Italian Association of Assistance
Community Services - Education - Heritage
Edizione Estate 2009
Quarterly newsletter for the elderly, the housebound and carers. Editor Michele Sapucci
La depressione nell’anziano
Capire per intervenire
In media circa il 15% della
popolazione soffrirà di una qualche
forma di depressione nel corso della
vita. Gli anziani che vivono in strutture
residenziali sono ancora più a rischio,
specialmente se versano in condizioni
di salute che richiedono il vivere in
strutture con alto livello di assistenza.
La depressione è dunque un problema
molto diffuso i cui effetti negativi
sono rafforzati da una mancanza di
conoscenza del fenomeno e da tanti
miti e superstizioni intorno ad esso.
Ecco perché sono molto
importanti iniziative che cerchino
di informare correttamente la
gente su cosa é la depressione e
su cosa ognuno di noi può fare per
capire questo problema, per aiutare
chi ne soffre e per prevenirne il
sorgere. Tra queste iniziative oggi
ci occupiamo di quella organizzata
dal COTA (un’organizzazione che
si occupa di curare gli interessi
degli anziani a livello nazionale e di
organizzare iniziative di sostegno a
loro rivolte) in collaborazione con
beyondblue (l’iniziativa
nazionale
per la prevenzione e la cura
della depressione). L’iniziativa si
chiama beyond maturityblues (“La
depressione nell’anziano”, in italiano)
ed é anche rivolta agli anziani di
background
non
anglosassone
che, come tutte le altre comunità
australiane, possono essere toccate
da questo problema. Dell’iniziativa
abbiamo parlato con la coordinatrice
del progetto, Adriana Beltrame.
D: Adriana, ci puoi spiegare in
cosa consiste beyond maturityblues?
R: in pratica si tratta di incontri,
della durata di quarantacinque minuti
circa, in cui si danno informazioni ai
partecipanti su vari temi legati alla
depressione. L’obbiettivo non é fare
di chi attende questi incontri degli
esperti su cos’é la depressione e sul
come curarla, per quello ci sono già
professionisti della salute mentale
come psicologi, medici, psichiatri,
quanto piuttosto informare i
partecipanti su vari temi. Per esempio
durante gli incontri si parla di quali
sono i sintomi della depressione
come le difficoltà nel dormire o una
perdita della voglia di comunicare con
le persone o di fare attività che prima
erano ritenute piacevoli o anche i
sintomi fisici della malattia. Questo
viene fatto con l’obbiettivo di aiutare
la gente a riconoscere la depressione,
in se stessi e negli altri.
D: e di cos’altro si parla durante
questi incontri?
R: un altro argomento essenziale
affrontato é il come si comunica con
una persona depressa, l’atteggiamento
che si deve avere, atteggiamento
che deve essere il meno giudicante
possibile, si cerca poi di migliorare la
capacità delle persone di ascoltare con
attenzione e rispetto, insegnandogli a
cogliere i segnali (non solo verbali ma
anche fisici) che l’altra persona può
rimandare ed ad essere consapevoli
dell’impressione che si può dare
mentre si parla ad una persona che
soffre di depressione. L’obbiettivo é
insomma insegnare ai partecipanti
all’incontro come trasmettere alla
persona depressa il messaggio che gli
si é vicini, che la si rispetta. Si parla
inoltre delle varie medicine disponibili
per chi soffre di depressione e di
come usarle al meglio, insistendo
particolarmente sulla necessità di
controllare regolarmente (col proprio
medico e/o il proprio farmacista)
di quali e quante medicine si ha
bisogno. Infine si insiste sempre sul
fatto che “prevenire é meglio che
curare” e quindi si parla delle cose
che si possono fare per prevenire il
sorgere della depressione, come per
esempio l’attività fisica, o l’avere delle
passioni o degli interessi. Insomma
cerchiamo attraverso l’iniziativa
beyond maturityblues di informare,
aumentare la sensibilità al problema
e togliere dalla testa delle persone
alcune idee che a volte hanno intorno
alla depressione e che non aiutano.
D: a che idee ti riferisci? E in che
maniera non aiutano?
R: la questione é che c’é molta
stigmatizzazione della depressione,
molta paura e anche molta ignoranza,
nel senso di mancanza di conoscenza.
Molti italiani anziani pensano che la
depressione sia parte inevitabile del
diventare anziani o la vivono come
una debolezza o addirittura credono
che non la si
possa curare,
che una volta
“presa” non
si possa fare
altro
che
tenersela.
A causa di
queste idee la
depressione
diventa un
qualcosa di
cui ci si vergogna e quindi di cui non
si parla con nessuno, né tantomeno
si cerca aiuto presso chi potrebbe
aiutare. O se ne parla si dice che basta
continua a pagina 2
Indice
pagina
1
La depressione nell’anziano
Capire per intervenire
3
Antonio Vivaldi
Il “prete rosso”
4
Pensando al futuro
Testamenti, procure e tutori
5
Un’Italia che non si vede
Quando poveri non si nasce ma si diventa
6
Tanti auguri dalla redazione di In
Contatto!
Essere & Benessere
Inserto speciale
7
Persone con la sindrome di Down
Individui come gli altri
8
“I fruttivendoli italiani di Sydney”
Una passeggiata nei ricordi
9
Cosa vuol dire consulenza
psicologica?
10
Energia alle stelle!
Campagna di sensibilizzazione sull’uso
intelligente delle risorse energetiche
continua da pagina 1
distrarsi o non pensarci per risolverla.
Attraverso i nostri incontri cerchiamo di
sfatare questi miti, facendo sapere cos’é
la depressione realmente e cosa ognuno
di noi può fare (in base al proprio ruolo
e alle proprie capacità) per aiutare gli
altri ed anche aiutare se stessi se
sorge il problema.
D: e chi é che spiega queste
cose ai partecipanti, chi é
l’“insegnante” per così dire?
R: questa é forse una delle
cose più interessanti e belle del
progetto. Gli “insegnanti” sono
persone comuni, gente che é
particolarmente
sensibile
al
problema (a volte anche per
ragioni personali) e che vuole
aiutare gli altri. Sono in altri
termini volontari che però hanno
partecipato ad un corso in cui gli
é stato insegnato come gestire
questi incontri e varie nozioni sulla
depressione. L’abbiamo fatto apposta ad
utilizzare i volontari perché volevamo
dare ai partecipanti l’idea che questo
non é un corso per professionisti e che
l’obbiettivo é conoscere ed aumentare
la sensibilità sul tema e non insegnare a
2
curare o dare consigli medici. Un altro
vantaggio nell’uso di volontari consiste
nel fatto che in questo modo abbiamo
trovato degli italiani che erano in grado
di condurre il corso in italiano.
D: e a chi vi rivolgete? Chi può
partecipare a questi incontri? E
soprattutto come si fa?
R: gli incontri sono rivolti a qualsiasi
gruppo, gruppi sociali, associazioni di
vario tipo interessate a diffondere
informazioni intorno a questo tema ai
in Contatto - Estate 2009
loro partecipanti. La presentazione può
essere adattata anche ai gruppi di cui
fanno parte persone che soffrono di
demenza. Cerchiamo di essere infatti
molto flessibili e coinvolgere più persone
possibili. I corsi sono organizzati dal
COTA del NSW e per prenotazioni
ed informazioni si può telefonare
allo 02 92863860. Livio Benedetti
é il nostro volontario italiano
per questo progetto. Livio si é
offerto gentilmente di rispondere
a tutte le richieste di informazioni
sull’iniziativa e anche di aiutare gli
eventuali gruppi interessati con
le prenotazioni ed altre questioni
burocr atico-amministr ative .
Livio può essere contattato allo
02 95604265. Ovviamente la
partecipazione agli incontri é
completamente gratuita.
Parte delle informazioni contenute
in questo articolo sono tratte dal sito web
www.beyondblue.org.au che contiene
numerosi opuscoli informativi in tema di
depressione e di altri problemi psicologici.
Antonio Vivaldi - Il “prete rosso”
Antonio Lucio Vivaldi è stato il
violinista più famoso della sua epoca,
un autentico virtuoso del violino ed è
sicuramente tra i musicisti italiani più
famosi nel mondo, al punto che a lui è
stato dedicato un cratere su Mercurio.
Dopo la sua morte le sue composizioni
sono cadute nell’oblio per almeno
duecento anni, per essere poi riscoperte
e rivalutate a partire dai primi del 900.
Antonio Lucio Vivaldi nasce a Venezia
nel 1678 da umili origini. La madre era
una sarta e il padre (Giovanni Battista)
un barbiere. Ma un barbiere con una
grande passione per il violino e per la
musica, passione che egli trasmetterà
al figlio che dimostra un grande
talento per il violino sin da bambino.
Giovanni Battista è però anche uomo
saggio e realista e, pur apprezzando
la passione del figlio per la musica,
preferisce indirizzarlo verso la più
sicura carriera ecclesiastica. Antonio
viene ordinato sacerdote nel marzo
del 1703 e comincia ad esercitare il
sacerdozio presso la parrocchia di San
Giovanni in Oleo. Cagionevole di salute
sin da bambino ben presto il giovane
sacerdote otterrà una dispensa dal
celebrare la messa, cosa di cui egli pare
non dispiacersene troppo, anche perché
nel frattempo ha trovato un’occupazione
a lui più adatta: l’insegnate di violino, viola
e viola inglese presso l’Ospedale della
Pietà di Venezia, un’istituzione caritatevole
che si prendeva cura degli orfani, dei
figli illegittimi e dei bimbi provenienti
da famiglie povere. Per raccogliere
fondi l’Ospedale aveva istituito un coro
femminile che Vivaldi dirigerà per ben
quarant’anni. Vivaldi comporrà tantissima
musica per questo coro e lo porterà
al successo. I concerti delle piccole
orfanelle attireranno appassionati da
tutta Europa.
