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Indice
pag.
07.
Nel grembo della terra madre
don Francesco di Tria
10.
Geologia, morfologia della grotta
e lavori di restauro
Giacomo Cocola - Felice Ricciardelli
24.
Dalla spelonca del Salvatore
alla grotta dell’Arcangelo
don Luigi Renna
32.
Appendice storica documentaria
a cura di don Luigi Renna
51.
Visita alla grotta
Giacomo Cocola - Felice Ricciardelli
60.
Preghiere e Inni a S. Michele
64.
Bibliografia
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Nel grembo della terra madre 1
QUESTA GROTTA
ANTICO LUOGO DI CULTO PAGANO,
DALLA FEDE CRISTIANA
DEDICATO A CRISTO SALVATORE.
NEL SEC. XI APPARTENNE
AI BENEDETTINI CASSINESI.
LA PIETÀ DEL POPOLO MINERVINESE
CONSACRÒ ALL’ARCANGELO MICHELE.
Il restauro conservativo e la valorizzazione
dell’ipogeo (che ha avuto diversi protagonisti:
dall’interessamento iniziale dei Lions Club
“Costanza d’Aragona”, alla sollecita e decisa
1. Discorso del 25 aprile 2007 per l’inaugurazione della
Grotta dopo i lavori di restauro promossi dal Comune di
Minervino Murge con i fondi PIS (Itinerario Turistico Culturale “Normanno-Svevo-Angioino”) della Regione Puglia.
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azione del Comune di Minervino e della Regione Puglia, alla viva collaborazione tra i
tecnici della casa comunale, il direttore dei
lavori, l’arch prof. Ignazio Carabellese, e la
Diocesi di Andria) semplicemente ci immette
in questa catena di storia e religiosità che ha
almeno un millennio.
Oggi questo luogo di “culto” viene consegnato al suo primo e unico titolare, il popolo minervinese. A me la responsabilità di
custodirlo e di promuovere il culto all’Arcangelo Michele.
A tal proposito mi piace offrirvi qualche
considerazione a carattere spirituale…
Le grotte sono luoghi in disparte rispetto
alla convivenza sociale, dove trovano rifugio
quanti sono estranei al “commercium”: sono
abitazioni non costruite da mani d’uomo, ma
approntate dalla natura, come se la “madre
terra” si ritirasse per far spazio, dentro di
sé, all’uomo. Sono dimore dove la scarsità
della luce, la difficoltà di accesso, l’immutabilità del clima inducono chi vi abita ad andare all’essenziale, ad abitare secum, a vivere con se stesso, a “rientrare in sé” senza lasciarsi condizionare da quanto avviene e muta all’esterno. È lì in quel deserto di comunicazione che l’essere umano, scavando in se
stesso, può ricominciare ogni giorno a interrogarsi sul proprio rapporto con Dio, con l’altro e con il mondo. 2
Per fare esperienza della grotta occorre
entrarvi: inoltrandovisi, si ha l’impressione di
essere accolti nuovamente come nel grembo
della madre terra, sembra possibile trovare
2. CF. E. BIANCHI, Rifugiarsi nel grembo della terra madre, in “Luoghi dell’Infinito” X (2006) 97, p. 5.
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protezione e raccoglimento, sentire voci nuove non udibili altrove, cogliere una presenza
altrimenti invisibile.
La grotta, nella sacra scrittura e poi nella
tradizione orientale e occidentale, è stata paradossalmente considerata il recesso dei diavoli e il “sito del divino”: lì si affronta la lotta con il Divisore, ma sempre lì che diviene
possibile il faccia a faccia con Dio, il dialogo
d’amore con il Solo, colui che abita una luce inaccessibile.
Entrare nella grotta allora può essere paradigma della vita, inoltrandosi nelle profondità della terra e della condizione umana andando all’essenziale dell’esistenza, affrontando la lotta, ma confidando nella vittoria e
nella comunione con Dio.
Auspico che questa grotta si conservi
sempre come luogo di silenzio e di raccoglimento dove possa sgorgare la comunicazione
profonda, l’apertura all’Altro, la dilatazione
dello sguardo a un orizzonte cosmico.
Succeda anche a noi che scendendo nella profondità della terra e di noi stessi possiamo essere condotti a contemplare le realtà
del cielo.
San Michele Arcangelo, angelo condottiero del popolo a Dio fedele, vigili l’ingresso
degli inferi, ci accompagni in questo cammino di interiorizzazione e ci custodisca dagli
attacchi delle tendenze disgregatrici.
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Geologia, morfologia della grotta
e lavori di restauro
Il contesto geologico
I processi geologici che hanno determinato la formazione della grotta di San Michele
vanno compresi all’interno dei processi che
hanno formato il contesto geologico di Minervino.
Dal punto di vista topografico l’area di
Minervino Murge è caratterizzata da una zona che raggiunge l’altezza di 600 metri
s.l.m. costituita dal lembo occidentale dell’altopiano murgiano che ha la sua punta più
elevata in monte Guardianello e da una zona
ribassata ad ovest che parte da 300 metri e
digrada lentamente con lievi pendenze verso
il bacino dell’Ofanto spostandosi sempre più
verso ovest.
Questi due contesti, assai diversi tra loro,
sono separati da una scarpata che è molto
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erta proprio in prossimità dell’abitato di Minervino.
In questa situazione si è innestato un reticolo idrografico costituito da un sistema fluviale con percorso est-ovest delimitato da
una grossa lama (lama Cipolla) su cui si innesta un’altra lama più piccola, a coda di
rondine, ed infine un’altra ad est, a ridosso
dell’abitato di Minervino.
Nel sistema tripartito delle lame si raccoglie un bacino idrografico esteso che dovette
essere favorevole all’insediamento di primi
nuclei rupestri, poichè la presenza di acqua
implica anche terreni fertili da coltivare, o fitte macchie boschive che dovevano concentrarsi soprattutto lungo gli alvei di questi sistemi fluviali e che ora purtroppo non esistono più a causa degli incendi susseguitisi nel
corso della storia.
Subito ad ovest della grotta, le tre lame
si congiungono in un’unica struttura valliva,
non molto incisa, che costeggia la S.P. 231,
passa sotto il Ponte Grande, e poi, con andamento est-ovest, si congiunge con la Valle
delle Lame in corrispondenza di Fontana Torlazzo. In quest’area abbiamo un sistema fluviale con lame con andamento nord-sud e
queste lame poi confluiscono verso il bacino
dell’Ofanto, più ad ovest.
Dal punto di vista geologico, nell’area di
Minervino affiorano i terreni più antichi tra
cui il calcare di Bari di età cretacea (intorno
a 100 milioni di anni fa) e quelli più recenti come le calcareniti di Gravina (volgarmente conosciuti come “tufi”) ed infine, più ad
ovest, le sabbie di Monte Marano.
La presenza di questi terreni (in particolar
modo del calcare che si forma in ambiente
di sedimentazione marino, caratterizzato da
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estesi bassifondi, coperti da esiguo spessore
d’acqua, non superiore a 200 metri) indica
che nell’area di Minervino c’era il mare.
Vi è inoltre la presenza di depositi “continentali”: a) i depositi alluvionali dei terrazzi
alti del fiume Ofanto e del suoi affluenti. Sono
costituiti da sabbie e ciottoli calcarei e attualmente individuano le posizioni antiche dell’alveo del fiume Ofanto che nel tempo si è spostato sempre più ad ovest sino ad occupare la
posizione attuale; b) le terre rosse che si trovano in fondo alle lame (o in depressioni subcircolari quali le doline, ed altri sistemi carsici), sono molto ricche di alluminio e ferro; c)
i depositi che delimitano una fascia orientata
nord-sud ai piedi della scarpata. Si tratta di
brecce calcaree formatesi essenzialmente per
processi dl crollo, composte da blocchi e ciottoli calcarei immersi in una matrice terroso-argillosa di colore rossastro, e che localmente
vanno a formare le conoidi, ossia dei corpi sedimentari a forma di ventaglio o cono.
La tettonica
Nell’era Mesozoica (100 milioni di anni
fa) l’intera nostra regione faceva parte di un
esteso bacino marino entro cui sedimentavano materiali terrigeni costituiti da microgusci
carbonatici di un antico zooplancton, sottoforma di fanghiglia; in seguito sono andati
incontro a processi di compattazione e cementazione della fanghiglia.
Nel Cenozoico (circa due milioni di anni
fa) è avvenuta l’orogenesi appenninica, movimento tettonico in cui la placca africana ha
spinto la placca euro-asiatica provocando la
formazione degli Appennini.
Il territorio pugliese ha risentito in maniera lieve di queste spinte: si è avuta l’emersio12
ne del calcare (deposito che si era formato in
mare) e quindi un blando piegamento di questa zona a costituire l’altopiano delle Murge.
In seguito l’altopiano ha subito un abbassamento per processi distensivi che ha originato una struttura a gradinata la cui parte più
elevata era rappresentata dalle Murge e le aree
circostanti rilassate costituite dalla fossa Bradanica (SE), la valle dell’Ofanto (NW), la costa
Adriatica (NE), la soglia Messapica (SW).
Il mare ha sommerso le parti ribassate
per cui a costituire i bacini marini e l’ambiente costiero sono intervenuti le calcareniti
di Gravina e le argille subappenniniche.
Nel Pleistocene inferiore (circa 1 milione
di anni fa) si è avuto un nuovo sollevamento
regionale che ha determinato l’arretramento
del mare sino all’attuale linea di costa. Si
perviene così alla configurazione geografica
attuale e sulle terre emerse hanno preso a
formarsi i depositi continentali per l’azione
erosiva degli agenti atmosferici.
