OSSERVAZIONI
DI
CREANZE
UDENO NISIELI
AUTORE
Aggiuntevene alcune
DEL SIG. OSTILIO CONTALEGNI
E LA VITA DELL’AUTORE
DEL SIG. N. S. 1
All’Illustrissimo Sig. Conte, e Cav.
FILIPPO BENTIVOGLI
Primo Gentiluomo di Camera
della Serenissima
GRANDUCHESSA MADRE
In Firenze, alla Condot. Con L. de S.
ILLUSTRISS.MO SIG.RE IO
PADRON COLLENDISS.
[p. iij] Il Nome reverentissimo di V.S. Illustriss. risplende nel Cielo della Corte Toscana, fra
le stelle di primiera grandeza: perché a renderlo chiaro concorrono con la nobiltà del sangue
(che va al pari de’ più rinomati d’Italia) le principali virtù Cavalleresche, e Cristiane, di cui è
V. S. Illustriss. Adorna. Onde ò stimato lecito, il farmi ardito, d’onorare con li splendori di
quello, la nuova edizione, da me fatta, di questa Operetta; la quale, benchè piccola di mole, è
grande di virtù, come parto d’uno de’ maggiori ingegni, che sieno nel secolo presente vivuti in
questa [p. jv] fioritissima Città. Si degni adunque V. S. Illustriss. e che sotto i suoi auspicij si
ravvivi la memoria di questo gran Letterato, del quale m’è avvenuto il conseguirne succinte
sì, ma sincere notizie, le quali a benefizio pubblico espongo alla luce: e che si manifestino al
mondo, con sì fatti attestati, le obbligazioni, che ò contratte con la benigna protezione presa
già da V. S. Illustriss. di me, e di mia famiglia, nel tempo de’ miei maggiori infortunij, senza
minimo merito di mia precedente servitù; della quale adesso vivendone ambiziosissimo,
prendo questa occasione di rassegnarmi
Di V. S. Illiustrissima
Firenze 24. Giugno 1675.
Umil.mo Dev.mo & Obbl.mo Servo
Iacopo Sabatini
[p. V] Adm. Ren. P. Ionnes Maria de Cutignano Consultur S. Off. Florentiae videat pro P.
Reverendiss. Inquist. Gen. Flor. & referat &c.
Fr. Franc. Maria Vic. Gen. S. Off. Flor.
In questa Vita di m. Benedetto Fioretti, Lettere, & altre Aggiunte all’Osservazioni di Creanze,
da me rivedute, non si contiene cosa, che repugni alle Stampe. In fede scrissi di propria
mano.
Io Fr. Gio: Maria da Cutignano Consultore del S. Offizio.
Die 13. Iunij 1675.
Conceditur licentia imprimendi supredictum Opus.
Fr. Franc. Maria Vic. Gen. S. Off. Flor.
Matteo Mercati Avvocato d’ordine del Sereniss. Granduca di Toscana.
[p. vi]
(Ritratto di Benedetto Fioretti)
BENEDICTUS FLORETTUS,
Sacerdos Florentinus
mutato nomine
UDENUS NISIELI
ACADEMICUS APATHISTA
Etruscorum Criticorum
Facilè Princeps
[p. viij]
NOTIZIE
DI MESSER
BENEDETTO FIORETTI
Cognominato
UDENO NISIELI
DEL N. S.
2
La Contea di Vernio, posta dall’angolo settentrionale della Toscana, nella diogesi di Pistoia,
stivata entro i confini del Bolognese, e del Fiorentino, sottoposta nel dominio temporale, per
antico a’ Sig. Conti Alberti, oggi a’ Sig. Conti Bardi, ambedue nobiliss. prosapie fiorentine;
fu il suolo nativo di quel raro ingegno del nostro secolo, e gran critico de’ poetici sudori m.
Benedetto Fioretti: la di cui famiglia anzi esser venuta d’altronde, che ivi originata crederei,
per quanto si puo congetturare da ciò, che nel secolo passato si trova scritto, come uscito
dalla bocca d’un di essi, cioè* a Vernio, dov’io son nato, e dove nati e vivuti son tutti i miei
per il spazio [p. viij] d’oltre centro anni (*Car. Fioretti proem.). Devesi questa Casa annoverare
fra le primarie, più orrevoli, e riputate di quel contorno; mentre che ella fu eletta per egual
competitrice con quella degli Ottonelli; famiglia che gode il padronato di Fanano picciol
luogo, e contiguo a Vernio tra’l Pistolese, e la Carfagnana; che però dentro quei termini di
modestia conceduti nel parlar di se stesso per avvilir l’avversario eguale, si legge+ in
persona di uno di loro; come di patria, e di mancamento d’autorità, e d’oscurità di nome
simigliantiss. all’ Ottonelli, & c.cittadino di boschi sulle radici dell’Appennino, il mio
nascimento mi producesse. (+Car. Fioretti proe.). Di quivi traspiantata a Firenze à ricevuta
quella cultura d’onoranze cittadinesche, che sono solite a darsi à più meritevoli, a segno
d’essersi resa degna d’innestarsi con la stessa nobiltà. Imperocchè, essendo restata ultima la
Sig. Anna Laudomine di Benedetto di Francesco di Batista Fioretti, donzella ricca non solo di
quelle doti di natura, che l’animo, e’l corpo adornano; ma ancora di quelle, che diconsi [p.
jx] di fortuna (possedendo per retaggio de’ suoi maggiori un fondo di effetti stabili
ascendente al valore d’intorno a 20.m. scudi), anno per conseguirla, gareggiato molti de’più
nobili di sangue di questa patria; fra’ quali la divina providenza à preeletto il più giovane
d’anni, cioè il Sig. Baccio del Sig. Antonio Martelli, al quale pocanzi per legge matrimoniale
s’è ella unita. Il primo de’ Fioretti a mia notizia venuto, è un Fioretto (forse da cui
denominaronsi i discendenti) che vivendo colà vicino al 1480. è il ceppo per retto tramite di
tutta la casata; i posteri del quale per benefizio de’ Sommi Pontefici col mezzo di tre
successive renunzie, o risegne, anno goduta, e retta in quattro persone, cioè due Benedetti, un
Gio: Batista, e un Fioretto, per lo spazio di 150. anni la Pieve di S. Michele a Montecuccoli,
posta ne’ confini della diogesi fiorentina dalla parte del Mugello verso Vernio: il qual m.
Fioretto ultimo Piovano, morendo del 1650. diede luogo all’ordinaria collazione di essa col
solito pubblico concorso. [p. x] Di questa onorata progenie nacque il nostro m. Benedetto
l’anno 1579. in un luogo di essa Contea detto Mercatale (ove avevano i suoi l’antiche
abitazioni) nel giorno 18. d’Ottobre in Domenica alle tre ore di notte; e fu dopo due giorni
rigenerato col santo battesimo nella Pieve di S. Poto, levandolo dal sacro fonte Giuliano di
Batista Bernardi, della Città di Prato, e mado. Lucia Vangelista da Mercatale. Ebbe egli
quattro altri fratelli, il soprannominato m. Fioretto Piovano, m. Matteo Dottore, Pompeo
Sottocancelliere del monte di Pietà, e’l mentovato Francesco avolo della Signora Anna
Laudomia: e loro Padre chiamossi Gio: Battista (detto volgarmnete Batista) di Carlo d’un
altro Batista dell’antico Fioretto. Questo Giovan Batista fu fratello, non so se carnale, o
cugino, di quel Carlo Fioretti così celebre per l’Opera delle Considerazioni intorno ad un
discorso di Mess. Giulio Ottonelli da Fanano sopra ad alcune dispute dietro alla Gierusalem di
Torquato Tasso; la quale fu dettata [p. xj] dal Conte Piero del Conte Gio: de’ Bardi, e
pubblicata sotto nome del Fioretti, per esser suo coetaneo, conforme dimostrano le seguenti
parole* Ma in voi, &c. per la conformità degli anni, &c. per la più domestica servitù; (*Car.