Ma per il “prete rosso” (Vivaldi
veniva chiamato così per il colore
della sua chioma) non sono tutte
rose e fiori. Vivaldi ha vissuto infatti
in un’epoca in cui i costumi e i
modi di pensare erano molto rigidi
e qualsiasi comportamento o anche
semplicemente caratteristica personale
al di fuori della norma venivano poco
tollerati. E Antonio Vivaldi era, per
l’epoca, un personaggio a dir poco
eccentrico. Innanzitutto era rosso di
capelli, caratteristica che allora si credeva
legata alla pazzia. Poi era un prete che
non diceva messa...cosa molto strana,
al punto che si diffuse la diceria che in
realtà gli fosse stato proibito di dirla
e non che ne fosse stato esentato per
motivi di salute. Infine, cosa ancor più
sconveniente, lavorava a stretto contatto
con ragazzine, sollevando sospetti e
pettegolezzi. Sospetti e pettegolezzi che,
va detto, non sono stati mai provati. Ma
soprattutto Antonio Vivaldi era agli occhi
dei suoi contemporanei colpevole di due
cose: era un uomo famoso ma di umili
origini ed era un religioso che scriveva
non solo musica sacra ma anche musica
per il teatro e opere, musica ritenuta non
seria,
non
abbastanza
raffinata.
Vivaldi,
in altri
termini non era
apprezzato
dagli aristocratici dell’epoca perché
scriveva una musica per tutti, per i nobili
come per il popolo, per chi di musica ne
sapeva e per chi non ne sapeva nulla.
Nonostante tutto però la fama di
Vivaldi continua a crescere e la bellezza
della sua musica comincia ad essere
apprezzata anche oltre Venezia. Nel 1708
una sua opera (“Le gare del dovere”)
viene eseguita a Rovigo e di Antonio
Lucio Vivaldi si comincia a parlare anche
alla corte di re Federico IV di Danimarca
(cui Vivaldi dedica le sonate per violino) e
in Inghilterra. Vivaldi in quegli anni è così
famoso che Johann Sebastian Bach, uno
dei musicisti più importanti dell’epoca,
trae una versione per clavicembalo dai
concerti di Vivaldi. La carriera di Vivaldi
è in piena ascesa: diventa impresario
del Teatro di Sant’Angelo di Venezia e
poi comincia a girare per il nord Italia
assumendo vari incarichi a Lucca, Verona,
Ancona e Mantova dove diviene “maestro
di cappella da camera” per il principe
Filippo d’Assia-Darmstadr.
É in questi anni che Vivaldi scrive
la musica per cui è famoso in tutto il
mondo: i quattro concerti per violino
intitolati “Le quattro stagioni”. É questa
un’opera rivoluzionaria per l’epoca,
perché rappresenta il tentativo di
mettere in musica delle scene naturali:
lo scorrere dei ruscelli, il canto degli
uccelli, il latrato dei cani, il ronzio
delle zanzare, il pianto dei pastori,
la tempesta, i danzatori ubriachi, le
notti silenziose, le feste di caccia (sia
dal punto di vista del cacciatore che
della preda), il paesaggio ghiacciato,
i bambini che slittano sul ghiaccio e il
bruciare dei fuochi. Questo concerto
rappresenta il punto più alto nella carriera
di Vivaldi. Ormai il musicista è famoso in
tutta Europa e viaggia ampiamente al di
là dei confini italiani, spesso assieme al
padre. Nel 1729 è a Praga e poi nel 1731
a Vienna, continuando a scrivere musica
per concerti, teatro, opere e musica
su commissione. Vienna è all’epoca la
capitale della musica europea e Vivaldi,
che nonostante la fama soffrirà di
ristrettezze economiche tutta la vita, cerca
di trasferirvisi per ricominciare una nuova
vita. Per finanziare questo suo trasloco
vende numerosi spartiti da lui composti
spesso per poche lire. Ma le cose non
vanno come pianificato: poco dopo
il suo arrivo a Vienna scoppia la
guerra di secessione austriaca e
tutti i teatri della capitale vengono
chiusi. I viennesi non hanno più
tempo per apprezzare della buona
musica.
Vivaldi, ormai vecchio e stanco,
decide di non tornare a Venezia
e rimane a Vienna dove per andare
avanti continua a vendere i suoi spartiti.
Muore il 28 Luglio del 1741 e viene
sepolto in una fossa comune. Una fine
normale, per un compositore che ha
sempre scritto con in mente la gente
comune.
Parte delle informazioni contenute
in questo articolo sono tratte dai seguenti
siti web: www.it.wikipedia.org , www.
fondazioneitaliani.it
Estate 2009 - in Contatto
3
Pensando al futuro
Testamenti, procure e tutori
Pianificare, prendere decisioni. Tutte cose
che diamo per scontate, che abbiamo imparato
a fare sin da giovani e che continueremo a fare.
Ma il futuro è spesso imprevedibile e ci riserva
chissà quali sorprese, a volte purtroppo anche
brutte, come il versare in condizioni di salute
tali per cui non si è (temporaneamente o per
sempre) in grado di prendere decisioni per se
stessi e bisogna affidarsi ad altri. Cosa fare in
queste situazioni? A chi affidarsi? Quanto potere
dare a questa persona? Domande cui conviene
pensare in tempo, prima di perdere la capacità
di farlo.
Ci sono due tipi di decisioni su di voi e la
vostra vita che possono, in situazioni in cui siete
incapaci di intendere e di volere, essere prese da
altri. Ci sono decisioni finanziarie, relative ai vostri
conti bancari, all’affitto e vendita di beni immobili
o di altri beni come le azioni per esempio. E ci
sono decisioni sulla vostra esistenza (lifestyle
decisions in inglese), come dove dovreste vivere,
che tipo di assistenza socio-sanitaria dovreste
ricevere.
Per quel che riguarda le decisioni finanziarie
potete nominare una persona che si occupi di
queste cose per voi, nel caso foste impossibilitati
a farlo, completando un documento legale
chiamato procura (power of attorney in inglese).
Tramite questo documento potete nominare una
persona che gestirà le vostre finanze, decidendo
esattamente quanto potere decisionale darete a
questa persona. Ci sono due tipi di procure: una
procura generale (general power of attorney) e
una procura permanente (enduring power of
attorney). La procura generale viene in genere
fatta per periodi di tempo limitati (se si deve
andare in ospedale o all’estero per un po’ per
esempio) o per cose limitate, come la vendita di
una casa. Nel caso in cui si perdesse la capacità
di intendere e di volere la procura generale
viene sospesa. La procura permanente invece è
4
quella che deve essere usata
per dare potere decisionale
nel caso in cui non si sia più
in grado di decidere per
sempre, permanentemente.
Per quel che riguarda
invece le decisioni relative
agli aspetti non-finanziari
della
vostra
esistenza
(lifestyle decisions) potete
invece nominare un tutore
legale permanente (enduring
guardian) completando uno
specifico documento legale
chiamato “atto di nomina di
un tutore legale permanente”
(appointment of enduring
guardian). Tramite questo
documento potete decidere
esattamente quale potere
dare alla persona nominata
e in che campi. Per redigere
sia una procura permanente
che un atto di nomina di
un tutore legale permanente è caldamente
consigliato rivolgersi ad un avvocato. La firma di
entrambi i documenti richiedono la presenza di
un avvocato o di un avvocato di corte di giustizia
(barrister) o di un addetto ai registri presso il
tribunale locale (Registrar of the Local Court).
Chiunque sia il professionista legale scelto, questa
persona deve anche firmare un documento
in cui dichiara che le implicazioni legali della
nomina vi sono state chiaramente spiegate e che
voi le avete capite, insomma che avete capito
esattamente cosa state per fare. A questo punto
la persona da voi nominata deve accettare la
nomina firmando il documento apposito.
Ma se avete problemi di salute e non
siete nelle condizioni di poter decidere a chi
si possono rivolgere i medici che vi dovranno
curare? Nel linguaggio legale questa persona
viene chiamata “persona responsabile” e può
essere, in ordine di importanza: il vostro tutore
legale permanente (se ne avete nominato uno),
il coniuge, una persona che si prende cura di voi
purché non sia pagata o un parente o amico a voi
vicino. Volendo potete scrivere un documento,
chiamato “testamento in vita” (living will), in cui
dichiarate il tipo di trattamento sanitario che
desiderate o non desiderate ricevere in futuro.
Questo documento, che va dato alla persona
che probabilmente sarà la vostra “persona
responsabile”, verrà usato solo qualora voi siate
incapaci di intendere e di volere ed è importante
che sia molto dettagliato e aggiornato spesso,
specificando il tipo di trattamento che volete o
non volete ricevere e per quali tipi di problemi
di salute.
Indipendentemente da chi decidiate dovrà
essere la persona che prenderà varie decisioni
per voi, questa persona va scelta molto, molto
bene. Chiaramente essa deve avere la vostra
totale fiducia ma deve anche essere desiderosa e
in Contatto - Estate 2009
capace di prendere decisioni per voi. Soprattutto,
dovete essere voi a prendere questa decisione,
senza essere spinti, forzati, da qualcun’altro.