La grotta di S. Michele si sviluppa all’interno del calcare, in un’area che ha subito
prima stress compressivi e successivamente
e a più riprese, stress distensivi.
La cavità carsica, infatti, ha registrato al
suo interno tutti i processi tettonici che hanno interessato l’intera area negli ultimi 100
milioni di anni.
La grotta si è formata da un blocco di
calcare orizzontale sottomarino che è andato
incontro alla compattazione (processi di diagenesi). Con l’orogenesi appenninica, il blocco di calcare della Murgia ha subito un processo di ondulazione che in termini geologici
si chiama piega ed è costituita da una zona
di vertice ed una zona di nucleo: nella zona
di vertice, ossia di cerniera, si sono verifica13
ti processi di trazione, nella zona di nucleo
processi di compressione.
Se prendiamo una gomma per cancellare
vediamo che, piegando verso il basso i due
estremi, la parte superiore tende a distendersi, quella inferiore ad avvicinarsi.
In questa situazione, nella parte superiore
si sono formate delle fratture che si chiudono verso il basso, nella parte di nucleo si sono avuti intensi processi di frizione e di brecciatura. Le acque meteoriche penetrando dalle fessure sono venute a contatto con questo
blocco. Poichè l’acqua è un solvente rispetto
al calcare, ha iniziato a sciogliere il blocco
che è diventato sempre più instabile e nei
punti in cui l’acqua era più a stretto contatto si sono formate le terre rosse.
PRIMO
STADIO
SECONDO
STADIO
TERZO
STADIO
Schema semplificato dei principali stadi di formazione della grotta.
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I processi di distensione hanno reso ancor
più instabile il blocco calcareo che è collassato formando la cavità.
Successivamente è comincia l’attività di
stillicidio delle acque che nel corso dei millenni ha portato alla formazione di speleotomi (stalattiti e stalagmiti).
Queste strutture verticali si formano
quando ci sono abbondanti precipitazioni per
cui lo stillicidio è prevalente; se invece le
precipitazioni sono molto scarse prevalgono
forze di adesione fra la goccia di acqua e la
roccia, per cui si formano delle strutture
chiamate eccentriche.
La presenza cospicua, in grotta, di queste
ultime strutture ci dimostrano che c’è un clima esterno secco. Inoltre se sezioniamo una
stalattite o una stalagmite troviamo tanti
anelli concentrici che sono le concrezioni carbonatiche. Il carbonato di calcio può cristallizzarsi sotto forma di calcite o di aragonite
(hanno la stessa composizione chimica, ma
la forma cristallografica è diversa); nel nostro
caso l’aragonite è favorita in condizioni di clima secco. Quindi la presenza di speleotomi
in una cavità rappresenta un ottimo indicatore per la registrazione degli eventi climatici.
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Morfologia della grotta
La Grotta di San Michele è una cavità
naturale che si sviluppa nelle rocce carbonatiche del Cretaceo Inferiore e pertanto, data
la natura litologica delle rocce, la cavità può
definirsi carsica in senso stretto.
La presenza di impronte di corrente lungo
le pareti della cavità testimonia come in origine si dovesse trattare di una condotta sotterranea con acqua in pressione drenante
nella stessa direzione di immersione delle
rocce carbonatiche (sud/sud-ovest). In seguito all’abbassamento del livello medio del mare relativo ai tempi geologici, la condotta,
non essendo più completamente allagata dalle acque sotterranee, ha subito fenomeni di
crollo che ne hanno aumentato il volume fino ad ottenere la configurazione attuale; in
particolare tale fenomeno ha caratterizzato la
parte centrale della cavità in corrispondenza
dell’intersezione tra le superfici di strato inclinate e tutta la serie di fratture createsi.
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La grotta è a forma di arco aperto della
lunghezza di circa 60 metri e una larghezza
variabile da pochi metri a circa 12 metri ed
una profondità massima di circa 20 metri
dalla quota d’ingresso.
Si compone di un primo ambiente facilmente visitabile cha va dall’ingresso sino all’altare e di un secondo segmento che giunge fino al fondo della grotta.
Il calcare affiorante sulle pareti si presenta in stati decimetrici localmente alterati e
fessurati.
La volta, piuttosto regolare, è rappresentata dalla superficie di strato di calcare non
interessato da forti processi di fessurazione;
da essa pendono stalattiti sino ad 1 metro di
lunghezza lungo le uniche linee di frattura.
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Al contrario della volta, le pareti laterali
sono molto irregolari e mettono in mostra
nicchie di distacco dei blocchi, incavi di corrosione e colate di calcite secondaria.
Il fondo, molto scosceso con una pendenza intorno ai 45º, è attualmente costituito da
una scalinata di pietra calcarea, ma, come è
possibile osservare nel vano retrostante l’altare, in origine doveva essere occupato da terre rosse, blocchi crollati dal soffitto e da concrezioni di calcite.
La principale struttura a carattere compressivo è visibile sulla volta alle spalle dell’altare e coincidente con la parete laterale
destra: si tratta di una zona lungo la quale gli
strati calcarei hanno subito un’intensa frizione
e si sono uncinati e localmente sbrecciati.
Le principali strutture a carattere distensivo
sono invece rappresentate da un sistema di fessure quasi parallele alla scarpata di Minervino
Murge che costituiscono la principale causa dei
processi carsici (drenaggio delle acque di infiltrazione) all’origine della cavità in oggetto.
Un secondo e meno importante sistema
di fessure è rappresentato da un fitto allineamento di fratture, quasi tutte cicatrizzate da
calcite, che ha originato le piccole stalattiti
visibili sulla volta della cavità.
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Testimonianze storico-archeologiche
Le ricerche condotte nella cavità hanno
messo in evidenza il suo interesse non solo
storico, ma anche archeologico.
Nel settore più profondo della cavità è
stato riscontrata l’abbondante presenza di
materiale ceramico frammentario che sposterebbe molto indietro nel tempo la prima frequentazione degli ambienti sotterranei, finora
creduta non anteriore al X secolo d.C.
Lungo le pareti rocciose sono stati rinvenuti frammenti di ceramica tornita, ascrivibili
a recipienti fittili di dimensioni molto piccole.
Tale ceramica è costituita in gran parte
da vasetti, con e senza anse, alti in media 5
cm e larghi poco meno; alcuni di questi
esemplari presentano inoltre strati di pittura
nero lucido che farebbero risalire la datazione, in linea di massima, al IV-III sec. a.C.
Dato la loro non funzionalità in senso utilitaristico, i vasetti potrebbero rappresentare
offerte votive per un culto rivolto in epoca
precristiana ad una divinità sconosciuta, che
più tardi è stato soppiantato da quello in
onore al SS. Salvatore prima e successivamente all’Arcangelo Michele.
La presenza, inoltre, di piccole quantità
di resti di ceramica d’impasto inornata e lisciata alla stecca farebbe retrocedere ancor
di più l’epoca di frequentazione sino all’età
del Bronzo (II millennio a.C.).
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Dunque la grotta di San Michele attesta
una sovrapposizione di frequentazioni umane
che partendo dall’età preistorica giunge e
continua sino al giorno d’oggi.
Riguardo la frequentazione negli ultimi
due secoli scorsi, il culto in onore di San Michele ha fatto sì che molti pellegrini si avvicendassero nella grotta; a tal riguardo spiccano nella zona retrostante l’altare le loro firme, ma anche date e frasi brevi (la più antica datata 1831 riporta “Paradiso Rosa di
Cerignola”).
La grotta inoltre sembra essere stata usata
in qualche caso come luogo di sepoltura, come
attesta il rinvenimento di resti ossei umani (un
femore appartenente ad un individuo adulto); è
probabilmente la scelta di seppellire uno o più
defunti in un ambiente consacrato.
Prime ricerche biospeleologiche
L’indagine biospeleologica condotta nel
duemila è stata finalizzata all’individuazione
di animali adatti alla vita ipogea.
In particolare è stato catturato un esemplare di Nesticus eremita, un ragno di piccole dimensioni molto diffuso nelle grotte dell’Europa meridionale.
Inoltre sono stati raccolti alcuni isopodi,
crostacei terrestri lunghi 8 mm.; è stato notato anche se sfuggito alla cattura uno scorpione
troglobio.
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Il restauro
Con la convenzione n. 3/2005, il Comune
di Minervino Murge – come ente capofila e
stazione appaltante nell’accordo con la Diocesi di Andria per l’impiego di un finanziamento regionale di E 300.000,00 nell’ambito del PIS 12 “Normanno-Svevo-Angioino” –
ha affidato congiuntamente ai dr. Arch. G.
Berardi, I. Carabellese e dr. Geol. R. Losito,
l’incarico della progettazione esecutiva per il
recupero, la valorizzazione e la messa in sicurezza della Grotta di San Michele.
Di seguito vengono riportati i passaggi
principali della relazione dei tecnici.
L’obiettivo al quale si intende pervenire attraverso l’armonizzata attuazione degli interventi
progettati consiste sostanzialmente nel permettere il riconoscimento che il sito è un’importante testimonianza del fenomeno di cristianizzazione del territorio: anche questo sito partecipa
a pieno titolo alla geografia dei siti micaelici
sparsi in tutto il continente europeo.
In conseguenza di quanto finora enunciato, l’intervento progettato va ad inquadrarsi
all’interno di un programma più ampio di iniziative che avrà l’obiettivo di valorizzare, insieme con i valori paesaggistici, artistici e
storici, quelli di civiltà e fede che formano l’identità minervinese.
