Italian Association of Assistance Community Services - Education - Heritage Edizione Estate 2009 Quarterly newsletter for the elderly, the housebound and carers. Editor Michele Sapucci La depressione nell’anziano Capire per intervenire In media circa il 15% della popolazione soffrirà di una qualche forma di depressione nel corso della vita. Gli anziani che vivono in strutture residenziali sono ancora più a rischio, specialmente se versano in condizioni di salute che richiedono il vivere in strutture con alto livello di assistenza. La depressione è dunque un problema molto diffuso i cui effetti negativi sono rafforzati da una mancanza di conoscenza del fenomeno e da tanti miti e superstizioni intorno ad esso. Ecco perché sono molto importanti iniziative che cerchino di informare correttamente la gente su cosa é la depressione e su cosa ognuno di noi può fare per capire questo problema, per aiutare chi ne soffre e per prevenirne il sorgere. Tra queste iniziative oggi ci occupiamo di quella organizzata dal COTA (un’organizzazione che si occupa di curare gli interessi degli anziani a livello nazionale e di organizzare iniziative di sostegno a loro rivolte) in collaborazione con beyondblue (l’iniziativa nazionale per la prevenzione e la cura della depressione). L’iniziativa si chiama beyond maturityblues (“La depressione nell’anziano”, in italiano) ed é anche rivolta agli anziani di background non anglosassone che, come tutte le altre comunità australiane, possono essere toccate da questo problema. Dell’iniziativa abbiamo parlato con la coordinatrice del progetto, Adriana Beltrame. D: Adriana, ci puoi spiegare in cosa consiste beyond maturityblues? R: in pratica si tratta di incontri, della durata di quarantacinque minuti circa, in cui si danno informazioni ai partecipanti su vari temi legati alla depressione. L’obbiettivo non é fare di chi attende questi incontri degli esperti su cos’é la depressione e sul come curarla, per quello ci sono già professionisti della salute mentale come psicologi, medici, psichiatri, quanto piuttosto informare i partecipanti su vari temi. Per esempio durante gli incontri si parla di quali sono i sintomi della depressione come le difficoltà nel dormire o una perdita della voglia di comunicare con le persone o di fare attività che prima erano ritenute piacevoli o anche i sintomi fisici della malattia. Questo viene fatto con l’obbiettivo di aiutare la gente a riconoscere la depressione, in se stessi e negli altri. D: e di cos’altro si parla durante questi incontri? R: un altro argomento essenziale affrontato é il come si comunica con una persona depressa, l’atteggiamento che si deve avere, atteggiamento che deve essere il meno giudicante possibile, si cerca poi di migliorare la capacità delle persone di ascoltare con attenzione e rispetto, insegnandogli a cogliere i segnali (non solo verbali ma anche fisici) che l’altra persona può rimandare ed ad essere consapevoli dell’impressione che si può dare mentre si parla ad una persona che soffre di depressione. L’obbiettivo é insomma insegnare ai partecipanti all’incontro come trasmettere alla persona depressa il messaggio che gli si é vicini, che la si rispetta. Si parla inoltre delle varie medicine disponibili per chi soffre di depressione e di come usarle al meglio, insistendo particolarmente sulla necessità di controllare regolarmente (col proprio medico e/o il proprio farmacista) di quali e quante medicine si ha bisogno. Infine si insiste sempre sul fatto che “prevenire é meglio che curare” e quindi si parla delle cose che si possono fare per prevenire il sorgere della depressione, come per esempio l’attività fisica, o l’avere delle passioni o degli interessi. Insomma cerchiamo attraverso l’iniziativa beyond maturityblues di informare, aumentare la sensibilità al problema e togliere dalla testa delle persone alcune idee che a volte hanno intorno alla depressione e che non aiutano. D: a che idee ti riferisci? E in che maniera non aiutano? R: la questione é che c’é molta stigmatizzazione della depressione, molta paura e anche molta ignoranza, nel senso di mancanza di conoscenza. Molti italiani anziani pensano che la depressione sia parte inevitabile del diventare anziani o la vivono come una debolezza o addirittura credono che non la si possa curare, che una volta “presa” non si possa fare altro che tenersela. A causa di queste idee la depressione diventa un qualcosa di cui ci si vergogna e quindi di cui non si parla con nessuno, né tantomeno si cerca aiuto presso chi potrebbe aiutare. O se ne parla si dice che basta continua a pagina 2 Indice pagina 1 La depressione nell’anziano Capire per intervenire 3 Antonio Vivaldi Il “prete rosso” 4 Pensando al futuro Testamenti, procure e tutori 5 Un’Italia che non si vede Quando poveri non si nasce ma si diventa 6 Tanti auguri dalla redazione di In Contatto! Essere & Benessere Inserto speciale 7 Persone con la sindrome di Down Individui come gli altri 8 “I fruttivendoli italiani di Sydney” Una passeggiata nei ricordi 9 Cosa vuol dire consulenza psicologica? 10 Energia alle stelle! Campagna di sensibilizzazione sull’uso intelligente delle risorse energetiche continua da pagina 1 distrarsi o non pensarci per risolverla. Attraverso i nostri incontri cerchiamo di sfatare questi miti, facendo sapere cos’é la depressione realmente e cosa ognuno di noi può fare (in base al proprio ruolo e alle proprie capacità) per aiutare gli altri ed anche aiutare se stessi se sorge il problema. D: e chi é che spiega queste cose ai partecipanti, chi é l’“insegnante” per così dire? R: questa é forse una delle cose più interessanti e belle del progetto. Gli “insegnanti” sono persone comuni, gente che é particolarmente sensibile al problema (a volte anche per ragioni personali) e che vuole aiutare gli altri. Sono in altri termini volontari che però hanno partecipato ad un corso in cui gli é stato insegnato come gestire questi incontri e varie nozioni sulla depressione. L’abbiamo fatto apposta ad utilizzare i volontari perché volevamo dare ai partecipanti l’idea che questo non é un corso per professionisti e che l’obbiettivo é conoscere ed aumentare la sensibilità sul tema e non insegnare a 2 curare o dare consigli medici. Un altro vantaggio nell’uso di volontari consiste nel fatto che in questo modo abbiamo trovato degli italiani che erano in grado di condurre il corso in italiano. D: e a chi vi rivolgete? Chi può partecipare a questi incontri? E soprattutto come si fa? R: gli incontri sono rivolti a qualsiasi gruppo, gruppi sociali, associazioni di vario tipo interessate a diffondere informazioni intorno a questo tema ai in Contatto - Estate 2009 loro partecipanti. La presentazione può essere adattata anche ai gruppi di cui fanno parte persone che soffrono di demenza. Cerchiamo di essere infatti molto flessibili e coinvolgere più persone possibili. I corsi sono organizzati dal COTA del NSW e per prenotazioni ed informazioni si può telefonare allo 02 92863860. Livio Benedetti é il nostro volontario italiano per questo progetto. Livio si é offerto gentilmente di rispondere a tutte le richieste di informazioni sull’iniziativa e anche di aiutare gli eventuali gruppi interessati con le prenotazioni ed altre questioni burocr atico-amministr ative . Livio può essere contattato allo 02 95604265. Ovviamente la partecipazione agli incontri é completamente gratuita. Parte delle informazioni contenute in questo articolo sono tratte dal sito web www.beyondblue.org.au che contiene numerosi opuscoli informativi in tema di depressione e di altri problemi psicologici. Antonio Vivaldi - Il “prete rosso” Antonio Lucio Vivaldi è stato il violinista più famoso della sua epoca, un autentico virtuoso del violino ed è sicuramente tra i musicisti italiani più famosi nel mondo, al punto che a lui è stato dedicato un cratere su Mercurio. Dopo la sua morte le sue composizioni sono cadute nell’oblio per almeno duecento anni, per essere poi riscoperte e rivalutate a partire dai primi del 900. Antonio Lucio Vivaldi nasce a Venezia nel 1678 da umili origini. La madre era una sarta e il padre (Giovanni Battista) un barbiere. Ma un barbiere con una grande passione per il violino e per la musica, passione che egli trasmetterà al figlio che dimostra un grande talento per il violino sin da bambino. Giovanni Battista è però anche uomo saggio e realista e, pur apprezzando la passione del figlio per la musica, preferisce indirizzarlo verso la più sicura carriera ecclesiastica. Antonio viene ordinato sacerdote nel marzo del 1703 e comincia ad esercitare il sacerdozio presso la parrocchia di San Giovanni in Oleo. Cagionevole di salute sin da bambino ben presto il giovane sacerdote otterrà una dispensa dal celebrare la messa, cosa di cui egli pare non dispiacersene troppo, anche perché nel frattempo ha trovato un’occupazione a lui più adatta: l’insegnate di violino, viola e viola inglese presso l’Ospedale della Pietà di Venezia, un’istituzione caritatevole che si prendeva cura degli orfani, dei figli illegittimi e dei bimbi provenienti da famiglie povere. Per raccogliere fondi l’Ospedale aveva istituito un coro femminile che Vivaldi dirigerà per ben quarant’anni. Vivaldi comporrà tantissima musica per questo