Presentazione La Biblioteca Comunale "Renato Fucini" presenta per la prima volta ai cittadini di Empoli le preziose edizioni del Cinquecento. Il fondo antico posseduto dalla Biblioteca è costituito da circa 30.000 volumi. In occasione della pubblicazione del catalogo delle Cinquecentine la Biblioteca vuole far conoscere agli Empolesi il cospicuo patrimonio, arricchito anche grazie ai lasciti di personaggi illustri empolesi del secolo scorso. La mostra didattica, rivolta soprattutto alle scuole, si inserisce all'interno delle attività di promozione del libro e della lettura ed è integrata da giochi didattici per stimolare l'interesse dei partecipanti per il libro antico. La mostra è divisa in tre sezioni che illustrano aspetti diversi del patrimonio antico: 1. Storia del libro a stampa: lo studio dei diversi formati, dei tipi di carattere, dei frontespizi con le marche tipografiche e delle coperte. 2. La conservazione e il restauro: gli esemplari danneggiati dai bombardamenti del 26 dicembre 1943. 3. I fondi della biblioteca: i personaggi e le istituzioni che hanno contribuito alla formazione del patrimonio antico. I supporti della scrittura Le testimonianze fanno risalire a circa 3000 anni prima di Cristo l'esigenza dell'uomo di trasmettere il proprio pensiero in maniera duratura. I primi segni grafici furono tracciati in epoca primitiva sulle pareti delle caverne e sulle pietre. Gli antichi popoli del Mediterraneo usavano per la scrittura tavolette d'argilla che venivano cotte dopo essere state incise. I greci e i latini usarono le tavolette di legno che potevano essere imbiancate o cerate e sulle quali si scriveva a sgraffio. Su quelle cerate la scrittura poteva essere cancellata e le tavolette potevano essere utilizzate di nuovo. Le tavolette cerate furono usate per molto tempo. Esse venivano unite insieme a formare il codice detto dittico o trittico a seconda se era formato da due o tre tavolette. Le materie scrittorie più usate furono il papiro e la pergamena. Il papiro è tra i materiali vegetali quello più idoneo a ricevere la scrittura. In Egitto dallo stelo del papiro si ricavavano strisce sottili che erano disposte una accanto all'altra e essiccate al sole. I fogli ottenuti erano arrotolati intorno a un bastoncino di legno o avorio detto umbiculus che aveva pomelli sporgenti e formavano il volumen. Il papiro fu usato dagli Egizi fin dal III millennio a. C. e fu sostituito dalla pergamena. Utilizzata nel Medioevo la pergamena è prodotta con la conciatura di pelli di animali (agnello, pecora e capra), le quali venivano macerate nella calce, raschiate e fatte seccare. Ben levigate con pietra pomice potevano essere usate su entrambe le facce. Alla pergamena veniva data la forma di codice (come il nostro libro). I testi sulla pergamena erano copiati a mano sullo scriptorium. I monasteri e le istituzioni ecclesiastiche che detenevano il monopolio della cultura si occuparono della compilazione e la copiatura dei libri. Furono così trascritte e tramandate Bibbie, scritti dei padri della Chiesa, opere di matematica, di medicina e astronomia. I testi antichi manoscritti divennero un prodotto molto richiesto sia dai principi laici che dal clero. La carta Il problema di raffigurare su più esemplari gli stessi segni o le stesse immagini fu affrontato con l'uso delle tavole in legno inchiostrate per stampare testi e disegni incisi. Questa tecnica che anticipò l'invenzione della stampa fu favorita dall'introduzione della carta. La carta fu scoperta dai cinesi all'inizio del II secolo d.C. Furono gli Arabi che nell'anno 751 la diffusero nelle regioni del Medio Oriente e da lì in Marocco, in Spagna e nel XII secolo in Italia. Prima in Sicilia poi a Genova e a Venezia. La prima cartiera italiana è quella di Fabriano nel 1276. I cartai italiani diventarono presto molto famosi e inventarono la filigrana come marchio distintivo di fabbrica. La materia prima della carta erano gli stracci La coltivazione della canapa e del lino e la sostituzione della tela alla lana aumentò l'uso degli stracci che venivano sminuzzati e lasciati macerare in acqua saponata dosata, in modo da ottenere un impasto denso. La pasta veniva successivamente stesa su un telaio con fili metallici (filoni e vergelle) con disegnata al centro la filigrana. Le forme erano lasciate ad asciugare separate da dei feltri che assorbivano l'acqua residua e poi stese su degli stenditoi. I fogli venivano ricoperti da colla animale perché non assorbissero, una volta asciugati, l'inchiostro e venivano lisciati con una selce. In Italia le cartiere si diffusero soprattutto in Liguria e a Venezia. Con la diffusione e la produzione dei libri a stampa, la carta era sempre più richiesta e gli stracci non bastavano a soddisfare il mercato. Già nel 1700 si cominciò a produrre la carta dal legno. La carta ricavata dalla paglia, dalle ortiche e dai mughetti tenta di rimpiazzare quella ottenuta con gli stracci. Nel XIX secolo la carta è costituita dalla cellulosa, una componente del legno. Oggi i tronchi d'albero sono triturati e ridotti in poltiglia e lavorati da macchine che fabbricano la carta. La stampa La stampa, cioè la riproduzione di un testo o figura eseguita con mezzi meccanici si affermò in Europa verso la metà del XV secolo. Nel 1440 Johann Gutenberg, un orafo di Magonza, con la stessa tecnica usata per incidere i metalli, inventò la stampa a caratteri mobili. I caratteri combinati tra loro formavano le parole, le frasi e le pagine intere. Gutenberg adatta alla sua invenzione il torchio da vino. Stringendo una vite con una barra di legno una tavola scendeva comprimendo il foglio di carta contro i caratteri. Per ottenere il formato desiderato per il libro, il foglio di forma ottenuto era piegato più volte: per il formato in folio, usato generalmente per i libri di studio il foglio era piegato una sola volta ed aveva quattro pagine stampate, per il formato in quarto (4°), due volte e otto pagine stampate, per il formato in ottavo (8°) tre volte e sedici pagine stampate fino a quelli più piccoli in 12°, 16°, 32° e così via Il carattere I primi libri a stampa, ancora per molti anni, mantennero l'impostazione caratteristica del testo a due colonne, sul modello degli antichi codici manoscritti. Anche il disegno del carattere e l'impostazione del testo sul foglio doveva essere molto simile a quello usato dagli amanuensi. All'inizio del testo veniva lasciato lo spazio per poter incidere o decorare il capolettera. Le lettere da stampare erano fatte a mano e i primi stampatori cercavano di ottenere, più che la chiarezza e leggibilità, la regolarità delle singole lettere. Verso il 1480 si cominciò ad apprezzare la superiorità dei libri stampati. Le lettere erano conservate dagli stampatori nelle casse che contenevano i caratteri tipografici divisi per lettera dell'alfabeto. I caratteri vengono allineati lungo il