Presentazione
La Biblioteca Comunale "Renato Fucini" presenta per la
prima volta ai cittadini di Empoli le preziose edizioni del
Cinquecento. Il fondo antico posseduto dalla Biblioteca è
costituito da circa 30.000 volumi. In occasione della
pubblicazione del catalogo delle Cinquecentine la
Biblioteca vuole far conoscere agli Empolesi il cospicuo
patrimonio, arricchito anche grazie ai lasciti di personaggi
illustri empolesi del secolo scorso.
La mostra didattica, rivolta soprattutto alle scuole, si
inserisce all'interno delle attività di promozione del libro e
della lettura ed è integrata da giochi didattici per stimolare
l'interesse dei partecipanti per il libro antico.
La mostra è divisa in tre sezioni che illustrano aspetti
diversi del patrimonio antico:
1. Storia del libro a stampa: lo studio dei diversi
formati, dei tipi di carattere, dei frontespizi con le
marche tipografiche e delle coperte.
2. La conservazione e il restauro: gli esemplari
danneggiati dai bombardamenti del 26 dicembre 1943.
3. I fondi della biblioteca: i personaggi e le istituzioni
che hanno contribuito alla formazione del patrimonio
antico.
I supporti della scrittura
Le testimonianze fanno risalire a circa 3000 anni prima di
Cristo l'esigenza dell'uomo di trasmettere il proprio
pensiero in maniera duratura. I primi segni grafici furono
tracciati in epoca primitiva sulle pareti delle caverne e
sulle pietre. Gli antichi popoli del Mediterraneo usavano
per la scrittura tavolette d'argilla che venivano cotte
dopo essere state incise. I greci e i latini usarono le
tavolette di legno che potevano essere imbiancate o cerate
e sulle quali si scriveva a sgraffio. Su quelle cerate la
scrittura poteva essere cancellata e le tavolette potevano
essere utilizzate di nuovo. Le tavolette cerate furono usate
per molto tempo. Esse venivano unite insieme a formare
il codice detto dittico o trittico a seconda se era formato
da due o tre tavolette.
Le materie scrittorie più usate furono il papiro e la
pergamena. Il papiro è tra i materiali vegetali quello più
idoneo a ricevere la scrittura. In Egitto dallo stelo del
papiro si ricavavano strisce sottili che erano disposte una
accanto all'altra e essiccate al sole. I fogli ottenuti erano
arrotolati intorno a un bastoncino di legno o avorio detto
umbiculus che aveva pomelli sporgenti e formavano il
volumen. Il papiro fu usato dagli Egizi fin dal III
millennio a. C. e fu sostituito dalla pergamena.
Utilizzata nel Medioevo la pergamena è prodotta con la
conciatura di pelli di animali (agnello, pecora e capra), le
quali venivano macerate nella calce, raschiate e fatte
seccare. Ben levigate con pietra pomice potevano essere
usate su entrambe le facce. Alla pergamena veniva data la
forma di codice (come il nostro libro). I testi sulla
pergamena erano copiati a mano sullo scriptorium. I
monasteri e le istituzioni ecclesiastiche che detenevano il
monopolio della cultura si occuparono della compilazione
e la copiatura dei libri. Furono così trascritte e tramandate
Bibbie, scritti dei padri della Chiesa, opere di matematica,
di medicina e astronomia.
I testi antichi manoscritti divennero un prodotto molto
richiesto sia dai principi laici che dal clero.
La carta
Il problema di raffigurare su più esemplari gli stessi segni
o le stesse immagini fu affrontato con l'uso delle tavole in
legno inchiostrate per stampare testi e disegni incisi.
Questa tecnica che anticipò l'invenzione della stampa fu
favorita dall'introduzione della carta. La carta fu scoperta
dai cinesi all'inizio del II secolo d.C. Furono gli Arabi che
nell'anno 751 la diffusero nelle regioni del Medio Oriente
e da lì in Marocco, in Spagna e nel XII secolo in Italia.
Prima in Sicilia poi a Genova e a Venezia. La prima
cartiera italiana è quella di Fabriano nel 1276. I cartai
italiani diventarono presto molto famosi e inventarono la
filigrana come marchio distintivo di fabbrica. La materia
prima della carta erano gli stracci
La coltivazione della canapa e del lino e la sostituzione
della tela alla lana aumentò l'uso degli stracci che
venivano sminuzzati e lasciati macerare in acqua saponata
dosata, in modo da ottenere un impasto denso. La pasta
veniva successivamente stesa su un telaio con fili metallici
(filoni e vergelle) con disegnata al centro la filigrana. Le
forme erano lasciate ad asciugare separate da dei feltri che
assorbivano l'acqua residua e poi stese su degli stenditoi. I
fogli venivano ricoperti da colla animale perché non
assorbissero, una volta asciugati, l'inchiostro e venivano
lisciati con una selce. In Italia le cartiere si diffusero
soprattutto in Liguria e a Venezia. Con la diffusione e la
produzione dei libri a stampa, la carta era sempre più
richiesta e gli stracci non bastavano a soddisfare il
mercato. Già nel 1700 si cominciò a produrre la carta dal
legno. La carta ricavata dalla paglia, dalle ortiche e dai
mughetti tenta di rimpiazzare quella ottenuta con gli
stracci. Nel XIX secolo la carta è costituita dalla cellulosa,
una componente del legno. Oggi i tronchi d'albero sono
triturati e ridotti in poltiglia e lavorati da macchine che
fabbricano la carta.
La stampa
La stampa, cioè la riproduzione di un testo o figura
eseguita con mezzi meccanici si affermò in Europa verso
la metà del XV secolo.
Nel 1440 Johann Gutenberg, un orafo di Magonza, con la
stessa tecnica usata per incidere i metalli, inventò la
stampa a caratteri mobili. I caratteri combinati tra loro
formavano le parole, le frasi e le pagine intere.
Gutenberg adatta alla sua invenzione il torchio da vino.
Stringendo una vite con una barra di legno una tavola
scendeva comprimendo il foglio di carta contro i caratteri.
Per ottenere il formato desiderato per il libro, il foglio di
forma ottenuto era piegato più volte: per il formato in
folio, usato generalmente per i libri di studio il foglio era
piegato una sola volta ed aveva quattro pagine stampate,
per il formato in quarto (4°), due volte e otto pagine
stampate, per il formato in ottavo (8°) tre volte e sedici
pagine stampate fino a quelli più piccoli in 12°, 16°, 32° e
così via
Il carattere
I primi libri a stampa, ancora per molti anni, mantennero
l'impostazione caratteristica del testo a due colonne, sul
modello degli antichi codici manoscritti. Anche il disegno
del carattere e l'impostazione del testo sul foglio doveva
essere molto simile a quello usato dagli amanuensi.
All'inizio del testo veniva lasciato lo spazio per poter
incidere o decorare il capolettera. Le lettere da stampare
erano fatte a mano e i primi stampatori cercavano di
ottenere, più che la chiarezza e leggibilità, la regolarità
delle singole lettere. Verso il 1480 si cominciò ad
apprezzare la superiorità dei libri stampati. Le lettere
erano conservate dagli stampatori nelle casse che
contenevano i caratteri tipografici divisi per lettera
dell'alfabeto. I caratteri vengono allineati lungo il
compositoio in modo da formare la riga da stampare. I
segni contenuti nelle casse dei compositori diminuirono:
dai 300 posseduti da Gutenberg agli 80 usati dai tipografi
alla fine del 1500. Dopo circa cinquant'anni dalla morte di
Gutenberg, avvenuta nel 1468 i principali tipi di carattere
erano la littera antiqua tonda o corsiva e quella gotica.
