Gestione Corretta Rifiuti
GCR
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Provincia di Parma
Piazzale della Pace 1
43100 Parma
28 febbraio 2008
Oggetto: Note preliminari relative allo Studio di Impatto Ambientale e
domanda di Autorizzazione Integrata Ambientale del progetto di “Pai-Polo
Ambientale Integrato per la gestione dei rifiuti nell’ATO di Parma ” proposto
dalla società Enìa Spa e depositato il 16 gennaio 2008
Le presenti note intendono presentare osservazioni inerenti il contenuto e le valutazioni dello Studio
di impatto ambientale (SIA) di cui all’oggetto relativo alla proposta di realizzazione di diversi
impianti di trattamento di flussi differenziati e indifferenziati di rifiuti urbani e speciali unitamente a
un nuovo impianto di incenerimento di rifiuti solidi urbani e rifiuti speciali assimilabili della
capacità nominale di circa 130.000 t/a che la società Enìa SpA intende realizzare a Parma.
Le stesse vengono presentate da Paolo Ferraroni, da Francesco Gaiani e da Antonio Restori a nome
proprio e del Coordinamento per la Gestione Corretta dei Rifiuti di Parma e provincia e da Marco
Caldiroli a nome del Centro per la Salute Giulio A. Maccacaro, via Roma 2, Castellanza (VA).
Le presenti note costituiscono osservazioni allo SIA presentato dalla società Enìa Spa e datato
agosto 2007, ai sensi del DPCM 27.12.1988 , DPR 12.04.1996 e s.m.i., L.R. 9/1999 come pure
osservazioni alla domanda di autorizzazione integrata ambientale (A.I.A.) ai sensi del Dlgs 59/2005.
Per comodità espositiva si tenderà a seguire la presentazione e l’articolazione delle diverse sezioni
dello SIA, evidenziano, per gli aspetti trattati in diverse sezioni, le relazioni reciproche come le
contraddizioni e/o le carenze riscontrate.
Antecedenti alla presentazione del progetto (capitoli introduttivi alla relazione generale di
progetto e ai quadri programmatico e progettuale del SIA)
Ci si sofferma su alcuni aspetti trattati nella introduzione allo SIA e in altri documenti connessi in
quanto di interesse generale per l’inquadramento della proposta in esame rispetto alla procedura di
valutazione di impatto ambientale.
1
Aderiscono al Coordinamento GCR:
Medici per l’Ambiente; Greenpeace di Parma; Amici di Beppe Grillo di Parma; Gruppo Famiglie Zona
Nord;Girotondi di Parma “Prendiamo la parola” ; Comitato NO all’inceneritore di Colorno-Comitato “No
all’inceneritore di Torrile”; G.A.S Terra Terra; Comitato Padano, Comitato Rione Colombo
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E.mail: [email protected]
per informazioni e contatti : Cinzia – 3463338756
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Il proponente, in sintesi, indica il progetto in esame come conseguente e incluso nel Piano
Provinciale di Gestione dei rifiuti approvato con Deliberazione del Consiglio Provinciale n. 32 del
22.03.2005.
Il proponente (v. Relazione tecnica di scoping del 11.07.2006, la Relazione generale di progetto;
l’introduzione sia del Quadro programmatico che del Quadro progettuale) evidenzia in particolare
che, dopo l’approvazione del PPGR suddetto, l’ATO ha espresso parere favorevole alla
realizzazione di un “impianto di smaltimento dei rifiuti urbani mediante termovalorizzazione” in
data 25.11.2005 (non è esplicitato se il parere vale anche per gli altri impianti inclusi nel PAI),
quindi il Consiglio Comunale di Parma ha approvato lo schema di accordo con Enìa per la
localizzazione e la realizzazione del PAI (delibera del 31.03.2006).
In successione si richiama l’avvio della fase di scoping (18.07.2006), l’approvazione dello stesso
con prescrizioni (delibera Provincia di Parma del 3.11.2006) cui segue la definizione del progetto
preliminare (20.03.2007) inviato al Comune di Parma che ha approvato la variante del piano
strutturale comunale (in soli sette giorni : 27.03.2007) e, da qui, l’avvio della procedura di VIA.
Il concetto è sintetizzato come segue “la realizzazione dell’intervento è ritenuta necessaria dal
PPGR e la sua localizzazione in prossimità dell’area SPIP è considerata ottimale dal Piano stesso”
(p. 86 Quadro programmatico).
In realtà, ad avviso di chi scrive, l’avvio del percorso che porta al progetto (e ne definisce i
contenuti) in questione è ancora precedente e si situa, perlomeno, alla convenzione tra (allora)
AMPS Spa e ATO del 27.12.2004 con la attribuzione (secondo Enìa) ad un unico soggetto di
“garantire lo smaltimento della totalità dei rifiuti conferiti per un periodo di dieci anni” .
In primo luogo Enìa afferma che “La proposta progettuale ha subito una evoluzione …. Nelle prime
proposte progettuali (2004) …” (p. 20 del Quadro progettuale), quindi ancora prima della
approvazione del PPGR. Enìa (AMPS) ha definito un progetto che è stato successivamente incluso
nel PPGR; se si pone attenzione a questo passaggio unitamente al fatto che Enìa definisce – di fatto
- le modalità operative della raccolta differenziata, come vedremo nel seguito, nonché la definizione
degli impianti logistici di attuazione del piano, e ancora “alla luce della possibile aggregazione
degli altri Comuni della Provincia verso l’unico Gestore Salvaguardato (Enìa)” (p. 57 del Quadro
progettuale)1 emerge che le scelte del PPGR appaiono fortemente condizionate dalla volontà e dai
programmi di Enìa, ancorché “fatte salve le decisioni di A.T.O.”.
In altri termini la frase sopra riportata andrebbe modificata come segue “la realizzazione
dell’intervento è ritenuta necessaria da Enìa e la sua localizzazione in prossimità dell’area SPIP è
considerata ottimale da Enìa stessa” .
1
Chi scrive non ha idea di cosa sia il Gestore Salvaguardato, nella delibera 5 dell’ATO si afferma di individuare (art. 3
bis) per ogni comune, la “Società Operativa Territoriale del Gestore” oggetto di esclusiva dei servizi individuati nella
convenzione con l’ATO
2
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E’ in questa prospettiva che va letta la assenza, nello SIA, di considerazione di alternative
all’impianto stesso (all’inceneritore in primis) e non in forza di decisioni assunte dagli enti pubblici
preposti.
L’attribuzione a un unico soggetto (Enìa sottolinea che attualmente serve l’83 % della popolazione
della provincia)2 ancor più su scala provinciale e extraprovinciale, della gestione della raccolta, del
recupero e dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, non rappresenta unicamente solo una
immotivata rinuncia dei poteri in capo agli enti pubblici locali (in primis i comuni) in materia ma il
modo per ridurre le possibilità in merito alla introduzione di efficaci modalità di raccolta, finalizzate
alla riduzione della produzione dei rifiuti (a partire dai conferimenti impropri) e alla raccolta
differenziata degli stessi.
Per l’esattezza è con la realizzazione il PAI (con l’impianto di incenerimento incluso) che Enìa
arriva a qualificarsi (in pratica) quale unico soggetto provinciale su (quasi) l’intera filiera della
gestione dei rifiuti.
Questo in quanto la Deliberazione dell’ATO (n. 5 del 16.12.2004) sulle integrazioni alla
convenzione gestione rifiuti esclude esplicitamente lo smaltimento, come oggetto della stessa
convenzione, come segue : “le parti si danno atto che il servizio affidato non è comprensivo dello
smaltimento e/o del trattamento di recupero-riciclaggio che il Gestore è comunque obbligato a
garantire, con proprie strutture e impianti o mediante conferimento a terzi autorizzati, nel rispetto
della pianificazione provinciale” (art. 3).
Si evidenzia anche che a una situazione di monopolio della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti
urbani si unisce anche la centralizzazione, in un unico sito per tutta la provincia, sia dei trattamenti
finalizzati all’avvio a valorizzazione come materiali delle singole frazioni raccolte come pure del
“recupero energetico” dei rifiuti “residui” si determina una maggiore difficoltà di controllo dei
flussi all’una o all’altra destinazione finale ovvero la possibilità che la predominanza del
“trattamento termico” finisca per convogliare carichi di rifiuti valorizzabili come materia al
recupero energetico. Separare le attività di gestione tra raccolta differenziata e smaltimento dei
rifiuti residui non può essere di per sé sufficiente ma aiuta ad evitare un incontrollato (e
irreversibile) passaggio dall’una all’altro. Un unico gestore (e un unico “polo”) rende
oggettivamente più difficoltoso il controllo della corretta allocazione dei diversi flussi dei rifiuti,
perlomeno ove non si voglia semplicemente delegare/appaltare un servizio ma controllare e regolare
una importante attività socio-economica pubblica.
Senza entrare in un merito “filosofico” sulla finalità, il contenuto e le modalità procedurali si
rammenta (per limitarci alle disposizioni regionali) che
Art. 1 Finalità
(…)
2
Con la relativa catena di subappalti : “il servizio di raccolta e di trasporto rifiuti di ogni CLP sarà effettuato da ditte
esterne, sotto il controllo di Enìa” (p. 32 Relazione Generale).
3
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2. La valutazione di impatto ambientale ha lo scopo di proteggere e migliorare la salute e la
qualità della vita, mantenere la varietà delle specie, conservare la capacità di riproduzione degli
ecosistemi e garantire l'uso plurimo delle risorse e lo sviluppo sostenibile. A tal fine per i progetti
individuati negli allegati A1, A2, A3, B1, B2 e B3 sono valutati gli effetti diretti ed indiretti
sull'uomo, sulla fauna, sulla flora, sul suolo, sulle acque, sull'aria, sul clima, sul paesaggio, sui
beni materiali e sul patrimonio culturale ed ambientale e sull'interazione tra detti fattori.
3. Le procedure disciplinate dalla presente legge hanno lo scopo di prevedere e stimare l'impatto
ambientale di impianti, opere o interventi, di identificare e valutare le possibili alternative,
compresa la non realizzazione degli stessi, di indicare le misure per minimizzare o eliminare gli
impatti negativi.
(…)
ALLEGATO C - CONTENUTI DEL S.I.A. RELATIVO A PROGETTI DI CUI ALL'
ARTICOLO 11, COMMA 1
e) l'esposizione dei motivi della scelta compiuta anche con riferimento alle principali soluzioni
alternative possibili di localizzazione e di intervento, compresa quella di non realizzare l'impianto,
l'opera o l'intervento, tenendo conto dell'impatto sull'ambiente;
(L.R 9/1999 .Emilia Romagna)
Si richiamano queste precise e inequivocabili affermazioni che estendono, nell’ambito della
procedura (non necessariamente quale contenuto dello SIA), la valenza delle alternative da
considerare (non solo localizzative, peraltro qui comunque escluse, o tecnico-progettuali) per
quanto verrà segnalato in queste note in merito – per esempio – alla necessità di valutare alternative
tecniche anche sull’impianto di preselezione (TMB) finiscono per coinvolgere – se correttamente
svolte – anche l’inceneritore presentato come “appendice” di quest’ultimo.
Non parliamo neppure di “opzione zero” ma di necessità di valutazione delle alternative anche su
alcuni degli impianti previsti nel PAI ed in particolare quelli a servizio dell’inceneritore.
Si chiarisce fin da subito che non interessa, a chi scrive, discutere di alternative tra forme di
incenerimento diverse (dai forni a griglia, come scelto nel PAI, ad impianti a letto fluido, pirolisi
e/o le diverse forme di gassificazione) in quanto l’attenzione è concentrata sulla necessità o meno
(sulle alternative o meno) della combustione dei rifiuti.
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Quadro programmatico
Quanto appena detto in merito al monopolio (o quasi) nella gestione dei rifiuti da parte di Enìa in
provincia di Parma come pure della insindacabilità delle decisioni già prese in merito al PAI, spiega
anche la estrema sinteticità dello sviluppo nel quadro programmatico degli aspetti che dovrebbero
essere di maggiore interesse e approfondimento nel suddetto quadro, ovvero il quadro normativo
(nazionale e regionale) e gli atti di programmazione (regionale, provinciale, comunali). A questi
temi il SIA dedica solo 5 pagine, e ciò, al di là dei contenuti esplicita che secondo il proponente non
vi è alcuna utilità di riconsiderare il quadro in cui si situa l’impianto e, dunque, la sua presunta
ineluttabilità e necessità.3
Vi è solo da sperare che tale atteggiamento non sia condiviso dall’ente responsabile della procedura
di VIA (e di AIA) come pure degli altri enti che devono esprimere pareri, ma tale speranza è
certamente vana in quanto si tratta, per lo più, di enti che hanno già espresso con atti ben definiti
l’assenso a tale progetto negli obiettivi e nella forma proposta da Enìa.
L’impianto viene presentato come iniziativa che “porterà alla definitiva soluzione del problema
della gestione dei rifiuti a valle della raccolta differenziata” (p. 11 del Quadro programmatico).
Con minore enfasi e maggiore precisione nel delimitare l’effettiva portata del progetto, nella
Relazione Generale (p. 8), si afferma invece che “la realizzazione degli impianti di trattamento e
recupero dei rifiuti previsti nel PAI sarà una tappa fondamentale per la soluzione del problema
della gestione dei rifiuti nella Provincia di Parma … la soluzione definitiva si raggiungerà con
l’individuazione di un sito idoneo e la realizzazione di una discarica di supporto al PAI a livello di
ATO”.
Anche se con affermazioni differenziate e graduate il progetto di PAI appare come il veicolo per la
realizzazione dell’obiettivo principale, l’inceneritore (è pacifico che gli impianti di trattamento
finalizzati al recupero di rifiuti o comunque alla riduzione delle quantità avviate a smaltimento
possono essere realizzati disgiuntamente e/o in altro luogo rispetto ad impianti di smaltimento
definitivo di rifiuti, ove necessari), la forma di gestione definita – con il viatico del PPGR – ed
enfatizzata da Enìa appare invece palesemente riduzionistica in quanto fa intendere che la soluzione
di un problema sociale (in questo caso i rifiuti ma potrebbe essere un altro argomento) stia in un
dato impianto/opera anziché nelle capacità collettive (dei diversi soggetti economici e sociali) di
affrontare la questione a partire dalla fonte (la forma delle merci).
Un secondo aspetto del quadro programmatico che vorremmo portare alla attenzione è il seguente.
Nella determinazione provinciale di scoping veniva sottolineata la necessitò di considerare, nel
quadro programmatico, il “Piano provinciale di tutela e risanamento della qualità dell’aria”
(delibera provinciale n. 46 del 26.05.2006).
3
Nei pochi passaggi dedicati alla strategia dei rifiuti a livello europeo si arriva a parlare di “smaltimento sicuro ed
ecologico (sic !) dei rifiuti” (v. p. 8 Relazione generale).
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Nel Quadro programmatico, sinteticamente, si ricorda la suddivisione del territorio in zone in
relazione al livello di rischio di superamento del valore limite e/o di soglie di allarme di
inquinamento atmosferico.
L’area interessata è classificata A-R2, con elevato rischio e per i quali vanno predisposti piani di
azione a breve termine. Nel SIA si richiama inoltre che l’art. 27 del Piano suddetto dispone che i
progetti soggetti a VIA prevedano misure per “evitare, ridurre e compensare effetti negativi del
progetto sulla qualità dell’aria, con particolare riferimento all’emissione di articolato fine (PM10)
e Ossidi di Azoto (NOx)” (p. 37 Quadro programmatico).
Nella Stima degli impatti vengono presentate le misure considerate idonee dal proponente per
adempiere a tale richiesta (ed in particolare enfatizzando di benefici/compensazioni ottenibili con
l’estensione della rete di teleriscaldamento e l’allacciamento alla stessa dell’inceneritore).
Nel rimandare alle considerazioni in proposito su tale quadro vogliamo ricordare che (oltre ai
contenuti del Piano provinciale in questione) le norme vigenti in materia di intervento sulla qualità
dell’aria hanno un respiro ben più ampio.
Il Dlgs 4.08.1999 n. 351 richiede che la valutazione della qualità dell’aria nelle zone ed agglomerati
interessati va condotta con riferimento a una gamma di inquinanti maggiore :
I. Inquinanti che devono essere esaminati allo stadio iniziale, ivi compresi gli inquinanti
disciplinati da direttive comunitarie esistenti in materia di qualità dell'aria ambiente.
1. Biossido di zolfo;
2. Biossido di azoto/ossidi di azoto;
3. Materiale particolato fine, incluso il PM 10;
4. Particelle sospese totali;
5. Piombo;
6. Ozono.
II. Altri inquinanti atmosferici.
7. Benzene;
8. Monossido di carbonio;
9. Idrocarburi policiclici aromatici;
10. Cadmio;
11. Arsenico;
12. Nichel;
13. Mercurio.
In particolare tra gli “altri inquinanti atmosferici” sono indicate sostanze (eccetto benzene e
monossido di carbonio) classificabili come “microinquinanti” notoriamente emessi dagli impianti
di incenerimento.
Viceversa, come vedremo, l’attenzione del proponente viene sviluppata esclusivamente su tre
contaminanti, Ossidi di azoto, monossido di carbonio e PM10.
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Quadro progettuale
Il Quadro progettuale si apre con la riproposizione dei passaggi già evidenziati sui passaggi
precedenti volti a stabilire e definire la necessità di realizzare gli impianti nella configurazione
proposta (con particolare riferimento all’impianto di incenerimento) come pure della loro
localizzazione.
Oltre a quanto già detto in proposito su tale percorso decisionale si vuole qui sottolineare le
conseguenze di tali scelte su alcune importanti scelte progettuali (dimensionali ma anche
“qualitative”) tenendo conto che in questo ambito, di fatto, sono state sviluppate parzialmente delle
valutazioni circa le alternative con riferimento a diverse parti impiantistiche.
Il Quadro progettuale si apre con considerazioni in merito alle alternative considerate in merito alla
proposta architettonica e al lay out degli impianti, aspetti marginali per quanto qui interessa, e
relativamente alla definizione della localizzazione tra le cinque individuate nella zona nord,
quadrante sud-ovest, rispetto alla città di Parma già “appositamente individuato per la
‘localizzazione dell’impianto di trattamento termico con annesso impianto di preselezione,” (p. 9
Quadro programmatico).