compositoio in modo da formare la riga da stampare. I segni contenuti nelle casse dei compositori diminuirono: dai 300 posseduti da Gutenberg agli 80 usati dai tipografi alla fine del 1500. Dopo circa cinquant'anni dalla morte di Gutenberg, avvenuta nel 1468 i principali tipi di carattere erano la littera antiqua tonda o corsiva e quella gotica. In Italia si diffuse maggiormente l'uso della littera antiqua grazie a Aldo Manuzio che nel 1501 per i suoi libri "tascabili" adottò un carattere, disegnato da un incisore e tipografo bolognese Francesco Griffo, che fu denominato corsivo o italico. Questo tipo di carattere ebbe molto successo e fu presto imitato da numerosi stampatori sia in Italia che all'estero. Solo la Germania continuò ad adottare, dopo la morte di Aldo Manuzio, il carattere gotico. Il predominio nei paesi tedeschi e in quelli scandinavi della lettera gotica era dovuto all'influenza degli scritti di argomento teologico piuttosto che umanistico sostenuti dagli insegnamenti tomistici all'università di Colonia e di teologia luterana a quella di Wittemberg, due città che erano anche centri attivi della stampa. Il fascicolo Il frontespizio Il foglio ottenuto dalla lavorazione della carta veniva impresso dallo stampatore non pagina per pagina ma su grandi fogli che venivano poi piegati in modo da formare un fascicolo con un certo numero di pagine "foglio di forma": ogni foglio era segnato sulla prima pagina con una lettera così che tutti i fogli erano ordinati in ordine alfabetico. L'alfabeto era composto da 23 segni posti sempre nello stesso ordine. Ogni carta della prima metà del fascicolo riportava sul recto la segnatura corrispondente. La collocazione esatta delle pagine all'interno del fascicolo era determinata da un'operazione chiamata imposizione, mentre l'ordine dei fascicoli e dei fogli all'interno di ciascun fascicolo dal sistema della segnatura. Il riepilogo delle segnature era riportato alla fine del testo, nel registro, e permetteva al legatore di rilegare correttamente il libro una volta stampato. Altro elemento caratteristico nella struttura del libro antico è il richiamo. Apparso in Italia e Francia nella metà dell' XI secolo consisteva nello scrivere alla fine di ogni pagina le prime sillabe della successiva per facilitare lo stampatore nell'imposizione, dato che le pagine non erano sempre numerate. Il frontespizio è la prima pagina di un libro che contiene gli elementi identificativi dell'opera: autore, titolo, casa editrice. Nei libri antichi manoscritti il frontespizio manca e il titolo è generalmente scritto nell'incipit, cioè la prima o le prime parole del testo. Alla fine del Quattrocento quasi tutti i libri hanno un frontespizio che però non ha ancora l'aspetto attuale. All'inizio del XVI secolo ne troviamo, infatti, alcuni incompleti se si confrontano con i libri moderni. Molto spesso le indicazioni riguardanti l'edizione si ritrovano nel colophon, una sottoscrizione alla fine del testo che riporta il nome dello stampatore, la data e il luogo di stampa. Il frontespizio si afferma come elemento essenziale del libro solo nel 1500, o meglio fu Erhard Ratdolt, tedesco trapiantato a Venezia, che nel 1476 pubblicò il primo libro con un frontespizio. Nel corso del 1500 fu usato da tutti i tipografi e subì molti cambiamenti. La sua fortuna è da attribuire ad una serie di fattori: la crescente affermazione di individuare la paternità del libro, la funzione pubblicitaria affidatagli da editori e tipografi ma anche la necessità di distinguere, in un periodo di aumento della produzione, un libro dall'altro. Inizialmente molto ridotto, il titolo, nel corso del XVI secolo, si allunga oltre misura: gli editori con la preoccupazione di riempire tutta la pagina vi aggiungono anche le indicazioni sul contenuto dell'opera, le dediche a principi e molto spesso anche gli indirizzi delle tipografie. Nella seconda metà del 1500 la preoccupazione dei tipografi è quella di decorare il frontespizio. Si diffonde la moda delle cornici incise affidate ad artisti incisori veri e propri. Le cornici sono molto varie: spesso sono molto semplici e racchiudono una iscrizione che riempie la pagina oppure sono intorno a poche parole e sono molto decorative. I motivi sono anch'essi vari: stele con cornici di differenti forme e ornamentazione, portali affiancati da colonne e statue, cornici istoriate. Alla fine del XVI secolo il frontespizio è sempre più di frequente inciso e appaiono sempre più iniziali ornate e istoriate. Anche il ritratto dell'autore diventa insieme alla marca tipografica un elemento decorativo del frontespizio. La marca tipografica Tipica dei libri stampati nel 1500 l'insegna tipografica incisa, oltre ad essere un decoro ornamentale, ha anche un valore funzionale di salvaguardia dalle contraffazioni. Si presenta come una raffigurazione simbolica accompagnata alla maniera di un'impresa araldica e da un motto. In origine era un "marchio di fabbrica" come quello di tante altre imprese ed era posta di solito nell'ultima pagina bianca del libro. All'inizio del XV secolo passò dalla fine del volume anche, o soltanto, sul frontespizio. Essa diventa trascrizione figurata del cognome del tipografo: il grifone per Giovanni Griffio e per i francesi Gryphius, un guerriero che cavalca un lupo per i Cavalcalupo, il drago per Vincenzo Busdraghi oppure rappresentazione con significato allegorico come la fenice dei Giolito che rappresenta immortalità, la cometa della stamperia di Francesco e Giordano Ziletti che rappresenta «chiarezza di fama, virtù e potenza eterna». Le insegne tipografiche talvolta raffigurano il simbolo della città in cui le imprese lavorano: il giglio di Firenze, ad esempio, adottato per concessione di Luigi XI dai fiorentini come stemma della loro città, è da sempre la celebre marca dei Giunta. Anche gli stemmi araldici di alcune famiglie nobili sono usati come marche tipografiche: lo stemma mediceo usato da Lorenzo Torrentino che fu stampatore ducale e lo stemma dei Farnese di Set e Erasmo Viotti che furono anch'essi stampatori ducali a Parma. La più famosa marca tipografica del mondo è quella di Aldo Manuzio e dei suoi successori che comparve per la prima volta nel 1502 in un'edizione di poeti cristiani antichi. Della marca, raffigurante l'ancora con un delfino esistono varie versioni riconducibili all'ancora secca e a quella grassa. La secca, ottenuta con il solo contorno, è propria dei tempi di Aldo. La seconda rappresentata in modo plastico come arrotondata è stata usata dagli eredi. I simboli usati nell'insegna, il delfino e l'ancora rappresentano rispettivamente la celerità della intuizione insieme alla ponderatezza nel lavoro. La legatura Le caratteristiche tipologiche del libro antico non derivano solo dal processo produttivo legato alla tipografia ma anche e soprattutto dalla storia vissuta dai libri. La maggior parte delle legature