coro e lo porterà al successo. I concerti delle piccole orfanelle attireranno appassionati da tutta Europa. Ma per il “prete rosso” (Vivaldi veniva chiamato così per il colore della sua chioma) non sono tutte rose e fiori. Vivaldi ha vissuto infatti in un’epoca in cui i costumi e i modi di pensare erano molto rigidi e qualsiasi comportamento o anche semplicemente caratteristica personale al di fuori della norma venivano poco tollerati. E Antonio Vivaldi era, per l’epoca, un personaggio a dir poco eccentrico. Innanzitutto era rosso di capelli, caratteristica che allora si credeva legata alla pazzia. Poi era un prete che non diceva messa...cosa molto strana, al punto che si diffuse la diceria che in realtà gli fosse stato proibito di dirla e non che ne fosse stato esentato per motivi di salute. Infine, cosa ancor più sconveniente, lavorava a stretto contatto con ragazzine, sollevando sospetti e pettegolezzi. Sospetti e pettegolezzi che, va detto, non sono stati mai provati. Ma soprattutto Antonio Vivaldi era agli occhi dei suoi contemporanei colpevole di due cose: era un uomo famoso ma di umili origini ed era un religioso che scriveva non solo musica sacra ma anche musica per il teatro e opere, musica ritenuta non seria, non abbastanza raffinata. Vivaldi, in altri termini non era apprezzato dagli aristocratici dell’epoca perché scriveva una musica per tutti, per i nobili come per il popolo, per chi di musica ne sapeva e per chi non ne sapeva nulla. Nonostante tutto però la fama di Vivaldi continua a crescere e la bellezza della sua musica comincia ad essere apprezzata anche oltre Venezia. Nel 1708 una sua opera (“Le gare del dovere”) viene eseguita a Rovigo e di Antonio Lucio Vivaldi si comincia a parlare anche alla corte di re Federico IV di Danimarca (cui Vivaldi dedica le sonate per violino) e in Inghilterra. Vivaldi in quegli anni è così famoso che Johann Sebastian Bach, uno dei musicisti più importanti dell’epoca, trae una versione per clavicembalo dai concerti di Vivaldi. La carriera di Vivaldi è in piena ascesa: diventa impresario del Teatro di Sant’Angelo di Venezia e poi comincia a girare per il nord Italia assumendo vari incarichi a Lucca, Verona, Ancona e Mantova dove diviene “maestro di cappella da camera” per il principe Filippo d’Assia-Darmstadr. É in questi anni che Vivaldi scrive la musica per cui è famoso in tutto il mondo: i quattro concerti per violino intitolati “Le quattro stagioni”. É questa un’opera rivoluzionaria per l’epoca, perché rappresenta il tentativo di mettere in musica delle scene naturali: lo scorrere dei ruscelli, il canto degli uccelli, il latrato dei cani, il ronzio delle zanzare, il pianto dei pastori, la tempesta, i danzatori ubriachi, le notti silenziose, le feste di caccia (sia dal punto di vista del cacciatore che della preda), il paesaggio ghiacciato, i bambini che slittano sul ghiaccio e il bruciare dei fuochi. Questo concerto rappresenta il punto più alto nella carriera di Vivaldi. Ormai il musicista è famoso in tutta Europa e viaggia ampiamente al di là dei confini italiani, spesso assieme al padre. Nel 1729 è a Praga e poi nel 1731 a Vienna, continuando a scrivere musica per concerti, teatro, opere e musica su commissione. Vienna è all’epoca la capitale della musica europea e Vivaldi, che nonostante la fama soffrirà di ristrettezze economiche tutta la vita, cerca di trasferirvisi per ricominciare una nuova vita. Per finanziare questo suo trasloco vende numerosi spartiti da lui composti spesso per poche lire. Ma le cose non vanno come pianificato: poco dopo il suo arrivo a Vienna scoppia la guerra di secessione austriaca e tutti i teatri della capitale vengono chiusi. I viennesi non hanno più tempo per apprezzare della buona musica. Vivaldi, ormai vecchio e stanco, decide di non tornare a Venezia e rimane a Vienna dove per andare avanti continua a vendere i suoi spartiti. Muore il 28 Luglio del 1741 e viene sepolto in una fossa comune. Una fine normale, per un compositore che ha sempre scritto con in mente la gente comune. Parte delle informazioni contenute in questo articolo sono tratte dai seguenti siti web: www.it.wikipedia.org , www. fondazioneitaliani.it Estate 2009 - in Contatto 3 Pensando al futuro Testamenti, procure e tutori Pianificare, prendere decisioni. Tutte cose che diamo per scontate, che abbiamo imparato a fare sin da giovani e che continueremo a fare. Ma il futuro è spesso imprevedibile e ci riserva chissà quali sorprese, a volte purtroppo anche brutte, come il versare in condizioni di salute tali per cui non si è (temporaneamente o per sempre) in grado di prendere decisioni per se stessi e bisogna affidarsi ad altri. Cosa fare in queste situazioni? A chi affidarsi? Quanto potere dare a questa persona? Domande cui conviene pensare in tempo, prima di perdere la capacità di farlo. Ci sono due tipi di decisioni su di voi e la vostra vita che possono, in situazioni in cui siete incapaci di intendere e di volere, essere prese da altri. Ci sono decisioni finanziarie, relative ai vostri conti bancari, all’affitto e vendita di beni immobili o di altri beni come le azioni per esempio. E ci sono decisioni sulla vostra esistenza (lifestyle decisions in inglese), come dove dovreste vivere, che tipo di assistenza socio-sanitaria dovreste ricevere. Per quel che riguarda le decisioni finanziarie potete nominare una persona che si occupi di queste cose per voi, nel caso foste impossibilitati a farlo, completando un documento legale chiamato procura (power of attorney in inglese). Tramite questo documento potete nominare una persona che gestirà le vostre finanze, decidendo esattamente quanto potere decisionale darete a questa persona. Ci sono due tipi di procure: una procura generale (general power of attorney) e una procura permanente (enduring power of attorney). La procura generale viene in genere fatta per periodi di tempo limitati (se si deve andare in ospedale o all’estero per un po’ per esempio) o per cose limitate, come la vendita di una casa. Nel caso in cui si perdesse la capacità di intendere e di volere la procura generale viene sospesa. La procura permanente invece è 4 quella che deve essere usata per dare potere decisionale nel caso in cui non si sia più in grado di decidere per sempre, permanentemente. Per quel che riguarda invece le decisioni relative agli aspetti non-finanziari della vostra esistenza (lifestyle decisions) potete invece nominare un tutore legale permanente (enduring guardian) completando uno specifico documento legale chiamato “atto di nomina di un tutore legale permanente” (appointment of enduring guardian). Tramite questo documento potete decidere esattamente quale potere dare alla persona nominata e in che campi. Per redigere sia una procura permanente che un atto di nomina di un tutore legale permanente è caldamente consigliato rivolgersi ad un avvocato. La firma di entrambi i documenti richiedono la presenza di un avvocato o di un avvocato di corte di giustizia (barrister) o di un addetto ai registri presso il tribunale locale (Registrar of the Local Court). Chiunque sia il professionista legale scelto, questa persona deve anche firmare un documento in cui dichiara che le implicazioni legali della nomina vi sono state chiaramente spiegate e che voi le avete capite, insomma che avete capito esattamente cosa state per fare. A questo punto la persona da voi nominata deve accettare la nomina firmando il documento apposito. Ma se avete problemi di salute e non siete nelle condizioni di poter decidere a chi si possono rivolgere i medici che vi dovranno curare? Nel linguaggio legale questa persona viene chiamata “persona responsabile” e può essere, in ordine di importanza: il vostro tutore legale permanente (se ne avete nominato uno), il coniuge, una persona che si prende cura di voi purché non sia pagata o un parente o amico a voi vicino. Volendo potete scrivere un documento, chiamato “testamento in vita” (living will), in cui dichiarate il tipo di trattamento sanitario che desiderate o non desiderate ricevere in futuro. Questo documento, che va dato alla persona che probabilmente sarà la vostra “persona responsabile”, verrà usato solo qualora voi siate incapaci di intendere e di volere ed è importante che sia molto dettagliato e aggiornato spesso, specificando il tipo di trattamento che volete o non volete ricevere e per quali tipi di problemi di salute. Indipendentemente da chi decidiate dovrà essere la persona che prenderà varie decisioni per voi, questa persona va scelta molto, molto bene. Chiaramente essa deve avere la vostra totale fiducia ma deve anche essere desiderosa e in Contatto - Estate 2009 capace di prendere decisioni per voi. Soprattutto, dovete essere voi a prendere questa decisione, senza essere spinti, forzati, da qualcun’altro. Anche in questo caso è bene parlarne con un avvocato di fiducia, possibilmente un avvocato che non sia lo stesso dei vostri familiari o parenti stretti. Inoltre cercate di parlare con l’avvocato da soli, senza intermediari. Qualora non abbiate nessuno di cui vi fidiate a sufficienza per prendere decisioni di carattere finanziario per vostro conto potete sempre rivolgersi all’Amministratore Fiduciario Pubblico (Pubblic Trustee) come