In Italia si diffuse maggiormente l'uso della littera antiqua
grazie a Aldo Manuzio che nel 1501 per i suoi libri
"tascabili" adottò un carattere, disegnato da un incisore e
tipografo bolognese Francesco Griffo, che fu denominato
corsivo o italico. Questo tipo di carattere ebbe molto
successo e fu presto imitato da numerosi stampatori sia in
Italia che all'estero. Solo la Germania continuò ad
adottare, dopo la morte di Aldo Manuzio, il carattere
gotico. Il predominio nei paesi tedeschi e in quelli
scandinavi della lettera gotica era dovuto all'influenza
degli scritti di argomento teologico piuttosto che
umanistico sostenuti dagli insegnamenti tomistici
all'università di Colonia e di teologia luterana a quella di
Wittemberg, due città che erano anche centri attivi della
stampa.
Il fascicolo
Il frontespizio
Il foglio ottenuto dalla lavorazione della carta veniva
impresso dallo stampatore non pagina per pagina ma su
grandi fogli che venivano poi piegati in modo da formare
un fascicolo con un certo numero di pagine "foglio di
forma": ogni foglio era segnato sulla prima pagina con
una lettera così che tutti i fogli erano ordinati in ordine
alfabetico. L'alfabeto era composto da 23 segni posti
sempre nello stesso ordine. Ogni carta della prima metà
del fascicolo riportava sul recto la segnatura
corrispondente. La collocazione esatta delle pagine
all'interno del fascicolo era determinata da un'operazione
chiamata imposizione, mentre l'ordine dei fascicoli e dei
fogli all'interno di ciascun fascicolo dal sistema della
segnatura. Il riepilogo delle segnature era riportato alla
fine del testo, nel registro, e permetteva al legatore di
rilegare correttamente il libro una volta stampato.
Altro elemento caratteristico nella struttura del libro
antico è il richiamo. Apparso in Italia e Francia nella
metà dell' XI secolo consisteva nello scrivere alla fine di
ogni pagina le prime sillabe della successiva per facilitare
lo stampatore nell'imposizione, dato che le pagine non
erano sempre numerate.
Il frontespizio è la prima pagina di un libro che contiene
gli elementi identificativi dell'opera: autore, titolo, casa
editrice. Nei libri antichi manoscritti il frontespizio manca
e il titolo è generalmente scritto nell'incipit, cioè la prima
o le prime parole del testo. Alla fine del Quattrocento
quasi tutti i libri hanno un frontespizio che però non ha
ancora l'aspetto attuale. All'inizio del XVI secolo ne
troviamo, infatti, alcuni incompleti se si confrontano con
i libri moderni. Molto spesso le indicazioni riguardanti
l'edizione si ritrovano nel colophon, una sottoscrizione
alla fine del testo che riporta il nome dello stampatore, la
data e il luogo di stampa. Il frontespizio si afferma come
elemento essenziale del libro solo nel 1500, o meglio fu
Erhard Ratdolt, tedesco trapiantato a Venezia, che nel
1476 pubblicò il primo libro con un frontespizio. Nel
corso del 1500 fu usato da tutti i tipografi e subì molti
cambiamenti. La sua fortuna è da attribuire ad una serie di
fattori: la crescente affermazione di individuare la
paternità del libro, la funzione pubblicitaria affidatagli da
editori e tipografi ma anche la necessità di distinguere, in
un periodo di aumento della produzione, un libro
dall'altro. Inizialmente molto ridotto, il titolo, nel corso
del XVI secolo, si allunga oltre misura: gli editori con la
preoccupazione di riempire tutta la pagina vi aggiungono
anche le indicazioni sul contenuto dell'opera, le dediche a
principi e molto spesso anche gli indirizzi delle tipografie.
Nella seconda metà del 1500 la preoccupazione dei
tipografi è quella di decorare il frontespizio. Si diffonde la
moda delle cornici incise affidate ad artisti incisori veri e
propri. Le cornici sono molto varie: spesso sono molto
semplici e racchiudono una iscrizione che riempie la
pagina oppure sono intorno a poche parole e sono molto
decorative. I motivi sono anch'essi vari: stele con cornici
di differenti forme e ornamentazione, portali affiancati da
colonne e statue, cornici istoriate. Alla fine del XVI
secolo il frontespizio è sempre più di frequente inciso e
appaiono sempre più iniziali ornate e istoriate. Anche il
ritratto dell'autore diventa insieme alla marca tipografica
un elemento decorativo del frontespizio.
La marca tipografica
Tipica dei libri stampati nel 1500 l'insegna tipografica
incisa, oltre ad essere un decoro ornamentale, ha anche
un valore funzionale di salvaguardia dalle contraffazioni.
Si presenta come una raffigurazione simbolica
accompagnata alla maniera di un'impresa araldica e da un
motto. In origine era un "marchio di fabbrica" come
quello di tante altre imprese ed era posta di solito
nell'ultima pagina bianca del libro. All'inizio del XV
secolo passò dalla fine del volume anche, o soltanto, sul
frontespizio. Essa diventa trascrizione figurata del
cognome del tipografo: il grifone per Giovanni Griffio e
per i francesi Gryphius, un guerriero che cavalca un lupo
per i Cavalcalupo, il drago per Vincenzo Busdraghi
oppure rappresentazione con significato allegorico come
la fenice dei Giolito che rappresenta immortalità, la
cometa della stamperia di Francesco e Giordano Ziletti
che rappresenta «chiarezza di fama, virtù e potenza
eterna».
Le insegne tipografiche talvolta raffigurano il simbolo
della città in cui le imprese lavorano: il giglio di Firenze,
ad esempio, adottato per concessione di Luigi XI dai
fiorentini come stemma della loro città, è da sempre la
celebre marca dei Giunta.
Anche gli stemmi araldici di alcune famiglie nobili sono
usati come marche tipografiche: lo stemma mediceo usato
da Lorenzo Torrentino che fu stampatore ducale e lo
stemma dei Farnese di Set e Erasmo Viotti che furono
anch'essi stampatori ducali a Parma.
La più famosa marca tipografica del mondo è quella di
Aldo Manuzio e dei suoi successori che comparve per la
prima volta nel 1502 in un'edizione di poeti cristiani
antichi. Della marca, raffigurante l'ancora con un delfino
esistono varie versioni riconducibili all'ancora secca e a
quella grassa. La secca, ottenuta con il solo contorno, è
propria dei tempi di Aldo. La seconda rappresentata in
modo plastico come arrotondata è stata usata dagli eredi.
I simboli usati nell'insegna, il delfino e l'ancora
rappresentano rispettivamente la celerità della intuizione
insieme alla ponderatezza nel lavoro.