dei libri antichi sono il risultato del suo consumo piuttosto che della sua produzione. Sono molto importanti per ricostruire la storia del singolo libro antico in rapporto a quella di altri con cui ha condiviso le stesse vicende. Le legature di ciascun fondo librario sono caratterizzate da particolari elementi che spesso permettono di stabilire l'appartenenza del libro ad una determinata famiglia, biblioteca o istituzione. Le legature dei libri antichi sono molto resistenti e di qualità superiore alle legature moderne. I primi libri sono legati da artigiani che ricoprono il dorso e i piatti, fatti di solidi e massicci assi di legno, con stoffe preziose soprattutto quando si tratta di libri di lusso che appartengono a personaggi illustri. In altri casi i libri sono rivestiti con le pelli di animale: marocchino o pergamena. I piatti sono decorati con fregi raffiguranti motivi floreali, stemmi di casate che sono impressi a secco o in oro con piccoli ferri e ripetuti più volte. Le legature più antiche presentano sui piatti fermagli metallici e borchie per proteggere la legatura stessa e molto spesso sono eseguite dai frati nei conventi in cui il libro veniva usato. Il titolo dell'opera può anche essere scritto sui tagli perché i libri erano conservati orizzontalmente uno sull'altro. La produzione delle opere classiche, ideata da Aldo Manuzio, in formati economici influenza anche l'aspetto fisico del libro: anche legature diventano più semplici e più economiche. Agli assi di legno si sostituiscono quelli in cartone ricoperti o da pelle, pergamena o da carta decorata. I libri stampati non erano legati dall'editore ma i fascicoli che venivano venduti sciolti erano ricoperti successivamente e secondo il gusto dell'acquirente. I fascicoli venivano cuciti con un filo che veniva fermato sul capitello, quasi sempre di due colori ed era anch'esso un elemento decorativo dell'esemplare. I tagli erano spesso decorati con uno o più colori e nei libri più preziosi erano in oro. Il titolo dell'opera e il nome dell'autore erano scritti a mano sul dorso oppure impressi a inchiostro o in oro su una etichetta applicata successivamente sul dorso. La conservazione La conservazione è un momento importante nella gestione del patrimonio librario. Conservazione è anche valorizzazione della storia delle raccolte librarie e dei contesti storici e culturali che le hanno prodotte. Il restauro è un momento importante nella conservazione del fondo. Ripristinare la vera funzione d'uso intervenendo sui documenti deteriorati dal tempo e dalle cattive condizioni ambientali non significa ricostruire ex novo utilizzando materiali moderni. Il restauro di un libro antico deve essere fatto salvaguardando soprattutto il valore dell'esemplare mantenendo il più possibile i materiali con cui esso è fatto. La ricostruzione delle legature e delle carte danneggiate deve sempre rispettare le caratteristiche con cui esso è sopravvissuto nei secoli. Conservazione, oltre che restauro, deve essere anche prevenzione e quindi controllo e conoscenza dei meccanismi che provocano il deterioramento del libro. La guerra Giovanni Marchetti Il 26 dicembre 1943 l'attacco degli americani e il bombardamento sulla città di Empoli provocarono distruzione e morte. Anche la biblioteca "Renato Fucini" fu colpita lievemente. I danni nella zona di via Cavour, sede della biblioteca, furono molto lievi rispetto a quelli di altre zone della città: solo tetti rotti e vetri delle finestre frantumati. Dalle finestre della sala Tassinari, la sala in cui è conservato tutto il patrimonio donato dallo studioso fiorentino, penetrarono alcune schegge di bombe che rompendo i vetri si conficcarono nei libri collocati negli scaffali vicino le finestre, provocando in più punti delle lacerazioni dall'alto verso il basso che tracciano la traiettoria dei proiettili. I libri sono stati conservati in questo modo per tutti questi anni a testimonianza di quell'evento tragico e distruttivo che fu la guerra. Nel 1998 alcuni di quei libri, le edizioni del 1500, sono stati restaurati allo scopo di ripristinare la funzione originale e di preservare ad un ulteriore deterioramento gli esemplari più pregiati. Gli interventi di restauro hanno interessato gran parte delle coperte e delle carte che erano completamente lacerate e non permettevano più al libro di aprirsi. I libri non restaurati saranno conservati negli stessi scaffali come testimonianza di quella tragica notte di Santo Stefano. Giovanni Marchetti, nato a Empoli nel 1753, fu uno dei più dotti ecclesiastici del suo tempo. Visse per molti anni a Roma dove studiò la filosofia e le scienze. Nel 1777 fu ordinato sacerdote e nel corso della sua carriera ecclesiastica fu investito di numerose cariche tra cui quella di arcivescovo d'Ancira. Fervido scrittore di opere teologiche, nel 1819 lasciò la sua biblioteca personale, collezionata con i risparmi di una vita, alla città natale. Il fondo, di circa diecimila volumi, ha posto le basi per la costituzione della biblioteca comunale "Renato Fucini". Morì nel 1829. Giuseppe Tassinari Giuseppe Tassinari nacque a Firenze il 3 settembre 1802. Trascorse la sua infanzia nei seminari, prima a Prato poi a Firenze dove viene educato allo studio delle lettere e ad amare la poesia. A diciotto anni si iscrive alla sezione giuridica dell'università di Siena anche se era profondamente attratto dalla letteratura: Foscolo, Shelley, Byron influenzarono notevolmente la sua giovinezza. Si trasferì all'università di Pisa e si laureò nel 1824. Viaggiò molto in Italia. Tornato in Toscana si ritirò nella villa di Poggio Ubertini e si dedicò allo studio scientifico e pratico della scienza agricola allo stesso modo di altri studiosi toscani, Cosimo Ridolfi e Antonio Salvagnoli Marchetti. Il fondo Tassinari è costituito da 9001 opere ripartite in 11.779 volumi e 1633 opuscoli e si caratterizza per una eterogeneità di composizione. Il suo amore per gli studi umanistici è testimoniato dalla numerosa presenza di opere di autori classici greci, latini, italiani e stranieri. Il suo amore per i viaggi è documentato dai libri di viaggio dell'Ottocento e da numerosi atlanti. La ricchezza e varietà di questo fondo librario rispecchiano le sue tendenze bibliofile documentata da numerosi repertori bibliografici e dizionari sette–ottocenteschi e da pregevoli annali tipografici di Aldo Manuzio (Firenze, Molini, 1873) agli Annali della Tipografia di Lorenzo Torrentino (Firenze, presso Niccolò Carli, 1809) e quello della tipografia Volpi Cominiana (Padova 1809). Il fondo è conservato in una sala della Biblioteca così come furono le sue volontà lasciate nel testamento: "in una monumentale scaffalatura lignea". Al fondo Tassinari appartengono anche le opere di altri studiosi: Giuseppe Montani che a causa di dissesti finanziari dovette vendere la sua biblioteca composta di duecento libri allo