Queste “alternative” (sia locali che su base provinciali) appaiono già alle spalle dello SIA in virtù
del contenuto del PPGR e dall’accordo con il comune di Parma con relative modifiche nella
programmazione urbanistica.
Sotto questo profilo è pacifico che la procedura di valutazione di impatto ambientale arriva buon
ultima anziché essere preliminare alle scelte incluse forme autorizzative o comunque di esplicito
assenso dalla realizzazione di un’opera (peraltro non conosciuta con un idoneo dettaglio al
momento – per esempio – dell’accordo con il Comune di Parma nel marzo 2006).
Di maggiore interesse è il paragrafo dedicato alle considerazioni in merito alle dimensioni in
particolare dell’impianto di incenerimento ovvero della quantità di rifiuti “non recuperabili” che si
intendono avviare a combustione (130.000 t/a), in quanto – a nostro avviso – fa emergere alcuni
precisi e particolari indirizzi della società proponente anche diversi da quelli del PPGR.
Si rammenta a tale proposito che nelle prescrizioni all’esito dello scoping (determinazione 3985 del
3.11.2006) vi è (punto 6) quella che prevede per la “scelta della taglia del TVC (130.000 t/a), di
ogni servizio, impianto ed opera connessa (che)… Il SIA … deve considerare coerentemente, come
scenario all’interno del quale condurre tali valutazioni, l’orizzonte temporale della vita delle opere
in progetto (20 – 30 anni dalla entrata in funzione – anno 2012)”. Anche il punto 10 delle
medesime prescrizioni ampia le valutazioni in merito alle quantità dei rifiuti oggetto di gestione
nell’ambito del progetto, “la prevedibile evoluzione qualitativa e quantitativa del rapporto
domanda-offerta riferita alla presumibile vita tecnica ed economica dell’intervento”. Aspetto,
unitamente ad altri, che non appaiono presi in considerazione nello SIA.
Il primo aspetto ricordato dagli estensori dello SIA è che il PPGR indica “la realizzazione di un
impianto dedicato all’utilizzo energetico della frazione residua in grado di soddisfare il fabbisogno
d’ambito a regime (circa 65.000 t/a di frazione secca di origine urbana” (p. 28 Quadro progettuale)
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Per motivare la previsione di un apporto all’incenerimento di una quantità (a regime del PPGR, al
2012) di 70.000 t/a il SIA riprende le previsioni del Piano sottoponendole ad alcune valutazioni
prospettiche sia alla luce dei dati più recenti di produzione dei rifiuti a livello provinciale che a
considerazioni “tecniche” di Enìa.
Infatti Enìa ricorda che “il conseguimento degli obiettivi di recupero fissati dal Piano non esime
dalla necessità di realizzare gli impianti dedicati al trattamento dei flussi residui” (p. 28 Quadro
progettuale). Questa apparente adesione al contenuto del PPGR si evolve nella relazione in modo
differente e – ad avviso di chi scrive – finalizzato a giustificare in ogni modo la necessità non solo
di un impianto di incenerimento ma di un impianto della dimensione di progetto.
Non appena svolta la dichiarazione sopra riportata il SIA precisa che vi sono ulteriori valutazioni
aggiuntive al PPGR prese a riferimento per il dimensionamento dell’impianto ed in particolare :
Rifiuti da incenerire per “prioritarie esigenze di carattere sanitario (es. ROT, rifiuti
cimiteriali)”;
Rifiuti il cui smaltimento futuro potrebbe divenire critico “(si pensi ad es. ai fanghi da
depurazione delle acque reflue ed alle difficoltà di collocazione in discarica o di impiego in
agricoltura stanti i limiti quantitativi”)”;
Recupero di flussi di rifiuti speciali ovvero inclusione di parte degli stessi tra le “funzioni di
gestori di servizio a forte rilevanza pubblica” ovvero, più prosaicamente, “alle capacità di
acquisizione di nuove quote di mercato da parte di Enìa Spa” (p. 28 Quadro progettuale).
A motivare questa estensione si aggiungerebbero “considerazioni prettamente tecniche inerenti ad
es. la configurazione impiantistica ed il dimensionamento delle linee di trattamento, (che) hanno
portato all’individuazione del dimensionamento proposto per l’impianto di trattamento termico, per
la connessa sezione di pretrattamento e per l’impiantistica dedicata alle lavorazioni dei flussi di
rifiuti speciali destinati a recupero di materia o di energia” (p. 28 Quadro progettuale).
Vedremo come queste considerazioni e valutazioni (e necessità di evitare dimensionamenti
impiantistici “ridotti” per motivi economici e tecnici) arrivino a determinare il (sovra)
dimensionamento dell’impianto di incenerimento.
Un primo importante aspetto, come già accennato, riguarda direttamente la delega che Enìa ha (o
ritiene di aver) ricevuto per la gestione integrale del piano rifiuti della provincia di Parma da
quest’ultima amministrazione, dall’ATO nonché dall’insieme dei comuni.
Enìa arriva a configurare direttamente le modalità di raccolta differenziate a seconda delle
caratteristiche urbanistiche del territorio parmense valutando i livelli di intercettazione prevedibili
(nelle sue intenzioni e dato il modello scelto da Enìa)4.
Da p. 48 del Quadro progettuale vengono indicate le “iniziative di Enìa per l’attuazione degli
interventi di riorganizzazione dei servizi di raccolta”, queste iniziative non appaiono una semplice
4
Non è chiaro in quali termini esatti sia stato l’apporto del Consorzio Priula che viene richiamato nello SIA.
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attuazione ragionata dei contenuti del PPGR ma, per alcuni aspetti, rappresentano una autonoma
attività della società in vista del monopolio gestionale.
Questa “ingerenza” di Enìa rispetto al PPGR ha anche aspetti che potremmo considerare come
positivi (perlomeno a livello di intenzione).
Per esempio Enìa si pone il problema della elevata produzione procapite (625 kg/ab/anno al 2006 a
fronte di una media italiana di 550 kg/ab/anno o di valori come quello di regioni altrettanto
industrializzate come la Lombardia, di 518 kg/ab/anno) nei termini relativi all’apporto di rifiuti non
domestici (rifiuti speciali assimilabili da utenze “economiche”, commerciali e artigianali in primis)
date le forme di raccolta (prevalenza dei “cassonetti stradali”) e arriva a indicare che “diventa
quindi prioritario, a livello di ATO, l’adozione di criteri quali-quantitativi di assimilazione” (p. 52
del Quadro progettuale) ai fini del contenimento della produzione dei rifiuti.
Ma questa intenzione e questo richiamo a un aspetto carente del PPGR, viene contraddetta poco
dopo, sia nei termini di una esplicita dichiarazione di ricerca sul mercato di rifiuti speciali (anche
oltre gli assimilabili, quindi) per saturare il PAI ma anche nel far credere a una estensione di sistemi
di raccolta domiciliare o meglio a prevedere di “trasformare in porta a porta” aree come quella di
Parma e di Salsomaggiore che in realtà sono solo parzialmente trasformate (v. p. 62 Quadro
progettuale).
Nella relazione di scoping (p. 31) era infatti esplicitamente indicato che “il quantitativo di rifiuti
speciali delle tipologie di interesse di Enìa che prevede di intercettare, dipende da vari fattori, tra i
quali l’assetto del settore produttivo, il grado di assimilabilità assegnato ai rifiuti e non ultima,
anche dalla propria capacità di penetrazione commerciale nel mercato libero che trova piena
correlazione con la dotazione tecnica-impiantistica del PAI”, più chiaro di così !
Gli obiettivi di intercettazione (raccolta differenziata) previsti da Enìa variano fortemente da zona a
zona, dal 30 % (al 2012) della zona montana al 70 % dei paesi della “bassa” al 50-55 % del
capoluogo e di Salsomaggiore.
Si tratta di obiettivi alquanto ridotti e temporalmente lenti5, ma soprattutto la definizione sui tempi
di introduzione, modalità ed estensione appaiono esclusiva decisione di Enìa, anziché degli enti
titolari, i Comuni, si arriva a questo punto a modificare gli obiettivi del PPGR sul livello di
intercettazione delle singole frazioni ed in particolare della frazione maggiormente combustibile, le
materie plastiche, con un forte ridimensionamento previsionale della raccolta di quest’ultima.
Dopo aver esaurito le considerazioni in merito alle modalità di estensione delle raccolte
differenziate, per determinare il livello di intercettazione complessiva prevista viene presentata una
prima stima relativamente alla composizione merceologica del rifiuto residuo sulla base del PPGR
5
Con una palese sfiducia anche nella coscienza e nella capacità dei cittadini di aderire in modo corretto, esteso e
tempestivo a forme di raccolta responsabilizzanti delle azioni individuali.
9
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(v. tabella 2.3.15, p 74 del Quadro progettuale) che alimenterà l’impianto di trattamento
(preselezione umido/secco – impianto in C3) a valle dell’inceneritore.6
Questa stima viene però subito modificata proponendo una diversa articolazione delle rese di
intercettazione della raccolta differenziata con particolare riguardo alle materie plastiche (riduzione
della previsione di resa da 59,7 % al 17 %) e ad alcuni materiali non combustibili (vetro, inerti,
metalli) che incrementano la resa prevista.
Questa modifica nella resa della raccolta differenziata per frazione (la resa complessiva della
raccolta differenziata rimane invariata) determina una modifica nel rapporto tra le diverse frazioni
nella composizione del rifiuto urbano residuo in entrata all’impianto di preselezione e, separata la
parte umida, avviato all’incenerimento.
Confronto delle quantità delle singole frazioni contenute nel rifiuto urbano residuo
risultanti dal PPGR e dalle valutazioni di Enìa
Frazioni
merceologiche
Umido
Verde
Legno
Carta
Cartone
Alluminio
Metalli ferrosi
Vetro
Imb.plastica
Altra plastica
Tessili e cuoio
Pannolini/Altro
Inerti
Totale
Residuo a impianto Residuo a impianto
secondo PPGR(*) secondo Enìa (**)
t/anno
t/anno
19.124
15.161
12.163
17.246
2.672
16.084
22.046
7.059
1.010
597
5.180
2.118
7.743
3.946
11.414
26.116
9.112
5.104
3.063
9.133
13.097
2.802
2.194
108.600
108.600
(*) calcolato in base a quanto riportato nella tabella 2.3.15, p. 74 Quadro progettuale
6
E’ assai indicativo che queste considerazioni (contenuto del PPGR e iniziative applicative da parte di Enìa) siano
contenute nel Quadro progettuale anziché nel Quadro programmatico dove invece il PPGR viene esaurito in qualche
pagina, il PPGR appare lo strumento di Enìa per l’attuazione del PAI e non viceversa.
10
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(**) calcolato in base a quanto riportato nella tabella 2.3.21, p. 79 Quadro progettuale
Per il dettaglio del confronto tra previsioni del PPGR e decisioni di Enìa, si veda la tabella che
segue.
11
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Confronto tra produzione di rifiuti, livelli e quantità di frazioni oggetto di intercettazione mediante raccolta differenziata,
previsioni/obiettivi del PPGR e di Enìa
Frazioni
merceologiche
Umido
Verde
Legno
Carta
Cartone
Alluminio
Metalli ferrosi
Vetro
Imb.plastica
Altra plastica
Tessili e cuoio
Pannolini
Inerti
RU lordo
2012
t/anno (*)
51.567
41.176
7.482
44.950
19.626
1.983
10.661
22.280
28.222
9.071
7.930
9.089
2.791
Resa
Raccolta
intercettazione differenziat
(*)
a 2012 (*)
t/anno
63,10%
70,60%
64,50%
64,40%
64,20%
49,50%
51,60%
65,40%
59,70%
0,00%
35,90%
0,00%
0,00%
Rifiuto
Residuo
2012 (*)
t/anno
32.539
29.070
4.826
28.948
12.600
982
5.501
14.571
16.849
0
2.847
0
0
19.028
12.106
2.656
16.002
7.026
1.001
5.160
7.709
11.373
9.071
5.083
9.089
2.791
Nuove rese
raccolta
differenziata
Enia (**)
65,0%
70,6%
64,5%
65,0%
65,0%
65,0%
65,0%
75,0%
17,0%
17,0%
35,9%
15,0%
67,0%
Raccolta
Rifiuti residui
differenziat secondo Enìa
a secondo (***)
Enìa
t/anno
33.519
29.070
4.826
29.218
12.757
1.289
6.930
16.710
4.798
1.542
2.847
1.363
1.870
18.048
12.106
2.656
15.733
6.869
694
3.731
5.570
23.424
7.529
5.083
7.726
921
12
Composizion
e residuo
secondo Enìa
(calcolato)
(***)
Composizion
e residuo
secondo Enìa
(dichiarato)
(****)
16,39%
13,96%
11,00%
15,88%
2,41%
14,29%
20,30%
6,24%
0,63%
0,55%
3,39%
1,95%
5,06%
3,65%
21,28%
26,81%
6,84%
4,62%
2,82%
7,02% 12,06% (a)
0,84%
2,02%
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Totali
256.828
57,9%
148.703
108.096 (b)
56,3%
146.738
110.090 (b)
100,0%
100,00%
(*) tabella 2.3.15, p 74 del Quadro progettuale;
(**) tabella 2.3.19 p. 77 Quadro progettuale;
(***) calcolo sulla base delle quantità e composizione rifiuti urbani lordi al 2012 (prima colonna) e rese di intercettazione da raccolta differenziata
indicate da Enìa;
(****) tabella 2.3.21, p. 79 Quadro progettuale.
(a) riferito ad “altri, incluso pannolini”.
(b) le differenze tra i valori totali e tra questi e il valore di 108.600 t/a di rifiuti urbani residui è dovuto ad approssimazioni decimali delle percentuali
contenute nel PPGR e nei dati forniti da Enìa.
13
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Quanto sopra per evidenziare che le considerazioni di Enìa sulle quali è stato progettato il PAI ed in
particolare l’impianto di incenerimento (flussi di rifiuti, composizione, modalità di trattamento,
potere calorifico) non corrispondono affatto alle “previsioni quali quantitative di raccolta
differenziata prevista al 2012” dal PPGR (v. p. 61 del Relazione generale) ma a proprie previsioni
che vanno a modificare/sostituire quelle dell’ente pubblico.
In altri termini non è vero che “Enìa ha assunto in modo pieno e incondizionato” il contenuto del
PPGR ed in particolare lo scenario al 2012 (p. 20 Relazione generale).
Queste modifiche arrivano a far chiedere a Enìa “che in sede autorizzativa vengano posti limiti
quantitativi riferiti unicamente al complesso dei rifiuti trattabili nelle diverse sezioni impiantistiche
(C1, C2, C3); al fine di garantire l’operatività gestionale si ritiene che non debbano invece essere
posti limiti quantitativi alle singole tipologie dei rifiuti; … in sostanza si ritiene che dovrà essere
garantita la priorità al trattamento del flusso di rifiuti urbani e, in subordine, in funzione delle
capacità impiantistiche residue, ai rimanenti flussi …” (p .145 Quadro progettuale)7, la richiesta si
pone proprio in termini di ampia delega a Enìa in merito sia ai singoli flussi di raccolta dei rifiuti
urbani come pure in termini di rifiuti speciali disponibili sul “mercato” per garantire in tutte le
possibili condizioni future il funzionamento a pieno regime dei diversi impianti del PAI.
In tale direzione, riprendendo il PPGR, va anche l’indicazione che la potenzialità complessiva
dell’impianto di incenerimento “sarà comunque identificata in sede di Valutazione di impatto
ambientale, considerando” anche flussi di rifiuti diversi e ulteriori : “ulteriori frazioni, provenienti
dal circuito di raccolta dei rifiuti urbani, che presentino caratteristiche adeguate (es. scarti
derivanti dalla raffinazione della FOS, ingombranti con elevato potere calorifico ma non avviabili
a recupero di materia …)”, “eventuali flussi aggiuntivi di rifiuti speciali…”, “ulteriori potenzialità
necessarie a garantire le riserve tecniche” (p. 28 Quadro progettuale).
Anche questa indicazione ha effetti sulle caratteristiche progettuali e sulle valutazioni “alternative”
svolte.
In primo luogo si segnalano alcune criticità in merito alle tipologie dei rifiuti non urbani (e alle
motivazioni per il trattamento e il tipo di trattamento presso il PAI) che emergono più dalla
Relazione Generale che dal Quadro Progettuale del SIA.
Per quanto concerne i rifiuti speciali “valorizzabili” (12.000 t/a) e i rifiuti ingombranti la procedura
prevista è che “l’operatore su mezzo meccanico addetto alla movimentazione del rifiuto stabilisce
se destinare i rifiuti alla cernita manuale (rifiuti speciali valorizzabili) ovvero alla semplice cernita
grossolana meccanica (rifiuti ingombranti) per effettuare il recupero di materiale di grosse
dimensioni ancora riciclabili prima dell’avvio al recupero energetico” (p. 161 Quadro progettuale).
7
Nella domanda di Enìa di autorizzazione integrata ambientale non vengono infatti indicate le quantità, per codice
CER, per le quali si chiede l’autorizzazione, neppure in termini di stima.
14
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Non si tratta di una opzione tra una o l’altra forma di cernita ma, chiaramente, di una opzione tra
cernita e immediato e (quasi) integrale avvio del carico all’inceneritore, infatti la “cernita
grossolana a terra” è comunque prevista quale passaggio preliminare all’avvio alla cernita
manuale.
Non stupisce quindi se in entrata si prevedono 12.000 t/a di rifiuti speciali e in uscita
all’inceneritore andrà il 70 % (7.500 t/a).
Il fatto che tale decisione venga presa al momento dal singolo operatore presente anziché venire
valutata preventivamente in fase di accordo e/o di ritiro dei rifiuti presso i clienti (si parla appunto
di rifiuti speciali) determina la perdita delle possibilità di controllo (esterno da Enìa) delle ragioni
dell’avvio al (parziale) recupero di materia o in toto a recupero energetico.