vostro procuratore legale (attorney). In questo caso dovete sapere che l’Amministratore Fiduciario Pubblico può preparare il documento di procura gratuitamente per voi ma per essere il vostro procuratore legale si farà pagare. Volendo potete nominare l’Amministratore Fiduciario Pubblico come procuratore legale sostitutivo, il che significa che se il procuratore legale che avete nominato non fa i vostri interessi, quello pubblico può subentrare e prendere decisioni per voi. Se state bene fisicamente o psicologicamente potete revocare le nomine fatte, la persona che dovrà prendere decisioni per voi, in ogni momento, qualora pensiate che questa persona non faccia bene il suo lavoro. Se invece versate in una condizione in cui non siete in grado di intendere e di volere, dovrà essere qualcuno a voi vicino a muoversi, rivolgendosi al Tribunale per le tutele (Guardinaship Tribunal). Pensare a tutte queste cose ben in anticipo, a chi affidare il potere di prendere decisioni per vostro conto sia dal punto di vista finanziario che sanitario, è fondamentale perché se improvvisamente vi trovaste nella situazione di non essere più in grado di intendere e di volere senza aver nominato nessuno, sarà legalmente molto difficile per i vostri cari prendere decisioni per conto vostro, soprattutto a livello finanziario, non sarà chiaro come risolvere eventuali conflitti che potrebbero sorgere tra i vostri familiari in merito a cosa è meglio per voi e soprattutto molte delle decisioni che potrebbero dover essere prese dovranno passare per il Tribunale per le tutele, saranno in altri termini tolte ai vostri familiari. Questo articolo ha uno scopo puramente informativo. Ogni decisone in materia deve essere presa previa consultazione con un esperto legale. Parte delle informazioni contenute in questo articolo sono tratte dai seguenti siti web. http://www.dadhc.nsw.gov.au,www.lawlink. nsw.gov.au, www.publicadvocate.vic.gov.au, www. legalaidnsw.gov.au Per informazioni su centri legali statali in grado di darvi ulteriori informazioni in materia potete rivolgervi al Co.As.It. telefonando allo 02 95640744. Un’Italia che non si vede Quando poveri non si nasce ma si diventa Molti di noi tendono ad avere una visione idealizzata del nostro paese natio, come se fosse un luogo dove tutto è bello e sereno. Ma a volte tornare in Italia per una pur breve vacanza rappresenta una doccia fredda, un brutale risveglio dai nostri sogni, perché ci pone di fronte a realtà che, in questo aiutati dalla distanza, vorremmo non vedere. Una di queste cose si chiama “Nono rapporto sulla povertà in Italia”, un rapporto preparato per la Caritas (un ente assistenziale della Chiesa Cattolica) che esplora a fondo quanti poveri ci sono nel nostro paese, dove sono e di che cosa vivono. Il leggere questo rapporto è sconvolgente. In Italia ci sono oltre otto milioni di poveri relativi, il 13% della popolazione, l’11.3% delle famiglie. Queste persone non muoiono di fame, magari hanno anche una casa e un lavoro ma, rispetto alla media nazionale hanno meno soldi. In altri termini tirano avanti a fatica. Con pochi soldi e ancor meno speranze di miglioramento, vanno avanti tirando sempre più la cinghia. Per queste persone e famiglie una macchina che deve essere aggiustata, un improvviso problema di salute, la regolare visita dal dentista sono tutte cose che rappresentano un grosso problema economico, che le muove con angoscia verso il baratro della povertà. Poi ci sono i poveri poveri. Quelli che fanno fatica ad acquistare le cose essenziali, cibo compreso. Anche in questo caso i numeri sono impressionanti, quasi tre milioni di persone, il 4.9% della popolazione. Ci sono per esempio famiglie di due persone che non riescono a spendere più di otto/nove dollari al giorno e questo per mangiare, pagare l’affitto, le bollette e tutte quelle cose che rendono la vita decente. Insomma se si guarda a questi numeri, in Italia circa il 18% della popolazione è più o meno povera. Ancora una volta ad essere afflitto dalla “malattia povertà” più di ogni altro sembra essere il sud con un numero di poveri relativi quasi quattro volte e mezzo più grande che nel nord ed un numero di poveri assoluti che è aumentato del 2%. Dato tutto ciò, non dovrebbe sorprendere l’affermazione che in Italia una persona su cinque è a rischio povertà. Se questi dati sono già di per se preoccupanti, la crisi economica che ha sconvolto tutto il mondo non ha fatto che rendere la situazione ancor più difficile per tanti. La crisi ha colpito soprattutto anziani e famiglie in cui i genitori sono divorziati ma anche persone con contratti di lavoro precari (soprattutto giovani ma non solo) che si trovano improvvisamente senza un’occupazione. É questo l’esercito di quelli che il rapporto chiama “impoveriti”: gente che prima stava bene o benino ma che poi, per un motivo o per un altro, si trova a fronteggiare un pesante peggioramento economico. La Caritas, che ha sparsi in tutta Italia i suoi centri di assistenza ed aiuto in cui offre assistenza economica e anche cibo ai bisognosi, sostiene che il numero di persone che si presentano a questi centri per chiedere aiuto è aumentato del 20% quest’anno e molte di queste persone non si erano viste prima a questi centri e mai avrebbero pensato di averne bisogno. Insomma in Italia ci sono un sacco di nuovi poveri, vittime della crisi economica, e la situazione è destinata a peggiorare se si tiene conto che il numero di disoccupati sembra destinato ad aumentare nel 2009. Tutti questi dati e numeri francamente angoscianti lo diventano ancor di più se si pensa che la società italiana sia profondamente cambiata: il rompersi dei legami tradizionali (come per esempio la famiglia a causa dell’aumento dei divorzi) fa si che ad affrontare la povertà le persone si trovano sempre più da sole e che è venuta sempre diminuendo quella che una volta si chiamava solidarietà. E siccome la solitudine amplifica le piccole e grandi paure di un uomo, ecco che la gente (almeno stando ad un altro rapporto, questa volta del Censis) comincia a preoccuparsi di tutto: dagli incidenti provocati da giovani ubriachi e/o drogati alla microcriminalità, passando per le rapine. Insomma la paura del futuro causata dallo spettro della povertà, come un virus di una malattia gravissima, si diffonde su tutto il corpo che è la società, rendendolo sofferente, affaticato e incapace di reagire. A tutto questo lo stato cerca di reagire offrendo aiuto attraverso servizi di sostegno e anche sussidi economici (soldi dati alle famiglie e alle singole persone). Gli sforzi (almeno stando al rapporto della Caritas) producono qualche miglioramento ed aiutano molte famiglie ad andare avanti ma non sembrano risolvere la situazione, non sembrano allontanare le persone dal baratro della povertà. Tante sono le proposte che il rapporto fa per risolvere o almeno migliorare significativamente la situazione, ma una fra tutte ha colpito la mia attenzione: riportare al centro degli interventi la persona, i suoi bisogni concreti, evitando di fare semplicemente la carità ma cercando di dargli i mezzi e la speranza necessari per costruire un futuro migliore. Parte delle informazioni contenute in questo articolo sono tratte dai seguenti siti web: www.avvenire.it, www.caritasitaliana.it, www. censis.it Estate2009 2009--in inContatto Contatto Winter 5 Tanti auguri dalla redazione di In Contatto! Anche quest’anno è quasi giunto al termine. Quando riceverete quest’ultimo numero di In Contatto saranno i primi di dicembre e tutti noi staremo contando le ore che ci separano dalle agognate vacanze natalizie e dal fine d’anno. Un’ottima occasione quindi per tracciare qualche bilancio e fare i consueti e sempre sentiti auguri ai nostri amati lettori. Lettori che anche quest’anno spero abbiano letto i quattro numeri di In Contatto del 2009 con interesse. Sappiamo bene che un giornalino di 12 pagine non può bastare per colmare il desiderio di essere informati, la voglia di leggere cose divertenti e la solitudine che spesso attanaglia alcuni dei nostri anziani. Ma molti dei nostri lettori, appena letto il numero più recente del giornalino, ci fanno sapere di averlo apprezzato. Alla luce di ciò, ci piace pensare che nel suo piccolo In Contatto continui a contribuire al benessere dei membri anziani della nostra comunità, gli fa compagnia, li fa pensare e li diverte. Ed è proprio questo il nostro scopo. Anche quest’anno come negli anni precedenti abbiamo scritto su un po’ di tutto: dalle iniziative utili, alle biografie di italiani illustri ad articoli 6 sulla salute, sia fisica che mentale. Cercando di coprire un po’ tutte le aree di interesse dei nostri lettori, che sono molto esigenti. Abbiamo cercato di farlo in un linguaggio che fosse accessibile a tutti, senza usare “paroloni” che confondono e spesso non servono a niente. Perché crediamo fermamente che anche le cose più complesse possano essere spiegate semplicemente e soprattutto che tutti hanno il diritto di sapere, di essere informati. Quest’anno poi In Contatto ha anche deciso di “cambiare vestito”, lasciandosi indietro l’abito vecchio e indossandone uno più colorato e scintillante. Proprio per dare l’idea di un giornalino che è in Contatto - Estate 2009 pronto a rinnovarsi, a cambiare. Ne sentivamo il bisogno dopo tanti anni. Speriamo che questo nuovo vestito vi piaccia e che magari attiri nuovi lettori. Quello che non è cambiato è invece la passione con cui In Contatto viene fatto e l’impegno di tutti coloro che contribuiscono alla sua creazione, cui vanno i nostri più sentiti ringraziamenti. Per me personalmente, come editore, In Contatto è una specie di passione. Anche fuori dal lavoro mi capita di pensarci e di trovarmi a cercare nuove idee e nuovi argomenti per il prossimo numero. Mi piace informarmi sugli argomenti di cui dovrò scrivere e mi piace anche trovare le immagini adatte ad accompagnare gli articoli, cercando di rinforzarne il senso e di attirare l’occhio dei lettori. In Contatto per me è ogni volta una sfida. Una sfida che sono contento di continuare. Buon Natale, cari lettori di In Contatto ed un felice anno nuovo, felice ed il più possibile sereno. essere “Being and Well-Being” & benessere Published by Co.As.It. Norton Business Centre, Level 1 - Suite 3, 55 Norton Street Leichhardt NSW 2040 Tel (02) 9564 0744 Fax (02) 9569 6648 www.coasit.org.au THE IMPORTANCE OF CREATIVITY IN LATER LIFE. “Being 70 is not a matter of a single day. It takes a year; it is not finished until one is 71. And so I think I shall pay special attention to this new year as it turns, keep a journal of its changes and insighst, of the things I do or think for the first time because I am the age I am, and of those things I do for the last time or enjoy less keenly, of the compensation as well as the diminishments, and of the unexpected delights – for I am sure there will be flowers in this landscape that do not grow elsewhere, and glimpses of unforeseen heights.” (Vining, 1978, pp. 27) This article will explore the role of creativity in the lives of older adults. Extensive studies on creativity have focused traditionally on the creativity of children, on creativity in personality differences, and on the relationship between creativity and intelligence. Much less research, however, has been carried out on creativity in older adults. As a result, creative productions do not represent for older adults a passive withdrawal but an active engagement in life. It is important to remember that creativity is not limited to those individuals who have an artistic talent that was exhibited in early life. As Goldman (1991) states: “creativity is a mysterious thing. It is an attribute of every human being, not just the great and the gifted, not just the young. Age can bring an enriched sense of self, and, often people are more creative in their later years”. Older adults participating in the arts Rugh (1991), discovered the role that creativity played in both reflective thought and personal transformation in one older adult’s life. She found that an older woman’s journey through art relates with three important themes: the need to tell one’s own story in an artistic way, the desire to share and relate with others, and the use of art for personal healing and problem solving. Creating images allows a person to continually shift perspective. Creative production during life’s transitions can teach older adults a great deal about themselves; it can help put into place the meaning of life and the meaning of ageing. It can lead to both psychological and spiritual renewal for the older adult; bringing with it the fulfillment of producing even greater psychological growth and transformation. As Thoreau (1974) asserted, “we are constantly invited to be what we are”. Creativity reminds us that the ‘Self’ is continuously constructed. Elisabetta Panzironi Intern Psychologist In a society saturated by images, we must be able to rid ourselves of attitudes and assumptions about ageing and creativity. Such attitudes are expressed in comments like: ‘creative people are kind of weird’ or ‘the creative juices just wither away with age’. Simonton (1990) states that an individual’s creativity “neither increases nor decreases with age, nor does it assume some curvilinear form”. Creativity is not a time-bound act, not even a function of chronological age. Instead it is a channel to respond to the limits and uncertainties of existence. The ‘meaning’ of later life remains somewhat obscure because of prejudicial attitudes, assumptions and society’s tendency to ‘retire’ older individuals. Creativity may indeed provide a channel to older people to enable a response to the limits and uncertainties of existence. courses offer benefits for the older adult by increasing self-esteem, stimulation for creative and mental processes and encourage social contacts. Older people are encouraged to contact their local Councils for details of such courses in their local areas. REFERENCES Dawson, A. M., & Baller, W. R. (1972). Relationship between creative activity and the health of elderly persons. Journal of Psychology, 82, 49-58. Goldman, C. (1991). Late bloomers: growing older or still growing? Generations, 15, 71-73. Rugh, M. M. (1991). Creativity and life review in the visual arts. Generations, 15, 27-31. report feeling rested, relaxed and better connected with others. Creativity has also been associated with wellbeing, health and life satisfaction (Torrance, 1978; Vesely & Torrance, 1978). A ten year study has demonstrated that older adults who participate in creative activities may live longer, healthier lives, suffer less debility over time than people of the same age who are not involved in the arts (Dawson & Baller, 1972). Innate creative thinking abilities in older individuals can be stimulated and nourished through educational and training models. For instance, weekly courses on different topics can be designed to motivate older learners to continue to use their creative and intellectual abilities in meaningful ways. Being part of these Simonton, D.K. (1990). Creativity in the later years: optimistic prospects for achievement. Gerontologist, 30, 626-631. Thoreau, H. (1974). The correspondence of Harry David Thoreau. Westport, CT: Greenwood Press. Torrance, E. P. (1978). Healing qualities of creative behaviour. Creative Child and Adult Quarterly, 3, 146-158. Vesely, A., & Torrance, E. P (1978). Art for older Americans: a partial evaluation. Athens, GA: Northeast Ggteorgia Area Planning and Development Commission. Vining, E. (1978). Being seventy: the measure of a year. Ney York: Viking. Estate 2009 - essere & benessere L’IMPORTANZA DELLA CREATIVITÀ NELLA TERZA ETÀ. “Settantenni non si diventa in un giorno. Ci vuole un anno, e non lo si è completamente fino a che non si compiono i 71 anni. E perciò penso che dovrei prestare particolare attenzione a questo nuovo anno, tenere un diario dei mutamenti e delle scoperte, delle cose che faccio o penso per la prima volta perché ho l’età che ho, e delle cose che faccio per l’ultima volta o che mi piacciono di meno, delle compensazioni, di ciò che diminuisce e dei piaceri inaspettati…perché sono sicuro che ci saranno fiori in questo paesaggio che non crescono da nessun’altra parte e bagliori di intensità impensata” (Vining, 1978, pp.27) Questo articolo esplora il ruolo della creatività nella vita degli adulti maturi. vari studi sulla creatività sono stati tradizionalmente mirati alla creatività nei bambini, o sulla creatività nelle differenze di personalità, e sulla relazione tra creatività e intelligenza. Un numero molto minore di ricerche, invece, sono state condotte sulla creatività nella terza età. In una società satura di immagini, dobbiamo cercare di sbarazzarci di atteggiamenti e preconcetti sull’invecchiamento e la creatività, che a volte si esprimono con commenti quali: “le persone creative sono un po’ strane” o “l’estro creativo si inaridisce con l’età”. Simonton (1990) afferma che la creatività in un individuo “non aumenta ne’ decresce con l’età, e neppure assume alcuna forma curvilinea”. La creatività non è un atto legato al tempo, e neppure una funzione dell’età cronologica. È invece il canale attraverso il quale far fronte ai limiti e alle incertezze dell’esistenza. Il “senso” della terza età resta in qualche modo ancora oscuro a causa di atteggiamenti pregiudiziali, di preconcetti e della tendenza della società a “mandare in pensione” gli anziani. La creatività può invece fornire agli anziani un canale che permetta loro di reagire ai limiti e alle incertezze dell’esistenza. cosa misteriosa. È un attributo di ogni persona umana, non solamente di chi ne è dotato, non solo di chi è giovane. L’età può portare con sé un più ricco concetto di sé, e spesso le persone diventano più creative col passare degli anni”. Gli anziani coinvolti in attività creative affermano di sentirsi riposati, rilassati e più uniti agli altri. La creatività è anche associata al benessere, alla salute e al sentirsi realizzati nella vita (Torrance, 1978; Vesely & Torrance, 1978). Uno studio condotto nell’arco di dieci anni ha dimostrato che gli anziani che partecipano ad attività creative La produzione creativa durante periodi di transizione nella vita può insegnare molto agli anziani riguardo se stessi, può aiutarli a mettere a fuoco il senso della vita e il significato dell’invecchiamento. Può generare nell’anziano un