stesso Tassinari e Antonio Pagni, prelato fiorentino. Antonio Salvagnoli Marchetti Antonio Salvagnoli Marchetti discende da una delle più antiche famiglie di Empoli: la famiglia Salvagnoli. Originari di Corniola, "un paesello di poche case sopra una amena collina nei dintorni di Empoli", i Salvagnoli alla morte di Isabella Marchetti, moglie di Niccolò Salvagnoli, ne assunsero, come eredi, il nome. Antonio Salvagnoli Marchetti era nato il 13 agosto 1810 ed era il terzo dei figli del dottor Cosimo che fece parte della Deputazione della Comunità di Empoli per rendere omaggio nel 1791 al granduca di Lorena Ferdinando III. Antonio si laureò in medicina, e condusse una vita da studioso, pur seguendo il fratello Vincenzo nelle lotte e nelle cure politiche. Fu deputato a Empoli e per la sua attività nei pubblici uffici e per il sincero amore per la patria fu nominato senatore del Regno. Autorevole membro dei Georgofili, fu nominato dallo stesso governo a capo di una commissione sanitaria incaricata di studiare le condizioni igieniche della provincia grossetana e pubblicò in quella occasione una "Statistica medica delle Maremme toscane". Appassionato di scienze naturali nel 1835 scoprì e descrisse un ragno velenoso che volle fosse chiamato Aranea Savi, in omaggio al suo amico Paolo Savi, illustre naturalista. Numerose sono le sue pubblicazioni soprattutto di statistica e scienze economiche. Molti altri suoi lavori scientifici giacciono inediti nell'archivio di famiglia. Il 28 luglio 1878 morì a soli 67 anni e fu seppellito nel Cimitero della Misericordia. Lasciò gran parte della ricca biblioteca di famiglia, consistente in 2500 volumi, alla Biblioteca comunale di Empoli Il convento dei Cappuccini Il convento dei Cappuccini sorse nel 1608 su iniziativa di un gruppo di facoltosi empolesi capeggiati da Benedetto Giomi alla cui morte nel 1618 subentrò il figlio Alessandro deceduto in mare l'anno successivo e sostituito nel patronato dal granduca Cosimo II. Sulla facciata, infatti, oltre alle insegne medicee ci sono anche quelle dei Giomi. Nel 1867, soppresso il convento e cacciati i frati, l'immobile divenne proprietà demaniale e fu utilizzato come cimitero monumentale da parte delle famiglie più facoltose che vi eressero le loro cappelle. I libri della biblioteca del Convento furono acquisiti dal Comune di Empoli. Nel fondo dei Padri Cappuccini, ora nella biblioteca comunale, sono stati trovati numerosi volumi appartenenti ad altri conventi dello stesso ordine, a testimonianza della fitta rete di contatti che esisteva nell'istituzione conventuale. Il convento di Santa Maria a Ripa Il Convento di S. Maria a Ripa fu fondato nel 1483. La chiesa e il territorio circostante furono donati dalla famiglia Adimari, molto influente, in tutto il 1400 e il 1500, sia sulla vita religiosa che su quella economica di Empoli. Dopo la donazione degli Adimari i frati avevano la loro dimora presso la chiesa in locali piuttosto piccoli. Nel 1487 la chiesa fu ampliata con la costruzione della sacrestia e il refettorio. Nel primo ventennio del 1500 la chiesa viene abbellita e le cappelle acquisiscono i loro patroni: S. Zanobi, Santa Lucia, San Donato, San Lorenzo. La chiesa fino alla sua consacrazione nel 1540 era intitolata "Santa Maria delle Grazie". Della costruzione del convento si sa poco. Tra il 1540 e il 1565, quando era guardiano Padre Antonio Giannini da Empoli, il convento si presentava ormai come una struttura quadrangolare attorno al chiostro. A sud, accanto all'orto erano state costruite le officine e al piano superiore la prima biblioteca. Nel 1601 il pittore Lorenzo Bonini fu incaricato di affrescare con episodi tratti dalla vita di San Francesco le lunette del loggiato di facciata. Entro il 1550 furono poste le colonne corinzie per impreziosire la navata e furono costruite le edicole degli altari su cui rimangono gli stemmi delle famiglie nobili che patrocinarono i lavori: Malaspina, Marchetti, Sandonnini, Cavalli. Fu proprio un esponente di questa ultima famiglia, Padre Anton Francesco Cavalli, guardiano del convento, che tra il 1640 e il 1656 fece restaurare la cappella e il Convento che già da allora assunse l'aspetto attuale. La «libreria» fu costruita da P. Vincenzo Cipollini nel 1629 e gli ambienti furono arredati da P. Cavalli che fornì anche i libri: "La libbreria … è adornata di dodici ottangoli indorati, dove sono l'Immagini dell'Apostoli divenuti due quadri di conclusioni con cornici e venti ottagonali più piccoli di fiorami e paesi. I banchi, scaffali, soffitta e catadra sono di cipresso. I libri d'essa ascendono al numero di 1220. La scuola è nella medesima libraria". Nella seconda metà del secolo Santa Maria ospita numerosi religiosi di elevata cultura P. De Terrinca e P. Girolamo Stella di Livorno. Nel 1677 il Convento è dichiarato studio di filosofia o seminario e nel 1686 addirittura studio di Teologia provinciale sostituendo la sede di Livorno. Per tutto il 1700 gli interventi al Convento sono soltanto di ordinaria manutenzione. Nel 1833 viene costruito il nuovo seminario cosiddetto "quartiere Bargellini". Il seminario è però frequentato da non più di 3 o 4 studenti e definitivamente chiuso nel 1836 quando viene aperto lo studentato di Pontassieve e Prato. Dopo le soppressioni del 1866 dello Stato Italiano, il Convento, ad eccezione della chiesa e degli ambienti adiacenti che rimasero di proprietà della parrocchia, diventò di proprietà del Comune; il complesso fu poi riacquistato dai frati nel 1882. Altre modifiche e abbellimenti furono apportati alla chiesa e al convento nei decenni successivi. Alcune sale del seminario furono ristrutturate per ospitare una famiglia di suore della congregazione Suore francescane missionarie del Cuore Immacolato di Maria che dal 1942 dettero vita ad una scuola materna. Dalla partenza delle suore nel 1992 i locali sono stati destinati ad accogliere alcune associazioni cattoliche: Terziari, Scout e Misericordia. La chiusura del Convento nel 1994, prevista dall'Ordine per mancanza di un numero sufficiente di religiosi, è stata revocata dalla Curia fiorentina per conservare la più antica parrocchia francescana istituita nella regione, che rimane a testimonianza dell'Ordine dei Minori nelle terre empolesi. La legatura Le caratteristiche tipologiche del libro antico non derivano solo dal processo produttivo legato alla tipografia ma anche e soprattutto dalla storia vissuta dai libri. La maggior parte delle legature dei libri antichi sono il risultato del suo consumo piuttosto che della sua produzione. Sono molto importanti per ricostruire la storia del singolo libro antico in rapporto a quella di altri con cui ha condiviso le stesse vicende. Le legature di ciascun fondo librario sono caratterizzate da particolari elementi che spesso permettono di stabilire l'appartenenza del libro ad una determinata famiglia, biblioteca o