La legatura
Le caratteristiche tipologiche del libro antico non
derivano solo dal processo produttivo legato alla
tipografia ma anche e soprattutto dalla storia vissuta dai
libri. La maggior parte delle legature dei libri antichi sono
il risultato del suo consumo piuttosto che della sua
produzione. Sono molto importanti per ricostruire la
storia del singolo libro antico in rapporto a quella di altri
con cui ha condiviso le stesse vicende. Le legature di
ciascun fondo librario sono caratterizzate da particolari
elementi che spesso permettono di stabilire
l'appartenenza del libro ad una determinata famiglia,
biblioteca o istituzione.
Le legature dei libri antichi sono molto resistenti e di
qualità superiore alle legature moderne. I primi libri sono
legati da artigiani che ricoprono il dorso e i piatti, fatti di
solidi e massicci assi di legno, con stoffe preziose
soprattutto quando si tratta di libri di lusso che
appartengono a personaggi illustri. In altri casi i libri sono
rivestiti con le pelli di animale: marocchino o pergamena.
I piatti sono decorati con fregi raffiguranti motivi floreali,
stemmi di casate che sono impressi a secco o in oro con
piccoli ferri e ripetuti più volte. Le legature più antiche
presentano sui piatti fermagli metallici e borchie per
proteggere la legatura stessa e molto spesso sono eseguite
dai frati nei conventi in cui il libro veniva usato. Il titolo
dell'opera può anche essere scritto sui tagli perché i libri
erano conservati orizzontalmente uno sull'altro. La
produzione delle opere classiche, ideata da Aldo Manuzio,
in formati economici influenza anche l'aspetto fisico del
libro: anche legature diventano più semplici e più
economiche. Agli assi di legno si sostituiscono quelli in
cartone ricoperti o da pelle, pergamena o da carta
decorata. I libri stampati non erano legati dall'editore ma i
fascicoli che venivano venduti sciolti erano ricoperti
successivamente e secondo il gusto dell'acquirente. I
fascicoli venivano cuciti con un filo che veniva fermato
sul capitello, quasi sempre di due colori ed era anch'esso
un elemento decorativo dell'esemplare. I tagli erano
spesso decorati con uno o più colori e nei libri più
preziosi erano in oro. Il titolo dell'opera e il nome
dell'autore erano scritti a mano sul dorso oppure
impressi a inchiostro o in oro su una etichetta applicata
successivamente sul dorso.
La conservazione
La conservazione è un momento importante nella
gestione del patrimonio librario. Conservazione è anche
valorizzazione della storia delle raccolte librarie e dei
contesti storici e culturali che le hanno prodotte.
Il restauro è un momento importante nella conservazione
del fondo. Ripristinare la vera funzione d'uso
intervenendo sui documenti deteriorati dal tempo e dalle
cattive condizioni ambientali non significa ricostruire ex
novo utilizzando materiali moderni.
Il restauro di un libro antico deve essere fatto
salvaguardando soprattutto il valore dell'esemplare
mantenendo il più possibile i materiali con cui esso è
fatto. La ricostruzione delle legature e delle carte
danneggiate deve sempre rispettare le caratteristiche con
cui esso è sopravvissuto nei secoli.
Conservazione, oltre che restauro, deve essere anche
prevenzione e quindi controllo e conoscenza dei
meccanismi che provocano il deterioramento del libro.
La guerra
Giovanni Marchetti
Il 26 dicembre 1943 l'attacco degli americani e il
bombardamento sulla città di Empoli provocarono
distruzione e morte. Anche la biblioteca "Renato Fucini"
fu colpita lievemente. I danni nella zona di via Cavour,
sede della biblioteca, furono molto lievi rispetto a quelli di
altre zone della città: solo tetti rotti e vetri delle finestre
frantumati. Dalle finestre della sala Tassinari, la sala in cui
è conservato tutto il patrimonio donato dallo studioso
fiorentino, penetrarono alcune schegge di bombe che
rompendo i vetri si conficcarono nei libri collocati negli
scaffali vicino le finestre, provocando in più punti delle
lacerazioni dall'alto verso il basso che tracciano la
traiettoria dei proiettili. I libri sono stati conservati in
questo modo per tutti questi anni a testimonianza di
quell'evento tragico e distruttivo che fu la guerra. Nel
1998 alcuni di quei libri, le edizioni del 1500, sono stati
restaurati allo scopo di ripristinare la funzione originale e
di preservare ad un ulteriore deterioramento gli esemplari
più pregiati. Gli interventi di restauro hanno interessato
gran parte delle coperte e delle carte che erano
completamente lacerate e non permettevano più al libro
di aprirsi. I libri non restaurati saranno conservati negli
stessi scaffali come testimonianza di quella tragica notte
di Santo Stefano.
Giovanni Marchetti, nato a Empoli nel 1753, fu uno dei
più dotti ecclesiastici del suo tempo.
Visse per molti anni a Roma dove studiò la filosofia e le
scienze. Nel 1777 fu ordinato sacerdote e nel corso della
sua carriera ecclesiastica fu investito di numerose cariche
tra cui quella di arcivescovo d'Ancira.
Fervido scrittore di opere teologiche, nel 1819 lasciò la
sua biblioteca personale, collezionata con i risparmi di
una vita, alla città natale. Il fondo, di circa diecimila
volumi, ha posto le basi per la costituzione della
biblioteca comunale "Renato Fucini".
Morì nel 1829.
Giuseppe Tassinari
Giuseppe Tassinari nacque a Firenze il 3 settembre 1802.
Trascorse la sua infanzia nei seminari, prima a Prato poi a
Firenze dove viene educato allo studio delle lettere e ad
amare la poesia. A diciotto anni si iscrive alla sezione
giuridica dell'università di Siena anche se era
profondamente attratto dalla letteratura: Foscolo, Shelley,
Byron influenzarono notevolmente la sua giovinezza. Si
trasferì all'università di Pisa e si laureò nel 1824. Viaggiò
molto in Italia. Tornato in Toscana si ritirò nella villa di
Poggio Ubertini e si dedicò allo studio scientifico e
pratico della scienza agricola allo stesso modo di altri
studiosi toscani, Cosimo Ridolfi e Antonio Salvagnoli
Marchetti. Il fondo Tassinari è costituito da 9001 opere
ripartite in 11.779 volumi e 1633 opuscoli e si caratterizza
per una eterogeneità di composizione. Il suo amore per
gli studi umanistici è testimoniato dalla numerosa
presenza di opere di autori classici greci, latini, italiani e
stranieri. Il suo amore per i viaggi è documentato dai libri
di viaggio dell'Ottocento e da numerosi atlanti. La
ricchezza e varietà di questo fondo librario rispecchiano
le sue tendenze bibliofile documentata da numerosi
repertori bibliografici e dizionari sette–ottocenteschi e da
pregevoli annali tipografici di Aldo Manuzio (Firenze,
Molini, 1873) agli Annali della Tipografia di Lorenzo
Torrentino (Firenze, presso Niccolò Carli, 1809) e quello
della tipografia Volpi Cominiana (Padova 1809). Il fondo
è conservato in una sala della Biblioteca così come furono
le sue volontà lasciate nel testamento: "in una
monumentale scaffalatura lignea". Al fondo Tassinari
appartengono anche le opere di altri studiosi: Giuseppe
Montani che a causa di dissesti finanziari dovette vendere
la sua biblioteca composta di duecento libri allo stesso
Tassinari e Antonio Pagni, prelato fiorentino.