L’interesse culturale acquisito dall’ipogeo
consiste nell’assommarsi della suggestione visiva offerta dalla spettacolare irregolarità della spazio roccioso con i segni di un’antica e
radicata espressione della fede cristiana che
tuttora sussiste e manifesta il proprio attaccamento culturale e spirituale a tale luogo.
La speciale condizione del sito rispetto alla tematica geologica ha orientato in maniera
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decisiva le priorità progettuali in proporzione
alle possibilità offerte dal finanziamento.
Gli obiettivi sono stati progettati secondo
i seguenti filoni:
• OPERE DI MIGLIORAMENTO DELLA SICUREZZA RELATIVE ALLE CONDIZIONI
GEOLOGICHE
L’intervento di messa in sicurezza ai fini
della fruibilità turistica e religiosa ha riguardato il risanamento delle situazioni di rischio
e la proposta di soluzioni di fruizione che indirizzano i fedeli e visitatori lontano dalle pareti a rischio e la frequentazione dell’ipogeo a
gruppi non numerosi (max. 30 persone).
Per il risanamento delle situazioni a rischio, un gruppo speleologico di “operai d’alta quota” ha operato per il disgaggio dei
blocchi a rischio e la sistemazione di una rete paramassi lungo la parete più a rischio.
• OPERE RELATIVE ALLA FRUIZIONE SICURA DELLO SPAZIO LITURGICO
Mediante la moderna tecnologia del laser
scanner è stato possibile ricostruire il modello tridimensionale della cavità, che ha consentito di individuare i piani proiettivi necessari per effettuare un coerente intervento per
le soluzioni progettuali eseguite.
La soluzione progettuale contempera l’esigenza dell’accesso con la necessità che il visitatore si muovi sempre a ridosso della parete destra.
L’attenta osservazione della configurazione
spaziale della grotta e delle qualità architettoniche espresse dalla suggestiva scalinata
ha suggerito di approfittare della sua giacitura convessa lungo la parete destra nonché
dell’ottimo stato di quest’ultima per l’ancoraggio di strutture di regolarizzazione e di
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messa in sicurezza della discesa per persone
normalmente deambulanti.
L’intervento ha previsto, infatti, la sistemazione di una scala in struttura d’acciaio di
minimo impatto visivo lungo la parete destra,
nella sezione che va dall’altare del Crocifisso
sino all’orchestra rettangolare che rappresenta il punto di sbarco di quest’ultima.
La struttura, curata nei dettagli (come è
possibile notare dalle esili sezioni delle strutture portanti) per ottenere un minimo impatto visivo, è realizzata in acciaio CorTen, particolarmente impiegato in ambienti dalle caratteristiche microclimatiche, quali le grotte,
e che inoltre presenta caratteristiche estetiche che lo accordano cromaticamente alle
condizioni di luce della grotta.
Lungo la parte terminale dell’antica scalinata un corrimano in acciaio facilita il raggiungimento del settore terminale della cavità.
• DOTAZIONI IMPIANTISTICHE
Il nuovo impianto elettrico nasce per integrare la fruizione sicura (lampade segna passo e d’emergenza sulla scalinata) nonché per
rivalutare la configurazione spaziale della cavità (proiettori orientabili)
• OPERE RELATIVE ALLA CONSERVAZIONE DEL VALORE TESTIMONIALE DEGLI
ELEMENTI ARCHITETTONICI
Interventi specialistici di restauro hanno
interessato i dipinti parietali presenti (come
quelli presenti nella Cappella del Crocifisso) e
la bonifica delle celle eremitiche situate sopra il corridoio d’ingresso.
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Dalla spelonca del Salvatore
alla grotta dell’Arcangelo
La storia della Grotta dell’Arcangelo Michele è singolare perché in essa si intreccia
la storia geologica, opera della natura, quella dell’uomo che ha popolato le valli ai piedi
di Minervino già nel V secolo, nell’età neolitica 1, quella di epoca cristiana che ha dato
un nome nuovo a questo luogo e l’ha notevolmente, anche se non totalmente, trasformato. Le indagini speleologiche e quelle archeologiche hanno fatto luce sui primi aspetti, mentre ora rimane da illustrare, per quanto i documenti ce lo consentano, la storia
dell’ultimo millennio.
1. Cfr. A. GENIOLA, L’insediamento neolitico di Lama
Marangia presso Minervino Murge, Bari 1974.
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La spelonca del Salvatore
È un documento dell’anno 1000 il primo
che ci dà notizia della nostra grotta, menzionata con un titolo antico, che poi si muterà
nel tempo. Si tratta della “spelunca ubi est
ecclesia Sancti Salvatoris”, citata nella pergamena bilingue ritenuta postuma, nella quale il catapano d’Italia, Gregorio Tracanioto, fa
restituire all’abbazia di Montecassino dei
possedimenti che erano stati usurpati (cfr.
doc. 1). La spelunca viene citata in ben tre
documenti, riportati diligentemente dallo storico D’Aloja 2, nei quali l’abate Giovanni dona
al monaco Trofari la stessa chiesa in Minervino, o quando nel 1032 il protospatario d’Italia conferma il diritto dell’abbazia di Montecassino a Basilio, abate di Capua. Si può
desumere, leggendo la struttura del territorio
e questi documenti, che la Grotta sia divenuta luogo di culto cristiano, in un contesto
nel quale il “vivere in grotta” non era semplicemente prerogativa dei monaci, ma della
popolazione, che adattava ad abitazioni, a ricovero per animali e anche a luogo di culto
quanto la natura gli offriva. La prossimità ad
un antico corso d’acqua, i Matitani, torrente
prosciugato che si attiva nel suo antico letto
solo in caso di piogge torrenziali 3, dal nome
che con D’Aloja possiamo far risalire al greco metatitemi (scorrere), fa pensare che la
zona fosse più densamente popolata e che
trovasse in questa grande grotta carsica il
suo naturale punto di riferimento religioso. La
dedicazione al Salvatore ci rimanda anche ad
2. D’ALOJA G., Minervino. Appunti di storia, Villafranca
di Verona (Ve) 1977, p. 32.
3. Popolarmente si dice, in tal caso, che si sono “avviati
i Matitani”.
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un periodo che risale alle origini del cristianesimo nella nostra zona, che vide certamente irradiare la fede cristiana dall’antichissima e vicina diocesi di Canosa, città nella
quale esisteva una basilica paleocristiana dedicata al Salvatore.
La grotta dovette essere la sede dell’antica chiesa del Salvatore, e forse già in essa
furono raccolti quegli elementi più antichi
che sono tuttora quasi tutti presenti. Sul ballatoio dopo la prima rampa di scale si trovava infatti, lo menziona già lo storico Carbone
(doc. 9), un cippo funerario del II secolo
d.C., ora trasportato nell’atrio del Municipio,
che fingeva da acquasantiera. Le quattro colonne che si trovano nel piano inferiore della
grotta, davanti all’attuale altare, sono quanto
rimane di un ciborio o di una struttura che
delimitava l’area presbiterale. Ce lo fa pensare la medesima altezza delle colonne e la
loro disposizione, che nella parte anteriore
vede collocate quelle più elaborate, una colonnina di stile corinzio (certamente di riporto da struttura o villa romana), e una di epoca alto medievale, elegantemente lavorata
“a tortiglione”, con un capitello fitomorfo raffigurante la palma, e nella parte posteriore
due colonne gemelle, a papiro, senza decorazione alcuna perché probabilmente meno
esposte alla vista dei fedeli.
L’arrivo dei Normanni nel marzo del
1041 a Melfi e la loro dominazione sul territorio, determinarono una situazione politica,
religiosa e culturale diversa dalla precedente,
che certamente, con altri elementi, portò col
tempo a trasformare il culto al Salvatore in
quello all’Arcangelo Michele. In almeno due
documenti troviamo il riferimento ad una antica statua di guerriero o addirittura della dea
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Minerva, che per molti secoli era stata venerata come immagine di San Michele. Ne parla la visita pastorale di mons. Cosenza, il vescovo di Andria, che annota che nella grotta
anticamente era stato ritrovato un simulacro
di Minerva Hygieia (cfr. doc. 6), la dea che
presso i greci aveva la tutela della purificazione dell’aria da germi contagiosi e proteggeva la salute pubblica. Questo titolo di Minerva, la presenza di due antichi recipienti
per la raccolta delle acque, fanno pensare
che il trait d’union fra il culto pagano e quello cristiano, in questa grotta, sia stato il culto delle acque, ritenute salutari e miracolose.
La statua fu fatta cambiare dal vescovo di
Andria, che evidentemente riconobbe che il
simulacro venerato non era l’immagine di un
Arcangelo. Lo storico Carbone, con ricchezza
di particolari, ci racconta che la statua raffigurava un guerriero che ai suoi piedi aveva
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una civetta (animale che accompagna Minerva nella iconografia), e che fu fatta a pezzi,
mentre a provvedere al nuovo simulacro fu il
sig. Giovanni Rizzi, per risarcire il Comune
del danno che aveva fatto nella costruzione
di una casa abusiva nel cortile della Torre
dei Del Balzo. Non deve stupire che fosse il
Comune e non il Vescovo a provvedere all’acquisto della statua, perché la Grotta e il
culto che in esso si svolgeva, era a spese
della municipalità, trattandosi del culto dovuto al patrono di Minervino.