Anche in questo caso è bene parlarne con un
avvocato di fiducia, possibilmente un avvocato
che non sia lo stesso dei vostri familiari o parenti
stretti. Inoltre cercate di parlare con l’avvocato
da soli, senza intermediari. Qualora non abbiate
nessuno di cui vi fidiate a sufficienza per prendere
decisioni di carattere finanziario per vostro conto
potete sempre rivolgersi all’Amministratore
Fiduciario Pubblico (Pubblic Trustee) come
vostro procuratore legale (attorney). In questo
caso dovete sapere che l’Amministratore
Fiduciario Pubblico può preparare il documento
di procura gratuitamente per voi ma per essere
il vostro procuratore legale si farà pagare.
Volendo potete nominare l’Amministratore
Fiduciario Pubblico come procuratore legale
sostitutivo, il che significa che se il procuratore
legale che avete nominato non fa i vostri interessi,
quello pubblico può subentrare e prendere
decisioni per voi. Se state bene fisicamente o
psicologicamente potete revocare le nomine
fatte, la persona che dovrà prendere decisioni
per voi, in ogni momento, qualora pensiate che
questa persona non faccia bene il suo lavoro. Se
invece versate in una condizione in cui non siete
in grado di intendere e di volere, dovrà essere
qualcuno a voi vicino a muoversi, rivolgendosi
al Tribunale per le tutele (Guardinaship Tribunal).
Pensare a tutte queste cose ben in anticipo,
a chi affidare il potere di prendere decisioni per
vostro conto sia dal punto di vista finanziario
che sanitario, è fondamentale perché se
improvvisamente vi trovaste nella situazione di
non essere più in grado di intendere e di volere
senza aver nominato nessuno, sarà legalmente
molto difficile per i vostri cari prendere decisioni
per conto vostro, soprattutto a livello finanziario,
non sarà chiaro come risolvere eventuali conflitti
che potrebbero sorgere tra i vostri familiari in
merito a cosa è meglio per voi e soprattutto
molte delle decisioni che potrebbero dover
essere prese dovranno passare per il Tribunale
per le tutele, saranno in altri termini tolte ai
vostri familiari.
Questo articolo ha uno scopo puramente
informativo. Ogni decisone in materia deve essere
presa previa consultazione con un esperto legale.
Parte delle informazioni contenute in questo
articolo sono tratte dai seguenti siti web.
http://www.dadhc.nsw.gov.au,www.lawlink.
nsw.gov.au, www.publicadvocate.vic.gov.au, www.
legalaidnsw.gov.au
Per informazioni su centri legali statali in
grado di darvi ulteriori informazioni in materia
potete rivolgervi al Co.As.It. telefonando allo 02
95640744.
Un’Italia che non si vede
Quando poveri non si nasce ma si diventa
Molti di noi tendono ad avere una visione
idealizzata del nostro paese natio, come se
fosse un luogo dove tutto è bello e sereno.
Ma a volte tornare in Italia per una pur breve
vacanza rappresenta una doccia fredda, un
brutale risveglio dai nostri sogni, perché ci
pone di fronte a realtà che, in questo aiutati
dalla distanza, vorremmo non vedere. Una di
queste cose si chiama “Nono rapporto sulla
povertà in Italia”, un rapporto preparato per
la Caritas (un ente assistenziale della Chiesa
Cattolica) che esplora a fondo quanti poveri
ci sono nel nostro paese, dove sono e di che
cosa vivono. Il leggere questo rapporto è
sconvolgente.
In Italia ci sono oltre otto milioni di poveri
relativi, il 13% della popolazione, l’11.3% delle
famiglie. Queste persone non muoiono
di fame, magari hanno anche una casa e
un lavoro ma, rispetto alla media nazionale
hanno meno soldi. In altri termini tirano
avanti a fatica. Con pochi soldi e ancor meno
speranze di miglioramento, vanno avanti
tirando sempre più la cinghia. Per queste
persone e famiglie una macchina che deve
essere aggiustata, un improvviso problema di
salute, la regolare visita dal dentista sono tutte
cose che rappresentano un grosso problema
economico, che le muove con angoscia verso
il baratro della povertà.
Poi ci sono i poveri poveri. Quelli che
fanno fatica ad acquistare le cose essenziali,
cibo compreso. Anche in questo caso i
numeri sono impressionanti, quasi tre milioni
di persone, il 4.9% della popolazione. Ci sono
per esempio famiglie di due persone che non
riescono a spendere più di otto/nove dollari al
giorno e questo per mangiare, pagare l’affitto,
le bollette e tutte quelle cose che rendono la
vita decente. Insomma se si guarda a questi
numeri, in Italia circa il 18% della popolazione
è più o meno povera. Ancora una volta ad
essere afflitto dalla “malattia povertà” più di
ogni altro sembra essere il sud con un numero
di poveri relativi quasi quattro volte e mezzo
più grande che nel nord ed un numero di
poveri assoluti che è aumentato del 2%.
Dato tutto ciò, non dovrebbe sorprendere
l’affermazione che in Italia una persona su
cinque è a rischio povertà.
Se questi dati sono già di per se
preoccupanti, la crisi economica che ha
sconvolto tutto il mondo non ha fatto che
rendere la situazione ancor più difficile per
tanti. La crisi ha colpito soprattutto anziani
e famiglie in cui i genitori sono divorziati
ma anche persone con contratti di lavoro
precari (soprattutto giovani ma non solo)
che si trovano improvvisamente senza
un’occupazione. É questo l’esercito di quelli
che il rapporto chiama “impoveriti”: gente
che prima stava bene o benino ma che
poi, per un motivo o per un altro, si trova
a fronteggiare un pesante peggioramento
economico. La Caritas, che ha sparsi in tutta
Italia i suoi centri di assistenza ed aiuto in cui
offre assistenza economica e anche cibo ai
bisognosi, sostiene che il numero di persone
che si presentano a questi centri per chiedere
aiuto è aumentato del 20% quest’anno
e molte di queste persone non si erano
viste prima a questi centri e mai avrebbero
pensato di averne bisogno. Insomma in Italia
ci sono un sacco di nuovi poveri, vittime della
crisi economica, e la situazione è destinata a
peggiorare se si tiene conto che il numero di
disoccupati sembra destinato ad aumentare
nel 2009.
Tutti questi dati e numeri francamente
angoscianti lo diventano ancor di più se si
pensa che la società italiana sia profondamente
cambiata: il rompersi dei legami tradizionali
(come per esempio la famiglia a causa
dell’aumento dei divorzi) fa si che ad affrontare
la povertà le persone si trovano sempre più
da sole e che è venuta sempre diminuendo
quella che una volta si chiamava solidarietà.
E siccome la solitudine amplifica le piccole e
grandi paure di un uomo, ecco che la gente
(almeno stando ad un altro rapporto, questa
volta del Censis) comincia a preoccuparsi
di tutto: dagli incidenti provocati da giovani
ubriachi e/o drogati alla microcriminalità,
passando per le rapine. Insomma la paura
del futuro causata dallo spettro della povertà,
come un virus di una malattia gravissima, si
diffonde su tutto il corpo che è la società,
rendendolo sofferente, affaticato e incapace
di reagire.
A tutto questo lo stato cerca di reagire
offrendo aiuto attraverso servizi di sostegno
e anche sussidi economici (soldi dati alle
famiglie e alle singole persone). Gli sforzi
(almeno stando al rapporto della Caritas)
producono qualche miglioramento ed
aiutano molte famiglie ad andare avanti ma
non sembrano risolvere la situazione, non
sembrano allontanare le persone dal baratro
della povertà.
Tante sono le proposte che il rapporto
fa per risolvere o almeno migliorare
significativamente la situazione, ma una fra
tutte ha colpito la mia attenzione: riportare al
centro degli interventi la persona, i suoi bisogni
concreti, evitando di fare semplicemente
la carità ma cercando di dargli i mezzi e la
speranza necessari per costruire un futuro
migliore.
Parte delle informazioni contenute in
questo articolo sono tratte dai seguenti siti web:
www.avvenire.it, www.caritasitaliana.it, www.
censis.it
Estate2009
2009--in
inContatto
Contatto
Winter
5
Tanti auguri dalla redazione
di In Contatto!
Anche quest’anno è quasi giunto
al termine. Quando riceverete
quest’ultimo numero di In Contatto
saranno i primi di dicembre e
tutti noi staremo contando le ore
che ci separano dalle agognate
vacanze natalizie e dal fine d’anno.
Un’ottima occasione quindi per
tracciare qualche bilancio e fare i
consueti e sempre sentiti auguri
ai nostri amati lettori.
Lettori
che
anche
quest’anno
spero
abbiano
letto
i
quattro numeri di In
Contatto del 2009
con
interesse.
Sappiamo bene
che un giornalino
di 12 pagine
non può bastare
per
colmare
il desiderio di
essere informati,
la voglia di leggere
cose divertenti e la
solitudine che spesso
attanaglia alcuni dei nostri
anziani. Ma molti dei nostri
lettori, appena letto il numero
più recente del giornalino, ci
fanno sapere di averlo apprezzato.
Alla luce di ciò, ci piace pensare
che nel suo piccolo In Contatto
continui a contribuire al benessere
dei membri anziani della nostra
comunità, gli fa compagnia, li fa
pensare e li diverte. Ed è proprio
questo il nostro scopo.