Antonio Salvagnoli Marchetti
Antonio Salvagnoli Marchetti discende da una delle più
antiche famiglie di Empoli: la famiglia Salvagnoli.
Originari di Corniola, "un paesello di poche case sopra
una amena collina nei dintorni di Empoli", i Salvagnoli
alla morte di Isabella Marchetti, moglie di Niccolò
Salvagnoli, ne assunsero, come eredi, il nome. Antonio
Salvagnoli Marchetti era nato il 13 agosto 1810 ed era il
terzo dei figli del dottor Cosimo che fece parte della
Deputazione della Comunità di Empoli per rendere
omaggio nel 1791 al granduca di Lorena Ferdinando III.
Antonio si laureò in medicina, e condusse una vita da
studioso, pur seguendo il fratello Vincenzo nelle lotte e
nelle cure politiche. Fu deputato a Empoli e per la sua
attività nei pubblici uffici e per il sincero amore per la
patria fu nominato senatore del Regno. Autorevole
membro dei Georgofili, fu nominato dallo stesso governo
a capo di una commissione sanitaria incaricata di studiare
le condizioni igieniche della provincia grossetana e
pubblicò in quella occasione una "Statistica medica delle
Maremme toscane". Appassionato di scienze naturali nel
1835 scoprì e descrisse un ragno velenoso che volle fosse
chiamato Aranea Savi, in omaggio al suo amico Paolo
Savi, illustre naturalista. Numerose sono le sue
pubblicazioni soprattutto di statistica e scienze
economiche. Molti altri suoi lavori scientifici giacciono
inediti nell'archivio di famiglia. Il 28 luglio 1878 morì a
soli 67 anni e fu seppellito nel Cimitero della
Misericordia. Lasciò gran parte della ricca biblioteca di
famiglia, consistente in 2500 volumi, alla Biblioteca
comunale di Empoli
Il convento dei Cappuccini
Il convento dei Cappuccini sorse nel 1608 su iniziativa di
un gruppo di facoltosi empolesi capeggiati da Benedetto
Giomi alla cui morte nel 1618 subentrò il figlio
Alessandro deceduto in mare l'anno successivo e
sostituito nel patronato dal granduca Cosimo II. Sulla
facciata, infatti, oltre alle insegne medicee ci sono anche
quelle dei Giomi. Nel 1867, soppresso il convento e
cacciati i frati, l'immobile divenne proprietà demaniale e
fu utilizzato come cimitero monumentale da parte delle
famiglie più facoltose che vi eressero le loro cappelle. I
libri della biblioteca del Convento furono acquisiti dal
Comune di Empoli.
Nel fondo dei Padri Cappuccini, ora nella biblioteca
comunale, sono stati trovati numerosi volumi
appartenenti ad altri conventi dello stesso ordine, a
testimonianza della fitta rete di contatti che esisteva
nell'istituzione conventuale.
Il convento di Santa Maria a Ripa
Il Convento di S. Maria a Ripa fu fondato nel 1483. La
chiesa e il territorio circostante furono donati dalla
famiglia Adimari, molto influente, in tutto il 1400 e il
1500, sia sulla vita religiosa che su quella economica di
Empoli. Dopo la donazione degli Adimari i frati avevano
la loro dimora presso la chiesa in locali piuttosto piccoli.
Nel 1487 la chiesa fu ampliata con la costruzione della
sacrestia e il refettorio. Nel primo ventennio del 1500 la
chiesa viene abbellita e le cappelle acquisiscono i loro
patroni: S. Zanobi, Santa Lucia, San Donato, San
Lorenzo. La chiesa fino alla sua consacrazione nel 1540
era intitolata "Santa Maria delle Grazie". Della
costruzione del convento si sa poco. Tra il 1540 e il 1565,
quando era guardiano Padre Antonio Giannini da
Empoli, il convento si presentava ormai come una
struttura quadrangolare attorno al chiostro. A sud,
accanto all'orto erano state costruite le officine e al piano
superiore la prima biblioteca. Nel 1601 il pittore Lorenzo
Bonini fu incaricato di affrescare con episodi tratti dalla
vita di San Francesco le lunette del loggiato di facciata.
Entro il 1550 furono poste le colonne corinzie per
impreziosire la navata e furono costruite le edicole degli
altari su cui rimangono gli stemmi delle famiglie nobili
che patrocinarono i lavori: Malaspina, Marchetti,
Sandonnini, Cavalli. Fu proprio un esponente di questa
ultima famiglia, Padre Anton Francesco Cavalli,
guardiano del convento, che tra il 1640 e il 1656 fece
restaurare la cappella e il Convento che già da allora
assunse l'aspetto attuale. La «libreria» fu costruita da P.
Vincenzo Cipollini nel 1629 e gli ambienti furono arredati
da P. Cavalli che fornì anche i libri: "La libbreria … è
adornata di dodici ottangoli indorati, dove sono
l'Immagini dell'Apostoli divenuti due quadri di
conclusioni con cornici e venti ottagonali più piccoli di
fiorami e paesi. I banchi, scaffali, soffitta e catadra sono
di cipresso. I libri d'essa ascendono al numero di 1220. La
scuola è nella medesima libraria".
Nella seconda metà del secolo Santa Maria ospita
numerosi religiosi di elevata cultura P. De Terrinca e P.
Girolamo Stella di Livorno. Nel 1677 il Convento è
dichiarato studio di filosofia o seminario e nel 1686
addirittura studio di Teologia provinciale sostituendo la
sede di Livorno. Per tutto il 1700 gli interventi al
Convento sono soltanto di ordinaria manutenzione. Nel
1833 viene costruito il nuovo seminario cosiddetto
"quartiere Bargellini". Il seminario è però frequentato da
non più di 3 o 4 studenti e definitivamente chiuso nel
1836 quando viene aperto lo studentato di Pontassieve e
Prato.
Dopo le soppressioni del 1866 dello Stato Italiano, il
Convento, ad eccezione della chiesa e degli ambienti
adiacenti che rimasero di proprietà della parrocchia,
diventò di proprietà del Comune; il complesso fu poi
riacquistato dai frati nel 1882. Altre modifiche e
abbellimenti furono apportati alla chiesa e al convento nei
decenni successivi. Alcune sale del seminario furono
ristrutturate per ospitare una famiglia di suore della
congregazione Suore francescane missionarie del Cuore
Immacolato di Maria che dal 1942 dettero vita ad una
scuola materna. Dalla partenza delle suore nel 1992 i
locali sono stati destinati ad accogliere alcune associazioni
cattoliche: Terziari, Scout e Misericordia. La chiusura del
Convento nel 1994, prevista dall'Ordine per mancanza di
un numero sufficiente di religiosi, è stata revocata dalla
Curia fiorentina per conservare la più antica parrocchia
francescana istituita nella regione, che rimane a
testimonianza dell'Ordine dei Minori nelle terre empolesi.
La legatura
Le caratteristiche tipologiche del libro antico non
derivano solo dal processo produttivo legato alla
tipografia ma anche e soprattutto dalla storia vissuta dai
libri. La maggior parte delle legature dei libri antichi sono
il risultato del suo consumo piuttosto che della sua
produzione. Sono molto importanti per ricostruire la
storia del singolo libro antico in rapporto a quella di altri
con cui ha condiviso le stesse vicende. Le legature di
ciascun fondo librario sono caratterizzate da particolari
elementi che spesso permettono di stabilire
l'appartenenza del libro ad una determinata famiglia,
biblioteca o istituzione.
