. 25 Che comprende: I. The Priest’s Vigil; II. The Lovers; III. The Feast IV. The Raid; Notes to the Feast of Famine. 26 Che comprende: I. The Saying of the Name; II. The Seeking of the Name; III. The Place of the Name; Notes to Ticonderoga. 22 Segue: Note to Heather Ale. London, Casssell & Co., 1892; VIII, 322 p., 20 cm. 29 Op. cit., p. 1. 30 Weir of Hermiston. An Unfinished Romance, London, Chatto and Windus, 1896; 20 cm, 298 p. 31 Nomignolo affettuoso in Middle Scots per chiamare Edinburgo e che vuol dire Old Smoky, “Vecchia Ciminiera”. 32 Citato in R.L. Stevenson, Romanzi racconti e saggi, I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, 1982, p. 1985. 33 Alessandro Ceni, Introduzione in R.L.S., Racconti, Torino, Einaudi, 1999. 34 Trad. di A. Ceni, op. cit. 35 Sono le parole del conte Trelawney nel cap. VII dell’Isola del Tesoro. 27 28 maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 21 maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 BvS: il Fondo Antico L’ARTE DELLA GUERRA O MES RÊVERIES Le strategie di guerra nei manuali dell’epoca moderna ANNETTE POPEL POZZO P arliamo di Guerra e Pace, con le parole di Lev Tolstoj, o meglio diciamo che, Guerra è Pace, con le parole di George Orwell. La politica e le strategie di guerra assumono un’importante rilevanza fin dall’antichità. L’uomo di stato tedesco Hans Delbrück (1848-1929), che fu anche uno storico insigne, precisa nella sua fondamentale Geschichte der Kriegskunst (da tradurre con Storia dell’arte della guerra, considerando che una traduzione italiana dei quattro volumi usciti tra il 1900 e il 1920 purtroppo non venne mai fatta) che “la storia dell’arte della guerra è un unico filo rosso nei contesti della storia del mondo e comincia con questa — die Geschichte der Kriegskunst ist ein einzelner Faden in dem Zusammenhange der UniversalGeschichte und beginnt mit dieser.”1 Dettagli relativi all’arte militare ci furono tramandati fin dall’Iliade, che descrive la guerra di Troia con grande attenzione ai particolari. Seguirono informazioni sull’arte bellica greca, romana (documentata da Tucidide, Xenofonte e Vegezio) e medievale. Il mutamento decisivo, che defi- A sinistra: Armure du cavalier in Moritz von Sachsen, Mes rêveries (Amsterdam, Lipsia e Parigi, Arkstée et Merkus, Desaint et Saillant, Durand, 1757). Sopra: Fourageur in Moritz von Sachsen, Mes rêveries (1757) nì il passaggio all’epoca moderna, avvenne grazie agli Svizzeri e consistette nella supremazia – dopo dieci secoli – della fanteria. Benché la riflessione strategica sulla guerra sia destinata prevalentemente alla prasseologia, in quanto si occupa sostanzialmente delle modalità tecniche di impiego della forza militare, va sottolineato che “il nucleo più importante e vitale del pensiero strategico riguarda il rapporto fra la politica e la guerra. A tutt’oggi su questo punto il pensiero strategico è debitore a pochi grandi pensatori del passato, […] quelli che più hanno segnato le nostre concezioni dei rapporti fra guerra e politica.”2 Sebbene il più antico testo di strategia a noi pervenuto sia di Sun Tzu (vissuto a cavallo tra VI e V secolo a.C.), fu per primo Niccolò Machiavelli (1469-1527) il fondatore della scienza politica moderna, ad analizzare lo stretto legame tra politica e guerra. Coinvolto più volte in incarichi militari e in delicati servizi diplomatici, Machiavelli pubblicava nel 1521 a Firenze il Libro della arte della guerra presso gli eredi di Filippo Giunta. Non va dimenticato che si tratta del suo unico testo politico stampato vivente l’Autore.3 Scritta probabilmente tra il 1516 e il 1517 e rifinita nel 1520, l’opera – con la copia della nostra biblioteca in legatura coeva in pergamena – dedicata al cardinale Lorenzo Strozzi, si divide in un proemio e sette libri (capitoli) composti da una serie di 24 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 Dettaglio della tavola Entrée des Français dans Moskou, le 14 septembre 1812, contenuta nell’opera di Adolphe Thiers e Carle Vernet, Campagnes des Français sous le consulat & l’empire album de cinquante-deux batailles et cent portraits des maréchaux, généraux et personnages les plus illustres de l’époque et le portrait de Napoléon Ier (Parigi, ca. 1860) dialoghi immaginari che sarebbero avvenuti nel 1516 negli Orti Oricellari tra Cosimo Rucellai, Luigi Alamanni, Zanobi Buondelmonti, Battista della Palla e il famoso condottiere Fabrizio Colonna. Nel Proemio, Machiavelli precisa: “E benché sia cosa animosa trattare di quella materia della quale altri non ne abbia fatto professione, nondimeno io non credo sia errore occupare con le parole uno grado il quale molti, con maggiore presunzione, con le opere hanno occupato; perché gli errori che io facessi, scrivendo, possono essere sanza danno d’alcuno corretti, ma quegli i quali da loro sono fatti, operando, non possono essere, se non con la rovina degli imperii, conosciuti.” Arricchito da disegni dello stesso Machiavelli sulla forma dell’esercito e sull’alloggiamento (esempi che nella princeps sono illustrati da sette figure, ciascuna su due pagine), il testo contiene “la condanna senza appello delle armi mercenarie e la difesa appassionata delle armi proprie – e quindi di una fanteria di leva in opposizione alla cavalleria dei condottieri.”4 Non è un mistero che Machiavelli dimostri un’incondizionata ammirazione per la strategia e la tattica militare dell’antica Roma repubblicana. Il testo non si svolge però in modo diretto, ma attraverso la mediazione del dialogo, modello stimato e classico, che affronta non soltanto le problematiche belliche ma anche la stessa nozione di battaglia su un set immaginario – una scelta che nella critica ha causato qualche perplessità da parte degli storici militari. Del resto, la modernità del pensiero militare machiavelliano non è affatto da sottovalutare e consiste nella comprensione del fatto che “da una superiorità tattica deri- maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 Figura che dimostra la forma dell’alloggiamento nell’opera I sette libri dell’Arte della Guerra di Niccolò Machiavelli, Venezia, Giambattista Pasquali, 1769 nella copia appartenuta al conte Giovanni Battista Giovio (1748-1814) va una superiorità strategica e questa trova il suo sostegno e anche le sue limitazioni nel grado di coesione dello Stato. […] Sollevandosi a più alto volo ha ben mostrato come la strategia si leghi alla politica, anzi sia un aspetto di questa, e come quindi la saldezza dello Stato sia alla base di ogni condotta di guerra.”5 Quest’idea di vedere la guerra subordinata alla politica e come strumento di essa, prima di essere ripreso e portato alla perfezione nell’Ottocento dal generale e teorico militare prussiano Carl von Clausewitz (1780-1831),6 che sull’esperienza delle guerre napoleoniche (sotto l’aspetto di rinnovate strategie e manovre) pubblicava il trattato militare Della guerra (Vom Kriege, 1832), viene ripreso tra Sei e Settecento da numerosi testi militari e strategici di varia dimensione e importanza, dei quali vogliamo mettere in risalto soltanto qualche modello. Il principe modenese Raimondo Montecuccoli (1609-1680) per esempio, formato sotto l’istruzione del re svedese Gustavo Adolfo e di Albrecht von Wallenstein, ed emerso con bravura durante la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), scriveva durante l’imprigionamento a Stettino, fruendo della sua ricchissima biblioteca, il suo celebre Trattato della Guerra (1642), seguito dall’Arte militare (1653) e, dal suo scritto più famoso, Della guerra col Turco in Ungheria (in tre parti, 1665-1670, comprendente i celebri Aforismi sull’arte bellica). I testi si trovano riuniti in una bella edizione a cura di Ugo Foscolo, edita dal 1807 al 1808 in 2 volumi in folio dal milanese Luigi Mussi (noto per le sue edizioni limitate e di lusso), con la copia della nostra biblioteca proveniente dalla raccolta settecentesca del 26 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 Sistemi di fortificazione e di assedio a’ tempi di Raimondo Montecuccoli, tavola presente nelle Opere, stampate a Milano da Luigi Mussi nel 1807-1808, a cura di Ugo Foscolo conte milanese Ercole di Belgioioso. Foscolo ponendo alla base dell’incisione raffigurante l’Autore disegnata da Francesco Rosaspina l’elogio “Raymundus Montecucoli scribendo fecit aeterna quae gessit” (Raimondo Montecuccoli, con gli scritti rese eterno quanto aveva compiuto con le sue gesta), sottolinea dunque proprio l’esperienza militare combinata al talento letterario del principe. L’elogio continua anche nel commento sullo stile: “Lo stile dell’autore negli Aforismi sa del filosofo e del guerriero: ne’ Commentarii è pieno di storica ingenuità, e sente la scuola del Davanzati. Un libro tutto grandi idee vedute chiaramente, meditate e sentite sarà sempre esemplare di stile a’ pensatori.”7 A Foscolo si deve dunque la riscoperta del ruolo svolto da Montecuccoli per l’incipiente Risorgimento, quando scriveva nella Prefazione che: “Spetta agli scrittori di rivendicare i diritti letterarj della loro patria, ed io tento di sdebitare di questo ufficio pubblicando nella lor vera lezione gli Aforismi e i Commentarj del maggiore e del più dotto fra’ capitani nati in Italia dopo il risorgimento dalla barbarie”. E qualche riga dopo: “Non il catalogo del Crevenna, non la biblioteca Firmiana, non fra’ libri rari dell’Haim, non il Fontanini o il suo acerrimo annotatore Apostolo Zeno, non l’Andres nè il Niceron notarono il nome di Raimondo Montecuccoli; tanto l’opera e le edizioni rimaneano sconosciute anche agli uomini letterati. Unico, che da noi sappiasi, il Tiraboschi bibliotecario nella patria dell’autore lasciò memoria degli scritti tacendo su le edizioni.”8 Un caso più particolare ma altrettanto rinomato maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 27 Machine à monter les canons, in Moritz von Sachsen, Mes rêveries (1757) è quello del generale Maurizio di Sassonia (16961750), figlio illegittimo di Augusto II, re di Polonia ed Elettore di Sassonia. Educato fin da piccolo per la carriera militare, partecipò a numerose guerre. Le sue osservazioni e riflessioni sull’arte della guerra vennero pubblicate postume la prima volta nel 1756 in francese sotto il titolo Les rêveries ou Memoires sur l’art de la guerre, seguite da una seconda edizione ampliata sempre in francese nell’anno seguente a cura dell’abate Gabriel Pérau, cambiando il titolo in Mes rêveries.9 Sulle motivazioni dell’opera, il generale precisava nell’introduzione che “cet ouvrage n’est point enfanté par le desir d’établir un nouveau système sur l’art de la guerre: je le compose pour m’amuser & pour m’instruire.”10 Al generale importa più il piacere che l’utilità, cosa che si vede anche dall’ordine degli argomenti esposti: “Je commencerai par notre méthode de lever des troupes: Celle de les habiller; Celle de les entretenir; Celle de les former; Et celle de combattre.”11 L’edizione contiene inoltre un importante apparato di illustrazioni, composto da ben 84 tavole, in parte ripiegate e tutte colorate a mano. Mentre altri manuali sull’arte della guerra sono privi di illustrazioni o contengono al massimo qualche tavola sulle formazioni o manovre strategiche, le meditazioni del principe sassone includono immagini sull’abbigliamento, la postura, i cavalli, la loro imbrigliatura, il montaggio degli attrezzi, ecc. Nell’Avertissement si legge: “Les estampes 28 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 Dettaglio della tavola Plan de la Forteresse de Mantoue (1796) contenuta nell’atlante dell’opera di Antoine Henri de Jomini, Histoire critique et militaire des guerres de la revolution (Parigi, Anselin et Pochard, 1820-1824) […] ne sont point de simples ornemens; ells sont une partie essentielle de l’ouvrage. […] De-là cette suite de tableaux intéressans que le maréchal a fait executer sous ses yeux pour l’intelligence de son ouvrage.”12 Lo storico della guerra Azar Gat, in The Origins of Military Thought from the Enlightenment to Clausewitz, chiarisce che “De Saxe’s work is a comprehensive treatise on war. He puts forward his ideal military model, his legion, and taking issue with the views and practices of his age, he advances many original ideas. However, rather than discussing his military doctrines, the aim of this book is to elucidate the intellectual premises that dominated his mind: he saw a need to subject military affairs to reasoned criticism and intellectual treatment, and the ensuing military doctrines were perceived as forming a definitive system.”13 La guerra, dunque, si presenta come antidoto a una pace foriera di disgrazie. NOTE 1 HANS DELBRÜCK, Geschichte der Kriegskunst, Berlino, Stilke, 1900-1920, vol. 1, p. 1. 2 Treccani, Enciclopedia delle Scienze Sociali, (http://www.treccani.it/scuola/dossier/2006/guerra/7.html; controllato 11-042012). 3 L’edizione censita in poche copie nelle biblioteche italiane, che insieme ai Discorsi e al Principe rappresenta il nucleo portante del moderno pensiero politico machiavelliano, si presenta in formato 8vo di 124 carte (cfr. Bertelli-Innocenti 3 e Gerber II, pp. 44ss., no 1). 4 NICCOLÒ MACHIAVELLI, Le grandi opere politiche, a cura di Gian Mario Anselmi e Carlo Varotti, vol. 1: Il principe, Dell’arte della guerra, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 146. 5 PIERO PIERI, Guerra e politica negli scrittori italiani, Milano, Mondadori, 1975, p. 55. Proprio a von Clausewitz si deve la citazione che “la guerra non è se non la continuazione del lavoro politico, al quale si frammischiano altri mezzi.” La sua riflessione infine “collocandosi sullo sfondo storico delle guerre della Rivoluzione francese e di Napoleone Bonaparte […] coglie la grande novità che segna lo spartiacque fra passato e presente, fra le guerre tradizionali e la guerra moderna, e che è data dall’inedito ruolo assunto dalle masse. […] È riflettendo sulla guerra napoleonica e sulle novità che essa ha introdotto che Clausewitz elabora la sua definizione ‘trinitaria’ della guerra” (Treccani, Enciclopedia delle Scienze Sociali, (http://www.treccani.it/ scuola/dossier/2006/guerra/7.html; controllato 11-042012). 7 UGO FOSCOLO nella prefazione di Raimondo Montecuccoli, Opere, a cura di Ugo 6 Foscolo, Milano, Luigi Mussi, 1807-1808, vol. 1, p. IXs. L’edizione foscoliana contiene in appendice anche delle lettere inedite tratte dagli autografi. 8 UGO FOSCOLO nella prefazione di Raimondo Montecuccoli, 1807-1808, vol. 1, p. IV e X. 9 Un’edizione inglese viene pubblicata nel 1757, mentre una traduzione tedesca appare nel 1767. 10 MORITZ VON SACHSEN, Mes rêveries, Amsterdam, Lipsia & Parigi, Arkstée et Merkus, Desaint et Saillant, Durand, 1757, vol. 1, Avant-propos, p. 1. 11 MORITZ VON SACHSEN, 1757, p. 6. 12 MORITZ VON SACHSEN, 1757, carta *1r/v. 13 AZAR GAT, The Origins of Military Thought from the Enlightenment to Clausewitz, Oxford, Clarendon Press, 1989, p. 33. maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 29 inSEDICESIMO S P I G O L AT U R E – C ATA L O G H I – L’ I N T E RV I S TA D ’ A U T O R E – RECENSIONI – MOSTRE – ASTE ET AB HIC ET AB HOC Minima pascoliana. Tra gli scaffali a passeggio tra i versi di Giovanni Pascoli di laura mariani conti e matteo noja Nido. Una delle voci più frequenti nella poesia pascoliana è “nido”. Ma cosa vuol dire per il poeta? Vissuto sempre nella provincia agreste romagnola e garfagnina, è innanzitutto metafora della famiglia, degli affetti e dei legami di sangue. Dopo la morte del padre, prima, e della madre poi, si fa più ossessiva la sua volontà di ricreare gelosamente quell’intimità con le sorelle e i fratelli. Idea fissa e ossessiva per tutta la vita, che gli impedirà di avere una sua famiglia, provocando in lui forti risentimenti quando, rimasto solo con Maria e Ida, quest’ultima deciderà di sposarsi e abbandonare appunto il nido. Che è sinonimo di parole come casolare, focolare, culla e anche siepe, quella che nella poesia dedicata a d’Annunzio delimita per lui il suolo patrio. E che, a causa dei lutti familiari, non sarà mai disgiunto dal senso di pericolo e di morte. Onomatopea e fonosimbolismo. Il fonosimbolismo consiste nella valorizzazione dell’aspetto fonico delle parole per particolari scopi espressivi, come l’allitterazione: «…trema un trotto tranquillo…». L’onomatopea è la coniazione di voci sulla base di una suggestione sonora collegabile al significato di esse, fino alla pura suggestione fonica. Cigolare, bisbigliare, ticchettio, borbottare sono parole onomatopeiche. Ma a queste non si limita Pascoli, che dà voce ad animali e oggetti: scilp, dicono i passeri; vitt…videvitt, le rondini; kikkabau, la civetta; dan, dan, le campane; finc finc, la foglia che cade. «Non, quindi, propriamente di fonosimbolismo si tratta, ma di una sfera, per così dire, al di qua o al di là del suono, che non simbolizza nulla, ma, semplicemente, indica un’intenzione di significato, cioè la voce nella sua purezza originaria…» (G. Agamben). Rebus. Antica è l’enigmistica, e i rebus sono tra le sue prime manifestazioni. Dai faraoni che nei sigilli giocavano con le parole per comporre il loro proprio nome, passando da Leonardo per arrivare a Duchamp, la storia dei rebus è molto lunga. Cosa poco nota è che Pascoli sia stato inventore e disegnatore di questi giochi. Per lui le parole erano scomponibili in sillabe o altre parole con significati affatto differenti. Ne sono esempio i vari rebus che, dedicati alle sorelle, ha lasciato disegnati sui suoi biglietti da visita. «Il D 8 [sormontato da una corona=re] G I [ova] N N IP [città in Italia=Ascoli] A M [ale] S O [sormontato da una corona=re] LLE = Il dottore Giovanni Pascoli ama le sorelle». Nello stesso periodo, il grande linguista Ferdinand de Saussure gli chiede conto di un anagramma contenuto in una poesia latina, Catullocalvos. Parole. Tra i vari, preziosi vocabolarietti che Giuseppe Lando Passerini ha compilato non manca certo quello che riguarda Giovanni Pascoli. 