4 Indice pag. 07. Nel grembo della terra madre don Francesco di Tria 10. Geologia, morfologia della grotta e lavori di restauro Giacomo Cocola - Felice Ricciardelli 24. Dalla spelonca del Salvatore alla grotta dell’Arcangelo don Luigi Renna 32. Appendice storica documentaria a cura di don Luigi Renna 51. Visita alla grotta Giacomo Cocola - Felice Ricciardelli 60. Preghiere e Inni a S. Michele 64. Bibliografia 5 6 Nel grembo della terra madre 1 QUESTA GROTTA ANTICO LUOGO DI CULTO PAGANO, DALLA FEDE CRISTIANA DEDICATO A CRISTO SALVATORE. NEL SEC. XI APPARTENNE AI BENEDETTINI CASSINESI. LA PIETÀ DEL POPOLO MINERVINESE CONSACRÒ ALL’ARCANGELO MICHELE. Il restauro conservativo e la valorizzazione dell’ipogeo (che ha avuto diversi protagonisti: dall’interessamento iniziale dei Lions Club “Costanza d’Aragona”, alla sollecita e decisa 1. Discorso del 25 aprile 2007 per l’inaugurazione della Grotta dopo i lavori di restauro promossi dal Comune di Minervino Murge con i fondi PIS (Itinerario Turistico Culturale “Normanno-Svevo-Angioino”) della Regione Puglia. 7 azione del Comune di Minervino e della Regione Puglia, alla viva collaborazione tra i tecnici della casa comunale, il direttore dei lavori, l’arch prof. Ignazio Carabellese, e la Diocesi di Andria) semplicemente ci immette in questa catena di storia e religiosità che ha almeno un millennio. Oggi questo luogo di “culto” viene consegnato al suo primo e unico titolare, il popolo minervinese. A me la responsabilità di custodirlo e di promuovere il culto all’Arcangelo Michele. A tal proposito mi piace offrirvi qualche considerazione a carattere spirituale… Le grotte sono luoghi in disparte rispetto alla convivenza sociale, dove trovano rifugio quanti sono estranei al “commercium”: sono abitazioni non costruite da mani d’uomo, ma approntate dalla natura, come se la “madre terra” si ritirasse per far spazio, dentro di sé, all’uomo. Sono dimore dove la scarsità della luce, la difficoltà di accesso, l’immutabilità del clima inducono chi vi abita ad andare all’essenziale, ad abitare secum, a vivere con se stesso, a “rientrare in sé” senza lasciarsi condizionare da quanto avviene e muta all’esterno. È lì in quel deserto di comunicazione che l’essere umano, scavando in se stesso, può ricominciare ogni giorno a interrogarsi sul proprio rapporto con Dio, con l’altro e con il mondo. 2 Per fare esperienza della grotta occorre entrarvi: inoltrandovisi, si ha l’impressione di essere accolti nuovamente come nel grembo della madre terra, sembra possibile trovare 2. CF. E. BIANCHI, Rifugiarsi nel grembo della terra madre, in “Luoghi dell’Infinito” X (2006) 97, p. 5. 8 protezione e raccoglimento, sentire voci nuove non udibili altrove, cogliere una presenza altrimenti invisibile. La grotta, nella sacra scrittura e poi nella tradizione orientale e occidentale, è stata paradossalmente considerata il recesso dei diavoli e il “sito del divino”: lì si affronta la lotta con il Divisore, ma sempre lì che diviene possibile il faccia a faccia con Dio, il dialogo d’amore con il Solo, colui che abita una luce inaccessibile. Entrare nella grotta allora può essere paradigma della vita, inoltrandosi nelle profondità della terra e della condizione umana andando all’essenziale dell’esistenza, affrontando la lotta, ma confidando nella vittoria e nella comunione con Dio. Auspico che questa grotta si conservi sempre come luogo di silenzio e di raccoglimento dove possa sgorgare la comunicazione profonda, l’apertura all’Altro, la dilatazione dello sguardo a un orizzonte cosmico. Succeda anche a noi che scendendo nella profondità della terra e di noi stessi possiamo essere condotti a contemplare le realtà del cielo. San Michele Arcangelo, angelo condottiero del popolo a Dio fedele, vigili l’ingresso degli inferi, ci accompagni in questo cammino di interiorizzazione e ci custodisca dagli attacchi delle tendenze disgregatrici. 9 Geologia, morfologia della grotta e lavori di restauro Il contesto geologico I processi geologici che hanno determinato la formazione della grotta di San Michele vanno compresi all’interno dei processi che hanno formato il contesto geologico di Minervino. Dal punto di vista topografico l’area di Minervino Murge è caratterizzata da una zona che raggiunge l’altezza di 600 metri s.l.m. costituita dal lembo occidentale dell’altopiano murgiano che ha la sua punta più elevata in monte Guardianello e da una zona ribassata ad ovest che parte da 300 metri e digrada lentamente con lievi pendenze verso il bacino dell’Ofanto spostandosi sempre più verso ovest. Questi due contesti, assai diversi tra loro, sono separati da una scarpata che è molto 10 erta proprio in prossimità dell’abitato di Minervino. In questa situazione si è innestato un reticolo idrografico costituito da un sistema fluviale con percorso est-ovest delimitato da una grossa lama (lama Cipolla) su cui si innesta un’altra lama più piccola, a coda di rondine, ed infine un’altra ad est, a ridosso dell’abitato di Minervino. Nel sistema tripartito delle lame si raccoglie un bacino idrografico esteso che dovette essere favorevole all’insediamento di primi nuclei rupestri, poichè la presenza di acqua implica anche terreni fertili da coltivare, o fitte macchie boschive che dovevano concentrarsi soprattutto lungo gli alvei di questi sistemi fluviali e che ora purtroppo non esistono più a causa degli incendi susseguitisi nel corso della storia. Subito ad ovest della grotta, le tre lame si congiungono in un’unica struttura valliva, non molto incisa, che costeggia la S.P. 231, passa sotto il Ponte Grande, e poi, con andamento est-ovest, si congiunge con la Valle delle Lame in corrispondenza di Fontana Torlazzo. In quest’area abbiamo un sistema fluviale con lame con andamento nord-sud e queste lame poi confluiscono verso il bacino dell’Ofanto, più ad ovest. Dal punto di vista geologico, nell’area di Minervino affiorano i terreni più antichi tra cui il calcare di Bari di età cretacea (intorno a 100 milioni di anni fa) e quelli più recenti come le calcareniti di Gravina (volgarmente conosciuti come “tufi”) ed infine, più ad ovest, le sabbie di Monte Marano. La presenza di questi terreni (in particolar modo del calcare che si forma in ambiente di sedimentazione marino, caratterizzato da 11 estesi bassifondi, coperti da esiguo spessore d’acqua, non superiore a 200 metri) indica che nell’area di Minervino c’era il mare. Vi è inoltre la presenza di depositi “continentali”: a) i depositi alluvionali dei terrazzi alti del fiume Ofanto e del suoi affluenti. Sono costituiti da sabbie e ciottoli calcarei e attualmente individuano le posizioni antiche dell’alveo del fiume Ofanto che nel tempo si è spostato sempre più ad ovest sino ad occupare la posizione attuale; b) le terre rosse che si trovano in fondo alle lame (o in depressioni subcircolari quali le doline, ed altri sistemi carsici), sono molto ricche di alluminio e ferro; c) i depositi che delimitano una fascia orientata nord-sud ai piedi della scarpata. Si tratta di brecce calcaree formatesi essenzialmente per processi dl crollo, composte da blocchi e ciottoli calcarei immersi in una matrice terroso-argillosa di colore rossastro, e che localmente vanno a formare le conoidi, ossia dei corpi sedimentari a forma di ventaglio o cono. La tettonica Nell’era Mesozoica (100 milioni di anni fa) l’intera nostra regione faceva parte di un esteso bacino marino entro cui sedimentavano materiali terrigeni costituiti da microgusci carbonatici di un antico zooplancton, sottoforma di fanghiglia; in seguito sono andati incontro a processi di compattazione e cementazione della fanghiglia. Nel Cenozoico (circa due milioni di anni fa) è avvenuta l’orogenesi appenninica, movimento tettonico in cui la placca africana ha spinto la placca euro-asiatica provocando la formazione degli Appennini. Il territorio pugliese ha risentito in maniera lieve di queste spinte: si è avuta l’emersio12 ne del calcare (deposito che si era formato in mare) e quindi un blando piegamento di questa zona a costituire l’altopiano delle Murge. In seguito l’altopiano ha subito un abbassamento per processi distensivi che ha originato una struttura a gradinata la cui parte più elevata era rappresentata dalle Murge e le aree circostanti rilassate costituite dalla fossa Bradanica (SE), la valle dell’Ofanto (NW), la costa Adriatica (NE), la soglia Messapica (SW). Il mare ha sommerso le parti ribassate per cui a costituire i bacini marini e l’ambiente costiero sono intervenuti le calcareniti di Gravina e le argille subappenniniche. Nel Pleistocene inferiore (circa 1 milione di anni fa) si è avuto un nuovo sollevamento regionale che ha determinato l’arretramento del mare sino all’attuale linea di costa. Si perviene così alla configurazione geografica attuale e