miglioramento sia dal punto di vista psicologico che spirituale, e con esso la soddisfazione di produrre una ancor maggiore crescita e trasformazione psicologica. Come ha affermato Thoreau (1974) “ noi siamo costantemente invitati ad essere ciò che siamo”. La creatività ci ricorda che il nostro “Io” sia in continua “edificazione”. Elisabetta Panzironi Intern Psychologist CITAZIONI di norma vivono più a lungo, godono di una salute migliore, sono meno debilitati in confronto a persone della stessa età che non praticano attività artistiche (Dawson & Baller, 1972). Il pensiero creativo innato può essere Dawson, A. M., & Baller, W. R. (1972). Relationship between creative activity and the health of elderly persons. Journal of Psychology, 82, 49-58. Goldman, C. (1991). Late bloomers: growing older or still growing? Generations, 15, 71-73. Rugh, M. M. (1991). Creativity and life review in the visual arts. Generations, 15, 27-31. Simonton, D.K. (1990). Creativity in the later years: optimistic prospects for achievement. Gerontologist, 30, 626631. Rugh (1991) ha scoperto il ruolo che la creatività gioca sia nel pensiero riflessivo che nelle trasformazioni individuali nella vita degli anziani. Essa ha scoperto che il percorso di una donna anziana attraverso l’arte è in rapporto a tre importanti temi: il bisogno di raccontare la propria storia in modo artistico, il desiderio di condividere e stabilire rapporti con gli altri, e l’uso dell’arte per la propria salute personale. Immagini artistiche permettono all’individuo di cambiare continuamente prospettiva. Di conseguenza, le creazioni artistiche non rappresentano per gli anziani un passivo rifugiarsi ma un attiva partecipazione alla vita. È importante ricordare che la creatività non è prerogativa di quelle persone che hanno un talento artistico che si era manifestato da giovani. Come afferma Goldman (1991):”la creatività è una per motivare gli anziani a continuare ad usare le loro capacità creative e intellettuali in modo significativo. Partecipare a questi corsi è di beneficio agli anziani in quanto aumenta la stima di sé, stimola i processi creativi e mentali e incoraggia i contatti sociali. Le persone anziane sono incoraggiate e contattare il loro Comune per ottenere informazioni su tali corsi offerti nella loro zona. Thoreau,H.(1974).The correspondence of Harry David Thoreau. Westport, CT: Greenwood Press. Torrance, E. P. (1978). Healing qualities of creative behaviour. Creative Child and Adult Quarterly, 3, 146-158. Vesely, A., & Torrance, E. P (1978). Art for older Americans: a partial evaluation. Athens, GA: Northeast Ggteorgia Area Planning and Development Commission. Vining, E. (1978). Being seventy: the measure of a year. Ney York: Viking. stimolato e alimentato negli anziani attraverso modelli educativi e la pratica. Ad esempio, si possono ideare corsi settimanali su diversi argomenti essere & benessere - Estate 2009 Reflections in the pond Meditation and Health Pt.2 The second in a series of articles on the meditation tradition, this time we look at the self- reflexive nature of mind and introduce the concept of clinging to thought. Two monks are walking through the countryside when they come across a woman struggling to cross a small river. She asks them for assistance. Despite having taken a vow to have no physical contact with women, one of the monks picks her up and carries her across to the other side. The monks continue their journey in silence but after a couple of miles, the silence is broken: “I cannot believe you carried that woman across the river. You know we have taken a vow of no contact with women!” The other calmly replied: “Yes. But I left her on the riverbank. You are still carrying her”. but my heart says yes” are commonplace in language even today and carry with them the same conceptual biases of our distant ancestors. This speculation about mind extends even further. The notion of “mind over matter” or even “mental health” are part of a linguistic discourse which somehow posits mind as having the ability to function or experience independently of body. We may ask ourselves then: “when has this mind ever functioned (thought) without body being present?” All spiritual and mystical traditions attempt in some way or other to address the disquiet experienced in mind by However, while we can point to our eyes and stick out our tongue for all to see, locating one’s mind is altogether different. Many cultures considered mind to reside in the heart, others in the head. In fact, language continues to demonstrate that the location of mind is pure speculation and more often than not fuelled by a bias towards either emotion or reason. Phrases such as “follow your heart” or “my head says no Observing thought does not mean analyzing thought in order to justify an opinion, defend a position or imagine oneself to be a king when really a pauper. To observe thoughts as they arise is not to engage and comment on them (that leads to the inevitable enquiry “who is commenting?”) but to observe and notice how thought works. Thoughts are born, live and die. Left alone, many thoughts live briefly and die an easy death. Others, however, linger, fester, haunt and torment the thinker, such as in the example quoted at the beginning of the article. Attachment to thoughts ultimately lead us down the path of delusion, dragging us as they do out of what is present into a world revolving around the ego and its interpretation of its own identity. Thought thus becomes the fuel feeding ego and mind actively searches for thoughts to validate an identity of its own making. When mind engages in thought without being mindful, we are usually at the stage where self or ego is interpreting/ reacting to the thought according to a prescribed or conditioned response. This teaching story in the Zen tradition illustrates some of the characteristics of human thought which meditation aims to deal with. In this particular story, the obvious ailment is that of clinging to thought (in this case the thought of the monk touching the woman) until it becomes a source of discomfort or stress. In fact, the notion of “suffering”, be it existential in the parlance of the Western philosophical tradition or the suffering (Pali.dukkha, Sanskrit duhkha) referred to in the Buddhist tradition, is rooted in the clinging of mind to a fixed sense of self or identity which seeks validation in the world outside and ultimately desires integration with it. Let us recall that in an earlier article on meditation , we ascertained that meditation etymologically equates to minding or mentation. In other words, it refers to the function of mind. Culturally, however, what is essentially an intangible function is related to as if it were, in fact, tangible. We are conditioned to relate to mind as if it is a physical organ. As sure as we have a head, we have a mind. Certainly, in the same way that eyes enable (normally) the functioning of sight and a tongue the functioning of taste, then mind must exist to enable the function of thinking. meditator to observe without attachment the rise and fall (birth and death) of thoughts. the realization that “it” (sense of self or ego) is separate to what it perceives and is existentially alone in this universe, separated from its creator. This separation is what religion (Latin. Religare - tie up again or reconnect) or yoga (Sanskrit yoga from yuj- to yoke or unite) attempt to address. A defining feature of human mentation is its self-reflexive nature. The reflexive nature of mind, the splitting of ego between that which observes and that which observes the observer, is the primary characteristic of human thinking, responsible simultaneously for the primacy of the human species on this planet as well as for their existential suffering. In regards then to meditation, given that we cannot help but mind our own business (and, alas, the business of others), the efficacy of the meditative tradition lies in the ability to be mindful of this minding. The efficacy of meditation lies in the ability of the In this state, for example, pleasant thoughts are clung to and inflated such that lust and greed become present, unpleasant thoughts held too long turn to anger, resentment and hatred and those thoughts deemed neutral eventually lead to intellectual stupor. These then are the three poisons (greed, hatred and stupidity) referred to in the Buddhist meditation tradition. Far from any religious implications, this is a tradition which advocates being awake to “what is” rather than being deluded by “what could/should be” and the like. By cultivating mindfulness, the ability to perceive the nature of (one’s) self increases. With this awareness comes the ability to choose to act from a position of clarity and freedom, rather than fear and conditioned response. Mindful meditation becomes a vehicle for awakening from this delusion. This is has nothing to do with mystical transcendence or the afterlife. It simply points to the unimpaired functioning of mind for the purpose of self-realisation. How we practice this will be addressed in a future article. Antonino Lo Giudice Youth and Family Worker Estate 2009 - essere & benessere Riflessioni sulla