Vi sono anche rifiuti speciali per i quali “è prevista e/o preferibile il loro smaltimento mediante
combustione” (p. 59 della Relazione generale)8 ovvero “non valorizzabili” “per il basso contenuto
di materiali recuperabili” pari a 3.000 t/a avviati integralmente e direttamente all’inceneritore e
costituiti da :
-
-
-
-
sfridi industriali, gli unici esplicitamente citati sono “rifiuti contaminati da processi produttivi
come gli imballaggi utilizzati dall’industria agro-alimentare che hanno contenuto la materia
prima utile nel processo produttivo (pomodoro, sughi, pasta, ecc) o materiale plastico ottenuto
dalla fusione di più polimeri” (p. 62 Relazione generale)9, ovvero imballaggi secondari o
terziari (si prevede che il 60 % di tali rifiuti sia costituito da carta/cartone e plastica) per i quali
vige l’obbligo di consegna ai rispetti consorzi di filiera !,
scarti dell’industria cosmetica, non meglio identificati e per i quali non è chiaro in quale modo
vi sia l’ineluttabilità di avvio alla combustione, come per gli imballaggi di cui sopra; la
preferenza non ha certamente ragioni “tecniche” che possono essere invocate per alcuni rifiuti
sanitari potenzialmente infetti;
sottoprodotti di origine animale (Regolamento CE 1744/2002) ovvero sottoprodotti per i quali,
nel frattempo, è stato emanato il Regolamento CE 92/2005 che modifica il precedente
1744/2002, e permette alternative ben definite rispetto all’incenerimento o al co-incenerimento
di tali rifiuti10 e pertanto non è più previsto l’avvio a combustione per motivi sanitari; in ogni
caso dalla documentazione disponibile non è possibile verificare il rispetto in merito alle
modalità di manipolazione e avvio ad incenerimento di questi rifiuti (Allegato 3, Dlgs 133/05);
il progetto prevede inoltre l’incenerimento di fanghi (50.000 t/a), previa essiccazione con il
calore dell’inceneritore, per una quantità di 20.000 t/a (s.s. 65 %). La motivazione della scelta
dell’incenerimento viene formulata in termini di prevedibile futura difficoltà (restrizione delle
condizioni) nell’utilizzo di fanghi per spandimento sul terreno per fini agricoli, in relazione alla
attuale revisione della normativa europea in materia.
8
Nel Quadro programmatico non si entra nel merito della composizione di questa classe di rifiuti.
La specificità di tali indicazioni rimandano a una clientela ben definita.
10
Con grande insoddisfazione dei cementifici.
9
15
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A tale proposito si segnala la assenza di qualunque alternativa di trattamento dei fanghi, nonostante
11
vi siano esperienze di ossidazione per via umida ovvero processo di trattamento dei fanghi di
depurazione, presso gli impianti di depurazione, che utilizza una tecnologia di trattamento per
ossidazione termica, finalizzata alla di riduzione del volume, alla stabilizzazione e igienizzazione.
Il processo di ossidazione a umido, trasforma i fanghi in residui solidi inerti, e viene attuato
mettendo a contatto un gas ossidante (ossigeno o altro) con il fluido da ossidare a una temperatura
elevata, mantenendo il tutto in fase liquida, in modo di realizzare un'ossidazione più o meno spinta
dei composti organici e minerali in fase acquosa. Le condizioni operative dei vari processi di
ossidazione a umido possono essere assai differenti, per temperatura (160-300°C), pressione (20120 bar) e tempo di soggiorno (15-20 minuti). Il tasso di abbattimento della domanda chimica di
ossigeno (cod) è generalmente compreso tra il 75 e il 90% e le altre sostanze sono trasformate in
composti mineralizzati: solfati, fosfati, cloruri ecc.
Altre possibilità possono essere valutate in trattamenti basati sulla co-digestione anaerobica dei
fanghi di depurazione con la frazione organica dei rifiuti solidi urbani.
Per quanto concerne i rifiuti urbani si evidenzia quanto segue.
Nel Quadro progettuale per quanto concerne le raccolte VPB (multi materiale “pesante”) si afferma
che presso l’impianto C1b, funzionante in alternanza per il trattamento dei rifiuti speciali
valorizzabili, verrà svolta la cernita manuale di “film, PET o altri contenitori, vassoi plastici,
polistirolo” (p. 49 del Quadro progettuale), in particolare “le plastiche saranno avviate per ciascuna
tipologia alla stazione di pressatura per essere imballate ed avviate a recupero presso i centri
esterni di recupero finale”. Nella relazione di scoping (p. 48), invece, si afferma, sempre per il VPB
che “il materiale affluisce sul banco di cernita dove vengono separati gli scarti quali le plastiche in
foglio, quelle miste e tutti i materiali indesiderati”, “è possibile con un secondo banco, separare
poi le plastiche per tipologia e per colore : i contenitori in PE (polietilene), quelli in PET
(polietilene tereftalato) tipico delle bottiglie, separandole per colore (trasparente, azzurro, altri
colori che hanno valori merceologici differenti) e PVC (polivinilcloruro) come residuo della
cernita”.
Con questa ultima indicazione al lettore sorge qualche sospetto, che viene confermato, nella
relazione di scoping poco più avanti (p. 74/75): “gli operatori hanno il compito di separare dal
flusso (VPB, ndr) i materiali non idonei al recupero di materia quali i film plastici, contenitori e
vassoi plastici, polistirolo ecc, dei quali si prevede un quantitativo di circa 900 t/anno che saranno
destinate al termovalorizzatore come recupero di energia”, nella tabella 4.2.3 (p. 165 del Quadro
progettuale) si parla infatti di un trattamento di rifiuti da raccolta VPB in entrata all’impianto di
25.000 t/a e di uno scarto a “recupero energia” pari a 2.000 t/a.
Al lettore a questo punto viene il dubbio che la raccolta differenziata degli imballaggi in plastica
che si intende effettuare nella provincia di Parma sia limitata ai soli contenitori per liquidi anziché,
come da norma, dall’obbligo di ritiro da parte del consorzio di filiera (COREPLA), di tutti gli
11
Es. impianto Siba Spa presso il depuratore di Vimercate (MI).
16
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imballaggi in materia plastica, pertanto, se erroneamente finiscono nel VPB (o in altre raccolte)
tipologie di imballaggi diversi dai contenitori, gli stessi saranno prontamente avviati a combustione.
Ciò spiegherebbe il ridimensionamento, rispetto allo stesso PPGR, degli obiettivi di intercettazione
di imballaggi in materie plastiche deciso da Enìa.
Una scelta che, impropriamente, non prevede la raccolta o reimmette gli imballaggi in materiale
plastica già raccolti allo smaltimento (ancorché con “recupero di energia”), condiziona quantità
ma, ancor più, il potere calorifico risultante dagli scarti dei diversi impianti di trattamento.
E’ comune condizione degli impianti di incenerimento (in primis di quelli a griglia) di venir
dimensionati sulla base di una capacità termica delle caldaie, funzionale a ragionamenti tecnicoeconomici e, solo successivamente, identificare sul territorio le quantità e le diverse tipologie di
rifiuti necessarie per alimentare per tutta la durata del suo funzionamento l’impianto (25/30 anni).
Elemento di palese rigidità che condiziona l’intera filiera (inclusa la raccolta differenziata) a monte
dell’inceneritore.
L’impianto di trattamento dei rifiuti urbani indifferenziati (impianto C3; 108.600 t/a in entrata,
70.000 t/a in uscita all’inceneritore) viene presentato come una scelta di piano : “il PPGR stabilisce
in un modo cogente l’obbligo di effettuare un pretrattamento dei rifiuti urbani di tipo MTB
(trattamento meccanico biologico) preliminare alla combustione che dovrà essere limitata alla sola
componente di più elevato potere calorifico” (p. 54 Relazione generale).
L’impianto di trattamento previsto viene quindi presentato come un impianto TMB “a tutti gli
effetti” che “va a incrementare il recupero di materia (metalli e FOS) in aggiunta alla raccolta
differenziata domestica” (p. 57 Relazione generale),
Va innanzitutto precisato che appare impropria e non corrispondente alla normativa vigente
l’affermazione che il “residuo secco ad elevato potere calorifico (pci 13.000 kj/kg) da destinare
obbligatoriamente in Italia a produzione di energia (Dlgs 36/2003) a partire dal 2009” (p. 85
Quadro progettuale), la norma citata vieta l’invio in discarica di rifiuti ad elevato potere calorifico il
che non significa che gli stessi debbano essere obbligatoriamente avviati a incenerimento12.
Si tratta di una affermazione infondata e strumentale che fa il pari con lo “smaltimento ecologico”
vera e propria antinomia terminologica (soprattutto se il termine ecologico viene impropriamente
utilizzato come sinonimo di tutela ambientale)13.
12
La norma intende anche limitare fortemente l’invio in discarica di rifiuti biodegradabili questo non può significare
che si pone come obiettivo quello di bruciare bucce di banana o altri rifiuti poco combustibili ma semmai di evitarli o
avviarli a riciclo/recupero. Si rammenta ancora che per recupero energetico non può venire sempre ed esclusivamente
inteso la combustione dei rifiuti con produzione di energia termica e/o elettrica, il riciclaggio dei rifiuti è sempre una
forma di recupero (risparmio) energetico alquanto più elevato rispetto a quello ottenibile con la combustione.
13
Sul genere di termini impropri e fuorvianti come “benzina verde”, “auto ecologica” ecc cui la pubblicità cerca di
abituare (e ingannare) il consumatore ma che non dovrebbe trovare spazio in uno studio di impatto ambientale.
17
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Sotto questo profilo appare importante la sottolineatura che anche gli obiettivi di raccolta
differenziata (al 60 % al 2012)14 previsti nella legge Finanziaria 2007 sono considerati come
marginali (p. 84 Quadro progettuale) nella configurazione del sistema PPGR-PAI progettato da
Enìa.
Il SIA, prima di entrare nel dettaglio della configurazione dell’impianto di trattamento dei rifiuti
indifferenziati, pone sinteticamente a confronto i due sistemi maggiormente applicati e descritti
nelle linee guida sulle MTD/BAT ovvero impianti con trattamento a flussi differenziati (come
quello prescelto per il PAI con separazione meccanizzata del flusso umido da quello secco con
parziale recupero dei metalli) e quello a flusso unico (bioessiccazione del rifiuto tal quale).
Anche tralasciando i criteri di scelta che hanno portato alla individuazione di un sistema a flussi
differenziati rispetto a quello a flussi unico15 appare evidente la assenza di qualunque altra
valutazione alternativa di impianti TMB con finalità e attrezzature diverse.
Questa esclusione appare un “criterio” di esclusioni di partenza ove si afferma – nei diversi
documenti del percorso fino alla attuale VIA – che
“non è generalmente necessario prevedere altre fasi di trattamento per i due flussi ottenuti ,
preferendosi implementare ulteriori fasi di raffinazione a valle di specifici trattamenti” (p.
41 Relazione di scoping);
“un’ulteriore valutazione che ha portato al processo di selezione consiste nella necessità di
trattare e recuperare materia anche dai rifiuti speciali ai quali è difficilmente applicabile il
processo di bioessiccazione …” (p. 44 Relazione di scoping), si evidenzia che l’impianto
per il trattamento dei rifiuti speciali (per il recupero di materia) è distinto da quello per il
trattamento dei rifiuti urbani indifferenziati ferma la “valutazione dell’operatore” di cui si è
già detto;
“per la definizione delle caratteristiche della componente secca del rifiuto urbano che sarà
avviato al recupero energetico si sono effettuate delle valutazioni in merito alla tipologia
del trattamento di selezione cui il rifiuto indifferenziato sarà assoggettato. Il pretrattamento
dei rifiuti di questo tipo è considerato leggero o ‘a bocca di forno’, ovvero non finalizzato
alla produzione di combustibile di qualità ma semplicemente al conseguimento dei seguenti
obiettivi”, riduzione del contenuto di umidità, omogeneizzazione del rifiuto, separazione
dell’organico e da inerti, produzione di una frazione con un pci più elevato rispetto al rifiuto
in ingresso (p. 80 Quadro progettuale).
14
La norma prevede anche che “Per gli anni successivi al 2011, la percentuale minima di raccolta differenziata da
assicurare per i fini di cui al comma 1108 e` stabilita con decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del
territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di
Trento e di Bolzano, in vista di una progressiva riduzione della quantità di rifiuti inviati in discarica e nella prospettiva
di rendere concretamente realizzabile l’obiettivo « Rifiuti zero ». L’articolo 205 del Dlgs 152/2006 prevede inoltre
l’obbiettivo del 65 % di raccolta differenziata dei rifiuti urbani entro il 31.12.2012 (ancorché includendo “la frazione
organica umida separata fisicamente dopo la raccolta e finalizzata al recupero complessivo tra materia ed energia,
secondo i criteri dell’economicità, dell’efficacia, dell’efficienza e della trasparenza del sistema”).
15
In quanto pleonastici visto l’obiettivo primario di “recupero energetico” dei flussi in entrata a tale impianto.
18
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all’inceneritore di Torrile”; G.A.S Terra Terra; Comitato Padano, Comitato Rione Colombo
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Se per chi scrive la “alternativa” della produzione di un “combustibile di qualità” non rappresenta
certo una opzione cui tendere appare comunque evidente che tale alternativa non è stata considerata
nelle valutazioni presentate.
A maggior ragione non sono state considerate alternative di trattamento (nell’ambito comunque
delle TMB) finalizzate al recupero come materiali (e in parte energetico ancorché senza utilizzo
diretto del rifiuto in una forma di incenerimento16).
Evidentemente si considerano tali tecniche come non MTD/BAT né come “modalità di trattamento
affidabili ed abbastanza consolidate” (p .84 del Quadro progettuale).
Senza alcun approfondimento, l’unico accenno a proposito è l’impianto di Contarina (p. 88 del
Quadro progettuale) ove, oggi, a fronte di un livello di raccolta differenziata del 75 % dell’area di
conferimento i rifiuti residui entranti nell’impianto TMB vengono recuperati come materia per un
altro 4,5 % (sul totale dei rifiuti prodotti), lo 0,5 % va a discarica e il 20 % a combustione
(evidentemente non è un TMB a flussi differenziati).
Se l’impianto TMB è stato scelto in funzione della sua attitudine a produrre una componente secca
del rifiuto urbano per il recupero energetico (la finalità dichiarata non lascia spazio ad alternative di
sorta) la potenzialità indicata appare immotivata.
Da un lato si afferma che “la potenzialità media dell’impianto nel suo complesso (corrispondente
alla apparecchiatura di minore potenzialità) deve essere di almeno 30 t/h “ dall’altro si afferma che
“tenuto conto infine delle taglie delle apparecchiature correnti sul mercato (sostanzialmente il
trituratore), è bene prevedere il dimensionamento (massimo di punta) dell’impianto per una portata
di 60 t/h “ (p. 174 Quadro progettuale). Una logica assolutamente non condivisa in quanto estranea
da considerazioni sulla entità della necessità di trattamento di rifiuti residui, teoricamente da ridurre
nel tempo, praticamente da garantire in qualunque modo per alimentare l’inceneritore una volta
costruito.
Se si tiene conto delle considerazioni svolte in merito alla composizione quali-quantitativa dei
rifiuti residui (in primis urbani) e alle caratteristiche del trattamento leggero, dalle stime – poco
dettagliate – sul potere calorifico dei rifiuti in uscita dal TMB “a bocca di forno” appare evidente il
ruolo delle materie plastiche, e in seconda battuta dei materiali cellulosici, nel fornire le calorie così
ricercate (seppure in modo approssimativo si può stimare un apporto di queste due frazioni tra il 70
e l’80 % del potere calorifico del rifiuto urbano dopo la selezione). Ciò spiega – prima di ogni altra
motivazione tecnico-economica – la scelta di non “spingere” sulla raccolta differenziata di queste
frazioni e di non introdurre forme di selezione sul residuo idonee a estrarre ancora materiali
recuperabili secchi.
E’ solo in questa visione che “la soluzione proposta non è pertanto una semplice opzione
impiantistica da confrontare con opzioni gestionali alternative; il trattamento termico rappresenta
16
Si rammenta che in base, da ultimo, al Dlgs 133/05 incenerimento è qualunque forma di trattamento termico inclusa
la gassificazione, la pirolisi e la torcia al plasma con combustione dei syngas prodotti.
19
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l’ultimo anello del complesso di attività …” (p. 84 Quadro progettuale – ovviamente in realtà tale
anello è comunque il “penultimo” anello vista la necessità, ricordata anche dal proponente, di forme
di trattamento e smaltimento finale dei residui della combustione e del sistema di abbattimento
fumi).
Comunque sia, considerati i diversi aspetti fin qui commentati, appare palese la mancata
valutazione, richiesta al punto 10 del documento di scoping, ove si prescriveva una complessiva
valutazione dell’intero ciclo ed in particolare di confrontare la necessità della realizzazione
dell’inceneritore “con ipotesi di massimizzazione della raccolta differenziata con invio a riciclo …
e iniziative per la riduzione della produzione dei rifiuti. (…) si tratta di capire se attivare le
politiche più compatibili dal punto di vista ambientale (riciclo e riduzione dei rifiuti alla fonte)
possano essere compatibili con la presenza del termovalorizzatore, oppure se per garantire una
sufficiente redditività dell’impianto sia necessario limitare lo sviluppo delle politiche suddette”. Su
alcune tipologie di rifiuti (speciali ma anche gli imballaggi in materiali plastici nei rifiuti urbani)
appare palese l’effetto della presenza del progetto di impianto di incenerimento (ovvero della scelta
a priori della provincia dapprima e di Enìa poi oppure, viceversa, di Enìa prima e poi della
provincia) mentre per le politiche di riduzione dei rifiuti queste appaiono già definite, limitate e
poco influenti in termini di obiettivi (di modifica operandi dei diversi soggetti, non solo dei
cittadini) e allo stato non attuate17, nell’ambito del PPGR.
Non solo, il proponente nel presentare e sbrigare velocemente gli aspetti “alternativi” delle due
ipotesi considerate di TMB (a flusso differenziato e a unico flusso) esaurisce in modo inadeguato
quello che, ad avviso di chi scrive, è il centro della individuazione della “opzione zero” relativa
all’impianto di incenerimento, proprio nelle condizioni progettuali complessive del PAI.
La scelta di una o di una altra forma di TMB, di una finalizzazione o un’altra della forma di TMB
prescelta determina la “forma” dell’impianto di incenerimento ma anche lo scenario di non
realizzazione dell’impianto di incenerimento (ovvero di una realizzazione parziale del PAI).