Fioretti dedicat.) e forse se suo aiutante di studio, come giovane, che di poco passava il quarto
lustro, applicato alle lettere, e specialmente della Iurisprudenza nell’università di Bologna:
onde ben fu tagliata a suo dosso quell’Operetta; a cui, per riverenza del suo Signor naturale,
ebbe come eguale dell’Ottonelli, a prestare il nome, quantunque forse, secondo quello, che
per tradizione una volta potei comprendere, vi s’inducesse con sua repugnanza, o come
alieno dall’impegnarsi in contese, benchè litterarie, qual’era quella così famosa allora tra’
Signori Accademici della Crusca, e’ fautori del Tasso; o come non aderente affatto alle loro
opinioni, con inclinazione alle opposite di quella controversia. Quindi avvenne che m.
Benedetto nostra persona d’eminente talento, e ben fondato negli studi delle lettere umane, o
fosse [p. xij] per proprio istinto, o fosse per compiacere al zio, il sentimento più interno del
quale gli era noto, compose ancor giovane non so quali discorsi, ove, non mi sovviene, se da
scherzo, o da senno, agitavasi la già sopita quistione di precedenza fra l’Ariosto, e’l Tasso.
Ma come Fiorentino (allevossi egli, prima di venire a Firenze, dal fratello Piovano) non gli fu
permesso darla alle stampe interponendovisi l’autorità di chi stimò bene di non risuscitare la
lite su gli occhi di molti ancor vivi, che s’erano trovati alla primiera tenzone, con pericolo
d’inacerbirla. Successe poi che messer Pagolo Beni professor d’umanità nello studio di
Padova, ambizioso di gloria, tentò di rattaccar la battaglia dando alla luce l’anno 1613. un
suo libro; nel quale non si contentando di lodare gli Scrittori Italiani moderni, e di suo genio,
fece professione di espressamente biasimare gli Autori specialmente Fiorentini Padri della
Toscana favella, notando di errori in gramatica negli scritti loro, che della nostra lingua, e
delle vere regole del parlare sono il fondamento, [p. xiij] quei modi di dire, che, non intesi dal
suo cervello,sono gli ornamenti della stessa gramatica, e le gioie de’ loro componimenti.
Chiamò quest’opera il Beni col nome d’Anticrusca, acciocchè quel nobil Collegio d’eruditi
Signori, che dagli Autori da lui biasimati, il più bel fiore ne coglie, e per benefizio pubblico lo
riduce nel suo stimatissimo Vocabolario, prendendone la difesa, lo rendesse stimabile al
Mondo con le risposte: che però vedendo, che l’avergli bersagliati nel titolo del libro non
giovava al suo disegno; tentò ogni mezzo possibile, con ufizi di gran personaggi, perché da
così celebre Accademia s’accettasse la disfida. Ma eglino mossi da giustissimi motivi, che
non fa qui luogo di riferire, si fissarono di questa risoluzione di non gli rispondere, né
permettere, che altri a nome di essi rispondesse. Per la qual cosa m. Benedetto nostro, che di
già fatto Sacerdote abitava in questa città, osservata la noncuranza che del Beni faceva la
Crusca, stimò questa opportuna occasione d’impiegar fruttuosamente le fatiche sofferte
fin’ora [p. xiv] studi delle lettere Greche, e Latine, e Toscane in difesa di quell’idioma, e
degli Autori di esso, del quale, e per natura, e per arte gli era, e per professore, e Maestro,
servendogli in un’istesso tempo a dileguare dagli animi altrui quelle nebbie di sinistra
opinione, che fossero state da lui concepite per quei primieri discorsi soppressigli: e
compilatone in proprio nome una risposta assai sufficiente, e degna, chiamolla non senza
fondamento il Frullone dell’Anticrusca: e piacque sì agli amici suoi, che la videro, & in
particolare a m. Agnolo Monosini, che fu giudicata degna di vita: il perché volle il Monosini
portarla in tutti i modi all’Accademia, nella quale egli era ascritto, e fattala vedere a quei
Littirati di maggior nome s’ingegnò di persuadere che il Fioretti s’era meritato, che a spese
loro si desse la sua fatica alle stampe; mostrando, che ciò non era contro al primiero
proponimento, essendo un’atto di pura liberalità: col quale si darebbe animo all’Autore di
maggiormente impiegare il suo talento in onor della patria, & a prò dell’universale. [p. xv]
Fu il Monosini vicino ad ottener il suo intento; se il Segretario Bastiano de’ Rossi persona
d’autorità, e al quale molto deferivano gli altri, più come allievo del Cav. Lionardo Salviati
loro Fondatore, che per suo gran talento, non si fosse opposto; e certo non so con che
motivo; mentre che nel medesimo tempo l’Accademia scrisse lettere ringraziatorie a m.
Francesco Pescetti, con aggregarlo per gratitudine al loro Collegio; perché di Romagna, ove
era sua continua dimora, come amator della lingua Toscana, avea risposto nel medesimo
argomento al Beni; conforme al nostro Autore, che di gran peza meglio del Pescetti s’era
diportato: Tale però qual si fosse del Rossi il motivo per contrapporsi al parer del Monosini,
che pur buono dovette essere, fu seguitato dal resto dagli Accademici: che però non ebbe
ardire m. Benedetto di pubblicarlo a proprie spese, temendo non corresse questo secondo
parto, la sorte infelice del primo. Per questo avvenimento s’incominciò a generare nel Fioretti
una antipatia verso del Rossi, ch’e’ non potè veder [p. xvj] mai più con buon’occhio né lui,
né quello che usciva dalla sua penna, eziandio che non fosse d’intera sua fattura. Quindi
sputò tutto la stiza a contra di lui conceputa nell’Annotazioni al Vocabolario, delle quali
parlerassi più a basso.
Ma ritornando al primiero propositi, veduto da m. Benedetto l’infelice esito delle sue
prime fatiche, ne provò quell’interno dolore, che ciascheduno si può immaginare; reso però
animoso da quell’affetto paterno, che ciascuno porta alla sua cara prole; pensò di tentar
nuova strada per far sì, che i suoi sudori, rimossa ogni invidia, con applauso universale
potessero uscire alle stampe: e come bene addottrinato nell’arte oratoria, presa l’Ipotesi
della censura particulare, che per conto dell’Ariosto, e del Tasso nella prima sua opera si
conteneva, rivocolla alla Tesi d’una critica universale di tutt’i Poeti e Toscani, e Latini, e
Greci, facendovi nascere belle opportunità di trattare ancora le controversie della lingua, nel
suo Frullone di già agitate; e in questa maniera diede principio all’Opera [p. xvij]
famosissima de’ suoi Proginnasmi Poetici. A questo fine si pose a leggere con applicazione
particulare tutti gli Scrittori più rinomati de’ tre idiomi da lui posseduti; e giunse a segno
nella cognizione della facoltà poetica, che da’ professori era temuto per severo, come
conosciuto per giusto censore. Sconpartì quest’Opera in cinque Volumi, che, lui vivente, in
diversi tempi, e per mano di varij Stampatori di questa Città, uscirono al pubblico. Nella
fabbrica della quale usò un’arte sopraffine per conseguimento di quel concetto, che gli facea
d’uopo per esser creduto. Onde recusò di trattar le materie poetiche metodicamente; ma
elesse il discorrer di esse alla spezzata, chiamandola per questo Proginnasmi (quasi
preparatorij esercizi al poetare) con aver libero il campo, di riventilare le medesime cose
altra volta trattate, e condire delle stesse tutti i Volumi, senza biasimo suo, e noia de’ Lettori,
e senza mettersi in necessità di dar fuori le sue opinioni interamente, se non dopo di essersi
conciliata la fede, e l’applauso comune; a questo fine [p. xviij] ancora impresse copie de’
primi due volumi, perché la rarità eccitasse maggior appetito di essi, e maggiore stima; e
toccò ivi molto alla leggiera gli Scrittori Toscani in comparazione de’ Latini, e Greci, e
particolarmente s’astenne da’ biasimi aperti dell’Ariosto. Tacque il suo proprio nome,
nascondendosi a guisa degli antichi Pittori, dietro alla tela d’un finto, cangiandoselo non
senza imitazione di grandi, e celebri Scrittori; ma con maniera insiema nuova, né più
escogitata. Imperocchè né si valse dell’ordinario artifizio dell’anagramma; né di quello
(simile a quella sorte di gergo moderno detto lingua Ianadattica) nel quale si cangia il
proprio nome in un altro idioma che ritenga le prime lettere del primiero come fecero gli
Ebrei sotto il Regno de’ Greci per adulazione mutando, per esempio la denominazione + (+P.