sulle terre emerse hanno preso a formarsi i depositi continentali per l’azione erosiva degli agenti atmosferici. La grotta di S. Michele si sviluppa all’interno del calcare, in un’area che ha subito prima stress compressivi e successivamente e a più riprese, stress distensivi. La cavità carsica, infatti, ha registrato al suo interno tutti i processi tettonici che hanno interessato l’intera area negli ultimi 100 milioni di anni. La grotta si è formata da un blocco di calcare orizzontale sottomarino che è andato incontro alla compattazione (processi di diagenesi). Con l’orogenesi appenninica, il blocco di calcare della Murgia ha subito un processo di ondulazione che in termini geologici si chiama piega ed è costituita da una zona di vertice ed una zona di nucleo: nella zona di vertice, ossia di cerniera, si sono verifica13 ti processi di trazione, nella zona di nucleo processi di compressione. Se prendiamo una gomma per cancellare vediamo che, piegando verso il basso i due estremi, la parte superiore tende a distendersi, quella inferiore ad avvicinarsi. In questa situazione, nella parte superiore si sono formate delle fratture che si chiudono verso il basso, nella parte di nucleo si sono avuti intensi processi di frizione e di brecciatura. Le acque meteoriche penetrando dalle fessure sono venute a contatto con questo blocco. Poichè l’acqua è un solvente rispetto al calcare, ha iniziato a sciogliere il blocco che è diventato sempre più instabile e nei punti in cui l’acqua era più a stretto contatto si sono formate le terre rosse. PRIMO STADIO SECONDO STADIO TERZO STADIO Schema semplificato dei principali stadi di formazione della grotta. 14 I processi di distensione hanno reso ancor più instabile il blocco calcareo che è collassato formando la cavità. Successivamente è comincia l’attività di stillicidio delle acque che nel corso dei millenni ha portato alla formazione di speleotomi (stalattiti e stalagmiti). Queste strutture verticali si formano quando ci sono abbondanti precipitazioni per cui lo stillicidio è prevalente; se invece le precipitazioni sono molto scarse prevalgono forze di adesione fra la goccia di acqua e la roccia, per cui si formano delle strutture chiamate eccentriche. La presenza cospicua, in grotta, di queste ultime strutture ci dimostrano che c’è un clima esterno secco. Inoltre se sezioniamo una stalattite o una stalagmite troviamo tanti anelli concentrici che sono le concrezioni carbonatiche. Il carbonato di calcio può cristallizzarsi sotto forma di calcite o di aragonite (hanno la stessa composizione chimica, ma la forma cristallografica è diversa); nel nostro caso l’aragonite è favorita in condizioni di clima secco. Quindi la presenza di speleotomi in una cavità rappresenta un ottimo indicatore per la registrazione degli eventi climatici. 15 Morfologia della grotta La Grotta di San Michele è una cavità naturale che si sviluppa nelle rocce carbonatiche del Cretaceo Inferiore e pertanto, data la natura litologica delle rocce, la cavità può definirsi carsica in senso stretto. La presenza di impronte di corrente lungo le pareti della cavità testimonia come in origine si dovesse trattare di una condotta sotterranea con acqua in pressione drenante nella stessa direzione di immersione delle rocce carbonatiche (sud/sud-ovest). In seguito all’abbassamento del livello medio del mare relativo ai tempi geologici, la condotta, non essendo più completamente allagata dalle acque sotterranee, ha subito fenomeni di crollo che ne hanno aumentato il volume fino ad ottenere la configurazione attuale; in particolare tale fenomeno ha caratterizzato la parte centrale della cavità in corrispondenza dell’intersezione tra le superfici di strato inclinate e tutta la serie di fratture createsi. 16 La grotta è a forma di arco aperto della lunghezza di circa 60 metri e una larghezza variabile da pochi metri a circa 12 metri ed una profondità massima di circa 20 metri dalla quota d’ingresso. Si compone di un primo ambiente facilmente visitabile cha va dall’ingresso sino all’altare e di un secondo segmento che giunge fino al fondo della grotta. Il calcare affiorante sulle pareti si presenta in stati decimetrici localmente alterati e fessurati. La volta, piuttosto regolare, è rappresentata dalla superficie di strato di calcare non interessato da forti processi di fessurazione; da essa pendono stalattiti sino ad 1 metro di lunghezza lungo le uniche linee di frattura. 17 Al contrario della volta, le pareti laterali sono molto irregolari e mettono in mostra nicchie di distacco dei blocchi, incavi di corrosione e colate di calcite secondaria. Il fondo, molto scosceso con una pendenza intorno ai 45º, è attualmente costituito da una scalinata di pietra calcarea, ma, come è possibile osservare nel vano retrostante l’altare, in origine doveva essere occupato da terre rosse, blocchi crollati dal soffitto e da concrezioni di calcite. La principale struttura a carattere compressivo è visibile sulla volta alle spalle dell’altare e coincidente con la parete laterale destra: si tratta di una zona lungo la quale gli strati calcarei hanno subito un’intensa frizione e si sono uncinati e localmente sbrecciati. Le principali strutture a carattere distensivo sono invece rappresentate da un sistema di fessure quasi parallele alla scarpata di Minervino Murge che costituiscono la principale causa dei processi carsici (drenaggio delle acque di infiltrazione) all’origine della cavità in oggetto. Un secondo e meno importante sistema di fessure è rappresentato da un fitto allineamento di fratture, quasi tutte cicatrizzate da calcite, che ha originato le piccole stalattiti visibili sulla volta della cavità. 18 Testimonianze storico-archeologiche Le ricerche condotte nella cavità hanno messo in evidenza il suo interesse non solo storico, ma anche archeologico. Nel settore più profondo della cavità è stato riscontrata l’abbondante presenza di materiale ceramico frammentario che sposterebbe molto indietro nel tempo la prima frequentazione degli ambienti sotterranei, finora creduta non anteriore al X secolo d.C. Lungo le pareti rocciose sono stati rinvenuti frammenti di ceramica tornita, ascrivibili a recipienti fittili di dimensioni molto piccole. Tale ceramica è costituita in gran parte da vasetti, con e senza anse, alti in media 5 cm e larghi poco meno; alcuni di questi esemplari presentano inoltre strati di pittura nero lucido che farebbero risalire la datazione, in linea di massima, al IV-III sec. a.C. Dato la loro non funzionalità in senso utilitaristico, i vasetti potrebbero rappresentare offerte votive per un culto rivolto in epoca precristiana ad una divinità sconosciuta, che più tardi è stato soppiantato da quello in onore al SS. Salvatore prima e successivamente all’Arcangelo Michele. La presenza, inoltre, di piccole quantità di resti di ceramica d’impasto inornata e lisciata alla stecca farebbe retrocedere ancor di più l’epoca di frequentazione sino all’età del Bronzo (II millennio a.C.). 19 Dunque la grotta di San Michele attesta una sovrapposizione di frequentazioni umane che partendo dall’età preistorica giunge e continua sino al giorno d’oggi. Riguardo la frequentazione negli ultimi due secoli scorsi, il culto in onore di San Michele ha fatto sì che molti pellegrini si avvicendassero nella grotta; a tal riguardo spiccano nella zona retrostante l’altare le loro firme, ma anche date e frasi brevi (la più antica datata 1831 riporta “Paradiso Rosa di Cerignola”). La grotta inoltre sembra essere stata usata in qualche caso come luogo di sepoltura, come attesta il rinvenimento di resti ossei umani (un femore appartenente ad un individuo adulto); è probabilmente la scelta di seppellire uno o più defunti in un ambiente consacrato. Prime ricerche biospeleologiche L’indagine biospeleologica condotta nel duemila è stata finalizzata all’individuazione di animali adatti alla vita ipogea. In particolare è stato catturato un esemplare di Nesticus eremita, un ragno di piccole dimensioni molto diffuso nelle grotte dell’Europa meridionale. Inoltre sono stati raccolti alcuni isopodi, crostacei terrestri lunghi 8 mm.; è stato notato anche se sfuggito alla cattura uno scorpione troglobio. 