Nel quadro progettuale, in sostanza, l’unica ipotesi alternativa, oltre alla forma del TMB, è quella
della finalizzazione dell’impianto di trattamento per la produzione di una frazione secca (come
scelto dal proponente) o un “vero e proprio” “combustibile dai rifiuti” (CDR)18, da tale indirizzo
consegue (viene fatta seguire) anche la scelta di un impianto di incenerimento a griglia, idoneo per
rifiuti tal quali o con selezione grossolana, di dimensioni e potere calorifico variabile, rispetto ad
impianti di altro genere (letto fluido, pirolisi e altre forme di gassificazione) che necessitano di un
flusso di rifiuto più omogeneo in termini di dimensioni e potere calorifico.
17
Il PPGR, al 2012, considera come obiettivo di riduzione non una riduzione in termini assoluti (per lo meno procapite
considerando le previsioni di incremento dei residenti) ma una riduzione del trend dell’aumento (dal 1,5 % annuo allo
0,5 %) della produzione dei rifiuti considerando un vero obiettivo di riduzione come non raggiungibile e comunque non
raggiunto nei primi anni di vigenza del piano stesso (non si conoscono valutazioni in merito a tali aspetti, da parte
dell’ATO e/o della Amministrazione provinciale, ovvero quali siano le concrete modalità di sorveglianza – e di
intervento correttivo ove necessario - nella attuazione del PPGR stesso).
18
Anche se il CDR viene poi indicato tra i rifiuti in entrata e in uscita dall’impianto di trattamento C1 (v. scheda C.5 E
I, domanda di autorizzazione integrata ambientale).
20
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La principale obiezione a questo scenario è già espressa nel quadro progettuale, Enìa dichiara di
aver scelto e di proporre esclusivamente tecnologie collaudate ed affidabili, qualunque “novità”
ancorché promettente è esclusa in partenza.
A questa obiezione non vi è risposta per il semplice fatto che la ricerca di alternative di trattamento
a quelle semplicemente (ed esclusivamente) finalizzate a inviare rifiuti a incenerimento
(migliorando le qualità combustibili) o a discarica (riducendo la putrescibilità) sono degli ultimi
anni e sono tuttora in progressione e continuo studio.
A quest’ultimo proposito la realizzazione di un centro di ricerca, nell’ambito del PAI, finalizzato
allo studio e al miglioramento di processi di separazione mediante MTB nonché di recupero dei
materiali “meno nobili” ottenibili dai rifiuti residui sarebbe un complemento indispensabile a uno
scenario di “TMB alternativo”.
Ben diversa appare la previsione del Centro Polifunzionale per l’Ambiente (CPA) “complesso a
servizio di strutture pubbliche ed associazioni ambientalistiche per lo svolgimento di attività
formative e di ricerca, convegni, esposizioni ecc attinenti il settore ambientale. Alcuni locali
saranno riservati ad attività di studio e ricerca in campo ambientale con attività a cura
dell’Università di Pavia” (p. 89 documento di scoping, p. 87 Relazione generale); centro cui si fa
un fugace riferimento nel Quadro progettuale e che viene considerato tra gli “interventi di
riequilibrio delle funzioni naturali” (p. 275 Quadro progettuale) senza alcuna funzione specifica nel
campo della gestione dei rifiuti.19 Intervento che viene indicato come presente nell’accordo con il
Comune di Parma approvato il 31.03.2006 20 ma del quale non viene presentata nessuna planimetria
o descrizione di qualche dettaglio.
Nel complesso, questo modo di affrontare il problema appare non solo in contrasto con la normativa
in materia ma dimostra la limitatezza della visione contenuta nello SIA che finisce per ridurre il
problema socio-economico dei rifiuti in un problema tecnico da risolvere principalmente con
soluzioni ingegneristiche ovvero, al più, per definire quali tecnologie migliori disponibili (BAT)
siano applicabili nel caso in esame.
Questo atteggiamento conferma il riduzionismo di approccio al problema rifiuti, dovuto proprio
all’affidamento non solo (e non tanto) a un unico gestore del servizio ma e quindi ad una delega
anche “tecnico-organizzativa” ma, contestualmente, a un approccio gestionale preoccupato
principalmente del lato economico (caratteristica di qualunque società privata come Enìa è divenuta
anche se, al momento, con maggioranza proprietaria di enti pubblici).
In merito ai residui dell’incenerimento si afferma, in sintesi, che
19
Siamo curiosi di conoscere quali potranno essere le associazioni ambientalistiche che accetteranno di utilizzare questi
locali per svolgere iniziative in campo ambientale (si spera di tutela ambientale) letteralmente sotto l’ombra della
ciminiera dell’inceneritore.
20
Nel testo dell’accordo (art. 3) il CPA non viene esplicitamente citato, probabilmente è indicato nell’allegato B1
“Schede descrittive delle opere complementari al PAI e Cronoprogramma di attuazione” , documento non posseduto da
chi scrive le presenti note.
21
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Le scorie pesanti sono quantificate in modo differenziato : da 23.500 t/a (18 % in peso
rispetto al rifiuto avviato a combustione) secondo la relazione di scoping (p. 86) diventano
30.000 t/a (23 %) nella Relazione generale e nel Quadro progettuale (p. 209). Sono
qualificate come rifiuti non pericolosi e avviabili a “recupero” presso cementifici previa
demetallizzazione.
A tale proposito si segnala :
a) a p. 208 si legge una improbabile sequenza delle modalità di trattamento preliminare (presso il
PAI) delle scorie pesanti: “Un nastro trasportatore ha il compito di raschiare dal fondo del canale
d’acqua le scorie che sono portate fuori. (…) Il materiale così estratto è vagliato grossolanamente
su vaglio vibrante al fine di separare eventuali ingombranti (!?) che sono raccolti in un cassone.
Questo cassone è periodicamente sostituito … e il materiale è inviato alla cernita manuale (!?) ed
alla deferrizzazione. Il materiale da sottovaglio è scaricato su un nastro trasportatore che lo
convoglia presso l’edificio di stoccaggio scorie. Al termine di questo nastro di trasporto si trova un
sistema di prima deferrizzazione che separa il ferro, portandolo in un cumulo separato. Le scorie
sono successivamente avviate alla fase di recupero presso altri impianti” (p. 208 Quadro
progettuale) dove avviene una deferrizzazione fine, una demetalizzazione , vagliatura e eventuale
macinazione.
Non è chiaro il senso di una cernita manuale delle scorie e non è chiaro se in questa operazione si
conclude la “deferrizzazione” presso il PAI e come sia possibile in questo modo produrre 2.400 t/a
di materiali ferrosi dalle scorie presso gli impianti in progetto (p. 209 Quadro progettuale);
b) in merito al destino finale delle scorie sia afferma che “l’esperienza maturata nell’impianto di
termovalorizzazione di Piacenza ci consente di affermare che anche le scorie del TVC di Parma
potranno essere portate a recupero presso cementifici” (p. 66 Relazione generale). Affermazione
non documentata in particolare per quanto concerne le caratteristiche di tali scorie in funzione della
forma di recupero indicata previste dal DM 5.02.1998.
Le ceneri volanti sono stimate in una quantità pari al 3 % del rifiuto in ingresso
all’inceneritore (3.400 t/a –v. p. 209 Quadro progettuale), quantità pari a quella indicata
anche nella relazione di scoping anche se in tale documento si stima una quantità pari al 2,5
% del rifiuto in ingresso (p. 86 relazione di scoping) ovvero pari a 2.715 t/a. Come indicato
da Enìa si tratta di un rifiuto pericoloso “smaltito in discarica previo trattamento di
inertizzazione”, si precisa che tale destinazione non è affatto scontata : con l’entrata in
vigore del DM 3.08.2005 sono emersi dei problemi in termini di ammissibilità nelle diverse
tipologie di discarica per quanto concerne il rilascio di sostanze anche nel caso di rifiuti
pericolosi (da sistemi di abbattimento fumi da impianti di incenerimento) sottoposti a
trattamenti di inertizzazione basati su miscele di silicati. I parametri di cui è stato superato
anche il limite di rilascio per lo smaltimento in discariche per rifiuti pericolosi sono i cloruri
e i solidi totali disciolti (TDS) che comportano (nel caso degli inceneritori della Regione
22
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Lombardia) l’attuale invio a smaltimento nel sottosuolo (ex miniere in Germania) di questa
tipologia di rifiuti inertizzati.21
I Sali sodici residui (PSR – 3.100 t/a pari al 2 % del rifiuto in entrata, per questo residuo
concordano i diversi documenti) dal sistema di trattamento fumi con bicarbonato di sodio
(NEUTREC). Per questi rifiuti pericolosi viene indicato l’invio a recupero “presso impianti
specializzati esterni”, con ogni probabilità alla Solvay (SOLVAL) di Rosignano per la
produzione di una salamoia utilizzabile in diversi processi chimici. Enìa dichiara che l’80 %
degli stessi verranno rigenerati come bicarbonato di sodio e il 20 % verranno inviati a
discarica.
A tale proposito va ricordato che, da pubblicazioni della Solvay stessa22, il processo consiste nella
dissoluzione in acqua dei sali, loro pressatura, passaggio su filtri di carbone attivo per ottenere una
salamoia utilizzabile in campo industriale. Premesso che non vengono riportate analisi concernenti
questo ultimo prodotto, la stessa Solvay dichiara che i residui (idrossidi di metalli pesanti) del
processo di "purificazione" da smaltire rappresentano dall'11 % al 19 % del residuo trattato in
entrata (come ricordato anche da Enìa) e, inoltre, vengono originati dal trattamento ulteriori residui
costituiti dai carboni attivi utilizzati per la filtrazione delle soluzioni saline ed impregnati dei
contaminanti organici ; Solvay indica che tali carboni vengono poi inviati "all'inceneritore" ;
considerato il fatto che tali carboni sono saturi di sostanze tossiche non è pensabile un loro utilizzo
nel sistema di abbattimento ma unicamente al loro smaltimento come rifiuti tossico nocivi. Nel caso
di un pre-trattamento dei rifiuti risultanti da tale processo di parziale recupero, comporterà un
ulteriore incremento in peso dei rifiuti da smaltire e, con ogni probabilità, si mantengono le
problematiche di ammissibilità in discarica sopra ricordate.
Nel complesso, l’estensore del SIA nello stesso modo in cui allontana questi residui dall’impianto si
esime da valutazioni di carattere ambientale come se in questo modo sparissero davvero o non
finiscano, invece, collocate sulle spalle di altre popolazioni.
Inoltre manca una specifica trattazione dei rifiuti connessi le attività di manutenzione e, in parte,
potenzialmente contaminati da sostanze pericolose presenti nei fumi sia in questa parte dello SIA
che nella domanda di autorizzazione ambientale integrata nella quale questi rifiuti neppure esistono.
21
Il fatto che queste tipologie di rifiuti hanno (e avranno sempre più) difficoltà ad essere smaltite anche in discariche
per rifiuti pericolosi, per effetto del DLgs 36/2003 e dei decreti sulla ammissibilità dei rifiuti in discarica, non
preoccupa Enìa quanto il divieto di invio in discarica di rifiuti ad elevato p.c.i.
22
Opuscoli società Solvay “Neutrec. L’impianto di trattamento dei prodotti sodici residui di Rosignano” e “Neutrec.
Processo a secco di depurazione dei fumi al bicarbonato di sodio e riciclaggio dei prodotti sodici residui”, 2000; v.
anche N. Kahalè, S. Brivio, “Il processo Neutrec : una tecnologia di riferimento nella depurazione dei fumi e nella
valorizzazione dei prodotti residui”, in ATI-ATIA “Quarto convegno nazionale. Utilizzazione termica dei rifiuti”, 1213 giugno 2003, pp. 435-443.
23
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Il Quadro progettuale, pur ricordando l’esigenza di una fermata completa di ogni linea per almeno
un mese all’anno (p. 252/253) non fa cenno ai rifiuti prodotti in tale occasione (in particolare sul
sistema di abbattimento fumi) come pure durante interventi con impianto in funzione.
Anche il paragrafo dedicato allo smantellamento dell’impianto a fine vita pur accennando alle
attività connesse non approfondisce le problematiche di contaminazione di parte delle
apparecchiature impiantistiche o di elementi delle stesse (pp. 269/274).
Questo paragrafo non fa inoltre alcun cenno a possibili problematiche in tema di contaminazione
del suolo del sito né a indagini di caratterizzazione preliminari alla fase di smantellamento (nel
piano di monitoraggio non vengono neppure previste indagini del suolo dopo l’avvio
dell’impianto).
A p. 221 del Quadro progettuale si accenna all’impianto di trattamento chimico-fisico cui verranno
convogliati 17.000 t/a di rifiuti liquidi costituiti da spurghi caldaie e sistema di demineralizzazione,
impianto osmosi inversa per teleriscaldamento, lavaggi aree interne C1-C2 e “frazione liquida
FORSU – C1”.
Non vi è alcun dettaglio circa il tipo di trattamento chimico-fisico (neppure nell’allegato C.3
dedicato ai dettagli impiantistici) e l’effettiva idoneità dello stesso in particolare per quanto
concerne la frazione liquida dallo stoccaggio della frazione organica, con ogni probabilità
caratterizzata (diversamente dagli altri rifiuti liquidi) da elevati livelli di BOD5 per i quali i
trattamenti chimico-fisici hanno una efficacia limitata.
Anche nella documentazione per l’autorizzazione integrata ambientale è assente una descrizione di
dettaglio di tale impianto in quanto non considerato nell’ambito del sito IPPC.
Nella planimetria della rete fognaria (allegato C.3 – FOG.1) non è chiara la posizione dei punti di
prelievo per il monitoraggio dei singoli flussi degli scarichi idrici.
Viene presentato un bilancio energetico complessivo in termini di produzione di energia elettrica e
termica (situazione estiva ed invernale).
Dai valori riportati (p. 74/75 Relazione generale e p. 211 del Quadro progettuale) sono indicate un
numero di ore di funzionamento (produzione di energia termica ed elettrica) nei due periodi annuali
pari a 8.760 ore/anno come se l’impianto fosse sempre in funzione e a pieno regime produttivo (di
energia termica/elettrica) senza alcun arresto per manutenzione, nonostante si indichi un numero di
ore/anno di funzionamento pari a 8.000 (p. 67 Quadro progettuale).
I valori (utilizzo orario e produzione di energia termica e elettrica) appaiono più credibili nella
Relazione di scoping (v. p. 85) ove, per 8.000 ore di funzionamento e considerando i diversi assetti
produttivi estate/inverno si stima una produzione lorda di 120,6 GWh di energia elettrica e di 111,5
GWh di energia termica, che diventano nel Quadro progettuale del SIA rispettivamente 140 GWh e
161 GWh (senza il contributo della centrale termica di integrazione).
I valori di produzione di energia appaiono pertanto sovrastimati; inoltre andrebbero distinti in modo
chiaro gli apporti dovuti alla combustione di rifiuti e gli apporti da combustibili fossili come il
metano (1.000.000 Smc/anno) utilizzato principalmente per gli avvii/spegnimenti, per il
mantenimento della temperatura nella sezione di postcombustione e nella sezione SCR di
abbattimento degli ossidi di azoto.
24
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Nella parte dedicata all’apporto dell’inceneritore (e delle caldaie di integrazione) alla rete di
teleriscaldamento si afferma da una parte che il massimo calore cedibile è pari a 40 MWt
(inceneritore) e altri 40 MWt (caldaie di integrazione) (v. p. 232 Quadro progettuale). Più avanti
invece si afferma che “il calore recuperato dall’impianto e ceduto alla rete permetterà di
aumentare il bacino servito per una quantità pari a circa 60.000 MWht (a regime)” (p. 235 Quadro
progettuale). Quest’ultimo valore (apparentemente riferito al PAI dunque sia all’inceneritore che
alle caldaie di integrazione) appare difforme da quello indicato in altre parti del documento ovvero
un apporto, su base annua, di 161 GWh/aa (solo inceneritore) e di 76 GWh/aa (caldaie di
integrazione). Anche considerando il solo periodo invernale i valori riportati non corrispondono in
quanto si indica un valore di energia termica erogata (solo inceneritore) pari a 146 GWth (p. 210211 Quadro progettuale)23.
Nel volume C (stima degli impatti, p. 16) nel confrontare gli scenari della rete (evoluzione
“spontanea” e evoluzione con il PAI) la produzione termica lorda dell’inceneritore viene stimata in
316,8 GWh/anno, quelle delle caldaie a metano ad integrazione 78,1 GWh/anno e la centrale di via
Lazio 6,86 GWh/anno. Vengono anche indicate perdite di distribuzione per circa 23 GWh/anno e
“dissipazione estiva di calore inutilizzato” per 155,7 GWh/anno, considerato che quest’ultimo
valore, nello scenario PAI è riferibile quasi (o del tutto) all’inceneritore risulta che il valore di
energia termica netta immessa nella rete di teleriscaldamento sarebbe 161,1 GWh/anno, lo stesso
valore, 161 GWht/anno viene confermato nella relazione tecnica e nelle schede della domanda di
Autorizzazione Integrata Ambientale.
La possibilità di utilizzo della produzione di energia termica per teleraffrescamento (p. 238 del
Quadro progettuale) come richiesto, in termini di valutazione, al punto 8 della determinazione
provinciale di scoping, viene sbrigata affermando che allo stato non vi sono “impegni contrattuali
per fornite tale servizio e neppure è stata fatta un’analisi dell’utenza mirata all’individuazione di
potenziali clienti”; quindi un altra prescrizione della determinazione 3985 del 3.11.2006
sostanzialmente disattesa da Enìa.
Nelle considerazioni di carattere economico vengono indicati dei costi di investimento per la
realizzazione delle diverse parti del PAI, manca però qualunque dettaglio in merito ai costi di
gestione a documentare la previsione di prezzi di smaltimento (al 2012) con e senza l’intervento.
In termini economici, in merito allo scenario di assenza di intervento viene ripresa la assunzione
strumentale già ricordata in merito al Dlgs 36/2003, la stessa viene infatti ripetuta a conclusione del
Quadro progettuale (p. 279) per evidenziare la presunta inconsistenza di alternativa, si afferma
infatti che “se non sarà realizzato il PAI e rimarrà inalterata la dotazione di impianti attuali
costituita dalla selezione assimilabile alla tecnologia TMB, lo smaltimento di rifiuti mediante
combustione sarà obbligatoriamente di 130.000 t/anno questo a causa dell’entrata a regime dal
2009 del DLgs 36/2003 per la parte che impedisce di smaltire in discarica rifiuti con un p.c.i.