Anche quest’anno come negli anni
precedenti abbiamo scritto su un
po’ di tutto: dalle iniziative utili, alle
biografie di italiani illustri ad articoli
6
sulla salute, sia fisica che mentale.
Cercando di coprire un po’ tutte le
aree di interesse dei nostri lettori,
che sono molto esigenti. Abbiamo
cercato di farlo in un linguaggio
che fosse accessibile a tutti, senza
usare “paroloni” che confondono
e spesso
non servono
a niente.
Perché
crediamo fermamente che anche
le cose più complesse possano
essere spiegate semplicemente e
soprattutto che tutti hanno il diritto
di sapere, di essere informati.
Quest’anno poi In Contatto
ha anche deciso di “cambiare
vestito”, lasciandosi indietro l’abito
vecchio e indossandone uno più
colorato e scintillante. Proprio per
dare l’idea di un giornalino che è
in Contatto - Estate 2009
pronto a rinnovarsi, a cambiare. Ne
sentivamo il bisogno dopo tanti
anni. Speriamo che questo nuovo
vestito vi piaccia e che magari attiri
nuovi lettori.
Quello che non è cambiato è
invece la passione con cui In
Contatto viene fatto e l’impegno
di tutti coloro che contribuiscono
alla sua creazione, cui vanno i nostri
più sentiti ringraziamenti. Per
me personalmente, come
editore, In Contatto è
una specie di passione.
Anche fuori dal lavoro
mi capita di pensarci
e di trovarmi a
cercare nuove idee
e nuovi argomenti
per il prossimo
numero. Mi piace
informarmi sugli
argomenti di cui
dovrò scrivere e mi
piace anche trovare
le immagini adatte ad
accompagnare gli articoli,
cercando di rinforzarne il
senso e di attirare l’occhio dei
lettori.
In Contatto per me è ogni volta
una sfida. Una sfida che sono
contento di continuare.
Buon Natale, cari lettori di In
Contatto ed un felice anno nuovo,
felice ed il più possibile sereno.
essere
“Being and Well-Being”
& benessere
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THE IMPORTANCE OF
CREATIVITY IN LATER LIFE.
“Being 70 is not a matter of a single day.
It takes a year; it is not finished until one is
71. And so I think I shall pay special attention
to this new year as it turns, keep a journal of
its changes and insighst, of the things I do or
think for the first time because I am the age I
am, and of those things I do for the last time or
enjoy less keenly, of the compensation as well
as the diminishments, and of the unexpected
delights – for I am sure there will be flowers
in this landscape that do not grow elsewhere,
and glimpses of unforeseen heights.” (Vining,
1978, pp. 27)
This article will explore the role of
creativity in the lives of older adults.
Extensive studies on creativity have
focused traditionally on the creativity
of children, on creativity in personality
differences, and on the relationship
between creativity and intelligence. Much
less research, however, has been carried
out on creativity in older adults.
As a result, creative productions do
not represent for older adults a passive
withdrawal but an active engagement in
life.
It is important to remember that creativity
is not limited to those individuals who
have an artistic talent that was exhibited
in early life. As Goldman (1991) states:
“creativity is a mysterious thing. It is an
attribute of every human being, not just
the great and the gifted, not just the
young. Age can bring an enriched sense of
self, and, often people are more creative
in their later years”.
Older adults participating in the arts
Rugh (1991), discovered the role that
creativity played in both reflective
thought and personal transformation in
one older adult’s life. She found that an
older woman’s journey through art relates
with three important themes: the need to
tell one’s own story in an artistic way, the
desire to share and relate with others, and
the use of art for personal healing and
problem solving. Creating images allows
a person to continually shift perspective.
Creative
production
during
life’s
transitions can teach older adults a great
deal about themselves; it can help put
into place the meaning of life and the
meaning of ageing. It can lead to both
psychological and spiritual renewal
for the older adult; bringing with it the
fulfillment of producing even greater
psychological growth and transformation.
As Thoreau (1974) asserted, “we are
constantly invited to be what we are”.
Creativity reminds us that the ‘Self’ is
continuously constructed.
Elisabetta Panzironi
Intern Psychologist
In a society saturated by images,
we must be able to rid ourselves
of attitudes and assumptions
about ageing and creativity.
Such attitudes are expressed in
comments like: ‘creative people
are kind of weird’ or ‘the creative
juices just wither away with
age’. Simonton (1990) states
that an individual’s creativity
“neither increases nor decreases
with age, nor does it assume
some curvilinear form”. Creativity
is not a time-bound act, not even a
function of chronological age. Instead
it is a channel to respond to the limits
and uncertainties of existence.
The ‘meaning’ of later life remains
somewhat obscure because of prejudicial
attitudes, assumptions and society’s
tendency to ‘retire’ older individuals.
Creativity may indeed provide a channel
to older people to enable a response to the
limits and uncertainties of existence.
courses offer benefits for the older adult
by increasing self-esteem, stimulation
for creative and mental processes and
encourage social contacts. Older people
are encouraged to contact their local
Councils for details of such courses in
their local areas.
REFERENCES
Dawson, A. M., & Baller, W. R.
(1972). Relationship between
creative activity and the health
of elderly persons. Journal of
Psychology, 82, 49-58.
Goldman, C. (1991). Late bloomers:
growing older or still growing?
Generations, 15, 71-73.
Rugh, M. M. (1991). Creativity and life
review in the visual arts. Generations, 15,
27-31.
report feeling rested, relaxed and better
connected with others. Creativity has also
been associated with wellbeing, health
and life satisfaction (Torrance, 1978;
Vesely & Torrance, 1978). A ten year study
has demonstrated that older adults who
participate in creative activities may live
longer, healthier lives, suffer less debility
over time than people of the same age
who are not involved in the arts (Dawson
& Baller, 1972).
Innate creative thinking abilities in
older individuals can be stimulated and
nourished through educational and
training models. For instance, weekly
courses on different topics can be designed
to motivate older learners to continue to
use their creative and intellectual abilities
in meaningful ways. Being part of these
Simonton, D.K. (1990). Creativity in the
later years: optimistic prospects for
achievement. Gerontologist, 30, 626-631.
Thoreau, H. (1974). The correspondence
of Harry David Thoreau. Westport, CT:
Greenwood Press.
Torrance, E. P. (1978). Healing qualities
of creative behaviour. Creative Child and
Adult Quarterly, 3, 146-158.
Vesely, A., & Torrance, E. P (1978). Art for
older Americans: a partial evaluation.
Athens, GA: Northeast Ggteorgia Area
Planning and Development Commission.
Vining, E. (1978). Being seventy: the
measure of a year. Ney York: Viking.
Estate 2009 - essere & benessere
L’IMPORTANZA DELLA CREATIVITÀ NELLA TERZA ETÀ.
“Settantenni non si diventa in un
giorno. Ci vuole un anno, e non lo si è
completamente fino a che non si compiono
i 71 anni. E perciò penso che dovrei prestare
particolare attenzione a questo nuovo
anno, tenere un diario dei mutamenti
e delle scoperte, delle cose che faccio o
penso per la prima volta perché ho l’età
che ho, e delle cose che faccio per l’ultima
volta o che mi piacciono di meno, delle
compensazioni, di ciò che diminuisce e dei
piaceri inaspettati…perché sono sicuro che
ci saranno fiori in questo paesaggio che non
crescono da nessun’altra parte e bagliori di
intensità impensata” (Vining, 1978, pp.27)
Questo articolo esplora il ruolo della
creatività nella vita degli adulti maturi.
vari studi sulla creatività sono stati
tradizionalmente mirati alla creatività
nei bambini, o sulla creatività nelle
differenze di personalità, e sulla
relazione tra creatività e intelligenza.
Un numero molto minore di ricerche,
invece, sono state condotte sulla
creatività nella terza età.
In una società satura di immagini,
dobbiamo cercare di sbarazzarci
di atteggiamenti e preconcetti
sull’invecchiamento e la creatività,
che a volte si esprimono con
commenti quali: “le persone creative
sono un po’ strane” o “l’estro creativo
si inaridisce con l’età”. Simonton
(1990) afferma che la creatività in un
individuo “non aumenta ne’ decresce
con l’età, e neppure assume alcuna
forma curvilinea”. La creatività non è
un atto legato al tempo, e neppure una
funzione dell’età cronologica. È invece
il canale attraverso il quale far fronte ai
limiti e alle incertezze dell’esistenza.
Il “senso” della terza età resta in
qualche modo ancora oscuro a causa
di atteggiamenti pregiudiziali, di
preconcetti e della tendenza della
società a “mandare in pensione” gli
anziani. La creatività può invece fornire
agli anziani un canale che permetta
loro di reagire ai limiti e alle incertezze
dell’esistenza.
cosa misteriosa. È un attributo di ogni
persona umana, non solamente di chi
ne è dotato, non solo di chi è giovane.
L’età può portare con sé un più ricco
concetto di sé, e spesso le persone
diventano più creative col passare
degli anni”.
Gli anziani coinvolti in attività creative
affermano di sentirsi riposati, rilassati
e più uniti agli altri. La creatività è
anche associata al benessere, alla
salute e al sentirsi realizzati nella vita
(Torrance, 1978; Vesely & Torrance,
1978). Uno studio condotto nell’arco di
dieci anni ha dimostrato che gli anziani
che partecipano ad attività creative
La produzione creativa durante
periodi di transizione nella vita può
insegnare molto agli anziani riguardo
se stessi, può aiutarli a mettere a
fuoco il senso della vita e il significato
dell’invecchiamento. Può generare
nell’anziano un miglioramento sia
dal punto di vista psicologico che
spirituale, e con esso la soddisfazione
di produrre una ancor maggiore
crescita e trasformazione psicologica.