20 Il restauro Con la convenzione n. 3/2005, il Comune di Minervino Murge – come ente capofila e stazione appaltante nell’accordo con la Diocesi di Andria per l’impiego di un finanziamento regionale di E 300.000,00 nell’ambito del PIS 12 “Normanno-Svevo-Angioino” – ha affidato congiuntamente ai dr. Arch. G. Berardi, I. Carabellese e dr. Geol. R. Losito, l’incarico della progettazione esecutiva per il recupero, la valorizzazione e la messa in sicurezza della Grotta di San Michele. Di seguito vengono riportati i passaggi principali della relazione dei tecnici. L’obiettivo al quale si intende pervenire attraverso l’armonizzata attuazione degli interventi progettati consiste sostanzialmente nel permettere il riconoscimento che il sito è un’importante testimonianza del fenomeno di cristianizzazione del territorio: anche questo sito partecipa a pieno titolo alla geografia dei siti micaelici sparsi in tutto il continente europeo. In conseguenza di quanto finora enunciato, l’intervento progettato va ad inquadrarsi all’interno di un programma più ampio di iniziative che avrà l’obiettivo di valorizzare, insieme con i valori paesaggistici, artistici e storici, quelli di civiltà e fede che formano l’identità minervinese. L’interesse culturale acquisito dall’ipogeo consiste nell’assommarsi della suggestione visiva offerta dalla spettacolare irregolarità della spazio roccioso con i segni di un’antica e radicata espressione della fede cristiana che tuttora sussiste e manifesta il proprio attaccamento culturale e spirituale a tale luogo. La speciale condizione del sito rispetto alla tematica geologica ha orientato in maniera 21 decisiva le priorità progettuali in proporzione alle possibilità offerte dal finanziamento. Gli obiettivi sono stati progettati secondo i seguenti filoni: • OPERE DI MIGLIORAMENTO DELLA SICUREZZA RELATIVE ALLE CONDIZIONI GEOLOGICHE L’intervento di messa in sicurezza ai fini della fruibilità turistica e religiosa ha riguardato il risanamento delle situazioni di rischio e la proposta di soluzioni di fruizione che indirizzano i fedeli e visitatori lontano dalle pareti a rischio e la frequentazione dell’ipogeo a gruppi non numerosi (max. 30 persone). Per il risanamento delle situazioni a rischio, un gruppo speleologico di “operai d’alta quota” ha operato per il disgaggio dei blocchi a rischio e la sistemazione di una rete paramassi lungo la parete più a rischio. • OPERE RELATIVE ALLA FRUIZIONE SICURA DELLO SPAZIO LITURGICO Mediante la moderna tecnologia del laser scanner è stato possibile ricostruire il modello tridimensionale della cavità, che ha consentito di individuare i piani proiettivi necessari per effettuare un coerente intervento per le soluzioni progettuali eseguite. La soluzione progettuale contempera l’esigenza dell’accesso con la necessità che il visitatore si muovi sempre a ridosso della parete destra. L’attenta osservazione della configurazione spaziale della grotta e delle qualità architettoniche espresse dalla suggestiva scalinata ha suggerito di approfittare della sua giacitura convessa lungo la parete destra nonché dell’ottimo stato di quest’ultima per l’ancoraggio di strutture di regolarizzazione e di 22 messa in sicurezza della discesa per persone normalmente deambulanti. L’intervento ha previsto, infatti, la sistemazione di una scala in struttura d’acciaio di minimo impatto visivo lungo la parete destra, nella sezione che va dall’altare del Crocifisso sino all’orchestra rettangolare che rappresenta il punto di sbarco di quest’ultima. La struttura, curata nei dettagli (come è possibile notare dalle esili sezioni delle strutture portanti) per ottenere un minimo impatto visivo, è realizzata in acciaio CorTen, particolarmente impiegato in ambienti dalle caratteristiche microclimatiche, quali le grotte, e che inoltre presenta caratteristiche estetiche che lo accordano cromaticamente alle condizioni di luce della grotta. Lungo la parte terminale dell’antica scalinata un corrimano in acciaio facilita il raggiungimento del settore terminale della cavità. • DOTAZIONI IMPIANTISTICHE Il nuovo impianto elettrico nasce per integrare la fruizione sicura (lampade segna passo e d’emergenza sulla scalinata) nonché per rivalutare la configurazione spaziale della cavità (proiettori orientabili) • OPERE RELATIVE ALLA CONSERVAZIONE DEL VALORE TESTIMONIALE DEGLI ELEMENTI ARCHITETTONICI Interventi specialistici di restauro hanno interessato i dipinti parietali presenti (come quelli presenti nella Cappella del Crocifisso) e la bonifica delle celle eremitiche situate sopra il corridoio d’ingresso. 23 Dalla spelonca del Salvatore alla grotta dell’Arcangelo La storia della Grotta dell’Arcangelo Michele è singolare perché in essa si intreccia la storia geologica, opera della natura, quella dell’uomo che ha popolato le valli ai piedi di Minervino già nel V secolo, nell’età neolitica 1, quella di epoca cristiana che ha dato un nome nuovo a questo luogo e l’ha notevolmente, anche se non totalmente, trasformato. Le indagini speleologiche e quelle archeologiche hanno fatto luce sui primi aspetti, mentre ora rimane da illustrare, per quanto i documenti ce lo consentano, la storia dell’ultimo millennio. 1. Cfr. A. GENIOLA, L’insediamento neolitico di Lama Marangia presso Minervino Murge, Bari 1974. 24 La spelonca del Salvatore È un documento dell’anno 1000 il primo che ci dà notizia della nostra grotta, menzionata con un titolo antico, che poi si muterà nel tempo. Si tratta della “spelunca ubi est ecclesia Sancti Salvatoris”, citata nella pergamena bilingue ritenuta postuma, nella quale il catapano d’Italia, Gregorio Tracanioto, fa restituire all’abbazia di Montecassino dei possedimenti che erano stati usurpati (cfr. doc. 1). La spelunca viene citata in ben tre documenti, riportati diligentemente dallo storico D’Aloja 2, nei quali l’abate Giovanni dona al monaco Trofari la stessa chiesa in Minervino, o quando nel 1032 il protospatario d’Italia conferma il diritto dell’abbazia di Montecassino a Basilio, abate di Capua. Si può desumere, leggendo la struttura del territorio e questi documenti, che la Grotta sia divenuta luogo di culto cristiano, in un contesto nel quale il “vivere in grotta” non era semplicemente prerogativa dei monaci, ma della popolazione, che adattava ad abitazioni, a ricovero per animali e anche a luogo di culto quanto la natura gli offriva. La prossimità ad un antico corso d’acqua, i Matitani, torrente prosciugato che si attiva nel suo antico letto solo in caso di piogge torrenziali 3, dal nome che con D’Aloja possiamo far risalire al greco metatitemi (scorrere), fa pensare che la zona fosse più densamente popolata e che trovasse in questa grande grotta carsica il suo naturale punto di riferimento religioso. La dedicazione al Salvatore ci rimanda anche ad 2. D’ALOJA G., Minervino. Appunti di storia, Villafranca di Verona (Ve) 1977, p. 32. 3. Popolarmente si dice, in tal caso, che si sono “avviati i Matitani”. 25 un periodo che risale alle origini del cristianesimo nella nostra zona, che vide certamente irradiare la fede cristiana dall’antichissima e vicina diocesi di Canosa, città nella quale esisteva una basilica paleocristiana dedicata al Salvatore. La grotta dovette essere la sede dell’antica chiesa del Salvatore, e forse già in essa furono raccolti quegli elementi più antichi che sono tuttora quasi tutti presenti. Sul ballatoio dopo la prima rampa di scale si trovava infatti, lo menziona già lo storico Carbone (doc. 9), un cippo funerario del II secolo d.C., ora trasportato nell’atrio del Municipio, che fingeva da acquasantiera. Le quattro colonne che si trovano nel piano inferiore della grotta, davanti all’attuale altare, sono quanto rimane di un ciborio o di una struttura che delimitava l’area presbiterale. Ce lo fa pensare la medesima altezza delle colonne e la loro disposizione, che nella parte anteriore vede collocate quelle più elaborate, una colonnina di stile corinzio (certamente di riporto da struttura o villa romana), e una di epoca alto medievale, elegantemente lavorata “a tortiglione”, con un capitello fitomorfo raffigurante la palma, e nella parte posteriore due colonne gemelle, a papiro, senza decorazione alcuna perché probabilmente meno esposte alla vista dei fedeli. L’arrivo dei Normanni nel marzo del 1041 a Melfi e la loro dominazione sul territorio, determinarono una situazione politica, religiosa e culturale diversa dalla precedente, che certamente, con altri elementi, portò col tempo a trasformare il culto al Salvatore in quello all’Arcangelo Michele. In almeno due documenti troviamo il riferimento ad una antica statua di guerriero o addirittura della dea 26 Minerva, che per molti secoli era stata venerata come immagine di San Michele. Ne parla la visita pastorale di mons. Cosenza, il vescovo di Andria, che annota che nella grotta anticamente era stato ritrovato un simulacro di Minerva Hygieia (cfr. doc. 6), la dea che presso i greci aveva la tutela della purificazione dell’aria da germi contagiosi e proteggeva la salute pubblica. Questo titolo di Minerva, la presenza di due antichi recipienti per la raccolta delle acque, fanno pensare che il trait d’union fra il culto pagano e quello cristiano, in questa grotta, sia stato il culto delle acque, ritenute salutari e miracolose. La statua fu fatta cambiare dal vescovo di Andria, che evidentemente riconobbe