Corn. In I.1. Mat.c.8.v.17.) di Iosue, o Iesu in quella di Iasone: né di quello col quale a’ secoli
addietro ambirono alcuni di riformare il proprio nome con la diminuzione o accrescimento di
qualche lettera per farlo di Cristiano [p. xix] diventar Gentile, trasformando Antonio v.g. in
Aonio; Giovanni in Gianno; Piero in Pierio: o con la mutazione di tutto’l nome in vocaboli
Greci, o Latini esprimenti il significato di esso; come sare Ciriaco per Domenico; Desiderio,
& Erasmo per Gherardo; Crinito per del Riccio; e come ultimamente à fatto Gio: Vettorio de’
Rossi Fiorentino chiamandosi con voci Greche Ianus Nicius Erythreus. Ma il Fioretti compose
un nome di voci tolte dalla lingua Ebrea, Greca, e Latina, col quale si esprimesse non il nome
che i parenti a loro beneplacito gli avevano posto; ma l’essenza di ciò ch’e’ faceva
professione, o pretendeva d’essere, o spacciar si voleva, cioè di spassionato censore, che à
per iscopo la pura verità; e non l’altrui autorità disgiunta dalla ragione. Si cognominò per
tanto Udeno Nisieli, che significa Di nessuno, se non di Dio mio: perché con la prima voce
greca !"#$%&', volle alludere a quel detto d’Orazio* (*lib. I. Epist. I. V.14.)
Nullius addictus iurare in verba Magistri.
[p. xx]da lui posto nella fronte de’ suoi Proginnasmi all’usanza de’ Legisti, che pongono
qualche morale, o sacra sentenza in principio de’ loro consulti, come indicativa di loro
procedere. E con l’altra voce a guisa dell’ippogrifo composta della parola Latina Nisi, e
della Ebrea Eli, volle alludere al concetto tolto dall’Ecclesiastico* (*cap. I. v.I.) Omnis
sapientia à Domino Deo est; del quale si servì in vece di quel d’Orazio nelle sue opere
morali: per dichiararsi, che non si obbligava a seguir la dottrina, e gl’insegnamenti d’alcuna
Scuola, o Accademia; volendo solamente seguitare ciò che gl’inspirasse la somma Verità: o
vogliamo dire, e forse sarà migliore esposizione; che nelle umane facoltà, tra le quali è la
poetica, non giurava nel magistero d’alcuna persona, da cui avesse imparato, essendo
ognuno sottoposto ad errare; ma solo nelle soprumane, e revelate, com’è la Fede, e la
Teologia, voleva obbligarsi, per essere insegnamenti di Dio, inconcussa, invariabile,
perpetua, e sola verità veridica. Chiamossi ancora, con questa medesima [p. xxj] intenzione
Accademico Apatista, cioè Spassionato; benchè la sua Accademia fosse ideale, e per
molt’anni avesse l’essere nella sua mente. Ma fatta negli ultimi tempi di sua vita, amicizia col
Sig. Agostino Coltellini (del quale per non offender la modestia, sendo ancora vivo,
tralascerò gli elogi dovutili) allora giovane studioso, e che in casa sua avea con altri Nobili,
e studiosi suoi coetanei, i quali davangli con la frequenza, animo dell’impresa, eretta una
privata Università fiorita per concorso di nobiltà, e letteratura d’ogni sorta; vennevi fra gli
altri, a’ preghi del medesimo fondatore il Fioretti, come vicino d’abitazione, stando amendue
nella contrada detta dell’Oriuolo; e fu eletto, dopo m. Benedetto Buonmattei pubblico Lettore
di lingua Toscana, alla carica di Priore, gradi proprio di chi è costituito capo di quella
università, & il Fioretti fu il quinto in ordine. E perché il Sig. Coltellini aveva avuto sempre
pensiero di subalternare alla sua Università un’Accademia più particulare, la quale si
ristringesse solo alle cose [p. xxij] litterarie, prese egli dal nostro m. Benedetto, con suo
consenso, e buona grazia il nome di Apatisti, facendovi l’impresa dello specchio piano, col
motto tolto da Dante* (*Pur. c. 33.) Che la figura impressa non trasmuta: Siccome avea fatto
avanti quella del Sole per l’Università col motto tolto dal Tasso* (c. 14.st.35.) Oltre i confini
ancor del Mondo nostro.
Né mancarono, secondo l’ordinaria sorte delle cose di pregio, chi allora contraddicendo per
modo di amichevol consiglio, tentasse dissuadere dal valersi di quel nome a noi forestiero, e
già adoperato per molto tempo dal Fioretti; ma in vano, difendendolo il Sig. Coltellini con
dire, che a lui non pareva si potesse migliorare, chiamandosi egli con gli altri di suo seguito
Spassionati, con la qual denominazione si dava animo a ciascuno in suo genere meritevole di
potervi aspirare, d’esser nel suo grado ben veduto, e trattato. E perché non s’acquietavano a
questi motivi gli oppositori, avendo di ciò preso animo di soggiungere, ch’ei [p. xxiij] la
poteva chiamare degli Spassionati, nome più intelligibile, & a noi più naturale, che quello d’
Apatisti: egli e per l’amicizia, e per la stima del Fioretti stette costante nella sua risoluzione;
conoscendo molto bene, che senza alcuno suo pregiudizio dell’onoranza di Fondatore
dell’Accademia sua, onorava un’Amico, e per l’età provetta e per la dottrina, e per la gravità
de’ costumi di quella venerazione ch’era m. Benedetto nostro, mettendolo a parte della
universal benemerenza, col dare il nome della sua imaginaria Accademia, a questa vera, e
reale di già fondata, e senza nome, la quale à sortito sin’ora tanto di favore, e di protezione
al Cielo, che à ottenuta più lunga vita di molt’altre Accademie, in questo secolo da varij
personaggi, e con appoggi migliori, secondo l’umana prudenza, fondate; le quali
incominciate dopo di lei (ancor viva col suo Fondatore) son nate, e morte in vita de’ loro
stessi Autori.