Le legature dei libri antichi sono molto resistenti e di
qualità superiore alle legature moderne. I primi libri sono
legati da artigiani che ricoprono il dorso e i piatti, fatti di
solidi e massicci assi di legno, con stoffe preziose
soprattutto quando si tratta di libri di lusso che
appartengono a personaggi illustri. In altri casi i libri sono
rivestiti con le pelli di animale: marocchino o pergamena.
I piatti sono decorati con fregi raffiguranti motivi floreali,
stemmi di casate che sono impressi a secco o in oro con
piccoli ferri e ripetuti più volte. Le legature più antiche
presentano sui piatti fermagli metallici e borchie per
proteggere la legatura stessa e molto spesso sono eseguite
dai frati nei conventi in cui il libro veniva usato. Il titolo
dell'opera può anche essere scritto sui tagli perché i libri
erano conservati orizzontalmente uno sull'altro. La
produzione delle opere classiche, ideata da Aldo Manuzio,
in formati economici influenza anche l'aspetto fisico del
libro: anche legature diventano più semplici e più
economiche. Agli assi di legno si sostituiscono quelli in
cartone ricoperti o da pelle, pergamena o da carta
decorata. I libri stampati non erano legati dall'editore ma i
fascicoli che venivano venduti sciolti erano ricoperti
successivamente e secondo il gusto dell'acquirente. I
fascicoli venivano cuciti con un filo che veniva fermato
sul capitello, quasi sempre di due colori ed era anch'esso
un elemento decorativo dell'esemplare. I tagli erano
spesso decorati con uno o più colori e nei libri più
preziosi erano in oro. Il titolo dell'opera e il nome
dell'autore erano scritti a mano sul dorso oppure
impressi a inchiostro o in oro su una etichetta applicata
successivamente sul dorso.
La conservazione
La conservazione è un momento importante nella
gestione del patrimonio librario. Conservazione è anche
valorizzazione della storia delle raccolte librarie e dei
contesti storici e culturali che le hanno prodotte.
Il restauro è un momento importante nella conservazione
del fondo. Ripristinare la vera funzione d'uso
intervenendo sui documenti deteriorati dal tempo e dalle
cattive condizioni ambientali non significa ricostruire ex
novo utilizzando materiali moderni.
Il restauro di un libro antico deve essere fatto
salvaguardando soprattutto il valore dell'esemplare
mantenendo il più possibile i materiali con cui esso è
fatto. La ricostruzione delle legature e delle carte
danneggiate deve sempre rispettare le caratteristiche con
cui esso è sopravvissuto nei secoli.
Conservazione, oltre che restauro, deve essere anche
prevenzione e quindi controllo e conoscenza dei
meccanismi che provocano il deterioramento del libro.
La più famosa marca tipografica del mondo è quella di
Aldo Manuzio e dei suoi successori che comparve per la
prima volta nel 1502 in un'edizione di poeti cristiani
antichi. Della marca, raffigurante l'ancora con un delfino
esistono varie versioni riconducibili all'ancora secca e a
quella grassa. La secca, ottenuta con il solo contorno, è
propria dei tempi di Aldo. La seconda rappresentata in
modo plastico come arrotondata è stata usata dagli eredi.
I simboli usati nell'insegna, il delfino e l'ancora
rappresentano rispettivamente la celerità della intuizione
insieme alla ponderatezza nel lavoro.
La marca tipografica
La guerra
Tipica dei libri stampati nel 1500 l'insegna tipografica
incisa, oltre ad essere un decoro ornamentale, ha anche
un valore funzionale di salvaguardia dalle contraffazioni.
Si presenta come una raffigurazione simbolica
accompagnata alla maniera di un'impresa araldica e da un
motto. In origine era un "marchio di fabbrica" come
quello di tante altre imprese ed era posta di solito
nell'ultima pagina bianca del libro. All'inizio del XV
secolo passò dalla fine del volume anche, o soltanto, sul
frontespizio. Essa diventa trascrizione figurata del
cognome del tipografo: il grifone per Giovanni Griffio e
per i francesi
Gryphius, un guerriero che cavalca un lupo per i
Cavalcalupo, il drago per Vincenzo Busdraghi oppure
rappresentazione con significato allegorico come la
fenice dei Giolito che rappresenta immortalità, la cometa
della stamperia di Francesco e Giordano Ziletti che
rappresenta «chiarezza di fama, virtù e potenza eterna».
Le insegne tipografiche talvolta raffigurano il simbolo
della città in cui le imprese lavorano: il giglio di Firenze,
ad esempio, adottato per concessione di Luigi XI dai
fiorentini come stemma della loro città, è da sempre la
celebre marca dei Giunta.
Anche gli stemmi araldici di alcune famiglie nobili sono
usati come marche tipografiche: lo stemma mediceo usato
da Lorenzo Torrentino che fu stampatore ducale e lo
stemma dei Farnese di Set e Erasmo Viotti che furono
anch'essi stampatori ducali a Parma.
Il 26 dicembre 1943 l'attacco degli americani e il
bombardamento sulla città di Empoli provocarono
distruzione e morte. Anche la biblioteca "Renato Fucini"
fu colpita lievemente. I danni nella zona di via Cavour,
sede della biblioteca, furono molto lievi rispetto a quelli di
altre zone della città: solo tetti rotti e vetri delle finestre
frantumati. Dalle finestre della sala Tassinari, la sala in cui
è conservato tutto il patrimonio donato dallo studioso
fiorentino, penetrarono alcune schegge di bombe che
rompendo i vetri si conficcarono nei libri collocati negli
scaffali vicino le finestre, provocando in più punti delle
lacerazioni dall'alto verso il basso che tracciano la
traiettoria dei proiettili. I libri sono stati conservati in
questo modo per tutti questi anni a testimonianza di
quell'evento tragico e distruttivo che fu la guerra. Nel
1998 alcuni di quei libri, le edizioni del 1500, sono stati
restaurati allo scopo di ripristinare la funzione originale e
di preservare ad un ulteriore deterioramento gli esemplari
più pregiati. Gli interventi di restauro hanno interessato
gran parte delle coperte e delle carte che erano
completamente lacerate e non permettevano più al libro
di aprirsi. I libri non restaurati saranno conservati negli
stessi scaffali come testimonianza di quella tragica notte
di Santo Stefano.
Giovanni Marchetti
Giovanni Marchetti, nato a Empoli nel 1753, fu uno dei
più dotti ecclesiastici del suo tempo.
Visse per molti anni a Roma dove studiò la filosofia e le
scienze. Nel 1777 fu ordinato sacerdote e nel corso della
sua carriera ecclesiastica fu investito di numerose cariche
tra cui quella di arcivescovo d'Ancira.
Fervido scrittore di opere teologiche, nel 1819 donò la
sua biblioteca personale, collezionata con i risparmi di
una vita, alla città natale. Il fondo, di circa diecimila
volumi, ha posto le basi per la costituzione della
biblioteca comunale "Renato Fucini".
Morì nel 1829.
Giuseppe Tassinari
Giuseppe Tassinari nacque a Firenze il 3 settembre 1802.