mente come specchio Meditazione e salute – 2ª parte In questa seconda parte della serie di articoli sulla tradizione della meditazione, parleremo della natura introspettiva della nostra mente e illustreremo il concetto dell’attaccamento ai propri pensieri. Due monaci stanno attraversando la campagna e incontrano una donna che sta cercando di attraversare un ruscello. La donna chiede loro aiuto. Nonostante avesse fatto voto di non avere alcun contatto fisico con una donna, uno dei due monaci la prende in braccio e la porta sull’altra riva. I monaci continuano poi il loro viaggio in silenzio; ma dopo un paio di miglia, il silenzio è rotto:“Non posso credere che hai portato quella donna al di là del fiume. Lo sai che abbiamo fatto voto di non avere alcun contatto fisico con una donna!” L’altro risponde con calma: “Sì, ma io l’ho lasciata sulla riva del fiume. Tu la stai ancora portando.” Questo insegnamento della tradizione Zen illustra alcune delle caratteristiche del pensiero umano, caratteristiche che la disciplina delle meditazione cerca di comprendere. In particolare, in questa storia l’ovvia debolezza è quella di essere attaccati ad un pensiero (in questo caso quello del monaco che tocca la donna) fino al punto che diventa fonte di disagio e stress. In effetti, la nozione di “sofferenza”, sia che sia definita in termini esistenziali, che si rifanno al linguaggio comune della tradizione filosofica occidentale,o la sofferenza (Pali.dukkha, Sanscrito duhkha) cui si fa riferimento nella tradizione buddista, trova radici nell’attaccamento della mente ad un idea di sé o identità preconcetta, che cerca conferma di sé nel mondo esterno e in ultima analisi una integrazione con esso. Come ricorderemo, in un precedente articolo sulla meditazione , abbiamo constatato che il termine meditazione etimologicamente corrisponde a prestare attenzione o essere consapevoli dei processi mentali. In altre parole, fa riferimento alla mente come un qualcosa che esercita una funzione. Culturalmente va notato che si parla di una funzione che è essenzialmente intangibile come se fosse, in effetti, tangibile. Siamo condizionati a riferirci alla mente come se fosse un organo fisico. Così come è sicuro che abbiamo una testa, abbiamo una mente. Certamente, nello stesso modo in cui gli occhi ci permettono (di solito) di esercitare la funzione della vista e la lingua la funzione del gusto, così la mente deve esistere per permetterci la funzione del pensare. Tuttavia, mentre possiamo indicare dove sono gli occhi e far vedere a tutti la lingua, identificare dov’è la mente è una cosa completamente diversa. Molte culture credono che la mente risieda nel cuore, altre nella testa. In effetti, il modo in cui ne parliamo continua a dimostrare che l’ubicazione della mente è pura speculazione, e più spesso di quanto si creda alimentata da una tendenza a favore o delle emozioni o della ragione. Frasi quali “fai ciò che ti detta il cuore” o “la mente mi dice di no ma il cuore mi dice di sì” sono ancor’oggi luoghi comuni del linguaggio e riflettono gli stessi preconcetti dei nostri lontani antenati. E questa supposizione circa la natura e la funzione della mente. La nozione del “è tutto nella testa” così come quella della “salute mentale” sono parte di un discorso linguistico che in qualche modo presume che la mente sia in grado di funzionare o fare esperienze indipendentemente dal corpo. Al punto che potremmo chiederci: “quando è che la mente può funzionare (pensare) senza che il corpo sia presente?” Tutte le tradizioni spirituali e mistiche cercano in un modo o nell’altro di far fronte alla inquietudine sperimentata dalla realizzazione che “il sè” (il senso di sé o io) è separato da ciò che egli percepisce ed è esistenzialmente solo in questo universo, separato dal suo creatore. Questa separazione è ciò a cui la religione (dal latino re-ligare – ricollegare o riconnettere) o yoga (dal sanscrito yoga da yuj – aggiogare o unire) cerca di ovviare. Una caratteristica tipica del pensare è la sua natura introspettiva. La natura riflessiva della mente, la separazione dell’io tra una parte che osserva e una parte che osserva chi osserva, è la caratteristica principale del pensiero umano, responsabile allo stesso tempo della supremazia della specie umana su questo pianeta così come della sofferenza esistenziale. A proposito della meditazione perciò, poiché non possiamo fare a meno di pensare alle nostre cose (e purtroppo a quelle degli altri), l’efficacia della tradizione meditativa sta essere & benessere - Estate 2009 nell’abilità di essere coscienti di questo occuparci. L’efficacia della meditazione sta nella capacità di chi medita di osservare senza attaccamenti il sorgere e scomparire (nascita e morte) dei pensieri. Osservare i pensieri non significa analizzarli allo scopo di giustificare un’opinione, difendere una posizione o immaginare di essere un re quando si è un povero. Osservare i pensieri che sorgono non implica necessariamente esserne coinvolti o commentare su di essi (questo porta all’inevitabile domanda “chi sta commentando?”) ma semplicemente osservare come funzionano. I pensieri nascono, vivono e muoiono. Se lasciati da soli, molti pensieri vivono poco e muoiono facilmente. Altri, invece, persistono, perdurano, inseguono e tormentano chi pensa, come nell’esempio riportato all’inizio di questo articolo. L’attaccamento ai nostri pensieri ci porta inevitabilmente sulla via dell’illusione, in quanto ci trascina fuori dal presente, in un mondo che gira intorno al nostro io e la sua interpretazione della propria identità. I pensieri diventano perciò il carburante che nutre il nostro io e la nostra mente cerca attivamente quei pensieri che convalidano l’identità che essa stessa si è creata. Quando la mente viene assorbita dai pensieri senza esserne cosciente, siamo di solito allo stadio in cui il sé o io sta interpretando/reagendo al pensiero secondo una reazione prescritta o condizionata. In questo stato, per esempio, ci si sofferma su pensieri piacevoli ed essi si gonfiano così che sorgono desiderio e avidità; i pensieri spiacevoli che si trattengono troppo a lungo diventano rabbia, risentimento e odio, e quei pensieri che si definiscono neutri portano alla fine allo stordimento intellettuale. Questi sono quindi i tre veleni (desiderio sfrenato, odio e stupidità) a cui si riferisce nella tradizione della meditazione buddista. A parte qualsiasi implicazione religiosa, questa è una tradizione che sostiene l’essere coscienti di “ciò che è” piuttosto che essere illusi da “ciò che potrebbe / dovrebbe essere” e simili. Esercitandosi nella disciplina dell’essere coscienti, aumenta la capacità di percepire la natura di se stessi. Con questa coscienza di sé viene la capacità di scegliere di agire da una posizione di chiarezza e libertà, piuttosto che di paura e di una risposta condizionata. La meditazione cosciente diventa un veicolo per risvegliarsi da questa illusione. Questo non ha nulla a che vedere con la mistica trascendentale o la vita oltre la morte. Semplicemente si focalizza sulla funzione della mente allo scopo di esserne auto-coscienti. Parleremo in un prossimo articolo su come praticarla. Antonino Lo Giudice Youth and Family Worker Persone con la sindrome di Down. Individui come gli altri La sindrome di Down è una malformazione genetica che colpisce circa un bimbo su novecento. Che cos’è esattamente questa sindrome? Iniziamo col dire che il nostro corpo è fatto di cellule. Se immaginiamo il nostro corpo come una casa, le cellule sono i mattoni di cui la casa è fatta. Dentro ogni cellula ci sono 23 coppie di cromosomi, ovvero quarantasei cromosomi. Questi cromosomi possono essere pensati come dei pezzi di carta in cui sono scritte le caratteristiche fisiche ed in parte anche psicologiche di ognuno di noi. Nei cromosomi c’è scritto qual è il colore della nostra pelle, dei nostri occhi e dei nostri capelli, se saremo maschi o femmine e addirittura, almeno così sostengono alcuni scienziati, se saremo timidi o estroversi. Le persone con la sindrome di Down invece di avere 46 cromosomi ne hanno uno in più. Non si sa perché questo succede, non c’entra niente il come i genitori mangiano, la classe sociale o la nazione cui appartengono o il fatto che ci siano altri bambini down in famiglia: succede e basta e, cosa importante da dire, non è colpa di nessuno. La sindrome di Down non è una malattia, non è un qualcosa che si prende perché si è fatto qualcosa di sbagliato. Le persone con sindrome di Down hanno caratteristiche fisiche che li rendono ben riconoscibili e soffrono di quella che in gergo tecnico si chiama “disabilità intellettuale”. I bambini Down di solito imparano a sedersi, gattonare, parlare e camminare più tardi degli altri bimbi (si parla in questo caso di “ritardo nello sviluppo”) e fanno fatica a capire certe cose che altri capiscono, hanno in altri termini un’intelligenza inferiore. Non tutti i bambini con sindrome di Down sono uguali però! E così come ognuno di noi è diverso dall’altro, più o meno intelligente, bravo in certe cose e non in altre, lo stesso vale per chi soffre di questa sindrome. La nascita di un bambino con sindrome di Down spesse volte sconvolge una