istituzione. Le legature dei libri antichi sono molto resistenti e di qualità superiore alle legature moderne. I primi libri sono legati da artigiani che ricoprono il dorso e i piatti, fatti di solidi e massicci assi di legno, con stoffe preziose soprattutto quando si tratta di libri di lusso che appartengono a personaggi illustri. In altri casi i libri sono rivestiti con le pelli di animale: marocchino o pergamena. I piatti sono decorati con fregi raffiguranti motivi floreali, stemmi di casate che sono impressi a secco o in oro con piccoli ferri e ripetuti più volte. Le legature più antiche presentano sui piatti fermagli metallici e borchie per proteggere la legatura stessa e molto spesso sono eseguite dai frati nei conventi in cui il libro veniva usato. Il titolo dell'opera può anche essere scritto sui tagli perché i libri erano conservati orizzontalmente uno sull'altro. La produzione delle opere classiche, ideata da Aldo Manuzio, in formati economici influenza anche l'aspetto fisico del libro: anche legature diventano più semplici e più economiche. Agli assi di legno si sostituiscono quelli in cartone ricoperti o da pelle, pergamena o da carta decorata. I libri stampati non erano legati dall'editore ma i fascicoli che venivano venduti sciolti erano ricoperti successivamente e secondo il gusto dell'acquirente. I fascicoli venivano cuciti con un filo che veniva fermato sul capitello, quasi sempre di due colori ed era anch'esso un elemento decorativo dell'esemplare. I tagli erano spesso decorati con uno o più colori e nei libri più preziosi erano in oro. Il titolo dell'opera e il nome dell'autore erano scritti a mano sul dorso oppure impressi a inchiostro o in oro su una etichetta applicata successivamente sul dorso. La conservazione La conservazione è un momento importante nella gestione del patrimonio librario. Conservazione è anche valorizzazione della storia delle raccolte librarie e dei contesti storici e culturali che le hanno prodotte. Il restauro è un momento importante nella conservazione del fondo. Ripristinare la vera funzione d'uso intervenendo sui documenti deteriorati dal tempo e dalle cattive condizioni ambientali non significa ricostruire ex novo utilizzando materiali moderni. Il restauro di un libro antico deve essere fatto salvaguardando soprattutto il valore dell'esemplare mantenendo il più possibile i materiali con cui esso è fatto. La ricostruzione delle legature e delle carte danneggiate deve sempre rispettare le caratteristiche con cui esso è sopravvissuto nei secoli. Conservazione, oltre che restauro, deve essere anche prevenzione e quindi controllo e conoscenza dei meccanismi che provocano il deterioramento del libro. La più famosa marca tipografica del mondo è quella di Aldo Manuzio e dei suoi successori che comparve per la prima volta nel 1502 in un'edizione di poeti cristiani antichi. Della marca, raffigurante l'ancora con un delfino esistono varie versioni riconducibili all'ancora secca e a quella grassa. La secca, ottenuta con il solo contorno, è propria dei tempi di Aldo. La seconda rappresentata in modo plastico come arrotondata è stata usata dagli eredi. I simboli usati nell'insegna, il delfino e l'ancora rappresentano rispettivamente la celerità della intuizione insieme alla ponderatezza nel lavoro. La marca tipografica La guerra Tipica dei libri stampati nel 1500 l'insegna tipografica incisa, oltre ad essere un decoro ornamentale, ha anche un valore funzionale di salvaguardia dalle contraffazioni. Si presenta come una raffigurazione simbolica accompagnata alla maniera di un'impresa araldica e da un motto. In origine era un "marchio di fabbrica" come quello di tante altre imprese ed era posta di solito nell'ultima pagina bianca del libro. All'inizio del XV secolo passò dalla fine del volume anche, o soltanto, sul frontespizio. Essa diventa trascrizione figurata del cognome del tipografo: il grifone per Giovanni Griffio e per i francesi Gryphius, un guerriero che cavalca un lupo per i Cavalcalupo, il drago per Vincenzo Busdraghi oppure rappresentazione con significato allegorico come la fenice dei Giolito che rappresenta immortalità, la cometa della stamperia di Francesco e Giordano Ziletti che rappresenta «chiarezza di fama, virtù e potenza eterna». Le insegne tipografiche talvolta raffigurano il simbolo della città in cui le imprese lavorano: il giglio di Firenze, ad esempio, adottato per concessione di Luigi XI dai fiorentini come stemma della loro città, è da sempre la celebre marca dei Giunta. Anche gli stemmi araldici di alcune famiglie nobili sono usati come marche tipografiche: lo stemma mediceo usato da Lorenzo Torrentino che fu stampatore ducale e lo stemma dei Farnese di Set e Erasmo Viotti che furono anch'essi stampatori ducali a Parma. Il 26 dicembre 1943 l'attacco degli americani e il bombardamento sulla città di Empoli provocarono distruzione e morte. Anche la biblioteca "Renato Fucini" fu colpita lievemente. I danni nella zona di via Cavour, sede della biblioteca, furono molto lievi rispetto a quelli di altre zone della città: solo tetti rotti e vetri delle finestre frantumati. Dalle finestre della sala Tassinari, la sala in cui è conservato tutto il patrimonio donato dallo studioso fiorentino, penetrarono alcune schegge di bombe che rompendo i vetri si conficcarono nei libri collocati negli scaffali vicino le finestre, provocando in più punti delle lacerazioni dall'alto verso il basso che tracciano la traiettoria dei proiettili. I libri sono stati conservati in questo modo per tutti questi anni a testimonianza di quell'evento tragico e distruttivo che fu la guerra. Nel 1998 alcuni di quei libri, le edizioni del 1500, sono stati restaurati allo scopo di ripristinare la funzione originale e di preservare ad un ulteriore deterioramento gli esemplari più pregiati. Gli interventi di restauro hanno interessato gran parte delle coperte e delle carte che erano completamente lacerate e non permettevano più al libro di aprirsi. I libri non restaurati saranno conservati negli stessi scaffali come testimonianza di quella tragica notte di Santo Stefano. Giovanni Marchetti Giovanni Marchetti, nato a Empoli nel 1753, fu uno dei più dotti ecclesiastici del suo tempo. Visse per molti anni a Roma dove studiò la filosofia e le scienze. Nel 1777 fu ordinato sacerdote e nel corso della sua carriera ecclesiastica fu investito di numerose cariche tra cui quella di arcivescovo d'Ancira. Fervido scrittore di opere teologiche, nel 1819 donò la sua biblioteca personale, collezionata con i risparmi di una vita, alla città natale. Il fondo, di circa diecimila volumi, ha posto le basi per la costituzione della biblioteca comunale "Renato Fucini". Morì nel 1829. Giuseppe Tassinari Giuseppe Tassinari nacque a Firenze il 3 settembre 1802. Trascorse la sua infanzia nei seminari, prima a Prato poi a Firenze dove viene educato allo studio