Trascorse la sua infanzia nei seminari, prima a Prato poi a
Firenze dove viene educato allo studio delle lettere e ad
amare la poesia. A diciotto anni si iscrive alla sezione
giuridica dell'università di Siena anche se era
profondamente attratto dalla letteratura: Foscolo, Shelley,
Byron influenzarono notevolmente la sua giovinezza. Si
trasferì all'università di Pisa e si laureò nel 1824. Viaggiò
molto in Italia. Tornato in Toscana si ritirò nella villa di
moda delle cornici incise affidate ad artisti incisori veri e
propri. Le cornici sono molto varie: spesso sono molto
semplici e racchiudono una iscrizione che riempie la
pagina oppure sono intorno a poche parole e sono molto
decorative. I motivi sono anch'essi vari: stele con cornici
di differenti forme e ornamentazione, portali affiancati da
colonne e statue, cornici istoriate. Alla fine del XVI
secolo il frontespizio è sempre più di frequente inciso e
appaiono sempre più iniziali ornate e istoriate. Anche il
ritratto dell'autore diventa insieme alla marca tipografica
un elemento decorativo del frontespizio.
Il frontespizio
Il frontespizio è la prima pagina di un libro che contiene
gli elementi identificativi dell'opera: autore, titolo, casa
editrice. Nei libri antichi manoscritti il frontespizio manca
e il titolo è generalmente scritto nell'incipit, cioè la prima
o le prime parole del testo. Alla fine del Quattrocento
quasi tutti i libri hanno un frontespizio che però non ha
ancora l'aspetto attuale. All'inizio del XVI secolo ne
troviamo, infatti, alcuni incompleti se si confrontano con
i libri moderni. Molto spesso le indicazioni riguardanti
l'edizione si ritrovano nel colophon, una sottoscrizione
alla fine del testo che riporta il nome dello stampatore, la
data e il luogo di stampa. Il frontespizio si afferma come
elemento essenziale del libro solo nel 1500, o meglio fu
Erhard Ratdolt, tedesco trapiantato a Venezia, che nel
1476 pubblicò il primo libro con un frontespizio. Nel
corso del 1500 fu usato da tutti i tipografi e subì molti
cambiamenti. La sua fortuna è da attribuire ad una serie di
fattori: la crescente affermazione di individuare la
paternità del libro, la funzione pubblicitaria affidatagli da
editori e tipografi ma anche la necessità di distinguere, in
un periodo di aumento della produzione, un libro
dall'altro. Inizialmente molto ridotto, il titolo, nel corso
del XVI secolo, si allunga oltre misura: gli editori con la
preoccupazione di riempire tutta la pagina vi aggiungono
anche le indicazioni sul contenuto dell'opera, le dediche a
principi e molto spesso anche gli indirizzi delle tipografie.
Nella seconda metà del 1500 la preoccupazione dei
tipografi è quella di decorare il frontespizio. Si diffonde la
Poggio Ubertini e si dedicò allo studio scientifico e
pratico della scienza agricola allo stesso modo di altri
studiosi toscani, Cosimo Ridolfi e Antonio Salvagnoli
Marchetti. Il fondo Tassinari è costituito da 9001 opere
ripartite in 11.779 volumi e 1633 opuscoli e si caratterizza
per una eterogeneità di composizione. Il suo amore per
gli studi umanistici è testimoniato dalla numerosa
presenza di opere di autori classici greci, latini, italiani e
stranieri. Il suo amore per i viaggi è documentato dai libri
di viaggio dell'Ottocento e da numerosi atlanti. La
ricchezza e varietà di questo fondo librario rispecchiano
le sue tendenze bibliofile documentata da numerosi
repertori bibliografici e dizionari sette–ottocenteschi e da
pregevoli annali tipografici di Aldo Manuzio (Firenze,
Molini, 1873) agli Annali della Tipografia di Lorenzo
Torrentino (Firenze, presso Niccolò Carli, 1809) e quello
della tipografia Volpi Cominiana (Padova 1809). Il fondo
è conservato in una sala della Biblioteca così come furono
le sue volontà lasciate nel testamento: "in una
monumentale scaffalatura lignea". Al fondo Tassinari
appartengono anche le opere di altri studiosi: Giuseppe
Montani che a causa di dissesti finanziari dovette vendere
la sua biblioteca composta di duecento libri allo stesso
Tassinari e Antonio Pagni, prelato fiorentino.
Antonio Salvagnoli Marchetti
Il fascicolo
Antonio Salvagnoli Marchetti discende da una delle più
antiche famiglie di Empoli: la famiglia Salvagnoli.
Originari di Corniola, "un paesello di poche case sopra
una amena collina nei dintorni di Empoli", i Salvagnoli
alla morte di Isabella Marchetti, moglie di Niccolò
Salvagnoli, ne assunsero, come eredi, il nome. Antonio
Salvagnoli Marchetti era nato il 13 agosto 1810 ed era il
terzo dei figli del dottor Cosimo che fece parte della
Deputazione della Comunità di Empoli per rendere
omaggio nel 1791 al granduca di Lorena Ferdinando III.
Antonio si laureò in medicina, e condusse una vita da
studioso, pur seguendo il fratello Vincenzo nelle lotte e
nelle cure politiche. Fu deputato a Empoli e per la sua
attività nei pubblici uffici e per il sincero amore per la
patria fu nominato senatore del Regno. Autorevole
membro dei Georgofili, fu nominato dallo stesso governo
a capo di una commissione sanitaria incaricata di studiare
le condizioni igieniche della provincia grossetana e
pubblicò in quella occasione una "Statistica medica delle
Maremme toscane". Appassionato di scienze naturali nel
1835 scoprì e descrisse un ragno velenoso che volle fosse
chiamato Aranea Savi, in omaggio al suo amico Paolo
Savi, illustre naturalista. Numerose sono le sue
pubblicazioni soprattutto di statistica e scienze
economiche. Molti altri suoi lavori scientifici giacciono
inediti nell'archivio di famiglia. Il 28 luglio 1878 morì a
soli 67 anni e fu seppellito nel Cimitero della
Misericordia. Lasciò gran parte della ricca biblioteca di
Il foglio ottenuto dalla lavorazione della carta veniva
impresso dallo stampatore non pagina per pagina ma su
grandi fogli che venivano poi piegati in modo da formare
un fascicolo con un certo numero di pagine "foglio di
forma": ogni foglio era segnato sulla prima pagina con
una lettera così che tutti i fogli erano ordinati in ordine
alfabetico. L'alfabeto era composto da 23 segni posti
sempre nello stesso ordine. Ogni carta della prima metà
del fascicolo riportava sul recto la segnatura
corrispondente. La collocazione esatta delle pagine
all'interno del fascicolo era determinata da un'operazione
chiamata imposizione, mentre l'ordine dei fascicoli e dei
fogli all'interno di ciascun fascicolo dal sistema della
segnatura. Il riepilogo delle segnature era riportato alla
fine del testo, nel registro, e permetteva al legatore di
rilegare correttamente il libro una volta stampato.