440 pagine di parole curiose, desuete, dialettali, arcaiche, poetiche che il poeta di Castelvecchio ha usato. Molte desunte da lessici specialistici, quello botanico e agricolo sopra tutti, ma anche da quello del mondo medievale o quello relativo al mondo classico. Duddo e palestrita, battifallo e bastita: parole di cui non si immagina l’esistenza, ma che sono lì col loro bel significato (in ordine: il tesoriere presso i Longobardi, colui che frequenta la palestra e due tipi di fortificazioni medievali). Ci colpisce la definizione di grigio: «per metafora, di cosa oscura, incerta, come è il color grigio o bigio, che “non è nero ancòra e ’l bianco muore”». Il poeta, sempre attento alla precisione nel linguaggio, pensa alla lingua “grigia”, cioè incerta, che «si presta poco all’arte». 30 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 ASTE, FIERE E MOSTRE-MERCATO Una piccola retrospettiva del mese di aprile e maggio tra Copernico e Sade di annette popel pozzo LIBRI DI PREGIO E MANOSCRITTI Asta 8 del 27 aprile Firenze http://www.gonnelli.it/ Nell’asta primaverile della libreria fiorentina spicca un “set di 3 manoscritti inediti copiosamente e magistralmente illustrati, composti tra Pisa e Firenze alla fine del Cinquecento. Di sapore galileiano, contiene studi sulla misurazione e sulla gnomonica condotti forse su suggerimento e commissione del Granduca Ferdinando I, che nel medesimo periodo progettava una raccolta di strumenti e testi scientifici che avrebbero trovato posto nel suo celebre studiolo” (Catalogo Asta 8, lotto 31; stima €100.000, ritirato). WERTVOLLE BÜCHER – HANDSCHRIFTEN Asta del 2-3 e 5 maggio Königstein im Taunus http://www.reiss-sohn.de/ Al lotto 1293 troviamo la rara prima edizione de Le Ciel réformé. Essai de traduction de partie du livre italien Spaccio della Bestia trionfante. L’an 1000 700 50 [i.e. 1750] di Giordano Bruno (stima €1.000). Seguendo il destino dell’edizione originale dello Spaccio (Parigi, 1584), anche la presente traduzione venne condannata, e così la troviamo censita per ovvi motivi in pochissimi esemplari presso le biblioteche italiane, come del resto è il caso della princeps parigina. Sempre sull’onda della riforma e controriforma si segnala la prima edizione dell’Amphitheatrum aeternae providentiae divino-magicum (Lione, de Harsy, 1615; lotto 897, €2.500) del liber pensatore Giulio Cesare Vanini, che come noto, riconosciuto colpevole del reato di ateismo e di bestemmie contro il nome di Dio, fu giustiziato nel 1619, prima strappata la lingua, poi strangolato e infine arso. Oltre al catalogo dei libri antichi e dei manoscritti, la casa d’asta si presenta con un catalogo geografico (tra atlanti, carte e vedute) e un catalogo di stampe antiche e moderne. HANDSCHRIFTEN – BÜCHER Asta del 9 al 11 maggio Monaco di Baviera http://de.zisska.de/onlinekatalog Nell’asta primaverile spicca qualche vera rarità. In primis la rarissima prima edizione del primo scritto firmato da Galileo Galilei Le operazioni del compasso geometrico, et militare (Padova, Marinelli, 1606). L’edizione stampata in sole 60 copie risale a un progetto del 1597 circa, che presentando un compasso geometrico e militare “univa alle funzioni di squadra per artiglieri usi distanziometrici, altimetrici e di calcolo preludenti a quelli dei successivi regoli. Il debito verso strumenti precedenti non è del tutto chiaro; esibì il compasso nelle lezioni private e ne vendette esemplari con un manuale d’uso poi dedicato al principe Cosimo de’ Medici” (DBI 51, p. 476). Soltanto tre copie erano in asta durante gli ultimi trent’anni (stima di €200.000). Inoltre viene offerta la prima edizione del trattato astronomico De revolutionibus orbium coelestium (Le Rivoluzioni dei corpi celesti) di Niccolò Copernico (Norimberga, Petreius, 1543; lotto 551a). Considerando lo stato di conservazione, il prezzo del volume (senza errata, in legatura del sec. XIX e copia lavata anticamente) parte con una stima di €150.000. La casa d’asta bavarese offre in un catalogo separato (Asta 59, 10 maggio 2012) la “Sammlung Leonhardt” che contiene quasi 1.000 lotti dedicati agli erotica. Segnaliamo la prima edizione di Justine, ou les malheurs de la vertu di Sade (Parigi, Girouard, 1791), che verosimilmente è l’unica copia censita contenente l’avviso dell’editore, posseduta in precedenza da J. B. Rund di New York (lotto 1716, stima €40.000). Sempre di Sade una prima edizione di La philosophie dans le boudoir (Londra, ma Parigi, aux dépens de la Compagnie, 1795, lotto 1732, stima €20.000). maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 31 32 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 IL CATALOGO DEGLI ANTICHI Libri da leggere per comprare libri di annette popel pozzo DALLA LETTERA DI FRANÇOIS I AL BIGLIETTO DI MARCEL PROUST Salon International du Livre Ancien au Grand Palais à Paris 27-29 aprile 2012 http://www.salondulivreancienparis.fr/ Parigi merita sempre una visita, soprattutto in questi giorni, quando gli espositori del Salon International du Livre Ancien insieme a quelli del Salon de l’Estampe si uniscono sotto l’impressionante cupola di vetro del Grand Palais a Parigi per la mostra mercato internazionale del libro antico. La libreria antiquaria parigina Hugues de Latude offre una copia della quarta edizione francese della Hypnerotomachie ou discours du Songe de Poliphile, déduisant comme Amour le combat à l’occasion de Polia (Parigi, Jacques Kerver, 1561) che segue la prima fortunatissima traduzione francese del 1546 (ristampata nel 1551 e 1554) con figure diverse rispetto all’edizione italiana. Camille Sourget offre l’insolita prima traduzione dal greco in volgare della Republica di Platone (Venezia, Giolito de Ferrari, 1554) a cura di Panfilo Fiorimbene (€5.000). Le scarse informazioni sul traduttore si limitano a farci sapere che fu professore di medicina e filosofia, che nel 1550 pubblicò una Collectanea de febribus e nel 1553 un Discorso, nel quale si tratta della gotta, & con efficacissime ragioni si dimostra, che li gottosi deltutto si possono risanare. Lo studio bibliografico viennese Inlibris invece offre un Sammelband di tre edizioni di Erasmo da Rotterdam, contenente anche l’opera Morias Enkomion, id est Stultitiae Laus, stampata a Strasburgo da Johann Knobloch nel 1521, cioè soltanto dieci anni dopo la princeps del 1511. Il Sammelband si presenta in una legatura rinascimentale in scrofa su assi di legno con placche a secco e fermagli (€9.500). Sempre da Inlibris troviamo la monumentale edizione de I monumenti dell’Egitto e della Nubia. Disegnati dalla spedizione scientifico-letteraria Toscana in Egitto (Pisa, Nicolò Capurro, 18321844; €185.000) di Ippolito Rosellini, amico di Champollion e considerato il padre dell’egittologia italiana. Presso la Librairie Picard si trova l’edizione di François-Maximilien Misson (16501722) Nouveau voyage d’Italie (L’Aia, 1702, €3.000). Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1691 e tradotto in tre lingue (inglese, tedesco e olandese), e che si basa sul tour di formazione sul continente nel 1687, è stato tra i più usati libri da viaggio, specialmente nel XVIII secolo. L’opera contiene un ricco apparato illustrativo composto da 57 tavole (numerose sono ripiegate). Il libraio americano Bruce McKittrick offre la teoria militaria di Machiavelli “accessible to the rudest soldier” (Cockle, A Bibliography of Military Books up to 1642, 765) presentando una prima edizione francese datata (Lione, Jacques Moderne, 1529, €12.200) di Battista Della Valle, Il Vallo. Libro continente appertinente à Capitanij, retenere et fortificare una Città con bastioni, con novi artificij de fuoco aggionti, come nella Tabola appare, et de diverse sorte polvere, et de espugnare una Città con ponti, scale, argani, trombe, trenciere, artigliarie, cave, dare avisamenti senza messo allo amico, fare ordinanze, battaglioni, et ponti de disfida con lo pingere, opera molto utile con la esperientia del arte militare. “Essa ebbe notevole fortuna come testimoniano le numerose edizioni e le traduzioni che ne vennero fatte nel corso di tutto il Cinquecento e ancora nel Seicento. Sembra che la editio princeps dell’opera sia quella apparsa a Napoli nel 1521 in 12o, rinvenuta nella Biblioteca dei Gerolamini da Mariano d’Ayala e da questo segnalata all’erudito C. Minieri Riccio […] Secondo il D. la figura del soldato risulta anche socialmente più utile di quella del letterato, che è di peso alla società. L’opera si conclude con un discorso sul duello, sulle cause che lo determinano e sulle regole che lo disciplinano, senza tralasciare l’occasione di toccare un argomento all’epoca di attualità, e cioè l’influsso degli astri sull’esito dei combattimenti. A questo proposito la posizione del D. è cauta e si allinea sull’opinione comune che detto influsso si eserciti esclusivamente sulle materie elementari, lasciando quindi libera la volontà dell’uomo perché questi è nato libero e dotato di gran intendimento”(DBI 37, p. 728s.). maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano IL CATALOGO DEI MODERNI Libri da leggere per comprare libri di matteo noja L’AVANGUARDIA SCONOSCIUTA: IL LETTRISMO «Fondato nel 1945 da Isidore Isou (1925-2007), il lettrismo s’è imposto in un dato momento della storia universale come il solo movimento rivoluzionario dopo il dadaismo e il surrealismo. Amico di Tristan Tzara, padre spirituale di Guy Debord, Isidore Isou proclama la distruzione della poesia con la parola a profitto d’una estetica basata sulle lettere e il segno». Così la home page del sito dedicato al lettrismo. Il lettrismo e i suoi derivati sono protagonisti del catalogo che ci è giunto dalla libreria parigina Librairie Lecointre Drouet. Alcuni libri descritti nel catalogo ci fanno conoscere meglio un movimento letterario, del quale l’indubbia importanza storica e l’influenza, talvolta decisiva, su altre tendenze posteriori, non ha finora corrisposto a un’adeguata notorietà sia di pubblico, sia di critica. “The unknown avant-garde”, così veniva chiamato in occasione della prima mostra americana il lettrismo, fu introdotto anche in Italia agli inizi degli anni ’60. Del fondatore del Lettrismo, il rumeno Isidore Isou, il catalogo propone Amos ou Introduction à la Métagraphologie (s.l., Arcanes, s.d. [1953]; edizione di 300 copie; 26 p.; €1500). Questa pubblicazione è la sola testimonianza di un tentativo di Isou di comporre un film che in 9 fotografie, ritoccate dall’artista, raccontasse gli eventi di una giornata. Il testo che l’accompagna (che costituiva, recitato nella sala cinematografica, la colonna sonora) è anche il manifesto della métagraphologie (primo nome della hypergraphie): arte basata sull’organizzazione dei segni della comunicazione visiva, alfabeti e ideogrammi, conosciuti o possibili, esistenti o inventati, tipica espressione del lettrismo. Tra le altre offerte della libreria, un incunabolo del movimento: SaintGhetto-des-Prets. Grimoire di Gabriel Pomerand. Si tratta di un volume di 47 tavole con testi e illustrazioni; la scheda che lo accompagna ci informa che si tratta di un «lungo rebus, che contiene tutti gli elementi dei suoi disegni e lavori futuri» (Paris, O.L.B., [1950]; [128] p., 47 tav.; €1200). Pomerand (1926-1972) incontrò Isou quando questi arrivò a Parigi nel 1945. Chiamato l’“archange Gabriel”, Pomerand partecipò per primo a tutte le manifestazioni lettriste di Isou, come la contestazione della “poesia della Resistenza” di Aragon e l’interruzione di La Fuite di Tristan Tzara al teatro Vieux Colombiers. Il suo carattere eccentrico e seduttivo ne fece uno dei protagonisti di Saint-Germaine-des-Prés nel dopoguerrra. Altro libro importante, tra le più belle realizzazioni tipografiche del lettrismo: Les Hypergraphies. Treize peintres lettristes (Paris, Editions Georges Visat, 1974; edizione di 115 copie; 4 cc. e 13 acqueforti, acquetinte e incisioni su linoleolum di vari autori: Isidore Isou, Maurice Lemaître, Roland Sabatier, Alain 33 Satié, Micheline Hachette, Jean Paul Curtay, Jacqueline Tarkieltaub, GérardPhilippe Broutin, François Poyet, Jean Pierre Gillard, Antoine Grimaud, Alain de la Tour e Frederic Studeny; € 4800). Stampate dal celebre George Visat, queste ipergrafie, che associano lettere, segni e immagini, danno vita ad una nuova forma di scrittura destinata a uscire dalla pagina per aprirsi alla tridimensionalità e “andare nella strada e divenire evento pubblico”. Un libro che non si collega direttamente al lettrismo, ma nel quale si respira profumo di avanguardie, è quello di Charles Henry Ford Spare Parts. A new view book (New York, Horizon Press,1966; una delle 100 copie f.c., su una tiratura complessiva di 950; [158] p.; € 1200). Il libro propone una serie di Poster Poems inventati da Ford, che si possono considerare, come suggerisce la scheda, dei «“calligrammes pop art”, stampati in litografia offset a colori, secondo una tecnica che mischia fotografia, fotomontaggio e interventi dell’artista al momento della stampa». Ford (1908-2002) fu uno dei più attivi intellettuali delle avanguardie americane; nel 1929 fondò la rivista Blues: A Magazine of New Rhythms, che nei suoi otto numeri presentò contributi dei migliori scrittori del momento. Nel 1933, con Parker Tyler, scrisse The Young and Evil, che è considerato il primo romanzo gay, proibito negli Stati Uniti e in Inghilterra fino agli anni Sessanta. Nel 1940 fondò la rivista View che durante il periodo bellico permise il confronto tra scrittori e artisti europei e americani. Librairie Lecointre Drouet 9 rue de Tournon – 75006 Paris Tel. 00 33 (0)1 43 26 02 92 - Fax 00 33 (0)1 46 33 11 40 [email protected] www.lecointredrouet.com 34 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 35 look! Color your look! TTutti utti i dir diritti itti sono rriservati iser vati ai rrispettivi ispettivi pr proprietari. oprietari. maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano Un mondo di divertimento. er timento. gr gruppopreziosi.it uppopreziosi.it rreziosi.it 36 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 L’intervista d’autore IL BIBLIOFILO INVEROSIMILE, OVVERO L’EDITORE APPASSIONATO di luigi mascheroni siciliani si distinguono, per l’eleganza, in due cose. Gli abiti e i libri. Vincenzo Campo, palermitano di nascita e milanese per destino, ai primi concede la giusta importanza: veste in stile “intellettual casual”. Ai secondi, invece, chiede la perfezione: da collezionista sceglie i titoli più singolari, da editore pubblica solo i migliori. Insegnante part time e bibliomane a tempo pieno, dopo un passato da consulente editoriale, nel 2009 – insoddisfatto della qualità media dei libri in commercio – ha osato l’inosabile. Fondare una casa editrice. Non piccola, ma minuscola. Non raffinata, ma esclusiva. E nacquero, rubando lo pseudonimo più famoso di Stendhal, le edizioni Henry Beyle. Per dare nuova vita letteraria a vecchi testi, dimenticati da anni: «Il mio è un viaggio a ritroso nel tempo, e infatti tutti gli autori in catalogo sono defunti». Tra i libri rinati nell’ufficio poco aziendale e molto bohemien nel romanzesco quartiere Bovisa, alla periferia nord di Milano, ci sono, i cinque di una nuova collana cucita a mano che si intitola “Quaderni di prosa e di invenzione” e ospita tra gli altri: Giovanni Comisso Il lamento del conservatore, Ennio Flaiano Frasario essenziale per passare inosservati in società, Italo Cremona Consigli