Il culto dell’Arcangelo nella grotta
L’arrivo dei Normanni, la diffusione del
culto a san Michele in un luogo che richiamava il grande santuario del Gargano, la vicinanza della grotta ad un corso d’acqua e
quindi la sottolineatura di un culto ad un
santo “sauroctono”, che difende dal Serpente
antico come anche dagli animali che infestavano i terreni bagnati da piccoli corsi d’acqua, sono tutti elementi che convergono: i
documenti che abbiamo a partire dal secolo
XVII ci dicono ormai che san Michele è il
patrono di Minervino, venerato anche nella
cattedrale; che la grotta è meta di pellegri28
naggi; che in essa si solennizza una delle
due festività micaeliche, quella dell’8 maggio, anniversario dell’apparizione al monte
Gargano. Anche la leggenda del ritrovamento
del simulacro di san Michele a Minervino,
causato da un bue che era caduto nella grotta, è simile a quella del Gargano.
La grotta si trovava, non dobbiamo dimenticarlo, in un luogo di passaggio obbligato per chi voleva entrare in Minervino, prima
che fosse costruito nel secolo XIX il ponte
che sovrasta la valle ai piedi della grotta;
che la stessa si trovava in un luogo di passaggio per i pastori della transumanza, che
avevano come date del loro arrivo in Puglia
e della loro partenza, le due festività micaeliche, il 29 settembre e l’8 maggio.
Pur essendo di competenza del Comune,
il culto veniva assicurato dal capitolo della
Cattedrale (Minervino fu diocesi dal secolo XI
al 1818 e attualmente è sede vescovile titolare), che vi si recava processionalmente l’8
maggio e, data l’impervietà della strada, o
faceva l’ultimo tratto a cavallo, o semplicemente risaliva in paese in carrozza. Già dal
1728 abbiamo notizia dell’eremita, il custode della grotta, un uomo che aveva cura dell’ambiente e della sagrestia, che serviva ai
fedeli l’acqua raccolta nell’invaso dietro l’altare, e che era forse stipendiato dal Comune
(cfr. doc. 6)
Nel 1700 la grotta si presentava molto
simile a quella di oggi: con un’ampia scalinata di circa novanta gradini, con un altare
nella parte inferiore, che doveva essere stato
collocato solo intorno al 1707, anno nel
quale troviamo un altare identico nella chiesa urbana di S. Maria di Costantinopoli, costruito in breccia corallina e consacrato pro29
prio in quell’anno. Non si fa menzione di
nessun altro altare, per cui quello che attualmente si trova a destra di chi scende deve essere stato edificato nell’800, in un’epoca posteriore a quello che, dopo il terremoto
del 1733, fu invece costruito a sinistra, in
un vano che poi era nell’800 divenuto addirittura una mangiatoia (cfr. doc. 9). Una sistemazione più decorosa fu presumibilmente
fatta dopo il periodo in cui si ebbe timore, a
causa dei terremoti, di scendere in grotta:
risalgono alla prima metà dell’800 le due tribune che si trovano a destra e a sinistra della scalinata. I resti di una costruzione in pietra, di età imprecisata, si trovano a sinistra
dell’ingresso.
Secondo una memoria orale, a far decorare in pietra l’ingresso della grotta fu don
Luigi Veglia, parroco di san Michele e padre
spirituale dell’omonima Congrega, che a fine
Ottocento si prese cura anche della vicina
chiesa della Madonna della Croce.
30
L’interesse per la grotta ha avuto alterne
vicende: dopo l’Unità d’Italia il Comune non
si sentì più obbligato a mantenervi il culto;
nello stesso periodo finisce la celebrazione
solenne con la processione in grotta del Capitolo della Cattedrale. Sarà la pietà popolare a conservare la memoria di san Michele in
questo luogo: la visita ogni giovedì di fedeli
che scendevano nella grotta per accendervi
ceri, le due messe celebrate l’8 maggio, la
cura della signora Pasqua Bombino Ciani,
che con la sua famiglia, dal 1945 circa, ha
curato la pulizia e il decoro dell’altare.
Sul finire degli anni ’90 del secolo scorso, il Lions Club “Costanza d’Aragona” curò
di far redigere un progetto di recupero per
una maggiore fruizione, affidato all’Architetto
Ignazio Carabellese del Politecnico di Bari,
che con l’aiuto del geologo Riccardo Losito, e
le ricerche degli speleologi Domenico Lorusso
e Felice Larocca, ci ha consegnato un
progetto che ha
permesso una migliore
conoscenza della grotta oltre che un suo
recupero.
Anche dal punto di vista religioso, l’8
maggio è divenuto un momento di fede animato dalla comunità parrocchiale di San Michele, alla quale il vescovo di Andria ha affidato, dopo l’estinzione del Capitolo, la cura
del culto in grotta, nel 1995.
31
APPENDICE STORICA DOCUMENTARIA
1. Atto di restituzione all’Abbazia di Montecassino di una spelonca nei pressi di Minervino (2 febbraio 1000).
F. Trinchera, Syllabus graecorum mebranarum, Neapoli 1865, 12.
...et in pertinentiis de civitate Minervine
spelonca ubi est ecclesia Sancti Salvatori et territorie.
Traduzione:
...e nei dintorni della città di Minervino
la spelonca dove è la chiesa del Santo
Salvatore e il territorio.
2. Perizia del feudo di Minervino di Honofrio Tango, regio ingegnere e tabulario
(1 settembre 1668).
Archivio Capitolare, Chiesa Madre di
Minervino.
32
Poco distante dalla Città si trova la Grotta di S. Michele Arcangelo al modo del
monte Gargano, dove è detto santo di relievo de marmo nella quale si scende
per 94 grade, e nel giorno suo si fa una
bellissima festa con molte messe, dove
concorrono li abitanti delle città e terre
convecine. Nel piano di detta grotta vi
sono acque bellissime, e viene servita da
un eremita.
3. Visita apostolica di mons. Antonio
Pacecco, vescovo di Bisceglie (1728).
Archivio diocesano di Andria (A, III,
3, fasc. 1).
Eremitae:
Eremita S. Michaelis Arcangeli, Franciscus Granieri.
Eremita S. Maria del Sabbato, Antonio
Suozzo.
Eremita S. Maria Incoronata, Joseph
Santomauro.
Eremita S. Maria de Cruce, Camillus
Montereale.
4. Visita apostolica di mons. Antonio Pacecco, vescovo di Bisceglie (1728).
Archivio diocesano di Andria (A, Di Chio, 16).
Eodem retroacto die 4 mensis 9mbris
1728 Minervini.
De Visitat(ione) Ecclesie S.i Michaelis
Archangeli.
Sita est hec Ecc.a S. Michaelis Archangeli extra menia dictae Civitatis paucum
distans a prefata Ecc.ae S. M. V. de
Cruce; asseritur libera et ad Universitatem huius Civitatis spectat eadem providere de supellectilibus sacris ut et as33
sertur. Porta versus meridiem per quam
ad ecclesiam ingreditur. Est tuta. Est
dicta Eccl.a intra cavitate saxuum, descenditurque ad eam per nonaginta
quinque gradus que ubique tegitur vivis
lapidi bus. Unus Altare est in infima
parte, super quod adest Statua e lapide
valde antique elaborata S. Michealis Arcangeli Patronis Principali et Protectoris
Pr. Civitatis Minervinensis. Pavimentum
quod est in infima parte est incrustatum
et non ita bene dispositum. Nulla fenestra adest pro lumine ingrediente, lumen
ingredit per aperturam cuius a rupis.
Esta campanile supra porta parefata
cum parva campana. Unde Ill.mus ac
Re.mus Dominus Epus Visitator. devenissit ad d.am Ecclesiam et Suo Generali
Vic. Et Conv. Promotori Fiscali et meipsum visitaverunt eiusmde in cuius actumm decreti ut infra.
Nos fr. Ant. Visitans Ecc.am ipsam S.
Michealis Arcangeli Principalis Patroni
ac Protectoris Civ. Minerbinum eiusque
altare in infima parte dicte cavitatis seu
criptae mandamus:
1- che il paliotto feriale dell’altare si
torni a colorire;
2- che si faccino li bussolotti per li candelieri;
3- che si torni a cerare la tela esistente
all’altare portatile;
4- che si spolveri sopra lo Sud. Altare
portatile;
5- si accomodi il pavimento.
Et ita datum Minervini eodem retroacto
4 9mbris 1728.
F.A.E.V. visitator Ap.cus Minervini.
34
D. Maurus Scaglione Visitatoris Secretarius.
De Sacristia et Sacra Suppelletili.
Praefata Ecclesia nulla Sacrista Habet,
suppelectilia vero Sacra Conservantur in
quodam Armario intus Cellam Eremitae
adiuncta Portae Dictae Ecclesiae a qua
deferentur infra eadem Ecclesiam dum
deserviunt pro sacrificio Missae. Unde
Idem Ill.mus et Rev.mus Supellectilia
Sacra praefate Ecclesiam visitans ut sequitur mandavit…
Traduzione:
Lo stesso suddetto giorno 4 novembre
1728, a Minervino.
Sulla visita alla chiesa di san Michele Arcangelo.
Questa chiesa è situata fuori delle mura
di detta città, poco distante dalla suddetta chiesa di S. Maria Vergine della Croce;
si asserisce che è libera (non legata cioè
a nessun patronato di famiglia nobile) e
spetta alla Amministrazione di questa
Città provvedere delle suppellettili sacre
come anche si asserisce. La porta per la
quale si entra in chiesa è verso mezzogiorno. È sicura. Questa chiesa è nella
cavità della collina, e si scende in essa
per 95 gradini che ovunque sono circondati da pietre vive. C’è un solo altare nella parte inferiore, sul quale c’è una statua
molto antica di san Michele Arcangelo,
Patrono e principale Protettore della Città
di Minervino. Il pavimento che si trova
nella parte inferiore è incrostato e non così ben disposto. Nessuna finestra c’è per
l’ingresso della luce, la luce entra per
un’apertura delle rupi. Il campanile è so35
pra la porta con una piccola campana.