delle lettere e ad amare la poesia. A diciotto anni si iscrive alla sezione giuridica dell'università di Siena anche se era profondamente attratto dalla letteratura: Foscolo, Shelley, Byron influenzarono notevolmente la sua giovinezza. Si trasferì all'università di Pisa e si laureò nel 1824. Viaggiò molto in Italia. Tornato in Toscana si ritirò nella villa di moda delle cornici incise affidate ad artisti incisori veri e propri. Le cornici sono molto varie: spesso sono molto semplici e racchiudono una iscrizione che riempie la pagina oppure sono intorno a poche parole e sono molto decorative. I motivi sono anch'essi vari: stele con cornici di differenti forme e ornamentazione, portali affiancati da colonne e statue, cornici istoriate. Alla fine del XVI secolo il frontespizio è sempre più di frequente inciso e appaiono sempre più iniziali ornate e istoriate. Anche il ritratto dell'autore diventa insieme alla marca tipografica un elemento decorativo del frontespizio. Il frontespizio Il frontespizio è la prima pagina di un libro che contiene gli elementi identificativi dell'opera: autore, titolo, casa editrice. Nei libri antichi manoscritti il frontespizio manca e il titolo è generalmente scritto nell'incipit, cioè la prima o le prime parole del testo. Alla fine del Quattrocento quasi tutti i libri hanno un frontespizio che però non ha ancora l'aspetto attuale. All'inizio del XVI secolo ne troviamo, infatti, alcuni incompleti se si confrontano con i libri moderni. Molto spesso le indicazioni riguardanti l'edizione si ritrovano nel colophon, una sottoscrizione alla fine del testo che riporta il nome dello stampatore, la data e il luogo di stampa. Il frontespizio si afferma come elemento essenziale del libro solo nel 1500, o meglio fu Erhard Ratdolt, tedesco trapiantato a Venezia, che nel 1476 pubblicò il primo libro con un frontespizio. Nel corso del 1500 fu usato da tutti i tipografi e subì molti cambiamenti. La sua fortuna è da attribuire ad una serie di fattori: la crescente affermazione di individuare la paternità del libro, la funzione pubblicitaria affidatagli da editori e tipografi ma anche la necessità di distinguere, in un periodo di aumento della produzione, un libro dall'altro. Inizialmente molto ridotto, il titolo, nel corso del XVI secolo, si allunga oltre misura: gli editori con la preoccupazione di riempire tutta la pagina vi aggiungono anche le indicazioni sul contenuto dell'opera, le dediche a principi e molto spesso anche gli indirizzi delle tipografie. Nella seconda metà del 1500 la preoccupazione dei tipografi è quella di decorare il frontespizio. Si diffonde la Poggio Ubertini e si dedicò allo studio scientifico e pratico della scienza agricola allo stesso modo di altri studiosi toscani, Cosimo Ridolfi e Antonio Salvagnoli Marchetti. Il fondo Tassinari è costituito da 9001 opere ripartite in 11.779 volumi e 1633 opuscoli e si caratterizza per una eterogeneità di composizione. Il suo amore per gli studi umanistici è testimoniato dalla numerosa presenza di opere di autori classici greci, latini, italiani e stranieri. Il suo amore per i viaggi è documentato dai libri di viaggio dell'Ottocento e da numerosi atlanti. La ricchezza e varietà di questo fondo librario rispecchiano le sue tendenze bibliofile documentata da numerosi repertori bibliografici e dizionari sette–ottocenteschi e da pregevoli annali tipografici di Aldo Manuzio (Firenze, Molini, 1873) agli Annali della Tipografia di Lorenzo Torrentino (Firenze, presso Niccolò Carli, 1809) e quello della tipografia Volpi Cominiana (Padova 1809). Il fondo è conservato in una sala della Biblioteca così come furono le sue volontà lasciate nel testamento: "in una monumentale scaffalatura lignea". Al fondo Tassinari appartengono anche le opere di altri studiosi: Giuseppe Montani che a causa di dissesti finanziari dovette vendere la sua biblioteca composta di duecento libri allo stesso Tassinari e Antonio Pagni, prelato fiorentino. Antonio Salvagnoli Marchetti Il fascicolo Antonio Salvagnoli Marchetti discende da una delle più antiche famiglie di Empoli: la famiglia Salvagnoli. Originari di Corniola, "un paesello di poche case sopra una amena collina nei dintorni di Empoli", i Salvagnoli alla morte di Isabella Marchetti, moglie di Niccolò Salvagnoli, ne assunsero, come eredi, il nome. Antonio Salvagnoli Marchetti era nato il 13 agosto 1810 ed era il terzo dei figli del dottor Cosimo che fece parte della Deputazione della Comunità di Empoli per rendere omaggio nel 1791 al granduca di Lorena Ferdinando III. Antonio si laureò in medicina, e condusse una vita da studioso, pur seguendo il fratello Vincenzo nelle lotte e nelle cure politiche. Fu deputato a Empoli e per la sua attività nei pubblici uffici e per il sincero amore per la patria fu nominato senatore del Regno. Autorevole membro dei Georgofili, fu nominato dallo stesso governo a capo di una commissione sanitaria incaricata di studiare le condizioni igieniche della provincia grossetana e pubblicò in quella occasione una "Statistica medica delle Maremme toscane". Appassionato di scienze naturali nel 1835 scoprì e descrisse un ragno velenoso che volle fosse chiamato Aranea Savi, in omaggio al suo amico Paolo Savi, illustre naturalista. Numerose sono le sue pubblicazioni soprattutto di statistica e scienze economiche. Molti altri suoi lavori scientifici giacciono inediti nell'archivio di famiglia. Il 28 luglio 1878 morì a soli 67 anni e fu seppellito nel Cimitero della Misericordia. Lasciò gran parte della ricca biblioteca di Il foglio ottenuto dalla lavorazione della carta veniva impresso dallo stampatore non pagina per pagina ma su grandi fogli che venivano poi piegati in modo da formare un fascicolo con un certo numero di pagine "foglio di forma": ogni foglio era segnato sulla prima pagina con una lettera così che tutti i fogli erano ordinati in ordine alfabetico. L'alfabeto era composto da 23 segni posti sempre nello stesso ordine. Ogni carta della prima metà del fascicolo riportava sul recto la segnatura corrispondente. La collocazione esatta delle pagine all'interno del fascicolo era determinata da un'operazione chiamata imposizione, mentre l'ordine dei fascicoli e dei fogli all'interno di ciascun fascicolo dal sistema della segnatura. Il riepilogo delle segnature era riportato alla fine del testo, nel registro, e permetteva al legatore di rilegare correttamente il libro una volta stampato. Altro elemento caratteristico nella struttura del libro antico è il richiamo. Apparso in Italia e Francia nella metà dell' XI secolo consisteva nello scrivere alla fine di ogni pagina le prime sillabe della successiva per facilitare lo stampatore nell'imposizione, dato che le pagine non erano sempre numerate. gotico. Il predominio nei paesi tedeschi e in quelli scandinavi della lettera gotica era dovuto all'influenza degli scritti di argomento teologico