Come ha affermato Thoreau (1974)
“ noi siamo costantemente invitati
ad essere ciò che siamo”. La
creatività ci ricorda che il
nostro “Io” sia in continua
“edificazione”.
Elisabetta Panzironi
Intern Psychologist
CITAZIONI
di norma vivono più a lungo, godono
di una salute migliore, sono meno
debilitati in confronto a persone della
stessa età che non praticano attività
artistiche (Dawson & Baller, 1972).
Il pensiero creativo innato può essere
Dawson, A. M., & Baller, W. R. (1972).
Relationship between creative activity
and the health of elderly persons.
Journal of Psychology, 82, 49-58.
Goldman, C. (1991). Late bloomers:
growing older or still growing?
Generations, 15, 71-73.
Rugh, M. M. (1991). Creativity and life
review in the visual arts. Generations,
15, 27-31.
Simonton, D.K. (1990). Creativity in the
later years: optimistic prospects for
achievement. Gerontologist, 30, 626631.
Rugh (1991) ha scoperto il ruolo che
la creatività gioca sia nel pensiero
riflessivo che nelle trasformazioni
individuali nella vita degli anziani.
Essa ha scoperto che il percorso
di una donna anziana attraverso
l’arte è in rapporto a tre importanti
temi: il bisogno di raccontare la
propria storia in modo artistico, il
desiderio di condividere e stabilire
rapporti con gli altri, e l’uso dell’arte per
la propria salute personale. Immagini
artistiche permettono all’individuo di
cambiare continuamente prospettiva.
Di conseguenza, le creazioni artistiche
non rappresentano per gli anziani
un passivo rifugiarsi ma un attiva
partecipazione alla vita.
È importante ricordare che la creatività
non è prerogativa di quelle persone che
hanno un talento artistico che si era
manifestato da giovani. Come afferma
Goldman (1991):”la creatività è una
per motivare gli anziani a continuare
ad usare le loro capacità creative e
intellettuali in modo significativo.
Partecipare a questi corsi è di beneficio
agli anziani in quanto aumenta la
stima di sé, stimola i processi creativi e
mentali e incoraggia i contatti sociali.
Le persone anziane sono incoraggiate e
contattare il loro Comune per ottenere
informazioni su tali corsi offerti nella
loro zona.
Thoreau,H.(1974).The correspondence
of Harry David Thoreau. Westport,
CT: Greenwood Press.
Torrance, E. P. (1978). Healing
qualities of creative behaviour.
Creative Child and Adult Quarterly, 3,
146-158.
Vesely, A., & Torrance, E. P (1978). Art for
older Americans: a partial evaluation.
Athens, GA: Northeast Ggteorgia
Area Planning and Development
Commission.
Vining, E. (1978). Being seventy: the
measure of a year. Ney York: Viking.
stimolato e alimentato negli anziani
attraverso modelli educativi e la
pratica. Ad esempio, si possono ideare
corsi settimanali su diversi argomenti
essere & benessere - Estate 2009
Reflections in the pond
Meditation and Health Pt.2
The second in a series of articles on the
meditation tradition, this time we look
at the self- reflexive nature of mind and
introduce the concept of clinging to
thought.
Two monks are walking through the
countryside when they come across a
woman struggling to cross a small river.
She asks them for assistance. Despite
having taken a vow to have no physical
contact with women, one of the monks
picks her up and carries her across to
the other side. The monks continue their
journey in silence but after a couple of
miles, the silence is broken: “I cannot
believe you carried that woman across
the river. You know we have taken a vow
of no contact with women!” The other
calmly replied: “Yes. But I left her on the
riverbank. You are still carrying her”.
but my heart says yes” are commonplace
in language even today and carry with
them the same conceptual biases of our
distant ancestors. This speculation about
mind extends even further. The notion
of “mind over matter” or even “mental
health” are part of a linguistic discourse
which somehow posits mind as having
the ability to function or experience
independently of body.
We may ask ourselves then: “when has
this mind ever functioned (thought)
without body being present?”
All spiritual and mystical traditions
attempt in some way or other to address
the disquiet experienced in mind by
However, while we can point to our
eyes and stick out our tongue for all to
see, locating one’s mind is altogether
different. Many cultures considered
mind to reside in the heart, others in
the head. In fact, language continues to
demonstrate that the location of mind
is pure speculation and more often than
not fuelled by a bias towards either
emotion or reason. Phrases such as
“follow your heart” or “my head says no
Observing thought does not mean
analyzing thought in order to justify an
opinion, defend a position or imagine
oneself to be a king when really a pauper.
To observe thoughts as they arise is not
to engage and comment on them (that
leads to the inevitable enquiry “who is
commenting?”) but to observe and notice
how thought works. Thoughts are born,
live and die. Left alone, many thoughts
live briefly and die an easy death. Others,
however, linger, fester, haunt and torment
the thinker, such as in the example
quoted at the beginning of the article.
Attachment to thoughts ultimately lead
us down the path of delusion, dragging
us as they do out of what is present into
a world revolving around the ego and its
interpretation of its own identity. Thought
thus becomes the fuel feeding ego and
mind actively searches for thoughts to
validate an identity of its own making.
When mind engages in thought
without being mindful, we are
usually at the stage where self or
ego is interpreting/ reacting to the
thought according to a prescribed
or conditioned response.
This teaching story in the Zen tradition
illustrates some of the characteristics
of human thought which meditation
aims to deal with. In this particular
story, the obvious ailment is that of
clinging to thought (in this case the
thought of the monk touching the
woman) until it becomes a source
of discomfort or stress. In fact,
the notion of “suffering”, be it
existential in the parlance of the
Western philosophical tradition or
the suffering (Pali.dukkha, Sanskrit
duhkha) referred to in the Buddhist
tradition, is rooted in the clinging of
mind to a fixed sense of self or identity
which seeks validation in the world
outside and ultimately desires integration
with it.
Let us recall that in an earlier article
on meditation , we ascertained that
meditation etymologically equates to
minding or mentation. In other words, it
refers to the function of mind. Culturally,
however, what is essentially an intangible
function is related to as if it were, in
fact, tangible. We are conditioned to
relate to mind as if it is a physical organ.
As sure as we have a head, we have a
mind. Certainly, in the same way that
eyes enable (normally) the functioning
of sight and a tongue the functioning of
taste, then mind must exist to enable the
function of thinking.
meditator to observe without attachment
the rise and fall (birth and death) of
thoughts.
the realization that “it” (sense of self
or ego) is separate to what it perceives
and is existentially alone in this
universe, separated from its creator. This
separation is what religion (Latin. Religare - tie up again or reconnect) or yoga
(Sanskrit yoga from yuj- to yoke or unite)
attempt to address.
A defining feature of human mentation
is its self-reflexive nature. The reflexive
nature of mind, the splitting of ego
between that which observes and
that which observes the observer, is
the primary characteristic of human
thinking, responsible simultaneously
for the primacy of the human species
on this planet as well as for their
existential suffering. In regards then to
meditation, given that we cannot help
but mind our own business (and, alas,
the business of others), the efficacy of the
meditative tradition lies in the ability to
be mindful of this minding. The efficacy
of meditation lies in the ability of the
In this state, for example, pleasant
thoughts are clung to and inflated such
that lust and greed become present,
unpleasant thoughts held too long turn to
anger, resentment and hatred and those
thoughts deemed neutral eventually
lead to intellectual stupor. These then
are the three poisons (greed, hatred and
stupidity) referred to in the Buddhist
meditation tradition. Far from any
religious implications, this is a tradition
which advocates being awake to “what
is” rather than being deluded by “what
could/should be” and the like.
By cultivating mindfulness, the ability
to perceive the nature of (one’s) self
increases. With this awareness comes the
ability to choose to act from a position of
clarity and freedom, rather than fear and
conditioned response. Mindful meditation
becomes a vehicle for awakening from
this delusion. This is has nothing to
do with mystical transcendence or
the afterlife. It simply points to the
unimpaired functioning of mind for
the purpose of self-realisation. How we
practice this will be addressed in a future
article.
Antonino Lo Giudice
Youth and Family Worker
Estate 2009 - essere & benessere
Riflessioni sulla mente come specchio
Meditazione e salute – 2ª parte
In questa seconda parte della serie di articoli
sulla tradizione della meditazione, parleremo
della natura introspettiva della nostra mente
e illustreremo il concetto dell’attaccamento ai
propri pensieri.
Due monaci stanno attraversando la campagna
e incontrano una donna che sta cercando di
attraversare un ruscello. La donna chiede loro
aiuto. Nonostante avesse fatto voto di non
avere alcun contatto fisico con una donna, uno
dei due monaci la prende in braccio e la porta
sull’altra riva. I monaci continuano poi il loro
viaggio in silenzio; ma dopo un paio di miglia,
il silenzio è rotto:“Non posso credere che hai
portato quella donna al di là del fiume. Lo sai
che abbiamo fatto voto di non avere alcun
contatto fisico con una donna!” L’altro risponde
con calma: “Sì, ma io l’ho lasciata sulla riva
del fiume. Tu la stai ancora portando.”