Da cui l’Illustrissimo e Reverendissimo
vescovo Visitatore era venuto a detta
chiesa con il suo vicario generale e convisitatore il Promotore fiscale e io stesso
visitarono e stabilì per decreto:
Noi fra Antonio visitando la stessa chiesa
di San Michele Arcangelo Patrono principale e protettore della città di Minervino
e del suo altare nella parte infima di detta cavità o cripta stabiliamo:
1. che si ricolori il paliotto feriale dell’altare;
2. che si realizzino i bussolotti per i candelieri;
3. che venga incerata la tela esistente all’altare portatile;
4. che si spolveri sopra il suddetto Altare portatile;
5. che si sistemi il pavimento.
E così viene dato a Minervino il 4 novembre 1728.
Fr. Antonio Vescovo di Bisceglie.
Don Mauro Scaglione, segretario del visitatore.
Della Sacrestia e delle sacre Suppellettili.
La predetta Chiesa non ha nessuna sagrestia, e le suppellettili sacre vengono
conservate in un armadio nella cella dell’eremita accanto alla porta di detta chiesa e dalla quale vengono portate nella
stessa chiesa quando servono per il Sacrificio della Messa. Per cui l’Illustrissimo
e Reverendissimo visitando le suppellettili
sacre diede mandato come segue….
36
5. Visita dell’Arcidiacono Felice Corsi, delegato di mons. Giuseppe Cosenza (1 luglio 1835).
Archivio diocesano di Andria (A, IV, 22,
fasc. 1, p. 31).
Stato delle Cappelle Rurali esistenti nel
tenimento di Minervino visitate dal Sig.r
Arcidiacono Corsi, qual delegato dell’Ill.mo
e R.mo Monsignor Cosenza, Vescovo di
Andria nella S. Visita fatta dal prelodato
Vescovo nel mese di maggio 1835.
Nomi delle Cappelle.
La cappella sotto il titolo di S. Maria del
Sabato è in buono stato e nulla vi manca.
La Grotta di san Michele Arcangelo idem.
La Cappella della Masseria di Falconetti
idem, e si è ordinata l’incerata, che manca.
La Cappella di Acquatetta Regia Abadia
idem, e si è disposto per una sottotovaglia, e per l’incerata, che mancano.
La Cappella della Masseria di Jambrenghi idem.
La Cappella della Masseria di Rinaldi idem.
La Cappella della masseria di Lamalunga
si è dichiarata interdetta, perché sfornita di tutti gli arredi sacri.
La Cappella della Masseria di Friuli è in
buono stato.
Minervino, primo Luglio 1835.
Arcid. Felice Corsi.
6. Visita pastorale di mons. Giuseppe Cosenza, vescovo di Andria (1828)
Archivio diocesano di Andria (A, IV, 21b,
p. 42).
Visitatio Eccl.siae S.i Michaelis.
In media valle prope Minerbinum extat
antrum pulcherrimum a natura factum,
37
in quo antiquitus et ab immemorabili
fuit inventum Minerbae Higiae simulacrum, et nunc adest parva statua Divi
Michaelis Arcangeli e lapide Gargani
montis elaborata, quae, post descensum
multorum graduum manufactorum collocatur in ara e marmore locali confecta,
et sub arcata e manibus elaborata, et lapidibus constructa posita. Nulla gaudet
peculiare redditus, sed Civitas Minerbini,
et fidelium pietas manutenet altare et
saepe saepius ibi celebratur Missa.
Mandatum est pubblics Officliabus Civitatis ne umquam volum deliquant antrum quamvis in praesentia Comunis impensis adsit Aremita.
Quibus peractis Convisitato res in Civitatem reverterunt hora circa vigesima
quarta.
Josephus Can.cus Leonetti S.ae Visit.
Sec.jus.
Traduzione:
Nel mezzo di una valle vicino a Minervino si trova un antro bellissimo fatto dalla
natura, nel quale anticamente e da tempo immemorabile fu trovato il simulacro
di Minerva Higiea, ed ora si trova una
piccola statua del Divino Arcangelo Michele scolpita in pietra del monte Gargano, che, è stata collocata dopo la discesa
di molti gradini fatti da mano d’uomo su
un altare costruito in pietra locale, e sotto l’arcata fatta da mano d’uomo e costruita in pietra. Non gode di nessuna
particolare entrata, ma il Comune di
Minervino e la pietà dei fedeli mantiene
l’altare e molto più spesso si celebra la
Messa.
38
È stato raccomandato ai responsabili della Città di non dimenticare mai la grotta
e che ci si provveda alla presenza dell’eremita a spese del Comune.
Terminata la visita i convisitatori ritornarono in città circa all’ora vigesima quarta.
Can. Giuseppe Leonetti, segretario della
S. Visita.
7. Visita pastorale alla Cripta di San Michele Arcangelo di mons. Giovanni Giuseppe
Longobardi, vescovo di Andria (1853).
Archivio diocesano di Andria (A, IV, 22,
fasc. 9).
Eodem die post Vesperas horas XXI
usque ad Cryptam S. Michaelis Arcangeli cum convisitatoribus contendit, cumque in eam visitatum descendisset eamque ianuas carentem invenisset, ac Altaria indecenter ornata, ut interdicta remaneat praecepit, usque dum a Municipio
omnibus provideatur.
Traduzione:
Nel medesimo giorno dopo i Vespri si
recò alla Cripta di san Michele con i convisitatori, e dopo essere disceso per visitarla, la trovò carente di porte e gli altari
ornati indecentemente, e stabilì che rimanesse interdetta, fino a quando il Municipio provveda.
8. Deliberazione per la festa dell’8 maggio.
Libro delle Conclusioni Capitolari (18491958), p. 105.
Archivio Capitolare, Chiesa Madre di Minervino Murge.
Oggi, che sono li 24 ottobre 1860. Il
Capitolo canonicamente radunato nella
39
Sacrestia di questa Chiesa Cattedrale,
luogo solito delle Capitolari adunanze
sotto la presidenza dell’Arcidiacono D.
Stefano Scilimati è venuto ad unanimità
di voti alle seguenti deliberazioni. (…)
Per la processione di S. Michele Arcangelo abbasso alla Grotta si è fissata ancora la distribuzione tra (i canonici) presenti di ducati dieci, da prendersi dalla
Massa (dalla cassa comune, n.d.r.), la
quale somma sarà divisa metà ai Vespri
e metà alla Messa e processione, dalla
quale distribuzione, come si è detto anche sopra, saranno inclusi pure gli infermi. Quei Sacerdoti solamente saranno
considerati presenti i quali actu (proprio
in quel momento) staranno amministrando i Sagramenti. Di più si è deciso, che
nella salita la processione si metterà in
ordine alla casa di Insabato don Nicola
(inizio dell’attuale via Caprera, n.d.r.), e
perciò fino a quel punto potranno i sacerdoti andare a cavallo.
9. Invenzione e descrizione della Grotta di
S. Michele non che della maniera come
i Greci costruivano i loro tempii.
Vito Carbone, Historia di Minervino,
1835, manoscritto, cap. I, articolo II.
Se in varii luoghi del nostro Regno eretti erano dei tempii a Pallade come si è
dimostrato, a giusto titolo avere lo doveva Minervino come si è detto. La curiosità del Primicerio Sig.e Daniele Uva di
conoscere verso la fine dello scorso secolo, tra le varie altre cose riguardanti la
città di Minervino, quale mai si fosse
stato questo tempio nello stesso, lo spinse a domandare certezza a D. Celestino
40
Palumbo medico di Trani, il quale appoggiandosi all’autorità di Ughellio nella
sua Italia Sacra, ed a quella di Tito Petroni Arbitro nel suo Satiricon pagina nona gli diede per risposta quel che si va
a dire: “La Grotta oggi detta di S. Michele, opera famosa dei Greci, che un
tempo abitarono queste nostre regioni la
dedicarono a Priapo. I Romani la fecero
mausoleo de’ loro eroi morti in battaglia;
ed i Pii Vescovi in proseguo la dedicarono a S. Michele Arcangelo che ivi esiste”
Oh! In quanti errori ci menano le relazioni di uomini stimati, ogni qualvolta
manca l’oculare ispezione. Il tempio di
Minerva in Castro, come sopra si è detto, pare di avere una simiglianza a
quello dal Sig.e Palumbo annunziato, se
contraria non gli fosse l’autorità di Virgilio e Stabone. E poiché il tempio di Minerva in Minervino fu opera de’ Greci,
uopo è il risovvenirsi che quantunque
dagli Egizii presero i Greci l’idea e la
forma de’ loro tempii, pure seppero questi dare a siffatti edifizii proporzioni più
eleganti ed al loro gusto più confacenti.
Lasciamo di dare l’occhio sul Partenone,
ossia sul fastoso tempio di Minerva in
Atene che aveva la lunghezza di circa
duencentoventisette piedi greci e la larghezza di piedi sessantanove. Lasciamo
di osservare il doppio portico della sua
facciata anteriore e posteriore, ed il portico semplice nelle facciate laterali. Lasciamo di riflettere l’interno dell’istesso
tempio che unito all’esterno forma il
trionfo della scultura e dell’Architettura.