di prudenza… I Lei non si definisce editore. E va bene. Ma almeno bibliofilo sì. O, no? Che cosa significa collezionare libri? Significa dare inizio a una storia sentimentale. Nel mettere insieme una biblioteca, per quanto piccola, tentiamo di costruire una relazione affettiva. Desideriamo che tra noi e i libri vi sia un’ordinata liaison: un tentativo che di continuo rifiuta di definirsi perché subisce mutamenti di rotta, aggiunte, esclusioni, nuove scoperte che scalzano le precedenti, tradimenti. Molti bibliofili si vergognano del loro primo amore. Commercialmente per nulla prudente e abituato a non passare inosservato nella società intellettuale, Vincenzo Campo – affatto conservatore, ma incline al lamento: ancora si dispera per un refuso lasciato in un suo libretto sei mesi fa – pubblica, in tiratura limitata, pochi titoli l’anno. Le sue collane principali sono intitolate una “Piccola biblioteca degli oggetti letterari”, dove riunisce storie di bibliofili e avventure librarie, e l’altra “Piccola biblioteca dei luoghi letterari”. Testi in 575 esemplari numerati, su carta “vellutata” Zerkall-Butten, con pagine lasciate da tagliare e stampa a piombo. Rigore massimo per ottenere il meglio e snobismo quanto basta per far finta di non darlo a vedere. Poi cosa succede? La nostra biblioteca finisce col somigliare a una prigione. Nell’impossibilità di fuggire – che faremmo noi senza libri? – cerchiamo di perfezionarla, di renderla ai nostri occhi più affascinante, di fatto più angusta. Il bibliofilo, dopo diverse oscillazioni, si concentra su un solo tema, ha un preciso oggetto del desiderio. Acquista la consapevolezza che la divagazione è il suo nemico mortale. Georges Perec dice che la biblioteca perfetta è quella del capitano Nemo sul Nautilus: una biblioteca fossilizzata: l’inabissamento ha impedito ogni aggiunta. Anche a Lei è capitato? In piccolo… la mia biblioteca è fatta, con due sole eccezioni, di collane incomplete, di storie d’amore troncate dall’affermarsi di nuovi interessi: l’avvio maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano delle edizioni Henry Beyle ha fatto cessare il desiderio di rincorrere rarità bibliografiche, di completare le collane di cui avevo avviato la raccolta. Stupidamente sono diventato una variante di Wuz, il maestro del racconto di Jean Paul: ho dato nuova veste grafica, nuova visibilità, a libri che non l’avevano più. La mia biblioteca è diventata la mia casa editrice. Ogni vero bibliofilo inorridisce leggendo tale affermazione. Dunque non sono un bibliofilo. E quali sono le due eccezioni? Le uniche due collane che ho completato sono la “Biblioteca romantica” diretta da G.A. Borgese per Mondadori e le “Centopagine” di Italo Calvino per Einaudi; col tempo però ho finito con l’amare di più quelle rimaste incomplete: la “NUE” Einaudi e “Il Tornasole” di Vittorio Sereni e Niccolò Gallo, quest’ultimo un geniale uomo di editoria, un siciliano di cui nessuno parla più e che di suo ha lasciato solo poche decine di pagine. Come e dove acquista i libri? Bancarelle, Remainders, librerie antiquarie o sul web? Sono affascinato dal girovagare ricercando un libro che non so mai inizialmente quale sia. Vado a caccia. Oggi cerco soprattutto quello che può avere nuova vita editoriale. Questo tipo di ricerca ha avuto la sua maggiore soddisfazione quando un venditore occasionale mi propose un piccolo lotto di libri… Non c’era nulla d’interessante. Uno dei testi era però un’edizione Vallecchi di Papini, Figure umane, aprendolo vi trovai quel testo per me strabiliante che può stare accanto a Bartleby lo scrivano di Melville e che si intitola Il libraio inverosimile, testo che non conoscevo e che ritengo essere tra i dieci racconti più belli del ’900, il secolo 37 libro? misteriosi. I libri che ho cercato negli anni successivi rimandano al desiderio di aprire quel modesto mobile libreria rimasto irrimediabilmente chiuso in una stanza in apparenza abbandonata… Mio padre è stato un commerciante di grano; nelle estati della mia gioventù – giocoforza – lo seguivo, andavamo col camion negli ex feudi della Sicilia occidentale, o in piccoli paesi; un giorno un sensale ci portò in una chiesa sconsacrata, adibita a magazzino: dovevamo caricare del frumento; nell’attesa io girovagavo nei dintorni. In una stanza vicina c’era una vetrinetta strapiena di libri di cui si poteva leggere il solo dorso di alcuni; uno scaffale conteneva libri per ragazzi, diversi Salgari dai titoli affascinanti – mi piace ricordare che un titolo fosse La Scotennatrice, ma non potrei giurarlo – e molti altri dalla stampa modesta, forse edizioni Capitol, i più sono rimasti E il libro che le manca e vorrebbe avere? Mi piace ricordare libri che rientrano in una concreta possibilità d’essere trovati, ad esempio non ho una raccolta di testi intitolata Bibliofobia. Dell’odio per i libri e della loro distruzione, pubblicata nel 1978 da Pierre Marteau. So che la troverò, che alcuni miei amici la possiedono. Quest’antologia contiene Il libraio inverosimile di cui parlavamo. Un racconto della prima metà del ’900 ha finito, per strade diverse e a distanza di decenni, con l’ avere un simile destino: essere ripubblicato. La cosa più bella che possa capitare ad un libro e naturalmente al suo autore. che ricopre quasi esclusivamente i miei interessi. Quale è stato il suo primo 38 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 PAGINE CHE PARLANO DI LIBRI Per una biblioteca degli oggetti letterari. Due libri sui libri e i loro dintorni di matteo noja DALLE SCRIVANIE INGOMBRE ARRIVANO I PENSIERI pparentemente non li lega nessuna cosa, tranne, appunto, il parlare dei libri, o dei loro dintorni. Sono Scrivanie e Le voci dei libri. In realtà li lega strettamente una fotografia pubblicata nel secondo, che ritrae l’autore, Ezio Raimondi, seduto a una scrivania ingombra di libri e altri oggetti. Le scrivanie hanno per gli scrittori una funzione quasi apotropaica. Ce ne parla in una sorta di auto-recensione (apparsa sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore” di domenica 22 aprile scorso), l’editore di Scrivanie, Vincenzo Campo, delle edizioni “Henry Beyle”, che da qualche tempo ci approvvigiona di testi rari e raffinati, perlopiù dimenticati, nelle piccole edizioni di pregio che prendono il nome da quel milanese “doc” che fu Stendhal. Campo (di cui pubblichiamo un’intervista a cura di Luigi Mascheroni a p.36) ci conduce tra le “pieghe del ventre” degli scrittori con perizia. Peccato che non abbia pensato a mettere questo testo come prefazione al suo libretto: lo avrebbe arricchito. Ci parla di uomini con e senza scrivania: ci parla di Montale e Cardarelli, “senza”, ma anche delle scrivanie di Moravia, Pasolini e degli amuleti di molti scrittori. D’altronde la collana in cui compare il libretto si chiama “Piccola Biblioteca degli Oggetti Letterari”. Forse l’editore non s’è mischiato per pudore nei confronti degli autori. Ma ha fatto male: A ci avrebbe guidato meglio tra questi oggetti che nella mitomania di noi lettori sono sacri. I testi sono di mani preziose: Kafka, Perec e “l’innominabile anglista”, il grande saggista ed esteta Mario Praz. Tre testi che ci presentano, quasi in una dialettica hegeliana, la filosofia, la materialità e lo stile del luogo dove alcuni uomini traducono in parole l’ineffabile alito dell’ispirazione. Per Kafka le troppe cose disordinate sulla scrivania sono prive d’armonia ed equilibrio tanto da essere intollerabili: «Opuscoli, vecchi giornali, cataloghi, cartoline illustrate, lettere, in parte stracciate, in parte aperte. […] Vecchie carte che avrei già buttato da un pezzo, se avessi un cestino, matite spuntate, una scatoletta di fiammiferi vuota, un fermacarte di Karlsbad, un righello con un bordo troppo accidentato anche per una strada di campagna, innumerevoli bottoni da solino, lame da rasoio senza più filo (per loro non c’è posto al mondo), mollette da cravatta e un altro pesante fermacarte di ferro…». Tutto ciò crea: «Miseria, miseria, eppure intenzioni buone». Ma tale miseria non può togliergli il diritto a scrivere: «La lampada accesa, la casa quieta, le tenebre di fuori, gli ultimi istanti di veglia mi danno il diritto di scrivere, fosse pure la cosa più misera. E di tale diritto mi avvalgo al piu presto. Sono fatto così». Riecheggiano le parole di un nostro grande autore dell’Ottocento, spesso dimenticato, Vittorio Imbriani: «Non oso scommettere ma giurerei d’esserci più caos, molto più, sul mio tavolino che nell’amministrazione italiana: carte scritte, da scrivere e geografiche; armi bianche e da fuoco; oggetti di scrittojo; capi di vestiario; libri e libercoli; occhiali e cannocchiali; mille cosette stravaganti vi sono confusissimamente frammischiate; e quantunque volte m’accade di cercare o questo o quello, travolgo ogni cosa in guisa da far maggiore il disordine, se fosse possibile. Altrimenti, se tutto fosse ordinato, sistemato e classificato, non saprei lavorare, non mi verrebbe un pensiero» [Merope IV. Sogni e fantasie di Quattr’Asterischi, cap. 1, Il mio scrittoio, Napoli 1867]. Perec descrive invece la consistenza della sua scrivania e degli oggetti che vi sono appoggiati come un entomologo: «vi sono oggetti utili al mio lavoro che non si trovano o non si trovano sempre sul mio tavolo (colla, forbici, nastro adesivo, bottiglie d’inchiostro, cucitrice), altri che non sono immediatamente utili (timbro per cera lacca), o che servono ad altro (limetta per unghie) o che non servono proprio a niente (conchiglia) e che ciò nonostante vi si trovano». Anche se nell’elencare gli oggetti si rammarica di quanto sia complicato fare una lista e come la letteratura contemporanea non ne sia più capace, avendo «dimenticato l’arte di enumerare: le liste di Rabelais, l’elenco linneano dei pesci in Ventimila leghe sotto i mari, l’enumerazione dei geografi che hanno esplorato l’Australia ne I Figli del capitano Grant…». Alla maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano scrivania ci è arrivato tardi lo scrittore francese e spesso gli piace ancora scrivere nei bar (vedere il suo Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, edito in questi giorni da Voland, scritto interamente nei caffè di Place SaintSulpice). Ma se si trova a casa, non può scrivere che sul suo tavolo da lavoro, e questo non serve a null’altro. «In quest’angolo del salone, vicino alla finestra, è collocata la scrivania. Per uno scrittore questo dovrebbe essere il mobile principale, il primo da ricercare conforme al concetto che si sarà formato della propria missione, il quale non potrà non possedere un certo grado di elevatezza, per quanto voglia la sua modestia schermirsi. Lo scrittoio è per lui quel che per la bella donna è la psiche; e lo specchio sarà nel suo caso il foglio bianco su cui si rifletterà il contenuto della sua anima, sicché con piena ragione si potrà dire essere la scrivania la psiche dello scrittore». Per Praz, la scrivania è quindi quanto di più intimo possa appartenere allo scrittore, l’atelier dove esercitare la sua arte. Perciò deve essere consona alla sua personalità e rispecchiarne peculiarità ed eleganze. Ne ebbe diverse il critico di scrivanie: da quella dove scrisse la tesi di laurea (l’indimenticabile La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica), mobile di cui non ricorda più le fattezze, fino ad arrivare a quella stile impero di Casa, la vita. Non nasconde però di avere scritto ovunque, anche in camere d’albergo in Inghilterra o addirittura sotto un pino a Viareggio. Conditio sine qua non, la quiete, il silenzio, a differenza di Gogol che scriveva anche nelle osterie vocianti. Piuttosto che il rumore, Praz amava sentire magari un odore che, con qualche «associazione sentimentale manifesta o recondita», potesse acuire la sua sensibilità e affilare l’ingegno. Dicevamo all’inizio di una fotografia, che idealmente lega i due libri. Ritrae Ezio Raimondi seduto alla scrivania, con alle spalle i suoi libri. Paolo Ferratini, nella postfazione a La voce dei libri, scrive: «Tra le fotografie di Raimondi nella sua biblioteca, ve n’è una scattata dall’alto che lo ritrae seduto al tavolo, mentre guarda l’obiettivo. Non c’è finzione grandangolare, le proporzioni sono rispettate. Le pareti scolpite di volumi intorno, lo spazio libero per il lavoro, sulla scrivania, ridotto al minimo, assediato da colonne di libri in dubbio equilibrio. Ma il rischio del crollo non pare avvertito dal signore del luogo, che posa a suo agio, incorniciato dalle copertine, lo sguardo appena stupito e interrogante. Forse si domanda che cosa, del suo stare al proprio posto, meriti di essere immortalato». La lista dei titoli accademici del critico bolognese è talmente lunga che, anche per non contraddire Perec, la tralasciamo. Ci ha ammaliato la sua storia semplice, di figlio di artigiani che si imbatte nei libri e di loro diventa signore, non prigioniero. Ci parla di libri incontrati e mai dimenticati: da Sein und Zeit letto tra le macerie di Bologna, a Curtius (Europäische Literatur und 39 lateinisches Mittelalter) che l’amico Franco Serra (nipote di Renato) gli porta dalla Germania appena stampato, a Rabelais di Lucien Febvre, dall’incontro con Bachtin a Fuoco pallido di Nabokov. «Ho già raccontato come le letture, per me, in quegli anni, dentro un mestiere che era di volta in volta quello dell’impiegato, del maestro, fossero un modo per uscire dal tran tran grigio del quotidiano, per dare uno spazio più luminoso a una strada da percorrere, chissà con quali passaggi. Tutto questo era la fede nel futuro, con magari qualcosa di allucinato. I grandi eventi si vivono come i passaggi delle comete, si vivono senza sapere di esserci dentro: si apprendono dopo, quando sono passati e diventano il richiamo, il senso dell’origine, il bisogno del passato, il lascito della tradizione, il problema delle radici». Al termine del libro, Raimondi confessa: «Ho parlato di libri che divengono compagni di strada e di doni che durano una vita; resta da chiederci, guardandoci intorno e ascoltando i segni e i suoni della fenomenologia quotidiana, se libri, doni e amicizie siano ancora plausibili in una vita che al piccolo negozio del passato sostituisce le cattedrali del consumo e la mitologia mercantile del consumatore che ripete un’esperienza ordinata da altri. Ciò, che si è detto finora non è solo il racconto di quanto è accaduto a un individuo figlio ancora dell’universo di Gutenberg, ma una speranza, un desiderio, un orientamento eventuale, il non cedere all’evidenza del contrario vittorioso». “Kafka, Perec, Praz, Scrivanie”, Milano, Henri Beyle, 2012; edizione di 575 copie num.; 39 p., € 25,00 Ezio Raimondi, “Le voci dei libri”, Bologna, Il Mulino, 2012; 113 p., € 13,00 LA TUA TV. SEMP PRE PIÙ GRANDE. 