che il simulacro venerato non era l’immagine di un Arcangelo. Lo storico Carbone, con ricchezza di particolari, ci racconta che la statua raffigurava un guerriero che ai suoi piedi aveva 27 una civetta (animale che accompagna Minerva nella iconografia), e che fu fatta a pezzi, mentre a provvedere al nuovo simulacro fu il sig. Giovanni Rizzi, per risarcire il Comune del danno che aveva fatto nella costruzione di una casa abusiva nel cortile della Torre dei Del Balzo. Non deve stupire che fosse il Comune e non il Vescovo a provvedere all’acquisto della statua, perché la Grotta e il culto che in esso si svolgeva, era a spese della municipalità, trattandosi del culto dovuto al patrono di Minervino. Il culto dell’Arcangelo nella grotta L’arrivo dei Normanni, la diffusione del culto a san Michele in un luogo che richiamava il grande santuario del Gargano, la vicinanza della grotta ad un corso d’acqua e quindi la sottolineatura di un culto ad un santo “sauroctono”, che difende dal Serpente antico come anche dagli animali che infestavano i terreni bagnati da piccoli corsi d’acqua, sono tutti elementi che convergono: i documenti che abbiamo a partire dal secolo XVII ci dicono ormai che san Michele è il patrono di Minervino, venerato anche nella cattedrale; che la grotta è meta di pellegri28 naggi; che in essa si solennizza una delle due festività micaeliche, quella dell’8 maggio, anniversario dell’apparizione al monte Gargano. Anche la leggenda del ritrovamento del simulacro di san Michele a Minervino, causato da un bue che era caduto nella grotta, è simile a quella del Gargano. La grotta si trovava, non dobbiamo dimenticarlo, in un luogo di passaggio obbligato per chi voleva entrare in Minervino, prima che fosse costruito nel secolo XIX il ponte che sovrasta la valle ai piedi della grotta; che la stessa si trovava in un luogo di passaggio per i pastori della transumanza, che avevano come date del loro arrivo in Puglia e della loro partenza, le due festività micaeliche, il 29 settembre e l’8 maggio. Pur essendo di competenza del Comune, il culto veniva assicurato dal capitolo della Cattedrale (Minervino fu diocesi dal secolo XI al 1818 e attualmente è sede vescovile titolare), che vi si recava processionalmente l’8 maggio e, data l’impervietà della strada, o faceva l’ultimo tratto a cavallo, o semplicemente risaliva in paese in carrozza. Già dal 1728 abbiamo notizia dell’eremita, il custode della grotta, un uomo che aveva cura dell’ambiente e della sagrestia, che serviva ai fedeli l’acqua raccolta nell’invaso dietro l’altare, e che era forse stipendiato dal Comune (cfr. doc. 6) Nel 1700 la grotta si presentava molto simile a quella di oggi: con un’ampia scalinata di circa novanta gradini, con un altare nella parte inferiore, che doveva essere stato collocato solo intorno al 1707, anno nel quale troviamo un altare identico nella chiesa urbana di S. Maria di Costantinopoli, costruito in breccia corallina e consacrato pro29 prio in quell’anno. Non si fa menzione di nessun altro altare, per cui quello che attualmente si trova a destra di chi scende deve essere stato edificato nell’800, in un’epoca posteriore a quello che, dopo il terremoto del 1733, fu invece costruito a sinistra, in un vano che poi era nell’800 divenuto addirittura una mangiatoia (cfr. doc. 9). Una sistemazione più decorosa fu presumibilmente fatta dopo il periodo in cui si ebbe timore, a causa dei terremoti, di scendere in grotta: risalgono alla prima metà dell’800 le due tribune che si trovano a destra e a sinistra della scalinata. I resti di una costruzione in pietra, di età imprecisata, si trovano a sinistra dell’ingresso. Secondo una memoria orale, a far decorare in pietra l’ingresso della grotta fu don Luigi Veglia, parroco di san Michele e padre spirituale dell’omonima Congrega, che a fine Ottocento si prese cura anche della vicina chiesa della Madonna della Croce. 30 L’interesse per la grotta ha avuto alterne vicende: dopo l’Unità d’Italia il Comune non si sentì più obbligato a mantenervi il culto; nello stesso periodo finisce la celebrazione solenne con la processione in grotta del Capitolo della Cattedrale. Sarà la pietà popolare a conservare la memoria di san Michele in questo luogo: la visita ogni giovedì di fedeli che scendevano nella grotta per accendervi ceri, le due messe celebrate l’8 maggio, la cura della signora Pasqua Bombino Ciani, che con la sua famiglia, dal 1945 circa, ha curato la pulizia e il decoro dell’altare. Sul finire degli anni ’90 del secolo scorso, il Lions Club “Costanza d’Aragona” curò di far redigere un progetto di recupero per una maggiore fruizione, affidato all’Architetto Ignazio Carabellese del Politecnico di Bari, che con l’aiuto del geologo Riccardo Losito, e le ricerche degli speleologi Domenico Lorusso e Felice Larocca, ci ha consegnato un progetto che ha permesso una migliore conoscenza della grotta oltre che un suo recupero. Anche dal punto di vista religioso, l’8 maggio è divenuto un momento di fede animato dalla comunità parrocchiale di San Michele, alla quale il vescovo di Andria ha affidato, dopo l’estinzione del Capitolo, la cura del culto in grotta, nel 1995. 31 APPENDICE STORICA DOCUMENTARIA 1. Atto di restituzione all’Abbazia di Montecassino di una spelonca nei pressi di Minervino (2 febbraio 1000). F. Trinchera, Syllabus graecorum mebranarum, Neapoli 1865, 12. ...et in pertinentiis de civitate Minervine spelonca ubi est ecclesia Sancti Salvatori et territorie. Traduzione: ...e nei dintorni della città di Minervino la spelonca dove è la chiesa del Santo Salvatore e il territorio. 2. Perizia del feudo di Minervino di Honofrio Tango, regio ingegnere e tabulario (1 settembre 1668). Archivio Capitolare, Chiesa Madre di Minervino. 32 Poco distante dalla Città si trova la Grotta di S. Michele Arcangelo al modo del monte Gargano, dove è detto santo di relievo de marmo nella quale si scende per 94 grade, e nel giorno suo si fa una bellissima festa con molte messe, dove concorrono li abitanti delle città e terre convecine. Nel piano di detta grotta vi sono acque bellissime, e viene servita da un eremita. 3. Visita apostolica di mons. Antonio Pacecco, vescovo di Bisceglie (1728). Archivio diocesano di Andria (A, III, 3, fasc. 1). Eremitae: Eremita S. Michaelis Arcangeli, Franciscus Granieri. Eremita S. Maria del Sabbato, Antonio Suozzo. Eremita S. Maria Incoronata, Joseph Santomauro. Eremita S. Maria de Cruce, Camillus Montereale. 4. Visita apostolica di mons. Antonio Pacecco, vescovo di Bisceglie (1728). Archivio diocesano di Andria (A, Di Chio, 16). Eodem retroacto die 4 mensis 9mbris 1728 Minervini. De Visitat(ione) Ecclesie S.i Michaelis Archangeli. Sita est hec Ecc.a S. Michaelis Archangeli extra menia dictae Civitatis paucum distans a prefata Ecc.ae S. M. V. de Cruce; asseritur libera et ad Universitatem huius Civitatis spectat eadem providere de supellectilibus sacris ut et as33 sertur. Porta versus meridiem per quam ad ecclesiam ingreditur. Est tuta. Est dicta Eccl.a intra cavitate saxuum, descenditurque ad eam per nonaginta quinque gradus que ubique tegitur vivis lapidi bus. Unus Altare est in infima parte, super quod adest Statua e lapide valde antique elaborata S. Michealis Arcangeli Patronis Principali et Protectoris Pr. Civitatis Minervinensis. Pavimentum quod est in infima parte est incrustatum et non ita bene dispositum. Nulla fenestra adest pro lumine ingrediente, lumen ingredit per aperturam cuius a rupis. Esta campanile supra porta parefata cum parva campana. Unde Ill.mus ac Re.mus Dominus Epus Visitator. devenissit ad d.am Ecclesiam et Suo Generali Vic. Et Conv. Promotori Fiscali et meipsum visitaverunt eiusmde in cuius actumm decreti ut infra. Nos fr. Ant. Visitans Ecc.am ipsam S. Michealis Arcangeli Principalis Patroni ac Protectoris Civ. Minerbinum eiusque altare in infima parte dicte cavitatis seu criptae mandamus: 1- che il paliotto feriale dell’altare si torni a colorire; 2- che si faccino li bussolotti per li candelieri; 3- che si torni a cerare la tela esistente all’altare portatile; 4- che si spolveri sopra lo Sud. Altare portatile; 5- si accomodi il pavimento. Et ita datum Minervini eodem retroacto 4 9mbris 1728. F.A.E.V. visitator Ap.cus Minervini. 