E lasciamo di ammirare finalmente l’opera sublime di Fidia nel costruire la
41
statua colossale di Minerva di materia di
oro e di argento dell’altezza di trentasei
piedi parigini e dieci pollici; non che la
lampada d’oro opera di Callimaco che
dinanzi a quella statua stava appesa e
che ardeva notte e giorno, non riponendovisi l’olio che una volta l’anno, con
una miccia di amianto che non si consumava mai.
Formati erano tutti i tempi in Grecia di
quattro mura disposte in forma di quadrilango costituendo la nave del tempio.
Avevano tutti il loro vestibulo ed il peristero con colonne varianti per la qualità
dell’ordine e per il numero delle stesse,
avendone due quattro sei otto e fino a
dieci alle due facciate; ora non avendone che nella facciata anteriore, e talora
sue file di colonne in giro formando un
recinto di un doppio portico. Non ricevevano questi il lume, che dalla porta non
avendo finestra.
Venivano taluni illuminati da una lampada appesa alla volta avanti alla statua
principale avendo una sola porta d'ingresso, oppure due con quella situata
nel fondo del tempio; divisi essendo taluni altri in tre navate da due ordini di
colonne, quella di mezzo restando allo
scoperto, illuminava le altre due che
erano coperte.
Contenevano certi tempii un santuario
cui vietato era ai profani di entrarvi, e
certi altri distribuiti erano in molte parti. E finalmente essendo i tempii di piccola capacità in sulle prime in Grecia si
pensò di sostenere il tetto con una sola
fila di colonne nel mezzo appoggiate ad
altre colonne che sino al colmo s'innal42
zavano.
Uno dei tempii di Castro nel nostro Regno costruito era in siffatta guisa. Essendosi di poi resi più ampli, ebbero la necessità di piantare due ordini di colonne
nell’interno, e vennero così divisi in tre
navate come si è detto. In tal maniera
era formato il tempio di Minerva in Tegea in Arcadia fabbricato da Scopa.
Se alla scoverta della nostra Grotta rimontiamo, ricorrere dobbiamo ad una
patria tradizione vaga, cioè che un bue
errante sul colle sotto di cui la Stessa
giace, dirupato si sia in un fosso esistente sul colle medesimo, e che per cavarnelo fatto essendosi dei sforzi, si vidde un baratro sotto giacente. La curiosità
naturale all’uomo di conoscere l’ignoto, o
l’avidità di rinvenirci cosa utile fece che
dilatasse la superiore apertura e si scovrì una voragine, in cui discesosi, si ritrovò una statua di pietra molle che fu
creduta di San Michele Arcangelo, e dagli intesi di Archeologia fu giudicata essere quella della Dea Minerva. 1
In dubbio non è da mettersi esser una
tal Grotta un’opera meravigliosa della
natura. Tiene essa sulla cima del colle la
sua originaria ben larga apertura che dà
lume ai primi gradini di discesa. Per
maggior comodità onde discenderci nulladimeno una porta d’ingresso verso il
mezzogiorno ci si vede costruita e fatta
non à guari 2, per mezzo di cui, via fa1. La leggenda qui riportata dal Carbone è simile a
quella di tante altre “invenctiones”, cioè i ritrovamenti di immagini sacre.
2. Leggi: non ha pari.
43
cendo dopo pochi passi in piano, si discende trovandosi i gradini di pietra rozza, irregolari informi d’ineguale lunghezza e larghezza, e che al numero di novantasei menano al fondo. Discesi i diciannove primi di questi si trova un piccolo piano di riposo, e dopo nove altri
un’altro simile piano con uno sfondo a
sinistra della lunghezza e di circa quindici palmi con altrettanti di larghezza,
avendo di sassi irregolarmente pendenti
la sua volta. Un pilastro di pietra dell’altezza di palmi tre, e due di diametro è
situato sul detto piano, avendo questo la
sua figura quadrilatera, e tiene in fondo
un’iscrizione latina inintelligibile perché
logorata dal tempo, a meno che qualche
parola che alcun senso non mena.
Nel destro lato si ci vede scolpita
un’anfora a rilievo, e nel sinistro una pàtera anche in rilievo. La sua base è fornita di cornici, e sulla sua cima tiene
una incavatura per riporci l’acqua benedetta. Un parapetto di fabbrica di recente data osservasi a destra di chi scende;
e calandosi diece altri gradini, trovasi
anche a destra un’atrio murato con in
fondo murato con in fondo un’altarino
tutto fatto negli ultimi tempi per celebrarci la Messa. 3
Discendendo altri trenta gradini veggonsi
a destra e a sinistra, di fianco alla gradinata, due orchestre di fabbrica non da
molto tempo fatta, servendo quella a sinistra di figura semicircolare per como3. Tale altarino, sovrastato da un affresco del SS. Crocifisso, è presente ancora oggi, mentre non abbiamo
più i pilastri menzionati.
44
dità de’ suonatori d’istrumenti celebrandosi la Messa nella festività di S. Michele; e quella a destra di angolare figura per la comodità del popolo che in
tal circostanza ci concorre. Ed infine discendendosi altri ventotto gradini si giugne ad un piano di circa quarantacinque
palmi di lunghezza, e trentacinque circa
di larghezza.
Si veggono in questo quattro colonne
di marmo situata all’impiedi, due per
cadun lato del diametro di circa un palmo, dell’altezza di circa palmi sei, senza
base e conficcate a terra, avendo una
delle prime due, che è scanalata per
lungo, il suo capitello lavorato; e la
seconda spiralmente scanalata anche il
suo capitello simile ad un dipresso al
primo.
Le altre due essendo semplici e lisce lisce tengono ancora i capitelli quadrangolari; in tutte e quattro però stimate
vengono dagli intendenti di pregiatissimo
marmo, e forse pario.
Poco lungi dal fondo di detto piano ergesi l’Altare su di cui si venera la lapidea Statua di S. Michele fatta non à
gran tempo, come si anderà a dire. È osservabile dietro all'altare una vasca di
pietra di figura quale oggi rotta per
metà, che tiene la lunghezza di cinque
palmi, la larghezza di due, ed è uno e
mezzo profonda con un buco nel suo
centro, stimata un vaso atto a ricevere il
sangue delle vittime che dall’idolatri alle
false deità s’immolavano. Ed osservabile
è pure anche dietro allo stesso a man
destra un cilindro di pietra conficcato a
terra alto circa tre palmi e mezzo, e di
45
tre di diametro avendo in cima una scavatura formante una picciola fonte. 4
Il tetto della menzionata Grotta d’ingente altezza si rassomiglia ad una soffitta
quasi piana di pietra tufacea, ed i laterali sono formati di macigni irregolarmente pendenti. Scorgesi in ultimo dietro all’Altare una fessura, per cui introducendosi carpone, si vede il termine
della voragine scoverta sono circa venti
anni dietro, essendo stato assicurato, esservi ritrovato pochi rottami di pietre lavorate, segni certi di esservi penetrati
individui prima della scoverta, e che per
cause accidentali poscia la sua apertura
ostruita si sia.
Lo fu nel millesettecentotrentatrè che
turbata essendo stata la pace della Puglia per le replicate scosse di terremoto,
ed avendone risentito gli effetti di questo anche Minervino, si pensò di costruire alla sinistra dell’entrata della Grotta
una Cappella per celebrare delle Messe
onde placare l’ira di Dio, temendo di restare sepolti, se avventurati si fossero a
discendere nella Stessa. Sciaguratamente ridotta trovasi una tal Cappella in porcile ed ovile. 5
Ad evidenza, dietro quanto si è esposto,
si comprende una tal Grotta, che dall’abitato non dista che di circa un terzo di
4. Sia la vasca che il pilastro che raccoglie le acque
oggi sono visibili, solo che la vasca è stata spezzata
e, mentre una metà di essa giace subito dietro l’altare, l’altra metà è capovolta, a circa dieci metri dalla prima, nell’angusto cunicolo che si apre dietro il
medesimo altare.
5. In effetti ancora oggi quella cappella è rimasta inutilizzata perché ha assunto la forma di una mangiatoia.
46
miglio, non aver giammai formato un’antico tempio a Priapo consacrato, od a
Minerva come vogliono taluni, nè esser
stata un mausoleo degli eroi romani
morti in battaglia giusta il menzionato
Sig. Palumbo appoggiato all'autorità di
Ughellio e di Tito Petronio Arbitro.
E se montare si voglia ai tempi ai Greci
anteriori, e singolarmente agli Etrusci,
uopo è il riflettere che questi uno stile
avevano tutto proprio tanto nel costruire
i tempii, quanto nel luogo ove li situavano. Si costruivano da essi dentro alle
mura della città i tempi in cui adorati
venivano gli dei che sovrintendevano alle
belle arti ed alla pudicizia; a quelli che
fomentavano le risse, gl’incendii, e la voluttà come Venere, Vulcano e Marte li riponevano fuori, mentre gli altri numi come Apollo, Mercurio, ed Iside protettori
del commercio e de’ viaggiatori li situavano nelle vie e ne’ porti.
Ecco dunque che anche secondo questi
la dea Pallade aver dovea il suo tempio
nel recinto dell’abitato e non fuori. Né
immaginare si può la Città essersi distesa ne’ tempi così remoti sin dove attualmente è situata la Grotta, oppure che la
medesima colà esisteva; giacchè in quel
dintorno né ruderi di sorte alcuna ci à
fatto conoscere essere esistito, né ve ne
esistono, a ricordanza di uomo, indizi sicuri di essere stato una volta abitato.