42 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 ANDANDO PER MOSTRE A Venezia, fra Liberty, vedute e tauromachie dal Settecento al XX secolo di luca pietro nicoletti CANALETTO, IL QUADERNO VENEZIANO A PALAZZO GRIMANI S i è insistito molto, in passato, sulla leggenda di Canaletto che gira per Venezia con la camera ottica per riprendere gli scorci da restituire poi, con grande fedeltà, sulla tela: si era arrivati all’aberrazione di ritenere queste opere alla stregua della fotografia. Più rare, invece, sono state le occasioni di poter vedere dal vivo i disegni del maestro veneziano e rendersi conto di come la questione del disegno sia più complessa del previsto. Verte intorno a questo la mostra Canaletto. Il quaderno veneziano di Palazzo Grimani, a Venezia (fino al 1 luglio), dedicata all’omonimo quaderno di vedute della città - appena pubblicato in copia anastatica da Marsilio - tornato in laguna soltanto nel 1949 dopo un complicato periplo collezionistico: rilegato soltanto nell’Ottocento, alla fine degli anni Quaranta del Novecento don Guido Cagnola di Gazzada, suo ultimo Sopra: Antonio Canaletto, Schizzi architettonici; Quaderno dei disegni, l'Arsenale A destra: Antonio Canaletto e Antonio Visentini, Campo Santa Maria Formosa CANALETTO IL QUADERNO VENEZIANO VENEZIA, MUSEO DI PALAZZO GRIMANI FINO AL 1° LUGLIO www.palazzogrimani.org proprietario, ormai anziano, lo spedisce per posta al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe dell’Accademia di Venezia. Si tratta di un documento prezioso per capire il modo di lavorare del pittore, e immaginarlo girare per la città con i suoi fascicoli di carte per raccogliere spunti, viste e inquadrature matita nera, a sanguigna, oppure a penna o punta metallica, talvolta con acquerellature. Non c’è dubbio che si trattasse di disegni preparatori per dei dipinti, perché molti, come è pratica nota del pittore, recano delle annotazioni ad uso personale circa i colori, ma anche indicazioni su come ricomporre in modo unitario le singole parti disegnate dal vero in un’unica veduta. In mostra, però, ci sono anche alcuni fogli rari già appartenuti alla collezione Corniani Algarotti, che possedeva in origine trentacinque schizzi del maestro dispersi fra 1850 e 1854 e solo in parte reperibili in sedi diverse, che complicano il discorso. Si tratta infatti di schizzi a penna che conservano l’immediatezza della copia in presa maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano diretta, quella vivacità di segno poi completamente trattenuta nell’astrazione puramente mentale della sua pittura su tela: bisogna guardare da vicino le tele per ritrovare quella vivacità di tocco sintetico all’interno di una pittura di minuta definizione, ma ben lontana dal luogo comune che vuole riconoscervi una veduta quasi da iperrealismo Ma il quaderno veneziano, al di là della possibilità di capire meglio la tecnica del “carabotto” - lo “schizzo” come lo chiamava il pittore - presenta anche altri motivi di interesse. I cinque fascioli centrali, infatti, risalgono al 1731, periodo in cui Canaletto riceve la commissione di ventiquattro vedute della città, ancora oggi a Woburn Abbey, da parte di John Russel, quarto duca di Bedford, allora in visita a Venezia durante il Gran Tour. Non si deve mai dimenticare, infatti, l’enorme fortuna che la pittura di Canaletto ha avuto nel mondo anglosassone, specialmente grazie al banchiere Joseph Smith, giunto giovane a Venezia, che incarica il pittore trentenne di dipingere delle tele per la sua dimora in Palazzo Balbi sul Canal Grande: è l’inizio di un momento di grande fortuna, perché la sua pittura incontra il gusto dei signori inglesi in Gran Tour che di passaggio a Venezia visitano il palazzo: da allora gli inglesi guarderanno le “pietre di Venezia” con gli occhi di Canaletto. AMBROISE VOLLARD E PABLO PICASSO, FRA DIPINTI E STAMPE l 24 giugno 1901, in una galleria al numero 6 di rue Lafitte, inaugurano una mostra due pittori spagnoli: il primo è Francisco Iturrino, il secondo Pablo Picasso agli esordi. Il titolare della galleria era il mercuriale e autorevole Ambroise Vollard, che a quel tempo poteva già vantare il merito, se non avesse poi avuto anche quello di scoprire Picasso, I 43 Sopra: Pablo Picasso, La Minotauromachia, 1935 Acquaforte di aver consacrato la fortuna postuma di Paul Cézanne: è sempre da rue Lafitte, infatti, che inizia la celebrità del pittore di Aix en Provence, che in vita non aveva certo avuto la fortuna e il ruolo di padre fondatore dell’arte moderna che invece avrà proprio grazie a Vollard. E oltre a questi, le amicizie con Renoir, con Matisse e con Rouault rendono un’esperienza quasi unica quella raccontata dal gallerista stesso nelle famose Memorie di un mercante di quadri. Ma è al binomio fra l’inventore del cubismo e il suo primo mercante che è dedicata la mostra Picasso e Vollard. Il genio e il mercante, visitabile fino all’8 luglio presso Palazzo Cavalli Franchetti di Venezia, sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti. Per la prima volta viene raccontato in una mostra il rapporto fra i due, sottolineando il ruolo “produttivo” di questo incontro: Vollard non era soltanto un mercante e non si limitava soltanto alla compravendita e alla promozione commerciale delle opere, perché la sua vera passione, come scrive egli stesso, erano le stampe: «Ho sempre avuto una grande passione per le stampe. Fin da quando mi allogai in rue Laffitte, verso il 1895, la mia più alta ambizione fu quella di pubblicare incisioni, ma che fossero opere di pittori. “Pittori incisori” è un termine di cui si è poi abusato, applicandolo a professionisti dell’incisione che erano tutto fuorché pittori. La mia idea era invece di chiedere delle incisioni ad artisti che non facessero gli incisori di professione». E dalle stampe, il passo ai libri d’arte era molto breve. In tal senso, Vollard svolge un ruolo trainante, soprattutto nei confrontid i Picasso: è grazie a lui, infatti, che il maestro catalano realizza tre famose serie di incisioni dedicate ai Saltimbanchi, all’Histoire naturelle di Buffon, oltre ai celeberrimi cento fogli della Suite Vollard. Un caso a parte sono le illustrazioni per lo Chef-d’oeuvre inconnu di Honoré de Balzac. Vollard pensa questo libro a cent’anni dalla sua prima edizione, nel 1931, ma Picasso, diversamente dalle altre serie, non realizza delle grafiche appositamente per questa pubblicazione: come racconta l’artista stesso, sarà Vollard in prima persona ad attingere alla sconfinata produzione di disegni del pittore e a scovare, fra questi, quelli iù adatti a dare immagine alla storia del vecchio pittore Frenhofer. 44 ECHI DI KLIMT IN LAGUNA: VITTORIO ZECCHIN E GALILEO CHINI ovrebbe far riflettere la singolare situazione che fa sì di trovare contemporanea a Venezia una grande e bella mostra dedicata a Klimt e al suo tempo – che porta nelle sale del Palazzo Correr persino il monumentale Fregio di Beethoven – e una mostra a Milano che si limita a proporre i disegni dello stesso fregio. Si potrà discutere se non sia stato un azzardo muovere un’opera così fragile, ma di certo l’occorrenza di due mostre sullo stesso artista, in due città diverse, e senza rendere possibile il confronto fra un caposaldo della storia dell’arte moderna e le sue fasi ideative, risponde a logiche davvero difficili da spiegare. Sembra essere passata in sordina, invece, una piccola ma preziosa mostra che all’ultimo piano di Ca’ Pesaro, sede della Galleria d’arte moderna di Venezia (fino all’8 luglio), fa da corollario alla grande manifestazione di piazza San Marco. Si tratta di Spirito klimtiano. Galileo Chini, Vittorio Zecchin e la grande decorazione a Venezia. Una mostra come questa era necessaria D la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 per chiarire il nesso fra il pittore viennese e Venezia, e la scelta di dedicargli una grande mostra in occasione dei centocinquant’anni della nascita. Nel 1910, infatti, la Biennale aveva ospitato una importante sala di Klimt, in cui il pubblico italiano (e non solo), poté vedere per la prima volta la famosa Giuditta e altre opere del maestro. Non a tutti piacque quella sala veneziana, tanto da attirarsi gli strani di Ardengo Soffici, che non esitò a definirla «un Carnevale in una stanza mortuaria». Tuttavia, quella mostra non era rimasta senza eco, anzi aveva dato avvio ad un vero e proprio spirito “klimtiano” nel Liberty veneziano. Lo dimostrano i due grandi cicli decorativi cui è dedicata la mostra. Il primo, oggi smembrato (sei delle dodici tele conservate a Cà Pesaro), è Le mille e una notte di Vittorio Zecchin, realizzate dall’artista muranese nel 1914 per decorare la sala da pranzo del veneziano Hotel Terminus. Il secondo, dello stesso anno, è la Primavera commissionato a Galileo Chini da Antonio Fradeletto per la decorazione del Salone centrale del Palazzo dell’Esposizione della Biennale (oggi della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, ma esposti presso Sopra: Galileo Chini, La primavera che perennemente si rinnova II A sinistra: Vittorio Zecchin, dal ciclo Mille e una notte, Le principesse e i guerrieri il Museo Boncompagni, dove approderà questa mostra in autunno). Da queste tele ci si rende conto della forza generatrice dell’opera di Klimt in Italia. Dal maestro viennese, infatti, i pittori italiani prendono non tanto degli andamenti lineari, e nemmeno quella tendenza ad un pittura di tipo divisionista: lo “spirito” del maestro, invece, si riscontra nella scelta di una decorazione ornata raffinatissima, che carpisce subito la suggestione dell’applicazione dell’oro a missione e dell’uso del rilievo in pastiglia: in questo modo si potevano amplificare le possibilità di rifrazione luminosa delle superficie riflettenti e accrescere la percezione preziosa dell’ornamento. Su motivi astratti che sembrano preludere al mondo della pura non rappresentazione, dunque, questi artisti costruivano un mondo incantato, privo forse delle inquietudini decadenti del maestro viennese, ma che portavano la sua lezione nel mondo incantato delle fiabe. maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 45 46 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 BvS: il libro ritrovato Le glorie di Napoleone nei Fasti di Andrea Appiani La testimonianza grafica di un ciclo pittorico andato distrutto ARIANNA CALÒ C apita spesso nella storia dell’arte che la fruizione e la fortuna di un’opera siano dovute non alla trasmissione dell’originale, ma alla diffusione della sua traduzione. È il caso della maggiore opera di Andrea Appiani, la più ufficiale, quella che gli valse la popolarità tra i suoi contemporanei, poi distrutta e tramandata attraverso la riproduzione nelle incisioni che ne vennero tratte: sono le pitture di Palazzo Reale, realizzate dal pittore milanese tra il 1803 e il 1807, nel periodo di massimo fulgore della sua carriera, su mandato di Napoleone; fedele a quanto scrisse poi nel suo diario – «Sapevo che per restare alla ribalta occorreva catturare l’attenzione […]: giacché gli uomini sono grati a chi li stupisce» – Napoleone chiese di essere rappresentato in allegorie allusive agli eventi della sua storia recente e ce- lebrative delle sue gesta. I trentacinque chiaroscuri a tempera realizzati da Appiani correvano per oltre cento metri lungo tutto il ballatoio della Sala delle Cariatidi, a narrare una storia continua; Napoleone li vide per la prima volta in un ballo ufficiale di corte indetto dopo la seconda campagna di Germania, nel 1807, e da allora rimasero esposti nella Sala per tutta la durata della sua reggenza. maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano Alla sua caduta, quando la furia iconoclasta del nuovo governo suggeriva un categorico delenda est alla cronaca delle glorie imperiali, il ciclo fu staccato dalle pareti, ma riuscì a salvarsi dalla distruzione solo grazie all’amore per le belle arti del nuovo imperatore Francesco I, che si risolse in un trasferimento delle tele nei depositi del palazzo di corte. Qui rimasero fino al 1828, quando l’Accademia di Belle Arti riuscì a ottenerle in dono dall’arciduca Ranieri d’Asburgo proponendo, a scopo didattico, una nuova sistemazione nella grande sala dei gessi al piano terra del Palazzo di Brera. Un compromesso che non favoriva di certo la fruizione delle immagini, ma che ottenne il suo riscatto all’ennesimo ribaltamento politico: nel vento dell’unificazione nazionale, Milano decise il solenne ritorno, il 27 maggio 1860, dei Fasti di Napoleone proprio nella Sala delle Cariatidi per la quale vennero creati. E lì li sorprese, distruggendoli, il bombardamento alleato dell’agosto del 1943. La storia delle incisioni segue da vicino le vicende delle tele da cui furono tratte, quasi ne fossero un ideale completamento: ancora su richiesta di Napoleone, rivelatasi poi di grande lungimiranza, Appiani venne incaricato di trarre dal ciclo di chiaroscuri una serie di lastre in rame, e lo conferma un biglietto del principe Eugenio de Beauharnais datato 31 luglio 1805, subito dopo la nomina di Appiani a primo pittore dell’Imperatore. 47 «Furono tutte le composizioni, per ordine del Governo Francese, fatte incidere in un quarto dell’altezza del dipinto, e la direzione fu affidata al cav. Professore Giuseppe Longhi. Appiani ebbe allora il Titolo di Commissario I.R. di Belle Arti. Si vuole che Napoleone per rimeritarlo facesse ordinare i rami, con proposito di ritirarne 200 copie, e lasciar quindi ad Appiani i rami in proprietà. […] Le incisioni cominciarono nel 1807, e finirono nel 1816. Costarono in totale […] la somma d’italiane lire 116206.08».1 In questo stralcio è citato Giuseppe Longhi, voluto dallo stesso Bonaparte a dirigere l’opera incisoria, consapevole del prestigio goduto che lo rendeva insieme a Raffaello Morghen l’artista in quel periodo A sinistra: particolare tratto dalla tavola raffigurante il Combattimento al Ponte di Lodi del 10 maggio 1796 e qui ritagliato sulla figura di Napoleone lanciata in combattimento. Sotto: tavola dedicata al giuramento solenne alla Costituzione della Repubblica Cisalpina (9 luglio 1787). È la tavola in cui la critica ha riconosciuto nella figura paludata all’estrema sinistra il poeta Vincenzo Monti 48 più apprezzato; Longhi a sua volta chiamò a collaborare Michele Bisi, suo allievo prediletto, e il bolognese Francesco Rosaspina, conosciuto durante i Comizi di Lione e già forte di una riconosciuta fama come acquafortista, il quale, insieme al fratello Giuseppe, avrebbe dato il contributo maggiore all’intaglio delle lastre dei Fasti.2 Longhi preparò una serie di prime incisioni nel 1807 come riferimento per gli altri collaboratori; nel 1811, quando le sue lastre furono terminate, subentrarono al lavoro Bisi, Benaglia e i Rosaspina; non senza problemi,3 il lavoro venne portato a termine nel 1816, sempre sotto l’accurata supervisione di Appiani, che fece appena in tempo a vedere, prima di morire l’anno successivo, la realizzazione completa di «ces magnifiques gra- la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 vures dont la vue dut un instant le consoler des ses malheurs».4 Una volta terminata, la serie di incisioni passò poi, attraverso la Scuola d’Incisione dell’Accademia di Brera dove era in deposito, all’incisore della Zecca Milanese Giuseppe Bazzaro; costui ricevette solo nel 1845 l’opera completa che iniziò a far circolare d’accordo con i fratelli Ubicini e poi con l’editore Silvestri. Nel 1860 i rami furono trasferiti a Parigi presso i fratelli Didot che, a distanza di quarant’anni dal completamento delle lastre, promossero una magnifica edizione in folio oblungo, rilegata ad album, e dedicata da Pietro Barboglio a Napoleone III, con la quale si era potuto portare finalmente a compimento «un voeu non satisfait du Grand Empereur, qui en avait Dall’alto: tavola per l’elezione di Bonaparte a Primo Console, risolta da Appiani in chiave allegorica: la Francia, seduta al trono, riceve la spada, omaggio e simbolo di fedeltà, da Napoleone, a sua volta protetto da Marte e tenuto per mano dalla Gloria. Sotto: le tre Parche filano lo stame della vita di Napoleone, ma il Destino sottrae le forbici ad Atropo; una congiura era stata infatti ordita nel dicembre 1800, ma Bonaparte ne uscì illeso. Nella pagina a destra: particolare dalla Battaglia di Arcole, con l’eroico gesto di Napoleone che, in un momento di difficoltà delle truppe, raccoglie la bandiera francese e si lancia contro l’esercito avversario maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano ordonné la publication, rendre aux peuples de France et d’Italie une parte de leur gloire, et restituire aux Arts un grand travail, dont il ont été trop longtemps dépouillés».5 L’esemplare posseduto dalla Biblioteca di via Senato, con ex libris di provenienza di Sidney George Reilly, appartiene a questa edizione, grazie alla quale, con lo stesso intento celebrativo che aveva mosso il primo Napoleone a ordinare l’esecuzione delle tele originali, per la prima volta venne data giusta evidenza al risultato di un concorso così brillante di apporti, che fece dei Fastes di Napoleone «una serie d’eccezione, un messaggio visivo, carico insieme di valenze politiche e figurative, rispondenti ai valori più alti della cultura storicista ottocentesca».6 Scorrono nelle trentacinque tavole7 le gesta di guerra napoleoniche, dalla battaglia di Montenotte del 1796 alla vittoria di Friedland del 1807, passando per l’epica Campagna d’Egitto del 1798: Appiani aveva saputo infondere nella pittura il mandato della Convenzione per cui «les artistes deviennent les histoiriens de notre gloire», enfatizzando al massimo il primo valore dell’epica napoleonica – l’eroismo – nelle scene concitate degli scontri tra eserciti; il campo di battaglia diventa il teatro della rivoluzione e Napoleone ne esce sempre attore trionfante, immortalato in alcune pose divenute poi iconiche, come nell’atto di incitare alla lotta ammantato nella bandiera 49 francese o icasticamente in sella ad un cavallo lanciato a sfondare le truppe nemiche. La cronaca tumultuosa degli eventi bellici si stempera nelle composte rievocazioni delle celebrazioni del suo potere, come nella tavola che ricrea il giuramento sulla Costituzione della Repubblica Cisalpina (dove la critica ha riconosciuto l’omaggio a Vincenzo Monti nella figura paludata all’estrema destra) e nella celebrazione di Napoleone a Re d’Italia; o nelle grandiose allegorie classiche a cui Appiani fa ricorso per mitizzare i passaggi salienti della carriera del generale, dal Consolato all’Impero: il punto massimo si tocca nella scena dell’incoronazione a Imperatore dei Francesi, dove oltre alle già rappresentate figure mitologiche, Ap- 50 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 Napoleone Re d’Italia, 26 maggio 1805: Appiani ferma il momento in cui Napoleone si cinge il capo con la Corona Ferrea piani inserisce una stella – allusiva al mito del Sidus Iulium – e il cavallo alato Pegaso, a stabilire un collegamento tra le vicende di Bonaparte e Giulio Cesare, e a far assumere alla rievocazione allegorica il valore dell’apoteosi. Ultima testimonianza di un ciclo pittorico andato distrutto, punto più alto della produzione di Appiani in una «carriera pittorica spesso sfiorata, nelle troppe occasioni ufficiali, dalla noia della convenzione»,8 i Fasti di Napoleone sono anche lo specchio della convinta e partecipata adesione di un popolo al vento e ai principi di un’epoca nuova, che confermava le parole che Stendhal aveva scelto come incipit per la sua Certosa di Parma: «Il 15 maggio 1796 il general Bonaparte entrò a Milano, alla testa del giovine esercito che aveva allora varcato il ponte di Lodi e mostrato al mondo che, dopo tanti secoli, Cesare e Alessandro avevano un successore».9 NOTE 1 G. BERETTA, Le opere di Andrea Appiani primo pittore in Italia di S.M. Napoleone, Milano, 1848, p. 228 citato in F. MAZZOCCA, «Vicende e fortuna grafica dei Fasti Napoleonici di Andrea Appiani», in Mito e storia nei “Fasti di Napoleone” di Andrea Appiani. La traduzione grafica di un ciclo pittorico scomparso, Roma, De Luca, 1986, p.18. 