Questo insegnamento della tradizione Zen
illustra alcune delle caratteristiche del pensiero
umano, caratteristiche che la disciplina
delle meditazione cerca di comprendere.
In particolare, in questa storia l’ovvia
debolezza è quella di essere attaccati
ad un pensiero (in questo caso quello
del monaco che tocca la donna) fino
al punto che diventa fonte di disagio
e stress. In effetti, la nozione di
“sofferenza”, sia che sia definita in
termini esistenziali, che si rifanno
al linguaggio comune della
tradizione filosofica occidentale,o la
sofferenza (Pali.dukkha, Sanscrito
duhkha) cui si fa riferimento nella
tradizione buddista, trova radici
nell’attaccamento della mente ad
un idea di sé o identità preconcetta,
che cerca conferma di sé nel mondo
esterno e in ultima analisi una
integrazione con esso.
Come ricorderemo, in un precedente
articolo sulla meditazione , abbiamo
constatato che il termine meditazione
etimologicamente corrisponde a prestare
attenzione o essere consapevoli dei processi
mentali. In altre parole, fa riferimento alla
mente come un qualcosa che esercita una
funzione. Culturalmente va notato che si
parla di una funzione che è essenzialmente
intangibile come se fosse, in effetti, tangibile.
Siamo condizionati a riferirci alla mente come
se fosse un organo fisico. Così come è sicuro
che abbiamo una testa, abbiamo una mente.
Certamente, nello stesso modo in cui gli occhi ci
permettono (di solito) di esercitare la funzione
della vista e la lingua la funzione del gusto,
così la mente deve esistere per permetterci la
funzione del pensare.
Tuttavia, mentre possiamo indicare dove
sono gli occhi e far vedere a tutti la lingua,
identificare dov’è la mente è una cosa
completamente diversa. Molte culture credono
che la mente risieda nel cuore, altre nella testa.
In effetti, il modo in cui ne parliamo continua
a dimostrare che l’ubicazione della mente è
pura speculazione, e più spesso di quanto si
creda alimentata da una tendenza a favore o
delle emozioni o della ragione. Frasi quali “fai
ciò che ti detta il cuore” o “la mente mi dice di
no ma il cuore mi dice di sì” sono ancor’oggi
luoghi comuni del linguaggio e riflettono gli
stessi preconcetti dei nostri lontani antenati.
E questa supposizione circa la natura e la
funzione della mente. La nozione del “è tutto
nella testa” così come quella della “salute
mentale” sono parte di un discorso linguistico
che in qualche modo presume che la mente
sia in grado di funzionare o fare esperienze
indipendentemente dal corpo.
Al punto che potremmo chiederci: “quando è
che la mente può funzionare (pensare) senza
che il corpo sia presente?”
Tutte le tradizioni spirituali e mistiche
cercano in un modo o nell’altro di far fronte
alla inquietudine
sperimentata
dalla realizzazione che “il sè” (il senso di sé
o io) è separato da ciò che egli percepisce ed
è esistenzialmente solo in questo universo,
separato dal suo creatore. Questa separazione
è ciò a cui la religione (dal latino re-ligare –
ricollegare o riconnettere) o yoga (dal sanscrito
yoga da yuj – aggiogare o unire) cerca di
ovviare.
Una caratteristica tipica del pensare è la sua
natura introspettiva. La natura riflessiva della
mente, la separazione dell’io tra una parte che
osserva e una parte che osserva chi osserva,
è la caratteristica principale del pensiero
umano, responsabile allo stesso tempo della
supremazia della specie umana su questo
pianeta così come della sofferenza esistenziale.
A proposito della meditazione perciò, poiché
non possiamo fare a meno di pensare alle
nostre cose (e purtroppo a quelle degli altri),
l’efficacia della tradizione meditativa sta
essere & benessere - Estate 2009
nell’abilità di essere coscienti di questo
occuparci. L’efficacia della meditazione sta
nella capacità di chi medita di osservare senza
attaccamenti il sorgere e scomparire (nascita e
morte) dei pensieri.
Osservare i pensieri non significa analizzarli
allo scopo di giustificare un’opinione, difendere
una posizione o immaginare di essere un re
quando si è un povero. Osservare i pensieri
che sorgono non implica necessariamente
esserne coinvolti o commentare su di essi
(questo porta all’inevitabile domanda “chi sta
commentando?”) ma semplicemente osservare
come funzionano. I pensieri nascono, vivono
e muoiono. Se lasciati da soli, molti pensieri
vivono poco e muoiono facilmente. Altri,
invece, persistono, perdurano, inseguono e
tormentano chi pensa, come nell’esempio
riportato all’inizio di questo articolo.
L’attaccamento ai nostri pensieri ci porta
inevitabilmente sulla via dell’illusione, in
quanto ci trascina fuori dal presente, in un
mondo che gira intorno al nostro io e la sua
interpretazione della propria identità. I
pensieri diventano perciò il carburante
che nutre il nostro io e la nostra mente
cerca attivamente quei pensieri che
convalidano l’identità che essa
stessa si è creata. Quando la
mente viene assorbita dai pensieri
senza esserne cosciente, siamo
di solito allo stadio in cui il sé o
io sta interpretando/reagendo al
pensiero secondo una reazione
prescritta o condizionata.
In questo stato, per esempio, ci si
sofferma su pensieri piacevoli ed
essi si gonfiano così che sorgono
desiderio e avidità; i pensieri
spiacevoli che si trattengono troppo a
lungo diventano rabbia, risentimento
e odio, e quei pensieri che si definiscono
neutri portano alla fine allo stordimento
intellettuale. Questi sono quindi i tre veleni
(desiderio sfrenato, odio e stupidità) a cui si
riferisce nella tradizione della meditazione
buddista. A parte qualsiasi implicazione
religiosa, questa è una tradizione che sostiene
l’essere coscienti di “ciò che è” piuttosto che
essere illusi da “ciò che potrebbe / dovrebbe
essere” e simili.
Esercitandosi nella disciplina dell’essere
coscienti, aumenta la capacità di percepire la
natura di se stessi. Con questa coscienza di sé
viene la capacità di scegliere di agire da una
posizione di chiarezza e libertà, piuttosto che
di paura e di una risposta condizionata. La
meditazione cosciente diventa un veicolo per
risvegliarsi da questa illusione. Questo non ha
nulla a che vedere con la mistica trascendentale
o la vita oltre la morte. Semplicemente si
focalizza sulla funzione della mente allo scopo
di esserne auto-coscienti. Parleremo in un
prossimo articolo su come praticarla.
Antonino Lo Giudice
Youth and Family Worker
Persone con la sindrome di Down.
Individui come gli altri
La sindrome di Down è una
malformazione genetica che colpisce
circa un bimbo su novecento. Che cos’è
esattamente questa sindrome? Iniziamo
col dire che il nostro corpo è fatto di
cellule. Se immaginiamo il nostro corpo
come una casa, le cellule sono i mattoni
di cui la casa è fatta. Dentro ogni cellula
ci sono 23 coppie di cromosomi,
ovvero quarantasei cromosomi. Questi
cromosomi possono essere pensati
come dei pezzi di carta in cui sono
scritte le caratteristiche fisiche ed in
parte anche psicologiche di ognuno di
noi. Nei cromosomi c’è scritto qual è il
colore della nostra pelle, dei nostri occhi
e dei nostri capelli, se saremo
maschi o femmine e addirittura,
almeno così sostengono alcuni
scienziati, se saremo timidi o
estroversi. Le persone con
la sindrome di Down invece
di avere 46 cromosomi ne
hanno uno in più. Non si sa
perché questo succede, non
c’entra niente il come i genitori
mangiano, la classe sociale o la
nazione cui appartengono o il
fatto che ci siano altri bambini
down in famiglia: succede e basta
e, cosa importante da dire, non
è colpa di nessuno. La sindrome
di Down non è una malattia, non
è un qualcosa che si prende perché si è
fatto qualcosa di sbagliato.
Le persone con sindrome di Down
hanno caratteristiche fisiche che li
rendono ben riconoscibili e soffrono
di quella che in gergo tecnico si chiama
“disabilità intellettuale”. I bambini Down
di solito imparano a sedersi, gattonare,
parlare e camminare più tardi degli altri
bimbi (si parla in questo caso di “ritardo
nello sviluppo”) e fanno fatica a capire
certe cose che altri capiscono, hanno
in altri termini un’intelligenza inferiore.
Non tutti i bambini con sindrome di
Down sono uguali però! E così come
ognuno di noi è diverso dall’altro, più o
meno intelligente, bravo in certe cose e
non in altre, lo stesso vale per chi soffre
di questa sindrome.
La nascita di un bambino con sindrome
di Down spesse volte sconvolge una
famiglia, suscitando sentimenti come il
rancore, la rabbia, l’incredulità, il senso di
colpa, la tristezza, un senso di impotenza.
Tutti sentimenti normali e comprensibili
di cui però bisogna essere consapevoli
ed imparare a gestire, senza esserne
travolti. Forse tra questi sentimenti
quello più pericoloso è il senso di
colpa, perché può portare a conflitti e
litigi. I nonni di bambini con sindrome
di Down non sono immuni da questo
sentimento e, distrutti dal dolore, alcune
volte cercano di addossarlo a questo o
quel genitore, rendendo una situazione
già difficile ancor più complicata.
L’incolpare qualcuno è invece qualcosa
che va evitato a tutti i costi: quello che è
successo non è colpa di nessuno.