piuttosto che umanistico sostenuti dagli insegnamenti tomistici all'università di Colonia e di teologia luterana a quella di Wittemberg, due città che erano anche centri attivi della stampa. famiglia, consistente in 2500 volumi, alla Biblioteca comunale di Empoli Il convento dei Cappuccini Il convento dei Cappuccini sorse nel 1608 su iniziativa di un gruppo di facoltosi empolesi capeggiati da Benedetto Giomi alla cui morte nel 1618 subentrò il figlio Alessandro deceduto in mare l'anno successivo e sostituito nel patronato dal granduca Cosimo II. Sulla facciata, infatti, oltre alle insegne medicee ci sono anche quelle dei Giomi. Nel 1867, soppresso il convento e cacciati i frati, l'immobile divenne proprietà demaniale e fu utilizzato come cimitero monumentale da parte delle famiglie più facoltose che vi eressero le loro cappelle. I libri della biblioteca del convento furono acquisiti dal Comune di Empoli. Nel fondo dei Padri Cappuccini, ora nella biblioteca comunale, sono stati trovati numerosi volumi appartenenti ad altri conventi dello stesso ordine, a testimonianza della fitta rete di contatti che esisteva nell'istituzione conventuale. Il convento di Santa Maria a Ripa Il carattere Il Convento di S. Maria a Ripa fu fondato nel 1483. La chiesa e il territorio circostante furono donati dalla famiglia Adimari, molto influente, in tutto il 1400 e il 1500, sia sulla vita religiosa che su quella economica di Empoli. Dopo la donazione degli Adimari i frati avevano la loro dimora presso la chiesa in locali piuttosto piccoli. Nel 1487 la chiesa fu ampliata con la costruzione della sacrestia e il refettorio. Nel primo ventennio del 1500 la chiesa viene abbellita e le cappelle acquisiscono i loro patroni: S. Zanobi, Santa Lucia, San Donato, San Lorenzo. La chiesa fino alla sua consacrazione nel 1540 era intitolata "Santa Maria delle Grazie". Della costruzione del convento si sa poco. Tra il 1540 e il 1565, quando era guardiano Padre Antonio Giannini da Empoli, il convento si presentava ormai come una struttura quadrangolare attorno al chiostro. A sud, accanto all'orto erano state costruite le officine e al piano superiore la prima biblioteca. Nel 1601 il pittore Lorenzo Bonini fu incaricato di affrescare con episodi tratti dalla vita di San Francesco le lunette del loggiato di facciata. Entro il 1550 furono poste le colonne corinzie per impreziosire la navata e furono costruite le edicole degli altari su cui rimangono gli stemmi delle famiglie nobili che patrocinarono i lavori: Malaspina, Marchetti, Sandonnini, Cavalli. Fu proprio un esponente di questa ultima famiglia, Padre Anton Francesco Cavalli, guardiano del convento, che tra il 1640 e il 1656 fece I primi libri a stampa, ancora per molti anni, mantennero l'impostazione caratteristica del testo a due colonne, sul modello degli antichi codici manoscritti. Anche il disegno del carattere e l'impostazione del testo sul foglio doveva essere molto simile a quello usato dagli amanuensi. All'inizio del testo veniva lasciato lo spazio per poter incidere o decorare il capolettera. Le lettere da stampare erano fatte a mano e i primi stampatori cercavano di ottenere, più che la chiarezza e leggibilità, la regolarità delle singole lettere. Verso il 1480 si cominciò ad apprezzare la superiorità dei libri stampati. Le lettere erano conservate dagli stampatori nelle casse che contenevano i caratteri tipografici divisi per lettera dell'alfabeto. I caratteri vengono allineati lungo il compositoio in modo da formare la riga da stampare. I segni contenuti nelle casse dei compositori diminuirono: dai 300 posseduti da Gutenberg agli 80 usati dai tipografi alla fine del 1500. Dopo circa cinquant'anni dalla morte di Gutenberg, avvenuta nel 1468, i principali tipi di carattere erano la littera antiqua tonda o corsiva e quella gotica. In Italia si diffuse maggiormente l'uso della littera antiqua grazie a Aldo Manuzio che nel 1501 per i suoi libri "tascabili" adottò un carattere, disegnato da un incisore e tipografo bolognese Francesco Griffo, che fu denominato corsivo o italico. Questo tipo di carattere ebbe molto successo e fu presto imitato da numerosi stampatori sia in adottare, dopo la morte di Aldo Manuzio il carattere gotico. La stampa La stampa, cioè la riproduzione di un testo o figura eseguita con mezzi meccanici si affermò in Europa verso la metà del XV secolo. Nel 1440 Johann Gutenberg, un orafo di Magonza, con la stessa tecnica usata per incidere i metalli, inventò la stampa a caratteri mobili. I caratteri combinati tra loro formavano le parole, le frasi e le pagine intere. Gutenberg adatta alla sua invenzione il torchio da vino. Stringendo una vite con una barra di legno una tavola scendeva comprimendo il foglio di carta contro i caratteri. Per ottenere il formato desiderato per il libro, il foglio di forma ottenuto era piegato più volte: per il formato in folio, usato generalmente per i libri di studio il foglio era piegato una sola volta ed aveva quattro pagine stampate, per il formato in quarto (4°), due volte e otto pagine stampate, per il formato in ottavo (8°) tre volte e sedici pagine stampate fino a quelli più piccoli in 12°, 16°, 32° e così via. restaurare la cappella e il Convento che già da allora assunse l'aspetto attuale. La «libreria» fu costruita da P. Vincenzo Cipollini nel 1629 e gli ambienti furono arredati da P. Cavalli che fornì anche i libri: "La libbreria … è adornata di dodici ottangoli indorati, dove sono l'Immagini dell'Apostoli divenuti due quadri di conclusioni con cornici e venti ottagonali più piccoli di fiorami e paesi. I banchi, scaffali, soffitta e catadra sono di cipresso. I libri d'essa ascendono al numero di 1220. La scuola è nella medesima libraria". Nella seconda metà del secolo Santa Maria ospita numerosi religiosi di elevata cultura P. De Terrinca e P. Girolamo Stella di Livorno. Nel 1677 il Convento è dichiarato studio di filosofia o seminario e nel 1686 addirittura studio di Teologia provinciale sostituendo la sede di Livorno. Per tutto il 1700 gli interventi al Convento sono soltanto di ordinaria manutenzione. Nel 1833 viene costruito il nuovo seminario cosiddetto "quartiere Bargellini". Il seminario è però frequentato da non più di 3 o 4 studenti e definitivamente chiuso nel 1836 quando viene aperto lo studentato di Pontassieve e Prato. Dopo le soppressioni del 1866 dello Stato Italiano, il Convento, ad eccezione della chiesa e degli ambienti adiacenti che rimasero di proprietà della parrocchia, diventò di proprietà del Comune; il complesso fu poi riacquistato dai frati nel 1882. Altre modifiche e abbellimenti furono apportati alla chiesa e al convento nei decenni successivi. Alcune sale del seminario furono ristrutturate per ospitare una famiglia di suore della congregazione Suore francescane missionarie del Cuore Immacolato di Maria che dal 1942 dettero vita ad una scuola