34 D. Maurus Scaglione Visitatoris Secretarius. De Sacristia et Sacra Suppelletili. Praefata Ecclesia nulla Sacrista Habet, suppelectilia vero Sacra Conservantur in quodam Armario intus Cellam Eremitae adiuncta Portae Dictae Ecclesiae a qua deferentur infra eadem Ecclesiam dum deserviunt pro sacrificio Missae. Unde Idem Ill.mus et Rev.mus Supellectilia Sacra praefate Ecclesiam visitans ut sequitur mandavit… Traduzione: Lo stesso suddetto giorno 4 novembre 1728, a Minervino. Sulla visita alla chiesa di san Michele Arcangelo. Questa chiesa è situata fuori delle mura di detta città, poco distante dalla suddetta chiesa di S. Maria Vergine della Croce; si asserisce che è libera (non legata cioè a nessun patronato di famiglia nobile) e spetta alla Amministrazione di questa Città provvedere delle suppellettili sacre come anche si asserisce. La porta per la quale si entra in chiesa è verso mezzogiorno. È sicura. Questa chiesa è nella cavità della collina, e si scende in essa per 95 gradini che ovunque sono circondati da pietre vive. C’è un solo altare nella parte inferiore, sul quale c’è una statua molto antica di san Michele Arcangelo, Patrono e principale Protettore della Città di Minervino. Il pavimento che si trova nella parte inferiore è incrostato e non così ben disposto. Nessuna finestra c’è per l’ingresso della luce, la luce entra per un’apertura delle rupi. Il campanile è so35 pra la porta con una piccola campana. Da cui l’Illustrissimo e Reverendissimo vescovo Visitatore era venuto a detta chiesa con il suo vicario generale e convisitatore il Promotore fiscale e io stesso visitarono e stabilì per decreto: Noi fra Antonio visitando la stessa chiesa di San Michele Arcangelo Patrono principale e protettore della città di Minervino e del suo altare nella parte infima di detta cavità o cripta stabiliamo: 1. che si ricolori il paliotto feriale dell’altare; 2. che si realizzino i bussolotti per i candelieri; 3. che venga incerata la tela esistente all’altare portatile; 4. che si spolveri sopra il suddetto Altare portatile; 5. che si sistemi il pavimento. E così viene dato a Minervino il 4 novembre 1728. Fr. Antonio Vescovo di Bisceglie. Don Mauro Scaglione, segretario del visitatore. Della Sacrestia e delle sacre Suppellettili. La predetta Chiesa non ha nessuna sagrestia, e le suppellettili sacre vengono conservate in un armadio nella cella dell’eremita accanto alla porta di detta chiesa e dalla quale vengono portate nella stessa chiesa quando servono per il Sacrificio della Messa. Per cui l’Illustrissimo e Reverendissimo visitando le suppellettili sacre diede mandato come segue…. 36 5. Visita dell’Arcidiacono Felice Corsi, delegato di mons. Giuseppe Cosenza (1 luglio 1835). Archivio diocesano di Andria (A, IV, 22, fasc. 1, p. 31). Stato delle Cappelle Rurali esistenti nel tenimento di Minervino visitate dal Sig.r Arcidiacono Corsi, qual delegato dell’Ill.mo e R.mo Monsignor Cosenza, Vescovo di Andria nella S. Visita fatta dal prelodato Vescovo nel mese di maggio 1835. Nomi delle Cappelle. La cappella sotto il titolo di S. Maria del Sabato è in buono stato e nulla vi manca. La Grotta di san Michele Arcangelo idem. La Cappella della Masseria di Falconetti idem, e si è ordinata l’incerata, che manca. La Cappella di Acquatetta Regia Abadia idem, e si è disposto per una sottotovaglia, e per l’incerata, che mancano. La Cappella della Masseria di Jambrenghi idem. La Cappella della Masseria di Rinaldi idem. La Cappella della masseria di Lamalunga si è dichiarata interdetta, perché sfornita di tutti gli arredi sacri. La Cappella della Masseria di Friuli è in buono stato. Minervino, primo Luglio 1835. Arcid. Felice Corsi. 6. Visita pastorale di mons. Giuseppe Cosenza, vescovo di Andria (1828) Archivio diocesano di Andria (A, IV, 21b, p. 42). Visitatio Eccl.siae S.i Michaelis. In media valle prope Minerbinum extat antrum pulcherrimum a natura factum, 37 in quo antiquitus et ab immemorabili fuit inventum Minerbae Higiae simulacrum, et nunc adest parva statua Divi Michaelis Arcangeli e lapide Gargani montis elaborata, quae, post descensum multorum graduum manufactorum collocatur in ara e marmore locali confecta, et sub arcata e manibus elaborata, et lapidibus constructa posita. Nulla gaudet peculiare redditus, sed Civitas Minerbini, et fidelium pietas manutenet altare et saepe saepius ibi celebratur Missa. Mandatum est pubblics Officliabus Civitatis ne umquam volum deliquant antrum quamvis in praesentia Comunis impensis adsit Aremita. Quibus peractis Convisitato res in Civitatem reverterunt hora circa vigesima quarta. Josephus Can.cus Leonetti S.ae Visit. Sec.jus. Traduzione: Nel mezzo di una valle vicino a Minervino si trova un antro bellissimo fatto dalla natura, nel quale anticamente e da tempo immemorabile fu trovato il simulacro di Minerva Higiea, ed ora si trova una piccola statua del Divino Arcangelo Michele scolpita in pietra del monte Gargano, che, è stata collocata dopo la discesa di molti gradini fatti da mano d’uomo su un altare costruito in pietra locale, e sotto l’arcata fatta da mano d’uomo e costruita in pietra. Non gode di nessuna particolare entrata, ma il Comune di Minervino e la pietà dei fedeli mantiene l’altare e molto più spesso si celebra la Messa. 38 È stato raccomandato ai responsabili della Città di non dimenticare mai la grotta e che ci si provveda alla presenza dell’eremita a spese del Comune. Terminata la visita i convisitatori ritornarono in città circa all’ora vigesima quarta. Can. Giuseppe Leonetti, segretario della S. Visita. 7. Visita pastorale alla Cripta di San Michele Arcangelo di mons. Giovanni Giuseppe Longobardi, vescovo di Andria (1853). Archivio diocesano di Andria (A, IV, 22, fasc. 9). Eodem die post Vesperas horas XXI usque ad Cryptam S. Michaelis Arcangeli cum convisitatoribus contendit, cumque in eam visitatum descendisset eamque ianuas carentem invenisset, ac Altaria indecenter ornata, ut interdicta remaneat praecepit, usque dum a Municipio omnibus provideatur. Traduzione: Nel medesimo giorno dopo i Vespri si recò alla Cripta di san Michele con i convisitatori, e dopo essere disceso per visitarla, la trovò carente di porte e gli altari ornati indecentemente, e stabilì che rimanesse interdetta, fino a quando il Municipio provveda. 8. Deliberazione per la festa dell’8 maggio. Libro delle Conclusioni Capitolari (18491958), p. 105. Archivio Capitolare, Chiesa Madre di Minervino Murge. Oggi, che sono li 24 ottobre 1860. Il Capitolo canonicamente radunato nella 39 Sacrestia di questa Chiesa Cattedrale, luogo solito delle Capitolari adunanze sotto la presidenza dell’Arcidiacono D. Stefano Scilimati è venuto ad unanimità di voti alle seguenti deliberazioni. (…) Per la processione di S. Michele Arcangelo abbasso alla Grotta si è fissata ancora la distribuzione tra (i canonici) presenti di ducati dieci, da prendersi dalla Massa (dalla cassa comune, n.d.r.), la quale somma sarà divisa metà ai Vespri e metà alla Messa e processione, dalla quale distribuzione, come si è detto anche sopra, saranno inclusi pure gli infermi. Quei Sacerdoti solamente saranno considerati presenti i quali actu (proprio in quel momento) staranno amministrando i Sagramenti. Di più si è deciso, che nella salita la processione si metterà in ordine alla casa di Insabato don Nicola (inizio dell’attuale via Caprera, n.d.r.), e perciò fino a quel punto potranno i sacerdoti andare a cavallo. 9. Invenzione e descrizione della Grotta di S. Michele non che della maniera come i Greci costruivano i loro tempii. Vito Carbone, Historia di Minervino, 1835, manoscritto, cap. I, articolo II. Se in varii luoghi del nostro Regno eretti erano dei tempii a Pallade come si è dimostrato, a giusto titolo avere lo doveva Minervino come si è detto. La curiosità del Primicerio Sig.e Daniele Uva di conoscere verso la fine dello scorso secolo, tra le varie altre cose riguardanti la città di Minervino, quale mai si fosse stato questo tempio nello stesso, lo spinse a domandare certezza a D. Celestino 40 Palumbo medico di Trani, il quale appoggiandosi all’autorità di Ughellio nella sua Italia Sacra, ed a quella di Tito Petroni Arbitro nel suo Satiricon pagina nona gli diede per risposta quel che si va a dire: “La Grotta oggi detta di S. Michele, opera famosa dei Greci, che un tempo abitarono queste nostre regioni la dedicarono a Priapo. I Romani la fecero mausoleo de’ loro eroi morti in battaglia; ed i Pii Vescovi in proseguo la dedicarono a S. Michele Arcangelo che ivi esiste” Oh! In quanti errori ci menano le relazioni di uomini stimati, ogni qualvolta manca l’oculare ispezione. Il tempio di Minerva in Castro, come sopra si è detto, pare di avere una simiglianza a quello dal Sig.e Palumbo annunziato, se contraria non gli fosse l’autorità di Virgilio e Stabone. E poiché il tempio di Minerva in Minervino fu opera de’ Greci, uopo è il risovvenirsi che quantunque dagli Egizii presero i Greci l’idea e la forma de’ loro tempii, pure seppero questi dare a siffatti edifizii proporzioni più eleganti ed al loro gusto più confacenti. Lasciamo di dare l’occhio sul Partenone, ossia sul fastoso tempio di Minerva in Atene che aveva la lunghezza di circa duencentoventisette piedi greci e la larghezza di piedi sessantanove. Lasciamo di osservare il doppio portico della sua facciata anteriore e posteriore, ed