Altro elemento caratteristico nella struttura del libro
antico è il richiamo. Apparso in Italia e Francia nella
metà dell' XI secolo consisteva nello scrivere alla fine di
ogni pagina le prime sillabe della successiva per facilitare
lo stampatore nell'imposizione, dato che le pagine non
erano sempre numerate.
gotico. Il predominio nei paesi tedeschi e in quelli
scandinavi della lettera gotica era dovuto all'influenza
degli scritti di argomento teologico piuttosto che
umanistico sostenuti dagli insegnamenti tomistici
all'università di Colonia e di teologia luterana a quella di
Wittemberg, due città che erano anche centri attivi della
stampa.
famiglia, consistente in 2500 volumi, alla Biblioteca
comunale di Empoli
Il convento dei Cappuccini
Il convento dei Cappuccini sorse nel 1608 su iniziativa di
un gruppo di facoltosi empolesi capeggiati da Benedetto
Giomi alla cui morte nel 1618 subentrò il figlio
Alessandro deceduto in mare l'anno successivo e
sostituito nel patronato dal granduca Cosimo II. Sulla
facciata, infatti, oltre alle insegne medicee ci sono anche
quelle dei Giomi. Nel 1867, soppresso il convento e
cacciati i frati, l'immobile divenne proprietà demaniale e
fu utilizzato come cimitero monumentale da parte delle
famiglie più facoltose che vi eressero le loro cappelle. I
libri della biblioteca del convento furono acquisiti dal
Comune di Empoli.
Nel fondo dei Padri Cappuccini, ora nella biblioteca
comunale, sono stati trovati numerosi volumi
appartenenti ad altri conventi dello stesso ordine, a
testimonianza della fitta rete di contatti che esisteva
nell'istituzione conventuale.
Il convento di Santa Maria a Ripa
Il carattere
Il Convento di S. Maria a Ripa fu fondato nel 1483. La
chiesa e il territorio circostante furono donati dalla
famiglia Adimari, molto influente, in tutto il 1400 e il
1500, sia sulla vita religiosa che su quella economica di
Empoli. Dopo la donazione degli Adimari i frati avevano
la loro dimora presso la chiesa in locali piuttosto piccoli.
Nel 1487 la chiesa fu ampliata con la costruzione della
sacrestia e il refettorio. Nel primo ventennio del 1500 la
chiesa viene abbellita e le cappelle acquisiscono i loro
patroni: S. Zanobi, Santa Lucia, San Donato, San
Lorenzo. La chiesa fino alla sua consacrazione nel 1540
era intitolata "Santa Maria delle Grazie". Della
costruzione del convento si sa poco. Tra il 1540 e il 1565,
quando era guardiano Padre Antonio Giannini da
Empoli, il convento si presentava ormai come una
struttura quadrangolare attorno al chiostro. A sud,
accanto all'orto erano state costruite le officine e al piano
superiore la prima biblioteca. Nel 1601 il pittore Lorenzo
Bonini fu incaricato di affrescare con episodi tratti dalla
vita di San Francesco le lunette del loggiato di facciata.
Entro il 1550 furono poste le colonne corinzie per
impreziosire la navata e furono costruite le edicole degli
altari su cui rimangono gli stemmi delle famiglie nobili
che patrocinarono i lavori: Malaspina, Marchetti,
Sandonnini, Cavalli. Fu proprio un esponente di questa
ultima famiglia, Padre Anton Francesco Cavalli,
guardiano del convento, che tra il 1640 e il 1656 fece
I primi libri a stampa, ancora per molti anni, mantennero
l'impostazione caratteristica del testo a due colonne, sul
modello degli antichi codici manoscritti. Anche il disegno
del carattere e l'impostazione del testo sul foglio doveva
essere molto simile a quello usato dagli amanuensi.
All'inizio del testo veniva lasciato lo spazio per poter
incidere o decorare il capolettera. Le lettere da stampare
erano fatte a mano e i primi stampatori cercavano di
ottenere, più che la chiarezza e leggibilità, la regolarità
delle singole lettere. Verso il 1480 si cominciò ad
apprezzare la superiorità dei libri stampati. Le lettere
erano conservate dagli stampatori nelle casse che
contenevano i caratteri tipografici divisi per lettera
dell'alfabeto. I caratteri vengono allineati lungo il
compositoio in modo da formare la riga da stampare. I
segni contenuti nelle casse dei compositori diminuirono:
dai 300 posseduti da Gutenberg agli 80 usati dai tipografi
alla fine del 1500. Dopo circa cinquant'anni dalla morte di
Gutenberg, avvenuta nel 1468, i principali tipi di carattere
erano la littera antiqua tonda o corsiva e quella gotica.
In Italia si diffuse maggiormente l'uso della littera antiqua
grazie a Aldo Manuzio che nel 1501 per i suoi libri
"tascabili" adottò un carattere, disegnato da un incisore e
tipografo bolognese Francesco Griffo, che fu denominato
corsivo o italico. Questo tipo di carattere ebbe molto
successo e fu presto imitato da numerosi stampatori sia in
adottare, dopo la morte di Aldo Manuzio il carattere
gotico.
La stampa
La stampa, cioè la riproduzione di un testo o figura
eseguita con mezzi meccanici si affermò in Europa verso
la metà del XV secolo.
Nel 1440 Johann Gutenberg, un orafo di Magonza, con la
stessa tecnica usata per incidere i metalli, inventò la
stampa a caratteri mobili. I caratteri combinati tra loro
formavano le parole, le frasi e le pagine intere.
Gutenberg adatta alla sua invenzione il torchio da vino.
Stringendo una vite con una barra di legno una tavola
scendeva comprimendo il foglio di carta contro i caratteri.
Per ottenere il formato desiderato per il libro, il foglio di
forma ottenuto era piegato più volte: per il formato in
folio, usato generalmente per i libri di studio il foglio era
piegato una sola volta ed aveva quattro pagine stampate,
per il formato in quarto (4°), due volte e otto pagine
stampate, per il formato in ottavo (8°) tre volte e sedici
pagine stampate fino a quelli più piccoli in 12°, 16°, 32° e
così via.
restaurare la cappella e il Convento che già da allora
assunse l'aspetto attuale. La «libreria» fu costruita da P.
Vincenzo Cipollini nel 1629 e gli ambienti furono arredati
da P. Cavalli che fornì anche i libri: "La libbreria … è
adornata di dodici ottangoli indorati, dove sono
l'Immagini dell'Apostoli divenuti due quadri di
conclusioni con cornici e venti ottagonali più piccoli di
fiorami e paesi. I banchi, scaffali, soffitta e catadra sono
di cipresso. I libri d'essa ascendono al numero di 1220. La
scuola è nella medesima libraria".
Nella seconda metà del secolo Santa Maria ospita
numerosi religiosi di elevata cultura P. De Terrinca e P.
Girolamo Stella di Livorno. Nel 1677 il Convento è
dichiarato studio di filosofia o seminario e nel 1686
addirittura studio di Teologia provinciale sostituendo la
sede di Livorno. Per tutto il 1700 gli interventi al
Convento sono soltanto di ordinaria manutenzione. Nel
1833 viene costruito il nuovo seminario cosiddetto
"quartiere Bargellini". Il seminario è però frequentato da
non più di 3 o 4 studenti e definitivamente chiuso nel
1836 quando viene aperto lo studentato di Pontassieve e
Prato.