Passati i primi momenti di inevitabile
shock si dovrebbe invece cercare
di assumere un atteggiamento più
costruttivo, tenendo a mente alcuni dati
fondamentali. Prima di tutto va evitato in
ogni modo di trattare la persona affetta
da sindrome di Down come diversa. I
bimbi Down, come tutti gli altri, sono
molto sensibili e capiscono al volo
se sono accettati e amati o no. Alcuni
di loro, a causa della loro disabilità,
potrebbero far fatica ad esprimere i loro
sentimenti, cosa che può per loro essere
molto frustrante, ma di sentimenti ne
hanno, come tutti. Inoltre non bisogna
farsi trarre in inganno dal fatto che a
volte fanno fatica ad esprimersi; a dire
quello che pensano: questo non significa
necessariamente che pensano poco,
“male” o che non capiscono. Anzi, spesso
questi bimbi capiscono molto più di
quello che si crede. Amore, accettazione,
stimolazione e incoraggiamento sono
ciò di cui questi bimbi hanno bisogno,
proprio come tutti gli altri bambini, se
si vuole che crescano sani sia
fisicamente che mentalmente.
Un’altra cosa molto importante
da tenere a mente è che con
l’aiuto dei genitori e grazie
al sostegno delle numerose
organizzazioni che si occupano
di persone con sindrome
di Down, queste persone
possono raggiungere molto.
Lo stereotipo della persona
Down come incapace di far
nulla è qualcosa che appartiene
al passato. Oggi queste persone
sono in grado di lavorare e di
partecipare pienamente alla
vita sociale. Ci sono persone
Down bravissime a dipingere (guardate
i bellissimi disegni che accompagnano
questo articolo), altre che sanno
cucinare molto meglio delle persone
cosiddette normali ed addirittura attori
Down. Ma soprattutto oggi forse più di
ieri le persone con sindrome di Down
possono avere una vita come quella di
tutti gli altri: piacevole e allegra o difficile
e triste a seconda dei momenti.
Molto sta alla famiglia. E in questo i nonni
hanno un ruolo molto importante da
giocare: sostenendo i familiari nelle
decisioni che dovranno prendere, stando
vicini alla persona ma anche capendo
che sono loro che debbono aiutare la
Estate 2009 - in Contatto
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famiglia ad affrontare la situazione e
non viceversa... se si ha bisogno di aiuto
è bene quindi chiederlo, ma al di fuori
dei propri familiari, loro un compito
difficile già ce l’hanno: aiutare la persona
affetta da sindrome di Down ad
avere una vita il più possibile uguale
a quella di tutti gli altri. Succede
inoltre sempre più spesso che le
persone con sindrome di Down
raggiungano una certa età (50-60
anni in media). Questo significa che,
a differenza che nel passato, ci sono
molti più genitori anziani si stanno
prendendo cura di persone con
sindrome di Down non più tanto
giovani. Questo comporta tutta una
serie di problemi che anni fa i genitori
non dovevano affrontare. Tra questi
uno dei più importanti è pianificare,
programmare cosa succederà quando
i genitori non saranno più in grado di
sostenere e proteggere i loro “bambini”.
Un problema che è carico di angoscia
ma che va affrontato ben in tempo:
perché è più angosciante non sapere il
futuro dei propri figli che prepararlo.
Parte delle informazioni contenute in
questo articolo provengono dai seguenti
siti web: www.betterhealth.voc.gov.au,
www.dsav.asn.au, www.disability.vic.gov.
au, www.downs-syndrome.org.uk
Informazioni in italiano sulla sindrome
di Down possono essere scaricate dai
seguenti siti web: www.mhcs.health.nsw.
gov.au, http://www.mdaa.org.au.
“I fruttivendoli italiani di
Sydney” Una passeggiata nei ricordi
É per In Contatto un onore pubblicare
una delle tante bellissime storie che
faranno parte del progetto “Fruttivendoli
italiani di Sydney”.
Abbiamo ricevuto questa storia molto
speciale da Silvana
Cibei, la figlia di
Walter e Pia Cibei,
proprietari
del
Bardwell Park Fruit
Shop, un negozio
di frutta che era
aperto al numero
54 di Slade Street
tra il 1960 e il 1969.
Silvana ha voluto
che la storia dei suoi
genitori fosse parte
di questo progetto
per tenere viva
questa parte molto
preziosa delle loro
vite come famiglia di
fruttivendoli.
“ Il negozio di frutta era la grande speranza
di successo di mio padre. Come molti
emigranti egli voleva essere il padrone di
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se stesso e lavorare per conto proprio.
E così investì i pochi risparmi che aveva
nel negozio (trasformandone una parte
in piccolo caffè), comprò una macchina
da caffè italiana e mise alcuni
tavoli fuori per i clienti, sperando
così di ricreare quella atmosfera così
distintamente italiana che a lui mancava
così tanto.
in Contatto - Estate 2009
Babbo aveva sempre un’intensa
nostalgia per la sua “bella Italia”. Babbo
e mamma lavorarono nel negozio per
nove anni. Nel corso di questi nove
anni essi si trasferirono
nell’appartamento sopra
il negozio ed ebbero due
figli, Daniel nel 1965 e
me (Silvana) nel 1966.
Gli affari andarono bene
per i primi anni. Babbo
amava andare al mercato
la mattina presto per
comprare
frutta
e
verdura e ovviamente
per incontrarsi con
altri italiani. Egli si fece
molti amici al mercato
e
diventò
amico
particolarmente con il
signor Salvatore Stassi,
che aveva una bancarella
di frutta e verdura al
mercato.
L’amicizia tra babbo e Salvatore diventò
molto forte e un giorno a babbo
venne l’idea di presentare sua sorella
Rina, che era vedova, al signor Stassi. I
due si conobbero e si innamorarono,
sposandosi tre mesi dopo il loro primo
incontro. Ovviamene babbo fu molto
orgoglioso di se stesso per l’unione
nata.
Nel 1965 le cose cambiarono. Il centro
commerciale di Roselands venne aperto
e un altro negozio di frutta e verdura
aprì i battenti a Earlwood, sulla collina.
Gli affari per babbo cominciarono ad
andare parecchio a rilento, assieme a
quelli di molti altri negozietti a Bardwell
Cosa
Park. Babbo non poté far altro che
vendere il negozio. Questa fu l’ultima
volta che egli si mise in affari.”.
del Settore patrimonio culturale del
Co.As.It. allo 02 95640744 o via posta
elettronica, [email protected]
Partecipa anche tu a questo importante
progetto, spedendoci informazioni sul
negozio di frutta e verdura che occupa
un posto speciale nel vostro cuore e in
quello delle vostre famiglie.
Il progetto è una collaborazione tra
il Co.As.It. e il Centro australiano di
storia sociale (Australian Centre for
Public History in inglese) dell’University
of Technology, ed è sponsorizzato da
Sydney Markets Ltd., City of Sydney e il
NSW Migration Heritage Centre.
Per ottenere informazioni su questo
progetto o per parteciparvi potete
contattare Linda Nellor, Responsabile
?
vuol dire consulenza psicologica
Per capire cos’è una consulenza
psicologica dobbiamo chiederci come mai alcune persone
decidono di avvalersi di questo servizio. Generalmente chi vive una vita
soddisfacente e appagante non sente il bisogno di parlare con un consulente
psicologico. Tuttavia molti di noi ad un certo momento delle loro vite possono
andare incontro a crisi fisiche o emotive: è in momenti come questi che le persone
possono cercare aiuto. Inoltre, mentre alcune persone sono in grado di risolvere i loro
problemi emotivi da soli
o semplicemente
parlandone con mariti e
mogli, familiari o
amici, c’è invece chi non
ha nessuno con
cui parlare o preferisce
affrontare i suoi
problemi parlandone con
un estraneo, un
consulente psicologico
per esempio,
piuttosto che con
qualcuno
che lo conosce bene.
A volte
infatti può essere
più facile
parlare con un
consulente
psicologico piuttosto
che aprirsi
con qualcuno che si
conosce bene
e che potrebbe in qualche
modo essere
influenzato o scosso da
questa apertura.
Di solito ci si rivolge ad un
consulente psicologico
per parlare delle relazioni che si
hanno con i propri cari o
in momenti particolari della nostra
vita: momenti di svolta e di
cambiamento, voluti o che accadono
senza che si possa far niente.
Matrimoni, divorzi, nascite, morti, sono
tutte situazioni in cui ci possiamo
sentire più o meno in crisi e quindi possiamo sentire il bisogno di parlare con un consulente psicologico, per
chiedere sostegno, aiuto e consiglio. Ci si rivolge cioè all’altro perché si teme di non riuscire a farcela da soli da
un punto di vista emotivo o psicologico. Ne consegue che al centro del processo della consulenza psicologica è il
rapporto cliente-consulente psicologico.
Spesso chi decide di avvalersi di un consulente psicologico si aspetta che questi dia dei consigli diretti, dicendogli
esattamente cosa deve fare, esattamente come risolvere il problema. In realtà le cose non stanno così. Anzi, la
maggior parte degli esperti sostiene che di solito non aiuta dare consigli diretti.