Conobbe m. Benedetto quanto d’onore gli veniva comunicato da così fedele Amico;
onde per segno di gratitudine [p. xxiv] gli dedicò i due Opuscoli, stampati in un sol
volumetto, cioè il Rimario, dove sono registrate tutte le voci Toscane, le quali possono essere
a onorevol poesia convenienti: e’l Sillabario, dove sono subordinate tutte le voci, le quali
comprendono una o più sillabe per comodo, e agevoleza di riempier il verso infino al suo
componimento: Et alcuni anni prima donò alla nuova, e real Accademia degli Apatisti il
quinto volume & ultimo de’ suoi Proginnasmi, che non era ancora dato in luce; il quale fu da
quel Collegio gradito, e pubblicato col dedicarlo al merito, e alla virtù del Sereniss. Principe
Leopoldo, oggi Cardinale, di Toscana. In quest’ultimo volume diede il Fioretti fuora l’intero
sentimento sopra l’opera immortale di Lodovico Ariosto tenuto nascoso per molto tempo;
sicchè a ragione, appresso de’ più sinceri Apatisti, à scemato m. Benedetto dall stima di
quell’apatìa, della quale con tanti apparati avea fatta fin’allora si grande ostentazione. Il
che, sendogli poi rappresentato dal medesimo [p. xxv] Coltellini con quella modestia, che la
disparità degli anni ricercava, e con quella maniera sincera, ch’è sua propria, aveva al
Fioretti così bene persuasa la verità, ch’egli si dichiarò d’esser pronto a moderarlo molto
dalle rigorose, pungenti, e troppo sottili, e ricercate censure di così nobile Autore, e cotanto
benemerito della nazione, e della lingua Fiorentina, ogni qual volta si porgesse occasione di
ristampar tutta l’Opera de’ suoi Proginnasmi.
Alcuni di fama non vulgare nella letteratura si sono assaimaravigliati, che fosse
permessa, e tollerata l’edizion di quest’ultimo Volume dell’Accademia della Crusca, seguita
per dir così in faccia di essa: fra’ quali uno è stato Monsù Giovanni Cappellano litterato
Franzese di quel grido, che ognuno sa, il quale in una sua lettere diede fuori la sua
ammirazione nel seguente modo. Ie me suis estonué en lisant ses Ouvrages de les voir
imprimés sous les yeux de l’Academie de la Crusca, sans quelle y ait fait d’opposition seules
sublimes eloges, quel y fait [p. xxvj] du Tasse, & les mepris, quel y fait de l’Arioste, des quels
le premier a esté tollement strapasse par elle, & le dernier mis en si digne place pour un des
Autheurs de la langue Toscane, quoy que cettuyci le convainque par mille exemples de
barbarismes, & de licences Fidenziennes de néstre rien moins que Toscan, &c. Al che si può,
per mio avviso, rispondere : che questa nobilissima Accademia, come quella, ch’è fondata
solamente per insegnar il più bel fiore della lingua agli amatori di essa, non s’arroga
l’autorità, nè di censurar tutte l’Opere stampate, nè di soprantendere all’edizione dell’Opere
altrui, che si stampano, o si compongono in Firenze (ma solo di quelli suoi Accademici, che
anche come tali le vogliono pubblicare) nè circa la dottrina, nè circa la lingua, lasciando
ognuno nel suo sentimento, nel qual abbonda, perché non si può proibire questa pessima
occupazion dell’uomo, d’opinare delle cose mondane a suo talento: che se censurò il Dialogo
del Pellegrini, o altri Autori, ebbe giusti motivi allora di farlo: & il [p. xxij] medesimo
avvenne nell’impedire al Fioretti nostro l’edizione de’ suoi primi perti: & in altri simiglianti
stretti casi l’è stato, e le sarà lecito, e conveniente, senza obbligo, ed impegno di far ciò
sempre, e con tutti: tanto più, che i Proginnasmi Poetici del Fioretti, come Opera universale,
non cadono in quelle strette contingenze degli aanoverati di sopra. Che s’e’ pareva molto a
proposito il far qualche dimostrazione contra’l Quinto Volume, ove ei s’è argomentato di
riprovare l’Ariosto per buono scrittore Toscano, quando la Crusca medesima si valè della
sua autorità in materia di lingua; si deve avvertire, che quell’eruditissima Assemblea nel
primo, e principal luogo si vale degli Antichi Scrittori appresso de’ quali è il fondamento, e la
sorgente della purità del parlare, & in tanto si serve de’ moderni in quanto per essi si
dimostra l’uso ancor vivo di ciò, che gli antichi anno detto per distinguerlo dal disusato, e
dimesso, e principalmente per supplire al mancamento d’autorità di voci, o loro significati,
non ritrovati per qualunque cagione, [p. xxiij] appresso gli antichi; che però si prevale
ancora dell’Opere del Seretario Fiorentino, del Guicciardini, e d’altri, i quali non sono di
pura dettatura; ma sono fra’ moderni i migliori, o i meno cattivi per dir meglio, rispetto agli
altri.
Tutto questo era stato molto bene ponderato, e preveduto a
principio da m. Benedetto, come s’è accennato; né a’ Signori Cruscanti giunse mai nuova
l’intenzion del Fioretti, conoscendo, che ognuno è padrone di pubblicare il suo parere, la
bontà, o cattività del quale è dal tempo dimostrata: anzi quei medesimi Accademici della
Crusca, che allora erano vivi (con la maggior parte de’ quali avea per sua virtù questo
valentuomo contratta amicizia) e molti di essi erano descritti in quella degli Apatisti, non
solo non sen’offesero punto, ma v’applaudirono; & in particulare uno di loro, e de’ più
affezionati alla lingua; & alle opinioni della Crusca, dettò la Dedicatoria di quel Quinto
Volume; e questi, s’io non ò frantese, fu m. Benedetto Buonmattei. Né il Fioretti sarebbe stato
[p. xxix] così semplice, se non avesse il tutto antevisto, di cimentarne l’edizione in questa
Città, e in vita sua: siccome non osò dare alle stampe l’Annotazioni fatte alla prima edizione
del Vocabolario anco dopo la morte del Rossi; nelle quali, se bene parla degli Accademici
con ogni sorta di riverenza, e di pregio, ritorcendo tutta la colpa de’ falli ivi notati sopra del
suo Antagonista, contuttociò la tenne sempre entro la clausura del suo domestico studio,
facendola di quando in quando a qualche suo amorevole, con bella, e non affettata occasione,
vedere: né volle confidarla ad alcuno; in fin di sua morte solamente consegnandola alla
sperimentata lealtà del Sig. Coltellini, col significrli essere, se a lui paresse, il suo desiderio,
che dopo sua morte fosse una volta stampata fuori d’Italia. Il che non è per anco seguito; né
credo succederà per la discreta prudenza di chi l’à in suo potere, sì in riguardo al buon nome
di m. Benedetto, che ivi è più appasionato contro del Segretario, di quello ch’egli medesimo
abbia voluto apparire al Mondo; [p. xxx]& in quello scambio a pregio maggiore dell’Amico
defunto à procurata l’edizione delle sue Aggiunzioni a Proginnasmi: aggiungasi il dovuto
rispetto a cotanto insigne Accademia (di cui egli è membro) la quale sa molto bene, che il suo
Vocabolario, nato gigante, come altri disse,* (*Fer. Longobard.) è anco fanciullo, e però à da
crescere, e perfezionarsi, nel qual’atto si dilegueranno, come ne’ figliuoli avviene, quelle
rughe, e quelle mende, che il Fioretti vi à scorte. Tanto più, che in mano di quei Signori i
quali più assidui sono al lavoro del Vocabolario, n’è pervenuta, come odo, non so come, una
copia, della quale se ne prevalgono nella revisione con accrescimento notabile, che si
prepara già è molt’anni, per la nuova edizione di esso: perché in fatti, levato quel po’
d’amarognolo cagionato dalla passione verso il Segretario Bastiano de’ Rossi, vi sono in
quel libro del Fioretti di belle erudizioni, e di ottime osservazioni, e di utili correzioni: e ben
gli potè riuscire; perché, come* (*Ian.Nie; Eryt.) altri scrisse di lui, in cognoscendis ac
percipiendis etrusce linguae [p. xxxj] divitijs, omnes ferè nervos aetatis industriaeque suae
consumsit.