Dopo le soppressioni del 1866 dello Stato Italiano, il
Convento, ad eccezione della chiesa e degli ambienti
adiacenti che rimasero di proprietà della parrocchia,
diventò di proprietà del Comune; il complesso fu poi
riacquistato dai frati nel 1882. Altre modifiche e
abbellimenti furono apportati alla chiesa e al convento nei
decenni successivi. Alcune sale del seminario furono
ristrutturate per ospitare una famiglia di suore della
congregazione Suore francescane missionarie del Cuore
Immacolato di Maria che dal 1942 dettero vita ad una
scuola materna. Dalla partenza delle suore nel 1992 i
locali sono stati destinati ad accogliere alcune associazioni
cattoliche: Terziari, Scout e Misericordia. La chiusura del
Convento nel 1994, prevista dall'Ordine per mancanza di
un numero sufficiente di religiosi, è stata revocata dalla
Curia fiorentina per conservare la più antica parrocchia
francescana istituita nella regione, che rimane a
testimonianza dell'Ordine dei Minori nelle terre empolesi.
mercato. Già nel 1700 si cominciò a produrre la carta dal
legno. La carta ricavata dalla paglia, dalle ortiche e dai
mughetti tentò di rimpiazzare quella ottenuta con gli
stracci. Nel XIX secolo la carta è costituita dalla cellulosa,
una componente del legno. Oggi i tronchi d'albero sono
triturati e ridotti in poltiglia e lavorati da macchine che
fabbricano la carta.
La carta
Glossario
Il problema di raffigurare su più esemplari gli stessi segni
o le stesse immagini fu affrontato con l'uso delle tavole in
legno inchiostrate per stampare testi e disegni incisi sul
legno. Questa tecnica che anticipò l'invenzione della
stampa fu favorita dall'introduzione della carta. La carta
fu scoperta dai cinesi all'inizio del II secolo d.C. Furono
gli Arabi che nell'anno 751 la diffusero nelle regioni del
Medio Oriente e da lì in Marocco, in Spagna e nel XII
secolo in Italia. Prima in Sicilia poi a Genova e a Venezia.
La prima cartiera italiana è quella di Fabriano nel 1276. I
cartai italiani diventarono presto molto famosi e
inventarono la filigrana come marchio distintivo di
fabbrica. La materia prima della carta erano gli stracci.
La coltivazione della canapa e del lino e la sostituzione
della tela alla lana aumentò l'uso degli stracci che
venivano sminuzzati e lasciati macerare in acqua saponata
dosata, in modo da ottenere un impasto denso. La pasta
veniva successivamente stesa su un telaio con fili metallici
(filoni e vergelle) con disegnata al centro la filigrana. Le
forme erano lasciate ad asciugare separate da dei feltri che
assorbivano l'acqua residua e poi stese su degli stenditoi. I
fogli venivano ricoperti da colla animale perché non
assorbissero, una volta asciugati, l'inchiostro e venivano
lisciati con una selce. In Italia le cartiere si diffusero
soprattutto in Liguria e a Venezia. Con la diffusione e la
produzione dei libri a stampa, la carta era sempre più
richiesta e gli stracci non bastavano a soddisfare il
Capolettera: lettera più grande delle altre incisa o
miniata.
Colophon: formula conclusiva nella quale il copista
fornisce informazioni su di sé e sulla copia eseguita: nome
del manoscritto, data, luogo. Nei primi libri a stampa il
titolo dell'opera e i nomi dell'autore e dello stampatore
continuano ad essere riportate alla fine del testo.
Compositoio: lamina di metallo su cui il compositore
allinea i caratteri per formare le linee.
Imposizione: collocazione esatta delle pagine all'interno
del fascicolo.
Registro: riepilogo delle segnature alla fine del testo.
Richiamo: prime sillabe della parola della pagina
successiva.
Scriptorium: nei conventi medievali era riservato alla
trascrizione dei manoscritti.
Segnatura: numero, lettera o segno indicante i un
volume la progressione dei gruppi di pagine che sono
stampate su un unico foglio, poi piegato e rilegato.
Mi è piaciuto di più……
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facce. Alla pergamena veniva data la forma di codice
(come il nostro libro). I testi sulla pergamena erano
copiati a mano sullo scriptorium. I monasteri e le
istituzioni ecclesiastiche che detenevano il monopolio
della cultura si occuparono della compilazione e la
copiatura dei libri. Furono così trascritte e tramandate
Bibbie, scritti dei padri della Chiesa, opere di matematica,
di medicina e astronomia.
I testi antichi manoscritti divennero un prodotto molto
richiesto sia dai principi laici che dal clero.
I supporti della scrittura
Le testimonianze fanno risalire a circa 3000 anni prima di
Cristo l'esigenza dell'uomo di trasmettere il proprio
pensiero in maniera duratura. I primi segni grafici furono
tracciati in epoca primitiva sulle pareti delle caverne e
sulle pietre. Gli antichi popoli del Mediterraneo usavano
per la scrittura tavolette d'argilla che venivano cotte
dopo essere state incise. I greci e i latini usarono le
tavolette di legno che potevano essere imbiancate o cerate
e sulle quali si scriveva a sgraffio. Su quelle cerate la
scrittura poteva essere cancellata e le tavolette potevano
essere utilizzate di nuovo. Le tavolette cerate furono usate
per molto tempo. Esse venivano unite insieme a formare
il codice detto dittico o trittico a seconda se era formato
da due o tre tavolette.
Le materie scrittorie più usate furono il papiro e la
pergamena. Il papiro è tra i materiali vegetali quello più
idoneo a ricevere la scrittura. In Egitto dallo stelo del
papiro si ricavavano strisce sottili che erano disposte una
accanto all'altra e essiccate al sole. I fogli ottenuti erano
arrotolati intorno a un bastoncino di legno o avorio detto
umbiculus che aveva pomelli sporgenti e formavano il
volumen. Il papiro fu usato dagli Egizi fin dal III
millennio a. C. e fu sostituito dalla pergamena.
Utilizzata nel Medioevo la pergamena è prodotta con
pelli di animali (agnello, pecora e capra), le quali venivano
macerate nella calce, raschiate e fatte seccare. Ben levigate
con pietra pomice potevano essere usate su entrambe le
Appunti
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Presentazione
La Biblioteca Comunale "Renato Fucini" presenta per la
prima volta ai cittadini di Empoli le preziose edizioni del
Cinquecento. Il fondo antico posseduto dalla Biblioteca è
costituito da circa 30.000 volumi. In occasione della
pubblicazione del catalogo delle Cinquecentine la
Biblioteca vuole far conoscere agli Empolesi il cospicuo
patrimonio, arricchito anche grazie ai lasciti di personaggi
illustri empolesi del secolo scorso.
La mostra didattica, rivolta soprattutto alle scuole, si
inserisce all'interno delle attività di promozione del libro e
della lettura ed è integrata da giochi didattici per stimolare
l'interesse dei partecipanti per il libro antico.
La mostra è divisa in tre sezioni che illustrano aspetti
diversi del patrimonio antico:
4. Storia del libro a stampa: lo studio dei diversi
formati, dei tipi di carattere, dei frontespizi con le
marche tipografiche e delle coperte.
5. La conservazione e il restauro: gli esemplari
danneggiati dai bombardamenti del 26 dicembre 1943.
6. I fondi della biblioteca: i personaggi e le istituzioni
che hanno contribuito alla formazione del patrimonio
antico.
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Presentazione I supporti della scrittura