Estate 2009 - in Contatto
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Questa affermazione può sembrare
strana, ma pensiamoci un attimo. Se il consiglio dato dall’“esperto”
si rivela sbagliato, allora la persona potrebbe rimanere delusa e il consulente
psicologico non ha fatto il suo dovere. Se invece il consiglio è buono allora magari
il cliente sarà contento al momento, ma non avrà imparato nulla per il futuro e, non
avendo fatto nulla da solo, non ne avrà guadagnato in autostima. Anzi, al contrario, c’è il
pericolo che si crei un rapporto di dipendenza tra la persona e il consulente psicologico,
per cui ogni volta che si presenta un problema la persona potrebbe rinunciare a cavarsela
da sola e rivolgersi all’“esperto”. In altri termini, il compito fondamentale della consulenza
psicologica è aiutare la persona a farcela da sola, a camminare sulle proprie gambe, diventando
autosufficiente e sviluppando a pieno il proprio potenziale interiore.
Ma se il consulente, tranne che in situazioni particolari come in casi di emergenza sanitaria o quando
il benessere di una persona è a rischio o compromesso, non da consigli, allora come può aiutare una
persona a sentirsi meglio?
La risposta è semplice: spesso i clienti si sentono meglio perché hanno avuto la possibilità di condividere i
loro problemi con un’altra persona che è disposta-preparata ad ascoltare. Questo è il modo più importante
in cui un consulente psicologico può soddisfare le esigenze del cliente, attraverso l’ascolto.
Questo articolo è adattato da un articolo di Giulia Priante intitolato “Cos’è il consellling?”. Giulia Priante è un’esperta
in consulenza individuale e di gruppo. Giulia riceve solo per appuntamento. Per appuntamenti telefonare al numero
0414-331-499.
Per i servizi psicologici offerti dal Co.As.It. potete invece rivolgervi allo 02 95640744
Energia alle stelle!
Campagna di sensibilizzazione sull’uso intelligente delle risorse energetiche
Il mondo consuma energia come non
mai. Fabbriche con macchinari che
vanno ventiquattro’ore su ventiquattro,
uffici con le finestre sigillate e l’aria
condizionata
sparata
al
massimo, case con tutte le luci
accese. Sembra quasi che non
si riesca a fare venti minuti in
macchina senza accendere
il condizionatore. Come se
l’energia del nostro pianeta fosse
senza limiti e soprattutto come
se un suo uso indiscriminato
fosse senza conseguenze. Il
fatto é che ambedue questi
assunti sono sbagliati: le risorse
a nostra disposizione come
persone e come società
sono limitate e usare certi tipi
di energia aumenta l’inquinamento.
L’essere consapevole di queste semplici
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verità non deve intimorirci o spingerci
all’inazione, al non far nulla, ma piuttosto
incitarci a saperne di più, ad aumentare
la nostra sensibilità in tema di risparmio
energetico e soprattutto ad agire, nelle
nostre vite quotidiane, guidati dall’idea di
in Contatto - Estate 2009
usare l’energia che il nostro pianeta ci
fornisce in modo intelligente.
Tante sono le cose che si possono
fare a partire da come viviamo e cosa
facciamo nelle nostre case ma
la cosa più importante é forse
quella di cambiare il nostro modo
di pensare, analizzare le nostre
abitudini e chiederci “posso
ottenere lo stesso risultato,
riuscire ancora a fare quello
che voglio o ho bisogno di fare,
senza consumare tutta questa
energia?”. Se si riesce a vivere
con questa domanda in testa
allora si riuscirà a vedere le cose,
le nostre azioni quotidiane per
esempio, in tutt’altra prospettiva.
Pensiamo per esempio a tutti
gli elettrodomestici da cui siamo
circondati. Ci sono elettrodomestici
che consentono un maggiore o minore
risparmio energetico: le stufe a gas
consumano molto di meno rispetto
ad altri tipi di stufe, un condizionatore
d’aria può consumare fino a tre volte di
meno rispetto ad altri caloriferi. E, non
limitandosi, alla questione riscaldamento,
l’elenco diventa ancora più lungo: un
frigorifero nuovo, ben mantenuto,
posto non vicino alla lavastoviglie ed ad
una certa distanza dal muro può farci
risparmiare molta energia e denaro. Una
cosa semplice da fare se si ha bisogno di
comprare un elettrodomestico nuovo e
si vuole risparmiare energia é quello di
guardare l’etichetta che indica il numero
di stelle del prodotto, più sono le stelle
e più l’elettrodomestico é efficiente
dal punto di vista energetico.
Anche l’uso intelligente degli
elettrodomestici e non
solo il loro acquisto può
aiutarci a risparmiare
energia. Avete per
esempio
mai
pensato di usare
la
lavastoviglie
per lavare i
piatti (avendo
premura
di
usarla quando
é piena e non
per
pochi
piatti) ma poi
aprirla e lasciare
asciugare il carico
naturalmente? E
perché non fare
la lavatrice a pieno
carico facendo lavaggi
a freddo? O usare
condizionatori
d’aria
o stufette entro la soglia
di temperatura consigliata?
Cosa che vi farebbe risparmiare
fino al 10% di energia. Come vedete
non si tratta di grandi cose ma di
piccoli accorgimenti molto semplici da
applicare. Come semplice é risparmiare
sull’uso delle luci, innanzitutto non
tenendole accese quando non ce n’é
bisogno ma anche comprando delle
lampadine fluorescenti compatte (dette
anche CFL) che consumano fino all’80%
in meno rispetto alle lampadine normali
(quelle a filo incandescente) e durano
fino a sei volte di più.
Spesso le persone non agiscono perché
queste cose non le sanno, ecco perché
mai come in questo campo “sapere
é potere” e diventa quindi essenziale
promuovere iniziative che informino
e sensibilizzino le persone su un tema
così importante per il nostro futuro
come quello del risparmio energetico.
La F.I.L.E.F.-Movimento città verde é
un’organizzazione italiana ormai da
tempo coinvolta in iniziative di questo
tipo. Molti dei lettori di In Contatto
ricorderanno la campagna sull’uso
intelligente delle risorse idriche. In
maniera simile quest’anno la F.I.L.E.F.
ha lanciato una campagna informativa
sul risparmio energetico su tre fronti
principali. La
campagna
farlo: uno sforzo enorme e meritevole
reso possibile grazie anche al contributo
del Department of Environment and
Climate Change NSW (una specie di
Ministero per l’ambiente del NSW),
dell’Ethnic Communities Council of
NSW e del Co.As.It..
Uno sforzo enorme dicevamo ma che
non va necessariamente preso in maniera
seriosa: diventare più consapevoli di
come l’energia del pianeta debba essere
usata saggiamente può essere anche una
cosa divertente oltre che interessante.
Ecco perché la F.I.L.E.F. assieme al Co.As.
It. organizza, come parte culminante
della campagna “Energia alle stelle!”, una
festa durante la quale oltre ad ascoltare
le relazioni di vari esperti, ad avere
la possibilità di raccogliere
materiale informativo in
italiano sul risparmio
energetico (con molti più
consigli sul come fare
di quanti sono stati
esposti in questo
breve
articolo)
e di ottenere
vari
prodotti
salva-energia.
Si potrà anche
ballare e cantare,
mangiando
anche qualcosa
di
buono.
Un’occasione
di stare assieme
allegramente per
una buona causa.
Energia alle stelle!
Cena
Musica
Ballo
Ispirazione
si
chiama
“Energia alle
stelle!” ed é stata condotta attraverso
visite ai gruppi sociali del Co.As.It. da
parte di un esperto in materia, tramite la
pubblicazione di vari articoli su La Fiamma,
articoli molto interessanti come quelli
sull’uso di energie cosiddette alternative
tra cui quelle derivanti dal calore della
terra, e grazie ad interviste sui programmi
in italiano della SBS e su Rete Italia Radio.
In questo modo tantissimi italiani hanno
potuto comprendere l’importanza di
risparmiare energia e soprattutto come
Domenica 6 dicembre
Associazione Napoletana
1A Marion Street-Leichhardt
A partire dalle 18.00
Ingresso per donazione ($15), gratuito
per bambini sotto i dodici anni
Per prenotazioni ed informazione F.I.L.E.F.
02/93898304
Parte delle informazioni contenute in
questo articolo sono tratte da un articolo
apparso su La Fiamma di lunedì 3
novembre 2009. Informazioni in italiano
sul tema del risparmio energetico possono
essere scaricate dal sito di Energy Australia,
www.energy.com.au
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Assisting with pre-arranged funerals
If undeliverable return to:
SURFACE
MAIL
Italian Association of Assistance
Community Services - Education - Heritage
Norton Business Centre,
Level 1 - Suite 3
55 Norton Street
Leichhardt NSW 2040
Print Post Approved
PP 255003/07331
Postage
Paid
Australia
Addressee:
• Corsi dopo scuola per bambini dai 5 ai 18 anni
• $275 all’anno
• 18 sedi in NSW
Iscrivetevi direttamente online entro il 31 dicembre 2009 per
ricevere uno sconto di $20.00 e per avere la possibilità di vincere i
seguenti premi:
• Primo premio: iPod Nano del valore di $200
• Secondo premio: Risorse educative del valore di $100
• Terzo premio: Risorse educative del valore di $50
Questo concorso ha ricevuto l’autorizzazione LTPS/09/10565 del NSW. Termini e
condizioni disponibili sul nostro sito internet.
Per ulteriori informazioni
contattate Laura o Maria al
9564 0744 or visitate il nostro
sito internet
www.coasit.org.au
Published by Co.As.It. Norton Business Centre, Level 1 - Suite 3, 55 Norton Street Leichhardt NSW 2040 Tel (02) 9564 0744 Fax (02) 9569 6648 www.coasit.org.au
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