Uopo è dunque confessare di aver perduto collo scorrere de’ secoli la conoscenza del sito di un tal tempo, e la
presente Grotta altro in origine non essere stato che un baratro detto comunemente Grava col linguaggio del paese di
47
cui lo stesso ne abbonda. E se qualche
posto può aver congettura, oso dire il
tempio di Minerva essere esistito laddove oggi si trova la Chiesa Madre, unica
che riformata poi, come si dirà, à l’ampiezza e la forma di un Tempio.
Nulla osta l’esservi rinvenuto nel detto
baratro un simulacro lapideo con alcuni
altri oggetti inservienti al culto dello
stesso; dapoichè i fervidi devoti delle
false deità vedendo tramutata la propria
religione in quella del Dio di Abramo,
per non vedere le loro immagini infrante, date alle fiamme, oppure trastullo
degli ortodossi cristiani, corsero ad appiattarle 6 nelle caverne ed in altri nascondigli una con gli oggetti servibili al
culto delle medesime.
E chi ignora esservi ciò anche fatto da’
Cristiani dopo l’incursione de’ Saraceni
che tutto mettevano a ferro ed a fuoco?
E chi non sa lo stesso esservi praticato
da Cristiani medesimi nel principio dell’ottavo secolo dopo l’editto di Leone
Isaurico imperadore di Costantinopoli e
della Puglia, flagello dell’umanità, e più
de’ Cristiani, chiamato l’Iconoclasta per
aver fulminato il culto delle Immagini
della Santissima Vergine, e di Santi?
Il simulacro lapideo rinvenuto l’altezza
aveva poco più di tre palmi, stava ritto in
piedi, era calcato con capelli al di sotto
dell’elmo sparsi parte sul dorso, e parte
cascanti sul petto, teneva nella destra
una lancia ed ai piedi una civetta.
Verso la fine del passato secolo, e propriamente nel sindacato del medico D.
6. A nasconderle.
48
Domenico Laviola, avendo un cittadino
nomato Giovanni Rizzi costruito una casa
appropriandosi di una porzione dell’atrio
che circonvolgeva la torre, 7 fu obbligato
in ricompenza dal detto Sindaco a formare a sue spese l’esistente statua di S.
Michele, e la creduta antica logorata fu
da’ divoti approfittandosi delle schegge
per divozione, mente la testa intera presa e conservata fu dal Sig. D. Antonio
Insabato, che oggi se la trova smarrita.
Ciò posto come puossi mettere in quistione essere stata questa una statua
della dea Minerva? La civetta simbolo
della vigilanza con questa dea a cui è
sacra sempre effigiata, sia perché, secondo la favola Nittimene fu trasformato
in quel volatile per l’incesto commesso
col padre Nittéo giusta 8 Ovidio nelle sue
Metamorfosi, oppure che perché, al dir
di Varrone, nella notte sempre veglia e
canta. Ed a distinguer la statua di Minerva da quella di Marte con cui confondersi potrebbe, trovasi stabilito che: “Le
casque convient a Mars, et a Minerve;
mais quand il est surmonté par la choùtte, c’est indubitablement Minerve”. 9
Ma lasciamo di andar più vagando su di
oggetti che chiaro non vediamo perché
confusi nella notte de’ tempi, e facciamoci a guardare quelli che ci sono più
da vicino, e propriamente ciò che avven7. Si tratta del primo scempio fatto alla Torre dei Del
Balzo, su corso Matteotti.
8. Come afferma Ovidio.
9. Scienze delle medaglie antiche e moderne. Tom 2 part 2 - p. 272. Traduzione: “L’Elmo si addice a
Marte e Minerva, ma quello sormontato da un pennacchio e indubbiamente di Minerva”.
49
ne a Minervino dopo la caduta dell’impero romano, invasa essendo l’Italia tutta dai Goti, Longobardi, Eruli, Saraceni
ossiano Arabi. Niun memorabile avvenimento in riguardo a Minervino presentano le storie a tempi dei Goti, Ostrogoti,
Eruli, ma bensì nei tempi de’ Longobardi e Saraceni.
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Una visita alla Grotta
L’odierno accesso alla cavità è costituito
da una facciata monumentale, edificata agli
inizi del XX secolo, auspice la cura del parroco di San Michele, don Luigi Veglia (uomo
stimatissimo per la carità verso i poveri, che
ispirò al cav. Luigi Bilanzuoli la costruzione
dell’omonima casa di riposo).
La facciata si compone di 3 corpi architettonici: nella porzione inferiore un’ampia
entrata protetta da portone metallico e inquadrata lateralmente da due semicolonne
doriche e in alto da un timpano in cui un
cartiglio riporta la scritta QUIS UT DEUS
(Chi è come Dio?) la traduzione latina dell’ebraico MIKAEL. Sopra l’entrata, un bassorilievo riporta l’immagine di un globo affiancato da ali e sormontato da una croce. La facciata culmina con un campanile a vela.
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Superato il corridoio in muratura coperto
da volta a botte (dove si trovava un affresco
con l’immagine dell’Arcangelo), si giunge alla
sommità di una scalinata, posta sotto l’imbocco naturale originario, in parte ancora aperto.
Tale ingresso si presenta dall’esterno come un baratro difficilmente praticabile. Un
tempo invece esso doveva presentarsi come
un’ampia fenditura nella roccia.
Prima d’oggi, il complesso grotta-romitorio e l’accesso alla grotta, dovevano avere
una consistenza ed una sistemazione diverse
dall’attuale.
A giudicare dalla diversa fattura dei muri
o di parti di essi, la costruzione iniziale doveva coincidere con la base della sala più
grande dell’attuale romitorio, da dove, attraverso un grande arco (ancora ben visibile) e
una serie di rampe e di pianerottoli, si doveva accedere direttamente al livello corrispondente all’attuale ballatoio sotto l’imboccatura.
Il rudere a sinistra dell’ingresso, doveva
essere “voltato” e completato con una copertura a tetto a due falde. Il complesso come
appare oggi è di epoca successiva a quando
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deve essere stata scavata una trincea nella
roccia, fino a raggiungere la voragine.
Percorrendo la rampa di scale a destra è
possibile notare un paliotto d’altare in pietra,
incastonato nel muro e al termine della rampa, al di sopra di un pilastro, un frammento
di altare, a motivo vegetale. Entrambi sono
di dubbia provenienza.
Terminata la rampa si giunge su un ampio slargo pianeggiante, completamente rivestito da lastre calcaree che celano una sottostante cisterna d’acqua.
A sinistra dello slargo un’antica mangiatoia ricavata nella parete in tufo, che serviva
da ricovero per le bestie. Attualmente dopo i
recenti lavori di recupero, ultimati nel 2007,
la mangiatoia è stata recuperata ed utilizzata
per conservare la vasca litica una volta collocata nell’anfratto retrostante l’altare, che
serviva per la raccolta delle acque dello stillicidio. Sul ballatoio che immette nell’ampia
scalinata, fino agli inizi degli anni ’70 vi era
un cippo funerario, databile all’età imperiale
(II sec.) recante la seguente iscrizione “SOCELIUS IUSTUS SOCELIE PRISCILLE METRI
SUEAE BENEMERENTI FECIT VIXIT ANNIS
LX” che fungeva da acquasantiera. Attualmente il cippo è conservato presso il museo
archeologico di Minervino Murge.
Dal ballatoio, guardando verso il basso, si
può cogliere con un unico colpo d’occhio la
vastità dell’ambiente centrale della grotta: si
tratta di un enorme sala ipogea col piano di
calpestio oggi completamente regolarizzato
da opere di rivestimento su cui insistono diverse strutture architettoniche.
Spicca in primo luogo, quale elemento di
forte caratterizzazione dell’intero ambiente
una possente scalinata di 69 gradini che
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dalla sommità della sala consente di raggiungere la zona di culto.
La scalinata è stata realizzata con blocchetti in pietra di diverse dimensioni, successivamente regolarizzati e messi in posa
con calce mista a terra.
Prima della realizzazione della scalinata,
si doveva penetrare all’interno della cavità
superando una serie di gradoni naturali piuttosto scoscesi, costituiti dal materiale di franamento della parte terminale della volta,
che ha dato poi origine all’attuale imboccatura naturale; ciò è desumibile dal fatto che
negli ambienti più profondi sono state ritrovate testimonianze di carattere archeologico.
Con l’intervento del 2007, l’antica scalinata lapidea è stata affiancata da una scala
in struttura di acciaio corTen che termina in
corrispondenza della balconata all’altezza del
38° gradino della scalinata in pietra.
Subito sulla destra di chi inizia la discesa
adagiata contro la parete vi è un edicola alta poco più di 2 metri, con tetto spiovente e
una nicchia che presenta sulle pareti laterali
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delle decorazioni floreali che inquadrano nella parete di fondo, l’immagine del Crocifisso
nero, pregevole opera lignea custodita nella
Chiesa Madre di Minervino Murge.
Le due balconate, poste a metà scalinata, offrono la possibilità di dominare da
un’ottima posizione la sottostante Cappella di
San Michele.
Secondo la tradizione, le balconate servivano per accogliere durante le celebrazioni rispettivamente la banda, in quella di forma
circolare, e le autorità, in quella di forma rettangolare.
Lungo la parete del torrione di sinistra si
trova una formazione stalagmitica sempre
umida a cui la tradizione popolare ha attribuito il nome di “ginocchio di Santa Lucia”.
Al termine della discesa, nello spazio antistante la cappella, su un’ampia spianata sono collocate quattro colonne di simili dimensioni, ma differenti per fusto e capitelli, forse
i resti di un antico ciborio d’altare, probabilmente provenienti da antichi edifici, e databili al secolo XI, l’epoca della spelonca del
Salvatore.