famiglia, suscitando sentimenti come il rancore, la rabbia, l’incredulità, il senso di colpa, la tristezza, un senso di impotenza. Tutti sentimenti normali e comprensibili di cui però bisogna essere consapevoli ed imparare a gestire, senza esserne travolti. Forse tra questi sentimenti quello più pericoloso è il senso di colpa, perché può portare a conflitti e litigi. I nonni di bambini con sindrome di Down non sono immuni da questo sentimento e, distrutti dal dolore, alcune volte cercano di addossarlo a questo o quel genitore, rendendo una situazione già difficile ancor più complicata. L’incolpare qualcuno è invece qualcosa che va evitato a tutti i costi: quello che è successo non è colpa di nessuno. Passati i primi momenti di inevitabile shock si dovrebbe invece cercare di assumere un atteggiamento più costruttivo, tenendo a mente alcuni dati fondamentali. Prima di tutto va evitato in ogni modo di trattare la persona affetta da sindrome di Down come diversa. I bimbi Down, come tutti gli altri, sono molto sensibili e capiscono al volo se sono accettati e amati o no. Alcuni di loro, a causa della loro disabilità, potrebbero far fatica ad esprimere i loro sentimenti, cosa che può per loro essere molto frustrante, ma di sentimenti ne hanno, come tutti. Inoltre non bisogna farsi trarre in inganno dal fatto che a volte fanno fatica ad esprimersi; a dire quello che pensano: questo non significa necessariamente che pensano poco, “male” o che non capiscono. Anzi, spesso questi bimbi capiscono molto più di quello che si crede. Amore, accettazione, stimolazione e incoraggiamento sono ciò di cui questi bimbi hanno bisogno, proprio come tutti gli altri bambini, se si vuole che crescano sani sia fisicamente che mentalmente. Un’altra cosa molto importante da tenere a mente è che con l’aiuto dei genitori e grazie al sostegno delle numerose organizzazioni che si occupano di persone con sindrome di Down, queste persone possono raggiungere molto. Lo stereotipo della persona Down come incapace di far nulla è qualcosa che appartiene al passato. Oggi queste persone sono in grado di lavorare e di partecipare pienamente alla vita sociale. Ci sono persone Down bravissime a dipingere (guardate i bellissimi disegni che accompagnano questo articolo), altre che sanno cucinare molto meglio delle persone cosiddette normali ed addirittura attori Down. Ma soprattutto oggi forse più di ieri le persone con sindrome di Down possono avere una vita come quella di tutti gli altri: piacevole e allegra o difficile e triste a seconda dei momenti. Molto sta alla famiglia. E in questo i nonni hanno un ruolo molto importante da giocare: sostenendo i familiari nelle decisioni che dovranno prendere, stando vicini alla persona ma anche capendo che sono loro che debbono aiutare la Estate 2009 - in Contatto 7 continua da pagina 7 famiglia ad affrontare la situazione e non viceversa... se si ha bisogno di aiuto è bene quindi chiederlo, ma al di fuori dei propri familiari, loro un compito difficile già ce l’hanno: aiutare la persona affetta da sindrome di Down ad avere una vita il più possibile uguale a quella di tutti gli altri. Succede inoltre sempre più spesso che le persone con sindrome di Down raggiungano una certa età (50-60 anni in media). Questo significa che, a differenza che nel passato, ci sono molti più genitori anziani si stanno prendendo cura di persone con sindrome di Down non più tanto giovani. Questo comporta tutta una serie di problemi che anni fa i genitori non dovevano affrontare. Tra questi uno dei più importanti è pianificare, programmare cosa succederà quando i genitori non saranno più in grado di sostenere e proteggere i loro “bambini”. Un problema che è carico di angoscia ma che va affrontato ben in tempo: perché è più angosciante non sapere il futuro dei propri figli che prepararlo. Parte delle informazioni contenute in questo articolo provengono dai seguenti siti web: www.betterhealth.voc.gov.au, www.dsav.asn.au, www.disability.vic.gov. au, www.downs-syndrome.org.uk Informazioni in italiano sulla sindrome di Down possono essere scaricate dai seguenti siti web: www.mhcs.health.nsw. gov.au, http://www.mdaa.org.au. “I fruttivendoli italiani di Sydney” Una passeggiata nei ricordi É per In Contatto un onore pubblicare una delle tante bellissime storie che faranno parte del progetto “Fruttivendoli italiani di Sydney”. Abbiamo ricevuto questa storia molto speciale da Silvana Cibei, la figlia di Walter e Pia Cibei, proprietari del Bardwell Park Fruit Shop, un negozio di frutta che era aperto al numero 54 di Slade Street tra il 1960 e il 1969. Silvana ha voluto che la storia dei suoi genitori fosse parte di questo progetto per tenere viva questa parte molto preziosa delle loro vite come famiglia di fruttivendoli. “ Il negozio di frutta era la grande speranza di successo di mio padre. Come molti emigranti egli voleva essere il padrone di 8 se stesso e lavorare per conto proprio. E così investì i pochi risparmi che aveva nel negozio (trasformandone una parte in piccolo caffè), comprò una macchina da caffè italiana e mise alcuni tavoli fuori per i clienti, sperando così di ricreare quella atmosfera così distintamente italiana che a lui mancava così tanto. in Contatto - Estate 2009 Babbo aveva sempre un’intensa nostalgia per la sua “bella Italia”. Babbo e mamma lavorarono nel negozio per nove anni. Nel corso di questi nove anni essi si trasferirono nell’appartamento sopra il negozio ed ebbero due figli, Daniel nel 1965 e me (Silvana) nel 1966. Gli affari andarono bene per i primi anni. Babbo amava andare al mercato la mattina presto per comprare frutta e verdura e ovviamente per incontrarsi con altri italiani. Egli si fece molti amici al mercato e diventò amico particolarmente con il signor Salvatore Stassi, che aveva una bancarella di frutta e verdura al mercato. L’amicizia tra babbo e Salvatore diventò molto forte e un giorno a babbo venne l’idea di presentare sua sorella Rina, che era vedova, al signor Stassi. I due si conobbero e si innamorarono, sposandosi tre mesi dopo il loro primo incontro. Ovviamene babbo fu molto orgoglioso di se stesso per l’unione nata. Nel 1965 le cose cambiarono. Il centro commerciale di Roselands venne aperto e un altro negozio di frutta e verdura aprì i battenti a Earlwood, sulla collina. Gli affari per babbo cominciarono ad andare parecchio a rilento, assieme a quelli di molti altri negozietti a Bardwell Cosa Park. Babbo non poté far altro che vendere il negozio. Questa fu l’ultima volta che egli si mise in affari.”. del Settore patrimonio culturale del Co.As.It. allo 02 95640744 o via posta elettronica, [email protected] Partecipa anche tu a questo importante progetto, spedendoci informazioni sul negozio di frutta e verdura che occupa un posto speciale nel vostro cuore e in quello delle vostre famiglie. Il progetto è una collaborazione tra il Co.As.It. e il Centro australiano di storia sociale (Australian Centre for Public History in inglese) dell’University of Technology, ed è sponsorizzato da Sydney Markets Ltd., City of Sydney e il NSW Migration Heritage Centre. Per ottenere informazioni su questo progetto o per parteciparvi potete contattare Linda Nellor, Responsabile ? vuol dire consulenza psicologica Per capire cos’è una consulenza psicologica dobbiamo chiederci come mai alcune persone decidono di avvalersi di questo servizio. Generalmente chi vive una vita soddisfacente e appagante non sente il bisogno di parlare con un consulente psicologico. Tuttavia molti di noi ad un certo momento delle loro vite possono andare incontro a crisi fisiche o emotive: è in momenti come questi che le persone possono cercare aiuto. Inoltre, mentre alcune persone sono in grado di risolvere i loro problemi emotivi da soli o semplicemente parlandone con mariti e mogli, familiari o amici, c’è invece chi non ha nessuno con cui parlare o preferisce affrontare i suoi problemi parlandone con un estraneo, un consulente psicologico per esempio, piuttosto che con qualcuno che lo conosce bene. A volte infatti può essere più facile parlare con un consulente psicologico piuttosto che aprirsi con qualcuno che si conosce bene e che potrebbe in qualche modo essere influenzato o scosso da questa apertura. Di solito ci si rivolge ad un consulente psicologico per parlare delle relazioni che si hanno con i propri cari o in momenti particolari della nostra vita: momenti di svolta e di cambiamento, voluti o che accadono senza che si possa far niente. Matrimoni, divorzi, nascite, morti, sono tutte situazioni in cui ci possiamo sentire più o meno in crisi e quindi possiamo sentire il bisogno di parlare con un consulente psicologico, per chiedere sostegno, aiuto e consiglio. Ci si rivolge cioè all’altro perché si teme di non riuscire a farcela da soli da un punto di vista emotivo o psicologico. Ne consegue che al centro del processo della consulenza psicologica è il rapporto cliente-consulente psicologico. Spesso chi decide di avvalersi di un consulente psicologico si aspetta che questi dia dei consigli diretti, dicendogli esattamente cosa deve fare, esattamente come risolvere il problema. In realtà le cose non stanno così. Anzi, la maggior parte degli esperti sostiene che di solito non aiuta dare