2 Due tavole delle trentacinque vennero realizzate da Giuseppe Benaglia, ma «rimangono addietro per disegno e per gusto»; probabilmente l’incarico di incisore gli venne affidato come ricompensa per aver sostituito Longhi per un breve periodo nella sua cattedra a Brera. 3 Il primo gruppo di rami fu oggetto di una disputa tra l’Intendente generale, che suggeriva al Viceré di depositare le lastre presso il tesoro della Corona, per evitare la contraffazione o la riproduzione non autorizzata delle stesse, e lo stesso Appiani, che si mosse invece verso le ragioni degli artisti incisori, che ne- cessitavano di possedere sino alla fine del lavoro i rami incisi: «L’incisione de’ miei bassirilievi a tempera forma una serie talmente connessa, che non può un rame incidersi senza aver sott’occhio il rame precedente. Ciò fa sì che indispensabile sia che i rami di mano in mano eseguiti rimangano presso l’autore dell’opera..» cit. in F. MAZZOCCA, p. 19. 4 Fastes de Napoleon Premier, Paris, Typographie de Firmin Didot Frères, Fils et Cie, [1860], p. 3. 5 Due edizioni vennero promosse successivamente in Italia, dall’editore Moretti di Milano e dal tipografo Landi di Firenze nel 1890, sfruttando un’ultima tiratura degli ormai esausti rami passati in proprietà della calcografia di F. Chardon il vecchio a Parigi. 6 F. MAZZOCCA, p. 22. L’alto valore delle incisioni venne registrato sin da subito da Giulio Ferrario, bibliotecario della Braidense che già nel suo repertorio Le classiche stampe suggeriva: «e siccome il Longhi e altri valenti artisti coetanei incisero per eccellenza […] i Fasti di Napoleone, dall’Appiani in 35 rami, io consiglierei gli amatori d’ornare la loro scelta galleria di questo bellissimo fregio». G. FERRARIO, Le classiche stampe, Milano, Santo Bravetta, 1836, p. 196. 7 Tavv. 1-2: Battaglia di Montenotte; 3-4: Combattimento e passaggio del Ponte di Lodi; 5-7: Ingresso dei Francesi a Milano; 8: Incontro con il messaggero austriaco a Lonato; 9-10: Battaglia di Arcole; 11: Battaglia di Rivoli; 12: Battaglia della Favorita; 13: Festa della Federazione e della Repubblica Cisalpina; 14-18: Campagna d’Egitto; 19-20: Bonaparte Primo Console; 21-22: Passaggio del Gran San Bernardo; 23-26: Battaglia di Marengo; 27: La convenzione di Alessandria; 28: Congiura del 24 dicembre 1800; 29-30: Bonaparte Imperatore dei Francesi; 31: Napoleone Re d’Italia; 32-35: Medaglioni decorativi. 8 F. MAZZOCCA, op. cit., p. 23. 9 STENDHAL, La Certosa di Parma, Milano, Rizzoli, 1953. maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 51 BvS: il Fondo Sicilia La “Biblioteca popolare” di Giuseppe Pitrè Turpe est in patria vivere et patriam non cognoscere BEATRICE PORCHERA «U omo di media statura, dalle forme asciutte ed agili: fronte ampia sopra due occhi vivi, mobili, nerissimi: barba breve e piena, in cui il nero e il bianco cozzavano senza mescolarsi e fondersi nel grigio dell’età che lenta decade; e tutta la faccia e la persona denotava, ancora sui sessant’anni, un vigore gagliardo di spirituale giovinezza ribelle agli abiti e ai gusti dell’incipiente vecchiaia. Breve ed arguta come la barba era la sua parlata; e anch’essa mista di due forme fortemente distinte, poiché egli, dopo aver usato la lingua italiana con i forestieri e con le persone che gli venivano presentate per la prima volta, passava d’un tratto al suo siciliano: al siciliano di Palermo, con le sue intense nasalità, con le sue erre sonanti e coi suoi forti accenti, guizzante di frizzi e motti proverbiali. Ma era conversazione gentile, di uomo che parla con gli occhi negli occhi, e ha il cuore caldo e affettuoso».1 Questa la descrizione che Giovanni Gentile (1875-1944) fece del medico, storico, filologo e poeta Giuseppe Pitrè (1841-1916), fondatore in Italia della scienza folcloristica, da lui in seguito definita demopsicologia. Pitrè nacque a Palermo nel Ritratto di Giuseppe Pitrè 1841 da una famiglia di pescatori residente in uno dei sobborghi più popolari della città. Nonostante le umili origini dei genitori, riuscì a frequentare l’università laureandosi in medicina e chirurgia. La professione di medico gli permise di continuare a mantenere un contatto diretto e concreto con quella parte di popolo che tanto lo incuriosiva e affascinava; egli dedicò infatti la sua intera vita allo studio delle tradizioni popolari italiane, in particolar modo siciliane, raccogliendo instancabilmente do- cumenti e testimonianze. Frutto di questo faticoso lavoro furono i 25 volumi della “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane” pubblicati nella sua città natale tra il 1870 e il 1913, impareggiabile contributo alla conoscenza della cultura e della civiltà siciliane – sono conservati presso la Biblioteca di via Senato sia alcuni volumi della monumentale opera in edizione originale, sia l’intera edizione anastatica realizzata a Bologna da Forni tra il 1968 e il 1969 –.2 Pitrè manifestò un forte interesse nei confronti del folclore fin da fanciullo. Nella prefazione ai Proverbi (ottavo volume della “Biblioteca”) scrisse: «L’anno 1858 io ero in un istituto d’istruzione e di educazione. Avevo appena diciassett’anni, e tra’ pochi miei libri contavo la Raccolta di proverbi toscani di G. Giusti. Quel libro mi occupava di continuo, principalmente pei riscontri che io trovavo coi proverbi siciliani […]; e non passava giorno che io non vi studiassi sopra un poco imparandone qualche pagina. Un mio cugino, amante anche lui dei proverbi, venivami allo spesso a visitare, e discorrendo del più e del meno toccava dell’argomento prediletto, e mi pregava di volergli scrivere quando uno quando un altro dei proverbi toscani corrispon- 52 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 Da sinistra: frontespizio dei Profili biografici di contemporanei italiani, Palermo, tip. Francesco Lao, 1864, prima opera pubblicata da Pitrè; costume da sposa in Sampiero Niceto tratto dal XXV volume della “Biblioteca” denti al tale o tal altro siciliano che egli conoscea e che voleva usare a tempo e a luogo. Il desiderio mi riusciva gradito, e poiché l’appetito vien mangiando, entrambi ci appassionavamo sempre più in que’ raffronti, egli domandando, io cercando e studiando. Quando glien’ebbi fornito parecchie centinaia, il Bartolomeo (che tale è il nome del mio affettuoso cugino), uomo di mare, imprese un lungo viaggio, ed io rimasi coi miei neonati confronti e col mio Giusti. […] Venne il 1860, e la mia raccoltina siciliana contava oltre a un migliaio di proverbi, dettimi da persone di casa mia e particolarmente dalla mamma, che in queste materie mi è sempre stata consigliera e maestra».3 E fu proprio alla madre, Maria Stabile, che Pitrè dedicò i primi due volumi della sua “Biblioteca”, Canti popolari siciliani raccolti ed illustrati […] (1870-1871). Essi presentarono fin da subito la copertina poi comune a tutti i tomi della collezione.4 Seguirono gli Studi di poesia popolare (1872)5 e le Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani […] (1875) in quattro volumi che, stampati dal 1873, contenevano novelle, fiabe, fole, facezie espresse in quasi cinquanta parlate dell’isola. Alcuni di questi testi vennero tradotti in fran- cese, inglese, tedesco e portoghese e costituirono per scrittori quali Luigi Capuana (1839-1915) e Giovanni Verga (1840-1922) materiale a cui attingere per i loro lavori.6 Nel 1880 uscirono i quattro tomi dei Proverbi siciliani raccolti e confrontati con quelli degli altri dialetti d’Italia. Nella raccolta, in quaranta capitoli, ciascun proverbio siciliano era seguito dalle varianti che esso riscontrava in trentasei dialetti e parlate d’Italia. Tutti i proverbi marchigiani e napoletani e molti dei genovesi risultarono inediti. Tale ingente fatica aveva rischiato di andare perduta, come ci raccontò l’autore stes- maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano so nella prefazione all’opera: «Io abitavo allora in una stanza di S. Francesco di Paola, ove a ristoro della salute m’ero condotto; quando il 15 settembre 1866 la plebe di Palermo e dei dintorni, […] sollevavasi con un grido nuovo, ch’essa non comprendeva e la storia siciliana ricorderà quind’innanzi. Al cominciare di quel moto scomposto io riparai, com’è da credere, in casa, abbandonando nella confusione le mie carte. Ma non corse guari che punto dal dolore e dal rimorso dell’abbandono, e più dalle vaghe e confuse voci d’un prossimo assalto a S. Francesco di Paola, deliberai senz’altro di ricuperarle. Devo al coraggio di mio fratello Antonio se, vinta la pietà nella mamma, potei in tempo salvare il frutto di otto anni di sudori […]».7 Il dodicesimo volume della “Biblioteca”, Spettacoli e feste popolari siciliane […], fece la sua comparsa nel 1881: «Sotto il titolo di Spettacoli vanno in questo volume le sacre rappresentazioni, gli spettacoli tradizionali del basso popolo, le pantomime, le processioni figurate, parlate e mute, i riti drammatici, i canti dialogati; opere non tutte, è vero, d’indole e molto meno d’origine popolare, ma tali da chiamare a prendervi parte il popolo come autore, quando come attore e sempre come spettatore. Nelle Feste è la esposizione di ciò che si fece e si fa, di ciò che si credette e si crede in certi giorni dell’anno dai più solenni e generalmente riconosciuti a’ più comuni e poco considerati, da quelli, cioè, che i Siciliani, al pari d’altri popoli, celebrano con particolari riti, costumi e superstizioni, a quelli che, passando inosservati in tutta l’isola, trovano solo un paese che li guardi legandovi pratiche ed usanze degne di considerazione»,8 come Santa Rosalia in Palermo o Sant’Agata in Catania.9 Gli Spettacoli furono seguiti, nel 1883, dai Giuochi fanciulleschi siciliani, lavoro dedicato ai bambini di diversi folcloristi, corredato da 10 tavole in fototipia collocate nel testo e 4 a litografia poste in calce al volume illustranti giochi e balocchi.10 I quattro volumi degli Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, con dedica al folclorista Salvatore Salomone Marino (18471916), furono stampati tra il 1885 e il 1889. Contengono uno degli studi più belli di Pitrè relativo alle Tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia, di cui riporto solo un passo: «Non ho mai visto la Morte de’ paladini senza ricevere una viva impressione del contegno degli spettatori. È raro, estremamente raro, che l’uditorio serbi mai tanto silenzio e tanto raccoglimento quanto in questa sera. La Il carro di Santa Rosalia in Palermo nel 1897 53 tristezza è sul volto di tutti; le stesse parole che l’un l’altro gli spettatori si barattano sono sommesse per riverenza al luogo ed al momento sacro e solenne. […] All’apparir dell’angelo a Rinaldo, al benedir che fa Turpino il conte Orlando, tutti si scoprono il capo come la sera del Venerdì santo rappresentandosi il Mortorio di Cristo».11 Seguirono i volumi: Fiabe e leggende popolari siciliane (1888); Medicina popolare siciliana raccolta ed ordinata (1896) contenente varie immagini popolari di notevole interesse etnografico raffiguranti santi; Indovinelli, dubbi, scioglilingua del popolo siciliano […] (1897);12 Feste patronali in Sicilia (1900); Studi di leggende popolari in Sicilia e nuova raccolta di leggende siciliane (1904), in cui si narra, tra le altre, la leggenda di Cola Pesce; Proverbi, motti, scongiuri del popolo siciliano (1910), con più di mille proverbi inediti; Cartelli, pasquinate, canti, leggende, usi del popolo siciliano […] (1913) dedicato a Palermo e infine La famiglia, la casa e la vita del popolo siciliano (1913) che, pubblicato in memoria del figlio Salvatore, contiene 173 illustrazioni.13 Pitrè lavorò alla “Biblioteca” per la quasi totalità della sua vita. In parallelo inoltre partecipò ad altre varie iniziative. Collaborò con le “Nuove effemeridi siciliane”, periodico pubblicato tra il 1869 e il 1881 – edizione completa conservata presso la BvS – inizialmente dedicato alle scienze, alle lettere e alla filosofia. Nel 1873 promosse la Società siciliana per la storia patria e nel 1882, insieme a Salvatore Salomone Marino, iniziò la pubblicazione dell’“Archivio per lo studio delle tradizioni popolari”, rivista trimestrale per la quale scrissero 54 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 Il carro definito “La Bara” impiegato a Messina per la Festa dell’Assunta noti studiosi, italiani e stranieri. I sedici volumi della collezione “Curiosità popolari tradizionali”, pubblicati in collaborazione con Gaetano di Giovanni, anch’egli siciliano, uscirono tra il 1885 e il 1899 ed estesero a varie regioni d’Italia gli studi sugli usi e i costumi popolari. La prima edizione della Bibliografia delle tradizioni popolari d’Italia fu stampata nel 1894 e costituì fin da subito un imprescindibile strumento di consultazione per gli “addetti ai lavori” e non solo. In aggiunta, ormai anziano ma instancabile, Pitrè pubblicò nel 1904 La vita in Palermo cento e più anni fa – l’editio princeps è conserva- ta presso la nostra Biblioteca –, viva rappresentazione aneddotica della città da lui tanto amata; organizzò il Museo etnografico siciliano e, nel 1911, ottenne a Palermo la prima cattedra di demopsicologia istituita nelle università. Morì nella città natale il 10 aprile 1916. NOTE 1 G. GENTILE, Giuseppe Pitrè (1841-1916), Firenze, Sansoni, 1940, pp. 6-7. Cfr. anche ID., Il tramonto della cultura siciliana, Firenze, Sansoni, 19852, pp. 101-129. 2 Cfr. Dizionario generale degli autori italiani contemporanei, Firenze, Vallecchi, 1974, pp. 1055-1056. 3 G. PITRÈ, Proverbi siciliani raccolti e confrontati con quelli degli altri dialetti d’Italia da G. Pitrè. Con discorso preliminare, glossario etc., vol. I, Bologna, Forni, 1969, pp. VII-VIII (Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, 8). 4 Cfr. Bibliografia degli scritti di Giuseppe Pitrè, a cura di G. D’Anna, Palermo-San Paolo, Italo-Latino-Americana Palma, 1998, p. 18. 5 Cfr. ibi, p. 23. 6 Cfr. ibi, pp. 27-28. 7 G. PITRÈ, Proverbi siciliani […], vol. I, Bologna, Forni, 1969, pp. X-XI. 8 ID., Spettacoli e feste popolari […], Bologna, Forni, 1969, p. VII (Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, 12). Cfr. Bibliografia degli scritti di Giuseppe Pitrè, p. 38. 10 Cfr. ibi, pp. 43-44. 11 G. PITRÈ, Usi e costumi, credenze e pregiudizi […], vol. I, Bologna, Forni, 1969, p. 147 (Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, 14). Cfr. Bibliografia degli scritti di Giuseppe Pitrè, pp. 56-58. 12 200 indovinelli di carattere osceno, seppur raccolti da Pitrè, vennero dall’autore lasciati inediti. Cfr. ibi, p. 79. 13 Cfr. ibi , pp. 82-83, 86-87, 91-92. 