Quindi è ch’egli avea composto il tanto sospirato Sinominario Toscano, del quale egli
fa menzione nel suo Rimario* (*Lett. A’ Lettori.). Dal predetto spoglio, fatto da esso per la
fabbrica del Rimario, n’abbiamo eziandio estrattti due altri opuscoli, un Sinonimario, e un
Sillabario. Quello (cioè il Sinonimario) contiene per moltissimi capiversi le dizioni, che nel
significato loro comprendono altre edizioni. Per esempio, al capoverso Scienza ne seguono
Dottrina, Virtù, Sapienza, Disciplina, e tutti gli altri sinonimi; Opera molto comoda, e
necessaria specialmente a’ professori dell’Eloquenza.
Questo Sinonimario insieme col Vocabolario della Crusca della prima edizione, alla sua
morte fu preso da Pompeo suo fratello: e si è perduto, non si sapendo ciò, ch’ei n’abbia fatto:
e’l simigliante sarebbe avvenuto al Vocabolario, se fra tanti gran personaggi, e valentuomini
che desideravano averlo, l’incomparabil diligenza del [p. xxxij] Sereniss. Principe Leopoldo
(non Gian Carlo, come altri* à scritto) (*Ian. Nic. Eryth.) non vi si fosse interposta, che avuto in
suo potere l’à comunicato all’Accademia della Crusca nell’occasione d’aver quei Signori con
più assiduità, che mai, riprese ultimamente le benimpiegate fatiche per l’aspettata nuova
edizione di esso. Sì come la medesima Altezza Sereniss. À fatto per la stessa ragione del
Vocabolario medesimo, del quale si serviva il Sig. Pietro Pietri, che ancor’egli, benche
Alemanno, intendentissimo della nostra lingua, vi avea poste in margine molte note, e
aggiunzioni. Questo del Fioretti invogliò molti per la fama delle aggiunte, e correzioni fattevi.
Et è vero ch’egli v’à accrsciute molte voci buone, e molte autorità di Scrittori: ma ivi non à
fatte altre correzioni, s’io non erro, che il cancellare tutti gli esempi e cavati dall’opere
dell’Ariosto, e dove verbigrazia nelle voci abbandonato, e abbeverato, e simili si dice
dall’Accademia addiettivo, à quella nota concellata, e postavi questa da participio: il che si
riduce a quistioni di no- [p. xxxiij] me: le correzioni di rilevo sono nell’opera sopraccennata
dell’ Annotazioni al Vocabolario; libro distinti da esso. Aveva ancora fatta una raccolta di
molte nobilissime, e non più ponderate Osservazioni Gramaticali per benefizio degli studiosi
della lingua; della quale nello stesso luogo* (* Rimar. Let. À Lett.) lascio scritte queste formali
parole. Un’ altra Operetta si ritrova in poter nostro; dove si notano tutte le terminazioni più
incognite, che occorrono spesso ne’ tempi de’ Verbi: se si dee dire Apri, o Aperse; Caggiono,
o Cadono; Teme, o Temette; con altri molti; segnate quivi le autorità de’ nostri antichi
Scrittori, & aggiunte alcune altre sustanziali osservazioni circa la nostra lingua da niun’altro
in fin qui, così a pieno poste in luce. O’ veduta di quest’Uomo una raccolta di Osservazioni
ridotta ne’ seguenti capi cioè.
1. Nomi sustantivi terminati nel numero plurale variamente in A. in E. in I. v.g. membra,
membre, membri.
2. Nomi addiettivi terminati in [p. xxxiv] CI. o in CHI. anche in GI. o in GHI. nel
numero plurale. v.g. Pacifici, Pacifichi.
3. Nomi numerali pospostial sostantivo numerato. v.g. anni quattordici.
4. Addiettivi numerali anteposti al sustantivo numerato, v.g. quattordici anni.
5. Imperativo regge talora gli affissi dinanzi a se, v.g. m’aspetta, per aspettarmi
6. Voci distinte con particular numero di sillabe appresso i poeti, v.g. suggezione, di
quattro sillabe.
7. Gerundi, o Participi in casi obliqui, se ricevano alcuni pronomi in casi retti o negli
obliqui, v.g. avendo egli detto, o avendo lui detto.
8. Subiuntivo persona prima, e terza singulare, v.g. Dolga, e Doglia.
9. Subiuntuvo pretèriti imperfetti in alcune voci delle persone terze plurali, v.g.
Deliberrebbono, per Delibererebbono.
10. Subiuntivo persona prima, seconda, e terza singulare appresso i poeti in rima v.g.
Invidie per Invidij
[p. xxxv]
11. Futuro dell’Indicativo persone singulari v.g. dicerò, dicerà, dicerete, per dirò, dirà,
direte ecc. Credo, che questa operetta sia quella descritta ne’ preallegati versi; onde,
perché non vada in oblivione, ò voluto qui registrarne più distinta memoria.
Ma quanto valoroso, ed esperto fu nella lingua Toscana, e nella critica altrettanto per
così dire fu inferiore nella latina, se abbiamo a credere al giudizio, che ne à fatto il
prefato monsù Cappellano, in questa forma: Par une Inscription, qui finit le cinquiesme a
la louange d’un Seigneur Florentin de Casa Pittigaddi peut estre son Patron, ie masume
qu’l estoit plus a la Critique, qu’a la composition latine. Contuttociò l’abilità del
censurare, che in lui predominava, gli aguzò la penna, e risvegliolli lo’ngegno a rivedere
il latino per la minuta ad un professore d’umanità di nazione Oltramontano per nome m.
Michele Enchelmanno; contro di cui compose una scrittura, che chiamò Lettera di Ser
Agresto Gastigamatti a m. Prisciano Gramatico; nelle quali così [p.xxxvj] bene abburattò
alcune sue composizioni latine rappresentate in recitamento da suoi scolari, che, s’io non
erro, fu per la vergogna il pover’uomo costretto a dipartirsi: opera in vero graziosa, e
piena di acutissimi concetti, e spiritose sferzate. Donde a mio credere è da cavarne una
profittevole, e pratica moralità per istarsene umili; giocchè Iddio, conoscitore della
nostra fraleza purtroppo inclinata a sollevarsi sopra a se stessa, ci distribuisce i talenti in
maniera, che, se non ci aduliamo, si conosce che
* (* Virg. Eclog. 8.) Non omnia possumus omnes: Non ostante questo e’ bisogna confessare,
soggiugne immediatamente lo stesso Cappellano, Quoy qu’il en soit cest un excellente
homme en son genre, & il fait honneur a sa Famille, & a son Pais. La critica dell’
Enchelmanno fu da lui fatta a petizione di m. Vincenzio Bruni professore di lettere Latine,
e Greche in questa Città, emulo del forestiero, e parziale amicissimo del Fioretti; il quale
ad istanza di esso Bruni diede alle stampe in varij Indici distribuito il Catalogo degli
Scrittori da [p. xxxvij] se studiati in tutte e’ tre le lingue, già fatto ad imitazione della
Biblioteca di Fozio; fatica che se fosse ridotta in un corpo, formerebbe un grosso volume.
Né infruttuosa gli riusciva l’assiduità della lezione; perche non solo* (*Ian. Nic. Eryth.)