il portico semplice nelle facciate laterali. Lasciamo di riflettere l’interno dell’istesso tempio che unito all’esterno forma il trionfo della scultura e dell’Architettura. E lasciamo di ammirare finalmente l’opera sublime di Fidia nel costruire la 41 statua colossale di Minerva di materia di oro e di argento dell’altezza di trentasei piedi parigini e dieci pollici; non che la lampada d’oro opera di Callimaco che dinanzi a quella statua stava appesa e che ardeva notte e giorno, non riponendovisi l’olio che una volta l’anno, con una miccia di amianto che non si consumava mai. Formati erano tutti i tempi in Grecia di quattro mura disposte in forma di quadrilango costituendo la nave del tempio. Avevano tutti il loro vestibulo ed il peristero con colonne varianti per la qualità dell’ordine e per il numero delle stesse, avendone due quattro sei otto e fino a dieci alle due facciate; ora non avendone che nella facciata anteriore, e talora sue file di colonne in giro formando un recinto di un doppio portico. Non ricevevano questi il lume, che dalla porta non avendo finestra. Venivano taluni illuminati da una lampada appesa alla volta avanti alla statua principale avendo una sola porta d'ingresso, oppure due con quella situata nel fondo del tempio; divisi essendo taluni altri in tre navate da due ordini di colonne, quella di mezzo restando allo scoperto, illuminava le altre due che erano coperte. Contenevano certi tempii un santuario cui vietato era ai profani di entrarvi, e certi altri distribuiti erano in molte parti. E finalmente essendo i tempii di piccola capacità in sulle prime in Grecia si pensò di sostenere il tetto con una sola fila di colonne nel mezzo appoggiate ad altre colonne che sino al colmo s'innal42 zavano. Uno dei tempii di Castro nel nostro Regno costruito era in siffatta guisa. Essendosi di poi resi più ampli, ebbero la necessità di piantare due ordini di colonne nell’interno, e vennero così divisi in tre navate come si è detto. In tal maniera era formato il tempio di Minerva in Tegea in Arcadia fabbricato da Scopa. Se alla scoverta della nostra Grotta rimontiamo, ricorrere dobbiamo ad una patria tradizione vaga, cioè che un bue errante sul colle sotto di cui la Stessa giace, dirupato si sia in un fosso esistente sul colle medesimo, e che per cavarnelo fatto essendosi dei sforzi, si vidde un baratro sotto giacente. La curiosità naturale all’uomo di conoscere l’ignoto, o l’avidità di rinvenirci cosa utile fece che dilatasse la superiore apertura e si scovrì una voragine, in cui discesosi, si ritrovò una statua di pietra molle che fu creduta di San Michele Arcangelo, e dagli intesi di Archeologia fu giudicata essere quella della Dea Minerva. 1 In dubbio non è da mettersi esser una tal Grotta un’opera meravigliosa della natura. Tiene essa sulla cima del colle la sua originaria ben larga apertura che dà lume ai primi gradini di discesa. Per maggior comodità onde discenderci nulladimeno una porta d’ingresso verso il mezzogiorno ci si vede costruita e fatta non à guari 2, per mezzo di cui, via fa1. La leggenda qui riportata dal Carbone è simile a quella di tante altre “invenctiones”, cioè i ritrovamenti di immagini sacre. 2. Leggi: non ha pari. 43 cendo dopo pochi passi in piano, si discende trovandosi i gradini di pietra rozza, irregolari informi d’ineguale lunghezza e larghezza, e che al numero di novantasei menano al fondo. Discesi i diciannove primi di questi si trova un piccolo piano di riposo, e dopo nove altri un’altro simile piano con uno sfondo a sinistra della lunghezza e di circa quindici palmi con altrettanti di larghezza, avendo di sassi irregolarmente pendenti la sua volta. Un pilastro di pietra dell’altezza di palmi tre, e due di diametro è situato sul detto piano, avendo questo la sua figura quadrilatera, e tiene in fondo un’iscrizione latina inintelligibile perché logorata dal tempo, a meno che qualche parola che alcun senso non mena. Nel destro lato si ci vede scolpita un’anfora a rilievo, e nel sinistro una pàtera anche in rilievo. La sua base è fornita di cornici, e sulla sua cima tiene una incavatura per riporci l’acqua benedetta. Un parapetto di fabbrica di recente data osservasi a destra di chi scende; e calandosi diece altri gradini, trovasi anche a destra un’atrio murato con in fondo murato con in fondo un’altarino tutto fatto negli ultimi tempi per celebrarci la Messa. 3 Discendendo altri trenta gradini veggonsi a destra e a sinistra, di fianco alla gradinata, due orchestre di fabbrica non da molto tempo fatta, servendo quella a sinistra di figura semicircolare per como3. Tale altarino, sovrastato da un affresco del SS. Crocifisso, è presente ancora oggi, mentre non abbiamo più i pilastri menzionati. 44 dità de’ suonatori d’istrumenti celebrandosi la Messa nella festività di S. Michele; e quella a destra di angolare figura per la comodità del popolo che in tal circostanza ci concorre. Ed infine discendendosi altri ventotto gradini si giugne ad un piano di circa quarantacinque palmi di lunghezza, e trentacinque circa di larghezza. Si veggono in questo quattro colonne di marmo situata all’impiedi, due per cadun lato del diametro di circa un palmo, dell’altezza di circa palmi sei, senza base e conficcate a terra, avendo una delle prime due, che è scanalata per lungo, il suo capitello lavorato; e la seconda spiralmente scanalata anche il suo capitello simile ad un dipresso al primo. Le altre due essendo semplici e lisce lisce tengono ancora i capitelli quadrangolari; in tutte e quattro però stimate vengono dagli intendenti di pregiatissimo marmo, e forse pario. Poco lungi dal fondo di detto piano ergesi l’Altare su di cui si venera la lapidea Statua di S. Michele fatta non à gran tempo, come si anderà a dire. È osservabile dietro all'altare una vasca di pietra di figura quale oggi rotta per metà, che tiene la lunghezza di cinque palmi, la larghezza di due, ed è uno e mezzo profonda con un buco nel suo centro, stimata un vaso atto a ricevere il sangue delle vittime che dall’idolatri alle false deità s’immolavano. Ed osservabile è pure anche dietro allo stesso a man destra un cilindro di pietra conficcato a terra alto circa tre palmi e mezzo, e di 45 tre di diametro avendo in cima una scavatura formante una picciola fonte. 4 Il tetto della menzionata Grotta d’ingente altezza si rassomiglia ad una soffitta quasi piana di pietra tufacea, ed i laterali sono formati di macigni irregolarmente pendenti. Scorgesi in ultimo dietro all’Altare una fessura, per cui introducendosi carpone, si vede il termine della voragine scoverta sono circa venti anni dietro, essendo stato assicurato, esservi ritrovato pochi rottami di pietre lavorate, segni certi di esservi penetrati individui prima della scoverta, e che per cause accidentali poscia la sua apertura ostruita si sia. Lo fu nel millesettecentotrentatrè che turbata essendo stata la pace della Puglia per le replicate scosse di terremoto, ed avendone risentito gli effetti di questo anche Minervino, si pensò di costruire alla sinistra dell’entrata della Grotta una Cappella per celebrare delle Messe onde placare l’ira di Dio, temendo di restare sepolti, se avventurati si fossero a discendere nella Stessa. Sciaguratamente ridotta trovasi una tal Cappella in porcile ed ovile. 5 Ad evidenza, dietro quanto si è esposto, si comprende una tal Grotta, che dall’abitato non dista che di circa un terzo di 4. Sia la vasca che il pilastro che raccoglie le acque oggi sono visibili, solo che la vasca è stata spezzata e, mentre una metà di essa giace subito dietro l’altare, l’altra metà è capovolta, a circa dieci metri dalla prima, nell’angusto cunicolo che si apre dietro il medesimo altare. 5. In effetti ancora oggi quella cappella è rimasta inutilizzata perché ha assunto la forma di una mangiatoia. 