materna. Dalla partenza delle suore nel 1992 i locali sono stati destinati ad accogliere alcune associazioni cattoliche: Terziari, Scout e Misericordia. La chiusura del Convento nel 1994, prevista dall'Ordine per mancanza di un numero sufficiente di religiosi, è stata revocata dalla Curia fiorentina per conservare la più antica parrocchia francescana istituita nella regione, che rimane a testimonianza dell'Ordine dei Minori nelle terre empolesi. mercato. Già nel 1700 si cominciò a produrre la carta dal legno. La carta ricavata dalla paglia, dalle ortiche e dai mughetti tentò di rimpiazzare quella ottenuta con gli stracci. Nel XIX secolo la carta è costituita dalla cellulosa, una componente del legno. Oggi i tronchi d'albero sono triturati e ridotti in poltiglia e lavorati da macchine che fabbricano la carta. La carta Glossario Il problema di raffigurare su più esemplari gli stessi segni o le stesse immagini fu affrontato con l'uso delle tavole in legno inchiostrate per stampare testi e disegni incisi sul legno. Questa tecnica che anticipò l'invenzione della stampa fu favorita dall'introduzione della carta. La carta fu scoperta dai cinesi all'inizio del II secolo d.C. Furono gli Arabi che nell'anno 751 la diffusero nelle regioni del Medio Oriente e da lì in Marocco, in Spagna e nel XII secolo in Italia. Prima in Sicilia poi a Genova e a Venezia. La prima cartiera italiana è quella di Fabriano nel 1276. I cartai italiani diventarono presto molto famosi e inventarono la filigrana come marchio distintivo di fabbrica. La materia prima della carta erano gli stracci. La coltivazione della canapa e del lino e la sostituzione della tela alla lana aumentò l'uso degli stracci che venivano sminuzzati e lasciati macerare in acqua saponata dosata, in modo da ottenere un impasto denso. La pasta veniva successivamente stesa su un telaio con fili metallici (filoni e vergelle) con disegnata al centro la filigrana. Le forme erano lasciate ad asciugare separate da dei feltri che assorbivano l'acqua residua e poi stese su degli stenditoi. I fogli venivano ricoperti da colla animale perché non assorbissero, una volta asciugati, l'inchiostro e venivano lisciati con una selce. In Italia le cartiere si diffusero soprattutto in Liguria e a Venezia. Con la diffusione e la produzione dei libri a stampa, la carta era sempre più richiesta e gli stracci non bastavano a soddisfare il Capolettera: lettera più grande delle altre incisa o miniata. Colophon: formula conclusiva nella quale il copista fornisce informazioni su di sé e sulla copia eseguita: nome del manoscritto, data, luogo. Nei primi libri a stampa il titolo dell'opera e i nomi dell'autore e dello stampatore continuano ad essere riportate alla fine del testo. Compositoio: lamina di metallo su cui il compositore allinea i caratteri per formare le linee. Imposizione: collocazione esatta delle pagine all'interno del fascicolo. Registro: riepilogo delle segnature alla fine del testo. Richiamo: prime sillabe della parola della pagina successiva. Scriptorium: nei conventi medievali era riservato alla trascrizione dei manoscritti. Segnatura: numero, lettera o segno indicante i un volume la progressione dei gruppi di pagine che sono stampate su un unico foglio, poi piegato e rilegato. Mi è piaciuto di più…… ____________________________________________ ___________________________________________ ____________________________________________ ____________________________________________ ____________________________________________ ____________________________________________ ____________________________________________ facce. Alla pergamena veniva data la forma di codice (come il nostro libro). I testi sulla pergamena erano copiati a mano sullo scriptorium. I monasteri e le istituzioni ecclesiastiche che detenevano il monopolio della cultura si occuparono della compilazione e la copiatura dei libri. Furono così trascritte e tramandate Bibbie, scritti dei padri della Chiesa, opere di matematica, di medicina e astronomia. I testi antichi manoscritti divennero un prodotto molto richiesto sia dai principi laici che dal clero. I supporti della scrittura Le testimonianze fanno risalire a circa 3000 anni prima di Cristo l'esigenza dell'uomo di trasmettere il proprio pensiero in maniera duratura. I primi segni grafici furono tracciati in epoca primitiva sulle pareti delle caverne e sulle pietre. Gli antichi popoli del Mediterraneo usavano per la scrittura tavolette d'argilla che venivano cotte dopo essere state incise. I greci e i latini usarono le tavolette di legno che potevano essere imbiancate o cerate e sulle quali si scriveva a sgraffio. Su quelle cerate la scrittura poteva essere cancellata e le tavolette potevano essere utilizzate di nuovo. Le tavolette cerate furono usate per molto tempo. Esse venivano unite insieme a formare il codice detto dittico o trittico a seconda se era formato da due o tre tavolette. Le materie scrittorie più usate furono il papiro e la pergamena. Il papiro è tra i materiali vegetali quello più idoneo a ricevere la scrittura. In Egitto dallo stelo del papiro si ricavavano strisce sottili che erano disposte una accanto all'altra e essiccate al sole. I fogli ottenuti erano arrotolati intorno a un bastoncino di legno o avorio detto umbiculus che aveva pomelli sporgenti e formavano il volumen. Il papiro fu usato dagli Egizi fin dal III millennio a. C. e fu sostituito dalla pergamena. Utilizzata nel Medioevo la pergamena è prodotta con pelli di animali (agnello, pecora e capra), le quali venivano macerate nella calce, raschiate e fatte seccare. Ben levigate con pietra pomice potevano essere usate su entrambe le Appunti _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ _______________________________ Presentazione La Biblioteca Comunale "Renato Fucini" presenta per la prima volta ai cittadini di Empoli le preziose edizioni del Cinquecento. Il fondo antico posseduto dalla Biblioteca è costituito da circa 30.000 volumi. In occasione della pubblicazione del catalogo delle Cinquecentine la Biblioteca vuole far conoscere agli Empolesi il cospicuo patrimonio, arricchito anche grazie ai lasciti di personaggi illustri empolesi del secolo scorso. La mostra didattica, rivolta soprattutto alle scuole, si inserisce all'interno delle attività di promozione del libro e della lettura ed è integrata da giochi didattici per stimolare l'interesse dei partecipanti per il libro antico. La mostra è divisa in tre sezioni che illustrano aspetti diversi del patrimonio antico: 4. Storia del libro a stampa: lo studio dei diversi formati, dei tipi di carattere, dei frontespizi con le marche tipografiche e delle coperte. 5. La conservazione e il restauro: gli esemplari danneggiati dai bombardamenti del 26 dicembre 1943. 6. I fondi della biblioteca: i personaggi e le istituzioni che hanno contribuito alla formazione del patrimonio antico.