Poetas omnes Graecos Latinos, & Etrusca lingua loquentes diligentissimè legerat, omnes
corum flores veneres, lepores collegerat ne’ suoi avversarij volgarmente detti spogli; da’
quali ridusse in un libro, ch’è nominò Aforismi sentenziosi, i detti de’ più accreditati
poeti volgari; onde gli disse estratti da cinque illustri Poeti Toscani, Dante, Petrarca,
Ariosto, Tasso, e Guarino: ma buona parte del tempo* (*idem) in sacrorum librorum
lectione collocabat, atque exercitatione studioque, tantum profecerat, ut omnium
peritissimus haberetur. Da questo fonte cavò quella utile moralità, e copiosa, che gli à
partorite tante belle Opere, restate manuscritte non avendo stampate di esse se non
minima particella: sì come dall’altro pescò le vaghezze, e le grazie, che seppe
acconciamente trasportare nelle sue com- [p. xxxviij] osizioni tanto di prosa che di verso:
e particolarmente delle sue rime si vede, ch’egli à saputo con lostudio, e con làrte vincere
la natura in lui pigra per altro al poetare. Quelle Liriche Poesie, che sono dietro al Terzo
Volume de’ suoi Proginnasmi sotto nome di Alcuni Accademici Apatisti, son tutte sue,
non ostante che dal quel titolo appariscano di più persone, avendole egli date fuori in tal
maniera, perché non giudicava decente, che alcune amorose, ma oneste, uscissero sotto
nome d’un Sacerdote: e per questo medesimo fine non volle porre il suo nome a quelle
fatte in istile Fidenziano, che sono stampate dietro alla prima parte degli Endecasillabi
Fidenziani di Ser Poi Iuniore. Onde il Signor Ostilio Cantalgeni ad istanza del quale si
contentò darle al pubblico, e non all’oblivione, come avea destinato, l’ebbe a stampar
dietro à suoi col nome di Fistula di Magnifico Ficardo Gymnasiarca del Musiello. Né si
dee defraudare questo Litterato del pregio e della gloria d’essere stato il primo in lingua
Tosca- [p. xxxix] na ad introdurre la poesia Ditirambica, come si vede nel suo bellissimo,
e ingegnosissimo Polifemo. La qual nuova poesia dal Sig. Alessandro Adimari insigne
poeta, e professor di lingua greca lodata con l’inventore con questo elogio:*(*Lett. Sopra i
Ditirambi) il far Ditirambi con voci composte, mi par cosa ingegnosa, e lodevole, e che
quei, che ne anno (per dir così) risuscitato lo stile, abbiano arricchito la nostra lingua
d’una poesia grata all’antica Grecia, &. Risvegliò ne’ SS. Carlo Marucelli, e Francesco
Maria Gualterotti il furor poetico all’imitazione; onde il primo dichiarandosi*(*Lett. dedic.
del I. Ditir.) che il calle è stato aperto; ed’esser il secondo a correr l’arringo col dire ò
cercato secondariamente di seguirlo, dedicò il suo quarto Ditirambo al nostro m.
Benedetto primo inventore, col far menzione del suo Polifeno. Gnatone dice egli (che tale
è quel Ditirambo) Parasito comediterenziano vien condotto dalla Musa Argiva, vestito,
quantunque straniero, d’abito nostrale per abboccarsi col suo ebrifestoso Ciclope, &c.
[p. xxxx] Di qui si scorge, che non ebbe fedeli relazioni chi scrisse, *(*Ian. N.c. Eryth.) che
il Fioretti lasciò di poetizare diffidato di poter divenir gran poeta, dopo aver tentato, che
cosa potea fare in simigliante facultà una, o due volte, semel in Macheronico, iterum in
Fidentiano faceto carmine; senza far punto di memoria, né delle Liriche, né delle
Ditirambiche sue poesie Toscane. Ma le Maccheroniche che sì come anco le Satiriche, nel
qual genere avea composte molte ottave, sono ite male. Perciò non posso né meno passar
sotto silenzio, quello che lo stesso dice quanto alla, pubblicazione dell’Opere del Fioretti:
reliqua, son sue parole, cum iam prompta atq; expedita haberet, ac propè in eo esset, ut
ederet, abductus est ab hac cogitatione à quodam vehementi divini Numinis afflatu, cuius
vi impulsus, in intimam ainimi sui fedem ingressus est, ibiq; omnibus alijs cogitationibus
facessere iussis, reputare secum ipsemet caepit, quam inanes essent nostrae contentiones,
quam stulta consilia, fragilesque spes omes, quas mors antea perverte- [p. xxxxj] ret, & in
ipso cursu obrueret, quam possent portum aspicere; quamq; nihil esset in hac misera, &
exigua vita, ob ingenij, & eruditionis famam, in omnium ore, atq; sermone versari. Itaq;
relictis in caeteris studijs, vitae suae tabernaculum in rerum coelestiù divinarumque
meditatione collocaverat, &. Perche i libri stampati da esso in vita sua mostrarono tutto
l’opposito. Nello stesso tempo ch’egli componeva i Proginnasmi dava mano alle
composizioni morali, delle quali il primo Tomo degli Esercizi diede alle stampe dopo il
Terzo Volume de’ Proginnasmi, susseguentemente le Osservazioni di Creanze, di poi gli
altri due Volumi di Proginnasmi, e pochi mesi avanti sua morte pubblicò due Opuscoli del
Rimario, e del Sillabario in un sol tometto, ove* (*lett. A’ lett.) (non conoscendosi così
presto mortale) dichiara qual sia delle altre non impresse la sua intenzione così. Molte
altre Opere abbiamo parte pubblicate al Mondo, e parte vicine alla pubblicazione;
desiderosi, e intenti d’occupar sempre il nostro intelletto in benefizio del [p. xxxxij]
prossimi, secondo il precetto di Dio, e il desiderio della Natura. E quali Opere fossero le
pubblicate dal seguente Catalogo chiaramente si scorge.
Opere
Di m. BENEDETTO FIORETTI
Stampate.
I.
Proginnasmi Poetici; in 4.
1 per il Pignoni 1620.
2
Vol. 3 per il Cecconcelli 1627.
4 per il Pignoni 1638.
5 per il Nesti 1639.
Aggiunzioni per l’onofri 1661.
lasciate dall’autore M S.
II.
Catalogo degli Scrittori da lui studiati; in 4.
Indice
1 Poeti, e Prosatori
Greci n. 62. Vol. I.
2 Poeti, e Prosatori
latini n. 113. V. 2:
3 Scrittori Latini
num. 206. Vol. 3.
4 Greci,
5 Latini, e
6 Toscani.
de’
Proginnasmi
Scrittori n.95. V.4
Scrittori n. 92. V. 5.
Scrittori n. 184. V. 1. degli Eserc. Morali
III.
IV.
V.
VI.
VII.
VIII.
Esercizi morali; in 4.
Volume 1. per il Landini 1633
Osservazioni di Creanza; in 12. per il Nesti 1633.
Rimario
in 12.
Sillabario
Per il Pignoni 1642.
Poesie Toscane; in 4. in fine del 3. Vol. de’ Proginnasmi
Poesie Fidenziane, in 12.
Fistula di Magistro Ficardo, &c. per il Missi 1641.
Manuscritte.
1. Esercizi Morali.
2.
Volume
3.
2.
3.
4.
5.
Ragionamenti Morali n. 21.
Sermoni Morali n. 15.
Lettere Morali n. 70.
Agone Morale discorsi 15.
[p. xxxxiv]
6. Religione Morale discorsi 2.
7. Documenti Morali.
8. Sommo bene Morale.
9. Aforismi Scientifici estratti da cinque illustri Poeti Toscani, Dante, Petrarca, Ariosto,
Tasso, Guarini.
10. Caletropoli, ove si ragiona delle Creanze, e per incidenza di molte altre spezialità.
11. Themata Scientifica.
Lasciolle tutte alla Ven. Congrega dello Spirito Santo
12. Postille al Vocabolario della Crusca della prima edizione.
13. Lettera di Ser Agresto Gastigamatti a m. Pisciano Gramatico.
14. Frullone dell’Anticrusca, risposta all’Anticrusca di m. Pagolo Beni.
15. Osservazioni Gramaticali.
16. Annotazioni alla prima Edizione del Vocabolario delli Accademici della Crusca.
17. Sinonimario Toscano
perduti.