23
Si sottolinea che l’espressione delle unità di misura è stata riportata esattamente come risulta dallo SIA.
25
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superiore a 13.000 kJ/kg”. Gli effetti di costo, secondo Enìa, di tale “alternativa” (incenerimento
presso impianti esterni) significherebbe costi di smaltimento medi di 210 Euro/t compreso il
trasporto.
Viceversa la realizzazione del PAI comporterebbe costi di smaltimento pari a 130 Euro/t per i quali
non è chiara la componente relativa ai “certificati verdi” e/o dalle altre vendite di energia (come
pure dei proventi dalla cessione di rifiuti valorizzabili, per esempio, ai consorzi di filiera degli
imballaggi).
Il SIA sottolinea inoltre che la Regione Emilia Romagna “ha allo studio un nuovo provvedimento
che incrementerà l’attuale ecotassa, applicata ai rifiuti in uscita dall’impianto di Parma ed avviati
a discarica, da 10,33 €/t a 25,68 €/t. L’ecotassa diventerà quindi un elemento fondamentale di costo
e gestione dello smaltimento. Per effetto di tali concreti orientamenti dell’Ente di programmazione
regionale è confermato un indirizzo esplicito verso la combustione con recupero di energia su cui
non grava alcuna ecotassa” (p. 279 Quadro progettuale).
Fermo che le decisioni in merito non sono di competenza di Enìa, l’indirizzo regionale ricordato
appare certamente favorente lo smaltimento dei rifiuti mediante incenerimento, ciò non vuol dire
che sia corretto, anzi, si pone in controtendenza rispetto a politiche tariffarie, invece, finalizzate alla
riduzione dei rifiuti anziché a premiare o penalizzare una o l’altra forma di smaltimento.
A nostro avviso le politiche tariffare dovrebbero disincentivare lo smaltimento (in qualunque forma)
dei rifiuti mediante, per esempio, prezzi di accesso allo smaltimento (discarica/inceneritore)
differenziate, per ogni comune, in funzione della produzione pro-capite di rifiuti urbani/assimilati.
In tale scenario la singola provincia potrebbe definire un costo unico di smaltimento articolato poi
per singolo comune in relazione ad obiettivi di riduzione della produzione dei rifiuti.
Nel caso della Provincia di Cremona sono stati previsti interventi di differenziazione della tariffa di
accesso agli impianti di smaltimento (discarica e inceneritore) in funzione delle quantità pro capite
di rifiuto residuo conferito dai singoli Comuni, che ne traslano gli effetti sulle utenze.
A tale proposito sono stati predisposti criteri e modalità per l’applicazione del nuovo regime
tariffario, sono stati individuati le tipologie di rifiuti da conteggiare ai fini dell’applicazione della
tariffa con i relativi CER ”.
Sulla base delle elaborazioni effettuate dall’Osservatorio Provinciale Rifiuti, a partire dall’anno
2002, sono stati individuati quattro fasce diversificate per quantitativo di rifiuto avviato allo
smaltimento,
calcolato
in
Kg/ab/anno,
come
di
seguito
evidenziato:
1a fascia TARIFFA PER COMUNI CON SMALTIMENTO < 230 KG/AB/ANNO
2a fascia TARIFFA PER COMUNI CON SMALTIMENTO > 230 E < A 260 KG/AB/ANNO
3a fascia TARIFFA PER COMUNI CON SMALTIMENTO > A 260 E < A 300 KG/AB/ANNO
4a fascia TARIFFA PER COMUNI CON SMALTIMENTO > A 300 KG/AB/ANNO
26
Aderiscono al Coordinamento GCR:
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Nord;Girotondi di Parma “Prendiamo la parola” ; Comitato NO all’inceneritore di Colorno-Comitato “No
all’inceneritore di Torrile”; G.A.S Terra Terra; Comitato Padano, Comitato Rione Colombo
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per informazioni e contatti : Cinzia – 3463338756
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Applicando poi la tariffa media di smaltimento (media in quanto la discarica ed il termoutilizzatore
hanno un unico gestore) ad una formula appropriata è possibile calcolare la tariffa di appartenenza
ad ognuna delle sopra indicate quattro fasce, sulla base della produzione procapite dei vari comuni.
Al fine di corrette quantificazioni e calcoli è stato previsto che il gestore degli impianti provinciali
deve registrare i rifiuti urbani in ingresso suddividendoli per codice e per comune; entro il 15
gennaio di ogni anno il gestore deve comunicare alla provincia ed ai comuni i quantitativi di RU e
le tipologie.
Una iniziativa limitata rispetto a quella descritta è quella della Provincia di Mantova inerente la
graduazione del tributo provinciale (ex Dlgs 504/1992) anche sulla base della produzione procapite
nei singoli comuni.
“Con la mancata realizzazione del PAI, unitamente ad un maggiore prezzo di smaltimento,
permarrebbe immanente il rischio di crisi con interruzione dello smaltimento. Situazione che la
Provincia di Parma ha già dovuto affrontare ripetutamente nell’ultimo decennio a causa
dell’assenza di ogni struttura contravvenendo alla normativa che prescrive l’autosufficienza”. (p.
280 Quadro progettuale).
Anche questa affermazione appare figlia del riduzionismo tecnologico di cui si è già parlato, il
problema sociale dei rifiuti viene presentato, in sostanza, come un problema di mancanza o carenza
di impianti di smaltimento (ancorché “ecologici”).
Con questo non si vuole dire che dall’oggi al domani in provincia di Parma o altrove si può fare a
meno di impianti di smaltimento rifiuti24 ma che la prospettiva risolutiva sia esclusivamente (o
principalmente) basata sull’incenerimento (e le discariche connesse). Quello che va tenuto bene in
conto, invece, è che, per l’incenerimento, si è di fronte a una scelta che ha una valenza su 25/30
anni ovvero ben oltre lo scenario e la durata temporale del PPGR, se si preferisce con
l’incenerimento si mette una chiaro lascito condizionante a qualunque prossimo atto di
programmazione nel campo dei rifiuti (e non solo per quanto concerne la parte di smaltimento).
Per questo occorre non lasciarsi condizionare dai prezzi di smaltimento odierni o dei prossimi anni
come pure da una soluzione apparentemente “risolutoria” ma univoca e fortemente condizionante
per il futuro.
Si tenga anche conto che Enìa (dal 2004) è una delle Società Operative Territoriali del Gestore
operante per effetto della delibera dell’ATO per un periodo di 10 anni, ovvero fino a due anni dopo
il previsto avviamento dell’inceneritore (collaudo al 4° anno dalla autorizzazione secondo il
cronoprogramma di Enìa) e dopo un anno dal completamento degli altri impianti del PAI.
Questo approccio che sottolinea il lato economico sulle decisioni tecnico-organizzative del servizio
di gestione dei rifiuti, paradossalmente, fa ancor più risaltare l’assenza di ogni prospetto economico
di dettaglio non solo sulle varie opzioni, ma anche su quella individuata come migliore e proposta.
24
Su impianti di trattamento finalizzati al recupero e alla riduzione della quantità (e delle caratteristiche di pericolosità)
di rifiuti avviati a smaltimento non si discute ove correttamente finalizzati, progettati e gestiti.
27
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Da ultimo si evidenzia che nel Quadro progettuale non vi è alcun cenno circa le ipotesi considerate,
gli effetti ambientali prevedibili e le modalità di prevenzione/intervento circa situazioni di
malfunzionamento e/o anomalia dei diversi apparati (dell’inceneritore come degli impianti di
trattamento).
Quadro ambientale e stima degli impatti
Per motivi pratici e in quanto gli aspetti che si vogliono maggiormente sottolineare riguardano le
stime degli impatti, si unificheranno le note inerenti il volume C (Quadro ambientale) e il volume D
(Stima degli impatti).
La stima degli impatti si apre, per l’impianto a regime, in una valutazione del contributo del PAI
alla rete di teleriscaldamento e, dunque, alla riduzione di emissioni dovute ad impianti di utenze
individuali di produzione di calore.
Per evidenziare un apporto positivo dell’inceneritore viene proposto un bilancio di massa di alcune
emissioni comuni tra caldaie individuali a gas naturale e emissioni dell’inceneritore (e delle caldaie
di integrazione).
Vengono considerati gli ossidi di azoto, il monossido di carbonio e le PM10.
In particolare vengono poi considerati dei fattori di emissione per le caldaie a gas (200 mg/Nmc
NOx, 50 mg/Nmc CO, e 1 mg/Nmc per le PM10) nonché i fattori di emissione dell’inceneritore (60
mg/Nmc per NOx, 30 mg/Nmc per CO, 3 mg/Nmc per le PM10; concentrazioni inferiori rispetto ai
limiti di legge vigenti e considerate dal proponente come adeguate alle BAT e indicate nella
relazione generale e nel quadro progettuale come emissioni attese su media annuale).
Nella tabella presente a p. 16 viene proposta la comparazione delle emissioni nei due scenari della
rete di teleriscaldamento (con e senza il PAI) considerando in particolare da un lato l’incremento
delle emissioni dovuto all’inceneritore e alle caldaie di integrazione e dall’altro la sostituzione delle
caldaie individuali con la relativa riduzione delle emissioni.
Senza entrare nel merito del contenuto degli scenari e dei calcoli svolti, riprendendo quanto emerge
da tale confronto, viene stimato quanto segue :
“In termini di bilancio, a scala locale, si prevede dunque :
a) la diminuzione delle emissioni di NOx di circa 1,88 ton/anno;
b) la diminuzione delle emissioni di CO di circa 41,1 ton/anno;
c) l’incremento di emissioni di PM10 di circa 3,06 ton/anno” (Stima degli impatti, p. 15).
Il proponente sottolinea inoltre che le emissioni dell’inceneritore avvengono con modalità diverse
(tali da favorire la diluizione e la diffusione su una area vasta delle stesse) rispetto a quelle delle
caldaie residenziali, ad altezza dal suolo ridotta e in condizioni di minore diluizione, rimandando
per una puntuale valutazione di quanto sopra alle modellizzazioni delle ricadute e, sostanzialmente,
facendo intendere che, mentre per NOx e CO i valori di massa complessiva sono favorevoli al PAI,
28
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il dato negativo delle PM10 finisce per ridursi o annullarsi per effetto delle caratteristiche fisiche
della emissione dell’inceneritore e in termini di effettiva ricaduta.
Anche se non esplicitato dall’estensore (che non fornisce alcuna lettura sul significato della
diminuzione di ossidi di azoto e di monossido di carbonio rispetto all’aumento di PM10 ovvero se,
in qualche modo, è meglio – o meno peggio - potendo ipoteticamente scegliere - essere esposti a
una quantità maggiore dell’uno o dell’altro contaminante) il lettore potrebbe sbrigativamente
sommare le diverse quantità ed ottenere un valore complessivo di riduzione della massa di
contaminanti pari a 39,9 ton/anno e ritenersi soddisfatto di tale indicazione).
Nella realtà questo confronto è viziato da una logica parziale (e non accettabile) in quanto mette a
confronto impianti con emissioni ben diverse, anche se alcuni inquinanti sono identici in quanto
connessi a qualunque forma di combustione.
Le configurazioni emissive di impianti a gas naturale e impianti di incenerimento non sono di per sé
confrontabili in quanto gli inquinanti sono diversi, in primo luogo, qualitativamente: nel caso degli
inceneritori gli individui chimici emessi sono molto differenti e maggiori di numero e pericolosità25.
Se è in qualche modo possibile confrontare mele con pere, in quanto entrambe appartenenti al
“genere” della frutta, tale confronto non potrà che essere parziale (e andrà dichiarato) oppure
occorrerà pesare opportunamente le diverse condizioni per trovare una sintetica ma completa
descrizione di quanto sotto osservazione.
Nel caso in esame non solo il proponente dimentica di avvertire il lettore delle differenze qualitative
tra le emissioni degli impianti in esame ma (conseguentemente a tale omissione informativa)
considera tre macroinquinanti ma ignora tutti gli altri (anche solo considerando quelli oggetto di
rilevazione in continua e periodica)26 ed in particolare i microinquinanti organici e cloroorganici e i
metalli.
Un metodo comunemente utilizzato (ancorché non standardizzato) in casi simili è quello di
utilizzare dei fattori di caratterizzazione definiti Human Toxicity Potential (http) adottati con
potenziali di tossicità basati su stime della USEPA e rapportando le singole sostanze a una sostanza
di riferimento.
25
Tralasciamo (ma ne ricordiamo l’esistenza) la querelle sulla produzione di PM10 da impianti di combustione
alimentati a gas naturale, leggendo uno Studio di impatto ambientale di una qualunque tra i molti progetti di centrali
termoelettriche a ciclo combinato a gas naturale si incontrano dichiarazioni apodittiche circa l’assoluta assenza di
polveri nelle emissioni (dichiarazioni assunte in passato anche a livello ministeriale e da enti come il CNR) o, ancora,
dichiarazioni altrettanto ferme circa la minore presenza di PM10 nelle emissioni delle centrali a gas rispetto all’aria
ambiente utilizzata per la combustione.
26
Solo per le sostanze organiche, sono stati identificati oltre 250 distinti individui chimici nei fumi degli impianti di
incenerimento per rifiuti urbani, v. Jay K.and Stieglitz L.(1995).Identification and quantification of volatile organic
components in emissions of waste incineration plants. Chemosphere 30 (7):1249-1260.
29
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In una recente pubblicazione che rivede questo sistema (i potenziali di tossicità sono identici a
quelli delle prime valutazioni di questo metodo nel 1999)27per i tre contaminanti considerati nel SIA
sono stati proposti i seguenti fattori HTP28 :
-
biossido di azoto 4,3
monossido di carbonio 0,27
PM10 2,9.
Se applichiamo ai valori di incremento/riduzione delle emissioni dei tre inquinanti considerati nello
SIA i valori di HTP otterremo il risultato riportato nella tabella che segue :
Ossidi di azoto (NO2)
Monossido di carbonio
PM10
Totale
Differenza emissione
annua con PAI
(t/anno)
- 1,88
- 41,1
3,06
- 39,92
Fattore di tossicità
(HTP rispetto al
fenolo)
4,3
0,27
2,9
Differenza emissioni in
tossicità equivalente
(fenolo)
- 8,084
- 11,097
8,874
- 10,307
Limitando sempre l’esame ai contaminanti considerati il bilancio complessivo, anche in tossicità
equivalente, con l’inserimento dell’inceneritore nella rete di teleriscaldamento appare come un
beneficio in termini di massa di inquinanti emessi.
Se però si incomincia a considerare anche sostanze contenute nelle emissioni dell’inceneritore ma
non nelle emissioni di impianti a gas naturale (siano esse centrali di teleriscaldamento o caldaie
residenziali) i “conti” cambiano.
Nella tabella che segue abbiamo introdotto altri tre macroinquinanti presenti (e da monitorare in
continuo) nelle emissioni dell’inceneritore : acido cloridrico, ammoniaca, ossidi di zolfo, calcolando
le emissioni annue sulla base delle emissioni attese dichiarate da Enìa.
Ossidi di azoto (NO2)
Monossido di carbonio
PM10
Differenza emissione
annua con PAI
(t/anno)
- 1,88
- 41,1
3,06
Fattore di tossicità
(HTP rispetto al
fenolo)
4,3
0,27
2,9
Differenza emissioni in
tossicità equivalente
(ton di fenolo)
- 8,084
- 11,097
8,874
27
E. Hertwich, S. Mateles, W. Pease, T. McKone “Am update of the Human Toxicity Potential with special
consideration of conventional air pollutants”, Norvegian University of Science and Technology, 2006.
28
Espressi in equivalenti di toluene.
30
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Totale
- 39,92
- 10,307
Acido cloridrico (*)
5,8
24
139,20
Ammoniaca (*)
5,8
7,5
43,50
Ossidi di zolfo (**)
33,74
6
202,44
Totale parziale
+ 385,14
Totale
+ 374,833
(*) Emissione attesa di progetto : 5 mg/Nmc;
(**) Emissione attesa di progetto : 30 mg/Nmc; per questo contaminante è stata sottratta una
emissione dagli impianti a gas naturale pari a 1 mg/Nmc (0,46 t/anno)
Come si può vedere considerando anche solo parte degli altri contaminanti emessi dall’inceneritore
il risultato, calcolato in tossicità umana equivalente sulla massa delle emissioni, si ribalta e
l’apporto dell’inceneritore è complessivamente e fortemente negativo.
Se poi si introducono le sostanze di maggiore tossicità (cancerogeni inclusi), risulta evidente che, in
termini di tossicità equivalente, il bilancio è nettamente e fortemente contro l’inceneritore.
A titolo di esempio si rammenta che il Mercurio ha un fattore di tossicità equivalente (al fenolo)
pari a 1,4E+07 (1,4 * 107) pertanto anche una emissione annua di 0,057 tonnellate (57 kg –
concentrazione all’emissione pari a 0,05 mg/Nmc)29 determina una emissione in tossicità
equivalente di 714.000 tonnellate di fenolo.
Ogni ulteriore commento appare superfluo, ricordiamo ancora che non è accettabile un confronto
diretto tra configurazioni che hanno certamente aspetti in comune (alcuni contaminanti) ma che non
si caratterizzano unicamente sotto questo profilo.
Comparare “pere con mele” nel modo svolto nello SIA di Enìa può avere qualche utilità, ma solo
dal fruttivendolo.
Il paragrafo successivo, sulla “stima dell’impatto sulla qualità dell’aria”, percorre il medesimo
approccio completamente errato, fuorviante e strumentale (oltreché non allineato con le richieste
normative in materia).
In modo analogo a quanto svolto nella valutazione circa gli scenari della rete di teleriscaldamento
senza (“evoluzione spontanea”) e con il PAI l’attenzione ha riguardato esclusivamente i tre
inquinanti già citati.
L’applicazione del modello diffusionale (Calpuff) con i dati meteclimatici discussi nel Quadro
ambientale ai due scenari così predisposti non può che dare conferma della – errata – conclusione
relativa al bilancio di massa emissivo e dell’effetto di diluizione (ma estensione dell’area
interessata) dei contaminanti per le caratteristiche del punto di emissione dell’inceneritore.
In particolare si evidenzia quanto segue :
29
Nella domanda di AIA l’emissione di Mercurio su base annua viene indicata in 0,06 tonnellate.