9 maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 55 BvS: prime edizioni Paolo Buzzi, “l’uomo a due teste”: amministratore e poeta Fratello delle avanguardie, scrittore di sensazioni e idee VALENTINA CONTI «P otrà sembrare un’anomalia ricordare un futurista in una biblioteca, che poi non è dissimile da quei musei che proprio il Futurismo, a parole, diceva di voler distruggere per sempre», e soprattutto trattare di Paolo Buzzi, che si riferiva alle biblioteche come a «quei loculi pieni di libri», paragonandole a dei cimiteri. L’argomento, però, è lecito per l’importanza del personaggio, considerato uno scrittore al pari di Lucini e Marinetti per la sensibilità che riservò agli accadimenti dei primi anni del Novecento. Paolo Buzzi nacque a Milano il 15 febbraio 1874 da Angelo, funzionario statale, e Camilla Riva, erede di una ricca famiglia borghese meneghina. Dopo aver studiato giurisprudenza intraprese la carriera amministrativa che lo portò a diventare segretario generale della provincia della città lombarda. Fin da giovane mostrò un grande interesse per la poesia e nel 1898 esordì pubblicando Rapsodie leopardiane, una raccolta di sonetti, odi, canzoni e romanze per il centenario della nascita del poeta di Recanati. I suoi primi lavori letterari furono caratterizzati da uno stile in- fluenzato dalla scapigliatura e dal classicismo carducciano, ma solo pochi anni dopo aderì al movimento futurista, diventandone uno degli esponenti più in vista. Collaborò come critico letterario alla rivista “Poesia”, fondata da Sem Benelli e Filippo Tommaso Marinetti, e vinse il concorso letterario del periodico con il poema in prosa L’esilio, in cui raccontava la crisi spirituale della borghesia milanese. Nel febbraio 1909 a Parigi fu uno dei primi a firmare il Manifesto del movimento futurista, in cui si leggeva: «Avevamo vegliato tutta la notte, i miei amici ed io» e tra questi personaggi era citato anche Buzzi, presente nella casa di Marinetti in via Senato 2 a Milano, per definire i caratteri del nuovo movimento artistico. I letterati dichiaravano di essere stanchi dell’immobilità della poesia e si proponevano di cantare l’amore del pericolo, la ribellione, la guerra, il patriottismo proclamando il disprezzo della donDall’alto: Paolo Buzzi fotografato da E. Sommariva a Milano; mezzobusto marmoreo di Paolo Buzzi, così descritto da Emilio Gucciardi: “Pupille acute, ironia bonaria, statuario, pallido e serio; apparentemente immobile, ma internamente animatissimo” 56 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 A sinistra: dedica di Maria Buzzi “A Mario Morini, alla giovane recluta dell’esercito dell’Arte, Paolo che di lui aveva affetto e lo ricambiava, insieme alla fede nelle sue forze spirituali, a mezzo di Maria [?] dedica in memoria. Maria Buzzi 1 giugno 1956”. In Il flauto inaudibile, Milano, Intelisano, 1956. Sotto: dedica autografa di Paolo Buzzi a Mario Morini: “Al carissimo Mario Morini con 1000 auguri d’avvenire. Paolo Buzzi 30-III-52” in Atomiche, Milano, Gastaldi, 1952 na e premeditando di «uccidere il chiaro di luna». Il futurismo rispecchiava il disagio di una società stanca che anelava al rinnovamento, un cambiamento che gli scrittori vedevano nel considerare aspetti della poesia ignorati da altri. Paolo Buzzi ebbe un ruolo fondamentale soprattutto nella prima fase dell’affermazione del futurismo, tanto che Guillaume Apollinaire lo definì uno dei fondatori del movimento. Partecipò attivamente alla causa: testimoniò a favore di Marinetti nel processo contro il romanzo di questo Mafarka il futurista e nel 1910 si fece conoscere dal pubblico con lo scandalo provocato dalla sua Ode ad Asinari di Bernezzo, generale costretto da Giolitti a dimettersi per un discorso ai Triestini; la lettura dell’ode irredentista scatenò disordini che portarono all’arresto di Marinetti e dei suoi seguaci. Gli scontri erano una conclusione abbastanza abituale per le serate futuriste, durante le quali Marinetti era solito declamare, oltre alle proprie poesie (specialmente l’Inno alla morte), anche due componimenti di Paolo Buzzi: l’Inno alla poesia nuova e il Canto dei reclusi. I due motivi defi- nivano la poetica dell’autore caratterizzata dall’esaltazione della lotta sociale e dalla presenza della macchina come ispiratrice di poesia, non soltanto per il dinamismo, ma anche per il rinnovamento che rappresentava in campo lavorativo, un aspetto che spesso sfuggiva ad altri futuristi, capaci di vedere nella macchina un mito materiale, dimenticando la sua funzione di miglioramento e progresso della vita dell’uomo. Quest’idea squisitamente futurista fu espressa soprattutto nella raccolta Aeroplani (1909), seguita da molti altri scritti della stessa natura: maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano Versi liberi (1913), L’ellisse e la spirale. Film e parole in libertà (1915). Fu soprattutto nella poesia che Buzzi regalò il suo apporto linguistico, la sua continua sperimentazione formale in rapporto alla tecnica del verso libero lo portò a essere considerato l’autentico lombardo erede di Lucini. Carlo Calcaterra, un Maestro universitario, definì la poesia buzziana «una rappresentazione della Vita quale vortice di ruote gigantesche che, invisibili, muovono il mondo. La purezza di quella Poesia è data da un unico credo artistico: dilatare al massimo la tastiera espressiva, rendere, con ogni indipendenza e sincerità di mezzi, polifonici e melodici, popolareschi e contrappuntistici, onomatopeici e magari dodecafonici, il nuovo fremito della società meccanica, elettrica turistica e sportiva». Buzzi si dedicò anche a opere in prosa di inclinazione futurista (La luminaria azzurra, 1917; La danza della iena, 1920; Cavalcata delle vertigini, 1924) e apportò un suo contributo personale alle correnti della tradizione classica celebrando le virtù eroiche con il Carme di Re Umberto (1901), Bel Canto (1916), Carmi degli augusti e dei Consolari (1919) e il Poema di Garibaldi (1919). Nel frattempo non smise di partecipare alla vita pubblica della Lombardia e, come Segretario Generale della Provincia di Milano, diede impulso a molte opere pubbliche, sostenne la diffusione della cultura nelle campagne, sviluppò la Politica del Lavoratore, aumentò l’assistenza sociale e sanitaria a favore dei lavoratori e incrementò l’interesse per le Belle Arti. Scrisse volumi sul Decentramento Ospitaliero e approfondì studi sulla lotta contro la pellagra, la malaria, la tubercolosi e l’alcolismo nel territorio milanese. In un suo intervento Buzzi, facendo considerazioni sul suo doppio ruolo di poeta e amministratore pubblico, scrisse: «Dicono che i Poeti siano pessimi amministratori, eppure furono dei grandi maestri [si riferiva a Gaetano Negri e Tullo Massarani] a insegnarmi come un uomo possa benissimo sdoppiare la propria vita fra la gestione pubblica e il regno dello spirito» e parlò di se stesso descrivendosi così: «Eccovi l’uomo a due teste, o amatori di fiere e di fenomeni! Egli una ne curva al giogo asinario per sollevare l’altra al Cigno dei Cieli». Proseguì la sua attività letteraria con opere sia in prosa, sia in versi integrando temi futuristi con quelli eroici e lirici (scrisse ad esempio: Canti per le chiese vuote, 1929; Le dannazioni, 1929; Le beatitudini, 1930; Echi del Labirinto, 1931; Canto quotidiano, 1933). Dopo trentotto anni di carriera pubblica, nel 1935 abbandonò volontariamente la carica di Amministratore provinciale di Milano per Opera in bronzo raffigurante Paolo Buzzi di profilo realizzata da Enrico Pancera. Il maestro ne colse i tratti fisici e la psiche 57 dedicarsi completamente alla poesia e alle lettere, ritirandosi in Brianza, sua terra d’origine. Cominciò per Buzzi un lungo periodo di esilio, che durò fino alla sua morte (1956), lontano dalla vita mondana a cui era avvezzo. Viaggiò per l’Egitto, l’Europa e le Alpi con la sua sposa Maria definita «custode guerriera» che lo seguiva ovunque «coi suoi passi di Calpurnia eroica e di Cecilia cristiana». Lo scrittore rimase in contatto con il mondo attraverso i suoi libri e gli articoli per i giornali, ma apprezzava molto la visita di qualche amico o la curiosità e il rispetto di qualche giovane interessato all’amicizia di un personaggio così eclettico e affascinante. Tra questi possiamo annoverare Mario Morini (1929-2005), scrittore, giornalista culturale per la “Nazione”, “Il Resto del Carlino”, “Il Corriere Lombardo”, “La Notte”, personaggio che fu molto legato all’autore, tanto da essere definito dalla moglie di Buzzi, Maria, «il figlio spirituale di Paolo». Tale informazione è fornita dalle dediche autografe presenti sugli esemplari delle opere di Buzzi conservate presso il Fondo di Letteratura del Novecento della Biblioteca di via Senato. La Biblioteca possiede quasi tutte le opere di Paolo Buzzi, molte delle quali in prima edizione e corredate di dediche manoscritte firmate dall’autore stesso o dalla moglie Maria nel caso di scritti pubblicati postumi. La maggior parte dei componimenti realizzati dopo l’abbandono degli impegni pubblici del 1935 restarono inediti, a eccezione di Nostra signora degli Abissi, 1935; Poema di Radio-Onde, 1940; Elica ad 58 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 Da sinistra: esempio di poesia futurista di Paolo Buzzi; dedica “A Mario Morini perché continui con autentico amore ad essere il figlio spirituale di Paolo. Maria Buzzi gennaio 1957” in Il canto quotidiano, Milano, La Prora, 1933 Est, 1946; Atomiche, 1952. Nella sua vita Buzzi scrisse circa 40 opere, a metà della sua carriera letteraria dichiarò: «Io ho scritto troppo, in versi e in poesia. Lo riconosco», e nonostante le sue innumerevoli attività letterarie e amministrative si definì sempre un uomo di poco valore: «un povero essere, dopotutto, nonostante le origini lontanamente illustri». L’attività di pubblica ammini- Bibliografia: PAOLO BUZZI, Selecta (18981954). Poesie e prose edite e inedite, Torino, Edizioni Impronta, 1955. strazione rese Buzzi molto sensibile ai fatti storici e politici riguardanti Milano e la Lombardia, che furono un tema molto presente nelle sue opere. In Nostra Signora degli Abissi, scritto nel 1935, riuscì anche a prevedere la distruzione di Milano sotto le bombe delle incursioni aeree che avvenne nel 1943. Paolo Buzzi non appartenne a una precisa corrente letteraria, ma con la sua fantasia e sensibilità con- Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1972, XV, pp. 662-664. Omaggio a Paolo Buzzi, Mi- tribuì allo sviluppo di molte avanguardie, riuscendo a essere apprezzato in differenti stili, come manifestò nell’ultimo paragrafo della premessa a Poema dei Quarant’anni del 1922: «Lo dedico ai miei fratelli di tutte le avanguardie del mondo i quali hanno mostrato tanto spesso d’amarmi come è giusto che si amino, vivi, i Poeti null’altro chiedenti all’avvenire fuor che una stella sovra la tomba appartata». lano, Torino, Edizioni Impronta, 1958. ELENA RAMPAZZO, Paolo Buzzi tra Gabriele D’Annunzio e Giuseppe Garibaldi. Presente e passato nella mitopoiesi d e l l a «Nuova Italia», i n “ R i v i s t a d i letteratura italiana”, XXVII (2009), 3, pp. 203219. maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 59 60 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 BvS: il Fondo Emeroteca La cultura in Italia sulle pagine di una rivista “La Fiera letteraria” tra le due guerre (1925-1936) PAOLA MARIA FARINA «U scirà il 12 del prossimo Dicembre in Milano un nuovo giornale settimanale di lettere, scienze ed arti intitolato “La Fiera letteraria”. Sarà un giornale del formato normale di un quotidiano, in sei o otto pagine illustrate, stampato in rotativa, sul tipo dei giornali letterari che hanno attualmente così largo successo in Francia […]. “La Fiera letteraria” non sarà l’esponente di un piccolo gruppo di scrittori ma un giornale destinato a un vasto pubblico, redatto con criteri giornalistici, largamente informativo, e rispecchierà nel modo più completo il movimento letterario, scientifico ed artistico italiano e straniero».1 Con queste parole, in una lettera del 17 novembre 1925, Umberto Fracchia (1889 – 1930), saggista e romanziere, annunciava la pubblicazione di una nuova rivista, “La Fiera letteraria” (presso la nostra biblioteca, le annate complete dal 1925 al 1936), il cui primo numero vide la luce il 13 dicembre 1925 sotto la direzione dello stesso Fracchia, già fondatore di “Lirica” e collaboratore per lungo tempo de “Il Marzocco”.2 Le ragioni del settimanale sono spiegate nell’editoriale del numero d’esordio, Esistere nel tempo (non firmato ma, in realtà, dello stesso direttore), in cui viene chiarita anche la scelta del nome: «i nomi più belli e solenni […] ci sono apparsi i meno adatti per noi che, ritrovandoci in pochi e così lontani l’uno dall’altro, non avremmo mai osato pensare di poterci riunire insieme per costruire un tempio o qualche cosa che assomigli a un tempio […]. La fiera […] è il luogo che si conviene ad uomini della nostra età: che i nostri propilei e la nostra scuola di Atene siano fatti di baracche rabberciate alla meglio, con insegne Nella pagina accanto, da sinistra: prima pagina del primo numero de “La Fiera letteraria” uscito il 13 dicembre 1925; prima pagina della rivista con il nuovo titolo, “L’Italia letteraria” (7 aprile 1929) Qui a sinistra, un articolo di Enrico Falqui, fedele e celebre collaboratore del periodico, sull’edificazione di una città letteraria, con vie, piazze e monumenti ispirati ai grandi autori della letteratura italiana (4 ottobre 1931, p. 3) maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano sfacciate e bugiarde, piuttosto che di lucidi marmi e di statue armoniose, non ci impedirà di essere quali noi saremmo stati nel secolo di Pericle, o in quello di Augusto, o nello stupido adorabile XIX secolo».3 La “fiera” si configura, dunque, come luogo moderno di incontro e di scambio di idee in contrapposizione al “tempio” in cui il letterato tendeva a rifugiarsi in aristocratico isolamento; a differenza della “fiera”, caratterizzata da un’idea di movimento e dinamismo, il “tempio”, nella sua statica solennità, è presentato, invece, come il simbolo per eccellenza di una tradizione letteraria che richiede un rinnovamento. L’impegno della redazione, continua l’editoriale programmatico, è quello di proporre un periodi- co, sul modello del francese “Les Nouvelles Littéraires”, «che sia letto dal maggior numero di persone […] completo, libero nei suoi giudizi, scrupoloso nella esattezza delle sue informazioni e notizie, stampato bene, e sotto ogni aspetto attraente» grazie al prezioso contributo di autori, critici e giornalisti moderati che «stiano insieme non per la difesa contro un comune nemico, ma con l’animo pacifico di chi contribuisce volontariamente ad un lavoro utile».4 Grazie ai finanziamenti delle case editrici Mondadori (presso la quale Fracchia aveva lavorato) e Treves e all’appoggio di Giovanni Treccani e Ugo Ojetti, il direttore poté realizzare il proprio progetto, avvalendosi di una nutrita schiera di gio- 61 vani redattori (tra i quali Giovanni Battista Angioletti, Riccardo Bacchelli, Giovanni Titta Rosa, Giuseppe Ravegnani, Enrico Falqui) e di valenti collaboratori in tutto il territorio nazionale (Anton Giulio Bragaglia, Alberto Cecchi e Curzio Malaparte a Roma; Cesare Padovani e Raffaello Franchi a Firenze; Francesco Flora a Napoli).5 Idealmente collegata all’esperienza de “La Ronda”6 (Vittorio Vettori la annoverava tra le riviste che accolsero e svilupparono l’eredità rondesca), la testata si distinse sin dagli esordi per la sua tendenza umanistico-retorica e per le posizioni moderate che assunse in letteratura e in politica.7 Nel raccogliere, all’indomani della grande guerra, le voci più notevoli del dibattito 62 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 Da sinistra: immagine pubblicitaria della rivista con la relativa campagna abbonamenti contenuta nel numero del 2 maggio 1926 (p. 3); manifesto per la prima Festa del Libro sostenuta e promossa con entusiasmo dalla redazione del periodico. Il manifesto (nel numero dell’8 maggio 1927, p. 3) propone un’accesa esortazione alla lettura e il libro viene presentato come prodotto di cultura e di civiltà; l’idea di istituire una Giornata del Libro – patrocinata dal Ministero della Pubblica Istruzione – era nata a seguito della constatazione della scarsa affezione del pubblico alla lettura e tra i promotori di tale iniziativa Umberto Fracchia fu tra i più impegnati culturale, svolse il ruolo di cardine tra le esperienze de “La Voce” e della sopracitata “La Ronda” e le successive riviste “Solaria”, “Circoli” e “Letteratura”, accogliendo gli scritti di autori come Luigi Pirandello, Alfredo Panzini, Grazia Deledda, Ada Negri, Ardengo Soffici, Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba, Carlo Emilio Gadda, Alberto Longhi, Libero de Libero, Elio Vittorini e molti altri nomi noti.8 L’impostazione interdisciplinare, la posizione di critica costrutti- va, l’apertura alle diverse sollecitazioni ideologiche e l’impegno nella diffusione della cultura connotarono il periodico soprattutto nella prima stagione, cioè tra il 1925 e il 1936, quando il regime fascista ne bloccò le pubblicazioni, che ripresero solamente dieci anni dopo. Sotto la direzione di Fracchia, dal 1925 