consigli diretti. Estate 2009 - in Contatto 9 continua da pagina 9 Questa affermazione può sembrare strana, ma pensiamoci un attimo. Se il consiglio dato dall’“esperto” si rivela sbagliato, allora la persona potrebbe rimanere delusa e il consulente psicologico non ha fatto il suo dovere. Se invece il consiglio è buono allora magari il cliente sarà contento al momento, ma non avrà imparato nulla per il futuro e, non avendo fatto nulla da solo, non ne avrà guadagnato in autostima. Anzi, al contrario, c’è il pericolo che si crei un rapporto di dipendenza tra la persona e il consulente psicologico, per cui ogni volta che si presenta un problema la persona potrebbe rinunciare a cavarsela da sola e rivolgersi all’“esperto”. In altri termini, il compito fondamentale della consulenza psicologica è aiutare la persona a farcela da sola, a camminare sulle proprie gambe, diventando autosufficiente e sviluppando a pieno il proprio potenziale interiore. Ma se il consulente, tranne che in situazioni particolari come in casi di emergenza sanitaria o quando il benessere di una persona è a rischio o compromesso, non da consigli, allora come può aiutare una persona a sentirsi meglio? La risposta è semplice: spesso i clienti si sentono meglio perché hanno avuto la possibilità di condividere i loro problemi con un’altra persona che è disposta-preparata ad ascoltare. Questo è il modo più importante in cui un consulente psicologico può soddisfare le esigenze del cliente, attraverso l’ascolto. Questo articolo è adattato da un articolo di Giulia Priante intitolato “Cos’è il consellling?”. Giulia Priante è un’esperta in consulenza individuale e di gruppo. Giulia riceve solo per appuntamento. Per appuntamenti telefonare al numero 0414-331-499. Per i servizi psicologici offerti dal Co.As.It. potete invece rivolgervi allo 02 95640744 Energia alle stelle! Campagna di sensibilizzazione sull’uso intelligente delle risorse energetiche Il mondo consuma energia come non mai. Fabbriche con macchinari che vanno ventiquattro’ore su ventiquattro, uffici con le finestre sigillate e l’aria condizionata sparata al massimo, case con tutte le luci accese. Sembra quasi che non si riesca a fare venti minuti in macchina senza accendere il condizionatore. Come se l’energia del nostro pianeta fosse senza limiti e soprattutto come se un suo uso indiscriminato fosse senza conseguenze. Il fatto é che ambedue questi assunti sono sbagliati: le risorse a nostra disposizione come persone e come società sono limitate e usare certi tipi di energia aumenta l’inquinamento. L’essere consapevole di queste semplici 10 verità non deve intimorirci o spingerci all’inazione, al non far nulla, ma piuttosto incitarci a saperne di più, ad aumentare la nostra sensibilità in tema di risparmio energetico e soprattutto ad agire, nelle nostre vite quotidiane, guidati dall’idea di in Contatto - Estate 2009 usare l’energia che il nostro pianeta ci fornisce in modo intelligente. Tante sono le cose che si possono fare a partire da come viviamo e cosa facciamo nelle nostre case ma la cosa più importante é forse quella di cambiare il nostro modo di pensare, analizzare le nostre abitudini e chiederci “posso ottenere lo stesso risultato, riuscire ancora a fare quello che voglio o ho bisogno di fare, senza consumare tutta questa energia?”. Se si riesce a vivere con questa domanda in testa allora si riuscirà a vedere le cose, le nostre azioni quotidiane per esempio, in tutt’altra prospettiva. Pensiamo per esempio a tutti gli elettrodomestici da cui siamo circondati. Ci sono elettrodomestici che consentono un maggiore o minore risparmio energetico: le stufe a gas consumano molto di meno rispetto ad altri tipi di stufe, un condizionatore d’aria può consumare fino a tre volte di meno rispetto ad altri caloriferi. E, non limitandosi, alla questione riscaldamento, l’elenco diventa ancora più lungo: un frigorifero nuovo, ben mantenuto, posto non vicino alla lavastoviglie ed ad una certa distanza dal muro può farci risparmiare molta energia e denaro. Una cosa semplice da fare se si ha bisogno di comprare un elettrodomestico nuovo e si vuole risparmiare energia é quello di guardare l’etichetta che indica il numero di stelle del prodotto, più sono le stelle e più l’elettrodomestico é efficiente dal punto di vista energetico. Anche l’uso intelligente degli elettrodomestici e non solo il loro acquisto può aiutarci a risparmiare energia. Avete per esempio mai pensato di usare la lavastoviglie per lavare i piatti (avendo premura di usarla quando é piena e non per pochi piatti) ma poi aprirla e lasciare asciugare il carico naturalmente? E perché non fare la lavatrice a pieno carico facendo lavaggi a freddo? O usare condizionatori d’aria o stufette entro la soglia di temperatura consigliata? Cosa che vi farebbe risparmiare fino al 10% di energia. Come vedete non si tratta di grandi cose ma di piccoli accorgimenti molto semplici da applicare. Come semplice é risparmiare sull’uso delle luci, innanzitutto non tenendole accese quando non ce n’é bisogno ma anche comprando delle lampadine fluorescenti compatte (dette anche CFL) che consumano fino all’80% in meno rispetto alle lampadine normali (quelle a filo incandescente) e durano fino a sei volte di più. Spesso le persone non agiscono perché queste cose non le sanno, ecco perché mai come in questo campo “sapere é potere” e diventa quindi essenziale promuovere iniziative che informino e sensibilizzino le persone su un tema così importante per il nostro futuro come quello del risparmio energetico. La F.I.L.E.F.-Movimento città verde é un’organizzazione italiana ormai da tempo coinvolta in iniziative di questo tipo. Molti dei lettori di In Contatto ricorderanno la campagna sull’uso intelligente delle risorse idriche. In maniera simile quest’anno la F.I.L.E.F. ha lanciato una campagna informativa sul risparmio energetico su tre fronti principali. La campagna farlo: uno sforzo enorme e meritevole reso possibile grazie anche al contributo del Department of Environment and Climate Change NSW (una specie di Ministero per l’ambiente del NSW), dell’Ethnic Communities Council of NSW e del Co.As.It.. Uno sforzo enorme dicevamo ma che non va necessariamente preso in maniera seriosa: diventare più consapevoli di come l’energia del pianeta debba essere usata saggiamente può essere anche una cosa divertente oltre che interessante. Ecco perché la F.I.L.E.F. assieme al Co.As. It. organizza, come parte culminante della campagna “Energia alle stelle!”, una festa durante la quale oltre ad ascoltare le relazioni di vari esperti, ad avere la possibilità di raccogliere materiale informativo in italiano sul risparmio energetico (con molti più consigli sul come fare di quanti sono stati esposti in questo breve articolo) e di ottenere vari prodotti salva-energia. Si potrà anche ballare e cantare, mangiando anche qualcosa di buono. Un’occasione di stare assieme allegramente per una buona causa. Energia alle stelle! Cena Musica Ballo Ispirazione si chiama “Energia alle stelle!” ed é stata condotta attraverso visite ai gruppi sociali del Co.As.It. da parte di un esperto in materia, tramite la pubblicazione di vari articoli su La Fiamma, articoli molto interessanti come quelli sull’uso di energie cosiddette alternative tra cui quelle derivanti dal calore della terra, e grazie ad interviste sui programmi in italiano della SBS e su Rete Italia Radio. In questo modo tantissimi italiani hanno potuto comprendere l’importanza di risparmiare energia e soprattutto come Domenica 6 dicembre Associazione Napoletana 1A Marion Street-Leichhardt A partire dalle 18.00 Ingresso per donazione ($15), gratuito per bambini sotto i dodici anni Per prenotazioni ed informazione F.I.L.E.F. 02/93898304 Parte delle informazioni contenute in questo articolo sono tratte da un articolo apparso su La Fiamma di lunedì 3 novembre 2009. Informazioni in italiano sul tema del risparmio energetico possono essere scaricate dal sito di Energy Australia, www.energy.com.au Estate 2009 - in Contatto 11 Assisting with pre-arranged funerals If undeliverable return to: SURFACE MAIL Italian Association of Assistance Community Services - Education - Heritage Norton Business Centre, Level 1 - Suite 3 55 Norton Street Leichhardt NSW 2040 Print Post Approved PP 255003/07331 Postage Paid Australia Addressee: • Corsi dopo scuola per bambini dai 5 ai 18 anni • $275 all’anno • 18 sedi in NSW Iscrivetevi direttamente online entro il 31 dicembre 2009 per ricevere uno sconto di $20.00 e per avere la possibilità di vincere i seguenti premi: • Primo premio: iPod Nano del valore di $200 • Secondo premio: Risorse educative del valore di $100 • Terzo premio: Risorse educative del valore di $50 Questo concorso ha ricevuto l’autorizzazione LTPS/09/10565 del NSW. Termini e condizioni disponibili sul nostro sito internet. Per ulteriori informazioni contattate Laura o Maria al 9564 0744 or visitate il nostro sito internet www.coasit.org.au Published by Co.As.It. Norton Business Centre, Level 1 - Suite 3, 55 Norton Street Leichhardt NSW 2040 Tel (02) 9564 0744 Fax (02) 9569 6648 www.coasit.org.au 12 in Contatto - Primavera 2009 design & printed by www.prografica.com.au Corsi di lingua e cultura italiana