31
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a) i valori di emissione (per i soli tre inquinanti considerati) utilizzati nella modellizzazione
sono quelli “attesi” e indicati da Enìa come “medie annuali” come riportati nella tabella che
segue (evidenziati in rosso). E’ stata pertanto esclusa ogni considerazione circa emissioni,
anche di “breve durata” vicini ai limiti di legge vigente.
Ci si aspetta pertanto che i limiti che verranno indicati nella Autorizzazione Integrata
Ambientale corrispondano a tale livello di BAT dichiarata dalla impresa e sostituiscano i
limiti di legge (possibilità prevista dal Dlgs 59/2005) divenendo pienamente limiti
prescrittivi il cui superamento (su base semioraria e/o giornaliera) determini gli interventi
correttivi e sanzionatori previsti dal Dlgs 59/2005, dal Dlgs 133/2005 e dal Dlgs 152/2006.
In caso contrario (mantenimento dei limiti di legge vigenti nella autorizzazione
all’inceneritore) l’utilizzo di tali valori, i risultati della modellizzazione e qualunque
considerazione di carattere ambientale e sanitario svolta sugli inquinanti oggetto di
valutazione, non potrà che essere ritenuta del tutto inaffidabile.
32
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b) Per i dati meteoclimatici utilizzati nella modellizzazione si dichiara di riprendere quelli
illustrati nel Quadro ambientale dello SIA. Nello stesso vengono illustrati, in particolare, le
caratteristiche delle rose dei venti, la distribuzione delle velocità del vento e la distribuzione
in classi di stabilità su base annua (2006). Tra gli input meteorologici che si dichiara di aver
utilizzato (pp. 26-27 Stima degli impatti) non si fa cenno alla introduzione e ai valori
relativi alle caratteristiche e alla frequenza di condizioni di inversione termica con i relativi
effetti di “schiacciamento” delle emissioni verso il suolo. La trattazione appare
esclusivamente in termine di medie annue di concentrazione al suolo degli inquinanti
considerati (evidenziando i valori massimi come 99,8 percentile) mentre risulta assente
l’identificazione, per i diversi scenari, delle condizioni meteoclimatiche con le possibili
diverse altezze dello strato di miscelamento e quale sia la condizione (o le condizioni) di
worst case (situazioni di maggiore ricaduta al suolo per effetto di condizioni
meteoclimatiche sfavorevoli alla diluizione e allontanamento dei contaminanti emessi).
Questa parte del SIA, nonostante la sua importanza in relazione all’opera, appare
sommariamente trattata, infatti non vi è alcun documento allegato che illustri nel dettaglio
input e output della modellizzazione svolta, chiedendo implicitamente al lettore una
professione di fede sulla completezza e correttezza dell’elaborazione del modellizzazione.30
Si sottolinea che l’assenza di considerazioni sulle condizioni di inversione termica locale nei
modelli di ricaduta portano a non considerare quelle condizioni in cui il pennacchio
dell’emissione non riesce a superare lo strato di miscelazione nonostante la spinta dovuta
alla temperatura, situazione in cui l’emissione non è in grado di superare lo strato di
miscelazione quindi di galleggiare oltre tale quota incrementando di molto la distanza della
ricaduta. Stiamo quindi parlando delle condizioni di maggiore criticità a livello locale,
condizioni che non emergano dalle simulazioni svolte nonostante la loro importanza in
particolare in termini sanitari.
c) Oltre a quanto sopra, la principale carenza delle considerazioni sulle ricadute degli
inquinanti rimane la parzialità dei contaminanti considerati. La attenzione che l’estensore
dello SIA dedica al confronto tra scenari di produzione di calore per la rete di
teleriscaldamento, con e senza il PAI, determina l’omissione degli altri contaminanti da
considerare e caratteristici dell’incenerimento dei rifiuti. Quanto sopra nonostante che
questi contaminanti (in particolare i microinquinanti inorganici – come i metalli pesanti – e
organici – PCDD/F, IPA) siano stati considerati nei monitoraggi anteoperam i cui risultati
sono riassunti nel Quadro ambientale (capitoli 4.4 e 4.5).
30
Anomala risulta peraltro la “sparizione” di qualunque impatto della centrale Santa Margherita nello scenario con il
PAI nonostante questa centrale di teleriscaldamento esistente non sia oggetto di modifiche nello scenario con
l’inceneritore attivo. Altrettanta anomala, considerando le rose dei venti – e l’istogramma delle velocità - indicate nel
Quadro ambientale, è la quasi totale assenza di ricadute, nello scenario con il PAI, sulle aree residenziali di Parma.
L’unica area urbanizzata a residenza interessata dalle ricadute sarebbe l’abitato di Sorbolo.
34
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Si tratta di una omissione immotivata e immotivabile, in contrasto con le buone tecniche di
valutazione31, con il diritto di conoscenza delle popolazioni esposte e degli enti procedenti nonché
delle norme di legge in materia di VIA.
Appare palese che le valutazioni sulle emissioni in atmosfera e il livello di ricaduta (da cui partire
per le considerazioni relative agli impatti locali e non) deve comprendere uno scenario dedicato al
solo impianto di incenerimento (e agli altri impianti del PAI che producono emissioni) e che la
modellizzazione debba comprendere tutti gli inquinanti significativi a partire da quelli oggetto di
monitoraggio continuo o periodico.
Per chi scrive la carenza qui evidenziata risulta essere, di per sé, sufficiente per determinare
un esito negativo della VIA sull’opera in esame.
d) Oltre alla assenza della considerazione degli inquinanti primari emessi dall’inceneritore si
riscontra anche la carenza di qualunque considerazione per gli inquinanti secondari (di cui non
v’è traccia, in questa parte dello SIA) ovvero dei contaminanti che si possono produrre per
effetto di reazioni chimiche coadiuvate da condizioni meteoclimatiche (radiazione solare,
umidità relativa) tra specie emesse allo stato gassoso (ossidi di azoto, di zolfo, ammoniaca,
COV) e altre specie presenti nell’atmosfera (ozono, radicali OH-, ecc) .
Tra questi quella di maggiore importanza è il particolato secondario che possiede particolari
valenze di carattere sanitario.
La formazione di polveri fini secondarie come il PM2,5 o inferiori per le dimensioni delle
particelle, per la loro composizione (nitrati, solfati, metalli, sali d’ammonio) e per l’azione
quale veicolo di sostanze ad elevata tossicità (come IPA e metalli) verso gli alveoli polmonari
è incontestabilmente associata a manifestazione di malattie croniche alle vie respiratorie.
Nel segnalare questa grave omissione di valutazione si rammenta che da una fonte certamente
non sospetta, vengono indicazioni circa il contenuto di uno studio di impatto ambientale
relativo a un inceneritore :
<< A completamento della relazione, è prevista l’analisi dei principali inquinanti derivanti
dalla combustione di RSU, corredati dai principali effetti sull’uomo e sull’ambiente.
L’analisi verterà su:
(OMISSIS)
• INQUINANTI PRIMARI:
- Ossidi di carbonio (CO2 e CO)
- Ossidi di azoto (NOx)
- Ossidi di zolfo (SOx)
- Polveri sospese
31
A partire dalla norma UNI 10744:1999.
35
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- Composti Organici Volatili (COV) e Idrocarburi (Benzene C6H6), IPA, Benzo(a)pirene
(C2OH12)
- Piombo
- Mercurio
- Cadmio
- Diossine e Furani
INQUINANTI SECONDARI E SMOG FOTOCHIMICO
- Ozono (O3)
- Perossi-acetil-nitrato (PAN) (CH3 (CO)-O-ONO2)
- Acido nitrico (HNO3)
- Acido Nitroso (HNO2)
- Composti organici in fase particellare NO3 (Nitrati)
- Formaldeide (HCHO)
- Nitro-IPA : 16H9NO2 (2-Nitrofluorantene)
- Nitro-IPA : 16H9NO2 (2-Nitrofluorantene) “.32
Oltre a non aver considerato i principali (e caratteristici) inquinanti primari la non considerazione
delle componenti secondarie (e il relativo contributo) connesso all’emissione dell’inceneritore oltre
a confermare il giudizio di grave incompletezza dello SIA; inficia anche ogni considerazione di
carattere sanitario relativa ai possibili effetti sullo stato di salute della popolazione esposta.
Si rammenta che, tra gli inquinanti diretti e indiretti, nella fase di scoping il punto 13 della
determinazione 3985/2006 richiedeva di considerare “la tematica delle cosiddette nanopolveri e
sotto il profilo della comparazione con altre forme emissive … e sotto il profilo dell’abbattimento e
del monitoraggio”. Nulla di quanto prescritto su tale argomento è reperibile nei documenti
costituenti lo SIA.
e) La necessità di estendere (rispetto a quanto svolto nello SIA) l’attenzione a molte altre
specie chimiche è stabilito anche dal DLgs 59/2005 ove richiede che l’attenzione nella
procedura di valutazione e rilascio della autorizzazione integrata ambientale riguardi
(allegato III)
Aria:
1. Ossidi di zolfo e altri composti dello zolfo.
32
Relazione finale del progetto di ricerca per il Ministero dell’Ambiente: “Sostenibilità ambientale della
termovalorizzazione dei rifiuti solidi urbani. Fase seconda” , maggio 2001 – dicembre 2003, curato dai Proff. Andrea
De Lieto Vollaro e Massimo Coppi della Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Dipartimento di Fisica
Tecnica, (pp. 234-235).
36
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2. Ossidi di azoto e altri composti dell'azoto.
3. Monossido di carbonio.
4. Composti organici volatili 5. Metalli e relativi composti.
6. Polveri.
7. Amianto (particelle in sospensione e fibre).
8. Cloro e suoi composti.
9. Fluoro e suoi composti.
10. Arsenico e suoi composti.
11. Cianuri.
12. Sostanze e preparati di cui sono comprovate proprietà cancerogene, mutagene o tali da poter
influire sulla riproduzione quando sono immessi nell'atmosfera.
13. Policlorodibenzodiossina (PCDD) e policlorodibenzofurani (PCDF).
f) Una completa e dettagliata valutazione delle ricadute (o comunque dell’entità e del livello
dei rilasci nell’ambiente) delle emissioni dell’inceneritore è indispensabile per giungere alla
possibilità di identificare e quantificare (stimare) le modifiche ambientali indotte dall’opera
incluse – mediante una valutazione di rischio – quelle di carattere sanitario.
Per riprendere indicazioni di letteratura in merito :
<< Obiettivo della caratterizzazione dello stato di qualità dell’ambiente, in relazione al benessere
ed alla salute umana, è quello di verificare la compatibilità delle conseguenze dirette ed indirette
delle opere e del loro esercizio con gli standard ed i criteri per la prevenzione dei rischi
riguardanti la salute umana a breve, medio e lungo periodo. Le analisi sono effettuate attraverso:
a) l’identificazione e la classificazione delle cause significative di rischio per la salute umana
da microorganismi patogeni, da sostanze chimiche e componenti di natura biologica, qualità di
energia, rumore, vibrazioni, radiazioni ionizzanti e non ionizzanti, connesse con l’opera;
b) l’identificazione dei rischi eco-tossicologici (acuti e cronici, a carattere reversibile ed
irreversibile) con riferimento alle normative nazionali, comunitarie ed internazionali e la
definizione dei relativi fattori di emissione;
c) la descrizione del destino degli inquinanti considerati, individuati attraverso lo studio del
sistema ambientale in esame, dei processi di dispersione, diffusione, trasformazione e degradazione
e delle catene alimentari;
d) l’identificazione delle possibili condizioni di esposizione delle comunità e delle relative aree
coinvolte;
e) l’integrazione dei dati ottenuti nell’ambito delle altre analisi settoriali e la verifica della
compatibilità con la normativa vigente dei livelli di esposizione previsti;
f) la considerazione degli eventuali gruppi di individui particolarmente sensibili e
dell’eventuale esposizione combinata a più fattori di rischio. >>33
33
Relazione finale del progetto di ricerca “Sostenibilità ambientale della termovalorizzazione dei rifiuti solidi urbani.
Fase seconda” (maggio 2001 – dicembre 2003) curato dai Proff. Andrea De Lieto Vollaro e Massimo Coppi della
Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Dipartimento di Fisica Tecnica (p. 203)
37
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Nel caso in esame, mentre si è proceduto a una articolata caratterizzazione anteoperam dell’area
prossima agli impianti mediante i monitoraggi descritti nel Quadro ambientale quasi nulla è stato
sviluppato nel senso descritto e proposto nel documento citato.
L’assenza di informazioni e valutazioni di idoneo approfondimento ed estensione determina
l’impossibilità di una valutazione del rischio connessa con l’opera.
Questo aspetto viene ripreso nella “valutazione del potenziale impatto sanitario” (p. 56 Stima degli
impatti – Allegato D2) ma si esaurisce con indicazioni generiche senza un idoneo approfondimento
(reso comunque impossibile dall’assenza delle fondamentali informazioni di carattere ambientale
come sopra detto).
Lo “Studio effetti sanitari” (Allegato D2) si è basato, in particolare, oltre alla acquisizione dei dati
sanitari disponibili e aggiuntivi (per i residenti nelle zone limitrofe al nuovo impianto) sulla analisi
della letteratura scientifica sull’argomento e sulla “analisi dello studio di impatto ambientale ed in
particolare del progetto con formulazione di raccomandazioni di massima ai decisori e
suggerimenti per possibili sistemi di mitigazione” (p .3-4 Allegato D2).
Nella descrizione della metodologia della “Valutazione di impatto sanitario” (VIS) l’estensore ci
ricorda che il secondo step di tale valutazione (dopo la caratterizzazione dello stato di salute della
collettività residente nell’ambito territoriale di interessa) necessita di valutazione del rischio
articolata su diverse fasi :
•
•
•
•
Identificazione del pericolo
Determinazione di qual è la relazione tra la dose e la risposta
Valutazione dell’esposizione
Caratterizzazione del rischio
L’Allegato D2, a questo punto abbandona tali aspetti e, oltre a indicare alcuni dati per un profilo
sanitario della popolazione interessata, si limita a una rassegna della letteratura epidemiologica in
materia.
In sintesi le conclusioni del relatore in proposito sono che la letteratura epidemiologica34 riconosce,
in modo non lineare, degli effetti per i vecchi impianti di incenerimento caratterizzati da elevate
emissioni di microinquinanti organici ed in particolare PCDD/F.
Evidenzia diversi problemi metodologici, dalla formazione della coorte sottoposta ad analisi, al
problema del discrimine tra esposizioni dovute ad impianti di incenerimento e altri fattori
compresenti, nel complesso conclude che “è possibile affermare che gli approcci epidemiologici
attualmente applicati trovino i maggiori limiti proprio nell’incapacità di determinare a) l’effettivo e
specifico impatto degli impianti sulle concentrazioni degli inquinanti, così come b) il reale
contributo all’esposizione umana indipendentemente da altri fattori generali” (p 13 Allegato D2) e
comunque sono di carattere retrospettivo e non possono essere applicati per nuovi impianti.
34
Nell’allegato 2 manca una completa bibliografia degli studi citati che sono richiamati solo sommariamente col nome
dell’autore e l’anno.
38
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La relazione conclude che :
•
•
•
“è stata analizzata la proposta oggetto di VIS” (senza però alcuna VIS sulla proposta);
“è stata identificata e caratterizzata la popolazione potenzialmente esposta”;
“è stata prevista l’identificazione e la caratterizzazione dei rischi potenziali ai fini
dell’impatto sanitario che hanno mostrato come l’aria atmosferica sia di gran lunga il
fattore ambientale più rilevante” , ma valutazioni di dettaglio, relative ai diversi
contaminanti presi in considerazione, non sono state reperite nella relazione in questione;
nonostante tali limitazioni evidenti e nonostante non si sia neppure tentato una valutazione del
rischio il relatore conclude (p. 29 dell’Allegato D2) con delle “raccomandazioni ai decisori” nei
termini che seguono che si commentano contestualmente:
•
•
“previsione di un sistema di monitoraggio analitico degli inquinanti atmosferici
considerando i modelli di ricaduta e le sostanze più direttamente correlate con la salute
dell’uomo (articolato ed in particolare polveri sottili, ossidi di azoto, ossido di carbonio,
diossine)” , a parte l’incompletezza lampante degli inquinanti di importanza sanitaria si
rileva che tale raccomandazione segue alla carenza della applicazione dei modelli di ricaduta
che, evidentemente, è sfuggita al relatore;
Previsione di monitoraggi del rumore, dei flussi di traffico per il conferimento dei rifiuti, del
periodo di apertura del cantiere.
Le conclusioni della relazione, nonostante si presenti in termini sanitari, va oltre e appare una
approvazione a tutto campo dell’impianto, in quanto :
•
•
•
“l’analisi del progetto consente di affermare che sono state previste tutte le tecnologie oggi
disponibili per ridurre al minimo l’emissione di inquinanti e quindi i rischi per la salute
umana” , nell’Allegato D2 non si è trovata traccia alcuna di tale analisi;
“Le alternative illustrate nei diversi scenari di riferimento mostrano che l’impatto sulle
componenti ambientali è molto bassa facendo ritenere trascurabile il contributo del nuovo
impianto di termovalorizzazione sull’inquinamento atmosferico della zona oggetto
dell’insediamento” , considerando le carenze degli “scenari di riferimento” già illustrate non
è chiaro come siano possibili tali conclusioni, tenendo conto che in tali alternative (i due
scenari di configurazione degli impianti di produzione del calore per la rete di
teleriscaldamento) non sono stati semplicemente presi in considerazione le sostanze con
maggiore criticità sanitaria (oggetto invece della letteratura epidemiologica esaminata, citata
e commentata dal relatore dell’Allegato D2);
“i dati di letteratura indicano che non vi sono risultati univoci riguardo eventuali effetti
sanitari nelle popolazioni residenti nei pressi di impianti di incenerimento”
39
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• “la maggior ricaduta emissiva è prevista solo nella zona limitrofa all’inceneritore che
risulta a bassa densità abitativa” , a parte la professione di fede, non condivisa, nei
confronti di quanto indicato nello SIA; si rammenta che – attualmente – l’area (come le aree
limitrofe anche in futuro) sono a prevalente destinazione agricola, come già detto, su un
aspetto, da anni, sono concordi gli studi sulla ricadute delle emissioni degli inceneritori dei
microcontaminanti organici ed in particolare le PCDD/F : che l’esposizione umana arriva
fino al 95 % (a seconda delle caratteristiche territoriali) attraverso la matrice alimentare;
• “Le previsioni di effetti sulla salute non indicano particolari rischi aggiuntivi anche se un
analitico monitoraggio negli anni appare opportuno” , non è chiaro ove siano reperibili
specifiche previsioni di effetti per l’impianto in questione, ove tali previsioni emergano da
valutazioni indotte dagli studi epidemiologici considerati la proposta indica soltanto la
opportunità di utilizzare come cavie la popolazione parmense.