18. Poesie Maccheroniche e Satiriche.
[p. xxxxv] Questa è in sustanza la verità, che m. Bendetto, come si vede, fu applicatissimo
agli studi, ne’ quali indefessamente s’affaticò dì, e notte, fino all’ultimo di sua vita, cavando
dagli Autori ch’ei leggeva sì profani, come sacri, quanto trovava appartenente a Gramatica,
Rettorica, Poetica, Critica, e Moralità, per servizio dell’una e dell’altra impresa, che avea
alle mani cioè delle materie poetiche, e morali. E cotanto affetto avea agli studi, che per
provedersi di libri, una volta vendè il bestiame di alcuni suoi beni, accrescendo, col ritratto,
notabilmente la sua libreria; la quale lasciò dopo sua morte alla sua Congrega, e fu venduta
a quell’acutissimo, e ingengoso Poeta del Sig. Pier Salvetti suo vicino d’abitazione, e suo
particolare amico. Né mancavano i suo più amorevoli di aiutarlo, non essendo litterato
alcuno nella Città, che non si reputasse a grande onore il poterlo servire alle occasioni della
prestanza di qualche libro. Et il Sig. Pieranton Guadagni il Vecchio della sua copiosissima
libreria gli cavava volentieri per [p. xxxxvj] mandarglieli fino a casa: i quali erano con
grandissima diligenza, da lui maneggiati, avendo cura di preservargli particolarmente da
ogni minimo neo di lesione anco nella coperta, rivoltandoli a questo effetto in candidissimi
sciugatoi.
Ma basti fin qui aver detto degli studi, e delle opere di questo valentuomo, passiamo a’
suoi costumi. Egli non fu di coloro, che logorano il tempo migliore della vita in cose mondane
& inutili, seguitando l’inclinazione, de’ malvagi affetti, scordati affatto di Dio, e della
Religione, e dell’anima propria, senza voltare gli occhi alle cose divine e celesti se non vicini
alla fine, o più là che * (* Dante Inf. I.) Nel mezzo del cammin di nostra vita: Posciache m.
Benedetto sul bel fiore degli anni si descrisse nella milizia Ecclesiastica, pigliando la prima
tonsura, e gli ordini minori nel ventiduesimo anno di sua età, servendo alla Pieve del Fratello
impiegato spicialmente nel servir le Messe, e ne’ bisogni & assistenza del Coro col canto, &
nel resto del tempo agli studi. In capo a [p. xxxxvij] quattro anni fu promosso all’Ordine del
Suddiaconato, e di poi seguentemente agli altri, avendo ottenuto l’Oratorio della Santissima
Concezione posto sotto la prelibata Pieve di Montecuccoli, di nuovo eretto, e dotato, credo
da’ suoi parenti. In questo stato fu di lodevol conversazione, e di approvati costumi, come a
Sacerdote si conveniva a sin da principio; né l’assiduità degli studi gl’impedì l’esercizio della
divozione, e degli atti religiosi secondo l’obbligo sacerdotale.
Egli era devotissimo del santo Sacrifizio della Messa; onde mentre fu in Firenze, dopo
aver celebrato (non lasciando giorno per altro non impedito senza la sua celebrazione) ne
udiva bene spesso dell’altre nella Chiesa Metropolitana detta comunemente il Duomo, e da
noi S. Maria del Fiore. Andava ogni sera alla Santissima Nunziata, e vi spendeva un’ora
d’orazione come è stato anco scritto da altri* (*Ian. Nic. Eryth.) Quotidie horam integram ad
sacram Deipare Virginus Annunciatae imaginem in attentissima eius myìterij aliorunque
contemplatione defixus [p. xxxxviij] conterebat: né tralasciò mai di visitare nella medesima
Chiesa quell’altra antichissima imagine, né meno devota, che la Madonna del soccorso si
chiama, facendo quivi limosina ad alcuni poveri vecchi, che anno sempre costumato di starvi.
Et in molte altre opere di pietà impiegava fruttuosamente il tempo, scompartito in maniera
fra Lia, e Rachele, delle lettere, e della divozione, che una non noiava in lui, né impediva
l’altra. Era esatto nelle cirimonie ecclesiastiche, e funzioni sacre, e godeva farle, e vederle
altrui praticare con diligenza. Fu ascritto de’ Confrati della Congregazione dello Spirito
Santo, e vi si affezionò talmente, senza lasciarne tornata, che volle essere nella loro chiesa di
S. Basilio sepolto,3 lasciandola erede della sua Libreria, e de suoi scritti, e d’un lascito
sufficiente per la celebrazione d’alcuni Vespri. Portava special riverenza alle immagini di N.
Sig. & a quelle più particolarmente le quali rappresentano nell’atto della umana Redenzione:
onde al Crocifisso di camera sua teneva continuamente una [p. xxxxix] lampanetta accesa.
Era affezionato agli animali accarezandoli, e tenendone cura in particolare de’ domestici: e
faceva buonissimo trattamento ad un Gatto soriano, che teneva in casa; a ciò movendosi per
questa ragione, cioè, che chi non ama le bestie, né meno ama gli uomini, onde, soggiungeva,
che i Beccai sono gente crudele, sanguinaria, e pronta agli omicidi, perché sono per ragion
del loro mestiero, avvezi ad incrudelir negli animali; verso de’ quali che è benigno,
maggiormente si dimostrerà tale col suo prossimo imagine dell’Altissimo Iddio.
Sua particolare avvocata era la penitente S. Maria Maddalena; & ogn’anno digiunava la
sua vigilia; nel qual giorno, essendosi una sera nell’Accademia degli Apatisti fatto un
Simposio, v’intervenne, per quanto intendo, anco m. Benedetto, e diede un saggio della sua
temperanza, con universale edificazione, trattenendovisi, conversando, senza pigliare più
quello, che comportasse la dovuta refezione. E benchè nell’aspetto sembrasse austero,
essendo di statura alta, di capello [p. l.] nero, di carnagione bronzina, di guardatura severa,
di volto burbero; era il condimento della conversazione, nella quale si mostrava giocondo,
trattabile, e grato a tutti; quivi, siecome negli stravizi si rallegrava modestamente senza
punto discapito della sua gravità naturale, sicchè, essendo desiderata sempre la sua
conversazione, per condenscendere all’altrui genio, senza curarsi dell’incomodo dell’età sua
grave, andò anch’egli a ritrovarsi con gli altri ad un Convito, che a Montui fece il Sig.
Bernardin Guasconi similmente Accadem. Apatista. Dormiva m. Benedetto assai sobriamente
in un letto, per dir così, a vento, fatto di sua invenzione. Era questo una tavola, che dalla
parte del capo posava sopra una cassa, e da piedi su due sgabelli, tenendola il giorno alzata
al muro, e la notte a diacere, come s’è detto, distendendovi sopra una sola materassa.
Venne egli all’ultimo periodo de’ suoi giorni d’età di sessantatre anni, troncadogli il filo
vitale una interna infirmità, che fu creduta dal Sig. Dot. [p. lj.] Gio: Nardi rinomatissimo
Fisico, per uno scirro della parte del fegato: morì il giorno 30. di Giugno 1642. quasi dal
vedere al non vedere: perché standosene egli a letto quella mattina, dopo terza andò a
visitarlo, com’era suo solito, frà gli altri Amici, il Signore Agostino Coltellini; e sentito da
due venerande donne, e attempate, che lo servivano, come era impedito, pigliando
un’argomento, andossene, e ritornato su l’avemaria, trovolle dirottissimamente piangendo,
dalli quali seppe come pocanzi rivoltatosi piamente verso di esse, e dato loro la benedizione,
placidamente era spirato.
Fu m. Benedetto Fioretti eccellentissimo nel suo genere, che però è scritto di lui* (*Ian.