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Le due colonne più vicine alla cappella
hanno il fusto risparmiato così come i capitelli “a papiro” senza alcun ornamento. Delle
due colonne prossime alla scalinata quella di
sinistra presenta un fusto lievemente scanalato ed un capitello corinzio, l’altra a sinistra
presenta un fusto a tortiglione ed un capitello che riporta sulle quattro facce un motivo
fitomorfo, una palma, simbolo del Paradiso.
Nella parte terminale della cavità, la
cappella di San Michele si presenta come
un monumento a pianta quadrata con 3 lati
aperti impostati su grandi pilastri angolari;
in realtà la costruzione è retta solo da tre pilastri poiché il quarto appoggio della copertura è costituito dalla parete calcarea che offre un comodo sostegno naturale. In alto la
struttura è sormontata da un timpano che si
impreziosisce ai lati da terminazioni a voluta.
All’interno della cappella si erge l’altare in
breccia corallina, edificato nel secolo XVIII,
identico ad un altro altare presente nella
Chiesa della Madonna di Costantinopoli, sita
nel rione Scesciola.
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Sull’altare si erge la statua dell’Arcangelo, copia in polvere di marmo dell’opera del
Sansovino presente a Monte Sant’Angelo,
collocata nella prima metà del 1800, in sostituzione di altra più antica (cfr. doc. 6 e 9).
San Michele ha l’apparenza di un giovane dal volto sereno: il capo è ornato da una
chioma a boccoli e a ciocche, sormontato da
una corona. Il braccio sinistro, disteso in
basso, è avviluppato nelle pieghe della clamide che scende dall’omero. Il braccio de57
stro, sollevato, impugna una spada disposta
trasversalmente in atto di minaccia. Veste la
corta e aderente armatura di un legionario
romano, con un ampio mantello che gli cade
dietro le spalle. Ai suoi piedi, Satana ha le
sembianze di un mostro con viso di scimmia,
artigli da leone e coda di serpente.
Alla riapertura della grotta dopo i lavori,
aprile 2007, la statua presentava varie situazioni di degrado (diversi strati di scialbo di
calce che rendevano poco leggibili i virtuosismi stilistici di ottima fattura che la stessa
esprime; parte del braccio destro risultava
essere posticcio e di grossolana fattura; lungo l’ala destra erano evidenti stuccature a
gesso e piccole fratture).
Nel febbraio 2008 è stata restaurata ad
opera dei coniugi minervinesi Augelli-Tricarico che hanno anche donato la croce bizantina in bronzo, raffigurante il Cristo Pantocratore e i quattro evangelisti, che oggi pende
dall’arco della Cappella.
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Alle spalle dell’altare si giunge all’imbocco del secondo segmento della cavità, ove
dalla rampa di scale è possibile ammirare
sulla destra una vasca litica di accumulo
delle acque generatasi nel corso dei secoli
grazie al fenomeno di stillicidio proveniente
dalla sovrastante colata stalattitica a forma
di medusa.
Discesa completamente la scalinata si penetra nel settore terminale della cavità con
un piano di calpestio in forte pendenza, che
rende la sala inaccessibile ai visitatori.
Uscendo dalla grotta, a sinistra, si entra
nel romitorio, composto da tre vani, di cui
uno si affaccia sulla grotta, mentre un altro,
con pavimento naturale in pietra, era l’antico
focolare.
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Preghiere e Inni a S. Michele
San Michele Arcangelo,
difendici nella battaglia;
contro le malvagità e le insidie del diavolo
sii nostro aiuto.
Ti preghiamo supplici:
che il Signore lo comandi!
E tu, principe delle milizie celesti,
con la potenza che ti viene da Dio,
ricaccia nell’inferno Satana
e gli altri spiriti maligni,
che si aggirano per il mondo
a perdizione delle anime.
(S.S. Leone XIII)
S
an Michele Arcangelo,
che nel nome riveli il Tuo ufficio
di strenuo difensore
dei diritti di Dio contro l’orgoglio di Satana,
insegna anche a noi
che Dio è unico ed assoluto,
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degno di essere amato
sopra tutte le cose.
Sostienici nella lotta
contro le forze del male,
insegnaci l’umiltà del cuore
per accogliere la grazia di Dio
e resistere alle tentazioni.
Rendici partecipi del Tuo trionfo fïnale
insieme con Cristo
vincitore del peccato e della morte
nella gloria perenne del Paradiso. Amen.
(+Raffaele Calabro, vescovo di Andria)
S
an Michele Arcangelo,
umilmente Ti prego:
ascolta la mia preghiera
ed accogli la mia offerta.
A Te affido il mio passato
per ricevere il perdono di Dio.
A Te affido il mio presente
perché accolga la mia offerta
e ritrovi la pace.
A Te affido il mio futuro
che accetto dalle mani di Dio,
confortato dalla Tua presenza.
Michele Santo, Ti supplico:
con la Tua luce illumina
il cammino della mia vita.
Con la Tua potenza,
proteggimi dal male del corpo e dell’anima.
Nel segno della croce,
difendimi dalla suggestione diabolica,
e fa’ che sia fedele agli impegni
del mio battesimo.
Con la Tua presenza,
assistimi nel momento della morte
e conducimi in Paradiso. Amen.
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INNO A SAN MICHELE
(De Fidio A.)
Dei celesti sulle schiere
pronte al cenno del Signore
di supremo condottiere
fu concesso a Te l’onore,
Quando in Ciel levossi il grido
che l’Eterno provocò.
E il suo brando invitto e fido
i ribelli discacciò.
Salve Arcangelo di Dio,
di sua gloria gran guerriero
la mia prece, il voto mio
porgi al trono del Signor:
deh! proteggi il mondo intero
dal Satanico furor.
Pellegrina in questa valle
degli umani la famiglia,
se premea di spine il calle
volse al Ciel per Te le ciglia.
Finché il Ciel un Dio d’amore
a morir per noi spedì,
che alla Chiesa del suo cuore
guida e scudo in Te largì.
Salve Arcangelo di Dio,
della Chiesa o gran guerriero,
la mia prece, il voto mio
porgi al trono del Signor:
deh! sia presto il mondo intero
un ovile ed un pastor.
Nel tramonto della vita,
quando l’oste più ci assale
ed ogni alma chiede aita,
presso noi chi batte l’ale?
E’ l’Arcangelo Michele,
che volando allor quaggiù,
port’ogni alma a Dio fedele
all’amplesso di Gesù.
Salve Arcangelo di Dio,
dei morenti gran guerriero
la mia prece, il voto mio,
porgi al trono del Signor:
deh! sia salvo il mondo intero
pel Tuo braccio, pel Tuo cor.
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MANDA IL TUO ANGELO
(Renna L. - Leo F.)
Come hai inviato il tuo angelo
davanti a Israele nel deserto
ci accompagni e custodisca
sulla strada pura del vangelo.
Manda ti preghiamo Padre santo
il grande angelo Michele
sul cammino del tuo popolo redento
perché rimanga sempre a te fedele.
Come hai inviato il tuo angelo
accanto al giovane Tobia
ci guidi il tuo messaggero
e apra i nostri sensi al tuo vangelo.
Come hai inviato il tuo angelo
nel lieto Annunzio a Maria tua serva
così purifichi le nostre labbra
e la Chiesa annunzi il tuo vangelo.
Come nella lotta col Serpente antico
Michele guiderà i redenti,
così difenda lui la Donna nuova
che oggi genera il tuo Figlio.
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Bibliografia
1) CARBONE V., Historia di Minervino, 1865 (pro-manuscripto).
2) D’ALOJA G., Minervino. Appunti di storia, Villafranca
di Verona (Ve) 1977.
3) DE PALMA L. M., La grotta micaelica di Minervino:
santuario pre-cristiano, medievale o moderno?, in
“Rivista Diocesana Andriese” XLX (2007) 2, pp 176191.
4) FONSECA C. D., Le vie dell’angelo. Il culto di S. Michele in area longobarda e bizantina, in “Luoghi dell’Infinito” X (2006) 97, pp. 18-25.
5) La grotta di San Michele, natura arte e fede a Minervino Murge – 2009 (opuscolo).
6) LORUSSO D. - LAROCCA F., La Grotta di San Michele a
Minervino Murge (Bari), Atti del III Convegno di
Speleologia Pugliese, Castellana-Grotte 6-8 dicembre 2002, in “Grotte e dintorni” 2 (2002) 4, Fasano
2002, pp 83-92.
7) LORUSSO D. - MANGHISI V., Le grotte naturali di culto
cristiano in Puglia, in INGUSCIO S. - LORUSSO D. - PACALI V. - RAGONE G. - SAVINO G. (a cura di), Grotte e
carsismo in Puglia, Ficarra&Mastrosimini snc, Castellana Grotte 2007, pp 123-128
8) LOSITO R., Recupero, valorizzazione e messa in sicurezza del santuario “Grotta di San Michele”. Relazione geologica in occasione dei lavori di restauro,
2005 (pro-manuscripto).
9) RENNA L., Presenze abruzzesi e molisane nella Minervino dei secoli XVI e XVII. Una pagina inedita
della transumanza, in Barbera G. (a cura di), La civiltà della Transumanza e il Territorio di Minervino
Murge tra medioevo ed età moderna, Quaderni della
Biblioteca Comunale 3, Minervino Murge 2007,
pp.141-146.
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Grafiche Guglielmi
- ANDRIA 2009 -
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La Grotta di San Michele