al 1929, il successo de “La Fiera letteraria” andò crescendo ad ogni numero domenicale; nei primi anni la redazione aveva sede in Milano (viale Piave 20, poi via della Spiga 24, quindi piazza S. Carlo 2) per poi essere spostata, nel 1928, a Roma. Il trasferimento della sede, di fatto, venne a coincidere con altre due importanti modifiche: la nuova direzione con Curzio Malaparte (1898 – 1957) e Giovanni Battista Angioletti (1896 – 1961), dal numero del 18 marzo 1928, e, nel 1929, l’adozione del nuovo nome “L’Italia letteraria”. All’inizio la rivista uscì in fascicoli di 6 pagine al costo di 50 centesimi, mentre dal numero del 27 giugno 1926 le pagine furono por- maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 63 tate a 8 e il costo salì a 80 centesimi. Ogni domenica, il settimanale proponeva articoli dedicati ad autori e opere di letteratura, pezzi di cronaca sui fatti del mondo letterario, critiche, recensioni, saggi e racconti; per esempio, tra il 1925 e il 1926, furono pubblicati a puntate l’inedito pirandelliano Uno nessuno centomila, Cinelandia di Ramòn Gomez de la Serna (prima traduzione italiana) e il poco conosciuto Catalogo delle idee chic di Gustave Flaubert a cura di Alberto Cecchi. L’attenzione della rivista era rivolta non solo alla letteratura italiana, ma anche a quella estera, come attestano la rubrica dedicata alle riviste straniere e quella delle edizioni tradotte. Ampio spazio era poi destinato alle recensioni di rappresentazioni teatrali, alle novità musicali e alle esposizioni d’arte, senza trascurare le notizie a carattere scientifico. Tra le rubriche fisse meritano di essere menzionate Cambusa e Otto volante, sezioni dal forte carattere ironico e dai toni leggeri, La borsa letteraria, in cui venivano presentati gli autori di maggiore successo e le loro opere più famose, Foglie della Sibilla, rubrica in cui si svolgevano duelli letterari, La colonna infame, che presentava esponenti del mondo letterario contemporaneo, e la sezione dedicata alle rarità per bibliofili.9 Molto curiose sono anche le numerose illustrazioni e le vignette, spesso dai toni scherzosi e irriverenti, che costellano le pagine del giornale interrompendo il succedersi degli articoli e rendendo, quindi, gradevole anche alla vista l’impaginazione. Con la nomina di Curzio Malaparte a direttore nel 1929 e l’adozione del nome “L’Italia letteraria” la rivista mostrò, all’inizio degli anni ’30, un discreto avvicinamento al fascismo, evidente soprattutto nell’aumento degli articoli dedicati a fatti di natura politica, ma continuò a conservare un certo spirito libertario, più a livello culturale che politico. Proprio per questa sua natura libera e per il carattere esterofilo nel 1936 il periodico venne censurato dal regime; solo nel 1946, dieci anni più tardi, la rivista riprese le pubblicazioni con il titolo originario grazie all’iniziativa di Corrado Alvaro (1895 – 1956), sotto la direzione di un comitato composto, tra gli altri, da Emilio Cecchi, Gianfranco Contini e Giuseppe Ungaretti. Questa seconda stagione del- la rivista ebbe termine nel 1968, quando la formula giornalistica adottata pareva ormai superata dai nuovi mezzi di comunicazione; un ulteriore tentativo di pubblicazione fu attuato nel 1971, ma non durò a lungo e nel 1977 “La Fiera letteraria” cessò nuovamente di uscire. Un’ultima serie uscì fra il 1983 e il 1984, quando la testata chiuse in maniera definitiva.10 La rivista di Fracchia è da considerarsi preziosa testimonianza della vivacità culturale e dell’impegno letterario dell’Italia tra le due guerre; sulle sue pagine trovavano spazio i nomi di autori affermati della letteratura mondiale accanto a giovani esordienti, articoli di critica filologica e vignette satiriche, recensioni librarie e teatrali e contributi scientifici. Nel rispetto della tradizione letteraria del paese, non temette di rinnovarla e si impegnò a diffondere e promuovere la lettura in un periodo storico assai delicato; attraverso la divulgazione delle novità che la cultura in quegli anni proponeva, si sforzò di sostituire al monolitico e solitario “tempio” eretto dagli autori fino ad allora una più variegata, affollata e piacevole “fiera” delle parole. NOTE 1 Lettera di Umberto Fracchia, 17 novembre 1925. 2 FRANCESCA ROCCHETTI (scheda e indici a cura di), «La Fiera letteraria», in C.I.R.C.E. Catalogo Informatico Riviste Culturali Europee: http://circe.lett.unitn.it/le_riviste/riviste/fiera%20letteraria.html (controllato il 16/04/2012). 3 Esistere nel tempo, in “La Fiera letteraria”, A. I, n. 1 (dicembre 1925), p. [1]. 4 Ibidem. Vedi anche DIEGO DIVANO, Alle origini della «Fiera letteraria» (1925-1926). Un progetto editoriale tra cultura e politica, Firenze, Società editrice fiorentina, 2009. 6 Tra i redattori de “La Ronda” figurava anche Vincenzo Cardarelli, il quale fu direttore de “La Fiera letteraria” per diversi anni dal 1949. 7 IRENE BARTALENA, «La Fiera Letteraria» negli anni 1949 e 1950. Erudizione oltre l’“impegno”, Roma, Aracne, 2009, p. 17. 8 Per le riviste letterarie: RENATO BERTAC- CHINI, Le riviste del Novecento. Introduzione e guida allo studio dei periodici italiani. Storia, ideologia e cultura, Firenze, Le Monnier, 1984 (Profili letterari, 21) e GIUSEPPE LANGELLA, Le riviste di metà Novecento, Editrice La Scuola, Brescia, 1981 (Sintesi e documenti di letteratura italiana contemporanea, 7). 9 F. ROCCHETTI (scheda e indici a cura di), «La Fiera letteraria», in C.I.R.C.E. 10 I. BARTALENA, «La Fiera Letteraria» negli anni 1949 e 1950, p. 21. 5 64 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 BvS: il Fondo Impresa Una famiglia di fotografi: i Fratelli Alinari Centosessantanni di storia attraverso le fotografia GIACOMO CORVAGLIA S ono trascorsi 173 anni da quel primo dagherrotipo, il procedimento fotografico per lo sviluppo di immagini messo a punto dal francese Louis Jacques Mandé Daguerre sino alle immagini digitalizzate di oggi. E i 160 anni di storia della Fatelli Alinari coincidono e ne sono parte integrante della storia della fotografia. La Fratelli Alinari viene fondata a Firenze da Leopoldo Alinari ed è la più antica azienda tuttora operante nel campo della fotografia. È il 1852 quando Leopoldo, aiutato finanziariamente da Giuseppe Bardi, il famoso calcografo presso il quale aveva fatto il suo apprendistato, apre un piccolo laboratorio fotografico in via Cornina. Ma è nel 1854, con i fratelli Giuseppe e Romualdo, che viene fondata la società che prende il nome di “Fratelli Alinari”. Giuseppe ha il ruolo di fotografo mentre Romualdo ha compiti amministrativi. Gli Alinari cominciano a riprodurre i monumenti e le opere d’arte della città. Le lastre con le vedute di Firenze vengono vendute alla borghesia parigina dai fratelli Bisson, noti fotografi a Parigi, e riscuotono tanto successo da costringere i Fratelli Alinari a cercare loca- Fratelli Alinari: dalla fotografia all’immagine. 1852-2002. Copertina A destra: W. Wultz, Io + gatto. (Archivi Alinari) li più ampi e più idonei in via Nazionale a causa della crescente domanda. Il 1855 per i Fratelli Alinari è l’anno della consacrazione con la loro prima presentazione ufficiale all’Esposizione di Parigi. L’anno seguente vengono pubblicati, in lingua francese, due cataloghi che propongono le foto delle più importanti opere d’arte del Granducato di Toscana e dello Stato della Chiesa. Nel 1858 il principe Alberto d’Inghilterra gli commissiona una campagna fotografica dedicata ai disegni di Raffello custoditi dall’Acca- demia di Venezia e dalla collezione privata dell’arciduca Carlo d’Asburgo a Vienna. Nell’anno seguente verrà pubblicata una raccolta di 310 fotografie dal titolo Disegni di Raffaello e d’altri maestri esistenti nelle gallerie di Firenze, Venezia e Vienna riprodotti in fotografia dai Fratelli Alinari e pubblicati da L. Bardi in Firenze. Nel 1865, a soli trentatre anni, Leopoldo muore ed i due fratelli assumono la guida dell’ azienda divenuta ormai di fama internazionale. Giuseppe e Romualdo girano l’Italia ad immortalare le bellezze artistiche e paesaggistiche per gli appassionati di tutto il mondo. Nel 1890, quando l’azienda sembra essere al culmine del prestigio internazionale, i due fratelli muoiono, a distanza di quattro mesi l’uno dall’altro. La responsabilità del laboratorio e dei trenta dipendenti che ormai vi lavorano, passa a Vittorio, figlio non ancora ventenne del fondatore Leopoldo. A partire dal 1893 viene avviata una propria attività editoriale con pubblicazioni dedicate alla storiografia artistica e di costume curata dai più importanti critici d’arte del tempo. Ne è un esempio il volume, custodito nella nostra biblioteca, pubblicato nel 1902 dai Fratelli Ali- maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano nari Editori Arte e artisti Toscani dal 1850 ad oggi a cura di Anna Franchi. Vittorio Alinari è forse meno tecnico dei suoi predecessori, ma è un giovane dai molteplici interessi artistici e letterari ed è pienamente inserito nel clima culturale del suo tempo. È amico dei più brillanti intellettuali e frequenta i Macchiaioli molti dei quali partecipano ai concorsi da lui stesso indetti. Nel 1900 chiama a raccolta gli artisti migliori per rappresentare una Madonna con bambino ed una madre con figlio e l’anno successivo propone di illustrare la Divina Commedia. Alle due iniziative partecipano pittori come Fattori, Zanardel, Spadini, Zardo e Muccioli. Nel 1909 l’Azienda inizia a pubblicare il Decamerone, con illustrazioni di Tito Lessi, che verrà 65 conclusa nel 1915. Negli stessi anni Vittorio comincia un’impresa nuova e appassionante: fotografare tutti i paesaggi italiani citati da Dante nella Commedia. Il paesaggio italico nella Divina Commedia vedrà la luce nel 1921 con prefazione di Giuseppe Vandelli. È il testamento artistico di Vittorio Alinari, infatti, così scrive nella prefazione il Vandelli: “L’opera che Vittorio Alinari mette ora alla lu- 66 ce non si può dire di un genere veramente nuovo. Non è questa la prima volta che opere egregie, e da uomini egregi, così in Italia come fuori de’ suoi confini, sono consacrate allo studio e alla rappresentazione anche grafica de’ luoghi ricordati nella Divina Commedia, e in particolare di quelli d’Italia; […] Ma è questa la prima volta, crediamo, che a ciò dedica una vivida intelligenza, un fervido amore e lunghe tenaci fatiche un uomo che, senza presumere di essere o venir considerato quale dantista di professione, può in coscienza vantarsi di conoscere e comprendere assai bene tutto il Poema per aver sempre dato allo studio di questo, sin dalla prima giovinezza, qualche parte del tempo libero dalle cure di una pratica attività, molteplice e infaticata; e che a siffatta cognizione congiungendo quella, teorica e pratica, di tutti i mezzi e i processi moderni la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 delle arti grafiche e un fine senso artistico, si è proposto di visitare e osservare coi proprii occhi i luoghi d’Italia che Dante ricorda e ritrarli da sè col mezzo della fotografia in quelle parti e da quei punti di vista che al suo buon criterio e al suo gusto son parsi i migliori o a farli ritrarre da artisti degni con la matita o col pennello; il tutto poi riprodurre con ogni diligenza, valendosi degli accennati mezzi e procedimenti che sono da porre fra le più belle e meravigliose applicazioni partitiche di verità scoperte dalle scienze fisiche. Solo poche delle tavole di questo volume ridanno figurazioni precedentemente eseguite da altri: quasi dugento di esse sono del tutto nuove, cioè procurate dall’Alinari stesso appositamente per questo volume che mira a illustrare il Paesaggio Italico nella Divina Commedia […]”. L’anno precedente l’uscita del- Lo stabilimento Alinari e la sala di posa nei primi del ’900 l’opera, Vittorio decide di lasciare il timone della Casa fondata dal padre ottant’anni prima. L’azienda, il patrimonio fotografico di 62.000 lastre e il marchio vengono cedute ad un gruppo di nobili, intellettuali e imprenditori. Nasce così la Fratelli Alinari I.D.E.A. (Istituto Edizioni Artistiche) S.p.A., la prima “società anonima” ad operare nella cultura, presieduta dal barone Luigi Ricasoli. Tuttavia, a causa del crollo di Wall Street, negli anni trenta molti storici azionisti della Fratelli Alinari decidono di vendere le loro quote al banchiere Raffele Mattioli che raccoglie la quasi totalità dei pacchetti azionari e li cede al senatore Vittorio Cini e ad alcune società da lui controllate. Nel 1954 si celebra il primo centenario della fondazione della Società e la Fratelli Alinari pubblica il volume Fratelli Alinari. Istituto di edizioni artistiche, Firenze. centenario maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano 67 Da sinistra: Arte e artisti toscani dal 1850 ad oggi. Fratelli Alinari Editori, 1902; Giubilare per il centenario della fondazione; Vittorio Alinari. Il paesaggio italico nella Divina Commedia. della fondazione, 1854-1954. Esce, nel 1976, il primo volume della più importante opera in collotipia sull’arte italiana, la Biblioteca di Disegni. L’opera, a cura di Ulrich Middeldorf, viene portata a termine con il ventottesimo volume nel 1984. Nel 1985 viene aperto, nello storico Palazzo Ruccellai, il Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari nel quale sono conservate oltre 800.000 foto originali in bianco e nero oltre ad apparecchi ed altri materiali correlati alla storia della fotografia. All’interno del museo è ubicata la Biblioteca specializzata in Storia della Fotografia con oltre 16.000 volumi. Nel 2001 nasce Alinari On Line con la digitalizzazione dell’archivio fotografico della società. L’anno successivo la Fratelli Alinari compie 150 anni di attività e per celebrare l’evento viene dato alle stampe Fratelli Alinari: dalla Fotografia all’Im- magine. 1852 – 2002. Il volume ripercorre, attraverso il testo di Claudio de Polo e le numerossime immagini a colori e in bianco e nero, l’intera storia dell’Azienda che, da un piccolo laboratorio di fotografia aperto nel 1852 da Leopoldo, diventa la più impotante azienda operante nella fotografia a livello mondiale. Nel 2003 si inaugura a Palazzo Strozzi la mostra che celebra i 150 anni di Alinari dal titolo: Fratelli Alinari, Fotografi in Firenze. 150 anni che illustrano il mondo 1852/2002. Contestualmente alla mostra viene pubblicato il catalogo dal titolo omonimo a cura di Arturo Carlo Quintavalle e Monica Maffioli. Il 27 luglio 2007 con il seguente comunicato nasce Alinari 24 Ore: “Milano, 26 luglio 2007. Il Gruppo Il Sole 24 ORE e la Fratelli Alinari Istituto di Edizioni Artistiche Spa hanno firmato una joint venture per la valorizzazione del patrimonio storico e artistico della società fiorenti- na, proprietaria di uno dei più importanti archivi fotografici al mondo con oltre 4 milioni e mezzo di foto. Nella ALINARI 24 ORE, la nuova realtà aziendale che nasce dall’accordo, il Gruppo Il Sole 24 ORE ha il 55 per cento delle azioni e la Fratelli Alinari il 45 per cento. La joint venture, che si inserisce nella strategia di sviluppo del Sole 24 ORE nella cultura e fa seguito all’acquisizione di Motta Architettura e di Arti Grafiche Motta, pone la newco ALINARI 24 ORE tra i pochi grandi players mondiali nelle immagini di storia, cultura e industria e nelle foto d’arte. La Fratelli Alinari, che conserva la proprietà degli immobili, il museo e l’archivio a Firenze, oltre al marchio, è un brand storico dell’economia e della cultura italiana fondato agli albori dell’industria fotografica ed ha arricchito nel corso del tempo il suo patrimonio con altri grandi archivi fotografici”. 