Nic. Eryth.) In hoc omnia plane sunt hominis; nihil brutorum animalium, nihil monstri simile,
reperjetur: nullos amor, nulla cupiditas, nullae ineptiae; sed contra, multa gravitas,
continentia, varie exsquisiteq; litterae. Uscì della via ordinaria cangiandosi il nome con
singular maniera, & estrania, come pondera Monsù Cappellano Le nome de guerre du Sei [p.
lij.]gneur Benedetto Fioretti est tres enigmatiquement deguisé; & ie ne scay uily a exemple
dont tel compose, ches les Anciens, ni ches les modernes &c. Ma questo non gli pregiudica,
come soggiunse il medesimo, Mais une telle irregularité ne fati point de tort a la solidité de sa
doctrine, ni a l’elegance de son stil, ni a l’equité de sa Critique, qui divertit en enseignant &c.
dicendo altrove Le primier volume se son Ouvrage, qui par la solidité , & multiplicité de sa
doctrine ne pouvoit ester d’un ieune homme, fut publié des l’annee 162o &c. Il suo sapere
non era superficiale, ma ben fondato nella Erudizione sacra, e profana : perchè scores
diciotto volte la sacra scrittura dal principio al fine, solendone ogni giorno leggere
attentissimamente un capitolo: e vedde quasi tutti I SS. Padri. Per una grave infermità
parendogli di aver dimenticata la lingua Greca, la volle riveder da capo, facendosi da’
rudimenti. Assai valse nella lingua Toscana, ma s’io non erro, più gli parve di valere, che non
gli facea mestie- [p. liij.] re; credendosi lecite molte cose venne a comprovar il detto di chi
cantò* (*Petr. C, I.) Tal biasma altrui, che se stesso condanna; mentre in parlando, e’ n il
scrivendo si valeva di certe voci singulari, e nuovamente da lui inventate assai familiarmente,
che non riescono troppo grate alle orecchie di chie è avvezo alla delicateza d’un puro, e
natural parlare; come ipocritico, prosopopeizante, settimiracolosamensi, sofistizante, se non
per errore, in luogo di sofisticante, il che niegano i suoi parziali, & altre simili: Omniscio, e
Omnescio besticcio pretto Fridenziano: sparuteza che significa a quella deformità che viene
dall’essere minuto, e mingherlino, posta da lui per l’opposita, che risulta dall’esser troppo
pieno, e gonfio, e spiattellato nel volto. Tenne per fermo la z esser appresso di noi lettera
doppia, ingannadosi per esser tale appresso i Greci, e Latini, però non volle mai conformarsi
con l’uso in raddoppiarla; né volle intendere, o non gli sovvenne che i caratteri per loro
natura non avendo alcun valore a questo, o a quell’altro suono, se non [p. ljv.] quanto dagli
uomini è loro donato, si trasportano da un linguaggio ad un altro con diversissima potestà.
Usò con più felicità di lode, e d’imitazione, scriver’il primo le monosillabe del verbo Avere
senza l’h & in sua vece notarle con l’accento così ò à; come si segna l’è del verbo Essere.
Seguì l’esempio di Mons. Gio: della Casa nel disprezo di Dante, nel quale ciò l’antichità non
gli somministrò di vago, e di leggiadro, perche non l’aveva, stimò detto, non per uso del
secolo suo rozo, ma per arroganza, e troppa licenza del Poeta: errore ove cade ciascuno che
pretende con la misura delle usanze del tempo, nel quale egli vive, misurare i costumi dell’età
trapassate. Stimava la dettatura di Giovanni Villani; e solea dire, che chi si fosse ingegnato
senza affettateza di mutare di quell’Autore solo le antiche voci dimesse nell’equivalenti che
sono in uso, poteva ritenere con onore, e con decoro la di lui locuzione. Di queste, e di
simiglianti altre singularità s’invaghì più per altrui colpa, che per proprio di- [p. lv.] fetto;
essendo che ingannato dall’affetto di tal uno, specialmente di quei Preti della Congrega sua
meno periti, & poco intendenti, spiegava le vele della propria compiacenza, all’aura delle
lodi, che incautamente, e a viso aperto per simplicità gli donavano. Queste sono le macchie,
che ò saputo riconoscere nel chiarore delle commendabili prerogative di m. Benedeto
Fioretti: né l’ò volute dissimulare, raccotando io fatti, non tessendo i panegirici. Piccioli sono
questi nei, io lo confesso, e che forse in altri si ammirerebbono per virtù; e di questi ancora,
per la sua docilità si serebbe guardato, se sin da principio avesse saputo scegliersi a tempo
qualche consigliere discreto, e confidente fra tanti Amici ammiratori del suo talento: nel
numero de’ quali, oltre à sin qui sparsamente nominati, de’ principali furono Mons.
Vincenzio Rabatti Can. E Vic.Fior. poi Arcivescovo di Chieti in Regno: Mons. Pietro Paolo
Bonsi Can. Fior. poi Vescovo prima di Acerno, e dopo di Conversano in Regno; Mons.
Lionardo Dati Canc. e Vic. Fiorenti- [p. lvj.] no poi Vescovo di Montepulciano, il Sig. Can.
Girolamo Lanfredini poi Lettor publico della lingua Toscana, m. Gio: Targioni ornato di
lettere Greche e Latine, poi Canonico di San Lorenzo, m. Simone Leproni celebre umanista;
e’l Sig. Cav. F. Francesco Curradi, chiaro per la professione della pittura non meno, che per
la bontà della vita; il quale lo ritrasse, e ne sono due copie fatte di sua mano, una
nell’Accademia degli Apatisti, e l’altra nel celebre studio del Sig. Carlo Dati pubblico
professore d’Umanità, e lingua Greca nello studio Fiorentino, litterato di quel grido così
noto universalmente, sendosi cotanto avanzato nelle materie critiche, come si vede per le sue
opere; col quale il nostro Fioretti strinse negli ultimi anni una cordiale amicizia.
Dall’Originale di questi ritratti per opera del Sig. Ferdinando della Rena, in segno della
grata memoria, ch’ei tiene dell’amicizia d’un cotanto virtuoso, ricavò molto bene in piccolo
un perito, l’effigie sua postasi in principio. [p. lvij.] Ma sopra tutti onorò dopo morte la
memoria del fedel’Amico, e benemerito, il Sig. Can. e Cav. Gio: Guidacci, succedutogli
(dopo’l Sig. Pier Salvetti) nella carica di Granpriore dell’Università degli Apatisti, il quale,
benchè tardi, cioè dopo nove anni, celebronne le lodi ristrette in una eruditissima Orazione,
rammemorando, come mi vien detto, tutte le più cospicue, e più degne azioni del Fioretti.
Questo funebre discorso fu accompagnato da moltissimi, e de’ più valorosi Accademici, che
risvegliarono, nell’una, e nell’altra lingua, Le Muse a deplorare la perdeta d’Uomo così
benemerito della poetica facoltà: & al Diario dell’Accademia sta registrata la funzione in
questa guisa.
Il giorno 24. Settembre 1651 l’Illustrissimo Granpriore il Sig. Cav. e Can. Giovanni
Guidacci con molta eloquenza, & erudizione, e con applauso de’ veri Apatisti, e di coloro, che
sono amici della purità del miglior secolo, fece l’Orazione in lode della p.m. del Signor
Benedetto Fioretti, il quale a petizione [p. lviij.] del Signor Agostin Coltellini primo fondatore
dell’Università dette il nome d’Apatisti per l’Accademia. Se lesser altre composizioni vlgari
(vulgari), e latine tutte nel medesimo suggetto.
Di Messer Benedetto Fioretti à fatto menzione molto onorata Giano Nicio Eritreo nella
seconda parte della sua Pinacoteca n. 31. Cornelio Aspasio nella Biblioteca Aprosiana a car.
86.101.456. Il Sig. Iacopo Gaddi nel Libro de Scriptoribus non Ecclesiasticis a car. 33. ma
assai freddamente: & altri molti, che si registreranno con l’occasione della prima Opera di
suo, che si darà in luce.
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Fioretti Coltellini