46 miglio, non aver giammai formato un’antico tempio a Priapo consacrato, od a Minerva come vogliono taluni, nè esser stata un mausoleo degli eroi romani morti in battaglia giusta il menzionato Sig. Palumbo appoggiato all'autorità di Ughellio e di Tito Petronio Arbitro. E se montare si voglia ai tempi ai Greci anteriori, e singolarmente agli Etrusci, uopo è il riflettere che questi uno stile avevano tutto proprio tanto nel costruire i tempii, quanto nel luogo ove li situavano. Si costruivano da essi dentro alle mura della città i tempi in cui adorati venivano gli dei che sovrintendevano alle belle arti ed alla pudicizia; a quelli che fomentavano le risse, gl’incendii, e la voluttà come Venere, Vulcano e Marte li riponevano fuori, mentre gli altri numi come Apollo, Mercurio, ed Iside protettori del commercio e de’ viaggiatori li situavano nelle vie e ne’ porti. Ecco dunque che anche secondo questi la dea Pallade aver dovea il suo tempio nel recinto dell’abitato e non fuori. Né immaginare si può la Città essersi distesa ne’ tempi così remoti sin dove attualmente è situata la Grotta, oppure che la medesima colà esisteva; giacchè in quel dintorno né ruderi di sorte alcuna ci à fatto conoscere essere esistito, né ve ne esistono, a ricordanza di uomo, indizi sicuri di essere stato una volta abitato. Uopo è dunque confessare di aver perduto collo scorrere de’ secoli la conoscenza del sito di un tal tempo, e la presente Grotta altro in origine non essere stato che un baratro detto comunemente Grava col linguaggio del paese di 47 cui lo stesso ne abbonda. E se qualche posto può aver congettura, oso dire il tempio di Minerva essere esistito laddove oggi si trova la Chiesa Madre, unica che riformata poi, come si dirà, à l’ampiezza e la forma di un Tempio. Nulla osta l’esservi rinvenuto nel detto baratro un simulacro lapideo con alcuni altri oggetti inservienti al culto dello stesso; dapoichè i fervidi devoti delle false deità vedendo tramutata la propria religione in quella del Dio di Abramo, per non vedere le loro immagini infrante, date alle fiamme, oppure trastullo degli ortodossi cristiani, corsero ad appiattarle 6 nelle caverne ed in altri nascondigli una con gli oggetti servibili al culto delle medesime. E chi ignora esservi ciò anche fatto da’ Cristiani dopo l’incursione de’ Saraceni che tutto mettevano a ferro ed a fuoco? E chi non sa lo stesso esservi praticato da Cristiani medesimi nel principio dell’ottavo secolo dopo l’editto di Leone Isaurico imperadore di Costantinopoli e della Puglia, flagello dell’umanità, e più de’ Cristiani, chiamato l’Iconoclasta per aver fulminato il culto delle Immagini della Santissima Vergine, e di Santi? Il simulacro lapideo rinvenuto l’altezza aveva poco più di tre palmi, stava ritto in piedi, era calcato con capelli al di sotto dell’elmo sparsi parte sul dorso, e parte cascanti sul petto, teneva nella destra una lancia ed ai piedi una civetta. Verso la fine del passato secolo, e propriamente nel sindacato del medico D. 6. A nasconderle. 48 Domenico Laviola, avendo un cittadino nomato Giovanni Rizzi costruito una casa appropriandosi di una porzione dell’atrio che circonvolgeva la torre, 7 fu obbligato in ricompenza dal detto Sindaco a formare a sue spese l’esistente statua di S. Michele, e la creduta antica logorata fu da’ divoti approfittandosi delle schegge per divozione, mente la testa intera presa e conservata fu dal Sig. D. Antonio Insabato, che oggi se la trova smarrita. Ciò posto come puossi mettere in quistione essere stata questa una statua della dea Minerva? La civetta simbolo della vigilanza con questa dea a cui è sacra sempre effigiata, sia perché, secondo la favola Nittimene fu trasformato in quel volatile per l’incesto commesso col padre Nittéo giusta 8 Ovidio nelle sue Metamorfosi, oppure che perché, al dir di Varrone, nella notte sempre veglia e canta. Ed a distinguer la statua di Minerva da quella di Marte con cui confondersi potrebbe, trovasi stabilito che: “Le casque convient a Mars, et a Minerve; mais quand il est surmonté par la choùtte, c’est indubitablement Minerve”. 9 Ma lasciamo di andar più vagando su di oggetti che chiaro non vediamo perché confusi nella notte de’ tempi, e facciamoci a guardare quelli che ci sono più da vicino, e propriamente ciò che avven7. Si tratta del primo scempio fatto alla Torre dei Del Balzo, su corso Matteotti. 8. Come afferma Ovidio. 9. Scienze delle medaglie antiche e moderne. Tom 2 part 2 - p. 272. Traduzione: “L’Elmo si addice a Marte e Minerva, ma quello sormontato da un pennacchio e indubbiamente di Minerva”. 49 ne a Minervino dopo la caduta dell’impero romano, invasa essendo l’Italia tutta dai Goti, Longobardi, Eruli, Saraceni ossiano Arabi. Niun memorabile avvenimento in riguardo a Minervino presentano le storie a tempi dei Goti, Ostrogoti, Eruli, ma bensì nei tempi de’ Longobardi e Saraceni. 50 Una visita alla Grotta L’odierno accesso alla cavità è costituito da una facciata monumentale, edificata agli inizi del XX secolo, auspice la cura del parroco di San Michele, don Luigi Veglia (uomo stimatissimo per la carità verso i poveri, che ispirò al cav. Luigi Bilanzuoli la costruzione dell’omonima casa di riposo). La facciata si compone di 3 corpi architettonici: nella porzione inferiore un’ampia entrata protetta da portone metallico e inquadrata lateralmente da due semicolonne doriche e in alto da un timpano in cui un cartiglio riporta la scritta QUIS UT DEUS (Chi è come Dio?) la traduzione latina dell’ebraico MIKAEL. Sopra l’entrata, un bassorilievo riporta l’immagine di un globo affiancato da ali e sormontato da una croce. La facciata culmina con un campanile a vela. 51 Superato il corridoio in muratura coperto da volta a botte (dove si trovava un affresco con l’immagine dell’Arcangelo), si giunge alla sommità di una scalinata, posta sotto l’imbocco naturale originario, in parte ancora aperto. Tale ingresso si presenta dall’esterno come un baratro difficilmente praticabile. Un tempo invece esso doveva presentarsi come un’ampia fenditura nella roccia. Prima d’oggi, il complesso grotta-romitorio e l’accesso alla grotta, dovevano avere una consistenza ed una sistemazione diverse dall’attuale. A giudicare dalla diversa fattura dei muri o di parti di essi, la costruzione iniziale doveva coincidere con la base della sala più grande dell’attuale romitorio, da dove, attraverso un grande arco (ancora ben visibile) e una serie di rampe e di pianerottoli, si doveva accedere direttamente al livello corrispondente all’attuale ballatoio sotto l’imboccatura. Il rudere a sinistra dell’ingresso, doveva essere “voltato” e completato con una copertura a tetto a due falde. Il complesso come appare oggi è di epoca successiva a quando 52 deve essere stata scavata una trincea nella roccia, fino a raggiungere la voragine. Percorrendo la rampa di scale a destra è possibile notare un paliotto d’altare in pietra, incastonato nel muro e al termine della rampa, al di sopra di un pilastro, un frammento di altare, a motivo vegetale. Entrambi sono di dubbia provenienza. Terminata la rampa si giunge su un ampio slargo pianeggiante, completamente rivestito da lastre calcaree che celano una sottostante cisterna d’acqua. A sinistra dello slargo un’antica mangiatoia ricavata nella parete in tufo, che serviva da ricovero per le bestie. Attualmente dopo i recenti lavori di recupero, ultimati nel 2007, la mangiatoia è stata recuperata ed utilizzata per conservare la vasca litica una volta collocata nell’anfratto retrostante l’altare, che serviva per la raccolta delle acque dello stillicidio. Sul ballatoio che immette nell’ampia scalinata, fino agli inizi degli anni ’70 vi era un cippo funerario, databile all’età imperiale (II sec.) recante la seguente iscrizione “SOCELIUS IUSTUS SOCELIE PRISCILLE METRI SUEAE BENEMERENTI FECIT VIXIT ANNIS LX” che fungeva da acquasantiera. Attualmente il cippo è conservato presso il museo archeologico di Minervino Murge. Dal ballatoio, guardando verso il basso, si può cogliere con un unico colpo d’occhio la vastità dell’ambiente centrale della grotta: si tratta di un enorme sala ipogea col piano di calpestio oggi completamente regolarizzato da opere di rivestimento su cui insistono diverse strutture architettoniche. Spicca in primo luogo, quale elemento di forte caratterizzazione dell’intero ambiente una possente scalinata di 69 gradini che 53 dalla sommità della sala consente di raggiungere la zona di culto. La scalinata è stata realizzata con blocchetti in pietra di diverse dimensioni, successivamente regolarizzati e messi in posa con calce mista a terra. Prima della realizzazione della scalinata, si doveva penetrare all’interno della cavità superando una serie di gradoni naturali piuttosto scoscesi, costituiti dal materiale di franamento della parte terminale della volta, che ha dato poi origine all’attuale imboccatura naturale; ciò è desumibile dal fatto che negli ambienti più profondi sono state ritrovate testimonianze di carattere archeologico. Con l’intervento del 2007, l’antica scalinata lapidea è stata affiancata da una scala in struttura di acciaio corTen che termina in corrispondenza della balconata all’altezza del 38° gradino della scalinata in pietra. Subito sulla destra di chi inizia la discesa adagiata contro la parete vi è un edicola alta poco più di 2 metri, con tetto spiovente e una nicchia che presenta sulle pareti laterali 54 delle decorazioni floreali che inquadrano nella parete di fondo, l’immagine del Crocifisso nero, pregevole opera lignea custodita nella Chiesa Madre di Minervino Murge. Le due balconate, poste a metà scalinata, offrono la possibilità di dominare da un’ottima posizione la sottostante Cappella di San Michele. Secondo la tradizione, le balconate servivano per accogliere durante le celebrazioni rispettivamente la banda, in quella di forma circolare, e le autorità, in quella di forma rettangolare. Lungo la parete del torrione di sinistra si trova una formazione stalagmitica sempre umida a cui la tradizione popolare ha attribuito il nome di “ginocchio di Santa Lucia”. Al termine della discesa, nello spazio antistante la cappella, su un’ampia spianata sono collocate quattro colonne di simili dimensioni, ma differenti per fusto e capitelli, forse i resti di un antico ciborio d’altare, probabilmente provenienti da antichi edifici, e databili al secolo XI, l’epoca della spelonca del Salvatore. 