In sintesi, la caratteristica peculiare della relazione Allegato D2 (per quanto è possibile leggervi in
quanto le valutazioni extratesto non sono conoscibili) è di fondare le conclusioni tranquillizzanti
sulle conclusioni non univoche degli studi epidemiologici comunque retrospettivi (riferiti a impianti
delle precedenti generazioni tecnologiche).
Si ritiene opportuno segnalare che anche studi recenti35 hanno ribadito quanto pesantemente gli
interessi economici possano influenzare la salute pubblica e come errori negli studi epidemiologici
possono sottostimare le conseguenze sulla collettività.
Negli ultimi anni è stata prestata maggiore attenzione agli effetti non neoplastici, in particolare (per
le diossine e in genere per i disturbatori endocrini) e alla emissione di polveri e ossidi di azoto.
Questi effetti sono ricordati dall’estensore dell’Allegato D2 in particolare in merito a uno studio
giapponese 36, oltre a quello citato ve ne è un altro svolto su 450.807 bambini da 6 a 12 anni da
Osaka che ha evidenziato una relazione statisticamente significativa fra vicinanza della scuola e
sintomi quali difficoltà di respiro, mal di testa, disturbi dello stomaco, stanchezza.
Probabilmente anche questo studio può essere sbrigato dall’estensore dell’Allegato D2 come non
rigorosi scientificamente.
Anche nel campo delle neoplasie studi recenti hanno confermato la significatività della correlazione
con aumenti correlati alla esposizione da emissioni di inceneritori (in particolare per linfomi non
Hodgkin – LNH, tumori polmonari, neoplasie infantili e sarcomi).37
Dalla studio connesso con l’iniziativa Enhance Health per quanto concerne l’area investigata
intorno agli inceneritori di Coriano (Forlì) l’estensore dell’Allegato D2 (p. 22) nel citarlo riporta
solo che “su determinati istotipi tumorali, quali le neoplasie maligne della pleura , si evidenziava di
contro (ai risultati di mortalità generale della coorte dei residenti, ndr) un apparente eccesso di
35
Huff J, “Industry influence on occupational and environmental public health” Int. J. Occup. Environ. Health, 2007.
Nell’allegato D2 viene citato come Yoshida et al (2005), qui si fa riferimento allo studio Miyake Y et al. “Relation
between distance of school from the nearst municipal waste incineration plant and child health in Japan”, Europ. Jour.
of Epidemiology, 2005, 20 : 1023-1029.
37
Institut de Veille Sanitaire – “Etude d’incidence des cancers à proximité des usines d’incinération d’ordure
ménagères” http:/www.invs.sante.fr/publications/2006.
36
40
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mortalità .. e di incidenza … per la popolazione maschile residente. A causa della limitata casistica
(10 casi complessivi), della relativa rarità delle neoplasie, e della nota, forte associazione con
l’attività lavorativa – non indagata dal disegno dello studio quest’ultimo risultato sarebbe
meritevole di più accurata e critica indagine come del resto segnalato dagli autori”. In realtà lo
studio in questione ha indagato anche la realtà ungherese di Dorog ove è presente un inceneritore
per rifiuti tossici dal 1980 (da 30.000 t/a). L’analisi della mortalità e morbilità in una area di 30 km
ha evidenziato per i maschi aumenti statisticamente significativi di tumori al colon-retto, eventi
cardiaci, patologie cerebro-vascolari e malattie polmonari croniche. Per le femmine un aumento
significativo per eventi cerebrovascolari. Inoltre la mortalità per patologie polmonari croniche
registra un progressivo incremento fino a 15 km dall’impianto.
Nel caso di Forlì, contrariamente a quanto scritto nell’Allegato D2, emergono eccessi
statisticamente significativi nelle femmine sia nella mortalità complessiva38 che nella mortalità per
tumori, coerentemente con l’aumento dell’esposizione, tra + 17 % e + 54 % (con particolare
riferimento ai tumori al colon-retto, allo stomaco, alla mammella). Questa situazione è ammessa
dagli estensori del rapporto in questione “analizzando le singole cause, sono stati riscontrati alcuni
eccessi di mortalità e incidenza da considerare con maggiore attenzione. Infatti è stato riscontrato
nelle donne un eccesso di mortalità per tumori dello stomaco, colon retto, mammella e tutti i
tumori” , ciò nonostante il rapporto si conclude (probabilmente sarà questa la parte presa in
considerazione dall’estensore dell’Allegato D2) affermando che “lo studio epidemiologico dell’area
di Coriano Forlì nell’analisi dell’intera coorte per livelli di esposizione ambientale potenzialmente
attribuibili agli impianti di incenerimento (tracciante metalli pesanti) con aggiustamento per livello
socio-economico della popolazione, non mostra eccessi di mortalità generale e di incidenza di tutti
i tumori”.39
Da ultimo, non abbiamo trovato specifiche indicazioni da parte del relatore dell’Allegato D2 (Prof.
Carlo Signorelli) circa l’assenza o la presenza di conflitti di interesse nei confronti dei soggetti in
ogni modo interessati alla realizzazione dell’impianto in progetto.40
In merito alla analisi di rischio ambientale/sanitario si rammenta che vi sono diverse metodologie
proposte41, comunque sia - una volta definita la concentrazione della o delle sostanze nell'ambiente
e calcolata la dose che può giungere complessivamente al ricettore mediante le diverse matrici – i
metodi proposti si fondano sull'ipotesi della esistenza di una relazione dose-risposta ovvero di una
38
Aumento per le donne di rischio di morte per tutte le cause associato ad esposizione a metalli pesanti, tra + 7 % e +
17 %.
39
Report finale Progetto Europeo “Enhance Health”, Interreg IIIC East Program.
40
E’ opportuno che tale condizione sia esplicitata, anche ove non vi siano palesi conflitti come nel caso del Prof.
Umberto Veronesi che, da un lato, dichiara in un programma televisivo che l’incenerimento dei rifiuti è innocuo e,
dall’altro, è possibile visionare sul sito web della Fondazione omonima che tra i finanziatori della stessa vi è la
multinazionale francese Veolia che, tra l’altro, costruisce e gestisce impianti di incenerimento.
41
Alcune delle quali sviluppate anche a livello di software riconosciuti come ROME o GIUDITTA e utilizzati per
l’analisi di rischio delle attività di bonifica di siti contaminati.
41
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relazione tra la dose ricevuta e l'incidenza di un effetto negativo calcolabile sulla salute di una
popolazione esposta.
Occorre pertanto tener conto dell'intensità dell'esposizione, della durata dell'esposizione nel corso
della vita media di un individuo e di altre variabili che possono condizionare la risposta, come il
sesso, l'età, lo stile di vita etc (e, quindi conoscere non solo il numero di persone residenti ma le loro
caratteristiche sociali e sanitarie). Non va dimenticato che tali analisi (qui comunque neppure
tentate) comportano importanti livelli di incertezza per il numero e la difficoltà di definizione dei
parametri e la difficoltà di individuare modelli concettuali all’altezza della complessità dei processi
da rappresentare.
In particolare la valutazione dose-risposta è basata di norma sulla estrapolazione da alte a basse dosi
e da dati sperimentali sugli animali all'uomo, e sono tutt'ora fonte di discussione scientifica.
Per le sostanze cancerogene, come le PCDD/F, vi è inoltre il problema della incertezza della reale
definizione di una curva dose-risposta reale ovvero della esistenza di una "soglia" al di sotto della
quale si possono escludere effetti (probabilità incrementali) oncogeni.
I punti critici di una tale procedura sono costituiti dalla definizione delle “dosi accettabili”
(scientificamente un controsenso per le sostanze cancerogene) e dai modelli di trasporto-destino al
recettore di un contaminante in quanto le variabili sono molteplici e occorre necessariamente
procedere per approssimazioni soprattutto – come nel nostro caso – non si dispongono di dati
ambientali e territoriali completi.
Gli estensori dello SIA ci hanno comunque esonerati da discussioni inerenti il livello, i
percorsi di esposizioni, la dose che può raggiungere la popolazione esposta, gli effetti sanitari
di tale esposizione in quanto nessuna conoscenza in proposito è contenuta nella stima degli
impatti.
Quanto fin qui detto vale anche per gli aspetti connessi agli impatti sulla filiera agroalimentare
proprio in quanto la principale via di esposizione di microinquinanti (PCDD/F in primis)
riconosciuta nella letteratura scientifica in materia è proprio la catena alimentare.
Rammentiamo a tale proposito che vi sono stati diversi eventi di contaminazione alimentare da
diossine certamente dovute ad emissioni di impianti di incenerimento (ancorché “vecchi”).
<< La rivista italiana “L’informatore Agrario” 42 a suo tempo ha parlato di “un’indagine del
Ministero dell’Agricoltura francese da cui risulta che tassi allarmanti di diossina sono stati
riscontrati negli scorsi mesi nel latte prodotto in 34 dei 95 Dipartimenti del Paese. In tre
Dipartimenti del Nord – l’area a maggiore vocazione lattiera – il tasso riscontrato è superiore a 3
picogrammi per grammo di grassi dei prodotti lattiero-caseari analizzati, rispetto ad un valore di
riferimento che non dovrebbe superare 1 picogrammo, mentre a 5 picogrammi scatta la proibizione
del consumo. La diossina dispersa nell’atmosfera appare dovuta all’attività degli inceneritori; 40
impianti di incenerimento dei rifiuti urbani, secondo il Ministero dell’Ambiente, non sarebbero in
42
N. 37 del 26.09.1997, p. 48.
42
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regola, e quindi continuano sistematicamente a contaminare i pascoli. L’indagine si sta anche
estendendo ai tassi di diossina nelle uova e nelle carni”.
Lo studio in oggetto 43 pubblicizzato dal CNIID (Centre National d’Information Indépendante sur
les Déchets) ha verificato che 40 prodotti analizzati (20 formaggi, 8 di burro, 12 di prodotti freschi)
erano tutti contaminati da diossine. Il calcolo della razione giornaliera riferita in particolare a
neonati ha evidenziato un superamento dei limiti individuali fissati dal Ministero della Sanità
(ovvero 1 picogrammo di diossina per chilogrammo di peso corporeo al giorno): infatti un bambino
di 10 anni del peso di 30 kg, stando a tale limite, non deve ingerire più di 30 picog/kg al giorno,
mentre ipotizzando una razione giornaliera di 500 ml di latte, due porzioni di burro da 10 g, due
yogurt da 150 ml e due porzioni di formaggio da 30 g si troverebbe a ingerire tra 156 e 92 pg di
TCDDeq al giorno (corrispondenti ai prodotti a maggiore contaminazione e a quelli a
contaminazione media). A tale esposizione, continua questo studio, va aggiunta quella derivante da
altri alimenti a base di grassi animali in cui si è accertata la maggiore contaminazione da diossine;
tale apporto supplementare è in grado di raddoppiare l’esposizione – sempre per un bambino di 10
anni - quello derivante dai prodotti lattiero-caseari.
Le zone studiate e che hanno evidenziato il superamento dei limiti di contaminazione da diossine,
stabiliti dal Ministero della Sanità francese sono stati i dipartimenti di Seine-Maritime e Pas-deCalais per il latte, quelli di Deux-Sevres e Somme per il burro, Aisne, Calvados, Gironde, LoireAtlantique, Nord, Sarthe per i prodotti freschi (creme, dessert), Ariege, Calvados, Doubs, Drome,
Finistere, Manche, Mayenne, Meuse, Orne, Haut-Rhin, Haute-Savoie, Seine-et-Marne, Vendee per i
formaggi.
Le prefetture, a suo tempo, hanno vietato a sedici aziende agricole la vendita del latte prodotto e
sono stati chiusi gli inceneritori di Halluin, Wasquehal e Sequedin (zona di Lille) assieme a quello
di Maubeuge, nel nord del paese, dove si è accertato il superamento di 1.000 volte il vigente limite
previsto dalle direttive dell’Unione Europea sulle diossine.
Analoghe verifiche sono state svolte ripetutamente in Belgio per l’impianto di Anversa come per
quelli di Weurt e Lathum in Olanda. In Olanda, è utile ricordarlo, nel 1989 l’inceneritore di
Rotterdam fu spento e la produzione di latte del circondario fu distrutta per diversi anni per l’elevata
presenza di diossine. In alcuni casi si sono verificate contaminazioni tra 11 e 14 nanog/l in TCDDeq
a fronte di un limite massimo fissato in Olanda a 0,1 nanog/l; questo inquinante ha interessato anche
in aziende di agricoltura biologica considerate – erroneamente - al di fuori dell’area “a rischio”. >>
Altri studi hanno evidenziato differenze, in generale, tra zone senza e con fonti contaminanti per
PCDD, PCDF e PCB comprensivi di inceneritori per rifiuti.
Ad esempio in Germania la differenza rilevata è tra “valori di fondo”, negli anni ’90, nel latte
bovino pari a 0,6-1,54 pg/g/sostanza grassa a 5,0-5,7 pg/g/sostanza grassa nei pressi di inceneritori,
in Olanda tra “valori di fondo” sempre per il latte pari a 0,38-2,5 pg/g/sostanza grassa a 5,1-13,5
43
Direction générale de l’alimentation “Resultats du plan de surveillance de la contamination des produits laitiers per
les dioxines”, 28 mai 1997.
43
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pg/g/sostanza grassa per zone con inceneritori, in Gran Bretagna sono stati riscontrati – nel latte valori pari a 3,0-7,1 pg/g/sostanza grassa presso impianti di incenerimento44.
Si rammenta che anche gli studi dell’OMS hanno evidenziato differenze consistenti tra livelli di
PCDD, PCDF e PCB nel latte umano tra zone industrializzate (10-35 pg/TEq/grammo di sostanza
grassa) e zone non industrializzate (< 10 pg/Teq/grammo di sostanza grassa)45 oltre alla nota
contaminazione delle popolazioni Inuit del circolo polare artico, i quali, nonostante non hanno fonti
industriali di PCDD e PCDF possiedono elevati valori di questi contaminanti – grazie all’estensione
planetaria della contaminazione di questi e altri tossici - anche a causa della alimentazione di
questa popolazione fondata su cibi grassi.
La più recente vicenda (16.12.2007) della contaminazione di diossine nel latte prodotto da tre
fornitori della Centrale del Latte di Brescia (concentrazione molto vicina al limite di 3 picog/g) ha
riproposto la questione anche se non è stata ancora definita la fonte dei contaminanti.
Non può stupire quindi che le norme in materia di produzione agricola (DLgs 228/2001) si siano
preoccupate di tutelare le produzioni di pregio dalla vicinanza di impianti di
smaltimento/trattamento rifiuti come segue:
Art. 21. Norme per la tutela dei territori con produzioni agricole di particolare qualita' e tipicita'
1. Fermo quanto stabilito dal decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, come modificato dal
decreto legislativo 8 novembre 1997, n.389, e senza nuovi o maggiori oneri a carico dei rispettivi
bilanci,lo Stato, le regioni e gli enti locali tutelano, nell'ambito delle rispettive competenze:
a) la tipicita', la qualita', le caratteristiche alimentari e nutrizionali, nonche' le tradizioni rurali di
elaborazione dei prodotti agricoli e alimentari a denominazione di origine controllata (DOC), a
denominazione di origine controllata e garantita (DOCG), a denominazione di origine protetta
(DOP), a indicazione geografica protetta (IGP) e a indicazione geografica tutelata (IGT);
b) le aree agricole in cui si ottengono prodotti con tecniche dell'agricoltura biologica ai sensi del
regolamento (CEE) n. 2092/91 del Consiglio, del 24 giugno 1991;
c) le zone aventi specifico interesse agrituristico.
2. La tutela di cui al comma 1 e' realizzata, in particolare, con:
a) la definizione dei criteri per l'individuazione delle aree non idonee alla localizzazione degli
impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti, di cui all'articolo 22, comma 3, lettera e), del decreto
legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, come modificato dall'articolo 3 del decreto legislativo 8
novembre 1997, n. 389, e l'adozione di tutte le misure utili per perseguire gli obiettivi di cui al
comma 2 dell'articolo 2 del medesimo decreto legislativo n. 22 del 1997;
b) l'adozione dei piani territoriali di coordinamento di cui all'articolo 15, comma 2, della legge 8
giugno 1990, n. 142, e l'individuazione delle zone non idonee alla localizzazione di impianti di
44
Dato del 1997. Altri dati possono essere reperiti, anche per altri tossici e per altri alimenti, in M.Allsopp et al.
“Reciper for disaster. A review of persistent organic pollutants in food”, University of Exeter, marzo 2000.
45
V. WHO European Centre for Environment and Health “Contamination with Dioxin of some belgian food products”,
giugno 1999 e “Assessment of the health risk of dioxins: re-evaluation of the Tolerable Daily Intake (TDI”, WHO
consultation, 25-29 maggio 1998, Geneve.
44
Aderiscono al Coordinamento GCR:
Medici per l’Ambiente; Greenpeace di Parma; Amici di Beppe Grillo di Parma; Gruppo Famiglie Zona
Nord;Girotondi di Parma “Prendiamo la parola” ; Comitato NO all’inceneritore di Colorno-Comitato “No
all’inceneritore di Torrile”; G.A.S Terra Terra; Comitato Padano, Comitato Rione Colombo
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smaltimento e recupero dei rifiuti ai sensi dell'articolo 20, comma 1, lettera e), del citato decreto
legislativo n. 22 del 1997, come modificato dall'articolo 3 del decreto legislativo n. 389 del 1997.
La localizzazione del PAI è avvenuta in una area considerata esplicitamente come idonea da parte
del PPGR, pertanto tali limitazioni sono di fatto superate, ovviamente non è da considerasi superata,
a questo punto, la incompatibilità di produzioni agricole di pregio nei pressi dell’inceneritore
ponendo mente che le norme sulle produzioni agricole (in particolare “biologiche”) sono in una fase
di revisione e, con ogni probabilità, diverranno più restrittive per quanto concerne le componenti
ambientali territoriali oggi non considerate 46
I valori di riferimento (per i prodotti caseari, il foraggio ecc) contenuti in direttive e regolamenti
UE47 riportati nel Quadro ambientale e oggetto delle rilevazioni ante operam derivano (per quanto
concerne PCDD/F e PCB diossina simili e non) in buona parte proprio dagli eventi sopra ricordati.