68 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 BvS: nuove schede Recenti acquisizioni della Biblioteca di via Senato Da un compendio cinquecentesco ai manifesti della fiera di Milano Arianna Calò, Valentina Conti, Giacomo Corvaglia, Paola Maria Farina, Annette Popel Pozzo e Beatrice Porchera Amaduzzi, Isabella; Rancilio, Luca. Rancilio e le sue macchine - Rancilio’s machine. Villastanza di Parabiago (Milano), Rancilio macchine per il caffè spa, 2003. La pubblicazione, attraverso il testo in italiano e inglese, numerosi manifesti pubblicitari, brossure e depliant, ripercorre la storia delle macchine da caffè Rancilio. Da La Regina, la prima macchina per caffè da bar, sino ai più moderni macchinari. (G.C.) Beccaria, Cesare (1738-1794); Verri, Pietro (1728-1797). Sul disordine delle monete a Milano nel Settecento. Milano, Electa, 1986. Edizione speciale, con tiratura limitata a 1500 copie, realizzata dalla Banca del Monte di Milano e curata da Mariapia Bortolotti e Bernadette Cereghini. L’opera, arricchita da illustrazioni in bianco e nero, raccoglie saggi di Cesare Beccaria (Del disordine e de’ rimedi delle monete nello Stato di Milano nell’anno 1762) e Pietro Verri (Dialogo sul disordine delle monete nello Stato di Milano nel 1762 e Consulta su la riforma delle monete dello Stato di Milano), in cui viene analizzata la difficile situazione economico-finanziaria dello stato milanese alla vigilia della riforma portata a compimento nel 1778 sotto la guida dello stesso Beccaria. In fine contiene Dispaccio dell’Imperatrice Maria Teresa sulla riforma monetaria nello Stato di Milano, 1778. (P.M.F.) Beltrami, Luca (1854-1933). Memorie milanesi a Parigi. (Per le fauste nozze Alberto Dubini - Franca Resta Pallavicino). Milano, Tipografia Umberto Allegretti, 1912. Edizione a tiratura limitata a 200 esemplari, stampata per le nozze di Alberto Dubini e Franca Resta Pallavicino (figlia del senatore Ferdinando) dell’11 maggio 1912. Contiene due studi di Luca Beltrami, il primo dei quali porta al riconoscimento del soggetto di un quadro conservato al Louvre e sino ad allora definito “incognito” (si tratterebbe di un ritratto di Bernardo de la Sala), mentre il secondo è rivolto a un manoscritto di storia milanese con de- scrizione in pittura delle antiche chiese della città, conservato nella Biblioteca del Re di Francia. (A.C.) Brusoni, Edmondo (a cura di). Guida alle montagne comasche ed adiacenze del Lago Maggiore e Luganese. Melegnano, Tipografia Giacomo Dedè, 1885. Sulla copertina del volume è stampato un titolo differente: Guida alle prealpi comasche del prof. ed. Brusoni. Montagne Varesine, Lariane, Brianzole, Lecchesi, Valsassinesi. Comprendendo inoltre il lago Maggiore, il Cantone Ticino, l’Alto Milanese e la Valle Talleggio. Milano, ditta Artaria di Ferd. Sacchi e Figli, 1885. Prima edizione di questa rara “guidina” illustrata con carte e schizzi topografici e un profilo panoramico. Sono presenti anche una rappresentazione grafica di una sezione dell’Italia realizzata dall’Istituto militare nazionale; un grafico indicante le quote altimetriche delle vette comprese nella regione descritta nella guida; due carte raffiguranti le prealpi comasche viste dal Duomo di Milano; una veduta della catena di la Biblioteca di via Senato 69 Milano Questo “bollettino” mensile è distribuito gratuitamente presso la sede della Biblioteca in via Senato 14 a Milano. Chi volesse riceverlo al proprio domicilio, può farne richiesta rimborsando solamente le spese postali di 20 euro per l’invio dei 10 numeri MODALITÀ DI PAGAMENTO: Nome Cognome indirizzo a cui si intende ricevere la rivista Milano la Biblioteca di via Senato • Inviare la scheda di abbonamento sottostante, unitamente a un assegno bancario intestato a “Fondazione Biblioteca di via Senato” • Pagamento in contanti presso la nostra sede: Fondazione Biblioteca di via Senato, via Senato 14, Milano telefono mail firma consento che i miei dati personali siano trasmessi ad altre aziende di vostra fiducia per inviarmi vantaggiose offerte commerciali (Legge 675/96) Barri la casella se intende rinunciare a queste opportunità 70 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 San Primo dal Borgovico di Como; due schizzi topografici, uno del gruppo Campanile-Cavregasco e l’altro del gruppo pian di BobbioCampelli e una carta itineraria. Le illustrazioni e tabelle, come avverte l’Autore stesso, fanno preferire questa guida alle molte altre già esistenti riguardanti lo stesso territorio, in quanto “nessuna di esse, può essere usata da un viaggiatore o da un alpinista, mancando assolutamente d’itinerari, di quote altimetriche e d’indicazioni qualsiasi per certe località alquanto sconosciute e poco note.” L’esemplare riporta annotazioni manoscritte. (V.C.) Caesar, Gaius Iulius (100/102 a.C.-44 a.C.). Il ponte sul Reno. Borgo a Mozzano, Tipografia di N. Vannini, 1898. Edizione non censita dall’ICCU della traduzione ottocentesca del capitolo 17 del libro IV del De bello gallico di Giulio Cesare, eseguita da Francesco Maria Pellegrini. Il volume contiene una tavola illustrante le componenti strutturali del ponte. (B.P.) Campana, Andrea (a cura di; 1935-) Catalogo della biblioteca Leopardi in Recanati (1847-1899). (Firenze), Leo S. Olschki, 2011. Nuova edizione, con prefazione di Emilio Pasquini (1977-), dell’opera che fu pubblicata per la prima volta ad Ancona nel 1899. Stampato con il contributo della «Commissione per i testi di lingua» e del «Centro Nazionale di Studi Leopardiani», il catalogo presenta un’accurata correzione dei refusi della stampa ottocentesca e in un’Errata Corrige sono messi in evidenza i punti in cui il testo a stampa diverge dal manoscritto recanatese da cui è tratto. (P.M.F.) Carafa, Diomede (14201487). De regis et boni principis officio opusculum. Napoli, Castaldi, 1668. Edizione latina nella variante B con 88, [8] pagine, segnalata nell’opac di SBN ICCU. Le informazioni sulla presente edizione includono che “Il 1º nov. 1472 avveniva a Napoli il matrimonio per procura fra Eleonora di Aragona ed Ercole d’Este, […] Per questa principessa, che meritò le lodi degli storici per la saggezza e l’avvedutezza con cui coadiuvò il marito nel governo del ducato, il C. scrisse prima del 1476 il Memoriale sui doveri del principe. Pubblicato nel 1899 da T. Persico nella sua monografia sul C., esso ci è pervenuto mutilo del principio e della fine, alle cc. 1-11 di un manoscritto quattrocentesco, conservato nella Biblioteca della Società di storia patria napoletana (XX. C.26). L’operetta ebbe un’immediata fortuna, tanto che ne furono fatte due traduzioni in latino, una di Colantonio Lentulo (De regimine principum), di cui si conserva nella bibl. del Museo di Stato dell’Ermitage di Leningrado (O.R. N. 26) un esemplare, già propr. Galitzin, scritto in oro ed argento su pergamena purpurea, opera del celebre copista Giovanni Marco Cinico; l’altra, per incarico della stessa duchessa, fu eseguita da Giovanni Battista Guarino (De regis et boni principis officio) e fu edita per la prima volta a Napoli nel 1668” (DBI 19, p. 527). (A.P.P.) D’Annunzio, Gabriele (18631938). La riscossa. Milano, Casa editrice d’Arte Bestetti & Tumminelli, 1918. Prima edizione fuori commercio a cura del sottosegretario per la stampa. Antiporta con xilografia liberty raffigurante San Giorgio che abbatte il drago con il motto “Fin che non sia confitto alla vergogna” e frontespizio inciso con lo stesso stile da Giulio Aristide Sartori. Si tratta di una raccolta di dieci prose belliche indirizzate dall’Autore ai soldati italiani impegnati nella Prima guerra mondiale. L’opera contiene discorsi appassionati pronunciati da D’Annunzio alle truppe nei giorni di Caporetto. (V.C.) D’Annunzio, Gabriele (18631938). Pel generalissimo. [S.l.], [s.n.], 1924. Fascicoletto in prima edizione formato da 24 quartine in rima incrociata. Come segnalato sulla brossura: “Questa preghiera apparsa nel Corriere della sera il 19 dicembre 1915 viene pubblicata col cortese consenso del poeta a cura del Comitato Nazionale Onoranze a Luigi Cadorna, in occasione della consegna della casa offerta al generalissimo dalla riconoscenza dei memori italiani”. Sul controfrontespizio è incisa la riproduzione di una targa probabilmente affissa sulla casa in questione, su di essa fu citato un verso dell’ode: “La sua casa egli pensa sul suo lago quieta dove per la porta adorna d’una ghirlanda il terzo dei Cadorna rientrerà sol di silenzi pago”. (V.C.) Dorfles, Gillo; Fioravanti, Giorgio; Romani, Marzio A. Soc. Anon. Fratelli Branca Mi- maggio 2012 – la Biblioteca di via Senato Milano lano. “Novare serbando” 1845. Milano, Fratelli Branca Distillerie s.r.l., 2002. Edizione in inglese a cura di Graziella Buccellati e Benedetta Manetti. Di questo volume composto in caratteri Garamond sono state stampate 2000 copie. Il libro, attraverso cartoline d’epoca, manifesti pubblicitari e fotografie, illustra la lunga storia delle famose distillerie. (G.C.) Iustinus, Marcus Iunianus (sec. II o III d.C.). Iustino historico clarissimo, nelle Historie di Trogo Pompeo. Nuovamente in lingua toscana tradotto, & con somma diligentia & cura stampato. Venezia, Bernardino Bindoni, 1542. Si tratta di un’accurata edizione di un importante trattato di storia. Marco Giuniano Giustino fu autore latino di un compendio delle Historiae Philippicae di Pompeo Trogo. “L’epitomatore suddivise la sua materia secondo i quarantaquattro libri dell’originale, ma nell’omettere, nel contrarre, nel riprodurre, seguì il proprio arbitrio, se si vuole, il proprio criterio. L’interesse di G. è rivolto in particolare alla parte aneddotica e alle curiosità. Di fronte all’interesse per ciò che potesse essere arguto o moralmente notevole, per i tratti capaci di dilettare o di sorprendere, per le arguzie o per la scienza, per i tempi inedita, passano in secondo ordine o scompaiono affatto cronologia e interessi topografici e precisa determinazione pur nella semplice successione di fatti” (Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti 17, p. 393). Declinando nel tempo l’interesse culturale, il riassunto soverchiò l’originale e la co- noscenza diretta dell’intera opera di Trogo dovette presto essere rarità. Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti 17, p. 393. (B.P.) Laugier, Cesare. Lettera d’un uffiziale italiano agli autori dell’Effemeridi militari di Francia. Italia, [s.n.], 1819. Rara edizione di questo libello censito in pochissime copie in Italia. Davide Bertolotti, Il raccoglitore, ossia Archivj di geografia, di viaggi [...], Milano, Batelli & Fanfani, Società tipografica dei Classici italiani, V, pp. 235-238: “Lo scrittore di questa Lettera (il capitano Cesare Laugier) rimprovera agli Autori delle Effemeridi militari di Francia la negligenza con cui, nel narrare i fasti degli eserciti che militarono per la repubblica e l’impero francese, passano sotto ingrato silenzio quella notabilissima parte di gloria che si compete alle truppe italiane [...]”. (A.C.) Masia, Luca. La Fiera di Milano: lavoro e società nei manifesti storici 1920-1990. Cinisello Balsamo, Silvana, Fondazione Fiera Milano, 2011. Edizione a cura di Tiziana Ferrari. Il volume racconta, attraverso il testo in italiano e inglese, manifesti pubblicitari e numerose foto a colori e in bianco e nero, la storia della Fiera di Milano nel settantennio che va dal 1920 al 1990. (G.C.) Masini, Eliseo (m. 1627). Sacro arsenale ouero Prattica dell’officio della Santa Inquisitione. Nuouamente corretto, & ampliato. Bologna, ad instanza del Baglioni, 1665. 71 Ristampa bolognese dell’edizione ampliata del Sacro arsenale del domenicano Eliseo Masini. Egli trasse ispirazione dalla propria attività di giudice per compilare l’opera che per molto tempo rappresentò il solo manuale in volgare destinato ai giudici del S. Uffizio romano. Il lavoro, pubblicato per la prima volta a Genova nel 1621, ottenne un successo quasi immediato, “anche perché il testo si presentava come un vademecum d’ufficio privo del consueto e sovrabbondante commento alle fonti bibliche, giuridiche e teologiche che, ancora nella prima metà del Seicento, appesantiva le pratiche e i testi di diritto inquisitoriale. […] Due anni dopo il M. chiuse un processo per stregoneria che lasciò insoddisfatta la congregazione del S. Uffizio […], si può ipotizzare che quell’incidente (non il primo nella carriera del M.) lo abbia spinto a compilare una seconda e definitiva versione dell’Arsenale (Genova 1625)” (DBI 71, p. 618). Le ultime 32 pp. dell’esemplare contengono le Aggionte al Sacro arsenale della Santa Inquisizione, talvolta mancanti. DBI 71, pp. 616-619. (B.P.) Mazzatinti, Giuseppe (18551906); Menghini, Mario (18651945); Natali, Giulio (1855-1906). Bibliografia leopardiana. Firenze, Leo S. Olschki, 1931-1932 (Biblioteca di Bibliografia diretta da Albano Sorbelli. Supplementi periodici a «La Bibliofilia», diretta da Leo S. Olschki, n. XI-XII). Redatta sotto l’auspicio del Pio Sodalizio dei Piceni di Roma, questa bibliografia leopardiana è frutto dell’infaticabile lavoro del filologo e bibliografo Giuseppe 72 la Biblioteca di via Senato Milano – maggio 2012 Mazzatinti, il quale ha curato, in collaborazione con Mario Menghini, la prima parte dell’opera arrivando sino al 1898. Il lavoro è stato, in seguito, continuato da Giulio Natali, che ha redatto l’intera seconda parte riguardante gli anni dal 1898 al 1930. DBI 72, pp. 542-543. (P.M.F.) Nédelec, Claudine (a cura di). Les bibliothèques, entre imaginaires et réalités. Actes des colloques Bibliothèques en fiction (8-9 juin 2006) et Bibliothèques et collections (25-26 janvier 2007), Université d’Artois, «Textes & Cultures». Arras Cedex, Artois Press Université, 2009 (Études littéraires et linguistiques). L’opera contiene gli atti di due convegni tenutisi presso l’Università di Artois nel giugno 2006 e nel gennaio 2007. Nelle quattro sezioni in cui il testo è suddiviso la biblioteca, o collezione, ideale o reale, viene osservata secondo differenti punti di vista, quello dell’utente-lettore e quello del produttore (bibliotecario e/o editore), quindi viene inserita nel campo delle lettere e definita sia come luogo del sapere sia come luogo di potere. Infine, vengono presentate le biblioteche di alcuni scrittori per analizzare il rapporto tra un autore e i libri scritti da altri. In copertina è presente la riproduzione di una stampa del 1664 di Jean Lepautre (1618-1682) dal titolo Un bibliophile en costume de fou. (P.M.F.) Porzio, Simone (1497-1554). De conflagratione agri Puteolani, Simonis Portii Neapolitani epistola. Firenze, Lorenzo Torrentino, 1551. Prima edizione uscita dai torchi del tipografo fiorentino della ra- ra opera in sole otto pagine del medico e filosofo napoletano che contiene il riassunto sul terremoto di Pozzuoli. L’Autore, insieme a Francesco Del Nero, fu testimone dell’eruzione del Monte Nuovo. (A.P.P.) Vico, Giovanni Battista (1668-1744). Panegyricus Philippo V. Hispaniarum, Indiarumque, & utriusque Siciliae potentissimo regi a Jo: Baptista a’ Vico, regio eloquentiae professore inscriptus, dictatus. Napoli, Felice Mosca, 1702. Prima e unica edizione di estrema rarità con attualmente nessuna copia censita in Italia e soltanto una copia censita in Massachusetts (cfr. OPAC Worldcat). “E nel Catalogo delle opere, che segue alla Autobiografia stampata a Venezia nel 1728, il Vico aggiunge che il Panegyricus Pilippo V Hispaniarum regi dictus fu ‘stampato in Napoli l’anno 1702, che, come si può vedere dal contesto, l’autore lavorò in un giorno, per comando del duca di Ascalona viceré di Napoli’ (V, p. 89). Infine, nel Catalogo che accompagna una supplica dell’anno 1734, aggiunge ancora che il Panegyricus fu ‘stampato in Napoli dal Mosca’, e che ‘ne presentò una copia scritta a mano ad esso serenissimo principe quando venne in Napoli, e gli stampati distribuì per la corte; e gli altri neppur si trovano’ (V, p. 92). Un’orazione dunque o, meglio, un’allocuzione che il Vico ebbe ‘l’ordine di scrivere, stampare e presentare appena otto giorni prima della partenza del re da Napoli, cioè il 25 maggio 1702’ (VII, Nota Bibliografica, p. 311), e che egli scrisse d’un fiato e tumultuosamente e compose ‘in un giorno’ e ‘sulle stampe’, cioè, come suppone il Nicolini, ‘pas- sando le cartelle al suo amico tipografo Felice Mosca via via che le riempiva’” (Giambattista Vico, Minora: scritti latini storici e d’occasione, a cura di Gian Galeazzo Visconti, Napoli, Guida, 2000, p. 122). Pubblicata per incarico dell’Università di Napoli, l’allocuzione ha uno scopo decisamente laudativo, in onore di un sovrano che la storia ricorda come un uomo di pochi difetti ma anche di poche virtù (cfr. Rosalinda D’Angelo, Per l’edizione critica dell’allocuzione sulla venuta di Filippo V a Napoli, 1702, Napoli, 1982). (A.P.P.) Wyatt, M. Digby (18201877). The art of illuminating as practised in Europe from the earliest times. Illustrated by borders, initial letters, and alphabets, selected & chromolitographed by W.R. Tymms with an essay and instructions by M.D. Wyatt. Londra, Day and Son, [1860]. Prima edizione di questa interessante opera, importante esempio di stampa cromolitografica e testimonianza dell’interesse del XIX secolo verso l’arte e la decorazione gotica. M. Digby Wyatt (18201877), architetto organizzatore dell’Esposizione di Londra del 1851, vi traccia un excursus della storia dell’adornamento applicato al libro e propone un modello per i futuri artigiani decoratori. L’edizione è arricchita da 95 tavole cromolitografate contenenti riproduzioni di ornamenti e miniature medievali realizzate da William Tymms, apprezzato poi per il lavoro con John Obadiah Westwood sui Facsimiles of the Miniatures & Ornaments of Anglo-Saxon & Irish Manuscripts (1868). McLean 85. (A.C.)