55 Le due colonne più vicine alla cappella hanno il fusto risparmiato così come i capitelli “a papiro” senza alcun ornamento. Delle due colonne prossime alla scalinata quella di sinistra presenta un fusto lievemente scanalato ed un capitello corinzio, l’altra a sinistra presenta un fusto a tortiglione ed un capitello che riporta sulle quattro facce un motivo fitomorfo, una palma, simbolo del Paradiso. Nella parte terminale della cavità, la cappella di San Michele si presenta come un monumento a pianta quadrata con 3 lati aperti impostati su grandi pilastri angolari; in realtà la costruzione è retta solo da tre pilastri poiché il quarto appoggio della copertura è costituito dalla parete calcarea che offre un comodo sostegno naturale. In alto la struttura è sormontata da un timpano che si impreziosisce ai lati da terminazioni a voluta. All’interno della cappella si erge l’altare in breccia corallina, edificato nel secolo XVIII, identico ad un altro altare presente nella Chiesa della Madonna di Costantinopoli, sita nel rione Scesciola. 56 Sull’altare si erge la statua dell’Arcangelo, copia in polvere di marmo dell’opera del Sansovino presente a Monte Sant’Angelo, collocata nella prima metà del 1800, in sostituzione di altra più antica (cfr. doc. 6 e 9). San Michele ha l’apparenza di un giovane dal volto sereno: il capo è ornato da una chioma a boccoli e a ciocche, sormontato da una corona. Il braccio sinistro, disteso in basso, è avviluppato nelle pieghe della clamide che scende dall’omero. Il braccio de57 stro, sollevato, impugna una spada disposta trasversalmente in atto di minaccia. Veste la corta e aderente armatura di un legionario romano, con un ampio mantello che gli cade dietro le spalle. Ai suoi piedi, Satana ha le sembianze di un mostro con viso di scimmia, artigli da leone e coda di serpente. Alla riapertura della grotta dopo i lavori, aprile 2007, la statua presentava varie situazioni di degrado (diversi strati di scialbo di calce che rendevano poco leggibili i virtuosismi stilistici di ottima fattura che la stessa esprime; parte del braccio destro risultava essere posticcio e di grossolana fattura; lungo l’ala destra erano evidenti stuccature a gesso e piccole fratture). Nel febbraio 2008 è stata restaurata ad opera dei coniugi minervinesi Augelli-Tricarico che hanno anche donato la croce bizantina in bronzo, raffigurante il Cristo Pantocratore e i quattro evangelisti, che oggi pende dall’arco della Cappella. 58 Alle spalle dell’altare si giunge all’imbocco del secondo segmento della cavità, ove dalla rampa di scale è possibile ammirare sulla destra una vasca litica di accumulo delle acque generatasi nel corso dei secoli grazie al fenomeno di stillicidio proveniente dalla sovrastante colata stalattitica a forma di medusa. Discesa completamente la scalinata si penetra nel settore terminale della cavità con un piano di calpestio in forte pendenza, che rende la sala inaccessibile ai visitatori. Uscendo dalla grotta, a sinistra, si entra nel romitorio, composto da tre vani, di cui uno si affaccia sulla grotta, mentre un altro, con pavimento naturale in pietra, era l’antico focolare. 59 Preghiere e Inni a S. Michele San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia; contro le malvagità e le insidie del diavolo sii nostro aiuto. Ti preghiamo supplici: che il Signore lo comandi! E tu, principe delle milizie celesti, con la potenza che ti viene da Dio, ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni, che si aggirano per il mondo a perdizione delle anime. (S.S. Leone XIII) S an Michele Arcangelo, che nel nome riveli il Tuo ufficio di strenuo difensore dei diritti di Dio contro l’orgoglio di Satana, insegna anche a noi che Dio è unico ed assoluto, 60 degno di essere amato sopra tutte le cose. Sostienici nella lotta contro le forze del male, insegnaci l’umiltà del cuore per accogliere la grazia di Dio e resistere alle tentazioni. Rendici partecipi del Tuo trionfo fïnale insieme con Cristo vincitore del peccato e della morte nella gloria perenne del Paradiso. Amen. (+Raffaele Calabro, vescovo di Andria) S an Michele Arcangelo, umilmente Ti prego: ascolta la mia preghiera ed accogli la mia offerta. A Te affido il mio passato per ricevere il perdono di Dio. A Te affido il mio presente perché accolga la mia offerta e ritrovi la pace. A Te affido il mio futuro che accetto dalle mani di Dio, confortato dalla Tua presenza. Michele Santo, Ti supplico: con la Tua luce illumina il cammino della mia vita. Con la Tua potenza, proteggimi dal male del corpo e dell’anima. Nel segno della croce, difendimi dalla suggestione diabolica, e fa’ che sia fedele agli impegni del mio battesimo. Con la Tua presenza, assistimi nel momento della morte e conducimi in Paradiso. Amen. 61 INNO A SAN MICHELE (De Fidio A.) Dei celesti sulle schiere pronte al cenno del Signore di supremo condottiere fu concesso a Te l’onore, Quando in Ciel levossi il grido che l’Eterno provocò. E il suo brando invitto e fido i ribelli discacciò. Salve Arcangelo di Dio, di sua gloria gran guerriero la mia prece, il voto mio porgi al trono del Signor: deh! proteggi il mondo intero dal Satanico furor. Pellegrina in questa valle degli umani la famiglia, se premea di spine il calle volse al Ciel per Te le ciglia. Finché il Ciel un Dio d’amore a morir per noi spedì, che alla Chiesa del suo cuore guida e scudo in Te largì. Salve Arcangelo di Dio, della Chiesa o gran guerriero, la mia prece, il voto mio porgi al trono del Signor: deh! sia presto il mondo intero un ovile ed un pastor. Nel tramonto della vita, quando l’oste più ci assale ed ogni alma chiede aita, presso noi chi batte l’ale? E’ l’Arcangelo Michele, che volando allor quaggiù, port’ogni alma a Dio fedele all’amplesso di Gesù. Salve Arcangelo di Dio, dei morenti gran guerriero la mia prece, il voto mio, porgi al trono del Signor: deh! sia salvo il mondo intero pel Tuo braccio, pel Tuo cor. 62 MANDA IL TUO ANGELO (Renna L. - Leo F.) Come hai inviato il tuo angelo davanti a Israele nel deserto ci accompagni e custodisca sulla strada pura del vangelo. Manda ti preghiamo Padre santo il grande angelo Michele sul cammino del tuo popolo redento perché rimanga sempre a te fedele. Come hai inviato il tuo angelo accanto al giovane Tobia ci guidi il tuo messaggero e apra i nostri sensi al tuo vangelo. Come hai inviato il tuo angelo nel lieto Annunzio a Maria tua serva così purifichi le nostre labbra e la Chiesa annunzi il tuo vangelo. Come nella lotta col Serpente antico Michele guiderà i redenti, così difenda lui la Donna nuova che oggi genera il tuo Figlio. 63 64 Bibliografia 1) CARBONE V., Historia di Minervino, 1865 (pro-manuscripto). 2) D’ALOJA G., Minervino. Appunti di storia, Villafranca di Verona (Ve) 1977. 3) DE PALMA L. M., La grotta micaelica di Minervino: santuario pre-cristiano, medievale o moderno?, in “Rivista Diocesana Andriese” XLX (2007) 2, pp 176191. 4) FONSECA C. D., Le vie dell’angelo. Il culto di S. Michele in area longobarda e bizantina, in “Luoghi dell’Infinito” X (2006) 97, pp. 18-25. 5) La grotta di San Michele, natura arte e fede a Minervino Murge – 2009 (opuscolo). 6) LORUSSO D. - LAROCCA F., La Grotta di San Michele a Minervino Murge (Bari), Atti del III Convegno di Speleologia Pugliese, Castellana-Grotte 6-8 dicembre 2002, in “Grotte e dintorni” 2 (2002) 4, Fasano 2002, pp 83-92. 7) LORUSSO D. - MANGHISI V., Le grotte naturali di culto cristiano in Puglia, in INGUSCIO S. - LORUSSO D. - PACALI V. - RAGONE G. - SAVINO G. (a cura di), Grotte e carsismo in Puglia, Ficarra&Mastrosimini snc, Castellana Grotte 2007, pp 123-128 8) LOSITO R., Recupero, valorizzazione e messa in sicurezza del santuario “Grotta di San Michele”. Relazione geologica in occasione dei lavori di restauro, 2005 (pro-manuscripto). 9) RENNA L., Presenze abruzzesi e molisane nella Minervino dei secoli XVI e XVII. Una pagina inedita della transumanza, in Barbera G. (a cura di), La civiltà della Transumanza e il Territorio di Minervino Murge tra medioevo ed età moderna, Quaderni della Biblioteca Comunale 3, Minervino Murge 2007, pp.141-146. 65 66 Grafiche Guglielmi - ANDRIA 2009 - 67 68