Il documento “Analisi dei potenziali effetti sulle produzioni agricole e agroindustriali indotti dal
termovalorizzatore” a cura del C.R.P.A. di Reggio Emilia (allegato C4 dello SIA) nonostante il
titolo, allo stato dello studio (“Stato di avanzamento a giugno 2007”) non propone alcuna analisi
(stima) degli effetti ma esclusivamente presenta i risultati su diversi matrici (suolo, foraggi, cereali,
latte) presso diversi punti (e aziende del comparto) nell’area limitrofa all’impianto e qui si ferma;
probabilmente rinviando la questione a futuri monitoraggi.
Nessuna stima degli effetti di accumulo (per quali sostanze e in quali termini) viene presentata
in tale studio né in altre parti dello SIA, d’altronde non avendo a disposizione una stima della
ricaduta atmosferica a livello del suolo dei contaminanti bioaccumulabili prodotti
dall’inceneritore non si vede come poteva essere possibile una qualunque valutazione in
merito che è pertanto da considerare come assente.
Nel complesso l’assenza di una analisi di rischio evidenzia anche l’assenza di un aspetto
specifico che Enìa si era impegnata a sviluppare nello scoping (v. pp 137-141 Relazione di
Scoping) fino a definire nel paragrafo “atmosfera” una voce relativa alla “descrizione
dell’aumento della esposizione umana ad inquinanti nell’atmosfera” che non esiste nel volume D
stima degli impatti.
46
Il Regolamento comunitario 1804/1999 esplicita, allo stato, solo per gli alveari l’obbligo di “mantenere una distanza
sufficiente da qualsiasi fonte di produzione non agricola potenzialmente contaminanti quali centri urbani, autostrade,
aree industriali, discariche, inceneritori di rifiuti, ecc. Le autorità o gli organismi di controllo stabiliscono misure volte
ad assicurare il rispetto di tale requisito.”
47
La Raccomandazione 88/2006 ha introdotto obiettivi di riduzione delle diossine e dei PCB ulteriori rispetto al
regolamento 199/2006 .: ad esempio per il latte si passa da 3 picog/g di grasso OMS-PCDD/F TEQ (indicati a p. 256 del
Quadro ambientale) a 2 picog/g di grasso OMS-PCDD/F TEQ (come comunque ricordato nell’Allegato C4 (p. 17). Le
norme europee sono l’applicazione, nel comparto, della COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL CONSIGLIO,
AL PARLAMENTO EUROPEO E AL COMITATO ECONOMICO E SOCIALE Strategia comunitaria sulle diossine, i
furani e i bifenili policlorurati [COM(2001) 593 definitivo
45
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Nel volume D tale voce viene praticamente “assorbita” nel paragrafo 2.2.2 “Stima dei possibili
effetti futuri sulla salute e possibili mitigazioni”, stima non supportata, come già detto, da una
analisi di rischi.
Il proponente arriva a rimangiarsi degli impegni da lui stesso presi nella fase di scoping, approvati
nella determinazione provinciale e dunque prescrittivi.
Singolare è la presentazione della funzione del corridoio ecologico del Canale Naviglio ovvero la
realizzazione di “una superficie a verde di circa 33 ettari, intensamente piantata che sarà studiata
in modo da contribuire in modo significativo alla rimozione di inquinanti dell’atmosfera” (p. 100
Relazione di scoping).
Sia nella relazione citata che nella relazione generale e nelle Stime degli impatti (PP. 47 – 53 e
Allegato D1) questo intervento (la riforestazione concerne 25 ettari complessivi) viene presentato
come misura “di riequilibrio delle funzioni naturali” (p. 275 Quadro progettuale), con funzioni
“depurative”, con valenze positive tanto sul ciclo delle acque che su quello del benessere
psicologico prevedendo un “approccio scientifico” visto che “risulta evidente l’importanza degli
effetti esercitati dalla vegetazione del parco in termini di mitigazione dell’inquinamento
atmosferico” (p. 103 Relazione di scoping).
In primo luogo va precisata che l’intervento di riforestazione ha una valenza di tipo esclusivamente
compensativa (parziale): a fronte dell’incremento di emissioni dovuto all’inceneritore e agli altri
impianti PAI, l’intercettazione e l’abbattimento “di una quota degli inquinanti non dispersi”
(unitamente alle altre funzioni assegnate al parco). Questo in quanto, stando ai risultati delle
modellizzazioni delle ricadute delle emissioni la zona ove verrà realizzato il bosco è solo
marginalmente investita dalla ricaduta, pertanto le principali funzioni di “abbattitore” di polveri o
altri contaminanti verranno svolte principalmente in relazione ad altre fonti, presenti o future,
nell’area limitrofa al PAI.
L’ “approccio scientifico” anticipato nella relazione di scoping emerge dall’Allegato D1 “Studio
inerente l’abbattimento del PM10 da parte del sistema del verde previsto nel PAI e nell’area
confinante attraversata dal Canale Naviglio”. In sintesi questo studio, in relazione
alle modalità della deposizione di contaminanti, alle caratteristiche delle specie
arboree e alla loro estensione nonché sulla base della letteratura in materia, stima “una
capacità mitigatrice potenziale della vegetazione complessiva in esame … riferita alla deposizione
secca di ca. 1.050 kg annui di PM10” (v. p. 52 Stima degli impatti) a fronte, lo ricordiamo, di una
stima di emissione annua dall’inceneritore di 3.420 kg di PM10.
Mancano stime per altri contaminanti e risultano assenti delle valutazioni (promesse nella Relazione
di scoping –v. p. 101-102) relative al “risparmio energetico quantificabile come mancate emissioni
di CO2”, il tema delle emissioni di gas ad effetto serra è praticamente assente dallo SIA.
Anche se chi scrive ritiene eccessivo richiedere una stima degli effetti psicologici (citati ma non
quantificati nello SIA) si evidenzia che, in caso di valutazioni in tal senso, andrebbero anche
valutati gli effetti psicologici negativi correlati con strutture invasive come un impianto di
46
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incenerimento (e una selva di capannoni industriali come previsto nello SPIP dell’inceneritore e in
quelli limitrofi).
Alcune note inerenti i contenuti della domanda di Autorizzazione Integrata
Ambientale
La documentazione inerente l’AIA è costituita sostanzialmente dalla relazione tecnica e dalle
schede descrittive prescritte dalla normativa .
La relazione tecnica riprende in termini descrittivi la Relazione generale e il Quadro progettuale
oltre a presentare una analisi della coerenza progettuale con le MTD/BAT di settore.
Gli aspetti progettuali già commentati a proposito del Quadro progettuale non verranno ripresi se
non per gli aspetti che seguono.
Nella domanda di AIA vengono presentate dei dati di taglia in parte differenti rispetto alla
documentazione dello SIA. In particolare si afferma che i rifiuti trattati (valore nominale per
ogni linea) sono pari a 8,125 t/h (con riferimento a un rifiuto con p.c.i. pari a 15.850 kJ/kg)
nello SIA si parla invece di linee da 8,5 t/h (con un p.c.i. pari a 15.803). Se questa può
sembrare una differenza limitata si evidenzia che la quantità di fumi emessi viene stimata
nell’AIA pari a 82.600 Nmc/h (fumi secchi)48 per linea mentre nel SIA è indicata in 75.000
Nmc/h, sul valore inferiore sono state condotte le stime relative all’impatto atmosferico
dell’inceneritore.
Il diagramma di combustione presentato a p. 32 della Relazione tecnica della domanda di
AIA mostra l’ampio range del rapporto tra p.c.i. dei rifiuti alimentati e quantità inceneribili
dato il carico termico dei forni (non viene indicato il fattore di utilizzo degli stessi), variabile
tra 6,5 t/h e 11,5 t/h per linea. Inoltre il fattore di emissione pari a quasi 10.200 Nmc/t di
rifiuto combusto appare elevato rispetto al p.c.i. di riferimento.
Per gli impianti di stoccaggio rifiuti pericolosi e di trattamento (selezione) per il recupero
dei rifiuti urbani si fa riferimento ai documenti “LG per l’individuazione delle MTD” del
1.02.2006 nonostante che, nel frattempo, sono stati tradotte e recepite i corrispondenti
documenti BAT europei con i DM datati 29.01.2007. Per la sezione di pretrattamento
(MTB) si fa riferimento al DM 29.01.2007 sugli impianti di incenerimento anziché al DM di
pari data specifico per gli impianti di trattamento meccanico biologico pertanto l’analisi è
limitata e non esaustiva.
Manca una adeguata trattazione delle caratteristiche del Sistema di Monitoraggio delle
Emissioni sia in termini costruttivi che gestionali nonché di validazione dei dati delle
rilevazioni in continuo. Questi aspetti vengono rinviati al “manuale di gestione del sistema
di monitoraggio delle emissioni” ove “saranno valutate tutte le possibili cause che possono
provocare tali eventi” (p. 145 Relazione tecnica AIA, per eventi si fa riferimento ai pericoli
per l’ambiente esterno connessi con malfunzionamenti dello SME, ndr) nonché a un “Piano
48
V. p.42 e p.88 Relazione tecnica domanda di AIA.
47
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di sorveglianza e controllo” per la gestione del monitoraggio delle emissioni (p. 146
Relazione tecnica AIA) nonché al piano di gestione operativa che verrà redatto nell’ambito
dell’ottenimento delle certificazioni di qualità ambientale. Tutte iniziative post realizzazione
dell’impianto mentre vi sono una serie di indicazioni che vanno definite nell’ambito della
AIA stessa per quanto indicato anche dal Dlgs 133/05 (artt. 4, 11, 16).
Un accenno a quanto sopra viene riferito solo per quanto concerne lo SME delle caldaie
integrative alla rete di teleriscaldamento (pp. 76-79 Relazione tecnica AIA) prevedendo la
presenza di un “software di dotazione (che) è in grado di invalidare le misure che si
ritengono non significative e/o errate, escludendo tali valori nelle elaborazioni successive” ,
accennando subito dopo alcuni principi del processo di validazione/invalidazione senza dare
delle specifiche sufficienti per capire il grado di rappresentatività e completezza che il
sistema (se identico a quello previsto ma non descritto per l’inceneritore) deve garantire ai
sensi del Dlgs 133/05 (allegato 1) inclusi gli intervalli di confidenza previsti per ogni
parametro. In tal senso manca una puntuale verifica della “posizione” dell’impianto rispetto
alle linee guida sul monitoraggio (DM 31.01.2005, allegato II).
Per quanto concerne situazioni di malfunzionamento/anomalia operative si afferma solo che
“saranno redatte specifiche istruzioni operative per gestire gli eventi più critici nel
funzionamento dell’impianto” (p. 145 Relazione tecnica AIA) senza presentare una analisi
degli eventi che si intende considerare in tali istruzioni (v. art. 16 Dlgs 133/05).
In riferimento alla descrizione delle emissioni (scheda E.1) si ribadisce quanto già
evidenziato circa la necessaria correlazione tra concentrazioni attese dichiarate e fissazione
di limiti di emissione (semiorari e giornalieri) coerenti con tali indicazioni (quindi inferiori
ai limiti del Dlgs 133/05). In caso contrario non sarebbe in alcun modo giustificato l’utilizzo
delle concentrazioni attese nella modellizzazione delle ricadute (e delle conseguenti
valutazioni di carattere ambientale e sanitario peraltro discutibili per i motivi di cui già si è
riferito in merito al contenuto del Volume D dello SIA).
In considerazione che l’AIA è riferita, correttamente, al sito e non solo all’impianto di
incenerimento, il piano di monitoraggio a impianti in funzione appare limitata ad aspetti
concernenti la ricaduta delle emissioni dell’inceneritore e non ad altri impatti correlabili con
l’attività complessiva del PAI (fatta eccezione per quanto previsto in merito al monitoraggio
del rumore). Non si condivide la limitazione della previsione di monitoraggio ambientale
(ricaduta delle emissioni) alla sola determinazione di polveri (come pure la esclusione totale
di prelievi del suolo).
Comunque sia si ritiene, nel caso in cui si concentri l’attenzione sulle polveri depositate (e
sul biomonitoraggio con licheni) che le postazioni di misura vengano incrementate
garantendo una copertura maggiore della zona di ricaduta. Inoltre andrà risolto il problema
del punto di “bianco” individuato nel monitoraggio ante operam e risultato contaminato in
modo analogo ai punti lungo le direttrici individuate di maggiore ricaduta delle emissioni,
pertanto inutilizzabile come tale. Infine, non è chiaro se e in quale misura il sistema previsto
tiene conto o è connesso con il progetto Moniter della Regione Emilia Romagna, dedicato
sia alla definizione di linee guida sul campionamento al camino delle emissioni che alla
sorveglianza ambientale e epidemiologica.
48
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Anche nell’AIA non vengono indicati dettagli inerenti l’impianto chimico-fisico (v. Scheda
G.3 dei singoli impianti). Sempre in tema di scarichi idrici è assente una valutazione dei
flussi di massa per singolo inquinante (scheda G.5).
Nelle schede (per tutti gli impianti) non vengono indicati i quantitativi (stime) per singolo
codice CER ma solo la quantità totale in entrata al singolo impianto;
Per quanto concerne l’impianto di stoccaggio di rifiuti pericolosi (non oggetto di
trattamento/smaltimento presso il PAI) l’elenco contenuto nella scheda evidenzia la
presenza di pressoché tutti i codici di rifiuti pericolosi contenuti nel CER. Tra questi rifiuti
ve ne sono di particolarmente pericolosi (es. olii e trasformatori contenenti PCB, sostanze
alogenate, cianuri, rifiuti contenenti mercurio) e altri alquanto anomali (rifiuti dalla
produzione di amianto nonostante tale attività in Italia sia cessata da tempo per effetto della
L. 257/1992). Ciò nonostante nel documento allegato al SIA (Allegato C.4) relativo alla
valutazione dei rischi rilevanti non viene praticamente fanno cenno a tali aspetti e non
appaiono considerati i rischi connessi (e le conseguenti misure di prevenzione per i
lavoratori e di protezione ambientale) in termini di applicazione del Dlgs 334/99. L’unico
accenno in tal senso è indicato nei seguenti termini “le problematiche di sicurezza relative al
comparto C2 sono essenzialmente riconducibili alla prevenzione incendi essendo previsto il
solo deposito di rifiuti, anche pericolosi, senza trattamento” (p. 6 della Analisi rischi
incidenti rilevanti). Va però segnalato che l’attività di ricondizionamento/riconfezionamento
di rifiuti liquidi (v. scheda E.2.2) comporta comunque una manipolazione del rifiuto con
rischi di spandimenti/rilasci (anche in atmosfera – emissione M2) di sostanze pericolose.
A nostro avviso anche la gestione dei rifiuti pericolosi decadenti dall’impianto di
incenerimento (ceneri leggere, polveri e Sali di abbattimento fumi - impianto C3) deve
essere considerata nel suo complesso e non solo in termini di rischio incendio (per esempio
considerando la presenza di rifiuti anche liquidi e di sostanze incompatibili tra loro). Tutti i
rifiuti pericolosi vengono indicati come esclusivamente da inviare a smaltimento (D1-D14)
mentre la lettura dell’elenco fa emergere molti casi di sostanze reimpiegabili in processi
produttivi (tra cui, paradossalmente, scorie e ceneri da impianti termici che, nel caso
dell’impianto di incenerimento, si dichiara come agevolmente recuperabili in cementifici e/o
realizzazione di massicciate stradale/riempimenti).
Conclusioni
A fronte di tutte le diverse carenze nella documentazione presentata sopra evidenziate, nonché delle
incongruenze e contraddizioni denunziate, con riserva di formulare ulteriori valutazioni nei termini
e modi consentiti,
SI CHIEDE
- che venga denegata l’autorizzazione richiesta e che venga espressa una pronuncia negativa di
compatibilità ambientale;
49
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- di essere tempestivamente notiziati circa lo stato di avanzamento della procedura autorizzatoria in
esame e di partecipare a tutte le fasi dell’iter autorizzativo come previsto anche agli artt. 6 e 9 della
Convenzione sull'accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e
l'accesso alla giustizia in materia ambientale (Convenzione di Aahrus del 25.06.1998 ratificata)
come recepita nella normativa comunitaria dalla Decisione 2005/370/Ce e ratificata in Italia con la
Legge n. 108/2001;
- il tempestivo rilascio, anche ai sensi del D.Lgs. 195/2005, di copia in carta semplice dei seguenti
atti e documenti:
1) eventuali osservazioni presentate da altri soggetti interessati;
2) eventuali controdeduzioni del gestore dell’impianto;
3) eventuali modifiche all’impianto introdotte dal gestore;
4) eventuali richieste di integrazioni e chiarimenti richiesti dal Comune e dalla Provincia, e
conseguente documentazione fornita dal gestore;
5) parere del Comune territorialmente competente;
6) parere dell’ARPA;
7) eventuali ulteriori pareri ed atti di assenso acquisiti;
8) eventuali verbali di conferenze di servizi;
9) eventuale schema dell’autorizzazione integrata ambientale trasmesso dalla Provincia al gestore;
10) eventuali osservazioni del gestore relativamente allo schema di autorizzazione;
11) eventuale autorizzazione integrata ambientale rilasciata al gestore o altro eventuale
provvedimento conclusivo del procedimento.
Con ogni più ampia riserva di azione e tutela in tutte le sedi.
Per ogni comunicazione inerente alle presenti osservazioni e richieste si prega di far riferimento a
Paolo Ferraroni, Strada Bodrio, 32 - 43030 - Porporano – Parma – Tel. 348 5915859
Ovvero, in subordine,
Francesco Gaiani, Strada Traversante Ravadese, 48 – 43100 – Parma – Tel. 333 3777965.
Con osservanza.
Paolo Ferraroni
Francesco Gaiani
Antonio Restori
50
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A nome Centro per la Salute “Giulio A.
Marco Caldiroli
Maccacaro” , via Roma 2, Castellanza (VA)
51
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Osservazione al PAI del GCR